WEBGIORNALE  23-29  maggio   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il mondo che cambia  1

2.       Il patto della Ue per fermare l'arrivo dei migranti: sessanta miliardi per l'Africa  1

3.       Migranti, lettera di 4 ministri degli Esteri alla Mogherini: accelerare le iniziative nei paesi di origine  1

4.       Cardinale Montenegro: hotspot galleggianti? “Grosso punto interrogativo, come li rimandano indietro?”  2

5.       Le comunicazioni del presidente Claudio Micheloni sulla missione svolta in Germania dal 28 al 30 aprile  2

6.       Immigrazione. Riformare Dublino per risvegliare l’Ue  2

7.       Proposta di legge: il 12 ottobre Giornata nazionale degli Italiani nel mondo  3

8.       Il Gruppo interparlamentare di amicizia Italia Germania, presieduto da Laura Garavini, in visita al Bundestag  3

9.       Ricerca sugli italiani a Francoforte e dintorni 3

10.   L‘11 giugno Nando dalla Chiesa ad Amburgo per parlare del ruolo delle donne nella lotta contro la Mafia  3

11.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  4

12.   Un “tour bavarese”.  Dalla leadership dei partiti ai partiti del leader (1946-2016): 70 anni di Repubblica italiana  4

13.   Antonella (Neliah) Di Ganci vince il Festival della Canzone Italiana di Stoccarda  5

14.   Alcuni appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni 5

15.   Luigi Brillante rieletto per “Europa Liste” al consiglio comunale di Francoforte sul Meno  5

16.   Monaco di Baviera: concerto benefico a favore dell'associazione Bidibì per la scuola bilingue Leonardo da Vinci 6

17.   Germania, "bavaglio" alla poesia anti-Erdogan: il Tribunale di Amburgo censura alcuni passi 6

18.   Berlino e Roma assieme contro il Ttip  6

19.   L'audizione del segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, sulla riorganizzazione del Maeci 6

20.   Intervista del vice ministro Mario Giro: “Sviluppo e diritti umani questo il nostro patto con l’Africa”  7

21.   Conferenza Italia-Africa, Mattarella: "Africa non può essere 'altro' rispetto a Europa"  7

22.   Flessibilità, l'Italia strappa il sì Ue. Ma il compromesso quanto durerà?  8

23.   Conferenza ministeriale Italia-Africa. Gentiloni: “Abbiamo lo stesso destino”  8

24.   Usa 2016. Trump vs Hillary, una sfida nata dagli errori 8

25.   Nella partita tra il premier e la Ue la flessibilità fa passi avanti 9

26.   Ucraina. Kiev nelle mani dell'uomo del presidente  9

27.   La matrice della crisi 10

28.   E' morto Pannella, leader dei Radicali 10

29.   Pensioni Inps, in arrivo la 14ma all’estero ma con l’importo sempre “sbagliato” e più basso  10

30.   Financial Times: Grillo, una zavorra per i Cinque Stelle  11

31.   L’altra faccia dell’economia  11

32.   Ue: "Italia in linea su debito, ma revisione entro novembre"  11

33.   Comunali e referendum, Alfano: “Stop alle polemiche, si voterà solo domenica”  12

34.   La frenata sulle assunzioni e i dubbi sul Jobs Act 12

35.   Garavini (PD): “Non strumentalizzare i fatti di Colonia per seminare odio contro gli immigrati”  12

36.   Riorganizzazione del Maeci: parere favorevole con osservazioni della Commissione Affari Esteri 12

37.   I parlamentari 13

38.   "E se non guardo mai la Rai devo pagare?": tutto quello che c'è da sapere sul canone  13

39.   Incontrare l'altro, oltre gli stereotipi 14

40.   L’audizione del vice direttore dell’area internazionale dell’Ansa Stefano Polli 14

41.   L’Italia è ormai stabilmente terra di immigrazione, ma negli ultimi anni hanno ripreso a crescere le emigrazioni 15

42.   Le strategie dei partiti 15

43.   Cgie. Riunione del Comitato di Presidenza dal 23 al 25 maggio alla Farnesina  15

44.   Formazione ed e-learning, ICoN si prepara agli Stati generali della lingua italiana  16

45.   Deputati Pd della circoscrizione Estero: Importante fase di transizione per la promozione di lingua e cultura italiane all’estero  16

46.   Presentato il libro di Simone Marino Varisco sull’emigrazione italiana in Australia “La follia del partire, la follia del restare”  16

47.   Iniziato il processo a Massimo Romagnoli 17

48.   Una circolare della FUSIE sugli adempimenti relativi ai contributi per la stampa italiana all’estero  17

 

 

1.       Vatikan/UNO: „Wir schulden diesen Menschen eine Antwort“  18

2.       Bewerbung statt Verhandlung. Neues System bei EU-Verteilung von Flüchtlingen  18

3.       Brexit – Brexin: zwei Sprünge ins Ungewisse  18

4.       Die Rede von der Krise. In welche Muster politische Parteien Flüchtlinge einordnen  18

5.       Menschenschmuggel: Das einträgliche Geschäft 19

6.       Kritik. Integrationsgesetz bei Experten umstritten  19

7.       Selbstbetrug hilft nicht. Können wir bitte aufhören so tun, als sei die SPÖ an ihrer Flüchtlingswende gescheitert?  20

8.       Tunesien, Algerien und Marokko. Bundestag stimmt für Ausweitung der Liste sicherer Herkunftsstaaten  20

9.       Mehr gute Jobs. Warum TTIP & Co. Arbeitnehmern und Verbrauchern zugute kämen. 20

10.   Law Clinic. Studenten beraten gratis in Asylverfahren  21

11.   Verbesserte Förderung von Elektrofahrzeugen. Elektromobilität 21

12.   Studium nach der Flucht. Studie deckt Hürden und Fallen auf 22

13.   PRO ASYL, Rat für Migration und Paritätischer fordern zentrale Änderungen am geplanten Integrationsgesetz  22

14.   Tabakerzeugnisgesetz. Vor den Gefahren des Rauchens schützen  22

15.   Lesung in Frankfurt. „Tod eines glücklichen Menschen/ Morte di un uomo felice“  22

 

 

Il mondo che cambia

 

Tanti fatti recenti, un caleidoscopio di fatti imprevedibili, ci fanno conoscere personaggi nuovi, portatori di pensieri da decifrare e ordinare.

Ecco Sadiq Khan, nuovo sindaco di Londra. Figlio di immigrati provenienti dal Pakistan, ha oggi 45 anni. Si laureò in giurisprudenza, si è occupato spesso di diritti umani e discriminazioni nei confronti degli stranieri. Parlamentare del partito laburista britannico, è un musulmano e si dichiara laico. Significa che per la maggioranza dei residenti a Londra aventi diritto di voto, la religione, qualunque essa sia, non solo quella cristiana protestante anglicana, è un fatto privato che nulla ha a che fare con i rapporti dei cittadini con lo stato, non interferisce con i diritti e i doveri dei cittadini. In Italia Matteo Salvini, leader dei leghisti, immagina ed ha pubblicamente detto che un giorno questo sindaco si farà esplodere a Westminster Abbey. Indignate proteste sui giornali inglesi.

In compagnia di Matteo Salvini possiamo saltare oltreoceano per osservare il suo corrispettivo americano, Donald Trump, miliardario proveniente dal mondo dei macro dollari fatti con le attività immobiliari, noto soprattutto come showman nel mondo della televisione e per mogli di origine straniera, reginette di vistosa e appariscente bellezza. A furor di un popolo che, trascinato ed emozionato dalla sua pittoresca e aggressiva facondia, si è recato in massa alle urne, Donald Trump ha stracciato tutti gli altri concorrenti alla nomination del partito repubblicano per la presidenza. Vedendo lunghe file di gente che vanno alle urne per Trump e i suoi brillanti risultati, gli sconfitti di ieri si restringono oggi dietro a lui, nonostante fossero stati in passato profondamente critici nei suoi confronti, quando evidenziavano una sua estraneità di fondo ai valori del partito repubblicano. Lui vuole costruire mura, scacciare musulmani e messicani dalla sua terra privilegiata, punire le donne che scelgono di abortire, cancellare ogni traccia dell’odiata presidenza Obama e, soprattutto, diminuire la tasse dei ricchi, insaziabili di ricchezze.

Vecchia conoscenza Hillary Clinton, da cui non sono venute idee originali, lei vuole essere la prima donna sulla poltrona della sala ovale della Casa Bianca, e non ci resta che augurarci che ci arrivi, visto la non desiderabile alternativa. Apprendo oggi che, nel caso vincesse, darebbe al marito Bill incarichi nel settore dell’economia. L’altro concorrente ancora in gara per il partito democratico, Bernie Sanders, vince parecchio, ed energicamente seguita la sua predicazione umanitaria di origine socialista, condannando le troppo marcate differenze di stato economico ed evidenziando la povertà diffusissima nel mondo più ricco del pianeta.

E in Europa che succede? Anzi, nell’Unione Europea. Come al solito, pareggio di bilancio, riduzione del debito pubblico, tagli delle politiche sociali di lontana memoria, a cui si aggiunge la realtà nuovissima dell’accoglienza dei migranti, sempre più numerosi, sempre più disperati, sempre più bisognosi di accoglienza. Le scene dei barconi carichi di disperati alla deriva sul mare, mostrate dalle televisioni, non commuovono più nessuno.

Per le migrazioni, una noterella personale: insegnando la lingua italiana ad un gruppo di giovani uomini richiedenti asilo, provenienti da vari stati dell’Africa e dal Bangladesh, mi sono trovata in difficoltà nel far capire loro l’idea di planisfero, avendo a disposizione una carta geografica che rappresentava tutti i continenti. Debbo incominciare a spiegare che la terra è una sfera, difficile concetto astratto, meglio una bella palla opportunamente disegnata e colorata. Emanuela Medoro, de.it.press 16

 

 

 

Il patto della Ue per fermare l'arrivo dei migranti: sessanta miliardi per l'Africa

 

Il piano. La Commissione sta lavorando al progetto per lanciare il Migration compact proposto da Renzi. Il 7 giugno il via libera - di ALBERTO D'ARGENIO

 

Sessanta miliardi per l’Africa. È questa la difficile missione alla quale sta lavorando la Commissione europea per dare forma e sostanza al Migration Compact chiesto appena un mese fa da Matteo Renzi per fermare i flussi migratori. Da allora la proposta italiana — immaginata sulla falsa riga dell’accordo Ue-Turchia — è stata appoggiata da diversi leader. A partire da Angela Merkel e dal presidente dell'esecutivo comunitario Jean-Claude Juncker. Tanto che Bruxelles sta lavorando a un testo che sarà approvato dal collegio dei commissari Ue il 7 giugno e poi portato al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno alla ricerca del via libera da parte dei capi di Stato e di governo dei Ventotto. Un testo decisamente politico, la forma scelta è quella della Comunicazione da attuare poi con provvedimenti legislativi specifici, firmato da due vicepresidenti della Commissione: l'olandese Frans Timmermans e l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione, Federica Mogherini.

 

Proprio nelle ore in cui la crisi tra Italia e Austria si riacutizza e la sopravvivenza di Schengen resta in pericolo, le prime bozze messe a punto dalla Commissione iniziano a circolare tra le capitali (ovviamente Roma la più interessata) anche se si tratta di testi provvisori, passibili di profonde modifiche da qui al 7 giugno. Il nodo più spinoso è quello dei soldi, di come reperire i fondi per finanziare una serie di progetti per i singoli paesi di origine e di transito dei migranti in Africa in cambio dello stop ai flussi migratori. L'Italia aveva proposto gli Eurobond. I tedeschi, pur favorevoli all'idea di fondo del piano, li hanno bocciati rilanciando con una tassa sulla benzina. Idee che si sono annullate a vicenda con successivo mandato a Bruxelles di trovare la formula capace di mettere d'accordo tutti.

 

E la risposta della Commissione, se resterà in piedi da qui al 7 giugno, è comunque innovativa: si cerca di costituire un capitale di partenza capace di attrarre investimenti pubblici (governi o veicoli come la Cdp) che probabilmente non saranno contati nei deficit nazionali e investitori privati per finanziare i singoli progetti. Lo stesso metodo usato per il Piano Juncker che con un capitale di partenza di 21 miliardi ha già raccolto 100 miliardi di euro con l'obiettivo di arrivare a 315 per rilanciare l'economia Ue.

 

Le cifre sull'Africa sono inferiori, ma comunque di tutto rispetto visto che in queste ore a Bruxelles pensano di raccogliere dal bilancio della Commissione circa 4,5 miliardi capaci di essere moltiplicati fino a una sessantina appunto con investimenti dei governi nazionali o dei privati (per la Turchia sono stati stanziati 6 miliardi tra Ue e governi). Ma visto che investire in Africa è più rischioso che in Europa, la Commissione pensa anche ad un fondo assicurativo per compensare i rischi e rassicurare i potenziali investitori. Così come per l'Efsi, il salvadanaio del piano Juncker, sarà coinvolta la Banca europea per gli investimenti (Bei), i cui esperti sono già al lavoro per costruire il veicolo finanziario immaginato da Bruxelles e un fondo speciale per i piccoli progetti con un profilo di rischio particolarmente alto.

 

Al centro del piano i paesi del Sahel e del Corno d'Africa. Il suo funzionamento dovrebbe ricalcare lo schema proposto da Renzi, ovvero vincolare qualsiasi aiuto in cooperazione allo sviluppo e ogni singolo progetto per la creazione di infrastrutture, e dunque foriero di posti di lavoro e stabilità sociale, alla cooperazione sui migranti. L'Unione in cambio di pacchetti di investimenti creati su misura per ogni paese chiederà cooperazione nella gestione delle frontiere, anche costiere, accoglienza nei paesi di transito in campi gestiti anche dall'Unhcr. Inoltre gli europei vorranno un forte impegno ai paesi sicuri sui rimpatri dei propri migranti economici e nell'ospitare i richiedenti asilo. In generale, una stretta sui confini interni all'Africa, anche con personale europeo sul terreno, e la capacità di assorbire richiedenti asilo o migranti economici rimpatriati grazie a progetti di larga portata come le infrastrutture capaci di creare sviluppo, posti di lavoro e stabilità. L'unico modo per fermare i barconi in partenza verso le nostre coste, di evitare altre morti in mare e di bloccare la crisi politica europea su Schengen. Bruxelles cercherà di dare una gittata di lungo periodo al piano, visto che al netto di guerre e crisi umanitarie i flussi migratori sono destinati a rimanere alti per via della crescita demografica dell'Africa e dei cambiamenti climatici.

 

Ma per la Commissione e i governi alleati dell'Italia non sarà facile portare a casa il Migration Compact visto che diverse capitali del Nord e dell'Est sono pronte a contrastarlo. Per questo il 19 maggio i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania e Olanda hanno scritto una lettera a Federica Mogherini sostenendo il suo lavoro sull'Africa. Il significato politico

di questa lettera, visto da Roma, è il riconoscimento pieno di Parigi, Berlino e l'Aia del Migration Compact chiesto da Renzi. Dal punto di vista di Bruxelles è un rafforzamento politico del complicato lavoro portato avanti da Mogherini e Timmermans con il sostegno di Juncker. LR 22

 

 

 

 

Migranti, lettera di 4 ministri degli Esteri alla Mogherini: accelerare le iniziative nei paesi di origine

 

Lunedì i capi della diplomazia a dodici stelle si riuniscono a Bruxelles per parlare (anche) del problema dei rifugiati – di MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES  - Sul “Migration Compact”, il piano lanciato dall’Italia per curare il male delle migrazioni alla radice, si stampa il segno dei Quattro che contano. I ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia e Paesi bassi hanno scritto una lettera all’alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, per chiedere l’accelerazione delle iniziative nei paesi di origine e transito dei flussi di disperati, a partire da Sahel e nel Corno d’africa. Lunedì i capi della diplomazia a dodici stelle si riuniscono a Bruxelles per parlare (anche) del problema dei rifugiati. Il Consiglio, si suggerisce nella missiva, «potrebbe chiedere alla Commissione e al Servizio Esteri di definire un piano strategico e operativo basato su misure concrete per il bene, medio e lungo periodo». 

 

Gli sherpa della signora Mogherini ci stanno lavorando da tempo, al punto che - fra le altre cose - si ragiona su «un piano Juncker per l’Africa», un sistema che attraverso l’uso di finanziamenti europei dovrebbe servire attirare e moltiplicare investimenti privati nell’ex continente nero. L’idea è favorire lo sviluppo per limitare le tensioni economiche, sociali e politiche che alimentano il fuoco delle migrazioni. «Il Consiglio dei ministri degli esteri dovrebbe sfruttare il momento per ampliare l’impegno sulle questioni migratori», scrivono i Quattro. 

 

L’impegno deve «avere più dimensioni e un approccio integrato», afferma la lettera, vista da La Stampa. Sostiene l’approccio della Commissione per i pacchetti su misure e anche la proposta avanzata dalla signora Mogherini «una più ampia condivisione di responsabilità die singoli stati membri nel condurre dialoghi ad alto livello, soprattutto nella legione del Sahel e del Lago Ciad». Lo sforzo deve insomma essere di gran respiro, come del resto suggerisce il “Migration Compact” italiano. Collettivo e «realizzato attraverso sforzi tangibili per risolvere il problema delle migrazioni alle radici».  

 

Paolo Gentiloni, Frank-Walter Steinmeier, Jean-Marc Airault e Bert Koenders, invitano alla riflessione, in vista del vertice dei leader europei in programma a fine giugno che discuterà il problema. Tutti sperano non sia in vano. Così il primo punto stimola ad insistere sulla «cooperazione con le autorità di frontiera per lo cambio di informazione», ma anche di equipaggiamento e informazioni: si vuole aiutare i singoli stati a gestire in modo più efficace in confini, cosa che ora avviene solo parzialmente se non per nulla. Ne consegue (seconda proposta) che si tratta di «attivare entro l’estate» gli strumenti di “Capacity Building” già programmati dall’Ue proprio per «la gestione delle frontiere».  

 

Il terzo tassello richiede che gli stati terzi siano messi in condizione di rispondere efficacemente alla richieste di rimpatrio dei migranti illegali, nodo davvero cruciale: il mezzo sarebbe un migliorato sistema di registro civile e di digitalizzazione delle impronte prese. Si passa quindi ad interventi per «lo sviluppo dei sistemi dei paesi terzi nella gestione dei flussi migratori», di nuovo pensano alla gestione delle frontiere. E si arriva al quindi comandamento. Creare dei centri polivalenti per accogliere e controllare, vigilare e assistere, insieme con l’Unhcr e l’Oim, l’organizzazione internazionale per le migrazioni. Sono cinque titoli precisi. Ora bisogna che i governi nazionali scrivano gli argomenti che devono venire di conseguenza. Già a partire da lunedì, magari. LS 22

 

 

 

 

 

Cardinale Montenegro: hotspot galleggianti? “Grosso punto interrogativo, come li rimandano indietro?”

 

Hotspot galleggianti per identificare i migranti nel Mar Mediterraneo e rimpatriarli? “Un grosso punto interrogativo su fattibilità e conseguenze: una volta identificati come li rimandano indietro? C’è un parcheggio delle barche o un servizio taxi verso l’Africa?”: risponde al Sir con una battuta il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento (nella cui diocesi è anche Lampedusa) e presidente di Caritas italiana e della Commissione Cei per il servizio della carità e la salute, a margine di un convegno in corso alla Pontificia Università Urbaniana. Il riferimento è alla proposta di oggi del ministro Angelino Alfano, ripresa dalla Lega nord, di identificare i migranti soccorsi nel Mediterraneo direttamente sulle navi o su piattaforme marine “per non farli fuggire”. “Questa idea non entusiasma – precisa il cardinale Montenegro – anche perché siamo già scettici nei confronti degli hotspot europei, che non sono la soluzione migliore per affrontare il problema dei migranti”. Il presidente di Caritas italiana vuole aspettare di sentire i particolari del progetto “per dare un giudizio, al momento è un grosso punto interrogativo su fattibilità e conseguenze”.

“Non vorrei risultasse vera – dice – una vignetta che ho visto giorni fa: palazzi in cui si fa ‘bla bla’ e gente che affoga in mare facendo ‘glu glu’. Di parole se ne stanno dicendo tante, belle e meno belle. La realtà è che i morti continuano ad aumentare. Sarebbe ora di chiedersi: è necessario ancora parlare o sbracciarsi e fare qualcosa di concreto?”. A proposito dell’incendio appiccato di recente nel centro di Contrada Imbriacola a Lampedusa (l’ennesimo), il cardinale Montenegro commenta: “Chi ha affrontato viaggi così duri superandosi, quando sente che deve tornare indietro certo non batterà le mani o butterà le braccia al collo. A quel punto le reazioni rischiano di diventare incontrollabili”. La Chiesa locale a Lampedusa, precisa, “continua a fare il suo lavoro di accoglienza come ha sempre fatto, il problema è che la politica dovrebbe affrontare il fenomeno come un fatto durevole, non solo mettendo toppe qua e là”. Sir 19

 

 

 

 

Le comunicazioni del presidente Claudio Micheloni sulla missione svolta in Germania dal 28 al 30 aprile

 

Il viaggio si prefiggeva di approfondire l’organizzazione dei corsi di lingua e cultura italiana per i connazionali

 

ROMA – Si è riunito nella giornata di ieri il Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato. I membri del Comitato hanno eletto alla carica di vicepresidente, a seguito delle dimissioni del senatore Claudio Zin, Vito Rosario Petrocelli. A seguire il presidente del Comitato Claudio Micheloni ha illustrato gli esiti della visita svolta in Germania da una delegazione del Comitato dal 28 al 30 aprile scorso, con le senatrici Mussini e Montevecchi e il senatore Dalla Tor.

La missione, densa di incontri e di temi di discussione,  si prefiggeva di approfondire l’organizzazione dei corsi di lingua e cultura italiana per i connazionali che risiedono in Germania. La delegazione del Senato ha visitato, a Stoccarda, delle classi dove hanno luogo corsi a vario livello di apprendimento per gli studenti dei ginnasi e delle scuole professionali e frequentati da ragazzi tra gli 8 e i 17 anni.  Su questo punto Micheloni ha precisato come le lezioni si svolgano nel  pomeriggio o il sabato mattina presso le scuole pubbliche tedesche (con qualche difficoltà sull’utilizzo di alcuni supporti didattici) e le associazioni di connazionali. Micheloni ha anche ricordato come per la maggioranza degli alunni si tratti dell’unica vera possibilità di apprendere la loro lingua madre attraverso regolari corsi scolastici.

Il presidente del Comitato ha poi segnalato come, durante la visita al liceo bilingue di Stoccarda, i docenti abbiano illustrato i programmi di insegnamento e indicato le diverse difficoltà incontrate per assicurare la continuità didattica dei corsi di anno in anno. “Oltre agli insegnanti di ruolo, inviati direttamente dall’Italia attraverso il Maeci , - ha spiegato Micheloni - vi sono molti insegnanti assunti in loco dagli enti gestori per i quali è stata evidenziata la differenza nel trattamento professionale, che può dar luogo a facili incomprensioni”. Micheloni ha sottolineato come in Germania siano presenti anche quattro docenti in lingua 2 che fanno parte del progetto-pilota presso gli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana, dei giovani neo laureati con specifiche competenze didattico-metodologiche nell’insegnamento dell’italiano come lingua straniera che contribuiscono ad aggiornare e a presentare nuovi strumenti didattici, soprattutto interattivi, per i corsi di lingua e cultura italiana.

Per quanto riguarda la visita a Berlino Micheloni ha segnalato come la delegazione abbia partecipato ad una riunione in ambasciata con i responsabili dei principali enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana. In questo contesto gli enti gestori, che in Germania si interfacciano con le amministrazioni e i differenti sistemi scolastici di ciascun Land federale, hanno riportato dati poco confortanti relativamente alla scarsa partecipazione dei figli dei connazionali ai corsi di lingua e cultura italiana. I dirigenti scolastici di Berlino e Stoccarda, riferisce sempre Micheloni,  hanno inoltre rappresentato un altro dato allarmante che riguarda la cospicua presenza di alunni di origine italiana nelle scuole differenziali (Sonderschulen, ora chiamate Foerderschulen). Il presidente del  Comitato ha inoltre spiegato che, come è stato riscontrato anche in altre sedi, il problema principale per gli enti gestori è rappresentato dal contributo ministeriale i cui progressivi tagli degli ultimi anni e i ritardi nei tempi di erogazione compromettono seriamente la continuità didattica e logistica dei corsi di lingua e cultura italiana. Micheloni ha inoltre riferito come durante la missione i direttori degli istituti italiani di cultura di Berlino e di Stoccarda abbiano illustrato le loro attività e le azioni per la promozione e la diffusione della lingua italiana all’estero. Malgrado l’italiano non goda di ottima salute nel mercato delle lingue straniere in Germania, - ha spiegato Micheloni -  soprattutto tra i giovanissimi che preferiscono imparare oltre al francese e all’inglese lo spagnolo o il russo,  - si cerca comunque di introdurre l’italiano come terza o quarta lingua straniera nei curricula scolastici.

Il presidente ha rilevato come,  nell’ambito degli incontri con le autorità locali tedesche, sia emerso l’orientamento favorevole delle amministrazioni scolastiche regionali verso i corsi di lingua e cultura promossi dall’Italia identificati come un elemento di integrazione e di valorizzazione delle diversità linguistico-culturali.

Al termine del suo intervento Micheloni annunciato che è in è in corso di programmazione per la prossima settimana una audizione con il sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo Vincenzo Amendola ed un incontro con la rappresentanza del Consiglio generale degli italiani all'estero sulla riforma degli organi rappresentanza.

A seguire sono intervenuti i senatori Francesco Giacobbe (Pd) , Mario Dalla Tor (AP), Claudio Zin (Maie) e Aldo Di Biagio (AP)  sul rinnovato ruolo che deve svolgere la rappresentanza degli italiani all’estero per affrontare le nuove realtà dell’emigrazione. (Inform 18)

 

 

 

Immigrazione. Riformare Dublino per risvegliare l’Ue

 

Non si può negare che l’immigrazione abbia assunto un carattere strutturale nell’ambito del processo di integrazione europea. Essa tuttavia costituisce anche una “cartina di tornasole” per verificare il rispetto delle norme comunitarie (a partire dagli stessi Trattati), anzi della stessa identità dell’Unione, da parte di non pochi Paesi membri.

 

Non si tratta tanto del non rispetto dell’Accordo di Schengen - peraltro ormai “comunitarizzato” -, ma piuttosto di alcune norme che si possono, a giusto titolo, definire di natura costituzionale. Tra le più importanti quelle contenute negli articoli 2 e 3 del Trattato sull’Unione europea (Tue), 20 e 21, 77-80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione (Tfue), nonché gli articoli 1-6, 20-25. 35 e 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione.

 

Valori dell’Ue traditi

Le misure assunte da alcuni Paesi membri e il trattamento riservato ai migranti tradiscono i valori fondanti dell’Unione (solidarietà, dignità umana, libertà, uguaglianza), ma vanificano anche alcuni risultati importanti del processo di unificazione: la cittadinanza europea e la conseguente libertà di circolazione della persone (non più soltanto quella dei lavoratori, già sancita nei Trattati originari).

 

Il vero nodo resta sempre quello di un’efficace controllo delle frontiere esterne dell’Unione, che si sarebbe dovuto affrontare sin dall’avvio dello “Spazio Schengen” e che ora diventa urgente, improrogabile, sciogliere.

 

Al di là delle considerazioni strettamente giuridiche o ispirate a criteri umanitari, non si considera che la chiusura delle frontiere interne mette in percolo il funzionamento di tutto il mercato interno con conseguenti ingenti costi all’economia dell’Unione. Questa affermazione è confortata dalla recente dichiarazione del Ministro Pier Carlo Padoan: la crisi di Schengen è più pericolosa di quella dell’Euro.

 

Migration Compact

Il governo italiano e la stessa Commissione europea hanno di recente presentato interessanti proposte per far fronte, su nuove basi, alle crescenti immigrazioni dall’Est e dall’altra sponda del Mediterraneo, anche attraverso le modifiche ad alcuni strumenti normativi esistenti.

 

Il Migration Compact del nostro Governo punta su: un più efficace controllo delle frontiere esterne, con una Guardia costiera europea; una stretta collaborazione con i Paesi terzi per l’identificazione e per il rilascio dei documenti di viaggio; un supporto, anche finanziario, a questi Paesi nella gestione dei flussi finanziari; un nuovo sistema di asilo; la lotta ai traffici di esseri umani.

 

Per i profili finanziari si prevedono: un nuovo Strumento finanziario per l’azione esterna nel campo dell’emigrazione; migration bonds europei; un nuovo fondo per investimenti nei Paesi terzi. Quest’ultimo è particolarmente significativo, perché tende a risolvere all’origine il problema dell’emigrazione, avviando un processo di sviluppo economico nei paesi di origine.

 

Viene in mente il dibattito già negli anni ’60 sul contenimento dell’emigrazione all’interno della Comunità attraverso una politica di sviluppo regionale, anche al fine di rendere effettivamente “libera” (e non condizionata dal sottosviluppo di alcune regioni) la circolazione dei lavoratori comunitari.

 

Revisione del regolamento di Dublino 3

Accogliendo in parte la posizione italiana, le proposte della Commissione puntano ad una revisione del regolamento 604/13 sulla determinazione dello Stato membro competente per le domande di asilo (cd. “Dublino 3”), al fine di stabilire una più equa ripartizione dei pesi e delle responsabilità tra i vari Paesi membri; ad una maggiore armonizzazione delle procedure di asilo; alla modifica del mandato dell’Agenzia per l’asilo; al rafforzamento del sistema Eurodac; ad un sistema “strutturato” di reinsediamento.

 

In merito alla modifica del regolamento n. 604/13 va segnalato il lavoro svolto da alcuni studiosi di diritto europeo, coordinati dall’avv. Paolo Gonnelli, che hanno preparato una proposta di nuova disciplina della “protezione internazionale”, interamente sostitutiva del reg. n.604/2013.

 

Per esigenza di brevità se ne ricordano schematicamente i punti salienti.Si pone, innanzitutto l’accento sul rispetto della libertà di circolazione e stabilimento, all'interno dell'Unione europea, delle persone cui sia stata accordata la “protezione internazionale” (in modo da attenuare il timore che il riconoscimento di tale protezione da parte di uno Stato coincida con la permanenza definitiva dei beneficiari nel medesimo Stato).

 

Si richiede un’equa ripartizione fra tutti gli Stati dell’Unione dei costi inerenti alle procedure di esame delle domande di protezione internazionale(in modo che lo svolgimento di tali compiti non si accompagni a maggiori oneri per gli Stati che vi provvedono) e un conseguente meccanismo di “incentivi” a favore degli Stati che provvedono alla accoglienza temporanea dei richiedenti protezione e all'esame delle relative domande.

 

Si attribuisce la competenza ad esaminare le domande di protezione agli Stati richiedenti (eliminando del tutto il riferimento al paese di primo ingresso). Si prevede la possibilità di richiedere la protezione internazionale anche fuori del territorio dell’Unione europea (presso appositi centri da istituire in collaborazione con altri Enti internazionale in prossimità dei campi profughi o in aree relativamente sicure ad essi adiacenti; presso alcuni siti internazionali, quali Missioni Ue o rappresentanze diplomatiche previamente identificate; presso i valichi di frontiera terrestri, marittimi ed aeroportuali).

 

La proposta prevede l’identificazione dei richiedenti protezione nei luoghi in cui essa viene richiesta, l’esame della domanda di protezione e il trasporto degli stessi dal luogo di presentazione della richiesta al Paese accogliente mediante “canali umanitari” (con mezzi di trasporto terrestri, aerei o navali).

 

Questa proposta può apparire provocatoria - e in larga misura vuole esserlo - nei confronti di alcuni Paesi comunitari, che si oppongono con ogni mezzo ai flussi migratori, ma è venuto il momento di lanciare pietre nello stagno dell’attuale politica europea. “C’è da chiedersi dove è finita l’Unione che I suoi “padri costituenti” avevano disegnato e, soprattutto dove è finita la nostra umanità”.

Vincenzo Guizzi, AffInt 16

 

 

 

 

Proposta di legge: il 12 ottobre Giornata nazionale degli Italiani nel mondo

 

ROMA - Una Giornata nazionale dedicata agli italiani nel mondo. Questo è l’oggetto di un disegno di legge che alla Camera ho presentato assieme agli altri colleghi del Pd eletti all’estero. Se approvato, il 12 ottobre di ogni anno si celebrerà in Italia e all’estero la Giornata nazionale degli italiani nel mondo, nella quale nei canali di informazione, nella comunicazione, nelle scuole di ogni ordine e grado, negli adempimenti istituzionali le esperienze e il ruolo degli italiani all’estero saranno richiamati all’attenzione della pubblica opinione.

Le ragioni di questa iniziativa sono intuibili e, comunque, si possono riassumere in questi termini. L’Italia in alcuni momenti cruciali della sua storia contemporanea, come durante la modernizzazione del periodo giolittiano, la ripresa economica e sociale del primo dopoguerra, la liberazione dal fascismo, la ricostruzione successiva alla seconda guerra mondiale, il boom economico, ha avuto dai suoi emigrati un aiuto sostanziale. Si tratta, dunque, prima di tutto di un riconoscimento etico dovuto, che va al di là del ricordo del sacrificio del lavoro degli italiani nel mondo, opportunamente istituito dal ministro Tremaglia.

In secondo luogo, la memoria della nostra storia d’emigrazione sta regredendo progressivamente tra le giovani generazioni, anche nelle realtà in cui la vicenda emigratoria è stata più profonda e diffusa. Le evocazioni dell’informazione di ritorno sugli italiani all’estero hanno prodotto risultati poveri e alterni. L’istituzionalizzazione di una giornata dedicata all’Italia fuori d’Italia sarà l’occasione per parlarne nelle scuole e nei canali di informazione e per valorizzare agli occhi dell’opinione pubblica e presso i ceti dirigenti la funzione che essa può avere per la proiezione del Paese nel mondo, per la sua ricollocazione in ambito globale e per le politiche di internazionalizzazione.

L’Italia, inoltre, sta vivendo un particolare momento che la porta ad essere allo stesso tempo un Paese di immigrazione e di nuova emigrazione, qualitativamente diversa rispetto a quella del passato. Il grande retroterra emigratorio che il Paese possiede è un bacino inesauribile di esperienze di integrazione, di multiculturalità e di rapporti interculturali al quale essa può attingere, senza schematiche ripetizioni ma con attenta sensibilità di conoscenza e di analisi, per affrontare la transizione sociale e culturale che stiamo attraversando e adottare le misure più ragionate ed efficaci per l’integrazione dei “nuovi italiani”. 

In più, il richiamo costante nel tempo all’incidenza che le migrazioni hanno avuto e hanno nella storia del Paese consente di riflettere in modo collettivo sull’entità e sulle forme della nuova emigrazione per richiamare da un lato l’attenzione sui servizi necessari per sostenere lo sforzo di coloro che lasciano l’Italia per insediarsi altrove, per non perdere dall’altro i contatti con ricercatori, professionisti, imprenditori e giovani formatisi nelle nostre scuole che possono rappresentare un valore aggiunto a livello internazionale.

La scelta del 12 ottobre, aperta comunque a diverse ipotesi che possano emergere durante l’iter parlamentare, è legata al fatto che tale data, nella tradizione dell’emigrazione transoceanica, è fortemente evocativa del mito colombiano, che per le nostre comunità emigrate da lungo tempo è un simbolo identitario e di affermazione della propria peculiarità storica e culturale.    

Rappresentare, divulgare e valorizzare in Italia e all’estero le esperienze, le attività e il contributo sociale apportato dai cittadini italiani all’estero nel campo della cultura e della lingua italiane, della ricerca scientifica, delle attività imprenditoriali e professionali e della solidarietà internazionale è un riconoscimento dovuto a chi ne è stato protagonista e una forte spinta all’integrazione e, di conseguenza, alla coesione sociale e culturale del nostro popolo. E’ questo il senso più profondo di questa mia iniziativa legislativa. (Inform 19)

 

 

 

 

Il Gruppo interparlamentare di amicizia Italia Germania, presieduto da Laura Garavini, in visita al Bundestag

 

"Sono contenta di poter contribuire, nel mio ruolo di Presidente dell’Intergruppo di amicizia italo-tedesco, a un sempre più stretto scambio di esperienze in ambito parlamentare fra i diversi Paesi. Questa settimana, con una delegazione di colleghi italiani, siamo stati in missione a Berlino, ospiti del Bundestag e del mio omologo, Lars Castellucci. Abbiamo incontrato una serie di interlocutori del Governo, del Parlamento e di realtà economico-sindacali tedesche, con i quali ci siamo confrontati sulle principali riforme messe in campo nei rispettivi Paesi negli ultimi anni, in particolare la riforma del lavoro.

 

Preannunciata nel 2000 e scritta nel 2003, la cosiddetta Agenda 2010 adottata in Germania iniziò a produrre effetti solo nel 2010, anno in cui si rilevò un calo dei disoccupati, dopo che nei due anni precedenti si era assistito invece ad un incremento della disoccupazione. Dunque furono necessari ben dieci anni per iniziare a vedere i primi risultati positivi della riforma. Inoltre si riscontrò un proliferare di lavori precari (Minijobs, EinEuroJobs, IchAG) superati solo recentemente dalla introduzione del salario minimo. Inutile nascondere l'orgoglio provato dall'intera delegazione italiana nel riferire che a soli due anni di distanza dal voto del nostro Jobs Act, possiamo vantare quasi mezzo milione di nuovi posti di lavoro, la maggior parte dei quali a tempo indeterminato."

 

Lo ha detto Laura Garavini, di ritorno dalla missione al Bundestag, a capo della delegazione costituita dai colleghi Daniel Alfreider, Marco Causi, Giampaolo Galli, Gianni Farina, e dai Senatori Francesco Molinari e Luis Orellana. De.it.press 16

 

 

 

 

Ricerca sugli italiani a Francoforte e dintorni

 

La Biblioteca Italiana di Francoforte inform ache, a due anni di distanza dall´ultima volta, è tornato in città Giuseppe Martino, un giovane ricercatore che da allora, fra molte difficoltà, sta conducendo uno studio sull´emigrazione italiana specificamente a Francoforte e dintorni. In questa fase l´interesse è concentrato in particolare sui residenti non nati qui e non figli di una precedente immigrazione, anche se la ricerca è aperta a tutti i giovani connazionali.

 

Per concludere il suo studio ha bisogno della nostra collaborazione. Si prega di girare ai propri contatti questa informazione e, se vi sono le condizioni, partecipare in prima persona:

1) rispondendo al seguente breve questionario: http://goo.gl/forms/8b6nHq4lNn

 

2) laddove possibile, sarebbe per Giuseppe molto utile realizzare un´intervista di persona. In tal caso sarà sufficiente concordare con lui un incontro, il suo indirizzo è giuseppe.martino@unical.it

Massimiliano Angelucci, di Francoforte, l´ha già fatta e dice che è stato interessante parteciparvi. “Lui è venuto qui esclusivamente per conoscere le nostre storie e credo che questa ricerca sarà utile anche per noi comunità italiana a Francoforte e dintorni. Quindi vi prego – è il suo invite - di partecipare numerosi”. De.it.press

 

 

 

 

 

L‘11 giugno Nando dalla Chiesa ad Amburgo per parlare del ruolo delle donne nella lotta contro la Mafia

 

AMBURGO - Il prossimo 11 giugno Nando dalla Chiesa sarà ad Amburgo per parlare del ruolo delle donne nella lotta contro la Mafia. “Le Ribelli - Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore” il libro di Dalla Chiesa che sarà il filo conduttore dell’incontro organizzato dal DICA - Donne Italiane Coordinamento Amburgo - e ReteDonne, in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo e il Consolato Generale di Hannover e l’associazione ID che lo ospiterà nella sua sede (Hospitalstrasse 111, Haus 7 - 22767 Hamburg) a partire dalle 19.00.

“Nella storia della lotta contro la mafia emergono alcune figure femminili, che con la dolorosa perdita di affetti importantissimi, rompono con il sistema e diventano le protagoniste di un durissimo conflitto sociale ed autrici di una nuova società civile”, spiega il Dica citando le sei donne protagoniste del libro. “La loro voce è dolore, speranza e domanda di giustizia. Sei donne, la loro vicenda personale ed uno spaccato di storia del paese: Francesca Serio, la madre del sindacalista contadino Salvatore Carnevale; Felicia Impastato madre di Peppino, giornalista e attivista siciliano, ucciso dalla mafia il giorno in cui fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma; Saveria Antiochia, la madre del poliziotto Roberto, che in licenza faceva da scorta al commissario Ninni Cassarà; Michela Buscemi, due fratelli vittime di Cosa Nostra, costituitasi parte civile al maxiprocesso di Palermo; Rita Atria, sorella di Nicola, diciassettenne collaboratrice di Borsellino, suicida dopo la strage di via D'Amelio; Rita Borsellino, sorella del giudice, da farmacista passa a dedicarsi completamente alla lotta per la legalità fino ad assumere importanti incarichi politici”.

Il libro, edito da Melampo Editore, Milano 2006, è solo il punto di partenza per parlare di un tema al quale Dalla Chiesa dedica da anni la sua attenzione, ricerca e sensibilità. Recentissima la sua relazione all’università di Aahrus “Le donne nel movimento antimafia in Italia” (29 aprile 2016).

Nando Dalla Chiesa è professore di Sociologia economica all’Università degli studi di Milano, dove è titolare di quattro corsi, trai quali “Sociologia della criminalità organizzata”, da lui stesso creato. È giornalista, politico, editorialista e fondatore del movimento "Società Civile".

A dare voce alle sei “ribelli” saranno Eleonora Cucina, Rafaella Braconi, Nina Lepori, Elena Nasello, Veronica Scortecci e Rossella Sorce. (dip) 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia 

 

Radio Colonia va in onda ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 19 alle 20, sulle frequenze di Funkhaus Europa e in streaming in internet.

 

19.05.2016. È morto Marco Pannella

È stato uno dei protagonisti delle battaglie civili degli ultimi cinquant'anni per cambiare l'Italia: Marco Pannella, leader del partito radicale, è morto a 86 anni.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/morto-marco-pannella-100.html

Attentato sempre più probabile

Il ministro dell'aviazione egiziana Sherif Fahrty propende più per l'ipotesi attentato che per l'incidente. L'MS804 della compagnia Egyptair si è inabissato questa notte nel mar Egeo dopo aver compiuto brusche virate. I militari egiziani hanno annunciato il ritrovamento del relitto.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/incidente-compagnia-egyptair-100.html

Matteo Metullio

A soli 25 anni è diventato il più giovane cuoco stellato d'Italia. Il suo ristorante è tra le montagne della Val Badia, in Alto Adige, ma i suoi piatti si basano sui migliori ingredienti provenienti da tutta Italia. E non solo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/a-tavola/matteo-metullio-cuoco-100.html

 

18.05.2016. Endkadenz italiana

"Endkadenz" è il sesto disco dei Verdena. La band bergamasca è venuta a trovarci in studio dopo il "tutto esaurito" dei loro concerti in Italia. Ora con il loro rock alternativo si apprestano a conquistare l'Europa. Le prossime date in Germania sono Monaco (21.5), Berlino (26.5) e Amburgo (27.5). In studio ci hanno parlato di loro e suonato due brani. Ascoltali e guarda il video!

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/verdena-endkadenz-rock-alternativo-100.html

I tormenti della SPD

Nonostante la SPD abbia voluto il salario minimo garantito e altre riforme sociali, il partito continua a perdere consensi. I mea culpa di Sigmar Gabriel non bastano, mancano idee e visioni.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/spd-gabriel-crisi-102.html

Memorie migranti

Cosimo Viva, a Francoforte dal 1961, ha avuto una vita non facile, fatta di grandi sacrifrici ma anche di soddisfazioni. Il suo libro “Presciu e chiantu - gioia e pianto. Storia di un emigrante” prova a raccontarcela.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/libro-memorie-migranti-100.html

 

17.05.2016. Nascite al minimo

Nel 2015 in Italia ci sono state meno di mezzo milione di nascite. Mai così poche dall'Unità d'Italia. Un crash demografico, ma che non arriva a caso perché è il risultato di decenni di mancanza di politica per le famiglie.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/calo-demografico-italia-100.html

Il caos delle adozioni

Le coppie italiane adottano sempre meno: i costi elevatissimi e i tempi biblici del percorso adottivo sono scoraggianti. Mentre la Commissione Adozioni Internazionali latita.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/adozioni-difficili-italia-100.html

Il treno dei vini dell'Etna

Il treno dei vini dell'Etna porta in viaggio attraverso le più belle cantine del vulcano siciliano, per scoprirne i profumi, i sapori e le antiche tradizioni.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/etna-treno-vini-100.html

 

16.05.2016. Max Gazzè

È iniziato il tour europeo di Max Gazzè. Stasera (16 maggio) suona a Colonia, la prima delle cinque tappe tedesche. Il cantautore è venuto a trovarci nei nostri studi poco prima del concerto.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/max-gazze-tour-100.html

I santi di ghiaccio

L'inverno combatte fino all'ultimo prima di cedere definitivamente il posto alla primavera. La saggezza popolare chiama "i santi di ghiaccio" questo colpo di coda dell'inverno, i meteorologi ne danno una spiegazione.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/santi-di-ghiaccio-102.html

 

13.05.2016. Censura 2.0

Invece di selezionare le notizie con un algoritmo automatico, Facebook cancellerebbe quelle politicamente sgradite spingendo in alto ciò che preferisce. Dal blog Gizmodo arriva l'accusa di manipolazione ai danni delle news dei media conservatori-repubblicani.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/facebook-manipolazioni-100.html

Ragazze ribelli

Non principesse, ma donne straordinarie, realmente vissute e che hanno fatto della propria vita qualcosa di veramente speciale. Sono le "Good Night Stories for Rebel Girls". Così Elena Favilli e Francesca Cavallo vogliono sconfiggere gli stereotipi di genere.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/goodnight-stories-rebel-girls-100.html

Da Berlino al talent italiano

Ivan Dalia, pianista che vive tra Berlino e Napoli, sta per affrontare la finale di "Italia's got talent". Ci ha raccontato come sta vivendo quest'esperienza.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/little-italy/ivan-dalia-pianista-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html  RC/Dip

 

 

 

 

 

 

Un “tour bavarese”.  Dalla leadership dei partiti ai partiti del leader (1946-2016): 70 anni di Repubblica italiana

 

Il 2 giugno è la festa nazionale per eccellenza: rappresenta la Repubblica e le sue istituzioni, il suo passato e il suo futuro. Quale occasione migliore quindi, per parlare dei dibattiti attuali sulle istituzioni italiane, che il 70mo anniversario della Repubblica?

 

Per fare questo abbiamo invitato Riccardo Brizzi, Professore di storia contemporanea dell’Università di Bologna, a parlarci delle differenze tra le cosiddette Prima e Seconda Repubblica, dell’evoluzione del ruolo di leader e partiti nella politica italiana e della recente riforma del Senato sulla quale saremo chiamati a votare nel referendum di Ottobre.

 

Per invitare a questa “festa della Repubblica” più persone possibili e coinvolgere studenti e ragazzi dei licei abbiamo organizzato un “tour bavarese” che comprenderà le seguenti città:

 

-          München 30.Maggio dalle 18.00 alle 20.00

-          Erlangen, 31. Maggio dalle 16.00 alle 18.00

-          Bamberg, 1 Giugno dalle 10.00 alle 12.00

-          Augsburg, 2 Giugno dalle 18.00 alle 20.00

 

Le conferenze si terranno in lingua italiana, con la possibilità di fare alla fine domande al relatore o in italiano o in tedesco. L’entrata è libera!

 

Per ulteriori informazioni sulle singole conferenze, visitate il sito: www.vollmar-akademie.de 

 

Tutti gli eventi sono realizzati con la gentile collaborazione dei lettori di italianistica delle relative università e col patrocinio del Consolato Generale di Monaco di Baviera.

Ulteriori informazioni: Tel: 08851-7834. www.vollmar-akademie.de.

Carmen Romano, Bildungsmanagement Georg-von-Vollmar-Akademie e.V.

dip

 

 

 

 

 

Antonella (Neliah) Di Ganci vince il Festival della Canzone Italiana di Stoccarda

 

Stoccarda. È bagherese la vincitrice di CANTA ITALIA 2016, il prestigioso Festival della Canzone Italiana a Stoccarda. Antonella (Neliah) Di Ganci, avviata alla musica dal padre sin da giovanissima calca i palcoscenici siciliani, fino a ritrovarsi dal 2012 un italiana, in questo caso una siciliana in Germania. Un po’ per necessità, un po’ per seguire l´amore ed un po’ per concretizzare i suoi sogni, da qualche anno è un punto di riferimento per l´attento e affezionato ormai pubblico tedesco. Fino ad arrivare all´altra sera, il 14 Maggio 2016 dove presso il Bürgerhaus Möhringen di Stuttgart si son tenute le finalissime di CANTA ITALIA, il Festival che promuove la lingua italiana attraverso la canzone, ideato dal produttore Francesco Maggio per ARCES KULTUR, e realizzato in collaborazione con le ACLI Baden Württemberg e Televideoitalia.de. Una giuria d´eccellenza composta da Barbara Golini (poetessa e docente), Pino Tabbì (presidente ACLI Baden Württemberg), Dino Saieva (direttore Artistico dell´Accademia della Canzone Italiana in Germania), Elisa Viscarelli (pianista diplomata al Conservatorio S. Cecilia di Roma) e Marco Augusto (cantautore e moderatore della serata), hanno stabilito unanimemente di attribuire il prestigioso premio ad Antonella (Neliah) Di Ganci. Un eccellenza siciliana, italiana ed oramai anche orgoglio di Germania. Una voce che ha impietrito il pubblico tedesco, una vittoria assai meritata ed accettata a pieno dagli altri concorrenti, tanto da farci riportare, per concludere, il commuovente pensiero di uno di loro: “Neliah, una voce grande, immensa è la voce di Canta Italia 2016, ed io ne sono fiero perché: ha umiltà, amore per gli altri, dolcezza infinita. Porta sol palco tutto quello che un artista può portare, con in più quel qualcosa che davvero fa la differenza: la semplicità di chi ha il sangue mediterraneo e l´anima libera della nostra terra. Lei che si lascia andare alle lacrime e non riesce più a cantare nonostante sia una professionista affermata ed amata dal pubblico, lasciando spazio all´anima ancor prima che all´esibizione. Antonella Di Ganci, rappresenti al meglio la nostra Italia…”. Carmela Cocci, Arces 18

 

 

 

Alcuni appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 27 maggio, c/o Libreria ItalLIBRI (Nordendstr. 19, München)

Mostra fotografica "Valsesia. Volti d'Alpeggio" del fotografo Lorenzo Di Nozzi

Ingresso libero. Organizzatori: Libreria ItalLIBRI e Anna Conti Artists Agency

Maggio 2016 - Mai 2016

lunedì 30 maggio, ore 17:00-22:00, c/o Münchner Künstlerhaus (Lenbachplatz 8, München) "Gourmet's Italia 2016". Evento dedicato a promuovere le eccellenze delle produzioni vinicole ed alimentari di tutta l'Italia presso il trade tedesco ed austriaco. Per informazioni: www.gourmetsitalia.de. Ingresso: € 20,-

Organizza: Camera di Commercio Italo-Tedesca München-Stuttgart e.V.

* lunedì 30 maggio, ore 18:00, c/o Ludwig-Maximilians-Universität München, Aula M010 (Geschwister-Scholl-Platz 1, München) "Dalla leadership dei partiti ai partiti del leader (1946-2016): 70 anni di Repubblica Italiana" con Prof. Riccardo Brizzi (storico, Univ. Bologna). In italiano, con la possibilità di fare domande in tedesco. Ingresso libero. Organizza: Georg-von-Vollmar-Akademie e.V., in collaborazione con Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera, Ludwig-Maximilians-Universität München

* lunedì 30 maggio, ore 19:00-20:30, c/o Bürgerhaus Neuburger Kasten, stanza 22, 2 piano (Fechtgasse 6, Ingolstadt) 2. Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano)

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* martedì 31 maggio, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt) Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio.

Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* martedì 31 maggio, ore 16:00, c/o Friedrich-Alexander Universität, Aula KH 0.016 (Universitätsstr. 15 - Erlangen) "Dalla leadership dei partiti ai partiti del leader (1946-2016): 70 anni di Repubblica Italiana" con Prof. Riccardo Brizzi (storico, Univ. Bologna). In italiano, con la possibilità di fare domande in tedesco

Ingresso libero. Organizza: Georg-von-Vollmar-Akademie e.V., in collaborazione con Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera, Friedrich-Alexander Universität Erlangen-Nürnberg

* martedì 31 maggio, ore 19:30, c/o Ristorante "il Sorriso" (Gotthardstr. 8, München) "Tristano e Isotta. La letteratura tedesca: misteri e meraviglie"

con Patrizia Mazzadi. In italiano e Tedesco. Segnalare la propria partecipazione a mbast68@googlemail.com. Organizza: Lions Club "Mediterraneo" di Monaco

* mercoledì 1 giugno, ore 10:00, c/o Universität Bamberg, Aula KR12/00.16 (Am Kranen 12, Bamberg) "Dalla leadership dei partiti ai partiti del leader (1946-2016): 70 anni di Repubblica Italiana" con Prof. Riccardo Brizzi (storico, Univ. Bologna). In italiano, con la possibilità di fare domande in tedesco

Ingresso libero. Organizza: Georg-von-Vollmar-Akademie e.V., in collaborazione con Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera, Universität Bamberg

* giovedì 2 giugno, ore 18:00, c/o Universität Augsburg, Aula 2106 (Universitätsstr. 10 - Gebäude D, Augsburg) "Dalla leadership dei partiti ai partiti del leader (1946-2016): 70 anni di Repubblica Italiana" con Prof. Riccardo Brizzi (storico, Univ. Bologna). In italiano, con la possibilità di fare domande in tedesco

Ingresso libero. Organizza: Georg-von-Vollmar-Akademie e.V., in collaborazione con Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera, Universität Augsburg

* giovedì 2 giugno, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "In grazia di Dio" (Regia: Edoardo Winspeare, Italia, 2013 - OMU). Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

* venerdì 3 giugno, ore 18:00-20:00, c/o Gasteig, Raum 3145 (Rosenheimerstr. 5, München) Incontro italiano: "Un luogo meraviglioso - piazza dei Miracoli a Pisa". A cura di Marinella Vicinanza. Ingresso: € 7,-. Organizza: Münchner VHS

* sabato 4 giugno, ore 11:00-13:00, c/o Bürgerhaus Pfersee (Stadtberger Str. 17, Augsburg) "Facciamo due chiacchiere". Tema: Federico II di Svevia, cosa sappiamo di questo imperatore? Conduce: Filippo Romeo. Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

* sabato 4 giugno, ore 14:00-18:00, c/o Cafeteria-Bürgerhaus Neuburger Kastem (Fechtgasse 6, Ingolstadt) Newcomers Network Party. Festa di accoglienza per tutti i nuovi italiani e italofoni. Esperti saranno disponibili per rispondere alle vostre domande su casa, lavoro, scuola, assicurazioni, salute, pensioni, contratti, burocrazia, ecc. Programma:

o 14:15-14:30: saluto di Silvana Sciacca e Daniela Di Benedetto

o 14:30-14:50: presentazione di Spazio Italia e Italclub Ingolstadt e.V.

o 15:00-15:30: salute e sistema sanitario

o 15:30-15:50: differenze culturali, aspetti burocratici, assistenziali

o 16:00-16:20: aspetti legali dei contratti di lavoro e di affitto

o 16:30-16:50: diritti sociali e pensioni

o 17:00-17:20: scuola ebilinguismo

o 17:30-17:45: assicurazioni varie

o 17:45-17:55: sportello del cittadino

Organizza: Comites di Monaco di Baviera, in collaborazione con Spazio Italia Ingolstad e Italclub Ingolstadt

* domenica 5 giugno, ore 11:30, c/o Staatliche Antikensammlung (Königsplatz, München) Visita in italiano alla mostra "Die Etrusker. Von Villanova bis Rom"

Con Maria Eleonora Tamburini. Costo: € 10,- (non è compreso il biglietto d'ingresso). Iscrizione almeno 5 giorni prima della visita (8-14 partecipanti)

Per informazioni e iscrizioni: Tel. 089-75632122 e corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: IIC di Monaco di Baviera e Forum Italia e.V.

* domenica 5 giugno, ore 16:00, c/o Chiesa del Münster (Ingolstadt)

S. Messa in lingua italiana; ore 17:00, c/o Sala parrocchiale della Chiesa del Münster (Kupferstr. 30, Ingolstadt) Riunione dell'Associazione "Italclub Ingolstadt e.V." Organizza: Italclub Ingolstadt e.V. Claudio Cumani/de.it.press

 

 

 

 

Luigi Brillante rieletto per “Europa Liste” al consiglio comunale di Francoforte sul Meno

 

Il connazionale si rallegra per l’incremento dei consiglieri di origine straniera eletti lo scorso 6 marzo. Delusione per la mancata elezione di un secondo consigliere italiano. Gli aggiornamenti sui lavori della nuova amministrazione cittadina

           

FRANCOFORTE – Rieletto al consiglio comunale della città di Francoforte sul Meno per “Europa Liste” Luigi Brillante, che segnala come il lavoro politico dell’organismo non sia di fatto ancora iniziato, essendo in corso il completamento di questioni “formali” come l’elezione delle cariche all’interno del consiglio. Brillante, unico italiano a sedere nel consiglio, prevede per il governo della città una coalizione tra Cdu, Spd e Verdi.

Nonostante la delusione per la mancata elezione di un secondo o più consiglieri italiani, insuccesso dovuto in larga parte – rileva Brillante – all’astensione dei connazionali alla consultazione del 6 marzo scorso, un “piccolo è successo” è stato però l’incremento di consiglieri di origine straniera eletti in questa legislatura: 15, 3 in più rispetto all’organismo uscente. Un risultato che per l’esponente di Europa Liste conferma la progressiva maturazione della consapevolezza della necessità di coinvolgere nell’amministrazione della città anche la componente di origine straniera della popolazione locale (circa la metà del totale), per cui si spende lo stesso Brillante. Ancora pochi – secondo Brillante – i consiglieri di origine straniera nella Cdu, mentre la loro elezione si è avuta sia nelle liste della Spd che della Linke.

Il connazionale segnala inoltre come nella più recente seduta del nuovo consiglio sia stato inserito quale punto all’ordine del giorno, per iniziativa dei Verdi, il tema della scuola, che grande importanza riveste per l’integrazione delle nuove generazioni nella società di accoglienza. Oggetto della discussione, in particolare, il ruolo di insegnanti e autorità scolastiche nell’indirizzare e suggerire alla famiglia quale tipo di formazione scegliere per i bambini che in quarta elementare, all’età di 10 anni, devono decidere per la scuola secondaria, facoltà di indirizzo sostenuta sia dai Verdi che dalla Cdu. Brillante ritiene invece che spesso tale pratica si traduca nello scoraggiare l’iscrizione dei bambini con una storia familiare di tipo migratorio nei ginnasi, percorso che garantisce l’accesso all’università e quindi una collocazione lavorativa migliore e più qualificata. Nel corso del suo intervento egli ha ribadito il suo punto di vista, segnalando come ancora oggi il numero di bambini di origine straniera che riesce ad ottenere la maturità sia la metà di quello dei bambini tedeschi. Per questo egli ha annunciato di voler ripresentare la sua istanza che chiede di sapere quanti scolari che non abbiano frequentato il ginnasio già dalla quinta elementare riescano a conseguire la maturità, richiesta già formulata nella scorsa legislatura ma senza esito. L’appello rivolto ai genitori è quello di sostenere i propri figli, se si ritiene che essi possano frequentare il ginnasio, indipendentemente dai consigli degli insegnanti. (Inform)

 

 

 

Monaco di Baviera: concerto benefico a favore dell'associazione Bidibì per la scuola bilingue Leonardo da Vinci

 

Scrivo in merito a una pregevole iniziativa che il Lions Club München Mediterraneo, che presiedo durante quest'anno sociale, ha organizzato il 9 giugno alle 19 pv presso una delle più belle e antiche sale presenti nella residenza reale di Monaco di Baviera, la Max Joseph Saal di Residenz con l'ingresso di 25 euro a persona. Si tratta di un concerto benefico a favore dell'associazione Bidibì per la scuola bilingue Leonardo da Vinci che contribuisce all'integrazione degli italiani a Monaco di Baviera, esportando il meglio dell'Italia: i nostri bambini e il loro futuro. 

 

La scuola, che aprirà il ginnasio il prossimo settembre, merita attenzione anche perché, essendo “inclusiva”, consente ai bambini diversamente abili di avere una propria insegnante che li sostiene nel percorso scolastico, essendo inseriti in classi tradizionali, piuttosto che isolati nelle classi differenziali, come prevede il sistema scolastico bavarese. 

 

La scuola è frequentata anche da bimbi tedeschi, i cui genitori riconoscono la validità del progetto e le enormi opportunità per i propri figli di crescere bilingue in un ambiente sereno dove potersi sviluppare al meglio, in base alle proprie capacità e inclinazioni. 

 

Siamo molto contenti d'aver ricevuto il patrocinio del Consolato Generale d'Italia per la serata. Il programma prevede il Don Camillo Chor che canterà a cappella e due eccezionali pianisti, Sara Asnaghi e Andrea Carlassara che suoneranno a quattro mani. Al termine verrà offerto un buffet italiano.

 

Grazie alla generosità dei nostri Sponsor daremo vita a una bella serata in cui stile tedesco e fascino italiano saranno perfettamente coniugati, nella splendida cornice della Max Joseph Saal.

 

È l'evento più importante dell'anno per il nostro Lions club che, seppur giovane, è estremamente motivato nel farsi conoscere e apprezzare nella comunità italo tedesca. Nel ringraziarla ancora una volta, mi consideri a disposizione per chiarimenti o ulteriori informazioni. Valentina Palmieri, dip

 

 

 

 

 

Germania, "bavaglio" alla poesia anti-Erdogan: il Tribunale di Amburgo censura alcuni passi

 

I giudici tedeschi accolgono, ma solo in parte, la denuncia del presidente turco contro il comico Jan Boehmermann. Vietate frasi con riferimenti sessuali "lesivi dell'onore". Il legale dell'autore: "Errore estrapolare testi da contesto satirico"

Il tribunale di Amburgo ha emanato la prima decisione nei confronti della poesia satirica su Recep Tayyip Erdogan declamata dal comico della Zdf, Jan Boehmermann, vietandone la riproposizione di alcuni passaggi. Lo ha reso noto lo stesso tribunale. I passaggi incriminati sono quelli in cui Boehmermann fa riferimento esplicito a rapporti di natura sessuale. I giudici di Amburgo hanno ritenuto che nel complesso la poesia si configuri come un' opera di natura satirica, ma i passaggi con riferimenti sessuali sono lesivi dell'onore del presidente. 

Una "decisione sbagliata", così l'ha definita il legale del comico tedesco, ritenendo "un errore estrapolare alcune frasi dal contesto satirico".

 

Da settimane, il “caso Boehmermann” è molto di più di una querelle diplomatica tra Germania e Turchia, dopo gli strali del comico che ha composto un poemetto intitolato "Critica diffamatoria" fortemente critico nei confronti del presidente turco. Versi anti-Erdogan declamati il 31 marzo nel popolare show televisivo 'Neo Magazin Royale' trasmesso dall'emittente pubblica Zdf.

La reazione di Erdogan è stata rapida: querela e citazione in giudizio del comico ostile. E Ankara era già molto irritata, con tanto di convocazione dell'ambasciatore tedesco, dopo un altro caso, quello della canzone rap “Erdowie, Erdowo, Erdogan”, ritenuta anche in questo caso lesiva dell'onorabilità del governo turco. 

 

Dopo la denuncia e relativa accusa di "insulti a un rappresentate di uno Stato straniero", con due diverse azioni penali, una richiesta da Ankara e una personale di Erdogan, il governo di Berlino lo scorso 15 aprile, ha dato un pò a sorpresa dato il via libera al processo. A seguito di ciò, lo stesso Boehmermann aveva deciso di sospendere la sua trasmissione. LR 17

 

 

 

 

Berlino e Roma assieme contro il Ttip

 

Berlino - “Se si amano gli scenari idilliaci si potrebbe dire che è un “mano nella mano” tra Roma e Berlino. Malauguratamente è il fondale che frantuma ogni immaginario di serenità. Infatti, le piazze delle due capitali si sono finalmente unite nella protesta contro il Ttip. L’acronimo inglese sta per “Transatlantic trade and investment partnership”, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti che da tre anni è al centro di un negoziato, in larga parte segreto, fra Unione Europea e Stati Uniti. Per questo motivo, l’altro sabato, migliaia di persone hanno sfilato a Roma dietro agli striscioni con queste frase “Le persone prima dei profitti”; “Baroni del mondo avete toccato il fondo””. A scriverne è Bartolomeo Linke su “Il Deutsch – Italia”, quotidiano online che Alessandro Brogani dirige a Berlino.

“L’accordo “calpesta i diritti dei lavoratori e mette a rischio la qualità dei prodotti”, ha spiegato Susanna Camusso, numero uno della Cgil, “ e se non si arriverà alla firma sarà una vittoria”. Il Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, ha risposto che “l’Italia non rinuncerà mai ai suoi standard di sicurezza alimentare per fare un accordo commerciale”. È la prima volta in Italia di una manifestazione connotata di ufficialità contro il Ttip. È accaduto – non a caso – a sette mesi di distanza dello scorso ottobre, quando a Berlino contro il Ttip scesero in piazza oltre 250 mila persone.

Il via libera del Governo italiano, fino all’altro ieri favorevole al trattato tanto voluto da Barack Obama, è arrivato dopo la netta presa di posizione del leader socialdemocratico Sigmar Gabriel – numero due del Bundestag e Ministro dell’Economia, il quale ha affermato che “se gli Stati Uniti non vogliono aprire davvero il loro mercato, noi non abbiamo alcun bisogno di questo accordo commerciale”.

Al “mano nella mano” italo-tedesco si è subito accodata la Francia: “Allo stato attuale del confronto”, ha dichiarato il presidente François Hollande, “diciamo no all’intesa, perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura e della nostra cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici”. Con questa dichiarazione il capo dell’Eliseo spera evidentemente di acquisire consenso in vista delle presidenziali di maggio 2017. Tutto serve.

Del resto, l’impopolarità del Ttip appare inarrestabile. Le critiche contro il trattato che dovrebbe creare l’area di libero scambio più grande del pianeta (oltre 800milioni di persone coinvolte) sono diverse. La polemica più nota è quella contro la clausola Isds (Investor-State Dispute Settlement), che consentirebbe alle multinazionali di fare causa ai singoli Paesi, davanti a una corte arbitrale, per contrastare le leggi (comprese quelle in materia sanitaria o ambientale) potenzialmente dannose per i loro profitti. Nel 2010 e nel 2011, ad esempio, Philip Morris ha portato in tribunale l’Uruguay e l’Australia per le loro campagne anti-fumo, mentre nel 2009 il gruppo svedese Vattenfall ha intentato una causa da 1,4 miliardi di euro contro il Governo tedesco per la sua decisione di abbandonare l’energia nucleare.

Secondo i critici, inoltre, il Ttip metterebbe a rischio servizi pubblici e welfare, favorendone la privatizzazione, e affosserebbe le piccole e medie imprese, che si ritroverebbero disarmate di fronte alla concorrenza delle multinazionali. Dal punto di vista dei consumatori, invece, il pericolo è legato al fatto che negli Usa per una serie di prodotti non vale il principio di precauzione che vige in Europa a tutela della salute dell’ambiente, ovvero in America la valutazione dei rischi non avviene prima dell’immissione sul mercato. Questo potrebbe avere conseguenze sulla diffusione nell’Ue di Ogm, carne trattata con ormoni, pesticidi e altro ancora.

Sullo sfondo ci sono tutti i rischi per i diritti del lavoro, per l’occupazione, per la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, per i servizi pubblici e lo stato sociale, insiti nell’accordo di Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP). Non si può stare più ad attendere senza far sentire la voce dei lavoratori. Ne è convinta Susanna Camusso, che ha già in programma una serie di incontri con i suoi colleghi europei: “Per l’Europa servono politiche economiche e sociali che riaffermino lo stato sociale, pongano fine all’austerità e promuovano il rilancio della domanda interna e la riduzione delle disuguaglianze”. E aggiunge: “Si tratta, per il movimento sindacale, ma anche per molte delle altre associazioni critiche, di difendere e promuovere nei fatti quel ‘modello sociale europeo’ che la Commissione afferma ogni giorno di ritenere tra i valori fondanti delle sue strategie negoziali, ma che nega nella pratica del negoziato così come nelle politiche sociali e di bilancio dell’Unione”, conclude il segretario della Cgil.

Molto dipende comunque da come reagirà Angela Merkel, sinora ufficialmente favorevole al Ttip, perché come in Francia, anche in Germania l’anno prossimo sarà importante dal punto di vista elettorale. Dopo tutto, negli Stati Uniti, Donald Trump, a un passo dalla nomination repubblicana per la Casa Bianca, ha già dichiarato tutta la sua ostilità per il progetto di accordo transatlantico e perfino la sua omologa sul versante democratico, Hillary Clinton, sembra meno convinta che in passato. La Cancelliera – non c’è dubbio – ne sarà informata. C’è ancora spazio per sperare”. (aise) 

 

 

 

 

L'audizione del segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, sulla riorganizzazione del Maeci

 

Le considerazioni sulle modifiche innescate nella struttura ministeriale dalla nuova legge sulla cooperazione allo sviluppo, che ha portato con sé un aggiustamento di competenze ed uffici. Nel dibattito anche gli interventi di Renata Bueno (Misto, ripartizione America meridionale) sui fondi alla rete consolare e di Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa) sulla promozione di lingua e cultura italiana

 

ROMA – È proseguito oggi davanti alle Commissioni riunite Affari costituzionali ed Esteri della Camera dei Deputati ed Esteri del Senato l'approfondimento sul regolamento di riorganizzazione del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale con l'audizione del nuovo segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni.

Ad introdurre l'intervento il presidente della Commissione Esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto, che ha ricordato l'alta competenza maturata dal segretario generale sul tema in oggetto, nonostante rivesta da pochissimo il nuovo incarico. Da parte sua Belloni ha rimarcato l'importanza del dialogo dell'amministrazione con il Parlamento, evidenziando come con incontri analoghi entrambe le parti abbiamo potuto e possano “imparare moltissimo” e “meglio comprendersi reciprocamente”. Ha ricordato inoltre come la riorganizzazione interna al Ministero si sia resa necessaria in seguito alla riforma della cooperazione allo sviluppo italiana, approvata nell'agosto del 2014, e come il confronto e la riflessione su tale regolamento sia tanto più necessaria vista l'estensione dell'ambito di attività del Maeci, che va ben oltre i confini nazionali.

Ricordando come sul riassetto della Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo – l'area più direttamente coinvolta dagli effetti del nuovo impianto normativo – abbia già riferito alle Commissioni il direttore generale Giampaolo Cantini (vedi http://comunicazioneinform.it/laudizione-del-direttore-generale-per-la-cooperazione-allo-sviluppo-del-maeci-giampaolo-cantini-sulla-riorganizzazione-del-settore-avviata-con-la-riforma/), Belloni precisa di volersi limitare a considerazioni di carattere generale e a rispondere a quesiti sul tema, ribadendo di avere lei stessa sottolineato in passato, anche ricoprendo la carica oggi svolta da Cantini, la necessità di mettere mano alla normativa sulla cooperazione. Esprime quindi apprezzamento per la nuova legge, che “delinea in maniera precisa e inequivoca i diversi ruoli, dell'Agenzia per la cooperazione, della Direzione generale, ministro e vice ministro” e il cui “valore aggiunto” è dato – segnala - dell'approvazione avvenuta “grazie ad un'ampio consenso”.

Ribadisce come la scelta di creazione dell'Agenzia – alternativa a modelli che invece demandano a soggetti terzi l'esecuzione e la gestione dei progetti di cooperazione – comporti la modifica “in senso riduttivo del ruolo della Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo, che pur mantiene i compiti di programmazione, controllo e valutazione dei progetti e di gestione delle emergenze”, riduzione che si riflette in modo analogo negli uffici del Maeci che passano da 96 a 90. “Nel dare attuazione alla legge si è inoltre colta l'occasione per aggiornamenti e adattamenti organizzativi resisi necessari dall'evoluzione del tempo e anche a seguito delle riforme già attuate, nel 2000, 2007 e 2010 – ricorda il segretario generale, motivando modifiche attuate anche in ragione di una più stretta coerenza con i provvedimenti che si sono susseguiti anche in conformità con la spending review.

Tornando alla riforma della cooperazione allo sviluppo, Belloni richiama tra le ragioni che ne hanno costituito la base, quella di “dotare il settore di professionalità tecniche specializzate, tali da consentire la qualità nell'identificazione dei progetti in linea con la programmazione della Direzione generale”: per questo il segretario generale condivide la richiesta formulata dalla direttrice dell'Agenzia, Laura Frigenti – anch'essa audita dalle Commissioni, - di garantire la presenza di professionalità – agronomi, ingegneri, infermieri etc. - indispensabili allo svolgimento dei compiti affidati a quest'ultima. “La scelta di un'agenzia gestionale ed esecutiva dei progetti di cooperazione comporta inevitabilmente il doversi dotare di qualifiche idonee all'esecuzione dei progetti – prosegue Belloni, che sottolinea come sia nel prioritario interesse dell'amministrazione il “mettere in atto in modo ordinato ciò che la nuova legge prescrive” e dunque rientri in tale interesse la “piena funzionalità dell'Agenzia”, tanto più in vista di un ampliamento degli interventi in linea con l'incremento dei fondi destinati alla cooperazione.

Richiamate anche le nuove competenze affidate alla Dgcs, già citate da Cantini, - strumenti finanziari di cooperazione allo sviluppo, politiche di vicinato dell'Unione europea, banche e fondi multilaterali e finanziamento innovativo allo sviluppo, - il passaggio dell'Unità per l'autorizzazione di materiali d'armamento (Uama) – che resta autorità autonoma - sotto la responsabilità della segreteria generale, il passaggio della competenza sulla proprietà intellettuale e gli organismi multilaterali specializzati in ambito economico dalla Direzione generale per la mondializzazione a quella per la promozione del Sistema Paese e il recepimento dell'osservazione del Consiglio di Stato relativo alle esigenze specifiche di formazione del personale del Ministero. Ulteriori aggiustamenti riguardano poi il personale dirigenziale, cui viene richiesta una maggiore assunzione di responsabilità, e che rispondono a istanze di maggiore trasparenza e flessibilità nell'assegnazione dei posti, vista anche la progressiva riduzione del personale dovuta ad esigenze di contenimento della spesa pubblica, e l'ampliamento delle competenze dell'ispettorato in materia di anticorruzione e sicurezza.

In ultimo, il segretario generale richiama il passaggio di competenza relativo agli enti gestori dei corsi di lingua italiana all'estero dalla Direzione generale per gli italiani all'estero e quella per la promozione del Sistema Paese. “Si tratta di una proposta che abbiamo fatto per rendere più omogenea la trattazione della promozione linguistica, la cui competenza e fondi sono affidati alla Direzione generale per la promozione del Sistema Paese – spiega Belloni, chiarendo come la volontà sia anche “l'aggiornamento dei destinatari dei capitoli relativi alla promozione della lingua, che non sono solo gli italiani all'estero”. L'obiettivo è dunque quello di “creare una maggiore sinergia e integrazione tra questi programmi, utilizzando gli enti gestori anche per attività che non facciano riferimento unicamente agli italiani all'estero, pur mantenendo l'autonomia e la visibilità dell'insegnamento della lingua per la collettività italiana” e “cercando di razionalizzare la gestione di capitoli precedentemente frammentati tra le due Direzioni generali”.

Nel corso della discussione segnaliamo gli interventi dei deputati eletti nella circoscrizione Estero Renata Bueno (Misto, ripartizione America meridionale) che ha chiesto chiarimenti sulla destinazione di circa 2 milioni di euro stanziati quali fondi aggiuntivi alla rete consolare con un emendamento approvato con la Legge di stabilità; e Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa) che si sofferma invece sull'articolazione delle competenze affidate a Direzione generale per gli italiani all'estero e promozione del Sistema Paese, auspicando che l'intervento sopra richiamato possa tradursi in un “rilancio della promozione di lingua e cultura italiana nel mondo”. Tra gli interventi anche quello di Lia Quartapelle (Pd), segretario della Commissione Affari Esteri della Camera, che rileva la maggiore incisività della nuova cooperazione italiana e si sofferma sull'articolazione geografica di competenze ed uffici che viene a configurarsi con la riorganizzazione del Maeci.

In sede di replica, Belloni ribadisce come il passaggio di competenze relativo agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana sia stato ispirato dalla volontà di “ottenere un rilancio dell'attività di promozione culturale che non si limita – rileva - all'insegnamento dell'italiano” e per aumentare la coerenza necessaria ad un incremento dei fondi per il settore, visto che quelli attuali “non sono comparabili con ciò che altri Paesi, con cui amiamo compararci, fanno, e sono assolutamente inadeguati”. Sui fondi aggiuntivi destinati alle rete consolare il segretario generale si dice disponibile a produrre un dettaglio del loro impiego, pur ricordando che “dinnanzi ad una comunità italiana molto consistente e con il progressivo incremento della nuova emigrazione il Maeci dovrebbe essere dotato di maggior risorse per fare vere politiche di valorizzazione della nostra comunità, politiche – segnala - che vanno oltre i pur necessari servizi quotidiani e che dovrebbero permetterci la valorizzazione delle comunità e dunque anche i ritorni - conclude Belloni, formulando un appello alle Commissioni per il reperimento di queste risorse. (Viviana Pansa – Inform 18)

 

 

 

Intervista del vice ministro Mario Giro: “Sviluppo e diritti umani questo il nostro patto con l’Africa”

 

ROMA - Mercoledì prossimo, per un giorno Roma sarà la capitale dell'Africa. Il giorno della Conferenza Italia-Africa. Un evento di grande importanza, come emerge dalle considerazioni di uno degli artefici: Mario Giro, vice ministro degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale. «Il nostro obiettivo - anticipa Giro all'Unità- è quello di creare un grande patto euro-africano». Un patto ambizioso, capace di tenere insieme sviluppo e diritti umani. Un binomio che, sottolinea il vice ministro degli Esteri, deve essere inscindibile. Per l'Italia, inoltre, quello verso l'Africa è anche un investimento politico-diplomatico, in vista del 28 giugno, quando l'Assemblea generale Onu voterà i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza. L'Italia ha avanzato la sua candidatura, e il sostegno dei Paesi africani può risultare decisivo. Come, lo stesso Giro ha avuto modo di rimarcare alla luce dell'impegno profuso, non solo dalla Farnesina ma dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, e dal presidente del consiglio, Matteo Renzi: «L'Africa conta una cinquantina di Stati, che sono tanti. Di sicuro, abbiamo un credito di simpatia molto grande, soprattutto in seguito alle operazioni di soccorso che l'Italia ha svolto nel Mediterraneo per salvare vite umane. Ovunque ci rechiamo, ci viene sempre ripetuto. E non solo in Africa».

Qual è il significato più forte per il nostro Paese della Conferenza Italia-Africa?

«È l'esemplificazione di una politica del Governo degli ultimi due anni, e cioè, come Matteo Renzi ha ribadito più volte, l'Africa è diventata la nostra priorità sia dal punto di vista politico sia sul piano economico. Oggi vediamo nell'Africa non solo in immenso giacimento a cielo aperto ma un continente partner dell'Europa con cui affrontare la globalizzazione».

Come s'inserisce il Migration Compact che l'Italia ha proposto all'Europa per un intervento non emergenziale sui migranti?

«Il Migration Compact parte dall'assunto che va creato un grande patto euro-africano, che coniughi insieme sviluppo e migrazione. È indispensabile una responsabilità comune euro-africana, come abbiamo detto al Consiglio europeo Sviluppo di qualche giorno fa».

Sviluppo e diritti umani: a volte, troppe, pensando all'Africa, sono ambedue negati, in altri casi i diritti umani vengono accantonati, come se fossero un optional.

«Sviluppo e diritti umani devono convivere. In ogni caso l'Africa – ma sarebbe meglio dire le Afriche - è un continente in cui la democrazia, malgrado tutto, ha fatto passi in avanti in questi ultimi vent'anni. I cinesi pensano di investire. Ed è un'ottima cosa, ma non basta. Noi pensiamo ad investire ma anche a far avanzare l'agenda dei diritti, cooperando insieme».

Cooperare anche nel contrastare la penetrazione jihadista nel Continente africano?

«Si tratta di un tema molto sensibile che però non ci deve far cambiare agenda. Non dobbiamo cedere all'intimidazione perché molti Paesi africani a maggioranza musulmana vogliono cooperare con gli altri, e con l'Europa, in uno spirito di convivenza».

Qual è il messaggio che con la Conferenza di Roma, l'Italia intende lanciare all'Europa?

 «Il messaggio è che l'Italia c'è. E c'è con i fatti, con le politiche attivate, e non solo con le parole. Aumentiamo le risorse della cooperazione, stringiamo partenariati e con la Conferenza intendiamo creare un quadro stabile di collaborazione politica sui grandi temi globali, così come l'Italia sta già facendo con l'America Latina».

Quali «Afriche» vorrebbe che venissero più alla luce dai lavori della Conferenza di Roma?

«Noi puntiamo oltre che sulle zone di nostra cooperazione tradizionale, come il Corno, anche sull'Africa occidentale e Centrale».

La Conferenza Italia-Africa ha visto l'impegno del ministero degli Esteri e della nostra diplomazia nel suo complesso. Ma ritiene che puntare sull'Africa sia già consapevolezza, patrimonio comune del sistema-Italia?

 «Può diventarlo se prendiamo esempio da altri Paesi, se accompagniamo le nostre imprese, se facciamo una buona cooperazione allo sviluppo, se condividiamo la responsabilità dei flussi migratori. E se costruiamo un vero partenariato politico. Questo è, in definitiva, l'ambizioso ma possibile obiettivo della Conferenza di Roma».

Nel recente Consiglio europeo a Bruxelles, avete presentato ai partner europei la nuova architettura della cooperazione italiana. Con quale riscontro?

«Un ottimo riscontro. La presenteremo anche a Roma con il ministro Gentiloni. C'è molta attenzione sull'Agenzia e sulla Cassa depositi e prestiti come Banca di sviluppo». Umberto De Giovannangeli, l’Unità del 15 maggio

 

 

 

 

 

Conferenza Italia-Africa, Mattarella: "Africa non può essere 'altro' rispetto a Europa"

 

Il presidente della Repubblica ha poi parlato dell'emergenza migranti, un fenomeno di fronte al quale “abbiamo il dovere di proporre e discutere insieme approcci di natura globale" in grado di portare "soluzioni durevoli”. E contro il terrorismo "senza confini" propone una cooperazione "convinta"

 

ROMA - “Tra Europa e Africa c’è un’esigenza di fondo, ineludibile: le nostre rispettive agende politiche devono essere rese coerenti fra loro e il più possibile incisive. Il mondo in cui viviamo è troppo interconnesso per consentirci di ignorare ciò che avviene a così poca distanza da noi, sia in termini di difficoltà, sia in termini di opportunità. L’Africa non è, e in ogni caso, non può essere ‘altro’ rispetto all’Europa. E viceversa”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aprendo il lavori della prima conferenza Italia-Africa, in corso alla Farnesina.

"Italia ponte tra Africa ed Europa"

“L’Italia – ha continuato Mattarella - è per condizione geografica, storia e cultura, ponte tra Africa ed Europa, un ponte libero da pregiudizi, rispettoso delle peculiarità degli interlocutori e pronto a un confronto pragmatico e aperto”. Il presidente della Repubblica ha poi analizzato l’emergenza migranti, un fenomeno di fronte al quale “non possiamo concentrarci su soluzioni di mero contenimento”, ma “abbiamo il dovere di proporre e discutere insieme approcci di natura globale, non soltanto legati all’urgenza, ma capaci di portarci a soluzioni durevoli”. In questo senso, Mattarella ha ribadito l’impegno dell’Italia a “sostenere costantemente l’esigenza di strategie lontane dalla logica semplicistica che vorrebbe rispondere al fenomeno attraverso l’erezione di muri e barriere”. Per il presidente della Repubblica, il primo dovere “è salvare vite umane e soccorrere chi si trova in condizioni di difficoltà e sofferenza”.  

“In Africa, migrazioni di massa dolorosa spoliazione di futuro”

“Le migrazioni di massa – ha affermato Mattarella - rappresentano per il continente africano la più dolorosa spoliazione di futuro dei tempi contemporanei: milioni di persone in fuga impoveriscono le società civili africane e rappresentano il pedaggio più doloroso al disordine e alla sopraffazione e condizioneranno la stessa capacità di sviluppo”.

Il presidente della Repubblica considera come necessari “sforzi ulteriori e decisivi per eliminare, alla base, le cause delle migrazioni di necessità”.

“Terrore non conosce confini, sia convinta anche la risposta”  

“La drammatica lettura dell’elenco delle città colpite dalla barbarie – nel quale compaiono Bamako e Bruxelles, Maiduguri e Parigi, Tunisi e Tolosa, Garissa e Ankara – non può che ricordarci come il terrore non conosca confini e come si nutra di divisione, paura e instabilità. Così come il terrorismo non conosce confini, altrettanto deve sapere essere convinta ed efficace la cooperazione fra i Paesi e le forze che si battono per il rispetto della dignità delle persone e per la loro libertà”, ha concluso Mattarella. 

Gentiloni: "Piano per Africa nel Consiglio Ue di giugno"

“Dal prossimo appuntamento del Consiglio Ue di giugno l'Italia chiederà che esca un piano operativo e ad ampio raggio sull'Africa per far partire in tempi brevi progetti pilota". È l'annuncio fatto dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, nel corso del suo intervento alla Conferenza.  Per il ministro, l’Africa rappresenta “una terra di opportunità che vivrà da protagonista il XXI secolo” grazie al “suo potenziale inespresso sul piano umano, politico, economico e culturale”. Gentiloni ha poi aggiunto come l’Italia stia lavorando per trasferire questa consapevolezza all’Unione europea “che deve dare priorità all’Africa”. 

Rai News 18 maggio

 

 

 

 

Flessibilità, l'Italia strappa il sì Ue. Ma il compromesso quanto durerà?

 

Bruxelles dà il via libera alle richieste italiane di poter gestire quest’anno un deficit più alto. Il test della Legge di stabilità sui conti pubblici: nella manovra di ottobre dovrà essere inserita una correzione da 10 miliardi - di Federico Fubini

La domanda adesso non è chi ha vinto, ma quanto durerà questo accordo e soprattutto se basti. La Commissione europea ha appena inviato una lettera al ministero dell’Economia a Roma confermando il compromesso emerso negli ultimi giorni: l’Italia ottiene il diritto a tutta la «flessibilità» di bilancio che chiedeva, ma in ottobre dovrà varare una Legge di stabilità che centri l’obiettivo di un deficit all’1,8% del reddito nazionale (Pil) nel 2017. Ciò significa che la correzione di bilancio nella prossima finanziaria dovrà essere di circa dieci miliardi: otto già annunciati, più circa due per compensare lo scostamento rispetto agli obiettivi che la Commissione Ue rileva.

Anche il fatto che questo fragile equilibrio venga cristallizzato in uno scambio di lettere ufficiali, con la richiesta di un impegno scritto dell’Italia a Bruxelles, ha un significato preciso: nella Commissione Ue non ci si fida. C’è il sospetto che il governo italiano, evitata una procedura sui conti pubblici questa primavera, in autunno cerchi poi di dimenticare gli impegni presi e di non ridurre il disavanzo. Di certo una manovra correttiva da dieci miliardi di euro rischia di frenare la ripresa e a Bruxelles si teme che in Italia si voglia evitarla, sperando di poter poi rinegoziare ancora una volta tutto da capo. 

Comunque vada, per ora il governo di Matteo Renzi ottiene la «flessibilità» che chiedeva. Per quest’anno potrà gestire un deficit più alto per oltre 13 miliardi di euro, senza incorrere in sanzioni. La Commissione Ue per parte propria ottiene una promessa scritta da far pesare non appena l’Italia cerchi altra «flessibilità» sul 2017 (la tentazione serpeggia già). 

Niente di tutto questo però risponde alla domanda: può funzionare? Per capirlo, meglio forse prestare attenzione ai segnali dell’economia reale, più che alla diplomazia finanziaria. In aprile le ore di cassa integrazione sono tornate a crescere rispetto a marzo (anche se su marzo sono in chiaro calo da un anno fa). In aprile sono scesi per la prima volta da tempo anche i prestiti bancari alle famiglie, oltre che alle imprese, e i crediti in sofferenza sono di nuovo leggermente saliti. L’Istat, l’istituto statistico, prevede per quest’anno una crescita all’1,1% (di circa il 20% più bassa di quella messa in conto dal governo). 

L’Italia dunque è in una ripresa debole, che forse ha già vissuto la sua fase più dinamica. Questa realtà conferma che il governo ha avuto ragione nel sostenere la congiuntura anche a costo di un allentamento del rigore. Resta però evidente la fragilità di fondo di un Paese nel quale il debito pubblico, per ora, non ha mai smesso di salire ed è ormai altissimo. L’Italia dovrebbe investire questi mesi cercando di prepararsi al momento in cui la Banca centrale europea smetterà di sostenerla con gli acquisti di titoli di Stato. Per il momento questo Paese non è ancora pronto per quel giorno, qualunque sia l’accordo di oggi fra Roma e Bruxelles. CdS 17

 

 

 

 

Conferenza ministeriale Italia-Africa. Gentiloni: “Abbiamo lo stesso destino”

 

La prima Conferenza ministeriale Italia-Africa in corso a Roma, che precede di pochi giorni il 53° anniversario dell'Unione Africana, testimonia, nella maniera più autorevole, l'attenzione che il nostro Paese riserva al Continente. Al centro abbiamo posto il tema dello «sviluppo sostenibile» dell'Africa: in termini di pace e sicurezza, crescita economica, ambiente e migrazioni. È un'iniziativa che ripeteremo ogni due anni, per gettare le basi per una partnership paritaria, permanente e di lungo periodo tra l'Italia e l'intero Continente africano, i singoli Paesi e le organizzazioni regionali.

Quando parlava dell'Africa, Nelson Mandela la presentava come «una regione dal potenziale vasto e ancora intatto». E in effetti l'Italia vede nell'Africa una terra di opportunità che vivrà da protagonista il XXI secolo, proprio in virtù del suo potenziale ancora inespresso: sul piano umano, politico, economico e culturale. L'Italia sta operando in modo concreto per trasferire questa consapevolezza anche in Europa. L'Europa deve dare priorità all'Africa anche perché i prossimi anni saranno decisivi per capire che direzione prenderà il modello di sviluppo del Continente. Nel nuovo secolo, molti Paesi africani hanno fatto registrare progressi significativi per quanto concerne la stabilità politica, la crescita economica e gli standard sociali. La speranza, che sembrava averla abbandonata, è di nuovo di casa in Africa. Ma le sfide da vincere per uno sviluppo davvero sostenibile restano molte, a cominciare dalla crescita demografica. Entro il 2050 la popolazione africana raddoppierà, raggiungendo i due miliardi e mezzo di persone. Sarà dunque essenziale saper creare opportunità economiche per le nuove generazioni. Con il lavoro, la diffusione dell'istruzione e della cultura, e con la crescita del ruolo delle donne nella società, si combattono i rischi di instabilità sociale e di radicalizzazione.

Oltre alla dimensione economica, è tempo di riconoscere che l'Africa ha acquisito anche una nuova soggettività politica internazionale: da destinatari di aiuti, i vari Paesi sono diventati partner a tutto tondo di Europa, Stati Uniti e Cina. Ecco perché oggi possiamo parlare di centralità dell'Africa nelle dinamiche globali. Senza l'Africa, la globalizzazione è incompiuta. Senza uno stretto rapporto di cooperazione con l'Africa non è più possibile affrontare efficacemente questioni internazionali come il terrorismo, i flussi migratori, la sicurezza energetica, i traffici di esseri umani e di droga, i cambiamenti climatici.

Nel perseguire questa rinnovata cooperazione, l'Italia continuerà ad avvicinarsi all'Africa con grande rispetto. È su queste basi, di parità di interlocuzione, che proponiamo ai vari Paesi di lavorare insieme per dare risposte comuni alle sfide globali che abbiamo di fronte. Ed è con lo stesso spirito che l'Italia si è candidata ad un seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il biennio 2017-2018, e ci stiamo preparando per una significativa azione di outreach verso l'Africa in occasione della nostra Presidenza del G7, prevista per il 2017. Insomma, il messaggio è chiaro: l'Italia ha scelto di scommettere in modo strategico sul futuro dell'Africa. Il nostro investimento di lungo periodo sulla sostenibilità dello sviluppo del Continente è principalmente indirizzato a tre macro-aree. In primo luogo, alla sostenibilità della sicurezza e della pace. In Africa il numero dei conflitti negli ultimi anni è diminuito. L'Unione Africana e le altre organizzazioni sub-regionali svolgono un ruolo importante a favore della stabilizzazione. Tuttavia, il terrorismo fondamentalista rappresenta una minaccia sempre più insidiosa, con Boko Haram e gli Shabaab che mantengono una pericolosa capacità di infiltrazione. E l'Italia è in prima fila nella lotta contro il terrorismo, per la stabilizzazione della Libia, della Somalia e del Corno d'Africa, oltre che nel rafforzamento delle capacità africane di risposta alle crisi che interessano il Continente. A questo riguardo, ricordo l'Italian Africa Peace Facility e l'impegno bilaterale che assicuriamo alle attività di prevenzione e mediazione, grazie anche al nostro ruolo di Presidenti dell'IGAD Partner Forum. Ricordo inoltre, i programmi di formazione realizzati dal COESPU di Vicenza, dall'Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza in stretta collaborazione con le Nazioni Unite, l'Unione Europea, l'Unione Africana e le altre Organizzazioni subregionali. Per garantire sicurezza in Africa, come nel «Mediterraneo allargato», abbiamo bisogno di fermare il circolo vizioso tra fragilità economico-sociali, fallimento degli Stati e affermazione degli estremismi jihadisti. È necessario cioè rafforzare la «resilienza» degli Stati. L'Italia sostiene pertanto l'interesse africano, autorevolmente espresso dalla Presidente Zuma, al rafforzamento delle attività di peace-building, indispensabili per il consolidamento delle società post-crisi e per la costruzione di istituzioni statali realmente inclusive e rappresentative.

Il secondo filone dell'investimento strategico dell’Italia riguarda la sostenibilità dello sviluppo economico: un impegno in linea con l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite e l'Agenda 2063 dell'Unione Africana. Il PIL dell'Africa continuerà a crescere nei prossimi anni. Ma, a fronte delle recenti difficoltà dovute al ribasso dei prezzi delle materie prime, è sempre più urgente avviare riforme strutturali utili a modernizzare l'agricoltura, gestire i processi di urbanizzazione, diversificare il sistema produttivo, costruire nuove infrastrutture, acquisire tecnologie e incrementare il commercio intra-africano. L'Italia ha un ruolo rilevante da giocare. Con 38 miliardi di interscambio, siamo al 6°/7° posto tra i partner commerciali del Continente, nonostante il calo di importazioni energetiche dalla Libia. Nei prossimi anni il nostro interscambio crescerà ad un tasso intorno al 5%. Le nostre imprese - portatrici di un modello di business fondato sulla collaborazione con i partner locali - partecipano a pieno titolo alla scommessa sull'Africa. E, sulla scia dell'esperienza di Expo Milano, contribuiranno alla sua sicurezza alimentare, all'integrazione dell'agricoltura africana nelle catene globali del valore, al miglioramento dei servizi sanitari, alla formazione e alla creazione di occupazione soprattutto per giovani e donne. Potranno altresì favorire una «rivoluzione verde sostenibile» attraverso la diffusione delle energie rinnovabili e i progetti di distribuzione elettrica. Promuovere un percorso verso la cosiddetta «crescita verde» nel Continente africano è una sfida cruciale anche per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. L'Italia è parte attiva di importanti iniziative destinate all'Africa in questo settore, quali il "Sustainable Energy Fund for Africa" o l’ "Africa Climate Change Fund", gestiti dalla Banca Africana di Sviluppo. Manifestazioni climatiche sempre più violente, con le conseguenti carestie, mantengono intere regioni africane in uno stato di emergenza cronica, causando sempre più spesso movimenti forzati di persone, i cosiddetti "rifugiati climatici". El Niño, che ha minacciato la sopravvivenza di 28 milioni di persone in Africa, è solo l'ultima emergenza in ordine di tempo, alla quale l'Italia ha risposto con un piano di 10 milioni di euro per la sicurezza alimentare delle popolazioni vulnerabili dei Paesi colpiti.

Dopo pace e sicurezza e sviluppo economico e ambientale, la terza macro-area di investimento strategico concerne la sostenibilità dei flussi migratori. Tra il 2010 e il 2015 quasi due milioni di migranti africani sono arrivati in Europa. Non si tratta tuttavia di un fenomeno solo africano: basti pensare al flusso ingente di siriani che nell’ultimo anno ha raggiunto l'Europa attraverso la "rotta Balcanica" o al fatto che nel 2015, a livello mondiale, sono state 60 milioni le persone costrette a spostarsi. In Europa, l'Italia è stato il Paese che per primo, e inizialmente da solo, ha posto la questione nei suoi termini reali: e cioè non come un'emergenza passeggera, ma come una sfida globale e di lungo periodo, che pertanto necessitava una risposta comune, lungimirante e all'altezza dei nostri valori. Ecco perché abbiamo avvertito come nostro imperativo morale il salvataggio in mare di decine di migliaia di migranti che attraversavano il Mediterraneo, sforzo di cui siamo fieri e che intendiamo proseguire. Ecco perché abbiamo fortemente voluto la Conferenza de La Valletta e prima ancora - insieme ai Paesi del Como d'Africa - il Processo di Khartoum. Ed ecco perché abbiamo presentato il "Migration Compact" e messo la collaborazione tra UE e Africa in cima all'agenda europea. Naturalmente siamo già impegnati affinché questa iniziativa si traduca presto in seguiti concreti. Il prossimo appuntamento sarà il Consiglio Europeo di giugno dal quale chiediamo esca un Piano operativo e ad ampio raggio sull'Africa, con la possibilità di far partire in tempi brevi i primi progetti pilota. Attraverso il "Migration Compact" l'Italia si pone come «avanguardia» e «ponte» nel rapporto tra il «vecchio Continente» e il Continente dei giovani. Per affrontare le nuove sfide globali che abbiamo di fronte Italia, Europa e Africa, unite dal Mediterraneo, devono infatti lavorare insieme con coraggio e lungimiranza. Nella convinzione che, oltre allo storia e alla geografia, ci accomuna lo stesso destino. Paolo Gentiloni, Ministro degli Affari Esteri, l’Unità del 19 maggio

 

 

 

 

Usa 2016. Trump vs Hillary, una sfida nata dagli errori

 

Le hanno sbagliate tutte. E, ogni volta, la pezza che ci mettevano era peggio del buco. Per i notabili del partito repubblicano, queste primarie sono state un incubo e una sequela di Little Big Horn.

 

E, adesso, non sanno se convertirsi a Donald Trump, sperando che riesca a conquistare la Casa Bianca, oppure boicottarlo, consegnando gli Stati Uniti a Hillary Rodham Clinton - 12 anni ‘democratici’ di fila, non accade dai tempi di Franklyn Delano Roosevelt.

 

Tra l’estate e l’autunno 2015, l’establishment del partito conservatore, di cui sempre si parla, senza che si sappia bene chi ne faccia parte, non capì che quell’ossesso dalla bazza rossa che diceva cose grossolane e sconvenienti, litigava con le giornaliste sul palco dei dibattiti in diretta televisiva, definiva i messicani stupratori e considerava i musulmani tutti indiziati di terrorismo, ma riempiva le arene per i suoi comizi e vinceva tutti i confronti, non era un fenomeno stagionale, ma rischiava di durare.

 

Perciò, gli hanno messo controfigure sbiadite, come Jeb Bush, o inesperte, come Marco Rubio, o ‘di risulta’, come John Kasich, che l’orco Trump s’è mangiato in un solo boccone; e, intanto, gli cresceva accanto un’alternativa persino peggiore, Ted Cruz, senatore del Texas, ultraconservatore, populista e - per fare buon peso - pure baciapile evangelico e antipatico che di più non si può.

 

Quando si sono finalmente convinti che il pericolo era reale, era tardi: la frittata era fatta. I notabili hanno cercato di tirare fuori un asso dalla manica, ma avevano solo ruote di scorta, per di più usate e neppure disponibili: Mitt Romney, candidato 2012, o Paul Ryan, speaker della Camera, dopo che l’opzione indipendente Michael Bloomberg era tramontata prima che si facesse alba. E l’ipotesi d’una convention aperta, dove cercare di rimescolare le carte, s’è rivelata impraticabile: gli elettori la consideravano alla stregua d’una truffa.

 

Adesso, è proprio finita

Così, fra i repubblicani, Trump è rimasto solo per i ritiri in sequenza, dopo le primarie nell’Indiana, dei rivali superstiti Cruz e Kasich - all’inizio, erano 17. Fra i democratici, la Clinton, pur perdendo nell’Indiana e poi in West Virginia, è ormai vicina alla garanzia aritmetica della nomination, che non può più sfuggirle: Bernie Sanders, il suo rivale, lo sa e lo riconosce, ma resta in corsa per incidere sulla piattaforma del partito alla convention.

 

La conta dei delegati indica che il magnate dell’immobiliare e l’ex first lady stanno per conquistare la maggioranza assoluta dei rispettivi delegati: in assoluto, allo showman ne mancano 102, a Hillary 144; in percentuale, il repubblicano è quasi al 92%, la democratica quasi al 96% - fra i democratici, i delegati sono quasi il doppio dei repubblicani.

 

E, uno dopo l’altro, i sondaggi nazionali indicano che Trump, sulla cresta dell’onda, è vicino, se non davanti, alla Clinton nelle intenzioni di voto degli americani, in caso di scontro fra i due all’Election Day l’8 novembre: un rilevamento Reuters/Ipsos attribuisce all’ex first lady il 41% delle preferenze e al magnate dell’immobiliare il 40%, con un 19% d’indecisi. Però, l’oscillazione dei dati desta perplessità sull'attendibilità dei risultati:alla verifica precedente, Hillary era 13 punti avanti.

 

Magagne e contrasti, nemici di sempre e amici dell’ultim’ora

Non tutto fila liscio per Trump: ha contro Ryan, che non gli ha ancora assicurato sostegno, mentre ha dalla sua il leader del partito al Senato, Mitch McConnell.

 

Inoltre, il presidente Barack Obama ammonisce “la presidenza non è un reality”; la Cia è diffidente all’idea di spartire con lui in briefing riservati i suoi segreti come vuole la prassi; il tentativo di fare la pace con gli ispanici mangiando tacos il ‘5 de Mayo’ fallisce, anzi innesca nuove polemiche; e la giustizia a San Diego e a New York ha nel mirino la sua Università dell’immobiliare - a novembre, dopo il voto, dovrà testimoniare.

 

E lui, forse per svincolarsi dall’assedio delle magagne, dà un saggio di quel che sarà la sua campagna: attacca Hillary perché è la moglie - e la complice - di Bill, ‘abusatore di donne’.

 

Intorno a Trump, è un via vai di gente che tiene le distanze o sale sul carro del vincitore. Il magnate minaccia di chiedere la rimozione di Ryan dalla presidenza della convention di luglio, se lo speaker continuerà a negargli l’appoggio. Ma, intanto, i due Bush presidenti, George H. e George W., padre e figlio, come pure Jeb, e anche Romney e, forse, John McCain fanno sapere che, loro, a Cleveland non ci andranno.

 

Intanto, lo showman affida al suo ex rivale Chris Christie, governatore del New Jersey, il compito di guidare la transizione, in caso di elezione. Christie, fra i primi notabili repubblicani a schierarsi con il magnate, dovrà cioè facilitare l’insediamento alla Casa Bianca e l’avvicendamento dello staff. Cruz non esclude un ticket con il magnate, Rick Perry si propone come vice, mentre Rubio, Kasich e altri rivali battuti ostentano distacco.

 

Dalla parte di Trump, continua ad esserci Sarah Palin, candidata alla vice-presidenza nel 2008, e critica dei critici dello showman - Ryan agirebbe solo per calcolo personale, volendosi candidare nel 2020 -, e s’è pure schierato Dick Cheney, il vice di Bush 2.

 

La volta delle prime volte

Se il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà ancora un democratico, sarà una donna, la prima, dopo che Barack Obama è stato il primo nero. Se sarà un repubblicano, sarà per la prima volta una persona che non ha mai affrontato un’elezione né gestito un ufficio pubblico.

 

Nell’Election Day, saranno di fronte due personalità e due vissuti profondamente diversi: una donna politica d’enorme esperienza, che è stata first lady, senatrice, candidata alla nomination nel 2008, segretario di Stato; e un imprenditore di successo senza esperienza politica, anzi un campione dell’anti-politica; una donna che non piace alle femministe e un uomo che spesso insulta le donne; una che pesa le parole e uno che si vanta di non farlo.

 

Per motivi diversi, entrambi sono a rischio d’inciampare in scheletri che escano dall’armadio o d’essere invischiati in inchieste sul loro operato: Hillary, ad esempio, per l’uso di mail private quand’era segretario di Stato; Donald per le disavventure dell’Università.

Giampiero Gramaglia, consigliere per la comunicazione dello IAI. AffInt 14

 

 

 

 

 

Nella partita tra il premier e la Ue la flessibilità fa passi avanti

 

È meno di quanto avrebbe voluto, ma il ministro dell'Economia ammette che è comunque un risultato importante: Bruxelles riconosce una consistente flessibilità all'Italia. A patto naturalmente che non si scosti dagli impegni europei e tenga sotto controllo i conti. Più o meno lo stesso ammonimento che da Repubblica ha lanciato il presidente della Bundesbank che, rivolto al ministro Padoan, ha ricordato che non si cresce facendo debiti. Detto a un Paese che ha già un debito pubblico mostruoso è un avvertimento da prendere sul serio. La chiave per la ripresa dell'economia italiana è nella ripresa dei consumi delle famiglie, che ancora stenta. Mentre la disoccupazione tende a diminuire non episodicamente. Il riconoscimento della flessibilità per 14 miliardi è il risultato di una politica perseguita da Renzi con ostinazione nonostante le resistenze del governo tedesco e della banca centrale. È implicitamente anche il riconoscimento dell'impegno del nostro Paese nell'accoglienza ai rifugiati, che naturalmente ha dei costi molto alti che incidono sul bilancio statale. Ma soprattutto è la dimostrazione che la politica economica europea non è più soltanto austerità ma comincia a capire che la crescita va anche finanziata alleggerendo il patto di stabilità. Questo non significa venir meno agli impegni o allentare il controllo della spesa pubblica, come ricordano sia Bruxelles che Weidmann, ma comunque è un deciso passo avanti nella direzione auspicata dal premier italiano. A Roma entra nel vivo la discussione in commissione sulla democrazia interna dei partiti. L'emendamento dei Cinquestelle contrario alla democrazia nei partiti è stato bocciato. I partiti devono avere uno statuto con regole democratiche. Grillo non vuole, sostenendo che il M5S è un movimento e non un partito. Si capisce la contrarietà del leader populista dal fatto che un provvedimento di sospensione (a cui quasi certamente seguirà l'espulsione) come quello per il sindaco di Parma, sarebbe impossibile se il M5S avesse uno statuto democratico. Ma non avendolo non può nemmeno ricevere il finanziamento pubblico ai partiti. Infatti la leggenda della restituzione del finanziamento pubblico è appunto una leggenda. Colpo di scena nella campagna elettorale a Roma. Fassina è tornato in corsa per effetto di una sentenza del Consiglio di Stato. E anche Fratelli d'Italia a Milano. GIANLUCA LUZI

LR 17

 

 

 

 

Ucraina. Kiev nelle mani dell'uomo del presidente

 

A circa due anni da euromaidan l’Ucraina stenta a trovare una stabilità politica. Dopo mesi di stallo in seguito alla crisi di governo del febbraio di quest’anno, l’insediamento del nuovo governo presieduto da Volodymyr Groysman assomiglia molto a una manovra tutto fumo e niente arrosto.

 

Da un colpo di scena a un altro

Lo scorso febbraio il parlamento ucraino, la Verhovna Rada, è stato il teatro di un episodio piuttosto particolare. Una prima mozione - approvata la mattina del 16 febbraio - con una maggioranza di 247 voti (compresi i 120 del Blocco Poroshenko) - aveva giudicato insufficiente il lavoro del governo dell’allora primo ministro Arseniy Yatsenyuk.

 

Tuttavia, solo qualche ora più tardi, sulla mozione di sfiducia al governo si sono espressi favorevolmente soltanto 194 deputati, numero non sufficiente per raggiungere il quorum necessario a far cadere l’esecutivo.

 

L’episodio rientra in una prassi piuttosto consolidata in Ucraina dove generalmente, in assenza di sostegno popolare, il presidente tende a far ricadere le colpe sul primo ministro, incoraggiandone le dimissioni.

 

La caduta del governo di Yatsenyuk e le eventuali elezioni anticipate non avrebbero di certo giovato alla credibilità internazionale dell’Ucraina - di per sé già compromessa - e nemmeno allo stesso presidente ucraino Petro Poroshenko.

 

La caduta di Yatseniuk

Dopo mesi di stallo e sommerso dalle critiche, Yatsenyuk ha rassegnato le dimissioni il 10 aprile, giustificando la sua decisione dichiarando che "La crisi di governo è stata innescata artificialmente, il desiderio di sostituire una persona ha accecato i politici e paralizzato la loro volontà di apportare cambiamenti reali nel paese".

 

Quando ha assunto la carica di primo ministro dopo euromaidan, Yatsenyuk si era definito un kamikaze in riferimento alle difficoltà di intraprendere riforme strutturali che avrebbero comportato ingenti costi politici. Così è stato ed è innegabile che Yatsenyuk abbia fatto quanto di meglio fosse in suo potere per traghettare l’Ucraina fuori dalla crisi.

 

Effettivamente, bisogna darne atto, Kiev è riuscita a contenere la guerriglia nel Donbass e a varare una serie di riforme, anche impopolari, come quelle del settore energetico (che hanno comportato un aumento del prezzo del gas) che erano necessarie per instradare il paese verso un’economia di mercato.

 

Tuttavia le frizioni con Poroshenko e le difficoltà di gestire un parlamento troppo frammentato e poco collaborativo non hanno giovato a Yatsenyuk e così l’Ucraina si trova dov’è oggi.

 

Groysman, il nuovo primo ministro vicino a Poroshenko

Tra le dimissioni di Yatsenyuk e l’insediamento di Groysman sono passati quattro giorni durante i quali si è fatto fatica ad accordarsi con Poroshenko circa l’assegnazione dei ministeri. A prima vista sembra che il nuovo esecutivo sia più politico rispetto al precedente, che era composto principalmente da tecnocrati.

 

Groysman è il più giovane primo ministro nella storia dell’Ucraina, è membro del Blocco Poroshenko ed è noto per la sue efficienza e il suo apporto riformatore per la città di Vinnytsya della quale è stato sindaco prima di diventare speaker della Rada.

 

In tale veste tuttavia non sempre è stato al riparo da ambiguità, come quando ha votato contro le riforme promosse dal ministero delle finanze sebbene fossero necessarie per adempiere agli obblighi imposti dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi).

 

In molti a Kiev hanno espresso preoccupazione circa la vicinanza di Groysman a Poroshenko, tuttavia quest’aspetto non è da considerarsi del tutto negativo. Precedentemente, nella storia ucraina, il vicendevole scarico di colpe tra primo ministro e presidente si è spesso tradotto in una stasi.

 

Stavolta, la vicinanza tra i due potrebbe rivelarsi positiva perché legando il destino dell’uno ai successi dell’altro i favorirebbe la collaborazione tra i due sul processo delle riforme. Ciononostante secondo l’ex ambasciatore Usa in Ucraina, Steven Pifer, non bisogna nutrire grandi speranze per questo nuovo governo che molto probabilmente non sarà in grado di raggiungere i risultati (seppur contenuti) di quello precedente.

 

L’Ucraina non è too big to fail

Il cammino è ancora lungo e la pazienza dell’Occidente non è infinita. Il Fmi terrà gli occhi ben aperti sull’esecutivo prima di procedere con il versamento della tranche di fondi prevista per ottobre e sospesa per la lentezza delle riforme.

 

Accanto alle misure anti-corruzione, ciò su cui la comunità internazionale insiste è la l'implementazione degli accordi di Minsk. In particolare, il governo ucraino deve lavorare a una legge che consenta lo svolgimento delle elezioni nel Donbass e al varo di riforme costituzionali volte a concedere una maggiore autonomia alla regione, indispensabili per la stabilizzazione del Paese.

Giovanna De Maio, AffInt 16

 

 

 

 

La matrice della crisi

 

L’economia nazionale resta una sorvegliata speciale e le tensioni politiche non aiutano. L’anno prossimo presenterà un PIL ancora di poco superiore all’1,5 % e una contrazione della richiesta a fronte di una potenziale lievitazione dell’offerta. Con questo quadro, non positivo ma reale, spicca anche la nostra posizione in Euro Zona. Con la moneta unica, le differenze si vedono e sono palesi. La stabilità dell’Euro, almeno per noi, non rappresenta la panacea per tutti i mali di un’economia ancora frenata.

Sarebbe opportuno, invece, cercare le vere cause di quest’Italia del malessere inserita in un’Europa che intende giocare un ruolo meno circoscritto a livello mondiale. Il solo fatto che l’Euro Zona continui ad ampliarsi, forse senza reali garanzie per i nuovi entrati, la dice lunga su una serie di speculazioni nelle quali la nostra economia si trova invischiata senza apprezzabili vantaggi. Almeno al presente. Dopo dodici anni dal varo dell’Euro, nonostante la deflazione, stavamo meglio, in senso lato, nel secolo scorso. Chi rimpiange la Lira non è più una sparuta minoranza e c’è chi guarda alla Gran Bretagna come al Paese di una diversa Europa non legata, a doppio filo, alla cordata degli Stati che hanno adottato l’Euro come moneta nazionale. Per noi, è impensabile tornare indietro. Il difficile, però, è tirare avanti con la dignità di uno Stato tra i fondatori dell’Europa Unita. Non a caso, paghiamo ancora di tasca nostra gli errori per una conversione Lira/Euro che sarebbe potuto essere meglio trattata. Magari in tempi più lunghi.

 L’importante, ora, è evitare di confondere la stallo politico con quell’economico. Le due realtà, pur coesistendo, hanno matrici assai differenti. Come diverse dovrebbero essere le “cure” per salvare capra e cavoli. Non è più possibile, né auspicabile, tornare agli accordi economici di settore che non tengono conto della globalizzazione di una situazione che può avere un suo peso solo se ribaltata a livello internazionale. L’incertezza è figlia della sfiducia e quest’ultima trova le sue origini nelle pastoie politiche che continuano ad avere l’onore della cronaca.

 E’ il sistema che ha da cambiare. Come e quando lo stabilirà il Popolo italiano attraverso un voto politico responsabile e supportato da una nuova legge elettorale che non consenta più giochi di prestigio in un Paese dove le illusioni già hanno occupato uno spazio che va ben oltre le più ottimistiche anticipazioni. Quando abbiamo cominciato ad analizzare il binomio politica ed economia, il motto che andava per la maggiore era: ” Chi non chiede niente non vale niente”. Ora, il detto potrebbe avere ancora una sua ragione. Anche se siamo consci che solo le parole non andranno a modificare la nostra realtà nazionale.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

E' morto Pannella, leader dei Radicali

 

Marco Pannella, storico leader dei Radicali, è morto oggi dopo un lungo periodo di malattia. Aveva compiuto 86 anni il 2 maggio scorso (Video -Foto). Domani a Montecitorio, a partire dalle 15, verrà allestita la camera ardente. La cerimonia funebre è invece prevista per sabato mattina a piazza Navona. Nella notte tra venerdì a sabato verrà invece organizzata una veglia nella storica sede del Partito radicale di via Torre Argentina.

Renzi: "Un grande leader che ha segnato la storia del Paese" - "Un grande leader italiano che ha segnato la storia di questo Paese con le sue battaglia, spesso controverse, ma coraggiose e a viso aperto". Così Matteo Renzi di Marco Pannella, nel corso della conferenza stampa con Mark Rutte al quale ha chiesto un momento di tempo per ricordare il leader radicale appena scomparso. "Voglio tributare, a nome mio personale e del governo, un tributo e un grande omaggio a questo combattente coraggioso, un leone della libertà -ha aggiunto il premier - Credo che da parte nostra ci sarà tutto il sentimento di commozione che, sono certo, sta pervadendo tutto il Paese". Per Renzi, "il tempo e la storia potranno raccontare cosa è stato Pannella in Italia e per l'Italia".

Mattarella: "E' stato coscienza critica del nostro Paese" - Il riconoscimento che oggi viene tributato a Marco Pannella "anche da quanti non erano d'accordo con le sue idee, testimonia che, per molti aspetti, è stato coscienza critica del nostro Paese". E' un passaggio di una dichiarazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha aggiunto: "La sua morte mi addolora profondamente. Protagonista della politica italiana, senza mai essere legato al potere, ha combattuto battaglie di grande importanza, particolarmente nel campo dei diritti. Ha rappresentato con passione tanti cittadini, riuscendo non di rado a trasformare una condizione di minoranza nell'avvio di processi di cambiamento". "Pannella - ha proseguito Mattarella - è stato un leader politico controcorrente, un interlocutore scomodo anche per chi ha condiviso il suo impegno". E ha concluso: "Ho avuto modo di parlare più volte negli ultimi tempi con lui, anche in questi giorni di sofferenza. Non ha mai smesso di pensare al domani, un domani migliore per il nostro Paese. Anche questo ricordo mi porta a esprimere con intensità la mia partecipazione e la mia vicinanza ai suoi familiari, a chi lo conosciuto e amato, a quanti gli sono stati vicini, anche nelle ultime battaglie per la piena affermazione, ovunque, dello Stato di diritto".

Berlusconi: "Enormi passi avanti grazie a sue battaglie" - "La notizia della morte di Marco Pannella mi addolora profondamente. L'Italia perde un assoluto protagonista della sua storia recente e meno recente, che in tanti anni di battaglie ha fatto fare enormi passi avanti al nostro Paese sul cammino della crescita civile, morale e politica", afferma il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi.

D'Alema: "Protagonista di lotte laiche e libertarie" - "Sono molto dispiaciuto per la scomparsa di Marco Pannella, che è stato un grande protagonista della vita politica italiana e di tante battaglie laiche e libertarie", si legge in un messaggio di Massimo D'Alema. "Non sempre siamo stati d'accordo e più di una volta - aggiunge l'ex premier - siamo stati a discutere con franchezza e anche con durezza. In questi lunghi anni, però non si è mai spezzato il filo di un dialogo e di un confronto basati sulla stima e sul rispetto. Mi sento vicino - conclude - ai suoi amici e compagni, e a tutte le persone che hanno apprezzato le sue battaglie".

Alfano: "Ha disputato partite importanti da gran campione" - "Marco Pannella è uno di quegli uomini che ha lasciato una traccia. Ha disputato partite importanti e tanti di noi stavano nell'altra metà campo. Qualcuna l'ha vinta, qualche altra l'ha persa, ma le ha disputate tutte da gran campione. Su alcuni dei cosiddetti diritti civili non la pensavo come lui, anzi. Su libertà economiche e garantismo, invece si' e anche in questi campi ha lasciato una traccia", sottolinea in una nota il ministro dell'Interno Angelino Alfano.

Fini: "Maestro di democrazia e di fede nelle idee" - "La vita di Pannella dimostra che la fede nelle proprie idee, e la tenacia nel sostenerle, restano nella memoria di un popolo assai più dei titoli onorifici e degli incarichi ricoperti. Personalmente gli sono grato per essere stato negli anni '80, i cosiddetti anni di piombo, l'unico politico a dire che Giorgio Almirante e i missini erano solo avversari e non nemici. Diede a tutti una lezione di democrazia che i giovani di destra di allora non hanno più dimenticato", dice Gianfranco Fini.

Salvini: "Onore a combattente, ci ha sempre messo la faccia" - "Onore a un combattente, Marco Pannella. Alcune sue battaglie non le ho condivise, altre sì, ma almeno lui ci ha sempre messo la faccia. Una preghiera". Così il segretario della Lega Nord e presidente Ncs Matteo Salvini.

M5S: "Anche quando in disaccordo difficile pensar male di lui" - "Il Movimento 5 Stelle ricorda Marco Pannella, leader politico che ha fatto della democrazia diretta tramite referendum una delle sue battaglie di una vita. E attraverso la democrazia diretta è riuscito a portare a questo Paese importanti riforme civili. Diciamolo, anche quando non si era politicamente d'accordo con Marco Pannella non si riusciva proprio a pensar male di lui". E' quanto si legge sul blog di Beppe Grillo e sul portale delle stelle.

Casini: "Ha segnato lunga stagione politica italiana - "Le parole servono a poco in questo momento, in particolare per descrivere un uomo veramente particolare come Marco. Solo pochi giorni fa lo avevo visto chiaramente minato nel fisico, ma ancora straordinariamente istrione, capace delle provocazioni più intelligenti. Come e forse più di tanti esponenti istituzionali, Pannella ha veramente segnato la lunga stagione della politica italiana".

Calderoli: "Resta rammarico su senatore a vita, un'ingiustizia" - "La notizia della scomparsa di Marco Pannella mi addolora profondamente, perché per me viene a mancare una figura importante sia per l'amicizia che ci legava che per quel che trasmetteva sul piano della sua personalità politica. Ricorderò sempre Pannella e lo citerò sempre come esempio per la sua passione, per il suo impegno e per la competenza che proferiva in tutte le sue battaglie". Lo dichiara Roberto Calderoli della Lega aggiungendo: "Resta solo il rammarico che in tutti questi anni, nonostante si siano susseguiti diversi presidenti della Repubblica, nessuno di loro si sia sentito in dovere di nominarlo senatore a vita, quando invece Marco ne aveva tutte le caratteristiche e i meriti".

Vendola: "Grati a battaglie per diritti di tutti noi" - "Dobbiamo essere grati a Marco #Pannella per il suo coraggio civile dimostrato in mille battaglie per i diritti di tutti noi". Lo scrive su twitter Nichi Vendola. Adnkronos 19

 

 

 

 

Pensioni Inps, in arrivo la 14ma all’estero ma con l’importo sempre “sbagliato” e più basso

 

ROMA - Probabilmente consapevole dell’errore commesso nel pagamento della somma aggiuntiva (14ma) ai nostri connazionali residenti all’estero, il Ministero del Lavoro non ha ancora risposto ad una nostra interrogazione del mese di luglio 2015 e quindi l’Inps anche quest’anno a luglio pagherà tale prestazione con un importo inferiore a quello effettivamente spettante. Abbiamo più volte denunciato il fatto – con interrogazioni, emendamenti, iniziative politiche e legislative – il fatto che l’Inps da 9 anni continua a negare ai pensionati in convenzione italiani residenti all’estero l’importo massimo di 504 euro della 14ma e ad erogare invece l’importo minimo di 336 euro. Si tratta di una differenza di quasi 200 euro alla quale invece, secondo noi, avrebbero diritto decine di migliaia di pensionati italiani residenti all’estero.

Ricordiamo che la 14ma (altrimenti definita “somma aggiuntiva”) viene corrisposta ogni anno, solitamente nel mese di luglio, a favore dei pensionati ultrasessantaquattrenni in presenza di determinate condizioni reddituali. Tale beneficio viene erogato anche ai titolari di pensione in convenzione internazionale residenti all’estero i quali possiedano sia il requisito anagrafico (64 anni) che quello reddituale (per il 2016 inferiore a 10.290 euro per avere diritto all’importo massimo). La legge stabilisce che per coloro i quali fanno valere fino a 15 anni di contribuzione la somma aggiuntiva è pari a 336 euro; oltre i 15 e fino ai 25 anni è pari a 420 euro; oltre i 25 anni è pari a 504 euro.

Tuttavia l’Inps, anche quest’anno come negli anni precedenti deciderà che ai fini dell’importo da erogare nel caso di pensioni liquidate in regime internazionale deve essere considerata utile solo la contribuzione italiana anche se la legge parla di anzianità contributiva “complessiva” (e cioè, secondo noi, includendo anche quella straniera). Tale decisione ha avuto come conseguenza l’erogazione dell’importo più basso previsto dalla legge alla stragrande maggioranza dei titolari di pensione in convenzione residenti all’estero che di norma in Italia fanno valere un’anzianità contributiva inferiore ai 15 anni a causa dell’abbandono prematuro dalla forza lavoro in Italia per emigrare in altri Paesi. Giova la pena ricordare che la contribuzione estera, anche in virtù del principio dell’assimilazione dei territori che informa tutti i Trattati, gli accordi e le convenzioni internazionali di sicurezza sociale stipulati dall’Italia, viene sempre presa in considerazione dall’Inps sia ai fini della maturazione del diritto che ai fini del calcolo (pensione virtuale) delle prestazioni italiane in pro-rata. Con riferimento alla somma aggiuntiva l’Inps ha deciso invece (e il Ministero del Lavoro non ha mai contestato tale decisione) di non prendere in considerazione la contribuzione estera ai fini del calcolo dell’anzianità contributiva complessiva degli aventi diritto. Noi sosteniamo che il comportamento dell’Inps (che delimita detta anzianità contributiva alla sola contribuzione italiana) contrasta con il criterio determinativo del pro-rata temporis previsto per le pensioni in regime internazionale; criterio che tiene conto della contribuzione estera e, attraverso l’istituto della totalizzazione, fa rientrare l’anzianità contributiva estera nella determinazione dell’entità della prestazione a carico dello Stato italiano, come disposto d’altronde anche dal Trattato istitutivo della Comunità Europea che prevede l'adozione di un sistema che consenta di assicurare ai lavoratori migranti "il cumulo di tutti i periodi presi in considerazione dalle varie legislazioni nazionali, sia per il sorgere e la conservazione del diritto alle prestazioni, sia per il calcolo di queste".

In virtù di queste considerazioni abbiamo chiesto al Ministero del Lavoro di verificare i motivi del comportamento restrittivo dell’Inps e di valutare l’opportunità di impartire istruzioni all’Istituto previdenziale italiano al fine di riconsiderare le modalità di calcolo della somma aggiuntiva concessa ai nostri emigrati prendendo in considerazione anche la contribuzione estera utilizzata per il perfezionamento del diritto ad una pensione in regime internazionale. Se il Ministero del Lavoro dovesse, come riteniamo giusto, concordare con la nostra argomentazione – ma fino ad ora ha ignorato le nostre rivendicazioni “dimenticando” di rispondere - i pensionati italiani residenti all’estero aventi diritto alla 14ma riscuoterebbero dai 100 ai 200 euro in più nel mese di luglio. Sarebbe inoltre indubbiamente utile che anche associazioni e patronati dell’emigrazione sostenessero pubblicamente la nostra tesi.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati Pd eletti nella circoscrizione Estero

 

 

 

 

Financial Times: Grillo, una zavorra per i Cinque Stelle

 

Durissimo commento del giornale della City sull'uscita del comico a Padova: dove, durante uno show, aveva paragonato il neo sindaco di Londra a un terrorista

di ANNA LOMBARDI

 

"E se Beppe Grillo si stesse trasformando nella zavorra del Movimento 5 Stelle?". Se lo chiede in Financial Times in un articolo del commentatore di affari europei Tony Barber, che arriva a corollario della numerose reazioni negative da parte della stampa britannica sull'uscita del leader del movimento sul neo eletto sindaco di Londra, Sadiq Khan. A lui sabato sera - davanti al pubblico di 2500 persone accorse a vedere il suo show al Gran Teatro Geox di Padova - il comico aveva dedicato l'unica battutaccia politica dello spettacolo. Commentando la straordinarietà dell'elezione del primo sindaco musulmano ingese (definito a torto "bangladesciano" nonostante Khan sia nato in Gran Bretagna da genitori pachistani) dimostrazione, secondo Grillo, che non si deve smettere mai di sognare, aveva concluso: "voglio poi vedere quando si fa saltare in aria a Westminster...".

 

Una battutaccia che non era sfuggita alla stampa britannica, secondo cui paragonare Sadiq Khan a un terrorista è una caduta così grave da poter creare problemi alla candidata del M5s nella corsa a sindaco di Roma e al vicepresidente della Camera Luigi Di Maio "a caccia di credibilità internazionale". E anche al suo alleato a Strasburgo  Nigel Farage, leader del partito anti-europeo britannico Ukip.

L'editoriale di Barber sul Ft, rincara la dose: non solo attaccando le qualità artistiche di Grillo "che a 67 anni sembra un uomo stanco della vita pubblica e sempre più fuori dal mondo. Un comico che sembra aver perso il suo istinto del comico". Ma anche sottolineando come la sua esuberanza getti un ombra "sugli sforzi dei giovani attivisti 5 stelle che cercano di trasformare il movimento in un partito più maturo, saggio ed elettoralmente credibile"

 

Una zavorra insomma: che rischia di affondare il movimento. Barber nota infatti che "fino ad ora il Movimento si era astenuto da scherzi fatui e insulti razzisti, tipici invece dei partiti populisti di destra". L'incidente di Padova potrebbe ora cambiare tutto, secondo il quotidiano inglese. Mettendo in crisi chi, nel movimento "sta lottando per trovare un messaggio politico più ampio che raggiunga un elettorato ancora in deciso". La sfida delle comunali del 5 giugno in questo senso è importantissima, visto che il secondo partito italiano è a pochi punti dal Pd di Renzi.

Intanto arrivano le prime reazioni anche dal Labour britannico: se infatti fino ad ora l'ufficio del sindaco di Londra non aveva voluto commentare la "battuta" di Grillo, oggi a parlare è Ivana Bartoletti,unica

italiana nella lista di Sadiq Khan. "Una frase del genere - ha detto- non dovrebbe avere diritto di cittadinanza nel mondo in cui viviamo e mi auguro che i membri del movimento, alcuni dei quali aspirano a ruoli di guida nelle città, se ne dissocino al più presto".  LR 17

 

 

 

L’altra faccia dell’economia

 

Il Governo c’è ancora. Anche se sarà difficile che “duri” sino alla primavera del 2018. Renzi ha solo rallentato il processo involutivo che i nostri politici avrebbero dovuto ridimensionare molto prima. Senza nessuna diatriba, riteniamo che il Governo avrà vita dura. Quindi, sotto questo profilo, dovremo verificare le tattiche che faranno capo al “Terzo Polo”.

 Certo è che ci vuole coraggio a perseverare ancora con un Esecutivo della “non sfiducia”. La cura Renzi ci ha impoverito. Le riforme, che hanno interessato ogni aspetto della nostra vita, hanno avuto una matrice unica: aumentare i sacrifici degli italiani. C'è stato ripetuto che il rigore e le rinunce ci hanno salvato dal “baratro”. Ci piacerebbe capire di quale “baratro” si tratta e chi, in concreto, l’ha evitato.

 I senza lavoro sono sempre molti. Vivere nel Bel Paese è sempre oneroso e il 2016 sfuma verso una stagione non priva di sorprese. Questa “crisi “è tanto anomala da non poter neppure ipotizzare se il Governo sia in grado di ridare stimolo a un’economia che è in crisi per le impraticabili condizioni di portare avanti un progetto occupazionale valido. Dopo un “flop” senza storia, i nostri parlamentari dovrebbero spiegarci per quale motivo hanno consentito una raffica di provvedimenti solo col ricatto della “fiducia”. Una classe sociale è, in sostanza, è sublimata e tra “povertà” e “ricchezza” non esistono più vie interposte. Come a scrivere che la classe “borghese” è stata scalzata da una serie d’eventi che hanno impoverito il Paese.

 I redditi da lavoro dipendente o da vitalizio (pensioni) sono stati i più colpiti. La mancanza di liquidità è una delle peggiori piaghe che possono colpire un Paese. Quale garanzia ci potrà fornire il prossimo Governo? Ci sarebbero altri interrogativi da proporre. Preferiamo evitarli perché non consentirebbero, al momento, nessun’ipotesi valida. Il Prodotto Nazionale Lordo (PIL) resterà in positivo (+1%) perlomeno per tutto l’anno. Sempre meglio che per il passato. Frenare l’emorragia occupazionale, però, sarà difficile come per questo ultimo scampolo di primavera.

Se, comunque, si enunciasse una sorta di “sanatoria” sociale, potremmo anche essere più disponibili a un riscontro meno negativo. Purtroppo, neppure quest’opzione ò praticabile e le “nuove” elezioni restano ancora lontane per predisporre strategie veramente innovative. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Ue: "Italia in linea su debito, ma revisione entro novembre"

 

La Commissione Europea ritiene, dopo aver analizzato i fattori rilevanti, che il debito pubblico dell'Italia, insieme a quelli di Belgio e Finlandia, rispetti il patto di stabilità, ma "per l'Italia la Commissione rivedrà la sua valutazione dei fattori rilevanti in nuovo rapporto entro novembre, quando ulteriori informazioni sulla ripresa del cammino di aggiustamento verso l'obiettivo di medio termine per il 2017 saranno disponibili".

L'Italia dovrebbe agire quest'anno e l'anno prossimo per "accelerare l'implementazione del suo programma di privatizzazioni e utilizzare i proventi per velocizzare la riduzione del rapporto tra il debito pubblico" e il Pil. La Commissione Europea, "in linea con i suoi doveri di monitorare l'implementazione della procedura per deficit eccessivo, tornerà sulla situazione della Spagna e del Portogallo agli inizi di luglio".

 

La Commissione Europea ha "ottenuto dall'Italia un impegno chiaro, scritto, nero su bianco, nel quale l'Italia assicura che nel 2017" i conti pubblici saranno "conformi alle regole", che "l'obiettivo di deficit dell'1,8% sarà rispettato" e che "saranno evitate deviazioni significative". Lo dice il commissario agli Affari Economici e Finanziari Pierre Moscovici, in conferenza stampa a Bruxelles.

"Nei tre casi di Finlandia, Italia e Belgio - ha aggiunto Moscovici - abbiamo esaminato tutti i fattori rilevanti e abbiamo concluso che non ci sono le condizioni per aprire una procedura. Prevediamo che i tre Paesi siano globalmente conformi ai requisiti del patto quest'anno. L'Italia voleva il massimo possibile di flessibilità prevista dalle regole, come dettagliate nella comunicazione della Commissione del gennaio 2015, e noi abbiamo istituito un legame tra queste flessibilità e il ritorno verso percorso di bilancio dall'anno prossimo".

"Abbiamo avuto - continua Moscovici - diversi giorni di intensi dibattiti con Pier Carlo Padoan e il suo team; credo di aver almeno dieci bilaterali con il ministro; e abbiamo ottenuto un impegno chiaro, sul quale saremo vigili. Su questa base, su cui siamo stati esigenti e sulla quale rimarremo vigili, abbiamo concluso che l'Italia debba beneficiare di una parte importante della flessibilità chiesta per quest'anno".

"Esamineremo attentamente - conclude Moscovici - il progetto di bilancio italiano che riceveremo in ottobre e faremo in quel momento nuove analisi sulla conformità dell'Italia alla regola del debito. La nostra vigilanza resta dunque in piedi, con la clausola di revisione in autunno, anche se prendiamo atto con favore della lettera che Padoan ci ha inviato in seguito alle osservazioni che gli avevamo fatto".

PADOAN - "Non si tratta di una vittoria o di una sconfitta. Rispettiamo le regole e questo ci viene riconosciuto". A commentare così le raccomandazioni Ue all'Italia ai microfoni del 'Gr1' è il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. "Disinnescare le clausole di salvaguardia - ha continuato - è un impegno che il Governo ha preso soprattutto nei confronti del Paese. Non è uno sforzo facile ma ci siamo impegnati e continueremo a farlo"

MEF - La Commissione europea "riconosce lo sforzo realizzato dal Governo italiano nell'implementazione del piano di riforme strutturali e nella realizzazione di investimenti aggiuntivi". E' quanto evidenzia il Mef, commentando l'Ue. Di conseguenza, ricorda il Tesoro, per il bilancio 2016 accorda all'Italia la massima flessibilità sul deficit prevista dalle relative clausole e un ulteriore flessibilità per le spese relative alla sicurezza e all'accoglienza dei migranti, per un totale di 0,85 percento del Pil.

Ciò conferma che "la strategia perseguita dal governo sull’uso intelligente delle regole europee per incentivare gli interventi che sostengono la crescita è giudicata valida e utile per lo sviluppo dell’intera Unione". Il governo ritiene che "il percorso di aggiustamento indicato nel Documento di Economia e Finanza di aprile verso l’obiettivo di medio termine (MTO), ossia il pareggio del bilancio strutturale, si muova all’interno delle regole europee".

Il ministro Padoan ha ribadito che la legge di stabilità per il 2017 darà attuazione al programma indicato nel Def. La riduzione del debito pubblico in rapporto al Pil "è infatti considerata una priorità e una condizione indispensabile per assicurare lo sviluppo del Paese". L’azione del governo per la riduzione del debito "continua a muoversi su più fronti: da un lato il programma di privatizzazioni e una politica di bilancio responsabile per ridurre deficit e debito, dall’altro le iniziative per favorire la crescita strutturale del prodotto interno".

La Commissione europea ha effettuato una valutazione delle azioni del Governo per valutarne la conformità con la regola del debito e con il rapporto redatto ai sensi dell'art. 126.3 del Trattato e ha concluso che "l'Italia sta rispettando le regole comuni".

Per quanto riguarda le altre raccomandazioni della Commissione, osserva ancora Via XX Settembre, "riguardano aree sulle quali il Governo è già intervenuto, con l’obiettivo di stimolare la crescita economica e l’occupazione". Sono già state varate numerose misure di alleggerimento della pressione fiscale sui fattori produttivi: l’abolizione del costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap a partire dal 2015, il super-ammortamento sugli investimenti in beni materiali strumentali dal 2016, la riduzione dell’aliquota Ires a partire dal 2017, nonché l’erogazione del bonus 80 euro a partire dal 2014 -con effetti rilevanti nella riduzione del cuneo fiscale.

Quanto alle cosiddette tax expenditure, la riforma del fisco già pienamente operativa "prevede che il governo annualmente proceda allo loro revisione complessiva in base alle mutate esigenze sociali ed economiche". La fatturazione elettronica, che il Governo promuove tra i privati, è già obbligatoria nei confronti della pubblica amministrazione dal 2015. Per quanto riguarda il sistema bancario, "è stato messo in campo uno straordinario sforzo di riforma per favorire il consolidamento del settore e la trasparenza nella gestione, mentre per favorire la riduzione dei crediti deteriorati sono state offerte garanzie sulla cartolarizzazione delle sofferenze (GACS) e sono state semplificate e velocizzate le procedure concorsuali". In campo sociale, altro fronte sul quale la Commissione ha sollecitato l'Italia, Governo e Parlamento "stanno lavorando congiuntamente per adottare un piano anti-povertà che prevede, tra l’altro, un fondo a favore delle famiglie disagiate con figli affetti da disabilità". Adnkronos 18

 

 

 

 

Comunali e referendum, Alfano: “Stop alle polemiche, si voterà solo domenica”

 

Renzi attacca il fronte del no: «Vogliono personalizzare lo scontro contro di me»

L’ufficialità è arrivata per bocca del ministro dell’Interno Alfano: per le elezioni amministrative si voterà solo la domenica. La questione è stata discussa nel Cdm: sul tavolo l’ipotesi di ampliare anche a lunedì la possibilità di votare. 

Anche al referendum si voterà soltanto di domenica e non in due giorni come aveva proposto in un primo tempo proprio il ministro Alfano. Lo ha detto lo stesso Alfano in Consiglio dei ministri, motivando il ritiro della sua proposta con le polemiche «pretestuose e strumentali» che sono state sollevate. La spesa in più per votare anche di lunedì, ha sottolineato, «non sarebbe stata di centoventi milioni di euro, ma l’incremento sarebbe stato di circa cinque milioni di euro per le amministrative e di circa diciotto per il referendum».  

 

«E alla fine ha prevalso il buon senso. E il rispetto delle regole. Meglio così. #Votosoloinungiorno #electionday». Lo scrive in un tweet l’ex premier Enrico Letta, commentando l’annuncio del ministro Alfano.  

 

«Personalizzare lo scontro» sul referendum costituzionale di ottobre «non è il mio obiettivo, ma quello del fronte del No che, comprensibilmente, sui contenuti si trova un po’ a disagio». È quanto scrive il presidente del Consiglio, Matteo Renzi in un passaggio della sua enews. «Ma davvero - scrive Renzi - vogliono mantenere tutte queste poltrone? Questo bicameralismo che non volevano nemmeno i costituenti e che furono costretti ad accettare per effetto dei veti incrociati? Questa confusione insopportabile sulla materia concorrente tra Regioni e Stato centrale che ha portato alla paralisi di cantieri, allo spreco di fondi europei, alla costante tensione istituzionale? Sui contenuti la stragrande maggioranza dei cittadini, di tutte le forze politiche - assicura - vuole rendere più semplice l’Italia come fa questa riforma, finalmente».  

 

«Per questo sabato 21 maggio, alle 11, al Teatro Sociale di Bergamo - annuncia Renzi - inizieremo il nostro cammino verso il referendum di ottobre, inaugurando i primi comitati di semplici cittadini. C’è un’Italia che dice Sì e che non vuole fermarsi. Che non vuole tornare alla palude, all’ingovernabilità, agli inciuci. Questa Italia è un’Italia più grande di un singolo partito, di un presidente del Consiglio, di un gruppo di politici. E a questa Italia vogliamo chiedere di darsi da fare. Chiunque potrà aiutare questa gigantesca opera per rendere l’Italia un Paese con meno politici e più politica. Un Paese più semplice e più giusto, tutto qui. Come? Basta un Sì. E non a caso il sito internet che sarà la base del nostro lavoro, da sabato 21 maggio, si chiamerà proprio così: www.bastaunsi.it». LS 16

 

 

 

 

La frenata sulle assunzioni e i dubbi sul Jobs Act

 

La frenata delle assunzioni a tempo indeterminato dimostra che il boom dello scorso anno era determinato soprattutto dagli sgravi fiscali per gli imprenditori che assumono. Sgravi che da quest'anno sono terminati. A questo dato poco incoraggiante si aggiunge l'enorme crescita dei voucher, i buoni da dieci euro che sono visti da molti osservatori come la nuova forma del precariato: il lavoro come un taxi che si paga con un buono. Si può già concludere che il jobs act ha il fiato corto? Hanno ragione quindi in Francia a protestare in piazza contro la riforma del mercato del lavoro? Se nonostante la diminuzione della disoccupazione, che pure c'è, le assunzioni a tempo indeterminato dovessero continuare con questo ritmo (-77 per cento su base annua) si dovrebbe almeno concludere che qualche aspetto non secondario da rivedere nella legge di Renzi senz'altro esiste. Per questo bisognerà aspettare i prossimi dati. Una cosa comunque si può dire fin da adesso: il sistema produttivo italiano è arretrato rispetto alla media europea e i consumi delle famiglie, pure in leggerissima ripresa, non tirano abbastanza da prevedere l'uscita definitiva dalla crisi in tempi rapidi. La conferma dei 14 miliardi di flessibilità concessa da Bruxelles all'Italia è di sicuro una buona notizia non tanto per l'entità della cifra ma perché rappresenta il segno che la politica economica di Renzi ha trovato ascolto in Europa. Ma per la verifica sul debito bisogna aspettare novembre e la raccomandazione della Bundesbank di tenere a bada i conti e dell'Europa di uno sforzo aggiuntivo nel 2017 contrastano con la necessità di Renzi di trovare una ventina di miliardi per rilanciare i consumi e abbassare le tasse. Come dice un grande banchiere come Bazoli nell'intervista a Ezio Mauro su Repubblica in edicola oggi, se saltasse la riforma istituzionale nel referendum di ottobre "diventerebbe impossibile riformare alcunché". Compresa l'economia. E il quadro politico entrerebbe nel caos. Ecco perché Renzi ha chiesto una tregua di cinque mesi nel partito e ha già cominciato la campagna elettorale per il Si. Dipende tutto da quella battaglia. Dal l'esito incerto. GIANLUCA LUZI LR 19

 

 

 

 

Garavini (PD): “Non strumentalizzare i fatti di Colonia per seminare odio contro gli immigrati”

 

La Deputata PD risponde in Aula a una mozione della Lega

 

"Le aggressioni contro le donne avvenute la notte di Capodanno a Colonia vanno condannate senza ombra di dubbio. Chi risulta colpevole va assicurato alla giustizia, in fretta e senza scuse. Ritengo però strumentale la mossa della Lega, che a cinque mesi dai fatti contestati e a poche settimane dal voto, propone una mozione in cui si indigna a scoppio ritardato su questi crimini. Se voleva tematizzare fatti di grave violenza in un paese amico europeo, perchè non parlare anche delle 901 aggressioni a sfondo neonazista compiute, sempre in Germania, l’anno scorso a danno di campi profughi? O dei 100 incendi dolosi a danno di centri di accoglienza? Un partito serio e democratico non può avere una doppia morale e condannare solo i crimini che sembrano tirare acqua al proprio mulino elettorale. 

 

Certo, la migrazione di massa con cui siamo confrontati in questo periodo è una sfida epocale, che richiede efficaci politiche per l'integrazione. Proprio per questo il nostro Governo si è reso artefice di due risposte rispetto a chi semina paura e odio contro i migranti: da una parte nella Legge di stabilità abbiamo sancito un principio: per ogni euro speso per la sicurezza bisogna destinare altrettante risorse per la cultura. E dall’altra con il Migration Compact abbiamo dato uno scossone a una politica europea che finora si è mostrata incapace di agire, sollecitando i nostri partner europei ad intervenire a monte sulle cause dell’immigrazione, con un grande piano di aiuti condizionati, ai Paesi di origine dei rifugiati. Ciò di cui sicuramente oggi non abbiamo bisogno sono miopi ricette demagogiche che mettono gli uni contro gli altri - europei contro migranti, musulmani contro cristiani, donne contro uomini”.

 

Così Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, intervenendo per il Gruppo in dichiarazioni di voto sulla mozione presentata dalla Lega sui fatti di Colonia. L'intervento integrale è visibile al link 18 https://vimeo.com/167088397  de.it.press 18

 

 

 

 

Riorganizzazione del Maeci: parere favorevole con osservazioni della Commissione Affari Esteri

 

ROMA - La Commissione Esteri del Senato, riunita in sede consultiva su atti del Governo, ha dato parere favorevole con osservazioni allo schema di decreto del Presidente della Repubblica recante regolamento di riorganizzazione del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Prima del voto il relatore Francesco Verducci (Pd) ha esposto il contenuto della bozza di parere favorevole, ricordando che l'atto del Governo rappresenta la tappa conclusiva della riforma del sistema pubblico di cooperazione allo sviluppo, per la cui approvazione la Commissione Esteri ha avuto un ruolo decisivo, e di cui la nascita dell'Agenzia, e la conseguente riorganizzazione del Ministero, costituiscono uno degli  elementi qualificanti.

Qui di seguito il testo del parere approvato dalla Commissione.

La Commissione Affari esteri, emigrazione,

esaminato lo Schema di decreto del Presidente della Repubblica recante il regolamento di riorganizzazione del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (Atto n. 289), ai sensi dell’articolo 17, commi 2 e 4-bis, della legge 23 agosto 1988, n. 400 e degli articoli 13, comma 2, e 20 della legge 11 agosto 2014, n. 125;

rilevato criticamente il ritardo con cui tale atto è stato trasmesso al Parlamento e la concentrazione delle numerose modifiche normative in un unico articolo;

preso atto dei rilievi contenuti nel parere emesso dalla Sezione consultiva per gli atti normativi del Consiglio di Stato nell’adunanza del 10 marzo 2016;

premesso che l'atto in titolo rappresenta la tappa conclusiva della riforma del sistema pubblico di cooperazione allo sviluppo, di cui la nascita dell'Agenzia italiana per la cooperazione, e la conseguente riorganizzazione del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (MAECI), costituiscono uno degli elementi qualificanti;

considerato che l'atto contribuisce al contempo a completare un più ampio percorso di riordino e razionalizzazione dell'Amministrazione degli affari esteri, avviato nel 2010, strettamente funzionale all’interesse nazionale e alla internazionalizzazione del nostro sistema Paese, sul piano sia economico che culturale;

chiarito che obiettivo del provvedimento è innanzitutto quello di adeguare la disciplina dell’organizzazione degli uffici e delle competenze del MAECI al nuovo quadro normativo in materia di cooperazione allo sviluppo introdotto dalla legge n. 125 del 2014, in particolare in attuazione dell’articolo 20 della stessa legge e nello spirito complessivo della nuova normativa, mettendo a frutto al meglio l’interazione tra i diversi soggetti istituzionali, al fine di evitare duplicazioni e sovrapposizioni di competenze e di responsabilità;

considerata l'opportunità di assicurare che le competenze della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) siano quelle previste dalla riforma del settore e non si sovrappongano a quelle assegnate dalla legge all’Agenzia, alla Cassa depositi e prestiti S.p.A. e ad altri soggetti, anche in relazione alle attribuzioni di carattere finanziario;

considerato che appare coerente con l’assegnazione alla DGCS delle competenze di indirizzo e programmazione la trattazione di alcune tematiche di carattere generale e sistemico, connesse alla cooperazione multilaterale a livello internazionale ed europeo, come pure quelle connesse agli interventi di emergenza ed assistenza umanitaria;

valutata positivamente l’attribuzione alla DGCS, d’intesa con le altre Direzioni generali competenti, dell’esercizio delle competenze relative alla cura delle relazioni relative agli strumenti finanziari in materia di cooperazione allo sviluppo e di politiche di vicinato dell’Unione europea, nonché al Fondo Europeo di Sviluppo, e, nell’ambito delle competenze attribuite al MAECI, delle relazioni con le banche e fondi di sviluppo a carattere multilaterale e in materia di finanziamento allo sviluppo, ivi inclusi gli strumenti innovativi;

segnalato che, in relazione alla verifica d’impatto sulla regolamentazione appare da precisare l’adozione di precipui strumenti di misurazione del raggiungimento degli obiettivi, più raffinati rispetto  agli abituali indicatori del controllo di gestione e di valutazione della performance, effettuati periodicamente con cadenza biennale;

apprezzata  la scelta  di collocare l’Unità Autorizzazione Materiali di Armamento (UAMA) nell’ambito della Segreteria generale del MAECI e non più all’interno di una Direzione generale, in modo che possa godere di una più ampia sfera di autonomia, difficilmente conciliabile con l’inquadramento all’interno di una delle Direzioni;

segnalata l'opportunità che a tale Unità vengano assegnate anche le funzioni di controllo sulle esportazioni dei materiali e delle tecnologie cosiddetti "dual use";

segnalata altresì l'opportunità che, nell'ottica di razionalizzazione che ispira il provvedimento, le competenze in materia di  proprietà intellettuale e di organismi multilaterali specializzati in ambito economico possano essere attribuite alla Direzione generale per la promozione del sistema Paese del MAECI, che già cura anche i rapporti del Ministero con il mondo della ricerca e dell’innovazione, nonché con i settori imprenditoriali interessati;

apprezzata la scelta di trasferire la promozione linguistica e scolastica delle collettività italiane all’estero dalla Direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie, che conserva responsabilità sul piano della promozione sociale delle nostre collettività, alla Direzione generale per la promozione del sistema Paese, in un’ottica di razionalizzazione delle risorse e di destinazione degli interventi di promozione alla platea più ampia possibile di destinatari;

segnalato che la soppressione dell’Istituto diplomatico non può avere come effetto quello di ricondurre le attività di formazione e perfezionamento del personale del Ministero nella Direzione generale delle risorse e per l’innovazione, senza il necessario raccordo con la Scuola nazionale dell’amministrazione;

condivisa la modifica apportata al decreto del Presidente della Repubblica n. 54 del 2010, in materia di disciplina delle variazioni e degli storni di bilancio, finalizzata ad affidare ai titolari degli uffici all’estero la potestà di operare con proprio decreto variazioni compensative di bilancio;

condivisi altresì gli interventi intesi a valorizzare l’apporto professionale della dirigenza amministrativa e dell’area della promozione culturale del MAECI;

valutata infine l'esigenza di  una rapida entrata in funzione del nuovo assetto organizzativo del MAECI, in particolare per quanto riguarda il settore della cooperazione pubblica allo sviluppo, anche per consentire, in linea con gli impegni assunti in sede internazionale, il rafforzamento di tali attività, che rappresenta un tassello essenziale della politica estera e della proiezione esterna del nostro Paese;   

esprime parere favorevole con le seguenti osservazioni:

all’articolo 1, comma 1, lettera c), n. 1, le parole "la Direzione generale per le risorse e l’innovazione" siano sostituite dalle seguenti: "Direzione generale per l’Unione europea";

all’articolo 1, comma 1, lettera c), n. 3, le parole "Direzione generale per il sistema Paese" siano sostituite dalle seguenti: "Segreteria generale";

all’articolo 1, comma 1, lettera c), n. 5, all’alinea comma 8, la lettera a) sia sostituita dalla seguente: "a) cura, d’intesa con le altre direzioni generali competenti, la rappresentanza politica e la coerenza delle azioni dell’Italia in materia di cooperazione per lo sviluppo nell’ambito delle relazioni bilaterali, con le organizzazioni internazionali, e con l’Unione europea, ivi incluse quelle relative agli strumenti finanziari europei in materia di cooperazione allo sviluppo e di politiche di vicinato nonché al Fondo Europeo di Sviluppo, con le banche e i fondi di sviluppo a carattere multilaterale e in materia di finanziamento allo sviluppo, ivi inclusi gli strumenti innovativi";

all’articolo 1, comma 1, lettera c), n. 5, all’alinea comma 8, la lettera b) sia sostituita dalla seguente: "b) coadiuva il Ministro o il Viceministro una volta delegato, nell’elaborazione degli indirizzi per la programmazione in riferimento ai Paesi e alle aree di intervento concorrendo alla definizione della programmazione annuale per l’approvazione del Comitato congiunto, di cui all’articolo 21 della legge 11 agosto 2014, n. 125, con il contributo dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo Sviluppo di cui all’articolo 17 della legge 11 agosto 2014, n. 125, e avvalendosi per i profili finanziari della Società Cassa Depositi e Prestiti";

all’articolo 1, comma 1, lettera c), n. 5, all’alinea comma 8, la lettera c) sia sostituita dalla seguente "c) coadiuva il Viceministro una volta delegato, nella definizione dei contributi volontari alle organizzazioni internazionali e dei crediti di cui agli articoli 8 e 27 della legge 11 agosto 2014, n. 125, per l’approvazione del Comitato congiunto; coadiuva il Viceministro una volta delegato, nell’individuazione degli interventi di emergenza umanitaria di cui all’articolo 10 della legge 11 agosto 2014, n. 125";

all’articolo 1, comma 1, lettera c), n. 7, la parola "e" sia sostituita con le seguenti: "d’intesa con la Scuola nazionale di pubblica amministrazione con cui";

alla UAMA vengano assegnate anche le funzioni di controllo sulle esportazioni dei materiali e delle tecnologie cosiddetti "dual use";

le competenze attribuite al MAECI in materia di proprietà intellettuale e di organismi multilaterali specializzati in ambito economico siano attribuite alla Direzione generale per la promozione del sistema Paese;

sia dato maggior rilievo alle nuove competenze primarie della DGCS dopo la legge n. 125 del 2014 con particolare riferimento a quelle correlate al ruolo di indirizzo, programmazione e valutazione dei risultati;

si valuti l’opportunità di chiarire meglio la distinzione tra tali competenze di indirizzo, programmazione e valutazione dei risultati della DGCS ed ulteriori competenze tecniche ad essa attribuite dal legislatore, precisando le modalità del raccordo tra la stessa DGCS e l’Agenzia;

in relazione alla verifica d’impatto sulla regolamentazione, sia meglio precisata l’adozione di precipui strumenti di misurazione del raggiungimento degli obiettivi, più raffinati rispetto agli  abituali indicatori del controllo di gestione e di valutazione della performance, effettuati periodicamente con cadenza biennale,  che invece costituiscono la tipica attività  di controllo della DGCS secondo l'assetto delineato dalla nuova normativa di settore.  (Inform 20)

 

 

 

 

I parlamentari

 

Della nuova legge elettorale si scrive ancora poco e si profetizza molto. Dati i tempi politici, è meglio rimanere con i piedi per terra; anche per esorcizzare ripensamenti dell’ultima ora. Sino a oggi, la situazione numerica del nostro Potere Legislativo è la seguente: a Palazzo Madama i Senatori sono 315. Più esattamente 309 eletti in “Casa” e 6 nella Circoscrizione Estero. A Montecitorio, i Deputati sono 618. Più i 12 eletti nella Circoscrizione Estero; per un totale di 630 “Onorevoli”.

A conti fatti, i parlamentari italiani sono 945. Una marea d’individui che costano allo Stato, in pratica ai contribuenti, una bella somma tra voci palesi e importi dovuti. Tanto che la Commissione Affari Costituzionali aveva azzardato, a suo tempo, un’ipotesi alquanto interessante. Ridurre a 500 i Deputati della Repubblica, e 250 i Senatori. Era l’inizio del Nuovo Millennio. Poi, non se ne fece nulla.

Oggi si procede, invece, verso un Parlamento “monocamerale”. L’anno prossimo dovrebbe essere quello “buono”. Forse, dopo un referendum istituzionale. Di certo, però, il numero dei parlamentari andrà a diminuire.

Con un numero più in sintonia con gli altri Paesi UE. Anche la “Circoscrizione Estero” potrebbe essere eliminata. L’idea, adesso, non è per nulla peregrina; anche se non è stata portata in Aula. Lentamente, ma inesorabilmente, sembra mostrarsi un quadro parlamentare assai simile a quello che avevamo, da tempo, ipotizzato. Meno parlamentari e meno spese. Basta col “bicameralismo” perfetto.

Per i candidabili residenti all’estero, eliminate le Ripartizioni Geografiche, nelle quali è suddivisa la Circoscrizione Estero, il voto tornerebbe tra i membri dei partiti nazionali dei quali gli aspiranti parlamentari, pur residenti all’estero, già fanno parte.

 Quando sarà varata la nuova Legge Elettorale, sull’argomento, che ha destato giustificati interessi, da parte di chi ci segue, torneremo.  Giorgio Brignola de.it.press

 

 

 

"E se non guardo mai la Rai devo pagare?": tutto quello che c'è da sapere sul canone

 

Scade oggi il termine utile per inviare all'Agenzia delle Entrate la richiesta di esenzione dal canone Rai tramite la dichiarazione sostitutiva relativa al canone per uso privato, ed evitare l'addebito sulle fatture elettriche (che partirà a luglio). La dichiarazione può essere presentata sia da chi non possiede un televisore, sia per comunicare su quale utenza elettrica, intestata a un membro della famiglia, deve essere addebitato il canone. Per chi avesse ancora dei dubbi, di seguito sono riassunti tutti i punti chiave del canone Rai, un elenco di domande e risposte pubblicate sul sito www.canone.rai.it.

1) Chi deve pagare il canone tv e a quanto ammonta?

Dev'essere corrisposto da chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive indipendentemente dalla qualità o dalla quantità del relativo utilizzo. Ammonta a 100 euro.

2) L'utenza elettrica fa presumere la detenzione di un apparecchio ricevente?

Sì, dal 1 gennaio 2016, la detenzione di un apparecchio si presume nel caso in cui esista un'utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la sua residenza anagrafica. La presunzione può essere superata con una dichiarazione allo Sportello S.A.T. dell'Agenzia delle Entrate con la quale, nelle forme previste dalla legge e sotto la propria responsabilità, anche penale, si attesta di non detenere alcun apparecchio. La dichiarazione ha validità per l'anno in cui è presentata.

3) Con quali modalità deve essere presentata la dichiarazione di non detenzione del tv?

La dichiarazione può essere presentata sia da chi non possiede un televisore, sia per comunicare su quale utenza elettrica, intestata a un membro della famiglia, deve essere addebitato il canone. I contribuenti possono presentare il modello mediante un servizio web, disponibile sul sito dell'Agenzia delle entrate, direttamente se si è in possesso delle credenziali di accesso ai servizi telematici o tramite gli intermediari abilitati (Caf e altri professionisti abilitati). L'autocertificazione può essere presentata anche in forma cartacea, inviandola all'Agenzia delle entrate (sportello abbonamenti Tv, casella postale 22 - 10121 Torino) per raccomandata, senza busta, insieme alla copia di un documento di riconoscimento valido. In questo caso, la dichiarazione si considera presentata nella data di spedizione risultante dal timbro postale.

4) L'importo del canone annuo è integralmente addebitato nella prima fattura elettrica dell'anno?

No, per i titolari di utenza elettrica domestica residente, in ogni bolletta vengono addebitate le rate mensili scadute. Al fine del calcolo delle somme da addebitare, l’importo annuo del canone è suddiviso in dieci rate mensili, che si intendono scadute da gennaio ad ottobre. Limitatamente al 2016, il primo addebito di canone avverrà nella prima fattura elettrica successiva al 1 luglio 2016.

5) L'addebito nella fattura elettrica avviene anche in caso di domiciliazione bancaria del pagamento della stessa?

Sì, le domiciliazioni del pagamento della fattura elettrica sono automaticamente estese all'importo del canone.

6) Chi possiede solo un computer privo di sintonizzatore TV deve pagare il canone?

No, perché solo apparecchi atti o adattabili a ricevere il segnale audio/video attraverso la piattaforma terrestre e/o satellitare sono assoggettabili a canone TV. Ne consegue che di per sé i computer, se consentono l'ascolto e/o la visione dei programmi radiotelevisivi via Internet e non attraverso la ricezione del segnale digitale terrestre o satellitare, non sono assoggettabili a canone.

7) Non guardo mai la Rai, devo pagare il canone tv?

Sì. L'utilizzo dell'apparecchio limitatamente ai programmi delle tv private e straniere, con esclusione delle trasmissioni messe in onda dalla Rai, non esonera dal pagamento del canone tv.

8) Uso l'apparecchio televisivo solo come monitor per il computer o per vedere videocassette, devo pagare il canone tv?

Sì, in quanto l'obbligo al pagamento del canone tv sorge a seguito della detenzione di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive indipendentemente dalla qualità o dalla quantità del relativo utilizzo.

9) La titolarità di un contratto per la visione di trasmissioni tramite satellite o via cavo esonera dal pagamento del canone tv?

No, in quanto l'obbligo al pagamento del canone tv sorge a seguito della detenzione di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive.

10) Che cosa succede se detengo un apparecchio e non pago il canone tv?

Il mancato pagamento del canone tv da parte di chi non è ancora abbonato può essere rilevato in qualsiasi momento con verbale da parte delle Autorità di controllo. In questo caso i contribuenti devono corrispondere il canone con la decorrenza accertata nel verbale e sono soggetti alle sanzioni previste dalla legge, ammontanti nel massimo a 619 euro per ogni annualità evasa.

11) Vivo in un appartamento ammobiliato in cui è presente un apparecchio non di mia proprietà: chi è obbligato al versamento del canone tv?

Al versamento dell'imposta è obbligato l'affittuario, in quanto detentore dell'apparecchio.

12) Ho una seconda casa devo pagare un altro canone tv? E se è stata affittata, chi paga?

Il canone è dovuto una sola volta per tutti gli apparecchi detenuti nei luoghi adibiti a propria residenza o dimora dallo stesso soggetto e dai soggetti appartenenti alla stessa famiglia anagrafica. Se il secondo immobile è concesso in locazione, a pagare il canone Tv è sempre l'inquilino in quanto 'detentore' dell'apparecchio televisivo. L'azienda di viale Mazzini precisa che a pagare il canone sull'immobile affittato è sempre l'inquilino anche nel caso in cui l'appartamento era già ammobiliato ed era già presente un apparecchio televisivo (non di proprietà dell'affittuario): "Al versamento dell'imposta è obbligato l'affittuario, in quanto detentore dell'apparecchio (art. 1 R.D.L 21/2/1938 n.246)", si legge.

13) Sono residente all'estero, ho una abitazione in Italia, devo pagare il canone tv?

Sì, in quanto la residenza in un paese estero non esonera dal pagamento del canone tv se sono presenti apparecchi televisivi all'interno dell'abitazione situata in Italia.

14) E' ancora possibile dare disdetta dell'abbonamento richiedendo il suggellamento degli apparecchi?

No, dal 1 gennaio 2016 la disdetta per suggellamento non è più prevista dalla legge.

15) Il limite reddituale per l'esenzione a favore dei soggetti di età pari o superiore a 75 anni è stato ampliato a 8.000 euro annui?

Il limite di reddito di 6.713,98 euro per poter beneficiare dell'esenzione è quello attualmente previsto dalla legge. Secondo quanto previsto dalla legge di stabilità 2016, l'aumento del limite di reddito per poter beneficiare dell’esenzione potrà essere disposto in futuro con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze destinando a tal fine una quota delle eventuali maggiori entrate versate a titolo di canone di abbonamento rispetto al bilancio di previsione 2016.

16) Sono un agente diplomatico, devo pagare il canone?

Gli agenti diplomatici e consolari stranieri accreditati in Italia sono esonerati dall'obbligo di corrispondere il canone tv a condizione che nel paese da loro rappresentato i nostri rappresentanti diplomatici ivi accreditati godano di uguale trattamento.

17) Nella bolletta potranno essere addebitati arretrati maturati prima del 1 gennaio 2016?

Le modalità di riscossione del canone mediante addebito nella bolletta elettrica riguardano esclusivamente i canoni maturati dal 1 gennaio 2016 e non eventuali arretrati.

18) La presunzione di detenzione dell'apparecchio televisivo si applica anche alle utenze elettriche non domestiche?

No, la presunzione si applica solo alle utenze per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha residenza anagrafica (c.d. "utenze domestiche residenti").

19) Ho affittato un televisore, devo pagare ugualmente il canone tv?

Sì, in quanto il canone tv è dovuto per la semplice detenzione dell'apparecchio. (Art. 1 R.D.L 21/2/1938 n.246)

20) Si paga il canone per la radio detenuta in ambito familiare?

No. Secondo quanto disposto dalla legge 27 dicembre 1997, 449, non esistono piu' canoni ordinari dovuti per la detenzione di apparecchi radiofonici nell'ambito familiare.

21) L'importo delle rate di canone addebitato in bolletta è gravato dell'IVA prevista per i servizi di vendita dell'energia elettrica?

No, il canone è oggetto di distinta indicazione nel contesto della fattura emessa dall’impresa elettrica e non è ulteriormente imponibile ai fini fiscali.

22) Parte della mia abitazione è adibita a Bed&Breakfast, cosa devo fare?

La detenzione di un apparecchio televisivo fuori dall'ambito familiare comporta l'obbligo di stipulare un canone speciale. Pertanto, in tutti quei casi in cui l'apparecchio sia installato in locali che ne permettano la visione anche ai propri clienti, è dovuto non già il canone ordinario, ma quello speciale. Nel caso in esame, considerato che opera la presunzione di detenzione introdotta dalla legge di stabilità 2016 e che il contribuente già paga il canone speciale, lo stesso può presentare la dichiarazione sostitutiva di non detenzione compilando il quadro A. adnkronos 16

 

 

 

Incontrare l'altro, oltre gli stereotipi   

 

 

Per muoversi nel nostro mondo ipercomplesso l’accesso all’informazione è condizione sempre più necessaria. Ma nell’era del digitale non abbiamo più bisogno di farci cacciatori di informazioni.

Ormai sono le informazioni che ci investono, in un flusso dal quale è molto difficile non essere travolti.

Come vagliarle? Quale spazio per il formarsi di un’opinione pubblica? Tanto più che caratteristiche eclatanti di questo flusso sono la velocità, che erode il tempo del pensiero, e l’emotività, che incendia animi più che favorire opinioni. La società dell’indignazione è una società sensazionalistica che non lascia spazio al discorso, al dialogo. E dunque alla costruzione della sfera pubblica. Perché le ondate di indignazione non mostrano una «struttura di cura per la società nel suo complesso»: piuttosto, la tutela di alcuni interessi. A questo si aggiunge una velocità che non lascia il tempo per riflettere: senza re-spectare, fermarsi a guardare con attenzione, ci si limita e spectare, semplici spettatori di una informazione sempre più spettacolarizzata. Uno spunto molto critico del filosofo coreano Byung-Chul Han (Nello sciame 2015), utile per riflettere sulla questione dell’opinione pubblica nell’era della società iperconnessa, dove l’informazione rimbalza incessantemente in un ambiente ormai pienamente convergente. La stessa idea di 'opinione' è in questione: un concetto che trae proprio dalla radice op (vedere, cogliere, 'giungere con la mente') il suo significato di processo che richiede un tempo, non concesso dal dominio dell’istantaneità.

Tre domande: È proprio così? È davvero colpa del web? Non c’è alternativa? Alla prima verrebbe proprio di rispondere di sì. Più che opinioni che ci invitano a una riflessione comune riceviamo slogan, ingiunzioni, insulti che ci spingono a schierarci con qualcuno contro qualcun altro. Basta guardare all’aumento della violenza verbale. Hate speech, incitamento all’odio. Parole come armi, brandite contro migranti, minoranze, religioni. Il confine tra libertà di parola e incitazione alla violenza è molto labile. La Carta Italiana dei Diritti di Internet, del luglio 2015, riflette questa ambiguità all’art.13, dove afferma che «non sono ammesse limitazioni della libertà di manifestazione del pensiero», ma insieme che «deve essere garantita la tutela della dignità delle persone da abusi connessi a comportamenti quali l’incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza». È comunque un dato il proliferare di stereotipi sulle minoranze e l’insulto come forma comunicativa pienamente metabolizzata anche dal linguaggio politico.

Soprattutto in tempi di incertezza gli stereotipi nascono in fretta, ma poi sono duri a morire. E questo, per rispondere alla seconda domanda, non vale solo per il web. Nel suo saggio sull’opinione pubblica del 1922 Walter Lipmann scriveva: «Non c’è nulla più refrattario all’educazione, o alla critica, di uno stereotipo. Si imprime sull’evidenza, nell’atto stesso di constatarla». Profezie che si autoavverano, diventando alibi perché il comportamento violento altrui è ricondotto sempre a cause interne (sono intrinsecamente violenti) mentre il proprio giustificato da cause esterne (siamo minacciati, dobbiamo difenderci). E i media sono sempre stati grandi fucine di stereotipi. Certamente oggi i forum dei giornali on line, le pagine Facebook di molte testate nazionali sono luoghi in cui il livore, il risentimento, ma anche la superficialità e l’offesa gratuita proliferano – accanto a molto altro per fortuna. Gli hastag, parole-chiave che consentono di indicizzare i contenuti, rintracciare un tema, inserirsi in una 'conversazione', sono anche 'cancelli' di accesso agli sfoghi verbali che si scatenano attorno a questioni calde. Basta digitare #migranti per rendersene conto.

In una triste guerra tra poveri, in tempo di incertezza ed emergenza ormai cronica 'mors tua vita mea' sembra l’unico senso comune praticabile. Così, dare a qualcuno pare voler dire solo togliere ad altri. Per esempio, alla decisione del governo di estendere il bonus di 500 euro per la cultura anche ai ragazzi stranieri, ecco una reazione tra le tante, su Twitter: «IO ITALIANO ONESTO E PATRIOTA MUOIO ESODATO E ABBANDONATO MENTRE I PROFUGHI PRENDONO 500 EURO DI BONUS... BASTARDIIIIII». Il tema della 'sottrazione' si lega a quello dominante dell’invasione, cornice privilegiata di interpretazione del fenomeno che legittima la 'violenza difensiva'.

Una conversazione via Twitter, tradotta dal francese: «Ricordiamo che il mughetto è una pianta iper tossica. Ingerirla provoca arresto cardiaco» - «Bisogna offrirla ai migranti allora». Possiamo definirla un contributo alla costruzione dell’opinione pubblica? Ma sul web non ci sono solo gli sfoghi dei cittadini che si sentono abbandonati e impotenti. Anche i politici, soprattutto quelli che cavalcano (e alimentano) le paure per ottenere voti, premono senza remore il pedale dell’insulto. In Europa, è di pochi giorni fa l’epiteto di 'scafisti di stato' affibbiato da un leader della destra austriaca a Merkel e Renzi per le loro posizioni troppo 'morbide' sui migranti. Negli Usa, la campagna elettorale in corso è costellata di uscite di Trump che in altri tempi sarebbero state gaffes capaci di chiudere una carriera, mentre oggi vengono esibite con orgoglio e calamitano consensi. Gli esempi non si contano: dalle affermazioni razziste sui messicani («portano droga, crimine, sono stupratori») a quelle sessiste sulla candidata democratica («se non ha soddisfatto il suo uomo cosa le fa pensare di poter soddisfare l’America»), al turpiloquio naif sul riscaldamento globale («una costosa stronzata che deve essere fermata, il pianeta sta congelando, le temperature sono ai minimi storici») fino all’imitazione sprezzante di un giornalista disabile.

Anche i leader di casa nostra non sono da meno.

La parola d’ordine «Ruspa!», strumento dello sgombero forzato dei campi rom e per sineddoche di tutti gli indesiderati, è ormai un grido di battaglia dei leghisti in rete, mentre il leader della Lega Nord batte continuamente il chiodo della «nuova occupazione straniera». A forza di dire che l’informazione deve bucare lo schermo, parlare alla pancia, avvertiamo ormai tutti un senso di nausea. E gli effetti sono nefasti. Uno è l’assuefazione: la globalizzazione dell’indifferenza diventa strategia di sopravvivenza. Un altro è la reazione: lo schema buoni/cattivi, invasori/invasi traccia una cartografia dell’odio che diventa una scorciatoia per evitare la fatica di andare in profondità. Schierarsi, prima ancora di capire cosa succede. Appartengo, dunque sono. Qui la comunicazione tradisce profondamente la sua missione, che non è comunicare messaggi, bensì ridurre distanze. L’hate speech non tesse ma taglia, non cerca di costruire un mondo comune abitabile ma di separare, disumanizzando l’altro. Se funziona così, la comunicazione ha completamente mancato il bersaglio, che è quello di allargare e far crescere ciò che ci unisce, il mondo che possiamo avere in comune. N on è, si badi bene, la rete a 'produrre' l’insulto, il razzismo. I populismi hanno sempre tratto beneficio dal sistema dei media. Già McLuhan definiva i leader dei partiti più simili a capi tribù che a uomini politici. Dunque, la risposta alla seconda domanda è no. Il web amplifica ciò che già siamo.

Dandoci in più l’illusione della partecipazione. Anche perché molto spesso i nostri tweet e post non sono che rilanci. Non è un caso che il mito del prosumer si sia un po’ appannato: le ricerche dicono che in rete siamo prevalentemente 'aggregatori' di contenuti prodotti da altri, megafoni dei nostri influencer. L’opinione pubblica, che mira a comprendere il mondo e far circolare interpretazioni condivise, si costruisce invece nel dialogo: e il dialogo presuppone il tempo dell’ascolto (superiore allo spazio dello schieramento); e l’ascolto presuppone pensare che l’altro sia degno di essere ascoltato e non annientato. La storia di questo tempo può essere scritta solo insieme, non gli uni contro gli altri. Questa è l’unica alternativa: una comunicazione misericordiosa, che prima ancora che opinione si fa incontro. Chiara Giaccardi, Avvenire del 12 maggio

 

 

 

 

L’audizione del vice direttore dell’area internazionale dell’Ansa Stefano Polli

Micheloni

 

 “L’Ansa potrebbe giocare un ruolo determinante per valorizzare, anche attraverso altre lingue, ciò che accade in Italia”

 

ROMA – Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo si è svolta, davanti alla VII Commissione e al Comitato per le questioni degli italiani all’estero. l’audizione di Stefano Polli, vice direttore dell’area internazionale dell’Ansa.  

La seduta è stata introdotta dal presidente del Comitato Claudio Micheloni che ha sottolineato il particolare il ruolo svolto dell’Agenzia nazionale stampa associata (Ansa) nella diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, che spesso è affine anche alla promozione  dell’economia nazionale.

Il vice direttore Polli, pur condividendo le affermazioni del presidente, ha però rilevato una certa debolezza del nostro sistema Paese che, a suo giudizio, non può paragonarsi con i modelli tedeschi, francesi e spagnoli. Paesi, quest’ultimi, in cui sono presenti grandi agenzie nazionali con uffici in tutto il mondo, considerate colonne portanti dei rispettivi sistemi informativi. Secondo Polli in Italia si registra invece una sorta di anomalia con la presenza di molte agenzie, delle quali comunque l’Ansa è la più grande ed è l’unica ad avere una diffusione capillare in circa 70 Paesi avvalendosi della collaborazione di più di 300 giornalisti italiani e di altrettanti collaboratori italiani e locali, assicurando l’informazione in sei lingue.

Dopo aver riepilogato i presidi territoriali dell’Ansa nel mondo, Polli si è soffermato sull’attività svolta dall’agenzia sul sito generalista in italiano e sui siti geografici ad hoc tra cui Ansa Latina, Ansa Brasil, Ansa English, Ansa Europa, Ansa Nuova Europa e Ansamed.

Polli ha poi segnalato come l’Ansa ottenga importanti riconoscimenti dalle istituzioni locali e costituisca un punto di riferimento per gli scambi culturali ed economici, intrattenendo rapporti anche con le Camere di commercio e gli istituti italiani di cultura. Polli ha inoltre rilevato come , malgrado i buoni rapporti con le ambasciate ed uno stretto collegamento con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, possa essere maggiormente sviluppata la presenza dell’Ansa nel mondo attraverso una cooperazione più intensa con le varie istituzioni italiane presenti all’estero.

Ha poi preso la parola il senatore Pietro Liuzzi  (CoR) che, riallacciandosi alle ultime considerazioni di Polli, ha sottolineato come un migliore coordinamento tra le Istituzioni rappresentative del brand “Italia” all’estero potrebbe portare ulteriori vantaggi, anche economici  al nostro Paese. Da Luzzi è stato inoltre chiesto se l’Agenzia Ansa abbia in programma un progetto di maggiore penetrazione globale e quali potrebbero essere le eventuali difficoltà di attuazione di questo piano . Nel richiamare poi i compiti specifici dell’Ansa, Liuzzi si è detto certo del fatto che questa agenzia possa costituire un valido strumento per l’affermazione all’estero della cultura, della lingua e dell’economia italiane, favorendo al contempo anche le altre culture. Dal canto suo la senatrice Michela Montevecchi (M5S) ha chiesto al rappresentante dell’Ansa se vi siano state difficoltà di dialogo con gli altri soggetti istituzionali e come queste, se presenti, potrebbero eventualmente essere superate. Dopo aver evidenziato la necessità di tenere conto nell’indagine conoscitiva in atto non solo della diffusione della cultura e della lingua italiana ma anche delle esigenze di promozione dell’imprenditoria e delle start up nazionali, la Montevecchi ha infine sollecitato lumi sulla possibile presenza in questo ambito di relazioni anche con le università e i dipartimenti, nonché con gli istituti di cultura.

E’ poi intervenuto il senatore Vito Rosario Petrocelli (M5S) che, in ordine ai siti  geograficamente orientati dell’Ansa , ha domandato se vi siano delle particolarità nella relativa struttura, se vi sia una linea editoriale unica e in quale modo siano state individuate eventuali sezioni specifiche.

Ha seguire ha ripreso la parola il presidente Claudio Micheloni che , dopo aver sollecitato la trasmissione di ulteriore documentazione in merito ad eventuali proposte concrete, ha sottolineato come la promozione della lingua e della cultura italiana sia stimolata anche dalla capacità di ricreare un interesse all’italianità attraverso altre lingue. “In tale contesto – ha precisato Micheloni – l’Ansa potrebbe giocare un ruolo determinante per valorizzare, anche in altre lingue, ciò che accade in Italia”. Il presidente ha anche annunciato l’intenzione di elaborare una proposta di sistema sulla materia in esame entro il prossimo autunno.

In sede di replica Polli ha evidenziato come il mondo odierno dell’informazione consenta di realizzare sempre maggiori sinergie. “Oggi, a differenza del passato, - ha spiegato il dirigente dell’Ansa - gli stessi siti dedicano metà dello spazio alla componente giornalistica e la restante metà ad argomenti nuovi”. Dopo aver accennato allo statuto dell’Agenzia, Polli ha rilevato come i siti geografici dell’agenzia raggiungano milioni di persone e riguardino aspetti specifici. Polli si è poi detto d’accordo con le valutazioni del presidente Micheloni secondo cui per esportare la cultura italiana sia necessario  uno scatto culturale. Un contesto, quest’ultimo, in cui, secondo Polli, i mezzi a disposizione, vedi ad esempio il sito Ansamed che rappresenta oggi un rilevante strumento di dialogo.  potrebbero essere sfruttati maggiormente, portando vanti anche relazioni più forti con le università, le istituzioni economiche e culturali. Da Polli è stato inoltre segnalato come non esista un’unica linea editoriale per tutti i siti, in quanto dotati di diverse redazioni e differenti strutture con il supporto di giornalisti locali. Dopo aver ribadito la presenza di siti specializzati in particolari argomenti,Polli ha auspicato un miglior uso da parte delle aziende italiane dei siti dell’Ansa e delle loro potenzialità.

Polli ha infine segnalato la recente stipula di un accordo fra l’Ansa e l’Agenzia Nuova Cina. Una intesa che, secondo il dirigente dell’Ansa , rappresenta un primo passo per uno scambio di informazioni in vista di futuri accordi per la multimedialità e potrebbe costituire un punto di partenza per una maggiore penetrazione economica delle aziende che vogliono investire in Cina. (Inform 18)

 

 

 

 

L’Italia è ormai stabilmente terra di immigrazione, ma negli ultimi anni hanno ripreso a crescere le emigrazioni

 

ROMA - Dalla metà degli anni Ottanta in Italia si registra un fenomeno nuovo per l’Italia: l’immigrazione da paesi meno sviluppati del nostro. “La dissoluzione del blocco sovietico e i conseguenti conflitti contribuiscono ad accelerare la trasformazione dell’Italia da terra di emigrazione in terra di immigrazione”. E’ quanto si legge oggi nel Rapporto 2015 dell’Istat. Nel documento, presentato dal presidente dell’Istituto di Statistica Giorgio Alleva, “simbolo di questo passaggio storico” è l’arrivo, nell’agosto del 1991, della nave Vlora nel porto di Bari con a bordo oltre 20 mila albanesi.

Per l’Istat gli stranieri residenti in Italia sono nel 2015 più di 5 milioni; nel 1993, due anni dopo l’arrivo della Vlora, erano meno di 630 mila. Ormai – si legge nel rapporto – sono molti anche i giovanissimi di seconda generazione”. Negli anni la presenza straniera si è trasformata, assumendo caratteristiche diverse per cittadinanze di origine, motivi della presenza, età, ma anche comportamenti e bisogni sociali”.

“L’Italia- si legge ancora nel testo -  è ormai stabilmente terra di immigrazione, ma negli ultimi anni hanno ripreso a crescere le emigrazioni”. Le giovani generazioni di oggi sono a “pieno titolo cosmopolite: si sentono parte di una società accomunata dagli stili di vita e dai movimenti culturali; hanno spesso vissuto esperienze di studio e di lavoro all’estero; sono ricchi di competenze e di meta competenze. Anche per questo motivo sono disponibili a emigrare, magari temporaneamente”. Nel 2014 si è registrato il picco massimo di emigrazioni negli ultimi dieci anni (136 mila cancellati dall’anagrafe, più della metà tra i 15 e i 39 anni). Sia tra i ragazzi di origine straniera (che hanno quindi già vissuto uno spostamento, anche solo della famiglia), sia tra gli italiani sono tanti quelli che da grandi vogliono vivere all’estero: rispettivamente il 46,5 e il 42,6 per cento. Si tratta – spiega l’Istat - di quote molto elevate che confermano come queste generazioni “percepiscano l’idea dello spostamento all’estero in maniera diversa da quelle del passato: la generazione delle reti è anche la generazione globale”.

Sempre secondo i dati forniti oggi in Italia la vita si allunga, tanto che su 100mila residenti ci sono 31,4 persone di oltre 100 anni, perlopiù donne (83,8% al 1° gennaio 2015), e tra questi il 4,6% supera i 105 anni. Sono però meno numerose le nuove generazioni. Infatti meno del 25% della popolazione italiana è sotto i 24 anni, una quota dimezzata tra il 1926 e il 2016. La presenza di ragazzi stranieri immigrati o nati in Italia ha bilanciato in parte quello che l’Istat chiama il “degiovanimento”, cioè la progressiva diminuzione delle nuove generazioni per il calo delle nascite. Dal 1993 al 2014 in Italia sono nati quasi 971mila bambini stranieri, con un trend di crescita invertito solo negli ultimi due anni. Ai ragazzi nati in Italia (il 72,7% degli stranieri sotto i 18 anni, si aggiungono i giovanissimi arrivati insieme ai genitori o per congiungimento familiari). Tra gli stranieri sotto i 18 anni circa il 38% si sente italiano, il 33% si sente straniero, il 29% indeciso. Questa “sospensione dell’identità” è una caratteristica che interessa un numero consistente di ragazzi con background migratorio che vivono in Italia. (Migrantes online /Inform)

 

 

 

 

Le strategie dei partiti

 

Scrivere della situazione socio/politica italiana è sempre un’impresa ardua; lo è anche per noi che ci interessiamo della questione dal 1960. A primavera avanzata, le situazioni “problematiche” si sono ulteriormente complicate. Le alleanze, anche se il nome è improprio, sembrano da rivedere e in Parlamento le critiche restano in prima linea, anche se l’Italia continua a sprofondare in una palude di responsabili silenzi.

Tutti i partiti hanno fatto il loro tempo. Aver cambiato il nome non è servito e le scissioni ancora meno. L’incertezza, del resto, colpisce solo in Popolo italiano e non chi sostiene d’amministrarlo. “Maggioranza” e “Opposizione” sono i due capi di una stessa corda che tende a soffocare e a vanificare ogni manovra di ripresa. Quando si continua governare con le “promesse”, di strada se ne può fare poca.

 I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Se, per ipotesi, si riuscisse a coalizzare un “Partito dei Disoccupati”, la maggioranza parlamentare sarebbe garantita. Del resto, fare politica come quella che c’è propinata oggi non cambia di molto questa nostra ipotesi di fantapolitica. L’Italia ha toccato il fondo dell’indigenza. Chi vive “bene” sono i parlamentari che, certamente, non hanno timore, nell’immediato, d’essere”licenziati”.

 In politica il lavoro non manca mai e il Parlamento è una fucina sempre in apparente attività. Prenderne atto, a nostro avviso, non basta più. Ci vorrebbero delle proposte costruttive lontane dalle polemiche di Palazzo. A scriverlo è semplice. Realizzarlo resta, oggettivamente, infattibile. Ci sono ancora troppi lacci che legano le poche, iniziative percorribili. Da noi, purtroppo, è sempre più agevole “sembrare” che “essere”.

Se bastassero le esternazioni, problemi non ne avremmo più. Ciascuno dice la sua e la Penisola continua la sua recessione con danni che potrebbero anche essere insanabili. Per cambiare, ci vorrebbero uomini politici che non abbiamo, o che non si sono ancora rivelati. Per andare “Contro Corrente”, basterebbe, appunto un Partito dei Disoccupati. Apparato che potrebbe tirare avanti senza compromessi politici perché, ovviamente, non servirebbero. Quello che ci manca, e del quale sentiamo l’esigenza, è l’”equilibrio” di una politica fatta a misura per chi la propone. Politici, purtroppo, non si nasce. Disoccupati, invece, si diventa.

Ci auguriamo che Renzi, e l’eterogenea Maggioranza che lo supporta, prenda coscienza di quanto serve al Paese e su quanto sarà possibile realizzare entro fine anno. D’eterno, per carità, non c’è nulla. Soprattutto le Legislature.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Cgie. Riunione del Comitato di Presidenza dal 23 al 25 maggio alla Farnesina

 

Incontri con sottosegretario agli Esteri Amendola, Comitati parlamentari per gli italiani nel mondo e parlamentari della circoscrizione Estero

 

ROMA – Nei giorni 23, 24 e 25 maggio si riunirà a Roma , presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale , il Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.

Durante i lavori,  annuncia il segretario generale del CGIE Michele Schiavone, sono previsti incontri con il sottosegretario agli Esteri con delega per gli italiani nel mondo Vincenzo Amendola, con i parlamentari eletti nella circoscrizione Estero, con il Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato, presieduto dal sen. Claudio Micheloni, e con il Comitato permanente sugli Italiani nel Mondo e la Promozione del Sistema Paese della Camera dei deputati, presieduto dall’on. Fabio Porta.

“Durante i tre giorni il CdP – spiega il segretario generale del Cgie - lavorerà in particolare sulle procedure, sui tempi e sugli obiettivi da raggiungere per riformare gli attuali istituti di rappresentanza dei cittadini italiani all’estero. Questo processo, come sostenuto dal sottosegretario Amendola in occasione dell’insediamento di questo organismo, dovrà coinvolgere dal basso tutti i soggetti istituzionali e le organizzazioni attive, che oggi rappresentano l’Italia nel mondo”.

“All’ordine del giorno delle riunioni – prosegue Schiavone - saranno esaminati anche altri temi segnalati al CdP dai consiglieri del CGIE. In particolare sarà data la priorità al recupero dei fondi decurtati nell’ultima legge finanziaria necessari per portare a termine i corsi di lingua e cultura. Il CdP incontrerà anche i rappresentanti delle consulte regionali e gli esperti nominati dai vari ministeri. Questi primi incontri dovrebbero permettere al CGIE di verificare in prospettiva la fattibilità di un lavoro comune teso a creare sinergie e a favorire la semplificazione degli interventi verso le comunità italiane all’estero. Le proposte e le istanze emerse dagli  incontri e dalle decisioni del CdP saranno messe a disposizione dei consiglieri del CGIE e del parlamento italiano unitamente  ai due Comitati di Camera e Senato per sostenere la loro azione legislativa” ,conclude il segretario generale Schiavone annunciando che “gli incontri termineranno il 25 maggio con la partecipazione del CdP alla presentazione della candidatura olimpica di Roma 2024”. (Inform 19)

 

 

 

 

Formazione ed e-learning, ICoN si prepara agli Stati generali della lingua italiana

 

Il Consorzio, composto da 19 università, punta sulla promozione dell’italiano attraverso internet. A Firenze il 17 e 18 ottobre prossimi si parlerà anche di come attrarre studenti in Italia: “Una risorsa per creare legami culturali con le classi dirigenti dei diversi Paesi” afferma Tavoni

 

Pisa, 20 maggio 2016 - Anche ICoN - Italian Culture on the Net parteciperà agli Stati generali della lingua italiana nel mondo, in programma a Firenze il 17 e 18 ottobre prossimi. Il Consorzio, composto da 19 università italiane e che opera in convenzione con il ministero degli Affari esteri, si sta preparando all’appuntamento con programmi strutturati e progetti in cantiere. “Siamo nati per fare sistema e per questo siamo sulla stessa lunghezza d’onda degli Stati generali: un laboratorio di idee dal quale è importante che escano anche delle linee operative da mettere in pratica” afferma Mirko Tavoni, presidente del Consorzio. In particolare, ICoN si occupa di promuovere la lingua e la cultura dell'Italia nel mondo attraverso internet, una potenzialità che il Consorzio vede “riconosciuta sempre di più, soprattutto dalla Farnesina”. Negli Stati Uniti, per esempio, ICoN è attivo con i corsi di lingua Ap - Italian Language and Culture online, “un programma che investe tutte le materie scolastiche attraverso il quale acquisire crediti all’università” spiega il presidente del Consorzio sottolineando come il “programma, in crisi per molti anni, è stato rilanciato nel 2008 e sviluppato da noi nel 2014 grazie a una convezione con il ministero degli Esteri - Direzione generale per gli italiani all'estero”.

 

FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI Un altro fronte sul quale il Consorzio nato nel 1999 si muove per diffondere l’italiano è la formazione per gli insegnanti, anche questa rigorosamente online. In un contesto nel quale “i fondi diminuiscono sempre – afferma Tavoni – l’e-learning è una risorsa importante”. Anche perché gli insegnanti hanno bisogno di una formazione continua e di qualità, ed erogarla “attraverso internet ha il vantaggio economico e quello di insegnare in una dimensione digitale”. A conferma dell’impegno del Consorzio in questo senso, è arrivato anche il riconoscimento da parte della Dgit di “soggetto istituzionale qualificato: con la Direzione generale per gli italiani all'estero abbiamo anche stipulato un protocollo d’intesa sulla base del quale è partita verso tutti i Consolati la notizia che gli enti gestori potevano chiedere di fare corsi online con noi”.

 

ATTRARRE STUDENTI DA TUTTO IL MONDO Da mettere sul tavolo degli Stati generali a Firenze, anche il tema di come attrarre gli studenti di tutto il mondo in Italia. Un tema forse spesso sottovalutato, ma che è “una risorsa per creare legami culturali con le classi dirigenti dei diversi Paesi – sottolinea Tavoni -, un veicolo potente di promozione della lingua italiana”. La speranza, a partire da ottobre, è che si possa “concretizzare un piano complesso per far conoscere le università italiane nel mondo e attirare studenti in italia, insegnando loro l’italiano attraverso anche corsi e-learning”.

 

GLI STATI GENERALI DELLA LINGUA ITALIANA Firenze si trasformerà così nella capitale mondiale dell’italiano e ospiterà la seconda edizione degli Stati generali della lingua italiana nel mondo. Il percorso, iniziato nei giorni scorsi alla Farnesina con il lancio dei Gruppi di lavoro alla presenza del viceministro degli Esteri Mario Giro, si concluderà a ottobre, quando ci si confronterà sul tema “Italiano lingua viva”. Silvia Paradisi, de.it.press

 

 

 

 

 

Deputati Pd della circoscrizione Estero: Importante fase di transizione per la promozione di lingua e cultura italiane all’estero

 

ROMA - Il sistema di promozione della lingua e della cultura italiane all’estero, al quale in tanti ormai attribuiscono un ruolo strategico per gli interessi generali del Paese, vive una fase di transizione dalla quale dipenderanno le prospettive di più lungo periodo.

Abbiamo preso atto con favore, esprimendo il parere sul decreto di riorganizzazione del MAECI, dello spostamento in seno alla Direzione per la promozione del Sistema Paese, dei corsi di lingua italiana e del conseguente riaccorpamento di tutte le forme di intervento in questo campo. Presupposto importante di più efficace coordinamento e programmazione.

Nello stesso tempo, abbiamo chiesto e ottenuto che tra i compiti della Direzione Sistema Paese il rapporto con gli enti gestori fosse esplicitamente menzionato e che una delle osservazioni del parere riguardasse l’opportunità di una seria riflessione sullo spazio che le politiche per gli italiani nel mondo devono avere nelle scelte strategiche della Farnesina.

Stiamo seguendo con vivo interesse, inoltre, l’impegno di decretazione che al Governo compete, anche per quanto riguarda la riorganizzazione del sistema di promozione linguistica e culturale all’estero, a seguito delle deleghe che il Parlamento gli ha attribuito con l’approvazione della legge 107 sulla “Buona Scuola”. Il decreto, com’è noto, è compito del Governo che lo adempie in piena autonomia, ma, per quanto ci riguarda, continuiamo ad insistere che il superamento della normativa esistente, nella quale spicca l’annosa e famosa 153, avvenga prendendo atto delle profonde trasformazioni intervenute negli anni, della pluralità dei soggetti e delle forme dell’intervento, ad iniziare dal ruolo che gli enti gestori da tempo meritoriamente svolgono, dell’esigenza di forte flessibilità rispetto ai contesti ambientali nei quali l’intervento ricade.

In particolare, torniamo a riaffermare la centralità di un vero, serio e non burocratico coordinamento dell’intervento, che non escluda anche l’eventualità di forme di organizzazioni innovative operanti in sedi istituzionali autorevoli, l’assunzione di un metodo di programmazione triennale, il riconoscimento e la generalizzazione dei “Piani Paese” e il costante monitoraggio di qualità delle attività.

È questa anche la fase di preparazione della seconda assise degli Stati generali della lingua italiana a Firenze. Con gli auguri di un pieno successo, formuliamo l’auspicio che su di essa vi possa essere un’utile interlocuzione con gli organismi parlamentari e che il giusto risalto mediatico s’intrecci anche con la ricerca di forme nuove di presenza linguistica e culturale dell’Italia nel mondo. Gianni  Farina, Marco Fedi, Laura  Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi, Deputati del Pd eletti nella circoscrizione Estero

 

 

 

 

Presentato il libro di Simone Marino Varisco sull’emigrazione italiana in Australia “La follia del partire, la follia del restare”

 

Perego (Migrantes): “Questa opera ci aiuta a leggere un tassello delle emigrazione italiana che non è solo una pagina della nostra storia ma è un fatto della nostra attualità”

 

ROMA - Non sarebbe una novità parlare della presentazione di un libro sulle emigrazioni se prima di tutto il luogo preso in esame non fosse l’Australia, il nuovissimo continente come veniva chiamato nell’Ottocento, terra lontanissima, che richiamò specialmente per la folle “corsa all’oro”, e se il tema trattato non fosse incentrato sulla “follia”.

L’autore è Simone Marino Varisco, il titolo è “La follia del partire, la follia del restare”, con il sottotitolo “Il disagio mentale nell'emigrazione italiana in Australia alla fine dell'Ottocento” che illustra molto bene il contenuto delle 94 pagine. Il volume, edito dalla Tau, fa parte della collana della Fondazione Migrantes “Testimonianze ed esperienze delle migrazioni”, è stato presentato a Roma presso la Sala Marconi di Radio Vaticana.

A trattare un tema così delicato, ma soprattutto così poco affrontato quando si parla di migrazioni sono stati invitati oltre all’autore, nell’ordine, Padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Mons. Gian Carlo Perego, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, Federica Gaspari, psicologa sociale della Cooperativa sociale Parsec, Elisabetta Mondello, docente di Letteratura Contemporanea e direttrice del Master in Editoria, giornalismo e management culturale dell'Università “La Sapienza” di Roma. Le conclusioni sono state affidate all’autore mentre il giornalista Luis Badilla Morales, direttore de “Il Sismografo” ha aperto e coordinato gli interventi.

Il volume prende in esame l’emigrazione italiana della metà dell’Ottocento verso una terra così lontana come era ed è vista l’Australia, ma in particolare si addentra a scandagliare il flusso migratorio proveniente dalla Valtellina e da tutto quell’arco alpino di cultura e lingua italiana che, come tanti altri che affrontarono i viaggi della speranza, allora come oggi, ne subirono le conseguenze, non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Varisco traccia questo aspetto importantissimo che segna la gente che emigra, un dolore silenzioso, che corrode l’anima, il cuore e la mente. Il libro è nato dall’ampliamento di un saggio come scrive Mons. Perego nella presentazione del volume “Questo testo, così come avvenuto negli anni precedenti per altre tematiche (…) è una versione più ampiamente elaborata da parte dell’autore di un saggio pubblicato all’interno del Rapporto Italiani nel Mondo 2015, dal titolo “La follia del partire, la follia del restare. Il disagio mentale nell’emigrazione italiana in Australia fra Otto e Novecento”, nella consapevolezza che molte volte le ricerche abbiano la necessità, per essere trattate nel modo più completo possibile, di spazi autonomi di realizzazione (…) Migrare è partenza, e il partire significa allontanarsi dagli affetti e dalle certezze e molti migranti non riescono a superare il dolore dello strappo. Il cammino, il viaggio non sempre è facile: talora porta solitudine, fatica, anche violenza”.

La presentazione è stata aperta con un filmato costituito da una serie di foto che hanno illustrato sia come gli italiani giunti in quella terra così lontana si erano organizzati cercando di conservare le proprie abitudini, sia i tanti luoghi di internamento delle persone segnate psicologicamente.

“Sembra una storia antica, vecchia nel tempo eppure così attuale” ha detto Morales nel passare la parola a Padre Lombardi che ha ringraziato per l’invito a partecipare perché ha detto “mi sembra un’iniziativa molto appropriata e molto bella quella di trovarsi a riflettere su questo libro, su questo tema. Mi pare che sia un elemento di un discorso che con la Fondazione Migrante si sviluppa anche più ampiamente ma tocca questa volta a discutere un tema particolarmente sensibile e non spesso approfondito che è giusto prendere con attenzione e rispetto”.  Lombardi Ha continuato facendo riferimento alle sue esperienze con gli emigrati. In primis ha ricordato che nella zona del cuneese, da dove proviene, emigravano scendendo semplicemente dall’altra parte delle montagna ritrovandosi in Francia, terra in cui si ambientavano subito per la vicinanza culturale. Poi in Germania con l’emigrazione degli anni ’60 – ’70 con gli emigrati provenienti specialmente dal sud Italia. Qui ricorda erano le donne ad avere problemi di ambientazione soprattutto legati alla lingua. “Ma credo – ha detto padre Lombardi - che il motivo per cui mi avete invitato è evocare la grande attenzione che adesso su tutti i temi delle migrazione viene data nella Chiesa, in particolare con la spinta, l’ispirazione e l’attenzione che vi dedica papa Francesco”. La famiglia del Papa aveva vissuto in prima persona l’esperienza del distacco, del viaggio quindi il Pontefice dice “conosce in modo spontaneo, naturale, istintivo, le tematiche e i problemi dell’immigrazione e delle difficoltà di ambientarsi in altri Paesi o di affrontare le grandi distanze, gli sforzi e il superamento degli ostacoli, per raggiungere delle speranze nuove degli ambienti di vita in cui uno si attende di trovare delle possibilità per la realizzazione della propria vocazione e chiamata alla vita umana piena con la sua dignità e con le sue possibilità di sviluppo”. “Questa consapevolezza – ha continuato padre Lombardi - il Papa ce l’ha saputa dare non tanto forse con le parole quanto con i suoi viaggi, le sue attenzioni, a partire dalla visita a Lampedusa poi continuando con i tanti altri viaggi, in particolare quello recente in Messico. Padre Lombardo non poteva poi non ricordare l’ultimo recente viaggio del Papa a Lesbo: “vi è una situazione molto caratteristica, una frontiera estremamente importante dei grandi movimenti di migrazione di oggi, dall’Asia verso l’Europa. Il Papa vuole essere presente anche fisicamente e richiama continuamente in tutti i suoi discorsi il fatto che questi fenomeni vanno visti come movimenti di persone e non di masse impersonali, di numeri. Persone con le loro speranze, i loro destini e le loro sofferenze. Il Papa – ha proseguito Lombardo - ne ha parlato veramente in tutte le grandi occasioni a tutti i responsabili e ai corpi diplomatici”

Concludendo Lombardi ha ribadito il suo interesse per il volume , in quanto focalizza l’attenzione sulle persone, sulle loro speranze, sui loro dolori, entrando negli aspetti più delicati che si affrontano nell’esperienza delle migrazioni anche se qui si parla nello specifico di un solo paese.

Dal canto suo Perego ha ricordato come il volume sia una testimonianza del lavoro portato avanti dalla Fondazione Migrantes che spinge a una correlazione tra le storie di emigrazione di ieri e le storie di migrazioni di oggi, per non dimenticare un’attenzione integrale, sempre sottolineata dal Magistero sociale della Chiesa fin dall’inizio,  alla vita del migrante, di cui la salute, come la famiglia, la scuola, oltre al lavoro sono elementi importanti.

“La disabilità mentale di ieri, - spiega Perego - frutto di sradicamento, di solitudine, di violenze, ci dovrebbe aiutare a una lettura non superficiale e pregiudiziale delle storie e della vita dei migranti di oggi, soprattutto dei migranti forzati, in fuga da situazioni drammatiche e che sbarcano sulle coste dell’Italia e dell’Europa. Il primo aspetto su cui ho focalizzato l’analisi del testo – ha proseguito Perego - ci aiuta a leggere un tassello delle emigrazione italiana che non è solo una pagina della nostra storia ma è un fatto della nostra attualità. 101mila giovani che l’anno scorso hanno lasciato il Paese, raggiungendo anche l’Australia, ci ricordano che ancora oggi il tema dell’emigrazione italiana non è un tema semplicemente storico, ma che accompagna la vita delle persone, in un momento di crisi economica e di disoccupazione che raggiunge il 39%.”. “La seconda riflessione - continua poi Perego -  riguarda proprio il tema del libro, cioè la salute tante volte trascurata nella lettura della vita del migrante e nello specifico la salute mentale. Una mancanza che riguarda le letture dei flussi migratori di sempre”. “Invece – prosegue Perego – questo libro aiuta a leggere dal di dentro la vita e la storia delle persone nell’aspetto fondamentale della salute, ricordandoci un modello di cura che con fatica abbiamo superato anche nel nostro Paese”. Riferendosi alla legge Basaglia  Perego ha poi evidenziato come nonostante questa norma su tema della salute mentale in Italia l’ultima pagina non sia stata ancora girata, avendo ancora negli ospedali psichiatrici e giudiziali 1362 persone.

Perego ha poi commentato le foto mostrate all’apertura dell’incontro. “le immagini manicomiali ci rimandano al tema della famiglia e della casa, e non si può ritrovare la salute senza questi temi. E’ un aspetto molto importante che spiega come nelle battaglie sociali più importanti anche a favore dei migranti affrontate dalla Chiesa fin dalla fine dell’ottocento, il tema del ricongiungimento familiare sia stato fondamentale proprio per aiutare la cura e la salute delle persone”.

“Il libro – ha inoltre precisato Perego - aiuta a capire i tre punti fondamentali che influiscono sulla salute della persona che si mette in viaggio. Bisogna leggere la partenza, con i traumi legati al distacco. La partenza poteva infatti significare anche un addio per sempre, specialmente per chi raggiungeva l’Australia, traumi che toccavano la salute della persona”. Poi in ordine al percorso c’era il viaggio, che come ricorda Perego “poteva essere drammatico, poteva significare anche la morte. Specialmente quelli transoceanici portavano con se una serie di eventi, c’erano le violenze, la fatica dell’accettazione, la fatica di avere il necessario, tutto questo segnava la salute, non solo fisica ma anche psichica della persona”. E infine l’arrivo “che tante volte significava la caduta della speranza, una storia diversa da come era stata costruita alla partenza”. Illusioni che svanivano e lasciavano posto a storie e sfruttamento che tante volte marcavano la vita della persona nella sua fragilità. Tre tappe che vanno monitorate, custodite con attenzione, che vanno presidiate sul piano sociale e anche sanitario.

Il quinto elemento, spiega Perego,  viene di conseguenza e cioè “che questa pagina di storia della follia di questi nostri emigranti, richiama anche alla pagina della follia di tanti migranti di oggi. Tante volte – continua - non si segnala sufficientemente la situazione drammatica dalla partenza fino all’arrivo dei migranti che sbarcano sulle nostre coste. La storia del distacco, genera nuova follia, non solo per chi è partito ma anche per chi è rimasto solo ed è fragile”. Facendo riferimento ad un convegno organizzato dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Emilia Romagna, Perego segnala come l’80 per cento delle persone in cura siano migranti. Guardando alla solitudine di chi resta ricorda inoltre che i due paesi che in Europa hanno il più alto tasso di suicidi in età minorile e adolescenziale sono l’Ucraina e la Romania, che hanno un alto numero di madri che si trovano all’estero come badanti. “E’ importante denunciare anche attraverso questo libro - ribadisce Perego -  un aspetto importante che ancora una volta dimentichiamo e cioè i tanti ragazzi che arrivano tra noi e che hanno bisogno di cure, anche sul piano dell’accompagnamento”. Perego infine sottolinea che il tema della salute deve essere tra i fattori citati nell’inclusione sociale come lo è la scuola, il lavoro, la casa e ricorda che da una ricerca fatta tre anni fa con i medici di famiglia, in Italia su tre immigrati regolari solo uno aveva il medico di famiglia.

A seguire la parola è passata alla psicologa Federica Gaspari, che, commentando la parte finale dell’intervento di mons Perego ha ricordato come in Italia non sia prevista nessuna esenzione sanitaria per le vittime della tratta, nessun diritto alla salute per persone che abbiano effettuato una denuncia contro organizzazioni criminali che le hanno sfruttate

Per la Gaspari il libro di Varisco, attraverso la raccolta di documenti (cartelle cliniche, lettere e quant’altro) documenta il passaggio di queste persone nei centri di internamento che lo stesso autore definisce impronte “ricordano un po’ le impronte dei migranti di oggi, le stesse impronte digitali raccolte quotidianamente negli hotspot agli stranieri che arrivano sulle nostre coste”. Il disagio mentale, secondo la Gaspari, rappresenta in qualche modo “una incognita per eccellenza e in questo senso si riflette bene nell’incognita del territorio australiano all’epoca sconosciuto, il continente ‘nuovissimo’ come veniva chiamato”. Alla Gaspari il lavoro di Varisco ha suggerito “l’accostamento con il lavoro descritto da Abdelmalek Sayad il più grande sociologo dell’immigrazione, migrante lui stesso, che si è occupato a lungo del tema e che ha sempre sottolineato come di immigrazione si possa parlare sempre da due punti di vista, ovvero da quello della società del paese da cui si emigra e da quello del paese in cui si giunge”. In questo gioco di specchi, come lo definisce “l’identità del migrante si costruisce nel passaggio da una società e l’altra, è una identità difficile da ricomporre, Sayad la chiamava identità della doppia assenza, perché connota il migrante straniero in due contesti diversi”. E qui torna il concetto descritto anche da mons. Perego, quello di arrivo. “Quando si arrivava -  spiega la Gaspari - si veniva considerato come straniero, l’italiano in Australia veniva chiamato con un termine dispregiativo ‘dagos’, e nel caso che rientrasse in Italia veniva chiamato ‘austragliero’. Una persona che non si sentiva a casa da nessuna parte”. Quindi chiaramente una persona fragile nella sua identità, e sottoposta a disagi di carattere fisico. “I migranti sono spesso affetti da numerose malattie e disturbi psicosomatici – continua la Gaspari- e ancor di più da un punto di vista mentale e psichico. In questo elemento sicuramente un aspetto fondamentale è costituito dalla lingua. La difficile identità meticcia per molti italiani emigrati in Australia è stata impossibile da raggiungere perché a contatto con una società molto rigida non pronta all’integrazione, non era una società flessibile, l’unica possibilità poteva essere il totale annullamento delle proprie radici culturali oppure la manifestazione di un disagio. In assenza di una capacità di relazionarsi con un mondo altro nasce la difficoltà di una espressione di se. E l’unica espressione di se – precisa la Gaspari - diventa la malattia, un simbolo di comunicazione. L’esclusione e l'isolamento soprattutto da un punto di vista della comunicazione e della lingua fanno sì che l’espressione del sintomo, fisico e psicologico, rappresentino una forma simbolica, a volte l’unica, di contatto con la realtà esterna. Dalla ‘melancholia’ descritta da Varisco dei pazienti italiani ospitati presso gli asili dei lunatici australiani, al disturbo post-traumatico da stress manifestato da molti migranti odierni ospiti dei nostri centri di accoglienza, varie sono le forme culturalmente e storicamente determinate con cui la psiche mostra la sua sofferenza”.

L’ultimo intervento è affidato alla professoressa Elisabetta Mondello che plaude al libro di Varisco in quanto attraverso delle microstorie, in questo caso le vicende di alcuni immigrati italiani in Australia alla fine dell’800,  racconta una storia con la M maiuscola. Una macrostoria quella dolorosa dell’immigrazione.  A questo proposito cita lo scrittore australiano Robert Hughes e la sua opera più celebre “La riva fatale”. “Definizione - dice la Mondello - coniata per il suo paese d’origine in cui si narra l’epopea del ‘continente novissimo’, che fu pensato dall’Europa come un immenso campo di concentramento. Le antiche storie degli immigrati italiani, destinati in percentuali sconvolgenti alla malattia psichica, interrogano il lettore sul destino dei migranti di ogni nazionalità e paese, condannati ancor oggi allo sradicamento, allo sfruttamento e ad infiniti disagi dalla “cultura dello scarto” che, nell’800 come oggi, li disumanizza e li considera superflui”.

Concludendo la parola all’autore Simone Marino Varisco, storico e saggista che per la Fondazione Migrantes ha scritto “Nossa Senhora de Caravaggio”. “La Caravaggio oltre il mare”, nel Rapporto Italiani nel Mondo 2014.  L’autore sottolinea come la sua opera sia un libro di storia ma è anche del presente, ricordando che l’Italia è ancora oggi un paese di emigrazione, con tanti ragazzi che partono, ma anche di immigrazione. Per Varisco i problemi narrati nel libro sono dunque ancora attuali. Secondo l’autore la memoria è un elemento che accomuna tutti e purtroppo la “melancholia” o depressione è un rischio comune a tutti. L’ultimo pensiero l’autore lo dedica alla riflessione di Papa Francesco su quanti sono i muri costruiti e quanti invece i ponti.

Nicoletta Di Benedetto, Inform 16

 

 

 

 

Iniziato il processo a Massimo Romagnoli

 

ROMA - “È iniziato a New York il processo ai presunti trafficanti d'armi accusati di avere tentato di vendere grandi quantità di armamenti ad agenti USA che credendoli terroristi delle FARC. Si tratta di due romeni e di Massimo Romagnoli, ex deputato di Forza Italia eletto all'estero (Europa), che furono arrestati in Montenegro nel 2014”. È quanto si legge sulle pagine online de “L’italiano”, quotidiano diretto a Buenos Aires da Tullio Zembo.

“A quanto pare Massimo Romagnoli è caduto in una trappola ben architettata assieme a due rumeni, Cristian Vintila, un personaggio di spicco del Spd, il partito rumeno di sinistra nel quale si sono riciclati molti appartenenti al partito comunista di Ceausescu, e Virgil Flaviu Georgescu. Sarebbe stato proprio quest’ultimo, un broker di armi, ad avere messo in contatto il trafficante d’armi Vintila e Romagnoli con tre persone che si presentavano come rappresentanti delle FARC, ma in realtà erano agenti della DEA sotto copertura.

Da Marzo ad Agosto 2014 tutti i contatti telefonici e di persona di Romagnoli, Vintila e Geurgesco con questi agenti sono stati registrati audio-video.

In particolare c’è una registrazione audio-video dell’8 ottobre di una riunione a Tivat in Montenegro durante la quale Romagnoli spiega di essere in grado di procurare falsi documenti europei per il trasporto delle armi e mostra un esempio.

E poi arriva la parte più terribile: c’è scritto nel documento che, dopo che gli agenti sotto copertura hanno dichiarato che le armi destinate sono destinate a colpire mezzi e cittadini americani in Columbia, Romagnoli tranquillamente tira fuori un catalogo di armi (nel documento americano chiamato “catalogo Romagnoli”) con foto e quantità di diversi sistemi d’armamento. E, dopo che gli è stato puntualizzato che i suoi interlocutori lavorano per le FARC e vogliono armi per abbattere elicotteri americani, Romagnoli si mette a discutere come ricevere il pagamento delle armi.

Il processo durerà alcuni giorni. Romagnoli e gli altri due rischiano da 16 anni di reclusione all'ergastolo per i reati per i quali sono accusati. Massimo Romagnoli si è sempre dichiarato innocente”. (aise 16) 

 

 

 

 

Una circolare della FUSIE sugli adempimenti relativi ai contributi per la stampa italiana all’estero

 

ROMA - Con la riunione del 13 maggio scorso  - scrive la FUSIE in una circolare a firma del presidente Giangi Cretti - l'apposita Commissione della Presidenza del Consiglio dei Ministri - di cui la FUSIE fa parte - ha concluse le procedure per l'attribuzione dei contributi relativi all’anno 2014 e per tutte le testate ammesse sono stati avviati in questi giorni gli adempimenti per provvedere ai pagamenti. Pagamenti che, in accoglimento delle sollecitazioni della nostra Federazione, la Presidenza del Consiglio si è impegnata a completare entro giugno-luglio 2016. Si tratta di un apprezzabile recupero - considerato che gli ultimi pagamenti del 2013 risalgono ai mesi di marzo-aprile 2016 -  per il quale la Fusie si è impegnata a fondo.

 Ora, abbiamo di fronte a noi la  scadenza del 31 maggio, termine entro il quale consolati e ambasciate sono chiamati a inviare alla Presidenza del Consiglio le domande per i contributi  per l'anno 2015, presentate entro il 31 marzo scorso. Invitiamo, quindi, tutti i nostri editori che non l'avessero già fatto a spedire prima possibile  le copie dei numeri per i quali si chiede il contributo.

La spedizione può essere fatta a mezzo raccomandata postale all'indirizzo:  Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per l’informazione e l’editoria  - Ufficio per il sostegno all’editoria - Servizio per il sostegno diretto alla stampa - Ufficio Accettazione - Via della Mercede 9 - 00187 – ROMA - Italia ; o a mezzo corriere all'indirizzo:  Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per l’informazione e l’editoria - Ufficio per il sostegno all’editoria - Servizio per il sostegno diretto alla stampa - Ufficio Accettazione - Via dell'Impresa 90 - 00187 – ROMA - Italia.

Come si vede si tratta dello stesso destinatario con due indirizzi diversi.

Quota sociale 2016 e Congresso FUSIE

Il presidente Cretti si rivolge a tutti i soci della Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’estero per ricordare che “è in corso la riscossione della quota sociale 2016, che resta un adempimento essenziale per  il mantenimento della nostra Federazione  che, come tutti voi sapete bene, non gode di nessun altro tipo di aiuto finanziario se non quello dei suoi associati”. Rammenta,  perciò, “solo a quelli di voi che  non vi hanno già provveduto,  il pagamento,  insieme alla quota 2016,  della quota sociale 2015”.  

Il presidente della FUSIE conferma, poi, che “prosegue il lavoro  di organizzazione del nostro Congresso Mondiale  e non vi nascondo che la difficoltà maggiore , per la verità  l’unica,  resta quella del reperimento dei fondi. Si tratta, come ho avuto già modo di dirvi, di un congresso che diventa sempre più essenziale, al di là degli adempimenti statutari,  per l’avvicinarsi dibattito sulla riforma dell’editoria, di cui è già stato investito il Parlamento. In questa prospettiva, siamo in attesa della convocazione per essere ascoltati dagli organismi competenti del Senato, che ha in esame il provvedimento”. (Inform 18)

 

 

 

 

Vatikan/UNO: „Wir schulden diesen Menschen eine Antwort“

 

Unter Beteiligung aus dem Vatikan wird am Montag im türkischen Istanbul die erste Weltkonferenz über humanitäre Hilfe eröffnet. Papst Franziskus ermunterte am Sonntag die teilnehmenden Staatenlenker, sich „vorbehaltlos für das humanitäre Hauptziel einzusetzen, nämlich jedes Menschenleben zu schützen“. Die Herausforderungen, der sich die Konferenz zu stellen hat, sind gewaltig: 60 Millionen Vertriebene und Flüchtlinge weltweit, und 125 Millionen Menschen, die von internationalen Hilfen abhängen. Rund 110 Staaten sind in den kommenden zwei Tagen in Istanbul vertreten. Aus dem Vatikan reist eine hochrangige Delegation an: Kardinalstaatssektär Pietro Parolin, Erzbischof Bernardito Auza und Erzbischof Silvano Tomasi. Tomasi, zuletzt Ständiger Beobachter des Heiligen Stuhles bei der UNO in Genf, ist mittlerweile emeritiert, gehört aber auf ausdrücklichen Wunsch von Franziskus dem Päpstlichen Friedensrat an. Er sagte uns:

„Dieser humanitäre Gipfel antwortet auf die Notlage, in der wir uns befinden. Seit dem Ende des Zweiten Weltkriegs gab es noch nie einen derart komplizierten Moment, was die Zahl von Flüchtlingen und die von Mensch oder Natur verursachten Umweltkatastrophen anlangt.“

Deshalb sei es wichtig, von der Wirklichkeit auszugehen und eine Antwort zu geben, „die wirklich auf Solidarität fußt“, mahnt Tomasi. Ein tauglicher erster Schritt wäre es bereits, „anzuerkennen, dass wir eine einzige menschliche Familie sind, weswegen es eine kollektive Verantwortung gibt, die sich häufenden Probleme anzugehen: Gewaltherde, Wirtschaftskrisen, die uns zu dem führen, was Papst Franziskus mit seiner brillanten Intuition als „dritter Weltkrieg in kleinen Stücken“ bezeichnete.“

Opfer dieser Krisen gebe es außerordentlich viele, beklagte Erzbischof Tomasi.

„Alle diese Menschen, die ausgeschlossen sind vom Wohlstand und vom Frieden. Ihnen schulden wir eine Antwort. Und dieser humanitäre Gipfel soll neue Wege finden, Explosionen der Gewalt zu verhindern und diesen sich auswachsenden Krisen entgegenzutreten, die durch Klimawandel und mitunter Naturkatastrophen entstehen. Es muss eine Antwort gefunden werden.“

In den vergangenen Wochen war die Spekulation aufgetaucht, der Papst könnte persönlich an der Konferenz teilnehmen. Während seines Besuchs auf der griechischen Insel Lesbos – unweit der Türkei - äußerte er vor einem Monat die Hoffnung, dass der Weltgipfel ein Erfolg werde. Warum gerade die katholische Kirche ein solches Interesse an diesem Spitzentreffen der humanitären Hilfe hat, erklärt Erzbischof Tomasi so:

„Der Heilige Stuhl steht in der ersten Reihe beim Sensibilisieren der öffentlichen Kultur, um eine kreative und wirksame Antwort zu geben. Zunächst ist da auf lokaler Ebene – da, wo diese schmerzlichen Ereignisse stattfinden – die christliche Gemeinde. Sie ist über die Caritas und die Ordensgemeinschaften dazu in der Lage, einen Beitrag zu leisten, der manchmal klein, aber sicherlich wirksam ist. Und dann ist da die menschliche Präsenz der Solidarität, die in gewissen Umständen sogar mehr zählt als die gewährte materielle Hilfe. Die Anwesenheit des Heiligen Stuhles mit einer Delegation auf höchster Ebene, unter Leitung des Kardinalstaatssekretärs, will eine Botschaft geben: wir sind bereits auf dem Feld, um auf die Notfälle zu antworten, aber wir müssen die gesamte globale Gemeinschaft weiterhin ermutigen, sich an dieser Antwort zu beteiligen.“

Istanbul ist der erste Weltgipfel zu humanitärer Hilfe überhaupt. Eine Wende? Immerhin gibt es unter den in der UNO vertretenen Ländern nicht wenige, die auch die grundlegendsten UN-Konventionen zum Schutz der Menschenrechte nicht respektieren. „Es stimmt“, sagt Erzbischof Tomasi, „wenn wir uns in die Lage der Opfer von Gewalt, Hunger oder extremer Armut hineinversetzen, dann könnten wir eher skeptisch werden.“ Schon in der Vergangenheit habe es ähnliche Versammlungen auf Ebene einzelner oder mehrerer Staaten gegeben: die dabei formulierten großen Versprechungen erfuhren keine Umsetzung. Genau das werde der Test für den Istanbuler Gipfel sein, sagte Tomasi: die praktische, operative Verpflichtung, in die Hilfsfonds einzuzahlen, etwa jenen des Hochkommissariats für Flüchtlinge. Auch gilt es aus vatikanischer Sicht eine neue Wirtschaftspolitik zu entwickeln, die Menschen in extremer Armut hilft, am wirtschaftlichen Leben teilzunehmen.

„Das wichtigste ist vielleicht in diesem Moment, der Gewalt vorzubeugen, die aus Krieg und Kleinkrieg hervorgeht: diese Ausbrüche von Gewalt rufen die höchste Zahl von Notfällen und Opfern auf den Plan. Wenn es also den guten Willen in der Politik gibt, etwas Konkretes zu tun, muss man dazu gelangen, die Ursachen auszuschalten, die so viele Krisen und so viele Opfer verursachen.“

(rv 22.05.)

 

 

 

 

Bewerbung statt Verhandlung. Neues System bei EU-Verteilung von Flüchtlingen

 

Eine neue Idee soll Schwung in die Debatte um die Aufnahme von Flüchtlingen bringen. In Zukunft sollen nicht mehr die Länder über die Aufnahme verhandeln, sondern die Kommunen sollen sich um die Bewerber kümmern und dafür Geld aus einem EU-Topf bekommen.

Mit einer neuen Idee zur Verteilung von Flüchtlingen in der EU wollen Sozialdemokraten in Europa einem Zeitungsbericht zufolge für Schwung in der festgefahrenen Debatte um die Aufnahme Asylsuchender bringen. Wie die Wochenzeitung Die Zeit berichtet, sollen demnach nicht mehr die Regierungen der EU-Mitgliedstaaten über die Verteilung verhandeln, sondern die Kommunen selbst. Der Vorschlag stammt den Angaben zufolge von der SPD-Politikerin Gesine Schwan und der Portugiesin Maria João Rodrigues.

Sie schlagen ein ökonomisches Anreizsystem vor, nachdem sich Kommunen direkt bei der EU um Flüchtlinge „bewerben“ sollen. Sie sollen dann aus einem Fonds, in den alle Mitgliedstaaten einzahlen würden, das Geld bekommen, das sie für Unterbringung und Verpflegung brauchen. Die Bewerbung wäre den Angaben zufolge freiwillig.

SPD-Chef und Vizekanzler Sigmar Gabriel (SPD) begrüßte den Vorschlag: „Man braucht solche unkonventionellen Ideen, um aus der verfahrenen Lage herauszukommen“, sagte er der Zeit. Dem Zeitungsbericht zufolge soll dies auch den Kommunen die Aufnahme von Flüchtlingen ermöglichen, die das anders als ihre Regierungen wollen.

Die faire Verteilung von Flüchtlingen sorgt seit langem für Streit in der Europäischen Union. Viele Mitgliedstaaten sperren sich gegen die Aufnahme von Schutzsuchenden. Der aktuelle Vorschlag der EU-Kommission sieht vor, am Prinzip festzuhalten, wonach der Ersteinreisestaat eines Flüchtlings für die Versorgung zuständig ist. Bei Überlastung soll es aber einen „korrigierenden Verteilmechanismus“ geben, bei dem auch die anderen Staaten einspringen sollen. Bei einer Verweigerung soll es hohe Strafen geben. (epd/mig 19)

 

 

 

 

Brexit – Brexin: zwei Sprünge ins Ungewisse

 

Anti-Establishment Frust auf „die da oben“ hat die erste Runde der österreichischen Bundespräsidentenwahl gekennzeichnet und überschattet auch das kommende EU-Referendum in Großbritannien.

 

Da Premier David Cameron, die zwei größten Oppositionsparteien, die schottische Regierung, der Internationale Währungsfonds, die EU, US-Präsident Barack Obama und Großindustrie alle für einen Verbleib Großbritanniens in der EU sind, besteht die Gefahr, dass das Referendum eine Art klassischer Kampf David gegen Goliath werden wird.

Cameron betont immer wieder, dass er im Fall eines Brexits nicht zurücktreten wird, um vielleicht zu vermeiden, dass Wähler für den Austritt stimmen, um ihn als Premier loszuwerden. Kampagne und Abstimmung aber werden zwangsläufig viel mit einer Obmanndebatte in der Tory-Partei zu tun haben. Seit die Enthüllungen durch die Panama Papers ihn in ein schiefes Licht brachten, wissen die meisten, dass er privilegiert ist. Sein Hauptfehler lag darin, dass er nicht von Anfang an reinen Tisch machte.

Sollten die Wähler sich tatsächlich für den Austritt aus der EU entscheiden, hängt viel von der Größe der Mehrheit ab. Großbritannien muss zuerst Brüssel darüber informieren, ehe entsprechende Verhandlungen beginnen können. Das könnte erst Ende des Jahres erfolgen. Der EU-Vertrag wirft viele rechtliche Fragen auf – mit diversen Auslegungen. Ob ein Land vom Austritt zurücktreten könnte, ist unklar. Ein Team für die Austrittsverhandlungen muss vereinbart werden, und es wäre seltsam, wenn dabei diejenigen, die gegen den Brexit waren, das Sagen hätten.

Was würde aus der für 2017 geplanten britischen EU-Präsidentschaft? Und sollten die in Großbritannien gewählten Mitglieder des EU-Parlaments bei Gesetzen, die das Land künftig nicht mehr betreffen werden, stimmberechtigt sein? Großbritannien bliebe für mindestens zwei Jahre ein vollwertiges EU-Mitglied, könnte jedoch keine Veranlassung sehen, die EU-Gesetzgebung zu befolgen. Eine Entscheidung des Europäischen Gerichtshofes über einen möglichen Vertragsbruch kann lange dauern.

Und kommt ein zweites Referendum über die schottische Unabhängigkeit? Die Genehmigung dafür aber muss London geben. Mit langwierigen Austrittsverhandlungen mit Brüssel würde eine zweite Front der Ungewissheit keine Begeisterung auslösen. Die Schotten könnten mit einem Referendum fortfahren, dem es an Legitimität mangeln würde, wie in Katalonien.

Eine Abstimmung für einen Verbleib in der EU ist jedoch kein Votum für den Status quo. Die EU verändert sich zwar schnell, aber die Richtung ist unklar. Die Beziehung zur Türkei ist verwirrend und die Zukunft des Euro unklar. Flüchtlinge könnten in den kommenden Jahren EU-Bürger werden, mit dem Recht, sich innerhalb der EU frei zu bewegen, was manche Briten verunsichert.

Experten sagen entweder Chaos oder eine schönere Welt voraus, aber die Wähler schenken den meisten Prognosen kein Vertrauen. Solche Spezialisten sahen die Finanzkrise im Jahr 2008 nicht kommen. Sowohl der Verbleib in der EU als auch der Austritt bergen viele Ungewissheiten für Großbritannien und die EU.  Dr Melanie Sully WZ/EA 17

 

 

 

Die Rede von der Krise. In welche Muster politische Parteien Flüchtlinge einordnen

 

Der Einwanderungs- und Integrationsdiskurs wird nicht nur über Positionen geführt, sondern auch über Deutungsmuster. Eine Analyse der Wahlprogramme von Parteien aus 14 Ländern zeigt, dass Kultur hierbei eine viel größere Rolle spielt als beispielsweise die Wirtschaft. VON Zora Zobel, Lehmann

An der aktuellen Debatte zur Situation der Flüchtlinge in Deutschland lässt sich sehr gut verdeutlichen, wie Deutungsmuster die Wahrnehmung von Themen beeinflussen. Bundeskanzlerin Angela Merkel hat durch ihre Aussagen zunächst die menschenrechtliche Verankerung des Asylrechts hervorgehoben und mit dem Slogan „Wir schaffen das“ versucht, die Flüchtlingsbewegung als Herausforderung darzustellen, die zu bewältigen ist. Schnell gab es Gegenstimmen – vom rechten Rand und aus der CDU-Schwesterpartei CSU, die sich ein restriktiveres Vorgehen in der Immigrations- und Asylpolitik wünschten und eine bessere Bewachung der Grenzen forderten. Damit stehen sich zwei Problemrahmungen gegenüber: eine universalistische, die Menschrechte und internationale Abkommen betont, und eine nationalistische, die vor allem nationale Souveränität und innere Sicherheit hervorhebt.

Die Sozialwissenschaft spricht von Problemrahmungen und Deutungsmustern als Frames. Nicht nur Positionen bestimmen Debatten, sondern auch, wie ein Problem überhaupt gefasst wird. Ein Frame definiert die Einordnung eines Themas in einen bestimmten Interpretationsraum oder ein Problemfeld. So eröffnen sich unterschiedliche Problembeschreibungen und Lösungsmöglichkeiten. Die Wahl des Frames kann sich entscheidend auf den weiteren Diskussionsverlauf und die Gestaltung von Politik auswirken. Im Blick auf die aktuelle Debatte in Deutschland zeigt sich, dass die Wahl des Begriffs „Flüchtlingskrise“ bereits einen Frame darstellt. Der Begriff enthält nicht nur eine Beschreibung, sondern bereits eine Deutung der Situation. Wir haben die Betrachtung von Frames gewählt, um zu untersuchen, wie Parteien den Diskurs über Migration und Integration mitbestimmen. In einem vergleichenden Projekt haben wir Wahlprogramme von Parteien in 14 Ländern analysiert und mithilfe von quantitativer Textanalyse herausgearbeitet, auf welche Frames Parteien zurückgreifen. Bei der Analyse der Wahlprogramme haben wir auf die Methode des Crowd Coding zurückgegriffen.

Wir haben Wahlprogramme eines bereits bestehenden Datensatzes (Manifesto Projekt) auf eine Crowd-CodingPlattform gestellt. So konnten wir Codierer in vielen Ländern erreichen, die die Wahlprogramme der Parteien anhand der Frage kodiert haben, ob sich die einzelnen Argumente aus den Programmen um die Themen Immigration oder Integration drehen. Wie viele Parteien in ihren Wahlprogrammen über diese Themen sprechen, unterscheidet sich stark zwischen den Ländern, aber auch zwischen den einzelnen politischen Parteien und Parteifamilien. In den klassischen Einwanderungsländern USA, Kanada, Australien und Neuseeland spielen Immigrationsfragen nur eine geringe Rolle im Parteienwettbewerb, wohingegen sie zum Beispiel in Dänemark einen beachtlichen Teil der parteilichen Auseinandersetzung einnehmen. Bei den Parteifamilien sind es, wie zu erwarten, vor allem die rechtsradikalen und rechtspopulistischen Parteien, die Immigrationsfragen betonen, die geringste Aufmerksamkeit bekommen sie dagegen in den Programmen von Regional- und Agrarparteien.

Die mithilfe der Crowd identifizierten Sätze zu Immigration und Integration konnten dann durch eine Verbindung mit den bereits bestehenden Kodierungen aus dem Manifesto Projekt den unterschiedlichen Frames zugeordnet werden. Innerhalb des Manifesto Projekts werden seit über 30 Jahren Wahlprogramme inhaltsanalytisch untersucht; auf der Basis dieser Analyse werden Parteipositionen bestimmt. Für unsere Analyse haben wir drei Frame-Dimensionen unterschieden: eine wirtschaftliche, eine administrative und eine kulturelle. Die wirtschaftliche Dimension umfasst Aussagen zum Widerstreit von freier Marktwirtschaft und Protektionismus sowie zum Wohlfahrtsstaat, die administrative Dimension beinhaltet Zuständigkeitsfragen in Hinsicht auf Migration und Integration. Darunter fallen Fragen, die auch in der aktuellen Debatte immer wieder auftauchen, zum Beispiel: Soll die Verteilung der Flüchtlinge auf nationaler oder auf europäischer Ebene geregelt werden?

Die kulturelle Dimension schließlich hat sich in der Analyse als die wichtigste erwiesen. Die Deutungsmuster innerhalb der kulturellen Dimension lassen sich in fünf Frames fassen. Der MultikulturalismusFrame greift Aussagen auf, die kulturelle Diversität befürworten und sich gegen eine Leitkultur aussprechen und damit im Gegensatz zu den Aussagen des NationalismusFrame stehen. Der Frame zu universellen Rechten beinhaltet Aussagen, die im Zusammenhang mit Migration die Menschen und persönlichen Freiheitsrechte sowie die Gleichheit der Menschen betonen. Innerhalb des Frames „Innere Sicherheit“ werden vor allem strafrechtliche Fragen in Bezug zu Immigration und Integration gesetzt. Im Internationalistischen Frame schließlich werden Ursachen von Migrationsbewegungen benannt und der Umgang mit Migration in einen internationalen Kontext eingeordnet.

Unsere Analyse der Wahlprogramme zwischen 1998 und 2013 zeigt, dass nicht nur in der deutschen Debatte der letzten Monate, sondern auch in anderen Ländern Migration und Integration vor allem unter kulturellen Gesichtspunkten diskutiert werden. Allerdings verwenden die Parteien die einzelnen Frames der kulturellen Dimension in sehr unterschiedlicher Intensität. Alle Parteifamilien aus dem linken Spektrum, die wir in dieser Studie untersucht haben, also Sozialisten, Sozialdemokraten und Grüne (die einzig vorfindliche kommunistische Partei haben wir gemeinsam mit den Sozialisten betrachtet), tendieren zu einer Rahmung von Migrations- und Integrationsfragen in universalistischen Begriffen wie Gleichberechtigung, Inklusion und Gerechtigkeit, während Parteifamilien des rechten Spektrums eher innere Sicherheit und die Bedeutung nationaler Kultur betonen. Das ist insofern nicht überraschend, als diese Parteifamilien im Durchschnitt auch bei Migrationsfragen ihren programmatischen Grundlinien folgen. Interessant wird es allerdings, wenn man Länder mit rechtspopulistischen und rechtsradikalen Parteien mit solchen vergleicht, in welchen diese Parteien keine Erfolge feiern konnten. Hier zeigt sich, dass Parteien im Wettbewerb mit rechtspopulistischen und rechtsradikalen Parteien nicht nur ihre Positionen in Migrations- und Integrationsfragen ändern: Sie übernehmen auch verstärkt nationalistische Frames und solche der Inneren Sicherheit. Das gilt interessanterweise auch für Parteien des linken Parteienspektrums, die unter dem Druck des Wettbewerbs um Wählerstimmen universalistische Frames etwas weniger und nationalistische Frames etwas häufiger nutzen als linke Parteien, die diesem Wettbewerbsdruck nicht ausgesetzt sind.

Von Bedeutung ist nicht nur, ob eine rechtsradikale Partei den Einzug ins Parlament geschafft hat, sondern auch wie stark diese Partei ist und ob sie als möglicher Koalitionspartner oder Mehrheitsbeschaffer infrage kommt. Wie stark sich die Deutungsmuster und Problemrahmungen zwischen Ländern mit unterschiedlich starken rechtsradikalen Parteien unterscheiden, lässt sich beispielhaft im Vergleich Dänemark-Schweden zeigen. Hier ergänzen wir die quantitative mit einer qualitativen Analyse der in den Wahlprogrammen der dänischen und schwedischen Parteien verwendeten Frames. Dies ermöglicht eine detailliertere Betrachtung dessen, wie einzelne Problemrahmungen und Deutungsmuster zusammenwirken, indem sie sich zum Beispiel verstärken oder aufheben. Dänemark besitzt mit der Dänischen Volkspartei schon seit Langem eine im Parlament etablierte rechtspopulistische Partei, die die Minderheitsregierung im Parlament unterstützt und somit de facto an der Gesetzgebung beteiligt ist. Schweden dagegen gilt als ein sehr offenes, einwanderungsfreundliches Land. Allerdings zogen hier 2010 die rechtspopulistischen Schwedendemokraten erstmals ins Parlament ein – wenn auch ohne Regierungsbeteiligung oder eine sonstige Zusammenarbeit mit den etablierten Parteien.

Der Diskurs in den dänischen Wahlprogrammen ist deutlich von einer einwanderungsskeptischen Sicht geprägt. Wir konnten bereits zeigen, dass in den Wahlprogrammen sehr häufig negative Frames vorkommen. In der detaillierteren Analyse zeigt sich, dass diese negativen Frames häufig genutzt werden, um Aussagen innerhalb positiver Frames abzuschwächen. So sind fast alle Aussagen zum Zuzug von Migranten und Migrantinnen von Einschränkungen begleitet. Zum Beispiel wird sofort hinzugefügt, dass es bei der Aufnahme von Flüchtlingen nicht um „Masseneinwanderung“ gehen könne, sondern nur um einige „Quotenflüchtlinge“. Die Betonung der Aussage, dass ausländische Arbeitskräfte nicht ausgenutzt werden sollten, wird von der Diskussion begleitet, dass dies sonst negative Auswirkungen für dänische Arbeiter (etwa durch Lohndumping) hätte. Der einzige Einreisegrund, den viele Parteien akzeptieren, ist der Zuzug von ausländischen Partnern dänischer Staatsbürger. Einwanderung wird also immer wieder nationalistisch gerahmt, indem zum Beispiel hohe Einwanderungszahlen als Bedrohung für die dänische Gesellschaft dargestellt werden.

In der schwedischen Debatte werden dagegen viel stärker das grundsätzliche Recht der Flüchtlinge auf Schutz und der menschliche Aspekt der Asylpolitik hervorgehoben. Auch die Diskussion um den Erwerb der neuen Sprache wird sehr unterschiedlich geführt. In Schweden wird betont, dass Sprachkurse ausgebaut werden sollen, um den Flüchtlingen das Einleben zu erleichtern, gleichzeitig soll aber auch der Muttersprachunterricht gefördert werden (Multikulturalismus-Frame). Hingegen liegt in der dänischen Debatte der Fokus beim Spracherwerb nicht auf der Erleichterung des Alltags, sondern darauf, dass er Bedingung für die geforderte Integration ist (nationalistischer Frame). Interessanterweise gibt es in der schwedischen Debatte nur sehr wenige Aussagen, die sich gegen eine multikulturelle Gesellschaft stellen. Alle Aussagen, die sich hierzu finden, kommen aus dem Wahlprogramm der Schwedendemokraten von 2010. Offensichtlich haben sich die anderen Parteien zu diesem Zeitpunkt noch nicht von dieser Debatte anstecken lassen.

Frames bestimmen nicht nur, was als Problem definiert wird, sondern beinhalten – wenn auch oft implizit – moralische Bewertungen. Sie strukturieren damit die Debatte in Hinsicht auf mögliche Lösungen vor. Dies zeigt sich prägnant an der aktuellen Verwendung des Begriffs der „Flüchtlingskrise“. Wird dieser Frame von vielen Parteien geteilt, kann er zwar weiterhin gegensätzliche Positionen beinhalten. Weil aber die Krisensemantik unmittelbare Entscheidungsnotwendigkeit suggeriert, müssen schnell Lösungen präsentiert werden. Handlungsalternativen, deren Umsetzung und Wirkung mittel- und langfristig angelegt sind, geraten aus dem Blickfeld.

Literatur

Goffman, Erving: Frame Analysis: An Essay on the Organization of Experience. CN 372 of Harper Colophon Books. New York: Harper & Row 1974.

Lehmann, Pola/Zobel, Malisa: A Question of National Pride or Universal Rights: How Parties Frame Immigration Issues. Chicago: MPSA, 16-19 April 2015.

Lehmann, Pola/Matthieß, Theres/Merz, Nicolas/Regel, Sven/Werner, Annika. Manifesto Corpus. Berlin: Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung 2015.

Sniderman, Paul M./Theriault, Sean M.: „The Structure of Political Argument and the Logic of Issue Framing“. In: William E. Saris/Paul M. Sniderman (Eds.): Studies in Public Opinion. Princeton, N.J: Princeton University Press 2004, pp. 133-165. MiG 17

 

 

 

 

Menschenschmuggel: Das einträgliche Geschäft

 

Interpol und Europol warnen: Der Schmuggel von Flüchtlingen sei eine der größten Einkommensquellen für die organisierte Kriminalität überhaupt. Schlepper verdienten 2015 fünf Milliarden Euro.

Die internationalen Polizeibehörden Interpol und Europol haben vor wachsenden Risiken durch Schleppernetzwerke gewarnt. Der Menschenschmuggel nach Europa entwickle sich für die organisierte Kriminalität, aber auch für Terrornetzwerke zu einem einträglichen Geschäft, heißt es in einem gemeinsamen Bericht, den die europäische Polizeibehörde

Europol und die internationale Behörde Interpol am Dienstag an ihren Sitzen in Lyon und Den Haag vorstellten. Sie schätzen, dass im vergangenen Jahr für Schlepperdienste nach Europa rund 5,3 Milliarden Euro gezahlt wurden.

Damit wäre der Schmuggel von Flüchtlingen eine der größten Einkommensquellen für die organisierte Kriminalität in Europa überhaupt, hieß es weiter. Die Polizeibehörden äußerten die Befürchtung, dass Terrororganisationen verstärkt versuchen könnten, in dem Geschäft mitzumischen – mit dem Ziel, sich Einnahmen zu sichern oder über die Fluchtrouten eigene Aktivisten nach Europa einzuschmuggeln.

„Es wächst die Sorge,  dass illegale Migrationsnetzwerke von ausländischen Kämpfern benutzt werden könnten, die in die EU heimkehren wollen, oder von Terrororganisationen, die ihre Aktivitäten finanzieren wollen“, heißt es in dem Bericht.

Die beiden Behörden schätzen, dass rund 90 Prozent der in Europa ankommenden Flüchtlinge auf die Dienste von Schlepperbanden zurückgegriffen haben. Dabei zahlten sie in der Regel zwischen 3000 und 6000 Euro pro Person. Hochgerechnet auf die gesamte Zahl der 2015 nach Europa gekommenen Flüchtlinge ergäben sich daraus Gesamteinnahmen von mehr als fünf Milliarden Euro.

Die Polizeiagenturen warnten, dass dieses Geschäftsmodell trotz derzeit sinkender Flüchtlingszahlen längst noch nicht erledigt sei. Sie gehen sogar davon aus, dass eine wachsende Zahl von Migranten versuche, in die EU zu gelangen. Allein in Libyen warteten derzeit rund 800.000 Flüchtlinge auf eine Chance zur Überfahrt.

Von: AFP/nsa | EA18

 

 

 

 

 

Kritik. Integrationsgesetz bei Experten umstritten

 

Kommende Woche will die Bundesregierung ihr Integrationsgesetz auf den Weg bringen. Es folgt dem Grundsatz „Fördern und Fordern“ – wie bei den Hartz-Reformen. Unter Verbänden und Migrationsexperten ist das umstritten.

Das von der Bundesregierung geplante Integrationsgesetz sorgt weiter für Kritik. Am Donnerstag veröffentlichten Verbände, darunter Diakonie und Pro Asyl, einen „Brandbrief“ an Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), in dem sie fordern, vorgesehene Regelungen wie die Wohnsitzzuweisung und Sanktionen bei Nichteinhaltung von Integrationspflichten zu streichen. Der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration begrüßte dagegen im Grundsatz die Stoßrichtung des Gesetzespakets, das in der kommenden Woche bei der Klausur in Meseberg vom Bundeskabinett beschlossen und dann ins Parlament gegeben werden soll.

Der Gesetzentwurf folgt dem Prinzip des „Förderns und Forderns“, wie auch die Überschrift über den Hartz-Reformen lautete. Der Sachverständigenrat erklärte, damit würden Asylbewerber mit anerkannten Flüchtlingen, anderen Drittstaatsangehörigen, die nicht aus humanitären Gründen gekommen sind, und Hartz-IV-Beziehern gleichgestellt. Die Vorsitzende Christine Langenfeld begrüßte das: „Der Grundsatz des Förderns und Forderns für alle als zentrales integrationspolitisches Leitmotiv vieler Einwanderungsländer hat sich bewährt.“

Zum „Fördern und Fordern“ des Gesetzes gehört, dass ein neues Arbeitsmarktprogramm für Flüchtlinge sowie Erleichterungen bei Ausbildung, Arbeit und jeweiligen Fördermöglichkeiten geschaffen werden. Auf der anderen Seite sollen Integrationspflichten festgelegt werden. Bei Verstoß droht eine Kürzung der Sozialleistungen. Außerdem sollen Flüchtlinge andere Migranten gleichgestellt werden, was das Daueraufenthaltsrecht angeht. Statt es nach drei Jahren automatisch zu verleihen, soll es künftig erst nach fünf Jahren und unter der Bedingung erteilt werden, dass ausreichende Deutschkenntnisse vorhanden sind und der Lebensunterhalt selbst gesichert wird.

Verbände kritisieren das scharf. Dies führe zu einer Verlängerung der aufenthaltsrechtlichen Unsicherheit von Geflüchteten und lasse die besondere Lebenssituation der von Flucht, Verfolgung und Traumatisierung betroffenen Menschen unberücksichtigt, heißt es in dem „Brandbrief“, den auch der Paritätische Gesamtverband und der Rat für Migration unterzeichnet haben. Dem „Fördern und Fordern“ können die Verbände nichts abgewinnen. „Der Entwurf gleicht einem Sanktionskatalog und vermittelt den Eindruck, als fehle es an Integrationsbereitschaft bei den Geflüchteten“, erklärte der Vorsitzende des Paritätischen, Rolf Rosenbrock.

Auch die Diakonie beklagt, der Entwurf sei „an vielen Stellen von einer ablehnenden und misstrauischen Haltung gegenüber Schutzsuchenden geprägt“. Der evangelische Wohlfahrtsverband wie auch die anderen Organisationen lehnen zudem die geplante Wohnsitzzuweisung ab, die Flüchtlingen zur Vermeidung von Ghettobildungen in Städten den Wohnort vorschreiben soll. Dies trenne Familien und schade insbesondere Kranken, Traumatisierten und Kindern, argumentiert die Diakonie.

Kritisch sehen sowohl Verbände als auch der Sachverständigenrat die Unterscheidung zwischen verschiedenen Gruppen von Asylbewerbern. So nimmt der Gesetzentwurf Antragsteller aus sicheren Herkunftsstaaten und schlechter Bleibeperspektive von Integrationsangeboten aus. Während Diakonie und andere Verbände diese Unterscheidung grundsätzlich ablehnen, äußert der Sachverständigenrat zumindest Zweifel bei den Plänen für Menschen mit unklarer Bleibeperspektive, die nach den Eckpunkten der Koalition ein abgespecktes Angebot – sogenannte Orientierungskurse – bekommen sollen. Mit dieser neuen Hierarchisierung würden beispielsweise Menschen aus Afghanistan bei der Integration schlechter gestellt, erklärte Langenfeld: „Das ist integrationspolitisch kontraproduktiv.“ (epd/mig 20)

 

 

 

 

Selbstbetrug hilft nicht. Können wir bitte aufhören so tun, als sei die SPÖ an ihrer Flüchtlingswende gescheitert?

 

In Zeiten, in denen große Koalitionen gerade einmal 50 Prozent der Wahlberechtigten hinter sich versammeln, ist man zunehmend geneigt den Begriff „Volkspartei“ in Anführungszeichen zu setzen – nicht nur in der Bundesrepublik, sondern in weiten Teilen Europas. Die großen populistischen Vereinfacher auf der Linken und der Rechten graben Konservativen und Mitte-Links-Parteien in einer dramatischen Entwicklung immer mehr das Wasser ab.

Man möchte meinen, dass diese beispiellose Abwendung der Wählerinnen und Wähler von den etablierten Parteien eine ungeschminkte öffentliche Debatte zur Folge haben sollte. Und zwar nicht nur darüber, wie „die Vermittlung eingenommener Positionen noch besser gelingen kann“, sondern auch über die eingeschlagenen Wege selbst.

Sicher, in den Parteizentralen ist derzeit niemand glücklich. Doch vor allem im öffentlichen Diskurs der Progressiven trifft man statt auf kritische Selbstreflektion bislang eher auf altbekannte Reflexe. Der Tenor: Es darf sich nichts ändern, denn jede Abweichung vom eingeschlagenen Pfad würde die Verunsicherung der Bevölkerung nur vergrößern. In dieser reichlich paternalistischen Lesart bestraft „das Volk“ durch Stimmenabgabe nicht etwa als falsch wahrgenommene Entscheidungen, sondern jede Korrektur von Politik als „Glaubwürdigkeitsverlust“. Das mag für eine Minderheit zutreffen. Doch letztlich wird so jede Positionsänderung zu einem schändlichen Einknicken vor dem Populismus erklärt. Deshalb gilt: „Stoisch Kurs halten“ – was immer auch kommt.

Schon die für die Berliner Koalitionsparteien desaströsen Landtagswahlen im März wurden in diese Richtung umgedeutet. „Nur keine Panik!“, hieß es angesichts der rechtspopulistischen Wahlerfolge. Flugs wurden sämtliche Nicht-AfD-Parteien in einer gefühlten „Koalition der Demokraten“ zusammengefasst. Mit diesem Kunstgriff konnten selbst die schlimmsten Abstrafungen und die beispiellosesten Einbrüche in der Wählergunst letztlich noch als Aufforderung zum Kurshalten und als Sieg der guten Sache verbucht werden. Immerhin standen doch 80 Prozent der Wählerinnen und Wähler hinter uns! Schon im März grenzte dieses Argument an Realitätsverweigerung. Angesichts des aktuellen politischen Ausnahmezustandes in Österreich jedoch erfährt diese Art der selektiven Wahrnehmung des Wählerwillens nun einen neuerlichen Tiefpunkt des Wunschdenkens.

Bezogen auf den Sieg des rechtspopulistischen FPÖ-Kandidaten Norbert Hofer in der ersten Runde der österreichischen Präsidentschaftswahlen und angesichts des Rücktritts des Bundeskanzlers und  SPÖ-Vorsitzenden Werner Faymann wissen manche Beobachter nämlich schon wieder ganz genau, wie das Wählervotum zu interpretieren ist.

Für sie nämlich ist Faymanns Fall die Konsequenz des österreichischen Kurswechsel in der Flüchtlingspolitik im Januar. Beispiel Stephan Ozsvath in der ARD: „Zäune, Schließung der Balkanroute, verschärfte Asylregeln, Obergrenzen – all das hatte Faymann als Kanzler verantwortet und dafür zahlt er jetzt die Quittung“. Der „Kuschelkurs“ des Kanzlers gegenüber der FPÖ sei nichts weniger als ein „Sündenfall“, der nun politisch bezahlt werden müsse.

Ins gleiche Horn stößt Dirk Kurbjuweit, seines Zeichens immerhin stellvertretender Chefredakteur des SPIEGEL: Der Kanzler habe getan, „was die rechtspopulistische FPÖ auch getan hätte“. Sein Fall aber zeige, „dass das nicht aufgeht. Wer nach rechts driftet, stiftet Wünsche, noch weiter nach rechts zu driften. Und scheitert daran. Horst Seehofer sollte den Fall Faymann genau betrachten“.

Auch Stefan Kornelius erklärt in der Süddeutschen Zeitung, der mit dem „Charisma einer Sanduhr“ ausgezeichnete Faymann habe sich „seine tödlichen Verletzungen mit seinem Radikalschwenk in der Flüchtlingspolitik“ zugezogen, mit der er in seiner Partei „die absurdesten Begehrlichkeiten“ geweckt habe. Selbst der italienische Ministerpräsident Matteo Renzi erteilte aus Rom Mitte der Woche den mahnenden Ratschlag, die Politik hätte eben „der Angst nicht nachgeben“ dürfen.

Das Problem an dieser Lesart: Sie klingt plausibel, doch sie ist nur überzeugend, wenn die Wirklichkeit weitgehend außer Acht gelassen wird. Zunächst: Es ist schon kurios, wenn Jahrzehnte währende Prozesse auf Wochen und Monate verkürzt werden. Nur zur Erinnerung: Der Niedergang der SPÖ begann nicht gestern. Im Gegenteil: Tatsächlich hat die Partei von 20 zurückliegenden Wahlen in Österreich volle 19 verloren. Diesen quälend langsamen Prozess nun mit Verweis auf einen Politikwechsel zu erklären, der noch nicht einmal ein halbes Jahr zurückliegt, grenzt ans Absurde. Vollends abstrus wird diese Rechnung jedoch, wenn sie zuverlässige Äußerungen der öffentlichen Meinung völlig unberücksichtigt lässt.

Tatsache ist: Die österreichischen Sozialdemokraten und die Konservativen wurden in der ersten Runde der Präsidentschaftswahlen nicht für ihren vermeintlich halsbrecherischen Kurswechsel in Sachen Grenzschließung abgestraft, sondern für die Politik, die diesem Wechsel vorausging. Das belegen die Meinungsumfragen. Am 22. April verwies eine Studie der Sozialwissenschaftlichen Studiengesellschaft (SWS) darauf, dass 76 Prozent der Österreicherinnen und Österreicher die von der Regierung beschlossenen „verstärkten Grenzsicherungen“ befürworten. Lediglich 18 Prozent lehnen dieses Vorgehen ab.

Noch im Januar hatte das ganz anders ausgesehen. Damals stimmte der Wiener Kurs bekanntlich weitgehend mit der Position der deutschen Bundesregierung überein. Werner Faymann verkündete wiederholt öffentlichkeitswirksam, dass „Zäune das Problem nicht lösen“ und stand somit felsenfest hinter der Kanzlerin. Nur hinter ihm stand kaum noch jemand. Umfragen aus dieser Zeit belegen, dass im Januar lediglich 15 Prozent der Wähler den Kurs der österreichischen Regierung in der Flüchtlingspolitik unterstützen. 83 Prozent der Befragten beurteilten das Krisenmanagement der schwarz-roten Regierung in der Flüchtlingsfrage dagegen negativ. Und nur 13 Prozent teilten damals die Willkommens-Position der SPÖ.

Einem österreichischen Bundeskanzler die Änderung eines Kurses zum Vorwurf zu machen, der lediglich von 13 Prozent der Öffentlichkeit unterstützt wird, ist moralisch jederzeit gerechtfertigt, politisch jedoch so gut wie nie. Sicher war die Richtungsänderung Faymanns innerhalb seiner eigenen Partei umstritten. Doch die bittere Wahrheit ist: Das sagt mittlerweile mehr aus über den Zustand seiner Partei und über das Ausmaß ihrer gesellschaftlichen Abkoppelung als über die öffentliche Meinung insgesamt.

Man kann den Kurswechsel des Werner Faymann in der Flüchtlingspolitik verurteilen und ihn moralisch sowie politisch falsch finden. Den Kurswechsel jedoch als Ursache für sein Scheitern darzustellen, verwechselt Ursache und Wirkung. Selbstbetrug ist keine hilfreiche Richtschnur im Umgang mit Rechtspopulismus – weder in Österreich noch in Berlin.  Michael Bröning  HB/IPG 16

 

 

 

 

Tunesien, Algerien und Marokko. Bundestag stimmt für Ausweitung der Liste sicherer Herkunftsstaaten

 

Nach den Balkan-Staaten will Deutschland weitere Staaten als sicher erklären. Am Freitag stimmte der Bundestag für eine entsprechende Deklarierung von Tunesien, Algerien und Marokko. Das Ziel: Schnelle Asylverfahren und Abschiebungen.

 

Die Maghreb-Staaten Tunesien, Algerien und Marokko sollen als sichere Herkunftsländer eingestuft werden. Der Bundestag stimmte am Freitag mit großer Mehrheit für ein entsprechendes Gesetz der Bundesregierung. Sie verspricht sich davon schnellere Verfahren für Asylbewerber aus diesen Ländern und die Möglichkeit, sie schneller in ihre Heimat zurückzuschicken. Der Bundesrat muss der Einstufung noch zustimmen, bevor sie inkraft treten kann. Scharfe Kritik kam von der Opposition. Die Menschenrechtssituation in den drei Ländern spricht in ihren Augen gegen das Etikett „sicher“.

Asylanträge von Menschen aus sogenannten sicheren Herkunftsstaaten können in Schnellverfahren behandelt und in aller Regel als „offensichtlich unbegründet“ abgelehnt werden. Angesichts steigender Flüchtlingszahlen hatte der Gesetzgeber in den vergangenen zwei Jahren auch die sechs Balkanstaaten Bosnien-Herzegowina, Albanien, Montenegro, Mazedonien, Kosovo und Serbien als sicher eingestuft.

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) verteidigte sein Gesetz am Freitag im Bundestag. Es sei ein „wichtiger Schritt“, um das Asylsystem effizienter zu machen. In seiner Rede ging er auch auf Vorwürfe von Menschenrechtsorganisationen ein, die Folter, Verfolgung von Homosexuellen, mangelnde Presse- und Meinungsfreiheit sowie fehlenden Schutz von Frauen und Mädchen vor Vergewaltigungen in Tunesien, Marokko und Algerien beklagen. Er kenne die kritischen Fragen, die mit der Menschenrechtslage dort verbunden sind, sagte de Maizière.

Aus der abstrakten Androhung der Todesstrafe oder abstrakten Verfolgung von Homosexualität ergebe sich aber noch kein Anspruch auf Asyl, sagte der Minister. Gleichzeitig betonte er, individuell Verfolgte würden weiter Schutz bekommen: „Wer die Voraussetzungen für das Recht auf Asyl erfüllt, kann bleiben.“

Gegner des Gesetzes haben allerdings Zweifel daran, dass die Verfolgung erkannt wird. Wenn es eine „Vorvermutung“ gibt, sei es schwieriger, Verfolgung glaubhaft zu machen, kritisierte die flüchtlingspolitische Sprecherin der Grünen-Fraktion, Luise Amtsberg, im Bundestag. Sie kritisierte de Maizières Äußerung über eine „abstrakte“ Gefahr. Für die betroffenen Menschen sei dies sicher nicht „abstrakt“, sagte Amtsberg.

Ulla Jelpke (Linke) sagte, entscheidendes Kriterium für die Einstufung sei die Lage in den Ländern. Menschen müssten sicher vor Folter, Verfolgung und Diskriminierung sein. Das sei hier nicht der Fall. Die Einstufung bezeichnete sie als „Einschnitt im Grundrecht auf Asyl“.

Grüne und Linke lehnten das Gesetz ab, die SPD stimmte mit dem Koalitionspartner Union dafür. Es sei ein ausgewogener und notwendiger Kompromiss, sagte der SPD-Innenpolitiker Burkhard Lischka. Wenn bei der Aufnahme von Asylbewerbern keine Grenzen gesetzt würden, überlasse man das Feld Rechtspopulisten und Fremdenfeinden, sagte er.

Ob die erforderliche Zustimmung des Bundesrats nach den veränderten Verhältnissen durch die Landtagswahlen im März zustande kommt, ist noch ungewiss. De Maizière zeigte sich optimistisch: „Ich setze hier auf die Pragmatiker bei den Grünen“, sagte er. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Mehr gute Jobs. Warum TTIP & Co. Arbeitnehmern und Verbrauchern zugute kämen.

 

Firmen, die ihre Produkte und Dienstleistungen auf dem Weltmarkt absetzen können, und Vorleistungen aller Art dort einkaufen können, sind im Durchschnitt produktiver und profitabler. Sie zahlen mehr Steuern und bieten die besseren Arbeitsplätze. Das sind keine Vermutungen oder Hypothesen, sondern statistisch und praktisch bewiesene Tatsachen. Zahlreiche Untersuchungen aus In- und Ausland bestätigen, dass Exporteure Arbeitnehmern mit identischen beobachtbaren Eigenschaften etwa zehn Prozent höhere Löhne zahlen. Und auch die Jobunsicherheit ist geringer. Da wundert es keinen, dass sich die jungen Universitätsabsolventen mit Vorliebe bei international tätigen Unternehmen bewerben.

Der Abbau von Handelsbarrieren führt nun dazu, dass mehr Unternehmen international tätig werden, und dass solche, die schon global aufgestellt sind, wachsen und neue Arbeitnehmer einstellen. So bekommen wir mehr gute Jobs. Die nun verhandelten Freihandels- und Investitionsschutzabkommen zwischen EU und Nordamerika und anderen Staaten – TTIP, CETA und TiSA – sind daher eindeutig von Vorteil für Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer, auch wenn die Effekte auf die Arbeitslosenrate gering sind und es kurzfristig zu Anpassungskosten kommen kann.

 

TTIP & Co. gereichen auch den Konsumenten zum Vorteil. Nicht nur, weil höherer Wettbewerbsdruck den Deckel auf Preissteigerungen hält, sondern auch weil die Firmen gezwungen sind, ihre Produkte stets zu verbessern, um am Markt zu bestehen. Auch das ist kein bloßes Gerede, sondern empirisch gesichert. Im Übrigen haben Freihandelsabkommen in der Vergangenheit nicht zur Absenkung von Produktstandards geführt, ganz im Gegenteil. Man denke an die Runden der EU-Erweiterung, an NAFTA oder an den Beitritt Chinas zur Welthandelsorganisation (WTO).

Der Wohlstand in Deutschland und Europa hängt daher zu einem großen Teil von einem guten Zugang auf internationale Beschaffungs- und Absatzmärkte ab. Das ist unbestritten. Die moderne empirische Forschung, zum Beispiel am Massachusetts Institute of Technology (MIT) in Boston, zeigt, dass durch eine Abschottung Deutschlands bis zur Hälfte des deutschen Pro-Kopf-Einkommens wegbrechen könnten.

 

Aber die Vorteile des Freihandels sind durch nichts garantiert. Zum Beispiel muss sichergestellt sein, dass der Abbau von Handelsbarrieren auch wirklich den Wettbewerb belebt und nicht etwa die Monopolmacht einzelner Firmen steigert. Und damit die internationalen Verknüpfungen weiter wachsen können, muss garantiert sein, dass einzelne Länder nicht mit unlauteren Praktiken – Subventionen, offenen oder versteckten Marktzutrittsschranken, Manipulation des Wechselkurses – versuchen, den Wettbewerb zu ihren Gunsten zu verzerren. Was einzelstaatlich verlockend erscheinen mag, führt zur Katastrophe, wenn alle Staaten der Versuchung erliegen. Wie das geht und was daraus folgt, kann man in der Wirtschaftsgeschichte der Zwischenkriegszeit nachlesen. Und auch heute ist der Protektionismus auf dem Vormarsch: Seit 2010 wächst der Welthandel relativ zur Weltwirtschaftsleistung nicht mehr; chauvinistisches „Mia-san-mia“-Gehabe wird als Verbraucherschutz oder Umweltschutz kaschiert; Ausländer werden als Urheber heimischer Wirtschaftsprobleme ausgemacht.

Aus diesen Gründen braucht es international verbindliche Regeln. Die große Frage ist: Wie passen die globalen Spielregeln zur Struktur der heimischen Wirtschaft? Bisher hat die Europäische Union gemeinsam mit den USA das Welthandelssystem geprägt. Die zwischen 1986 und 1994 verhandelte WTO ist im Grunde einer Erfindung der transatlantischen Partner; neue Mitglieder wie China (2001) oder Russland (2012) mussten die bestehenden marktwirtschaftlich orientierten Bestimmungen übernehmen.

Doch das Regelwerk der WTO ist in die Jahre gekommen. Es enthält keine Bestimmungen zu wichtigen modernen Themen wie Datenschutz, digitaler Handel oder Wettbewerbsrecht; es bietet nur relativ schwache Regeln in den Bereichen Dienstleistungen, Investitionen, intellektuelles Eigentum, arbeitsrechtliche Standards oder Nachhaltigkeit. Das sind Bereiche, die im Zeitalter globaler Wertschöpfungsketten eminente ökonomische Bedeutung gewonnen haben.

Es ist klar, dass die aufstrebenden Volkswirtschaften, allen voran China, die Neuordnung des Welthandels mitgestalten werden. Im Jahr 2010 ist der gemeinsame Anteil von USA und EU am Welt-Bruttoinlandsprodukt (BIP) erstmals unter 50 Prozent gefallen und wird in den nächsten 25 Jahren auf ein Drittel sinken. Der Anteil der EU wird unter 15 Prozent fallen, jener Deutschlands unter drei Prozent. Die globale Dominanz marktwirtschaftlich geprägter, demokratischer Industrieländer ist vorbei. Es geht darum, sich mit TTIP eine gute Ausgangsbasis zu verschaffen, um die künftige Weltwirtschaftsordnung mitbestimmen zu können. Das ist wichtig: Alle Länder haben Anreize, ihr eigenes Wirtschaftssystem zu exportieren, damit das heimische und das internationale Regime möglichst übereinstimmen. Dabei geht es um einen fairen und reziproken Marktzugang. Aber es geht auch um regulatorische Kooperation und eben um allgemeine Spielregeln. Genau das sind die Bausteine, über die in den TTIP-Verhandlungen gesprochen wird.

China hat schon damit begonnen, der Weltwirtschaftsordnung seinen Stempel aufzudrücken. Bevor überhaupt das Akronym TTIP bekannt war, wurden schon im Jahr 2012 in Südostasien Verhandlungen zu einer riesigen Wirtschaftsgemeinschaft aufgenommen, die neben China die zehn ASEAN-Staaten sowie Indien, Japan, Südkorea, Australien und Neuseeland umfassen soll. Das sogenannte RCEP-Abkommen (Regional Comprehensive Economic Partnership – RCEP) würde fast die Hälfte der Weltbevölkerung und ein Drittel des Welt-BIP umfassen – Tendenz steigend. Der Westen wird es zunehmend schwer haben, eigene wettbewerbs-, arbeits-, oder umweltrechtliche Vorstellungen global durchzusetzen.

Die Größe des asiatischen Wirtschaftsraums zwingt den Westen schon heute zu Kompromissen: So hat Peking die Asiatische Infrastruktur-Investitionsbank gegründet, bei der einzelne westliche Staaten mitmachen (etwa Deutschland), obwohl die Bank auch gerade deshalb gegründet wurde, um wettbewerbs-, arbeits-, oder umweltrechtliche Auflagen anderer Geldgeber (wie der Weltbank) zu umgehen; der Internationale Währungsfonds hat den Renminbi in seinen Währungskorb aufgenommen, obwohl die eigentlich erforderliche volle Konvertibilität gar nicht gegeben ist; die EU wird im Dezember 2016 China wohl den Status einer Marktwirtschaft zugestehen, obwohl das Land den Kriterien für eine Marktwirtschaft ganz offensichtlich nicht genügt.

 

TTIP, CETA und TiSA werden die Machtverschiebung in der Weltwirtschaft nicht aufhalten. Sie stärken aber die Verhandlungsmacht der EU und helfen, das Auseinanderdriften von internationalen und heimischen Regeln zu verlangsamen. Das hat sehr handfeste ökonomische Vorteile, die in den existierenden Abschätzungen der Wachstumseffekte von TTIP & Co vollkommen fehlen. Was dort auch fehlt, sind die dynamischen Effekte von Handelsliberalisierung auf Forschung & Entwicklung, auf die Verbreitungsgeschwindigkeit neuer Technologien und auf Anreize zur Akkumulation von Humankapital. Daher sind die oft belächelten wirtschaftlichen Vorteile, wie sie von der EU Kommission oder vom ifo-Institut berechnet wurden, nur untere Grenzen.

Genauso wie die europäische Integration Deutschland international mehr Gewicht verleiht als es alleine hätte, wird TTIP die EU als wesentlicher Gestalter des Weltwirtschaftssystems im Spiel halten. Was sonst droht, ist ein langsamer Abstieg, der den Arbeitnehmern und Konsumentinnen mehr schadet als den Unternehmen, die ja ihre Produktion aus Deutschland und der EU verlagern können. Gabriel Felbermayr IPG 16

 

 

 

 

Law Clinic. Studenten beraten gratis in Asylverfahren

 

Wann kann ich arbeiten? Wie kann ich meine Familie nachholen? Flüchtlinge haben viele Fragen, wenn sie nach Deutschland kommen. Studenten beraten sie gratis. Was sie über Asylrecht wissen müssen, lernen sie in einer Refugee Law Clinic. Von Jana Hofmann

 

Wenn sein Vortrag auf Arabisch oder Farsi übersetzt wird, ist Julian Klauke erleichtert: Diese Menschen darf er meist beruhigen. „Geflüchtete aus Syrien oder Afghanistan haben in der Regel gute Chancen auf Asyl in Deutschland“, weiß der Student. Spricht der Dolmetscher hingegen Somali, brauchen seine Zuhörer viel Geduld: Sie warten oft ein Jahr auf ihre erste Anhörung, berichtet der 26-Jährige Klauke berät seit über zwei Jahren Geflüchtete zum deutschen Asylverfahren.

Der Student hält Vorträge in Gießens Erstaufnahmeeinrichtungen, unterstützt aber auch bei individuellen Problemen und verfasst Härtefallanträge. „Ich habe das Bedürfnis, den Unterschied zu machen“, sagt der Student der Friedens- und Konfliktforschung: „Das sind Menschen, bei denen es darum geht, dass sie zu ihrem Recht kommen.“

Ausgebildet hat ihn Deutschlands erste Refugee Law Clinic an der Uni Gießen. Seit 2007 werden dort Studenten aller Fachrichtungen zu Asylrechtsexperten. Mit dem Anstieg der Flüchtlingszahlen entstanden „Flüchtlingsrechtskliniken“ auch in anderen Städten wie Köln, Berlin, Hamburg und München.

Der Begriff der „Law Clinic“ stammt aus dem anglo-amerikanischen Sprachraum. In den USA würden ähnliche Einrichtungen ärmere Menschen bei Rechtsproblemen unterstützen, erklärt der Gründer der Gießener Refugee Law Clinic, Paul Tiedemann.

Der ehemalige Richter am Verwaltungsgericht in Frankfurt baute auch das Ausbildungsprogramm auf, das sich auf ein Jahr erstreckt. Im ersten Semester besuchen die Studenten eine Vorlesung zu Asylrecht. In den Semesterferien absolvieren sie ein Praktikum bei einem Rechtsanwalt oder einer Nichtregierungsorganisation. Im zweiten Semester nehmen sie an einem Seminar und an weiteren Übungen teil, in denen sie sich mit praktischen Fällen auseinandersetzen. Zugleich hospitieren sie bei Beratungsgesprächen durch fortgeschrittene Projektteilnehmer oder hauptamtliche Berater. Dann erst starten sie selbst in die Beratung in den Erstaufnahmeeinrichtungen.

Während Vorlesung und Seminar allen Studenten offenstehen, müssen sich die angehenden Asylrechtsexperten auf Plätze in der Refugee Law Clinic bewerben. Teilnehmen können Studenten aller Fachrichtungen. Das Interesse ist groß: Rund 100 Studenten besuchten die Kurse im Wintersemester. Nur rund ein Dutzend von ihnen konnte aber vertiefend ausgebildet werden, weil die Praktikumsplätze und Betreuungsmöglichkeiten begrenzt sind. Sogar aus dem drei Stunden entfernten Karlsruhe pendelten Studenten nach Gießen, um an der Refugee Law Clinic ausgebildet zu werden, erzählt Tiedemann.

Viele der Geflüchteten kämen aus Ländern ohne geordnete Verwaltungsverfahren, sagt der Professor für Flüchtlingsrecht und Menschenrechte. „Asylsuchende werden in Deutschland in ein System hineingeworfen, das ihnen total fremd ist.“ Daher seien sie auf die Rechtsberatung angewiesen.

Info Spendenkonto: Landesbank Hessen-Thüringen BIC/SWIFT: HELADEFF IBAN: DE98500500000001006550 Verwendungszweck: Spende für Refugee Law Clinic

Klauke hat eine ambivalente Einstellung zu seiner Arbeit: „Ich finde es kritisch, dass das Asylverfahren ehrenamtlich erklärt werden muss.“ Eine Aufklärung über die einzelnen Schritte des komplexen Verfahrens könnten die wenigen hauptamtlichen Helfer nicht für jeden Geflüchteten leisten.

Sein Ehrenamt konnte Klauke auch für die Uni nutzen. Die Vorlesung und das Seminar ließ er sich für sein Studium mit zwölf Leistungspunkten anrechnen. Die Beratung, das Praktikum bei einem Wohlfahrtsverband in Berlin und die regelmäßigen Treffen der Studenten absolvierte er zusätzlich zu Unialltag, Nebenjob und Studentenleben.

Im Moment schreibt Klauke seine Masterarbeit, bald steht der Berufseinstieg an. Er möchte sich auch nach der Uni weiter mit Asylpolitik beschäftigen: „Die Beratungserfahrung hilft mir dafür sicherlich.“ Und er denkt weiter: „Ich glaube, dass Juristen später ihren Beruf in einer Bank oder einer großen Anwaltsfirma anders ausüben werden, wenn sie mal mit Menschen konfrontiert worden sind, die in existenzieller Not sind.“ (epd/mig 18)

 

 

 

 

Verbesserte Förderung von Elektrofahrzeugen. Elektromobilität

 

Mit rund einer Milliarde Euro fördert die Bundesregierung die Elektromobilität in Deutschland. Dazu gehören ein Umweltbonus für Elektrofahrzeuge, der Aufbau der notwendigen Ladeinfrastruktur für elektrisch betriebene Fahrzeuge sowie die steuerliche Förderung.

 

Elektromobilität hat für die Bundesregierung eine große Bedeutung. Deutschland soll zum Leitmarkt und Leitanbieter bei der Elektromobilität werden. Dabei geht es um Innovationen bei Fahrzeugen, Antrieben und Fahrzeugkomponenten. Wichtig ist auch die Einbindung dieser Fahrzeuge in die Strom- und Verkehrsnetze. Das Thema Elektromobilität entscheidet zusammen mit

der Digitalisierung über die Zukunft der Automobilindustrie und anderer in der Mobilität engagierten Wirtschaftszweige.

Umweltbonus

Die Elektromobilität ist ein wichtiger Baustein der Energiewende. Sie ist ein Bindeglied zwischen der Stromerzeugung aus erneuerbaren Energiequellen und dem Verkehrssektor. Die Maßnahme zur Förderung des Absatzes elektrisch betriebener Fahrzeuge ist damit eine Antwort auf die steigenden Anforderungen an Klimaschutz (CO2-Ausstoß) und Luftreinhaltung (Stickoxide, Rußpartikel etc.). Die Bundesregierung will für den Kauf eine Elektroautos daher einen Umweltbonus in Höhe von 4.000 Euro für rein elektrische Fahrzeuge und 3.000 Euro für Plug-In Hybride gewähren. Er soll jeweils zur Hälfte von der Bundesregierung und von der Industrie finanziert werden.

Steuerliche Anreize

Für alle reinen Elektrofahrzeuge (einschließlich Brennstoffzellenfahrzeuge) mit erstmaliger Zulassung vom 18. Mai 2011 bis 31. Dezember 2015 galt bisher eine von fünf auf zehn Jahre verlängerte Kraftfahrzeugsteuerbefreiung. Bei erstmaliger Zulassung solcher Fahrzeuge seit dem 1. Januar 2016 bis zum 31. Dezember 2020 gilt derzeit noch eine fünfjährige Steuerbefreiung. Diese Kraftfahrzeugsteuerbefreiung soll rückwirkend zum 1. Januar 2016 in eine zehnjährige Steuerbefreiung geändert werden.

Arbeitgeber sollen sich durch einen steuerlichen Anreiz stärker an dem Ausbau der Ladeinfrastruktur beteiligen. Deshalb soll eine Steuerbefreiung für Arbeitgeber eingeführt werden, wenn private E-Fahrzeuge im Betrieb aufgeladen werden können. Zusätzlich wird die Überlassung von Ladevorrichtungen an Arbeitnehmer begünstigt.

Ausbau der Ladestationen

Mit dem Aufbau eines flächendeckenden Netzes von Ladestationen wird die Verbreitung von Elektrofahrzeugen im Markt gefördert. Außerdem erhöht sich damit die Wertschöpfung: Es gibt neue Möglichkeiten für Beschäftigung und die Schaffung von Arbeitsplätzen entlang der gesamten Wertschöpfungskette. Mit der Förderung von Ladestationen hilft die Bundesregierung, mehr Akzeptanz für diese umweltfreundliche Technologie zu erreichen.

Das Förderprogramm zum Aufbau dieser Ladestationen soll von 2017 bis 2020 insgesamt 300 Mio. Euro betragen. Insbesondere soll mit diesen Mitteln ein flächendeckendes Netzes an Schnellladeinfrastruktur entstehen. Daneben wird auch der weitere Aufbau von Normalladeinfrastruktur gefördert.

Den Kompass und Rahmen für die Förderung der Elektromobilität in Deutschland setzt die Bundesregierung mit ihrem "Regierungsprogramm Elektromobilität". Unterstützt wird die Bundesregierung dabei durch die "Gemeinsame Geschäftsstelle Elektromobilität" sowie die "Nationale Plattform Elektromobilität". Bip 18

 

 

 

 

 

Studium nach der Flucht. Studie deckt Hürden und Fallen auf

 

Für Flüchtlinge in Deutschland ist der Weg ins Studium weit. Zudem gibt es viele Hürden und juristische Fallen, in die viele Studierende hineintappen. Das deckt eine aktuelle Studie auf. In 15 Handlungsempfehlungen nehmen Forscher Hochschulen und Politik in die Pflicht.

Seit dem Anstieg der Flüchtlingszahlen im Jahr 2015 engagieren sich viele deutsche Hochschulen für Asylsuchende. Im Sinne einer „Soforthilfe“ öffnetem viele Hochschulen zunächst die Gasthörerprogramme für alle Geflüchteten. Hinzu kamen Deutschkurse, Mentoren-Projekte oder Sportangebote. Ziel war es anfangs vor allem, den Flüchtlingen Beschäftigung im Alltag zu geben.

Mittlerweile lässt sich aber eine Konzentration auf das „Kerngeschäft“ der Hochschulen ausmachen: „Die Hochschulen wählen ihre Zielgruppe heute viel bewusster aus als noch vor wenigen Monaten. Dabei spielen Studierfähigkeit und aufenthaltsrechtliche Bleibeperspektive eine wichtige Rolle“, so Hannes Schammann, Juniorprofessor für Migrationspolitik in Hildesheim und Leiter der Studie. „Die Zeit der reinen Beschäftigungsprogramme ist vorbei.“

Das geht aus einer Studie der Universität Hildesheim, gefördert von der Stiftung Mercator, hervor. Darin wurden Angebote für Studieninteressierte mit Fluchterfahrung erstmals untersucht. Die qualitative Erhebung fand an neun deutschen Hochschulen statt.

Viele Fallen

Die Studie deckt auf, warum eine koordinierte Integrationsangebote wichtig sind. Ein Beispiel: Besuchen anerkannte Flüchtlinge beispielsweise einen Deutschkurs an der Hochschule anstatt des offiziellen Integrationskurses des Bundes, kann das dazu führen, dass sie gegen ihre „Integrationskurspflicht“ verstoßen – und Leistungen gekürzt werden. Hannes Schammann betont daher: „Es ist wichtig, dass sich Hochschulen als Teil der lokalen Flüchtlings- und Integrationsarbeit begreifen.“ Aber auch der Bund und die Länder sind gefragt, lokale Integrationsmaßnahmen flexibler anzuerkennen.

Download: Aus den Befunden der Studie haben die Autoren gemeinsam mit Praktikern 15 Handlungsempfehlungen formuliert. Diese richten sich primär an die Hochschulen selbst, aber auch an die Landes- und Bundespolitik. Sie können hier heruntergeladen werden.

Das Leben geflüchteter Studieninteressierter ist ohnehin durch besondere rechtliche Herausforderungen gekennzeichnet. Wegen der „Wohnsitzauflage“ haben sie manchmal besonders lange und umständliche Anfahrtswege. Außerdem haben sie selbst nach erfolgreicher Anerkennung als Flüchtling erhebliche Schwierigkeiten, um das Studium zu finanzieren: Sie erhalten wegen der kurzen Zeit in Deutschland selten BAföG, verlieren aber bei einer Immatrikulation alle Sozialhilfeansprüche („BAföG-Falle“).

Weg ins Studium ist weit

An den untersuchten neun Hochschulen war vor diesem Hintergrund eine große Unsicherheit hinsichtlich rechtlicher Spielräume festzustellen. Da es bislang kaum Leitlinien für die Verwaltungspraxis gibt, wird eine zurückhaltende, tendenziell restriktive Auslegung begünstigt. Schammann: „Die Hochschulen wünschen sich hier Hilfe von Bund und Land.“

Die rechtlichen Hürden und die notwendigen Sprachkenntnisse bedeuten, dass der Weg ins Studium für die meisten Flüchtlinge noch weit ist. „Die Hochschulen warnen daher vor der überzogenen Erwartung, sie könnten eine Art ‚Integrationsturbo‘ sein“, so Schammann. Die untersuchten Hochschulen stellten sich daher auf einen langen Prozess ein. Dies unterstreicht ein Zitat aus den Interviews: „Rasches Futter für die Wirtschaft kann nicht geliefert werden.“ (es) MiG 19

 

 

 

 

PRO ASYL, Rat für Migration und Paritätischer fordern zentrale Änderungen am geplanten Integrationsgesetz

 

Anlässlich des geplanten Koalitionstreffens in Meseberg fordern PRO ASYL, der Paritätische Wohlfahrtsverband und der Rat für Migration, ein bundesweiter Zusammenschluss von über 100 Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftlern, in einem gemeinsamen Brandbrief die Bundesregierung auf, von zentralen Regelungen im sogenannten „Integrationsgesetz“ wieder Abstand zu nehmen.

Konkret sind es die neuen Hürden zur Erlangung der Niederlassungserlaubnis, die geplante Wohnsitzzuweisung sowie die Androhung von Sanktionen in Form von Leistungskürzungen, die aus Sicht der Unterzeichnenden dringend aus dem Gesetzentwurf gestrichen werden müssen. Die Organisationen machen verfassungs- und EU-rechtliche Bedenken geltend und warnen davor, dass die Umsetzung der geplanten Maßnahmen eher zur Ausgrenzung als zur Integration beitragen werde.

„Dieses Integrationsgesetz ist reine Etikettentäuschung und wird zu Desintegration statt zu Integration führen“, warnt Günter Burkhardt, Geschäftsführer von PRO ASYL. Prof. Dr. Werner Schiffauer, Vorsitzender des Rats für Migration, kritisiert: „Insbesondere die geplanten Wohnsitzzuweisungen drohen zu echten Integrationshemmnissen zu werden und widersprechen im Übrigen auch allen Erkenntnissen der Migrationswissenschaft.“

Prof. Dr. Rolf Rosenbrock, Vorsitzender des Paritätischen Gesamtverbandes betont: „Der Entwurf gleicht einem Sanktionskatalog und vermittelt den Eindruck, als fehle es an Integrationsbereitschaft bei den Geflüchteten. Das Kernproblem ist jedoch, dass es an ausreichenden Integrationsangeboten fehlt.“

Rat für Migration

 

 

 

 

Tabakerzeugnisgesetz. Vor den Gefahren des Rauchens schützen

 

Auf Zigarettenpackungen sind deutliche Warnhinweise abzubilden. Das sieht das Tabakerzeugnisgesetz vor, das heute in Kraft tritt. Ziel ist es, den Konsum von Tabak und elektronischen Zigaretten weiter einzudämmen.

 

Das Gesetz setzt die EU-Tabakproduktrichtlinie um, die in überwiegenden Teilen bis zum 20. Mai 2016 in innerstaatliches Recht umzusetzen war. Dabei waren bestimmte Übergangsfristen einzuhalten. Hersteller dürfen bereits produzierte Ware noch ein Jahr lang abverkaufen. Rund 110.000 Todesfälle pro Jahr in Deutschland sind unmittelbar auf das Rauchen zurückzuführen. Das geht aus dem aktuellen Drogen- und Suchtbericht der Drogenbeauftragten der Bundesregierung,

Marlene Mortler, hervor. Das Deutsche Krebsforschungszentrum schätzt die direkten und indirekten Kosten des Rauchens auf rund 79 Milliarden Euro pro Jahr. Die Sozialkassen werden davon mit rund 25,4 Milliarden Euro belastet.

Was wird geregelt?

Alle Tabakerzeugnisse müssen gesundheitsbezogene Warnhinweise tragen, die aus einer Kombination von Bild und Text bestehen. Diese müssen zusammen 65 Prozent der Verpackung bedecken. Jetzt sind Zigaretten und Tabak zum Selbstdrehen verboten, wenn sie ein charakteristisches Aroma

haben, Aromastoffe oder technische Merkmale aufweisen, die den Geruch, Geschmack oder die Rauchintensität verändern. Ebenso, wenn der Filter, das Papier oder Kapseln Tabak oder Nikotin enthalten.

EU-weit einheitliche Vorschriften sorgen dafür, dass alle Tabakprodukte überwacht und Verbraucherinnen und Verbraucher vor Täuschung geschützt werden. Außerdem können Ursprung und Echtheit der Tabakprodukte durch individuelle und fälschungssichere Merkmale zurückverfolgt werden.

Für neuartige Tabakprodukte ist künftig ein Zulassungsverfahren erforderlich. Erstmals wird auch das Inverkehrbringen nikotinhaltiger elektronischer Zigaretten und Nachfüllbehälter geregelt und es werden Anforderungen an ihre Sicherheit gestellt. Für sie gelten dann weitgehend die gleichen Werbebeschränkungen, wie sie für andere Tabakerzeugnisse bereits bestehen.

Bei Elektronischen Zigaretten, Shishas, Zigarren und Pfeifen wird eine nikotinhaltige oder nikotinfreie Flüssigkeit verdampft und vom Konsumenten inhaliert. Mit dem Gesetz soll es erstmals in Deutschland spezifische Regelungen geben.

Weitere Verbote beschlossen

Darüber hinaus hat die Bundesregierung weitere Änderungen des Tabakerzeugnisgesetzes beschlossen: Ein Verbot der Außenwerbung und der Kinowerbung für Tabakerzeugnisse und elektronische Zigaretten;

nikotinhaltige und nikotinfreie Zigaretten werden gleichbehandelt. E-Zigaretten und E-Shishas dürfen seit dem 1. April 2016 nicht mehr an Kinder und Jugendliche abgegeben werden.

Werbebeschränkungen bei Tabakerzeugnissen

Verboten ist Tabakwerbung bereits in der Presse und in anderen gedruckten Veröffentlichungen sowie insbesondere im Internet, im Hörfunk und Fernsehen. Tabakunternehmen dürfen auch keine Hörfunkprogramme, Veranstaltungen oder Aktivitäten sponsern, die grenzüberschreitende Wirkung haben. Das Verbot betrifft auch audiovisuelle Mediendienste und Sendungen, die vom klassischen

Fernsehen ausgestrahlt werden. Ebenso Mediendienste auf Abruf, wie zum Beispiel video-on-demand.

Als Sponsoring gilt ein Beitrag von Unternehmen zur Finanzierung von audiovisuellen Mediendiensten oder Sendungen mit dem Ziel, zum Beispiel ihren Namen oder ihre Marke zu fördern. Außerdem ist eine Produktplatzierung (product placement) von Tabakerzeugnissen oder Tabakunternehmen in

audiovisuellen Sendungen, einschließlich Fernsehen, verboten. Pib 20

 

 

 

 

Lesung in Frankfurt. „Tod eines glücklichen Menschen/ Morte di un uomo felice“

 

1981 herrscht in Mailand Angst vor linksextremem Terrorismus. Ein Politiker der Christdemokraten wird umgebracht, der junge Staatsanwalt Colnaghi soll die Mörder jagen. Schon bald gelingt ihm ein Coup: die Verhaftung des Topterroristen Gianni Meraviglia. Doch je länger sich Colnaghi mit dessen Motiven und mit der Frage der Schuld beschäftigt, desto mehr will er diese merkwürdige Ethik verstehen, die das Vernichten von Menschenleben rechtfertigt. Warum wählen zwei Menschen, die, wie er und Meraviglia, von Gerechtigkeit träumen, zwei so gegensätzliche Wege? Mit vibrierender Intensität läßt Fontanas kluger und hochspannender Roman das Italien der "bleiernen Jahre" wiederauferstehen.

Lesung aus der deutschen Übersetzung und Moderation: Dr. Elettra de Salvo  -  Lettura e moderazione in italiano e tedesco: Dr. Elettra de Salvo

Dienstag/ Martedì, 31. Mai / 31 Maggio -  20:00 h.

Romanfabrik e.V. Hanauer Landstraße 186 – Frankfurt am Main

Eintritt/ Entrata: 7 Euro (ermäßigt/ridotto: 4 Euro)

Reservieren Sie jetzt Karten: 069/49084828 oder per E-Mail: reservierung@romanfabrik.de

Prenotazione biglietti: 069/49084828 oder per E-Mail: reservierung@romanfabrik.de  IIC