WEBGIORNALE  21 NOVEMBRE – 4 DICEMBRE  2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Referendum costituzionale all’estero. Inviati 4.044.791 plichi elettorali. Voto in corso  1

2.       Merkel in corsa per il suo quarto mandato: “Mi ricandido a guidare la Germania”  1

3.       Il premier scrive agli italiani all’estero  1

4.       Il voto negli Usa. Sondaggi smentiti e ardue previsioni 1

5.       Trump president. Un uomo senza diga al proprio potere  2

6.       Migranti, Juncker: "Non possiamo lasciare tutto sulle spalle di Italia e Grecia"  2

7.       Referendum costituzionale, la nota del segretario generale Cgie Michele Schiavone  3

8.       Usa 2016. Dagli Usa all’Ue, un preoccupante vento populista  3

9.       Merkel a Obama in visita a Berlino: “Farò di tutto per collaborare bene con Trump”  4

10.   Berlino. "La cancelliera Angela Merkel vuole candidarsi di nuovo"  4

11.   "Cari italiani vi scrivo...". Da Berlusconi a Renzi, tutte le lettere dei politici 4

12.   Angela Merkel si candiderà per la quarta volta. Lo ha detto il vicepresidente federale della Cdu alla Cnn  4

13.   Monaco di Baviera. Scarsa partecipazione alla Commemorazione dei Caduti 5

14.   Colonia. Partecipazione collettiva alla Bio-Europe 2016  5

15.   Rferendum Costituzionale. Invito a votare dal Comites/Saar 5

16.   Referendum. A Monaco di Baviera il Si e il No a confronto in tre incontri 5

17.   Il presidente del Comites di Hannover Scigliano alla celebrazione presso il cimitero Amburgo-Öjendorf 6

18.   I temi delle cecenti trasmissioni di Radio Colonia  6

19.   A Wolfsburg  un dibattito sulle ragioni del si e del no alla riforma costituzionale  7

20.   In rete il numero 6/2016 di “Rinascita Flash”, curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera  7

21.   A Francoforte mercoledì 23 novembre: “La cucina del Senza”  7

22.   A Colonia il 28 novembre il Primo Simposio Scientifico del Forum Accademico Italiano in Germania  7

23.   Francoforte. Luigi Brillante segnala le due istanze presentate sul contributo degli emigrati e scuola  8

24.   Monaco di Baviera, il muro anti migranti. «È più alto di quello di Berlino»  8

25.   Berlino. “Gli stereotipi fra popoli nutrono il nazionalismo. Per questo serve più e non meno Europa”  8

26.   La Grande coalizione trova un accordo: Steinmeier sarà il prossimo presidente. 8

27.   La lettera della Garavini ai democratici in Europa  8

28.   Paolo Gentiloni e Dimitris Avramopoulos: “Migranti, aiutare l’Africa per aiutare l’Europa”  9

29.   Trionfa Trump: "Unirò l'America"  9

30.   “La legge dell’alternanza: chi ha vinto e chi ha perso. Donald Trump, 45°presidente degli USA”  9

31.   Donald Trump presidente degli Stati Uniti. L’Europa sarà sola! 10

32.   Usa 2016. Trump presidente, wait and see  10

33.   Una questione di coscienza  11

34.   Il No amplia il suo vantaggio. Allarme Bankitalia: rischio turbolenze sui mercati 11

35.   Problemi sugli uomini 11

36.   E ora Renzi spera che anche in Italia i sondaggi sbaglino  11

37.   "I vantaggi della riforma costituzionale per gli italiani all estero"  11

38.   Palazzo Koch lavora alla tela per tenere il Paese al riparo da scossoni elettorali: 12

39.   Le Acli della Svizzera per il Sì alla Riforma costituzionale italiana  12

40.   Teoria e pratica  13

41.   Il referendum punto di svolta anche per il Pd  13

42.   Referendum Costituzionale. Le ragioni del Sì 13

43.   "La riforma costituzionale abbatte la burocrazia, non la democrazia"  14

44.   Caduta libera frenata: nel 2015 gli italiani hanno ripreso a sposarsi. E il 2016 promette davvero bene  14

45.   L’insistenza delle critiche al voto all’estero provenienti dallo schieramento del no  14

46.   Apparenze  15

47.   La Ue divisa sulla manovra italiana. Europopolari contro eurosocialisti 15

48.   Lo spread preoccupa, Renzi blocca il bilancio europeo. Berlusconi scarica Parisi 15

49.   Referendum Costituzionale. I deputati del Pd-Estero rispondono al coordinatore della Filef Rodolfo Ricci 15

50.   Italiani e Svizzera, una storia d’amore cominciata male  16

51.   Esecutivo extemporaneo  16

52.   Le iscrizioni per l’anno scolastico 2017/2018 potranno essere effettuate dal 16 gennaio al 6 febbraio 2017  16

53.   Lettera di Massimo D’Alema agli italiani all’estero  17

54.   Il 29 novembre a Bruxelles una giornata europea di studio sulle migrazioni qualificate  17

55.   Lingua italiana, un Master online per l’insegnamento all’estero: prorogate le iscrizioni 17

56.   Costituita a Zurigo la Presidenza nazionale delle Acli della Svizzera 2016-2020  18

57.   Premio internazionale "Pugliesi nel Mondo"  18

58.   A Palermo il convegno intitolato “Il ruolo dell’emigrazione nelle politiche di sviluppo regionale”  18

 

 

1.       EU will neues Kontrollsystem für Einreisen aufbauen  18

2.       Bundestagswahl 2017. Merkel kandidiert für vierte Amtszeit 18

3.       Unter Verzögerungs- und Hinhaltetaktik leiden besonders die Kinder 19

4.       Präsident Trump und die internationalen Beziehungen  19

5.       Und jetzt: Bunga, Bunga. Trump und der Verfall Amerikas. 19

6.       Perspektiven nach Trump: „Recht auf Asyl ist heilig“  20

7.       Trump und die Demokratie  20

8.       Ist Trump nicht eher nützlich?  21

9.       Papst appelliert an Klima-Gipfel von Marrakesch  21

10.   Klimaabkommen: „Selbst Donald Trump wird das nicht zerstören können.“  22

11.   Der amerikanische Albtraum   22

12.   Gemeinsame Herausforderungen annehmen. Deutsch-amerikanische Beziehungen  22

13.   Ein Warnsignal. Experten warnen vor Aufschwung für Populisten nach Trump-Sieg  23

14.   Arbeiten in der Schweiz. Migranten haben es schwer 23

15.   US-Wahl: Eine Niederlage für den Journalismus  23

16.   Wiedervereinigung Zyperns: Einigung bis zum Jahresende?  24

17.   Dresedner Erklärung. Integrationsbeauftragte kritisieren pauschale und überstürzte Politik  24

18.   Jesuiten kritisieren Flüchtlingspolitik  24

19.   CSU-Parteitag: Leitkultur, Ordnung und Obergrenze  25

20.   Integrationsgipfel. Migranten wollen ins Grundgesetz  25

21.   Kindertagesbetreuung. Mehr Geld für Qualität in Kitas  25

22.   Abschreckung. Innenminister will gerettete Flüchtlinge auf hoher See direkt zurückschicken  26

23.   Keine Zusammenarbeit mit Antieuropäern. Europa-Union positioniert sich zur Alternative für Deutschland (AfD) 26

24.   Erste umfassende Studie. Flüchtlinge teilen deutsche Wertvorstellungen  26

25.   Regierungsbericht Lebensqualität. Gut arbeiten und gerecht teilhaben  26

26.   Schengen bleibt weiter ausgesetzt. Grenzkontrollen an deutsch-österreichischer Grenze verlängert 27

27.   Erste Reaktion von EUD-Generalsekretär Christian Moos auf den Ausgang der amerikanischen Präsidentenwahl 27

28.   Kanzlerin beim Arbeitgebertag 2016. Merkel: Gemeinsam Lösungen suchen  27

29.   Anstehende Rentenreform muss Altersarmut vorbeugen und Lebensstandardsicherung ermöglichen  28

30.   Städte für Integration. Gute Projekte brauchen Geld  28

31.   Die deutsche Identitätssuche  28

32.   Verständnis für Solidaritätsaspekt der Gesetzlichen Rentenversicherung stärken  29

33.   Studie. Einwanderer würden SPD wählen  29

34.   Hessen. Die Stimme der Migrant*innen ist zu Erziehung und Bildung unerwünscht! 29

 

 

Referendum costituzionale all’estero. Inviati 4.044.791 plichi elettorali. Voto in corso

 

ROMA – Il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale informa che  “in vista del voto per il Referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, le 195 sedi della rete diplomatico-consolare della Farnesina impegnate nelle operazioni di voto hanno completato l’invio di oltre 4 milioni di plichi (4.044.791) contenenti il materiale elettorale, secondo quanto previsto dalla L. 459/2001 (art. 12 c. 3). In effetti, almeno qui in Germania, i plichi elettorali sono arrivati a destinazione in tutte le circoscrizioni consolari.

Tutti gli elettori all’estero che, avendone diritto, non hanno ricevuto per qualsiasi motivo il plico elettorale entro ieri, domenica 20 novembre, possono richiedere l’invio per posta di un duplicato all’Ufficio consolare di riferimento (art. 12 c.5 L. 459/2001). Anche a tal fine, le sezioni consolari delle Ambasciate e i Consolati saranno aperti nel fine settimana del 25-27 novembre, precedente il 1° dicembre, termine ultimo entro il quale (alle ore 16.00 locali) le schede votate dovranno pervenire agli Uffici consolari di riferimento (art. 12 c. 7 L. 459/2001).

Tra gli aventi diritto figurano 31.462 elettori “temporanei”, ossia quei cittadini residenti in Italia che per motivi di studio, lavoro o cure mediche, si trovano in un Paese estero, per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione referendaria (art. 4-bis c.1 L. 459/2001) e che hanno optato (segnalando al proprio Comune tale volontà entro il 2 novembre) di votare all’estero (art 4-bis c.2 L. 459/2001 e circolare Min. Interno n. 40 del 28 settembre 2016).

Tra i 31.462 “temporanei” figurano anche gli elettori appartenenti alle Forze armate che si trovano temporaneamente all’estero nello svolgimento di missioni internazionali (art. 4 bis c.5 e c. 6 L. 459/2001).

Le modalità di consegna dei plichi elettorali agli oltre 5.000 militari attualmente in missione in 19 Paesi esteri variano a seconda della situazione. In genere è possibile la trasmissione via servizi postali pubblici o privati.

Nel caso del contingente della missione “Ippocrate” a protezione dell’ospedale militare di Misurata (Libia) ci si è avvalsi di voli militari”.

Sono infine 1.346 gli elettori residenti all’estero e iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) che hanno optato (segnalandolo al proprio Comune di riferimento entro l’8 ottobre) di votare in Italia (Art. 4 c. 2 L. 459/2001).

Nelle ultime consultazioni, il Referendum abrogativo del 17 aprile 2016 (cosiddetto “Referendum trivelle”) e le elezioni politiche del 2013, hanno votato all’estero rispettivamente il 19,82 % e il 32,11% degli aventi diritto. (Inform)

Il vice ministro degli Esteri Mario Giro ha risposto in Commissione Esteri della Camera all’interrogazione della deputata Fucsia FitzGerald Nissoli, eletta all’estero, che chiedeva chiarimenti sull’operato del Governo per garantire la sicurezza del voto all’estero.

Il vice ministro Giro ha assicurato che il MAECI ha diramato specifiche istruzioni a tutta la rete diplomatico-consolare circa la corretta applicazione delle norme di Legge in materia di voto all’estero”. “Abbiamo dato – ha detto – precise istruzioni agli Uffici consolari di prestare la massima attenzione a tutte le delicate fasi organizzative del processo elettorale”.

L’elenco degli elettori residenti all’estero viene predisposto dal Ministero dell’Interno, ai sensi dell’articolo 5 del D.P.R. n. 104/2003, tramite confronto dei dati degli schedari consolari con i dati AIRE detenuti dallo stesso Viminale, e da tale Dicastero l’elenco viene  comunicato al Ministero degli Affari Esteri entro il sessantesimo giorno antecedente la data delle votazioni in Italia ai fini della successiva distribuzione in via informatica  agli uffici consolari per gli adempimenti previsti dalla legge (ovvero, l’invio dei plichi elettorali).

È prassi invalsa da tempo che non sia il Ministero degli Esteri a consegnare agli aventi diritto che in Italia ne facciano richiesta gli elenchi “globali” (ovvero, degli elettori in tutto il mondo: in questa occasione, circa – come noto - 4 milioni). 

Dip 20

 

 

 

 

Merkel in corsa per il suo quarto mandato: “Mi ricandido a guidare la Germania

 

Angela Merkel si ricandida nelle elezioni generali del 2017 e proverà a vincere il quarto mandato da cancelliera. Lo ha annunciato lei stessa, come ampiamente atteso, in conferenza stampa a Berlino. Merkel ricopre il ruolo di cancelliera dal 2005. 

 

«Per quanto riguarda la candidatura ho sempre pensato alla disponibilità di dovere essere cancelliere e alla disponibilità anche di presentarmi ancora una volta come candidata a cancelliere», ha detto Merkel. «Ho riflettuto a lungo: la decisione per una quarta candidatura, dopo 11 anni alla cancelleria, è cosa non semplice, né per il Paese, né per il partito, né per me personalmente», ha proseguito Merkel, sottolineando che «non si tratta di una decisione di campagna elettorale, ma di una decisione per quattro anni». Riferimento questo al fatto che, in caso di vittoria, intenderebbe dunque ricoprire il mandato per intero, per tutti i quattro anni previsti. 

 

Con la sua quarta candidatura alla guida del paese, Angela Merkel tenta di superare per longevità al potere in Germania l’icona politica tedesca dell’immediato dopoguerra, Konrad Adenauer, e di eguagliare Helmut Kohl, lo storico cancelliere della riunificazione. LS 20

 

 

 

 

Il premier scrive agli italiani all’estero

 

Secondo Matteo Renzi c’è un modo semplice per difendere le ragioni del Sì al referendum, ed è quello di elencare chi oggi fa campagna per il No. Ci sono «tutti coloro che vogliono tornare a governare l’Italia, coloro che hanno votato sì in Parlamento e ora fanno campagna contro la riforma della Costituzione». Ma ci sono soprattutto alcune strane coppie: Massimo D’Alema insieme a Beppe Grillo, Silvio Berlusconi insieme ad un pezzo della minoranza del Pd, come Pier Luigi Bersani.

Strana coppia

L’elenco potrebbe continuare, c’è anche il leader della Lega che la pensa come la Sinistra italiana, ma Renzi fa solo alcuni esempi: «Quelli per il No sono espressione di una cultura politica che rispetto ma non è la nostra. Se Beppe Grillo e Massimo D’Alema sono insieme nel fronte del No cosa può venirne fuori? È una strana coppia messa insieme, neanche Maria De Filippi sarebbe arrivare a tanto, nemmeno lei sarebbe arrivata a mettere insieme Berlusconi e il Partito democratico». Le domande retoriche del premier non sono finite. Per difendere la riforma su cui gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi, il 4 dicembre, si può anche invitare a riflettere sul Cnel, che la riforma abolisce, in questo modo: «La domanda è “che cosa è il Cnel?”. Forse non l’abbiamo capito nemmeno noi. Sappiamo solo che non ha prodotto nemmeno una legge in settant’anni e ci è costato un miliardo».

«Macchina del fango»

Nelle parole del leader del Pd c’è l’eco dello scontro prodotto dai cori della Leopolda. Il riferimento, anche se indiretto, è ancora a Bersani, o a Speranza, a tutti coloro che nel Pd, secondo lui, giocano a spaccare senza tenere conto degli interessi dell’Italia: «Non ne posso più di quelli che pur di far polemica all’interno sparano sul Paese. Uno può pensare tutti i mali possibili del presidente del Consiglio, ma in questa fase è fondamentale avere rispetto del nostro Paese». E mentre Renzi scrive una lettera agli italiani all’estero per invitarli a votare, c’è anche spazio per una nuova polemica con l’associazione dei partigiani, l’Anpi. Alessia Morani, deputata Pd, contesta agli iscritti di Latina di aver fatto una manifestazione per il No al referendum con accanto esponenti di Forza Nuova. La replica del diretto interessato, il presidente dell’Anpi di Latina, Giancarlo Luciani, è indignata: «È solo macchina del fango, è tutto falso». Ma lo stesso Luciani afferma di Renzi che «è un ducetto. Anzi, è peggio del Duce», suscitando la reazione indignata dei parlamentari del Pd, che chiedono l’intervento dell’Anpi nazionale. E sul filo dell’indignazione (che in periodi elettorali è a buon mercato: ieri Bersani si è detto «sconcertato» dall’atteggiamento di Renzi), ci sono anche le parole del capo del governo sui «soloni» di Bruxelles: «Occorre affermare l’idea di una Italia forte, che non va in Europa a farsi spiegare ciò che deve fare. Smettiamo di dirci “ce lo chiede l’Europa” e cominciamo noi a dire cosa vogliamo: il tempo dei diktat è finito». Marco Galluzzo,  CdS 8

 

 

 

 

 

 

Il voto negli Usa. Sondaggi smentiti e ardue previsioni

 

La politica del neo presidente americano avrà conseguenze anche in Europa. Solo il tempo dirà se la sua vittoria sarà positiva per il mondo

 

  Ha sorpreso un po’ tutti la vittoria elettorale di Donald Trump, da molti dato perdente alla vigilia del voto. In effetti la Clinton ha ricevuto 200mila voti in più, ma la legge elettorale americana favorisce il sistema indiretto dei Grandi Elettori, 306 dei quali, rappresentanti di 29 Stati, hanno dato la preferenza al candidato repubblicano, che così diventa il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d'America.

  La Clinton, che ha perso 6 milioni di voti rispetto alla prima elezione di Obama, è stata votata, invece, da 232 Grandi Elettori, cifra molto inferiore alla necessaria soglia di 270. Sconfitta poi contestata da migliaia di persone che hanno insultato il vincitore nel corso di cortei durante i quali ci sono stati scontri ed incendi, giudicati favorevolmente da esponenti, anche Italiani, dei partiti di sinistra. 

  Agli oppositori statunitensi si aggiunge il Presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker che, parlando alla radio belga, ha definito la campagna elettorale di Trump “disgustosa” e si è detto “preoccupato” se il neo Presidente mettesse in pratica “tutto quello che ha detto durante la sua campagna”, per esempio sulle “sue reali intenzioni riguardo all'Alleanza atlantica”, riferendosi all'intenzione di Trump di disimpegnarsi dalla Nato. Tanto allarmato da interrogarsi “sulla politica commerciale che vuole attuare, sulla tentazione di un isolazionismo che non è nell'interesse degli Stati Uniti né dell'Europa”.

  Papa Bergoglio, che non intende dare “giudizi sulle persone e sugli uomini politici”, riferendosi alla sua campagna elettorale e, forse, alla sua vita privata, alla sua ricchezza e alla sua ostilità nei confronti dell’immigrazione, si chiede “quali sono le sofferenze che causerà ai poveri e agli esclusi”. In effetti non aveva risparmiato critiche sulla questione del muro con il Messico anticipata durante la candidatura. “Una persona che pensa di fare i muri, chiunque sia, e non fare ponti, non è cristiano. Questo non è nel Vangelo”, aveva detto il Pontefice al ritorno dal Messico nel febbraio scorso.

  Considerazioni negative, quelle del Papa, forse dettate anche dal fatto che Trump ha alle spalle due divorzi ed ora ha una terza moglie. Al che si aggiungono le minacce d’impedire l’entrata negli Usa agli islamici, di rimpatriare 11 milioni di Messicani e di volere costruire un muro lungo il con il Messico, per ridurre l’immigrazione clandestina. La barriera, prevista di 930 km, fu edificata dall’ex Presidente Bill Clinton. Nel dicembre 2006, entrambe le Camere decisero di allungarla a 1123 Km. L’opera di ampliamento durò circa 4 anni, quindi anche sotto la presidenza Obama. Un Muro che ha comportato migliaia di arresti e decine di morti ogni anno.

  Certo, Donald Trump, durante la campagna elettorale spesso si è contraddetto, ha mentito ed è sembrato anche antifemminista. Però, nella sua prima intervista televisiva dopo la vittoria, ha confermato di voler mantenere alcuni degli obiettivi ai quali tende, incominciando dalla modifica della riforma sanitaria fatta da Obama a favore dell’aborto, dei diritti gay e dell’utero in affitto, temi sostenuti dalla Clinton. Non a caso ha scelto a guida del suo staff, l’ultraconservatore Steve Bannon, ed affermato che alla Corte Suprema nominerà giudici “pro-life” in quanto io “sono a favore della vita, e i giudici saranno a favore della vita”. Invece dice di essere meno ostile ai matrimoni degli omosessuali e di accettare la decisione in merito assunta dalla Corte Suprema.

  Trump, da quel industriale straricco che è, ha anche rifiutato lo stipendio che gli spetterebbe (400.000 dollari annui), compresi i 50 mila per spese personali, 100 mila per i viaggi e 19 mila per altre attività. E, pur essendo di origine scozzese, ha affermato di voler espellere gli immigrati irregolari, magari ricorrendo alla loro incarcerazione, se colpevoli di reato; ha confermato di volere modificare la riforma sanitaria di Obama per migliorarne la sostenibilità economica a carico dello Stato.

  Il tempo dirà se la sua vittoria farà migliorare le condizioni sociali ed economiche degli Usa ed i rapporti diplomatici con il resto del mondo, in particolare l'Europa. Che ha il fiato sospeso, tenuto conto della sua inesperienza in materia di relazioni internazionali. Ma anche tra i suoi c'è preoccupazione, avendo il neo Presidente parlato di un accordo con Putin, il che potrebbe incoraggiarlo a una politica sempre più aggressiva che metterebbe in difficoltà i Paesi Nato. Uno degli interrogativi che il mondo si pone è proprio questo: cosa comporterà per il mondo la sua politica? Per ora, non c'è nessun segnale chiaro. E’ un enigma avvolto nel mistero.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Trump president. Un uomo senza diga al proprio potere

 

Due anni di tempo per realizzare due programmi: quello del presidente eletto Donald Trump e quello dei repubblicani. L’agenda del magnate è più fluida, funzione dell’umore e del momento; quella del partito è più prevedibile.

 

Ci sono punti di contatto: la revoca, almeno parziale, dell’Obamacare, la riforma sanitaria dell’Amministrazione democratica. Ci sono punti d’attrito: l’attuazione del ‘piano migranti’, l’erezione del muro e l’espulsione d’irregolari. Ci sono concessioni ai fondamentalisti: la restituzione agli Stati del potere di decisione sull’aborto, riportando indietro gli Stati Uniti di oltre quarant’anni - questo è compito della Corte Suprema, che deve correggere l’impatto di una sentenza del 1973.

 

Indicazioni che gli analisti esprimono con cautela, dopo che sondaggisti, esperti, giornalisti, tutti siamo stati persino peggio degli economisti, che non ci azzeccano mai, nel leggere l’orientamento degli americani in vista dell’Election Day l’8 Novembre: la vittoria di Hillary Clinton, largamente pronosticata, s’è tramutata in una disfatta, nonostante l’ex first lady abbia ottenuto più voti popolari del suo rivale - ma, nel sistema federale Usa, contano i Grandi Elettori.

 

Stavolta, gli elettori statunitensi hanno addirittura perso il loro senso dell’equilibrio paradigmatico: Trump e i repubblicani si trovano nelle mani tutto il potere, la Casa Bianca, il Congresso - Camera e Senato -, una netta maggioranza di governatori e di parlamenti statali; e possono inoltre imprimere alla Corte Suprema un orientamento decisamente conservatore – un giudice va nominato al più presto, per riempire il vuoto lasciato dalla morte di Antonin Scalia; e un altro posto sta per rendersi disponibile.

 

L’unico frangiflutti alla marea repubblicana è quello rappresentato da Yanet Yellen, che guida la Federal Reserve dal febbraio 2014 e che non può essere rimossa fino a fine mandato: nominata da Barack Obama, rispettata da tutti, la Yellen non è però una democratica d’ordinanza, ma piuttosto una tecnica.

 

Le proteste tardive di giovani (e donne) schizzinosi

Dopo il voto, l’America anti-Trump s’è messa in marcia e non s’è ancora fermata: ci sono state manifestazioni in decine di città e università, centinaia di arresti, un fiume in piena di giovani, donne, neri, ispanici che scandiscono lo sloganNot My President’: sono reduci di Occupy Wall Street e militanti di Black lives matter, sono i Millennials, la cui neghittosità nel giorno del voto, però, è stata determinante, a favore del magnate. Ora vogliono smacchiarsi la coscienza. Ma è tardi.

 

Se i giovani - e le donne - l’8 Novembre avessero votato numerosi come nel 2008 e nel 2012, oggi Hillary sarebbe il presidente eletto e loro non sarebbero in strada. Invece, la schizzinosità di chi - certo che Trump non ce l’avrebbe fatta - non è andato alle urne perché orfano di Bernie Sanders o perché non in sintonia con l’ex first lady ha messo le sorti dell’America nella mani di baby-boomers ormai pensionati o quasi, bianchi e maschi, consegnando la vittoria allo showman e alla sua cerchia di familiari, lobbisti e razzisti.

 

New York e Los Angeles hanno registrato le contestazioni più numerose, Portland in Oregon quelle più virulente. Il movimento coinvolge meno il Sud, le Grandi Pianure, le Montagne Rocciose, l’America più conservatrice ed evangelica, che Trump presidente l’ha voluto o se n’è fatta subito una ragione.

 

In chi manifesta, e in chi ne condivide la protesta, c’è il timore che Trump possa tradurre in pratica la deriva xenofoba, razzista e sessista sventolata durante la campagna elettorale. Si teme anche che prendano ulteriore vigore i gruppi suprematisti bianchi: il Ku Klux Klan, esagerando, si attribuisce un ruolo decisivo nell’elezione del magnate e annuncia un meeting a Charlotte, North Carolina, mentre sui muri delle città compaiono scritte inquietanti, ma non sorprendenti: "Rendiamo l'America bianca grande di nuovo", versione razzista dello slogan presidenziale.

 

I repubblicani fanno bingo, i democratici senza leader

La stampa americana risale indietro nel tempo, anche di un secolo, chiedendosi se e quando, vi sia mai stato un tale allineamento partitico dei tre poteri, l’esecutivo, il legislativo, il giuridico. Va, però, detto che i confronti sono difficili ed aleatori: il numero degli Stati varia, le modalità elettive del Senato pure. Nel recente passato, è accaduto a tutti e tre gli ultimi presidenti di avere dalla loro, almeno per un biennio, tutto il Congresso.

 

Il partito repubblicano, che pareva a pezzi, condannato alla minoranza dall’evoluzione demografica e diviso al proprio interno fra moderati, Tea Party, evangelici si ritrova padrone di tutto: con Trump, che doveva esserne l’esecutore testamentario, è risorto e ha fatto bingo, raccogliendo consensi che non aveva mai avuto (e che forse non avrà mai più).

 

Il partito democratico, che pareva destinato a tenere la presidenza e a riprendersi almeno il Senato, si ritrova con zero potere e senza squadra dirigente, perché nessuno dei suoi leader sarà spendibile nel 2020: Hillary Clinton è bruciata, dopo i flop 2008 e 2016; John Kerry è bruciato dal 2004; Bernie Sanders sarà troppo vecchio, come Joe Biden. E, se il mantra è il cambiamento, bisogna trovare qualcuno che lo rappresenti: Elizabeth Warren ha il volto giusto, ma l’età è un handicap - avrà 71 anni, uno in più di Trump oggi.

 

Il New Yorker s’interroga su come il partito democratico possa uscire da questo incubo. La riscossa non potrà venire, se verrà, prima delle elezioni di mid term del 2018, quando le carte del Congresso potrebbero rimescolarsi.

 

Cambio di passo tra candidato e presidente?

Altroché cambio di passo, tra il candidato e il presidente: Trump, nella terra di mezzo tra l’elezione e l’insediamento, non abbandona il populismo. E l’ipotesi di un disimpegno degli Usa dagli accordi sul clima crea ansia e panico a livello planetario, proprio quando l’Onu diffonde i dati più allarmanti sul riscaldamento globale.

 

Preso in un vortice di interviste e telefonate, il presidente eletto annuncia che il suo stipendio sarà d’un dollaro l’anno, mentre anche i think tank conservatori s’interrogano su fattibilità ed efficacia d’alcune sue ricette, come il muro e le espulsioni.

 

Nel suo dire e fare post-voto, Trump fa il pendolo tra conferma della linea anti-establishment e ricerca di compromesso con i moderati: blandisce il presidente Obama, ma vuole smantellarne l’eredità; lusinga a modo suo Bill Clinton (“Ha talento”) e tranquillizza Hillary (l’inchiesta per sbatterla in carcere, minacciata nei dibattiti, non è una priorità); sceglie una colomba come capo dello staff alla Casa Bianca - Reince Priebus, uomo del partito - e un falco come “stratega e consigliere” - Stephen Bannon, un razzista.

 

Trump esce confortato da un colloquio telefonico con Vladimir Putin: rispetto reciproco e reciproca non ingerenza negli affari interni sarebbero i punti fermi del nuovo rapporto Usa-Russia. Invece, non dà eco ai messaggi dei leader dell’Ue e della Nato e riceve a casa sua il dandy euro-scettico Nigel Farage, l’artefice della Brexit, mentre il presidente Obama trova in Europa interrogativi cui non sa rispondere e inquietudini che non può stemperare.

Giampiero Gramaglia, AffInt 16

 

 

 

 

Migranti, Juncker: "Non possiamo lasciare tutto sulle spalle di Italia e Grecia"

 

Per gestire i fenomeni migratori nell'Ue "abbiamo un estremo bisogno di una solidarietà condivisa. Da diversi anni cerco di spiegare una cosa, a volte con più successo altre volte con meno: non è un problema che possiamo lasciare sulle spalle dell'Italia e della Grecia, solo perché si trovano nel Mediterraneo". Lo ha detto il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, parlando stamani in tedesco alla Libera Università di Bolzano, in un discorso videotrasmesso e tradotto dai servizi audiovisivi dell'esecutivo comunitario. 

"L'Italia - continua Juncker - sta facendo enormi sforzi per affrontare l'arrivo di così tanti profughi, e lo sta facendo anche bene. Non possiamo dire che in Europa arrivano 400mila persone, arrivano a Lampedusa e a questo punto 'pensateci voi'. No, bisogna essere solidali, anche nella distribuzione della responsabilità dell'accoglienza dei profughi". Adnkronos 18

 

 

 

 

Referendum costituzionale, la nota del segretario generale Cgie Michele Schiavone

 

“Il CGIE auspica un vivo e civile protagonismo dei cittadini italiani all’estero per contribuire a mantenere vivi e saldi i principi che hanno reso grande la storia del nostro Paese e delle sue istituzioni

 

ROMA - Alla vigilia del voto referendario per la riforma costituzionale al quale parteciperanno oltre quattro milioni di cittadini aventi diritto stabilmente residenti o temporaneamente domiciliati all’estero il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero invita: i Comites, il mondo associativo, le numerose organizzazioni nazionali presenti all’estero a promuovere la partecipazione al voto perché l’esercizio di questo diritto è un dovere civico, a vigilare affinché il voto sia garantito a tutti i cittadini aventi diritto e auspica la massima trasparenza per garantire pari opportunità e uguaglianza, ricordando nel rispetto dei dettami costituzionali che il voto è libero, segreto, diretto e uguale.

Il CGIE auspica un vivo e civile protagonismo dei cittadini italiani all’estero per contribuire a mantenere vivi e saldi i principi, che hanno reso grande la storia del nostro Paese e delle sue istituzioni.

La data del voto referendario in Italia è il 4 dicembre mentre all’estero è anticipata di due settimane.

Per cosa si vota?

Quesito referendario: "Approvate il testo della legge costituzionale concernente 'disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione', approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?".

Votando SÌ, l’elettore esprime la volontà di APPROVARE la riforma costituzionale votata dal Parlamento.

Votando NO, l’elettore esprime la volontà di NON APPROVARE la riforma costituzionale votata dal Parlamento.

Chi vota all’estero?

Votano all’estero per corrispondenza:

- gli elettori iscritti all’AIRE residenti nei Paesi nei quali le condizioni locali consentono il voto per corrispondenza;

- gli elettori temporaneamente all’estero per motivi di lavoro, studio o cure mediche che abbiano presentato l’opzione per il voto all’estero entro il 2 novembre 2016, e i loro familiari conviventi, qualora non iscritti all’AIRE.

Come si vota?

Si vota per corrispondenza, con le modalità indicate dalla Legge 27 dicembre 2001 n. 459 e dal Decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003 n. 104. In particolare:

a) gli Uffici consolari inviano per posta a ciascun elettore un plico contenente:

- il certificato elettorale (cioè il documento che certifica il diritto di voto);

- la scheda elettorale;

- una busta piccola (di norma di colore bianco);

- una busta di formato più grande, preaffrancata, recante l’indirizzo del competente Ufficio consolare;

- un foglio informativo.

b) l’elettore esprime il proprio voto tracciando un segno (ad es. una croce o una barra) sul rettangolo della scheda che contiene le parole SI o NO utilizzando esclusivamente una penna biro di colore blu o nero;

c) la scheda va inserita nella busta piccola che deve essere accuratamente chiusa e contenere esclusivamente la scheda elettorale;

d) nella busta più grande già affrancata (riportante l’indirizzo dell’Ufficio consolare competente), l’elettore inserisce il tagliando elettorale (dopo averlo staccato dal certificato elettorale seguendo l’apposita linea tratteggiata) e la busta piccola chiusa, contenente la scheda votata;

e) la busta già affrancata così confezionata deve essere spedita per posta immediatamente, in modo che arrivi all’Ufficio consolare entro – e non oltre – le ore 16:00 (ora locale) del 1° dicembre 2016;

f) le schede pervenute successivamente al suddetto termine non potranno essere scrutinate saranno incenerite.

Si invitano tutti i connazionali, qualora non avessero già provveduto, a voler comunicare tempestivamente ai Consolati e alle Cancellerie Consolari presso le Ambasciate italiane (per posta o per email) il trasferimento della propria residenza. Gli elettori che, alla data del 20 novembre p.v., non avessero ricevuto il plico elettorale, potranno contattare i consolati o le cancellerie consolari presso le Ambasciate italiane per verificare la propria posizione e richiedere - ove ne ricorrano le condizioni - l’emissione di un duplicato.

ATTENZIONE

Sulle schede, sulla busta piccola e sul tagliando elettorale non deve apparire alcun segno di riconoscimento.

Sulla busta già affrancata non deve essere scritto il mittente.

La busta piccola e le schede devono essere integre.

Il voto è personale, libero e segreto. e’ fatto divieto di votare più volte. chi viola le disposizioni in materia sar’ punito a norma di legge.

Michele Schiavone, Segretario generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

 

 

 

 

Usa 2016. Dagli Usa all’Ue, un preoccupante vento populista

 

Passato lo shock iniziale dell’inaspettata vittoria di Donald Trump stiamo assistendo allo spargimento di una robusta dose di melassa per addolcire il significato di questo controverso risultato elettorale.

 

I salotti delle nostre Tv diffondono messaggi tranquillizzanti del tipo: un presidente è diverso dal candidato che ha spaventato mezzo mondo; nel sistema costituzionale americano esistono robusti contrappesi al potere del presidente; la realtà finirà per prevalere sugli slogan, spesso assurdi, della campagna elettorale; e così narrando. Ma a nostro sommesso avviso le cose stanno in modo un po’ diverso.

 

L’onda populista si propaga

Donald Trump rappresenta una radicale rottura nel sistema politico americano. La sua candidatura è maturata contro lo stesso establishment del partito repubblicano, che fino all’ultimo istante ha cercato di togliere il proprio appoggio a Trump.

 

Egli rappresenta infatti un modello estremo di antipolitica generato all’interno del proprio partito, quello repubblicano appunto, dalle grandi tradizioni democratiche. Segnala, in altre parole, la degenerazione del sistema dei partiti. Questa non è davvero una novità da noi in Europa. Ma che ciò avvenga all’interno della maggiore potenza mondiale non è un fatto tranquillizzante.

 

Anzi, il grande vento dell’antipolitica che oggi spira negli Usa finirà per trasformarsi in una tempesta anche in Europa. Come succede da sempre. Sia che si tratti della crisi finanziaria nata nel 2008 negli Stati Uniti e approdata qualche anno dopo da noi. Sia che si tratti di una tendenza culturale o d’altro tipo, nata oltre atlantico e poco dopo diffusasi in Europa.

 

Insomma, il populismo rappresentato da Donald Trump non si esaurirà all’interno delle mura della Casa Bianca. La sua filosofia (termine inappropriato da applicare a Trump) si alimenta di nazionalismo, di chiusura dei confini agli immigrati e al commercio, di rifiuto del diverso e del principio di solidarietà.

 

Una tempesta di individualismo, egoismo, xenofobia si abbatterà sulle nostre società e sui nostri sistemi politici. Già si avvertono questi preoccupanti segnali. La crescita di una destra anti sistema si sta manifestando in modo impetuoso nei paesi del Centro Europa, dalla Polonia all’Ungheria, e perfino nell’Europa del Nord, in Svezia e Finlandia dove nel giro di pochi anni si sono rotti gli schemi del tradizionale sistema partitico, di un’alternanza fra conservatori e riformisti.

 

Feeling tra giovani e destra nazionalista-fascista

Ma il fenomeno più preoccupante riguarda l’elettorato giovanile che esprime una forte propensione a sposare la causa della destra nazionalista e razzista. Tipico l’esempio dell’Ungheria dove la maggioranza dei giovani, anche universitari, si è spostata ancora più a destra del partito euroscettico del premier Viktor Orban, dando vita ad una formazione chiamata Jobbik

 

C’è da chiedersi quali siano le ragioni di questa rivoluzione politica che sta contagiando gli Stati Uniti e l’Unione europea. Esse vanno in parte fatte risalire al disagio economico e di prospettiva che tocca le giovani generazioni e che si manifesta anche nel progressivo impoverimento delle classi medie.

 

Ma al di là di queste spiegazioni, piuttosto diffuse e condivise, vi è anche una grave responsabilità delle èlite politiche e dei partiti tradizionali: l’avere perduto nel tempo la capacità educativa nei confronti dei propri elettori e del popolo in generale.

 

Funzione fondamentale dei leader politici, quella di sapere spiegare alla gente le scelte da fare, i sacrifici da affrontare, gli obiettivi da raggiungere. Ma per ottenere il sostegno popolare è necessario parlare con il linguaggio della verità, della responsabilità e della condivisione. Se non si è in grado di dialogare con la testa della gente, allora sarà la pancia a dettare il futuro politico di un paese.

 

Ed è quello che sta succedendo con Trump e che già si è manifestato con la Brexit in Gran Bretagna, con la crescita dei movimenti populisti in tutti i paesi dell’Unione e con l’emergere di sentimenti xenofobi e di chiusura. È questo il vero rischio che corriamo con un Trump alla Casa Bianca.

 

Salvini, Grillo e Meloni entusiasti della vittoria di Trump

Questo forte vento americano potremo sentirlo molto presto. Un primo test saranno le elezioni del 4 dicembre in Austria, ove sono molto cresciute le probabilità di vittoria di Norbert Hofer, candidato nazionalista e razzista.

 

E poi a seguire le elezioni in Olanda con la minaccia dell’affermazione dell’antieuropeo Geert Wilders. O ancora l’appuntamento in Francia alle presidenziali di primavera con una Marie Le Pen ringalluzzita dall’affermazione di Trump.

 

E perfino le elezioni d’autunno in Germania con gli estremisti di Alternative fur Deutschland in crescita soprattutto nell’est del paese. E che dire poi del prossimo referendum costituzionale in Italia, con i vari Salvini, Grillo e Meloni entusiasti della vittoria di Trump?

 

C’è solo da sperare che i sondaggi che oggi danno in vantaggio il no sbaglino ancora una volta clamorosamente, come è successo in Gran Bretagna per la Brexit e negli Stati Uniti con Trump.

 

Ma a parte le battute, il vero problema che si pone oggi anche in Italia è il futuro dei partiti e della loro capacità di portare avanti un impegno di riformismo, parlando alla testa della gente per convincerla della bontà della proposta.

 

È quindi necessario che i leader politici, a cominciare da Matteo Renzi, facciano un rapido esame autocritico per potere correre ai ripari prima che sia troppo tardi. Altrimenti saranno l’irrazionalità e il grande vento populista a dettare la scelta degli elettori.  Gianni Bonvicini, Adige/AffInt 14

 

 

 

 

 

Merkel a Obama in visita a Berlino: “Farò di tutto per collaborare bene con Trump

 

Il presidente uscente Baracak Obama, arrivato con un imponente corteo di auto, è stato accolto da Angela Merkel e dal picchetto d’onore. “Ho fatto i complimenti a Merkel per la sua leadership”. È quanto ha detto il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al termine dell’incontro con la cancelliera tedesca nella sede della cancelleria a Berlino. “È grandioso essere qui” con Merkel, che è una “grande amica e alleata”, ha affermato Obama prendendo la parola nel corso della conferenza stampa congiunta con la cancelliera. “Voglio ringraziarla per la leadership e per la sua amicizia che mi ha concesso”, nonché “per avere reso migliore questa alleanza” fra Usa e Germania, ha proseguito Obama. 

 

Obama: “Spero che Trump non segua la Russia danneggiando il suo popolo

La Cancelliera ha detto che farà «tutto il possibile» per lavorare bene con il nuovo presidente statunitense Donald Trump. Sul clima Merkel ha subito chiarito che «il cambiamento dell’amministrazione americana non dovrà ostacolare il continuo sforzo» per combattere i cambiamenti climatici e «per coinvolgere la Cina». Merkel ha ringraziato il presidente Usa per i «grandi progressi nella lotta al cambiamento climatico» e per il suo «impegno che ci ha portato agli accordi di Parigi».  

 

Al centro dei colloqui tra Obama e Merkel, il conflitto in Siria, i rapporti con la Russia, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, la lotta al terrorismo, la Nato, gli accordi sul clima di Parigi e i rapporti transatlantici alla luce della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali negli Usa. Obama è arrivato a Berlino ieri pomeriggio, dopo aver fatto tappa ad Atene. Per il presidente americano uscente è la settimana visita in Germania, la quinta effettuata durante il suo mandato alla Casa Bianca.  LS 17

 

 

 

 

Berlino. "La cancelliera Angela Merkel vuole candidarsi di nuovo"

 

Berlino -  La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha fatto sapere oggi ai membri del suo partito l'intenzione di candidarsi per il quarto mandato, sia per far fronte alle spinte populiste scatenate in Europa dopo Brexit, che per controbilanciare la vittoria di Donald Trump negli Usa.

 

Lo rendono noto fonti di Afp a seguito di una riunione della Cdu avvenuta stamane in cui Merkel ha indicato le sue ambizioni per la presidenza della Cdu in occasione del Congresso di inizio dicembre per poi concorrere alle elezioni legislative dell'autunno 2017. Una conferenza stampa per ufficializzare la decisione è attesa alle 19.

 

Secondo un sondaggio pubblicato proprio oggi, la maggioranza dei tedeschi si augura un nuovo mandato di Angela Merkel alla guida della Germania. L'auspicio è espresso dal 55% degli intervistati dall'istituto Emnid per il settimanale Bild am Sonntag con un aumento di 13 punti rispetto ad agosto e solo il 39% si dice contrario: il maggiore sostegno (92%) viene dagli elettori del suo partito cristiano-democratico e sociale (Cdu-Csu) e dalle donne (66%).

Anche il 54% degli elettori socialdemocratici (Spd) vogliono che continui, secondo la rilevazione. Se esistesse un'elezione diretta del cancelliere, il 51% degli intervistati voterebbe Merkel e solo il 21% il leader Spd, Sigmar Gabriel. Un altro sondaggio Emnid condotto sul gradimento dei partiti però dà la Spd in crescita di un punto rispetto alla settimana scorsa al 24% e la Cdu in calo della stessa misura al 33%, riporta il sito del quotidiano Die Welt.

 

Merkel, 62 anni, al potere dal 2005, in caso di quarto mandato, eguaglierebbe il record del suo mentore, Helmut Khol, il cancelliere (1982-1998) della caduta del muro di Berlino e della riunificazione tedesca. Merkel ha avuto 'mandato' negli ultimi giorni anche dalla stampa internazionale. Il New York Times l'ha descritta come "l'ultimo difensore dei valori umanisti dell'Occidente". Nonostante questo la cancelliera resta debole in Germania dove non gli vengono perdonate le scelte in tema di politica migratoria. Secondo Die Zeit però "le sue possibilità di leadership sono molto limitate". LR 20.11.

 

 

 

 

"Cari italiani vi scrivo...". Da Berlusconi a Renzi, tutte le lettere dei politici

 

Prima dell'attuale premier, negli ultimi quindici anni altri personaggi della politica hanno inviato missive ai cittadini in vista delle diverse tornate elettorali. Ecco una carrellata degli esempi più significativi - di MONICA RUBINO

 

ROMA - Matteo Renzi ostenta ottimismo sul referendum costituzionale del 4 dicembre e continua a girare l’Italia (oggi è in Sicilia) per convincere gli indecisi. E, dopo la contestata lettera inviata agli italiani all'estero, prepara un'altra missiva diretta alle famiglie italiane. Dovrebbe arrivare nel fine settimana o al massimo all'inizio della prossima per spiegare nel dettaglio il contenuto del ddl Boschi, facendo intendere che dire Sì alla riforma costituzionale vuol dire approvare il cambiamento, il No invece equivale a restare nella palude.

 

L'attuale premier non è stato certo il primo a inviare lettere ai cittadini. Prima di lui lo hanno fatto altri personaggi come Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Walter Veltroni e Pierluigi Bersani. Insomma, la storia politica degli ultimi quindici anni è fatta anche di momenti epistolari, che qui proveremo a ripercorrere.

 

2001: l’epopea del cavaliere. In principio fu Berlusconi a spedire nelle case degli italiani la sua biografia in formato rotocalco, dal titolo “Una storia italiana”, in vista delle elezioni politiche del 2001. Un volume di 125 pagine a colori su carta patinata, pieno di testi e foto, che narrava l’epopea del cavaliere: dall’infanzia alle palazzine milanesi alla televisione, dai trionfi sportivi con il Milan fino alla discesa in campo in politica.

 

Una trovata che pagò in termini elettorali: Berlusconi diventò per la seconda volta premier a capo della Casa delle libertà, la coalizione di centrodestra formata da Forza Italia, centristi, Lega Nord, Alleanza nazionale e socialisti. In verità, forte degli sconti postali da editore, il leader di Forza Italia ci aveva già provato nel 2000 con una lettera per le amministrative. E per il cambio della moneta nel gennaio 2002 l'allora presidente del Consiglio inviò a “16 milioni di famiglie” un euroconvertitore, che neppure arrivò a tutti. Altra missiva fu spedita nel 2003 per far digerire agli italiani la riforma delle pensioni e lo “scalone” Maroni.

 

2006: il No di Prodi alla riforma costituzionale. Romano Prodi, dopo la vittoria per una manciata di voti alle politiche dell’aprile 2006 contro Berlusconi, scrisse nel giugno dello stesso anno la sua unica lettera agli italiani da presidente del Consiglio, per chiedere loro di votare No al referendum sulla riforma costituzionale scritta dal centrodestra. La missiva, inviata a una settimana dal voto referendario, cominciava così: “Dobbiamo opporci con convinzione a questa confusa riforma che stravolge la nostra Carta, nata dall'antifascismo e dalla lotta di liberazione nazionale. Togliamo di mezzo questo brutto pasticcio”. Anche il quel caso la lettera ebbe la sua efficacia: vinsero i No e la riforma costituzionale berlusconiana venne bocciata.

2008: Berlusconi  e Veltroni scrivono agli italiani all’estero…In occasione delle politiche che si sarebbero svolte nell’aprile del 2008 dopo la caduta del governo Prodi, sia il leader del centrodestra che quello del centrosinistra scrissero agli elettori all’estero. La lettera di Berlusconi, molto diretta, invitava a votare contro “il governo della sinistra che ha impoverito il Paese con una valanga di tasse”, danneggiandone l’immagine internazionale. Quella di Veltroni, invece, più “filosofica” chiedeva il contributo dei connazionali nel mondo per “costruire un’Italia nuova, più moderna, serena, veloce e giusta”. Alla fine vinse Berlusconi, che diede vita al suo quarto governo. Veltroni uscì sconfitto. Nel 2010 si dimise da segretario del Pd e in quell’occasione pubblicò un intervento sul Corriere della Sera, dal titolo “Lettera al mio Paese”.

 

…e nel 2013 lo fa anche Bersani. Anche Pier Luigi Bersani, candidato premier del centrosinistra alle politiche del 2013, scrisse una lettera agli italiani all’estero, forse memore del contributo decisivo che il voto dei connazionali nel mondo aveva dato alla vittoria di Prodi nel 2006. Nel testo Bersani non prometteva “nuovi miracoli italiani, ma impegni chiari e precisi per creare occupazione, garantire serenità alle famiglie, dare un lavoro e un’opportunità ai giovani senza costringerli a scappare”. L’epilogo è noto a tutti: il centrosinistra vinse le elezioni ma senza ottenere la maggioranza assoluta al Senato. E l’ex segretario Pd non riuscì a formare un governo.

 

2013: il cavaliere e l’Imu. Sempre in vista della tornata elettorale del 2013, Berlusconi scrisse l’ennesima lettera alle famiglie, questa volta per spiegare come avrebbe fatto a restituire i soldi spesi per l’Imu. La missiva aveva quasi l’aspetto di un modulo di richiesta di rimborso. E infatti in alto campeggiava una scritta in neretto: “Modalità per accedere nel 2013 al rimborso dell'Imu pagata nel 2012 sulla prima casa, sui terreni e sui fabbricati agricoli". E sulla busta un occhiello mendace: “Avviso importante: rimborso Imu 2012". Al punto da meritarsi l’accusa di “truffa” da parte di Bersani.  LR 15

 

 

 

 

Angela Merkel si candiderà per la quarta volta. Lo ha detto il vicepresidente federale della Cdu alla Cnn

 

La cancelliera tedesca Angela Merkel si candiderà per un quarto mandato. Lo ha detto alla Cnn il vice presidente federale della Cdu, Norbert Roettgen. Le elezioni tedesche sono in calendario per settembre 2017. La decisione sarebbe stata presa nonostante la batosta presa dalla Cancelliera all’ultima tornata elettorale. Alle regionali di settembre in Meclemburgo-Pomerania, il Land in cui Angela Merkel ha il suo seggio al Bundestag, la Cdu ha registrato il risultato più basso della sua storia fermandosi al 19% delle preferenze a vantaggio della destra dell’AfD di Frauke Petry, che è volata al 20,8%. 

 Non è un periodo facile per Angela Merkel, che fino all’anno scorso godeva di ottima fama a livello internazionale e si era conquistata anche la copertina del Time come persona dell’anno: alla sconfitta alle regionali, infatti, si aggiunge la nomina del socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier alla presidenza della Germania. La notizia, interpretata da più parti come un colpo alla leadership della Cancelliera, è stata accolta dalla Merkel come «un segnale di stabilità». Secondo la Cancelliera, infatti, «in un periodo in cui c’è disordine e instabilità nel mondo, mandare un segnale di stabilità» come la nomina del socialdemocratico Steinmeier «dal mio punto di vista è giusto e importante».  

 Fatto sta che la Cdu ha accettato di sostenere l’attuale ministro degli Esteri come candidato alla presidenza, rinunciando a un proprio candidato, per evitare una lunga disputa politica che avrebbe potuto creare turbolenze in un governo già provato dal calo di gradimento a seguito delle politiche pro immigrati inaugurate lo scorso anno. Il voto all’assemblea federale di Berlino è previsto il 12 febbraio del prossimo anno, quando sarà scelto il successore del presidente uscente Joachim Gauck.  FRANCESCO ZAFFARANO LS 15

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Scarsa partecipazione alla Commemorazione dei Caduti 

 

Monaco di Baviera. Anche a causa del maltempo, che, addirittura, ci ha regalato la prima neve, piuttosto limitato il numero dei Connazionali, che lo scorso 6 Novembre - rispondendo all'invito del Consolato Generale d'Italia e  del Comites di Monaco di Baviera e – non da ultimo – ad alcuni avvisi postati in vari siti – hanno preso  parte alla Celebrazione della Giornata dell'Unità Nazionale, alla Festa delle Forze Armate e alla Commemorazione dei Caduti  nel cimitero militare Waldfriedhof di Monaco di Baviera. Cerimonie patrocinate da Onorcaduti del Ministero della Difesa.

Le celebrazioni hanno avuto inizio alle 10:00 con una S. Messa, officiata nella Camera Ardente del Cimitero dal Rettore della  Missione Cattolica Italiana di Monaco, P. Gabriele Parolin.    Significativa – come sempre –  la sua Omelia, nella quale, dopo aver ricordato  i caduti, ha parlato della nostra vita terrena e di quella che ci attende dopo la morte, come di un tutt'uno, di un completamento di questa nostra vita in questo mondo. "Dio è il Dio dei viventi, quindi non ci può essere la morte", ma il passaggio da questa nostra condizione attuale in una dimensione futura, eterna". Appropriate  le letture e così pure  i canti scelti (Tu sei la mia vita...), accompagnati dall'organista della Missione Lucio Benaglia. 

Subito dopo questa prima parte della Commemorazione, gli intervenuti, invitati dall'ex Alpino, Dr. Enrico A. Ricciardi, Responsabile Amministrativo del Consolato Generale – che ha coordinato i vari momenti delle celebrazioni –  si sono sistemati in cerchio davanti all'entrata della Cappella per ascoltare il  discorso del Console Generale d'Italia in Baviera,  Dr. Renato Cianfarani, cha ha presenziato alle cerimonie accompagnato dalla sua gentile Consorte, Dr.ssa Klevisser.  Nel suo breve e pregnante intervento il Diplomatico, dopo aver salutato e ringraziato le Autorità, i Rappresentanti delle Forze Armate, gli Enti, le Associazioni per il lavoro da loro svolto per il bene della  collettività e i  connazionali intervenuti per la loro presenza, malgrado le sfavorevoli condizioni atmosferiche,  ha ricordato l'importanza della celebrazione della Giornata dell'Unità Nazionale e della Festa delle Forze Armate e del  necessario ricordo dovuto ai Caduti che hanno sacrificato  la loro vita per la Patria.

Anche l'intervento della Dr.ssa Daniela Di Benedetto, Presidente del Comites Monaco, è stato più che eloquente. Dopo i saluti di rito alle autorità, rivolgendosi al Console Generale e Consorte, all'Amministrazione, ai Membri del Comites, alle autorità civili, religiose e militari, alle Associazioni, ai volontari che operano in favore dei Connazionali e a tutti i Connazionali presenti, ha ricordato le vittime dei conflitti e la generosità dimostrata dai  caduti. Non dimenticando, però, di parlare delle attuali emergenze come i recenti terremoti nell'Italia Centrale, o anche "dell'ennesimo orrore in quel braccio di Mediterraneo che lambisce le coste più meridionali del nostro Paese". E concludendo infine con: "Buona festa dell’Unità nazionale, buona festa della memoria, che sia festa del futuro della democrazia, buona festa della Pace!".

Subito dopo questi interventi i presenti – invitati dal Viceconsole Ricciardi e sotto un insistente nevischio – si sono avviati verso il Cippo, eretto nel settore del Cimitero Militare Italiano a ricordo dei nostri caduti e dove quattro dei presenti hanno deposto due corone, una da parte della Repubblica Italiana, l'altra da parte dell'Amministrazione Comunale della città di Monaco. Quindi ci sono stati: un momento di silenzio, uno scatto sull'attenti e un saluto ai Caduti. Poi, dopo alcune foto ricordo, gli intervenuti hanno ripreso la strada di ritorno, verso le loro abitazioni, situate in città o nei dintorni, ma anche in località piuttosto distanti, con l'augurio e la ferma volontà di ritrovarsi anche il prossimo anno, non scoraggiandosi per le pessime condizioni atmosferiche di quest'inizio d'inverno del 2016, sperando di trovare nel 2017 un tempo più propizio, come, appunto, nel Novembre del 2015.  Fernando A. Grasso    

 

 

 

 

 

Colonia. Partecipazione collettiva alla Bio-Europe 2016

 

Colonia. Si è aperta il 7 novembre 2016, presso il KoelnMesse Congress Center North a Colonia la 22a edizione della BIO-EUROPE Annual International Partnering Conference; manifestazione che ha riscosso un enorme successo in questi anni, registrando un continuo aumento di partecipanti, da appena 97 nel 1995 a oltre 3.600 nel 2016.

La Convention, che si svolge dal 07 al 09 novembre, rappresenta la più importante manifestazione europea incentrata sul partnering dedicata al settore delle biotecnologie, che riunisce i decision-makers del biotech a livello internazionale ed i rappresentanti del mondo farmaceutico e finanziario.

Si tratta di una manifestazione itinerante, che si tiene ogni anno in una città diversa della Germania o dell’Austria e costituisce la piattaforma di riferimento per le imprese europee del settore.

Quest'anno seguendo il trend degli anni precedenti il numero dei delegati registrati secondo gli organizzatori e' stato di oltre 3.600 in rappresentanza di 1.900 aziende.

La partecipazione all’iniziativa ha come obiettivo consolidare la presenza delle aziende italiane in ambito europeo, consentendo loro di entrare in contatto con imprese ad alta specializzazione tecnologica e con potenziali investitori disposti a finanziare progetti e prodotti innovativi.

Il Biotech italiano si conferma anche quest’anno come un settore industriale dinamico e concorrenziale, posizionandosi a livello europeo al terzo posto (dopo la Germania e Regno Unito), per numero di imprese “pure biotech” (imprese che hanno nelle biotecnologie il proprio core business). In Italia, il biotech rimane tra i settori industriali leader, in termini di capacità di innovazione, con quasi 500 aziende attive nei segmenti tradizionali della sanità, agro-alimentare e della biotecnologia industriale, e un fatturato globale superiore a 9,4 mila milioni di Euro.

La Germania si conferma leader in Europa nel settore. I cluster più importanti per il numero delle imprese e di dipendenti sono situati nel Nord-Reno Westfalia, nel Baden-Württemberg, nelle zone di Francoforte sul Meno, Berlino ed Amburgo e appunto a Monaco di Baviera, luogo dell'evento.

In Germania, come in Italia, è alta la percentuale delle imprese che si dedicano alle biotecnologie rosse “red biotech” e sta assumendo un’importanza crescente la bioinformatica.

Le biotecnologie tedesche hanno i loro punti di forza soprattutto nella ricerca sul cancro e nelle biotecnologie industriali.

Nell’edizione 2016, lo spazio espositivo ICE-Agenzia è collocato in posizione centrale (Booth 99 – Hall 7) e vede la partecipazione di 18 aziende italiane.

In considerazione del carattere partnering della manifestazione, l’area italiana è stata allestita come centro di accoglienza per i visitatori internazionali e come “focal point” e centro servizi per i rappresentanti delle Aziende italiane. Al suo interno viene presentato e distribuito il materiale informativo e promozionale dei partecipanti e il catalogo realizzato dall’ICE-Agenzia con i profili delle aziende italiane partecipanti al focal point. Ice

 

 

 

 

Rferendum Costituzionale. Invito a votare dal Comites/Saar

 

Cari Connazionali, il nove novembre del c.a. si é riunito appositamente il Comites/Saar per discutere principalmente sul "Referendum" del quattro dicembre 2016. Da qualche giorno stanno giá arrivando i plichi elettorali.                                                                                                                    Data l'importanza dell'evento, l'accorato appello del Presidente Cav. Giovanni Di Rosa e di tutti gli altri membri del Comitato ai nostri connazionali che ne hanno diritto, é di partecipare doverosamente e democraticamente tutti quanti al voto, indipendentemente delle proprie intenzioni di voto.

In maniera ponderata, sosteniamo intimamente la parte di cui si é convinti essere quella giusta. Non lasciamoci sfuggire questa occasione altamente democratica.                                                                                                           

Dal momento che non c'é quorum, ogni voto puó risultare decisivo!

Non dimentichiamo che il voto degli italiani all'estero é stato per diverse volte decisivo! Potrebbe esserlo anche questa volta!

Se vogliamo valere, bisogna partecipare e difendere i propri ideali!

Il voto non é soltanto un sacrosanto diritto, ma anche un sacrosanto dovere!

Siamo all'imboccatura di un bivio, sta a noi scegliere democraticamente la giusta strada.                                                                    

Grazie per la vostra partecipazione!

Cav. Giovanni Di Rosa, Presidente Comites/Saar

 

 

 

 

Referendum. A Monaco di Baviera il Si e il No a confronto in tre incontri

 

Monaco di Baviera. Grande successo di pubblico alla prima iniziativa del Comites di Monaco di Baviera presso l’Istituto italiano di Cultura, con quasi un centinaio di persone.

A dibattere sono stati invitati Roberto Serra per il No e Maurizio Chiocchetti per il Si, intervistati da Marco Montemarano che ha arricchito la serata con una approfondita introduzione sul Referendum stesso.

Non solo la sala dell’Istituto era piena, anche di molti volti nuovi, ma anche il livello degli interventi e la qualità del dibattito sono stati molto elevati.

“Sono molto soddisfatta del dibattito animato e appassionato al quale abbiamo assistito questa sera – dice la Presidente del Comites, Daniela Di Benedetto – abbiamo dimostrato che si può entrare nel merito abbandonando posizioni populiste e preconfezionate, scontrarsi sui temi ma nel pieno rispetto dell’interlocutore e della diversità di opinione. Mi auguro che oltre questa aspra campagna referendaria, qualunque sarà l’esito della consultazione, si riesca a ricostruire un clima sereno e cooperativo nell’interesse del Paese.

Dal canto nostro – continua la Presidente – riteniamo di stare facendo un buon lavoro per dare spazio a tutte le opinioni, all’approfondimento e alla partecipazione dei concittadini.

 

Anche il secondo dei tre incontri referendari di nuovo un grande successo per il Comites di Monaco di Baviera alle prese con la non facile missione di elevare il dibattito politico attorno a questa campagna referendaria.

 

La sala dell’Amerikahaus si è riempita oltre ogni limite fisico costringendo molti intervenuti a tornare a casa a causa della mancanza di spazio, nonostante la capacità di oltre 100 posti della stessa, alla quale sono stati aggiunti ulteriori posti di fortuna e numerosi partecipanti in piedi.

 

Pier Luigi Bersani, intervistato dal giornalista tedesco Helge Roefer, ha offerto un notevole spaccato della politica attuale italiana e globale, soprattutto in relazione al Referendum di cui si è discusso spiegando molte implicazioni dirette ed indirette della riforma della Costituzione.

“È stata una boccata d’aria fresca e di speranza” dice la Presidente del Comites Daniela Di Benedetto, riportando alcuni spunti di Bersani “Il PD secondo Bersani avrebbe grandi potenzialità di apertura e visione se solo accogliesse al 100% la propria missione nel pur complesso quadro politico italiano”.

 

Bersani ha assicurato il proprio sostegno al Governo Renzi indipendentemente dal voto del 4 dicembre e questo a nostro avviso deve rassicurare tutti gli italiani nell’esprimere serenamente il proprio voto, positivo o negativo che sia.

 

Quello che manca a questa campagna referendaria è proprio quello che qui a Monaco cerchiamo di realizzare: una campagna di informazione e di educazione alla partecipazione politica ma anche al dibattito democratico e all’approfondimento. Lo facciamo con convinzione e spirito di squadra, fronteggiando difficoltà che mai ci saremmo aspettati. Fin qui, armati di pazienza e testardaggine, il risultato è stato apprezzabile. Oggi Bersani in questo ci ha dato una grande lezione.

 

“Avere Bersani a Monaco è stata per noi una responsabilità ed un onore. Speriamo che questa visita lasci tracce di apertura e desiderio di approfondimento.” ribadisce Di Benedetto.

Il terzo incontro della serie, quello con Sen. Roberto Cociancich, responsabile dei comitati del Si, ha avuto luogo domenica 20 novembre alle ore 10:30 presso l’Eine Welt Haus, Schwantalerstr.80, pure con ottima partecipazione.

De.it.press 20

 

 

 

 

Il presidente del Comites di Hannover Scigliano alla celebrazione presso il cimitero Amburgo-Öjendorf

 

Amburgo – Il presidente del Comites di Hannover Giuseppe Scigliano è intervenuto alla celebrazione del Giorno dell’unità nazionale e delle forze armate italiane che si è svolta, presso il cimitero d’onore Amburgo – Öjendorf.  

“Anche quest’anno – ha ricordato Scigliano - ricorre l’anniversario di una dolorosa pagina della nostra storia. In questo luogo della memoria, sono seppelliti ben 5.839 connazionali che hanno perso la loro vita nella seconda guerra mondiale nello Slewig-Holstein, nella Bassa Sassonia, ad Amburgo, a Brema e nella Westfalia. Guardando queste lapide, coperte dal silenzio, in questa mattina d’autunno, è difficile pensare ai rumori, alle urla ed alle atrocità commesse in quegli anni di guerra e di paura.

Oggi come allora però una parte del mondo guarda altrove e l’altra è in subbuglio, il sangue scorre e l’odio prende il sopravvento nell’animo chi crede di agire per dei principi dettati  dal proprio Dio. Basta guardare Aleppo per capire in quale tragedia attualmente ci troviamo. È inutile ricordare quanta ferocia ci arriva dentro casa attraverso i media: teste mozze; bambini, vecchi, donne ed uomini trucidati; ospedali bombardati e rasi al suolo; gente che scappa e perde la vita in mare. Per coloro che riescono a sopravvivere raggiungendo le nostre coste, dopo aver pagato a caro prezzo il viaggio ai loro aguzzini, inizia un calvario diverso, un calvario che non ha limiti ma pieno di confini da oltrepassare. Veramente impressionante – prosegue Scigliano - è vedere le differenze di gestione del fenomeno dei diversi Stati europei dove aumentano quotidianamente i consensi alle forze reazionarie e populiste perché fanno leva sulle paure della gente comune che non ha il coraggio di confrontarsi con altre culture. Le conseguenze dei conflitti in atto in Siria e nei paesi limitrofi, stanno costringendo alcune popolazioni a migrazioni di massa ed il resto del mondo  erge muri e filo spinato, paga la Turchia per ostruirne il passo”. Di fronte a questa situazione così delicata secondo Scigliano “c’è da prendere atto che venti di guerra tra opposti schieramenti ritornano a soffiare. È noto che la Nato sta dislocando alcune forze armate lungo i confini del blocco Russo e la stessa Russia mette in mostra armi atomiche mai viste prima. Non è nemmeno immaginabile quali potrebbero essere le conseguenze di un conflitto tra due schieramenti dotati di tecnologia bellica di altissimo livello. Purtroppo – continua il presidente del Comites di Hannover - questi morti che oggi noi ricordiamo, e tutti gli altri caduti in tutte le guerre, non sembrano essere un monito per coloro che gestiscono le regole del vivere comune su questo pianeta. Io sono fiducioso però – conclude Scigliano - ed auspico che il ricordo di tutte queste persone passate per le armi ed a cui va tutto il nostro rispetto, possa essere utile per indirizzare i poteri che governano il nostro pianeta, verso una politica di coesistenza di tutti i popoli nel vivere le loro diversità in nome della pace e della fratellanza”. (Inform/dip 6)

 

 

 

 

 

 

I temi delle cecenti trasmissioni di Radio Colonia 

 

Ora puoi ascoltarci ogni giorno lavorativo in diretta streaming in internet dalle 18:00 alle 18:30. Durante la diretta trovi lo streaming sulla nostra homepage: http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/radio-colonia-104.html. Oppure ascoltaci dalle 21:00 alle 21:30 in radio, come sempre sulle frequenze di Funkhaus Europa.

 

17.11.2016. Perchè votare SI

La ministra Maria Elena Boschi spiega perché la riforma costituzionale che porta il suo nome è un'opportunità unica per rendere l'Italia una nazione moderna.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/boschi-referendum-si-100.html

 

16.11.2016. Bersani: le ragioni del NO

All'interno del PD Pierluigi Bersani è l'esponente di punta del "no" al referendum costituzionale. Ai nostri microfoni spiega perché è contrario a questa riforma e cosa potrebbe succedere se vincesse il "no".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bersani-no-referendum-100.html

 

15.11.2016. Retata antisalafita.

Perquisizioni in dieci diversi Länder dopo il divieto dell'organizzazione salafita "Die wahre Religion", nota per l'azione "Lies!", cioè "Leggi!", durante la quale distribuivano il Corano in tedesco per le strade.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/retata-salafiti-100.html

 

L'innovazione secondo Sangiovanni. Superdocente alla prestigiosa università di Berkeley, nella Silicon Valley, Alberto Sangiovanni-Vincentelli è un imprenditore di successo, e la sua opinione è richiestissima.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/san-giovanni-100.html

 

14.11.2016. Riaprono le scuole a Norcia

La notizia della riapertura delle scuole non deve far dimenticare che ai danni del terremoto per gli sfollati si aggiunge il problema del freddo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/norcia-scuole-riaperte-100.html

 

11.11.2016. Un difficile risveglio

Piero Ribelli vive a New York da 30 anni. A tre giorni dalle elezioni presidenziali e dalla vittoria di Donald Trump, ancora fatica a credere che sia tutto vero.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/usa-proteste-anti-trump-100.html

 

Widerfahrnis. L'incredibile viaggio di due ultra sessantenni verso le coste siciliane laddove approdano oggi i profughi. "Accogliere lo straniero è per noi una chance" dice l'autore Bodo Kirchoff.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/scrittore-bodo-kirchoff-100.html

 

 Eventi, incontri, spettacoli. Il calendario del giovedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

 

10.11.2016. Una vita per gli altri. Si è spento l’8 novembre, nella sua casa milanese, l’oncologo Umberto Veronesi. Il prossimo 28 novembre avrebbe compiuto 91 anni. Lascia un’inestimabile eredità scientifica.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/umberto-veronesi-100.html

 

Una somma di piccole cose. Il tour di Niccolò Fabi tocca Berlino e Monaco (10 e 11 novembre). Il cantautore romano ci racconta il suo album fresco di premio Tenco e la sua musica senza Gazzè e Silvestri.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/niccolo-fabi-100.html

 

09.11.2016. Trump. Donald Trump alla Casa Bianca. Un esito clamoroso al termine di una lunga maratona elettorale: il tycoon ha ottenuto la maggioranza dei grandi elettori e diviene il 45° Presidente degli Stati Uniti D'America.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/trump-126.html

 

Referendum. Istruzioni per il voto. A partire dal 15 di novembre gli italiani iscritti all'AIRE riceveranno a casa, per posta, il plico elettorale con la scheda e le istruzioni per votare. Cosa fare se la busta non arriva entro il 20 novembre.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/verfassungsreferendum-100.html

 

08.11.2016. Cibo e clima. Il clima è di nuovo al centro del dibattito politico mondiale, almeno per alcuni giorni. Tra il 7 e il 18 novembre, a Marrakech, si tiene la XXII conferenza Onu sul clima. Ma una delle principali cause del cambiamento climatico, la produzione di cibo, continua ad essere trascurata.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/klimakonferenz-slowfood-100.html

 

Thegiornalisti. Il nuovo pop italiano dei Thegiornalisti piace così tanto che Tommaso Paradiso, Marco Antonio Musella e Marco Primavera sono riusciti a conquistare le vette delle classifiche dei brani più passati nelle radio italiane.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/thegiornalisti-100.html

 

07.11.2016. La deriva turca. Nella Turchia di Erdogan, un'ondata di arresti ha decapitato il vertice del partito filocurdo Hdp, che, per protesta, ha deciso che non parteciperà più ai lavori del parlamento di Ankara.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/erdogan-142.html

 

04.11.2016. Inferno hotspot. Amnesty denuncia maltrattamenti al limite della tortura negli hotspot italiani. Casi in cui la polizia avrebbe usato la violenza nei confronti dei profughi. "Sciocchezze, non ci sono le prove" risponde Tonelli del Sindacato autonomo di polizia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/amnesty-international-accusa-polizia-100.html

 

L'alluvione di Firenze

Cinquant'anni fa fiumi di acqua e fango invadevano il capoluogo toscano, provocando numerosi morti e ingenti danni al patrimonio artistico.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/alluvione-firenze-100.html

 

Il "no" dei Cinque stele. Piernicola Pedicini, europarlamentare del Movimento 5 stelle, spiega ai nostri microfoni i motivi del "no" al referendum del 4 dicembre. Un referendum che a suo parere mette a rischio la democrazia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/no-dei-cinque-stelle-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli- Il calendario del giovedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html. RC/De.it.press

 

 

 

 

 

 

 

 

A Wolfsburg  un dibattito sulle ragioni del si e del no alla riforma costituzionale

 

Sabato 5 novembre 2016, presso il Centro Italiano di Wolfsburg, si è tenuto un incontro pubblico per comprendere le ragioni del sì e del no alla Riforma costituzionale.

Ad esporre in maniera esemplare le due ragioni, sono stati due docenti universitari italiani: IL Prof. Andrea Cardone, Docente di Diritto Costituzionale nell’Università di Firenze ed il Prof. Edoardo Raffiotta, Docente di Diritto Costituzionale nell’Università di Bologna.

Grande interesse da parte dei presenti che dopo aver ascoltato i due relatori, hanno rivolto con passione diverse domande in merito ai cambiamenti proposti. Il confronto che ne è seguito è stato interessante e costruttivo per capire i quesiti a cui rispondere in questo referendum.

Alla fine degli interventi c’è stato un momento conviviale dove tutti hanno avuto modo di continuare a discutere su questo tema che sembra avere un grande interesse anche tra gli italiani residenti all’estero.

Tale iniziativa è stata organizzata dal Comites di Wolfsburg e dal Circolo Pugliese in collaborazione con il Comites di Hannover ed altre associazioni.

Dott. Giuseppe Scigliano

 

 

 

 

In rete il numero 6/2016 di “Rinascita Flash”, curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera – È online il nuovo numero di Rinascita Flash, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera.

Di seguito i titoli degli articoli pubblicati: Chi non c’era di Valentina Fazio; Quo vadis Europa? di Norma Mattarei; Sala Professori di Lorella Rotondi; Progetto scuola per i bambini siriani. In Siria di Mirta Neretti; Far West virtuale: serve una regolamentazione di Cristiano Tassinari; Women’s Network: donne che aiutano le donne di Laura Angelini; Oggi parto, domani ritorno? di Antonella Lanza; Achtung. Passkontrolle di Miranda Alberti; ReteDonne a Lipsia di Veronica Scortecci; Gransol settembre 2016: un incontro di giovani studenti cubani di Enrico Turrini; Knockin‘ on Dylan’s Door di Massimo Dolce; Il tempo bambino di Simona Baldelli, recensione a cura di Rosanna Lanzillotti; Human papillon virus (Hpv) di Sandra Galli.

Per Rinascita Cult: Profughi di Norma Mattarei; Cani, gatti, parenti e affini… anche in Germania di Cristiano Tassinari; Violenza contro le donne di Angela Rossi; Referendum 2016 di Nadia Sotiriou; Incontro sulle migrazioni di Sandra Cartacci. dip

 

 

 

 

A Francoforte mercoledì 23 novembre: “La cucina del Senza”

 

Francoforte. Mercoledì 23 novembre 2016, ore 19.00, presso la Sala Eventi ENIT, Barckhausstr. 10, a Francoforte, incontro su “La cucina del Senza” con l’autore Marcello Coronini. Per questo evento la prenotazione è obbligatoria: http://veranstaltungen.enit-italia.de/lacucinadelsenza

 

La pasta senza sale o la torta di mele senza zucchero sono sane dal punto di vista tradizionale, ma possono essere anche buone? A partire dagli anni '60 iniziano le produzioni industriali, di massa, facendo arrivare nelle case prodotti con pochi veri sapori. Per dare gusto ai piatti si ricorre quindi all’aggiunta, spesso in eccesso, di sali, grassi e zucchero e si creano abitudini alimentari scorrette. La “Cucina del Senza” decreta invece una vera e propria rivoluzione alimentare, che mette insieme gusto e salute.

Il libro è un ricettario attento alla salute ma altrettanto attentissimo ai sapori. Invitare a cena degli amici preparando alcuni piatti “senza” significa ricevere complimenti e stupore. Insomma mangiare bene senza usare sali, grassi o zucchero aggiunti: questa è la sfida della “Cucina del Senza”.

 

Marcello Corinini, scrittore, giornalista e critico gastronomico vive e lavora a Milano. Dopo i corsi di sommelier dal 1990 ad oggi, i viaggi in Italia ed in Europa lo portano a conoscere più di duemila tra cantine e produttori gastronomici, a scrivere più di 20 libri su vino, cucina e gastronomia che spaziano da “ CiboVino il dizionario degli abbinamenti” a “ Olio Extravergine, è tutto vero?”. Dal 2006 tiene un ciclo di lezioni sull’alimentazione presso l’Università degli studi di Milano, facoltà di Medicina, come professore incaricato. Dal 2008 è ideatore e curatore di Gusto in Scena, congresso di Alta Cucina e manifestazione enogastronomica. Al congresso del 2011 avvia il progetto “ La Cucina del Senza” e chiede ad importanti cuochi, pasticceri, pizzaioli di studiare ricette senza sale o grassi e zuccheri aggiunti. Una filosofia che sta ora suscitando l’interesse anche del mondo accademico e scientifico.

 

Moderazione: Anna Ventinelli (lettrice J.W.Goethe Univ. Frankfurt) ed Enrico Sauda (giornalista FNP). Una manifestazione dell'ENIT, del Consolato Generale d'Italia Francoforte e dell'Istituto Italiano di Cultura Colonia. IIC/Dip

 

 

 

 

 

A Colonia il 28 novembre il Primo Simposio Scientifico del Forum Accademico Italiano in Germania

 

Colonia- Sarà Colonia ad ospitare il 28 novembre il Primo Simposio Scientifico organizzato dal Forum Accademico Italiano in Germania.

Il Forum Accademico Italiano, nato nel 2010 come "Forum dei Ricercatori e Scienziati Italiani nel Nordreno-Vestfalia", fu fondato a Colonia con il patrocinio del Consolato Generale d'Italia. Si tratta di un'associazione senza scopo di lucro che riunisce attori e promotori della ricerca multidisciplinare - scientifica e industriale - e dell'istruzione italiana all'estero.

Il Forum ha organizzato in questi anni molteplici seminari su temi scientifici e culturali, ha indetto concorsi in ambito scolastico per promuovere il bilinguismo e l'interesse dei giovani alla scienza, alla tecnica e allo studio delle materie umanistiche e letterarie, ed è stato parte attiva di molte altre iniziative.

Quest'anno l'associazione ha deciso di coronare il percorso intrapreso organizzando il suo Primo Simposio Scientifico con l'intento di dare risalto ai risultati e alle enormi potenzialità della cooperazione transculturale in generale e italo-tedesca in particolare.

Il Simposio si terrà a Colonia, presso l'Istituto Italiano di Cultura, il 28 novembre prossimo.

I lavori avranno inizio alle ore 18.00 e saranno condotti dalla presidente del Forum Accademico Italiano, Cristina Polidori, responsabile del Gruppo di Ricerca Clinica sull’Anziano del Dipartimento di Medicina Interna II del Policlinico Universitario di Colonia. Non mancheranno i saluti del Console Generale D'Italia in Colonia, Emilio Lolli, e del direttore dell'Istituto di Cultura di Colonia, Lucio Izzo.

Relatore e ospite d'onore del simposio sarà Giovanni Andrea Prodi, docente dell'Università di Trento, che riferirà su un tema di estrema attualità, quello delle onde gravitazionali: "Unveiling new features of our universe through gravitational waves". Seguirà un dibattito e infine si passerà alla "sessione Poster", cioè alla presentazione - anche grafica - dei lavori di spicco nei quali i ricercatori italiani in Germania hanno avuto e hanno momenti di rilievo.

Trattandosi di un simposio scientifico la lingua franca dell'incontro sarà l'inglese, ma ci sarà anche la possibilità di intervenire in italiano o in tedesco grazie a un servizio di traduzione.

Anche la sessione "Poster", che si terrà nella Sala Petrarca dell'IIC, è aperta alle tre lingue.

Per i partecipanti è previsto del materiale esplicativo ed informativo sulle tematiche toccate nel Simposio.

L'incontro, a ingresso libero, si concluderà con un rinfresco offerto dal Forum Accademico Italiano. L’evento è stato realizzato con il sostegno del Console Generale d’Italia a Colonia Emilio Lolli. (aise/dip) 

 

 

 

 

Francoforte. Luigi Brillante segnala le due istanze presentate sul contributo degli emigrati e scuola

 

Francoforte sul Meno – Luigi Brillante, membro del consiglio comunale di Francoforte sul Meno eletto per “Europa Liste”, segnala le due istanze presentate nel corso della più recente attività in consiglio: la prima relativa al contributo degli emigrati in loco e la seconda per l'apertura di una scuola. Nello specifico, la prima richiesta verte sull'organizzazione di un ricevimento in onore dei tanti emigrati che hanno contribuito all sviluppo della città, alla cui amministrazione si domanda anche di far fronte al pagamento delle spese necessarie ad acquisire, per chi lo volesse, la cittadinanza tedesca. La seconda riguarda invece l'apertura di una scuola IGS (integrierte Gesamtschule) nel quartiere di Niederrad.

Tra gli eventi celebrati recentemente, Brillante segnala la cerimonia di commemorazione dei caduti italiani della seconda guerra mondiale le cui spoglie riposano nel cimitero di Francoforte di Westhausen – oltre 4.700. All'iniziativa, celebratasi il 6 novembre scorso, hanno partecipato molti connazionali, il console generale di Francoforte, il coro degli Alpini, membri dell’aeronautica militare, rappresentanti del Comites e rappresentanti delle autorità cittadine, tra cui anche l'assessore di Europa Liste Carmela Castagna e lo stesso Brillante. La cerimonia si è conclusa con la deposizione di tre corone di fiori e con il canto dell’inno nazionale. dip

 

 

 

 

Monaco di Baviera, il muro anti migranti. «È più alto di quello di Berlino»

 

A Neuperlach, quartiere nella parte sud-est di Monaco, innalzata barriera per «cinturare» 160 profughi che saranno ospitati in un centro vicino alla stazione della metro. Progetto quasi ultimato, autorizzato tra le proteste - di Alessandro Fulloni

 

La rivista Focus, che ha pubblicato le immagini in anteprima, dice che, con i suoi 4 metri in grigio cemento, è più altro di quello di Berlino che non arrivava a 3 metri e 75 centimentri. Parliamo di un muro «anti migranti» in costruzione in un sobborgo di Monaco di Baviera, quello di Neuperlach. Qui, nelle vicinanze di una stazione metro, è prevista la costruzione di un centro profughi. Ne arriveranno circa 160. Ma la cittadinanza non è esattamente entusiasta. Ha protestato e rumoreggiato. La preoccupazione è che il valore immobiliare delle loro abitazioni crolli. Per questo le autorità cittadine hanno autorizzato la costruzione di un lungo e grosso muro. Progetto oramai in via di conclusione dopo un contenzioso approdato in tribunale. Non tutti concordano. Un cittadino, Guido Bucholz, quello che, utilizzando tra l’altro un drone, ha girato questo video liberamente scaricabile, si dice «choccato dopo aver visto questo mostruoso muro di mattoni. Dicevano che Monaco fosse una città accogliente, ma sta invece mostrando il suo lato brutto». CdS 7

 

 

 

 

Berlino. “Gli stereotipi fra popoli nutrono il nazionalismo. Per questo serve più e non meno Europa”

 

Berlino - “Gli italiani traditori cronici, i tedeschi bestie assassine. La Seconda guerra mondiale, e in particolare l’occupazione tedesca dell’Italia in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, non solo ha portato tragedie indescrivibili ma ha anche contribuito a rafforzare i reciproci stereotipi fra italiani e tedeschi. L’interessante libro di Paolo Petrillo, dedicato all’immagine degli italiani durante e dopo la Germania nazista, ci fornisce gli strumenti per capire quanto i pregiudizi fra i popoli siano duri a morire e quanto siano attuali anche oggi.

Sono proprio questi meccanismi mentali che nutrono il nazionalismo e che l’integrazione europea cerca di disinnescare. Lo studio del passato, in un presente dove  avanzano i movimenti xenofobi, ci serve a ribadire che abbiamo bisogno di più, e non meno Europa”.

Così Laura Garavini, Componente della Presidenza del PD alla Camera, in occasione della presentazione a Berlino della versione tedesca del libro di Paolo Petrillo “8 settembre 1943. I nodi irrisolti fra Italia e Germania”. De.it.press 6

 

 

 

 

La Grande coalizione trova un accordo: Steinmeier sarà il prossimo presidente.

Merkel, scelta dettata da ragione

 

Dopo mesi di trattative è stata presa, infine, una decisione sul prossimo Presidente della Repubblica tedesca: a prendere il posto di Joachim Gauck, che in estate ha detto di non essere disponibile per un secondo mandato quinquennale, sarà l’attuale ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, ai primi posti da anni nella classifica dei politici più amati.  

 

La decisione che indirizza il voto dei partiti della coalizione al Governo, l’Unione di centro-destra composta dalla Cdu e dalla bavarese Csu, e i socialdemocratici (Spd), su Steinmeier il 12 febbraio prossimo, è stata presa nel corso di una conference call durata 50 minuti su proposta del vice-cancelliere e ministro dell’Economia, il socialdemocratico Sigmar Gabriel. 

 

I partiti della coalizione dispongono di un’ampia maggioranza così che Steinmeier diventerà il terzo presidente socialdemocratico della Germania dopo Gustav Heinemann e Johannes Rau. Steinmeier, 60 anni, è da trent’anni attivo in politica e per ora non è stato indicato chi sarà il suo sostituto agli Esteri. Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha parlato di una decisione «dettata dalla ragione» mentre il ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, senza entrare nel merito del nome, che gode di grandissima popolarità in Germania, l’ha definita «una sconfitta» per la Cdu. LS 14

 

 

 

 

 

La lettera della Garavini ai democratici in Europa

 

Votando Sì al referendum costituzionale possiamo decidere il futuro dell’Italia e renderla finalmente un Paese normale, meno burocratico, più efficiente e meno costoso. Proprio in queste ore stanno arrivando a casa i plichi elettorali. Dipenderà anche da noi, italiani nel mondo, se l'Italia resterà un Paese politicamente instabile, che mantiene il ritmo di 63 Governi in soli 70 anni o se riusciremo a dimostrare al mondo intero che il nostro Paese è finalmente capace di cambiare, ed in meglio. Si tratta di un voto per l'Italia. Non sulla Legge elettorale, né sul Governo. Ne parlo brevemente in questo video. Spiego le ragioni del Sì anche in una lettera che è una sorta di appello al voto. Se ritieni che possa servire, per favore stampala e distribuiscila tra colleghi ed amici. Può contribuire a convincere qualche indeciso a votare per il cambiamento.

Gli italiani in Europa per il Sì

È da quest’estate che sto incontrando numerosi connazionali residenti in Europa per parlare dell’importanza della riforma. Promuovendo anche diversi Comitati: da Berna a Berlino, da Ginevra a Francoforte, da Londra a Stoccarda, passando per realtà più piccole ma non meno significative come Metzingen, Aschaffenburg, Mannheim, Wolfsburg. Sono molto grata a tutti i coordinatori e ai componenti dei Comitati che si danno da fare a titolo totalmente gratuito, per informare e mobilitare i cittadini. Vorrei condividere alcuni dei bei momenti passati insieme perché, anche solo dai nostri sorrisi, si vede bene quanto entusiasmo e quanta passione per questa riforma esprimano i concittadini all'estero, che sognano da anni un’Italia più efficiente e più giusta.

Un Governo amico degli italiani all’estero

Votare Sì significa anche investire su un Governo che sta dimostrando con i fatti grande attenzione per gli italiani nel mondo. Ha tolto l'Imu e la Tasi sulla casa in Italia a chi prende una pensione straniera. Ha ripristinato quelle risorse per lingua e cultura italiana che erano state tagliate negli anni passati e non solo ha smesso di chiudere Consolati ed Istituti Italiani di Cultura, ma anzi sta iniziando a riaprire nuove sedi. È lo stesso Governo che, dopo anni di paralisi, ha rinnovato importanti organi di rappresentanza come i Comites ed il CGIE. Ma, soprattutto, ha ridato forte credibilità internazionale all’Italia. È l’unico esecutivo fortemente europeista nel nostro continente. L'Italia non è più un problema per l'Europa, bensì si è trasformata in propulsore di soluzioni per un’Unione europea sempre più in crisi di valori. Votare Sì, insomma, significa anche mettere al riparo l’Italia dai populismi nostrani. La mia proposta, in vista del referendum, è di mettere da parte le simpatie e le antipatie politiche  e di concentrarsi invece sui contenuti della riforma, che spesso non sono sufficientemente conosciuti. Chi avesse domande o dubbi mi può contattare. La mail è sempre la stessa: garavini_l@camera.it

Dieci buoni motivi per votare sì

In un sintetico documento ho indicato dieci buoni motivi per cui vale la pena votare Sì. Mi auguro che possa tornarti utile per mobilitare conoscenti e parenti. Per favore danne la massima diffusione. Per spiegare le modalità di voto invece suggerisco questo breve filmato, per la cui realizzazione ringrazio i bravissimi ragazzi del Comitato Basta un Sì della Gran Bretagna. Grazie mille anche a te. Per tutto il sostegno che potrai dare nel sensibilizzare altri connazionali a votare Sì. Buon voto. Basta un Sì ;-)  de.it.press 15

 

 

 

Paolo Gentiloni e Dimitris Avramopoulos: “Migranti, aiutare l’Africa per aiutare l’Europa

 

ROMA - Caro direttore, le sfide legate ai flussi migratori che l'Europa ha conosciuto in questi ultimi anni hanno dimostrato che abbiamo bisogno di un approccio globale che vada ben al di là delle frontiere europee.

Per questo motivo l'Unione Europea ha lanciato una nuova strategia con l'obiettivo di definire un Compact con i principali Paesi di origine e di transito dei migr. L'eantilemento principale del nostro nuovo approccio - nato da un'iniziativa italiana - è lo stabilimento di partenariati su misura, di "Patti" per migliorare la gestione dei flussi migratori in funzione della situazione specifica di ciascun Paese Partner.

La ratio di questi partenariati è di affrontare la questione migratoria in maniera solidale grazie ad azioni comuni fondate su interessi condivisi: lottando contro le cause profonde della migrazione irregolare, intervenendo contro i trafficanti, contribuendo ad un miglior controllo delle frontiere di questi Paesi e migliorando le modalità di rimpatrio dei migranti illegali.

Nel quadro di questo nuovo approccio, il 10 e 11 novembre visiteremo insieme Niger, Mali e Senegal. La nostra missione ha come obiettivo il rafforzamento del partenariato con ciascuno di questi tre Paesi per una migliore gestione congiunta dei flussi migratori.

Investire nella pace e nello sviluppo dell'Africa non implica un beneficio solo per quel Continente. Significa investire anche nella nostra sicurezza e nella nostra prosperità. Il futuro dell'Africa è in effetti una delle principali sfide globali del XXI secolo, dal momento che entro il 2050 la sua popolazione raggiungerà i 2,4 miliardi di persone, con le relative implicazioni in termini, tra l'altro, di pressione demografica e flussi migratori.

Per sfruttare il potenziale positivo di questo "dividendo demografico" senza precedenti servono buone politiche e non chiusure egoistiche. L'Unione europea, leader mondiale negli aiuti allo sviluppo, ha le risorse per favorire la realizzazione in Africa di infrastrutture economiche e sociali che riducano la spinta all'emigrazione. L'aiuto allo sviluppo locale, regionale e nazionale può contribuire a risolvere le cause profonde della migrazione irregolare. Siamo inoltre in grado di offrire aiuti e programmi per il reinserimento e la formazione dei migranti che devono essere rimpatriati o che decidono di ritornare in Africa. A questo si aggiunge la collaborazione tra polizie europee e africane, il sostegno alle cooperazioni regionali africane per la gestione delle frontiere, la lotta contro i trafficanti di migranti.

In questa prospettiva, e seguendo l'impulso dato dall'Italia, l'Unione europea ha deciso di aumentare le risorse finanziarie dedicate al Trust Fund for Africa, stanziando 500 milioni di euro aggiuntivi e accelerando il loro impiego. Vari progetti sono stati o saranno presto lanciati in cinque Paesi africani considerati prioritari per i Compact. Oltre al Niger, al Mali e al Senegal, che visiteremo, vi sono l'Etiopia e la Nigeria.

La Commissione europea ha inoltre proposto - con il sostegno dell'Italia - l'istituzione di un Piano Europeo esterno di investimenti, che qualora approvato dal Consiglio e dal Parlamento europeo, metterà a disposizione - nel medio termine - risorse finanziarie aggiuntive per la gestione dei flussi migratori.

Nel frattempo, è importante ottenere risultati concreti il più rapidamente possibile. L'approccio congiunto stabilito con Senegal, Mali e Niger procede positivamente, e sta già dando risultati concreti. Si tratta di primi passi rispetto ad un impegno complesso e di lungo periodo. La sfida migratoria, soprattutto nel Mediterraneo, è una questione globale con cui dovremo convivere. I Paesi in prima linea nel soccorso in mare e nell'accoglienza chiedono all'Unione europea e agli altri Stati membri di impegnarsi in Africa con urgenza e spirito di solidarietà. In gioco ci sono la coesione e i valori del progetto europeo.

Paolo Gentiloni ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Dimitris Avramopoulos, Commissario europeo per le Migrazioni, LR 7

 

 

 

 

Trionfa Trump: "Unirò l'America"

 

Donald Trump è il 45° presidente degli Stati Uniti d'America. Dopo aver conquistato gli stati-chiave, il candidato repubblicano ha avuto la meglio su Hillary Clinton, grande sconfitta data per vincente da tutti i sondaggi della vigilia. "Questa è una notte storica. Il popolo americano ha parlato ed ha eletto il suo presidente", ha dichiarato Mike Pence, nuovo vicepresidente americano eletto. Clinton ha chiamato Trump per concedere la vittoria. Con l'elezione di Trump i repubblicani mantengono, come del resto era previsto, il controllo della Camera e del Senato.

IL DISCORSO - "Mi impegno ad essere il presidente di tutti gli americani", ha esordito Trump dal palco del quartier generale repubblicano a New York, che ha poi promesso: "I dimenticati di questo Paese non lo saranno più". "Dobbiamo riprendere il destino del nostro Paese, abbiamo tanti sogni e li rivogliamo indietro". "Raddoppieremo la crescita economica", ha poi assicurato il neo presidente. "Terremo sempre al primo posto gli americani - ha continuato il presidente Trump parlando di rapporti internazionali-, ma andremo d'accordo con tutti. Cercheremo il dialogo, non lo scontro". Trump ha poi ringraziato uno per uno i membri della famiglia e dello staff per il supporto: "Vi prometto - ha continuato rivolto alla folla entusiasta - che faremo un eccellente lavoro, inizieremo subito a lavorare. Sarete fieri del vostro presidente".

Tra i ringraziamenti anche quello all'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani e il governatore del New Jersey, Chris Christie, invitati a salire sul palco dal presidente eletto. La lunga lista delle personalità alle quali Trump ha reso omaggio, presenti anche loro nel quartier generale newyorchese dove è stata celebrata la vittoria, ha compreso anche il senatore Jeff Sessions, Ben Carson, Mike Huckabee, il generale Mike Flynn e il presidente del Republican National Committee, Reince Priebus, che prendendo brevemente il microfono ha salutato Trump come "il prossimo presidente degli Stati Uniti".

Trump ha voluto celebrare la vittoria anche sui social network, commentando con un tweet l'elezione: "Una serata bellissima e importante! Gli uomini e le donne dimenticati - ha sottolineato il presidente eletto - non saranno mai più dimenticati. Saremo uniti come mai prima d'ora"

OBAMA - Il presidente americano Barack Obama ha chiamato il presidente eletto Donald Trump questa mattina dopo l'annuncio della vittoria. A renderlo noto è stata Kellyanne Conway, capo della campagna elettorale di Trump: i due hanno avuto "una grande conversazione" ed è fissato a domani l'incontro alla Casa Bianca.

I COMMENTI - "In queste ore il mondo saluta l'elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump. A nome dell'Italia mi congratulo con il Presidente degli Stati Uniti d'America e gli auguro buon lavoro, convinto come sono, e come siamo, che l'amicizia italo-americana continuerà ad essere forte e solida". Questo il commento del presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

"Le relazioni tra Ue e Usa sono una componente chiave della stabilità globale. L'Ue è impegnata a mantenere queste relazioni. Speriamo che la stessa cosa sia vera per il futuro presidente degli Usa". Così il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, in una nota, dopo l'annuncio della vittoria di Donald Trump.

Congratulazioni al presidente eletto americano Donald Trump sono arrivate da Angela Merkel. La cancelliera tedesca ha offerto a Trump la "stretta collaborazione" della Germania basata sui valori condivisi dai due paesi.

Anche il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con Donald Trump per la sua vittoria nelle elezioni presidenziali americane. Lo riferisce il Cremlino. Putin - riporta l'agenzia Tass - si è augurato che i rapporti tra Russia e Stati Uniti possano uscire dalla crisi, grazie a un lavoro congiunto. Il leader russo si è detto inoltre certo che il dialogo tra Mosca e Washington, basato sul rispetto reciproco, possa rispondere agli interessi di entrambi i paesi.

I risultati delle presidenziali negli Usa segnano l'inizio di una "nuova era": lo afferma il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che, da Istanbul, augura "agli Usa un futuro di successo" dopo la vittoria di Donald Trump. Erdogan spera che questo risultato contribuisca a promuovere "i diritti e le libertà fondamentali, la democrazia nel mondo e lo sviluppo regionale".

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si congratula con Donald Trump per la sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti, definendolo "un vero amico dello Stato di Israele". Adnkronos 9

 

 

 

“La legge dell’alternanza: chi ha vinto e chi ha perso. Donald Trump, 45°presidente degli USA”

 

Ha vinto, sia pure in modo anomalo, la legge dell’alternanza, una legge non scritta, ma molto forte, secondo cui i due partiti principali, il repubblicano e il democratico si alternano alla Casa Bianca. In modo anomalo, perché nella Convention repubblicana di Cleveland, Donald Trump non ebbe l’appoggio ufficiale del partito che lui ha scalato dall’esterno durante le primarie, trascinato da una fortissima ondata di simpatia popolare. Per la stessa ondata, oggi lui ha la maggioranza sia al congresso che al senato, e diviene dunque onnipotente, può tutto. Per questo si parla di Trumpismo, un soggetto politico originale, sorprendente e per ora sconosciuto, alternativo ai due partiti storici e tradizionali.  

 Donald Trump ha voltato pagina, ha scritto una pagina di storia nuova, mettendo nel dimenticatoio il paesaggio politico tradizionale del ventesimo secolo, già pesantemente toccato in Europa dal recente Brexit.  Hanno vinto gli scontenti, tutti quelli bianchi o di colore che protestano, la classe media bianca impoverita dai cambiamenti radicali del mondo del lavoro, gli impauriti dalle novità della emigrazione degli ispanici e dei musulmani. Ha vinto perché li ha fatti sognare in grande, promettendo di creare fabbriche e posti di lavoro, alzare mura di difesa e scacciare gli intrusi, cioè i poveracci del resto del mondo che aspirano alla loro briciola di sogno americano. Nordamericano.

Sconfitta Hillary Rodham Clinton: voleva, fortissimamente voleva essere la prima donna nella sala ovale della Casa Bianca. Sebbene sconfitta durante le primarie del 2008 da Barack Obama, sette anni dopo, nell’aprile del 2015, con largo anticipo rispetto all’ inizio delle votazioni primarie, si mise di nuovo in gara, con un comizio di apertura piuttosto deludente. Moglie di Bill Clinton, 8 anni alla Casa Bianca come First Lady, senatrice per lo stato di New York e ministro degli esteri durante il primo periodo Obama, chiude oggi tristemente la sua carriera politica. A questo punto come donna, scrivo che non mi è mai piaciuto il fatto che sia entrata in politica usando il cognome del marito. Bill era solo Clinton, ma lei non è mai stata solo Hillary Rodham. Nella sconfitta non c’entra che è donna, c’entra invece il fatto che lei rappresenta l’élite di Washington, l’arroganza dei poteri economici e finanziari, che dovunque nel mondo creano proteste.

Sconfitta la sua comunicazione. Non si può votare una persona solo perché donna. La frase più ripetuta durante la sua campagna: “Sei con me? Se sei con me versa un dollaro”. A parte la indiscussa preparazione giuridica e politica e le strabilianti capacità dialettiche, non mi è giunto (potrei sbagliare) un pensiero originale, suo personale, o uno slogan efficace, che portasse avanti i programmi e le idee del suo predecessore, adattandoli ai tempi nuovi e capaci di scuotere e trascinare i sentimenti e le speranze delle masse dei probabili votanti.

Sconfitti i maggiori organi di stampa americana, e tutti quelli che avevano dichiarato esplicitamente il sostegno alla Clinton, ritenendo D. Trump caratterialmente inadatto alle funzioni di presidente. A questo punto cito una frase di Barack Obama: “Mettereste questa valigetta nelle mani di quest’uomo?” parlando della valigetta contente le chiavi del sistema nucleare. Ed insieme a questi, sconfitti ed inutili i dibattiti televisivi, in cui lei risultava certamente la più preparata in politica interna ed estera, e la più capace di reggere il filo logico di un discorso senza divagazioni inutili. 

Sconfitto anche uno dei punti chiave dell’etica pubblica americana: la chiarezza nei rapporti con il fisco. Sebbene sollecitato da più parti, D. Trump non ha mai pubblicato la sua dichiarazione dei redditi, come a suo tempo fece B. Obama e come ha fatto H. Clinton. Recentemente è uscito fuori che non paga le tasse da vent’anni per un vecchio credito d’imposta. Geniale, secondo Rudolf Giuliani, ma criticatissimo da Bernie Sanders. Questione di punti di vista.

Nel suo discorso iniziale il nuovo presidente si è sforzato di chiudere crepe e superare   differenze sforzandosi di riunire e superare divergenze e contrapposizioni. Staremo a vedere, questa novità storica ci darà tantissimo materiale per scrivere. Per ora non ci resta che dire, con un po’ di ottimismo americano alla Rossella O’Hara. “Domani è un altro giorno.”

Emanuela Medoro, de.it.pres

 

 

 

 

 

Donald Trump presidente degli Stati Uniti. L’Europa sarà sola!

 

Il sogno americano ha smarrito il cammino virtuoso. L’Europa, ancora più dopo la Brexit, è di fronte a un bivio.

 

Il sole è sorto ancora nel freddo mattino romano, dopo una nottata dominata da sentimenti contrastanti: la speranza, frutto dell’ottimismo della ragione e la paura che sta dietro ogni siepe eretta a nascondere i sentimenti cattivi, come nell’immaginario di quello splendido film – “il buio oltre la siepe”- di Robert Mulligan, tratto dal romanzo di Harper Lee nell’America sudista, schiavista e razzista, dei primi anni Sessanta.

Fotografo la carta geo-politica degli States, colorata dal blu e dal rosso dei rispettivi candidati: la democratica e il repubblicano.

Impressionante e sconvolgente.

Un’immagine che racconta molto più di un editoriale delle grandi firme del New York Times o del Washington Post, rappresentanti dell’Elite intellettuale e progressista che ha perso ogni capacità di sondare, intuire in primis il cambiamento di un sentire, l’anima popolare delle grandi masse bianche, operaie e contadine, che hanno decretato la sconfitta democratica, riempiendo, in definitiva, il fossato aperto dalla guerra di secessione tra nord e sud di 150 anni or sono.

 

Il rosso della pancia e il blu delle coste

Il blu del nordest e dell’ovest, sovrastato dal rosso profondo della pancia di quel grande paese. Per il blu, le sponde delle coste che guardano agli oceani, l’una al mare dal quale giunsero i pionieri dell’impero americano, oltre un mezzo millennio fa, l’altra protesa verso l’immensità del pacifico all’incontro con le civiltà millenarie dell’emisfero ove sorge il sole.

È il colore di chi non ha perso la visione di un mondo globale, da costruire attraverso l’incontro dei diversi, abbandonato da chi ha scelto il rosso delle rocce del Monte Rushmore su cui sono scolpite le figure dei fondatori del sogno secolare della grande America.

Hanno scelto le pianure e le grandi montagne, smarrendo la memoria di quei quattro visionari – George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt, Abraham Lincoln – che, proprio da lassù, hanno indicato come scrutare l’immensità degli oceani per irradiare il messaggio di libertà e fratellanza universali.

L’America ha sbarrato le porte ai suoi stessi viandanti.

O per usare una metafora, l’aquila imperiale ha chiuso le ali, planando al suolo per non più vivere l’ebbrezza del volo sulle alte montagne del suo universo terreno.

 

I valori dell’unità dell’Ue

Noi europei, o almeno la parte di noi, profondamente legata ai valori dell’unità e della costruzione politica dell’Unione, temevamo - e ancora di più oggi - Donald Trump, sperando che lo spettro maligno fosse presto solo il ricordo di un brutto sogno. In realtà, Trump, almeno per quanto riguarda la politica estera, vuole quanto tanta parte dell’Europa populista propone: abbandonare ogni politica di responsabilità collettiva, anche per quanto riguarda gli sconvolgenti processi migratori in atto, oltre al dovere di ripartire i costi di una politica di difesa e sicurezza comune. Non riesco a vedere alcuna differenza tra l’erezione dei muri dall’invasione straniera a difesa del proprio paese, da parte dell’Ungheria di Orban o dell’Austria - solo due dei tanti fenomeni primitivi in atto in Europa – e la minaccia di Trump, in campagna elettorale, ribadita in queste ore, di costruire una linea di confine fortificata tra il Messico e gli Stati Uniti per fermare l’invasione barbarica ispanica.

Le grandi città operaie del nord America, tradizionalmente democratiche, hanno scelto il demagogo che ha promesso loro di riaprire le fabbriche chiuse al seguito della crisi scoppiata dieci anni or sono. Riaprire le fabbriche, rinunciando al proprio ruolo di potenza planetaria, chiudendosi in un isolazionismo che è la negazione della sua storia.

 

Le scommesse della storia

L’Europa, se ciò avverrà, sarà sola. Sola con i suoi egoismi, le divisioni, le miopie di tanti suoi dirigenti politici e di governo.

Sola, di fronte alle scommesse della storia: gli sconvolgimenti del medio oriente, ove operano le grandi potenze globali, America e Russia, a difesa dei loro interessi economici e strategici, e le nuove realtà regionali, Iran e Turchia, in testa.

Sola a governare esodi biblici di popoli alla ricerca di una nuova terra promessa.

Che piaccia o no, l’Europa, ancora più dopo la Brexit, è di fronte ad un bivio. Si può sortire in un modo nell’altro, sapendo, tuttavia, che dalla scelta dipenderà il suo avvenire.

O una grande Unione di popoli, solidali e uniti, o un destino irrilevante, al peggio, di sottomissione ai futuri potenti della storia.

On. Gianni Farina, de.it.press 15

 

 

 

 

 

Usa 2016. Trump presidente, wait and see

 

La vittoria di Donald ha colto molti di sorpresa in primis per una ragione oggettiva, ovvero la difficoltà ad interpretare la pancia del Paese attraverso i sondaggi che hanno decisamente sottovaluto il fenomeno.

 

Vi è anche una ragione soggettiva che ha condizionato commentatori ed analisti, ovvero la loro forte identificazione con la candidatura di Hillary Clinton e il rifiuto della candidatura di Trump, spesso percepita e presentata come impraticabile perché politicamente scorretta.

 

Il sostegno maturato attorno alla candidatura di Trump doveva però portare gli analisti a prendere più seriamente la sua candidatura, non escludendo una vittoria, come fatto su questa testata durante l’estate.

 

La democrazia Usa non è a rischio

Con l’insediamento di Trump bisognerà ora rivedere l’interpretazione del fenomeno Trump, adottando nuove lenti per leggere la sua presidenza. La delusione seguita alla disfatta di Clinton è tale fra l’intelligentsia e l’establishment americano, ma anche all’interno di quello europeo, che risulta difficile scendere dal carro partigiano per tornare alla valutazione delle politiche, anche nella loro dimensione internazionale.

 

Bisogna però procedere ricordando una serie di capisaldi. Prima di tutto va sottolineato la solidità delle istituzioni Usa con un potere ben articolato fra esecutivo, legislativo e giudiziario. Tra l’altro, già in un passato recente abbiamo assistito alla vittoria di personalità che non rispettavano i criteri canonici dell’establishment politico statunitense, ad esempio Ronald Reagan, senza che questo significasse un’interruzione della democrazia americana.

 

Il presidente non governa da solo, ma deve rapportarsi con il Congresso che ormai resterà a maggioranza repubblicana. Si tratta certo di uno schieramento monocolore ma che non appare però come il “partito del presidente”, visti i numerosi screzi fra i responsabili del partito e Trump che per certi versi ha preso all’arrembaggio questo partito.

 

Ci sarà quindi una dialettica fra Presidenza e parlamento che produrrà esiti diversi dagli slogan di campagna.

 

Il successo della campagna anti-establishment di Trump

La campagna di Trump è stata vinta con un forte discorso identitario, invocando il ritorno al primato americano. Questo tipo di inclinazione nazionalista spinge oggi molti a temere un isolazionismo nonché la rottura di una serie di alleanze o addirittura l’uscita dai quadri multilaterali.

 

Certamente questo tipo di messaggio si è riscontrato in una campagna con toni anti-establishment che sconfinavano spesso nella xenofobia. Ma non bisogna però programmare a tavolino le politiche della presidenza Trump prima che vengano decise e attuate, come se si proseguisse una campagna elettorale che da toni catastrofici dovesse necessariamente portare alla catastrofe.

 

Vanno evitatele profezie auto realizzatrici che contribuiscono a considerare la futura presidenza in termini di rottura nociva o instabilità. E' quindi urgente aspettare.

 

In aggiunta, si possono sin da ora ricordare alcuni elementi che aiutano a relativizzare i messaggi della campagna. In primis va ricordato che parecchie promesse fatte in campagna elettorale restano tali quando si va al potere. Secondo, Trump era un candidato con un ristretto team che si è imposto al partito repubblicano. Adesso che è presidente dovrà appoggiarsi su un numeroso staff con competenze articolate e all’interno di una dialettica politica con il Congresso.

 

Ci saranno certamente alcune evoluzioni interne, a partire dalla nomina del giudice della corte suprema che deve sostituire Scalia. Già questa nomina potrebbe imporre un tono sicuramente conservatore su questa importante istituzione, con conseguenze sulle questioni dei diritti fondamentali.

 

Ci saranno poi conseguenze sulle politiche sociali ed economiche. La crescita della disuguaglianza è stata una delle principali tematiche della campagna di Trump. come del resto di quella di Bernie Sanders. Ciononostante, non si riesce a immaginare una presidenza Trump con una svolta sociale se non addirittura socialista.

 

La paura dell’isolazionismo di Trump

Nel contesto internazionale molti temono l’isolazionismo della futura presidenza Trump. Anche le considerazioni sul potenziale isolazionismo vanno però prese con le pinze. Accanto a questioni di forte simbologia come quella dell’immigrazione proveniente dal Messico, certamente Trump è una figura business friendly che difficilmente smonterà il quadro commerciale e di prosperità legato ad accordi multilaterali.

 

Tra l’altro, già nelle vesti di candidato Trump appariva spesso come quello della vecchia industria e dell’immobiliare di fronte alle aziende di tecnologia e media californiane tradizionalmente vicine al campo democratico.

 

Ma quell’enorme serbatoio di investimenti e di ricerche, anche legato all’avanzamento tecnologico della sicurezza nazionale statunitense, difficilmente può essere ignorato dal potere federale, con tutte le implicazioni in termini di relazioni internazionali (commercio ma anche regolamentazione).

 

In generale poi, i repubblicani hanno spesso mostrato una loro prudenza nell’intervenire negli affari del mondo, per poi non esitare nell’adoperare strumenti militari nei confronti di nemici che minacciavano interessi o alleanze statunitensi nel globo.

 

La presidenza Trump apre una nuova era, con una serie di attese da parte di un elettorato che spera in segni di ripresa del discorso identitario, quel racconto che imparenta tutti con i discendenti della Mayflower e che ristabilisce il senso del primato americano, o in modo più corretto, l’auto percezione positiva che gli americani hanno della loro storia e del loro modo di vivere.

 

Questa rivisitazione potrebbe essere comunque difficile da realizzare nel contesto del ventunesimo secolo. Esiste quindi un eventuale rischio di immobilismo da parte della presidenza Trump, ma questo non dovrebbe poi destare troppe preoccupazioni. Wait and see.   Jean-Pierre Darnis, AffInt 10

 

 

 

 

Una questione di coscienza                                                                                                                 

 

Nata nella guerra, cresciuta nella cultura dei valori occidentali di libertà, uguaglianza e fraternità, di accettazione del diverso, sento il dovere morale di condividere idealmente i numerosi movimenti di resistenza che dilagano negli USA, unendo tutta la gente che Trump ha offeso e insultato da quando dichiarò la sua candidatura per la Casa Bianca. Condivido anche il movimento che sostiene la necessità di far eleggere il Presidente degli Stati Uniti direttamente dal voto popolare, anziché dai grandi elettori che rappresentano gli stati piuttosto che la popolazione. Ha offeso troppo, troppi, per cui questa volta il motto Right or Wrong, my President per me vale un po’ meno delle altre volte.

Donald Trump vuole prosciugare la palude, repubblicani e arrivisti di ogni genere si restringono intorno a lui per realizzare il programma.  Il prosciugamento è temuto da molti. Chi ha paura di Donald Trump?

Il pianeta, ambientalisti e verdi. Trump riapre miniere di carbone e incoraggia tutto ciò che c’è più inquinante.  I neri, in programma grande manifestazione del Ku Klux Klan, gli incappucciati bianchi frustrati da quattro meticci alla Casa Bianca per ben otto anni. Gli ispanici non in regola con i documenti, rischiano anche gli imprenditori cui vengono meno risorse umane a costi bassissimi, non sostituibili da robot.  25 milioni di americani che con l’Obamacare per la prima volta hanno usufruito dell’assicurazione malattia. I musulmani, tutti, perché potenzialmente infetti dal terrorismo jihadista, e altri non-cristiani, in genere. Gli ebrei, un suprematista bianco neo nazista, di cui volutamente taccio il nome, è oggi Senior Advisor alla Casa Bianca. Donne, con una battutaccia irriferibile Trump ha sdoganato lo stupro.

Il Partito Democratico pubblica un manifesto per un futuro New Democratic Party. Chiede le dimissioni degli sconfitti, cerca gente coraggiosa, decisa e studia strategie per la ricostruzione del partito. Chiede alle comunità di base di difendere quelli elencati sopra, in tutti i modi possibili. Salverei da questo processo di rinnovamento Elisabeth Warren detta Pocahontas da Trump. Al termine dei sessant’anni, ha il dono di scaldare i cuori, la passione per le idee e il carisma del leader. Bionda, ma scorre nelle sue vene anche sangue Cherokee.  Può essere utile per aiutare i giovani e formare la nuova classe dirigente del partito. Non salverei Bernie Sanders, sebbene abbia passione politica e faccia delle giustissime considerazioni sulle eccessive differenze di reddito e impoverimento della classe media. Si dichiara socialista, parola tabù negli USA.

Chi è contento di Trump alla Casa Bianca? I dimenticati dalla sinistra elitaria e colta, le classi medie impoverite dalla globalizzazione e dislocazione delle fabbriche. A tutti questi auguro un futuro prossimo ricco e prospero.  Emanuela Medoro, de.it.press 16

 

 

 

 

Il No amplia il suo vantaggio. Allarme Bankitalia: rischio turbolenze sui mercati

 

Il rapporto della Banca d'Italia sulla stabilità finanziaria lo dice a chiare lettere: dopo il 4 dicembre sono attese forti turbolenze sui mercati per la moneta e i titoli italiani. Dello stesso scenario sono convinti anche gli analisti delle banche e dei fondi di investimento europei, americani e asiatici. Il referendum è lo spartiacque e i sondaggi dimostrano che gli italiani non si interessano minimamente dei pericoli connessi a una vittoria del No. Il distacco fra No in vantaggio e Sì in discesa e infatti stimato sui sette, otto punti a tre settimane dal voto. E il frenetico attivismo di Renzi non solo non sposta voti a suo favore, ma anzi accentua la tendenza alla vittoria del No. Una conferma che il referendum non è sulla riforma costituzionale, di cui solo pochi specialisti sanno qualcosa, ma sulla persona del premier che ha legato il suo futuro politico al risultato della consultazione. Eppure il risultato non è ancora scritto. Infatti c'è una percentuale molto ampia di indecisi. Una buona metà degli indecisi non andrà comunque a votare, ma una fetta forse altrettanto ampia alla fine potrebbe decidersi per il voto. E gli esperti stimano che fra questi ultimi ci sia una larga maggioranza di favorevoli al Si. In questi ultimi giorni prima del voto la missione impossibile di Renzi sarà quindi quella di convincere gli indecisi ad andare a votare Si, sperando che i favorevoli al No restino a casa o vadano a sciare. E anche in caso di sconfitta sarebbe diverso, per il premier, perdere con un testa a testa piuttosto che con uno scarto molto ampio. Già si ragiona sul dopo referendum, sempre considerando l'ipotesi di una vittoria del No. Niente governi tecnici, ha intimato Renzi. E allora? Un reincarico dopo una breve esplorazione magari del presidente del Senato Grasso? È probabile, anche perché tutto il Pd vorrebbe tenere il premier a Palazzo Chigi (la minoranza è interessata alla segreteria). Una nuova legge elettorale: questo è sicuro e lo stesso Renzi lo ha detto più volte. Certamente anche in caso di vittoria del Sì, perché a questo punto l'Italicum non regge più (primo esempio al mondo di legge elettorale che viene cambiata prima ancora di essere messa alla prova). Il pericolo di una inarrestabile avanzata dei populisti leghisti e grillini è talmente grave che anche Renzi si sarà convinto che almeno il premio alla coalizione è meglio di una vittoria sicura di Grillo al ballottaggio. GIANLUCA LUZI LR 19

 

 

 

 

Problemi sugli uomini

 

Col 2017, la politica potrebbe avere uno spirito rinnovato. Forse, non solo negli uomini. Il cambio generazionale dei partiti non c’è ancora stato; ma siamo convinti che ci sarà. Anche se solo per necessità, più che per convinzione. Dobbiamo ritrovare quelle premesse indispensabili per recuperare un ruolo in UE e nel mondo.

E’ importante, prima di tutto, una sorta di riconciliazione che porti alle riforme. Proprio quelle che tutti sembrano volere; anche se più nelle parole, che nei fatti. Lasciamo andare il problema dei “candidabili”e guardiamoci intorno, per garantire, almeno, una coerente ripresa politica; indipendentemente dalle posizioni dei singoli. Il dialogo tra i Partiti ha da continuare e i chiarimenti serviranno per “sbrogliare” gli ostacoli più ingombranti. Dopo Renzi, la vita del Paese continuerà.

Le mete da raggiungere non saranno stravolte; anche perché, come abbiamo già scritto, i tempi per un’effettiva ripresa saranno lunghi. Se si andranno a focalizzare motivazioni degne di tale nome, Maggioranza ed Opposizione avranno più spunti d’incontro che di scontro. Questo 2015 ci servirà di monito per evitare altri errori e a meglio riconoscere quelli che sono già stati fatti. I prossimi anni della Terza Repubblica avranno tutti un’importanza per la ripresa dell’Italia; anche se il recupero del terreno avrà ancora un costo elevato.

 Superati i sospetti e le incongruenze del potere, verrà il tempo della partecipazione che rappresenta l’indispensabile impegno per garantirci tempi migliori. A ben osservare, non mancano le idee per spianare una strada che resterà in salita. Sono, però, gli uomini che non sembrano in grado d’andare oltre le teorie del “bipolarismo” che non ha fornito prova d’effettivo equilibrio parlamentare. La linea Renzi è solo a tempo. La “non” sfiducia può essere supportata solo per un periodo, breve, di compromessi.

 Un anno ci sembra più che ragionevole. Pure se tanti ottimismi politici si sono ridimensionati e gli uomini di partito d’oggi, non sono migliori di quelli di ieri. Del resto, proprio nello stallo di “non” sfiducia, i partiti hanno compreso che la collaborazione è possibile, quando non ci sono all’Esecutivo Capi da supportare, sotto il profilo politico, anche fuori dalla Maggioranza. Solo tramite la cooperazione e l’attenzione ai problemi della gente, la Democrazia proseguirà la sua strada nel Bel Paese.

 Non sappiamo ancora chi sarà nelle condizioni di governare; anche se, tra un anno o poco più, avremo le elezioni più complesse della Repubblica. Però, su una realtà possiamo contare: la politica italiana, che ha un’illustre tradizione, promuoverà una linea operativa più confacente con i tempi. Per consentire, infine, al Paese la voglia di rilancio. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

E ora Renzi spera che anche in Italia i sondaggi sbaglino

 

Il campo di battaglia nel Pd si sta delimitando già un mese prima del referendum. Comunque vada sarà una guerra che si combatterà sulla segreteria e sui rapporti di forza nel partito. Se vince il No (sempre saldamente in testa nei sondaggi) la minoranza di sinistra chiede la testa di Renzi e un nuovo segretario. Se dovesse vincere il Sì Renzi chiederà subito il Congresso. Sarà la resa dei conti definitiva. Impossibile prevedere che Renzi in caso di sconfitta vada avanti come se niente fosse. Altrettanto impossibile lo scenario di un partito che si pacifica e ridistribuisce i pesi in caso di sconfitta della minoranza. Per una volta sono i renziani a sperare ardentemente che i sondaggi si stiano sbagliando come hanno fatto in America e in altre elezioni in Italia. Perché i sondaggi sono negativi per il premier e la tendenza sembra immutabile. Il segretario-premier si sta spendendo da quasi un mese in una campagna elettorale senza sosta in giro per l'Italia, ma le rilevazioni non cambiano e al Sud sono disastrose per il premier. Il fatto è che il referendum non riguarda le modifiche alla Costituzione proposte dalla legge Boschi, ma è uno scontro su Renzi. Come del resto lo stesso premier aveva voluto all'inizio con una personalizzazione estrema della contesa. Come hanno dimostrato a Torino e a Roma le elezioni amministrative, il grido di rabbia della società è potentissimo e le opposizioni a Renzi (di destra e di sinistra) si uniscono senza alcun problema per abbattere il presidente del consiglio. Lo scenario è questo come dimostra l'esultanza di Grillo per il trionfo di Trump in America, e a Renzi non basterà alzare ancora la voce con Bruxelles per conquistare i voti dei ceti medi impoveriti. L'Europa intanto abbassa ancora le stime della crescita italiana e il rischio è che quando spira il vento dell'isolazionismo, la Germania e le democrazie del Nord Europa tenderanno a chiudere i portoni per difendere il loro benessere e i loro conti in ordine. E noi rischiamo di restare fuori in compagnia di Grecia e Portogallo. LR 9

 

 

 

 

"I vantaggi della riforma costituzionale per gli italiani all estero"

 

"La riforma costituzionale che ci apprestiamo a votare con il referendum presenta numerosi aspetti positivi, anche per gli italiani nel mondo. Dopo che per anni si era ventilata l'ipotesi di cancellarla, al contrario la circoscrizione estero viene pienamente confermata. Significa che si garantisce la voce degli italiani all'estero in Parlamento. Resta confermato il numero dei rappresentanti degli italiani nel mondo nella Camera dei Deputati, l'unica che dà la fiducia al Governo e approva la gran parte delle leggi.

 

Il numero dei parlamentari si riduce per l'estero nella stessa percentuale del nazionale. I sei senatori eletti all’estero non sono esclusi dal Senato. È il Senato che cambia le sue funzioni, diventando Camera delle Regioni e, di fatto, rimuovendo le basi della rappresentatività dei cittadini italiani all’estero.

 

Inoltre l'esclusione dei voti espressi dai cittadini italiani all’estero dal conteggio del quorum esiste già oggi nell’ordinamento in vigore. Anche col Porcellum  i 12 seggi assegnati dalla Circoscrizione estero alla Camera dei Deputati non contribuivano a fare scattare il premio di maggioranza. Il motivo consiste nel fatto che il sistema elettorale con cui si eleggono i parlamentari dall'estero è diverso da quello con cui si eleggono i parlamentari nazionali e dunque non è fattibile concorrere al conteggio del premio di maggioranza." Lo ha detto Laura Garavini, intervenendo a Lussemburgo all'iniziativa promossa dal Comitato Basta un Sî promosso da Paolo Fedele, Mariagrazia Galati, Mario Tommasi e Marco Onorato.

Bankitalia e il referendum: "L’importante è fare le riforme". De.it.press

 

 

 

 

Palazzo Koch lavora alla tela per tenere il Paese al riparo da scossoni elettorali:

 

"Con qualunque risultato, non si fermi la macchina del cambiamento ". Il trend di vendite sui titolo Stato - di MASSIMO GIANNINI

 

Dopo Brexit e il Grande Ribaltone d'America, quanti "Daniel Blake" spunteranno anche in Italia? Quanti "dimenticati" alla Ken Loach (prima di crepare in un bagno della commissione che decide sul loro sussidio) daranno l'ultimo calcio al "sistema" che ha tolto loro diritti e dignità? A venti giorni dal referendum, il destino del Paese sembra sospeso su questo abisso. Il "merito" del quesito svapora, di fronte all'unica domanda che conta.

 

Il governo Renzi supera le colonne d'Ercole del 4 dicembre, o affonda nell'ignoto della crisi? E cosa rischia l'Italia? Per scrutare il futuro alle porte, l'osservatorio più autorevole è in Via Nazionale.

 

Il governatore della Banca d'Italia non nasconde le preoccupazioni, in un momento in cui si materializza un altro pericoloso "combinato disposto": la vittoria di Trump, il voto sulla riforma costituzionale, la crisi delle banche. Ignazio Visco prova a fissare un punto fermo: "Io non so quanto inciderà l'esito del referendum. Nel mondo, è opinione diffusa che la vittoria del No potrebbe essere un problema. Io penso, e lo dico agli interlocutori esteri con i quali parlo ogni giorno, che potrà esserci un po' di tensione, ma aggiungo anche che bisognerà andare oltre la tensione, perché le riforme istituzionali vanno fatte in ogni caso".

 

Dunque Palazzo Koch prova a tessere una "rete di sicurezza " intorno al Paese, per dimostrare ai mercati che comunque vada il voto l'Italia non finirà nel caos, e non abbandonerà il sentiero delle riforme. La Banca centrale, com'è ovvio, non scende in campo per giudicare nel dettaglio i 47 articoli della Costituzione riscritti dal governo. Ma indipendentemente da questo referendum, una "correzione del bicameralismo perfetto" va fatta, per rendere più efficiente il processo legislativo. E questo processo di modernizzazione non si può fermare, anche se dovesse prevalere il No. Chiunque verrà "dopo", dovrà ripartire da lì. Perché la macchina delle riforme "deve comunque andare avanti". E la riforma delle istituzioni si porta dietro anche le riforme del sistema economico, che vanno rilanciate. Il pacchetto Industria 4.0 di Carlo Calenda è un passo significativo: tenta di dare quella "scossa agli investimenti" che Bankitalia chiede da tempo.

 

I focolai di "tensione" non mancano. Il primo si chiama spread. Venerdì ha chiuso a quota 172 sui Bund tedeschi. Il rendimento dei Btp ha superato il 2%, soglia mai raggiunta da luglio 2015. La sensazione è che a far crescere il differenziale non sia tanto il "fattore Donald" (cioè la lezione americana di un "alieno" alla Casa Bianca), quanto il "fattore Matteo" (cioè il referendum sullo "young pop" di Palazzo Chigi). La conferma indiretta viene da un altro indicatore, in crescita già da prima del voto Usa: i Credit Default Swap, vale a dire le polizze assicurative che coprono dal rischio di default del "titolo sottostante". I Cds sui Btp italiani sono saliti a quota 220 punti, contro i 123 della Spagna e i 42 della Germania.

 

Il secondo focolaio si chiama "Target 2", e registra il saldo tra le entrate e le uscite dei flussi finanziari nell'Eurozona. A settembre l'Italia è in rosso per 354 miliardi, quasi 135 miliardi in più del 2014. Il deflusso non si deve solo al fatto che gli investitori esteri comprano meno "bond tricolore" di quanti ne vendano (da agosto questo saldo per noi è negativo per 10 miliardi al mese). Ma anche al fatto che gli stessi operatori di casa nostra vendono più titoli di Stato italiani di quanti ne acquistino (saldo negativo di 31 miliardi per i fondi di investimento e di 15 miliardi per le famiglie), e che facciano l'esatto contrario con i titoli esteri (questo saldo è positivo di 31 miliardi solo per le nostre banche). Dunque, c'è una chiara tendenza alla fuga di capitali dal Belpaese.

 

Visco ricorda che prima della recessione del 2008 il nostro debito pubblico era pari a 100 punti percentuali di Pil. Oggi siamo a 132-133 punti. "La grande crisi si è abbattuta su di noi come un treno, ma noi ci siamo fatti trovare impreparati ". E ricorda di aver detto già nel 2003 che "l'Italia era in declino", e che dal '96/'97, con la moneta unica, o si fanno investimenti, o le imprese cambiano e aumenta la produttività, o il cambio reale può solo apprezzarsi, con effetti dirompenti sulla competitività. E così è stato, purtroppo. E anche questo ha contribuito ad aprire un'altra ferita: le banche. "Una decina di istituti " sono in difficoltà: i quattro "in risoluzione" (Etruria, Marche, Ferrara e Chieti), i due veneti (Popolare Vicenza e Veneto Banca), Mps e alcuni minori (Carige, Cesena, Rimini, San Miniato).

 

I problemi ci sono, dice Visco, ma "li stiamo gestendo". Tra le prime 14 "banche significative ", vigilate dalla Bce, non esistono criticità (nemmeno per Unicredit, che ha solo bisogno di un aumento di capitale). Tra le 462 "banche meno significative", vigilate da Via Nazionale, "il coefficiente relativo al patrimonio di migliore qualità è cresciuto dall'11,8 al 15,5%", e il "tasso di copertura delle esposizioni deteriorate è passato dal 28,2 al 43,6%". Nel primo semestre, "il flusso di nuovi crediti deteriorati è tornato ai livelli del 2008, intorno al 3%". Per quanto lieve, un miglioramento c'è. Ma è evivente che anche su questo fronte non possiamo permetterci "passi falsi", legati a un Sì o un No al referendum. La Banca d'Italia non vota. I mercati non votano. E il 4 dicembre non è la fine del mondo, né l'inizio del nuovo mondo. Perché "le riforme devono proseguire", chiunque ne sia l'alfiere. È l'unico endorsement possibile, per l'economia. Tutto il resto è politica. LR 14

 

 

 

Le Acli della Svizzera per il Sì alla Riforma costituzionale italiana

 

“Acli impegnate affinché i cittadini italiani, in Italia e all’estero, possano esercitare liberamente e con consapevolezza il loro diritto di voto, non astenendosi o rifugiandosi nel non voto”

 

ZURIGO/LUGANO – Le Acli della Svizzera hanno, si legge in una nota , “seguito con grande attenzione l’iter che ha portato il Parlamento italiano all’approvazione della Riforma costituzionale e alla successiva indizione del Referendum confermativo del prossimo 4 dicembre, che coinvolgerà anche le centinaia di migliaia di cittadini italiani residenti nella Confederazione”.

La nota prosegue: “Nelle ultime settimane le Acli hanno promosso in alcune città svizzere e in alcuni suoi circoli un considerevole numero di dibattiti sulla Costituzione italiana, spesso in collaborazione con altre associazioni regionali dell’emigrazione o istituzioni di rappresentanza della collettività italiana all’estero come i Comites (Comitati degli italiani all’estero).

Il Referendum confermativo pone l’Italia di fronte a un cambiamento rilevante e risponde a una domanda diffusa con elementi di novità pur se con alcuni aspetti problematici. Di qui la nostra scelta, in piena sintonia con la sede centrale delle Acli, di promuovere momenti d’informazione e di discernimento.

Il mondo cambia e anche le istituzioni possono e devono cambiare. Sappiamo che senza un'adeguata manutenzione istituzionale la politica si trasforma in antipolitica. Per questo riteniamo opportuno che si riformi l'assetto istituzionale, anche se, forse, la forte accelerazione in tal senso, così come il persistente e preesistente conflitto tra le classi dirigenti in Italia, non hanno sempre consentito le condivisioni e gli approfondimenti utili e necessari.

Il voto referendario non può e non deve esprimere una valutazione favorevole o contraria sull’operato complessivo del Governo, ma va letto per quello che è: un serio tentativo di sviluppo del dettato costituzionale che potrebbe portare a compimento una lunga transizione iniziata da più di un quarto di secolo e, purtroppo, non ancora conclusa.

Nel complesso la riforma sembra garantire istituzioni più efficienti ed adeguate, indispensabili per il rilancio dell’Italia. La riforma, infatti, oltre a determinare un risparmio per le spese dello Stato – derivante dal taglio dei costi della politica (riduzione del numero di parlamentari, abolizione delle province, soppressione del Cnel) – dovrebbe avere effetti positivi anche sull’economia del Paese proprio in virtù del fatto che le riforme istituzionali (costituzionali, elettorali, regolamentari), unitamente a quelle della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, della scuola, della giustizia, del sistema creditizio e a una razionalizzazione dei rapporti tra poteri locali e potere centrale, rappresentano la premessa indispensabile per un rilancio solido e duraturo dell’Italia. Stabilità politica, governi e organi di rappresentanza più funzionali, procedure legislative meno complesse e tempi di decisione più ristretti, superamento della conflittualità fra Stato centrale, Regioni ed enti locali sono una variabile determinante per rilanciare e rafforzare la crescita del Paese.

Per questo le Acli continueranno ad impegnarsi affinché i cittadini italiani, in Italia e all’estero, possano esercitare liberamente e con consapevolezza - fuori da ogni inutile contrapposizione personalistica e ideologica - il loro diritto di voto, non astenendosi o rifugiandosi nel non voto.

La considerazione finale è che le direttrici di fondo della riforma siano del tutto positive e largamente condivise, che sarà necessario proseguire con una manutenzione costituzionale e che, pertanto, una vittoria del “sì” potrà permettere il proseguimento di una stagione di riforme.

Non possiamo poi ignorare che la riforma costituzionale si accompagna ad altre riforme, a partire da quella elettorale per la quale s’invoca una modifica, dal momento che questa non può limitarsi a garantire una pur necessaria governabilità: lo deve fare coerentemente con l’idea di rappresentanza che intende suggerire, tenendo presente che le sorgenti di tale rappresentanza sono i partiti politici, le organizzazioni della società civile e il territorio, considerando inoltre gli effetti che si generano sull’equilibrio dei 7 poteri. Ma urge anche una riforma degli attori istituzionali della politica: quella dei partiti è una riforma che stenta a definirsi.

Tra queste riforme non dobbiamo dimenticare quella relativa alla rappresentanza delle collettività italiane all’estero, che chiedono di riformulare le leggi di istituzione dei Comites (Comitati degli italiani all’estero), del Cgie (Consiglio Generale degli italiani all’estero), che unitamente alla rappresentanza parlamentare e a quella del Faim (Forum delle Associazioni italiane nel Mondo), rappresentano una fondamentale piattaforma di dialogo con le istituzioni italiane a vari livelli”, concludono le Acli della Svizzera. (Inform 15)

 

 

 

 

Teoria e pratica

 

Senza un lavoro, diritti e doveri si elidono e non rimane nulla per vivere decorosamente nel Bel Paese. In questo 2016, nato male, è difficile azzardare previsioni sul fronte occupazionale. Per noi restano assai poche. Come a scrivere che, per il caso prospettato, non è possibile allineare la “teoria” con la “pratica”. Di fatto, il lavoro non c’è o, meglio, non ci sarebbe per tutti.

 Una mancanza che ci portiamo appresso come un fardello sempre più pesante. In tanto squallore, forse, qualche distinguo è ipotizzabile. Intanto, c’è da tener conto dell’età dell’aspirante ad un’occupazione. Poi, si dovrebbe prendere in esame il tipo di lavoro che il nostro mercato richiede. In ultimo, solo per motivi d’elencazione, resta la prospettiva di chi non ha lavorato mai e di chi il lavoro lo ha perduto. Le due realtà, però, non sono la stessa cosa e, di conseguenza, rispecchiano situazioni assai differenti. Chi non ha mai trovato un’occupazione è, solitamente, un giovane ( età massima 30 anni). Chi lo ha perduto è un adulto; spesso con famiglia e mutuo immobiliare a carico. Insomma, da un lato c’è il giovane che “sopravvive”, dall’altro c’è l’adulto che “soccombe”. Del resto il concetto “vado a vivere da solo”, tanto in voga negli anni ’80, oggi non è neppure presumibile.

 La famiglia, per necessità, si è allargata e i figli preferiscono non rischiare di perdere il sicuro per l’incerto. Oggi sono i pensionati a supportare quelli che sperano di maturare una pensione domani. Lo spazio generazionale si è ampliato come, del resto, la necessità di continuare, ove possibile, l’attività lavorativa. A questo livello, i contrasti politici non hanno pregio e, spesso, costituiscono una delle concause che hanno determinato il decremento occupazionale. La stessa “qualità” del lavoro sarebbe da rivedere. Soprattutto nella sostanza. Da noi il numero dei diplomati e laureati è sempre più elevato. Tanto da farci ipotizzare una sorta di “limbo” per i titolati che, però, non sono in grado di panificare o coltivare un campo. Nel Bel Paese le apparenze, a tutt’oggi, contano di più della sostanza. Ne consegue che la mancanza di lavoro, pur se a differenti livelli, resta una piaga tipicamente nazionale che non ha parametri di paragone col resto dell’UE. Non a caso, sono le maestranze molto specializzate a lasciare la Penisola e le attività intermedie sono occupate da cittadini extracomunitari che hanno saputo utilizzare al meglio quello che il nostro mercato ancora offre.

 Quando, poi, sono i politici a farsi carico del problema, la situazione precipita. Il rapporto tra chi offre lavoro e chi lo chiede non può basarsi unicamente su normative che non tengono conto di un mercato nel quale la concorrenza è tanto più spietata quanto maggiore è il divario tra “richiesta” ed “offerta”. Per investire in futuro servirebbero diversi rapporti tra chi ancora capitalizza e chi non è nelle condizioni di poterlo fare. Tra la teoria e la pratica rimane, come sempre, la politica. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Il referendum punto di svolta anche per il Pd

 

La Leopolda7 che Renzi ha chiuso domenica dovrà aspettare ancora un mese per essere veramente conclusa. È alla data del referendum costituzionale che il segretario-premier ha rimandato gli italiani e il mondo della politica per chiudere il cerchio che si è aperto alla prima Leopolda con lo slogan della rottamazione. Ieri se ne è avuto un assaggio: Renzi non ha fatto nulla per arginare le urla da stadio rivolte contro la sinistra di Bersani e D'Alema, anzi gli attacchi più feroci del segretario non sono stati contro la destra da Berlusconi a Salvini passando per Grillo, ma contro la vecchia Ditta degli ex segretari che "in vent'anni non sono stati capaci di fare una riforma" e vogliono solo "tornare al potere". Renzi è tornato a personalizzare la guerra del 4 dicembre, dopo aver ammesso che una eccessiva personalizzazione era stato un errore (di cui secondo i sondaggi Renzi sta ancora pagando il prezzo). E anche se dovesse vincere il No Renzi annuncia fin da adesso che manderebbe il Paese al voto anticipato, scartando così l'idea di rimanere comunque con il rischio di una presidenza indebolita. Renzi gioca la partita che preferisce, l'unica che lo ha portato al vertice: quella della sfida, della scommessa e della battaglia in campo aperto. Il 4 dicembre il premier si gioca il futuro. Ma non solo il suo, anche quello del Pd. Sia che vinca o che perda, la sensazione è che il partito democratico uscirà completamente diverso dal referendum. O sempre più il PdR, il partito di Renzi come lo chiama Diamanti. Un partito che guarda esplicitamente anche ai settori moderati della società, o un partito che ritrova il suo vecchio gruppo dirigente con tutti i i suoi difetti di origine. Dopo il voto si vedrà se regge l'accordo per modificare l'Italicum che ha avuto anche il via libera di Cuperlo. Se i cinque punti arriveranno in Parlamento così come li ha voluti anche la sinistra di Cuperlo come farà Bersani a dire di no? Intanto dal fronte economico arrivano buone notizie per il capo del governo, soprattutto in materia di sgravi fiscali sia per le famiglie che per le imprese. E per la prima volta l'Istat si mostra più ottimista sulla possibilità di raggiungere l'aumento dell'1 per cento di Pil. GIANLUCA LUZI,  LR 7

 

 

 

 

Referendum Costituzionale. Le ragioni del Sì

 

ROMA - La conferma della circoscrizione Estero

Il confronto delle idee è sempre positivo: è il mantra di questi giorni di dibattiti e analisi referendarie. Eppure i toni, in alcuni momenti, sono stati alti, talvolta demagogici e poco rispettosi dell’esigenza primaria di informare.

Da più parti è stata rilevata l’assenza dal nuovo Senato degli eletti all’estero. Coincidenza vuole che a rilevarla siano state forze politiche che, durante il dibattito parlamentare, durato due anni, hanno presentato emendamenti soppressivi della circoscrizione Estero. Oggi ogni argomento è buono per opporsi al Sì, domani magari tutti i mezzi saranno buoni per cancellare la circoscrizione Estero.

Eppure dovrebbe apparire chiaro a tutti che il nuovo “Senato dei territori” afferma un principio di “vicinanza oggettiva” alle persone. Un’esigenza di dialogo costante con i cittadini per garantire che, sia nel procedimento bicamerale che in quello monocamerale, si avverta il contributo che arriva dai territori, dalla gente che risente quotidianamente le scelte fatte dal Parlamento. La circoscrizione Estero, invece, è sorretta da un’altra logica perché si fonda su un principio di rappresentanza complessiva dei cittadini italiani nel mondo. 

La riforma costituzionale che si propone è coerente con questa esigenza di rappresentanza generale. E’ positivo aver mantenuto inalterato il principio della circoscrizione Estero con 12 deputati eletti direttamente nella Camera dei Deputati, dove si forma il Governo con il voto di fiducia e dove si votano le leggi di bilancio.

Le questioni di legittimità costituzionale

Altro importante aspetto sollevato dagli oppositori al Sì riguarda la legittimità costituzionale. Eppure, il processo di revisione costituzionale, durato due anni, ha seguito e rispettato l’art. 138 della Carta, che detta le procedure da seguire per riformare la Costituzione. Sulla legittimità costituzionale, dunque, non possono esservi dubbi. Chi ne contesta la legittimità pensa ad una Costituzione sostanzialmente immutabile, marmorea.

Un ulteriore elemento di riflessione ci viene da chi evoca i nomi di costituzionalisti che si oppongono al Sì. Eppure, il fronte del Sì conta sul sostegno di 184 tra costituzionalisti, giuristi e docenti universitari, tra cui Stefano Ceccanti, Francesco Clementi, Salvatore Vassallo, Roberto Bin, Stefano Pizzorno, Angelo Panebianco, Franco Bassanini e Tiziano Treu. Tutti hanno firmato l’appello per il Sì.

Un altro appunto è legato alla legittimità politica di un disegno di legge presentato dal Governo. Perché ciò sia possibile e addirittura opportuno ci sono ragioni costituzionali e di ordine pratico. In questo caso un testo unificato poteva nascere solo mettendo insieme oltre 50 diverse proposte di riforma depositate al Senato, fissando elementi solidi per una riforma condivisa e facendo camminare speditamente il progetto. Il Governo ha accettato questa sfida ed è riuscito a raggiungere questo obiettivo.

Gli appelli presidenziali e i precedenti

Questa iniziativa, poi, - nessuno lo dimentichi - deriva dai voti di fiducia sia al governo Letta che al governo Renzi, quando sono stati presi impegni programmatici di riforma, considerati addirittura dirimenti per la vita degli stessi esecutivi. Abbiamo vissuto in diretta, inoltre, dopo le elezioni politiche del 2013, la nomina di due gruppi di esperti, i “saggi”, da parte del Presidente uscente Napolitano. Ancora non si spengono le parole di Napolitano nel discorso del 22 aprile 2013, in occasione della sua rielezione a Presidente della Repubblica, mirate ad un forte richiamo all’impegno sulla riforma costituzionale. Un richiamo alle riforme ribadito dallo stesso Mattarella nel discorso di insediamento come nuovo Presidente della Repubblica.

D’altro canto, non mancano i precedenti sul piano degli interventi governativi sulle riforme: il 18 marzo 1999 il Presidente del Consiglio dei Ministri D’Alema, già Presidente della Commissione bicamerale, presentò al Parlamento una nuova proposta di legge costituzionale dal titolo: “Ordinamento federale della Repubblica”, che poi sfociò nella legge costituzionale n. 3 del 2001. La legge costituzionale n. 1 del 2003, di modifica dell’art. 51 Cost., fu approvata sulla base di una iniziativa legislativa del Governo Berlusconi. La riforma costituzionale approvata dal Parlamento nel 2005 e respinta nel referendum del 2006 intervenne sulla base di una proposta di legge governativa del Governo Berlusconi. La legge costituzionale n. 1 del 2012, sulla introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, si basò su di una iniziativa legislativa presentata dal Governo Berlusconi. La strana coppia D’Alema-Berlusconi, insomma, si ripresenta spesso nella storia della Repubblica. 

Quindi legittimità costituzionale e piena legittimità politica del Governo. Il Parlamento della XVII legislatura, a sua volta, è stato pienamente coinvolto con sei letture (tre alla Camera e tre al Senato) e sei approvazioni. Siamo oggi, così, di fronte ad una legge dello Stato compiuta in tutti i suoi passaggi, che ha bisogno di un voto popolare solo per essere promulgata.

Interessante notare che gli oppositori del Sì non sono riusciti a raggiungere le 500mila firme necessarie per il referendum, mentre i sostenitori del Sì, per mantenere l’impegno politico assunto con il popolo italiano, hanno raccolto sia le firme dei parlamentari che le 600mila firme utili per il referendum. Questa consultazione elettorale, insomma, si svolge oggi grazie al Sì. 

La macchina propagandistica degli oppositori al Sì si nutre di tentativi di delegittimazione partendo dalla legge elettorale su cui si è pronunciata la Corte Costituzionale. Tacendo il fatto che la sentenza non solo garantisce la piena continuità del Parlamento ma dichiara incostituzionali solo determinati aspetti della legge elettorale. Questo Parlamento, in sostanza, ha tutte le carte in regola per andare avanti nell’azione riformatrice.

Il superamento del bicameralismo paritario

Il vero merito della riforma è quello di aver provveduto al superamento dell’anacronistico bicameralismo paritario e perfetto, ovvero simmetrico, riducendo le funzioni del Senato secondo un modello di rappresentanza legato alle istituzioni territoriali. Si tratta di una scelta che prende come punto di riferimento i sistemi di Stati sia membri dell’Unione europea che non. Un esempio ricorrente è quello dell’Australia, dove il superamento del bicameralismo perfetto è in essere da moltissimi anni.

Il superamento del bicameralismo perfetto e paritario rafforza il rapporto fiduciario fra Governo e Parlamento, che rimarrà in capo alla sola Camera dei deputati. I procedimenti legislativi diventano due:

Bicamerale: Camera e Senato approvano i testi su basi paritarie solo per il 5% circa dei provvedimenti, tra cui le leggi costituzionali e di revisione costituzionale, le leggi che disciplinano i profili fondamentali di Comuni e Città metropolitane, la partecipazione all’Unione europea, alcune leggi che tratteggiano le caratteristiche fondamentali dei rapporti tra Stato e Regioni

Monocamerale: prevalenza della Camera con possibilità di intervento del Senato su tutte le leggi. La Camera ha l'ultima parola e il provvedimento si chiude in 10 giorni o massimo 40 (oggi siamo ad una media di 274!).

Il risparmio sui costi delle istituzioni

Il nuovo Senato della Repubblica è composto da 74 Consiglieri regionali e 21 Sindaci: complessivamente novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali, ai quali si aggiungono cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. Il testo specifica che i senatori dovranno essere eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. 

Nell’accordo politico interno al PD, conseguito da Gianni Cuperlo dopo una fase di discussione con la maggioranza, oltre alle modifiche alla legge elettorale (Italicum), è stata trovata un’intesa anche sulle modalità di indicazione dei consiglieri regionali. Quindi al momento del rinnovo dei Consigli regionali, con il loro voto, i cittadini avranno non solo la responsabilità di eleggere i propri rappresentanti locali, ma anche di indicare chi tra questi debba rappresentare il proprio territorio a livello nazionale. Senza alcun compenso aggiuntivo.

Gli effetti pratici sono: riduzione del numero di Senatori da 315 a 100; risparmio diretto di 315 indennità, pari a 50 milioni di euro ogni anno. Vi sono, inoltre, il limite alle remunerazioni dei Consiglieri regionali, l’eliminazione dei rimborsi elettorali ai Gruppi consiliari e la definizione di costi standard per le Regioni. Un ulteriore risparmio viene dall’abolizione del CNEL.

La riforma chiarirà e semplificherà il rapporto tra Stato e Regioni. 

I rapporti tra Stato e Regioni

Con questa riforma costituzionale torna la potestà legislativa esclusiva dello Stato su determinate materie. L’art. 117, così come era stato riformulato dalla legge Cost. n. 3 del 2001, è stato ampiamente riscritto, sia nella logica di fondo che lo ispirava, sia nelle testuali attribuzioni di competenze. 

Come è stato osservato da molti studiosi di diritto costituzionale, compresi alcuni oppositori a tale riforma, si tratta di una riscrittura che ha seguito in larghissima misura le indicazioni date in questi quindici anni dalla giurisprudenza della Corte costituzionale. Essa, infatti, ha ampiamente limato la teoricamente estesa sfera di materie di competenza regionale, reintroducendo sostanzialmente una clausola di tutela dell’interesse nazionale. Con l’eliminazione delle cosiddette “competenze concorrenti”, ogni livello di governo avrà le proprie funzioni legislative. Si eviterà finalmente la confusione e la conflittualità tra Stato e Regioni che ha ingolfato negli ultimi 15 anni il lavoro della Corte costituzionale. 

Una democrazia partecipativa

La democrazia non si riduce solo al momento del voto, ma è un insieme di strumenti nelle mani dei cittadini per esprimere idee, proposte e bisogni. Con la riforma, la democrazia italiana diverrà autenticamente partecipativa: il Parlamento avrà l’obbligo di discutere e deliberare sui disegni di legge di iniziativa popolare proposti da 150mila elettori; saranno introdotti i referendum propositivi e d’indirizzo; per i referendum abrogativi rimane invariato il quorum delle cinquecentomila firme ma si abbassa se richiesti da ottocentomila elettori: non sarà più necessario il superamento del 50 per cento degli aventi diritto, ma sarà sufficiente la metà più uno dei votanti alle precedenti elezioni politiche.

Il Presidente della Repubblica continuerà ad essere eletto da entrambi i rami del Parlamento, riuniti in “seduta comune”. La Costituzione riformata, come quella attuale, prevede che per le prime tre votazioni il Presidente debba essere eletto dai 2/3 del Parlamento in seduta comune – dunque 487 voti. La riforma prevede invece che dal quarto al sesto scrutinio il quorum necessario sia i 3/5 dei voti degli aventi diritto – 438 voti -, dal settimo scrutinio in poi i 3/5 dei votanti effettivi e non dei componenti. La riforma, come si vede, aumenta il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica. 

Nonostante la presenza femminile nelle istituzioni nazionali ed europee sia progressivamente aumentata, la quota delle donne in politica nel nostro Paese deve ancora essere rafforzata. Oggi, nel nostro Parlamento, le donne rappresentano circa un terzo dei componenti delle due Assemblee: il 31%. Un dato superiore al 22% della precedente legislatura, ma comunque inferiore ad altre democrazie occidentali. Le modifiche della riforma costituzionale in materia di parità di genere, perseguono questo obiettivo, nello specifico all’art. 55 (“Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza) e all’art. 122, nel quale si dice che sarà la legislazione statale a definire i principi fondamentali per garantire, anche a livello regionale, l’equilibrio di rappresentanza di genere.

Una novità assoluta della riforma costituzionale è stata l’introduzione di un esplicito riferimento testuale, a livello costituzionale, alla tutela delle opposizioni all’interno delle aule parlamentari. Lo Statuto delle opposizioni per un verso trova giustificazione nell’esigenza di conferire dignità costituzionale alla tutela delle opposizioni in Parlamento; per l’altro, nella necessità di individuare il fondamento positivo di un contrappeso politico-istituzionale al ruolo del Governo in Parlamento. Un ruolo rafforzato dalla riforma tanto nelle dinamiche del rapporto fiduciario, del quale rimane titolare la sola Camera dei deputati, quanto nell’ambito del processo legislativo. Su quest’ultimo versante, infatti, la riforma segna il passaggio dal bicameralismo paritario ad un sostanziale «bicameralismo asimmetrico a prevalenza della Camera», in cui spetterà a questa pronunciarsi in via definitiva sulla maggior parte delle tipologie di leggi, per le quali si prevedono procedimenti legislativi differenziati.

Il Governo, inoltre, vedrà rafforzata, attraverso il nuovo istituto del cd. “voto a data certa”, la sua capacità di indurre la futura Camera dei deputati a conformare la gran parte della sua attività legislativa al programma di governo.

La previsione, inoltre, di una specifica differenziazione tra diritti delle minoranze e statuto delle opposizioni, conseguente, nella ratio della riforma, alla diversa legittimazione dei due rami del Parlamento è in sostanziale continuità rispetto ad alcuni recenti tentativi di revisione della Parte seconda della Costituzione esperiti nell’ultimo ventennio.

Marco Fedi, Deputato eletto all’estero per il Pd (de.it.press)

 

 

 

 

"La riforma costituzionale abbatte la burocrazia, non la democrazia"

 

"La riforma costituzionale segnerà una svolta per il Paese, rendendo finalmente realtà quanto auspicato per decenni da diverse forze partitiche. Si renderà meno burocratico il processo legislativo, cioè il modo con cui lo Stato prende delle decisioni. L'Italia diventerà  un paese più governabile. Il che non significa che avremo un uomo solo al comando. La riforma non tocca minimamente né i poteri del Capo del Governo, né quelli del Presidente della Repubblica.

 

I sostenitori del fronte del No spesso fanno strumentalmente confusione tra la riforma costituzionale e la Legge elettorale. Si tratta di due cose completamente diverse. Noi siamo chiamati a votare solo ed esclusivamente sulla riforma della Costituzione, che non tocca per niente la legge elettorale. L'Italicum è un'altra cosa. È una legge ordinaria, già approvata in Parlamento. Nella quale tra l'altro è previsto qualcosa di positivo per noi che viviamo fuori dai confini. Infatti, grazie alla volontà politica del Pd, abbiamo introdotto il voto per corrispondenza anche per gli italiani temporaneamente all'estero. Non è escluso che prossimamente si modifichi la legge elettorale, ma in modo del tutto indipendente dal referendum.

 

Dal fronte del No si polemizza anche sul fatto che i voti degli italiani all'estero non concorreranno al calcolo del premio di maggioranza. Ma già con il Porcellum era così: anche con la legge elettorale Porcellum  i 12 seggi assegnati dalla Circoscrizione estero alla Camera dei Deputati non contribuivano a fare scattare il premio di maggioranza. Il motivo consiste nel fatto che il sistema elettorale con cui si eleggono i parlamentari dall'estero è diverso da quello con cui si eleggono i parlamentari nazionali e dunque non è fattibile concorrere al conteggio del premio di maggioranza." Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del Pd alla Camera, intervenendo a Montegnée insieme al Presidente del Gruppo Socialista e Democratico al Parlamento Europeo, Gianni Pittella e alla coordinatrice dei Comitati per il sì in Europa, Maria Grazia Troiano. Nel corso della iniziativa la deputata ha calorosamente ringraziato i promotori della serata, Santina Murru e Domenico Bontempi, per la numerosa partecipazione di connazionali mobilitati dalla Uim di Liegi. De.it.press 16

 

 

 

 

Caduta libera frenata: nel 2015 gli italiani hanno ripreso a sposarsi. E il 2016 promette davvero bene

 

L’Istat ha fatto sapere che nel 2015 i matrimoni sono stati 194. 377, circa 4600 in più rispetto all’anno precedente. E non soltanto per l’incremento delle seconde nozze, conseguenza dell’aumento dei divorzi; crescono infatti di quasi 2.000 unità anche i primi matrimoni. Aumenta lievemente (circa il 2%) persino l’indice che misura la propensione alle prime nozze. L’aumento di coloro che decidono si sposarsi (nonostante tutto, verrebbe da dire) è in sé un dato socialmente positivo e forse potrebbe aiutare a comprendere che matrimonio e famiglia non sono fissazioni dei cattolici e meriterebbero un sostegno politico-economico adeguato ai problemi in campo

Diciamolo francamente: nessuno fino ad ora avrebbe scommesso un euro – ormai si scommette su tutto – sull’aumento dei matrimoni in Italia. Dal 2008 al 2014 le nozze sono diminuite al ritmo di quasi 10mila all’anno e la tendenza pareva inarrestabile. “Non si sposa più nessuno, vanno tutti a convivere”: frasi come questa sono diventate così frequenti e fataliste da rivaleggiare nei discorsi di circostanza con la fine delle mezze stagioni. Invece oggi l’Istat ha fatto sapere che nel 2015 i matrimoni sono stati 194. 377, circa 4600 in più rispetto all’anno precedente. E non soltanto per l’incremento delle seconde nozze, conseguenza dell’aumento dei divorzi; crescono infatti di quasi 2.000 unità anche i primi matrimoni. Aumenta lievemente (circa il 2%) persino l’indice che misura la propensione alle prime nozze.

L’Istituto di statistica invita alla prudenza, sostiene che è troppo poco per parlare di ripresa. La diminuzione dei matrimoni è in atto da oltre quarant’anni e ci sono dei fattori strutturali, come la riduzione della popolazione in particolare nelle fasce d’età più interessate, che spingono fortemente in direzione negativa. L’Istituto avanza anche l’ipotesi che l’aumento sia in una certa misura “attribuibile al ‘recupero’ di parte della consistente posticipazione delle nozze messa in atto negli ultimi anni, forse anche condizionata dal prolungarsi della crisi economica”. Lo stesso Istat, tuttavia, osserva che

la crescita sembra proseguire e rafforzarsi anche nel 2016, in quanto i dati provvisori riferiti ai primi sei mesi di quest’anno mostrano 3.645 matrimoni in più rispetto allo stesso periodo del 2015.

Insomma, è giusto evitare entusiasmi ingenui quando si ha a che fare con questioni estremamente complesse, tanto più che la realtà è sempre più ricca e imprevedibile della pur preziosa rappresentazione statistica. Che oggi però si trova a registrare un dato che le serie storiche non autorizzavano in alcun modo a immaginare: una sorpresa positiva su cui bisognerà riflettere, senza frettolose archiviazioni.

Nessuna sorpresa, invece, dall’aumento dei matrimoni civili, che sono stati l’8% in più a confronto con il 2014 e rappresentano il 45,3 del totale. Gran parte di questo aumento è dovuto alle seconde nozze, ma cresce anche il numero di coloro che decidono di sposarsi direttamente con il rito civile: dal 20% del 2008 si è passati al 30% del 2015. Una tendenza che si conferma e deve interpellare in modo particolare la comunità cristiana. Resta il fatto che l’aumento di coloro che decidono si sposarsi (nonostante tutto, verrebbe da dire) è in sé un dato socialmente positivo e forse potrebbe aiutare a comprendere che matrimonio e famiglia non sono fissazioni dei cattolici e meriterebbero un sostegno politico-economico adeguato ai problemi in campo.

Nel rapporto dell’Istat c’è anche un rovescio della medaglia: l’impennata del numero dei divorzi, che sono stati 82.469, ben il 57% in più del 2014. Qui le cause sono evidenti: l’entrata in vigore della legge sul cosiddetto “divorzio breve” e, forse ancor più, di quella che consente di rivolgersi direttamente all’ufficiale dello stato civile, semplificando all’osso le procedure e abbattendo radicalmente i costi rispetto al tribunale. Ne avevamo scritto lo scorso aprile e in quel momento il boom non era stato ancora rilevato dalle statistiche, che ne danno conto ora. L’effetto combinato dei due provvedimenti ha fatto sì che siano stati anticipati al 2015 una gran parte di quei divorzi che con la vecchia normativa avrebbero visto decorrere i termini non prima del 2016. L’Istat lo definisce un effetto “di cadenza” e avverte che si farà sentire probabilmente anche nei prossimi anni. Ma l’aumento molto contenuto del numero delle separazioni (+2.7%) secondo l’Istituto di statistica rivela che la propensione allo scioglimento dei matrimoni è sostanzialmente in linea con la tendenza in atto da decenni. Stefano De Martis

Sir 14

 

 

 

 

 

L’insistenza delle critiche al voto all’estero provenienti dallo schieramento del no

 

ROMA - Noi cittadini italiani all’estero ci accingiamo a votare per il referendum sulla riforma della seconda parte della Costituzione mentre sugli organi di informazione, sui social network e nelle dichiarazioni di esponenti politici e di rappresentanti del No si sviluppa un’insistente campagna di delegittimazione del voto all’estero”.  Lo affermano in una nota congiunta i deputati Pd della circoscrizione Estero Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi.  

Secondo i deputati la prima risposta da dare a queste polemiche è quella di dimostrare, sul campo, che centinaia di migliaia di persone stanno esprimendo un voto personale perché coscienti che il voto è la prerogativa essenziale dei loro diritti e doveri di cittadini. “Nello stesso tempo, - prosegue la nota - centinaia di pubblici ufficiali sono impegnati ad operare e a vigilare perché tutte le operazioni si svolgano nel pieno rispetto delle leggi in vigore e altrettanti, sotto il controllo e la guida dei magistrati della Corte d’Appello di Roma, scrutineranno le schede con lo stesso scrupolo e obiettività che nel passato hanno consentito di eliminare irregolarità e circoscritti tentativi di contraffazione. L’informazione istituzionale e quella mediata attraverso i più moderni canali di comunicazione hanno offerto, crediamo, elementi sufficienti per maturare una convinzione nel merito delle scelte compiute dalla riforma, elaborata nel corso di due anni di lavoro e di confronto e passata per sei volte al vaglio del Parlamento”.

“Il nostro appello – continuano Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi che imputano al fronte del no di chiamare in causa questioni che non hanno nulla a che fare con la riforma come ad esempio la durata del Governo - è quello di guardare all’essenziale: siamo chiamati a decidere, dopo trent’anni di attesa e di tentativi frustrati, dell’assetto istituzionale dell’Italia per i prossimi decenni. Questa è la vera posta in palio.  Per quanto ci riguarda, siamo convinti che la riforma, al netto di imperfezioni che qualsiasi operazione di tale complessità può avere, consenta di semplificare i processi normativi, dare certezza all’azione di governo, diminuire il pletorico numero dei parlamentari e rendere più bassi e sobri i costi della rappresentanza. Per quanto ci riguarda come italiani all’estero, essa contiene una conferma e una nuova legittimazione della circoscrizione Estero, che la stessa Costituzione considera lo strumento per dare effettività al diritto di voto di milioni di cittadini la cui peculiarità è di risiedere oltre i confini nazionali, dando loro anche una rappresentanza in Parlamento. L’accusa di avere ‘tagliato’ i sei senatori è pretestuosa perché in realtà è stato superato il vecchio Senato e sostituito da una Camera di rappresentanza dei territori regionali, come definiti dalla stessa Costituzione, dei quali è impensabile possano far parte territori appartenenti ad altri Stati sovrani. Il problema dei rapporti degli italiani all’estero è certamente molto serio, ma va affrontato ormai nella riforma complessiva della rappresentanza e rafforzando in ogni singola regione gli organismi di partecipazione dei vecchi e nuovi emigrati”.

  Per i sei deputati l’insistenza delle critiche al voto all’estero, provenienti dallo schieramento del no, fanno pensare ad un nuovo attacco generalizzato alla partecipazione democratica dei cittadini all’estero che vengono considerati come un corpo estraneo. “Il sistema di voto – precisano in proposito Farina, Fedi, Garavini,  La Marca, Porta e Tacconi - va certamente riformato, noi stessi siamo stati gli unici ad avere presentato da anni proposte di legge in tal senso. Una cosa, però, è riformare e migliorare, altra cosa è cancellare. Come cittadini italiani all’estero abbiamo, dunque, una responsabilità in più. Quella di difendere le condizioni affinché un fondamentale diritto di cittadinanza possa essere esercitato. Per la Costituzione, in queste settimane tanto sbandierata a sproposito, tra i cittadini non possono esservi differenze di alcun genere. In più, l’Italia, per la sua presenza attiva nel mondo e per il suo futuro, ha bisogno dell’apporto di milioni di persone che, da italiani, vivono attivamente e spesso da protagonisti in altri importanti contesti internazionali”. (Inform 17)

 

 

 

 

Apparenze

 

I mesi che ci siamo lasciati alle spalle dovrebbero rappresentare un severo monito a tutti i politici. Intanto, i problemi d’Italia, vecchi e nuovi, sono rimasti tutti. Intanto, la crisi nazionale continua imperterrita a mietere “vittime” e sempre sulla stessa “sponda”. Del resto, la Legge di Stabilità 2017, in via d’attuazione, non smentisce le nostre tesi. I ricchi di ieri, saranno ancora i ricchi di domani. La classe media è sparita e la povertà è salita di un altro gradino. Intanto, l’Esecutivo non demorde e il potere legislativo accusa il colpo.  Intanto, è scattata la campagna referendaria.

Certo è che guardare al nostro futuro appare difficile e non privo d’interrogativi proprio sul fronte dell’economia. Se la politica avesse assunto un’identità più seria e definita, non saremmo a questo punto. Anche perché la crisi continuerà a mietere i redditi da lavoro dipendente e da vitalizio. La vecchiaia, almeno per molti, non sarà garantita. Ammalarsi potrebbe costare la vita. Con i “tagli” a tutti e su tutto, la Penisola procede nel suo Calvario. Quale alleanza guiderà, dopo, il Bel Paese? Riusciremo dal tunnel che, ora, sembra senza fine? Gli interrogativi che ci poniamo sono quelli che si pongono tutti.

 Sarà il contraddittorio tra gli uomini in “corsa” a determinare dove si andrà a finire il sistema. Non sappiamo quale potrà essere l’Italia politica di questa Repubblica. Manca la fiducia in un domani che continua a dipendere da un oggi che è il seguito di un ieri ancora peggiore. Come a scrivere che la logica del “dopo” potrebbe essere peggio di quella del “prima.”La disgregazione di un sistema senza solide fondamenta ha favorito la speculazione e nella crisi non tutti, ne siamo certi, ci hanno rimesso. Gli italiani non sono degli illusi e la speranza, anche se l’ultima a morire, non potrà essere “eterna”. Ci aspettano ancora anni difficili.

 L’importante sarebbe, almeno, trovare soluzioni amministrative che tengano conto di tante necessità territoriali. Nel prossimo anno, almeno a nostro avviso, ci sarà una verifica assai più mirata che quella portata avanti dall’autunno dello scorso anno. Ogni alterazione potrebbe pesare sulle spalle di un Popolo che avrebbe meritato di meglio. Quando non si riesce più a convincere neppure se stessi, allora il sistema è più vicino al collasso. La prossima Legislatura, indipendentemente dai risultati referendari, non potrà recuperare ciò che abbiamo perduto. Quello che abbiamo dato, non ci sarà mai restituito.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La Ue divisa sulla manovra italiana. Europopolari contro eurosocialisti

 

Pressing del nostro governo per il via libera alla legge di bilancio con uno sforamento del deficit a compensazione delle maggiori spese per migranti e terremoto - di Ivo Caizzi, inviato a Bruxelles

 

L’Italia punta a vedere approvata la manovra di bilancio 2017 con pieno riconoscimento da parte della Commissione europea delle spese eccezionali per l’emergenza migranti e il terremoto, che compenserebbero l’alto rischio di sfondamento dei vincoli Ue di deficit e di debito. Lo hanno anticipato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il sottosegretario per le Politiche comuntarie Sandro Gozi, impegnatisi a Bruxelles in un intenso pressing alla vigilia della valutazione dell’istituzione presieduta dal lussemburghese Jean-Claude Juncker, che ha fatto sapere di non aver ancora preso la decisione sull’Italia programmata il 16 novembre nell’ambito del “Semestre europeo”.

Le distanze

Fonti interne alla Commissione europea confermano il permanere di nette distanze tra i commissari filo-Berlino e alcuni mediterranei sul rispetto dei vincoli di bilancio e sulle misure di austerità, che rendono complicato definire i dettagli del da tempo atteso «compromesso temporaneo» di rinvio a dopo il referendum del 4 dicembre prossimo (replicando quanto avvenuto per le ultime elezioni in Spagna e l’anno scorso anche con l’Italia) per evitare possibili interferenze nella politica interna. «Non ci aspettiamo particolari rigidità o flessibilità, ma semplicemente il riconoscimento delle nostre buone ragioni», ha affermato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sulle spese eccezionali per migranti e terremoto. Gentiloni ha incontrato a Bruxelles gli eurodeputati italiani e i più autorevoli eurosocialisti delle istituzioni Ue, il presidente tedesco dell’Europarlamento Martin Schulz e il primo vicepresidente della Commissione europea, l’olandese Frans Timmermans, per ricordare gli aggravi di bilancio subiti dall’Italia lasciata sola dall’Europa a fronteggiare l’emergenza nel Mediterraneo.

La minaccia di veto

Gozi ha detto che il governo Renzi si aspetta «una posizione ampiamente favorevole da parte della Commissione sulla legge di bilancio 2017» perché «risponde alle esigenze degli italiani». Il sottosegretario ha contemporaneamente minacciato il veto dell’Italia nella revisione di medio termine del bilancio Ue (per cui è necessaria l’unanimità). In pratica ha continuato l’attacco di Renzi alla Germania e agli altri Paesi del Nord, che vorrebbero far prevalere la linea dell’austerità nei bilanci nazionali come nelle spese comunitarie. Gozi ha elencato le maggiori uscite di fondi Ue irrinunciabili per Roma: «Immigrazione, sicurezza, risorse europee per la disoccupazione giovanile ed Erasmus, niente tagli al programma Horizon 2000 e flessibilità del bilancio europeo per una maggiore capacità di reagire alla crisi».

Il nodo della flessibilità

Proprio sulla flessibilità si sviluppa la divisione interna alla Commissione sulla manovra 2017 dell’Italia. Il fronte filo-Berlino, guidato da europopolari come il lettone Valdis Dombrovskis, il finlandese Jirky Katainen e il tedesco Gunther Oettinger, si confronta con quello di eurosocialisti come il francese Pierre Moscovici e Federica Mogherini. L’europopolare Juncker è da sempre vicino alla Germania, ma si contiene perché ha bisogno degli eurosocialisti per restare presidente. Timmermans è eurosocialista, ma la pensa come a Berlino per le politiche di bilancio.

L’ipotesi di rinvio

Finora i lavori preparatori degli euroburocrati della Dg Ecfin, espressi nelle Previsioni economiche d’autunno, hanno evidenziato una manovra 2017 dell’Italia con alti rischi di sfondamenti dei vincoli Ue di deficit e debito, insieme a varie criticità (crescita più debole della media dell’eurozona, introiti una tantum incerti, spese eccezionali eccessive, ecc.) in termini comprensivi per l’imminenza del referendum. Ma gli euroburocrati capi di gabinetto dei commissari avrebbero avuto difficoltà nel concordare nei dettagli perfino la bozza tecnica della proposta di rinvio della valutazione del 16 novembre a dopo il voto del 4 dicembre. Il fronte del Nord considera eccessivo dilazionare fino a maggio (come l’anno scorso) e non intende concedere il via libera intermedio sollecitato dal governo Renzi. In ogni caso la proposta concordata dai commissari è un passaggio del “Semestre europeo”. La fase decisionale si realizza nell’Eurogruppo/Ecofin dei ministri finanziari, che si riuniscono il 5 e 6 dicembre prossimo e probabilmente attenderanno almeno la trattativa informale sull’argomento nel Consiglio dei capi di Stato e di governo del 15 e 16 dicembre prossimi. Quindi rinviando al 2017.  CdS 15

 

 

 

 

Lo spread preoccupa, Renzi blocca il bilancio europeo. Berlusconi scarica Parisi

 

Come aveva annunciato nelle scorse settimane Renzi continua a fare la voce grossa con la Commissione europea. Sulla scia del nuovo atteggiamento "antieuropeo" assunto in vista del referendum costituzionale, Renzi ha deciso di bloccare il bilancio europeo. Il motivo sarebbe la scarsita di risorse per il terremoto e i migranti. Eppure, nel momento in cui scatena una offensiva cosi pesante, Renzi incassa una promozione con qualche riserva per i conti italiani, ma cosa ancora più importante in prospettiva porta a casa una inversione di tendenza nella politica economica europea che allenta l'austerità in favore di una politica più espansiva.

Mentre lo spread preoccupa per il livello raggiunto (ieri 180) è una buona notizia per il premier che può portare a Bruxelles una buona performance sulla crescita. Nel trimestre il Pil è cresciuto dello 0,3 per cento, in linea con le previsioni del governo e smentendo le previsioni molto più pessimistiche di alcuni istituti. È vero che alcuni analisti prevedono un leggero calo alla fine dell'anno, ma la crescita acquisita dell'anno si porta allo 0,8 per cento. Da notare che la performance italiana è migliore del risultato della Germania che è al di sotto delle attese. Tutto questo fa dire al premier che la crescita è merito delle riforme, mentre la mancanza di riforme produce la stagnazione. Un modo per dire che il 4 dicembre si gioca non solo il futuro del premier ma anche il futuro dell'economia italiana che può decollare solo se si portano fino in fondo le riforme. Ma i sondaggi continuano a dare torto al premier, tanto è vero che Berlusconi - forte delle previsioni che vedono il No in testa - ha deciso di tornare in televisione per fare propaganda al No. E intanto l'ex Cavaliere ha definitivamente scaricato Parisi il quale era convinto di averlo come sponsor. Per Berlusconi invece è prioritario non rompere con la Lega di Salvini, senza il quale Forza Italia - sempre più divisa -  non va da nessuna parte. GIANLUCA LUZI, LR 15

 

 

 

Referendum Costituzionale. I deputati del Pd-Estero rispondono al coordinatore della Filef Rodolfo Ricci

 

ROMA – “Rodolfo Ricci continua ad entrare a gamba tesa in una discussione molto delicata che riguarda l’esercizio in loco del diritto di voto degli italiani all’estero. Lo fa da giocatore in campo, beninteso. Perché Associazioni nazionali dell’emigrazione e Patronati sono presenti all’estero. La loro presenza per noi è sempre stata, e deve rimanere, autonoma e importante. Per lui è autonoma e importante solo se schierati attivamente per il No. Ma la lama di Ricci taglia a fette anche la platea elettorale. I cittadini italiani residenti all’estero che mediamente votano in ogni elezione sono i più informati e consapevoli, mentre la rimanente parte – la maggioranza - è disinformata ed esposta ad ogni raggiro Preso lo slancio, il suo ragionamento va diritto per la sua strada, senza vedere nient’altro. Dovessero prevalere i Sì: scandalo e imbrogli. Dovessero prevalere i No: si è espressa la parte migliore degli italiani all’estero”. Lo scrivono in una nota congiunta i deputati  del Pd eletti nella circoscrizione Estero Gianni Farina, Marci Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi  che criticano le affermazioni del coordinatore della Filef Rodolfo Ricci. 

“Ci sono diverse cose da cambiare nel voto all’estero. – prosegue il comunicato - Tutti lo stanno scoprendo a ridosso del voto referendario. Per quanto ci riguarda, sulla revisione della 459 del 2001 sia nella scorsa che in questa legislatura abbiamo presentato proposte di legge proprio per riformarla e metterla in sicurezza… . Di una cosa, ad ogni modo, siamo certi: una buona riforma potrà nascere solo da una discussione serena, non dal propagandismo elettorale, né dagli articoli scandalistici che in queste ore stanno comparendo sulla stampa militante”. “Ricci – aggiungono i deputati - dovrebbe conoscere le dinamiche dei residenti all’estero, la diversità dei sistemi postali, le difficoltà nel ricevere i plichi, i cambiamenti di indirizzo, tutti temi da tempo posti all’attenzione del Governo. Eppure si riferisce ai votanti come fossero unicamente mossi da “interessi di bottega”, dal proprio “particolare”, poco propensi a partecipare quando si tratta di adempiere un dovere civico. Noi pensiamo esattamente l’opposto. E non siamo disposti a ‘sacrificare’ la circoscrizione Estero, nata da un’idea di rappresentanza globale degli italiani nel mondo e messa in Costituzione per garantire l’effettività del voto dei cittadini all’estero, semplicemente per “ragioni di bottega” o per propagandismo e faziosità politica”.

Quanto alla lettera inviata da Renzi agli elettori i deputati Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi  sottolineano come essa sia stata firmata dal Presidente del Consiglio ma da Matteo Renzi in qualità di leader politico. “Né più né meno – precisano i deputati - di quello che ha fatto Obama, Presidente in carica, facendo un discorso di sostegno alla candidata Clinton negli ultimi giorni di campagna elettorale. L’iniziativa, poi, è del Comitato Nazionale Basta un Sì, al quale per altro si deve la raccolta delle firme che consente agli elettori di esprimersi, anche a quelli del No. È una iniziativa legittima e corretta, che, al contrario di quello che dice Ricci, ha come precedenti la lettera agli elettori all’estero di Prodi nel 2006 (allora applaudita anche da chi oggi critica) e da analoghe e successive iniziative di Berlusconi. Sul tema dell’informazione istituzionale ai cittadini, il Governo ha messo in campo, come in tutte le precedenti elezioni, gli strumenti ordinari, dalla Farnesina alla Rai. Figuriamoci dove sarebbe arrivato lo strepito se si fossero messi in campo strumenti straordinari”. I deputati si dicono dispiaciuti per la negativa valutazione e interpretazione del testo da parte di Ricci. “Non si tratta di slogan ma dell’esperienza di chi, vivendo anche nelle istituzioni, conosce i problemi di un Paese come l’Italia. Perché a guardare l’Italia dall’estero ci si rende meglio conto che è un Paese bloccato, burocratico, inefficiente. I social network sono inondati da queste affermazioni”. Per quanto riguarda i costi dell’operazione i deputati ricordano che “la risposta è già venuta dal nostro Capogruppo alla Camera: il Pd e il Comitato per il Sì conoscono le regole e le hanno pienamente rispettate. Non si tratta di soldi pubblici e i recapiti postali sono a disposizione di tutti. Sulle ragioni del nostro impegno, non abbiamo cambiato idea e non cambieremo idea: il nostro obiettivo primario è ridurre i costi della politica, superare il bicameralismo paritario e rendere le nostre istituzioni più efficienti. Con la circoscrizione Estero che si rafforza, con 12 deputati che votano la fiducia. Non si è trattato di una cancellazione della rappresentanza al Senato ma semplicemente della presa d’atto che il nuovo Senato dei territori può obiettivamente consentire una rappresentanza solo dei territori in ambito nazionale, non di quelli che appartengono ad altri Stati, che si opporrebbero decisamente (e giustamente) all’elezione di rappresentanti in Parlamenti stranieri. Una cosa, insomma, è il cittadino italiano residente all’estero, un’altra è un territorio incorporato in un altro Stato. Per quanto attiene all’Italicum, - concludono i deputati Pd - esso non solo non è oggetto di referendum ed è in fase di modifica, ma il concorso al premio di maggioranza, dopo avere eletto 12 deputati nella circoscrizione Estero, frutto per altro di un sistema elettorale diverso rispetto a quello metropolitano, equivarrebbe a contare due volte: un’anomalia che nemmeno i tanti costituzionalisti schierati sul fronte del No riuscirebbero a giustificare”. (Inform 14)

 

 

 

 

Italiani e Svizzera, una storia d’amore cominciata male

 

La diaspora italiana, la più grande comunità straniera della Confederazione con più di 311'000 persone è cresciuta di 11'000 unità nel 2015. Questo saldo migratorio positivo è quintuplicato dal 2007, anno che ha segnato l’inizio di un nuovo afflusso di migranti dalla penisola.

Giovani, spesso molto qualificati, i nuovi immigrati italiani trovano in Svizzera (o in altri paesi europei) le opportunità a loro negate in patria, dove il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 35%. Un paese, inoltre, dove i diplomati devono spesso accettare lavori precari e al di sotto delle loro competenze e dove la gerontocrazia regna in ambito universitario, bloccando l’ascesa dei giovani ricercatori.  

I ritratti pubblicati da swissinfo.ch in un dossier speciale dedicato alla nuova immigrazione dall’Europa meridionale sono rivelatori: giovani, con molta mobilità, aperti al mondo; nulla distingue più questi nuovi arrivati dagli espatriati anglosassoni impiegati nelle multinazionali o nelle università svizzere. A parte, naturalmente, la spesso rivendicata “’italianità”.

Che contrasto con l’immigrazione italiana del secondo dopoguerra! Un’affluenza senza precedenti in Svizzera. Nel 1970 si contano quasi 583'000 cittadini italiani, ovvero il 54% della popolazione straniera nel paese. Per la maggior parte si tratta di operai poco o per nulla qualificati.

Questi italiani lasciano allora un paese esangue, che non riesce a nutrire tutti i suoi abitanti, soprattutto al Sud, che non beneficia del “Miracolo economico” che lo Stivale vivrà tra il 1950 e il 1970.

La Svizzera ha bisogno di “braccia”

La fiorente economia svizzera ha bisogno di queste braccia per sviluppare le sue infrastrutture e far funzionare le sue fabbriche. Anche perché la popolazione indigena sta invecchiando, il tasso di attività femminile è basso e i cittadini elvetici voltano le spalle ai lavori manuali (e non solo ai più pesanti), preferendo, ad esempio, impieghi nelle banche e nelle assicurazioni.

L’arrivo degli italiani s’inserisce nel quadro di una politica elvetica d’immigrazione che ricalca i problemi dell’economia, con un sistema di permessi di dimora (per gli stagionali in particolare) studiato per regolare l’afflusso di manodopera in funzione delle esigenze del mercato del lavoro.

Questa presenza massiccia di lavoratori immigrati diventa rapidamente anche una questione politica: delle iniziative sono lanciate contro la “sovrappopolazione straniera”. Questi testi, in particolare quelli presentati dal parlamentare del Fronte Nazionale James Schwarzenbach, saranno respinti in votazione popolare dopo delle campagne infuocate.

Una vita nelle baracche

Bersagli privilegiati di queste votazioni anti-stranieri, gli italiani devono accontentarsi di una vita precaria. Molti abitano in baracche. Subiscono inoltre la loro dose di umiliazioni, con le famose visite mediche alla frontiera che restano ancora nei ricordi di tutti gli immigrati italiani di prima generazione.

Pagano anche un pesante contributo in vite umane: lo scorso anno si è tenuto il 50mo anniversario della tragedia del cantiere della diga di Mattmark, in Vallese, nella quale 56 operai italiani (per un totale di 88 vittime) morirono a causa di una frana il 30 agosto del 1965.

Oggi si fatica a quantificare lo shock culturale provocato a quel tempo dagli immigrati italiani. A causa delle differenze linguistiche e di stile di vita, si creerà un abisso fra gli autoctoni e questa popolazione a maggioranza maschile, rurale e celibe.

Ma oltre al razzismo ordinario nelle strade, a scuola, e le lamentele nei confronti degli italiani “dal coltello facile”, non ci saranno mai dei veri e propri eccessi.

“Più svizzeri degli svizzeri”

L’immigrazione italiana alla fine defluirà. Migliaia di lavoratori rientreranno al proprio paese, soprattutto dopo la recessione del 1974.

Quelli rimasti hanno raggiunto un grado di integrazione considerato ancor oggi un modello. Gli italiani ormai sono “parte dell’arredamento”. Alcuni vi diranno anche che si sentono più svizzeri degli svizzeri.

La comunità italiana ha anche un’influenza profonda sulla società elvetica, in termini di stile di vita, culturali e, naturalmente, gastronomici. Migliaia di matrimoni misti hanno avvicinato altrettante famiglie svizzere e italiane, che continuano tutt’oggi a influenzarsi a vicenda. I figli degli immigrati siedono al Parlamento svizzero. Alcuni sono volti noti della televisione.

Dei nuovi buoni allievi

La relazione tra gli italiani e gli svizzeri, iniziata come quella di una coppia formatasi solo per interessi economici, assomiglia oggi ad una vera e propria storia d’amore.

L’immigrazione italiana è anche un esempio formidabile di integrazione, che testimonia la capacità di accogliere – o addirittura di aprirsi – della Svizzera, al di là degli accesi dibattiti sull’accoglienza dei rifugiati, o sul freno all’immigrazione deciso dal popolo nel febbraio del 2014.

Altri gruppi di stranieri percorrono la via tracciata dagli italiani. Solamente pochi anni fa i kosovari avevano ancora la reputazione poco lusinghiera di attaccabrighe con il coltello (guarda un po’, anche loro!). Oggi, sono piuttosto le “success stories” dei loro “secondos” ad attirare l’attenzione. Federico Bragagnini

Traduzione dal francese, Zeno Zoccatelli.  Swissinfo

 

 

 

 

 

Esecutivo extemporaneo

 

Il Governo Renzi, secondo Esecutivo della XVII Legislatura, ha varato il Patto di Stabilità Finanziaria per il 2017. Le critiche, in parte condivisibili, non sono mancate; ma i provvedimenti normativi saranno operativi dal prossimo anno. Gli stessi non saranno aboliti, o modificati, dai risultati dell’imminente Referendum Istituzionale. Questo come necessaria, e utile, permessa.

 

L’attuale Fiducia parlamentare è costituita da numerosi partiti; anche esterni all’Esecutivo che potrebbe essere l’ultimo dell’attuale sistema elettorale della Repubblica. E’ dalla fine di febbraio del 2014 che ci barcameniamo in una sorta di limbo del quale stentiamo di vedere la conclusione. L’Esecutivo vive con 169 voti del Senato e 378 della camera. In definitiva, su 308 presenti al voto, 139 si era espresso in modo negativo. Alla Camera, la situazione è stata migliore. Su 599 Deputati, 378 sono stati favorevoli a Renzi, 220 no e uno sì è astenuto. Il prossimo febbraio, l’Esecutivo girerà la boa del triennio governativo. Ciò a prescindere dal Referendum del prossimo 4 dicembre. Intanto, però, il quadro politico s’è evoluto in modo non proprio favorevole al Primo Ministro di nomina presidenziale.

 

Il Paese, com’è ben noto, continua a essere in fibrillazione e lo sconcerto non è venuto meno proprio per i provvedimenti economici che vedranno la luce l’anno prossimo. Nessuno degli italiani coinvolti s’è sentito soddisfatto. Persistono, infatti, delle realtà che non favoriscono l’auspicata ripresa socio/economica nazionale. Ci sono troppe perplessità, e non solo all’Opposizione, per dare forza a questo Governo voluto da un compromesso e che s’è evoluto detenendo prerogative che non hanno destato la fiducia dei futuri Elettori.

 

Senza essere profeti, pensiamo che l’attuale Governo riesca a salutare il 2018. Come, più volte, Renzi aveva vaticinato. Non sappiamo, per obiettività, come sarà funzionante il 64° Governo della Repubblica Italiana. Solo auspichiamo che ci faccia dimenticare questo 63°. Anche in politica la “lezione” dovrebbe essere servita. O no? Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Le iscrizioni per l’anno scolastico 2017/2018 potranno essere effettuate dal 16 gennaio al 6 febbraio 2017

 

ROMA - Sul sito del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è disponibile da oggi la circolare sulle iscrizioni per l’anno scolastico 2017/2018.  Ci sarà tempo dalle 8.00 del 16 gennaio alle 20 del 6 febbraio 2017 per effettuare la procedura on line per l’iscrizione alle classi prime della scuola primaria, della secondaria di I e II grado. Già a partire dalle 9.00 del 9 gennaio si potrà accedere alla fase di registrazione sul portale www.iscrizioni.istruzione.it. Chi ha un’identità digitale SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) potrà accedere con le credenziali del gestore che ha rilasciato l’identità. Le iscrizioni on line riguardano anche i corsi di istruzione e formazione dei Centri di formazione professionale regionali (nelle Regioni che hanno aderito). Per le scuole dell’infanzia la procedura è cartacea. L’adesione delle scuole paritarie al sistema delle ‘Iscrizioni on line’ resta sempre facoltativa. Per le famiglie delle aree colpite dal terremoto saranno previste e comunicate a ridosso delle iscrizioni azioni di supporto affinché possano svolgere la procedura on line con l’aiuto delle scuole. Per effettuare l’iscrizione on line va innanzitutto individuata la scuola di interesse. Strumento utile in questo senso è il portale ‘Scuola in Chiaro’ che raccoglie i profili di tutte le scuole italiane e visualizza informazioni che vanno dall’organizzazione del curricolo, all’organizzazione oraria, agli esiti degli studenti e ai risultati a distanza (Università e mondo del lavoro). Scuola dell’infanzia: la domanda è cartacea e va presentata alla scuola prescelta. Possono essere iscritti alle scuole dell’infanzia i bambini che compiono il terzo anno di età entro il 31 dicembre 2017, che hanno la precedenza. Possono poi essere iscritti i bambini che compiono il terzo anno di età entro il 30 aprile 2018. Non è consentita, anche in presenza di disponibilità di posti, l’iscrizione alla scuola dell’infanzia di bambini che compiono i tre anni di età successivamente al 30 aprile 2018. Scuola primaria: le iscrizioni si fanno on line. I genitori possono iscrivere alla prima classe della scuola primaria i bambini che compiono sei anni di età entro il 31 dicembre 2017; si possono iscrivere anche i bambini che compiono sei anni dopo il 31 dicembre 2017 e comunque entro il 30 aprile 2018. Non è consentita, anche in presenza di disponibilità di posti, l’iscrizione alla prima classe della primaria di bambini che compiono i sei anni successivamente al 30 aprile 2018. I genitori, al momento della compilazione delle domande di iscrizione on line, possono indicare, in subordine rispetto alla scuola che costituisce la loro prima scelta, fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento. Secondaria di I grado : All’atto dell’iscrizione on line, i genitori esprimono le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può essere di 30 oppure 36 ore elevabili fino a 40 (tempo prolungato), in presenza di servizi e strutture idonee. In subordine alla scuola che costituisce la prima scelta, è possibile indicare fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento. Secondaria II grado: nella domanda di iscrizione on line alla prima classe di una scuola secondaria di secondo grado statale i genitori esprimono anche la scelta dell’indirizzo di studio. Oltre alla scuola di prima scelta è possibile indicare, in subordine, fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento.

La circolare contiene informazioni dettagliate anche sulle iscrizioni di alunni con disabilità, con disturbi specifici di apprendimento e con cittadinanza non italiana. Con riferimento a questi ultimi, in particolare, si ricorda che anche per quelli sprovvisti di codice fiscale è consentito effettuare la domanda di iscrizione on line. Una funzione di sistema, infatti, consente la creazione di un cosiddetto “codice provvisorio” che, appena possibile, l’istituzione scolastica sostituisce con il codice fiscale definitivo. (Inform 17)

 

 

 

 

Lettera di Massimo D’Alema agli italiani all’estero

 

Il No che vi chiediamo non è soltanto per difendere i vostri diritti, ma anche per bloccare una “riforma” che umilia il ruolo delle autonomie, riduce la funzione del Parlamento e concentra i poteri nel governo nazionale, senza che vi sia un sistema adeguato di contrappesi e controlli

 

ROMA - Qui di seguito il testo della lettera che Massimo D’Alema, in vista del referendum costituzionale, ha inviato agli italiani all’estero.

Care e cari connazionali,

in questi giorni siete chiamati a votare al referendum per decidere se cambiare oppure no la nostra Costituzione. È una decisione importante per la nostra democrazia e la nostra rappresentanza.

Per “nostra” intendo anche quella degli italiani nel mondo, cioè quella Circoscrizione estero fatta di 12 deputati e 6 senatori che introducemmo durante i governi dell’Ulivo del 1996-2001, con la modifica degli articoli 48, 56 e 57 della Costituzione, quella oggi in vigore.

Con il referendum vi si chiede di cambiare molti articoli della Carta e di rinunciare alla vostra rappresentanza in Senato, poiché il Senato cambierà funzione e rappresenterà quelle autonomie territoriali – regioni e comuni – con le quali voi stessi mantenete molti rapporti culturali, affettivi e persino materiali, soprattutto per chi di voi continua ad avere in Italia una casa, un terreno, vi si reca in vacanza o per studiare. Per chi partecipa a scambi culturali o a interscambi commerciali.

Sarebbe stato importante avere proprio nel Senato delle autonomie territoriali i rappresentanti diretti della Circoscrizione estero, chiamati ad occuparsi del raccordo tra le regioni e i comuni, in materie che riguardano gli italiani nel mondo, dall’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese alla tassazione locale sui beni immobili, dagli interscambi culturali alla promozione turistica, all’associazionismo regionale.

Ma ciò non avverrà. Non avrete più i vostri rappresentanti in Senato. Avrete solo 12 rappresentanti alla Camera dei Deputati, eletti, inoltre, con quella legge elettorale, l’Italicum, che vi esclude sia dal conteggio dei voti che determinano il premio di maggioranza, sia dal ballottaggio.

Questo sistema confinerà gli italiani nel mondo in un ambito di esclusiva testimonianza.

Voi, però, avete il potere di fermarlo votando No al referendum.

Il No che vi chiediamo non è soltanto per difendere i vostri diritti, ma anche per bloccare una “riforma” che umilia il ruolo delle autonomie, riduce la funzione del Parlamento e concentra i poteri nel governo nazionale, senza che vi sia un sistema adeguato di contrappesi e controlli. Al di là di tanti aspetti negativi, questo è il significato di fondo della riforma Renzi.

Non voglio dilungarmi sugli aspetti tecnici, che pure, trattandosi della legge fondamentale dello Stato, sono importanti e che hanno indotto i maggiori costituzionalisti italiani a parlare di un bicameralismo pasticciato e confuso. Mi basta aver sottolineato le sostanziali ragioni politiche che hanno spinto, non a caso, anche l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia a opporsi a questa riforma e a mobilitarsi perché essa non venga approvata.

Per tutti questi motivi è importante votare No, chiedendo così al Parlamento di ripensare l’impianto della riforma e di proporre soluzioni che siano più rispettose delle tradizioni democratiche del nostro Paese.

Un caro saluto. Massimo D’Alema

 

 

 

 

Il 29 novembre a Bruxelles una giornata europea di studio sulle migrazioni qualificate

 

BRUXELLES – Si svolgerà martedì 29 novembre a Bruxelles, presso la sala in Rue Montoyer 1/32/ Montoyerstraat, una giornata europea di studio sulle migrazioni qualificate di italiani all'estero e stranieri in Italia promossa dal Centro studi e ricerche Idos e dall’Istituto di Studi Politici S. Pio V con il sostegno del Parlamento Europeo.

A giungere dall’Italia sarà un gruppo di 30 operatori, mediatori interculturali e studiosi impegnati in campo migratorio in rappresentanza delle aree territoriali dell’Italia, di diverse università, dell’Istat, dell’associazionismo immigrato e del mondo della mediazione interculturale. Sono stati invitati a partecipare i rappresentanti della comunità italiana in Belgio e delle strutture che operano al suo interno (associazioni, istituti di patronato, Comites, Cgie e Missione cattolica italiana), oltre al Consolato e all’Istituto Italiano di cultura.

L’europarlamentare Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura, ha previsto in questa occasione un incontro informale con i parlamentari dell’intergruppo Povertà e Diritti Umani e una visita guidata alle strutture del Parlamento. Seguirà nel tardo pomeriggio il convegno sul tema “Italiani all’estero e immigrati in Italia: il volto qualificato delle migrazioni attuali” in cui si proporrà una riflessione partendo dalla ricerca “Le migrazioni qualificate in Italia: ricerche, statistiche, prospettive”, realizzata da Idos e San Pio V (vedi anche http://comunicazioneinform.it/presentato-a-roma-il-volume-le-migrazioni-qualificate-in-italia-ricerche-statistiche-prospettive/) e dai dati dell'ultimo Rapporto Immigrazione di Idos. Entrambi i volumi verranno distribuiti ai partecipanti. Prevista l'introduzione di Silvia Costa e del presidente dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V Antonio Iodice e tre relazioni iniziali cui seguirà, con il coordinamento delle organizzazioni promotrici, un dibattito di cui saranno protagonisti i convegnisti venuti dall’Italia e i rappresentanti delle diverse organizzazioni della comunità italiana in Belgio. A concludere i lavori sarà il presidente di Idos, Ugo Melchionda.

In questa occasione verrà presentata la nuova ricerca di cui l’Istituto S. Pio V ha deciso di farsi carico per commemorare il 60° anniversario del Trattato di Roma, con la previsione di una sua presentazione a Bruxelles nel mese di marzo 2017 nell’ambito di una nuova giornata di studio europea.

Istruzione, sviluppo, tecnologia, imprenditoria, globalizzazione, emigrazione ed immigrazione: queste le parole chiave dell’incontro del 29 novembre, che si avvarrà della messa a disposizione dei dati più aggiornati sulla situazione italiana a confronto con quella europea.

Il tema delle migrazioni qualificate evidenzia, ancora una volta, il rischio di dispersione delle ingenti risorse impiegate per la formazione dei lavoratori ma anche le straordinarie opportunità che possono derivare da una loro più ampia valorizzazione.

L’iniziativa si pone in continuità con le precedenti esperienze di Idos, realizzate in America Latina, in Africa, in Asia e in diversi Stati membri dell’Ue e anche in Ucraina. (Inform 16)

 

 

 

Lingua italiana, un Master online per l’insegnamento all’estero: prorogate le iscrizioni

 

E’ erogato dall’Università per stranieri di Siena, in collaborazione con il Consorzio ICoN – una rete di 18 università che opera in convenzione con il ministero degli Affari esteri – ed è riservato a cittadini italiani o stranieri residenti all’estero

 

Pisa, 11 novembre 2016 - Sono prorogate fino al 16 dicembre le iscrizioni al Master on line in Didattica della Lingua e della Letteratura italiana, edizione 2016/2017. Il Master, giunto alla sesta edizione, è erogato dall’Università per stranieri di Siena, in collaborazione con il Consorzio ICoN – una rete di 18 università che opera in convenzione con il ministero degli Affari esteri - che gestisce la didattica on line. È riservato a cittadini italiani o stranieri residenti all’estero che sono in possesso di una laurea, italiana o straniera, corrispondente ad almeno 180 CFU e attinente agli ambiti del corso (classe delle lauree in lettere o in lingue o equivalenti). Per tutti coloro che non hanno una laurea o che sono interessati a seguire solo la parte in e-learning è possibile iscriversi come uditori, con accesso alla sola parte on line del corso.

CLASSI VIRTUALI E TUTOR ESPERTI - Il Master ha una durata annuale (con inizio a gennaio 2017), ha un valore di 60 crediti ECTS e combina attività in presenza e didattica on line. I corsisti sono seguiti da tutor esperti all’interno di classi virtuali e studiano su materiali progettati e realizzati da ICoN, che comprendono moduli, audio, video, esercizi, antologie. A partire dall’edizione 2017 la didattica on line sarà rinnovata, grazie a un ambiente didattico più moderno e funzionale, realizzato direttamente da ICoN.

L’INSEGNAMENTO DELL’ITALIANO ALL’ESTERO - Il Master mira a dare una preparazione specifica per l’insegnamento della lingua e della letteratura italiana nelle scuole all’estero, ma consente anche di accedere a professioni nuove, come il mediatore culturale attraverso il web con competenza specifica nella didattica della lingua e della letteratura italiana contemporanea. Tutte le informazioni sul Master sono disponibili sul sito ICoN www.didattica.icon-master.it. Le iscrizioni, sia in modalità completa che in modalità parziale, sono gestite dall’Università per Stranieri di Siena tramite il portale dell’Università, al quale si può accedere anche dal sito ICoN del Master: http://www.didattica.icon-master.it. dip

 

 

 

 

Costituita a Zurigo la Presidenza nazionale delle Acli della Svizzera 2016-2020

 

ZURIGO - Dopo il Congresso di Lugano dello scorso ottobre, il Consiglio nazionale delle Acli della Svizzera, eletto per il mandato 2016-2020, si è riunito per la prima volta sabato 12 novembre 2016 a Zurigo presso la sede centrale delle Acli della Svizzera. Il nuovo presidente nazionale, Giuseppe Rauseo, nel salutare i presenti e soprattutto i molti nuovi membri del Consiglio segno di un sostanziale ricambio generazionale, ha delineato gli assi di impegno del movimento per il 2017e proposto le linee essenziali per il programma del quadriennio. Si intende costruire un modello organizzativo compatibile – ha spiegato - con un impegno volontario, dove i compiti siano suddivisi sulla scorta delle competenze e delle predisposizioni di ognuno dei membri del Consiglio nazionale, rilanciare il lavoro di sistema tra il movimento e i suoi servizi con l’istituzione di un Comitato nazionale dei servizi e la pianificazione di momenti formativi destinati ai dirigenti nazionali e regionali e agli operatori dei servizi, rafforzare le campagne del tesseramento, accompagnare la nascita di nuovi Circoli, ma anche incentivare la partecipazione alla vita sociale e politica rinnovando l’attenzione ed il servizio verso le fasce emarginate della popolazione e tutti coloro che si trovano nel bisogno.

“Siamo consapevoli – ha aggiunto il presidente - di essere portatori di una grande tradizione da difendere ma anche di avere grandi risorse umane e tutti gli strumenti necessari per proporre progetti innovativi. La nostra vera sfida è proprio questa: riuscire a mantenere inalterati i principi e i valori da cui sono nate le Acli, ma adeguando le modalità di intervento alle esigenze del nostro presente e cercando di essere pronti per il futuro”.

Nella sua seduta costitutiva del 12 novembre  il Consiglio nazionale delle Acli nazionali della Svizzera ha approvato la composizione dell’organismo dirigenziale nazionale. La nuova presidenza nazionale delle Acli della Svizzera risulta quindi così composta: Giuseppe Rauseo, presidente; Simone Dimasi e Antonio Cartolano, vice presidenti; Luciano Alban, segretario organizzativo; Sergio Gibelli, segretario amministrativo; Franco Narducci, membro in quanto presidente dell’Enaip Svizzera;

Franco Plutino, membro con delega al Patronato Acli Svizzera; Giuseppe Rondinelli, presidente Acli  Argovia; Costanzo Veltro, presidente Acli Romandia; Barbara Sorce, responsabile Coordinamento Donne Acli; Kety Dimasi, coordinatrice nazionale dei Giovani delle Acli Svizzera.  Il nuovo Consiglio nazionale ha inoltre anche approvato la Mozione finale del Congresso, linea guida del movimento per il quadriennio appena iniziato. (Inform 14)

 

 

 

 

Premio internazionale "Pugliesi nel Mondo"

 

L'Associazione Internazionale "Pugliesi nel Mondo" sollecita le Amministrazioni Comunali dei Singoli Comuni pugliesi interessati a proporre la propria candidatura per affiancarci nella VIII° Edizione del prestigioso Premio Internazionale "Pugliesi nel Mondo" che si terrà nell'autunno dell'anno 2017. Si può inviare una comunicazione all’indirizzo email: info@puglianelmondo.com.

La scadenza è fissata per il 25 novembre 2016. Gli interessati saranno contattati e saranno illustrati i dettagli dell'intero evento.

CIAK SI GIRA: CERCASI REGISTA PER RACCONTARE I PUGLIESI DI SUCCESSO 

Notevole successo di partecipazione da parte di Registi pugliesi e non, che vivono sia in Puglia che in altre Regioni e Paesi. Ad oggi, in meno di 10 giorni, ben 95 i partecipanti e tanti altri ci hanno contattato telefonicamente e tutti meritevoli per essere selezionati. La scadenza è fissata per il 30 novembre 2016. 

I PUGLIESI NEL MONDO SI STRUTTURANO SUL TERRITORIO 

A breve ufficializzeremo la presenza dell'Associazione Internazionale "Pugliesi nel Mondo" con proprie Sezioni e Coordinamenti nelle seguenti Città: Lussemburgo, Perugia, Parigi  e Düsseldorf/Köln. I pugliesi nati o aventi origine che vivono in queste città o sul territorio della regione di appartenenza interessati a farne parte e/o a impegnarsi in prima persona sono pregati di mettersi in contatto direttamente con la nostra segreteria a: segreteria@puglianelmondo.com. dip

 

 

 

 

A Palermo il convegno intitolato “Il ruolo dell’emigrazione nelle politiche di sviluppo regionale”

 

PALERMO – Si è svolto a Palermo il convegno intitolato “Il ruolo dell’emigrazione nelle politiche di sviluppo regionale” fortemente voluto dal Coordinamento delle Associazioni Regionali Storiche dell’Emigrazione (Carse) e a cui ha partecipato anche l'assessore alla Famiglia, alle Politiche sociali e al Lavoro della Regione Sicilia, Gianluca Miccichè, insieme ad esponenti del mondo associativo come Salvatore Augello, segretario generale dell'Unione Siciliana Emigrati e Famiglie (Usef) e Antonio Giovenco, presidente del Carse.

Tra gli interventi segnalati, quello del dirigente Svimez Delio Miotti, di Mario Affronti, direttore dell'Ufficio regionale della Migrantes, di Annalisa Liuzzo che, in diretta da New York, si è soffermata sugli aspetti legislativi dell'emigrazione in Usa, e le testimonianze di Claudio Colomba e Cecilia Riolo, giovani emigrati siciliani di ritorno.

Miotti ha richiamato in particolare alcuni dei dati emersi nell'ultimo rapporto Svimez, evidenziando come essi confermino l’importanza di rafforzare i rapporti tra la Sicilia e i corregionali all’estero attraverso uno strumento efficace quale quello dell’associazionismo. Ha poi sottolineato come la loro azione possa essere rilevante sia sul piano morale e sociale ma anche soprattutto dal punto di vista economico, ricordando il forte impulso che la comunità all’estero può dare alla ripresa. L’assenza della ripresa invece rischia di condannare la Regione ad una tendenziale emarginazione demografica: nell’arco dei prossimi 40 anni – secondo i dati Svimez - essa potrebbe perdere 1.300.000 membri della popolazione attiva.

I rappresentanti delle associazioni storiche dell’emigrazione hanno fortemente rivendicato il loro ruolo di rappresentanza dell’esigenze della comunità siciliana all’estero confermando la legittimità del loro operato e criticando l'azzeramento dei capitoli di bilancio afferenti alle legge regionale che riporta provvedimenti a favore dei lavoratori emigrati e delle loro famiglie e il mancato insediamento della Consulta regionale dell’Emigrazione.

A questo proposito l'assessore Miccichè ha espresso la sua disponibilità all'incontro con le associazioni riattivando il tavolo di confronto per il rilancio del settore e delle necessarie modifiche della legge regionale che va adeguata alle attuali esigenze del cambiamento che sta vivendo il mondo dell’emigrazione. Miccichè ha inoltre parlato della possibilità di  riattivare dopo tanti anni i capitoli di bilancio richiamando ad una più oculata ed efficace gestione della legge. (Inform 14)

 

 

 

 

EU will neues Kontrollsystem für Einreisen aufbauen

 

Mit „ETIAS“ will die Europäische Union ein Registriersystem für nicht visumpflichtige Einreisende etablieren. Damit sollen sie bereits vor der Einreise kontrolliert werden. Ein entsprechendes Papier wurde in Brüssel vorgestellt.

 

Die EU-Kommission will ein neues Kontrollsystem für Reisen nach Europa aufbauen, um potenzielle Terroristen, irreguläre Migranten und Menschen mit ansteckenden Krankheiten abweisen zu können. Der Vorschlag für das weitgehend automatisierte „Reiseinformations- und ‑genehmigungssystem“ ETIAS (European Travel Information and Authorisation System) wurde am Mittwoch in Brüssel vorgestellt und muss nun von Europaparlament und den EU-Regierungen beraten werden. Die EU müsse wissen, wer über ihre Grenzen komme, begründete die Kommission den Schritt.

ETIAS soll für Reisende aus Ländern gelten, die keine Visa beantragen müssen. Dies trifft zum Beispiel auf die USA zu und träfe auf die Türkei zu, sobald die geplante Visabefreiung für Türken Wirklichkeit wird. Im Vergleich zu einem Visum soll die durch ETIAS ausgestellte Reisegenehmigung nur minimalen Aufwand erfordern. Vorgesehen ist, dass der Reisende vor Reiseantritt auf einer speziellen Website Fragen beantwortet und fünf Euro zahlt. In der Regel soll dann innerhalb weniger Minuten die Reisegenehmigung in den Schengen-Raum der EU ausgestellt werden; zu diesem gehören die meisten Mitgliedsländer, darunter Deutschland.

Gefragt wird der Reisende nach Personal- und Adressdaten, aber auch nach ansteckenden Krankheiten, Ausbildung und Beruf, Vorstrafen, Aufenthalten in Kriegsgebieten und danach, ob er schon einmal nicht in die EU durfte oder ausgewiesen wurde. So sollen etwa potenzielle Terroristen herausgefiltert werden, aber ebenso Migranten, die zum Beispiel als Tourist einreisen und dann auf Dauer bleiben wollen.

Automatischer Abgleich mit Europol

Die Antworten werden automatisiert überprüft und mit anderen Datensätzen zum Beispiel von der Polizeibehörde Europol abgeglichen. Bei einem mutmaßlichen Risiko wird der Fall von Mitarbeitern der EU und gegebenenfalls der nationalen Grenzschutzbehörden nachgeprüft. Datenschutz und Grundrechte sollen dabei großgeschrieben werden.

ETIAS solle keine neuen Einreisehürden schaffen. Vielmehr geht es nach Darstellung der EU-Kommission darum, die europäischen Außengrenzen durch ein vorgelagertes und vernetztes System verlässlicher und wirksamer zu kontrollieren. Dies helfe auch den Betroffenen: „Reisende werden bereits zu einem frühen Zeitpunkt verlässliche Informationen über den Status ihrer geplanten Einreise in den Schengen-Raum erhalten, wodurch sich die Zahl der Einreiseverweigerungen erheblich verringern wird“, erklärte die Kommission. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Bundestagswahl 2017. Merkel kandidiert für vierte Amtszeit

 

Angela Merkel will wieder für den CDU-Vorsitz und das Kanzleramt kandidieren. Das sagte sie nach übereinstimmenden Agenturmeldungen in Berlin.

Bundeskanzlerin Angela Merkel will noch einmal als Kanzlerkandidatin antreten. Das gab Merkel am Sonntag bei einer Klausur der CDU-Spitze in Berlin bekannt, wie mehrere Nachrichtenagenturen aus Teilnehmerkreisen erfuhren. Die 62-Jährige kündigte außerdem an, erneut für den Vorsitz der Christdemokraten zu kandidieren.

Merkel hatte zuvor erklärt, dass ihrer Ansicht nach der Parteivorsitz und das Kanzleramt in Personalunion zu führen sind. In den vergangenen Tagen waren immer mehr Unionspolitiker davon ausgegangen, dass sie für beide Ämter erneut antreten wird. Auch der SPD-Vorsitzende Sigmar Gabriel machte deutlich, dass er damit rechnet. Ihre neue Spitze wählt die CDU bereits am 6. Dezember beim Bundesparteitag in Essen.

Obama würde sie wählen

Die Bundeskanzlerin ist seit elf Jahren Kanzlerin und Europas dienstälteste Regierungschefin. Sollte sie 2017 zum vierten Mal gewinnen, hat sie die Chance, CDU-Mitbegründer Konrad Adenauer und auch Rekordhalter Helmut Kohl einzuholen. Adenauer war 14 Jahre, Kohl 16 Jahre Bundeskanzler. Noch länger, seit April 2000, hat Merkel das Amt als CDU-Vorsitzende inne.

Trotz der Flüchtlingskrise im vorigen Jahr und ihrer einbrechenden Beliebtheitswerte gilt Merkel als konkurrenzlos in der CDU. International gilt sie nach dem Wahlsieg von Donald Trump in den USA als Hoffnungsträgerin. Der scheidende US-Präsident Barack Obama nannte sie "zäh" und erklärte bei seinem Abschiedsbesuch am Donnerstag, wäre er Deutscher, würde er sie wählen.

Auch eine Mehrheit der Deutschen wünscht sich einer Umfrage zufolge eine vierte Amtszeit von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU). In einer Erhebung des Emnid-Instituts für die "Bild am Sonntag" sprachen sich 55 Prozent dafür aus, dass Merkel nach der Bundestagswahl 2017 als Regierungschefin weitermacht. Gegen eine weitere Amtszeit waren demnach 39 Prozent.

Politik für Menschen mit kleinen und mittleren Einkommen

Die Christdemokraten berieten am Sonntag über einen Leitantrag für den Bundesparteitag Anfang Dezember, der auf Merkel zugeschnitten ist. Der Titel lautet: "Orientierung in schwierigen Zeiten - für ein erfolgreiches Deutschland und Europa". Die CDU will enttäuschte Wähler zurückgewinnen. Nötig seien konkrete Lösungen, "auch wenn ihre erfolgreiche Umsetzung manchmal schwierig ist und Zeit braucht".

Die CDU-Politik soll demnach stärker auf Familien und Menschen mit kleinen und mittleren Einkommen ausgerichtet werden. Man habe in letzter Zeit viel über Randgruppen geredet, nun wolle sich die CDU wieder um den Kern der Gesellschaft kümmern, sagte CDU-Vize Armin Laschet. Eine Flüchtlingskrise wie 2015 soll sich dem Leitantrag zufolge nicht wiederholen. Integrationsverweigerer sollen demnach mit Sanktionen bis hin zu Leistungskürzungen und Ausweisung rechnen.

Im August sagte Merkel beim ARD-Sommerinterview, sie werde "zum gegebenen Zeitpunkt" bekannt geben, ob sie erneut als Bundeskanzlerin antreten wolle. Nach Informationen des SPIEGEL wollte sie ihre Entscheidung eigentlich erst im Frühjahr 2017 der Öffentlichkeit mitteilen. Für Sonntagabend hat Merkel eine Pressekonferenz angesetzt.  AFP/dpa/Reuters 20

 

 

 

 

Unter Verzögerungs- und Hinhaltetaktik leiden besonders die Kinder

 

Marrakesch / Friedrichsdorf. Zum Ende des Klimagipfels in Marrakesch äußert die internationale Kinderhilfsorganisation World Vision die Hoffnung, dass die Versprechen im Hinblick auf die Unterstützung der Entwicklungsländer eingehalten werden. „Wir müssen schnell handeln“, so Angeline Munzara, World Vision Expertin für Existenzsicherung und Nahrungsmittelsicherheit. “Kinder haben am wenigsten zum Klimawandel beigetragen, sind aber diejenigen, die am meisten leiden. Es muss einen klaren Zeitplan geben, wie die Beschlüsse von Paris umgesetzt werden sollen. Diejenigen, die die Hauptlast des Klimawandels tragen, können nicht darauf warten, bis die Industrieländer ihre Emissionen eindämmen. Die Menschen, die am heftigsten von Wetterkatastrophen betroffen sind, tun bereits viel, brauchen aber dringend die Hilfe der reichen Staaten.“

World Vision dringt darauf, dass finanzielle Zusagen zügig in konkrete Projekte münden, die die Menschen widerstandsfähig gegen die Folgen von Umweltzerstörung machen. Die Maßnahmen sollten dabei besonders auf das Wohlergehen der Kinder ausgerichtet sein. Der Fokus muss sich stärker auf die Versorgung mit sauberem Trinkwasser und nachhaltiger, ökologischer Land- und Forstwirtschaft ausrichten.

In vielen Ländern unterstützen die Mitarbeiter von World Vision betroffene Menschen in Bezug auf die Auswirkungen des Klimawandels. Sie berichten, dass viele Eltern nicht mehr in der Lage sind, ihre Kinder ausreichend und gesund zu ernähren. In den ärmsten Ländern der Welt leben inzwischen mehr als 50% der Kinder in extremer Armut. Munzara betont: „Die Ärmsten der Armen sind diejenigen, die besonders von Stürmen, Überflutungen oder Dürren betroffen sind. Sie sind besonders anfällig, da sie stark abhängig von einer funktionierenden und produktiven Landwirtschaft sind.“

Um den Auswirkungen des Klimawandels etwas entgegen zu setzen, ist es notwendig, einen Schwerpunkt auf die Hilfe für die ärmsten Länder zu legen, damit die betroffenen Menschen widerstandsfähiger gegen Wetterkatastrophen werden.

Auf dem Klimagipfel in Marrakesch präsentierte World Vision verschiedene Möglichkeiten, wie den Menschen in den Ländern des Südens mit klimaangepassten Maßnahmen geholfen werden kann, wie z.B. im Bereich nachhaltige und umweltschonende Landwirtschaft, der Agroforstwirtschaft oder der Wiederaufforstung nach der FMNR-Methode (farmer managed natural regeneration). Auch im Bereich von Bildungs-, Ernährungs- und Gesundheitsprojekten klären Mitarbeiter die Menschen vor Ort über Möglichkeiten auf, wie sie auf den Klimawandel und die Folgen reagieren können.

In Bezug auf die Auswirkungen von El Nino konnte World Vision inzwischen rund fünf Millionen Menschen unterstützen – die Hälfte davon Kinder. Noch immer sind die Folgen des Wetterphänomens in vielen Ländern Afrikas spürbar, wie etwa in Kenia, Äthiopien und Somalia. Die Menschen in diesen Ländern sind immer noch dabei, sich von den jüngsten Wetterextremen zu erholen. Neueste Wetterprognosen gehen allerdings davon aus, dass in den kommenden Monaten in einigen Ländern erneut mit wenig Regen gerechnet werden muss.

Das Jahr 2016 wird voraussichtlich wieder einen Rekord brechen und als das heißeste je gemessene in die Klima-Geschichte eingehen. Nach UN Angaben wurden in den letzten 20 Jahren 90% der Katastrophen durch Überflutungen, Stürme, Hitzewellen oder andere Wetter bedingte Ereignisse verursacht. In diesem Zeitraum verloren mehr als eine halbe Million Menschen ihr Leben, Millionen wurden verletzt, verloren ihr Zuhause und ihre Lebensgrundlage.

WV 18

 

 

 

 

 

Präsident Trump und die internationalen Beziehungen

 

Der neue US-Präsident könnte die internationalen Beziehungen grundlegend verändern. Volker Perthes von der Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) formuliert fünf Thesen, mit denen sich Forschung und Politik nun befassen müssen.

 

Die Wahl des Republikaners Donald Trump zum Präsidenten der USA wirft zu Recht besorgte Fragen danach auf, wie die neue US-Regierung mit internationalen Krisen und Konflikten umgehen wird, die sie gewissermaßen erbt – mit dem Krieg in Syrien, dem Konflikt in der Ukraine, den Spannungen im südchinesischen Meer, den Provokationen Nordkoreas oder dem Kampf gegen terroristische Gruppen. Deutsche und europäische Politik und nicht zuletzt eine politikorientierte Forschung müssen sich aber gleichzeitig mit den tieferen Wirkungen des Wechsels im Weißen Haus auf die internationalen Beziehungen beschäftigen. Hier sind fünf erste Thesen dazu, die noch intensiverer Analyse bedürfen.

Niederlage des Liberalismus

Die Wahl Donald Trumps bedeutet eine Niederlage des Liberalismus‘ und damit der normativen Grundlage des Westens. Liberale Werte, wie Bundeskanzlerin Merkel sie in ihrer Glückwunschbotschaft an den gewählten Präsidenten betont hat, sind in der Defensive – zunächst einmal in den USA selbst. Auch werden Autokraten und Anhänger unterschiedlicher Formen illiberaler Demokratie, wie Putin, Erdo?an oder Orban, sich ermutigt oder bestätigt fühlen, während es innerhalb der EU großer Anstrengungen bedürfen wird, Angriffe auf liberale und demokratische Grundwerte abzuwehren. Auswirkungen auf die Außenbeziehungen europäischer Staaten werden nicht ausbleiben. Zwar hat man in Europa wenig für End-of-History-Thesen übrig, gleichwohl hat europäische wie amerikanische Politik stillschweigend oder explizit darauf gebaut, dass sich liberaldemokratische Staats- und Gesellschaftsmodelle nach und nach durchsetzen werden. International werden die EU-Staaten sich wohl häufiger mit dem Argument auseinandersetzen müssen, dass ihre Form der liberalen Demokratie nur ein akzeptables Governance-Modell unter vielen darstellt. Das kann sich auch auf internationale Bemühungen um die Stabilisierung oder Wiederherstellung gefährdeter oder gescheiterter Staaten auswirken.

Personalisierte Politik

Der Stil der Politik wird sich mit dem Wechsel an der Spitze des mächtigsten Landes der Erde auch international verändern. Personalisierte, charismatische oder populistische Formen der Politik werden Auftrieb erhalten – zu Lasten eines analytisch-faktenorientierten Stils, wie nicht zuletzt Bundeskanzlerin Merkel und Präsident Obama ihn vertreten. Man könnte von einer Berlusconisierung der Politik sprechen; nur beeinflusst ein US-Präsident internationale Trends eben sehr viel stärker, als ein italienischer Ministerpräsident dies je könnte. Eine extreme Personalisierung der Politik könnte die ohnehin gewachsene Bedeutung von Gipfeltreffen im Rahmen der G7 und G20 weiter erhöhen; mit einer noch stärkeren Tendenz, internationale Beziehungen als das Spielfeld starker Führer starker Staaten zu inszenieren. Der erste G20-Gipfel, an dem Donald Trump teilnimmt, findet kommenden Sommer in Hamburg statt.

Bilaterale Deals statt Multilateralismus

Eine von Donald Trump geführte US-Regierung wird auch in den internationalen Beziehungen auf bilaterale Deals anstatt auf Multilateralismus setzen. Im Einzelfall mag das helfen, kurzfristig bestimmte Krisen zu entspannen. So ist es denkbar, dass die Präsidenten Putin und Trump rasch Einigkeit über das Vorgehen in Syrien finden. Schlecht ist eine auf direktes Quid-pro-Quo gerichtete Politik für alle langfristigen, verrechtlichten Bindungen, also für multilaterale Regime in so unterschiedlichen Bereichen wie Handel, Umwelt, Klima, Nachhaltigkeit oder Rüstungskontrolle, und für das UN-System insgesamt.

Rückzug der USA

Insgesamt geht die Tendenz des gewählten Präsidentschaftskandidaten dahin, die Rolle der USA als liberalem Hegemon, der die Führung bei der Aufrechterhaltung einer offenen, auf freien Austausch und freie Wahl der außenpolitischen Orientierung gerichteten Ordnung der Welt übernimmt, ganz oder teilweise aufzugeben und amerikanisch geführte Allianzen in Frage zu stellen. Donald Trump scheint stattdessen bereit zu sein, eine Aufteilung der Welt in Einflusszonen zu akzeptieren – ein Modell von Weltordnung also, wie es zuletzt bei der Konferenz von Jalta 1945 zum Ausdruck gekommen ist. Damit wären weniger amerikanische Interventionen in anderen Teilen der Welt zu erwarten, aber auch weniger Einflussnahme auf Staaten, die bisher nicht zuletzt durch amerikanische Sicherheitsversprechen von gefährlichen Alleingängen abgehalten worden sind. Potentielle Ordnungsstörer werden rasch zu testen versuchen, ob und wie die USA oder andere Mächte bereit sind, zentrale Elemente der gegenwärtigen Ordnung zu verteidigen. Die Reaktion von Staaten in geopolitischen Bruchzonen, die sich bislang auf amerikanische Sicherheitsgarantien verlassen haben – man denke an so unterschiedliche Länder wie Japan, Saudi-Arabien oder die Ukraine – ist nicht eindeutig vorhersehbar. Die Stärkung eigener Abschreckungsfähigkeiten ist genauso denkbar wie eine Politik des Appeasement gegenüber größeren Regionalmächten.

Europas Handlungsfähigkeit

Vielleicht wird Präsident Trump trotz seines „America first“-Anspruchs letztlich doch die Vorteile einer festen transatlantischen Allianz erkennen. Die europäischen Verbündeten wie auch amerikanische Militärs und Diplomaten werden ihm nahezubringen versuchen, dass sich die Größe Amerikas, die ihm so wichtig ist, auch an der Zahl seiner Freunde bemisst und dass Allianzen Einfluss verschaffen. Um Trump vom Wert der Allianz mit ihnen zu überzeugen, müssen die Staaten der EU das Gleiche tun, was sie auf den Weg bringen müssen, wenn eben dies nicht gelingt: Sie müssen ihre eigene sicherheitspolitische Handlungsfähigkeit stärken, ihre eigenen strategischen Interessen definieren und gemeinsam außenpolitische Prioritäten setzen. Dies gilt nicht nur mit Blick auf die USA, sondern in mindestens gleichem Maße mit Blick auf die eigenen Bürger: Nur wenn diesen klar wird, dass Europa für sie da ist – dass es einen Mehrwert bei so zentralen Themen wie äußerer und innerer Sicherheit und Arbeitsplätzen schafft – werden sich ähnliche Wahlergebnisse in der EU verhindern lassen. Deutschland wird, ob uns das gefällt oder nicht, hier eine noch sehr viel größere Rolle spielen müssen als bislang. Das galt schon nach dem Brexit-Votum und gilt erst recht nach den Präsidentschaftswahlen in den USA. Volker Perthes, SWP/EA 16

 

 

 

 

Und jetzt: Bunga, Bunga. Trump und der Verfall Amerikas.

 

Der eindrucksvolle Sieg von Donald Trump über Hillary Clinton am 8. November zeigt, dass die amerikanische Demokratie in einer wichtigen Weise noch funktioniert. Trump war außerordentlich erfolgreich, die Vernachlässigten und Unterrepräsentierten in der Wählerschaft zu mobilisieren – die weißen Arbeiter – und hat ihre Themen an die Spitze der US-amerikanischen Prioritäten geschubst.

Nun muss er allerdings liefern, und hier liegt das Problem. Trump hat zwei sehr reale Probleme der US-amerikanischen Politik deutlich gemacht: die wachsende Ungleichheit, die vor allem die traditionelle Arbeiterklasse hart getroffen hat, und die Übernahme des politischen Systems durch gut organisierte Interessengruppen. Unglücklicherweise hat er keinen Plan, auch nur eines dieser Probleme zu lösen.

Die Ungleichheit ist in erster Linie durch die Fortschritte in der Technologie verursacht worden und erst danach durch die Globalisierung, die die US-amerikanischen Arbeiter in einen Wettbewerb mit Millionen von Menschen aus anderen Ländern gestürzt hat. Trump hat ausschweifende Versprechungen gemacht, dass er die Arbeitsplätze in der Produktion und in der Kohleindustrie in die USA zurückholen wird, indem er einfach bestehende Handelsabkommen, wie NAFTA, neu verhandelt oder Umweltregeln lockert. Er scheint nicht bemerkt zu haben, dass die Produktion in den USA seit der Rezession 2008 gewachsen ist, während gleichzeitig die Beschäftigung in dem Bereich zurückgegangen ist. Das Problem ist, dass die neu geschaffene Arbeit in hoch automatisierten Fabriken verrichtet wird. Darüber hinaus ist die Kohleindustrie weniger von der Umweltpolitik des scheidenden Präsidenten Barack Obama beschnitten worden als von der Erdgas-Revolution durch das Fracking.

Welche politischen Maßnahmen kann die Trump-Regierung einleiten, um diese Entwicklungen rückgängig zu machen? Wird er die Anwendung neuer Technologien in US-amerikanischen Unternehmen regulieren? Wird er den multinationalen Unternehmen der USA verbieten, in Fabriken im Ausland zu investieren, obwohl ein Großteil der Erlöse dieser Multis aus den ausländischen Märkten stammt? Das einzige politische Instrument, das ihm zur Verfügung steht, sind Strafzölle, die sehr wahrscheinlich einen Handelskrieg auslösen und in exportorientierten Branchen Arbeitsplätze kosten werden, z. B. in Unternehmen wie Apple, Boing und General Electric.

Die Übernahme der US-amerikanischen Regierung durch mächtige Interessengruppen ist tatsächlich ein großes Problem und eine Ursache für den politischen Verfall, über den ich in meinem letzten Artikel „American Political Decay or Renewal?“ (Untergang oder Erneuerung der US-amerikanischen Politik) für Foreign Affairs geschrieben habe. Trumps Lösung für dieses Problem ist vor allem er selbst, eine Person, die zu reich ist, um von Spezialinteressen bestochen zu werden. Auch wenn man die Tatsache ignoriert, dass Trump in der Vergangenheit das System vor allem zu seinem eigenen Vorteil manipuliert hat, verspricht diese Strategie kaum eine tragfähige Lösung. Er hat zudem Maßnahmen versprochen wie das Verbot des „Drehtür-Effekts” bei der Beschäftigung von Bundesbeamten als Lobbyisten. Dies kratzt aber nur an den Symptomen des Problems und zielt nicht auf seine Ursachen, die in der enormen Menge an Geld in der Politik liegen. Dazu hat er keine echten Pläne vorgelegt, die in irgendeiner Weise die Entscheidung des Obersten Gerichts der USA im Fall Buckely gegen Valeo und Citizens United zurücknehmen müssten. In der Entscheidung wurde begründet, dass Geld eine Form der freien Rede und dadurch von der Verfassung geschützt sei.

Der Verfall des US-amerikanischen politischen Systems kann nur durch einen kräftigen externen Schock aufgehalten werden, der die bestehenden Verhältnisse aushebelt und eine echte Reform der Politik ermöglicht. Der Sieg von Trump stellt zwar solch einen Schock dar, unglücklicherweise ist seine einzige Antwort die übliche populistisch-autoritäre: „Vertraut mir, dem charismatischen Anführer. Ich kümmere mich um Eure Probleme.” Wie schon bei dem Schock durch die Wahl Berlusconis für das italienische politische System liegt die wirkliche Tragödie darin, dass dies eine verschenkte Möglichkeit für eine echte Reform ist.

Von Francis Fukuyama, FA, IPG 11

 

 

 

 

Perspektiven nach Trump: „Recht auf Asyl ist heilig“

 

Er wolle eine Mauer an der Grenze zu Mexiko bauen und die USA vor Infiltrationen krimineller Migranten schützen – mit solchen populistischen Parolen hat Donald Trump im US-Wahlkampf erschreckend viele Wähler auf seine Seite gezogen und Einwanderer vor den Kopf gestoßen. Für jemanden, der seine Heimat verließ, um in den USA ein besseres Leben zu suchen und/oder in den USA politisches Asyl fand, muss das wie Hohn in den Ohren klingen. Radio Vatikan sprach mit dem gebürtigen Kubaner José Grave de Peralta, der 1963 vor dem kommunistischen Regime floh, um in den USA ein neues Leben zu beginnen. Der Katholik amerikanischer Staatsbürgerschaft legt seine Sicht des Wahlkampfes dar und denkt über mögliche Perspektiven für Kuba nach dem Wechsel im Weißen Haus nach. Grave de Peralta ist Künstler und verdient sein Geld als Reiseführer in Rom.

„Meine Familie schuldet ihr Glück nach den 1960er Jahren der Tatsache, dass wir dazu in der Lage waren, Kuba zu verlassen und damals einen Hafen in den USA fanden. Natürlich wurden die Kubaner als Bestandteil im Kalten Krieg gegen die Ausbreitung des Kommunismus gesehen und im Vergleich zu anderen Leuten durch die US-Administrationen bevorzugt – etwa mit Gesetzen, die sie schützten.“ Als Grave de Peralta 1963 mit seiner Mutter von Kuba in den Nordosten der USA floh, war er noch ein kleiner Junge; die protestantische Kirche im Bundesstaat Delaware nahm die Flüchtlinge damals auf. Knapp zwei Jahre zuvor hatten die USA mit Hilfe kubanischer Exilanten versucht, Kuba militärisch anzugreifen und das Regime dort zu stürzen - jedoch ohne Erfolg. 

Menschen auf der Flucht vor dem Kommunismus kamen den USA im Kalten Krieg entgegen; sie wurden der Weltöffentlichkeit als Bestätigung westlicher Politik präsentiert. Das Asylrecht an sich gehöre jedoch zu Grundprinzipien von Demokratie, unabhängig vom politischen Strippenziehen, zeigt sich Grave de Peralta überzeugt. Der gebürtige Kubaner, der heute in Rom als Fremdenführer arbeitet, schlägt einen großen Bogen zurück, bis ins antike Rom: „Das Recht auf Asyl ist etwas, das heilig ist in der Geschichte, so sehe ich das. Und das betrifft nicht nur die USA heute, sondern schon die Geschichte Roms. Auf dem Kapitol gab es einen Bereich mit dem Namen ,asilo‘, der für Menschen anderer Länder gedacht war, die vor politischen Problemen flohen und in Rom ein neues Leben beginnen wollten.“

Das römische Antike, die USA – deren Geschichte sind ohne Einwanderer jedenfalls undenkbar. Trump hat im Wahlkampf dagegen diffuse Ängste der US-Amerikaner vor „dem Fremden“ und vor sozialem Abstieg gezielt angesprochen. Dabei schreckte er auch vor der Verdrehung von Fakten nicht zurück. Grave de Peralta umschreibt das so: „Die Idee, eine Mauer zu bauen, jedweder Art, ist sehr negativ. Trump hat die Frage des Asyls in seiner Kampagne so dargestellt, als ob Asyl das Einfallstor für Infiltrationen in die freie Welt sei, von Menschen, die dann terroristische Angriffe begehen usw. Da wurde einfach alles durcheinandergeworfen, die Sprache, Ideale, politische Philosophien.“

Wie die Trump-Administration die Frage der Einwanderung angehen wird, ob tatsächlich eine Mauer gebaut wird, steht zu diesem Zeitpunkt offen. Beobachter zweifeln jedoch schon jetzt daran, dass der neue US-Präsident so etwas umsetzen kann, schon allein aus finanziellen Gründen. Grave de Peralta glaubt eher, dass es Widerstände in der Bevölkerung sein werden, die ein solches Abschottungsprojekt langfristig scheitern lassen werden: „Wenn es wirklich zur Konstruktion einer Mauer kommen sollte, glaube ich, dass die Geschichte der USA, auch wenn sie jung und kurz ist, so geartet ist, dass die Leute aufstehen werden und dass diese Mauer nicht ewig stehen wird. Ich glaube, da gibt es etwas unterhalb der Regierung, das Volk, und ich möchte glauben, dass derselbe Geist, mit dem sie uns 1963 in Delaware empfingen, immer noch am Leben ist.“

Und welche Perspektiven rechnet sich der gebürtige Kubaner für sein Geburtsland nach einem Wechsel im Weißen Haus aus? Seit auch dank der Vermittlung von Papst Franziskus ein Tauwetter zwischen den USA und Kuba einsetzte, richten sich große Hoffnungen auf eine weitere Normalisierung in den Beziehungen der beiden Länder. Im Wahlkampf hatte Trump in diese Richtung eher gegenteilige Akzente gesetzt: So traf er Kriegsveteranen, die als kubanische Exilanten 1961 an der Invasion in die Schweinebucht teilnahmen und damit die USA militärisch gegen Kuba unterstützten. Grave de Peralta: „Die glauben immer noch daran, dass die Marine irgendwann kommt und das Castro-Regime zerschlägt. Trump hat also solche Leute getroffen und eine Menge der alten Träume wieder wachgerufen, die es im Kontext der Invasion in die Schweinebucht gab.“

Das war wohl nicht gerade ein versöhnliches Zeichen des Republikaners Richtung Kuba – dennoch: Was Kuba betrifft, sieht Grave de Peralta nach den Präsidentschaftswahlen in den USA nicht unbedingt die Gefahr eines Rückschrittes: „Ich glaube nicht, dass Trump tatsächlich die schon gebahnten Wege wieder verschließen kann. Das wäre schwer, auch wenn es im amerikanischen Senat eine Mehrheit gibt, die die harte Linie gegenüber Kuba bevorzugt. Es gibt so viele Anknüpfungspunkte inzwischen... In mancher Hinsicht ist Trump ein Papiertiger. Wir müssen das glauben und weitermachen.“ Vielleicht wolle der Unternehmer Trump ja auch in Kuba investieren, fährt Grave de Peralta scherzhaft fort, auf Facebook habe er so was in der Art gelesen: „Dass Trump eventuell daran interessiert ist, an der wunderschönen Seepromenade von Havanna einen Trump Tower zu errichten, einen Turm an der Ufermauer Malecón. Wenn er so was machen würde, wär ich der erste, der das versucht zu boykottieren! Ich zweifle nicht daran, selbst wenn er die armen Schweinebucht-Veteranen trifft, dass unter seinem Schafsfell knallharte Interessen sitzen.“ 

(rv 14.11.)

 

 

 

 

Trump und die Demokratie

 

Die überschießende Moral des Kosmopolitismus spielt den Rechtspopulisten in die Hände. Zeit zum Umdenken. Von Wolfgang Merkel

 

Gefragt, wen er, wäre er Amerikaner, am 8. November 2016 wählen würde, antwortete er ohne auch nur einen Wimperschlag zu zögern: „Trump. I am just horrified about him, but Hillary is the true danger“. Er, das ist nicht irgendwer, es ist Slavoj Žižek, der neomarxistische Philosoph der letzten Dekade. Ein Popstar im Internet. Wir können annehmen, dass Žižek am Morgen nach der Wahl von seiner eigenen kühnen Empfehlung nur entsetzt gewesen sein kann.

Das Unsagbare ist geschehen: Donald Trump wurde am 8. November 2016 zum 45. Präsidenten der USA gewählt. Der New Yorker Milliardär, Bankrotteur, Chauvinist, Sexist, der Mann mit der Baseball-Mütze und den schlechten Manieren, eine Art großmäulige Ich-AG ist nun der wichtigste Politiker der (westlichen) Welt. Wird er die Welt so katastrophal verändern, wie dies sein Republikanischer Vorgänger George W. Bush einst tat? Was lässt sich aus der Kampagne, den Wahlen, Trumps politischem Programm über den Zustand der Demokratie in Amerika aussagen? Ist Trump ein amerikanisches Phänomen, oder halten die USA den Europäern nur wieder den Spiegel ihrer Zukunft vor, wie dies Alexis de Tocqueville in seiner berühmten Schrift „Über die Demokratie in Amerika“ geschrieben hat. Ist die Wahl Trumps die Revolte jener, die sich schon länger nicht mehr repräsentiert fühlen von der etablierten Politik, der „politischen Klasse“, den Medien, den öffentlichen Diskursen und einem Wirtschaftssystem, das fortwährend mehr Ungleichheit erzeugt? Breitet sich der Rechtspopulismus nun auch jenseits des Atlantiks aus?

Die Kampagne

Eines der Kernargumente der Postdemokratievertreter von Colin Crouch bis Jacques Rancière lautet: Wahlen sind im postdemokratischen Zeitalter zu einem inhaltslosen Ritual verkommen. Sie sind nicht das Herz der Demokratie, sondern nur deren Simulation. Inhalte spielen keine Rolle; und wenn doch, dann sind die Programme der politischen „Kontrahenten“ nicht mehr zu unterscheiden. Wie so manches an den Thesen zur Postdemokratie stimmt auch dieses nur zur Hälfte. In der Tat waren die politischen Programme weder in den Wahlreden noch in der medialen Berichterstattung von Bedeutung. Es dominierten die Schlammwürfe auf die Person des Gegners: „Crooked Hillary“, korrupte Hillary, sie gehöre nicht ins Weiße Haus, sondern ins Gefängnis; sie lüge, betrüge und bereichere sich mit ihrem Mann über die Vermengung von gemeinnütziger Stiftung und persönlichen Rednerauftritten, die für Bill Clinton in Katar oder vor den Repräsentanten der Wall Street Millionenerträge brachten. Mit gleicher Münze zahlte die Kandidatin zurück: „Donald“ sei ein Sexist, Rassist und Chauvinist, er belästige Frauen, beleidige Muslime, spotte über Behinderte, nenne lateinamerikanische Immigranten Vergewaltiger, diskriminiere Afroamerikaner „wie schon sein Vater“ und sei ein chronischer Steuerhinterzieher. Die demokratischen Wahlen sind mit der Auseinandersetzung im amerikanischen Herbst 2016 an einem historischen Tiefpunkt angelangt.

Unzutreffend an der postdemokratischen Vermutung ist, dass es keine programmatischen Unterschiede gibt. Trumps und Clintons Wahlprogramme unterschieden sich. Trump folgt alten neoliberalen Rezepten: Steuern senken, dann investierten die Investoren, die Wirtschaft wachse und die Jobs kehrten aus Mexiko, China, Japan oder Europa zurück. Die Vorschläge folgen der berühmten Serviettenskizze, mit der Reagans Chefökonom Arthur B. Laffer den damaligen Präsidenten zu Beginn von dessen Amtszeit zu überzeugen vermochte, dass mit einer Steuersenkung nicht nur die Investitionen und das Sozialprodukt, sondern auch die Staatseinnahmen stiegen. George W. Bush, ebenfalls ein ökonomischer Laie, folgte ein Jahrzehnt später noch einmal dem verführerisch einfachen Rezept. In beiden Fällen führte dies zu den größten Verschuldungszuwächsen, die die amerikanische Demokratie bis dato gesehen hatte. Und jetzt Donald J. Trump – den fiskalpolitischen Tragödien droht nun die Farce zu folgen.

Der Sozialstaat ist in den USA unterentwickelt. Dafür gibt es historische Gründe: die Unantastbarkeit des Privateigentums, die Ideologie des Minimalstaats, die Schwäche der Gewerkschaften, das Fehlen einer Arbeiterpartei und die Etablierung eines besonders rüden, ungezähmten Kapitalismus. So war es einer der Reformerfolge der Amtszeiten von Barack Obama, als der Präsident gegen die wütend destruktive Politik der Republikanischen Opposition einen Zugang zur Krankenversicherung durch den „Patient Protection and Affordable Care Act“ (2010) auch für die unteren Schichten schuf. Für Trump ist „Obamacare“ nichts als ein Desaster. So wird er versuchen, mit dem großen Rückhalt seiner Anhänger selbst diese bescheidenen sozialstaatlichen Reformen zurückzudrehen.

Im Außenhandel versprechen Trumps Vorschläge Irritationen, wenn nicht das Risiko eines Handelskriegs. Es seien China, Europa und das „Desaster NAFTA“, die den Amerikanern die Jobs raubten, so das einfache ökonomische Weltbild des Republikanischen Populisten. Freihandelsabkommen sollen zurückgefahren und Produkte aus Asien und Europa mit Strafzöllen belegt werden, folgten sie nicht den Wirtschaftsvorstellungen der USA. Es ist die seltsame Mischung von neoliberaler Deregulierung zuhause und protektionistischen Drohungen nach außen, die der Milliardär seinen Landsleuten vorschlägt und dem Rest der Welt androht.

Die größten Fragezeichen bestehen in der Außenpolitik. Trump, ein völliger Laie, ließ hier bisher keinerlei Profil erkennen. Hillary Clinton war da deutlicher, in Wort – und leider auch in Tat. Unter den Demokraten zählt sie zu den Falken. Sie befürwortete den herbeigelogenen, völkerrechtswidrigen Krieg gegen den Irak unter George W. Bush und sprach sich für die Überdehnung des UN-Mandats gegen Gaddafis Libyen aus. Die Folge war nicht nur ein unmandatierter „regime change“, sondern, wie schon in Afghanistan und im Irak, auch die Zerstörung der Staatlichkeit des Landes. Ein schwerer Fehler. Macht, so bezeichnete das der amerikanische Politikwissenschaftler Karl Deutsch einmal, ist das „Privileg, nicht lernen zu müssen“. Gegenüber Russland folgte die Außenministerin der Kalten Kriegslogik des „containment“, der Eindämmung, aber auch der fortgesetzten Demütigung der zerbrochenen Weltmacht. Keine weitsichtige Politik, weder für die Ukraine noch für Europa oder Deutschland. Donald Trump hat im Wahlkampf Sympathien für Putin gezeigt, fast ein Kapitalverbrechen in den USA. Ob dies nur eine Männerbündelei autoritärer Führerpersönlichkeiten war oder der Beginn einer neuen Ost- und Entspannungspolitik sein wird, bleibt mit Skepsis abzuwarten.

Für China und Europa aber könnte es ungemütlich werden. Von Europa dürften die USA größere Beiträge zu Finanzierung der NATO, Rüstung und Militäreinsätzen einfordern. Das Vorgehen gegen europäische (deutsche) Konzerne mit der Waffe der Justiz, eine beliebte Form amerikanischer Industriepolitik, könnte mit Trump in eine weitere Runde gehen. Ob Trump versuchen wird, die autoritär-etatistische Politik des Waren- und Kapitalexports Chinas zu bekämpfen, bleibt ebenfalls abzuwarten. Hier dürften die USA erneut erfahren, was „imperial overstretch“, die Überdehnung imperialer Machtansprüche, bedeutet.

Über die Demokratie in Amerika

Donald Trump hat die Wahlen gewonnen. Dazu stellen die Republikaner nun die Mehrheit in Senat und Repräsentantenhaus. Das semi-demokratische Mehrheitswahlrecht (the winner takes it all) und archaische System der Wahl„männer“ (electoral vote) hat diesen dreifachen Sieg möglich gemacht. Hillary Clinton hat zwar, wie schon einst Al Gore gegen George W. Bush, eine hauchdünne Mehrheit der Wählerstimmen (popular vote) erhalten, diese Mehrheit wurde jedoch über das Mehrheitswahlsystem in eine deutliche Niederlage transformiert. Während Trump 290 Wahlmänner zugeschrieben wurden, sind es für Hilary Clinton gerade noch 232. Die Wahlbeteiligung lag bei den Präsidentschaftswahlen bei mageren 55,6 Prozent, für die Wahlen zum Kongress steht die traditionell niedrigere Wahlbeteiligung noch nicht fest.

Pippa Norris, die renommierte Demokratie- und Wahlforscherin der Harvard University, untersucht seit Jahren die Integrität von Wahlen in Demokratien und Autokratien. Die USA schneiden mit dem 52. Rang unter 153 Ländern seit Jahren denkbar schlecht ab. Deutschland befindet sich auf Platz 7. Vor den USA rangieren Länder wie Kroatien, Griechenland, Argentinien, die Mongolei oder Südafrika. Grund für die mindere Integrität der US-Wahlen sind unter anderem der massive Einfluss finanzstarker privater Spender auf Kampagnen und Wahlprogramme, die häufige manipulative Änderung von Wahlbezirken, die vor allem Unterschichten und Afroamerikaner faktisch diskriminierende Registrierung in Wählerlisten, die extrem niedrige Wahlbeteiligung bei Kongresswahlen, das Mehrheitswahlsystem selbst und die für die Technologie- und Wirtschaftsmacht geradezu beschämend unzureichende Anzahl von Wahlstationen. Wählerschlangen wie in Bangladesch gehören zum gewohnten Bild US-amerikanischer Wahlen.

Die amerikanische Demokratie ist bekannt für ihre umfangreichen „checks and balances“. Besonders die Machtkontrollen sind stark ausgebaut: Der Kongress besitzt nicht automatisch die gleiche parteipolitische Färbung wie die präsidentielle Exekutive; die amerikanische Bundesregierung hat im Trennföderalismus der USA eine vergleichsweise schwache Position gegenüber den Einzelstaaten; der Oberste Gerichtshof (Supreme Court) ist eines der mächtigsten Verfassungsgerichte der USA. Die Exekutivkontrolle durch den Kongress wird allerdings zunächst einmal niedrig sein, wenn es Trump gelingt, das ihm entfremdete Establishment der Republikanischen Partei hinter sich zu bringen. Auch bei der Besetzung des vakanten Postens für das höchste Gericht hat Trump schon klargemacht, dass er handverlesen einen konservativen Kandidaten nominieren wird. Die gegenwärtige politische Konstellation legt dem Präsidenten Trump weniger Zügel an, als dies in der Verfassung vorgesehen war. Den „mainstream media“ (Trump) und den zivilgesellschaftlichen „watchdogs“ wird eine wichtige Kontrollfunktion zukommen. Ein Demokratisierungs- und Toleranzschub darf für die amerikanische Demokratie in den nächsten Jahren nicht erwartet werden.

Ist Trump ein Rechtspopulist?

Ist Trump tatsächlich ein rechter Ideologe oder nur ein demagogisch populistischer Verführer im Wahlkampf, der nun im Amte von den Institutionen, seinen Beratern und der öffentlichen Meinung gezähmt werden kann? Trump gilt als relativ beratungsresistent und die kontrollierenden Institutionen sind in populistischen Zeiten und einer präsidentiellen Mehrheit im Kongress weniger effektiv als uns dies die reine Verfassungstheorie lehren will. Wichtiger noch ist die Frage, wer sind die Wähler hinter Trump? Was bedeuten sie für die Demokratie? Erste Wähleranalysen deuten an, dass Trump vor allem unter den Männern, weniger Gebildeten, Weißen und den außerhalb der Metropolen lebenden Amerikanern überproportional viele Wähler hat. Sie sind die Verlierer der ökonomischen Globalisierung und gehören der unteren Hälfte der amerikanischen Gesellschaft an. Es ist das demographisch, wirtschaftlich und kulturell bedrohte Amerika. Man mag aber bezweifeln, dass die wirtschaftliche Lage das treibende Motiv hinter der Stimmabgabe war. It‘s not the economy, stupid!

Parallelen tun sich zu den rechtspopulistischen Parteien in West- und Osteuropa auf. Die etablierten politischen Kräfte, die Medien, die Fortschrittlichen, die besser Gestellten und der Chorus der „Vernünftigen“ ist sich zu häufig selbst genug, die eigenen Interessen und ihre kulturelle Moderne zu repräsentieren. Konservativen Befürchtungen über den „Verlust der Heimat“, der Stadtviertel, der vertrauten Kultur, der Nation, der staatlichen Souveränität, der Bedeutung von Grenzen oder der Neudefinition der Ehe wurde nicht nur mit guten Argumenten entgegengetreten. Es erfolgten vielmehr Belehrungen und nicht selten der moralische Ausschluss aus dem offiziösen Diskurs, wenn „unkorrekte“ Begriffe oder Ideen geäußert wurden. Ein kosmopolitischer Geist mit überschießender Moralität dominierte die Diskurse. Wie die Brexit-Befürworter einfach nur von gestern sind und die schöne neue Welt der Supranationalisierung nicht verstehen, so sind die Wähler der rechtspopulistischen Parteien vor allem die moralisch und kulturell Zurückgebliebenen unserer Gesellschaft. In Westeuropa haben rechtspopulistische Unternehmer mit diesen Zurückgebliebenen 10 bis 30 Prozent der Wahlberechtigten hinter sich gebracht. In Polen und vor allem in Ungarn hat der Rechtspopulismus seine Mehrheitsfähigkeit angedeutet. Nun die USA, die Vormacht des demokratischen Westens. Aber nicht alle Wähler Trumps sind antidemokratische Rassisten, Sexisten und Chauvinisten. Das Bedenkliche jedoch ist, dass es dem Kandidaten Trump eher genützt als geschadet hat, mit intoleranten Parolen gegen das Establishment, gegen die „politische Klasse in Washington“, gegen „die da oben“ und für den „Wandel“ anzutreten. Symptomatisch war die Abschlusskundgebung der Demokraten am 7. November in Philadelphia: Mit Obama, der First Lady, dem Ex-Präsidenten Bill Clinton, Bruce Springsteen und Jon Bon Jovi war eine beeindruckende Repräsentation des Establishments „on stage“ – die Bürger des Staates Pennsylvania stimmten indes mehrheitlich für den Außenseiter Donald Trump.

Wir, die besser Gestellten und Etablierten unserer zivilen und politischen Gesellschaft, sind behäbig, selbstgefällig und taub gegen „die da unten“ geworden – ökonomisch wie kulturell. Die Arbeiterschaft ist zu den rechten Populisten übergelaufen. Wir verteidigen das Bestehende, die Rechte hat unsere einstigen Schlachtrufe des Bruches und Wandels übernommen. Der Wahlerfolg des Donald J. Trump muss deshalb auch als Warnschuss gedeutet werden. Eine repräsentative Demokratie hat möglichst alle zu repräsentieren. Sie muss auch reaktionäre oder konservative Kritik außerhalb der politischen Korrektheit zulassen. Dies spricht nicht gegen unser kämpferisches Eintreten für Freiheit, Gleichheit und die kulturellen Modernisierungen der letzten Jahrzehnte. Ganz im Gegenteil. Sie müssen verteidigt werden. Aber Belehrungen von oben, moralische Intransigenz oder der diskursive Ausschluss der „Nicht-Repräsentierbaren“ spielen nur den Rechtspopulisten in die Hände. IPG 11

 

 

 

 

Ist Trump nicht eher nützlich?

 

Nach der Schockstarre, die der Wahlsieg Donald Trumps ausgelöst hat, ist Nüchternheit angesagt. Letztlich ist es eine demokratische Wahl. In seiner ersten Rede schlägt Trump versöhnliche Töne an. Das ist meines Erachtens nicht nur gespielt: die Unverschämtheiten, die Trump im Wahlkampf äußerste, waren Überredungsrhetoriken, um gewählt zu werden. Dass er den Hass der Leute schürte, ist das schwerste Erbe dieses Wahlkampfes. Aber das heißt nicht, dass es so weitergehen muss.

 

Die Leute waren schon längst vorher hasserfüllt und wütend. Trump hat diese Disposition nur brachial ausgenutzt (indem er sie förderte und öffentlich aussprach). Damit hat er gewonnen, aber zugleich ein Problem: dass die Leute ihre Hasstiraden und wütenden Forderungen nicht aufgeben.

 

Momentan ist er ihr Wutdelegierter. Wenn Trump aber in den Mühlen der Politik- und Rechtsprozesse nicht nur langsam, sondern zurückrudernd auftreten wird, beginnt die große Distanzierung. Irgendwann werden die Armen merken, dass ein Milliardär sich nicht eignet, ihnen Recht und Einkommen zukommen zu lassen. Die Gefahr, dass dann, wenn Trump die Erwartungen enttäuscht, schlimmere Finger auftreten werden, ist nicht gebannt.

 

Wenn wir aber – gegen den Trend – davon ausgehen, dass Trump das weiß, wird er alles tun, dass die Wut der Wähler nicht ausbricht (obwohl sie schon anfangen, offen rassistisch in den Straßen aufzutreten. Der Sieg Trumps ist für viele der Freibrief, Minderheiten offen zu beschimpfen und zu bedrohen).  So betrachtet, ist Trump die einzige Figur, die die Wut und den Hass der vielen angsthabenden Bürger auffangen und abmildern kann. Um das zu können, musste er den Wahlkampf so führen, wie er ihn geführt hat. Es kommt jetzt darauf an, die Balance zu halten zwischen teilweiser Erfüllung und andersteilweiser kluger Politik.

 

Selbst wenn Trump nicht weiß, dass das seine eigentliche Aufgabe und Verantwortung ist, wird er über den allgemeinen Patriotismus und unter Zuhilfenahme neuer politscher und administrativer Kräfte genauso agieren, wie es nötig ist, um den abdriftenden Teil amerikanischer Bürgerschaften wieder einzubinden. Niemand anderer hätte das jetzt gekonnt! Frau Clinton schon gar nicht. Aber auch nicht die fundamentalchristlichen Republikaner (Cruz etc.), die ja eher die fundamentalistischen Prinzipien als die Wut der Bürger repräsentierten. Umgekehrt haben die Christen Trump gewählt, obwohl er gegen alle christlichen Familienwerte steht, damit sich etwas ändert. Ihnen ist der „Change“ (Wandel) wichtiger als die Moral.

 

Es kommt jetzt auf die mixed policy an, d.h. gerade auf eine Art von Politik, die die wütenden Bürger eigentlich nicht mehr wollen. Aber nur so kann Trump das Land im Fahrwasser halten. Er wird dafür Arbeitsplätze subventionieren, d.h. die hohe Verschuldung des Staates ins Unermessliche erhöhen. Und er wird das als Staat tun, d.h. als jener ‚Teufel’, den die braven Amerikaner so scheuen. Die neoliberale Epoche ist nun endgültig beendet. Wir kommen in einen Staatspaternalismus, der sozialdemokratische Umverteilungszüge tragen muss (nur dass das in den USA niemand so nennen darf, obwohl alle genau das wollen und fordern. Vom Kapitalismus als Kapitalismus allein erwartet das niemand mehr. Das große Glückversprechen des american dream ist für die Wähler Trumps abgewirtschaftet; sie müssen auf den starken Mann und damit auf den Staat vertrauen).

 

Wenn Trump begreift, welche Aufgabe er tatsächlich zu erfüllen hat – die Rede davon, das Wachstum zu verdoppeln ist von grober Naivität, aber die Infrastruktur der USA neu auszubauen ist tatsächlich notwendig – dann kann der Angriff auf die Demokratie, der aus der Wut der Bürger kommt, abgewendet werden. Denn Trump hat das Vertrauen, das hoffentlich ausreicht, ein paar Maßnahmen zu lancieren, die einige der Wütenden wieder beruhigen und eine etwas andere Atmosphäre im Land schaffen.

 

Möglichweise ist Trump genaue der richtige Präsident in dieser falschen und schwierigen Situation. Nur er kann die Wütenden in die Demokratie zurückholen (wenn sie auch dabei verbogen werden wird). Trump als Idioten darzustellen, ist unklug bis unbedacht: selbst wenn er ein eher schlichtes Gemüt sein sollte, arbeitet er funktional konstruktiv. Denn es wäre absurd, ihm zu unterstellen, dass er die Wutbürger fördern möchte: allein aus Geschäftsinteressen könnte er nicht zulassen, dass die Armen und Verlierer die Politik der USA bestimmen sollten. Er wird nur die Politik fahren, die sein Geschäft nicht schädigt. Prof. Dr. Birger P. Priddat, De.it.press 17

 

 

 

 

Papst appelliert an Klima-Gipfel von Marrakesch

 

Der Papst ruft die Weltgemeinschaft auf, das im Klima-Abkommen von Paris Vereinbarte entschlossen in die Tat umzusetzen. In einer Botschaft an die Klima-Konferenz im marrokanischen Marrakesch spricht er von einem „heiklen Moment“ und einer wichtigen Verpflichtung für alle Staaten. Auf die Tatsache, dass Donald Trumps Wahl zum US-Präsidenten manches in der Klimapolitik Erreichte wieder in Frage stellt, geht der Papst nicht ein.

Die um sich greifende Umweltzerstörung hänge „stark mit dem menschlichen, ethischen und sozialen Niedergang“ zusammen, schreibt Franziskus unter Verweis auf seine Schöpfungsenzyklika Laudato Si’. Dagegen müsse jeder einzelne ein „neues Bewußtsein um seine eigene Verantwortung“ entwickeln. Angesichts des Klimawandels seien „individuelle und/oder nationale Antworten nicht ausreichend“. Stattdessen müsse eine „verantwortungsvolle, kollektive Antwort“ gegeben werden.

„Das rasche Inkrafttreten des Klima-Abkommens (von Paris) stärkt unsere Überzeugung, dass wir unsere Intelligenz und Technologie in den Dienst einer anderen Art Fortschritt stellen müssen, der gesünder, menschlicher, sozialer und integraler ist“, schreibt der Papst. „Das Abkommen von Paris hat eine klare Straße vorgezeichnet, auf die sich jetzt die ganze internationale Gemeinschaft verpflichten sollte. Die Klima-Konferenz (von Marrakesch) ist eine zentrale Etappe auf diesem Weg. Er hat Folgen für die ganze Menschheit, vor allem für die Ärmsten und für die künftigen Generationen.“

Der Papst ruft die Delegierten dazu auf, sich ihrer „schwerwiegenden Verantwortung“ bewußt zu sein und „möglichst frei von politischem und wirtschaftlichem Druck“ zu handeln. Die Umsetzung des in Paris Beschlossenen bräuchten „institutionelle Mechanismen“ und „ständige Hilfestellung und Ermutigung aus der Politik“: (rv 15.11.)

 

 

 

 

Klimaabkommen: „Selbst Donald Trump wird das nicht zerstören können.“

 

Niemand weiß, wofür der Klimawandelleugner Donald Trump wirklich steht. Trennt man seinen Populismus von der politischen Realität, wird deutlich: Die Uhr zurückzudrehen wird für Trump nur schwer möglich sein.

Eines von Trumps zahlreichen, teilweise widersprüchlichen Wahlversprechen ist die Aufkündigung des Pariser Klimavertrages. Die Wahl des Klimawandel-Leugners zum Präsidenten der USA kommt daher zur Unzeit für die im Moment in Marrakesch, Marokko, stattfindende Weltklimakonferenz.

Was heißt Trumps Wahlsieg für das Pariser Klimaabkommen?

Zunächst einmal nichts. Die Klimakonferenz in Marrakesch endet lange bevor Trump im Januar vereidigt wird. Die USA haben das Klimaabkommen bereits unterzeichnet und in nationales Recht übertragen. Bis dies von Trump rückgängig gemacht werden kann, vergeht viel Zeit, die von Europa, China und anderen Staaten dazu genutzt werden könnte, die USA im Klimaschutz deutlich abzuhängen. Um aus dem Pariser Klimavertrag auszusteigen, müsste Trump Artikel 28 des Abkommens – ähnlich Artikel 50 der EU-Verträge – auslösen. Dies ist allerdings erst drei Jahre nach Inkrafttreten des Pariser Klimaabkommens möglich, das heißt ab dem 3. November 2019. Bis der Austritt der USA aus dem Abkommen dann wirksam würde, dauert es noch einmal ein Jahr. Dies würde ein paar Tage vor die nächste US-Wahl 2020 fallen. Selbst wenn die USA den Klimavertrag aufkündigen, wird er seine Gültigkeit nicht verlieren, da der Vertrag bereits von genügend Staaten ratifiziert worden ist. Daher heißt das für das Pariser Klimaabkommen später möglicherweise auch nichts.

Werden die Ambitionen in Marrakesch dennoch heruntergeschraubt, käme dies einem vorauseilenden Gehorsam vor Trump gleich. Wird auf europäischer und deutscher Ebene in der Klimapolitik mit Trump argumentiert und auf seine Ankündigungen eingegangen, wäre dies eine vorauseilende Umsetzung seiner Anti-Klimapolitik. Ob Trumps Klimapolitik international im Abseits steht oder erfolgreich wird, entscheidet sich nicht in den USA, sondern außerhalb der USA. EU-Parlamentarier Peter Liese (CDU) wies darauf hin, dass die EU bereits „sechzehn Jahre gegen den starken Widerstand der USA gearbeitet hat; dies hat sich erst in Obamas zweiter Amtszeit geändert. Jetzt müssen wir wieder für vier Jahre gegen die Opposition der Vereinigten Staaten arbeiten. Unser Vorteil ist die sich weltweit wandelnde Stimmung und dass viele Staaten heute im Klimaschutz aktiv sind.“ Liese ist sich sicher, „selbst Donald Trump wird das nicht zerstören können.“

Wenig diplomatisches Kapital

In ihrem Gratulationsschreiben an Trump haben EU-Ratspräsident Donald Tusk und EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker die strategische Partnerschaft zwischen den USA und Europa zur Bewältigung des Klimawandels zweifach hervorgehoben. Sobald Trumps Wahlkampfpopulismus von der Realität internationaler Politik eingeholt wird, wird sich zeigen, wie viel diplomatisches Kapital und Reputation er wo verspielen will: Die Mauer zu Mexiko, die Abschottung gegen den Islam, die Beschneidung von Frauen- und Homorechten sind nur wenige von vielen Ankündigungen, die neben der Aufkündigung des Weltklimavertrags das Ansehen in Partnerländern verspielen würde.

Zweifellos, Trump ist eine Hiobsbotschaft für die internationale Klimapolitik und ein Desaster für Klimaschützer in den USA. Ulriikka Aarnio, Koordinatorin für internationale Klimapolitik bei der Klimaschutzorganisation Climate Action Network (CAN) Europe weist aber darauf hin, dass der Gegenwind innerhalb der USA nicht zu unterschätzen sei. Der Druck von „Unternehmen, Investoren, Gewerkschaften und Ökonomen, ganz zu schweigen von der Zivilgesellschaft, wäre überwältigend stark“. Auch die ökonomischen Chancen für eine auf sauberer Energie basierende Wirtschaft und Arbeitsplätze bleiben laut CAN trotz Trump groß.

„Vor allem aber wächst die Verantwortung der Zivilgesellschaft“, schreibt Sascha Müller-Kraenner, Bundesgeschäftsführer der Deutschen Umwelthilfe (DUH), in der nächsten Ausgabe der umwelt aktuell. Umwelt- und Verbraucherschutzorganisationen müssten nun „klare Kante für eine an den Klima- und Nachhaltigkeitszielen sowie der menschlichen Gesundheit orientierten Politik zeigen. Deutschland und die Europäische Union stehen nun vor der klaren Herausforderung, Haltung zu bewahren und der neuen US-Administration klar aufzuzeigen, das jedem Versuch den internationalen Klimaschutz (…) zu unterminieren mit deutlicher Gegenwehr begegnet werden wird“, stellt Müller-Kraenner klar. Clemens Küpper  EA 11

 

 

 

 

Der amerikanische Albtraum

 

Die liberalen Vereinigten Staaten schaffen sich ab. Das Problem: Die Echokammer der Linken. Von Michael Bröning

 

Im Herzen der Vereinigten Staaten von Amerika – und im Herzen der westlichen Welt – ist der politische Supergau Wirklichkeit geworden. Hillary Clinton hat ihre Niederlage eingestanden und Donald Trump seinen Sieg erklärt. Die roten Einfärbungen der politischen Landkarte sprechen eine deutliche Sprache. Eigentlich müsste jetzt alles still stehen – müsste innehalten. Denn wieder einmal lagen alle, alle falsch. Alle Umfragen, alle Meinungsforscher und die überwiegende Mehrheit der Qualitätsmedien. Es ist wie beim Brexit, nur viel schlimmer. Es ist 9/11.

Was bedeutet President Elect Trump für uns? Für die NATO? Für die sogenannte westliche Wertegemeinschaft und für uns Europäer? Das sind Fragen, die sich jetzt so dringend stellen wie nie. Gut möglich, dass die Präsidentschaft Trumps dazu führt, dass wir Europäer uns nun am Riemen reißen. Aber an welchem? Die Polarisierung, die den Trump-Triumph möglich machte, ist uns ja nur zu vertraut. Denn eine der besonders schmerzhaften Fragen ist doch: Was verrät der Schocksieg Trumps über unseren Zugang zur Welt als zumindest im Selbstverständnis progressive Kräfte? Über unsere Wirklichkeit und das Ausmaß der augenscheinlich real existierenden Abgehobenheit progressiver, liberaler, aufgeklärter Eliten? Wir stehen vor den Trump wählenden, Brexit unterstützenden und möglicherweise bald Marine le Pen in Amt und Würden hebenden Mehrheiten unserer ehemaligen Wähler wie der Ochs vorm Berg.  

Paul Krugman schreibt heute in der New York Times erschüttert von dem „unbekannten Land“ seiner Heimat. Er hat Recht. In den meisten Fällen dürften wir als Angehörige der sich aufgeklärt gebenden progressiven Linken nicht einmal einen einzigen Trumpwähler persönlich kennen – oder das europäische beziehungsweise das deutsche Äquivalent. Auf Facebook hätten wir so jemanden längst entfreundet. Haben Sie einen Trump-Fan im Bekanntenkreis?

Im Resultat verbindet all die technische Vernetzung nicht, sondern sie trennt. Tatsächlich leben wir im 21. Jahrhundert trotz aller technischen Finesse auf isolierten Inseln ohne Kontakt und ohne Konsens über ideologische Stammesgrenzen hinaus – aber mit Ungeheuern in der Terra Incognita. Dies ist nicht die Zeit des "Postfaktischen". Diese Diagnose macht es sich ein bisschen zu einfach mit ihrer Unterstellung der umfassenden Irrationalität ungeliebter Wählerinnen und Wähler. Es ist vielmehr die Zeit der parallelen Fakten in entkoppelten Universen und auf unterschiedlichen Planeten. Auch deswegen wird ein „besseres Erklären“ der Politik das Problem nicht an der Wurzel fassen. Dafür müssten wir unseren exklusiven Orbit verlassen.

Sicher, Trump ist nicht Berlin. Und selbst die lautesten europäischen Populisten vom Schlag eines Nigel Farage unterscheiden sich letztlich noch wohltuend von dem Trump des zurückliegenden Wahlkampfes. Und doch: Die Niederlage Clintons ist vorläufiger und absoluter Tiefpunkt einer schmerzhaften Serie von Wahlniederlagen, in denen Mitte-Links-Parteien zuletzt Mehrheiten verfehlten – und zwar weltweit. Das Rezept der Niederlagen: Ein Politikentwurf, der innerhalb der progressiven Echokammer sozialer Medien ebenso selbstverständlich alternativlos erschien wie außerhalb der Blase als abgehoben und unwählbar.

Natürlich, am Ende ist man klüger. Deswegen ist es jetzt  zwar sinnvoll, Clintons Wahlkampf auf taktische Fehlentscheidungen hin abzuklopfen. Doch es ist auch etwas wohlfeil, denn es krankte weniger an Taktik als an der Strategie. Und hier folgten die Demokraten in ihren Grundzügen durchaus dem toxischen Mix, der auch europäische Mitte-Links-Parteien in den vergangenen Jahren die Mehrheiten gekostet hat. Richtig ist, dass die Niederlage der Demokraten einerseits durch eine Trump-Kampagne herbeigeführt wurde, die die Schwäche vieler Medien mit deren Fokus auf Unterhaltung perfekt auszunutzen und gegen das Establishment zu instrumentalisieren wusste.

Richtig ist aber auch, dass die demokratische Kampagne zumindest in der öffentlichen Wahrnehmung auf einer Verbindung von progressiver Identitätspolitik (durch Fokus auf soziokulturelle Minderheiten) mit marktliberaler Wirtschaftspolitik (durch Fokus auf die Angebotsseite) bestand. Verkürzt gesagt: Mit LGBTI-Rechten und der Wallstreet wollte Clinton für ein buntes Amerika ins Weiße Haus - und zwar ohne die "klägliche" weiße Mittelschicht. Dieser Ansatz war es zumindest, der in der öffentlichen Wahrnehmung in der Figur der Kandidatin und in ihrer Biographie zusammenkam. Vielen Wählern erschien Clinton als die Personifikation eines Status Quos, der sie nicht nur ökonomisch marginalisiert, sondern auch moralisch verachtet. Die jungen Wählerinnen und Wähler, die Clinton trotz allem überzeugte, waren da kein ausreichendes Gegengewicht.

Mit dieser Wahl sind die Vereinigten Staaten ein Stück weit europäischer geworden. Und das ist in diesen Zeiten leider kein Kompliment. Was bleibt nun nach dem zuvor Undenkbaren? Welche Lehren bietet der Trump-Sieg? Für umfassende Antworten ist es zu früh. Wir brauchen keinen Schnellschuss, sondern einen langen, harten Blick in den Spiegel und kritische Reflektion. Und an den Stellen, an denen es richtig wehtut, müssen wir dreifach draufhalten.

IPG 10

 

 

 

 

Gemeinsame Herausforderungen annehmen. Deutsch-amerikanische Beziehungen

 

Heute kommt der scheidende US-Präsident noch einmal nach Deutschland. Die Bundesrepublik und die USA verbinden traditionell enge und freundschaftliche Beziehungen. Die gute Partnerschaft seit über siebzig Jahren basiert auf den gemeinsamen Grundwerten Freiheit und Demokratie.

Beide Länder teilen viele Erfahrungen und Interessen, nicht zuletzt haben zahlreiche Amerikaner deutsche Wurzeln.

Ohne die Unterstützung der Vereinigten Staaten von Amerika wäre die Bundesrepublik Deutschland nicht das, was sie heute ist: Ein freiheitlicher Rechtsstaat, in dem die Menschen in Frieden und Wohlstand leben. Auch die Wiedervereinigung Deutschlands nach vier Jahrzehnten Teilung und

Kaltem Krieg haben wir nicht zuletzt den USA zu verdanken.

Sicherheit gemeinsam gestalten

Gemeinsam stellen sich Deutschland und die USA den aktuellen internationalen Problemen. Die Überwindung der Wirtschafts- und Finanzkrise gehört dazu, ebenso die Unterstützung der Demokratisierungsprozesse in Nordafrika und die erfolgreichen Verhandlungen über das Atomabkommen mit dem Iran.

Die sicherheitspolitische Zusammenarbeit in der Nato und im Rahmen der Vereinten Nationen ist intensiv, besonders beim Kampf gegen den internationalen Terrorismus durch den sogenannten "Islamischen Staat".

Positive Bilanz

Unter der Präsidentschaft von Barack Obama seit 2008 haben die USA die transatlantischen Beziehungen weiter vertieft - auch die bilateralen Beziehungen zu Deutschland. Zuletzt war Präsident Obama Ende April 2016 auf der Hannover-Messe zu Gast. Bei dieser Gelegenheit hob er auch die Bedeutung eines starken und vereinten Europas für Amerika und die Welt hervor. 

Als Zeichen der deutsch-amerikanischen Verbundenheit und der gegenseitigen Wertschätzung kommt Präsident Obama in dieser Woche zum sechsten Mal nach Deutschland. Bundeskanzlerin Angela Merkel hat ihn im Rahmen einer letzten Europa-Reise zum Ende seiner Präsidentschaft nach Berlin eingeladen.

Wenn Obama am 17. November die Kanzlerin zu einem bilateralen Gespräch trifft, geht es vor allem um internationale Fragen: den Umgang mit Russland, den Ukraine-Konflikt, den verheerenden Bürgerkrieg in Syrien und seine Auswirkungen sowie um den Kampf gegen den internationalen Terrorismus. Die intensiven Wirtschaftsbeziehungen beider Länder, einschließlich des geplanten Freihandelsabkommens TTIP, sind ebenfalls Gesprächsthema.

Starker Partner für Deutschland und Europa

Im Rahmen des Berlin-Besuchs werden die Bundeskanzlerin und Präsident Obama am Freitag (18. November) außerdem im sogenannten Sext-Format mit dem französischen Präsidenten François Hollande, Großbritanniens Premierministerin Theresa May sowie den italienischen und spanischen

Ministerpräsidenten Matteo Renzi und Manuel Rajoy zusammentreffen.

Auch in diesem Rahmen werden sich die sechs Staats- und Regierungschefs über die aktuellen weltpolitischen Krisenherde austauschen. Nicht zuletzt wird es um den Umgang mit der Flüchtlingskrise und die künftige Gestaltung der transatlantischen Beziehungen gehen.

Zivilgesellschaft als lebendige Basis der Beziehungen

Die engen partnerschaftlichen Beziehungen mit den USA bleiben ein Grundstein deutscher Außenpolitik. Es liegt im Interesse Deutschlands, sie auch unter der Regierung des neu gewählten Präsidenten Donald Trump fortzusetzen.

Dabei werden das globale wirtschaftliche und soziale Wohlergehen und eine vorausschauende Klimapolitik im Mittelpunkt stehen. Der Kampf gegen Terrorismus, gegen Armut, Hunger und Krankheiten sowie der Einsatz für Frieden und Freiheit in der Welt bleiben wichtige Aspekte der künftigen internationalen Zusammenarbeit. Die Vereinigten Staaten von Amerika sind hierfür unerlässliche und starke Partner. Pib 16

 

 

 

Ein Warnsignal. Experten warnen vor Aufschwung für Populisten nach Trump-Sieg

 

Der Wahlsieg von Donald Trump in den USA schockiert viele Europäer. Beifall bekommt er dagegen aus dem Lager europäischer Rechtspopulisten. Gerade diese Parteien könnte das Ergebnis der US-Wahl stärken, warnen Experten.

Der Sieg von Donald Trump bei der US-Präsidentenwahl gibt nach Einschätzung von Experten Rechtspopulisten in Europa Rückenwind. Parteien wie die AfD erlebten den Wahlsieg Trumps als Motivationsspritze, sagte der Bielefelder Konfliktforscher Andreas Zick am Mittwoch dem Evangelischen Pressedienst. Der Düsseldorfer Rechtsextremismusforscher Alexander Häusler erklärte, Rechtspopulisten sähen in Trumps Erfolg „die Bestätigung, dass ihre Forderungen auch realpolitisch umsetzbar sind“.

 

Die Führungseliten der rechtspopulistischen Parteien – vom Front National in Frankreich bis zur FPÖ in Österreich – seien die ersten europäischen Gratulanten gewesen, sagte der Sozialpsychologe Zick. Sie sähen Trump als Signal für einen Aufschwung ihrer Bewegung. „Tatsächlich hat Trump auch ähnliche Wählergruppen angesprochen wie rechtspopulistische Parteien, und er hat mit fast identischen Argumenten Propaganda betrieben“, sagte der Leiter des Instituts für Konflikt- und Gewaltforschung an der Universität Bielefeld.

Es gebe auch in Europa zurzeit eine gefährliche Welle der Elitenkritik gegen „die da oben“. Dabei würden die Normen verschoben. „Der Populismus ist en vogue und macht Quote“, warnte Zick.

Trumps Sieg ein Warnsignal

Auch der Rechtsextremismusforscher Häusler nannte Trumps Wahlsieg ein Warnsignal dafür, „was an Verrohung der politischen Kultur drohen kann“. Es drohe eine Normalisierung von rassistischen und nationalistischen Forderungen auch in Europa, sagte der Sozialwissenschaftler des Forschungsschwerpunkts „Rechtsextremismus und Neonazismus“ der Hochschule Düsseldorf dem epd.

Zwar sei die Verrohung der politischen Kultur in Europa bei weitem noch nicht so stark fortgeschritten wie in den USA. „Wir haben diese Unversöhnlichkeit zweier Lager und die abgrundtiefe Niveaulosigkeit des Wahlkampfes hier noch nicht so“, sagte Häusler. „Aber es gibt auch hier einen gefährlichen Einfluss radikal rechter Parteien, die den politischen Zusammenhang in Europa massiv gefährden.“ Sollte es künftig zu einem Politikwandel in Richtung Rechtspopulismus in einem für die EU wichtigen Land wie Frankreich kommen, „dann wäre die EU in ihrer jetzigen Form bedroht“, warnte der Extremismusforscher.

Da wächst ein Ressentiment heran

Der Direktor des Sozialwissenschaftlichen Instituts der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Gerhard Wegner, sagte, die Zahl der Menschen, die sich als Verlierer und Abgehängte empfänden, wachse überall: „Die Welt ist für diese Menschen gefühlt immer unsicherer geworden.“ Sie suchten Schutz und Sicherheit und fänden diese bei vermeintlich starken Führern, die nicht kompliziert und abgehoben redeten. „Da wächst ein Ressentiment heran, das Angst machen kann.“ Sowohl im intellektuellen Diskurs als auch in der Politik müsse es mehr Lebensnähe und Alltagsbezug geben.

Nur wenige Menschen verstünden, warum sie allem Fremden gegenüber offen und tolerant sein sollten. „Jedem Kind wird ja normalerweise gesagt, dass bei fremden Menschen erst einmal Skepsis angesagt ist“, betonte Wegner. Die Lebenswelten liberaler Intellektueller seien weit weg von denen des Volkes, das die Populisten anriefen. In Deutschland dürfe nicht weiter das Gefühl wachsen, dass Flüchtlinge gegenüber sozial schwächeren Einheimischen bevorzugt würden. „Was uns fehlt, ist eine Willkommenskultur für Hartz-IV-Empfänger. Die Betroffenen glauben, diese jetzt bei den Nationalisten zu finden.“ Das sei zwar völlig illusorisch, wirke aber stark. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Arbeiten in der Schweiz. Migranten haben es schwer

 

Die Schweiz ist ein klassisches Einwanderungsland. Doch nicht immer werden Migranten mit offenen Armen empfangen. Vor allem auf dem Arbeitsmarkt haben sie es schwer. Die Jahrestagung der Eidgenössischen Migrationskommission widmete sich dem Thema Arbeiten in der Migrationsgesellschaft und liess wirtschaftlich erfolgreiche Migranten zu Wort kommen. Von Sibilla Bondolfi

 

Die Schweiz holt seit Jahrzehnten Arbeitskräfte aus dem Ausland, da sie diese für Industrie, Forschung, Landwirtschaft und Baugewerbe benötigt. Dazu kommen Migranten und Migrantinnen, die in der Schweiz um Asyl ersuchen, weil sie in ihrem Heimatland verfolgt werden.

Inzwischen haben fast 25% der Schweizer Wohnbevölkerung keinen Schweizer Pass. Wegen des Klimawandels und bewaffneter Konflikte ist mit einer noch grösseren Migration nach Europa und in die Schweiz zu rechnen.

Doch die so genannte vierte industrielle Revolution stellt neue Herausforderungen: Die Forschung geht davon aus, dass in Zukunft viele Arbeitsstellen – je nach Studie 9 bis 47% – durch Roboter ersetzt werden.

Migranten besonders betroffen

Am meisten bedroht sind Arbeitsstellen mit manuellen oder kognitiven Routinetätigkeiten, sei es in Fabriken oder der Administration. Migranten werden deshalb aller Voraussicht nach besonders vom erwarteten Stellenabbau betroffen sein, da sie überdurchschnittlich häufig im Niedriglohnsektor arbeiten.

Diese Problematik wurde an der Jahrestagung der Eidgenössischen Migrationskommission in Bern erörtert und mit der Frage verknüpft, wie Migranten und Migrantinnen auf dem Arbeitsmarkt bessere Chancen haben. 

Ist Assimilation gut oder schlecht?

Maike Burda vom Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung sagte, Sprachkenntnisse und soziale Netzwerke seien wichtig. Assimilation und soziale Kontakte verbesserten die Chancen auf dem Arbeitsmarkt, traditionelle Geschlechterbilder wirkten hingegen hindernd. 

 

Die soziokulturellen Faktoren spielen laut Burda generell eine grosse Rolle. "Muslimische Migranten haben es in Europa besonders schwer."

Dem hielt Kijan Espahangizi vom Zentrum Geschichte des Wissens von ETH und Universität Zürich entgegen, Assimilation sei eine unerfüllbare Zumutung. 

 

Zwar spreche man heute von Integration statt Assimilation, aber noch immer bestehe die Erwartung, dass die Einwanderer sich einer Mehrheitsgesellschaft anpassten. "Doch wer ist die Mehrheitsgesellschaft?", fragte Espahangizi. "Die Mehrheiten sind sich am Auflösen, wenn sie überhaupt je bestanden haben." 

Bei Assimilation gehe es um Machtausübung. "Solange wir das Assimilationsregime nicht in Frage stellen, können wir im Arbeitsmarkt keine Integration erreichen", meinte er.

Migranten als Ressource betrachten

Referenten und Publikum waren sich einig, dass es ein neues Denken brauche. Migranten und Migrantinnen seien eine wichtige Ressource für die Schweiz, und die Angst vor Verdrängung sei unbegründet.

Fazit der Tagung war, dass man das Potenzial von Migrantinnen und Migranten nutzen müsse, statt sie in die Problemschublade zu stecken. Passend dazu erzählten Migrantinnen und Migranten an einem Podium, wie sie in der Schweiz erfolgreich Fuss fassten und welche Schwierigkeiten sie dabei überwinden mussten. Swissinfo 10

 

 

 

 

US-Wahl: Eine Niederlage für den Journalismus

 

Das Entsetzen über Trumps Sieg zeigt, dass der Journalismus in den USA wie in Deutschland den Kontakt zur Gesellschaft verliert. Ein offener Blick auf die Gründe des Volkszorns tun not, kommentiert EurActivs Medienpartner „WirtschaftsWoche“.

„Im Moment sind die Menschen hier in einer Schockstarre….“, sagte die USA-Korrespondentin des Nachrichtensenders N-TV am Morgen nach der Wahl Donald Trumps zum nächsten amerikanischen Präsidenten. Ähnlich hätte man vermutlich auch die Stimmung in Deutschland beschreiben können.

Zumindest im unmittelbaren Umfeld derjenigen Menschen, die über Wahlen berichten, wird das auch zutreffend sein. Aber die Aussage der NTV-Journalistin ist natürlich trotzdem falsch. Denn „die Menschen“ in Amerika haben bekanntlich Trump gewählt. Und diese Menschen freuen sich vermutlich – oder empfinden zumindest Genugtuung. Vermutlich auch ein gar nicht so unbeträchtlicher Teil der Deutschen, der Franzosen und anderer Nationen.

Gerade wir Journalisten können oder wollen dieses Wahlergebnis kaum fassen. Vermutlich auch, weil wir zwar über Trump schreiben, aber kaum jemals mit seinen Anhängern sprechen. Für französische Journalisten und den Front National gilt das ähnlich wie für deutsche und die AfD. In westlichen Gesellschaften hat sich ein Graben aufgetan und die große Mehrheit der Journalisten steht auf derselben Seite – da wo auch die politischen Eliten stehen.

Diese Diskrepanz zwischen dem medialen Urteil und der Wahlentscheidung der Mehrheit der Amerikaner ist ein wichtiger Teil des Ereignisses, dessen Zeugen wir geworden sind. Vielleicht berührt es sogar dessen Kern. Ein Kollege vom „Stern“ schreibt: „Offensichtlich blicken wir, die liberalen Eliten, es schlicht nicht mehr. … Der Siegeszug der Populisten zeigt, dass sich die politische Tektonik verschoben hat, ohne dass wir es mitgekriegt oder auch nur um Ansatz begriffen hätten.“

Da hat der Kollege zweifellos recht. Nicht nur das politische, sondern auch das publizistische Establishment hat offensichtlich den Draht zu einem großen Teil der Gesellschaft verloren. In Amerika ist es, wie diese Nacht gezeigt hat, die Mehrheit.

Den Draht verloren haben allerdings auch die Demoskopen. Ihre Vorhersagen werden immer unzuverlässiger – in den USA wie in Europa. Die falschen Voraussagen für den Sieg des Remain-Lagers in Großbritannien und jetzt Clintons in den USA dürften Indizien dafür sein, dass die Befragten ahnen, welche Antwort dem Demoskopen sympathischer ist. Man spricht vom „Shy Trump Effekt“.

Wenn eine Machtelite an Autorität verliert und neue Wettbewerber auftreten, die ihr die Macht streitig machen, so muss man die Gründe dafür vernünftigerweise bei den bisherigen Eliten suchen. Sollte man meinen. Doch ganz offensichtlich haben die überkommenen politischen Eliten die Bürger in einem Ausmaß enttäuscht, das sie bislang nicht wirklich wahrgenommen haben.

Was den Washingtoner Eliten, deren Inkarnation nun einmal Hillary Clinton ist, zum Verhängnis wurde und die politischen Kreise in anderen westlichen Hauptstädten ebenso existentiell gefährdet, ist ein Mangel an grundlegendem Selbstzweifel und Bereitschaft zur offenen Selbstkritik innerhalb dieser Eliten.

Und als ein Teil dieser selbstunkritischen Eliten erscheint auch der mediale Komplex. Der Aufstieg der so genannten Populisten wurde nicht als das erkannt, was er im Kern ist, nämlich ein Aufstand gegen das Establishment. Statt die Gründe im offensichtlichen Versagen der Regierenden zu suchen, stürzte man sich auf die Rüpel selbst.

Nach den Quellen des Zorns suchen

Der Wunsch sie bloßzustellen, sie als boshaft und gefährlich zu entlarven, obsiegte meist über die unbequeme Aufgabe, nach den ökonomischen und anderen Gründen des Zorns ihrer Wähler zu forschen. Was nicht heißen soll, dass die Bloßgestellten nicht tatsächlich boshaft und gefährlich sein können.

Offenbar waren all die von Journalisten offen gelegten Makel Trumps nicht entscheidend für den Wählerwillen. Entscheidend war offenbar vielmehr das Versagen der etablierten Eliten, gegenüber denen sich Trump als radikale Alternative präsentierte.

Warum ist das so? Einer Antwort darauf kommt man vielleicht mit Hilfe der Indexing-Hypothese des amerikanischen Medienwissenschaftlers Lance Bennett näher. Er hat gezeigt, dass sich die Ansichten von Journalisten an der Bandbreite der Positionen im etablierten politischen Betrieb orientieren. Grundlegende Kritik von außerhalb des Establishments bleibt weitgehend außen vor. Es liegt in der Natur der Sache, dass der Indexing-Effekt umso problematischer wird, je kleiner das Spektrum der im politischen Establishment vertretenen Positionen und je größer die Diskrepanz zu den in der breiten Bevölkerung vertretenen Positionen ist.

Indexing, also die Orientierung an den politisch tonangebenden Eliten ist eine dauernde Versuchung und Gefahr für den Journalismus. Denn es macht die Kritiker genauso blind für Probleme und Gefahren außerhalb des eigenen Sichtfelds wie diejenigen, die zu kritisieren ihre Aufgabe ist. Die Balance zwischen berufsbedingter Nähe zu den Mächtigen und kritischer Distanz zu finden, ist und bleibt eine Daueraufgabe.

Zu der kritischen Distanz gehört aber auch, sich nicht mit dämonisierenden und pädagogischen Erklärungen für das Phänomen Trump oder die Erfolge des Front National in Frankreich oder der AfD zu begnügen. Denn sie sind nicht durch den irrationalen Hass provinzieller Hinterwäldler auf Einwanderer zu erklären. Das sind sozialpsychologische Folgen, nicht Ursachen.

Nach den Quellen des antielitären Zorns zu suchen und sie zu kartieren, bleibt eine noch längst nicht erfüllte Aufgabe für eine kritische Öffentlichkeit. Aufklärung tut not. Über die benennbaren, aber selten in der Öffentlichkeit benannten Probleme und durchaus begründeten, keineswegs irrationalen Ängste weiter Bevölkerungsteile. Über ein instabiles Weltwirtschaftssystem, das ihnen und ihren Nachkommen zunehmende Unsicherheit verheißt und einer kleinen Schicht den Löwenanteil der noch erwirtschafteten Zuwächse. Aufklärung also über die Auflösungserscheinungen politischer und ökonomischer Ordnungen, die mit dem Wahlsieg Trumps noch offenkundiger geworden sind.

Ferdinand Knauß WW  EA 10

 

 

 

 

Wiedervereinigung Zyperns: Einigung bis zum Jahresende?

 

Die zyprischen Friedensverhandlungen werden diese Woche in die Schweiz verlagert. Dort werden die Vertreter der türkischen und griechischen Landesbevölkerung über die größten Hindernissen der Wiedervereinigung diskutieren. EurActiv Spanien berichtet.

 

Der griechisch-zyprische Präsident Nikos Anastasiades und sein türkisch-zyprischer Amtskollege Mustafa Ak?nc? deuteten am gestrigen Sonntag an, dass die kommende Verhandlungsrunde von besonders großer Bedeutung sei. Bisher verlief der Friedensprozess eher holprig: Die Gespräche gerieten immer wieder ins Stocken und das mühsam ausgearbeitete Abkommen fiel ins Wasser, nachdem die griechischen Zyprer dem Deal in einem Referendum eine klare Absage erteilt hatten.

„Ich werde alles in meiner Macht Stehende tun, um eine Lösung zu finden, die nicht Gewinner und Verlierer hervorbringt, sondern für alle funktioniert“, betonte Anastasiades am 4. November lokalen Pressevertretern gegenüber. „Ich möchte mit guten Nachrichten zurückkommen. Diese Insel verdient so viel mehr. Sie verdient eine bessere Zukunft.“

Am selben Tag gab auch Ak?nc? ein Interview. Darin zeigt er sich hoffnungsvoll, dass womöglich später in diesem Jahr noch ein Abkommen erreicht werden könne.

Vor 17 Monaten nahmen die beiden führenden Politiker erstmals Verhandlungen zur Wiedervereinigung auf. Seitdem fanden 129 Treffen statt. Obwohl es bereits große Fortschritte gab, sind noch immer nicht alle großen Streitpunkte geklärt.

Die nächste Verhandlungsrunde wird nun in der Schweiz stattfinden – weit entfernt vom Druck der jeweiligen Lokalgemeinschaft und in Anwesenheit des bald aus dem Amt scheidenden UN-Generalsekretärs Ban Ki-moon. Auf der Agenda steht eine besonders heikle Streitfrage: die zukünftige territoriale und administrative Einteilung des Landes.

Die griechischen Zyprioten wollen mehr Kontrolle über die Küstengebiete und fordern, mindestens 100.000 der 220.000 Vertriebenen, die 1974 aus ihrer Heimat verbannt wurden, wiederaufzunehmen. In diesem Jahr war die Türkei in den Norden Zyperns eingefallen. Noch immer sind dort 30.000 Soldaten stationiert. Anastasiades möchte vor allem, dass griechische Zyprioten in die Städte Morphou und Famagusta zurückkehren können, die seit der türkischen Invasion de facto zum türkisch-zyprischen Hoheitsgebiet zählen.

Sollten sich die Parteien in diesen Punkten einigen, werde man die Diskussionen fortführen, eine gemeinsame Karte aufsetzen und schließlich ein Datum für weitere Sicherheitsverhandlungen festsetzen, schreibt die türkisch-zyprische Zeitung Kibris. Auch das könnte sich als komplizierte Angelegenheit erweisen, da beide Parteien mit ihren Positionen hier sehr weit auseinanderliegen.

Griechenland, die Türkei und Großbritannien werden ebenfalls in die Verhandlungen involviert sein, denn sie garantierten 1960 die Unabhängigkeit Zyperns. Die Türkei und die türkischen Zyprer bestehen darauf, ein föderalstaatliches Abkommen nur mit Garantiestaaten abzuschließen. Griechenland hingegen hält ein solches Konzept für überholt. Großbritannien zeigt sich in der Angelegenheit neutral.

Ziel des Abkommens ist es, Zypern unter einer internationalen Identität, einer Staatsbürgerschaft und Souveränität zu einen. Die Unterteilung in zwei Bundesstaaten soll jedoch erhalten bleiben.

Flora Alexandrou | euroefe.es | Übersetzt von: Jule Zenker 7

 

 

 

 

Dresedner Erklärung. Integrationsbeauftragte kritisieren pauschale und überstürzte Politik

 

Die Integrationsbeauftragten der Länder kritisieren auf ihrer Jahreskonferenz die Politik. Sie sei pauschal, halbherzig und überstürzt. Die Länderbeauftragten fordern mehr Sachdebatten und weniger Stimmung. Integration brauche langen Atem.

Die Integrationsbeauftragten der Länder sehen Deutschland auf dem Weg zu einem zuverlässigen Einwanderungsland. „Wir sind aus dem Krisenmodus in den Modus der Strategieentwicklung gekommen“, sagte Miguel Vicente (SPD), Beauftragter für Migration und Integration in Rheinland-Pfalz, am Freitag auf der Jahreskonferenz der Länderbeauftragten in Dresden. Es sei gelungen, Konzepte und Strukturen aufzubauen. „Wir werden ein Einwanderungsland bleiben“, betonte er. Daher gelte es nun, Strukturen nachhaltig zu entwickeln.

Die Ausländer- und Integrationsbeauftragten der Bundesländer waren am Donnerstag und Freitag in Dresden zu ihrer Jahreskonferenz zusammengekommen. In einer zum Abschluss der Tagung verabschiedeten „Dresdner Erklärung“ kritisierten sie „die Politik der pauschalen Betrachtungen, der halbherzigen Schritte und der überstützt geschnürten Gesetzespakete“. Integration brauche „Zeit, Mut, Geduld, Ressourcen und einen langen Atem aller Beteiligten“.

Mehr Sachdebatte, weniger Stimmung

Es müsse wieder stärker um die Sachdebatte gehen und weniger um Stimmungen in der Bevölkerung, sagte Vicente. Zentral seien die Themen Sprache, Ausbildung und Arbeit für Migranten. Die Länderbeauftragten kritisierten, es habe in der Vergangenheit zu oft an Abstimmungen mit dem Bund gefehlt. Der sächsische Ausländerbeauftragte Geert Mackenroth (CDU) sagte, in der Integrationspolitik sei „einiges aus dem Bauch heraus“ geschehen.

Schwerpunkte der Dresdner Tagung waren die Organisation der Flüchtlingsbetreuung, das Monitoring von Integrationsmaßnahmen und die Qualitätssicherung bei der Unterbringung von Schutzsuchenden. Zum derzeit vieldiskutierten Thema Kinderehen hätten sich die Beauftragten dagegen nicht verständigt, hieß es. In Deutschland wird momentan über ein generelles Verbot von Kinderehen debattiert.

Petra Bendel vom Sachverständigenrat Deutscher Stiftungen für Integration betonte, dafür seien Absprachen mit Juristen notwendig. Ein Fachgutachten habe der Rat aber bisher nicht erstellt. (epd/mig 7)

 

 

 

 

 

Jesuiten kritisieren Flüchtlingspolitik

 

Großes Engagement von Ehrenamtlichen, zu wenig Unterstützung durch die Politik: Diese Zwischenbilanz zieht der Jesuitenflüchtlingsdienst JRS zur aktuellen Flüchtlingslage in Deutschland. Vor allem beim Familiennachzug hakt es demnach.

 

Dass Populisten behaupten, die Stimmung bezüglich der Flüchtlinge beginne in Deutschland allmählich zu kippen, kann der Direktor des JRS in Berlin, Pater Frido Pflüger, nicht nachvollziehen. „Weder bei meinen vielen Reisen und Vorträgen in Gemeinden und Akademien erlebe ich so etwas. In der Umfrage des evangelischen Sozialinstitutes, das das seit Herbst letzten Jahres in mehrfachen Schritten überprüft hat, kann man sehen, dass die Stimmung überhaupt nicht kippt! Vielmehr sind heute noch weitaus mehr Leute bereit, sich zu engagieren, als es noch vor einem Jahr der Fall war. Es gibt ja auch in Deutschland hunderttausende Menschen, die sich freiwillig engagieren und in verschiedenen Situationen helfen, das Leben der Flüchtlinge zu erleichtern und die Integration zu fördern.“

Trotzdem kritisiert Pater Pflüger die deutsche Regierung – etwa, weil der Familiennachzug für Flüchtlinge eingeschränkt ist. Würde man diese Einschränkungen lockern, dann würde das aus Pflügers Sicht keineswegs zu einem neuen Flüchtlingsansturm führen: „Es handelt sich ja beim Familiennachzug nur um den Nachzug der nächsten Verwandten, der Eltern oder der Kinder. Es geht nicht um Verwandtschaft im siebten Glied. Das ist eigentlich durch unseren Familienbegriff geschützt. Ich möchte verhindern, dass Familie nur ein Wert wird, den wir am Sonntag verkündigen. Für mich ist es wichtig, dass dies auch im Alltag gilt und vor allem bei dem schweren Leben das Flüchtlinge, die von ihren Familien getrennt sind - bei uns oder in den Ländern, in denen sie sich noch aufhalten. Durch Familienzusammenführung würde die Integration von so vielen Menschen erleichtert werden können, die sich jetzt in Deutschland aufhalten und sich Sorgen machen.“

Im Gespräch mit dem Kölner Domradio wirft der Jesuit der Bundesregierung vor, die Integration durch ihre aktuelle Politik richtiggehend zu behindern. „Es gibt eine Unterscheidung zwischen den recht wenigen Flüchtlingen mit einer guten Bleibeperspektive, für die alles ein bisschen leichter wird, und es gibt die mit schlechter Bleibeperspektive. Und die haben inzwischen kaum mehr ein Recht auf Deutschkurse. Die müssen in den Heimen bleiben, bis ihr Fall entschieden ist, und sollen dann möglichst schnell aus Deutschland raus. Aber das klappt so auch nicht, weil sich zahlreiche Menschen juristisch dagegen wehren und auch Recht bekommen. Wir haben demzufolge inzwischen ein System, das aufgrund von irgendwelchen Zahlenerhebungen Menschen mit schlechter Bleibeperspektive abqualifiziert, was inhaltlich nicht abgedeckt ist. Die Menschen haben eigentlich keine Integrationschance mehr bei uns, obwohl sie bleiben.“

Es ist noch keine Woche her, dass mit Donald Trump ein Populist zum US-Präsidenten gewählt worden ist. Er hat sich in seinem Wahlkampf stark gegen Migration ausgesprochen. Pater Pflüger befürchtet durchaus, dass es jetzt für Politiker wie Angela Merkel und Sinnesgenossen immer schwieriger wird, Mehrheiten für eine humane Flüchtlingspolitik bei der Bevölkerung zu erreichen.

„Das kann durchaus passieren, weil der Stil, den wir jetzt in Deutschland teilweise durch die AfD und Pegida auch schon haben, auf einmal durch den gewählten US-Präsidenten legitimiert wird, der ja ohne Anstand lügt und Leute in aller Öffentlichkeit beschimpft und missachtet. Das heißt, man kann mittlerweile alles ohne Scham sagen, und das wird sicherlich die Öffentlichkeit in Deutschland auch stärker bestimmen. Aber ich denke, wir müssen dagegenhalten und sagen, dass wir ein solches Verhalten nicht tolerieren. Da sind auch die Medien gefragt, sich entsprechend zu positionieren!“ (domradio 15.11.)

 

 

 

 

CSU-Parteitag: Leitkultur, Ordnung und Obergrenze

 

In der Flüchtlingspolitik demonstrierte die CSU bei ihrem Parteitag den Schulterschluss mit Österreich – und versuchte das gesamte politische Spektrum von Mitte bis Rechts abzudecken.

Bundeskanzlerin Angela Merkel war erstmals nicht bei einem Parteitag der Schwesterpartei CSU vertreten. Die aber bemühte sich sehr wohl, die Wogen der letzten Wochen zu glätten. Die Suche nach einem Konsens ist angesagt, der Streit in der Schublade.

Österreichs Außenminister Sebastian Kurz wurde als Gastredner geladen. Dabei zeigte sich, dass in der Flüchtlingspolitik Bayerns Ministerpräsident Horst Seehofer mit seinem österreichischen Parteifreund auf einer Linie liegt. Zum Beispiel, was die Beitrittsverhandlungen mit der Türkei betrifft. „Mit einem solchen Land darf es keine Visafreiheit geben und müssen die Verhandlungen zu einem EU-Beitritt mindestens unterbrochen werden“, forderte Seehofer.

TÜRKEI IN DIE SCHRANKEN WEISEN

Und Kurz sekundierte, dass „eine Türkei, die Journalisten einschüchtert, Oppositionsführer einsperrt und die Todessstrafe einführt, keinen Platz in der EU hat“. Diese Meinung wird er auch im EU-Außenministerrat vertreten, wenn es zur Beratung über den so genannten Fortschrittsbericht über die Verhandlungen mit der Türkei kommt. Laut ersten Medienberichten, dürfte der von den Beamten verfasste Bericht kritisch zum Zustand der Rechtsstaatlichkeit und Meinungsfreiheit äußern. Von den Drohungen Ankaras, den Flüchtlingsdeal zu kippen, lässt sich der österreichische Außenminister nicht beeindrucken.

MEHR ALS 200.000 SIND NICHT VERKRAFTBAR

Seehofer hat beim Parteitag in München einmal mehr klargestellt, dass für die CSU die Festlegung einer Obergrenze unverzichtbar ist: „Die Steuerung der Zuwanderung ist Voraussetzung, um dauerhaft Integration und Humanität gewährleisten zu können. Kein Land auf dieser Welt kann Zuwandererzahlen, wie wir sie im letzten Jahr erlebt haben, verkraften. Deshalb nennen wir 200.000 als Grenze, das ist alles andere als inhuman oder unchristlich.“

Der bayerische Politiker bezog sich dabei auch auf ein erst vor kurzem geäußertes Zitat von Papst Franziskus, wonach man nicht mehr Flüchtlinge aufnehmen, als diese auch integrieren kann. In diesem Zusammenhang müsse allen die nach Deutschland zuwandern klar sein, dass sie jene Regeln anerkennen müssen, die die Grundpfeiler der europäischen Gesellschaft darstellen.

Bekenntnis zur Leitkultur

Mit ihrem neuen Grundsatzprogramm, das den Begriff der „Ordnung“ in den Mittelpunkt stellt und ein Bekenntnis zur so genannten „Leitkultur“ ablegt, ein Begriff der schon vor Jahren zu heftigen Diskussionen führte, versucht die CSU das gesamte politische Spektrum von Mitte bis Rechts abzudecken und die AfD in die Schranken zu weisen.

Eine ähnliche Strategie möchte Kurz in Österreich verfolgen, wo die rechtspopulistische FPÖ in den Umfragen vor den beiden Koalitionsparteien liegt. Er will das Thema Zuwanderung „weder Links noch Rechts“ überlassen. Denn, so Kurz, die Linken würden glauben, dass durch Totschweigen dieses Problem lösbar sei, die Rechten würden nur Ängste schüren und die Bevölkerung aufwiegeln. Daher soll es zur Beschlussfassung eines eigenen Integrationsgesetzes kommen. Demnach müsse für Zuwanderer die Vorgabe gelten: „Es braucht ein klares Ja zur deutschen Sprache, ein klares Ja zur Teilnahme am Arbeitsmarkt, und ein klares Ja zu den Grundwerten in Europa.“

Herbert Vytiska (Wien) | EurActiv 7

 

 

 

 

Integrationsgipfel. Migranten wollen ins Grundgesetz

 

Wenige Tage vor dem neunten Integrationsgipfel mit der Kanzlerin positionieren sich die Migrantenorganisationen. Ganz oben auf ihrer Wunschliste steht eine Verfassungsänderung. Deutschland soll als „vielfältiges Einwanderungsland“ bezeichnet werden.

Kurz vor dem Integrationsgipfel bei Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) haben Migrantenorganisationen gefordert, gesellschaftliche Mitsprache von Zuwanderern als Staatsziel im Grundgesetz festzuschreiben. In einem am Freitag in Berlin vorgestellten Impulspapier heißt es, Deutschland sollte in einem neuen Verfassungsartikel 20b als ein „vielfältiges Einwanderungsland“ bezeichnet und die Förderung gleichberechtigter Teilhabe, Chancengerechtigkeit und Integration aller Menschen festgeschrieben werden.

 

Insgesamt formulieren 53 Migrantenorganisationen in dem Papier mit dem Titel „Wie interkulturelle Öffnung jetzt gelingen kann!“ vier „Veränderungsziele“ und 29 konkrete Maßnahmen. Bundeskanzlerin Merkel hat für Montag zum neunten Integrationsgipfel geladen. Dort sollen Ansätze zu einer besseren Teilhabe von Migranten etwa durch bürgerschaftliches Engagement und Herausforderungen bei der Integration von Flüchtlingen besprochen werden.

Repräsentationsdefizite

In dem Papier heißt es weiter, die gesellschaftliche Teilhabe von Migranten habe in den vergangenen Jahren deutliche Fortschritte gemacht, müsse sich jedoch „gerade heute noch weiter verbessern“. Interkulturelle Öffnung von Organisationen und Institutionen müsse deshalb Chefsache werden. Obwohl inzwischen mehr als jeder Fünfte inzwischen über eine Migrationsgeschichte verfüge, gebe es ein Repräsentationsdefizit in Berufsgruppen, Parlamenten, Parteien, Verbänden, Behörden, Medien und im Kulturbetrieb.

Als Veränderungsziele werden neben „Strategien zur interkulturellen Öffnung“ auf allen gesellschaftlichen Ebenen unter anderem die Einbindung von Migrantenorganisationen in Prozesse der interkulturellen Öffnung gefordert. So soll beispielsweise auf Bundesebene ein „Nationaler Rat zur interkulturellen Öffnung“ eingerichtet werden.

Diskriminierungsschutz soll verbessert werden

Zudem sollte der Diskriminierungsschutz verbessert werden, forderte Sylvie Nantcha, Vorsitzende von The African Network in Germany. „Organisationen und Institutionen erbringen ihre Leistungen in gleicher Qualität“ für alle Bürger „unabhängig von deren Herkunft“, heißt es in dem Papier als Ziel. Dazu müssten auf Länderebene Antidiskriminierungsstellen gestärkt und auf eine gesetzliche Grundlage gestellt werden. Auf Bundesebene sollte die Antidiskriminierungsstelle in Gesetzesvorhaben einbezogen werden. Zudem sollten Ombudsstellen mit Vertrauenspersonen der Migrantenorganisationen besetzt werden.

Kenan Kücük, Leiter des Multikulturellen Forums, sagte: „Es ist noch viel Aufbauarbeit zu leisten, wenn wir gleichberechtigte Teilhabe erreichen wollen“. Martin Gerlach, Geschäftsführer der Türkischen Gemeinde in Deutschland, verlangte eine bessere Förderung von Migrantenorganisationen.“ Sie seien „Impulsgeber und Brückenbauer, damit interkulturelle Öffnung für beide Seiten gelingen kann“. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Kindertagesbetreuung. Mehr Geld für Qualität in Kitas

 

Bund und Länder wollen die Qualität in Kitas weiter verbessern. Die dafür notwendige Finanzierung soll dauerhaft gesichert werden. Das haben die zuständigen Minister von Bund und Ländern in Berlin erklärt. Auch der Bund müsse sich finanziell weiter beteiligen, sagte Bundesfamilienministerin

Schwesig.

 

Bund, Länder und Kommunen haben in den vergangenen Jahren eine Vielzahl von Betreuungsplätzen für Kinder geschaffen. Allein in den vergangenen acht Jahren hat sich die Anzahl der Betreuungsplätze in Kitas verdoppelt.

Der Ausbau des Platzangebotes ging – wie Untersuchungen zeigen – nicht zu Lasten der Qualität.

Trotzdem rückt nun vermehrt die Qualität der Kindertagesbetreuung in den Fokus. Auf einer gemeinsamen Konferenz von Bund und Ländern haben sich die Beteiligten nun erstmals darauf geeinigt, gemeinsam eine Qualitätsoffensive zu starten und auch die entsprechende Finanzierung anzugehen.

"Ich werde mich dafür einsetzen, dass die Kosten fairer auf Bund, Länder und Kommunen verteilt werden", betonte Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig.

Eine Arbeitsgruppe von Bund und Ländern hat einen ersten Zwischenbericht zur "Frühen Bildung" vorgelegt. Auch die kommunalen Spitzenverbände haben an dem Text mitgearbeitet. Der Bericht beschreibt gemeinsame Ziel- und Entwicklungsperspektiven von Bund und Ländern, nimmt Kostenabschätzungen vor und zeigt mögliche Finanzierungswege auf.

Kosten von zehn Milliarden errechnet

Die veranschlagten zusätzlichen Kosten betragen laut Schwesig etwa zehn Milliarden Euro jährlich, wenn alle Zielvorgaben erfüllt werden sollen. Sie werde sich dafür einsetzen, dass der Bund die Hälfte der Kosten übernehme. 2018 soll es erstmalig eine Milliarde Euro zusätzlich geben. Nach den Plänen der Ministerin soll der Beitrag stufenweise angehoben werden. Sie wisse aber, dass das noch

schwierige Verhandlungen würden, "auch innerhalb der Bundesregierung".

Das sei eine Menge Geld, bekräftigte der Bildungsminister aus Brandenburg, Günter Baaske. Studien zeigten allerdings, dass eine qualitativ gute frühkindliche Bildung dazu führe, dass Kinder auch später in der Schule und im Beruf erfolgreicher seien. Davon profitiere vor allem der Bund: zum Beispiel durch eine geringere Zahl an Schulabbrechern, einen früheren Einstieg in den Job und

dementsprechend höhere Steuereinnahmen.

Gesetzliche Grundlage bis zum Frühjahr

Laut der nun vorgestellten Vereinbarungen soll es keine einheitlichen Ziele geben. Dazu ist die Ausgangslage in den verschiedenen Bundesländern zu unterschiedlich. Jedes Bundesland, jede Kommune könne mit dem zusätzlichen Geld ihrem Bedarf entsprechend beispielsweise mehr Erzieher einstellen,

die Sprachentwicklung fördern, oder auch die Kitagebühren für Familien mit geringem Einkommen senken, so Schwesig. Die Einhaltung der Standards solle durch eine Zielvereinbarung des Bundes als Geldgeber mit jedem einzelnen Bundesland gesichert werden.

Die Qualitätsoffensive müsse auf der Basis einer gesetzlichen Grundlage umgesetzt werden. Bis zum Frühjahr solle nun eine Arbeitsgruppe von Bund und Ländern die Eckpunkte für ein "Qualitätsentwicklungsgesetz" erarbeiten, das den "länderspezifischen Bedürfnissen" gerecht werde, erläuterte die Ministerin. Pib 15

 

 

 

 

Abschreckung. Innenminister will gerettete Flüchtlinge auf hoher See direkt zurückschicken

 

Das Bundesinnenministerium will im Mittelmeer gerettete Flüchtlinge direkt nach Afrika zurückschicken. Von dieser Praxis erhofft sich das Ministerium eine abschreckende Wirkung. Opposition kritisiert scharf. Derweil spricht sich Ex-Verfassungsgerichtspräsident Papier für Obergrenzen aus.

Das Bundesinnenministerium will im Mittelmeer gerettete Flüchtlinge offenbar direkt nach Afrika zurückschicken. Wie die Welt am Sonntag unter Berufung auf das Ministerium von Thomas de Maizière (CDU) berichtete, sollen Menschen so von der lebensgefährlichen Überfahrt abgehalten werden. „Die fehlende Aussicht auf das Erreichen der europäischen Küste könnte ein Grund sein, warum die Migranten davon absehen, unter Einsatz ihres Lebens und hoher eigener finanzieller Mittel, die gefährliche Reise anzutreten“, zitierte die Zeitung eine Sprecherin.

Flüchtlinge, die von Libyen in See stechen, sollten dem Vorschlag zufolge nicht nach Libyen, sondern in ein anderes nordafrikanisches Land gebracht werden. Dort könnten sie ihren Asylantrag für Europa stellen. Sei dieser erfolgreich, würden sie sicher übers Meer gebracht.

Opposition: Innenministerium behandelt Geflüchtete wie eine ansteckende Krankheit

Aus der Opposition kam scharfe Kritik. „Das Innenministerium behandelt Geflüchtete wie eine ansteckende Krankheit, die man sich vom Hals halten will“, sagte Grünen-Fraktionschefin Katrin Göring-Eckardt der Zeitung. „Wer Menschen auf der Flucht schon das Recht auf ein faires Verfahren verwehrt, handelt sowohl flüchtlingspolitisch als auch rechtlich mehr als fragwürdig.“

Der Vorsitzender der Linkspartei, Bernd Riexinger, erklärte: „Das wäre ein humanitärer Skandal und ein weiterer Schritt zur Abschaffung des Asylrechts.“ Er sprach sich für legale Fluchtwege in die EU aus. „Die Asylprüfung muss in Deutschland erfolgen, denn das Recht auf Asyl bedeutet auch, den Zugang zu rechtsstaatlichen Mitteln, das heißt zu Anwälten, Beratungsstellen und so weiter zu haben.“ Nach Angaben des Bundesinnenministeriums gibt es dem Zeitungsbericht zufolge noch keine konkreten Pläne oder Gespräche auf EU-Ebene.

Ex-Verfassungsgerichtspräsident für Obergrenzen

In der Debatte über eine Obergrenze für Flüchtlinge hat unterdessen der frühere Präsident des Bundesverfassungsgerichts und CSU-Mitglied, Hans-Jürgen Papier, keine rechtlichen Bedenken. Eine Limitierung der Flüchtlingszahlen durch eine Obergrenze oder Kontingente sei rechtlich möglich, sagte Papier der Welt am Sonntag. Zugleich sei sie politisch notwendig, erklärte er.

„Die Handhabung des Asylrechts muss sich strikt auf das konzentrieren, was es leisten kann: nämlich aktuell politisch Verfolgten Schutz zu gewähren, also in der Regel durch ein vorübergehendes Aufenthaltsrecht“, sagte Papier der Zeitung. Darüber hinaus habe jeder Staat die Möglichkeit, weitere Menschen aus humanitären Gründen aufzunehmen. Deren Zahl könne mit Kontingenten oder Obergrenzen beschränkt werden. Papier stellt sich damit hinter eine Forderung des neuen CSU-Grundsatzprogramms, in dem eine Obergrenze für die Aufnahme von Flüchtlingen gefordert wird. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Keine Zusammenarbeit mit Antieuropäern. Europa-Union positioniert sich zur Alternative für Deutschland (AfD)

 

Demokratische Auseinandersetzung ja – Zusammenarbeit und Mitgliedschaft nein. Am Wochenende verabschiedete das Präsidium der Europa-Union Deutschland einen Unvereinbarkeitsbeschluss zur Alternative für Deutschland und ihrer Jugendorganisation Junge Alternative (JA). „Die AfD ist eine nationalistische, fremdenfeindliche und antieuropäische Partei“, so die überparteiliche Europa-Union. Damit stünde sie gegen alles, wofür sich die Europa-Union Deutschland einsetze.

 

Als gemeinnütziger Verein sei die Europa-Union offen für alle Bürgerinnen und Bürger, die sich zu ihren Zielen bekennen. Sie stehe keiner Partei nahe, sondern verbinde Menschen unterschiedlicher politischer Gesinnung und Herkunft wie auch parteipolitisch Ungebundene. Dennoch sei die Europa-Union trotz ihrer Überparteilichkeit politisch nicht neutral. Sie setze sich ein für ein freiheitliches, weltoffenes, pluralistisches, solidarisches und werteorientiertes Europa, das auf demokratischem Wege die Vereinigung zu einem föderalen Bundesstaat anstrebt. Die Unvereinbarkeit der Ziele von AfD/JA und Europa-Union stehe jedweder Form von politischer Zusammenarbeit entgegen.

 

Eine gleichzeitige Mitgliedschaft in der Europa-Union und der AfD oder ihrer Jugendorganisation sei daher nicht möglich. Das Präsidium empfiehlt den Gliederungen der Europa-Union, keine AfD-/JA-Mitglieder aufzunehmen beziehungsweise Mitglieder, die den beiden Organisationen beigetreten sind, in einem ordentlichen Verfahren auszuschließen. Dennoch sollten sich Repräsentanten der EUD dem Dialog mit demokratisch gewählten Mandatsträgern der AfD nicht verweigern, so das Präsidium. In der demokratischen Auseinandersetzung müsse dabei immer klar sein, dass es für die Europa-Union keine Gemeinsamkeiten mit der AfD gebe. Deutsche Sonderwege, die fortführten von Europa, betrachtet die Europa-Union als schlechte Alternative für Deutschland und gefährliche Irrwege.

 

Für die Europa-Union ist die AfD ein politischer Gegner, den es mit demokratischen Mitteln zu bekämpfen gilt. Mit den in die Parlamente gewählten Vertretern der AfD will sie sich hart auseinandersetzen. Bei denen, die diese Partei gewählt haben, will sie für die europäische Sache, Weltoffenheit und Toleranz werben.

Den Beschluss des Präsidiums der Europa-Union Deutschland „Kölner Signal“ finden Sie hier im Original. EUD 7

 

 

 

 

Erste umfassende Studie. Flüchtlinge teilen deutsche Wertvorstellungen

 

Der Wunsch von Flüchtlingen nach Bildung ist viel höher als bisher angenommen. Auch gibt es mehr gemeinsame Wertvorstellungen bei Geflüchteten und Deutschen. Das sind zentrale Ergebnisse einer repräsentativen Befragung von Flüchtlingen.

Nach Deutschland gekommene Flüchtlinge teilen im Großen und Ganzen die Wertvorstellungen der Deutschen. Wie aus den am Dienstag in Berlin vorgestellten Ergebnissen einer großangelegten Befragung hervorgeht, sind 96 Prozent der Schutzsuchenden der Meinung, „man sollte ein demokratisches System haben“. Das finden auch 95 Prozent der Menschen mit deutscher Staatsbürgerschaft. Dass Frauen die gleichen Rechte wie Männer haben sollen, finden in beiden Gruppen 92 Prozent.

Unterschiede ergeben sich aber beim detaillierten Nachfragen. So stimmen 29 Prozent der Flüchtlinge der Aussage zu, dass ein höheres Einkommen der Frau zu Problemen in der Partnerschaft führen kann, während das in der deutschen Bevölkerung 18 Prozent finden. Und während 13 Prozent der Geflüchteten finden, ein Religionsführer sollte letztlich die Auslegung von Gesetzen bestimmen, meinen das nur acht Prozent der Deutschen. Der Unterschied zum Herkunftsland ist dabei aber wesentlich deutlicher. In Krisenländern finden das laut World Value Survey 55 Prozent.

Werteverständnis dem deutschen näher

Der Direktor des Sozio-oekonomischen Panels am Deutschen Institut für Wirtschaftsforschung (DIW), Jürgen Schupp, schlussfolgert, dass vor allem diejenigen aus Krisenstaaten nach Deutschland flüchten, deren Werteverständnis dem deutschen näher steht als dem der Herkunftsländer.

Das DIW hat gemeinsam mit dem Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) und dem Bundesamt für Migration und Flüchtlinge die erste großangelegte Befragung von Flüchtlingen, die zwischen 1. Januar 2013 und 31. Januar 2016 nach Deutschland gekommen sind, gestartet. Mehr als 2.300 Schutzsuchende über 18 Jahren wurden zu Einstellungen, Ausbildung, Motiven der Flucht und bisherigen Erfahrungen befragt.

Wunsch nach Bildung hoch

Dies soll nun jährlich wiederholt werden, um Aussagen über die Wirksamkeit einzelner Integrationsmaßnahmen treffen zu können, erläuterte IAB-Forschungsleiter Herbert Brücker. Nach den Ergebnissen kommt er zu dem Schluss, dass Flüchtlinge eine hohe Bildungsorientierung haben, auch wenn es ein Gefälle zur deutschen Bevölkerung gibt. 58 Prozent der Neuankömmlinge haben der Studie zufolge in ihrer Heimat zehn Jahre oder mehr eine Schule besucht, in Deutschland gilt das für 88 Prozent. 37 Prozent der Geflüchteten besuchten eine weiterführende Schule, 31 Prozent eine Mittelschule, zehn Prozent nur eine Grundschule und neun Prozent gar keine Schule. 31 Prozent waren auf Hochschulen oder in beruflichen Bildungseinrichtungen.

Zwei Drittel der im Durchschnitt jungen Flüchtlinge wollen Brücker zufolge in Deutschland einen Berufs- oder Hochschulabschluss machen. Für die meisten ist das allerdings eine längerfristige Perspektive, weil sie zunächst einmal Geld verdienen wollen. Der Wunsch nach Bildung sei hoch und wichtiger als bisher angenommen, erklärte Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles (SPD) anlässlich der Studie. Investitionen in Spracherwerb und Qualifizierung seien der richtige Weg.

Viele Asylsuchende Opfer von Gewalt

Die Studie zeigt zudem, dass die Flucht den Schutzsuchenden viel abgefordert hat. Zwei Fünftel der Männer und ein Drittel der Frauen ahben bei ihrer Flucht nach Deutschland körperliche Gewalt erfahren. 15 Prozent der Frauen und vier Prozent der Männer berichten von sexuellen Übergriffen. Mehr als die Hälfte gibt der Studie zufolge an, Opfer von Betrug oder Ausbeutung geworden zu sein.

Im Durchschnitt mussten die Flüchtlinge mehr als 7.000 Euro für ihre Flucht ausgeben, das meiste davon für Verkehrsmittel und Fluchthelfer beziehungsweise Schleuser. Für Unterkunft gaben sie im Schnitt nur rund 460 Euro aus. Die durchnittliche Fluchtdauer vom Herkunftsland direkt nach Deutschland liegt der Studie zufolge bei 35 Tagen. Gründe für die Flucht sind der Befragung zufolge vor allem Angst vor bewaffneten Konflikten und Krieg, Verfolgung, schlechte persönliche Lebensbedingungen und Angst vor Zwangsrekrutierung.

Die am Dienstag vorgelegten Ergebnisse sind nur ein erster Teil der Befragung mit insgesamt mehr als 450 Fragen an die Flüchtlinge. Weitere Auswertungen werden unter anderem zur familiären Situation, zurückgelassenen Angehörigen und den Erfahrungen mit dem Familiennachzug erwartet. (epd/mig 16)

 

 

 

 

Regierungsbericht Lebensqualität. Gut arbeiten und gerecht teilhaben

 

Gute Arbeit und gerechter Lohn sind für viele Menschen Grundlage eines guten Lebens. Im Bürgerdialog der Bundesregierung bildete das Arbeitsleben daher einen Schwerpunkt. Häufig diskutiert: Beschäftigungssicherheit, gute Bezahlung, Arbeitszeiten, Vereinbarkeit von Familie und Beruf, Zufriedenheit mit der eigenen Arbeit.

 

"Meine Arbeit sollte Perspektive haben, ich möchte mich auf einen angemessenen Lohn und eine Zukunft in diesem Beruf verlassen können." So drückt es ein Teilnehmer aus. Familie, Gesundheit, Bildung und Arbeit – das sind die Merkmale von Lebensqualität, die das Leben der Menschen

unmittelbar betreffen. Eine gute Arbeit bietet die finanzielle Grundlage für ein gutes Leben und ist entscheidend für die eigene Lebensqualität. Der Bericht der Bundesregierung liefert anhand von fünf Indikatoren wichtige Erkenntnisse zu allen Aspekten des Arbeitslebens und gibt Hinweise, welche Aufgaben anstehen.

 

Arbeitslosigkeit auf Tiefstand

Viele Bürgerinnen und Bürger nannten den Schutz vor Arbeitslosigkeit als zentrales Thema. Wer arbeitslos werde, müsse sich auf den Sozialstaat verlassen können. Das war den Teilnehmern sehr wichtig. Vielfältige Forschungen belegen, dass Arbeitslosigkeit sich sehr negativ auf die Lebensqualität auswirkt.

Als Indikator liefert die Arbeitslosenquote die wichtigsten Hinweise für die Arbeit der Bundesregierung. In den letzten 20 Jahren war die Arbeitslosenquote starken Schwankungen unterworfen. Auf zwei Höchststände in den Jahren 1997 und 2005 folgte eine deutliche Erholung. Gegenwärtig erleben wir die niedrigste Arbeitslosenzahl seit 25 Jahren. 2015 suchten im Jahresdurchschnitt noch 2,8 Millionen Menschen Arbeit.

 

Nach wie vor bestehen zwischen ost- und westdeutschen Bundesländern Unterschiede bei der Zahl der Arbeitslosen. Entscheidender sind mittlerweile jedoch Unterschiede zwischen einzelnen Regionen. So liegt etwa die Arbeitslosenquote zwischen 1,3 Prozent im Landkreis Eichstätt (Bayern) und 15,1 Prozent in Bremerhaven.

 

Chancengleichheit im Arbeitsalltag

Als wichtiges Thema nannten die Bürger in den Diskussionen auch die Chancengleichheit. Seit der Wiedervereinigung ist die Erwerbstätigenquote von 70,4 auf 77,5 Prozent gestiegen. Diese Entwicklung ist vor allem auf die gestiegene Erwerbstätigkeit von Frauen zurückzuführen: 73 Prozent aller Frauen arbeiten - 14 Prozent mehr als vor 25 Jahren. Auch Menschen mit Migrationshintergrund profitierten von der Arbeitsmarktentwicklung: 70 Prozent von ihnen sind beschäftigt, zehn Prozent mehr als 2005.

 

Gute Entlohnung für gute Arbeit

Gute Bezahlung ist für Menschen von besonderer Bedeutung: Bürgerinnen und Bürger betonten, angemessene Entlohnung sei für gute Lebensqualität wesentlich. Die durchschnittliche Lohnentwicklung ist in den vergangenen 25 Jahren hinter dem Wirtschaftswachstum zurückgeblieben. Seit 2009 kam es aber zu einem spürbaren Anstieg der realen Nettolöhne und -gehälter. Die Einführung des Mindestlohnes befürworteten die Teilnehmer des Bürgerdialogs mehrheitlich. Die Forderung nach einem bedingungslosen Grundeinkommen wurde dagegen nur vereinzelt laut.Sorge bereitet den Bürgerinnen und Bürgern die Zunahme von unterschiedlichen Formen atypischer Beschäftigung wie etwa der befristeten oder geringfügigen Beschäftigung. Im Großen und Ganzen aber sind die Deutschen mit ihrer Arbeit zufrieden: Der "Indikator Zufriedenheit mit der eigenen Arbeit"

bleibt seit der Wiedervereinigung konstant: Sieben von zehn Menschen sind mit ihrer Arbeitssituation zufrieden.

Interaktiver Bericht zur Lebensqualität

Auf der Plattform www.gut-leben-in-deutschland.de hat die Bundesregierung den Bericht zur Lebensqualität in Deutschland interaktiv aufbereitet. Hier finden sich alle Daten und Fakten, Statistiken und Diagramme sowie weiterführende Informationen.

 

Der Bericht umfasst zwölf Themenschwerpunkte und 46 Indikatoren. Die Bundesregierung wählte sie auf Grundlage der Erkenntnisse aus ihrem Bürgerdialog aus. Zusätzlich flossen weitere nationale aber auch internationale Feststellungen ein. So ist es gelungen, Stand und Entwicklung der

Lebensqualität in Deutschland zu beschreiben und messbar zu machen.

 

Der Bericht zeigt: Die Bürgerinnen und Bürger haben ein breites und facettenreiches Verständnis von Lebensqualität. Mit der Regierungsstrategie "Gut leben in Deutschland – was uns wichtig ist" rückt die Bundesregierung die Lebensqualität in den Fokus ihres Regierungshandelns. Sie soll Maßstab für

eine erfolgreiche Politik werden. Pib 7

 

 

 

 

Schengen bleibt weiter ausgesetzt. Grenzkontrollen an deutsch-österreichischer Grenze verlängert

 

Bundesinnenminister Thomas de Maizière hat die Verlängerung der Grenzkontrollen an der deutsch-österreichischen Grenze angeordnet. Derweil verzeichnet die Bundespolizei wieder mehr Flüchtlinge an der deutsch-schweizer Grenze.

Die Kontrollen an der deutsch-österreichischen Grenze werden verlängert. Das hat Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) am Freitag angeordnet, wie sein Ministerium in Berlin mitteilte. Zuvor habe der Rat der Europäischen Union den Weg für eine Verlängerung der Kontrollen an den Binnengrenzen für weitere drei Monate freigemacht, hieß es.

Damit könnten „auch weiterhin Zurückweisungen von Personen, die kein Asyl in Deutschland suchen, durchgeführt werden“, erklärte de Maizière. Der deutsche Ressortchef hatte sich mit vier Amtskollegen aus EU-Mitgliedstaaten gegenüber der EU-Kommission für eine Verlängerung der Kontrollen an den innereuropäischen Grenzen starkgemacht.

Eigentlich sind die Grenzkontrollen im sogenannten Schengen-Raum abgeschafft, zu dem neben Deutschland und den meisten anderen EU-Staaten auch die Schweiz, Liechtenstein, Island und Norwegen gehören. Wegen der hohen Zahl von Flüchtlingen und Migranten führte Deutschland im September 2015 wieder Grenzkontrollen ein. Die aktuelle Ausnahmeregelung wäre Mitte November ausgelaufen.

Mehr Flüchtlinge an deutsch-schweizerischer Grenze

Derweil zählt die Bundespolizei wieder mehr Flüchtlinge an der Grenze zu Schweiz. Zu Beginn des Jahres wurden monatlich zwischen 155 und 235 Einreisen registriert, von Juni bis August waren es jeweils mehr als tausend, wie die Rheinische Post unter Berufung auf aktuelle Angaben der Bundespolizei berichtete. Von Januar bis September dieses Jahres wurden demnach 5.172 illegale Einreisen über die deutsch-schweizerische Grenze registriert. Das ist gut ein Viertel mehr als im gesamten Jahr 2015.

Bei Anhalten dieses Trends sei für 2016 eine Verdoppelung der Zahl im Vergleich zu 2015 zu erwarten, hieß es. Überwiegend seien afrikanische Schutzsuchende über die Schweiz nach Deutschland gekommen, vor allem aus Eritrea, Gambia und Äthiopien.

Die Menschen seien offenbar über das Mittelmeer und Italien in die Schweiz gelangt. Daraus schließen die Behörden dem Bericht zufolge, dass es sich nicht um eine Ausweichbewegung wegen der geschlossenen Balkanroute handelt. Insgesamt hätten die Behörden in den ersten drei Quartalen dieses Jahres 213.000 Flüchtlinge registriert, die nach Deutschland kamen. Im gleichen Vorjahreszeitraum seien es 577.000 gewesen. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Erste Reaktion von EUD-Generalsekretär Christian Moos auf den Ausgang der amerikanischen Präsidentenwahl

 

„Die Amerikaner haben einen neuen Präsidenten gewählt. Diejenigen, die nicht auf der Welle des Hasses schwimmen oder sich von ihr fortspülen lassen, sind entsetzt. Die Werte, für die der Kandidat Donald Trump stand, sind jedenfalls nicht die der europäischen Föderalisten. Die amerikanische Präsidentenwahl ist immer von großer Bedeutung für Europa. Selten zuvor war sie so wichtig wie heute.

Für Deutschland und Europa kann diese Wahl einen Paradigmenwechsel bedeuten, denn Trump hat das transatlantische Bündnis, die NATO, wiederholt in Frage gestellt oder zumindest in seiner Bedeutung relativiert.

Die Welt hat nun einen US-Präsidenten, der Protektionismus statt Freihandel verspricht. Für die europäische Wirtschaft im Allgemeinen und die Wirtschafts- und Währungsunion im Besonderen verheißt das nichts Gutes.

Es bleibt zu hoffen, dass die Apparate und auch die Partei der Republikaner ihn mäßigen, die Verfolgung von Minderheiten verhindern und für Kontinuität und Verlässlichkeit in der Außen- und Sicherheitspolitik sorgen. Sicher ist das aber nicht.

Sollte ein amerikanischer Autoritarismus mit starken isolationistischen Tendenzen auf den russischen Revisionismus treffen, wird es gefährlich in Europa, zumindest für die Freiheit. Fest steht daher, dass Europa nun enger zusammenrücken muss, wenn es nicht zerfallen will. Das gilt auch, aber bei weitem nicht nur für die Außen- und Sicherheitspolitik.

Deutschland kommt als größtem Mitgliedsland der EU besondere Verantwortung zu. Die Regierung muss bedacht handeln, darf aber keine Zeit verlieren, denn Zuwarten allein wird nicht mehr ausreichen.

Eine europäische Allianz der liberalen Demokratien sollte den Kern einer Politischen Union bilden, der Weg zu gemeinsamen europäischen Streitkräften jetzt eröffnet werden. Es geht, das zeigt auch der Blick auf die unsäglichen Vorgänge in der Türkei, wieder um die alte Frage nach Freiheit oder Tyrannei.“ EUD 11

 

 

 

 

Kanzlerin beim Arbeitgebertag 2016. Merkel: Gemeinsam Lösungen suchen

 

Bundeskanzlerin Merkel hat die Arbeitgeber dazu aufgerufen, die Integration von Flüchtlingen in den Arbeitsmarkt weiter zu verbessern. In ihrer Rede auf dem Arbeitgebertag 2016 sagte Merkel auch, dass solide Wachstumsraten Deutschland in guter wirtschaftlicher Verfassung zeigten.

 

Auf guten Wachstumsraten und einer Investitionsquote, die über dem europäischen Durchschnitt liege, dürfe man sich aber nicht ausruhen, so Bundeskanzlerin Angela Merkel auf dem Arbeitgebertag 2016.

Dank für Engagement bei Integration von Flüchtlingen

Merkel dankte der Wirtschaft für das Engagement und das Anpacken bei der Integration von Flüchtlingen. "Wenn neue Situationen immer von allen mit dieser Verve angepackt und auch zu Lösungen geführt würden, dann braucht uns um unser Land nicht bange zu sein."

Inzwischen hätten sich die Bedingungen für Arbeitgeber, Flüchtlinge zu beschäftigen, deutlich verbessert. So gebe es Rechtssicherheit für Asylsuchende während der Ausbildung, und auch Leiharbeit für Flüchtlinge sei möglich. Die Kanzlerin forderte die Wirtschaft auf, mehr Asylsuchende zu beschäftigen: "Sie können es ruhig noch einmal probieren."

Digitalisierung als Chance

In  Deutschland könne sich auch die Arbeitsmarktbilanz sehen lassen, betonte die Bundeskanzlerin. Die Situation heute sage aber nichts über die Situation in fünf oder zehn Jahren. So bedeute die Digitalisierung einen derart tiefen Einschnitt in der Art und Weise der Produktion, in der Art und Weise des gesellschaftlichen Zusammenhaltes, der Information, der Kommunikation, dass man die

Auswirkungen nicht vollständig überblicken könne, sagte Merkel.

Die technischen Entwicklungen wolle man keinesfalls rückgängig machen. Aber Regeln müssten entwickelt und so eingesetzt werden, dass sie sich zum Wohle der Menschen entfalten könnten.

Globalisierung gestalten

Bisherige Freihandelsabkommen dienten dazu, Zölle zu senken, so Merkel weiter. Aber das Senken von Zöllen ermögliche noch keinen fairen Handel, so die Kanzlerin. Sie machte deutlich, wie wichtig es sei, dass Europa die Standards mit dem amerikanischen Kontinent für die zukünftige Gestaltung der Globalisierung durch Freihandelsabkommen setze.

Der Deutsche Arbeitgebertag ist die Jahrestagung der Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände (BDA), dem arbeits- und sozialpolitischen Spitzenverband der deutschen Wirtschaft. An der Veranstaltung nehmen rund 1.500 Vertreter aus Politik, Wirtschaft und Gesellschaft teil. Zentrale Aufgabe der BDA ist es, die unternehmerischen Interessen ihrer Mitglieder im Bereich der Sozialpolitik zu vertreten. Pib

 

 

 

 

Anstehende Rentenreform muss Altersarmut vorbeugen und Lebensstandardsicherung ermöglichen

 

ZdK legt sozialethischen Kompass für Reformpläne vor

Rentenreformen müssen sich nach Überzeugung des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) an einem sozialethischen Kompass orientieren, der den Maßstäben von Solidarität und Subsidiarität sowie der Generationen-, Leistungs- und Bedarfsgerechtigkeit gerecht wird.

In einer von der Vollversammlung am Freitag, den 18.November 2016, in Bonn-Bad Godesberg verabschiedeten Erklärung mit dem Titel "Generationengerechtigkeit, Solidarität und Eigenvorsorge – Sozialethische Anforderungen an eine Alterssicherung in der Lebens- und Arbeitswelt von morgen" setzt sich das ZdK für eine Reform des Rentensystems ein, die sich an dem Ziel orientiert, für möglichst viele Menschen Altersarmut zu verhindern und ihnen die Möglichkeit zu geben, ihren erarbeiteten Lebensstandard zu sichern.

Nur so könne das Vertrauen in die Leistungsfähigkeit der Alterssicherungssysteme erhalten bleiben, so das ZdK. Die wachsenden Sorgen vor Altersarmut und abnehmendem Lebensstandard im Alter müssten unbedingt ernstgenommen werden. Vor allem die jüngeren Generationen seien hier betroffen und weniger die heutigen Rentnerinnen und Rentner oder die rentennahen Jahrgänge. Daher fordert das ZdK, die Rentenreform besonders auf die veränderten Bedingungen der Lebens- und Arbeitswelt im 21. Jahrhundert auszurichten.

Vor diesem Hintergrund stellt das ZdK konkrete Forderungen.

Im Sinne der Subsidiarität müsse es sich weiterhin lohnen, Beiträge in die gesetzliche Rentenversicherung einzuzahlen. Das System verliere seine Legitimität, wenn langjährige Versicherte mit durchschnittlichen Beitragszahlungen im Rentenalter Leistungen aus der staatlichen Grundsicherung beziehen müssen und somit anderen gleichgestellt werden, die kaum für ihr Alter vorgesorgt haben.

Das ZdK macht sich zudem für die Zusicherung eines Mindestrentenniveaus über das bisher festgelegte Jahr 2030 hinaus stark, um auch für die jüngeren Generationen ein verlässliches Einkommen im Alter  zu sichern und ihre Bereitschaft zu erhalten, weiterhin in die Rentenversicherung einzuzahlen. Zugleich müssten dabei aber die Grenzen der Belastbarkeit durch Sozialversicherungsbeiträge unbedingt beachtet werden.

Das ZdK befürwortet die vorgenommene Anhebung des Renteneintrittsalters bis 2030 auf 67 Jahre und spricht sich für die kontinuierliche Prüfung einer weiteren Erhöhung unter Berücksichtigung der veränderten Lebenserwartung aus. Voraussetzung dafür sei, dass die Menschen auch bis zum Renteneintritt am Erwerbsleben teilnehmen können. Dazu brauche es auch eine altersgerechte Gestaltung von Arbeitsplätzen.

Zur Vermeidung von Altersarmut und Grundsicherungsbezug fordert das ZdK eine Altersvorsorgepflicht für Selbstständige einzuführen, die bisher nicht in die gesetzliche Rentenversicherung einbezogen oder über berufsständische Versorgungswerke abgesichert sind.  Generell sei es an der Zeit, die Pflicht zur Altersvorsorge auszudehnen. Dazu gehöre die Verbreiterung des Versichertenkreises in der gesetzlichen Rentenversicherung auf alle selbstständigen und nicht selbstständigen erwerbstätigen Frauen und Männer, um dem Solidarpakt wieder eine beständige Basis zu geben.

Das ZdK begrüßt außerdem die Einführung der kürzlich beschlossenen sog. Flexi-Rente und somit die Möglichkeit, parallel zum Rentenbezug zusätzliche Rentenanwartschaften bei fortgesetzter Erwerbstätigkeit zu erhalten. Zugleich fordert das ZdK eine zeitnahe gesetzliche Initiative, um auch eine Steigerung der Rentenanwartschaften für pflegende Angehörige zu ermöglichen, die während ihres Rentenbezugs Pflegearbeit leisten.

Zur verbesserten Anerkennung von Familienarbeit und Kindererziehung spricht sich das ZdK dafür aus, die Vorgaben des Bundesverfassungsgerichtes stärker im Rentensystem zu berücksichtigen. Konkret fordert das ZdK eine Entlastung der heute unterhaltspflichtigen Familien bei den Sozialversicherungsbeiträgen sowie die Anerkennung von drei Kindererziehungsjahren für jedes Kind in der Rente. Die dadurch entstehenden Mehrkosten müssen durch zusätzliche Steuermittel finanziert werden. Zudem befürwortet das ZdK ein permanentes Rentenanwartschaftssplitting während bestehender Ehe oder eingetragener Lebenspartnerschaft.

Des Weiteren plädiert das ZdK für eine stärkere soziale Ausgewogenheit bei der betrieblichen und privaten Altersvorsorge. Niedriglohnbezieher oder Beschäftigte kleinerer und mittlerer Betriebe dürfen bei der betrieblichen Altersvorsorge nicht benachteiligt sein. Insbesondere Geringverdienende müssten zukünftig über staatliche Zuschüsse und steuerliche Förderung attraktive Möglichkeiten zur privaten Altersvorsorge haben. Hier seien insbesondere die Tarifparteien in der Pflicht.

Die Grundsicherung im Alter bewertet das ZdK als letzte Auffangmöglichkeit im gesamten Alterssicherungssystem. Zugleich müsse die Grundsicherung im Alter den Betroffenen ein Leben in Würde und gesellschaftliche Teilhabe ermöglichen. Notwendige Anpassungen sieht das ZdK hier bei der Anrechnung von Sicherungsleistungen aus der betrieblichen und privaten Altersvorsorge sowie bei der konkreten Ausgestaltung des Schonvermögens. ZdK 18

 

 

 

 

 

Städte für Integration. Gute Projekte brauchen Geld

 

Das Rad muss nicht neu erfunden werden: Der Deutsche Städtetag hat jetzt gelungene Praxisbeispiele für Integration zusammengestellt. Zur Nachahmung. Außerdem gibt es Tipps für Kommunen. Doch ohne Geld von Bund und Ländern wird es schwierig.

Die Städte in Deutschland haben mehr finanzielle Unterstützung bei der Integration von Flüchtlingen gefordert. Eine erhebliche Summe der im Sommer zwischen Bund und Ländern ausgehandelten Finanzierung müsse endlich „auch dort ankommen, wo die Integrationsarbeit vorrangig stattfindet“, sagte die Präsidentin des Deutschen Städtetages, die Ludwigshafener Oberbürgermeisterin Eva Lohse (CDU), am Dienstag in Berlin. „Die Hauptlast liegt bei den Kommunen.“

Die Städte kümmerten sich schließlich um Kitas, Schulen und Wohnungen für Einheimische wie Flüchtlinge. Integration sei eine Daueraufgabe, die sich nur gemeinsam bewältigen lasse, betonte Lohse bei der Vorstellung einer Broschüre mit Tipps für Kommunen zur Integration von Flüchtlingen.

Lohse appellierte an die Länder, ihren Kommunen zügig einen angemessenen Teil der zwei Milliarden Euro weiterzugeben, die der Bund den Ländern als Integrationspauschale jeweils in den Jahren 2016, 2017 und 2018 bereitstellt. Zur Behebung des Wohnungsmangels vor allem in Groß- und Universitätsstädten schlägt Lohse vor, dass die Länder die Bundesmittel zur Förderung des sozialen Wohnungsbaus von inzwischen 1,5 Milliarden Euro jährlich „schnell einsetzen und durch eigene Mittel aufstocken“. Bislang beteilige sich nur eine Minderheit der Länder mit eigenen Mitteln an der sozialen Wohnraumförderung.

Engpass bei Integrationskursen

Als gelungenes Beispiel verwies sie dabei auf einen für Ludwigshafen entwickelten Gebäudetyp, um Wohnraum für Flüchtlinge zu schaffen. Die Standorte „für die einfachen, aber massiven Bauten“ seien über das Stadtgebiet verteilt, um Ballungen an einzelnen Standorten zu vermeiden. Vor Baubeginn habe es für jeden Standort eine Versammlung gegeben, in der den Nachbarn das Projekt vorgestellt wurde.

Der Vizepräsident des Deutschen Städtetages, der Nürnberger Oberbürgermeister Ulrich Maly (SPD), forderte mehr Geld von den Ländern für die schulische Integration von Flüchtlingskindern und die Ausbildung junger Zugewanderter. „Das Erlernen der deutschen Sprache muss so früh wie möglich beginnen.“ Zudem müsse der Engpass bei den Integrationskursen schnellstmöglich beseitigt werden. „Lange Wartezeiten für Berechtigte sind kontraproduktiv“, sagte Maly.

Spektrum der Ehrenamtlichen hat sich verbreitet

Nachdem der Bund die Lehrkräftehonorare erhöht habe, sollte er jetzt auch die Finanzmittel für die Träger der Kurse bedarfsgerecht anheben, damit sie das Kursangebot weiter ausbauen können. Auch dürfe nicht zugelassen werden, dass Zugewanderte nur deswegen keinen berufsqualifizierenden Abschluss erwerben, weil sie nach den Schulgesetzen der Länder zu alt für den Besuch von Berufsschulen sind, betonte Maly.

Barbara Bosch (parteilos), Oberbürgermeisterin in Reutlingen, verwies auf die Bedeutung des ehrenamtlichen Engagements zur Stabilisierung der Gesellschaft. Das Spektrum der Ehrenamtlichen habe sich im Zuge der Flüchtlingsaufnahme in den Städten verbreitert. Zu deren Unterstützung wende sich die „Ehrenamtsakademie Reutlingen“ an alle freiwillig Engagierten mit dem Angebot, sich weiterzubilden und zu qualifizieren. Auf der Homepage des Deutschen Städtetages finden sich weitere Beispiele für gelungene Integrationsprojekte.

Im Deutschen Städtetag als kommunalem Spitzenverband haben sich nach eigenen Angaben rund 3.400 Städte und Gemeinden mit zusammen rund 51 Millionen Einwohnern zusammengeschlossen. 200 Städte sind unmittelbare Mitglieder, darunter alle kreisfreien Städte und die Stadtstaaten Berlin, Hamburg und Bremen. (epd/mig 10)

 

 

 

 

 

Die deutsche Identitätssuche

 

Papst Franziskus und Kardinal Marx sprechen sich für den Schutz und die Aufnahme von Flüchtlingen aus. Ein Teil der deutschen Bevölkerung hingegen wählt die AfD, welche sich gegen die Aufnahme von Flüchtlingen stellt. Die Ergebnisse sprechen für sich: 14,2 Prozent in Berlin und 20,8 Prozent in Mecklenburg-Vorpommern. Mitglieder der CSU sprechen sich gegen eine stärkere Reglementierung der Flüchtlingsaufnahme aus und erhalten Zuspruch von Teilen der Bevölkerung. Kardinal Reinhard Marx sagt dazu, dass nationalistische Strömungen an Zuspruch gewinnen, da sie bei der nationalen Identitätssuche behilflich seien. Ist Deutschland auf Identitätssuche?

Berlin im September 2016: Die AfD zieht mit 24 Abgeordneten in das Abgeordnetenhaus ein. Schon zuvor hatte Mecklenburg-Vorpommern gewählt und die AfD stellt die zweitstärkste Partei. Rund jeder sechste Deutsche wählt bewusst die AfD, welche nationalistische Interessen vertritt. Der Zulauf der AfD, entsteht durch die Diskussionen in der Flüchtlingsdebatte.

Der Blick nach außen

Deutschland wird im Ausland unterschiedlich wahrgenommen. Wenn man in die Vereinigte Staaten von Amerika schaut, sieht man das Interesse am Münchner Oktoberfest, Würstchen, Bier, Brezel und den Nationalsozialismus. Hingegen wird in Großbritannien, besonders während internationalen n, Deutschland als „Panzerdivision“ dargestellt, welche die Briten, nach dem Sieg für Deutschland im Fußballspiel, überrollt hat. Die Polen hingegen haben die Schlacht bei Tannenberg und den zweiten Weltkrieg nicht vergessen und tragen diese historischen Ereignisse den Deutschen als Missetaten nach. Grundsätzlich gelten die Deutschen als pünktlich und ordentlich. Dazu leben sie die preußische Disziplin.

Als letztes Beispiel dient Griechenland: Aufgrund der prekären Finanzlage und der Reglementierung der griechischen Wirtschaft durch Deutschland und weiteren europäischen Staaten, haben sich die Beziehungen verschlechtert. Griechenland war stets Freund der Deutschen, bis die Auflagen für großes Ärgernis sorgten. Hohe Steuerauflagen und die Veränderungen in der griechischen Wirtschaft haben das Land schwer gebeutelt. Bundeskanzlerin Merkel wird oft kritisiert, da sie das Land in eine, angeblich, noch tiefere Krise gestürzt hat.

Die Identität Deutschlands

Laut der Aussage von Alexander Gauland, dem Mitglied der AfD, können die Deutschen keine Personen mit Migrationshintergrund akzeptieren und mögen. Er sagt, dass die Deutschen keinen Nachbarn mit dunkler Hautfarbe, wie den Nationalspieler Jerome Boateng, haben wollen. Kann Deutschland also nicht „Multikulti“ sein?

Auf die Aussage von Gauland hat die deutsche Gesellschaft sehr negativ reagiert. Die Firma Sixt, hat ihn aufs Korn genommen indem sie Umzugswägen anbot, um von Menschen wie Gauland wegzuziehen. Auf Facebook und in den Medien liefen die Deutschen gegen die Aussage des AfD-Politikers Sturm. In diesem Punkt hat Deutschland eines bewiesen: Es kann „Multikulti“.

Christliche Kultur

Die AfD beruft sich häufiger auf die christlich-abendländische Kultur. Der Schutz der abendländischen Kultur scheint ihr am Wichtigsten zu sein. „Die Islamisierung des Abendlandes muss gestoppt werden“, so ein Wahlspruch der AfD.

Unklar ist, was für die Alternative für Deutschland diese abendländische Kultur zu sein scheint. Jedenfalls fällt es schwer was an der Positionierung der AfD „christlich“ sein soll, wenn Frau von Storch empfiehlt, mit Schusswaffen gegen Flüchtlinge vorzugehen oder Menschen in Kriegsgebiete abzuschieben.

Auch viele der AfD Wähler, sowie Pegida, Legida oder anderen Demonstrationsgruppen scheinen kein Bild von der christlich-abendländischen Kultur zu besitzen. 60 Prozent der „Bewahrer der Kultur“ geben, laut dem Göttinger Institut für Demokratieforschung an, dass sie konfessionslos seien.  Sie stehen den katholischen oder evangelischen Kirchen feindlich gegenüber, da sie Kinderschänder und Unternehmensgruppen seien, die sich nicht für die Menschen einsetzen.

Frauke Petry hat im Februar 2016, die Flüchtlingspolitik der Katholische Kirche als „verlogen“ bezeichnet und die Kirche öffentlich denunziert. Laut Petry tue die Katholische Kirche nichts für ihre christlichen Mitbrüder im Mittleren Osten und „es entsteht ein Ungleichgewicht“ zwischen der Aufnahme von Muslimen und Christen. Kardinal Reinhard Marx antwortete darauf, dass die Kirche keine Gruppe der Hilfsbedürftigen priorisiere, sondern jedem Menschen helfen wolle.

Denken Sie beim nächsten Döner daran:

Nationale Identität ist schwer zu definieren. Deutschland ist seit der Einwanderung von Türken, Vietnamesen, Polen, Rumänen, Bulgaren und anderer Ländern noch vielfältiger geworden als in der Vergangenheit. Ebenso zu beachten ist, dass Asylanten in Deutschland, in der Vergangenheit, bereits diskriminiert wurden. Dieses Problem verschärft sich zu Zeiten von AfD und Pegida.

Schon in den 70er Jahren haben die Lehrer an deutschen Schulen die türkischen Kinder ausgegrenzt. Denn die türkischen Kinder wurden in separate Klassen untergebracht, damit diese unter sich bleiben und ihre eigene Sprache sprechen dürfen.

Unvergessen der Ausspruch, dass im Aldi nur Türken einkaufen würden. Asylantenwohnheime waren ohne Rauchmelder, da dort nur „Ausländer“ wohnten. Menschen mit Migrationshintergrund waren weder als Polizisten, noch als Postbeamte tätig, da sie keine Zulassungen erhielten. Ebenso waren Ausländer schon in den 90ern Schuld daran, dass Deutsche keine Arbeit hatten.

Durch Vorkommnissen, wie in der Silvesternacht auf der Kölner Domplatte, Schlägereien in Flüchtlingsheimen oder terroristischen Anschlägen, ist die Angst vor dem Fremden groß. Deutschland befindet sich auf Identitätssuche. Das Programm der AfD zur Zeit der Flüchtlingskrise, die Wahrnehmung Deutschlands im Ausland aber auch die christliche Kultur können dabei helfen, seine Identität zu finden. Wichtig ist, dass die zu suchende Identität, nicht eine rassistisch-nationalistische Identität wird. Sonst wird Deutschland in alte Muster zurückfallen und die interkulturellen Erfolge werden verschwinden.

Alexander Radej Kath.De 11

 

 

 

 

Verständnis für Solidaritätsaspekt der Gesetzlichen Rentenversicherung stärken

 

Andrea Nahles spricht vor der Vollversammlung des ZdK

 

Die Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles hat die Mitglieder des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) bei der Vollversammlung in Bonn-Bad Godesberg aufgerufen, sich für eine Stärkung des Bewusstseins für den Grundgedanken der Solidarität in der Gesetzlichen Rentenversicherung einzusetzen. Die wichtigste Zukunftsaufgabe sei es, angesichts der demografischen Entwicklung auch für die jüngeren Generationen eine verlässliche Rentenleistung sicherzustellen, ohne zugleich die Beitragszahler zu stark zu belasten. Sie sprach sich daher für eine doppelte Haltelinie beim Rentenniveau und bei den Beiträgen auch ab 2030 aus. Zugleich warnte sie mit Blick auf die aktuelle Rentendebatte ausdrücklich vor einem Überbietungswettlauf im Hinblick auf die Höhe des Rentenniveaus.

Als weitere Reformbaustellen in der Alterssicherung benannte sie darüber hinaus die Frage nach der Angleichung der Ost-West-Renten, die Erhöhung der Erwerbsminderungsrenten, eine Pflichtversicherung von Selbstständigen und die Stärkung der betrieblichen und privaten Altersvorsorge. Die große Koalition werde sich hoffentlich in der nächsten Woche auf wichtige rentenpolitische Weichenstellungen verständigen, die noch vor der Bundestagswahl umgesetzt werden können. Sie stellte zudem ein Alternativkonzept zur im Koalitionsvertrag festgehaltenen Lebensleistungsrente in Aussicht, das langjährig beschäftigte Niedriglohnbezieher davor schützt, Leistungen aus der staatlichen Grundsicherung beziehen zu müssen. Dieses Konzept werde sie bald präsentieren.

Sie warb für das deutsche Modell der Alterssicherung und insbesondere für die Gesetzliche Rentenversicherung. „Die Gesetzliche Rentenversicherung ist mehr als ein Sparbuch. Sie sichert Risiken, die zu gleichen Konditionen niemand absichern will und kann. Diese Tatsache müssen die Menschen verstehen und akzeptieren. Gerade Christen können hierfür Verständnis schaffen.“

Das ZdK hatte die Bundesarbeitsministerin eingeladen, zum Auftakt einer Debatte über eine eigene Erklärung zur Zukunft der Alterssicherung zu sprechen. ZdK 18

 

 

 

 

 

 

Studie. Einwanderer würden SPD wählen

 

Könnten bei deutschen Wahlen nur Migranten wählen, hätte die SPD die Nase klar vorn. Die Unionsparteien kämen auf 28 Prozent mit deutlichen Verlusten in Richtung AfD. Das geht aus einer aktuellen Untersuchung hervor.

Die Parteipräferenzen von Einwanderern haben sich einer Studie zufolge in den vergangenen Jahren verschoben – deutlich zugunsten der SPD. 40 Prozent der Menschen mit Migrationshintergrund nennen die Sozialdemokraten die „Partei ihrer Wahl“, wie aus einer am Mittwoch in Berlin vorgestellten Studie des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration hervorgeht. Knapp 28 Prozent würden CDU oder CSU wählen, 13 Prozent Grüne und 11 Prozent die Linkspartei. Vor allem bei den Spätaussiedlern hat die Union demzufolge an Rückhalt verloren.

Zwar bekämen CDU und CSU in der Gruppe der Aussiedler und Spätaussiedler noch 45 Prozent der Stimmen, erläuterte die Direktorin des Forschungsbereichs des Sachverständigenrats, Cornelia Schu. Bis 2008 gehörten aber noch 65 Prozent dieser Gruppe zu den potenziellen Unionswählern. Ein Viertel der Spätaussiedler neigt der Studie zufolge der SPD zu. Dieser Wert ist damit stabil geblieben. Von den Verlusten bei der Union profitieren demnach die AfD und die Linkspartei: 4,5 Prozent der Spätaussiedler gehören der Studie zufolge zu potenziellen AfD-Wählern, 11,5 Prozent neigen der Linken zu.

Jeder zehnte Wahlberechtigte mit Migrationshintergrund

Nach Daten des Statistischen Bundesamts lebten 2014 rund 4,2 Millionen Spätaussiedler und deren Nachkommen in Deutschland. Sie sind nach den Gastarbeitern die zweitgrößte Einwanderergruppe. Bei den Türkischstämmigen zeigt sich der Studie zufolge eine hohe Verbundenheit mit der SPD. 70 Prozent sehen sie als Partei der Wahl. Schu zufolge können sich die großen Parteien auf diese Verbundenheit aber nicht mehr verlassen. Auch bei Migranten gewinnen insbesondere die kleinen Parteien an Zustimmung.

Die Untersuchung beruht auf Daten des Integrationsbarometers des Sachverständigenrats, für das zwischen März und August 2015 rund 5.400 Menschen befragt wurden, die Mehrheit (rund 4.000) davon mit Migrationshintergrund. 17 Millionen Menschen in Deutschland haben einen Migrationshintergrund. Nicht alle von ihnen dürfen aber wählen, weil man dafür die deutsche Staatsbürgerschaft braucht. Zur Bundestagswahl hatte etwa jeder zehnte Wahlberechtigte (5,8 Millionen) einen Migrationshintergrund. Die Zahl dürfte inzwischen bei über sechs Millionen liegen. Aktuelle Daten werden vom Bundeswahlleiter aber erst im nächsten Jahr im Zuge der Vorbereitungen für die Bundestagswahl erwartet.

Einwanderer inzwischen wahlentscheidend

Der Sachverständigenrat unterstreicht in seiner Studie, dass Menschen mit Einwanderungsgeschichte inzwischen durchaus wahlentscheidend sein können und empfahl den Parteien, sie stärker einzubinden. Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD), die die Studie in diesem bislang wenig erforschten Gebiet finanziell unterstützte, beklagte, es gebe noch zu wenig Menschen mit Migrationshintergrund in Spitzenämtern und Parlamenten. Im aktuell neu gewählten Abgeordnetenhaus von Berlin machten sie beispielsweise nur neun Prozent aus, in der Bevölkerung der Bundeshauptstadt aber 29 Prozent.

Mehr Anstrengungen verlangten auch die Integrationspolitiker von SPD und Union. Den „neuen Deutschen“ müsse sichtbarer in der Politik Platz eingeräumt werden, erklärte der Vorsitzende der Arbeitsgemeinschaft Migration und Vielfalt in der SPD, Aziz Bozkurt. Die Integrationsbeauftragte der Unionsbundestagsfraktion, Cemile Giousouf (CDU), sagte: „Bei den Mitgliederzahlen von Migranten gibt es in der Union noch viel Luft nach oben.“ Die Zahl der Mandatsträger mit Einwanderungsgeschichte müsse zudem deutlich steigen. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Hessen. Die Stimme der Migrant*innen ist zu Erziehung und Bildung unerwünscht!

 

Der Landesausländerbeirat hat sich entsetzt und enttäuscht darüber gezeigt, zur 7.Sitzung der Enquetekommission Verfassungskonvent nicht eingeladen worden zu sein. Dies lasse jeglichen Integrationsgedanken außer Acht.

 

Der Vorsitzende des Landesausländerbeirats, Enis Gülegen, erklärte dazu „leider ist eine ständige Beteiligung der agah im Beratungsgremium Zivilgesellschaft des Verfassungskonvent nicht vorgesehen worden. Eine nachträgliche Einberufung war nicht möglich. Diese Haltung ist starr und unmodern“.

 

Aber auch eine themenbezogene Einladung habe nun nicht stattgefunden, obwohl jetzt der Verfassungsabschnitt betreffend Kirchen, Religions- und Weltanschauungsgemeinschaften sowie  Erziehung und Bildung zur Beratung ansteht.

 

"Diese Themen berühren maßgeblich auch die Migrantinnen und Migranten in Hessen. Sie sind Teil der hessischen Bevölkerung und unterliegen den Regeln der Hessischen Verfassung“ sagte Gülegen heute in Wiesbaden. Die Meinung und die Wünsche der Menschen mit Migrationshintergrund sollten deshalb berücksichtigt werden und die Kompetenz der Mitgliedsbeiräte der agah unmittelbar in die Beratungen des Verfassungskonvents einfließen können.

 

Gülegen: „Nur eine Debatte auf Augenhöhe, bei der die Betroffenen auch gehört werden, bringt uns voran. Die Möglichkeit einer schriftlichen Beteiligung steht dem nicht gleich“.

 

Die Verantwortlichen müssen in ihren Bemühungen um umfassende Beteiligung und um Integration glaubwürdig bleiben. "Über die Migrantinnen und Migranten hinwegzusehen oder sie nicht zu hören, ist ein falsches Signal. Dadurch wird Integration nicht gefördert, sondern erschwert“ mahnte Gülegen. Agah