WEBGIORNALE  18-24 APRILE   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il Parlamento Europeo chiede un sistema di asilo UE centralizzato e vie legali per l'immigrazione  1

2.       L’Italia corteggia la Germania per superare i muri e Dublino  1

3.       UE: sistema delle quote, gravi ritardi 2

4.       Piano di Renzi per una svolta europea sui migranti 2

5.       Crescono i flussi dei migranti, l'Italia chiede aiuto all'Europa  3

6.       Migranti. Accordo Ue-Turchia: rinuncia ai valori europei?  3

7.       Migranti, Austria: "Pronti a chiudere Brennero". Gentiloni: "Sarebbe grave"  3

8.       Brennero, scontro Italia-Austria. Roma protesta con Bruxelles  4

9.       Migranti, Renzi: "Non c'è invasione, sul Brennero non faremo finta di niente"  4

10.   Migranti, Germania rilancia: via a prima legge su integrazione  5

11.   Europa e Islam. Modelli d’integrazione, se l’Italia sta a guardare  5

12.   Il ricollocamento dei migranti e i Panama Papers al parlamento europeo  6

13.   Ricollocazione di emergenza e reinsediamento dei migrant: gli Stati EU devono agire con urgenza  6

14.   Italia e Germania schierate insieme per l'Europa. Vertice High Level Dialogue a Torino, con I presidenti Mattarella e Gauck  6

15.   Colonia. Il Forum Accadenico Italiano indice il terzo concorso per la lingua italiana  7

16.   Raccolta di fondi per riaprire la sede del Circolo Sardo di Oberhausen  7

17.   Come funziona il sistema sanitario tedesco  7

18.   Alcune delle manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 8

19.   Circoli PD – tra cui Friburgo, Berlino e Monaco -  scrivono a Renzi 8

20.   Retribuzioni in Germania  8

21.   Incontro ufficiale dei ricercatori italiani a Monaco di Baviera  9

22.   Germania, il partito Csu chiede una legge sull’Islam   9

23.   Un comico contro Erdogan, sulla satira battaglia diplomatica tra Germania e Turchia  9

24.   Renzo Arbore e l’Orchestra italiana a Stoccarda  9

25.   La Merkel autorizza il processo al comico che ironizzò su Erdogan  10

26.   Francoforte: presentazione del libro “Italo-Berliner” martedì 19 aprile  10

27.   La circolare dell’on. Laura Garavini ai democratici in Europa  11

28.   Scandalo dei patronati all’estero, la relazione del comitato parlamentare boccia Poletti: “Riforma immediata”  11

29.   Riforma costituzionale. I deputati PD Estero chiedono un SÌ di conferma al referendum di ottobre  12

30.   Parlamento Europeo: un minuto di silenzio per le vittime degli attentati a Bruxelles e in altri luoghi 12

31.   Euroscettici 12

32.   Politica in Italia: il caso Renzi. Due anni dopo  12

33.   Riforma costituzionale, via libera della Camera: addio al bicameralismo perfetto  13

34.   Popolazione e Società. Per la prima volta negli ultimi 10 anni arretra la speranza di vita alla nascita  13

35.   Laura Garavini (PD) commenta il voto finale sulla Riforma costituzionale, votato alla Camera dei Deputati 14

36.   MigrArti, i migranti si raccontano tra fiabe e teatro. L’integrazione con lo spettacolo  14

37.   Modelli di integrazione, non muri 14

38.   L’esecutivo non convince più  15

39.   Energia. L’Italia, le trivelle e la sicurezza energetica  15

40.   Proposta di legge dei deputati Pd estero per l’esenzione dal canone Rai ai residenti all’estero proprietari di immobili in Italia  15

41.   La prova di maturità che attende i 5Stelle  16

42.   L’Italia secondo paese Schengen per visti nel 2015. Oltre due milioni i visti emessi 16

43.   M5S, tutte le incognite del dopo Casaleggio  16

44.   Comitato per le questioni degli italiani all’estero: l’audizione dei rappresentanti dell’Enit Antonio Preiti e Marina Cencioni 16

45.   Riflessione sui Patronati e le politiche per gli italiani all’estero  17

46.   Lotta al terrorismo batte privacy, via libera al registro sui passeggeri degli aerei 18

47.   Un viaggio controcorrente attraverso storie di ordinaria migrazione  18

48.   Giovani italiani in Australia. Un “viaggio” da temporaneo a permanente  19

49.   Il corto ha vinto la seconda edizione di “Fammi Vedere”, concorso organizzato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati 19

 

 

1.       Lesbos-Erklärung: „Diese Tragödie ist eine Krise der Menschheit“  19

2.       Fördern und fordern. Koalition einigt sich auf Integrationsgesetz  19

3.       Koalitionsausschuss. Merkel: Erstmals Bundesgesetz zur Integration  20

4.       Idomeni. Brief an Bundeskanzlerin Angela Merkel 20

5.       Bündnis „erlassjahr.de“ startet Kampagne gegen Verschuldung von Entwicklungs- und Schwellenländern  21

6.       Exklusiv: Die geheimen Abschiebepläne der EU  21

7.       EU: Vereinbarung mit der Türkei noch einmal bedenken  21

8.       Die „orientalische Frage“  22

9.       Parlamentspräsident Schulz warnt vor Vertrauensverlust in die EU  22

10.   Das Stehaufmantra  22

11.   Asylpolitik: Bundesregierung einigt sich auf neues Integrationsgesetz  23

12.   Balkanroute geschlossen. Zahl neuer Flüchtlinge drastisch gesunken  23

13.   Dichterischer Mai in Frankfurt 23

14.   „Vom Massaker in Marzabotto  bis zum Aufbau der Europäischen Union“  24

15.   EU-Entwicklungshilfe gegen Fluchtursachen: Die Zweifel bleiben  24

16.   Nach den Panama Papers  24

17.   Rückläufige Flüchtlingszahlen. Politik sieht weiter Handlungsbedarf 25

18.   Debatte über Böhmermann-Satire "Meinungsfreiheit ist höchstes Gut"  25

19.   Beharrungsmacht Deutschland. Berlin sieht sich als Hüter der europäischen Ordnung. 25

20.   Jahresstatistik für 2015. Fast 8.000 Flüchtlingskinder in Deutschland verschwunden  26

21.   Wie Deutschland die UN-Klimaziele durchkreuzt 26

22.   Studie. Alterung der Gesellschaft fordert Sozialdienste heraus  27

23.   Industrie 4.0-Roboter revolutionieren deutschen Mittelstand  27

24.   Studien belegen: Rückenorthesen mindern Schmerzen und verbessern Lebensqualität 27

25.   Asylverfahren. Beschleunigt und nicht mehr rechtsstaatlich?  27

26.   Veranstaltungsreihe „Wege zur Integration“ in Kassel fortgesetzt 28

27.   Bericht im Kabinett. Mehr Rückführungen aus Deutschland  28

28.   Gemeinschaftsdiagnose Frühjahr 2016: Aufschwung bleibt moderat – Wirtschaftspolitik wenig wachstumsorientiert 28

29.   EU-Vergleichsstudie. Deutscher Arbeitsmarkt robust und flexibel 28

30.   Fuat Saka. Lasst die Menschen ihre eigene Kultur leben! 29

31.   Migration. Wanderungsbewegungen vom Altertum bis in die Gegenwart 29

32.   Böhmermann-Schmähgedicht. Bundesregierung lässt Strafverfolgung zu  30

33.   Tagung: Offizieller Treffpunkt italienischer ForscherInnen in München“  30

 

 

 

 

Il Parlamento Europeo chiede un sistema di asilo UE centralizzato e vie legali per l'immigrazione

 

Il Parlamento invita gli Stati membri a onorare i loro impegni e accelerare il trasferimento dei richiedenti asilo dalla Grecia e dall'Italia

 

Con il voto di martedì 12 aprile, il Parlamento europeo sostiene che un sistema di asilo centralizzato permetterebbe all'UE di gestire meglio i crescenti flussi di migranti e di richiedenti asilo. I deputati propongono l'utilizzo di percorsi legali officiali che garantiscano ai cittadini di Paesi terzi l'ingresso nell'Unione, senza dover rischiare la propria vita e ricorrere a trafficanti di esseri umani.

 

In una risoluzione non vincolante, i deputati riconoscono il fallimento del sistema esistente di asilo nel far fronte al sempre crescente numero di arrivi di migranti e chiedono una revisione di fondo del cosiddetto sistema di Dublino. Propongono dunque l'istituzione di un sistema centralizzato per la raccolta e l'assegnazione delle domande di asilo. Lo schema, che potrebbe includere una quota per ogni Stato membro dell'UE, dovrebbe funzionare sulla base di "punti di crisi" (hotpost), a partire dai quali dovrebbe aver luogo la distribuzione all'interno dell'Unione.

 

La risoluzione, redatta da Roberta Metsola (PPE, MT) e Kashetu Kyenge (S&D, IT), è stata approvata con 459 voti favorevoli, 206 voti contrari e 52 astensioni.

 

La Commissione europea sta attualmente valutando una revisione del regolamento Dublino III (che determina quale Stato membro sia responsabile del trattamento di quale domanda di asilo) e si è impegnata a presentare una proposta legislativa prima dell'estate.

 

"Non esiste alcuna soluzione rapida per la migrazione, nessuna bacchetta magica. Non abbiamo bisogno di più soluzioni di emergenza, ma di un approccio sostenibile per il futuro", ha dichiarato la co-relatrice Metsola durante il dibattito in plenaria.

 

“L'immigrazione non va combattuta ma gestita”, ha aggiunto la co-relatrice Kyenge, insistendo sul fatto che l'approccio europeo dovrebbe basarsi sulla condivisione della solidarietà e della responsabilità.

 

Il Parlamento osserva che l'attuale sistema di asilo non tiene sufficientemente conto della particolare pressione migratoria cui sono sottoposti gli Stati membri situati ai confini esterni dell'Unione. Le modifiche richieste dai deputati mirano a garantire equità e responsabilità condivisa, come pure solidarietà e trattamento rapido delle domande.

 

Ricollocazione e reinsediamento

Nel documento approvato, si chiede agli Stati membri di far fronte ai propri obblighi per quanto riguarda le misure di ricollocazione urgenti, evidenziando che fino ad oggi solo una minima parte dei 106.000 richiedenti asilo presenti n Italia e in Grecia è stata ricollocata in altri Paesi UE. Per quanto riguarda poi il reisediamento, i deputati insistono sul fatto che l'UE abbia bisogno "di un approccio legislativo vincolante e obbligatorio".

 

Rimpatrio. I deputati chiedono l'adozione di nuovi accordi UE in materia di riammissione, che dovrebbero prevalere rispetto agli accordi bilaterali tra Stati membri e paesi terzi. Insistono, inoltre, sul fatto che il rimpatrio dei migranti debba essere effettuato solo se il Paese nel quale i migranti stanno per essere rimpatriati è considerato sicuro.

 

Accordo UE-Turchia. L'accordo per il rinvio dei migranti e dei richiedenti asilo dalle isole greche verso la Turchia, raggiunto in occasione della riunione dei Capi di Stato e di governo del 18 marzo a Bruxelles, è stato al centro del dibattito di mercoledì mattina 13 aprile con il Presidente del Consiglio Donald Tusk e con il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

 

Una vasta maggioranza dei deputati ha espresso preoccupazione per l'accordo di migrazione tra l'UE e la Turchia e ha invitato Commissione e Consiglio a seguire da vicino la situazione dei diritti umani e della libertà di espressione in Turchia, così come le accuse che i rifugiati siriani sarebbero respinti in Siria delle autorità turche. Inoltre, sono stati espressi dubbi sul fatto che la Turchia possa essere considerata un "Paese sicuro" per i rifugiati.

 

Molti deputati si sono chiesti se tale accordo potrà funzionare, sostenendo che i trafficanti di esseri umani troveranno semplicemente nuove rotte. Altri ancora hanno espresso preoccupazione per la mancanza di personale per far fronte all'afflusso di migranti in Grecia, e sulle condizioni in loco dei richiedenti asilo. Altri infine hanno sottolineato che, nonostante non si tratti di un accordo perfetto, rappresenta lo strumento più realistico disponibile per affrontare la situazione attuale.

 

I deputati hanno inoltre delineato le priorità per la prossima riforma del "sistema di Dublino", che determinava quale fosse il Paese responsabile del trattamento delle domande di asilo e ribadito la necessità di garantire rotte sicure e legali verso l'Europa.

 

Approvati nuovi fondi per i rifugiati e per la lotta al terrorismo

Il Parlamento ha dato il via libera al sostegno di emergenza di 100 milioni di euro per i rifugiati all'interno dell'UE. Nel voto di mercoledì, è stato inoltre deciso lo stanziamento di 2 milioni di euro per l'assunzione di nuovo personale nel Centro europeo antiterrorismo di Europol (ECTC).

 

Considerata l'urgenza di queste misure, i deputati hanno accelerato l'approvazione dei fondi, con il primo progetto di bilancio rettificativo del 2016. La procedura è stata completata in poco più di un mese.

 

"Accolgo con favore questa proposta che consentirà al bilancio UE di fornire un sostegno di emergenza nel territorio dell'UE, al fine di affrontare le conseguenze umanitarie della crisi in corso. Il Parlamento ha agito celermente, con una rapida approvazione di questo bilancio rettificativo", ha affermato il relatore José Manuel Fernandes (PPE, PT).

 

"Tuttavia, deploro il fatto che questa iniziativa sia un altro meccanismo ad hoc, istituito senza una strategia globale per affrontare questa crisi e senza rispettare pienamente le prerogative del Parlamento in quanto co-legislatore, dato che il nuovo strumento non si fonda su una proposta secondo la procedura legislativa ordinaria", ha aggiunto.

 

Tali modifiche al bilancio UE del 2016 sono state approvate con 584 voti a favore, 64 contrari e 33 astensioni.

 

I 100 milioni di euro destinati agli aiuti umanitari, considerato l'attuale flusso di rifugiati e migranti verso l'Europa, rappresentano la prima parte dei 700 milioni di euro previsti dal nuovo strumento che fornisce sostegno di emergenza all'interno dell'Unione proposto dalla Commissione lo scorso 2 marzo. Questi fondi potrebbero essere utilizzati, tra l'altro, per fornire sostegno alimentare, primo soccorso, riparo, acqua, servizi igienici, protezione e istruzione.

 

In risposta ai recenti attacchi terroristici, ulteriori 2 milioni di euro saranno messi a disposizione per aumentare l'organico del Centro europeo antiterrorismo (ECTC), istituito da Europol il 1° gennaio 2016, che dovrebbe rappresentare il fulcro centrale nella lotta al terrorismo nell'UE.

 

Necessità di un meccanismo permanente per gli aiuti umanitari nell'UE

I deputati si dicono soddisfatti del fatto che i fondi per fornire assistenza umanitaria ai rifugiati all'interno dell'UE non saranno sottratti ai programmi per gli aiuti umanitari esterni, ma saranno invece reimpiegati dal Fondo Asilo, migrazione e integrazione (AMIF).

 

I deputati tuttavia sottolineano che questo aiuto di 100 milioni di euro dovrà essere sostituito in seguito da nuove risorse, e insistono affinché "sia previsto un quadro giuridico e monetario più sostenibile, al fine di consentire una futura mobilitazione degli aiuti umanitari all'interno dell'Unione". Pe 13

 

 

 

 

L’Italia corteggia la Germania per superare i muri e Dublino

 

Passa da Berlino l’offensiva del premier per riscrivere il trattato sui rifugiati. Altolà all’Austria: non faremo finta di nulla se qualcuno viola le regole

FABIO MARTINI

 

ROMA  - Due iniziative notevoli, diversissime tra loro e irrituali di palazzo Chigi nell’arco di quatto giorni: un’offensiva dell’Italia con tutte le armi disponibili, perché stavolta il pericolo è diverso dal passato. Un rischio che non può essere apertamente denunciato da Matteo Renzi per non creare allarmismi nell’opinione pubblica: il rischio che si riversi sulle coste italiane un grosso flusso migratorio spinto non più e non solo dalle guerre, ma soprattutto dalla fame. Un’ondata rispetto alla quale l’Italia rischia la beffa. Oramai “costretta” a prendere le impronte a tutti i migranti e dunque a trattenerli nei centri di accoglienza. l’Italia rischia di diventare una “pentola a pressione” senza una valvola di “sfogo”, anche considerando che le frontiere lungo le Alpi si stanno chiudendo. Un combinato disposto potenzialmente micidiale, che Matteo Renzi sta cercando di smontare. Con le buone e con le cattive. 

 

All’inizio della settimana il presidente del Consiglio aveva reso nota l’iniziativa diplomatica italiana per verificare se l’Austria abbia violato regole europee nell’erigere il “muro” del Brennero. E ieri Renzi ha rincarato la dose: «Agli amici austriaci dico che il Brennero non è solo il tunnel per collegare i nostri Paesi: è un luogo di lavoro per molte aziende, ed è un simbolo. Non faremo finta di nulla se qualcuno viola le regole». E sempre ieri è stato resa nota la lettera del presidente del Consiglio alla Commissione europa nella quale si ipotizza il “Migration Compact”, un piano strategico - sebbene presentato con l’etichetta diplomatica di “non paper” - per avviare una riforma della politica europea sui migranti, che punti alla cooperazione coi paesi terzi, per arrivare nel futuro ad uno scambio: chi collabora alla voce «Migranti» potrebbe essere aiutato alla voce «Sviluppo & Stabilità». 

 

Nella sua lettera alla Commissione, Matteo Renzi sostiene che «l’Italia non sta subendo una invasione». Dati alla mano, parole con una loro oggettività, ma pronunciate anche per non fornire armi ai partiti più oltranzisti. Non è sfuggito a palazzo Chigi che proprio ieri il leader della Lega Matteo Salvini abbia rincarato la dose: «Clandestini, 4.000 sbarchi in due giorni, 6.000 in una settimana. Chiudere i confini anche in Italia, prima che sia tardi! E usare le navi della Marina per soccorrere tutti ma poi riportarli indietro ai porti di partenza,». Effettivamente nei primi tre mesi dell’anno, come anticipato da “La Stampa”, gli ingressi in Italia dalla costa libica sono stati 18,243, con un aumento dell’80 per cento rispetto al 2015, un trend che se fosse confermato, a fine anno potrebbe portare sulle coste italiane circa trecentomila migranti. Ecco perchè Renzi è passato all’offensiva. Contando sulla alleanza, ribadita negli ultimi giorni, con Angela Merkel. Dopo gli ultimi due vertici europei, Renzi ha successivamente raccontato di aver trovato la Cancelliera «determinata» non soltanto all’accordo con la Turchia ma anche nell’obiettivo strategico di riscrivere gli accordi di Dublino, quelli che per anni hanno costretto i Paesi di frontiera ad accogliere automaticamente i migranti. Un asse, quello con Berlino. che nelle prossime settimane potrebbe aprire la strada ad una prima svolta, da rendere operativa entro la fine dell’anno: l’istituzione di una Forza di polizia europea. Non ancora un corpo federale, ma una rete di polizie nazionali integrate. 

 

E intanto la tensione con l’Austria resta alta. Intervenendo alla riunione, a porte chiuse, della Plenaria della Commissione Trilaterale, il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha detto: «Il problema è che alcuni Paesi dell’Unione non rispettano gli accordi sulle quote. Dobbiamo trovare soluzioni comuni, non continuare ad avere approcci nazionali». È intervenuto anche l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, con accenti preoccupati: «L’Europa rischia l’implosione non per Brexit ma per la crisi del processo di integrazione», «oramai l’Europa è una cacofonia a 28 voci» e forse l’«istituzione del Consiglio europeo non è stata una buona idea». LS 16

 

 

 

 

UE: sistema delle quote, gravi ritardi   

 

Bruxelles - Porre fine all’attuale regolamento di Dublino sull’asilo, istituire corridoi umanitari e una centralizzazione del sistema di asilo a livello UE, con un meccanismo permanente di ridistribuzione dei richiedenti asilo. Come spesso accade, Strasburgo si rivela più audace di quanto riesca a fare la Commissione Europea o, meno ancora, gli Stati membri. Ieri l’assemblea UE ha infatti approvato una risoluzione (che però non ha valore giuridicamente vincolante) relativa al rapporto presentato dall’eurodeputata del Pd ed ex ministro all’Integrazione Cécile Kyenge e dalla popolare maltese Roberta Metsola. Il tutto mentre la stessa Commissione presentava dati aggiornati sull’attuale piano di ridistribuzione di migranti, registrando, ancora una volta, gravi ritardi.

Nella risoluzione, approvata con 459 sì, 206 no e 52 astenuti, si propone l’istituzione di un sistema centralizzato per la raccolta e l’assegnazione delle domande di asilo. Lo schema, che potrebbe includere una quota per ogni Stato membro dell’Ue, dovrebbe funzionare sulla base degli hotspot (i centri di registrazione e prima accoglienza) a partire dai quali dovrebbe aver luogo la distribuzione all’interno dell’Unione. Previsto anche il ponte umanitario, con un meccanismo vincolante di reinsediamento di profughi direttamente dai campi fuori UE (ad esempio in Turchia, Libano, Giordania) nell’UE.

Le proposte del Parlamento Europeo sono decisamente più ambiziose di quanto, parrebbe, siano disposti ad andare gli stati membri. Solo pochi giorni fa la Commissione ha proposto due "opzioni"

per rivedere Dublino. Una prevede di mantenerlo così com’è, ma con una ripartizione di richiedenti asilo in situazione di emergenza per alleggerire il peso degli stati più esposti. E una seconda invece con un meccanismo permanente di ridistribuzione. Idea che ha già suscitato le proteste dei paesi dell’Est, mentre ieri il premier francese Manuel Valls a Strasburgo ha detto che Parigi al massimo potrebbe considerare la prima opzione. Proprio ieri, inoltre, in un rapporto la Commissione ha lamentato gravi insufficienze sul fronte dell’attuazione del piano di ridistribuzione dei 160.000 richiedenti asilo da Grecia e Italia varato a settembre. I progressi su questo campo, spiega la Commissione, «sono nel complesso insoddisfacenti»: al momento siamo a 1.145 ridistribuiti da Italia e Grecia (rispettivamente 530 e 615). «Gli sforzi sui ricollocamenti devono aumentare in modo marcato per rispondere all’urgente situazione umanitaria in Grecia e per evitare qualsiasi peggioramento della situazione in Italia» ha avvertito ieri il commissario alla Migrazione Dimitris Avramopoulos. Siamo lontanissimi dal ricollocamento di 6.000 richiedenti asilo al mese chiesto lo scorso 16 marzo dal commissario: da allora sono state ricollocate appena 208 persone.

Ieri inoltre la Commissione ha presentato un rapporto sul rispetto della normativa Schengen da parte della Grecia, soprattutto sul fronte del controllo della frontiera esterna. La Commissione ritiene che

Atene abbia fatto «progressi significativi», avvertendo però che «sono necessari ulteriori miglioramenti al Piano d’azione e la sua attuazione». Se i progressi saranno ritenuti insufficienti, potrebbe scattare l’articolo 26 del Codice Schengen, che consentirebbe di mantenere controlli alle frontiere interne fino a due anni. Giovanni Maria Del Re, Avvenire 13

 

 

 

 

Piano di Renzi per una svolta europea sui migranti

 

Inviata una lettera a Bruxelles. L’obiettivo è quello di fermare i flussi alla radice. Fra le ipotesi di finanziamento anche l’emissione di African-Ue Bonds - In Italia sbarcano oltre mille migranti al giorno. L’Ue chiede spiegazioni all’Austria sul Brennero – di MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES - Si chiama “Migration Compact” e non è una richiesta italiana all’Europa per un intervento che aiuti a fronteggiare il flusso degli sbarchi in arrivo dalla Libia. Si tratta invece di un piano preciso - per quanto presentato con l’etichetta diplomatica di “non paper” - per avviare un’accurata riforma e un rafforzamento della politica europea sui migranti, costruendo sulle decisioni prese sinora (e solo in parte attuate), e avviando una dinamica di dialogo e cooperazione coi paesi terzi dove il drammatico fenomeno pianta le radici. In parole semplici, chi collabora alla voce «Migranti» potrebbe essere aiutato alla voce «Sviluppo & Stabilità». Ecco il concetto del «Compact» che, secondo Roma, potrebbe portare anche all’emissione di «Eu-Africa Bonds» per finanziare l’economica e «Eu Migration Bonds» per fornire nuove mezzi agli stati impegnati nell’azione corale.

 

La lettera  

Il premier scrive oggi al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, a quello dell’Europarlamento Martin Schulz, e al presidente di turno dell’Ue, l’olandese Mark Rutte, annunciando che il ministro degli esteri Gentiloni sta facendo altrettanto con l’alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini. E’ un nuovo passo nell’attivismo italiano di queste settimane sul fronte europeo, dopo le proposte sui conti economici e l’Unione bancaria. 

 

L’impegno politico  

«La gestione dei flussi non è più sostenibile senza una cooperazione mirata e rafforzata coi Paesi terzi di provenienza e di transito», avverte Matteo Renzi. L’invito è chiaro: «La dimensione esterna della politica migratoria assume oggi un ruolo fondamentale anche in rapporto alla tenuta di Schengen e al principio di libera circolazione». Il senso è che «le proposte della Commissione - che l’Italia appoggia con convinzione - di istituire una Guardia di Frontiera e Costiera europea, e le Comunicazioni “Back to Schengen” e sulla riforma del Sistema di Dublino, potranno dare risultati concreti solo se parallelamente la gestione dei flussi migratori passerà dalla fase dell’emergenza a quella di una più ordinata e strategica gestione». Per questo l’Italia «ha elaborato un contributo di pensiero su un possibile percorso per migliorare l’efficacia delle politiche migratorie esterne dell’Unione».  

 

Le intese  

Scrive l’Italia che l’accordo Ue-Turchia «rappresenta un primo concreto tentativo di cooperazione allargata e rafforzata con un Paese terzo che, seppure concluso in una situazione di urgenza, e per questo perfettibile, dimostra come sia possibile mettere a punto linee d’azione efficaci nella gestione dei flussi dei migranti». Per questo «non deve rimanere un evento isolato», perché in tal caso «si determinerebbe tra l’altro uno squilibrio in termini di risorse e capitale politico impegnato rispetto ad altre aeree geografiche non meno importanti ai fini della questione migratoria». L’Africa, ad esempio. 

 

La formula  

Il piano spedito a Bruxelles da Renzi, realizzato a stretto contatto con la Farnesina e il rappresentante permanente presso l’Ue, Carlo Calenda, si centra «sull’idea di sviluppare un modello di offerta ai Paesi partner, all’interno del quale alle misure proposte da parte Ue (supporto finanziario e operativo rafforzato) corrispondano impegni precisi in termini di efficace controllo delle frontiere, riduzione dei flussi di migranti, cooperazione in materia di rimpatri/riammissioni, rafforzamento del contrasto al traffico di esseri umani». Questo dovrebbe avvenire attraverso la definizione di una «matrice migratoria» (origine, transito, o tutte e due) combinata con le caratteristiche del paese in questione (situazione economica e sociale, sicurezza ecc...) che consenta di definire i bisogni e le opportunità. 

 

Cosa può offrire l’Europa  

L’Italia parla di progetti di investimento e di «UE- Africa Bonds» per facilitare l’accesso delle imprese al capitale. Si suggerisce inoltre una più stretta cooperazione sulla sicurezza e un rinvigorimento delle prospettive per l’immigrazione legale. Infine si può partecipare in modo attivo alla vigilanza sulla fascia sub sahariana.  

 

Cosa può chiedere l’Europa  

L’idea italiana è che la contropartita per l’assistenza a dodici stelle possa essere un efficace controllo delle frontiere e dei flussi migratori. Segue a ruota una migliore cooperazione su rimpatri di chi non ha diritto di restare dov’è. E l’esigenza che i paesi terzi adottino in modo concerto le regole internazionali per l’asilo e combatta i trafficanti. 

 

Chi paga?  

Roma suggerisce di riorientare alcuni strumenti finanziari già esistenti nell’Unione e crearne di nuovi. Uno potrebbe essere una posta di bilancio «per l’azione esterna nel settore migratorio». Un altro potrebbe diventare i «Common Eu Migration Bonds» che finanzino gli obiettivi del Compact. Fare cassa comune, insomma. Cosa dirà Berlino? E gli stati che non vogliono investire nell’Europa? 

 

La Libia  

E’ una stabilizzazione strategica. Bisogna «alzare il tono della cooperazione» col governo libico e impegnarsi in programmi che lo «aiutino ad avere il controllo sul territorio». Quando ci saranno le condizioni, si afferma, lo spettro di azioni possibili è ampio e potrebbe includere una «missione civile» che aiuti nella gestione delle frontiere e negli sforzi per combattere il terrorismo».  LR 15

 

 

 

 

Crescono i flussi dei migranti, l'Italia chiede aiuto all'Europa

 

Bloccata la rotta balcanica il flusso di migranti dall'Africa ha ripreso la consueta rotta che porta in Italia. Gli sbarchi nei primi quattro mesi dell'anno sono oltre 24 mila, il 25 per cento in più dell'anno passato. Tutta benzina per la campagna elettorale dei partiti della destra xenofoba compresi i grillini che sulla base dei sondaggi hanno deciso da mesi di abbracciare la politica della chiusura delle frontiere. Tra Italia e Austria la tensione sale per l'annuncio di Vienna di voler chiudere la frontiera del Brennero. Lì è in gioco la sopravvivenza della Grosse Koalition a guida socialdemocratica che nei sondaggi per le imminenti presidenziali è scavalcata da ben due partiti xenofobi. L'opinione pubblica ha paura e chiede la chiusura delle frontiere (anche in Italia la gente vorrebbe che fossero bloccati gli sbarchi) e questo il governo di centrosinistra gli dà. Renzi strilla, Mattarella ammonisce, l'Europa condanna, ma nessuno sa come arginare la marea umana. L'Italia chiede aiuto all'Europa con una lettera, ma i rimpatri sono una barzelletta e in Turchia (che per l'accoglienza ha già ricevuto dall'Europa tre miliardi e altri tre stanno per arrivare) i migranti siriani, afghani e pakistani non vogliono restare sognando un Eldorado europeo che non esiste. Cosa succederebbe se davvero Vienna dovesse chiudere il Brennero? La fila di macchine e Tir fermi per i controlli arriverebbe chissà dove e i migranti resterebbero tutti in Italia. Renzi ha tutte le ragioni per essere preoccupato e per protestare con l'Austria. Intanto domenica va in scena l'anteprima della grande partita d'autunno, quando il governo giocherà la propria esistenza sulla ruota del referendum istituzionale. Domenica si vota pro o contro le trivelle. Ma in realtà si vota  o ci si astiene pro o contro Renzi. I renziani non vanno ai seggi o votano no. Gli anti renziani, con la scusa dell'ambientalismo, votano si. Se si supera il quorum il premier già rischia. Se vincessero i sì sarebbe un colpo non facile da incassare. GIANLUCA LUZI LR 15

 

 

 

 

Migranti. Accordo Ue-Turchia: rinuncia ai valori europei?

 

Tra necessità legate a ragioni elettorali nazionali, populismo e una malintesa esigenza di sicurezza e di tutela del benessere in casa propria, il Consiglio europeo del 18 marzo scorso si è chiuso con una dichiarazione/accordo con la Turchia che presenta molte zone d’ombra sulla strada che l’Unione europea (Ue) intende perseguire nel “risolvere” la crisi umanitaria in Siria e il dramma dei migranti.

 

Dubbi di legittimità

All’indomani dei primi round di trasferimenti avviati, in esecuzione dell’accordo, il 4 aprile dalla Grecia verso la Turchia, e che hanno portato - come scrive la Commissione europea - a una riduzione degli arrivi sulle coste greche dai 1.667 del 20 marzo ai 339 del 3 aprile, è opportuno soffermarsi sui dubbi, sotto il profilo della legittimità e dell’opportunità politica, che l’accordo suscita.

 

L’intesa è incentrata su tre pilastri: ritorno automatico in Turchia dei migranti che arrivano da quel paese in Grecia; reinsediamento dei profughi siriani in Europa (sulla base del principio un ritorno in Turchia, un reinsediamento in Europa) e concessioni alla Turchia per accelerare l’adesione all’Ue.

 

Vediamo perché, al di là della probabile ineffettività dell’accordo - che non farà altro che chiudere una rotta e aprirne un’altra - l’intesa segna una sconfitta nell’azione Ue relativa alla politica comune d’immigrazione che è “fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi”.

 

Prima di tutto, per l’arretramento e forse proprio per l’implosione dei valori fondanti dell’Ue. Poi perché la regola base dell’accordo è un baratto, fondato sul sistema di scambio tra esseri umani, molti dei quali puniti - coloro che dalla Turchia fuggono in Grecia, per inseguire il miraggio di una vita dignitosa - e pochi altri premiati.

 

Non solo. L’intesa mette in secondo piano, nella sostanza, gli obblighi di diritto internazionale - dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiati del 1951 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo - imposti agli stati e alla stessa Ue.

 

L’imbarazzante abbraccio con Ankara

Al di là del contenuto, poi, è l’abbraccio con la Turchia a essere in sé imbarazzante, proprio in una fase in cui il presidente Erdo?an è sempre più incline a sopprimere libertà fondamentali sull’altare del proprio potere.

 

Malgrado ciò, però, l’Ue mette il destino di esseri umani nelle mani di Ankara e acconsente all’accelerazione nella roadmap che porterà all’eliminazione, entro giugno 2016, degli obblighi di visto per i cittadini turchi che intendono entrare nello spazio Schengen.

 

Un do ut des stigmatizzato anche dal Parlamento europeo che, tra l’altro, è stato tagliato fuori dall’intesa con ulteriori dubbi circa la sua conformità al Trattato sul funzionamento dell’Ue (in particolare all’articolo 218, sulla procedura di conclusione degli accordi internazionali).

 

Controllo delle frontiere e diritti umani

Per quanto riguarda il primo punto, ossia l’accantonamento dei valori europei che è un colpo di piccone alla già debole identità europea, è evidente che tra “ripresa del controllo” delle frontiere esterne e tutela degli individui in fuga da miseria e guerra, l’Ue sceglie senza esitazioni la prima. E questo, malgrado le parole scritte nel Trattato di Lisbona che ha rafforzato la tutela dei diritti umani.

 

Alle parole dovrebbero seguire i fatti, con la conseguenza che l’Ue dovrebbe essere in prima linea nel bloccare ritorni di massa e reinsediamenti di poche e selezionate vittime e favorire, piuttosto, corridori umanitari che possano condurre chi cerca scampo da guerra, povertà estrema e persecuzioni, in zone sicure.

 

Come detto, poi, è proprio l’upgrade di Ankara a destare allarme. In pratica, la Turchia di Erdo?an, che stringe il paese sempre di più in una morsa autoritaria, viene classificata come paese sicuro (malgrado mantenga ancora la riserva geografica all’applicazione della Convenzione di Ginevra), con la conseguenza che la domanda di asilo di un migrante che compie la traversata dalla Turchia alla Grecia dovrà essere dichiarata inammissibile, come si legge nelle conclusioni del 18 marzo, “sulla base del concetto di ‘paese di primo asilo’ o ‘paese terzo sicuro’, in conformità del diritto europeo e internazionale”.

 

Eppure poche righe dopo, al paragrafo 5, l’Ue “ribadisce che si attende che la Turchia rispetti gli standard più elevati in materia di democrazia, stato di diritto, rispetto delle libertà fondamentali, compresa la libertà di espressione”. Un auspicio che Ankara rafforzi i diritti umani, senza alcuna base fattuale sufficiente, considerando che tutto va nella direzione opposta.

 

L’allarme dell’Unhcr

Sul fronte degli impegni internazionali, l’intesa ha già suscitato allarme nell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, per la quale “i rifugiati hanno bisogno di protezione, non di respingimenti”.

 

Ed invero, dal 20 marzo 2016, in esecuzione dell’accordo, i migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alla Grecia fanno ritorno in Turchia, in un primo tempo, anche sulla base dell’accordo bilaterale di riammissione tra Grecia e Turchia, che sarà sostituito dal 1° giugno 2016 dall’accordo di riammissione Ue-Turchia.

 

Ora, considerando che era già operativo l’accordo bilaterale, è evidente la connotazione tutta politica dell’intesa, che suona proprio come un premio ad Erdo?an. E se non è preclusa la possibilità di presentare domanda di asilo nelle isole greche di sbarco, è probabile che, in applicazione della ‘direttiva procedure’, scatti il ritorno in Turchia in quanto paese sicuro.

 

Di qui, poi, il piano di reinsediamento di cittadini siriani presenti nei campi profughi in Turchia sul territorio Ue, fino ad un massimo di 72mila persone nel 2016. Un sistema connotato da automaticità che non convince in base agli obblighi di analisi individuale richiesta dalla Convenzione di Ginevra.

 

Il ‘baratto’ dei siriani

Sotto il profilo del baratto “un siriano che ritorna in Turchia contro un siriano reinsediato dalla Turchia nell’Ue”, le perplessità sono proprio di ordine etico. Di fatto, l’Ue procede a una classificazione aprioristica dei rifugiati, operando un sistema punitivo per i migranti costretti a rischiare la vita in mare per sfuggire alla guerra.

 

Che dire, poi, della limitazione contenuta nel piano di reinsediamento per i soli siriani, escludendo in modo discriminatorio gli altri rifugiati che fuggono da altre parti in cui rischiano persecuzioni?

 

Analoghe osservazioni per il rapporto “uscita migranti dall’Unione europea - nel caso di specie dalla Grecia - e incassi della Turchia”, la quale ultima in tempi rapidi otterrà, oltre ai 3 miliardi di euro già assegnatili, altri 3 “una volta che queste risorse saranno state utilizzate e a condizione che gli impegni siano soddisfatti” e, in ogni caso, entro il 2018. Con l’auspicio, poi, che questi soldi non servano a ultimare la costruzione del muro al confine sud-est con la Siria, che di fatto blocca le persone vittime della guerra nel proprio Paese.

Marina Castellaneta, AffInt 13

 

 

 

 

Migranti, Austria: "Pronti a chiudere Brennero". Gentiloni: "Sarebbe grave"

 

Il ministro della Difesa austriaco: "Chiederemo di fare noi i controlli anche in Italia". La preoccupazione del nostro ministro degli Esteri: "Un brutto segnale per l'Europa". Napolitano: "False soluzioni per problemi più complessi" - di ANNA LOMBARDI

 

BOLZANO - "In caso estremo l'Austria potrebbe chiudere completamente il Brennero". Lo ha detto il ministro della Difesa austriaco Hans Peter Doskozil durante una riunione del suo partito, lo Spö, il partito del cancelliere, a Innsbruck. Se l'Italia continuerà a far passare i migranti, ha detto infatti il ministro "potremmo essere costretti a  chiedere alle autorità italiane di fare noi controlli anche sul suo territorio". Affermando che se la situazione dovesse sfuggire al controllo, l'Austria sarebbe  pronta a chiudere i suoi confini. "Se l'Italia farà come ci aspettiamo e la Germania farà come ci aspettiamo, avremmo un grande problema. Perché se l'Italia lascerà passare i migranti e la Germania comincerà a respingerne sempre di più ai suoi confini, l'Austria rischierebbe di trasformarsi in una sorta di sala d'attesa. Per questo dobbiamo andare in offensiva". La soluzione, per Doskozil è una sola: "Prosegire con gli annunciati controlli di confine e la creazione di nuove misure legislative" ha proseguito riferendosi all'inasprimento del diritto d'asilo in Austria che scatterà il prossimo primo giugno.

 

Proseguono i lavori per la barriera... L'Austria, infatti, ha fissato nei giorni scorsi un tetto di 37.500 richieste d'asilo: ma già solo nei primi tre mesi dell'anno le domande sono state 17.000 e dunque il tetto sarà raggiunto a breve. Per questo, già nei giorni scorsi, l'Austria ha avviato i lavori per la costruzione di una barriera lunga 250 metri che permetterà di fare maggiori e più specifici controlli al confine con lo scopo appunto di limitare, in caso di necessità, l'accesso dei migranti provenienti dall'Italia.

 

...e parte la mobilitazione. L'iniziativa ha sollevato polemiche e proteste ed è partita una mobilitazione, con hashtag su Twitter openbrenner, che vedrà, a cavallo della Festa della Liberazione, una manifestazione al confine. A promuoverla Progressi, ARCI, Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani (UFTDU) e Associazione Diritti e Frontiere (Adif), che hanno lanciato un appello al cancelliere austriaco Werner Faymann affinché interrompa i lavori e si cerchi in sede europea la soluzione politica alla questione dei rifugiati. L'appello http://www.progressi.org/brennero sta raccogliendo molte adesioni. “La nuova barriera austriaca rievoca i momenti più bui della storia europea e richiama tutti quei tentativi fallimentari di blindare i confini, come tra Grecia e Macedonia, Spagna e Marocco, Stati Uniti e Messico”, commenta Vittorio Longhi, direttore di Progressi. “Anziché abbandonarsi all'isteria populista dettata dalle urgenze elettorali, i governi europei dovrebbero lavorare seriamente alla gestione comune dei flussi migratori e alla protezione dei rifugiati, concentrandosi sulle cause”.

 

Italia pronta a dare battaglia. Le affermazioni del ministro austriaco non sono piaciute al nostro ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che stamattina, durante una visita al Salone del Mobile di Milano, ha detto alla stampa che se l'ipotesi dell'Austria di creare blocchi alla frontiera del Brennero per fermare i migranti in arrivo dall'Italia fosse vera, si tratterebbe di un atto "molto grave. Negativo per l'economia e brutto segnale per l'Europa".  L'Italia, insomma, si preaprara a dar battaglia: "Vedremo di che cosa si tratta - ha proseguito il ministro - se si tratta di parole, non ci saranno conseguenze sul terreno. Se, invece, ci saranno muri significherà aver dimenticato che i problemi vanno affrontati insieme".

 

Mattarella e Napolitano: "No a barriere". "Le barriere sono una zavorra" aveva già reagito ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenendo all'Italian-German High Level Dialogue. "Abbiamo lavorato 70 anni per abbattere i muri che dividevano l'Europa: non possiamo lasciare che si rialzino, creando diffidenze e tensioni laddove, al contrario, servono coesione e  fiducia". Dalle pagine di Repubblica oggi gli fa eco l'ex presidente Giorgio Napolitano: "Abbandonarsi a previsioni catastrofiche non porta da nessuna parte. Guai se ci si lascia andare sempre più alla demagogia populista e alla ricerca di false soluzioni per problemi complessi come quello dei migranti. Passi indietro come la barriera al Brennero non sono degni della nostra storia comune".

 

Le reazioni. Ma sulla questione, in queste ore, si stanno pronunciando in tanti. Deborah Bergamini, responsabile della comunicazione di Forza Italia, chiede che il ministro dell'Interno Angelino Alfano ne riferisca in Parlamento: "L'Italia è chiusa in una morsa: dalla Libia è pronto a partire un milione di migranti verso le nostre coste mentre le nostre frontiere settentrionali sono sempre più presidiate dalla polizia degli Stati a noi confinanti che non vogliono far transitare i profughi che vogliono raggiungere il Nord Europa. Stiamo diventando prigionieri in casa nostra. L'Italia non può diventare l'area di sosta a tempo indeterminato per chi fugge dalla disperazione della fame e della guerra". E il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, alla Conferenza delle Regioni: "Se l'Austria può costruire una barriera al Brennero vuol dire che Schengen muore lì, punto. Si può essere d'accordo o meno con quello che fa l'Austria, ma è evidente che quel che manca è la politica. L'Europa non riesce a risolvere il problema".

 

Una delegazione parlamentare di Sel - Sinistra italiana ha invece deposto al valico del Brennero un'ortensia blu, simbolo dei colori dell'Europa, in segno di protesta contro le decisioni di Vienna sui migranti. Con il deputato Florian Kronbichler: "A rischio il primato dell'aspetto umanitario su quello economico, la credibilità dell'Europa quale spazio di libero scambio di persone e merci, il rapporto di buon vicinato fra l'Italia e l'Austria e non ultima l'idea, giovane quanto suggestiva, della Regione transfrontaliera europea Euregio".

 

Sostegno all'iniziativa della barriera austriaca arriva dalla Lega: "Solidarietà nei confronti del governo austriaco, sotto attacco per la questione dei migranti", ha detto il consigliere regionale della Lega Nord Maurizio Fugatti, che ha affermato di condividere "appieno la decisione dell'Austria di ripristinare i controlli ai confini". Si tratta - ha aggiunto - di "una scelta dettata dall'incapacità del governo Renzi di controllare i confini del nostro Paese".

 

Nuovi controlli. Intanto, i controlli austriaci potrebbero estendersi anche nei pressi del valico del Tarvisio: una delegazione del ministero dell'Interno austriaco ha infatti appena fatto un sopralluogo nel confinante comune di Arnoldstein per verificare dove realizzare un centro di identificazione ed un presidio di polizia lungo la statale e nei pressi dell'autostrada. Ipotesi che fa reagire il sindaco di Tarvisio Renato Carlantoni: "La blindatura del confine da parte dell'Austria, da noi a Tarvisio è orami più di una preoccupazione".

 

Germania, sanzioni a migranti che rifiutano integrazione. Dopo un mese di discussioni, i partiti di coalizione del governo tedesco hanno trovato un accordo sulla politica per i rifugiati per una legge per facilitare le misure di integrazione dei migranti nel Paese, con sanzioni però per chi rifiuta di inserirsi. L'obiettivo della 'legge sull'integrazione' è "favorire con misure pubbliche l'inserimento nella società e nel mercato del lavoro le persone che arrivano in Germania, ma allo stesso tempo esigere sforzi da parte dei migranti", come si legge nel testo diffuso questa mattina.

 

I leader dell'Unione Cristianodemocratica (Cdu) della cancelliera Angela Merkel e del partito cristiano democratico bavarese e dei socialdemocratici (Spd) si sono accordati infatti per imporre sanzioni ai migranti con diritto di asilo e a prestazioni che rifiutano di partecipare alle misure di integrazione

offerte. Inoltre, il rifiuto o l'interruzione di queste misure senza una buona ragione si tradurrà in una riduzione dei benefici. A maggior ragione, in caso di un reato, il diritto all'asilo può essere annullato. LR 14

 

 

 

 

 

 

 

Brennero, scontro Italia-Austria. Roma protesta con Bruxelles

 

Al via la costruzione del muro anti-migranti, Alfano e Gentiloni scrivono all’Ue: «Verificare la compatibilità con Schengen». Avramopoulos: «Non è la soluzione»

MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES  - Vienna non arretra, Roma contrattacca, protesta per iscritto con l’Unione europea e accusa che la mossa austriaca «non appare suffragata da elementi fattuali». I controlli aggiuntivi al valico del Brennero sono «necessari e giusti», ribadisce però il cancelliere Werner Faymann. È certo che sia «assolutamente fuori discussione» continuare ad accogliere persone senza limiti, salvo che il flusso dei migranti nelle valli tirolesi è azzerato. Da Teheran, Matteo Renzi risponde annunciando di aver chiesto al rappresentante permanente presso l’Ue, Carlo Calenda, di «verificare i passaggi normativi europei per chiedere conto della correttezza di quanto stanno facendo». Quindi parte una lettera da Roma, firmata da Gentiloni (Esteri) e Alfano (Interni). Si auspica una «verifica». Ma è una dichiarazione di guerra. 

 

Al terzo giorno, l’atmosfera si è fatta rovente. Lo sa bene il commissario Ue agli affari Interni, Dimitris Avramopoulos, per il quale «quello che sta accadendo al confine tra Italia e Austria non è la soluzione giusta». L’esecutivo è cauto. Aspettano chiarimenti mentre sulle strade che legano Vipiteno a Innsbruck cresce una barriera da 240 metri che assomiglia a un «muro». Il greco ha parlato alla plenaria dell’Europarlamento. Poi è salito in ufficio e ha chiamato il ministro dell’Interno austriaco, Johanna Mikl-Leitner, chiedendo delucidazioni sulle misure decise. Completato il dossier, Bruxelles si pronuncerà «sulla base della loro necessità e proporzionalità». In fretta.  

  

È una vicenda difficile da comprendere e, per questo, esplosiva. La signora Johanna Mikl-Leitner è la prima a giudicare «incomprensibile» l’agitazione italiana per i lavori al Brennero. A suo avviso, «si è messo in pratica puntualmente quanto già annunciato da settimane e messo sul tavolo in maniera chiara anche la scorsa settimana a Roma». Sulle rive del Tevere la percezione è stata differente. Gentiloni e Alfano comunicano ad Avramopoulos che le misure austriache «inducono a chiedere con estrema urgenza la verifica da parte della compatibilità con le regole di Schengen». A Roma si dubita della necessità, visto che da gennaio sono state 674 le riammissioni dall’Italia all’Austria e 179 quelle nel senso contrario. E anche della proporzionalità: non si vede la ragione della stretta.  

 

La mossa austriaca è preventiva, Vienna si porta avanti col lavoro nel caso in cui gli arrivi lungo la Penisola, dalla Libia o dall’Albania, dovessero farsi copiosi. «È concettualmente sbagliata - spiega una fonte Ue -, perché non serve certo sbarrare una strada per frenare i flussi».  

 

Si rischia una «nuova Idomeni», dice il direttore di Amnesty Italia, Gianni Rufini. Il cancelliere Faymann s’è deciso per ragioni di politica interna. Ha sospeso Schengen (sino al 12 maggio poi ha chiesto la proroga) e messo un tetto agli ingressi, 80 persone al dì. A Bruxelles pensano che, chiusa la rotta balcanica, Vienna dovrebbe aprire e non sigillare i confini. Ha senso. Ma in Europa, di questi tempi, gli egoismi nazionali fanno più strada della ragione.  LS 13

 

 

 

 

Migranti, Renzi: "Non c'è invasione, sul Brennero non faremo finta di niente"

 

"Agli amici austriaci dicono che il Brennero non è solo un tunnel ma è un luogo di lavoro e un simbolo. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, convinti che il tema migrazione sarà ridotto perché vediamo finalmente una strategia seria e organica, ma noi non staremo a far finta di niente se qualcuno intende violare le regole europee". Lo dice Matteo Renzi in conferenza stampa a palazzo Chigi.

"Vanno richiamati tutti i Paesi al rispetto delle regole e sono fiducioso che nessuno non le rispetterà", aggiunge il presidente del Consiglio che mette in chiaro: "Noi non staremo a far finta di niente se qualcuno avrà intenzione" di non rispettare le regole europee. Poi, rivolto all'Austria: "Il rispetto delle regole è condizione dell'amicizia".

Riguardo ai migranti, Renzi spiega anche che "non siamo in presenza di un'invasione o di un dramma. E' un grande problema e chiediamo all'Ue di farsi portatrice di una strategia, a partire dagli interventi per bloccare i viaggi della morte e coordinare gli aiuti in Africa".

"Mi sentirei non di dare un messaggio minimalista, non sto minimizzando niente - chiarisce - ma di dare piuttosto un messaggio di serietà. L'Italia è un grande Paese e affronta una problematica non nuova". Quanto ai numeri degli arrivi di migranti "sono un paio di centinaia di persone in più rispetto allo scorso anno".

Adnkronos 15

 

 

 

 

Migranti, Germania rilancia: via a prima legge su integrazione

 

Dopo mesi di scontri al calor bianco, i tre leader della Grande coalizione si sono ricompattati attorno alla riforma, discussa in una riunione fiume di sette ore. Regole più vincolanti e misure per facilitare l'ingresso nel mondo del lavoro tra i punti essenziali – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - Un progresso "storico", "un primo passo verso una legge sull'immigrazione". Dopo mesi di scontri al calor bianco sui profughi che avevano fatto ballare persino il trono della cancelliera, i tre leader della Grande coalizione, Angela Merkel, Horst Seehofer e Sigmar Gabriel hanno ostentato ieri stanchi sorrisi e si sono ricompattati attorno alla prima legge sull'integrazione che la Germania si sia mai data.

 

Punti essenziali della riforma, discussa in una riunione maratona di sette ore, sono misure per facilitare l'ingresso nel mondo del lavoro per i profughi, ma anche regole più vincolanti sull'integrazione, a partire dall'obbligo di imparare la lingua, e regole per evitare la ghettizzazione. Il pacchetto sarà discusso il 22 aprile con i governatori dei Land e sarà approvato definitivamente dal governo il 24 maggio.

 

La legge sull'integrazione è stata presentata con uno slogan, "foerdern und fordern" (tradotto: incentivare e pretendere) che riassume efficacemente lo spirito da "bastone e carota" che la caratterizza e che è mutuata dall'Agenda 2010, dalla riforma della disoccupazione introdotta dal cancelliere Schroeder oltre un decennio fa, che fa decadere i sussidi per i disoccupati se non sono disponibili a riqualificarsi e a trovare un nuovo lavoro.

 

Appena arrivati in Germania, i profughi dovranno cominciare già nelle strutture di prima accoglienza a partecipare a corsi di tedesco e di formazione che facilitino l'ingresso nel mondo del lavoro, ma avranno anche un (non meglio specificato, per ora) "obbligo a partecipare alle misure per l'integrazione" Chi rifiuta, subirà tagli ai sussidi.

 

Allo stesso tempo la legge elimina un ostacolo rilevante per l'ingresso nel mondo del lavoro dei richiedenti asilo: per tre anni cade l'obbligo di assumere prima i disoccupati tedeschi o europei e il divieto per 15 mesi di essere assunti in imprese part-time. Il pacchetto prevede anche una norma importante, per le aziende che impiegano profughi come apprendisti: se la loro domanda di asilo dovesse essere respinta durante l'apprendistato, lo Stato non potrà respingerli fino alla fine del periodo di formazione. Viceversa, se interromperanno la formazione o commetteranno un reato, la tutela decadrà immediatamente.

 

Una misura che sta facendo già discutere è quella che reintroduce i "lavori da un euro", che deroga dunque dalla legge sul salario minimo da 8,50 euro all'ora, e che varrà per sei mesi dopo l'accettazione della procedura d'asilo. Il governo vuole creare 100mila posti di lavoro per profughi attraverso questa eccezione.

 

Per evitare che i profughi si isolino in ghetti, il loro luogo di residenza, finché beneficiano dei sussidi, sarà

deciso dalle amministrazioni pubbliche. Se si rifiuteranno di accettarlo, il pacchetto minaccia "conseguenze tangibili". Sarà la riunione del 22 aprile coi governatori regionali a decidere quali. Anche questa misura sta già suscitando molte polemiche. LR 15

 

 

 

 

 

Europa e Islam. Modelli d’integrazione, se l’Italia sta a guardare

 

Gli attentati di Bruxelles rendono urgente, ancora una volta, l’elaborazione di una seria risposta al quesito sull’esistenza di un modello di integrazione di successo per le società europee.

 

Nella maggior parte dei Paesi europei, l’esigenza di dare risposte concrete alla gestione del fenomeno migratorio ha iniziato a farsi sentire dagli Anni Settanta, da quando cioè Paesi come Italia, Belgio e Svezia si sono trasformati da realtà di emigrazione a territori di immigrazione.

 

Questo passaggio era avvenuto già da decenni in Paesi di più vecchia immigrazione - come Gran Bretagna, Francia e Germania -, che si sono trovati prima del nostro ad affrontare la sempre crescente multiculturalità e religiosità delle loro società.

 

Ogni singolo modello ha le proprie caratteristiche particolari. Proprio questo potrebbe facilitare l’elaborazione di una classifica dei paradigmi da evitare e di quelli, invece, cui il nostro Paese potrebbe guardare nel suo cammino verso un modello unico e peculiare.

 

Virata restrittiva in Svezia

Partendo dai modelli più inclusivi, il caso svedese dimostra che un assistenzialismo statale sfrenato nel lungo periodo non è del tutto sostenibile. All’inizio del processo migratorio, l’obiettivo era di integrare velocemente i nuovi arrivati. Questa “generosa politica migratoria” era sostenibile poiché si fondava su un forte controllo dei nuovi entrati.

 

La religione si configurava come scelta individuale senza alcun riflesso sulla vita pubblica. Ma è proprio in questo modo che s’impedisce a una religione come l’islam, fortemente comunitaria, di rendersi visibile nello spazio pubblico e di ricomporre nuovi luoghi dove tessere legami sociali e religiosi.

 

Già all’inizio del secolo, questo delicato equilibrio si spezza perché aumenta il numero degli immigrati e i costi per lo stato iniziano a lievitare. Il modello svedese si trova minacciato da una serie di ostacoli che ne insidiano la tenuta: confinare la religione interamente nella sfera privata degli individui non è la soluzione.

 

Tolleranza e laicità non bastano

A dimostrare ancora meglio come la privatizzazione del credo non sia la strada giusta per una reale integrazione è il modello francese. Si tratta di un modello individualista in cui a contare è il singolo e non la comunità della quale un individuo può sentirsi parte.

 

Un simile atteggiamento ha impedito un riconoscimento pieno dell’Islam nella vita pubblica della République, così com’è avvenuto nei Paesi scandinavi. Siamo sicuri che in nome della laicità vogliamo rinunciare a uno dei valori più importanti della stessa Francia - e della stessa Europa -, cioè la tolleranza?

 

La tenuta del modello tedesco

Il caso tedesco dimostra, invece, come la Germania sia riuscita a modificare le regole in corsa e come sia oggi diventata uno dei Paesi cui la maggior parte dei musulmani europei guarda con favore. Anche l’Italia potrebbe cercare di fare uno sforzo in questo senso.

 

L’apertura di scuole per la formazione degli imam può essere una pratica cui guardare. In primo luogo per evitare infiltrazioni di esponenti più radicali nelle moschee e nei centri islamici e in seconda battuta perché l’opinione pubblica, quella perlomeno più “integralista” nel rifiuto dell’altro, possa veder ridotti i motivi sui quali fondare la sua caccia allo straniero, molto spesso al musulmano.

 

Il muro d’Inghilterra e il pluralismo belga

Il caso inglese documenta come l’integrazione delle differenze possa mostrare anch’esso dei limiti. Pensiamo alla città di Bradford, chiamata anche piccola Islamabad,e che rappresentava il successo delle politiche di integrazione. Quella Bradford che, però, era stata anche teatro di manifestazioni a favore della fatwa contro Salman Rushdie, dopo la pubblicazione dei suoi “Versi satanici”, ritenuti blasfemi da parte di alcuni islamici.

 

Se si trattasse di vere manifestazioni fondamentaliste, o piuttosto di un forte segnale di quella minoranza musulmana che si sente tollerata ma non riconosciuta, è difficile dirlo.

 

In Belgio, il Parlamento si pronunciò a favore dell’inserimento dell’Islam nell’assetto costituzionale già nel 1974. L’Islam viene però riconosciuto solo se si rende conforme ai modelli istituzionali già presenti nel Paese.

 

La società belga ha fatto sì che fossero le grandi divisioni ideologico-politiche a plasmare l’organizzazione di tutto il sistema sociale. Il pluralismo istituzionalizzato belga ha retto fino a questo momento, ma ora il precario equilibrio si è spezzato. Ancora una volta, la tolleranza non è una risposta sufficiente.

 

Il non modello italiano

Diversi Paesi europei hanno elaborato un modello riconoscibile e unico per l’integrazione degli stranieri presenti nelle proprie società sforzandosi di incontrarsi e non di scontrarsi con le minoranze, soprattutto quella musulmana.

 

Si pensi alla costruzione di moschee: in Gran Bretagna esiste un progetto per costruire una moschea per sole donne, esistono degli incentivi economici per i giovani che vogliono fare impresa seguendo l’etica musulmana; mentre in Germania sono attive le già citate scuole deputate alla formazione degli imam.

 

In Italia nulla di tutto ciò è avvenuto. Sono diverse le comunità islamiche che si sono proposte come rappresentanti dell’islam italiano con l’obiettivo di siglare intese con lo Stato. Ogni tentativo è tuttavia fallito.

 

Anche alla luce dei recenti fatti di Bruxelles, sono due i comportamenti da incoraggiare: non guardare ai musulmani come inevitabili minacce per società di cui sono protagonisti indiscussi e non adottare un comportamento di mera tolleranza, ma riconoscere in toto il loro diritto a essere cittadini e non semplici soggiornanti in quella che per molti è la loro patria. L’Italia è ancora in tempo.

 

Jessica Cavallero è laureata in Scienze Internazionali all'Università degli Studi di Torino. Giornalista, gestisce il blog zeroeffetticollaterali.com. Dalle sue ricerche al Cairo è nato l'ebook "La primavera rubata".  AffInt. 10

 

 

 

 

Il ricollocamento dei migranti e i Panama Papers al parlamento europeo

 

BRUXELLES - Il tema delle migrazione sta dimostrando la debolezza della volontà di cooperare dei ventotto governi dell’Unione. La Commissione Ue vara oggi il secondo rapporto di tappa sulle strategie di ricollocazione e reinsediamento dei migranti, la prima rivolta a chi è sbarcato in Italia o Grecia e ha diritto all’asilo, la seconda per chi lo domanda da fuori dell’Unione.  

 

Il bilancio è davvero povero. Fra il 16 marzo e l’8 aprile all’interno dell’Unione europea sono stati ricollocati 163 rifugiati prelevati da Grecia e Italia. «Solo 163», bisogna sottolineare. La magra cifra si somma ai 937 sistemati da settembre e mette a luce un dato sconfortante, soprattutto perché l’obiettivo è 160 mila entro settembre 2017. 

 

La tabella di marcia della Commissione Ue suggeriva di arrivare a 6 mila entro il 16 aprile e ventimila prima del 16 maggio. La risposta delle capitali è stata inadeguata, la solidarietà è sparita alla prova dei fatti. Il Team Juncker chiederà ai ventotto governi di mantenere fede agli impregni presi ai massimi livelli e di accelerare. Ma sono pochi, in realtà, a voler ascoltare. 

 

Il futuro non è chiaro. L’agenzia per la gestione delle frontiere, Frontex, suggerisce alla Commissione di mettere in piedi una «operazione congiunta» fra Ue, Albania e Macedonia, per tenere sotto controllo la possibilità che nei prossimi mesi si apra una nuova rotta per i migranti attraverso l’Adriatico. E’ una mossa cautelativa. In questo momento le porte sono. In estate, però, le cose potrebbero cambiare. Se il mal decollato piano dei rimpatri «turchi» non dovessi dare i risultati auspicati e, coll’estate, gli attraversamenti dell’Egeo dovessero riprendere, allora la minaccia potrebbe farsi reale.  

 

Al parlamento europeo arrivano i “Panama Papers”, i documenti relativi a oltre 200.000 società offshore e ai loro proprietari segreti tra cui molti politici e celebrità. Il fulcro del dibattito riguarderà le misure comunitarie già esistenti contro l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro per verificarne la loro efficacia. In contemporanea, scende in campo anche il Team Juncker.  

 

La coppia Dombrovskis/Hill mette sul tavolo una pacchetto di proposte che prevedono l’obbligo per tutte le grandi multinazionali che operano in Europa di rendere pubbliche le informazioni sul luogo in cui realizzano gli utili e quello in cui pagano le tasse, fornendo i dati paese per paese. Le norme interesseranno circa 6.500 imprese con un fatturato di oltre 750 milioni di euro. Le imprese sarebbero inoltre tenute a comunicare l’ammontare complessivo delle tasse che pagano fuori dall’UE, fornendo informazioni specifiche per le imposte versate nelle giurisdizioni fiscali problematiche (i “paradisi fiscali”).  

 

E ancora. Le informazioni sarebbero rese disponibili, per un periodo di cinque anni, su un sito internet della società, in modo che chiunque fosse interessato possa sapere dove pagano le tasse le multinazionali. Per far sì che le imprese europee non siano le uniche a dover sottostare a tali obblighi, le stesse norme sarebbero applicate anche alle grandi filiali di imprese non europee che operano in Europa. Funzionerà? 

 

Eventi da considerare 

1. Ci siamo con l’accordo sul Pnr, il registro dei passeggeri dei voli, che sarà approvato oggi in commissione e domani dalla Plenaria del Parlamento di Strasburgo 

2. Debutto a Strasburgo del nuovo rappresentante permanente italiano presso L’Ue, Carlo Calenda, che oggi incontra i deputati italiani. Previsto anche dei faccia a faccia coi vicepresidenti Sassoli e Tajani, quindi col capogruppo socialista, Pittella. 

3. Dibattito sul terrorismo con Consiglio e Commissione. Con la speranza di cooperare oltre che coordinarsi. MARCO ZATTERIN  LS 12

 

 

 

 

Ricollocazione di emergenza e reinsediamento dei migrant: gli Stati EU devono agire con urgenza

 

BRUXELLES  - La Commissione Europea ha presentato ieri un aggiornamento sui progressi compiuti fino all'11 aprile 2016 e valuta le misure adottate dagli Stati membri per attuare il meccanismo di ricollocazione di emergenza e il programma europeo di reinsediamento dei migranti. Nel complesso, il cammino compiuto dopo la prima relazione della Commissione è “insoddisfacente”: per la ricollocazione sono stati fatti pochi passi dalla metà di marzo, mentre per il reinsediamento i progressi sono discreti, anche grazie all'accordo UE-Turchia che ha spostato l'attenzione sugli sforzi di reinsediamento. È però urgente impegnarsi di più nella ricollocazione, data la situazione umanitaria in Grecia.

"Gli Stati membri dell'UE devono agire con urgenza per adempiere al loro obbligo politico e giuridico di ricollocare persone bisognose di protezione internazionale dalla Grecia e dall'Italia”, ha ammonito Dimitris Avramopoulos, Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza. “I risultati finora raggiunti non bastano. Occorre aumentare decisamente gli sforzi di ricollocazione per reagire all'urgente situazione umanitaria in Grecia e per impedire il deteriorarsi della situazione in Italia. Gli Stati membri devono inoltre accelerare e intensificare gli sforzi di reinsediamento. Se vogliamo davvero bloccare rotte migratorie irregolari e pericolose, dobbiamo aprire percorsi sicuri e legali di accesso all'Europa per le persone che necessitano di protezione internazionale. Ora che è in vigore l'accordo UE-Turchia relativo al programma "1:1" – ha concluso – è ancora più urgente che gli Stati membri rispettino al più presto i loro impegni di reinsediamento".

I dati dell’Ue. Ricollocazione

Nella prima relazione sulla ricollocazione e il reinsediamento, del 16 marzo 2016, la Commissione ha stabilito l'obiettivo di ricollocare almeno 6000 persone entro la data di presentazione della seconda relazione. L'obiettivo non è stato raggiunto: nel periodo di riferimento sono state ricollocate soltanto 208 persone in più, raggiungendo un totale di 1145 richiedenti ricollocati dalla Grecia e dall'Italia. Solo pochi Stati membri e paesi associati hanno contribuito agli sforzi di ricollocazione.

Secondo le informazioni più recenti, in Grecia vi sarebbero 35000-40000 persone idonee per la ricollocazione. Nella relazione odierna la Commissione esorta gli Stati membri a intensificare decisamente i loro sforzi di ricollocazione per alleviare gli urgenti problemi umanitari in Grecia e per impedire che la situazione peggiori in Italia, dove i flussi migratori sono in aumento. I capi di Stato o di governo dell'UE hanno sistematicamente invocato, nelle conclusioni del Consiglio europeo, un'accelerazione degli sforzi di ricollocazione: questi appelli devono ora essere accompagnati da interventi determinati da parte dei servizi nazionali competenti sul terreno.

La Commissione ne è tuttora convinta: se tutti gli interessati, specialmente gli Stati membri di ricollocazione, rispettano i loro impegni, gli obiettivi possono essere raggiunti e lo saranno. La Commissione continuerà a sorvegliare l'attuazione delle raccomandazioni e degli obiettivi previsti dalla prima relazione sulla ricollocazione e il reinsediamento, riservandosi il diritto di intervenire se gli Stati membri non rispetteranno i loro obblighi.

Reinsediamento

Secondo le informazioni trasmesse dagli Stati membri e dagli Stati associati al sistema Dublino, 5677 sfollati bisognosi di protezione sono stati reinsediati in 15 paesi dall'inizio del programma di reinsediamento europeo, stabilito il 20 luglio 2015.

Malgrado gli Stati membri avessero concordato, nelle conclusioni del 20 luglio 2015, una gamma piuttosto ampia di regioni prioritarie per il reinsediamento, si prevede che, in seguito alla dichiarazione UE-Turchia del 18 marzo 2016, la maggior parte dei circa 16800 posti rimanenti per il reinsediamento nel quadro di questo programma sarà destinata a persone provenienti dalla Turchia. Il 21 marzo 2016, la Commissione ha proposto di mettere a disposizione per il reinsediamento o altre forme di ammissione legale dalla Turchia altri 54000 posti, inizialmente previsti per la ricollocazione.

Il 18 marzo 2016 l'UE e la Turchia hanno convenuto di reinsediare un cittadino siriano dalla Turchia per ciascun cittadino siriano riammesso in Turchia dopo essere sbarcato illegalmente sulle isole greche. Scopo di questo meccanismo "1:1" è sostituire i flussi irregolari di migranti, che attraversano il mare Egeo in condizioni pericolose, con un processo di reinsediamento ordinato e legale.

Per attuare il meccanismo, nel breve periodo in cui è stato applicato fino al 4 aprile 2016, 37 cittadini siriani sono stati reinsediati in Germania, 11 in Finlandia e 31 nei Paesi Bassi.

La Commissione, insieme agli Stati membri e alle autorità turche e in coordinamento con l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo (EASO) e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), sta elaborando procedure operative standard accelerate per attuare con la Turchia la parte del programma "1:1" relativa al reinsediamento; tali procedure dovrebbero essere approvate presto in via definitiva dall'UE e dalla Turchia.

Il 20 aprile 2016 la Commissione riferirà sull'attuazione dell'accordo. (aise 13) 

 

 

 

 

Italia e Germania schierate insieme per l'Europa. Vertice High Level Dialogue a Torino, con I presidenti Mattarella e Gauck

 

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il Presidente della Repubblica Federale di Germania Joachim Gauck hanno partecipato alla seconda edizione dell'Italian-German High Level Dialogue. La conferenza, tenuta al Teatro Regio di Torino, è stata organizzata su impulso della Presidenza della Repubblica italiana e della Repubblica Federale di Germania, con il patrocinio dei Ministeri degli Affari Esteri dei due Paesi e il coordinamento da parte italiana dell'ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. L'Italian-German High Level Dialogue mira a rafforzare i rapporti italo-tedeschi, favorendo il dialogo fra personalità rappresentative di entrambi i Paesi. I temi al centro dell'edizione di quest'anno sono state le pressioni migratorie, la della digital economy e le minacce alla sicurezza causate dai conflitti alle porte dell'Europa. Dopo la sessione conclusiva e la conferenza stampa, i due presidenti sono stati a Palazzo Madama, per visitare la mostra sull'Ermitage e per la cena di gala.

Visita lampo: Sergio Mattarella a Torino

Giornata torinese, quella di mercoledì, per il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e il Presidente della Repubblica Federale di Germania Joachim Gauck. I due Capi di Stato si sono dati appuntamento a Torino per partecipare alla sessione conclusiva della seconda edizione dell’Italian-German High Level Dialogue al Teatro Regio.

I due Presidenti hanno visitato la mostra "Da Poussin agli Impressionisti. Tre secoli di pittura francese dall'Ermitage" e hanno presenziato alla cena di gala, con portate legate alla tradizione piemontese, a Palazzo Madama. Presenti un centinaio di persone, poi alle 21.25 il Presidente è ripartito per Roma.

Una visita veloce, cinque ore in totale, per il Presidente della Repubblica Mattarella che nel pomeriggio di mercoledì ha incontrato, inoltre, 500 studenti in occasione della conferenza sui temi salienti della politica estera ed europea: il nodo delle migrazioni, il ruolo del nostro continente e infine l’agenda digitale e lo sviluppo delle economie dei vari Paesi Ue.

 

"I rapporti tra Italia e Germania sono buoni e migliori di quanto non fossero in passato. Non ci sono più le incomprensioni che erano all'ordine del giorno solo qualche anno fa. E su una questione così cruciale come gli arrivi di profughi verso l'Europa c'è sintonia di intenti tra i due paesi. Entrambi stanno mettendo in atto una politica solidale e rispettosa della dignità umana. Sottolineando in modo netto che il trattato di Schengen non può essere messo in discussione. Inoltre sia Italia che Germania insistono nel ribadire che non ci si può più  limitare a risposte nazionali, dal momento che il fenomeno migratorio ha ormai assunto carattere strutturale. Bisogna adottare misure europee in tutte le fasi del processo: sia per quanto riguarda la difesa delle frontiere, il salvataggio di vite umane, le politiche per l'assistenza, il diritto d'asilo europeo, le politiche per l'integrazione, per la sicurezza o per i respingimenti.

 

Le difficoltà con le quali l'Europa si trova ad essere confrontata proprio a causa delle ondate migratorie non possono portare alla disintegrazione della stessa Unione Europea. Credo che mai come ora, forti della sintonia su questioni strategiche, Italia e Germania siano chiamate a dare un contributo sostanziale al rafforzamento dell'Europa e all'individuazione di risposte sinergiche ai problemi comuni. Ci aspetta molto lavoro. Ma è incoraggiante sapere che lo possiamo fare insieme, condividendo gli stessi obbiettivi".

 

Lo ha detto Laura Garavini, Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia Italia-Germania, intervenendo come relatrice a Torino, all’ "Italian-German High Level Dialogue". All'incontro, in cui sono intervenuti i Presidenti della Repubblica di Italia e Germania, Sergio Mattarella e Joachim Gauck, hanno partecipato numerose autorità del mondo dell'economia, della cultura, della ricerca e della stampa.  De.it.press 14

 

 

 

 

Colonia. Il Forum Accadenico Italiano indice il terzo concorso per la lingua italiana

 

Colonia - Dopo il successo delle prime due edizioni, anche quest'anno il Forum Accademico Italiano propone un concorso per alunni di origine italiana che studiano nelle scuole della Circoscrizione Consolare di Colonia.

L'iniziativa rispecchia uno degli impegni fondamentali dell'associazione: la promozione e la diffusione della cultura umanistica e scientifica italiana.

Il Forum Accademico Italiano, noto fino a pochi mesi fa come Forum dei ricercatori italiani nel Nordreno-Vestfalia, ha fatto del bilinguismo un cavallo di battaglia nella consapevolezza che questo sia alla base di una migliore integrazione dei giovani di origine italiana nella società tedesca, nella quale vivono e nella quale possono trovare un substrato favorevole al loro sviluppo intellettuale e professionale.

"In Germania sono molti gli italiani che lavorano presso o addirittura dirigono centri di ricerca, che danno il loro contributo allo sviluppo della scienza e della cultura attraverso il loro lavoro nelle università, nelle scuole, nell'industria e nel perché no anche nel commercio”, afferma la presidente del Forum Maria Cristina Polidori. “Troviamo italiani in tutti i settori più specialistici della società tedesca, ma moltissimi non sono nati in Germania bensì sono stati chiamati a coprire quegli incarichi dopo la loro formazione e il loro successo professionale. Di contro, esistono tantissimi giovani di origine italiana e nati in Germania che non sono riusciti a inserirsi in modo ottimale prima nella scuola e poi nel mondo del lavoro. Eppure proprio questi ragazzi, grazie al loro potenziale bilinguismo, avrebbero dovuto avere migliori possibilità di tanti altri", annota Polidori - lei stessa professoressa e responsabile del Gruppo di Ricerca Clinica sull’Anziano del Dipartimento di Medicina Interna II del Policlinico Universitario di Colonia.

"Con questo concorso – spiega ancora – vorremmo spronare i ragazzi di origine italiana a porsi delle domande, a sviluppare il loro potenziale bilinguismo e a scoprire i loro interessi per la cultura e per la scienza. Queste nuove generazioni hanno dei potenziali enormi, di cui loro stessi non sono ancora consapevoli. Il Forum Accademico Italiano, nel suo piccolo, vuol cercare di dare un contributo".

Il concorso indetto, quindi, rientra in un disegno più vasto e non va visto come fine a se stesso. Si tratta di un tassello della complessa politica di promozione di questa associazione, che per il momento si limita ad agire nell'ambito della Circoscrizione consolare di Colonia, ma che ha intenzione di creare una rete a livello nazionale tra le iniziative consorelle attive in altre aree territoriali della Germania.

Il concorso indetto per l'anno 2016, che prevede esclusivamente elaborati in lingua italiana, si rivolge quest'anno alle alunne e agli alunni di origine italiana che frequentano scuole elementari e scuole secondarie di primo grado nella circoscrizione consolare di Colonia. Sono state individuate tre classi di concorso, relative rispettivamente alle classi scolastiche 3/4 (elementari), 5/6 (secondarie di primo grado) e 7/8 (secondarie di primo grado).

Il regolamento generale prevede che l'insegnante di italiano - sia che lavori in una classe bilingue di una scuola o che si occupi di raccogliere più scolari di più scuole per le lezioni di lingua e cultura italiana (i cosiddetti insegnanti HSU - Herkunftssprachlicher Unterricht) sceglie per ogni classe di concorso i due elaborati migliori in base a determinati criteri di valutazione e poi li spedisce al Forum Accademico Italiano. Tra i criteri di valutazione ci sono la padronanza della lingua italiana (proprietà di linguaggio e ortografia), la struttura e il contenuto dell’elaborato e naturalmente anche l'aspetto estetico e la presentazione del tema.

"Importante e da sottolineare", dice la presidente Polidori, "è che a parità di merito verranno preferiti gli elaborati di giovani provenienti da famiglie meno abbienti. Le borse di studio non sono molto alte, si tratta di cifre che vanno dai 100 ai 30 euro - cifre simboliche, forse, ma che per una famiglia possono significare lo stesso qualcosa. Ovviamente lo scopo del concorso non è quello di offrire soldi alle famiglie, ma di mandare un messaggio anche ai genitori: vedete? vostra figlia, vostro figlio è in gamba, dategli una mano a credere ancora di più nelle proprie capacità!"

Gli elaborati dovranno pervenire - per posta o per mail - entro il 31 maggio 2016 alla commissione del Forum Accademico Italiano, che sarà composta sia da membri interni sia da membri esterni qualificati.

I temi quest'anno - ovviamente suddivisi per classe di concorso - spaziano dalle composizioni libere a quelle interpretative di fenomeni sociali, non mancherà per i più grandi un tema su Goethe, dato che il 2016 segna il duecentesimo anniversario della pubblicazione dei suoi viaggi in Italia.

La premiazione è prevista per la fine di giugno e la cerimonia sarà moderata dal Console Generale d'Italia in Colonia Emilio Lolli, che insieme all'Istituto Italiano di Cultura sostiene attivamente l'iniziativa.

Chi ne volesse sapere di più - in particolare insegnanti e genitori - può rivolgersi al Forum Accademico Italiano (www.ricercatorinrw.org / consorso.scuole@ricercatorinrw.org). Maurizio libbi 

 

 

 

 

Raccolta di fondi per riaprire la sede del Circolo Sardo di Oberhausen

 

Colonia - Il 30 novembre 2015 un incendio ha distrutto la nuova sede del Circolo Culturale Sardo “Rinascita” di Oberhausen. Il Console Generale d’Italia a Colonia Emilio Lolli, che si è recato personalmente sul luogo dell’accaduto nei giorni scorsi, ha voluto esprimere il suo “più vivo rammarico” per quanto successo al Presidente della Federazione dei Circoli Sardi in Germania, Giovanni Manca, e al Presidente del Circolo di Oberhausen, Franco Sogus.

In tale occasione, spiega il Consolato, questi ultimi gli hanno ricordato l’appello a tutti i connazionali che hanno a cuore la sorte del Circolo a contribuire con un piccolo aiuto – morale, materiale o finanziario – alla ricostituzione del patrimonio mobiliare (arredamenti, attrezzature informatiche, ecc.) andato distrutto a causa del fuoco.

Anche il Console Lolli ha aderito all’appello con una donazione a titolo personale sul conto corrente del Circolo (IBAN: DE73 3655 0000 0000 0910 90).

Chiunque desideri dare un proprio contributo nella forma che riterrà più opportuna potrà contattare il Circolo al seguente recapito e-mail: rinascita.oberhausen@t-online.de. (aise) 

 

 

 

 

Come funziona il sistema sanitario tedesco

 

Berlino - Come funziona il sistema sanitario tedesco? A spiegare luci ed ombre di quello che sembra essere un fiore all'occhiello del sistema sociale in Germania è Alessandro Brogani, in un articolo pubblicato oggi da ildeutschitalia.com, rivista on line bilingue da lui diretta a Berlino.

"Secondo un’analisi internazionale, la Sanità italiana sarebbe la prima in Europa e la Germania si piazzerebbe al 23simo posto. Probabilmente ci si è fermati a comparare le prestazioni fornite sulla carta, ma, come sanno purtroppo gli italiani, la realtà è diversa (a parte alcune regioni felici come la Toscana o l’Emilia Romagna). Pur con tutti i tagli compiuti da Gerhard Schröder, il sistema tedesco rimane invidiabile. La riforma compiuta dalla sinistra fu necessaria per risanare i bilanci delle mutue, ma di fatto non abolì per legge, come da noi, alcune prestazioni. Ad esempio, prima i tedeschi potevano partire per Abano o Ischia e poi far mandare direttamente il conto alla mutua. Oggi devono andare dal medico che si accerta se abbiano bisogno o meno di una cura e se le terme adatte si trovano nella regione, oppure in qualche altro Land e infine li autorizzano ad andare all’estero, perfino sul Mar Morto, se necessario.

Qualche anno fa venne introdotto un ticket di 10 euro da pagare se si ricorreva al medico in un trimestre. Si sperava di dissuadere i pazienti, in genere anziani, che vanno dal dottore spinti dalla solitudine, magari ogni giorno. Ma un amico, un medico geriatra, mi disse che quei colloqui quotidiani sono a loro modo una terapia per evitare di cadere in depressione. Comunque il ticket ridusse di poco le visite "superflue" e le mutue si trovarono con un attivo imprevisto di 21miliardi di euro. Il ticket è stato abolito un paio di anni fa.

La riforma compiuta dal Governo rossoverde e con l’assenso dei cristianodemocratici ha tuttavia complicato il lavoro dei medici, costretti a svolgere un immane lavoro burocratico, ed ha posto un limite ai loro guadagni. Con un complicato calcolo a punti relativi a ogni prestazione, non bisogna superare un tetto di spesa per ogni paziente in cura. Ma non è vietato: se avviene, il dottore dovrà spiegare il perché.

Tuttavia questo sistema ha creato dei problemi. Nelle campagne i pazienti sono in maggioranza anziani, sono necessarie visite a domicilio, più care per le mutue, e i dottori sforano facilmente il limite. Finiscono per lavorare gratis l’ultimo mese del trimestre. Il risultato è che vengono a mancare i medici condotti. E diminuiscono anche le Praxis, gli studi medici, anche in città. Non ci sono dottori a sufficienza anche a causa del rigido numerus clausus introdotto nelle Università. Ad esempio, per frequentare medicina a Berlino bisogna ottenere almeno uno, che equivale a dieci, alla maturità. Si cerca di importare medici e arrivano soprattutto dall’Europa dell’Est, in particolare dalla Romania e dalla Bulgaria. L’ostacolo è ovviamente la lingua: nelle campagne, inoltre, i pazienti parlano un dialetto spesso incomprensibile per gli stessi tedeschi.

Ma, in conclusione, il sistema ha retto alla prova: chi ha bisogno di una visita specialistica urgente l’ottiene e se l’analisi è solo per un controllo di routine la potrà compiere entro un periodo ragionevole. Le visite a casa sono rare e, come da noi, in caso di necessità si va nei pronto soccorso, che non sono in uno stato desolante all’italiana. E, particolare non secondario, nessun medico o infermiere si rivolgerà al malato con un "tu". È un cliente, non qualcuno che disturba perché ha bisogno di aiuto. E, all’inizio dell’anno, è stato varato un provvedimento che obbliga le mutue a fornire una visita specialistica entro tre settimane. Non è la mutua o il Governo a sancire i tempi dei controlli, quali analisi fare e a quale età, come si pretende in Italia, ma il medico generico. Qui, al contrario di quanto sta accadendo da noi, la prevenzione è vista come un risparmio e non un costo. Anzi in certi casi è obbligatoria. Perché un paziente curato in tempo costerà certamente meno di uno costretto ad una lunga trafila medica, dovuta all’aggravarsi della sua malattia. Chissà se lo comprenderanno mai i nostri politici che effettuano tagli lineari della spesa pubblica?

Bisogna ricordare che il sistema sanitario risale a Otto von Bismarck. Il "Cancelliere di Ferro" (in tedesco Eiserne Kanzler) creò uno stato sociale particolarmente avanzato per l’epoca, basato sulle assicurazioni sociali obbligatorie e finanziato con i contributi delle imprese e dei lavoratori. Nel 1883 fece istituire l’assicurazione contro le malattie, nel 1884 quella contro gli infortuni sul lavoro, nel 1889 fu la volta delle pensioni d’invalidità e di vecchiaia. Questo spiega la storica difficoltà delle sinistre in Germania: anche i conservatori hanno da sempre uno spirito sociale, forse per un calcolo paternalistico e pragmatico: se l’operaio è sicuro, non ha paura per sé e i suoi familiari, lavora meglio.

Lo Stato centrale non è coinvolto nel sistema sanitario né come finanziatore, né come gestore, né come proprietario di aziende di produzione sanitarie (salvo eccezioni, come ad esempio gli ospedali militari). Esso però governa complessivamente il sistema, definendo le regole entro cui i singoli attori possono muoversi. Le mutue e le associazioni dei medici operano all’interno di regole amministrative modificabili solo dallo Stato centrale.

Sebbene le politiche sanitarie generali per il Paese siano decise dallo Stato centrale, la gestione ed il finanziamento del sistema avvengono a livello regionale, dove operano tre istituzioni: il Land (attraverso il proprio Ministero della Sanità), le mutue e le associazioni dei medici convenzionati e degli ospedali.

I singoli Länder definiscono e finanziano gli investimenti (effettuano il controllo di legittimità. Possono ad esempio controllare l’attività dei medici e orientarne i comportamenti prescrittivi verso i farmaci meno costosi ed effettuare una sorveglianza sulla qualità dell’assistenza ospedaliera); le mutue negoziano e finanziano le spese sanitarie correnti, negoziando sia con gli ospedali che con i medici convenzionati. Per le funzioni ospedaliere, l’associazione regionale delle mutue sottoscrive un contratto con ogni ospedale, mentre per le funzioni ambulatoriali negozia un accordo globale con l’associazione regionale dei medici. Le mutue sono inoltre chiamate a tutelare gli interessi dei propri iscritti. Secondo uno studio dell’Organizzazione mondiale della Sanità, la Germania spende molto per la sanità, ma più ancora produce un’enorme quantità di servizi, con un basso livello di spesa diretta da parte dei pazienti.

La Germania dispone della più esuberante e costosa rete ospedaliera dell’Europa Occidentale, con un eccesso di posti letto ospedalieri (8,3 per 1.000 abitanti rispetto alla media di 4,8 dell’OCSE, del 2,6 della Svezia e del 3,4 dell’Italia), di tasso di ospedalizzazione (25 ricoveri per 1.000 abitanti rispetto alla media di 15,5 dell’OCSE, di 16,2 della Svezia e di 12,8 dell’Italia) e della durata media della degenza (9,2 giorni rispetto alla media di 7,4 dell’OCSE, di 6,0 della Svezia e di 7,7 dell’Italia).

Ma se andiamo a misurare la qualità dei servizi, confrontandola con quella di altri sistemi la Germania si trova sistematicamente nelle parti medie della classifica e qualche volta più in basso. Un esempio è quello della mortalità evitabile, dove Italia e Svezia hanno dati nettamente migliori della Germania, e anche della Francia.

A seguito della crisi finanziaria del 2008 la Germania, al pari della media dei Paesi OCSE, ha registrato un forte rallentamento della crescita annuale della spesa sanitaria che dal +4 per cento del 2008 è passata a un po’ meno del +1 per cento, mentre altri Paesi dell’Europa meridionale hanno subito una netta riduzione delle risorse disponibili in termini reali: Spagna -2 per cento, Italia -3, Portogallo -6, Grecia -10.

Dal prossimo anno è previsto un aumento delle tariffe delle assicurazioni sanitarie. L’attuale contributo previsto, che ricordiamo in Germania è obbligatorio, è del 14,6 per cento sullo stipendio lordo, equamente distribuito fra datore di lavoro e dipendente. A tale cifra andava aggiunto mediamente uno 0,9 per cento di Zusatzbeitrag (contributo supplementare) introdotto a partire dal 2015.

C’è poi il caso dei lavoratori autonomi, che pagano interamente a loro carico i contributi anche se in misura ridotta del 14 per cento (sempre delle entrate mensili al lordo). Questo a meno che non abbiano guadagni talmente bassi da doversi rivolgere ad un Jobcenter per ricevere un’Ergänzung (integrazione). Se, infatti, si dimostra che non si è in grado di guadagnare con il proprio lavoro a sufficienza per uno stile di vita dignitoso, si riceve un aiuto economico e si può arrivare anche ad avere completamente pagata l’assicurazione sanitaria.

A partire dal 2016, è previsto un ulteriore aumento medio dello 1,1 per cento, oltre a quanto attualmente previsto, che porterebbe la cifra media pagata ad un 16,1 per cento (sempre sul guadagno mensile medio lordo). Anche per le medicine si paga il 10 per cento del prezzo e per i ricoveri ospedalieri 10 euro al giorno. Attualmente è stato fissato un limite annuo per le spese aggiuntive (in generale il 2 per cento del reddito annuo, l’1 per cento per chi usufruisce di una cura continuativa a causa di una grave malattia cronica), e chi lo supera viene rimborsato dalla propria assicurazione. I minorenni non pagano nessuna spesa aggiuntiva.

Ogni medico ha un tetto alla spesa in rapporto al numero dei suoi pazienti. Se lo supera, può essere chiamato a giustificarsi. Dei 121mila medici territoriali convenzionati con le mutue il 46 per cento sono medici di famiglia (di varia estrazione: generalisti senza specializzazione, generalisti con specializzazione in medicina di famiglia, specialisti in medicina interna, pediatri) e il 54 per cento sono specialisti, con una tendenza all’aumento degli specialisti rispetto ai medici di famiglia. Ciò spiega il carico di lavoro che si trovano a sopportare i medici di famiglia in Germania, che non ha pari in altri Paesi europei: una media di 51 ore settimanali di lavoro, per circa 250 pazienti contattati alla settimana". (aise 7) 

 

 

 

 

Alcune delle manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* lunedì 18 aprile, ore 18:00-19:30, c/o Bürgerhaus Neuburger Kasten, stanza 22, 2 piano (Fechtgasse 6, Ingolstadt) 2. Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano)

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* martedì 19 aprile, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* martedì 19 aprile, ore 16:00-18:00, c/o Münchner Volkshochschule (Lindwurmstr. 127, München) Letteratura italiana: "Francesco Petrarca: Canzoniere (parte prima)". A cura di Marinella Vicinanza

Organizza: Münchner Volkshochschule

* martedì 19 aprile, ore 17:00, c/o European Patent Office, Sala Partyraum 120 (Bayerstr. 34, München) "The Day After Disruption" Speaker: Jochen Werne, Director of Marketing & Business Development, Bankhaus August Lenz & Co. AG. In lingua inglese. Siete pregati di inviare la vostra adesione a f.giudice@banklenz.de entro e non oltre il 15 aprile

Referente bancario: Gianna Buraschi, Team Manager Bankhaus August Lenz

Organizzatori: Barbara Calabrese, Francesca Giudice, Marco Sarzi Amadè, Family Banker, Exclusive Agents der Bankhaus August Lenz & Co. AG

* giovedì 21 aprile, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "Smetto quando voglio" (Regia: Sydney Sibilia, Italia, 2014 - OMU). Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

* venerdì 22 aprile, ore 16:30-18:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza C4, piano terra (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Gruppo bambini 0-3 anni "Giochiamo insieme"

con Francesca, Sabrina e Francesco, giochi, canzoni, attività creative e tanto divertimento alla scoperta della lingua italiana.Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* venerdì 22 aprile, ore 20:00, c/o EineWeltHaus, Weltraum (Schwanthalerstr. 80, München) PalcoInsieme-ZusammenaufderBühne. "PalcoInsieme-ZusammenaufderBühne vuole essere una possibilità di incontro tra culture che utilizzano come mezzi comuni la musica, la prosa e la poesia. Il palco potrà essere sia il luogo da cui presentarsi e far conoscere la propria cultura, che il luogo in cui incontrarsi con gli altri per fare ad esempio musica insieme. Tutti sono benvenuti: dilettanti e professionisti. L'unico presupposto indispensabile è la voglia di fare qualcosa insieme senza pregiudizi e preconcetti. Chi volesse provare a fare musica insieme agli altri presenti è pregato di portare partiture e quanto necessario anche per gli altri e di venire 45 minuti prima dell'inizio della serata". Ingresso libero. Per partecipare è necessario contattare: adriano.coppola@rinascita.de, oggetto "PalcoInsieme". Organizza: rinascita e.V.

* sabato 23 aprile, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Punto informativo e consulenza per i connazionali

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* sabato 23 aprile, ore 10:30-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A5, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) 1. Corso base di tedesco per Italiani. Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano). Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* sabato 23 aprile, ore 20:00, c/o Mundart-e e.V. (Kaulbachstr. 71a, München)

Serata poetica: invito alla lettura o all'ascolto di testi poetici in italiano, spagnolo e Tedesco. Tema della serata: "Guerra". Ingresso gratuito.

Organizza: Mundart-e e.V.  Claudio Cumani/dip

 

 

 

 

 

Circoli PD – tra cui Friburgo, Berlino e Monaco -  scrivono a Renzi

 

Undici dirigenti democratici di altrettanti Circoli Pd all’estero e in Italia hanno inviato una “lettera aperta” al Presidente del Consiglio Matteo Renzi per esprimere le loro “perplessità” sullo slogan “#unmarediballe” uscito negli ultimi giorni della campagna referendaria.

“Caro Matteo Renzi, come segretari di circolo ed iscritti al PD non possiamo non esprimere una grande perplessità di fronte allo slogan #unmarediballe contenuto nella campagna sul referendum”, scrivono Andrea Burzacchini (Segretario del Circolo PD di Friburgo), Federico Quadrelli (Segretario del Circolo PD di Berlino), Gianni Tinella (Segretario del Circolo PD di Ginevra), Cecilia Mussini (Segretaria del Circolo PD Monaco), Grigorij Filippo Calcagno (Segretario GD di Modena), Cristiano Cuvato (Segretario del Circolo PD Lussemburgo), Giuliana Damato (Consigliere comunale PD Barletta), Simona Campo (Segreteria regionale PD Valle D'Aosta), Roberto Serra (Circolo PD Lussemburgo), Maria Chiara Prodi (Direzione Nazionale, circolo PD di Parigi) e Simona Arletti (Circolo San Faustino, Modena).

“Indipendentemente da come la si pensi sul referendum – argomentano – riteniamo che il nostro partito non debba usare espressioni volgari e toni strafottenti, molto vicini allo stile di altri partiti da cui vorremmo invece differenziarci. Accusare genericamente i sostenitori del SÌ di dire un mare di balle è offensivo non solo nei confronti di un movimento che ha collaborato con i nostri parlamentari e con il tuo Governo negli importanti passaggi della COP 21 e del Collegato Ambientale, ma anche nei confronti dello stesso nostro partito”.

“Nei nostri circoli infatti, come in tantissimi circoli in tutta Italia ed Europa, abbiamo speso energie, tempo e denaro per organizzare discussioni e serate informative sul referendum del 17 aprile”, ricordano i firmatari della lettera. “Abbiamo invitato sostenitori del SÌ e del NO, che hanno esposto le loro ragioni in modo più o meno accurato, più o meno approfondito. Ovviamente ognuno ha "tirato l'acqua al proprio mulino", ma nessuno ha detto un mare di balle. I nostri iscritti e simpatizzanti hanno partecipato alle iniziative, discutendo, confrontandosi anche duramente, a volte mantenendo le proprie convinzioni, a volte cambiando idea. Di sicuro sono stati contenti di aver avuto una possibilità in più per incontrarsi e confrontarsi, e sono stati contenti che i circoli lo abbiano reso possibile. È questa – concludono – la politica che ci piace, è questo quello che continueremo a fare. Altro che balle! Con amicizia”. (aise 13) 

 

 

 

 

Retribuzioni in Germania

 

Dato che non pochi Lettori, pur vivendo in area “Euro”, ci hanno chiesto di fare delle comparazioni tra il costo della “vita” in Germania e in Italia, pur non essendo la questione di specifica pertinenza dei nostri interventi, per provare d’offrire un nostro parere, che chiediamo di considerare solo come tale, abbiamo preso in esame l’evoluzione dell’economia tedesca dal momento dell’unificazione (fine 1990). Poiché consideriamo solo questo meccanismo come ammissibile.

 

 Per gli anni precedenti, è ovvio, ogni raffronto tra l’economia italia e quella delle “due” Germanie non avrebbe avuto pregio per una serie d’ovvi, e scontati, motivi. Ciò premesso, rammentiamo che a, differenza dell’Italia, la Germania è costituita da “Lander” con retribuzioni, contratti di lavoro e imposizioni fiscali differenti tra loro (con una variazione media del 20%, in più o in meno, su tutto il territorio della Repubblica Federale).

 

Restando su un livello generale, le paghe orarie (valore medio), a parità di qualifica, variano tra i 25 e i 18 Euro (al lordo delle trattenute previdenziali e fiscali che sono più alte di quelle italiane).

 

Ne consegue, che un lavoratore dipendente qualificato tedesco, con media anzianità di servizio, può percepire uno stipendio tra i 2400 e i 3200 Euro mensili (al lordo d’imposta). In Italia, con le stesse qualifiche, i lavoratori avrebbero uno stipendio (lordo) di, almeno, il 30 % inferiore.

 

 Questo sono dati assodati. Più interessanti, ma non intendiamo cimentarci in merito, se non espressamente richiesto, sarebbe analizzare il costo della “vita” nelle due Nazioni prese a confronto sotto il profilo meramente retributivo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 Incontro ufficiale dei ricercatori italiani a Monaco di Baviera

 

Mercoledì 27 aprile 2016, ore 19,00 presso l’Istituto Italiano di Cultura ha luogo il Convegno “AIRIcerca: incontro ufficiale dei ricercatori italiani a Monaco di Baviera”, con saluto del Console Generale d'Italia a Monaco di Baviera, Renato Cianfarani. Relatori: Elisa Romanelli PhD, Ulrico Pekelsen PhD, Leone Rossetti PhD. In lingua italiana.

L’Associazione Internazionale dei Ricercatori Italiani (AIRIcerca) invita al primo convegno ufficiale dei ricercatori italiani che vivono e operano a Monaco di Baviera.

La vicinanza geografica tra Monaco di Baviera e l’Italia, l’alta qualità della vita e la presenza sul territorio di centri di ricerca di primaria importanza, hanno portato, negli ultimi anni, un numero crescente di ricercatori italiani a trasferirsi in quella che viene definita “la città più a nord d’Italia”.

L’obiettivo principale del convegno è incrementare una rete di connessioni, al fine di facilitare gli scambi delle idee e delle informazioni tra i ricercatori. In secondo luogo, la manifestazione si propone di mettere in luce l’eccellenza dei ricercatori italiani in Germania. AIRIcerca, organizzazione no-profit che connette oltre 14.000 ricercatori in tutto il mondo, si propone, infatti, tre finalità:

- la promozione della figura professionale del ricercatore e del suo indispensabile ruolo nella società

- il networking fra i ricercatori italiani in Italia e nel mondo, attraverso l’organizzazione di momenti di incontro e di confronto

- la divulgazione ad un pubblico non specializzato di conoscenze provenienti dal mondo della ricerca

Ingresso libero, iscrizione obbligatoria a info@airicerca.org

Con il patrocinio del Console Generale d’Italia a Monaco di Baviera, Renato Cianfarani. Organizzatori: AIRIcerca, Istituto Italiano di Cultura, Consolato Generale d’Italia di Monaco di Baviera. In collaborazione con: Forum Italia e.V.

IIC/dip 

 

 

 

 

Germania, il partito Csu chiede una legge sull’Islam

 

Il segretario Scheuer: nelle moschee bisogna parlare tedesco, gli imam devono essere formati qui ed è necessario bloccare i finanziamenti provenienti da Turchia o Arabia Saudita – di ALESSANDRO ALVIANI

 

BERLINO - Nelle moschee bisogna parlare tedesco, tutti gli imam devono essere formati in Germania ed è necessario bloccare i finanziamenti alle moschee o agli asili islamici tedeschi provenienti dall’estero. È quanto chiede il segretario generale del partito cristiano-sociale bavarese della Csu, Andreas Scheuer, che in un’intervista alla Welt propone di approvare un’apposita legge sull’Islam in Germania. 

 

Occorre confrontarsi in modo più approfondito e critico con l’Islam politico, in quanto esso ostacola l’integrazione qui da noi, nota Scheuer. «A tal proposito abbiamo bisogno di una legge sull’Islam. Il finanziamento delle moschee o degli asili islamici dall’estero, ad esempio dalla Turchia o dall’Arabia saudita, deve essere interrotto. Tutti gli imam devono essere formati in Germania e condividere i nostri valori fondamentali», spiega Scheuer. «Il tedesco deve diventare la lingua delle moschee». 

 

Non è possibile che vengano importate dall’estero delle idee a volte estreme, aggiunge l’esponente della Csu, che sollecita l’Europa liberale a «coltivare un proprio Islam». Non possiamo da una parte lavorare a una legge sull’integrazione e dall’altra ignorare cosa viene predicato nelle moschee e da chi, continua. 

 

Scheuer interviene anche sulla proposta del ministro degli Interni tedesco, Thomas de Maizière, di sanzionare i migranti che non si impegnano abbastanza per integrarsi. «Il messaggio è chiaro: chi non si integra non può restare qui. Dobbiamo smetterla col romanticismo dell’integrazione. Il multiculturalismo è fallito», spiega Scheuer. Chi non si integra, aggiunge, deve mettere in conto di essere espulso. 

 

In Germania vivono circa quattro milioni di musulmani. Molti degli imam che lavorano nelle moschee tedesche arrivano dalla Turchia: vengono inviati in Germania e pagati direttamente dal Consiglio turco per gli affari religiosi (Diyanet) e impiegati nelle moschee del DITIB, che è la più grande organizzazione musulmana in Germania e dipende dal Diyanet. Il sistema è stato criticato più volte, in quanto gli imam spesso non conoscono né la lingua, né la cultura e la società tedesca. Soltanto negli ultimi anni alcune università tedesche, tra cui quelle di Münster e Tubinga, hanno lanciato dei corsi di teologia islamica finalizzati alla formazione di imam. LS 13

 

 

 

 

Un comico contro Erdogan, sulla satira battaglia diplomatica tra Germania e Turchia

 

Una canzone sul premier turco e ora gli strali dell'attore Boehmermann, querelato dallo stesso Erdogan e da tempo nel mirino di Ankara, imbarazzano la Merkel che rischia di dover sacrificare la libertà di satira in nome della realpolitik. E la Cancelliera ha avocato a sé il delicato caso – di TONIA MASTROBUONI

 

Jan Boehmermann L’autore satirico, sosteneva il geniale giornalista berlinese Kurt Tucholsky, “è un idealista offeso”. E le sue stilettate contro i potenti devono essere “esagerate e ingiuste”. Ma a distanza di quasi un secolo, la Germania rischia di dover sacrificare la libertà di satira, da sempre intoccabile, in nome della realpolitik. Il “caso Boehmermann” è molto di più, ormai, di una querelle diplomatica tra Germania e Turchia. Rischia di diventare un precedente pesante: un cedimento alle inaudite prepotenze di Erdogan per inibire la libertà di stampa persino in Europa. Oltretutto la poesia dello scandalo di Jan Boehmermann nasce come una sorta di meta-satira, una provocazione annunciata.

 

Dopo un altro caso, quello della canzone “Erdowie, Erdowo, Erdogan” che aveva già scatenato le ire di Ankara e una convocazione dell’ambasciatore tedesco, il 31 marzo il comico Boehmermann dedica la sua popolare trasmissione Neo Magazin Royale al presidente turco. E spiega al pubblico che l’offesa al capo di Stato straniero può essere reato. Per fare un esempio, recita una poesia volutamente, dichiaratamente puerile e piena di insulti contro Erdogan (dandogli, tra l’altro, dello zoofilo e pedofilo). E’ una provocazione duplice, anche contro una legge assurda. L’unico che sembra averla capita, ad oggi, è il capogruppo della Spd al Bundestag, Thomas Oppermann, che ha chiesto di cancellare quella norma.

 

Finché il paragrafo 103 sopravvive però nel codice penale tedesco – chiamato “dello Scià” perché quello di Persia se ne servì per sanzionare manifestanti tedeschi che lo contestavano – il governo è costretto ad agire. E’ un articolo ottocentesco, risale cioè a un’epoca in cui i legislatori pensavano si dovesse ancora difendere l’onore dei governanti stranieri - peraltro prevede pene molto più alte che se si rivolgono delle offese ad una persona qualsiasi. Dire che sia una legge anacronistica è dire poco. Ma finché esiste, se il capo di governo o di Stato sporge denuncia, il ministero degli Esteri è costretto ad occuparsene. E il problema diventa politico.

 

C’è un elemento nuovo: un governante che presenta una denuncia non per un discorso, un articolo o il cartello ad una manifestazione, ma per una trasmissione satirica. E Erdogan è talmente furibondo da aver querelato Boehmermann per conto proprio, dopo aver già fatto recapitare una denuncia da parte del suo governo (la solita ridondanza del “sultano”: ne bastava una, ma tant’è). Altro fatto anomalo: Angela Merkel ha avocato il caso a sé, a causa della delicatezza dei rapporti con Ankara. Ma si è ritrovata per le mani una bomba, e ora non sembra in grado di prendere una decisione. Anche ieri ha scelto di rinviare tutto, dopo un vertice ristretto del governo. Ha persino annullato un viaggio in un campo profughi turco che era programmato per i prossimi giorni. In ballo ci sono gli accordi tra la Turchia e la Ue per la gestione dei profughi siriani, che Erdogan ha chiaramente intenzione di usare come un grimaldello per ottenere non solo un’accelerazione sulla liberalizzazione dei visti o sull’ingresso nell’Unione, ma, evidentemente, anche per prove muscolari con l’Europa come questa. LR 14

 

 

 

 

Renzo Arbore e l’Orchestra italiana a Stoccarda

 

Stoccarda - Renzo Arbore, showman vincitore di tantissimi premi, riconoscimenti, onorificenze e conosciuto per i suoi concerti in tutto il mondo - dall’Italia a Rio de Janeiro, Sidney, Tokyo, Parigi, New York, Londra, Mosca, Buenos Aires, Caracas, Shanghai, Toronto, San Paolo, Montreal, Melbourne, Pechino, etc. - con lo storico gruppo de L’Orchestra Italiana è approdato in suolo tedesco abbracciando finalmente i nostri connazionali e non solo.

Fin dal primo pomeriggio abbiamo assistito al backstage dell’incomparabile Orchestra Italiana dopodiché il maestro Renzo Arbore, con grande umiltà, ci ha dedicato il suo prezioso tempo.

 

D. Maestro Arbore, lei ha girato ininterrottamente con la sua Orchestra Italiana da un'estremità all'altra del mondo impiegando ventisei anni ad arrivare in Germania. Non è un po’ tanto?

R. È vero, mi rammarico ma non è colpa né degli artisti né degli impresari. Il mondo è grande e le mie tappe sono infinite, ma è stato sempre vivo il pensiero di arrivare anche dai nostri amici in Germania e devo dire che, oltre ad avercela fatta, sono molto felice di avere inaugurato oggi il mio tour proprio qui da Stoccarda. Adesso ripartiremo per l’Italia per completare tante altre tappe, dopo essere stati a Padova, a Genova etc. Poi sarà la volta del Canada per un altro lungo giro e così via.

D. In questo suo nuovo tour, cosa porterà ancora in giro per il mondo?

R. Porteremo la musica napoletana ma non solo perché, accanto ad essa, abbiamo arrangiato secondo la lezione di Renato Carosone e in maniera internazionale (affinché possa piacere anche ai giovani e quindi parliamo di musica caraibica, ritmi cubani, esotici e tanto altro ancora) anche un po’ di swing, jazz, musica jamaicana e tanto altro ancora. Poi ci sono delle canzoni scritte con Claudio Mattone e che ho fatto diventare famose. Canzoni delle mie trasmissioni televisive come Ma la notte no, Il materasso, Vengo dopo il TG, La vita è tutto un quiz e via dicendo. Ho ripreso pure il Clarinetto, perché questa rilanciò in Italia la canzone nuovista, che era ferma dai tempi di Renato Carosone.

D. Si è distinto in innumerevoli occasioni e fondando l’Orchestra Italiana, con lo scopo di diffondere nel mondo la canzone napoletana classica, le è stato attribuito il Premio America per avere raggiunto un importante risultato a favore dell'amicizia transatlantica. Ci racconta un aneddoto?

R. Ovunque sono andato ho girato il mondo con un vasto programma di canzoni napoletane e devo dire che le comunità sono sempre state generose sin dal primo concerto. Noi abbiamo incominciato prendendo il toro per le corna e quindi con la Radio City Music Hall di New York. C’erano tutti: Ben Gazzara, Antony Queen e tanti altri. È da lì che è decollata l’Orchestra italiana, anche se gli indigeni sia a New York allora sia poi quando siamo andati in Russia e in Cina, dove non ci sono le comunità, queste canzoni sono state ugualmente amate grazie anche al lavoro che hanno fatto i tenori da Enrico Caruso a Luciano Pavarotti che hanno portato da sempre in giro le canzoni napoletane, anche se i nostri stessi artisti napoletani le consideravano un po’ turistiche. Sicuramente non avevano capito che erano assolutamente dei capolavori e che avevano dei versi di poesie straordinarie, canzoni senza tempo, eterne e delle musiche e melodie che sono pari soltanto al melodramma delle opere di grandi compositori italiani.

D. Lei ha scoperto e lanciato personaggi non indifferenti come Roberto Benigni, Gegé Telesforo, Giorgio Bracardi, Mario Marenco, Marisa Laurito, Nino Frassica, Milly Carlucci, Daniele Luttazzi e valorizzato altri come Michele Mirabella, Luciano De Crescenzo e la Microband, Maria Grazia Cucinotta, Nina Soldano, Luana Ravegnini e Ilaria D'Amico, Francesco Paolantoni, Feliciana Iaccio, Pietra Montecorvino e tanti altri ancora. Ma a lei, chi l’ha scoperta?

R. Per la verità ho fatto un po’ da me. Ho partecipato a un concorso in radio e l’ho vinto. Poi un funzionario della televisione che si chiamava Ducci mi vide esibirmi in radio e mi propose di portargli un’idea televisiva. Così, tanto per provare a vedere cosa sapevo fare in televisione. Così inventai e gli portai il mio primo Talk Show nella storia della televisione italiana. Non c’era ancora Maurizio Costanzo. Si chiamava "Speciale per voi". I ragazzi parlavano liberamente con i loro idoli: da Modugno a Lucio Battisti, da Nada, che debuttava con me, a Patty Pravo e da lì partirono i miei grandi successi.

D. Lei ha imposto stile e idee innovative fin dalle sue prime trasmissioni degli anni Sessanta a oggi. Sembrava uscito dagli schermi televisivi invece lo troviamo ad avere anche una sua televisione. Vuole parlarcene?

R. Questa domanda mi fa davvero piacere. Per quelli che pensavano che non facessi più televisione dico che, ultimamente, ho fatto anche un programma dedicato a quelli dello Swing e che è andato in onda su Rai2 rilanciando proprio lo swing italiano. Musica giovane e che ricorda anche la mia gioventù. Inoltre ho un canale televisivo, renzoarborechannel.tv, al quale mi dedicherò sempre di più. Naturalmente è un canale gratuito che trasmette ventiquattr’ore su ventiquattro e dove troverete tante mie performance, miei programmi e scelte di personaggi che ho fatto e che non si possono dimenticare come Valter Chiari, Aldo Fabrizi, Alberto Sordi e tanti altri. Insomma, ci sono cose importanti soprattutto per i giovani che navigano in rete e che credo giusto conoscano quelli che hanno inventato alcuni generi italiani, sia in fatto di canzoni come Domenico Modugno che in fatto di umorismo come Valter Chiari.

D. Oltre a questo, ha altri progetti in vista?

R. Naturalmente. Proprio adesso in Italia, con il Corriere della Sera, sono usciti quindici DVD di tutte le mie opere televisive. In tutto ne usciranno ventiquattro. È un’antologia completa di tutte le cose che ho fatto nell’arco di tutti questi miei anni sia in televisione sia anche in radio.

D. Da cantautore, musicista, clarinettista, showman, attore, sceneggiatore, passa con grazia dalla conduzione di storiche trasmissioni radiofoniche presentate con Gianni Boncompagni a quelle televisive. Da regista ha diretto inoltre una colonna sonora con musiche sue e di Claudio Mattone. Ha scritto il soggetto di una storia Disney, "Zio Paperone e i concerti predatori". Ha sposato diverse iniziative ed è testimonial della Lega Filo d'Oro, l'Associazione che si occupa di persone sordocieche. Come spiega il suo legame a quest’ultima?

R. Questa è una mia seconda famiglia. La Lega del Filo d’Oro di Osimo, Ancona nelle Marche (come anche all’Esmo in Lombardia, a Terminimerese in Sicilia, a Modena in Emilia Romagna, a Barletta e Morfetta in Puglia etc. non dimenticando anche le organizzazioni che aiutano i bambini di Napoli, Roma etc.) è un’iniziativa formidabile e molto seria che da molti anni si preoccupa dei bambini e degli adulti sordociechi. Con la solidarietà della gente, come anche attraverso la mia in qualità di testimonial, si riesce ad aiutare non solo gli stessi sordociechi ma anche le famiglie coinvolte. Il compito è di dare loro l’opportunità, attraverso chi sta loro accanto, di vivere la vita attraverso la traduzione dell’olfatto e il tatto che viene trasmesso da chi è loro accanto. Perché è chiaro che hanno bisogno sempre di qualcuno accanto. I contributi raccolti hanno quindi una buona destinazione.

D. È nato a Foggia, figlio di un dentista e di una casalinga. Si è laureato in giurisprudenza a Napoli. Come spiega l’inverso di tutto quello che lei è ora?

R. È vero. Io ho studiato giurisprudenza, ma con la passione dentro della musica. Mi ero comunque appassionato tanto che ho fatto per sei mesi anche l’avvocato a Napoli. Ho capito subito però che era meglio continuare a fare musica. Mio padre invece voleva che facessi il medico. Gli studi di medicina però, per me, erano complicati perché pur avendoci provato svariate volte svenivo sempre e quindi mi sono detto: prendiamoci sta laurea in Giurisprudenza che doveva servire per lavorare un giorno, anche perché con la musica non si guadagnava tanto. Ammetto però che mi sono serviti questi studi e che ancora oggi sono appassionato ai casi importanti che riguardano la magistratura. Forse più che un avvocato penale o civile avrei fatto il magistrato. Ritengo che sia un lavoro nobile giudicare i nostri simili e anche, per carità, aiutarli se è il caso.

D. In conclusione Maestro Arbore, vuole dare un messaggio ai nostri connazionali italiani in Germania?

Certo che i ragazzi sono abituati ad ascoltare tanta musica scritta per loro però, come sta succedendo anche in Italia, invito questi giovani a scoprire anche la musica del passato. Quella importante naturalmente. Quella che rimane e quindi non quella di una stagione che passa e se ne va con un addio, arrivederci e grazie. Ma la musica che diventa classica, pensate ad esempio a "Volare" (Nel blu dipinto di blu) o "Ciao ciao bambina" di Domenico Modugno, "Il mio canto libero" di Lucio Battisti e via dicendo... Insomma è bello riscoprire le radici per andare sempre più avanti, godendo una musica straordinaria. Ricordatevi che la canzone italiana nel Novecento è stata la più produttiva in assoluto.

Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana - composta dai quindici impeccabili solisti musicisti a incominciare dalle straordinarie voci di Barbara Buonaiuto, Gianni Conte e quella ironica di Mariano Caiano, i virtuosismi vocali e ritmici di Giovanni Imparato, le percussioni di Peppe Sannino, la batteria di Roberto Ciscognetti, il basso di Massimo Cecchetti, le chitarre di Michele Montefusco, Paolo Termini e Nicola Cantatore, la direzione orchestrale e il pianoforte di Massimo Volpe e gli storici mandolini di Nunzio Reina e Salvatore Esposito - hanno dato vita a Stoccarda ad un travolgente concerto durato ben tre ore.

Il Maestro, che ha girato ininterrottamente con la sua Orchestra Italiana da un'estremità all'altra del mondo con innumerevoli concerti acclamati in un clima da record, ha regalato al pubblico una performance artistica musicale e vocale unica nel suo genere. Con un gioco maestrale, ha coniugato il nuovo e l'antico suono di Napoli attraverso assoli strumentali, voci e cori da capogiro, sprigionando melodie della musica napoletana che hanno rievocato albe e tramonti, feste al sole e serenate notturne, gioie e pene d'amore, passando magicamente dal Cabaret alla musica melodica, dal jazz allo swing alla musica caraibica.

Renzo Arbore non si è risparmiato. La sua performance è andata ben oltre l’immaginabile. Le battute umoristiche sapientemente unite a un medley di grandi successi e immagini storiche mozzafiato, da Alberto Sordi a Totó a Luna rossa alle suggestive immagini della nostra Italia proiettate in un mega schermo, hanno travolto il pubblico portandolo in delirio. Si è alzato, ha ballato, ha cantato in coro a squarciagola e si è perfino commosso nel sentire rievocare ricordi di vita vissuta nella propria terra. Cose che non ritorneranno più e che lasciano sicuramente il segno e un vuoto incolmabile. È stato davvero uno scenario emozionante, ricco di colpi di scena che il pubblico di Stoccarda non dimenticherà così facilmente e che ha premiato lo spirito assolutamente travolgente e contagioso dell'inimitabile artista Renzo Arbore e della sua Orchestra Italiana. Angela Saieva 

 

 

 

 

La Merkel autorizza il processo al comico che ironizzò su Erdogan

 

Il governo di Berlino era tenuto a pronunciarsi sull'autorizzazione ai procuratori a procedere nei confronti di Jan Boehmermann, autore di una poesia satirica nei confronti del premier turco. Su lui pendono due azioni penali: uno richiesto da Ankara e uno personale a Erdogan

 

BERLINO - La cancelliera tedesca Angela Merkel ha dato l'ok alla richiesta del presidente turco Recep Tayyp Erdogan, che chiedeva l'apertura di un processo nei confronti del comico Jan Boehmermann, autore di una poesia satirica nei suoi confronti. Secondo il codice penale tedesco, il governo di Berlino era tenuto a pronunciarsi sull'autorizzazione ai procuratori.

 

Merkel ha citato "opinioni divergenti tra i partner della coalizione" e sottolineato che "questa non è una decisione nel merito del caso". Hanno preso parte alla decisione, oltre alla cancelliera, il vice-cancelliere Sigmar Gabriel e i ministri di Esteri, Interno e Giustizia. La Merkel ha anche aggiunto che Berlino si prepara a eliminare dal codice penale l'articolo 103 che punisce gli insulti contro un rappresentante di uno stato straniero, reato passibile di una pena di 3 anni di reclusione.

 

Gli esperti del ministero degli Esteri, della Giustizia e della leadership del governo hanno analizzato per cinque giorni la richiesta di Ankara prima di prendere una decisione in merito. In ballo c'erano infatti da una parte la relazione con la Turchia, dall'altra il rispetto delle libertà di espressione. Il caso non ha precedenti in Germania ed ha suscitato polemiche nel Paese.

 

La Turchia ha sostenuto che la poesia di Boehmermann non era diretta solo contro Erdogan ma anche contro tutto il popolo turco ed ha chiesto formalmente alla Germania di avviare un'azione penale contro il comico. E lo stesso Erdogan ha presentato lunedì una denuncia personale davanti alla procura. I due procedimenti sono indipendenti.

 

Tutto è iniziato con l'irritazione di Ankara per un programma di satira politica, 'extra 3', trasmesso dall'emittente pubblica NDR, che aveva trasmesso un rap in cui si criticava la gestione di Erdogan. Come reazione alle critiche turche, Böhmermann ha letto un poema intitolato "Critica diffamatoria" il 31 marzo nel suo show televisivo di satira 'Neo Magazin Royale' trasmesso dall'emittente pubblica ZDF. LR 15

 

 

 

 

 

 

Francoforte: presentazione del libro “Italo-Berliner” martedì 19 aprile

 

Presentazione del libro “Italo-Berliner” martedì, 19 aprile 2016, ore 19.00

presso Sala eventi dell’ENIT di Francoforte (Barckhausstr. 10). Entrata libera

Una è la capitale politica, l’altra la capitale finanziaria con un comune denominatore: una presenza attiva, significativa e stimolante della “community” italiana. La presentazione del libro “Italo Berliner” permetterà a due dei curatori del volume, Elettra De Salvo e Gherardo Ugolini, non solo di presentare al pubblico di Francoforte il fenomeno delle presenza  italiana a Berlino, ma di dialogare e confrontarsi, in forma di intervista, con il giornalista della Frankfurter Neue Presse Enrico Sauda e la lettrice Anna Ventinelli.

Berlino è da tempo sotto i riflettori dei mass media. Sul tema sono usciti articoli di giornale, istant book, servizi tv, quasi tutti segnati da semplificazioni e mitizzazioni. Il volume Italo-Berliner si propone come obiettivo una radiografia approfondita della comunità italiana residente a Berlino analizzandone lo spessore storico, le dinamiche evolutive, le tipologie sociali, le motivazioni personali e i percorsi collettivi e individuali. Attraverso saggi di esperti, interviste con italo-berlinesi “vecchi” e “nuovi”, e una galleria d’immagini che documenta le tracce d’italianità sparse per la metropoli, il libro illustra il contributo che gli italiani hanno dato e danno al cambiamento della capitale tedesca.

 

Elettra De Salvo è nata a Roma, ma fin dal 1979 vive e lavora in Germania come attrice, performer, regista e coach, prima a Francoforte sul Meno e dal 1993 a Berlino. Ha collaborato con prestigiose compagnie teatrali e di danza (Marina Abramovic, Gigi Dall’Aglio, Gustavo Frigerio, Blixa Bargeld) e con importanti teatri di sperimentazione e musei di lingua tedesca (Documenta Kassel). È stata moderatrice per la tv tedesca ZDF, direttore artistico del Teatro Italiano Francoforte, nonché consigliere comunale per le politiche culturali e di immigrazione.

 

Gherardo Ugolini è nato a Brescia nel 1960 e frequenta la Germania fin dai primi anni Ottanta del secolo scorso. Ha vissuto molti anni a Monaco di Baviera, a Heidelberg e dal 1999 a Berlino, dove è stato docente alla Humboldt-Universität. Dal 2008 è professore all’università di Verona e vive da pendolare tra l’Italia e la capitale tedesca, dove tiene famiglia e le amicizie più care.

 

Moderazione ed intervista: Enrico Sauda (giornalista FNP - Frankfurt) e Anna Ventinelli (lettrice alla J.W. Goethe Universität). La manifestazione è in collaborazione con ENIT Francoforte. IIC                       

 

 

 

 

La circolare dell’on. Laura Garavini ai democratici in Europa

 

Oggi è stato un voto storico. Per la prima volta un Parlamento ha votato il ridimensionamento consistente di una sua parte. Nei numeri il Senato si riduce di due terzi e i senatori non percepiranno più nessun compenso. Questa riforma segna la fine del bicameralismo perfetto. Finiscono quei rimpalli delle proposte normative fra Camera e Senato che, non solo causavano sprechi di tempo e di energie, ma spesso sfociavano anche nella morte prematura di leggi di cui il Paese avrebbe avuto invece bisogno. Con il voto di oggi termina l’iter parlamentare della riforma costituzionale. Una modifica auspicata in Italia da oltre trent'anni, che solo pochi anni fa sarebbe stata impossibile da raggiungere.

 

Effetti della riforma costituzionale per gli italiani nel mondo

 

La riforma che abbiamo appena approvato prevede anche il mantenimento della Circoscrizione estero, di cui si era invece spesso ventilata l'abolizione solo pochi anni fa. È confermata l'elezione per corrispondenza di 12 eletti all'estero presso la Camera dei Deputati, l'unica Camera chiamata a votare la fiducia al Governo e ad approvare la maggior parte delle leggi. Il Senato invece, sul modello di altri grandi Paesi europei, esce ridimensionato: diventa rappresentante degli enti locali e solo in pochi casi esercita il potere legislativo. È insomma una riforma che snellisce le istituzioni e mira a renderle più efficienti e meno costose. Adesso la parola spetta agli elettori, compresi gli italiani all’estero. Ad ottobre saremo tutte/i chiamati ad esprimerci su questa riforma, che sin dall'insediamento del nostro Governo, abbiamo definito come la madre di tutte le riforme perchè segna un radicale cambio di passo per il Paese, anche dal punto di vista istituzionale.

 

Vince la ragione. Niente onorificenza al nazista

 

Molti di noi non ci potevano credere: un ex membro delle SS naziste, che aveva partecipato alla strage più terribile della Seconda guerra mondiale in Italia, l’eccidio di Marzabotto, aveva recentemente ricevuto una medaglia al merito dal Sindaco del suo paese in Germania. E questo nonostante il fatto che in Italia la giustizia lo avesse già condannato all’ergastolo in via definitiva. Vivendo egli in Germania, pare che nessuno fosse a conoscenza delle sue responsabilità. L’indignazione è stata grande. Ci siamo mobilitati in diversi: i circoli PD in Germania; numerosi colleghi, tra cui Andrea De Maria, già Sindaco di Marzabotto; il nostro attento Ambasciatore, Pietro Benassi. Io stessa, insieme al mio omologo tedesco, Lars Castellucci, Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia italo-tedesco, ho chiesto in una lettera aperta al Sindaco di ritirare la medaglia. Dopo pochi giorni ha prevalso la ragione: il riconoscimento attribuito è stato fatto decadere. Ed è bene così. Sarebbe stato un imperdonabile insulto alla memoria delle vittime ed ai loro parenti.

 

Buon lavoro, CGIE

 

Sono diversi piccoli segnali che dimostrano che adesso c’è tutto un altro approccio, tutto un altro interesse per noi italiani all’estero. L’abbiamo visto anche all’insediamento del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero (CGIE). In passato snobbato regolarmente dai Governi di turno, adesso il Ministro agli Esteri, Paolo Gentiloni ed il nuovo Sottosegretario con delega per gli italiani nel mondo, Enzo Amendola, sono stati entrambi presenti. Con un atteggiamento nuovo: attento e di grande apertura verso questo organo di rappresentanza che è stato recentemente rinnovato grazie alla volontà del nostro Governo. Politicamente importante: c’è anche la disponibilità a discutere una riforma del CGIE. Ci sono quindi le migliori premesse affinchè lo stesso CGIE si renda protagonista ed artefice di un progetto di rinnovamento del Consiglio Generale che risponda al meglio ai bisogni e alle particolarità della emigrazione italiana di oggi.

 

Canone RAI

 

Importante informazione sul pagamento del canone RAI: sono esonerati dal pagamento del canone solo coloro che non possiedono un televisore in Italia. Ma, dal momento che a partire da quest'anno il pagamento verrà direttamente addebitato sulla bolletta della luce, per essere esonerati bisogna mandare una autocertificazione entro il 30 aprile prossimo. Quindi, chi vuole chiedere l'esenzione del canone della RAI perchè non possiede un televisore in Italia anche se è intestatario di una utenza elettrica, deve inviare il modulo apposito all'agenzia delle entrate già nel corso delle prossime settimane. Potete scaricare qui il modulo per il canone RAI e trovare qui le spiegazioni per la spedizione, che va fatta per posta con raccomandata con ricevuta di ritorno oppure per via telematica. Grazie ad una nostra iniziativa parlamentare PD, il Governo si è appena impegnato a valutare se in futuro sarà possibile esentare, in modo totale o parziale, gli italiani iscritti all’AIRE dal pagamento del canone.

 

Con Policy Network per parlare di una nuova Europa

 

L’Europa sta attraversando un periodo difficile. Inutile negarlo. Ecco che è importante raccogliere le forza costruttive in Europa. Proprio per favorire il dialogo a livello europeo stiamo promuovendo una serie di iniziative come Ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera dei Deputati, all'interno del quale sono responsabile in campo europeo ed internazionale. Recentemente abbiamo dato il via alla rete dei Presidenti dei gruppi dei Parlamenti nazionali europei aderenti al PSE, con la presenza di 17 paesi membri. Pochi giorni fa abbiamo realizzato un seminario in collaborazione, questa volta, con l'Associazione politica britannica Policy Network con la quale abbiamo discusso di ‘Progressive Politics in Hard Times: Europe’s security, immigration and integration challenge’. Hanno partecipato parlamentari ed esponenti di Governo appartenenti ai partiti progressisti di numerosi paesi, come Belgio, Francia, Spagna, Gran Bretagna, Germania, Danimarca, Olanda, Svezia. Il messaggio condiviso era, nonostante le differenze su singoli punti: l'Europa, oggi più che mai, è la nostra casa comune, da riformare, ma anche da difendere con le unghie e con i denti. On. Laura Garavini, de.it.press 12

 

 

 

 

 

Scandalo dei patronati all’estero, la relazione del comitato parlamentare boccia Poletti: “Riforma immediata”

 

Pesanti critiche dei senatori dell'organismo guidato dal dem Claudio Micheloni. Che ha avviato l'indagine sulle disfunzioni, gli sprechi e le truffe ai danni dei nostri connazionali sparsi nel mondo. Passando in rassegna l'operato anche delle articolazioni legate ad Acli, Cgil, Cisl e Uil. Bollati i mancati controlli governativi. Insieme all'inadeguatezza e all'inconsistenza delle risposte del ministro. Proposta la costituzione di un comitato per elaborare al più presto una proposta legislativa - di Anna Morgantini

 

Bocciato. Ha dato risposte «non esaustive» e non soddisfacenti. Anzi, addirittura colpevoli di «inadeguatezza» e di «inconsistenza». Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, non è piaciuto ai senatori del Comitato per le questioni degli Italiani all’estero, che hanno bocciato all’unanimità le sue spiegazioni sulle tante, troppe criticità emerse nell’indagine sull’operato dei patronati esteri, a partire da quelli legati ad Acli, Cgil, Cisl e Uil. E infatti il 23 marzo, sempre all’unanimità, il Cqie – peraltro presieduto da un Pd, Claudio Micheloni, eletto in Svizzera – ha approvato una relazione che accusa esplicitamente il ministro dem per i suoi silenzi nei confronti dei patronati e dei sindacati.

DOMANDE E RISPOSTE «Sin dall’avvio dell’indagine si è proceduto a richiedere al Ministero del lavoro e delle politiche sociali documentazione sull’attività ispettiva all’estero», mettono infatti nero sul bianco i senatori. Ma «la documentazione è pervenuta solo dopo numerosi solleciti» e, addirittura, «il direttore generale competente non è intervenuto in audizione», benché ovviamente invitato (e sollecitato) più volte. Uno sgarbo istituzionale, quello del ministero, iniziato nel maggio 2015, quando il sottosegretario Luigi Bobba, noto esponente di quelle Acli a cui fa capo il più potente dei patronati, in audizione si era dichiarato non competente in materia. Le domande eluse da Bobba erano allora state inviate al ministero: ma, anche lì, silenzio tombale. Fino a quando, un mese fa, i senatori non hanno minacciato di portare tutti i documenti in Procura.

ARRIVA POLETTI Il 18 marzo, finalmente, Poletti si è fatto vivo. Ma le sue 7 pagine di risposta non hanno tranquillizzato il Cqie: nel documento conclusivo del loro lavoro, infatti, visti «i risultati della presente indagine» e l’«inadeguatezza» delle risposte del ministro, i senatori sostengono la necessità e l’urgenza di una «immediata riforma dell’attività dei patronati». E propongono di costituire al più presto, insieme alla commissione Lavoro del Senato, «un comitato ristretto volto alla elaborazione di una proposta legislativa di riforma».

FUORI MANO Riforma sì, Procura no? Non è detto. Le «criticità» emerse nel corso dell’indagine sono tali e tante che all’interno del Cqie si sta ancora valutando l’ipotesi di consegnare ai magistrati sia il materiale raccolto sia la lettera del ministro, da cui emerge sostanzialmente la conferma che la situazione è sfuggita di mano. La legge prevede controlli annuali su tutte le sedi estere dei patronati, ma tra il 2008 e il 2012, le ispezioni sono state solo 159, cioè «una media di 40 paesi l’anno su più di 20 paesi e circa 476 sedi di patronato». Troppo poche, secondo il Cqie. Poletti si è difeso spiegando che i soldi per le ispezioni vengono messi a disposizione del ministero solo dopo l’approvazione della legge di assestamento del bilancio, e «quindi a fine ottobre», pregiudicando, di fatto, «l’effettiva realizzazione delle missioni».

TUTTI IN SPAGNA Ma non sa, il ministro, che le ispezioni sono finanziate coi quattrini dei lavoratori, ossia con lo 0,10 per cento dei soldi versati all’Inps, e dunque non sono assoggettate all’approvazione di commi ad hoc della Finanziaria? Sono circa 400 mila euro l’anno che il Minlavoro riceve di default, ma non si capisce come o dove spende. Basta dire che, nel 2016, in tutta Europa (l’area geografica in cui i patronati si fanno pagare il numero più alto di pratiche) è prevista un’unica ispezione, e precisamente in Spagna, dove i patronati lavorano pochissimo.

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PRATICHE A RISCHIO E’ tutto molto bizzarro, a essere benevoli: il ministero paga ai patronati all’estero quasi 40 milioni di euro l’anno praticamente a scatola chiusa, fidandosi delle autocertificazioni inviate dalle sedi sparse tra Montreal e Sidney, Francoforte e Buenos Aires. Peccato che talvolta queste sedi non esistano nemmeno, come si è scoperto nel 2011 a Berna, dove i senatori segnalano che «non è stato possibile svolgere l’ispezione per irreperibilità del responsabile e inesistenza della sede» dell’Enas. Quando poi esistono, gli uffici esteri rifilano sistematicamente al ministero il pagamento anche di «pratiche con mandato di patrocinio irregolare, o prive di patrocinio, o con documentazione mancante o insufficiente»…

FUORI BILANCIO Insomma, un caos. Aggravato da bilanci renitenti od oscuri («Appare non più rinviabile l’obbligo a presentare un bilancio analitico »), dalla difficoltà a «individuare la responsabilità, ai vari livelli, tra enti promotori, istituti di patronato e associazioni all’estero», dalla «notevole mancanza di coordinamento tra centro e periferia» e dalle ispezioni (attenzione: «probabilmente spesso preannunciate alle sedi estere») i cui criteri «non sono univoci», la cui «durata non è sempre comprensibile» e i cui verbali «sono spesso poco intelligibili». E poco affidabili, oltretutto. Tanto che «a Zurigo, dove si è verificato il caso della truffa ai pensionati, vi sono state solo due ispezioni tra il 2001 e il 2008 e gli ispettori inviati dal ministero non hanno rilevato alcuna anomalia».

TAGLI ITALIANI Come se non  bastasse, negli ultimi anni si è creata un situazione paradossale. Secondo il deputato Pd Fabio Porta, eletto in Sud America e presidente alla Camera del Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese, la Farnesina, per risparmiare, dal 2007 a oggi ha tagliato «5 ambasciate e 47 consolati di prima e seconda categoria», lasciando senza assistenza decine di migliaia di nostri connazionali. Eppure, secondo i senatori, il ministero del Lavoro «legittimerebbe l’apertura di altre sedi estere dei patronati» proprio nelle circoscrizioni consolari oggetto di chiusura, incentivando in pratica la sostituzione della rete consolare con quella dei patronati e, di fatto, privatizzandola. Segnala il Cqie che in Germania «nel solo distretto di Francoforte sussistono n. 17 uffici di patronato e nel distretto di Friburgo n. 13 uffici», e che in totale, sul territorio tedesco, la Ital-Uil ha aperto ben 41 sedi. Solo per beneficenza? O c’è qualche business, là sotto, da capire meglio? IFQ 7

 

 

 

 

 

Riforma costituzionale. I deputati PD Estero chiedono un SÌ di conferma al referendum di ottobre

 

Deputati Pd della circoscrizione Estero: “Dopo avere approvato la riforma della Costituzione siamo impegnati assieme agli italiani all’estero per la sua conferma”

 

ROMA - Abbiamo espresso il nostro voto favorevole sulla riforma della Costituzione con la convinzione di avere fatto una cosa necessaria e giusta. Di avere compiuto pienamente il nostro dovere di rappresentanti di cittadini che, pur vivendo all’estero, ci hanno dato il chiaro mandato di concorrere a rinnovare il nostro Paese, di renderlo più moderno, più efficiente, più credibile e competitivo sul piano internazionale.

Abbiamo votato con la convinzione di avere fatto un passo importante per riavvicinare le istituzioni ai cittadini, rendendo più sobrio e lineare l’impianto costituzionale, superando quel bicameralismo perfetto che con l’andare del tempo era diventato sempre più fonte di ritardi e occasione di interminabili mediazioni, riducendo di un terzo gli eletti e i costi della rappresentanza, rimettendo ordine nei rapporti tra lo Stato e le Regioni, eliminando enti ormai superati e insostenibili. Senza toccare i principi fondamentali affermati nella parte prima della Costituzione, che restano una guida essenziale ed attuale, ma anzi rafforzando alcune garanzie e tutele democratiche. 

Centinaia di parlamentari, votando a favore della riforma che in prospettiva potrebbe segnare la loro scomparsa da eletti, hanno dimostrato che la politica non è solo interesse personale ma può essere esercitata con responsabilità, sensibilità per il bene comune e spirito di servizio.

Ora la parola tocca ai cittadini, che saranno chiamati a pronunciarsi nel referendum confermativo di ottobre. Con convinzione e impegno annunciamo la nostra adesione ai Comitati per il SI che anche all’estero sono in via di formazione in ciascuna delle quattro ripartizioni della circoscrizione Estero. In questo modo, dopo avere sostenuto in sede parlamentare la riforma, cercheremo di valorizzare il nuovo profilo dell’Italia agli occhi degli italiani all’estero e dell’opinione pubblica internazionale che guarda con interesse al nostro Paese, mettendoci dal loro punto di vista.

In particolare, diremo che la riforma conferma la circoscrizione Estero come strumento per rendere effettivo il diritto di cittadinanza politica degli italiani all’estero, che gli eletti, anche se ridotti nel numero per la diversa natura del Senato, avranno piene prerogative poiché faranno parte della Camera che vota la fiducia al Governo e adotta la legislazione fondamentale dello Stato, che si mette ordine nelle materie concorrenti tra Regioni e Stato, evitando la sovrapposizione (talvolta la confusione) di iniziative e presenze nelle realtà estere e il conseguente spreco di denaro.

Soprattutto, sottolineeremo che con questa riforma e con quelle adottate e in corso sulla pubblica amministrazione e sull’informatizzazione del sistema pubblico si sta cercando di ridurre il gap di efficienza, velocità e modernità che tanti italiani all’estero avvertono rispetto ai Paesi nei quali si sono insediati e svolgono la loro vita. Quante volte all’estero abbiamo sentito ripetere: “Eh l’Italia, il più bel Paese del mondo, ma troppa burocrazia, troppe complicazioni, troppo clientelismo, troppa distanza delle istituzioni dai cittadini….”, e via di questo passo.

Ebbene, la riforma su cui gli italiani all’estero si dovranno pronunciare assieme agli altri cittadini italiani è una prima, fondamentale risposta a questo disagio e a questa richiesta di nuovo. Un modo di dire anche agli stranieri con cui quotidianamente dialoghiamo che l’Italia ha accettato la sfida del cambiamento e sta riducendo le distanze rispetto agli altri modelli istituzionali, politici e amministrativi. Non una mano di belletto sull’immagine del Paese, ma un tentativo, che proseguirà se la riforma sarà confermata, di trasformare in profondità i rapporti tra i cittadini e lo Stato e di rendere più equilibrato il confronto tra il nostro e gli altri Paesi. 

Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta, Tacconi (deputati Pd eletti nella circoscrizione Estero)

 

 

 

 

Parlamento Europeo: un minuto di silenzio per le vittime degli attentati a Bruxelles e in altri luoghi

 

La sessione è iniziata con un minuto di silenzio per le 32 vittime e i 340 feriti degli attentati di Bruxelles del 22 marzo scorso. Il Presidente del Parlamento, Martin Schulz, ha condannato gli attacchi come un tentativo crudele, inumano e cinico di contagiare gli europei con la paura e con l'odio.

 

Questi attacchi hanno fatto di martedì 22 marzo una giornata nera per il Belgio e per l'Europa. I loro autori criminali hanno mirato al cuore dell'Europa, Bruxelles, una città poliglotta, cosmopolita e tollerante, che ospita gli organismi comunitari e internazionali e rappresenta la società aperta che essi odiano. Hanno preso di mira persone innocenti in luoghi pubblici - aeroporto e stazioni della metropolitana - in modo da generare paura e odio in tutta Bruxelles, in Belgio e in Europa, ha dichiarato Schulz.

 

Il modo per contrastare il calcolo cinico degli assassini è mostrare solidarietà contro la paura, stare insieme nel ricordo delle vittime come europei, a dimostrazione che non possiamo essere infettati da sicari dell'odio. Non dobbiamo contrastare l'odio con l'odio, la violenza con altra violenza, ha esortato.

 

Invece, dobbiamo mantenere la calma e combattere la perdita di fiducia, difendere la libertà di tutti e la democrazia e proteggere la dignità umana, ha concluso il Presidente. Schulz ha quindi inviato le più sentite condoglianze del Parlamento alle famiglie delle vittime e augurato una pronta guarigione ai feriti.

 

Infine, il Presidente Schulz ha osservato che quasi ogni giorno persone di tutto il mondo sono vittime di attacchi jihadisti. Negli ultimi mesi, attentatori suicidi hanno ucciso persone innocenti in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Costa d'Avorio, Tunisia, Turchia, Egitto, Siria, Somalia, Nigeria e altrove. Questo terrore è globale e per combatterlo dobbiamo stare uniti in Europa e nel mondo, ha concluso. Dip 11

 

 

 

 

Euroscettici

 

Con gli anni, l’Euro ci ha sbigottito. Per fare un conteggio su specifici parametri di riferimento, abbiamo preso in esame i prezzi di parecchi prodotti merceologici all’ottobre del 2000 (quando c’era ancora la Lira) e li abbiamo confrontati con quelli attuali (in piena apoteosi dell’Euro). Per evitare ogni sorta di pessimismo, abbiamo tenuto conto dell’inflazione che, ai tempi della liretta, proprio non mancava. Nonostante tutte le”cautele”, il costo della vita è aumentato . (pari a una media di compensazione superiore allo 0,75% l’anno) Anche se, i dati ufficiali, riportano un incremento inferiore. La busta paga, per il periodo preso in esame, ha registrato un incremento, medio, dello 0,65% su base annua. Il rapporto guadagno/spesa non regge, quindi, i paragoni con i tempi della Lira.

Dato che il rapporto di conversione è stato Lit.1936,27 per un Euro, i prezzi, a conti fatti, sono quasi raddoppiati. Dato che non s’è attivato, da subito, un meccanismo di controllo delle spese al consumo. Anche se la moneta europea non potrà mai cambiare il suo rapporto di conversione, c’è da rilevare che l’Euro ha innescato una spirale inflativa indiretta che, col tempo, s’è fatta sentire. Ovviamente, dietro i costi economici, sono seguiti anche quelli politici. Sempre a discapito dei redditi da lavoro dipendente. Per i commercianti, era tutto più “lineare”. Se il prezzo all’origine saliva, bastava rincarare i prezzi il minuto.

Poi, c’è stata la “crisi” e la “deflazione”. Gli utili dei lavoratori dipendenti sono calati, la disoccupazione è aumentata e i commerci al minuto ne hanno risentito. Tutto è principiato nel 2008. Anche se il “sentore” si era evidenziato in precedenza. Come già avevamo scritto, sarebbe stato meglio proporre un referendum sull’adozione dell’Euro. Non c’era, per altro, l’obbligo immediato d’aderire alla moneta unica. Il Regno Unito non l’ha fatto e la Sterlina ha ancora un valore superiore alla divisa UE.

Per controllare i fenomeni di mercato, sarebbe necessario uguagliare i prezzi dei generi di più largo consumo a livello comunitario. Manca, però, la volontà politica per portare avanti questo progetto. Dato che”pecunia non olet”, la strada resta in salita. Di più nei Paesi UE che si affacciano sul Mediterraneo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Politica in Italia: il caso Renzi. Due anni dopo

 

Il referendum «sulle trivelle» del 17 aprile, le elezioni comunali del prossimo giugno e il referendum assai più decisivo di ottobre sulle riforme costituzionali hanno riacceso il confronto politico nazionale. Le liturgie svolgono la loro funzione e hanno il loro peso. Dallo scontro tra D’Alema e Renzi sul passato ulivista del Partito democratico (PD), al pasticcio nel quale il ministro Guidi ha messo il governo sul caso petrolio, alle prove di scomposizione del centro-destra nelle elezioni comunali a Roma: tutto torna in movimento.

La solitudine di Renzi leader e capo

Sono due anni che Renzi è al governo. Ma sembra molto di più. Sembra molto di più per la rottura generazionale e di linguaggio che egli ha introdotto, per il ricambio della rappresentanza politica che ha prodotto e che ci ha distanziato dalla fase politica precedente; per la scomposizione politica avvenuta all’interno dei diversi scampi un tempo di centro-destra e di centro-sinistra; per il processo di ulteriore individualismo della forma democratica (la rete + il neo populismo + l’astensionismo).

La misura della distanza sta, se si vuole emblematicamente, nella parabola del giudizio che di Renzi ha dato Scalfari: ieri era un barbaro, oggi somiglia a Giolitti. Come scrivemmo allora (Regno-att. 2,2014,1), Renzi è un barbaro romanizzato (cioè di quelli necessari alla sopravvivenza dell’impero), quanto al Giolitti di oggi siamo all’iperbole. Renzi è un leader solo e la sua leadership è personale. Questo è il limite e questa è la condizione. Limite personale e condizione politica.

Nella direzione che il Partito democratico ha tenuto il 4 aprile sulla questione del referendum sulle trivellazioni (con aggiunta del caso Guidi appena esploso), Cuperlo, esponente della minoranza interna, ha stigmatizzato Renzi dicendogli: «Ti manca la statura del leader, anche se coltivi l’arroganza del capo». È un giudizio che misura tutta la distanza tra il premier-segretario e la vecchia componente ex comunista interna. Quando Cuperlo stigmatizza il segretario come un leader mancato, così come quando D’Alema si riscopre ulivista (dopo avere affossato l’Ulivo) accusando Renzi di avere preso le distanze da quella stagione, entrambi raccontano di un modello politico, quello incarnato dalla democrazia dei partiti, che non c’è più.

Entrambi evocano un modello politico nel quale il primato del partito era il primato della politica, la mediazione nel partito era la mediazione del partito. Ma quel modello era già saltato vent’anni fa, quando fu inventato l’Ulivo proprio quale risposta alla crisi di quel modello. Era infatti del tutto improbabile (e ancora del tutto ideologico), dopo quel che era accaduto nel Novecento, che un soggetto come il PCI-PDS-DS potesse avere la leadership dell’intera sinistra e, a partire da quella leadership, dell’intero paese. Immaginare in Italia il trionfo della forma leninista del partito dopo il drammatico crollo del comunismo era come iscriversi all’assoluto.

Renzi è il figlio un po’ rozzo dell’Ulivo. Cioè di una stagione della politica nella quale si è introdotta la concezione maggioritaria della democrazia, e si è immaginata una democrazia competitiva e governante.

La forza del premier segretario, la sua spavalderia, sono anche il portato del fallimento dell’Ulivo, cioè della mancata compiuta realizzazione di quel modello. Egli è il figlio delle primarie, di un sistema di competizione interno a un soggetto politico allargato all’opinione pubblica.

Questa legittimazione lo ha distanziato da ogni forma ideologica precedente e gli ha persino consentito di prendere in mano la bandiera del socialismo europeo (per quel che oggi rimane) senza che questo avesse alcuna connotazione ideologica o conseguenza su un piano politico, mentre per D’Alema quello era un discorso identitario e per Prodi il cedimento subalterno all’identità altrui.

Non è casuale che la vera battaglia della sinistra-dem nel PD sia una battaglia che ha come oggetto il partito, non il governo del paese. Ciò che conta per Bersani e Cuperlo è riprendersi il partito, poi sul governo si vedrà. Renzi è per loro un usurpatore. Il partito rimane il luogo della politica e dell’identità. Per questo hanno perso e sono divenuti marginali.

Poi c’è, certo, anche «l’arroganza» di Renzi, l’aver dato vita a un governo troppo debole e inesperto e l’aver avocato a sé ogni decisione, l’essersi circondato di pochi fedelissimi. Ed è qui che nasce il caso Boschi. È quello che è stato chiamato lucidamente da Il Foglio «il governo modello interim».

Quella di Renzi è una leadership personale. Del resto di fronte a una democrazia sempre più molecolare o individualistica, senza intermediazioni di soggetti politici, senza regole di selezione della classe dirigente, di fronte a istituzioni pubbliche indebolite o conflittuali (come nel caso dello scontro tra politica e magistratura) nelle quali la forma e la sostanza della democrazia non sono il più possibile vicine, è difficile immaginare che non si producano forme di arretramento.

Anche per questo Renzi non ha alternative, soprattutto finché sa tenere assieme la leadership e la premiership. Finché dall’interno del suo partito qualcuno non lo sfida alle prossime primarie (l’unico luogo democratico fin qui più o meno correttamente sperimentato per il ricambio della classe politica), avendo una visione del partito non inchiodata al passato e una visione dell’Italia non inchiodata al partito.

Il vuoto a destra e il non ancora dei 5Stelle

Persino più drammatica è la scena del centro-destra. La fine lenta e inesorabile di Berlusconi non mette capo ad alcuna successione o ad alcuna alternativa. Quel che si è avviato è un vistoso processo di scomposizione che ha in Salvini (con l’esperimento delle comunali di Roma si aggiunge la componente Fratelli d’Italia della Meloni) e nella sua Lega lepenista il nuovo protagonista.

Dalle ultime politiche del 2013, il partito di Berlusconi si è dimezzato, mentre la Lega ha raggiunto stabilmente il 14%, sorpassando Forza Italia. Ma quel che appare evidente – ed è la ragione dell’attuale impasse – è che la nuova destra di Salvini non può ricomporre e rappresentare attorno a sé l’intero campo di centro-destra.

Può crescere elettoralmente, e in questo segmento mantenersi a lungo, ma non avere la leadership dell’intero campo. Dall’altra parte Berlusconi non ha più una vera e propria strategia politica. Dopo il cosiddetto «patto del Nazareno» stipulato con Renzi e saltato con l’elezione del capo dello stato, non ha più avuto una linea. Forza Italia è come sospesa. Berlusconi ha finora escluso per la sua successione il modello competitivo delle primarie. Fissando con ciò la sua appartenenza al passato, e datandola alla prima Repubblica.

Egli preferirebbe la costruzione di un soggetto che tenga assieme i moderati del centro-destra (senza Salvini) e i moderati del centro-sinistra (senza i post comunisti). In fondo qualcosa di molto simile al partito della nazione evocato in qualche passaggio da Renzi. Il che significherebbe la fine di ogni modello democratico competitivo. In fondo Berlusconi rimane politicamente un anziano doroteo.

I prossimi appuntamenti, soprattutto il referendum costituzionale, sono un terreno sul quale Berlusconi potrebbe ritentare un nuovo aggancio con Renzi, ma non è detto che a Renzi serva e che dunque lo voglia. Molto dipenderà dalla debolezza del governo e dalla rappresentazione dell’esito delle elezioni comunali.

L’attuale crisi del centro-destra (crisi di leadership e di composizione politica) rappresenta un grave rischio per il sistema democratico e conferma/costringe la solitudine renziana in un gioco di logoramento che può portare guai al paese. Dall’altra parte, al momento, quel che resta della vecchia sinistra e il giovane populismo dei 5Stelle non sembrano in condizione di produrre un’alternativa politica. Dove gli allievi di Grillo hanno governato non hanno dato gran prova di sé.

Solo nell’opposizione parlamentare si sono dimostrati di una qualche abilità e credibilità. E rimane vera l’affermazione di Grillo che il suo movimento dà un contributo alla democrazia perché trasforma in rappresentanza politica e istituzionale una quota di voto di protesta o di non voto. Ma di qui a governare un paese come l’Italia ci vorrà tempo e soprattutto altro. Gianfranco Brunelli Il Regno 4/16

 

 

 

Riforma costituzionale, via libera della Camera: addio al bicameralismo perfetto

 

A favore 361 voti, 7 contrari. In ottobre il referendum popolare. M5s, Lega, Fi e Sinistra Italiana fuori dall'aula. In piazza il Comitato per il "no". Boschi via Twitter: "Grazie a quelli che ci hanno creduto". Renzi: "Ora l'Italia è il Paese più stabile d'Europa". Minoranza dem: "Votato sì ma con riserve" di AGNESE ANANASSO

 

ROMA - Il ddl Boschi sulla riforma costituzionale è stato approvato dalla Camera con 367 voti a favore e 7 contrari. Con la sesta e ultima votazione il provvedimento, secondo quanto previsto dall'articolo 138 della costituzione, non avendo ottenuto la maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera, può essere sottoposto a referendum popolare, che si svolgerà in ottobre. L'ultima parola quindi spetterà ai cittadini. Con l'approvazione del ddl finisce di fatto il bicameralismo paritario su cui si basa la nostra Costituzione.

 

Soddisfatto il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che su questo voto aveva puntato tutto: "Ora l'Italia è il Paese più stabile d'Europa. Si è dimostrato che la democrazia vince e trionfa. È un passaggio importante per la politica che dimostra di essere seria. Meno politici meno soldi alle Regioni, più chiarezza nel rapporto tra Stato centrale e il territorio. Si tratta di un gigantesco passo in avanti per la credibilità delle istituzioni. È una questione di serietà".

 

"Dopo due anni di lavoro, il Parlamento ha dato il via libera alla riforma costituzionale! Grazie a quelli che ci hanno creduto" ha twittato il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e aggiunge l'hashtag #lavoltabuona. E sul referendum di ottobre ai cronisti ha risposto: "Intanto godiamoci un risultato che è storico. L'approvazione definitiva delle riforme costituzionali dopo 30 anni di lavoro. Penso sia un risultato storico".

 

La presidente della Camera Laura Boldrini auspica un confronto pacato in vista della consultazione popolare in autunno. "Con il voto di oggi siamo giunti al termine di un percorso parlamentare lungo e travagliato. Ora la parola passa ai cittadini che, con il referendum del prossimo autunno, esprimeranno la loro opinione sulla riforma della Costituzione. Il mio auspicio è che si sviluppi un confronto pacato, sul merito delle decisioni prese. Per questo ritengo che sarà più che mai necessaria un'informazione puntuale sul contenuto del referendum. Che ad esprimere il loro voto siano cittadini consapevoli è nell'interesse sia dei sostenitori che di chi si è opposto. Ma è soprattutto nell'interesse della democrazia italiana".

 

La minoranza del Pd, pur con delle riserve, ha votato a favore della riforma: "Oggi siamo all'ultimo passaggio prima del referendum che l'articolo 138 prevede e che logica e forma imporrebbero fosse richiesto da quanti a questa riforma si oppongono, fuori e dentro il Parlamento" hanno spiegato in una nota congiunta Gianni Cuperlo, Sergio Lo Giudice e Roberto Speranza. "Con tutte le nostre critiche e riserve oggi esprimiamo un voto a favore della riforma. Siamo consapevoli che la bocciatura di questo testo nell'ultimo passaggio alla Camera segnerebbe quasi certamente il fallimento di una stagione trentennale durante la quale a più riprese, e con diversi protagonisti, si è cercato di riformare la parte ordinamentale della Carta. Un epilogo simile scaverebbe un solco ancora più profondo tra l'opinione pubblica e le istituzioni". La minoranza dem chiede anche di rivedere la legge elettorale: "Bisogna riaprire il capitolo delle legge elettorale. Legge da rivedere nel capitolo su consistenza e modalità di attribuzione del premio di maggioranza, sul nodo dei capolista plurimi a rischio di costituzionalità e su quelli bloccati. D'altronde è in corso una raccolta di firme per i referendum che chiedono di modificare l'Italicum. Su queste basi pensiamo si debba riaprire un confronto e recuperare l'ascolto di costituzionalisti, studiosi, movimenti, partiti e di un'Associazione come l'Anpi".

 

Le opposizioni non hanno votato, sono uscite dall'aula dopo le dichiarazioni di voto. In aula sono rimasti solo la maggioranza che sostiene il governo e i verdiniani di Ala. La Lega è stata tra i primi gruppi a dichiarare l'uscita dall'aula: "Non saremo complici di Renzi e del suo governo che usa questo testo, per altro incostituzionale, per fare passerella politica" ha detto il capogruppo alla Camera Massimiliano Fedriga. Sulla stessa lineasia Sinistra Italiana che Forza Italia. Il capogruppo alla Camera Renato Brunetta ha parlato di "congiura di palazzo": "Questo Parlamento doveva fare la riforma elettorale dopo la sentenza della Corte costituzionale che aveva cassato il Porcellum e invece Renzi, con una congiura di palazzo, si è impadronito dei parlamentari di Bersani, del Pd, e con colpi di mano multipli sta distruggendo la democrazia parlamentare".

 

I deputati del Movimento 5 Stelle hanno rinunciato all'ostruzionismo ma non hanno partecipato al voto finale. In dichiarazione di voto ha parlato soltanto il deputato M5S Danilo Toninelli. Dopo la dichiarazione di voto i pentastellati sono andati a Milano per partecipare al funerale di Gianroberto Casaleggio.

 

In concomitanza con la seduta della Camera per il voto finale è sceso in piazza davanti a Montecitorio il Comitato per il "No a al referendum costituzionale" che accusa il governo Renzi di voler stravolgere la Costituzione così come era stata concepita dai padri costituenti, con la divisione dei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. "Con la discussione generale è un iniziato ieri alla Camera il percorso che porterà all'approvazione definitiva della riforma Renzi-Boschi che stravolge la Costituzione nata dalla Resistenza. Una riforma voluta, anzi imposta al parlamento dal governo, che ora vuole utilizzare il referendum a fini plebiscitari. Il combinato disposto delle pretese riforme della Costituzione e della legge elettorale cambiano la sostanza della nostra Repubblica, fondata sulla centralità del Parlamento e avviano un processo che punta alla instaurazione di una sorta di premierato assoluto". LR 12

 

 

 

 

 

Popolazione e Società. Per la prima volta negli ultimi 10 anni arretra la speranza di vita alla nascita

 

ROMA - Con Noi Italia l’’Istituto Nazionale di Statistica offre una selezione di indicatori statistici che spaziano dall’economia alla cultura, al mercato del lavoro, alle condizioni economiche delle famiglie, alla finanza pubblica, all’ambiente, mettendo in luce le differenze regionali che caratterizzano il Paese e la sua collocazione nel contesto europeo.

L’edizione 2016 è stata profondamente rinnovata per renderla più accessibile e più facile nella consultazione. Gli oltre 100 indicatori, ora distribuiti in sei macro aree e 19 settori, possono essere consultati in modo interattivo attraverso strumenti di visualizzazione grafica, con la possibilità di esportare i grafici sui propri siti internet. Per ciascun settore è possibile approfondire i diversi aspetti grazie alle Info disponibili e scaricare i dataset. È inoltre possibile acquisire l’intera base dati utilizzando l’icona Download dati presente nella homepage del sistema.

Popolazione e Società

Nel 2014 l'Italia si conferma il quarto paese per importanza demografica dopo Germania, Francia e Regno Unito. Oltre un terzo della popolazione italiana è concentrata in tre regioni: Lombardia, Lazio e Campania. Il Mezzogiorno è l'area più popolata del Paese anche se è cresciuta meno nel periodo 2004-2014.

Al 1° gennaio 2015 ci sono 157,7 anziani ogni 100 giovani e 55,1 persone in età non lavorativa ogni 100 in età lavorativa, valori in continua ascesa negli ultimi anni.

Secondo le prime stime relative al 2015, per la prima volta negli ultimi 10 anni la speranza di vita alla nascita arretra, con un decremento di 0,2 punti per gli uomini (80,1) e 0,3 per le donne (84,7). Nel Mezzogiorno i valori della speranza di vita si confermano al di sotto della media nazionale.

Continua a diminuire il numero medio di figli per donna, nel 2014 si attesta a 1,37 mentre occorrerebbero circa 2,1 figli per garantire il ricambio generazionale. Se si considera l’età della madre, le regioni del Mezzogiorno si confermano, mediamente, quelle con le madri più giovani.

Con 3,2 matrimoni ogni mille abitanti, l’Italia rimane uno dei paesi dell’Ue28 in cui ci si sposa meno. Nel corso del 2014 in tutte le regioni si verifica una stasi o un calo (ad eccezione del Trentino-Alto Adige); il Mezzogiorno è la ripartizione con la nuzialità più alta, il Nord-ovest quella con meno matrimoni rispetto alla popolazione.

L'Italia presenta una bassa incidenza di divorzi, 8,6 ogni 10mila abitanti nel 2014; a livello europeo solo Irlanda e Malta registrano valori inferiori (anno 2013). Per le separazioni si sta verificando una convergenza tra le varie aree del Paese (14,8 e 14,6 ogni 10mila abitanti nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno) mentre il divario Nord-Sud per i divorzi rimane ancora evidente (rispettivamente 9,8 e 6,6). (Inform 11)

 

 

 

 

Laura Garavini (PD) commenta il voto finale sulla Riforma costituzionale, votato alla Camera dei Deputati

 

"Quello di oggi è un voto storico. Per la prima volta un Parlamento ha votato il ridimensionamento consistente di una sua parte. Nei numeri il Senato si riduce di due terzi e i senatori non percepiranno più nessun compenso. Questa riforma segna la fine del bicameralismo perfetto. Finiscono quei rimpalli delle proposte normative fra Camera e Senato che, non solo causavano sprechi di tempo e di energie, ma spesso sfociavano anche nella morte prematura di leggi di cui il Paese avrebbe avuto invece bisogno. Con il voto di oggi termina l’iter parlamentare della riforma costituzionale. Una modifica auspicata in Italia da oltre trent'anni, che solo pochi anni fa sarebbe stata impossibile da raggiungere.

La riforma che abbiamo appena approvato prevede anche il mantenimento della circoscrizione estero, di cui si era invece spesso ventilata l'abolizione solo pochi anni fa. Significa che anche in futuro gli italiani nel mondo avranno una rappresentanza: potranno mandare dei loro rappresentanti al Parlamento. È confermata l'elezione per corrispondenza di 12 eletti all'estero presso la Camera dei Deputati, l'unica Camera chiamata a votare la fiducia al Governo e ad approvare  la maggior parte delle leggi. Il Senato invece, sul modello di altri grandi paesi europei, esce ridimensionato: diventa rappresentante degli enti locali e solo in pochi casi esercita il potere legislativo. È insomma una riforma che snellisce le istituzioni e mira a renderle più efficienti e meno costose. Adesso la parola spetta agli elettori, compresi gli italiani all’estero. Ad ottobre saremo tutte/i chiamati ad esprimerci su questa riforma, che sin dall'insediamento del nostro Governo, abbiamo definito come la madre di tutte le riforme perchè segna un radicale cambio di passo per il Paese, anche dal punto di vista istituzionale." Lo ha detto Laura Garavini, dell'Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, commentando il voto finale sulla Riforma costituzionale, espresso oggi alla Camera dei Deputati. De.it.press 12

 

 

 

 

 

MigrArti, i migranti si raccontano tra fiabe e teatro. L’integrazione con lo spettacolo

 

Un progetto del ministero dei Beni culturali promuove l'integrazione con lo spettacolo

 

"C'era una volta un pescatore, nella sua barca aveva con un casco di banane, una gazzella e un leone. Tutti dovevano arrivare sani e salvi sull’altra sponda del fiume». Nessun errore, la favola che vi raccontiamo non è sbagliata. Così la sussurrano le madri nigeriane ai loro figli per farli addormentare. Niente cavoli, capre e lupi, ma stesso scopo. «Chissà quale rotta ha percorso, chissà su quale nave si è imbarcata tre secoli fa questa favola per arrivare fino a noi?». Se lo domanda Andrea Satta, cantante dei Tête de Bois e pediatra di periferia, uno dei 45 vincitori, insieme all’Associazione romana Teatro Verde, del bando del Mibact MigrArti Spettacolo e Cinema. Il loro progetto porta in giro per l’Italia madri italiane e migranti, tutte impegnate nel racconto delle favole della buonanotte.

 

“Mamme narranti” è solo una delle tanti voci che comporrà il cartellone di MigrArti, un mosaico di spettacoli in scena su tutto il territorio nazionale da maggio a luglio. Il bando da 800 mila euro ha chiamato a raccolta associazioni, enti, festival, impegnati nella produzione di spettacoli dal vivo, cortometraggi e rassegne sul tema dell’integrazione. Ma stavolta non si tratta di integrazione passiva. Tutti i progetti coinvolgono migranti, in particolare di seconda generazione, e italiani. Senza dimenticare il territorio. Come “Ponti di vista” di Giulio Vita, “calabro-venezuelano” a capo dell’associazione culturale La Guarimba di Amantea. A margine di una rassegna di cinema italiano sull’integrazione, ragazzi calabresi e giovani rifugiati produrranno in coppia dei documentari: al migrante spetterà filmare la storia dell’italiano e viceversa. Migranti e italiani saranno di nuovo insieme nella realizzazione di un intervento di street art sotto la direzione del writer Nemo’S.

 

Dalla Calabria si passa alla Sardegna, a Cagliari, dove con “Navigare i confini”, l’associazione Carovana ha vinto MigrArti con il punteggio più alto. In una rete fitta di laboratori e installazioni, ballerini, musicisti, videoartisti e attori dal bacino del Mediterraneo incontrano giovani sardi e ragazzi di seconda generazione di origine asiatica e africana. Insieme impareranno a danzare con i maestri della compagnia Anania di Marrakech o conosceranno i segreti della musica con la cantante tunisina Alia Sellami. «Quello che facciamo è permettere che arte e corpo possano cercare spazi di frontiera da occupare», spiega la direttrice artistica Ornella D’Agostino.

 

A Roma, l’associazione Blue Desk si è guadagnata un posto tra i 45 vincitori con il cortometraggio Zaza Kurd. A raccontarlo è il regista Simone Amendola: «Racconta la vita di un curdo turco rifugiato in Italia da 17 anni che nel dicembre 2015 riesce a riavere il passaporto e torna in Turchia. Tra immagini di repertorio e video girati con gli smartphone, il film culmina con l’abbraccio, insperato, del padre». Quella di Andrea, di Ornella e delle mamme narranti sono solo alcune delle realtà coinvolte

nei progetti vincitori: in oltre 900 hanno risposto all’appello del ministero. «Vorrei che questo fosse l’inizio di un percorso che porti il ministero a occuparsi stabilmente dei prodotti culturali delle comunità migranti in Italia», ha detto il ministro Franceschini. BENEDETTA PERILLI LR 13

 

 

 

 

Modelli di integrazione, non muri

 

Les parénts concernés, i genitori preoccupati. È il nome di un’associazione nata spontaneamente a Molenbeek, il quartiere tristemente ormai più noto di Bruxelles, a causa del suo legame con molti dei terroristi che hanno colpito al cuore l’Europa, a Parigi prima e nella stessa Bruxelles poi. L’hanno creata le madri dei cosiddetti “foreign fighters”, i giovani e giovanissimi cittadini europei, spesso figli o nipoti di immigrati, che vengono radicalizzati e partono in Siria per unirsi a Daesh e al suo folle piano.

Penso a loro mentre scrivo questo articolo, e a quanto, con loro, l’Unione Europea e i suoi Stati membri abbiano fallito.

C’è chi ha sostenuto che non si tratta di un problema di integrazione. Bernard Guetta, autorevole penna di diverse testate europee tra cui Libération e il nostro Internazionale, scrive: «Il problema non è europeo, ma mediorientale. Se non fossero state annullate le frontiere tra Iraq e Siria, se il gruppo Stato islamico (Is) non volesse creare uno Stato sunnita a cavallo tra i due paesi e non ci intimasse, a colpi di attentati, di non ostacolare il suo progetto, non saremmo costretti ad affrontare il terrorismo, ma un problema di criminalità diffusa in una particolare comunità, come ce ne sono tanti». I ghetti, come Molenbeek, dove intere comunità etniche o religiose vivono in maniera parallela al resto della società nelle nostre città, non sono, secondo Guetta, «la causa del terrorismo, quanto piuttosto il suo vivaio».

Mi chiedo, tuttavia, se lo stesso discorso non potrebbe avere la medesima efficacia anche svolto nel senso opposto. Se è vero che il disagio sociale senza Daesh si sarebbe trasformato in “semplice” criminalità, mi sembra sia altrettanto vero che senza tale disagio (uso questo termine per esigenze di semplificazione, dando per scontata la condivisa comprensione delle molteplici dimensioni e sfaccettature che vi ricomprendiamo) Daesh non avrebbe trovato cittadini europei pronti a farsi esplodere, a poco più di vent’anni, per uccidere barbaramente ragazzi come loro, nati e cresciuti nelle stesse città, nella stessa Europa.

Diversi Stati europei hanno sviluppato dei propri modelli di integrazione culturale, tutti accomunati da limiti resi evidenti dalla storia.

È stato insufficiente il modello francese, “assimilazionista”, fondato sul concetto della cosiddetta “laicità negativa”, sulla rinuncia alle identità culturali particolaristiche nella sfera pubblica e sulla loro chiusura nella vita privata. Per un’integrazione effettiva è necessario che l’accesso alla cittadinanza venga supportato dall’accesso ai diritti sociali: se non vengono proposte e implementate politiche pubbliche a sostegno di questi ultimi, infatti, il rischio di conflitto è estremamente elevato, come già dimostrato dalla rivolta delle banlieue avvenuta 11 anni fa.

Allo stesso modo ha fallito anche il modello “multiculturalista” britannico, dove lo Stato si è ritagliato un ruolo minimo, quello di far rispettare la legge, e ha lasciato che i vari gruppi sociali avviassero e sviluppassero una negoziazione collettiva nello spazio pubblico. Qui, a differenza della Francia, le varie comunità hanno potuto esprimersi e manifestarsi anche nella sfera pubblica ma, private di qualunque incentivo alla comunicazione e all’interazione tra di loro, hanno finito per esistere in maniera parallela senza condividere nulla al di fuori dello spazio fisico della città nella quale vivono.

Tra i diversi modelli che non hanno funzionato, infine, spicca l’esperienza italiana che si distingue per l’incapacità di adottarne uno proprio (o di adottarne uno tout-court). La polarizzazione ideologica sul tema dell’immigrazione, a causa della presenza sulla scena politica italiana di partiti con evidenti tendenze xenofobe, ha reso impossibile un dibattito pubblico fondato sui fatti e orientato a una effettiva ed efficace gestione del fenomeno.

Perché è di questo che dovremmo imparare a ragionare: della gestione dell’immigrazione più che del suo contrasto. Questo negli ultimi anni è stato l’unico obiettivo del dibattito pubblico europeo, mentre si continuava a ignorare che non ci sarà muro sufficientemente alto da contrastare la disperazione di queste persone.

Dobbiamo avere consapevolezza che non siamo davanti a un fenomeno temporaneo, transitorio, ma a un elemento endemico della nostra società e del nostro tempo. La politica ha l’enorme responsabilità di accettare questa verità per poter elaborare soluzioni efficaci a partire da essa. Comprendo bene la difficoltà di andare contro un sentimento largamente diffuso nell’opinione pubblica ma è la capacità di affrontare questa difficoltà che caratterizza uno statista, per il quale il consenso è un mezzo, da tante altre tipologie di politici, per i quali spesso il consenso è il fine.

In questo momento storico come forse mai è accaduto negli ultimi trent’anni, dalle decisioni e dalle azioni della politica di oggi dipenderà il volto, il benessere e la dignità dell’Europa e degli europei di domani.

Alessia Mosca, Settimananews 6

 

 

 

 

L’esecutivo non convince più

 

L’avventura di Renzi continua. Nel frattempo, i provvedimenti normativi che dovrebbero “salvare” l’Italia proseguono. Da noi, sarà complesso far maturare le premesse atte a risolvere i maggiori problemi che, da circa sette anni, ci angustiano. Secondo la strategia renziana, ovviamente condivisa da una maggioranza parlamentare atipica, entro il 2018 la Penisola dovrebbe aver cambiato “pelle”. La recessione sarebbe un ricordo e la ripresa una concreta realtà.

 Tutto bene a parole; nei fatti la realtà ci sembra assai più complessa. Intanto, non ci sentiamo d’ipotizzare che l’attuale Esecutivo riesca a tirare avanti per oltre due anni. Saranno i prossimi mesi a essere decisivi per qualificare il futuro della squadra di Renzi che, sino ad ora, ha giocato in “difesa” e neppure nel modo politicamente migliore. Da noi si sono instaurati parametri economico/sociali già giudicati dagli esperti della BCE inadatti a una reale ripresa produttiva e occupazionale del Paese.

Del resto, proprio per non determinare una flessione più generale del problema, le grandi economie, tipo quella tedesca, si sono defilate dalle iniziative di Renzi; pur non potendo interferire nelle questioni interne di una Penisola che avrebbe bisogno di tutto e alla quale è offerto, a caro prezzo, sempre meno. Un’analisi dell’attuale realtà di mercato non ci conforta. Non basta uno “slogan” per determinare una concreta inversione di tendenza che, da noi, dovrebbe essere preceduta da un progetto per ridare stimolo alla produttività. L’ottimismo di comodo non convince più nessuno.

 Quando i progetti indugiano sulla carta, l’economia resta inchiodata sul Golgota della recessione. Dato che il fatto non può essere sottaciuto, sarebbe meglio affrontarlo con i mezzi dei quali, realmente, possiamo disporre. Cioè ben pochi. Tutto il resto è spettacolo e neppure di buona lega. Gli italiani hanno bisogno di concretezza. Del resto, questo è il terzo Esecutivo che vive fuori dalla fiducia elettorale.

 Sono cambiati i partiti, si sono andati a modificare anche i loro programmi. L’opposizione è solo formale e le nuove, possibili, alleanze restano confinate al varo di una nuova normativa della quale mancano ancora concreti contenuti applicativi. Per tentare di uscire dal tunnel della crisi, ci vorrebbero iniziative differenti; se non nuove, almeno originali. Invece, si tira avanti con le usuali assicurazioni che si presentano bene, ma enunciano poco. I “fatti” e i “misfatti” d’Italia verranno al pettine. Intanto, la disoccupazione saluta la primavera con una percentuale ancora a due cifre. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Energia. L’Italia, le trivelle e la sicurezza energetica

 

Domenica 17 aprile i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi attraverso un referendum popolare sulla durata delle concessioni di coltivazione di idrocarburi nel sottofondo marino all’interno delle 12 miglia dalla costa.

 

Senza entrare nel merito del quesito referendario, definito in modo un po’ artificioso "antitrivelle" dai suoi promotori, appare importante chiarire alcuni punti relativi alla produzione nazionale di petrolio e gas naturale e al suo contributo alla sicurezza energetica del paese. Per farlo, è necessario partire da un dato di fatto, e da un falso mito.

 

Un dato di fatto: la dipendenza energetica

L’Italia, è un dato di fatto, è un paese fortemente dipendente dall’importazione di risorse energetiche. Nonostante il significativo contributo delle rinnovabili nel mix elettrico nazionale (circa il 40%), alla luce della crescita delle importazioni di gas naturale e petrolio, il nostro Paese rimane altamente vulnerabile in materia di approvvigionamenti dall’estero.

 

Nel 2015, l’Italia ha importato oltre il 90% dei propri consumi di gas naturale e il 92% di quelli di greggio. E se le importazioni di greggio sono ben diversificate grazie a un portfolio di oltre 20 fornitori internazionali, la situazione nel settore del gas naturale è ben più problematica.

 

Le importazioni italiane, infatti, sono fortemente concentrate, con Russia, Algeria e Libia che forniscono quasi tre quarti degli approvvigionamenti dall’estero. In particolare, nell’ultimo anno, la dipendenza dal gas russo ha raggiunto livelli critici, arrivando quasi al 50% delle importazioni totali.

 

Il contributo del gas nel mix energetico italiano è particolarmente rilevante soprattutto alla luce del suo apporto fondamentale alla generazione elettrica. Ciò è dovuto anche al fatto che, contrariamente alla maggioranza dei Paesi dell’Unione europea, in base al risultato dei referendumdel 1987 e del 2011, il nostro Paese ha rinunciato alla produzione di energia nucleare sul suo territorio.

 

L’assenza del nucleare, che garantisce circa un terzo dell’elettricità prodotta nell’Ue, rende infatti la generazione elettrica in Italia maggiormente dipendente dal gas naturale - e quindi dalle importazioni - rispetto a gran parte dei partner europei.

 

Un falso mito: la scarsità di risorse

Ciò che viene spesso taciuto - e veniamo al falso mito - è che il nostro Paese non è così povero di risorse energetiche come viene fatto credere all’interno del dibattito nazionale. Sia ben chiaro: il sottosuolo italiano non ha niente a che vedere con quello dell’Arabia Saudita o della Russia, e nemmeno è quello norvegese, principale Paese produttore di idrocarburi in Europa.

 

Tuttavia, all’interno dell’Ue, l’Italia è il quarto Paese in termini di riserve certe alle spalle di Olanda, Regno Unito e Danimarca, con all’incirca 85 milioni di tonnellate di greggio e 53 miliardi di metri cubi di gas.

 

Stando alle stime sulle risorse totali (certe, potenziali e possibili), le risorse presenti nel territorio italiano potrebbero garantire circa 43 anni della produzione attuale di petrolio e 21 di quella di gas. Grazie alle nuove tecnologie per la prospezione e l’esplorazione - questi tipi di attività, in Italia, sono praticamente bloccati dall’inizio degli anni 2000 -, le risorse localizzate nel sottosuolo italiano potrebbero essere effettivamente maggiori.

 

Ad ogni modo, il raddoppio dell’attuale produzione interna, come previsto dalla Strategia energetica nazionale (Sen) elaborata dal governo nel 2013, permetterebbe all’Italia di ridurre le importazioni di quasi 10 punti percentuali nei prossimi due decenni. Il tutto a beneficio della sicurezza energetica del nostro Paese, nell’attesa che le politiche di decarbonizzazione al 2030 e al 2050 vengano portate progressivamente a regime.

 

Strategie italiane ed europee

Ebbene sì, perché l’Italia, come l’Unione europea, è chiaramente impegnata in uno sforzo di trasformazione del proprio settore energetico verso un modello sostenibile. Ciò è evidente nelle linee guida fornite dalla Sen italiana e dall’Energy Union dell’Ue: entrambe hanno nel crescente contributo delle rinnovabili nel mix energetico nazionale/europeo e nel miglioramento dell’efficienza energetica due capisaldi imprescindibili.

 

In quest’ottica, va anche letto il ruolo attivo del nostro paese a supporto dell’azione dell’Ue alla COP12 di Parigi, verso il raggiungimento di un accordo ambizioso e vincolante per la lotta al cambiamento climatico.

 

Nonostante questo, tuttavia, sia la Sen che l’Energy Union riconoscono l’importanza dello sfruttamento delle riserve autoctone di idrocarburi al fine di rafforzare la sicurezza energetica italiana ed europea. Nel bene e nel male, nei prossimi decenni le nostre economie continueranno a basarsi - seppur per quote sempre minori - sui consumi di petrolio e gas naturale.

 

La nostra dipendenza da partner energetici potenzialmente poco affidabili (si pensi ad esempio alla situazione in Libia o alle incertezze relative al futuro algerino) o in fase di declino produttivo (Norvegia e Olanda) continuerà a essere pertanto un elemento di vulnerabilità geopolitica per il Paese.

 

Ad essa si aggiungono considerazioni economiche non irrilevanti: l’attuale produzione nazionale di idrocarburi evita circa quattro miliardi annui di deficit commerciale, che potrebbero raggiungere gli otto in caso di raddoppio delle estrazioni.

 

Si tratta di fondi che, anziché essere destinati a maggiori importazioni di greggio e gas naturale dall’estero, potrebbero essere meglio investiti in un progressivo processo di trasformazione (tecnologica, regolatoria, comportamentale) del nostro settore energetico da qui ai prossimi decenni, come chiaramente stabilito nelle priorità strategiche di Bruxelles e del governo di Roma.

Nicolò Sartori, AffInt 14

 

 

 

 

 

Proposta di legge dei deputati Pd estero per l’esenzione dal canone Rai ai residenti all’estero proprietari di immobili in Italia

 

ROMA - Per ribadire concretamente il lavoro svolto (con mozioni, emendamenti, iniziative politiche) al fine di introdurre l’esenzione dal Canone RAI di tutti i cittadini italiani residenti all’estero e proprietari di immobili in Italia, i deputati del Pd eletti nella Circoscrizione Estero hanno oggi presentato una proposta di legge (primo firmatario Gianni Farina) che prevede una modifica al Regio Decreto n. 246 del 1938 concernente la disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni (Canone Rai).

La proposta di legge aggiunge il seguente comma all’articolo 1 del Regio Decreto: “Il canone di abbonamento non è dovuto in relazione agli apparecchi detenuti nelle unità immobiliari possedute, a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, da cittadini italiani non residenti in Italia ed iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), a condizione che l’unità immobiliare non sia locata o concessa in comodato d’uso”.

Nella relazione allegata alla proposta, i deputati del Pd (Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta, Tacconi) spiegano che la tassa deve essere abolita sia per ragioni di logica e giustizia fiscale sia per venire incontro a quelle che sono ritenute le ragionevoli richieste dei nostri connazionali. Sottolineando che con la nuova normativa appena approvata con la legge di stabilità il pagamento del canone viene subordinato – ancorché non esclusivamente ma significativamente – alla residenza anagrafica nel luogo dove si detengono gli apparecchi soggetti al canone, i deputati argomentano che i cittadini italiani residenti permanentemente all’estero, e quindi iscritti all’AIRE, non solo non hanno la residenza negli immobili posseduti in Italia ma non usufruiscono per tutto o la maggior parte del periodo di imposta delle trasmissioni radio-televisive italiane nei suddetti immobili. Inoltre la stragrande maggioranza di loro paga un analogo canone nel Paese di residenza e non riesce quindi a capire i motivi per i quali debba finanziare il servizio pubblico televisivo in Italia visto che non può usufruire a livello pratico di tale servizio perché residente a centinaia o migliaia di chilometri di distanza dall’abitazione per la quale gli viene richiesto di pagare il Canone Rai.

La proposta di legge - spiegano Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi - rappresenta soprattutto una forte esortazione al Governo che in questo modo viene invitato a rispettare i propri impegni, anche alla luce dell’approvazione proprio lo scorso mercoledì di una mozione nella quale si è impegnato a riconoscere la peculiarità degli italiani residenti permanentemente all’estero e a prevedere perciò l’introduzione di un provvedimento legislativo che stabilisca l’esenzione dal pagamento del canone di tutti i cittadini italiani residenti all’estero e proprietari di immobili in Italia. (Inform 12)

 

 

 

 

La prova di maturità che attende i 5Stelle

 

Cosa cambierà nella scena politica con la morte di Casaleggio? E cosa succederà nel Movimento 5 Stelle? Le due domande sono strettamente intrecciate e per rispondere bisogna capire cosa è stato Casaleggio per il Movimento e per la politica italiana. Era certamente un visionario. Pericoloso secondo molti osservatori. Interprete di un concetto di politica che sotto il titolo di democrazia del web consisteva in realtà in un controllo ferreo delle opinioni e di conseguenza dei comportamenti dei singoli. L'inventore del'"uno vale uno" agiva nell'ombra con il controllo del blog di Grillo. La sua Casaleggio Associati è la vera cabina di regia del Movimento. Ora la gestione è passata al figlio che da tempo aveva affiancato il padre. In questa centrale misteriosa venivano prese tutte le decisioni, le candidature, le espulsioni, la linea politica. La scomparsa del guru potrebbe avere nell'immediato un effetto moltiplicatore dei consensi, come fu la morte di Berlinguer trenta anni fa per il Pci. E questo si vedrà soprattutto nelle elezioni comunali, soprattutto a Roma. Ma nel medio lungo periodo, con Grillo che ha fatto un passo di lato e comunque ora è solo, il potere sarà sempre più affidato al direttorio, cioè il gruppo dirigente selezionato direttamente da Grillo&Casaleggio. Con Di Maio ormai lanciato verso la candidatura a premier nel 2018 (se non un anno prima) si capirà se questa struttura reggerà o se esploderanno gelosie, rivalità e faide che il duo al comando riusciva a governare. Certamente non ci sarà più la carica visionaria di una società governata via web. Senza più questo alibi ideologico i Cinquestelle dovranno cominciare davvero a fare politica. Vedremo se diventeranno un partito come tutti gli altri oppure riusciranno a mantenere quel tanto di utopistico che li ha contraddistinti, ma inserito in una struttura solida e capace di governare realmente una città come Roma o un Paese come l'Italia.  GIANLUCA LUZI  LR 12

 

 

 

 

L’Italia secondo paese Schengen per visti nel 2015. Oltre due milioni i visti emessi

 

ROMA - Anche nel 2015, l’Italia si conferma il secondo paese Schengen in termini di domande trattate e di visti effettivamente rilasciati: oltre due milioni di visti emessi nell’anno passato, che hanno generato percezioni consolari pari a 104 milioni di euro.

Malgrado una diminuzione delle domande di visto a livello globale, dovuta in prevalenza alla crisi economica che ha colpito i mercati, l’Italia è riuscita a contenere la tendenza negativa. La flessione strutturale nel numero di visti è stata in gran parte compensata da un notevole aumento delle richieste in Cina (553.993 richieste in totale, con un aumento del 38,6% rispetto al 2014). L’Italia è in Cina il primo Paese per domande di visto trattate.

A garantire la tenuta italiana, ha contribuito anche lo svolgimento di EXPO 2015 che ha fatto registrare un grande interesse in moltissimi paesi e permesso un afflusso consistente di visitatori.

Nonostante l’elevato numero di domande di visto trattate, i funzionari della Farnesina sottolineano il rafforzamento delle procedure volte a contrastare l’immigrazione illegale e a proteggere la sicurezza nazionale. Per turisti, uomini d’affari, studenti e lavoratori regolari vengono invece previste procedure selettive e rapide per il vaglio delle domande, grazie anche alle indicazioni del portale web “Il visto per l’Italia” (http://vistoperitalia.esteri.it/home.aspx) che è risultato essere un eccellente canale d’informazione, facendo registrare accessi di poco inferiori al milione. (Inform 11)

 

 

 

M5S, tutte le incognite del dopo Casaleggio

 

Mentre a Milano la camera ardente accoglie il lutto dei grillini, si comincia a riflettere sul futuro del movimento che Gianroberto Casaleggio aveva fondato insieme a Beppe Grillo. È probabile che la morte del misterioso e sfuggente ideologo del movimento crei un effetto moltiplicatore nelle elezioni di giugno per i sindaci delle principali città. La Raggi, ad esempio, già premiata dai sondaggi, potrebbe avvantaggiarsi dall'ondata emotiva. Forse già domenica prossima in occasione del referendum sulle trivelle, la morte di Casaleggio potrebbe convincere gli ambientalisti più tiepidi, che magari non sarebbero andati a votare, a recarsi ai seggi per scrivere sì sulla scheda per bloccare le perforazioni petrolifere. Ma nel medio periodo cosa succederà nel gruppo dirigente e con chi si schiereranno le truppe parlamentari in assenza di un personaggio che dominava senza contraddittorio la comunicazione e le decisioni politiche? Già in molti chiedono a Beppe Grillo di tornare in campo per garantire quella continuità che rischia di essere spezzata da una lotta di successione. Chi terrà a freno le ambizione dei componenti del direttorio, e chi garantirà che le istanze originarie del movimento vengano rispettate nel confronto quotidiano della politica e, soprattutto, nell'esercizio del potere? Beppe Grillo ha detto che se i Cinquestelle non vinceranno le elezioni politiche tanto vale rinunciare. Ma se i sondaggi di adesso saranno confermati fra due anni, esiste la possibilità concreta che il Movimento arrivi al governo del Paese. Ma ancora prima di arrivare a questo, cosa resta in piedi già oggi del radicalismo rivoluzionario dell'"uno vale uno"? Dalla restituzione degli stipendi da parlamentare agli scontrini, dalla democrazia via web alla scelta sempre via web dei candidati che venivano confermate solo se piacevano a Casaleggio (vedi la Bedori a Milano) la pratica è ben lontana dalla teoria con cui il M5S si era presentato. Il movimento ha quindi bisogno di un nuovo leader politico. La guerra di successione è appena cominciata. GIANLUCA LUZI LR 13

 

 

 

 

 

Comitato per le questioni degli italiani all’estero: l’audizione dei rappresentanti dell’Enit Antonio Preiti e Marina Cencioni

 

Micheloni : “Vogliamo realizzare una proposta che faccia capire come le risorse utilizzate per la diffusione della lingua e la cultura italiana all’estero rappresentino un investimento per il nostro Paese”

 

ROMA -  Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, promossa congiuntamente al Senato dalla Commissione Istruzione Pubblica, Beni Culturali e dal Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero, si è svolta l’audizione dei rappresentanti dell’Agenzia Nazionale del Turismo (Enit).

La seduta è stata aperta dal presidente del Comitato Claudio Micheloni che ha evidenziato come questa riflessione ad ampio spettro sulle attività di promozione della lingua e cultura italiana nel mondo sia finalizzata alla realizzazione di una proposta che innovi questo settore. “Vi sono alcune parole -  ha spiegato Micheloni - come ‘fare sistema Paese’ che sono molto alla moda nel mondo politico. Abbiamo quindi pensato di ascoltare voi dell’Enit, chiameremo anche i rappresentanti dell’Ice, di Confindustria e di altri settori, per capire in primo luogo come siete situati oggi nel mondo e se avete già qualche attività legata diffusione della cultura e della lingua italiana. Lo scopo è quello di mettere in pratica l’idea di ‘fare sistema Paese’  e di realizzare una proposta su questo tema che faccia capire come le risorse utilizzate per la diffusione della lingua e la cultura italiana all’estero non siano inutili ma rappresentino un investimento e un ritorno economico per il nostro Paese, oltre che un elemento di raccordo con le comunità italiane nel mondo”.

Ha poi preso la parola Antonio Preiti, consigliere di amministrazione dell’Enit,  che ha ricordato come la diffusione della lingua italiana all’estero rappresenti una parte integrante delle politiche di promozione turistica del nostro Paese. “Più si diffonde all’estero la nostra lingua – ha spiegato Preiti - più cresce l’interesse per l’Italia e quindi la nostra capacità attrattiva”.  Preiti ha anche ricordato sia le variegate

attività di promozione culturale che si svolgono all’estero, mostre, presentazioni di libri, festival cinematografici, sia la fattiva collaborazione con la Società Dante Alighieri che permette di porre in essere importanti iniziative, pur in assenza di un accordo quadro che consentirebbe un approccio sistematico alla promozione della cultura italiana.

Segnalato da Preiti anche il grande interesse per la nostra lingua presente in molti Paesi, ad esempio in Giappone l’apprendimento dell’italiano viene visto come un elemento di status symbol, e l’importanza del modello inglese per quanto riguarda l’insegnamento della lingua all’estero. Un esempio, quest’ultimo, di come si possa fare business attraverso la promozione culturale che, sia pure con connotazioni diverse,  potrebbe essere d’insegnamento. Preiti ha inoltre espresso apprezzamento per il fatto che il comparto del turismo sia stato ricompreso nelle competenze del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Preiti si è infine detto disponibile all’elaborazione di un programma o di un accordo, nell’ambito della promozione linguistica e culturale, con la Dante o con gli istituti italiani di cultura.

Dal canto suo Marina Cencioni, dirigente dell’Ufficio Programmazione e Comunicazione dell’Enit, ha ricordato come nel 2004 l’Agenzia nazionale del turismo abbia stipulato un protocollo con il ministero degli Affari Esteri e l’allora ministero per le Attività Produttive volto ad istituire presso le delegazioni diplomatiche tavoli di confronto fra tutte le istituzioni che si occupano della promozione della lingua e della cultura italiana. Riunioni di sistema che consentono di dialogare sulle iniziative da mettere in campo. E’ poi intervenuto il senatore Francesco Giacobbe (Pd) eletto nella ripartizione Asia-Africa-Oceania-Antartide, che ha parlato della mancanza di collaborazione fra l’Enit, le amministrazioni e le imprese straniere per quanto riguarda la diffusione dell’immagine del patrimonio culturale del nostro Paese. “La cultura italiana si vende da sola – ha affermato Giacobbe – e in questo ambito nel mondo c’è tutto un mercato che potrebbe dare risultati positivi” La senatrice Maria Mussini (Misto) ha invece espresso apprezzamento per le informazioni offerte sul sito web dell’Enit ad ha chiesto se esistano difficoltà a definire in questo ambito sinergie sistematiche con le istituzioni culturali presenti all’estero. Dalla Mussini è stata anche sottolineata la necessità di completare i percorsi di apprendimento della lingua italiana negli altri Paesi con momenti di soggiorno studio in Italia per apprendimento in loco. Fra gli altri interventi segnaliamo quello di Renato Turano (Pd), eletto nella ripartizione America Settentrionale e Centrale, che ha richiesto lumi sulla riduzione di visibilità evidenziata negli ultimi anni dall’Enit negli Stati Uniti e in Canada, e la riflessione dello stesso presidente Micheloni che ha sollecitato informazioni su possibili coordinamenti fra l’attività dell’Enit e delle Regioni. Enti territoriali, questi ultimi, che spesso in questo settore agiscono all’estero in maniera autonoma.

In sede di replica Preiti ha precisato come i programmi dell’Enit siano rivolti alle imprese turistiche e ai consumatori e abbiano sempre come destinatario finale il pubblico. Dopo aver ricordato i meriti della Società Dante Alighieri, Preiti ha poi ipotizzato per il futuro il perseguimento di un approccio sistematico anche con altre istituzioni, dal momento che il comparto del turismo e quello della cultura sono stati ricompresi nell’unico centro di competenze rappresentato dal ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Auspicato da Preiti anche il potenziamento della rete di scuole italiane all’estero, spesso riconosciute, è il caso della Romania,  come centri qualificati di formazione. Per quanto poi concerne la visibilità dell’Enit il consigliere di amministrazione ha ricordato come la promozione turistica all’estero sia assicurata più dalle informazioni via web che dalla rete delle sedi territoriali. Preiti ha anche ricordato come a tutt’oggi il turismo rientri fra le competenze delle Regioni a seguito della riforma costituzionale del 2001. Una situazione che potrebbe cambiare nel caso di approvazione della riforma che prevede una parziale centralizzazione delle competenze turistiche nel governo centrale. Preiti ha infine segnalato la presenza di un’ottima intesa fra l’Enit  e le Regioni, che lavorano insieme per compattare le forze sulle varie iniziative promozionali all’estero. (G.M./Inform 14)

 

 

 

 

 

Riflessione sui Patronati e le politiche per gli italiani all’estero

 

Lo scorso 23 marzo, il Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato ha approvato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sui Patronati italiani all’estero. A commentare le conclusioni del Comitato, ma anche lo stato delle politiche per gli italiani all’estero è oggi Antonio Bruzzese, già responsabile dell’Inca in Argentina e consigliere del Cgie, in questa lunga nota segnalata dall’Aise

 

Il Comitato per le questioni degli italiani all’estero ha concluso l’indagine conoscitiva riguardo all’attività dei Patronati italiani che operano fuori dal territorio nazionale. Tale indagine venne autorizzata dal Presidente del Senato in data 10 ottobre 2014.

Il documento conclusivo approvato all’unanimità, rappresenta uno spaccato esauriente dei seri e gravi problemi che il rapporto evidenzia.

Occorre dare atto che il lavoro svolto ha visto il contributo di senatori di diverse forze politiche- PD- NCD- M5s con una sostanziale correttezza nella conduzione dell' indagine. Un ringraziamento particolare va al Presidente della Commissione, Claudio Micheloni.

Un lavoro a volte complicato da spinte e controspinte non semplici da gestire. L’indagine ha attraversato Finanziaria e Legge di stabilità, con riduzioni assai ridotte delle risorse a disposizione dei Patronati.

I soggetti interessati, anziché pensare agli illeciti rilevati producendo proposte, hanno scelto la resistenza, la difesa ad oltranza, in spregio alla evidenza dei fatti.

Interviste a ripetizione hanno annunciato catastrofi, hanno gettato artatamente milioni di italiani nella disperazione, facendo finta di non sapere che l’Italia è l’unico paese al mondo ad avere la formula "Patronato" con gratuità per tutti. La Spagna, che ha più emigrati dell’Italia, assiste i propri connazionali in 35 paesi attraverso la propria Rete consolare.

Abbiamo assistito a campagne con raccolta di firme e ad annunci di una mobilitazione mondiale. BUMM !

Gran parte dei parlamentari eletti all’estero e qualche frenatore più realista del re hanno lanciato patemi, confondendo i diritti degli italiani all’estero con gli abusi, sprechi e con i vizi dei palazzi romani. Nel coro non sono mancate le difese delle Associazioni e del CGIE. Una nutrita schiera di Cavalieri di alto mare e soffiatrici di minestrine si sono dimostrati più preoccupati di perdere benefici per il sopraggiungere della fine della lotteria della vita, comunque vinta dai Parlamentari eletti all’estero, che altro.

Penosi i tentativi di coloro i quali hanno presentato la Camera dei deputati come “i buoni” contro il Senato, ovvero la "malvagità". A costoro suggerirei di occuparsi dei diritti delle persone, a cominciare dalle maggiorazioni sociali, che in parte non si pagano. Avanza un programma che tende ad eliminare l’integrazione al minimo, le maggiorazioni sociali, l'invalidità, gli assegni familiari e, in ultimo, la reversibilità. Bocconiani di grande livello pensano di fare i Robin Hood alla rovescia. Togliere a chi non ce la fa per darlo al fondo per la povertà.

L’attività di Patronato - Da avvocato dei poveri a crisi profonda.

Alla fine della seconda guerra mondiale, in un contesto di distruzione, fame e disoccupazione vennero riconosciuti il 29 dicembre del 1947 i Patronati Inca e Acli. Il decreto istitutivo è del 29 luglio dello stesso anno.

L’evoluzione legislativa registra varie tappe. Nel 1947 decreto 804, il 13 dic. del 1994 viene emanata la 764 fino al 30 -3 – del 200, infine la legge 152 in vigore.

La storia del Patronato è segnata da un ruolo insostituibile di grande portata. La massiccia emigrazione potè contare sull’aiuto del Patronato come nessun altro avrebbe potuto.

Memorabili le battaglie per il riconoscimento di malattie professionali quali la silicosi. L’azione in settori minerari come Marcinelle fu straordinaria.

Nel corso del tempo - 10, 15 anni fa - per l’estero si constata un venir meno del “lavoro”, mentre per i residenti in Italia si avvertono modifiche nel pensionamento: età e condizioni fino alla scomparsa delle pensioni di anzianità. Con la legge 152 non si opera nessun cambiamento vero. Le risorse passano dai 400 miliardi di lire a oltre 400 milioni di Euro all’anno. Esattamente il doppio.

COSA EVIDENZIA IL RAPPORTO

Modalità di svolgimento dell'attività all’estero

Malgrado le condizioni delle associazioni, sul piano giuridico, siano quelle di associazioni libere locali, le sedi nazionali dei patronati utilizzano una gestione diretta sia sul piano operativo che organizzativo.

Nelle audizioni, ma non solo, si è mentito apertamente. Le convenzioni tra patronato nazionale e associazioni estere sono una finzione. Sono contratti-capestro dove si hanno solo doveri, senza nessuna garanzia per il personale e gli assistiti. Vergognoso il caso Inca Svizzera. Potere enorme, responsabilità zero. Scandaloso ciò che scrive il Ministro del Lavoro al Comitato. “L’Inca segue nell’attività in Svizzera con il relativo finanziamento”. Non esiste decisione che non venga presa senza il consenso della “casa madre”.

FINANZIAMENTO ISPEZIONI

Il Ministero del Lavoro provvede a effettuare le ispezioni necessarie per la verifica della organizzazione e dell’attività svolta, con proprio personale dipendente che abbia particolare competenza in materia, utilizzando, nella percentuale dello 0,10%, il prelevamento, di cui all’articolo 13 della succitata legge n. 152/2001.

Nei 3 anni, nei quali non sono state effettuate ispezioni, dove sono finiti i fondi? Si tratta di circa un milione e duecentomila Euro. Come si può affermare che non ci sono state risorse?

È evidente la collusione con un sistema fortemente lottizzato, che ha perso nel tempo molte professionalità.

Doppia statisticazione e circolari interpretative (3.6)

Il regolamento ministeriale ha dato origine a molte errate interpretazioni, in particolare sui criteri di finanziamento e sulle modalità di registrazione dell’attività svolta dalle associazioni di patronato all’estero, come rivelavano le numerose circolari emanate sull’argomento dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

Vale la pena di sottolineare che la disciplina vigente non dispone la procedura di duplice statisticazione per nessuna tipologia di pratica.

Il fenomeno ha alterato la corretta certificazione del lavoro effettivamente svolto, la sua statisticazione e relativo finanziamento.

Esso non può essere imputato alla volontà degli operatori, su cui si scaricano le responsabilità, ma esclusivamente alle direzioni nazionali di Patronato. Il contenzioso con la Germania, dove fa comodo parlare d’altro, testimonia, con lettere persino della CGIL, dello schema organizzativo a cui imperativamente attenersi. Nel contenzioso Germania, come emerso al Comitato per le questioni degli italiani all' estero , l’Inca, 48 ore prima del pronunciamento del giudice, invitava la controparte ad una mediazione economica, purché non si parlasse più, a livello mondiale, di duplice statisticazione. Iscritto alla Cgil da 49 anni, con amarezza constato il grado di profonda crisi in cui si trova la Confederazione. Non so come, ma occorre risindacalizzare la Cgil.

MANDATO DI PATROCINIO (3.7)

Come emerge dai verbali di ispezione, una delle principali motivazioni per il mancato riconoscimento delle attività è causata da mandati inesatti, incompleti o inesistenti. È uno degli aspetti che caratterizzano il fenomeno dei duplicati e delle pratiche riproposte su più anni d'attività, nella prassi cartelle vuote date tuttavia per buone.

Relazioni al Parlamento (3.9)

Le relazioni fino all’anno 2011 danno indicazioni e forniscono considerazioni in merito all’attività ispettiva delle sedi estere ed evidenziano molte delle criticità riscontrate anche nei verbali di ispezione, vale a dire

• mandati inesatti o assenti;

• registrazione di attività inerenti agli anni precedenti;

• pratiche intestate a individui non cittadini Italiani, o residenti in paese diverso da quello ispezionato;

• pratiche non finanziabili;

• in tutti gli anni fino al 2008, errata registrazione dell’attività di accertamento dei redditi dei connazionali all’estero che in quegli anni non rientravano tra le attività che davano diritto al punteggio.

Vigilanza e controlli (3.12)

Le ispezioni per l’anno 2012 sono state programmate nel 2015 per mancanza di fondi (???), quando per l’attività di vigilanza viene utilizzato lo 0.10% del fondo patronati.

Relativamente alle ispezioni 2008- 2012 dai verbali emerge quanto segue:

le motivazioni hanno riguardato prevalentemente pratiche con mandato di patrocinio irregolare o prive di mandato di patrocinio o con documentazione carente o addirittura assente, non statisticabili perché relative a tematiche non previste, ovvero non statisticabili in quanto riferite ad anni diversi, nonché pratiche non reperite, duplicate con diverso codice, pratiche senza esito. Questo dato si somma a quanto descritto nelle relazioni al Parlamento.

Nel periodo indicato le ispezioni hanno riguardato 159 uffici su un totale di circa 473.

Nel 2009 si registra per tutti i patronati un consistente aumento delle attività (maggiore del 30 %). Dopo questa data le attività si assestano al livello più alto in contrasto con la tendenza negativa dei pagamenti delle pensioni all’estero che dal 2011 sono in costante flessione, arrivando a segnare -30% in Argentina. Non sanno più neanche mentire.

AUDIZIONI

Nel corso di due sedute sono stati ascoltati i vari patronati.

Sono stati richiamati compiti e pratiche diversi, dalla nuova emigrazione alla sostituzione dei consolati con servizi quali il rinnovo della carta d’identità per gli anziani e portatori di handicap o il rinnovo del passaporto. Dall’Inca è stato indicato che oltre il 60% di pratiche non è finanziato.

L’Inps ha fornito una serie di dati relativi al numero e agli importi pagati e annunciando per l’ennesima volta che sono stati avviati negoziati con Argentina, Regno Unito e Brasile per uno scambio telematico con gli Enti Previdenziali corrispondenti.

Semplicemente numeri al lotto. Si scambiano i desideri con la realtà.

Nel decreto del Ministero del Lavoro, che consente ai Patronati nuove attività, non si riscontrano nuove professionalità degli operatori stessi. L’assistenza legale, fiscale, la consulenza patrimoniale, quella del mercato del lavoro e così via sono attività svolte normalmente da consulenti fiscali e del lavoro. Le attività conferite per decreto richiedono inoltre anni di studio e abilitazione e prevedono un concorso delle spese, per talune prestazioni, da parte degli utenti.

Attenzione: oggi si opera come associazioni non profit. In Argentina, ad esempio, per avere la “esencione de garancia” si è sottoposti a controlli del fisco assai severi. Basta incassare un solo pesos e l’attività diventa commerciale, con una tassazione media del 43%. Lo stesso discorso vale anche per tanti altri paesi, ei si sovrappongono due legislazioni diverse, quella italiana e quella del paese dove si opera. Le disposizioni emanate non possono trovare applicazione ovunque all'estero, si pensa di operare ovunque come se ci si trovasse a Modena o a Peschici.

CASO INCA SVIZZERA

La questione ci riporta alle considerazioni iniziali.

All’estero si opera con associazioni locali con cui vengono stipulate convenzioni. Esse sono una finzione poiché i soli poteri sono in mano ai patronati nazionali. I mandati sono intestati al servizio INCA, la statistica presentata al Ministero sempre dall'INCA, il finanziamento dal Ministero all’INCA, che poi distribuisce come crede.

Nel caso in questione, l'INCA fallisce, ma, come certifica il Ministro del lavoro, apre con altro nome, e continua ad essere presente in Svizzera, godendo del finanziamento italiano.

Un errore grave, non degno di una grande Organizzazione. Quanto avrebbe guadagnato la CGIL se avesse concordato tempi e modi per il giusto risarcimento ai pensionati truffati? Sono lontani i tempi in cui Bruno Trentin rinunciava, per la CGIL, a 27 miliardi di lire spettanti dal fondo Patronati, per salvare dal fallimento le Acli.

Quesiti posti dal Cqie al Ministero del Lavoro. Essi sono indicati in 16 punti del rapporto.

RISPOSTE DEL MINISTRO.

Premesso che negli ultimi anni si sono succeduti i ministri del lavoro Maroni, Giovannini, Fornero, le risposte, anziché attenuare i rilievi del rapporto, li aggravano ulteriormente. Esse sono un mix di citazioni legislative, circolari ministeriali, vademecum di comportamento con una evidente ammissione di impotenza.

Le ispezioni per il 2016 riguarderanno in Europa solo la Spagna - poche centinaia di punti - mentre il 75% dell’attività mondiale è svolta negli altri paesi europei.

Suggerirei ispezioni rapide in Germania dove le pratiche da doppia statisticazione dal 2013 al 2014 sembrerebbero essere "lievitate" in modo improvviso e rilevante, e così via. Un po’ come le vacche di Mussolini.

La verità è che il Ministero del lavoro non esiste da tempo. Da anni non è un centro regolatore e garante dell’attività dei patronati. La collusione è grande.

CONCLUSIONI

Malgrado le risposte del Ministro del Lavoro, il Cqie approva il documento finale senza alcuna indicazione per accertare e colpire le evidenti responsabilità. Le conclusioni dell’indagine hanno pertanto un limite grave. Non si pongono il problema di individuare responsabilità, fino a quando non disporranno la consegnare dei documenti acquisiti alla Autorità Giudiziaria, alla Guardia di Finanza e alla Ragioneria dello Stato.

Concordiamo che occorre parallelamente procedere ad una nuova Legge con rigore e trasparenza.

QUALE RIFORMA?

Occorre superare la legge 152, varare una nuova legge valida solo per l’attività in Italia. I punti fondamentali dell'attività dovrebbero riguardare l’immigrazione e la famiglia. Mix pubblico e privato, assicurando la gratuità alle categorie più deboli e fissando il diritto legato al reddito. Tutte le attività “diverse“ vanno pagate e fiscalmente regolarizzate.

La dimensione del fondo dovrà tenere conto delle prestazioni a pagamento.

COSA FARE SUBITO

1- Abolire la norma che obbliga i Patronati a operare in almeno 8 paesi. Questa condizione clientelare ha avuto come effetto un aumento esponenziale delle sedi di patronato all’estero, il più numeroso degli ultimi 5 anni. Nonostante, ancora una volta, diminuiscano le pensioni all’estero e si esaurisca la “vecchia” emigrazione, si assiste solo a dei taglietti molto ridotti, e, ciononostante, alla moltiplicazione dei punteggi e del numero delle pensioni.

2- Non esiste e non deve esistere in nessun caso la doppia statisticazione. Il mandato di patrocinio va rilasciato dall’utente nel paese di residenza, accompagnato dal documento di identità, tesserino fiscale e impronte digitali. A pratica definita POSITIVAMENTE, viene attribuito il punteggio nell’anno di chiusura della stessa. Per più prestazioni nella stessa pratica non esiste punteggio aggiuntivo. Nel caso di contenzioso legale, l’utente contribuirà con il corrispettivo di 150 Euro. Sarà esonerato da questo onere se risulterà nella lista del Consolato tra gli Italiani indigenti.

3- L'operazione Red (accertamento redditi) si conclude con la campagna 2015. L’Inps si attivi per incrociare i dati con gli Enti dei diversi paesi ponendo fine a questa commedia inutile e costosa.

4- Il servizio anche a italiani di origine ma non iscritti all’Aire o non cittadini Italiani deve essere a pagamento. È necessario trovare le soluzioni opportune con il fisco per fornire il servizio sia gratuitamente che a pagamento.

5- Fornire l’elenco delle Associazioni all’estero, dei propri dipendenti e dei versamenti contributivi degli ultimi 5 anni.

6 – Dotare il Ministero del Lavoro, con opportuni controlli del Parlamento, di un contributo straordinario di un milione di Euro da utilizzare in un piano straordinario di ispezioni per gli ultimi 3 anni, nessun ufficio dovrà essere escluso. Il contributo va tolto ai saldi da effettuare ai Patronati e, in ogni caso, non prima del termine delle ispezioni. Altro che la passeggiatina in Spagna!

NUOVA LEGGE ATTIVITÀ ITALIA

I servizi, da definire, dovrebbero riguardare principalmente: immigrazione e famiglia.

Gli immigrati in Italia sono più di 5 milioni. Ben 500 mila hanno attività imprenditoriali piccole e medie, i loro contributi previdenziali permettono il pagamento di un importo equivalente alle pensioni di 600 mila pensionati italiani, con buona pace dei samurai della Tuscia.

La famiglia italiana vive una condizione di abbandono. Anziani e giovani non autosufficienti, una donna su tre dopo il primo figlio perde il lavoro, solo il 12% dei bambini frequenta un asilo nido pubblico, il precariato tra i giovani è dilagante. Ed inoltre, quale politica della casa per giovani che vogliono costruirsi un famiglia? Per ora, dopo rate non pagate di mutuo, la casa se la prendono le banche.

Eppure ogni giorno dobbiamo sentire sciocchezze di ogni tipo.

“Culle Vuote” Come riempirle? Per la previdenza è bene pensare a quella integrativa. Con quali risorse? quelle da disoccupati o del Jobs Act?

Un sistema pubblico e privato ma con gratuità dei servizi secondo il proprio reddito, da definire.

Fine del servizio di Patronato gratuito a tutti.

ATTIVITÀ ESTERO

L’attività all’estero dovrebbe essere regolata, tra i Consolati e le Associazioni ritenute idonee, con caratteristiche di Segretariato sociale in un mix di pubblico e privato. Il protocollo tra Patronati e Mae, il supporto ai Consolati appare una pura fantasia.

Il finanziamento viene spostato ai Consolati che devono essere potenziati. Essi garantiscono il rapporto con le Associazioni convenzionate nonché i servizi direttamente erogati. In Argentina sarebbero sufficienti 7- 8 punti.

Le convenzioni seguiranno criteri di assoluta trasparenza e professionalità.

Una attenzione particolare deve essere osservata nei confronti degli attuali operatori. Favorire la necessaria riqualificazione professionale, incentivi per costituire agenzie di servizio, dare in comodato, almeno per 10 anni, le sedi di proprietà dei patronati nazionai, un patrimonio ingente accumulato sulle spalle degli operatori.

Favorire anche una collocazione dove necessario, previo concorso, anche verso i Consolati per quelle mansioni che già oggi prevedono assunzioni locali.

IN CONCLUSIONE

Negli ultimi 10 anni, i Patronati hanno avuto oltre 4 miliardi di Euro, di cui 400 milioni per l’attività all’estero.

Il rapporto del Senato dice chiaro quale sistema truffaldino si è consolidato negli ultimi anni. L’attività all’estero è stata gestita come si faceva con le colonie.

La truffa è stata duplice:

a- Tra gli stessi patronati, visto che il fondo rimane fisso. I più grandi nell'amplificare il punteggio hanno abbassato il valore punto. I Patronati più piccoli hanno avuto un furto consistente. Per 20-25 mila punti stimiamo che la perdita negli ultimi 3 anni sia stata di almeno 600 mila Euro.

b- Con il raddoppio del punteggio, il compenso per una pratica si aggira intorno ai 400 Euro. Se consideriamo le pratiche “vere” – visto che il fondo è fisso - il rimborso sfiora 800 euro per un lavoro stimato mediamente di due ore. Il contribuente italiano non può e non deve, per nessuna ragione, farsi carico di un simile latrocinio.

“L’Italia all’Estero” va totalmente rivisitata. Comites, Cgie, Istituti di Cultura, la rete diplomatico-consolare. Non è tutto oro ciò che brilla. Ad esempio non capisco perché l’Italia sia l’unico paese ad avere un'ambasciata a Montecarlo. Gli altri coordinano da Berlino o Parigi.

I Consolati hanno compiti e mole di lavoro diversi dal passato. Tunisia, Marocco, Libia e tutto il Mediterraneo sono oggi altra cosa, così, per ragioni diverse, i paesi del Nord e Sud America.

Infine il voto all’estero. Chiedo perdono per il lavoro svolto anche con Tremaglia per questo diritto nonché per le campagne elettorali svolte.

I risultati sono vicino allo zero.

Pensiamo a non togliere il diritto di voto, ma gli italiani potrebbero votare le liste in Italia che potrebbero contenere anche candidature di residenti all’estero”. Antonio Abruzzese 

 

 

 

Lotta al terrorismo batte privacy, via libera al registro sui passeggeri degli aerei

 

Gli europarlamentari riuniti in plenaria a Strasburgo hanno approvato la direttiva che istituisce il registro europeo dei dati dei passeggeri aerei, Pnr, considerato uno strumento importante nella lotta al terrorismo. A favore del testo hanno votato 461 europarlamentari, 179 sono stati i contrari e 9 gli astenuti.

La proposta di direttiva europea sul Pnr (Passenger Name Records) votata dall'Europarlamento mira a contrastare con maggiore efficacia il fenomeno dei foreign fighters. E' un testo di compromesso, frutto di un lungo dibattito, che mira a regolare in maniera uniforme il trattamento e la condivisione dei dati personali dei passeggeri via aria da parte degli Stati membri nella lotta contro il terrorismo e i delitti gravi, prevedendo nel contempo una serie di salvaguardie per proteggerli.

La direttiva ha una lunga storia: la proposta della Commissione Europea è del 2011 (dopo una prima proposta nel 2007); il Consiglio ha deciso un approccio condiviso alla materia nel 2012. La proposta però è stata rigettata dalla Commissione sulle Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni (Libe) dell'Europarlamento nel 2013, che ne contestava la necessità e proporzionalità. Dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015 la proposta è tornata di attualità, come strumento per contrastare il fenomeno dei foreign fighters, i cittadini Ue che vanno in Siria o altrove a combattere e che possono tornare in patria radicalizzati, militarmente addestrati e pericolosi.

Nel luglio scorso la Commissione aveva presentato un nuovo rapporto, aprendo i negoziati con il Consiglio; dopo gli attentati di Parigi, nel dicembre scorso, si è arrivati ad un compromesso, sostenuto dal Consiglio e dalla Libe. I dati Pnr sono le informazioni sui passeggeri dei voli detenuti dalle compagnie aeree per motivi operativi: contengono il nome del passeggero, le date di viaggio, l'itinerario e i metodi di pagamento.

I dati Pnr vengono già raccolti dalle forze dell'ordine per motivi di sicurezza in alcuni Stati (Regno Unito e Danimarca). Secondo la direttiva proposta, le compagnie aeree saranno obbligate a trasferire (in modalità 'push') i dati Pnr dei passeggeri dei voli extra Ue allo Stato membro in cui l'aereo atterrerà o dal quale partirà. Ogni Stato creerà una Unità per le Informazioni sui Passeggeri (Passenger Information Unit, Piu), che avrà il compito di ricevere, conservare e valutare i dati, principalmente attraverso il confronto con le altre banche dati, in modo da identificare le persone che richiedono esami ulteriori da parte delle autorità competenti.

I dati Pnr verranno quindi trasmessi alle autorità di competenza caso per caso, non in modo indiscriminato. I dati Pnr devono essere conservati per cinque anni: tutti i dati di identificazione restano pienamente disponibili per sei mesi, poi vengono conservati in formato 'mascherato' (la Commissione aveva proposto 30 giorni; il Consiglio, che rappresenta gli Stati, 2 anni). Le Piu scambieranno anche informazioni tra gli Stati, poiché le autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza non avranno accesso diretto ai sistemi dati delle compagnie aeree (modalità 'pull'). La raccolta e l'utilizzo di dati sensibili (che rivelino l'origine razziale, la religione, le opinioni politiche, la salute o l'orientamento sessuale) dovrebbe essere proibita nella direttiva.

Il testo di compromesso prevede la possibilità, non l'obbligo, per uno Stato membro, di applicare la direttiva ai voli intra-Ue, come proposto dal Consiglio; in questo caso lo Stato deve darne notifica alla Commissione. Gli Stati possono raccogliere dati Pnr dalle agenzie di viaggio e dai tour operator. La direttiva prevede limiti all'uso dei dati Pnr, per rendere la norma in linea con il principio della proporzionalità: tra le altre cose, la lista dei delitti gravi che giustifichino l'uso dei Pnr è piuttosto ristretta; viene nominato un responsabile della protezione dei dati in ogni Piu, con poteri di monitoraggio rafforzati. Adnkronos 14

 

 

 

 

Un viaggio controcorrente attraverso storie di ordinaria migrazione

 

Alla Camera dei Deputati il dibattito sul libro di Vincenzo D’Acquaviva

 

ROMA – E’ stato presentato a Roma, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, il libro di Vincenzo D’Acquaviva, “Il Mondo Nuovo – una testimonianza e un viaggio controcorrente attraverso storie di ordinaria migrazione: tra speranze, conflitti politico-sociali e delusioni” (Levante). L’incontro è stato introdotto e moderato da Gianni Lattanzio che ha sottolineato come questo libro crei curiosità e emozione verso l’epopea dell’emigrazione italiana che ha contribuito a costruire la storia e l’economia del nostro paese. Ha poi preso la parola il deputato Stefano Fassina (Sinistra Italiana - Sinistra Ecologia Libertà) che ha rilevato come questa opera, che raccoglie nel nome delle memoria tanti racconti dallo straordinario valore, umano, sociale, culturale e politico, si ponga in un contesto attuale molto difficile caratterizzato da una inadeguata gestione dei flussi migratori da parte dell’Europa. “In questa fase in cui la politica fa grande fatica ad arginare l’ondata emotiva nei confronti dei migranti, - ha affermato Fassina - i racconti contenuti nel libro degli italiani che hanno vissuto difficili esperienze migratorie, ci consentono di avvicinarci con maggiore umanità  alla odierna realtà dei migranti che non è fatta semplicemente da numeri”. Dal canto suo la deputata Fucsia Nissoli (Democrazia Solidale - Centro Democratico), eletta nella ripartizione America settentrionale e centrale, ha sottolineato come questo libro ci dia occasione di riflettere” sull’emigrazione italiana negli Usa, il mondo nuovo del libro, confrontandola con l’immigrazione. Due facce della stessa medaglia”. “Gli Stati Uniti sono stati a lungo - ha ricordato la Nissoli - meta privilegiata per quanti cercavano fortuna fuori dai confini nazionali, e di italiani che si recavano negli Usa, e ancora vi si recano, ce ne erano tanti, tutti con la speranza di realizzare il sogno americano, anche se poi scoprivano, come ci fa notare l’autore, che non sempre l’America è quella dei sogni e dei racconti di quelli che tornano. Ma è fatta di sacrifici e di lavoro duro. Quel sacrificio,  però, che ha contribuito a costruire l’America, fatta attraverso la convivialità delle differenze, dove ogni immigrato ha trovato la sua terra”… L’immigrazione, in America – ha aggiunto la deputata - ha avuto un ruolo importante anche nella ‘nation building’ e gli italiani sono parte fondamentale di questa avventura che ancora ci avvince e coinvolge molti giovani che partono con la speranza di realizzare se stessi e la loro famiglia”. “La storia di D’Acquaviva - ha  concluso la Nissoli - ci fa ripercorrere, attraverso le vicende personali,…., la storia dell’emigrazione, i timori e le attese, tutto quello che è semplice ma che ha contribuito a costruire le nostre Comunità in America. Potremmo dire che l’autore attraverso il suo racconto ci mostra il percorso della storia che si intreccia con le vite di ciascuno, con una testimonianza diretta e legando bene l’emigrazione con l’immigrazione con tutti suoi aspetti problematici, cosa che la politica ancora non è riuscita a capire, un grande merito che mi sembra dobbiamo riconoscergli”.

Ha poi preso la parola Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio Migrantes della Diocesi di Roma e Lazio, che ha rilevato come l’opera di  Vincenzo D’Acquaviva  consenta, attraverso le sue storie, di comprendere la complessità del mondo delle migrazioni. Un fenomeno globale da studiare che sta crescendo di dimensione e fa parte della storia di tutti i popoli e di tutti i paesi. Per Felicolo il libro fa inoltre comprendere la necessità di superare i luoghi comuni che inquadrano l’emigrazione e l’immigrazione solo come una guerra tra poveri per il lavoro o un problema di ordine pubblico. “Certo – ha precisato Felicolo - sono realtà che ci sono, ma le migrazioni sono anche fatte di speranze e di sogni di una vita migliore che a volte si realizzano e a volte vengono delusi”. Dopo aver evidenziato l’importante partecipazione degli italiani al fenomeno di massa delle migrazioni, nell’ultimo decennio i nostri connazionali all’estero sono cresciuti del 49,3%,  Felicolo ha sottolineato come oggi gli immigrati con la loro presenza cambino il mondo del lavoro, della famiglia, della scuola, della comunità cristiana e della stessa parrocchia. “ Una chiesa che vive nella diversità – ha spiegato  Felicolo - è molto più ricca, testimonia l’universalità e lavora per il paziente percorso d’integrazione degli immigrati, un percorso  che non va confuso con l’assimilazione. Questa nuova realtà della mobilità – ha concluso  - ha bisogno di una società aperta al mondo”     

A seguire è intervenuta Anna Consiglio, del Centro Molese Cultura Studi Storico-Archeologici, che ha sottolineato come nel libro di Vincenzo D’Acquaviva si evidenzino i passaggi salienti della complessa storia della nostra comunità negli Stati Uniti. Una collettività che, nonostante le difficoltà iniziali, ha saputo mantenere in specifici contesti anche la proprie usanze religiose, permeando comunque con la sua cultura l’immaginario della cultura americana . Per la Consiglio dall’autore del libro vengono inoltre messe in evidenza sia le vaste reti sociali che all’arrivo negli Stati uniti accoglievano l’emigrato italiano, sia le problematiche legate alle divisioni forzate del nucleo famigliare, smembrate dalla partenza dei mariti che poi investivano i loro guadagni all’estero nell’acquisto di case e terreni nel paese d’origine. 

Dal canto suo il sindaco di Mola di Bari Giangrazio Di Rutigliano ha rilevato come le storie narrate nel libro rappresentino uno spaccato di un vasto movimento migratorio che coinvolgeva molte regioni italiane. Ricordati dal sindaco anche i grandi sacrifici sopportati dai nostri nonni per potersi affermare nel territorio di accoglienza. Un grande impegno che oggi  consente ai nostri connazionali di ricoprire ruoli di prestigio nella società americana. “ E’ bello constatare – ha aggiunto il sindaco – come a tutt’oggi rimanga forte il legame fra la terra d’origine e i nostri emigranti anche di seconda generazione”.

Da segnalare infine le parole dell’autore del libro Vincenzo D’Acquaviva  “Per noi – ha spiegato lo scrittore - è importante capire cosa abbia significato l’emigrazione italiana, perché solo conoscendo questa nostra storia potremo comprendere le speranze dei migranti di oggi. L’emigrazione è un fenomeno che è nato con l’uomo e che lo porta a cercare una realtà migliore rispetto al luogo natio”. D’Acquaviva, dopo aver ricordato che la paura dell’emigrato portò negli Stati Uniti all’ingiusta condanna di Sacco e Vanzetti, ha rilevato come ancora oggi il timore del diverso non ci consenta di vedere nell’immigrato presente in Italia solo un uomo desideroso di trovare per la sua famiglia un contesto positivo.  Per lo scrittore il forte legame che ancora unisce le nostre comunità all’estero all’Italia dovrebbe quindi aiutarci nella comprensione di quanti oggi lasciano la loro terre per sfuggire a guerre e persecuzioni. (G.M.-Inform 13)

 

 

 

 

Giovani italiani in Australia. Un “viaggio” da temporaneo a permanente

 

La pubblicazione, promossa dalla Fondazione Migrantes, fa luce sul fenomeno migratorio italiano in Australia, attraverso la voce e i volti dei protagonisti

 

Verrà presentato  a Roma, martedì 19 aprile, alle ore 15,00, nell’Auditorium “V. Bachelet” - The Church Palace - il volume Giovani italiani in Australia. Un “viaggio” da temporaneo a permanente.

Promosso dalla Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana ed edito da Tau, il volume è frutto di due anni di studio, analisi e ricerca. Prima opera nel suo genere, essa fornisce un'analisi dettagliata del fenomeno migratorio italiano in Australia: partendo dai dati statistici che illustrano i flussi migratori dall’Italia all’Australia nell’ultimo decennio, gli autori - Michele Grigoletti e Silvia Pianelli - hanno approfondito la grandezza e complessità degli eventi in atto e, attraverso le storie dei protagonisti, hanno portato alla luce i motivi, le sensazioni, i pensieri e le paure che caratterizzano il recente nuovo fenomeno migratorio.

Un video-reportage 88 giorni (nelle farm australiane): viaggio fra sogni, speranze e pensieri dei giovani italiani in Australia, inserito nel volume,  che testimonia l’esperienza di vita e di lavoro di migliaia di giovani italiani, di età compresa tra i 18 e i 30 anni, che ogni anno lavorano la terra australiana in zone rurali, lontane dalle principali città. Il reportage è una testimonianza visiva dello spaccato giovanile del 2016; mostra e fa capire come mai i giovani hanno fatto questa scelta, dove e con chi vivono, cosa pensano del proprio futuro e cosa si aspettano dall’Australia.

L’anteprima è disponibile anche sul sito www.88giorni.it.

Alla presentazione interverranno S.E. Mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes; gli autori del libro, Michele Grigoletti e Silvia Pianelli; il regista del video-reportage 88 giorni nelle farm australiane, Matteo Maffesanti; l’Ambasciatore Cristina Ravaglia, Direttore Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; il Senatore Francesco Giacobbe; l’Onorevole Marco Fedi e Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes.

La moderazione sarà affidata al giornalista Enzo Romeo. Dip 12

 

 

 

 

Il corto ha vinto la seconda edizione di “Fammi Vedere”, concorso organizzato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati

 

Nastri d’Argento del Cinema, il cortometraggio “Frontiers” di Hermes Mangialardo riceve una menzione speciale per l'animazione ai Corti d'Argento 2016

 

ROMA – Il cortometraggio “Frontiers” di Hermes Mangialardo -  vincitore della seconda edizione di “Fammi Vedere”, concorso di cortometraggi sull’asilo organizzato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) - ha ricevuto una menzione speciale per l’animazione nella selezione “Corti d’Argento” dei Nastri d’Argento del Cinema. Il Nastro d'argento è un premio cinematografico assegnato dal 1946 dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (Sngci).

“Frontiers” è stato al centro della campagna “Al di là dei muri” e sta accompagnando le attività di sensibilizzazione del Consiglio Italiano per i Rifugiati nel 2016.

Nel comunicato del Sngci si ricorda che il corto è stato scelto efficacemente per la campagna di raccolta fondi del Consiglio Italiano per i Rifugiati. Una targa è stata consegnata anche al Cir dalla presidente Laura Delli Colli . 

“Siamo davvero molto orgogliosi di questo risultato – ha dichiarato Roberto Zaccaria, presidente del Cir - Frontiers è un video che parla di incontro, di abbattimento delle frontiere, della semplicità dell’incontro umano rispetto all’artefatta costruzione di muri. Per queste ragioni è stato scelto come vincitore del nostro concorso ‘Fammi Vedere’ che ha l’obiettivo di raccontare con sguardi innovativi il tema dell’asilo: Frontiers racchiude in se tutto ciò che vorremmo fosse tradotto in politiche di accoglienza e integrazione, raccontandolo con il linguaggio lieve e meraviglioso del cinema d’animazione. Hermes Mangialardo è un artista che merita questo premio, per il suo impegno e la sua bellissima poetica”. 

“Il valore di questo riconoscimento – ha detto Fiorella Rathaus, direttrice del Cir - ci sembra oggi ancor più importante: mai come in questo momento crediamo infatti siano necessari messaggi chiari e semplici, ma non per questo meno forti. Alle immagini di Idomeni e a quelle terribili delle riammissioni verso la Turchia, vogliamo contrapporre la naturalezza della porta aperta dai bambini di Frontiers. Questo ci permette di recuperare quella naturale vicinanza umana che stiamo perdendo”. Il video Frontiers: www.youtube.com/watch?v=Z5r1gACG6AI

La terza edizione del concorso  del Cir “Fammi Vedere” verrà lanciata a maggio. (Inform)

 

 

 

 

Lesbos-Erklärung: „Diese Tragödie ist eine Krise der Menschheit“

 

Hier die Kernsätze der gemeinsamen Erklärung von Papst Fanziskus dem ökumenischen Patriarchen Bartholomaios I. und dem orthodoxen Erzbischof Hieronymus II. bei seiner apostolischen Reise nach Lesbos:

- „Wir haben uns auf der griechischen Insel Lesbos getroffen, um unsere tiefe Besorgnis über die tragische Lage der zahlreichen Flüchtlinge, Migranten und Asylsuchenden zum Ausdruck zu bringen, die nach Europa gekommen sind, weil sie vor Konfliktsituationen und – in vielen Fällen – vor der täglichen Bedrohung ihres Lebens geflohen sind.“

- „Die Tragödie erzwungener Migration und Vertreibung betrifft Millionen von Menschen und ist eine Krise der Menschheit, die zu einer Antwort der Solidarität, des Mitgefühls, der Großherzigkeit und zu einem unverzüglichen  praktischen Einsatz der Ressourcen aufruft.“

- „Es bedarf dringend eines breiteren internationalen Konsenses und eines Hilfsprogrammes, um die Rechtsordnung aufrechtzuerhalten, in dieser unhaltbaren Situation die grundlegenden Menschenrechte zu verteidigen, Minderheiten zu schützen, Menschenhandel und -schmuggel zu bekämpfen, gefährliche Routen wie die über das Ägäische Meer und das gesamte Mittelmeer auszuschließen und um sichere Umsiedlungsverfahren zu entwickeln.“

- „Solange die Not besteht, ersuchen wir nachdrücklich alle Länder, zeitlich beschränktes Asyl zu verlängern, denen, die dafür infrage kommen, den Flüchtlingsstatus zu gewähren, ihre Hilfskapazitäten auszudehnen und mit allen Männern und Frauen guten Willens für eine schnelle Beilegung der laufenden Konflikte zu arbeiten.“

- „Was uns betrifft, so beschließen wir im Gehorsam gegenüber dem Willen unseres Herrn Jesus Christus fest und aus ganzem Herzen, unsere Anstrengungen zur Förderung der vollen Einheit aller Christen zu verstärken.“

- „Wir bitten die internationale Gemeinschaft dringend, den Schutz menschlichen Lebens zur Priorität zu erheben und auf allen Ebenen inklusive Politik zu unterstützen, die sich auf alle Religionsgemeinschaften erstreckt.“

- „Die schreckliche Situation all derer, die von der gegenwärtigen humanitären Krise betroffen sind, einschließlich so vieler unserer christlichen Brüder und Schwestern, verlangt unser fortwährendes Gebet.“  (rv 16.04.)

 

 

 

Fördern und fordern. Koalition einigt sich auf Integrationsgesetz

 

Nach dem Motto „Fördern und Fordern“ will die Koalition ein Integrationsgesetz auf den Weg bringen. SPD-Chef Gabriel feiert es als „historischen Schritt“. Opposition und Verbände sind kritischer. Die geplanten Sanktionen lehnen sie ab.

Die Spitzen der Koalition haben sich auf ein Integrationsgesetz geeinigt. CDU, CSU und SPD vereinbarten unter anderem ein Arbeitsmarktprogramm für 100.000 zusätzliche Jobs aus Bundesmitteln. Wie aus einem in der Nacht zu Donnerstag veröffentlichten Ergebnispapier weiter hervorgeht, soll es zudem Integrationspflichten geben, die bei Nichteinhaltung mit der Kürzung von Sozialleistungen bestraft werden sollen. Auch die zuvor diskutierte Gestattung eines Daueraufenthalts nur bei Integrationsleistungen und eine Wohnsitzauflage für anerkannte Flüchtlinge finden sich in dem Papier.

Wie SPD-Fraktionschef Thomas Oppermann in der Nacht auf Twitter mitteilte, dauerten die Beratungen sechs Stunden. „50 Jahre nach dem Beginn der Einwanderung bekommt Deutschland jetzt ein Integrationsgesetz“, kommentierte er die Einigung. Neben den Partei- und Fraktionschefs nahmen auch die zuständigen Fachminister an dem Treffen teil. Die Eckpunkte sollen dem Koalitionsbeschluss zufolge am 22. April bei der Ministerpräsidentenkonferenz erörtert werden. Vom Kabinett beschlossen werden soll das Gesetz am 24. Mai auf der Klausurtagung der Bundesregierung in Meseberg.

Union und SPD vereinbarten zudem einen Katalog von Maßnahmen zur besseren Bekämpfung von Terrorismus. Ergebnisse über weitere Streitthemen wie das Gesetz zur Leiharbeit und Werkverträgen blieben zunächst offen.

Gabriel: historischer Schritt

Bundeskanzlerin und CDU-Chefin Angela Merkel bezeichnete es als „qualitativen Fortschritt“, dass der Bund Integration nun als gesetzliche Aufgabe betrachte. Für Vizekanzler Sigmar Gabriel (SPD) ist die Einigung ein „historischer Schritt“. Erstmals werde Deutschland ein Integrationsgesetz bekommen, sagte der SPD-Chef am Donnerstag in Berlin. Das Vorhaben sei „pragmatisch“. Es mache Zuwanderern in Deutschland klar: „Leistung lohnt sich.“ Gabriel betonte, Deutschland wolle keine Zwangsassimilierten. Wer hierzulande jedoch dazugehören wolle, der müsse etwas dafür tun. Integration sei anstrengend und fordernd: für die Migranten, die Gesellschaft und auch für den Staat. Dabei habe der Staat die Aufgabe, die Integration zu steuern, sagte der Bundeswirtschaftsminister.

Bei den Eckpunkten für ein Integrationsgesetz orientiert sich die Koalition am Grundsatz des „Förderns und Forderns“, wie es im Papier heißt. Auf der einen Seite stehen das Arbeitsmarktprogramm, das abgelehnten Flüchtlingen und Asylbewerbern ohne Bleibeperspektive nicht offenstehen soll, Erleichterungen bei der Ausbildungsförderung, eine Aufhebung der Altersgrenze bei Ausbildungen und eine Verkürzung der Wartezeit auf einen Integrationskurs von drei Monaten auf sechs Wochen. Auch die von der Wirtschaft geforderte Aufenthaltsgarantie für die Dauer einer Ausbildung und eine Bleibeerlaubnis für weitere zwei Jahre, wenn sich eine Beschäftigung anschließt, sollen im Gesetz festgeschrieben werden.

Sanktionen bei Integrationsverweigerung

Auf der anderen Seite will die Koalition „Mitwirkungspflichten“ der Flüchtlinge bei der Integration festlegen. Das Ablehnen oder der Abbruch von Maßnahmen sollen demnach zu Leistungseinschränkungen führen. Es sollen außerdem auch Flüchtlinge, die bereits über einfache Deutschkenntnisse verfügen, mit Blick auf den Zugang zum Arbeitsmarkt zur Teilnahme an einem Integrationskurs verpflichtet werden können. In den Kursen selbst soll die Wertevermittlung künftig eine stärkere Rolle spielen. Die entsprechenden Unterrichtseinheiten sollen von 60 auf 100 erhöht werden.

Ein Daueraufenthaltsrecht soll es künftig nur für anerkannte Flüchtlinge geben, die bestimmte Voraussetzungen unter anderem bei Sprache, Ausbildung und Arbeit erfüllen. Sie sollen damit weitgehend Arbeitsmigranten gleichgestellt werden, wobei die Koalition verspricht, die besondere Lage der Flüchtlinge bei der Ausgestaltung zu berücksichtigen. Auch die bereits vieldiskutierte Wohnortzuweisung für anerkannte Flüchtlinge soll es geben, um „soziale Brennpunkte“ zu vermeiden. Insbesondere Details in diesem Punkt sollen in der kommenden Woche mit den Ministerpräsidenten abgestimmt werden.

Pro Asyl: Gesetz treibt in soziale Abhängigkeit

Die Eckpunkte des Integrationsgesetzes stoßen bei der Flüchtlingsorganisation Pro Asyl auf Widerstand. Geschäftsführer Günter Burkhardt kritisierte die vorgesehenen Sanktionen bei Nichteinhaltung von Integrationspflichten und die geplante Wohnsitzauflage. „Ein Integrationsgesetz, das Sanktionen vorsieht, fördert entgegen aller Fakten das Vorurteil, Flüchtlinge wollten sich nicht integrieren“, sagte Burkhardt.

Entscheidend für die Integration seien Spracherwerb und vor allem der Aufenthaltsstatus. Genau das werde Flüchtlingen oft jahrelang verweigert, sagte Burkhardt. Die Wohnsitzauflage, die den massenhaften Zuzug in Großstädte verhindern soll, bezeichnete Burkhardt als „desintegrativ“. „Jobs findet man aus der Nähe, durch Netzwerke und direkte Kontakte“, sagte er. Die Auflage werde Flüchtlinge in die soziale Abhängigkeit treiben. (epd/mig 15)

 

 

 

Koalitionsausschuss. Merkel: Erstmals Bundesgesetz zur Integration

 

Die Regierungskoalition hat Maßnahmenpakete zu Integration und Terrorbekämpfung sowie weitere Gesetzesvorhaben auf den Weg gebracht. Bundeskanzlerin Merkel wertete die Einigung auf ein Integrationsgesetz als großen Fortschritt in der Flüchtlingsdebatte.

 

Zum ersten Mal in der Geschichte der Bundesrepublik Deutschland werde es ein Bundesgesetz zur Integration geben, sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel in Berlin bei einer gemeinsamen Pressekonferenz mit Vizekanzler Sigmar Gabriel und dem CSU-Vorsitzenden Horst Seehofer im Bundeskanzleramt. Es sei ein Fortschritt, dass der Bund das auch als seine Aufgabe ansehe. Mit dem

Prinzip des "Förderns und Forderns", umschrieb Merkel die Verabredungen.

Integrationsgesetz soll fördern und fordern

Die Bundeskanzlerin betonte, dass das Gesetz Angebote, aber auch Pflichten für Flüchtlinge bei der Integration vorsehe. Geplant sind weitere Erleichterungen bei Ausbildung und Arbeit. Außerdem soll es zusätzliche geförderte Jobs und bessere Zugänge zu Integrationskursen geben. Zudem sollen Integrationspflichten festgeschrieben werden, deren Nichteinhaltung Kürzungen bei den

Sozialleistungen zur Folge haben.

Mit dem geplanten Integrationsgesetz wolle die Bundesregierung verlässliche Angebote für Flüchtlinge schaffen, so Merkel. Kernpunkt sei, "zu versuchen, möglichst viele Menschen in den Arbeitsmarkt zu integrieren". Entscheidend sei das Erlernen der deutschen Sprache und die Qualifizierung. Das geplante Gesetz soll die erleichterten Ausbildungsangebote für Menschen mit guter Bleibeperspektive sowie Orientierungskurse bei schlechterer Bleibeperspektive regeln. Nicht alle könnten bleiben, betonte die Kanzlerin. Aber Schäden träten ein, "wenn wir Menschen erst einmal eineinhalb Jahre nichts anbieten".

Merkel betonte, dass so für Flüchtlinge, aber auch für Unternehmen Rechtssicherheit geschaffen werde. Zugleich gelte: "Wer die Ausbildung abbricht, verliert den Aufenthaltstitel." Für einen Zeitraum von drei Jahren soll auf die Vorrangprüfung bei Asylbewerbern verzichtet werden. Das heißt, die Bundesagentur für Arbeit muss nicht zunächst prüfen, ob für eine Tätigkeit ein

einheimischer oder EU-Beschäftigter zur Verfügung steht. Während einer Ausbildung sollen die Betroffenen geduldet werden. Nach erfolgreicher Ausbildung soll der Geduldete eine weitere Duldung für bis zu sechs Monate zur Arbeitsplatzsuche erhalten. Wenn ein Betrieb den Ausgebildeten

beschäftigt, soll dieser ein zweijähriges Aufenthaltsrecht bekommen.

Flüchtlingsausweis stärken, Flüchtlinge gleichmäßiger verteilen

Bundeswirtschaftsminister Gabriel nannte das geplante Integrationsgesetz einen "historischen Schritt". Es mache Zuwanderern in Deutschland klar, dass sich Leistung lohne. Gabriel betonte, Deutschland wolle keine Zwangsassimilierten. Wer hierzulande aber dazugehören wolle, müsse etwas dafür tun. Integration sei anstrengend und fordernd: für die Migranten, die Gesellschaft und auch

für den Staat.

Die Regierungskoalition vereinbarte auch, die Bedeutung des Flüchtlingsausweises zu stärken. Er soll in Zukunft Voraussetzung für den Zugang zum Arbeitsmarkt und zu Integrationsleistungen sein.

Die Koalition hat sich auch darauf geeinigt, Ankommende in Deutschland gleichmäßiger zu verteilen. So soll vermieden werden, dass soziale Brennpunkte entstehen.

 

Terrorabwehr ausbauen

Bei den Maßnahmen zur Terrorabwehr hob die Bundeskanzlerin zwei Punkte hervor: So sollten die Sicherheitsbehörden gestärkt und private Unternehmen bei der Bekämpfung des Terrorismus stärker verpflichtet werden. Vizekanzler Gabriel ergänzte: "Wer sicher leben will, darf die Gefährder nicht unbeobachtet lassen. Innere Sicherheit schützt die Freiheit in Deutschland."

Die Koalition verständigte sich zudem darauf, präventive Ermittlungsbefugnisse der Bundespolizei zu erweitern. Dies soll durch den Einsatz von verdeckten Ermittlern bereits zur Gefahrenabwehr und nicht erst zur Strafverfolgung sichergestellt werden. Dabei geht es besonders um Schleuserkriminalität. Sicherheitsbehörden sollen in Bestandsdaten von Telekommunikationsfirmen

automatisiert auch mit unvollständigen Namensbestandteilen oder abweichenden Schreibweisen suchen dürfen.

Die Zusammenarbeit mit ausländischen Geheimdiensten soll ausgebaut werden. In der internationalen Zusammenarbeit seien Informationsverfügbarkeit und Analysekompetenz zu stärken. Auch bei Prepaid-Handys soll stets ein Identitätsnachweis mit vollständiger Adresse vorgelegt werden müssen.

Die Koalition will außerdem dafür sorgen, die gemeinsamen Dateien von Nachrichtendiensten und Polizei erweitert als Analyseinstrument nutzbar zu machen.

Angekündigt wurde außerdem, dem Bundeskabinett die Umsetzung des EU-Rahmenbeschlusses Terrorismus bis zur Sommerpause vorzulegen.

Rentendialog in Vorbereitung

Die Regierungskoalition vereinbarte Merkel zufolge außerdem, den Gesetzentwurf von Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles gegen Missbrauch von Leiharbeit und Werkverträgen in die Ressortabstimmung zu geben. Ziel sei, ergänzte Gabriel, deutlich zu machen, dass Leistung Sicherheit und faire Löhne schaffen müsse – sowohl bei der Arbeit als bei der Rente.

Zum Thema Rente soll es einen Dialog mit Arbeitgebern und Gewerkschaften geben. Die Bekämpfung der Altersarmut sei eines des großen Themen, unterstrich die Bundeskanzlerin. Gabriel sagte dazu, dass die Vereinbarungen im Koalitionsvertrag zur solidarischen Lebensleistungsrente als auch zur Reform

der Betriebsrenten eingehalten würden. Ministerpräsident Seehofer machte darauf aufmerksam, dass der von der Bundeskanzlerin angesprochene Dialog vor allem zukünftige Renten betreffe. Es gebe einen breiten gesellschaftlichen Konsens, dass hier Handlungsbedarf bestehe. Pib 14

 

 

 

Idomeni. Brief an Bundeskanzlerin Angela Merkel

 

Jeannette Hagen war als Freiwillige in den Flüchtlingsunterkünften von Idomeni und Lesbos und hat nach ihrer Rückkehr einen Offenen Brief an Bundeskanzlerin Angela Merkel verfasst.

Für mich ist es nicht mehr länger möglich, zuzuschauen, wie unsere Werte, alles, woran ich glaube, durch die Politik der EU und unsere Bundesregierung verraten werden. Die Menschen in Idomeni und in anderen Lagern in Griechenland leben unter menschenunwürdigen Bedingungen. Die Staaten wälzen die Arbeit auf freiwillige Organisationen ab und unterlassen so notwendige Hilfeleistungen. Damit unterstützen sie indirekt auch die Entstehung von kriminellen Strukturen und sorgen dafür, dass die Flüchtlinge noch mehr als ohnehin schon traumatisiert werden. Darum meine Aufforderung:

 

Sehr geehrte Frau Merkel,

der letzte Brief, den ich einem Politiker geschrieben habe, war an Erich Honecker adressiert. Es war ein wütender Brief, weil ich mich eingesperrt und ungerecht behandelt fühlte. Ich wollte ausreisen, zu meiner Mutter nach Westberlin übersiedeln, aber das Ministerium des Inneren verweigerte mir über zweieinhalb Jahre diesen Wunsch.

 

Wenn ich Ihnen heute schreibe, dann geht es nicht um mich. Ich habe alle Freiheiten dieser Welt. Kann reisen, frei wählen, wo und wie ich wohnen oder leben möchte. Ich kann vor einem Regal stehen und mir drei Stunden lang überlegen, welche Sorte Käse von den angebotenen 120 ich nehme und ich muss keine Angst haben, dass ich von irgendjemandem auf der Straße erschossen werde, bloß weil ich nicht an einen Gott glaube. Ich kann diese Petition veröffentlichen, ohne dafür eingesperrt zu werden, kann zum Arzt gehen, wenn ich krank bin und falls mir alle Aufträge wegbrechen, ist es mir möglich, mich vom Staat finanziell unterstützen zu lassen.

 

Und obwohl ich das alles habe, bin ich heute nicht weniger wütend als damals. Eigentlich bin ich es sogar noch viel mehr, denn ich muss zusehen, wie Sie und mit Ihnen viele Politiker der EU anderen Menschen all diese Rechte, die für uns selbstverständlich sind, verweigern. Es fühlt sich an wie ein verdrehtes Déjà-vu, schlimmer noch, denn die Zustände, in denen die Flüchtlinge momentan in Idomeni und in anderen Lagern, wie in Moria auf Lesbos leben, sind nicht einmal mehr als katastrophal zu beschreiben. Sie sind die Hölle auf Erden.

 

Sehr geehrte Frau Merkel, ich bitte Sie als Mensch: Lassen Sie das keinen Tag länger zu! Ich war selbst vor Ort, ich lese täglich die Berichte von freiwilligen Helfern, ich sehe stündlich die Bilder. Es ist unerträglich. Es rüttelt an meinen Grundfesten, an allem, woran ich im Leben geglaubt habe. Am Wochenende hat sich ein junger Mann aus Pakistan das Leben genommen. Er hat sich aus Verzweiflung darüber, dass er wieder zurück in die Türkei geschickt werden sollte, die Pulsadern aufgeschnitten und konnte nicht mehr gerettet werden. Er war 20 Jahre alt, jünger als mein Sohn, hatte sein Leben noch vor sich. Er wird nicht der letzte bleiben, denn die Menschen sind verzweifelt. Sie haben einen barbarischen Krieg und Flucht hinter sich und nun harren sie seit Monaten im Dreck aus. Die Kinder von Idomeni sind überwiegend krank. Die Babys bekommen nicht genug Nahrung, weil die Mütter sie nicht mehr stillen können. Chronisch kranke Menschen erhalten keine Medikamente.

 

Während hier in Deutschland die Notunterkünfte leer stehen, weil keine Flüchtlinge mehr nachkommen, werden die Menschen in Griechenland zusammengepfercht. Sie bekommen zu wenig Essen, sie schlafen teilweise im Freien oder in unwürdigen Behausungen. Das dürfen wir nicht länger zulassen. Mich macht das so fassungslos, dass mir langsam die Worte fehlen. Ich hätte mir nie träumen lassen, dass es in einer fortschrittlichen Gesellschaft möglich ist, dass so etwas passiert. Dass man stillschweigt und die Hände in den Schoß legt, während andere leiden und hier in Europa, inmitten von Reichtum und Fülle, um ihr Überleben kämpfen müssen. Und das, trotzdem sie schon so viele Dramen hinter sich haben.

 

Sehr geehrte Frau Merkel, mit dem Türkei-Deal hat Europa seine moralische Integrität verraten. Wir haben unsere Werte, alles, wofür wir stehen - Nächstenliebe, Christlichkeit, Demut, Ehrlichkeit, Mitgefühl - an den Nagel gehängt. Wer so etwas wie Idomeni oder Moria zulässt, wer erlaubt, dass Menschen unter solchen Bedingungen leben müssen, der hat nicht nur sein Herz vermauert, sondern er macht sich in meinen Augen strafbar vor dem Gericht der Menschlichkeit.

 

Als Bürgerin Deutschlands, als Wählerin, als Steuerzahlerin, aber vor allem aber als Mensch fordere ich Sie auf, endlich zu handeln. Schicken Sie Ärzte, schicken Sie das THW, schicken Sie Helfer. Oder holen Sie die Menschen aus diesen Lagern nach Deutschland. Wir schaffen das. Wir sind ein großes, reiches Land. Wir sind kraftvoll und solidarisch. Das haben wir schon oft bewiesen. Setzen Sie endlich ein Zeichen und lassen Sie nicht zu, dass noch mehr Menschen einen völlig sinnlosen Tod sterben oder noch mehr traumatisiert werden, weil Europa ihnen die notwendige Hilfe und den Schutz verweigert. Ich kann meinen Kindern nicht in die Augen schauen und sagen: “Es ist mir egal, was da passiert.” Ich würde mich abgrundtief schämen.

Stehen Sie endlich auf und zeigen Sie Gesicht! Sie haben die breite Mehrheit der Bevölkerung hinter sich. Wir werden nicht aufhören, für das einzustehen, was unser Herz sagt.

Hochachtungsvoll, Jeannette Hagen und alle Unterzeichner  (dip 13)

 

 

 

Bündnis „erlassjahr.de“ startet Kampagne gegen Verschuldung von Entwicklungs- und Schwellenländern

 

Das Bündnis „erlassjahr.de“ und das Bischöfliche Hilfswerk Misereor haben heute in Berlin den „Schuldenreport 2016“ vorgestellt. Er gibt einen Überblick über die Verschuldungssituation von Entwicklungs- und Schwellenländern. 108 von ihnen – und damit mehr als in den Vorjahren – werden in dem Bericht als kritisch verschuldet aufgeführt. Bei der Veröffentlichung ihres Schuldenreports wurde die Dringlichkeit eines unabhängigen Insolvenzverfahrens für verschuldete Staaten hervorgehoben.

 

Die dramatische Verschuldung in immer mehr Ländern nimmt „erlassjahr.de“ zum Anlass für seine neue Kampagne „Debt20“: Die Staats- und Regierungschefs der G20-Staaten werden bei ihren Gipfeltreffen 2016 und 2017 mit 20 Stellungnahmen aus den am meisten verschuldeten Ländern konfrontiert.

 

Zum Auftakt der Kampagne rufen die evangelische und die katholische Kirche dazu auf, die Zusammenarbeit der internationalen Staatengemeinschaft auszubauen. „So wichtige Aufgaben wie die Bekämpfung von Fluchtursachen und die Aufnahme von Flüchtlingen, der Klimaschutz und die Terrorismusbekämpfung, die Befriedung des Nahen Ostens und der Aufbau eines fairen Welthandels- und internationalen Finanzsystems lassen sich nur gemeinsam lösen“, schreiben der Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm, und der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, in einem Geleitwort für die Kampagne. Sie erinnern dabei an die 1980er Jahre: „Damals haben die reichen Länder in der globalen Staatsschuldenkrise die Stimmen der überschuldeten Länder nicht hören wollen. Vielmehr entschieden sie allein darüber ob und, wenn ja, wie viele Schulden erlassen werden sollten. Die verschuldeten Länder wurden gezwungen, primär die Forderungen ihrer Gläubiger zu bedienen. Dies trug zusammen mit anderen Problemen dazu bei, dass in den Schuldnerländern Millionen von Menschen in Armut verharren mussten.“

 

Die beiden Vorsitzenden fordern unter Bezugnahme auf das im Rahmen der Reformationsdekade ausgerufene Themenjahr 2016 „Reformation und die Eine Welt“ sowie auf die Enzyklika Laudato si‘ von Papst Franziskus, „die Kriterien der globalen Gerechtigkeit engagiert in die politischen Entscheidungsprozesse einzubringen“. Zusammen rufen sie in ihrem Geleitwort Gemeinden, Solidaritäts- und Partnerschaftsgruppen sowie kirchliche Organisationen auf, sich der Kampagne von „erlassjahr.de“ anzuschließen und die Forderung nach einem rechtsstaatlichen Verfahren für überschuldete Länder zu unterstützen.

 

Hintergrund. „erlassjahr.de – Entwicklung braucht Entschuldung“ ist das größte entwicklungspolitische Bündnis in Deutschland mit Mitträgerorganisationen aus Kirche, Politik und Zivilgesellschaft. Zu den derzeit über 600 Mitträgerorganisationen gehören Landeskirchen, Diözesen, entwicklungspolitische Organisationen, Eine-Welt-Gruppen, Vereine, Kirchengemeinden und Weltläden. „erlassjahr.de“ ist eingebunden in ein weltweites Netzwerk von über 50 ähnlichen Kampagnen und Bündnissen. Sie alle wollen es nicht hinnehmen, dass untragbar hohe Schulden in vielen Ländern des Südens wichtige Investitionen in Gesundheit, Bildung und Infrastruktur unmöglich machen. Dbk 13

 

 

 

Exklusiv: Die geheimen Abschiebepläne der EU

 

Die EU erwägt 80.000 Flüchtlinge nach Afghanistan abzuschieben, legt ein im März geleaktes Geheimpapier offen. Nun bestätigt die EU-Kommission die Abschiebepläne und betont, die Ausweisung abgelehnter Asylbewerber auch aus Afghanistan entspreche dem Geist europäischer Migrationspolitik.

Seit Monaten steht Ankara wegen seiner Flüchtlingspolitik im Kreuzfeuer der Kritik. Türkische Behörden würden Abschiebungen in Krisengebiete wie Syrien oder Afghanistan genehmigen, lautet der Vorwurf von Menschenrechtsorganisationen. Doch damit steht die Türkei nicht allein, wie ein geheimes Dokument der EU-Kommission zeigt, das der Organisation Statewatch im März zugespielt wurde. Das Strategiepapier belegt, dass auch die Europäer planen, Massenabschiebungen an den Hindukusch zuzulassen.

„Riskante Migrationsströme“

In dem als „geheim“ eingestuften „non-paper“, das am 3. März an die Botschafter der EU-Mitgliedsstaaten versandt wurde, spielt die Kommission ein Szenario durch, wie 80.000 Afghanen „in naher Zukunft“ an den Hindukusch zurückgeschoben werden könnten. Das „Risiko eines weiteren Migrationsstromes“ aus Afghanistan sei zu „hoch“, um tatenlos dabei zuzusehen. Die EU müsse schnell „intervenieren“, so das Papier, um ausreichend „Asylkapazitäten in der Region zu erhalten“. Einfacher ausgedrückt: Um die ansteigenden Flüchtlingszahlen aus Afghanistan zu drücken, sollen afghanische Regionen kurzerhand zu sicheren Zonen erklärt werden.

2015 flohen 213.000 Afghanen nach Europa, meistens nach Deutschland und Schweden. Damit stellten sie, mit Ausnahme der Syrer, die größte Gruppe von Geflüchteten in Europa. Die Schutzquote afghanischer Asylbewerber stieg letztes Jahr europaweit auf 60 Prozent.

Die Abschiebepläne der EU kommen zu einer Zeit, in der sich die Sicherheitslage am Hindukusch zunehmend verschlechtert. Selbstmordattentate und Anschläge auf die Zivilbevölkerung oder staatliche Einrichtungen forderten allein im letzten Jahr 11.000 Todesopfer. Dass sich das Land seit Abzug der internationalen Truppen in einer gefährlichen Abwärtsspirale befindet, bestätigen mittlerweile zahlreiche Beobachter. Im Januar deklassierte die NATO große Teile der afghanischen Armee als „nicht einsatzbereit“ und unfähig, den sich ausbreitenden Taliban etwas entgegenzusetzen. Auch die von Festungsmauern umringte deutsche Botschaft in Kabul kommt in einem internen Lagebericht zu einem dramatischen Befund: Mittlerweile kontrollieren die Taliban ein größeres Gebiet als zu Beginn des NATO-Angriffs im Jahr 2001, berichtete der Spiegel mit Berufung auf das Dokument. Die Gefahr für Leib und Leben sei in jedem zweiten afghanischen Distrikt hoch oder extrem, auch in bisher als sicher geltenden Landesteilen wachse die Bedrohung rasant.

Gegenüber Sicherheitsbedenken seltsam immun

Doch gegenüber solchen Sicherheitsanalysen, auch aus dem eigenen Haus, zeigt sich die Kommission seltsam immun. Ihr Argument lautet: Nur weil sich die gesamte Sicherheitslage in Afghanistan drastisch verschechtert, heißt das nicht automatisch, dass alle Regionen in gleicher Weise davon betroffen wären. Welche Gebiete künftig als sicher gelten könnten, werde derzeit intern geprüft.

Darüber hinaus setze sie nur geltendes Recht um. Eine Sprecherin der Kommission betont gegenüber EurActiv, dass abgelehnte Asylbewerber weder Anspruch auf noch „Bedarf an internationalem Schutz“ hätten. Die Abschiebung irregulärer Flüchtlinge, denen Asyl verweigert wurde, sei überdies ein zentrales Element der europäischen Migrationspolitik. Auch sei nicht klar, wer überhaupt wirklich aus Afghanistan komme: 250.000 irreguläre Flüchtlinge hätten sich im letzten Jahr als Afghanen ausgeben, die EU befände sich deswegen „in Sorge“.

Eine Schlüsselstellung komme dabei der afghanischen Regierung zu, so die Kommission in ihrem Papier. Ein Teil der Regierung – insbesondere Kabinettsmitglieder um den Präsidenten Ashraf Ghani – zeige sich offen für eine Rücknahme afghanischer Flüchtlinge aus der EU. Andere Kräfte jedoch blockieren den EU-Vorstoß. Mit den Verweigerern könnte unter anderem der Flüchtlingsminister Said Hussein Alimi Balkhi gemeint sein, der zur Minderheit der Hazara gehört, die verstärkt von den Taliban verfolgt werden. Balkhi sagte mehrfach öffentlich, dass er maximal drei von 34 Provinzen für sicher hält.

Die afghanische Regierung unter Duck

Um die Balkhi-Fraktion unter Druck zu setzen, erwägt das Kommissionspapier unterschiedliche Schritte: Privilegien für die afghanische gebildete und Oberklasse – Austauschprogramme für Studenten, Rechercheaufenthalte für Universitätsangestellte -, politischer Druck auf die Regierung und Kürzung künftiger Entwicklungsgelder, falls die Ghani-Regierung sich für kein Rücknahmeabkommen entscheidet. Über 1,4 Milliarden Entwicklungsgelder für den Zeitraum 2014 bis 2020 hatte die EU Kabul zugesagt.

Nun dementiert die Kommission gegenüber EurActiv die Pläne, Entwicklungshilfen für Afghanistan abhängig von „Fortschritten in der Migrationsfrage“ zu machen. Zumindest gelte dies nicht für jene Hilfszusagen, die sich die EU im Rahmen der im Oktober stattfindenden Brüsseler Afghanistan-Konferenz von den Mitgliedsstaaten erhofft. Es gebe „keine Konditionalität“ zwischen der migrationspolitischen Haltung der Ghani-Regierung und möglichen neuen Hilfszusagen, so eine Kommissionssprecherin, die nicht genannt werden möchte.

Ob dies auch für die bereits zugesagten Finanzhilfen gelte, ließ die Kommission in ihrer Antwort offen. Dass eine Kappung der Mittel die Situation des fragilen Staates noch weiter verschlimmern würde, weiß auch die Kommission. Sie sieht den Staat als „hochgradig abhängig von externen Hilfen“ und beschreibt die allgemeine Lage als „düster“. Warum sie trotzdem in einem Strategiepapier, das als Blaupause für künftige Afghanistan-Verhandlungen gelten soll, genau solche Hilfskürzungen anspricht, bleibt unklar. Den Widerspruch kommentieren möchte die Kommission auf Nachfrage nicht.  Daniel Mützel, EurActiv.de  13

 

 

 

 

EU: Vereinbarung mit der Türkei noch einmal bedenken

 

Eine humanitäre Geste von außerordentlicher Bedeutung: So bezeichnen die EU-Bischöfe den Papstbesuch auf der griechischen Insel Lesbos an diesem Samstag. Damit verbinden die in der Vereinigung COMECE zusammengeschlossenen Bischöfe auch die Aufforderung, noch einmal die Vereinbarungen der EU mit der Türkei in den Blick zu nehmen, „Wir möchten uns dafür einsetzen, dass die Menschenwürde, die Grundrechte - einschließlich des Rechts, Schutz zu suchen - die humane Behandlung, das Wohl des Kindes, das Gebot der Nicht-Zurückweisung sowie das Recht auf Familienleben unter allen Umständen beachtet werden“, so die Bischöfe in einer Aussendung.

Die unzureichenden sicheren und legalen Möglichkeiten der Einreise in die Europäische Union bei der Schutzsuche würden die Asylbewerber und Migranten dazu zwingen, sich in die Hände von Schleusern zu begeben. Sie liefen dadurch in Gefahr, leicht zu Opfern von Menschenhändlern und Kriminellen zu werden.

„Der Besuch von Papst Franziskus auf Lesbos ist ein entscheidender Moment für Europas Umgang mit unseren notleidenden Brüdern und Schwestern“, so die COMECE. Der einzige Ausweg aus der Krise sei ein koordiniertes Vorgehen aller EU-Regierungen. Eine Reihe von Vorschlägen liege auf dem Tisch, einschließlich der letzten Mitteilung der EU-Kommission, die verschiedene Optionen für die Reform des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems sowie die Entwicklung von sicheren und legalen Wege nach Europa enthalte.  (pm 14.04.)

 

 

 

Die „orientalische Frage“

 

Europa und die Türkei müssen miteinander auskommen, auf Teufel komm raus.

Die europäisch-türkischen Beziehungen sind schon seit langem von einem tiefen Widerspruch geprägt. Während es eine enge Zusammenarbeit in den Bereichen Sicherheit – vor allem während des Kalten Krieges – und Wirtschaft gab, war man sich über die zentralen Grundlagen der Demokratie – Menschenrechte, Pressefreiheit, Minderheitenrechte und den Ausbau eines funktionierenden Rechtsstaats insgesamt – uneinig und sie blieben in der Türkei schwach. Auch über die Geschichte, wie etwa das Faktum und die Verantwortung für den während des Ersten Weltkriegs stattgefundenen Genozid an den Armeniern im damaligen osmanischen Reich, besteht Uneinigkeit.

Mit dem Regierungsantritt der AKP unter Abdullah Gül 2002 und später unter Recep Tayyip Erdogan und ihren ersten Jahren im Amt schienen diese Konflikte überwunden zu sein, denn die AKP wollte die Türkei unbedingt in die EU führen und die türkische Wirtschaft modernisieren. Deshalb reformierte sie vor allem die Justiz und andere Bereiche, die für Fortschritte in Richtung eines EU-Beitritts unverzichtbar waren. Aus heutiger Sicht erweist sich die damalige Einschätzung als viel zu optimistisch.

Erdogan hielt sich allerdings immer auch eine „neo-osmanische“ Option in Richtung Nahost und der muslimischen Welt offen, vor allem ab 2007, als Angela Merkel und Nicolas Sarkozy vereint faktisch die Tür zur EU zuschlugen, zumal in einer für Erdogan demütigenden Weise.

In den jüngsten Tagen aber nahmen die ohnehin schon schwierigen Beziehungen zwischen Europa und der Türkei eine Wendung ins Groteske, denn die türkische Regierung bestellte zweimal den deutschen Botschafter ein, um gegen den kurzen Satireclip eines norddeutschen Fernseh-Regionalprogramms über Präsident Erdogan zu protestieren, und verlangte schließlich sogar die Löschung des Clips.

Man muss sich angesichts dieser Groteske fragen, was die türkische Diplomatie eigentlich über das Verhältnis der Deutschen zur Meinungs- und Pressefreiheit weiß, was über die Grundwerte der EU, der die Türkei ja beitreten will. Oder was von ihrem Wissen, das man getrost angesichts der Qualität der türkischen Diplomatie unterstellen darf, den Präsidenten tatsächlich noch erreicht. An Satire wird es jedenfalls fortan den europäisch-türkischen Beziehungen nicht mangeln, das zumindest hat man mit dieser absurden Aktion erreicht.

Zudem liegt im deutschen Bundestag ein Resolutionsentwurf vor, über den in diesem Frühjahr entschieden und der wohl mit einer großen überparteilichen Mehrheit angenommen werden wird, der den Massenmord an den Armeniern 1915 als „Genozid“ qualifiziert und der absehbar für neuen großen Ärger mit Ankara sorgen wird.

Trotz dieser jüngsten Konflikte mit dem schwierigen Partner Türkei ist es aber zugleich wichtig, dass Europa und seine Mitgliedstaaten die Tatsache nicht vergessen, dass es sich um eine Jahrzehnte währende „Partnerschaft“ handelt, und dass diese Partnerschaft im überragenden Interesse beider Seiten liegt – Europa braucht die Türkei und die Türkei braucht Europa. Das galt für die Vergangenheit und wird für die Zukunft noch sehr viel mehr gelten.

Der Preis für diese Partnerschaft kann allerdings niemals die Aufgabe der eigenen demokratischen Prinzipien sein! Dies läge auch nicht im Interesse der Türkei, die die europäischen Werte gerade für ihre eigene Modernisierung dringend braucht. Es wird vielmehr darum gehen, dieses Spannungsverhältnis auch zukünftig auszuhalten und nach Möglichkeit die Spannungen geduldig und zugleich prinzipienfest abzubauen.

Auch wenn es zwischen Europa und der Türkei keine Partnerschaft gäbe, könnte sich Europa von den Konsequenzen der geopolitischen Nachbarschaft mit der Türkei nicht befreien. Seit dem 19. Jahrhundert hatte Europa es mit der sogenannten „orientalischen Frage“ zu tun, hinter der sich nichts anderes als die Frage verbarg, was mit der Erbmasse des niedergehenden osmanischen Reiches auf dem Balkan und im Nahen und Mittleren Osten und mit den Meerengen geschehen sollte. Das osmanische Erbe führte auf dem Balkan zu mehreren Kriegen und wurde schließlich mit der habsburgisch-serbischen Rivalität zum Auslöser der Jahrhundertkatastrophe Europas, des Ersten Weltkriegs.

Nun ist die „orientalische Frage“ für Europa zu Beginn des 21. Jahrhunderts wiedergekehrt und dabei nicht weniger gefährlich, auch wenn von ihr heute keine direkte Kriegsgefahr mehr ausgeht. Wer sich das östliche Mittelmeer, den Nahen und Mittleren Osten und den Balkan – unzweifelhaft eine europäische Region – anschaut, der sieht den Balkan solange vorläufig befriedet, wie dort der Glaube an eine europäische Zukunft in der EU lebendig bleibt; der Nahe und Mittlere Osten dagegen ist in einem Machtvakuum und einem damit einhergehenden Ordnungsverlust gefangen, voller Kriege, Terror, Krisen und Konflikte.

Die Irakintervention der USA und die anschließende Reduzierung der amerikanischen Sicherheitsgarantie in der Region – ob objektiv oder auch nur subjektiv empfunden – haben ein Machtvakuum hinterlassen, das zur offenen Rivalität zwischen der arabisch-sunnitischen Vormacht Saudi-Arabien und der schiitisch-persischen Vormacht Iran um die Vorherrschaft in der Region geführt hat. Auch die Türkei hat Karten in diesem Spiel.

Hinzu kommt ein erschreckendes Entwicklungs- und Modernisierungsdefizit und eine damit einhergehende explosive demographische und soziale Lage in den meisten arabischen Staaten, die religiösen Extremismus begünstigen. Ungelöste Konflikte wie der israelisch palästinensische Konflikt und die schwelende Kurdenfrage bedürfen einer politischen Lösung, da sie militärisch nicht gelöst, sondern maximal verwaltet werden können, allerdings um den Preis einer immer gefährlicheren Aufladung. Und schließlich lösen die Kriege in Syrien und in einem gewissen Maße auch im Irak Flüchtlingsströme nach Europa aus und destabilisieren die ganze Region durch die Infragestellung der jahrhundertealten Grenzen des Sykes-Picot Abkommens.

Seit der militärischen Intervention Russlands in Syrien droht darüberhinaus die Gefahr eines direkten militärischen Zusammenstoßes zwischen dem NATO-Mitglied Türkei und Russland (wie mit dem Abschuss einer russischen Maschine durch die Türkei bereits einmal geschehen) mit all seinen nur schwer absehbaren Folgen.

Die heutige „orientalische Frage“ birgt also genau wie die frühere ein enormes Sicherheitsrisiko für Europa. Höhepunkt dieses Albtraumszenarios für Europa wäre eine politisch isolierte, entfremdete, politisch vereinsamte Türkei am Rande Europas und am Rande des Nahen und Mittleren Ostens, deren demokratisches Potenzial sich an der unlösbaren Kurdenfrage erschöpfen und die sich so Schritt für Schritt destabilisieren würde.

Die gegenseitigen Beziehungen werden also sicherlich weiterhin von einem Zusammenstoß der Werte bestimmt sein, aber es geht zugleich um sehr viel mehr, nämlich um die fundamentalen Sicherheitsinteressen beider Seiten im 21. Jahrhundert.  Joschka Fischer  IPG 8

 

 

 

 

Parlamentspräsident Schulz warnt vor Vertrauensverlust in die EU

 

EU-Parlamentspräsident Martin Schulz (SPD) hat vor einem Verlust des Vertrauens in die EU und der Gefahr einer „Implosion“ durch europafeindliche Bewegungen gewarnt.

Das Vertrauen vieler Menschen in „Institutionen insgesamt, egal ob national oder europäisch“, sei verloren gegangen, sagte Schulz der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“ vom Dienstag. Er sehe wegen europafeindlicher Bewegungen in den Mitgliedsländern die Gefahr einer „Implosion der EU“.

 „Wenn die Briten die EU verlassen, wird es Forderungen nach weiteren Austrittsreferenden geben“, sagte Schulz der Zeitung mit Blick auf das im Juni anstehende „Brexit“-Referendum. Zwar seien die Europafeinde in Europa noch in der Minderheit. Allerdings sitze die schweigende Mehrheit dem Trugschluss auf, dass am Ende alles gut gehen werde. Das Nein der Niederländer beim Referendum über das Assoziierungsabkommen mit der Ukraine zeige aber, dass darauf kein Verlass sei.

Schulz warf den Staats- und Regierungschefs der EU zudem vor, zu wenig dafür zu kämpfen, „das Herz der Menschen zu erreichen“. Den einfachen Antworten von Europafeinden müssten die Regierenden ein klares Bekenntnis zur EU entgegensetzen, forderte Schulz. Auch Luxemburgs Außenminister Jean Asselborn hatte am Wochenende angesichts des Referendums in den Niederlanden vor weiteren Volksabstimmungen über komplexe Fragen gewarnt. „Wenn man Europa kaputt machen will, dann braucht man nur mehr Referenden zu veranstalten“, sagte er. Die Abstimmung in den Niederlanden war von EU-Kritikern vor allem als Votum gegen die dortige Regierung von Mark Rutte und die EU genutzt worden. EA 12

 

 

 

 

Das Stehaufmantra

 

Das Anpassungsparadigma der „Resilienz“ droht zu einem Gegenentwurf zu transformativen Ansätzen zu werden.

 

In Zeiten der politischen Ernüchterung und komplexer Herausforderungen, die uns nicht selten sprachlos und mit einem Gefühl der Ohnmacht zurück lassen, schickt sich „Resilienz“ an, zum neuen Leitbegriff für die Krisenbewältigung zu werden. Die politische Aufgabe, die Welt zurück ins Gleichgewicht zu bringen, wird damit abgelöst von einem Paradigma, das darauf abzielt, Wege zu finden, sich gegen die Unwägbarkeiten einer aus den Fugen geratenen Welt zu wappnen und mit ihnen zu leben. Auch Dennis Meadows, einer der Vordenker der Umwelt- und Nachhaltigkeitsbewegung, zeichnet 44 Jahre nach dem Erscheinen von „Grenzen des Wachstums“ ein düsteres Bild. Die zahlreichen Krisenentwicklungen seien schon so weit voran geschritten, dass die Prioritäten heute stärker auf einer pragmatischen Politik der Krisenfestigkeit als auf einer in die Zukunft gerichteten Politik der Nachhaltigkeit liegen sollten, die im Handgemenge mit dem politischen Tagesgeschäft in den vergangenen Jahrzehnten stets den Kürzeren zog. Das dürfte auch dem globalen Zeitgeist entsprechen.

Die uns umgebende Welt scheint „entsichert“ zu sein und das doppelte (Sicherheits-)Versprechen der Moderne, das sich auf die Erwartung einer immer besseren Beherrschung von Risiken sowie auf den gesellschaftlichen und persönlichen Fortschritt stützt, ist brüchig geworden. Hier addieren sich die unterschiedlichen Phänomene zu einem Dauerkrisenmodus, in dem nicht mehr sortiert und differenziert wird, in dem Fortschritte und Entwicklungen kaum noch wahr genommen, aber Durchbrüche und Befreiungsschläge stets erwartet werden – wenngleich das Vertrauen in die Politik gering ist. Die Reaktionen darauf fallen unterschiedlich aus: Die einen sehnen sich nach dem Charme der klaren Fronten zurück und bauen neue Freund-Feind-Schemata auf, die polarisieren und vermeintlich Orientierung in einer komplexen Welt bieten. Andere nehmen die Krisendichte zum Anlass, generell das Ende einer wirksamen, verändernden kollektiven Handlungsfähigkeit zu behaupten. Politik, zumeist nur zynisch kommentiert, kann hier allenfalls noch moderieren oder Probleme verdrängen.

Tatsächlich befindet sich (Krisen)Politik angesichts akuter Krisen in einem Dilemma: Sie muss politische Steuerungsfähigkeit unter Beweis stellen und bringt sich, dort wo es angebracht wäre, abzuwägen und in Alternativen zu denken, oft unter einen extremen Handlungsdruck. Um Entschlossenheit zu zeigen und „quick wins“ in hektischen Zeiten zu erzielen, wird oft auf autoritäre Lösungen aus dem sicherheitspolitischen Arsenal zurückgegriffen. Diese setzten auf Eigensicherung und Gefahrenabwehr und versprechen die rasche Wiederherstellung des Status quo ante. Ganz anders verhält es sich mit (scheinbar) „ereignislosen“ Krisen, bei denen das politische Umsteuern zur Krisenbewältigung oft ausbleibt, obwohl diese Krisen gut erforscht und belegt und die Konsequenzen bekannt sind und – wie bei ökologischen Krisen – auch durchaus bereits massive Auswirkungen („Ereignisse“) an anderen konkreten Orten haben. Die gesellschaftlichen Irritationen sind noch zu gering, die Auswirkungen noch nicht akut und plakativ genug, als dass es sich lohnen würde, bereits jetzt die gewohnten politischen Pfade zu verlassen. Die sogenannte Flüchtlingskrise ist ein gutes Beispiel dafür, wie aus deutscher Sicht aus einer schon lange bestehenden Krise ohne direkte Auswirkungen auf Deutschland eine akute Herausforderung wurde, die jetzt möglichst wieder zurück in den Status der ereignislosen Krise gedrängt werden soll.

Zwar hat es den kurzfristigen Umgang mit Krisen schon immer gegeben. Fast scheint es aber so, als wären wir in den vergangenen Jahren in den Krisen heimischer geworden. Die wachsende Bedeutung des Begriffs „Resilienz“ ist ein Indiz dafür. Er machte eine bemerkenswerte Karriere – von der Materialwissenschaft über Kinderpsychologie und der Erhaltung von Ökosystemen hin zu zahlreichen politischen Feldern wie Infrastruktur- und Stadtentwicklung, neue Kriegsführung und Entwicklungspolitik. Kaum ein größeres entwicklungspolitisches Vorhaben kommt heute noch mit einem Verweis darauf aus. Wie alle Breitbandbegriffe ist er in seiner Bedeutung schillernd und wird in verschiedenen Kontexten unterschiedlich verstanden. Das ist Teil seiner Ausstrahlung und Teil des Problems. Seinem Ursprung nach bedeutet Resilienz „zurückspringen“: In der Werkstoffphysik beschreibt der Begriff Material, das sich nach einem Stoß verformt und dann wieder in die alte Form zurückfindet. In Verbindung mit politischen Ansätzen geht es um eine flexible Krisenfestigkeit von (Teil)Gesellschaften und Individuen und um die Frage, welche Fähigkeiten und Prozesse sie ausbilden müssen, um Stresssituationen und Störungen zu bewältigen.

Sicher gibt es, angesichts von immer mehr Menschen, die akuten Krisen und Katastrophen ausgesetzt sind, gute Gründe der Frage der Anpassung mehr Bedeutung zu schenken. Auch nimmt der Pragmatismus von Resilienzkonzepten Krisenphänomene und -gefühle ernst, indem er den Blick auf Kapazitäten und Ressourcen zur Problembewältigung lenkt. Jedoch suggeriert die Verwendung des Begriffs „Resilienz“ in unterschiedlichsten Zusammenhängen eine Art universelle Krisenstrategie, einen Perspektivwechsel, der zu kurz greift und mit vielen Problemen behaftet ist. Die Kernbotschaft lautet, dass wir uns an Krisen gewöhnen und anpassen müssen und es im Anthropozän unsere vornehmste Aufgabe sei, das selbst verschuldete Chaos um uns herum zu meistern. Es sind die (kommenden) Krisen, die unser Denken beherrschen, und nicht die Idee von einer besseren Zukunft. Resilienz ist eine aus der Not geborene Programmatik. Wir präparieren uns für den Ausnahmezustand und machen uns nicht auf den Weg, die Ursachen dafür zu beheben. „Transformation by disaster“ und nicht „by design“, lautet das Motto. Das war bei Nachhaltigkeit noch anders. Während die Nachhaltigkeitsagenda zumindest versucht, zu formulieren, was sich ändern muss und damit auch eine Art Fortschrittsoptimismus verkörpert(e), hat Resilienz einen konservativen Grundton. Sie fordert nichts und bietet keine Lösung an. Zwar stellt Resilienz das Lernen im Umgang mit Krisen in den Mittelpunkt, letztlich aber nur innerhalb des bestehenden Systems, das dadurch erhalten und gestärkt wird. Nicht zuletzt setzen Resilienzkonzepte besonders an der Widerstandsfähigkeit von Individuen an, die oft jedoch einen grundsätzlichen ökonomischen und gesellschaftlichen Wandel voraussetzen würde.

Was plakativ klingt, ist in der politischen Praxis durchaus von Bedeutung. Zunächst einmal ist Resilienz auch immer eine Frage, was Menschen noch ertragen können beziehungsweise müssen, bevor sie extremere Formen der Anpassung wie etwa Flucht und Migration wählen. Allzu leicht verbuchen wir die erzwungenen, aber oft nicht mehr akzeptablen Anpassungen an veränderte Lebensbedingungen als Resilienz und erkennen nicht, dass hier Leben nur noch zum Überleben verkürzt wird. Auch ignorieren viele allgemeine Debatten über Resilienz Fragen von Macht und Interessen. Doch auch Resilienz hat keinen neutralen Grund. Wenn wir die konkreten sozialen Zusammenhänge betrachten, wird deutlich, dass Resilienz sehr wohl normative Fragen beantworten muss: Um wessen Krisenfestigkeit wird sich gekümmert und warum? Führt die größere Resilienz des einen zu einer stärkeren Verwundbarkeit des anderen? Und ist es überhaupt wünschenswert bestimmte Systeme, wie autoritäre Strukturen oder fossile Industrien, widerstandsfähiger zu machen?

In der flächendeckenden Verwendung des Anpassungsparadigmas droht Resilienz zu einem Gegenentwurf zu transformativen Ansätzen zu werden, wie sie der Agenda 2030 für nachhaltige Entwicklung oder dem Gesellschaftsvertrag für eine große Transformation des Wissenschaftlichen Beirats der Bundesregierung für globale Umweltfragen zugrunde liegen. Das muss nicht sein. Es ist unstrittig, sich besser gegen Krisen zu wappnen, aber nur auf Sicht zu fahren, reicht nicht. Es braucht erkennbare Alternativen, in die die Politik der Krisenfestigkeit eingebettet ist, um den erschöpften Gesellschaften im Krisenmodus eine Chance auf Wandel aufzuzeigen. Im engeren Sinne bedeutet das, dass mit gezielten Anpassungskonzepten Zeit gewonnen werden kann, um den Übergang und den Wandel zu Wirtschafts- und Gesellschaftsformen zu gestalten, die gegen die Ursachen der Krisen angehen. Resilienz ernst zu nehmen, in einem weiteren Sinne, dass lebenswichtige Systeme für Menschen erhalten bleiben, setzt in vielen Fällen voraus, auch gewachsene Ordnungen, wie etwa die internationalen Finanzmärkte oder Machtstrukturen, wie zum Beispiel transnationale Konzerne in Frage zu stellen, zu reformieren und zu kontrollieren. Ansonsten geht den gesellschaftlichen und individuellen Stehaufmännchen schnell die Puste aus, da das Intervall zwischen Anpassung und Krisenverschärfung immer kürzer wird.

Jochen Steinhilber  IPG 11

 

 

 

Asylpolitik: Bundesregierung einigt sich auf neues Integrationsgesetz

 

Lange wurde über den Umgang mit Flüchtlingen gestritten. Nun hat sich die Bundesregierung auf ein neues Paket zur Integration geeinigt. Auch beim Thema Terrorabwehr gab es eine Einigung.

Dies vereinbarten die Spitzen von CDU, CSU und SPD in der Nacht zum Donnerstag. Das Gesetz werde sich an den „Grundsätzen des Förderns und Forderns“ orientieren, heißt es darin. Bei Ablehnung von Integrationsmaßnahmen würden die Leistungen nach dem Asylbewerbergesetz gekürzt.

Zudem soll Asylbewerbern ein Wohnsitz zugewiesen werden können. „Eine Verletzung der Wohnsitzzuweisung führt für die Betroffenen zu spürbaren Konsequenzen“, heißt es in dem Papier. Vorgesehen seien auch 100.000 Ein-Euro-Jobs für Flüchtlinge. Um Asylbewerbern und Geduldeten den Zugang zum Arbeitsmarkt zu erleichtern, soll die Vorrangprüfung für drei Jahre abgeschafft werden. Bisher dürfen sie eine Arbeitsstelle nur besetzen, wenn Einheimische oder andere Europäer keinen Vorrang haben. Auch als Leiharbeiter dürfen sie künftig beschäftigt werden.

Neues Sicherheitspaket

Nach den Anschlägen von Paris und Brüssel will die Koalition zudem die Sicherheit in Deutschland durch ein neues Maßnahmenpaket erhöhen. Die Koalitionsspitzen verständigten sich bei ihrem Gipfel im Kanzleramt unter anderem darauf, die Ermittlungsbefugnisse der Bundespolizei zu verbessern. Verdeckte Ermittler sollten bereits zur Gefahrenabwehr – insbesondere bei Schleuserkriminalität – zum Einsatz kommen und nicht erst bei der Strafverfolgung, heißt es in einem Ergebnispapier. Darin ist auch eine engere Zusammenarbeit Deutschlands mit wichtigen Staaten bei der Terrorabwehr vorgesehen.

Verfassungsschutz und Bundesnachrichtendienst (BND) sollen mit ausländischen Partnerdiensten Daten austauschen, allerdings unter klar definierten Bedingungen. Zudem sollen die gemeinsamen Daten von Nachrichtendiensten und Polizeien künftig für Analsysen fünf Jahre und damit länger als bisher nutzbar sein. Verurteilte Unterstützer einer „terroristischen Vereinigung“ sollen unter eine „Führungsaufsicht“ gestellt werden können.

Des weiteren will die Koalition Personal und Mittel für die Sicherheitsbehörden weiter aufstocken. Damit Vereinsverbote strenger beachtet werden, sollen Verstöße dagegen härter geahndet werden. Provider und Händler werden verpflichtet, auch bei Prepaid-Nutzern von Mobilfunkgeräten stets ein gültiges Identitätsdokument mit vollständiger Adresse zu verlangen.

Angestrebt wird zudem eine freiwillige Selstverpflichtung von Internetunternehmen, aktiv gegen „terroristische Propaganda“ in ihren Netzwerken vorzugehen. Den Sicherheitsbehörden soll es möglich werden, in den Daten der Telekommunikationsgesellschaften die automatisierte Suche mit unvollständigen Namensbestandteilen zu nutzen. rtr/nsa/EA 14

 

 

 

Balkanroute geschlossen. Zahl neuer Flüchtlinge drastisch gesunken

 

Die geschlossene Balkanroute sorgt für gesunkene Flüchtlingszahlen in Deutschland. Gleichzeitig steigt die Anzahl der Abschiebungen. Innenminister de Maizière warnt dennoch vor voreiliger Entspannung. Derweil sprechen Bundesamt und Regierung über Aufstockung von Integrationskursen.

Die Schließung der Balkanroute hat zu einem deutlichen Rückgang der Zahl neuer Flüchtlinge in Deutschland geführt. Im März wurden von den Ländern nur noch rund 20.500 Asylsuchende registriert, wie aus der Statistik des Bundesinnenministeriums hervorgeht. Im Februar waren es noch fast dreimal so viele (61.000), im Januar mehr als 90.000. Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), der die Statistik in Berlin vorstellte, will aber noch keine Jahresprognose abgeben. Das sei zum jetzigen Zeitpunkt nicht seriös, sagte er.

Es lasse sich nicht bestreiten, dass der Rückgang ganz wesentlich auf die Schließung der Balkanroute zurückzuführen sei, sagte de Maizière. Deutschland hatte die Grenzschließungen im Osten Europas als einseitige nationale Maßnahmen kritisiert. Der CDU-Politiker erklärte den Streit darüber nach dem inzwischen inkraft gesetzten EU-Türkei-Abkommen für „erledigt“. Es gebe jetzt eine europäische Lösung. „Die Zeit des Durchwinkens ist vorbei, schon für Griechenland“, erklärte er.

Zahl der Rückführungen gestiegen

Nach de Maizières Angaben ist seit Jahresanfang auch die Zahl der Rückführungen gestiegen. 4.500 Abschiebungen gab es demnach in den ersten drei Monaten, allein im Februar reisten zudem 5.000 Menschen freiwillig aus. Am Donnerstag wurden erstmals 24 Tunesier in einem Charterflug zurück in ihr Heimatland gebracht.

Der Rückgang der Asylzahlen lässt auch die Lücke zwischen registrierten Flüchtlingen und tatsächlichen Asylantragstellern im lange Zeit heftig überforderten Bundesamt für Migration und Flüchtlinge kleiner werden. BAMF-Leiter Frank-Jürgen Weise sagte, im ersten Quartal seien 150.000 Bescheide ergangen, im Vergleichszeitraum 2015 waren es 58.000. Die Behörde, die über Asylanträge entscheidet, war personell massiv aufgestockt worden. Weise räumte am Freitag allerdings ein, man hinke bei den Neueinstellungen hinterher. Die momentane Verstärkung in der Behörde ist auf Abordnungen anderer Verwaltungen, darunter Zoll, Bundeswehr und Bundesagentur für Arbeit zurückzuführen.

De Maizière warnte angesichts des momentanen Rückgangs beim Zuzug von Flüchtlingen vor einem Abbau der Erstaufnahmekapazitäten in den Ländern. Man sei gut beraten, derzeit nicht benötigte Einrichtungen nur stillzulegen, um sie notfalls reaktivieren zu können. Man wisse nicht, wie sich die Zahlen langfristig entwickelten, ob beispielsweise wieder mehr Flüchtlinge über die Mittelmeerroute von Libyen nach Italien kämen. Entwicklungsminister Gerd Müller (CSU) sagte der Rheinischen Post, er rechne mit bis zu 200.000 Afrikanern, die in Libyen auf eine Überfahrt warteten. De Maizière bestätigte diese Zahl nicht, sagte aber, er halte sie für zu niedrig angesetzt.

Aufstockung der Integrationskurse

Die aktuellen Zahlen zeigen auch eine hohe Anerkennungsquote. Vor diesem Hintergrund forderte Pro Asyl-Geschäftsführer Günter Burkhardt eine deutliche Aufstockung der Integrationskurse. Es sei mit einem weit höheren Bedarf zu rechnen als bislang kalkuliert, sagte er. Auch die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), sagte im SWR-Hörfunk: „Es reicht immer noch nicht.“

Weise zufolge reichen die Kapazitäten bislang für 290.000 Flüchtlinge. Ersten Schätzungen zufolge würden aber Kursplätze für 500.000 Menschen gebraucht. Die zusätzlich benötigten Plätze – wahrscheinlich rund 200.000 – würden aber erst beantragt, wenn Klarheit über die Berechnungen bestehe. De Maizière versprach: „Wir werden einen Weg finden.“ Er verwies auf Gespräche mit Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles (SPD) und Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble (CDU).

De Maizière und Nahles verhandeln derzeit über ein Integrationsgesetz. De Maizière zufolge ist dabei auch ein „Gesamtprogramm Sprache“ in Arbeit, in dem Kurse des Innen- und Arbeitsministeriums besser verzahnt werden sollen. Dies werde auch Auswirkungen auf die Kapazitäten haben, sagte er. (epd/mig 11)

 

 

 

 

Dichterischer Mai in Frankfurt

 

Von 19. bis 21. Mai 2016 wird das „Europäische Poesiefestival“ zum neunten Mal in Frankfurt a. M. stattfinden - von Valeria Marzoli – Übersetzung: Rosa Perrone

 

Schon seit 2008 feiert die Stadt Frankfurt am Main mit dem Festival der europäischen Poesie die Dichtkunst europäischer Dichter. Aus vielen europäischen Ländern sind jedes Jahr viele Dichter in Frankfurt angekommen, um den Sinn der Dichtung in unserer Zeit zusammen zu entdecken. Im Namen des Gedichts hat jeder Dichter versucht, einen Weg zum Gedicht zu bahnen. Daraus sind „Forums“ und „dichterische Plejaden“ entstanden, durch die die Dichter ihre Stimme für die Zukunft aussprechen wollen. Viele sind die bekannten Namen, die am Festival teilgenommen haben. Titos Patrikios (Präsident des Festival-Komitees) aus Griechenland, Daniela Crasnaru aus Rumänien, Carmelo Vera Saura aus Spanien, Mario Trufelli und Dacia Maraini aus Italien, Michael Krüger aus Deutschland sowie Haris Vlavianos, Paolo Ruffilli, Lars Gustafsson, John F. Deane, Einar Már Gudmundsson, Reinhart Moritzen, Jaqueline Risset, Gino Chiellino, Eiléan Ní Chuilleanáin. Und noch Corrado Calabrò, Ferruccio Brugnaro, Pino de March, Laura Cecilia Garavaglia, Vincenzo Guarracino, Lisa Mazzi, Andrè Ughetto aus Frankreich, Diego Valverde Villena aus Spanien, Klara Hurkova aus der Tschechischen Republik, Malgorata Ploszewska aus Polen, Ursula Teicher-Maier aus Deutschland, und auch Eric Giebel und Barbara Zeizinger. Alle zusammen haben ihre Lesungen im „Plenarsaal“ des Römers abgehalten und die „goethische Promenade“ genossen. Oft haben sie eine dichterische Atmosphäre im „Schiff des Gedichts“ über den Main atmen können. Das Poesiefestival von Frankfurt ist ein sehr besonderes Erlebnis, das nunmehr zur Geschichte der Stadt gehört. Letztes Jahr wurde das Festival dem türkischen Gedicht gewidmet. Dieses Jahr ist die italienische Poesie an der Reihe und man wird u.a. über Themen wie „Intellektuellen und Macht“, „Leopardi und Deutschland“ diskutieren.      

Das Festival ist von der Journalistin und Schriftstellerin Marcella Continanza organisiert und wird unter der Ägide des Bürgermeisters, Herr Doktor Peter Feldmann, und des italienischen Konsuls, Herr Doktor Maurizio Canfora, in Frankfurt a.M durchgeführt. Die Stiftung „Donne e Poesia – Isabella Morra“ und die Zeitung „Clic, Donne 2000“ unterstützen die Veranstaltung. De.it.press 13

 

 

 

 

 

 „Vom Massaker in Marzabotto  bis zum Aufbau der Europäischen Union“

 

Im Namen des Liceo Attilio Bertolucci (Parma) und der Johann-Philipp-Reis-Schule (Friedberg/Hessen), insbesondere aber im Namen von Maurizio Canfora, Generalkonsul der Republik Italien, der die Schirmherrschaft für diese Veranstaltung übernommen hat, laden wir Sie ein zur Abschlussveranstaltung eines italienisch-deutschen Erasmus-Schulprojektes am Mittwoch, den 11. Mai 2016, 18:00 Uhr, auf dem Friedhof Frankfurt-Westhausen, Kollwitzstr. 27.

Dieses Projekt trägt den Namen „Today we make tomorrow through yesterday –

Vom Massaker in Marzabotto bis zum Aufbau der Europäischen Union“

und konnte dank der Förderung der hessischen Ministerin für Bundes-und Europaangelegenheiten Lucia Puttrich begonnen und der Aufnahme in das ERASMUS-Programm der Europäischen Union weitergeführt werden.

Zum einen erfuhren die Schülerinnen und Schüler vieles über unsere Geschichte von 1943-1945, vor allem ausgehend von Massakern 1944 in Marzabotto und in Sant’Anna di Stazzema.

Zum anderen lernten sie Europa auf offiziell-politischer Ebene kennen und auf persönlicher Ebene im Rahmen der Begegnungen in den Familien und Schulen, sowohl in Parma als auch in Friedberg.

Die Vergangenheit bewusst machen, die Toten nicht vergessen, aber mutig in die Zukunft zu schauen und an der Schaffung einer neuen, friedlichen Welt mitzuwirken – diese zwei Schwerpunkte bildeten den Rahmen für unser italienisch-deutsches Projekt.

Diese Eindrücke möchten die Schülerinnen und Schüler und ihre Lehrer Ihnen im Rahmen der Abschlussveranstaltung unseres Projektes vermitteln.

Programm:

1. Grußwort des Generalkonsuls

2. Musikstück

3. Präsentation der Erfahrungen im Rahmen des Projekts

a. Verlesen der Charta durch Schülerinnen und Schüler

b. Erfahrungsberichte der Schülerinnen und Schüler

c. Erfahrungsberichte der beteiligten Lehrerinnen und Lehrer

4. Musikstück

5. Vortrag: Frauen in der Resistenza (Frau Liane Novelli-Glaab, FfM)

6. Gang zur Gedenkstätte und Ehrung der Getöteten

Die Veranstaltung findet in der Trauerhalle des Friedhofes statt.

Italienisches Generalkonsulat Frankfurt am Main (de.it.press)

 

 

 

 

EU-Entwicklungshilfe gegen Fluchtursachen: Die Zweifel bleiben

 

Die EU-Mitgliedsstaaten greifen im Kampf gegen Fluchtursachen zunehmend auf ihre Entwicklungshilfebudgets zurück. Ob die Migration dadurch tatsächlich eingedämmt werden kann, ist umstritten. EurActiv Frankreich berichtet.

 

Seit Beginn der Flüchtlingskrise hat die EU zahlreiche Maßnahmen verkündet, um die Situation in den Griff zu bekommen. Europas Entwicklungshilfebudget, das größte weltweit, deckt inzwischen einen Großteil der Finanzierungslücke in der Flüchtlingskrise.

Auf dem Valetta-Flüchtlingsgipfel brachte die EU vergangenen November ihren Nothilfe-Treuhandfonds für Afrika auf den Weg. Mit ihm will sie gegen die Ursachen illegaler Migration und Vertreibung kämpfen. Der Fonds gilt als schnelle und flexible Alternative zur konventionellen Entwicklungshilfe. Er soll Programme für mehr Beschäftigung, Ernährungssicherheit und Gesundheit fördern. Oberste Priorität jedoch haben Projekte für ein verbessertes Migrationsmanagement in den Ländern der Sahelzone und dem Horn von Afrika. In der Vergangenheit jedoch wurden vergleichbare Schritte den Erwartungen nicht immer gerecht.

Bisher wurden insgesamt zehn Projekte genehmigt, die bald an den Start gehen werden: darunter laut Kommission ein 67 Millionen Euro schweres Paket, dass die Selbstversorgung in den besonders stark von der Migration betroffenen Regionen Äthiopiens verbessern soll. Ein anderes Vorhaben zielt darauf ab, vertriebene Somalier in stabile Gebiete des Landes zurückzuführen. Diesem Projekt stellt der Fonds 50 Millionen Euro zur Verfügung. Mithilfe des Treuhandfonds will die EU also die Entwicklung in Herkunfts- und Transitländern unterstützen und so gegen Fluchtursachen beseitigen. Dabei könnte der Fonds jedoch auf dieselben Probleme wie die europäischen Entwicklungshilfegelder stoßen.

Rechnungshof kritisch

Der EU falle es schwer, eine klare Grenze zwischen Migrationsursachen und -folgen zu ziehen, heißt es in einem sehr kritischen Bericht des EU-Rechnungshofs über die Nutzung von Entwicklungshilfegeldern in der Flüchtlingskrise. Zwei Programme wurden im Rahmen des Mitte März veröffentlichten Dokuments überprüft. Beide fielen unter die externen Migrationsausgaben für den südlichen Mittelmeerraum und die östlichen Nachbarländer bis 2014, minderten die Migrationsströme letztendlich jedoch kaum.

Die Auswertung solcher Programme ist sehr schwierig, da es den Statistiken zur illegalen EU-Einwanderung an verlässlichen Indikatoren mangelt. Entwicklungshilfegelder auf viele kleine Projekte aufzuteilen, macht es außerdem nicht einfacher, die Gesamtergebnisse zu evaluieren. Trotz der zahlreichen Initiativen vor Ort konnte man bisher nicht genug Menschen erreichen, um massiven Migrationsbewegungen entgegen zu wirken.

Der Nothilfe-Treuhandfonds für Afrika und die vom Rechnungshof überprüften Programme funktionieren auf ganz ähnliche Weise, erklärt Elizabeth Collett, Direktorin des Migration Policy Institute (MPI). Daher könne der Fonds auf die gleichen Problemen treffen wie konventionelle Entwicklungshilfeprogramme.

Sicherheitsausgaben als Entwicklungshilfe

Ein großer Anteil der europäischen Hilfsgelder fließt in die Koordinierung von Flüchtlingsströmen – manchmal direkt auf Kosten von regulären Entwicklungshilfeprojekten. Sicherheit und Grenzschutz seien bei den europäischen Migrationsausgaben besonders präsent, so der Bericht des EU-Rechnungshofes.

„Es bereitet uns großes Kopfzerbrechen, dass die Sicherheitsinteressen der EU zunehmend Einfluss auf die europäische Entwicklungshilfe haben. Die Grenzsicherheit zu stärken, um Einwanderungsströme einzudämmen, hilft hungerleidenden Menschen in Entwicklungsländern nicht im Geringsten. Es beseitigt auch nicht die extremen Ungleichheiten in der Welt“, kritisiert Sara Tesorieri, Expertin für EU-Migrationspolitik bei Oxfam.

Diese Tendenz in Richtung Sicherheit scheint immer mehr Teil der öffentlichen Entwicklungshilfe zu werden. Im Februar dieses Jahres trafen sich die Entwicklungsminister der 29 Länder des OECD-Entwicklungshilfeausschusses. Sie einigten auf eine breitere Definition der Entwicklungshilfe, sodass diese nun auch Friedens- und Sicherheitsausgaben umfasst.

Zusammenhang: Entwicklung und Migration

Die konventionelle Logik besagt, dass die Migrationsbereitschaft abnimmt, wenn die Armut sinkt und Arbeitsplätze geschaffen werden. Selbst dieser Grundgedanke steht nun jedoch zur Debatte. „Wie Studien der Oxford University zeigen, führt mehr menschliche Entwicklung wahrscheinlich zu mehr Mobilität – und nicht andersherum“, so Tesorieri. Die UN sieht das genauso. „Mehr Entwicklung heißt mehr Migration„, betont François Crépeau, UN-Sonderberichterstatter für Menschenrechte von Migranten, bei einem Besuch in Brüssel. „Denn viele Menschen, die lange auswandern wollten – es finanziell jedoch nicht konnten – bekommen so die Möglichkeit dazu.“ Cécile Barbière | EurActiv.fr. Übersetzt von: Jule Zenker  EA 11

 

 

 

 

Nach den Panama Papers

 

Soll der Skandal nicht verpuffen, müssen Firmenregister endlich öffentlich

werden.

 

Für zwei entscheidende internationale Reformmaßnahmen ist diese Woche eine Schicksalswoche. Die Weichen dürften am 16./17. April 2016 gestellt sein, sowohl für öffentliche Register über Firmeneigentümer als auch für öffentliche länderspezifische Berichtspflichten für Konzerne. Ihren Vorschlag zu den Konzernberichtspflichten wird die Europäische Kommission am 12. April 2016 vorstellen, und Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble hat seinen Vorschlag für „weltweit völlige Transparenz“ in zehn Punkten bereits konkretisiert. Wenn diese beiden Reformen – öffentliche Register über Firmeneigentümer und öffentliche Konzernberichte – ordentlich gemacht würden, bestünden gute Chancen, dass Rechenschafts- und Steuerpflichten künftig wieder für alle gelten. Leider sind bisher jedoch nur halbherzige Vorschläge gemacht worden. Sie dienen eher dazu, den „wind of change“ nach den Panama Papers durch heiße Luft zu ersetzen. Nur wenn es medial und politisch gelingt, halbgare Vorstöße zurück in den Gartopf zu stopfen, kann verhindert werden, dass auch dieser Skandal verpufft und die Bevölkerungen Europas und weltweit nur noch ohnmächtiger und wütender zurückbleiben.

Der rote Faden in den Panama Papers ist die Geheimhaltung, die es den Tätern ermöglicht, illegale Erträge aus Korruption, Steuerhinterziehung, Drogengeld und vielem anderen zu waschen. Um der Strafverfolgung entgehen zu können, sind diese auf Verschleierung angewiesen – häufig, indem sie Briefkastenfirmen, Trusts und Stiftungen nutzen, die in den meisten Ländern der Welt verfügbar sind. Vermittler wie Anwälte, Notare, Family Offices und Banken helfen dabei, diese Strukturen zu errichten und zu verwalten.

Um Geldwäsche vorzubeugen, gibt es internationale und europaweite Regeln, die den Vermittlern Vorgaben zur Benennung der wahren Eigentümer solcher Konstrukte machen. Die seit 2005 EU-weit geltenden Regeln zur Feststellung der Eigentümer von Offshore-Firmen, die in der Europäischen Union Konten eröffnen, Anteile und Immobilien erwerben wollen, schreiben vor, die wahren beziehungsweise „wirtschaftlichen“ Eigentümer dieser Offshore-Briefkastenfirmen zu identifizieren.

Der wirtschaftliche Eigentümer ist die „natürliche Person“, welche die Rechtsperson tatsächlich kontrolliert, egal wie viele Schichten von Strohmännern, Briefkastenfirmen oder Trusts zwischengeschaltet wurden (Artikel 3.6, S. 8). Eine Firma aus Panama oder den Britischen Jungferninseln muss also ihre wahren wirtschaftlichen Eigentümer den entsprechenden EU-Banken, Anwälten und Notaren gegenüber offenlegen. Verstöße gegen diese Pflicht werden sanktioniert und können eine Straftat sein.

In der Realität freilich erweist sich diese Pflicht oft als frommer Wunsch. Vermittler kommen ihrer Pflicht allzu oft nicht nach, und Verstöße bleiben ungeahndet, weil unentdeckt und schwer zu beweisen. Dies ist die Achillesferse der Geldwäschebekämpfung. Ohne Öffentlichkeit ist es nicht möglich, die Anreize so zu setzen, dass wahre Angaben gemacht werden.

In der aktuellen Novellierung der Anti-Geldwäsche-Richtlinie ist vorgesehen, ein Register der wirtschaftlichen Eigentümer von Briefkastenfirmen einzuführen. Im November 2014 hat jedoch die Bundesregierung (gemeinsam mit Malta und Zypern) die verpflichtende Offenlegung dieses Registers verhindert. Die Veröffentlichung ist erlaubt, aber nicht verpflichtend. Dieselbe Novellierung der EU-Richtlinie sieht sogar vor, die Eintragung von Scheindirektoren anstelle der wirtschaftlich Berechtigten zu legalisieren. Damit würden die Register weitgehend nutzlos werden, denn es ließen sich darin im Zweifelsfall nur Informationen zur Vorstandsebene finden, die in den meisten Gebieten bereits öffentlich zugänglich oder von Behörden leicht in Erfahrung zu bringen sind.

Außerdem möchte das Finanzministerium noch immer den Zugriff auf das Register auf Ermittlungsbehörden und Banken beschränken und nur bei „berechtigtem Interesse“ auch Dritten partiellen Einblick gewähren. Das soll nach Schäubles Zehn-Punkte-Plan in Deutschland und weltweit gelten. Zwar soll das Register „auch entsprechend spezialisierten Nichtregierungsorganisationen und Fachjournalisten offen stehen können“, aber nur, wenn diese Organisationen ihre Ergebnisse den Behörden zur Verfügung stellen. Damit drohen diese ihre Unabhängigkeit zu verlieren.

Ferner führt ein derart eingeschränkter Zugriff zu neuer Bürokratie und hohen Verwaltungskosten. Weil diese Zugangsbeschränkungen „schwer zu kontrollieren, schwer umzusetzen und kostspielig“ seien, beschloss jüngst das niederländische Finanzministerium, die Registerdaten öffentlich zu machen. Damit schloss es sich Großbritannien an, das ebenfalls ein öffentliches Register einführen wird.

Die wichtigsten Argumente aber für die Offenlegung der Registerdaten sind die Effekte über Deutschland und Europa hinaus sowie die Qualität der Daten. Öffentliche Register haben das Potenzial, eine Transparenzwirkung weit über die EU hinaus bis in notorische Schattenfinanzzentren hinein zu entfalten, weil sie auch alle Briefkastenfirmen betreffen würden, die sich in deutschen Handelsregistern als Aktionäre eintragen lassen möchten. Hunderttausende Offshore-Firmen dürften sich heute im deutschen Handelsregister tummeln, davon ein guter Teil aus Schwellen- und Entwicklungsländern. Die meisten scheuen das Licht der Öffentlichkeit. Bleiben diese Daten nur Behörden zugänglich, können Entwicklungs- und Schwellenländer kaum Nutzen aus der neuen Transparenz ziehen. Diese sind jedoch die Hauptleidtragenden der gegenwärtigen Intransparenz.

Zudem kann die Verlässlichkeit der Angaben unmöglich überprüft werden. Der Gesetzesvorschlag aus dem Finanzministerium sieht keinerlei Überprüfung der angegebenen Daten vor. Wie sollte dies auch in der Praxis möglich sein, wo schon heute abertausende Anwälte, Banken und Notare mit dieser Pflicht überfordert sind? Eine neue Monsterbürokratie mit tausenden Beamten wäre notwendig. Ohne Überprüfung sind sie aber nutzlos, es sei denn, die Daten wären frei im „OpenData“-Format zugänglich und könnten damit von Falschangaben abschrecken beziehungsweise sie aufdecken. Das Ausmaß der institutionellen Korruption ist so gigantisch, dass nur Schwarmintelligenz eine Chance hat, ihr Einhalt zu gebieten.

Die Bundesregierung muss daher dringend eine Kurskorrektur vornehmen und auf europäischer Ebene dafür sorgen, dass die 4. Anti-Geldwäsche-Richtlinie durch das öffentliche Transparenzerfordernis ergänzt und das oben angesprochene Schlupfloch geschlossen wird. Deutschland könnte das Prinzip der Offenlegung der wahren wirtschaftlichen Berechtigten auch einseitig umsetzen und Rechtsgeschäfte mit intransparenten Firmen unterbinden. Die Offenlegung der wahren Eigentümer könnte als Bedingung auf Eintragungen ins Grundbuch und bei öffentlicher Auftragsvergabe als längst überfälliges Prinzip eingeführt werden. Damit könnte Deutschland einem guten Teil des Schadens, der von diesen Firmen ausgeht, vorbeugend entgegenwirken.

Der zweite Vorschlag betrifft öffentliche länderspezifische Berichtspflichten für Konzerne. Diese wären der Anfang ernsthafter Bemühungen, Steuervermeidung und illegale Willkür-Steuergeschenke aufzudecken (wie etwa bei LuxLeaks) und einzudämmen. Diese Berichtspflichten würden für alle Länder, in denen Konzerne aktiv sind, wichtige Kennzahlen über deren Wirtschaftsaktivität, Gewinne und Steuerzahlungen offenlegen. Im EU-Bankensektor gibt es bereits ähnliche Pflichten. Letzte Woche legten französische Nichtregierungsorganisationen eine Studie vor, die das Ausmaß der Gewinnverlagerungen anhand dieser Daten aufzeigte. Ein Ergebnis war, dass die Tochterunternehmen auf den Kaiman-Inseln der vier untersuchten französischen Banken 45 Millionen Euro Gewinn erzielt haben – ohne einen einzigen Angestellten. Um solche Untersuchungen auch für andere Wirtschaftssektoren vorzunehmen, müssten öffentliche länderspezifische Berichtspflichten eingeführt werden.

Ähnlich wie bei den Firmenregistern droht auch hier, dass die eigentliche Wirkung der Maßnahme verpufft. Denn die Bundesregierung hat sich offenbar unter Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker weitgehend durchsetzen können. Aus der durchgesickerten Version geht hervor, dass von diesem Vorschlag nichts mehr in punkto Transparenz zu erwarten sein dürfte.

Entgegen dem Votum des Europäischen Parlaments vom 8. Juli 2015 beschränkt die Kommission nämlich die Reichweite der Berichtspflichten auf die EU-Mitgliedstaaten. Für alle Nicht-EU-Staaten, also alle Steueroasen und Entwicklungsländer, dürfen Konzerne die Daten aller Länder zu einer einzigen Zahl zusammenfassen. Damit wird Gewinnverlagerungen in Steueroasen außerhalb der EU eine blickdichte Decke übergeworfen, ebenso wie über die Verluste von Entwicklungsländern.

Die jüngsten Äußerungen deuten darauf hin, dass die Kommission am 12. April 2016 vorschlagen wird, die Pflichten auf Steueroasen zu erweitern. Dieser Vorschlag wird jedoch seine Wirkung verfehlen, denn es ist in den vergangenen 25 Jahren weder der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) noch der EU gelungen, eine konsistente Liste von Steueroasen vorzulegen: zu groß sind die Lobbyanstrengungen der Betroffenen, zu schwammig die Definitionen. Oder man legt viel zu schwache Kriterien an, wie bei der innerdeutschen Schwarzen Liste zur Steueroasenbekämpfung, auf der seit über fünf Jahren kein einziges Land steht.

Nur wenn die deutsche Regierung endlich die Öffentlichkeit ernst nimmt und als wichtiges Korrektiv angesichts institutioneller Korruption epischen Ausmaßes ins Boot holt, könnte das nächste Leak ausbleiben. Markus Meinzer  IPG 11

 

 

 

 

Rückläufige Flüchtlingszahlen. Politik sieht weiter Handlungsbedarf

 

Die Zahl der Flüchtenden ist seit der Schließung der Balkanroute stark zurückgegangen. Die Debatte geht indes weiter. Es werden mehr Integrationsangebote, mehr Abschiebungen und ein Zuwanderungsgesetz gefordert.

 

Politik und Kommunen sehen trotz rückläufiger Flüchtlingszahlen weiter Handlungsbedarf. Die eigentliche Herausforderung sei die Integration der Flüchtlinge, sagte Hauptgeschäftsführer des Deutschen Städte- und Gemeindebundes, Gerd Landsberg, am Wochenende. Die Kosten für Unterbringung und Programme könnten die Kommunen nicht allein bewältigen. Kanzleramtschef Peter Altmaier (CDU) forderte von den Bundesländern, die Zahl der Abschiebungen zu verdoppeln. Die Grünen sprachen sich dafür aus, freie Plätze in deutschen Unterkünften für in Griechenland gestrandete Geflohene zur Verfügung zu stellen.

Deutschland könne beispielsweise Menschen aus Kriegsregionen aufnehmen, die „unter unwürdigsten Bedingungen an der mazedonisch-griechischen Grenze in Idomeni hausen“, sagte die Grünen-Bundesvorsitzende Simone Peter der Neuen Osnabrücker Zeitung. Griechenland könne noch keine ordentlichen Unterkünfte und Asylverfahren vorweisen.

Altmaier sagte, das Ziel der Bundesregierung sei es, die Zahl der Flüchtlinge deutlich zu reduzieren. Im vergangenen Jahr seien 37.220 Menschen freiwillig in ihre Heimat zurückgekehrt, 22.200 seien abgeschoben worden, sagte der Flüchtlingskoordinator der Bundesregierung. „Ein realistischer Maßstab für 2016 wäre eine Verdoppelung dieser Zahlen.“ Derzeit entscheide das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge über 50.000 Fälle im Monat, mehr als ein Drittel der Anträge werde abgelehnt.

Niedersachsens Ministerpräsident Stephan Weil (SPD) forderte erneut ein Zuwanderungsgesetz. Obwohl die Flüchtlingszahlen zurückgegangen seien, bleibe das Problem der willkürlichen Zuwanderung, sagte er am Samstag beim Landesparteitag der SPD in Braunschweig. Auch die Bekämpfung der Fluchtursachen komme nach wie vor zu kurz.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) betonte die Wichtigkeit ehrenamtlichen Engagements in der Flüchtlingshilfe. Die Gesellschaft sei nicht in der Lage, alles staatlich anzubieten, sagte sie in ihrem Video-Podcast. Deshalb sei es „ein wunderbares Zeichen, dass wir so viele Ehrenamtler hatten und immer noch haben, die sich unheimlich eingebracht haben“. (epd/mig 11)

 

 

 

 

Debatte über Böhmermann-Satire "Meinungsfreiheit ist höchstes Gut"

 

Die Bundesregierung prüft den förmlichen Wunsch der Türkei nach Strafverfolgung gegen den Satiriker Jan Böhmermann. Das teilte Regierungssprecher Seibert mit. Er betonte, die Meinungs- und

Pressefreiheit sei "für die Kanzlerin selbstverständlich höchstes Gut".

 

Die Botschaft der Türkei habe im Zusammenhang mit der ZDF-Sendung "Neo Magazin Royale" eine Verbalnote an das Auswärtige Amt gerichtet, erklärte Regierungssprecher Steffen Seibert am Montag in der Regierungs-Pressekonferenz. Das sei ein förmliches Verlangen der türkischen Seite nach

Strafverfolgung. In der Sendung hatte der Satiriker Jan Böhmermann ein Gedicht vorgetragen, das als "Schmähkritik" an dem türkischen Präsidenten Erdogan gekennzeichnet war.

Seibert sagte, der Inhalt der Verbalnote und das weitere Vorgehen würden jetzt von der Bundesregierung "sorgfältig geprüft". Das werde ein paar Tage dauern. Seibert machte deutlich, dass die Prüfung keine Vorentscheidung über das Ergebnis bedeute.

Artikel 5 des Grundgesetzes nicht verhandelbar 

Zugleich betonte der Regierungssprecher: "Artikel 5 unseres Grundgesetzes, die Freiheit der Meinung, der Kunst und der Wissenschaft, ist für die Kanzlerin selbstverständlich höchstes Gut". Dieses sei weder "nach innen noch nach außen verhandelbar". Und das gelte unabhängig davon, ob die Kanzlerin persönlich etwas für geschmackvoll oder geschmacklos, für gelungen oder abstoßend halte.

"Die Grundwerte des Grundgesetzes sind unverhandelbar, unabhängig davon, ob Deutschland mit anderen daran arbeitet, gemeinsam eine politische Herausforderung zu bewältigen". Zum Böhmermann-Beitrag erklärte Seibert, dass der Satiriker seinen Text selbst als "bewusste Überschreitung von Grenzen" eingeleitet habe.

"Bewusst verletzender Text"

Am vergangenen Montag (04.04.2016) hatte Seibert von einem Telefonat der Kanzlerin mit dem türkischen Ministerpräsidenten zur Flüchtlingspolitik berichtet. Dabei sei es auch um die Böhmermann-Satire gegangen. In dem Telefonat habe die Kanzlerin darauf hingewiesen, dass es sich bei dem sogenannten Schmähgedicht um einen "bewusst verletzenden Text" handele. Zudem habe Merkel

noch einmal den hohen Wert bekräftigt, den die Bundesregierung der Presse- und Meinungsfreiheit beimesse, so Seibert am 4. April. 

Das ZDF hatte den Beitrag am 1. April aus der Mediathek im Internet entfernt. Die Parodie zum Umgang Erdogans mit Satire entspreche nicht den Ansprüchen, die das ZDF an die Qualität von Satiresendungen stelle, hatte der Sender den Schritt begründet. Mit dem Text hatte Böhmermann Bezug auf das NDR-Fernsehmagazin "extra 3" genommen, das zuvor einen umstrittenen satirischen Beitrag über Erdogan ausgestrahlt hatte. Daraufhin war der deutsche Botschafter in Ankara einbestellt worden. Pib 11

 

 

 

Beharrungsmacht Deutschland. Berlin sieht sich als Hüter der europäischen Ordnung.

 

Das Ansehen der deutschen Politik ändert sich mit jeder Krise. Die deutsche Europapolitik während der Euro-Krise wurde heftig kritisiert; sie folge einem Sonderweg; Deutschland stelle als „ökonomischer Hegemon“ erneut die europäische Ordnung in Frage. Der „hässliche Deutsche“ war zurück und für Roger Cohen, den Kolumnisten der New York Times, stellte sich wieder die „deutsche Frage“. Im Zuge der Flüchtlingskrise änderte sich zunächst diese Bewertung. Im Dezember 2015 sprach Roger Cohen in seiner Kolumne von den „vernünftigen“ Deutschen, die sich zu einer „can-do nation“ entwickelt hätten. Inzwischen herrscht, so berichten es die Korrespondenten aus Paris oder London, erneut Kopfschütteln und Unverständnis. Die öffentliche Wahrnehmung und die Bewertung der deutschen Politik können sich offensichtlich schnell verändern. Aber ändert sich auch die deutsche Außen- und Europapolitik?

Fest steht, dass die deutsche Außenpolitik in den letzten 25 Jahren seit der Deutschen Einheit einen tiefgreifenden Wandel erfahren hat. Nach dem Ende des Ost-West-Konflikts 1989/90 wurde häufig von der deutschen Hegemonialmacht gesprochen, die nun endlich ihre Führungsrolle in Europa wahrnehmen müsse. Allerdings scheint dieses Bild Deutschlands als eines führungsfähigen und führungswilligen Hegemons nicht wirklich zu passen. Die deutsche Außen- und Europapolitik folgt anderen Gesetzmäßigkeiten.

Das vereinte Deutschland ist heute die dominierende Macht in Europa. Die Grundkonstante der deutschen Europapolitik lautet, den Status quo zu festigen. Das Fundament dieser Zielsetzung ist dabei die Legitimität der europäischen Ordnung und das Vertrauen der Nachbarn und Partner in die verantwortungsbewusste, meist zurückhaltende, stets multilateral eingebundene deutsche Politik. Die Dominanz Deutschlands in Europa wird heute von seinen Nachbarn und Partnern und von einem Großteil der europäischen Öffentlichkeit nur akzeptiert, weil Deutschland sich als Schutzmacht des Bestehenden versteht. Es hat nach und nach seine Rolle als Hüter dieser legitimen Ordnung gefunden, gefestigt und stetig ausgebaut. Dabei schließt die Wahrung des Status quo und einer legitimen europäischen Ordnung Konflikte nicht aus. Allerdings begrenzen sie das Ausmaß und die Ziele der Konflikte.

Dennoch haben gerade die Krisen der letzten anderthalb Jahre den Status quo und die legitime Ordnung herausgefordert. Zunächst war es Russland, das die staatliche Ordnung in der Ukraine verletzte und auch nicht vor der Verschiebung bestehender Grenzen haltmachte. Die Politik der Sanktionen bei gleichzeitiger Offenheit für Gespräche und die Versuche, in Minsk zu einer Beruhigung der Lage zu kommen, waren die Versuche der Beharrungsmacht, die Reste der Ordnung zu bewahren, um zu einem späteren Zeitpunkt vielleicht zu ihr zurückzukehren.

Dann stellte die griechische Syriza-Regierung die von Berlin dominierte Krisenpolitik in der Eurozone infrage und lehnte die ordnungspolitischen Prinzipien dieser Politik ab. Die deutsche Politik versuchte in der Krise, die Reste des Maastrichter Status quo in der Eurozone zu retten. Die grundsätzliche Ablehnung der bisherigen Vorgehensweise, die Sperrung gegen das Prinzip der konditionierten Solidarität rüttelte dann an den Grundfesten der Krisenbewältigungsstrategie Deutschlands. Die Drohung von Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble mit dem Ausschluss aus der Eurozone sollte dem Störenfried die Grenzen der Kompromissbereitschaft zeigen und die übrigen Mitglieder auf den politisch-normativen Kern der Eurozone verpflichten. Die Botschaft lautete: Harte Verhandlungen über Rettungspakete und das Gefeilsche um Milliarden sind möglich, ein Infragestellen oder gar eine Änderung der wirtschaftspolitischen Ordnung sind jedoch ausgeschlossen und werden von der Beharrungsmacht nicht akzeptiert.

Schließlich die Drohung Londons mit dem „Brexit“. Dabei forderte nicht die Ankündigung eines „In-or-out“-Referendums die Status-quo-Macht heraus, sondern die Konditionen, die London für den Verbleib in der EU aushandeln wollte. Die Forderung nach weitreichenden Reformen der EU und insbesondere das Hinterfragen des integrationspolitischen Leitbilds waren die eigentliche Herausforderung für die deutsche Europapolitik. Nicht David Camerons Suche nach einer praktikablen Lösung der sozialpolitischen Folgen der Arbeitnehmerfreizügigkeit war für die deutsche Europapolitik schwierig. Es waren die Grundsatzfragen, die London aufgeworfen hatte, bei denen sich aus dem Blickwinkel der Beharrungsmacht kein Verhandlungsspielraum eröffnete. Der Umbau der EU sei möglich, der Rückbau zu einer Freihandelszone mit Binnenmarkt nicht.

Mit der Flüchtlingskrise kommen nun die Kritik an deutschen Alleingängen und Sonderwegen und der Vorwurf des Unilateralismus zurück. Was die aktuellen Flüchtlingskrise für die deutsche Europapolitik so gefährlich macht, ist dieser Vorwurf, dass es gerade Deutschland sei, das die bestehende Ordnung und deren Legitimität in Frage stelle. Es sei die Status-quo-Macht gewesen, die mit der Entscheidung zur Aufnahme der Flüchtlinge das Dublin-Abkommen formell außer Kraft gesetzt und somit den Schengen-Status quo aufgegeben habe. Die Vorwürfe, die deutsche Flüchtlingspolitik sei irrational und naiv, missachte die rechtlichen Grundlagen der europäischen Ordnung und wolle nun seinen Partnern seine normativ-humanitäre Schlussfolgerungen aufzwingen, sind gefährlich für die Rolle Deutschlands in Europa. Denn dieses Unverständnis und insbesondere dieses Misstrauen gegenüber der deutschen Politik stellt die bisherige Akzeptanz der Rolle des anerkannten Hüters der legitimen Ordnung ganz grundsätzlich in Frage.

Aber sind diese Vorwürfe richtig? Sind die deutsche Flüchtlingspolitik und der Versuch Berlins, seine Politik zu „europäisieren“ ein Rückfall in revisionistische Allüren? Oder kann man die deutsche Politik auch anders lesen und dem Leitbild einer Status-quo-Macht unterordnen?

Die Flüchtlingszahlen waren bereits lange vor der Entscheidung im September 2015 deutlich angestiegen, und die Entscheidungsträger in Berlin fürchteten den Zusammenbruch der staatlichen Ordnung in den Ländern entlang der Balkan-Route. Die Verhältnisse auf dem Budapester Bahnhof im letzten Sommer hatten jedem politischen Beobachter jedenfalls deutlich gezeigt, welche Folgen ein weiterer Rückstau des Stroms der Flüchtlinge haben würde. Aus Berliner Sicht wuchs so das Risiko chaotischer Zustände in einer Region mit ausgeprägten nationalistischen Stimmungen und noch längst nicht befriedeten Konflikten. Offenkundig sah sich die Beharrungsmacht gefordert, den Partnern diesen Druck zumindest vorübergehend abzunehmen, um die schwachen staatlichen Strukturen vor einem Härtetest zu bewahren. Die Zweifel an der Stabilität der staatlichen Strukturen und an den Fähigkeiten und Kapazitäten, mit einem solchen Ansturm von Flüchtlingen umgehen zu können, waren nicht nur gegenüber Griechenland groß.

Dieser Lesart folgend, war die Aufnahme der Flüchtlinge zur Entlastung der Staaten entlang der Balkan-Route keine selbstlose Entscheidung eines gütigen Hegemons oder Ausfluss eines unilateralen deutschen Normativismus. Vielmehr kann diese Politik verstanden werden als Fortschreibung einer rationalen Politik der europäischen Status-quo-Macht zur Stabilisierung der staatlichen Strukturen und der Ordnung auf dem Westbalkan, um die Rückkehr zum Status quo zu einem späteren Zeitpunkt zu ermöglichen. Die Funktion der deutschen Politik war es erneut, Zeit für eine nachhaltige, stabile europäische Lösung zu gewinnen.

Die Wahrung der legitimen Ordnung in Europa bleibt ein Kontinuum deutscher Politik. Diese Politik versucht, mit flexiblen Maßnahmen Antworten auf die aktuelle Herausforderung zu finden, um die bestehenden Strukturen krisen- und zukunftsfest zu machen. Eine solche Politik zielt auf die Flexibilität der Ordnung und verfolgt nicht deren Überwindung. Das Festhalten Deutschlands an der bestehenden Ordnung sollte weder als Unilateralismus oder Exzeptionalismus missverstanden noch mit politischem Stillstand gleichgesetzt werden.

Die Politik der Status-quo-Macht muss sich bescheiden; sie will keine neue Ordnung schaffen und sucht keine neue Legitimität. Sie will nicht verändern und umgestalten, sondern stabilisieren und bewahren. Eine solche Politik erfordert in erster Linie ein ständiges Ausbalancieren der widerstreitenden Interessen und die Achtung der nationalen Präferenzen der Partner. Sie vermeidet die starre Festlegung von Zielen und widersteht dem verständlichen Verlangen nach klaren Lösungen. Sie braucht aber politischen Spielraum, Optionen und Partner. Um die Ordnung in Europa zu bewahren, darf die deutsche Außen- und Europapolitik weder statisch-konservierend noch zu dynamisch-visionär sein. Sie tut gut daran, eine ambitionierte Strategie der kleinen Schritte zu kultivieren und zu stärken.

Peter Becker  IPG 9

 

 

 

Jahresstatistik für 2015. Fast 8.000 Flüchtlingskinder in Deutschland verschwunden

 

Die Statistik weist mehr als 8.000 vermisste Flüchtlingskinder aus. Doch wie viele tatsächlich verschwunden oder in kriminelle Hände geraten sind, ist unklar. Problematisch sind nicht nur Mehrfachregistrierungen minderjähriger Flüchtlinge.

In Deutschland gelten zur Zeit mehr als 8.600 unbegleitete minderjährige Flüchtlinge als vermisst. Rund 780 davon seien jünger als 13 Jahre alt, teilte das Bundesinnenministerium am Montag in Berlin mit. Mehr als 7.750 und damit die überwiegende Mehrheit sei zwischen 14 und 17 Jahren alt. Da sich die Zahlen auf den 1. April als Stichtag beziehen, könnten sie sich in der Zwischenzeit verändert haben, hieß es aus dem Ministerium.

Die Statistik war anlässlich einer Antwort auf eine kleinen parlamentarischen Anfrage der Grünen veröffentlicht worden. Darin heißt es, Gründe für das Verschwinden der Flüchtlingskinder könnten nicht genannt werden. Die vermissten unbegleiteten minderjährigen Flüchtlinge kämen jedoch „überwiegend aus Afghanistan, Syrien, Eritrea, Marokko und Algerien“.

Ein Sprecher des Bundesinnenministeriums nannte die bekanntgewordenen Zahl der Vermissten als ungenau und relativierte sie: Wahrscheinlich sei sie viel höher als die Zahl der Flüchtlingskinder, die tatsächlich verschwunden seien. Die Statistik addiere Registrierungen auf, korrigiere sie aber kaum nach unten, sagte der Sprecher. Minderjährige, die in Deutschland ankämen, würden in Obhut genommen und registriert. Macht sich ein Minderjähriger danach eigenständig weiter auf die Suche nach seinen Verwandten und finde sie in einer anderen Stadt oder gar im europäischen Ausland, falle er in der Regel nicht aus der Zählung der Vermissten. Nur in den seltensten Fällen erführen die Behörden davon.

Eine Sprecherin des Bundesfamilienministeriums ergänzte, dass es in Deutschland zudem zu Mehrfachregistrierungen komme. Auf der Suche nach Verwandten könnten einige Minderjährige möglicherweise „vier- bis fünfmal“ erfasst werden. Nach der ersten Registrierung bei der Ankunft in Deutschland folgten weitere, etwa wenn die Flüchtlinge in einer anderen Stadt von der Polizei aufgegriffen würden oder dort nach einem neuen Schlafplatz suchten. „Wir haben da mehrere Zählungen“, sagte die Sprecherin. Daher müsse der Datenaustausch verbessert werden.

Beide Ministeriumssprecher betonten, man nehme Vermisstenmeldungen sehr ernst. „Wir sind schon sehr sensibilisiert, denn es ist eben nicht ausgeschlossen, dass Kinder und Jugendliche in die Hände von Kriminellen fallen“, sagte die Sprecherin. Auch die Grünen-Politikerin Luise Amtsberg warnte davor, dass verschwundene Flüchtlingskinder Opfer von Menschenhändlern werden könnten. Es bereite ihr Sorgen, dass die Bundesregierung „die Gefahren durch Zwangsprostitution und Ausbeutung nicht ernsthaft in Betracht zieht“, erklärte sie. „Dass 5.835 unbegleitete Jugendliche und Kinder, die im vergangenen Jahr verschwunden sind, die Bundesregierung nicht in Alarmbereitschaft versetzen, ist traurig.“ (epd/mig 12)

 

 

 

 

 

 

Wie Deutschland die UN-Klimaziele durchkreuzt

 

Holzminden - Der Preis für Heizöl hat in Deutschland ein Zehnjahrestief erreicht. Der fossile Brennstoff zu historisch niedrigen Marktpreisen wird für die Verbraucher gleichzeitig durch eine geringe staatliche Abgabenlast begünstigt. So beträgt der staatliche Kostenanteil auf einem Liter Heizöl weniger als 30 Prozent. Zum Vergleich: Umweltfreundlicher Wind- und Sonnenstrom wird mit 70 Prozent staatlichen Kosten pro Kilowattstunde belastet. Mit dieser Preispolitik wird grüne Energie künstlich verteuert und  Deutschland durchkreuzt die auf dem UN-Klimagipfel selbst vereinbarten CO2-Ziele. Gut drei Viertel der Bundesbürger hält diesen Energiekurs für falsch, klimaschädliche Energieträger wie Heizöl staatlich zu fördern. Das ergab der Stiebel Eltron Energie-Trendmonitor. Dazu wurden 1.000 Bundesbürger bevölkerungsrepräsentativ befragt.  

Die große Mehrheit der Bundesbürger hat erkannt, dass Anspruch und Wirklichkeit der deutschen Klimapolitik weit auseinanderfallen. 82 Prozent sind der Meinung, die Bundesregierung müsse mehr für den Umweltschutz tun, um die selbst gesteckten Klimaziele zu erreichen. Wichtige Stellschraube ist dabei die Preispolitik. „Das Verhältnis von 70 Prozent staatlicher Kosten auf grünem Strom und 30 Prozent auf klimaschädlichem Heizöl ist eine fundamental falsche Weichenstellung für die grüne Energiewende“, sagt Rudolf Sonnemann, Vorsitzender der Geschäftsführung des Haus- und Systemtechnikherstellers Stiebel Eltron. „Logische Folge der vereinbarten UN-Klimaziele von Paris müsste sein, grüne Energie von staatlicher Abgabenlast zu befreien und im Gegenzug fossile Brennstoffe teurer zu machen.“

Die historisch niedrigen Einkaufspreise an den Rohstoffmärkten geben der Bundesregierung ganz neue Spielräume, die Kostenlast für fossile Brennstoffe zu erhöhen, ohne die Verbraucher in der Übergangsphase auf klimafreundliche Energienutzung zu überfordern. Es reicht, einen Teil der gesparten Einkaufskosten für Heizöl für den Klimaschutz zu nutzen. Die große Mehrheit der Bundesbürger würde einer solchen Entscheidung offenbar folgen. Zwei Drittel sind der Meinung, grüner Strom müsse künftig günstiger werden – dafür dürfen die Preise fossiler Energien (Öl, Kohle, Gas) sogar steigen. 76 Prozent fordern die Politik ausdrücklich auf, grüne Strom- und Energiesysteme mit Wind- und Sonnenbetrieb stärker zu fördern, damit sie künftig im eigenen Zuhause für den Klimaschutz auf fossile Energien verzichten könnnen. 

Stiebel Eltron, gegründet 1924, gehört mit einem Jahresumsatz von rund 436 Millionen Euro und einer Beschäftigtenzahl von weltweit 2.900 Mitarbeitern zu den führenden Unternehmen auf dem Markt der Erneuerbaren Energien, Wärme- und Haustechnik.

Das Familienunternehmen wird seit seiner Gründung von der Vision angetrieben, Geräte für mehr Energieeffizienz, Komfort und Zuverlässigkeit zu produzieren und liegt mit dieser Philosophie mehr denn je im Trend. Das Unternehmen entwickelte sich zu einem der größten Anbieter auf dem Wärmemarkt und zum Weltmarktführer bei Durchlauferhitzern. Als Vorreiter in Sachen Erneuerbare Energien startete Stiebel Eltron bereits in den 70er Jahren mit der Fertigung von Wärmepumpen und Solarkollektoren. Als erfolgreicher Systemanbieter im Bereich Erneuerbare Energien gehören auch Lüftungsanlagen mit Wärmerückgewinnung zum Programm. Stiebel Eltron produziert am Hauptstandort im niedersächsischen Holzminden, in Eschwege sowie an drei weiteren Standorten im Ausland (Tianjin/China, Bangkok/Thailand, Poprad/Slowakei). SE 12

 

 

 

 

Studie. Alterung der Gesellschaft fordert Sozialdienste heraus

 

Deutschland hat lange Zeit vom demografischen Wandel profitiert. Die Lebenserwartung ist kräftig gestiegen und wir haben viel Geld gespart, weil weniger Nachwuchs zu versorgen war. Doch diese goldenen Jahre gehen bald vorbei. Das geht aus einer aktuellen Studie hervor.

Der demografische Wandel wirkt sich stark auf die Arbeit der sozialen Einrichtungen und Dienste aus. Das ist das Resultat einer Studie, die das Berlin-Institut für Bevölkerung und Entwicklung im Auftrag des Deutschen Caritasverbandes erstellt hat, und die am Montag in Berlin vorgestellt wurde. Die Veränderungen im Altersaufbau der Gesellschaft zeigten sich regional äußerst unterschiedlich, heißt es in der Erhebung. Besonders im Osten Deutschlands bestehe schon jetzt akuter Handlungsbedarf.

Zugleich betonten die Forscher, es seien Daten und Prognosen bis auf die Kreisebene erforderlich, um die passenden Handlungsempfehlungen für die soziale Arbeit vor Ort zu entwickeln.

Die Forscher haben laut den Angaben anhand von knapp 100 Indikatoren die Auswirkungen des demografischen Wandels auf die besonders betroffenen Fachgebiete Kinder- und Jugendhilfe, Altenhilfe sowie Migration und Integration untersucht. Anhand sogenannter soziodemografischer Indikatoren für die Landkreise und kreisfreien Städte wurden Regionen mit ähnlicher demografischer Entwicklung ermittelt und zu Gruppen zusammengefasst, um für diese Regionstypen Handlungsstrategien aufzeigen zu können.

„Die Studie zeigt deutlich, wenn die sozialen Dienstleistungen in die kommunale Planung einbezogen werden und der Sozialraum gemeinsam mit den Bürgern gestaltet wird, sind die Erfolge für die Zukunftsfähigkeit am größten“, betonte Caritas-Präsident Peter Neher. Der sozialräumliche Ansatz, die Kooperation und Vernetzung verschiedener Akteure und Fachbereiche seien entscheidende Erfolgsfaktoren für die Bewältigung der zukünftigen Aufgaben.

Deutlich werde auch, dass in allen drei Fachbereichen der Handlungsbedarf in den neuen Bundesländern besonders dringend sei. Denn dort zeigten sich die Auswirkungen des Alterns der Gesellschaft schon jetzt sehr stark. „Um die Herausforderungen zu bewältigen, ist die Zusammenarbeit von Bund, Ländern und Kommunen gefordert“, so Neher. Dazu gehöre auch die Solidaritätsbereitschaft zwischen Ländern und Regionen mit sehr unterschiedlicher Wirtschaftskraft. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Industrie 4.0-Roboter revolutionieren deutschen Mittelstand

 

München - Mit einer Roboterdichte von 292 Einheiten pro 10.000 Arbeitnehmer zählt die deutsche Wirtschaft weltweit zu den am stärksten automatisierten Standorten und rangiert damit laut jüngster Roboterstatistik auf Rang eins in Europa (IFR). Nach dem Vorbild der Konzerne steht jetzt der deutsche Mittelstand vor einer revolutionären Automatisierungswelle. Der Grund: Eine neue Roboter-Generation ohne Schutzzaun ist marktreif, in die Betriebe einzuziehen. Diese COBOTS arbeiten als Assistenten mit den Werkern Hand in Hand zusammen. Dabei zielen die Mensch-Roboter-Teams darauf, die Stärken menschlicher Arbeitskraft mit den technischen Fähigkeiten von Robotern zu kombinieren. Die weltweit größte Robotermesse AUTOMATICA informiert mittelständische Unternehmen vom 21. bis 24. Juni in München über die neuesten Möglichkeiten der Automatisierung.

Die aktuelle Generation der kollaborierenden Roboter (COBOTS) verdankt ihr neues Einsatzgebiet im mittelständischen Umfeld der Forscheridee, für Menschen möglichst einfach steuerbar zu sein. Nach dem Vorbild eines menschlichen Lehrlings lassen sich die COBOTS vom Werker neue Aufgaben zeigen, indem man ihnen beispielsweise für den gewünschten  Arbeitsprozess die Hände führt und die Bewegung so automatisch einprogrammiert. Damit setzen die Entwickler auf eine intuitive Anwendung, die sich beispielsweise bei der Nutzung von Smartphones bewährt hat.

Bildverarbeitungssysteme und Sensoren erlauben es den neuen Roboterkollegen, mit der umgebenden Infrastruktur einfach und sicher zu kommunizieren – wichtige Voraussetzung für eine vernetzte Industrie-4.0-Strategie. Für den mittelständischen Betrieb spielen die bisher so nicht gekannten flexiblen Fertigkeiten der COBOTS eine Schlüsselrolle. Die Mensch-Roboter-Teams treten als dritte Option neben Vollautomatisierung und reine Handarbeit. Dabei machen die kollaborierenden Roboter einen intelligenten neuen Arbeitsfluss von Mensch und Maschine möglich: So übernimmt der COBOT beispielsweise monotone, gefährliche oder körperlich belastende Arbeiten, während der Mensch sich parallel dazu auf sehr anspruchsvolle Montagearbeiten sowie kreative Fehlerbehebung konzentriert. Das schnelle Umstellen des Mensch-Roboter-Teams auf einen neuen Produktionsprozess macht es zudem möglich, selbst kleinste Stückzahlen kostengünstiger zu produzieren.

„Die Mensch-Roboter-Teams ebnen mittelständischen Betrieben einen revolutionären neuen Weg, ihre Fertigung auf technisches Spitzenniveau zu automatisieren und damit kostensparend die eigene Wettbewerbsposition zu sichern“, sagt Dr. Martin Lechner, Leiter Technologiemessen der Messe München, zuständig für die AUTOMATICA. Dip 12

 

 

 

 

Studien belegen: Rückenorthesen mindern Schmerzen und verbessern Lebensqualität

 

Düren - Orthesen würden von den Patienten nur selten getragen, seien medizinisch kaum wirksam und ließen zudem wissenschaftliche Wirkungsnachweise vermissen – so lautet ein häufiger Vorwurf, der insbesondere von Kostenträgerseite immer wieder geäußert wird. Dabei spricht nicht nur die Verordnungspraxis eine andere Sprache. Allein bei der Volkskrankheit „Kreuzschmerz“ und bei Osteoporose werden jedes Jahr rund 600.000 spezielle Rückenorthesen verordnet. Für die Wirksamkeit der Orthesen sprechen auch zahlreiche wissenschaftliche Belege, wie eine aktuelle Analyse des Instituts für Gesundheits-System-Forschung (IGSF) Kiel ergab.

Im Auftrag des Industrieverbandes eurocom hatte das IGSF Dokumente ausgewertet, die von Seiten der Hersteller bei der Anmeldung einer Orthese für das Hilfsmittelverzeichnis vorgelegt werden müssen. Dabei wurde sich auf die Indikationen Kreuzschmerz und Osteoporose konzentriert. Insgesamt 68 wissenschaftliche Studien, Anwendungsbeobachtungen, ärztliche Gutachten sowie technische und biomechanische Wirksamkeitsnachweise stellten die Mitgliedsfirmen der eurocom dem IGSF zur Verfügung. Zusätzlich wurde eine Auswahl fachspezifischer Literatur ausgewertet.

Das Ergebnis der Analyse des IGSF ist eindeutig: Sowohl die Patienten als auch die behandelnden Ärzte bescheinigten den Rückenorthesen, eine deutliche Reduktion der Schmerzen, eine gesteigerte Aktivität im Alltag sowie geringeren Schmerzmittelgebrauch bewirkt zu haben. Die Patienten beschrieben zudem eine deutlich gesteigerte Lebensqualität, die einerseits auf den medizinischen Effekten, andererseits auf der hohen Zufriedenheit mit Tragekomfort und Handhabbarkeit der Orthesen basierte.

Ein weiteres Ergebnis der Analyse: Wer eine Rückenorthese trägt, muss nicht befürchten, dass seine Muskelkraft schwindet. Im Gegenteil bleibt die sensomotorische Muskelfunktion trotz der eingeschränkten Beweglichkeit durch die Orthese erhalten. Auch andere unerwünschte Nebenwirkungen wie Druckstellen oder Abschnürungen sind bei Orthesen nicht zu befürchten.

Und auch der Vorwurf, es gäbe keine wissenschaftlichen Belege für medizinische Hilfsmittel, lässt sich angesichts der Fülle von Unterlagen, die das IGSF ausgewertet hat, nicht aufrecht erhalten.

IGSF-Analyse untermauert subjektives Empfinden der Patienten

Die aktuelle IGSF-Analyse unterfüttert aus wissenschaftlicher Sicht auch die Ergebnisse einer repräsentativen Patientenumfrage, die das Institut für Demoskopie Allensbach vor zwei Jahren für die eurocom durchgeführt hat. Hierbei wurden rund 1.200 Nutzer von Bandagen, Orthesen, Kompressionsstrümpfe oder Einlagen zu ihren Erfahrungen mit den Hilfsmitteln befragt.

Demnach wendet jeder zehnte Deutsche Bandagen und Orthesen an. Rückenschmerzen stehen dabei an einer der ersten Stellen. Immerhin 59 Prozent der Anwender dieser Hilfsmittel verspüren weniger Schmerzen und 96 Prozent geben an, die Orthesen gäben ihnen ein sicheres Gefühl. Die hohe Zufriedenheit liegt auch darin begründet, dass moderne Orthesen atmungsaktiv und einfach zu handhaben sind. Bewegungshemmende Korsette kommen heutzutage nur noch selten zum Einsatz. Stattdessen ermöglichen aktive, dynamische Hilfsmittel wieder Bewegungen und Mobilität – und helfen so auch, einer Rückbildung der Muskulatur vorzubeugen.

Die vollständige Analyse des IGSF mit dem Titel „Sichtung, Sammlung und Auswertung der verfügbaren Belege zur Wirksamkeit von Orthesen bei Kreuzschmerz sowie bei Osteoporose“ steht auf der Internetseite der eurocom unter www.eurocom-info.de/studien/ zum Download zur Verfügung. Unter demselben Link finden sich auch alle Informationen zu der Patientenbefragung durch das Institut für Demoskopie Allensbach sowie eine weitere Analyse des IGSF zur Wirksamkeit von Bandagen und Orthesen im Indikationsbereich Knie. GA 12

 

 

 

 

Asylverfahren. Beschleunigt und nicht mehr rechtsstaatlich?

 

Auch nach Inkrafttreten des Asylpakets II reißt die Kritik an den verschärften Regeln nicht ab. Erfahrene Asyl-Juristen befürchten, dass bestimmten Flüchtlingsgruppen in Schnellverfahren der Weg zum Anwalt versperrt wird. Von Corinna Buschow - VON Corinna Buschow

 

Die inzwischen geltenden schärferen Regeln für Asylbewerber stoßen bei hochrangigen Juristen weiter auf Kritik. Man könne den Verdacht haben, dass die Politik „in einigen Punkten doch kontraproduktiv über das Ziel hinausgeschossen ist“, sagte der Richter am Bundesverwaltungsgericht, Uwe Berlit, am Dienstagabend bei einer Veranstaltung des Deutschen Anwaltvereins in Berlin. Berlit fürchtet um die Einhaltung rechtsstaatlicher Grundsätze in den Schnellverfahren für Flüchtlinge aus sicheren Herkunftsstaaten. Die neuen Regeln könnten in seinen Augen dazu führen, dass den Flüchtlingen anwaltliche Beratung vorenthalten wird.

Um das Asylpaket II, das am 17. März inkraft getreten ist, hatte die Koalition lange gerungen. Im Mittelpunkt stand dabei der Streit um die Aussetzung des Familiennachzugs. Weitere Verschärfungen wie die Einführung beschleunigter Asylverfahren in speziellen Aufnahmeeinrichtungen und niedrigere Hürden bei der Abschiebung Kranker gerieten dabei aus dem Fokus der Öffentlichkeit.

Fachjuristen beäugen genau diese Regelungen aber skeptisch. Berlit verglich die Schnellverfahren mit dem seit den 90er Jahren existierenden Flughafenverfahren, bei denen Menschen aus sicheren Drittstaaten im Transitbereich verbleiben müssen, bis ihr Asylantrag geprüft – und in aller Regel abgelehnt wird. Der Bundesrichter sagte, wie das Flughafenverfahren selbst seien die neuen Regelungen nicht grundsätzlich verfassungswidrig. Dennoch machte er auf Unterschiede in der „faktischen Umsetzung“ aufmerksam.

Anders als an den entsprechenden Flughäfen wiesen die Standorte der neuen speziellen Aufnahmeeinrichtungen nicht die Dichte an Anwälten und zivilgesellschaftlicher Unterstützung auf, sagte er. Bislang gibt es für die Einrichtungen zwei Standorte: Bayreuth und Manching. Neben der Versorgung mit Bundespolizisten und Verwaltungsmitarbeitern müssten auch anwaltliche, ärztliche und zivilgesellschaftliche Strukturen mitgedacht werden, forderte Berlit.

Der Frankfurter Asylanwalt Tim Kliebe unterstellte, mit den Einrichtungen werde eine „Entsolidarisierung mit der Zivilgesellschaft“ verfolgt. Er kritisierte, der Bundestag habe bei der Verabschiedung der neuen Regeln Forderungen nach einem Festlegen von Verfahrensregeln „komplett ignoriert“.

Indirekt machte er bei der Diskussion einen Vorschlag für Verbesserungen. In Frankfurt am Main, dem Hauptstandort für das Flughafenverfahren, gibt es einen Vertrag zwischen dem Bund und dem Anwaltverein, der Rechtsberatung sicherstellen soll. Organisiert über einen Bereitschaftsdienst steht demnach immer ein Jurist zur Verfügung, wenn ein Asylantragsteller anwaltliche Hilfe braucht. Eine enge Zusammenarbeit gibt es zudem mit dem kirchlichen Flüchtlingsdienst.

Der innenpolitische Sprecher der Unionsbundestagsfraktion, Stephan Mayer (CSU), wies die Kritik der Juristen zurück. Für die rechtsanwaltliche Beratung seien an den jeweiligen Standorten Strukturen vorhanden, sagte Mayer. Die Verfahrensrechte würden gewahrt. Dennoch räumte er ein, jede Maßnahme könne verbessert werden.

Der Berliner Bischof Markus Dröge äußerte ebenfalls die Sorge, in schnellen Verfahren könne der notwendige Rechtsschutz eventuell nicht gewährleistet werden. Er verwies auf das Kirchenasyl, bei dem Gemeinden in Härtefällen Schutz gewähren, um eine nochmalige Prüfung des Asylantrags zu erzielen. In der Praxis zeige sich eine hohe Erfolgsquote, sagte Dröge. „Wo Zeit da ist, Beratung und Unterstützer – da schaut man meist genauer hin“, sagte er.

(epd/mig 14)

 

 

 

 

Veranstaltungsreihe „Wege zur Integration“ in Kassel fortgesetzt

 

Kassel. Im Rahmen der Veranstaltungsreihe „Wir schaffen das! Aber wie? Wege zur Integration“ der katholische Kirche in Kassel finden am Dienstag, 12. April, und am Dienstag, 19. April, zwei weitere Abende statt. Veranstaltungsort ist das Alfred-Delp-Haus, Kölnische Str. 51.

 

Am 12. April um 19 Uhr spricht Bundestagspräsident a. D. Wolfgang Thierse (Berlin) zum Thema „Deutschland als Einwanderungsland: Integration als die große Aufgabe der Zukunft“. Für Thierse erlebt Deutschland 25 Jahre nach der staatlichen Wiedervereinigung eine neue Wendung der Geschichte: „Hunderttausende Flüchtlinge kommen hierher. Sie werden unser Land verändern. Was bedeutet es, wenn wir eine Einwanderungsgesellschaft werden? Was ist zu tun, damit Integration gelingt?“ Darüber diskutiert er im Anschluss an den Vortrag mit dem Publikum.

 

Die Frage, wie Stadt und Land mit Menschen umgehen, die hierher flüchten, ist zu einer Grundsatzfrage für die Gesellschaft geworden. Deshalb hat die katholische Kirche in Kassel eine mehrmonatige Veranstaltungsreihe ins Leben gerufen, die sich dieser Frage aus unterschiedlicher Perspektive widmet. Dechant Harald Fischer betont: „Wir freuen uns sehr, dass wir mit Wolfgang Thierse einen über alle politischen Lager hinaus anerkannten Politiker gewinnen konnten. Er spricht nicht nur auf Basis von fast 30 Jahren politischer Arbeit in sehr bewegten Zeiten, sondern gibt uns mit seiner christlichen Haltung auch wichtige Orientierungshilfen.“ Die Veranstaltungsreihe, die von der Plansecur-Stiftung gefördert wird, ist als Gesprächsforum angelegt. Fischer unterstreicht: „Auf das Gespräch mit dem Publikum sind wir besonders gespannt. Deshalb gilt allen Interessierten auch unsere herzliche Einladung, Meinungen und Fragen vorab per E-Mail (wege-zur-integration@katholische-kirche-kassel.de) einzureichen! Diese kommen dann in der Veranstaltung zur Sprache.“ Alle Informationen finden sich unter www.wege-zur-integration.de.

 

Am 19. April findet um 19.30 Uhr ein Playback-Theater für Ehrenamtliche in der Flüchtlingsarbeit statt. Die Playback-Theatergruppe "eigenART" bietet dem Publikum die Gelegenheit, persönlich erlebte Geschichten, Begegnungen und Eindrücke aus der Flüchtlingshilfe zu erzählen. Es öffnen sich neue Fenster hinter den Geschichten, die Erzählende und Publikum in ihren Bann ziehen. Bpf 12

 

 

 

 

Bericht im Kabinett. Mehr Rückführungen aus Deutschland

 

In den ersten zwei Monaten dieses Jahres wurden 4.500 Menschen aus Deutschland zurückgeführt. Das sind mehr als doppelt so viele, wie im gleichen Zeitraum des Vorjahres. Rund 14.100 Menschen kehrten im ersten Quartal 2016 freiwillig zurück: mehr als im gesamten Jahr 2014.

 

Im Bundeskabinett berichteten Bundesinnenminister Thomas de Maizière und Außenminister Frank-Walter Steinmeier über den aktuellen Stand der freiwilligen Rückkehrer und der Rückführung von Ausreisepflichtigen.

Abschiebungen und freiwillige Rückkehrer

Die Zahl der Rückführungen konnte im Vergleich zu den Vorjahren deutlich gesteigert werden. Waren es 2014 noch 13.851, ist die Zahl 2015 auf 22.369 gestiegen. Für 2016 lässt sich bereits sagen, dass es in den ersten beiden Monaten fast 4.500 Rückführungen gab. Das sind mehr als doppelt so viele wie im gleichen Zeitraum des vergangenen Jahres.

Zusätzlich konnte die Zahl freiwilliger Rückkehrer erhöht werden. 2014 reisten 13.574 Menschen mit Hilfe von Rückkehrprogrammen aus Deutschland aus. 2015 waren es 37.200. Die Anzahl der freiwilligen Rückkehrer von Januar bis Ende März 2016 ist mit 14.095 größer als im gesamten Jahr 2014.

Mit dem Bericht "Aktueller Stand bei der Rückkehr/Rückführung von Ausreisepflichtigen" wurde dem Kabinett ein ausführlicher Überblick über den Stand und die laufenden Maßnahmen der Bundesregierung auf nationaler, europäischer und internationaler Ebene zur Förderung von Rückführungen und Rückkehr gegeben.

Aktuelle rechtliche und praktische Maßnahmen 

Die Länder sind für den Vollzug der Ausreisepflicht der Asylantragsteller zuständig, die unter keinem rechtlichen Gesichtspunkt Anspruch auf Schutz in Deutschland oder ein Aufenthaltsrecht aus sonstigen Gründen haben.

Der Bund unterstützt die Länder hierbei durch verschiedene Maßnahmen, beispielsweise durch Verhandlungen mit den Herkunftsstaaten. Die Bundesregierung hat außerdem gesetzliche Neuregelungen geschaffen, mit denen Abschiebungshindernisse abgebaut wurden.

Freiwillige Rückkehr fördern

Zu den praktischen Maßnahmen zählen unter anderem die Einrichtung einer

Bund-Länder-Koordinierungsstelle "Integriertes Rückkehrmanagement" sowie der Task Force "Rückführung" im Auswärtigen Amt. Außerdem wurde zu Jahresbeginn beim Bundespolizeipräsidium die neue Organisationeinheit "Passersatzbeschaffung" eingerichtet. Diese hilft den Ausländerbehörden bei der Beschaffung von Heimreisedokumenten für vollziehbar ausreisepflichtige Ausländer in problematischen Fällen. Auch hat sich der Bund bereit erklärt, personelle Unterstützung zu leisten. Pib 13

 

 

 

Gemeinschaftsdiagnose Frühjahr 2016: Aufschwung bleibt moderat – Wirtschaftspolitik wenig wachstumsorientiert

 

Berlin, 14. April - Die Wirtschaftsforschungsinstitute schätzen, dass das Bruttoinlandsprodukt in Deutschland im Jahr 2016 um 1,6 Prozent zunehmen wird; im Herbst hatten sie noch 1,8 Prozent vorhergesagt. „Ausschlaggebend für die Revision war ausschließlich, dass sich die Weltwirtschaft Ende 2015 merklich abgekühlt hat. Die deutsche Binnenkonjunktur stellt sich aus heutiger Sicht sogar besser dar als noch im Herbst“, sagte Timo Wollmershäuser, Leiter des ifo Zentrums für Konjunkturforschung. Insgesamt befindet sich die deutsche Konjunktur in einem moderaten Aufschwung.

Die Zahl der Erwerbstätigen wird daher weiter steigen, von 43,0 Millionen 2015 auf 43,5 Millionen im laufenden Jahr, wie aus dem Gutachten hervorgeht, das die Institute am Donnerstag in Berlin vorstellten. Die Arbeitslosigkeit steigt trotz des Beschäftigungsaufbaus im nächsten Jahr leicht, da die Integration von Flüchtlingen in den Arbeitsmarkt langwierig ist. Die Arbeitslosenquote erhöht sich aber kaum, von 6,2 Prozent auf 6,4 Prozent.

Die Mehrausgaben im Zusammenhang mit der Flüchtlingsmigration sind ein wichtiger Grund dafür, dass der Finanzierungssaldo des Staates von 21 Mrd. Euro im Jahr 2015 auf 11 Mrd. Euro im Jahr 2016 sinken dürfte. Da die deutsche Wirtschaft in etwa normal ausgelastet ist, ist dieser Überschuss weitgehend strukturell. Es besteht also weiterhin ein gewisser finanzpolitischer Handlungsspielraum. Dieser sollte nach Auffassung der Institute wachstumsorientiert eingesetzt werden. Die aktuelle Ausrichtung der Geldpolitik im Euroraum halten die Institute für angemessen. Dip 14

 

 

 

 

 

EU-Vergleichsstudie. Deutscher Arbeitsmarkt robust und flexibel

 

Über Arbeitsmarktreformen können Regierungen stürzen. In kaum einem anderen Politikfeld wird über Gesetzesänderungen so kontrovers debattiert. Aktuell zeigt sich das in Frankreich. Auch andere EU-Länder stehen vor heiklen Aufgaben, will Europa bis 2020das Ziel von 75 Prozent Beschäftigungsquote erreichen.

 

Gütersloh, 14. April 2016. Lange galt er als starr und unflexibel, doch inzwischen gehört der deutsche Arbeitsmarkt zu den dynamischsten in Europa. Auch deshalb ist er ohne große Beschäftigungsverluste durch die Wirtschaftskrise gekommen und scheint für künftige Strukturwandel gut gerüstet. Zu diesem Ergebnis kommt eine Studie des Rheinisch-Westfälisches Instituts für Wirtschaftsforschung (RWI), das für die Bertelsmann Stiftung die Durchlässigkeit europäischer Arbeitsmärkte untersucht hat. Höhere Dynamik als Deutschland attestiert die Studie lediglich den skandinavischen und baltischen Ländern, während Frankreich, Italien und viele osteuropäische Länder als besonders unflexibel eingestuft werden.

 

Vor allem in den als unflexibel eingestuften Ländern sieht die Studie einen hohen Bedarf an weiteren Reformen auf dem Arbeitsmarkt. Denn auch das gesamtwirtschaftliche Umfeld und viele Einzelfaktoren können die Entwicklung einer Volkswirtschaft bestimmen. Wie etwa Kündigungsschutz, Arbeitslosenversicherung und Qualifizierungsmaßnahmen gestaltet sind, hat großen Einfluss auf die Anpassungsfähigkeit der Wirtschaft. Darüber hinaus hängen auch die Perspektiven von Arbeitnehmern und Erwerbssuchenden entscheidend von der Durchlässigkeit des nationalen Arbeitsmarkts ab.

 

Befristeter Job nicht überall Sprungbrett in dauerhafte Beschäftigung

Deutlich wird das im direkten Vergleich der zwei starken Wirtschaftsnationen Deutschland und Frankreich. In beiden Ländern genießen Arbeitnehmer einen vergleichsweise hohen Kündigungsschutz. Das trägt in beiden Ländern dazu bei, dass die Hälfte aller Job-Einsteiger nach einer Phase der Arbeitslosigkeit zunächst nur einen befristeten Arbeitsvertrag erhalten. Während aber in Frankreich hoher Mindestlohn und starre Lohnsetzung hinzukommen, begleitet Deutschland den Kündigungsschutz mit flexibilisierenden Maßnahmen auf betrieblicher Ebene – was die Aufstiegschancen der befristet Beschäftigten in Deutschland erheblich erhöht. 36,3 Prozent der Arbeitnehmer mit befristetem Arbeitsvertrag gelingt in Deutschland innerhalb eines Jahres der Sprung in ein unbefristetes Beschäftigungsverhältnis. In Frankreich schaffen das lediglich 10,6 Prozent – der geringste Wert im EU-Vergleich.

 

In Deutschland ist zudem die berufliche Mobilität der Arbeitnehmer deutlich größer als in der Mehrzahl der EU-Staaten. 8,4 Prozent von ihnen wechseln jährlich die Stelle, die Wahrscheinlichkeit eines Berufswechsels liegt bei knapp 4 Prozent. In Frankreich liegen die Wechselquoten nicht einmal halb so hoch. Mobiler als in Deutschland sind Arbeitnehmer nur in Estland, Großbritannien und Schweden. „Die hohe Mobilität seiner Arbeitnehmer ist ein Zeichen dafür, dass Deutschland den Strukturwandel gut bewältigt und Herausforderungen wie der Digitalisierung gewachsen ist“, sagte Aart De Geus, Vorstandsvorsitzender der Bertelsmann Stiftung und ehemaliger Arbeitsminister der Niederlande.

 

De Geus: Balance aus Sicherheit und Anreizen

Neben Frankreich stuft die Studie auch die Arbeitsmärkte in Italien und den südeuropäischen Ländern sowie in Polen und den südosteuropäischen Ländern als vergleichsweise starr und unflexibel ein. Noch durchlässiger als in Deutschland sind die Arbeitsmärkte in Skandinavien und im Baltikum. Die skandinavischen Länder schaffen es im Gegensatz zu Estland und Lettland allerdings, Durchlässigkeit mit höherer Jobsicherheit und niedrigerer Lohnungleichheit zu verbinden. „Je flexibler, desto besser ist eine zu einfache Formel. Es kommt auf eine gesunde Balance an zwischen Sicherheit und Flexibilität. Eine gute Beschäftigungspolitik ist immer ein Gesamtkunstwerk“, sagte De Geus.

 

Auswirkungen einer über lange Zeit verfehlten Arbeitsmarktpolitik, so die Studie, sind selten kurzfristig rückgängig zu machen. So haben etwa Spanien und Polen bis weit ins vergangene Jahrzehnt versucht, ihren Arbeitsmarkt vorwiegend durch eine Erleichterung befristeter Arbeitsverhältnisse zu flexibilisieren. Gleichzeitig ist jedoch der hohe Kündigungsschutz unangetastet geblieben. Auch wenn die Politik bereits seit 2008 umsteuert, liegen Polen und Spanien mit 28,3 und 24 Prozent Anteil befristeter Beschäftigung nach wie vor weit über dem EU-Durchschnitt (14,6 Prozent im Jahr 2014). Zugleich gelingt nur vergleichsweise wenigen befristet Angestellten in Spanien und Polen der Sprung in ein dauerhaftes Beschäftigungsverhältnis.

 

Diese Kombination aus hohen Befristungsanteilen und geringen Aufstiegschancen macht es Ländern besonders schwer, in einer Phase des Aufschwungs dauerhaft stabile neue Jobs zu schaffen. So ist europaweit das Arbeitslosigkeitsrisiko für befristet Beschäftigte mehr als viermal so hoch als für unbefristet Beschäftigte. Ein zeitlich begrenzter Arbeitsvertrag geht zudem oftmals mit weniger Weiterbildung und geringeren Löhnen einher. „Das ist schlecht für die Produktivität und kann weder im Sinne der Arbeitnehmer noch der Arbeitgeber sein“, sagte De Geus. Rwi 14

 

 

 

 

Fuat Saka. Lasst die Menschen ihre eigene Kultur leben!

 

Fuat Saka, türkischer Musiker aus der Schwarzmeerregion, lebte viele Jahre in Deutschland und ist deutscher Staatbürger. Im April und Mai kommt er auf Tour nach Europa. Cevat Tersakan sprach mit ihm über seine Musik, die Heimat in der Fremde und kulturelle Verwurzelung. Von Cevat Tersakan

 

MiGAZIN: Lieber Fuat, vervollständige bitte zwei Sätze für uns: „Deutschland ist für mich…“

Fuat Saka: … mein Lebensmittelpunkt außerhalb meiner Heimat. Als ich die Türkei gezwungenermaßen verlassen musste, habe ich dort 20 Jahre im Exil gelebt. Aber Deutschland ist für mich auch heute keine Vergangenheit, denn ich habe in Deutschland sehr gute Freunde gefunden. Das Leben wird von Menschen geprägt, eine Umgebung ohne Menschen hat für mich kaum eine Bedeutung.

„Die Türkei ist für mich…“

Fuat Saka, Jahrgang 1952, ist Musiker. Als einer der Vorreiter und wichtigsten Vertreter der anatolischen Volksmusik machte er vor allem aber die Musik aus der Schwarzmeerregion bekannt. Sein erstes Album veröffentlichte er 1982. Lange Zeit wohnte er in Deutschland, kehrte jedoch vor zwanzig Jahren in die Türkei zurück und lebt nun in einem kleinen Dorf am Meer in der Provinz Mu?la.

Fuat Saka: … das Land, in dem ich geboren und groß geworden bin. Ich bin in der Schwarzmeerregion aufgewachsen, die ich sehr liebe, und habe das Meer und die Berge sehr intensiv erlebt. In der Türkei gibt es eine sehr große kulturelle Vielfalt, deshalb lebe ich hier so gern.

Wie sieht der Tagesablauf von Fuat Saka aus?

Fuat Saka: Nun ja, ich bin ein Musiker, der meistens nachts arbeitet. Mein Studio ist so etwas wie eine Küche für mich, in der ich in verschiedenen Töpfen und mit allen möglichen Rezepten meine Stücke koche. Weil ich oft die ganze Nacht produziere, stehe ich meistens spät auf. Dann frühstücke ich wie jeder andere Mensch auch und beschäftige ich mich auch den Rest des Tages mit der Musik. Ich habe eine Frau, mit der ich mein Leben teile. Im Sommer gehe ich in Palamutbükü schwimmen. Im Winter sitze ich mit meinen Freunden zusammen. Was mache ich sonst noch? Seitdem diese Mobiltelefone in unser Leben eingedrungen sind, verbringt man ja zwei bis drei Stunden täglich am Telefon und natürlich im Internet. Das ist alles, ein ganz normales Leben also. Ich bin eigentlich ein Musiker, der sehr bescheiden lebt.

Du lebst auch sehr zurückgezogen. Ist diese Abgeschiedenheit wichtig für deine Arbeit? Vermisst du das Großstadtleben nicht?

Fuat Saka: Ich lebe hier in einem Dorf mit knapp 300 Einwohnern. Es gibt hier keinen Flugzeug- oder Autolärm, keine Abgase, gar nichts. Hier habe ich die Möglichkeit, der Natur zu lauschen. In so einer Umgebung ist man mit sich allein, ob man es will oder nicht. Ich fühle mich aber niemals einsam, weil ich mitten in der Natur, mit der Natur lebe. Ich kenne zwar die Namen der Vögel nicht, aber ich höre mir ihren Gesang genau an und versuche, ihn in Noten zu fassen. Niemand, der in einer Stadt lebt, hat diese Möglichkeit. Diese Umgebung und die Natur sind sehr wichtig für mich, sie prägen mich. Ich habe auch sehr gute Freunde hier, vielleicht 15 – 20 Personen. Als ich noch in Istanbul lebte, konnten wir uns fast nie sehen. Hier aber sind wir uns fast jeden Abend, unterhalten uns und teilen unser Leben.

Du hast lange Zeit in Deutschland und auch in Frankreich gelebt. Wie hat das Leben im Ausland dich und deine Musik beeinflusst?

Fuat Saka: Als ich die Türkei verließ, kam ich zuerst nach Deutschland. Nach einem Jahr zog ich nach Paris, später ging ich dann wieder nach Hamburg. Das Leben im Ausland hat meine Musik natürlich beeinflusst, es hat ihr eine neue Dimension verliehen. Ich war dort mit lateinamerikanischen, afrikanischen, fernöstlichen und nordeuropäischen Musikern zusammen, was meine Musik sehr bereichert hat. Die Vielstimmigkeit des Lebens, der Musik und ihre Harmonie habe ich dort näher kennen und umsetzen gelernt. Ich habe von meinen Musikerfreunden so viel gelernt, wie ich niemals in einer Schule hätte lernen können. Es fand ein sehr starker Austausch statt. Ich möchte nicht sagen, dass sie mir die europäische Musik und ich ihnen die anatolische Musik beigebracht hätten. Eher haben wir unsere Kulturen miteinander verschmolzen oder verwoben, wie in einem Schmelztiegel. Das Leben im Ausland hat mir also sehr viel gegeben. Ich habe dort ja auch eine neue Sprache gelernt. Ich konnte anfangs kein Wort Deutsch. Nun spreche ich es vielleicht nicht perfekt, habe es aber gelernt.

Kommen deine Fans vornehmlich aus der Türkei oder aus Deutschland?

Fuat Saka: Ich habe auch viele griechische Fans. Nach meiner Rückkehr in die Türkei habe ich nämlich drei oder vier Jahre mit Savapoulos, Nikos Papazoglu und Maria Farantouri Musik gemacht und Konzerte gegeben. Ich kann diese Frage am besten so beantworten: meine Musik kann jeder hören.

Du lebst nun seit 20 Jahren wieder in der Türkei. Hast du noch eine Verbindung zu Deutschland oder Frankreich?

Fuat Saka: Ich bin deutscher Staatsbürger, das heißt meine zweite Staatsangehörigkeit ist deutsch. Ich habe dort meine Freunde, deshalb bestehen meine Beziehungen weiterhin. Viele befreundete Musiker leben dort, dann sind da die Freunde aus dem Stadtteil, in dem ich gewohnt habe. Das ist ein sehr wichtiger Faktor für mich. Diese Beziehungen kappe ich nicht. Ich habe auch eine Tochter in Deutschland. Ich bin ihr Vater und sie hat eine deutsche Mutter. In meiner Beziehung nach Deutschland ist sie sehr wichtig, sie ist meine Brücke, ein Bindeglied. Es ist, als würde ich gleichzeitig in zwei Ländern leben. In Gedanken bin ich dort, stehe aber mit beiden Füßen hier in der Türkei. Damals war es umgekehrt. In den Jahren meines Exils stand ich mit den Füßen im Ausland, aber in Gedanken lebte ich in der Türkei. In Gedanken war ich immer in der Türkei. Jetzt ist es umgekehrt.

In deiner Musik verschmilzt du Volkslieder mit Jazz-Elementen, verwebst also Altes mit Neuem und verarbeitest unterschiedliche Einflüsse. Wo findest du deine Inspiration?

Fuat Saka: Die Deutschen sagen, das kommt aus dem Bauch. Es ist meine Lebensauffassung, die mich inspiriert. In einem Satz zusammengefasst, kann ich sagen: Meine Welt und meine Inspiration sind eigentlich überall. Heute bin ich hier und wer weiß, wo ich morgen sein werde.

Konzertdaten: 20.04.2016 Köln, 21.04.2016 Essen, 22.04.2016 Köln, 24.04.2016 Hamburg, 25.04.2016 Lübeck, 29.04.2016 Witten, 05.05.2016 Köln, 06.05.2016 Friedrichshafen, 07.05.2016 Zürich, 11.05.2016 Wien. Mehr über Fuat Saka gibt’s auf Facebook.

Deine Musik ist stark von der Schwarzmeerregion geprägt, was sicher mit deiner Herkunft zusammenhängt. Was bedeuten kulturelle Wurzeln für dich?

Fuat Saka: Ich bin zwar in der Schwarzmeerregion geboren, habe aber als Musiker nicht mit der Musik von dort angefangen, sondern mich mit der ganzen anatolischen Kultur beschäftigt. Etwa mit 40 Jahren habe ich angefangen, mich mit der Musik aus meiner Region, also der östlichen Schwarzmeerküste, auseinanderzusetzen. Die Lieder, Gesänge und die Lebensweise der Menschen dieser Gegend kannte ich aus meiner Kindheit. Als ich irgendwann die kulturellen Unterschiede, vor allem den Unterschied in der Melodie, in der Musikalität und im Rhythmus dieser Musik realisierte, hat mich das sehr fasziniert. Ich sagte mir, wenn ich gute Musik machen will, muss ich mich mit der Musik aus der Schwarzmeerregion beschäftigen. Ich kann schon behaupten, dass ich das Schicksal der Musik aus dieser Region mitbestimmt habe. Denn bevor ich damit anfing, hatte man diese Volksmusik zu einer Farce gemacht. Ich habe ganz neu angefangen und analysierend, forschend und fühlend versucht, ihr einen neuen Stil, eine neue Diktion zu verleihen, die ihr gerecht wird. Ich denke, dass mir das gelungen ist. Mit meinen 40 Jahren hatte ich auch kein anderes Ziel vor Augen.

Die Beziehungen zwischen der EU und der Türkei stehen im Moment im Mittelpunkt der politischen Diskussionen. Verfolgst du diese Entwicklungen? Wie ist zum Beispiel deine Meinung zur Visumsfreiheit für Türken, die im Moment diskutiert wird?

Fuat Saka: Die Abschaffung von Grenzen ist eine gute Sache. Sprachen und Kulturen können unterschiedlich sein, wir leben aber alle gemeinsam auf dieser Welt. Wir sollten sie uns teilen und glücklich ohne Repression und Ausbeutung zusammenleben.

In den nächsten Wochen gehst du auf Tournee durch Europa. Freust du dich darauf?

Fuat Saka: Eigentlich würde ich das im Jahr zehnmal machen, wenn ich nicht solche Flugangst hätte. (Lacht.) Natürlich freue ich mich riesig! Ich finde es sehr schön, meine Musik auch in anderen Umgebungen, außerhalb der Türkei, vorzustellen. In der heutigen Popkultur geht das Lokale leider immer mehr unter. Niemand hört dem anderen mehr zu. Es wurde eine Einheitsmusik mit einem einzigen Zentrum geschaffen. Wenn man nach China reist, hört man zwar, dass die Chinesen in ihre Sprache singen, die Musik aber hat eine amerikanische Struktur. Wenn man in die Türkei kommt, ist das genauso, wie überall auf der Welt. Wohin man auch kommt, man hört immer dasselbe. Das ist sehr schade. Deshalb interessiert mich die lokale Musik. Man versucht, die Kulturen zusammen zu kneten und zu einer einzigen Kultur zu formen. Das ist aber etwas anderes als eine Verschmelzung, wie ich sie in meiner Musik lebe. Die Popmusik fügt Grenzen nicht musikalisch zusammen, sondern erstickt alles unter sich. Deshalb: Nein zu Grenzen, aber ja zur lokalen Kultur! Lasst die Menschen frei leben, lasst sie ihre eigene Kultur leben!

Info: Das Interview wurde von Cevat Tersakan auf Türkisch geführt und von ihm ins Deutsche übersetzt. MiG 13

 

 

 

 

Migration. Wanderungsbewegungen vom Altertum bis in die Gegenwart

 

Öffentliche Vorlesungsreihe vom 20. April bis zum 20. Juli 2016 an der Freien Universität Berlin

 

Migration in historischer Perspektive ist das Thema einer öffentlichen Vortragsreihe, die im Sommersemester im Rahmen des Offenen Hörsaals an der Freien Universität stattfindet. In der vom Exzellenzcluster Topoi organisierten Ringvorlesung stellen Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler das aktuelle Thema in einen breiten geschichtlichen Kontext von der Urgeschichte bis zur Spätantike und vom Mittelalter bis zur Gegenwart. Dabei sollen populäre Vorstellungen über Migrationsereignisse wie etwa über die sogenannte Völkerwanderung kritisch hinterfragt werden. Die Vorträge finden jeweils mittwochs von 18.15 bis 20.00 Uhr statt. Die Vortragssprachen sind Deutsch und (gelegentlich) Englisch. Den Eröffnungsvortrag hält die Soziologin Prof. Dr. Saskia Sassen von der Columbia University zum Thema "A Massive Loss of Habitat: Re-positioning the Migrant and Refugee" in englischer Sprache. Alle Veranstaltungen der Reihe sind öffentlich, der Eintritt ist frei.

Hintergrund und Anlass der Vortragsreihe ist die seit dem Sommer 2015 verstärkt geführte Diskussion zum Thema Migration, in der oftmals historische Wanderungsbewegungen als Vergleich herangezogen werden. In den Vorträgen werden nun unterschiedliche Formen der Migration differenziert betrachtet: Wer genau migriert, aus welchen Gründen und mit welchen Konsequenzen? In welchen Zeiträumen ereignen sich historische Migrationsbewegungen - und gibt es tatsächlich so etwas wie "Völkerwanderungen" bzw. hat es sie jemals gegeben? Die Perspektiven von Historikerinnen und Historikern, Archäologinnen und Archäologen werden ergänzt durch Beiträge aus der Soziologie, der Philologie und der Literaturwissenschaft sowie der Museologie und der Genetik.

Die Vortragsthemen werden in dem vorlesungsbegleitenden Blog migration.hypotheses.org aufgegriffen und mit der aktuellen Debatte um Einwanderung verknüpft.

Migration in der Antike ist das Thema mehrerer Forschungsprojekte von Topoi, einem gemeinsamen Forschungsverbund von Freier Universität Berlin und Humboldt-Universität zu Berlin in Kooperation mit der Berlin-Brandenburgischen Akademie der Wissenschaften, dem Deutschen Archäologischen Institut, dem Max-Planck-Institut für Wissenschaftsgeschichte und der Stiftung Preußischer Kulturbesitz. Im Mittelpunkt stehen dabei die Begriffe "Raum" und "Wissen". Die Ringvorlesung ist zudem ein Kooperationsprojekt mit dem Berliner Antike-Kolleg und wurde von Dr. Kerstin P. Hofmann, Dr. Felix Wiedemann, Dr. Hauke Ziemssen sowie Prof. Dr. Michael Meyer konzipiert.

Zeit und Ort: Jeden Mittwoch, vom 20. April bis zum 20. Juli 2016, von 18.15 bis 20.00 Uhr. Erster Termin: 20. April 2016. Freie Universität Berlin, Habelschwerdter Allee 45, Hörsaal 1a, 14195 Berlin. U-Banhof Dahlem-Dorf oder Thielplatz (U3). Blog: http://migration.hypotheses.org 

Im Internet: Vorlesungsprogramm: http://www.topoi.org/event/33470/  dip 13

 

 

 

 

Böhmermann-Schmähgedicht. Bundesregierung lässt Strafverfolgung zu

 

Die Bundesregierung wird die strafrechtliche Verfolgung des Satirikers Böhmermann ermöglichen. Dies erklärte Bundeskanzlerin Merkel in Berlin. In einem Rechtsstaat wie Deutschland sei es Sache der Gerichte, Persönlichkeitsrechte und Belange der Pressefreiheit gegeneinander abzuwägen.

 

Das Statement der Kanzlerin im Wortlaut:

Meine Damen und Herren, mit Schreiben vom 7. April 2016, eingegangen im Auswärtigen Amt am 8. April 2016, hat die Republik Türkei ein Strafverlangen hinsichtlich des Moderators Jan Böhmermann wegen dessen  Sendungsabschnitts über Präsident Erdogan gestellt.

Gesetzliche Voraussetzung für die Strafverfolgung des speziellen Delikts der Beleidigung von Organen und Vertretern ausländischer Staaten ist eine Ermächtigung der Bundesregierung. Die Bundesregierung hat dieses Ersuchen entsprechend der Staatspraxis geprüft. An dieser Prüfung waren das Auswärtige Amt, das Bundesjustizministerium, das Bundesinnenministerium und das

Bundeskanzleramt beteiligt. Es gab unterschiedliche Auffassungen zwischen den Koalitionspartnern Union und SPD. Im Ergebnis wird die Bundesregierung im vorliegenden Fall die Ermächtigung erteilen.

Ich möchte dazu gerne näher Stellung nehmen: Die Türkei ist ein Land, mit dem Deutschland eng und freundschaftlich verbunden ist - über die vielen Menschen mit türkischen Wurzeln hier im Land, über enge wirtschaftliche Verflechtungen und über unsere gemeinsame Verantwortung als Alliierte in der Nordatlantischen Allianz. Die Türkei führt Verhandlungen für einen Beitritt zur Europäischen Union.

In dieser engen Partnerschaft sind die gegenseitige, auch völkerrechtlich geschuldete Achtung ebenso wie der offene Austausch zu den Entwicklungen des Rechtsstaats, der Unabhängigkeit der Gerichte und des Meinungspluralismus von besonderer Bedeutung. Umso mehr erfüllen uns die Lage der Medien in der Türkei und das Schicksal einzelner Journalisten wie auch Einschränkungen des

Demonstrationsrechts mit großer Sorge.

Die Bundesregierung wird auch in Zukunft auf allen Ebenen die Postulate von Rechtsstaatlichkeit, Gewaltenteilung und Pluralismus gegenüber der Türkei anmahnen. Wir treten dafür ein, dass bei unseren Partnern und Verbündeten die Freiheit der Meinung und die Unabhängigkeit der Justiz in gleichem Umfang wie in Europa und anderen Ländern der demokratischen Welt gewährleistet sein

müssen. Wir setzen uns gegenüber anderen Staaten dafür ein, Grundrechte wie die Meinungsfreiheit, die Kunstfreiheit und die Pressefreiheit zu achten. Wir fordern ihre Achtung und ihren Schutz auch von der Türkei ein.

Wir fordern das, weil wir von der Stärke des Rechtsstaats überzeugt sind. Im Rechtsstaat sind Grundrechte wie die Meinungsfreiheit, die Kunstfreiheit und die Pressefreiheit elementar. Sie sind elementar für Pluralismus und Demokratie. Im Rechtsstaat ist die Justiz unabhängig. In ihm ist garantiert, dass die Verfahrensrechte des Betroffenen gewahrt werden. In ihm gilt die

Unschuldsvermutung.

Im Rechtsstaat ist es nicht Sache der Regierung, sondern von Staatsanwaltschaften und Gerichten, das Persönlichkeitsrecht und andere Belange gegen die Presse- und Kunstfreiheit abzuwägen. In ihm bedeutet die Erteilung einer Ermächtigung zur Strafverfolgung des speziellen Delikts der Beleidigung von Organen und Vertretern ausländischer Staaten weder eine Vorverurteilung des Betroffenen noch eine vorgreifende Entscheidung über Grenzen der Kunst-, Presse- und Meinungsfreiheit, sondern lediglich, dass die rechtliche Prüfung der unabhängigen Justiz überantwortet wird und nicht die Regierung, sondern Staatsanwaltschaften und Gerichte das letzte Wort haben werden.

Genau in diesem und in keinem anderen Verständnis, genau in diesem und in keinem anderen Gesamtrahmen wird die Bundesregierung im vorliegenden konkreten Fall hinsichtlich des Moderators Jan Böhmermann die von mir eingangs vorgetragene Ermächtigung erteilen.

Darüber hinaus möchte ich Ihnen mitteilen, dass unabhängig von diesem konkreten Verfahren die Bundesregierung der Auffassung ist, dass § 103 StGB als Strafnorm zum Schutz der persönlichen Ehre für die Zukunft entbehrlich ist. Wir werden deshalb einen Gesetzentwurf zu seiner Auflehnung

vorlegen. Der Gesetzentwurf soll noch in dieser Wahlperiode verabschiedet werden und 2018 in Kraft treten. Vielen Dank.

In der ZDF-Sendung "Neo Magazin Royale" vom 31. März hatte der Satiriker Jan Böhmermann ein Gedicht vorgetragen, das als "Schmähkritik" an dem türkischen Präsidenten Erdogan gekennzeichnet war. Die Botschaft der Türkei hatte daraufhin eine Verbalnote an das Auswärtige Amt gerichtet. Das sei ein

förmliches Verlangen der türkischen Seite nach Strafverfolgung, hatte Regierungssprecher Steffen Seibert am 11. April in der Regierungspressekonferenz erklärt. Die Türkei beruft sich dabei auf

Paragraf 103 des deutschen Strafgesetzbuchs, das die Beleidigung ausländischer Staatsoberhäupter unter Strafe stellt. Aufgabe der Bundesregierung war es, eine "Ermächtigung" zu erteilen, damit die Staatsanwälte wegen Beleidigung von ausländischen Staatsorganen ermitteln dürfen. Pib 15

 

 

 

 

Tagung: Offizieller Treffpunkt italienischer ForscherInnen in München“

 

Mittwoch, 27. April 2016, 19 Uhr, im Istituto Italiano di Cultura

Begrüßung: Generalkonsul der Republik Italien in München, Renato Cianfarani

Referenten: Elisa Romanelli, PhD, Ulrico Pekelsen, PhD, Leone Rossetti, PhD

In italienischer Sprache

Der internationale Verband der italienischen Forscher (AIRIcerca) lädt zur ersten offiziellen Tagung der italienischen Forscher ein, die in München wohnen und arbeiten.

Die geographische Nähe Münchens zu Italien, die hohe Lebensqualität und die Anzahl vieler bedeutenden Forschungszentren vor Ort haben dazu geführt, dass immer mehr italienische Forscher in den letzten Jahren in die „nördlichste Stadt Italiens“ gezogen sind.

Das wichtigste Ziel der Tagung besteht darin, Netzwerke und Verbindungen zu erweitern, um den Ideen?und Informationsaustausch zwischen den Forschern zu vereinfachen. Ein weiterer Zweck der Tagung besteht darin, die Unübertrefflichkeit der italienischen Forscher in Deutschland hervorzuheben. AIRIcerca, eine gemeinnützige Organisation die über 14.000 Forscher auf der Welt verbindet, hat drei Absichten:

- die Förderung des Berufs des Forschers und seiner unverzichtbaren Rolle in der Gesellschaft

- das Networking unter den italienischen Forschern in Italien und auf der ganzen Welt durch Treffen und Veranstaltungen

- die Verbreitung von Kenntnissen aus der Forschungswelt unter den Leien.

Eintritt frei, Anmeldung erforderlich unter info@airicerca.org

 

Unter der Schirmherrschaft des Generalkonsuls der Republik Italien in München, Renato Cianfarani. Veranstalter: AIRIcerca, Istituto Italiano di Cultura, Generalkonsulat der Republik Italien in München in Zusammenarbeit mit: Forum Italia e.V. Info: stampa.iicmonaco@esteri.it, www.iicmonaco.esteri.it/ (de.it.press)