WEBGIORNALE  16-30  OTTOBRE   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Siamo tutti meridionali di qualcuno  1

2.       Ormai quasi 5milioni gli italiani all’estero. Circa 110mila nell’ultimo anno  1

3.       La crisi spinge molti Italiani ad emigrare  2

4.       Prosegue l'indagine conoscitiva sulla diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo  2

5.       Fuga dei giovani dall'Italia, nel 2015 via in 40mila  3

6.       Gentiloni: “Sui migranti l’Europa va a sbattere se non fa rispettare gli accordi presi”  3

7.       Uniti dal Nobel. Dario Fo e Bob Dylan: due cantori di strada. La loro missione: raccontare per accendere la fantasia  3

8.       Francoforte. Il Corriere d’Italia festeggia il 65° compleanno  4

9.       Baviera. Espulsi gli italiani che vivono di Sozialhilfe?  4

10.   “Gli Eredi di Caravaggio - Il Barocco a Napoli”. Prima mostra in Germania sulla pittura Barocca Napoletana  4

11.   Manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 4

12.   Francoforte. L’editoria italiana alla Buchmesse  5

13.   Francoforte. Le manifestazioni dell’IIC in occasione della Fiera del Libro  6

14.   Lipsia. Trovato impiccato in cella presunto terrorista siriano  6

15.   Germania, infuria la polemica sul suicidio del presunto terrorista islamico  6

16.   La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa  7

17.   La Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione  7

18.   Italiano. Lingua viva: il programma degli Stati Generali 7

19.   Usa 2016. Hillary vs Donald, Tim e Mike più sosia che vice  8

20.   L’Europa che inizia a Lampedusa accomuna anche gli italiani all’estero  8

21.   Presentata l’XI edizione del Rapporto Italiani nel mondo promosso dalla Fondazione Migrantes  9

22.   Ricollocamento dei migranti. Referendum ungherese: ora di far rispettare i principi Ue  9

23.   Il contorno  10

24.   L'attacco di Renzi: "Nell'Ue frenetico immobilismo"  10

25.   Presentato alla Farnesina il Rapporto Ance 2016  11

26.   Incontro dei parlamentari dell’estero con il ministro Giannini 11

27.   Referendum Costituzionale del 4 dicembre 2016  11

28.   Giornata mondiale contro la pena di morte. Farnesina: Italia da sempre attivamente in prima linea  12

29.   Il sacrificio  12

30.   Sì definitivo dell’Aula al disegno di legge sull’editoria  12

31.   Nella legge definitiva sull’editoria l’emendamento sui finanziamenti ai periodici in italiano editi e diffusi all’estero  12

32.   Referendum costituzionale. Nessun allarmismo per l’esito del referendum italiano  12

33.   Non strumentalizzare gli italiani all’estero  13

34.   Le riflessioni 13

35.   Pizzarotti sbatte la porta e accusa l'M5S. Roma, Muraro appesa a un filo  13

36.   Droghe leggere e rinuncia a educare  14

37.   Orbán manca l’obiettivo, non c’è il quorum per il referendum sulle quote per i migranti 14

38.   Moduli scolastici discriminatori in Gb, arrivano le scuse  14

39.   Le meditazioni 14

40.   Riunito il Comitato permanente sulla riforma delle strutture istituzionali della politica estera dell'Italia  15

41.   Pensione anticipata, tetto di 1350 euro e fino a 36 anni di contributi 15

42.   Aumento della 14ma per i pensionati italiani all’estero nel 2017  15

43.   Online il portale della lingua italiana  15

44.   Insediata a Catanzaro  la nuova Consulta regionale dei Calabresi all’estero  16

45.   Il 17 e il 18 ottobre a Firenze gli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo sul tema “Italiano lingua viva”  16

46.   Il FAIM rilancia l'impegno congressuale per la quarta Conferenza degli italiani nel mondo  16

47.   Lucani nel mondo, Baldantoni: un network per collegare comunità  16

 

 

1.       Fünf Jahre Wartefrist. Bundesregierung schränkt Sozialhilfe für EU-Ausländer ein  17

2.       Bundesregierung schliesst Gesetzeslücke. Beschluss zu Sozialleistungen für EU-Ausländer 17

3.       Welthunger-Index: „800 Millionen Menschen gehen jede Nacht hungrig zu Bett“  17

4.       EU-Grenz- und Küstenschutz. Frontex startet mit mehr Kompetenzen und besserer Ausstattung  18

5.       Fast wichtig. Der Europäische Auswärtige Dienst spielt kaum eine Rolle. Das aber könnte sich jetzt ändern  18

6.       Afghanistan-Konferenz: EU-Hilfen in Milliardenhöhe und ein Abschiebeabkommen  19

7.       Wachstum macht arm und radikal 19

8.       EU-Zwischenbilanz. 5.651 von 160.000 Flüchtlingen umverteilt 20

9.       Das haben wir inzwischen erreicht. Flüchtlings- und Integrationspolitik  20

10.   Usa. Der herbeigeschriebene Sieg  20

11.   "Brücken statt Grenzen". Internationale Tagung von ZdK, KAÖ und Renovabis zu Flucht und Integration  21

12.   Mannomann. António Guterres als nächster UN-Generalsekretär ist trotz falschen Geschlechts die richtige Wahl. 21

13.   OECD. Integration von Schweden lernen  21

14.   Kein Kurswechsel in Flüchtlingspolitik. Merkel: Ich habe meine Politik nicht geändert 22

15.   Arme Länder haben mehr als die Hälfte aller Flüchtlinge aufgenommen  22

16.   Islamgesetze in Europa - noch keine einheitliche Linie  22

17.   Rechtsstreit. Mehr EU-Ausländer klagen bei Kommunen Sozialhilfe ein  22

18.   Mach' meinen Kumpel nicht an. Die Gelbe Hand: 30 Jahre gegen Rassismus  23

19.   Zugang zu tariflich vergüteter Beschäftigung schaffen  23

20.   Tag der offenen Moschee. Migration als Herausforderung und Chance  24

21.   Schwarzarbeit und Dumpinglöhne für Flüchtlinge  24

22.   Noch viel zu tun. Kultusminister sehen große Herausforderungen für Integration  24

23.   Flüchtlingsmigration. Was ist dran an den Ängsten in der Bevölkerung?  24

24.   Studie. Bildungssystem muss sich auf 200.000 neu eingewanderte Schüler einstellen  25

25.   NRW. Staatssekretär Klute: Mehrsprachigkeit ist ein Schatz  25

 

 

 

Siamo tutti meridionali di qualcuno

 

L’arrivo di tanti immigrati cambia il volto dell’Europa e le politiche dei diversi Stati. Un problema da affrontare con accortezza e lungimiranza

 

Gli Italiani del Sud sanno bene cosa abbia comportato loro il dipendere dai desideri, ordini e soprusi di chi, nei secoli passati, li ha governati e sopraffatti con tasse e punizioni, tanto da spingerli ad emigrare. Una sudditanza annullata dalla democrazia finalmente raggiunta che ha riconosciuto a tutti i cittadini il diritto di votare e, soprattutto, di esprimere la propria volontà mediante i referendum. Sottomissione ancora esistente in molti Paesi europei, Italia compresa, e in America.

  A seguire le vicende politiche di vari Stati ci si rende conto di come le popolazioni o i governanti debbano sottostare alle altrui volontà, ai risultati referendari, alle modifiche governative che alterano le situazioni nazionali e planetarie, nonché all’eccessiva presunzione di qualche Monarca, Premier, o Presidente di Repubblica. I quali spesso sono poi obbligati a sottostare alle volontà di altre Nazioni.

  Come successo alla Merkel, recentemente accolta a Dresda con fischi ed invettive, che ha visto sconfitta la sua coalizione partitica nelle recenti Amministrative. Calo di voti dovuto alle sue posizioni nei confronti degli immigrati: prima da ammettere solo se provenienti dalla Siria, poi da accogliere tutti, perché se “non riusciremo a distribuire in modo equo i rifugiati, allora la questione Schengen sarà di nuovo in agenda per molti”.

  L’Ungheria di Viktor Orbàn, che aveva fatto edificare 175 chilometri di muro per fermare i profughi, fu contestata dalla Commissione Ue che lo scorso settembre aveva deciso di obbligare gli Stati membri ad accogliere gli immigrati calcolandone, in base alla popolazione nazionale, il numero che varia da poche migliaia (2.300 per l’Ungheria) fino a 160 mila. Delibera contro la quale il Premier ungherese ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia Europea, spalleggiato da Polonia, Slovacchia e dalla Repubblica Ceca.

  Non solo. Incoraggiato dal voto della Gran Bretagna per uscire dall'Unione europea, Orban ha indetto il referendum, svoltosi il 2 ottobre, per invitare i cittadini a rispondere alla domanda “Vuoi che l'Unione europea abbia il diritto di prescrivere il tentativo obbligatorio di ingresso dei cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso del Parlamento?”. Evidentemente dava per scontata la vittoria del “no”, convinto che a ciò influisse l’eventuale emergenza del terrorismo per combattere il quale, a luglio, il Parlamento aveva approvato una modifica ai poteri dello Stato, consentendo la detenzione prolungata di immigrati sospetti, la loro espulsione immediata e la chiusura delle frontiere.

  L'insufficiente affluenza alle urne del 43,42% ha però fatto fallire la consultazione popolare. Ma il mancato raggiungimento del quorum di partecipanti al voto non ha fatto desistere Orban il quale ha commentato il fatto dicendo che “Le conseguenze giuridiche entreranno in vigore in ogni caso … L'unica condizione è che ci siano più 'no' che 'sì”. E così è stato. Il 98,3% degli elettori che è andato a votare si è espresso contro il piano europeo. “L'Unione europea - ha aggiunto - dovrà comunque tenerne conto”.

  Non va meglio in Italia dato che la Francia ha chiuso le frontiere e rimanda indietro gli immigrati che cercano di passare il confine grazie ad autisti che li nascondono in auto per circa 150 euro. Rientrati nella Penisola, sono alloggiati in un campo della Croce Rossa che ne ospita 870, benché abbia posto solo per 460 persone. Una dipendenza dalla volontà francese cui si aggiungono le polemiche sulla revisione costituzionale che dovrebbe abolire il bicameralismo, per la quale è stato indetto il referendum che si terrà il 4 dicembre.

  Concludendo possiamo dire che tutti siamo “meridionali” di qualcun altro: gli Italiani del Sud lo sono per quelli del Nord; per tutti gli Italiani sono meridionali i profughi dal Nord Africa che sbarcano sulle nostre coste. I quali inoltre sono considerati “invasori” indesiderati, anche da Ungheria, Francia, Gran Bretagna e Paesi dell’Est.

Tuttavia noi pure, a nostra volta, siamo meridionali per la Gran Bretagna che, dopo il voto sulla Brexit, ha iniziato a fare il conteggio degli stranieri operanti nelle loro aziende.

Certo è che l’arrivo di massa di immigrati verso l’Europa sta scombussolando un po’ tutta la politica dei vari Stati. Una invasione inarrestabile che certo costituisce un grosso problema, al quale però occorre rispondere con programmi lungimiranti e non con rattoppi del momento. Egidio Todeschini, de.it.press 

 

 

 

 

Ormai quasi 5milioni gli italiani all’estero. Circa 110mila nell’ultimo anno

 

Dal 2006 al 2016 la mobilità italiana è aumentata del 54,9% passando da poco più di 3 milioni di iscritti all’AIRE a oltre 4,8 milioni.

 

Al 1° gennaio del 2016 sono 4.811.163 i cittadini italiani residenti all’estero iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE). L’aumento, in valore assoluto, rispetto al 2015 è di 174.516 iscrizioni (+3,8% di crescita). La maggior parte delle iscrizioni sono per espatrio (oltre 2,5 milioni) e per nascita (1.888.223).

Pur restando indiscutibilmente primaria l’origine meridionale dei flussi, si sta progressivamente assistendo a un abbassamento dei valori percentuali del Sud a favore di quelli del Nord del Paese. Ciò consegue dal fatto che, negli ultimi anni, pur restando la Sicilia con 730.189 residenti la prima regione di origine degli italiani residenti all’estero seguita dalla Campania, dal Lazio e dalla Calabria, il confronto tra i dati degli ultimi anni, pone in evidenza una marcata dinamicità delle regioni settentrionali, in particolare della Lombardia e del Veneto.

Da gennaio a dicembre 2015, hanno trasferito la loro residenza all’estero per espatrio 107.529. Rispetto all’anno precedente si registrano 6.232 partenze in più (+6,2% di crescita). Il 69,2% (quasi 75 mila italiani) si è trasferito nel Vecchio Continente: l’Europa, quindi, si conferma essere l’area continentale maggiormente presa in considerazione dai trasferimenti degli italiani che vanno oltre confine.

La Lombardia, con 20.088 partenze, è la prima regione in valore assoluto seguita dal Veneto (10.374), dalla Sicilia (9.823), dal Lazio (8.436), dal Piemonte (8.199) e dall’Emilia Romagna (7.644).

La Germania (16.568) è stata, lungo il corso del 2015, la meta preferita dagli italiani andati oltreconfine: a seguire, con una minima differenza, il Regno Unito (16.503) e poi, più distaccate la Svizzera (11.441) e la Francia (10.728).

Su 107.529 espatriati nell’anno 2015, i maschi sono oltre 60 mila (56,1%). L’analisi per classi di età mostra che la fascia 18-34 anni e la più rappresentativa (36,7%) seguita dai 35-49 anni (25,8%). I minori sono il 20,7% (di cui 13.807 mila hanno meno di 10 anni) mentre il 6,2% ha più di 65 anni (di questi 637 hanno più di 85 anni e 1.999 sono tra i 75 e gli 84 anni).

 

Il Volume

Per l’edizione 2016 la pubblicazione, unica nel suo genere in Italia, conserva la struttura dell’anno precedente. L’attenzione per la mobilità di oggi si definisce con la sezione dedicata alle Indagini e quella dedicata alle Esperienze contemporanee dove vengono presi in considerazione luoghi –Londra, Lussemburgo, Colonia e Buenos Aires – e temi – le partenze dei pensionati, le nuove rotte migratorie dei giovani e la difficile decisione di partire o non partire della generazione dei Millennials italiani –, che cercano di indagare caratteristiche, modalità, peculiarità delle nuove forme di mobilità in relazione all’esperienza passata e al contesto nazionale ampliato all’identità e all’esperienza europea o internazionale e cosmopolita. Per la prima volta, il volume si occupa di un tema destinato a diventare sempre più popolare, quello cioè dei nuovi migranti di origini non italiane, ma che sono recentemente partiti dall’Italia con cittadinanza italiana. Sono i cosiddetti “nuovi italiani”, le cui caratteristiche somatiche ci farebbero “etichettare” come cinesi, nigeriani, indiani, bengalesi, marocchini e che invece, dopo anni di permanenza in Italia, non solo hanno acquisito la cittadinanza italiana ma, essendo anche loro coinvolti dalla negativa congiuntura economica e occupazionale, decidono di lasciare l’Italia e provare a cercare altrove la realizzazione di se stessi. Il caso specifico analizzato in questa sede e quello dei bengalesi italiani che stanno migrando dall’Italia alle città britanniche, soprattutto Londra ma anche Birmingham e Manchester.

La cittadinanza, la condizione linguistica, l’italicità, il Made in Italy, il ruolo delle Missioni Cattoliche in Europa e la figura del “missionario d’emigrazione” sono, invece, i temi presenti nelle Riflessioni.

L’ultima sezione – lo Speciale – è dedicata al complesso tema della presenza degli italiani negli spazi urbani, ovvero dove vivono gli italiani residenti fuori dei confini nazionali. Sono prese in analisi 32 città che coprono tutte le aree continentali.

Ne è nata una sezione ricca e variegata, in cui il presente si lega al passato e viceversa, in un rapporto vitale e sostanziale in cui al centro è sempre il migrante con la sua storia e la sua identità, la sua cultura e le sue abilità, individuo che lascia tracce nello spazio che attraversa, addomestica terreni, crea nuovi luoghi. Il territorio non è della storia, ma di chi lo abita ed è destinato a non essere sempre uguale a se stesso, ma a riportare fedelmente ogni traccia lasciata dagli uomini che lo hanno attraversato. Chiudono gli allegati socio-statistici e la bibliografia ragionata delle più recenti pubblicazioni dedicate all’emigrazione italiana.

A questa edizione – di oltre 500 pagine – hanno collaborato 60 autori con 51 diversi contributi ed approfondimenti dall’Italia e dall’estero.

A presentarlo oggi S.E. Mons. Guerino Di Tora, Presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes; la Dott.ssa Delfina Licata, Curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo; la Dott.ssa Sabrina Prati, Dirigente Istat - Servizio Registro della popolazione, statistiche demografiche e condizioni di vita; Don Luigi Usubelli, Cappellano per la comunità italiana a Barcellona.

Per le Istituzioni: il Sen. Pier Ferdinando Casini, Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato; il Segretario generale del Cgie, Dr. Michele Schiavone; il Dr. Massimo Riccardo, Direttore centrale per la Promozione della cultura e della lingua italiana del Maeci.

Ha concluso i lavori Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes. L’incontro è stato moderato da Roberto Napoletano, Direttore de Il Sole 24 Ore. Durante la presentazione, il Direttore di TV2000, Dr. Paolo Ruffini, ha illustrato il video del Rapporto Italiani nel Mondo 2016.

 

I migranti dall’Italia “portatori sani” di italianità

Da recenti studi condotti dalla Fondazione Migrantes molti degli attuali migranti italiani non riescono né a concepirsi né a definirsi tali, ma parlano di sé come di viaggiatori. Che si autopercepisca o meno per ciò che davvero è, il migrante italiano è da sempre col suo migrare “portatore sano di italianità” e l’italianità la si è esplicata in modi molto diversi tra loro: il gusto, la lingua, il business, la sensibilità artistica e, quindi, la moda e il design, la musica, la pittura e cosi via.

La mobilita è una risorsa, ma diventa dannosa se è a senso unico, quando cioè è una emorragia di talento e competenza da un unico posto e non è corrisposta da una forza di attrazione che spinge al rientro.

Solo con il giusto equilibrio tra partenze e rientri avviene la “circolazione”, che è l’espressione migliore della mobilità in quanto sottende tutte le positività che derivano da un’esperienza in un luogo altro e dal contatto con un mondo diverso.

La mobilità porta con sé la creazione di contatti il cui incentivo e sostegno determina lo scambio a più livelli – di conoscenze, buone prassi, ecc. – in modo che effettivamente l’incontro sia un arricchimento vicendevole per un miglioramento di tutti e non la perdita da parte di qualcuno.

Questa premessa è fondamentale per sottolineare il grave problema dell’Italia di oggi, il cosiddetto brain exchange, cioè la non capacita non solo e non tanto di trattenere ma di attrarre dei talenti, un flusso che deve essere bidirezionale, quindi, tra il paese di partenza e quello di arrivo e che riesca nel tempo a soddisfare ma soprattutto ad esaltare le capacita dei soggetti coinvolti. Solo attraverso questa strada di valorizzazione continua e bidirezionale è possibile passare dal brain exchange al brain circulation evitando il depauperamento dei giovani e più preparati di alcuni paesi a favore di altri – cosa sempre più spesso denunciata in Italia – e spingendo alla realizzazione della migrazione come effettivo e concreto fattore di sviluppo sociale ed economico, tema tanto caro ai padri fondatori dell’Unione Europea.

 

Il sogno originario dei padri fondatori dell’Unione Europea era grande, difficile, complesso ma lo è ancora di più per chi lo ha ereditato ed è combattuto oggi sempre più spesso tra le proposte comuni e le rivendicazioni di autonomia. Aiuterebbe probabilmente la gestione di questo conflitto il pensare che la corretta politica dovrebbe tutelare non tanto (e non solo) la liberta di circolazione, ma due forme di diritto diverse ma legate tra loro ovvero il diritto di migrare e il diritto di rimanere nella propria terra e questo accade solo e unicamente se al centro di ogni ragionamento e di ogni azione si pone la persona e il suo benessere e non l’interesse – economico o politico – di alcuni a danno di altri. Il diritto di migrare o di restare come fattore di “sviluppo integrale”, quindi, ovvero volto alla “promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo” e proprio per questo fortemente legato alla pace, anzi ne è il presupposto fondamentale perché se il benessere è armonioso e condiviso crea efficienza, equità e felicità pubblica.

 

Solidarietà, giustizia sociale e carità universale: tre elementi di estrema attualità che vanno letti all’interno di una cooperazione internazionale strutturale alla politica e alla economia di ogni paese in termini concreti e reali di cittadinanza globale, di qualità della vita e dell’ambiente, di superamento dei conflitti per motivi politici, religiosi, altro. Migr. On 6

 

 

 

La crisi spinge molti Italiani ad emigrare

 

Sono anzitutto quelli ai quali manca il lavoro e il sostegno dello Stato. Che spende 4 miliardi per salvare e mantenere gli immigrati

   

Nel 2015 all’Anagrafe degli Italiani residenti all'estero (Aire) risultarono iscritti più di 107.529 connazionali, 6.232 in più rispetto all'anno precedente. A lasciare l’Italia erano stati soprattutto i giovani, prevalentemente di sesso maschile, tra i 18 e i 34 anni, come rilevato dal rapporto Italiani nel mondo 2016, presentato a Roma dalla Fondazione Migrantes. Laureati che dovrebbero rappresentare l'investimento per il futuro del Paese, ma che se ne vanno a causa della crisi che comporta una notevole mancanza di offerta di lavoro. Un patrimonio culturale, rappresentato dalla personale energia e preparazione, purtroppo sfruttato da altri Paesi.

  L’espatrio in 10 anni è aumentato del 54,9%, passando dai 3 milioni agli oltre 4,8 milioni attuali, 13.807 dei quali minorenni. Le Regioni con più partenze sono Lombardia e Veneto, cioè quelle con il maggior numero di laureati. A dimostrazione che l'Italia sta vivendo l'emorragia dei suoi migliori individui. Ovvio che, il nostro Paese abbia “una storia antica di emigrazione. Una storia di sofferenze e di speranze. Una storia di riscatto sociale, di straordinarie affermazioni personali e collettive”, come affermato dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Il quale ha messo in evidenza quanto siano cambiate le categorie sociali e l’età di chi espatria a causa dell’impoverimento del Paese. Certo, portano all’estero quell'immensa ricchezza culturale che gli Italiani hanno seminato nel mondo, ma, prosegue il Presidente “devono poter tornare a lavorare in Italia, se lo desiderano, e riportare nella nostra società le conoscenze e le professionalità maturate” all’estero.

  Altrimenti si effettua quella “emorragia di talento e competenza” rilevata anche dalla Fondazione Migrantes (Ufficio della Conferenza Episcopale Italiana) che considera “una risorsa la mobilità, purché non sia a senso unico”, altrimenti “diventa dannosa quando non è corrisposta da una forza di attrazione che spinge al rientro”. La Migrantes rileva anche che la Germania è stata, nel 2015, la meta preferita di 16.568 Italiani espatriati; 16.503 hanno scelto il Regno Unito, 11.441 la Svizzera e 10.728 la Francia. Pochi coloro che hanno scelto l’America settentrionale e meridionale.

  Un espatrio di Italiani che contrasta con l’accoglienza di 3.931.133 immigrati, 131.721 dei quali solo nel 2016. Il che comporta non soltanto un esborso statale notevolissimo e, di conseguenza, l’aumento delle tasse, altra causa per la quale i nostri cittadini emigrano. Ma anche un impoverimento della cultura nazionale, quindi la decadenza della nostra civiltà. Un cambiamento che può provocare effetti estremamente negativi, come successe all’Impero romano che s’imbarbarì fino a decadere quando gli stranieri furono molto di più dei cittadini locali.

  Da un’indagine eseguita il 6 ottobre scorso risulta che in Italia vive gente di 200 nazionalità diverse. Migranti che spesso arrivano in cerca di lavoro ma che non conoscono la nostra lingua e, a volte, neppure un mestiere. Persone che hanno abbandonato le loro terra per sfuggire alle persecuzioni, alle carestie e alla fame e che, quindi, secondo Mattarella “hanno diritto alla tutela della loro dignità”. Un dovere, il nostro, che comporta però un costo notevole. Nel 2015 lo Stato ha speso 3,3 miliardi di euro, il 70% dei quali per alimentarli, vestirli e dar loro denaro per le spese private. Un esborso, quello statale, perennemente in aumento, raddoppiato o triplicato rispetto agli anni precedenti e previsto di 4 miliardi nel 2016.

  Esso è del 40% superiore a quello vigente in Austria che, quest’anno, ha aumentato da 19 a 21 euro l’importo consegnato ad ogni immigrato, contro i 35 dati in Italia. Una non lieve differenza dovuta, forse, al fatto che in Austria il costo della vita è più basso rispetto all’Italia. A ciò si aggiunge quella corruzione da parte di alcuni che recentemente ha spinto la Guardia di Finanza del Centro richiedenti asilo di Gradisca d’Isonzo ad incriminare 25 persone.

  Le ingenti risorse economiche impiegate per gestire l'immigrazione non hanno permesso di investire di più per dare un futuro certo ai nostri ragazzi. L'Italia spende per formare i laureati che poi se ne vanno. E per caritatevolmente raccogliere stranieri non ugualmente qualificati. Fattori ai quali si aggiunge il fatto che nella Penisola esiste un’elevata carenza di nascite ed un numero notevole di anziani. Se continuiamo a cedere energie fresche e qualificate ci sarà una perdita dei nostri principi vitali. E il deperimento degli Italiani.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Prosegue l'indagine conoscitiva sulla diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo

 

Al Comitato per le questioni degli italiani all’estero e alla VII Commissione l’audizione del direttore generale di Biblioteche ed istituti culturali del Mibact, Rossana Rummo

 

ROMA – Si torna a parlare del coordinamento di strategie e iniziative volte a promuovere lingua e cultura italiana nel mondo nell’audizione del direttore generale di Biblioteche ed istituti culturali del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Rossana Rummo, al Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato riunitosi questa mattina insieme alla Commissione istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica e sport.

L’intervento, che si inserisce nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo che il Comitato sta svolgendo insieme alla Commissione, ribadisce dunque, alla vigilia anche della seconda edizione degli Stati generali della Lingua italiana di Firenze, un’istanza più volte richiamata in anni in cui la carenza di risorse ha esacerbato le conseguenze della nostra incapacità di “fare sistema” in un settore definito cruciale per il futuro del Paese.

Rummo ha in premessa evidenziato come promozione linguistica e culturale siano indissolubilmente connesse, perché coloro che si avvicinano all'apprendimento dell'italiano sono animati da interesse e curiosità per la nostra cultura: “sebbene il Mibact non abbia competenze specifiche sull’insegnamento della lingua italiana all'estero, collaboriamo attivamente con Miur e Maeci perché la diffusione della nostra lingua è immediatamente connessa con quella della nostra cultura – rileva il direttore generale, richiamando così la sinergia indispensabile tra istituzioni.

Oltre alla promozione culturale oggetto di accordi, attività promosse in collaborazione con Unesco e Unione europea e coordinamento di tutti gli istituti italiani afferenti al settore, per quanto riguarda la diffusione del patrimonio librario viene richiamato in particolare tra i progetti della Direzione generale “Biblioteca Italia”, che consiste nella istituzione di fondi librari presso grandi biblioteche internazionali e università e che ha in ultimo coinvolto l’Università di Tokyo, ma anche Paesi come la Francia, la Giordania, Israele e la Tunisia (nell'ambito del progetto in questi anni sono state create biblioteche di references, ossia che comprendono anche opere generali, enciclopedie, dizionari, guide, produzione editoriale istituzionale ecc., in Australia, Argentina, Brasile, Cuba, Egitto, Stati Uniti -New York, Santo Domingo, Canada -Montréal, India, Cipro - Nicosia, Colombia -Bogotà).

I fondi e le donazioni di volumi interessano Paesi segnalati anche del Maeci e “premiano università in cui vi sono importanti dipartimenti di italianistica – afferma il direttore generale, sottolineando come sia importante la crescita e la diffusione di tali dipartimenti, “perché in essi si sono formati e si formano coloro che assumono un ruolo di testimonial della cultura italiana”. Importante anche la presenza di lettori di lingua italiana nelle università, rileva Rummo, consapevole che la crisi abbia inciso sulla contrazione di risorse e organici, mettendo a rischio la scelta di accostarsi all’italiano privilegiando lingue “più forti” come l’inglese e lo spagnolo, oppure sempre più emergenti nel mercato internazionale, come il cinese o l’arabo.

La Direzione è impegnata poi nella promozione di autori e libri italiani nelle più importanti fiere librarie internazionali – annunciata per l’anno prossimo la presenza dell'Italia alla Fiera del libro di Teheran, primo Paese europeo ospite d'onore della rassegna – e in iniziative connesse, come con l'istituzione di premi internazionali alla traduzione – i nuovi riguardano un premio alla carriera per la traduzione in lingua persiana e in lingua araba di testi italiani, - con attenzione, per quando concerne la traduzione, al tema della reciprocità.

Annunciata anche la partecipazione alla nuova edizione degli Stati generali della lingua italiana del 17 e 18 ottobre prossimi. Tra le attività poste in essere vengono richiamate poi quelle avviate con l'istituzione di comitati nazionali celebrativi di grandi personaggi, come Dante, Bassani, Ariosto, oppure connesse alla promozione del cinema italiano, sino ad arrivare a settori un tempo considerati culturalmente marginali come il cibo, e che sono oggi invece immediatamente legati al binomio cultura-turismo che rientra tra la competenze del Ministero e che richiede una strategia di promozione dell'Italia quale museo “diffuso”, non limitato quindi alle sole città di Roma, Firenze e Venezia.

Rummo non nasconde infine i “punti delicati e di debolezza” della nostra promozione culturale e linguistica, in primis l’istanza di coordinamento richiamata in apertura: “anche le Regioni, in seguito alla riforma del titolo V della nostra Costituzione, hanno acquisito competenza diretta in materia e spesso ci sono state sovrapposizioni – riconosce il direttore generale. “Il Maeci svolge il ruolo di cabina di regia ma poi, spesso, ogni ministero va per la sua strada – rileva Rummo, segnalando l’ “organizzazione frastagliata” di settori come quello dell’insegnamento della lingua italiana, caratteristica che non ci consente di acquisire quella forza che meglio consentirebbe di confrontarsi con competitor come la Francia, la Germania o la Spagna. Sempre sul fronte dell'insegnamento della nostra lingua il direttore del Mibact riconosce il ruolo importante svolto dagli Istituti Italiani di Cultura, anche in termini di ritorno economico – nel periodo in cui era direttore dell’IIC di Parigi, Rummo ricorda che il ricavato dei corsi costituiva la metà del budget a disposizione dell’Istituto, - e dalla qualità degli insegnanti, il cui turn-over spesso incide sulla decisione degli iscritti di proseguire l’esperienza. “I contratti non possono durare più di due anni, ma avere insegnanti ben formati e presenti stabilmente è importante – segnala il direttore generale, rilevando la “grande dispersione” delle attività di insegnamento dell’italiano, che richiederebbero invece il coordinamento da parte di una “sorta di agenzia, come avviene per esempio in Germania”.

La questione resta quella di “rafforzare strutturalmente il nostro paese per l’insegnamento dell’italiano”, che è il veicolo principale della nostra cultura, coordinando metodologie e introducendone di nuove, per una promozione qualificata e al passo con i tempi. “Per questo ritengo che sia molto importante il rapporto con le università – ribadisce Rummo, ricordando come anche attraverso queste sia possibile “aggiornare” l’immagine di un Paese molto amato per la sua cultura come il nostro.

Nel corso del dibattito, Maria Mussini (Misto) ringrazia il direttore generale per aver evidenziato la strettissima relazione tra promozione di lingua e cultura italiana. Ricorda inoltre come all’interno delle numerose collettività italiane residenti all’estero vi sia materiale archivistico di rilievo per la preservazione di importanti identità collettive e chiede se vi siano in atto iniziative per valorizzare tale memoria. Sui corsi di italiano offerti dagli IIC rileva poi come la durata dei contratti sia “una questione di scelte”, ritenendo vi siano margini economici per l’assunzione di docenti in pianta stabile, visto il ritorno economico sopra richiamato. “Si tratta di stabilire se privilegiare il risparmio sulla qualità dell’insegnamento e degli insegnanti – afferma Mussini, convenendo con il direttore generale sull’importanza di tale qualificazione. Informazioni vengono anche richieste sul Protocollo di intesa tra Miur, Maeci e Società Dante Alighieri recentemente annunciato e su quanto si pensa di fare per aggiornare, oltre che l’immagine della cultura italiana, anche la percezione del target di riferimento dei corsi di lingua, considerando anche i cambiamenti avvenuti con le nuove mobilità, spesso altamente scolarizzate e internazionalizzate.

Ricorda la presenza del Teatro italiano Coliseo a Buenos Aires, Claudio Zin (Maie, ripartizione America meridionale), che sollecita in esso una programmazione maggiormente legata all’Italia, mentre il suo utilizzo appare ora “esclusivamente commerciale”. Maggiore attenzione e risorse vengono chieste anche per iniziative di diffusione linguistica come quella destinata alle scuole medie della provincia di Buenos Aires, proposta al nuovo governo argentino, mentre si segnala la qualità dei corsi di lingua offerti dalla locale Università.

Anche Maria Rosa Di Giorgi (Pd) condivide la necessità di istituire un coordinamento per la promozione di lingua e cultura italiana nel mondo e auspica che l’indagine possa procedere con la formulazione di una proposta di legge per “un’unità di missione, con rappresentanti di tutti i ministeri interessati, che potremmo attivare presso la Presidenza del Consiglio dei ministri”. Michela Montevecchi (M5S) insiste infine sull’importanza della qualificazione dei docenti quale “presidio umano per la diffusione di lingua e cultura” e chiede se non sia opportuno, anche nell’ambito dell'elaborazione delle deleghe relative alla Buona scuola, prevedere un riconoscimento normativo di questa figura. Suggerisce inoltre l’attivazione presso gli IIC di attività anche meno tradizionali, come servizi di doposcuola in lingua italiana che consentirebbero di allagare il bacino d’utenza.

In sede di replica il direttore generale auspica un incremento del numero di lettori di italiano nelle università straniere e ricorda come siano già in corso progetti di valorizzazione della memoria delle nostre collettività presenti all’estero e che richiedono in particolare un investimento sulla digitalizzazione. Per quanto riguarda il Protocollo tra Miur, Maeci e Dante segnala come esso sia in fase di definizione, ricordando come la logica sia quella di un maggior coordinamento tra Comitati e IIC e della valorizzazione dei Comitati in quelle aree in cui gli IIC non sono presenti. In quest’ottica occorrerà anche ridefinire e collegare l’approccio direttamente connesso alle nostre collettività e quello che mira invece ad avvicinare l’utenza straniera. Rummo concorda poi sulla proposta di “una stagione più italiana” al Teatro Coliseo di Buenos Aires, pur segnalando come non sia facile riempire una struttura così grande e suggerendo iniziative di richiamo con grandi personaggi italiani o gemellaggi con teatri di prestigio. Infine, segnala l’importanza del tema del reclutamento dei docenti di lingua italiana, su cui occorrerebbe una riflessione più approfondita vista anche la difformità esistente tra i diversi enti e istituti. (Viviana Pansa, Inform 5)

 

 

 

Fuga dei giovani dall'Italia, nel 2015 via in 40mila

 

Secondo il rapporto Migrantes l'anno scorso si sono trasferiti all'estero oltre 100mila connazionali. L'incremento di emigranti è del 3,7 per cento

di ANDREA GUALTIERI

 

ROMA - Anche per i millennials arriva l'ora di emigrare dall'Italia. Nei dati del rapporto 'Italiani nel mondo 2016' redatto dalla Fondazione Migrantes e presentato oggi, fanno irruzione i giovani che erano appena nati o adolescenti allo scoccare del Duemila. Oggi che hanno tra i 18 e i 32 anni si trovano protagonisti dei nuovi flussi migratori. Ma a differenza della generazione precedente rivendicano che non è una fuga ma "una scelta per coltivare ambizioni e nutrire curiosità".

 

Di certo, la fascia anagrafica che va tra la maggiore età e i 34 anni è quella che è più soggetta all'emigrazione. Raccoglie infatti oltre un terzo degli italiani residenti all'estero ed è quella in cui si registra il picco di partenze anche nel 2015. E a seguire, nella graduatoria di chi è emigrato nell'ultimo anno, c'è la fascia appena superiore, che arriva ai 49 anni: sommandole, si scopre che le persone maggiorenni con meno di 50 anni costituiscono la metà degli italiani che hanno portato la residenza oltre confine da gennaio a dicembre 2015. “Il grave problema dell'Italia di oggi è proprio l'incapacità di evitare il depauperamento dei giovani e più preparati a favore di altri Paesi”, commenta la Fondazione Migrantes nella premessa del rapporto.

 

UN ITALIANO SU 12 VIVE ALL'ESTERO - In totale, il conteggio dei connazionali residenti all'estero ha raggiunto al 31 dicembre 2015 quota 4.811.163 (in dieci anni la mobilità italiana è aumentata del 54,9%), un dato che rispetto all'anno precedente è più alto del 3,7 per cento. Significa che poco più di un italiano su 12 è emigrato. E il 50 per cento di questa diaspora ha origini meridionali: ci sono comuni come Licata e Favara, entrambi in Sicilia, nei quali più del 40 per cento dei cittadini è ormai residente all'estero. Nell'ultimo anno, 107.529 italiani hanno lasciato il Paese, diecimila in più rispetto all'anno prima. Aumenta poi la percentuale di chi parte per non tornare: il saldo migratorio tra chi rimpatria e chi parte, che era rimasto quasi costante nel primo decennio del millennio, sta subendo una brusca virata in negativo.

 

NEL REGNO UNITO PER STUDIARE – Tra le destinazioni predilette dai più giovani c'è il Regno Unito, meta preferita per chi vuole studiare. Ma la terra d'Oltremanica prima della Brexit conservava una capacità attrattiva anche per le altre fasce d'età, attestandosi al terzo posto nel conteggio della crescita annuale e al settimo posto complessivo nella graduatoria degli iscritti all'anagrafe degli italiani residenti all'estero, preceduto da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Belgio. A prevalere è invece l'Argentina, che risulta aver ospitato nel 2015 783mila italiani con un aumento record di ventinovemila unità rispetto all'anno precedente. Impennata alla quale tiene testa solo il Brasile, dove – allargando l'orizzonte temporale – si scopre che in dieci anni gli italiani sono aumentati del 151 per cento arrivando a contare 373mila residenti. E sempre nell'arco di un decennio è imponente anche il dato della Spagna che ha visto aumentare la presenza italica di oltre due volte e mezzo, anche se in termini assoluti si tratta di 143mila cittadini.

 

In questo senso, però, proprio i millennials segnano una novità: “La loro mobilità – fa rilevare il rapporto Migrantes – è in itinere e può modificarsi continuamente perché non si basa su un progetto migratorio già determinato ma su opportunità lavorative sempre nuove”. I millennials, sottolinea la fondazione che fa capo ai vescovi italiani, “cercano di mettersi alla prova, hanno voglia di nuove e migliori condizioni lavorative, puntano a conoscere e scoprire”. Sono, insomma, la “prima generazione mobile”. E il 43 per cento di loro afferma di considerare questo status come “unica opportunità di realizzazione”.

 

I DOPPI MIGRANTI – Se i millennials sono l'immagine dell'emigrante single, l'altra faccia nuova dell'emigrazione dall'Italia è costituita dai padri di famiglia che il rapporto Migrantes definisce “doppi migranti”: si tratta di coloro che sono

arrivati in Italia da altri Paesi, si sono fermati almeno dieci anni acquisendo la cittadinanza e ora però decidono di partire per cercare fortuna altrove. Si tratta in particolare di persone originarie del Bangladesh. E la loro meta prediletta è ancora il Regno Unito. LR 6

 

 

 

 

Gentiloni: “Sui migranti l’Europa va a sbattere se non fa rispettare gli accordi presi”

 

ROMA - «Se l’Unione europea resta ferma al dogma dei decimali in economia e all’idea che ciascun Paese fa quel che vuole sul tema migratorio, va a sbattere». Lo ripete più volte il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ragionando del futuro dell’Europa all’indomani del referendum ungherese. 

In Ungheria non c’è il quorum, ma in 3 milioni hanno votato no ai migranti. Come vanno interpretati questi due dati?  

«Il voto in sé non è stato il plebiscito cercato, per cui è una sconfitta per chi l’aveva promosso. Purtroppo, però, dire che questo significhi una svolta nella politica migratoria europea sarebbe un’illusione». 

Se l’Ungheria insistesse a rifiutare di accogliere 1300 migranti sarebbe giusto infliggerle una sanzione?  

«Io non posso credere che la Ue, così arcigna sui decimali di bilancio nonostante sia evidente la necessità di dare impulso alla crescita economica, sia invece comprensiva verso Paesi riluttanti ad applicare le decisioni sui migranti o addirittura tollerante verso chi alza muri». 

Si usano due pesi e due misure a seconda che si parli di economia o migranti?  

«È come se ci fosse una specie di licenza di infrangere le regole per quanto riguarda la questione migratoria». 

Infatti il ricollocamento dei migranti non è stato fatto se non in minima parte…  

«La politica europea sembra succube di veti vari e rischia di essere immobile, in attesa della prossima tragedia. A inizio anno l’Italia ha proposto il Migration compact, a giugno la Commissione l’ha fatto proprio: dopo 4 mesi non solo la parte operativa è ferma - le intese con 5 Paesi africani - ma addirittura lo stanziamento, seppur modesto, di 500 milioni di euro chiesto dalla Commissione, è stato bloccato». 

Si fanno addirittura passi indietro?  

«Speriamo che quei soldi siano sbloccati al più presto, ma ho l’impressione che in Europa si consideri la questione migratoria come nata nel luglio 2015 e risolta a marzo con l’accordo con la Turchia. Mentre è iniziata da anni e durerà ancora anni, e lo stesso accordo con la Turchia va continuamente mantenuto: per ora regge, ma con qualche incrinatura». 

Noi sappiamo quanto la crisi migratoria sia antica: ieri era l’anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013. Cosa è cambiato da allora nell’approccio europeo?  

«Qualcosa dal punto di vista della condivisione dell’attività di soccorso in mare, ma pochissimo da quello dell’accoglienza comune». 

Sperate nella rifondazione di una nuova Unione entro l’anniversario del Trattato di Roma di marzo?  

«A Roma ricorderemo che, senza Unione, l’Europa rischia l’irrilevanza nel mondo globale. Ma l’Ue non può vivere in attesa di un anniversario: servono subito rimedi concreti». 

Quel che arriverà di certo sono i negoziati sulla Brexit: saranno avviati a marzo, fa sapere la premier Theresa May…  

«È positivo che finalmente Londra abbia indicato i tempi. La signora May ha lasciato intendere che si tratterà di una sostanziale uscita dal mercato unico, per cui bisognerà definire nuove relazioni tariffarie e commerciali, non semplicemente dare un’aggiustatina. Ci vorrà un atteggiamento equilibrato, non pregiudizialmente ostile, sapendo che ci vorranno anni di negoziato». 

Uscita dal mercato unico significa anche no alla libera circolazione delle persone? Per gli italiani vivere e lavorare a Londra diventerà difficile?  

«Certamente non avranno problemi gli italiani che sono già nel Regno Unito. Per il futuro, i britannici invocano sempre il principio di reciprocità. Giusto. Ma siccome hanno bisogno di un’unione doganale, non credo possano limitare più di tanto la circolazione dei cittadini Ue».  

Ministro, allargando il fuoco al Mediterraneo: cosa significa per l’Italia prendersi un ruolo da pivot in quell’area, per usare un termine usato da lei?  

«Era un modo per richiamare la centralità di un’area decisiva per i nostri interessi nazionali, come ha scritto domenica nel suo editoriale Molinari su “La Stampa”. Siamo riusciti a riportare il Mediterraneo in cima all’agenda di Ue e Nato: fino a due anni fa si parlava quasi solo di Ucraina. Guidiamo con gli Usa il tavolo libico e svolgiamo un ruolo chiave in quello siriano; promuoviamo un’agenda positiva sulle opportunità economiche, in una regione in cui siamo al quarto posto negli scambi dopo Usa, Cina e Germania. In prospettiva, si tratta di ricostruire le basi di coesistenza e reciproco riconoscimento tra attori della regione: ne parleremo tra due mesi a Roma nella seconda edizione di Med Dialogues». 

La regione significa anche Siria: siamo a un passo dalla rottura tra Usa e Russia?  

«Noi siamo stati tra i primi a considerare la presenza russa in Siria come un’opportunità, una leva per indurre il regime siriano a passare dalle bombe al negoziato. Ora c’è il rischio che il tavolo russo-americano salti: per evitarlo, serve da Mosca l’impegno chiaro, non teorico, di fermare l’offensiva di Assad ad Aleppo».   

In Libia invece sembra che non si riesca mai a sradicare Isis…  

«È vero che restano sacche di resistenza, ma, in poco più di due mesi, l’offensiva delle forze che appoggiano il governo Sarraj, anche a costo di numerose perdite ha molto ridotto la presenza di Daesh (Isis in arabo, ndr.): a Sirte si parla di un paio di caseggiati». 

A proposito di Libia: ci sono novità dei connazionali rapiti a Ghat?  

«Lasciamo lavorare i nostri apparati e le forze di sicurezza». 

Francesca Schianchi LS 4

 

 

 

Uniti dal Nobel. Dario Fo e Bob Dylan: due cantori di strada. La loro missione: raccontare per accendere la fantasia

 

Due cantori della seconda metà del Novecento hanno incrociato i loro destini. Nel giorno in cui il Premio Nobel per la letteratura Dario Fo muore, Bob Dylan viene insignito dello stesso prestigioso riconoscimento. Una sorta di passaggio di consegne fra due protagonisti della scena mondiale. Così diversi, ma con uno sguardo sempre attento alla povertà e agli ultimi. L’amore per san Francesco e i poveri nella fede - unito all’ammirazione per il Papa e all’amicizia per don Andrea Gallo - di Fo si univa al dolente tributo di Dylan ai senza fissa dimora e a coloro che la società ha bollato come underdog, perdenti per elezione e per pronostico, i non-benvenuti – di Marco Testi

 

Due cantori della seconda metà del Novecento, e non è una figura retorica: anche Fo cantava, ha inciso dischi e ha composto canzoni, “Ho visto un re”, tanto per fare un esempio, per Enzo Jannacci. E adesso che dobbiamo fare a meno, ma solo fisicamente, di uno dei due artisti di strada, sappiamo che pure l’altro era da Nobel. Lo è, vista l’investitura svedese, che sarà discutibile, ma chiarisce quello che da anni andiamo sostenendo, che alcuni testi di canzoni sono più che semplici poesie.

Caratteri diametralmente opposti, giocherellante e mimetico l’italiano, chiuso e ombroso l’americano, eppure con radici assai simili: i cantori di strada.

Quelli che raccontavano le storie, i viaggiatori che si attendevano di fronte al camino per ascoltare storie lontane –addirittura altre regioni che non quella dei laghi!- affabulatori il cui unico scopo di vita era di raccontare, perché raccontare salva, perché ti ascoltano per accendere la fantasia che è il motore delle leve umane: medicina gratuita assieme al bicchiere di quello buono, il sigaro o la nazionale senza filtro. O cantanti girovaghi come Woody Guthrie cui non bastava la sala di incisione o il pubblico istituzionale, ma che vedevano nella strada, (era la stessa generazione di Jack Kerouac, quello del libro-bandiera della beat generation, “On the road”), il posto vero dove suonare la chitarra. L’uno, il nostro, ha poi approfondito quelle radici, andando a pescare nel medioevo, nella mescolanza linguistica, nella mimica facciale e nell’invenzione all’impronta, nei giullari e nei cantori di strada le origini della letteratura, non solo quella popolare. L’altro, Robert Allen Zimmermann, a settantacinque anni viene insignito dal riconoscimento ufficiale per eccellenza, quello contestato, certo, mal visto da molti (il grande poeta Luzi non ha mai avuto questo riconoscimento, e neanche Yves Bonnefoy, che pure era grande, e queste sono gravi sviste) dopo essere stato il contestatore per eccellenza di quel mondo paludato e ufficioso. Uno anticlericale e con remore verso l’ufficialità religiosa, ma nel contempo ammiratore convinto dei santi appartenuti alla strada, ad esempio Francesco d’Assisi e del papa che ne porta nome, suggestioni, e prassi, e di quel popolo-chiesa schierato a difesa dei nuovi diseredati della terra, l’altro assai sensibile ai temi della fede anche nelle canzoni protestatarie, che recavano spesso riferimenti a personaggi biblici, evangelici, all’Eden e ai profeti.

Nulla è mai così semplice quando si parla di poeti dalla così lunga storia alle spalle, gente che ha accompagnato con le parole, i gesti, gli accordi di chitarra e le polemiche interi decenni di storia.

Non si potrebbe pensare al ritorno al teatro di strada e a quello medioevale senza l’apporto di Fo, e non si potrebbe pensare a De Gregori, certo Battisti, Tito Schipa jr. senza “Chimes of freedom” del menestrello di Duluth, per non citare l’immortale “Blowin’ in the wind” che veniva suonata anche in chiesa.

L’amore per san Francesco e i poveri nella fede – unito all’ammirazione per il Papa e all’amicizia per don Andrea Gallo – di Fo si univa al dolente tributo di Dylan ai senza fissa dimora e a coloro che la società ha bollato come underdog, perdenti per elezione e per pronostico, i non-benvenuti, gli ultimi: le “campane della libertà” suonano “per i guerrieri la cui forza è non combattere, per i rifugiati sull’inerme via della fuga (…) per il ribelle, per il miserabile, per lo sfortunato, l’abbandonato il rifiutato, per l’escluso costantemente bruciato al rogo”. Ed eravamo nel 1964: potenza profetica della poesia che sembra parlare d’oggi. Il giullare se ne è andato per la sua strada, il menestrello è entrato dentro palazzi che i suoi underdog non si sarebbero mai sognati, luoghi dove si decide chi è il poeta ufficiale, altro che ultimo della lista. E’ l’ironia di un mondo fatto così, in cui qualcuno domina e fa i soldi, e qualcun altro scappa e fa la fame. Di questi ultimi hanno parlato, e parlano, i giullari e i menestrelli dei nostri tempi. Sir 14

 

 

 

Francoforte. Il Corriere d’Italia festeggia il 65° compleanno

 

Francoforte. Fondato nel 1951 col nome “La Squilla”, il mensile per gli italiani in Germania si trova nel 65° anno di attività. I festeggiamenti avranno luogo sabato 22 ottobre 2016, presso la Missione Cattolica Italiana di Francoforte (Bettinastr. 26), con il seguente programma. Si inizia alle ore 16.00 con una “redazione allargata”, un incontro con i collaboratori ed lettori interessati (che però dovranno entro martedì 18 ottobre segnalare in redazione la propria partecipazione), sul tema: ”L’informazione stampata: quale futuro?” Un secondo interrogativo su cui verterà il dibattito sarà questo: “Come dovrebbe essere il Corriere d’Italia?” A 65 anni suonati, la testata vuol verificare la propria attualità e riflettere quali nuove possibili strade deve iniziare a percorrere, per adeguarsi alle mutate esigenze dei connazionali in Germania e del fare informazione.

Dopo una cena di lavoro, avrà luogo un concerto di musica sacra nella vicina Chiesa di S. Antonio, alle ore 20.30, con il coro di Cavasagra (Treviso), venuto appositamente dall’Italia. Per saperne di più, si può leggere l’apposito articolo nel notiziario religioso. ndr

 

 

 

Baviera. Espulsi gli italiani che vivono di Sozialhilfe?

 

Sappiamo da molti concittadini che usufruiscono o hanno usufruito degli aiuti sociali tedeschi, che sempre più spesso questi vengono raggiunti da comunicazioni dell'amministrazione locale che preannunciano possibili procedure di rimpatrio.

Il Consolato Generale di Monaco di Baviera ha informato il nostro Comitato della possibilità di intervenire legalmente o con una consulenza legale.

Al fine di offrire supporto e permettere al Consolato di evadere quante più pratiche possibile e ottimizzare i criteri di efficienza, desideriamo invitarvi a scrivere, in caso anche voi abbiate ricevuto queste comunicazioni, al nostro Comites all'indirizzo: espulsioni@comites-monaco.de

Ci occuperemo di inoltrare la vostra documentazione agli indirizzi opportuni del Consolato e verificare la possibilità di supporto legale.

Aiutateci a diffondere questa informazione fra i Connazionali.

Il Comites di Monaco di Baviera, Daniela Di Benedetto

 

 

 

“Gli Eredi di Caravaggio - Il Barocco a Napoli”. Prima mostra in Germania sulla pittura Barocca Napoletana

 

Francoforte - Wiesbaden. Il Museo delle Arti e delle Scienze naturali di Wiesbaden (Friedrich-Ebert-Allee 2)  ospita dal 14 ottobre 2016 fino al 12 febbraio 2017 la mostra “ Gli eredi di Caravaggio – Il Barocco a Napoli”.

 

L’esposizione gode del Patrocinio del Presidente dell’Assia Volker Bouffier e dell’Ambasciata della Repubblica italiana a Berlino ed è stata presentata ufficialmente alla stampa tedesca ed italiana martedì 11 ottobre, al Museo di Wiesbaden, alla presenza di S.E. l’Ambasciatore Pietro Benassi.

 

Mercoledì 13 ottobre l’inaugurazione ufficiale. Oltre al Console Generale di Francoforte, Maurizio Canfora, era presente anche l’assessore all’Innovazione della Regione Campania, Valeria Fascione, in rappresentanza del Governo regionale.

 

Per la prima volta un museo tedesco presenta le opere più prestigiose e significative della pittura barocca napoletana. Un ambizioso progetto sostenuto fin dall’inizio dal Consolato Generale di Francoforte il quale ha agevolato i contatti con principali musei italiani presenti alla mostra. Il Museo di Capodimonte di Napoli, con il prestito di 18 opere provenienti dalla collezione permanente del museo, ha fortemente contribuito alla realizzazione della mostra. Sponsor italiani della mostra saranno inoltre Alitalia e Alfa Romeo.

 

L’arrivo a Napoli nel 1606 di Caravaggio segna l’inizio vero e proprio dell’epoca barocca nella citta costiera. Nel giro di poco tempo egli divenne un modello da seguire per molte generazioni di artisti napoletani. A lui seguirono pittori del calibro di Giovanni Battista Caracciolo, Artemisia Gentileschi o Giuseppe de Ribera, originario di Valencia, i quali nel corso del tempo - insieme ad una nuova generazione di pittori locali quali Salvator Rosa, Mattia Preti, Luca Giordano e Francesco Solimena – svilupparono ed accrebbero la fama della pittura barocca napoletana.

 

Nella mostra 100 dipinti di grande formato daranno testimonianza del realismo e della forza di una pittura in cui si riflettono anche le esperienze della povertà, della brutalità e della rovina.

Più di 200 opere di 50 artisti, così come numerosi prestiti da 11 paesi diversi, daranno modo al pubblico di ammirare l’evoluzione della pittura napoletana.

Notevoli anche i prestiti provenienti dal Louvre di Parigi, dagli Uffizi di Firenze, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, dalla collezione privata del “Graf Harach’sche” del castello austriaco di Rohrhau.

Per l’occasione è stato pubblicato un ampio e ricco catalogo della mostra, prodotto in collaborazione con  l”Istituto di Storia dell’Arte e Musicologia” dipartimento di Storia dell’Arte, dell’Università di Magonza, diretto dalla prof.ssa Elisabeth Oy Marra, e con il rilevante appoggio della fondazione Ernst-von-Siemens.

Ulteriori informazioni sulla mostra si possono trovare sul sito bilingue del museo:

http://museum-wiesbaden.de/ausstellungen/caravaggios-erben.

Michele Santoriello, de.it.press

  

 

 

 

 

Manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

*Sabato 15 e sabato 22 ottobre, ore 10:00-12:00, c/o Scuola Italo-Tedesca Leonardo da Vinci (Baierbrunnerstr. 28, München) Seminario: "L'influenza della Comunicazione nelle Relazioni familiari" di Silvia Alicandro. Organizza: ReteDonne Monaco, in collaborazione con l'associazione ReteDonne e.V. e Caritas München e con il sostegno del Sozialreferat.

* sabato 15 ottobre, ore 17:00, c/o EineWeltHaus, Sala 211 (Schwanthalerstr. 80, München) "Le migrationi a Monaco". Musica e buffet Ingresso libero

Organizza: rinascita e.V.

* domenica 16 ottobre, ore 16:00, c/o chiesetta di St. Georg (Kipfenberg)

S. Messa in lingua italiana

* lunedì 17 ottobre, ore 17:00, c/o DGB Gewerkschaftshaus (Schwanthalerstr. 64, München) Vernissage della mostra "der kleine unterschied [entgeltgleichheit]"

di Serena Granaroli, Traudel Pfeiffer, Christel Ploppa-Lechner, Liz Schinzler, Uta Schütze. Ingresso libero. La mostra resterà aperta fino al 9 novembre

Organizza: münchner frauenforum, in collaborazione con DGB München

* lunedì 17 ottobre, ore 18:30, c/o Hotel Eurostars Grand Central (Arnulfstr. 35, München) Vernissage della mostra di pittura "Cores Geométricas"

dell'artista Ademar Galvão. Ingresso libero. La mostra resterà aperta fino al 15 gennaio. Organizza: Anna Conti - Events & Artist Agency

* lunedì 17 ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München). Nell'ambito della XVI Settimana della Lingua italiana nel mondo: "L'Italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design"

"Il ruolo della scuola italiana nel design dell'auto fra tradizione e innovazione"

con Alessandro Dambrosio (Audi AG, responsabile Design Studio Monaco di Baviera). Modera Michele D'Alessandro (Audi Konzept Design Studio Monaco di Baviera). In lingua tedesca e italiana. Ingresso libero, prenotazione obbligatoria su www.iicmonaco.esteri.it (sotto Calendario delle manifestazioni) oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it o tel. 089/74632132

Organizza: Istituto Italiano di Cultura, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Accademia della Crusca

* martedì 18 ottobre, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt) Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio.

Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* martedì 18 ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Presentazione libro: "Storia del ghetto di Venezia. (1516-2016)"

con l'autore Riccardo Calimani. Modera Eva Haller. In lingua tedesca e italiana

Ingresso libero, prenotazione obbligatoria su www.iicmonaco.esteri.it (sotto Calendario delle manifestazioni) oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it o tel. 089/74632132. Organizza: IIC e Europäische Janusz Korczak Akademie

* mercoledì 19 ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Nell'ambito della XVI Settimana della Lingua italiana nel mondo: "L'Italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design"

"Collaborazione e ironia nel design industriale"con Matteo Ragni (Design Studio, Milano) e Giulio Iacchetti (Industrial design) . Modera Marco Montemarano

In lingua tedesca e italiana. Ingresso libero, prenotazione obbligatoria su www.iicmonaco.esteri.it (sotto Calendario delle manifestazioni) oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it o tel. 089/74632132

Organizza: Istituto Italiano di Cultura, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Accademia della Crusca

* venerdì 21 ottobre, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Weltraum (Schwanthalerstr. 80, München) PalcoInsieme-ZusammenaufderBühne. "PalcoInsieme-ZusammenaufderBühne vuole essere una possibilità di incontro tra culture che utilizzano come mezzi comuni la musica, la prosa e la poesia. Il palco potrà essere sia il luogo da cui presentarsi e far conoscere la propria cultura, che il luogo in cui incontrarsi con gli altri per fare ad esempio musica insieme. Tutti sono benvenuti: dilettanti e professionisti. L'unico presupposto indispensabile è la voglia di fare qualcosa insieme senza pregiudizi e preconcetti. Chi volesse provare a fare musica insieme agli altri presenti è pregato di portare partiture e quanto necessario anche per gli altri e di venire 45 minuti prima dell'inizio della serata"

Ingresso libero. Per partecipare è necessario contattare: adriano.coppola@rinascita.de, oggetto "PalcoInsieme". Organizza: rinascita e.V.

* venerdì 21 ottobre, ore 20:00, c/o Literaturhaus (Salvatorplatz 1, München)

Incontro con l'autore: Nicola Lagioia "La ferocia". Lettura dei passaggi tedeschi: Markus Campana. Modera: Federico Italiano. In lingua italiana e tedesca

Ingresso: € 12- / 8,- Prenotazioni: Tel. 089-29193427

Organizza: Stiftung Literaturhaus in cooperazione con Istituto Italiano di Cultura

* venerdì 21 ottobre, ore 20:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* domenica 23 ottobre, ore 15:00, c/o Caritas (Lämmerstr. 3, München)

"Recitiamo insieme con il regista Luigi Tortora". Ingresso libero. Per informazioni: pomue@gmx.net. Organizza: "Pomü: un ponte tra Prato e München" in collaborazione con Caritas, e con il sostegno del Sozialreferat

* domenica 23 ottobre, ore 16:00-20:00, c/o Thierschstr. 3 (80538 München)

Vernissage della mostra "La Fa.Miglia Cosmica" di Renee Fabbiocchi e Matteo Chincarini. Per informazioni: +49-0179.2953161 o chincarinimatteo@gmail.com

La mostra resterà aperta fino al 30 ottobre

* lunedì 24 ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "La riforma costituzionale italiana" intervista con il Prof. Paolo Pombeni (già professore di Storia dei Sistemi politici all'Università di Bologna, è attualmente direttore dell'Istituto Storico Italo Germanico della Fondazione Bruno Kessler di Trento)

Moderatori: Francesco Ziosi (Addetto Reggente Istituto Italiano di Cultura Monaco di Baviera) e Carmen Romano (Bildungsmanagement Georg-von-Vollmar-Akademie e.V.). Ingresso libero

Registrazioni c/o info@vollmar-akademie.de

Organizza: Istituto Italiano di Cultura e Georg-von-Vollmar Akademie e.V.

* mercoledì 26 ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Nell'ambito della I Settimana della cucina italiana

Presentazione del libro: "Firenze. Passeggiate tra cibo e laica civiltà" (Giunti editore, 2015) con l'autore Fabio Picchi. Con la partecipazione di Maria Cassi (Teatro del Sale). Modera Francesca Vairo. In lingua tedesca e italiana

Ingresso libero, prenotazione obbligatoria su www.iicmonaco.esteri.it (sotto Calendario delle manifestazioni) oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it o tel. 089/74632132. Organizza: Istituto Italiano di Cultura, Con il patrocinio dell'Accademia della Cucina

* mercoledì 26 ottobre, ore 19:00-21:00, c/o Volkshochschule Haar, EG 15 (Münchener Str. 3, Haar) "Viaggio enoculturale - Lombardia"

Con Franca Faccini, (storica dell'arte e docente di italiano) e Angela Rossi (sommelier e giornalista). Ingresso: € 29,- Per iscrizioni c/o VHS Haar: Tel. 46002800 o sul sito www.vhs-haar.de/suche/kursdetails.html/I/17315-1570-5225474/viaggio-enoculturale-lombardia. Organizza: VHS Haar

* giovedì 27 ottobre - mercoledì 7 dicembre, c/o diverse città in Baviera (vedi sotto) Rassegna cinematografica "Cinema! Italia!" Film in programma:

o "Latin Lover" (Regia: Cristina Comencini, Italia 2015, 104 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Virna Lisi, Marisa Paredes, Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Francesco Scianna)

o "Lea" (Regia: Marco Tullio Giordana, Italia 2015, 95 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Vanessa Scalera, Linda Caridi, Alessio Praticò, Mauro Conte)

o "Non essere cattivo / Tu nichts böses" (Regia: Claudio Caligari, Italia 2015, 100 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D'Amico, Roberta Mattei)

o "Per amor vostro / Aus Liebe zu euch" (Regia: Giuseppe M. Gaudino, Italia 2015, 109 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Valeria Golino, Massimiliano Gallo, Adriano Giannini, Salvatore Cantalupo)

o "Se Dio vuole / Um Himmels Willen" (Regia: Edoardo Falcone, Italia 2015, 87 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Marco Giallini, Alessandro Gassman, Enrico Oetiker, Ilaria Spada, Laura Morante)

o "La stoffa dei sogni / Der Stoff der Träume" (Regia: Gianfranco Cabiddu, Italia 2016, 101 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Sergio Rubini, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri, Teresa Saponangelo)

Per informazioni generali: www.cinema-italia.net

Per il programma delle proiezioni:

o München (27 ottobre - 2 novembre)

Theatiner Filmkunst (Theatinerstr. 32, München)

www.theatiner-film.de

o Würzburg (3-9 novembre)

Central im Bürgerbräu (Frankfurterstr. 87, Würzburg)

www.central-programmkino.de

o Regensburg (10-16 novembre)

Regina Filmtheater (Holzgartenstr. 22, Regensburg)

www.reginakino.de

o Bamberg (24-30 novembre)

Lichtspiel (Untere Königstr. 34, Bamberg)

www.lichtspielkino.de

o Nürnberg (1-7 dicembre)

Filmhaus Nürnberg (Königstr. 93, Nürnberg)

www.filmhaus.nuernberg.de

Organizzatori: Made in Italy di Roma, Kairos Filmverleih Göttingen

Claudio Cumani, de.it.press

 

 

 

 

Francoforte. L’editoria italiana alla Buchmesse

 

Lo Spazio Italia alla Buchmesse raddoppia. E punta a rafforzare l’immagine dell’editoria italiana alla principale manifestazione del settore a livello internazionale. Lo stand collettivo italiano, che riunisce oltre 100 editori in quasi 500 metri quadrati di spazio espositivo, costituirà infatti una vetrina rinnovata e articolata alla 68ma edizione del più importante appuntamento internazionale per lo scambio dei diritti editoriali e per la promozione della cultura e dell’editoria italiana all’estero, in programma a Francoforte dal 19 al 23 ottobre.

La Buchmesse attende complessivamente 7000 espositori di oltre 100 paesi, con le Fiandre e i Paesi Bassi come ospiti d’onore.

La tradizionale collettiva italiana - organizzata da Ministero dello Sviluppo Economico, ICE e Associazione Italiana Editori (AIE) - si troverà nella Hall 5.0, stand C36 e C37.

Saranno complessivamente 250 gli editori italiani presenti. All’interno dello Spazio Italia esporranno 107 case editrici, oltre il doppio rispetto ai 47 del 2015.

Tra questi anche gli editori di cui la Regione Lazio e la Regione Piemonte hanno supportato la presenza - il Lazio attraverso l’Assessorato Cultura e Politiche Giovanili, l’Assessorato Sviluppo economico e Attività produttive e LazioInnova (società in house di Regione Lazio), il Piemonte tramite l’Assessorato alla Cultura, Turismo - e che hanno sede nelle rispettive regioni.

Sarà il Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico, Ivan Scalfarotto, in rappresentanza del Governo italiano - accompagnato dal Presidente dell’AIE Federico Motta, dal Console Generale d’Italia a Francoforte Maurizio Canfora - a inaugurare il padiglione italiano nella giornata di apertura, il 19 ottobre alle 10.30, insieme a tutti gli editori italiani presenti. (aise)

 

 

 

 

Francoforte. Le manifestazioni dell’IIC in occasione della Fiera del Libro

 

Mercoledì 19 ottobre 2016, ore 10.00; luogo: Fiera del Libro di Francoforte, Padiglione 4, CAM-Stand, Scala Group, Francoforte. Archeologia virtuale in 3D

Presentazione video. Solo per visitatori con ticket della Fiera del Libro.

 

mercoledì 19 ottobre 2016, ore 12.00; luogo: Fiera del Libro di Francoforte, Business Club Stage, Padiglione 4.0, Francoforte. The Winner Takes it All – L‘influenza dei premi letterari sul mercato editoriale

Tavola rotonda. Solo per visitatori con ticket della Fiera del Libro.

 

mercoledì 19 ottobre 2016, ore 16.00; luogo: Fiera del Libro di Francoforte, International Stage, Halle 5.1, Francoforte. La ferocia - Incontro con Nicola Lagioia. Solo per visitatori con ticket della Fiera del Libro.

 

mercoledì 19 ottobre 2016, ore 19.00

luogo: Garden Tower, Neue Mainzer Straße 46-50, Francoforte

Una mutevole verità - La regola dell‘equilibrio. Incontro con Gianrico Carofiglio

Ingresso: 10,- Euro. Prenotazioni: francoforte@italia-altrove.com

 

giovedì 20 ottobre 2016, ore 10.30 ; luogo: Fiera del Libro di Francoforte, Bühne Weltempfang, Padiglione 3.1, Stand n. L 25, Francoforte. Trans-Europa Express

Tavola rotonda letteraria. Solo per visitatori con ticket della Fiera del Libro.

 

Eventi presso l‘ENIT:

L‘ingresso è gratuito e l‘ammmissione in sala avverrà fino ad esaurimento dei posti. Non è possibile prenotare.

 

giovedì 20 ottobre 2016, ore 19.00

luogo: ENIT, Barckhausstraße 10, Francoforte

Cibo: contro lo spreco alimentare e per un cibo educato. Incontro con Andrea Segrè

 

venerdì 21 ottobre 2016, ore 17.30

luogo: ENIT, Barckhausstraße 10, Francoforte

La cospirazione delle colombe - Incontro con Vincenzo Latronico

 

venerdì 21 ottobre 2016, ore 19.00

luogo: ENIT, Barckhausstraße 10, Francoforte

Lo spregio - Incontro con Alessandro Zaccuri

Italienisches Kulturinstitut Köln * Istituto Italiano di Cultura Colonia

Universitätsstr. 81 * 50931 Köln * Tel. (0221) 9405610 * Fax 9405616

Internet: www.iicColonia.esteri.it * eMail: iicColonia@esteri.it IIC/dip

 

 

 

 

Lipsia. Trovato impiccato in cella presunto terrorista siriano

 

Jaber Albakr era stato arrestato il 9 ottobre scorso, consegnato alla polizia da tre suoi connazionali. Nel suo appartamento era stato rinvenuto un chilo e mezzo di materiale esplosivo. È stato trovato morto impiccato in carcere - di Danilo Taino

 

Il presunto terrorista siriano arrestato lunedì dalla polizia tedesca dopo una caccia all’uomo di due giorni, Jaber al-Bakr, è stato trovato morto ieri sera nella sua cella del carcere di Lipsia. Impiccato. Si parla di suicidio e pare che nelle scorse ore avesse dato segni di volere togliersi la vita. Era dunque sotto osservazione continua, o avrebbe dovuto esserlo, e il fatto che abbia potuto impiccarsi, come sostengo le autorità, solleva interrogativi sulla dinamica degli eventi e sull’efficienza dei controlli ai quali era sottoposto: dalle prime notizie circolate, pare che fosse guardato solo una volta ogni ora. Al-Bakr, un profugo siriano arrivato in Germania nei primi mesi del 2015 dove aveva ricevuto lo status di rifugiato, era stato sotto osservazione della polizia per mesi, sospettato di fare riferimento a organizzazioni militanti islamiche.

L’arresto

Al momento di arrestarlo nella sua casa di Chemnitz, sabato scorso, era riuscito a fuggire: le forze dell’ordine avevano trovato nell’appartamento un chilo e mezzo di esplosivo Tatp e indicazioni sulla base delle quali si sospetta che stesse preparando un attentato suicida a un aeroporto di Berlino questa settimana. La sua ricerca era durata fino a quando, due giorni dopo, tre connazionali siriani, anch’essi rifugiati, ai quali aveva chiesto aiuto e rifugio lo avevano immobilizzato e avvertito le autorità della sua presenza nella loro casa di Lipsia. Arrestato lunedì, nei giorni scorsi pare avesse dato segni perdita di controllo, iniziato uno sciopero della fame e avesse anche sostenuto che i tre siriani che l’hanno messo fuori combattimento fossero in realtà conniventi e non gli eroi di cui hanno parlato le autorità tedesche, compresa Angela Merkel, e i media.

Bloccato dai connazionali

I procuratori di Karlsruhe, che guidano le indagini, non hanno voluto dire se credessero a quanto da lui sostenuto o se, come possibile, egli cercasse solo di vendicarsi dei tre connazionali che a suo modo di vedere l’hanno tradito. Il suicidio di ieri apre naturalmente un fronte di polemiche destinate a farsi forti nei prossimi giorni. Soprattutto sulla capacità delle forze dell’ordine di fare fronte alla lotta al terrorismo in modo serio: si sospetta che al-Bakr fosse in contatto con l’Isis e un suo interrogatorio avrebbe potuto risultare nei prossimi mesi utile per verificare la consistenza della presenza di cellule terroriste in Germania e i modi e i tempi con i quali si era radicalizzato. Tra l’altro, dopo essere arrivato in Germania una prima volta pare sia tornato in Siria, via Turchia, e questo aveva probabilmente insospettito gli investigatori, che però non erano intervenuti fino a sabato scorso. Che al-Bakr fosse pronto a suicidarsi è anche testimoniato dal fatto che nella sua casa di Chemnitz fosse stato trovato un cinturone da kamikaze quasi pronto all’uso. Gli avvocati d’ufficio parlano di “uno scandalo giudiziario”. E ieri sera rappresentanti di un po’ tutti i partiti politici tedeschi chiamavano in causa le responsabilità delle autorità della Sassonia, il Land di Lipsia, e si domandavano come sia possibile suicidarsi quando si è osservati speciali. CdS 13

 

 

 

Germania, infuria la polemica sul suicidio del presunto terrorista islamico

 

Il Paese è diviso. C'è chi, come l'opposizione di sinistra, considera la polizia sassone colpevole quantomeno di negligenza per non aver impedito che Jaber Albakr si impiccasse nella sua cella del carcere di Lipsia. E chi, a cominciare dal governatore della Sassonia e dal suo ministro della Giustizia, la pensa in modo opposto – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - Ormai siamo al cavillo tautologico. "Che uno sia un attentatore suicida non vuol dire automaticamente che si voglia suicidare". In una Germania ormai spaccata tra colpevolisti e innocentisti, Peter Naumann, esperto di terrorismo, ha cercato di spiegare senza un filo di ironia alla FAZ online perché la polizia sassone non ha sbagliato sul caso Albakr. 

 

Man mano che emergono i dettagli delle ultime del sospetto terrorista islamico, che è riuscito incredibilmente a impiccarsi mercoledì scorso nella sua cella del carcere di Lipsia, diventa però sempre più complicato difendere chi avrebbe dovuto impedire quel suicidio. Persino il governatore della Sassonia, Stanislaw Tillich, si è sentito in dovere di proteggere il suo ministro della Giustizia dalle pesanti bordate piovute da Berlino: "Mi fido di lui", ha dichiarato. Oggi ha aggiunto in un discorso al Bundesrat che ci sono stati errori, ma ha rifiutato anche la proposta di una commissione d'indagine: "Sono contrario".

Per il ministro dell'Interno, Thomas De Maizière, è chiaro che la morte del fondamentalista islamico ha "reso più difficili le indagini", mentre per il capogruppo della Spd al Bundestag, Thomas Oppermann, è evidente che in Sassonia "mancano totalmente i presupposti per una lotta seria al terrorismo". Per l'opposizione dei Verdi e della Linke (sinistra) con il caso Albakr siamo tout court dinanzi a "un fallimento della giustizia". L'unica dichiarazione pregnante che si registri nelle ultime ore dall'oggetto principale delle stilettate, il ministro della Giustizia sassone Sebastian Gemkow è "non sarebbe dovuto succedere". Altra tautologia. E ovviamente il politico Cdu continua a sostenere che non vi fosse il rischio di un suicidio e non vede alcun motivo per dimettersi.

 

Una convinzione, quella che Jaber Albakr non desse segni di squilibrio, che sembra contrastare con i dettagli della ricostruzione forniti dal direttore del carcere, dal capo della procura e dalla polizia. La ricostruzione delle sue ultime ore è un compendio di ottusa ostinazione a non vedere l'ovvio. Primo, lo stesso direttore del carcere, Rolf Jacob, aveva ordinato immediatamente di farlo monitorare "ogni 15 minuti", su indicazione della giudice che aveva firmato l'ordine di arresto, già convinta che Albakr fosse a rischio suicidio. Dopo aver sentito il parere di una psicologa, Jacob aveva allungato gli intervalli a 30 minuti. In secondo luogo, anche il suo avvocato, Alexander Huebner, era in allarme: il suo cliente aveva cominciato uno sciopero della fame e "stava male", come ha ripetuto anche ai giornali tedeschi. Durante la detenzione aveva bevuto un solo bicchiere d'acqua.

 

Terzo, prima di impiccarsi con una t-shirt alle sbarre della sua cella, il siriano aveva rotto una lampada e aveva cercato di tagliarsi le vene con i vetri. Un gesto che le guardie carcerarie avevano bollato come "vandalismo". Infine, quando Albakr era andato a farsi la doccia, mercoledì mattina, la sua cella era stata perquisita e anche dopo aver trovato la presa elettrica visibilmente manipolata, a nessuna guardia era venuto in mente che potesse trattarsi di un tentativo di suicidio. Con teutonica ostinazione, gli agenti avevano annotato ancora una volta che il carcerato più prezioso della Germania nella difficile lotta al terrorismo si era prodotto in un gesto "vandalico". Poco prima delle otto, quando lo hanno trovato appeso alle sbarre della cella, deve essere stata una vera sorpresa. LR 14

 

 

 

La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa

 

La data del referendum costituzionale è ufficiale: si voterà il 4 dicembre, ma noi residenti all’estero riceveremo il plico a casa, due settimane prima, con la scheda elettorale da votare e rispedire. La mobilitazione per il sì in giro per l’Europa continua. Questo mese ho promosso la costituzione di diversi Comitati Bastaunsì, coordinati da cari amici e attivisti in gamba. Insieme abbiamo promosso iniziative a Stoccarda, Rüsselsheim, Gross-Gerau, Aschaffenburg, Karlsruhe, Metzingen, Monaco e Stoccolma. Mobilitarsi per la vittoria del sì al referendum significa mostrare di avere a cuore il futuro dell’Italia perché, come ha detto giustamente Roberto Benigni, non è vero che ci saranno altre occasioni per cambiare la Costituzione nel caso in cui vinca il no. Anzi, si aprirebbero scenari molto foschi, in un’Europa in cui i populisti sono in ascesa. Certo, la riforma è migliorabile, nulla è perfetto. Ma il 'meglio' spesso è nemico del bene. Per questo ritengo irresponsabili e poco lungimiranti, i calcoli di chi intende votare contro, solo per danneggiare Renzi. Renzi può piacere, oppure no. Ma qua si tratta di dimostrare che dopo anni di chiacchiere l’Italia è in grado di muoversi.

 

Anche i ragazzi Erasmus possono votare per posta

Noi italiani all'estero lo sappiamo bene. Il nostro Paese sta tornando ad essere rispettato in Europa. Proprio pochi giorni fa è arrivato il sì della Commissione Europea alle richieste del Governo italiano in tema di conti pubblici e investimenti per la crescita (qui trovate un mio commento sul Corriere della Sera). Per consolidare la credibilità conquistata in questi mesi, per confermare che siamo un’Italia forte, che torna a guardare con speranza al futuro ed è protagonista in Europa, vi chiedo di fare il possibile per non sprecare il vostro voto al referendum costituzionale: comunicate subito al consolato di appartenenza eventuali cambiamenti di indirizzo, in modo che i plichi elettorali arrivino a destinazione. Se siete temporaneamente residenti all’estero, come i ragazzi Erasmus, fate richiesta al Comune di residenza in Italia entro il 2 novembre per farvi inviare per posta la scheda elettorale. Al seguente link trovate tutte le informazioni utili.

 

A Parigi, al vertice su giovani e Europa

Ci sono buoni motivi alla base dell'insistenza del Governo Renzi di applicare la flessibilità alle regole di bilancio. La situazione lavorativa dei giovani, in Italia, ma anche nel resto d’Europa è ancora preoccupante. Solo realizzando forti investimenti per aumentare l’occupazione giovanile si può salvare l’Europa dalla disaffezione dei cittadini e dal rancore dei populisti. Ne ho parlato a Parigi, alla Conferenza dei Capigruppo socialisti e democratici dei parlamenti nazionali dell’Unione europea, svoltasi questo mese. Trovo che la proposta di introdurre un passaporto per la mobilità dei giovani europei, che renda loro più agevole l`accesso ad una serie di diritti (in ambito sociale, sanitario, scolastico, formativo, universitario) in un altro paese membro dell’UE, possa contribuire a riavvicinare le giovani generazioni ai valori dell’Europa.

 

A Vienna, al dibattito TV con il Ministro della difesa austriaco 

Una decina di giorni fa sono stata ospite del programma della TV pubblica austriaca ORF, 'Im Zentrum' (una sorta di “Porta a porta” austriaca). Ho parlato delle migrazioni in Europa illustrando la proposta italiana del Migration Compact. Ne ho discusso fra gli altri con il Ministro della difesa austriaco e con il leader dell’opposizione della destra slovacca. Il Governo Renzi in Europa preme per un cambio di passo sul fronte delle politiche migratorie. Non è accettabile che molti Paesi membri dell’Unione europea, primi fra tutti quelli dell’Est, si tirino indietro quando si tratta di gestire in modo congiunto i flussi migratori, mentre sono i primi ad aver approfittato dei fondi europei per ricostruire le loro economie dopo il crollo del comunismo. Non si può trattare l’Europa come se fosse una mucca dalla quale attingere solo nei momenti di bisogno. Serve solidarietà e là dove questa non funzioni, servono sanzioni.

 

A Berlino, a parlare della criminalità organizzata in Europa

Le mafie, ormai da anni, si insediano in quei territori dove mancano gli strumenti adeguati a perseguire i loro crimini. E’ il caso anche della Germania, una terra in cui le lacune legislative presenti rendono il Paese attraente per gli investimenti mafiosi e per il riciclaggio di proventi illeciti. Lo ricorda la nuova inchiesta realizzata dallo Spiegel, per la quale sono stata intervistata sull’argomento. Ed è stato anche il tema della conferenza organizzata dall’Istituto italiano di cultura a Berlino, in cui ho spiegato che si sta verificando uno spostamento dei fenomeni criminali dal Sud verso il Nord del mondo, con preoccupanti connessioni con il terrorismo internazionale. Per questo resta di urgente attualità la creazione di una Procura europea, che ricomprenda al proprio interno competenze antiterrorismo e di lotta alla criminalità organizzata su base transnazionale.

 

La formazione scuola-lavoro: un convegno alla Camera

Grazie all’azione del Governo e del Parlamento, oggi anche i ragazzi e le ragazze italiane possono intraprendere un percorso formativo che alterni lo studio a scuola e la pratica nel posto di lavoro. Si tratta di un modello che si è rivelato vincente in altri Paesi, come la Svizzera, l'Austria, la Germania, e che mette il nostro Paese all’avanguardia in questo settore così cruciale per il futuro delle nuove generazioni. Due settimane fa ho organizzato alla Camera un convegno sull'argomento e abbiamo  fatto il punto sullo stato dell'arte della formazione scuola/lavoro. In Italia - prima con il Jobs Act e con la Legge sulla Buona scuola, poi con i relativi decreti, già approvati - abbiamo gettato le basi per rendere il sistema scolastico italiano un’officina di nuovi talenti nel campo dell’industria, dell’artigianato e del commercio. Nel convegno abbiamo discusso di una serie di proposte concrete per consolidare questo nuovo strumento che è a disposizione dei nostri ragazzi già a partire dal corrente anno scolastico.

 

A Stoccarda, al convegno sulle nuove migrazioni 

Trasferirsi, anche in via temporanea, all’estero, è diventato negli ultimi anni un modo sempre più frequente con il quale migliaia di giovani italiani perfezionano la propria formazione scolastica e professionale. Non una fuga, ma un’opportunità, per crescere culturalmente e per fare esperienze di cui fare tesoro nel proprio futuro. E’ il segnale di un’Italia che cambia, più proiettata verso orizzonti internazionali e non più ripiegata solo su sè stessa. Ne ho parlato qualche giorno fa al convegno che abbiamo organizzato con l’istituto di ricerca Idos, a Stoccarda, ospite di Pino Tabbì, presidente delle Acli Baden Wuerttemberg. (E ne ho parlato nel mio articolo odierno sull'Huffington Post).

 

A Lipsia, medicina di genere al congresso di Rete Donne

La 'medicina di genere' non è una medicina per sole donne. Al contrario: evidenzia le particolarità tra i generi. È quella branca che si occupa di identificare eventuali relazioni tra l'appartenenza al genere sessuale, l’insorgere di determinati sintomi e l’efficacia di determinate terapie. Un esempio concreto: l’insorgere di un infarto presenta spesso sintomi diversi negli uomini e nelle donne, ma i medici e gli infermieri sono addestrati a riconoscere spesso solo quei sintomi propri degli uomini, sottovalutando totalmente altre sintomatologie, tipiche delle pazienti femminili, rischiando di intervenire su di loro fuori tempo utile. Sono molto grata alla Rete donne italiane in Germania per avere dedicato a questo argomento il loro congresso annuale, svoltosi a Lipsia. Si è trattato di una discussione istruttiva e stimolante, assieme a medici, psicologhe/i ed esperti della materia. Capace di diffondere maggiore consapevolezza su questi temi anche fra le connazionali all’estero. Il tutto nella cornice di uno spettacolare incubatore di creatività come il Kunstkraftwerk. Complimenti.  De.it.press 12

 

 

 

 

La Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione

 

Sono trascorsi tre anni da quel tragico naufragio  a poche decine di metri dalle coste dell’isola di Lampedusa, il 3 ottobre 2013, che causò la morte di 366 persone. Le immagini delle bare, una accanto all’altra, nell’hangar dell’aeroporto militare, è ancora presente nella nostra memoria e non possiamo dimenticarle facilmente. L’Italia reagì a quella tragedia creando l’operazione ‘Mare nostrum’, che ha dato “vita” a tanti uomini e donne che tentavano di raggiungere le nostre coste: 170.000 le persone salvate in un anno. Dall’ ottobre 2014 l’operazione ‘Mare Nostrum’ è stata sospesa,  perché l’Europa non ha voluto farsene carico, non ha voluto considerare il Mediterraneo un Mare anche europeo. Da allora sono oltre 270.000 le persone migranti salvate nel Mediterraneo, con navi anche di altri stati europei oltre che dell’Italia e con navi di Organizzazioni private, ma ancora troppi sono stati i morti: dal 3 ottobre 2013 ad oggi oltre 11.500 migranti, e il Mediterraneo è diventato un ‘cimitero’, come ha ricordato papa Francesco.

Da quest’anno, la data del 3 ottobre è diventata la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, con una legge voluta dal Parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica il 21 marzo 2016. E’ una Giornata della memoria, “al fine di conservare e di rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria”. E’ una Giornata per educare le giovani generazioni  a raccogliere la sfida delle migrazioni tutelando la vita e la dignità delle persone e, per chi crede,  è una Giornata per pregare e gridare ancora che le persone che sbarcano non sono clandestini, ma migranti in fuga, uomini e donne come noi.

La Migrantes auspica che la celebrazione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione possa diventare anche l’occasione per  condividere  la volontà di costruire corridoi umanitari e vie legali che accompagnino in sicurezza i migranti e le loro famiglie nel loro cammino e che consentano l’ingresso in Italia e in Europa senza altre vittime innocenti. Raffaele Iaria, Migrantes on 3

 

 

 

 

 

Italiano. Lingua viva: il programma degli Stati Generali

 

Firenze - Sarà il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze ad ospitare gli Stati generali della lingua italiana nel mondo convocati dalla Farnesina il 17 e 18 ottobre prossimi sul tema "Italiano, lingua viva".

I lavori inizieranno poco dopo le 9: a fare gli onori di casa il viceministro Mario Giro che modererà la prima sessione di interventi istituzionali. Porteranno il loro saluto il Ministro degli esteri Paolo Gentiloni, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, il Ministro Stefania Giannini, il sindaco di Firenze Dario Nardella, il Presidente Società Dante Alighieri Andrea Riccardi e la Presidente Rai Monica Maggioni.

Breve intermezzo con Pierfrancesco Favino, chiamato ad “interpretare il design”.

Seguirà il lancio ufficiale del “Portale della lingua italiana nel mondo” illustrato dal Direttore Generale per la Promozione del Sistema Paese MAECI Vincenzo De Luca.

Alle 11, moderata da Beppe Severgnini, editorialista Corriere della Sera, inizierà la Tavola rotonda “L’italiano nelle strategie di comunicazione”.

Interverranno Olivier François (Fiat Chrysler Automobiles Direttore Marketing Gruppo FCA & Responsabile Marca Fiat), Andrea Illy (Presidente Fondazione Altagamma e Presidente Illycaffè), Clemént Vachon (Direttore comunicazione e relazioni internazionali Gruppo San Pellegrino), Lelio Gavazza (General manager Europa, Asia, Medio Oriente Bulgari) e Annamaria Testa (esperta di comunicazione e saggista).

La mattina si concluderà con la presentazione del video “In Italiano è meglio” a cura degli studenti di Quasar - Università di Design (Roma).

Nel pomeriggio, i lavori riprenderanno alle 15.30 nella Sala delle Armi, sempre a Palazzo Vecchio, con la presentazione dei coordinatori dei Gruppi di Lavoro: Barbara Turchetta (Università per Stranieri di Perugia), Guido Baldassarri (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), Rossella Schietroma (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), Paolo Corbucci (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e Massimo Vedovelli (Università per Stranieri di Siena).

All’intervento di Carmela Palumbo, Direttore Generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione del MIUR farà seguito una sessione di interventi del pubblico e in chat dal vivo dall’estero. A tirare le conclusioni il viceministro Giro.

Martedì 18, di nuovo nel Salone dei Cinquecento, sarà ancora il viceministro Giro ad introdurre la seconda giornata di lavoro.

Nella sessione mattutina interverranno Monica Barni (Vice Presidente e Assessore alla Cultura della Regione Toscana), Giancarlo Kessler (Ambasciatore di Svizzera in Italia), Julia Victoria Rodríguez Suárez e Kristi Nika (Vincitori stranieri Olimpiadi d’Italiano, Spagna e Grecia).

Quindi, verranno presentati i seguiti degli Stati Generali del 2014 e le azioni di promozione linguistica attuate.

Dopo l’introduzione di Massimo Riccardo (Direttore Centrale DGSP MAECI) interverranno Cristina Ravaglia (Direttore Generale per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie MAECI), Roberto Cincotta (Direttore Istituto Italiano di Cultura di Varsavia), Carla Bagna (Università per Stranieri di Siena), Stefano Assolari (Docente di italiano presso la University of Cyprus), Lucia Pasqualini (Capo Ufficio promozione della lingua italiana all’estero DGSP MAECI), Paolo Balboni (Università Ca’ Foscari di Venezia).

A conclusione si esibirà la cantante Heidi Li.

I lavori riprenderanno alle 11 con la sessione dedicata a “L’italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design”.

Moderati da Benedetta Rinaldi, giornalista e conduttrice televisiva RAI, interverranno Claudio Marazzini (Presidente Accademia della Crusca), Lila Azam Zanganeh (Scrittrice), Davide Rampello (Professore Politecnico di Milano), Eike Schmidt (Direttore Museo Uffizi) e Antonio Calabrò (Consigliere delegato di Fondazione Pirelli).

Ultima sessione, alle 12.00, quella sul tema “Italofonia e comunità italofone” con i contributi di Piero Bassetti (Presidente Associazione Globus et Locus), Piero Corsini (Direttore Rai Italia), Norberto Lombardi (Consigliere CGIE) e Hammadi Agrebi (Italianista).

Dopo l’esibizione dei cantanti lirici Eunhee Kim e Quianming Dou, sarà compito del viceministro Mario Giro tirare le conclusioni della due-giorni di lavoro. dip

 

 

 

 

Usa 2016. Hillary vs Donald, Tim e Mike più sosia che vice

 

Qualcosa mi suggerisce che il candidato repubblicano alla vicepresidenza, Mike Pence, lo ritroveremo sui percorsi della Casa Bianca, magari come candidato 2020 alla nomination repubblicana, che Donald Trump non ce la faccia l’8 novembre o che ce la faccia, ma poi non regga il peso dell’età per un secondo mandato.

 

E qualcosa mi suggerisce che il vice scelto da Hillary Clinton, Tim Kaine, sia già arrivato dove non pensava d’arrivare e non abbia l’ambizione di andare oltre: se lei vince, ne sarà il vice; se perde, resterà senatore, almeno fino al 2019. Ma la corsa alla Casa Bianca non è per lui (e lui ne pare conscio).

 

Teniamoci stretto i titolari

Visti i vice, chiunque vinca teniamoci ben stretto il titolare e speriamo che nulla gli accada, di qui a fine mandato: Kaine e Pence trascorrono i 90’ del loro dibattito in diretta televisiva a fondersi ciascuno nella personalità del proprio boss, ad apparirne quasi dei sosia. Al massimo, c’è uno sforzo di complementarità.

 

Pence vuole trasmettere una sensazione di tranquilla autorevolezza, apparire persona di buon senso, proprio l’opposto dell’aggressività impulsiva del suo capofila, di cui però fa proprie anche le tesi e i gesti più paradossali.

 

Kaine, invece deve quasi fare dimenticare di essere un uomo, per non minare il primato di Hillary, la prima donna sulla via della Casa Bianca. In questo, lo aiuta quel fare un po’ dimesso da professore, o preside, di scuola media e quel ‘odor di sacrestia’ che gli resta addosso dai suoi trascorsi gesuitici.

 

Come la pensino davvero Hillary e Donald si capisce solo quando l’ottima moderatrice, Elaine Quijano, giornalista della Cbs d’origini filippine, la più giovane a gestire un dibattito nazionale dai tempi - 1988 - di Bush padre e Dukakis, li sollecita sul personale: la religione e l’aborto. Per il resto, è tutto un ‘Hillary pensa’ e ‘Donald dice’; e un intreccio di attacchi reciproci mai l’un l’altro, ma sempre all’altrui capofila.

 

Tatticamente, i due vice giocano a parti rovesciate rispetto ai loro boss: Kaine è più aggressivo, ha lampi d’energia negli occhi; Pence ha la forza tranquilla. Gruppi d’ascolto e un sondaggio a caldo Cnn/Orc gli danno la vittoria, 48 a 42%, anche se le battute più efficaci sono del democratico. Domenica, nel secondo dibattito con Hillary, Trump dovrà tenere a mente la lezione: il pubblico sembra preferire quest’anno chi smorza e si difende a chi punge e attacca.

 

John Podesta, presidente della campagna della Clinton, mette un po’ di sale sulla coda del dibattito e ipotizza senza mezzi termini che Pence abbia corso per sé e non per Trump: una versione di parte che rovescia la frittata (Kaine esce sconfitto, ma Trump perde).

 

Il ‘crociato’ e il ‘missionario’

Sul palco della Longwood University di Farmville in Virginia, con lo stesso allestimento già usato per il primo dibattito presidenziale il 26 settembre alla Hofstra University nello Stato di New York, Pence e Kaine si sono presentati a cravatte invertite, blu il repubblicano, rossa il democratico, entrambi con completi scuri, camicia chiara, spilletta sul bavero sinistro: Pence con i capelli bianchi ancora folti e in ordine; Kaine con i capelli grigi più radi e meno controllati. Il democratico giocava in casa perché è stato sindaco di Richmond, governatore della Virginia ed è ora senatore dello Stato.

 

Per i due vice, era l’occasione per farsi conoscere perché il 40% degli americani manco sa chi sono, non ne conosce i nomi - ma quel 40% di sicuro non guardava il dibattito. I telespettatori, circa 50 milioni, una platea cospicua per un dibattito ‘di serie B’, hanno scoperto due ligi numeri due, non due leader.

 

Solo verso la fine, alle domande sulla loro fede e sull'aborto, i due hanno entrambi risposto con accenti personali e convinti: Kaine è cattolico, è stato missionario in Honduras e ha raccontato la sua difficoltà a gestire la pena di morte da governatore; Pence è un cattolico ‘convertito’ evangelico ed è un crociato ‘pro vita’.

 

Il Monte Rushmore degli uomini forti

I temi del confronto sono stati l’immigrazione, la sicurezza, la lotta contro il terrorismo, l’economia - poco - e l’assistenza sanitaria, gli errori fatti e gli insulti lanciati nella campagna. Kaine ha così contestato a Trump le offese e le discriminazioni contro i messicani, i musulmani, le donne; Pence ha ricordato il “cesto di miserabili” detto dalla Clinton di metà dei sostenitori di Trump.

 

Kaine è “spaventato a morte” dalla prospettiva di Trump comandante-in-capo. Pence giudica “brillante” l’abilità di Trump nel pagare meno tasse possibile, o nel non pagarle del tutto, e rinnova l’impegno a cancellare la riforma sanitaria del presidente Barack Obama, quel ‘obamacare’, che il marito di Hillary, Bill, con una gaffe da pivello, ha appena definito, parlando nel Michigan, “la cosa più folle del mondo”.

 

“Trump ha il suo Monte Rushmore personale”, dice il democratico, con le effigie di Vladimir Putin, Kim Jong-un, Saddam Hussein e Muammar Gheddafi. “Questa se l’è preparata a lungo”, gli fa eco, un po’ invidioso, Pence, che cerca di difendere le posizioni di Trump su Putin - “è un leader più forte di Obama” - o sul nucleare.

 

E qui Kaine ricorda le tesi del magnate sulla proliferazione nucleare, a favore che Arabia Saudita, Giappone e Corea del Sud si dotino della bomba (“Questo è più sicurezza?”, chiede, senza avere risposta). E racconta che Ronald Reagan era preoccupato che qualcuno come Trump diventasse presidente, quando ammonì che "qualche idiota o maniaco poteva scatenare un evento catastrofico" con le armi nucleari. Pence contrattacca sulle responsabilità della Clinton nel Medio Oriente e nell’accordo nucleare con l’Iran. Entrambi criticano l'altrui Fondazione.

 

Alla fine, stretta di mano e ritorno dietro le quinte. Domenica 9, toccherà di nuovo ai leader, non alle loro controfigure. I sondaggi si succedono e Hillary resta salda in testa, grazie al primo match: la Nbc le dà sei punti sul suo rivale. E il vice-presidente Joe Biden si sbilancia: “Hillary vincerà nettamente”. Lui pensa alle elezioni, non al confronto del 9, dove Trump promette di essere cattivo: la forza tranquilla, lui non sa cos’è.

Giampiero Gramaglia, consigliere per la comunicazione dello IAI. AffInt 6

 

 

 

 

L’Europa che inizia a Lampedusa accomuna anche gli italiani all’estero

 

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero esorta il commissario all’immigrazione dell’Unione europea, Dimitris Avramopoulos, a far applicare il programma di accoglienza e di distribuzione dei profughi nei paesi membri”

 

ROMA - La giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione istituita in primavera dal parlamento italiano si intreccia con le storie di tutti i migranti, compresi moltissimi italiani all’estero, che ancora oggi continuano a lasciare l’Italia per motivi simili a quelli che spingono gli immigrati a compiere il lungo cammino della speranza per raggiungere i lidi italici. Questo primo appuntamento a Lampedusa è seguito con vivo interesse dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero perché riflette una comunanza di questioni che sono alla base del fenomeno migratorio a cui da decenni è esposto il nostro Paese. 

Perché il 3 ottobre? Perché quel giorno tre anni fa persero la vita, al largo dell’isola di Lampedusa, 368 migranti. “Mai più” fu questa l’espressione più usata quel giorno nell’isola in cui è stato registrato “Fuocoammare” il film documentario del regista Gianfranco Rosi candidato al premio Oscar. Ma dopo il terribile naufragio al largo dell’isola dei conigli, costato la vita a 368 persone, quasi tutte eritree, le morti nel Mediterraneo sono continuate a salire. In questi ultimi tre anni, secondo i dati forniti dall’UNHCR, sono stati registrati oltre undicimila morti; solo quest’anno le vittime sono tremila e cinquecento. Una cifra che  porta a pensare e meditare sui motivi, sulle cause ed in particolare sulle ragioni che spingono milioni di persone a mettersi in cammino cercando rifugio e ospitalità. L’isola di Lampedusa, perciò, è diventata una meta simbolo nel mondo intero e i suoi cittadini hanno fatto dei loro sacrifici una forza spendibile sul mondo a differenza dell’indifferenza, degli egoismi che spingono i paesi più avanzati a erigere i vergognosi muri dei “prima noi” contro i frontalieri italiani, come è successo di recente in Svizzera, questo fine settimana in Ungheria ed alle discusse storie inglesi con il voto della Brexit.

Al fine di sensibilizzare gli studenti e le giovani generazioni alla problematica dell’immigrazione e, quindi, a sviluppare la sensibilità, la solidarietà e la consapevolezza civica nei confronti di tali emergenze, il Ministero dell’Università e della Ricerca ha invitato le istituzioni scolastiche ad affrontare e discutere, nella giornata del 3 ottobre, i citati temi in modo da diffondere la cultura dell’informazione e dell’accoglienza, della convivenza e della pace, valori questi fondati sul rispetto dei diritti umani. Sarà questa la volta buona per parlare anche nelle scuole e nei luoghi pubblici delle storie centenarie degli italiani emigrati all’estero nel secolo scorso e in questo inizio di millennio?

L’iniziativa “L’Europa inizia a Lampedusa” coinvolge tutti i Paesi dell’Unione europea al fine di sviluppare la consapevolezza dei cittadini di tutta l’Unione sul tema delle vittime dell’immigrazione affinché diventi anche l’occasione per condividere la volontà di costruire in sicurezza corridoi umanitari e vie legali, che consentano l’ingresso in Italia e in Europa di donne, bambini, profughi e richiedenti asilo.

Gli italiani all’estero sono orgogliosi del ruolo assunto dall’Italia dopo la tragedia di tre anni fa che portò alla costituzione dell’operazione ‘Mare nostrum’, che ha salvato dal mare tanti uomini e donne che tentavano di raggiungere le nostre coste: 170.000 le persone salvate in un anno. Dall’ ottobre 2014 l’operazione è stata sospesa e solo con l’impegno umanitario del nostro Paese e della Grecia nel Mediterraneo sono state salvate oltre 270.000 persone migranti e il Mediterraneo, purtroppo, è diventato un cimitero, come ha ricordato papa Francesco in occasione della sua visita in Grecia.

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero esorta il commissario all’immigrazione dell’Unione europea, Dimitris Avramopoulos, a far applicare il programma di accoglienza e di distribuzione dei profughi nei paesi membri. Molte delle politiche messe in atto fino ad oggi vanno in una direzione estremamente preoccupante e non di rado in aperta violazione dei diritti umani e delle principali convenzioni in materia di asilo. “Proteggere le persone e non i confini” è ancora la parola d'ordine delle organizzazioni impegnate a Lampedusa, ma oggi si chiede anche un’azione  contro i muri che l'Europa sta continuando ad alzare ovunque per fermare chi è in fuga. “Muri e filo spinato che costringono chi scappa a cercare vie più pericolose, rafforzano la rete di trafficanti di uomini, provocano di fatto il genocidio, l'olocausto che si ripete ogni giorno al quale noi non vogliamo abituarci”.

Michele Schiavone, Segretario generale del Cgie 3

 

 

 

 

Presentata l’XI edizione del Rapporto Italiani nel mondo promosso dalla Fondazione Migrantes

 

Oltre 100mila gli italiani che hanno trasferito la loro residenza all'estero

nell'ultimo anno, dato che conferma il trend crescente dell'emigrazione italiana (+6,2% rispetto al 2015). Gli iscritti all'Aire passano da poco più di 3 milioni nel 2006 a 4,8 milioni nel 2016 (+54,9%). Si conferma la prevalenza di giovani e il buon livello di istruzione raggiunto. Segnalata anche l'emigrazione di interi nuclei familiari e degli anziani

 

ROMA – Sono oltre 100mila gli italiani che hanno trasferito la loro residenza all'estero nell'ultimo anno -107.529, - dato che conferma il trend crescente dell'emigrazione italiana registrato dal Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, la cui XI edizione è stata presentata questa mattina presso la Domus Mariae di Roma.

Rispetto all'anno precedente l'incremento delle partenze è del 6,2%, mentre dal 2006 ad oggi i connazionali residenti all'estero sono cresciuti del 54,9%, facendo lievitare gli iscritti all'Aire (l'anagrafe degli italiani residenti all'estero) dai 3 milioni di iscritti agli oltre 4,8 milioni attuali. Resta l'Europa il continente privilegiato (scelto dal 69,2% degli italiani, quasi 75 mila), con la Germania in testa (16 mila iscrizioni nell'ultimo anno), quasi a pari merito con il Regno Unito, e, a seguire, Svizzera (11 mila), Francia (10mila) e Brasile (6 mila). La prima regione di origine delle partenze è la Lombardia (20 mila partenze), seguita da Veneto (10 mila), Sicilia (9mila), Lazio e Piemonte (circa 8 mila). L'edizione di quest'anno conferma inoltre la giovane età di coloro che lasciano la Penisola (il 36,7% ha tra i 18 e i 34 anni, il 25% tra i 34 e i 49) e il buon livello di istruzione raggiunto, ma anche il flusso relativo alle famiglie (22 mila i minori coinvolti nell'espatrio) e agli anziani italiani (6.500) che spostano la loro residenza all'estero. Segnalata infine la mobilità di cittadini divenuti italiani che decidono poi di emigrare all'estero (comunità bengalesi in Regno Unito, oppure cittadini di madre lingua spagnola, divenuti italiani, che emigrano in Spagna).

A salutare i partecipanti ai lavori, moderati da Carlo Marroni vaticanista de Il Sole 24 ore, è stato il presidente della Fondazione Migrantes, mons. Guerino Di Tora, che segnala come l'Italia non sia solo Paese di immigrazione ma anche di emigrazione, visti i numeri significativi così come le storie raccontate nel volume – una parte è dedicata a come le collettività italiane abbiano mutato anche le caratteristiche dei luoghi in cui si sono stabiliti, con l'analisi di 32 città in cui la loro presenza ha marcato anche il territorio. E storie significative sono anche quelle dei pensionati che decidono di emigrare, fenomeno emerso in particolare in questi anni di crisi – si emigra per Paesi in cui il costo della vita è più basso, ma anche per stare vicino a figli e nipoti trasferitisi all'estero – e a cui la Fondazione – annuncia il presidente – sta dedicando un apposito studio che verrà presentato l'anno prossimo. La mobilità umana sta dunque “generando un cambiamento epocale di cui siamo più o meno consapevoli – afferma mons. Di Tora, rilevando gli effetti su di un'Europa “unita nella moneta ma che si sta frantumando nella solidarietà, dove tornano l'individualismo e il nazionalismo, la paura dell'incontro, dove non si riescono a fare passi avanti in termini di umanità e civiltà”. Per Di Tora lo studio del passato e della nostra emigrazione più illuminare aspetti del presente e alimentare una riflessione che sfoci in proposte concrete per la soluzione dei problemi, così come accaduto con la ricerca sui giovani italiani in Australia, promossa dalla Migrantes lo scorso anno. E alla mobilità giovanile guarda attentamente anche questa nuova edizione del Rapporto che analizza gli spostamenti per studio – 48 mila gli studenti italiani che frequentano università straniere e il 30% di coloro che partecipano al programma europeo Erasmus+ scelgono la Spagna, in particolare Madrid e Barcellona (a tale scelta il volume dedica un approfondimento) – e la percezione dei Millennials in viaggio, che si autodefiniscono, appunto, “viaggiatori” piuttosto che “emigranti”.

Per chi ha terminato un percorso di studi l'emigrazione resta però spesso una “scelta obbligata”, questione ben presente nel messaggio di saluto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che auspica “equilibrio e circolarità” dei talenti, per evitare che tale scelta resti un percorso a senso unico, configurante un impoverimento del nostro Paese. Mattarella riconosce inoltre al Rapporto la capacità di fornire una sguardo senza pregiudizi sul fenomeno migratorio, e richiama “la storia antica della nostra emigrazione”, fatta di “sofferenze e speranze”, “storie di straordinario riscatto ma anche emarginazione”, che somigliano a quelle di chi oggi continua ad emigrare all'estero o approda in Italia.

Ad illustrare i dati più significativi di questa XI edizione del Rapporto il video presentato da Paolo Ruffini, direttore di Tv2000, e la relazione di Delfina Licata, curatrice del volume, che ha rilevato l'importanza di un'analisi ripetuta nel tempo, multidisciplinare, che attinge a fonti e professionalità diverse – 60 ricercatori, di cui 30 dall'estero, hanno contribuito a questa edizione – che mettono al servizio della società i risultati del loro impegno. Licata evidenzia in particolare come l'espatrio coinvolga 110 province italiane e interessi 199 Paesi nel mondo, e, tra i numerosi dati forniti, segnala i 62 milioni di spostamenti per viaggi di residenti in Italia, cifra che testimonia come si debba guardare anche alla mobilità interna e alle vite “spezzate” di coloro che spesso lavorano in un luogo e tornano nel fine settimana in quello di residenza, con doppi riferimenti affettivi, amicali e relazionali. A proposito di spostamenti di interi nuclei familiari, richiama il caso di circa 20 mila bengalesi emigrati dall'Italia a Manchester e Birmingham, la cui attività è spesso legata al settore dei trasporti o della ristorazione e la sezione dedicata a come i connazionali hanno trasformato la geografia di 32 città del mondo – Madrid, Barcellona, Colonia, Wolfsburg, Porto Alegre, Cracovia, Mar del Plata, solo per citarne alcune. Il volume costituisce dunque una “cassetta degli attrezzi” per comprendere il mondo dell'emigrazione italiana, da cui emerge l'importanza di adoperarsi per favorire la circolarità dei talenti, il dialogo tra persone e culture diverse e il meticciato, inteso come tutela delle proprie radici senza per questo “sentirsi scomodi nel mondo”.

Tra gli interventi sul merito, quello di Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, che ha evidenziato come il fenomeno migratorio sia un tema molto rilevante, anche per lo squilibrio demografico che caratterizza le nostre società. “Si tratta di un tema planetario – ha detto Casini, ricordando poi l'impoverimento arrecato dall'emigrazione di giovani altamente formati nel nostro Paese, ma anche come senza immigrazione avremmo comparti come quello dell'assistenza agli anziani cui non sapremmo provvedere. “Occorre fare un'operazione di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, affinché le paure che esistono non siano amplificate oltre misura – ha proseguito il parlamentare, sostenendo la necessità di “fotografie della realtà” come quelle scattata dal Rapporto anche per “organizzare la presenza di coloro che oggi ci chiedono aiuto e rifugio, per trasformare il fenomeno migratorio in ricchezza e coglierne le potenzialità”. In riferimento al quadro emerso delle nostre collettività all'estero, Casini ricorda anche come il Ministero degli Affari esteri stia provvedendo ad una riorganizzazione della rete consolare per rispondere meglio a tali profili oltre che ad un contesto geopolitico profondamente cambiato.

Si sofferma sui dati demografici, o meglio sul profondo cambiamento che i loro indici rivelano della società italiana dal 1926 ad oggi Sabrina Prati, dirigente Istat del Servizio Registro della popolazione, statistiche demografiche e condizioni di vita. Nell'arco di 3 generazioni è avvenuta una versa e propria “rivoluzione” nella società italiana, con la diminuzione del tasso di natalità e di mortalità e il conseguente invecchiamento della popolazione, associata al configurarsi della mobilità internazionale quale motore della dinamica demografica. Prati si sofferma anche sull'incremento del percorso di integrazione degli stranieri immigrati in Italia, testimoniato dal numero delle acquisizioni di cittadinanza italiana, passate da 56 mila nel 2011 a 129 mila nel 2014. Segnala infine l'atteggiamento dei nuovi italiani, alunni delle nostre scuole, anche con background migratorio, che proiettano il proprio futuro all'estero (circa la metà di un campione intervistato afferma di voler vivere fuori dai confini nazionali), dati che sollecitano l'impegno di rendere questa scelta “un'opportunità” e non una forzatura senza possibilità di ritorno. Si sofferma sulla presenza italiana a Barcellona, don Luigi Usubelli, cappellano per la comunità italiana nella città spagnola, che ne descrive le diverse componenti: dagli studenti erasmus, che spesso vivono in contesti internazionali e dunque non hanno interesse all'inserimento in loco, ai giovani lavoratori anche con famiglie al seguito, che possono riscontrare difficoltà e problemi di solitudine, non potendo contare su nuclei più allargati o legami di vicinato. Rileva anche come il bilinguismo (catalano/castigliano) possa creare difficoltà, così come il profilo di una città a forte impronta turistica (9 milioni di visitatori in un anno in una città che conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, la terza città più visitata in Europa), che può tradursi in difficoltà abitative, speculazione, diffidenza. Nonostante questo, i connazionali ne apprezzano affinità culturali e qualità della vita. Usubelli richiama infine le difficoltà dei detenuti italiani – circa 40 – nelle 6 carceri catalane, che spesso lamentano difficoltà nei contatti con le famiglie di origine, o disomogeneità degli iter giudiziari rispetto agli autoctoni.

Parla dell'importanza delle collettività italiane all'estero per la promozione culturale e linguistica del nostro Paese Massimo Riccardo, direttore generale per la Promozione di lingua e cultura italiana del Maeci, che annuncia l'appuntamento con la seconda edizione degli Stati generali della Lingua italiana a Firenze e illustra il percorso intrapreso in questi anni. “Le comunità sono fruitori di cultura italiana ma anche moltiplicatori dell'interesse nei confronti del nostro Paese; la loro presenza è dunque un'opportunità che va colta anche per rafforzare la diffusione della nostra lingua e cultura nel mondo – afferma Riccardo, segnalando come, anche in linea con il profilo degli attuali flussi migratori, sia impegno della Direzione generale puntare sul sostegno del bilinguismo nelle scuole locali, sostenuti anche dall'interesse delle collettività per tale rafforzamento. Richiama il “percorso inclusivo” inaugurato con la prima edizione degli Stati generali e i primi frutti di tale confronto, come il portale della lingua italiana, ideato anche per consentire una mappatura di dove è possibile apprendere la nostra lingua nel mondo. Richiama tra le iniziative promosse anche la Settimana della lingua italiana nel mondo che da alcuni anni lega la promozione linguistica ad una industria culturale – quest'anno il design. Tra i diversi attori chiamati alla riflessione su come promuovere al meglio l'insegnamento della nostra lingua all'estero dunque, anche il Rapporto può offrire spunti preziosi per conoscere meglio caratteristiche e istanze dei connazionali interessati al miglioramento e all'attuazione di tali strategie.

Previsto tra gli interventi anche quello del segretario generale del Consiglio generale degli italiani all'estero, Michele Schiavone, che, impossibilitato a partecipare, ha inviato un messaggio in cui ricorda le funzioni e le caratteristiche del sistema di rappresentanza degli italiani all'estero, sistema interessato ora ad un percorso di riforma cui anche il Cgie è chiamato a contribuire. E proprio questo – ha segnalato Schiavone - sarà il tema della prossima assemblea generale del Cgie annunciata nella seconda settimana di dicembre.

Nelle conclusioni affidate al direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Giancarlo Perego, la riflessione su di un “mondo giovanile in movimento” che include gli italiani che emigrano all'estero e coloro che approdano sulle nostre coste. “Da una parte c'è chi è libero di muoversi, dall'altra chi è costretto a fuggire dal proprio Paese. Tutti però reclamano lo stesso diritto fondamentale: quello di restare nella propria terra – afferma mons. Perego, ricordando come tutti cerchino un'opportunità e un diverso esercizio della cittadinanza. Spesso però uno sguardo non libero dai pregiudizi non consente di tracciare parallelismi, e ai giovani italiani in viaggio forse si dà meno spazio “perchè si vuole nascondere la realtà di crisi del nostro Paese, crisi economica – rileva mons. Perego, - ma anche crisi di cultura e di relazioni”. Una crisi che è ben vedere investe anche la rappresentanza, che “i giovani non vogliono sia solamente formale, ma fatta di associazionismo, relazioni, legami, spazi di incontro”. Esigenze che – come è successo nel passato - modificano la stessa geografia urbana, e che il direttore generale auspica possano oggi “ridisegnare anche l'accompagnamento dei mondi migranti”.

Viviana Pansa, Inform 6

 

 

 

 

Ricollocamento dei migranti. Referendum ungherese: ora di far rispettare i principi Ue

 

Il 2 ottobre i cittadini ungheresi sono stati chiamati dal loro governo a votare in un referendum per contrastare il programma europeo di ricollocamento dei migranti.

 

Come previsto, il 98% dei votanti ha risposto ‘no’ al quesito elettorale che, in maniera tendenziosa chiedeva agli elettori:“Volete autorizzare l’Unione europea a decidere il ricollocamento in Ungheria di cittadini non ungheresi senza l’approvazione del Parlamento ungherese?”

 

Sebbene il governo avesse promosso una grande campagna per il voto, solamente il 40% degli aventi diritto si è recata alle urne: l’esito del referendum è pertanto risultato formalmente invalido, non essendo stato raggiunto il quorum minimo del 50% indicato dalla legge come condizione di validità della consultazione popolare.

 

Tuttavia, nonostante il mancato raggiungimento del quorum, l’esito del referendum, e a fortiori il suo svolgimento, richiedono di non derubricare quanto accaduto in Ungheria ad evento di secondaria importanza. Al contrario.

 

Orban non si arrende

Innanzitutto perché il Primo ministro ungherese Viktor Orban ha già fatto capire che intende comunque fare leva sul risultato del referendum ai fini di rafforzare la propria opposizione al meccanismo europeo di ricollocazione dei migranti. Come noto, l’Ungheria aveva votato contro (assieme agli altri paesi del Gruppo di Visegrad) alle decisioni prese dal Consiglio Ue nel settembre 2015 che stabilivano il ricollocamento obbligatorio di 160 mila richiedenti asilo dalla Grecia e dall’Italia.

 

In aggiunta, come testimoniato da Amnesty International, nel corso dell’ultimo anno Budapest ha adottato una durissima politica d’impedimento all’immigrazione legale. Lo scopo del referendum era quindi aumentare la pressione nei confronti delle istituzioni europee e internazionali. E Orban ha già affermato che, nonostante il mancato raggiungimento del quorum nella consultazione, egli si farà garante della volontà schiacciante del 98% dei votanti, forse tramite un emendamento costituzionale che vieta il ricollocamento in Ungheria dei richiedenti asilo.

 

Un grave precedente

In secondo luogo, il referendum ungherese rappresenta un gravissimo precedente in grado di minare la stabilità dell’Unione europea, Ue, quale comunità di diritto. Avevo qui già sostenuto che la decisione dell’Ungheria di indire una consultazione popolare sul meccanismo europeo di ricollocamento rappresentava nei fatti il tentativo da parte di uno stato membro dell’Ue di nullificare all’interno del proprio territorio norme giuridiche validamente adottate dalle istituzioni europee.

 

Come autorevolmente argomentato dal Presidente emerito Giorgio Napolitano in occasione del conferimento del Premio Degasperi a Mario Draghi, infatti, il referendum costituiva un’iniziativa illegale in contrasto con i principi di diritto dell’Ue. Il fatto che il referendum abbia avuto luogo costituisce perciò, indipendentemente dal suo risultato, un’avvenimento grave, al quale potrebbero fare appello in futuro altri governi euroscettici i quali siano desiderosi di svincolarsi dal rispetto di normative europee politicamente sgradite.

 

In questo contesto, sarebbe stato auspicabile avviare in via preventiva un procedimento di infrazione contro l’Ungheria. Tuttavia, poiché né la Commissione né altri stati membri hanno richiesto un’ingiunzione alla Corte di Giustizia dell’Ue, è necessario procedere ora.

 

Riaffermare il rispetto dello stato di diritto e delle norme Ue

Lo svolgimento del referendum in Ungheria dovrebbe essere l’occasione per mettere in moto un più rigoroso scrutinio sul rispetto dello Stato di diritto in quel Paese (e potenzialmente, in altri stati membri dell’Ue). Com’è noto, la Commissione europea ha negli ultimi anni aumentato gli strumenti a propria disposizione per monitorare il rispetto della Rule of Law: gli strumenti di soft law delineati nella Comunicazione del marzo 2014 (COM(2014)158) hanno però mostrato tutti i loro limiti.

 

Alla luce del recente referendum ungherese sembra perciò arrivato definitivamente il momento di ricorrere all’art. 7(1) Tue il quale afferma che: “Su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del Parlamento europeo o della Commissione europea, il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2”.

 

La procedura di cui all’art. 7(1) Tue è di natura preventiva, ovvero si può attivare laddove vi sia un rischio di involuzione autoritaria, e non richiede l’unanimità degli stati membri. Seppure la maggioranza di 4/5 non sia facile da raggiungere, l’assenza di un potere di veto impedisce che, ad esempio, il governo ungherese sia impunemente protetto dal governo polacco.

 

Tenuto conto delle perplessità sul rispetto dello stato di diritto in Ungheria ripetutamente sollevate sia dal Parlamento europeo che da diversi stati membri dell’Ue, il referendum sulla relocation potrebbe rappresentare la goccia che fa traboccare il vaso - e che infine spinge a ricorrere all’art. 7(1) Tue.

 

Sebbene sia difficile prevedere l’esito di una tale procedura, e per quanto gli effetti pratici dell’attivazione dell’art. 7(1) Tue siano limitati, una mossa in tale direzione aumenterebbe la pressione su un Paese che calpesta le regole giuridiche - ed i valori costituzionali - sui quali si fonda l’Ue. Specialmente in un momento in cui l’integrità dell’Unione è messa in discussione dalla scelta del Regno Unito di secedere, sembrerebbe istituzionalmente opportuno per i Paesi comunitaristi difendere la coesione, anche assiologica, dell’Europa.

 

In conclusione, il referendum ungherese rappresenta una sfida grave al processo di integrazione europea - indipendentemente dal fatto che il quorum elettorale non sia stato formalmente raggiunto. Alla luce della più generale involuzione autoritaria in atto in Ungheria, il Parlamento europeo e quella maggioranza di stati membri che hanno a cuore il futuro dell’Ue dovrebbero prendere le iniziative opportune per riaffermare il rispetto dello stato di diritto e delle norme europee, ora anche tramite l’uso dell’art. 7(1) Tue.

Federico Fabbrini, AffInt 3

 

 

 

 

Il contorno

 

In Economia, almeno per quanto riguarda il Bel Paese, è più semplice presentare all’opinione pubblica i conti consuntivi. Quelli preventivi, che sarebbero più interessanti da esaminare, sono sempre troppo sul generico. Per quest’anno, la china dell’economia resta ancora preoccupante. Così, le nostre riflessioni si fanno più complesse. Tutti i possibili provvedimenti sono stati varati. Eppure, stabilità politica significherebbe, in ultima analisi, una migliore prospettiva di sviluppo economico. Nonostante tante assicurazioni, da noi questo parametro è solo nominale.

 

 Sino a quando? Più che il dialogo, si è fatta strada la polemica. Il 2017 non sarà un anno politicamente tranquillo. Con conseguenti ripercussioni sul fronte dell’economia che è molto sensibile ai cambiamenti d’umore dei condottieri nazionali. Mancano, ancora, tutte quelle premesse per garantire uno sviluppo che tenga conto di una situazione europea sempre troppo sottostimato.

 

 Il populismo ha occupato il posto alla razionalità del fare. Con conseguente stagnazione del mondo produttivo e minore incremento negli investimenti. Come a scrivere che, se mancano gli utili, i capitali prendono altra via o restano, blindati, negli istituti bancari che si sono dimostrati protetti dal dissesto economico che continua a tormentarci.

 

 La produttività è figlia del consumismo che, da noi, si è bloccato per l’incertezza del domani. Investire di meno, significa soffrire di più. Ce ne siamo accorti tutti, ma nessuno ha trovato una soluzione. Ora, si crede che il Governo possa farci ritrovare la fiducia smarrita. Non sarà così semplice, né tanto probabile. La bilancia politica non resterà in equilibrio. Tenderà a porsi a “sinistra” o a “destra”. Sospenderà le “oscillazioni” solo con il peso di una formazione di “centro” che, almeno per ora, non intravediamo. Ravviseremo, nel succedersi dei mesi, se la squadra di Renzi sarà in grado di dare un impulso all’economia.

 

Che la ripresa sia dietro l’angolo ne dubitiamo. Sempre che non si prendano decisioni irrazionali e di sudditanza nei confronti di un’UE non disponibile a sostenere i Paesi che non offrono garanzie d’effettiva riorganizzazione economica.

 Che le preoccupazioni siano più che fondate lo dimostra l’andamento del nostro mercato interno e internazionale. Un conto è affermare d’essere europei, un altro è dimostrarlo. Infatti, oltre le “assicurazioni” ufficiali, non c’è altro di concreto all’orizzonte e il profilo politico non cambierà. Se la realtà s’evolvesse in meglio, saremo i primi a prenderne atto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

L'attacco di Renzi: "Nell'Ue frenetico immobilismo"

 

"Il prossimo Consiglio europeo si svolge in una dimensione abbastanza difficile da illustrare dopo ciò che è accaduto con il referendum inglese e alla vigilia di importanti consultazioni elettorali". Lo ha detto Matteo Renzi nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue. "Nel momento in cui l'Europa ha subito uno shock con la decisione dei cittadini inglesi, la nostra comunità è ancora senza un quadro politico di certezze per il futuro", ha sottolineato il premier.

Dopo la Brexit, "la risposta dell'Europa è stata caratterizzata da un frenetico immobilismo", ha detto ancora Renzi sottolineando che il vertice di Bratislava si è concluso "con un elenco di buone promesse non all'altezza dello scenario". "Si tratta - ha spiegato - di impostare una strategia differente, difficile ma urgente" e di "immaginare un percorso inedito".

"L'Unione europea - ha continuato - si accinge a discutere del proprio bilancio. A mio giudizio è fondamentale che l'Italia sia promotrice di una posizione durissima nei confronti di quei Paesi che hanno ricevuto molti fondi e che in questa fase si stanno smarcando dai propri impegni di ricollocazione. Vorrei che il mandato fosse forte e ampio, non soltanto della maggioranza. Il bilancio dovrà fare riferimento a chi dice sì e a chi dice no rispetto alla ricollocazione", ha poi affermato il presidente del Consiglio affrontando il tema dei migranti.

"La mia proposta è che i gruppi parlamentari aiutino, come nel Parlamento europeo, senza distinzioni, il lavoro su alcune proposte precise e puntuali e accompagnassero il percorso fino a Roma 2017", ha continuato Renzi, parlando dell'anniversario dei Trattati Ue che si celebrerà a Roma il 25 marzo prossimo.

"Roma 2017 rappresenta un punto chiave e cruciale per l'Italia e per l'Europa, vorrei proporre di arrivare a quell'appuntamento con un lavoro propositivo -ha spiegato il premier-. Perché Roma 2017 rischia di essere uno spartiacque decisivo per l'Europa e interessante per l'italia per capire se vogliamo continuare a discutere di emendamenti burocratici o se vogliamo mettere al cento gli ideali".

"Il rapporto tra Italia e Stati Uniti, come ha detto Obama nel suo messaggio all'ultimo Columbus day, conosce oggi il livello più alto della sua storia", ha continuato Renzi a proposito della cena di Stato che il presidente americano offrirà per l'Italia la prossima settimana alla Casa bianca.

"Questo è un momento che ci inorgoglisce, mai come in questa fase l'Italia vede negli Stati Uniti un punto di riferimento della sua amicizia internazionale anche nella possibilità di crescita e dal punto di vista economico", ha spiegato il premier sottolineando che "il rapporto con gli Stati Uniti anche sotto il profilo economico è cruciale".

Renzi ha spiegato: "Ma prima di ogni valutazione economica e politica c'è una convinzione profonda: noi stiamo dalla parte degli Stati Uniti nella visione del mondo, dalla parte della libertà, del coraggio, del futuro".

"Ho trovato allucinante - ha affermato il premier parlando in merito ai provvedimenti presi in aiuto delle popolazioni colpite dal sisma del 24 agosto scorso - una parte della discussione di queste settimane in Italia. Qualcuno mi ha detto: ma come, chiedete di scomputare dal Patto le spese per il terremoto? La risposta è minima: in una dinamica nella quale un Paese come il nostro in sette anni ha vissuto tre terremoti come quello de L'Aquila, dell'Emilia e adesso quello di Amatrice, Accumoli ed Arquata, può permettersi di soggiacere a regole burocratiche e teoriche, scritte in modo discutibile e comunque interpretabile ciascuno nel modo che preferisce per non guardare alle esigenze dei propri cittadini? E' inaccettabile soltanto che qualcuno lo pensi". Adnkronos 12

 

 

 

 

Presentato alla Farnesina il Rapporto Ance 2016

 

Nel 2015 le imprese italiane di costruzione hanno aperto all’estero 231 nuovi cantieri. Il fatturato oltreconfine raggiunge quota 12 miliardi di euro.  In netto calo l’impegno delle aziende a livello nazionale

 

ROMA – E’ stato presentato oggi alla Farnesina il Rapporto Ance 2016 sulla presenza delle imprese italiane di costruzione all’estero. Lo studio è realizzato dall’Ance congiuntamente con il Maeci. Dal Rapporto emerge come nel 2015 le imprese italiane di costruzione abbiano aperto all’estero 231 nuovi cantieri per un valore totale di 17,2 miliardi di euro e un fatturato cumulato oltreconfine che raggiunge quota 12 miliardi, con un aumento del 14,5% rispetto all’anno precedente. Una crescita che si consolida per l’undicesimo anno consecutivo e che vede le aziende italiane del settore attive stabilmente in 89 Paesi con contratti di costruzione per oltre 87 miliardi di Euro. Dall’indagine viene inoltre evidenziata la crescita della forbice fra fatturato nazionale ed estero delle imprese di costruzione italiane. Quest’ultimo passa infatti dal 31% del 2004 al 70% del 2015.  Sempre nel 2015 le nostre aziende del settore hanno operato in 89 paesi conquistando 11 nuovi mercati.  Da sottolineare inoltre il forte aumento della presenza delle imprese italiane di costruzione sui mercati più sviluppati: 7 miliardi di commesse acquisite in 21 Paesi Ocse che rappresentano circa la metà del totale dei contratti sottoscritti nel 2015. A testimonianza della competitività delle aziende italiane il  50% delle nuove commesse acquisite nel 2105 si colloca inoltre in Europa. Mentre crescono anche le commesse in Medio Oriente, l’area geografica che continua a mantenere la leadership del portafoglio lavori è il Sud America (23,1%). Da segnalare inoltre che le imprese italiane costruisco nel mondo soprattutto strutture ferroviarie (24, 2%), opere stradali (22,3%) e opere idrauliche (15%). In aumento anche l’edilizia con l’8% del portafoglio lavori. 

La presentazione, seguita anche il segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni -  è stata introdotta da Vincenzo De Luca,  direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese.   “Sono dieci anni che la Farnesina e la nostra rete diplomatica all’estero – ha ricordato De Luca -. accompagnano le imprese italiane del settore delle costruzioni, che evidenziano capacità tecnologiche, in uno sforzo importante per il Sistema Paese e per la nostra crescita economica all’estero”

E’ poi intervenuto il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Paolo Gentiloni che ha sottolineato come la collaborazione fra le nostre imprese di costruzione,  il Maeci  e il mondo diplomatico rappresenti una buona pratica da incoraggiare.   

“Se non sbaglio – ha proseguito Gentiloni segnalando alcuni dati salienti del rapporto - dal 2004 al 2015 il fatturato delle nostre imprese di costruzione all’estero è passato da circa 3 miliardi a 12 miliardi. Un aumento che ha molto più che compensato la riduzione nello stesso periodo di del fatturato nazionale. Una flessione, quest’ultima, che il Governo sta cercando di compensare con misure tese a promuovere il rilancio delle infrastrutture nel nostro Paese e attraverso l’impegno a livello europeo volto a incoraggiare Bruxelles sulla linea del piano degli investimenti”.  Gentiloni ha sottolineato di essere particolarmente colpito dalla crescita del fatturato del settore estero delle imprese italiane di costruzione negli ultimi tre o quattro anni. Un risultato positivo che è stato conseguito nonostante la crescente instabilità di alcune aree del mondo e l’andamento del prezzo del petrolio che ha inciso negativamente sul bilancio di vari Paesi dove operano le nostre aziende  “A fronte di queste difficoltà – ha affermato il ministro degli Esteri –  si evidenzia tuttavia dal mio punto di vista la capacità delle nostre imprese di aumentare in modo consistente contratti e attività all’estero. Inoltre la presenza di queste aziende in 89 Paesi assomiglia parecchio alla mappa delle priorità geopolitiche del nostro paese, stiamo parlando prevalentemente di Europa , Medio Oriente  e Africa, non perché manchino investimenti o grandi contratti nelle Americhe e in Asia, ma certamente queste aree sono le grandi priorità italiane”.

Gentiloni, dopo aver ricordato che l’Africa con la sua domanda di infrastrutture offre grandi opportunità per le nostre imprese, ha evidenziato come il successo delle aziende italiane sia dovuto alla nostra capacità sia di costruire grandi opere e vie di comunicazione, sia di riconoscere il valore del lavoro dei propri dipendenti in contesti molto diversi da quello italiano ed europeo. “Noi non siamo un paese che va a fare infrastrutture chiavi in mano, - ha precisato Gentiloni - siamo un paese che lascia traccia col proprio intervento, che ogni tanto fa filiera con altre imprese italiane di settori collegati, e che comunque tende a valorizzare le economie locali e il ‘know-how’ delle  imprese locali,  credo che questo sia uno dei fattori che è più apprezzato nella nostra attività all’estero”.

“La presentazione di questo Rapporto – ha concluso Gentiloni ricordando l’intenso lavoro di diplomazia economica al fianco delle imprese italiane  che vede al centro l’azione della Farnesina del Ministero dello Sviluppo Economico, dell’Agenzia Ice, della Sace, della Simest e del sistema bancario, - mi permette di ringraziare la nostre rappresentanze diplomatiche consolari all’estero per quello che fanno al fine di promuovere nel mondo la presenza economica italiana”.

Giandomenico Ghella, presidente del Comitato Estero e vicepresidente Ance, nell’illustrare i dati del Rapporto ha in primo luogo segnalato il positivo e importante impatto del settore costruzioni all’estero su Pil italiano. “I tassi di crescita del fatturato estero di queste aziende – ha spiegato Ghella – è arrivato a 12 miliardi nel 2015  grazie all’effetto traino svolto dalle grandi imprese… Oggi si sta sviluppando un nuovo modello di sviluppo di filiera, perché queste grandi aziende possono accompagnare all’estero, supportandole sui mercati internazionali, quelle imprese italiane medie e piccole che loro già conoscono nella capacità di lavorare sul mercato interno. … Chi ha investito all’estero – ha aggiunto Ghella - ha giudicato il mercato interno meno interessante e quindi questo non è cresciuto, io credo quindi che in Italia alcune semplificazioni dal punto di vista burocratico per far partire gli investimenti siano assolutamente necessarie”.

Dopo aver ribadito che le imprese di costruzione italiane anche medie e piccole si stanno internazionalizzando e divengono sempre più competitive, Ghella ha sottolineato l’importanza, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, del supporto governativo alla crescita del sistema Italia. Per quanto riguarda la contribuzione  all’aiuto allo sviluppo Ghella ha poi sottolineato la necessità, da parte dell’Europa e dell’Italia, di fare di più in questo settore   “I flussi migratori – ha affermato Ghella - possono essere gestiti  garantendo migliori condizioni di vita e sostenibilità per i figli di chi si trova nei paesi di provenienza in condizioni disagiate. Dobbiamo aiutare questi paesi, è un dovere morale e un interesse economico dell’Europa ,né si possono lasciare i paesi di confine a risolvere il problema dell’immigrazione da soli”. G.M. Inform 4 

 

 

 

 

Incontro dei parlamentari dell’estero con il ministro Giannini

 

Su richiesta dei deputati del Pd eletti all’estero si è tenuto un incontro con il Ministro per la Pubblica Istruzione e l’Università Stefania Giannini. Oggetto dell’incontro la promozione della lingua italiana all’estero e i prossimi decreti attuativi della cosiddetta “Buona Scuola”.

 

Il governo si è impegnato a contrattare 50 nuovi docenti per le scuole italiane all’estero e – raccogliendo la richiesta dei parlamentari – a mantenere e rafforzare il ruolo strategico dei cosiddetti “Enti Gestori” per l’insegnamento della lingua tra le nostre collettività all’estero.

 

I parlamentari hanno anche posto l’esigenza di un effettivo coordinamento tra MAECI e MIUR in questo settore e il pieno coinvolgimento degli organismi di rappresentanza degli italiani nel mondo.

Il Ministro e i parlamentari si sono impegnati a lavorare insieme nelle prossime settimane affinchè queste linee programmatiche si traducano in un quadro normativo di rilancio del ruolo del sistema formativo della lingua italiana nel mondo.

 

"Per quanto riguarda la disponibilità di risorse da destinare a questo comparto strategico, le indicazioni di contenimento della spesa date dal MEF ai diversi Ministeri ci inducono a vigilare e a moltiplicare il nostro impegno affinché l’attenzione che questo Governo ha dimostrato verso gli italiani all’estero e la riaffermazione fatta in diverse occasioni del valore della lingua e cultura come asse portante della “diplomazia culturale” possa trovare un giusto riconoscimento." Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta, Tacconi

 

 

 

 

Referendum Costituzionale del 4 dicembre 2016

 

Il Ministero dell’Interno ha invitato i Comuni ad accettare, in via amministrativa, anche le opzioni degli elettori temporaneamente all’estero che perverranno entro il 2 novembre prossimo

 

ROMA - Con Decreto del Presidente della Repubblica del 27 settembre 2016, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 227 del 28 settembre 2016 sono stati convocati per domenica 4 dicembre 2016 i comizi elettorali per il Referendum popolare confermativo avente ad oggetto il seguente quesito referendario: Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?

Elettori residenti all’estero ed iscritti nell’AIRE 

Gli elettori residenti all’estero ed iscritti nell’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) riceveranno come di consueto il plico elettorale al loro indirizzo di residenza. Qualora l’elettore non lo ricevesse potrà sempre richiederne il duplicato all’Ufficio consolare di riferimento. Si ricorda che è onere del cittadino mantenere aggiornato l’Ufficio consolare competente circa il proprio indirizzo di residenza.

Chi invece, essendo iscritto nell’AIRE, intende votare in Italia, dovrà far pervenire all’Ufficio consolare competente per residenza (Ambasciata o Consolato) un’apposita dichiarazione (vedasi fac-simile) su carta libera che riporti: nome, cognome, data e luogo di nascita, luogo di residenza, indicazione del comune italiano d'iscrizione all'anagrafe degli italiani residenti all'estero, l'indicazione della consultazione per la quale l'elettore intende esercitare l'opzione.

La dichiarazione deve essere datata e firmata dall'elettore e accompagnata da fotocopia di un documento di identità dello stesso e può essere inviata per posta, telefax, posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano all’Ufficio consolare, anche tramite persona diversa dall’interessato, entro l'8 ottobre 2016, con possibilità di revoca entro lo stesso termine.

Elettori temporaneamente all’estero. 

Gli elettori italiani che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovano temporaneamente all’estero per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento del Referendum, nonché i familiari con loro conviventi, potranno partecipare al voto per corrispondenza organizzato dagli uffici consolari italiani (legge 459 del 27 dicembre 2001, comma 1 dell’art. 4-bis), ricevendo la scheda al loro indirizzo all’estero.

Per partecipare al voto all’estero, tali elettori dovranno - far pervenire al Comune d’iscrizione nelle liste elettorali un’apposita opzione.

Il Ministero dell'Interno ha diramato la Circolare n. 40 del 28 settembre 2016 (il cui testo è reperibile al link http://elezioni.interno.it/circolari.html) nella quale - dopo aver confermato che la scadenza fissata dalla legge è l'8 ottobre - ha invitato i Comuni ad accettare, in via amministrativa, anche le opzioni che perverranno oltre tale termine, purché entro il 2 novembre prossimo.

E’ possibile la revoca della medesima opzione entro lo stesso termine: si ricorda infine che l’opzione è valida solo per il voto cui si riferisce (ovvero, in questo caso, per il Referendum del 4 dicembre 2016).

L’opzione (fac-simile qui reperibile)  può essere inviata per posta, telefax, posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al Comune anche da persona diversa dall’interessato (nel sito www.indicepa.gov.it sono reperibili gli indirizzi di posta elettronica certificata dei comuni italiani).

La dichiarazione di opzione, redatta su carta libera e obbligatoriamente corredata di copia di documento d’identità valido dell’elettore, deve in ogni caso contenere l’indirizzo postale estero cui va inviato il plico elettorale, l’indicazione dell’Ufficio consolare competente per territorio e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti per l’ammissione al voto per corrispondenza (vale a dire che ci si trova - per motivi di lavoro, studio o cure mediche - in un Paese estero in cui non si è anagraficamente residenti per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento del referendum; oppure, che si è familiare convivente di un cittadino che si trova nelle predette condizioni).

La dichiarazione va resa ai sensi degli articoli 46 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2000, n. 445 (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa), dichiarandosi consapevoli delle conseguenze penali in caso di dichiarazioni mendaci (art. 76 del citato DPR 445/2000). Inform

 

 

 

 

Giornata mondiale contro la pena di morte. Farnesina: Italia da sempre attivamente in prima linea

 

ROMA - E' stata  celebrata lunedì 11 la “Giornata mondiale contro la pena di morte”. La prossima risoluzione sulla moratoria universale della pena di morte sarà adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite alla fine dell’anno.

L’Italia – - ricorda la Farnesina -  è stata da sempre attivamente in prima linea, lavorando con efficacia per allargare il consenso sul tema, con l’approccio inclusivo e dialogante. Il nostro Paese – si sottolinea - ha dato impulso a diverse iniziative in favore di una moratoria universale della pena di morte, che hanno portato alla storica adozione della prima risoluzione sulla moratoria della pena capitale da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU nel dicembre 2007. L’impegno italiano si è rinnovato l’anno successivo quando, insieme a un’alleanza interregionale formata da Paesi di tutte le aree del mondo, l’Italia ha promosso una seconda risoluzione sulla moratoria, approvata dall’Assemblea Generale con un numero maggiore di voti favorevoli e un numero minore di voti contrari. Da allora, le successive risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU sulla moratoria universale dell’uso della pena di morte sono state approvate con cadenza biennale.

Tutta la rete diplomatica della Farnesina, come pure il più ampio mondo istituzionale e la società civile, sono da anni impegnati su tale tema – si sottolinea - . A tale scopo, il MAECI ha istituito nel luglio 2014 una Task Force con rappresentanti delle organizzazioni della società civile per coordinare e render ancor più efficace l’azione italiana di sensibilizzazione dei Paesi terzi a sostegno della risoluzione ONU sulla moratoria universale.

Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha partecipato, nel corso della 71esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a un evento sul tema della moratoria universale organizzato dall’Italia insieme ad altri partner e all’ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. dip

 

 

 

 

Il sacrificio

 

La sponda africana del Mediterraneo s’è rivelata una polveriera. Morire per una causa sembra martirio. Invece, è terrorismo. Vittime innocenti pagano il conto di una politica che non ha tenuto in debito conto le necessità di Popoli nati con la dittatura alla quale, però, si erano abituati.

 La Democrazia è una fantastica medicina che, però, ha da essere assunta nei modi opportuni. Diversamente, gli effetti potrebbero essere più deleteri della repressione. Il caso Tunisia, recente e drammatico, ha riportato all’attenzione di un’Europa apparentemente impotente a frenare l’eccidio in terre che potrebbero ancora offrire ricchezza agli abitanti. Sia in materie prime, sia in turismo.

 Il Medio Oriente e il Nord Africa non sono più terre sicure. Non lo erano anche prima delle stragi che tanto ci hanno impressionato. Tanti interessi occidentali hanno, da sempre, sottovalutato una realtà che, invece, era da seguire, da subito, con attenzione. Questa, sia chiaro, non è un conflitto di religione. Né uno scontro d’ideologie. Ci sono, invece, degli interessi territoriali tangibili che, in mani sbagliate, potrebbero de determinare l’implosione delle terre africane che si affacciano sul “Mare Nostrum”.

 Le strategie della diplomazia potranno anche essere utili; ma difficilmente riusciranno a essere risolutive. Quando il sistema dei “Califfati” sembra estendersi a macchia d’olio tra popolazioni mussulmane moderate, significa che, erroneamente, s’inserisce negli atti di violenza la matrice religiosa. A nostro avviso, niente di più sbagliato. Nessun credo è contro la pacifica convivenza.

 Sono gli uomini, di alcune fazioni, che lo utilizzano per fini che non hanno nulla a che fare con filosofie dottrinali differenti. Lo scriviamo, da subito, per evitare altre confusioni che andrebbero ancor più ad alterare il precario equilibrio di un sistema internazionale che può sopravvivere unicamente con la pacifica convivenza. Nel rispetto del credo altrui. Chi muore, oggi, non lo fa per un ideale; ma per un’esaltazione portata al parossismo da cause scatenanti che vengono da lontano.

Il sacrificio fine a se stesso è inutile. La Pace è l’unica arma vincente.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Sì definitivo dell’Aula al disegno di legge sull’editoria

 

Istituito il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione. Fra la platea dei beneficiari le imprese editrici di quotidiani e periodici diffusi all’estero

 

ROMA – Con 275 sì, 80 no e 32 astenuti la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva il testo unificato delle proposte di legge sull’editoria. La legge, che esclude dai beneficiari dei contributi i giornali di partito, istituisce il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione e assegna al Governo il compito di ridefinire la disciplina. Tra i beneficiari vi saranno cooperative giornalistiche, Tv locali, nonché enti senza fini di lucro,  periodici per non vedenti, giornali delle minoranze linguistiche e delle associazioni di consumatori e imprese editrici di quotidiani e periodici diffusi all’estero.

Il provvedimento  semplifica l’erogazione dei contributi, la prima delle due rate dovrà essere corrisposta entro il 30 maggio di ogni anno, e stabilisce i tempi di presentazione delle domande per accedere ai contributi, nonché i requisiti per le tesate on line. Previsti inoltre incentivi per l’innovazione digitale e finanziamenti per progetti innovativi. La legge introduce anche un tetto per gli stipendi Rai, amministratori, dipendenti e consulenti non potranno percepire stipendi superiori a 240mila euro, e da delega al Governo per la definizione di nuovi criteri per prepensionamento dei giornalisti. Riorganizzato infine, con una riduzione dei suoi membri, il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti. dip    

 

 

 

 

 

Nella legge definitiva sull’editoria l’emendamento sui finanziamenti ai periodici in italiano editi e diffusi all’estero

 

ROMA – “La nuova legge sull’editoria è stata approvata dalla Camera dei deputati in terza lettura e quindi è diventata definitiva. Essa prevede l’istituzione del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, sgravi fiscali per le inserzioni pubblicitarie, il tetto agli stipendi dei dirigenti Rai e altri interventi da tempo richiesti dalle organizzazioni degli operatori e dalla stessa opinione pubblica”. Lo scrivono in una nota congiunta i deputati del Pd, eletti nella circoscrizione Estero, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi. 

“Per quanto ci riguarda come italiani all’estero, - prosegue la nota - essa conferma il nostro emendamento (primo firmatario Porta), approvato dalla Camera in prima lettura, che inserisce tra i finanziamenti speciali quelli concessi ai ‘periodici e quotidiani in lingua italiana editi e diffusi all’estero o editi in Italia e diffusi prevalentemente all’estero’. Tale dizione, si ricorderà, fu resa necessaria per evitare che qualche soggetto, per ragioni di ordine formale, potesse essere escluso dagli interventi di sostegno. Questa formulazione tiene conto sia delle pubblicazioni nate e diffuse all’interno della comunità italiana all’estero e ad essa dirette sia delle pubblicazioni stampate in Italia e dirette alle minoranze italiane in Croazia, Slovenia e Istria. L’anzianità di costituzione delle imprese e di edizione di tali testate, inoltre, è stata ridotta a due anni in modo da evitare di penalizzare soggetti e testate che nella difficile transizione degli ultimi tempi siano passati di mano continuando, tuttavia, a svolgere la loro preziosa funzione informativa e di coesione sociale.

La legge – concludono i deputati del Pd eletti all’estero  - concede al Governo la delega per emettere, entro sei mesi, i decreti attuativi, che dovranno ridefinire i criteri di concessione dei contributi e consentire l’entrata a regime della riforma. Siamo convinti che il Governo tradurrà in modo rispettoso e coerente gli indirizzi della delega in modo da consentire ai possibili beneficiari di poter usufruire al meglio delle provvidenze previste. In ogni caso, resteranno costanti la nostra attenzione e il nostro impegno, soprattutto in occasione del parere che le commissioni parlamentari dovranno esprimere sul testo dei decreti, affinché la riforma dia i frutti sperati per gli operatori che all’estero, tra innumerevoli difficoltà, stanno tenendo vivi questi importanti strumenti di coesione culturale e di identità”. (Inform 5)

 

 

 

 

Referendum costituzionale. Nessun allarmismo per l’esito del referendum italiano

 

Dissento fortemente dall’analisi di Gianni Bonvicini “I rischi per l’Italia se vince il NO” e ancor più dalla sua conclusione: “Dire no alla riforma significherebbe negare il nostro interesse europeo e internazionale a giocare un ruolo da grande nazione”. L’accusa di disfattismo e di antipatriottismo mi pare davvero fuori luogo.

 

Riforme inutili e inefficaci

Credo che sia praticamente impossibile dimostrare che uno qualsiasi dei capi di governo che contano nell’Unione europea, Ue, conosca le riforme costituzionali imposte da Matteo Renzi e sia in grado di valutarne, compito difficile anche per gli italiani, l’utilità e l’efficacia.

 

Tanto per cominciare la riforma del bicameralismo italiano, che non è affatto “perfetto” come scrive Bonvicini, produrrà un Senato di consiglieri regionali e sindaci che si occuperanno, certamente senza farne sfoggio durante le loro campagne elettorali regionali, (con quale preparazione e con quali conoscenze?), della politica europea. È una scelta assolutamente fuori luogo.

 

Secondo, nel momento in cui sarebbe opportuno valorizzare le regioni e le autonomie locali, anche per attuare compiutamente il principio di sussidiarietà, le riforme approvate reintroducono la “supremazia statale” in molte materie. Avrebbero, invece, se miriamo congiuntamente a rappresentanza ed efficienza, dovuto mirare a un accorpamento delle regioni e a un’incentivazione della loro efficienza anche in tutti gli ambiti nei quali, a cominciare dall’utilizzo dei fondi europei, debbono operare.

 

Un bicameralismo non “perfetto”, ma produttivo

Nulla di tutto questo. Bonvicini sembra credere alla non-produttività del Parlamento italiano e alla sua presunta lentezza e farraginosità. Invece i dati, che ho riportato nel mio volumetto NO positivo. Per la Costituzione. Per buone riforme. Per migliorare la politica e la vita (Edizioni Epoké 2016) indicano tutt’altro. Il bicameralismo italiano ha regolarmente “fatto”, ovvero approvato, più leggi e in tempi comparativamente più brevi dei bicameralismi tedesco, francese e inglese.

 

Inoltre, il governo, anche quello di Matteo Renzi, ha regolarmente ottenuto le leggi che voleva, spesso nei tempi da lui desiderati, magari ricorrendo alla decretazione d’urgenza e imponendo il voto di fiducia. Semmai, il problema italiano è che le leggi sono quantitativamente troppo e qualitativamente malfatte. Per colpa dei governi, dei ministri, dei direttori generali dei ministeri.

 

Governi deboli o inaffidabili?

Governo “debole”, Presidente del Consiglio ingabbiato? Supponendo che qualcuno possa credere, senza dati, a queste fattispecie, dovrebbe allora interrogarsi sul perché nelle riforme costituzionali che saranno sottoposte a referendum non si trovi nulla che riguardi direttamente e specificamente né il governo né il suo capo.

 

Rimanendo in Europa sarebbe stato semplicissimo e auspicabilissimo introdurre il voto di sfiducia costruttivo la cui esistenza tantissimo ha giovato alla stabilità dei Cancellieri tedeschi e delle loro compagini governative.

 

Allo stesso modo, una forte Camera delle regioni avrebbe dovuto essere impostata come il Bundesrat tedesco. Naturalmente, punto che, ne sono certo, Bonvicini condivide con me, la “forza” di un capo di governo nell’Ue non dipende tanto e neppure essenzialmente dalla struttura del suo Parlamento, dall’organizzazione del potere locale, da una legge elettorale che contempli un cospicuo premio di maggioranza (che i greci avevano, to no avail, e che hanno recentemente abolito).

 

Quasi tutte le democrazie europee meglio funzionanti hanno sistemi elettorali proporzionali e governi di coalizione, più rappresentativi delle preferenze dei loro elettorati e con programmi in grado di accogliere in maniera più soddisfacente interessi e preferenze diversificate.

 

La forza di quel capo di governo dipende dalla sua credibilità politica e personale che implica non fare promesse che non può mantenere e non farsi paladino di riforme costituzionali controverse le quali, creando conflitti interistituzionali e confusione di competenze, renderanno le sue promesse ancora più difficili da mantenere.

 

Unità d’intenti

Infine, un “sistema-paese” diventa e rimane un interlocutore affidabile, non soltanto per e nell’Ue, anche quando non solo, ma in primis, i suoi politici e poi gli intellettuali e gli istituti di ricerca non fanno allarmismo, quando dichiarano convintamente (e cooperano a fare sì che…) che l’esito di consultazioni democratiche sarà comunque governabile. Che i nostri partner europei non hanno nulla di cui preoccuparsi. Che l’allarmismo interno ed esterno non è affatto giustificato.

 

Che i sostenitori del NO non sono nemici del loro Paese, ma pensano semplicemente che altre riforme siano possibili e migliori e sanno anche quali riforme introdurre.

 

Questo, soltanto, questo è il messaggio da inviare ai quotidiani economici stranieri, alle grandi banche d’affari, all’ambasciatore Usa, che avrebbe fatto meglio a parlare dopo avere ascoltato i rappresentanti dei due fronti, ai partner europei.  Gianfranco Pasquino, AffInt 3

 

 

 

Non strumentalizzare gli italiani all’estero

 

ROMA - “Fa piacere che anche il M5S, con le ultime dichiarazioni dell'On. Di Maio si sia finalmente accorto, con colpevole ed incomprensibile ritardo, che esistono anche molti italiani residenti all'estero e che il fenomeno dell'emigrazione verso l'estero dei nostri giovani si sia confermato negli ultimi mesi massiccio e costante. È triste, però, notare come i nostri connazionali all'estero, di vecchia e nuova emigrazione, vengano strumentalmente e solamente usati per portare avanti sterili polemiche contro il Governo Renzi”. Così Alessio Tacconi, deputato Pd eletto in Europa, secondo cui “la quasi nulla considerazione dedicata agli italiani all'estero dal Movimento 5 Stelle è, d'altra parte, evidente dall'analisi della altrettanto inesistente attività parlamentare dei grillini riguardo alle loro problematiche”.

Riferendosi al post di Di Maio che sulla sua pagina Facebook ha commnetato i dati del rapporto Migrantes per sostenere “Qui non c'è bisogno di cambiare la Costituzione, bisogna cambiare chi ci governa”, Tacconi rilancia: “nemmeno una parola, un esempio per tutti, abbiamo sentito per esprimere vicinanza e preoccupazione verso i tanti giovani che vivono e lavorano nel Regno Unito nei momenti difficili seguiti alla Brexit. Milioni di connazionali, lontani dalla propria terra, trasformati da Di Maio in carne da macello per una opportunistica lotta per la conquista del potere fine a sè stessa. Non stupisce che dalle ultime dichiarazioni, infatti, non emerga alcuna indicazione su misure alternative da attuare per limitare tale fenomeno o invertire la tendenza, nel periodo in cui l'esecutivo Renzi ha, invece, già raggiunto importanti risultati in merito, come l'introduzione di agevolazioni fiscali per i professionisti che vogliono rientrare in Italia e agevolando l'arrivo di importanti investimenti italiani e stranieri con l'obiettivo di creare molti nuovi posti di lavoro in territorio italiano”.

“Gli italiani all'estero – conclude il deputato – meritano la massima attenzione e politiche precise per supportare la loro vita fuori dall'Italia e, se vorranno, facilitare il loro ritorno. Non hanno, di certo, bisogno di essere trascinati dentro una battaglia politica che esula dalle difficoltà che devono affrontare ogni giorno”. (aise 12) 

 

 

 

Le riflessioni

 

Il 2017 potrebbe riservare delle sorprese. Ora, se queste siano positive, o meno, dipenderà anche da noi. Lo scorso anno è stato quello del tramonto della Seconda Repubblica. I politici dovranno, adesso, riprendere coscienze del loro ruolo. Anche se nei prossimi mesi ben pochi dei problemi d’Italia troveranno una valida soluzione. Sarà, ancora, la stabilità di questo Esecutivo a farla da padrone.

 La ripresa economica, però, è ben altra cosa. Non sono, neppure, mancati i bisticci in Parlamento e fuori. Ora non dobbiamo perdere l’occasione. Se è vero che l’economia nazionale è ancora fragile e le ricadute non si possono escludere a priori, è fondamentale fare causa comune contro il pessimismo dilagante che potrebbe, tra l’altro, essere strumentalizzato. Non è che in un anno si possa affrontare, e risolvere, tutto. L’importante è evitare un successivo prolasso della nostra economia.

Entro i prossimi mesi, alcuni nodi saranno sciolti; anche se altri resteranno. Rimarrà, delicato, il quadro delle possibili alleanze politiche. Questa è l’unica realtà oggettiva che appare evidente. Tornare sui nostri passi, ora, sarebbe impensabile. L’hanno inteso sia la Maggioranza, sia l’Opposizione parlamentate. Anche se l’auspicata “stabilità” non deve, però, trasformarsi in una sorta di “staticità”. I risultati sarebbero, infatti, ancor più inopportuni.

 Renzi ha la sua strategia e, finché potrà contare su una relativa fiducia parlamentare, non siamo nelle condizioni di prevederne il tramonto. Questo 2016, anche se non sarà l’anno della “ripresa” economica, potrebbe essere quello della riforma del nostro sistema elettorale. Mutamento che merita la massima attenzione. Le premesse per un buon fine di questa impresa, ci sono tutte. E, a parer nostro, si presentano indipendenti da ogni altra intesa politica della quale, lo scriviamo, nessuno è in grado di valutare l’evoluzione.

 Il patto di Centro/Sinistra, al quale partecipa anche un Partito di Centro/Destra (NCD), può andare avanti per concretare le riforme indispensabili al Paese. Intanto, la Destra si frantuma. Il tempo delle riflessioni è maturato. Quello per voltare pagina anche. Non resta che accelerare i tempi per consentire, entro il 2018, elezioni politiche generali. Con un nuovo Potere Legislativo e conseguenti nuove regole per gestirlo, l’Italia potrebbe ritrovare il suo ruolo politico interno e internazionale. Altre opzioni non sono ipotizzabili. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Pizzarotti sbatte la porta e accusa l'M5S. Roma, Muraro appesa a un filo

 

Il divorzio tra Pizzarotti e Grillo è definitivo. Ma il sindaco di Parma non ha atteso la sentenza dell'ex comico e capo politico dei Cinquestelle e ha preferito lasciare il Movimento con una conferenza stampa in cui elenca i motivi per cui non è lui che lascia i Cinquestelle ma al contrario è il Movimento che avrebbe cambiato natura tradendo lo spirito originario. Grillo non ha mai perdonato a Pizzarotti l'indipendenza di giudizio e alcune scelte nell'amministrazione della città emiliana, il primo capoluogo ad essere conquistato dai grillini quasi cinque anni fa. La decisione del sindaco di Parma Pizzarotti era nell'aria da tempo. L'archiviazione delle accuse per una vicenda legata al Teatro Regio non è bastata a Grillo per togliere la fatwa dalla testa del sindaco, al quale non è rimasta altra soluzione che quella di andarsene. Lo strappo è solo l'ultimo episodio in ordine di tempo di un periodo molto travagliato nella breve storia del movimento grillino. A Roma il caos si complica sempre di più. La sindaca Raggi ha completato la giunta ma la posizione dell'assessore Muraro è sempre più appesa a un filo, tanto che fra i Cinquestelle si starebbe pensando a una soluzione per sostituirla. Il nuovo assessore al Bilancio appare sempre più una scelta di ripiego, un'ultima spiaggia dopo l'abbandono di tre assessori e il rifiuto di altri candidati. Anche la scelta di un imprenditore indipendentista veneto leghista, spedito da Casaleggio a occuparsi delle partecipate romane non è sembrata appropriata a settori del movimento. Il tutto mentre la Ragioneria del Comune denuncia un buco di un miliardo e la totale inattività della giunta Raggi. GIANLUCA LUZI,  LR 3

 

 

 

 

Droghe leggere e rinuncia a educare

 

Sul dibattito legato alla proposta di legge in commissione al Parlamento in questi mesi, mi permetto di offrire una breve riflessione che prova ad analizzare la questione da un punto di vista che sento molto caro e importante per il futuro del nostro paese.

Chi ha presentato la proposta di legge l’ha motivata insistendo principalmente sull’idea che legalizzando le droghe leggere verrebbe dato un duro colpo alla criminalità organizzata. Credo che sia difficile poter fare una valutazione anticipata in questo senso: conosciamo bene infatti il detto popolare: “Fatta la legge, trovato l’inganno”.

Ugualmente, pur avendo un mio pensiero in proposito, non vorrei entrare nel dibattito tra chi sostiene la possibilità della legalizzazione in forza del fatto che “non è uno spinello ogni tanto che crea dipendenza o incapacità ad avere una propria vita come tanti”; o viceversa chi vi è contrario in ragione del dato inconfutabile che tutti coloro che finisco nella schiavitù delle droghe cosiddette “pesanti” sono sempre prima passati attraversato la sperimentazione delle droghe leggere.

Credo sia piuttosto importante provare ad affrontare la questione dal punto di vista del senso che coloro che fanno uso di droghe leggere associano a questo comportamento. Lo stesso ragionamento si potrebbe fare sull’uso smodato dell’alcol, specialmente tra i giovani, ma qui il discorso si farebbe più articolato, perché davanti ad una sostanza che si trova comunemente in commercio.

Tornando al ragionamento sull’uso delle droghe leggere, secondo alcuni si tratta di un divertimento come tanti, un modo per stare insieme agli amici e ricercare nuove emozioni. Potrei controbattere dicendo che sono stupito dal fatto che non ci sia capacità di divertirsi e stare insieme, senza fare a meno di questa modalità artificiosa per provare emozioni positive.

Alti sostengono: “Che male c’è? Lo fanno tutti!” Rispondo che non esistono scelte neutre. Le nostre azioni hanno sempre delle ripercussioni: se non altro sul piano economico, se si vuole proprio escludere quelle sulla salute! Mi stupisce inoltre che tanti si comportino come un branco di “pecoroni”, e quando sono in gruppo non abbiano il coraggio di andare controcorrente.

Ci si potrebbe fermare qui, se non fosse che, nel momento in cui viene presentato questo disegno di legge, è come se fosse lo Stato a portare le argomentazioni suddette! Uno Stato che, come ci ricorda l’amico ex magistrate Maurizio Millo, ha nelle sue fondamenta una Costituzione che non è neutra, che non è indifferente alle scelte dei suoi cittadini, ma porta in sé un alto messaggio educativo, chiedendo loro di impegnarsi a costruire una convivenza all’insegna della solidarietà e della responsabilità.

Una legge come quella della legalizzazione delle droghe leggere si pone in controtendenza con la prospettiva educativa della Costituzione; come se fosse indifferente per lo Stato una scelta dei suoi abitanti in merito all’uso. Potremmo concludere quindi che, approvando questa legge, lo Stato rinuncerebbe ad educare i suoi cittadini verso scelte ben più alte e di maggior senso, come furono quelle che ispirarono i padri costituzionali nella redazione della Costituzione Italiana.

La prospettiva che ne deriverebbe è veramente desolante!

Giovanni Mengoli, Cui

 

 

 

 

Orbán manca l’obiettivo, non c’è il quorum per il referendum sulle quote per i migranti

 

BUDAPEST - Il referendum in Ungheria sulle quote di redistribuzione dei migranti all’interno dell’Unione europea non è arrivato al quorum del 50%.  

 

Il presidente dell’Ufficio elettorale nazionale ungherese (Nvi), Andras Patyi, ha comunicato che il referendum non ha raggiunto il quorum del 50%. Parlando al telegiornale della sera, Patyi però non ha fornito cifre riservandosi di annunciarle più tardi. È probabile che l’affluenza si sia fermata al 45%. 

 

L’enorme maggioranza di chi ha votato si è detto favorevole alle nuove quote: un istituto demoscopico vicino al governo, Nezopot, ha pubblicato un exit-poll secondo il quale - con 3,2 milioni di preferenze - il `no´ ha ottenuto il 95% dei voti validi al referendum sui migranti in Ungheria mentre i sì sarebbero stati appena 170 mila (5%). 

 

Da giorni il premier ungherese Viktor Orbán e i membri del Governo ribadivano che «non è importante il quorum, ma che il popolo ungherese esprima il proprio dissenso verso le politiche imposte da Bruxelles». In ogni caso sarà un successo, ha ribadito Orban recandosi questa mattina a votare: «Non importa se il referendum risulterà valido o meno: conseguenze giuridiche ci saranno ripercussioni. L’importante è che i no siano maggioranza». 

All’esito del voto Orban ha detto che l’Unione europea dovrà «tener conto» della consultazione anche se non è stato raggiunto il quorum.  

«Viviamo in un’epoca in cui milioni di persone migrano» ha premesso Orban. «L’Ungheria, per primo fra i paesi dell’Ue, ha consultato il proprio popolo al riguardo, e gli elettori ungheresi hanno rifiutato un sistema di ricollocamento obbligatorio dei migranti arrivati sul territorio dell’Ue - ha aggiunto -. Oltre 3 milioni di elettori hanno espresso un’opinione in questo senso. Bruxelles dovrà tenerne conto», ha detto ancora il premier annunciando una modifica costituzionale che proporrà lui stesso domani in Parlamento. 

Fra le possibili conseguenze di cui ha parlato il premier, c’è una modifica della costituzione ungherese per vietare di accogliere in Ungheria cittadini stranieri senza l’approvazione del Parlamento ungherese. Il premier inoltre ha detto che chiederà una decisione nell’Ue che accordi ai singoli Stati il diritto di opporsi al ricollocamento dei profughi. MONICA PEROSINO  LS 3

 

 

 

Moduli scolastici discriminatori in Gb, arrivano le scuse

 

"ITA" (Italian), "ITAA" (Italian Any Other), "ITAN" (Italian Napoletan) e "ITAS" (Italian Sicilian): sono queste le quattro categorie in cui vengono classificati gli studenti italiani al momento dell'iscrizione ad alcuni istituti dell'Inghilterra e del Galles. Ad accorgersene è stata la nostra rappresentanza diplomatica nel Regno Unito, che è subito intervenuta chiedendo alle Autorità britanniche la rimozione delle categorizzazioni oggetto di polemica.

"L’Ambasciata d’Italia nel Regno Unito", afferma l'Istituto sul proprio account Facebook, "è oggi intervenuta per richiedere la modifica di talune categorizzazioni regionali riferite all’Italia comparse sui moduli online per l’iscrizione scolastica in alcune circoscrizioni in Inghilterra e nel Galles".

"I codici presentati per la selezione dell’appartenenza etnica, utilizzati sui siti di alcune circoscrizioni scolastiche", si legge ancora nel post dell'Ambasciata, "indicavano infatti una scelta fra 'italiano', 'italiano – napoletano' e 'italiano-siciliano'. L’Ambasciata ha protestato con le Autorità britanniche, richiedendo la rimozione immediata di tali categorizzazioni". La rappresentanza diplomatica italiana ha inoltre colto l'occasione per ricordare ai britannici che "l’Italia è dal 17 marzo 1861 un Paese unificato".

 

A stretto giro sono arrivate le scuse del Foreign Office britannico. A quanto apprende l'Adnkronos, il ministero degli Esteri ha preannunciato una risposta alla nota verbale dell'Ambasciata Italiana, "deplorando l'accaduto" ed assicurando "un intervento perché vengano subito rimosse queste categorizzazioni non giustificate e non giustificabili".

Il Foreign Office britannico ha inoltre fatto sapere che "verificherà per quale motivo, in pochi e isolati distretti scolastici, siano state introdotte queste categorizzazioni, che peraltro non avevano alcuna volontà discriminatoria, ma semplicemente miravano all'accertamento di qualche ulteriore difficoltà linguistica per i bambini da inserire nel sistema scolastico inglese e gallese".

L’Ambasciata d’Italia nel Regno Unito è oggi intervenuta per richiedere la modifica di talune categorizzazioni regionali riferite all’Italia comparse sui moduli online per l’iscrizione scolastica in alcune circoscrizioni in Inghilterra e nel Galles.

I codici presentati per la selezione dell’appartenenza etnica, utilizzati sui siti di alcune circoscrizioni scolastiche, indicavano infatti una scelta fra “italiano”, “italiano – napoletano” e “italiano-siciliano”. L’Ambasciata ha protestato con le Autorità britanniche, richiedendo la rimozione immediata di tali categorizzazioni.

Nella Nota verbale si ricorda che l’Italia è dal 17 marzo 1861 un Paese unificato. Adnkronos 12

 

 

 

 

Le meditazioni

 

Il sistema economico italiano resta ancora “imperfetto”. Chi finge di non comprendere questa realtà illude se stesso ma, soprattutto, gli altri. Tuttavia, sembra che la società nazionale si sia adeguata ai mutamenti. Quanto in negativo è ancora prematuro, per noi, esprimere un parere univoco. Oggi, ogni soggetto economico ha maturato l’impegno della sopravvivenza. Il senso del dovere è stato sostituito da quello del sacrificio imposto e, quindi, non sempre accettabile di buon grado.

 Siamo rimasti indietro in tutto e andare avanti appare difficile. La nostra realtà non è solo figlia della negligenza politica, ma anche di una scarsa connessione sociale. La “guerra” tra poveri s’è trasformata in una, logorante, area d’attesa. Una replica fatalistica che, purtroppo, è nelle radici nazionali. Quando migliaia d’italiani non riescono a trovare un’occupazione, anche a tempo parziale, la dice lunga sulla nostra realtà. Non a caso, l’emigrazione è tornata d’attualità. Dal Bel Paese partono i giovani; ma non solo loro. Proprio per una serie di concause, anche l’interesse alla politica s’è ridimensionato. Il termine “Politico” si abbina a quello di “Fastidio” o, in ogni caso, a una sorta di “Disinteresse”. Gli effetti sono tanto evidenti da farci seriamente riflettere su quello che sarà il futuro della Penisola.

 I consumi, anche quelli quotidiani, restano bassi. Sul fronte della globalizzazione, la nostra competitività è crollata e l’iniziativa, quando è ancora possibile, si rivolge verso altri lidi con economie meno condizionate da un bilancio pubblico incerto. Le teorie del “Welfare” restano tali. Inapplicabili in una struttura, com’è la nostra ancorata alle “tradizioni”, più che alle “innovazioni”. Che, appunto perché tali, non possono produrre da subito riscontri di miglioramento. In fretta, abbiamo raggiunto un’economia, sempre più internazionale, che rigetta gli elementi incapaci. Le nostre, poche, possibilità restano vincolate a interessi politicizzati in modo contraddittorio.

Dopo l’antagonismo, sin troppo sfruttato, s’è percorso la strada della personalizzazione del potere con la conseguente affermazione d’effetti mai definitivi. A questo punto, non è facile fare delle anticipazioni sull’Italia del futuro; anche perché non siamo più in grado di comprendere quella d’adesso. Come abbiamo già scritto, politica ed economia non riescono a trovare un’armonica convivenza. Ora siamo in una fase d’apertura delicata e complessa. La nostra vincolo resta condizionato a quel “passato” che vorremmo annullare. Ma senza del quale il “presente” non potrebbe evolversi in “futuro”.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Riunito il Comitato permanente sulla riforma delle strutture istituzionali della politica estera dell'Italia

 

Comunicazioni del presidente Mariano Rabino e brevi interventi dei deputati Emanuele Scagliusi ed Erasmo Palazzotto

 

ROMA - Nato con l'obiettivo di promuovere una riflessione sull'attuale assetto istituzionale preposto alla politica estera dell'Italia, nell’ambito della Commissione Esteri della Camera dei Deputati si è riunito ieri il Comitato permanente sulla riforma delle strutture istituzionali della politica estera.

Il presidente Mariano Rabino (gruppo misto) ha ricordato che il Comitato si è dato fin dall'inizio un mandato volutamente ampio, finalizzato ad includere tutte le realtà istituzionali italiane che, a vario titolo, si occupano di politica estera. Ciò detto, l'azione della Farnesina è di assoluta centralità nella fase in atto alla luce del preoccupante scenario internazionale e della necessità che il lavoro politico-diplomatico si intensifichi e risolva o prevenga l'irrompere della dimensione militare: il caso siriano o le tensioni sul versante orientale europeo sono i due casi maggiori che qui si limita a citare.

Nel frattempo la diplomazia italiana è investita di nuove sfide, a partire dall'impegno a più livelli sul continente africano, che vede schierata innanzitutto la cooperazione italiana, ma che impegna i titolari delle diverse sedi diplomatiche nel negoziato su tutti i profili dei cosiddetti Africa Act e Migration Compact. È di questi giorni l'annuncio del ministro Gentiloni sull'apertura di nuove sedi diplomatiche all'estero, presso Santo Domingo, in Guinea Conakry e a Niamey in Niger, cui ha fatto cenno lo stesso Presidente del Consiglio in occasione del suo intervento in Aula. Sono misure che confermano l'attenzione della Farnesina verso i nuovi obiettivi, come pure il suo impegno tradizionale a sostegno delle comunità di connazionali all'estero.

Anche le scuole italiane all'estero e gli istituti di cultura permangono delle realtà al centro della nostra attenzione, come ha avuto modo di evidenziare in altre occasioni la collega Garavini.

Senza procedere oltre nell'elenco delle priorità, già evocate in precedenti sedute, segnala l'avvicendamento al vertice della Farnesina e la necessità che questo Comitato non tardi oltre nell'intavolare un dialogo diretto con l'ambasciatrice Elisabetta Belloni. Propone, pertanto, di avviare questa nuova fase di attività a partire da un'audizione della segretaria generale.

Inoltre, ricorda la proposta di sopralluogo presso l'Unità di crisi della Farnesina, realtà di eccellenza impegnata senza sosta nella gestione di complesse emergenze, come nel caso dei due connazionali di origini cuneesi rapiti in Libia.

Nel breve dibattito seguito alle comunicazioni del presidente sono interventi i deputati Emanuele Scagliusi (M5S) ed Erasmo Palazzotto (SI-SEL). Scagliusi ha auspicato, ad integrazione delle proposte del presidente, che il Comitato si concentri sul tema della spending review e della digitalizzazione dei servizi consolari, tenendo conto dell'intesa attività di sindacato ispettivo riguardante i casi di chiusura di sedi all'estero. Ritiene che un ulteriore profilo di interesse sia rappresentato dalle procedure per l'espressione del voto all'estero in occasione del referendum indetto per il 4 dicembre prossimo. Risulta infatti che la procedura per i connazionali all'estero non iscritti all'AIRE sia assai complessa e non sia oggetto di specifiche iniziative di informazione. Nell’associarsi agli interventi precedenti, Palazzotto ha segnalato che le riduzioni e le chiusure di sedi hanno comportato un'attenuazione dei diritti dei nostri connazionali all'estero, penalizzati anche sul piano economico per l'adempimento di pratiche amministrative correnti. Sulla questione ha auspicato che il Comitato possa svolgere un percorso istruttorio dedicato. (Inform 13)

 

 

 

Pensione anticipata, tetto di 1350 euro e fino a 36 anni di contributi

 

Per accedere all'Ape sociale, la possibilità di andare in pensione a 63 anni, 3 anni e 7 mesi prima dell'età necessaria alla pensione di vecchiaia, con un reddito ponte interamente garantito dallo Stato, dunque senza alcuna penalizzazione, occorrerà avere un reddito fino a 1350 euro lordi. A beneficiarne saranno i disoccupati senza ammortizzatori sociali con almeno 30 anni di contributi, i lavoratori con un disabile a carico ma anche quanti facciano un lavoro gravoso, tra cui le maestre della scuola d'infanzia, i lavoratori edili, i macchinisti e gli infermieri di sala operatoria se avranno però accumulato almeno 36 anni di contribuzione. E' questo il progetto, ma non formalizzato in un documento, con cui il governo intende chiudere il capitolo pensioni e 'ratificare' il verbale di intesa del 28 settembre scorso con Cgil, Cisl e Uil, presentato oggi ai sindacati nel corso dell'ultimo round prima del varo della legge di stabilità previsto con il Consiglio dei ministri di domani. La data indicata dal governo ai sindacati per l'operatività dell'Ape è il primo maggio 2017.

Ma il 'paletto' dei contributi spiazza i sindacati e scatena l'ira della Cgil. "Il governo ha cambiato le carte in tavola, 30 anni di contributi invece di 20. Si rimangia la parola data ed è inaffidabile" twitta subito la confederazione di Corso Italia ironizzando su una battuta del premier relativa alla fatica con cui si era arrivati al verbale di intesa. "Gli antibiotici a Matteo Renzi non fanno effetto", dice il sindacato.

Poi le parole dure, da Firenze, della leader Cgil, Susanna Camusso. "Se penso al Mezzogiorno, alle donne, vuol dire aver inventato all’ultimo giro dei criteri per escludere le persone", soprattutto quelle con "grande discontinuità contributiva", attacca.

"Ci siamo trovati stamattina davanti a un non rispetto delle cose che abbiamo detto: la possibilità di andare in pensione anticipata rispetto alla vecchiaia per alcune condizioni sociali e lavori gravosi sarebbe condizionata non ai normali criteri delle pensioni di vecchiaia ma alle nuove barriere, una di 30 e una di 36, che riteniamo siano inventate esclusivamente per ridurre la platea, per non permettere l'accesso e in più si scontrano con la ragione stessa delle pensioni di vecchiaia", aggiunge mettendo per questo in dubbio anche la consistenza stessa delle risorse garantite dal governo e l'inserimento "di un'ulteriore discriminazione in un sistema pensionistico che ne ha già troppe".

La mossa del governo, per il sindacato, vanifica anche le rassicurazioni circa le risorse da stanziare che ancora stamattina sembrerebbero essere 1,5-1,6 mld nel 2016 per complessivi 6 miliardi nel triennio 2017-2019. E' il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che non ha partecipato all'incontro tecnico di palazzo Chigi, a provare a gettare acqua sul fuoco. "Stiamo lavorando al meglio per trovare un punto di equilibrio ", dice nel corso della manifestazione Maker Faire.

"Il governo sapeva di dover tenere in equilibrio una serie di elementi, il primo dei quali è la dotazione economica che vale 6 miliardi, e quindi decidere e valutare insieme platee e materie, anche perché la legge di bilancio è approvata quando viene approvata", spiega ancora Poletti. Ma le critiche e le perplessità dei sindacati restano.

Con toni più contenuti anche Cisl e Uil, infatti, sollecitano una revisione dei limiti della contribuzione prevista per l'Ape social. "Mantenere ampia la platea dei lavori gravosi è una priorità per la Cisl per rispondere al maggior numero di lavoratori, lavoratrici e disoccupati, contribuendo ad alleviare alcune situazioni di disagio sociale", ricorda Maurizio Petriccioli in una nota mentre Domenico Proietti, segretario confederale Uil, al termine dell'incontro dice: "Abbiamo fatto complessivamente un buon lavoro anche se restano alcune criticità da risolvere. Abbiamo chiesto di ampliare la platea dell'Ape social cercando di abbassare i contributi e di limare verso l'alto il tetto di reddito previsto".

Tutto confermato invece sull'Ape volontaria compreso il calcolo più favorevole della rata di ammortamento del prestito pensionistico che i lavoratori si troveranno eventualmente a pagare: intorno al 4,5-4,6% al mese per ogni anno di anticipo. E buone notizie anche per i lavoratori precoci per i quali il governo conferma il pensionamento (senza prestito) con 41 anni di contributi per disoccupati e lavori gravosi (gli stessi dell'Ape social) e l'eliminazione della penalizzazione prevista dalle norme in vigore per quanti siano andati in pensione senza aver raggiunto i 41 anni di contribuzione. Adnkronos 14

 

 

 

Aumento della 14ma per i pensionati italiani all’estero nel 2017

 

ROMA - Aumenta l’importo della 14ma (la prestazione erogata “una tantum” nel mese di luglio ai pensionati i quali soddisfano i requisiti richiesti dalla legge) a partire dal 2017 per i nostri pensionati residenti all’estero. È uno dei risultati - ricordano in una nota i deputati eletti all’estero per il Pd Marco Fedi e Fabio Porta - dell’accordo  tra parti sociali e Governo raggiunto la scorsa settimana e i cui contenuti dovranno ora essere inseriti nella legge di stabilità per il 2017 che il Governo presenterà in Parlamento verso la fine di ottobre. 

Aumenta inoltre la platea dei beneficiari visto che sarà innalzato il limite di reddito per avere diritto alla prestazione. Si è appreso – in maniera ufficiosa perché per avere certezze dovremo aspettare il testo della Finanziaria – che si prevede un intervento sulla somma aggiuntiva (la cosiddetta “quattordicesima mensilità”) teso sia ad aumentare gli importi corrisposti, sia ad estendere la platea dei beneficiari di circa 1,2 milioni di pensionati. 

Ciò sarà realizzato sia attraverso un aumento dell’importo per gli attuali beneficiari (circa 2,1 milioni di pensionati con redditi fino a 1,5 volte il trattamento minimo annuo INPS) – anche i pensionati residenti all’estero hanno finora usufruito della 14ma e quindi continueranno a beneficiarne -, sia attraverso l’erogazione della quattordicesima anche ai pensionati con redditi fino a 2 volte il trattamento annuo minimo INPS (circa 1.000 euro mensili nel 2016) ma nella misura prevista oggi (questi ultimi, quindi, non beneficeranno degli aumenti). 

Tra le simulazioni esaminate al tavolo fra Governo e sindacati si prevede un aumento del 30% per chi già percepisce la somma aggiuntiva. Dovrebbe quindi salire da 504 a 655 euro l’importo massimo della 14ma. Giova tuttavia ricordare che ai nostri pensionati residenti all’estero è stato finora erogato l’importo minimo (a causa dei pochi contributi versati in Italia solitamente inferiori a 15 anni e della decisione dell’Inps - da noi contestata anche con interrogazioni parlamentari - di non considerare utili i contributi esteri ai fini del calcolo) pari a 336 euro che però sarà ora aumentato a 437 euro. 

Ma chi ha diritto alla 14ma?  Tutti i pensionati (vecchiaia, anzianità, invalidità, superstiti) con un’età pari o superiore ai 64 anni i quali abbiano un reddito complessivo personale non superiore a 1,5 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti - spiegato i due deputati eletti all’estero -. Oltre tale soglia, l’aumento viene corrisposto fino a concorrenza del predetto limite reddituale incrementato della somma aggiuntiva ipoteticamente spettante. Pertanto, per ottenere l'importo in misura piena, nel 2016, occorre avere un reddito personale non superiore a 9.786,86 euro. 

Ai fini della determinazione del reddito sono rilevanti, oltre alla pensione, i redditi di qualsiasi natura, con l'esclusione dei trattamenti di famiglia, le indennità di accompagnamento, il reddito della casa di abitazione, i trattamenti di fine rapporto e competenze arretrate. Sono escluse, inoltre, le pensioni di guerra, le indennità per i ciechi parziali, l'indennità di comunicazione per i sordomuti. 

L'importo erogato varia a seconda dell'anzianità contributiva complessivamente maturata (ma purtroppo l’Inps ha deciso di non considerare i contributi versati all’estero anche se utilizzati per maturare il diritto a pensione in convenzione) ed è suddiviso in tre scaglioni fissi:   a seconda, rispettivamente, se ha versato fino a 15 anni di contributi, fino 25 anni di contributi o più di 25 anni di contribuzione. Tali importi dovrebbero quindi ora aumentare del 30%, come anche la soglia di reddito che dovrebbe salire a due volte l’importo del trattamento minimo x tredici mensilità (quindi intorno ai 13.000 euro). 

Va sottolineato ovviamente che tutto ciò dovrà essere definito nella legge di stabilità per il 2017 che sarà presentata entro la fine del mese di ottobre e approvata dal parlamento prima della fine dell’anno in corso.

Fino a quel momento eventuali modifiche sono sempre possibili e noi ci adopereremo ovviamente - concludono Fedi e Porta - per introdurre le misure che riterremo eque e necessarie per i nostri pensionati residenti all’estero (tra queste la presa in considerazione dei contributi esteri ai fini del calcolo dell’importo della 14ma e l’aumento dell’importo minimale delle pensioni in convenzione). dip

 

 

 

 

Online il portale della lingua italiana

 

Firenze - È in rete www.linguaitaliana.esteri.it,  portale dedicato a chi deve o vuole imparare l’italiano. Un canale di accesso “completo e ordinato” all’insegnamento dell’italiano all’estero e, più in generale, agli stranieri.

Realizzato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese), il Portale della Lingua Italiana si avvale della collaborazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze e dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

“Sentinelle” autorevoli, insieme alla rete diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, sono gli enti certificatori per la lingua italiana e le istituzioni di seguito elencate, che hanno lavorato con la Farnesina per la realizzazione del Portale. Chi vuole studiare l’italiano, insomma, troverà sul sito informazioni, indirizzi, notizie e approfondimenti.

Nel giorno dello sbarco in rete, il portale pubblica in home page il programma degli ormai imminenti Stati generali della lingua italiana nel mondo a Firenze da lunedì prossimo. In quella sede sarà il Dg Vincenzo De Luca (Dgsp) a presentare ufficialmente il portale. aise

 

 

 

Insediata a Catanzaro  la nuova Consulta regionale dei Calabresi all’estero

 

Oliverio: “Rilanciare il ruolo della Consulta. Calabresi nel mondo, i migliori messaggeri dei valori e dei patrimoni della Calabria”. I lavori a  Reggio Calabria e a Lorica

 

CATANZARO – La nuova Consulta regionale dei Calabresi all'estero si è insediata a Catanzaro, nella sede della Cittadella regionale di Germaneto.

La nuova Consulta, nominata dalla Regione Calabria il 30 marzo scorso, è composta per questa legislatura da 52 membri: 15 esperti e responsabili locali e 34 cittadini calabresi o giovani discendenti residenti all'estero provenienti da Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Australia, Argentina, Colombia, Brasile, Uruguay, Canada e Stati Uniti.

“Occorre rilanciare il ruolo della Consulta dei calabresi all'estero”, ha detto il presidente della Regione Mario Oliverio, ricordando che “fuori dai confini nazionali  vive una gran parte della Calabria, oserei dire un'altra Calabria”. “Conterranei – ha aggiunto - che hanno contribuito a fare grandi i Paesi in cui si trovano in ogni ambito. I calabresi nel mondo rappresentano una grande risorsa che in questo momento può essere di grande aiuto per la nostra terra, perché sono i migliori messaggeri dei valori e dei patrimoni della Calabria”.

E' dunque “necessario il nuovo piano regionale per la Consulta” poiché  “rilanciarla significa valorizzare i calabresi all'estero, i nostri più importanti ambasciatori”, ha ribadito il presidente della Regione Calabria

Da lunedì 3 a mercoledì 5 ottobre la Consulta dei Calabresi all'estero ha fatto tappa: nella prima giornata alla Cittadella regionale a Catanzaro; nella seconda giornata, si è spostata a Palazzo Campanella, a Reggio Calabria nella sede del Consiglio Regionale e, infine, mercoledì 5 ottobre, ha chiuso i lavori nel Centro sportivo di Lorica (Cosenza). IIl programma della tre giorni di lavori al sito: http://www.regione.calabria.it/allegati/programma_consulta_calabresi_allestero.pdf.  dip

 

 

 

 

Il 17 e il 18 ottobre a Firenze gli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo sul tema “Italiano lingua viva”

 

Il lavori saranno aperti del presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi, del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni,  del ministro dell’Istruzionea Stefania Giannini, dal vice ministro degli Esteri Mario Giro, del sindaco di Firenze Dario Nardella, del presidente Dante Alighieri Andrea Riccardi e del presidente Rai Monica Maggioni. Fra gli interventi della seconda giornata segnaliamo quello del direttore generale del Maeci per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie Cristina Ravaglia

 

FIRENZE –  Il 17 e il 18 ottobre si terranno a Firenze, presso il salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio,  gli  Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo. Quest’anno l’incontro sarà dedicato al tema “Italiano lingua viva”.

Il primo giorno dei lavori, moderato dal vice ministro degli Esteri Mario Giro, sarà introdotto dagli interventi  del presidente del Consiglio dei ministri Matteo  Renzi, del ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni,  del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini, del sindaco di Firenze Dario Nardella, del presidente Società Dante Alighieri Andrea Riccardi e del presidente Rai Monica Maggioni.

A seguire Pierfrancesco Favino parlerà del Design e si terrà il lancio del Portale della lingua italiana nel mondo con Vincenzo De Luca, direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese . Avrà luogo la tavola rotonda, moderata dall’editorialista del Corriere della Sera  Beppe Severgnini,  “L’italiano nelle strategie di comunicazione”. Interverranno Olivier François, della Fiat Chrysler Automobiles direttore marketing Gruppo FCA & Responsabile Marca Fiat; Andrea Illy, presidente della Fondazione Altagamma e presidente di Illycaffè; Clemént Vachon, direttore comunicazione e relazioni internazionali del Gruppo San Pellegrino; Lelio Gavazza, general manager Europa, Asia, Medio Oriente Bulgari e Annamaria Testa, esperta di comunicazione e saggista. Alle ore 13 si terrà la presentazione del video “In Italiano è meglio” a cura degli studenti di Quasar - Università di Design (Roma).

Alla ripresa pomeridiana dei lavori, presso la sala delle Armi di Palazzo Vecchio, si terrà la presentazione dei coordinatori dei Gruppi di Lavoro. Interverranno Barbara Turchetta, dell’Università per Stranieri di Perugia; Guido Baldassarri, della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e Rossella Schietroma del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; Paolo Corbucci, del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e Massimo Vedovelli dell’Università per Stranieri di Siena. A seguire le riflessioni di Carmela Palumbo, direttore generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione Del Miur e, dopo gli interventi del pubblico e in chat dal vivo dall’estero, le conclusioni del vice ministro degli Esteri Mario Giro.

Il giorno seguente, martedì 18 ottobre, sempre presso il salone dei Cinquecento di  Palazzo Vecchio, prenderanno la parola il viceministro Mario Giro, il vice presidente e assessore alla Cultura della Regione Toscana Monica Barni, l’ambasciatore della  Svizzera in Italia Giancarlo Kessler, nonché Julia Victoria Rodríguez Suárez e Kristi Nika, vincitori stranieri delle Olimpiadi d’Italiano in Spagna e Grecia. Avrà poi luogo la presentazione dei seguiti Stati Generali 2014 e delle azioni di promozione linguistica Introdurrà Massimo Riccardo, direttore centrale Dgsp del Maeci. Interverranno Cristina Ravaglia, direttore generale del Maeci per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie; Roberto Cincotta, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia; Carla Bagna, dell’Università per Stranieri di Siena; Stefano Assolari, docente di italiano presso la University of Cyprus;

Lucia Pasqualini, capo ufficio promozione della lingua italiana all’estero Dgsp del Maeci e Paolo Balboni, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dopo l’esibizione canora di Heidi Li, si terrà il dibattito, moderato dalla giornalista e conduttrice televisiva della Rai Benedetta Rinaldi, sul tema “ L’italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design”. Prenderanno la parola  Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca; la scrittrice Lila Azam Zanganeh; Davide Rampello, professore del  Politecnico di Milano; Eike Schmidt, direttore Museo Uffizi; Antonio Calabrò, consigliere delegato della Fondazione Pirelli. A seguire avrò luogo il dibattito “Italofonia e comunità italofone” con Piero Bassetti, presidente dell’associazione Globus et Locus; Piero Corsini, direttore Rai Italia; Norberto Lombardi, consigliere del Cgie e l’italianista Hammadi Agrebi.

Al termine dell’incontro l’esibizione dei cantanti lirici Eunhee Kim e Quianming Dou e le conclusioni del vice ministro degli Esteri Mario Giro. (Inform 6)

 

 

 

Il FAIM rilancia l'impegno congressuale per la quarta Conferenza degli italiani nel mondo   

 

Roma - Il Comitato di Coordinamento del FAIM (Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo al quale aderisce anche la Fondazione Migrantes) riconferma l’impegno assunto nel 1° congresso del FAIM  affinché il Governo italiano promuova e realizzi  la quarta Conferenza mondiale degli italiani che vivono all’estero. È infatti tempo che si riproponga – si legge in una nota - una sede in cui affrontare, con capacità critica e nel pluralismo degli apporti, il tema degli italiani nel mondo a partire dall’analisi della loro condizione, delle loro aspettative, esigenze e diritti.

L’associazionismo, come già avvenuto nelle passate Conferenze, intende impegnarsi nella promozione e nella realizzazione di questa Conferenza. A distanza di sedici anni dalla Conferenza celebrata nel 2000 il quadro politico, sociale ed economico è “profondamente mutato; l’avvento della globalizzazione - con le sue criticità e potenzialità - le instabilità geopolitiche e la crisi dei modelli di sviluppo hanno da un lato avuto effetti spesso pesanti per le nostre comunità emigrate e per altro verso hanno spinto molti cittadini italiani a riprendere la via dell’emigrazione” si legge in una nota diffusa oggi. Nei processi di mobilità dall’Italia,  il “diritto negato al lavoro” resta, in condizione storiche mutate, la  stessa causa primaria delle precedenti emigrazioni. Si tratta di “nuova emigrazione  che si  muove soprattutto con una scelta personale per uscire  dall’inoccupazione o dalla disoccupazione, impegnata  a cogliere all’estero quelle opportunità lavorative che non trova in Italia”. Il Forum - come richiamato nelle sue linee programmatiche - “intende aprirsi ad una più adeguata comprensione del rapporto con i nuovi flussi di immigrazione e di emigrazione dall’Italia, assumendo il grande potenziale critico e propositivo delle nuove generazioni di migranti, integrandolo con quello costituito dall'emigrazione insediata da tempo all’estero”. La Conferenza degli italiani nel mondo deve essere in grado di costruire una piattaforma  di rilancio dell’italianità nel mondo  superando la separazione nei diritti e nelle aspettative di quanti sono dentro e fuori dell’Italia. Una Conferenza che affronti, organicamente e in modo aperto le molte questioni, vecchie e nuove, irrisolte  degli italiani emigrati. Il FAIM, forte delle decisioni assunte in sede congressuale e del mandato conferito dalle 85 associazioni che lo compongono, solleciterà al massimo Governo e Istituzioni statali affinché la Conferenza entri nell’agenda delle cose da fare. MP 11

 

 

 

 

Lucani nel mondo, Baldantoni: un network per collegare comunità

 

L’idea del presidente del Movimento Lucani nel Mondo e Associazione Lucani nei Balcani per fare protocolli di collaborazione con operatori economici lucani nel settore turismo, mobilità, ristorazione per attrarre visitatori dall’area dei Balcani

 

BUCAREST - “124.214 lucani sono iscritti all’Aire e in percentuale rappresentano il 21,7% della popolazione residente in regione. Ma, come avvertono gli esperti, è una stima parziale nel senso che non tutti i lucani che vivono all’estero sono già iscritti all’Aire. Come Movimento Lucani nel Mondo, nato per rafforzare il network dei Lucani e degli Italiani nel Mondo, guadagnando rispetto e dignità dell’emigrato, valorizzando la propria terra all'estero, sostenendo cultura, storia, turismo e risorse della Lucania, ci aspettiamo che il Rapporto della Fondazione Migrantes apra gli occhi a quanti hanno responsabilità istituzionali in Basilicata e nel Governo del Paese”. E’ quanto afferma Giovanni Baldantoni, presidente Movimento Lucani nel Mondo e Associazione Lucani nei Balcani. “Ci si renda conto – prosegue Baldantoni - che abbiamo fuori dai confini regionali un potenziale di risorse che attende solo di essere messo al servizio dello sviluppo, della crescita della terra d’origine, diventando collegamento produttivo per quanti in Basilicata sono rimasti, vogliono rimanerci ancora ed hanno bisogno di misurarsi con i mercati e la competizione internazionali. Si tenga conto che i lucani all’estero di fascia d’età 18-49 anni costituiscono il 44,6% del totale e quindi sono energie fresche che hanno voglia di impegnarsi su progetti e programmi di import-export, di promozione turistica, di valorizzazione delle risorse della nostra regione. Un altro dato deve far riflettere: tra i continenti scelti dai lucani per fare fortuna e trovare quel benessere negato a casa, l’Europa registra quasi il 60% del totale. Ed è in questa parte del Continente che vanno accresciuti gli sforzi, le azioni di promozione e i programmi di spesa soprattutto della Regione e dell’Apt”. “Abbiamo – sottolinea Baldantoni - realizzato con le nostre forze il ‘network Balcani’ con presenze in Ungheria, Serbia, Bulgaria, Moldavia, oltre Romania e di recente ad Amburgo (Germania ) allo scopo di fare protocolli di collaborazione con operatori economici lucani nel settore turismo, mobilità, ristorazione ed hotel per attrarre visitatori dall’area dei Balcani. Intendiamo utilizzare al massimo le potenzialità ed i consensi di oggi per la Basilicata, ‘la regione più gradita degli ultimi anni’ secondo quanto apparso sui social negli ultimi tempi”.

“I flussi turistici verso l’Italia, la Basilicata e Matera – sostiene Baldantoni - hanno momenti alternati, dunque è necessario ancora uno sforzo e soprattutto una presenza costante degli sportelli turistici Italiani e regionali, presso Palazzo Italia nella capitale rumena, già incubatore di imprese e sede di convegni, work shop, incontri specializzati, quale strumento di permanente assistenza necessaria ai Tour operator. Palazzo Italia Bucarest, nato per sostenere le aziende Italiane di nuova costituzione che si affacciano al mercato dei Balcani, è a piena disposizione di ogni iniziativa mettendo a disposizione i servizi di logistica, quali ad esempio la costituzione dell’azienda, la sua domiciliazione, la promozione commerciale, la disponibilità di spazi adeguati ed altro ancora, rafforzando l’idea di poter essere tutti sotto lo stesso ombrello in un gruppo che offre il Made in Italy autentico. Il vantaggio e i benefici – conclude  il presidente Movimento Lucani nel Mondo e Associazione Lucani nei Balcani - sono reciproci: con il turismo e la promozione dello stesso, si genera un flusso di reciproco interesse tra i Paesi ove è posizionato Palazzo Italia e l’Italia stessa. Insieme al Turismo si sviluppa il commercio, la conoscenza della storia, arte e cultura che sono patrimoni unici di ogni Paese. Insomma noi stiamo facendo e vogliamo continuare a fare la nostra parte perché la foto dell’emigrante lucano con la valigia di cartone appartiene solo alla storia”. (Inform 12)

 

 

 

 

Fünf Jahre Wartefrist. Bundesregierung schränkt Sozialhilfe für EU-Ausländer ein

 

EU-Ausländer sollen in Zukunft erst nach fünf Jahren Anspruch auf Sozialhilfe haben und nicht mehr nach sechs Monaten. Das Bundeskabinett billigte einen entsprechenden Gesetzesentwurf des Bundesarbeitsministeriums.

 

Wer aus einem anderen EU-Land nach Deutschland zieht und keine Arbeit annimmt, soll künftig erst nach fünf Jahren Sozialhilfe bekommen. Das Bundeskabinett billigte am Mittwoch in Berlin einen Gesetzentwurf von Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles (SPD), der EU-Ausländer, die in Deutschland nicht arbeiten oder nie gearbeitet haben, weitgehend von Sozialhilfeleistungen ausschließt. Sie sollen nur noch eine Nothilfe für maximal vier Wochen erhalten.

Nahles erklärte, es handele sich um eine Klarstellung, die wieder Rechtssicherheit schaffe und die Kommunen vor finanzieller Überforderung schütze. Wer hier lebe, arbeite und Beiträge zahle, habe auch Anspruch auf Sozialleistungen. Wer jedoch nie gearbeitet habe und auf staatliche Leistungen angewiesen sei, müsse diese in seinem Heimatland beantragen.

Bisher Anspruch nach halbem Jahr

Bisher steht EU-Zuwanderern ohne Arbeit nach einem halben Jahr Aufenthalt in Deutschland Sozialhilfe zu. Dafür müssen die Kommunen und Landkreise aufkommen. Städte und Gemeinden hatten daher auf eine gesetzliche Neuregelung gedrängt. Der Hauptgeschäftsführer des Deutschen Städtetags, Helmut Dedy, zeigte sich erleichtert. Das Gesetz verhindere eine Zuwanderung in die Sozialsysteme und müsse nun rasch vom Bundestag beschlossen werden.

Mit der Regelung reagiert die Bundesregierung auf Urteile des Bundessozialgerichts. Die obersten Sozialrichter hatten zwar bestätigt, dass EU-Bürger keine Hartz-IV-Leistungen beanspruchen können, wenn sie zur Arbeitssuche nach Deutschland einreisen, dann aber keine Arbeit finden. Es stehe ihnen bei einem „verfestigten Aufenthalt“ nach sechs Monaten aber Sozialhilfe zu.

Neuregelung in der Kritik

Von einem „verfestigten Aufenthalt“ wird nun erst nach fünf Jahren ausgegangen. Das entspricht der Regelung für EU-Ausländer, die selbst für ihren Unterhalt sorgen oder zumindest zeitweilig in Deutschland gearbeitet haben. Sie erhalten nach fünf Jahren ein dauerhaftes Aufenthaltsrecht.

Die Opposition kritisierte die Einschränkung der Sozialhilfeleistungen als „der Sozialdemokratie nicht würdig“, wie der migrationspolitische Sprecher der grünen Bundestagsfraktion, Volker Beck, sagte. Die stellvertretende Vorsitzende der Linksfraktion, Sabine Zimmermann, sagte, die Bundesregierung verrate die europäische Idee. Das Grundrecht auf die Sicherung des Existenzminimums müsse für alle Menschen in Deutschland gelten. (epd/mig 13)

 

 

 

Bundesregierung schliesst Gesetzeslücke. Beschluss zu Sozialleistungen für EU-Ausländer

 

Die Bundesregierung schließt eine potentielle Lücke im Sozialrecht: Wann EU-Ausländer in Deutschland Sozialleistungen beziehen können und wann nicht, stellt ein im Kabinett beschlossener Gesetzentwurf klar. Der Bundestag dem noch zustimmen.

 

Mit den Neuregelungen wird ein potenzielles Schlupfloch im Sozialrecht geschlossen. Klargestellt wird, dass Personen, die kein Aufenthaltsrecht nach dem Freizügigkeitsgesetz der EU haben, generell von der Grundsicherung (Arbeitslosengeld II) und der Sozialhilfe ausgeschlossen sind. Das gleiche

gilt für denjenigen, der sein Aufenthaltsrecht verloren hat.

Wer allein zur Arbeitssuche einreist, hat auch bereits nach bisherigem Recht keinen Anspruch auf Arbeitslosengeld II. Erst nach einem fünfjährigen Aufenthalt in Deutschland erhalten Ausländer Leistungen im jeweiligen Leistungssystem.

"Wer hier lebt, arbeitet und Beiträge zahlt, der hat auch einen berechtigten Anspruch auf Leistungen aus den Sozialsystemen", betont Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles. "Wer jedoch noch nie hier gearbeitet hat und für seinen Lebensunterhalt auf staatliche finanzielle Unterstützung aus

der Grundsicherung angewiesen ist, für den gilt der Grundsatz: Existenzsichernde Leistungen sind im jeweiligen Heimatland zu beantragen."

Nothilfe nur noch vier Wochen

Die Neuregelungen sehen ein Überbrückungsgeld vor, das EU-Bürger ohne Anspruch auf Sozialleistungen einmalig beantragen können. Die Hilfe soll für höchstens vier Wochen den unmittelbaren Bedarf für Essen, Unterkunft, Körperpflege und medizinische Versorgung abdecken. Danach sollen die Betroffenen ein Darlehen erhalten können, das ihnen die Reise zurück in ihr Heimatland finanziert.

Erwerbsfähige Leistungsberechtigte erhalten nach fünf Jahren Leistungen der Grundsicherung für Arbeitsuchende (nach SGB II), um ihren Lebensunterhalt zu sichern und sie in den Arbeitsmarkt einzugliedern. Für sie gilt der Grundsatz des "Förderns und Forderns".

Ausländer ohne Sozialhilfeanspruch erhalten einmalige reduzierte Überbrückungsleistungen bis zu einem Monat. Das soll verhindern, dass sie mittellos dastehen. Daneben ist ein Darlehen für die Kosten der Rückreise möglich.

Neuregelungen wurden notwendig

Der Europäische Gerichtshof hatte die Leistungsausschlüsse von Unionsbürgerinnen und Unionsbürgern in der Grundsicherung für Arbeitsuchende als europarechtskonform bestätigt. Auch das Bundessozialgericht hatte dies so entschieden, allerdings im Regelfall nach sechs Monaten Aufenthalt in Deutschland einen Anspruch auf Hilfe zum Lebensunterhalt festgestellt.

Nahles betont, dass die nun vorliegenden Neugelungen das Vertrauen in die europäische Idee und eine ihrer größten Errungenschaften: die Arbeitnehmerfreizügigkeit stärke.

Einreise und Aufenthalt von EU-Bürgern

Die Einreise und der Aufenthalt eines Unionsbürgers im Hoheitsgebiet eines anderen Mitgliedstaats unterliegt für eine Dauer von bis zu drei Monaten keinen Bedingungen oder Voraussetzungen. Der Unionsbürger muss lediglich im Besitz eines gültigen Ausweisdokuments sein.

 

Das Recht zum Aufenthalt von mehr als drei Monaten genießen Unionsbürger, die

- Arbeitnehmer oder Selbständige im Aufnahmemitgliedstaat sind sowie Arbeitsuchende (für eine gewisse Zeitdauer),

- nicht erwerbstätige Unionsbürger sowie Studierende oder Auszubildende, die über ausreichende eigene Existenzmittel und Krankenversicherungsschutz verfügen,

- Daueraufenthaltsberechtigte (nach einem rechtmäßigen Aufenthalt von fünf Jahren) sowie

- die Familienangehörigen dieser Unionsbürger ungeachtet ihrer Staatsangehörigkeit.

Grundgedanke ist also, dass Unionsbürger für einen Aufenthalt von mehr als drei Monaten in der Regel in der Lage sein müssen, sich und ihre Familienangehörigen wirtschaftlich zu erhalten.

 

Erwerbstätigkeit in der Europäischen Union

Darüber hinaus haben Unionsbürger das Recht, sich in jedem anderen Mitgliedstaat unter den gleichen Voraussetzungen wie Inländer wirtschaftlich zu betätigen, also selbständig oder unselbständig tätig zu sein sowie Dienstleistungen anzubieten oder zu empfangen.

Auch für Staatsangehörige von Kroatien gelten seit dem 1. Juli 2015 keine Beschränkungen der Arbeitnehmerfreizügigkeit mehr. Damit bestehen für keinen Mitgliedstaat mehr Einschränkungen beim Arbeitsmarktzugang. Pib 12

 

 

 

 

Welthunger-Index: „800 Millionen Menschen gehen jede Nacht hungrig zu Bett“

 

Viele Mütter schämen sich für ihre unterernährten Kinder, so die Autoren des Welthunger-Indexes.

 

Jeden Tag sterben Zehntausende Menschen an Hunger oder dessen Folgen, so das Ergebnis des aktuellen Welthunger-Index. Doch es gibt Grund zur Hoffnung, meinen Olive Towley und Dominic MacSorley im Interview mit EurActiv Brüssel.

Olive Towley und Dominic MacSorley arbeiten für Concern Worldwide, eine internationale Wohlfahrtsorganisation, die sich dem Kampf gegen den Hunger verschrieben hat. Sie ist eine der drei NGOs hinter dem Welthunger-Index (WHI).

EurActiv: Bevor wir uns an die Zahlen und die frustrierenden Aspekte des Berichts machen – können Sie vielleicht den Begriff „Hunger“ erklären? Jeder glaubt, zu wissen, was es damit auf sich hat, aber haben Sie eine funktionierende technische Definition?

O. T.: Die Definition des Berichts geht von vier unterschiedlichen Komponenten des Hungers aus: Unterernährung, Auszehrung bei Kindern, Wachstumsverzögerung bei Kindern und Kindersterblichkeit. All diese Daten werden gebündelt, damit wir uns dem Problem Hunger von verschiedenen Perspektiven her nähern können. Für diese vier Indikatoren werden Durchschnittswerte errechnet, sodass man einen Eindruck der Arten des Hungerns bekommt. So können Kinder ihrem Alter entsprechend im Wachstum zurückliegen oder aber zu leicht für ihre Körpergröße sein. Hunger hat also verschiedene Dimensionen und diese versucht der WHI (der Welthunger-Index) zu messen.

Es scheint jedoch nicht nur darum zu gehen, dass Kinder heute keine Nahrung haben. Wenn sie körperlich verkümmert oder unterernährt sind, müssen sie später vielleicht mit Behinderungen rechnen und haben weniger Chancen im Leben. Das Problem ist also langfristiger Natur.

O. T.: Das „Zeitfenster der Möglichkeiten“ beträgt von der Geburt an 1000 Tage – geht also bis zum zweiten Geburtstag eines Kindes. In dieser Phase müssen Kinder ausreichend ernährt werden. Ist das nicht der Fall, werden sie ihr Leben lang darunter leiden. Körperliche oder geistige Behinderungen sind die Folge.

D. M: Ein anderer Aspekt geht über unsere bloßen Daten hinaus. Es geht um die Aushöhlung der Würde, des Selbstwertgefühls. Es gibt zum Beispiel Frauen, die sich nicht helfen lassen, weil sie sich schämen, ihr dürres Baby zu zeigen, und Angst haben, als „schlechte Mutter“ abgestempelt zu werden. Diese Entmachtungserscheinungen sind wirklich enorm.

Andersherum gilt: Gesunde Mütter, gesunde Kinder. Das gibt ihnen das Selbstvertrauen zurück.

Es ist wahrscheinlich ein Teufelskreis: Wenn die Mutter den ganzen Tag nach Möglichkeiten sucht, ihre Kinder zu ernähren, dann bleibt ihr kaum mehr die Zeit, zu arbeiten etc.

D. M.: Genau das ist der Knackpunkt. Es ist einerseits ein deprimierender Bericht, aber die zu ergreifenden Maßnahmen sind relativ eindeutig. Zum Beispiel eine nachhaltige Landwirtschaft – neue Techniken, vor allem für weibliche Landwirte. Wir haben in Malawi eine Studie durchgeführt, bei der manche Anbautechniken den Frauen im Jahr 34 Arbeitstage eingespart haben. Diese Frauen arbeiten sonst 365 Tage im Jahr, um ihre Familie über die Runden zu bringen. 34 Tage Einsparpotenzial – das ist einfach großartig! Nur weil die neuen Techniken weniger arbeitsintensiv sind, die Produktivität steigern oder weil besseres Saatgut bereitgestellt wird. So können die Frauen die zusätzliche Zeit anderweitig verbringen. Wenn wir das auf ganz Afrika ausweiten können, ist das ein großer Schritt nach vorn.

Natürlich darf man sich nicht entmutigen lassen, aber die mahnende Hauptaussage des Berichts für 2016 ist doch, dass 21.000 Menschen jeden Tag an Hunger oder dessen Folgen sterben.

O. W.: Ja, aber auf der anderen Seite sind die Hungerraten seit 2000 insgesamt um etwa 30 Prozent gesunken. Man muss also beide Seiten der Medaille im Blick behalten. Wir haben tatsächlich riesige Fortschritte gemacht, die zu oft nicht anerkannt oder bemerkt werden. Nun stellt sich jedoch die Frage, welche Gebiete wir bisher vernachlässigt haben.

Laut Bericht sind das die Zentralafrikanische Republik, der Tschad, Sambia…

D. M.: Und Haiti. Denn Klimawandel und Konflikte treiben zurzeit den Hunger voran. Diese beiden riesigen Hindernisse müssen wir meistern, wenn wir den Hunger in der Welt komplett abschaffen wollen.

Ich war im Juli in Tigray in Nordäthiopien. Dort hörte ich die beeindruckende Geschichte eines Landwirts, der mit seiner Schwester aufgrund der Dürre das Land verlassen hat, um nach Europa zu gehen. Sie kam auf dem Weg ums Leben. Er wurde in Saudi Arabien ins Gefängnis gesteckt und schließlich zurück geschickt. Wir haben ihm dabei geholfen, seinen Agrarbetrieb wieder aufzubauen.

Die Flüchtlingskrise in Europa geht also auf solche Zusammenhänge zurück. Und der Bericht dient als Alarmglocke. Diese Länder sind wie offene Wunden. Wenn man sich nicht darum kümmert, wird es nur noch schlimmer. Und die Konsequenzen werden wir am eigenen Leib zu spüren bekommen.

In gewisser Weise ist das auch eine Botschaft an die Kommission, die ja bereits viele Mittel für den Nothilfetreuhandfonds für Afrika bereitstellt, um die Sicherheitslage zu verbessern und illegale Einwanderung zu unterbinden. Sie sagen also, wenn wir die Landwirtschaft und die Selbstversorgung richtig hinbekommen, dann besiegen wir auch den Hunger und die Menschen haben einen Grund, in ihrem Heimatland zu bleiben?

O. T.: Nicht zu vergessen die Stärkung der Widerstandskraft. Die Kommission leistet in großen Teilen Afrikas und auf der ganzen Welt außerordentliche Arbeit, indem sie auf Ernährung und stabilere Strukturen setzt. Das diese Investitionen sich auszahlen, hat sich bereits vielerorts gezeigt. Die Förderung der EU muss sich immer an den jeweiligen Erfordernissen orientieren. Entwicklungsförderung sollte dort stattfinden, wo sie gebraucht wird. Das heißt, man muss die Probleme bei den Wurzeln packen.

Eher „frustrierend“ ist, dass es noch immer an Statistiken mangelt. Im Bericht werden 13 Länder aufgezählt, die gar keine Daten erheben – darunter Somalia, der Südsudan und Syrien. Ist die Situation dort also mindestens genauso schlimm wie in den Worst-Case-Beispielen in Ihrem Bericht?

O. T.: Für zehn Länder gibt es keine Daten. Wir haben noch ein bisschen intensiver recherchiert. Die Länder, für die wir noch Daten finden konnten, befinden sich definitiv am unteren, extrem ernsthaften Ende unserer Auswertung. Aber ja, diejenigen, die gar nicht im Bericht aufgeführt werden, bereiten uns besonders große Sorgen.

Lassen Sie uns auf einer positiven Note enden. Bis 2030 sollen die nachhaltigen Entwicklungsziele (SDGs) umgesetzt werden – ein Grund, optimistisch zu sein?

D. M.: Vor einem Jahr hat sich die Welt den SDGs verschrieben. Die Themen Sicherheit, ISIS, Migration sind alle universell mit eingebunden. Jetzt findet die Konversation auf einer viel höheren Ebene statt und es ist nicht länger ein Problem, mit dem wir uns nur aus reiner Nächstenliebe beschäftigen.

Wenn wir unsere Erde auch noch in Zukunft bevölkern wollen, dann können wir nicht ignorieren, dass fast 800 Millionen Menschen jede Nacht hungrig zu Bett gehen. Die Zivilgesellschaft treibt einen Wandel voran, den selbst der UN-Sicherheitsrat nicht hätte bewerkstelligen können.  Matthew Tempest | EurActiv.com | Übersetzt von: Jule Zenker EA 12

 

 

 

EU-Grenz- und Küstenschutz. Frontex startet mit mehr Kompetenzen und besserer Ausstattung

 

Normalerweise werden EU-Prestigeprojekte in Brüssel vorgestellt. Dieses Mal geschah es an einem wenig bekannten Ort in Bulgarien, direkt an der Grenze zur Türkei. Kein Zufall: Vorgestellt wurde der neue EU-Grenz- und Küstenschutz, der massiv in der Kritik steht.

Der neue europäische Grenz- und Küstenschutz hat offiziell seine Arbeit aufgenommen. Bei einer Veranstaltung am Checkpoint Kapitän Andreevo an der bulgarischen Grenze zur Türkei wurde am Donnerstag der Startschuss für die Agentur gegeben, deren Mittel und Mandat gegenüber der bisherigen Agentur Frontex erheblich ausgeweitet wurden. Eine Kerntruppe von 1.500 Einsatzkräften soll innerhalb von fünf Werktagen bereitstehen, darunter 225 Deutsche. Die Grenzschützer sollen sowohl irreguläre Grenzübertritte stoppen und Abschiebungen durchführen als auch Schiffbrüchigen und Flüchtlingen helfen.

Es handele sich um einen historischen Moment für die europäische Grenzsicherung, erklärte EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos. Er räumte allerdings ein, dass der Startschuss symbolischer Natur war – ein Einsatz wurde am Donnerstag noch nicht begonnen. Die Kerntruppe sowie erstmals ein eigener Ausrüstungspool werden voraussichtlich erst in drei Monaten abrufbar sein.

Die neue Agentur sei „stärker und besser ausgerüstet“ als die bisherige Agentur für die operative Zusammenarbeit an den Außengrenzen, aus der sie hervorgeht, urteilte der alte und neue Exekutivdirektor Fabrice Leggeri. Der gewohnte Kurzname Frontex soll auch für den neuen Grenzschutz weiter gelten.

Frontex soll bei Abschiebung helfen

Frontex unterstützt schon seit zehn Jahren die nationalen Grenzschützer. Allerdings haben sich Mandat und Ressourcen aus Sicht der EU als zu schwach erwiesen – insbesondere in der Flüchtlings- und Migrationskrise. Deshalb hat die neue Agentur „erweiterte Zuständigkeiten und neue Befugnisse“, wie der Italiener Leggeri erklärte. Auch das Hauptquartier in Warschau wird personell aufgestockt.

Ziel des neuen Frontex ist ein „integriertes Grenzmanagement“. Darunter fallen nicht nur Grenzkontrollen, sondern auch das Verfolgen von Menschenhändlern und Schleppern. Daneben helfen die Experten bei Abschiebungen. Auf der anderen Seite soll der Grenz- und Küstenschutz aber auch Schiffbrüchige retten und Asylsuchende an die zuständigen Stellen weiterleiten. Ferner soll die Agentur Risikoanalysen erstellen, was oder wer auf Europas Grenzen zukommt.

De Maizière begrüßt Start

Ein großer Knackpunkt in der Vorbereitung war die Frage, inwieweit die Agentur auch gegen den Willen eines einzelnen EU-Landes agieren darf, wenn dieses seine Grenzen zu ungeschützt lässt. Den Hintergrund bildete vor allem die Lage an der griechisch-türkischen Grenze. Unter dem neuen Mandat kann nun ein Einsatz im Extremfall auch gegen den Willen des betreffenden Landes beschlossen werden. Auch Einsätze in Drittländern wie den nordafrikanischen Staaten sind nun – mit Zustimmung des betreffenden Landes – möglich.

Bundesinnenminister Thomas de Maizière begrüßte den Startschuss. Deutschland habe sich „intensiv in den Prozess der Mandatserweiterung“ eingebracht, betonte der CDU-Politiker. Kritik kam hingegen von den Grünen: Frontex solle „Europa vor Flüchtlingen schützen, statt das Prinzip des Flüchtlingsschutzes zu verteidigen“, erklärte die Europaabgeordnete Ska Keller.

Grüne: Rettung von Flüchtlingen keine Frontex-Aufgabe

Die Grünen kritisieren unter anderem, dass Rettungsoperationen nicht zum Mandat gehörten. Tatsächlich soll der neue Grenz- und Küstenschutz zwar Schiffbrüchige retten – dies allerdings nur im Rahmen der Grenzüberwachung auf See. „Auch spezielle Seenotrettungsboote gehören weiterhin nicht zur Ausrüstung der EU-Grenzschützer“, bemängeln die Grünen.

Scharfe Kritik kommt auch von Ulla Jelpke (Die Linke). Die Erweiterung der Befugnisse der „Abschottungs- und Abschiebeagentur Frontex“ bedeute eine Fortsetzung des Sterbens im Mittelmeer und des systematischen Bruchs von Menschenrechten. Frontex setze die „Abschottungspolitik der EU erbarmungslos um“. Immer wieder würden Boote von Geflüchteten in der Ägäis von Frontex-Einheiten abgedrängt oder zurück in türkische Gewässer geschleppt. Die Behauptung, Abschiebung sei nicht das Kerngeschäft, sei „mehr als heuchlerisch“.

Linke: Frontext macht Mittelmeer zum Massengrab

Die Behauptung von Bundesinnenminister de Maizière, Frontex sei ein Mittel gegen sogenannte Schleuser, sei besonders zynisch. „Schließlich sorgt Frontex erst dafür, dass Menschen auf der Flucht immer riskantere Wege in Kauf nehmen müssen. So starben alleine 2016 schon mehr als 3.200 Geflüchtete im Mittelmeer. Die von Frontex umgesetzte Politik hat das Mittelmeer zum Massengrab für Flüchtlinge werden lassen“, erklärt Jelpke.

Anders sieht dies die SPD-Abgeordnete Birgit Sippel. Sie berief sich darauf, dass die Agentur die einzelnen Mitgliedstaaten nun „explizit bei Such- und Rettungsaktionen unterstützt“. „Die neuen Fähigkeiten der Agentur können Leben retten“, urteilte Sippel. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Fast wichtig. Der Europäische Auswärtige Dienst spielt kaum eine Rolle. Das aber könnte sich jetzt ändern

 

In Zurück in die Zukunft erlebt der Protagonist Marty McFly einen Zeitsprung in eine dystopische Zukunft. Martys idyllische Heimatstadt ist ein Ort voller Gewalt geworden, in dem das Recht des Stärkeren gilt. Dem Europäischen Auswärtigen Dienst geht es derzeit ganz ähnlich. Auch er leidet unter den Folgen eines Zeitsprunges. Europas Regierungen hatten den gemeinsamen diplomatischen Apparat in einer Zeit geplant, in der eine energische Europäische Union in einem kooperativen Umfeld existierte. Aus der Taufe gehoben wurde der Dienst jedoch vor fünf Jahren in einer Zeit europäischer Selbstzweifel und gravierender internationaler Krisen.

Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker schlug Anfang September in seiner Rede zur Lage der Union einen starken „Europäischen Außenminister“ vor. Die Außenbeauftrage Federica Mogherini gehöre „mit an den Verhandlungstisch“, wenn es um die Friedensbemühungen in Syrien geht. Nochmals klangen die Jahrzehnte alten Ambitionen durch, eine gemeinsame Außenpolitik zu schaffen, die ihren Namen verdient.

Tatsächlich aber muss der Europäische Auswärtige Dienst heute um seine Bedeutung fürchten. Sicher, bei den offiziellen Treffen der Syrien-Kontaktgruppe sitzt Mogherini als eine von vielen mit am Tisch und auch durch das erfolgreiche Nuklearabkommen mit dem Iran hat sich die EU wichtiges politisches Kapital erworben. Doch Tatsache ist: Die aktuellen europäischen Krisen werden meist ohne Beteiligung der gemeinsamen Institutionen bearbeitet. Bekanntlich sind es Deutschland und Frankreich, die die Europäische Union in den diplomatischen Gesprächen mit Russland in der Ukraine-Krise vertreten. Ein gemeinsamer EU-Vertreter glänzt regelmäßig durch Abwesenheit.

Nun kann man zu Recht vor überzogenen Erwartungen warnen. Schon immer waren große Staaten und deren Spitzenvertreter in besonderer Weise gefordert, wenn es darum ging, internationale Konflikte zu lösen. Wenn der Dienst aber nicht für die große Politik geschaffen ist, wofür ist er dann nütze?

Eigentlich soll er durch kontinuierliche Zuarbeit in den verschiedenen Arbeitsgruppen des EU-Rates in Brüssel die gemeinsame Außenpolitik der EU-Mitgliedstaaten fördern. Doch der Außendienst stolpert auch bei dieser Kernaufgabe. In Briefen mahnten die Mitgliedstaaten, dass der Dienst zu langsam arbeitete und vernünftige Entscheidungsgrundlagen fehlten.

Auch mangelt es immer dem Europäischen Auswärtige Dienst noch an politischer Initiative. Als zuvor die Mitgliedstaaten in Rotation dafür zuständig waren, die EU außenpolitisch auf eine Linie zu bringen, entstanden zwar ebenfalls häufig Reibungsverluste. Doch zumindest hatte die jeweilige EU-Präsidentschaft ein starkes Interesse daran, die Union in dem verfügbaren Halbjahr voranzubringen. Wenn ein Land heutzutage ein Anliegen in Europa fördern will, ruft es nicht in Brüssel an, sondern wendet sich gleich an Berlin oder sucht sich möglichst viele gleichgesinnte Partner in anderen Hauptstädten.

Dem Europäischen Auswärtige Dienst fehlt zudem eine klare Ausrichtung. Während in den Mitgliedsstaaten die Rollenverteilung zwischen den verschiedenen Ressorts klar ist, übernimmt der Europäische Auswärtige Dienst auch klassische Aufgaben eines Entwicklungshilfe- oder Verteidigungsministeriums. Das hierarchische Organigramm ist daher überfrachtet und wird von vielen als Hürde für ein schlagkräftiges Handeln gesehen. Mogherini hat sich darangemacht, es zu entschlacken, und hat unnötige Leitungspositionen gestrichen oder zusammengelegt. Kritikern gehen die Änderungen noch nicht weit genug. Entscheidungen müssten gerade in Krisen schneller getroffen werden und der Dienst sollte sich noch weiter für die Mitgliedstaaten und die Kommission öffnen.

Doch alle möglichen Verbesserungen in der Organisation bleibt ein strukturelles Hauptproblem: Außenpolitik ist eine Kompetenz der Mitgliedstaaten. Während die Europäische Kommission zum Beispiel im Bereich des Wettbewerbsrechts eigenständig aktiv wird, wie zuletzt bei den Steuernachforderungen gegenüber Apple, benötigt der Europäische Auswärtige Dienst eine gemeinsame Position der Mitgliedstaaten um zu handeln. Oft liegen die nationalen Empfindlichkeiten und Gefahrenwahrnehmungen jedoch weit auseinander.

Grundlegende Entscheidungen rufen somit nicht mehr die Außenminister und den Hohen Vertreter auf den Plan, sondern werden gleich von den Staats- und Regierungschefs im Europäischen Rat behandelt. Die Idee, eine von Grund auf solide Politik zwischen den nationalen Außenministerien und dem Europäischen Dienst zu entwerfen, scheitert daher auch an der zunehmenden „Vergipfelung“ der Außenpolitik. Wenn etwa in Berlin Außenpolitik mehr und mehr im Kanzleramt statt am Werderschen Markt gemacht wird, warum sollte es dem Auswärtigen Dienst in Brüssel dann besser ergehen?

Der Dienst ist also in Teilen eine bürokratische Baustelle und gelähmt durch die Uneinigkeit der Mitgliedstaaten. Es lohnt sich aber dennoch an seiner Zukunft zu arbeiten. Und zwar aus den folgenden Gründen:

Der Europäische Auswärtige Dienst beendet die Zweiteilung der EU – zumindest ein Stück weit. Vor der Schaffung des Dienstes verfügte die Kommission über weitreichende Wirtschaft- und Handelsinstrumente, wusste aber nicht, wie diese politisch eingesetzt werden sollten. Die Außenminister im Rat trafen politische Entscheidungen, aber ihnen fehlten die Mittel, um Taten folgen zu lassen.

In der europäischen Nachbarschaft führte diese Trennung zwischen Wirtschaftsbeziehungen und Außenpolitik zu ernsten Problemen. So fehlte bei der wirtschaftlichen Anbindung der Ukraine durch die Östliche Partnerschaft die außenpolitische Weitsicht. Europa wurde durch Russlands aggressives Verhalten überrascht. Jetzt sind der politische Außenministerrat und die wirtschaftliche Europäische Kommission näher zusammengerückt. Mogherini hat die Leitung der Außenbeziehungen der Kommission übernommen und führt regelmäßige Treffen der zuständigen Kommissare durch.

Dabei bietet nicht zuletzt Großbritanniens Ausstieg neue Möglichkeiten für den Dienst. So haben die Briten in der Vergangenheit in vielen Fällen verhindert, dass EU-Diplomaten im Namen der Mitgliedstaaten aktiv wurden. London stoppte auch den weiteren Ausbau der EU-Krisenmanagementstrukturen. Jetzt sehen Deutschland und Frankreich die Chance gekommen, endlich ein gemeinsames zivil-militärisches Hauptquartier einzurichten und somit die Schlagkräftigkeit der EU zu erhöhen.

In einer Union aus 27 hauptsächlich kleiner und mittelgroßer Mitgliedstaaten und ohne das diplomatische Schwergewicht Großbritannien sind die weltweit circa 140 Delegationen des Europäischen Auswärtigen Dienstes ein weiterer Pluspunkt. Es ist klar, dass eine EU-Botschaft auf absehbare Zeit keine Repräsentation von Mitgliedstaaten vollständig ersetzen kann. Doch die EU-Delegationen vor Ort koordinieren erfolgreich die gemeinsamen Standpunkte der vertretenen EU-Länder und kommunizieren wichtige Informationen für die Entscheidungsfindung nach Brüssel.

Trotz aller Schwierigkeiten zeigt sich, dass durch den Dienst ein Mehrwehrt entsteht. Er repräsentiert einen modernen Ansatz von Diplomatie, der mit dem Grundgedanken des westfälischen Staatensystems bricht. Frank-Walter Steinmeier hat es auf den Punkt gebracht als er bei einer Rede in Brüssel im vergangenen Jahr sagte „das Spiel sollte nicht sein ‚Ich nehme es mit 27 auf‘, sondern ‚28 nehmen es mit der Welt auf‘“. Das aber kann nur funktionieren, wenn eine schlagkräftige Institution kontinuierlich die Positionen aus den Hauptstädten bündelt und eine gemeinsame Linie mit den Außenministerien erarbeitet.

Der Europäische Auswärtige Dienst entspricht genau diesem Gedanken einer kooperativen und langfristigen Außenpolitik, die die Grenze zwischen nationaler und europäischer Politik verwischt. Gegenwärtig liegt der Fokus auf Krisendiplomatie auf höchster Ebene und auf Entscheidungen der Staats- und Regierungschefs. Der Europäische Auswärtige Dienst braucht jedoch einen Sprung zurück in die Zukunft. Auch wenn der Prozess soweit zäh verlaufen ist, die Reflexionsphase nach dem Gipfel von Bratislava könnte die Möglichkeit bieten, sich auf den Grundgedanken einer gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik zurückzubesinnen. In deren Zentrum steht der Europäische Auswärtige Dienst. Niklas Helwig,  IPG 4

 

 

 

Afghanistan-Konferenz: EU-Hilfen in Milliardenhöhe und ein Abschiebeabkommen

 

"Keine Verbindung zu unseren Hilfsgeldern": Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini verteidigt das Rücknahmeabkommen mit Afghanistan.

 

Auf der Brüsseler Afghanistan-Konferenz einigten sich die EU-Staaten auf jährliche Hilfen von 1,2 Milliarden Euro bis 2020. Im Gegenzug versprach die afghanische Regierung, die Rücknahme afghanischer Flüchtlinge aus der EU zu beschleunigen.

4,8 Milliarden Euro, jährlich gestaffelt, bis zum Jahr 2020 – mit dieser stattlichen Summe wollen die EU-Staaten der afghanischen Regierung unter die Arme greifen. Konkret sollen die Hilfen in die Modernisierung des afghanischen Staates fließen: Neben Wirtschaftsreformen und dem Ausbau des Rechtsstaates erwartet die EU Fortschritte bei der Korruptionsbekämpfung und der öffentlichen Versorgung.

Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini forderte andere Staaten auf, dem europäischen Beispiel zu folgen und ihre Hilfszusagen zu erneuern. „Ich erwarte ein ähnliches Engagement von unseren Partnern“, sagte Mogherini im Hinblick auf die übrigen Konferenzteilnehmer wie Russland, Indien und die USA. 70 Länder und 20 internationale Organisationen nahmen an der zweitägigen Konferenz in Brüssel teil.

Anspannte Sicherheitslage am Hindukusch

Afghanistan ist weiterhin stark abhängig von internationalen Hilfen. Obwohl in den letzten 14 Jahren schätzungsweise 500 Milliarden Euro in das Land flossen, werden auch heute noch rund 80 Prozent des afghanischen Staatshaushaltes von verbündeten Staaten finanziert. Ein Drittel der Zahlungen stemmen die EU und die USA.

Dass die Hilfen für die afghanische Regierung von existenzieller Bedeutung sind, zeigte sich erneut angesichts aufflammender Kämpfe in dem Land. Im Windschatten der Milliarden-Versprechen in Brüssel lieferten sich in Kunduz lokale Sicherheitskräfte heftige Kämpfe mit Taliban-Milizen. Die nordafghanische Stadt, in der die Bundeswehr bis 2014 stationiert war, steht seit dem Abzug der internationalen Truppen unter ständiger Bedrohung durch die radikalislamische Miliz. Auch in anderen Teilen des Landes ist die Sicherheitslage alles andere als rosig: Fast 60.000 Zivilisten wurden seit 2009 im Zuge bewaffneter Auseinandersetzungen getötet.

Gelder verschwinden im Sumpf der Korruption

Ob die Finanzspritzen dem fragilen Staat helfen können, auf die Beine zu kommen, hängt auch davon ab, wie Kabul das Geld einsetzen wird. Noch immer scheint die Regierung von Präsident Ashraf Ghani hochanfällig für Korruption und Vetternwirtschaft, im aktuellen Anti-Korruptions-Ranking von Transparency International belegt Afghanistan den drittletzten Platz. Ein Achtel aller internationalen Hilfen gehe „in der Korruption verloren“, so die Organisation, die bisherigen Gegenmaßnahmen der Regierung seien unkoordiniert und bisweilen „verwirrend“.

Vor diesem Hintergrund versuchten die afghanischen Vertreter in Brüssel Handlungsfähigkeit und eine Spur Zweck-Optimismus zu demonstrieren. „Ich danke Ihnen für ihre großzügigen, neuen Zusagen – im Namen der armen Menschen in unserem Land“, sagte Präsident Ghani zu den Teilnehmern, und versprach sich den kommenden Herausforderungen „mit voller Kraft“ zu widmen.

Rücknahme afghanischer Flüchtlinge

Ein weiterer Kernpunkt der Verhandlungen betraf die Rücknahme afghanischer Flüchtlinge aus EU-Staaten. Wenige Tage zuvor unterzeichneten die EU und Afghanistan ein Abkommen, das die Abschiebung abgelehnter afghanischer Asylbewerber beschleunigen soll. In dem Papier mit dem Titel „Ein gemeinsamer Weg nach vorne“ bekräftigt Kabul, afghanische Flüchtlinge, die sich „irregulär auf EU-Territorium“ befänden und abgeschoben werden müssten, zurückzunehmen. Die Rückführungsprogramme würden jedoch unabhängig von der versprochenen Entwicklungshilfe behandelt, so dass Dokument.

Darüber hinaus verpflichtete sich die afghanische Regierung, die Migration in die EU-Staaten schon vor Ort stärker einzudämmen, indem sie die Bevölkerung durch Informationskampagnen vor den „Gefahren der irregulären Migration“ warnt. Die EU verspricht ihrerseits, sich an der Finanzierung solcher Kampagnen zu beteiligen.

Außenbeauftragte Mogherini, wohl wissend, dass das Dokument angesichts bürgerkriegsähnlicher Zustände im Land politischen Sprengstoff enthielt, sah sich zu einer Erklärung genötigt. „Es gibt niemals, wirklich niemals eine Verbindung zwischen unseren Hilfsgeldern und dem, was wir in Sachen Migration machen“, sagte sie am Rande der Konferenz. Dass das Migrationsabkommen wenige Tage vor der Geberkonferenz unterzeichnet wurde, bedeute nicht, dass es einen verbindlichen Zusammenhang zwischen beiden gebe. Die Rücknahme-Vereinbarung war „Teil eines Vorgangs, der parallel ablief.“

Daniel Mützel, EurActiv 6

 

 

 

Wachstum macht arm und radikal

 

Globalisierung führt zu wirtschaftlicher und politischer Polarisierung. Die Politik muss gegensteuern.

 

Die naive Hoffnung, der Wohlstand werde früher oder später alle Gebiete erreichen, wurde weitgehend widerlegt.

In vielen Ländern lässt sich anhand des Wohnorts der Menschen gut vorhersagen, wen sie wählen werden. Besonders sichtbar war dies auf den wahlgeografischen Landkarten der Volksabstimmung vom Juni über den Austritt Großbritanniens aus der Europäischen Union. Ein ähnliches Muster kann bei der Stimmenverteilung der US-Präsidentschaftswahlen von 2012 oder der französischen Unterstützung für Marine Le Pens Nationale Front bei den Regionalwahlen von 2015 beobachtet werden. Und sehr wahrscheinlich wird dies auch auf die nächsten US-Präsidentschaftswahlen zutreffen. Viele Bürger leben an Orten, wo ein großer Teil ihrer Nachbarn ebenso wählt wie sie selbst.

Diese Wahlgeografie ist ein Zeichen für eine tiefe wirtschaftliche, soziale und bildungsmäßige Kluft. In wohlhabenden Städten, wo sich Akademiker sammeln, wird meist für international orientierte und oft der linken Mitte angehörige Kandidaten gestimmt, während in Bezirken der unteren Mittelklasse oder Arbeiterklasse handelskritische Kandidaten bevorzugt werden, die häufig nationalistisch und politisch rechts ausgerichtet sind. Dass Städte wie New York, London, Paris oder Berlin Bürgermeister der linken Mitte haben, während kleinere, wirtschaftlich schwache Städte rechte Politiker bevorzugen, ist kein Zufall.

Regionale oder lokale Wahlmuster sind so alt wie die Demokratie selbst. Neu ist allerdings eine wachsende Korrelation räumlicher, sozialer und politischer Polarisierung, die zu einer Entfremdung der Bürger untereinander führt. Wie Enrico Moretti von der Universität von Kalifornien in Berkeley in seinem Buch The New Geography of Jobs betont, ist diese neue Teilung unverkennbar: In den reichsten städtischen Gebieten der USA besteht die Hälfte der Bewohner aus Akademikern, während diese in schlechter gestellten Gegenden viermal weniger zahlreich sind.

Diese politische Spaltung wird durch wirtschaftliche Schocks noch verstärkt. Wer an traditionellen, von der Globalisierung betroffenen Produktionsstandorten lebt und arbeitet, gehört gleich mehrfach zu den Verlierern: Arbeitsplätze, Wohnqualität und das Schicksal der Kinder und Verwandten sind alle hochgradig miteinander verknüpft.

In einer faszinierenden neuen Studie haben David Autor vom MIT und seine Mitverfasser die politischen Folgen dieser Entwicklung untersucht. Sie fanden heraus, dass US-Bezirke, deren Wirtschaft stark von chinesischen Exporten betroffen ist, darauf reagiert haben, indem sie moderate Volksvertreter durch radikalere – rechte oder linke – Politiker austauschten. Also hat die Globalisierung sowohl zu wirtschaftlicher als auch zu politischer Polarisierung geführt.

Diese Kluft wurde von den Regierungen zu lange ignoriert. Einige von ihnen haben ihr Vertrauen in eine Trickle-Down-Wirtschaftspolitik gesetzt, andere in eine geldpolitisch angetriebene Renaissance des Wachstums und der Beschäftigung, und wieder andere in haushaltspolitische Umverteilung. Aber all dies hat wenig zur Lösung beigetragen.

Die naive Hoffnung, der Wohlstand werde früher oder später alle Gebiete erreichen, wurde weitgehend widerlegt. Moderne wirtschaftliche Entwicklungen sind in erheblichem Maße von Interaktionen abhängig, die wiederum eine hohe Dichte von Unternehmen, Fähigkeiten und Innovatoren erfordern. Dies führt zu einer Bevorzugung von Agglomerationen, weshalb größere Städte eher Erfolg haben und kleinere Städte an den Rand gedrängt werden. Sobald ein Gebiet beginnt, Fähigkeiten und Unternehmen zu verlieren, gibt es wenig Hoffnung, dass sich dieser Trend von allein wieder umkehren wird. Keine Arbeit zu haben kann sich dann schnell zur neuen Normalität entwickeln.

Gegen diese Probleme bietet auch die Vergrößerung der Gesamtnachfrage kaum eine Lösung. Selbst wenn es wahr bleibt, dass eine Flut sämtliche Boote in die Höhe hebt, scheint sie dies jedoch nicht gleichmäßig zu tun. Stärkeres nationales Wachstum bedeutet oft sogar noch mehr Wohlstand und Dynamik für die wohlhabenderen Städte und nur wenige oder gar keine Vorteile für die Abgehängten – und damit eine tiefere und noch unerträglichere Kluft. Das Wachstum selbst bekommt dann eine spaltende Wirkung.

Und ob Transferleistungen nun gegen Ungleichheit wirken und die Armut bekämpfen oder nicht: Auf jeden Fall tragen sie nur wenig dazu bei, das soziale Gefüge zu reparieren. Darüber hinaus wird ihre langfristige Nachhaltigkeit immer stärker angezweifelt.

In ihrer Antrittsrede kündigte die britische Premierministerin Theresa May einen „unionistischen“ Ansatz gegen die wirtschaftlichen und sozialen Nöte des Landes an. Und die US-Präsidentschaftskandidaten haben erneut den starken Drang nach nationalem und sozialem Zusammenhalt erkannt. Auch in der nächsten französischen Präsidentschaftskampagne werden zweifellos ähnliche Stimmen laut. Aber auch, wenn das Ziel klar ist, haben die Politiker doch oft keine Ahnung, welche Mittel sie anwenden können.

Im Rahmen der US-Präsidentschaftskampagne ist Handelsprotektionismus wieder modern. Aber auch wenn Importbeschränkungen die Nöte einiger Produktionsgebiete lindern, werden sie die Unternehmen nicht davon abhalten, dorthin umzuziehen, wo die Wachstumsaussichten am stärksten sind. Sie werden die Arbeiter auch nicht vor technologischen Veränderungen schützen. Und sie werden die Entwicklungsmuster von gestern nicht wieder zurückbringen.

Vor allem in Großbritannien, aber auch anderswo, wird die Wirtschaftsmigration immer stärker in Frage gestellt. Aber auch hier wird durch die Beschränkung der Einreise osteuropäischer Arbeiter vielleicht die Lohnkonkurrenz oder der Anstieg der Immobilienpreise gemildert, aber nicht das relative Schicksal kleiner oder großer Städte verändert.

Statt das Gegenteil zu behaupten, müssen die Politiker anerkennen, dass es gegen die ungleichmäßige Geografie moderner Wirtschaftsentwicklung keine Patentrezepte gibt. Auch wenn dies unbequem sein mag, ist der Aufstieg der Großstädte doch eine Tatsache – die übrigens nicht bekämpft werden sollte, da sie kein Nullsummenspiel ist: Große Städte erwirtschaften durchaus wirtschaftliche Vorteile für die Gesamtheit.

Was die öffentliche Politik tun muss, ist sicherzustellen, dass die wirtschaftliche Agglomeration nicht die Chancengleichheit bedroht. Regierungen können nicht bestimmen, wo sich Unternehmen ansiedeln. Aber auch wenn die Einkommen der Arbeitnehmer von ihrem Wohnort beeinflusst werden, liegt es doch in der Verantwortung der Politik, zu gewährleisten, dass das Schicksal der Menschen nicht von ihrem Geburtsort besiegelt wird. Mit anderen Worten, die öffentliche Hand ist dafür zuständig, die Korrelation zwischen Geografie und sozialer Mobilität zu begrenzen. Wie Raj Chetty aus Stanford und andere gezeigt haben, ist dies in den USA nicht gewährleistet, und ähnliche Muster können auch in anderen Ländern beobachtet werden.

Infrastruktur kann helfen. Effizienter Transport, gute Gesundheitssysteme und Breitbandinternetanschlüsse können dazu beitragen, dass kleinere Städte Investitionen in Sektoren anziehen, die nicht auf Agglomerationseffekte angewiesen sind. Backoffice-Dienstleistungen beispielsweise können dort einen Standortvorteil haben, wo Büro- und Wohnflächen billig sind.

Und schließlich gibt es Gründe dafür, den Egoismus der wohlhabenderen Gegenden zu begrenzen. Die bisherige Verteilung der Kompetenzen zwischen nationalen und subnationalen Ebenen sowie die heutigen Besteuerungsstrukturen wurden unter völlig anderen Voraussetzungen entworfen. Um die geo-ökonomische Kluft zu verringern, müssen sie vielleicht grundlegend überdacht werden. Jean Pisani-Ferry  PS IPG

 

 

 

 

EU-Zwischenbilanz. 5.651 von 160.000 Flüchtlingen umverteilt

 

Erneut mahnt die EU-Kommission die europäischen Regierungen zur Solidarität: Sie sollen Griechenland und Italien endlich wie versprochen Zehntausende Flüchtlinge abnehmen – sonst drohen rechtliche Konsequenzen. Von Phillipp Saure

 

Erst 5.651 von 160.000 – so sieht die Bilanz der Umverteilung von Flüchtlingen innerhalb Europas nach einem Jahr aus. Es gebe zwar „Bemühungen“, diese Zahl zu erhöhen, erklärte Vizekommissionspräsident Frans Timmermans am Mittwoch in Brüssel. „Diejenigen, die mehr tun können, fordere ich jedoch dringend zum Handeln auf.“

Im September 2015 war die Umverteilung von 160.000 Asylsuchenden vor allem aus Griechenland und Italien beschlossen worden – den Ländern, wo die meisten Flüchtlinge erstmals europäischen Boden betreten. Bisher seien 5.651 Menschen, davon 4.455 aus Griechenland und 1.196 aus Italien, in andere Länder gebracht worden, erklärte die EU-Kommission. Deutschland nahm von ihnen 215 auf, Frankreich mit 1.952 die meisten. Niemanden aufgenommen haben bisher Österreich, Dänemark, Polen und Ungarn.

Allerdings hatten Deutschland und Österreich zunächst Hunderttausenden Flüchtlingen die Tore geöffnet, die selbst zu ihnen gekommen waren und dabei oft auch durch Griechenland gezogen waren. Die Quote bei den Umverteilungen zeigt also nicht umfassend an, wie ein Land Flüchtlinge willkommen heißt.

Ungeachtet dessen sind die zwei Beschlüsse vom 14. und 22. September 2015 rechtlich bindend. Dies betonte Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos am Mittwoch und schloss rechtliche Konsequenzen nicht aus. Vorgesehen sind für die Umverteilung zwei Jahre, die Hälfte der Zeit ist also um.

Unterdessen forderte der griechische Europaminister Nikos Xydakis am Mittwoch ebenfalls Solidarität ein. „Die meisten EU-Staaten nehmen uns viel zu wenige Flüchtlinge ab, einige Länder antworten nicht einmal auf unsere Anfragen“, sagte Xydakis der Zeitung „Die Welt“.

Eng verknüpft mit der Lage in Griechenland ist der EU-Türkei-Pakt. Er bestimmt, dass Migranten von Griechenland in die Türkei zurückgeführt werden. Auch dazu legte die EU-Kommission eine Zwischenbilanz vor. Der Pakt habe „zu konkreten positiven Ergebnissen geführt“, urteilte Avramopoulos. Nach EU-Zahlen kamen seit Juni im Durchschnitt pro Tag noch 85 Menschen irregulär auf den griechischen Inseln an, während es im Oktober 2015 am Tag 7.000 gewesen seien. Von Griechenland in die Türkei zurückgeführt wurden im Rahmen des Paktes demnach bisher 578 Menschen.

Die verhältnismäßig geringe Zahl an Rückführungen brachte Griechenlands Europaminister ebenfalls mit mangelnder EU-Unterstützung in Verbindung. Von 400 benötigten EU-Asylbeamten seien bisher nur 26 auf den Inseln angekommen, sagte Xydakis „Die Welt“.

Deutsche Europaparlamentarier nahmen die Zwischenbilanz verschieden auf. Der CDU-Abgeordnete Herbert Reul schob Griechenland einen großen Teil der Verantwortung zu. „Trotz erheblicher Finanzhilfen aus der EU-Kasse und personeller Unterstützung geht die Bearbeitung von Asylanträgen nur schwerfällig von statten. Und die abgelehnten Asylbewerber werden nicht zurückgeführt, da die Türkei offenbar von den griechischen Behörden nicht als sicherer Drittstaat anerkannt wird“, erklärte Reul. Dies müsse sich „schleunigst ändern“. Zugleich müssten die anderen EU-Länder mehr Flüchtlinge übernehmen.

„Von Fortschritt in der europäischen Flüchtlingspolitik kann keine die Rede sein“, sagte die Grünen-Abgeordnete Ska Keller dem Evangelischen Pressedienst (epd) . „Die Umverteilung von Flüchtlingen auf andere Mitgliedstaaten verbessert sich nur in winzigen Trippelschrittchen“, machte sie geltend. Und der EU-Türkei-Pakt habe „den entscheidenden Haken, dass die Türkei kein sicheres Drittland für Flüchtlinge ist.“ (epd/mig 29)

 

 

 

 

Das haben wir inzwischen erreicht. Flüchtlings- und Integrationspolitik

 

Deutschland hilft, wo Hilfe geboten ist. Menschen, die vor Verfolgung, Gewalt und Unterdrückung fliehen, bieten wir Schutz. Viele der Geflüchteten dürfen zumindest eine Zeit lang bleiben. Die Bundesregierung hat in den letzten Monaten Vieles in die Wege geleitet, damit Deutschland diese außergewöhnliche Situation bewältigen kann. Die Bundesregierung hat Gesetze geändert und Verfahren gestrafft.

Bundesinnenminister de Maizière hat heute für das Jahr 2016 bilanziert: "Die Maßnahmen der Bundesregierung entfalten ihre Wirkung."

Im laufenden Jahr ist es gelungen, die Zahl der Flüchtlinge, die nach Deutschland gekommen ist, erheblich zu senken. 213.000 Menschen sind als Flüchtling nach Deutschland eingereist.

Die Trendwende im BAMF ist erreicht. Das BAMF hat im September rund 70.000 Entscheidungen in Asylverfahren getroffen - mehr als im gesamten Jahr 2012. Das ist der höchste Wert für einen einzelnen Monat. "Das BAMF hat großartiges geleistet", so de Maiziere. Es stehe aber noch immer vor großen Herausforderungen.

Die steigende Zahl an Asylanträgen sei darauf zurückzuführen, dass Fälle abgearbeitet werden, bei denen die Menschen schon seit 2015 in Deutschland sind. Die Mitarbeiter des BAMF haben diesen Rückstand so gut wie abgearbeitet. "Es wurden mehr Entscheidungen getroffen, als Anträge gestellt", so de Maizière mit Blick auf den September.

Abgelehnte Asylbewerber müssen Deutschland verlassen oder werden abgeschoben. Im Vergleich zu den Vorjahren gibt es mehr Rückführungen, und mehr Menschen kehren freiwillig in ihre Heimatländer zurück. Bei den Rückführungen müssen wir "noch besser werden. Wir arbeiten mit

Ländern eng zusammen.", so de Maizière.

Von den Flüchtlingen, die bleiben dürfen, können mehr als bisher an Integrationskursen teilnehmen. Sie sollen so früh wie möglich die deutsche Sprache und die Regeln unseres Zusammenlebens lernen. Pib 12

 

 

 

 

Usa. Der herbeigeschriebene Sieg

 

Clinton wurde von den Medien zur Siegerin des TV-Duells mit Trump erklärt. Warum?

 

Stellen Sie sich doch einmal vor, sie hätten den US-Wahlkampf nur durch die deutschen Medien verfolgt. Ihr Bild von Trump? Klar, der wütende weiße Mann mit hochrotem Kopf, der brüllend, Spucke versprühend und Zähne fletschend wahlweise Frauen, Schwarze, Einwanderer, Muslime, Mexikaner und andere mehr beschimpft. Beim ersten TV-Duell zwischen Hillary Clinton und Donald Trump am gestrigen Abend war davon erstaunlich wenig zu sehen. Aber das Bild wollten viele Kommentatoren so schnell wohl nicht aufgeben.

Die deutschen Medien haben ziemlich flächendeckend einen atemlosen, fahrigen, rüpelhaften Trump gesehen, der gegen Clinton eine verheerende Niederlage eingefahren habe. Darin unterscheidet sich die deutsche 4. Gewalt offenbar nur unwesentlich von den amerikanischen Medien, die ebenfalls eine vermeintliche Demontage Trumps bejubeln. Aber warum nur? Eine solche Siegesgewissheit des Anti-Trump-Lagers kann eigentlich nur auf drei Irrtümern beruhen:

Irrtum 1: Trump hat sich im TV-Duell „entlarvt“.

Keineswegs: Wer noch vor dem Duell sicher war, dass Trump am Ende Opfer seiner Unbeherrschtheit werden würde, muss nun vielmehr feststellen, dass es offenbar „nur“ ein neues, hochprofessionell arbeitendes Wahlkampfteam braucht, um den rassistischen Choleriker Trump in kürzester Zeit in einen „Beinahe-Staatsmann“ zu verwandeln. Zwar fiel Trump Clinton 27mal ins Wort, das entspricht einem Einwurf alle drei Minuten oder durchschnittlich in jeder zweiten Redezeit Clintons. Aber Trump war sichtlich bemüht, die Hände am Pult und den Ton moderat zu halten. Dass ihm das nicht leicht fiel, war zu sehen – er hat allerdings bewiesen, dass er es kann. Nur noch ein bisschen mehr Training, ein bisschen Routine im neuen Selbst, und fertig ist der „Beinahe-Staatsmann“ Trump? Völlig auszuschließen ist das nach diesem Duell nicht mehr. 

Irrtum 2: Hillary siegt nach Punkten.

Natürlich kann keiner ernsthaft bestreiten, dass Clinton besser vorbereitet war, präziser auf die Fragen geantwortet hat, mehr Inhalt anzubieten hatte und weniger Unwahrheiten verbreitet hat. Allerdings waren ihre Ausführungen eher etwas für das wohlinformierte Publikum. Daraus einen klaren Sieg nach Punkten für Clinton oder gar ein K.O. für Trump abzuleiten, ist reichlich leichtfertig. Glauben wir wirklich, dass die Mehrzahl von Trumps Anhängern beeindruckt von Clintons Ausführungen ist? So beeindruckt, dass sie gegen Trumps einfache Botschaften immun würden? Trump hatte in der Tat wenig anzubieten, von Sinnhaftigkeit und Machbarkeit einmal ganz zu schweigen. Aber wer will schon von Anstrengungen und Kosten hören, wenn ihm doch Steuersenkungen, Jobs und die Rückkehr der guten alten Zeit versprochen wird?

Irrtum 3: Umfragen bestätigen Clintons Sieg.

Leider nein. Jeder zitiert die Umfrage, die ihm gefällt. Und so ist die Wahrheit unglücklicherweise, dass nicht nur die Aussagekraft von Blitzumfragen nach TV-Duellen umstritten ist, sondern dummerweise heute gleich mehrere Umfragen Trump zum Gewinner küren, wie beispielsweise im Time Magazine, bei The Hill,  bei CNBC und im Slate Magazine. Direkt nach dem Duell vermuteten US-Kommentatoren, dass Trump wohl keine Wähler aus dem Clinton-Lager gewinnen konnte, sein eigenes Lager aber mit Sicherheit verteidigt habe. Dem noch relativ großen Lager der Unentschiedenen hingegen mag „The Donald“ seit gestern wählbarer erscheinen, zumindest hat er gezeigt, dass er mehr kann als geifern und schreien. Für Clinton hingegen gilt: Pflicht erfüllt, die Kür…nun ja. Sie hat exakt die hochprofessionelle Performance gezeigt, die von ihr erwartet wurde, perfektionistisch und mit wohlkalkuliert eingebauter „Menschkeit“, aber ohne Leidenschaft und Charisma. Nicht verloren, aber auch (noch) nichts gewonnen.

Der Berichterstattung ist anzumerken, wie sehr ein Befreiungsschlag Clintons nach den erschreckenden Umfragewerten der vergangenen Wochen herbeigesehnt wurde. Wer kann es den Journalisten verdenken! Aber es bleibt ein herbeigeschriebener Sieg. Vorteil Clinton, das schon. Aber Trump hat gestern einen ziemlich entscheidenden Punkt gemacht: Er hat nicht gebrüllt. Anna Maria Kellner IPG 4

 

 

 

"Brücken statt Grenzen". Internationale Tagung von ZdK, KAÖ und Renovabis zu Flucht und Integration

 

Begegnung vermindert Fremdheit und schafft Miteinander. Das konnten die mehr als 200 Teilnehmerinnen und Teilnehmer beim interkulturellen Fest zum Abschluss der Tagung "Ich war fremd und ihr habt mich aufgenommen" zu Flucht und Integration in Europa erleben. Auf Initiative des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), der Katholischen Aktion Österreich (KAÖ) und der Solidaritätsaktion Renovabis diskutierten im österreichischen Klagenfurt Fachleute, Helfer und Flüchtlinge aus mehr als 15 europäischen Ländern unter anderem mit Menschen aus den Krisenregionen des Nahen Osten.

Die Begegnungen  und der Erfahrungsaustausch haben uns in unserer Überzeugung bestärkt: Es ist unsere Aufgabe, nicht auszugrenzen sondern Brücken der Menschlichkeit zu bauen – als einzelne Menschen und Christen, als Pfarren und Gemeinden, als Kirche, als Gesellschaft, Staat und als Europa insgesamt.

Die erste dieser Brücken ist, den Menschen in den Kriegs- und Krisengebieten und in den angrenzenden Ländern, in die Millionen von Menschen geflohen sind, Hilfe zukommen zu lassen. Das Engagement der internationalen Gemeinschaft in diesem Bereich ist – verglichen etwa mit den Milliardenausgaben für Waffenlieferungen – beschämend gering. Wir rufen unsere Mitbürgerinnen und Mitbürger in Europa auf und verpflichten uns selbst dazu, die zahlreichen Hilfsorganisationen und -initiativen, die die Notleidenden in den Krisengebieten und in den Flüchtlingslagern mit dem Notwendigsten versorgen, noch viel großzügiger als bisher zu unterstützen.

Eine weitere Brücke der Menschlichkeit muss sein, Flüchtlingen legale Wege in die Aufnahmeländer zu ermöglichen. Die bisherigen Möglichkeiten dazu sind viel zu gering, täglich lassen deshalb Flüchtlinge ihr Leben auf gefährlichen Schlepperrouten. Wir rufen dazu auf und verpflichten uns, diese legalen Wege von der Politik immer wieder einzufordern.

Eine dritte Brücke ist die menschenwürdige Aufnahme und die Integration der Flüchtlinge in unseren Ländern. Einzelpersonen, engagierte Gruppen, Pfarren und Gemeinden haben in den vergangen Monaten und Jahren hier vieles geleistet und leisten es noch immer. Der Schritt von einer ersten Grundversorgung hin zu einer dauerhaften Integration ist in vielen Fällen ein schwieriger, das wissen wir. Wir wissen aber auch, dass sich viele Hürden und Hindernisse beseitigen lassen, wenn alle Beteiligten es wollen. Wir rufen dazu auf und verpflichten uns, mit Mut und Kreativität die Chancen zu ergreifen, die darin liegen. "Vieles ist möglich, wenn wir es tatsächlich wollen" – diesen Satz haben wir in den Erfahrungsberichten während unserer Tagung immer wieder gehört, und wir legen ihn allen Menschen nahe, die zu einer weiteren guten Entwicklung unserer Gesellschafen beitragen wollen.

Wir wenden uns gegen alle Formen von Populismus, gegen das Schüren von Neid, Missgunst, Ängsten und Vorurteilen. Unser Maßstab sind Menschenwürde und Menschenrechte als Grundpfeiler unserer Demokratie. Lassen Sie uns gemeinsam dafür einstehen, dass Offenheit, Austausch, Dialog, Zusammenarbeit und Zusammenleben nicht nur Schlagworte bleiben, sondern mit Leben erfüllt werden. Wir wissen auch, viele unserer christlichen Schwestern und Brüder sind in schwerer Bedrängnis. Wir versichern ihnen allen unsere Solidarität und unser Gebet.

Gerda Schaffelhofer, KAÖ-Präsidentin und Alois Wolf, ZdK-Vizepräsident (de.it.press 3)

 

 

 

 

Mannomann. António Guterres als nächster UN-Generalsekretär ist trotz falschen Geschlechts die richtige Wahl.

 

Die Einmütigkeit kam dann doch überraschend. Kurz nach der sechsten Probeabstimmung am 5. Oktober 2016 im Sicherheitsrat der Vereinten Nationen verkündete Ratspräsident Vitaly Churkin gemeinsam mit den restlichen 14 Ratsmitgliedern das Ergebnis: Mit 13 Ja-Stimmen, keiner Gegenstimme und zwei Enthaltungen wurde der ehemalige portugiesische Ministerpräsident und ehemalige UN-Flüchtlingskommissar António Guterres zum Nachfolger von Ban Ki-moon und damit neunten UN-Generalsekretär gewählt. In einer Sicherheitsratsresolution formal bestätigt wurde die Probeabstimmung am 6. Oktober. Die baldige Ernennung durch die UN-Generalversammlung gilt als sicher.

Guterres ist eine gute Wahl. Er hat Erfahrungen in der nationalen Politik als Portugals Ministerpräsident von 1995 bis 2002; parallel dazu war er in der internationalen Zusammenarbeit als stellvertretender Präsident und später Präsident der Sozialistischen Internationale tätig. Am wichtigsten jedoch für sein Wirken als UN-Chef dürfte seine unermüdliche Arbeit als UN-Flüchtlingskommissar sein. Zehn Jahre lang bekleidete er dieses Amt und konnte dabei sowohl den Umgang mit den UN-Mitarbeitern als auch mit den UN-Mitgliedstaaten lernen. Diese Expertise wird seine Einarbeitungszeit deutlich verkürzen, Fehltritte unwahrscheinlicher machen und möglicherweise einen „radikal neuen Ton im Hinblick auf Menschenrechte“ in die internationalen Beziehungen bringen, so Human Rights Watch.

Für die von Nord-Süd-Spannungen geprägte Welt wird es von Vorteil sein, dass der 67-jährige gelernte Elektroingenieur die Krisenregionen der Welt und die Bedürfnisse der Entwicklungsländer gut kennt. Für die EU ist es sicherlich ein begrüßenswerter Umstand, dass ab dem 1. Januar 2017 nach mehr als 30 Jahren wieder ein Westeuropäer an der Spitze der UN stehen wird. Einziger Wermutstropfen ist, dass der Sicherheitsrat erneut nicht den Mut aufbrachte, eine Frau zu wählen. Das wäre ein deutliches Signal in Richtung Gleichberechtigung nach innen wie nach außen gewesen. Nachdem es in den Medien, bei Nichtregierungsorganisationen und Frauenverbänden Konsens war, dass es nach 71 Jahren und acht Männern endlich an der Zeit wäre, eine Frau zur UN-Chefin zu wählen, schien dies aber schon nach der ersten Probeabstimmung schwer zu erreichen. Zu hoffen ist, dass Guterres sein Wahlversprechen, die Hälfte aller Spitzenposten mit Frauen zu besetzen, wahr machen wird. Eine stellvertretende Generalsekretärin wäre ein guter Anfang.

Dass es kein Kandidat und keine Kandidatin aus Osteuropa geschafft hat, alle 15 Mitglieder von sich zu überzeugen, dürfte für die Kandidaten und ihre Entsendeländer enttäuschend sein, für die restliche Welt ist es sicherlich verschmerzbar. Das Rotationsprinzip, demzufolge Osteuropa an der Reihe gewesen wäre, war bislang immer nur eine Kann-, nie eine Muss-Regel.

Die noch kurz vor der Abstimmung demonstrativ zur Schau gestellte Unterstützung Russlands für eine Generalsekretärin aus Osteuropa kann deshalb taktische Manövriermasse auf dem Weg zur plötzlichen Einigung gewesen sein. Russland interessiert sich dafür, wieder einen hohen Posten innerhalb der Vereinten Nationen, wie beispielsweise die Leitung der Politischen Abteilung, mit einem ihrer Kandidaten zu besetzen. Zwar gibt es keine Anzeichen, dass Guterres solche Wahlversprechen im Geheimen gemacht hat, aber dennoch zeigen sich hier die Grenzen der Transparenzoffensive in der diesjährigen Generalsekretärswahl: Man wird wieder nicht wissen, warum und mit welchen Versprechungen er die Zustimmung erreicht hat. Und auch wenn Guterres selbst sich für nur noch eine einzige, siebenjährige Amtszeit ausgesprochen hat, so wird die Generalversammlung diesen Vorschlag wohl nicht aufnehmen.

Dennoch haben zivilgesellschaftliche Kampagnen wie „1for7billion“ für die Reform der Generalsekretärswahl viel erreicht: 7 von 13 Bewerbungen kamen von Frauen. Darüber hinaus gab es erstmals eine Liste offizieller Nominierungen, die mit Lebenslauf und Statement, wie sie die Probleme der UN angehen wollen, öffentlich zugänglich waren. Und in den Anhörungen mit Mitgliedstaaten und Zivilgesellschaft bestand reichlich Gelegenheit, die Kandidaten kennenzulernen und zu befragen. Guterres’ konsistent gute Erscheinung war hierbei schwer zu ignorieren. US-Botschafterin Samantha Power kam zu dem Schluss, dass der „Zeitgeist“ der Transparenz dieser Generalversammlungsdebatten sich auch in den Abstimmungen im Sicherheitsrat niederschlug.

Und dass das Glas dann doch eher halbvoll ist, offenbart spätestens der Blick auf zwei andere globale Institutionen: Sowohl der Internationale Währungsfonds als auch die Weltbank haben in diesem Jahr einmal mehr die Inhaber der Chefsessel – eine Europäerin und einen Amerikaner – ohne Gegenkandidatur oder Diskussion im Amt bestätigt.

Guterres tritt seinen Posten in einer überaus schwierigen Weltlage an. Es könnte seinen Handlungsspielraum vergrößern, dass er nicht als die erste Wahl Russlands oder der USA ins Rennen gegangen ist. Wenn er keine allzu großen Fehler macht, könnte er die Geschicke der Weltorganisation für mindestens die kommenden fünf Jahre lenken. Die größten Herausforderungen liegen sicherlich im Bereich Friedenssicherung, vor allem in einer Lösung des Syrien-Konflikts. Hier bleibt abzuwarten, ob sich Guterres seine unverblümte Art, mit der er als UN-Flüchtlingskommissar die Probleme beim Namen nannte, in seiner neuen Position erhalten kann.

Im Inneren der Organisation steht auch nicht alles zum Besten. Die ineffiziente Personalpolitik, die mangelnde Koordinierung unter den UN-Organisationen, der unrühmliche Umgang mit Whistleblowern und die Unfähigkeit, sexuelle Übergriffe durch UN-Blauhelme zu unterbinden, müssen abgestellt werden. Es ist ein Kampf an vielen Fronten. Doch Guterres’ Überlegungen, wie er sein Amt ausüben will, machen Hoffnung: „Mit Demut auftreten, ohne Arroganz, ohne irgendwem Lektionen zu erteilen, aber als Vermittler, als Katalysator agieren, als ehrlicher Makler und Brückenbauer und als Stimme für den Frieden.“ Volker Lehmann, Anja Papenfuß IPG 7

 

 

 

OECD. Integration von Schweden lernen

 

Kann Deutschland von der schwedischen Integrationspolitik lernen? Auf jeden Fall, sagen Migrationsexperten. Aber auch Deutschland habe bereits sehr viel getan, um Flüchtlinge schneller einzugliedern.

 

Deutschland ist nach Einschätzung der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) bei der Integration von Flüchtlingen auf einem guten Weg. Zwar seien noch immer die skandinavischen Länder Schweden, Norwegen und Dänemark führend und Vorbild in der Integrationspolitik, sagte Thomas Liebig von der OECD-Abteilung für internationale Migration am Montag in Berlin. Aber in Deutschland sei sehr viel getan worden.

Besonders in der Arbeitsmarktpolitik und beim Engagement der Zivilgesellschaft könne Schweden, das bereits seit Jahrzehnten eine erfolgreiche Integrationspolitik betreibt, mittlerweile von Deutschland lernen. So seien die Minijobs ein Modell, das in Schweden mit Interesse verfolgt werde, sagte die schwedische Integrationsforscherin Gisela Waisman vom „Linnaeus Center for Integration Studies“ der Universität Stockholm.

Integrationserfolge durch Soforthilfe

Der schwedische Arbeitsmarkt biete vor allem Hochqualifizierten viele Möglichkeiten. Niedrigqualifizierte hätten dagegen nur geringe Chancen, schnell einen Job zu finden, sagte Bernd Parusel vom schwedischen Migrationsamt „Migrationsverket“.

Zugleich erziele Schweden mit individuellen Integrationsplänen für Zuwanderer und anerkannte Flüchtlinge, sofortigem Sprachunterricht, „Schnellspuren“ in den Arbeitsmarkt und sofortiger Beschulung nachhaltige Integrationserfolge. Das zeige sich besonders in der Integration der zweiten Generation, die anders als in Deutschland voll und ganz in der schwedischen Gesellschaft angekommen sei, sagte Parusel.

Normale Lebensführung ermöglichen

Wer als Flüchtling nach Schweden komme, dem werde so schnell wie möglich eine „normale Lebensführung“ ermöglicht, sagte Parusel. Das heißt, er wird nicht in Massenunterkünften untergebracht, sondern in einer Wohnung, er bekommt keine Sachleistungen, sondern eigenes Geld und es werden für ihn vom ersten Tag an Berufsqualifizierungsmaßnahmen und Sprachkurse organisiert. „Eine passive Phase des Wartens wie in Deutschland gibt es in Schweden nicht“, sagte der Migrationsexperte.

Auch das Problem der Duldungen und Kettenduldungen gebe es in dem Land nicht. Wer in Schweden kein Asyl bekommen hat und trotzdem nicht abgeschoben werden darf, erhalte in der Regel eine Aufenthaltserlaubnis, verbunden mit allen Rechten und Pflichten. In Deutschland gibt es dagegen derzeit bis zu 100.000 Geduldete, die nur geringe Chancen auf legale Arbeit haben.

Familiennachzug nahezu gestoppt

Auch bei der Integration von unbegleiteten minderjährigen Flüchtlingen könne das Land auf gute Erfahrungen verweisen, sagte OECD-Experte Liebig. Allerdings seien die Kosten für sie vier bis sechs Mal höher als in normalen Asylverfahren. Auch deshalb habe Schweden den Familiennachzug mittlerweile nahezu gestoppt, sagte Liebig. Auch würden nach dem starken Flüchtlingszuzug 2015 zunehmend nur noch befristete Aufenthaltserlaubnisse erteilt.

Der schwierige schwedische Arbeitsmarkt verursacht bei der Integration nach Meinung der Experten die meisten Probleme. Nur 25 Prozent der Flüchtlinge finden nach zwei Jahren Aufenthalt in Schweden eine Arbeit, nach acht Jahren sind es 50 Prozent. Das sei „absolut unbefriedigend“, sagten Liebig und Parusel einhellig. (epd/mig 11)

 

 

 

Kein Kurswechsel in Flüchtlingspolitik. Merkel: Ich habe meine Politik nicht geändert

 

Sie sehe keinen Kurswechsel, sondern "eine in sich schlüssige Arbeit seit vielen vielen Monaten", betonte die Bundeskanzlerin in einem Gespräch mit der Sächsischen Zeitung. In der Flüchtlingspolitik arbeite sie seit letztem Sommer an Lösungen, die gut seien für Deutschland und für Europa.

Sie arbeite in der Flüchtlingspolitik seit letztem Sommer an Lösungen, die gut sind für Deutschland und für Europa, sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel in einem Gespräch mit der Sächsischen Zeitung.

Ziel sei es, dass sich eine Situation wie im vorigen Jahr nicht wiederhole.

"Ich sehe keinen Kurswechsel, sondern eine in sich schlüssige Arbeit seit vielen vielen Monaten", betont Merkel. Schon im August 2015 habe sie mit dem Präsidenten des Europäischen Rates Donald Tusk erstmals über den Gedanken einer EU-Türkei-Vereinbarung gesprochen. Ihr sei es immer darum

gegangen, den EU-Außengrenzschutz zu verbessern, die Fluchtursachen zu bekämpfen und so zu erreichen, dass sich die Zahl der Flüchtlinge verringert. "Ich habe meine Politik nicht geändert,

sondern Politik gemacht", so Merkel.

Europa trägt humanitäre Verantwortung

Wolle Europa die Freizügigkeit innerhalb seiner Mitgliedsstaaten erhalten, müsse es seine Außengrenzen schützen. Zudem müsse Europa Fluchtursachen bekämpfen, sich dafür einsetzen, "dass Menschen, die vor Krieg und Armut fliehen, in Heimatnähe ein erträgliches Leben führen können."

Dies hieße zum Beispiel sicherzustellen, "dass nicht wieder Lebensmittelrationen in den Flüchtlingslagern im Nahen Osten gekürzt werden."

Europas Außengrenzen müssten besser gegen irreguläre Migration geschützt werden. Schleppern und Menschenhändlern die Geschäftsgrundlage entzogen werden. Für diejenigen, die hier Schutz vor Krieg und Terrorismus suchen, trage Europa jedoch Verantwortung. Es müsse legale Kontingente vereinbaren,

um Schutzsuchende angemessen auf die Mitgliedsstaaten zu verteilen. Deutschland selbst müsse die Abläufe der Flüchtlingsankunft ordnen und die Zahl der ankommenden Flüchtlinge deutlich reduzieren.

Sie arbeite seit vielen Monaten dafür, so Merkel, "dass sich eine Situation wie die vor einem Jahr nicht wiederholt, als sich – gerade auch aufgrund der Versäumnisse in vielen Jahren zuvor – die Lage im Spätsommer zuspitzte." Pib 1

 

 

 

Arme Länder haben mehr als die Hälfte aller Flüchtlinge aufgenommen

 

Mehr als die Hälfte alle Flüchtenden weltweit wurden von zehn armen Ländern aufgenommen. Darunter ist kein einziges EU-Land. Amnest International wirft den reichen Staaten Verantwortungslosigkeit vor.

Nur zehn vorwiegend arme Länder haben nach einem Bericht von Amnesty International mehr als die Hälfte aller Flüchtlinge weltweit aufgenommen. Unter diesen Ländern ist kein einziges EU-Mitglied und kein Staat aus der Gruppe der sieben führenden Industrieländer (G-7), wie aus dem am Dienstag veröffentlichten Report der Menschenrechtsorganisation hervorgeht. Zuflucht fanden die meisten Menschen stattdessen im Nahen Osten, Afrika, Asien und der Türkei.

Der Amnesty-Report stützt sich auf Daten der Vereinten Nationen und geht von 21 Millionen Flüchtlingen weltweit aus. Binnenvertriebene, also Flüchtlinge im eigenen Land, wurden dabei nicht berücksichtigt. Auch Asylbewerber, die noch nicht als Flüchtlinge anerkannt sind und deren Zahl in Deutschland in die Hunderttausende geht, fallen nicht darunter.

An der Spitze steht dem Report zufolge Jordanien mit 2,7 Millionen Flüchtlingen, von denen gut zwei Millionen Palästinenser seien und schon seit Jahrzehnten in dem Land lebten. Danach kommt die Türkei mit über zweieinhalb Millionen Flüchtlingen, vor allem aus Syrien. An dritter Stelle steht Pakistan (1,6 Millionen). Es folgen der Libanon, Iran, Äthiopien, Kenia, Uganda, die Demokratische Republik Kongo und der Tschad.

Amnesty: reiche Staaten verantwortungslos

Amnesty warf den wohlhabenden Staaten vor, ihrer Verantwortung nicht gerecht zu werden. Das Problem sei nicht die weltweite Zahl der Flüchtlinge, sondern die Tatsache, dass die reichen Länder nur so wenige Schutzsuchende aufnähmen, erklärte Amnesty-Generalsekretär Salil Shetty. Die Organisation rief deshalb zu einer gerechteren Verteilung auf. Diese solle sich an objektiven Eigenschaften der Aufnahmeländer orientieren.

Verdeutlicht wurde dies am Vergleich von Libanon und Neuseeland. Beide Länder hätten ungefähr dieselbe Bevölkerungszahl, das Wirtschaftswachstum und die Fläche von Neuseeland seien aber viel größer. Dennoch beherberge der Libanon mehr als 1,1 Millionen syrische Flüchtlinge, während Neuseeland nur 250 von ihnen aufgenommen habe. Würden objektive Kriterien angelegt, müsste Neuseeland 3.466 Flüchtlinge aufnehmen. Auch dies sei eine „handhabbare Zahl“, erklärte Amnesty. (epd/mig 5)

 

 

 

Islamgesetze in Europa - noch keine einheitliche Linie

 

Politiker und Vertreter der Muslime haben vor einigen Tagen in Berlin „Zehn Jahre deutsche Islamkonferenz“ gefeiert. Die Beziehungen zwischen dem Staat und einigen islamischen Verbänden sind in Deutschland derzeit nicht ungetrübt. Auch in anderen europäischen Staaten wurden Zweifel darüber laut, ob bestimmte Islamverbände genug für die freiheitlich-demokratische Grundordnung einstehen. Dieser Aspekt spielt eine Rolle bei der staatlichen Anerkennung der islamischen Verbände als Religionsgemeinschaften und bei der Verleihung der Körperschaftsrechte. Ein Beitrag von Michael Hermann.

In Europa leben mehr als 50 Millionen Muslime. In den EU-Staaten liegt der Anteil der Muslime an der Gesamtbevölkerung bei knapp über 3 Prozent. In Frankreich sind es rund 8 Prozent, in Deutschland etwas über 4, in Österreich etwas weniger, während in der Schweiz der Anteil bei knapp sechs Prozent liegt. Überall möchten die islamischen Verbände vom Staat offiziell als Religionsgemeinschaften anerkannt werden und, sofern das grundsätzlich im jeweiligen Staat möglich ist, auch den Status einer Körperschaft des öffentlichen Rechts bekommen. Warum das den Muslimen sehr wichtig ist, erläutert Pascal Gemperli, der Vorsitzende des Verbandes der Muslime im schweizerischen Kanton Waadt: „Einerseits rein pragmatisch, institutionell, weil es uns erlauben würde, unsere Aufgaben besser wahrzunehmen.  Andererseits auch symbolisch, weil eine gewisse Prüfung dem vorausgeht und unsere Gemeinschaft so auch zeigen kann: Ja wir sind demokratietauglich und wir sind kompatibel mit dieser Gesellschaft.“

In vielen europäischen Staaten wird derzeit diskutiert, ob und wie die islamischen Verbände eingebunden werden sollen und ob eine offizielle Anerkennung möglich ist. Das ist eine komplizierte religionsverfassungsrechtliche Frage. Und in jedem europäischen Staat, zum Teil auch in den Untergliederungen wie Kantonen oder Bundesländern, gibt es unterschiedliche Regelungen. Im Religionsrecht und bei der Frage der gesetzlichen Regelungen für den Islam ist Europa alles andere als einig oder geeint.

Mit dieser doch ziemlich unübersichtlichen europäischen Situation beschäftigt sich Quirin Weber von der Universität Luzern. Er sagt, dass es europaweit insgesamt den Trend zu einer verstärkten Kooperation von Staat und Religionsgemeinschaften, auch den islamischen, gibt. In Frankreich beispielsweise hat sich vor kurzem Innenminister Cazeneuve in diesem Sinne für die Entwicklung eines französischen Islams ausgesprochen. Quirin Weber: „Das heißt, dass die französische Regierung sehr daran interessiert ist, dass mit den islamischen Glaubensgemeinschaften zusammengearbeitet wird. Das heißt vor dem Hintergrund der französischen Tradition, dass man vom Laizismus, der strikten Trennung von Kirche und Staat, zunehmend wegkommt.“ Quirin Weber beschreibt eine Entwicklung der Konvergenz in Europa. Das heißt: Die Extreme im Religionsverfassungsrecht – auf der einen Seite der strikte Laizismus, auf der anderen die enge Kooperation von Staat und Religion – verlieren sich, der Mittelweg setze sich durch.

Eine Weiterentwicklung des Religionsverfassungsrechts ist erforderlich, erklärt auch Raida Chbib von der Universität Frankfurt. Die Beziehungen der Menschen zu deren Religion würden  sich verändern, die Menschen seien oft weniger gebunden in Religionsgemeinschaften, neue Weltanschauungen entwickeln sich, und nicht wenige Menschen wollen mit den großen monotheistischen Religionen gar nichts mehr zu tun haben. Deswegen, so meint die Religionswissenschaftlerin solle man nicht den Islam in den Mittelpunkt des religionsverfassungsrechtlichen Diskurses rücken, sondern den religiösen Wandel überhaupt: „Diesen Wandel sollten wir insgesamt im Auge behalten. Wenn wir uns jetzt die Arbeit machen, dass wir nicht zu sehr auf den Islam fokussieren, sondern dass wir den Islam verhandeln und die Lösungsfindung des Islam im Rahmen des großen Ganzen in den Blick nehmen. Das wird meines Erachtens in der bundesweit geführten Debatte zu wenig gemacht. Mit der Folge, dass man den Islam als Sonderproblem wahrnimmt, was im Prinzip nicht der Fall ist. Sondern der Islam erweist sich als in seiner Entwicklung als Produkt modernen Entwicklungen.“

In Österreich ist die religionsverfassungsrechtliche Situation eine ganz besondere. In vielen anderen europäischen Staaten wäre es undenkbar, das Zusammenspiel von Staat und islamischen Verbänden so zu regeln wie in der Alpenrepublik. Dort begegnen sich – das frühere Kaiserreich ist der Grund – seit vielen Jahrzehnten der säkulare Staat und muslimische Österreicher. Das nicht unumstrittene österreichische Islamgesetz aus dem Jahr 2015 regelt zum Beispiel, dass es nicht mehrere anerkannte islamische Religionsgesellschaften geben kann, die die gleiche theologischen Auffassung haben. Warum das so ist, erläutert Stefan Hammer von der Universität Wien: „Es handelt sich um den Versuch, die Pluralität, die Vielfalt verschiedener Lesarten der ursprünglich gleichen religiösen Lehre, möglichst auf eine überschaubare Vielfalt einzuschränken und möglichst wenig innerhalb derselben Lehre an organisatorischer Vielfalt zuzulassen.“

Der österreichische Staat will also nur ganz wenige islamische Religionsgesellschaften als Gegenüber haben, und diese müssen sich in ihrer theologischen Ausrichtung klar voneinander abgrenzen. Diese Politik  führe dazu, dass die islamischen Religionsgesellschaften in Österreich ihr Lehrgebäude vor Veränderungen und Weiterentwicklungen schützen müssten. „Das ist meines Erachtens etwas, was gerade in der heutigen Entwicklung höchst problematisch ist, weil sie gerade das Gegenteil bewirken von dem, was eigentlich erwünscht sein sollte. Nämlich dass Religionsgemeinschaften durch reflexive Weiterentwicklung ihrer eigenen religiösen Lehren sich auch vertieft mit den Prinzipien des demokratischen Verfassungsstaates und mit den Erfordernissen einer religiös-pluralen Umwelt auseinandersetzen“.

Die Art und Weise, wie die europäischen Staaten die Fragen der Zusammenarbeit mit den islamischen Verbänden regeln, sind also sehr unterschiedlich. „Für mich ist es wichtig, unabhängig davon, wie sie geregelt werden, dass sie geregelt werden und dass es mehrere anerkannte muslimische Glaubensgemeinschaften gibt, mit denen man sprechen kann, die dann auch Rechte und Pflichten haben und auch als Ansprechpartner agieren können“, sagt Professor Zekirija Sejdini von der Universität Innsbruck. „Ich glaube, dass es die falsche Richtung wäre, darauf zu warten, dass sich irgendwann einmal alle Muslime einigen und daraus eine Glaubensgemeinschaft hervorkommt. Das ist ja nicht gut, dass es nur eine gibt. Es sollte mehrere geben, wenn die Notwendigkeit besteht. Ich glaube, man sollte schneller agieren.“

Die Debatte um das Religionsrecht in Europa ist freilich nicht nur von grundsätzlichen Erwägungen zum Verhältnis von Staat und Religion getragen. Das Beispiel DITIB in Deutschland zeige, wie aktuelle innenpolitische Konflikte in anderen Ländern mitunter schnell den Weg nach Deutschland finden können, sagt manch Skeptiker, wenn es um die Anerkennung der islamischen Verbände geht. Sicherheitspolitische Motive im Religionsrecht, das ist eine schwierige Sache, meint der Wiener Rechtsprofessor Stefan Hammer. Mitunter würde durch die angestrebte Islamgesetzgebung in machen Staaten der Bevölkerung suggeriert, man habe den Islam gewissermaßen unter Kontrolle, und Ängste, die Radikalisierung und ähnliches betreffen, seien unbegründet. „Das ist meines Erachtens auch ein problematischer Ratgeber, wenn es um die Entwicklung adäquater religionsrechtlicher Strukturen geht“, sagt Stefan Hammer. (rv 1.10.)

 

 

 

Rechtsstreit. Mehr EU-Ausländer klagen bei Kommunen Sozialhilfe ein

 

Dem Bundessozialgericht zufolge haben EU-Bürger Anspruch auf Sozialhilfe nach einem verfestigten Aufenthalt von sechs Monaten. Dieses Recht klagen immer mehr EU-Ausländer ein. Darauf will das Arbeitsministerium mit einem Gesetz reagieren.

Immer mehr EU-Ausländer klagen den Bezugsanspruch auf Sozialhilfe ein. Die Zahl der Menschen aus anderen EU-Staaten, die bei deutschen Kommunen Sozialhilfeleistungen einfordern oder einklagen, ist nach Auskunft des Städtetags innerhalb eines Jahres deutlich gestiegen, wie die Rheinische Post berichtete. Dabei beriefen sich EU-Bürger auf die Urteile des Bundessozialgerichts, sagte der Hauptgeschäftsführer des Deutschen Städtetags, Helmut Dedy, der Zeitung.

Die Städte begrüßten daher die Pläne der Bundesregierung, den Anspruch von EU-Bürgern auf Sozialleistungen zu begrenzen, sagte Dedy. „Wir brauchen dieses Gesetz jetzt rasch, damit die Kommunen nicht weiter zusätzliche Sozialausgaben schultern müssen, die nach Urteilen des Bundessozialgerichtes auf sie zugekommen sind.“ Angesichts der Herausforderungen für die Städte durch die Aufnahme von Flüchtlingen würde es die Integrationsmöglichkeiten, aber auch die finanzielle Leistungsfähigkeit der Städte zusätzlich belasten, wenn die Auslegung des Bundessozialgerichtes nicht korrigiert wird, warnte Dedy.

Gesetzentwurf bald im Kabinett

In einem Urteil im Herbst vergangenen Jahres hatte das Bundessozialgericht EU-Bürgern einen Anspruch auf Sozialhilfe in Deutschland nach einem „verfestigten“ Aufenthalt von mindestens sechs Monaten zugesprochen, auch wenn sie vorher nicht gearbeitet haben.

Arbeitsministerin Andrea Nahles (SPD) hatte daraufhin ein Gesetz angekündigt, das den Sozialhilfeanspruch von EU-Bürgern einschränkt. Der Gesetzentwurf kommt am Mittwoch ins Kabinett. Er sieht vor, dass EU-Bürger für fünf Jahre von Hartz-IV- und Sozialhilfeleistungen ausgeschlossen sein sollen, wenn sie nicht durch eigene Arbeit Ansprüche erworben haben. (epd/mig 12)

 

 

 

Mach' meinen Kumpel nicht an. Die Gelbe Hand: 30 Jahre gegen Rassismus

 

Engagement gegen Fremdenfeindlichkeit – so wichtig wie vor 30 Jahren

1986, vor 30 Jahren, wurde der Verein „Mach‘ meinen Kumpel nicht an!“ gegründet. Zu Ehren des Kumpel-Vereins hat Staatsministerin Aydan Özoguz am 27. September 2016 zu einem Empfang ins Bundeskanzleramt eingeladen.

 

Der kürzlich verstorbene Schauspieler Götz George hörte erstmals 1985 von Klaus Lage und Günter Wallraff von „Mach meinen Kumpel nicht an“, der Aktion der DGB-Jugend gegen Ausländerfeindlichkeit. „Die Aktion muss unbedingt verbreitet werden. Da ist natürlich ein Typ wie der Schimanski genau der Richtige“, erklärte er 1986 gegenüber dem DGB-Jugendmagazin ‘ran. Gesagt, getan: Gleich in zwei Tatort-Krimis trug Schimmi die Gelbe Hand am Revers. Und sogar das Drehbuch änderten die Schauspieler, um auf die Aktion hinzuweisen. DGB/ran

„Die Gelbe Hand trägt dazu bei, betrieblich und gewerkschaftlich Aktive zu unterstützen, zu informieren und zu motivieren, damit sie sich gegen Rassismus, Rechtsextremismus und für die Gleichbehandlung in der Arbeitswelt engagieren“, hatte Staatsministerin Aydan Özoguz im Vorfeld der Veranstaltung das Engagement des gewerkschaftlichen Kumpelvereins gewürdigt. 1986 hatten die DGB-Jugend und die Redaktion des Gewerkschaftsjugendmagazins ‘ran den Verein „Mach‘ meinen Kumpel nicht an!“ gegründet. Ihr Anliegen, gegen Rassismus zu kämpfen und für Chancengerechtigkeit einzustehen, ist heute aktueller denn je. „Der Kumpelverein ist heute genauso wichtig und notwendig wie zur Gründerzeit“, erklärte der Vereinsvorsitzende Giovanni Pollice. „Wir betrachten deshalb den Empfang durch Ministerin Aydan Özoguz als Ermutigung, in unserem Engagement nicht nachzulassen.“

Klare Kante gegen Rechtspopulisten

Kurzfristig erkrankt, konnte die Staatsministerin die Laudatio auf 30 Jahre antirassistisches Engagement nicht selbst halten, sondern wurde von Dr. Annette Tabbara, der Leiterin ihres Arbeitsstabes vertreten. „Wir brauchen das Engagement des Vereins heute mehr denn je“, erklärte Frau Tabbara und beließ es nicht bei Worten. Nach ihrer Rede trat sie selbst dem Kumpelverein bei. Durch das Erstarken des Rechtspopulismus sei Alltagsrassismus in unerträglicher Weise wieder salonfähig geworden. „Rassisten und Rechtspopulisten machen Stimmung gegen Flüchtlinge und Migranten“, so Tabbara. Diese Angstmache dürfe nicht hingenommen werden. „Wir müssen klare Kante gegen Rassismus und Fremdenfeindlichkeit zeigen, müssen aber auch die Sorgen und Ängste der Menschen ernstnehmen.“ Aydan Özo?uz, die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, setze dabei auf Integration, Aufklärung und Politik in der Sache. Ihre Botschaft sei: „Niemand wird schlechter gestellt, weil Flüchtlinge zu uns kommen.“

Wir brauchen Akzeptanz, nicht nur Toleranz

Auch Giovanni Pollice erklärte in seiner Rede, wie notwendig und wichtig das Engagement des Kumpelvereins angesichts des Rechtspopulismus auch heute sei. „Rechte Sprüche und Hetze gegen Flüchtlinge haben auch heute nichts in den Betrieben verloren“, so Pollice. Dem Verein ginge es aber nicht nur um Toleranz gegenüber Migranten und Flüchtlingen: „Wir kämpfen für Akzeptanz.“ Adressaten der Arbeit des Vereins seien auch Gewerkschaftsmitglieder, auch sie seien nicht automatisch gegen die rassistische Propaganda gefeit. „Rassismus ist keine Randerscheinung“, betonte er. Vorurteile reichten bis in die Mitte der Gesellschaft. „Wir setzen uns ein für Respekt, Sicherheit und Teilhabe für alle Menschen in Deutschland.“

Rund 80 aktive Vereinsmitglieder waren der Einladung ins Bundeskanzleramt gefolgt, darunter Vorstandsmitglieder aller DGB-Mitgliedsgewerkschaften, etwa der GdP-Vorsitzende Oliver Malchow, NGG-Vize Claus-Harald Güster, Ralf Kutzner (IG Metall), Ute Kittel (ver.di), Petra Reinbold-Knape (IG BCE) oder Andreas Gehrke (GEW), frühere Vereinsvorsitzende wie Regina Görner und Günter Dickhausen, aktive Mitglieder der Gewerkschaftsjugend oder die Preisträger des letzten Gelbe-Hand-Wettbewerbs aus Opladen.

Gegen Rassismus in Betrieb und Gesellschaft

Der Verein „Mach meinen Kumpel nicht an! – für Gleichbehandlung, gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus e.V.“ ist die gewerkschaftliche Initiative für Gleichbehandlung, gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus in Betrieb und Gesellschaft. Die abwehrende Gelbe Hand etablierte sich in den 1980er Jahren innerhalb weniger Monate als bundesweites Zeichen gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus.

Der Verein ist eine der ältesten antirassistischen Initiativen Deutschlands und zugleich die einzige bundesweite Organisation, die sich dabei überwiegend auf Betrieb und Arbeitswelt konzentriert. Prominente Unterstützer waren etwa Willy Brandt, Udo Lindenberg, Günter Wallraff oder Götz George, der um als Tatort-Kommissar Schimanski mit der „Gelben Hand“ Zeichen gegen Rassismus setzen zu können, sogar eigens mit seinen Schauspielerkollegen ein Drehbuch umschrieb. Förderer des Kumpelvereins sind heute knapp 1200 Einzelpersonen sowie die Mitgliedsgewerkschaften des DGB.

Wettbewerb „Gelbe Hand“

Heute bietet der Verein vor allem Seminare und Fachtagungen für Multiplikatoren der antirassistischen Arbeit an. Monatlich erscheint „Aktiv für Chancengleichheit“, das Magazin des Kumpelvereins, das über das gewerkschaftliche und betriebliche Engagement gegen Rassismus berichtet und die Akteure vernetzt. Viel Resonanz hat der jährliche Jugend-Wettbewerb für kreative Projekte gegen Fremdenfeindlichkeit. An diesem Wettbewerb können sich einzelne Jugendliche, aber auch Gruppen von Auszubildenden oder Klassen aus berufsbildenden Schulen beteiligen. Der aktuelle Wettbewerb ist gerade gestartet. Noch bis 15. Januar 2017 läuft die Bewerbungsfrist.

Jubiläumsveranstaltung im November

Die Feier zum 30-jährigen Jubiläum des Vereins findet am 11. November im IG-Metall-Bildungszentrum in Berlin statt. Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig und der DGB-Vorsitzende Reiner Hoffmann werden die Festreden halten. An die Jubiläumsveranstaltung schließt sich direkt am 12. und 13. November die alljährliche Herbsttagung des Kumpelvereins an. In diesem Jahr steht sie unter dem Motto „Flüchtlinge schützen. Rassismus entgegentreten“. dip

 

 

 

 

Zugang zu tariflich vergüteter Beschäftigung schaffen

 

Kommentar von Volker Beck, MdB Bündnis 90/Die Grünen

 

Im Juni hat die Kommission einen Vorschlag zur Reform der Blauen Karte EU vorgelegt, um die Europäische Union für hoch qualifizierte Fachkräfte attraktiver zu machen. Dieses Anliegen ist im Grundsatz zu begrüßen, ist aber noch nicht der ganz große Wurf.  

Wir Grünen halten es für dringend erforderlich, das Recht der Arbeitsmigration so auszugestalten, dass Deutschland und die EU auch in Zukunft attraktiv für internationale Fachkräfte bleiben. Anders als die Kommission sehen wir allerdings nicht nur Reformbedarf beim bestehenden, nachfrageorientierten System der Arbeitsmigration, sondern halten es darüber hinaus für unerlässlich, dieses System durch Möglichkeiten der angebotsorientierten Einwanderung zu ergänzen: Einwanderung unabhängig vom Nachweis eines Arbeitsplatzes. Dabei ist eine gesamteuropäische Herangehensweise sicherlich zu begrüßen, sollte aber den nationalen Handlungsspielraum keinesfalls einengen. Denn in der EU wie wir sie kennen ist der Bedarf an Fachkräften je nach Mitgliedstaat höchst unterschiedlich. Die europäische Harmonisierung sollte daher die Mitgliedstaaten nicht daran hindern, großzügigere Regelungen zu schaffen, wenn sie erforderlich sind. Das ist in Deutschland eindeutig der Fall.

 

Positiv an dem Kommissionsvorschlag ist, dass er – wie bislang auch – davon absieht, von einwanderungswilligen Hochqualifizierten den Nachweis zu verlangen, dass für ihre Stelle keine vorrangigen Bewerber*innen, die bereits in dem jeweiligen Mitgliedstaat leben, in Betracht kommen. Diese sog. Vorrangprüfung wird im Rahmen der Blauen Karte EU durch Mindestgehaltsschwellen ersetzt, wobei man freilich darüber streiten kann, ob diese Schwellen nicht – trotz der von der Kommission vorgeschlagenen Möglichkeit, sie auf das durchschnittliche Bruttojahresgehalt abzusenken – nach wie vor zu hoch angesetzt sind. Die Vorrangprüfung ist ein Instrument der Bürokratisierung des Arbeitsmigrationsprozesses, das weitestgehend abgeschafft werden sollte. Sie zwingt Bewerber*innen und Behörden, umfangreiche Abstimmungen zwischen Auslandsvertretungen, Ausländerbehörden, Arbeitsverwaltung und ggf. weiteren Stellen vorzunehmen, bevor eine Aufenthaltserlaubnis erteilt wird. Das kostet Ressourcen und Zeit. Für Inländer*innen sind jegliche Beschränkungen des Zugangs zur Erwerbstätigkeit integrationspolitisch verkehrt, denn sie zwingen die Betroffenen letztendlich dazu, von Sozialleistungen abhängig zu bleiben. Das nützt niemandem. Bei der Einwanderung nach Deutschland muss zwar Sorge dafür getragen werden, dass das legitime Interesse von Arbeitgeber*innen an der Anwerbung qualifizierter Fachkräfte in Mangelberufen nicht von ausbeuterischen Arbeitgeber*innen dafür genutzt wird, um Dumpinglöhne zulasten der Erwerbsbevölkerung in Deutschland durchzusetzen. Dies zu verhindern erreicht man jedoch besser durch die Stärkung der Sozialpartner, indem man die Einwanderung von der tariflichen Vergütung abhängig macht. Wer ein tarifgebundenes Arbeitsangebot nachweist, soll einreisen können.

 

Leider bleibt die Kommission bei der nachfrageorientierten Einwanderung stehen. So werden wir in Europa im Wettbewerb mit anderen attraktiven Weltregionen langfristig nicht bestehen. Wir Grünen fordern daher ein System der Potenzialzuwanderung, das einer jährlich bestimmten Anzahl an Menschen die Einwanderung ermöglicht – zunächst nach Deutschland, doch das Konzept ist auf die europäische Ebene übertragbar. Begünstigt werden sollen Menschen, wenn sie bestimmte Kriterien erfüllen, die ihre Integration in das hiesige Arbeits- und Wirtschaftsleben erfolgsversprechend erscheinen lassen. Dazu können Berufs- und Bildungsabschlüsse, Berufserfahrung und Sprachkenntnisse gehören. Die Begünstigten sollen nach ihrer Einreise unmittelbar einen Aufenthaltstitel erhalten, der zur Aufnahme jeder Erwerbstätigkeit berechtigt. Auch das kann die Verhandlungsposition von Arbeitnehmer*innen und Gewerkschaften stärken. Denn im bisherigen, ausschließlich nachfrageorientierten System sind Arbeitsmigrant*innen jedenfalls in den ersten Jahren ihres Aufenthalts an ihre Arbeitgeber*innen gebunden. Der Wechsel des Arbeitsplatzes ist mit erheblichen Hürden und Behördengängen verbunden, beim Verlust des Arbeitsplatzes droht der Verlust des Aufenthaltsrechts. Umso geringer ausgeprägt ist der Wille der Betroffenen, sich für bessere Arbeitsbedingungen einzusetzen; umso weniger attraktiv scheint das Engagement in einer Gewerkschaft. Gewerkschaftliche Arbeit gewinnt an Wirkungskraft, wo die Interessen der Arbeitnehmer*innen von vornherein nur schwerlich gegeneinander ausgespielt werden können.

Mit einer solchen Neuausrichtung der Arbeitsmigrationspolitik wollen wir die Weichen für eine zukunftsweisende, liberale und soziale Einwanderungspolitik stellen. In den weiteren Beratungen zur Reform der Blauen Karte EU wollen wir diese Impulse ebenso einbringen wie in die parlamentarische Arbeit im Bundestag. Forum Migration, Oktober 2016

 

 

 

 

Tag der offenen Moschee. Migration als Herausforderung und Chance

 

Am Montag haben rund 1.000 Moscheen zum Tag der offenen Moschee eingeladen. Das Motto in diesem Jahr war Migration als Herausforderung und Chance. Nordrhein-Westfalens Integrationsminister Schmeltzer betonte die Vielfalt des Islams in Deutschland.

 

Rund 1.000 Moscheen in ganz Deutschland haben am Montag ihre Türen für Besucher geöffnet und zu Führungen, Vorträgen oder Ausstellungen eingeladen. Im Mittelpunkt des „Tages der offenen Moschee“ stand in diesem Jahr das Thema „Hidschra – Migration als Herausforderung und Chance“. Hidschra (Auswanderung) bezeichnet im Islam die Flucht des Propheten Mohammed von Mekka nach Medina. Durch den aktuellen Flüchtlingszuzug sei das Thema aktueller denn je, erklärte Erol Pürlü, der neue Sprecher des Koordinationsrates der Muslime, in Köln. Viele Moscheen engagierten sich für Flüchtlinge.

Der hannoversche Landesbischof Ralf Meister rief Christen und Muslime dazu auf, sich gegenseitig zu besuchen. „Wir erleben aktuell, dass Spannungen zwischen den Religionen wachsen“, sagte der evangelische Theologe, der am Montag zu den rund 100 Gästen der Ayasoyfa Moschee in Hannover zählte. Deshalb sei es wichtig, sich gegenseitig Gastfreundschaft zu gewähren und sich gegenseitig einzuladen. „So machen wir zeichenhaft deutlich, dass wir in Respekt und Achtung voreinander und miteinander leben möchten.

NRW-Minister: Islam vielschichtiger als man glaubt

Der nordrhein-westfälische Integrationsminister Rainer Schmeltzer (SPD)betonte die Vielfalt des Islams in Deutschland. Der Islam sei vielschichtiger, als die meisten Menschen glaubten, es gebe konservative, aber auch viele liberale Muslime in Deutschland, erklärte Schmeltzer. „Dass der Islam je nach Glaubensrichtung, Herkunftsland und individuellem Verständnis sehr vielfältig ist, sollte in der öffentlichen Debatte einen viel höheren Stellenwert bekommen.“ Schmeltzer besuchte am Montag die Moschee der Islamischen Gemeinschaft der Bosniaken in Deutschland in Witten.

Pürlü hob hervor, dass Muslime und ihre Moscheegemeinden von dem Flüchtlingsandrang besonders betroffen seien. Sie hätten von heute auf morgen vor großen Herausforderungen gestanden, weil sich Tausende Flüchtlinge hilfesuchend an die Moscheen gewandt hätten. „Sie fanden dort nicht nur Hilfe, sondern Freundschaft und ein Stück neue Heimat“, betonte der Dialogbeauftragte des Verbandes der Islamischen Kulturzentren (VIKZ).

Pürlü vertritt den Koordinationsrat der Muslime in Deutschland für die nächsten sechs Monate in der Öffentlichkeit. Als Sprecher löste er turnusgemäß Zekeriya Altug von der Türkisch-Islamischen Union (Ditib) ab. In dem Dachverband sind seit 2007 die vier größten deutschen Moscheeverbände zusammengeschlossen: Neben Ditib und VIKZ sind das der Zentralrat der Muslime und der Islamrat. Die Verbände stellen reihum jeweils für ein halbes Jahr den Sprecher. Pürlü übernimmt den Posten bereits zum fünften Mal, zuletzt war er von Oktober 2014 bis März 2015 Sprecher. (epd/mig 4)

 

 

 

Schwarzarbeit und Dumpinglöhne für Flüchtlinge

 

Viele Flüchtlinge in Deutschland arbeiten nach Recherchen schwarz – zu Dumpinglöhnen und unter schlechten Arbeitsbedingungen.

Immer wieder vermitteln dabei selbst Mitarbeiter_innen oder Besucher_innen von Flüchtlingsunterkünften Jobs gegen Provision. Das ergaben Recherchen des NDR.

 

Ganze zehn Fälle pro Monat deckt der Zoll bundesweit auf, Wissenschaftler_innen halten dies nur für die Spitze des Eisbergs: Laut der Studie „Die Größe der Schattenwirtschaft“ der Universitäten Tübingen und Linz (siehe unten) arbeitet rund ein Drittel der Flüchtlinge, die 2015 in Deutschland angekommen sind, schwarz. Dies deckt sich mit Recherchen des Norddeutschen Rundfunks. Demnach werden Flüchtlinge offenbar häufig aus den Unterkünften heraus in die Schwarzarbeit vermittelt. Die Polizei im Landkreis Harburg etwa ermittelt laut NDR gegen den ehemaligen Mitarbeiter einer Gemeinschaftsunterkunft in Neu Wulmstorf, den die Polizei verdächtigt, „die Situation von Flüchtlingen ausgenutzt zu haben, um sich an ihnen finanziell zu bereichern“. Er habe gegen Provision nicht nur Wohnungen und Privilegien in der Unterkunft, sondern auch unangemeldete Jobs vermittelt. Eine Sozialarbeiterin aus Norddeutschland berichtet dem NDR, dass Flüchtlinge ihre Unterkünfte wochenlang verlassen, um Geld für ihre zurückgebliebenen Familien zu verdienen.

 

Um Schwarzarbeit zu finden, quartierten sich viele Asylbewerber_innen nach NDR-Recherchen in größeren Städten wie Hamburg oder Berlin auf Matratzenlagern oder bei Freunden ein. Sie arbeiten dann schwarz als Tellerwäscher, Tapezierer, Putzkräfte oder beladen Container. Bei der Beratungsstelle Migration und Arbeit des DGB in Hamburg melden sich jährlich etwa 60 Flüchtlinge, die um ihren Lohn betrogen oder schlecht behandelt wurden. „Es profitieren ziemlich viele Leute davon, dass andere in Not sind“, sagte die Beraterin Emila Mitrovic der tagesschau. Oft begnügten sich die Schwarzarbeiter mit Dumpinglöhnen.

 

Der DGB fordert deshalb mehr Kontrollen durch den Zoll: „Offenbar werden viele Geflüchtete Opfer illegaler ‚Arbeitsvermittler‘, die sich daran bereichern, ihnen Jobs auf dem Schwarzmarkt zu ausbeuterischen Bedingungen zu besorgen“, sagte DGB Vorstandsmitglied Stefan Körzell. Wer versteckt und schwarz arbeite, habe kaum Chancen auf eine eigene Wohnung und Integration. „Anbieter von Schwarzarbeit betrügen überdies die gesamte Gesellschaft, weil keine Sozialversicherungsbeiträge und Steuern abgeführt werden. Zudem schürt Schwarzarbeit von Geflüchteten die Ressentiments von Rechtsextremen, die behaupten, Ausländer nähmen Deutschen die Arbeitsplätze weg.“

 

Deshalb seien mehr Beratung und Information sowie intensivere und häufigere Kontrollen der Mindestlöhne durch die Finanzkontrolle Schwarzarbeit. „Der Mindestlohn muss für alle gelten – egal, woher die Beschäftigten kommen, die hier arbeiten“, sagte Körzell. „Flüchtlinge müssen wie alle anderen Beschäftigten in Deutschland auch, fair und angemessen bezahlt werden“, sagte auch der AWO Bundesvorsitzende Wolfgang Stadler. „Sie brauchen mehr Qualifikationsangebote und keine Schwarzarbeit.“

 

Insgesamt zeigen die Arbeitsmarkt-Daten ein heterogenes Bild: Die Zahl der Flüchtlinge mit Arbeit wächst, gleichzeitig wächst die Zahl arbeitsloser Flüchtlinge. 2017 soll erstmals seit vier Jahren die Zahl der Erwerbslosen im Durchschnitt steigen – um rund 110.000 auf dann 2,86 Millionen. Bis 2020 rechnete das Finanzministerium mit durchschnittlich 3,1 Millionen Arbeitslosen. Grund sei die „starke Migration“, so die Bild-Zeitung unter Berufung auf das Finanzministerium. Der Etat von Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles (SPD) soll deshalb 2017 um fast 8,8 Milliarden Euro auf 138,6 Milliarden Euro steigen. Grund dafür seien unter anderem höhere Ausgaben für Sozialleistungen und Integrationsmaßnahmen für Flüchtlinge, die bald zunehmend als Hartz-IV-Empfänger geführt werden dürften.

 

Inzwischen finden allerdings auch immer Menschen aus Asylzugangsländern in Deutschland einen Job. Nach Angaben der Bundesagentur für Arbeit (BA) hatten im Frühjahr mehr als 136.000 Menschen aus Asylherkunftsländern eine Arbeit (siehe Forum Migration 06/2016).

 

Derweil ergab eine neue Studie des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW), dass Flüchtlinge länger als andere Migrant_innen brauchen, um auf dem Arbeitsmarkt in Deutschland Fuß zu fassen. Das DIW wertete Befragungen von Flüchtlingen aus, die zwischen den Jahren 1990 und 2010 nach Deutschland gekommen sind. Damals machten es die Gesetze Geflüchteten schwerer als heute, einen Integrationskurs zu besuchen oder eine Arbeit aufzunehmen. Viele der Befragten stammen aus Ländern des Westbalkans und aus arabischen Ländern. Der Erhebung zufolge haben zwei Drittel aller geflüchteten Männer, aber nur ein Viertel der Frauen nach fünf Jahren eine Arbeitsstelle gefunden. Der Anteil ist unter anderen Migrant_innengruppen höher. Dabei hatten die befragten geflüchteten Frauen im Herkunftsland aber etwas häufiger als Männer weiterführende Schulen besucht.

 

Die Größe der Schattenwirtschaft – Methodik und Berechnungen für das Jahr 2016. Universität Linz. Studie des DIW: http://bit.ly/2cgl4No 

Forum Migration Oktober 2016

 

 

 

Noch viel zu tun. Kultusminister sehen große Herausforderungen für Integration

 

In einem Bericht der Kultusministerkonferenz zur Integration von jungen Geflüchteten durch Bildung sehen die Bundesländer Deutschland auf einem guten Weg. Hilfsorganisationen bemängeln dagegen: Zehntausende bleiben auf der Strecke.

Die Integration geflüchteter Kinder, Jugendlicher und junger Erwachsener in Bildung und Ausbildung stellt Deutschland nach Auffassung der Kultusministerkonferenz „weiterhin vor große Herausforderungen“. Bundesweit hätten die allgemein- und berufsbildenden Schulen im vergangenen Schuljahr nahezu 300.000 neu zugewanderte Kinder und Jugendliche aufgenommen, heißt es in einer am Donnerstag in Bremen verabschiedeten Erklärung.

Kein Kind oder Jugendlicher mit Flüchtlingshintergrund dürfe zurückgelassen werden, heißt es in dem Papier. Um das zu gewährleisten, hätten Länder und Kommunen den enormen zusätzlichen Raum-, Ressourcen- und Personalbedarf „schnell, unkonventionell und unbürokratisch gedeckt“. Das System habe sich „als tragfähig und zupackend“ erwiesen. Auch im Hochschulbereich gebe es in den Ländern bereits vielfältige Aktivitäten, Geflüchteten den Zugang zu einem Studium zu eröffnen, ergänzte Bremens Wissenschaftssenatorin Eva Quante-Brandt (SPD).

Flüchtlingsorganisationen fordern Schule für alle

Das sehen Flüchtlingsorganisationen anders, die am Rand der Konferenz demonstrierten und eine „Schule für alle ohne Ausnahmen“ forderten. Bundesweit seien zurzeit Zehntausende junger Flüchtlinge vom Schulalltag ausgeschlossen, kritisierten Vertreter der Landesflüchtlingsräte, der Bundesfachverband unbegleitete minderjährige Flüchtlinge und der Verein Jugendliche ohne Grenzen.

Sie verlangten ausreichende Regelschulplätze für neu zugezogene Kinder und Jugendliche. Spätestens zwei Wochen nach Ankunft müsse die Schulpflicht mit Bildungsangeboten umgesetzt werden, die zum Lern- und Bildungsstandard der Kinder passen. Außerdem benötigten junge Menschen bis 27 Jahre die Möglichkeit, flächendeckend und systematisch schulische Bildung und Abschlüsse nachzuholen. Förderungen wie BAföG müssten auch für Flüchtlinge angeboten werden.

Herausforderungen: Spracherwerb und Ausbildung

Zu den Herausforderungen, die die Kultusministerkonferenz aufzählt, gehören neben dem Spracherwerb die Vermittlung demokratischer Grundwerte sowie die Aufnahme und der erfolgreiche Abschluss einer Berufsausbildung oder eines Studiums. Unter den Geflüchteten gebe es gut Ausgebildete, aber auch Menschen mit hohem Unterstützungs- und Förderbedarf. „Für alle soll der Zugang zu einer beruflichen Tätigkeit durch Ausbildung oder Studium verbessert werden.“ (epd/mig 7)

 

 

 

Flüchtlingsmigration. Was ist dran an den Ängsten in der Bevölkerung?

 

Terroranschläge, Staatsverschuldung, Konkurrenz auf dem Arbeitsmarkt: Mehrere Umfragen zeigen, dass Menschen in Deutschland wegen des Zuzugs von Flüchtlingen beunruhigt sind. Der MEDIENDIENST hat die "größten" Ängste recherchiert und ihnen Zahlen, Statistiken und Studien gegenübergestellt. Das Ergebnis: Schaut man sich die Fakten an, erscheinen viele Sorgen übertrieben.

Halten die verbreitetsten Ängste in der Bevölkerung einem Realitätscheck stand? Um das herauszufinden, hat der MEDIENDIENST INTEGRATION in einem Informationspapier zusammengetragen, welche Ängste in Umfragen am häufigsten genannt werden. Und was Forschung und offizielle Statistiken dazu sagen.

Folgende Ängste haben wir untersucht:

* "Flüchtlinge nehmen Einheimischen die Jobs weg."

* "Die Sozialausgaben steigen."

* "Der Zuzug von Flüchtlingen ist schlecht für die deutsche Wirtschaft."

* "Die Verschuldung der öffentlichen Haushalte steigt."

* "Die Gefahr von Terroranschlägen nimmt zu."

* "Die Kriminalität nimmt zu."

* "Die Konkurrenz auf dem Wohnungsmarkt wird größer."

* "Die Qualität des Schulunterrichts sinkt."

* "Die Behörden sind überfordert."

* "Der Einfluss des Islams wird zu stark."

Der Fakten-Check zeigt unter anderem: Es ist nicht damit zu rechnen, dass Arbeitnehmer durch Flüchtlinge "in größerem Umfang" verdrängt werden. Ökonomen gehen zudem nicht von wirtschaftlichen Verlusten durch die Flüchtlingsmigration aus. Experten des "Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung" prognostizieren sogar, dass die Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen langfristig dazu führen wird, dass alteingesessene Arbeitnehmer im Schnitt etwa 0,5 Prozent mehr verdienen als zuvor.

Nimmt die Kriminalität in Deutschland zu? Nein, sagen offizielle Statistiken. 2015 wurden bundesweit rund 6 Millionen Straftaten registriert (ohne ausländerrechtliche Verstöße). Das entspricht dem Niveau der Vorjahre. Die Zahl der Straftaten, bei denen Personen mit Bezug zum Asylverfahren verdächtigt wurden, ist rückläufig: Von Januar bis Juni 2016 sank sie um mehr als ein Drittel.  MI 7

 

 

 

 

Studie. Bildungssystem muss sich auf 200.000 neu eingewanderte Schüler einstellen

 

Rund 200.000 schulpflichtige Personen sind 2015 neu nach Deutschland eingewandert. Einer aktuellen Studie zufolge müssen sich Schulen darauf einstellen. Handlungsbedarf gibt es auch bei den Regelungen zur Schulpflicht.

 

Im Jahr 2015 sind rund 200.000 Kinder und Jugendliche im schulpflichtigen Alter (6 bis 18 Jahre) neu nach Deutschland eingewandert. Damit hat sich ihr Anteil an der Gesamtschülerschaft seit 2014 von einem auf zwei Prozent verdoppelt. Erweitert man die Gruppe auf Kinder, Jugendliche und junge Erwachsene im Alter von 0 bis 25 Jahren, die potenziell Zugang zu Angeboten im Bildungssystem benötigen, steigt die Zahl auf 640.000. Das zeigt eine Untersuchung des Mercator-Instituts für Sprachförderung und Deutsch als Zweitsprache und des Zentrums für Lehrerbildung der Universität zu Köln.

„Das Bildungssystem muss sich nicht nur auf die Kinder und Jugendlichen einstellen, die derzeit neu nach Deutschland zuwandern, sondern auch jene im Blick behalten, die schon länger hier sind. Sie benötigen weiterhin Sprachförderung im Deutschen. Migration ist ein dauerhaftes Phänomen. Wir begrüßen daher, dass die Kultusministerkonferenz sich in der letzten Woche dazu bekannt hat, Strukturen, Konzepte und Qualifizierungsangebote auf Dauerhaftigkeit auszurichten“ schlussfolgert Prof. Dr. Michael Becker-Mrotzek, Direktor des Mercator-Instituts.

Für die Studie wurden Daten des Statistischen Bundesamtes aus dem Jahr 2015 und des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (BAMF) aus dem Jahr 2015 sowie der ersten Jahreshälfte 2016 ausgewertet. Die aktuelle Untersuchung baut auf einer im Oktober 2015 veröffentlichten Auswertung auf.

Regionale Unterschiede größer geworden

Die Unterschiede zwischen den Regionen haben sich 2015 gegenüber dem Vorjahr sichtbar verstärkt: Während der Anteil neu Eingewanderter an der Gesamtzahl 6 bis 18-jähriger in Brandenburg bei 1,4 Prozent liegt, verzeichnen das Saarland und Bremen 3,6 Prozent. 2014 lag der Durchschnitt in allen Bundesländern zwischen 0,6 und 1,8 Prozent.

Download: Die Studie „Neu zugewanderte Kinder, Jugendliche und junge Erwachsene“ kann hier kostenfrei heruntergeladen werden.

Nicht nur regional, sondern auch zwischen den Schulformen zeigt sich ein deutliches Ungleichgewicht: Mehr als ein Drittel der neu Einwandernden im schulpflichtigen Alter ist zwischen 15 und 18 Jahre alt und benötigt Bildungsangebote an Gymnasien oder beruflichen Schulen. „Diese Tendenz hat sich gegenüber dem Vorjahr noch einmal verstärkt. Daher kommt es jetzt darauf an, insbesondere im Berufsschulbereich und am Übergang zwischen Schule und Arbeitsmarkt neue Angebote zu schaffen“, fordert Mona Massumi, abgeordnete Lehrerin am Zentrum für Lehrerbildung.

Regelungsbedarf bei Schulpflicht

Kaum Veränderungen hat es seit 2014 bei der Regelung der Schulpflicht gegeben. Es hängt noch immer vom Bundesland ab, wann die Schulpflicht für Asyl suchende Kinder greift. In einigen Bundesländern gilt sie von Anfang an, in anderen erst nach drei oder sechs Monaten Aufenthalt.

„Die Kultusministerkonferenz hat zwar erklärt, dass schulische Angebote von Anfang an bereit gestellt werden und nicht zwischen geflüchteten und nicht geflüchteten jungen Menschen unterschieden wird. Die Studie zeigt jedoch, dass es hier noch enormen Handlungsbedarf gibt, denn der Zugang zu Bildung für Asyl suchende Kinder ist noch immer erschwert. Es ist Aufgabe der Länder, den Schulzugang gesetzlich zu verankern und die Umsetzung sicherzustellen. Kein Kind sollte vom Schulbesuch ausgeschlossen werden“, sagt Dr. Nora von Dewitz, wissenschaftliche Mitarbeiterin am Mercator-Institut (sb) MiG 13

 

 

 

NRW. Staatssekretär Klute: Mehrsprachigkeit ist ein Schatz

 

Besuch beim Projekttag der Grundschule Kaukenberg in Paderborn

Das Ministerium für Arbeit, Integration und Soziales teilt mit:

Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute hat einen Projekttag zur Mehrsprachigkeit an der Grundschule Kaukenberg in Paderborn besucht. „Kinder, die mehrsprachig aufwachsen, haben große Vorteile im Leben“, sagte Klute. „Die ganze Gesellschaft profitiert davon.“

 

Der Staatssekretär lobte die Grundschule Kaukenberg, die mit dem Projekttag die Mehrsprachigkeit ihrer Schülerinnen und Schüler gezielt in den Fokus nimmt. „Zu ihren Herkunftssprachen gehören unter anderem Aramäisch, Armenisch, Dari, Farsi, Kurdisch, Polnisch, Russisch und Türkisch. Ihre Mehrsprachigkeit ist ein Schatz, den die Kinder und Jugendlichen mitbringen“, so Klute.

 

Landrat Manfred Müller, der aus terminlichen Gründen nicht persönlich bei dem Besuch dabei sein konnte, ließ ausrichten: „Kulturelle Vielfalt bereichert das Leben in unseren Städten und Gemeinden. Sie ist das Fundament für lebendigen Austausch und neue Ideen – unsere Basis für Freiheit und Demokratie. Wichtige Elemente, die wir brauchen zur Gestaltung unserer Zukunft im Kreis Paderborn.“

 

Staatssekretär Thorsten Klute ist Schirmherr der Initiative Lebendige Mehrsprachigkeit. Damit will die Landesregierung die Bedeutung der Herkunftssprachen der Kinder als Bereicherung für unsere Gesellschaft unterstreichen. „Gleichzeitig ist die Pflege der Mehrsprachigkeit aber auch für die Kinder selbst sehr wichtig, damit sie ein Bewusstsein für ihre kulturelle Herkunft entwickeln können“, so Klute. Der Landesintegrationsrat und die Landesweite Koordinierungsstelle der Kommunalen Integrationszentren sind Partner bei der Umsetzung der Initiative.

 

„Früher mussten sich Schülerinnen und Schüler, die auf dem Schulhof Italienisch, Türkisch oder Polnisch miteinander sprachen, von ihren Lehrern anhören: ‚Hier wird Deutsch gesprochen‘. Heute sind wir schlauer. Wissenschaftler haben festgestellt, dass Kinder, die mehrere Sprachen gut beherrschen, sich besser konzentrieren können, Konflikte leichter lösen und sich besser in andere Menschen hineinversetzen können“, so der Staatssekretär. Selbstverständlich sei es das Allerwichtigste, wenn man in Deutschland zur Schule gehe, Deutsch zu lernen. Allerdings betonte Klute: „Das weitere Erlernen der Herkunftssprache der Eltern ist eben kein Klotz am Bein, sondern ein Schatz, den es zu pflegen gilt.“

 

Der Projekttag an der Grundschule Kaukenberg in Paderborn ist eine Veranstaltung im Rahmen der Aktionstage „Sprachschätze der Welt“ des Kommunalen Integrationszentrums Paderborn rund um den Europäischen Tag der Sprachen, der jährlich am 26. September stattfindet. An diesem Freitag steht die Grundschule Kaukenberg ganz im Zeichen der Mehrsprachigkeit: Die Kinder lernen, wie die Bäume und Tiere des Waldes in anderen Sprachen heißen, Kinder und Eltern lesen Geschichten in verschiedenen Sprachen vor und bei einem internationalen Frühstück lernen die Kinder spielerisch fremde Bezeichnungen für vertraute Nahrungsmittel kennen. Nrw 7