WEBGIORNALE  16-22  maggio   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Sugli immigrati serve un’Europa unita  1

2.       Europa e terrorismo. Verso una Frontex terrestre  1

3.       A Firenze il 17 e 18 ottobre 2016 gli Stati Generali della lingua italiana nel mondo  1

4.       Immigrazione. Germania, rifugiati … nel posto sbagliato  2

5.       Profughi, Renzi: «La proposta della Gabanelli? Se riesce a strappare i soldi alla Merkel siamo favorevoli»  2

6.       L’equità che Merkel chiede vale anche per la Germania  3

7.       I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  3

8.       La Festa della Mamma alla Missione di kempten  4

9.       Le Acli della Baviera  al neo Presidente nazionale delle ACLI  Roberto Rossini 4

10.   Monaco di Baviera. E’ in rete “Rinascita flash 3.2016”  4

11.   Il governo tedesco risarcirà i cittadini tedeschi condannati per omosessualità  5

12.   Norme di Dublino: i deputati del Parlamento Europeo ribadiscono la richiesta di solidarietà tra gli Stati membri 5

13.   Mostra e performance di Silvia Giambrone a Colonia  5

14.   Rogo Thyssen, sul carcere ai due tedeschi ora decide la Germania  5

15.   Migrantes: un permesso di soggiorno umanitario per tutte le persone migranti nei CAS  6

16.   Lettera dell’on. Laura Garavini ai democratici in Europa  6

17.   Al Comitato per le questioni degli italiani all'estero l'audizione del direttore di Rai World, Piero Corsini 6

18.   Europa. Brexit, se si riaccende la fiamma  7

19.   Il sistema di prenotazione online degli appuntamenti per i servizi consolari è sicuro? Interrogazione a Gentiloni 8

20.   Siamo alla fine del giro di boa nelle presidenziali USA, e Trump fa sempre più paura. 8

21.   Medio Oriente. Libia, i tricolori bruciati dai seguaci di Haftar 8

22.   L’arte del governare  9

23.   Inchieste e migranti, doppia incognita sul voto nelle città  9

24.   Le città al voto: rischio fuga dalle urne  10

25.   Nuove norme per attirare nell'UE studenti e ricercatori non comunitari 10

26.   Censis. L’esodo degli studenti e la fuga dei talenti dal Mezzogiorno  10

27.   Proposta di legge: un Comitato per la promozione e il coordinamento della ricerca scientifica italiana all'estero  11

28.   Il dilemma  11

29.   Politica marittima. Non solo trivelle: la protezione dei mari d’Italia  11

30.   La mia proposta di riforma per la scuola italiana all’estero  12

31.   “Promozione della lingua e della cultura italiane nel mondo, tutti i rischi di una riforma annunciata”  12

32.   Italia da salvare  13

33.   La Sanità Italiana ed il mondo del disagio psichico, della disabilità, della sofferenza, del dolore infinito  13

34.   Associazioni, arnesi preistorici o strumenti utili per il Sistema Italia?  13

35.   C’è l’ok della Camera, le unioni civili sono legge. Renzi: “Adesso nessuno potrà non applicarla”  14

36.   Al referendum il rischio ritorsione dei cattolici 14

37.   L'incertezza  14

38.   Unioni civili tra sparate elettorali e ipocrisia a 5Stelle  15

39.   Immigrazione. Ricetta italiana contro le banlieue  15

40.   Ristrutturazione casa, bonus fiscale anche per i residenti all’estero  15

41.   Mostra “Si pensava di rimanere poco” al Consolato d’Italia a Basilea  16

 

 

1.       UN-Plan. Ban Ki Moon will zehn Prozent der Flüchtlinge umsiedeln  16

2.       Die Migrationsgewinner. Vom neuen Zeitalter der Migration profitieren drei Arten von Staaten  16

3.       Rechtsprechung. Gerichte uneins über Sozialhilfeanspruch von EU-Bürgern in Deutschland  17

4.       Italien: Aufenthaltsgenehmigungen für Asylbewerber 17

5.       Grenzkontrollen gehen weiter. EU-Ministerrat gibt grünes Licht für Verlängerung  17

6.       Flüchtlingspakt: De Maizière warnt vor Scheitern der Visafreiheit für Türken  17

7.       Europaweites Novum. Muslim wird Londoner Bürgermeister 18

8.       „Nicht wegen, sondern trotz Corbyn“  18

9.       Gesichtskontrolle für Flüchtlinge  19

10.   Mein Partner, der Diktator. Um Fluchtursachen anzugehen, kooperieren Deutschland und die EU mit Despoten. 19

11.   Ipsos Brexit-Studie: Deutsche und Briten glauben nicht an einen Austritt Großbritanniens aus der EU  20

12.   Thomas Händel: „Andrea Nahles agitiert gegen den Geist der Freizügigkeit“  20

13.   „Der Islam gehört nicht zu Deutschland“, oder etwa doch?  20

14.   Keine Perspektive in Deutschland. Viele irakische Flüchtlinge fliegen zurück in die Heimat 21

15.   Der Zaun - An den Grenzen Europas unterwegs  21

16.   Streit vorerst beigelegt. Bund und Bayern einigen sich auf Grenzkontrollen  21

17.   Tag des Hundes am 5. Juni 22

18.   Der Rassist in unseren Köpfen. Wenn Vorurteile in Fremdenfeindlichkeit umschlagen  22

19.   Jobstudie: Für zwei Drittel der deutschen Arbeitnehmer sind Inhalte und Arbeitsklima wichtiger als Gehalt 22

20.   Vielfalt auch nach dem Tod. Einflüsse einer multikulturellen Gesellschaft am Lebensende  23

21.   Flüchtling im Bundesfreiwilligendienst. Ein Syrer packt mit an  24

22.   Gesetzentwurf zu „sicheren Herkunftsstaaten“: Abschiebungen dürfen nicht zur Normalität werden  24

23.   Merkel: „Rettung von Menschenleben lohnt Flüchtlingspakt mit der Türkei“  24

24.   "Europa, was machst du an deinen Grenzen?"  25

25.   Bluthochdruck ist eine stille Gefahr 25

26.   Grünes Licht für mehr Autozugfahrten  von Düsseldorf nach Verona  25

 

 

 

Sugli immigrati serve un’Europa unita

 

Alcuni Stati bloccano le frontiere a danno del Trattato di Schengen. Il Papa auspica una cultura dell’incontro e un nuovo umanesimo

 

  Ormai è risaputo, molti Stati europei chiudono le frontiere agli immigrati, alzando muri o, come ha fatto recentemente l’Austria, chiedendo il passaporto a coloro che vogliono varcare la frontiera. Questo ha spinto Papa Francesco ad auspicare, nel discorso tenuto il 6 maggio scorso nella Sala Regia in Vaticano dopo aver ricevuto il Premio Carlo Magno, “uno slancio nuovo e coraggioso” dell’Europa che, “nata dall’incontro di civiltà e popoli”, deve superare la paura d’incontrare altre genti e religioni ed effettuare “coalizioni culturali, educative, filosofiche e religiose”, armando la gente “con la cultura del dialogo e dell’in-contro”. Cultura che, secondo il Pontefice, “aiuterà ad inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando.

  Oggi urge realizzare coalizioni non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose”. Un invito, dettato dalle diverse politiche messe in atto dai singoli Stati per frenare l’immigrazione nei loro territori, che ha spinto Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, a rimproverare i Capi di Stato o di Governo e a chiedere: “Cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà?”. E a dare sostegno al “sogno” pontificio di vivere in “un’Europa giovane, capace di essere ancora madre… Che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo ... Dove i giovani respirano l’aria … non inquinata dai bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia”. Come dire integrare, dialogare, e ricostruire il tessuto sociale per fare l’Europa del futuro. Quella che Umberto Eco auspica “dei padri, ma anche dei figli”. Che, infatti, gli Europei fanno sempre meno, contrariamente ai Musulmani.

  In effetti, nel 2015, in Italia ne sono nati solo 488mila, 15mila in meno rispetto al 2014, che già aveva registrato un record storico negativo. Di questi neonati, 63mila sono figli di immigrati, il cui numero è notevolmente aumentato negli ultimi anni. Il che ha fatto risultare la Penisola penultima negli Stati Europei che, tuttavia, non vanno molto meglio, specialmente in quelli mediterranei dove si generano meno figli. Probabilmente a causa della crisi economica. Che il costo relativo all’accoglienza di chi fugge dall’Africa o dall’Asia certamente peggiora.

  Motivo per cui la Lega ha presentato, il 10 maggio scorso, una mozione al Parlamento nazionale tendente a non privilegiare “chi è arrivato per ultimo nel nostro Paese rispetto ai cittadini italiani che invece hanno contribuito a farlo grande”, quindi a  “dare agli Italiani in difficoltà gli stessi aiuti economici che spettano ai profughi”. Cioè quei 35 euro giornalieri consegnati ai profughi. Cifre alle quali si aggiungono le spese per il cibo e gli indumenti, circa 180 milioni di euro l’anno,  2,6 milioni al giorno per l’accoglienza e per pagare gli affitti dei centri, i servizi e soprattutto i mediatori culturali, insegnanti di lingua, operatori sociali e chi si occupa del servizio mensa o delle pulizie.

  Un costo non indifferente che, come ha commentato Daniela Di Capua, direttrice del Servizio centrale dello Sprar, “crea lavoro”. Ma incrementa sempre di più il debito pubblico, dato che è prevista una nuova ondata di sbarchi, dovuta alla chiusura della rotta balcanica. Aspettativa che ha spinto il Parlamento di Bruxelles a modificare il trattato di Dublino, firmato nel 2013 per distribuire gli stranieri nei Paesi europei. Se approvato, il Paese che rifiuta l’accoglienza dovrà pagare 250 mila euro per ogni profugo respinto.

  Motivo per cui l’Austria continua chiedere il passaporto anche agli Europei, in contrasto con il trattato di Schengen. Tanto da far dire al presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, che “il blocco austriaco della frontiera con l'Italia al passo del Brennero sarebbe una catastrofe politica per l'Europa”. Vienna assicura che non ci sarà nessun “muro se l'Italia farà il suo dovere”, cioè se si terrà tutti gli immigrati. Ma intanto rifiuta di far parte di quell’Europa che, secondo il Papa, “sembra cedere “ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari”.

  Parla a favore dei poveri, il Pontefice. Egli però forse sottovaluta quanto affermato, nel 1996, dall’antropologa Ida Magli, secondo la quale gli Islamici “non possono in alcun modo essere integrati nel nostro contesto… perché il Corano è un codice sia civile sia religioso”. Come sostenuto anche da Oriana Fallaci secondo cui “l'etica scissa dal sacro è incompatibile con la loro visione del mondo”. In nome della quale uccidono gli infedeli, se non si convertono. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Europa e terrorismo. Verso una Frontex terrestre

 

Scovare le connessioni tra i terroristi per vanificare il loro operato in Europa. È questo l’obiettivo dell’Europol che attraverso la cooperazione internazionale tra organismi di polizia dei diversi Stati, insiste sull’importanza dello scambio di esperienze operative.

 

Le nuove realtà operative dell’Europol

Al fine di raggiungere questo complesso obiettivo, al quale va sommato quello contiguo rappresentato dalla lotta ai network criminali di trafficanti di esseri umani, sono nati a inizio anno 2016 due Centri specialistici dipendenti dall’Europol.

 

Il primo è l’European Counter-Terrorism Center, Ectc, un progetto diretto da Manuel Navarrete Paniagua, già alto funzionario Guardia Civil con vasta esperienza operativa nell’anti-terrorismo spagnolo e nel contrasto all’Eta. Il secondo è l’European Migrant Smuggling Center, Emsc, diretto da Robert Crepinko, già funzionario della polizia slovena.

 

Secondo quanto dichiarato dai responsabili Europol, diversi agenti operanti sotto il coordinamento dell’Ectc e in stretto raccordo con altre Agenzie europee come Frontex sono stati di recente dislocati in “punti caldi” (c.d. Hot Spots, vale a dire aree caratterizzate da specifica e rilevante pressione migratoria) dell’Europa Sud-Mediterranea in attività di controllo nei centri di registrazione per i rifugiati. Le indagini, condotte a scopo di prevenzione sono connesse alla sicurezza ed applicate ai flussi migratori correnti.

 

Terroristi confusi tra i migranti?

L’attività degli agenti è finalizzata a identificare l'eventuale presenza di potenziali soggetti radicalizzati, aventi scopi di infiltrazione terroristica in Europa. Essa è condotta con diversi strumenti e modalità contemplando supporto investigativo, scambio informativo e riscontri da banche dati.

 

Le nuove attività in Hot Spots saranno un banco di prova importante nell’ottica della definizione e validazione di nuove procedure di sicurezza, richieste dagli ingenti flussi migratori verso l’Unione. In questo settore Europol esprime una crescente capacità di analisi e interscambio informativo, svolgendo altresì attività di sostegno a potenziamento delle singole forze di polizia degli Stati Membri.

 

Il compito non sarà verosimilmente facile. Tra ipotizzabili mimetismi ideologici e contraffazioni documentali, l’identificazione di eventuali soggetti criminali da intercettare all’interno dei flussi di migranti richiederà un forte supporto analitico e tecnologico.

 

La specificità della potenziale minaccia odierna consistente nel rischio di avere terroristi “confusi” tra i migranti - seguendo quasi il vecchio slogan maoista del “vivere come il pesce nell’acqua” - richiederà inoltre capacità professionali aggregate, combinando esperti di terrorismo (in relazione a profili individuali da individuare e monitorare) e di criminalità organizzata (in relazione alle filiere di trafficanti di esseri umani e illegal immigration networks, che potrebbero facilitare eventuali ingressi di terroristi per semplice profitto economico).

 

In tale contesto, la canonica distinzione di categorie tra nazionale e internazionale, mondo degli Affari interni e degli Affari esteri appare sempre più labile e sfumata: gli organismi di polizia giudiziaria si trovano a fronteggiare, de facto, spettri di minaccia ramificati, che vedono sempre più spesso collegamenti trasversali del tipo: Stato di residenza/Stati esteri/Stati di passaggio.

 

L’Italia e la minaccia jihadista

Muovendo da una prospettiva nazionale, appare lecito affermare che il piano investigativo e il piano giudiziario italiano stanno lavorando già da anni in modo significativo nell’ottica di un efficace monitoraggio delle aree a rischio estremismo jihadista.

 

Tale esperienza e capacità accumulata potrà essere un valido contributo rispetto alle iniziative promosse nel contesto di Polizia europea in un’ottica di reciproca collaborazione.

 

Si pensi, solo per citare una relativamente recente attività investigativa dell’antiterrorismo interno, all’operazione Masrah condotta dal Ros dell’Arma dei Carabinieri e dalla Procura delle Repubblica di Bari nel 2013.

 

Nel corso di questa operazione fu individuata una cellula di presunti terroristi islamici, avente base operativa nella città pugliese di Andria. In relazione a questa iniziativa investigativa furono eseguite diverse ordinanze di custodia cautelare in Sicilia, Lombardia e prodotto un mandato di arresto - quasi precorrendo tempi e luoghi - in Belgio: l’ex imam di Andria fu infatti arrestato proprio a Bruxelles.

 

L’auspicio da condividere oggi è che, ove esistenti, tante altre maschere possano essere divelte, svelando in tal modo eventuali progettualità ostili.

Diego Bolchini, analista di relazioni identitarie, AffInt

 

 

 

 

A Firenze il 17 e 18 ottobre 2016 gli Stati Generali della lingua italiana nel mondo

 

Al via ufficialmente oggi in Farnesina il percorso verso la seconda edizione

“Italiano lingua viva”; il lancio dei Gruppi di Lavoro alla presenza del vice ministro Mario Giro

 

ROMA - Al via ufficialmente oggi in Farnesina il percorso verso la seconda edizione degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo con il lancio dei Gruppi di Lavoro alla presenza del vice ministro Mario Giro

Gli Stati Generali della lingua italiana nel mondo dell'ottobre 2014 hanno dato un rinnovato slancio al tema della promozione della lingua italiana all'estero con l'avvio di nuove iniziative. Con il convegno Riparliamone: la lingua ha valore dello scorso 20 ottobre 2015 sono emersi ulteriori spunti di riflessione in particolare sul ruolo del sistema economico italiano come fattore di attrazione per la diffusione della lingua e cultura italiana.

Il prossimo 17 e 18 ottobre 2016 si svolgerà a Firenze la seconda edizione degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo, dal titolo Italiano lingua viva. L'evento si terrà in connessione con la XVI Settimana della lingua italiana nel mondo (17 – 23 ottobre 2016), dedicata quest'anno al tema Design intitolata "L'italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design".

Nel corso dell'evento sarà lanciato il nuovo Portale della lingua italiana nel mondo e saranno forniti gli aggiornamenti sui progetti avviati con la prima edizione degli Stati Generali. Sarà inoltre approfondita la riflessione sul ruolo della lingua italiana nelle strategie di comunicazione delle imprese come fattore di promozione dell'intero sistema culturale italiano. L'evento servirà inoltre a valutare i progressi compiuti e ad elaborare una strategia di promozione linguistica a tutto campo.

Al centro dell’evento vi saranno anche per questa seconda edizione le riflessioni elaborate dai Gruppi di Lavoro che si riuniscono oggi, venerdì 6 maggio 2016 per la prima volta. Ad accogliere i membri dei Gruppi di Lavoro e a fornire loro le coordinate per l’azione dei prossimi mesi sono intervenuti il vice ministro Mario Giro, il direttore generale per la Promozione del Sistema Paese, Vincenzo De Luca.

Per chi volesse partecipare alla riflessione dei Gruppi di Lavoro, è possibile inviare il proprio contributo all’indirizzo email del Gruppo di Lavoro corrispondente entro il 15 giugno 2016:

1. L'ITALIANO NEL MONDO E L'ITALOFONIA  - investire sull'insegnamento e le sezioni bilingui  (dgsp03.gruppo1@esteri.it) 

2. STRATEGIE DI PROMOZIONE LINGUISTICA ALL'ESTERO E ATTRAZIONE DEGLI STUDENTI - Cina, Mediterraneo, Balcani, scuole e università  (dgsp03.gruppo2@esteri.it) 

3. LE NUOVE TECNOLOGIE E LA COMUNICAZIONE LINGUISTICA - apprendimento digitale e nuove metodologie didattiche  (dgsp03.gruppo3@esteri.it)

4. LA CERTIFICAZIONE UNICA  (dgsp03.gruppo4@esteri.it)

5. LINGUA: VALORE E CREATIVITÀ - la lingua e il mondo delle imprese creative e delle industrie culturali  (dgsp03.gruppo5@esteri.it).  (Inform) 

 

 

 

 

Immigrazione. Germania, rifugiati … nel posto sbagliato

 

L’onda d’urto dei flussi migratori che per anni ha scosso quasi esclusivamente i paesi della sponda nord del Mediterraneo arriva a farsi sentire nel cuore dell’Unione europea, Ue, in primis in Germania, ossia il paese Ue che ha ricevuto il maggior numero di richieste di asilo nel 2015.

 

Quasi 120 mila. Oltre alla ovvia questione numerica, il tema che ha più colpito l’opinione pubblica tedesca e gli osservatori è la politica di apertura e accoglienza promossa da Angela Merkel; una scelta che ha procurato non pochi problemi politici alla Cancelliera. Appare perciò interessante capire come Berlino stia gestendo tale flusso e quali caratteristiche abbia il collocamento dei rifugiati nel paese.

 

Crescita dell’intolleranza tedesca

L’interessante mappatura costruita dalla rivista The Economist riguardo alla collocazione dei migranti in Germania, fornisce utili spunti di riflessione sul modo in cui il governo tedesco ha deciso di gestire organizzativamente l’accoglienza.

 

Secondo l’indice costruito dall’Economist (che è il prodotto dell’incrocio tra le variabili inerenti la disponibilità di alloggi nel paese, le opportunità di occupazione e le garanzie per la sicurezza degli stessi migranti) le aree che meglio potrebbero rispondere all’accoglienza dei rifugiati sono disperse lungo tutto il territorio tedesco, senza un punto di particolare concentrazione.

 

L’elemento che le accomuna è piuttosto la distanza dalle grandi città, con queste ultime che non rappresenterebbero i luoghi ideali di collocazione secondo i parametri di tale mappatura.

 

La distribuzione nei Lander tedeschi non segue però questo ipotetico indice di miglior collocazione, quanto piuttosto il tentativo di evitare la possibile sedentarizzazione di questi immigrati.

 

I dati ci dicono che il governo non opta per il collocamento in zone dove ci sono molte abitazioni disponibili o maggiore necessità di forza lavoro. Il criterio dominante sembra essere quello della distribuzione nei grossi centri urbani, utilizzando come parametri la grandezza delle città e la loro ricchezza. Ad esempio Berlino, nel corso del 2015, ha accolto quasi il 5% del totale dei rifugiati arrivati in Germania.

 

Un altro elemento che può concorrere alla decisione di dove ricollocare i rifugiati è la variabile dell’ostilità nei confronti dei migranti, che la carta dell’Economist misura con gli attacchi sferrati contro i centri di accoglienza e con episodi manifesti di intolleranza.

 

Nella mappa il punto di maggior tensione è la Sassonia, non casualmente un Land dell’est e una delle regioni con il più alto tasso di disoccupazione e il minor numero di investimenti.

 

Osservando la mappa vediamo come invece proprio in Sassonia, il governo abbia provveduto a un ricollocamento di rifugiati, non elevato in termini assoluti (in un range tra i 500 e i 999) ma sufficiente a rafforzare una certa ostilità già diffusa tra i cittadini.

 

Ciò conferma quanto nelle zone in cui maggiori sono le difficoltà socio-economiche, maggiore è la difficoltà ad accettare la presenza di immigrati, visti in particolare come “concorrenti” nel mercato del lavoro e nell’accesso ai servizi di welfare.

 

Esigenze di manodopera

Il grande afflusso di migranti economici e di richiedenti asilo verso la Germania è dovuto al fatto che quella tedesca è l’economia più forte e sviluppata del continente ed è un paese con una lunga tradizione di immigrazione economica, sia di provenienza europea che extra europea.

 

Nonostante la profonda crisi che ha colpito il continente a partire dal 2008, la Germania è riuscita a non scivolare nella stagnazione e si è imposta come la locomotiva economica del continente, ricominciando ad attrarre ingenti flussi di immigrati dal Sud Europa. Al momento il Paese sembra avere un notevole bisogno di manodopera non specializzata per la propria economica, un bisogno che dovrebbe crescere nei prossimi anni.

 

In quest’ottica, l’immigrazione sembra essere la sola risposta plausibile rispetto alle necessità del comparto produttivo: lo snodo centrale sarà capire quanta parte di questa immigrazione avrà la possibilità di integrarsi a lungo termine nel tessuto socio-economico del Paese e quanta parte sarà invece considerata come immigrazione temporanea (spesso, ma non solo, legata anche a lavori stagionali); in questo secondo caso seguendo quella che è una linea consolidata nella politica migratoria tedesca.

 

Meno welfare per i residenti non tedeschi

Il tema dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati non riguarda solo i rifugiati provenienti dai Paesi extraeuropei, ma come detto anche i cittadini comunitari. È di pochi giorni fa l’ipotesi avanzata dal ministro del lavoro e degli affari sociali, la socialdemocratica Andrea Nahles, di presentare una proposta di legge per impedire che i residenti non tedeschi beneficino del pacchetto di ammortizzatori sociali Hartz IV (ossia sussidio di disoccupazione e assegni sociali) fino a che non abbiano maturato i diritti all’assicurazione sociale (acquisibili solo dopo cinque anni di lavoro nel Paese).

 

Questo provvedimento è molto simile a quello previsto nel Regno Unito - e che è stato oggetto della recente contrattazione con l’Ue per scongiurare la Brexit - e di fatto mette un altro freno al processo d’integrazione, favorendo il ritorno al concetto di cittadinanza come requisito fondamentale per accedere ai servizi offerti dello stato.

 

Questa scelta è uno dei vari elementi che sembrano indicare l’inizio di un processo disgregativo rispetto alle conquiste prodotte dal processo di integrazione europea negli ultimi decenni. In questo modo è evidente che la Germania, come ha fatto la Gran Bretagna, voglia scoraggiare forme di trasferimento economico e lavorativo di lungo periodo e soprattutto voglia ostacolare l’accesso al welfare per chi non è cittadino tedesco.

 

Queste scelte sono il frutto della pressione esercitata dai partiti euroscettici ed anti-immigrazione che costringono sempre più sulla difensiva i governi europei.

Eugenio Salvati, Dottore di Ricerca in Scienza Politica, Università di Pavia. AffInt 8

 

 

 

 

Profughi, Renzi: «La proposta della Gabanelli? Se riesce a strappare i soldi alla Merkel siamo favorevoli»

 

Il progetto prevede l’utilizzo delle caserme dismesse, alberghi confiscati alla mafia e tutti gli spazi pubblici per l’accoglienza, l’identificazione, formazione professionale e l’educazione alle normative europee. Costo orientativo? Circa 4 miliardi tra infrastrutture e personale

 

«Se la Gabanelli riesce a strappare i soldi alla Merkel noi siamo sempre favorevoli». Queste le parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi dopo che Fabio Fazio, durante la trasmissione di ieri sera di “Che tempo che fa”, gli aveva anticipato la proposta concreta (completamente a gestione pubblica con supervisione europea) che Report ha immaginato come alternativa alla gestione della più grave crisi migratoria dal secondo dopoguerra a oggi. Molti stati europei alzano barricate, fili spinati, o introducono i controlli ai confini. Il risultato è che oggi l’unica rotta aperta è quella mediterranea dalla Libia all’Italia. Noi non possiamo chiudere il Mediterraneo con il filo spinato e di fatto stiamo diventando, insieme alla Grecia, l’unico luogo di approdo.

 

Per evitare l’instabilità del paese, secondo Report, bisogna affrontare l’ondata migratoria cambiando radicalmente l’impostazione dell’accoglienza. Oggi la gestione in Italia, nella maggior parte dei casi, è infatti affidata alle prefetture, che affidano alle cooperative, alcune molto coscienziose, altre meno, altre rubano. L’impressione generale è che in qualunque momento la situazione possa andare fuori controllo. Report quindi ha provato ad immaginare cosa sarebbe più conveniente fare e ha immaginato una soluzione per evitare di agire in emergenza come è stato fatto finora.

 

Il progetto, che prevede l’utilizzo delle caserme dismesse, alberghi confiscati alla mafia e tutti gli spazi pubblici per l’accoglienza, l’identificazione, formazione professionale e l’educazione alle normative europee, è stato presentato anche al Commissario europeo all’immigrazione Dimitris Avramopoulos, ed è stato accolto con apertura e disponibilità: «Se l’Italia mettesse in piedi un piano nazionale complessivo e il Governo lo facesse suo presentandolo ufficialmente agli organi europei competenti, sarebbe senz’altro recepito positivamente, i soldi ci sono», ha commentato il Commissario. Il progetto, finanziato con soldi europei, consentirebbe anche di mettere in moto molte attività economiche tra cui l’edilizia.  CdS 9

 

 

 

 

L’equità che Merkel chiede vale anche per la Germania

 

I Paesi del Nord non possono scaricare su quelli del Sud il problema (comune) dell’immigrazione. Ma anche Berlino deve «fare i compiti»: attuare l’innovazione del metodo proposta dalla Cancelliera - di Maurizio Ferrera

gli argomenti

 

Nella sua recente visita a Roma Angela Merkel ha parlato di immigrazione, governo dell’eurozona e politica estera. Sui contenuti è rimasta sui temi generali, ma ha toccato alcune questioni di metodo fondamentali per il futuro dell’Unione. Innanzitutto ha proposto di collegare i tre temi e di cercare un «grande compromesso» basato sul mutuo vantaggio. Nella sua ormai lunga storia, l’Europa è riuscita a superare molte crisi tramite ciò che gli esperti chiamano package deals, ossia accordi basati su ampi «pacchetti» di misure, in modo che ciascun Paese membro possa guadagnare qualcosa. L’idea della Cancelliera non è quindi originale. Anzi, il presidente della Commissione Juncker aveva già proposto qualcosa di simile nel Consiglio europeo dello scorso febbraio. Il suo piano era però clamorosamente fallito per la strenua opposizione dei Paesi centro-orientali sul fronte dell’immigrazione. L’importante novità emersa dall’incontro romano è la disponibilità della Cancelliera a esporsi in prima persona per definire il «pacchetto».

La seconda questione di metodo riguarda il processo di integrazione in generale. Angela Merkel ha rilanciato l’ipotesi di creare un nucleo centrale di Paesi (Italia inclusa) interessati a condividere la sovranità in aree cruciali come sicurezza e controllo delle frontiere, fisco, politica estera. La cosiddetta integrazione differenziata è già un fatto in molti ambiti: dall’Unione monetaria a Schengen, dal controllo del crimine al diritto di famiglia. Ma con la Brexit rischia di trasformarsi in una gara al ribasso. Anche se prevalesse — come ci auguriamo — l’opzione remain (restare nell’Unione), il referendum inglese aprirà un lungo negoziato su deroghe e uscite selettive dalle regole vigenti e molti altri Paesi si accoderanno. Il progetto di una Unione politica ristretta darebbe un segnale importante in direzione opposta: differenziazione al rialzo.

Sempre sul metodo, Merkel ha detto poi una terza cosa, passata un po’ inosservata. Per far avanzare l’Europa (che oggi festeggia la dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950), «abbiamo bisogno di equità» nelle relazioni fra Paesi. La Cancelliera ha fatto l’esempio dell’immigrazione: i Paesi del Nord (a cominciare dall’Austria) non possono scaricare su quelli del Sud responsabilità e costi per controllare i flussi dal Nord Africa. Si tratta infatti di un problema comune, che richiede criteri distributivi condivisi. Ben detto: ma l’equità deve valere anche per la gestione dell’Unione economica e monetaria. La recente offensiva della Bundesbank contro il debito italiano, la rigidità di Schäuble sul risanamento greco non vanno in questa direzione: attribuiscono meriti e colpe in base a parametri che privilegiano platealmente l’interesse tedesco. A Roma Merkel ha riconosciuto che anche la Germania ha il suo carico di «compiti a casa» da fare. Dovrebbe ripeterlo a Francoforte e Berlino. Mettendo in cima alle priorità la riduzione del surplus commerciale tedesco, che tarpa le ali all’intera economia dell’Eurozona.

Certo, una conferenza stampa a Roma può lasciare il tempo che trova. La Cancelliera è nota per una tattica politica che gli esperti chiamano «de-mobilitazione selettiva»: fingere di essere d’accordo con gli interlocutori per dar loro un contentino, senza però entrare nel merito dei temi controversi, in modo da tenersi le mani libere. In un articolo apparso qualche giorno fa sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il politologo Wolfgang Streeck ha attaccato senza mezzi termini il «sistema Merkel», basato su machiavellici opportunismi e sul disegno di imporre una stretta egemonia tedesca sulla Ue e i suoi destini. Streeck spesso esagera, ma non è una voce isolata ed è ben possibile che nella sua diagnosi ci sia un grano di verità. Le tre questioni di metodo sollevate a Roma dalla Cancelliera sono condivisibili, promettenti e in linea con gli interessi italiani. Il nostro governo farà bene però a non abbassare la guardia e a prepararsi in modo accurato sui contenuti, continuando a fare proposte. Il richiamo all’equità non va lasciato cadere. Purché si tratti di autentica «equità europea», che vincoli la Germania a comportamenti responsabili verso tutta la Ue e a condividere i rischi a fronte di tutte le sfide comuni. CdS 8

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Radio Colonia va in onda ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 19 alle 20, sulle frequenze di Funkhaus Europa e in streaming in internet.

  

12.05.2016. Il grande disastro europeo

Dove va l'Europa? Annalisa Piras prova a rispondere con la docufiction "The Great European Disaster Movie". Protagonista è un’Europa smantellata, caduta sotto le spinte centrifughe dei movimenti indipendentisti e dei nazionalismi. Il film ha appena vinto il premio giornalistico CIVIS nella categoria tv-informazione.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/great-european-disaster-100.html

Una legge già vecchia

Anche l’Italia c’è arrivata e introduce le unioni civili tra persone dello stesso sesso e la tutela delle coppie di fatto, etero e omosessuali. Ma per la filosofa e deputata Michela Marzano è una legge già vecchia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/unioni-civili-gay-lesbiche-100.html

Sulla stessa barca

E’ il titolo di uno dei pezzi tratti dall’ultimo lavoro del rapper italo-marocchino Maruego. Il brano racconta due storie di due giovani migranti che sulla stessa barca cercano di scappare da un destino crudele.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/maruego-100.html

 

11.05.2016. Mille splendidi pianeti

La NASA ha verificato l’esistenza di 1.284 nuovi pianeti all’esterno del Sistema solare analizzando i dati ricevuti dal telescopio spaziale Kepler. Ne parliamo con l'astrofisico Giovanni Bignami.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nuovi-esopianeti-nasa-keplero-100.html

Locride: "Cangiari" si può!

Goel è un gruppo di cooperative e imprese sociali della Locride che si oppone alla 'ndrangheta grazie ad accorte strategie di mercato. E ha successo anche nell'alta moda con "Cangiari".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ndrangheta-calabria-locride-100.html

Indagine sui patronati all'estero

Il Comitato per le Questioni degli Italiani all'estero del Senato (CQIE) ha reso noti gli esiti dell'indagine conoscitiva sulla riforma dei Patronati italiani che operano oltre confine.

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10.05.2016. Il Castello dei Burattini

Per la sua ingente raccolta di burattini, marionette ed altri oggetti di scena, il Castello dei Burattini di Parma è considerato uno dei musei di animazione più importanti del mondo.

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Vuoto politico in Austria

Werner Faymann ha presentato le dimissioni dalla carica di Cancelliere e da quella di presidente del partito socialdemocratico. La decisione è figlia della sconfitta nelle elezioni presidenziali.

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Allarme pesticidi nelle acque italiane

L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) lancia l’allarme sull’aumento degli agenti chimici nelle acque italiane.

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09.05.2016. Immigrati e imprenditori

Le imprese aperte da immigrati sono la parte più dinamica dell’imprenditoria nazionale. E’ quanto emerge dal rapporto della Fondazione Leone Moressa, che ha tentato di sviluppare un’istantanea del mondo imprenditoriale italiano raccogliendo dati dalle singole regioni.

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06.05.2016. Il grande flop

È un fallimento totale il piano di ricollocamento Ue che prevedeva il trasferimento dei profughi da Italia e Grecia. E anche il "Migration Compact" di Renzi rischia di non bastare.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/fallimento-totale-ue-migration-compact-100.html

La reliquia di Costantinopoli

La corsa contro il tempo per salvare le sante reliquie della città, mentre è in atto l’assedio che porterà alla sua caduta. Il suggestivo romanzo storico di Paolo Malaguti.

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 Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html

 

05.05.2016. Al via il primo processo per molestie di Capodanno

A cinque mesi dalle aggressioni di Colonia, siamo alla vigilia del primo processo per aggressione sessuale. Ma come procede l’indagine? Facciamo il punto con il procuratore, la polizia e il portavoce del tribunale.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/koeln-prozess-100.html

 

Il Karlspreis parla italiano

Il premio europeo Carlo Magno della gioventù 2016 è andato ad un'associazione italiana che ha realizzato un progetto per l'integrazione dei rifugiati

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/karlspreis-integreat-100.html

 

04.05.2016. È giusto chiamarli "Napoli-Blüten"?

I tedeschi chiamano così le banconote di euro false, che in Germania sono aumentate del 50% solo nell'ultimo anno. Ma è un clichè o provengono veramente da Napoli? E chi sono i falsari

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/napoli-blueten-100.html

 

Ospedali sotto le bombe

Anche in Siria ormai vengono bombardate sempre più spesso le strutture mediche. Ai nostri microfoni la denuncia di Medici Senza Frontiere, mentre l'ONU, finora, esprime solo preoccupazione.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bomben-msf-100.html

 

Forza Italia nel mondo

Con il passaggio dell'on. Guglielmo Picchi da Forza Italia alla Lega Nord, il partito di Berlusconi perde il suo unico rappresentante eletto all'estero. Cosa resta degli azzurri fuori dall'Italia?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/forza-italia-100.html

 

03.05.2016. I 500 anni del Ghetto di Venezia

Nasceva cinquecento anni fa nella città lagunare il più antico ghetto ebraico d'Europa. Uno sguardo alla sua storia e al suo valore, anche artistico, fra ieri e oggi.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/ghetto-venedig-100.html

 

TTIP: negoziati a rischio?

Il trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Europa sarebbe in forse. L'Ue dice no ad ogm e carne clonata, Usa pronti a negare facilitazioni all'automotive europeo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ttip_greenpeace-100.html

 

Vinci con noi: Max Gazzè in Germania

Funkhaus Europa presenta il concerto di Max Gazzè a Colonia lunedì 16 maggio. Il cantautore e bassista torna sui palchi europei dopo l'esperienza con il trio Fabi Silvestri Gazzè. Colonia è la prima data tedesca del tour "Maximilian".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/max-gazze-sorteggio-100.html

 

02.05.2016. L’AfD spacca la Germania

Il congresso di Alternative für Deutschland si è concluso a Stoccarda con un manifesto anti-musulmani. "L'Islam non è parte della Germania ed è anticostituzionale".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/afd-spacca-la-germania-100.html

 

29.04.2016. Una proposta discutibile. Se venisse approvata la proposta della ministra del Lavoro, la socialdemocratica Andrea Nahles, occorrerebbe risiedere cinque anni in Germania per accedere alle tutele sociali.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tutele-sociali-germania-102.html

 

Raccolta racconta

Chi vive all'estero, si sa, osserva la vita e la cultura nel nuovo Paese da una prospettiva diversa. E, col tempo, fa lo stesso col Paese che ha lasciato. Da qui prendono spunto i racconti di Paola Malgeri-Knaup.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/little-italy/paola-malgeri-knaup-100.html

 

Un'italiana al Berlin Burlesque

Erano spettacoli di Burlesque i famosi festini di Berlusconi? Certamente no, ci spiega Honey Lulu, italiana diventata in pochi anni una delle protagoniste della scena Burlesque berlinese.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/berlin-burlesque-week-italiana-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html.  RC/De.it.press

 

 

 

 

La Festa della Mamma alla Missione di kempten

 

Numerosi i connazionali che lo scorso 8 Maggio sono intervenuti alla Festa della Mamma che - come negli anni passati - ha avuto luogo nella Sala Parrocchiale di St. Anton. In questa stessa occasione  i soci del Circolo ACLI di Kempten e i nuovi aderenti hanno ricevuto la tessera ACLI 2016.

Il piacevole pomeriggio ha avuto inizio alle 16:00 con breve saluto di benvenuto da parte della Segretaria della Missione, Signora Pin Polverino che ha parlato anche delle Celebrazioni per il 50° Anniversario della Missione di Kempten, che saranno tenute in ottobre.  Poi è stata la volta  Presidente del Consiglio Parrocchiale G. Trovato, che ha salutato e ringraziato gli intervenuti per la partecipazione. Quindi, sono stati eseguiti alcuni brani musicali curati dal Presidente Trovato insieme ad alcuni amici, ai quali si è aggiunto l'intramontabile amico e socio ACLI Vincenzo Emanuele che ha accennato alcune vecchie e allegre melodie con la sua inseparabile fisarmonica.

Ha preso quindi la parola il  Dr. Fernando A. Grasso, Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, nonché Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten che, dopo aver portato i saluti del Consolato Generale di Monaco di Baviera e augurato alle Mamme e alla Donne presenti tutto il bene di questo mondo e ricordato alcuni degli amici che ci hanno lasciato nelle settimane scorse, ha dato alcune informazioni di carattere generale.

Tra le altre cose Grasso ha raccomandato ai presenti di pensare per tempo ai documenti in scadenza, almeno un mese prima della lunga pausa estiva, ricordando gli orari di ricevimento nell'ufficio multifunzionale in cui - almeno per sei volte al mese im presenza, e, realtà, per mezzo dei collegamenti telematici, durante tutto l'arco della giornata -  viene offerta assistenza per il disbrigo di pratiche consolari e assicurative.

Il pomeriggio è proseguito quindi in sana allegria, tra qualche intermezzo musicale, alcuni divertenti giochi diretti dal Signor Fisicaro e dalla Signora Trovato e la degustazionie di alcuni delziosi manicaretti preparati da molte delle signore presenti

Tra gli intervenuti, non ancora nominati, ricordiamo: Il Vicepresidente del Circolo ACLI, Genuino Di iorio e Consorte, anche in rappresentaza della Presidente Grenci, assente a causa del recenmte grave lutto, il membro di Presidenza, Salvatore Campagna, il Cav. Corrado Mangano, già Assistenze Sociale e Corrispondente Consolare e Consorte, la Signora Emanuele,  la Famiglia Boemi, le Signore: Leanza,  Savoca, Petralia e tanti, tanti altri cari amici e conoscenti.   Fernando A. Grasso

 

 

 

 

Le Acli della Baviera  al neo Presidente nazionale delle ACLI  Roberto Rossini 

 

Le ACLI  Baviera esprimono al neo-eletto Presidente nazionale delle ACLI  Roberto Rossini  le piú sentite felicitazioni e l'auspicio che nella sua veste di rappresentante delle ACLI tutte, la Nostra Associazione possa recuperare rinnovati impulsi e proposte condivise, tali da rendere al Movimento ed  ai Servizi   delle ACLI    maggiore profilo d'intervento per un'affermazione della societá civile i ed un recupero d'identitá delle comunitá italiane diffuse nel mondo.

Le fasi congressuali nazionali hanno tracciato percorsi di partecipazione vissuta che non possono lasciare indifferente la rappresentanza politica  in Italia ed impegnano le ACLI, risolutamente, nell'allargamento dei valori della democrazia,nell'accesso ad un'informazione chiara e trasparente,nella promozione di un'integrazione delle procedure decisionali, nella puntualitá di risposte che una rigenerazione  possibile del nostro Paese impone, mossi ed animati da valori di un cristianesimo sempre attuale che il Santo Padre,Papa Francesco, rinnova e ripropone in ogni occasione. Appunto perché saldamente ancorate ,anche, in Europa le ACLI si rendano promotrici del principio che la quasi impotenza delle politiche economiche nazionali non debba necessariamente indebolire il ruolo dei partiti o dei movimenti d'opinione,ma rappresenti un passaggio dalla delega in bianco ad una piú immediata capacitá di rappresentazione politica nelle questioni che, dirimenti, interessano e preoccupano la vita quiotidiana di ogni cittadino:dal disagio diffuso della disoccupazione giovanile, ai flussi di profughi dal medio oriente verso l'Europa,alle criticitá della prospettiva referendaria in  autunno, al dilagare dei fenomeni di corruzione e di organizzazioni di stampo malavitoso. 

Le ACLI Baviera augurano al neo-eletto Presidente Rossini la lungimiranza delle decisioni e la tessitura di trame plurali di interazioni tra tutte le ACLI  e la ricomposizione di percorsi di rappresentanza dei corpi associativi intermedi, nel rispetto di una sussidarietá irrinunciabile.Siamo pronti a fornire,come sempre,il nostro apporto di idee ed azione.Conta su di noi Roberto!

Il  Presidente ACLI Baviera Carmine Macaluso

 

 

 

 

Monaco di Baviera. E’ in rete “Rinascita flash 3.2016”

 

“Rinascita flash 3.2016” è on line. Il bimestrale di rinascita e.V. 

Gli articoli di questo numero:  “Prendersi l’impegno di fare qualcosa” di Sandra Cartacci; “Marina Arlati, la nuova presidente di rinascita e.V.”, intervista a cura di Sandra Cartacci; “AfD – Alternative für Deutschland, un nuovo partito mette in allarme il Paese” di Norma Mattarei; “La lezione dimenticata di Fukushima” di Pasquale Episcopo “L'omicidio stradale è legge” di Cristiano Tassinari; “Una missione, tra gioia e paura” di Enrico Vandini, Presidente We Are Onlus; “La Giornata Internazionale della Donna – Dibattito per il raggiungimento di un’effettiva parità di genere” di Paola Zuccarini; “Apriamo la finestra” di Carl Wilhelm Macke; “Memoria, presente e futuro: si possono davvero ancora avere in Italia?” di Lorella Rotondi; “Perché promuovere l’insegnamento dell’italiano in Germania”, intervista a Livia Novi, da Il Mitte, fonte aise; “Il nome – Opera teatrale, tradotta e adattata da Valentina Fazio”, recensione a cura di Rosanna Lanzillotti; “Storico incontro a Cuba tra Papa Francesco e il Patriarca della Chiesa Ortodossa russa Kyril” di Enrico Turrini; “Tutti pazzi per la dieta” di Laura Angelini; “Quando le valvole non funzionano” di Sandra Galli. (dip)

 

 

 

 

Il governo tedesco risarcirà i cittadini tedeschi condannati per omosessualità

 

Il paragrafo 175 del codice penale è rimasto in vigore fino al 1994. Dal dopoguerra in poi le sentenze hanno riguardato più di 50mila persone

Di MARCO TONELLI

 

I cittadini tedeschi condannati per aver avuto rapporti sessuali con altri uomini saranno riabilitati e risarciti dal governo tedesco. Ad annunciarlo è stato il ministro della Giustizia Heiko Maas: «Lo Stato ha avuto la colpa di aver complicato la vita a così tante persone - ha commentato - . Le vecchie sentenze sono ingiuste, ledono profondamente ogni condannato nella sua dignità umana».  

 

Nella Germania dell’ovest l’omosessualità era un crimine fino al 1969. Seppur depotenziata, la norma è rimasta in vigore fino al 1994, quando il parlamento tedesco ha deciso di abrogare il provvedimento. Fino a quel momento avere rapporti con minori di 18 anni comportava una pena fino a di 5 anni di carcere e una sanzione economica. Dal dopoguerra in poi, sono state condannate più di 50mila persone. Il paragrafo 175 del codice penale tedesco - che condannava appunto i comportamenti omosessuali - entrò in vigore nel 1871; durante il regime nazista, fu usato come base legale per giustificare la deportazione nei campi di concentramento di 50mila omosessuali.  

 

Nel 2002 il governo aveva già deciso di ribaltare le sentenze del regime nazista, ma le riabilitazioni non includevano i condannati dopo la seconda guerra mondiale. Ma adesso, uno studio commissionato dall’Agenzia federale contro le discriminazioni, solleva il problema della disparità di trattamento sostenendo che il governo tedesco debba riabilitare i condannati. «Quella ferita aperta nello stato di diritto doveva essere sanata», ha dichiarato la direttrice dell’agenzia Christine Luders.  

 

La decisione conseguente del governo si inserisce all’interno del dibatto sulla legalizzazione dei matrimoni tra cittadini tedeschi dello stesso sesso, tema sul quale la proposta di legge è stata bloccata dalla CDU di Angela Merkel.  

In Germania le unioni civili sono permesse dal 2001, e le coppie gay hanno gli stessi diritti per quanto riguarda le adozioni, lo status giuridico e l’eguaglianza fiscale.  LS 12

 

 

 

 

Norme di Dublino: i deputati del Parlamento Europeo ribadiscono la richiesta di solidarietà tra gli Stati membri

 

I deputati discutono le recenti proposte della Commissine per la revisione del sistema europeo di asilo

 

Le regole comunitarie di "Dublino", che determinano quale Paese sia responsabile del trattamento delle domande di asilo, non funzionano, hanno ribadito i deputati nel dibattito di mercoledì su una proposta della Commissione europea che modifica tali regole. Queste regole devono essere sostituite con un sistema di asilo efficiente, basato sulla solidarietà tra gli Stati membri, per consentire di gestire efficacemente le richieste.

 

Molti deputati avrebbero preferito una proposta più ambiziosa e hanno messo in dubbio il funzionamento del regime di ridistribuzione proposto. Hanno inoltre criticato il fatto che gli Stati membri potrebbero rifiutarsi di ospitare richiedenti asilo in cambio di un contributo finanziario versato a quegli Stati membri che procedono al trattamento delle domande di asilo.

 

Alcuni deputati invece hanno sottolineato il diritto dei Paesi membri all'autodeterminazione e criticato il piano che chiede loro di contribuire finanziariamente nel caso non accettassero i rifugiati.

 

La Commissione il 4 maggio ha presentato la sua proposta di riforma del regolamento di Dublino. Secondo la proposta, rimane il criterio di "primo Paese" previsto dalle norme di Dublino, ma deve essere integrato da un "meccanismo di allocazione correttiva", che sarebbe attivato automaticamente se uno Stato membro è confrontato a un numero "sproporzionato" dei richiedenti asilo. Qualsiasi Stato membro che non partecipa al sistema di ridistribuzione dovrebbe dimostrare "solidarietà finanziaria", pagando 250.000 euro per ogni richiesta di asilo elaborata da un altro Stato membro.

 

Nel mese di aprile, il Parlamento ha approvato una risoluzione non legislativa su "Un approccio olistico alla migrazione", che richiedeva una revisione radicale del regolamento di Dublino per garantire la condivisione delle responsabilità, la solidarietà e una più rapida elaborazione delle richieste di asilo. PE 11

 

 

 

 

Mostra e performance di Silvia Giambrone a Colonia

 

Colonia. Giovedì 19 maggio 2016, ore 19.00, nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura, ha luogo l’inaugurazione della mostra Nobody's Room - Mostra e performance di Silvia Giambrone, che resterà aperta fino al 06.06.2016.

 

Silvia Giambrone è nata ad Agrigento nel 1981 e vive e lavora a Roma dal 2002. Nelle sue opere la componente personale si fonde a tematiche universali, connotando i campi di ricerca della sua produzione artistica. Primo fra tutti il corpo, fertile terreno d’indagine e, allo stesso tempo, strumento attraverso il quale sviluppa diversi progetti.

A Colonia Silvia Giambrone presenta „Nobody’s room” al tempo stesso mostra e performance. „Nobody’s room” è un concerto per voci sole che propone strategie performative di sopravvivenza domestica. Il testo della performance è, infatti, un adattamento da „Indicazioni stradali sparse per terra”, del poeta e drammaturgo bosniaco Nedzard Maksumic, originariamente inteso a fornire indicazioni su come sopravvivere a una guerra. L’artista recita il suo monologo scandendolo come una confessione. Sovrapponendosi a lei, si inseriscono Davide Enia, Dalila Cozzolino e Andrea Di Palma. Tutti dentro „la stanza di nessuno”, a parlarsi addosso, a recitare ciascuno la propria ricetta esistenziale. Ognuno a suo modo, col suo ritmo, le sue finzioni, le sue ossessioni, il suo candore, i suoi tic.

Silvia Giambrone collabora con diverse gallerie d’arte ed ha esposto in numerose personali e collettive in Italia, Stati Uniti, Polonia, Lituania, Germania, Austria. Nel 2013 ha vinto il Main Prize della Biennale di Kaunas; nel 2014 il premio Collectors for Celeste Prize alla fiera ArtVerona ed il Premio Francesco Fabbri, Premio menzione BIM a Pieve di Soligo.

Orario di apertura: Lu - Ve ore 9-13 e 14-17. In collaborazione con creArte Studio, Oderzo. | www.silviagiambrone.com. Ingresso gratuito. IIC Köln 

 

 

 

Rogo Thyssen, sul carcere ai due tedeschi ora decide la Germania

 

Nei prossimi mesi si terrà un'udienza in cui verrà stabiilito quanto relamente i due dirigenti dovranno scontare per la strage in fabbrica. I quattro dirigenti italiani sono già in cella, due nella stessa a Terni - di OTTAVIA GIUSTETTI

 

Si aprono le porte del carcere per i condannati del caso Thyssen residenti in Italia mentre Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz che sono in Germania e che lì sconteranno la pena seguiranno una trafila diversa che potrebbe prevedere anche un ritocco notevole delle pene definitive stabilite dai giudici nel processo. Prima che la condanna diventi effettiva ci vorranno ancora mesi. La proura generale sta preparando il mandato di cattura europeo. I quattro imputati italiani, invece, all'indomani della sentenza della Cassazione si sono consegnati spontanemante e sono ora reclusi a Terni e alle Vallette.

 

Al termine della notte più lunga, con il pensiero di lasciare la propria casa e i famigliari per scontare una condanna attesa per nove anni, Antonio Cafueri si è presentato ieri mattina alla caserma dei carabinieri di Castiglione Torinese, nella valigia qualche indumento personale e qualche ricordo, e si è consegnato spontaneamente come avevano promesso i suoi avvocati. Pochi minuti dopo, al commissariato di Rivoli stessa scena e identica angoscia per Raffaele Salerno che ha due figli grandi e dei nipoti e che si è presentato per scontare una pena di sette anni e due mesi di carcere che almeno per i primi tempi saranno nella casa circondariale delle Vallette dove è stato accompagnato gli agenti di polizia dopo aver concluso tutte le pratiche.

 

Niente manette per lui come per i suoi "compagni di processo ", tutti disciplinatamente rispettosi degli accordi presi con la procura generale di Torino che ha emesso gli ordinidi carcerazione ma non ha mandato uomini delle forze dell'ordine a casa. "Salerno era tranquillo, rassegnato - racconta il suo avvocato Maurizio Anglesio mentre ancora si trovano nel commissariato a sbrigare le pratiche - anche se ha qualche problema di salute non abbiamo chiesto per lui alcuna agevolazione perché il suo stato è compatibile con il regime carcerario e soprattutto non vogliamo che si abbia un'impressione negativa: Salerno non intende sottrarsi alla condanna". "Ho provato a sdrammatizzare mentre lo accompagnavo in commissariato - racconta ancora il suo legale - gli ho detto di provare a immaginare di partire per il militare. Non credo però di esserci riuscito".

 

In effetti, secondo le norme in vigore, si può chiedere l'affidamento in prova già a quattro anni di distanza dal fine pena. E per ogni anno trascorso in carcere è previsto uno conto di 90 giorni. Facendo due conti approssimativi si capisce che la permanenza in cella sarà molto inferiore alla pena decisa dalla Corte di Cassazione venerdì. Anche a Terni, Marco Pucci e Daniele Moroni hanno fatto la stessa scelta: consegnarsi

spontaneamente per evitare le modalità della cattura tradizionale. Questi ultimi due sono stati provvisoriamente sistemati nella stessa cella. "Ho parlato con tutti loro - racconta l'avvocato Ezio Audisio - e ho sentito persone tranquille e pacate. Certo, il senso di dover scontare una pena sproporzionata è quantomai evidente. Però tutti erano rassegnati fin dal principio all'idea di dover andare in carcere. Sono tutti stati tutti molto dignitosi". LR 15

 

 

 

 

Migrantes: un permesso di soggiorno umanitario per tutte le persone migranti nei CAS

 

“Sta crescendo il popolo dei diniegati, che nel corso dell’anno potrebbe arrivare al numero di 40.000 migranti. Serve  valutare, da parte del Governo, la possibilità di un permesso di soggiorno umanitario per evitare che si crei un popolo di invisibili, sfruttati”. E’ quanto ha affermato Mons. Gian Carlo Perego, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, intervenendo domenica 8 maggio al Convegno del CVM a Porto S. Giorgio, dal titolo ‘Frontiere umane, Popoli migranti’.

“Le Commissioni territoriali di fatto stanno operando sulla base di una lista dei paesi sicuri e stanno negando  una forma di protezione internazionale  o umanitaria  talvolta a 9 su 10 dei richiedenti. Questa  situazione creerà un fenomeno grave, perché il Governo non sarà in grado di rimpatriare le persone, le persone stesse si renderanno irreperibili e sul territorio si creerà una situazione di insicurezza per le persone migranti o  residenti”. “Occorre utilizzare uno strumento che il Testo unico sull’immigrazione prevede, cioè un decreto del  presidente del Consiglio che  offra la possibilità di un permesso umanitario per le persone in fuga da  disastri ambientali, da persecuzione politica e religiosa, da sfruttamento grave”, ha concluso il Direttore della Migrantes. MO

 

 

 

 

Lettera dell’on. Laura Garavini ai democratici in Europa

 

L'Italia va. O più precisamente: l'Italia va meglio. Oggi l'Istat ha comunicato che la crescita dell'Italia nei primi tre mesi dell'anno è dell'1 % in più rispetto all'anno scorso. Rimane ancora tanto da fare. Ma siamo sulla strada giusta. La crescita è la base per creare più benessere, più giustizia sociale. Proprio in questo senso fa piacere che anche il numero dei nuovi posti di lavoro stia crescendo.

 

A volte è molto faticoso, ma passo dopo passo stiamo riuscendo a rimettere in moto questo Paese.

 

L'Italia sta diventando più giusta - anche nei diritti

Grazie dei tanti messaggi di soddisfazione e gratitudine che mi avete inviato a seguito del nostro voto dell'altroieri sulle Unioni Civili e sulle coppie di fatto. È il modo migliore per toccare con mano come le buone leggi non siano qualcosa di sterile e burocratico, ma come vadano a toccare la vita vera delle persone. In Italia ci sono state tante polemiche su questa legge. Ma i messaggi che mi sono arrivati in queste ore sono stati tutti positivi. Mi dimostra che noi italiani all'estero viviamo spesso in realtà diverse. In effetti, conosco tanti/e che sono andati/e all'estero non solo per un futuro migliore lavorativo e professionale, ma anche per trovare una realtà più moderna. Adesso, nonostante tutte le difficoltà stiamo facendo dall'Italia un Paese più moderno, più europeo. Come avevamo promesso. Anche questo lo facciamo passo dopo passo. Ma con tenacia. Come con la legge sulle Unioni Civili e sulle coppie di fatto. Anche questo era un argomento su cui si discuteva da diverse legislature, senza mai concludere niente. Adesso ci siamo riusciti. Adesso tutti sono liberi di unirsi alla persona che amano. Ed è giusto così.

 

A Londra, all'Assemblea dei circoli PD 

In ottobre ci aspetta un importante appuntamento politico: il referendum confermativo sulla riforma costituzionale. Ne stiamo discutendo all'interno del PD, anche in Europa. Ad esempio in occasione della nostra ultima assemblea dei circoli europei, riuniti recentemente a Londra. Tanti giovani, tante idee, tante proposte. Una grande risorsa per il Partito, che ne apprezza l’impegno e la vivacità. Il loro contributo sarà determinante anche in vista del referendum in programma per l'autunno. É molto positivo che si stiano già attivando comitati per il SI in diverse città in giro per l'Europa. Primo fra tutti quello promosso dal Circolo PD di Bruxelles, con il quale abbiamo inaugurato l’attivitá con una bella iniziativa sui contenuti della stessa riforma. Per chi fosse interessato a lanciare un comitato per il SÌ e a proporre momenti di confronto, iniziative, videoconferenze o dibattiti, mi può contattare scrivendo a garavini_l@camera.it

 

La memoria. Un compito comune 

Onorare i lavoratori coatti italiani sotto il nazismo - era uno dei punti più importanti degli  incontri che abbiamo tenuto come Intergruppo parlamentare italo-tedesco durante il nostro viaggio in Germania all'inizio di questa settimana. Abbiamo visitato il centro di documentazione di Schoeneweide, nel luogo dove erano stati rinchiusi deportati e internati italiani, sia militari che civili, portati a forza in Germania dopo l'8 settembre.

 

 

 

La trasmissione della memoria dei crimini del nazismo e del fascismo è uno dei temi a cui vogliamo contribuire come Intergruppo italo-tedesco. E' molto importante che anche le giovani generazioni se ne ricordino. Eventuali centri giovanili o scuole che siano interessate a partecipare a percorsi formativi presso il centro di Schoeneweide mi possono segnalare il proprio interesse, onde favorire eventuali periodi di studio a Berlino. Durante i nostri incontri in Germania, ospiti del Bundestag, abbiamo parlato con numerosi rappresentanti dei Ministeri e del Parlamento anche delle riforme strutturali realizzate nei due Paesi negli ultimi anni.

 

Buone reazioni dall'Europa sul Migration Compact

Uno dei problemi più urgenti in Europa è la sfida immigrazione. Ci sono in gioco decine di migliaia di vite umane e da anni, in Europa, continua a mancare la solidarietà fra Stati membri, necessaria per affrontare e risolvere il problema. All'inizio del mese ho accompagnato il Sottosegretario con delega all'immigrazione, Domenico Manzione, in occasione della sua presentazione del Migration Compact alle autorità tedesche. Il Governo italiano ha lanciato questa proposta mirante a risolvere la questione migratoria, attraverso consistenti investimenti allo sviluppo nei Paesi di provenienza dei migranti. In cambio è prevista fra l'altro la disponibilità a riaccogliere migranti che non abbiano diritto di asilo in Europa. Una proposta che ha raccolto ampio apprezzamento in Europa. Adesso si tratta di perfezionare i dettagli, comprese le modalità di finanziamento di questo ambizioso progetto, cercando di metterlo in atto quanto prima. I cittadini europei sono stanchi di aspettare. 

 

I progressisti europei non inseguano i populisti

Tra l’originale e la copia, l’elettore sceglie l’originale. Per questo non solo è politicamente disastroso, ma si dimostra anche poco lungimirante per i progressisti europei rincorrere i populisti sul loro terreno. Lo si è visto questo mese in Austria, con il pessimo risultato elettorale della SPÖ, dopo che in campagna elettorale il Presidente socialdemocratico Faymann si era spinto a prevedere il ripristino delle frontiere al Brennero e la possibile messa in discussione di Schengen. In questi ultimi mesi in Europa non sono mancati segnali inquietanti da parte di governi a guida socialista: penso al provvedimento varato in Danimarca, che confisca i beni ai profughi arrivati nel Paese. O alla Slovacchia, con il rifiuto ad accogliere migranti musulmani. A maggior ragione nelle situazioni più difficili è importante tenere alti i propri valori, senza scambiarli con la ricerca di un facile consenso elettorale. Ne abbiamo parlato con un gruppo di colleghi del Parlamento della Baviera, in visita alla Camera dei Deputati.

 

Nuove migrazioni: tanto entusiasmo a Basilea e ad Amburgo

 

L’entusiasmo e la voglia di fare degli italiani in Europa mettono davvero di buon umore. Ne ho avuto recente conferma ad Amburgo, dove ho assistito al passaggio del testimone fra l’Associazione Basilicata, attiva in città da oltre trent’anni, ad una nuova realtà fondata da giovani immigrati italiani: ID. Un nuovo “punto di incontro” per gli italiani di Amburgo, il cui timone è in mano oggi a trentenni, pieni di voglia di fare. Una rete con cui stare insieme, ma anche capace di individuare soluzioni per migliorare la vita di tutti i giorni, anche in sinergia con le autorità locali e quelle italiane. La stessa atmosfera positiva l’ho riscontrata a Basilea, con un gruppo di giovani professionisti molto in gamba, interessati a tenersi informati sulla realtà italiana. Insomma: quando le nuove migrazioni, come in questi casi, trovano il modo di mettere insieme le energie e di seguire con modernità le orme del nostro associazionismo all’estero, i successi sono contagiosi e fanno molto bene alle nostre comunità. On Laura Garavini, de.it.press 13

 

 

 

 

Al Comitato per le questioni degli italiani all'estero l'audizione del direttore di Rai World, Piero Corsini

 

L'intervento nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo condotta congiuntamente con la VII Commissione. Corsini illustra l'offerta del servizio pubblico radiotelevisivo all'estero, tra sfide, complessità e carenza di risorse. Tra gli interventi quello del presidente del Comitato, Claudio Micheloni e del senatore eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, Francesco Giacobbe

 

ROMA – È proseguita questa mattina con l'audizione del direttore di Rai World, Piero Corsini, l'indagine conoscitiva sulla diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo condotta dal Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato congiuntamente alla Commissione Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport.

Introducendo la seduta il presidente del Comitato, Claudio Micheloni, ha segnalato come in questo modo si corrisponda all'intenzione di “allargare l'indagine, considerando non solo i soggetti più tradizionali preposti alla diffusione di lingua e cultura italiana all'estero, ma tutti coloro che hanno interesse alla promozione dell'Italia nel mondo, che non è solo cultura, ma anche economia e informazione”.

Corsini ha ricordato le due aree in cui viene trasmesso il segnale del servizio pubblico radiotelevisivo fuori dai confini nazionali: l'Europa, “in cui vengono proposti contemporaneamente a ciò che vediamo in Italia Rai 1, Rai 2, Rai 3, Rai Scuola, Rai Storia, Rai News e sostanzialmente tutti canali del digitale terrestre della Rai”; e il resto del mondo, che include il pacchetto dei canali per l'estero costituito da Rai Italia, Rai News – trasmissione in simultanea di ciò che viene trasmesso in Italia - e Rai World Premium – canale di fiction italiane. Per quanto riguarda nello specifico Rai Italia, il direttore ricorda come esso sia un “canale generalista, costruito secondo le indicazioni presenti nella convenzione stipulata con la presidenza del Consiglio dei Ministri”, attualmente in fase di rinnovo. Spazia pertanto da programmi di informazione a fiction, da approfondimenti a trasmissioni di cultura, religione, sport (con la trasmissione in diretta delle partite di serie A), etc. “Il canale, pluralista, è primariamente rivolto a italofoni e ha tre palinsesti diversificati, uno per il continente americano, uno per quello africano e il terzo per l'Asia e Oceania. A partire dal settembre 2013, da quando ho assunto la direzione del canale – spiega Corsini, - la Rai ha disposto un budget per la realizzazione di trasmissioni specificatamente rivolte alle collettività residenti all'estero, programmi quotidiani di 1 ora ciascuno per un totale di 15 ore a settimana – aggiunge il direttore, citando “Community”, “Un giorno nella storia”, “Camera con vista”, “Campus Italia”, “Cara Francesca”, “La giostra dei gol” e “Cristianità”. Sono programmi dedicati al racconto delle collettività emigrate all'estero, alla storia nazionale, alle eccellenze italiane in tutti i settori – paesaggistiche, culturali, economiche o di alta formazione. “Nei noti limiti di budget cerchiamo di offrire un servizio preciso e puntuale – afferma Corsini, consapevole del fatto che vi sia “ancora molto da fare” e definendo questi 3 anni di esperienza una sorta di “start up” del canale, che potrà maturare anche attraverso la fase di riflessione in corso “anche da parte dei nuovi vertici aziendali che – assicura – hanno molto a cuore il tema della proiezione internazionale anche per quella componente di racconto dell'Italia non specificatamente rivolto alle nostre collettività e ai discendenti di italiani all'estero”.

Per vincere la sfida molto conteranno “le risorse in campo”, senza sottovalutare però la “realtà dei mercati”: Corsini ricorda come Paesi come la Cina o l'India mantengano in questo settore molte restrizioni, oppure la difficoltà dei fusi orari, che determina il cambiamento dei palinsesti e che è “parte della complessità del nostro lavoro”. Tra le questioni essenziali anche gli “indicatori di gradimento”, la “percezione complessiva” del canale, sondata dal direttore attraverso il monitoraggio effettuato dal Maeci e con incontri presso le comunità – già effettuati in Canada, Stati Uniti e Canada, presto a Buenos Aires - e che è mutata – sostiene – con il rinnovo del palinsesto: “dopo tanti anni – afferma Corsini - si sente che la Rai ha a cuore il pubblico che risiede all'estero, che ha un'idea editoriale in testa e le comunità si sentono finalmente rispettate”.

Egli segnala in particolare di essere intervenuto per contrastare “l'atteggiamento paternalistico” che spesso viziava il modo di intendere la programmazione per l'estero e per orientare il racconto ad “un'emigrazione trasversale, che include sia la vecchia emigrazione che le nuove mobilità, bandendo però l'idea della fuga dei cervelli, perché il servizio pubblico – rileva - non deve vendere l'idea che l'Italia sia un Paese da cui si deve scappare e perché le nuove generazioni hanno un'idea diversa della globalizzazione”.

Richiama le due aree attorno a cui ruota questa “narrazione dell'Italia”: “prima di tutto la lingua – e ricorda in particolare lo spazio che “Community” riserva proprio alla lingua italiana con gli esperti della Società Dante Alighieri, le produzioni delle Dante sulle cantiche dell'Inferno e del Purgatorio, trasmesse con l'introduzione di uno studioso del sommo poeta e le rubriche culturali della Rai; e le eccellenze italiane, illustrate per esempio nelle 20 ore dedicate alle tratte ferroviarie “secondarie” del nostro Paese, come la Firenze-Ravenna, la Circumvesuviana o la Circumetnea, “pretesti” per segnalare luoghi spesso dimenticati dai circuiti turistici internazionali ma che possono offrire invece un'importante opportunità per il turismo di ritorno. Ancora, la serie dedicata ai centri di eccellenza scientifica, che mostra come l'Italia sia anche “polo di attrazione” da questo punto di vista.

Nel corso del dibattito è intervenuto Francesco Giacobbe (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) che ha rilevato come i punti nodali dell'interesse dedicato a Rai World siano da un lato come essa contribuisca alla diffusione della lingua italiana all'estero – oggetto dell'indagine conoscitiva, - ma anche quello dei contenuti. Su questo secondo aspetto egli segnala di non ritenere attendibili né il monitoraggio del Maeci né gli incontri richiamati dal direttore Corsini, e ribadisce come sia fondamentale “avviare una seria riflessione” che tenga conto della diversificazione dell'utenza (emigrati di vecchia generazione, nuove mobilità, discendenti di italiani emigrati) e del contributo che i connazionali al'estero possono apportare al Paese (sottolinea per esempio come l'esperienza di integrazione delle collettività potrebbe essere di aiuto per meglio comprendere e affrontare l'emergenza migratoria in atto). Una nuova visione della presenza italiana all'estero potrebbe in questo modo rivitalizzare anche la programmazione di Rai World. Giacobbe segnala poi la persistenza di problemi tecnici legati all'orario di programmazione – non sempre fedele a quello annunciato – e ritiene che un rinnovato ruolo sul fronte della promozione di lingua e cultura italiana potrebbe essere svolto stipulando convenzioni con università o scuole di italiano e proponendo così il moltissimo materiale culturale di cui la Rai è in possesso.

Sulle diverse esigenze di un pubblico via via più differenziato si sofferma anche Maria Mussini (Misto) che segnala apprezzamento per la consapevolezza ribadita su questo argomento da Corsini. In particolare Mussini chiede al direttore se sia stata avviata una riflessione per comprendere il profilo delle nuove mobilità e dei prodotti che potrebbero contribuire alla creazione di una comunità virtuale, se vi siano contatti con altri soggetti oltre che la Società Dante Alighieri che lavorano per la didattica dell'italiano, per fornire l'accesso a contenuti più complessi, quali rapporti vi siano con gli Istituti Italiani di Cultura e le istituzioni scolastiche presenti sul territorio e se esista una riflessione su prodotti che potrebbero stimolare la diffusione dell'italiano anche tra i non italofoni. Vito Petrocelli (M5S) chiede informazioni sull'utilizzo di strumenti come i sottotitoli in lingua, mentre Elena Ferrara (Pd) si sofferma sull'importanza di promuovere contenuti come l'opera e la prosa italiana; Mario Dalla Tor (Ap) chiede invece se vi siano trasmissioni realizzate nella lingua dei Paese di diffusione, mentre Pietro Liuzzi (Cor) ribadisce come la Rai debba essere “parte attiva di un sistema che all'unisono miri a far diventare l'Italia una potenza egemonica nel mondo dal punto di vista culturale”, un obiettivo che dovrebbe essere alla nostra portata, vista “la capillare presenza di connazionali all'estero” e che si traduce poi in effetti economici di assoluto rilievo.

Dato il contingentamento dei tempi, Micheloni chiede a Corsini di inviare una risposta scritta alle domande emerse nel corso del dibattito, mentre segnala che con la Rai sia necessario “affrontare problemi più vasti”, che riguardano il ruolo del nostro servizio pubblico radiotelevisivo nel mondo, una visione che si riflette immediatamente nel budget che viene messo a disposizione di Rai World e che è ritenuto ad oggi insufficiente. Per Micheloni, infatti, tutti i problemi emersi nel corso dell'audizione sono reali, ma “se poi guardiamo al budget, a Corsini – rileva - stiamo chiedendo miracoli”.

Proprio per affrontare, anche con i vertici Rai, questi aspetti, il presidente del Comitato annuncia la realizzazione di un evento associato alla proiezione del documentario “Il viaggio dell'altra Italia” prodotto da Rai World, cui potrebbe essere invitata anche la Commissione Lavori pubblici e comunicazione e che potrebbe prevedere una riflessione di merito sul tema. A Corsini Micheloni chiede anche di trasmettere i numeri degli abbonati Rai residenti all'estero, per i diversi continenti e un approfondimento sui rapporti con gli IIC, con l'Agenzia Ice e il Maeci, “al di là del monitoraggio”.

Rispondendo ad alcune delle sollecitazioni emerse, il direttore di Rai World segnala come non sia possibile, per motivi tecnici, fare rilevazioni auditel all'estero, ma ribadisce l'importanza di riscontri e indicazioni avute nelle sue missioni all'estero, cui affianca anche la lettura delle mail dei telespettatori. In fase di esame, infine, la soluzione di problemi tecnici legati allo slittamento di orario – slittamento dovuto, precisa Corsini, al distributore locale, - e per la predisposizione dei sottotitoli. (V. P. – Inform 11)

 

 

 

 

Europa. Brexit, se si riaccende la fiamma

 

Come andrà a finire il voto sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. L’ambasciatore Antonio Armellini delinea i due scenari opposti, ragioni e conseguenze. Nel primo articolo si era immaginata la vittoria della fuoriuscita di Londra dall’Ue. In questo si ipotizza invece la prevalenza nelle urne del fronte opposto.

 

Dunque è ufficiale: Londra rimane membro dell’Unione europea, Ue. L’incertezza, dopo che i primi exit poll avevano indicato un testa a testa, è finita nella giornata di ieri con la conferma che il “soccorso rosso” del voto laburista nel Nord dell’Inghilterra ha funzionato meglio del previsto.

 

Il numero di votanti ha superato di poco il 60% e lepercentuali - 52% a favore e 41% contro - ricordano quelle del referendum sulla Scozia del 2014. Le grandi città - Londra, Manchester, Birmingham - hanno votato compattamente per il remain, come la Scozia e l’Irlanda del Nord, ma quello che soprattutto ha contato è stato l’afflusso maggiore del previsto dei giovani: complice forse il cattivo tempo, sono stati probabilmente loro a decidere l’esito della contesa.

 

L’appoggio degli shirese del Sud dell’Inghilterra per il brexit non ha subito incrinature, cosicché il paese si presenta sempre più diviso su linee geografiche (Sud e Nord, Inghilterra e Irlanda e Scozia e Galles); generazionali (giovani e laureati e pensionati e lavoratori non qualificati); socio-culturali (grandi città e provincia e zone rurali).

 

Voto razionale

L’ultimo psicodramma greco, e il fallito tentativo di dare vita a un vero sistema di controllo comune alle frontiere mentre l’accordo con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan traballa vistosamente e si è aperto un nuovo drammatico fronte con la Libia, non sono bastati a convincere l’elettorato a scegliere quel miscuglio tipicamente britannico di insularismo fatto di diffidenza per tutto ciò che sa di straniero, di nazionalismo nutrito da nostalgie imperiali per una inesistente “anglosfera” in cui trovare rifugio salvifico dall’Europa, su cui avevano puntato i brexiteers per contrastare il coro degli argomenti che quasi tutta l’industria, la City e la grande maggioranza degli alleati avevano intonato per sostenere il governo nella campagna per il remain.

 

Non per questo il voto è stato ispirato da considerazioni razionali: del resto, di razionalità in questa campagna elettorale se ne è vista ben poca. Più semplicemente, le correnti psicologiche e “di pancia”, su cui il brexit pensava di fare leva, hanno ceduto il passo ad un’altra fondamentale componente della “pancia” del paese: il pragmatismo che l’ha indotto a scegliere il “diavolo che si conosce” piuttosto che farsi sedurre dal salto nel buio verso una immaginaria sovranità.

 

L’Europa che ha vinto è quella del mercato e delle convenienze economiche: essa - come ha ben chiarito l’eccezione sulla “evercloser union” voluta dal premier David Cameron - ha poco da spartire con l’idea di una Unione di paesi che condividano un comune obiettivo politico di integrazione, per quanto lontana.

 

Di questa Europa mercantile però gli inglesi hanno, per la seconda volta in quarant’anni, dichiarato di voler fare parte e sta ora agli altri fare i conti con la situazione. E decidere il da farsi.

 

Europa, un sospiro di sollievo

Le reazioni in Europa sono state, come prevedibile, di sollievo. Angela Merkel ha dichiarato che la Gran Bretagna ha fatto una scelta che la rafforzerà, e con essa rafforzerà tutta l’Europa. Matteo Renzi ha detto che si apre la prospettiva di una sempre più stretta cooperazione fra due grandi paesi che insieme possono costruire una Europa diversa, più libera e vicina ai cittadini.

 

Hollande si è unito al coro, non senza ricordare che passato questo scoglio decisivo, l’Europa intera deve ora riprendere con lena il cammino verso il completamento dell’Unione.

 

Tutt’altra musica fra i nuovi paesi membri dell’Europa dell’Est. L’ungherese Viktor Orban e il polacco Andrzej Duda hanno annunciato una riunione straordinaria del “Gruppo di Visegrad” per proporre un asse con la Gran Bretagna volto a superare l’illusione pericolosa dell’euro e mettere fine all’erosione delle sovranità nazionali voluta dalla burocrazia brussellese.

 

Applauditi in questo dall’Austria e criticati un po’ da tutti gli altri, ma non da Marine Le Pen e Matteo Salvini, che si sono fatti promotori di un manifesto dei movimenti euroscettici europei per “azzerare l’euro e cambiare l’Europa che affama i suoi cittadini” grazie anche (si presume) all’appoggio che a questo progetto dovrebbe dare Londra.

 

Cameron chiede nuove modifiche

David Cameron ha dichiarato che la Gran Bretagna resta in Europa per cambiarla, non ritenendo sufficiente quanto sin qui ottenuto, e si è impegnato a indire un nuovo referendum se, in capo a due anni, le modifiche richieste da Londra non saranno state accettate.

 

Una mossa ad un tempo difficile e pericolosa (per la stabilità dell’Ue), con la quale cerca di rafforzare la sua posizione nei confronti della maggioranza euroscettica del partito, decisa a continuare a dare battaglia.

 

Più che da Boris Johnson - il cui ruolo di “parricida” ufficiale appare un po’ appannato per l’eccesso di violenze retoriche fini a sé stesse - dovrà guardarsi dai mediatori che già si annunciano all’interno del governo. Da Michael Gove soprattutto, anche se un pensierino potrebbe farlo Philip Hammond.

 

Nigel Farage si è dimesso come annunciato e manovra per far confluire l’Ukip nei tories spingendone l’asse ancor più verso destra. Cosa questa che potrebbe innescare la reazione opposta di quanti guardano a personaggi come Kenneth Clarke per dare vita a un nuovo partito moderato e filo-europeo, in cui accogliere anche quanto resta della pattuglia liberale.

 

Ue, esame rimandato

La Gran Bretagna che rimane nell’Ue consente a questa di rimandare l’esame autocritico che una vittoria del brexit avrebbe reso inevitabile. Ma non di rinunciarvi: Londra continuerà ad opporsi a qualsiasi tentativo di dare maggiore coesione al processo di integrazione e starà attenta ad evitare, soprattutto, ogni decisione che immagini possa incidere negativamente sui suoi interessi.

 

Allo stesso tempo, appare sempre più chiaro che il futuro dell’euro è legato alla capacità dei suoi membri di compiere un salto di qualità in senso sovranazionale: un ministro unico delle Finanze, senza una politica fiscale comune e soprattutto senza un progetto politico condiviso, rischierebbe di essere l’ennesimo fuoco fatuo dell’Europa unita.

 

C’è una forte contraddizione fra l’Europa di Altiero Spinelli e quella di Margaret Thatcher: andrà risolta e nessuna delle parti ha ben chiaro come. Una grande confusione sotto il cielo, di cui non si sentiva davvero il bisogno.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, AffInt 3

 

 

 

 

 

Il sistema di prenotazione online degli appuntamenti per i servizi consolari è sicuro? Interrogazione a Gentiloni

 

ROMA - Il sistema di prenotazione online degli appuntamenti per i servizi consolari non funziona sempre bene e non garantisce la massima sicurezza dei dati. È quanto sostiene Renata Bueno (Misto-Usei) in una interrogazione al Ministro degli esteri Paolo Gentiloni.

“Da diversi anni – ricorda la parlamentare eletta in Sud America – la prenotazione dell'appuntamento per il disbrigo delle pratiche amministrative, presso la rete diplomatico-consolare italiana nel mondo, si può realizzare solo on-line, salvo sporadici casi; si tratta del sistema informatico “prenota on-line” per la gestione degli appuntamenti, accessibile attraverso i siti web delle rappresentanze italiane all'estero. Tale applicativo consente di disciplinare in modo più razionale le richieste dell'utenza per alcuni servizi (passaporti, ma anche carte d'identità e legalizzazioni), evitando un afflusso indiscriminato di pubblico, che spesso si traduce in lunghe file allo sportello, senza la certezza di poter ottenere il servizio richiesto”.

“I dati ministeriali sul sistema – riferisce Bueno – parlano chiaro: 110 sono le rappresentanze che nel mondo utilizzano questa procedura e nel 2015 sono state effettuate 437.879 prenotazioni nel mondo di cui alcune cumulative per un totale di 485.984; tale applicativo “prenota on-line” non è esclusivo, in quanto le sedi ricevono i connazionali anche senza prenotazione, nei casi di urgenza o emergenza, anche perché molte sedi fanno fronte alla domanda con strumenti più tradizionali, in funzione delle caratteristiche della comunità italiana residente (persone anziane o non abituate all'utilizzo di mezzi informatici); “prenota on-line” potrebbe essere realmente un valido strumento per consentire di programmare in anticipo giorno e ora di ricevimento, evitando faticosi spostamenti e dando modo all'ufficio di istruire la pratica, verificando, ad esempio, nel caso dei passaporti, la posizione anagrafica, l'assenza di motivi ostativi da parte delle questure, l'assenso dell'altro genitore in caso di esistenza di figli minori e così via”.

“L'utente registrato – chiarisce Bueno – può visualizzare tutti i servizi attivi presso la sede, date e fasce orarie disponibili per l'appuntamento. Ciascuna sede infatti, in completa autonomia, imposta il numero di prenotazioni giornaliere e la loro frequenza oraria; da informazioni giunte all'interrogante, purtroppo, l'applicativo informatico risulta non funzionare come dovrebbe, offrendo un utilizzo estremamente difficile; il sistema è unico per tutti i consolati italiani del mondo e la forte domanda presente in molti consolati, - denuncia Bueno – rende il sistema estremamente lento”.

“I pochi posti disponibili per la programmazione giornaliera si esauriscono in pochi secondi, costringendo l'utente a ripetere più volte l'operazione con il “prenota on-line” senza magari riuscire a completare l'operazione e ad avere quindi il sospirato appuntamento”, scrive ancora Bueno, secondo cui “il punto debole è soprattutto quello della sicurezza del sistema informatico che non funziona, nel senso che si può invadere il sistema e cambiare la prenotazione o che, addirittura, da siti differenti arrivano richieste che fanno incetta di appuntamenti con scopi poco trasparenti”.

Alla luce di queste considerazioni, Bueno chiede a Gentiloni “quali iniziative urgenti intenda intraprendere per rafforzare il sistema degli appuntamenti online, in particolare dal punto di vista della sicurezza, garantendo un servizio semplice e veloce teso a soddisfare le esigenze dei connazionali che si rivolgono agli uffici consolari”. (aise 12) 

 

 

 

 

Siamo alla fine del giro di boa nelle presidenziali USA, e Trump fa sempre più paura.

        

         Trump terrorizza le grandi Lobby finanziarie che con la globalizzazione hanno prosperato, il nuovo modello di Società in antitesi con quella sognata da Trump, un società la cui forza economica trae origine dal suo stesso tessuto economico. Più impresa e meno finanza.

Il mondo finanziario, più la campagna entra nelle sue fasi cruciali e più si rende conto che il tempo delle vacche grasse è vicino al capolinea. Anche la stampa economica avverte il pericolo e tra queste la testata più autorevole legata al mondo finanziario, The Economist in un suo articolo: "Donald Trump’s victory is a disaster for Republicans and for America", sottolinea il pericolo di un vittoria di una svolta Trump. Sarebbe la fine dei fondi speculativi che hanno arricchito numerosi istituti finanziari e impoverito gli stati sovrani, molte altre testate legate al mondo finanziario si soffermano sui pericoli in caso di vittoria dell'immobiliarista Donald Trump.

Come è consuetudine la stampa europea, punta tutto nella critica delle sue esternazioni durante i comizi, estrapolando quelle frasi necessarie per impallinarlo, così la sua persona si fa apparire come un razzista, un misogino, un sessista a cui non si può certamente affidare la guida del primo paese al mondo. Gli attacchi a Trump sono favoriti anche dal personaggio genuino che rappresenta, è pur vero che si affida a battute, a volte sagaci e non si sottrae ad un linguaggio trasgressivo, anche nei confronti della sua avversaria

Trump non è uomo del bon ton, della diplomazia verbale, del politicamente corretto, lui è diretto e questa è stata la sua formula vincente in tutta la sua vita da imprenditore. L'uomo nonostante la campagna denigratoria di televisioni, organi di stampa che continuano a mettere in risalto solo gli aspetti del suo linguaggio scurrile, continua a macinare consensi. Non ha capito il giornalismo che lo attacca, che il popolo americano aspira ad avere un presidente vero che sa rispondere alle lobby, che si oppone agli sprechi di denaro in armi e guerre, incomprensibili che costano fiumi di denaro per il popolo americano già pesantemente impoverito dalle ultime presidenze. Donald Trump prosegue la sua marcia verso la nomination repubblicana, nonostante lor signori si prodigano ad oscurare i punti salienti del suo messaggio verbale, che tanto affascina gran parte dell’elettorato americano e di contro terrorizza l’establishment americano ed europeo. La vittoria di Trump come per incanto taglia l'energia alle marionette che si muovono nei teatrini italiani, tedeschi, francesi e spagnoli, liberando dalle catene Grecia e Portogallo.

L'obiettivo primario della politica di Donald Trump è mettere fine alla globalizzazione, e ripensare ad una nuova forma sincrona alle società non più fordiste dei tempi passati. Trump studia con attenzione un nuovo progetto di società non più globalizzata, che noi popolari attenti studiosi dei cambiamenti socio antropologici in atto avevamo previsto e anticipato 10 anni fa.

Ci potrà essere ancora un futuro prospero per "tutti", nei prossimi anni se ripensiamo al disegno di società glocalizzate, una parola orrenda ma ricca di significato che imparerete ad apprezzare. Trump In ogni suo comizio non l'ha mai nominata direttamente, ma nelle sue argomentazioni è sempre presente.

E indubbiamente se dovesse vincere Trump sarà una svolta epocale. Fine del un mondo unipolare in favore di un mondo multipolare tanto caro a Putin.

La svolta se il popolo americano lo vorrà metterà fine a quel periodo politico ed economico iniziato all’inizio degli anni Ottanta con l’arrivo di Ronald Reagan alla Casa Bianca e di Margaret Thatcher a Downing Street.

Donald Trump non solo si oppone al Ttip "Trattato di libero scambio tra Stati Uniti ed Unione Europea" e all’analogo accordo con i Paesi del Pacifico, ma vuole annullare il NAFTA, ovvero gli accordi commerciali tra Stati Uniti, Messico e Canada e intende reintrodurre i dazi per proteggere il mercato interno americano. Da queste promesse elettorali, si intuiscono le premesse di una vera e propria rivoluzione socio economica, non solo per l'economia americana, ma di quella del mondo intero.

Queste sue idee raccolgono consensi tra i ceti medi e bassi americani, e suscitano simpatia tra gli economisti non allineati, convinti che una maggiore apertura dei mercati ha coinciso con la riduzione del tenore di vita dei popoli e con una crescente incertezza riguardo al futuro. La globalizzazione ha favorito una ristretta élite, soprattutto del mondo finanziario, e ha provocato notevoli diseguaglianze sociali. Infatti i tanti decantati benefici della globalizzazione, sbandierati da politici ed economisti, al soldo delle Lobby, si sono tradotti in un arricchimento di pochi e in un peggioramento delle condizioni di vita di milioni e milioni di persone sia negli Stati Uniti sia in Europa. La rabbia di questi cittadini che chiede maggiore protezione, rende impermeabile Donald Trump da attacchi diretti. La fine della globalizzazione è una svolta estremamente positiva, anche per chi ne ha beneficiato nel passato. Ormai questi capitani della finanza, hanno accumulato tante ricchezze che è arrivato per loro il momento di convertirsi, e questo è quello che serpeggia tra i consulenti di Hillary Clinton.

Noi siamo da sempre stati contro la globalizzazione, che ha arricchito in modo smodato, i grandi poteri finanziari e grandi multinazionali. E sono gli stessi che non ci stanno a soccombere all'uomo di New York, e per questo che hanno aperto la “caccia all’uomo”.

Con la fine della globalizzazione, l'America uscirebbe dalla recessione che Obama ha sempre nascosto. L’apertura dei mercati ha destabilizzato il mondo del lavoro dei Paesi occidentali, ha annientato i sindacati e ha ridotto il potere contrattuale dei lavoratori. Ha dunque contribuito a fermare la

crescita dei consumi e quindi degli investimenti, necessari per aumentare il potere di acquisto dei consumatori. In realtà la tanto sbandierata globalizzazione, non ha portato aumento di domanda neppure dai Paesi emergenti. Il risultato è che in ogni settore ci troviamo in presenza di una sovraccapacità produttiva, che accentua la pressione al ribasso su prezzi e salari, causa primaria della realtà deflazionistica in cui versa l’economia mondiale. Le politiche monetarie di carattere eccezionale attuate dalle banche centrali sono risultate inappropriate per far fronte al contesto deflazionistico generato dalla globalizzazione per farci uscire dalla crisi. Solo con un commercio equo e aggiungerei etico, con regole ben precise, le stesse proposte dal candidato democratico Bernie Sanders, attraverso la ricostruzione dei mercati del lavoro devastati dalla globalizzazione, si può uscire dalla crisi. Questa ricetta, però terrorizza i grandi poteri finanziari ed economici, ossia quell’1% di persone che ha ottenuto enormi vantaggi da quel mercato libero e senza regole dettato dalla globalizzazione.

Se Donald Trump terrà fede alle sue promesse elettorali, ma non ne sono così convinto, vista la sua provenienza, e se riuscirà a vincere le elezioni siamo alla vigilia di una svolta epocale planetaria che farà crollare l'Europa attuale, formazione di Stati mal assortiti, per ripensare ad un Europa allargata ad Est. Mi dispiace per quei leader europei che non amano gli orsi, vorrà dire che impareranno ad apprezzarli, ad amarli oltre che proteggerli da attacchi indiscriminati. Novembre è ancora lontano, e sono sicuro che l'establishment politico finanziario ed economico, userà tutte le sue carte per impedire la vittoria di Donald Trump. Sicuramente punteranno a due strumenti per incutere spavento nel popolo americano e portarlo a votare Hillary Clinton, la candidata dalla grande esperienza sostenuta dai poteri forti, che per la sua campagna elettorale si sono svenati. La prima farsa che ipotizzo, sarà una messinscena simile alla famosa depressione del 1929, con crollo dei mercati finanziari, fatti passare come rischio in caso Donald Trump diventasse inquilino alla White House. La seconda farsa che ipotizzo nel secondo tempo del film con regia Lobby finanziarie, è far credere che possano riacuirsi le tensioni tra Russia e Cina, per cui in è necessario un presidente di provata esperienza in politica estera, un vestito confezionato per indurre l’elettorato americano a votare per Hillary Clinton.

Sono sicuro che molti di voi troveranno le mie ipotesi degne di un affabulatore che vuole condizionare le vostre menti, ma non è questo il mio intento, quello che desidero è darvi gli strumenti per poter affrontare ragionamenti concreti. Sono convinto che i miei ragionamenti potranno apparire pur ipotetici, ma hanno un grande fondo di verità. La posta in gioco è un play ball, che le Lobby economico politico finanziarie non possono assolutamente perdere.

Da osservatori mantenete le Antenne alzate sugli avvenimenti legati alle campagne di disinformazione che verranno partorite nei prossimi mesi.

Maurizio Compagnone

 

 

 

 

Medio Oriente. Libia, i tricolori bruciati dai seguaci di Haftar

 

Bandiere italiane date alle fiamme in Libia. Gli episodi sono stati registrati in numerose località del Paese, dove i manifestanti si sono radunati per protestare contro la presunta ingerenza di Roma negli affari interni.

 

Il tricolore italiano è stato dato alle fiamme a Tobruk, Derna e Bengasi tra il 27 e il 30 aprile. Gli episodi sono successivi alle indiscrezioni di stampa sull’invio di 900 soldati italiani in Libia, su richiesta del nuovo governo di accordo nazionale, Gna. L’ipotesi è stata prontamente smentita dallo Stato Maggiore della Difesa, ma non ha impedito lo svolgersi delle manifestazioni.

 

Non è certo la prima volta che in Libia vengono registrate violente proteste anti-italiane: a soffiare sul fuoco sono in particolare gli elementi più radicali della società libica, memori della colonizzazione italiana nel secolo scorso.

 

Tuttavia, imputare alla difficile storia delle relazioni italo-libiche i recenti avvenimenti di Derna, Bengasi e Tobruk risulterebbe fuorviante. La vicenda è frutto dell’attuale crisi libica, complice una transizione perenne che non riesce a trovare uno sbocco conclusivo.

 

La difficile strada intrapresa a seguito dell’accordo di Skhirat del 17 dicembre scorso risulta ancora piena di ostacoli, il principale dei quali è senza dubbio Khalifa Haftar.

 

Le manovre di Haftar e l’ipoteca su Tobruk

In effetti, il minimo comune denominatore delle tre località dove si sono recentemente registrate le proteste sembra essere proprio il Generale. Bengasi è da circa due anni sotto assedio da parte di Haftar e del suo Esercito nazionale libico, Lna (a dispetto del nome, l’ennesima milizia che compone il frammentato panorama del Paese).

 

L’offensiva di Haftar a Bengasi contro i gli islamisti ha ottenuto nuovi rilevanti successi nelle scorse settimane, sebbene parte della città sfugga ancora al suo controllo.

 

Derna, prima roccaforte del cosiddetto “stato islamico” in Libia fino a giugno 2015, è stata recentemente bersagliata dall’aviazione del Lna. Scopo di Haftar sarebbe stato quello di rivendicare la vittoria contro il Califfato, nonostante i meriti principali della liberazione della città siano appannaggio del Consiglio della Shura della di Derna.

 

Apparentemente, le proteste anti-italiane di Derna erano indirizzate anche contro il Lna, accusato di bombardamenti indiscriminati sulla città.

 

D’altra parte, Tobruk è da mesi ostaggio di Haftar. La Camera dei Rappresentanti trasferitasi in questa città non è ancora riuscita a votare la fiducia al Gna presentato dal Premier Fayez al-Serraj, condizione necessaria per l’entrata in vigore del Libyan Political Agreement, Lpa.

 

A impedirlo sembra essere proprio Haftar, la cui nomina a Capo di Stato Maggiore dell’esercito approvata lo scorso anno dalla Camera di Tobruk è stata il principale successo della sua nuova avventura libica dopo l’esilio negli Stati Uniti. Un risultato messo a repentaglio proprio dal Lpa che all’art. 8 assegna le prerogative di nomina dei vertici dell’esercito libico al Gna.

 

Obiettivo Sirte

La costituzione del Gna e il suo trasferimento da Tunisi a Tripoli è stato un successo diplomatico, su cui ha puntato principalmente l’Italia. Non è un caso che il primo esponente straniero a congratularsi personalmente con al-Serraj sia stato il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

 

Ciononostante, come tutte le soluzioni diplomatiche, quella del Gna richiede tempo e pazienza, fattori non spesso in dotazione in scenari di crisi. Inoltre, anche qualora il governo di al-Serraj riuscisse a mettere progressivamente radici a Tripoli, liquidando ciò che resta del Congresso Generale Nazionale e del governo di Khalifa Ghweil, resterebbe ancora da colmare la distanza con Tobruk, sempre più prigioniera delle manovre di Haftar.

 

Quest'ultimo, appoggiato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti, ha annunciato nei giorni scorsi un'operazione militare per liberare Sirte dallo stato islamico. Il nome in codice è al-Qurdabyia, località nelle vicinanze di Sirte famosa per la sconfitta delle truppe italiane nel 1915.

 

L'annuncio ha fortemente preoccupato il Gna, consapevole del rischio di uno scontro tra il Lna e le milizie di Misurata, anch'esse pronte a muovere contro Sirte. Al-Serraj si è pronunciato contro un’offensiva non coordinata su Sirte, ammonendo i principali protagonisti sul rischio di una guerra civile.

 

L’Egitto, la Libia e il caso Regeni

La cesura, anche storica, tra Tripolitania e Cirenaica è sapientemente coltivata non solo dai principali attori interni, ma anche dalle potenze regionali, consapevoli di poter (o dover) giocare un ruolo nella complessa partita libica.

 

Con l’Algeria paralizzata nella sua azione di governo a causa della sempre più evidente malattia del Presidente Abdelaziz Bouteflika, è l’Egitto a detenere la golden share della complessa partita libica. Il regime del Presidente Abdel Fattah al-Sisi possiede diversi asset nel Paese, il principale dei quali è il già menzionato Haftar.

 

Con il deterioramento dei rapporti italo-egiziani a seguito della tragica morte del ricercatore italiano Giulio Regeni e l’avvallo delle Nazioni Unite al Gna, nuove geometrie sembrano disegnarsi in Libia.

 

Una volta molto più vicina al parlamento di Tobruk (l'unico legittimamente riconosciuto dalla comunità internazionale negli scorsi mesi) che a quello di Tripoli, l'Italia ha deciso di scommettere sul Gna, proprio in coincidenza con le fase più concitate del caso Regeni.

 

L'arrivo di al-Serraj a Tripoli il 30 marzo scorso ha di poco preceduto la rottura dell'asse tra Roma e il Cairo, messa in piena luca dal richiamo dell'ambasciatore Maurizio Massari per consultazioni. L'evidente contrapposizione tra Roma e il Cairo aiuterebbe a spiegare in parte la vicenda delle bandiere italiane bruciate in piazza.

 

Più in generale, risulta molto improbabile che l’Egitto accetti una soluzione della crisi libica che non tuteli i suoi interessi, in particolare in Cirenaica e lungo i suoi confini occidentali.

 

Tuttavia, a preoccupare è ancora una volta il mancato coordinamento tra gli occidentali, gli europei in particolare. La posizione della Francia risulta infatti molto ambigua: nonostante le dichiarazioni di sostegno al Gna, Parigi sembra sempre più vicina alle posizioni egiziane, come dimostrato dalla recente visita del Presidente Francois Hollande al Cairo e dai suoi interessanti risvolti economico-commerciali.

 

A dispetto delle apparenza, il governo francese sembra sempre più indirizzato verso l’interventismo, comprensibile dopo i recenti attentati a Parigi, ma probabilmente controproducente nel lungo termine sia per l’unità libica che nel contesto della lotta al terrorismo internazionale.

Umberto Profazio, dottore di ricerca, AffInt. 5

 

 

 

 

 

L’arte del governare

 

Il 2017 potrebbe essere l’anno delle “riforme” per gli italiani; anche per quelli che vivono oltre confine. Nulla, però, può mostrarsi come scontato. Oltre al “malessere”, dovrebbe maturare il tempo della coerenza; anche di là dell’insofferenza per una politica che è poco coinvolgente. La “confusione” dovrebbe lasciare il posto alla “comprensione”. Il dire potrebbe essere in sintonia con l’ascoltare. Dopo, a ragione veduta, il “cambiamento” ci sarà.

 

 Come a scrivere, almeno secondo noi, che sarebbe poco utile fare riferimento alle cordate di partiti alle quali c’eravamo abituati anche all’inizio del Nuovo Millennio. Tramontati i tentativi d’apparentamento, la Penisola potrà ritrovare i parametri indispensabili per andare avanti; tenendo anche conto che l’Italia è una delle “stelle” d’Europa. Dopo questa Legislatura, che è a “tempo”, troverà assetto la linea della nuova Penisola. I partiti, “vecchi” o“ringiovaniti”, sono destinati a un declino perché fagocitati dal sistema che loro stessi hanno realizzato.

 

 Facce nuove e programmi meno scontati andranno a rendere migliore il Bel Paese. Con la nuova Legge Elettorale, un’era sarà rimpiazzata con uno spirito nuovo e privo di compromessi correlati al mantenimento di un potere sempre meno dalla parte di chi non lo merita. Meno parlamentari e più servizi per il Popolo italiano; ovunque residente. I “tempi” di questa svolta non saranno lunghi. Purché i politici ritrovino il dono dell’ascolto.

 

 Il confronto Maggioranza e Opposizione, basato su regole nuove, consentirà una gestione più funzionale dell’Azienda Italia. Rappresentare le necessità degli elettori tornerà uno degli scopi dei neo eletti in un Parlamento “monocamerale”. Se ci saranno le premesse per germinare, anche un partito d’indipendenti potrebbe fare di più con la possibilità, oggi improponibile, di rappresentare anche i non, ufficialmente, “allineati”. Pure quelli che fingono d’esserlo, mandando alla deriva ogni possibilità di reale confronto.

 

 Ciò che ci preme è che si evitino i raffronti tra il presente e quello che sarà il futuro. I cambiamenti si presenteranno progressivi ma inarrestabili. Per il bene della Penisola, meglio voltare pagina con le mozioni d’uomini nuovi. Quelli che, oggi, già sono alla ribalta pubblica ma ancora sottovalutati. Del resto, vivere di promesse non facilita la ripresa del Paese.

Col 2017, i presupposti per la “nuova arte di governare”saranno più prossimi. Non tanto per particolari capacità politiche di Renzi, ma per i forti segnali di maggiore impegno che ci giungono pure dall’Europa. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Inchieste e migranti, doppia incognita sul voto nelle città

 

Manca meno di un mese alla scelta dei sindaci nelle maggiori città italiane e la campagna elettorale è dominata da due fattori in grado di influenzare il voto. Lo scontro fra i giudici e il Pd, con il corollario dello scontro fra Pd e Cinquestelle dopo che anche un sindaco del movimento di Grillo è indagato per bancarotta fraudolenta, e la paura dei migranti che a dispetto degli appelli del Papa non smette di dilagare fra l'elettorato con grande soddisfazione delle formazioni xenofobe e populiste. Due elementi a cui se ne aggiunge un terzo: l'esclusione, salvo ricorsi, di alcune liste di rilievo dalla corsa elettorale a Roma e a Milano. Il Pd è colpito da una serie di provvedimenti della magistratura ultimo dei quali (a parte la sentenza di condanna di Soru per evasione fiscale) è l'arresto del sindaco di Lodi. La polemica fra Largo del Nazareno e la magistratura ha assunto toni violenti, fino al punto che - in seguito alle dichiarazioni del consigliere del Csm Morosini - è stato lo stesso organo di autogoverno della magistratura ad intervenire raccomandando maggiore equilibrio e astensione dalle polemiche e dal l'impegno politico diretto. Le acque sembrano più calme, ma scoppia intanto la polemica tra Pd e i Cinquestelle dopo che il sindaco di Livorno ha subito un avviso di garanzia per la gestione dei rifiuti. Grillo non ha applicato al sindaco del suo movimento lo stesso trattamento giacobino e colpevolista che usa sempre contro gli esponenti del Pd coinvolti in inchieste, e naturalmente questo è bastato per accusarlo come minimo di incoerenza e doppiopesismo. Ma anche tra i grillini nasce un po' di paura che la vicenda giudiziaria possa influire negativamente nelle elezioni amministrative. Elezioni a cui potrebbero mancare la sinistra di Fassina a Roma e Fratelli d'Italia a Milano. L'eventuale assenza dell'ex viceministro dell'Economia e acerrimo nemico di Renzi potrebbe favorire il candidato del Pd Giachetti che lotta per arrivare almeno al ballottaggio. Ma il fattore più temuto è quello della paura dell'immigrazione. L'esempio di Bolzano è la spia di cosa potrebbe accadere a giugno. L'ascesa di Casapound per effetto della paura che gli immigrati si riversino al Brennero e li rimangano può essere un esempio che potrebbe essere ripetuto in altre zone d'Italia. L'Italia promette che controllerà i migranti e prenderà le impronte digitali. Roma vuole scongiurare la chiusura delle frontiere interne che significherebbe l'ammassarsi di tutti i profughi entro i nostri confini. L'Europa sembra pronta ad aiutare il governo italiano, ma non si capisce con quali soldi. Ciò che sta succedendo a Vienna con il trionfo dell'ultradestra xenofoba e le dimissioni del Cancelliere socialdemocratico è un monito su cui riflettere con la massima attenzione.  GIANLUCA LUZI LR 9

 

 

 

 

Le città al voto: rischio fuga dalle urne

 

Nei sette principali comuni coinvolti nelle prossime elezioni si sono persi complessivamente 1,1 milioni di elettori nel giro di tre tornate amministrative (l'equivalente di due intere città come Torino e Trieste insieme). Il profilo del sindaco ideale per gli italiani: serio, competente, un non politico di professione, giovane

 

ROMA - Sono quasi 13,5 milioni gli italiani chiamati al voto il prossimo 5 giugno per le elezioni amministrative. Si voterà in 1.368 comuni, di cui 7 capoluoghi di regione: Bologna, Cagliari, Milano, Napoli, Roma, Torino e Trieste. Dal confronto del numero dei votanti che si sono recati al seggio nelle ultime tre elezioni comunali emerge che alle ultime amministrative a Roma hanno votato 572.000 elettori in meno (-31,5% tra il 2001 e il 2013), 225.000 in meno a Milano (-25% tra il 2001 e il 2011), 166.000 in meno a Torino (-26,1% nello stesso periodo), 89.000 in meno a Napoli (-15,4% nello stesso periodo), 46.000 in meno a Bologna (-17,5% nel periodo 2004-2011), 20.000 in meno a Cagliari (-16,9% tra il 2001 e il 2011), 20.000 in meno a Trieste (-16,2% nello stesso periodo). Nelle sette principali città coinvolte nelle prossime elezioni amministrative sono fuggiti dalle urne complessivamente 1.138.000 elettori nel giro di tre tornate comunali, cioè il corrispettivo degli abitanti di due intere città grandi come Torino e Trieste messe insieme. È quanto emerge da una elaborazione diffusa oggi dal Censis. Dopo la grande stagione dei sindaci, inaugurata con l'elezione diretta e la forte personalizzazione delle candidature, è subentrata una fase di disillusione con una impennata dell'astensionismo. A Roma si è passati da un'affluenza pari al 79,4% alle elezioni comunali del 2001 (primo turno) al 52,8% di votanti nel 2013 (con una differenza del tasso di partecipazione al voto pari a -26,6%). A Milano la crescita dell'astensionismo si misura in 14,7 punti percentuali in meno di votanti (sono scesi dall'82,3% del 2001 al 67,6% del 2011). A Torino c'è stato un crollo dall'82,6% al 66,5% tra il 2001 e il 2011, con una differenza di votanti pari a -16,0%. A Napoli si passa dal 68,2% (2001) al 60,3% (2011), cioè 7,8 punti percentuali in meno. A Bologna nel 2004 i votanti erano stati l'81,8%, ridotti al 71,4% nel 2011 (con un astensionismo cresciuto di 10,4 punti percentuali). A Cagliari i votanti sono diminuiti dal 79,1% del 2001 al 71,4% del 2011 (il 7,7% di astenuti in più). E a Trieste dal 64,2% al 56,7% (il 7,5% di votanti in meno nel periodo 2001-2011).

Il sindaco ideale secondo gli italiani

Chiunque diventerà sindaco dovrà confrontarsi con una percezione degli italiani per cui la vivibilità nel proprio territorio rispetto a un paio di anni prima è peggiorata per il 60%, rimasta uguale per il 26%, migliorata solo per il 13%. Secondo una indagine del Censis, per il 69,5% degli italiani il profilo ideale del sindaco da votare richiede serietà, credibilità e affidabilità. Per il 35% al primo posto viene la competenza amministrativa e gestionale. Per il 14% l'aver maturato una esperienza professionale fuori dall'ambiente politico. Per un ulteriore 14% il sindaco deve essere giovane, energico e con voglia di fare. Per il 9% non deve essere stato coinvolto con la politica del passato. E solo per il 7% il sindaco ideale dovrebbe avere esperienza politica. È questo il ritratto del sindaco desiderato secondo gli italiani. L'antipolitica, o meglio il «no» a sindaci con un passato in politica, è leggermente superiore tra i laureati (12%). Al contrario, la predilezione per il «politico di professione» è leggermente superiore tra gli ultrasessantacinquenni (10%) e i residenti nelle regioni meridionali (8%).

Nelle grandi città (con più di 500.000 abitanti) è più forte che altrove la richiesta di un sindaco che sia una persona seria, credibile e affidabile (secondo il 77% del campione), e deve essere competente in materia amministrativa e gestionale (42%). Differenze decisive sul profilo ideale del sindaco si registrano tra le persone in relazione al titolo di studio. I laureati più degli altri insistono sulla serietà e affidabilità (77,5%), e sulla competenza amministrativa e gestionale (45%). Mentre le persone con titolo di studio più basso (fino alla licenza elementare) sono più delle altre orientate a votare candidati giovani e volti nuovi (19%). (Inform 12)

 

 

 

Nuove norme per attirare nell'UE studenti e ricercatori non comunitari

 

 Le nuove norme di ingresso e soggiorno renderanno le università europee ancora più attraenti per gli studenti e i ricercatori altamente istruiti provenienti da altri paesi.

 

Nuove norme armonizzate d'ingresso e soggiorno nell'UE sono state approvate dal Parlamento mercoledì e renderanno più semplice e più attraente per le persone provenienti da paesi terzi studiare o fare ricerca nelle università europee. Le nuove disposizioni chiariscono e migliorano anche le condizioni di tirocinanti, volontari, alunni e ragazzi alla pari non-UE.

 

Le nuove regole unificano due direttive già esistenti (su studenti e ricercatori) per garantire che:

 

* studenti e ricercatori possano soggiornare nell'UE per almeno nove mesi dopo aver terminato i propri studi o ricerche per cercare un lavoro o di dare vita a un'attività. In tal modo, anche l'Europa potrebbe beneficiare delle loro competenze;

 

* studenti e ricercatori possano muoversi più facilmente all'interno dell'Unione europea durante il loro soggiorno. In futuro, non sarà infatti più necessario presentare una nuova domanda di visto al momento del trasferimento, ma basterà semplicemente notificare lo Stato membro verso il quale ci si sta spostando, ad esempio per uno scambio culturale di sei mesi. I ricercatori potranno inoltre spostarsi per periodi più lunghi rispetto a quelli attualmente consentiti;

 

* i ricercatori abbiano il diritto di portare i loro familiari con loro e, a loro volta, i membri della famiglia potranno lavorare durante il soggiorno nell'UE;

 

* agli studenti sia riconosciuto il diritto di lavorare almeno 15 ore a settimana.

 

"Sono soddisfatta del riconoscimento, da parte dell'UE, del valore di attrarre persone altamente qualificate per permettere loro di venire qui e invogliarli a rimanere con la creazione di un sistema europeo armonizzato applicabile in tutti gli Stati membri", ha sottolineato la relatrice Cecilia Wikström (ALDE, SE).

 

"Senza dubbio le università europee saranno in grado di rafforzare la loro competitività sulla scena globale e diventare più attraenti che mai per le persone ambiziose e altamente qualificate provenienti da altri Paesi, grazie al miglioramento significativo delle condizioni", ha aggiunto.

 

La nuova direttiva prevede anche condizioni di ingresso uniformi e una protezione più efficace per i tirocinanti e i volontari che operano nell'ambito del programma di volontariato europeo. Disposizioni facoltative sono inoltre previste per altri volontari, alunni e ragazzi "au pair" non comunitari, che potranno per la prima volta fare affidamento su una legge europea.

 

Prossime tappe. La direttiva entra in vigore il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale europea. Gli Stati membri avranno poi due anni di tempo per trasporre le disposizioni nella loro legislazione nazionale. PE 11

 

 

 

 

 

Censis. L’esodo degli studenti e la fuga dei talenti dal Mezzogiorno

 

Il grande disinvestimento: con i giovani che se ne vanno, in dieci anni il Sud perde 3,3 miliardi di euro di investimento in capitale umano e 2,5 miliardi di tasse che emigrano verso le università del Nord

 

ROMA - Nell'anno accademico 2014-2015 si sono spostati dal Mezzogiorno verso le regioni del Centro-Nord quasi 23.000 giovani universitari. Nel 2010-2011 il flusso aveva interessato 27.530 immatricolati e nel 2006-2007 già superava le 26.000 unità. Nei tre anni accademici considerati la quota di immatricolati «emigrati» per studiare al Centro-Nord si è attestata intorno all'8-9% del totale delle immatricolazioni. Per quanto riguarda gli iscritti, nell'anno accademico 2014-2015 gli studenti meridionali che frequentano le università del Centro-Nord hanno raggiunto la cifra di 168.000. È quanto emerge da uno studio realizzato dal Censis per Confcooperative presentato in occasione dell'assemblea nazionale che si è tenuta ieri a Roma.

Considerando il valore medio delle tasse universitarie pagate dalle famiglie, l'«esodo» degli studenti del Mezzogiorno nell'ultimo anno ha prodotto una perdita di risorse per il sistema universitario meridionale pari a 122 milioni di euro. Le università del Centro-Nord hanno beneficiato di un valore aggiuntivo, determinato dal pagamento delle tasse universitarie, pari a 248 milioni di euro, creando in questo modo una spesa aggiuntiva per le famiglie del Mezzogiorno pari a 126 milioni di euro, visto che le tasse universitarie negli atenei del Centro-Nord sono mediamente più alte. La proiezione di questo trend a dieci anni porta un effetto di impoverimento delle università meridionali che supera il miliardo di euro, un aumento della spesa per le tasse universitarie sostenute dalle famiglie pari a 1,2 miliardi e una disponibilità di risorse aggiuntive per le università del Centro-Nord che raggiunge quasi 2,5 miliardi.

C'è anche un effetto economico negativo per il Mezzogiorno dovuto alla «fuga dei talenti», cioè alla perdita netta di persone laureate che il Mezzogiorno ha subito negli ultimi anni. Nel 2013 ben 26.000 laureati hanno preso la strada delle regioni centro-settentrionali (l'età media di questa componente era di poco inferiore ai 34 anni), nel 2008 erano stati 19.000 (e l'età media si attestava sui 31 anni). Sempre nel 2013 altri 5.000 laureati hanno lasciato il Mezzogiorno per andare all'estero. Quindi in un anno 31.000 laureati hanno deciso di spendere altrove l'accumulazione di competenze acquisite sul proprio territorio di origine, determinando in questo modo un ulteriore impoverimento degli asset disponibili per il Mezzogiorno.

Considerando che per l'Italia la spesa per studente sostenuta dalle istituzioni pubbliche durante gli anni necessari a completare il ciclo dell'istruzione, a partire dalla scuola primaria fino alla laurea, è pari complessivamente a 108.000 euro (stima Ocse), il mancato ritorno dell'investimento realizzato dal nostro Paese, con riferimento ai 5.000 laureati meridionali che nel 2013 hanno lasciato l'Italia, è pari a 540 milioni di euro in un anno. Con riferimento ai 26.000 laureati meridionali che oggi vivono nel Centro-Nord, l'impatto economico può essere valutato in poco più di 2,8 miliardi di euro. In totale, si tratta di 3,3 miliardi di euro: una riduzione di opportunità per quei territori che hanno contribuito a formare un capitale potenzialmente strategico per il futuro. E segnala l'urgenza di interventi che ristabiliscano le chance di competizione del sistema universitario meridionale e aumentino il grado di attrattività degli atenei del Mezzogiorno. Ma il Sud non è un deserto e ha molti asset sui cui puntare per sottrarsi a un destino di inesorabile impoverimento. Per sfuggire a questa deriva occorre preservare la dimensione e il valore dei fattori di sviluppo, evitando dispersione e dissipazione. Il sistema dell'istruzione, dell'università e della ricerca è imprescindibile se si persegue l'obiettivo di collocare un territorio sulla frontiera tecnologica e dell'innovazione. (Inform 6)

 

 

 

 

Proposta di legge: un Comitato per la promozione e il coordinamento della ricerca scientifica italiana all'estero

 

ROMA - Presentata tre anni fa – 28 maggio 2013 – la proposta di legge “Istituzione del Comitato interministeriale per la promozione e il coordinamento della ricerca scientifica italiana all'estero” del deputato Pd Marco Fedi è stata assegnata ieri alle Commissioni riunite Affari esteri e Cultura della Camera. Sottoscritta da molti deputati, tra cui gli eletti all’estero del Pd - Farina, la Marca, Garavini e Porta – Caruso (Icp) e Nissoli (Ds-cd), il testo dovrà essere sottoposto ai pareri delle Commissioni Affari Costituzionali, BIlancio, Attività Produttive, Lavoro, Politiche Ue e della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

Citata la “fuga dei cervelli” e il lavoro dei ricercatori italiani all’estero, Fedi spiegava nella premessa che lo scopo della proposta di legge è “quello di valorizzare la grande articolazione e le qualità che contraddistinguono la presenza italiana nel mondo, sia come risultato dei processi d'integrazione realizzati dall'emigrazione storica – anche se con esiti differenziati – sia come apporto derivante dalle nuove forme di mobilità. Queste ultime, in un contesto globale, hanno consentito di costituire un autentico patrimonio di intelligenze e di professionalità. Non considerarlo in modo unitario, non valorizzarlo e non investire in questo patrimonio sarebbe un errore strategico prima che politico, destinato a pesare sull'estensione e sulla qualità delle prospettive di internazionalizzazione dell'Italia”.

Quindi, “per fare in modo che le potenzialità di questa presenza si trasformino da fattore di perdita in opportunità, si è ritenuto di proporre l'istituzione di un organismo che abbia competenze specifiche in materia: il Comitato interministeriale per la promozione e il coordinamento della ricerca scientifica italiana all'estero” composto “dai Ministri e dai direttori generali competenti in materia del Ministero degli affari esteri e del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. A presiederlo sarà il Ministro degli affari esteri”.

Tra i compiti del Comitato anche quello di “provvedere a realizzare una realistica mappatura della presenza dei ricercatori italiani che sono all'estero per lavoro o per formazione”, anche perché “un più preciso quadro di riferimento potrà essere utile per programmare e per realizzare accordi multilaterali e bilaterali volti a favorire e a moltiplicare programmi di scambio di collaborazione tra università e istituti di ricerca”.

Il testo si compone di quattro articoli.

“Art. 1. (Istituzione del Comitato interministeriale per la promozione e il coordinamento della ricerca scientifica italiana all'estero).

1. È istituito presso il Ministero degli affari esteri, senza oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato, il Comitato internazionale per la promozione e il coordinamento della ricerca scientifica italiana all'estero, di seguito denominato «Comitato».

Art. 2. (Presidente e componenti del Comitato).

1. Il Comitato è presieduto dal Ministro degli affari esteri.

2. Il Comitato, oltre al presidente, è composto dal Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, dal direttore generale per il coordinamento e lo sviluppo della ricerca e dal direttore generale per le strategie e lo sviluppo dell'internazionalizzazione della ricerca scientifica e tecnologica delle rispettive direzioni generali del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, nonché dal direttore generale per la promozione del sistema Paese della rispettiva direzione generale del Ministero degli affari esteri.

3. Qualora le direzioni generali di cui al comma 2 siano soppresse, i direttori generali che hanno acquisito le medesime competenze di tali direzioni sono nominati componenti del Comitato.

4. I Ministri degli affari esteri e dell'istruzione, dell'università e della ricerca possono delegare il loro ruolo, rispettivamente, di presidente e di componente del Comitato ad un vice Ministro o a un Sottosegretario di Stato.

5. Alle riunioni del Comitato è invitato in modo permanente il presidente del Consiglio dei ricercatori italiani all'estero, istituito ai sensi dell'art. 4, comma 2.

6. Alle riunioni del Comitato, in base agli argomenti da trattare, possono essere invitati altri Ministri, nonché esponenti del sistema delle autonomie, rappresentativi dei diversi livelli di governo.

7. Le funzioni di segretario del Comitato sono esercitate dal segretario generale del Ministero degli affari esteri.

Art. 3. (Segreteria del Comitato).

1. Il segretario del Comitato si avvale di un'apposita segreteria, composta da non più di tre unità di personale, costituita nell'ambito dell'ufficio del segretario generale del Ministero degli affari esteri.

Art. 4. (Compiti e funzioni del Comitato).

1. Il Comitato svolge funzioni di indirizzo, di coordinamento e di monitoraggio sullo stato della ricerca universitaria e scientifica italiana all'estero. Nell'esercizio di tali compiti il Comitato provvede ad attuare iniziative per:

a) realizzare e mantenere costantemente aggiornata, attraverso l'impiego dei terminali diplomatico-consolari del Ministero degli affari esteri, una mappatura dei docenti universitari e dei ricercatori italiani residenti all'estero per ragioni di lavoro o di formazione, classificandoli in modo da individuare per ogni singolo studioso: la collocazione geografica; l'impiego professionale e accademico; il settore di specializzazione; la catalogazione dettagliata di eventuali pubblicazioni, brevetti e interventi realizzati; altri dati specifici e caratterizzanti l'attività svolta all'estero; i recapiti e i contatti;

b) realizzare e mantenere costantemente operante un sistema di comunicazione e interscambio delle università e dei centri di ricerca italiani con i soggetti interessati dalla mappatura di cui alla lettera a) e con i loro rispettivi luoghi di impiego e di studio all'estero;

c) promuovere eventi pubblici e pubblicazioni che recuperino, mantengano e rafforzino il legame tra i docenti e i ricercatori italiani all'estero e l'Italia;

d) sostenere le collaborazioni esistenti e integrarle, qualora ne sorgano i presupposti, attraverso la realizzazione di progetti di ricerca da parte di istituzioni italiane e straniere operanti nel campo della ricerca scientifica;

e) incrementare il numero dei corsi universitari di dottorato in collaborazione internazionale;

f) ridefinire gli accordi multilaterali e bilaterali già esistenti in materia di ricerca scientifica e di collaborazione e interscambio tra università e istituti di ricerca italiana e stranieri e promuovere l'istituzione di nuovi accordi;

g) razionalizzare il sistema del riconoscimento delle qualifiche e dei titoli di studio e professioni posseduti o conseguiti all'estero;

h) promuovere iniziative per favorire e per incentivare i rientri temporanei dei ricercatori italiani all'estero che ne fanno richiesta.

2. Il Comitato istituisce il Consiglio dei ricercatori italiani all'estero, organismo consultivo permanente, che è disciplinato mediante un'apposita delibera del medesimo Comitato.

3. Il Comitato, sentito il Consiglio dei ricercatori italiani all'estero, predispone, entro il 31 marzo di ogni anno, un piano di azione per l'anno successivo per il perseguimento degli obiettivi del Governo in materia di promozione e di coordinamento della ricerca italiana all'estero, individuando per ciascun obiettivo il soggetto o i soggetti responsabili per il suo conseguimento. Il piano è approvato dal Consiglio dei ministri ed è trasmesso alle Camere.

4. Il Comitato coordina l'attività di realizzazione degli obiettivi del piano di azione di cui al comma 3 da parte dei singoli responsabili, assicurando la coerenza delle varie iniziative, e verifica periodicamente, in collaborazione con il Consiglio dei ricercatori italiani all'estero, il loro stato di attuazione, che è reso pubblico ogni sei mesi.

5. Al Comitato sono sottoposte, per un esame preventivo all'approvazione da parte del Consiglio dei ministri, le iniziative normative con prevalente finalità di sviluppo dell'attività di ricerca universitaria e scientifica”. (aise 12) 

 

 

 

 

Il dilemma

 

Questo Governo è sempre necessario? Di fatto, sembra che sia meglio portare avanti la Legislatura, con l’attuale Esecutivo, almeno sino all’operatività della nuova legge elettorale. L’ottimismo a buon mercato non può, comunque, trovare molti seguaci. Tanto per chiarire: non è neanche sicuro che Renzi mantenga, come afferma, i requisiti per reggere la guida del Paese sino al 2018.  Del resto, rinnegare il passato non ci sembra neppure una tattica da seguire. Tant’è vero che non tutti i Partiti hanno manifestato un particolare interesse per l’uomo del PD alla guida del Paese. Di fatto, però, le critiche non sono condanne morali e lasciano il tempo che trovano. Stare a osservare sembra meglio che assumere posizioni delle quali, poi, ci si potrebbe dispiacere.

 I tempi per la “svolta” sono maturati tra i tanti problemi degli italiani. Da come si sono evoluti i fatti politico/economici, serve almeno la garanzia di una linearità politica. Così, per evitare guai maggiori, sembra opportuno lasciare decantare i mesi che ci separano dal prossimo anno con l’intento di seguitare quel tracciato che la Squadra di Governo ha fatto sua. Pur se con qualche cambiamento “a itinere”. E’ arrivato il tempo per riconoscere i propri “errori” senza scaricarli sugli “altri”.E’ la politica italiana, nel suo complesso, a essere collassata. Non esiste un partito né migliore, né peggiore degli altri. C’è solo l’incertezza per un futuro che sarà meno “elastico”. Il passato avrebbe dovuto insegnarci che le “alleanze” sono sempre a termine. Indipendentemente dalla volontà dei contraenti.

 Anche i nuovi entrati l’hanno da imparare per evitare, almeno loro, di comportarsi come quelli della Generazione che intendono superare. Prima di Renzi, le responsabilità di Maggioranza e Opposizione ci sono state. Ora la situazione è ancor più complessa dato che le posizioni in antitesi sono divise solo da una sottile linea di confine. Il “bipolarismo”, che non abbiamo mai visto di buon occhio, appare superato. C’è, di conseguenza, da dubitare su certi equilibri elettorali che non possono più essere il pane “quotidiano” del Popolo italiano. Se non è più possibile prevedere quali saranno i futuri equilibri elettorali, nell’attesa che la nuova normativa li regoli, resta il banco di prova del piano economico 2017/2018. Sempre a “firma” di Renzi.

Dopo le riforme, e non solo della Legge Elettorale, avremo più bisogno di “ fatti” per riscattare la nostra economia e non solo quella. Intanto, vedremo se, entro l’anno, il Parlamento ritroverà nuove connessioni. Il chiasso politico di queste ultime settimane non ha frenato il corso degli eventi. L’Italia di programmi mai portati a buon fine è stracolma. Il nostro futuro resta, di conseguenza, ancora sibillino. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Politica marittima. Non solo trivelle: la protezione dei mari d’Italia

 

Rilanciare la tutela ecologica del mare da tutti i rischi che lo minacciano potrebbe essere un obiettivo da perseguire in attesa che le rinnovabili assumano priorità secondo l'Accordo di Parigi sul clima (Cop21).

 

Magari, avendo di mira la cooperazione transfrontaliera con i paesi vicini. Ed assumendo un approccio pragmatico sulle attività offshore energetiche, in linea con la visione dell'Unione europea (Ue) che non è certo sostenitrice ad oltranza del fossile.

 

Offshore europeo

La Ue ha valutato, all'indomani dell'incidente del Golfo del Messico del 2010, l'opzione della moratoria delle trivellazioni, ma ne ha escluso la fattibilità per motivi economici.

 

Non a caso, le istituzioni europee hanno approvato la strategia della Energy Security, volta a conseguire stabilità e abbondanza energetica anche mediante sfruttamento delle risorse nazionali di idrocarburi, ad evitare dipendenza extra Ue, in primis dalla Russia.

 

Come precondizione è stata però varata la direttiva 2013/30 relativa alla sicurezza delle operazioni in mare, fissando standard di responsabilità, prevenzione e controllo che il ministero dello Sviluppo economico ha prontamente recepito con il decreto legislativo 145/2015.

 

Inoltre, la Ue ha indicato, nell'ambito della direttiva 2014/89 sulla pianificazione spaziale marina, l'esigenza che la creazione di zone di giurisdizione nazionale tenga anche conto dei rischi associati agli usi del mare, compresi l'estrazione di idrocarburi con impianti di trivellazione e la produzione di energie rinnovabili in wind farms marine di gigantesche pale eoliche.

 

Ecologismo marittimo italiano

L'impegno del nostro paese nella tutela dell'ambiente marino è testimoniato dall'ultradecennale applicazione della legge 979/1982 sulla difesa del mare: normativa organica che ha generato aree marine protette, lotta agli inquinamenti costieri, capacità antinquinamento gestite da Marina militare, Guardia costiera e società private in convenzione con il ministero dell'Ambiente.

 

La legge 61/2006 ha successivamente previsto la possibilità di istituire, al di là del mare territoriale, la zona di protezione ecologica (Zpe). Vale a dire una zona economica esclusiva (Zee) di genere minore, relativa alla sola protezione ecologica e non alla pesca, il cui regime di prevenzione e repressione si applica a tutte le forme di inquinamento marino, comprese quelle "da attività di esplorazione e di sfruttamento dei fondi marini".

 

La spinta alla creazione di Zpe si è esaurita con la nascita (ad opera del Dpr 209/2011) di quella del Tirreno e del Mar Ligure, speculare rispetto alla Zee francese e sovrapposta al già esistente santuario dei mammiferi italo-franco-monegasco.

 

C'è da chiedersi, sull'onda referendaria, se l'istituzione di nuove Zpe in altre zone specifiche dei mari d'Italia non sia opportuna, per proteggere anche dal largo - in quello che ora è alto mare - l'ambiente costiero minacciato da vari rischi.

 

Del resto, la Croazia lo ha fatto nel 2003 senza negoziare con noi il confine, la Tunisia nel 2005, la Libia nel 2009. Per non parlare delle varie iniziative cipriote di delimitazione congiunta di Zee e piattaforma continentale.

 

Certo è che nuove Zpe (o addirittura Zee integrali, considerando il trend della prassi mediterranea) verrebbero incontro alle istanze ecologiste di regioni come l'Abruzzo, la Puglia e la Sicilia.

 

Pragmatismo Ue

È illusorio pensare di arroccarsi nella difesa ambientale dei mari italiani quando a poche miglia altri stati pianificano ed attuano un sistematico sfruttamento energetico secondo regole non sempre adeguate.

 

Italia e Croazia, superando le incomprensioni derivanti dall'iniziativa del 2003, potrebbero riavviare la cooperazione italo-jugoslava iniziata nel 1974 con la Commissione per la protezione dell'Adriatico, associando magari Montenegro ed Albania.

 

Senza dubbio, un'intesa ecologista con la Tunisia verrebbe incontro ad esigenze reali, oltre che essere politicamente fruttuosa. D'altronde, simili accordi sono previsti dal Protocollo offshore del 1994 sulla protezione del Mediterraneo dall’inquinamento da esplorazione e sfruttamento della piattaforma continentale, già ratificato da Tunisia ed Ue. Peraltro, la moratoria italo-maltese sulle trivellazioni a sud est della Sicilia di fatto va in questa direzione.

 

L'unilateralismo ecologista ed energetico può certo accreditare un'immagine virtuosa dell'Italia. Questa policy, a prescindere dai suoi costi economici nel medio periodo e dal beneficio che ne trarrebbero paesi concorrenti, rischia tuttavia di isolarci. Nella Ue certe logiche sono invece improntate al pragmatismo, pur nel rispetto degli impegni internazionali sul clima.

 

Se così è, tanto vale allora attuare gli strumenti della sicurezza delle operazioni in mare nel settore idrocarburi, del Protocollo offhore e della pianificazione spaziale marina (in cui si inquadrano iniziative di nuove Zpe) per realizzare, in tempi ragionevoli ed in forma coerente e razionale, legittime aspettative di riduzione dell'impatto sul mare dell'offshore energetico.

Fabio Caffio, Ufficiale della Marina militare in congedo, AffInt 10

 

 

 

 

La mia proposta di riforma per la scuola italiana all’estero

 

E’ da quando ho cominciato il mio mandato parlamentare che seguo con attenzione, anche con interventi legislativi, le tematiche inerenti la promozione linguistica italiana nel mondo. Una attenzione che ho concentrato in un mio disegno di legge, recentemente presentato, che ha per oggetto: “Interventi di formazione linguistica e culturale, di formazione continua e di sostegno all’integrazione in favore dei cittadini italiani e dei loro congiunti e discendenti residenti all’estero, nonché per la promozione e la diffusione della lingua italiana nel mondo. Riforma delle istituzioni scolastiche italiane all’estero”.

Si tratta, sostanzialmente, della riforma della legge 3 marzo 1971, n. 153, ormai datata e non in grado di venire incontro ai cambiamenti socioculturali sopraggiunti nel quadro geopolitico mondiale. La proposta di legge va nella direzione di un intervento organico, che preveda un efficace coordinamento tra i Ministri interessati, al fine di garantire una capillare diffusione della lingua e della cultura italiane, sia mediante i corsi di lingua e di cultura sia mediante le scuole italiane all’estero.

Se consideriamo che le condizioni dell’emigrazione italiana all’estero sono cambiate e che vi è una globalizzazione culturale, oltre che economica, che necessita una rinnovata offerta formativa in grado di inserirsi nei contesti sociali in maniera efficace ed efficiente, dobbiamo ammettere che la riforma ha il carattere dell’urgenza.

I corsi di lingua e le scuole italiane all’estero vanno inseriti all’interno di una dinamica virtuosa che promuova strategie e azioni che assicurino il mantenimento delle radici linguistico-culturali e dei legami con l’Italia da parte dei connazionali all’estero, e che, insieme, sviluppi azioni integrate in favore della mobilità culturale e professionale da e verso l’Italia.

Agli italiani all’estero vanno riconosciuti tutti i diritti, compresi quelli linguistici e culturali, da inserire in un contesto  di accoglienza. Oggi, questi italiani all’estero ai quali mi rivolgo sono sempre più persone nate, cresciute e integrate nei Paesi di accoglienza, per cui la riforma che ho presentato intende operare un passaggio da un sistema assistenzialistico a un impegno di promozione e, in alcuni casi, di rivalutazione della lingua e della cultura italiane. Sollecitati dai cambiamenti avvenuti dobbiamo superare la fase dell’assistenzialismo in campo linguistico e culturale con una riforma in grado di coordinare i corsi di lingua e le scuole italiane. Vi è una richiesta di lingua italiana nel mondo che deriva dal fascino che esercita il nostro patrimonio culturale ed è anche a questa domanda che siamo chiamati a rispondere se vogliamo affrontare la sfida di una Italia capace di diplomazia culturale, detentrice di un soft power che ci può aiutare  le sfide del mondo globale.

Per questa ragione è urgente una legge organica che affronti sistematicamente tutti gli aspetti dell’intervento formativo e scolastico all’estero e che risponda alla richiesta di formazione qualificata da parte dei nostri connazionali che non trovano risposte adeguate con l’attuale quadro normativo di riferimento. E’ necessaria una nuova governance in grado di assicurare al sistema di promozione scolastica e linguistica efficacia ed efficienza garantendo adeguati interventi di qualità in un quadro integrato pubblico-privato, che garantisca la riconoscibilità e spendibilità dei titoli conseguiti, adeguati ai contesti geografici di riferimento.

Fino ad oggi abbiamo assistito ad una eccessiva frammentazione degli interventi culturali all’estero ed è per tale ragione che in questa proposta di legge ho individuato in un Dipartimento ad hoc, da istituire presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, lo strumento unitario  in grado di costruire quelle sinergie necessarie per ottimizzare le risorse e finalizzare efficacemente gli interventi.

Nel frattempo, ho scritto una lettera al Ministro Giannini chiedendo di tener conto, nell’ambito della delega per la riforma del sistema scolastico all’estero, dello spirito riformatore contenuto sia nel mio emendamento alla legge 107 sulla “buona scuola”, approvato dal Parlamento, sia nel mio ordine del giorno, accolto dal Governo stesso. Al momento non ho ricevuto ancora risposta ma confido nella capacità del Governo di essere attento a quanto di utile viene proposto per riformare le Istituzioni del nostro Paese, anche all’estero. (Fucsia Nissoli FitzGerald, La Voce di New York, 5 maggio)

 

 

 

“Promozione della lingua e della cultura italiane nel mondo, tutti i rischi di una riforma annunciata”

 

ROMA - L’attesa riforma in materia di insegnamento della lingua italiana all’estero derivante dall’esercizio della delega dettata dalla legge 107/2015, costituisce per noi uno degli obiettivi prioritari di questa legislatura, srivono in una notai deputati del Pd eletti nella circoscrizione _Esteri Marco Fedi e Francesca La Marca.

La riforma della “Buona scuola” voluta da questo governo e le stesse dichiarazioni del presidente Renzi sulla lingua italiana quale ponte più diretto ed efficace tra l’Italia e le nostre comunità,ci hanno permesso di sperare di poter arrivare, dopo tanti anni,  ad un risultato concreto - proseguono i due deputati -. Per questo motivo il nostro augurio è che il decreto non ci consegni una riforma che sia il frutto esclusivo del confronto MIUR e MAECI. In sostanza, che questa riforma di sistema non sia scritta da pochi.

La nostra prima preoccupazione riguarda, in questa fase, proprio i protagonisti della riforma. Per ora si tratta soltanto dei due ministeri, il MIUR (ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) da un lato, e il MAECI (ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) dall’altro, su un impianto di delega molto ampio.

La seconda preoccupazione è conseguente alla prima: dal novembre 2015, periodo in cui abbiamo esaminato una prima bozza, ad oggi, il coinvolgimento del Parlamento è stato minimo. I momenti di incontro sono sempre utili, sia chiaro. Crediamo, tuttavia, che non bastino pochi minuti per predisporre l’impianto di una riforma che si attende da decenni.

Che uso faranno i funzionari ministeriali del lavoro svolto dal Comitato per le questioni degli italiani nel mondo del Senato, delle proposte avanzate dal documento dei deputati del PD, delle diverse proposte di legge depositate in Parlamento?

C’è davvero il bisogno di conoscere la direzione in cui si sta procedendo. Abbiamo bisogno di capire, ad esempio, se i punti cardine su questa materia avanzati dal CGIE nella sua relazione per l’anno 2014 con proiezione per il triennio 2015-2017, analizzata lo scorso 27 gennaio in seno al Comitato permanente sugli Italiani nel mondo della Camera dei Deputati, siano stati recepiti e in che modo. Abbiamo bisogno di sapere, se la riforma tiene conto del dibattito e del lavoro svolto negli anni, di sapere se punta sulla qualità e sulla formazione, su una programmazione pluriennale, su fondi garantiti, su personale assunto localmente e preveda accordi con i paesi in cui operano gli enti gestori. Abbiamo bisogno che la riforma modifichi sostanzialmente l’orientamento della legge 153/71 e cioè l’assistenza scolastica ai figli dei migranti, ampliandola a tutti i cittadini dei paesi di emigrazione e di presenza italiana nel mondo, come lingua di cultura, lingua comunitaria e lingua straniera: in altre parole rivolgersi a tutti i soggetti, in età scolare e adulti, fissando priorità secondo le esigenze locali determinate con lo strumento del Piano Paese.

Vogliamo augurarci - concludono Marco Fedi e Francesca La Marca -  che il testo della riforma risponda alle reali attese delle nostre comunità nel mondo. Sicuramente un rapporto più costruttivo con il Parlamento e con il CGIE consentirà di recuperare gli spazi di confronto necessari per arrivare prima e meglio ad una approvazione della riforma. (Inform 10)

 

 

 

 

Italia da salvare

 

Finalmente, gli accorgimenti per salvare il salvabile possono essere focalizzati con obiettività. A nostro avviso, il “rimedio, ”utile per la terapia del Bel Paese, si concreta in tre punti. Primo: politica tendente a sanare i problemi strutturali dell’economia nazionale che sono alla base dell’acuirsi dell’involuzione. Secondo: pianificazione economica, interna ed internazionale, tramite progetti di rilancio, anche settoriale, dei cicli produttivi; favorendo, soprattutto, l’imprenditoria privata. Terzo: cambio delle regole sulle quali si fondano gli obiettivi socio/ politici nazionali.  Chiaramente, quanto esposto richiede responsabilità e coerenza. Da parte di tutti.  Col concreto contributo anche di chi ha preferito, sino ad ora, non schierarsi.

 Gli italiani chiedono chiare spiegazioni sul futuro prossimo della Penisola. Insomma, i provvedimenti governativi per fronteggiare le mancanze del Paese dovranno far parte di un “pacchetto” d’articolato impegno politico che, sino ad ora, è stato solo congetturato. Se non è possibile promuovere un accordo d’emergenza, si tenti, almeno, di sfrondare l’attuale sistema con nuove strategie. In altri termini, è particolarmente necessario esprimere contenuti sociali; anche per concedere al Paese una fase di reale sviluppo. Indubbiamente, in una situazione delicata come quella che stiamo vivendo, i pubblici poteri sono spesso messi sotto una luce non sempre consona alle finalità del loro mandato; a questo punto essere critici, anche se a ragione, non basta più. Forse, non è bastato mai.

 Senza tanti contraddittori, è necessario dimostrare una maturità che supporti tutte le classi sociali e, soprattutto, quella di base. La realtà ha dimostrato, di là da ogni ragionevole dubbio, che la strada che percorrevamo non era quella giusta. Stavamo disperdendo preziose energie senza riscontro. Le esternazioni di Renzi non sono tutte inattuabili. Quando la politica non è più gestibile, resta la solidarietà sociale che rappresenta, senza nessuna riserva, un mezzo d’impegno per tentare di chiarire la situazione; anche per essere più che spettatori, protagonisti delle sorti del Paese. Di conseguenza, serve una maggior presa di coscienza che vada oltre le manifestazioni troppo sfruttate. L’Italia, tanto per chiarire, è degli italiani. I partiti sono solo una realtà instabile.

 Non a caso, l’Esecutivo continua propone soluzioni che, forse, potevano essere prese anche prima. Magari non ignorando l’assunzione di scelte già insufficienti all’origine. E’ un suggerimento che rivolgiamo al Capo dell’Esecutivo e ai Partiti che lo sostengono. Anche se non sappiamo ancora per quanto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La Sanità Italiana ed il mondo del disagio psichico, della disabilità, della sofferenza, del dolore infinito

 

Ormai sono tempi drammatici per la Sanità Italiana sia nei Servizi Pubblici che, specialmente negli Ospedali, non ultimo quanto è avvenuto al Forlalini/San Camillo di Roma, per i diversi episodi che attanagliano questo Settore, per i continui tagli al Bilancio Pubblico burocratizzato a continuo danno per cittadini .

 

I problemi strutturali della Sanità Italiana sono molti, tra i quali quelli inerenti le sofferenze finanziarie delle Regioni che prevedono in genere tagli del 1,5% dei costi del personale e del 3,5% delle altre spese ( fin oggi 2016 ! ), mentre il “Fondo Sanitario Nazionale” è molto esiguo e le “spese sanitarie più necessarie ed urgenti” del comune cittadino vengono “dirottate” verso il privato, molte delle quali il cittadino non può permettersi e così finisce per non curarsi .

 

Molto spesso nei Convegni ad alto livello sociale e nei mass media si discute di questa Sanità malata, ma spesso, purtroppo, non emerge la problematica, tra altre, del disagio psichico che non solo bisogna osservarlo dal lato economico, cioè di inserimento nelle cure della società evitando il perverso assistenzialismo, ma quello della valorizzazione del malato quale persona titolare di diritti non solo etici.

 

La condizione di vita sconquassata dei cittadini, specie di quelli disabili, pone una ricerca del diritto positivo, che come dice sempre il Cardinale Dionigi Tettamanzi, quel Grande Servitore della sicurezza dei disabili, “non sono diritti dei deboli, ma diritti deboli”.

 

Infatti la vera problematica è la “capacità” di usufruire dei Servizi Sanitari e Sociali, problema che le persone povere, anziane, disabilitate, in fin di vita non riescono ad arrivare ed usufruire in modo adeguato dopo oltre vent’anni dell’aziendalizzazione della Sanità.

 

Ma pare sia in atto ed in crescita una altra realtà che avviene a Milano quella delle cure “low cost”, servizi istituiti da imprenditori sociali, che potrebbero essere utili per migliorare l’accesso alla cure più rapide.

 

Comunque, a quanto pare, in Italia possono solo curarsi le persone economicamente agiate, cioè quelle la cui capacità di intervento ai servizi privati è economicamente agevole, rispetto a quelle che a tempi lunghi godono i cittadini del Servizio Sanitario Nazionale.

 

Le persone anziane, poi, si trovano in un'altra situazione particolare, in quanto perdute l’autonomia dell’esercizio delle loro azioni non riescono ad inserirsi nei gangli vitali della Sanità, non parlando, poi, delle lunghe liste di attesa per gli accertamenti diagnostici di routine ed un ticket se non uguale ma di poco inferiore al cittadino ricco ed infine per il rigoroso risparmio che attanaglia le USL o le ASL e che “subiscono” le persone anziane, povere, disabili .

 

Infatti, per esempio, se per la persona 40/50enne il costo delle cure e del ricovero ospedaliero è di 50, per un 60/85enne sarà di 100 dato il superamento di quel “quid finanziario” assegnato dal Servizio Sanitario Nazionale, ma costi economici necessari per un più lungo percorso e cure di quelle malattie più “aggressive” che colpiscono le persone in condizione di disabilità, anziane, povere, emarginate, in fin di vita, budget del ricoverato Petizione 2013

 

Quanto esponiamo è allo scopo di indirizzare e di estendere a qualunque persona, ancor più se diversamente abile in tarda età od in fin di vita, il diritto alle cure sanitarie, alla nutrizione ed all’idratazione, secondo i dettami dell’art. 25 lettera f) della “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” dell’ONU.

 

Il rispetto dei diritti di ogni persona al fine di raggiungere una “maggiore coesione sociale”, resta quella come è nella normativa della Costituzione Italiana, nel Preambolo della Costituzione Europea, nella “Convenzione Europea per i diritti dell’Uomo”, nei Trattati Internazionali diritti umanitari che stanno subendo, oggi 2016, un processo mediatico di rimodulazione e di situazione sociale, mostrano evidenti segni di grande preoccupazione in quanto la Politica ed il Governo in carica, forse, favoriscono forme di psèudo necessità, condivisibili per alcuni, ma non per quelle che necessitano ed urgono al cittadino. Previte Felice, de.it.press 9

 

 

 

 

Associazioni, arnesi preistorici o strumenti utili per il Sistema Italia?

 

Il futuro delle associazioni è stato al centro del dibattito nei giorni scorsi a Roma, dove si è riunito il Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo, ed è stato anche portato alla considerazione del Consiglio Direttivo di FEDIBA, dal presidente Dario Signorini, nella sua relazione ai consiglieri, durante la prima riunione dell’anno, che si è tenuta venerdì scorso.

Da parte del presidente della FEDIBA è arrivato un primo invito all’approfondimento, alla riflessione e al dibattito sul presente e sul futuro delle associazioni, sul ruolo della Federazione in tale contesto e sulla partecipazione dei giovani nel necessario aggiornamento.

Il Forum delle associazioni Italiane nel Mondo che si è riunito a Roma, convocato da un gruppo di associazioni tradizionali legate al mondo dell’emigrazione, e al quale hanno preso parte circa cento rappresentanti di altrettante associazioni dell’Italia e dall’estero, ha analizzato e dibattuto sul loro ruolo nell’attuale momento che è di passaggio tra la vecchia emigrazione e le nuove migrazioni.

L’assise ha visto la partecipazione di associazioni e dirigenti di antica esperienza nella vita associativa. Naturalmente negli interventi c’è stato un po’ di tutto, sguardi al passato e speranze per il futuro; i richiami alla Costituzione, con ampi settori che non vogliono sentir parlare della riforma approvata in Parlamento e che sarà sottoposta a referendum confermativo nel mese di ottobre. In genere i partecipanti hanno criticato la struttura di rappresentanza basata su Comites, Cgie e parlamentari eletti all’estero, criticata perché diventata una “riserva indiana” e sostenendo che l’associazionismo rappresenta una realtà più vasta e diffusa che, tra l’altro, va considerato strumento prezioso della promozione dell’Italia e parte necessaria del Sistema Italia.

A salutare l’assemblea anche Fabio Porta, deputato eletto per il Pd nella ripartizione America meridionale e presidente del Comitato per gli italiani all’estero e le promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati, che ha ribadito la “fase di passaggio epocale in cui si trovano le politiche rivolte agli italiani all’estero”, a 10 anni dall’ingresso in Parlamento dei rappresentati eletti nella  circoscrizione Estero.

“Al di là della riflessione autocritica che ciascuno di noi è chiamato a fare, con la riforma costituzionale appena varata dal Parlamento ci troviamo tutti in una nuova fase – ha affermato Porta, rilevando come anche la collettività all’estero – ed il suo sistema di rappresentanza, parlamentari, Comites, Cgie ma anche l’associazionismo – possa essere “parte importante di questa nuova Italia nel mondo”.

L’esponente democratico si è augurato dunque che la riforma costituzionale proceda, anche con il concorso dei connazionali che saranno chiamati a votarla attraverso il referendum in autunno, anche se avverte il pericolo “del particolarismo e della chiusura in noi stessi”. “Dobbiamo guardare alto e mettere al centro dell’agenda politica nuovi temi, come quelli delle nuove emigrazioni e della valorizzazione dei legami con i connazionali e gli italici. Vi invito, insomma, a parlare meno di noi stessi e dei meccanismi della nostra rappresentanza, ma dei grandi temi, come l’associazionismo, vedendo come esso possa trovare spazio nella delega legislativa affidata al Governo e riguardante il terzo settore – afferma Porta, – oppure l’informazione, in relazione alla delega per la riforma dell’editoria,o la buona scuola e l’internazionalizzazione”.  “La Costituzione – conclude Porta – deve mantenere inalterati i propri valori, ma anche sapersi rinnovare e in tale rinnovamento un ruolo importante spetta anche agli italiani all’estero”.

Il CGIE ha fatto arrivare il suo saluto agli assembleisti, con un messaggio del segretario generale Michele Schiavone, affermando che il Consiglio"desidera invitare le numerose associazioni del Faim a favorire un percorso in grado di rinnovare i loro obiettivi e di integrare i processi delle nuove mobilità che caratterizzano uomini e donne del nostro tempo e renderli protagonisti di una nuova stagione dell'associazionismo italiano all' estero".

Il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero - continua il messaggio di Schiavone - guarda con particolare interesse alla giornata e considera l' iniziativa del Faim come un ulteriore importante segno di vitalità e cambiamento delle nostre comunità, capace di scrivere una nuova pagina della storia d' Italia e dell' Italia nel mondo". E concludono: "Il variegato mondo associativo italiano nel mondo è e rimarrà l'architrave sul quale poggerà la cultura, l' economia e il dinamismo sociale che potrà aiutare l' Italia a sollevarsi dal pesante fardello della crisi economica. Perciò il Consiglio Generale degli Italiani all' Estero auspica che l'assise di Roma della Faim possa segnare il passo con il passato per affrontare con entusiasmo e convinzione il futuro".

Come si vede, si continua a parlare degli italiani all’estero e delle associazioni come di una risorsa utile per far ripartire l’Italia, ma non si riesce a capire quale può essere la formula perché effettivamente questa risorsa, questo strumento, diventi utile.

Forse ci sono alcune condizioni necessarie e precedenti.

Una è certamente la conoscenza e la consapevolezza di questa risorsa strumentale, da parte dell’Italia, della sua politica, ma anche da parte delle sue imprese e degli esponenti del mondo culturale. E se da parte dei politici - almeno a parole - una certa conoscenza c’è, il mondo economico sembra non conoscere e non capire come possano essere utili le associazioni italiane. Peggio ancora per il mondo culturale, che in genere le snobba e le considera un relitto di altri tempi, molto lontani, guardandole spesso con sufficienza.

Ma è chiaro che prima ancora di cercare di spiegare agli altri cosa sono le associazioni italiane nel mondo, è necessario un dibattito e un chiarimento fra le associazioni.

Cominciamo col dire che pur se i partiti non hanno partecipato in quanto tali al Forum, erano rappresentati dalle associazioni alle quali sono legati storicamente. Le tradizionali associazioni nazionali dell’emigrazione, come venivano chiamate una volta, non sono ancora riuscite a offrire una nuova immagine di se stesse. Hanno un passato che ha molto di positivo, ma la fotografia che viene fuori sembra rispecchiare vecchi riti, vecchie formule e anche vecchie piccole furbizie, a cominciare dalla pretesa di parlare a nome di un mondo che per la sua stessa natura è molto variegato e difficile da rappresentare. Per fare due esempi, che ci riguardano come comunità, la comunità più numerosa all’estero. Il primo ha a che vedere col partito dell’on. Merlo, che si rifà all’associazionismo già dal suo nome e che, al di là del fatto che la sua attività è sempre più autoreferenziale e legata alla costruzione del suo progetto come partito degli italiani all’estero, è sempre un movimento con forte radicamento nelle associazioni. Forse non ha voluto partecipare al forum, forse è stato escluso dagli organizzatori, ma è evidente che si tratta di una fetta di associazionismo, di un settore o di una rappresentanza dell’associazionismo degli italiani dell’America Latina che non può essere ignorato se si punta a fare un discorso sulle associazioni come risorsa e strumento del Sistema Italia.

L’altro esempio riguarda l’elenco delle associazioni teoricamente rappresentate nel Forum. Almeno per quel che riguarda l’Argentina, l’elenco di quelle che aderiscono posto sui siti internet di riferimento, sembra più un copia e incolla che una lista di aderenti, visto che non è aggiornata il che diventa evidente quando si guardano i nomi di alcuni presidenti ch, purtroppo, non ci sono più.

E’ comprensibile la voglia di presentare un elenco numeroso, agli effetti di dimostrare la vastità del settore rappresentato, ma è uno dei difetti per i quali spesso in passato l’associazionismo non è stato preso in considerazione.

Un difetto che vale anche per l’associazionismo locale perché, non di rado, quando si tratta di raccontare la potenza della propria associazione, alcuni dirigenti buttano cifre entusiasmanti, ma poi se bisogna pagare una quota alla federazione di appartenenza, in base al numero dei soci, l’elenco viene notevolmente ridimensionato.

In definitiva, l’Associazionismo potrebbe effettivamente essere una grande forza e una grande risorsa per il Sistema Italia, ma ha bisogno di un ripensamento, di un aggiornamento e di contarsi con precisione, quasi con pignoleria. E per farlo c’è un urgente bisogno di idee, di dirigenti nuovi di dibattito e di apertura. Di guardare in alto, come ha detto Porta, di guardare oltre i limiti delle proprie sedi. Di scendere dalle torri di avorio del prestigio del passato e delle presunte superiorità e di rinnovarlo con un atteggiamento nuovo, verso una comunità e una società che sono profondamente cambiate.

Altrimenti sono destinate a scomparire o, al massimo, a diventare pezzi per il museo dell’emigrazione, invece di essere protagoniste del futuro.

Marco Basti, Tribuna Italiana

 

 

 

 

C’è l’ok della Camera, le unioni civili sono legge. Renzi: “Adesso nessuno potrà non applicarla”

 

Le unioni civili sono legge. Dalla Camera è arrivato il via libera definitivo con 372 voti a favore, 51 contrari e 99 astenuti. La proclamazione del risultato della votazione è stata salutata da un forte applauso dai banchi del Pd. Applausi anche fuori della Camera dove un gruppo di attivisti ha salutato il voto con un boato. In precedenza il governo aveva incassato la fiducia con 369 sì, 193 voti contro e 2 astensioni.  

«Oggi è un giorno di festa, l’Italia fa un passo avanti. E’ un giorno molto atteso, certo ci sono le polemiche di chi voleva di più e di chi voleva di meno, rimpianti e amarezze ma noi sentiamo, in sms e mail, una gioia molto forte e diffusa», è stato il commento a Radio Capital di Matteo Renzi. Che ha avvertito: «Nessuno ha diritto a disapplicare la legge, di fronte alla legge si ferma il politico, persino il magistrato. Se a Padova Bitonci non vorrà celebrarle, lo farà qualcun altro ma il Comune ha l’obbligo e la responsabilità giuridica di farlo, Bitonci non potrà rifiutarsi di delegare a qualcun altro. È una battaglia finalizzata solo alla strumentalizzazione».  

 

“BATTAGLIA CHE ANDAVA FATTA”  

A chi gli ha domandato se non tema di perdere voti cattolici, il premier ha risposto: «Non so dire, nessuno ha fatto calcoli o verificato le posizioni con i dati dei sondaggi. Perché quando ci sono cose giuste vanno fatte. Punto. Se uno deve perdere i voti per una battaglia giusta li perde. L’atteggiamento di parte del mondo cattolico è atteso e persino comprensibile - ha aggiunto -, solo un po’ fuori luogo le dichiarazioni di chi collega questo al referendum costituzionale». E, dopo lo stralcio della stepchild adoption, dice: «Non so se ci sono le condizioni parlamentari, vedremo nelle prossime settimane e mesi».  

 

LE OPPOSIZIONI  

Renzi ha fatto prevalere la certezza di avere la legge sulla possibilità di garantire un dibattito in Aula, timoroso dei tranelli costituiti da alcuni voti segreti. Il premier temeva che proprio nel segreto dell’urna la minoranza del Pd si saldasse con tutte le opposizioni, al di là della disponibilità ufficiale ad appoggiare la legge da parte di Si, M5s e anche alcuni deputati di Fi. Bastava cambiare una virgola per rimandare il testo in Senato, il che sarebbe stata una sconfitta per il presidente del Consiglio. La protesta delle opposizioni si è levata immediatamente, seppur con sfumature diverse. Arturo Scotto (SI) ha parlato di «grave errore», e Renato Brunetta di «squadrismo». Ma scontenti anche i pochi deputati della maggioranza contrari alla legge, che non voteranno la fiducia, come Alessandro Pagano, di Ncd, o Gianluigi Gigli e Mario Sberna di Democrazia Solidale. Altri cattolici della maggioranza (come Paola Binetti) voteranno sì alla fiducia ma si asterranno sul voto finale al provvedimento (il regolamento della Camera separa i due voti). 

L’AFFONDO DELLA CEI  

A farsi portavoce del malumore del mondo cattolico per l’impossibilità almeno del dibattito è stato, dunque, il segretario della Cei Nunzio Galantino: «Il governo ha le sue logiche, le sue esigenze, probabilmente anche le sue ragioni, ma il voto di fiducia, non solo per questo governo ma anche per quelli passati, spesso rappresenta una sconfitta per tutti». Il mondo gay non esulta all’unanimità. Alcune Associazioni, come Arcilesbica o Famiglie Arcobaleno lamentano che non ci sia il matrimonio egalitario, ma altre, come Arcigay o Equality invitano a guardare gli aspetti positivi. 

 

MARCHINI: “NON FARO’ LE NOZZE GAY”  

Il clima teso della giornata ha avuto un ulteriore fronte di polemica dopo le parole di Alfio Marchini: «Non celebrerò unioni gay se dovessi vincere le elezioni». «Marchini tranquillo, ci penserà Giachetti da sindaco a celebrare le unioni gay», ha replicato il presidente del Pd Matteo Orfini. Giorgia Meloni si è detta contraria alle unioni civili, ma pronta a far rispettare la legge se diventasse sindaca. «I sindaci diano il buon esempio e rispettino la legge», ha detto la ministra Boschi. Il tema entra comunque nel dibattito della amministrative dalla porta principale. 

LS 11

 

 

 

 

 

Al referendum il rischio ritorsione dei cattolici

 

Per Renzi è "un giorno di festa", solennizzato dalla ministra Boschi con una coccarda arcobaleno in Parlamento. Ma l'approvazione delle unioni civili con il ricorso alla fiducia lascerà degli strascichi velenosi sia nelle imminenti elezioni amministrative che al referendum di ottobre. I cattolici sconfitti dalla volontà del premier di arrivare a tutti i costi a un risultato atteso da decenni minacciano di "ricordarsi" dello sgarbo ricevuto in occasione del referendum costituzionale. E non si tratta dei cattolici conservatori che militano o votano i partiti di destra, ma dei cattolici di sinistra, anche quelli del Pd oltre che dei centristi della maggioranza. Una ritorsione contro il cattolico Renzi che si è battuto per dare dignità e status anche alle coppie gay. Una mancanza che metteva l'Italia fuori dal novero delle nazioni civili. E pensare che la legge è stata amputata della parte più delicata, quella che riguarda le adozioni nelle coppie gay. Quanto peserà la ritorsione dei cattolici? A Palazzo Chigi la paura c'è. E anche se il premier ha annunciato una campagna elettorale massiccia "casa per casa" allo scopo di convincere gli italiani della bontà della riforma che abolisce il bicameralismo perfetto, i sondaggi non sono così rassicuranti per Renzi come si poteva pensare qualche mese fa. È molto probabile però che questa volta Renzi potrà contare sul sostegno della sinistra del suo partito. È vero che un buon numero di costituzionalisti di fama si sta battendo contro il Si al referendum, ma l'abolizione del Senato e' nella tradizione della sinistra fin dai tempi del Pci e in più l'opposizione interna ha avuto da Renzi l'offerta del congresso subito dopo il referendum. Il passaggio cruciale saranno le elezioni amministrative. Dal risultato di Roma e soprattutto di Milano, che è diventata in bilico, dipende la forza di Renzi alla vigilia del referendum. GIANLUCA LUZI  LR 11

 

 

 

 

L'incertezza

 

Questo 2016 resta un’incognita. Non tanto perché la crisi socio/ economica è sempre lontana da una soluzione, quanto per un fronte politico che non promette nulla di buono e sembra regredire. Del resto, almeno secondo noi, per governare non ci vogliono solo i numeri, ma anche precise mete da raggiungere. Solo con prospettive nuove, più europee che nazionali, si potrebbe tentare di superare un’involuzione socio/economica che ci trasciniamo dietro da anni.  Sulle alleanze di partito i nostri dubbi non solo aumentano, ma sono rafforzati da chiari segnali d’intransigenza là dove si riteneva d’avere sicure alleanze. La strategia del “meglio” non è confortata dal tramonto del “peggio”.

 E’ il sistema che non regge. Tutti ci siamo resi conto della necessità di cambiarlo; difficile è, però, stabilire come e quando. L’incertezza dell’Esecutivo Renzi è proprio determinata dalle alleanze che non riescono a garantire profili politici certi. D’incertezze l’Italia non ha nessun bisogno. Anzi, riteniamo che i tempi siano maturi per rendere meno blindato l’organigramma che questo “Centro/Sinistra”, che nulla ha da condividere con simili alleanze già vissute per il passato, porta avanti tra polemiche e promesse dette, ma non facilmente concretabili.

 In politica nulla è sicuro. Ancor meno lo sono le alleanze che poggiano solo sui numeri e non sulla capacità degli elementi che ne permettono la vita. Ancora una volta, riteniamo che non siano state evidenziate le mete raggiungibili entro questa Legislatura che, in teoria, dovrebbe durare sino alla primavera del 2018. Tre anni non sono pochi per un Esecutivo d’emergenza. Anche perché non è detto che l’attuale governo sia, effettivamente, in grado di rimettere la nostra economia a posto. Lo abbiamo già scritto e lo riconfermiamo: tra politica e produttività le coordinate non combaciano. Qui, come in qualsiasi altra parte del mondo.

 Se l’economia è “sana”, la politica ne segue l’evoluzione. Ma non è vero il contrario. Non è solo una questione di logicità, ma anche di programmi che non siamo stati in grado di evidenziare nel loro complesso. La fiducia, quella che conta, non può essere solo di facciata. Le verifiche si fanno in Parlamento, ma l’economia del Paese non segue la stessa via.

 Il difficile, ma non impossibile, è cambiare il registro di un’alleanza che non consente, pur con motivi d’apparente coesione, d’avere chiarezza su quanto conta e su quanto è secondario. Entro l’autunno, parecchie verifiche saranno ultimate. Vedremo se, poi, questa Legislatura, prima della Terza Repubblica, supererà l’attuale incertezza. Intanto, è apparsa all’orizzonte politico un nuovo tentativo di alleanza di centro/destra. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Unioni civili tra sparate elettorali e ipocrisia a 5Stelle

 

L'approvazione con qualche decennio di ritardo delle unioni civili cade nel momento in cui i partiti sono impegnati nella campagna elettorale per le amministrative di giugno. E quindi, dal boomerang di Marchini a Roma alle sparate leghiste nel nord Italia, alla minaccia di referendum dei centristi con il corredo di qualche "ateo devoto", è tutto un rincorrersi di gesti plateali a unico beneficio dei talk show e dei media. L'effetto sarà nullo, non fosse altro perché le unioni civili sono una legge dello Stato e se un sindaco si rifiutasse di registrarle nel proprio Comune commetterebbe semplicemente un reato. Quindi nessuno lo farà nemmeno per far piacere al vescovo locale. Ma in queste settimane le dichiarazioni di guerra contro la legge appena approvata in Parlamento servono a raccogliere i voti di quei cattolici oltranzisti che, come è ovvio, non possono accettare da un giorno all'altro che i e le gay possano formare una coppia regolare con tanto di pensione di reversibilità in caso di decesso del coniuge. Una battaglia di civiltà può metterci anche anni prima di essere vinta del tutto, ma alla fine le unioni civili saranno un fatto normale in una società un po' più civile. È stato così per il divorzio e per l'aborto. Lo sarà anche per le coppie omosessuali. La prossima battaglia sarà quella sulla stepchild adoption. Battaglia ancora più difficile, che forse sarà preceduta da quella sullo jus  soli, la legge che darà la cittadinanza italiana ai figli nati in Italia degli immigrati. Sarà un altro passo avanti che vedrà dall'altra parte dello schieramento le stesse forze che si sono opposte alle unioni civili. Sempre in nome della identità, e della conservazione delle tradizioni, naturalmente. Il Movimento 5 Stelle sulla legge approvata si è astenuto. Sostenendo che serviva una legge più avanzata. Giustificazione incredibile quando sono stati anche loro ad opporsi alla stepchild adoption che infatti è stata stralciata dal testo originario, dopo che l'intera legge rischiava di cadere per l'ennesima volta di fronte alle resistenze di cattolici, fascisti, leghisti e grillini. Da queste motivazioni si capisce ancora una volta che l'unico obiettivo, la vera ragione sociale dei Cinquestelle è quella di mettere in difficoltà il Pd e in particolare Renzi. Ma in questo momento i grillini hanno altro a cui pensare visto che si trovano alle prese con un'altra inchiesta che coinvolge un loro sindaco. Dopo Livorno, Parma. L'ipotesi è abuso di ufficio per le nomine al Teatro Regio. Grillo non ha ancora parlato, contrariamente a quanto aveva fatto per il sindaco di Livorno, difeso a prescindere. Il cosiddetto Direttorio è stato molto prudente e quasi freddo. Pizzarotti infatti non è esattamente un grillino gradito al capo. GIANLUCA LUZI  LR 12

 

 

 

 

 

Immigrazione. Ricetta italiana contro le banlieue

 

C'è un modello italiano che ha fino ad ora scongiurato il fenomeno delle banlieue intrise di odio come a Parigi, o le Molenbeek della separatezza islamista come a Bruxelles. Si chiama immigrazione diffusa, un fenomeno che ha evitato che gli stranieri si concentrassero in enclave, spargendosi piuttosto sul territorio.

 

Gli stranieri tra i mille campanili d'Italia

Nel censimento del 2001 l’Italia contava poco più di 1,3 milioni di stranieri regolarmente residenti entro i suoi confini. Tutt’altra cosa rispetto agli oltre 5 milioni di oggi. Gli stranieri approdati in Italia non si sono addensati pesantemente attorno a tappe e mete definite, prefissate e al tempo stesso limitate, ma piuttosto dispersi tra le tante, le mille mete possibili, tra i mille campanili d’Italia.

 

Una prima indicazione in questo senso si ricava dal numero di stranieri per 100 abitanti residenti nelle grandi ripartizioni geografiche italiane.

 

In tutto il Centro-Nord, ovvero in 40 dei quasi 61 milioni di abitanti che conta l’Italia, il numero degli stranieri nella popolazione è compreso tra 10,6 stranieri per 100 abitanti al Centro e poco più di 10,7 nel Nord-Est.

 

Nelle regioni del Centro-Nord si oscilla tra valori minimi attorno a 9 stranieri residenti ogni 100 abitanti di Liguria, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (le regioni più periferiche) e massimi di 12,1 dell’Emilia-Romagna e 11,5 della Lombardia.

 

Brescia, meta preferita dagli stranieri

L’immigrazione - è risaputo - si concentra particolarmente nelle grandi città. Sono 45 le città italiane con più di 100 mila abitanti: rappresentano il 23,4 per cento della popolazione italiana e ospitano il 32,1 per cento degli stranieri residenti in Italia.

 

Deve far riflettere che nelle grandi città con quasi un quarto della popolazione italiana non ci sia neppure un terzo degli immigrati residenti. Ancor più se si pensa che l’anima della graduatoria delle città con la più alta percentuale di stranieri sono proprio le città di 100-200 mila abitanti.

 

Al primo posto troviamo infatti Brescia col 18,6% di stranieri residenti, al terzo posto Prato (17,9%). Dopo Milano (18,6%), al secondo posto, per trovare una città di almeno 300 mila abitanti occorre scendere fino all’11° posizione, occupata da Torino (15,4%), seguita da Firenze (15,2%) e Bologna (15%).

 

Tra la 4° e la 10° posizione troviamo Piacenza, Reggio-Emilia, Vicenza, Bergamo, Padova, Parma e Modena. Dopo il terzetto composto da Torino, Firenze e Bologna, abbiamo ancora altre città della provincia italiana del Centro-Nord. Roma è soltanto 18°, addirittura 27° Genova.

 

La caratteristica diffusiva del modo italiano di incorporare l’immigrazione si conferma passando alle medio-piccole città italiane di 50-100 mila abitanti.

 

Nella tavola 1 si sono prese in considerazione solo le città del Centro-Nord, dove gli indicatori dell’immigrazione sono più alti. E si vede come passando dalle città grandi e medio grandi a città più piccole di 50-100 mila abitanti si registra soltanto una debole contrazione della percentuale degli stranieri residenti.

 

Meno rischio di enclave e ghetti

Analizzare la distribuzione degli stranieri all’interno delle città di Milano, Torino e Roma aiuta a fare comprende perché l'Italia è meno esposta al fenomeno della ghettizzazione.

 

La scelta di queste tre sole città è praticamente obbligata in quanto, per aversi una forte problematicità/pericolosità sociale legata all’addensamento eccessivo dell’immigrazione, occorre che (1) il tasso di residenti stranieri sia almeno relativamente elevato e (2) le città particolarmente grandi.

 

A Roma la massima percentuale di immigrati si ha nel centro storico, e si tratta di immigrati dai paesi ricchi occidentali. Il 20 per cento di immigrati non si riscontra, invece, in alcun altro municipio romano.

 

A Milano la percentuale di stranieri supera il 20% nella zona 2 (28,1%) e nella zona 9 (23,2%), mentre a Torino la percentuale del 20% è superata nella circoscrizione 6 (23,2%) e nella circoscrizione 7 (21,4%). A Milano con la sola, peraltro blanda, eccezione degli stranieri filippini della zona 2, nessuna nazionalità vanta un numero di residenti che supera il 5% della popolazione delle zone.

 

A Torino è mediamente più forte la provenienza africana, che nella circoscrizione 6 arriva nel suo complesso all’8-9% della popolazione, ma dove la componente principale, quella che viene dal Marocco, è pari al 5% degli abitanti della zona.

 

In sostanza, l’analisi delle nazionalità degli stranieri nelle aree a maggior rischio delle grandi città italiane a più alta concentrazione di stranieri conferma che il carattere diffusivo dell’immigrazione in Italia spinge anche nel senso di differenziare le nazionalità degli stranieri internamente a queste aree, evitando quell’effetto enclave, e di estraniazione dal contesto urbano, che cela i maggiori rischi di pericolosità dell’immigrazione nelle aree urbane.

 

Sono proprio gli assetti economico-produttivi dell’Italia, la struttura e la localizzazione delle sue attività, aziende, imprese, vocazioni imprenditoriali a funzionare da elemento equilibratore di un’immigrazione che non si agglutina ma piuttosto si scioglie sul territorio, tra comuni e città, in qualche modo stemperandosi e meglio prestandosi all’integrazione. Roberto Volpi

AffInt

 

 

 

 

Ristrutturazione casa, bonus fiscale anche per i residenti all’estero

 

ROMA - Vogliamo ricordare ai nostri connazionali che con la legge di stabilità per il 2016 (n. 208 del 28 dicembre 2015) è stata prorogata fino al 31 dicembre 2016 la detrazione fiscale del 50% per le ristrutturazioni edilizie.

Possono usufruire della detrazione sulle spese di ristrutturazione tutti i contribuenti assoggettati all’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), residenti o meno nel territorio dello Stato. Quindi anche i nostri connazionali proprietari di immobili in Italia i quali pagano l’Irpef al fisco italiano possono beneficiare delle detrazioni per interventi di ristrutturazione edilizia.

Il requisito fondamentale è quello, ovviamente, di essere proprietari dell’immobile o in alternativa – dice la legge – titolare dei diritti reali/personali di godimento sugli immobili oggetto dell’intervento di ristrutturazione ma anche di aver sostenuto le relative spese.

Ma quali sono gli interventi che possono essere oggetto del bonus ristrutturazioni edilizie? Gli interventi sono numerosi e diversificati (a chi è interessato consigliamo di verificare la normativa ed il sito dell’Agenzia delle Entrate), ma tra questi possiamo annoverare i più comuni e frequenti, come ad esempio: gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, di restauro e risanamento conservativo, di ristrutturazione edilizia, anche relativi alla realizzazione di autorimesse o posti auto pertinenziali; interventi effettuati per il conseguimento di risparmi energetici, con particolare riguardo all’installazione di impianti basati sull’impiego delle fonti rinnovabili di energia.

E’ bene chiarire che oltre alle spese necessarie per l’esecuzione dei lavori, ai fini della detrazione è possibile considerare anche le spese per la progettazione, per le prestazioni professionali relative all’intervento, per la messa in regola degli immobili, per l’acquisto dei materiali, per l’imposta sul valore aggiunto, quella di bollo, per gli oneri di urbanizzazione, etc.

Per ricapitolare, giova ricordare che tutti i contribuenti assoggettati all’imposta sul reddito delle persone fisiche in Italia, anche se residenti all’estero, possono portarsi in detrazione dalle imposte da pagare per le ristrutturazioni edilizie, il 50% delle spese sostenute fino al 31 dicembre 2016, con un limite massimo di spesa pari a 96.000 euro per ciascuna unità immobiliare. Dal 1° gennaio 2017 la detrazione tornerà alla misura ordinaria del 36% e con il limite di 48.000 euro per unità immobiliare.

La detrazione fiscale delle spese per interventi di ristrutturazione edilizia è disciplinata dall’art. 16-bis del Dpr 917/86 (Testo unico delle imposte sui redditi) e successive modificazioni. Dal 1° gennaio 2012 l’agevolazione è stata resa permanente dal decreto legge n. 201/2011 e inserita tra gli oneri detraibili dall’Irpef.

Restano fermi i requisiti oggettivi riguardanti le modalità di pagamento (bonifico bancario per ristrutturazione edilizia art. 16-bis del D.P.R. 917/1986 con applicazione della ritenuta d’acconto dell’8%) e i documenti obbligatori che devono essere conservati unitamente alle quietanze di pagamento per tutto il periodo nel quale il soggetto beneficerà della detrazione. I soggetti non residenti che, in un determinato esercizio, dovessero avere un’imposta (Irpef) incapiente o nulla perderanno per quello specifico esercizio il beneficio della detrazione. 

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati eletti per il Pd nella circoscrizione Estero

 

 

 

 

Mostra “Si pensava di rimanere poco” al Consolato d’Italia a Basilea

 

Mostra fotografica sull’emigrazione italiana nelle città di Grenchen, Soletta e Bienne, nella Svizzera nord-occidentale. L’esposizione, aperta dal 12 maggio all’11 luglio, è curata  dall’Associazione BiEnSo-Art

 

BASILEA - La mostra fotografica sul tema dell'emigrazione italiana nelle città di Grenchen, Soletta e Bienne, nella Svizzera nord-occidentale, curata dall’Associazione BiEnSo-Art, sarà esposta nei locali del Consolato d’Italia a Basilea dal 12 maggio all’11 luglio.

Il titolo della mostra, “Si pensava di rimanere poco”, nato da un sondaggio sui social media, testimonia un tratto saliente degli emigrati in Svizzera, come altrove in Europa, che spesso pensavano di rimanere solo il tempo necessario per guadagnare qualche franco e poi far ritorno in Italia…

Il materiale (oltre 700 contributi tra foto e documenti) è stato raccolto con il coinvolgimento della popolazione, privati e associazioni, non solo italiani. I pannelli evidenziano tratti comuni dell’emigrazione italiana che si ritrovano un po’ ovunque in Svizzera, attraverso immagini della vita quotidiana che ne hanno segnato la storia, le  emozioni e le tradizioni, le sofferenze e le speranze.

La mostra, inaugurata il 19 giugno del 2015 a Grenchen, è stata esposta a Soletta e Bienne fino alla fine dello scorso mese di febbraio. Il nome dell’Associazione, BiEnSo-Art, riporta le lettere dei nomi delle città in cui ha fatto tappa (Bienne, GrenchEn, Solothurn) e, considerato che si tratta di una regione bilingue (Cantoni del Giura e di Soletta), contiene la parola francese bien e quella tedesca so. Tradotto in italiano: così va bene!

Il console Michele Camerota, nel ringraziare l’associazione BiEnSo-Art (www.bienso-art.ch/index.php/it/ ) e il presidente Salvatore Faga per l’entusiasmo con cui hanno accolto la proposta di esporre in Consolato, ha sottolineato che “quest’iniziativa si inserisce a pieno titolo nell’idea che stiamo portando avanti di un Consolato più aperto ai connazionali affinché i luoghi istituzionali non siano concepiti solo come posti dove espletare noiose procedure burocratiche, ma anche come luoghi di incontro e arricchimento, rendendo piacevoli anche eventuali attese”. “Non è casuale – conclude il console Camerota – che l’evento venga lanciato proprio mentre a Roma il Ministero degli Esteri ha inaugurato una nuova edizione, prestigiosa e ambiziosa, di ‘Farnesina Porte Aperte’.” (Inform 12)

 

 

 

 

 

UN-Plan. Ban Ki Moon will zehn Prozent der Flüchtlinge umsiedeln

 

Mit einer global angelegten Umsiedelungsaktion will UN-Generalsekretär Ban Ki Moon die Flüchtlingskrise meistern. Dem Vorschlag Bans zufolge müssten die Mitgliedsländer pro Jahr etwa zwei Millionen Menschen aufnehmen. Pro Asyl unterstützt die Pläne.

 

UN-Generalsekretär Ban Ki Moon will mit einem globalen Pakt der Mitgliedsländer die Flüchtlingskrise meistern. Die UN-Mitgliedsländer sollten pro Jahr mindestens zehn Prozent aller Flüchtlinge umsiedeln, schlug Ban am Montag (Ortszeit) der Vollversammlung der Vereinten Nationen in New York vor. Der UN-Generalsekretär will damit Staaten wie Jordanien und die Türkei entlasten, die einen Großteil der Flüchtlinge beherbergen.

Ban legte die Grundzüge des globalen Flüchtlingspaktes vor, den die UN-Mitgliedsstaaten im September auf einem Gipfel in New York annehmen sollen. Nach der Annahme müssten die Mitgliedsländer nationale Zusagen zur Umsiedlung von Flüchtlingen machen. Alle Staaten sollten sich durch die langfristige Aufnahme an der Lösung des Flüchtlingsnotstandes beteiligen, erklärte er. Anderenfalls würde sich die Krise angesichts der vielen Kriege und Konflikte immer weiter verschärfen und noch mehr Menschen das Leben kosten.

Die Menschenrechtsorganisation „Pro Asyl“ begrüßte den geplanten Ausbau des globalen Resettlement-Programms, mahnte aber an, dass er nicht das individuelle Menschenrecht auf Asyl ersetzen dürfe. Dieses werde „durch Abschottung und Abschiebung von Flüchtlingen in Staaten außerhalb der EU ausgehebelt“, sagte Geschäftsführer Günter Burkhardt. „Pro Asyl“ befürchte, dass der EU-Türkei-Deal weltweit zur Blaupause diene. „Flüchtlinge würden dann nur noch nach Staatsinteressen, Quoten und politischen Vorgaben begrenzt Schutz finden können.“

Die Grenzschließung der Türkei zu Syrien und die Schüsse auf Flüchtlinge zeigten, wohin geschlossene Grenzen der reichsten Staaten führten. „Die Auflösung von Flüchtlingslagern wie in Kenia und Grenzschließungen wie an der türkisch-syrischen Grenze sind die Folge von Hartherzigkeit und der Ausheblung des Flüchtlingsrechts“, betonte Burkhardt.

Dem Vorschlag Bans zufolge müssten die Länder pro Jahr etwa zwei Millionen Menschen aufnehmen. Neben der Umsiedlung nannte der UN-Generalsekretär folgende Möglichkeiten zur Aufnahme: Medizinische Behandlungen, humanitäre Aufnahmeprogramme, Arbeits-, Ausbildungs- und Bildungsprogramme sowie Familienzusammenführung.

Reguläre Methoden zur Flüchtlingsverteilung könnten verhindern, dass sich die verzweifelten Menschen in die Hände von Schlepperbanden begeben. Allein in diesem Jahr sind laut UN-Angaben auf dem Mittelmeer schon rund 1.400 Flüchtlinge und Migranten ums Leben gekommen.

Das Hilfswerk UNHCR zählte 2015 knapp 20 Millionen Flüchtlinge weltweit, diese Zahl dürfte laut UN-Angaben inzwischen aufgrund der weltweiten Gewalt weiter gestiegen sein. Als Flüchtlinge gelten Menschen, die vor Unterdrückung und Gewalt aus ihrem Heimatland in ein anderes Land fliehen. Insgesamt sind laut den Vereinten Nationen mehr als 60 Millionen Menschen auf der Flucht, die meisten von ihnen sind Binnenflüchtlinge. (epd/mig 11)

 

 

 

 

Die Migrationsgewinner. Vom neuen Zeitalter der Migration profitieren drei Arten von Staaten

 

Wir sind in das Zeitalter der Migration eingetreten. Würden alle Menschen, die außerhalb ihres Geburtslandes leben, einen eigenen Staat bilden – eine Republik der Entwurzelten – wäre dieser mit einer Bevölkerungszahl von über 240 Millionen Menschen das fünftgrößte Land der Welt. 

 

Obwohl viel darüber geschrieben wurde, wie Migrationsströme die Politik auf nationaler Ebene verändern, schenkte man den geopolitischen Auswirkungen dieser Entwicklung wenig Beachtung. Doch aufgrund dieser Massenbewegungen der Menschen entstehen bereits drei Arten von Migrationssupermächten: die neuen Kolonialisten, die Integratoren und die Vermittler.

Die neuen Kolonialisten erinnern an die Siedler aus Europa, die im 18. und 19. Jahrhundert in alle Teile der Welt aufbrachen und davon nicht nur persönlich profitierten, sondern auch ihren Heimatländern Nutzen brachten. In ähnlicher Weise verhelfen auch die meisten Auswanderungswilligen des 21. Jahrhunderts ihren Herkunftsländern zu Marktzugang, Technologie und einer politischen Stimme in der Welt.

Der amerikanische Journalist Howard W. French beschreibt, wie Afrika zu „Chinas zweitem Kontinent” wurde, nachdem mehr als eine Million chinesische Siedler Afrika südlich der Sahara erneuern. Mittlerweile leben mehr Chinesen außerhalb Festlandchinas als Franzosen in Frankreich, und ähnliche Geschichten spielen sich auf fast allen Kontinenten ab. Bei der Rückkehr dieser Migranten nach China macht man sich deren Fähigkeiten dort ausgiebig zunutze. In China sind sie als „Meeresschildkröten“ bekannt und sie beherrschen die Technologiebranche ihres Landes.

Auch Indien verfügt über eine umfangreiche Diaspora von geschätzten 20 Millionen Bürgern, die überaus erfolgreich und in immensem Maße vernetzt sind. Aus Indien stammende Unternehmer gründen 10 Prozent der Firmen im Silicon Valley. Der Chef von Microsoft stammt ebenso aus Indien wie der Erfinder des Intel-Pentium-Prozessors, der ehemalige technische Leiter von Motorola und der Chef von Google.

In welcher Weise profitiert nun Indien davon? Zunächst insofern, als Indien Überweisungen aus dem Ausland im Ausmaß von über 70 Milliarden Dollar jährlich erhält. Dabei handelt es sich um die größte derartige Summe weltweit, die beinahe 4 Prozent des indischen BIPs ausmacht – mehr als das Land für Bildung ausgibt. Und obwohl sich vielleicht kein kausaler Zusammenhang beweisen lässt, fiel der Zustrom von Indern nach Amerika mit einer Änderung der geopolitischen Ausrichtung beider Länder zusammen, die ihren Ausdruck im historischen Atomabkommen des Jahres 2008 fand, im Rahmen dessen die USA ihre Politik der Äquidistanz zu Indien und Pakistan aufgab.

Angesichts des Ausmaßes der Migration ist es sogar möglich, zu einer Supermacht der Siedler zu werden, ohne über einen eigenen anerkannten Staat zu verfügen. Die geschätzten 35 Millionen Kurden – die sich selbst als Volk ohne Staat verstehen – entwickeln sich zu einer der politisch aktivsten Migrationsgruppen Europas. Es ist wohl kein Zufall, dass die Regierungen Schwedens und Deutschlands mit ihren großen kurdischstämmigen Bevölkerungsanteilen die kurdischen Peschmerga in deren Kampf gegen den Islamischen Staat (IS) militärisch unterstützen. 

Die zweite Art Supermacht bildet der Integrator. Man könnte ganze Bibliotheken mit Büchern darüber füllen, wie die Vereinigten Staaten von ihrer Fähigkeit profitierten, Menschen aus der ganzen Welt zu amerikanischen Bürgern zu machen. In ähnlicher Weise haben auch Angola und Brasilien die Abwanderung hochqualifizierter Arbeitskräfte umgekehrt und sind nun Ziel umfangreicher Einwanderungsbewegungen aus ihrer ehemaligen Kolonialmacht Portugal. Doch die zwei augenfälligsten Integrationsexperimente von heute bilden Israel und der IS.

Für Israel ist die Einwanderung aus der Diaspora von entscheidender Bedeutung. Das wird auch in dem hebräischen Wort für Immigration deutlich: Alija, abgeleitet vom hebräischen Verb für „aufsteigen“. Tatsächlich stellt der Staat „Alija-Berater“ ebenso zur Verfügung wie kostenlose Hinflüge, Sprachkurse und praktische Unterstützung. Infolgedessen hat sich Israels Bevölkerungszahl seit der Staatsgründung im Jahr 1948 verneunfacht. 

In seinem gemeinsam mit Saul Singer verfassten Buch Start-up-Nation Israel: Was wir vom innovativsten Land der Welt lernen können, wirft der amerikanische Autor und Politikberater Dan Senor eine grundlegende Frage auf: „Wie kommt es,“, so Senor, „dass Israel – ein erst 60 Jahre altes Land mit 7,1 Millionen Einwohnern, ohne irgendwelche Bodenschätze, von Feinden umzingelt und seit seiner Gründung in ständigem Kriegszustand – mehr Unternehmensneugründungen aufzuweisen hat als große, friedliche und stabile Länder wie Japan, China, Indien, Korea, Kanada und Großbritannien?” Die Antwort lautet natürlich: Immigration.

Die Führer des IS werden diesen Vergleich zwar nicht gerne hören, aber mit der raschen Ausbreitung ihrer Gruppe auf der Landkarte sind einige Lehren aus Israel verbunden. Der sogenannte Islamische Staat ist offiziell zwar nirgends anerkannt, doch er wird auf der Grundlage von Einwanderung errichtet. Den Angaben der Soufan Group zufolge reisten etwa 30 000 Menschen aus 86 Ländern in die vom IS besetzten Gebiete in Syrien und den Irak.

Bei der dritten Art von Migrationssupermacht handelt es sich um die Vermittler, die ihre geographische Lage ausnutzen, um ihren zuwanderungsfeindlichen Nachbarn Zugeständnisse abzuringen. Das bemerkenswerteste Beispiel ist die Türkei. Einst gezwungen, darum zu betteln, für die Mitgliedschaft in der Europäischen Union in Betracht gezogen zu werden, diktiert sie heute die Bedingungen ihrer Beziehungen mit Brüssel. Aus einem der Öffentlichkeit zugespielten Transkript eines kürzlichen Gipfeltreffens mit führenden europäischen Politikern geht hervor, wie Präsident Recep Tayyip Erdogan drohte, Flüchtlinge per Bus nach Griechenland und Bulgarien zu verfrachten, wenn man seinen Forderungen nicht nachkäme.

Ein weiterer Vermittler ist Niger. Als wichtige Transit-Drehscheibe, die 90 Prozent aller Migranten aus Westafrika auf ihrem Weg nach Italien passieren, gelang es dem Land, sich 600 Millionen Euro des letzten EU-Hilfsbudgets zu sichern. Dabei folgte man dem Beispiel von Muammar al-Gaddafi in Libyen, der Europa bekanntermaßen davor warnte „schwarz zu werden“, wenn man ihn nicht dafür bezahlen würde, Migranten von ihrem Versuch abzuhalten, das Mittelmeer zu überqueren.

Wenn die etablierten Mächte, die als erstes von der Globalisierung des Handels profitierten, als G-7 bekannt sind, könnte man die Länder, Regionen und Organisationen, die von der Migration profitieren – China, Indien, Kurdistan, Israel, IS, Türkei und Niger – als M-7 bezeichnen. Da sich die Kontrolle über Bevölkerungsströme zu einer Währung der Macht entwickelt, hätten Staaten, die der Führung der M-7 folgen, Gelegenheit ihren geopolitischen Einfluss zu stärken.

Für den Westen besteht die größte Herausforderung darin, den innenpolitischen Druck nach einer Schließung der Grenzen mit den geopolitischen Vorteilen der Migration zu vereinbaren. Zumindest vorerst werden die G-7 – für die sich ein leicht zu bewältigender Flüchtlingszustrom irgendwie zu einer „Krise“ entwickelte – den Aufstieg der M-7 wohl weiterhin unterstützen.

Mark Leonard  IPG 9

 

 

 

 

Rechtsprechung. Gerichte uneins über Sozialhilfeanspruch von EU-Bürgern in Deutschland

 

Haben Arbeit suchende EU-Bürger Anspruch auf Hartz-IV-Leistungen? Nein, entschied das Bundessozialgericht im Dezember 2015. Ja, sagt jetzt das Landessozialgericht Hamburg.

 

Über den Sozialhilfeanspruch von EU-Bürgern in Deutschland sind sich die Sozialgerichte weiterhin uneins. Sozialhilfeämter könnten allenfalls für bedürftige EU-Bürger im Einzelfall Übergangs- oder Rückkehrhilfen gewähren, entschied das Landessozialgericht Hamburg in einem am Montag bekanntgegebenen Beschluss. (AZ: L 4 AS 76/16 B ER)

Die Hamburger Richter stellten sich damit gegen die Rechtsprechung des Bundessozialgerichts (BSG) in Kassel. Dieses hatte am 3. Dezember 2015 entschieden, dass in Deutschland Arbeit suchende EU-Bürger von Hartz-IV-Leistungen zunächst ausgeschlossen sind (AZ: B 4 AS 44/15 R, B 4 AS 59/13 R und B 4 AS 43/15 R). Bei einem „verfestigten Aufenthalt“ jedoch, der nach der Auffassung der Bundessozialrichter in der Regel ab sechs Monaten besteht, könne Sozialhilfe beansprucht werden.

Diese Rechtsprechung hatte in den Kommunen Befürchtungen über hohe Sozialkosten geschürt. Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles (SPD) hatte daraufhin einen Gesetzentwurf vorgelegt, wonach EU-Bürger erst dann Anspruch auf Sozialleistungen haben können, wenn sie bereits fünf Jahre in Deutschland gearbeitet haben.

Im jetzt entschiedenen Eilrechtsschutzverfahren stellte sich das Landessozialgericht ebenfalls gegen die Sechs-Monatsfrist des BSG. Sowohl EU-Bürger, die in Deutschland eine Arbeit suchen, als auch jene, die sich aus anderen Gründen im Bundesgebiet aufhalten, könnten vom Sozialhilfeträger allenfalls Übergangs- oder Rückkehrhilfen in ihr Heimatland beanspruchen. Dies liege wie im entschiedenen Fall im Ermessen der Behörden, heißt es in dem rechtskräftigen Beschluss.

Vertritt das Landessozialgericht Hamburg auch im Hauptsacheverfahren diese Meinung, muss es den Rechtsstreit dem Bundessozialgericht zur Prüfung vorlegen. Bereits am 11. Februar 2016 hatte auch das Landessozialgericht Mainz sich in einem Eilverfahren gegen die BSG-Rechtsprechung gestellt (AZ: L 3 AS 668/15 B ER). Eine Pflicht zur Existenzsicherung für Arbeit suchende EU-Ausländer lasse sich weder aus EU-Recht noch aus dem Grundgesetz ableiten. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Italien: Aufenthaltsgenehmigungen für Asylbewerber

 

Die katholische Bischofskonferenz Italiens hat eine Aufenthaltsgenehmigung für abgelehnte Asylbewerber vorgeschlagen. Die Regierung müsse eine solche Möglichkeit prüfen, um Ausbeutung und ein Abgleiten in die Kriminalität zu verhindern. Das sagte der Leiter der Fachstelle für Migration bei der Bischofskonferenz, Gian Carlo Perego, am Dienstag in der Tageszeitung „Avvenire“. Die Zahl der abgelehnten Asylbewerber in Italien werde im Laufe des Jahres auf 40.000 Personen ansteigen, größtenteils werden dies junge Männer aus afrikanischen Ländern südlich der Sahelzone sein, so Perego. Diese könnten nicht in ihre Herkunftsstaaten zurückkehren, selbst wenn sie dies wollten. Auch die Regierung sei nicht imstande, sie dorthin zu bringen. In Italien seien sie ohne Aufenthaltsgenehmigung derzeit jedoch zu einem Leben in der Illegalität gezwungen.

Der Leiter der bischöflichen Stiftung „Migrantes“ wies darauf hin, dass die Asylanträge derzeit in neun von zehn Fällen abgelehnt würden, weil die Antragsteller aus Ländern kämen, die von den Behörden als sicher eingestuft würden. Der Vorsitzende der rechtspopulistischen Partei Lega Nord, Matteo Salvini, lehnte den Vorschlag der Bischofskonferenz laut „Avvenire“ umgehend ab. „Ich bin absolut gegen Aufenthaltsgenehmigungen aus humanitären Gründen, wie sie die Bischofskonferenz vorschlägt“, so Salvini wörtlich.  (kna 10.05.)

 

 

 

 

Grenzkontrollen gehen weiter. EU-Ministerrat gibt grünes Licht für Verlängerung

 

Um weitere sechs Monate sollen die Kontrollen an der deutsch-österreischen Grenze weitergehen. Grenzkontrollen innerhalb des Schengen-Raums sind dem Schengen-Kodex zufolge nur in Ausnahmefällen und für begrenzte Zeit möglich.

Die Kontrollen an der deutsch-österreichischen Grenze werden verlängert. Nach der Entscheidung des EU-Ministerrats teilte Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) am Donnerstag in Berlin mit, dass die Kontrollen „sichtbar und effektiv“ für bis zu sechs Monate verlängert werden. „Solange der Außengrenzschutz nicht wirksam funktioniert, brauchen wir nationale Grenzschutzmaßnahmen, um Recht und Ordnung zu gewährleisten“, erklärte der Minister.

Der EU-Ministerrat hatte zuvor die Verlängerung von Grenzkontrollen innerhalb Europas gutgeheißen. Die Kontrollen sollten als außergewöhnliche Maßnahme bis zu sechs Monate weitergeführt werden, teilte die Europäische Kommission, die den Schritt empfohlen hatte, am Donnerstag in Brüssel mit.

Der Beschluss betrifft neben der deutsch-österreichischen Grenze auch die österreichischen Kontrollen an den Grenzen zu Ungarn und Slowenien, die dänischen Kontrollen der Landgrenze zu Deutschland und von Häfen mit Verbindungen nach Deutschland, die schwedischen Kontrollen in bestimmten Häfen und an der Öresund-Brücke sowie die norwegischen Kontrollen in Häfen mit Verbindungen nach Deutschland, Schweden und Dänemark. Norwegen ist kein EU-Land, gehört aber dem Schengen-Raum an. Um die österreichische Grenze zu Italien am Brenner ging es nicht.

Grenzkontrollen innerhalb des Schengen-Raums sind dem Schengen-Kodex zufolge nur in Ausnahmefällen und für begrenzte Zeit möglich. Aktuell ist es die Lage im Schengen-Staat Griechenland, die die Kontrollen in den Augen von EU-Kommission und Ministerrat rechtfertigt. Da Griechenland die Außengrenze der EU nicht gut genug sichere, können die anderen Schengen-Staaten darauf mit eigenen Kontrollen reagieren, um sich vor „der Bedrohung der öffentlichen Ordnung und der inneren Sicherheit“ zu schützen, wie die EU-Kommission schrieb.

In Deutschland hatten sich Bundesinnenminister de Maizière und der bayerische Innenminister Joachim Herrmann (CSU) Anfang der Woche auf eine Fortführung der Kontrollen an der Grenze zu Österreich geeinigt. In einer gemeinsamen Erklärung wurde dafür unter anderem eine Aufstockung der Dienstposten der Bundespolizei in Aussicht gestellt.

De Maizière betonte, Zurückweisungen an der Grenze würden wie bisher erfolgen. Die Bundespolizei lässt Flüchtlinge oder Migranten nicht passieren, wenn sie keine Dokumente bei sich haben oder nicht in Deutschland einen Asylantrag stellen, sondern lediglich durchreisen wollen. Im Gegenzug zur Zusage bei den Grenzkontrollen will Bayern zunächst auf die angedrohte Verfassungsklage gegen die Asylpolitik der Bundesregierung verzichten. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Flüchtlingspakt: De Maizière warnt vor Scheitern der Visafreiheit für Türken

 

Die Fragezeichen hinter dem EU-Flüchtlingspakt mit Ankara wachsen: Der Bundesinnenmnister warnte, der türkische Präsident Erdogan sei für die Visafreiheit offenbar „nicht bereit, die vereinbarten Kriterien zu erfüllen“. Auch das EU-Parlament droht mit einer Blockade.

 

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) hält einem Zeitungsbericht zufolge ein Scheitern der Ankara im Rahmen des Flüchtlingspakts in Aussicht gestellten Visafreiheit für möglich. De Maizière habe am Dienstag bei der Sitzung der Unionsfraktion in Berlin gesagt, der türkische Präsident Recep Tayyip Erdogan sei offenbar „nicht bereit, die Kriterien zu erfüllen“, berichtete die „Bild“-Zeitung unter Berufung auf Teilnehmer der Sitzung.

„Wenn nicht, dann wird es keine Visafreiheit geben“, sagte der Minister demnach in der Sitzung. Erdogan verweigert derzeit die Umsetzung einer der 72 Bedingungen für die Visafreiheit, eine Reform des umstrittenen Anti-Terror-Gesetzes. Das breit angelegte Gesetz erlaubt etwa die Verfolgung von Journalisten und Akademikern ohne präzise Terrorismus-relevante Vorwürfe.

Schulz hält Visafreiheit für Türken ab Herbst für fraglich

EU-Parlamentspräsident Martin Schulz (SPD) hält die Einführung der Visafreiheit für Türken ohne rasches Einlenken Ankaras im Streit über die Anti-Terror-Gesetzgebung auch im Herbst für fraglich. „Wenn wi in den Oktober gehen sollten, müsste Ankara trotzdem jetzt die Beratungen durchführen“, sagte Schulz am Mittwoch dem Deutschlandfunk. Dass sich das EU-Parlament schon jetzt mit der Frage befasse sei „außerhalb jeder Diskussion“. Das Europaparlament hatte am Dienstag klar gemacht, dass es keinen Handel zulassen wolle. Schulz (SPD) und die Koordinatoren aller Fraktionen hatten beschlossen, mit den Beratungen über die Visabefreiung erst zu beginnen, wenn die Türkei alle 72 Kriterien erfüllt hat.

Erdogan will Visafreiheit für Türken erst spätestens im Oktober

„Ich hoffe, dass sie ihr vorher gegebenes Wort halten und dass sie spätestens im Oktober einen Schlussstrich unter diese Angelegenheit ziehen“, sagte Erdogan am Dienstag. Bisher hatte Ankara mehrfach gewarnt, keine Flüchtlinge von den griechischen Inseln mehr zurückzunehmen, sollte das zuletzt anvisierte Datum Ende Juni von Brüsseler Seite nicht eingehalten werden.

Im November hatten die türkische Regierung und die EU-Staats- und Regierungschefs verabredet, die Visums-Pflicht für Türken im Oktober aufzuheben, sollte Ankara bis dahin 72 Kriterien erfüllt haben. Als Gegenleistung für die Rücknahme aller neuen Flüchtlinge von den griechischen Inseln.

Ein Fragezeichen hinter den Verabredungen zwischen Brüssel und Ankara, für die sich vor allem  Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) stark gemacht hatte, ist auch durch den anstehenden Wechsel an der türkischen Regierungsspitze aufgetaucht: Ministerpräsident Ahmet Davutoglu, der bislang als verlässlicher Verhandlungspartner in Brüssel wahrgenommen wurde, kündigte kürzlich für den 22. Mai seinen Rückzug von Partei- und Regierungsspitze an.

AFP/nsa | EurActiv.de  11

 

 

 

 

Europaweites Novum. Muslim wird Londoner Bürgermeister

 

Mit dem Labour-Politiker Sadiq Khan wurde erstmals ein Muslim Bürgermeister einer europäischen Hauptstadt. Während des Wahlkampfes bekannte er sich zu seinem Glauben. Das ist nicht selbstverständlich. In Deutschland haben muslimische Bürgermeister Angst vor dem „Outing“.

 

Der Labour-Politiker Sadiq Khan hat die Bürgermeisterwahl in London gewonnen. Er wird damit der erste muslimische Bürgermeister einer europäischen Hauptstadt. Khan erreichte nach Auszählung der Zweitstimmen 56,8 Prozent der Stimmen, während der konservative Kandidat Zac Goldsmith nur auf 43,2 Prozent kam, wie der Wahlleiter in der Nacht zum Samstag in London mitteite.

Der bisherige konservative Bürgermeister Boris Johnson, der über die Grenzen Londons bekannt ist, war nicht mehr angetreten. Der Londoner Bürgermeister wird direkt von den Bürgern gewählt. Sadiq Khan versprach in seiner Dankesrede, ein Bürgermeister aller Einwohner zu sein.

Khan verschwieg seinen Glauben nicht

Sadiq Khan, der Sohn eines aus Pakistan stammenden Busfahrers, hatte im Wahlkampf mehr bezahlbare Wohnungen versprochen. Der Politiker war selbst in einer Sozialwohnung aufgewachsen. London leidet seit Jahren unter stark steigenden Mietpreisen und gleichzeitigem Mangel an Sozialwohnungen. Zudem versprach Khan Unterstützung für die lokale Wirtschaft.

In Großbritannien leben rund drei Millionen Muslime, jeder achte Londoner ist Muslim. Während des Wahlkampfs verschwieg Khan seinen Glauben nicht, betonte aber, dass sein Glaube nur einer von vielen Dingen sei, die ihn ausmachten: „Ich bin ein Londoner, ein Europäer, ich bin britisch, ich bin englisch, ich bin islamischen Glaubens, asiatischer Abstammung, pakistanischer Abstammung, ein Vater, ein Ehemann“, sagte er.

So frei können sich nicht alle Bürgermeister bewegen – auch in Deutschland nicht. MiGAZIN weiß von mindestens einem Bürgermeister einer deutschen Stadt, der sich nicht traut, sich als Muslim zu „outen“. Er hat die Befürchtung, nicht wiedergewählt zu werden. Zudem möchte er nicht, dass seine Religionszugehörigkeit wichtigere Themen überschattet.

Konkurrent hatte Khans Glauben zum Thema gemacht

Genau das hatte Khans Konkurrent in London, Zac Goldsmith von den Konservativen, versucht. Er warf Khan vor, sich mit muslimischen Extremisten abzugeben. Dennoch gilt Khan als liberal. Er hatte Morddrohungen von Extremisten erhalten, nachdem er im britischen Parlament für die gleichgeschlechtliche Ehe gestimmt hatte.

London hat erst seit 2000 einen Bürgermeister, der für die ganze Stadt, die aus vielen verschiedenen Gemeinden besteht, zuständig ist. Allerdings hat er im Vergleich zu Bürgermeistern anderer Hauptstädte nur eingeschränkte Macht. Er hat unter anderem Einfluss auf die Verkehrspolitik der Stadt, die Polizei sowie die Wohnungspolitik. Viele andere Entscheidungen werden aber in den Gemeindeparlamenten getroffen.

Die Wahlbeteiligung lag bei 45,6 Prozent. Neun der 14 Londoner Wahlkreise gewann Labour. Fünf gewannen die Konservativen.

In Deutschland hatte sich Raed Saleh (SPD) 2014 in Berlin um das Amt des Bürgermeisters beworben. Er hatte sich in seiner Partei aber nicht durchsetzen können gegen seinen Konkurrenten und den späteren Bürgermeister Michael Müller. (epd/mig 9)

 

 

 

 

„Nicht wegen, sondern trotz Corbyn“

 

Ulrich Storck über den neuen Bürgermeister von London und die Regionalwahlen in Großbritannien.

 

Mit Sadiq Khan stellt die Labour-Partei den neuen Bürgermeister.  Was hat den Ausschlag für seine Wahl gegeben?

Sadiq Khan ist Sohn einer pakistanischen Einwandererfamilie, sein Vater war Busfahrer, seine Mutter Näherin. Er hat seine Geschichte im Wahlkampf glaubwürdig mit der seiner Stadt verwoben: ein London, das jedem seine Chance gibt. Mit über zehn Prozent Vorsprung ist Sadiq zum ersten muslimischen Bürgermeister Londons, überhaupt einer westlichen Hauptstadt gewählt worden. Gerade in Zeiten der Agitation gegen Immigration und „Islamisierung“ haben die Londoner Bürgerinnen und Bürger ein hoffnungsvolles Zeichen für kulturelle Vielfalt und Versöhnung, Toleranz und Weltoffenheit gesetzt. Sein konservativer Konkurrent Zac Goldsmith fiel mit seiner Schmutz-Kampagne gegen Sadiq in öffentliche Ungnade. Zac versuchte, Kahn in die Nähe des radikalen Islamismus zu rücken und die Religionsgemeinschaften in der Hauptstadt gegeneinander aufzuhetzen, was die Tories in London auch langfristig beschädigen dürfte.

Kahn hat für Labour die 8-jährige Herrschaft der Tories über die Hauptstadt beendet. In seinem Wahlkampf distanzierte es sich deutlich von der derzeitigen Linie der Parteiführung und konzentrierte sich auf Themen der Stadt wie Wohnungsnot und Transportpreise. Der Parteivorstizende Jeremy Corbyn war weder im Wahlkampf noch bei der Amtseinführung eingeladen. Ehemals dem linken Parteiflügel zugeordnet und noch vor einem Jahr ein Unterstützer Corbyns, wird Kahn inzwischen in parteiinternen Listen als Gegner des Vorsitzenden geführt. Den Sieg Khans als einen Verdienst des neuen Parteichefs zu verbuchen, wäre eine Fehlinterpretation.

Im Gegenteil lehrt Khans Sieg in London, dass Labour über ihr eigenes Stammwähler-Potential hinausgehen und ein attraktives, glaubwürdiges Angebot auch für Wechselwähler der Mittelschicht anstreben muss. Khan mobilisierte in London eben nicht nur die Labour Anhänger im Stadtzentrum, sondern warb als „Bürgermeister aller Londoner“ um Zustimmung auch in den wohlhabenden Randbezirken sowie im Business- und Finanzsektor der Stadt. Er kritisiert in seiner Wahlanalyse öffentlich die Linie Corbyns, der Politik ausschließlich für das linke Lager gestalte und den Ambitionen anderer Strömungen in der Partei um die politische Mitte eine Absage erteilt.

Im Vorfeld hatte Labour mit Anti-Semitismus-Vorwürfen zu kämpfen. Ist das ein grundsätzliches Problem, oder waren das einzelne Fälle, die wegen der Wahlen besondere Aufmerksamkeit erhielten?

Hintergründe und Ausmaß werden derzeitig von einer unabhängigen Kommission untersucht. Es ist angesichts der Sensibilitäten um dieses Thema kaum zu beurteilen, welche Kreise in der Partei von der Kritik betroffen sind. Fest steht, dass in der Vergangenheit immer wieder vereinzelte antisemitische Äußerungen vorkamen. Die aktuellen Vorwürfe dürfen durchaus im Kontext des Wahlkampfs gesehen werden. Insgesamt sind die Kampagnen aller Seiten schmutziger geworden. Mit Corbyn als langjährigem Verfechter der palästinensischen Sache ist die Labour-Führung dort angreifbar, was der Gegenseite nutzte. Gleichzeitig werden die Konservativen als anti-muslimisch gebrandmarkt, spätestens seit der Kampagne um den Londoner Bürgermeister. Sicherlich kann man der Labour-Führung aber anlasten, mit den Vorwürfen eine Woche vor der Wahl nicht schnell und professionell genug umgegangen zu sein.

Auch in Schottland, Wales und Nord-Irland wurde gewählt. Wie sind die Ergebnisse dieser Regionalwahlen zu werten?

Jede einzelne Partei fand in den Ergebnissen des Donnerstags einen Grund, sich zum Sieger zu erklären. Im hohen Norden konnte die Schottische Nationalpartei SNP ihre Dominanz absichern, allerdings verfehlte sie entgegen der Erwartungen die absolute Mehrheit und wird zukünftig eine Minderheitsregierung stellen. Dies gibt der Opposition in Zukunft mehr Gewicht, diese wird ab jetzt von der konservativen Partei geführt: Die schottischen Tories konnten Labour als zweitstärkste Kraft ablösen. Ihre Kampagne stellte die neue, charismatische Parteichefin Ruth Davidson in den Mittelpunkt und setze sich von der Westminster-Regierung ab. So gelang es den lange in Schottland totgeglaubten Tories, die Unabhängigkeitsgegner und das eher konservativ gestimmte Wählerpotential im sonst linken Schottland auf ihre Seite zu ziehen. Der schottischen Labour-Führerin Kezia Dugdale dagegen verordnete Corbyn einen harten Linkskurs, der deutlich danebenlag: der Versuch, die SNP links zu überholen, und gar der Flirt mit dem Gedanken der Unabhängigkeit trieb noch weitere Labour-Wähler in die Hände der SNP. Die Parteiführerin – gerade acht Monate im Amt – steht bereits unter Druck.

In Wales konnte Labour ihre dominante Position behaupten, muss allerdings ob leichter Verluste zum Regieren eine Koalition eingehen. In den walisischen Industriegebieten im Niedergang konnte die rechtspopulistische UKIP ihre Position ausbauen und erstmals sieben Parlamentssitze erringen. In Nordirland herrscht aufgrund der Geschichte eine besondere Situation: Hier stehen die pro-britischen Unionists (DUP) den Nationalisten (Sinn Fein) gegenüber, welche die irische Wiedervereinigung anstreben. Die Wahl bestätigte eine knappe Führung für die DUP, sie stellt die Regierungschefin. Labour tritt in der Region gar nicht erst an.

Bei den englischen Kommunalwahlen kam es kaum zu Verschiebungen. Traditionell werden diese Wahlen dazu genutzt, die Regierung abzustrafen und die Opposition aufzuwerten. Dies ist trotz Popularitätsverlust der Regierung Cameron und dem Regierungschef selbst – zuletzt wegen seiner Verstrickung in die Enthüllungen der Panama Papers – unterblieben. Allerdings konnten die Tories ihr schwaches Ergebnis auch nicht verbessern. Das prognostizierte verheerende Abschneiden von Labour unterblieb ebenfalls: trotz Verlusten von circa sechs Prozent konnte die Partei ihre meisten Sitze halten.

Die Wahlen waren der erste Urnengang seitdem Jeremy Corbyn zum Parteivorsitzenden von Labour gewählt wurde. Werden die Ergebnisse Auswirkungen auf den Richtungskampf zwischen Partei-Establishment und Corbyn-Lager haben?

Gemessen an den desaströsen Prognosen im Vorfeld hat Jeremy Corbyn diesen ersten Test über seinen Kurs glimpflich überstanden. Dass Labour in Schottland weiter absackt, war vorab eingepreist. Die englischen Kommunalwahlen zeigen, dass Labour noch immer eine starke Anhängerschaft besitzt. Keinesfalls sind sie aber als Bestätigung der Parteiführung zu werten, die meisten lokalen Kandidatinnen und Kandidaten haben sich eher von der Parteiführung abgegrenzt und auf lokale Themen konzentriert. Besonders deutlich war diese Distanz in der Londoner Kahn-Kampagne zu verspüren. Von einem positiven Corbyn-Effekt kann keine Rede sein. Labour schnitt nicht wegen Corbyn, sondern trotz Corbyn passabel ab. Als neuer Oppositionsführer ist er der erste seit 50 Jahren, der bei dieser ersten Testwahl Sitze verliert. Unter Ed Miliband gewann Labour 2011 über 800 Sitze hinzu, die nationale Wahl verlor die Partei gleichwohl.

Trotzdem sind die Ergebnisse nicht schlecht genug, um Anlass zu geben für einen parteiinternen Aufstand gegen den Vorsitzenden. Jede Seite der Partei – Establishment und Corbyn-Lager – reklamierte das Ergebnis als Bestätigung. Noch immer stehen sich Parlamentsfraktion und die Führung um Corbyn unversöhnlich gegenüber, vermittelnde Stimmen wie die des Schatten-Außenministers Hilary Benn sind selten. Es setzt sich die Meinung durch, Corbyn noch ein weiteres Jahr Zeit zu geben und ein parteiinternes Abwahlverfahren vorerst nicht anzustreben. Die Chancen dazu wären derzeit denkbar gering: Die Parteibasis steht noch immer hinter Corbyn und würde ihn sicherlich erneut ins Amt heben.

Um imJahr 2020 die Chance auf einen nationalen Wahlsieg zu haben, müsste Labour – bei unveränderten Ergebnissen in Schottland und Wales – in England mindestens 13 Prozentpunkte vor den Tories liegen, eine derzeit kaum realistische Perspektive. Obwohl die Londoner Wählerschaft keinesfalls England repräsentiert, sollten doch Sadiq Kahns Lehren ernstgenommen werden: Die eigenen Aktivistinnen und Stammwähler werden Labour nicht die erforderliche Mehrheit erbringen. Die Parteiführung muss ihr Lagerdenken überwinden und versuchen, verschiedenste Teile der Bevölkerung mit ihrem politischen Angebot anzusprechen und zu vereinen.

Obwohl die EU-Mitgliedschaft bei dieser Wahl nicht zur Abstimmung stand, macht das passable Abschneiden von Labour und der Sieg des pro-europäischen Kandidaten in London Mut. Während die Tory-Partei in der EU-Frage gespalten ist, würden zwei Drittel der Labour-Wähler für die EU stimmen. Die Mobilisierung der Labour-Anhänger kann beim anstehenden Referendum den Ausschlag geben.

Die Fragen stellte Hannes Alpen. Ulrich Storck  IPG 9

 

 

 

Gesichtskontrolle für Flüchtlinge

 

Die EU-Kommission will die Fingerabdruckdatenbank Eurodac erweitern. Mit der Einführung von Gesichtserkennungssoftware und längeren Speicherfristen soll die EU im „Kampf gegen irreguläre Migration“ besser gerüstet sein.

Die EU plant umfassende Neuerungen im europäischen Asylrecht. Neben eines „faireren“ Verteilungsschlüssels von Neuankömmlingen und der Verlängerung von Grenzkontrollen im Schengen-Raum soll die Datenbank Eurodac vergrößert werden. Künftig sollen automatisierte Gesichtserkennungsdienste, eine längere Speicherung von Personendaten sowie die Aufnahme minderjähriger Flüchtlinge in die Zentraldatei verhindern, dass irreguläre Migranten sich dem Radar von Einwanderungsbehörden entziehen. Knapp 30 Millionen soll das Upgrade der biometrischen Datenbank kosten.

Eurodac wurde im Jahr 2000 einführt, als elektronische Stütze für die Umsetzung des Dublin-Systems. Die Datenbank sammelt Fingerabdrücke von Asylbewerbern, um Einwanderungsbehörden die Bestimmung des Erst-Einreiselandes von Flüchtlingen zu erleichtern und somit die mehrfache Antragsstellung zu verhindern.

Die EU-Kommission bemängelt in ihrem Entwurf, dass die bestehende Regelung sich zu sehr auf die Datensammlung von Asylbewerbern beschränkt. Aufgegriffene Migranten ohne Aufenthaltsstatus, die bisher keinen Asylantrag stellten, würden von der Datei ausgespart. Ihr Fingerabdruck könne lediglich dazu benutzt werden, sich bei anderen Mitgliedsstaaten zu erkundigen, ob bereits ein Antrag gestellt wurde. Sei dies nicht der Fall, müsse der Abdruck gelöscht werden.

Biometrische Erfassung ist „zentraler Baustein“ europäischer Asylpolitik

Die Neufassung des Eurodac-Instruments könne für die Mitgliedsstaaten der entscheidende Hebel sein, die irreguläre Einwanderung in den Griff zu bekommen und die „Effektivität der EU-Rückkehrpolitik“ zu steigern, so der Vorschlag. Die Datenbank soll daher zum zentralen Instrument für die biometrische Erfassung aller Nicht-EU-Bürger auf europäischem Boden ausgebaut werden.

Neben der Anhebung der Speicherfristen von 18 Monaten auf fünf Jahre sollen Grenzbehörden dazu ermächtigt werden, digitale Gesichtsbilder von Migranten anzulegen und in einer zentralen Datei zu speichern. Mithilfe einer speziellen Gesichtserkennungssoftware seien Polizei- und Einwanderungsbehörden damit besser, und schneller, in der Lage, die Identität einer aufgegriffenen Person festzustellen, so der Entwurf weiter.

In den Augen der Kommission ist das Speichern von Fingerabdrücken alleine nicht mehr zeitgemäß, da Drittstaaten-Angehörige häufig „Täuschungsmanöver benutzen“, um ihrer Identifizierung zu entgehen. Die biometrische Technologie zur Gesichtserfassung sei daher „zentraler Baustein“ des neuen europäischen Asylsystems.

Gesichtserfassung in „kinderfreundlicher“ Umgebung

Auch soll nach dem Willen der Kommissare das Mindestalter, ab dem erkennungsdienstliche Behandlungen zulässig sind, gesenkt werden. Statt bisher 14 Jahren sollen künftig auch unbegleitete minderjährige Flüchtlinge (umF) im Alter von sechs Jahren der Prozedur unterzogen werden dürfen – Forschungen hätten gezeigt, dass die Erkennung von Fingerabdrücken bereits bei Sechsjährigen mit einem „befriedigenden Maß an Präzision“ möglich sei.

Die Kommission betont, dass die Aufnahme minderjähriger Flüchtlingskinder in ein von Grenz- und Polizeibeamten einsehbares Zentralverzeichnis auch deren rechtliche Lage verbessern würde. Viele umF, die in Europa ankommen, seien in den letzten Jahren verschwunden oder untergetaucht, und haben keinen Zugang zu Versorgungseinrichtungen.

Die Fingerabdrücke und Gesichtsfotos von Minderjährigen sollen auf „kinderfreundliche“ und „einfühlsame“ Weise von speziell ausgebildeten Beamten abgenommen werden. Auch sollen Broschüren in einer „altersgerechten Sprache“ die Kinder auf die erkennungsdienstlichen Maßnahmen vorbereiten.

Zwang zur Daten-Abgabe

Um die biometrische Erfassung sicherzustellen, seien Mitgliedsstaaten außerdem dazu befugt, Sanktionen auszuüben, falls sich Kandidaten weigern sollten. Die Sanktionen sollen „wirksam, verhältnismäßig und abschreckend sein“, und sich an bestehenden nationalen Regelungen orientieren. Inhaftierung sollte nur „als Ultima Ratio“ eingesetzt werden und nur dann, wenn alle anderen Mittel, die Identität einer Person zu bestimmen, ausgeschöpft wurden.

Nicht angewendet werden sollten die Sanktionen auf unbegleitete Minderjährige. Jedoch sind die Grenzbeamten dazu bemächtigt, es erneut zu versuchen, wenn sich die Weigerung des Flüchtlingskindes nicht gegen die Datenabgabe als solche richtet, sondern auf gesundheitliche Gründe zurückzuführen ist, beispielsweise „beschädigte Hände oder Fingerspitzen“. Wie häufig die Beamten den Versuch starten dürfen, auch im Falle einer deutlichen Weigerung der Person erneut die Daten-Abnahme zu verlangen, bleibt unerwähnt.

Wann die Gesichtserkennung bei Grenz- und Personenkontrollen zur Anwendung kommt, ist noch unklar. Laut Recherchen von netzpolitik.org verfügt die EU derzeit nicht über die entsprechende Software, die digitalen Gesichtsbilder zu verarbeiten und abzugleichen. Erst im Jahr 2020 will die Kommission in einer Machbarkeitsstudie herausgefunden haben, welche Computerprogramme sich für den europaweiten Foto-Abgleich überhaupt eignen. Fotos machen dürfen die Sicherheitsbehörden jedoch bereits mit Inkrafttreten der Novelle. Bis eine Software das automatisierte Vergleichen übernimmt, müssen sich die Grenzbeamten im Zweifelsfall auf ihr bloßes Auge verlassen. Daniel Mützel EA 9

 

 

 

 

Mein Partner, der Diktator. Um Fluchtursachen anzugehen, kooperieren Deutschland und die EU mit Despoten.

 

Der große Andrang ist offenbar vorbei. Die Flüchtlinge sind als tägliches Thema aus den Medien weitgehend verschwunden. Auf der politischen Agenda Deutschlands und Europas sind sie aber nach wie vor präsent – und das ist gut so: Wir müssen aus der Tatsache, dass der globale Reichtum aufgrund einer ungerechten Weltwirtschaftsordnung ungleich verteilt ist, die richtigen Lehren ziehen. Wichtige Voraussetzungen für den Reichtum Europas sind unsere politische Stabilität und der lang anhaltende Frieden. An Frieden scheint die Welt derzeit jedoch noch ärmer als an wirtschaftlichen Perspektiven, und so wundert es nicht, dass Europa auch diejenigen anzieht, die vor Krieg und Vertreibung fliehen müssen.

Andererseits ist unbestritten, dass auch das reiche Europa nicht alle aufnehmen kann, die gerne kämen. Wahrscheinlich könnten wir uns finanziell noch deutlich mehr Flüchtlinge leisten, aber Deutschland ist schon jetzt personell damit überfordert, den hier Aufgenommenen zeitnah das zu geben, was ihnen zusteht. Wir haben dafür schlechterdings in unseren Ämtern, Behörden, Schulen und anderswo nicht genug qualifizierte Arbeitskräfte. Bei etlichen, vor allem den vom Krieg Traumatisierten, wächst die Verzweiflung wieder, weil sie sich in Deutschland seit Monaten in einem rechtlichen Schwebezustand befinden, der jede Eigeninitiative vereitelt. Darüber verzweifeln vor allem jene, die nach Integration, Beschäftigung und Neuanfang geradezu fiebern. Dies ist ein unwürdiger Zustand für die Flüchtlinge und für ein reiches Land wie Deutschland.

Es ist also richtig, dass Deutschland und Europa die Fluchtursachen bekämpfen wollen. Auf meinen Reisen durch afrikanische Länder höre ich immer wieder, dass niemand seine Heimat gerne verlässt, und dass die meisten in Europa nicht das Paradies, sondern eine Notlösung sehen.

Wie aber kann Europa die Fluchtursachen bekämpfen? Die Europäische Union will das nun in großem Stil angehen. Sie stellt dafür in einem Treuhandfonds namens „EU Emergency Trust Fund for stability and addressing the root causes of irregular migration and displaced persons in Africa“ knapp 1,8 Milliarden Euro bereit. Davon sollen 714 Millionen nach Ostafrika fließen. Von dem Geld sind 30 Prozent für Friedenssicherung und Konfliktprävention vorgesehen. Der Löwenanteil von 70 Prozent wird für die Bekämpfung der irregulären Migration und für Vertriebene eingesetzt. Dabei gibt es Überschneidungen mit dem sogenannten Khartum-Prozess, der schon im Oktober 2014 begann. In dessen Rahmen stimmt sich die EU mit Ägypten, Äthiopien, Dschibuti, Eritrea, Kenia, Somalia, Sudan, Südsudan und Tunesien ab, um die nordafrikanische Migration besser regeln und kontrollieren zu können.

Die meisten dieser Länder sind höchst zweifelhafte Partner. Der sudanesische Staatschef Omar al-Bashir wird seit 2009 vom Internationalen Strafgerichtshof gesucht, und zwar wegen seiner mutmaßlichen Verantwortlichkeit für Kriegsverbrechen in der Provinz Darfur im Westsudan. Es geht um Massenmord, Vergewaltigungen und Plünderungen. Eritrea ist eine äußerst repressive Diktatur – auch nach Überzeugung der Vereinten Nationen. So heißt es unter anderem in einem UN-Bericht von Anfang Juni 2015, willkürliche Verhaftungen, Folter und Zwangsarbeit seien weit verbreitet. „Einige der Menschenrechtsverletzungen sind womöglich Verbrechen gegen die Menschlichkeit.“ Nach Schätzung des UN-Menschenrechtsrats sitzen tausende Eritreer ohne Anklage oder Aussicht auf ein Gerichtsverfahren in Haft. „Besuche von Rechtsanwälten oder Familienangehörigen sind verboten. Die Regierung macht weder Angaben zur Gesamtzahl der Gefangenen noch zur geographischen Lage der Haftanstalten. Tod im Gefängnis ist üblich. Die Gründe sind Misshandlungen, Folter, Hunger und die Verweigerung medizinischer Behandlung.“ Die Menschenrechtslage in Äthiopien ist ebenfalls mehr als problematisch. Internationalen Menschenrechtsorganisationen kritisieren die drastisch eingeschränkte Meinungsfreiheit, Angriffe auf unabhängige Medien, willkürliche Inhaftierungen sowie Folter. Im Südsudan geht die Regierung immer härter gegen Medien und andere Oppositionelle vor, während das Land wegen des Starrsinns und Machtwillens der politischen Führung seit Dezember 2013 in einem brutalen Bürgerkrieg versinkt.

Das also sind einige der Partner, mit denen die EU nun verhandelt. Sie bietet diesen Staaten Entwicklungszusammenarbeit und gezielte Projekte, durch die man die Situation der Flüchtlinge in der Region verbessern will. Dazu gehören die Versorgung somalischer Kriegsflüchtlinge in Kenia oder Berufsausbildungsprogramme für junge Eritreer in Äthiopien.

Der Großteil des Geldes fließt jedoch in die Ausbildung und technische Ausrüstung von Grenzbeamten, Polizisten, anderen „Sicherheits“-kräften und der Justiz. Zu diesem Zweck wurde beispielsweise an der Polizeischule Kairo unter europäischer Beteiligung ein Schulungszentrum für die Mitgliedstaaten des Khartum-Prozesses eingerichtet.

Während vieles noch vage ist, was den Khartum-Prozess und den EU-Treuhandfonds betrifft, wurde ein Projekt schon beschlossen. Es heißt „Better Migration Management“ und ist mit rund 40 Millionen Euro ausgestattet. Die deutsche staatliche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ) soll an der Umsetzung des Projekts beteiligt werden. In einem Aktionsplan der Europäischen Union heißt es, durch das Projekt solle die Leistungsfähigkeit beim Management der Fluchtbewegungen verbessert werden. „Vor allem soll illegale Migration bekämpft und verhindert werden, darunter Menschenschmuggel und Menschenhandel.“ Das will man unter anderem durch den Bau von „Reception Centers“ inklusive Zellen im Sudan erreichen und durch die Bereitstellung besserer Ausrüstung für Sicherheitskräfte. Ergänzt werden soll das Projekt unter anderem durch den „EU Internal Security Fund on police cooperation“. Schon in der Projektbeschreibung wird dabei auf das Risiko verwiesen, dass die zur Verfügung gestellte Ausrüstung und die Ausbildung der nationalen Sicherheitskräfte für repressive Maßnahmen genutzt werden könnten.

Erstaunlich ist auch, dass die EU mit den Sicherheitskräften dieser Regime arbeitet, obwohl sie in demselben Aktionsplan feststellt: „Die Netzwerke der Menschenschmuggler und Menschenhändler in der Region sind hochgradig organisiert und ausgeklügelt, häufig unter Mittäterschaft von Offiziellen.“ Anders gesagt: Zu den Partnern der EU gehören ausgerechnet jene, die sie doch eigentlich bekämpfen will, nämlich die Schmuggler und Schlepper. Denn wer kann ausschließen, dass unter denen, die Ausrüstung und Ausbildung erhalten, auch verkappte Menschenschmuggler und -händler sind?

Mit Grenzbeamten, Militärs und Polizisten solcher Regime zu kooperieren, ist moralisch nicht zu vertreten. Zudem ist die Zusammenarbeit mehr als kontraproduktiv, wenn die Schmuggler und Schlepper, die man bekämpfen will, Teil der Regime sind. Denn dann werden sie durch die Kooperation womöglich noch gestärkt, durch bessere Ausrüstung, bessere Ausbildung und mehr Geld.

Etwas anderes sind Projekte im Rahmen der Entwicklungszusammenarbeit, sofern davon wirklich die Bevölkerung profitiert. Deutschland beispielsweise will seine Entwicklungszusammenarbeit mit Eritrea wieder aufnehmen, unter der Voraussetzung, dass sich die Menschenrechtslage und anderes in Eritrea grundlegend verbessern. Das jedenfalls versichert der persönliche Afrika-Beauftragte von Bundeskanzlerin Angela Merkel, Günter Nooke. Wie messbar solche Fortschritte sind, sei einmal dahin gestellt. Das Projekt, das Deutschland in Aussicht stellt, hilft im besten Fall tatsächlich der Bevölkerung. Es geht um ein oder mehrere Zentren für berufliche Bildung für insgesamt rund vier Millionen Euro. Aber selbst das hat einen Haken: In Eritrea – und anderen repressiven Staaten – gibt es als Partner für solche Projekte keine privaten, unabhängigen Organisationen oder Träger. Einziger Ansprechpartner in Eritrea oder auch in Äthiopien, ist die Regierung.

Sie wird durch eine solche Zusammenarbeit in jedem Fall gestärkt. Sie bekommt Geld oder den Gegenwert davon, wird also wirtschaftlich stärker – und dadurch auch politisch stabilisiert. Selbst wenn solche Projekte vielleicht wirklich der Bevölkerung helfen, helfen sie auf jeden Fall der Regierung. Und das sind mit Blick auf Ostafrika viele Despoten. Mit ihnen paktieren Deutschland und Europa, um sich die Flüchtlinge von den Grenzen zu halten.

Trotzdem ist es wohl richtig, gezielte Projekte zu fördern, die der Bevölkerung Perspektiven verschaffen. Die Zusammenarbeit mit Sicherheitskräften, Polizei oder Militärs repressiver Regime sollte dagegen für Europa nicht zur Debatte stehen. Europäische Politiker, auch deutsche, beschwören gerne europäische Werte. Wer diese Werte wirklich hochhält, kann mit gewissen Despoten nicht paktieren.  Bettina Rühl IPG 9

 

 

 

Ipsos Brexit-Studie: Deutsche und Briten glauben nicht an einen Austritt Großbritanniens aus der EU

 

Weitere Austritte und gravierende Folgen für EU-Wirtschaft erwartet - Italien und Frankreich für eigenes Referendum

 

Hamburg.  Zwei Drittel (65%) der Briten glauben nicht an einen Austritt aus der EU. Das ergab eine internationale Umfrage des Markt- und Meinungsforschungsinstitutes Ipsos. Sollten sich die Briten doch für einen Austritt entscheiden, stände die EU vor dem größten Umbruch ihrer Geschichte. Befragt wurden insgesamt 11.000 Personen in neun EU Staaten: Bürger in Belgien, Deutschland, Frankreich, Großbritannien Italien, Polen, Schweden, Spanien und Ungarn sowie Bürger in Australien, Kanada, Indien, Süd Afrika und den USA.

 Im Durchschnitt gaben 53 Prozent der befragten EU Bürger an, die Briten werden in der EU verbleiben, in den Nicht-EU Ländern waren sogar 62 Prozent dieser Auffassung. Dabei schwanken die Meinungen unter den Ländern stark: so glauben 59 Prozent der Deutschen an einen weiteren Verbleib Großbritanniens in der EU. Anders in Frankreich und Italien, hier rechnet die Mehrheit von 58  bzw. 60 Prozent mit einem Austritt.

Große Mehrheiten, vor allem in Kanada (68%) und den USA (64%), aber auch in den drei Commonwealth-Ländern Indien (60%), Australien und Südafrika (je 58%) gehen von einem Pro-EU Votum der Briten aus.

 Zerfall der Gemeinschaft und gravierende Folgen für die Wirtschaft befürchtet  

Jeder zweite Deutsche (51%) glaubt, dass im Falle eines Brexit auch andere Länder aus der Europäischen Union austreten würden. Während in Ungarn sogar 55 Prozent davon überzeugt sind, glauben in Großbritannien selbst lediglich 42 Prozent der Bevölkerung an einen möglichen Dominoeffekt.

In den befragten EU-Ländern sieht jeder Zweite (51%) negative wirtschaftlichen Auswirkungen für die EU als Folge eines Brexit.  Dies steht im starken Gegensatz zu den zu erwarteten Folgen für Großbritannien selbst. Nur jeder dritte (36%) befürchtet negative Effekte auf Großbritanniens Wirtschaft. Vor allem in Ungarn (75%) und Schweden (60%) ist man besorgt um die Konsequenzen für die EU Wirtschaft. Die Deutschen nehmen eine Sonderrolle ein. Sie haben mit 39 Prozent die wenigsten Ängste über wirtschaftliche Auswirkungen innerhalb der EU, 43 Prozent erwarten aber eine Verschlechterung der britischen Wirtschaft im Falle eines Austritts.

Vier von zehn Deutschen möchten auch ein Referendum, jeder Dritte will Austritt

Fast die Hälfte (45%) der befragten EU Bürger würde ein Referendum in ihrem Land befürworten aber nur 33 Prozent entschieden bei einem Referendum für einen Austritt ihres Landes. In Italien (58%) und Frankreich (55%) wünscht sich die Bevölkerung sogar mehrheitlich ein Referendum. Jedoch würde sich auch hier in beiden Ländern keine Mehrheit für einen EU-Austritt finden. In den anderen EU-Ländern,  in denen die Umfrage durchgeführt wurde, finden sich keine Mehrheiten für ein eigenes Referendum, dennoch sind es immerhin vier von zehn Deutschen (40%), die dafür eintreten und jeder Dritte Deutsche (34%) würde in diesem Fall für einen Austritt aus der EU votieren. In Schweden (43%), Belgien (42%), Polen (41%), Spanien (40%) und Ungarn (38%) sieht es ähnlich aus bezüglich des Referendumswunsches.

EU 2020: 46 Prozent der Deutschen wünschen sich eine stärkere EU

Mit dem Blick auf die Zukunft wünschen sich allen voran Belgier (50%), Spanier (48%) und Deutsche (46%) bis 2020 eine stärkere Europäische Union. Jedoch zeigen die großen Diskrepanzen zwischen dem was die Befragten möchten und dem, was sie vermuten, was geschehen wird, dass das Vertrauen in eine positive Entwicklung nicht sehr groß ist. Nur etwa jeder Fünfte in diesen Ländern meint, dass Europa bis 2020 tatsächlich stärker da stehen wird als heute. Nicht nur die Briten (65%) sind komplett gegensätzlicher Meinung. Auch Befragte in Schweden (52%) und Frankreich (47%) möchten 2020 lieber „weniger Europa“.

Robert Grimm, Leiter von Ipsos Public Affairs in Deutschland sieht die EU vor großen Herausforderungen. „Der Umgang mit den Problemen der letzten Jahre, von der Währungs- zur Flüchtlingskrise, die fehlenden demokratische Nähe zwischen regierenden Institutionen und Bürgern und der allgemeine Mangel an Transparenz politischer Prozesse auf der EU Ebene führten zu einem wachsenden Vertrauensverlust der Bürger in die EU. Es ist deshalb verständlich, dass viele EU Bürger ein Bedürfnis nach direkter Demokratie und institutioneller Reform empfinden. Doch sind die Ipsos Umfragedaten auch ein wichtiger Indikator dafür, dass  ein großer Teil der Menschen und besonders die Deutschen weiterhin von den Zielen der EU und den Vorteilen einer Mitgliedschaft überzeugt sind und den Verbleib Großbritanniens in der EU erwarten.“

Steckbrief

Diese Ergebnisse stammen aus einer Ipsos Global@dvisor Studie, die zwischen dem 01. und 16. April 2016 durchgeführt wurde. Für die Studie wurde eine internationale Stichprobe von 11.030 Erwachsenen zwischen 18 und 64 Jahren in den USA und Kanada und zwischen 16 und 64 Jahren in allen anderen Ländern befragt. Insgesamt wurde die Studie in 14 Staaten durchgeführt: Australien, Belgien, Deutschland, Frankreich, Großbritannien, Indien, Italien, Kanada, Polen, Schweden, Spanien, Südafrika, Ungarn und den USA. Pro Land wurden ca. 1000 Personen über das Ipsos Online Panel befragt, mit der Ausnahme von Belgien, Indien, Polen, Schweden, Südafrika und Ungarn, wo jeweils ca. 500 Personen befragt wurden. Die Daten wurden anhand der jeweils aktuellsten Zensusdaten nach demographischen Merkmalen gewichtet, um eine Annäherung an die Grundgesamtheit zu gewährleisten. Ipsos

 

 

 

 

 

Thomas Händel: „Andrea Nahles agitiert gegen den Geist der Freizügigkeit“

 

Ende April hat die deutsche Arbeitsministerin Andrea Nahles einen Gesetzentwurf präsentiert, der die Ansprüche von EU-Bürgern auf Sozialleistungen deutlich einschränkt.

Arbeitssuchende EU-Bürger sollen künftig nur noch dann Sozialhilfe erhalten, wenn sie entweder durch vorherige Arbeit Versicherungsansprüche erworben haben oder seit mindestens fünf Jahren in Deutschland leben. Begründet wird dies unter anderem mit der finanziellen Belastung für die deutschen Kommunen.

EurActiv sprach darüber mit Thomas Händel, Europaabgeordneter der Linken (GUE/NGL) und Vorsitzender des Sozialausschusses im Europäischen Parlament.

EurActiv: Sie haben den Gesetzentwurf des deutschen Arbeitsministeriums in einer Presseerklärung scharf kritisiert. Unter anderem erklären Sie darin, die Zahl der betroffenen arbeitslosen EU-Bürger in Deutschland sei ohnehin so niedrig, dass sie für die Kommunen kaum eine zusätzliche finanzielle Belastung darstellten. Wenn aber tatsächlich nur wenige Bürger davon betroffen sind, warum ist der Gesetzentwurf dann überhaupt so problematisch?

Thomas Händel: Die Vorschläge sind problematisch, weil sie ein falsches Signal geben hinsichtlich der künftigen Entwicklung Europas. Wer solche Vorschläge macht, der setzt ein Zeichen für ein Auseinanderdriften der Europäischen Union, einen Rückzug auf den Nationalstaat und eine unsoziale Politik. Ich hatte nach David Camerons Forderung, Sozialleistungen für EU-Migranten einzuschränken, schon befürchtet, dass nun jeder Staat versucht, das noch zu toppen. Letztlich wendet man sich damit gegen den Charakter und Geist der europäischen Einigung.

Andrea Nahles selbst hat erklärt, der neue Gesetzentwurf solle die „Akzeptanz der Arbeitnehmerfreizügigkeit sichern“, die sonst gefährdet wäre. Könnte zu viel soziales Europa die Solidaritätsbereitschaft der Bürger überfordern?

Nein, eher im Gegenteil. Ich sehe es als ein gutes Signal, dass die Europäische Kommission vor kurzem einen Vorschlag für eine Säule sozialer Rechte in Europa gemacht hat. Wir sind in Europa in einer kritischen Situation. Etwa ein Viertel der Bevölkerung lebt an oder unter der OECD-Armutsgrenze. Die Menschen sind enttäuscht von der Entwicklung dieses Europas. Sie wenden sich ab, weil sie feststellen, dass alles vorgeht: Binnenmarktfreiheiten, Handel, Markt, bis hin zu TTIP – alles geht vor, während die sozialen Bedingungen in Europa kaum eine Rolle spielen und höchstens noch in Sonntagsreden vorkommen.

Insofern ist die Initiative der Kommission gut: Wir brauchen mehr soziale Grundrechte in Europa, und zwar gesetzlich fundierte Grundrechte, die die Menschen sichern und ihnen soziale Garantien geben. Andrea Nahles dagegen agitiert mit ihrem Gesetzesentwurf ohne Not gegen den Geist der Freizügigkeit. Für die immer wieder befürchtete Zuwanderung in die Sozialsysteme gibt es keine statistischen Belege. Und selbst wenn ein Missbrauch von Sozialleistungen stattfinden sollte, ist für Sanktionsmöglichkeiten der jetzige Rechtsrahmen völlig ausreichend.

Schon in der Euro- und der Flüchtlingskrise war viel von der europäischen Solidarität die Rede, meistens allerdings verbunden mit der Klage, dass es nicht genug davon gebe. Erlebt Europa generell eine Entsolidarisierung?

Ich habe vor vierzehn Tagen in Amsterdam die Diskussion der europäischen Arbeits- und Sozialminister über den Kommissionsvorschlag zur Säule sozialer Rechte miterlebt. Da sagt dann jeder: „Na ja, ist ja gut – aber eigentlich gibt es gar keinen Bedarf an neuen sozialen Rechten.“ Es genügt aber nicht, nur schöne Überschriften zu erzeugen. Die soziale Situation eines Viertels der europäischen Bevölkerung, wahrscheinlich mit wachsender Tendenz, verlangt nach mehr Solidarität in Europa. Ich habe meine Zweifel, dass der europäische Zeitgeist im Moment in diese Richtung geht, aber es gilt dafür zu werben und dafür zu kämpfen, dass soziale Grundrechte in Europa wirklich verankert werden.

Sind Sie optimistisch für die Zukunft?

Ja. Ich bin optimistisch, dass man diese Auseinandersetzung führen kann und dass sie irgendwann zu einem vernünftigen Ergebnis führt. Die momentane Diskussion dämpft meinen Optimismus allerdings.  Manuel Müller, EurActiv.de

 

 

 

 

 

 „Der Islam gehört nicht zu Deutschland“, oder etwa doch?

 

Am vergangenen Wochenende hat die AfD auf ihrem Parteitrag in Stuttgart ihr erstes Grundsatzprogramm beschlossen. Darin fordert sie, der Islam solle nicht zu Deutschland gehören. Die Partei will ein Verbot von Minaretten und Muezzin-Rufen sowie der Vollverschleierung. In Schulen soll es Frauen und Mädchen sogar verboten werden, Kopftücher zu tragen. Verfolgt die Partei in ihrer Islampolitik eine gemeinsame Linie? Inwiefern sind die Forderungen mit der in Deutschland geltenden Religionsfreiheit, zu der sich die AfD bekennt, vereinbar? Ist der Islam wirklich verfassungsfeindlich und gehört aus diesem Grund nicht zu Deutschland?

Unstimmigkeiten innerhalb der Partei

Innerhalb der AfD scheint es Unstimmigkeiten darüber zu geben, wie mit dem Islam zu verfahren sei. Die im Voraus von führenden AfD-Mitgliedern getätigte Aussage, der Islam sei mit dem Grundgesetz nicht vereinbar, wurde nicht in das Programm aufgenommen. Der Hamburger AfD-Fraktionschef Jörn Kruse distanzierte sich von dem Grundsatzprogramm und nannte es in vielen Punkten albern, töricht oder peinlich. Für ihn sei der Islam als Religion in Ordnung insofern er nicht als politische und totalitäre Ideologie auftrete. Eine solche Trennung zwischen liberalen und totalitären Islam lässt sich in den Aussagen der AfD-Politiker nur selten finden. Es wird darauf verwiesen, dass man nur gegen den „orthodoxen“ Islam sei, der nach den Regeln der Scharia handle. Die Frage jedoch, ob dann der nicht-„orthodoxe“ Islam zu Deutschland gehört, bleibt offen. Überhaupt bestreiten viele AFD-Mitglieder, dass ein solch liberaler Islam überhaupt existiert. Trotz dieser Unklarheiten innerhalb der Linie der Partei schien es für die Mehrheit der Abstimmenden auf dem Parteitag im Punkte Islam, keinen Diskussionsbedarf zu geben. Ein Antrag zur Verlängerung der Debatte auf 60 Minuten wurde abgelehnt. 30 Minuten mussten ausreichen.

 

Religionsfreiheit in Deutschland

 

Die AfD bekennt sich uneingeschränkt zur Glaubens-, Gewissens- und Bekenntnisfreiheit.“ Das schreibt die Partei in ihrem Grundsatzprogramm und stellt sich augenscheinlich auf die Seite des Grundgesetztes. Auf diesen Satz folgen jedoch eine Reihe von Grenzen, die der Religionsausübung im Wege stehen. Genannt werden staatliche Gesetze, Menschenrechte und „unsere Werte“. Was genau „unsere Werte“ sein sollen wird allerdings nicht konkretisiert, und lädt zu Spekulationen ein. Das deutsche Grundgesetzt sowie die europäische Menschenrechtskonvention sichern allen Menschen eine freie Ausübung ihrer Religion zu. In Artikel 4 Absatz 2 des deutschen Grundgesetzes heißt es: „Die ungestörte Religionsausübung wird gewährleistet.“. Wenn zu einer Religionsausübung das Tragen eines Kopftuchs oder eines Schleiers gehört, dann ist das als Menschenrecht durch das Grundgesetz abgedeckt und nicht auflösbar. Im gleichen Maße gilt das für die Rufe der Muezzins, die ihre Gemeinde zum Gebet versammeln. Ein Blick in die Vergangenheit zeigt, dass die Glaubens- und Gewissensfreiheit schon in der Weimarer Reichsverfassung von 1919 garantiert wird. Bereits 1740 äußerte sich Friedrich der Große zur Religionsfreiheit mit den Worten: „Die Religionen Müsen alle Tolleriret werden und Mus der Fiscal nuhr das Auge darauf haben, das keine der andern abrug Tuhe, den hier mus ein jeder nach seiner Fasson (Konfession) Selich werden.“. Auch einen Bau von Moscheen schloss er nicht aus.

Verfassungsfeindlichkeit Islam?

Mitte April hatte die AfD Vizevorsitzende Beatrix von Storch mit der Aussage: „Der Islam ist an sich eine politische Ideologie, die mit dem Grundgesetz nicht vereinbar ist“, für Schlagzeilen gesorgt. Diese, von vielen AfD-Wählern geteilte Ansicht, ist in mehrerlei Hinsicht falsch. Den Islam an sich gibt es nicht. Genauso wenig wie das Christentum. Vielmehr unterteilt er sich in einzelne religiöse und politische Richtungen mit unterschiedlichen Interessen. Der Großteil der in Deutschland ansässigen Gruppierungen ist mit dem Grundgesetz vereinbar. In einer wörtlichen Auslegung sind sowohl der Koran als auch die Bibel mit dem Grundgesetz unvereinbar. Es bedarf Menschen, die dazu in der Lage sind die Worte in rechter Weise zu deuten und zu verbreiten. Extremismus ist kein Werk der jeweiligen Heiligen Schrift, sondern von den Menschen gemacht, die sie lesen und interpretieren.

Warum der Islam zu Deutschland gehört

Die Aussage, dass eine Religion, zu der sich in Deutschland unzählige Gläubige bekennen, kein Teil der Bundesrepublik ist, ist schlichtweg falsch. Natürlich gehören der Islam und seine Anhänger zu Deutschland. Der Islam und seine Lehren prägen unzählige Bürger auf höchst individuelle Weise. Ob das in einer für Deutschland positiv oder negativen Weise geschieht hängt auch davon ab, wie seine Lehren vermittelt werden. Es wird andauernd über den Islam gesprochen. In den Medien, am Stammtisch oder auf Parteitagen. Gerade nach den Anschlägen in Paris und Brüssel beschäftigt sich fast jedermann mit der Frage, ob der Islam mit der deutschen Verfassung und dem westlichen Weltbild vereinbar ist. Oftmals wird Angst vor dem Islam und seinen Mitgliedern geschürt. Es wäre wichtig, die vielen islamischen Gemeinden Deutschlands in den Blick zu nehmen, die sich vom totalitären Islam abgrenzen und im Einklang mit dem Grundgesetz leben. So könnte verhindert werden, dass das Bild des Islams in den Köpfen der Menschen auf Dauer mit Terror und Intoleranz in Verbindung gebracht wird.

Lukas Ansorge Kth.de 7

 

 

 

 

Keine Perspektive in Deutschland. Viele irakische Flüchtlinge fliegen zurück in die Heimat

 

Enttäuschte Erwartungen und Sehnsucht nach der Familie – viele Flüchtlinge aus dem Irak treten die Heimkehr an, weil sie in Deutschland keine Perspektive sehen. In ihrer Heimat versuchen sie einen Neustart. Von Sebastian Drescher - VON Sebastian Drescher

 

Vor wenigen Monaten hat Dana Maghdeed Aziz noch in einer deutschen Asylunterkunft gelebt, jetzt baut er im Irak seine eigene Existenz auf. Er sei froh, wieder zurück zu sein, erzählt der der dürre Iraker. „Hier habe ich das Gefühl, dass mein Leben wieder eine Perspektive hat.“ In Deutschland sei das nicht der Fall gewesen.

Aziz gehört zur wachsenden Zahl von Flüchtlingen, die Deutschland freiwillig in Richtung Irak verlassen – rund 500 Rückkehrer zählt das Bundesamt für Migration und Flucht derzeit pro Monat. Wer sich die Rückreise nicht leisten kann, bekommt vom Bund das Flugticket und Reisegeld bezahlt. Dazu erhalten Ausreisewillige eine Starthilfe in Höhe von 750 Euro für Erwachsene und 250 Euro je Kind – organisiert wird die Hilfe von der Internationalen Organisation für Migration (IOM).

Sandra Black vom IOM-Büro in Erbil im Nordirak hat derzeit häufig mit Rückkehrern zu tun: „Viele haben alles verkauft, um sich die Flucht zu finanzieren, und stehen jetzt mit leeren Händen da“, sagt sie. Ihre Organisation vergibt deshalb im Rahmen eines Re-Integrationsprogramms auch Stipendien für Ausbildungen und hilft bei Existenzgründungen.

Auch Aziz wusste nicht, wie es weitergeht, als er im Februar ohne Geld und Aussicht auf Arbeit in Erbil ankam. Jetzt ist der 29-Jährige kurz davor, seinen eigenen Handyshop zu eröffnen. Den kleinen Verkaufsraum an einer großen Verkehrsstrasse hat der gelernte Handwerker selbst renoviert, demnächst erwartet er die erste Charge an neuen Smartphones und Zubehör. Er ist optimistisch, dass der Neustart gelingt: „Ich bin der einzige Händler hier in der Straße“, sagt Aziz.

Bevor ein Kandidat die Zusage für die Förderung erhält, werde geprüft, ob wirklich Bedarf bestehe und der Businessplan durchdacht sei, sagt Black. Gut 600 Rückkehrern hat IOM seit Anfang 2015 Zuschüsse gewährt. Meist sind daraus kleine Elektronik oder Kleiderläden entstanden, andere haben mit dem Geld einen Handwerksbetrieb oder eine Schafherde aufgebaut. Auch in den Flüchtlingslagern im Nordirak gibt es inzwischen Rückkehrer, die mit der Hilfe von IOM ein Geschäft gestartet haben. „Wir versuchen die Leute dort einzugliedern, wo sie vor ihrer Flucht gelebt haben“, erklärt Black. Vorausgesetzt, die jeweilige Region sei sicher.

Das Geld dafür kommt aus Deutschland und wird von lokalen Mitarbeitern von IOM vergeben. Bis zu 5.000 Euro erhalten Rückkehrer aus Deutschland – ähnlich viel habe er damals für die Schlepper aufbringen müssen, erzählt Aziz. 2014 hatte er den Irak aus Furcht vor den vorrückenden Terroristen des Islamischen Staates verlassen. Er wollte nach Deutschland, einen guten Job finden und möglichst bald seine Familie nachholen. Erst hing er sechs Monate in der Türkei fest, dann musste er ein Jahr in Deutschland warten, bis er seinen Asylantrag stellen konnte. Als das Amt ihm mitteilte, dass die Prüfung bis zu drei Jahren dauern könne, verließ ihn die Geduld. „Das war zu viel Zeit ohne meine Frau und meine Söhne“, erzählt er.

Die Sehnsucht nach der Familie und falsche Erwartungen seien die häufigsten Gründe für die Rückreise, meint Black. Damit anderen die Enttäuschungen erspart bleiben, will die Organisation im Irak künftig stärker über die Gefahren der Flucht und die Aufnahmebedingungen in den Zielländern aufklären. Denn das Wissen über die Asylregelungen in Europa ist einer Umfrage der Organisation unter irakischen Flüchtlingen zufolge oft gering. Aufklärungsarbeit in den Gemeinden und eine Fernsehkampagne sollen jetzt Abhilfe schaffen. In einem der Videos der Kampagne, die demnächst starten soll, warnt ein Rückkehrer: „Ich schwöre euch bei Gott, Iraker, verlasst euer Land nicht. Es wird euch nichts bringen“.

(epd/mig 9)

 

 

 

 

Der Zaun - An den Grenzen Europas unterwegs

 

Der Kontinent, der über das Fallen der Mauern jahrzehntelang so stolz war, spricht nun über seine Grenzen, über neue wie alte. Die Flüchtlingskrise hat ihnen neue Aufmerksamkeit geschenkt und Politiker meinen, nur so Land und Wohlstand verteidigen zu können, Österreich hat sogar ein Gesetz gemacht, in dem das Wort „Notstand“ vorkommt. Noch sind die Grenzen fern und wir kennen nur die Bilder von dort. Aber immer wieder gibt es Journalisten, die sich die Lage genauer ansehen und die Menschen dort treffen. Einer, der das so ausführlich gemacht hat wie wenige, ist Dietmar Telser. 2014 hat er gemeinsam mit einem Fotografen die Außengrenzen Europas, dort wo die Flüchtlinge ankommen und oft genug stranden, bereist.

„Die Idee kam mir bei einer Recherche, die ich 2012 unternommen habe“, berichtet Telser im Gespräch mit Radio Vatikan. Er war damals in den Ländern des arabischen Frühlings unterwegs und wollte darüber berichten, wie sich die Länder entwickelt hatten. „Ich reiste quer durch Nordafrika und traf an den Grenzen immer wieder Menschen, die festsaßen und nicht mehr weiter kamen. Das waren schon damals syrische Flüchtlinge oder es waren Migranten aus Afrika, die den Weg nach Europa suchten.“ Zurück in Europa hat er dann die Idee für die dem Buch zugrunde liegenden Reise an die Außengrenzen Europas entwickelt. „Was wir brauchten, war sehr viel Zeit. Ich habe dafür ein halbes Jahr Auszeit genommen, und der Fotograf Benjamin Stoeß und ich haben beschlossen, dass wir einfach losreisen und die Routen entlang zu reisen.“ Aufschreiben was sie hören und fotografieren was sie sehen wollten sie, daraus sind die Geschichten von den Menschen am Zaun entstanden. Zuerst war das dann online zu verfolgen, dann ist es bis in die Süddeutsche Zeitung vorgedrungen.

„Was uns sehr berührt hat waren vor allem die Szenen nach den Ankünften“, erinnert sich Telser. „Als die aus dem Meer geretteten Menschen in den Booten ankamen, das waren Momente, die einem nahe gehen, weil man in den Gesichtern der Menschen sehen konnte, was sie auf dieser Reise erlebt haben.“ Das Ganze ist nun auch als Buch erschienen, es versammelt die Geschichten und die Bilder von damals, die heute nicht viel anders, wenn nicht sogar noch dramatischer, sind. Der Untertitel lautet ‚Wo Europa an seine Grenzen stößt’.

Ob sich Europa verändern werde und wie könne er selber nicht sagen, sagt Telser, ihn interessieren vor allem die Menschen, und die Zäune veränderten die Menschen - vor allem die, die unterwegs sind. „Menschen, die scheitern, die neue Wege suchen müssen, gefährlichere Routen nehmen müssen, diese Perspektive sollte man nie vergessen.“ Die Geschichten stammen alle aus dem Jahr 2014 und der Journalist meint, dass es wichtig wäre, diese Reise bald wieder zu machen. Zynisch könnte man sagen, dass die Reise an die Zäune Europas heute nicht so lange dauern würde, die Zäune sind ja näher gekommen. Wichtig sei es, die Reise dann zu machen, wenn nicht alle Medien dorthin schauten; wenn Europa wieder anfange, wegzusehen. „Es droht die Gefahr, dass das Problem wieder an die Grenzen weggeschoben wird.“ Sie hätten in allen Gesprächen mit Grenzschützern, Bürgermeistern, Aktivisten und Flüchtlingen niemanden getroffen, den die Situation gleichgültig gelassen hätte, schreibt Telser im Vorwort zum Buch. Bulgarien, Griechenland, Türkei, Italien und das Mittelmeer, Tunesien und Marokko hießen die Stationen damals, als sich das, was wir heute die Flüchtlingskrise nennen, schon abzeichnete. „Ich finde, dass es sehr, sehr wichtig wäre, gerade jetzt, wo nicht mehr so viele Journalisten dort unterwegs sind, wieder hin zu fahren und zu schauen, was jetzt passiert.“

Dietmar Telser: Der Zaun. Wo Europa an seine Grenzen stößt. Styria Premium Verlag, etwa 25 Euro.  (rv 07.05.)

 

 

 

 

Streit vorerst beigelegt. Bund und Bayern einigen sich auf Grenzkontrollen

 

Der Streit zwischen Berlin und Bayern in der Flüchtlingspolitik ist vorerst beigelegt. Die Grenzkontrollen an der deutsch-österreichischen Grenze sollen fortgeführt werden. Im Gegenzug legt Bayern die angedrohte Verfassungsklage in die Schublade.

 

Im Dauerstreit zwischen Bundesregierung und Bayern in der Flüchtlingspolitik lenkt der Freistaat erstmals ein. Innenminister Joachim Herrmann (CSU) kündigte nach der Kabinettsitzung am Dienstag in München an, Bayern werde die angedrohte Verfassungsklage für die Durchsetzung einer Obergrenze zur Aufnahme von Flüchtlingen zunächst nicht weiterverfolgen. Hintergrund ist eine Einigung mit Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) über die Fortführung von Kontrollen an der deutsch-österreichischen Grenze. Die sollen „sichtbar und effektiv“ fortgesetzt werden, sagte de Maizière in Berlin.

„Der Bund ist dazu bereit, Maßnahmen zu einer Begrenzung von Flüchtlingsströmen zu treffen, falls sich die derzeit niedrigen Flüchtlingszahlen wieder erhöhen“, erklärte Herrmann. Die bayerische Staatsregierung werde daher die angedrohte Klage in die Schublade legen. „Dort können wir sie aber jederzeit auch wieder herausholen“, warnte Herrmann zugleich.

Die Kontrollen an den deutschen Grenzen laufen nach bisherigem Stand am 12. Mai aus. Die EU-Kommission will de Maizière zufolge noch in dieser Woche entscheiden, ob und wie lange die Kontrollen verlängert werden. Zuletzt hieß es, die Kontrollen könnten bis November erlaubt werden. Auf Grundlage dieses Beschlusses werde er seine Entscheidung treffen, sagte de Maizière.

Laut der gemeinsamen Erklärung, die beide Innenminister bereits am Montagabend unterzeichneten, sollen die Kontrollen an der deutsch-österreichischen Grenze jeweils der Lage angepasst und gegebenenfalls verstärkt werden, sollten wieder mehr Flüchtlinge ankommen. Die Bundespolizei soll mittelfristig mit 850 Dienstposten verstärkt werden.

Die Erklärung der Innenminister dringt auf einen besseren Schutz der EU-Außengrenzen, da nur so auf nationale Grenzkontrollen verzichtet werden könne. „Der Schengenraum ohne Grenzkontrollen gehört zu den großen Errungenschaften der EU“, sagte de Maizière. Unnötige Risiken müssten aber vermieden werden.

De Maizière forderte zudem einen Ausbau der Grenzschutzagentur Frontex „mit dem Ziel, dass sie zu einer echten EU-Küstenwache wird“. In der gemeinsamen Erklärung werden zudem ein Europäisches Einreise- und Ausreiseregister sowie ein besserer Datenaustausch gefordert. „Es darf keine Datensilos geben“, sagte de Maizière.

Mit dieser Erklärung „werden auch für die Zukunft unterschiedliche Auffassungen, so es sie denn gegeben haben mag, ausgeräumt“, sagte de Maizière. Er spielte damit auf den erbitterten Streit vor allem zwischen Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) und dem bayerischen Ministerpräsidenten Horst Seehofer (CSU) an. Bayern hatte von Herbst an eine Obergrenze für die Aufnahme von Flüchtlingen gefordert, die Merkel mit Verweis auf geltendes Recht stets ablehnte. Am 26. Januar hatte Seehofer in einem Brief an die Kanzlerin effektivere Grenzkontrollen gefordert und mit einer Verfassungsklage gegen ihren Kurs gedroht. Ende April antwortete Merkel und wies ihrerseits erneut die Vorwürfe zurück. Seehofer hatte sich zunächst enttäuscht geäußert und damals noch betont, die Klageandrohung werde aufrecht erhalten. (epd/mig 11)

 

 

 

 

Tag des Hundes am 5. Juni

 

Deutschlandweit tolle Aktionen Alles dreht sich um Hunde am 4. und 5. Juni – dem Wochenende, an dem der Tag des Hundes gefeiert wird. Dieses Mal mit Unterstützung der Sport-Moderatorin und Botschafterin des Hundes, Jessica Kastrop. Und mit ganz viel Einsatz zahlreicher engagierter Hundefreunde.

 

Den 4. und 5. Juni sollten sich Hundefreunde rot im Kalender anstreichen. An diesem Wochenende wird der Tag des Hundes gefeiert und zwar kräftig. Einmal im Jahr widmet der Verband für das Deutsche Hundewesen (VDH) einen ganzen Tag dem besten Freund des Menschen und würdigt die besondere Rolle von Hunden in der Gesellschaft.

 

Über 400 Aktionen in ganz Deutschland

In diesem Jahr findet der Tag des Hundes am 5. Juni statt und bietet bundesweit jedem Hundeliebhaber unterhaltsame wie informative Veranstaltungen. Es locken am Aktionswochenende insgesamt 402 Aktionen mit ganz unterschiedlichen Schwerpunkten.

 

Ob auf Hundeplätzen oder in Parks – überall finden am 4. und 5. Juni Veranstaltungen statt, bei denen Hunde im Mittelpunkt stehen. Dies können z.B. organisierte Spaziergänge, ein Tag der offenen Tür auf Hundeplätzen und in Tierarztpraxen, Sportturniere, Hundeausstellungen oder Vorführungen von Diensthunden sein. Alle Besucher, ob mit oder ohne Hund sind eingeladen, daran teilzuhaben.

 

Besucher mit Hund können am Tag des Hundes auch selbst aktiv werden und z.B. die verschiedenen Hundesportarten wie Agility oder Rally-Obedience ausprobieren. In Stendal gibt es eine Krimitour mit Hund, an der Koberbachtalsperre kann man sich das Wassertraining ansehen und eine besondere Aktion bietet die Kurverwaltung Wurster Nordseeküste an. Dort gibt es am Tag des Hundes eine Wattwanderung für Hundebesitzer mit einem zertifzierten Wattführer und ein Fotoshooting im Watt.

 

98 Aktionen werden alleine vom Deutschen Hundesport Verband (dhv) ausgerichtet. Der Deutsche Verband der Gebrauchshundsportvereine e.V. (DVG) ist mit 95 Aktionen beteiligt und der Verein für Deutsche Schäferhunde e.V. (SV) engagiert sich mit 87 Veranstaltungen auf seinen Hundeplätzen. Hinzu kommen Veranstaltungen vieler anderer Vereine und Tierarztpraxen.

 

Jessica Kastrop ist Botschafterin des Hundes

Unterstützt wird der Tag des Hundes von der aktuellen VDH-Botschafterin des Hundes und Schirmherrin Jessica Kastrop. Als „Botschafterin des Hundes“ wird die Sport-Moderatorin geehrt, da sie sich durch eine außerordentlich positive Einstellung zum Leben mit dem Hund und Hunden im Allgemeinen auszeichnet. Sie folgt damit Bettina Böttinger (2015), Jana Ina Zarrella (2014), Cornelia Poletto (2013), Ralph Herforth (2012), Erol Sander (2011) und Nina Ruge (2010).

 

Jessica Kastrop verfolgt dabei ein ganz klares Ziel: „Ich hoffe, dass ich viel dazu beitragen kann, dass die Wahrnehmung der Freundschaft zwischen Mensch und Tier größer wird. Wir brauchen diese Momente der tierischen Lebensfreude, gerade in diesen schwierigen Zeiten. Die Tiere verbinden auch uns Menschen, das sollten wir nie vergessen. Und nur gemeinsam können wir uns den Problemen und Herausforderungen der heutigen Zeit stellen. Hunde helfen uns dabei.“

Am Tag des Hundes werden tausende von Hundefreunden und ebenso viele Hunde zu diesem Ziel beitragen.

Weitere Infos & Aktionen in Ihrer Nähe: www.tag-des-hundes.de (VDH/dip 9)

 

 

 

 

Der Rassist in unseren Köpfen. Wenn Vorurteile in Fremdenfeindlichkeit umschlagen

 

Vorurteile sind in jedem Menschen angelegt. Auch die hasserfüllte Fremdenfeindlichkeit im Netz ist keine neue Einstellung, sagt Psychologin Juliane Degner. Aber: „Es ist kein Tabu mehr, sie offen zu zeigen.“ Von Miriam Bunjes

 

Hasskommentare, grölende Mobs und mehr als 1.000 gezählte Angriffe auf Asylunterkünfte allein im vergangenen Jahr – verübt nicht nur von bekennenden Rechtsextremen, sondern auch von unbescholtenen Bürgern. Dies zeigt: Vorurteile und auch blanker Hass gegenüber Fremden werden in Deutschland sichtbarer – auf der Straße wie im Web: „Flüchtlingsströme“, „Überfremdung“, „Invasion“: „Allein diese Sprache zeigt das Ausmaß feindlicher Haltung“, sagt die Hamburger Psychologieprofessorin Juliane Degner.

„Die Einstellungen selbst sind nichts Neues in der Bevölkerung,“ erklärt die Vorurteilsforscherin. Es sei aber kein Tabu mehr, diese laut auszusprechen. Damit entstehe eine gefährliche Dynamik. „Das aktiviert rassistische Einstellungen, die potenziell in jedem von uns stecken,“ sagt Degner.

Auch Andreas Beelmann vom Kompetenzzentrum für Rechtsextremismus der Universität Jena sagt, Vorurteile habe jeder Mensch. „Es ist und war eben immer ein evolutionärer Vorteil für Menschen, in Kategorien zu denken“, erklärt der Psychologieprofessor, der die Entwicklung von Vorurteilen im Kindesalter erforscht. Schon Kinder im Alter von etwa drei Jahren fangen an, Menschen in soziale Kategorien zu sortieren: zum Beispiel nach Geschlecht, nach Alter – oder auch nach Hautfarbe.

„Das ist nichts grundsätzlich Schlechtes: Ohne diese Kategorien wäre es sehr anstrengend, anderen Menschen zu begegnen,“ sagt Beelmann. Problematisch werde es erst, wenn mit den Kategorien pauschal etwas Schlechtes verknüpft werde: Zum Beispiel Kriminalität mit einer bestimmten Hautfarbe oder auch einer bestimmten Religionszugehörigkeit – und somit alle Menschen in dieser Kategorie mit einer Gefahr verbunden werden.

Zudem werden die Kategorien auch dazu genutzt, sich selbst zu verorten – sie bilden die eigene Identität. „Wer wenig hat, mit dem er sich identifiziert, fühlt sich schnell von anderen in seiner Identität bedroht“, sagt Beelmann. „Und das macht aggressiv.“ Wer außer der Zugehörigkeit zur Gruppe „der Deutschen“ nichts hat – zum Beispiel keine Identifikation über Arbeit -, nimmt Zuwanderer mit höherer Wahrscheinlichkeit als Gefahr für sich wahr.

Gefühle, für die „die anderen“ dann verantwortlich gemacht werden. „Die feindlichen Einstellungen in Deutschland sind nicht von 0 auf 100 durch die Flüchtlingskrise entstanden“, sagt Beelmann. Dass Fremdenfeindlichkeit besonders in Ostdeutschland verbreitet ist, findet er dabei wenig überraschend. Nach der Wiedervereinigung sei das Deutsch-Sein der Ex-DDR-Bürger im gesellschaftlichen Diskurs stark herausgestellt worden. „Gleichzeitig gibt es wenig Kontakt mit Menschen anderer Herkunft, und es gibt soziale Probleme durch Arbeitslosigkeit.“

Eine Mischung, die eine Identitätskrise nährt und Bedrohungsgefühle schürt. „Menschen aus multiethnischen westdeutschen Großstädten werden Menschen unterschiedlicher Herkunft generell weniger stark als fremd kategorisieren, weil sie positive oder zumindest unterschiedliche Kontakte zu ihnen hatten“, erklärt Beelmann.

Laut Degner wird das Fremde in der menschlichen Wahrnehmung aber bei jedem weniger positiv angesehen als das Eigene. Und: Je weniger Wissen über andere Gruppen da ist, desto fremder erscheinen sie. „Im Internet werden diese Leerstellen dann mit Pseudowissen gefüllt“, sagt die Psychologieprofessorin. Kursierende Gerüchte über Kriminalität und Gewaltbereitschaft bestätigen das, was man vorher schon vermutete.“ Auch das sei im menschlichen Gehirn angelegt: „Was an Denkleistung gespart werden kann, spart das Gehirn auch – und greift auf Vorurteile zurück.“

Ein Patentrezept dagegen gibt es nicht: Positive Kontakte wirken gegen Vorurteile, sagen beide Forscher. Aber auf sie müsse sich ein Mensch erst einmal einlassen. „Ein Ort dafür kann der Arbeitsmarkt oder die Schule sein“, sagt Degner. „Denn dort können sich verschiedene Menschen gleichberechtigt in ähnlichen Rollen begegnen.“ Dass Vorurteile in Deutschland salonfähig geworden sind, erschwere allerdings die Integration. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Jobstudie: Für zwei Drittel der deutschen Arbeitnehmer sind Inhalte und Arbeitsklima wichtiger als Gehalt

 

Auch flexible Arbeitszeiten und moderne Technik motivieren. Employer Branding wird Pflicht für Arbeitgeber

 

Eschborn - 78 Prozent der Berufstätigen in Deutschland

würden keinen hoch bezahlten Job ausüben, wenn dieser sie langweilt

oder stresst. Für zwei Drittel sind die Inhalte ihrer beruflichen

Tätigkeit sowie ein gutes Arbeitsklima wichtiger als der Verdienst,

da sie sich stark mit ihrem Job und ihrem Arbeitgeber identifizieren.

Stärkste Motivationsfaktoren neben dem Betriebsklima sind flexible

Arbeitszeiten, Kontakt zu den Kollegen auch nach Feierabend sowie

eine moderne technische Ausstattung des Arbeitsplatzes. Das zeigt die

Studie "Arbeitsmotivation 2016" der ManpowerGroup Deutschland, für

die im April 2016 insgesamt 1.040 Deutsche ab 18 Jahren

bevölkerungsrepräsentativ befragt wurden.

 

Für zwei von drei Bundesbürgern ist der Job ein wichtiger Bestandteil

des Lebens, mit dem sie sich identifizieren und in dem sie Erfüllung

suchen. Eine positive Gestaltung des Arbeitsalltags ist für die

deutschen Arbeitnehmer daher von enormer Bedeutung. Bei 76 Prozent

hat ein gutes Arbeitsverhältnis zu Kollegen und Vorgesetzen starken

Einfluss auf die eigene Arbeitsmoral und damit auch ihre Leistungen.

Kein anderer Faktor wird häufiger genannt, und der Stellenwert ist im

Vergleich zum Vorjahr deutlich gestiegen (2015: 65 Prozent).

 

Flexible Arbeitszeiten, etwa Gleitzeit, ein Arbeitszeitkonto oder

Vertrauensarbeitszeit, sind der zweitwichtigste Motivator am

Arbeitsplatz (64 Prozent). Auch dieser Aspekt hat innerhalb eines

Jahres an Relevanz gewonnen (+14 Prozentpunkte). An dritter Stelle

steht mit 49 Prozent der Kontakt zu guten Kollegen auch nach

Feierabend (2015: 42 Prozent). Diese haben für 59 Prozent der

deutschen Arbeitnehmer inzwischen einen ähnlichen Stellenwert wie

Freunde oder die Familie. Das Gehalt ist im Vergleich weniger

entscheidend: Mehr als drei von vier Arbeitnehmern würden keinen hoch

dotierten Job ausüben, wenn dieser sie nicht fordert oder zu sehr

unter Stress stellt.

 

Technik vor Designermöbeln und Nervennahrung

 

Unternehmen, die ihren Mitarbeitern neben einem kooperativen

Arbeitsklima und flexiblen Arbeitsmodellen noch mehr motivierende

Rahmenbedingungen bieten wollen, sind mit moderner Technik gut

beraten. 81 Prozent der Berufstätigen sind mit mehr Elan bei der

Arbeit, wenn ihr Arbeitsplatz technisch gut ausgestattet ist. Am

wichtigsten ist ihnen dabei ein moderner PC, gefolgt von W-LAN im

gesamten Unternehmen. An dritter Stelle steht clevere Software, die

intuitiv zu bedienen ist. Spezielle Anwendungen für gemeinsames

digitales Arbeiten, etwa Cloud Computing und Messenger-Tools, sind

bisher nur einem von zehn Arbeitnehmern wichtig. Für vergleichsweise

wenig Antrieb sorgen Oberflächlichkeiten wie schicke Büromöbel oder

kostenlose Süßigkeiten als Nervennahrung. Davon lässt sich nur ein

Drittel beziehungsweise ein Viertel der Mitarbeiter motivieren.

 

Employer Branding wird zur Kernkompetenz von Arbeitgebern

 

"Arbeitgeber können Schlüsseltalente heute nur gewinnen und an sich

binden, wenn sie eine systematische Personalentwicklung, attraktive

Rahmenbedingungen und eine Zusammenarbeit auf Augenhöhe

gewährleisten", sagt Herwarth Brune, Vorsitzender der

Geschäftsführung der ManpowerGroup Deutschland. Eine Form der

Zusammenarbeit auf Augenhöhe, die der Forderung der Arbeitnehmer nach

mehr Flexibilität gerecht wird, ist etwa die Vertrauensarbeitszeit.

Dabei erhält der Mitarbeiter eine Vorgabe, bis zu welchem Zeitpunkt

eine bestimmte Aufgabe erfüllt sein soll. Das individuelle

Zeitmanagement und die Abstimmung mit Kollegen bleiben ihm

überlassen. "Unsere Erfahrungen mit Vertrauensarbeitszeit sind seit

der Einführung vor einem Jahr durchweg positiv. Die Motivation der

Kollegen ist deutlich gestiegen, seit sie mehr Eigenverantwortung

tragen und sich Aufgaben flexibel einteilen können", so Brune.

 

Mit seinen Vorzügen als Arbeitgeber sollte ein Unternehmen nicht

hinter dem Berg halten. Wie die Studie zeigt, achten 69 Prozent der

Arbeitnehmer darauf, welche Produkte oder Dienstleistungen ein

Unternehmen vertreibt, ob es umweltschonend agiert und wie es um die

Arbeitsbedingungen bestellt ist. "In Zeiten von Social Media sind

diese Aspekte ohnehin transparent. Die Unternehmen sollten ihr

Arbeitgeberimage daher aktiv pflegen und anreichern, dabei aber

authentisch bleiben", sagt der Deutschland-Chef der ManpowerGroup.

"Professionelles Employer Branding nach innen und außen wird somit zu

einer Kernkompetenz der Arbeitgeber im Wettbewerb um gefragte

Fachkräfte."

 

Über die Studie "Arbeitsmotivation 2016"

Die Studie "Arbeitsmotivation 2016" basiert auf einer

Online-Befragung unter 1.040 Deutschen ab 18 Jahren. Sie wurde im

Auftrag der ManpowerGroup Deutschland im März 2016 vom

Marktforschungsinstitut Toluna durchgeführt. Die Ergebnisse sind

bevölkerungsrepräsentativ. Dip 10

 

 

 

 

Vielfalt auch nach dem Tod. Einflüsse einer multikulturellen Gesellschaft am Lebensende

 

Muslime und Juden wollen ihre Toten schnell bestatten, Buddhisten wünschen sich kleine Häuschen auf ihren Gräbern, und Afrikaner würden auf dem Friedhof gerne tanzen: Mit den Einwanderern verändern sich deutsche Friedhöfe und gesetzliche Regeln. VON Dieter Sell

 

Es war ihr innigster Wunsch: Nach ihrem Tod in Deutschland wollte die katholische Afrikanerin Augustine Lubondo va Kintimba wenigstens eine Bestattung nach heimatlichem Brauch. Also trugen die Hinterbliebenen auf dem Friedhof bunte Kleidung. Sie tanzten, trommelten und sangen freudige Lieder. Denn die Tote war für sie nun von Schmerzen erlöst und in einer besseren Welt. Aus Freude wurde der Sarg mit einem lauten „Yeah“ in die Höhe geworfen und wieder aufgefangen. Die deutschen Friedhofsmitarbeiter staunten nicht schlecht über das, was sie da zu sehen bekamen.

Die Vielfalt am Ende des Lebens nimmt zu. Das zeigt nicht nur das Geschehen auf dem Friedhof in Aachen, sondern auch die siebte Auflage der Bremer Kongressmesse „Leben und Tod“ Ende April mit 121 Ausstellern und vielen Vorträgen. Sie wendete sich insbesondere der Sterbe- und Trauerbegleitung in unterschiedlichen Kulturen zu. Bei der Geschichte von der Frau aus Ghana allerdings, die der Religionswissenschaftler, Sterbebegleiter und Lach-Yoga-Trainer Harald-Alexander Korp erzählt, wird schnell deutlich, dass da manches noch nicht zusammenpasst.

Denn die Stadtverwaltung reagierte hartleibig und verhängte ein Bußgeld wegen Verstoßes gegen die kommunale Bestattungsverordnung. Begründung: „Die Beisetzung unter Trommelbegleitung erfolgte nicht in der Form eines ruhigen Trauerzuges, sondern tanzenderweise, wobei der Sarg mehrmals hochgeworfen wurde.“

Doch unabänderlich nehmen die Einflüsse unterschiedlicher Kulturen im Friedhofswesen zu. Während der Messe will Korp auch deutlich machen, dass es in allen religiösen Traditionen Riten gibt, die zum Ziel haben, den Tod mit Humor wenigstens erträglicher zu machen. Für Messe-Organisatorin Meike Wengler jedenfalls ist klar: „Gerade in Zeiten der Flucht und Trauer sollten wir mit Menschen aus anderen Kulturen in den Dialog treten – auch, wenn es um das Thema Sterben und Tod geht.“

Veränderungen zeigen sich auf den Friedhöfen bereits mit Blick auf besondere Gräberfelder beispielsweise für Muslime, die Richtung Mekka ausgerichtet sind. In Hamm sei vergangenes Jahr das europaweit erste Grabfeld speziell für Hindus eingerichtet worden, sagt die Religionswissenschaftlerin Corinna Kuhnen, die im Verlauf der Messe über Formen nichtchristlicher Bestattungen in Deutschland informiert. Ob das Angebot angenommen werde, müsse man allerdings erst abwarten: „Normalerweise bestatten Hindus die Asche ihrer Toten in einem fließenden Fluss, der für sie die Verbindung zwischen Erde und Himmel symbolisiert.“

Das Beispiel aus Hamm ist für die Expertin typisch für die Bestattungstraditionen von Einwanderern, die sich im Migrationsland angesichts struktureller, religiöser und sozialer Einflüsse verändern. „Die Rituale schwächen sich ab“, stellt Kuhnen fest. Sie verweist etwa auf den Mangel an hinduistischen Bestattungspriestern in Deutschland, auf gesetzliche Regelungen hierzulande und schlicht auf die Zeit, die es braucht, bis jemand unter die Erde kommt. Das soll bei Muslimen und Juden möglichst schnell geschehen, bei Juden beispielsweise innerhalb von 24 Stunden.

„Unter den deutschen Verhältnissen entsteht dann eine neue Bestattungskultur“, betont Kuhnen, die an der Universität Bremen mit einer Arbeit zum Thema „Fremder Tod“ promoviert hat. Sie findet es aber auch wichtig, dass sich das deutsche Bestattungsrecht mehr als bisher auf die Einwanderer einstellt. „Warum wird die Einrichtung eines muslimischen Friedhofs an das Körperschaftsrecht gebunden und wieso dürfen vietnamesische Buddhisten keine Häuschen über ihren Gräbern bauen, wie es bei ihnen Tradition ist?“, fragt sie und fügt hinzu: „Ich fände es schön, wenn die Friedhöfe bunter werden.“

Das würde sich ihr Kollege Korp auch mit Blick auf das Lachen auf dem Friedhof wünschen. Zumal Martin Luther schon gesagt haben soll, wenn er wüsste, dass der Herrgott keinen Spaß verstehe, „so wollte ich nicht in den Himmel kommen“. Für den Lach-Yoga-Trainer steht fest: „Wer dort lachen kann, wo er hätte heulen können, bekommt wieder Lust am Leben.“ Glücklicherweise, sagt er, gibt es dafür in Deutschland den Leichenschmaus, auch „das Fell versaufen“ genannt, bei dem es oft hoch her geht und mit einem Lachen ausgedrückt wird: „Das Leben geht weiter.“ (epd/mig 12)

 

 

 

 

Flüchtling im Bundesfreiwilligendienst. Ein Syrer packt mit an

 

Ahmad Hallak floh aus seiner syrischen Heimat vor Krieg und Zerstörung. Vor acht Monaten kam er nach Deutschland, nun beginnt er sich heimisch zu fühlen. Ein wesentlicher Grund dafür: Seit Februar arbeitet er als Bundesfreiwilliger in der Flüchtlingshilfe im Kulturhaus Alte Schule im brandenburgischen Woltersdorf.

 

Ahmad Hallak aus Aleppo deckt den Tisch fürs Mittagessen. Im Woltersdorfer Kulturhaus Alte Schule findet gerade ein Treffen mit anderen syrischen Flüchtlingen statt. Sie wollen Deutsch lernen, gemeinsam musizieren und kochen. Ahmad hat es mit organisiert – als Bundesfreiwilliger in der Flüchtlingshilfe.

"Deutsch lernen und die Deutschen kennenlernen"

Der 26-Jährige hat sich getraut, etwas Neues zu wagen. Er ist Bufdi – das ist die Abkürzung für Menschen, die Bundesfreiwilligendienst leisten. So erfährt er was es heißt, in Deutschland zu leben und zu arbeiten.

Der junge Syrer besuchte schon seit dem vergangenen Jahr regelmäßig Veranstaltungen in dem Kulturhaus. Als sich die Chance bot, den Verein als Bufdi zu unterstützen, hat er sofort zugesagt.

"Wie schön, dass ich hier besser Deutsch lernen kann", freut sich Ahmad.

Er lernt dabei auch, Deutsche und ihre Lebensgewohnheiten zu verstehen. Eines schätzt er besonders: "Die Deutschen sind so genau und pünktlich", stellt er fest. Und er fühlt sich wohl in der Alten Schule: "Alle sind sehr freundlich."

Seine wichtigsten Aufgaben im Kulturhaus: Ahmad bereitet Konzerte, Lesungen und andere Veranstaltungen vor. Er baut die Technik auf, rückt Stühle und Tische und erledigt Reinigungsarbeiten.

Insgesamt arbeitet Ahmad 25 Stunden wöchentlich. Seine Arbeitszeit beginnt am Nachmittag, denn vormittags hat er Deutschunterricht. Sein Vertrag läuft für ein Jahr. Für danach hat Ahmad bereits Ziele: "Wenn ich gut Deutsch kann, will ich studieren. Am liebsten IT im Autobau." 

Anderen Flüchtlingen Mut machen

Ahmad spricht auch andere Flüchtlinge an, raus aus den Heimen zu gehen und Projekte in der Alten Schule zu besuchen. Das Kulturhaus bietet vieles: vom Sprachkurs, über Ortserkundungen, einen Theaterkreis bis hin zu Gesprächsrunden über Religion und Ethik.

Er hilft aber auch ganz praktisch: "Ich kaufe für die anderen SIM-Karten oder auch Fahrscheine für Bus und Bahn."

Gegenseitiges Verständnis fördern

Ein Projekt liegt Ahmad besonders am Herzen: Gemeinsam mit einem deutschen Freund gestaltet er eine sehr persönliche Präsentation. Er berichtet über seine Jugend in Aleppo, bevor die Stadt zerstört wurde, über seine Flucht in die Türkei und den Weg weiter nach Deutschland zu seinem heutigen Leben.

"Ich will damit in Schulen gehen", sagt Ahmad. Er möchte deutschen Jugendlichen berichten, wie normal das Leben in Syrien war, und wie es ihm ergangen ist, als der Krieg begann. Für ihn ist wichtig, dass er die deutsche Welt versteht. Gleichzeitig hofft er, dass auch die deutschen Schüler

die Syrer verstehen lernen. So könne Integration leichter gelingen, findet er.

Freude über die syrische Unterstützung

Der Verein Alte Schule hat mehr als einhundert Mitglieder und einen dicht gefüllten Veranstaltungskalender. Die Vorsitzende, Katrin Fleischer, freut sich über jeden, der anpackt. Sie berichtet: "Wir können uns prima auf Ahmad verlassen."

Sie habe sich sehr gefreut, dass Ahmad sofort begeistert war, als Bufdi zu arbeiten. Da er bereits eine Arbeitserlaubnis gehabt habe, wären die üblichen, "immer noch recht aufwändigen bürokratischen Wege, dann doch ruck zuck erledigt gewesen."   

Tipps für andere Vereine

Einige Ratschläge kann Katrin Fleischer allen Vereinen geben, die ebenfalls Flüchtlinge als Bundesfreiwillige einstellen wollen. "Eine enge Betreuung ist unbedingt notwendig", sagt sie.

Sprachliche Hürden seien zu überwinden, und bei der Einarbeitung in konkrete Aufgaben sei auch pädagogisches Einfühlungsvermögen gefragt.

Die deutschen Unterstützer müssten laut Fleischer vor allem eines mitbringen: Geduld. Die Flüchtlinge seien zwar neugierig und aufgeschlossen - aber da alles für sie wie "Neuland" erscheine, bräuchten sie länger Zeit, sich zurechtzufinden.

Das Modell "Bufdi" spricht sich unter den Flüchtlingen herum. Die Vereinsvorsitzende erzählt begeistert, dass sie eine ganze Warteliste von Flüchtlingen habe, die gerne als Bundesfreiwillige arbeiten würden.

Die Bundesregierung hat im Dezember 2015 das Sonderprogramm "Bundesfreiwilligendienst mit Flüchtlingsbezug" mit bis zu 10.000 neuen Stellen ins Leben gerufen. Der Dienst muss entweder einen Bezug zur Flüchtlingshilfe haben, oder er kann durch Flüchtlinge selbst geleistet werden.

Flüchtlinge können den Dienst auch in regulären Bereichen leisten - zum Beispiel in einem Pflegeheim oder Sportverein. Für diesen Freiwilligendienst gelten einige Sonderregelungen. Das Bundesamt für Familie und zivilgesellschaftliche Aufgaben hält alle Informationen dazu als Downloads bereit. Ebenfalls bietet es eine Stellenbörse an. Pib 12

 

 

 

 

 

Gesetzentwurf zu „sicheren Herkunftsstaaten“: Abschiebungen dürfen nicht zur Normalität werden

 

Der Bundestag will heute darüber entscheiden, ob Algerien, Marokko und Tunesien in die Liste der „sicheren Herkunftsstaaten“ aufgenommen werden. Der Rat für Migration (RfM), ein bundesweiter Zusammenschluss von über 100 Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftlern, kritisiert die geplante Reform: „Mit dem Label ‚sicherer Herkunftsstaat’ wird Geflüchteten aus dem Maghreb pauschal abgesprochen, legitime Gründe für die Flucht zu haben. Dabei weisen mehrere Expertisen darauf hin, dass Minderheiten vor Ort massiven Menschenrechtsverletzungen ausgesetzt und demokratische Rechte zum Teil nicht ausreichend gewährleistet sind“, erklärt der Soziologe Prof. Dr. Albert Scherr.

Zudem befürchten die Wissenschaftler vom Rat für Migration einen Anstieg der Abschiebungen: „Wird ein Staat als ‚sicher‘ deklariert, können abgelehnte Asylbewerber schneller und leichter zur Ausreise gezwungen werden“, so die Soziologin Prof. Dr. Helen Schwenken. Das würde die ohnehin gestiegene Zahl der Abschiebungen weiter in die Höhe treiben: 2015 wurden laut Bundesregierung etwa 20.000 Menschen abgeschoben – das sind nahezu doppelt so viele wie im Vorjahr 2014. Hinzu kamen etwa 37.000 sogenannte freiwillige Ausreisen. Das Wort „freiwillig“ sei jedoch in vielen Fällen missverständlich, erklärt Schwenken: „Die Rückführungen werden zwar als freiwillig bezeichnet, sind aber in der Regel nichts anderes als die Vermeidung einer polizeilich durchgesetzten Abschiebung.“

In der Flüchtlingspolitik setze sich eine zunehmende Spaltung zwischen erwünschten und unerwünschten Geflüchteten durch, kritisiert der Soziologe Dr. Bastian Vollmer: „Während Schutzsuchende mit guter Bleibeperspektive Zugang zu Integrationsangeboten erhalten, wird Menschen aus ‚sicheren Herkunftsstaaten‘ Unterstützung verwehrt, da sie das Land so schnell wie möglich wieder verlassen sollen.“ Vollmer warnt davor, dass erzwungene Ausreisen zur Regel werden könnten: „Die Abschiebung der einen wird zum vermeintlich notwendigen Ausgleich für die Integration der anderen.“

Erzwungene Ausreisen dürfen nur das letzte Mittel sein, so die Wissenschaftler vom Rat für Migration. „Abgelehnte Asylbewerber sollten die Möglichkeit erhalten, auf anderem Weg ein Bleiberecht zu bekommen – zum Beispiel durch Integration in das Bildungssystem und den Arbeitsmarkt“, fordert Albert Scherr. Ist ihr Aufenthalt nicht länger zulässig, sollten sie durch umfassende Beratung und eine angemessene finanzielle Unterstützung dazu bewegt werden, freiwillig auszureisen. „Kommt es doch zu einer Abschiebung, müssen die Behörden in jedem Einzelfall sorgfältig prüfen, welche Auswirkungen die Rückführung für die Betroffenen hätte“, so Scherr. „Staaten pauschal zu ‚sicheren Herkunftsstaaten‘ zu erklären, kann und darf diese Einzelfallprüfung nicht ersetzen.“ 

Rat für Migration 13

 

 

 

Merkel: „Rettung von Menschenleben lohnt Flüchtlingspakt mit der Türkei“

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat den umstrittenen Flüchtlingspakt mit der Türkei mit Verweis auf gerettete Menschenleben verteidigt. Oppositionspolitiker nannten das Abkommen hingegen einen „dreckigen Deal“.

Vom Jahresbeginn bis zum Inkrafttreten des Abkommens im März seien im Meer zwischen der Türkei und Griechenland mehr als 350 Menschen gestorben, sagte Merkel am Donnerstag in Berlin. „Seit dieses Abkommen in Kraft ist, sind sieben Menschen umgekommen.“

Allein diese Rettung von Menschenleben „lohnt eine solche Abmachung mit der Türkei“, sagte die Kanzlerin auf einem Diskussionsforum zu Europa im Auswärtigen Amt. Auch Bundesaußenminister Frank-Walter Steinmeier (SPD) verteidigte auf der Veranstaltung den Pakt.    „Ich weiß wohl, dass diese Vereinbarung auch kritisch gesehen werden kann“,

sagte Steinmeier. Das Abkommen sei aber „nicht nur verantwortbar, sondern auch notwendig gewesen“. Trotz der Beschränkung von Meinungs- und Pressefreiheit „können wir gleichzeitig nicht ignorieren, dass die Türkei gleichwohl ein Schlüsselland für Migration Richtung Europa ist, und brauchen deshalb solche Abkommen“.

Der Flüchtlingspakt sieht vor, dass die Türkei syrische Flüchtlinge zurücknimmt, die irregulär nach Griechenland gelangt sind. Im Gegenzug verpflichtet sich die EU, syrische Flüchtlinge, die sich bereits zuvor in der Türkei aufhielten, aufzunehmen. Auch wurden Ankara milliardenschwere Beträge zur Betreuung von Flüchtlingen zugesagt.

Die Opposition im Bundestag kritisierte den Flüchtlingspakt in einer Aktuellen Stunde im Parlament scharf. Der Fraktionsvize der Linken, Jan Korte, sprach von einem „dreckigen Deal“. Der türkische Staatschef Recep Tayyip Erdogan sei nicht „Teil der Lösung“ bei der Bewältigung der Flüchtlingskrise, sondern unter anderem wegen der Kurdenverfolgung „selber eine Fluchtursache“.

Visaliberalisierung hat „überhaupt nichts mit der Flüchtlingsfrage zu tun“

Die in dem Abkommen enthaltene Visafreiheit für Türken in der EU nannte die Grünen-Politikerin Claudia Roth „längst überfällig“. Die Liberalisierung habe aber „überhaupt nichts mit der Flüchtlingsfrage zu tun“ und werde „unzulässig“ vermischt.

Kritik an der geplanten Visafreiheit übte in „Focus Online“ Bundestagsvizepräsident Johannes Singhammer (CSU). Er verwies auf eine Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine von ihm gestellte Anfrage, wonach dann keine Kontrolle mehr möglich sei, welche türkischen Staatsbürger nach Deutschland einreisen und wie lange sie bleiben.

Beim Abschluss des Abkommens war verabredet worden, dass die Türkei für die Rücknahme der Flüchtlinge schon ab Ende Juni mit der Visafreiheit belohnt wird. Dafür muss die Regierung in Ankara eine Reihe von Bedingungen erfüllen. Knackpunkt ist die EU-Forderung nach einer Reform der türkischen Anti-Terror-Gesetze. Die EU kritisiert die türkischen Gesetze als zu vage, weswegen sie als Instrument gegen Kritiker der Regierung eingesetzt werden könnten.

Gesetze, die in der EU als gerechtfertigt angesehen würden, würden im Fall der Türkei abgelehnt, sagte Erdogan dazu am Donnerstag in Ankara. „Ich sage offen, wie man das nennt: Heuchelei.“

EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker machte deutlich, dass die EU nicht zu Kompromissen bereit ist. „Wir haben Bedingungen gestellt was die Visa-Liberalisierung anbelangt“, sagte Juncker in Berlin. Ohne deren Erfüllung werde es keine Visa-Freiheit geben. EU-Parlamentspräsident Martin Schulz (SPD) rief die Türkei ebenfalls auf, ihre Zusagen einzuhalten.  AFP/nsa | EA 13

 

 

 

 

"Europa, was machst du an deinen Grenzen?"

 

Ausstellung der Universitätsbibliothek der Freien Universität Berlin in Zusammenarbeit mit Amnesty International bis zum 22. Juni 2016

Im Foyer der Universitätsbibliothek der Freien Universität Berlin wird bis zum 22. Juni 2016 eine Wanderausstellung mit dem Titel "Europa, was machst du an deinen Grenzen" gezeigt. Sie befasst sich mit dem Schicksal von Flüchtlingen auf dem Weg in die Europäische Union. Gezeigt werden Bilder und Texte von Ingeborg Heck-Böckler, Mitglied bei Amnesty International Aachen. Sie bereiste in den Jahren 2013 und 2014 Marokko und war auf Schiffen auf dem Mittelmeer unterwegs. Ergänzt wird die Ausstellung durch eine Linkliste und durch Buchliteratur zur Grenzpolitik Europas aus den Beständen der Universitätsbibliothek der Freien Universität und des Dokumentationszentrum UN-EU.

Die Weltflüchtlingszahlen des UN-Flüchtlingswerks (UNHCR) zeigen, dass im Jahr 2015 weltweit etwa 59,5 Millionen Menschen auf der Flucht waren, 21,3 Millionen befanden sich demnach als Flüchtlinge oder Asylsuchende außerhalb ihres Heimatlandes - die höchste Anzahl seit dem Zweiten Weltkrieg.

Ingeborg Heck-Böckler, seit 35 Jahren Mitglied von Amnesty International, war im Mittelmeerraum unterwegs und nahm 2014 als Beobachterin an einer Delegationsreise von Amnesty nach Italien teil. Die Bilder und Texte illustrieren ihre Erfahrungen.

Ort und Zeit: Foyer der Universitätsbibliothek der Freien Universität Berlin, Garystr. 39, 14195 Berlin, U-Bhf. Thielplatz (U3)

Öffnungszeiten: Montag bis Freitag, 09.00 bis 20.00 Uhr

Im Internet: http://www.fu-berlin.de/sites/ub/ueber-uns/ausstellung/index.html   

Fub

 

 

 

 

Bluthochdruck ist eine stille Gefahr

 

Neu-Isenburg - Hoher Blutdruck kann die Nieren schädigen - Nierenkrankheiten können Bluthochdruck verursachen. Anlässlich des Welthypertonietages am 17. Mai weist das KfH Kuratorium für Dialyse und Nierentransplantation e. V., Neu-Isenburg, auf die Wechselwirkung von Nierenerkrankungen und Bluthochdruck hin.

Der Druck, mit dem das Blut vom Herzen durch die Arterien gepumpt wird, wird als Blutdruck bezeichnet. Er stellt die Sauerstoff- und Nährstoffversorgung des Körpers sowie aller lebenswichtigen Organe sicher. Komplizierte Regelmechanismen steuern die Anpassung des Blutdrucks an die Anforderungen des Körpers: Bei Anstrengung steigt die Leistung des Herzens und damit der Druck, in der Entspannung normalisiert sich der Blutdruck wieder. Als optimal gelten bei Erwachsenen Werte von etwa 120/80 mmHg. Bestimmte Erkrankungen, Erbanlagen und auch z. B. Bewegungsmangel, Übergewicht, hoher Salz-, Alkohol- und Nikotinkonsum sowie Stress können hingegen zur dauerhaften Erhöhung des Blutdruckes auch im Ruhestand führen: Dann spricht man von Bluthochdruck, medizinisch: arterielle Hypertonie.

„Bluthochdruck ist eine stille Gefahr: Die Betroffenen wissen in den meisten Fällen gar nichts von ihrer Erkrankung, da hohe Blutdruckwerte anfangs meist keine Beschwerden verursachen“, erläutert der Nieren- und Hochdruckspezialist Prof. Dr. med. Dieter Bach, Vorstandsvorsitzender des KfH. Nach Angaben des Robert-Koch-Instituts haben 20 bis 30 Millionen Menschen in Deutschland Bluthochdruck. Der Blutdruck steigt häufig mit zunehmenden Alter an: Bei 65- bis 79-Jährigen sind sogar über 70 Prozent von Bluthochdruck betroffen.

Dauerhaft hohe Blutdruckwerte können zu Arterienverkalkungen führen sowie wichtige Organe wie Herz, Gehirn und Augen schädigen. „Betroffen sind oftmals auch die Nieren, da der Hochdruck die feinen Blutgefäße, die den Harn aus dem Blut filtern, schädigt“, erklärt der Mediziner. In der Nephrologie (Nierenheilkunde) spiele der Bluthochdruck eine besondere Rolle: Zum einen steigert dauerhaft hoher Blutdruck das Risiko sowohl für die Ausbildung als auch für das Voranschreiten einer chronischen Nierenerkrankung. Zum anderen können durch eine Nierenerkrankung die Regulationsmechanismen für den Blutdruck gestört werden, so dass dies zu Bluthochdruck führt. „Bluthochdruck kann somit sowohl Auslöser als auch Folge einer Nierenerkrankung sein. Umso wichtiger ist es, seine Blutdruckwerte zu kennen, um bei einem vorhandenen Bluthochdruck rechtzeitig entgegenwirken zu können“, betont Bach und weist darauf hin, dass die meisten Risikofaktoren für einen Bluthochdruck sich beeinflussen oder vermeiden lassen: Durch eine gesunde Lebensweise könne nämlich oftmals der Bluthochdruck ohne Medikamente gesenkt werden. Sollte dies nicht gelingen, helfe den Patienten eine gezielte medikamentöse Therapie.

„Bluthochdruck. Werte senken - Nieren schützen“ heißt die KfH-Broschüre, die weitere Informationen und praktische Tipps enthält. Wissenswertes zu einer bewussten, salzarmen Ernährung ist in der KfH-Broschüre „Salz“ zusammengefasst. Beide Broschüren können auf www.kfh.de heruntergeladen oder über info@kfh-dialyse.de bestellt werden. GA 13

 

 

 

 

Grünes Licht für mehr Autozugfahrten  von Düsseldorf nach Verona

 

Euro-Express-Sonderzüge baut für 2017 Zahl der Autozug-Abfahrten ab Düsseldorf nach Verona von 19 auf 23 aus. Eigenen Wagenbestand durch Zukäufe von Autotransport-, Schlaf- und Restaurantwagen erweitert. Nur noch wenige Restplätze für Abfahrten in diesem Jahr

 

Die Nachfrage nach Autoreisezügen in Deutschland hält auch nach dem Ausstieg der DB aus diesem Geschäft unvermindert an: Die Euro-Express Sonderzüge GmbH & Co. KG baut daher den Fahrplan für seinen Autozugreiseverkehr zwischen Düsseldorf und Verona ein weiteres Mal aus. Der private Eisenbahnanbieter der Müller-Unternehmensgruppe aus Münster steigert ab April 2017 die Zahl der Abfahrten ab Düsseldorf auf 23 Termine. Damit pendeln die Autozüge insgesamt 46-mal zwischen Nordrhein-Westfalen und Italien.

Euro-Express Sonderzüge hat das Autozug-Geschäft erst vor einem Jahr aufgenommen und war mit zunächst nur sieben Terminen ab Düsseldorf gestartet. Für dieses Jahr werden zwischen Mai und September bereits 19 Termine angeboten. Der Verkehr soll weiter ausgedehnt werden.

„Der Autoreisezugverkehr hat sich neben unserem Kerngeschäft mit Sonderzügen und dem Schnee-Express im Winter zu einem sehr erfolgreichen Geschäftsmodell entwickelt“, erläutert Stefan David, Geschäftsführer der Euro-Express Sonderzüge. „In diesem Jahr sind schon jetzt nahezu alle Termine ab Düsseldorf und Verona ausgebucht. Es gibt nur noch wenige Restplätze, die direkt über unsere Internetseite www.ee-autozug.com gebucht werden können.“

Der Zugbetreiber setzt im kommenden Jahr außerdem noch stärker auf einen eigenen Fahrzeugpark. Dafür ist der Wagenpark um eigene Autotransportwagen (DDM) und Schlafwagen ergänzt worden. Ein Autozug von Euro-Express Sonderzüge besteht in der Regel aus zwei Schlaf-, fünf Liege- und einem Restaurantwagen für anspruchsvolle Mehrgänge-Menüs sowie am Ende des Zuges acht DDM für den Transport von Autos, Quads, Trikes oder Motorrädern. Die Zahl der Waggons ist auch bei steigender Nachfrage aufgrund der Bahnsteiglänge in Düsseldorf begrenzt.

Veränderungen auch beim Vertrieb: Während der Verkauf der Plätze bislang vorwiegend über einen niederländischen Partner erfolgte, wird der Vertrieb künftig selbst übernommen. Neben dem Direktvertrieb, unter anderem übers Internet, und einem Verkauf über Reisebüros wollen die Eisenbahner ferner stärker mit namhaften Reiseveranstaltern zusammenarbeiten. Hier gibt es durch den eigenen Schnee-Express, der seit vielen Jahren Wintersportler von Hamburg über Nordrhein-Westfalen nach Österreich bringt, bereits enge Geschäftsbeziehungen. „Eine groß angelegte Werbekampagne ist bisher nicht erforderlich gewesen“, sagt Stefan David. „Die Plätze auf den Autoreisezügen haben sich trotz des hart umkämpften Marktes im ersten Jahr sehr gut verkauft.“ Die bis zu 250 Passagiere pro Zug kommen dabei nicht nur aus Deutschland, sondern zu großen Teilen auch aus den Niederlanden und Großbritannien.

 

Weitere Informationen - Die Euro-Express Sonderzüge sind seit 1992 auf Europas Schienen unterwegs und fahren seit Januar 2005 in der Wintersaison auch als Schnee-Express. Zum Fahrzeugpark gehören neben komfortablen Sitz- und Liegewagen auch Bar-, Speise- und Tanzwagen sowie Autotransportwagen (DDM) für den Transport von Autos, Quads, Trikes oder Motorrädern. Deutschlands größter privater Anbieter von Sonderzugfahrten gehört zur Müller-Gruppe aus Münster. Zu der Unternehmensgruppe gehören außerdem der Marktführer für Kurz- und Partyreisen, Müller-Touristik GmbH & Co. KG sowie die HM Hotel-Consulting GmbH & Co. KG, unter anderem mit dem 4-Sterne Superior Land & Golf Hotel Stromberg mit 180 Zimmern in der Nähe von Bingen am Rhein.  Stefan David, EES