WEBGIORNALE  13-26  GIUGNO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Migration Compact, Carta blu: strade alternative per prevenire e arginare il problema profughi 1

2.       Unione europea. Migration compact, dall’Italia all’Ue  1

3.       Razzismo. Consiglio d'Europa invita l’Italia a rafforzare la lotta contro l’odio e la discriminazione  2

4.       Migranti, Onu: "Dal 2014 oltre 10mila morti nel Mediterraneo". Ue: avanti con migration compact 2

5.       Migrazione: Sì a cooperazione con Africa, timori su accordi "modello Turchia"  2

6.       Migranti: Avramopoulos, commissario Ue: "Assegneremo fino a 137mila Carte blu l’anno"  3

7.       L’incubo migranti spinge la Brexit. Si muove la Banca d’Inghilterra  3

8.       Brexit. Un'ascia sui diritti dei lavoratori migranti 4

9.       Regno Unito. Brexit, contraddizioni bilaterali 4

10.   Alle comunali pochi elettori e divisi. Solo in 13 Comuni dei 1363 è stato eletto il Sindaco. Il 19 giugno il ballottaggio  5

11.   Nell'Italia senza immigrati 450 mila aziende in meno  5

12.   Riforma Comites e Cgie: parte la consultazione (fino al 31 luglio) 6

13.   Seminario per gli insegnanti di Italiano delle Università di Regensburg e Erlangen-Norimberga  6

14.   A Berlino, Wolsfsburg e Monaco di Baviera si può firmare per il sì al referendum costituzionale  6

15.   Conversazione italo-tedesca ad Amburgo con gli scrittori Feridun Zaimoglu e Federico Italiano  6

16.   A Francoforte: “Competenza interculturale come chiave di successo sul mercato globale”  7

17.   I recenti temi di Radio Colonia  7

18.   “Piazza Francoforte” scrive ai soci: proprio stand alla parata delle culture  8

19.   Francoforte. Il circolo sardo invita alla “Parade der Kulturen 2016” (sabato 25 giugno) 8

20.   IIC-Colonia: incontro letterarrio su Pier Paolo Pasolini 8

21.   Angela Merkel la donna più influente del mondo. La Mogherini nella top 20  9

22.   Crisi Ue, all'inizio dell'onda populista quella solidarietà europea infranta da Merkel-Sarkozy  9

23.   Schäuble: “In caso di Brexit la Gran Bretagna fuori dal mercato unico europeo”  9

24.   Garavini (PD): “Serve il voto degli italiani all'estero perché sindaci di centro sinistra vincano ai ballottaggi”  10

25.   DDL Editoria. Micheloni e Di Biagio: confermare i contributi alla stampa italiana all’estero  10

26.   Il futuro dell’Europa è ripartire dai diritti. Susanna Camusso al Parlamento europeo  10

27.   Usa 2016. Hillary vs Donald, una partita lunga 150 giorni 10

28.   Usa 2016, Hillary vince la nomination tra i democratici. Prima donna a correre per Casa Bianca: "Momento storico"  11

29.   Hillary Clinton: ce la può fare  11

30.   Europa. Nato e Russia, ricostruire la fiducia in Europa  12

31.   Chiarezza della crisi 12

32.   Immigrazione. Migranti, risorsa non fardello  12

33.   La democrazia senza velo  13

34.   Brexit, opinione in dissenso. Se Londra divorzia dall’Ue, poco male  13

35.   Oltre la Brexit, l'euroscetticismo avanza in tutto il continente  14

36.   Niente tsunami astensionista. Dal voto amministrativo, prove di tripolarismo nascente  14

37.   Online un questionario dedicato ai giovani italiani 15

38.   Facciamo i conti 15

39.   Per il CIR la strategia su Immigrazione e Paesi terzi è “poco convincente e poco innovativa”  15

40.   Elezioni amministrative 2016. Comunali, i veri rivali del governo  15

41.   Festa della Repubblica. L’intervento dell’on. Micheloni 16

42.   Istat: calano i residenti in Italia per la prima volta dopo 90 anni 16

43.   Referendum costituzionale. “Il SI’ rafforza la stabilità democratica dell’Italia”  17

44.   Le promesse  17

45.   Migranti, Austria: "Bloccarli su un'isola, come facevano gli Usa"  17

46.   Marco Fedi (Pd): “La strategia del colibrì”  17

47.   Censis. “Italia, Chefuturo!”  18

48.   Renzi nella morsa tra ripresa economica e assalto al Pd  18

49.   L’ingresso nel futuro  18

50.   Come sarebbe l’Italia senza immigrati?  19

51.   Chi salta sul carro dei Cinquestelle  19

52.   Comunali, Renzi: "Non sono contento, possiamo fare meglio e lo faremo"  19

53.   Renzi ammette il passo falso, ora il Pd confida nei ballottaggi 20

54.   Il presidente delle Acli Rossini sulle elezioni: prevale l'autonomia comunale, si complica il quadro nazionale  20

55.   Entra in vigore il decreto sui “Cervelli rimpatriati” con le agevolazioni fiscali 20

56.   L’evoluzione  20

57.   Il sorpasso degli stranieri a Piazza Affari: il 51% delle spa quotate è in mano loro  20

58.   La scadenza per l’acconto IMU e TASI è vicina: il 16 giugno  21

59.   Paesi in via di sviluppo. Africa, la quarta rivoluzione industriale  21

60.   Da domani 9 a sabato 11 giugno Veneti nel mondo a Venezia per i lavori della Consulta e il meeting dei giovani 22

61.   Le autonomie  22

62.   Certificati nell’UE. Basta legalizzazione? Le nuove norme  22

63.   Immigrazione. Hot spot in mare, ricetta italiana alla prova Ue  22

64.   Divorzio da Verdini, Renzi prova a recuperare la sinistra Pd  23

65.   Veneti nel mondo, iniziati a Venezia i lavori della Consulta  23

66.   XV premio internazionale di italianistica  23

67.   “Bellunesi nel Mondo”: intervista ad Alessandro Barcelloni Corte, di Bellunoradici.Net 24

68.   Annunciati i nomi dei vincitori della VII edizione del premio “Pugliesi nel mondo”. Premiazione il 25 giugno  24

 

 

1.       Gauck hört auf. Bundespräsident will aus Altersgründen nicht erneut kandidieren  24

2.       „Ich fände klasse, wenn es mal eine Frau werden würde"  25

3.       Verleihung des Bayerischen Integrationspreises. Bayerischen Asylpreises 2016. 25

4.       Schnittstelle. Friedensforscher fordern Migrationsministerium   25

5.       Ausatmen, einatmen, Brüssel! Keine Sorge: Großbritannien bleibt in der EU. 26

6.       EU will Ausweitung ihrer Mission im Mittelmeer 27

7.       Volksabstimmung. Schweiz beschleunigt Asylverfahren  27

8.       Wem nutzt eine NATO-Raketenabwehr? Die Begründung für die neuen Abwehrstationen überzeugt nicht. 27

9.       Vatikan kritisiert österreichische Flüchtlingspläne  28

10.   Deutsche Akteure in China vor neuen Herausforderungen  28

11.   Wirtschaftsinitiative warnt: TTIP-Verlierer sind die regionalen Handwerksunternehmen  29

12.   „Die Briten beanspruchen eine Sonderrolle“  29

13.   Den Rüstungswettlauf durchbrechen! Um die Aufrüstungsspirale zu stoppen, muss die G20 handeln. 30

14.   Integrationsgesetz. Menschrechtler kritisieren geplante Asylrechtsverschärfung  30

15.   "Verbeugung vor Stammtischen"  31

16.   Europäischer Gerichtshof. Keine Haft nach illegaler Einreise in anderen EU-Staat 31

17.   Türkei, Mazedonien und die Ukraine – Lösungen für Europa  31

18.   Fasten in einer Ausnahmesituation. Flüchtlingsunterkünfte bereiten sich auf Ramadan vor 32

19.   Junge EU-Bürgerinnen: Ausbildung in Deutschland  32

20.   Regierung erwägt stärkeren Schutz vor chinesische Investoren  32

21.   Statistik. Zahl neuer Flüchtlinge weiter niedrig  32

22.   Deutsche Hochschulen erfolgreich bei Internationalisierung  32

23.   Porträt Anerkennung: Universitätsklinikum Freiburg. „Die Standards müssen hoch sein“  33

24.   Bundesfinanzhof. Im EU-Ausland lebende Elternteile haben Anspruch auf Kindergeld  33

25.   Verkehrssicherheit: P.A.R.T.Y.-Programm der Unfallchirurgen schärft Risikobewusstsein bei Jugendlichen  33

26.   Anerkennungsgesetz. Ausländische Berufsabschlüsse werden oft anerkannt 34

27.   Neue Hilfen bei der Anerkennung. Per Smartphone: App der Bundesregierung  34

28.   Integration von Flüchtenden. Migrationsforscher fordert mehr Flexibilität im Bildungssystem   34

29.   DEKRA Arbeitsmarkt-Report 2016. Flüchtlinge mit hohem Qualifizierungsbedarf 34

30.   Langzeitarbeitslosigkeit belastet Ältere und Geringqualifizierte  35

31.   Bundeskriminalamt. Straftaten von Flüchtlingen gehen zurück, Straftaten gegen Flüchtlinge weiter hoch. 35

32.   IIC-Köln: literarische Begegnung  36

33.   ENIT präsentiert sich auf sonoitalia: das neue Online-Reisejournal über Italien  36

34.   Ligurien startet Webseite für Aktivurlauber 36

 

 

 

Migration Compact, Carta blu: strade alternative per prevenire e arginare il problema profughi

 

La Commissione illustra a Strasburgo due differenti proposte. La prima è un piano per lo sviluppo economico e sociale di Paesi africani e mediorientali dove si originano i flussi verso l'Ue. La seconda riguarda l'integrazione dei lavoratori stranieri, di cui la "nonna Europa" può avere necessità. La parola ora passa a Europarlamento e Consiglio degli Stati. Ma rimangono, irrisolti, tutti i problemi urgenti legati all'accoglienza dei migranti e al diritto d'asilo – di Gianni Borsa

 

“Dovremmo avere tanti Zlatan”, per dimostrare che l’integrazione “è possibile” e “può portare risultati positivi per tutti”. La figura esemplare evocata è quella del centravanti svedese Ibrahimovi?, pluridecorato sul campo e strapagato da club di mezza Europa, di papà bosniaco e mamma croata, fuggiti dalla ex Jugoslavia e riparatisi in Svezia, dove il futuro campione nasce nel 1981. A evocare questa, certo inconsueta, storia di migrazione è Frans Timmermans, vice presidente vicario della Commissione europea. A Strasburgo è arrivato per presentare, martedì 7 giugno, il nuovo Migration Compact. E, proprio per sintetizzare le varie proposte dell’Esecutivo, cerca di spiegare che, se ben governati, i flussi migratori non sono da demonizzare e se ne possono trarre persino dei vantaggi.

Guardare oltre l’emergenza. La Commissione Ue si presenta nella sede dell’Europarlamento – dove cerca una sponda legislativa – per lanciare due differenti iniziative sul versante delle migrazioni.

Ma questa volta non si parla di emergenza-profughi.

Il Collegio guidato da Juncker non vuole aggirare – e semmai ribadisce – l’ostacolo della prima accoglienza, dei barconi nel Mediterraneo, della rotta balcanica, degli insuccessi dei precedenti progetti sui ricollocamenti, sul controllo delle frontiere, sui rimpatri. Gli Stati Ue, spaventati, marciano a ranghi sparsi e al massimo si possono arginare i problemi più immediati… Restano infatti tutti gli interrogativi sull’accoglienza dei rifugiati e sulla protezione internazionale. Si impone però la necessità di guardare oltre, a monte (dove si origina il fenomeno migratorio) e a valle (l’integrazione di chi giunge in Europa per vie ufficiali per lavorare oppure chi ottiene il diritto alla protezione internazionale). Che fare, dunque? Timmermans, assieme all’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini, illustra il Migration Compact, sostanzialmente un piano di investimenti per lo sviluppo socio-economico dei Paesi di origine e transito delle migrazioni, affinché i flussi siano prevenuti ed evitati. Il commissario alle migrazioni, Dimitris Avramopoulos, dal canto suo mette sul tavolo un piano d’azione per sostenere gli Stati membri nell’integrazione dei cittadini di Paesi terzi, anche tramite la cosiddetta Blu card.

Partenariati rafforzati. Il Migration Compact consiste, sostanzialmente, in una serie di “patti” tra Ue e Paesi di provenienza dei migranti (senza una previa distinzione tra persone e popoli che fuggono dalla guerra o dalle persecuzioni, oppure dalla fame, dai disastri ambientali…), così da

prevenire le migrazioni aiutando Stati africani e del Medio Oriente a imboccare la via dello sviluppo.

In una prima fase le nazioni coinvolte sarebbero Giordania, Libano, Niger, Nigeria, Senegal, Mali e Etiopia, Tunisia e Libia. Federica Mogherini chiarisce: “Milioni di persone si spostano nel mondo, un fenomeno che riusciremo a gestire solo agendo a livello globale e in piena collaborazione. Per questo proponiamo un nuovo approccio finalizzato alla creazione di partenariati forti con Paesi strategici. Ferma restando la priorità di salvare vite in mare e smantellare le reti di trafficanti, il nostro obiettivo è stimolare la crescita nei nostri Paesi partner”. Aggiunge: “Siamo pronti ad aumentare il supporto finanziario e operativo e a investire nello sviluppo economico e sociale a lungo termine, nella sicurezza, nello Stato di diritto e nei diritti umani, nel miglioramento delle condizioni di vita delle persone e nella lotta contro le cause della migrazione”.

Pochi soldi… I “patti su misura”, sviluppati “in funzione della situazione e delle necessità di ciascuno Stato”, contano però al momento su cifre modeste, e da verificare. Intanto sono a disposizione 500 milioni dal bilancio Ue, che potrebbero diventare 2-3 miliardi di euro, per passare, in cinque anni, a 8 miliardi. Poi, come sempre, la Commissione conta sull’impegno finanziario degli Stati membri, su un non ben definito “effetto moltiplicatore”, cui aggiungere gli investimenti dei partner africani o mediorientali (anche privati), per una cifra che lievita a 62 miliardi di euro! Il Migration Compact (che ora passa al vaglio di Parlamento e Consiglio Ue) è un piano dettagliatissimo: benché, secondo molti eurodeputati, assomigli troppo all’accordo con la Turchia – soldi in cambio di migranti ripresi –, giudizio che l’Esecutivo respinge.

Timmermans del resto sa bene che “muri” e populismi attingono a piene mani dagli sbarchi incontrollati, dai migranti “irregolari”… Invita a “rispettare ogni vita umana”, ma subito ricorda che “le regole dell’asilo vanno rispettate, altrimenti si proceda con i rimpatri”.

A beneficio di tutti. Sempre a Strasburgo Dimitris Avramopoulos illustra le proposte per favorire l’immigrazione legale (di cui l’ingrigita Europa “ha bisogno”) nonché l’integrazione dei migranti che ottengono la protezione internazionale. “Interventi – chiarisce il commissario – che andranno a beneficio delle imprese europee che desiderano attirare persone di talento e qualificate da tutto il mondo”. “Se vogliamo infatti gestire la migrazione sul lungo periodo, dobbiamo iniziare a investire ora; è nell’interesse di tutti”. Il sistema della Carta blu, risalente al 2009 e rivisto, “renderà più facile e appetibile per i cittadini di Paesi terzi altamente qualificati venire a lavorare nell’Unione”.Il commissario assicura però che non si tratta di generare una “fuga di cervelli” dai Paesi poveri. Del resto, riflette a voce alta, “il costo della non integrazione sarebbe ben maggiore rispetto a quello degli investimenti – ad esempio in formazione – necessari per l’integrazione”. Sir 9

 

 

 

 

Unione europea. Migration compact, dall’Italia all’Ue

 

Con la comunicazione al Parlamento europeo del 7 giugno, la Commissione riprende significativamente il titolo di Migration Compact per proporre un patto europeo ad una serie di paesi terzi (Giordania, Libano) affinché continuino ad assistere i migranti che ospitano (o ospiteranno) sul loro territorio o riprendano i migranti già partiti verso l’Europa e da questa rimpatriati.

 

Nel secondo caso il patto è volto all’Africa nera ed è assortito da un robusto pacchetto finanziario. Il modello è quello del Piano Juncker (Efsi) e analogamente dovrebbe mobilitare risorse europee, nazionali, private, esercitando su queste ultime un effetto di traino.

 

La Commissione presenta il Compact come una prova di verità con l’elettorato. Il fenomeno migratorio è elevato e di lunga durata, le chiusure nazionali non riescono ad arginarlo, bisogna gestirlo con un’accorta risposta europea.

 

L’approccio della Commissione resta dentro al quadro della cooperazione. Poco o nulla dice di una politica attiva della difesa, intesa a prevenire i fenomeni bellici o a intervenire quando questi scoppiano, per limitare i danni umani e materiali e l’avvio di nuovi esodi di massa. Pur con le comprensibili cautele, si avvede che solo dispiegando tutta la strumentazione del Trattato in materia di azione esterna ci avviciniamo alla soluzione.

 

La proposta italiana

Il Migration Compact proposto dall’Italia offre un approccio diverso a un fenomeno - quello dell’immigrazione - che definisce in apertura “senza precedenti” e destinato a durare per decenni a causa delle dinamiche geopolitiche nelle aree prossime all’Europa, e segnatamente in Medio Oriente, Nord Africa, Sahel, Corno d’Africa.

 

Le turbolenze sono diffuse perché riguardano le zone di guerra (Siria) e le zone di arretratezza economica e sociale quando non ambedue assieme. Il fenomeno è tale da “minacciare i pilastri fondamentali dell’integrazione europea (ad esempio l’integrità della zona Schengen) e la solidarietà fra gli stati membri”.

 

Le azioni intraprese sulla rotta orientale (Accordo Ue-Turchia) mirano a dare sollievo alle popolazioni che fuggono da condizioni di guerra. I flussi in arrivo attraverso la rotta mediterranea sono composti principalmente da migranti economici: e sono quelli destinati a durare decenni proprio per le origini strutturali dei mali da cui le persone fuggono.

 

Il fenomeno ha anche e soprattutto un impatto umanitario. Le immagini di persone in fuga e sovente vittime di disastri e deportazioni sono emotivamente forti per il pubblico europeo, che ne prende immediata conoscenza grazie ai mezzi di comunicazioni di massa. La tensione si scarica sulla nostra rete protettiva, sia essa di assistenza che di contrasto, e si fa sempre più alta. Alcuni punti di approdo sono divenuti il simbolo d’Europa, nel bene e nel male.

 

La chiusura del Brennero e l’apertura del Gottardo

Urge un salto di qualità nella risposta europea. Il salto di qualità va piuttosto diretto verso l’esterno che all’interno. A chiarire il pensiero vale la dichiarazione della Cancelliera tedesca, che icasticamente paventa la fine d’Europa se il Brennero viene chiuso. Il Brennero è un confine simbolo che, come tutti i simboli, vale molto più del traffico che consente (o interdice). Il Brennero è la porta d’ingresso fra Nord e Sud Europa.

 

Non è probabilmente un caso che la Cancelliera si pronunci in questo modo dopo avere partecipato il primo giugno, assieme ad altri dirigenti europei, all’inaugurazione della galleria svizzera del San Gottardo. La chiusura del Brennero tradisce l’apertura del Gottardo.

 

Le migrazioni di massa mettono l’Unione di fronte alle sue responsabilità sulla scena internazionale. Il Trattato di Lisbona inserisce la politica estera, di sicurezza e difesa nel capitolo dell’azione esterna, che include pure la cooperazione allo sviluppo, l’aiuto umanitario, le politiche “comunitarie” tradizionali.

 

L’Unione dovrebbe agire all’esterno sulla base degli stessi principi che animano la sua zione all’interno, in una armonica ancorché poco probabile coerenza di atteggiamento. Poco probabile perché sulla scena internazionale l’Unione si confronta con soggetti a volte refrattari ai principi che essa propugna.

 

Importa comunque che, con Lisbona, l’Unione si sia dotata della strumentazione astrattamente idonea all’azione esterna. Altro discorso è che dal 2009 non tutta l’azione esterna si è dispiegata con pari velocità ed efficacia. La politica di difesa è rimasta indietro e gli effetti del ritardo sono percepibili proprio nella presente crisi.

 

L’approccio integrato del Migration Compact

Il Migration Compact propone un approccio integrato che, a semplificare, si può definire come miscela di prevenzione, contrasto, aiuto. Accanto ai progetti d’investimento tramite gli strumenti finanziari a ciò deputati, si pone la cooperazione in materia di sicurezza: gestire le migrazioni controllandole anche alla radice, mediante azioni di Psdc (politica di sicurezza e difesa comune) da proiettare nelle aree di crisi.

 

Creare opportunità legali ai migranti e insieme varare gli schemi di riallocazione a titolo di compensazione per i paesi di prima linea. Praticare i ritorni e le riammissioni, rivedere i sistemi di asilo, lottare contro i trafficanti di esseri umani.

 

Il documento si conclude con la proposta di una nuova Guardia europea di frontiera che serva a sviluppare un piano per “joint EU return operations”. Non è detto che il Migration Compact sia condiviso in tutto e per tutto dagli stati membri e dalle istituzioni europee, essendo prevedibili le resistenze di varia natura. Ma occorre smuovere le acque perché si percepisca fino in fondo la portata della sfida che si pone non solo ai paesi di frontiera ma agli assetti delle società europee nel loro insieme.  Cosimo Risi, AffInt 9

 

 

 

 

 

Razzismo. Consiglio d'Europa invita l’Italia a rafforzare la lotta contro l’odio e la discriminazione

 

L'ECRI, Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d'Europa, ha pubblicato il quinto rapporto sull’Italia, nel quale esamina i recenti sviluppi e le questioni ancora irrisolte e formula raccomandazioni alle autorità del paese. 

“Mi congratulo con l’Italia per l’adozione della legge che riconosce ufficialmente le unioni civili per le coppie dello stesso sesso. È importante garantire a tutti gli stessi diritti”, ha dichiarato Thorbjørn Jagland, Segretario generale del Consiglio d’Europa.

L’ECRI accoglie con favore una serie di iniziative legislative contro il razzismo e la discriminazione razziale e, se adottato, il disegno di legge agevolerà l’accesso alla cittadinanza italiana per numerosi minori stranieri in Italia.

L’ECRI elogia inoltre l’Italia per i notevoli sforzi compiuti nelle operazioni di salvataggio in mare e nel fornire sistemazioni decenti alle masse di migranti e richiedenti asilo provenienti dal Nord Africa.

Il rapporto rileva, tuttavia, delle lacune nella legislazione antidiscriminazione.

La legge italiana non considera reato penalmente perseguibile la discriminazione fondata sul colore o sulla lingua e le sanzioni previste non rappresentano sempre una risposta efficace, proporzionata e dissuasiva per i reati di stampo razzista e atti di discriminazione razziale.

L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) non rispetta il principio di indipendenza degli organi nazionali specializzati nella lotta contro il razzismo e l’intolleranza e non dispone di poteri sufficienti.

Le autorità non sono sempre in grado di raccogliere i dati sui discorsi dell’odio o su altri episodi o reati motivati dall’odio in modo sistematico e coerente.

L'ECRI è inoltre “preoccupato per il perdurare degli sgomberi forzati dei Rom dagli insediamenti abusivi”, ed esorta le autorità locali e nazionali “a rispettare tutte le garanzie procedurali e a procedere a tali sgomberi unicamente qualora vi siano soluzioni abitative alternative”.

Malgrado i progressi realizzati sul piano legislativo per la tutela dei diritti delle persone LGBT, l’ECRI constata inoltre che la questione dell’educazione sessuale nelle scuole, in particolare in materia di identità di genere e orientamento sessuale, rimane materia controversa e incontra forti opposizioni da parte di alcune autorità regionali.

Il rapporto formula una serie di raccomandazioni, tra cui le seguenti due raccomandazioni specifiche per le quali l’ECRI richiede alle autorità italiane un’applicazione prioritaria. Queste saranno oggetto di una procedura di monitoraggio intermedio condotta dall’ECRI entro due anni:

- Garantire la completa indipendenza dell’UNAR de jure e de facto, ed estendere le sue competenze alla discriminazione fondata sul colore, la lingua, la religione, la nazionalità e l’origine nazionale.

- Adottare provvedimenti negli istituti scolastici per promuovere la reciproca tolleranza e il rispetto, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.

Il rapporto, che include le osservazioni del Governo italiano, è stato elaborato in seguito alla visita dell’ECRI in Italia nel settembre 2015 e tiene conto degli sviluppi fino al 10 dicembre 2015.

L’ECRI è un organo di monitoraggio in materia di diritti umani del Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo, composto da esperti indipendenti, che analizza problemi inerenti a razzismo, xenofobia, antisemitismo, intolleranza e discriminazione fondata sulla “razza”, l’origine nazionale o etnica, il colore, la nazionalità, la religione e la lingua (discriminazione razziale). Elabora dei rapporti e rivolge raccomandazioni agli Stati membri.  PE 7

 

 

 

 

Migranti, Onu: "Dal 2014 oltre 10mila morti nel Mediterraneo". Ue: avanti con migration compact

 

Oggi presentazione a Strasburgo del piano dell'Unione per fronteggiare il problema attraverso una partnership con l'Africa. Il ministro degli Esteri libico: "La Libia è solo un paese di transito". Nuovo impegno dell'Europa per 8 miliardi nel periodo 2016-2020. Mogherini: "Soluzione di lungo termine". Timmermans: "Seguita idea di Renzi"

 

Si aggrava il bilancio delle vittime del Mediterraneo: secondo il nuovo tragico bollettino dell'Onu dal 2014 sono morte oltre 10mila persone in mare. "Dall'inizio del 2014 fino ad oggi, abbiamo avuto oltre 10mila morti", ha detto il portavoce dell'agenzia Onu per i rifugiati, Adrian Edwards. Secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) la cosa "orribile" è l'impennata registrata quest'anno a conferma che la crisi si è acuita nonostante gli sforzi internazionali. Se infatti nel 2014 le vittime sono state 3.500, salite a 3.771 lo scorso anno, nei soli primi 5  mesi del 2016 sono già 2.814.

 

Il nuovo piano Ue sui migranti. Oggi al Parlamento di Strasburgo l'Alto commissario per la politica estera Ue, Federica Mogherini, ha presentato il piano Ue sui migranti e sulla partnership con l'Africa al quale ha lavorato con il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans. "Questa situazione assolutamente inaccettabile ci impone di trovare delle soluzioni". Il nuovo impegno per il migration compact ammonterebbe a 8 miliardi nel periodo 2016-2020. Questa è la prima fase dell'intervento "strutturale" Ue. Non è chiaro quanta parte dei tali fondi sono costituiti da fondi aggiuntivi rispetto a quelli previsti nel bilancio europeo e destinati da altri fondi, sta di fatto che si tratta indubbiamente di "nuovi impegni". Per la seconda fase in un periodo medio-lungo, la Commissione propone di usare per i paesi africani la stessa formula usata attualmente per gli investimenti interni che si fondano sull'attrazione di capitale privato grazie all'impegno di garanzie o fondi freschi Ue. Fino al 2020 3,1 miliardi possono essere usati per mobilitare fino a 31 miliardi e se gli stati contribuissero gli investimenti addizionali potrebbero arrivare al doppio, 62 miliardi. "Combinando le forze si può arrivare a otto miliardi" nei cinque anni 2016-2020, ha detto Timmermans. "Possiamo replicare fuori dall'Europa ciò che è stato fatto con l'Efsi" e "con l'effetto leva si potrà arrivare a 62 miliardi. Ma abbiamo bisogno dell'impegno di tutti i Paesi membri e istituzioni". Il piano è stato ispirato dalla proposta italiana per un "migration compact", ha detto TImmermans: "È Matteo Renzi che ha iniziato il dibattito e noi abbiamo reagito: era una sua idea". In sostanza i fondi 'freschi' sarebbero un miliardo di euro. Per arrivare a 8 miliardi si parla di fondi "riorientati": 3,6 miliardi dal fondo fiduciario per l'Africa, 1 miliardo dal fondo fiduciario per la crisi siriana, circa 2,4 miliardi sono i contributi da Ue e stati per fondi aggiuntivi per Libano, Giordania, Siria, 1 miliardo in prestiti alla Tunisia e Giordania. Complessivamente  il totale dei finanziamenti Ue e degli stati membri ai paesi di quest'area del continente africano hanno raggiunto in media 4,4 miliardi l'anno.

 

Mogherini: "Soluzione a lungo termine". "Avrei voluto che queste scelte fossero state fatte dieci anni fa, perché ora la situazione sarebbe migliore" ha osservato l'Alto rappresentane europeo, Federica Mogherini, specificando che le proposte presentate oggi "non daranno cambiamenti dalla sera alla mattina" e sottolineando che "non sono un duplicato dell'accordo con la Turchia" pensato "in modalità di emergenza", mentre i compact con i paesi africani hanno "una prospettiva di ampio respiro" per dare soluzioni "a lungo termine".

 

Gentiloni: "Primo passo importante". "La presentazione da parte della Commissione Europea della Comunicazione sugli aspetti esterni delle migrazioni costituisce un primo passo in direzione di quel cambio di rotta fortemente richiesto dall'Italia" si legge in una nota della Farnesina. "Sulla base delle proposte della Commissione continueremo a lavorare con il massimo impegno affinché dal Consiglio Europeo di fine giugno possa arrivare una decisione comune per affrontare questa sfida, concretamente e con risorse adeguate", ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

 

Ministro libico: "Libia solo paese di passaggio". Il ministro degli Esteri libico del governo di consenso nazionale, Muhammad al-Taher Sayala, ribadisce che la Libia è solo un paesei di passaggio per i migranti. "Come tutti sanno, la Libia è un Paese di passaggio e talvolta di destinazione dei migranti, ma non è un Paese di origine", spiega Sayala in un'intervista ad Aki-Adnkronos International. "L'Ue vuole fare accordi con la Libia affinché questi migranti tornino indietro, ma noi restiamo fermi sul fatto che debbano tornare nei Paesi d'origine, e non in quelli di transito", continua il ministro. Per far questo "è necessario che la comunità internazionale collabori con noi nel convincere i Paesi di origine a far tornare i propri cittadini, non serve che facciamo accordi", aggiunge Sayala, secondo cui "la Libia non può accogliere tutti questi migranti poiché si rischia uno scompenso demografico".

 

"Stiamo dialogando con i Paesi dell'Ue e abbiamo un accordo con l'Italia in base al quale chiunque entri in Libia con un passaporto e con un visto e poi si infiltra in Europa può tornare in Libia, ma chi passa attraverso la Libia senza documenti di viaggio o senza visto non può tornare in Libia. Questo è l'accordo siglato con l'Italia e noi lo rispettiamo", conclude Sayala.

 

Niente carcere per i migranti. Intanto oggi sul problema migranti è intervenuta la Corte di Giustizia Ue: "A meno che non commetta reati, un immigrato irregolare va rimpatriato, non incarcerato" ha stabilito.  L'organismo di Lussemburgo ha ricordato che la direttiva rimpatri del 2008 "osta a qualsiasi

normativa di uno Stato membro che reprime il soggiorno irregolare mediante la reclusione di un cittadino di un paese non Ue nei confronti del quale non sia stata ancora conclusa la procedura di rimpatrio prevista da tale direttiva". LR 7

 

 

 

Migrazione: Sì a cooperazione con Africa, timori su accordi "modello Turchia"

 

Nel corso del dibattito con il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans e con l'Alto Rappresentante Federica Mogherini, in cui è stata presentata la proposta per un nuovo "quadro di partenariato con i Paesi terzi", la maggioranza dei deputati ha accolto con favore il rafforzamento della cooperazione con questi Paesi, mentre molti hanno criticato l'eventualità di replicare l'accordo raggiunto con la Turchia con altri paesi.

 

La Commissione vuole stabilire un "compact su misura" con alcuni Paesi selezionati - Giordania e Libano nella prima fase, successivamente Niger, Nigeria, Senegal, Mali, Etiopia e infine Tunisia e Libia - per migliorare il controllo delle frontiere, aumentare i rientri e migliorare la vita e le condizioni di migranti e rifugiati. I partenariati strategici dovrebbero premiare i paesi disposti a collaborare con l'UE e penalizzare quelli che rifiutano tale collaborazione.

 

Manfred WEBER (PPE, DE) ha approvato l'idea di estendere all'Africa un piano di investimenti simile al "piano Juncker", e si è detto d'accordo nel penalizzare quei Paesi non desiderosi di cooperare.

 

Gianni PITTELLA (S&D, IT) ha chiesto una vera e propria partnership globale con l'Africa, non limitata alla migrazione, sottolineando le numerose sfide comuni che entrambi i continenti si trovano ad affrontare.

 

Helga STEVENS (ECR, BE) ha sostenuto l'offerta di sostegno finanziario all'Africa ma ha insistito sui controlli alle frontiere, sulla lotta contro i trafficanti e sul rimpatrio effettivo degli immigrati che non hanno diritto a rimanere in Europa.

 

Guy VERHOFSTADT (ALDE, NL) è contro la "duplicazione" dell'accordo turco con altri Paesi terzi. Il denaro in cambio del controllo delle migrazioni "non è la via da seguire".

 

Barbara SPINELLI (GUE/NGL, IT) ha criticato l'idea di collegare la cooperazione economica con il controllo delle frontiere e dei rimpatri effettivi ritenendo ciò "un passo in linea con l'estrema destra".

 

Judith SARGENTINI (Verdi/ALE, NL) è contro il ripetere gli stessi errori dell'accordo UE-Turchia, utilizzando i soldi per rafforzare la "fortezza Europa", invece di ridurre la povertà e la lotta contro la disuguaglianza.

 

Rolandas PAKSAS (EFD, LT) ritiene insostenibile l'idea di "comprare i paesi africani per fermare i flussi migratori".

 

Harald VILIMSKY (ENF, AT) ha accusato i principali costruttori di automobili tedeschi di aver applaudito la Primavera Araba per la gestione della forza lavoro, gratuita e a basso costo. PE 7

 

 

 

 

Migranti: Avramopoulos, commissario Ue: "Assegneremo fino a 137mila Carte blu l’anno"

 

L'intervista. "Accordi con l'Africa per fermare l'esodo ma più permessi a chi è specializzato" - di CHRISTOPH B. SCHILTZ e ANDRE TAUBER

 

BRUXELLES. Dimitris Avramopoulos, per affrontare la crisi dei profughi la Commissione Ue intende concentrare l'azione sui paesi africani. In che modo?

"Con nuovi partenariati per le migrazioni, in particolare con l'Africa. Offriamo in un primo momento a nove paesi di provenienza e di transito dei profughi un nuovo partenariato ampio e stabile".

 

Di quali paesi si tratta?

"Giordania, Libano, Tunisia, Niger, Mali, Etiopia, Senegal, Nigeria e Libia. Ma nel tempo si aggiungeranno altri paesi africani e asiatici".

 

L'obiettivo?

"Contrastare le cause dell'esodo e limitare l'immigrazione clandestina in Europa. Ci basiamo sulla recente esperienza maturata grazie all'accordo tra Ue e Turchia, ma non lo replicheremo pedissequamente. Perché non si possono applicare le stesse norme a tutti gli stati. Preferiamo studiare norme su misura".

 

Cosa significa in concreto?

"Concluderemo accordi diversi con ognuno dei nove stati. Vogliamo che siano pronti a collaborare ai rimpatri, che intervengano energicamente contro i trafficanti e salvaguardino efficacemente i propri confini. Inoltre, per impedire che i profughi affrontino la pericolosa traversata incoraggeremo gli stati limitrofi ai paesi di origine ad accoglierli in sicurezza. Apriremo quindi vie legali di ingresso nei paesi Ue e, grazie a una nuova Carta blu , concederemo permessi di soggiorno e di lavoro ai migranti regolari altamente qualificati".

 

Che contropartita offrirete a questi stati?

"La Ue può garantire un sostanziale sostegno finanziario che si andrà ad aggiungere agli aiuti erogati finora oppure l'ampliamento delle relazioni commerciali. A chi non rispetta i patti però potranno essere applicate restrizioni".

A quanto ammonteranno gli aiuti e come saranno finanziati?

"Utilizzeremo le risorse già disponibili in maniera mirata, flessibile e rapida. Tra il 2016 e il 2020 contiamo di stanziare circa 8 miliardi per finanziare i partenariati. Per contrastare a lungo termine le cause dell'esodo, nell'autunno di quest'anno proporremo un piano generale di investimento. Stimolando gli investimenti privati e pubblici potremo mobilizzare fino a 31 miliardi di euro. Entro il 2020 la Commissione metterà a disposizione per questo 3,1 miliardi di euro. Se gli stati membri e altri partner contribuiranno adeguatamente, si potrebbe arrivare a mobilitare investimenti fino a 62 miliardi".

 

L'Ue promuoverà una nuova Carta blu perché la vecchia non ha funzionato?

"La Carta blu è una via legale per chi intende venire in Europa adeguandosi alle nostre regole. La vecchia era troppo restrittiva. Nel 2014 ne sono state emesse nella Ue 13.852, circa 12mila soltanto in Germania".

 

Come sarà la nuova Carta blu?

"Più appetibile e flessibile. Potranno richiederla anche i profughi che sono già nella Ue, che hanno ottenuto asilo e sono altamente qualificati. L'Europa ha urgente necessità di forza lavoro specializzata".

 

Cosa cambia ancora?

"I requisiti per la Carta blu saranno meno rigidi: il richiedente dovrà far valere un contratto di lavoro della durata minima di sei mesi, non più di un anno. Il titolare di Carta blu potrà fare domanda di residenza già dopo tre anni. E il requisito reddituale minimo sarà ridotto di un terzo. Sarà agevolato il ricongiungimento familiare, i titolari di blue card potranno spostarsi e stabilirsi all'interno della Ue con più facilità, e potranno accedere al lavoro autonomo per creare nuove imprese. Al contempo saranno previste norme tese a impedire che l'afflusso di extracomunitari altamente qualificati in determinati settori abbia effetti distorsivi o penalizzanti ai danni dei nazionali".

 

Quante Carte blu prevedete?

"Stimiamo che potranno essere assegnate nell'Ue tra le 32mila e le 137mila Carte blu l'anno".

 

Come pensate di integrare i profughi?

"L'integrazione spetta in massima parte agli Stati membri. Ogni paese sa cosa fare. Ci attendiamo che i profughi riconoscano i nostri valori e le nostre regole, ma dobbiamo anche offrire loro la possibilità di partecipare alla vita sociale ed economica".

 

Che ruolo può giocare l'Ue?

"Può sostenere gli Stati membri, soprattutto finanziariamente. Ad esempio organizzando classi di accoglienza o corsi di lingua".

 

© Die Welt/Lena, Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Emilia Benghi  LR 8

 

 

 

 

L’incubo migranti spinge la Brexit. Si muove la Banca d’Inghilterra

 

Il fronte anti-Ue avanti nei sondaggi, scontro violento fra i conservatori. Pronto un fondo d’emergenza per tutelare la tenuta degli istituti di credito – di ALESSANDRA RIZZO

 

LONDRA - Alle prime avvisaglie di rimonta del fronte Brexit, Lynton Crosby, stratega della vittoria dei conservatori alle ultime elezioni, l’aveva detto: «Insistere sempre più sul mancato controllo dell’immigrazione sta dando i suoi frutti». Ora siamo a meno di tre settimane dal referendum e il numero di britannici favorevoli ad un divorzio dall’Unione europea, secondo i sondaggi, continua a crescere. E con esso sale la preoccupazione: secondo il «Guardian», la Banca d’Inghilterra sta mettendo a punto un fondo di emergenza di miliardi di sterline per consentire alle banche di tutelarsi in caso di Brexit, una mossa per evitare un eventuale caos. 

 

L’ultimo sondaggio, pubblicato dal domenicale «The Observer», dà il fronte del No all’Europa al 43% contro il 40% del campo Remain (il 14% è indeciso). I fautori della permanenza nella Ue hanno perso quattro punti nelle ultime due settimane, mentre il fronte Brexit ne ha guadagnati tre. A rendere le cose più preoccupanti per David Cameron, il 41% degli interpellati considera l’immigrazione uno dei fattori determinanti per decidere come votare al referendum del 23 giugno, mentre il 29% cita i rischi all’economia, punto forte della strategia Remain. Nonostante le riserve necessarie (visti gli errori alle ultime elezioni), i sondaggi degli ultimi giorni sembrano puntare verso un’avanzata del fronte Brexit, quando non un sorpasso. 

 

Cosa è successo nelle ultime due settimane per determinare l’inversione di tendenza? Una campagna martellante sugli immigrati, aiutata dalla pubblicazione dei nuovi dati sull’immigrazione netta, salita a 330mila nel 2015, il secondo livello più alto mai registrato. Poi è bastato l’avvistamento di un gommone nella Manica con venti migranti a bordo per far scattare l’allarme scafisti, anche a causa di una stampa populista che non esita a parlare di invasione imminente. Secondo il «Sunday Times», la polizia di frontiera avrebbe chiesto aiuto alla Marina per pattugliare il canale della Manica. Un eventuale intervento darà fiato ai «Brexiteers».  

 

Non è ancora il momento del panico per Cameron, ma il nervosismo è palpabile. La settimana scorsa, nel corso di un dibattito televisivo, il premier è stato messo in difficoltà da un pubblico furioso che gli ha dato dell’allarmista per come descrive le conseguenze economiche della Brexit. Nel momento forse peggiore per lui, una studentessa lo ha interrotto e accusato di parlare a vanvera. È stato un Cameron sulla difensiva, che ha insistito sui rischi economici. Mentre i suoi rivali nel referendum, Tory come lui, sono all’attacco, e poco importa che divisioni sempre più profonde stiano lacerando il partito conservatore: in ballo c’è il futuro del Paese (nonché le sorti del governo e del primo ministro).  

 

Michael Gove, che del governo Cameron è ministro, e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson dicono che, in tema di immigrazione ed Europa, di Cameron non ci si può fidare. Propongono un sistema di immigrazione a punti per stabilire chi entra, come fanno in Australia; e promettono di investire 100 milioni di sterline a settimana nel sistema sanitario nazionale, gloria del welfare britannico che si sta sgretolando sotto pressioni sociali e anni di austerity. E pazienza se perfino John Major, l’ex premier conservatore, li accusa di mentire e chiama Johnson un «giullare». Gove, apparso in Tv la sera dopo Cameron, ha ripetuto: «Riprendiamoci il controllo». Controllo delle frontiere, della produzione, del commercio, insomma del Paese. È stato evasivo sui numeri e non ha saputo fare il nome di un solo economista pro-Brexit, ma il suo messaggio è stato udito forte e chiaro. Cameron ha dalla sua la City, le banche, le grandi istituzioni finanziarie, gli alleati internazionali. Ma il vento anti-establishment che soffia per l’Europa potrebbe spingere in direzione della Brexit. Per dirla con Gove: «Loro stanno con le élite, noi con la gente normale». Molto può ancora succedere fino al 23 giugno: un fronte Remain impaurito può riuscire a mobilitare gli elettori, e lo stesso può fare un Labour finora rimasto in disparte. E il numero di indecisi è ancora alto. 

LS 6

 

 

 

 

Brexit. Un'ascia sui diritti dei lavoratori migranti

 

Un nuovo Dossier a cura dell'Osservatorio fa il punto sulle misure adottate dal Consiglio europeo, riunitosi a Bruxelles il 18 e il 19 febbraio 2016.

 

In un’atmosfera dominata dall'esigenza di trovare un’intesa con il Regno Unito, per scongiurarne l’uscita dall‘Unione europea e di far fronte alla cosiddetta crisi migratoria e dei rifugiati, i 28 capi di stato e di governo 28 hanno convenuto un insieme di disposizioni che avranno effetto a partire dalla data in cui il governo del Regno Unito – espletato il referendum - informerà il Consiglio della sua decisione di restare o meno membro dell'Unione europea. Disposizioni che, per semplificare, possiamo riunire in due sottoinsiemi.

Da un lato, i leader europei hanno raggiunto un'intesa che rafforza lo status speciale del Regno Unito in seno all'UE, conferendogli maggiore peso rispetto alla governance economica (gestione dell'unione bancaria e ulteriore integrazione della zona euro) e maggiori margini di libertà rispetto alla sovranità (meno vincoli per il Regno Unito in rapporto a un'ulteriore integrazione politica dell'Unione europea).

Dall’altro lato - e di questo intendiamo parlare qui – sono state adottate diverse misure che non è esagerato definire epocali, tese a frenare il cosiddetto “abuso del diritto di libera circolazione delle persone”, riguardanti, più precisamente, gli assegni per i figli a carico e le “prestazioni a carattere non contributivo collegate all'esercizio di un'attività lavorativa”. 

Indicizzazione delle prestazioni per i figli a carico

Per quanto riguarda le prestazioni familiari per figli a carico, i leader europei hanno deciso che la Commissione elaborerà presto una proposta di modifica del regolamento 883/2004 sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, al fine di offrire agli Stati membri la possibilità di indicizzare l’importo delle prestazioni per figli a carico residenti in uno Stato membro diverso da quello in cui il genitore lavoratore soggiorna.  

In pratica, se secondo le regole attualmente in vigore – anzi, in vigore da più di mezzo secolo – un lavoratore italiano o polacco che lavora in Germania riceve i medesimi assegni familiari dei suoi colleghi tedeschi, indipendentemente dal paese di residenza dei figli, con le nuove regole gli assegni per i figli residenti nel paese d'origine saranno indicizzati al costo della vita nel paese di residenza, quindi dell'Italia o della Polonia nel nostro esempio, anche se il lavoratore in questione ha un salario tedesco, e versa, quindi, nelle casse fiscali e previdenziali della Germania gli stessi importi dei suoi colleghi tedeschi.

Detto così, sembrerebbe che le misure invocate siano solo, come dire, degli aggiustamenti. In realtà esse mettono in discussione i pilastri della libera circolazione delle persone e del coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale. Simili restrizioni erano del resto state già introdotte  in passato da alcuni stati membri, ma la Corte di giustizia dell'Unione europea ne aveva ordinato il ritiro, ricordando appunto che i lavoratori migranti “godono degli stessi vantaggi fiscali e sociali dei lavoratori nazionali” (art. 7.2 del regolamento UE 492/2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori).

Limitazione nell’accesso alle prestazioni assistenziali di welfare legate al lavoro

Con il pretesto di “tener conto del fattore di attrazione di cui gode uno Stato membro”, il Consiglio europeo ha anche approvato una proposta di modifica delle norme europee relative alla libera circolazione dei lavoratori. In pratica, il Consiglio ha ideato un cosiddetto “meccanismo di allerta e salvaguardia” che dovrebbe far fronte a ipotetiche “situazioni di afflusso di lavoratori provenienti da altri Stati membri di portata eccezionale”. Uno Stato membro, che desideri avvalersi di tale meccanismo, notificherebbe alla Commissione e al Consiglio l'esistenza di una siffatta situazione eccezionale, di entità tale – si badi bene - da “ledere aspetti essenziali del suo sistema di previdenza sociale”. Tale Stato membro sarebbe così autorizzato (con buona pace del Parlamento europeo che non viene neppure consultato) a limitare l'accesso dei lavoratori stranieri “nuovi arrivati” alle “prestazioni a carattere non contributivo collegate all'esercizio di un'attività lavorativa”, per un periodo totale massimo di quattro anni dall'inizio del rapporto di lavoro. Il meccanismo della limitazione prevede che un lavoratore sia inizialmente totalmente escluso dalle prestazioni assistenziali di welfare, per poi gradualmente acquisire qualche diritto, in funzione del “crescente collegamento del lavoratore con il mercato del lavoro dello Stato membro ospitante”.

Ma vediamo di cosa si tratta, esattamente. Nel Regno Unito, per esempio, esistono due prestazioni destinate a compensare la perdita di reddito per i lavoratori disoccupati. La prima, di tipo contributivo, che è subordinata al versamento di un certo numero di contributi assicurativi in un determinato lasso di tempo, e dura al massimo sei mesi. La seconda prestazione, cui si può accedere dopo i sei mesi, è di natura assistenziale ed è subordinata alla verifica di uno stato di bisogno e, dunque, è legata al reddito. Questa seconda prestazione spetta, di norma, anche a coloro che, pur essendo disoccupati, non hanno diritto alla prima prestazione contributiva, in ragione ad esempio di una carriera lavorativa breve e frammentata. Ed è proprio questa seconda prestazione che potrà essere negata ai lavoratori cittadini di un altro Stato europeo, anche se questi – non è inutile precisarlo – contribuiscono alle casse fiscali e previdenziali come gli altri lavoratori autoctoni.

 

Se l’effetto demagogico di una misura è più importante della sua efficacia

Va subito detto che, oltre a fare a pugni con decenni di giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, la premessa stessa su cui si basa l’accordo – ossia l’esistenza di “flussi di lavoratori di ampiezza tale da produrre effetti negativi sia per gli Stati membri di origine che per quelli di destinazione” - è smentita da tutte le analisi e da tutti gli studi finora conosciuti, compresi quelli della Commissione europea e dell’OCSE.

L’applicazione eventuale di simili regole restrittive avrebbe insomma solo un effetto demagogico. Il reale impatto sulle finanze sarebbe infatti trascurabile. Nel Regno Unito, su 13 milioni di bambini che ricevono assegni familiari, appena 34000, ossia meno del 0,3%, sono residenti in un altro Stato membro. In Germania, per fare un altro esempio, dei 14 milioni di bambini aventi diritto alle prestazioni familiari, solo lo 0,6% vive all'estero.

Una comunicazione della Commissione europea del 25 settembre 2014 mostra, cifre alla mano, come la popolazione “straniera” versa nelle casse dei paesi ospitanti, sotto forma di imposte e contributi,  più di quanto non riceva sotto forma di prestazioni e aiuti vari. Queste conclusioni si basavano su un rapporto indipendente realizzato da ICF GHK per la stessa Commissione europea nel 2013. Lo studio, infatti, ha dimostrato come, tra i beneficiari delle prestazioni sociali, la presenza degli stranieri fosse in realtà molto bassa: meno dell’ 1% in Austria, meno del 5% in Germania e Paesi Bassi per fare alcuni esempi. E per quanto riguarda la spesa nazionale per l'assistenza sanitaria, il costo attribuibile alla popolazione straniera è solo lo 0,2% in media.

Un’altra indagine dell'University College di Londra del novembre 2014, basato su dati ufficiali del governo, ha confrontato il contributo fiscale netto a quello dei vari gruppi di immigrati. Negli anni tra il 1995 e il 2011, il contributo fiscale netto degli stranieri europei è stato superiore a quello dei cittadini britannici, per oltre il 10%. E ancora. Nel giugno 2014, IZA World of Labor ha dimostrato come le singole decisioni in materia di immigrazione non siano state prese sulla base della relativa generosità dei sistemi sociali del paese ospitante. Al contrario, anche di fronte a un rischio più elevato di povertà, gli immigrati – anche cittadini UE - mostrano meno dipendenza dal welfare rispetto agli autoctoni. In breve, ancora una volta versano nelle casse dello Stato ospitante più di quanto ricevono. E anche quando gli immigrati beneficiano del welfare più intensamente dei cittadini nazionali, questo è dovuto alle differenze sociali, piuttosto che allo status di immigrazione di per sé.

Il luogo comune, insomma, secondo cui l’immigrazione approfitta della generosità dei sistemi sociali dei paesi ricchi è ampliamente smentito dalle statistiche internazionali. Secondo il Rapporto OCSE 2013 sulle migrazioni internazionali, la differenza tra i contributi sociali e fiscali versati dagli immigrati e le prestazioni da questi percepite è sempre a vantaggio dei paesi ospitanti e a discapito dei migranti (vedi tabella).

Come abbiamo già detto, agli occhi di un osservatore distratto, tali cambiamenti potrebbero sembrare soltanto degli aggiustamenti, dettati persino dal buon senso: lotta alle frodi e agli abusi, adeguamento delle prestazioni al costo della vita, eccetera. In realtà, come ha schiettamente affermato il Vice-Presidente della Commissione europea, si vuole separare l’accesso al mercato del lavoro dall’accesso alla protezione sociale. Se un tale principio venisse applicato oggi nei confronti di “stranieri” e “migranti”, non è difficile immaginare che in seguito lo stesso si potrà estendere a tutti gli altri lavoratori. Bruxelles, 7 marzo 2016

Carlo Caldarini, Direttore dell'Osservatorio Inca Cgil per le politiche sociali in Europa PE 7

 

 

 

 

Regno Unito. Brexit, contraddizioni bilaterali

 

Non è più un dibattito politico: lo scontro tra le due parti sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Unione europea Ue, è diventato una battaglia senza esclusioni di colpi retorici, un confronto sempre più serrato che rischia di guastare il partito dei Tories per decenni a venire.

 

Dalla seconda guerra mondiale in poi non si ricorda una scelta nazionale così discussa e sofferta, nemmeno nell’ambito del referendum scozzese. Quello che colpisce in tutta questa tempesta politica è l’assenza di qualsiasi considerazione di certe contraddizioni di fondo che caratterizzano le posizioni di entrambi le parti in causa.

 

Dribling di Brown

Il campo che sostiene la continuità del ruolo della Regno Unito nell’Unione - compreso il governo di David Cameron, evidentemente - non ha mai voluto spiegare come si riconcilia questa posizione con il fatto che i governi - di tutti i colori - che lo hanno preceduto, per 40 anni hanno frenato l’azione dell’Ue ogni qualvolta essa non corrispondeva alle loro preferenze o istinti nazionali, non hanno quasi mai contribuito alla sua evoluzione positiva, hanno sovente espresso il massimo dello scetticismo e del distacco.

 

Solo al Regno Unito sono state date una serie di garanzie, come quelle che non sarebbe mai stato obbligato ad aderirea all’euro né a partecipare a qualsiasi fondo di sostegno a un Paese della zona euro in difficoltà.

 

L’espressione più bizzarra di questo paradosso si trova nella figura di Gordon Brown, ex-Primo ministro ed euro-scettico lungo tutto il corso della sua pluri-decennale carriera politica. Oggi Brown insiste parlando di continuità senza fare il benché minimo riferimento al suo comportamento da Ministro del tesoro e poi capo del governo.

 

Era stato Brown a tenere il suo Paese lontano dall’euro e da qualsiasi cooperazione finanziaria europea; anche Brown ha aggiunto le sue richieste - soprattutto finanziarie - alla lunga lista di opt-outs di cui godono gli inglesi (più di ogni altra nazione dell’Ue). Brown ha inoltre firmato il Trattato di Lisbona con esplicita riluttanza e ha imposto come primo Alto Rappresentante per la Politica estera - una figura creata dal quel Trattato - Catherine Ashton, un personaggio privo di qualsiasi autorevolezza politica in casa e tantomeno all’estero.

 

Brown è solo il caso più ovvio di un comportamento che ha caratterizzato gran parte della classe politica nazionale nei confronti dell’Unione europea fin dall’inizio.

 

Avendo vinto tante battaglie in negativo, con o senza alleati - contro ogni forma di ‘idealismo’ europeo, contro l’unione politica, contro i principi sovranazionali, contro qualsiasi impostazione seria della politica estera e della difesa, a fovore dell’allargamento comunitario al fine di indebolire l’intera Ue - la classe di governo inglese che vuole rimanere nell’Ue non sente ora la necessità di suggerire un atteggiamento più costruttivo per favorire il rilancio del grande progetto in una fase particolarmente critica della sua esistenza.

 

Invece di sottolineare questa contraddizione, comunque, la parte pro-Brexit si è limitata a controbattere, appellandosi alla somma presunta dei costi-benefici a breve per la nazione, nel caso di un esito invece di un altro, e sulla possibilità (del tutto ipotetica) di ripristinare il controllo assoluto delle frontiere nazionali.

 

Brexiters

Il paradosso di fondo che caratterizza la posizione dei pro-Brexit è semmai ancora più ingombrante, anche perché più semplice e evidente. Mentre mette il recupero della sovranità nazionale al vertice delle sue preoccupazioni - ‘riprendiamo in mano il controllo del nostro paese - assiste inerme alla lunga mano straniera nel mondo manageriale e della finanza.

 

Muti sui problemi posti a tutti dalla globalizzazione, i Brexiters non esprimono alcun dubbio mentre porzioni significative delle industrie del gas, dell’acqua, dell’elettricità, delle ferrovie, delle telecomunicazioni, degli aeroporti finiscono in mano agli stranieri, commentando al massimo che è così che funzionano i mercati liberi. Incapaci di costruire da soli una centrale nucleare, il governo inglese ha affidato il progetto ad una combinazione di interessi statali francesi e cinesi.

 

Interessi stranieri nel Regno Unito

Mentre scriviamo, l’azienda finanziaria australiana proprietaria del sistema idrico londinese ha annunciato che metterà sul mercato alcuni pacchetti delle sue azioni (altri azionisti comprendono fondi di Abu Dhabi e Cina).

 

Intanto dilaga la crisi dell’acciaio scatenata dalla sovrapproduzione cinese e si scopre che quello che resta delle acciaierie britanniche è in mano ad interessi thailandesi e indiani.

 

La fiorente industria automobilistica inglese è interamente in mano ad aziende Usa, indiane, giapponesi ed europee. Le ferrovie scozzesi sono di proprietà del sistema nazionale olandese.Tra le risorse pubbliche non ancora vendute a qualche interesse straniero figurano per ora i camion dei pompieri londinesi: sono stati acquistati da un private equity inglese per £2 nel 2012.

 

Il Regno Unito dovrebbe assumere la Presidenza del Consiglio dei ministri europei nel 2017. Se vince la Brexit potrà ancora pretendere quel diritto? Se vincerà invece il partito della permanenza, quale misure costruttive potrà proporre per giustificare tanto rumore, mobilitazione e conflittualità?

David Ellwood, AffInt 6

 

 

 

 

Alle comunali pochi elettori e divisi. Solo in 13 Comuni dei 1363 è stato eletto il Sindaco. Il 19 giugno il ballottaggio

 

Il 19 giugno in Italia si ritorna alle urne per eleggere il Primo cittadino tra i primi 2 candidati prescelti, il 5 giugno, nei 1339 Comuni nei quali si è votato. I ballottaggi dipendono soprattutto dalla notevole astensione del 62,14% degli elettori. Un calo dovuto al lungo ponte della Festa della Repubblica e, forse, alla scarsa informazione popolare sui programmi dei partiti, spesso troppi (a Roma erano 11!), dei quali a volte non si conoscono gli ideatori e le opinioni, nonché alla scarsa onorabilità dei politici, spesso incapaci e corrotti. Come l’ex Sindaco di Roma, quell’Ignazio Marino, reo di tante manchevolezze, furti ed arroganze che hanno malridotto la Capitale, che tuttavia ha avuto la faccia tosta di ricandidarsi.

  Un astensionismo che 70 anni fa non esisteva, in quanto gli Italiani e, per la prima volta, le Italiane si prepararono a fare una cosa che non avevano mai fatto e forse neppure pensato: votare, concorrere a decidere il proprio destino, scegliere tra Monarchia e Repubblica. Poi è diventato il grande nemico delle elezioni, comunali, regionali o parlamentari che siano. Una diserzione che ha radici lontane, da alcuni analisti fatte risalire alla caduta del muro di Berlino nell'89 e che in Italia si espande sempre di più, a prova della definitiva perdita di valore e di gradimento dei partiti. Un trionfo dell'antipolitica che, da allora, si manifesta anche nelle elezioni comunali, in teoria le più sentite dai cittadini. Come risultato dai primi dati raccolti a mezzogiorno e a fine pomeriggio del 5 scorso: a votare, soprattutto nelle grandi città, si era recato solo il 17,99% dei 13 milioni di cittadini, 18.318 dei quali diciottenni.

  Alle 23, ora di chiusura dei seggi, risultavano un po’ di più, ma i dati sono rimasti bassi, in particolare nelle metropoli. A Roma ha votato il 58%; a Milano e a Torino il 61; a Bologna il 63,59. Partecipazione risultata più alta in alcuni Comuni più piccoli, tra i quali Brescia in Lombardia (70%) e, nel Lazio, Rieti (77%). E’ vero che, in democrazia, il voto è un diritto, ma anche un dovere che dovrebbe essere osservato. Però gli elettori decidono di volta in volta se votare e per chi. Magari dando la preferenza ad un ex sindaco, scelto per quanto ha concretizzato o promesso durante il precedente mandato.

  Come hanno fatto i Napoletani che hanno votato per Luigi de Magistris che aveva garantito l'addio a Equitalia, molto odiata dai concittadini, sponsorizzato una proposta di legge per trasformare Napoli in un “Comune a statuto speciale con autonomia finanziaria e legislativa”, e distribuito ai senzatetto molti alloggi popolari delle periferie. Cittadini riconoscenti, quindi, ai quali si sono aggiunti quelli che lo hanno prescelto, malgrado le tante sue inadempienze ed irregolarità , non per convinzione personale o gratitudine, ma solo per disprezzo verso il Premier, avendo egli sempre detto di essere un convinto oppositore di Matteo Renzi.

  Un antirenzismo alquanto diffuso, in Italia, il quale probabilmente ha causato il fatto che solo 8 esponenti del Pd (nelle precedenti elezioni del 2011 erano stati 22!) andranno al ballottaggio nei Comuni a tradizionale conduzione di sinistra. Unica eccezione quella del piddino Massimo Zedda che, a Cagliari, ha ottenuto l'immediata riconferma con consensi oltre il 50,96%. Ovviamente scontata, invece, la rapida elezione di un candidato di sinistra, se nella lista elettorale c’è solo il suo nome, come successo in alcuni Comuni della Provincia di Torino.

  E’ andato meglio il centrodestra nelle città nelle quali è rimasto unito e concorde, visto che i suoi candidati andranno al ballottaggio in 25 Capoluoghi di provincia (Milano, Napoli, Bologna, Trieste, Varese, Grosseto, Ravenna, Olbia e Caserta) e in 10 Comuni. Resta, però, il fatto che, pur avendo, in molte zone, prevalso sugli altri partiti ha perso voti a causa delle divisioni interne e dei conflitti sulla scelta del candidato, come successo a Roma tra Berlusconi, il leghista Salvini e la Meloni di Fratelli d’Italia. Il che ha fatto sì che ad Isernia si contenderanno il ruolo di Sindaco il candidato di Forza Italia e quello di Fratelli d’Italia. Staremo a vedere di che entità sarà l’astensionismo il prossimo 19 giugno.

  Forse sarà ancora alto, anche perché, spesso, i sindaci sono corrotti o corruttibili, perdono credibilità, urlano insulti ed esercitano male la loro funzione. Tuttavia, i cittadini dovrebbero andare alle urne, perché i risultati delle Amministrative li coinvolgono e contribuiscono a determinare una equilibrata tenuta della città, dal punto di vista territoriale, lavorativo ed imprenditoriale. C’è da sperare che gli elettori se ne rendano conto. Perché a loro spetta l’ardua sentenza.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Nell'Italia senza immigrati 450 mila aziende in meno

 

Censis: l'integrazione che parte dal basso è un modello che funziona. Senza stranieri rischieremmo il crac demografico, avremmo 2,6 milioni di under 35 in meno e perderemmo 700 mila lavoratori domestici. Confcommercio: le ombre dietro le cifre. De Rita: "Per gli immigrati di seconda generazione il sistema attuale non basterà" - di LUISA GRION

 

Roma. C'è l'ondata migratoria, ci sono gli sbarchi, la difficoltà e i costi nel gestire di arrivi, ma ci sono anche le imprese che nascono, le famiglie che vanno avanti grazie all'aiuto delle badanti straniere e c'è una  comunità che in qualche modo regge l'urto. Il modello d'integrazione targato Italia tiene - assicura il Censis -  e non riporta i disagi prodotti in altri Paesi,"banlieue" francese in testa. Proprio dagli stranieri arriva una spinta alla economia. E' vero che il numero complessivo degli ospiti nelle strutture di prima e seconda accoglienza è passato dai 22.118 del 2013 ai 123.038 del 2016, con un aumento del 456 per cento. Ma fra chi arrriva in Italia c'è voglia di fare e una vitalità che  porta a sperimentarsi anche nelle attività di piccola impresa: secondo i dati del primo trimestre del 2016 i titolari d’impresa stranieri sono 449.000, rappresentano il 14 per cento del totale e sono cresciuti del 49 per cento dal 2008 a oggi, mentre nello stesso periodo le imprese guidate da italiani diminuivano dell’11,2. Particolarmente elevata la propensione al commercio e all'edilizia.

 

Non solo badanti. La perdita dei migranti , nel mercato del lavoro, comporterebbe la  rinunciare a 693.000 lavoratori domestici (il 77 per cento del totale), che integrano con servizi a basso costo e di buona qualità quanto il sistema di welfare pubblico non è più in grado di garantire.  Oltre il 36 per cento di stranieri è occupato in mansioni non qualificate che gli italiani non sarebbero più disposti a  svolgere, ma non solo, il rapporto di dare e avere paga  anche sotto il profilo previdenziale e lascia i cittadini italiani in una posizione di vantaggio: i migranti che percepiscono una pensione in Italia sono 141.000, nemmeno l’1 per cento degli oltre 16 milioni di pensionati italiani. Quelli che beneficiano di altre prestazioni di sostegno del reddito sono 122.000, vale a dire il 4,2 per cento del totale.

 

Più giovani e con più figli. Senza gli immigrati l'Italia sarebbe un Paese con 2,6 milioni di giovani under 34 in meno. Gli stranieri immigrati sono mediamente più giovani e mostrano una maggiore propensione a fare figli, lo dimostra il fatto che le nascite da almeno un genitore straniero in Italia fanno registrare un costante aumento: più 4 per cento dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4 delle nascite da entrambi i genitori italiani; dei 488.000 bambini nati in Italia nel 2015, anno in cui si è avuto il minor numero di nati dall’Unità, solo 387.000 sono nati da entrambi i genitori italiani, mentre 73.000 (il 15 per cento) hanno entrambi i genitori stranieri e 28.000 (quasi il 6) hanno un genitore straniero.

 

Il territorio. Il Censis parla di una "integrazione  molecolare", diffusa sul territorio che ha porta oltre 5 milioni di stranieri ( l’8,2 per cento della popolazione complessiva), appartenenti a 197 comunità diverse, a vivere e a risiedere stabilmente nel nostro Paese con minori rischi di etnodisagio rispetto ad altre comunità europee.. Brescia e Milano sono i due comuni italiani con più di 50.000 residenti che presentano la maggiore concentrazione di stranieri, che però in entrambi i casi è pari  al 18,6 per cento della popolazione. Seguono Piacenza, in cui gli stranieri rappresentano il 18,2 dei residenti, e Prato con il 17,9.

 

Le ombre.  Tutte cifre in positivo dunque ?  Per Mariano Bella, responsabile del Centro studi Confcommercio no. "Guardando dentro ai numeri non possiamo  far finta di credere che al lavoro corrisponda sempre l'integrazione" ha detto intervenendo al convegno del Censis sui modelli di integrazione. "Negli ultimi sette anni, nei centri storici,  il commercio fisso ha perso il 15 per cento, quello ambulante è aumentato del 62. Le microimprese nazionali sono diminuite, quelle gestite da stranieri sono lievitate del 46 per cento,  nel settore del commercio e della ristorazione addirittura del 63 per cento. E' vero che le italiane non vogliono fare più fare  le badanti, ma paghiamole di più e saranno disposte a farlo: la realtà è che è stato  innescato un meccanismo di prezzi più bassi, qualità più bassa, redditi più bassi che avrà  effetti  sull'economia interna e sull'impoverimento dell'economia".

 

Il modello di integrazione. Analisi, quelle mosse dal responsabile del Centro studi Confcommercio,che per Giuseppe De Rita, presidente del Censis, eidenziano  la nuova dimensione del problema. "E' vero - ha detto - che il modello attuale di integrazione dal basso per la prima generazioni di immigrati ha funzionato. Ma non è detto che il "piccolo", l'integrazione che parte

dall'accoglienza, possa in futuro bastare. E' aumentata la dimensione critica del problema, la crisi economica va declinata anche tenendo conto di questa variazione. Questo  è uno dei principali temi sui quali dovremo confrontarci nei prossimi venti anni". LR 8

 

 

 

Riforma Comites e Cgie: parte la consultazione (fino al 31 luglio)

 

Una missiva del segretario generale, Michele Schiavone, invita Comites e associazioni italiane all'estero a formulare proposte, tenendo in conto di entrambi gli esiti del referendum costituzionale di ottobre

 

ROMA – Il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, ha inviato una lettera ai consiglieri del Cgie, ai Comites e alle associazioni degli italiani all'estero per sollecitare la loro partecipazione “all’elaborazione di una proposta di riforma dei Comites e del Cgie”, percorso di consultazione anticipato da Schiavone a margine della recente riunione del Comitato di presidenza dl Cgie svoltasi alla Farnesina (vedi http://comunicazioneinform.it/alla-farnesina-la-riunione-del-comitato-di-presidenza/) e che dovrebbe condurre alla definizione di una proposta condivisa da presentare al Governo entro la fine di quest'anno.

La “consultazione allargata” sollecitata nella missiva riguarda dunque “la natura, le funzioni e i compiti” di Comites e Cgie, riflessione che non dovrà essere “basata soltanto sul presente, ma proiettata nel futuro” di tali organismi, “nel quadro dell’intera piramide della rappresentanza degli italiani all’estero che culmina con la presenza dei parlamentari eletti all’estero”.

“In questa visione ci si dovrà esprimere facendo riferimento anche ai possibili risultati del referendum di ottobre, vale a dire: da un lato alla conferma referendaria della riforma del Senato, da cui – ricorda il segretario generale - sono esclusi i 6 senatori eletti all’estero, creando quindi l’esigenza di ridefinire il rapporto delle comunità attraverso Comites e Cgie con le Regioni e le autonomie territoriali; dall'altro alla eventuale mancata approvazione referendaria, con la conseguenza che i parlamentari eletti all’estero rimangono anche al Senato e prevedere due soluzioni diverse che rispondano alle due situazioni possibili”.

“Soltanto dalla definizione della natura di Comites e Cgie – ribadisce Schiavone - potrà discendere la precisazione dei loro: rispettivi compiti e facoltà; composizione; meccanismo elettorale; incandidabilità e ineleggibilità di alcune categorie di persone; coinvolgimento attivo degli esponenti della nuova emigrazione; organi interni di Comites e Cgie; altro che reputeranno utile”. La richiesta è quella di inoltrare i suggerimenti all'indirizzo: cgie.segreteria@esteri.it, entro il 31 luglio 2016. (Inform 9)

 

 

 

 

Seminario per gli insegnanti di Italiano delle Università di Regensburg e Erlangen-Norimberga

 

Regensburg - La crisi della moneta unica ha suscitato in Italia, come in altri Paesi europei, un vivace dibattito sul ruolo della Germania nell'ambito dell'UE. La discussione, iniziata principalmente sul piano economico e politico, è scivolata ben presto in una direzione che si potrebbe definire nazional-antropologica. Con l'inasprirsi della crisi, anche in Germania si sono levate voci che chiamavano in causa il presunto carattere nazionale degli italiani e gli stereotipi che ne derivano. Si constata dunque una diffusa propensione a ridurre stati, nazioni e culture a meri clichés.

Da queste riflessioni è partito il seminario di aggiornamento per insegnanti di Italiano delle Università di Regensburg e Erlangen-Norimberga organizzato sabato 11 giugno dall'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, in collaborazione con le due università e con il Consolato Generale d'Italia di Monaco e lo Staatsinstitut für Schulqualität und Bildungsforschung (ISB).

"Italia – Germania – Europa" è il titolo del seminario, tenuto dalle ore 9.30 alle 17.00 presso l'Istituto di Romanistica dell'Università di Regensburg e svolto in lingua italiana.

Luigi Reitani, germanista dell'Università di Udine e attuale direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Berlino, si è cimentato nell'analisi di questo fenomeno, cui egli contrappone un paradigma in base al quale i contatti transfrontalieri e il reale dialogo fra le culture sono essenziali. Un paradigma che Reitani individua proprio nella Germania del secondo dopoguerra. Prendendo spunto dal suo libro "Germania europea - Europa tedesca" (Salerno editrice 2014), il seminario ha inteso riflettere sui rapporti fra l'Italia e la Germania nell'attuale contesto sociopolitico internazionale, concentrandoci sull'immagine di sé e sull'immagine reciproca che i due Paesi coltivano, per poi discutere e sperimentare alcune attività didattiche finalizzate a sensibilizzare i giovani su questi temi. Dip 12 

 

 

 

A Berlino, Wolsfsburg e Monaco di Baviera si può firmare per il sì al referendum costituzionale

 

“E’ significativo vedere che anche gli italiani all’estero si danno da fare per promuovere il SI’ al referendum sulla riforma costituzionale - quella riforma che aspettiamo da trent’anni. In diverse città europee, fra le quali Berlino, Monaco di Baviera, Stoccolma, Wolfsburg è già possibile firmare presso le nostre sedi diplomatiche grazie alla raccolta firme promossa dai Comitati per il SI. Per firmare non bisogna essere per forza iscritti all’AIRE, quindi possono farlo anche gli italiani temporaneamente all’estero, come gli Erasmus. Basta portare con sé un documento di identità valido, così da potere procedere all'autenticazione della firma da parte delle autorità diplomatiche.”. Così Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, commentando la raccolta delle firme per il SI’ al referendum costituzionale di ottobre, promossa in diverse città europee.

 

Qui di seguito gli avvisi con le informazioni predisposte dalle nostre sedi diplomatiche, con i rispettivi orari per l'autenticazione delle firme:

 

http://www.consmonacodibaviera.esteri.it/Consolato_MonacodiBaviera/it/i_servizi/per_i_cittadini/servizi_elettorali/referendum/referendum.html

 

http://www.ambberlino.esteri.it/ambasciata_berlino/it/ambasciata/news/dall_ambasciata/2016/05/referendum-2016-campagna-per-la.html

 

http://www.conswolfsburg.esteri.it/NR/rdonlyres/BF2CE552-1F34-4D87-8316-D2B1F50FCDC0/81813/raccoltafirme3.pdf   de.it.press 9

 

 

 

 

 

Conversazione italo-tedesca ad Amburgo con gli scrittori Feridun Zaimoglu e Federico Italiano

 

Amburgo - Giovedì 9 giugno presso l'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, gli scrittori Feridun Zaimoglu e Federico Italiano in una conversazione italo-tedesca, hanno coinvolto il pubblico in un viaggio immaginario attraverso i due paesi dei nostri giorni.

Fahrkarte nach Italien – Biglietto per la Germania– questo è il titolo della conversazione italo-tedesca che giovedì 9 giugno ha coinvolti gli scrittori Feridun Zaimoglu, nato in Anatolia,  e Federico Italiano, nato a Galliate, tra il Ticino e Novara, in un viaggio immaginario tra l'Italia e la Germania di oggi.

Nell'anno 1816 fu pubblicato per la prima volta “Viaggio in Italia” di Johann Wolfgang Goethe. Questo racconto di viaggio ha lasciato un forte segno per 200 anni nell'immaginario tedesco dell'Italia. Ma oggi cosa succede se compriamo un biglietto per l'Italia? Come vivono i tedeschi, da una prospettiva moderna, quello che una volta era il loro “Sehnsuchtsland”? E, viceversa, cosa pensano gli italiani della Germania? Da sempre i due paesi sono collegati da rapporti culturali e politici privilegiati, espressi in molte manifestazioni letterarie che sino ai giorni più recenti hanno rappresentato questa mutuale interdipendenza.

Feridun Zaimoglu è nato a Bolu in Anatolia nel 1964 e ha trascorso i primi vent'anni a Monaco di Baviera, Berlino e Bonn. Nel 1985 si è trasferito a Kiel per studiare Arte e medicina. Per i suoi genitori la Turchia è la loro patria. Per lui invece lo è la Germania e la sua città Kiel.  Nel  2007 ha trascorso come borsista un intero anno a Roma, a Villa Massimo, per conoscere di persona la città e i suoi abitanti. Gli incontri sorprendenti e variegati e le storie che ruotano attorno alla città eterna sono raccontati con una brillante concisione. Feridun Zaimoglu riesce, non appesantito dalla italofilia tedesco-romantica, a svelare in modo tutto nuovo il fascino di questa città.

Federico Italiano, invece, nasce nel 1978 a Galliate in provincia di Novara. Ha pubblicato cinque libri di poesia, che sono state tradotti in tedesco, spagnolo, inglese, rumeno, albanese ed ebraico.

Presso l’editore londinese Routledge, sta per uscire (metà giugno) il suo saggio Translation and Geography. E' ricercatore presso l'Accademia Austriaca delle Scienze a Vienna e insegna Letterature Comparate nelle Università di Monaco di Baviera e di Innsbruck. Italiano si interessa alla relazione delle due lingue in qualità di studioso di letteratura. Traduce dal tedesco all'italiano e viceversa, riproducendo questo interscambio linguistico in ognuna delle sue poesie con espressioni ricche di impatto.

L'evento è stato organizzato dall'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con gli Istituti di Germanistica  e di Romanistica dell'Università di Amburgo e con la casa editrice Kiwi.

La conversazione “Fahrkarte nach Italien – biglietto per la Germania” è stata moderata da Francesca Bravi dell'Istituto di Romanistica di Kiel. Dip 11

 

 

 

 

A Francoforte: “Competenza interculturale come chiave di successo sul mercato globale”

 

Francoforet. ITKAM in collaborazione con il Consolato Generala d’Italia a Francoforte, la Frankfurter Stiftung für Deutsch-Italienische Studien e la Deutsch-Italienische Vereinigung invita al prossimo evento della serie ITKAM-COLLOQUIA 2016 dal titolo “Competenza interculturale come chiave di successo sul mercato globale”.  

L’evento si terrà il 23 giugno 2016 a partire dalle ore 18:00 presso la sede della Frankfurter Stiftung für Deutsch-Italienische Studien (Arndtstr. 12, D-60325 Frankfurt).

Il Prof. Giacomo Marramao, Professore Ordinario di Filosofia teoretica e Filosofia politica all'Università di Roma III, approfondirà una serie di tematiche, in particolare in relazione agli aspetti relativi alla compresenza e coabitazione conflittuale di due logiche nel mondo globalizzato: la logica della uniformazione e quella della differenziazione. Quanto più procede l'interdipendenza economico-finanziaria e tecnologico-comunicativa, tanto più vediamo differenziarsi le diverse aree e i diversi contesti sociali del pianeta. Si tratta ora di comprendere la natura di questa differenziazione. Nell'attuale Babele globale, essa non è meccanicamente riconducibile a un fattore pure molto rilevante come la diseguaglianza, ma dipende in larga misura da fattori etico-culturali, religiosi e identitari che, modellando le forme di vita delle società, finiscono per incidere profondamente sui criteri di scelta, sui consumi e sulla gerarchia delle preferenze.

Attraverso queste e altre tematiche si arriva all'interrogativo finale della conferenza: in che misura la prospettiva delineata finora in modo pragmatico e accorto dalla Germania e dall'Italia è in grado di sottrarsi all'impasse del modello assimilazionista repubblicano di matrice francese e il modello multiculturalista "a mosaico" britannico? in che modo potrebbe dar luogo a un "universalismo della differenza" che si proietti al di là dell'universalismo identitario e dell'antiuniversalismo delle differenze blindate?   

La partecipazione è gratuita ma è necessario registrarsi all’evento mandando una mail con i propri dati di contatto all’indirizzo mail: mvacca@itkam.org oppure compilando il modulo online (www.itkam.org).                                                    

Programma

Ore 18:00 Registrazione dei partecipanti

Ore 18:15 Saluto Prof. Dott. Ing. Emanuele Gatti, Presidente della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM)

S.E. Maurizio Canfora, Console Generale d’Italia a Francoforte

PD Dr. Caroline Lüderssen, Frankfurter Stiftung für Deutsch-Italienische Studien

Intervento: Prof. Giacomo Marramao, Professore Ordinario di Filosofia teoretica e Filosofia politica all'Università di Roma III

Gli ospiti avranno la possibilità di intervenire attivamente

Ore 19:15 Buffet

Ore 20:00 Fine dell’evento

Per ulteriori informazioni andare al sito www.itkam.org. (Itakam/dip)   

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia

 

Radio Colonia va in onda ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 19 alle 20, sulle frequenze di Funkhaus Europa e in streaming in internet. La nuova homepage

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/

 

09.06.2016. Ancora paura e rabbia a Rosarno

Dopo il dramma del migrante ucciso da un carabiniere nella tendopoli di Rosarno, in Calabria, si teme una rivolta come sei anni fa.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/rosarno-paura-rabbia-100.html

 

Hillary è già nella storia. Hillary Clinton è la prima candidata donna a Presidente degli Stati Uniti. Una candidatura preparata da decenni di lavoro. Fino a novembre sarà lotta serrata con il candidato repubblicano Donald Trump.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/hillary-clinton-primo-traguardo-100.html

 

"L'amore devi seguirlo". È il titolo, diretto e autentico, che Nada ha scelto per il suo ultimo album, un disco di dieci canzoni nato tra le mura di casa Malanima, in un luogo magico come la sua musica: la Maremma.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/nada-cantautrice-100.html

 

08.06.2016. Il Brexit e gli italiani di Londra

I nostri connazionali che vivono nella capitale inglese e nel Regno Unito non potranno votare al referendum, ma se la Gran Bretagna dice no all'Europa molte cose cambieranno anche per loro.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/brexit-italiani-100.html

 

Sette brevi lezioni di fisica

Dalla teoria della relatività, al Big Bounce. Un salto nel mondo affascinante della fisica. Il bestseller del fisico Carlo Rovelli, ora anche in tedesco.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/lezioni-fisica-100.html

 

Gemellaggio Palermo-Düsseldorf. Il 4 giugno a Düsseldorf si è svolta la prima festa per celebrare il patto di gemellaggio tra il capoluogo renano e Palermo. Un evento che ha portato il mediterraneo lungo le sponde del Reno.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/palermo-duesseldorf-100.html

 

07.06.2016. In mano cinese

La Cina sta investendo sempre di più in Europa. Nel mirino l'high tech tedesco ma anche moda, agroalimentare e settore finanziario italiano.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/europa-in-mano-cinese-100.html

 

Mozambico tra sviluppo e povertà. Nonostante l'economia cresca, metà della popolazione mozambicana continua a vivere sotto la soglia della povertà. Multinazionali e governo si dividono i guadagni.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mozambico-sviluppo-poverta-100.html

 

Tutti a casa. Cento anni fa nasceva Luigi Comencini, il padre della commedia all'italiana. Lo ricordiamo con il suo capolavoro.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/tutti-a-casa-luigi-comencini-100.html

 

06.06.2016. Il più grande di tutti. È Mohammed Ali, il più grande pugile della storia. A pochi giorni dalla sua morte lo ricordiamo con Andrea Bacci autore del libro: Mohammed Ali. storia di una rivoluzione.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/mohammed-ali-100.html

 

Amministrative 2016. Il M5S vola a Roma, PD in affanno, Forza Italia in difficoltà. Ballottaggi anche a Milano, Napoli e Torino. L'analisi del direttore del quotidiano Libero, Pietro Senaldi.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/comunali-italia-100.html

 

03.06.2016. A Roma vota tutto il mondo. Sono molti gli stranieri di seconda generazione che si candidano alle comunali di domenica 5 giugno: per migliorare la loro città, e per rappresentare chi ha poca voce nella Capitale.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/roma-vota-tutto-mondo-100.html

 

Islamisti in Germania. Dopo lo stop alla cellula islamista di "Düsseldorf" facciamo il punto con i dati ufficiali: quanti sono i jihadisti sotto osservazione in Germania? E c'è un legame fra estremisti e profughi?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/islamisti-germania-100.html

 

 Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

 

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

 

“Piazza Francoforte” scrive ai soci: proprio stand alla parata delle culture

 

La parata delle culture il 25 giugno è alle porte! Siamo lieti di comunicarvi che il nostro stand sarà in una posizione strategica e centralissima sulla riva del Meno all'angolo col Römer, contiamo quindi di avere un grande afflusso di persone. Progettiamo anche di acquistare un banner per attirare maggiormente l'attenzione e ci sarà anche qualche altra piacevole sopresa.

 

È quindi un'occasione d'oro per le vostre associazioni di potersi presentare senza dover spendere troppe energie alla città di Francoforte e poter allacciare nuovi contatti, oltre a godersi lo spettacolo di questa bella festa dal di dentro.

 

La partecipazione si articola in due parti:

1) presenziare, anche per un breve periodo, presentando sia il lavoro di Piazza Francoforte ma ovviamente anche quello della propria associazione o della propria attività.

2) in caso siate impediti, affidarci volantini, materiale pubblicitario, give away e quanto altro che presenteremo doviziosamente in vostro nome.

 

Rispondeteci a breve termine (anche in caso negativo) e non lasciatevi scappare questa occasione! Anche solo una-due ore, non è necessario sacrificare tutta la giornata. Appena avremo le adesioni coordineremo i turni. Sabato e domenica se venite alla festa del giubileo alla missione - a cui siete caldamente invitati (cliccate su https://sites.google.com/site/cciffm/home/news/11-12giugno50dellacomunitadifrancofortecentro) - potete lasciarci la documentazione.

Ulteriori informazioni sulla manifestazioni si possono trovare qui:

Parade der Kulturen – 25. Juni 2016

 

Do qui poi il benvenuto ufficiale a tre nuovi soci: Valeria La Giglia, Matteo Minden e Francesco Santagada. Ho aggiunto il loro indirizzo di posta elettronica in modo da agevolare la comunicazione. Altre persone interessate si uniranno a breve a noi.

 

Su segnalazione della nostra socia Gabriella Zanier vi alleghiamo un volantino su un'interessantissimo corso di formazione gratuito per diventare "Inklusionswegweiser", accompagnatori per persone portatrici di handicap di origine straniera. Sarebbe bello che ci fosse qualche italiano tra questi, no? Magari qualcuno di voi?

 

Troverete in allegato anche il verbale della scorsa riunione in tedesco. Ho eliminato le informazione date da Cosetta sul Finanzamt e la Gemeinnützigkeit, dopo una telefonata al Finanzamt si sono rivelate (per fortuna) completamente scorrette, e siccome il verbale doveva essere consegnato all'Amtsgericht non mi è sembrato il caso.

Katia Letizia Lohr Vorsitzende, Raffaele Buono stellv. Vorsitzender

 

 

                                                

       

Francoforte. Il circolo sardo invita alla “Parade der Kulturen 2016” (sabato 25 giugno)

 

La presente ha lo scopo di invitare tutte le associazioni italiane del distretto Rhein-Main a diffondere via mass-media online, giornali, radio & newsletter l'evento "Parade der Kulturen" di sabato 25 giugno.

http://www.parade-der-kulturen.de/aufruf_it.html  (in lingua italiana)

 

Invito tutta la collettivita' italiana di Francoforte e dintorni  a partecipare alla Parade der Kulturen che si terrà sabato, 25 giungo 2016. 

 

A seguito, la lista delle associazioni italiane già iscritte che saranno presenti con un proprio stand: http://www.parade-der-kulturen.de/mitwirkende.html

 

* Indipendentemente di una  partecipazone con una  stand al *MARKT DER KULTUREN * ogni gruppo o singola persona puo partecipare al corteo di dimostranti. INFO http://www.parade-der-kulturen.de/programm.html#demozug 

 

I membri del Circolo Sardo Maria Carta vogliono dare la possibilità alle varie associazioni & mass-media online & riviste & radio italiane di presentarsi e unirsi a noi per comunicare alla città e ai visitatori le varie possibilita' e progetti offerti dagli enti italiani di Francoforte.

 

Vi invito pertanto anche se con breve preavviso 

* La spesa dello stand (culinario +info) del Circolo sardo  sara' di 180+50 Euro.

 

Saremmo lieti di avere il vs. sostegno sia come ospiti che come collaboratori.

Ulteriori informazioni per quanto riguarda il programma: http://www.parade-der-kulturen.de/programm.html

 

Ben accettati sono volantini (flyers) da lasciare agli stands per diffondere la conoscenza delle varie attivita'.

 

Gli stand italiani alla parade delle culture saranno posizionati vicino in modo da lasciare un' impronta "made in italy" nella citta' e poter trasmettere l' italianità francofortese sia ai nuovi arrivati  che ai visitatori che ancora non sono familiari con le diverse possibilita' ed attivita' offerte a Francoforte.

Ringraziandovi anticipatamente per la vs. cortese attenzione, rimango fiduciosa per una cospicua partecipazione.  

Tiziana, circolo sardo culturale MariaCarta RheinMain FFM, 015773965103

https://de-de.facebook.com/Centro-Sardo-Maria-Carta-di-Francoforte-sul-Meno-240641985961797/

http://www.parade-der-kulturen.de/das-projekt.html#veranstalter  (de.it.press)

 

 

 

 

IIC-Colonia: incontro letterarrio su Pier Paolo Pasolini

 

Colonia. Giovedì, 16 giugno 2016, ore 17.30 - 19.00, nella biblioteca dell'Istituto

Italiano di Cultura di Colonia (Universitätsstr. 81), ha luogo l’incontri letterario “Pier Paolo Pasolini”

 In occasione del quarantesimo anniversario della tragica morte di Pasolini l'Associazione degli Amici dell’Istituto intende dedicare alla figura di questo intellettuale controverso un incontro che si pone l'obiettivo di avvicinare i lettori alla sua ricchissima e ambivalente produzione letteraria e artistica. 

Gli incontri letterari sono destinati ai membri dell'Associazione degli Amici dell’Istituto. I non-menbri che vogliono conoscerci sono anche benvenuti!

Ingresso gratuito. Vi preghiamo di voler comunicare la vostra partecipazione al tel. (0221) 404816 o eMail freunde.iiccolonia@t-online.de. IIC-Colonia

 

 

 

 

 

Angela Merkel la donna più influente del mondo. La Mogherini nella top 20

 

Bruxelles– “Sono “le più intelligenti e le più forti del mondo di oggi”. Nell’annuale classifica stilata dalla rivista Forbes, campeggiano i nomi delle cento donne più potenti del 2016. E a primeggiare su tutte è una leader europea: Angela Merkel. La Cancelliera tedesca, confermata per la sesta volta al primo posto della graduatoria, è più influente anche di Hillary Clinton. L’americana, appena diventata la prima donna nella storia candidata alla presidenza Usa, si ferma così in seconda posizione (pronta, in caso di vittoria, a passare alla prima). Al terzo posto c’è Janet Yellen, presidentessa della Federal Reserve”. A spulciare la classifica, con particolare attenzione all’Europa, è stata Federica Villa per “Eunews”, quotidiano online diretto a Bruxelles da Lorenzo Robustelli.

“Per l’Italia, sono tre i nomi che compaiono in classifica. Il primo è quello di Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che è 19esima.

Seguono la stilista Miuccia Prada, 79esima, e la direttrice generale del Cern di Ginevra, Fabiola Gianotti, 84esima.

Mogherini, nell’ultimo anno, ha scalato 17 posizioni, dato che nella classifica del 2015 era al 36esimo posto. Il suo nome non compariva invece nell’elenco del 2014, cioè in quello stilato prima che l’italiana ricoprisse il ruolo di Alto rappresentante Ue.

Mogherini ha superato in classifica grandi nomi internazionali come quello, per esempio, di sua Maestà la Regina Elisabetta, ferma in 29esima posizione, ma con un primato: è la più anziana delle cento.

Come ogni anno, Forbes si è basato su quattro parametri per stilare l’elenco: denaro (sia patrimonio netto che ricavi per le manager, o PIL per le politiche), presenza sui media, sfere di influenza e d’impatto. I parametri sono stati valutati in ognuno dei contesti di competenza delle donne, quindi nel campo della politica, dei media, della tecnologia, degli affari, della finanza o della filantropia.

Poi la valutazione è stata fatta anche al di fuori di questi ambiti, per avere una visione completa. In totale, nell’elenco compaiono 12 leader mondiali, 32 amministratrici delegate e 11 miliardarie, nove delle quali hanno fondato le proprie aziende da sole”. (aise 9) 

 

 

 

 

 

Crisi Ue, all'inizio dell'onda populista quella solidarietà europea infranta da Merkel-Sarkozy

 

Dopo la dichiarazione di Deauville, in Normandia, il crac dei debiti sovrani si trasformò nell’attacco dei mercati mondiali. Prima del fiscal compact

di ANDREA BONANNI

 

BRUXELLES. Il tramonto autunnale, sulla lunga passeggiata a mare di Deauville, è da mozzare il fiato. Angela Merkel e Nicholas Sarkozy si fanno ritrarre dai fotografi mentre camminano fianco a fianco: sorridenti e complici, i cappotti sbottonati per approfittare degli ultimi tepori di stagione. È lunedì 18 ottobre 2010 e da questa località balneare della Normandia la coppia franco-tedesca sta per scatenare, forse senza neppure rendersene conto, la peggior tempesta finanziaria che si sia mai abbattuta sull'Europa.

 

La dichiarazione di Deauville segna il punto in cui la crisi dei debiti sovrani, che si è abbattuta sull'Europa già dal 2008, si trasforma in un attacco convergente dei mercati mondiali contro la capacità di tenuta dell'euro. "Merkel e Sarkozy pensavano di poter governare la situazione in due - ricorda ora Mario Monti - Quello fu il momento più alto dell'egemonia franco-tedesca in Europa. Invece innescarono una turbativa dei mercati che sarà ricomposta solo dal summit del giugno 2012, dopo che l'elezione di Hollande aveva messo fine al binomio esclusivo tra il presidente francese e la cancelliera tedesca".

 

L'incontro Merkel-Sarkozy avviene in un momento critico, ma non ancora drammatico. Ungheria, Romania e Lituania hanno già dovuto fare appello a prestiti internazionali per salvare le finanze pubbliche. Ma sono fuori dall'euro. Tra i Paesi della moneta unica, soltanto la Grecia è ricorsa a un prestito europeo. Tuttavia è chiaro che la situazione non può che peggiorare e che l'unione monetaria non ha gli strumenti normativi per fronteggiarla. Merkel vuole evitare che la catena dei salvataggi si allunghi troppo. Pretende sanzioni più dure per i governi che non rispettano il Patto di stabilità. Chiede una riforma dei Trattati che indurisca le regole della disciplina di bilancio. E soprattutto non vuole sobbarcarsi l'onere del salvataggio finanziario di Atene. Sarkozy prova ad ammorbidire le posizioni più dure della Cancelliera. Ma alla fine, come sempre, cede praticamente su tutta la linea.

 

Al termine della passeggiata di Dauville, Merkel e Sarkozy diramano un comunicato in cui chiedono la creazione di un sistema permanente di gestione delle crisi debitorie. Ma il comunicato, in sè abbastanza generico, contiene una formuletta destinata a cambiare la storia: " private sector involvement ". I mercati gli affibbieranno l'acronimo "Psi" e ne faranno la bandiera sotto cui andare all'assalto dell'euro. Nel meccanismo di salvataggio, dice l'asse franco-tedesco, deve essere coinvolto "anche il settore privato". In altre parole, se un Paese si trova in stato di insolvenza, chi detiene i suoi titoli di stato dovrà pagarne le conseguenze subendo un taglio del loro valore nominale.

 

La dichiarazione di Deauville rompe un tabù non detto e nemmeno scritto: per la prima volta viene apertamente evocata la possibilità che un Paese dell'area euro possa fare bancarotta. E che questa bancarotta possa essere pagata da chi ne detiene i titoli di debito. Fino ad alloora, anche se i Trattati non lo prevedevano, l'eurozona era stata percepita come un "unicum" inscindibile. Con quelle tre parolette, " private sector involvement ", Merkel e Sarzozy la trasformano in una sommatoria di responsabilità, e dunque di vulnerabilità, nazionali.

 

Il messaggio, disastroso, che arriva ai mercati finanziari è duplice. Da una parte, chi detiene titoli di Paesi fortemente indebitati è avvertito che potrà essere chiamato a pagare il prezzo di una possibile insolvenza, e dunque viene indirettamente invitato a disfarsene. Dall'altra, agli occhi dei grandi fondi speculativi, l'euro viene presentato come una cipolla, che può essere sfogliata strato dopo strato, Paese dopo Paese, debito pubblico dopo debito pubblico, fino a smontarla completamente. Di colpo, far parte della zona euro non è più una garanzia ma un accresciuto fattore di rischio.

 

"L'idea di non fare dell'Europa il pagatore di ultima istanza poteva anche essere giusta - commenta Monti - Ma la Merkel sbagliava pensando che obbligare governi a mettere i conti in ordine bastasse a far cessare la speculazione". La scommessa dei mercati, ormai, non era più sulla tenuta di un singolo Paese ma su quella complessiva della moneta unica.

 

Le conseguenze di quell'errore non si fanno attendere. L'attacco si focalizza, come è naturale, contro gli anelli più deboli. A novembre 2010, poco più di un mese dopo Deauville, l'Irlanda deve chiedere l'intervento del Fondo europeo.

 

A maggio 2011 è il Portogallo a dover ricorrere all'aiuto dei partner. Intanto gli interessi sui titoli italiani e spagnoli vanno alle stelle. A luglio 2011 lo spread tra Bund e Btp sfiora i 400 punti. A novembre tocca quota 574 e Berlusconi deve cedere la guida del governo a Monti. Nel frattempo l'Europa è sprofondata nel baratro del rigore e della recessione. La troika detta le sue regole draconiane ai Paesi sotto assistenza europea. I mercati impongono agli altri, con l'arma dello spread, un risanamento dei conti a tappe forzate che non fa che aggravare la recessione economica. La sfiducia e l'ostilità tra le "formiche" del Nord e le "cicale" del Sud è alle stelle.

 

Sarà Mario Draghi, nominato presidente della Bce nel maggio 2011, a cercare di ricucire lo strappo di Deauville proponendo per la prima volta un fiscal compact , un contratto che vincoli i governi a una disciplina di bilancio sotto sorveglianza europea come strumento per ricostruire la coesione politica della zona euro. Merkel, che comincia a capire la portata dell'errore compiuto a Deauville, si adegua. Sarkozy esce di scena. Nel marzo 2012 viene firmato il Trattato del fiscal compact . Nel giugno 2012, mentre anche la Spagna è costretta a ricorrere ai prestiti europei, Mario Monti e François Hollande, in un vertice europeo in cui l'Italia agita la minaccia del veto, costringono la Germania ad accettare l'idea di un "meccanismo anti-spread" che ripristini in qualche modo la solidarietà della zona euro. Forte di questa copertura politica, meno di un mese dopo, a luglio, Draghi pronuncia il famoso " whatever it takes " schierando la Bce a difesa della moneta unica. Lo strumento prescelto, e mai utilizzato, saranno le Omt, Outright monetary transactions , un programma lanciato il 6 settembre 2012, con cui la Bce si impegna ad acquistare illimitatamente i titoli di stato di Paesi sotto attacco speculativo, a condizione che questi siano impegnati a risanare i conti pubblici. La speculazione batte in ritirata. Gli spread tornano a scendere. L'euro è salvo. Ma le ferite

inflitte al principio di solidarietà europea in quei ventidue mesi e mezzo che vanno dal 18 ottobre 2010 al 6 settembre 2012 sono ancora aperte, e ancora infette. E il populismo che oggi dilaga in tutta Europa è, in larga misura, la febbre di quell'infezione. LR 10

 

 

 

 

Schäuble: “In caso di Brexit la Gran Bretagna fuori dal mercato unico europeo”

 

Il ministro delle Finanze tedesco: “L’Ue funzionerà anche senza Londra”. Ma mette in guardia sul rischio di un effetto domino – di ALESSANDRO ALVIANI

 

BERLINO - Per il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, in caso di Brexit la Gran Bretagna non potrebbe più godere dei vantaggi del mercato unico europeo, come avviene ad esempio per la Norvegia e la Svizzera. «Per farlo il Paese dovrebbe rispettare le regole di un club che ha appena deciso di lasciare», ha detto Schäuble in un’intervista allo Spiegel. La Brexit equivarrebbe a una decisione contro il mercato unico, «in is in, out is out», ha chiarito. 

 

Di fronte a un eventuale addio da parte della Gran Bretagna la risposta non può essere quella di «chiedere semplicemente più integrazione», sarebbe maldestro, ha continuato Schäuble. Anche una vittoria di misura dei sostenitori della permanenza di Londra nella Ue, tuttavia, andrebbe interpretata come un avvertimento «a non continuare semplicemente sulla stessa strada seguita finora». 

 

La Brexit avrebbe conseguenze negative sui partner di Londra, «ma io e i miei colleghi nell’Eurozona faremo di tutto per limitare queste conseguenze. Ci prepariamo a tutti i possibili scenari per contenere i rischi», ha notato il ministro tedesco. Non solo, ma la Brexit potrebbe avere esiti economici negativi anche per la stessa Gran Bretagna, che è strettamente legata ai suoi partner: «Sarebbe un miracolo se una sua uscita restasse senza svantaggi economici».  

 

Per Schäuble è inoltre possibile che l’esempio britannico possa far scuola e che anche altri Paesi escano dalla Ue. «Non lo si può escludere», ha affermato. «Come reagirebbero ad esempio i Paesi Bassi, che sono tradizionalmente molto legati alla Gran Bretagna?». Se invece Londra dovesse essere l’unica capitale ad abbandonare la Ue, questo non metterebbe in pericolo la sopravvivenza della Ue: «All’occorrenza l’Europa funzionerà anche senza la Gran Bretagna». LS 10

 

 

 

 

Garavini (PD): “Serve il voto degli italiani all'estero perché sindaci di centro sinistra vincano ai ballottaggi”

 

Amministrative difficili. Italiani all'estero, diamo il nostro contributo

"Inutile negarlo: le amministrative di domenica scorsa hanno riservato brutte sorprese al centrosinistra: molti dei comuni chiamati al voto non sono riusciti ad esprimere il Sindaco al primo turno. E tra l'aumento dell'astensionismo da un lato ed i voti a partiti di protesta dall'altro, il quadro a mio parere è molto allarmante. Rischiamo addirittura di consegnare la capitale d'Italia ad un partito di disfattisti come il Movimento Cinque Stelle.

 

Allora c'è bisogno di uno sforzo speciale per i ballottaggi che si terranno tra due settimane. Serve un'alta mobilitazione di tutti gli elettori a favore dei sindaci del centro sinistra. A Roma, a Milano, a Torino, a Bologna, a Trieste, ma anche in tante altre decine di piccoli comuni, chiamati a scegliere tra due candidati.

 

Ogni voto conta, e gli italiani all'estero possono dare un contributo importante. Come già hanno fatto in passato in occasioni importanti: nel 2006 riuscendo a fare vincere il centro sinistra dell'Ulivo di Romano Prodi e nel 2013, nell'ultima tornata alle politiche, aiutando il PD a diventare primo partito. C’è bisogno dell'impegno degli italiani all’estero anche in questa occasione. Ne va della buona amministrazione delle nostre città.

 

Ecco che faccio appello ai connazionali residenti in Europa. Se avete l’occasione, prendetevi il tempo di andare in Italia il weekend del 19 giugno e votate per il vostro Sindaco. Perchè il Sindaco della nostra città d'origine è il primo tutore dei posti delle nostre radici, dei nostri valori, dei nostri affetti. Compete a lui garantire un futuro alla nostra cittá. Per le scelte giuste, il voto degli italiani all’estero è importante." E` quanto dichiara Laura Garavini, dell'Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, commentando il voto alle amministrative, appena tenutesi. De.it.press 7

 

 

 

 

DDL Editoria. Micheloni e Di Biagio: confermare i contributi alla stampa italiana all’estero

 

Roma - Nel parere fornito alla Commissione Affari Costituzionali sul disegno di legge in materia di Editoria, i senatori Claudio Micheloni e Aldo Di Biagio hanno inteso riaffermare il mantenimento dei contributi in favore delle imprese editrici di quotidiani e periodici italiani diffusi all'estero, precisando altresì che debbano essere ricompresi anche quelli in forma telematica e digitale.

 

"Nella delega che verrà data al Governo - dichiarano i senatori - non si potrà prescindere dal ruolo fondamentale della nostra editoria all'estero che  rappresenta il principale riferimento culturale ed informativo delle nostre comunità, oltre che il veicolo indiscusso della promozione della lingua e cultura italiana e della crescita e valorizzazione del made in Italy. "

"Anche nella Commissione di merito che esaminerà il provvedimento non mancherà il nostro impegno per salvaguardare le realtà editoriali storiche dell'emigrazione, che devono essere sostenute in quanto hanno la funzione di mantenere il legame culturale e sociale con i nostri connazionali che all'estero hanno oggettive difficoltà a rimanere aggiornati sulle dinamiche politiche, sociali e culturali del loro Paese di origine." Concludono Micheloni e Di Biagio. De.it.press 8

 

 

 

 

 

Il futuro dell’Europa è ripartire dai diritti. Susanna Camusso al Parlamento europeo

 

Bruxelles. Una carta che propone un nuovo modello democratico, oltre che economico e sociale. Una carta che rappresenta i diritti del lavoro, e che parla di universalità dei diritti a “tutte le donne e gli uomini”.  Una carta che propone un’altra lettura del presente, e del futuro soprattutto, che dà risposte nuove alla retorica neoliberista dell’austerità, riaffermando il valore della contrattazione collettiva, dell’universalità dei diritti e della solidarietà.

Questo, in sintesi, il filo conduttore della giornata (4 maggio) al Parlamento europeo di Bruxelles, che ha riunito attorno alla segretaria generale del più grande sindacato italiano, Susanna Camusso, oltre 150 rappresentanti italiani ed europei dei sindacati, del mondo politico e associativo e dell’Inca CGIL.

“Abbiamo scelto di presentare la carta dei diritti al Parlamento europeo – ha detto Susanna Camusso – perché non si esce dalla crisi, né in Italia né in Europa, se non si ricostruiscono i diritti del lavoro”.

“Non si tratta di un ritorno al passato. Non ci serve e non ci interessa riprodurre cosa è stato. La nostra Carta guarda ai nuovi e ulteriori diritti. Guarda a cosa succederà. Guarda all’economia condivisa, alla digitalizzazione della società. Guarda alla stratificazione tra quanto c’è di straordinariamente antico, nelle nostre società, e quanto di straordinariamente nuovo e moderno si sta affermando. Guarda all’accesso ai saperi e al sistema della conoscenza, alla ricostruzione delle grandi reti di welfare: dalla sicurezza sui luoghi di lavoro, alle pensioni, all’accompagnamento delle persone durante la discontinuità del lavoro”.

Al fianco di Susanna, hanno sostenuto e rilanciato l’iniziativa della CGIL il segretario generale della CES Luca Visentini, la presidente del Gruppo lavoratori del Comitato economico e sociale europeo Gabriele Bischoff (sindacato DGB, Germania), l’eurodeputata belga Marie Arena, gli eurodeputati italiani Pittella, Panzeri, Zanonato, Benifei, Gentile e Schlein. Sullo sfondo del dibattito, la domanda: “Esiste ancora un futuro per l’Europa?”

La CES, ha detto Visentini, fa propria l’iniziativa della CGIL, e la considera “opportuna e al momento giusto”. La Carta della CGIL è infatti in perfetta sintonia con la campagna che la CES sta lanciando in Europa per includere tutti i lavoratori che con l’esplosione del lavoro atipico sono stati esclusi dalla rappresentanza. La crisi del modello socialdemocratico tedesco ha avuto un effetto devastante su tutta l’Europa. Si è affermato un pensiero secondo il quale l’austerità avrebbe creato posti di lavoro, e che la qualità del lavoro si sarebbe affermata poi, per conseguenza. Dobbiamo quindi cambiare la narrativa: alzare i salari, rilanciare gli investimenti pubblici, e soprattutto ripartire dalla contrattazione collettiva. L’emergenza da affrontare è infatti proprio questa: ridefinire i diritti universali, riaffermare il valore dell’inclusione e della contrattazione collettiva contro la frammentazione del lavoro.

“Non possiamo tornare indietro” ha rilanciato la Bischoff. La carta dei diritti universali ci aiuta a ricostruire una visione del futuro, e non soltanto in Italia. Ciò che avviene in ogni paese ha infatti conseguenze sul piano europeo, e una nuova visione sociale dell’Europa non può che includere tutti i punti della carta dei diritti della CGIL.

Per Marie Arena, “questa Carta dei diritti ci ricorda che il problema non è l’Europa”. Il problema sono gli attacchi alla protezione dei lavoratori, che si stanno manifestando sotto la spinta dei governi nazionali di destra, come in Belgio e in Francia in questo momento, ma non solo. Il problema sono gli attacchi alla concertazione sociale. Il problema è il dumping sociale, che sta minacciando la libera circolazione dei diritti delle persone. Il problema sono gli attacchi al salario minimo e lo smantellamento delle leggi sociali e ambientali.

“Non scambiamo le cause con gli effetti”, ha concluso la Camusso. La precarietà, la svalutazione del lavoro, lo smantellamento della protezione sociale, sono le cause della crisi europea, e non gli effetti. La disuguaglianza è un fattore intrinseco del modello neoliberista, ed è anche questa una causa della crisi europea, che è una crisi d’identità sociale e politica, prima che economica e finanziaria. E allora non basta qualche “aggiustamento”. Dobbiamo ripartire dalle cause. La CGIL è un grande sindacato europeista. E allora, o riconduciamo l’Europa alla sua visione sociale, oppure davvero non c’è più futuro per l’Europa. Ecco che la Carta non soltanto ricostruisce il sistema dei diritti del lavoro, ma offre anche una diversa visione della politica e della democrazia.

Carlo Caldarini, maggio 2016

 

 

 

Usa 2016. Hillary vs Donald, una partita lunga 150 giorni

 

Che la campagna cominci! a 150 giorni esatti dall’Election Day dell’8 novembre, la partita può iniziare. E tutto quello che è successo finora? un anno di prove e rodaggi, quattro mesi di voti e assemblee di partito? Tutto incasellato nelle cartelle della cronaca e della storia. Hillary Clinton e Donald Trump, forti d’una nomination conquistata a furia di suffragi e delegati, girano oggi pagina e hanno di fronte un foglio bianco.

 

Su cui presto scorreranno fiumi di parole e un mare d’inchiostro. Comunque vadano le cose, il 46° presidente degli Stati Uniti avrà un che d’inedito, anche se Hillary è sulla breccia politica da almeno trent’anni e Donald riempie di sé le cronache da un tempo parallelo: se vincerà l’ex first lady, sarà la prima volta d’una donna alla Casa Bianca; e se vincerà il magnate dell’immobiliare, sarà l’esordio alla testa dell’Unione di una persona che non ha mai ricoperto nessun ufficio elettivo e che non ha nessuna esperienza di gestione della cosa pubblica.

 

Scheletri nell’armadio

I due candidati corrono rischi analoghi: entrambi hanno passati personali e professionali spessi ed hanno arma di zeppi. Da lì, la stampa americana cercherà di tirare fuori scheletri d’ogni tipo, oltre quelli che già volteggiano sulla campagna: per la Clinton, l’emailgate, l’uso dell’account privato quand’era segretario di Stato, ed anche i discorsi profumatamente pagati e tenuti segreti; per Trump, le inchieste per truffa sulle sue Università, che lo rendono nervoso e gli fanno perdere la misura - tanto da usare toni razzisti contro il giudice di San Diego d’origine messicana -, oltre che le storie dei suoi affari fallimentari, i casinò di Atlantic City, la compagnia aerea.

 

Nell’ultimo Super Martedì di queste primarie, la Clinton ha arginato l’erosione di credibilità che stava subendo e haconsolidato la legittimazione della sua nomination a candidata democratica vincendo più largo del previsto in California e imponendosi pure in New Jersey, New Mexico e South Dakota, mentre Bernie Sanders, il suo rivale, suggellava una campagna al di sopra delle attese con successi nel Nord Dakota e Montana.

 

Il soffitto di cristallo è stato infranto

Dopo la chiusura dei seggi nel New Jersey, e mentre ancora si votava in California, l’ex first lady, già sicura di avere avuto la maggioranza assoluta dei delegati alla convention democratica di fine luglio a Filadelfia, pronunciava il discorso della vittoria che l’era rimasto in gola otto anni or sono, quando, esattamente il 7 giugno, aveva ceduto le armi all’allora senatore Barack Obama.

 

Cosa che Sanders non ha ancora fatto nei suoi confronti e che, per il momento, non intende fare: dopo avere ricevuto una telefonata di Hillary, ha parlato ai suoi sostenitori, ha esortato a battersi “insieme” contro Trump, ma non ha riconosciuto d'avere perso la corsa alla nomination. Anche se s’appresta a congedare almeno la metà del suo staff: un segnale di smantellamento inequivocabile.

 

L'ex segretario di Stato, raggiante sul palco con accanto il marito Bill, ha detto, nel suo discorso, d’avere infranto il soffitto di cristallo che si frapponeva tra le donne e la nomination. Ora le tocca battere un avversario che fa leva “sulla paura”, più showman di lei, ma molto meno affidabile.

 

Attenti ai Sanderistas

In termini di delegati, la Clinton chiude con un vantaggio di oltre 500 sul senatore del Vermont, senza contare i Super Delegati: i calcoli saranno precisi nelle prossime ore, ma è già chiaro che, dopo il successo in California più largo di tutte le previsioni, l’ex first lady s’avvicina e forse supera la maggioranza assoluta solo con i delegati eletti.

 

Perde così forza una contestazione di Sanders, secondo cui i notabili del partito non assegnati tramite voto - e che nella stragrande maggioranza si sono dichiarati per Hillary - debbono essere conteggiati solo alla convention, potendo cambiare campo fino all’ultimo istante.

 

Il presidente Obama s’è congratulato con la Clinton e con Sanders per la loro campagna e dovrebbe presto incontrarli: il presidente s’è già messo al lavoro per l’unità dei democratici contro Trump.

 

Negli ultimi giorni, secondo il Wall Street Journal, la squadra del senatore del Vermont s’è divisa: ci sono i ‘sanderistas’, i guerriglieri della nomination, che vogliono battersi fino alla convention; e le colombe, pronte ad ammettere la sconfitta e a ricompattare il partito dietro l’ex first lady.

 

Sanders sembra stare con i suoi ‘ultras’ e prospetta una convention democratica politicamente “aperta”: in ballo non tanto la nomination, quanto la linea.

 

Se avesse inanellato sconfitte nell’ultimo Super-Martedì, l’ex first lady si sarebbe fortemente indebolita. In questa ipotesi, ancora il Wsj, nel fine settimana, prospettava un ribaltone: fuori Hillary e Sanders, elisisi a vicenda; e dentro un ‘usato sicuro’, come John Kerry, candidato nel 2004, o JoeBiden, il vice-presidente. Fanta-politica, probabilmente, a questo punto.

 

La California era la chiave di volta di questo discorso: una batosta lì, lo Stato più popoloso e ricco dell’Unione e uno dei più influenti al mondo nel campo culturale e dell'innovazione (tra Hollywood e Silicon Valley), sarebbe stata un segno di debolezza e di friabilità. ?È invece venuto un successo largo, che le ridà fiducia e slancio.

 

Fra i repubblicani, il problema non si pone: i Super-Delegati non ci sono e Trump è da tempo rimasto senza avversari e ha già conquistato la maggioranza assoluta: lui lusinga Sanders e ammicca ai ‘sanderistas’, come se potessero trasferirsi nel suo campo; e attacca la Clinton sui soliti fronti, l’accusa di avere usato il Dipartimento di Stato come un bancomat per la sua Fondazione e promette nuove rivelazioni nei suoi confronti nei prossimi giorni. Ma il sostegno dei conservatori moderati alla sua candidatura resta tiepido e le bordate di Trump contro il giudice di San Diego hanno aperto nuove crepe nel fronte repubblicano.

Giampiero Gramaglia, AffInt 8

 

 

 

 

Usa 2016, Hillary vince la nomination tra i democratici. Prima donna a correre per Casa Bianca: "Momento storico"

 

Ha raggiunto il numero di delegati e superdelegati. Pressing di Obama su Sanders per il ritiro - dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

 

HILLARY Clinton ha vinto la nomination democratica. E' un evento storico: la prima donna che diventa candidata alla Casa Bianca dalla nascita della democrazia americana. E Barack Obama interviene di persona su Bernie Sanders: è ora che ti fai da parte, nell'interesse dei democratici e dell'intero paese. La notizia della vittoria viene lanciata dall'Associated Press alle 22.20 di Washington, poi confermata dalla Cnn mezz'ora dopo. L'ultimo conteggio dei delegati, dopo avere incluso le piccole primarie del weekend (Portorico e Isole Vergini) con l'aggiunta dei superdelegati, dà questo verdetto: Hillary ha superato la fatidica soglia della maggioranza assoluta, i 2.383 delegati necessari perché la convention democratica di luglio a Philadelphia la "incoroni" come candidata alla Casa Bianca.

 

Ma fino all'ultimo la grande festa di Hillary è turbata da Bernie Sanders. Il senatore del Vermont, che si autodefinisce socialista e non è mai stato iscritto al partito democratico, ha con i suoi "nuovi" compagni di strada un rapporto difficile. Le sue accuse contro Hillary la mettono quasi sullo stesso piano di Donald Trump: da ultimo, la polemica sui fondi esteri affluiti alla fondazione filantropica dei Clinton, riecheggiano le bordate di Trump contro "crooked Hillary" (disonesta). Sanders ha ripetuto per mesi che anche il sistema delle primarie è "rigged" cioè truccato contro di lui. Ce l'ha in particolare coi superdelegati, quelli che non vengono eletti dalla base degli elettori bensì sono parlamentari e governatori, quindi parte dell'establishment. In realtà il vantaggio di Hillary è incolmabile anche a prescindere dai superdelegati. Lei batte Sanders su tutti i fronti: ivi compreso nel numero assoluto di voti espressi dalla base, senza superdelegati.

 

Sanders fino all'ultimo resiste. Oggi si vota in un altro Supermartedì, l'ultimo, con un maxi-Stato come la California che assegna più di 500 delegati; altro bacino importante di voti è il New Jersey. Si credeva che questo martedì sarebbe stato decisivo per consentire a Hillary di superare la soglia dei 2.383 delegati. In realtà è già accaduto prima, come confermato nel conteggio finale dell'Associated Press. Di qui la scesa in campo del presidente, che a tutti gli effetti è il vero leader del partito. Obama ha avuto una lunga conversazione telefonica con Sanders domenica, rivela la Casa Bianca: mezz'ora di "moral susasion", pressione morale ai fianchi del 74enne senatore del Vermont. Per Obama è essenziale mettere fine alla diatriba lacerante, fare l'unità del partito, per concentrare tutte le energie sulla sfida finale contro Trump che si sta rivelando molto più rischiosa del previsto. Obama potrebbe annunciare il suo "endorsement" alla Clinton in settimana. Tra i due c'è un patto di ferro che risale all'epoca in cui Hillary venne sconfitta nelle primarie del 2008 ma poi accettò lealmente di lavorare per il vincitore, nel ruolo di segretario di Stato.

 

Obama vuole fare al più presto l'unità del partito anche per recuperare i voti dei giovani che hanno plebiscitato Sanders durante le primarie, e che saranno essenziali a novembre contro Trump. Per il presidente in carica la sfida diventa personale. Trump lo calunniò nel 2012 cavalcando la falsa leggenda sulla sua nascita in Kenya che lo avrebbe reso ineleggibile. E in questa elezione Obama si gioca il suo lascito storico: la vittoria di Trump diventerebbe anche un verdetto negativo sulla sua presidenza. LR 7

 

 

 

 

                                                             

Hillary Clinton: ce la può fare

 

“I feel your pain” (Sento il vostro dolore), ecco una della frasi più famose di Bill Clinton, Presidente USA per due mandati negli anni ’90, democratico, pronunciata con voce morbida, suadente e penetrante durante un comizio. Una frase che toccava i sentimenti profondi, la pancia della gente, che, emozionata per aver trovato un giovane uomo della classe politica capace di esprimere la loro fatica di vivere, accorreva ad iscriversi nelle liste elettorali, per liberarsi nel segreto dell’urna di tensioni e rabbia, votando uno che sentiva quello che sentivano loro.

 Ed ora Hillary Rodham sposata Clinton, di Chicago, bravissima, intelligentissima, uno degli avvocati più celebri d’America, resa ancora più famosa per aver validamente difeso l’illustre consorte durante lo scandalo Lewinsky, già senatore/trice dello stato di New York e Segretario/a di Stato durante la prima presidenza Obama, è il candidato del partito democratico americano per le prossime elezioni presidenziali. Anzi La Candidata, per la prima volta, noi abitanti delle lingue neolatine, usiamo questa parola al femminile.

 Hillary ha dimostrato di sapere tutto, di essere preparatissima, di essere tosta, tanto, capace di reggere qualunque attacco, informata su tutto. Dunque toccherà a lei vedersela con il Donald, il più popolare e controverso candidato che il partito repubblicano abbia mai messo in circolazione. Il Donald che trascina folle scontente con un’oratoria provocatoria e trasgressiva, anche volgare, sostenuto addirittura dall’infame clan di cristiani bianchi che infestavano il sud di falò e croci ardenti di neri; che vuole innalzare mura a difesa dei confini sud degli USA per frenare l’immigrazione dal Messico; che vuole punire le donne che abortiscono; che vuole scacciare i musulmani. Offre ai suoi seguaci l’opportunità di riavere l’America grande “Let’s make America great again”, come se la presidenza Obama l’avesse sminuita o rimpicciolita.

Hillary è bravissima, senz’altro più preparata di lui per occupare la sala ovale della Casa Bianca. Per arrivarci deve, per prima cosa, ricostruire l’unità all’interno del partito democratico tenendo presenti i temi, sentitissimi da tanti, svolti e portati avanti da Bernie Sanders. Poi, deve trascinare le folle alle urne.  Per questo dovrà toccare i sentimenti della classe media bianca, dei neri che si recarono alle urne per la prima volta in vita loro per votare Barack Obama, degli ispanici che percepiscono il Donald come un pericolo. Dovrà imparare anche lei a comunicare per sfiorare le corde dei sentimenti più intimi e forti di tanta gente che ha bisogno di sperare in una vita migliore, in salari minimi più alti, in scuole e istruzione a costi non proibitivi, assistenza sanitaria per tutti. Insomma deve imparare anche lei a sussurrare qualcosa di simile al mitico “I feel your pain”, dell’illustre consorte. Emanuela Medoro, de.it.press                                                                                                                     

 

 

   

     

Europa. Nato e Russia, ricostruire la fiducia in Europa

 

Alla presenza del Segretario generale della Nato e del Presidente della Romania, è stata inaugurata nei giorni scorsi la base romena che ospita i nuovi sistemi di difesa antimissilistica della Nato.

 

Il giorno successivo è anche stato celebrato l'avvio dei lavori per l'installazione di analoghi sistemi in Polonia. La Federazione russa da anni si oppone a tali programmi, sostenendo che si tratta di una minaccia strategica addizionale nonché una violazione del trattato Inf che proibisce a russi e statunitensi di detenere missili nucleari a raggio intermedio.

 

Le posizioni di Mosca e Washington

Gli argomenti di Mosca non appaiono del tutto credibili: è difficile pensare che alcune decine di missili di difesa possano neutralizzare un arsenale nucleare che conta migliaia di missili e testate. Allo stesso tempo, non è del tutto convincente neppure l'argomento Usa, laddove si afferma che i nuovi sistemi servano solo a difendere Stati Uniti e alleati dai missili dell'Iran e della Corea del Nord. È probabile che la Russia risponderà con un avanzamento verso ovest dei propri sistemi missilistici alimentando ulteriormente la sfiducia reciproca e la tensione in Europa.

 

Questa diatriba viene da lontano. La prima avvisaglia, da molti trascurata, fu la sospensione nel 2007 dell'applicazione da parte della Russia delle misure previste dal Trattato sulle Forze convenzionali in Europa (Cfe), uno dei pilastri della sicurezza europea. Seguì l'anno successivo l'azione russa in Georgia ed in seguito l'annessione della Crimea e la crisi irrisolta con l'Ucraina.

 

Lo spirito di Pratica di Mare

Aleggiava ancora fino a pochi anni fa lo "spirito di Pratica di Mare", il vertice dove si sancì la cooperazione strategica tra Nato e Russia fortemente caldeggiata dall'Italia. Poco prima della crisi in Georgia, Putin aveva ancora partecipato al Vertice Nato tenutosi simbolicamente a Bucarest, nella mastodontica sede del parlamento dell'era Ceausescu. Nel 2010, Russia e Stati Uniti riuscirono a concludere il Trattato 'Nuovo Start', che riduceva il numero delle rispettive testate strategiche e dei loro vettori.

 

Con poche eccezioni, la sfiducia si va estendendo oggi a tutti i settori della passata collaborazione e si assiste ad una ripresa della spirale armamentisca. Mosca ha risposto "niet" all'offerta americana di ulteriori riduzioni strategiche e si trova attualmente in bilico persino il già citato trattato Inf.

 

Si va progressivamente disgregando l'architettura di sicurezza costruita nel quadro del processo Csce lanciato a Helsinki nel 1975 e che trovò il suo punto di forza nelle Confidence and Security Building Measures (Csbm) adottate in materia di trasparenza militare, prenotifica delle manovre e degli spostamenti di forze, osservazione degli esercizi militari e ispezione delle riduzioni delle principali categorie di armamenti.

 

Tali misure resero il processo di Helsinki un formidabile strumento di dialogo e collaborazione che fu strumentale al superamento del confronto Est/Ovest. Le misure di fiducia adottate a Helsinki, pur essendo state ulteriormente rafforzate a Vienna nel 1990, non si rivelano più sufficienti ad impedire il degrado.

 

Rischio crisi nucleare

L'attuale accrescimento della tensione si estrinseca in particolare attraverso sempre più frequenti "incontri ravvicinati" e potenziali incidenti aerei tra forze russe e della Nato. Negli ultimi mesi si sono rilevati oltre 60 episodi di tale genere assieme a sconfinamenti, lanci missilistici simulati ed interferenze cibernetiche. Risale a pochi giorni fa una collisione tra unità navali russe e Nato, mancata per un soffio.

 

A monitorare tale situazione e ad attirare su di essa l'attenzione pubblica è stato soprattutto lo European Leadership Network (Eln), organismo non governativo apartitico con base a Londra, che ha proposto di stabilire in Europa un codice di condotta per scongiurare gli incidenti aeronavali analogamente a quanto fatto recentemente dagli americani con la Cina.

 

Il rischio che tutto ciò sconfini in una crisi nucleare è evidente ed avrebbe conseguenze gravissime. Anche in questo settore le misure di fiducia sono insufficienti. Da anni, in seno alle Nazioni Unite vengono richieste agli Stati nucleari, invano, misure di fiducia volte ad allungare i tempi di risposta nucleare in caso di attacco ("de-alerting").

 

Analoga stasi sul fronte dottrinale. Tra le potenze nucleari solo la Cina ha sposato il principio del non primo uso dell'arma nucleare. Gli Stati Uniti sotto Obama hanno fatto alcuni passi in avanti riducendo le situazioni in cui essi impiegherebbero tale arma. Pur essendo "azionisti di maggioranza" della Nato, gli Usa non sono ad oggi riusciti ad estendere ai partner atlantici tale misura di flessibilità.

 

Appuntamento a Varsavia

Vista l'attuale tensione, non è verosimile attendersi un rilancio dei trattati o grandi misure distensive. Dal prossimo vertice Nato che si terrà a luglio nello stadio di Varsavia emergerà probabilmente un orientamento riflessivo piuttosto che la linea di confronto promossa dal paese ospitante.

 

Ma sarebbe quanto meno da incoraggiare, sul fronte delle misure di fiducia, la recente proposta del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg di rivisitare le misure di sicurezza e di fiducia contenute nel documento di Vienna dell'Osce. Si potrebbe anche esaminare con maggiore attenzione la proposta Eln mirante ad evitare gli incidenti.

 

Sarebbe da cogliere l'occasione dell'anno di presidenza tedesca dell'Osce e della grande esperienza in materia di sicurezza europea dell'attuale Segretario generale di tale organismo - l'italiano Lamberto Zannier - per ricostruire la fiducia e prevenire il rischio di un confronto causato da malintesi e da errori.

Carlo Trezza, ambasciatore AffInt 3

 

 

 

 

Chiarezza della crisi

 

Nel vocabolario della lingua italiana, alla voce “crisi” leggiamo: sostantivo femminile che “evidenzia cambiamento in peggio di una situazione”. La definizione non sembrerebbe evidenziare problemi d'interpretazione. Sono le conseguenze della “crisi”, però, ad aver messo in fibrillazione la Penisola. Del resto, l’Italia è sempre stata un Paese dai forti contrasti sociali dove ricchezza e povertà hanno convissuto male. Oggi, che si ammetta o no, la situazione s'è tanto deteriorata da non ritrovare più quell’’equilibrio che consentiva all’uomo “comune” d’avere uno status più vivibile. Tra disoccupati, licenziati, cassa integrati, giovani alla ricerca di una prima occupazione, sono ancora molti gli italiani che non sanno come coniugare il pranzo con la cena. Che non riescono più a far fronte alle spese comuni di un menage familiare e a onorare, quando ci sono, mutui immobiliari accesi per non avere, almeno, un cielo come tetto sopra la testa.

 Intanto, l’occupazione è “frenata”. La nuova normativa su una rappresentatività politica è ancora lontana. Di fatto, però, la situazione sociale nazionale è in evoluzione. Chi aveva molto, oggi ha poco. Chi aveva poco, non ha più nulla. Nell’anno del Signore 2016, si fa conto sulle pensioni dei genitori o sugli aiuti di chi è ancora occupato in famiglia per evitare il peggio. Ma non per tutti. Perché accanto ai costi dei generi d’uso comune non è diminuito il carico fiscale. Bisogna pagare: tutto e in fretta. Il meccanismo impositivo funziona ed è l’unico a non risentire della crisi che ci attanaglia. Non siamo nelle condizioni di proporre cure o interventi miracolosi. Nessuno è in condizioni di poterlo fare. Però, in un modo o nell’altro, si tenta d’andare avanti. Si spera nei giochi a premi, nelle lotterie istantanee, nel lotto ed in tutti gli altri giochi di “fortuna” che hanno invaso locali pubblici piccoli e grandi. Si spera in una vincita per andare avanti. Soldi ottenuti senza sforzo. Denari scaturiti dalla Cornucopia della Dea Bendata. Sembra tornato il “fatalismo” all’italiana.

 Certo è che non è questa la strada per uscire dal tunnel del malessere. E’ poco espressivo, al punto in cui siamo, andare a cercare le responsabilità politiche. Se ci sono state, hanno coinvolto tutti i partiti. I segnali d’allerta per gli anni passati non sono mancati. Bastavano le parole per tirare avanti; senza sapere che ci stavamo scavando la “fossa”. Ora, uscirne è un problema. Prevediamo, in ogni caso, tempi lunghi che potrebbero implicare ancora sacrifici e privazioni per tentare di garantire, almeno, alla nuova Generazione, periodi meno grami. Il grosso interrogativo resta un’equa distribuzione del benessere. Su questo fronte andranno a scontrarsi le ideologie dei partiti che si presenteranno all’elettorato.

Non ci sono, al momento, criteri vincenti, ma solo assicurazioni di scarsa rilevanza. Vivere nel Bel Paese resta un’impresa titanica; che per molti è addirittura impossibile affrontare. Solo i fatti concreti potranno darci il polso della situazione. Per ora, è la terapia di Renzi a riaccendere la speranza. Intanto, il rischio politico di”ristagno”, pur se non prossimo, ci rende particolarmente prudenti.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Immigrazione. Migranti, risorsa non fardello

 

Il grande afflusso di persone verso le frontiere europee ha innescato un dibattito mediatico e politico sull’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo che vorrebbero fare ingresso nel territorio comunitario.

 

Sebbene l’atteggiamento solidale o meno di ognuno di noi risponda anche a motivazioni culturali, l’oggettività dei modelli economici può aiutare a far chiarezza sui possibili effetti dell’accoglienza e a scacciare i timori ad essa collegati.

 

In economia si discute da tempo su quali possano essere le reazioni dei mercati all’arrivo dei lavoratori immigrati. È giusto che queste analisi inizino ad essere divulgate e siano di aiuto alle scelte dei governi.

 

Questo è ciò per cui un nuovo gruppo di esperti capitanati da Philippe Legrain, chiamato Open Political Economy Network, si sta battendo e a cui il 18 maggio scorso il quotidiano The Guardian ha dedicato un articolo.

 

Guadagni dell’immigrazione

Brevemente, l’accettazione dei rifugiati costerebbe all’Europa 69mld di Euro tra il 2015 e il 2020, ma produrrebbe un aumento del Pil di 126,6mld di Euro nello stesso periodo. Questo è il risultato della simulazione fatta dal Fondo monetario internazionale, il quale ipotizza un flusso di persone pari al 2,5% dell’intera popolazione europea. In che modo questo avviene? Vediamo ora in maniera semplice quali sono i meccanismi che condurrebbero a questo guadagno netto.

 

Innanzitutto, la preoccupazione che gli immigrati possano ridurre il salario o le possibilità di impiego dei lavoratori nativi non trova alcun riscontro nei dati. Al contrario, l’ingresso nel mercato della forza lavoro straniera genera delle possibilità di investimento che, se sfruttate, porta all’incremento del numero totale dei posti, lasciando invariato il tasso di occupazione della popolazione ospitante.

 

Traducendo le parole dello stesso Legrain, possiamo dire che non esiste un numero predefinito di posti di lavoro. Questo dipende dalla grandezza dell’economia e il ritmo con cui esso aumenta va di pari passo con il tasso di crescita del sistema.

 

Inoltre, gli immigrati sono maggiormente disposti a svolgere mansioni manuali, spingendo i nativi verso incarichi più qualificati. Quelli che ad esempio richiedono una padronanza linguistica superiore e che corrispondono a salari più alti.

 

Detto diversamente, immigrati e nativi non competono nello stesso segmento di mercato. In secondo luogo, gli immigrati che vengono accolti da un paese, non solo lavorano, ma spendono anche, sostenendo le domande per consumi delle economie in crisi.

 

Parlando strettamente di bilanci pubblici, invece, le imposte e i contributi pagati dai lavoratori stranieri in regola sono maggiori della spesa destinata ad essi. Questo perché non conoscono e non beneficiano di tutti i servizi a disposizione della popolazione nativa. Inoltre, il gruppo degli stranieri è caratterizzato da una età media più bassa e il ringiovanimento che apportano aiuta la sostenibilità dei sistemi pensionistici.

 

Da rifugiati a lavoratori

Per il momento, quindi l’ipotesi che i rifugiati siano un fardello economico per l’Europa è da respingere al mittente. Tuttavia, gli effetti appena descritti si realizzano a delle condizioni. Prima fra tutte è che si lasci entrare gli immigrati nella forza lavoro, trasformando la loro posizione da rifugiati a lavoratori.

 

Dovrebbe essere concesso di trovare un impiego anche a coloro che sono in attesa di processo della propria domanda di asilo per contribuire così alle spese dello Stato. In parole più semplici, se l’Europa non permette ai rifugiati di lavorare, si condanna da sola a sostenere il costo dell’immigrazione, come una madre che si lamenta di dover stare dietro ad un figlio che lei stessa non lascia crescere.

 

Più investimenti e più produzione

La seconda condizione per la realizzazione di una crescita derivante dall’immigrazione riguarda un aspetto più tecnico. È importante che le imprese reagiscano all’aumento della forza lavoro effettuando nuovi investimenti. Per chi ha familiarità con i modelli economici è banale che il minor costo del lavoro immigrato dia l’incentivo a progetti imprenditoriali nuovi e più grandi, ma sa anche che questo dipende dal grado di concorrenza nel mercato. Se la competizione tra le imprese non spinge queste ultime ad ampliare la produzione, allora ciò che si realizza è una situazione di bassi salari ed alti profitti.

 

Legato a questo problema redistributivo vi è quello della domanda. In media, i salari sono una classe di reddito con una propensione al consumo maggiore di quella dei profitti. Questo significa che di ogni euro una parte maggiore viene consumata e una minore risparmiata. Se, perciò, si leva ai lavoratori e si dà alle imprese non si osserva l’effetto espansivo della domanda per consumi auspicato e una parte di produzione può rimanere invenduta.

 

In conclusione, un disegno istituzionale sbagliato può impedire che un miglioramento economico si realizzi. È giusto, perciò, che i governi prendano coscienza della risorsa che i lavoratori stranieri rappresentano e si adoperino per realizzare le giuste riforme affinché vengano integrati e favoriscano la crescita dell’intero paese che li ospita. Rama Dasi Mariani, AffInt 5

 

 

 

 

La democrazia senza velo

 

La società belga “G4S Secure Solutions” ha come norma che i dipendenti non possano esibire segni di appartenenza religiosa. Samira Achbita dopo tre anni di lavoro pretende di indossare il velo islamico e l’azienda la licenzia. Il “Centro belga per le pari opportunità e la lotta al razzismo” fa causa alla società e la Cassazione del Belgio investe del problema la Corte di giustizia europea, il cui avvocato generale, Juliane Kokott, conclude a favore dell’azienda.

 

Sumaya Abdel Qader, leader musulmana “progressista” e candidata del Pd al Consiglio comunale di Milano, si indigna: «Mettersi il velo è una pratica religiosa, che dovrebbe essere garantita dall’ordinamento giuridico a tutela della libertà religiosa». Sumaya Abdel Qader ha torto, e con lei i moltissimi “multiculturalisti” di una “sinistra” anti-illuminista che ha completamente perduto la bussola dell’eguaglianza e dell’emancipazione. In una società democratica i simboli religiosi dovrebbero anzi essere vietati in tutti gli uffici e servizi pubblici, scuola in primis (e il divieto dei privati non dovrebbe essere considerata discriminazione).

 

Un ufficio pubblico è infatti un bene comune, deve appartenere a tutti, non solo ai cittadini diversamente credenti ma a tutti i diversamente miscredenti e atei. Laddove si esibisca o campeggi un simbolo di appartenenza religiosa quello spazio è sottratto a quanti non vi si riconoscono, è confiscato e privatizzato. Che i simboli religiosi consentiti siano più di uno non cambia nulla, lottizza la confisca tra alcune fedi, ma una prevaricazione plurale sempre prevaricazione resta.

 

Per garantire eguaglianza bisognerebbe che ogni possibile religione (compreso il “Dio degli spaghetti volanti” la cui Chiesa è ufficializzata negli Usa) e ogni possibile ateismo avessero i propri simboli appesi alle pareti, ma così non saremmo allo spazio comune bensì al bailamme delle identità in conflitto. Esattamente l’opposto dell’eguale cittadinanza, l’unica appartenenza che una democrazia riconosce.

 

Sumaya Abdel Qader e i “multiculturalisti” di “sinistra” naturalmente sono in buona compagnia, il Papa, niente meno. Non solo il fondamentalista Karol Wojtyla e il teologo della crociata contro la modernità Joseph Ratzinger, per i quali l’aborto è “il genocidio del nostro tempo” (medici e infermieri che rispettano la volontà della donna all’interruzione della maternità messi moralmente sullo stesso piano di un Ss, del resto l’anatema di Wojtyla, perché non vi fossero dubbi, fu pronunciato in Polonia a pochi chilometri da Auschwitz), ma anche il buonissimo e apertissimo Francesco che manda ormai in estasi fior di “laici” in debito di “Senso” e marrani del valore fondante e irrinunciabile della sinistra, l’eguaglianza sostanziale.

 

Ma questa convergenza, che vorrebbe le fedi religiose come humus per la democrazia contro il pericolo nichilista, e che ha affatturato anche pensatori un tempo di riferimento come Habermas, non fa che rendere esplicita e improcrastinabile per l’intera Europa (se ancora ha una chance di nascere) la necessità di radicarsi in una laicità coerente e adamantina, quella “alla francese”, rettificata anzi in alcune sue “concessioni” (scuole private, ad esempio).

 

La democrazia per funzionare, infatti, e più che mai per uscire dalla sua devastante crisi attuale, ha bisogno di decretare l’ostracismo di Dio dalla sfera pubblica. Valga il vero.

 

L’eguale sovranità non consiste nella mera conta delle volontà, ma nell’argomentazione reciproca con cui i cittadini mettono capo alla decisione della legge attraverso la scelta dei loro rappresentanti. Se la sfera pubblica si riduce alla semplice conta di volontà irrelate e non vincolate al dovere di “fornire ragioni”, il terreno è già fertile perché si passi dal “perché sì” del voto al “perché sì” del manganello. Un cittadino, e un politico, devono argomentare le proprie scelte, condizione pregiudiziale (benché non sufficiente) per essere tutti concittadini. Ma ogni argomento-Dio nega il dialogo, è autoreferenziale, ne esclude i non credenti o i diversamente credenti, ecco perché il ricorso alla fede non deve avere spazio nella sfera pubblica.

 

Solo i fatti accertati, la logica, e i valori fondamentali della Costituzione (per la nostra, nata dalla Resistenza, suonano “giustizia e libertà”). Se invece si può “argomentare” perché “Dio vuole così” (lo hanno fatto fin troppi presidenti americani) siamo già alla sharia. Che non a caso, con la benedizione di governi “cristiani”, è ormai vigente in molti ghetti delle metropoli europee.

Paolo Flores d'Arcais, Micromega 6

 

 

 

 

Brexit, opinione in dissenso. Se Londra divorzia dall’Ue, poco male

 

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli appelli, sulle due sponde dell’ Atlantico e anche ai livelli più elevati, perché i cittadini del Regno Unito si pronuncino in favore della sua permanenza nell’ Unione europea, Ue. Sono stati in particolare sottolineati i gravissimi danni che una decisione contraria comporterebbe sia per il Regno Unito che per l’Ue.

 

A parere di chi scrive queste preoccupazioni sono esagerate e vanno ridimensionate. Quelle relative ai danni per il Regno Unito sono meno ingiustificate e più comprensibili, nell’ottica di chi, per vari motivi, vorrebbe che Londra continuasse a partecipare all’ integrazione europea, sia pure ridotta ai minimi termini per la Gran Bretagna dopo le intese sollecitate e ottenute al Consiglio europeo di febbraio (e per ora provvisorie in attesa dei risultati del referendum).

 

Le preoccupazioni relative ai danni per l’ Ue appaiono invece poco convincenti, in particolare se espresse da questa parte della Manica, e strumentali al tentativo di giustificare le straordinarie concessioni fatte al Regno Unito dagli altri membri dell’Unione per facilitare una risposta positiva dell’ elettorato britannico il 23 giugno.

 

Alle origini del disagio inglese

Il Regno Unito ha aderito nel 1973 alla allora Comunità europea dopo dodici anni di negoziati, interrotti a più riprese, con l’obiettivo di: essere parte di un esperimento al quale all’inizio non aveva creduto, ma che stava avendo successo; beneficiare di un vasto mercato senza barriere doganali; e “last but not least“ entrare nella libera circolazione europea dei capitali.

 

Quest’ ultimo obiettivo era vitale allora per il Regno Unito, al fine di“ affogare” nel mercato unificato europeo la montagna di sterline ancora in circolazione nel mondo dopo che la moneta nazionale aveva perso il ruolo di importante valuta di riserva (e il Regno Unito quello di prima economia mondiale).

 

Sin dall’ inizio gli inglesi si sono sentiti a disagio nella Comunità europea: troppo dirigismo francese, troppa regolamentazione tedesca, troppa improvvisazione italiana. E ancor meno soddisfatti sono stati degli sviluppi successivi verso forme più avanzate di integrazione sovranazionale, totalmente contrarie al senso britannico di indipendenza e sovranità. Così hanno costantemente rinegoziato la loro partecipazione al progetto europeo a ogni stadio del suo avanzamento.

 

Attualmente sono fuori dalla moneta unica, dalla libera circolazione delle persone e, con gli ultimi accordi di febbraio, anche dalle disposizioni finanziariamente più costose in materia di libera circolazione dei lavoratori. Ma rimangono presenti a pieno titolo in tutte le istituzioni europee con diritto di voto e, dove previsto, di veto.

 

Divorzio dall’Ue, ripercussioni per Londra

Uscire dall’ Ue non cambierebbe drammaticamente le cose per la Gran Bretagna, ma certamente avrebbe pesanti ripercussioni. Se Londra concludesse immediatamente un accordo con l’Ue per rimanere nel mercato unico e nella libera circolazione dei capitali, non avrebbe più voce, come del resto nemmeno norvegesi e svizzeri, nelle decisioni relative.

 

È anche da mettere in conto che Londra perderebbe una parte, ma solo una parte, della sua importanza come grande mercato finanziario. La conseguenza più negativa, quella sì veramente seria, sarebbe la prevedibile secessione della Scozia.

 

E per l’Ue, quali sarebbero le conseguenze della perdita della Gran Bretagna? Da oltre trent’anni, esaurito il ruolo certamente positivo svolto da alcuni dei primi commissari britannici (vanno ricordati in particolare Jenkins, Thompson e Cockfield ), il Regno Unito non ha più dato alcun apporto significativo al progresso dell’ integrazione europea, nemmeno in materia di sicurezza e di difesa, e ha fatto invece di tutto per frenarlo. Né ha voluto contribuire agli equilibri politici complessivi in Europa: obiettivo sul quale avevano puntato molto, alle origini, Italia e Paesi Bassi.

 

Sul piano politico, non si vede quale indebolimento della posizione dell’Ue nel mondo produrrebbe l’uscita del Regno Unito, visto che Londra non ha mai voluto operare per sostenere e rafforzare questa posizione.

 

Sul piano degli scambi, il Regno Unito continuerebbe, come si è detto, a far parte del mercato unico. Mentre, in materia finanziaria, il sostanziale diritto di veto attribuito al Regno Unito dalle intese di febbraio potrebbe essere utilizzato da Londra per ostacolare ogni eventuale tentativo dell’Unione di mettere ordine e di far pulizia nella situazione di caos speculativo ora esistente nei mercati finanziari come conseguenza della “deregulation” selvaggia a suo tempo inventata dagli ambienti anglo-sassoni del settore.

 

I benefici di un’Ue più piccola

È stato sostenuto infine che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione creerebbe un incentivo per altri Paesi membri di seguirne l’esempio. È opinione di che scrive che un rimpicciolimento delle dimensioni dell’Unione potrebbe essere benefico per la sua coesione interna, dopo l’ampliamento della metà degli anni 2000 che fu operato in modo affrettato e senza introdurre più adeguate regole istituzionali.

 

Mentre le deroghe ad hoc concesse alla Gran Bretagna in febbraio costituirebbero un precedente difficilmente opponibile per ogni Paese che volesse un trattamento specifico e differente dalla regola generale.

 

In conclusione, ogni popolo deve sentirsi libero di decidere democraticamente del proprio destino, quali ne siano le conseguenze.

Roberto Nigido è Ambasciatore d’Italia. AffIn8

 

 

 

 

Oltre la Brexit, l'euroscetticismo avanza in tutto il continente

 

Un sondaggio dell'istituto Pew Research evidenzia un risicato 51 per cento a favore dell'Ue e in alcuni paesi (Grecia, Francia, Gran Bretagna e Spagna) la prevalenza dei contrari all'Unione. In tutti gli Stati membri in ogni caso il consenso per Bruxelles è diminuito rispetto a un anno fa - di ENRICO FRANCESCHINI

 

NON è più una caratteristica soltanto o prevalentemente inglese: a due settimane dal referendum britannico sull'Unione Europea, l'euroscetticismo appare in crescita in tutto il continente. Un sondaggio condotto dal prestigioso istituto Pew Research in dieci nazioni rivela complessivamente una risicata maggioranza del 51 per cento di cittadini che guardano con favore alla Ue, con un aumento considerevole di sentimenti anti-Unione da un capo all'altro d'Europa e ben quattro Paesi (Grecia, Francia, Gran Bretagna, Spagna) in cui l'opposizione a Bruxelles è addirittura prevalente. L'Italia è fra i più positivi verso la Ue, ma anche da noi si registra un notevole calo di consensi per le istituzioni europee rispetto a soltanto un anno fa.

 

Il campanello d'allarme arriva mentre a Londra infuria la campagna referendaria. Martedì sera, in un dibattito televisivo, il primo ministro David Cameron, schierato per il sì all'Unione, ha esortato i suoi compatrioti a non rinchiudersi in una mentalità da "piccola Inghilterra"; mentre il suo avversario per l'occasione, Nigel Farage, leader dell'Ukip, il partito anti-europeo per eccellenza, ha ripetuto la controversa affermazione secondo cui restare nella Ue espone le donne inglesi al "pericolo di violenze sessuali nello stile degli attacchi di qualche mese fa a Colonia", in Germania. Parole che il fronte europeista, e pure Justin Welby, l'arcivescovo di Canterbury, hanno accusato di "razzismo". Ma non è certamente con pacati dati di fatto che viene condotto questo duello, decisivo per il destino britannico ed europeo: se Cameron paventa rischi di "terza guerra mondiale" in caso di Brexit (Britain exit - sottinteso dall'Europa), il fronte del no lascia intendere che la Gran Bretagna subirà una sorta di sbarco in Normandia alla rovescia, venendo invasa da torme di immigrati affamati, poco importa se europei o meno, se resterà un membro della Ue.

 

Nel sondaggio paneuropeo di Pew Research, cinque delle sei nazioni interpellate sullo stesso argomento nel 2015 segnalano una diminuzione delle simpatie verso l'Unione Europea di 17 punti percentuali in Francia, di 16 in Spagna, di otto nel Regno Unito, di sei in Italia. Oggi nel nostro Paese il 58 per cento vede la Ue con favore, il 39 per cento la avversa. Polonia e Ungheria sono i paesi più filo-europei, secondo il rilevamento, comprensibilmente considerato che l'espansione a est della Ue ha contribuito al consolidamento della democrazie e del libero mercato negli ex-paesi satelliti di Mosca. Ma chiaramente l'Europa deve fare di più per convincere la propria popolazione dell'utilità della Ue, se perfino in Germania e in Olanda i "voti" contro l'Unione sfiorano quelli a suo sostegno.

 

Il resto d'Europa, tuttavia, non sta per votare se rimanere o uscire dalla Ue. La Gran Bretagna, invece, prenderà la storica decisione il 23 giugno prossimo. I sondaggi telefonici danno in vantaggio i sì alla Ue, quelli online danno in vantaggio i no o pronosticano la parità. E' vero che i sondaggi sbagliarono le previsioni sulle elezioni britanniche dello scorso anno (non delineando la netta vittoria dei conservatori); e gli esperti, citando alcuni precedenti, affermano che in referendum di questo tipo si registra solitamente un aumento di consensi per lo status quo negli ultimi giorni di campagna elettorale, come avvenne, effettivamente, nel caso del referendum scozzese sull'indipendenza

dalla Gran Bretagna nell'autunno 2014. Ciononostante, il conto alla rovescia verso il voto procede in un clima di incertezza e di crescente preoccupazione, riflessa dal calo della sterlina sui mercati valutari e da voci di fuga di miliardi di capitali da Londra per timore di Brexit. LR 8

 

 

 

 

Niente tsunami astensionista. Dal voto amministrativo, prove di tripolarismo nascente

 

Il 5% in meno di votanti su base nazionale (62,14% rispetto al precedente 67,42%) non deve al momento preoccupare, anche perché si è votato nella sola giornata di domenica. Preoccupa, piuttosto, e deve indurre tutti  a riflettere, il più marcato astensionismo nelle grandi città, mentre la provincia italiana profonda ha tenuto. Il voto amministrativo sembra accreditare il superamento classico del bipolarismo (centrodestra-centrosinistra) con la pretesa del Movimento Cinquestelle di scalare posizioni e di farsi competitor nazionale del Pd o del futuro Partito della Nazione - Domenico Delle Foglie

 

L’Italia non è stata travolta da uno tsunami astensionista. E’ questo il primo dato politico che il voto amministrativo del 5 giugno 2016 restituisce a un Paese frastornato e preoccupato. Quel 5% in meno di votanti su base nazionale (62,14% rispetto al precedente 67,42%) non deve al momento preoccupare, anche perché si è votato nella sola giornata di domenica, mentre nelle precedenti Amministrative il voto si era protratto sino al lunedì. Preoccupa, piuttosto, e deve indurre tutti a riflettere, il più marcato astensionismo nelle grandi città, con Roma in controtendenza, mentre la provincia italiana profonda ha tenuto. E’ un segnale di malessere che va interpretato in uno con la complessità della gestione amministrativa di grandi città le cui dimensioni accentuano i disagi dei cittadini e in cui più forte si è manifestata l’inadeguatezza del personale politico e della sua proposta. Invece nell’Italia dei mille borghi e cittadine, gli italiani continuano a votare e a scegliere il proprio sindaco con maggiore convinzione e partecipazione.

La dimensione di prossimità sembra premiare, mentre nelle grandi città tutto è distante. Sideralmente distante.

Il Palazzo municipale, pensate a una città enorme come Roma, è percepito come lontanissimo, se non addirittura ostile ai cittadini. I quali hanno due misuratori eccellenti per giudicare: le tasse locali (enormi) e i servizi pubblici (spesso scadenti). Perciò va detto, con un filo di cinismo e di realismo, che il voto nelle grandi città, sia pure stentato, è di per sé un piccolo miracolo di partecipazione.

Una seconda considerazione generale ci riporta ad un esame più politologico di questo voto amministrativo: nelle grandi città (Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli), si va dappertutto al ballottaggio fra coalizioni di tipo diverso. Per chiarirci,

non si appalesa una conferma del bipolarismo classico (centrosinistra-centrodestra) e si afferma una sorta di tripolarismo spurio.

In cui la parte del terzo incomodo la svolgono, a turno, i candidati sindaco dei Cinquestelle (gli unici a correre in solitaria) e altri candidati dal profilo civico. E’ il segno della nascita di un sistema tripolare, con i Cinquestelle seconda forza nazionale? E’ presto per dirlo. La prova del nove verrà dal turno di ballottaggio. Ma un dato politico emerge con chiarezza: in molti casi, sia i Cinquestelle sia le forze di centrodestra, saranno arbitri delle elezioni amministrative. Sempre che riescano ad orientare i propri elettori che, in un tempo di labili appartenenze e di sussulti populisti e rivendicativi sono difficilmente controllabili. Ma la nascita di un sistema tripolare potrebbe avere altre e più profonde conseguenze.

Inevitabile appare per il premier e segretario del Pd, Matteo Renzi, rilanciare il suo progetto di Partito della Nazione. Sui tempi è difficile fare previsioni, ma la scelta di rompere con la sinistra tradizionale e anche con la sua sinistra interna, è un segnale chiarissimo. Inoltre, giorno dopo giorno si va rafforzando il suo asse con Denis Verdini e i suoi. Da mesi, ormai, i parlamentari di Ala votano in Parlamento in simbiosi con il Pd (per ultimo in occasione dell’approvazione della riforma costituzionale). Quando e come saranno assimilati alla maggioranza di governo e quando entreranno al governo non è dato sapere. Ma l’appuntamento referendario dell’autunno potrebbe avere come conseguenza immediata l’allestimento di una maggioranza parlamentare più ampia che sosterrebbe un nuovo governo per l’ultimo tratto della legislatura. Un tempo che vedrebbe i tre contraenti (Renzi, Alfano e Verdini) riproporsi come alleati in vista delle elezioni politiche, magari con alcune correzioni alla legge elettorale ritenute essenziali per la sopravvivenza degli alleati minori.

Altrettanto inevitabile appare un riassetto del centrodestra italiano, in cui il declino di Berlusconi sembra inarrestabile, mentre i progetti espansionistici di Salvini e della sua Lega appaiono a questo punto velleitari. Il mancato ballottaggio a Roma è una brusca frenata che dovrebbe indurlo a ripensamenti di coalizione. Ma la verità è che il centrodestra, a differenza del centrosinistra e dei Cinquestelle, non ha un leader indiscusso. Tutto il tempo che passa nell’attesa che si appalesi, è spazio politico guadagnato per i Cinquestelle che certamente vorranno provare a consacrarsi come secondo asse, dopo il Pd, del nascente tripolarismo.

E allora, ci chiederete, chi ha vinto? Impossibile dirlo…

non solo perché bisogna aspettare l’esito dei ballottaggi che possono sempre riservare delle sorprese, ma soprattutto perché nessuno dei tre maggiori contendenti sembra avere un grande smalto. Non il centrodestra ancora in confusione, non il Movimento Cinquestelle aggrappato al voto rancoroso anti-sistema, non il centrosinistra con un Pd appannato e logorato dalle battaglie interne. Silvio Berlusconi, Beppe Grillo e Matteo Renzi? Non stanno per nulla sereni. Sir 6

 

 

 

Online un questionario dedicato ai giovani italiani

 

Il formulario fa parte di un percorso elaborato dalla Commissione per un'Europa più inclusiva

 

ROMA – Sui siti internet del Forum Nazionale dei Giovani (www.forumnazionalegiovani.it) e dell’Agenzia Nazionale per i Giovani (www.agenziagiovani.it) è possibile compilare sino al 17 luglio prossimo il questionario online elaborato per avvicinare sempre più l'Europa ai giovani europei.

Il coinvolgimento delle giovani generazioni è avvertito necessario visti i dati della disoccupazione giovanile e il numero dei Neet, “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, ossia di giovani italiani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano – in Italia il 22% dei giovani che hanno tra i 15 e i 24 anni e il 33% di coloro tra i 25 e i 29 anni, percentuali tra le più alte in Europa.

Per promuovere tale coinvolgimento la Commissione europea ha pensato ad un “Dialogo strutturato”, articolato in cicli di lavoro di 18 mesi (definiti dal Consiglio dei ministri della Gioventù dell’Ue) e che prevede la consultazione periodica dei giovani e delle organizzazioni giovanili a tutti i livelli nei paesi dell’Unione, nonché un dialogo tra i rappresentanti dei giovani e i responsabili politici.

La tematica attuale, facente parte del V ciclo e che coinvolge le tre presidenze dell’Ue (Paesi Bassi, Repubblica Slovacca, Malta) è “Enabling all young people to engage in a diverse, connected and inclusive Europe. Ready for life, ready for society”, valida per il periodo gennaio 2016 – giugno 2017. L'obiettivo è promuovere la partecipazione e l'impegno dei giovani per un’Europa diversa, connessa e inclusiva. (Inform 9)

 

 

 

Facciamo i conti

 

In economia, non è più possibile fare delle previsioni. Del resto, non ci sono costrutti che ci potrebbero indurre ad assumere posizioni di minor “chiusura”. Da qualche tempo, il “piatto” non “piange”, perché proprio non c’è più. Portato via; insieme alle speranze e ai sacrifici degli italiani. Anche la minor competitività produttiva a livello internazionale ci ha messo a terra. Sollevarsi, quando e se sarà, potrebbe essere difficile. Scrivere di “stangate” non farebbe più notizia. Ci hanno abituato, giorno per giorno, ad avere meno ed a sostenere l’insostenibile. Siamo stanchi di questa situazione che sfilaccia ogni iniziativa, ogni possibile via d’uscita. Il rigore non ha lasciato spazio alla speranza. Senza speranza è venuta meno la fiducia. Senza fiducia non se n’esce.

Non c’è Renzi che tenga. Se risparmiare, è impossibile, tentare di spendere appare ancor più difficile. La mancanza di liquidità ci ha spinto ai prestiti, ad acquistare a rate. Ipotecando per mesi, se non per anni, gli eventuali miglioramenti economici che potrebbero verificarsi. Ci sembra, a questo punto, superfluo, fare dei raffronti. In UE la dinamica salariale è assai meno condizionata che da noi. I prezzi lievitano in tutta l’Unione, ma, nella stessa maniera, sono adeguati anche gli stipendi e le pensioni. Se sulle imposte dirette non si potrà più andare oltre, l’interesse sarà rivolto a quelle indirette che, con certezza, ridimensioneranno i pochi margini economici degli italiani. La questione, tanto per rimanere in tema, non è solo politica.

 Il “superfluo” non esiste più da tempo, ora è iniziata la forzata rinuncia al “necessario”. Ce ne siamo accorti tutti. Sopravvivere è assai più difficile di quando lo era in Seconda Repubblica. Chi ancora “ha”, preferisce non investire. Chi non “ha” trova difficile guardare al futuro. C’è bisogno di un cambiamento: forte e generalizzato. Le vie del compromesso non hanno portato a nulla. La confusione non ha mai partorito nulla di buono. Il passato dovrebbe ricordarcelo. Invece, si preferisce ancora la disputa al dialogo.

Fare il punto per focalizzare le sorti del Paese è inattuabile. Intanto, la Penisola resta terra in balia di un Mediterraneo in “tempesta”. Le future elezioni politiche “rinnovate”, lasciando da parte le previsioni degli ottimisti, si terranno prima dei termini espressi da Renzi. Intanto, la “fiducia” per il nostro Primo Ministro s’è ridimensionata. Nella Penisola, terra dolente, è iniziato il tragitto per un complesso cambiamento. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Per il CIR la strategia su Immigrazione e Paesi terzi è “poco convincente e poco innovativa”

 

ROMA - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati - CIR - giudica il documento della Commissione Europea per la cooperazione con i Paesi terzi poco convincente, poco innovativo e non consono all’obiettivo dichiarato di gestire meglio la crisi di rifugiati in Europa. Tuttavia - è detto in un comunicato - alcune poche proposte presentate potrebbero creare delle alternative reali ai rifugiati.

"L'aspetto positivo è che per la prima volta  in questo documento la Commissione Europea, anche a differenza del Migration Compact presentato dall'Italia, include anche politiche di cooperazione con importanti Paesi di primo rifugio come il Libano e la Giordania dove attualmente sono ospitati milioni di siriani. Purtroppo non viene però specificato il tipo di interventi che in questi Paesi potranno e dovranno essere sviluppati. Siamo convinti che sia necessario investire nei Paesi di primo asilo, ma con un'ottica ben precisa. L'investimento deve essere fatto non per tenere i rifugiati lontani dall'Europa ma per dare ai rifugiati una opzione e una reale protezione anche in questi Paesi. Permettere loro di rimanere vicini alle loro case, qualora questo sia il loro desiderio, in piena sicurezza e con possibilità di integrazione. Un discorso di potenziamento del sistema di protezione per rifugiati che crediamo dovrebbe essere fatto anche per Etiopia e Niger " dichiara Christopher Hein, portavoce del Consiglio Italiano per i Rifugiati.

Rispetto a questo aspetto positivo, altri sono quelli che ci lasciano invece perplessi. La riduzione dei morti in mare viene citato come primo obiettivo, ma non ci sembra siano assolutamente adeguati gli strumenti identificati per perseguirlo. In tutto il documento l'unica via legale indicata per entrare in Europa è il reinsediamento.  Uno strumento importante ma che prevede procedure lunghe e difficoltose. Rispetto ai 25.000 posti di reinsediamento che gli Stati membri hanno messo a disposizione nel luglio 2015, poco più di 6mila persone sono arrivate in Europa. Una misura positiva quindi, ma con limiti evidenti. È uno strumento cui gli Stati possono aderire volontariamente e sul quale l'UE non può imporre alcuna volontà. Una procedura che prevede il riconoscimento dello status di rifugiato da parte dell'UNHCR e che difficilmente può essere contratta in tempi brevi.

"La realtà è che sugli ingressi legali vengono spese davvero poche righe che non citano gli strumenti più innovativi e per noi più importanti: la possibilità di chiedere asilo nelle sedi delle rappresentanze diplomatiche nei paesi di origine e transito, i canali umanitari. Non vi è inoltre traccia di una nuova politica di ingressi legali per le persone che migrano per fini economici. In Italia, ad esempio, sono anni che i decreti flussi sono fermi: che ipotesi alternative agli ingressi irregolari stiamo lasciando a questi migranti?" continua Hein.

Nel documento si parla molto di ritorno e di accordi di riammissione: strumenti che vengono utilizzati solo nel caso di rimpatri forzati.  La menzione ai programmi di Ritorno Volontario Assistito è fugace e citata come prassi per realizzare ritorni anche dai Paesi di transito. Crediamo che il ritorno volontario e concordato con i migranti sia di fondamentale importanza, e non vorremmo che una politica muscolare sul ritorno forzato venga utilizzato come deterrente per i migranti similarmente a quanto sta avvenendo come effetto immediato e più evidente dell’Accordo Ue-Turchia. 

"Temiamo che sotto il cappello della cooperazione con i Paesi d'origine e i paesi di transito si nasconda in realtà la volontà di scaricare su altri l'onere di accogliere migranti e rifugiati. Questo documento sembra rieditare trend e politiche ben note. Anche se alcuni degli obiettivi declinati sono più che positivi, come ridurre le morti in mare e rendere più sostenibile a rifugiati e migranti la vita in luoghi limitrofi ai loro Paesi di origine, vorremmo capire come questi obiettivi si coniughino con il primario obbligo di garantire la protezione dei migranti forzati e di dare opportunità lavorative e di vita ai migranti economici. Infine, ci sembra davvero poco generoso l’investimento economico che inizialmente viene previsto. Con questo investimento non crediamo che sia possibile incidere realmente sulle condizioni di protezione e di vita nei Paesi di transito e di origine. Non crediamo che obbligatoriamente l’Europa sia la migliore soluzione di vita di migranti e rifugiati, ma siamo convinti che ogni ipotesi non possa prescindere dal pieno rispetto dei diritti e delle libertà di chi è costretto a fuggire ” conclude  Fiorella Rathaus direttrice del CIR. (Inform 8)

 

 

 

 

Elezioni amministrative 2016. Comunali, i veri rivali del governo

 

Avanza il voto di protesta, il Pd regge a fatica, M5S vola a Roma. Ma, nelle grandi città, è tutto rinviato ai ballottaggi del 19 giugno - di Massimo Franco

 

È una fotografia sgranata, quella che emerge dalle Amministrative di domenica. Il Movimento 5 stelle continua ad avanzare a Roma e Torino, e il Pd barcolla. Nelle grandi città, è tutto rinviato ai ballottaggi del 19 giugno. Ma aleggia lo spettro di una coalizione trasversale che converge sui candidati ostili a quelli di governo, per sconfiggere il partito di Matteo Renzi.

Dalle percentuali di Milano, pur favorevoli, dal vantaggio netto della candidata del M5S nella capitale e da quello del sindaco uscente di Napoli, si capisce perché Renzi abbia detto che queste elezioni non riguardano il governo nazionale. I motivi di sollievo, per lui, non sono molti. Nel cuore della notte non era ancora chiaro se la sfida sarà tra Virginia Raggi e Roberto Giachetti. Il candidato renziano rischia fino all’ultimo di non andare al ballottaggio, superato da Giorgia Meloni, esponente di una destra spaccata e in polemica con Silvio Berlusconi. E comunque, i consensi della seguace di Beppe Grillo fanno pensare che la prima abbia buone probabilità di spuntarla.

Il fatto che il M5S sia diventato il primo partito della capitale e l’affermazione della Meloni su Alfio Marchini, appoggiato da Berlusconi, ha altre due implicazioni. La prima è la difficoltà di Renzi a riaccreditare il Pd nella capitale. Evidentemente, il malumore per gli scandali e per le faide interne ha lasciato lividi profondi a sinistra. Troppo pesante l’ipoteca del passato, e troppo modesto l’investimento per cancellarla anche per il profilo di Giachetti, che ha raccolto meno voti della sua coalizione. L’epilogo colpisce perché il Pd aveva davanti un centrodestra diviso.

E qui siamo a una seconda conseguenza riguarda il centrodestra: la conferma della subalternità di Fi al Carroccio. A Milano FI e Lega sono alleati. E le proiezioni che arrivavano durante lo spoglio, davano un lieve vantaggio a Giuseppe Sala sul centrodestra di Stefano Parisi, che però andrà verificato tra quindici giorni. Il tema più dirimente è comunque la sfida Pd-M5S, dalla capitale a Torino.

In più, Napoli premia il sindaco uscente, Luigi de Magistris, nemico di Palazzo Chigi. E nella stessa Torino, il Dem Piero Fassino è in testa, ma tallonato dal movimento di Grillo, che diventa il primo partito.

È improbabile che tutto questo possa destabilizzare il governo. Inserirebbe però elementi di incertezza e tensione in vista del referendum sulle riforme costituzionali di ottobre. E questa sarebbe una terza conseguenza insidiosa. Più i risultati sono negativi, più gli avversari di Renzi contrasteranno la campagna per il «sì», utilizzando le Amministrative come prima spallata in attesa di quella referendaria contro il suo esecutivo. Bisognerà anche capire se la tendenza del premier a minimizzare il significato del voto appena espresso, continuerà di qui ai ballottaggi. È parsa una scelta corretta, eppure ha alimentato il sospetto che volesse esorcizzare in anticipo una sconfitta. Tra l’altro, i dati sulla partecipazione dicono che la lenta emorragia degli elettori non si è fermata: soprattutto nelle grandi città. E questo alimenta polemiche contro il governo per la scelta del 5 giugno. Non ci sono più posizioni di rendita per nessuno. Vale per il Pd. Per il centrodestra. E per il M5S, che da domenica ha da perdere molto a sua volta: se non altro perché almeno a Roma è il principale candidato alla vittoria. CdS 6

 

 

 

 

Festa della Repubblica. L’intervento dell’on. Micheloni

 

Discorso del senatore Claudio Micheloni pronunciato il 2 giugno 2016

al Consolato di New York e il 4 giugno 2016 a Casa Italia di Chicago

 

Innanzi tutto desidero ringraziare tutti voi che siete qui, a condividere la celebrazione del giorno in cui, 70 anni fa, milioni di cittadini italiani votarono per eleggere i membri dell’assemblea costituente e il referendum sulla forma dello stato tra monarchia e repubblica. Svolgerò una breve riflessione sul significato storico di quegli eventi, gettando uno sguardo sullo scenario attuale.

Cominciamo dalla Repubblica, facendo un passo indietro di quasi tre anni. L'8 settembre del 1943 Vittorio Emanuele III di Savoia, il governo Badoglio e i vertici militari scelgono di offrire ai nazifascisti la capitolazione di Roma, nonostante fosse totalmente ingiustificata dal punto di vista militare: le forze dell’esercito italiano erano nettamente superiori ai tedeschi di stanza a Roma e le truppe, così come i comandanti delle divisioni, per non parlare della popolazione civile, erano ben disposte a combattere.

Scrisse un importante partigiano e storico della Resistenza, Roberto Battaglia:

"La fuga di Pescara sancisce definitivamente la separazione tra monarchia e popolo, né può essere più cancellata. E lo stesso sovrano, o chi gli è più vicino, non può prevederne le conseguenze, poiché non prevede in nessun modo che quel popolo, cosi abbandonato al suo tragico destino, possa esprimere una propria volontà autonoma; non può prevedere che lo stesso 8 settembre possa trasformarsi nel principio della rinascita.”

Il 2 giugno, dunque, rappresenta la chiusura definitiva della fase più drammatica del novecento italiano, e la prima pagina di una storia nuova.

Questa nuova storia, questa nuova Repubblica, è nata quindi grazie alla Resistenza, civile e militare, grazie alle nazioni democratiche e antifasciste, con gli USA in prima linea, e anche, mi sembra giusto ricordarlo oggi qui, ma non solo qui e non solo oggi, grazie ai sacrifici e alle sofferenze di una categoria particolare di italiani. Prima di partire mi sono imbattuto in un breve video, il promo di un documentario di Marco Curti presentato al festival indipendente di New York nel 2013, che spero di vedere integralmente quanto prima: Fighting Paisano. Vi si racconta la vicenda di quegli italoamericani che si trovarono a combattere per la loro nuova patria, contro quella vecchia. O meglio, dovremmo dire, che combatterono con l'esercito della loro nuova patria, per liberare quella vecchia e garantirle un futuro di democrazia e benessere.

Ma voglio dirlo con le parole di Gene Giammobile, un emigrante abruzzese, che restituiscono il travaglio profondo di quell'epoca:

“Scelsi l'America come paese adottivo, ma non venitemi a dire che ero un nemico interno, perché... ho combattuto contro la mia gente!".

Voi queste cose le sapete, e le capite, per cui dirò poche parole sull'oggi per concludere. In questi mesi, in Italia si discute una riforma della Costituzione che si cominciò a scrivere 70 anni fa. Non entrerò nel merito della riforma, e della mia contrarietà a questa riforma, che esprimerò votando no al referendum che si dovrebbe tenere nell'autunno di quest'anno. Voglio solo trarre qualche spunto dalle vicende che ricordiamo in questa occasione, per inquadrare meglio ciò che accade, non solo in Italia, nel mondo di oggi. Le costituzioni non sono intoccabili, ci mancherebbe: possono e devono essere aggiornate, adeguate alla società contemporanea. Ma è fondamentale che, nel farlo, si sappia sollevare lo sguardo dalle contingenze del momento e dalle convenienze di parte, perché quando si scrive o si modifica una Costituzione occorre ragionare a lungo termine, non in base alla prossima scadenza elettorale; si deve cercare di comporre i valori e gli interessi dell'insieme del popolo, non di una sua parte.

In Europa, per esempio, non ci siamo riusciti, e i risultati sono sotto i nostri occhi: un continente che ha saputo costruire, bene o male, 70 anni di pace dopo una guerra civile costata decine di milioni di morti, si sta disunendo se non peggio di fronte a pochi milioni di profughi.

Signore e signori permettetemi un pensiero per tutti quei bambini, quelle donne e quegli uomini che continuano a morire nel mare Mediterraneo, nel mare nostro, quegli esseri umani muoiono sulle strade che percorrono alla ricerca della salvezza, della sopravvivenza dalla guerra e dalla fame. Muoiono per colpa delle guerre e della fame ma anche per colpa della miseria culturale umana, della cieca e vigliacca politica europea di oggi. Ma voglio qui dire tutto il mio orgoglio di essere italiano, l'orgoglio di sostenere questo governo e i governi precedenti, perché l'Italia, malgrado l'Europa e la sua cieca politica, non costruisce muri ma salva vite umane.

Concludo sul tema di oggi : Piero Calamandrei, parlando all'assemblea costituente, che fu eletta il 2 giugno di 70 anni fa, fece un discorso molto critico sui compromessi e le ambiguità che lui, da sommo giurista quale era, aveva individuato nel testo costituzionale, e a chi gli contestava un modo di vedere le cose troppo teorico e troppo poco politico, disse: “Credete, voi che vi intendete di politica, che sia proprio una buona politica quella consistente, quando si discute una Costituzione, nel presupporre sempre che in avvenire il proprio partito avrà la maggioranza, e nel disinteressarsi, in tale presupposto, della precisione e della chiarezza tecnica dei congegni costituzionali?”

Spesso dico che ovunque vada, soprattutto in Europa, riscontro una profonda crisi della rappresentanza democratica, del rapporto tra cittadini e politici; ma solo in Italia, a mio avviso, questa crisi investe non solo i soggetti politici, i partiti, ma le stesse istituzioni democratiche. Già da tempo, e a maggior ragione, temo, di qui in avanti, ascoltiamo una propaganda che ci invita a considerare le istituzioni come fossero bistecche, a chiederci: quanto costano? Quanto costa la democrazia?

Ecco, io sono contro tutti gli sprechi, gli eccessi e i privilegi della classe politica, ma se vogliamo sapere quanto costa la democrazia – scusate la retorica, ma questa è la verità – dovremmo chiederlo a quei soldati italoamericani di cui vi ho parlato, a quei soldati italiani che non eseguirono gli ordini infami di una monarchia indegna, a quei cittadini che scesero in strada a Roma sulla via Ostiense per combattere i nazisti a mani nude, a quelle centinaia di migliaia di italiani che pochi mesi dopo salirono in montagna e restituirono al nostro Paese l'onore, la dignità infangata da venti anni di fascismo e cinque anni di guerra imperialista al seguito di Hitler.

Loro lo sapevano, quanto costa la democrazia. Cerchiamo di non dimenticarlo noi, che grazie a loro abbiamo vissuto in pace e libertà. De.it.press

 

 

 

Istat: calano i residenti in Italia per la prima volta dopo 90 anni

 

La diminuzione riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana, con 141.777 residenti in meno, mentre quella straniera aumenta di 11.716 unità

ROMA - In Italia siamo sempre di meno. A lanciare l'allarme è l'Istat che quantifica come, nel corso del 2015, il numero dei residenti abbia registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni.  Risultato? Il saldo complessivo è "negativo" per 130.061 unità. Il calo riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana - 141.777 residenti in meno - mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità. Il dato è stato diffuso oggi dall'Istat che ha pubblicato il "Bilancio demografico nazionale".

 

In particolare l'Istituto nazionale di statistica pone l'accento sulla continua riduzione della popolazione con meno di 15 anni: al 31 dicembre 2015 era pari al 13,7%, un punto decimale in meno rispetto all'anno precedente. Continua a ridursi anche la consistenza della popolazione in età attiva (15-64 anni) che nel 2015 si è attestata al 64,3%. Chi cresce? La popolazione di 65 anni e oltre (22%). 

 

Nel 2015 i nati sono stati meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). I decessi invece oltre 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di un incremento sostenuto che - secondo l'Istituto di statistica - è da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali. L'eccesso di mortalità ha riguardato i primi mesi dell'anno e soprattutto il mese di luglio, quando si sono registrate temperature particolarmente elevate.

 

Sono in molti a muoversi in Italia e verso fuori. Il movimento migratorio con l'estero mostra un saldo positivo di circa 133 mila unità, seppure in flessione rispetto agli anni precedenti. Prosegue la crescita delle acquisizioni di cittadinanza: ammontano infatti a 178 mila i nuovi

cittadini italiani nel 2015. Sono circa 200 le nazionalità presenti nel nostro paese; per oltre il 50% (oltre 2,6 milioni di individui) si tratta di cittadini di un paese europeo. La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella romena (22,9%) seguita da quella albanese (9,3%).  LR 10

 

 

 

 

Referendum costituzionale. “Il SI’ rafforza la stabilità democratica dell’Italia”

 

Anche all’estero gli italiani si stanno mobilitando per il Referendum costituzionale d’autunno. Il primo appuntamento in Europa è in Svizzera, a Ginevra, sabato 11 giugno: un confronto, tra me e il senatore Felice Casson, organizzato dal Partito democratico ginevrino e dai comitati locali “Basta un sì” e “NO alle modifiche costituzionali”.

 

E’ la mia prima iniziativa pubblica. Con l’aver favorito la nascita del Comitato promotore “Si della ragione” comincio questa campagna referendaria con grande serenità. Non appartengo a quelle categorie che si combattono tra vecchio e nuovo, bene e male. Io vengo da una storia di grande patriottismo costituzionale.

 

Francamente non vedo quelle preoccupazioni per la democrazia che sollevano gli oppositori della riforma. Sono convinto che questa riforma costituzionale contribuirà ad assicurare la governabilità della nostra società negli interessi generali di tutto il Paese. Sono 41 articoli che modificano la seconda parte della Costituzione salvaguardandone i valori fondanti.

 

Il Disegno di Legge di Riforma costituzionale (Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione) dopo ben due anni di lavoro e 4 passaggi parlamentari ha avuto il via libero il 12 aprile 2016. Ora saranno i cittadini a decidere sull’entrata in vigore della riforma con il referendum confermativo, poiché il testo è stato approvato senza la maggioranza dei due terzi del Parlamento (420 deputati e 210 senatori). Questa volta il referendum non avrà bisogno del quorum: vince l’opzione più votata tra “SI” e “NO” alla conferma della legge.

 

La Circoscrizione Estero viene mantenuta. Anche il numero degli eletti nella nuova Camera è anch’esso confermato. Certo, mancherà la rappresentanza degli italiani all’estero in Senato, ma ho già visto che Comites e Cgie iniziano a parlare di una loro delegazione nella nuova Camera dei territori e delle Regioni.

 

Sono certo che saprete apprezzare il profilo di un Paese più moderno, più operoso e pronto ad assumere le decisioni. Chi vive all’estero si attende un’Italia più dinamica ed apprezzata nel mondo. Il referendum sarà l’occasione per fare un serio passo in avanti in questa direzione.

 

Vi invito, cari amici e care amiche, ad impegnarvi per introdurre strumenti di rappresentanza e di ammodernamento che già i nostri padri costituenti ritenevano necessari. Entrate e sostenete i Comitati per il SI’ che si stanno costituendo in Italia e all’estero. Sono convinto che se saremo all’altezza della grande sfida, l’unità nazionale uscirà più forte!  On. Gianni Farina, de.it.press

 

 

 

 

Le promesse

 

Renzi li aveva chiamati i suoi primi “mille giorni”di Governo. Ne avevamo preso atto; anche se con tante perplessità che non ci siamo risparmiati nell’evidenziare. A circa sei mesi dall’inizio d’anno, vedremo se le “promesse” del Governo si avvereranno. Siamo, fortemente, preoccupati. Anche perché se la conversione in legge di certi provvedimenti governativi non saranno modificati, in concreto, dal Parlamento saranno guai.

 Gli scioperi sono stati annunciati. Un segnale, forte, che anche i sindacati, di qualsiasi estrazione politica, non sono d’accordo sulle tattiche del nostro Primo Ministro e squadra al seguito. Da come abbiamo avuto modo di capire, i redditi “deboli” sono sempre poco tutelati. Nessun vantaggio, almeno palese, nei confronti dei disoccupati e licenziati che dovranno affrontare un altro periodo irto d’interrogativi con un’improbabile ripresa economica per quelli a venire.

I “perché” e i “come” hanno superato il solco del “quando”. E’ inutile, e poco opportuno, sostenere che nessuno avrebbe potuto fare di meglio. Dubbiosi eravamo, e dubbiosi restiamo. L’equilibrio economico, su basi politiche, ha allontanato ogni opportunità d’investire nell’Azienda Italia. Vinta, per motivi tecnico/valutari, l’inflazione, da noi s’è fatta strada la deflazione che, data la scarsità di liquido circolante, non è un sintomo migliore per la nostra economia.

Come già abbiamo scritto, la “terza via” Renziana non ci condurrà verso lidi migliori. E’ il vivere quotidiano che è compromesso da un sistema che chiede; senza dare. Tra poco, torneranno le scaramucce referendarie.

Il cambio di stagione non sarà solo meteorologico. Per i pensionati, che sono un esercito, preferiamo stendere un velo d’oblio per non amareggiare di più chi ha lavorato una vita ed è costretto a non far più conto su un futuro a “termine”. Anche i contatti con le nostre Comunità residenti in altri Paesi avvalorano, malauguratamente, le nostre sensazioni.

Non avendo suggerimenti da prospettare per ridurre il “danno”, non ci resta che verificare la realtà nazionale con occhio valutativo. Mai polemico. Rimane che i giorni del Dott. Renzi continuano a trascorrere senza concreti cambiamenti. A parte sparuti preludi, il nostro futuro resta incerto e politicamente ipotetico. Insomma, le promesse del nostro Primo Ministro non convincono neppure tutti gli aderenti al suo Partito. Noi aggiungiamo solo che di “promesse” non può vivere nessuno. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Migranti, Austria: "Bloccarli su un'isola, come facevano gli Usa"

 

Il ministro degli Esteri Kurz: "Chi arriva illegalmente dovrebbe perdere diritto a richiedere asilo"

 

BOLZANO - Come era prevedibile dopo il voto del mese scorso in cui l'estrema destra ha sfiorato la vittoria nelle presidenziali, il governo di Vienna alza i toni sulla questione migranti. Il ministro degli esteri Sebastian Kurz del partito popolare Övp propone che i migranti in viaggio verso l'Europa vengano bloccati e portati su delle isole. "Non è un caso - dice Kurz in un'intervista al quotidiano Die Presse - che gli Stati Uniti abbiano portato i migranti a Ellis Island, un'isola, prima di decidere chi poteva raggiungere la terraferma". Secondo Kurz, "chi arriva illegalmente in Europa dovrebbe perdere il diritto di chiedere asilo. Essere salvati in mare non deve essere un biglietto per l'Europa centrale".

 

Ellis Island, dove anche tantissimi emigranti italiani sbarcarono dopo un lungo viaggio in nave per dettare le loro generalità prima di essere ammessi nel Nuovo Mondo. Il suo corrispettivo in Europa, nelle parole del ministro Kurz, dovrebbero essere ad esempio le isole greche. "Chi deve attendere su un'isola, come Lesbos, senza possibilità di ottenere asilo, si convincerà più facilmente a tornare indietro di chi abita già in un appartamento a Vienna oppure a Berlino".

 

Ma Kurz cita ad esempio anche l'Australia: "Tra il 2012 e il 2013, 40mila profughi sono arrivati in Australia via mare e oltre mille sono annegati. Ora non arriva più nessuno e non ci sono più annegamenti. Perché l'Australia è riuscita a decidere chi avesse il permesso di entrare e non ha lasciato questa decisione ai trafficanti di esseri umani. Il nostro sistema provoca migliaia di morti nel Mediterraneo perché i migranti sperano di essere accolti". L'Australia è spesso criticata dagli attivisti per i diritti umani per la detenzione di migranti intercettati in mare nei campi profughi in Papua Nuova Guinea e Nauru e per i suoi tentativi di reinsediare i rifugiati nei Paesi più poveri, come la Cambogia.

 

Per Kurz, le richieste di asilo dovrebbero poter essere presentate soltanto in centri in Nordafrica gestiti dall'Onu. Mentre l'Europa dovrebbe aumentare gli aiuti nei luoghi di origine dei migranti e accogliere volontariamente "i più poveri dei poveri", soprattutto "donne, feriti, malati o disabili. In questo modo potremmo limitare l'immigrazione a una dimensione gestibile e integrare queste persone".

 

Invece, è l'ultima riflessione del capo della diplomazia di Vienna, l'Europa "rischia la frattura, se alcuni pochi politici mitteleuropei vogliono imporle le loro regole, perché si sentono moralmente superiori". Invece "l'Unione europea deve chiaramente stabilire che chiunque entrerà illegalmente perderà il diritto all'asilo". LR 6

 

 

 

 

Marco Fedi (Pd): “La strategia del colibrì”

 

Se la riforma costituzionale non dovesse essere approvata e si dovesse ricominciare daccapo una cosa è certa: si ricomincerebbe dalla cancellazione della circoscrizione Estero

 

ROMA - Il Parlamento, dopo un lungo e complesso cammino, ha approvato la riforma costituzionale che riduce il numero di parlamentari, elimina il bicameralismo paritario e rende più rapida l'azione legislativa e, quindi, l’impegno riformatore. 

Questo obiettivo è stato raggiunto dopo decenni di discussioni che non hanno prodotto una vera riforma. Decisivo il richiamo del Presidente Napolitano a tutto il Parlamento affinché consegnasse al Paese quella riforma costituzionale tanto attesa dall’opinione pubblica, ma disattesa dalle forze politiche e parlamentari succedutesi nel tempo. A questo appello hanno finalmente risposto le forze di maggioranza e il Governo Renzi ne ha fatto l’obiettivo prioritario della sua azione, anzi il motivo principale della sua esistenza. 

Nell'impianto della riforma è stata confermata, non senza difficoltà, la circoscrizione Estero. Questo impianto non prevede che nel nuovo Senato, di cui sono state trasformate natura e funzioni, vi siano i rappresentanti dell’estero. Prevede però che 12 deputati eletti nel mondo concorrano a dare la fiducia al Governo, concorrano ad approvare tutte le leggi fondamentali e a indicare le linee prioritarie dell’azione di Governo. 

Siamo presenti in questa riforma grazie all' unicità della circoscrizione Estero. La legge ordinaria articola la circoscrizione in ripartizioni, ma l'unicità della circoscrizione Estero ci ha consentito di superare le riserve sollevate da alcuni Paesi già nella prima fase di approvazione della riforma costituzionale del 2000. 

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, appena insediato, ha deciso di porre all’attenzione dei Comitati degli italiani all’estero, delle associazioni e delle comunità la questione centrale della riforma della rappresentanza. Ha giustamente privilegiato e scelto il metodo della consultazione e dell’ascolto preliminare. 

Rilevo, tuttavia, due aspetti relativi alle considerazioni espresse dal CGIE. 

Prima di tutto, non si evidenzia sufficientemente proprio l’elemento del mantenimento della Circoscrizione estero, dimenticando il fatto che i saggi, dopo mesi di lavoro, avevano proposto la sua totale eliminazione. È chiaro a tutti, dunque, di chi sarebbero le responsabilità se la riforma costituzionale non dovesse essere approvata e si dovesse ricominciare tutto daccapo per la riforma in questo campo. Perché una cosa è certa: si ricomincerebbe dalla cancellazione della circoscrizione Estero. 

Vorrei fare anche un’altra considerazione: oggi, grazie al mantenimento della circoscrizione Estero, abbiamo una situazione in cui possiamo approvare una riforma costituzionale che non ci penalizza poiché assegna ai 12 deputati un ruolo pieno, non di semplice testimonianza. Questo secondo aspetto non mi pare venga rilevato in modo adeguato. Anche in questo caso devono essere chiare le responsabilità se si dovesse arrivare ad una riforma che assegna all’italianità nel mondo un ruolo di sfondo istituzionale, di pura testimonianza. 

Segnalo infine che la richiesta di una presenza dei territori esteri nel nuovo Senato obiettivamente non risponde a nessuna logica di rappresentanza. L’unicità della circoscrizione Estero non solo è elemento necessario per superare perplessità e remore di alcuni Paesi, restii a far svolgere attività elettorali di partiti esteri nel proprio territorio, ma restituisce anche il legame naturale tra italiani nel mondo, in una logica di rappresentanza plurale, tematica, orientata a rappresentare un mondo di diversità che converge nel Parlamento della Repubblica. 

Ecco, caro CGIE, cari Com.It.Es., care Associazioni e cara comunità italiana nel mondo: possiamo fare una buona legge sulle rappresentanze di base, innovativa ed efficace, capace di guardare al futuro; oppure possiamo andare nelle più diverse direzioni, svolazzando allegramente, come colibrì, magari guardando al passato per cercare risposte che abbiamo già sotto gli occhi. 

Marco Fedi, Deputato eletto all’estero per il Pd nella ripartizione dell’Africa, Asia, Oceania e Antartide

 

 

 

 

 

Censis. “Italia, Chefuturo!”

 

Anticipato il Rapporto 2016 Cotec-CheBanca! sulla cultura dell’innovazione curato dal Censis - Italiani sedotti dall’innovazione: il futuro passa da qui

 

ROMA - Per gli italiani il futuro passa per l'innovazione e le nuove tecnologie. Per fronteggiare i problemi odierni, la maggioranza (il 64%) ritiene che bisogna compiere un passo in avanti e adottare le tecnologie in grado di ridurre l'impatto sugli ecosistemi e rendere più efficiente e produttivo l'uso delle risorse. Poco più di un terzo (il 35%) crede invece che occorra fermare la crescita, ridurre i consumi e lo sfruttamento delle risorse, ripensare tutto e tornare al passato. È quanto emerge da «Italia, Chefuturo!», il Rapporto 2016 Cotec-Chebanca sulla cultura dell'innovazione a cura del Censis anticipato oggi a Milano all'Edison Innovation Week.

Gli italiani hanno opinioni nette su chi sono gli innovatori. Le caratteristiche personali che corrispondono alla predisposizione a innovare sono la creatività (lo pensa il 48,4%), l'intuito (31%), la curiosità (30,1%), la disponibilità a rischiare (19,9%), l'intelligenza superiore alla media (18,6%), addirittura l'attitudine alla disubbidienza (14,7%). Al contrario, le doti acquisite, sviluppate con l'impegno e il lavoro, passano in secondo piano: l'istruzione universitaria (9,7%), l'esperienza (12,6%), le conoscenze informatiche (9,9%). L'attitudine a innovare viene dunque vista più come una dote innata che un'attitudine acquisita nel tempo. Innovatori si nasce, anche se poi servono i contesti favorevoli per poter applicare concretamente le doti degli innovatori potenziali.

Chi sono i protagonisti dell'innovazione in Italia? Le opinioni convergono decisamente sulle piccole e medie imprese capaci di sperimentare e di adattare la propria attività al contesto in evoluzione (38,6%). Debole è il ruolo di stimolo che viene riconosciuto ai soggetti di governo (12,8%) e agli investitori (14,5%). In Italia l'innovazione si alimenta in modo casuale, senza una precisa intenzionalità o capacità progettuale, secondo l'11,6%.

Gli italiani che pensano che le innovazioni degli ultimi vent'anni abbiano portato esclusivamente benefici sono pochi (il 14,2%). La maggior parte (il 57,9%) pensa che ci sano stati molti benefici, ma anche qualche problema. I più critici ritengono che l'innovazione abbia portato alcuni benefici e alcuni problemi (20,3%) o addirittura più problemi che benefici (7,3%). Nei singoli ambiti di applicazione si rilevano importanti differenziazioni. Le scoperte nel campo dell'ingegneria genetica sono valutate positivamente nelle loro concrete applicazioni in campo medico dall'87,2% degli italiani, ma negativamente quando riferite all'agricoltura e alla controversa questione degli Ogm (solo il 40,3% di pareri positivi).

Una quota maggioritaria di italiani (il 57,1%) ritiene che nel nostro Paese le innovazioni abbiano contribuito ad ampliare i divari sociali. Questo è vero in tutte quelle circostanze nelle quali il godimento dei benefici apportati è fortemente condizionato dalla possibilità e capacità di accesso alle informazioni. Guardando alle tecnologie digitali, non è un mistero che il digital divide alimenti di fatto due mercati dei beni e dei servizi: uno tradizionale, con costi di accesso più elevati, e uno innovativo, con costi più contenuti e opportunità maggiori. Lo stesso vale per il rapporto tra i processi innovativi e le opportunità di lavoro. Anche in questo caso una quota importante di italiani (il 39,8%, e il dato sale al 50,7% tra le persone meno istruite) si mostra molto critica ritenendo che l'automazione sostituirà sempre di più il lavoro umano. Il 31,6% pensa invece che si stanno aprendo scenari occupazionali in ambiti nuovi e fino ad ora inesplorati, mentre il 28,5% ritiene che il numero delle opportunità rimarrà identico: quello che cambierà è il tipo di lavoro.

Chi ha avuto vantaggi reali dall'innovazione? I lavoratori che hanno tratto vantaggi dalle innovazioni degli ultimi vent'anni sono individuati soprattutto tra gli imprenditori, che hanno visto aumentare i profitti: lo pensa il 38,5%. Seguono i manager, che hanno ottenuto ingaggi migliori (23,6%).

Tutti gli obiettivi contenuti nell'Agenda Digitale trovano larga condivisione tra gli italiani, che nel 90% dei casi li ritengono fondamentali o comunque importanti. Su questo tema si gioca gran parte della credibilità dell'azione di governo in relazione al supporto all'innovazione. Un supporto che, fino a questo momento, viene giudicato dai cittadini largamente insufficiente e inferiore a quello garantito negli altri Paesi europei. (Inform 7)

 

 

 

 

Renzi nella morsa tra ripresa economica e assalto al Pd

 

Renzi è un combattente e qualche fischio all'assemblea della Confcommercio non lo spaventa. Tanto più che tutto è finito in applausi e selfie. Ma l'origine della contestazione al premier affonda in un tema molto concreto: quegli ottanta euro che il governo vanta come una delle misure più importanti, sono serviti a rilanciare i consumi o no? Per i commercianti, no. E in effetti a una timida ripresa dei consumi ha fatto seguito un rallentamento, segno che le famiglie non ce la fanno a riprendere un tenore di vita più alto tanto che per tornare ai livelli di prima del 2008 ci vorranno ancora chissà quanti anni. Renzi definisce il bonus una questione prima di tutto di giustizia sociale e non una mancia elettorale, come accusano i suoi avversari, e poi anche una misura utile per l'economia visto che porta un po' di ossigeno ai meno abbienti. Ma è chiaro che chi guadagna meno di venticinque mila euro lordi l'anno e magari vive con una famiglia di quattro persone in una grande città, difficilmente riesce a entrare in un negozio per spendere quegli ottanta euro. È più probabile che gli servano per non farsi staccare la luce a casa o per pagare l'affitto in un mese difficile. Comunque non è questo il problema principale per il premier in questo momento. Ci sono i ballottaggi e leghisti e grillini sentono l'odore del sangue di Renzi, ferito dai risultati del primo turno. Sono in atto manovre non tanto sotterranee per scambiarsi favori a vicenda allo scopo di fare il maggior danno possibile a Renzi. In pratica: voti leghisti a Torino per Appendino e a Roma dove la Raggi e in forte vantaggio su Giachetti, voti della Meloni. A Milano voti Cinquestelle per Parisi allo scopo di battere Sala. È vero che Renzi ha già detto che anche se perde Roma e Milano non si dimette, ma il solo fatto di averlo detto vuol dire che il premier lo mette in conto. Se poi dovesse perdere anche Torino sarebbe un disastro storico. E queste prove di alleanza nei fatti tra destra e grillini non hanno un effetto solo immediato per i ballottaggi, ma sono la prova generale di quello che succederà a ottobre per il referendum istituzionale. Il fronte contrario al Si di Renzi sarà quanto di più composito si possa immaginare: dall'estrema sinistra all'estrema destra passando per i trasversali Cinquestelle. È come se non bastasse, per Renzi, un mese dopo la Corte costituzionale si dovrà pronunciare sulla riforma istituzionale. GIANLUCA LUZI, LR 9

 

 

 

 

 

L’ingresso nel futuro

 

Nella realtà, che stiamo vivendo, non c’è più posto per i livori e le critiche. Del resto, lo abbiamo sempre scritto: fare politica non è fare diplomazia. I rischi ci sono. Anche perché, non sempre, l’idea si sposa con l’azione. Ora siamo nel secondo semestre del 2016. Il passato non è da dimenticare; giacché potrebbe servirci da lezione.

   L’Italia ha da ritrovare la via per uscire, con dignità, dal periodo negativo di questi anni del Nuovo Millennio. Insomma, c’è tutta una nuova strategia da scoprire e applicare ai fatti. Se gli attuali abbinamenti di Governo sono ancora sostenuti dagli interessati, riteniamo che non possano essere supportati dagli altri per molto tempo ancora. Con il futuro della Penisola non si può scherzare. Il Paese ha da recuperare quella fiducia che aveva in area UE e a livello internazionale. In politica, nessuno sarebbe degno di lanciare la prima pietra. Perché se le idee erano irreprensibili, non sempre lo sono stati gli uomini che le hanno utilizzate per portare “acqua” ai propri Partiti.

Sarà il Popolo italiano a decidere del suo avvenire. Del resto, l’impegno che chiediamo al nostro Potere Legislativo, lo ribaltiamo anche al Potere Esecutivo; in questo scorcio di XVII Legislatura. Dopo le imposizioni fiscali e le nuove norme antievasione, ci sono delle scelte sociali da fare ed in fretta. La scena politica è in evoluzione; questo è certo. L’importante è evitare grossolani errori di percorso. Anche se le mosse di Renzi non sono casuali.

 Comprendiamo che i partiti di oggi non possono rinnegare le loro diverse origini, ma sono in grado di supportare un sostanziale rinnovamento istituzionale. Quello che vediamo all’orizzonte non dovrebbe più pesare solo sulle spalle del cittadino. Qualche rinuncia al vertice, andrà a favorire una ripresa alla base. Quella ripresa indispensabile per rimettere in attività l’Azienda Italia. Questa Legislatura, che non dovrebbe protrarsi per più dell’anno, può rappresentare una via per ridare al Paese una prospettiva per il futuro. Questa volta, però, con strategie che tengano conto di chi intende “prendere” nei confronti di chi è disposto a “dare”.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Come sarebbe l’Italia senza immigrati?

 

Avremmo il 20% di bambini nati in meno nell'ultimo anno, una scuola pubblica con 35.000 classi e 68.000 insegnati in meno, saremmo senza 693.000 lavoratori domestici e 449.000 imprese. I numeri del modello di integrazione italiano che funziona

 

ROMA - Come sarebbe l'Italia senza gli immigrati? Sarebbe un Paese con 2,6 milioni di giovani under 34 in meno e sull'orlo del crac demografico. Gli immigrati sono mediamente più giovani degli italiani e mostrano una maggiore propensione a fare figli. Le nascite da almeno un genitore straniero in Italia fanno registrare un costante aumento: +4% dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4% delle nascite da entrambi i genitori italiani. Dei 488.000 bambini nati in Italia nel 2015, anno in cui si è avuto il minor numero di nati dall'Unità d'Italia, solo 387.000 sono nati da entrambi i genitori italiani, mentre 73.000 (il 15%) hanno entrambi i genitori stranieri e 28.000 (quasi il 6%) hanno un genitore straniero.

È vero che il nostro sistema di gestione dei flussi migratori ha dovuto affrontare crescenti difficoltà. Il numero complessivo degli ospiti nelle strutture di prima e seconda accoglienza è passato dai 22.118 del 2013 ai 123.038 al 6 giugno 2016, con un aumento del 456%. Ma il nostro modello di integrazione degli stranieri che si stabilizzano sul territorio nazionale funziona.

Gli alunni stranieri nella scuola (pubblica e privata) nel 2015 erano 805.800, il 9,1% del totale. Senza gli stranieri a scuola (la maggioranza dei quali sono nati in Italia) si avrebbero 35.000 classi in meno negli istituti pubblici e saremmo costretti a rinunciare a 68.000 insegnanti, vale a dire il 9,5% del totale.

Anche sul mercato del lavoro la perdita dei migranti significherebbe dover rinunciare a 693.000 lavoratori domestici (il 77% del totale), che integrano con servizi a basso costo e di buona qualità quanto il sistema di welfare pubblico non è più in grado di garantire.

Gli stranieri mostrano anche una voglia di fare e una vitalità che li porta a sperimentarsi nella piccola impresa, facendo proprio uno dei segni distintivi del nostro essere italiani. Nel primo trimestre del 2016 i titolari d'impresa stranieri sono 449.000, rappresentano il 14% del totale e sono cresciuti del 49% dal 2008 a oggi, mentre nello stesso periodo le imprese guidate da italiani diminuivano dell'11,2%.

Anche i trattamenti previdenziali confermano che il rapporto tra «dare» e «avere» vede ancora i cittadini italiani in una posizione di vantaggio. I migranti che percepiscono una pensione in Italia sono 141.000: nemmeno l'1% degli oltre 16 milioni di pensionati italiani. Quelli che beneficiano di altre prestazioni di sostegno del reddito sono 122.000, vale a dire il 4,2% del totale.

Tutti segnali di quel modello di integrazione dal basso, molecolare, diffuso sul territorio che ha portato oltre 5 milioni di stranieri (che rappresentano l'8,2% della popolazione complessiva), appartenenti a 197 comunità diverse, a vivere e a risiedere stabilmente nel nostro Paese e che, alla prova dei fatti, ha mostrato di funzionare bene e di non aver suscitato i fenomeni di involuzione patologica che si sono verificati altrove in Europa, dove i territori ad altissima concentrazione di immigrati sono esposti a più alto rischio di etnodisagio. Dei 146 comuni italiani che hanno più di 50.000 abitanti, solo 74 presentano una incidenza di stranieri sulla popolazione che supera la media nazionale. Tra questi, due si trovano al Sud: Olbia in Sardegna, con il 9,7% di residenti stranieri, e Vittoria in Sicilia, con il 9,1%. Brescia e Milano sono i due comuni italiani con più di 50.000 residenti che presentano la maggiore concentrazione di stranieri, che però in entrambi i casi è pari solo al 18,6% della popolazione. Seguono Piacenza, in cui gli stranieri rappresentano il 18,2% dei residenti, e Prato con il 17,9%.

«L'integrazione nella società molecolare» è l'argomento di cui si è parlato al Censis, a partire da un testo elaborato nell'ambito dell'annuale appuntamento di riflessione di giugno «Un mese di sociale», giunto alla ventottesima edizione, dedicato quest'anno al tema «Ritrovare la via dello sviluppo secondo il modello italiano». Sono intervenuti il presidente del Censis Giuseppe De Rita e la responsabile di ricerca Anna Italia, Mariano Bella direttore dell'Ufficio Studi di Confcommercio, Franco Pittau presidente onorario del Centro Studi e Ricerche Idos, Camillo Ripamonti presidente del Centro Astalli e Maria Assunta Rosa responsabile del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (Fami) del ministero dell'Interno. (Inform 10)

 

 

 

 

Chi salta sul carro dei Cinquestelle

 

Ai ballottaggi fra due settimane il Movimento 5 Stelle non cercherà apparentamenti con nessuno. Ma come giocheranno le alleanze sottobanco, non dichiarate, e i flussi spontanei di voti nella competizione finale? È ormai chiaro dal primo turno che la destra è frammentata e a sinistra c'è stata la gara a far male a Renzi. Gara di cui ha ampiamente goduto Grillo e il suo movimento. Nell'exploit dei Cinquestelle soprattutto a Roma e a Torino ha giocato soprattutto un fattore generazionale, con i 18/35enni che hanno votato in massa per loro, ma che si deve leggere anche come effetto della lotta fratricida della sinistra dura e pura contro il Pd di Renzi. Airaudo e Fassina, tanto per citare Torino e Roma, certamente non faranno un favore a Fassino e Giachetti. Che poi diano indicazione di votare Cinquestelle è un altro discorso, ma certo non diranno di votare Pd. Fassina del resto già in passato non ha nascosto la possibilità di votare Grillo, anzi in questo caso Raggi. A Roma sicuramente dalla destra della Meloni arriveranno molti voti alla candidata grillina, sempre in funzione anti-Pd renziano. A Torino succederà lo stesso? Sarebbe un problema molto serio per Fassino che nonostante la sua popolarità e la stima di cui gode, rischia la poltrona di sindaco dopo la delusione al primo turno. Per tentare il miracolo Giachetti giocherà la carta del confronto sui temi con la Raggi che nel concreto, oltre a dire no a quasi tutto (dalla metropolitana alle Olimpiadi), finora ha sciorinato solo il solito repertorio grillino contro i partiti. Giachetti punterà molto sulle Olimpiadi che, secondo lui, possono creare 170 mila nuovi posti di lavoro. Ma dieci punti di svantaggio sono davvero tanti, probabilmente troppi anche per un combattente come Giachetti. Se molti da destra e da sinistra salteranno sul carro dei rampanti Cinquestelle, a Milano potrebbe accadere l'opposto: ovvero che le sparite truppe a Cinquestelle vadano in soccorso del candidato del centrodestra Parisi, sempre in funzione anti-Renzi. Nel Pd, soprattutto fra gli uomini della maggioranza renziana si stanno facendo i conti di quanti voti ha fatto perdere l'alleanza con Verdini. Probabilmente Renzi rinuncerà ad andare avanti su questa strada. Ma va ricordato che senza i voti di Verdini in Parlamento la legge sulle unioni civili non sarebbe passata, proprio grazie al fatto che i Cinquestelle l'avevano sabotata. GIANLUCA LUZI, LR 7

 

 

 

 

Comunali, Renzi: "Non sono contento, possiamo fare meglio e lo faremo"

 

"Non siamo contenti". Il segretario nazionale del Pd Matteo Renzi commenta così presso la sede del Nazareno i risultati del voto amministrativo. "Io sono affamato di vittorie e in molti comuni il Pd sta sopra al 40 per cento, per questo dico che il risultato non è di debacle ma che a noi non basta perché vogliamo di più", ha sottolineato. 

"Non sono ancora chiusi i seggi - ha continuato - e si torna al vecchio teatrino da prima Repubblica: hanno vinto tutti. Noi, che siamo abituati a vincere, non siamo tra quelli che dicono abbiamo vinto". I dati delle amministrative, ha aggiunto tuttavia, danno il Pd "intorno al 35% e in molte realtà ben oltre il 40, nessuno ha la diffusione nazionale come noi. Chi brinda contro di noi, pecca di superficialità". 

"Il Pd su 1300 sindaci ne porta a casa quasi 1000", ha fatto notare. Sui 5 stelle Renzi ha detto: "Vanno al ballottaggio in 3 città, in molte faticano ad arrivare alla doppia cifra e dicono di essere pronti a rivoluzionare il Paese... Contenti loro ma così diventano come tutti gli altri leaderini della vecchia politica".

"Il Movimento 5 stelle ha avuto un risultato buono a Roma e a Torino, va al ballottaggio a Carbonia, ma poi fallisce la prova a Milano, Bologna, Trieste e in molte altre città", ha osservato, aggiungendo:  "Chi è di sinistra e non vuole votare Pd, vota 5 stelle e non i movimenti a sinistra del Pd. Questo mi sembra evidente".

NAPOLI - "Il risultato peggiore per il Pd a Napoli. Da anni non riusciamo a esprimerci al meglio a Napoli", ha detto Renzi. "Dopo i ballottaggi - ha annunciato - faremo una direzione del Pd sul tema di Napoli. Farò una proposta su Napoli, è responsabilità del segretario farlo. Un commissariamento per ripartire da zero. Non si può far finta di nulla". "Dove si è cercato di fare delle alleanze come a Napoli, queste non hanno funzionato minimamente, questo è un elemento di grande chiarezza", ha aggiunto.

ROMA - "Giachetti ha fatto un mezzo miracolo, onore al merito. C'è, è in campo, si gioca la partita al ballottaggio", ha sottolineato. "A Roma se Giachetti fa Giachetti sarà un ballottaggio divertente, la partita è aperta. Si riparte da zero a zero", ha osservato.

MILANO - "Sala è un ottimo candidato, il ballottaggio sarà bello ma Sala ha tutte le condizioni per farcela, è al 41,9, uno dei risultati migliori. Non sono per niente deluso", ha poi detto il premier.

REFERENDUM - Il voto alle amministrative è un campanello d'allarme per il referendum? "No. Sono cose profondamente diverse", ha precisato. "I cittadini hanno votato per i sindaci" e per questo "non c'è un risultato nazionale", ha osservato. "Continuare a dare una lettura politica uniforme nazionale - ha poi aggiunto - è opera di fantasia: è impossibile dare un giudizio politico nazionale uniforme su risultati che dipendono da dinamiche totalmente locali".

LEGGE ELETTORALE - L'Italicum? "Confermo su tutta la linea, il premio va alla lista", ha detto Renzi. E sulle alleanze ha aggiunto: "Il Pd è partito a vocazione maggioritaria".

Renzi è poi tornato sul voto nella sua enews. "Onore ai sindaci eletti al primo turno - scrive il premier - in bocca al lupo a chi corre per il secondo giro e un caloroso abbraccio a chi continua a urlare 'Ho vinto!' anche quando la realtà dice un'altra cosa. Ma proprio perché non sono come gli altri a me la scenetta di dire che 'abbiamo non perso' non è mai riuscita e non riuscirà mai. Possiamo e vogliamo fare meglio, lo faremo. Punto".

"Come ai vecchi tempi il giorno dopo le elezioni hanno vinto tutti. Tutti sorridono davanti alle telecamere per dire che loro sì che hanno trionfato, signora mia. Spiacente, io non sono fatto così. E l'ho detto chiaro: non sono contento, avrei voluto di più - ribadisce - Non sarò mai un pollo di allevamento della politica che ripete le stesse frasi banali ogni scrutinio". "Intendiamoci. Il Pd - rivendica il segretario - rimane saldamente in testa, i suoi candidati stanno intorno al fatidico 40% in molte città, siamo l'unico partito nazionale".

Quanto ai ballottaggi, si giocheranno su "temi amministrativi" e "non di politica nazionale. Che non sia un dato nazionale, del resto, si vede chiaramente dalla geografia: zone anche limitrofe vedono risultati molto diversi. È ovvio. Gli italiani sanno votare, sono liberi, scelgono di volta in volta. Fanno zapping in cabina elettorale perché non è più tempo di indicazioni dall'alto dei partiti. E quindi può accadere di tutto, come in realtà è accaduto a questo primo giro".

Renzi torna a parlare anche di fisco. "Sugli 80 euro avete visto il livello di cinismo dei nostri avversari politici - rimarca - Come sapete ho deciso di rispondere a muso duro. Secondo voi è giusto questo nostro atteggiamento di risposta verso tutte le bugie che ci dicono? O meglio evitare di rincorrere le polemiche seguendo il principio 'non ti curar di lor, ma guarda e passa'. In molti mi hanno scritto ringraziandomi perché abbiamo fatto chiarezza. Ma c'è anche chi ha detto che non ha senso fare tutta questa pubblicità a chi ci attacca. Che dite? È giusto rispondere punto punto a chi ci denigra e critica? Funziona questo atteggiamento o secondo voi è controproducente? Vi leggo sempre volentieri: matteo@governo.it". Adnkronos 6

 

 

 

 

Renzi ammette il passo falso, ora il Pd confida nei ballottaggi

 

Renzi non è soddisfatto del risultato elettorale che fotografa un crollo del partito di cui è segretario. Crollo così vistoso da far parlare di problema in tutto il territorio nazionale e, nel caso di Napoli, di vero e proprio caso a cui il Pd deve far fronte con un commissario che riparta da zero. L'insoddisfazione del segretario-premier nasconde a malapena la paura della sconfitta che per la prima volta si affaccia minacciosa a Largo del Nazareno e si riverbera ben oltre le amministrative, verso il referendum di ottobre e le politiche del 2018 (se non saranno anticipate al 2017). I numeri sono impietosi: a Roma e Torino il Pd dimezza i suoi voti e il M5S li raddoppia diventando il primo partito. A Roma il Pd perde tutte le circoscrizioni periferiche e semi periferiche restando avanti solo nel centro storico e ai Parioli, cioè zone a prevalenza di ceto medio-alto. Il Pd è ancora in gioco - tra le grandi città - a Milano, Roma, Torino e Bologna. Nella Capitale la corsa al Campidoglio sembra segnata a favore della candidata grillina. A Torino e Bologna, nonostante la delusione per il mancato successo al primo turno, Fassino e Merola non dovrebbero avere grossi problemi. A Milano, unica città insieme a Napoli dove i Cinquestelle praticamente non esistono mentre il centrodestra c'è, Sala dovrà battagliare con Parisi fino all'ultima scheda al ballottaggio. Renzi ha quindici giorni per tentare di rovesciare un totale insuccesso in un risultato accettabile. Data Roma per persa, la battaglia si combatte a Milano. Perderla sarebbe per il premier una disfatta. Poi penserà al referendum istituzionale. La sinistra dem cercherà di rientrare in partita sostenendo che Renzi non può fare il premier e il segretario del partito. Renzi non mollerà ma qualcosa dovrà inventarsi per invertire un trend che da tempo non è più positivo come ai tempi delle europee. Forse tornerà in discussione l'Italicum e il premio alla lista invece che alla coalizione. Soprattutto adesso che i Cinquestelle sono diventati il primo partito. GIANLUCA LUZI, LR 6

 

 

 

Il presidente delle Acli Rossini sulle elezioni: prevale l'autonomia comunale, si complica il quadro nazionale

 

ROMA - “La partecipazione al voto nel complesso è stata buona; è emersa la specificità di ciascuna competizione a testimonianza dell'autonomia di ogni Comune; la legge elettorale sull'elezione diretta dei sindaci ha dato una ulteriore conferma della sua validità”. Questi, secondo Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli, sono i tre dati salienti del primo turno delle elezioni amministrative di ieri.

“La partecipazione al voto, - prosegue Rossini - pur in calo rispetto alle precedenti amministrative, appare mediamente buona. L'astensionismo è risultato maggiore nelle grandi città, laddove vi è stata una più forte politicizzazione, e più contenuto negli altri milletrecento comuni in cui si è votato. Per le Acli questo costituisce uno stimolo ad agire nei territori per il recupero della fiducia nella politica e per una partecipazione attiva di tutti i cittadini.

Dalle urne esce un risultato che riflette le specificità di ogni municipio e che non può essere riferito al livello politico nazionale. Emerge una situazione complessa e per certi versi ancora indecifrabile, una sorta di bipolarismo a geometrie variabili con cui si andrà ai ballottaggi nelle grandi città e che vede solo in due casi (Milano e Bologna) la sfida tradizionale tra centrodestra e centrosinistra, mentre le altre competizioni vedranno la presenza del Movimento 5 Stelle o del centrodestra unito a sfidare il centrosinistra. Un centrosinistra, che su sette capoluoghi di regione, va al ballottaggio in cinque (Roma, Milano, Torino, Bologna, Trieste), tranne che a Napoli, ed a Cagliari dove ha vinto al primo turno, dimostrando di riuscire a mantenere un suo profilo di fronte ad un centrodestra alla ricerca di nuovi equilibri interni e capace di andare al ballottaggio solo dove si presenta unito.

L'auspicio è che la contesa per i ballottaggi si svolga sui contenuti specifici per ogni città, tenendo conto della situazione economica e sociale che chiede a tutti i contendenti di fare di più per la coesione sociale e contro le disuguaglianze crescenti nei nostri comuni. Ciò che i cittadini si aspettano dall'esito di questo voto, infatti, - conclude il presidente delle Acli Rossini - non è che si mettano delle bandierine ma che si diano le risposte, di competenza delle Amministrazioni comunali, ai loro problemi”. (Inform 7)

 

 

 

 

Entra in vigore il decreto sui “Cervelli rimpatriati” con le agevolazioni fiscali

 

ROMA - È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’8 giugno (ed è quindi entrato in vigore) il Decreto che dispone l’attuazione del regime speciale per i lavoratori cosiddetti “rimpatriati” disciplinati dall’articolo 16 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147.

Sono perciò ora ufficiali le disposizioni attuative che regolano il bonus introdotto dal Governo per tale categoria di lavoratori. Si ricorderà che in un mio recente comunicato avevo stigmatizzato il ritardo del MEF nell’emanare il decreto che avrebbe dovuto armonizzare l’intreccio delle normative introdotte negli ultimi anni a favore del “rientro dei cervelli” in Italia e che aveva generato confusione tra i soggetti potenzialmente interessati.

Come si ricorderà l’articolo 16 (Regime speciale per lavoratori rimpatriati), comma 3, del d. lgs n.147 del 2015 stabiliva che con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, da emanarsi entro novanta giorni dalla data dell’entrata in vigore dello stesso d. lgs (7 ottobre 2015), sarebbero state adottate le disposizioni di attuazione per il coordinamento con le altre norme agevolative vigenti in materia, nonché relativamente alle cause di decadenza dal beneficio.

Il Decreto del MEF stabilisce infatti che le agevolazioni fiscali di cui all'art. 16, comma 1, del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147 - in pratica si tratta di una riduzione dell’imponibile del 30 per cento del reddito complessivo prodotto in Italia da soggetti che trasferiscono la residenza nel territorio dello Stato - trovano applicazione, a decorrere dall'anno 2016, per il periodo d'imposta del predetto trasferimento e per i successivi quattro, al verificarsi delle seguenti condizioni:

a) i lavoratori non sono stati residenti in Italia nei cinque periodi di imposta precedenti il predetto trasferimento e si impegnano a permanere in Italia per almeno due anni;

b) l'attività lavorativa è svolta presso un'impresa residente nel territorio dello Stato in forza di un rapporto di lavoro instaurato con questa o con società che direttamente o indirettamente controllano la medesima impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l'impresa;

c) l'attività lavorativa è prestata nel territorio italiano per un periodo superiore a 183 giorni nell'arco di ciascun periodo d'imposta;

d) i lavoratori svolgono funzioni direttive e/o sono in possesso dei requisiti di elevata qualificazione o specializzazione come definiti dai decreti legislativi 28 giugno 2012, n. 108, e 6 novembre 2007, n. 206. 2. Sono altresì destinatari delle medesime agevolazioni i cittadini dell'Unione europea, in possesso di un titolo di laurea che hanno svolto continuativamente un'attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall'Italia negli ultimi ventiquattro mesi o più, e i cittadini dell'Unione europea che hanno svolto continuativamente un'attività di studio fuori dall'Italia negli ultimi ventiquattro mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una specializzazione post lauream.

È importante sottolineare che il Decreto del MEF dispone l'incompatibilità con la contemporanea fruizione dei benefici disposti dall'articolo 44 del Dl 78/2010, per il rientro dei "cervelli", e la necessità di mantenere la residenza in Italia per almeno due anni, per non perdere le agevolazioni fiscali e non dover restituire quanto già fruito con l'aggiunta di sanzioni e interessi.

Marco Fedi, de.it.press

 

 

 

 

L’evoluzione

 

Il ” Webgiornale” continua a perfezionare e ampliare i suoi contenuti. Circostanza ancor più encomiabile per una stampa al servizio degli altri e senza ritorni economici.

 Il valore che è riconosciuto a questa pubblicazione resta quello d’essere scampata all’indifferenza del “non allineamento”.

Anche noi, desideriamo affermare l’impegno nel sostenere e credere in questo mezzo di comunicazione. Specificando, tra l’altro, la collaborazione a tutto campo dei Colleghi che fanno parte della Redazione.

Anche se la stampa “dei partiti” continua a essere favorita, i Lettori, che non sono pochi, hanno dimostrato interesse al nostro lavoro.

 Pur convinti dei nostri limiti, riteniamo, tuttavia, che questo settimanale internazionale sia d’attinenza anche per le nuove Generazioni in Patria e all’estero. Il “Webgiornale”, nel suo ruolo di giornale d’informazione generale, è veicolo di valori che sono importanti oggi, come ieri. Insomma, come sempre.

A nostro avviso, pur non sminuendo le oggettive difficoltà, non è venuto mai meno quel principio d’appartenenza e di militanza che ci ha aiutato a rimanere ben presenti in una realtà, nazionale e internazionale, in continua evoluzione.

Il “Webgiornale”, tra l’altro, ha mostrato che la pluralità delle scelte e la coerente esposizione dei fatti sono preziosi parametri per comprovare un impegno che dura da parecchi anni. Confidiamo di continuare per  lo stesso percorso. Sempre, però, sensibili a nuove proposte editoriali. Questa è l’”evoluzione” che comprova un modo di fare giornalismo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Il sorpasso degli stranieri a Piazza Affari: il 51% delle spa quotate è in mano loro

 

Per la prima volta la maggioranza degli azionisti di tutte le società del made in Italy è estera. Lo dice una ricerca di Unimpresa sui dati Bankitalia di fine 2015, che vede le loro quote apprezzarsi di più e scavalcare quelle di tutti gli altri investitori nazionali - di ANDREA GRECO

 

MILANO - I casi sono due. O gli stranieri sono più attivi e compratori rispetto agli italiani, se si guarda Piazza Affari. Oppure hanno investito meglio, e la loro quota di capitale si è apprezzata più di quella di tutti gli altri nel 2015, tanto che hanno operato il clamoroso sorpasso: in Borsa il 51% del capitale delle spa è nelle mani di soci esteri. Lo accerta una ricerca di Unimpresa, svolta su elaborazioni della Banca d'Italia e che confronta i dati di fine 2015 con quelli di un anno prima.

 

L'anno scorso è stato un anno di recupero borsistico, si sa. Difatti la capitalizzazione delle spa italiane quotate è aumentata di 81,2 miliardi (+17,78%), arrivando a 538,28 miliardi. Tuttavia, gli investitori esteri hanno saputo fare meglio degli altri azionisti di queste spa: il loro tesoretto made in Italy è aumentato del 26,27%, per un ammontare di 276,7 miliardi. Per la prima volta, dunque, l'azionariato delle spa italiane quotate li vede spingersi al 51,4%, dal 47,95% del dicembre 2014. Al secondo posto tra i "padroni" di spa quotate ci sono le imprese, che però hanno proporzionalmente perso peso, dal 20,82% al 19,27% di fine 2015, per un pacchetto di 103,7 miliardi. Poi le famiglie italiane, prossime alle imprese stesse, che hanno visto il loro appannaggio salire da 64,7 a 66,6 miliardi (+3%), e pesano per un 12,39%. Seguono le banche, che continuano ad avere una presenza di sostegno nel capitale delle spa quotate con il 10,52%, pari a 56,6 miliardi in crescita di 8,1 miliardi  (+16,81%) rispetto al 2014. Poi le assicurazioni e i fondi pensione, con un 3,23% che vale 17,38 miliardi. Lo Stato, protagonista se si parla di grandi imprese ex pubbliche, ha invece qui un ruolo ridotto: i suoi titoli azionari quotati qui valgono 13,7 miliardi, e sono il 2,56% del totale, ma in salita di 1,2 miliardi (+10,07%) rispetto ai 12,5 miliardi di un anno prima.

 

Unimpresa ha esteso l'analisi anche alla società non quotate, e complessivamente l'universo delle spa ha raggiunto un patrimonio di 2.060 miliardi, in crescita del 7,51% a fine 2015, con un ruolo in questo caso egemone delle famiglie (43,27% del capitale totale, e in crescita del 5%), mentre i soci stranieri pesano per il 24,5% con una quota di 504 miliardi, aumentata del 15,6% in un anno. Sono numeri che preoccupano il presidente dell'Unione nazionale di imprese, Paolo Longobardi: "Se da una parte va valutato positivamente l'aumento del valore delle imprese italiane, dall'altro siamo preoccupati: la fortissima

crisi che sta colpendo l'Italia più di altri paesi sta consegnando di fatto i pezzi pregiati della nostra economia a soggetti stranieri. Si tratta di colossi finanziari che non sempre comprano con prospettive di lungo periodo o di investimento, ma spesso per fini speculativi".  LR 7

 

 

 

La scadenza per l’acconto IMU e TASI è vicina: il 16 giugno

 

ROMA - “Si avvicina la scadenza per il pagamento dell’acconto di IMU e TASI. Infatti l’ultimo giorno disponibile per non incorrere in sanzioni è il prossimo 16 giugno”. A ricordarlo sono Marco Fedi e Fabio Porta, deputati Pd eletti all’estero, che in questa nota congiunta ricordano che “dovranno pagare l’acconto anche i nostri connazionali residenti all’estero, e proprietari di immobili in Italia, i quali non rientrano nella categoria degli esentati”.

Riguardo il pagamento dell’acconto, i due parlamentari ricordano che “deve essere versata dal contribuente la metà dell’importo dovuto sulla base delle aliquote e delle detrazioni deliberate per l’anno 2015, sebbene, nel caso siano più favorevoli, si potranno utilizzare le eventuali delibere comunali per il 2016. L’attuale normativa prevede che gli emigrati iscritti all’AIRE proprietari di immobili in Italia non locati o dati in comodato d’uso, e “già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza” – e cioè secondo l’interpretazione del MEF titolari di pensione estera o di pensione in convenzione - sono esentati dal pagamento dell’IMU e della TASI e devono invece pagare la TARI in misura ridotta di due terzi, mentre invece tutti gli altri italiani residenti all’estero proprietari di immobili in Italia dovranno pagare sia l’IMU, che la TASI e la TARI (la prima è l’imposta sulla proprietà, la seconda sui servizi e la terza sui rifiuti)”.

“L’esenzione dei pensionati – ricordano Porta e Fedi – è stata ottenuta dopo una lunga battaglia sostenuta in Parlamento dai parlamentari eletti nella Circoscrizione estero: ricordiamo che la “battaglia” è ancora in corso perché tramite numerose iniziative legislative e politiche stiamo cercando di esentare dal pagamento delle imposte sugli immobili tutti i cittadini italiani residenti all’estero. Ricordiamo che per le unità immobiliari possedute dai cittadini italiani residenti all’estero per le quali non risultino soddisfatte le condizioni di esenzione o riduzione di IMU, TASI e TARI (e cioè per tutti coloro non ancora pensionati), il comune competente può, comunque, stabilire per l’IMU, nell’esercizio della propria autonomia regolamentare, un’aliquota agevolata, purché non inferiore allo 0,46 per cento per la seconda casa, atteso che la legge in vigore consente al comune di modificare l'aliquota di base, in aumento o in diminuzione, entro il limite di 0,3 punti percentuali”.

“Per quanto concerne, invece, la TASI, - precisano – i comuni competenti possono, sempre nell’esercizio della propria autonomia regolamentare, arrivare all’azzeramento del tributo in virtù delle norme in vigore e possono, altresì, differenziare l’aliquota del tributo in ragione della destinazione degli immobili. Per quanto riguarda, infine, la TARI ricordiamo che, sempre in virtù delle norme in vigore, i comuni competenti possono prevedere, con regolamento, riduzioni tariffarie ed esenzioni di abitazioni occupate da soggetti che risiedano o abbiano la dimora, per più di sei mesi all'anno, all'estero. Abbiamo chiesto ai comuni in una recente audizione dell’ANCI organizzata dal Comitato degli italiani nel mondo della Camera dei deputati – presieduto dall’On. Fabio Porta - di valutare l’opportunità di correggere una situazione di dubbia legittimità e di certa iniquità, riducendo le disparità di trattamento ed intervenendo per introdurre agevolazioni fiscali per IMU, TASI e TARI, nei limiti della loro potestà regolamentare, a favore dei cittadini italiani residenti all’estero, iscritti all’AIRE, proprietari di immobili in Italia, anche se non pensionati, attualmente esclusi dalle agevolazioni introdotte dal Governo nazionale”.

Infine, Porta e Fedi ricordano che “si applica la riduzione del 50% della base imponibile prevista dalla Legge di Stabilità per gli immobili dati in comodato d’uso a genitori o figli. Da questa norma sono stati esclusi gli italiani residenti all’estero perché essa prevede che il comodante risieda anagraficamente o dimori abitualmente nello stesso comune in cui è situato l’immobile concesso in comodato”.

“Per ovviare a un’evidente disattenzione del legislatore e alla disparità di trattamento tra cittadini italiani residenti in Italia e quelli residenti all’estero proprietari di immobili sul territorio dello Stato, abbiamo presentato una proposta di legge (primo firmatario l’On. Marco Fedi) che prevede che nel caso l’abitazione sia messa a disposizione dei propri parenti (fino al secondo grado e cioè oltre che a genitori e figli anche a nonni e fratelli) si estenda il beneficio della riduzione del cinquanta per cento della base imponibile IMU anche ai proprietari italiani residenti all’estero, ovviamente – precisano, concludendo – a condizione che siano corrisposte tutte le tasse (TASI, TARI, ecc.) comunali previste, e che gli immobili siano utilizzati dai comodatari come abitazione principale, che il contratto sia registrato e che il comodante possieda un solo immobile in Italia”. (aise 6) 

 

 

 

 

Paesi in via di sviluppo. Africa, la quarta rivoluzione industriale

 

Connettere le risorse dell'Africa attraverso la trasformazione digitale. È stato questo il titolo del 26esimo incontro annuale del Forum economico mondiale (Fem) di Kigali focalizzato sull’Africa.

 

Mentre nel 2015 la maggior parte delle economie africane sono scese ai livelli di crescita del 2009, quella ruandese è diventata la quinta economia africana in rapida espansione grazie a politiche e investimenti diretti a sviluppare il settore dei servizi ed a trasformare il Paese in un punto di riferimento regionale per l’alta tecnologia.

 

La crescente vulnerabilità dei Paesi africani a fluttuazioni del prezzo delle materie prime, svalutazioni monetarie, insostenibilità del debito e instabilità geopolitiche, sottolinea nuovamente l’urgenza di investimenti per la diversificazione economica e per uno sviluppo inclusivo.

 

L’Africa subsahariana, bypassata dalle precedenti rivoluzioni industriali, si presta per molti aspetti a saltare sul carro delle più recenti innovazioni tecnologiche, ma per una crescita sostenibile, l’impatto dei cambiamenti climatici sul continente non può essere ignorato né considerato in isolamento.

 

Africa e innovazione digitale

Dopo Davos, i tre giorni a Kigali si sono concentrati sul tema della “quarta rivoluzione industriale”, questa volta per il futuro delle economie africane. Il termine, coniato dal Professore Klaus Schwab (fondatore e presidente del Fem) è apparso per la prima volta nel dicembre 2015 in Foreign Affairs e vede al centro dei meccanismi di produzione, competitività e consumo, strumenti quali l’intelligenza artificiale, la bio- e la nanotecnologia, e la fusione di tecnologie prima appartenenti alle sfere della fisica, del digitale e della biologia.

 

L’Africa è in una posizione unica per trarre vantaggio dall’economia digitale: è giovane (il cosiddetto “dividendo demografico” potrebbe contribuire ad un incremento del Pil tra l’11 e il 15 percento nel periodo 2011-2030); meglio educata che in passato (l’alfabetizzazione è quasi ovunque al 70 percento); più ricca (il tasso di povertà estrema è calato dal 56 al 35 percento dal 1990); e vi è un rischio minore di contrarre Aids e malaria (tra il 2000 ed il 2012 la mortalità per malaria è calata del 50 percento).

 

Un terzo della popolazione è in possesso di un telefono cellulare, i sistemi di moneta elettronica (e-mobile systems) sono in rapida espansione (si veda il successo di M-Pesa in Kenya), ed una rete di start-up ispirato alla Silicon Valley si sta velocemente sviluppando, con 200 centri d’innovazione già esistenti e finanziamenti in crescita letteralmente esponenziale (da 40 milioni di dollari nel 2012 a 414 milioni nel 2014).

 

Siccità e crisi alimentare

Per quanto promettente, questo scenario cela la fragilità dei progressi ottenuti. Non solo una vera e propria trasformazione economica non si è ancora realizzata, ma la crescita è dipendente dai settori (agricoltura e pesca) maggiormente vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici (alluvioni e siccità, per esempio) ed il continente stesso è a livello globale il più esposto ed il meno preparato ad adattarsi.

 

Il settore agricolo, che impiega il 70 percento della popolazione sub-sahariana e contribuisce ad un quarto del Pil, sarà il più colpito, con gravi ripercussioni per la sicurezza alimentare già sotto pressione demografica. Per il 2030, le più recenti stime della Banca mondiale in Africa e Asia prevedono una diminuzione dei raccolti del 5 percento, un incremento del 12 percento dei prezzi alimentari, ed una perdita tra il 40 fino all’80 percento dei terreni arabili (per il 2030/2040). È inoltre previsto un incremento del 5 percento nell’incidenza della malaria e del 10 percento della dissenteria.

 

A queste, si sommano le perdite nel settore della pesca, del turismo, un aumento dei disastri naturali, del numero e della propagazione di virus (nel 2015, l’Ebola ha provocato nell’insieme una diminuzione del 12 percento del Pil per Guinea, Sierra Leone e Liberia), dei flussi migratori e delle instabilità politiche e sociali. L’impatto aggregato dei cambiamenti climatici sul Pil è dunque difficile da stimare, tanto che a seconda del modello usato (e del paese) i costi annuali in termini di Pil fino al 2030 variano dall’1,5 al 10 percento.

 

Un futuro tridimensionale

Per quanto sia mitigazione che adattamento dipendano da uno sviluppo economico “intelligente”, dall’impiego di tecnologie pulite a colture resilienti, il Fem ha discusso i cambiamenti climatici brevemente e fuori dall’agenda principale.

 

Tuttavia, i cambiamenti climatici riducono la produttività, le possibilità di risparmio ed investimento ed inficiano la crescita economica nel breve e lungo periodo. Per essere sostenibile, la crescita non può più tener separate la dimensione economica, sociale ed ambientale. L’alternativa, è un futuro con 100 milioni di poveri in più tra Africa e Asia già nel 2030

Chiara Rogate, AffInt 6

 

 

 

Da domani 9 a sabato 11 giugno Veneti nel mondo a Venezia per i lavori della Consulta e il meeting dei giovani

 

Assessore Lanzarin: “Volontà della Regione Veneto di mantenere solidi legami con i suoi emigranti e i loro discendenti”

 

VENEZIA - “Nel dare il benvenuto ai partecipanti alla Consulta e al meeting dei giovani oriundi confermo la volontà della Regione Veneto di mantenere solidi legami con i suoi emigranti e i loro discendenti”. Così Manuela Lanzarin, assessore ai servizi sociali con delega ai veneti nel mondo, saluta le associazioni dei veneti nel mondo e dei giovani oriundi residenti all’estero che da domani 9 a sabato 11 giugno si ritroveranno a Venezia per i lavori della Consulta e per il meeting dei giovani. Un appuntamento annuale promosso e organizzato dalla Regione Veneto, in ottemperanza alla legge n.2 del 2003 a favore dei veneti nel mondo, per fare sintesi delle esperienze associative locali e internazionali e per tutelare e promuovere i legami con la terra d’origine e le sue istituzioni da parte di chi è emigrato in altri Paesi e continenti.

Alla Consulta partecipano i rappresentanti delle federazioni delle associazioni degli emigranti di una quindicina di Paesi (Svizzera, Sudafrica, Brasile, Argentina, Uruguay, Venezuela, Canada, Australia), delle associazioni locali dei veneti nel mondo, l’Anci, le Camere di commercio del Veneto, le Università del Veneto e i rappresentanti dei giovani o oriundi veneti, sino alla quinta generazione, oltre al presidente della commissione Attività produttive del Consiglio regionale. Il contemporaneo meeting dei veneti e veneti under 39 che risiedono all’estero svilupperà un confronto parallelo sui rapporti con l’istituzione regionale e sulle politiche che favoriscono relazioni e scambi tra la terra d’origine e le comunità all’estero e quelle che accompagnano i rientri.

“Ritrovarsi annualmente a Venezia è un modo – sottolinea l’assessore Lanzarin - per mantenere un rapporto che non è fatto solo di ricordi, di continuità linguistica o di nostalgìa, ma è un legame vivo, proiettato verso il futuro. Da questi incontri e dalla rete delle associazioni dei veneti nel mondo sono nate tante idee e iniziative culturali, sociali, economiche. E altre ne nasceranno, perché la cifra dell’identità comune e il collante di una cultura solidaristica e laboriosa permangono anche a distanza di generazioni”.

Giovedì 9 giugno a Palazzo Balbi, sede della Giunta regionale a Venezia, l’assessore Manuela Lanzarin aprirà alle ore 10 i lavori della Consulta e del contestuale meeting dei giovani oriundi.

Nel pomeriggio di giovedì, sempre a Palazzo Balbi, Consulta e giovani oriundi incontreranno i rappresentanti delle categorie produttive e del mondo economico veneto.

Il confronto tra i partecipanti alla Consulta e i giovani del meeting proseguirà nella giornata di venerdì 10  nel palazzo Grandi Stazioni, con scambi di esperienze e di proposte. A mezzogiorno è previsto l’incontro a Palazzo Ferro-Fini con il presidente del Consiglio regionale Roberto Ciambetti e i capigruppo consiliari.

La tre giorni si concluderà sabato 11 con la presentazione del documento ufficiale della Consulta e del giovani partecipanti al meeting (sala Polifunzionale, palazzo Grandi Stazioni, ore 11). (Inform 8)

 

 

 

 

Le autonomie

 

Il Governo Renzi sarà ricordato per i “progetti” che, purtroppo, sono rimasti tali. Per il passato, però, le responsabilità sono state d’altri che hanno, invece, consentito il proliferare di una burocrazia costosa e, spesso, inutile alle reali necessità del Paese. L’Italia dei privilegi, comunque, esiste ancora.

Almeno, c’è da augurarci che sia rispettato lo spirito del Federalismo, con i suoi precisi riferimenti Fiscali. Nonostante la crisi, che non è solo economica, da noi continuano a esistere delle realtà che non dovrebbero avere più senso. Invece ci sono e non sembra che esista la volontà per eliminarle.

 Ci riferiamo alle Regioni a statuto Speciale e dalle Province Autonome che, dati i tempi, appaiono anacronistiche e con privilegi, di molteplice natura, che lo Stato non dovrebbe più consentire. Le Regioni sono cinque e due sono le Province. Per queste entità territoriali, lo Stato garantisce un’ampia autonomia amministrativa. Come a scrivere che un’alta percentuale dei tributi nei territori interessati resta in “casa”.

L’istituto dell’autonomia, nato in tempi complessi e superati, non giova certamente allo Stato e rivela una dicotomia con la situazione economica del Paese. Col tempo, si è venuta a determinare una “differenza” di trattamento tra i cittadini della Repubblica. Per chi vive nelle zone a statuto speciale, i “privilegi” ci sono ancora. Nonostante il giro di vite che ci ha inquadrato tutti e ci ha reso più bisognosi. Anche sotto il profilo fiscale, le differenze si notano.

 Ci sembra giunto il tempo di rivedere la nostra Costituzione, del resto non sarebbe la prima volta, per abolire anche le Autonomie locali.

 Se ne avvantaggerebbe, se non altro, l’economia della Penisola e si eliminerebbero privilegi riconosciuti per legge. Se lo Stato ha bisogni di liquidi, ha da essere messo nelle condizioni di poter contare, con stesso peso e misura, su tutti i contribuenti. I “sostegni” fiscali territoriali non dovrebbero esistere più. Invece, nonostante tante promesse, tutto resta com’era e le disparità continuano. Cambiare si può; ma solo se si vuole. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Certificati nell’UE. Basta legalizzazione? Le nuove norme

 

BRUXELLES - Oggi il Parlamento europeo ha adottato il regolamento proposto dalla Commissione per ridurre i costi e le formalità per i cittadini che devono presentare un documento pubblico in un altro paese dell'UE.

Attualmente i cittadini che si spostano o vivono in un altro paese dell'UE devono far legalizzare i loro documenti pubblici, come i certificati di nascita, di matrimonio o di morte, per dimostrarne l'autenticità. A norma del nuovo regolamento, quando si presenteranno documenti pubblici rilasciati in uno Stato membro dell'UE alle autorità di un altro paese dell'UE, la legalizzazione non sarà più necessaria.

Il regolamento riguarda soltanto l'autenticità dei documenti pubblici, gli Stati membri continueranno dunque ad applicare le norme nazionali sul riconoscimento del contenuto e degli effetti dei documenti pubblici rilasciati in un altro paese dell'Unione.

Per Vera Jourová, Commissaria per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, sono "buone notizie per chi si sposta in un altro paese dell'UE ad esempio per studiare o lavorare. Spesso le procedure burocratiche per presentare un documento pubblico per potersi sposare o ottenere un lavoro nel paese in cui si vive sono lunghe e costose. Oggi abbiamo eliminato questi oneri burocratici per aiutare i cittadini a muoversi facilmente nell'Unione europea".

Il nuovo regolamento eliminerà una serie di procedure burocratiche.

I documenti pubblici (ad esempio i certificati di nascita, di matrimonio o del casellario giudiziale) rilasciati in un paese dell'Unione dovranno essere accettati come autentici in un altro Stato membro senza necessità di legalizzazione (ad esempio con l'apostille).

Il regolamento elimina anche l'obbligo per i cittadini di fornire in tutti i casi una copia autenticata e una traduzione asseverata dei loro documenti pubblici. I cittadini potranno anche usare un modulo standard multilingue, disponibile in tutte le lingue dell'UE, da presentare come ausilio alla traduzione allegato al documento pubblico per evitare l'obbligo di traduzione.

Il regolamento stabilisce tutele contro le frodi: se l'autorità ricevente ha dubbi ragionevoli sull'autenticità di un documento pubblico, potrà verificarla con l'autorità di emissione nell'altro paese attraverso una piattaforma informatica esistente, il sistema di informazione del mercato interno o IMI.

Prossime tappe

Gli Stati membri hanno due anni e mezzo di tempo dalla data di entrata in vigore del regolamento per adottare tutti i provvedimenti necessari per consentirne la corretta applicazione al termine di questo periodo.

Circa 13 milioni di cittadini dell'UE vivono in un paese dell'Unione diverso dal proprio. Secondo un sondaggio di Eurobarometro, il 73% dei cittadini europei ritiene che si dovrebbero adottare misure per migliorare la circolazione dei documenti pubblici tra i paesi dell'UE. I cittadini spesso si lamentano della burocrazia e dei costi che devono sostenere per ottenere in un paese dell'Unione un documento pubblico che sia considerato autentico in un altro paese dell'UE. Queste formalità, che richiedono molto tempo, sono eccessive e inutili e pregiudicano il godimento da parte dei cittadini dei loro diritti sanciti nei trattati. (aise 9) 

 

 

 

Immigrazione. Hot spot in mare, ricetta italiana alla prova Ue

 

Spinta dalla necessità di adottare misure per fronteggiare nuovi massicci arrivi via mare, l'Italia pensa di identificare i migranti su navi adibite ad hot spot galleggianti. Si vuole evitare l'ingresso di irregolari economici valutando subito i potenziali aventi titolo a protezione internazionale.

 

L'obiettivo è condivisibile, ma riserve possono essere espresse da differenti punti di vista, compreso il radicato convincimento dell'Unione europea, Ue, che l'Italia sia, per posizione e vocazione, il principale hub delle persone salvate in mare provenienti da Libia ed Egitto.

 

Soluzione tattica

Il piano italiano va correlato alla ricerca e soccorso (Sar) dei migranti, obbligo morale e giuridico che l'Italia assolve da sempre a pieno (più di 600.000 persone assistite dal 1991, di cui 300.000 negli ultimi due anni).

 

L'imbarco su nostri hot spot galleggianti equivarrebbe infatti, secondo le Linee guida dell'Organizzazione marittima internazionale, al raggiungimento di un "luogo sicuro" (place of safety) in territorio italiano, cui consegue, in termini di concessione di asilo, l'attuale sistema di Dublino.

 

Le limitazioni logistiche di una nave sia pur grande, la presenza di minori, il carattere coercitivo dell'identificazione in funzione di successivi rimpatri, potrebbero tuttavia intaccare il principio che è "sicuro il luogo (...) dove possono essere soddisfatte le necessità umane di base e definite le modalità di trasporto dei sopravvissuti verso la destinazione successiva o finale tenendo conto della protezione dei loro diritti fondamentali nel rispetto del principio di non respingimento...".

 

Contenziosi giuridici sono quindi ipotizzabili. Ma ad essere sul banco degli accusati della Corte europea dei diritti dell'uomo sarebbe l’Italia, mentre nessun addebito verrebbe mosso ai Paesi che hanno preso su proprie navi le persone in pericolo, trasportandole poi su quella italiana.

 

Salvataggio garantito: attrazione per i migranti?

Il dislocamento di una nave hot spot vicino alla Libia ricalca, in un certo senso, il modulo dell'Operazione Mare Nostrum. Proprio per questo, non bisogna dimenticare l'accusa rivolta all'Italia di aver inconsapevolmente determinato, con il proprio impegno umanitario, un "fattore di attrazione" (pull factor). Nel 2014, esponenti politici britannici osservarono cinicamente che Mare Nostrum incoraggiava a tentare una pericolosa traversata foriera di tragedie.

 

La questione è ovviamente viziata in partenza, se si considera che l'altissimo numero di persone perite drammaticamente in mare non può essere il frutto di un semplice azzardo.

 

Vero è, invece, che i trafficanti di esseri umani hanno adattato le loro strategie criminali alla possibilità che migranti, lasciati alla deriva vicino alla Libia o all’Egitto, richiedano con un cellulare l'intervento dell'autorità Sar italiana, certi di contare sul suo intervento anche al di fuori dell'area di nostra competenza regolamentata dal DPR 662/1994.

 

Europeizzare il Sar

L'Ue è refrattaria a considerare il soccorso in mare come una sua funzione, ritenendolo esclusiva responsabilità nazionale, poiché il salvataggio dei migranti, benché atipico, si inquadra nel normale soccorso ai naviganti a carico dei singoli Stati.

 

Il massimo sforzo europeo è stato assegnare compiti Sar alle forze marittime di Triton (sulla base del Regolamento Frontex 35/14) e di Eunavfor Med "Sophia", a condizione che le navi di entrambe le operazioni trasportassero in Italia i migranti salvati.

 

In realtà, il Parlamento europeo, nella sua Risoluzione del 12 aprile 2016 sulla situazione nel Mediterraneo ha affrontato il problema trattandolo, assieme alla politica comune di asilo ed ai ricollocamenti, nell'ambito del principio di solidarietà stabilito dall'art. 80 del Trattato sul funzionamento dell'Unione, Tfue.

 

Il Parlamento europeo ha perciò suggerito che siano destinate più risorse ai servizi Sar nazionali "nel contesto di un'operazione umanitaria europea dedicata a trovare, salvare ed assistere migranti in pericolo trasportandoli nel più vicino luogo sicuro".

 

Navi hot spot non italiane

Finché non si attiveranno canali di immigrazione legali o corridoi umanitari, il salvataggio in mare dei migranti sarà sempre la fondamentale priorità; anche perché la riduzione dei flussi non potrà venire in tempi brevi da Tripoli, che non accetta interferenze straniere nella lotta ai trafficanti, né è un interlocutore simile alla Turchia.

 

Il Parlamento europeo, consapevole di questo, ha adottato una policy che presuppone, da parte dei Paesi membri, un impegno in mare non necessariamente collegato al trasporto in Italia delle persone salvate.

 

Qualche giorno fa, un barcone proveniente dall'Egitto, con circa 300 persone a bordo, è affondato a sud di Creta. Cosa impedisce che sia collocato uno hot spot non italiano sulle rotte che dal Mediterraneo orientale passano attraverso le zone Sar greche e maltesi? Fabio Caffio.  AffInt 9

 

 

 

 

Divorzio da Verdini, Renzi prova a recuperare la sinistra Pd

 

Mentre volano colpi proibiti tra Grillo e il presidente del Pd Orfini, a Milano va in scena il confronto TV a due Sala-Parisi. Renzi deve difendersi da due attacchi contemporanei e convergenti: la situazione peggiore per qualunque esercito, figuriamoci per le truppe del segretario-premier che non sono in forma smagliante. Da una parte infatti lo attaccano i grillini, a Roma e a Torino. Dall'altra il superstite centrodestra che, quando è unito come a Milano, dimostra che ancora può dire la sua. Un attacco da due fronti solo apparentemente diversi e lontani tra loro. In realtà già si è visto che a Milano Parisi ha chiesto subito il soccorso dei grillini, mentre a Roma Salvini è pronto a dislocare le proprie scarse risorse a favore della Raggi. E lo stesso, anche se non lo potrà dire ufficialmente, lo potrebbe fare la Meloni. L'analisi di questo primo turno delle amministrative e particolarmente difficile perché se a Roma ha giocato un ruolo determinante il disagio soprattutto giovanile delle periferie, a Torino cosa ha portato all'exploit della candidata grillina in una città che tutti dicono ben governata da Fassino? Quello che è chiaro e il "sentiment" anti renziano di gran parte degli elettori di sinistra che lo hanno tradito. A questo punto non basterà prendere le distanze da Verdini per recuperare gli elettori che guardano alla sinistra democratica. Renzi cerca di salvare il salvabile (rischia di perdere al ballottaggio Roma e Milano e di tenere Torino per il rotto della cuffia) ma soprattutto deve pensare a vincere il referendum di ottobre. Obiettivo che a questo punto diventa a rischio. Gli servirebbe una decisa sterzata in economia, ma i dati dell'Istat confermano ciò che tutti sanno: i paesi europei vanno avanti anche se senza grande slancio, mentre l'Italia rallenta. GIANLUCA LUZI, LR 8

 

 

 

Veneti nel mondo, iniziati a Venezia i lavori della Consulta

 

Zaia ai corregionali: “Siete una grande squadra, siate un presidio del Veneto nel mondo e aiutateci ad affrontare l’immigrazione che la nostra regione sta vivendo” . Lanzarin: “Vogliamo investire insieme a voi su progetti concreti per i giovani  e iniziative per gli over 65”

 

VENEZIA – “Siete il nostro biglietto da visita, una rete di connessioni che fa del Veneto un network mondiale nel mondo”. Così il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha salutato , a Palazzo Balbi ,sede della Regione Veneto, i rappresentanti dei comitati e delle federazioni dei veneti presenti nei cinque continenti convenuti a Venezia da oggi sino a sabato per la riunione della Consulta dei veneti nel mondo e il meeting dei giovani oriundi veneti.

Nel ricordare i numeri, le caratteristiche e la diffusione dell’emigrazione veneta negli ultimi 150 anni, che ha raggiunto le due Americhe, il Sud Africa, l’Australia, oltre ai paesi al nord delle Alpi, Zaia  ha fatto appello al legame che continua a unire emigrati e oriundi con la terra d’origine e all’esperienza e alle capacità progettuali maturata nei nuovi paesi di emigrazione. “Siamo – ha detto - un network, una grande squadra: vi chiedo di essere un presidio del Veneto nel mondo e di vigilare sulle iniziative e le manifestazioni che la Regione promuove all’estero, segnalandoci ciò che non funziona o potrebbe essere fatto meglio.Vi chiedo anche di portare il vostro contributo, la vostra esperienza e i vostri consigli per affrontare l’immigrazione che il Veneto sta vivendo – ha aggiunto il presidente della Regione - Il Veneto, che oggi conta 5 milioni di abitanti, ha già accolto e integrato negli ultimi vent’anni oltre 500 mila stranieri e, dall’inizio degli sbarchi dal Mediterraneo, ospita 22.600 profughi e richiedenti asilo. Noi vogliamo accogliere chi scappa da guerra, violenza e persecuzioni, ma non siamo disponibili ad aprire le porte indiscriminatamente a tutti, senza se e senza ma. Aiutateci, con la vostra storia ed esperienza, ad affrontare la grande inquietudine e i timori che stiamo vivendo: il Veneto rischia di non essere più quello che i vostri avi hanno lasciato”.

Ad aprire i lavori della Consulta ,presso Palazzo Balbi,  l’assessore al sociale e ai flussi migratori Manuela Lanzarin . “I progetti e le iniziative delle associazioni e delle comunità dei veneti all’estero sono una risorsa per la nostra regione. Vogliamo investire su di voi, sui vostri comitati e federazioni, e in particolare sui giovani oriundi, la cosiddetta quinta generazione, perché siete le nostre antenne e i nostri terminali nel mondo, nonché gli ambasciatori di nuovi rapporti nei cinque continenti”, ha detto Lanzarin nel dare il benvenuto ai quaranta convenuti indicando gli obiettivi dell’organismo di rappresentanza delle comunità dei veneti all’estero, alla sua prima riunione in questa legislatura. Lanzarin era affiancata dall’assessore all’Agricoltura Giuseppe Pan e dal presidente della commissione Attività produttive del Consiglio regionale Sergio Berlato .

Ai rappresentanti delle federazioni di una ventina di paesi di Europa, Americhe, Africa e Australia che compongono la ricostituita Consulta dei veneti nel mondo, l’assessore Lanzarin  ha chiesto di “investire sui giovani” e di “rafforzare i legami e le opportunità di scambio, nel campo della scuola, della cultura, della formazione, dell’imprenditoria e dell’economia”, per continuare ad alimentare il rapporto con il territorio di origine e promuovere la cultura veneta nel mondo.

“La Regione intende investire insieme a voi su progetti concreti che siano una opportunità per i giovani – ha concluso l’assessore Lanzarin  – ma vogliamo anche progettare insieme iniziative per gli over 65, per quei veneti che hanno trascorsi la maggior parte della loro vita attiva all’estero e che ora desiderano rientrare, magari anche solo temporaneamente, per ritrovare le loro radici”.

Oggi pomeriggio l’incontro dei  componenti della Consulta e dei giovani del meeting degli oriundi veneti con i rappresentanti delle categorie economiche del Veneto per mettere a fuoco iniziative di scambio e collaborazione.

Domani sarà la volta della politica, con l’incontro a mezzogiorno con il presidente del Consiglio regionale Roberto Ciambetti e i capigruppo consiliari di palazzo Ferro-Fini e il confronto interno tra delegati sul piano triennale e il programma annuale di iniziative regionali per e con i veneti nel mondo. Sabato 11 la sessione conclusiva dei lavori, nel palazzo Grandi Stazioni della Regione, con l’approvazione del documento programmatico finale. (Inform 9)

 

 

 

 

XV premio internazionale di italianistica

 

ROMA- Il Premio Internazionale Flaiano di Italianistica, giunto alla sua XV edizione, è stato istituito nel 2002, nell'ambito dei Premi Internazionali Flaiano di Letteratura, Teatro Cinema e Televisione, come sezione speciale, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Promosso ed organizzato dall'Associazione Culturale Ennio Flaiano, il Premio Flaiano valorizza il lavoro degli italianisti nel mondo e, in molte realtà geografiche, gode di notevole considerazione tra gli studiosi del settore.

Sin dalla sua istituzione, il Premio Flaiano -Sezione Italianistica- si è avvalso della collaborazione della Farnesina attraverso la rete degli Istituti di Cultura che hanno curato la diffusione all'estero del bando e la segnalazione delle migliori pubblicazioni, aventi per tema argomenti di cultura italiana, in lingua locale o in lingua italiana, realizzate nell'anno precedente.

Nelle passate edizioni, il Premio Flaiano per l'italianistica è stato assegnato ad autorevoli studiosi e professori di diverse nazionalità. In questa edizione, la giuria del premio, composta da esperti di cultura internazionale e presieduta da Dacia Maraini, proclamerà i tre vincitori che ritireranno il Premio a Pescara il prossimo 21 ottobre.

Il Premio - consistente nel Pegaso d'oro, un attestato e nella copertura delle spese di viaggio e di ospitalità - sarà consegnato a tre autori di opere che abbiano per oggetto argomenti di cultura italiana, pubblicate all’estero e in lingua italiana o straniera. Saranno prese in considerazione le pubblicazioni indicate dai Direttori degli Istituti Italiani di Cultura all’estero.

I Direttori potranno proporre una sola pubblicazione avvenuta tra giugno 2015 e giugno 2016 nel Paese di loro competenza facendo pervenire entro e non oltre il 7 settembre due copie alla Segreteria del Premio (Piazza Alessandrini, 34 – 65127 Pescara, farà fede il timbro postale) e, anticipando per email (premiflaiano@libero.it) o per fax (085 4517909) un’ampia scheda di presentazione sull’opera proposta e sul suo autore.

La Giuria potrà prendere in considerazione altre eventuali pubblicazioni indicate dai suoi componenti. La Giuria si riunirà a Roma presso la Direzione Generale Sistema Paese del Ministero per gli Affari Esteri per proclamare i vincitori che, come anticipato, saranno consegnati a Pescara il 21 ottobre.

Il premio non può essere ritirato da terzi. L’eventuale assenza del vincitore alla cerimonia di premiazione avrà il significato di rinuncia al premio.

L’Associazione Culturale Ennio Flaiano (Piazza Alessandrini, 34 – 65127 Pescara) può essere contattata per telefono (0854517898) Fax (0854517909) o email (premiflaiano@libero.it). (aise) 

 

 

 

 

“Bellunesi nel Mondo”: intervista ad Alessandro Barcelloni Corte, di Bellunoradici.Net

 

BELLUNO - La community del socialnetwork Bellunoradici.net ha raggiunto i 775 iscritti. Tra questi Alessandro Barcelloni Corte, classe 1991. Alessandro, dopo aver frequentato il Liceo Scientifico “Galilei” di Belluno, ha studiato prima Economia Aziendale presso l’università Ca’ Foscari di Venezia e successivamente si è specializzato con un Master in Finance presso la Westminster University di Londra.

Quanto è servita la tua esperienza all’estero per la tua crescita professionale?

Ogni esperienza all’estero ha contribuito notevolmente alla mia crescita personale. Dal confronto con persone e realtà diverse dalla nostra ho imparato a pensare fuori dagli schemi, una qualità che credo aggiunga valore anche a livello professionale. Il dinamismo di Londra mi ha dato gli stimoli per portare avanti progetti che altrimenti avrei forse accantonato e mi ha permesso di connettermi con figure professionali di rilievo del mio campo con cui mi sono confrontato scambiando costruttivamente idee e punti di vista per future progettualità.

Dall’estero come hai visto Belluno? Pregi e difetti

Se da un lato vivere all’estero mi ha permesso di apprezzare maggiormente la bellezza della Val Belluna, dall’altro mi sono reso conto che purtroppo prevale una mentalità un po’ chiusa la quale non favorisce di certo lo sviluppo e la crescita della nostra zona. In questo momento sei tornato a Belluno. So che hai un progetto in mente. Puoi descrivercelo?Sono in Italia da qualche mese, dopo aver valutato una possibile carriera a Londra ho optato per dedicarmi ad un progetto che sento più mio. Parallelamente all’attività di consulente associato ho co-fondato una Start Up assieme ad un giovane ingegnere bellunese che attualmente è a Monaco, un Veneziano emigrato da tempo in Canada e un matematico del Cadore. Siamo convinti che in questo periodo stia nascendo una nuova rivoluzione tecnologica alla base della quale vi sono blockchain e reti decentralizzate che potrebbero portare alla nascita del Web 3.0. Vogliamo implementare questo tipo di innovazioni in un settore della finanza attualmente dominato da grandi banche e fondi, che mancano però di dinamismo e di flessibilità organizzativa. Il nostro obiettivo è quindi rendere più aperto ed efficiente un mondo fino ad ora accessibile a pochi, unendo tecnologia e finanza (Fintech).

Pensi di rimanere a Belluno?

Ora come ora non penso di stabilirmi fisso a Belluno. Da quando ero al Liceo sogno di lavorare in remoto e girare il mondo, almeno fintanto che sono giovane. Viviamo in un mondo in cui Internet ci permette di accorciare le distanze, lavorando al fianco di colleghi che sono fisicamente dall’altra parte del mondo. Così facendo possiamo arricchire ed elaborare i nostri progetti in tempo reale. In futuro vedremo.

Un messaggio ai giovani

Viaggiate, aprite la mente e non abbiate paura di seguire i vostri sogni. Sono convinto che con determinazione e passione si arrivi ovunque.

Un messaggio ai nostri politici (a livello locale, regionale e nazionale)

Abbiamo il paradiso che ci circonda, un potenziale enorme che va valorizzato il più possibile. Questo vale non soltanto a livello locale, siamo la nazione che detiene il maggior numero di siti Unesco. Un altro punto fondamentale è investite nei giovani, sono il futuro del nostro paese. (Inform)

 

 

 

 

Annunciati i nomi dei vincitori della VII edizione del premio “Pugliesi nel mondo”. Premiazione il 25 giugno

 

BARI – Sono stati annunciati nel corso di una conferenza stampa a Castellana Grotte i nomi dei vincitori dell'edizione di quest'anno del premio “Pugliesi nel mondo”, manifestazione curata dall'omonima associazione e la cui cerimonia di premiazione è in programma sabato 25 giugno presso il Teatro Socrate della città barese.

A segnalare i vincitori di questa VII edizione del premio il presidente della Pugliesi nel mondo, Giuseppe Cuscito e la vice presidente Perla Suma.

Tra essi l'attuale ministro della Cultura della Repubblica Argentina, Pablo Avelluto, originario di Mola di Bari; la prima giornalista sportiva di Mediaset, la barese Irma d'Alessandro; Antonio Bernardini, vice segretario generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, originario di Barletta; il putignanese Luciano Vinella, presidente di Finsita Holding S.p.A./Vinella Group (Bus Marozzi, Sita Sud, Vetrerie Meridionali ecc.); la canadese Teresa Cascioli, imprenditrice e manager originaria di Roseto Valfortore; i leccesi Vito Margiotta, amministratore delegato di Snap -Tel Aviv (Israele) e l'artista Fernando De Filippi, già direttore dell'Accademia di Brera Milano; l'attrice barese Lunetta Savino.

La manifestazione sarà condotta da Attilio Romita, capo redattore di Rai Puglia e da Daniela Mazzacane, giornalista e conduttrice di Telenorba. Tra gli ospiti, anche l'attore e cabarettista di Bari Uccio De Santis. (dip)

 

 

 

 

Gauck hört auf. Bundespräsident will aus Altersgründen nicht erneut kandidieren

 

Joachim Gauck erklärt seinen Verzicht auf eine zweite Amtszeit als Bundespräsident. In Erinnerung bleiben wird Gauck unter anderem wegen seinen Aussagen zu Muslimen in Deutschland und zur deutschen Flüchtlingspolitik. Der neue Präsident soll im 2017 gewählt werden. Von Karsten Frerichs, Marlene Petermann, Birol Kocaman

 

Deutschland bekommt im nächsten Frühjahr einen neuen Bundespräsidenten. Aus Altersgründen erklärte Amtsinhaber Joachim Gauck am Montag seinen Verzicht auf eine zweite Amtszeit. „Ich möchte für eine erneute Zeitspanne von fünf Jahren nicht eine Energie und Vitalität voraussetzen, für die ich nicht garantieren kann“, sagte der 76-Jährige im Berliner Schloss Bellevue. Parteiübergreifend zollten Spitzenpolitiker dem scheidenden Staatsoberhaupt Respekt und äußerten zugleich Bedauern wie Verständnis für Gaucks Entscheidung.

Sichtlich gelöst war Gauck am Mittag in seinem Amtssitz in Berlin vor die Presse getreten. Sein Gesicht strahlte Erleichterung statt Wehmut aus. Mehrfach sprach er in seiner knapp vierminütigen Erklärung von Freude im Amt und Vorfreude auf die Zeit bis zum 17. März 2017. An diesem Tag wird Gauck Schloss Bellevue verlassen und an einen Nachfolger übergeben.

Gehören Muslime zu Deutschland?

„Was für ein schöner Sonntag“, hatte Gauck schon am 18. März 2012 nach seiner Wahl zum 11. Staatsoberhaupt der Bundesrepublik vor der Bundesversammlung ausgerufen. Dass ihm auch die nachfolgenden Jahre im Amt mehr Lust als Last waren, führte er am Montag noch einmal so knapp wie eindrücklich aus. Regelmäßig begegne er Menschen, „die durch ihr beharrliches, oft selbstloses Engagement dafür sorgen, dass unser Land täglich stärker und schöner wird“. Für ihn sei es eine große Ehre, der Bundesrepublik zu dienen.

Gleich zu seinem Amtsantritt stand er vor seiner ersten Bewährungsprobe. Mit Spannung wurde erwartet, wie er sich zum Satz seines Vorgängers Christian Wulff „Der Islam gehört zu Deutschland“ positionieren würde. „Nein“, er übernehme den Satz nicht, antwortete Gauck Ende Mai 2012 auf eine entsprechende Frage in Zeitungsinterview. „Ich hätte einfach gesagt, die Muslime, die hier leben, gehören zu Deutschland“, so Gauck. Damit gewann er die Herzen der Muslime zwar nicht, nahm Kritikern des Wulff-Zitates aber auch den Wind aus den Segeln.

Begrenzte Aufnahmekapazität

Viel zitiert und deshalb in Erinnerung bleiben wird auch die Reaktion Gaucks auf fremdenfeindliche Ausschreitungen vor Flüchtlingsunterkünften. „Es gibt ein helles Deutschland, das sich hier leuchtend darstellt, gegenüber dem Dunkeldeutschland, das wir empfinden, wenn wir von Attacken auf Asylbewerberunterkünfte oder gar fremdenfeindlichen Aktionen gegen Menschen hören“, sagte er Mitte 2015. Nur wenige Wochen später kritisierte Gauck mit deutlichen Worten die offene Flüchtlingspolitik von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU). Er warnte, die Aufnahmekapazität Deutschlands sei begrenzt, die Mittel endlich. Die Menschen schwor er auf schwierige Zeiten ein.

Der frühere Rostocker Pfarrer und DDR-Bürgerrechtler Gauck war eine der Führungsfiguren der friedlichen Revolution. Von 1991 bis 2000 leitete er die Stasi-Unterlagen-Behörde.

Merkel bedauert Rücktritt

Über Wochen hatte Gauck mit sich gerungen, ob er als Bundespräsident weitermachen soll. So ließen es zumindest seine wenigen öffentlichen Äußerungen zu dem Thema erahnen. „Die Entscheidung ist mir nicht leicht gefallen“, räumte er nun ein. Er sei dankbar, dass ihm gut geht. Doch sei ihm bewusst, dass die vor ihm liegende Lebensspanne zwischen dem 77. und 82. Lebensjahr eine andere sei als die, in der er sich derzeit befinde. „Wie man das eigene Alter betrachtet, das ist eine ganz individuelle, ganz persönliche Frage. Ich habe sie für mich nun so beantwortet“, sagte der scheidende Präsident.

Bundeskanzlerin Merkel sagte, sie hätte sich eine zweite Amtszeit Gaucks gewünscht. Nichtsdestotrotz respektiere sie seine Entscheidung und danke ihm für seine bisherige Arbeit. Auch SPD-Chef Sigmar Gabriel äußerte Bedauern, dass Gauck nach fünf Jahren aus dem Amt scheiden will. Er sei ein „Präsident des ganzen deutschen Volkes“, der das Amt mit „Klarheit und absoluter persönlicher Integrität“ ausübt. Der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Heinrich Bedford-Strohm, sagte, mit seinem Rückzug vom Amt dokumentiere Gauck, „dass er die Freiheit, für die er Zeit seines Lebens gestritten hat, nun für sich selbst in Anspruch nehmen möchte“.

Nächste Präsidentenwahl im Februar 2017

Der parteilose Gauck war 2012 zum Nachfolger des zurückgetretenen Bundespräsidenten Christian Wulff gewählt worden. Der erst Ostdeutsche an der Spitze der Bundesrepublik war der gemeinsame Präsidentschaftskandidat von Union, FDP, SPD und Grünen. Die Bundesversammlung wählt das Staatsoberhaupt für fünf Jahre. Nur eine einmalige Wiederwahl ist zulässig.

Die nächste Präsidentenwahl ist für den 12. Februar 2017 geplant. Welche Kandidaten die Parteien ins Rennen schicken, ist noch unklar. Eine Verständigung auf einen gemeinsamen Bewerber von Union und SPD gilt als schwierig, weil im Herbst nächsten Jahres auch der Bundestag neu gewählt wird und die politischen Lager auf eine Schärfung ihres eigenen Profils bedacht sind.

Suche nach Nachfolger haben begonnen

Merkel sagte, „glücklicherweise“ sei Gauck noch einige Monate im Amt. Diese Zeit sollte für die Suche eines Nachfolgers genutzt werden, eine Entscheidung aber erst nach den Landtagswahlen in Berlin und Mecklenburg-Vorpommern im September fallen, wenn die Zusammensetzung der Bundesversammlung geklärt ist. Gespräche über einen Kandidaten würden nicht nur zwischen CDU und CSU geführt, sondern auch darüber hinaus.

Gauck wischte am Montag vorsorglich Bedenken beiseite, sein Auszug aus Schloss Bellevue könnte die Republik erschüttern. Ein Wechsel im Amt des Bundespräsidenten sei „kein Grund zur Sorge“: „Er ist vielmehr demokratische Normalität, auch in fordernden, auch in schwierigen Zeiten.“ (epd/mig 7)

 

 

 

 

„Ich fände klasse, wenn es mal eine Frau werden würde"

 

Deutschland sucht den neuen Bundespräsidenten: Als würdigen Vertreter der Bundesrepublik hat der Vertreter der katholischen Kirche bei der Regierung Bundespräsident Joachim Gauck nach seinem Verzicht auf eine zweite Amtszeit gelobt. Immer wieder sei Gauck für Demokratie und Toleranz eingetreten, betont Prälat Karl Jüsten im Gespräch mit dem Kölner Domradio. Jüsten ist Leiter des katholischen Büros in Berlin.

 

Joachim Gauck als ehemaligen evangelischen Pfarrer habe als Bundespräsident aus christlicher Sicht auch besondere „Marker“ gesetzt, so Jüsten: „Er hat sich auf die Menschen eingelassen und er war wirklich ein Bundespräsident für alle Deutschen. Er ist zwar evangelischer Pfarrer, aber er war genauso für uns Katholiken da, für die Muslime und für die vielen Menschen, die gar nicht glauben können. Das ist schon mal eine große Leistung. Das zeichnet vielleicht auch den Christenmenschen aus, der aus seiner inneren Haltung des Glaubens heraus tolerant sein kann, auch gegenüber den Andersgläubigen und aus dieser Haltung heraus auch offen sein kann für Andere. Diese Offenheit war vielleicht seine größte Stärke.“

Es wäre schön, wenn Gaucks Nachfolger ebenfalls christliche Werte vermitteln würde, so Jüsten. „Mir fallen da auch schon ein paar Namen ein, die geeignet wären, aber wer es wird und wer Aussichten hat, kann ich Ihnen nicht sagen. Ich fände es klasse, wenn es mal eine Frau werden würde und wenn die dann katholisch oder evangelisch ist, dann würde mich das auch besonders freuen.“

Bundespräsident Joachim Gauck tritt aus Altersgründen nicht für eine zweite Amtszeit an. Der 76-Jährige sagte am Montag im Schloss Bellevue in Berlin, habe „für eine erneute Zeitspanne von fünf Jahren nicht eine Energie und Vitalität“, für die er nicht garantieren könne. Der frühere evangelische Pastor in der DDR und ehemalige Chef der Stasi-Unterlagenbehörde war 2012 als Nachfolger des zurückgetretenen Christian Wulff (CDU) ins höchste Staatsamt gewählt worden.  (domradio 07.06.)

 

 

 

 

Verleihung des Bayerischen Integrationspreises. Bayerischen Asylpreises 2016.

 

München. Landtagspräsidentin Barbara Stamm, Staatsministerin Emilia Müller und der Bayerische Integrationsbeauftragte Martin Neumeyer haben zum dritten Mal gemeinsam den Bayerischen Integrationspreis und den Bayerischen Asylpreis verliehen. Beide Preise sind mit je 2000 Euro dotiert. 2016 stand der Integrationspreis unter dem Motto 'Werte und Traditionen', der Asylpreis hatte den Schwerpunkt Kinder und Familie.

 

"Wer glaubt, Integration ist ein Selbstläufer, der täuscht sich. Wir brauchen Symbole, Menschen, die als Leuchttürme dienen. Deswegen ist diese Preisverleihung so wichtig. Wir brauchen die Bevölkerung, sonst kann es nicht gelingen", sagte Neumeyer zu Beginn der Veranstaltung im Senatssaal des Maximilianeums und wies auf die Bedeutung des Integrationspreises für die Zivilgesellschaft hin. "Wir tragen damit die Vielfalt nach außen".

Beispielhaft dafür ist der Gewinner des Integrationspreises, der Integrationsbeirat der Stadt Garching mit seinem Projekt „Meine neue Heimat – Spurensuche der bayerischen Kultur in der Natur“. Menschen mit und ohne Migrationshintergrund sowie Flüchtlinge unternehmen gemeinsam Ausflüge in die Umgebung Garchings, entdecken die heimische Tier- und Pflanzenwelt oder auch historisch bedeutsame Orten. Für die Flüchtlinge die Chance im gegenseitigen Austausch ihrer neuen Heimat näher zu kommen. Für die Garchinger die Gelegenheit, die neuen Mitbürger mit ihren Werten und ihrer Heimat vertraut zu machen. "Wir gewinnen alle durch diese Art von Engagement" erklärte Jurymitglied Gökhan Senli in seiner Laudatio. Und Claudio Cumani, Vorsitzender des Garchinger Integrationsbeirats erklärte in seiner Danksagung, dass durch diese Aktionen eine positive Dynamik entstehe. "Das Interesse sich zu begegnen, ist ansteckend."

 

"Mir gefällt Deutschland echt voll gut"

Dieser Satz beschreibt auch die Arbeit des Gewinners des Asylpreis recht gut. Das „Kinder- und Familienprogramm für Flüchtlinge im Club 402“ des Arbeiterwohlfahrt Kreisverbandes Nürnberg e.V. recht treffend. Das Programm bietet umfangreiche Beratungs-, Bildungs- und Freizeitangebote speziell für Flüchtlinge an. Kinder lernen sofort die Sprache, Erwachsene werden im Alltag unterstützt, um die Integration voranzutreiben. Die zehnjährige Rim aus Syrien kann deswegen in makellosem Deutsch auf der Bühne ausdrücken, wie es ihr in der neuen Heimat geht: "Mir gefällt Deutschland echt voll gut". Die Laudatorin Nathalie Amiri hatte zuvor in ihrer Laudatio betont, wie bedeutsam gerade die Arbeit mit Kindern und Jugendlichen ist. "Der ganzheitliche Ansatz ist entscheidend. Man spürt das Gefühl der Zusammengehörigkeit. Die Helfer vermitteln den Kindern: Sie sind in Bayern gewollt und dürfen wieder lachen". 

Auch Landtagspräsidentin Barbara Stamm und Sozialministerin Emilia Müller wiesen auf die Bedeutung der Jugendarbeit im Flüchtlingsbereich hin.Der Landtag werde in Zukunft verstärkt Kinder und Jugendliche mit Migrationshintergrund einladen, kündigte Barbara Stamm an. "Wir wollen vermitteln, wie Demokratie funktioniert, was unsere Gesellschaft ausmacht. Es ist wichtig für diese jungen Menschen zu sehen: Sie sind jetzt in einem Land, in dem Freiheit, Recht und die Würde des Menschen im Mittelpunkt stehen. Und es soll auch aufzeigen, welche Spielregeln in der Demokratie gelten, die diese Freiheit ermöglicht", erklärte Stamm. Zudem sprach sie sich nachdrücklich dafür aus, Kinder und Jugendliche unabhängig vom Aufenthaltsstatus sofort zu beschulen. "Selbst wenn diese Kinder einmal in ihre Heimat zurückkehren, werden sowohl sie als auch wir davon profitieren", zeigte sich die Landtagspräsidentin überzeugt und stellte klar: "Wir tragen die Verantwortung für diese Kinder, denn kein Kind kann sich aussuchen, in welche Welt es hineingeboren wird".

 

"Herzlich willkommen - mit ganz klaren Regeln"

Sozialministerin Emilia Müller, wies darauf hin, dass die Herausforderung eine große Zahl von Menschen auch durch den großartigen Einsatz der Ehrenamtlichen im vergangenen Jahr gut gelungen ist. Die größere Aufgabe sei es aber nun, die rund 155 000 Flüchtlinge, die in Bayern geblieben sind, zu integrieren. "Wir müssen sie unterbringen, beschulen - und unsere Werte vermitteln. Bei manchen beginnt das im Verhältnis zwischen Männern und Frauen und da müssen wir beispielsweise klar stellen, dass es in Deutschland Gleichberechtigung gibt, die nicht in Frage gestellt werden kann. Die Menschen, die zu uns geflohen sind, heißen wir herzlich willkommen - aber mit ganz klaren Regeln", sagte die Staatsministerin. Auch wenn eine Mammutaufgabe bevorstehe, dürfe man nie den Einzelnen aus dem Blick verlieren. "Der Mensch steht immer im Mittelpunkt unserer Überlegungen", versicherte Emilia Müller. Zoran Gojic, Bayern.landtag 8

 

 

 

 

Schnittstelle. Friedensforscher fordern Migrationsministerium

 

Die Flüchtlingspolitik Deutschlands verdient noch mehr Aufmerksamkeit, meinen Experten. Sie fordern dafür nicht nur ein eigenes Ministerium, sondern auch mehr außenpolitisches Engagement unter dem Dach der UN.

Deutsche Friedensforscher haben sich für die Einrichtung eines Migrations- und Integrationsministeriums ausgesprochen. So eine Behörde hätte eine enorme Symbolkraft und würde den Fokus noch stärker auf die derzeit zu bewältigenden Aufgaben lenken, sagte Corinna Hauswedell von der Forschungsstätte der Evangelischen Studiengemeinschaft am Dienstag in Berlin bei der Vorstellung des diesjährigen Friedensgutachtens 2016. „Es gibt wahrscheinlich kaum ein Thema wie die Flüchtlingspolitik, was so sehr im Schnittfeld zwischen Innen- und Außenpolitik liegt“, erläuterte die Expertin. Derzeit liegt das Thema allein im Zuständigkeitsbereich des Bundesinnenministeriums. Aus diesem Grund sei eine „politische Steuerung“ notwendig.

Hauswedell stellte zusammen mit vier weiteren Wissenschaftlern das Friedensgutachten vor, das sich in diesem Jahr schwerpunktmäßig mit der Flüchtlingspolitik beschäftigt. Darin erörtern Wissenschaftler verschiedener Disziplinen das Thema und bieten innen- und außenpolitische Empfehlungen an.

Hauswedell sagte, die genaue Konzeption eines Ministeriums für Migration und Integration müsse erst noch entwickelt werden. Die Behörde biete aber die Chance, unzureichenden Abstimmungen zwischen einzelnen Bundesministerien entgegenzuwirken. Bruno Schoch von der Hessischen Stiftung Friedens- und Konfliktforschung ergänzte, ein Ministerium würde von dem Verständnis zeugen, dass Deutschland ein Einwanderungsland sei und „dass wir damit auch ernst machen“. In diesem Zusammenhang forderten die Experten auch die Vorlage eines Einwanderungsgesetzes noch in dieser Legislaturperiode.

Außenpolitisch sollte die Bundesregierung ihr Vorgehen bei der Fluchtursachenbekämpfung überprüfen, erklärte Margret Johannsen vom Institut für Friedensforschung und Sicherheitspolitik an der Universität Hamburg. Waffenlieferungen etwa an Saudi-Arabien werden von den Forschern genauso abgelehnt wie an die kurdischen Peschmerga. Zudem bedürfe es einer zuverlässigen Kontrolle, wo gelieferte Waffen vor Ort verbleiben.

Die Experten sehen darüber hinaus die Teilnahme der Bundeswehr am Krieg gegen die Terrororganisation „Islamischer Staat“ in Syrien kritisch. Die Anschläge von Paris im vergangenen November rechtfertigten eine Selbstverteidigung im Sinne der UN-Charta nicht, sagte Johannsen. Deutschland sollte sich stattdessen dafür einsetzen, UN-Friedensmissionen („Peacekeeping“) zu stärken und diese finanziell, technologisch und personell aufzuwerten. Dazu gehöre auch, eigene militärische UN-Einheiten aufzubauen, sagte Johannsen. Generell lehnen die Forscher militärische Interventionen ohne UN-Mandat und ohne einen Plan für die Zeit danach ab.

Das Friedensgutachten ist das gemeinsame Jahrbuch der Institute für Friedens- und Konfliktforschung in Deutschland und wird von der Deutschen Stiftung Friedensforschung gefördert. Es wird seit 1987 herausgegeben. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Ausatmen, einatmen, Brüssel! Keine Sorge: Großbritannien bleibt in der EU.

 

Auch wenn manche Umfragen ein Kopf-an-Kopf-Rennen voraussagen, wird es keinen Brexit geben.

 

Vergessen Sie den Hype. David Cameron wird das anstehende Referendum über die EU-Mitgliedschaft Großbritanniens natürlich locker gewinnen. Darüber herrscht zumindest unter den Meinungsforschern und Westminster-Insidern zunehmend Einigkeit, ganz zu schweigen von den Wettbüros, die die Wahrscheinlichkeit eines Brexit bei nur 25 Prozent ansetzen.

„Die ‚Remain‘-Kampagne betont gern, dass die Sache noch nicht in trockenen Tüchern ist“, so Tom Mludzinski, Direktor für politische Umfragen von ComRes, einem der renommiertesten britischen Umfrageinstitute. „Aber der Ball liegt klar im Feld der ‚Leave‘-Kampagne, denn sie muss versuchen, den Vorteil, den die ‚Remain‘-Seite naturgemäß hat, aufzuheben.“

Mit den Regionalwahlen vom 5. Mai 2016 ist die letzte Hürde für eine veritable Schlacht um den Brexit genommen. Das Letzte, was man in Downing Street nun will, ist, dass für die Pro-Europa-Kampagne drei Wochen vor dem Wahltag alles in Butter ist, denn eine niedrige Wahlbeteiligung könnte den Ausschlag für einen Brexit geben.

 

Aufstocken des Personals

Aber Cameron ist kein Wahlkampf-Novize. Das historische Plebiszit in diesem Sommer wird seine fünfte Wahl als Tory-Chef sein, darunter waren drei Volksabstimmungen. Und wie in der Parlamentswahl im letzten Jahr hat der Premierminister eine Botschaft und ein Team, denen er zutraut, es zu schaffen.

Der Einfluss von Camerons Kommunikationschef Craig Oliver wächst unablässig, und mittlerweile spielt er in der offiziellen „Remain“-Kampagne „Britain Stronger in Europe“ eine „führende Rolle“, wie eine Quelle aus der Downing Street bestätigt. Oliver könnte sogar noch Vollzeit in die Kampagne einsteigen und für das Aussenden von Botschaften verantwortlich zeichnen; die Regierung würde so ihr ganzes Gewicht in die Kampagne einbringen.

Wie im letzten Jahr befolgt Cameron den Rat seines Wahl-Gurus Lynton Crosby, „die Seepocken vom Boot zu kratzen“, damit sich die Regierung ausschließlich auf die zentralen Wahlkampfthemen konzentrieren kann: die wirtschaftliche und nationale Sicherheit.

Nichts darf dem in die Quere kommen. Das Risiko eines Ärztestreiks ist mittlerweile gebannt, nachdem man sich bereit erklärte, wieder Verhandlungen über einen neuen Vertrag für den National Health Service zu führen. Dann kündigte am 6. Mai – dem Tag, an dem die Ergebnisse der Regionalwahlen verkündet wurden – Bildungsministerin Nicky Morgan an, die Regierung gebe den umstrittenen Versuch auf, den Kommunalverwaltungen die Aufsicht über die Schulen zu entziehen. Beides waren große „Seepocken“, die vom Rumpf der Brexit-Kampagne gekratzt werden mussten.

Der US-Wahlkampfexperte und Vertraute Camerons Jim Messina hat ebenfalls eine offizielle Beraterposition inne, nachdem er schon im letzten Jahr vor Camerons Wiederwahl einen wirkungsvollen Abstecher in die Downing Street unternommen hatte. Messinas Stärke ist die Mobilisierung von Wechselwählern – die Mittelschichtfamilien, die den Schlüssel zu Großbritanniens Zukunft in Europa in der Hand haben.

Auch andere Mitglieder der Regierungsmaschinerie engagieren sich für den Verbleib Großbritanniens in Europa. Ein langjähriger Beamter hat die Downing Street offiziell verlassen, um die „Remain“-Wahlveranstaltungen zu organisieren.

 

Eine Reihe führender Politiker, die früher in der Koalitionsregierung eng mit dem Premierminister zusammengearbeitet haben, machen heute bei der „Remain“-Kampagne mit, darunter Ryan Coetzee, der Strategiechef der Liberaldemokraten war, und James McGrory, Nick Cleggs ehemaliger Sonderberater. Die beiden Liberaldemokraten arbeiten unter dem Labour-Politiker Will Straw, Sohn des ehemaligen Außenministers Jack Straw, was die parteiübergreifende Organisation der Kampagne illustriert.

Tom Edmonds und Craig Elder, die vor der Parlamentswahl gemeinsam den digitalen Wahlkampf der Konservativen Partei leiteten, stehen der „Remain“-Kampagne ebenfalls als Berater zur Verfügung. Die beiden wurden im letzten Jahr als Camerons „Geheimwaffe“ gelobt, weil sie über Facebook und andere soziale Netzwerke Wechselwähler ansprachen.

Diese Taktik werden sie auch diesmal zum Einsatz bringen. Ein auf Facebook gepostetes Video, in dem Martin Lewis auftritt, Gründer der enorm populären Verbraucher-Website „Money Saving Expert“, wurde 2,3 Millionen Mal angesehen. Das Video beginnt mit Lewis‘ Worten: „Aller Wahrscheinlichkeit nach werden wir weniger Geld in der Tasche haben, wenn wir für einen Austritt stimmen.“ In Downing Street glaubt man, diese einfache Botschaft könne die Wahl entscheiden.

Gestützt wird diese Botschaft von Mark Carney, dem Präsidenten der Bank of England, der in dem Video ebenfalls zu Wort kommt. Er ist mit der Queen eine der zwei Persönlichkeiten, die nach einer jüngsten ComRes-Umfrage die Wählerinnen und Wähler am ehesten hören wollen.

Ungeachtet aller Bedenken in der Londoner City und in anderen westlichen Hauptstädten weiß der Premierminister genau, dass es nur eines dramatischen Ereignisses bedürfte – das durchaus nicht ausgeschlossen ist – und er würde am 23. Juni seinen dritten Wahlsieg in drei Jahren verpassen.

 

In der Downing Street behauptet man steif und fest, der Sieg sei alles andere als selbstverständlich. Doch inoffiziell hört man, es sehe doch ganz gut aus. Dass Boris Johnson, der ein Auge auf Camerons Job geworfen hat und politischer Kopf der „Leave“-Kampagne ist, an eben jenem Tag weit über das Ziel hinausschoss, an dem der Präsident der Vereinigten Staaten ein Handelsabkommen zwischen Großbritannien und USA öffentlich in weite Ferne rückte, passte perfekt zum Grundtenor der Regierung, demzufolge die Abkehr von Brüssel zu viele Risiken und zu wenige Vorteile mit sich bringe.

„Ja, die letzten Wochen liefen für uns recht gut“, so eine Quelle aus der Downing Street kurz nach Barack Obamas Besuch Ende April. „Aber wir müssen nun um jede Stimme kämpfen, besonders unter den jungen Leuten. Die müssen wir mobilisieren. Dass die Umfragen so knapp sind, ist da geradezu eine Hilfe.“

 

Traue nie den Umfragen

Es ist wahr, dass Online-Umfragen, die billiger sind als die traditionellen Telefonumfragen, durchgängig ein Kopf-an-Kopf-Rennen ergeben haben. Die Summe aller Online-Umfragen, die in diesem Jahr veröffentlicht wurden, sieht das Referendum bei 41 Prozent für beide Lager.

Doch wenn man sich die Ergebnisse der Telefonumfragen ansieht, ist das Rennen schon nicht mehr ganz so aufregend, denn die „Remain“-Seite liegt mit zehn Prozentpunkten deutlich in Führung. Telefonumfragen gelten als genauer. Über die Hälfte der Online-Umfragen, die vor der Parlamentswahl im letzten Jahr veröffentlicht wurden, ergaben einen Vorsprung für Labour. Dagegen sahen 70 Prozent der Telefonumfragen die Torys vorne und behielten damit Recht.

Diese Differenz ist ganz einfach darin begründet, dass Online-Umfragen nicht das gesamte Wählerspektrum widerspiegeln: Sie erfassen nicht die schwer zu erreichenden Jungwähler und auch nicht ältere und ärmere Menschen, die nicht online sind. Allerdings wenden Kritiker zu Recht ein, dass alle Umfragen Mängel aufweisen, selbst Telefonumfragen, die das Ausmaß des Tory-Sieges im letzten Jahr nicht vorhergesagt haben.

Auch Warnungen aus der Downing Street, dass die geringe Wahlbeteiligung das Referendum negativ entscheiden könnte, wirken gezielt irreführend. Wenn ComRes auf der Grundlage neuer Wahlbeteiligungsmodelle für Jungwähler die Wahrscheinlichkeit berücksichtigt, mit der die Menschen wählen gehen, nimmt der Vorsprung der „Remain“-Kampagne sogar noch zu. Die Brexit-Seite liegt nach der jüngsten Umfrage dieses Meinungsforschungsinstituts um elf Prozent zurück, doch bei Berücksichtigung der wahrscheinlichen Wahlbeteiligung wächst dieser Rückstand auf 16 Prozent. Das wäre ein geradezu erdrutschartiger Sieg für ein Verbleiben in der EU.

Eine Hilfe für Cameron ist der sogenannte Glockenkurven-Effekt: Eine abnorm hohe oder niedrige Wahlbeteiligung begünstigt ein extremes Ergebnis. Liegt sie aber ähnlich wie bei der Parlamentswahl bei etwa 65 Prozent, hat die „Remain“-Seite die bessere Ausgangsposition.

 

Mludzinski zufolge deutet bislang nichts auf eine extrem niedrige oder eine extrem hohe Wahlbeteiligung hin wie 2014 bei der Abstimmung über die Unabhängigkeit Schottlands. „Dieses Referendum ist, zumindest im Moment, emotional nicht so aufgeladen wie das über Schottland.“ Die Wahlbeteiligung bei den Regionalwahlen am 5. Mai hat an dieser Wahrnehmung nichts geändert.

Knapp unter 45 Prozent der registrierten Wählerinnen und Wähler in der Hauptstadt stimmten tatsächlich über ihren neuen Bürgermeister ab – die zweithöchste Wahlbeteiligung aller Zeiten, aber dennoch alles andere als überwältigend. Die Wahlbeteiligung deutet auf eine leichte Apathie hin, die Meinungsforschern zufolge einen „Remain“-Sieg begünstigt. Sicher lässt sie nicht den „Bauernaufstand“ erwarten, den die Verfechter der britischen EU-Mitgliedschaft fürchten.

Mludzinski verwirft auch die von der Downing Street in Umlauf gesetzte Behauptung, 200 000 Jungwählerinnen und Jungwähler, die in der Woche des Referendums das Musikfestival in Glastonbury besuchen, könnten die Wahl entscheiden. „Die Leute schauen immer nur aufs Alter, aber bei der Wahlbeteiligung ist Wohlstand ein Schlüsselfaktor“, sagte er. Auch das hilft Cameron.

Eine Analyse der ComRes-Zahlen zeigt, dass sich die soziale Schicht genauso stark auf das Wahlverhalten auswirkt wie das Alter; eine Erkenntnis, die Unterhausabgeordnete bestätigen können: „Je weiter man sich von London entfernt, desto wahrscheinlicher ist es, dass die Menschen für den Verbleib stimmen“, so der Labour-Abgeordnete Tom Blenkinsop über seine Wahlkampftour durch den Nordosten Englands. „Sie haben mehr zu verlieren.“

ComRes zufolge unterstützen sechs von zehn Menschen aus der sozioökonomischen Gruppe der Mittelschicht oder oberen Mittelschicht – Beschäftigte in akademisch qualifizierten und leitenden Positionen – die EU-Mitgliedschaft Großbritanniens.

Doch die Unterstützung der „Remain“-Kampagne geht kontinuierlich zurück, je ärmer die Leute werden, und erreicht bei den Arbeitslosen und Ungelernten, die mit der geringsten Wahrscheinlichkeit wählen gehen, nur noch 43 Prozent.

 

Es geht um Jobs, Rechte und Bleiben

Die entscheidende Schlacht spielt sich aber wie immer in der Mitte des Spektrums ab, und zwar bei den Angestellten und Facharbeitern, von denen viele Tony Blair wählten, ehe sie zu Cameron wechselten. Diese Wechselwähler werden von beiden Seiten umworben, und die Regierung investiert in die Gewinnung dieser Klientel ihre gesamte Energie. Natürlich erreicht Cameron nicht jeden Winkel des Landes. Doch auch hier hat die „Remain“-Kampagne alle Trümpfe in der Hand, weil sie von Labour, den Gewerkschaften und den schottischen Nationalisten unterstützt wird.

„Ironischerweise retten womöglich ausgerechnet die Gewerkschaften Camerons Haut“, so Alex Flynn, in der Gewerkschaft Unite verantwortlich für Medien und Kampagnen. Unite, die größte Gewerkschaft Großbritanniens und der wichtigste Unterstützer der Labour Party, hat rund 500 000 Mitglieder in der Industrie und vertritt einen beträchtlichen Anteil der Beschäftigten in Speditionen und Transportunternehmen.

„Für viele unserer Mitglieder hängt ihr Job von Europa ab“, sagte Flynn. „Die Botschaft an unsere Gewerkschafter bei BMW, Airbus usw. ist recht einfach: Jobs, Rechte, Bleiben.“

„Wir rufen den Leuten in Erinnerung, dass Europa viel für die Beschäftigten getan hat. Niemand kann garantieren, dass die Rechte, die in Europa sichergestellt sind, nicht verwässert oder abgeschafft werden. Man muss sich nur ansehen, was die Leute, die Europa verlassen wollen, in der Vergangenheit so gemacht haben. Die haben sich ja nicht gerade für Arbeitnehmerrechte eingesetzt.“

Wenn Menschen, die eigentlich auf der anderen Seite des politischen Spektrums stehen, so reden, dann läuft es für Cameron ziemlich gut. Doch eine Quelle aus der Regierung erklärt nach wie vor, „es ist noch viel zu tun in der Kampagne ..., und gewiss wird es Höhen und Tiefen geben.“

Aus der „Leave“-Kampagne hört man in der Tat, das „Remain“-Lager habe seinen Höhepunkt womöglich zu früh erreicht. „Die haben ihr stärkstes Pulver schon verschossen. Sie glauben, das wird ein Bombenerfolg. Aber das ist Bullsh….“

Man stelle sich nur einen Terroranschlag vor oder eine unerwartete wirtschaftliche Krise (zum Beispiel den Grexit). Das würde alles ändern. In dem Fall könnte es sich durchaus lohnen, auf den Brexit zu setzen.

Doch derzeit deutet alles darauf hin, dass Cameron gewinnt – wieder einmal.

 

Dieser Text ist Teil eines Berichts auf POLITICO über den Brexit und die City: Was der EU-Austritt der Briten für das Finanzdrehkreuz des Kontinents bedeuten würde. Er wurde übersetzt aus dem Englischen: Breathe easy Brussels, UK will stay in EU.  Tom McTague IPG 6

 

 

 

 

EU will Ausweitung ihrer Mission im Mittelmeer

 

Die EU will das erteilte Mandat der "Sophia"-Mission mittels einer neuen Resolution ausweiten.

 

Die EU-Beauftragte Federica Mogherini hat beim UN-Sicherheitsrat dafür geworben, dass die europäische Marine-Mission im Mittelmeer sich künftig auch an der Durchsetzung des Waffenembargos gegen Libyen beteiligt.

Mogherini appellierte am Montag in New York an den Sicherheitsrat, eine solche Ausweitung des Mandats der Mission „Sophia“ zu genehmigen, an der die Bundeswehr mit 950 Soldaten beteiligt ist.

Zuvor hatten Frankreich und Großbritannien einen Resolutionsentwurf zur Erweiterung des Auftrags der vergangenes Jahr gestarteten Mission in den Rat eingebracht, wie aus diplomatischen Kreisen verlautete. Das mächtigste Gremium der Vereinten Nationen werde sich in den nächsten Tagen damit befassen.

Durch das Waffenembargo soll die libysche Einheitsregierung gestärkt werden, die von der UNO gestützt wird. Das Embargo zielt darauf ab, Waffen- und Munitionslieferungen an die diversen Milizen zu unterbinden, die gegen die Einheitsregierung kämpfen. Im Fokus stehen dabei die Lieferungen an die Dschihadistenmiliz Islamischer Staat (IS), die seit dem vergangenen Jahr in dem nordafrikanischen Krisenland an Boden gewonnen hat.

Die EU-Außenminister hatten vor zwei Wochen die Verlängerung und Ausweitung der Marine-Mission beschlossen. Kernauftrag bleibt demnach, gegen Schlepper vorzugehen und Flüchtlinge aus Seenot zu retten. Die Kontrolle von Schiffen auf Waffen und Munition soll nun hinzukommen. Die EU-Schiffe dürfen im Rahmen des bisherigen Mandats, das Ende Juli ausläuft, verdächtige Boote stoppen, durchsuchen und beschlagnahmen.

Bei den Diskussionen im UN-Sicherheitsrat geht es nun darum, dass von dem Gremium für die bisherige „Sophia“-Mission erteilte Mandat mittels der neuen Resolution auszuweiten. „Wir hoffen, dass der Rat erneut die richtige Entscheidung trifft und uns hilft, das Mittelmeer zu einem sichereren Ort für alle zu machen“, sagte Mogherini.

Der russische UN-Botschafter Witali Tschurkin sagte, sein Land sei nicht gegen die von der EU gewünschte Erweiterung der Marine-Mission. Er riet allerdings zu einem „sehr vorsichtigen“ Vorgehen. Die UNO dürfe sich nicht dem Verdacht aussetzen, in Libyen für die eine oder andere Seite Partei zu ergreifen.

Ama Lorenz | EurActiv.de 7

 

 

 

 

 

Volksabstimmung. Schweiz beschleunigt Asylverfahren

 

Schweiz hat sich für eine Gesetzesreform zur Beschleunigung der Asylverfahren ausgesprochen. Bei einer Volksabstimmung sprach sich eine klare Mehrheit dafür aus. Dadurch sollen begründete Asylanträge schneller bestätigt und unbegründete rascher abgelehnt werden können.

Die Schweizer haben sich am Sonntag für die Einführung beschleunigter Asylverfahren ausgesprochen. Bei einer Volksabstimmung billigte Hochrechnungen zufolge eine klare Mehrheit eine entsprechende Reform des Asylgesetzes, die Regierung und Parlament bereits beschlossen hatten.

Künftig sollen die meisten Verfahren zentral in Asylzentren nach 140 Tagen abgeschlossen werden. Zudem erhalten die Asylbewerber einen kostenlosen Rechtsschutz. Schutzsuchende dürften nicht unnötig lange in Ungewissheit leben, erklärte die Regierung. Bisher dauerten Asylverfahren oft jahrelang. Dadurch werde die soziale und berufliche Integration behindert. Der staatliche Rechtsschutz sei nötig, weil Asylsuchende häufig mittellos seien, keine Landessprache beherrschten und das Rechtssystem nicht kennten, hieß es.

Gegen die Reform wehrte sich die rechtspopulistische Schweizerische Volkspartei. Sie lehnte die „Gratisanwälte“ als teures Privileg ab und warnte davor, dass mehr Asylbewerber in die Eidgenossenschaft kommen könnten. Im vergangenen Jahr wurden in der Schweiz knapp 40.000 Asylgesuche eingereicht, das Land hat mehr als acht Millionen Einwohner. (epd/mig 6)

 

 

 

 

Wem nutzt eine NATO-Raketenabwehr? Die Begründung für die neuen Abwehrstationen überzeugt nicht.

 

Am 12. Mai 2016 wurde im rumänischen Deveselu feierlich eine neue NATO-Raketenabwehrstation eingeweiht, nur wenige Tage später erfolgte der erste Spatenstich für den Bau einer weiteren Station im polnischen Redzikowo, die ab 2018 einsatzfähig sein soll. Beide Abwehrstationen gehören zum europäischen Teil des NATO-Raketenabwehrprogramms „European Phased Adaptive Approach“ (EPAA). Das EPAA soll die USA und ihre europäischen Alliierten und Partner gegen feindliche Kurz- und Mittelstreckenraketen schützen. 2009 öffentlich von US-Präsident Barack Obama als Weiterentwicklung des „NATO Active Layered Theatre Ballistic Missile Defence“ (ALTBMD) zur Diskussion gestellt, wurde das Programm beim NATO-Gipfel in Lissabon im Jahr 2010 in das „New Strategic Concept“ integriert. Seither wird die Abwehr von ballistischen Bedrohungen als Kernelement der kollektiven Sicherheitsaufgaben der Allianz genannt. Die Gesamtkosten (einschließlich ALTBMD) werden bislang auf mehr als drei Milliarden Euro geschätzt, den Löwenanteil davon finanzieren die USA.

Das Grundprinzip der Raketenabwehr ist relativ simpel: Strategisch positionierte boden-, see- oder satellitengestützte Radare suchen den Himmel und/oder die Atmosphäre systematisch nach feindlichen Flugkörpern ab. Auf der Basis der radargestützten Daten wird die Flugbahn berechnet und die Abschussrampe für Abfangraketen, sogenannte Interzeptoren, in Stellung gebracht. Läuft alles nach Plan, neutralisieren die Interzeptoren die feindliche Rakete, bevor sie auf dem Boden Schaden anrichten kann.

 

Soweit die Theorie. In der Praxis handelt es sich allerdings um hochkomplizierte Technik mit sehr vielen, teils unberechenbaren Variablen. So werden beispielsweise Flugbahn und Geschwindigkeit der feindlichen Rakete erheblich durch die Beschaffenheit des Treibstoffs (fest oder flüssig) und die Bestückung des Gefechtskopfs beeinflusst. Diese beiden Faktoren lassen sich mit nachrichtendienstlichen Erkenntnissen sicherlich erahnen, aber niemals mit hundertprozentiger Sicherheit vorab bestimmen.

Zudem gibt es im Verlauf des Raketenflugs nur enge Zeitfenster, die für eine Neutralisierung geeignet sind. Eine Intervention kurz nach dem Abschuss der Rakete setzt voraus, dass sich die Abschussanlage für den Interzeptor in großer Nähe befindet – eine Bedingung, die in den meisten Szenarien kaum zu erfüllen sein wird. Eine Intervention in einer späteren Flugphase der feindlichen Rakete hingegen ist mit großer Wahrscheinlichkeit mit Abschussanlagen im eigenen beziehungsweise verbündeten Territorium realisierbar. Allerdings bedeutet dies auch: Bereits der erste Versuch muss erfolgreich sein. Gelingt es nicht, die anfliegende Rakete sauber zu erfassen, ihre Flugbahn exakt zu berechnen und den Interzeptor korrekt darauf auszurichten, gibt es in der Regel keinen zweiten Versuch.

Moderne Raketen können zudem mit Sprengköpfen bestückt werden, die sich bei Aktivierung in mehrere Teile spalten können: in einen mit der tödlichen Last bestückten und in mehrere Attrappen. Das Radar kann nach heutigem Stand der Technik nur ein Flugobjekt erfassen, muss sich also „entscheiden“, welches es für den Abschuss durch die Abwehrrakete erfasst – je nach Anzahl der Attrappen eine ziemlich gewagte Wette. Selbst unter optimalen Versuchsbedingungen gelingt die erfolgreiche Neutralisierung feindlicher Raketen nicht immer, in einer realen Gefechtssituation muss von einer deutlich höheren Fehlerquote ausgegangen werden.

 

Neben den technischen Schwierigkeiten ist das Argument, dass die Entwicklung von Abwehrsystemen den Rüstungswettlauf befeuert, schwer von der Hand zu weisen. Potenzielle Aggressoren werden immer versuchen, Fortentwicklungen bei der Abwehr durch Investitionen in noch elaboriertere Angriffstechnologie auszugleichen. Noch schwerer wiegt das Argument, dass die viel größeren Bedrohungen wohl eher von anderer Seite kommen: Cruise Missiles (gegen die derzeit noch kein Kraut gewachsen ist), destabilisierende Hybrid-Szenarien, unkontrolliertes Zirkulieren von Kleinwaffen, Biowaffen in Händen von Terroristen, Epidemien, Terroranschläge, Verteilungskämpfe aufgrund von Dürren, Naturkatastrophen usw. Raketenabwehr ist, so scheint es, in erster Linie ein sehr teures Prestigeprojekt, das Sicherheit und Handlungsfähigkeit suggeriert, ohne diese Versprechen einhalten zu können. Selbst im Idealfall wäre ein Raketenabwehrsystem niemals ein tatsächlicher, sich über uns aufwölbender Schutzschirm, sondern vielmehr ein punktueller Schutz vor einzelnen Raketen für ein geographisch relativ eng umrissenes Gebiet. Wenn jemand, zumal ein technisch hochpotenter Gegner, Europa mittels Raketenbeschuss ernsthaft verwunden will, wird ihm dies trotz EPAA gelingen.

 

Zweifelhafte Bedrohungslage

Alle Verantwortlichen auf NATO-Seite werden seit Beginn der Planungen im Jahr 2010 nicht müde, zu betonen, dass EPAA sich nicht gegen Russland richte und auch keine Gefahr für dessen Fähigkeit zu einem nuklearen Vergeltungsschlag darstelle. Generell sei EPAA gegen kein spezifisches Land gerichtet, sondern gegen bestimmte Bedrohungsszenarien allgemein. Schließlich verfügen derzeit etwa 30 Staaten über eine Raketentechnologie, die eine potenzielle Bedrohung für die USA und Europa darstellen könnte. Allerdings sind etliche dieser 30 Staaten NATO-Partner oder -Verbündete. Wenn man darüber hinaus all jene Staaten abzieht, die faktisch auf absehbare Zeit keine Bedrohung darstellen, weil sie zur Zeit weder über die Mittel noch über die Infrastruktur für einen erfolgreichen Raketenabschuss verfügen oder schlicht keine feindlichen Ambitionen haben, bleiben als potenzielle Aggressoren nur der Iran, Syrien, Russland, Terroristen und mit Einschränkungen Nordkorea übrig.

Nordkorea hat zuletzt mit Berichten über vermeintlich erfolgreiche Raketentests auf sich aufmerksam gemacht. Aus der Auswertung der offiziellen Bilder ergeben sich allerdings erhebliche Zweifel an der Glaubwürdigkeit: Zu zahlreich sind die Hinweise auf Manipulationen. Das heißt nicht automatisch, dass es sich um vollständige Fälschungen handelt – doch ein konkretes Bedrohungsszenario lässt sich durch diese „Beweisbilder“ sicher nicht ableiten.

Experten gehen davon aus, dass in Syrien noch ein Restbestand von etwa 400 Kurzstreckenraketen verfügbar ist, ohne dass sich genau sagen ließe, in wessen Händen sie sich befinden. Als gesichert gilt nur, dass sie für Kampfhandlungen auf syrischem Boden oder in grenznahem Gebiet eingesetzt werden. Einen Anhaltspunkt für Ziele in Europa gibt es nicht. Eine Bedrohung der Türkei durch Raketenbeschuss aus Syrien war von der NATO jedenfalls zuletzt nicht mehr angenommen worden.

Die immensen Investitionen in das EPAA, die den amerikanischen Steuerzahler allein für die Raketenabwehrstation in Deveselu mit rund 800 Mio. US-Dollar belasten, werden in den USA, anders als in Europa, auch öffentlich mit einer potenziellen Bedrohung durch atomar bestückte, aus dem Iran abgefeuerte Raketen begründet. Vor allem in Deutschland werden aber zunehmend Zweifel laut: Wenn sich das EPAA tatsächlich in erster Linie gegen den Iran richtet, müsste es nach dem erfolgreich abgeschlossenen Atomabkommen doch eigentlich zu einer Neubewertung der Lage kommen.

Tatsächlich ist diese Argumentation ein wenig naiv, denn das Atomabkommen ist noch ein vergleichsweise junger Vertrag, der sich noch als politisch tragfähig erweisen muss. Ob er über die gegenwärtige Regierung in Teheran hinaus Bestand haben wird, bleibt abzuwarten. Und so ist es sicherlich legitim, über Schutz nachzudenken, solange ballistische Bedrohungen durch den Iran nicht sicher ausgeschlossen werden können: Technische Entwicklungszyklen im Verteidigungsbereich sind enorm lang und können nicht kurzfristig auf Eis gelegt oder ad hoc reaktiviert werden.

Es muss den Kritikern allerdings zugutegehalten werden, dass der Ausbau des EPAA scheinbar vollkommen unbeeindruckt vom Atomabkommen fortgesetzt wird. Weder wird aus ihm ein neuer Begründungszusammenhang abgeleitet noch erklärt, warum das Festhalten am EPAA geboten scheint. Vielmehr wird mit fast schon kurioser Unerschütterlichkeit daran festgehalten, dass sich die Raketenabwehr ohnehin nicht gegen konkrete Länder richte und auf nachrichtendienstliche Erkenntnisse verwiesen, die naturgemäß nicht frei zugänglich sind. Das allein macht diese Bedrohungsanalyse noch nicht verdächtig,  wirft aber wesentlich mehr Fragen auf als es Antworten gibt.

 

Terrorismusabwehr geht anders

In einem dieser Bedrohungsszenarien würden Terroristen in die Lage versetzt werden, mittels Raketenbeschuss einen Angriff auf europäischem Boden durchzuführen. Denkt man z.B. atomare Gefechtsköpfe hinzu, ergibt sich ohne Frage ein äußerst beängstigendes Szenario. Dafür müssten terroristische Gruppierungen Zugriff auf entsprechende Raketen, Gefechtsköpfe und Waffenmaterial haben, über geeigneten Abschussrampen verfügen und diese über einen ausreichend langen Zeitraum militärisch absichern können – Voraussetzungen, die derzeit weder in Libyen noch in Syrien erfüllt sind.

 

Hinzu kommt: Raketen sind extrem teuer, nur einmal verwendbar und richten bei relativ geringer Treffsicherheit einen vergleichsweise geringen Schaden an. Terroranschläge in Europa, die scheinbar erratisch, extrem flexibel plan- und durchführbar, mit geringsten Mitteln realisierbar und zu allem Überfluss mit nachrichtendienstlichen Mitteln nur schwer zu vereiteln sind, haben, so zynisch das ist, eine wesentlich bessere Kosten-Nutzen-Bilanz. Bei der Abwehr terroristischer Bedrohungen dürfte die Raketenabwehr also eine sehr untergeordnete Rolle spielen – hier sind andere Maßnahmen erforderlich.

 

Also doch Russland?

Richtet sich das EPAA also doch gegen Russland, wie nicht nur von russischer Seite, sondern etwa auch von der Opposition im Deutschen Bundestag geargwöhnt? Es wäre in der Tat ein Muskelspiel mit symbolträchtigen Standorten in Polen und Rumänien und eine demonstrative Rückenstärkung der östlichen NATO-Alliierten, die genau das den letzten Monaten vehement eingefordert haben. Zwar war es um das Verhältnis zwischen Russland und dem Westen bei Beginn der EPAA-Planungen noch wesentlich besser bestellt, weshalb die Auswahl der Aegis-ashore-Standorte auch nicht als unmittelbare Reaktion auf die russische Annexion der Krim missverstanden werden darf. Aber in der Tat erfüllen die beiden Basen auch den Zweck einer Rückversicherung der östlichen NATO-Partner. Das Russland sich provoziert fühlt, wird in dieser politischen Gemengelage kaum jemanden überraschen. Insofern muss konstatiert werden, dass die NATO (die Angebote Russlands zur Zusammenarbeit bei der Raketenabwehr ausgeschlagen hatte), eine weitere Verschlechterung der Beziehungen billigend in Kauf nimmt.

Das kann man politisch klug finden oder nicht – keinesfalls einleuchtend ist das schon absurd anmutende Mantra, dass das EPAA nichts, aber auch gar nichts mit Russland zu tun habe. Putins Reaktion wäre vermutlich kaum heftiger ausgefallen, wenn sich das Bündnis klar dazu bekannt hätte, dass das EPAA selbstverständlich auch versuchen würde, Raketenbeschuss von russischem Territorium abzufangen. Das Beharren auf abstrakten Bedrohungen, die einer näheren Betrachtung nicht standhalten und, mehr noch, Russland sogar explizit ausnehmen, ist nicht glaubwürdig. Es ist daher nutzlos und widerspricht der von beiden Seiten immer wieder erhobenen Forderung nach Transparenz. Angesichts von zahlreichen technischen Herausforderungen und der immens hohen Kosten muss die Frage gestellt werden, ob der durch das EPAA angerichtete Schaden nicht viel größer ist als sein potenzieller Nutzen , dessen Zweifelshaftigkeit übrigens ja auch den Russen nicht verborgen bleibt. Sollte das Vorantreiben des EPAA gar dazu führen, dass Putin den Washingtoner Vertrag über nukleare Mittelstreckensysteme (INF-Vertrag) kündigt, wäre der Schuss wohl endgültig gewaltig nach hinten losgegangen. Cui bono? Wohl nur jenen, die mit der Raketenabwehr Geld verdienen. Anna Maria Kellner  IPG 6

 

 

 

 

Vatikan kritisiert österreichische Flüchtlingspläne

 

Zweifel gegen Österreichs Flüchtlingspolitik aus dem Vatikan: Das Wiener Vorhaben, Flüchtlinge im Mittelmeer auf Inseln oder Schiffen aufzufangen und sie gegebenenfalls von dort zurückzuschicken, finden am Päpstlichen Migrantenrat wenig Verständnis. Der Präsident des Rates, Kardinal Antonio Maria Vegliò, sagte gegenüber Radio Vatikan, die Pläne des österreichischen Außenministers Sebastian Kurz unterhöhlten das Recht auf Auswanderung, das jeder Mensch habe.

„Österreich möchte die Idee der USA oder Australiens nachahmen, die diese Politik anwenden, und die ich für nicht sehr respektvoll den Menschen gegenüber halte. Ich verstehe, dass sich die einzelnen Länder schützen wollen vor diesen Ankünften, die sie Invasion nennen. Aber mir scheint, dass den Menschen so das Recht auf Auswanderung verwehrt wird. Diese Menschen verlassen ihr Zuhause, setzen dabei ihr Leben aufs Spiel - und dann finden sie sich auf Inseln oder Schiffen wieder.“

Minister Kurz hatte den strittigen Vorschlag gemacht, Flüchtlinge im Mittelmeer zu retten und sie nicht aufs Festland, sondern direkt etwa nach Lesbos zu bringen oder gegebenenfalls sofort zurückzuschicken. Generell kritisierte Kardinal Vegliò Europas Flüchtlingspolitik: „Europa zählt 550 Millionen Einwohner. Was ist da schon eine Million Migranten für 550 Millionen Einwohner? Hätte ganz Europa eine einheitliche Flüchtlingspolitik mit einer gewissen Offenheit, dann wären die Einwanderer, die kommen, nicht viele.“

Konkret schlägt Kardinal Vegliò vor, dass sich alle an die EU-Regel der Entwicklungshilfe für arme Länder halten. Bisher habe nur ein skandinavisches Land diese EU-Richtlinie erfüllt, die besagt, dass 0,7 Prozent des Bruttoinlandprodukts an die Ursprungsländer der Flüchtlinge fließen sollten. Vegliò:

„Nur ein einziges Land! Und die anderen haben wenig unternommen; stattdessen erlassen sie Gesetze, machen Versprechen und dann nichts. Wenn jedes EU-Land sich daran hielte, hätten wir die beste Lösung gefunden.“

Außenminister Kurz selbst verteidigt weiter seine Pläne. Man dürfe nicht zuschauen, „dass Schlepper entscheiden, wer durchkommt, und nicht wir als Staaten“, so der Außenminister in einer ORF- Nachrichtensendung.

(rv/orf 07.06.)

 

 

 

 

Deutsche Akteure in China vor neuen Herausforderungen

 

Chinas Zukunft erscheint derzeit unsicher. Für Deutschland steht dabei viel auf dem Spiel. Eine Studie der Bertelsmann Stiftung entwirft Szenarien für Chinas Entwicklung und begründet mögliche Auswirkungen auf Deutschland.

 

Gütersloh. China befindet sich zurzeit in einer Phase struktureller Umbrüche. Der Wirtschaft droht eine harte Landung, die gesellschaftlichen Spannungen wachsen während sich die Konflikte mit den Nachbarstaaten zuspitzen. Die Politik versucht mit harter Hand, die Kontrolle zu behalten.

 

Die Studie „China 2030: Szenarien und Strategien für Deutschland“ der Bertelsmann Stiftung und des Fraunhofer Instituts für Innovations- und Systemforschung zeigt: Die Unsicherheit, die von China ausgeht, hat in jüngster Zeit deutlich zugenommen. Die Risiken besonders für Unternehmen aber auch für die politische oder wissenschaftliche Zusammenarbeit werden größer. Deutsche Akteure sollten ihr Engagement in China überdenken und neu ausrichten.

 

Welche Entwicklungen in China möglich sind und wie sich unterschiedliche Szenarien auf Deutschland auswirken könnten zeigt die Untersuchung.

 

Drei von sechs Szenarien sind gleichermaßen wahrscheinlich

 

Im „Status quo“ Szenario bleibt Chinas politisches und wirtschaftliches System weitgehend stabil. Für die deutsche Wirtschaft und Politik wäre China in diesem Szenario weiterhin ein schwieriger, aber einigermaßen berechenbarer Partner.

 

Im „Chinesischer Traum“ Szenario gelingt Chinas Regierung die Umsetzung ihrer ehrgeizigen Wirtschaftsreformen. Für Deutschland wäre das Land ein stärkerer wirtschaftlicher Wettbewerber, aber auch ein weiterhin wachsender Markt und stabiler politischer Partner.

 

Im „Große Mauer“ Szenario eskalieren einige der aktuellen Probleme und treiben China, ähnlich wie Putins Russland, in die Isolation. Darunter würden auch das deutsch-chinesische Verhältnis und die deutsche Wirtschaft leiden.

 

„Bisher hat Deutschland von der Entwicklung in China überwiegend profitiert“, sagt Liz Mohn, stellvertretende Vorstandsvorsitzende der Bertelsmann Stiftung. „Aber in einer Zeit immer schnellerer Veränderung ist es nicht selbstverständlich, dass dies auch so bleibt.“ Alle Szenarien haben eines gemeinsam: China wird für Deutschland ein schwierigerer Partner werden. Deutschland kann von den Entwicklungen nur dann profitieren, wenn Unternehmen und Politik die richtigen Weichen stellen.

Innovation, globale Wirtschaft und internationale Ordnungsstrukturen sind zentrale Handlungsfelder

 

Innovation: China beschleunigt den globalen Wettbewerb um Innovationen, gerade auch in Branchen, in denen Deutschland traditionell führend ist, etwa Maschinenbau, Automobile

oder erneuerbare Energien. Die Stärkung der eigenen Innovationskraft ist deshalb ein Schlüssel für Deutschlands Zukunftsfähigkeit. Innovationskooperationen mit China bleiben riskant, solange dort für ausländische Unternehmen keine gleichen Wettbewerbsbedingungen herrschen.

 

Globale Wirtschaft: Exporte nach China machen zwei Prozent des deutschen Bruttoinlandsprodukts aus. Für einige Branchen ist China der größte Markt. Viele deutsche Unternehmen sehen sich vor der Herausforderung, Chinas Wachstumspotential zu nutzen, ohne dabei in einseitige Abhängigkeit zu geraten. Die deutsche Wirtschaft muss ihre Absatzmärkte dringend diversifizieren, zumal auch chinesische Unternehmen in den neuen Wachstumsregionen expandieren und zunehmend international investieren.

 

Internationale Ordnungsstrukturen:

Deutschland genießt zu China derzeit ein Sonderverhältnis als wichtigster europäischer Partner. Doch diese Rolle wird Deutschland mittelfristig nicht aufrechterhalten können und braucht deshalb starke Allianzen, etwa eine koordinierte EU-Außenpolitik, aber auch neue Partnerschaften in Asien. Deutschland hat außerdem ein Interesse daran, China stärker in internationale Governance-Strukturen einzubinden und zu mehr internationaler Verantwortung zu bewegen.

 

„Die Signale aus China sind so widersprüchlich, dass man dort keinen klaren Entwicklungstrend mehr ausmachen kann“, sagt Bernhard Bartsch, Senior Expert der Bertelsmann Stiftung. „Politik und Wirtschaft sollten sich deshalb nicht auf einzelne Prognosen verlassen, sondern systematisch verschiedene Szenarien durchspielen.“

 

Die Bertelsmann Stiftung bietet unter https://china-szenarien.bertelsmann-stiftung.de ein Online-Tool an, mit dem Benutzer ihre persönlichen Zukunftserwartungen mit den Szenarien der Experten vergleichen können. BS 8

 

 

 

 

Wirtschaftsinitiative warnt: TTIP-Verlierer sind die regionalen Handwerksunternehmen

 

Wirtschaftsinitiative „KMU gegen TTIP“ veröffentlicht neues Faktenblatt der Informationsreihe „TTIP in der Diskussion“ / TTIP hat negative Folgen für Handwerksunternehmen / Meistervorbehalt und Qualitätsstandards in Gefahr

 

Berlin.  Würde das Freihandelsabkommen TTIP zwischen Europa und den USA zustande kommen, so hätte das gravierende Auswirkungen auf deutsche Handwerksunternehmen. Darauf macht die Wirtschaftsinitiative KMU gegen TTIP in einem Positionspapier aufmerksam. TTIP würde nicht nur den unfairen Wettbewerb mit globalen Unternehmen verschärfen, etwa im Markt um

das öffentliche Beschaffungswesen. Auch der Meistervorbehalt und geschützte

Herkunftsbezeichnungen würden durch TTIP betroffen. Sogar die Arbeitssicherheit könnte unter TTIP leiden.

Das deutsche Handwerk verfügt über eine hervorragende Ausbildung und der Meisterbrief ist eine Qualitätsgarantie für den Verbraucher. „Sollte der Meisterzwang von Seiten der USA als diskriminierende Qualifizierungsanforderung angesehen werden, dann würde das über kurz oder

lang das Ende des Meisterbriefes bedeuten“, erklärt Schreinermeister Rainer Söntgerath, Co-Autor der Untersuchung und Geschäftsführer der WOHN-ROOM Innenausbau GmbH. Denn dann dürften US-Amerikanische Handwerker und Unternehmen auch ohne Meisterbrief ihre Leistungen in Deutschland anbieten – der Wettbewerb wäre ungleich und die Transparenz für den Kunden

verloren. Derzeit muss man in 41 Handwerksberufen einen Meisterbrief vorweisen, um sich selbstständig zu machen. Dazu gehören Augenoptiker, Elektrotechniker und Tischler.

Handwerksbetriebe fürchten durch TTIP vor allem neuen und unfairen Wettbewerb. So wollen die

Verhandlungsführer, dass Unternehmen beiderseits des Atlantiks einen leichteren Zugang zum jeweiligen öffentlichen Beschaffungswesen des Partnerlandes bekommen. „Buy local“-Regelungen sollen abgebaut werden. „Handwerksunternehmen haben selten die Kapazitäten, sich an

internationalen Ausschreibungen zu beteiligen“, erklärt Söntgerath. „Im Gegenzug würden aber international operierende Unternehmen in unseren Markt drängen, die nicht unsere handwerklichen Qualitätsstandards erfüllen.“

Die aktuelle Umfrage von Handwerk International Baden-Württemberg zeigt, dass 79% der Handwerksbetriebe TTIP kritisch sehen.

„Als Brauer sehe ich die Gefahr, dass mit TTIP die Kennzeichnungspflicht von gentechnisch produzierten Lebensmitteln oder geschützte Herkunftsbezeichnungen wegfallen“, so Gottfried Härle, Geschäftsführer der Brauerei Härle und Co-Autor der Untersuchung. Für Handwerksbetriebe in der

Lebensmittelproduktion, etwa Brauereien oder Käsereien, hätte das gravierende Folgen. Die möglichen Auswirkungen von TTIP sind vielfältig und reichen bis in den Arbeitsschutz: Da amerikanische und europäische Kennzeichnungsstandards nicht kompatibel sind, könnte die Sicherheit am Arbeitsplatz leiden. „Das Risiko ist groß, dass bei TTIP unter politischem Druck Lösungen durchgeboxt werden, die fachlich nicht sinnvoll sind. Zum Nachteil europäischer Handwerksbetriebe“, so Härle.

Die Wirtschaftsinitiative KMU gegen TTIP fordert daher den Abbruch der Verhandlungen. Kmu 8

 

 

 

 

 

„Die Briten beanspruchen eine Sonderrolle“

 

Verträgt sich die Brüsseler Bürokratie schlecht mit der britischen Vorstellung von Demokratie? Die Distanz der Briten zur EU ist auch aus einem historischen Überlegenheitsgefühl gegenüber dem Kontinent zu erklären. Die Brüsseler Bürokratie verträgt sich schlecht mit der britischen Vorstellung von Demokratie, sagt Ronald G. Asch in einem Interview mit EurActivs Medienpartner „WirtschaftsWoche“.

 

WirtschaftsWoche: Wenn man einen Engländer des 17. Jahrhunderts fragte, ob er Europäer sei, was würde er sagen?

Ronald G. Asch: Es gibt schon im England des 17. Jahrhunderts ein Überlegenheitsgefühl gegenüber dem Kontinent. Der Jurist Edward Coke sagte in einer Parlamentsdebatte in den 1620er Jahren: „No other state is like this: we are divisos ab orbe Britannos“ – von der ganzen Welt getrennt sind die Briten. Ein Vergil-Zitat. Er meint damit: Wir haben eine eigene Rechtstradition, das common law; wir haben unsere Freiheitsrechte, die zurückgehen – angeblich jedenfalls – auf die vornormannische Zeit. Dieser Überlegenheitsanspruch taucht schon im späten 15. Jahrhundert auf, nach dem Ende des 100-jährigen Krieges, als man auf dem Kontinent nicht mehr politisch präsent ist.

In der Kampagne der Brexit-Befürworter kommen immer wieder Vokabeln wie „Independance“ und „Freedom“ vor. Vor allem über das Fehlen einer Abwahlmöglichkeit der Brüsseler Kommission empört man sich.

Die lange Tradition der englischen Freiheitsrechte ist zum Teil ein Geschichtsmythos. Aber einer, der so oft erzählt wird, dass er eine gewisse Realität schafft. England ist das einzige Land mit einem kontinuierlichen Übergang von einer frühneuzeitlichen Ständeversammlung zu einem modernen Parlament. In allen anderen europäischen Ländern gibt es da historische Brüche. Natürlich ist das britische Parlament des 18. Jahrhunderts überhaupt nicht demokratisch. Das Wahlrecht wird erst ab den 1880er Jahren ansatzweise demokratisch. Aber es gab eben die Mitbestimmungsrechte des Parlaments schon ab dem 18. Jahrhundert. Und es gibt das Wechselspiel von Regierung und Opposition, das sich im 19. Jahrhundert in einem Zweiparteiensystem verfestigt.

Im heutigen europäischen Parlament dagegen gibt es eine Koalition fast aller großen Parteien, damit die Konflikte eingedämmt bleiben. Die Kommission nimmt zunehmend die Kompetenzen einer Regierung in Anspruch, ist aber nicht wirklich demokratisch gewählt und damit auch nicht abwählbar. Und im Rat der Regierungschefs beziehungsweise im Ministerrat ist die Verantwortung für die Entscheidungen im Kollektiv verborgen. Man kann da keinen zu fassen kriegen, der verantwortlich ist. Die englische Kritik am undemokratischen oder postdemokratischen Charakter der EU ist meines Erachtens weitgehend berechtigt.

Andererseits kann man natürlich Interessenkonflikte zwischen Nationen nicht durch Mehrheitsbeschluss entscheiden. Denn dann ziehen die kleinen Länder im Zweifel immer den Kürzeren. Das kann also nur durch Verhandlungen und Konsens gelöst werden. Die englische Demokratie ist sehr auf das Widerspiel von Regierung und Opposition abgestellt. Bei einer Wahl geht es sehr darum, eine Regierung zu bestätigen oder abzuwählen. Das funktioniert eben auf europäischer Ebene nicht.

Kann man die britische Distanz zur Europäischen Union durch bestimmte dominante historische Ereignisse erklären?

Die Erinnerung an den Zweiten Weltkrieg und vor allem, wie sie gedeutet wird, ist wichtig. Als die EWG gegründet wurde, war sie in gewisser Weise eine Gemeinschaft der Verlierer. Deutschland war ohnehin Verlierer ja anfangs ein Paria. Aber auch Frankreich stand nur formal auf der Siegerseite, war im Krieg besiegt und besetzt worden, Italien hatte ursprünglich auf deutscher Seite gestanden. Die englische Erfahrung dagegen war: Wir haben alleine – zumindest 1940-41 –Hitler in die Schranken verwiesen. Die ganz andere Deutung der traumatischen Zeiten Europas im Ersten und Zweiten Weltkrieg unterscheidet Großbritannien von den meisten anderen Ländern.

Alle Länder haben unterschiedliche Erwartungen an die EU. Viele Deutsche würden ihre nationale Identität am liebsten in einer europäischen aufgehen lassen.

Dieses Gefühl ist in England natürlich besonders schwach ausgeprägt. Das gab es vor der Eurokrise vielleicht noch in Italien, weil man mit dem eigenen Staat sehr unzufrieden war. In Deutschland war und ist diese Haltung allerdings auch ambivalent: Denn dazu gehörte immer die Hoffnung oder Erwartung, dass Europa ein großes Deutschland werden würde. Wir sind eines der wenigen föderal verfassten Mitgliedsländer mit einem starken, ausgleichenden Verfassungsgericht, das ein Modell für die EU sein könnte. Die Deutschen stellten sich die EU vor allem als Rechtsgemeinschaft vor. Für die Franzosen und andere war das nicht der Fall, wie sich dann beim sorglosen Umgang mit den Maastricht-Verträgen in der Euro-Krise zeigte.

Der deutsche Vize-Kanzler Sigmar Gabriel und alle, die in der EU Rang und Namen haben, warnen vor dem Brexit. Macht so etwas auf einen Engländer Eindruck? 

In Wirtschaftskreisen gibt man schon etwas auf Expertenmeinungen aus dem Ausland. Aber sonst eher nicht. Wenn ein deutscher Minister so etwas sagt, kann das sogar nach hinten losgehen. Dem unterstellt man deutsche Eigeninteressen. Das Bild von Deutschland in der Brexit-freundlichen konservativen Presse, etwa im Daily Telegraph, kommt mir vor, als stamme es aus dem Jahr 1915. Da sind die Deutschen immer noch die Hunnen, die sich Europa unterwerfen wollen. Obamas Parteinahme gegen den Brexit ist da was anderes, weil er nicht unmittelbar eigene Interessen vertritt. Angegriffen wurde er wegen seiner Intervention allerdings auch sehr scharf.

Was macht Großbritannien für die EU besonders wertvoll?

Großbritannien in der EU ist ein wichtiges Gegengewicht gegen ein Konzept, das in Europa eine Ordnung errichten will, in der der Staat die Wirtschaft lenkt, wo alles zentral geplant wird – wie es in etwa der französischen Tradition entspricht. Großbritannien – auch wenn es in den vergangenen 30 Jahren in Brüssel wenig erreicht hat – mahnt immer wieder, dass wir unsere Freiheit letztlich einer parlamentarischen Demokratie verdanken. Und dass diese nicht einfach durch die Entscheidungsmechanismen ersetzt werden kann, die in Brüssel üblich sind. Großbritannien ist ein Gegengewicht gegen die Befürworter einer immer engeren Union. Für Deutschland ist Großbritannien als EU-Mitglied natürlich auch ein möglicher Verbündeter gegen die südeuropäischen Staaten und Frankreich. Aber diesen wichtigen Beitrag kann Großbritannien natürlich nur leisten, wenn es sich nicht auf Thatchers Maxime – „I want my money back“ – beschränkt. Großbritannien müsste also eine eigene Konzeption von Europa entwickeln.

Das Problem ist der Euro als Spaltpilz. Die Eigenlogik des Euro ist, dass sich die Währungsunion immer weiter verdichtet, zu einer Art Staat wird. Die nicht dazu gehörigen Länder sind dann das fünfte Rad am Wagen. Deswegen wird auch im Falle der Ablehnung des Brexit dieselbe Frage spätestens in zehn Jahren wieder auf den Tisch kommen. Es sei denn, Großbritannien würde der Eurozone beitreten, was ich mir jedoch nicht vorstellen kann. Da ist es dann immer noch wahrscheinlicher, dass die Schuldenprobleme Griechenlands und anderer Euroländer in fünf Jahren vergessen sind. Aber wer daran glaubt, muss schon ein sehr großer Optimist sein. Ferdinand Knauß | WW   EurActiv 6

 

 

 

 

Den Rüstungswettlauf durchbrechen! Um die Aufrüstungsspirale zu stoppen, muss die G20 handeln.

 

Die Bundeswehr rüstet auf und um. Geplant sind eine personelle Verstärkung, der Aufbau eines Cyber-Zentrums und die Beschaffung moderner Waffensysteme. Um diese Pläne in die Tat umzusetzen, sind jährlich mindestens fünf Milliarden Euro zusätzlich erforderlich – mehr als der Bundeshaushalt hergibt. Dennoch nehmen sich die von Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen jüngst vorgegebenen Ziele im Vergleich zu den Aufrüstungsbemühungen in anderen Teilen der Welt eher bescheiden aus

 

Neuer Aufrüstungsschub

Die meisten Länder rüsten auf – in einigen Regionen deutlich mehr als in Europa. Nach Angaben des Stockholmer Friedensforschungsinstituts SIPRI sind die Militärausgaben im Jahr 2015 wieder gestiegen: auf 1,7 Billionen US-Dollar. Zuvor hatten die Finanzkrise und sinkende Rohstoffpreise zu einer gewissen Stagnation des langfristigen Aufrüstungstrends geführt. Über die größten Militärhaushalte verfügen die USA, mit großem Abstand vor China, Saudi-Arabien, Russland, Großbritannien und Indien. Deutschland liegt auf Platz 9, hinter Frankreich und Japan. Besonders rasant wuchsen die Militärausgaben in Asien und in einigen Ländern des Nahen und Mittleren Ostens. Werden die jüngsten Ankündigungen in die Tat umgesetzt, steigt auch in Russland der Militärhaushalt kräftig, trotz wirtschaftlicher Schwierigkeiten.

Auch der globale Waffenhandel floriert. Zu den größten Importeuren gehören vor allem Länder, die sich in Konfliktregionen befinden oder militärische Ambitionen verfolgen: Australien, China, Indien, Pakistan, Saudi-Arabien, die Türkei und die Vereinigten Arabischen Emirate. Wer liefert die Waffen? Ungefähr ein Drittel aller Waffenlieferungen entfallen auf die USA, ein Viertel auf Russland, danach folgen China, Deutschland, Frankreich und Großbritannien.

Das Heidelberger Institut für Internationale Konfliktforschung registrierte im Jahr 2015 43 große gewaltsame Konflikte, davon 19 voll entbrannte Kriege, und das International Institute for Strategic Studies in London stellt fest, dass die Kriege und Konflikte in den letzten Jahren immer zerstörerischer wurden; mehr Menschen sterben oder werden in die Flucht getrieben.

Die Gründe für den erneuten Aufrüstungstrend sind leicht auszumachen: Kriege, Konflikte, geopolitische Machtansprüche, alte und neue Rivalitäten. Das Klima zwischen Russland und der NATO hat sich seit der russischen Annektierung der Krim und der Ukraine-Krise nachhaltig verschlechtert. Chinas robuste Modernisierung der Streitkräfte und die territorialen Ansprüche in der Region lösen Ängste der Nachbarn aus, die dort ebenfalls zu militärischen Aufrüstungsschüben führen. Auch die indische Regierung beäugt die chinesischen Aktivitäten im Indischen Ozean mit großem Argwohn und hält mit dem Ausbau der eigenen Marine dagegen. Im Nahen und Mittleren Osten, oftmals als Pulverfass bezeichnet, toben eine ganze Reihe von Kriegen, teils historisch bedingt und ein Erbe willkürlicher kolonialer Grenzziehung, teils religiös instrumentalisiert und von Autokraten zwecks Machterhalt forciert: Irak, Jemen, Kurdistan, Palästina und Syrien. Ein Ende ist nicht abzusehen, und alle Bemühungen um Streitbeilegung sind bislang gescheitert. Trotz der Bekenntnisse zum Frieden gelang es bestenfalls, einen Waffenstillstand zu vereinbaren, oft aber nur vorübergehend.

 

Zurück zur Abschreckung?

Die neue Aufrüstungsrunde erinnert fatal an das Wettrüsten zwischen Ost und West und die gegenseitige Abschreckung während des Kalten Krieges. Wer sich bedroht fühlt, glaubt, durch erhöhte militärische Anstrengungen die eigene Sicherheit zu erhöhen. Externe Akteure mischen mit. Sie bilden Streitkräfte aus, liefern Waffen, unterstützen die Konfliktparteien mit Kampfflugzeugen, modernen Luft-Boden-Raketen, Bomben oder Drohnen. Man setzt auf militärische Mittel, auf „hard power“. Das erklärte Ziel der Bemühungen: Stabilität und Sicherheit. In Wirklichkeit führen diese Rüstungsanstrengungen, angesichts der unterschiedlichen Interessenlagen und geopolitischen Ambitionen, zu mehr gegenseitigem Misstrauen und erhöhter Unsicherheit. Die Betonung der „hard power“ setzt eine Eskalationsspirale in Gang, wie wir sie aus dem Kalten Krieg kennen.

Es ist immer dasselbe Muster: Aktion und Reaktion. Und immer ist die Begründung dafür, dass die eigene Sicherheit erhöht werden müsse. Immer ist es der Konfliktgegner, der die Spirale durch sein Handeln ausgelöst hat; man selbst reagiert nur. Die derzeitige Situation zwischen NATO und Russland im Baltikum mit Rüstungsanstrengungen auf beiden Seiten ist ein beredtes Beispiel hierfür. Die Ängste der Balten sind aufgrund historischer Erfahrungen nachvollziehbar. Aber auch die russische Regierung kann auf die Einrichtung der Raketenabwehr in Südosteuropa verweisen, auch wenn die NATO diese gebetsmühlenartig als rein defensiv bezeichnet. Beschaffung von modernem Kriegsgerät und personelle Verstärkungen der Streitkräfte führen zu gegenseitig bedingter Aufrüstung.

Die Vereinten Nationen richteten im Jahr 2000 den Friedenskonsolidierungsfonds (UN Peacebuilding Fund) ein, der sich um Konfliktprävention und die Durchführung von Projekten zur Konsolidierung des fragilen Friedens direkt nach der Beendigung von Kriegen und Konflikten kümmern soll. Dieser Fonds verfügt über ein Jahresbudget von unter 700 Millionen US-Dollar – weniger als ein halbes Promille der weltweiten Militärausgaben. Händeringend betteln die UN-Sonderorganisationen um finanzielle Mittel, beispielsweise um Kriegsflüchtlinge in den Lagern medizinisch zu versorgen und zu ernähren. Buchstäblich mit dem Hut in der Hand bittet der UN-Generalsekretär um Personal für die Friedenseinsätze, die Blutvergießen verhindern oder beenden sollen. Oft vergeblich, meist mit unzureichendem Erfolg, hehren Ankündigungen, selten mit konkreten Zusagen. Immer noch fallen reflexartig die wirklich finanzkräftigen Entscheidungen zugunsten der jeweiligen nationalen militärischen Kapazitäten, obwohl die Militäreinsätze in den letzten beiden Dekaden wohl kaum als erfolgreich bezeichnet werden können: Afghanistan, Irak, Libyen.

 

Ursachen bekämpfen, nicht kurzfristig Soldaten entsenden

Die Ursachen der Konflikte müssen in den Blick genommen werden, um deren gewaltsame Austragung zu verhindern. Der Versuch, in erster Linie mit militärischen Mitteln ad hoc auf Krisen und Katastrophen zu reagieren, um noch Schrecklicheres zu verhindern, kann nur zu unbefriedigenden Ergebnissen führen. Diese sogenannte Realpolitik ist oft weit entfernt von der Realität vor Ort.

Es ist an der Zeit, das national- oder bündnisorientierte Denken in militärischen Kategorien zu überwinden und stattdessen sicherheits- und friedenspolitisch zu handeln, so wie es die Charta der Vereinten Nationen vorsieht. Doch bei den Mitgliedsländern stoßen derartige Appelle meist auf taube Ohren. Könnten die G20 vielleicht eine Alternative sein? Alle Länder mit voluminösen Militärhaushalten und großen Waffenherstellern sind in dieser Gruppe vertreten. Mehr als 80 Prozent der weltweiten Militärausgaben und fast den gesamten Waffenexport verantworten die G20-Mitgliedsländer. Und auch die geopolitischen Interessen bündeln sich hier. Damit tragen sie die Hauptverantwortung für die aktuelle neue Aufrüstungsrunde.

Von den G20 Abrüstungsinitiativen zu fordern, sieht auf den ersten Blick aus, wie den Bock zum Gärtner zu machen. Die Analogie zum Klimaschutz mag als Perspektive hilfreich sein. Auch bei dem Ziel, die weltweiten Emissionen von Schadstoffen einzuschränken, zeigten sich einige der G20-Länder viele Jahre lang als sperrige Verhandlungspartner. Sie blockierten den dringend erforderlichen Klimaschutz. Man schob sich gegenseitig die Verantwortung zu. Beim Klimagipfel 2015 in Paris gelang es, zukunftsweisende Kompromisse zu finden. Es ist an der Zeit, die Abrüstung, die nach einem hoffnungsvollen Beginn am Ende des Kalten Krieges bald ins Stocken geriet und nun in ihr Gegenteil verkehrt wird, wieder in Gang zu bringen. Die G20-Länder wären das geeignete Gremium, um entsprechende Initiativen zu ergreifen.

Sollte ein Umdenken stattfinden, dann führen allerdings die beim Militär eingesparten Mittel nicht automatisch zu mehr Sicherheit und Frieden. Es bedarf zahlreicher Initiativen und kreativer Projekte, um an die Wurzeln der Konflikte heranzukommen. Investitionen in „soft power“ sind gefragt. Die nach 1990 erwartete Friedensdividende, von der schon Willy Brandt 1980 als Vorsitzender der Nord-Süd-Kommission sprach, fällt uns nicht einfach in den Schoß. Aber es gibt genügend Erfahrungen, gerade in der Zivilgesellschaft, meist lokal verortet, frei werdende Mittel sinnvoll zu nutzen, um die Chancen zu erhöhen, ohne den Einsatz von Streitkräften Konflikte zu entschärfen, Stabilität und Sicherheit zu befördern und möglicherweise gar nachhaltigen Frieden zu schaffen.

Herbert Wulf  IPG 6

 

 

 

 

Integrationsgesetz. Menschrechtler kritisieren geplante Asylrechtsverschärfung

 

Nur anderthalb Wochen nach dem Kabinettsbeschluss befasste sich am Freitag der Bundestag mit dem sogenannten Integrationsgesetz. Menschenrechtler und Opposition kritisieren das Vorhaben scharf. Er schließe Schutzsuchende vom Asylrecht aus.

 

Menschenrechtsorganisationen und die Opposition im Bundestag haben eine Änderung des Asylrechts im geplanten Integrationsgesetz scharf kritisiert. Die Koalition habe in dem Gesetzentwurf die Möglichkeit verschärft, Schutzsuchende vom Asylrecht auszuschließen, wenn ein Nicht-EU-Staat dazu bereit ist, den Ausländer wieder aufzunehmen, kritisierte Pro Asyl am Freitag anlässlich der ersten Beratung des Gesetzespakets im Bundestag. „Eine Änderung des Asylrechts hat in einem Integrationsgesetz überhaupt nichts verloren“, sagte Geschäftsführer Günther Burkhardt.

Die Bundestagsabgeordnete Sevim Da?delen (Linke) bezeichnete die geplante Gesetzesänderung als „größten Angriff auf das Asylrecht seit 1993“. Auch Diakonie-Präsident Ulrich Lilie zeigte sich alarmiert: „Wir befürchten, dass durch die geplanten Asylrechtsänderungen die Aufgaben des Flüchtlingsschutzes zukünftig auf Staaten außerhalb der EU abgewälzt werden sollen.“ Das lehne die Diakonie entschieden ab. Flüchtlinge müssten weiterhin in Deutschland und Europa Schutz und Hilfe erfahren. Lilie kritisierte, die Änderung mit den Drittstaaten sei „quasi über Nacht“ in den Gesetzentwurf eingefügt worden.

„Unerträgliches Lohndumping“

Die Opposition äußerte sich auch kritisch über die vorgesehenen Integrationsmaßnahmen von Union und SPD. Mit dem Plan, 100.000 neue Ein-Euro-Jobs zu schaffen, betreibe Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles (SPD) „unerträgliches Lohndumping“, sagte Dagdelen. So werde die Solidarität der Beschäftigten nicht gefördert, sondern der Arbeitsmarkt gespalten.

Auch die Wohnsitzzuweisung lehnte die Linken-Politikerin ab. Flüchtlinge müssten sich dort niederlassen dürfen, wo sie bereits Kontakte hätten. Andernfalls könnten sie ihre sozialen Netzwerke nicht zur Jobsuche nutzen. Das Gesetz sieht vor, dass die Bundesländer den Wohnort von Flüchtlingen bestimmen können, solange diese keinen sozialversicherungspflichtigen Job haben oder in Ausbildung sind.

Regierung verteidigen Entwurf

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) und Arbeitsministerin Nahles verteidigten ihren gemeinsamen Entwurf im Parlament. Man habe eine gewaltige Aufgabe vor sich, um die Flüchtlinge in Arbeit zu bringen. Das vorgelegte Gesetz sei sachgerecht und bedeute „eine entscheidende Zäsur für unser Land“, sagte de Maizière.

Der Innenminister verwies auf jene Gruppe von Ausländern, die sich weiter von der deutschen Mehrheitsgesellschaft abgrenzten, die deutsche Sprache ablehnten und „ein Leben unter sich führen wollen“. Diesen Menschen gegenüber formuliere das Integrationsgesetz „eine klare Erwartungshaltung“. Ziel sei es, möglichst viele Flüchtlinge in Jobs zu bringen und so in die Gesellschaft zu integrieren.

Nahles: Integration durch Arbeit

Nahles betonte, Arbeit sei der beste Weg zur Integration. Sie kündigte an, 100.000 neue Arbeitsgelegenheiten für Flüchtlinge zu schaffen, die bisher nicht arbeiten durften. Außerdem verwies sie auf die geplanten Verbesserungen bei der Ausbildung von Flüchtlingen. Firmen, die ausbilden wollten, hätten jetzt Rechtssicherheit, denn Lehrlinge würden für die Dauer ihrer Ausbildung vor der Abschiebung geschützt.

Brigitte Pothmer von den Grünen bescheinigte der Regierung einige positive Ansätze wie etwa die Aussetzung der Vorrangprüfung, die verlangt, dass freie Stellen zuerst an entsprechend qualifizierte Deutsche oder EU-Bürger gegeben werden. Das Gesetz sei aber „durchzogen vom Geist der Ausgrenzung“. Mit 100.000 neuen Arbeitsgelegenheiten, die sich vor allem auf den gemeinnützigen Bereich und die Unterkünfte selbst beziehen, werde die Jobintegration nicht gelingen. „Flüchtlinge müssen in die Betriebe“, forderte Pothmer. (epd/mig 6)

 

 

 

 

"Verbeugung vor Stammtischen"

 

Gewerkschaften kritisieren das geplante Integrationsgesetz der Bundesregierung: Es enthalte zwar einige „positive Ansätze“, doch diese blieben kleinteilig; vor allem aber würden sie durch geplante Zwangsmaßnahmen konterkariert. DGB Vorstandsmitglied Annelie Buntenbach nannte die Sanktionspläne eine „Verbeugung vor den Stammtischen“.

In einer Bewertung des DGB heißt es, hinter den Eckpunkten der Koalition stehe „kein Konzept für eine nachhaltige Integration“. Stattdessen sei der Gesetzentwurf geprägt von „parteitaktischen Erwägungen und dem Streit über die Asylpolitik insgesamt“. Einige der Vorschläge, wie die Verlängerung der Duldungszeit für junge Auszubildende oder Maßnahmen für eine „effizientere Steuerung des Integrationskurssystems”, seien „Minimaländerungen“, die „ohne nachhaltige positive Wirkung bleiben werden“. Vor allem Wohnsitzauflagen oder Leistungskürzungen etwa bei Abbruch eines Integrationskurses, seien kontraproduktiv, wenn kein ausreichendes Angebot zur sprachlichen oder beruflichen Integration und zur ökonomischen Eingliederung vorhanden ist.

Das Prinzip von Fördern und Fordern setze „ausreichende und nachhaltig gestaltete“ Fördermaßnahmen voraus. Künftig soll eine Duldung für die gesamte Zeit der beruflichen Ausbildung ausgesprochen werden, nach erfolgreichem Abschluss soll eine weitere Duldung für bis zu sechs Monaten für die Arbeitsplatzsuche erteilt werden. Dies greife „zumindest einen Teil der Problemlage auf“, so der DGB. Noch immer aber bestehe die Gefahr, dass die Duldung bei Wegfall der Abschiebehindernisse aufgehoben werden kann. So „bleibt es bei der Unsicherheit für die Jugendlichen und die Betriebe während der Ausbildungszeit.“

Für Leistungsberechtigte nach dem Asylbewerberleistungsgesetz (AsylBLG) will die Bundesregierung 100.000 Arbeitsgelegenheiten schaffen und aus Bundesmitteln finanzieren. Ver.di sieht diese Ausweitung der Ein-Euro- Jobs auf den Kreis der Geflüchteten kritisch. Es sei nicht erkennbar, dass über Arbeitsgelegenheiten das Ziel erreicht wird, Geflüchtete zu qualifizieren und für langfristige Perspektiven auf dem Arbeitsmarkt vorzubereiten, heißt es in einer Stellungnahme. Statt zur Integration in sozialversicherungspflichtige Beschäftigung drohe das Gesetz zur Verdrängung regulärer Arbeitsverhältnisse beizutragen, so die Gewerkschaft.  Forum Migration Juni 

 

 

 

 

Europäischer Gerichtshof. Keine Haft nach illegaler Einreise in anderen EU-Staat

 

Der illegale Grenzübertritt von Migranten innerhalb der EU darf nicht mit Freiheitsentzug bestraft werden. Der Europäische Gerichtshof erklärte eine entsprechende französische Regelung für unrechtmäßig und setzte ein großes „Aber“ dahinter.

Flüchtlinge oder andere Nicht-EU-Bürger, die von einem EU-Staat in einen anderen illegal einreisen, dürfen nicht allein deshalb in Haft genommen werden. Nach EU-Recht muss der Einreisestaat die Ankömmlinge grundsätzlich erst einmal zur Ausreise in das Herkunftsland auffordern, urteilte der Europäische Gerichtshof (EuGH) am Dienstag in Luxemburg. Eine Haft sei aber möglich, wenn Flüchtlinge oder Nicht-EU-Bürger sich anderer Straftaten schuldig gemacht haben. (Az.: C-47/15)

Im entschiedenen Rechtsstreit wurde eine Frau aus Ghana von der französischen Polizei in einem nach London fahrenden Reisebus aufgegriffen. Die Frau kam aus dem belgischen Gent und zeigte bei der Polizeikontrolle einen belgischen Reisepass mit dem Foto und Namen einer anderen Person vor. Daraufhin wurde sie wegen illegaler Einreise in Gewahrsam genommen. Belgien wurde zudem aufgefordert, die Frau wieder aufzunehmen.

Doch die Haft allein wegen einer illegalen Einreise verstößt gegen die EU-Rückführungsrichtlinie. Frankreich hätte hier das vorgeschriebene Rückkehrverfahren beginnen und die Frau erst einmal zu Ausreise auffordern müssen, befanden die Richter.

Zulässig sei aber eine vorübergehende sogenannte Verwaltungshaft, um herauszufinden, ob es sich tatsächlich um einen illegalen Aufenthalt handelt. Andere Straftaten könnten ebenfalls eine Haft rechtfertigen, beispielsweise, wenn gegen eine Person in der Vergangenheit gegen ein bestehendes Einreiseverbot verstoßen hat. Auch bei konkreten Hinweisen, dass ein Nicht-EU-Bürger untertauchen will, um so seine Rückführung in den anderen EU-Staat zu verhindern, könne eine Haft begründet sein, hieß es.

Im vorliegenden Fall haben die französischen Behörden jedoch noch nicht einmal ein Rückführungsverfahren für Klägerin eingeleitet, rügte der EuGH. Auch andere Gründe für eine Haft für die auf der Durchreise befindliche Frau habe es nicht gegeben. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Türkei, Mazedonien und die Ukraine – Lösungen für Europa

 

EU-Regionalkommissar Johannes Hahn plädiert für Sachlichkeit und verbale Abrüstung

 

Türkei, Mazedonien und die Ukraine – in Europas gibt es eine Reihe von Krisenzonen. Johannes Hahn, EU-Kommissar für Europäische Nachbarschaftspolitik und Erweiterungsverhandlungen, über Lösungen und den guten Willen, den es dafür braucht.

Wie steht man in der EU-Kommission zu den jüngsten Drohungen Recep Tayyip Erdogans das Abkommen mit der EU platzen zu lassen? 

Ich plädiere für Sachlichkeit und verbale Abrüstung. Drohungen bringen niemanden weiter. Wir stehen nach wie vor zu der mit der Türkei getroffenen Vereinbarung, die im Interesse beider Seiten ist. Und wir erwarten natürlich, dass sich auch die Türkei voll daran hält.

Woran hapert es mit der Abschaffung des Visazwangs für Türken?

Die EU liefert ihren Teil: wir haben letztes Jahr ein weiteres Verhandlungskapitel (17) mit der Türkei eröffnet und ein neues Finanzierungsinstrument eingerichtet, um Flüchtlinge vor Ort besser zu unterstützen und damit Migrationsursachen zu unterbinden. Aus dieser sogenannten „Fazilität“ sind  bereits 250 Mio EUR an die Flüchtlinge in der Türkei geflossen.  Die EU-Staaten haben auch seit längerem die Visaliberalisierung für die Türkei in Aussicht gestellt, allerdings muss Ankara dazu alle Bedingungen erfüllen. Dazu zählt auch eine massive Reform der türkischen  Anti-Terrorgesetzgebung, die in der derzeitigen Form leider dazu benützt wird, Oppositionelle und Journalisten rechtlich zu belangen. Unsere Experten sind regelmäßig im Land, um die türkischen Behörden bei der Anpassung des Gesetzes zu beraten. Was jetzt zählt, ist der politische Wille auf Seiten der Türkei.

Sie trafen letzte Woche den neuen türkischen Europaminister Celik. Was war das Resümee Ihres Meetings?

Wir haben in einem konstruktiven Gespräch unsere Positionen erörtert. Ich habe auch klar zum Ausdruck gebracht, dass ich über bestimmte zentrale Entwicklungen, etwa den Umgang mit der Pressefreiheit oder die Situation im Südosten des Landes sehr besorgt bin. Ich habe auch unterstrichen, dass Drohungen, wie wir sie zuletzt verstärkt aus der Türkei hören, kontraproduktiv sind. Die Türkei hat sich zur strategischen Partnerschaft mit der EU bekannt, aber sie muss nun auch Taten setzen, welche zeigen, dass die Türkei tatsächlich an einer europäischen Orientierung interessiert ist. Die verlangten Reformen kommen ja zuallererst dem Land selbst und seiner Bevölkerung zugute. Der Ball liegt also in Ankara.

Sie haben sich persönlich sehr für die Durchführung von Wahlen in Mazedonien engagiert. Wie geht es nach der Verschiebung der Wahlen weiter?

Ich habe wiederholt unterstrichen, was wir von den politischen Führern des Landes erwarten: Vollständige Umsetzung der Przino-Vereinbarung der politischen Leader vom letzten Sommer, die nach wie vor gültig ist. Ernsthafte Arbeit an rechtsstaatlichen Reformen. vollständige Rücknahme der von Präsident Ivanov verkündeten Amnestie. Nicht zuletzt ist auch uneingeschränkte Unterstützung für die Arbeit der Sonderstaatsanwältin zu gewährleisten, die ja Teil der Przino-Vereinbarung ist.

Was aber ist notwendig, um die derzeitige Konfrontation zwischen Opposition und Regierung zu entkrampfen, die Blockade zu beenden, damit Mazedonien einen demokratischen Weg einschlagen kann?

Grundsätzlich geht es darum, die Interessen des Landes und seiner BürgerInnen vor die parteipolitischen Interessen zu stellen. Die EU und die internationale Gemeinschaft haben ihr Bestes getan, um den demokratischen Reformprozess zu unterstützen. Aber die Umsetzung kann nur gelingen, wenn die politischen Führer zu den von ihnen selbst unterzeichneten Vereinbarungen und Verpflichtungen stehen und dafür auch die Verantwortung übernehmen.

Die Ukraine ist zuletzt etwas aus dem Fokus gerückt, herrscht unverändert Stillstand oder zeichnet sich eine Weiterentwicklung ab?

In der Ukraine herrscht keineswegs Stillstand.  Ich habe mit Vertretern der neuen Regierung  (Ministerpräsident Groysman, Vize-Ministerpräsidentin Klympush sowie Finanzminister Danylyuk)  bei meinem letzten Besuch im April sehr konstruktive Gespräche geführt.

Und was konkret ist dabei heraus gekommen?

Die Regierung hat sich dazu verpflichtet, den Reformkurs beizubehalten und es sind seit meinem Besuch auch weitere Fortschritte erzielt worden: so etwa die Bestellung eines neuen  Staatsanwaltes und erst letzte Woche die Annahme der für die Justizreform notwendigen Verfassungsänderungen in der Rada. Diese Abstimmung hat den Weg für eine umfassende Justizreform freigemacht, die möglichst bald umgesetzt werden soll. Sie wird die Unabhängigkeit und Effizienz der Justiz stärken und ein zentraler Baustein für die Korruptionsbekämpfung sein. Auch die Entscheidung der Kommission vom 21. April, die Visaliberalisierung zu empfehlen, war nur möglich, weil die Ukraine die entsprechenden Reformen umgesetzt hatte. Die Visaliberalisierung ist eine Errungenschaft,  von der die BürgerInnen konkret profitieren werden. Ich hoffe daher, dass Rat und Parlament bald einen Beschluss fassen werden.

Was sind nun die nächsten Schritte?

Wir haben mit der Ukraine konkrete Reformprioritäten erarbeitet, an deren Umsetzung die finanzielle Unterstützung der EU geknüpft ist. Ein der dringlichsten Vorhaben in diesem Kontext ist die Verwaltungsreform, wo auch in den letzten zwei Monaten bemerkenswerte Fortschritte erzielt wurden. Wenn diese tatsächlich zu einer kohärenten Strategie führen, werden wir  diese Verwaltungsreformen mit 100 Millionen EUR  unterstützen. Weitere Prioritäten sind für uns zusätzliche Reformen im Antikorruptionsbereich (die Antikorruptions-Agentur muss voll operationell sein; es muss eine transparente elektronische Vermögensdeklarierung eingeführt werden). Weiters die Abschaffung bestehender Handelshemmnisse, um das Potential des Freihandelsabkommens voll zu nutzen, die Verbesserung des Investitionsklimas sowie Reform des Finanzmanagement und des Ausschreibungsverfahrens für öffentliche Aufträge (inkl. Besteuerung)

Besteht eigentlich eine reelle Chance, die Ukraine aus dem Krisen-Szenario herauszulösen und in ein sicheres Fahrwasser zu bringen? 

Solange die Ukraine auf dem Reformkurs bleibt, sind die EU und die internationalen Gemeinschaft bereit, das Land auch weiterhin zu unterstützen. Umfangreiche Mittel stehen bereit  z.B. die nächste Tranche des Macrofinanziellen Unterstützungsprogrammes, die ausgezahlt wird, sobald die Ukraine die entsprechenden Reformbedingungen erfüllt. Ich bin Mitte Juli wieder im Kiew, um am informellen Ministertreffen der östlichen Partnerländer teilzunehmen und werde die Gelegenheit nützen, um mir ein  Bild von dem letzten Umsetzungsstand der Reformen zu machen. Es ist auch ein ständiges Expertenteam (SGUA) vor Ort, die bei der Umsetzung der Reformen berät und hilft.  Insgesamt ist also die Ukraine auf gutem Weg und ich hoffe, dass diese Dynamik sich dank der EU-Unterstützung und der Wirkung der bereits umgesetzten Reformen noch verstärken wird. Herbert Vytiska | EA  6

 

 

 

 

Fasten in einer Ausnahmesituation. Flüchtlingsunterkünfte bereiten sich auf Ramadan vor

 

Für Muslime beginnt heute der Fastenmonat Ramadan. Das gilt auf für viele Schutzsuchende in Flüchtlingsunterkünften. Da sind Vorbereitungen nötig für das gemeinsame Essen. Johanitter und Diakonie sind da ebenso gefordert wie die Moscheegemeinden vor Ort.

Flüchtlingseinrichtungen in Deutschland bereiten sich auf den islamischen Fastenmonat Ramadan vor, der am heutigen Montag beginnt. „Den Wünschen der Bewohnern der Unterkünfte soll nach Möglichkeit entsprochen werden“, sagte eine Sprecherin der Diakonie Deutschland dem Evangelischen Pressedienst. Vielen muslimischen Flüchtlingen sei es wichtig, den Ramadan auch in den Asylunterkünften begehen zu können.

Die Diakonie will deshalb nach eigenen Angaben Gebetsräume für Muslime in den Flüchtlingsheimen errichten. Auch die Essenszeiten der Catering-Dienste sollen während der Fastenzeit angepasst werden, erklärte die Diakonie-Sprecherin. Grundsätzlich strebe die Hilfsorganisation aber eher eine Selbstversorgung der Flüchtlinge an, damit sich diese ihre Essenszeiten individuell organisieren können. Während des Ramadan ist es Gläubigen zwischen Morgendämmerung und Sonnenuntergang nicht gestattet, zu essen und zu trinken.

Auch die evangelische Johanniter-Unfall-Hilfe stellt sich in ihren bundesweit 120 Flüchtlingseinrichtungen auf den Fastenmonat ein: „In einigen Asylunterkünften hat etwa die Hälfte der Flüchtlinge angegeben, den Ramadan begehen zu wollen“, sagte eine Sprecherin der Hilfsorganisation dem epd. Die Catering-Zeiten würden entsprechend umgestellt: „In den Notunterkünften werden abends Lunch-Pakete für den frühen Morgen verteilt, und abends gibt es warme Buffets“, erklärte die Sprecherin.

Auch Kommunen berücksichtigen den religiösen Brauch. So bereitet sich die Kommune Dreieich in Hessen in den städtischen Flüchtlingsunterkünften auf den Ramadan vor, wie die Integrationsbeauftragte der Stadt, Katrin Scholl, sagte: „Wir sehen keinerlei Schwierigkeiten im Umgang mit dem Fastenmonat.“ Zudem würden die muslimischen Gemeinden in der Region während des Ramadan häufig zu Fastenbrechen-Abenden einladen.

Tatsächlich ist es Brauch, dass Muslime beim Fastenbrechen nicht alleine essen, sondern gemeinsam mit der Nachbarschaft in kleinen oder größeren Kreisen. Die Organisation größerer Veranstaltungen übernehmen in der Regel die Moscheegemeinden vor Ort. Eingeladen ist jeder, der Teilhaben möchte – unabhängig von seinem Glauben. Die Tür steht jedem offen. (epd/mig 6)

 

 

 

 

Junge EU-Bürgerinnen: Ausbildung in Deutschland

 

Es ist eine der Antworten auf die ökonomische Krise in Südeuropa, ähnlich einem Erasmus-Programm für Azubis: Über 6.500 junge Menschen haben seit 2013 mit der „MobiPro-EU“-Initiative der Bundesregierung eine Ausbildung in Deutschland machen können. Die Mittel waren zwischenzeitlich ausgeschöpft, die individuelle Fördermöglichkeit wurde deshalb eingestellt. Heute bekommen nur noch Bildungsträger Geld, Azubis selbst können sich nicht mehr bewerben. In einer Antwort auf eine parlamentarische Anfrage zieht die Bundesregierung Zwischenbilanz.

Demnach waren zwei Drittel der individuell Geförderten im Alter von 18 bis 35 Jahren männlich. Die große Mehrheit stammte aus Spanien, mit weitem Abstand folgten vor allem Länder aus Osteuropa. Die Nachfrage aus dem am stärksten krisengeplagten Land war eher gering: Nur 154 junge Griech_innen kamen bislang mit MobiPro nach Deutschland.

Den Azubis hat das Projekt gefallen: 85 Prozent der Geförderten gaben an, mit dem Programm „zufrieden“ gewesen zu sein, doch fast ebenso viele hätten sich mehr oder besseren Sprachunterricht gewünscht. Während die individuellen Anträge vor allem von Azubis aus der in Südeuropa bedeutsamen Hotel- und Gaststättenbranche gestellt wurden, sind heute auch Betriebe aus der Bau-, Elektro- und Autoindustrie dabei. Diese können bis zu 90 Prozent der Ausbildungskosten erstattet bekommen. Die Teilnehmer_ innen dürfen nicht über eine abgeschlossene betriebliche Berufsausbildung verfügen und müssen hierfür zwischen 18 und 27 Jahren alt sein.

Projekt MobiPro: https://www.thejobofmylife.de.  Forum Migration Juni

 

 

 

Regierung erwägt stärkeren Schutz vor chinesische Investoren

 

Die Bundesregierung denkt über eine Gesetzesänderung nach, um ausländischen Investoren die Beteiligung an deutschen Unternehmen erschweren zu können. Nach Informationen der ZEIT soll bis zum Sommer geprüft werden, ob eine Verschärfung des Außenwirtschaftsgesetzes sinnvoll ist. Bislang erlaubt das Gesetz nur die Abwehr von Investoren, wenn Gefahr für die äußere oder die innere Sicherheit droht. In der Diskussion ist nun, dass auch die Übernahme von Unternehmen mit wirtschaftsstrategischer Bedeutung blockiert werden kann. Dazu könnten beispielsweise Firmen aus dem Bereich der Automatisierungstechnik gehören.

Hintergrund der Initiative ist das wachsende Interesse von chinesischen Investoren für deutsche Mittelständler. In Teilen der Regierung wird dies mit Sorge gesehen, weil sich China nicht an marktwirtschaftliche Regeln hält und zum Beispiel seine Stahlindustrie staatlich unterstützt. Aus diesem Grund bestehe die Gefahr, dass das Land mit Hilfe deutscher Technologie seine geo-ökonomische Vormachtstellung zu Lasten der deutschen Wirtschaft ausbauen wolle. Es gehe aber nicht darum, die heimische Wirtschaft durch protektionistische Maßnahmen abschotten zu wollen, wurde in Regierungskreisen betont. Pz 8

 

 

 

 

Statistik. Zahl neuer Flüchtlinge weiter niedrig

 

Die Zahl der nach Deutschland kommenden Flüchtlinge bleibt auf einem relativ niedrigen Niveau. Etwa die Hälfte darf in Deutschland bleiben. Dennoch kommt das Bundesamt mit der Arbeit kaum hinterher.

Die Schließung der Balkanroute sorgt weiterhin für niedrige Flüchtlingszahlen. Nach Angaben des Bundesinnenministeriums vom Dienstag wurden im Mai 16.281 Neuankömmlinge registriert, gut 300 mehr als im April. Im Januar waren es noch fast 92.000 Menschen. Die meisten kommen weiterhin aus Syrien und Afghanistan. Die Zahlen aus dem Easy-System geben Auskunft über die Erstverteilung der Asylbewerber auf die Bundesländer. Mehrfach- und Fehlzählungen sind laut Innenministerium nicht ausgeschlossen.

Rund 55.300 Menschen stellten im Mai einen Asylantrag, 9,3 Prozent weniger als im Vormonat, aber mehr als doppelt so viele wie im Mai 2015. Im selben Zeitraum entschied das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge über rund 34.500 Anträge, während im April noch knapp 44.400 Entscheidungen getroffen worden waren. In den Vorjahresmonaten hatte die Behörde nicht einmal über halb so viele Anträge entschieden.

Mehr als die Hälfte der Antragsteller können in Deutschland bleiben. Den Angaben zufolge wurden rund 42 Prozent als Flüchtlinge anerkannt, weitere 15 Prozent erhielten subsidiären Schutz, der das Nachholen von Familienangehörigen einschränkt und schneller wieder überprüft wird. Die Zahlen derer, die politisches Asyl erhalten und derer, die nur einen Abschiebeschutz haben, sind gering. Knapp ein Viertel der Anträge wurde abgelehnt.

Fast eine halbe Million oder fast 460.000 Asylanträge müssen noch beschieden werden. Allein seit Beginn des Jahres haben knapp 310.000 Menschen in Deutschland Asyl beantragt. Im Vergleichszeitraum des Vorjahres, noch bevor die Flüchtlingszahlen stark zuzunehmen begannen, waren es knapp 142.000 Anträge. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Deutsche Hochschulen erfolgreich bei Internationalisierung

 

Hochschul-Bildungs-Report bescheinigt internationaler Bildung in Deutschland positive Entwicklung

 

Bonn. Laut dem heute vom Stifterverband für die deutsche Wissenschaft vorgestellten Hochschul-Bildungs-Report ist die internationale Hochschulbildung in Deutschland auf einem guten Weg. Der Hochschul-Bildungs-Report untersucht im jährlichen Vergleich die Entwicklung des Hochschul-Bildungs-Index in sechs Handlungsfeldern. Die internationale Bildung erreichte dabei 33 von 40 möglichen Punkten.

 

Das im Hochschul-Bildungs-Index gesetzte Ziel, bis 2020 87.000 Bildungsausländer unter den Studienanfängern zu erreichen, ist bereits heute übertroffen. Im Jahr 2014 konnten die deutschen Hochschulen 92.900 Bildungsausländer im ersten Hochschulsemester verzeichnen. Dies macht sich auch am Anteil der Bildungsausländer an Studienanfängern insgesamt bemerkbar. Er steigt von 2013 auf 2014 um 1,5 Prozentpunkte auf 18,4 Prozent an und rückt damit dem für das Jahr 2020 gesetzten Ziel (20%) deutlich näher.

 

„Die steigende Zahl der ausländischen Studierenden ist ein Zeichen für die Attraktivität unseres deutschen Hochschulsystems. Mit mehr als 320.000 ausländischen Studierenden zählt Deutschland zu den führenden Gastländern weltweit. Durch unsere Förderangebote, Betreuungsprogramme und unsere Informationsarbeit im Ausland hat der DAAD einen wichtigen Anteil, indem er ausländische Studierende sowie Nachwuchswissenschaftlerinnen und Nachwuchswissenschaftlerinnen für Studien- und Forschungsaufenthalte gewinnt. Ganz besonders freut uns auch die gestiegene Zahl der Bildungsausländer in den neuen Bundesländern und die Zufriedenheit mit den Beratungsleistungen an Hochschulen“, so DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

 

Positiv entwickelte sich laut Hochschul-Bildungs-Report auch die Auslandsmobilität deutscher Studierender. International gut ausgebildete Hochschulabsolventen sind im Zeichen der Globalisierung extrem wichtig für den Wirtschaftsstandort Deutschland. Laut Hochschul-Bildungs-Index sollte sich der Anteil von deutschen Absolventen mit Erasmus-Erfahrung bis 2020 auf 10 Prozent ansteigen. Als Nationale Agentur für die EU-Hochschulzusammenarbeit hat der DAAD 2015 – im ersten Jahr von Erasmus + – den Studienaufenthalt von 38.000 Studierenden im europäischen Ausland unterstützt. Damit hat Deutschland das Bologna-Mobilitätsziel bereits erreicht.

Von 2013 bis 2015 ist die Mobilitätsquote in höheren Semestern über alle Hochschul- und Studienarten hinweg deutlich von 32 Prozent auf inzwischen auf 37 Prozent gestiegen. daad

 

 

 

 

Porträt Anerkennung: Universitätsklinikum Freiburg. „Die Standards müssen hoch sein“

 

Allein in den letzten zwei Jahren waren es 61, beworben haben sich fünf Mal so viele: „Viele, sehr viele“ ausländische Pflegekräfte hat Sabine Rohde, Pflegedienstleiterin der Uniklinik Freiburg schon begleitet. 10.500 Menschen arbeiten im drittgrößten deutschen Krankenhaus, doch in der Pflege herrscht Arbeitskräftemangel. „Bewerbungen in dem Bereich lassen nach“, sagt Rohde. So stellt die Klinik zunehmend Pflegekräfte aus der EU, aus europäischen Drittstaaten, aber auch aus den Philippinen ein. Unter Vermittlung der GiZ sind schon 18 Krankenschwestern von dort gekommen. Europäische Interessent_innen melden sich oft direkt auf Ausschreibungen auf der Klinikhomepage.

Alle Drittstaatler_innen müssen Deutsch auf der Stufe B2 beherrschen und ihre Qualifikationsnachweise an das Regierungspräsidium in Stuttgart schicken. Dieses entscheidet, was zur Berufsanerkennung an Kenntnissen nachgewiesen werden muss. „Wir begleiten die Mitarbeiter_innen durch die Kenntnisprüfung, die einen praktischen und einen the-oretischen Teil beinhaltet“, sagt Rohde. Das anderswo übliche Anerkennungspraktikum auf bis zu vier verschiedenen Stationen „halten wir bei uns nicht für sinnvoll“.

Bei der Kenntnisprüfung arbeiten die Pflegekräfte regulär auf der Station mit und werden neben dem Besuch in der Krankenpflegeschule und teils der Sprachschule von Praxisanleiter_innen auf die Prüfung vorbereitet. „Bei erfahrenen Kräften aus den Philippinen dauert das bis zu sechs Monate, bei osteuropäischen Drittstaatlern, die eine vorwiegend schulische Ausbildung mitbringen, kann es über ein Jahr sein“, sagt Rohde. „Die Standards müssen hoch sein und sind hoch.“ In dieser Zeit werden die Kräfte als Pflegehelfer_innen beschäftigt und entlohnt.

Wie bei allen Einstellungen ist der Personalrat gesetzlich an der Eingliederung der ausländischen Pflegekräfte beteiligt. „Wir schauen zum Beispiel darauf, dass es bis zur Kenntnisprüfung nicht übermäßig lange dauert“, sagt Personalrätin Petra Mergenthaler, „und wir bieten Beratung, wenn es Gründe gibt, die diese Phase verlängern, etwa eine Schwangerschaft.” Sie lege jedoch Wert darauf, dass die Unterstützung „keine rein formale Sache ist”, sagt Mergenthaler. Das Klinikum betreibt deshalb ein Patenschaftsprogramm. Die Pat_innen gehen mit ihnen ins Kino, kochen zusammen, suchen nach gebrauchten Fahrrädern und „zeigen ihnen auch schon mal die Kuckucksuhr aus dem Schwarzwald.“  

Forum Migration Juni

 

 

 

 

Bundesfinanzhof. Im EU-Ausland lebende Elternteile haben Anspruch auf Kindergeld

 

Lebt ein Kind im EU-Ausland bei der Mutter, dann hat diese Anspruch auf das Kindergeld und nicht der in Deutschland lebende Vater. Das hat der Bundesfinanzhof entschieden nach einer Prüfung des Europäischen Gerichtshofs.

Kindergeld muss nach einer Entscheidung des Bundesfinanzhofes bei getrennt lebenden EU-Bürgern vorrangig an den Elternteil ausgezahlt werden, bei dem das Kind lebt. Voraussetzung sei jedoch, dass die Eltern eine EU-Staatsbürgerschaft haben und ein Elternteil in Deutschland lebt und arbeitet, befand das Gericht in einem am Mittwoch veröffentlichten Urteil. Es sprach einer geschiedenen Polin, die mit ihrem Kind in ihrem Heimatland lebt, Kindergeld zu. Der Vater in Deutschland ging leer aus. (AZ: III R 17/13)

Im entschiedenen Fall lebt die geschiedene Ehefrau dem gemeinsamen Sohn in Polen. Kindergeld hatte sie nicht beantragt. Als der Vater jedoch für sich die Familienleistung beanspruchte, lehnte die Familienkasse den Antrag ab. Kindergeld könne grundsätzlich nur an den Elternteil ausgezahlt werden, dessen Haushalt das Kind angehört, hieß es zur Begründung. Nach deutschem Recht spiele es für den Anspruch keine Rolle, ob die Eltern des Kindes verheiratet sind oder nicht.

Der BFH legte den Fall dem Europäischen Gerichtshof zur Prüfung vor (Az.: C-378/14). Dieser entschied, dass in grenzüberschreitenden Fällen die gesamte Familie so behandelt werden müsse, als würde sie in dem Mitgliedstaat wohnen, dessen Familienleistungen beansprucht werden.

Dem schlossen sich nun die obersten Finanzrichter an. Der Vater könne kein Kindergeld beanspruchen. Auch wenn die polnische Mutter nie hierzulande Kindergeld beansprucht habe, stehe ihr das Geld nach Prüfung der Familienkasse zu. Erhalte sie bereits polnisches Kindergeld, wird dieses auf den deutschen Anspruch angerechnet.

In einem zweiten Fall hatte der BFH geurteilt, dass auch im EU-Ausland lebende Großeltern Kindergeld erhalten können (AZ: .III R 62/12). Hier wollte der in Deutschland arbeitende griechische Vater für seine beiden Töchter Kindergeld erhalten. Diese gehörten jedoch zum Haushalt der in Griechenland lebenden Großeltern, so dass ihnen nun Kindergeld zustehe, befand der Bundesfinanzhof. (epd/mig 9)

 

 

 

 

Verkehrssicherheit: P.A.R.T.Y.-Programm der Unfallchirurgen schärft Risikobewusstsein bei Jugendlichen

 

Berlin. Zum Tag der Verkehrssicherheit am 18. Juni startet die Deutsche Gesellschaft für Unfallchirurgie e.V. (DGU) in Zusammenarbeit mit der AUC – Akademie der Unfallchirurgie die bundesweite P.A.R.T.Y-Aktionswoche: Das Programm zur Unfallprävention richtet sich an Jugendliche zwischen 15 und 18 Jahren. In der Woche vom 13. bis zum 17. Juni besuchen Schüler in ihrem Klassenverband eine Unfallklinik in ihrer Region und erleben einen Tag lang hautnah, wie Schwerverletzte nach einem Verkehrsunfall versorgt werden. In Gesprächen mit Patienten erfahren die Jugendlichen zudem, welche weitreichenden Folgen ein Unfall auch über die Zeit im Krankenhaus hinaus haben kann. Ziel des P.A.R.T.Y.-Programms ist es, Jugendliche für die Risiken im Straßenverkehr zu sensibilisieren und so vor einem Unfall zu bewahren.

P.A.R.T.Y. steht für „Prevent Alcohol and Risk Related Trauma in Youth“. Beim sogenannten Trauma-Rundgang durch die Unfallklinik erfahren die Schüler, wie die Versorgung von schwerverletzten Unfallopfern abläuft: vom Rettungswagen oder dem Helikopter in den Schockraum, von der Intensivstation über die Normalstation und die physiotherapeutische Betreuung. Auf den Stationen lernen die Jugendlichen akut Verletzte oder ehemals Schwerverletzte kennen. Die Patienten berichten, wie sich ihr Leben durch einen Unfall verändert hat und welche familiären oder beruflichen Folgen er hatte. In einigen Kliniken steht auch ein Mittagessen mit Handicap auf dem Programm. Dabei tragen die Jugendlichen eine Armschlinge oder ein Stiffneck (Halswirbelsäulen-Schiene). Damit werden sie in die Lage eines verletzten Patienten versetzt und herausgefordert, vermeintlich einfache Dinge des täglichen Lebens zu erledigen. Darüber hinaus halten Unfallchirurgen und Polizisten Vorträge – ohne erhobenen Zeigefinger. Viel mehr tragen der Rundgang in der Klinik und Gespräche mit Patienten wesentlich dazu bei, dass die Jugendlichen ungefilterte Eindrücke und persönliche Schockmomente hautnah erleben und so dafür sensibilisiert werden, sich im Straßenverkehr achtsam zu verhalten und wohlüberlegte Entscheidungen zu treffen.

 

Junge Verkehrsteilnehmer im Alter zwischen 15 und 24 Jahren sind nach wie vor die größte Risikogruppe auf deutschen Straßen. Ihr Unfall und Sterberisiko im Straßenverkehr ist mit Abstand das größte. Im Jahr 2015 verloren laut Statistischem Bundesamt 544 Menschen in dieser Altersgruppe bei Verkehrsunfällen ihr Leben – 13.746 trugen schwerste Verletzungen davon. Insgesamt verunglückten im vergangenen Jahr 3.459 Menschen bei Verkehrsunfällen tödlich. 67.681 Menschen aller Altersgruppen erlitten schwerste Verletzungen.

 

Die Gründe, warum junge Menschen im Straßenverkehr zum Risiko für sich und andere werden, sind vielschichtig und reichen von unangepasster Geschwindigkeit und fehlender Fahrpraxis über die Handynutzung am Steuer sowie dem Fahren unter Alkohol- oder Drogeneinfluss bis hin zu einer extrem hohen Risikobereitschaft.

 

DGU-Präsident und Unfallchirurg Professor Dr. Florian Gebhard sagt: „Das Programm klärt über Unfallverletzungen auf, die letztlich durch Alkohol und risikoreiches Verhalten im Straßenverkehr verursacht werden. Wir zeigen den Jugendlichen, welche verheerenden Folgen ein Unfall für den Betroffenen selbst, aber auch für seine Familie und andere am Unfall beteiligte Menschen haben kann. Damit wollen wir die Jugendlichen zum Nachdenken anregen und sie darin stärken, im Straßenverkehr verantwortungsbewusst zu handeln.“

Insgesamt beteiligen sich in diesem Jahr bundesweit 23 Unfallkliniken an der P.A.R.T.Y. Dgu 6

 

 

 

Anerkennungsgesetz. Ausländische Berufsabschlüsse werden oft anerkannt

 

Immer mehr Ausländer beantragen in Deutschland die Anerkennung ihres im Herkunftsland erworbenen Berufsabschlusses. Das geht aus einem Bericht des Bundesbildungsministeriums hervor.

Seit Einführung des Rechtsanspruchs auf ein Anerkennungsverfahren vor vier Jahren ist die Zahl der Anträge deutlich gewachsen. Zwischen 2012 und 2014 wurden mehr als 44.000 Anträge auf Berufsanerkennung allein für bundesrechtlich geregelte Berufe gestellt, davon gut 17.600 Anträge im Jahr 2014. Das geht aus einem Bericht von Bundesbildungsministerin Johanna Wanka (CDU) zur Bilanz des 2012 in Kraft getretenen Gesetzes hervor.

Die Erfolgsquote sei dabei recht hoch. 78 Prozent der im Jahr 2014 erteilten rund 15.000 Bescheide zu bundesrechtlich geregelten Berufen hätten „eine volle Gleichwertigkeit“ festgestellt. „Die Ablehnungsquote ist mit 3,6 Prozent erneut äußerst niedrig“, heißt es in dem Bericht.

http://www.bmbf.de/pub/Bericht_zum_Anerkennungsgesetz_2016.pdf

„Wir machen sehr gute Erfahrungen mit der Anerkennung ausländischer Berufsqualifikationen. Das Anerkennungsgesetz wirkt. Berufsanerkennung ist für Menschen mit einem ausländischen Bildungsabschluss eine Brücke in eine Beschäftigung, die ihrer Qualifikation entspricht. Das hilft bei der Arbeitsmarktintegration“, erklärte Ministerin Wanka.

Die meisten Antragsteller hätten ihre Ausbildungen in Ländern wie Polen, Rumänien sowie Bosnien-Herzegowina gemacht. Mehr als 60 Prozent der Anträge 2014 bezogen sich auf die Anerkennung als Ärzte, Gesundheits- und Krankenpfleger und damit laut Ministerium auf Berufe mit hohem Fachkräftemangel.

So gut die Zahlen auf den ersten Blick auch aussehen, von den Anfänglich aufgestellten Zielen ist man nach wie vor weit entfernt. 300.000 Einwanderer sollten vom Anerkennungsgesetz profitieren. Die neuen Zahlen für 2015 wird das Statistische Bundesamt im Herbst vorlegen. (mig/epd 9)

 

 

 

Neue Hilfen bei der Anerkennung. Per Smartphone: App der Bundesregierung

 

Das Bundesministerium für Bildung und Forschung (BMBF) hat eine neue App entwickelt, mit der sich Flüchtlinge über Möglichkeiten zur Anerkennung ihrer ausländischen Berufsqualifikationen informieren. Sie ist in den fünf wichtigsten Herkunftssprachen von Geflüchteten (Arabisch, Dari, Farsi, Tigrinya und Pashto) sowie auf Deutsch und Englisch verfügbar. Die App erklärt in einfacher Sprache das Anerkennungsverfahren und verlinkt zu Informations- und Beratungsangeboten. Dazu werden unter anderem die nächstgelegenen Beratungsstellen des IQ-Netzwerks angezeigt. Ein Antrag auf Anerkennung einer ausländischen Berufsqualifikation ist unabhängig vom Aufenthaltsstatus – also auch während des laufenden Asylverfahrens möglich. http://bit.ly/24Qv894

Training für geflüchtete Journalist_innen

Für Journalist_innen mit Migrationshintergrund ist der Einstieg in den Medienbereich mit Hürden verbunden. Gleichzeitig werden die Potenziale von Medienmacher_innen im Exil in Deutschland kaum genutzt. Die Organisation Neue Deutsche Medienmacher e.V. hat deshalb ein Mentoringprogramm gestartet, das sich auch an exilierte Kolleg_innen richtet. Jeder Trainee erhält eine Bezugsperson zur Klärung und Hilfestellung in beruflichen Fragen. Das Programm bietet unter anderem eine Themenbörse für geflüchtete Journalist_innen, Vernetzungsveranstaltungen oder Trainings zum Mediensystem in Deutschland, mögliche Beschäftigungsformen, Medienrecht und berufsrelevante Informationen. http://bit.ly/1RADipD

Bayern: Mentoringprogramm für Qualifizierte

In Bayern bringt das IQ Netzwerk qualifizierte Migrant_ innen mit etablierten Profis für den Einstieg in den Arbeitsmarkt zusammen. Die „Mentees“ sollen von den beruflichen Netzwerken ihrer Mentor_innen sowie von deren Kenntnissen des lokalen Arbeitsmarktes und der Unternehmens- und Arbeitskultur profitieren. Das Projekt richtet sich an Migrant_innen, die bereits über Sprachkenntnisse, Wissen und Berufserfahrung verfügen. http://mentoring.migranet.org. 

Forum Migration Juni

 

 

 

 

Integration von Flüchtenden. Migrationsforscher fordert mehr Flexibilität im Bildungssystem

 

Das deutsche Bildungssystem ist nach Überzeugung des Migrationsforschers Oltmer auf Normalbiografien ausgerichtet. Mit den Flüchtenden kämen aber Lebensgeschichten nach Deutschland, die nicht in dieses System passen. Das System müsse sich daher den Menschen anpassen.Von Martina Schwager

 

Das deutsche Bildungs- und Ausbildungssystem muss nach Ansicht des Migrationsforschers Jochen Oltmer flexibler werden, um die rund eine Million Flüchtlinge im Land besser integrieren zu können. Konzepte, die sich über Jahrzehnte in einer eher gleichförmigen Gesellschaft entwickelt hätten, wie etwa das duale System zur Berufsausbildung oder die Ausrichtung der Hochschulen auf junge Menschen, müssten auf den Prüfstand, sagte Oltmer in einem Gespräch mit dem Evangelischen Pressedienst. Sie seien auf Normalbiografien ausgerichtet, die schon auf viele Einheimische nicht mehr zuträfen.

Umso mehr sei es jetzt an der Zeit, sich auf Menschen einzustellen, deren Zertifikate und Zeugnisse auf der Flucht verloren gegangen seien oder die sich in ihren Heimatländern auf ganz anderen Wegen ihr Können erworben hätten, betonte der Historiker am Osnabrücker Institut für Migrationsforschung. Jemand, der 20 Jahre in Syrien als Bäcker gearbeitet habe, könne seine Fähigkeiten etwa in einem Praktikum unter Beweis stellen. Ein berufsspezifisches Vokabular könnte er nach wenigen Wochen Arbeit parat haben. Deshalb sei es Unsinn, wenn er verpflichtet würde, zunächst einen Integrationskurs zu absolvieren, zumal davon noch immer viel zu wenige angeboten würden.

Fähigkeiten und Berufschancen könnten viel besser geklärt werden, wenn Behörden, Jobcenter und Betriebe die Zuwanderer intensiv beobachteten und individuell berieten. „Es muss viel stärker der Weg eines jeden Einzelnen beachtet werden. Wir sollten weniger in Kategorien denken“, forderte der Professor für Neueste Geschichte. „Unser Bildungs- und Ausbildungssystem ist eine Integrationsbarriere, weil Migranten aus vielfältigen anderen Systemen kommen.“

Es sollte zudem die Möglichkeit geben, eine Berufsausbildung auf bis zu fünf Jahre zu strecken und sie mit Sprachlernangeboten zu koppeln. Universitäten könnten Aufbau-Module und Quereinstiege auch für Ältere anbieten. Oltmer plädierte zudem dafür, die Integrationskurse zu überprüfen und anzupassen: „Das Konzept wurde 2005 entwickelt. Da muss dringend an Stellschrauben gedreht werden.“ Zudem müssten die Lehrkräfte besser qualifiziert und bezahlt werden.

Flexiblere Bildungskonzepte kämen auch Deutschen zugute, erläuterte der Experte. Aufgrund zunehmend verschiedenartiger Lebensentwürfe sei auch für sie das deutsche Bildungssystem oft zu starr. Immer mehr Frauen und Männer seien etwa darauf angewiesen, nach der Familienphase Wiedereinstiegshilfen in den Beruf zu erhalten. Zudem mache der fortwährende technologische Wandel ein lebenslanges Lernen und somit ein umfangreicheres Weiter- und Fortbildungsangebot notwendig. (epd/mig 10)

 

 

 

DEKRA Arbeitsmarkt-Report 2016. Flüchtlinge mit hohem Qualifizierungsbedarf

 

Noch deutliche Wegstrecke, bis Flüchtlinge bei Fachkräftelücke helfen können

Unternehmen verhalten optimistisch bei Arbeitsmarktintegration. Beste Aussichten für Elektroniker auf dem Stellenmarkt. Freie Auswahl bei Job-Angeboten im Vertrieb, IT und Ingenieurwesen

 

Im vergangenen Jahr sind mehr als eine Million Asylsuchende nach Deutschland gekommen. Viele Arbeitgeber, die nur schwer Fachkräfte finden, haben große Hoffnungen in die Zugewanderten gesetzt. Ein Jahr später sind Unternehmen verhalten optimistisch, wie die Befragung ausgewählter Unternehmensvertreter für den Arbeitsmarkt-Report der DEKRA Akademie ergeben hat. Aber allen ist klar: Flüchtlinge schließen nicht kurzfristig die Lücken in den Reihen der Fachkräfte. Wo Arbeitgeber derzeit den dringendsten Bedarf haben, zeigt der aktuelle Report: Fachkräfte in den Bereichen Vertrieb, IT, Ingenieurwesen und Sachbearbeitung können am Stellenmarkt aus besonders vielen Jobs wählen. Elektroniker haben es an die Spitze der Top-Ten-Berufe geschafft.

 

Der DEKRA Arbeitsmarkt-Report untersucht seit 2008 Entwicklungen und Trends am Stellenmarkt. In die aktuelle Auswertung sind 13.869 Stellenangebote eingeflossen, die Arbeitgeber im Februar ausgeschrieben haben.

 

Vernetzte Industrie und „smarte“ Produkte verändern Jobs

Elektronische Bauteile, die miteinander kommunizieren, sind aus Industrie, Handwerk und Endprodukten nicht mehr wegzudenken. Dies beschert Elektronikern rosige Aussichten am Arbeitsmarkt. Insbesondere die Elektroindustrie, das Baugewerbe sowie der Maschinenbau suchen derzeit Mitarbeiter mit dieser Ausbildung. Auch Elektroingenieure haben schon einen festen Platz im Ranking. In den Elektroberufen verschwimmen aufgrund der Digitalisierung die Grenzen zu den Nachbardisziplinen wie IT oder Maschinenbau etwas, weshalb Fachkräfte mit diesen Spezialisierungen auch außerhalb ihrer jeweiligen Kernbranche interessante Job-Angebote finden.

 

In der IT haben Software-Entwickler die größte Auswahl an Stellenangeboten. Außerdem entfällt fast jede vierte Position an IT-Fachleute wie Systemadministratoren. Daneben sind insbesondere IT-Analysts und -Berater gefragt: Für 15,6 % der IT-Positionen müssen Kandidaten betriebswirtschaftliches Know-how verbunden mit Expertise in Datenanalyse mitbringen (2015: 11,5 %).

 

Persönliche Kundenbeziehungen bleiben wichtig

Zunehmend digitale Kommunikationskanäle können den persönlichen Kontakt im Vertrieb und Verkauf nicht ersetzen. Kundenberater und -betreuer befinden sich am Stellenmarkt auf dem zweiten Platz. Neben Führungskräften für die Vertriebsleitung stehen in diesem Jahr zukünftige Vertriebspartner besonders im Fokus von Recruitern. Aktuell suchen verstärkt Finanz- und Versicherungsdienstleister Kandidaten mit Erfahrung im dezentralen Vertrieb. Call-Center-Agents fehlen hingegen im Ranking erstmals seit Erhebungsbeginn; sie teilen sich in diesem Jahr die zwölfte Position mit Vertriebsmitarbeitern und -assistenten.  

 

Pflegeberufe: Engpass verschärft sich und Anforderungen steigen

Gesundheits- und Krankenpfleger sind in diesem Jahr „nur“ an dritter Stelle im Ranking platziert. Von Entspannung in der Gesundheitsbranche kann jedoch keine Rede sein. So befindet sich beispielsweise der Anteil von Job-Angeboten für Pflegehelfer auf dem Höchststand: Sie sind in diesem Jahr auf Position 13 vorgerückt. Auch Altenpfleger sind nach einem Rückgang im Vorjahr wieder unter den Top-25-Berufen vertreten. Die vertiefende Analyse der Pflegeberufe hat zudem ergeben, dass die Aufgaben von Pflegefachkräften heute anspruchsvoller sind als vor fünf Jahren, und Arbeitgeber deshalb höhere Anforderungen an ihre Kompetenzen stellen.

 

Hoher Mitarbeiterbedarf in der Lagerlogistik 

Im Tätigkeitsfeld Lager und Logistik benötigen Arbeitgeber vor allem zupackende Hände für Aufgaben im Wareneingang und -ausgang. Lager- und Transportarbeiter waren bislang erst einmal im Ranking der meistgesuchten Berufe vertreten. Darüber hinaus sind derzeit auch Staplerfahrer in größerer Zahl gesucht. Im Gegensatz dazu schwächelt der Stellenmarkt im Bereich Transport etwas.

 

Der Arbeitsmarkt bleibt stabil, obwohl sich die konjunkturellen Aussichten eingetrübt haben. „Mit Blick auf die angespannte Fachkräftesituation setzen Politik und Wirtschaft zu Recht große Hoffnungen in die überwiegend jungen Menschen, die in jüngster Zeit zu uns gekommen sind“, sagt Jörg Mannsperger, Geschäftsführer der DEKRA Akademie, bei der Vorstellung des Reports vor Parlamentariern in Berlin. „Doch ihre Integration in den Arbeitsmarkt wird meist nicht kurzfristig gelingen. Sie scheitert oft schon an den fehlenden Sprachkenntnissen oder Arbeitgebern fällt es schwer, die Qualifikationen von Flüchtlingen einzuschätzen. Asylsuchende und Arbeitgeber benötigen schnell Unterstützung, denn nur mit ausreichenden Sprachkenntnissen ist der Einstieg in eine Ausbildung oder eine qualifizierte Tätigkeit möglich.“

 

Inhalte des DEKRA Arbeitsmarkt-Reports 2016:

Im Erhebungszeitraum vom 22. Februar bis 06. März wurden Stellenanzeigen in elf deutschen Tageszeitungen, zwei Online-Jobbörsen und einem sozialen Netzwerk ausgewertet. Der Report beinhaltet

* einen Überblick über die Entwicklung der Berufe und Tätigkeitsfelder.

* eine vertiefende Analyse von Pflegeberufen.

* eine vertiefende Analyse der Tätigkeit von Berufskraftfahrern.

* einen Exkurs zum Thema „Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen“.

* Expertenkommentare zu Arbeitsmarkt-Trendthemen.

 

Der DEKRA Arbeitsmarkt-Report 2016 kann kostenfrei per E-Mail unter service.akademie@dekra.com angefordert werden und steht als Blätterkatalog unter www.dekra.de/Share/Blaetterberichte/arbeitsmarktreport-2016/blaetterkatalog/ zur Verfügung. Dekra/dip 10

 

 

 

 

 

 

Langzeitarbeitslosigkeit belastet Ältere und Geringqualifizierte

 

Langzeitarbeitslosigkeit ist eine der größten Herausforderungen für jeden Arbeitsmarkt: Je länger eine Person ohne Arbeit bleibt, desto schwerer wird es, in einem neuen Job Fuß zu fassen.

Eine Studie zeigt: Im EU-Vergleich ist die Quote von langfristig Erwerbslosen in Deutschland niedrig. Für deutsche Langzeitarbeitslose ist der Wiedereinstieg aber oft besonders schwer.

 

Gütersloh, 10. Juni 2016. Während viele EU-Staaten noch unter den Auswirkungen der Finanz- und Schuldenkrise leiden, eilt die deutsche Wirtschaft von einem Beschäftigungsrekord zum nächsten. Die gute Wirtschaftslage lässt sich auch an der sinkenden Quote der langfristig Erwerbslosen ablesen: Betrug die Langzeitarbeitslosenquote im Jahr 2008 noch 3,7 Prozent, ist sie 2015 auf 1,9 Prozent gefallen. Damit ist Deutschland das einzige EU-Land, in dem die Langzeitarbeitslosigkeit seit dem Beginn der Finanz- und Wirtschaftskrise deutlich gesunken ist. Das geht aus einer Studie der Bertelsmann Stiftung hervor, für die Daten der Europäischen Arbeitskräfteerhebung (AKE) ausgewertet wurden. Trotz der guten Ergebnisse für Deutschland gibt es keinen Grund zur Entwarnung: Deutsche Langzeitarbeitslose profitieren kaum vom Beschäftigungsaufschwung und sind im EU-Vergleich älter und besonders lange ohne Arbeit.

 

2015 waren EU-weit mehr als 10 Millionen Personen länger als 12 Monate erwerbslos. Das entspricht 4,3 Prozent der Erwerbsbevölkerung. Dabei offenbart die Studie ein deutliches Nord-Süd-Gefälle: Am höchsten ist die Langzeitarbeitslosigkeit in Griechenland (17,7 Pro-zent), Spanien (10,8 Prozent) und Kroatien (10,4 Prozent). Anders als in Deutschland bleibt Langzeitarbeitslosigkeit in diesen Ländern nicht auf sogenannte Risikogruppen wie Gering-qualifizierte beschränkt, sondern zieht sich quer durch die gesamte Erwerbsbevölkerung. Niedriger als hierzulande ist die Langzeitarbeitslosigkeit nur in Großbritannien und Schweden (1,5 Prozent) sowie Luxemburg, Dänemark und Österreich (1,6 Prozent). „Viele südeuropäische Länder leiden unter der Abhängigkeit von einzelnen Wirtschaftsbereichen, die in den Krisenjahren massiv eingebrochen sind. Deutschlands Wirtschaft steht auf mehreren festen Säulen und konnte, zügig vom Krisen- in den Produktionsmodus umschalten“, sagte Aart De Geus, Vorstandsvorsitzender der Bertelsmann Stiftung.

 

Alt und abgehängt: Langzeitarbeitslose in Deutschland

Obwohl die allgemeine Arbeitslosenquote hierzulande auf einem historischen Tief verharrt, können viele langfristig Erwerbslose nicht von der guten Konjunkturlage profitieren. So ist der relative Rückgang der Langzeitarbeitslosenquote seit 2012 vor allem auf die steigende Beschäftigung in Deutschland zurückzuführen. Doch gerade der Anteil Langzeitarbeitsloser an allen Arbeitslosen ist in Deutschland noch immer hoch: Mehr als jeder dritte Arbeitslose in Deutschland ist langzeitarbeitslos (Anteil: 43,1 Prozent, 796.000 Personen).

 

Auch in Bezug auf das Alter der Betroffenen und die Dauer der Langzeiterwerbslosigkeit schneidet Deutschland schlecht ab. Mehr als ein Viertel der deutschen Langzeitarbeitslosen (26 Prozent) ist älter als 55 Jahre. Im EU-Schnitt sind nur 13 Prozent in dieser Altersklasse. Besonders gravierend: Die langfristig Erwerbslosen in Deutschland bleiben auffallend lange ohne neue Beschäftigung. Zwei Drittel der deutschen Langzeitarbeitslosen sind bereits seit mehr als zwei Jahren ohne Arbeit. Zum Vergleich: In Schweden und Österreich sind es nur etwa 40 Prozent. Zurückzuführen ist dies auch auf unterschiedliche sozialrechtliche Regelungen in den EU-Staaten. So beziehen in vergleichbaren Ländern wie Dänemark, Schweden oder Österreich deutlich mehr nichterwerbstätige Personen Früh- oder Erwerbsminderungsrenten und verschwinden so aus den Arbeitslosenstatistiken. In Deutschland wurde diese Praxis der vorzeitigen Verrentung Arbeitsloser weitgehend zugunsten der Wiedereingliederung in den Arbeitsmarkt aufgegeben. Diese gestaltet sich allerdings oft schwierig. „Jobverlust im Alter wird in Deutschland zunehmend zu einer Falle, aus der sich die Betroffenen nicht befreien können“, sagte Aart De Geus, Vorstandsvorsitzender der Bertelsmann Stiftung. „Angesichts des demografischen Wandels und des steigenden Renteneintrittsalters müssen Politik und Unternehmen gemeinsam daran arbeiten, auch älteren Arbeitslosen neue Beschäftigungschancen zu eröffnen.“

 

Soziale Teilhabe und Erwerbsintegration ermöglichen

Wie schwierig sich die Vermittlung der deutschen Langzeitarbeitslosen gestaltet, zeigt sich nicht nur an der Alters- sondern auch an der Qualifikationsstruktur dieser Gruppe. Fast jeder dritte Langzeitarbeitslose ist geringqualifiziert. Hinzu kommen weitere persönliche Vermittlungshemmnisse wie gesundheitliche und soziale Einschränkungen. Joscha Schwarzwälder, Arbeitsmarktexperte der Bertelsmann Stiftung, schlussfolgert daher, dass sich die Langzeitarbeitslosigkeit hierzulande nicht allein mit den herkömmlichen Aktivierungsmaßnahmen beheben lässt.

 

Die auf eine rasche Vermittlung ausgerichtete Politik des Förderns und Forderns stößt beim „harten Kern“ der Langzeitarbeitslosigkeit in Deutschland an ihre Grenzen. Trotzdem sei es laut Schwarzwälder falsch, ALG-II-Empfänger bereits mit 63 zum vorzeitigen Renteneintritt zu zwingen. Neben einer intensiven persönlichen Betreuung durch entsprechend qualifizierte Fachkräfte in den Jobcentern, brauche es mehr Möglichkeiten, schwer vermittelbare Langzeitarbeitslose durch öffentlich geförderte Beschäftigung wieder an den Arbeitsmarkt heranzuführen. Dabei müsse außer der Erwerbsintegration auch das Ziel der sozialen Teilhabe im Vordergrund stehen. Statt längeren Förderdauern für Ein-Euro-Jobs, ließen sich diese Ziele besser durch die Schaffung sozialversicherungspflichtiger und betriebsnaher Beschäftigungsverhältnisse im Rahmen eines „sozialen Arbeitsmarkts“ erreichen. BS 10

 

 

 

 

Bundeskriminalamt. Straftaten von Flüchtlingen gehen zurück, Straftaten gegen Flüchtlinge weiter hoch.

 

Im ersten Quartal dieses Jahres wurden deutlich weniger Straftaten von Flüchtlingen registriert. Wie das Bundeskriminalamt mitteilt, schneiden vor allem Syrer, Afghanen und Iraker gut ab. Angriffe auf Flüchtlinge indes sind immer noch dramatisch hoch.

 

Das Bundeskriminalamt (BKA) hat im ersten Quartal dieses Jahres 18 Prozent weniger Straftaten durch Zuwanderer registriert. Ein Sprecher des Bundesinnenministeriums bezeichnete die Entwicklung am Mittwoch in Berlin als erfreulich. Gemessen an ihrem Anteil an den Zuwanderern sind dem BKA zufolge unter Algeriern, Marokkanern, Tunesiern, Serben und Georgiern überproportional viele Tatverdächtige registriert worden. Von Syrern, Afghanen und Irakern werden dagegen – gemessen an der Zahl der Flüchtlinge aus diesen Ländern – deutlich seltener Straftaten begangen.

 

Von den 69.000 registrierten Taten waren etwa die Hälfte Diebstähle und Betrugs- oder Fälschungsdelikte. Unter Betrugsdelikte fällt auch das Schwarzfahren in Bussen und Bahnen. Ein Viertel der Straftaten waren tätliche Angriffe und Straftaten gegen die persönliche Freiheit.

Angriffe auf Flüchtlinge immer noch hoch

Dass die Zahlen sinken, sei auf die zurückgehende Zahl an Flüchtlingen zurückzuführen, sagte der Sprecher des Innenministeriums. Dies gelte auch für Delikte innerhalb der Flüchtlingsunterkünfte, die um acht Prozent rückläufig waren. Wenn weniger Menschen auf engem Raum zusammenlebten, gebe es vermutlich auch weniger Spannungen.

Die Zahl der Angriffe auf Flüchtlinge und ihre Unterkünfte sei indes immer noch dramatisch hoch, sagte der Sprecher. Zwar gingen die Anschläge auf Unterkünfte im Vergleich zum 4. Quartal 2015 um 127 auf 345 zurück – doch liegt die Zahl damit immer noch mehr als dreimal so hoch wie im ersten Quartal des Vorjahres.

Die Daten zur Kriminalität im Zusammenhang mit Zuwanderung werden alle drei Monate zusammengestellt. Sie basieren auf Zulieferungen der Länder. Für das erste Quartal dieses Jahres hatten alle 16 Länder, die Bundespolizei und der Zoll Daten geliefert. (epd/mig 10)

 

 

 

IIC-Köln: literarische Begegnung

 

Donnerstag, 16. Juni 2016, 17.30 - 19.00 Uhr. Ort: Bibliothek des Instituts

Incontri letterari: Pier Paolo Pasolini 

Zu Pasolinis 40. Todestag möchte der Verein der Freunde des italienischen Kulturinstituts diesem unbequemen und polarisierenden Intellektuellen eine literarische Begegnung widmen, die den Teilnehmern Pasolinis überreiches und ambivalentes Werk in Literatur und Kunst näherbringen soll.

 Der Eintritt ist frei, wir freuen uns aber über Spenden!

 Die Incontri sind für Mitglieder der "Freunde des Italienischen Kulturinstituts Köln e.V." gedacht. Auch Nicht-Mitglieder, die uns kennenlernen wollen, sind herzlich eingeladen.

 Wir bitten um unverbindliche Voranmeldung unter Tel. (0221) 404816 oder eMail freunde.iiccolonia@t-online.de. IIC-Köln  

 

 

 

 

 

ENIT präsentiert sich auf sonoitalia: das neue Online-Reisejournal über Italien

                         

Frankfurt - Heute geht das neue Reisejournal sonoitalia online, das von der Autorin, freien Journalistin und Premio ENIT-Preisträgerin Nicoletta De Rossi und ihrem Redaktionsteam aus deutschen und italienischen Journalisten, Reiseexperten und Graphikdesignern betreut wird. Die Italienische Zentrale für Tourismus gratuliert zu diesem Launch und freut sich, einer der ersten Kooperationspartner zu sein! Das Online-Journal vermittelt mit Reportagen zu bekannten und weniger bekannten Regionen, Interviews und Geheimtipps facettenreiche Eindrücke Italiens. Fesselnde Recherchen des Redaktionsteams wecken Emotionen und versprechen einzigartige Inspirationen für den nächsten Italienurlaub und verschiedene Themenbereiche stellen Italien in all seiner Vielfalt vor und machen Lust auf Erkundungstour zu gehen. Wer eigene Texte und Bilder seines letzten Italienurlaubs besitzt, kann seine Reiseerlebnisse an die sonoitalia-Redaktion senden, die die interessantesten Beiträge in der Rubrik „Blog“ veröffentlicht.  

Mehr Informationen: www.sonoitalia.com. Enit 9

 

 

 

 

Ligurien startet Webseite für Aktivurlauber

 

„Be Active Liguria" ist mit 200 Mountainbike- und Trekkingtouren virtuelle Karte und Planungstool – für alle die im Ligurien-Urlaub aktiv werden wollen

Die regionale Tourismusagentur „In Liguria" lanciert seine neue Webseite für Aktivurlauber im Magazinstil. Die „Be Active Liguria"-Seite, www.beactiveliguria.it/de stellt verschiedene Routen und Wege vor, um die italienische Region zu Fuß oder mit dem Fahrrad zu erkunden. Sie ist das Ergebnis einer zweijährigen Zusammenarbeit mit einschlägigen ligurischen Anbietern und beinhaltet zertifizierte Unterkünfte, Insidertipps und die Möglichkeit individuelle Wander- und Bike-Trails zu erstellen.

„Das neue Portal Be Active Liguria, mit dem wir gerade erst online gegangen sind, ist eine Suchmaschine, die zweihundert verschiedene Strecken mit herunterladbarem GPX Tracking, Tipps für erfahrene Biker und Ausflugsguides sowie stets aktuelle News enthält. Vor allem aber ist es ein Portal, das die Möglichkeit bietet, unter 45 zertifizierten Unterkünfte zu wählen, die sich an strategischen Punkten entlang der schönsten Wege und Biketracks von Ligurien befinden.", so Carlo Fidanza, Direktor der Regionalen Agentur „In Liguria".

 

Zertifizierte Unterkünfte für eine sichere Buchung

Alle 45 Pensionen mit der Qualitätsmarke Bike & Hike – die auf der Webseite bereits mit spezifischen Angeboten zu finden sind – erfüllen die Zertifizierungsbedingungen, die von der Region Ligurien für die Urlaubseinrichtungen festgelegt wurden. Damit bietet Ligurien seinen Gästen Garantien und sichere Urlaubsangebote. Be Active Liguria stellt dabei einen Dialog zwischen der Region und den Anbietern von Tourismusdienstleistungen her. Sportfans finden die 45 Einrichtungen an strategischen Punkten entlang der Routen und bekommen gleichzeitig spezifische Serviceleistungen von hoher Qualität geboten. Acht davon befinden sich in der Provinz von Genua, elf in der Gegend um Imperia, sechs in der Provinz La Spezia und 17 in der Umgebung von Savona, neun davon in Finale Ligure, dem „Eldorado" für Mountainbiker und Free Climber.

 

Individuelle Mountainbike- und Wanderstrecken für GPS und Smartphone

Die Webseite bietet mehr als 200 Strecken mit herunterladbarem GPX Tracking für GPS-Systeme und Smartphones mit Angabe von Höhenprofilen, Höhenmetern, Fahrtzeiten, Intensität und empfohlener Jahreszeit. Im Bereich „Tipps" finden Leser Berichte von Insidern. Das sind erfahrene Biker sowie Wander- und Naturführer, die den Nutzern Ligurien auf ganz einmalige Weise näherbringen. Die Strecken können auch nach verschiedenen Kategorien wie „Natur", „Familie", „Gourmet" und „Kultur" ausgewählt werden.

 

Ligurien auf zwei Rädern

Ligurien gilt mit seinen 65 Fahrradtouren und 42 zertifizierten Radhotels als Eldorado für Mountainbiker. Auf der Webseite werden die Routen nach Fahrradtyp unterschieden: Cross Country, Enduro, Downhill und E-Mountainbike. In der Region befindet sich auch der Alta Via dei Monti Liguri, ein 422 Kilometer langer Weg durch die Berge, der einmal durch die gesamte Region führt. Die Route ist in 43 Abschnitte aufgeteilt, die jeweils drei bis vier Stunden dauern und ist für jeden mit einer guten körperlichen Verfassung geeignet. Einer der beliebtesten Tracks, der XC Molini di Triora, ist eine 30 Kilometer lange, landschaftlich schöne Route - perfekt geeignet für eine sportliche Herausforderung. Wer lieber eine entspannte Tour durch die Natur genießen will, kommt auf dem DH Men auf seine Kosten. Der legendäre Track steckt voller Kontraste, bietet weite Ausblicke über das Meer sowie steile, felsige Abschnitte.

 

Ligurien zu Fuß

Im Bereich für Wanderer wird insbesondere auf zwei „Spezialstrecken" hingewiesen. Hierbei handelt es sich um weit mehr als Wanderrouten – es sind vielmehr Entdeckungsreisen durch Ligurien. Der Höhenweg der Ligurischen Berge und neuerdings auch der Sentiero Liguria führen durch die gesamte Region und offenbaren Etappe für Etappe die denkbar größte Vielfalt an Landschaften, Farben, Düften und Traditionen. Nur wer diese Wege gegangen ist, kann sagen, dass er Ligurien wirklich kennt. Der Höhenweg schlängelt sich auf 44 Etappen von Sarzana nach Ventimiglia über den Kamm der Apenninen und offenbart dabei den Blick auf schneebedeckte Gipfel auf der einen Seite und das glitzernde Meer auf der anderen. Der Sentiero Liguria wurde für Menschen entwickelt, die sich am Meer einfach nicht sattsehen können: Er ist das Äquivalent des Höhenwegs, führt aber nicht über die Berggipfel, sondern direkt an der ligurischen Küste entlang. Ein brandneuer Weg führt von Riomaggiore nach Madonna die Montenero und damit auch zur Wallfahrtskirche in Montenero, wo die Strecke beim Passieren von zahlreichen LED-Lichtern erleuchtet wird.

Für Fans von gutem Essen ist auch das Mangialonga Wanderevent empfehlenswert, das jährlich im Mai stattfindet. Auf dem gastronomischen Weg verkosten Besucher die lokalen Essens- und Weinspezialitäten auf den Weinbergen in Levanto. Strecke und Menü wechseln dabei jährlich.

 

Die wichtigsten Regionen für Aktivurlauber auf einen Blick

Das „Social Media Team Diffuso", zu dem Urlaubseinrichtungen, Verbände, Guides und Naturparks gehören, ist zudem für die Verwaltung der Facebook-Seite „Be Active Liguria" zuständig. Die Inhalte werden direkt von der jeweiligen Region kreiert, um Nutzer über Neuigkeiten zu informieren und von einzigartigen Erlebnissen zu berichten.

 

Über Ligurien

Ligurien liegt im Nordwestern Italiens, im Norden angrenzend an das Piemont, im Südosten an die Toskana und im Westen an Frankreich. Im Süden begrenzt das Tyrrhenische Meer die Region, welche sich in die vier Provinzen Imperia, Savona, Genua und La Spezia gliedert. Auf einer Fläche von ca. 5.400 Quadratkilometern erstrecken sich äußerst kontrastreiche Landschaften und Vegetationszonen. Die über 200 Kilometer lange Küste lässt sich unterteilen in die Riviera di Ponente und Riviera di Levante. Hügel- und Bergland sind den Ligurischen Alpen und dem Apennin zugehörig. Charakteristisch für Ligurien ist neben den an Steilküsten gelegenen verschachtelten Dörfern und malerischen Küstenorten die unberührte Natur im Hinterland. Badestrände, Wanderrouten, Bergpanoramen und italienische Kultur begeistern Familien, Naturfreunde und Ruhesuchende das ganze Jahr über

bei vergleichsweise mildem mediterranem Klima. Während die Hauptsaison zwischen März und Oktober Urlauber mit hochsommerlichen Temperaturen an die Badestrände zieht, eignen sich Frühjahr und Herbst ideal für Aktivurlaube. Neben klassischen Sehenswürdigkeiten wie der Haupt- und Hafenstadt Genua, der spektakulären Steilküste Cinque Terre, den Gebieten der »Blumenriviera« und der Halbinsel Portofino ist Ligurien über die

Grenzen hinaus bekannt für sein Olivenöl und das berühmte »Pesto alla genovese«. Die Regionale Agentur für Tourismus "in Liguria" fördert und vermarktet seit 1998 das regionale touristische Angebot im In- und Ausland.

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