WEBGIORNALE  11-24  LUGLIO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Brexit. L’Ue cambi rotta per evitare la disgregazione  1

2.       PE su Brexit.  L'UE deve fare di più per rispondere alle preoccupazioni dei cittadini 1

3.       Immigrazione. Il futuro Ue passa dalla gestione dei migranti 2

4.       La cultura dell’incontro  2

5.       Il summit. Europa a 27 saluta Cameron, non c’è più posto per il Regno Unito. Ma l’Ue “è da riformare”  3

6.       Alto rappresentante Mogherini, una Strategia per lo sprint Ue  3

7.       Brexit, Parlamento Ue chiede di fare presto  4

8.       Presidenza del Consiglio europeo. Slovacchia, socialisti populisti alla guida dell'Ue  4

9.       Mattarella: "Europa, è l' ora della concretezza. Così l' Italia può fare la differenza"  5

10.   Quattro  tesi  e passi da compiere verso l’Europa dei Popoli 6

11.   Banche, Merkel avverte l’Italia. «Non si cambiano regole ogni 2 anni»  6

12.   Startup italiane in mostra a Berlino  7

13.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  7

14.   Mostra Der Atlas von Padania – l’altra faccia del Bel Paese  7

15.   Negli accordi della Brexit vanno tutelati anche i cittadini italiani in Inghilterra  8

16.   PE. Approvata la nuova Guardia costiera e di frontiera europea  8

17.   Poca memoria nelle università tedesche  8

18.   Berlino. “Le torte di Gaia”. La bancarella del bigné  9

19.   Dieselgate, Volkswagen stanzia 15 miliardi per risarcire i proprietari: è la più grande class action negli Usa  9

20.   La Germania perdona il boia della strage di Marzabotto  9

21.   Kermani, l’intellettuale musulmano che può diventare presidente tedesco  9

22.   Il XXV Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes 2015  10

23.   Migrantes e Caritas: l’Italia approvi una legge sulla cittadinanza  10

24.   Brexit. Londra divorzia dall'Ue: catastrofe in vista  11

25.   Gentiloni: “Unione da rinnovare contro l`effetto domino”  11

26.   “La guerra a Saddam Hussein ha alimentato il terrorismo”  12

27.   Brexit. Percorso ad ostacoli dal referendum all'addio  12

28.   Attentato a Istanbul. Il Califfo contro il Sultano: il tempo delle ambiguità è finito  12

29.   Austria, Corte Costituzionale: "Ballottaggio per le presidenziali da rifare"  13

30.   Amendola: “Noi al centro del Mediterraneo per stabilizzare i governi fragili”  13

31.   Non solo IMU  13

32.   Effetti del Brexit sulla previdenza sociale dei lavoratori migranti 14

33.   La Commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove” del Cgie sull'esito del referendum sulla Brexit 14

34.   Europa migrante: da Marcinelle alla crisi dei rifugiati 14

35.   Tempesta al centro e brividi in banca  14

36.   Il confronto  14

37.   Il sorpasso M5S riaccende il dibattito sull'Italicum   15

38.   Onu: Italia e Olanda si accordano per dividersi il seggio nel Consiglio di Sicurezza  15

39.   Sulle migrazioni si gioca la vera sfida della modernità  15

40.   Il futuro  15

41.   Morti in mare: 2886 nei primi sei mesi 16

42.   Ismu: 178 mila i cittadini stranieri che nel corso del 2015 hanno acquisito la cittadinanza italiana  16

43.   Se il M5S vota con Farage per ritardare l'uscita dalla Ue della Gran Bretagna  16

44.   Novità assoluta per l'Italia: introduzione di un reddito minimo contro la povertà  16

45.   Il ruolo  16

46.   L’azione umanitaria del recupero del peschereccio affondato è un messaggio di responsabilità per l’intera Europa  17

47.   Brexit, Renzi: "Se Ue si smuove è grande occasione"  17

48.   Presentato a Roma il volume “Le migrazioni qualificate in Italia. Ricerche, statistiche, prospettive”  17

49.   Il caso Alfano ora agita la maggioranza  18

50.   Garavini (PD): “Rendere più attraente il Paese per frenare la fuga dei talenti”  18

51.   Cambiare  18

52.   Piemontesi di ritorno: “Il meeting per raccontare i nostri successi all’estero”  19

53.   Sull’iscrizione all’AIRE i Comuni devono essere più attenti e tempestivi 19

54.   Buon compleanno UNAIE. Festeggiati i 50 anni di attività  19

55.   Cassazione, non va espulso chi ha problemi di salute  19

56.   A Roma gli Stati Generali dell’Accoglienza ai migranti: che fare?  19

57.   Trentini nel mondo. Il 16-17 luglio ad Aldeno la Festa Provinciale dell'Emigrazione. “Dalle migrazioni alla nuova mobilità”  20

58.   Giornata dei veneti nel mondo il 24 luglio a Belluno  20

 

 

1.       ITALIANA 2016 - Das italienische Musikfestival in Köln  20

2.       Bundestag stimmt zu. Integrationsgesetz setzt auf Fördern und Fordern  20

3.       US-Wahlen: Europäische Konservative verweigern Trump Unterstützung  21

4.       Nach dem Brexit ist vor dem Brexit. Was können wir nach dem Referendum eigentlich schon sicher sagen?  21

5.       Impulse für eine bessere und stärkere EU. Europäischer Rat 22

6.       Europa wackelt – Zeit für Realpolitik  22

7.       „Im Hause Europa regnet es durch das Dach“  22

8.       Neue EU-Pakte mit Drittstaaten. Afrikanische Länder sollen Flüchtlinge zurücknehmen. Sonst…   23

9.       Menschenhandel: Ein lukratives Verbrechen  23

10.   Einsüden. Warum die NATO im Süden mehr gebraucht wird als im Osten. 23

11.   Nach Brexit-Votum: EU-27 beschließen “Nachdenkphase”  24

12.   Nach dem Brexit 24

13.   Flüchtlinge und die Grenzsicherung: Sorgenkind Ungarn  25

14.   Abkommen noch vor Jahresende. Hilfsorganisationen kritisieren EU-Vorschläge zur Migrationsabwehr 25

15.   Rüstungsexporte auch 2016 auf Rekordkurs  26

16.   Beleidigt sein ist das falsche Rezept. Weshalb wir jetzt alles brauchen, nur kein Exempel an den Briten. 26

17.   USA. Oberstes Gericht stoppt Obamas Reform der Einwanderung  26

18.   Heilsame Rosskur. Der Austritt Großbritanniens erhöht die Chancen für eine Reform der EU. 26

19.   Britische Polizei. Hasskriminalität seit dem Brexit verfünffacht 27

20.   GIZ: Herausforderungen der Flüchtlingskrise aktuell im Fokus. 587 Millionen Euro, um Flüchtlinge zu unterstützen  27

21.   Die Menschen zu Bürgern werden lassen  27

22.   Klares Bekenntnis zur EU. Hängepartie nach Brexit-Votum vermeiden  28

23.   Revolte in Frankreich. Startsignal für ein neues deutsch-französisches Miteinander 28

24.   Straftaten online vorbereitet. Neue Dimension des Hasses im Netz  29

25.   Entscheidungsträger vereinen sich gegen Islamophobie: Erster Europäischer Islamophobie-Gipfel 29

26.   Statistik. Zahl der neu ankommenden Flüchtlinge bleibt stabil 30

27.   Zu wenige Migrant_innen  30

28.   Was ist neu? Neuregelungen zum Juli 2016  30

29.   Rheinland-Pfalz. Gericht stärkt Ansprüche von Ausländern auf Sozialhilfe  31

30.   Jahrespressekonferenz medico international /„Auslagerung von EU-Grenzen schafft neue Fluchtursachen“  31

31.   IQ Netzwerk und Bund ziehen Bilanz  31

32.   „In Islamverbänden zu viel Politik, zu wenig Religion“  31

33.   ifo-Institut. Flüchtlinge positiv für Konjunktur in Ostdeutschland  32

34.   Zum Tod von Elie Wiesel. Merkel: "Ein Mahner und Versöhner"  32

35.   NRW. Integrationsstaatssekretär Klute: Chancen von Zugewanderten stärken  32

36.   Anerkennungs-News. Fehlende Zeugnisse? Hier gibt es Hilfe  33

37.   Özil, Boateng & Co. Was die deutschen von der Nationalmannschaft lernen können  33

38.   Neue Sonderseite. So gelingt Integration  33

39.   Studie. Zustimmung zu Willkommenskultur nimmt ab  33

 

 

Brexit. L’Ue cambi rotta per evitare la disgregazione

 

Il voto per Brexit è il più duro colpo inferto all’ormai traballante ordine multilaterale (occidentale) eretto negli ultimi settant’anni. Può accelerarne significativamente la disgregazione, soprattutto se lo leggiamo male (e da questo punto di vista la miopia finora mostrata dal ceto politico, mediatico e finanziario non è molto rassicurante).

 

Ma quel che è certo è che esso rivela in quale trappola si sia andata a cacciare l’Unione europea, Ue. Voto dopo voto - dalla Grecia all’Olanda, dalla Spagna alla Gran Bretagna e domani, probabilmente, l’Italia e forse la Francia - gli elettori si polarizzano su letture contrapposte della crisi che essi patiscono.

 

Le due Europe

Il fatto è che “Europa” oggi significa due cose contrastanti e antitetiche. E più si spinge su un significato e più l’altro paradossalmente si rafforza. Per le istituzioni politiche e le principali forze economiche, per le élite del denaro, della conoscenza e delle professioni, per i giovani più istruiti e cosmopoliti, “Europa” vuol dire libertà di scelta e movimento, opportunità di investimento e progetto, valori e diritti dell’individuo.

 

Viceversa per tutti coloro che vengono impoveriti da questo tipo di globalizzazione - i lavoratori meno istruiti e i giovani senza prospettive, chi subisce “riforme” che accrescono insicurezza e precarietà, chi può solo affidarsi a servizi pubblici tanto essenziali quanto sempre più lesinati, dalla sanità all’istruzione - “Europa” è venuta a significare impoverimento e incertezza: un’incessante perdita del controllo sulla propria esistenza.

 

La focalizzazione ossessiva sulle migrazioni ce lo dice con chiarezza: chiudere le porte per riacquisire un qualche grado di controllo “in casa nostra” è una pulsione tanto illusoria quanto rivelatrice. E la polemica contro le élite lontane e insensibili, o corrotte e rapaci, non è meno sintomatica della profonda alienazione da ciò che esse hanno costruito.

 

Quale Europa VS Più Europa

È inutile ripetere che la Ue non è la sola responsabile di questo stato di cose, che i governi nazionali l’hanno usata come capro espiatorio delle proprie manchevolezze, o che gli Stati Uniti di Donald Trump rivelano lo stesso malessere. Sono affermazioni corrette, ma a questo punto anche irrilevanti perché inservibili.

 

Con il mercato unico, le frontiere aperte, la libertà di movimento dei capitali e, soprattutto, la moneta unica e le sue austere regole di bilancio, l’Ue è si è assunta il ruolo di interfaccia tra i cittadini e i marosi della globalizzazione. Ragione per cui si è caricata della responsabilità dei loro effetti: di quelli positivi come di quelli dirompenti. E siccome essa appare - e in larga misura è - sottratta al controllo della deliberazione democratica, la protesta di chi subisce e patisce la globalità si indirizza proprio contro di lei.

 

Visto che a livello nazionale o locale gli elettori pensano di poter ancora contare, la loro domanda insoddisfatta si indirizza lì, nella speranza o l’illusione che la democrazia nazionale sia l’ambito per scelte correttive.

 

Per questo la risposta a Brexit che dice “più Europa” ora e subito rischia di essere controproducente. Chi come me gode più che altro vantaggi materiali e simbolici dall’Unione è istintivamente portato a una reazione ulteriormente integrativa. L’“Europa” per me è un valore, in quasi tutti i sensi, e una risposta di tipo federalista ha una sua astratta razionalità. Ma a questo punto come non vedere - dopo tutte le prove che abbiamo avuto! - che per molti elettori “più Europa” appare solo come un ulteriore schiaffo, un’ennesima umiliante marginalizzazione?

 

Il problema non è più o meno “Europa” ma quale. In particolare quale Unione europea? Per fare cosa?

 

L’Ue risponda alla marginalizzazione sociale

In fondo, è proprio la ripetitiva uniformità del discorso che ci ostiniamo a definire “populista”, la somiglianza del profilo sociologico e culturale degli elettori scontenti, a indicare la radice del problema. Se vuole invertire la dinamica ormai prorompente d’erosione del consenso elettorale, se vuole consolidare invece che disgregare il senso d’identificazione collettiva, l’“Europa” non deve essere la scelta tra questa o quella geometria istituzionale, ma una strategia efficace di risposta alla marginalizzazione economica, sociale e culturale di milioni di europei.

 

L’Europa può salvare sé stessa solo se inverte la rotta adottando una priorità assoluta di crescita economica, con massicci investimenti pubblici che rianimino la domanda, se necessario con controlli sui capitali come sulle migrazioni, sicuramente con sostegni efficaci (pagati da tassazioni più progressive) ai servizi essenziali, ai meno abbienti, ai disoccupati. Senza questa profonda inversione di rotta l’Ue rischia davvero di soccombere. O abbiamo bisogno di altre dimostrazioni per convincercene?

 

Che tale svolta accada è, purtroppo, assai improbabile. Richiederebbe una revisione culturale profonda per buona parte delle élite europee, e una disponibilità degli elettori e contribuenti tedeschi che non è dato di vedere.

 

L’Italia farà quindi bene a insistere per una simile strategia di crescita, ma anche a prepararsi a un diverso orizzonte. Se l’Europa insiste ad auto-disgregarsi, ogni nazione ha il diritto-dovere di salvare il proprio contratto sociale democratico, se necessario anche forzando i vincoli europei che stanno sbriciolando le fondamenta sociali dell’Europa unita.  Federico Romero, IAI  3

 

 

 

 

PE su Brexit.  L'UE deve fare di più per rispondere alle preoccupazioni dei cittadini

 

Al Parlamento Europeo il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk hanno discusso di Brexit e altre questioni con i deputati.

I leader dell'UE devono reagire alla votazione del Regno Unito sull'uscita dall'UE facendo di più per difendere il progetto europeo e renderlo più trasparente, sociale e sensibile alle preoccupazioni dei cittadini. Questo è stato il messaggio principale che è venuto fuori il dibattito di martedì mattina con il Presidente del Consiglio europeo Tusk e della Commissione Juncker.

 

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha esordito sottolineando come i leader europei abbiano discusso anche di una serie di questioni non legate alle future relazioni tra il Regno Unito e l'UE. "Il referendum del Regno Unito non distoglie l'attenzione dell'UE dalla crisi migratoria", ha spiegato. Tusk ha poi descritto la discussione su Brexit come "calma e misurata". I leader dell'UE hanno compreso la decisione del primo ministro britannico, David Cameron, di rinviare i negoziati per l'uscita del paese, tuttavia si aspettano che il nuovo governo del Regno Unito presenti il prima possibile la notifica formale. "Nessuna trattativa di qualsiasi natura - ha rimarcato Tusk - avverrà prima di questa comunicazione".

 

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha criticato gli attivisti a favore della Brexit: "Si tratta di "retro-nazionalisti", non patrioti", ha detto, aggiungendo che "un patriota non abbandona la barca quando la situazione diventa difficile" e che "non avevano alcun progetto su dove andare a partire da qui". Junker ha poi insistito sul fatto che l'Unione europea debba diventare "l'Unione degli europei" e che sia necessario accelerare le riforme e metter in pratica le decisioni prese.

 

Oratori in nome dei gruppi politici

Il leader del gruppo PPE Manfred Weber (DE) ha detto che, dopo il voto Brexit, i 27 stati membri non dovrebbero farsi prendere in ostaggio dal caos politico a Londra. Weber ha osservato che Boris Johnson e Nigel Farage hanno "abbandonato la nave" quando la situazione è diventata difficile e ha definito questo comportamento "vile". Weber ha chiesto una nuova cultura politica di responsabilità che sfati i "falsi miti" sull'Europa, poiché l'UE offre benefici alla gente, non è antidemocratica ed è in grado di prendere decisioni. Incolpare l'Unione europea per Brexit ora è "follia", ha concluso Weber.

 

Gianni Pittella, leader del gruppo S&D, ha elogiato la fermezza mostrata dallo scorso Consiglio europeo nel respingere ricatti e ribadito che "se si vuole accesso al mercato unico bisogna accettare anche la libera circolazione delle persone". Pittella ha poi criticato la mancanza di ambizione nelle conclusioni del Vertice, poiché "l'unità dei 27 avrebbe dovuto portare a un progetto di maggiore integrazione, mentre si è rimandato tutto a settembre". "Questo ritardo è l'ennesima prova della debolezza non dell'UE, ma dell'Europa intergovernativa: noi difendiamo Juncker per difendere il metodo comunitario", ha aggiunto, concludendo: "questo è il tempo dell' azione, non dei rinvii".

 

Il leader del gruppo ECR Syed Kamall (Regno Unito) ha detto che il risultato del referendum è stato un "campanello d'allarme" per l'UE. Ha messo in guardia contro l'idea di continuare come nulla fosse accaduto o di mettere troppa pressione sul Regno Unito. I leader europei dovrebbero utilizzare invece la situazione attuale come un'opportunità per ristabilire il contatto con la gente, rendere l'UE più trasparente e prendere in considerazione le preoccupazioni legittime dei cittadini, come la creazione di crescita e occupazione, ha concluso.

 

"I topi stanno abbandonando la nave che affonda”, ha dichiarato Guy Verhofstadt (ALDE, BE). Paragonando l'esito del voto Brexit a un "terremoto", ha invitato il Consiglio europeo a "smettere di camminare come un sonnambulo verso il disastro: una Federazione di Stati non in grado di svolgere le proprie mansioni. O l'Unione europea cambia, oppure morirà. Il Consiglio deve riconoscere che i cittadini non sono contro l'Europa, ma contro QUESTA Europa", ha concluso, rilevando che nell'ultimo sondaggio dell'Eurobarometro i cittadini hanno chiesto più interventi comunitari e non meno.

 

Per il leader GUE/NGL, Gabriele Zimmer (DE), le conclusioni del Consiglio europeo sono "scandalose": l'ennesima "fase di riflessione", come prescritto dai Capi di Stato e di governo, metterebbe ulteriormente a repentaglio la fiducia dei cittadini, dal momento che non hanno ancora indicato "qualcosa di concreto su cui riflettere". Zimmer ha poi criticato Juncker, per "cercare di evitare che i parlamenti nazionali votino l'accordo CETA" e chiesto un programma di "emergenza umanitaria "per le vittime della crisi nell'UE".

 

La leader dei Verdi Rebecca Harms (DE) ha criticato i populisti e i nazionalisti che utilizzano i cittadini per raggiungere i propri scopi e li incoraggiano a votare contro i propri interessi: "Posso solo disprezzare i Farage, Le Pen e von Storch di questo mondo, che spingono i cittadini gli uni contro gli altri", ha detto. Harms ha aggiunto che i restanti 27 Stati membri dell'UE dovrebbero tenere comunque aperta la porta al Regno Unito, ai suoi cittadini e alle sue regioni che desiderano restare in Europa.

 

Paul Nuttall (EFDD, UK) ha detto che l'Unione europea e il Regno Unito dovrebbero intraprendere colloqui "da persone adulte" al fine di ottenere le condizioni migliori per tutti e avere buone relazioni commerciali. In caso contrario, anche gli agricoltori francesi e le case automobilistiche tedesche ne soffrirebbero, ha precisato, riferendosi all'attuale deficit commerciale del Regno Unito nel commercio con l'UE.

 

Anche Marine Le Pen (ENF, FR) ha chiesto un accordo commerciale equo e ha accusato gli "europeisti" di non rispettare la volontà del popolo. Invece di una maggiore integrazione, i popoli rivogliono la loro sovranità e cooperare liberamente, ha detto, invitando l'Unione europea a "cambiare o scomparire."

 

In conclusione, Juncker ha accusato alcuni deputati di aver utilizzato il dibattito su Brexit come pretesto per dire quello che volevano in ogni caso. Né lui né la Commissione nel suo complesso possono ragionevolmente essere ritenuti responsabili per il voto Brexit. Per 40 anni, i governi del Regno Unito hanno negato qualsiasi credito verso l'UE, ha detto. "Alla fine della giornata, non è una sorpresa se la gente crede a ciò su chi si è mentito per decenni: il risultato è ora lì". Juncker ha anche affermato la sua convinzione che "UE" e "stato-nazione" non sono concetti opposti. "UE e le nazioni vanno di pari passo, non vi è alcuna UE da costruire contro o senza le nazioni".

 

Tusk ha detto che il risultato del referendum è stato una conseguenza dell'immagine dell'UE offerta delle élite politiche che è "negativa e spesso ingiusta". Ha detto che i deputati hanno ripetutamente esortato i capi di Stato e di governo di smettere di accusare l'Unione europea di debolezze e fallimenti e invece di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. "Non possiamo cedere alle emozioni negative create durante i giorni scorsi, ma è necessario fare valutazioni sobrie e prendere decisioni razionali", ha concluso.

Federico De Girolamo, PE 5

 

 

 

Immigrazione. Il futuro Ue passa dalla gestione dei migranti

 

Le migrazioni di persone da un paese ad un altro - per fuggire da guerre e persecuzioni, dai cambiamenti climatici e ambientali o in cerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli - sono un fenomeno costante nella storia dell’umanità.

 

Continente di emigrazione fino alla metà del secolo scorso, negli ultimi decenni l’Europa è diventata il punto d’approdo di un numero crescente di migranti, sia per motivi umanitari che economici. Le ragioni sono evidenti: in primis la guerra e l'instabilità nelle regioni vicine ai confini dell’Unione europea (Ue) - basti pensare alla Siria, l’Iraq e la Libia - ma anche le maggiori opportunità in termini di lavoro, istruzione e benessere che i paesi europei possono offrire rispetto ai paesi d’origine dei migranti.

 

La gestione ordinata ed efficace dei flussi migratori è dunque una delle sfide principali che l’Ue ha oggi davanti a sé, e il modo nel quale tale sfida verrà affrontata avrà un impatto fondamentale sui suoi sviluppi futuri.

 

Dalle misure di emergenza alle strategie di lungo termine

La situazione attuale è caratterizzata da flussi importanti - più di un milione di persone solo nel 2015 - che hanno attraversato irregolarmente le frontiere esterne dell’Unione, in gran parte per motivi umanitari, facendo spesso ricorso all’aiuto di trafficanti e mettendo a rischio la loro vita.

 

Questo ha fatto sì che l’azione dell’Unione europea nel 2015 e all’inizio del 2016 si concentrasse - inevitabilmente - sulle misure urgenti da prendere per la gestione dei crescenti flussi migratori alla frontiera sud e sud-est, con l’obiettivo di garantire l’asilo e la protezione umanitaria a chi ne ha diritto, di assicurare una distribuzione equa dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri, e al tempo stesso scoraggiare la migrazione irregolare e contrastare l’azione dei trafficanti.

 

È tuttavia evidente che una gestione efficace dei flussi migratori deve andare al di là delle misure d’emergenza e sviluppare azioni di medio-lungo termine che possano far sì che la migrazione non sia più un problema o una crisi da risolvere ma un elemento che contribuisce allo sviluppo e alla crescita futura delle nostre società.

 

È interessante vedere come, in paesi di più lunga tradizione migratoria come il Canada, il concetto di migrazione sia legato strettamente a quello di ‘nation building’: le persone che accogliamo oggi, ed il successo (o meno) del processo di integrazione, determineranno quello che il nostro Paese sarà tra 20, 50, 100 anni.

 

Fermo restando che la storia e la situazione geopolitica canadese sono completamente diverse da quelle europee, l’approccio alla migrazione come elemento fondante della società futura è indubbiamente un modo molto più razionale di percepire e gestire il fenomeno migratorio, dal quale l’Europa e i suoi Stati membri dovrebbero trarre ispirazione.

 

Decrescita demografica e carenza di manodopera

Tanto più che l’Europa è attualmente un continente in decrescita demografica, con una popolazione in età lavorativa in diminuzione: secondo le proiezioni Eurostat, tra due decenni in uno scenario senza migrazione esterna la popolazione europea in età lavorativa diminuirebbe di 40 milioni di persone, ponendo evidenti problemi di sostenibilità dei sistemi di welfare nazionali.

 

Inoltre, pur in presenza di livelli elevati di disoccupazione in diversi Stati membri, è un dato di fatto che vi sono ovunque in Europa settori con carenza di manodopera, come ad esempio l’ambito delle tecnologie di informazione e comunicazione.

 

È per questo che nell’Agenda europea sulla migrazione del maggio 2015, la Commissione ha sottolineato la necessità, nell’ambito di un approccio globale al fenomeno migratorio, che l’Unione europea sviluppi una politica volta ad attirare i talenti e le competenze necessarie a mantenere e accrescere la competitività dell’economia europea.

 

Un passo importante in questa direzione è l’adozione il 7 giugno scorso della direttiva “Carta Blu” europea, al fine di facilitare l’ingresso e la mobilità all’interno dell’Ue dei lavoratori di paesi terzi altamente qualificati, particolarmente in settori chiave per l’economia europea.

 

Tale proposta segue di poco l’entrata in vigore della direttiva 801/2016, che facilita l’ammissione di studenti e ricercatori stranieri, promuovendone anche la mobilità intra-Ue, in particolare per coloro che siano beneficiari di programmi europei quali Erasmus+.

 

Puntare sull’integrazione

Sempre il 7 giugno, la Commissione europea ha adottato un Piano d’azione per l’integrazione dei migranti, con misure di sostegno pratico e finanziario agli Stati membri. È solo investendo in politiche efficaci d'integrazione - nel mercato del lavoro, nel sistema educativo e nella società più in generale che l’immigrazione potrà avere effetti positivi per il paese d’accoglienza.

 

È altrettanto evidente che, al contrario, i costi della non-integrazione possono essere molto alti, non solo in termini economici, ma anche e soprattutto dal punto di vista della coesione sociale.

 

Tale quadro sarà inoltre completato a breve da ulteriori misure che possano facilitare l’accesso legale a coloro che hanno un bisogno riconosciuto di protezione, limitando in tal modo i flussi irregolari e l’azione dei trafficanti, oltreché da una cooperazione rafforzata con i paesi d’origine e transito dei migranti, come indicato nella recente Comunicazione sulla creazione di un nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi.

 

È indubbio che la sfida più difficile per i prossimi anni sarà riuscire a superare le divisioni profonde e i riflessi nazionalisti che sono emersi negli ultimi tempi tra gli Stati europei sulle questioni migratorie, al fine di raggiungere un consenso politico ampio sulla strategia globale di medio e lungo termine che la Commissione ha sviluppato sinora e che continuerà con forza a promuovere.

Laura Corrado, AffInt 6 

 

 

 

 

La cultura dell’incontro

 

La strage di Dacca (ma non solo quella) ha inferto un colpo decisivo all’equazione – data per scontata dagli imprenditori della paura – tra immigrazione e terrorismo. Dobbiamo riconoscere che a tutt’oggi gli attentatori non sono praticamente mai gente arrivata in Belgio, in Francia o in Bangladesh con i barconi… Non a caso i commenti sull’identità degli autori del massacro oggi si appuntano sul fatto che si tratta di giovani rampolli di famiglie note e di ampie possibilità economiche, ben diverse dalla popolazione poverissima che abita il Paese.

Una seconda facile equazione è stata smentita. I dati diffusi dall’FMI, dal Rapporto Caritas/Migrantes dello scorso anno, come i risultati della ricerca della Commissione Bilancio della Camera, ci dicono che l’immigrazione – sul piano meramente economico – conviene; anzi ne abbiamo perfino bisogno.

Questi due elementi obbligano tutti ad affrontare il tema dell’immigrazione lasciando sullo sfondo luoghi comuni e facendo leva su alcuni punti-chiave.

Innanzitutto, il linguaggio. L’uso di alcune parole (invasione, emergenza, crisi…) non aiuta certamente ad affrontare correttamente le trasformazioni corso; contribuisce, piuttosto, a falsare i dati reali e ad allargare la forbice tra percezione e realtà del fenomeno migratorio (30% la percezione; 8,2% i numeri reali).

Occorre, inoltre, riconoscere come delle politiche migratorie si continui a fare una lettura prevalentemente, se non esclusivamente, economica, ma di un’economia falsata: “Vengono e ci portano via i posti di lavoro…”.

Infine, rispetto ad altre epoche segnate dalla migrazione, in questa fase c’è un elemento di novità, costituito dalla forte presenza dell’Islam. La lettura integralista dell’Islam, che è alla base del terrorismo, sta ritardando – se non escludendo – la possibilità di incontro con l’esperienza di un Islam moderato.

Da qui, due conseguenze, da cui è necessario guardarsi:

- Alla lettura integralista dell’Islam da parte di alcuni, si va facendo strada una lettura integralista e, quindi, ideologica del Vangelo, fino ad arrivare a quello che due giovani hanno fatto sul Lungomare del Porto d’Ascoli: due bengalesi, che vendevano fiori, pestati a sangue perché non hanno saputo recitare il Vangelo.

- La riaffermazione del ruolo pubblico della religione cristiana, che alcuni Stati e alcuni movimenti stanno veicolando, in realtà riduce l’esperienza religiosa a uno strumento da opporre all’altro.

Se e quando si riesce – con grande realismo e senza facili irenismi – a guardare al fenomeno migratorio liberandolo da facili, deformanti e disinformate equazioni, è possibile percorrere un’altra strada, che è quella nella quale la Chiesa si riconosce.

Una strada caratterizzata da alcuni punti di riferimento molto chiari: l’immigrazione costringe a guardare la storia a partire dalla prospettiva di “quelli che non ce la fanno”; il fenomeno della mobilità va guardato con gli occhi – il più delle volte impauriti – dei “profughi”. Quello della mobilità è un fenomeno di volti e di storie che dovremmo almeno tentare di immaginare!

Alla base della visione “integrale” della mobilità umana da parte della Chiesa vi sono almeno due considerazioni:

- l’emigrazione è solo un aspetto della vita di queste persone. Nella loro vita c’è altro: progetti personali e familiari, attese per la vita dei propri figli. Di qui la necessità di accostarsi ai migranti centrandosi sulle persone a partire dalle loro esperienze;

- l’importanza che, in queste storie, va data alla volontà e alla possibilità di ricongiungersi con le proprie radici (spesso non solo familiari), che appartengono a una storia e a una cultura.

Difficile, quindi, non far proprie le parole di Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato promossa dall’ONU (20 giugno):

“I rifugiati sono persone come tutti, ma alle quali la guerra ha tolto casa, lavoro, parenti, amici. Le loro storie e i loro volti ci chiamano a rinnovare l’impegno per costruire la pace nella giustizia. Per questo vogliamo stare con loro: incontrarli, accoglierli, ascoltarli, per diventare insieme artigiani di pace secondo la volontà di Dio” (Angelus, 19 giugno 2016)

A chi mi chiede se c’è un’alternativa all’uso (scontro) ideologico che alcuni  - mi auguro inconsapevolmente – tendono ad alimentare, io dico che questa strada c’è. Ma non è certamente quella che sta percorrendo la nostra vecchia Europa; quella di questi ultimi tempi e degli ultimi pronunciamenti.

Dopo la Brexit si sono moltiplicate le richieste – non so quanto consapevoli e sincere – per la costruzione di  un’Europa dei valori, andando oltre un’Unione meramente economica. Mi piacerebbe che, soprattutto chi sta invocando un' Europa dei valori, ci mettesse la faccia per far diventare realtà questa aspirazione. Ma, se le premesse restano quelle finora note, si fa fatica a credere che si possa riuscire a vedere un’Europa capace di scrollarsi di dosso il fiato pesante di lobby ben organizzate e in grado di smettere di essere ostaggio di gruppi di pressione fortemente ideologizzati e quindi capaci di fronte in maniera efficace a chi si presenta con l’arroganza e la violenza supportate dal proprio integralismo. Mi piacerebbe sapere di quali valori parlano quanti, in questi giorni, si dicono stufi di un’Europa senza valori e senza radici. Mi sembra fin troppo evidente e pesante il prezzo che stiamo pagando alla perdita di una identità culturale, politica e religiosa. Come stucchevole e insopportabile sta ormai apparendo a tanti la pretesa di dichiarare "retrograda" la nazione che in Europa non decide subito o necessariamente di adeguarsi per trasformare rispettabili diritti individuali in impegnative leggi dello Stato da imporre e far riconoscere a tutti. Stiamo vivendo giorni in cui si avverte tutta la debolezza di un’Europa costruita più su delle primazie, che sul rispetto e la valorizzazione delle differenze fra gli Stati membri. È come quando - fatte le dovute proporzioni - in una famiglia, che in senso etimologico significherebbe un impegno a «servire per la casa comune», gli interessi di parte diventano invece predominanti, e questo sguardo miope fa crollare tutto.  Nunzio Galantino, de.it.press

 

 

 

 

 

Il summit. Europa a 27 saluta Cameron, non c’è più posto per il Regno Unito. Ma l’Ue “è da riformare”

 

Il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno ha preso atto del Brexit e si prepara ad avviare i negoziati per l'addio britannico alla "casa comune". Londra rimarrà "amica e partner" privilegiata dell'Unione, che, nel frattempo, mette in moto il processo di riforma interna. Perché nazionalismi e populismo fanno paura a tutti

 

L’Europa non porge l’altra guancia. Accusato il colpo del referendum britannico della scorsa settimana, il Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles il 28 e 29 giugno ha voluto mettere in chiaro che “l’Ue va avanti, con o senza il Regno Unito”. Certo, la “profonda amarezza” per il passo indietro di Londra è diffusa (e scritta nero su bianco nei documenti del vertice), così come le preoccupazioni sono latenti, non fosse altro che per una lucida consapevolezza: se populismo e nazionalismo hanno prevalso nell’isola, si potrebbero imporre anche sul continente. Forse per questa ragione non si delinea alcun trattamento “ammorbidito”. Così la prima giornata del summit accoglie e ascolta il premier dimissionario David Cameron, giunto alla riunione dei capi di Stato e di governo dell’Unione sconfitto dalle sue stesse decisioni. La seconda giornata dei lavori prosegue “a 27”, per preparare l’uscita inglese e abbozzare il futuro a “ranghi ridotti”.

 

Nessuna eccezione. Spetta al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, tracciare un primo bilancio del vertice. “Non ci saranno negoziati” per il Brexit “finché il governo del Regno Unito non notificherà ufficialmente la sua volontà di uscire dall’Unione europea”. I 27 leader “ribadiscono che l’accesso al mercato unico europeo richiede l’accettazione delle quattro libertà fondamentali dell’Unione”, ossia la libertà di circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi e che “non vi potranno essere eccezioni”. Tradotto: se Londra pensava di piegare l’Ue ai suoi desiderata e di trattare i lavoratori comunitari come stranieri o cittadini di serie B, con un limitato accesso ai benefici del welfare, ha inteso male. Al governo di Cameron il Consiglio europeo di febbraio “aveva offerto tutto quanto si poteva offrire”: la possibilità di restar fuori da ulteriori integrazioni politiche, mano libera su moneta e mercati finanziari e sull’“Europa sociale”. “Ma i cittadini britannici hanno scelto diversamente” e ora non resta che discutere le modalità dell’addio dalla “casa comune”.

 

Mandato negoziale. Il tutto avverrà “senza fretta”, nel rispetto dei Trattati e “degli interessi reciproci”, ha ribadito cento volte in questi giorni lo stesso Tusk.

“Il Regno Unito rimarrà un partner importante”, un amico e un alleato per l’Ue:

i legami economici, sociali e culturali sono evidenti, i comuni interessi strategici in materia – ad esempio – di sicurezza, frontiere, energia, imprese, ricerca e mercato sono indiscutibili. Quindi si attende che il successore di Cameron giunga a settembre con un mandato negoziale pieno per preparare, nel giro di due o tre anni, il divorzio consensuale.

 

Necessaria una svolta. Poi Tusk cambia tono e riconosce che “questa Europa va riformata”. Se ne è – finalmente – discusso nelle ultime ore del summit, dandosi poi appuntamento a metà settembre a Bratislava, quando la presidenza di turno del Consiglio dei ministri Ue sarà passata dai Paesi Bassi alla Slovacchia (il 1° luglio). Qui entra in gioco il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. L’Esecutivo, infatti, è l’istituzione Ue incaricata, secondo l’articolo 50 del Trattato, di condurre i negoziati con Londra sulla base di un mandato definito da Consiglio e Parlamento europeo. “È chiaro che non ci saranno negoziati segreti o informali – si affretta a dire Juncker –. Non ci sarà neppure un’Europa o un mercato unico à la carte”. La Commissione, “custode dei Trattati”, terrà dunque salda la barra di navigazione. Poi lo stesso Juncker, negoziatore di lungo corso, è costretto a riconoscere che “l’Ue è da riformare. Si tratta però di riforme che attuino l’integrazione comunitaria”, non che procedano in senso inverso.

 

Solidarietà di fatto. Attuare, migliorare, rendere più efficace; non cambiare rotta. “Non ci sarà – spiega sillabando Juncker – una nuova Convenzione europea né i Trattati saranno riscritti”. Il Regno Unito se ne va, dunque; resta il monito, la “scossa benefica” come dice qualcuno a Bruxelles, giunta dal Brexit. Perché al tavolo del summit sono state numerose le voci dei leader Ue – specie dell’est, ma non solo – che hanno invocato cambiamenti. Anche se, a conti fatti, l’aggancio con l’Ue è pur sempre sinonimo di pace, diritti, democrazia. Col mercato unico si possono fare buoni affari e i fondi comunitari fanno gola a tutti.

Così tornano a prevalere il buonsenso e la “solidarietà di fatto”

che, da 70 anni, tiene insieme Stati e popoli tanto diversi e che può dimostrarsi necessaria in tempi di recessione economica, di forti pressioni migratorie e di minacce terroristiche. Il progetto comunitario è pur sempre buono, dicono i leader lasciando Bruxelles: ora va aggiornato ai tempi nuovi e alle sfide che giungono agli Stati membri e all’Ue nel suo insieme da dentro e da fuori i suoi confini. Gianni Borsa, Sir 29

 

 

 

 

Alto rappresentante Mogherini, una Strategia per lo sprint Ue

 

 L’ultimo atto con la firma dei 28 stati dell’Unione europea. Ad approvarlo è oggi il Consiglio europeo, il primo dopo il referendum sulla Brexit. È in questo quadro di frammentazione che l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha deciso di lanciare la sua Global Strategy, documento che le era stato commissionato dai governi dell’Unione lo scorso anno.

 

L’Europa di Solana e quella di oggi

Il documento segue quello varato nel 2003 da Xavier Solana. All’epoca, attraverso il multilateralismo efficace si cercava di ricompattare un’Europa spaccata dalla guerra in Iraq che aveva lasciato da una parte Francia e Germania e dall’altra il Regno Unito.

 

Oggi, invece, la ricerca del consenso si deve confrontare con spaccature molteplici e meno nitide che necessitano di risposte operative, capaci di andare oltre la condivisione di storia e valori. È per questo che la Strategia è globale non solo nella sua dimensione geografica, ma anche nella vasta gamma di politiche e strumenti attraverso cui cerca di realizzare la sua missione.

 

In un’epoca di crisi esistenziale del demos europeo, il documento - che questa volta coinvolge anche la Commissione, visto che la Mogherini ha usato il suo cappello da vicepresidente di questa istituzione - parte dal riconoscimento e dalla riaffermazione di interessi e principi condivisi come pace, sicurezza e prosperità. In tale ottica, viene riconosciuta la necessità di sostenere, tutti insieme, un ordine globale che si basi su regole in grado di garantire il multilateralismo, l’unico modello valido in un mondo sempre più complesso e interconnesso.

 

L’ambizione di fondo è quella di dare un’autonomia strategica al patto europeo, cercando di rispondere ai problemi che generano ansia nei cittadini, in primis quelli relativi alla sicurezza, sempre più a rischio a causa di minacce reali e ibride.

 

Difesa, tra accelerazioni e reticenze

Non a caso, il capitolo sulla Difesa è stato uno dei più problematici da affrontare. Se da una parte alcuni Stati, capitanati dalla Francia, hanno spinto sull’acceleratore, dall’altra ci sono state reticenze non solo da parte di Londra, ma anche di Svezia e paesi non Nato contrari a ulteriori passi in avanti.

 

In questo clima, la Strategia affronta non solo le minacce terroristiche sotto gli occhi di tutti, ma anche quelle cibernetiche, climatiche, energetiche e derivanti tanto dal crimine organizzato come dalla volatilità economica. Pur riaffermando l’importanza di lavorare in stretta collaborazione con i partner dell’Unione, Nato in prima battuta, la Strategia pone l’accento sulla necessità di dotarsi di strumenti autonomi, ad esempio rendendo davvero operative le forze di reazione rapida europee (EU Battlegroups), eliminando tutte le barriere che da tempo impediscono la creazione di un sistema di difesa europeo al 100%.

 

Attraverso questi strumenti, l’Unione dovrebbe innanzitutto essere in grado di prevenire i conflitti, rispondendo a quelli più violenti che minacciano gli interessi comunitari attraverso un approccio integrato ed esauriente. Nel farlo, si propone di utilizzare tutte le politiche a sua disposizione, guardando anzitutto ai confini orientali e meridionali dell’Unione, rivitalizzando la politica di vicinato e investendo nel potere attrattivo dell’Ue in quei paesi.

 

Dopo difficoltà iniziali, è stato fatto un passo in avanti grazie al raggiungimento di un compromesso anche sulla relazione con la Russia, descritta come una sfida strategica. Ribadendo il non riconoscimento dell’ammissione della Crimea, la Strategia ammette l’esigenza di un cambiamento sostanziale nelle relazioni bilaterali, ovviamente vincolato al rispetto del diritto internazionale.

 

Immigrazione, cercasi politica più efficace

Guardando a sud, tanta l’attenzione riservata all’immigrazione, altro tema di frizione tra i diversi paesi, soprattutto a causa di quegli Stati che volevano trattare il tema guardando solo le frontiere esterne. Parlando di una più efficiente politica migratoria e affrontando la questione anche da un punto di vista interno all’Ue, si insiste sull’importanza della collaborazione con i paesi di origine dei migranti, al fine di prevenire le cause di spostamento, gestire i flussi e combattere anche la criminalità transfrontaliera.

 

La Strategia scommette su una stabilità di lungo periodo, basata sul riconoscimento dei diritti umani di tutti i cittadini e sulla collaborazione non solo con le organizzazioni regionali, ma anche con le diverse società civili.

 

Il contributo dello IAI

Ed è sempre a queste ultime, stavolta quelle dei paesi comunitari, che la Strategia si rivolge per trasformare la sua visione in azione, per fare dell’Ue un’Unione coerente e coordinata che guadagni credibilità (attraverso il rafforzamento del suo apparato di Difesa) e utilizzi la Cooperazione allo sviluppo in modo più flessibile, reattivo ed efficace.

 

Questo appello alla collettività della cittadinanza europea è la diretta conseguenza del coinvolgimento della società civile nella realizzazione dell’intera Strategia. Partendo dal presupposto che la politica estera riguarda non solo i governi, ma anche ogni singolo cittadino, Federica Mogherini ha chiesto costantemente agli europei di esprimere, attraverso l’apposito sito, la loro opinione su alcune questioni al centro del Documento.

 

Suggerimenti più specializzati sono invece arrivati da esperti dei diversi settori interessati. Come ribadito dalla stessa Lady Pesc in una lettera ufficiale di ringraziamenti, il contributo dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) è stato determinante. Non solo perché la stesura del testo è stata affidata alla vicedirettrice Nathalie Tocci, adviser della Mogherini già quando era ministro degli Esteri, ma anche perché l’intero team di ricerca ha contribuito, con le sue competenze, all’architettura di questa Strategia.

 

Partecipando alla stesura di questo documento, primo seme di rilancio con il quale Bruxelles cerca di elaborare il divorzio da Londra, anche lo IAI spera di scongiurare pericolosi contagi, facendosi promotore di una Strategia che si propone di fare un salto in avanti, trasformando in azione quella che per ora è solo una visione comune.  Azzurra Meringolo, Iai 29

 

 

 

 

Brexit, Parlamento Ue chiede di fare presto

 

La plenaria straordinaria ha approvato la mozione di risoluzione con cui chiede di avviare «il prima possibile» i negoziati di uscita del Regno Unito – di EMANUELE BONINI

 

BRUXELLES  - «Siamo noi a dettare l’agenda, non chi vuole uscire». E’ nelle parole del presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, il senso della sessione plenaria straordinaria e del dibattito politico dopo il referendum britannico. Le istituzioni Ue sono decise a tenere il punto e andare avanti, come anche espresso dal presidente della Commissione europea. «Non mi fermo», assicura Jean-Claude Juncker. Da Bruxelles non ci saranno concessioni al Regno Unito, con i negoziati con Londra che non inizieranno finché non arriverà la richiesta formale del governo. Si procederà a Ventisette, anche se gli euroscettici sono pronti a scommettere che l’Unione europea è finita e che il numero dei membri è destinato a diminuire. L’Eurocamera intanto mette pressione approvando la risoluzione per chiedere il rapido avvio dei negoziati dell’abbandono britannico e la modifica dei calendari per evitare la presidenza di turno del Consiglio del Paese d’oltre Manica, prevista originariamente per il secondo semestre del 2017. 

 

Il voto dell’Aula: Londra si sbrighi a uscire  

Il Parlamento europeo approva la mozione di risoluzione con cui chiede di avviare «il prima possibile» i negoziati di uscita del Regno Unito. La vota anche l’Enf, il gruppo di Matteo Salvini e Marine Le Pen, «al fine di tranquillizzare i mercati», come precisa il loro testo di risoluzione. I deputati europei intendono togliere la presidenza di turno. Approvata la richiesta al Consiglio Ue di «cambiare l’ordine delle presidenze per evitare che il processo di uscita si ripercuota sull’agenda quotidiana dell’Unione». Con questo messaggio, e l’intenzione di Tusk di condurre i lavori a Ventisette (domani i capi di Stato e di governo si riuniranno senza il collega britannico, una volta finito il vertice dei leader) il semestre europeo a guida britannica dovrebbe slittare. L’Aula fa quadrato attorno a Jean-Claude Juncker, respingendo la mozione di sfiducia presentata dal leghista Lorenzo Fontana a nome del gruppo Enf. Era contenuta in un emendamento alla risoluzione, bocciato a larga maggioranza. Solo 110 deputati sui 751 totali hanno sostenuto l’emendamento a firma Lega-Enf. 

 

Commissione al gran completo. Juncker: andiamo avanti  

In Aula era presente l’intero collegio dei commissari, incluso il dimissionario Jonathan Hill. Il britannico responsabile per la Stabilità dei mercati finanziari fino al 15 luglio ha ricevuto l’applauso dei deputati europei «per il lavoro svolto» nel corso del suo mandato, e anche per «aver fatto campagna per rimanere», come sottolineato dal presidente dell’Eurocamera, Martin Schulz. Juncker ha quindi ribadito la volontà di proseguire con determinazione, in sintonia con il Parlamento europeo. “Contrariamente a quanto leggo sulla stampa tedesca non sono né malato né stanco. Fino all’ultimo respiro lavorerò per l’Europa. Resto quello che sono: un europeista”. Juncker promette battaglia. «I nazionalisti non sono patrioti», dice. Quindi conferma l’approccio del suo esecutivo. «Abbiamo approvato un piano per l’energia, promosso l’agenda digitale. Adesso dovrei cambiare la strategia energetica? No, si prosegue lungo la strada definita e concordata con le istituzioni comunitarie». La Brexit non cambia nulla, o forse sì. Rilancia la scommessa comune. «Il sogno europeo continuerà con determinazione e rinnovata ambizione». La linea decisa di Juncker sta nella risolutezza con cui il lussemburghese intende condurre la partita con Londra: niente sconti, niente concessioni. «Ho vietato ai commissari, ai direttori generali, ai funzionari, di negoziare con qualunque rappresentante del governo britannico. Nessuna ratifica, nessun negoziato». O, se preferite, «no ratification, no negotiations», per sintetizzarla come l’ha sintetizzata Juncker usando volutamente un motto in inglese. 

Gli euroscettici: Brexit solo l’inizio  

Si prendono rivincite gli euroscettici, a cominciare da Nigel Farage, leader dell’UKIP (sigla per «Partito per l’indipendenza del Regno Unito») e tra i principali fautori della Brexit. L’Aula non la fa parlare, con grida e rumori. Deve essere Schulz a intervenire, per riportare ordine e calma. «Venivo deriso quando dicevo che il Regno Unito avrebbe votato per uscire, oggi non ridete più». Il britannico, con bandierina appositamente messa sul suo scranno, sfida l’Aula. «Siete in uno stato di negazione, negazione come progetto e come politiche di povertà imposte in Grecia», dice a nome del gruppo Efdd, lo stesso del Movimento 5 Stelle. «Il Regno Unito non sarà l’ultimo Paese a lasciare l’Ue», scommette quindi prima di cedere la parola a Marine Le Pen, presidente del gruppo Enf dove siedono anche leghisti e la truppa dell’ultra destra olandese di Geert Wilders, il primo a chiedere referendum nazionali contro l’Ue sulla scia di quello britannico. Un’idea rilanciata dalla leader del Front National. «Questa è la fine dell’Unione europea, e l’inizio della costruzione di un futuro migliore per il Regno Unito. Tutti noi dovremmo costruire un futuro migliore». Vuol dire Brexit per tutti. Anzi, «emancipazione dei popoli», per usare la retorica lepeniana.  

Sfiduciato il leader laburista  

Una larga maggioranza di deputati del Labour ha votato per la sfiducia al leader Jeremy Corbyn. La votazione non è vincolante per il capo dell’opposizione.

LS 28

 

 

 

 

Presidenza del Consiglio europeo. Slovacchia, socialisti populisti alla guida dell'Ue

 

 Per la prima volta dal 2004, anno della sua adesione all’Unione europea, Ue, la Slovacchia si prepara ad assumere la presidenza di turno del Consiglio europeo. A partire dal primo luglio, Bratislava è succeduta ai Paesi Bassi e si troverà a gestire uno dei periodi più difficoltosi del progetto europeo.

 

Dopo il referendum dello scorso 23 giugno in Gran Bretagna che ha visto la maggioranza dei votanti scegliere l'uscita dall'Ue si è aperto un periodo di incertezza in merito alle modalità e alle tempistiche del divorzio, con buona probabilità che il tema capitalizzi la maggior parte degli sforzi della presidenza slovacca. Per questi motivi, l'agenda della presidenza slovacca è stata adottata il 30 giugno, ad una settimana dal voto inglese, in discontinuità con la tradizionale presentazione un mese prima dell'assunzione dell'incarico.

 

Fico, l’Orbàn slovacco

Intervenendo sulla Brexit prima del voto, il Primo Ministro slovacco Robert Fico aveva sottolineato come il referendum, indipendentemente dal suo risultato, avrebbe preso atto di un'evoluzione della Ue in un'Europa a due velocità, in cui il processo di integrazione è destinato ad interessare solo i Paesi dell'eurozona, lasciando spazio a forme di cooperazione su base volontaria e meno stringenti con gli altri membri. Fico aveva quindi riconosciuto il potenziale centrifugo di questa prospettiva, ma aveva assicurato che il futuro di Brastilava è parte dell'Ue e dell'eurozona.

 

Proprio su quest'ultimo tema il Primo Ministro è intervenuto più volte, lanciando l'allarme sulla necessità di preservare l'identità culturale del proprio Paese a fronte di un'immigrazione incontrollata. Proprio facendo leva su sentimenti nazionalisti e xenofobi, il governo slovacco ha fatto ricorso alla Corte europea di Giustizia in merito al piano di redistribuzione dei migranti fra i Paesi membri promosso dalla Commissione e ha mantenuto una retorica anti-islamica, definendo i musulmani come impossibili da integrare.

 

Fico è al terzo mandato e a capo di una coalizione divenuta necessaria dopo le elezioni del 5 marzo scorso che hanno visto la perdita della maggioranza parlamentare del suo partito Smer Sd. Dichiaratamente social-democratico, lo Smer ha in realtà molto da spartire con le formazioni politiche populiste di sinistra che hanno consolidato la propria posizione nella scena politica dell’Europa mediterranea.

 

L'Ue vuole risolvere in più fretta possibile il "divorzio" con la Gran Bretagna, proprio per evitare che un ennesimo immobilismo delle istituzioni europee possa favorire i partiti euroscettici, già incoraggiati dal risultato del voto e decisi a ripeterlo nei rispettivi Paesi. La necessità dell'Europa di implementare delle politiche efficaci volte a temperare la disaffezione in crescita resta una priorità.

 

Slovacchia, ostacolo alle politiche migratorie?

Per questi motivi, a Bruxelles si guarda con preoccupazione alla presidenza della Slovacchia, temendo che il Paese possa diventare un ostacolo nella definizione delle strategie per far fronte alla crisi migratoria, secondo tema centrale del semestre europeo. La Slovacchia è infatti parte del gruppo Visegrád (con Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria), fortemente opposto alle politiche di accoglienza e redistribuzione dei migranti ed è stato in prima linea per premere e favorire la chiusura della rotta balcanica l’autunno scorso.

 

Il 7 giugno la Commissione europea ha presentato un nuovo piano nel quadro dell'European Agenda on Migration, con l'obiettivo di investire in Paesi terzi e ridurre il flusso di migranti verso l'Europa. I fondi messi a disposizione - 8 miliardi nel periodo 2016-2020 - saranno vincolati al rispetto di parametri definiti dall'Ue e contano sul coinvolgimento del settore privato e dei Paesi membri, sperando in un effetto moltiplicativo, sulla falsariga del Piano Juncker presentato nel 2014.

 

Proprio su questo tema, la Slovacchia si è dichiarata contro dei meccanismi obbligatori per i Paesi membri e ha sollevato molti dubbi in merito a una guardia costiera comune per la protezione dei confini esterni dell'Ue che non risponda direttamente ai governi nazionali.

 

Agenda mediocre

Al netto delle paure di Bruxelles, certo è che la Slovacchia non vuole spendere il semestre europeo dedicandosi al crisis management. Diplomatici slovacchi hanno rivelato che l'agenda si occuperà di diverse tematiche, proseguendo da un lato nel solco del lavoro portato avanti dai Paesi Bassi, dovendo per esempio chiudere entro l'anno con la definizione del bilancio per il 2017 e continuare con i negoziati sul Ttip, mentre dall'altro lato si vuole accelerare sull'Energy Union e sul Digital Single Market.

 

Il ministro degli Esteri Miroslav Laj?ák ha fatto eco alle posizioni di molti leader europei che hanno chiesto alla Gran Bretagna di avviare il processo di fuoriuscita previsto dall'art. 50 del Trattato sull'Unione europea. Tuttavia, un negoziato rapido ed ordinato non sembra plausibile.

 

Le premesse, insomma, non sono le migliori per portare avanti un'agenda ambiziosa, visti i temi pressanti che stanno capitalizzando il discorso europeo. In un momento così delicato, tuttavia, la Slovacchia dovrebbe avere tutto l'interesse a placare le paure di Bruxelles e favorire la stabilità del blocco, rischiando, al contrario, di essere messa ai margini del processo decisionale.

Matteo Garnero e Eleonora Poli, AffInt 2

 

 

 

 

Mattarella: "Europa, è l' ora della concretezza. Così l' Italia può fare la differenza"

 

"L' Ue sappia legittimarsi di fronte alle attese della gente. Ora risposte comuni su economia, migranti e sicurezza. E non tergiversare su Brexit"

 

ROMA - «Per l' Europa è il momento di dimostrare responsabilità e l' Italia può essere protagonista»: con toni pacati, attenzione per i vocaboli e grande determinazione il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, commenta l' impatto del referendum sull' uscita della Gran Bretagna dall' Unione Europea. L' incontro si svolge nel suo studio, Mattarella ha a fianco alcuni dei consiglieri più fidati e con me c' è il quirinalista Ugo Magri. Il Presidente illustra la visione della sfida che l' Unione ha davanti: «È il momento di rispondere con i contenuti» per generare «risposte comuni su economia, immigrazione e sicurezza». Esperienza nella politica estera e di sicurezza, consapevolezza del valore dell' Europa e impellenza di rilanciare il progetto comunitario portano Mattarella a vedere nell' Italia «un Paese che può fare la differenza» in questa delicata fase di transizione. «Possiamo essere noi a portare stabilità, proiettare responsabilità» in Europa. Come dire: per l' Italia è il momento di essere protagonista «come ha già dimostrato di saper fare presentando con il Migration Compact e le proposte del ministro Padoan due documenti che hanno registrato convergenze ed apprezzamento».

Signor Presidente, cosa pensa della scelta del Regno Unito di uscire dall' Unione Europea?

«Il voto dell' elettorato, nazionale o di un altro Paese, va sempre rispettato, anche quando provoca rammarico e lo si ritiene un errore. Non si può tacere che quel voto cancella quasi mezzo secolo di storia britannica, quello della partecipazione alla Ue e ferisce la completezza dell' Unione. Sorprende che uno dei Paesi più aperti al futuro in tanti aspetti, finanziari, scientifici, culturali, abbia fatto una scelta che sembra proporsi di ripristinare condizioni del passato; un passato che non c' è più. Il mondo è cambiato: i problemi che presenta sono di natura globale e richiedono, quotidianamente, risposte sovrannazionali.

Il suo scenario è già oggi, è sarà sempre più, influenzato da protagonisti di grandi dimensioni, da superstati: basta pensare agli Usa, alla Cina, alla Russia, all' India. Anche per questo, in diverse parti del mondo, dall' America Latina all' Asia, vi sono esperienze di collaborazione che guardano all' esempio e al successo dell' integrazione europea».

Che cosa si aspetta da questo passaggio così impegnativo per l' Europa?

«Si apre una stagione molto difficile: vengono meno alibi e abitudini consolidate nella vita dell' Unione. Dal punto di vista italiano dovrà essere l' occasione per superare ritardi e resistenze ormai inaccettabili, recuperando appieno il senso storico dell' integrazione d' Europa e la coesione dell' Unione. L' Europa è un progetto ambizioso e coraggioso, sorretto dall' aspirazione alla pace e al progresso. Costituisce la maggior garanzia di libertà per i popoli che vi appartengono. Cadevano i muri dettati dalla Cortina di Ferro e le persone applaudivano perché avvertivano la conquista della libertà. Entrando in Europa i popoli dell' Est europeo e dei Balcani ne percepivano l' immediato significato di accesso a un' area di pace e di relativa ma comunque maggior prosperità. È indispensabile impedire che si disfi questo tessuto di collaborazione e di impegno comune che garantisce pace a un Continente diviso per secoli da lotte sanguinose. Come è possibile che tutto questo possa esser dipinto come il regno della oppressione burocratica?

Come è possibile che l' unico organismo sovrannazionale dotato di un Parlamento eletto direttamente dai cittadini venga percepito come antidemocratico? Riproporre muri e barriere ci renderebbe forse più liberi? Da chi dovremmo guardarci? Da austriaci, sloveni e francesi? Rinunciare alla collaborazione con i popoli e i Paesi europei che condividono gli stessi valori ci renderebbe forse più sicuri contro i rischi ed i pericoli che derivano da sfide globali come quelle lanciate dai terroristi? La risposta a questi elementari interrogativi ciascuno la cerchi usando il buonsenso del padre di famiglia, per rifarsi all' antico diritto romano e al codice civile. Bisogna porsi queste domande e sotto accusa vanno piuttosto alcune politiche europee che si sono rivelate asfittiche, e la loro gestione, non certo la prospettiva della cooperazione continentale. Ciò che è necessario, quindi, è una efficace iniziativa politica che rilanci l' Unione in conformità alle sue ragioni fondanti».

Le spinte centrifughe si registrano un po' ovunque. L' Ue sembra non riuscire più a rappresentare un polo positivo di attrazione. Come mai questo ripiegamento su se stessa?

«Ogni progetto lasciato a metà evidenzia più i difetti che i pregi che possiede. L' edificio è incompiuto. Con tenacia, in questi decenni, ci si è battuti per mettere in comune le cose che potevano unirci. Ora, dopo la Brexit, all' improvviso la pubblica opinione comprende, con allarme, che il modello di vita che abbiamo sperimentato non è scontato. Può benissimo regredire. Le nostre merci possono tornare a sostare alle frontiere invece di circolare in un mercato comune a vantaggio dei consumatori, con effetti letali per la nostra economia. I titoli di studio dei nostri figli possono tornare a valere esclusivamente nel nostro Paese, dando addio a tante opportunità e non soltanto al Progetto Erasmus.

Il valore della moneta e dei risparmi, che vi sono collegati, possono tornare sull' altalena di un' inflazione a due cifre che erode la ricchezza delle famiglie, già provate dalla crisi. Si potrebbe continuare. Detto in termini disadorni, ciascuno può tornare a ritrovarsi solo di fronte alle prove del futuro. Va detto che i successi del percorso di progressiva integrazione continentale vanno spiegati e difesi giorno per giorno. L' Europa deve sapersi legittimare quotidianamente di fronte alle attese della gente. Il rischio, dopo la crisi finanziaria globale, è stato ed è quello di una Europa ripiegata sui problemi della finanza e dei conti pubblici.

Questione essenziale per porre in comune risorse e fronteggiare effetti non desiderati della globalizzazione ma l' Europa è, anzitutto, quella dei diritti, di una strategia per la crescita e l' occupazione, della costruzione di un sistema di welfare condiviso, della ripresa del cammino per una effettiva Carta sociale continentale».

Che cosa accadrà ora nei rapporti con Londra?

«Il Consiglio europeo di oggi riveste importanza particolarmente grande ed è bene, quindi, che sia preceduto da incontri preparatori, come quello di ieri a Berlino tra Hollande, la Merkel e Renzi. L' esigenza è quella di far comprendere che l' Unione continua con convinta determinazione il suo percorso di integrazione. A questo scopo è importante rendere operativo il percorso conseguente alla decisione del Regno Unito di uscire dall' Unione. Si tratta, del resto, di un atteggiamento di rispetto vicendevole e, anzitutto, nei confronti del voto espresso dai britannici: sarebbe poco rispettoso tergiversare sull' attuazione della decisione referendaria. Sarebbe, inoltre, un errore tenere nell' incertezza, provocata da condizioni anomale, la vita dell' Unione. Si aprono, in realtà, due negoziati, distinti concettualmente e necessariamente separati: da un lato quello sulle condizioni di uscita per risolvere i rapporti esistenti, dall' altro quello sulle successive relazioni tra l' Unione e il Regno Unito ormai esterno ad essa. Occorre concludere presto il primo negoziato anche per definire, per quanto possibile sollecitamente, la seconda trattativa con quello che rimane, naturalmente, un Paese amico e alleato e assicurare così, con chiarezza di prospettive, forme praticabili di cooperazione, anche pensando a quei giovani britannici che si sono espressi per la permanenza nell' Unione e che saranno i nostri interlocutori nei prossimi anni».

Dove rischia di portare la ripresa degli egoismi nazionali, cavalcati da movimenti di matrice populista e anti-sistema? Siamo ancora in tempo per rilanciare l' idea di Europa?

«Il processo d' integrazione europea, in maniera costante e direi quasi silenziosa, ha prodotto risultati concreti e visibili in fatto di tutela e promozione di diritti, e di progresso economico e sociale che costituiscono un patrimonio comune e indivisibile della nostra Unione. Visioni nazionalistiche miopi mettono in dubbio questi risultati proponendo scorciatoie del secolo scorso, sfociate in fallimenti drammatici. Illudersi di chiudere il mondo fuori dall' uscio di casa è la via sicura per essere sconfitti e marginalizzati sul piano della difesa degli autentici interessi nazionali. Quale sarebbe il "costo'' della non Europa in termini economici e politici? Come si può pensare che possiamo permettercelo? Cosa accadrebbe se, accanto alla grave situazione che fronteggiamo nel Mediterraneo, alle guerre medio-orientali, al conflitto apertosi tra Russia e Ucraina, dovessimo aggiungere una ritrovata ostilità tra i Paesi dell' Unione, fuggiti da regole comuni di convivenza?».

Delle tre grandi emergenze collettive che si affacciano a livello internazionale - crisi economica, immigrazione e terrorismo - quale reputa la più insidiosa?

«Le sfide costringono a una risposta, a una reazione, ma sono ben lungi dal definire una ragion d' essere. Pensare che una realtà come l' Unione Europea esista solo per giocare in difesa sarebbe una visione profondamente errata ma, naturalmente, dobbiamo rispondere alle tre sfide parallele presenti, tutte particolarmente gravi. La sfida del terrorismo impone una maggiore integrazione, sia per affrontare la minaccia interna, sia per accrescere la capacità dell' Ue di contribuire a contrastarlo laddove nasce. La gestione dei flussi migratori richiede nel contempo maggiore solidarietà interna ed un ruolo più attivo di proiezione esterna della Ue in collaborazione con Paesi terzi e partner internazionali. A questo tende il Migration Compact presentato dall' Italia. Abbiamo accantonato in questi anni le politiche che puntavano, secondo una definizione di Prodi, a creare intorno alle Ue un anello di Paesi amici.

L' Europa è apparsa spesso chiusa in una logica autoreferenziale.

Completare l' Unione economica e monetaria per sbloccarne il potenziale inespresso; rafforzare l' Unione bancaria per restituire fiducia nel settore bancario, cruciale per la crescita e favorire la concessione di crediti per gli investimenti; pensare ad un meccanismo comune che contrasti la disoccupazione ciclica; usare i margini di flessibilità previsti dalle regole di bilancio per promuovere investimenti produttivi: sono queste alcune delle priorità che, se realizzate, contribuiranno a rafforzare un' Unione che appare disorientata».

L' Italia è favorevole a un allargamento dell' Ue ai Balcani, a cominciare dalla Serbia. Non è un azzardo, in considerazione delle tensioni che ancora si avvertono in quell' area?

«Così come l' Europa limitata all' Occidente non le permetteva di sentirsi realizzata appieno, così oggi non appare completa senza la presenza dei Paesi Sud-Orientali.

La prospettiva europea ha già sostenuto questi Paesi nella crescita, nella soluzione di conflitti e tensioni, nello sforzo di costruire società stabili e in crescita. I progressi registrati nell' area, le riforme che sono state fatte dai Paesi dei Balcani, il rafforzamento dello Stato di diritto, sono tutti passi avanti compiuti proprio pensando all' avvicinamento all' Europa. E' una constatazione che ho visto confermata recentemente a Sarajevo, pur senza negare il cammino che rimane da fare. Anche su questo fronte non possiamo fermarci a metà dell' opera. Il rischio di instabilità nei Balcani crescerebbe ampiamente se la prospettiva europea, per quanto graduale nel tempo, venisse a mancare. Come potremmo affrontare insieme sfide vitali condivise come i flussi migratori, o la radicalizzazione ed i "Foreign Fighters", in assenza di una prospettiva comune? E quanto questo costerebbe ai Paesi dell' Unione sotto molti aspetti? L' Europa può permettersi Balcani senza prospettiva europea, dove rinascano tensioni nazionaliste che porterebbero instabilità? La risposta dell' Italia è: certamente no».

Dopo le stragi di Parigi, Bruxelles e Orlando come rispondere alla sfida alla sicurezza collettiva che viene dai gruppi jihadisti? La risposta al terrorismo islamico richiede una nuova dottrina di sicurezza?

«Il terrorismo è ormai da diversi decenni una delle principali minacce con cui la comunità internazionale è chiamata a confrontarsi. Non possiamo dimenticare che, anche se Daesh e i suoi affiliati rappresentano spesso una fonte di ispirazione, gli attentati in Europa e negli Stati Uniti hanno trovato origine nella radicalizzazione di giovani che sono nati e cresciuti in queste società. Occorre affrontare questa sfida con una strategia, in cui la componente militare e securitaria rappresenta un elemento importante ma non risolutivo: va affiancato da misure di carattere politico, diplomatico, socio-economico, culturale e dicooperazione allo sviluppo. La forza serve a contrastare e prevenire la minaccia, ma la politica può tagliarne le radici. Quanto al ruolo della Nato, occorre in primo luogo ricordare che l' Europa e gli Stati Uniti hanno cooperato da subito nel contrasto al terrorismo transnazionale: le operazioni militari in Afghanistan sono nate come risposta immediata all' 11 settembre. E del resto la Nato è da sempre il foro in cui il legame transatlantico si rinnova, non solo dal punto di vista politico, ma anche sotto il profilo della cooperazione concreta. Bisogna però tenere presente che qualunque apporto la Nato potrà dare, non potrà che essere parte complementare di una azione complessa di lotta al terrorismo».

L' 8 e il 9 luglio si terrà a Varsavia il summit della Nato. Quale approccio dobbiamo avere come Alleanza alle guerre in Libia e Siria? Serve una nuova strategia per il Mediterraneo? Bisogna ripensare il legame con la Russia?

«Il prossimo Vertice Nato sarà un' occasione importante per dare risposte ad alcuni interrogativi.

Da un lato le richieste di rafforzamento del dispositivo militare avanzate dagli Alleati baltici e orientali; dall' altro la consapevolezza che la Nato non può evadere, a Sud, le sfide non convenzionali poste dall' instabilità, dai conflitti nel Medio Oriente allargato, nell' area del Mediterraneo, cui si collega in buona misura il terrorismo fondamentalista, emergenza prioritaria nell' agenda internazionale.Il dialogo e l' inclusione sono per l' Italia un' esigenza vitale: in Libia non ci sono prospettive di perfezionamento del quadro giuridico internazionale in uno scenario di stabilizzazione post conflitto senza il coinvolgimento anche della Russia in Consiglio di Sicurezza; e Mosca è altresì divenuta essenziale nella soluzione del conflitto siriano. Il ruolo dell' Iran è altrettanto importante in Siria e Libano, mentre le prospettive di riconciliazione in Afghanistan non possono prescindere da un atteggiamento costruttivo del Pakistan.

Le tensioni hanno un costo elevato per tutti: spingono al rialzo le spese militari, riducono le prospettive di crescita, aumentano le incognite sulla sicurezza non solo della regione euro-atlantica, ma anche nel Mediterraneo. Il nostro compito è favorire il dialogo e incoraggiare comportamenti responsabili di tutte le parti in causa. A partire dal conflitto russo-ucraino dove la parola deve passare davvero alla diplomazia. Rassegnarsi all' ennesimo congelamento della situazione appare dissennato. Comprendiamo e condividiamo le ragioni di preoccupazione di tanti nostri alleati ma ci chiediamo: siamo davvero convinti che caricare di ulteriori tensioni il confronto contribuisca alla sua soluzione? Il rafforzamento delle misure militari di rassicurazione per i nostri alleati dell' Europa orientale deve accompagnarsi al dialogo politico al massimo livello: per evitare ogni ulteriore escalation con la Federazione Russa riteniamo sia indispensabile mantenere aperto ogni canale di comunicazione - a partire dal Consiglio Nato-Russia - e ribadire, anche nella comunicazione pubblica, la natura strettamente difensiva dei dispositivi militari dell' Alleanza». Maurizio Molinari, LS 28.6.

 

 

 

 

Quattro  tesi  e passi da compiere verso l’Europa dei Popoli

 

Come finirla con la finzione dell’ attuale UE e ricostruire sulle sue rovine una Libera Confederazione di Stati sovrani.

 

1) L’attuale UE è la peggiore caricatura di un’unione di popoli poiché ridotta ad organismo al servizio di interessi particolari (finanziari, industriali, militari) estranei all’idea originaria dei Padri fondatori (Schumann …) tradita volgarmente e cinicamente dal gruppo di potere che ha trasformato questa unione in un vero e proprio “Cartello” dai connotati mafiosi.

 

Il primo passo da compiere è la sospensione immediata e l’annullamento graduale di tutti i trattati ratificati dai soli parlamenti senza o contro la volontà popolare e lo scioglimento progressivo ma celere di tutti gli Organi (es. Trojka) alle dipendenze della Commissione Europea (in seguito CE) con restituzione dei poteri da essa usurpati ai Parlamenti Nazionali.

Questa fase può essere gestita da un’apposito gruppo di lavoro eletto dal Parlamento Europeo con compiti precisi e limitati nel tempo e con l’unico compito di gestire la fase di transizione fino al ripristino delle sovranità nazionali.

La difesa di interessi estranei ai popoli d’Europa è evidenziata dal disprezzo con cui la Commissione Europea, organo privo di legittimità democratica, ha calpestato le decisioni popolari (5 referendum ignorati dal 2005 in poi o fatti “correggere” sulla base di ricatti) ) imponendo  i trattati (Maastrich, Nizza, Lisbona).  Le stesse scelte dei rappresentanti negli organi già squalificati dall’assenza di legittimità democratica è avvenuta offendendo lo stesso buon senso e per evidenti interessi di parte (cioè dei profittatori dell’attuale UE, banche, finanza, grandi evasori fiscali):  non si spiega altrimenti come proprio il presidente della Commissione Europea sia stato scelto un ex ministro delle finanze …di un paradiso fiscale di fatto (Lussemburgo) che ha praticato sconti favolosi alle aziende che hanno “legalmente” risparmiato contributi fiscali a danno di tutti i Paesi dell’Unione.

 

2)  La politica economica e monetaria dell’UE si è rivelata contraria agli interessi di tutti gli Stati membri, i vantaggi che alcuni ne hanno tratto (es. Germania) sono stati pagati dai rimanenti con la recessione, deindustrializzazione, disoccupazione e svendita del patrimonio statale (privatizzazioni forzate) a vantaggio di banche ed investitori che si sono potuti accaparrare a prezzi stracciati cospicue porzioni dei beni statali.

La politica di “austerità” insensata si è rivelata contraria non soltanto ad ogni logica di buona gestione economica e monetaria ma già anche al solo comune buon senso come dimostra l’aumento dell’indebitamento in tutti gli Stati in cui è stata applicata.

La recessione innescata da queste folli politiche ha causato unicamente disoccupazione, sprechi di risorse umane e materiali, decrescita, danni alla salute ed alla formazione dei cittadini, riduzione degli investimenti strutturali ed il deperimento stesso del patrimonio statale (infrastrutture, strade, ferrovie, istituzione sanitarie, scolastiche, universitarie, culturali, di ricerca) riducendo radicalmente e spesso in modo irreversibile le prospettive di sviluppo.

 

Il secondo passo da compiere è l’abbandono ordinato e graduale della intempestiva  moneta unica, cioè il ritorno alle valute nazionali  riconoscendo l’evidente ed irrecuperabile fallimento dell’insensato esperimento dell’EURO. Un passo questo tecnicamente semplice poiché è sufficiente ritornare all’ECU, cioè al cosiddetto “serpentone monetario”, stabilendo fasce di oscillazione dei cambi come nella fase economicamente positiva precedente all’introduzione fallimentare dell’euro.

 

3) I trattati di libera circolazione di persone, merci e capitali devono essere mantenuti dapprima nella loro forma attuale e successivamente rinegoziati democraticamente su basi di parità di diritti ed oneri. L’obiettivo assurdo di un’UE trasformata in “Stati Uniti d”Europa”  poteva venire in mente soltanto a chi ignora la Storia degli Stati Uniti (divenuti tali con la Guerra di Secessione, a meno che non sia questo l’obiettivo segreto di codesti squilibrati) deve essere definitivamente abbandonato e sostituito da quello di una libera Confederazione di Stati con diversi gradi di integrazione e dunque con trattati bilaterali o multilaterali in cui ciascuno Stato possa trovare nel reciproco interesse coi contraenti il grado di integrazione ritenuto utile ed auspicabile dai propri cittadini.

Nessun trattato dovrà in futuro essere ratificato senza referendum popolare. Le difficoltà di una tale procedura democratica sono evidenti, ma dovrebbe essere ancora più evidente, alla luce del recente risultato del referendum in Gran Bretagna, qual è la poco desiderabile alternativa.

Nei rapporti coi Paesi extraeuropei nessun Paese europeo della futura libera Confederazione potrà rifiutarsi di accogliere rifugiati in proporzione alle proprie possibilità (popolazione, superficie, capacità economica). Il trattato di Dublino deve essere dichiarato nullo se non dall’inizio (ex tunc) almeno con effetto immediato (ex nunc), i Paesi che hanno eretto barriere contro l’accoglienza di rifugiati devono impegnarsi ad eliminarle previa distribuzione dei rifugiati nel resto dei Paesi attualmente aderenti all’ UE. Il rifiuto di accettare questo impegno deve comportare l’immediata sospensione dei Paesi inadempienti dall’UE.

I partiti e le forze di matrice xenofoba e fascistoide-autoritaria hanno fatto dell’uscita dall’UE il loro cavallo di battaglia sfruttando ignoranza e paure in parte comprensibili che hanno ingigantito con manipolazione delle informazioni, propaganda razzista e con argomenti infondati basati sui peggiori risentimenti razzisti.

Le forze progressiste cosiddette di “sinistra” hanno lasciato libero il campo di difesa della sovranità e dell’identità nazionale a movimenti fascistoidi ed autoritari regalando alle “destre” il monopolio delle giuste rivendicazioni di autonomia nazionale.

 

4) L’Europa del futuro, se vuole essere quella progettata dai padri dell’UE, deve essere una libera Confederazione e NON un organismo superstatale che livella fino ad annientale  differenze etniche, religiose, linguistiche, culturali in ogni nazione, ma deve valorizzarle a partire dal livello regionale, organizzando l’integrazione dei migranti che in futuro saranno un a costante sempre più massiccia sia fra i Paesi europei che dall’esterno. Integrazione che non dovrà mai essere intesa in senso riduttivo e xenofobo come assimilazione sic et simpliciter, ma perseguita invece come armonizzazione nel rispetto reciproco delle diversità in Stati che per definizione dovranno rimanere o divenire laici, lungi dalle tentazioni teocratiche ma finalizzati unicamente alla pacifica convivenza di cittadini liberi di praticare le credenze religiose senza diritto di imporle ad altri.

Graziano Priotto, Praga / Radolfzell, de.it.press

 

 

 

 

Banche, Merkel avverte l’Italia. «Non si cambiano regole ogni 2 anni»

 

La Cancelliera: «Credo che sia stata concessa una certa flessibilità a certi Paesi per favorire la crescita. Guardando soprattutto all’Italia, posso dire che abbiamo adottato diverse soluzioni, ma non possiamo ridiscutere ogni due anni» - di Valentina Santarpia

 

Il voto sulla Brexit divide Bruxelles. Il nodo è quello delle banche. E la Germania, stando a quanto riporta Bloomberg citando una persona a conoscenza della posizione del governo tedesco, è assolutamente contraria a ogni tentativo di proteggere gli investitori privati delle banche dalle perdite nel caso in cui l’Italia intenderà proseguire nel piano allo studio per la ricapitalizzazione degli istituti di credito. «Credo che sia stata concessa una certa flessibilità a certi Paesi per favorire la crescita. Guardando soprattutto all’Italia -ha detto la Cancelliera Angela Merkel rispondendo a una domanda sulla eventualità di concedere una maggiore flessibilità ad alcuni Paesi e cambiare le regole sul settore bancario in Italia come conseguenza della Brexit - posso dire che abbiamo adottato diverse soluzioni, ma non possiamo ridiscutere ogni due anni le regole del settore bancario». Parole che frenano piazza Affari.

Renzi: «Rispettiamo le regole»

«L’Italia non chiede di non rispettare le regole, l’ultima a non rispettarle fu la Germania nel 2003 perché Berlusconi, che è un uomo molto generoso, gliel’ha consentito», replica a stretto giro il presidente del Consiglio Matteo Renzi in conferenza stampa dopo la riunione informale a 27 del Consiglio europeo sulla Brexit. Per quanto riguarda il settore bancario, Renzi sottolinea che la questione «non è all’ordine del giorno perché non c’è nessuna previsione di modifica delle regole esistenti». Certo, in passato poteva essere presa in considerazione l’ipotesi: «La Germania - ricorda Renzi - ha messo 247mld euro per salvare le proprie banche», ma i premier italiani, da Monti a Letta, «pur potendo, non lo hanno fatto».

Fondo Atlante può essere ricapitalizzato

Ma oggi non c’è alcuna necessità di intervenire: «In questa situazione noi siamo nelle condizioni di proteggere i denari dei correntisti e dei cittadini. Non c’è rischio per il contribuente e per il cittadino», insiste Renzi, annunciando che il fondo Atlante - che serve a sostenere le banche italiane nelle operazioni di aumento di capitale e a favorire la gestione dei crediti in sofferenza del settore - è nelle condizioni di essere ulteriormente ricapitalizzato. Dunque la modifica delle regole bancarie «non è all’ordine del giorno, l’atteggiamento tipico di fronte alla Brexit è pensare alle ricadute per l’Italia, ma noi - ha aggiunto - vogliamo cambiare le regole politiche del gioco in Ue, non le regole bancarie, vogliamo parlare di asili nido, cultura e innovazione e non solo di burocrati e finanzieri».

La preoccupazione dei 27

Al netto della discussione sulla flessibilità per alcuni Paesi dopo il referendum, resta comunque il tema pratico dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, «una situazione grave», come sottolinea Merkel, e dei passaggi necessari a portarla a termine. «È la prima volta che uno Stato membro decide di partire, e non ci facciamo nessuna illusione, questo è un compito abbastanza diverso dal punto di vista qualitativo» rispetto alla risoluzione delle altre crisi affrontate finora dall’Ue, sottolinea la Cancelliera. Ma in base alla prima analisi non ci sarà bisogno di fare modifiche specifiche ai Trattati: «Possiamo lavorare sulla base dei Trattati attuali, anche se dobbiamo ottimizzarli» per ridisegnare il futuro dell’Ue per i 27 che restano dopo la Brexit. Quali saranno i passaggi? «Spetterà alla Commissione europea negoziare e guardare ai dettagli» dell’accordo di uscita della Gran Bretagna dall’Ue, «con la guida del Consiglio» e con il coinvolgimento dell’Europarlamento, ha spiegato Merkel. «Quando sarà stato negoziato il testo di uscita, il Parlamento dovrà approvarlo». L’ultima ratifica sarà quella del Consiglio a maggioranza qualificata.

Libertà di circolazione nel mercato unico

I 27 leader dell’Ue hanno anche deciso che se il Regno Unito vorrà far parte del mercato unico europeo, dovrà accettare le quattro libertà fondamentali dell’Unione, e cioè la libertà di circolazione dei capitali, delle merci, dei servizi e delle persone. «Il principio per cui devono rispettare tutte le regole è un principio di buon senso», sottolinea Matteo Renzi. Che vorrebbe andare oltre, e offrire ai giovani britannici delle opportunità per continuare a sentirsi parte della «grande famiglia europa»: come ad esempio regole speciali per permettere loro di studiare nelle università europee. Ma per ora il documento preparato a Berlino dal terzetto Merkel-Hollande-Renzi non va nel dettaglio: si nota lo sforzo di guardare avanti, di dare risposte rapide al disagio, all’insoddisfazione, all’incertezza, al peggioramento della condizione economica e sociale in tutti i paesi della Ue, all’origine della lunga e forte ventata che condensa eurodubbiosi, euroscettici ed eurofobici. Ma mosse più ambiziose per ora non si vedono. C’è solo un appuntamento: il 16 settembre a Bratislava sempre per i responsabili di governo dei 27, sette giorni dopo la scelta del nuovo premier britannico promessa per il 9.

Lo scherzo di Renzi sul vertice: «Non sono scaramantico»

E, a proposito di vertici, Renzi scherza nella sua e-news: «Non sono scaramantico eh. Ma quando avevamo incontri istituzionali, l’Italia ha vinto. Putin mi ha detto del gol di Eder contro la Svezia. Con Hollande e Merkel abbiamo assistito alle parate di Gigi Buffon, all’esultanza di Conte e al gol di Pellè. Come diavolo facciamo a organizzare un incontro istituzionale sabato prossimo alle 21? La Merkel ha già detto che lei preferisce di no…» CdS 29

 

 

 

Startup italiane in mostra a Berlino

 

BERLINO - Più di 30 startup italiane innovative dell'AgriFood,  del Fashion&Design, delle tecnologie per la finanza, dell'ICT e del turismo hanno animato  a Berlino, dal 15 al 17 giugno 2016, la manifestazione "Italy RestartsUp in Berlin", organizzata da SMAU (piattaforma indipendente dedicata principalmente ad innovazione, tecnologia e digital), dall'ufficio berlinese di ICE-Agenzia e dall’Ambasciata d'Italia a Berlino, per favorire l'incontro delle imprese italiane con potenziali investitori tedeschi ed internazionali.

La manifestazione si è aperta con  una serata di networking in Ambasciata, a cui hanno partecipato  circa 200 persone.  Sono intervenuti il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, l'assessore all'Internazionalizzazione Startup, Innovazione della Regione Campania Valeria Fascione, il presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria e vice presidente di Confindustria Marco Gay e Mattia Corbetta del ministero dello Sviluppo Economico.

L’Ambasciatore Pietro Benassi ha ricordato come Berlino, con 3.4 miliardi di dollari investiti nel 2015 e la presenza di acceleratori ed investitori attivi a livello globale possa rappresentare  uno scenario molto importante per la proiezione delle sempre più numerose start-up innovative italiane,  che  - secondo i dati forniti dall'osservatorio del ministero dello Sviluppo Economico - sono aumentate  nel primo trimestre del 2016 di quasi il 6% rispetto al dicembre 2015 (5.500 unità).

Nella giornata del 16 giugno, svoltasi nella sede di Palazzo Italia (Unter den Linden, 10), le startup hanno presentato i loro prodotti negli stand messi a disposizione da SMAU. Nella giornata successiva il gruppo di imprese italiane ha visitato i principali incubatori berlinesi: Microsoft Ventures,  Metro Accelerator, GTEC, Techstars, Startupbootcamp, Axel Springer Plug and Play ed ET Venture. (Inform 28)

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia 

  

07.07.2016. Razzismo di provincia

L'omicidio del giovane nigeriano, pestato a sangue nel marchigiano, rivela l'anima razzista della provincia italiana. L'integrazione è ancora lontana, racconta ai nostri microfoni don Vinicio Albanesi.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/caso-di-razzismo-italia-100.html

 

Quando la teologia è pop. I romanzi di Stephen King o la saga di Harry Potter contengono richiami biblici. Quali? Alessandro Tenaglia ci conduce nei meandri della teologia pop.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/alessandro-tenaglia-102.html

 

06.07.2016. I segreti del Vaticano

In attesa di conoscere la sentenza definitiva, abbiamo raggiunto Gianluigi Nuzzi, imputato nel processo “Vatileaks 2”. Chiesto per lui un anno di pena per "concorso morale nella diffusione di notizie riservate".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vatileaks-102.html

Città felice. Gallipoli istituisce l’assessorato alla felicità. Ma ce n’è davvero bisogno? Il sindaco Stefano Minerva (Pd) ci racconta cosa lo ha spinto a istituire l’assessorato più desiderato d’Italia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/gallipoli-100.html

Chi sono io? Il tema dell'identità tra i giovani italiani di seconda o terza generazione in Germania è sempre molto sentito. Nei dintorni di Dortmund è nato un progetto per riflettere sul senso di appartenenza culturale e sul rapporto con l'Italia. http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/identitaet-100.html

 

05.07.2016. Indietro tutta. Non si arresta l'ondata di dimissioni nel dopo Brexit. Ora è la volta dell'euroscettico per eccellenza, Nigel Farage che vuole riprendersi in mano la sua vita - almeno così dice.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/farage-102.html

Missione Monna Lisa. Vittorio Sgarbi ne è convinto: riportare la Gioconda in Italia è possibile. Per questo ha lanciato una campagna che lo porta in Francia con una proposta "indecente" al Louvre: "L'Annunciazione di Leonardo in cambio della Monna Lisa".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/gioconda-102.html

 

04.07.2016. Italiani nel mirino

Paura della comunità italiana in Bangladesh, ancora sotto shock dopo l’attentato. Ai nostri microfoni una ragazza racconta chi sono gli italiani di Dacca. E come lo Stato Islamico si stia diffondendo in un paese d’impronta laica

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bangladesh-100.html

 

Una comunità chiusa in se stessa. Dalla rivolta di Sesto Fiorentino arriva l’ennesimo urlo di protesta contro lo sfruttamento dei lavoratori cinesi nel tessile. Un caso che è diventato un affare di Stato.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cinesi-rivolta-100.html

 

01.07.2016. Il pronostico di Dino Zoff. Ai nostri microfoni il grande Dino Zoff racconta l'Italia campione del mondo nel 1982 e ci regala il suo pronostico in vista dell'attesissima sfida Italia-Germania. Ma alla vigilia della partita siamo andati anche a vedere come vivono l'attesa le coppie italo-tedesche in Italia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/dino-zoff-100.html

Libri da mettere in valigia. La febbre del calcio (in giallo) di Antonio Manzini, con una squadra di poliziotti "panzoni" improvvisati calciatori. Il "Giorno dopo" di Andrea Iacomini con l'antieroe e un diario di viaggio dei mali del mondo. Ne "La femmina nuda" di Elena Stancanelli il fotofinish di una relazione amorosa.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/antonio-manzini-libro-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Il calendario del giovedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

 

 

 

 

 

 

Mostra Der Atlas von Padania – l’altra faccia del Bel Paese

 

A vent’anni dalla creazione dell’espressione Padania, atta ad indicare le tre grandi regioni Piemonte, Lombardia e Veneto, si è inaugurata in questi giorni a Monaco, presso la Pasinger Fabrik, l’esposizione fotografica Der Atlas von Padania.

La mostra ritrae il paesaggio contemporaneo nel nord Italia ed è nata da un’idea del fotografo Filippo Minnelli, il quale attualmente vive e lavora a Barcellona, originario di Brescia come il giornalista Emanuele Galesi, curatore dei testi che accompagnano le immagini riprodotte su una serie di manifesti.

L’esposizione si inserisce all’interno di un progetto più grande, chiamato Padania Classics, partito nel 2010 e che vuole rappresentare la realtà paesaggistica creata dalle ultime generazioni nella cosiddetta Padania. Il progetto, nato sui social media come raccolta di foto di orrori architettonici accumunati tutti dall’hashtag #Padania Classics, è diventata in seguito un libro dal titolo “Atlante dei Classici Padani” curato da Krisis Publishing.

Il progetto si presenta come una metariflessione sul concetto di Padania e sul progetto politico che il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, aveva portato avanti con forza durante gli anni Novanta. Il contrasto che l’artista ha deciso di mostrare è quello esistente tra l’immagine di grandezza della Padania dei leghisti, presentata come una svizzera italiana, lontana dalla corruzione del resto della Penisola, motore trainante dell’economia italiana, e la realtà che i cittadini vivono e vedono ogni giorno, frutto della società contemporanea: paesaggi dall’estetica discutibile che affiancano le vie che collegano un centro storico all’altro. Le immagini fermate dalla macchina fotografica di Filippo sono crude, dallo stile scarno ma rendono esattamente il problema di degrado ambientale che caratterizza tutto il nostro Paese. Il messaggio è quindi quello di forte distacco da un’immagine esterna della Padania nella quale i protagonisti del progetto non si ritrovano.

Come spiegato da Emanuele Galesi, una volta deciso di espandere il progetto oltre i confini del territorio nazionale, Monaco è stata la prima città ad essere scelta grazie ai forti legami che ha con l’Italia. La mostra, che durerà fino a settembre e che gode del sovvenzionamento dall’istituto di cultura italiana, sarà presto in allestita in altre città europee. In Italia viene attualmente presentata al Festival di Fotografia Europea a Reggio Emilia, la più importante rassegna fotografica italiana.

L’evento consente una riflessione di altro tipo sul nostro Paese e sulle vicende politiche degli ultimi venti anni. Chiara Palma, de.it.press

 

 

 

 

Negli accordi della Brexit vanno tutelati anche i cittadini italiani in Inghilterra

 

“Paura per il futuro, angoscia, senso di smarrimento. E' quanto mi trasmettono diversi cittadini italiani residenti in Gran Bretagna, soprattutto giovani, dopo l'esito del voto che ha sancito l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. Una preoccupazione del tutto giustificata, dato che i nostri connazionali si sono ritrovati da un giorno all’altro in un Paese che ha deciso all'improvviso di non fare più parte di una comunità fatta di diritti e doveri, validi per tutti.

Nella sola Londra vivono presumibilmente circa mezzo milione di italiani (anche se gli iscritti all’Aire sono circa la metà). Tra di loro decine di migliaia sono arrivati solo negli ultimi anni. Chi per studio, chi per lavoro, chi per una breve esperienza all'estero. Ma tutti con una certezza: essere di casa, perché di cittadinanza europea. Venerdì scorso si sono svegliati all'improvviso stranieri. Extracomunitari. E con una grande incognita: cosa vorrà farne di loro il Governo britannico? Potranno restare? Dovranno procurarsi un permesso di soggiorno? Ne avranno diritto o saranno necessari difficili requisiti? Potranno continuare ad usufruire dell'assistenza sanitaria? E le università? Continueranno ad assegnare le borse di studio per studenti di origini italiane o introdurranno tasse impagabili? E le multinazionali o gli istituti di credito? Cambieranno sede? Licenzieranno in massa?

In primo luogo vorrei rassicurare tanti. E' piuttosto improbabile che ci siano effetti immediati significativi sulla vita quotidiana degli italiani che risiedono nel Regno Unito. Il processo di uscita della Gran Bretagna dalla UE sarà abbastanza lento, prevederà un articolato negoziato su come instaurare nuovi rapporti fra l’Europa e l’ex stato membro e durerà almeno due anni.

Inoltre vorrei garantire il mio impegno affinché nel corso dei numerosi negoziati che si terranno tra la Gran Bretagna e l’Europa, e successivamente, a livello bilaterale, tra la Gran Bretagna e l’Italia, si tenga conto anche dei tanti connazionali, residenti nel Regno unito, che si sentono traditi e improvvisamente non voluti, a seguito del voto britannico.

Come Deputata eletta nella Circoscrizione Europa intendo fare il possibile affinché le nostre autorità attivamente coinvolte nei negoziati si adoperino per la tutela  degli interessi dei concittadini residenti nel Regno Unito in modo da garantire il più possibile il permanere dei diritti acquisiti.”

Lo ha dichiarato Laura Garavini, dell’Ufficio di Presidenza del PD alla Camera, anticipando la visita a Londra di domenica  3 luglio, proprio per essere al fianco dei tanti giovani che la hanno contattata dopo il voto sulla Brexit. De.it.press

 

 

 

 

PE. Approvata la nuova Guardia costiera e di frontiera europea

 

La creazione di un sistema UE di controllo delle frontiere, che riunisce l'agenzia comunitaria di frontiera Frontex e le autorità di gestione delle frontiere nazionali, è stata approvata in via definitiva mercoledì dai deputati.

 

Secondo le nuove regole, le autorità nazionali continueranno a occuparsi delle attività giornaliere di gestione, ma, se confrontate a una situazione critica, potranno chiedere l'intervento della nuova Agenzia europea per la guardia costiera e di frontiera, che potrà dislocare rapidamente squadre d'intervento.

 

Per il relatore Artis Pabriks (PPE, LV): "Il regolamento dell'Agenzia europea per la guardia costiera e di frontiera renderà più sicure e meglio gestite le frontiere esterne dell'UE. Non si tratta di una bacchetta magica che può risolvere la crisi dell'immigrazione che sta affrontando oggi l'UE, oppure ripristinare completamente la fiducia nella zona Schengen, ma si tratta di un primo passo davvero necessario."

 

La risoluzione legislativa è stata approvata con 483 voti a favore, 181 contrari e 48 astensioni.

 

Interventi rapidi alle frontiere in situazioni di crisi

Nei casi in cui uno Stato membro si trovi confrontato a un aumento della pressione al suo confine esterno, come una pressione migratoria sproporzionata o una forte presenza di criminalità transfrontaliera, delle squadre d'intervento rapido alle frontiere potrebbero essere utilizzate temporaneamente o su richiesta di uno Stato membro dell'UE o da una decisione del Consiglio.

 

* Su richiesta di uno Stato membro: le autorità nazionali e l'Agenzia concordano un piano operativo per l'invio, entro cinque giorni lavorativi, di personale e delle attrezzature tecniche necessarie;

 

* Nel caso in cui uno Stato membro non attui le misure proposte dall'Agenzia o la pressione migratoria comprometta il funzionamento dei confini dell'area Schengen, la Commissione europea può presentare al Consiglio una proposta di intervento. Il Consiglio deciderà quindi sulla necessità di inviare le squadre di intervento. Il piano operativo dovrà essere poi concordato con lo Stato membro interessato e l'Agenzia prima del trasferimento in loco della squadra.

 

* Se uno Stato membro dovesse rifiutare un intervento deciso dal Consiglio, gli altri Stati membri dell'UE potranno reintrodurre i controlli alle frontiere interne.

 

Operazioni di rimpatrio

L'Agenzia avrà un ruolo maggiore rispetto a quello odierno dell'agenzia Frontex nel rimpatrio dei migranti verso il loro Paese di origine, ma solo quando l'esecuzione di decisioni che sono già state adottate dalle autorità nazionali e le disposizioni per il rimpatrio saranno state ulteriormente rafforzate da garanzie sui diritti fondamentali. L'Agenzia non si occuperà del rimpatrio tra Paesi non-UE.

 

Squadre di guardie e dotazione di attrezzature tecniche

L'Agenzia non disporrà di guardie di frontiera proprie, ma potrà contare su una riserva di reazione rapida formata da 1.500 guardie di frontiera nominate dagli Stati membri.

 

I deputati si sono assicurati che le squadre di guardie di frontiera della riserva di reazione rapida saranno dotate dell'attrezzatura necessaria, con l'inserimento di una norma che renda disponibile l'attrezzatura entro 10 giorni dall'approvazione del piano operativo.

 

Responsabilità e informazione

L'Agenzia sarà responsabile nei confronti del Parlamento europeo e del Consiglio. Il Parlamento sarà informato tramite relazioni regolari e l'accesso alle informazioni per i deputati.

 

Cooperazione con altre agenzie

I mandati dell'Agenzia europea di controllo della pesca (EFCA) e dell'Agenzia europea per la sicurezza marittima (EMSA) saranno allineati con quella dell'Agenzia di guardia delle frontiere, in modo da consentire a tutte e tre le agenzie di coordinare le loro operazioni in mare e condividere le informazioni.

 

Avranno il potere di sostenere le autorità nazionali che svolgono compiti di guardia costiera a livello nazionale e comunitario e, se del caso, a livello internazionale.

 

Prossime tappe

Il testo votato dal Parlamento europeo sarà inviato al Consiglio per approvazione. La legislazione dovrebbe entrare in vigore in autunno. PE 6

 

 

 

Poca memoria nelle università tedesche

 

Berlino - “Secondo il politologo Johannes Tuchel del museo e memoriale per la resistenza tedesca si tratta di un vero e proprio disastro. Stiamo parlando della carenza di corsi universitari sull’Olocausto e sul nazismo. Herr Tuchel è una vera e propria autorità nel campo dell’insegnamento sui campi di concentramento nazisti ed ha una cattedra presso il Touro College a Berlino. È anche consulente del Cedis, centro per i sistemi digitali, della Freie Universität di Berlino, dove si è compiuto uno studio, fatto all’interno di 78 fra Università ed Istituti tecnici (rispettivamente 69 e 9) da parte di due collaboratrici, secondo il quale negli ultimi due anni gli studenti hanno potuto partecipare soltanto ad una media di 1,5 lezioni sulla Shoah e 1,7 eventi inerenti il nazionalsocialismo”. È quanto si legge su “Il Deuscht-Italia”, diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“Lena Kahle e Verena Lucia, questo il nome delle due studiose, hanno presentato i risultati del loro lavoro presso il memoriale di Berlino sulla Topografia del Terrore (Topographie des Terrors).

In totale gli eventi sull’Olocausto che si sono tenuti nelle Istituzioni prese in considerazione sono stati 464 e 521 quelli sul nazismo. La maggior parte dei seminari e delle conferenze importanti su questi temi si sono tenute presso l’Università di Monaco e la FU di Berlino. Per la precisione 23 in entrambi gli atenei. Seguono la Touro College con 22 eventi e la Humboldt Universität con 21. Mentre alla TU (Technische Universität) di Berlino ci sono stati solo 10 eventi nel corso degli ultimi due anni. Comunque il più alto numero fra le Università tecniche di tutta la Germania.

Alla LMU di Monaco c’è un Istituto di Storia contemporanea fortemente collegato con il Centro per gli studi sull’Olocausto, mentre alla Humboldt Universität di Berlino c’è l’unica cattedra nazionale che ha fatto degli studi sul nazismo un suo punto focale, tanto che il professor Michael Wildt vi ha fatto dal 2009 uno studio sugli ebrei deportati nel 1941 nel Ghetto di Minsk. Alla TU c’è un centro di ricerca sull’antisemitismo, mentre nel Tauro College c’è il solo master sull’Olocausto tedesco.

Soltanto in 23 dei 78 centri presi in considerazione si è offerto un corso sull’Olocausto per ogni semestre, mentre in 11 neanche uno. Si lamenta il professor Tuchel che solo in 192 su 464 corsi di storia, in 80 di Letteratura e 45 di Scienza della Cultura ci sia un accenno a tali tematiche. Sospetta, il professore, che vi sia una sorta di “resistenza all’argomento”.

Tutto sommato poco si lamentano gli stessi studenti che, affermano, hanno già studiato l’argomento in “largo e lungo” alle scuole superiori. Tuttavia molti di loro non sapevano che gli ebrei sono stati uccisi non solo nei campi di concentramento, ma anche uccisi dalla Wehrmacht, dalle SS e da task force speciali.

“L’Olocausto deve rappresentare un elemento centrale nell’identità europea. Ed un “mai più!” deve entrare direttamente nella mente di ciascuno” ha concluso Tuchel.

Forse anche per questo diventa importante mantenere viva la memoria, anche con piccole cose come le Stolpersteine che sono state proprio di recente vietate dal tribunale di Monaco di Baviera”. (aise 6) 

 

 

 

Berlino. “Le torte di Gaia”. La bancarella del bigné

 

A Roma avevo un lavoro che mi piaceva: gelatiere nella pasticceria di un amico. Contratto, pagamenti regolari e un bell’ambiente. La mia compagna stava cercando lavoro, ma aveva una casa di proprietà e un bel curriculum nell’ambito

turistico. Non c’era particolare fretta di andare via. Riuscivamo a vivere tranquillamente, noi e la nostra piccola Gaia, che all’epoca aveva un anno. Ciò che ci preoccupava era, però, il suo future a Roma. Città con pochi spazi

per bambini, stress, delinquenza, un senso generale di frustrazione e pessimismo.

È per questo che, nel 2013, abbiamo lasciato l’Italia per Berlino». Giulio Silveri, 26 anni, originario di Acilia (frazione di Roma, sulla via per Ostia), oggi vende bignè al cioccolato e alla vaniglia con cannella in due mercatini di Berlino: il sabato a Boxhagener Platz e la domenica a Mauer Park. I prezzi sono modesti, un euro e mezzo il primo giorno, due il secondo (luogo più turistico e dall’affitto più caro). Eppure tanto basta per vivere dignitosamente nella capitale della Germania.

«I tedeschi non conoscevano il bignè. Ci ho messo mesi per crearmi la mia clientela. All’inizio è stata dura. Ho persistito utilizzando i migliori ingredienti

che potessi trovare e regalando assaggi gratuiti a chi si avvicinava curioso e poi se ne andava perché non capiva cosa fosse un bignè. Oggi, davanti al mio bancone c’è spesso la fila, tanto che sto pensando di aprire un laboratorio per rifornire anche alcuni ristoratori italiani». La sua compagna lavora in un bar tre giorni a settimana. «Nel frattempo studia il tedesco, che è necessario saper parlare a un buon livello per inserirsi nell’ambito turistico». La più contenta di tutti però è Gaia: «Già parla un tedesco migliore del mio. Sta crescendo bilingue e in un ambiente internazionale. Per lei, peraltro, non c’è nessuna stranezza.

Questa è la sua normalità.

Certo, qui mancano i nonni, con quello che rappresentano e l’aiuto che ci potrebbero dare, ma non è abbastanza per pensare di tornare indietro». Berlino non era una scelta scontata. «In ballo c’era anche Londra. Come lingua l’inglese

era più accessibile del tedesco, ma il costo della vita in Gran Bretagna poteva diventare insostenibile se non avessimo trovato subito un lavoro. Di Berlino si diceva invece un gran bene e così ci abbiamo provato, consci che se fosse

andata male avremmo potuto trasferirci altrove». I primi tempi non sono mai facili, ovunque si vada. «Sono stato subito assunto da un grosso centro di produzione di gelato. Lavoravo otto, anche nove ore al giorno, con turni

molto pesanti. Mi serviva, però, fare ulteriore esperienza, prendere tempo e informazioni sul come aprire una mia attività. Ho iniziato nei mercatini mentre ancora lavoravo lì. Facevo anche bruschette, altra mia passione. Gradualmente

ho capito che avrei potuto fare solo questo. E così ho lasciato tutto. Senza paracadute, ma con un ottimismo che penso mi abbia portato fortuna. A mia figlia ho dedicato il mio banchetto, Kuchen von Gaia, le torte di Gaia. Se

non fosse per lei, oggi, probabilmente non sarei qui. E non sarei così felice». Andrea D’Addio, Il Messaggero S.A luglio

 

 

 

 

Dieselgate, Volkswagen stanzia 15 miliardi per risarcire i proprietari: è la più grande class action negli Usa

 

La casa automobilistica pronta a firmare un’intesa per risarcire gli acquirenti delle auto vendute come non inquinanti e in realtà progettate in maniera tale da aggirare i test sulla qualità dell’impatto ambientale. Previsti anche stanziamenti per l’ambiente - di Isidoro Trovato

 

Sarà uno dei più costosi risarcimenti mai visti negli Stati Uniti. Volkswagen ha acconsentito al pagamento di circa 15 miliardi di dollari per risolvere la disputa sullo scandalo delle emissioni diesel. Sui media americani, New York Times in testa, trapelano i dettagli dell’accordo: il governo federale americano e i legali che rappresentano i proprietari di circa 475 mila veicoli Volkswagen. Nello specifico, poco più di 10 miliardi di dollari sono destinati al riacquisto di auto al loro valore calcolato prima dello scandalo, mentre una cifra aggiuntiva verrà impiegata per risarcimenti ai proprietari. I risarcimenti offerti ai proprietari delle auto andranno dai 5.100 dollari ai 10mila, sulla base del valore del veicolo prima dello scorso settembre, ovvero il momento in cui Volkswagen ammise pubblicamente che le sue auto indicate come «clean» erano state progettate in maniera tale da aggirare i test sulla qualità sull’impatto ambientale in particolare rispetto alla qualità dell’aria. Proprio oggi i termini dell’accordo dovrebbero essere sottoposti oggi ad un giudice federale in California per l’approvazione definitiva necessaria per applicare l’intesa.

Dai 5 ai 10 mila dollari a proprietario

Ma la vicenda potrebbe non finire qui. Si prevede tuttavia che, nonostante l’entità dell’accordo, il piano riguarderà soltanto una parte degli 11 milioni di auto vendute nel mondo che la casa produttrice ha riconosciuto contenessero il software manomesso. La class action infatti è stata portata avanti da circa mezzo milione di acquirenti e i fondi destinati ai rimborsi potrebbero non bastare a risarcire i milioni di statunitensi che hanno comperato un’auto tedesca «truccata». Nello specifico l’accordo prevederebbe poco più di 10 miliardi di dollari al riacquisto di auto al loro valore calcolato prima dello scandalo, mentre una cifra aggiuntiva verrà impiegata per risarcimenti ai proprietari. I risarcimenti offerti ai proprietari delle auto andranno dai 5.100 dollari ai 10mila, sulla base del valore del veicolo prima dello scorso settembre, quello infatti fu il momento in cui Volkswagen ammise pubblicamente che le sue auto indicate come «clean» erano state progettate in maniera tale da aggirare i test sulla qualità sull’impatto ambientale in particolare rispetto alla qualità dell’aria. I proprietari delle auto negli Stati Uniti potranno scegliere anche di avere il veicolo modificato, riparato di fatto in maniera da rispettare gli standard adeguati, invece di rivenderlo a Volkswagen, anche se ciò comporterebbe con tutta probabilità una riduzione nella performance dell’auto. Risarcimenti sono previsti anche per i proprietari di auto Volkswagen che le hanno vendute dopo l’esplosione dello scandalo.

Risarcimenti per la protezione dell’ambiente

Inevitabilmente c’è anche una ricaduta «etica» per questo scandalo che aveva fatto inorridire l’opinione pubblica america. Per questo motivo Volkswagen verserà inoltre 2,7 miliardi di dollari a favore di un fondo della Environmental protection agency (Epa), l’agenzia federale che si occupa di protezione dell’ambiente, a titolo compensativo per l’impatto ambientale delle auto «manipolate», mentre s’impegna a spendere due miliardi di dollari in nuovi progetti per auto più «pulite». Resta da capire che cosa accadrà in Europa. Finora infatti sono 8,5 milioni le vetture richiamate, di cui 3,7 milioni in Europa. F Non si conoscono i termini di un eventuale ulteriore accordo che, inevitabilmente il colosso tedesco dovrà siglare anche nei vari paesi del vecchio continente.  CdS 28

 

 

 

 

La Germania perdona il boia della strage di Marzabotto

 

Stoccarda, archiviate le indagini contro l’ex SS Kusterer. Ira del Pd

ALESSANDRO ALVIANI

 

BERLINO  - L’azione penale è «inammissibile» in quanto il suo stato di salute non gli consente in modo duraturo di sostenere un processo. Inoltre non è stato possibile dimostrare concretamente il suo ruolo nel reato che gli viene contestato. Con queste motivazioni la procura di Stoccarda ha archiviato le indagini contro Wilhelm Kusterer, il 94enne che era stato condannato all’ergastolo in Italia nel 2008 per l’eccidio di Marzabotto e l’anno scorso aveva ricevuto da una città tedesca una medaglia al merito, che aveva poi riconsegnato sull’onda delle polemiche. 

 

Polemiche riemerse ora di fronte alla chiusura del procedimento, che era stato aperto dalla procura di Stoccarda il 24 luglio del 2013 con l’ipotesi di reato di omicidio. È una notizia «molto grave», ha spiegato il parlamentare del Pd ed ex sindaco di Marzabotto Andrea De Maria, che sta lavorando con altri deputati a un’iniziativa istituzionale, da presentare nei prossimi giorni, relativa all’esecuzione in Germania e in altri Paesi delle sentenze dei tribunali militari italiani sulle stragi nazifasciste. Il presidente del gruppo Pd alla Regione Emilia Romagna, Stefano Caliandro, spiega che oggi, come a marzo, il sentimento è di «sconcerto e indignazione profonda». A marzo era emersa la notizia che la città di Engelsbrand, nel Sud-Ovest della Germania, aveva assegnato l’anno scorso a Kusterer una medaglia per il suo impegno in diverse associazioni musicali, ginniche e di canto. Un riconoscimento dal «carattere simbolico», aveva spiegato allora a La Stampa il sindaco Bastian Rosenau, secondo il quale il consiglio comunale non era al corrente del suo passato all’epoca della consegna. La medaglia era stata riconsegnata dallo stesso Kusterer a metà marzo. 

 

Ora l’ennesima delusione per i parenti delle vittime. Secondo una nota della procura di Stoccarda, una perizia medica richiesta dalla stessa procura giunge alla conclusione che Kusterer, che ha bisogno di continua assistenza, non è in grado, a causa del suo stato di salute, di rappresentare a dovere i suoi interessi, di difendersi e di rilasciare dichiarazioni in sede processuale. Indipendentemente da ciò non è possibile attribuirgli, in qualità di colpevole, complice o partecipante, tutti o almeno una parte degli omicidi di cui la 16esima divisione granatieri corazzati “Reichsführer SS” si rese responsabile nell’autunno del 1944 in Italia. La sola appartenenza a un’unità nel periodo considerato, che è bastata ai giudici italiani per il loro verdetto di colpevolezza, nell’ordinamento tedesco non è sufficiente per giungere a una condanna, ricorda la procura. Si tratta della stessa motivazione con cui la procura di Monaco I archiviò nel 2009 un procedimento simile che vedeva coinvolto tra gli altri lo stesso Kusterer. LS 1

 

 

 

Kermani, l’intellettuale musulmano che può diventare presidente tedesco

 

In Germania i socialdemocratici in crisi potrebbero trovare nell’intellettuale e saggista di origini iraniane una figura perfetta per compattare la sinistra in chiave elettorale - di Danilo Taino

 

BERLINO Il prossimo presidente federale tedesco potrebbe essere un musulmano che cadde in trance davanti al Crocifisso di Guido Reni, nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma. E che sollevò un conflitto intra-religioso in Germania per come raccontò quell’esperienza. Miracoli di un Paese che sta cambiando identità, forse. Oppure, più banalmente, tentativo della sinistra tedesca di mettere nell’angolo una volta tanto Angela Merkel. Al centro dell’attenzione è Navid Kermani, romanziere e saggista di origine iraniana, 48 anni, nato a Siegen, in Vestfalia, da tempo impegnato nella ricerca del dialogo tra le diverse fedi. I socialdemocratici della Spd, la sinistra-sinistra della Linke e i Verdi stanno pensando se sia il caso di candidarlo a presidente quando Joachim Gauck si dimetterà, a inizio 2017. Intellettuale, musulmano, esperto di Oriente, aperto al dialogo per quanto in modo provocatorio: cosa di meglio per affermare la mutazione genetica in corso nel Paese che ha aperto le porte ai rifugiati? Frau Merkel potrebbe opporsi a una figura del genere? Sì, si opporrebbe.

L’islamico che ama Guido Reni

Qualche anno fa, Kermani era a Roma ed entrò in San Lorenzo in Lucina. Nel 2009, raccontò sul quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (Nzz) cosa gli successe. Spiegò che per il Corano Gesù non fu crocefisso in quanto al suo posto andò qualcun altro. E che per lui «l’idolatria della croce» è «una bestemmia». Aggiunse però che davanti al quadro di Guido Reni per la prima volta pensò di «potere credere a una croce» tanta è la sua forza capace di trasformare il dolore da fisico a metafisico. Il giovane intellettuale, attivo sui media tedeschi fin da quando era studente e oggi autore di successo, ricevette poi un importante premio culturale in Assia, da condividere tra lui, un cattolico, un luterano e un ebreo, per onorare gli sforzi di chi si impegna nel dialogo tra religioni. Per molti cristiani, la condivisione del premio era inaccettabile: impediva il dialogo, invece di sollecitarlo. La vicenda si trasformò in una grande discussione. Il premio poi fu regolarmente assegnato.

L’appoggio dell’ex cancelliere Schröder

Da quel momento, Kermani è diventato una figura di spicco nel panorama intellettuale tedesco. Attivo sul confine tra le religioni sin dalla tesi di dottorato «Dio è bello, l’esperienza estetica del Corano». Molti premi, oltre a quello dell’Assia: l’ultimo, prestigioso, quello dei librai tedeschi, l’anno scorso. Scrive regolarmente, oltre che sulla svizzera Nzz, sul settimanale Die Zeit e sul quotidiano Süddeutsche Zeitung. Se una figura del genere riuscisse a mettere d’accordo i partiti della sinistra tedesca per presentarla come candidato unico alla presidenza federale, sarebbe una svolta politica. I socialdemocratici della Spd, al governo alleati con la Cdu-Csu di Merkel, sono in una crisi profonda: stretti nella Grande Coalizione dominata dalla cancelliera, perdono consensi e non riescono a trovare strade per svincolarsi. Se a inizio 2017 si presentassero uniti con la sinistra-sinistra e i Verdi, darebbero un segnale di rottura degli equilibri attuali che peserebbe poi nelle elezioni politiche dell’autunno 2017. Pare che l’ex cancelliere Gerhard Schröder apprezzi questa soluzione. Improbabile che, crocifisso o meno, Frau Merkel si accodi. CdS 7

 

 

 

Il XXV Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes 2015

 

Sono 25 anni che Caritas e Migrantes, organismi pastorali della CEI, hanno sentito il dovere di leggere e raccontare, anche con i numeri, un fenomeno importante, quale è l’immigrazione, che sta rinnovando i luoghi fondamentali della vita sociale del nostro Paese: il lavoro, la scuola, la famiglia, la città, la Chiesa. L’esigenza di una lettura attenta e puntuale, statistica e sociologica, ripetuta ogni anno, è nata dal rischio - mai cessato in questi 25 anni - di raccontare l’immigrazione più affidandosi alla ‘percezione’ del fenomeno migratorio che alla sua realtà. Un rischio di ieri - quando 25 anni fa si iniziava a parlare sulla stampa di ‘invasione inarrestabile’, smentita dai dati del primo Rapporto immigrazione del 1991, che fece la fotografia di un popolo di 356.000 persone - e un rischio di oggi, quando a fronte di una perdita di attrazione del nostro Paese da parte degli immigrati - con una crescita annuale di soli 11.000 immigrati nel 2015 e i primi cali di numeri di immigrati nel Nord Est, nelle Marche e in Umbria - si continua a parlare di ‘invasione inarrestabile’ in riferimento a 130.000 richiedenti asilo e rifugiati accolti nelle diverse città e regioni del nostro Paese: falsificazioni che impediscono ancora una adeguata politica dell’immigrazione!

Il giubileo del Rapporto immigrazione Caritas e Migrantes incrocia, provvidenzialmente, il Giubileo della misericordia indetto da papa Francesco, aiutandoci così a leggere ancora una volta – come in altre drammatiche stagioni della storia contemporanea –la realtà delle migrazioni in generale e, in particolare, il volto di un popolo di 5 milioni di persone arrivate o nate in Italia: ‘stranieri’ che, in realtà, stanno diventando sempre più una componente strutturale per la crescita del nostro Paese. Nell’anno della misericordia e alla luce delle strade indicate dal Convegno ecclesiale di Firenze, scommettere sulla ‘cultura dell’incontro’ - il leit motiv che guida questo 25° Rapporto immigrazione - sembra essere l’unica strada da intraprendere sul piano politico e sociale, culturale ed ecclesiale. Ogni chiusura, ogni discriminazione, ogni ritardo nel riconoscimento della cittadinanza, ogni esclusione impoverisce, indebolisce la vita delle nostre città e, in esse, della Chiesa. “Una Chiesa che si fa Parola” - come scrisse oltre 50 anni fa Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam - e una “Chiesa che incontra, dialoga”, come ha ricordato Papa Francesco  nell’esortazione Evangelii gaudium, sono i tratti di una Chiesa che aiuta e accompagna le nostre città, il nostro Paese, la nostra Europa, a non ‘confondersi’, a non ‘disorientarsi’ di fronte all’incontro con altri popoli, ma anche a ‘rinnovarsi’ nella sfida dell’incontro.

È la sfida dell’integrazione, un processo biunivoco di relazioni, di scambi, che le numerose esperienze ecclesiali regionali descritte in quasi 200  delle 500 pagine del Rapporto dicono che non solo è possibile, ma è l’unica strada. Diversamente si alimenta conflittualità, divisione, violenza, povertà: parole che non possono preparare un futuro per i ragazzi e i giovani dell’Italia e dell’Europa.

Gian Carlo Perego, Direttore generale Migrantes

 

 

 

Migrantes e Caritas: l’Italia approvi una legge sulla cittadinanza

 

Presentato il rapporto immigrazione delle due organizzazioni pastorali della Cei. In Italia risiedono più di 5 milioni di stranieri, in maggioranza donne, nell’Ue sono 35,2 milioni - FRANCESCO PELOSO

 

ROMA - È stato presentato oggi a Roma il XXV rapporto immigrazione da Caritas italiana e Fondazione Migrantes. Nell’occasione è stata chiesta una rapida approvazione da parte del Parlamento italiano, della legge sulla cittadinanza - che ha già il via libera della Camera e ora è all’attenzione del Senato – nella quale si prevede l’introduzione dello ius soli in forma temperata (in base al quale uno dei genitori deve avere il permesso di soggiorno da almeno un anno), si chiede inoltre un iter particolare per i minori stranieri arrivati da piccoli in Italia. Queste alcune delle proposte concrete avanzate dalle due organizzazioni impegnate da sempre sul fronte dell’accoglienza degli immigrati. Le due organizzazioni pastorale della Cei, denunciano poi la sostanziale falsificazione della realtà numerica e statistica del fenomeno nel nostro Paese causato da un allarmismo generalizzato e poco fondato in ragione al quale si parla ancora strumentalmente di «invasione» mentre si registrano in alcune regioni dei cali di presenze e resta il problema limitato e governabile dei richiedenti asilo.  

 

Significativi i dati generali del fenomeno resi noti oggi che danno una dimensione precisa della questione migrazione nel nostro Paese e nell’Unione europea. Secondo il rapporto ci sono oltre 5 milioni di stranieri residenti in Italia (l’8,2% della popolazione), di cui il 52,7% donne. Si tratta soprattutto di rumeni, albanesi e marocchini (le tre nazionalità rappresentano il 41,3% del totale) anche se in Italia sono presenti ben 198 nazionalità. Quasi il 60% del totale vive nelle regioni del nord. Le regioni con il più alto numero di presenze sono Lombardia (23%), Lazio (12,7%), Emilia Romagna (10,7%) e Veneto (10,2). Tema del rapporto presentato quest’anno è «La cultura dell’incontro», lo studio descrive la presenza della popolazione straniera in Italia come fenomeno oramai strutturale in tutti gli ambiti sociali. 

 

In termini numerici assoluti, nell’area Ue-28 - si rileva - gli stranieri residenti sono 35,2 milioni, con un aumento del 3,6% nel 2015 rispetto al 2014. Di questi, il 21,5% vive in Germania, il 15,4% nel Regno Unito, il 14,3% in Italia, il 12,4% in Francia. Caso singolare è il calo dei residenti stranieri in Spagna, diminuiti del 4,8%. Nel 2014 in Italia sono state registrate 129.887 acquisizioni di cittadinanza italiana, con una crescita del 29%. Prevalgono le acquisizioni da parte dei marocchini e degli albanesi, presenti da più tempo in Italia. 

 

«Sono 25 anni che Caritas e Migrantes, organismi pastorali della Cei – ha spiegato monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale di Migrantes - hanno sentito il dovere di leggere e raccontare, anche con i numeri, un fenomeno importante, quale è l’immigrazione, che sta rinnovando i luoghi fondamentali della vita sociale del nostro Paese: il lavoro, la scuola, la famiglia, la città, la Chiesa».  

 

«L’esigenza di una lettura attenta e puntuale, statistica e sociologica – ha proseguito - ripetuta ogni anno, è nata dal rischio - mai cessato in questi 25 anni - di raccontare l’immigrazione più affidandosi alla “percezione” del fenomeno migratorio che alla sua realtà. Un rischio di ieri - quando 25 anni fa si iniziava a parlare sulla stampa di “invasione inarrestabile”, smentita dai dati del primo “Rapporto immigrazione” del 1991, che fece la fotografia di un popolo di 356mila persone - e un rischio di oggi, quando a fronte di una perdita di attrazione del nostro Paese da parte degli immigrati - con una crescita annuale di soli 11mila immigrati nel 2015 e i primi cali di numeri di immigrati nel nord-est, nelle Marche e in Umbria - si continua a parlare di “invasione inarrestabile” in riferimento a 130mila richiedenti asilo e rifugiati accolti nelle diverse città e regioni del nostro Paese: falsificazioni che impediscono ancora una adeguata politica dell’immigrazione».  

 

«L’uso di alcune parole (invasione, emergenza, crisi) - ha detto a sua volta il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino - non aiuta certamente ad affrontare correttamente le trasformazioni in corso; contribuisce, piuttosto, a falsare i dati reali e ad allargare la forbice tra percezione e realtà del fenomeno migratorio (30% la percezione; 8,2% i numeri reali)».  

 

Anche sul tema sicurezza, spesso sollevato da settori dell’opinione pubblica in merito ai rischi connessi all’immigrazione, monsignor Galantino ha espresso un giudizio severo: «La strage di Dacca (ma non solo quella) ha inferto un colpo decisivo all’equazione – data per scontata dagli imprenditori della paura – tra immigrazione e terrorismo. Dobbiamo riconoscere che a tutt’oggi gli attentatori non sono praticamente mai gente arrivata in Belgio, in Francia o in Bangladesh con i barconi». «Non a caso - ha aggiunto - i commenti sull’identità degli autori del massacro oggi si appuntano sul fatto che si tratta di giovani rampolli di famiglie note e di ampie possibilità economiche, ben diverse dalla popolazione poverissima che abita il Paese». 

 

Galantino ha anche denunciato il rischio che a una lettura esclusivamente integralista dell’islam, fatta in modo strumentale, corrisponda alla fine una lettura integralista e quindi «ideologica» del Vangelo. La religione cristiana – ha spiegato - non deve diventare uno strumento da opporre all’altro. 

 

Di rilievo, anche in virtù della richiesta sullo ius soli, i dati relativi ai minori. Nell’anno scolastico 2014/2015 erano 814.187 gli alunni stranieri nelle scuole italiane, di cui 445.534 nati in Italia, questi ultimi aumentati del 7,3% rispetto all’anno precedente. Rappresentavano il 9,2% della popolazione scolastica italiana, con una crescita annuale dell’1,4%, segno di un insediamento stabile con la propria famiglia. Il dossier descrive dunque una scuola sempre più multietnica, in particolare nelle regioni del nord: il valore più alto di alunni stranieri nelle classi è in Emilia Romagna (15,5%), seguita da Lombardia (14,3%) e Umbria (14,2%). Nel centro-sud solo il Lazio arriva al 9,3%, mentre l’incidenza più bassa è in Sardegna (2,3%) e Puglia (2,6%). 

 

Interessanti, infine, pure i dati relativi al rapporto fra immigrati e lavoro. In quest’ambito il dossier sottolinea che mentre la retribuzione media mensile degli occupati italiani è di 1.356 euro, quella degli stranieri è di 965 euro, pari al 30% in meno. Il 41,7% dei lavoratori stranieri rientra dunque nella categoria dei “working poor” (gli italiani sono il 14,9%), e le donne sono le più penalizzate (59,3%) perché lavorano in settori con livelli retributivi più bassi della media. Secondo quanto emerge dalla ricerca, che analizza la presenza dei residenti stranieri nei vari settori, sono 2.360.307 i lavoratori stranieri in Italia (il 10,5% del totale), di cui l’88,5% è dipendente. Svolgono in maggioranza lavori meno qualificati (36,5% rispetto al 7,9% degli italiani) nei settori dei servizi collettivi e personali (29,8%), nell’industria (18,4%), nel settore alberghiero e della ristorazione (10,9%), nelle costruzioni (9,6%) e nel commercio (8,3%). Inoltre, nei servizi operano soprattutto le donne, nei cosiddetti settori delle «tre C»: caring, cleaning e catering (cura, pulizia e ristorazione). Anche se la maggioranza è impiegata come dipendente, nel 2014 sono aumentati del 6,2% i titolari di imprese nati in un Paese extra-Ue: 335.452. LS 5

 

 

 

 

Brexit. Londra divorzia dall'Ue: catastrofe in vista

 

E così alla fine è successo, la Brexit è realtà. Per la prima volta nella storia uno stato membro lascerà l’Unione europea. E che stato membro: il Regno Unito è la seconda economia dell’Unione, la sua principale potenza militare (insieme alla Francia), un paese dal considerevole peso geopolitico, con una politica estera di orizzonti globali e un corpo di funzionari e diplomatici esperti e capaci di iniziativa.

 

La variegata compagine a favore della Brexit, che include i nazionalisti xenofobi dello UK Independence Party (Ukip) e la frangia dei Tories ultra-liberista che considera l’Ue un freno all’economia britannica, festeggia un risultato impensabile qualche anno fa.

 

Così fanno pure i movimenti che hanno fatto dell’opposizione all’immigrazione e dell’euroscetticismo la loro bandiera: il Front National (Fn) di Marine Le Pen in Francia, il PVV di Geert Wilders nei Paesi Bassi, la Lega Nord di Matteo Salvini in Italia. Anche Donald Trump, il candidato repubblicano alla presidenza Usa, ha salutato la Brexit come una ‘grande cosa’.

 

Rischio contagio

Il resto del mondo (e del Regno Unito) è stordito, come titola il New York Times. Ci si domanda che effetti la Brexit avrà sull’economia britannica, su quella dell’eurozona e di conseguenza mondiale. Ci si chiede come Regno Unito e Ue potranno reimpostare le loro relazioni politiche ed economiche, quali opzioni l’Ue abbia a sua disposizione per evitare un ‘effetto contagio’ e quindi la sua frammentazione politica, cosa resti della capacità di leadership dell’Occidente nella governance globale.

 

Queste preoccupazioni sono più che legittime. Senza usare mezzi termini, la Brexit è un colpo durissimo al Regno Unito, all’Unione Europea, all’ordine liberale internazionale. Peggio, è un colpo durissimo che può innescare una reazione a catena verso il disastro.

 

Nello spazio di una notte, il Regno Unito è precipitato in una gravissima crisi costituzionale. Il crollo del cambio sterlina-dollaro - al punto più basso in 30 anni - ha fatto scivolare il Pil britannico sotto a quello francese in sole due ore. Ci vorrà tutta la potenza di fuoco della Banca d’Inghilterra (e non solo) per scongiurare il rischio di una nuova Lehman Brothers.

 

Può darsi che le fosche previsioni del Tesoro britannico, che prevedeva il Regno Unito in recessione già quest’anno in caso di Brexit, siano esagerate. Ma di certo il prossimo premier - David Cameron ha già annunciato che si dimetterà entro ottobre - dovrà gestire mercati volatili e un’economia più fragile.

 

Regno disunito

E lo dovrà fare tentando di unire non solo un Partito conservatore diviso come non mai tra euroscettici e pro-Ue, ma anche e soprattutto un paese diviso tra vecchi (in maggioranza pro-Brexit) e giovani (in larga parte contro), campagna (a favore) e città (contro), inglesi e gallesi (a favore) e nord-irlandesi e scozzesi (contro).

 

Quest’ultimo fronte di divisione non resterà senza conseguenze: il Partito nazionalista scozzese ha già annunciato che intende riproporre il referendum per l’indipendenza. La Scozia ha votato a larga maggioranza contro la Brexit. Destinato in ogni caso ad essere meno influente fuori dall’Ue - e probabilmente più povero - il Regno Unito rischia di subire a sua volta una secessione interna.

 

Per l’Ue il colpo non è meno duro. Ai leader dei 27 stati membri restanti spetta il difficile compito di gestire il divorzio con Londra e, soprattutto, la ridefinizione della relazione contrattuale Ue-Gb. L’economia britannica è integrata con quella Ue e, pertanto, ‘punire’ il Regno Unito imponendogli termini onerosi - per esempio escludendolo del tutto dal mercato unico - è controproducente. Ma allo stesso tempo i leader Ue devono prevenire l’eventualità che termini troppo blandi invitino altri stati a seguire la stessa strada. Il rischio di contagio è altissimo.

 

Rinazionalizzazione dell'Ue alle porte

Il ciclo elettorale non aiuta. Il prossimo autunno l’Italia potrebbe trovarsi senza governo, se gli elettori bocceranno la riforma costituzionale su cui il premier Matteo Renzi si gioca la sua carriera politica. Le incertezze sulla capacità dell’Italia di governare la sua economia si rifletteranno sui mercati, tornando a far salire lo spread e mettendo a rischio la tenuta dell’eurozona, come e forse più che nel 2011.

 

La prossima primavera si vota nei Paesi Bassi e in Francia, e a settembre 2017 in Germania. Wilders e Le Pen volano nei sondaggi e promettono a loro volta un referendum se restare o meno nell’Ue. Angela Merkel è stanca e indebolita e potrebbe uscire di scena, lasciando dietro di sé un cancelliere più euroscettico e più anti-immigrazione. La rinazionalizzazione dell’Europa sarebbe alle porte, e con essa la fine del progetto di integrazione.

 

Un’Ue frammentata e divisa cesserebbe di essere un attore internazionale di rilievo. L’influenza degli europei nella governance globale, nelle istituzioni multilaterali e nei grandi negoziati internazionali si ridurrebbe al minimo. Invece di un partner, gli Usa avrebbero nell’Europa un problema, e la solidità dell’Occidente - così come la sua capacità di esercitare una leadership - si incrinerebbe.

 

L’idea che le relazioni internazionali debbano essere governate da istituzioni multilaterali, alleanze, regole e pratiche condivise perderebbe vigore a vantaggio di una visione del mondo basata sulla forza militare ed economica. L’ordine liberale, già incrinato dagli eccessi unilateralisti americani e dall’emergente multipolarità, potrebbe cessare di funzionare.

 

Questo scenario catastrofico non è scritto. Ma come evitarlo è materia di un altro articolo. Oggi è il momento di prendere coscienza che le implicazioni della Brexit non riguardano solo i conservatori britannici, il Regno Unito o l’Ue. Riguardano, anzi minacciano, la tenuta dell’economia e l’ordine globali.

Riccardo Alcaro, AffInt 27

 

 

 

Gentiloni: “Unione da rinnovare contro l`effetto domino”

 

ROMA - La notte sembrava cominciare bene con la vittoria dei remain. Invece ci siamo svegliati con questa brutta sorpresa. David Cameron ha commesso un errore, proponendo di fare il referendum sull'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. Adesso però il voto va rispettato. La Gran Bretagna attivi al più presto le procedure per la separazione come previsto dall'art. 50 del Trattato». Decollato dopo il vertice di ieri mattina a Palazzo Chigi per il Lussemburgo, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha concluso il pranzo coi suoi (ancora) 27 colleghi. Il ministro britannico Philip Hammond non c'era. «Al suo posto un sottosegretario ha introdotto la discussione in modo accorato e dolente. Era, direi, provato...!».

Lei, ministro, si aspettava lo strappo della Gran Bretagna?

«Considerando gli ultimi giorni, in particolare l'andamento delle borse e dei mercati finanziari il giorno prima, e anche tragicamente i possibili effetti dell'omicidio di Jo Cox, si era diffuso un certo maggior ottimismo a favore dei remain. Adesso non resta che prendere con rammarico atto dell'esito. Il problema è come reagire. Non basta difendere l'esistente o dire: se n'è andato il Regno Unito, andiamo avanti a 27. Non possiamo dire, qui: business as usual».

Che cosa bisogna cambiare in Europa?

«L'Unione Europea resta l'Unione Europea anche se a 27. Ha 440 milioni di abitanti, è il grandissimo risultato del lavoro di generazioni. Ma quello che è successo non va minimizzato. Il Regno Unito non era solo uno dei 28, aveva un grande peso. Penso ai mercati finanziari e alla sua proiezione internazionale. Il primo tema è come gestire la separazione, il secondo è il futuro, ossia immaginare una nuova architettura dell'Unione».

Perché la Gran Bretagna dovrebbe sbrigarsi a uscire dalla Ue?

«Questo è il messaggio principale che io e i ministri francese e tedesco abbiamo voluto lanciare ai britannici: c'è una procedura che regola l'uscita dall'Unione e noi ci aspettiamo che Londra la attivi rapidamente».

Ma perché?

«C'è stato un referendum, bisogna rispettare gli elettori e non si può affrontare un lungo cammino su una terra incognita riguardo al se, come e quando separarsi. Questa terra incognita prolungherebbe da un lato una certa instabilità nei mercati, dall'altro renderebbe ancor più debole la Ue in un momento in cui l'Europa ha bisogno invece di forza e chiarezza: in altre parole, non sarebbe un buon affare se discettassimo per mesi su come e quando avviare le pratiche del divorzio. Mi auguro perciò che alcune affermazioni del governo di Londra sui tempi siano frutto della comprensibile incertezza provocata dallo choc della sconfitta».

Quali dovrebbero essere questi tempi?

«Non essendo questo un procedimento di espulsione, tocca a chi ha deciso di uscire notificare a Bruxelles la propria decisione. Questo processo di separazione è regolato dal Trattato e presenta molte poste in gioco, rilevanti dal punto di vista degli scambi commerciali, dei rapporti tra i cittadini e altro. Ma il suo avvio dipende dal governo britannico».

Matteo Salvini vorrebbe fare un referendum per poter cambiare i Trattati e quindi proporre di uscire dall'Europa...

«La regola che non consente di esprimersi attraverso un referendum sui Trattati è una regola costituzionale, quindi non si va molto al di là della propaganda con queste affermazioni. Ma al di là delle minacce, spuntate, di usare l'arma referendaria, è ben lungi da me sottovalutare il rischio di contagio del modello britannico in altri paesi e nella stessa Italia. Questo rischio, anzi, è tale per cui dev'essere mandato un messaggio forte e chiaro di rilancio del progetto dell'Unione da parte dei paesi della Ue».

Su diversi dossier europei ultimamente Italia e Gran Bretagna viaggiavano all'unisono. E ora?

«Conserveremo un'ottima collaborazione su tanti dossier internazionali. Siamo paesi amici, alleati nella Nato, questo non cambierà con l'uscita del Regno Unito dalla Ue. Con Hammond in particolare avevo sottoscritto un documento con alcuni possibili punti di convergenza nonostante avessimo posizioni diverse sull'idea strategica di un'Europa più integrata. L'Italia nel dibattito europeo non era dalla stessa parte della barricata, tuttavia avevamo individuato alcuni interessi comuni».

E adesso? Quale sarà il nostro ruolo in Europa?

«Sarà un ruolo destinato a crescere e questo significa che cresceranno le nostre responsabilità. Prima eravamo 4 player principali, ora siamo tre».

Ma lo schiaffo dei cittadini britannici a questa Europa faciliterà adesso le richieste di cambiamento dell'Italia, per esempio rispetto alla flessibilità?

«Questa è un po' la sfida dei prossimi mesi. C'è una casa con 28 inquilini, uno se ne va... La casa resta in piedi ma va rinnovata, altrimenti sarà sempre meno ospitale. L'Europa soffre in modo evidente il deficit di politiche comuni per la crescita e sull'immigrazione. L'Italia ha fatto proposte concrete in entrambi i campi. Quanto all'architettura istituzionale, ci sono diversi livelli di unità e integrazione: paesi con la moneta unica, paesi Schengen, e altri. Su nostra iniziativa i 6 paesi fondatori hanno avviato incontri, il prossimo a Berlino domani (oggi per chi legge, ndr), non per lanciare grida nel deserto ma per proporre da un lato politiche comuni di crescita economica e migratorie, dall'altro immaginando un'Europa a cerchi concentrici, capace cioè di dare un senso e una legittimità democratica a livelli diversi di integrazione».

Che cosa vi siete detti con Hammond?

«Philip Hammond si è battuto per il remain e gli ho dato atto di questo sforzo, purtroppo però il risultato è quello che è. Ed è amaro constatare che il referendum sia stato una iniziativa assunta dal primo ministro che poi lo ha perso. Abbiamo parlato dei tempi di attivazione della procedura del loro distacco».

Che cosa cambia per gli italiani che studiano e lavorano in Gran Bretagna?

«Nell'immediato, nulla. Nei prossimi due anni, che sono i tempi ragionevoli per definire i nuovi rapporti tra Unione Europea e questo particolare paese terzo che è il Regno Unito, se ne discuterà. La regolazione della circolazione delle persone sarà uno dei nodi della trattativa, assieme alle regole per il commercio. Noi difenderemo chi fa impresa e lavora in Gran Bretagna e troveremo soluzioni vantaggiose per entrambe le parti. I diritti acquisiti dei nostri concittadini comunque saranno preservati».

Molti ora dicono che l'effetto domino non si eserciterà solo nella disgregazione europea, ma concretamente in Italia sul referendum di ottobre, cioè la Brexit favorirà il no al referendum costituzionale...

«Non vedo il nesso. Semmai in certi aspetti della spinta contro l'Ue c'è un'insofferenza verso gli appesantimenti burocratici e la scarsa capacità decisionale. Il referendum va nella direzione di una semplificazione della burocrazia, una riduzione del numero dei parlamentari, un chiarimento dei rapporti tra Stato e regioni». Marco Ventura, Il Messaggero del 25 giugno

 

 

 

 

“La guerra a Saddam Hussein ha alimentato il terrorismo”

 

“Nel marzo 2003 non c’era una minaccia imminente di Saddam Hussein” contro l’Occidente, pertanto la guerra nei confronti dell’Iraq fu una mossa azzardata e dalle conseguenze disastrose. A dirlo è il rapporto della commissione britannica guidata da sir John Chilcot, atteso da sette anni Oltremanica.

Secondo il rapporto l’invasione dell’Iraq da parte del Regno Unito non era “l’ultima opzione”, benché si prese questa decisione “senza cercare di trovare una soluzione alternativa”, evidentemente pacifica.

L’ex premier Tony Blair portò il Paese in guerra “con certezze che non erano giustificate” riguardo la durata del conflitto, le sue conseguenze e le motivazioni che stavano alla base. Il rapporto sottolinea che i piani d’intervento furono “inadeguati”, soprattutto si fa riferimento alle presunte armi di distruzioni di massa in possesso di Saddam Hussein, che tuttavia si rivelarono una farsa.

Gli effetti di quell’invasione, considerata l’operazione militare “più controversa” del Regno Unito dalla fine della seconda guerra mondiale, furono peraltro ignorati da Londra. “Se la guerra – ha detto Chilcot – fosse stata giusta, il Regno Unito avrebbe potuto essere (e dovuto essere) più preparato per gli accadimenti che seguirono”.

Secondo il presidente della Commissione Londra era consapevole di quello che sarebbe accaduto. Infatti Blair “era stato messo in guardia con espliciti avvertimenti che un’azione militare avrebbe aumentato la minaccia di al-Qaeda al Regno Unito e agli interessi britannici. Era stato anche avvertito che un’invasione avrebbe potuto far finire le armi e le capacità militari irachene nelle mani dei terroristi”.

Il rapporto spiega dunque che la guerra all’Iraq di Saddam Hussein alimentò il terrorismo che oggi insanguina il Medio Oriente e non solo. “L’invasione britannica in Iraq nel 2003 fu una iattura e ha avuto conseguenze negative fino al giorno d’oggi: ha causato, a partire dal 2009, la morte di oltre 150mila iracheni, probabilmente molti di più, la gran parte civili. Più di un milione hanno dovuto lasciare le loro case”.

Blair, pur respingendo la tesi per cui la rimozione di Saddam Hussein sia la causa del terrorismo, si è assunto “piena responsabilità” per ogni errore commesso nella guerra in Iraq “senza eccezioni o scuse”. Zenit 6

 

 

 

 

Brexit. Percorso ad ostacoli dal referendum all'addio

 

 Il risultato del referendum sulla Brexit comporta una conseguenza immediata e diretta per il sistema giuridico dell’Unione europea, Ue, e un’altra meno immediata, ma inevitabile e centrale.

 

L’accordo Uk-Ue cessa di esistere

Il primo effetto riguarda l’Accordo UK-Ue del 19 febbraio scorso. Come risulta dalle Conclusioni del Consiglio europeo in pari data, i 28 Stati membri hanno convenuto all’unanimità che, nel caso di esito referendario favorevole all’uscita, l’Accordo in questione sarebbe cessato di esistere. Si tratta di una conseguenza automatica, non legata a particolari formalità, che si è già prodotta per il semplice fatto del risultato referendario.

 

La decadenza dell’Accordo risponde ad una ratio ben precisa. L’Accordo è stato concluso per favorire un esito positivo del referendum. Costituiva una concessione per il governo di Cameron per superare lo scoglio della consultazione popolare. Una volta mancato l’obiettivo, qualsiasi giustificazione dell’Accordo è venuta meno.

 

Vale la pena di notare la connotazione giuridica attribuita alla prevista decadenza. Non ci si è limitati a parlare di inefficacia dell’atto, o anche di sua invalidità o annullamento. Si è fatto ricorso a una qualificazione giuridica più forte, quella dell’inesistenza: si è precisato che l’Accordo “cesserà di esistere”.

 

Ne consegue che quanto previsto nell’Accordo non potrà essere invocato come precedente . Le interpretazioni del diritto Ue ivi contenute, in materia di “unione sempre più stretta”, “multicurrency Union”, “circolazione dei lavoratori”, sono cancellate. Erano deroghe eccezionalmente pattuite in vista di una vicenda del tutto speciale e sono state definitivamente travolte dall’esito del referendum. Altri Stati membri non potranno dunque avvalersene in futuro.

 

L’art. 50 in pratica

Veniamo all’altra conseguenza del referendum, non immediata, ma inevitabile e centrale, vale a dire l’uscita del Regno Unito dall’Ue. Non si tratta di un effetto automatico del voto referendario, ma certamente ne rappresenta la inequivocabile finalità. L’uscita passa attraverso la procedura di recesso di cui all’articolo 50 Tue.

 

Questa disposizione del Trattato solleva una serie di questioni:

a) Il recesso dalla Ue si può attuare solo in base al citato art. 50. Altre vie, mutuate dal diritto internazionale generale, appaiono impraticabili nelle circostanze. Azioni unilaterali del Regno Unito al di fuori dell’art. 50 costituirebbero un illecito ai sensi sia del diritto Ue sia del diritto internazionale.

 

b) La procedura dell’art. 50 prende avvio su iniziativa e richiesta dello Stato recedente, non può essere attivata dalle istituzioni dell’Ue. Queste possono sollecitare il Regno Unito a farlo, ma non determinare unilateralmente l’inizio della procedura.

 

c) L’iniziativa dello Stato recedente, quando assunta, comporta una notifica al Consiglio europeo dell’intenzione di lasciare l’Ue. L’organo competente ad effettuare la notifica, come pure le procedure interne che la precedono, dipendono ovviamente dall’ordinamento costituzionale dello Stato recedente, nel nostro caso quello del Regno Unito. Una semplice comunicazione circa l’esito dell’avvenuto referendum non basta ai fini dell’art. 50; ci vuole una vera e propria notifica dell’intenzione di recedere.

 

d) A seguito della notifica si apre un negoziato fra l’Ue e il Regno Unito sulle “modalità del recesso”, vale a dire sulla disciplina transitoria applicabile nel passaggio dallo status di membro a quello di non membro. Il negoziato deve tenere conto anche delle “future relazioni con l’Unione”. L’art. 50 distingue dunque tra “modalità del recesso” e “future relazioni”. Solo le prime formano oggetto specifico del negoziato, mentre delle seconde si deve unicamente tenere conto. Non è escluso tuttavia che, se le parti concordano di farlo, l’accordo si estenda anche alle seconde. L’art. 50 obbliga le parti a negoziare in buona fede in vista del raggiungimento dell’accordo (pactum de negotiando), ma l’accordo non deve essere necessariamente concluso, se si manifestano divergenze insuperabili.

 

e) Il negoziato coinvolge le quattro istituzioni principali dell’Ue: il Consiglio detta gli “orientamenti”, vale a dire il mandato che la Commissione deve seguire in quanto negoziatore dell’accordo, concluso poi dal Consiglio, previa approvazione del Parlamento europeo. Il Consiglio europeo delibera con il consenso di tutti i suoi membri, il Consiglio a maggioranza qualificata, il Parlamento europeo a maggioranza dei suffragi espressi. La circostanza che a monte si collochino le direttive del Consiglio europeo, conferisce al negoziato un’impronta altamente politica, ribadita dalla necessaria approvazione del Parlamento europeo. Alle delibere e decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio non partecipa il rappresentante dello Stato che recede dall’Ue.

 

f) Lo Stato recedente cessa di far parte dell’Ue alla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso, o al più tardi due anni dopo la notifica di cui al precedente punto c), se non interviene prima l’accordo di recesso. La scadenza dei due anni può essere prorogata, ma solo con delibera unanime del Consiglio europeo. Fino all’uscita dall’Ue, il Regno Unito è soggetto a tutte le regole e alle procedure della Ue. Successivamente, gli si applicano le disposizioni dell’accordo di recesso: in sua assenza, soccorrono i principi generali di diritto. Quanto alle relazioni future con l’Unione, quelle commerciali, se non concordate, ricadono sotto il regime ordinario del Wto.

 

Londra e i futuri rapporti con l’Ue

Quanto ai contenuti dell’accordo di recesso, e alla sua estensione ai successivi rapporti con l’Unione, molto dipenderà da considerazioni di carattere politico, suscettibili di determinare un atteggiamento negoziale più o meno cooperativo delle parti. Un tempestivo chiarimento sui due fronti (tempistica dell’uscita nonché portata dell’accordo di recesso) è certo nell’interesse dell’Ue, specie per i riflessi nei rapporti fra Stati membri. Ma dovrebbe interessare anche al Regno Unito: fino a che continua a far parte dell’Ue deve rispettare in toto gli obblighi che ne conseguono, mentre l’esercizio dei diritti risulterà inevitabilmente pregiudicato dalla prospettiva del recesso.

 

L’art. 50 costituisce il passaggio obbligato per il Regno Unito, e per altri Stati Membri che dovessero maturare in futuro l’intenzione di lasciare l’Ue. Non solo: la procedura dell’art. 50 si impone anche per Stati euro che volessero eventualmente recedere dall’unione monetaria. Allo Stato attuale del diritto della Ue, non è consentito farlo se non lasciando l’Unione nel suo complesso. In altri termini non è possibile uscire dall’euro e nel contempo rimanere membri dell’Ue. Il ricorso alla procedura dell’art. 50 sarebbe ineludibile anche in questo caso.

Gian Luigi Tosato, Iai 28

 

 

 

 

Attentato a Istanbul. Il Califfo contro il Sultano: il tempo delle ambiguità è finito

 

Dopo Bruxelles, un altro aeroporto finisce sotto attacco. Ieri è toccato allo scalo “Ataturk” di Istanbul, la più grande metropoli della Turchia. Il bilancio della strage è di almeno 36 morti e oltre 140 feriti. Il modus operandi dei kamikaze  ricorda quello, ben organizzato e coordinato, del 22 marzo scorso all’aeroporto di Zaventem a Bruxelles, rivendicato dall’Isis. A ben guardare, l'attentato potrebbe essere la risposta del Califfo al Baghdadi, al Sultano turco Erdogan, che dopo aver sostenuto più o meno apertamente l'Isis, ora ha scelto di combatterlo. Una scelta di campo pagata con il sangue

 

Dopo Bruxelles, un altro aeroporto finisce sotto attacco. Ieri è toccato allo scalo “Ataturk” di Istanbul, la più grande metropoli della Turchia. Il bilancio della strage è di almeno 36 morti e oltre 140 feriti. Il commando degli attentatori – fonti della polizia turca parlano di sette persone – ha fatto irruzione nel terminal internazionale dell’aeroporto sparando sulla folla, dopo di che tre kamikaze si sono fatti esplodere. Un modus operandi che ricorda quello, ben organizzato e coordinato, del 22 marzo scorso all’aeroporto di Zaventem a Bruxelles, rivendicato dall’Isis. Al momento non è arrivata nessuna rivendicazione, ma come dichiarato dal premier Binali Y?ld?r?m, tutti i sospetti cadono anche in questo caso sullo Stato islamico.

Quello di ieri è solo l’ultimo di una scia di attentati che sta colpendo il Paese guidato dal Sultano, Recep Tayyip Erdogan. In questi primi sei mesi del 2016 Istanbul ne ha già subiti tre. A colpire anche i militanti curdi, che da decenni combattono per ottenere l’autonomia, oltre ai jihadisti dell’Isis che, vale la pena ricordarlo, hanno una presenza radicata nel paese della Mezzaluna, per loro principale punto di passaggio verso il fronte siriano e iracheno. E non vanno dimenticate, tra le altre, le stragi di Ankara con 34 morti e 125 feriti del 13 marzo scorso e per la quale si segue la pista dei curdi del Pkk, e del 17 febbraio contro un mezzo militare, 28 morti e 60 feriti.

La strage all’aeroporto “Ataturk”, nonostante tutti questi tragici precedenti, coglie la Turchia di sorpresa proprio mentre è impegnata a mutare il suo corso politico, finora ricco di ambiguità. La sua strategia politica nella regione, infatti, aveva visto, dal 2011, Erdogan intessere negoziati con i curdi del Pkk e poi interromperli quando questi si sono rivelati i principali nemici dello Stato islamico e dei suoi tagliagole, sui quali il presidente turco contava per abbattere il regime siriano di Assad.

Una contraddizione evidente per il leader di un Paese, membro della Nato ma capace nel contempo di fare affari con l’Isis (petrolio, foreign fighters…), stringere accordi con l’Ue per accogliere – dietro miliardario compenso – profughi e rifugiati, minacciare quei Paesi occidentali che riconoscevano il genocidio armeno, siglare patti con Hamas e negoziare intese in funzione anti-iraniana con Israele dopo le tensioni causate dall’arrembaggio israeliano alla nave turca “Mavi Marmara”. Per non dire delle scuse del Sultano a Putin per l’abbattimento del jet russo al confine siriano.

Accordi e riavvicinamenti che segnano un cambio di passo della Turchia dovuto alle pressioni di Usa e Russia. I raid aerei delle due super potenze hanno cancellato pozzi, azzerando la capacità finanziaria dell’Isis e permesso all’esercito turco di controllare i valichi di frontiera. A sua volta Ankara bombarda postazioni Isis a nord-ovest di Aleppo e, sul fronte interno, ha già lanciato diverse operazioni antiterroristiche.

Abbandonare lo Stato islamico e i suoi tagliagole, riavvicinarsi a Russia e a Israele e, sul piano interno, cercare di riguadagnare la fiducia delle proprie Forze armate, equivalgono ad una precisa scelta di campo del Sultano, oggi più che mai ostile al Califfo.

Che non ha mancato di rispondere con l’ennesima strage. A chi vuole isolare e colpire la Turchia si risponde anche con una politica chiara e trasparente di cooperazione e collaborazione. Il tempo delle ambiguità è finito. Daniele Rocchi

 Sir 29

 

 

 

 

Austria, Corte Costituzionale: "Ballottaggio per le presidenziali da rifare"

 

La Corte Costituzionale austriaca ha invalidato il secondo turno delle elezioni presidenziali del 22 maggio scorso, vinte dal candidato indipendente Alexander Van der Bellen, contro il populista Norbert Hofer. Il ballottaggio dovrà essere ripetuto, hanno stabilito i giudici interpellati dal Partito della Libertà all'indomani del voto per irregolarità nel conteggio delle schede.

Le elezioni erano state perse di misura dal candidato del FPOe, Norbert Hofer, che era stato sconfitto al ballottaggio tenutosi lo scorso 22 maggio con uno scarto di poco meno di 31mila voti (49,7% contro il 50,3%) dall'oppositore, l'esponente ecologista Alexander Van der Bellen. La decisione della Corte Costituzionale di Vienna è legata all'impropria gestione delle operazioni di spoglio relative a circa 78mila schede.

Nel corso delle due settimane di udienze pubbliche circa 90 testimoni sono stati chiamati a deporre. Il FPOe sosteneva che tra le irregolarità commesse c'è anche la gestione dei 700mila voti per posta, che sono risultati decisivi per assegnare la vittoria. Proclamato vincitore all'indomani del voto, Van der Bellen doveva insediarsi ufficialmente il prossimo 8 luglio.

"La decisione non fa di nessuno un perdente o un vincitore", ha tenuto a sottolineare il presidente della Corte Gerhart Holzinger dopo l'annuncio dell'invalidamento. La sentenza, si è poi detto convinto, servirà a rafforzare la fiducia nello stato di diritto e nella democrazia. "Il ricorso presentato dal leader del Partito della Libertà Heinz-Christian Strache contro le elezioni del 22 maggio è stato accolto", ha detto Holzinger.

Nelle due settimane di udienze, i legali del FPOe hanno sostenuto che le schede elettorali inviate per posta sono state gestite in modo scorretto e illegale in 94 dei 117 distretti. Migliaia di schede ad esempio secondo la loro ricostruzione sono state aperte prima del dovuto e una parte conteggiate da gente non autorizzata a farlo. Il partito aveva anche affermato di poter dimostrare che al voto hanno preso parte ragazzi di età inferiore ai 16 anni e stranieri.

Il nuovo ballottaggio si terrà probabilmente a fine settembre o inizio ottobre. Lo ha annunciato il ministero dell'Interno austriaco, dopo la pronuncia della Corte Costituzionale.

Sarà la presidenza del Nationalrat, la Camera bassa del Parlamento austriaco, ad esercitare collegialmente la funzione di presidente ad interim tra l'8 luglio, quando sarà scaduto il mandato dell'attuale capo dello Stato Heinz Fischer, e fine settembre-inizio ottobre, quando è previsto il ballottaggio. Della presidenza del Nationalrat fa parte in qualità di vicepresidente della Camera anche Norbert Hofer. Adnkronos 1

 

 

 

Amendola: “Noi al centro del Mediterraneo per stabilizzare i governi fragili”

 

ROMA. L'Italia e la sfida globale del terrorismo jihadista. La centralità del Mediterraneo. L'Unità ne parla con il sottosegretario agli Esteri, Enzo Amendola, di ritorno da una missione diplomatica in Libia. «Dobbiamo fare i conti - rimarca Amendola - con il dato di fatto che il jihadismo ha ampliato la sua caratura geografica, dall'Africa all'Asia». E il massacro di Dacca ne è la tragica conferma. Quanto alla minaccia jihadista che investe la Libia e altri Paesi del Nord Africa, il sottosegretario agli Esteri, annota: «Il nostro compito è favorire processi politici, partendo dalla Libia, che diano la forza agli attori locali di superare la crisi interna e combattere i nuclei terroristici. Questo è un messaggio che, insieme ai partner regionali e internazionali, con forte solidarietà e aiuti diretti per l'emergenza, passiamo alle autorità libiche, impegnati in questi giorni per liberare Sirte».

L'Italia è sotto shock per la strage al caffè-ristorante di Dacca, dove hanno perso la vita anche nove nostri connazionali. La sfida del terrorismo jihadista si fa sempre più globale. come dimostra peraltro il massacro nel cuore di Baghdad. Quale dovrebbe essere la risposta della comunità internazionale?

«Non v'è dubbio che il jihadismo internazionale abbia ampliato negli ultimi tempi la sua caratura geografica - dall'Africa all'Asia - incuneandosi in quelle società dove problemi politici e sociali o veri e propri fallimenti degli Stati, hanno radicato una follia e una violenza legate alla chiamata alle armi arrivata nel 2014 dalla moschea di Mosul. È evidente che la coalizione internazionale di cui l'Italia fa parte ha la forza e il dovere, tra Mosul e Raqqa, di vincere militarmente le bandiere nere del "Califfato". Ma allo stesso tempo, questa coalizione e le forze che investono nel multilateralismo, devono ampliare lo sguardo verso quei Paesi che subiscono l'emergere di questa ideologia totalitaria».

Il ministro degli Esteri, Paolo GentiIoni, ha affermato di recente che «il Mediterraneo è l'epicentro del disordine globale». E in questo contesto, cruciale è la situazione in Libia. Lei è reduce da incontri con le massime autorità del governo di Tripoli. Che impressione ne ha ricavato?

«Dentro questa strategia geopolitica di contrasto al terrorismo, l'Italia è esposta direttamente alle vicende del Medio Oriente, dove il jihadismo si è radicato nella instabilità libica o facendo leva sulle fragilità di giovani democrazie come quella tunisina. Il nostro compito è favorire processi politici, partendo dalla Libia, che diano la forza agli attori locali di superare la crisi interna e combattere i nuclei terroristici. Questo è il messaggio che, insieme ai partner regionali e internazionali, con forte solidarietà e aiuti diretti per l'emergenza, passiamo alle autorità libiche, impegnati in questi giorni per liberare Sirte».

Assieme al terrorismo, l'altro tema cruciale riguarda i migranti. E il discorso investe anche in questo campo la Libia. Più in generale, l'Italia ha presentato all'Europa il «Migration Compact», una sorta di "Piano Marshall" per l'Africa. Come stanno le cose?

«L'elemento che negli incontri che ho avuto a Tripoli, esponenti del governo libico mi hanno sottolineato nella tragedia dei trafficanti di esseri umani che si arricchiscono sulla pelle, e non è una metafora, di milioni di persone, migranti e rifugiati, è la difficoltà a controllare 4mila chilometri di linee di confine a Sud. Proprio per questo a livello europeo, in una strategia coordinata anche con le disposizioni della missione militare EuNavFor Med, l'Europa deve abbassare lo sguardo e gli interventi verso i Paesi di origine e transito dei flussi migratori, che non sono nelle condizioni di gestire questo fenomeno epocale. Lo sforzo economico e di sicurezza, come proposto nel "Migration Compact", va condiviso anche con i Paesi del Sahel e della zona subsahariana».

Con la sua azione diplomatica in Libia, con il "Migration Compact", l'Italia cerca di spostare a Sud, a partire dal Mediterraneo, lo sguardo, e l'azione politica, dell'Europa. Ma l'Europa è all'altezza di questo cambio di orizzonte?

«L'Alto Rappresentate per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea, Federica Mogherini, ha presentato un nuovo impianto strategico di politica estera per l'Europa. Da anni sono falliti tutti i tentativi di costruire istituzioni mediterranee e di cooperazione. Una esperienza triste, visto lo sconvolgimento post 2011, su cui abbiamo il dovere di recuperare in termini di risoluzione dei conflitti, cooperazione allo sviluppo e aprire partnership tra le due sponde del Mediterraneo, per condividere la forza e le sofferenze del Continente africano, con la consapevolezza che tutto questo sarà centrale nell'agenda di questo secolo per l'Europa». Umberto De Giovannangeli, L’U del 5 luglio

 

 

 

 

Non solo IMU

 

Mentre sollecitiamo chiarimenti sul computo dell’IMU (Imposta Municipale Unica), nei confronti dei Connazionali all’estero con un bene immobile in Patria, con legge 6.12.2011 n. 214, pubblicata sulla G.U. 27/12/2011, è stata introdotta anche la tassa che interessa chi, pur essendo residente nel Bel Paese, è proprietario di un alloggio all’estero. L’imposizione fiscale prevista è dello 0,76% calcolata sul valore dell’immobile dedotto dal Rogito Notarile d’acquisto o, in mancanza, anche dal valore di mercato stimato nel Paese ove si trova l’immobile. Non abbiamo rilevato altri riferimenti.

Per evitare doppie imposizioni fiscali/immobiliari, è riconosciuto un credito d’imposta pari al prelievo, ovviamente documentato, applicato dallo Stato in cui l’immobile si trova. In prima battuta, sembrerebbe che l’imposta colpisca i redditi da investimenti immobiliari all’estero (al netto delle tasse già previste dal Paese ove l’immobile si trova).

 Resta, in ogni caso, da stabilire se l’imposizione dello 0,76%, calcolata sulle basi che abbiamo riportato, non sia troppo esosa, anche rispetto alla media di quelle europee nel settore che, per obiettività, non conosciamo. Sempre tenendo presente che sono migliaia i Connazionali che sono rientrati definitivamente in Patria ed hanno conservato loro proprietà immobiliari oltre confine.

 Si è solo voluto ostacolare l’esportazione di capitali da investire in beni immobili all’estero, o cosa? L’interrogativo rimane. Le ipotesi, in questo novello 2016, sono tutte possibili. Con qualche necessaria premessa: che posizioni hanno preso i Parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero in materia?

 E’ mai possibile che i Deputati e Senatori delle quattro Ripartizioni Elettorali d’oltre confine non siano stati capaci di manifestare, univocamente, il loro dissentimento?  Anche quest’interrogativo è rimasto irrisolto.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Effetti del Brexit sulla previdenza sociale dei lavoratori migranti

 

In occasione del referendum britannico del 23 giugno 2016, la maggioranza degli elettori ha votato quindi in favore dell’uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Un fatto d’inaudita gravità, e senza precedenti.

Ci si chiede ora cosa succederà, mentre il dibattito resta dominato da argomenti per lo più populisti e demagogici.

I media europei hanno per esempio rilanciato in questi giorni le dichiarazioni di Theresa May, ministro degli Interni britannico e candidata alla leadership del partito conservatore, secondo la quale la permanenza nel regno Unito dei cittadini europei lì residenti non sarà scontata dopo che sarà stata formalizzato e compiuto il processo di uscita di questo paese dall'Unione europea. La loro posizione (e quantità) - sostiene la May - “sarà negoziata in parallelo alla libertà di stabilimento dei cittadini britannici nell’Unione europea”. Secondo il quotidiano britannico The Independent, la May avrebbe dichiarato che garantendo ai cittadini Ue di poter restare nel Regno Unito anche in seguito a Brexit si avrebbe “un enorme afflusso di cittadini dell’Ue che avendo questa possibilità vorrebbero tutti quanti venire qui”.

Ma per ora, e per un periodo transitorio durante il quale saranno negoziati i termini dell’uscita del Regno Unito dall’UE, il diritto sociale derivante dall'applicazione dei regolamenti e delle direttive europee resta pienamente d’applicazione.

In particolare, le norme europee sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale continueranno ad applicarsi nel Regno Unito, come in tutti i paesi membri dell'UE, dello Spazio economico europeo (Islanda, Liechtenstein e Norvegia) e in Svizzera.

Continuerà ugualmente ad applicarsi il diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente, come stabilito dalla Direttiva 2004/38.

Questo periodo dovrebbe durare al massimo 2 anni, a partire dalla notifica ufficiale al Consiglio da parte del Regno Unito (cfr Dichiarazione fatta in occasione della riunione informale del 27 giugno 20016). 

Per il resto, i contenuti, gli sviluppi e la durata dei futuri negoziati in seno alle istituzioni europee sono attualmente sconosciuti.

Sarà cura dell’Osservatorio Inca Cgil per le politiche sociali in Europa seguire gli sviluppi e aggiornare le informazioni ogni volta che emergeranno nuovi elementi riguardanti i diritti sociali.  Osservatorioinca 5 luglio

 

 

 

 

La Commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove” del Cgie sull'esito del referendum sulla Brexit

 

“Per superare le sfide è necessario un pieno protagonismo delle nuove generazioni e governanti europei che sappiano puntare in maniera decisa su questo futuro”

 

ROMA – La Commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove” del Consiglio generale degli italiani all'estero interviene in merito all'esito del referendum sulla Brexit, segnalando come esso la interpelli in vario modo.

“Innanzitutto, come italiani all’estero – si legge nel comunicato diffuso in proposito, - non possiamo che associarci al disagio che vivono in queste ore i moltissimi connazionali nel Regno Unito e alle incognite verso il proprio futuro. Inoltre, come membri di una Commissione tematica incentrata sulle nuove migrazioni e sulle generazioni nuove, non possiamo che riflettere sulla fotografia che questo referendum ci offre”.

Si ricorda infatti come “nella fascia d’età 18/24 abbia votato il 36% degli aventi diritto al voto, percentuale che sale al 58 per la fascia 25/34, ma che resta di diverse misure inferiore alla partecipazione al voto delle generazioni più anziane”; “i giovani che hanno votato – si segnala, citando i dati di YouGov/La Stampa - si sono espressi in maniera schiacciante a favore della permanenza nell’Unione Europea (75% degli elettori nella fascia 18/24), diversamente dai cittadini delle altre fasce d’età”, configurando “un voto molto polarizzato per i pochi giovani che hanno scelto di esercitare tale diritto”.

“Ma noi – prosegue la Commissione - vorremmo ricordare anche l’impatto della mobilità sulle scelte che riguardano la propria comunità. Infatti, i cittadini britannici residenti in un altro Stato da più di 15 anni non hanno potuto esprimersi, né tantomeno i cittadini europei non britannici residenti in Gran Bretagna magari da altrettanti anni”.

“Questo quadro complesso della partecipazione nell’era dell’astensionismo e della mobilità ci costringe a interrogarci da un lato sul perché chi possa esercitare un diritto non lo eserciti, dall’altro sull’urgenza di includere, nell’esercizio di questo stesso diritto, coloro che noi chiamiamo cittadini, ma che di fatto non hanno potuto votare. Gli anni che si aprono davanti a noi, soprattutto i prossimi mesi – ribadisce la Commissione, - saranno una sfida importante per le generazioni nuove. Generazioni nate nell’evidenza e nella pratica di un progetto europeo vissuto, che ora ha bisogno dell’impegno di tutti e di ambiziosi obiettivi di partecipazione e cittadinanza per accompagnare il sogno dell’Europa, nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, nel mondo della globalizzazione e della mobilità. Per superare queste sfide – rimarca la nota - ci sarà bisogno da una parte del pieno protagonismo di queste stesse generazioni, dall’altra di governanti europei che sappiano puntare in maniera decisa su questo futuro”. (Inform 30)

 

 

 

Europa migrante: da Marcinelle alla crisi dei rifugiati

 

Giovedì 30 giugno al Bois du Cazier si è tenuta la conferenza "Marcinelle60" organizzata dal Pd Belgio. È stata un’occasione per commemorare la tragedia di Marcinelle a 70 anni del patto Italia-Belgio sul carbone e per offrire una piattaforma di dibattito sui temi della migrazione e delle politiche di asilo in Europa. Marco Fedi ha inviato questo contributo 

 

La storia dell’emigrazione italiana nel mondo ha conosciuto momenti ed episodi che ne hanno segnato non solo la narrazione ma l’evoluzione sociale, culturale e politica. Marcinelle è il simbolo del lavoro italiano nel mondo, della speranza di miglioramento e dell’estremo sacrificio, dello sfruttamento e della mancanza di sicurezza sul lavoro. 

È l’evocazione della ricostruzione dell’Europa dopo le rovine della guerra, degli accordi tra Paesi per avere manodopera a basso costo in cambio di risorse energetiche e rimesse, dell’ancora primitiva e inosservata protezione sociale e del bisogno di creazione di un sistema di regolazione dei rapporti di lavoro. 

Marcinelle è stata anche un fondamentale impulso per fare grandi passi in avanti, in tante importanti direzioni, dal rispetto dei diritti umani, alla costruzione di un welfare europeo, a nuove e più efficaci normative sulla sicurezza e sul lavoro. 

Dopo Marcinelle, dunque, è cambiato molto, ma non abbastanza. 

Ancora oggi troppi migranti muoiono sul posto di lavoro. Il tema del lavoro e della sua tutela è profondamente legato alla storia delle migrazioni. Sia quando si trattava di un’emigrazione tradizionalmente formata da manodopera in genere poco qualificata, sia oggi che abbiamo a che fare con una forza lavoro specializzata ed in competizione con i lavoratori locali. È legato anche per ragioni culturali, considerando le difficoltà che i migranti incontrano nell’inserimento e nell’integrazione nei contesti di primo insediamento. E’ legato, infine, per ragioni politiche, essendo l’emigrazione ancora usata per campagne demagogiche e populiste, che non hanno nulla a vedere con una vera attenzione politica. 

Oggi che l’Italia è tornata a produrre migranti, soprattutto verso l’Europa, resta vivo il bisogno di armonizzare le disposizioni normative sul lavoro e sulla sicurezza. Lo stesso Stato italiano, tanto per esemplificare, spesso non adempie a tutti gli obblighi previsti dalle leggi e dai regolamenti comunitari nei confronti di personale assunto localmente presso la rete diplomatico-consolare. 

Marcinelle si lega molto anche ai nuovi flussi migratori dal mondo. Dagli Stati Uniti all’Austria, il vento del populismo spinge per la costruzione di muri e argini e per la chiusura dei canali di collegamento, ascolto e accoglienza. 

A 60 anni da quel tragico evento, le sfide per l’Unione Europea sono sempre presenti e rimarcano un’evidente necessità: essere più forti e sicuri, avere più coraggio, dimostrare più solidarietà e comprensione verso le ragioni dei migranti. Non si tratta unicamente di regolamenti comunitari, di accoglienza, di politiche di integrazione, di tutela del lavoro e di sicurezza. È anche la crescita economica che ha bisogno di emigrazione, del rispetto dei diritti umani, che si alimenta di scelte politiche vere, non solo di parole, come la tutela del lavoro, in tutte le sue forme. 

Le migrazioni rappresentano una grande sfida ma anche un’incredibile e inaspettata opportunità per rafforzare l’Unione europea. Non possiamo perdere l’occasione proprio in questo momento, in cui proprio sulle migrazioni si è giocata una drammatica partita interna al Regno Unito. E le conseguenze, per loro e per noi, sono sotto gli occhi di tutti.

Marco Fedi, Deputato eletto all’estero per il Pd

 

 

 

 

Tempesta al centro e brividi in banca

 

Nel momento in cui la sindaca grillina si insedia in Campidoglio e il numero uno del M5S celebra il suo compleanno con una festa sul Tevere (citazione di Jeeg Robot?), per Renzi si fa sempre più rovente l'estate delle difficoltà. Una dopo l'altra, dopo la sconfitta elettorale. La vicenda che coinvolge parenti e collaboratori del ministro Alfano obbliga Renzi a una difesa strenua del ministro dell'Interno, a capo di un piccolo partito di centro, ma indispensabile alla sopravvivenza della maggioranza. Lo stesso Alfano non aveva nascosto qualche settimana fa di voler tentare una riconversione verso destra dal momento che la Lega di Salvini non sfonda al centro sud e Forza Italia esiste ancora. Dimezzata ma c'è. Ma l'inchiesta della Procura di Roma e la ribellione di qualche senatore vicino a Schifani accelerano i tempi e per Renzi scatta l'allarme rosso. Martedì prossimo si voterà al Senato la riforma del bilancio degli enti locali. Non è un voto di fiducia ma occorre la maggioranza assoluta: 161. Ecco quindi che già all'inizio della prossima settimana si vedrà se gli otto ribelli contribuiranno a lanciare un siluro al governo che potrebbe risultare letale. Tutto potrebbe succedere, compreso il colpo di scena delle elezioni anticipate. Finora solo un'ipotesi da fantapolitica, ma il carattere e l'audacia di Renzi potrebbero portarlo a preferire una soluzione dirompente piuttosto che un lungo mercanteggiamento con la sinistra del Pd e con i centristi di Alfano per cambiare l'Italicum. La maggioranza naviga a vista cercando di far passare la tempesta. Ma sullo sfondo c'è una situazione economica incerta e una minaccia di crisi delle banche che fa paura. A tal punto che il governo sta mettendo a punto uno scudo per salvare Mps e relativi correntisti e azionisti. E Renzi cerca di tranquillizzare i risparmiatori che, dopo Etruria e le altre piccole banche salvate e dopo Popolare Vicenza, tanto tranquilli non sono. GIANLUCA LUZI, LR 7

 

 

 

 

 

Il confronto

 

Già dallo scorso anno, avevamo avanzato qualche perplessità sugli obiettivi primari di quest’Esecutivo. Ora gli intrichi stanno venendo al pettine. L’Italia è a una svolta. Forse, sono al tramonto anche i presupposti di questa Seconda Repubblica. Siamo alla deriva e ce ne rendiamo conto. E’ inutile, se non dannoso, predicare bene e razzolare male. Le scelte politiche per il futuro restano difficoltose; anche perché c’è la preoccupazione, più che fondata, di non favorire la posizione giusta. Le recenti elezioni amministrative l’hanno confermato. In questo sistema, ancora “bipolare”, è sempre più facile confondere le regole e la voglia di “centro” torna a farsi sentire.

 Anche se di preliminari attendibili non ce ne sono. L’unica protagonista degli eventi resta l’incertezza. E, con l’incertezza, s’allontana il nostro ruolo sul fronte UE. Internamente, le previsioni sono più fragili e preoccupanti. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) decolla pochissimo (+1,2 %). Siamo colmi di passivi; palesi e occulti. Il fatto che sia aumentato il tono polemico dei partiti, non deve trarre in fallo. Date le difficoltà su tutto il fronte socio/politico, si preferisce attendere tempi migliori. La “tregua” parlamentare, a ben osservare, pur consentendo a Renzi di perseverare nella sua strategia, non ci assicura il “miracolo” di una reale ripresa. Sempre che, con cauto ottimismo, il suo Esecutivo non sia in grado di ”durare” sino alla primavera del 2018.

Da oltre confine, siamo osservati per gli evidenti attriti sociali; quelli politici, forse, avranno spazio nel futuro. Ora non hanno pregio. Per scriverla tutta, nella Penisola non si respira per nulla l’aria di ”fine”crisi. Anzi. Una volta completata la manovra economico/sociale, il “Renzismo”non intenderà mollare. Nel proscenio, pur se cautamente, si riparlerà di “poli” d’influenza. Ma è ancora tutto troppo indistinto per arrischiare delle previsioni. Certo è che nei prossimi mesi si tenteranno d’imbastire alleanze. Le attuali restano, infatti, a rischio.

 La riforma del nostro Potere Legislativo ò ancora dietro l’angolo. Ora, però, non è tanto importante sapere quando si voterà, ma come. Liberismo e Progressismo non sono più in antitesi. Intravediamo un contenitore di "centro” che, però, resta tutto da colmare. Tenuto conto dei risultati delle recenti Elezioni locali, nel prossimo futuro, tenteremo d’offrire una panoramica meno “generica” del nostro quadro politico nazionale. Confidiamo, tra l’altro, in un esplicito confronto. Tanto per far”conto” sugli uomini e non su i partiti. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il sorpasso M5S riaccende il dibattito sull'Italicum

 

Mentre i terroristi dell'Isis seminano morte negli aeroporti gremiti di turisti, l'Europa cerca affannosamente di non sgretolarsi e in Austria si devono rifare le presidenziali perché la Corte costituzionale le ha invalidate per irregolarità, in Italia impazza il dibattito politico sulla legge elettorale. L'Italicum si deve cambiare? Renzi si rimangerà il divieto di toccarlo? È come mai i grillini che prima lo "odiavano" adesso lo vogliono tenere così com'e? L'ultimo sondaggio pubblicato oggi da Repubblica sostiene che i Cinquestelle hanno sorpassato il Pd e quindi governerebbero vincendo le politiche. Del resto le amministrative di Roma e di Torino stanno lì a dimostrarlo. Questo spiega perché a Grillo va benissimo l'Italicum così come è. Ma Renzi perché non lo vuole cambiare visto che con questo sistema elettorale oggi perderebbe le elezioni e Palazzo Chigi? Prima di tutto non è detto che davvero non lo voglia cambiare. È più esatto dire che il premier e segretario del Pd aspetta di vedere cosa succederà da qui a ottobre. Oggi non può toccarlo pena una brutta figura colossale. Ma dopo il referendum le cose potrebbero cambiare. O meglio, potrebbero cambiare se Renzi perderà il referendum. Anche se in questo caso sarebbero da mettere in conto le dimissioni del premier. Se invece Renzi vincerà il referendum nonostante tutto, è molto probabile che l'Italicum non cambierebbe perché sull'onda della vittoria Renzi affronterebbe le elezioni con ben altro spirito. E l'ondata di consenso che adesso premia il M5S e Di Maio cambierebbero rapidamente di segno. Tutto dipende insomma dal referendum istituzionale. Ma se alla fine si dovesse cambiare il sistema elettorale prima ancora di vedermelo all'opera o di vederlo magari bocciato dalla Corte costituzionale, non sarebbe il caso di pensare a un sistema completamente diverso come ad esempio il doppio turno di collegio? Adesso i voti per approvarlo non ci sarebbero ma di fronte a un terremoto politico molte posizioni potrebbero cambiare. Per ora comunque e fino al referendum istituzionale l'Italicum non cambierà, anche se a settembre se ne tornerà a discutere a Montecitorio. GIANLUCA LUZI, LR 1

 

 

 

 

Onu: Italia e Olanda si accordano per dividersi il seggio nel Consiglio di Sicurezza

 

NEW YORK - Italia e Paesi Bassi hanno proposto all'assemblea dell'Onu di condividere il seggio non permanente al Consiglio di sicurezza che non è stato assegnato perché nessuno dei due paesi ha raggiunto il quorum necessario. Nel successivo ballottaggio i due paesi europei hanno ottenuto lo stesso numero di voti. L'accordo, che prevede di condividere il seggio un anno per ogni paese, sarebbe maturato durante la cena del vertice dei capi di Stato e di governo Ue in corso a Bruxelles, fra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il suo omologo olandese Mark Rutte. Secondo le fonti, Renzi avrebbe proposto l'accordo perché l'Italia  sarebbe particolarmente interessata al 2017, quando avrà la presidenza del G7, mentre a Rutte andrebbe bene avere il seggio l'anno successivo, nel 2018.

La votazione è stata sospesa e i competenti uffici dell'Onu esamineranno nei prossimi giorni la richiesta italiana ed olandese per verificare la sua fattibilità tecnica e politica.

La quinta fumata nera aveva visto Italia e Olanda con 95 voti a testa. Il presidente dell'Assemblea Generale Mogens Lykketoft aveva sospeso la seduta per 20 minuti per permettere alle delegazioni di continuare le trattative dietro le quinte.

La sfida era partita a tre con Svezia e Olanda che ha visto Stoccolma aggiudicarsi uno dei due seggi disponibili per l'Europa occidentale. L'Italia si è ritrovata sul finale in ballottaggio con Amsterdam. Dopo due tentativi di ballottaggio entrambi i paesi non hanno raggiunto il quorum di 128 voti.

Ad attendere il risultato all'interno dell'aula, insieme all'ambasciatore Sebastiano Cardi, c'era anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che negli ultimi mesi ha portato avanti una decisa campagna per sostenere la candidatura dell'Italia. Per il Paese quella dell'Onu è un'occasione importante per gli sforzi in atto sui fronti caldi dell'immigrazione ma, soprattutto, della stabilizzazione della Libia. Non solo, il Paese è impegnato anche su altri capitoli importanti della politica estera, come la Siria e il cambiamento climatico.

Intanto i cinque seggi a disposizione per il prossimo biennio sono stati ricoperti, oltre che dalla Svezia, dall'Etiopia e dalla Bolivia. Infine per l'area asiatica ha spuntato un seggio il Kazakistan che ha battuto la Tailandia. Rai News 28.6.

 

 

 

Sulle migrazioni si gioca la vera sfida della modernità

 

ROMA - L’Istituto San Pio V e il Centro di ricerche IDOS hanno presentato il volume “Le migrazioni qualificate in Italia: ricerche, statistiche, prospettive”, ulteriore contributo in un settore in cui abbiamo davvero bisogno di dati ed elementi di valutazione oggettivi per disegnare possibili interventi. 

Lo studio offre una base di dati statistici e di richiami che consentono di avere un quadro attendibile del fenomeno, spesso evocato in termini emotivi o di suggestione giornalistica. Da questi dati si evince che il fenomeno delle migrazioni qualificate è in aumento e ha subito un’impennata negli ultimi anni. E questo sia per una maggiore cultura dell’internazionalizzazione, alimentata anche dalla crescita delle competenze tecnologiche, da considerare un positivo segnale di apertura e sprovincializzazione, sia per un effetto di trascinamento dovuto alla ripresa dei flussi emigratori in generale, sia infine per l’acutizzarsi della contraddizione tra l’elevamento delle qualità professionali e la carenza di possibilità di lavoro adeguate. In ogni caso, va valutato positivamente l’approccio retrospettivo che si è voluto dare alla ricerca, rappresentando l’evoluzione del fenomeno nell’arco di tempo che va dalla fine dello scorso secolo agli anni più vicini. 

Questi anni, infatti, sono quelli in cui si consolida la tendenza ad una più alta formazione dei giovani italiani, si sviluppano i flussi in ingresso nel nostro Paese e si avvia quel ciclo economico che a distanza di qualche lustro sfocerà nella grave crisi economica e occupazionale destinata a riaprire massicciamente l’esodo, in particolare quello giovanile. 

Nelle conclusioni ho ribadito l’impegno a continuare gli approfondimenti, anche in sedi istituzionali, per definire proposte ed interventi specifici in questo settore. Il tema dell’integrazione, ad esempio, è fondamentale per le nostre società. La capacità di un Paese di attrarre migranti qualificati, infatti, cresce con la capacità di offrire alti livelli di integrazione. Le società in cui si realizzano alti livelli di integrazione, generalmente garantiscono un ambiente sociale, culturale ed economico, il pieno rispetto dei diritti civili, che condizioni indispensabili per attrarre capitale umano. Oggi l’Italia non è ancora quel Paese, quindi la nostra capacità di attrazione si riduce. Ho invitato il mondo della ricerca, ad esempio, a valutare la perdita netta di capitale umano e di valore aggiunto che si determina con questa ridotta attrazione. Analogamente invito a valutare il costo per il nostro Paese dei ritardi accumulati in questi anni con la mancata approvazione della riforma sulla cittadinanza, con il ritardo accumulato in relazione alle unioni civili ed alle convivenze e con tanti positivi cambiamenti, ad esempio sulla semplificazione e riduzione della burocrazia, che però ancora non producono effetto.

La ricerca aiuta fortemente a inquadrare in modo razionale e realistico queste drammatiche questioni e a cercare una strada di recupero di quell’impegno di accoglienza e di integrazione che può aiutare l’Italia e l’Europa a ritrovare un giusto equilibrio in questo difficile momento.

Marco Fedi, Deputato PD-estero

 

 

 

 

Il futuro

 

Tutto ciò che non è ancora successo, o che potrebbe capitare, rappresenta il “futuro”. Quindi, un insieme di concause che, messe nelle condizioni appropriate, possono modificare lo stato degli eventi. In positivo e negativo dipende, in gran parte, da noi.

 

 La “fatalità” non è un’integrante del “futuro”. Può però, esserne un risultato non prevedibile e, pertanto, gestibile anche se a priori. Quello che capita in Italia sembra proprio essere generato dalla“fatalità”. Proprio in quel “futuro” che avevamo salutato, con diversi sentimenti, all’alba del nuovo secolo.

 

In oltre quindici anni di Nuovo Millennio, si sono verificate condizioni che hanno favorito l’evoluzione di condizioni che la politica ha accelerato. Lo avevamo già scritto: chi dimentica il “passato”, condiziona il “futuro”. Che è un bene di tutti.

 

 Non solo: spesso è stimolo correlato a circostanze che accomunano il nostro progredire. E’difficile, ma non impossibile, evitare di condizionare il “futuro”. Come? Verificando l’evoluzione del presente. Che, per l’appunto, è il “ponte” che collega l’ieri all’oggi.

 Sembra banale, ma la realtà rimane questa. Se fossimo nelle condizioni di gestire meglio il ”presente”, anche il nostro “futuro” potrebbe essere meno presunto.

 

 Stesse riflessioni, a maggior ragione, dovrebbero essere adottate dai nostri politici che continuano a barcamenarsi nel limbo dei progetti che, guarda caso, condizionano, ancora, il “futuro” del Paese. Meno, verosimilmente, il loro.

 

 Dalle colonne di questo giornale, continuiamo a cercare di non abbandonare quest’assioma e restiamo attenti osservatori degli eventi che ne potrebbero mutare le condizioni politiche del Paese e, in conclusione, anche il futuro di noi tutti.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Morti in mare: 2886 nei primi sei mesi   

 

Milano -  I numeri degli sbarchi sono pressoché simili a quelli di un anno fa, ma i morti in mare sono quasi raddoppiati. Il terribile esodo che si sta consumando sotto gli occhi di tutti nel Mar Mediterraneo fa anche la conta di chi non è riuscito a sbarcare in Europa.

Nei primi sei mesi di quest’anno, secondo i dati aggiornati dell’ACNUR, sono già 2.886 i migranti dispersi e presumibilmente morti in mare (un anno fa erano circa 1.800). Ma il numero deve essere aggiornato. Perché anche sabato l’ennesimo naufragio. Una barca di fortuna con a bordo 28 giovani tunisini che tentavano di raggiungere le coste italiane è affondata al largo della Libia: 12 le persone portate in salvo, almeno 9 i dispersi. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno e aggiornati al 30 giugno, sono invece riusciti a sbarcare sulle coste italiane, nei primi sei mesi di quest’anno, 70.930 migranti, lo 0,23% in meno rispetto ai 71.092 dello stesso periodo dell’anno scorso. Ma, oltre al numero di chi non ce l’ha fatta la crisi migratoria registra anche un altro dato drammatico: quello dei minori non accompagnati. Adolescenti ma molto spesso anche bambini di 10-12 anni che sono partiti da casa senza famiglia né parenti. Sono complessivamente 8.553 quelli sbarcati sulle nostre coste dal primo gennaio al 17 giugno. Che si aggiungono ai 12.360 arrivati l’anno scorso e ai 13.026 del 2014. Al momento i migranti inseriti nel sistema di accoglienza sono 132.331: di questi, 97.376 sono ospiti delle strutture temporanee e 14.848 di centri di prima accoglienza e hotspot mentre 20.107 occupano posti del circuito Sprar. La Lombardia è la regione che ospita il maggior numero di migranti (13%), seguita da Sicilia (11%), Veneto (8%) e Campania (8%). Secondo quanto dichiarato al momento dello sbarco, le nazioni di provenienza sono, nell’ordine, Nigeria (15%), Eritrea (13%), Gambia (8%), Costa d’Avorio (7%), Guinea (7%), Sudan (6%), Somalia (6%), Senegal (6%), Mali (5%) ed Egitto (3%). Intanto proseguono ad Augusta, in Sicilia, le operazioni di recupero dei cadaveri dal barcone naufragato un anno fa nel canale di Sicilia. Sono racconti drammatici e di orrore quelli che arrivano dai vigili del fuoco, impegnati su più turni, 24 ore su 24 a estrarre le salme racchiuse nella stiva del relitto. «Non immaginavamo che ci fossero tanti, tantissimi corpi, tutti intrecciati tra di loro. Bambini, masse informi, donne che abbiamo potuto riconoscere solo grazie ai collant che indossavano. Un orrore» racconta Paolo Quattropani, l’ispettore dei Vigili del Fuoco che coordina le squadre. Sarà lo staff di medici legali guidati da Cristina Cattaneo, responsabile dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Milano, a eseguire gli esami autoptici sui cadaveri recuperati. Fino a questo momento sono 39 i corpi estratti dal "barcone della morte". Ma ce ne sono ancora centinaia. Fra loro, secondo il racconto dei pochi superstiti, moltissimi bambini, anche neonati. «È un’operazione molto difficile dal punto di vista emotivo – ammette Quattropani – Io ho partecipato durante la mia carriera a molte missioni dei Vigili del fuoco, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista. Mai». Daniela Fassini, Avvenire

 

 

 

Ismu: 178 mila i cittadini stranieri che nel corso del 2015 hanno acquisito la cittadinanza italiana

 

MILANO - In Italia sono sempre più numerosi i cittadini stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana. In base ai dati del bilancio demografico nazionale recentemente diffusi da Istat, sono 178mila i cittadini stranieri che nel corso del 2015 hanno acquisito la cittadinanza italiana, il 37% in più rispetto all’anno precedente (oltre 35 stranieri ogni mille residenti). Dal 2013 i dati sulle acquisizioni di cittadinanza italiana hanno registrato un forte aumento: si è passati da 100mila nel 2013 a 130mila nel 2014, sino alla punta di ben 178 mila nel 2015. Sono diventati italiani soprattutto molti di coloro che appartengono a comunità di antico insediamento e che hanno dunque maturato i requisiti di acquisizione per residenza o naturalizzazione: albanesi e marocchini in testa. Molto significativo anche il dato relativo ai minorenni: il 37% dei nuovi italiani del 2015 ha meno di 18 anni. “Se il trend dovesse confermarsi, per il 2016 - afferma la Fondazione Ismu - si supererebbero per la prima volta nella storia del nostro paese le 190mila acquisizioni di cittadinanza italiana”. 

Secondo i dati al primo posto per numero di nuovi italiani residenti troviamo la Lombardia con oltre 45mila acquisizioni nel 2015 (più di un quarto del totale), seguono il Veneto con 25.800 nuovi cittadini (14% del totale) e l’Emilia Romagna con 22.500 nuovi italiani (pari al 12,6% del totale). Nelle sei regioni del Sud Italia complessivamente sono state solo 9.793 le cancellazioni anagrafiche di stranieri per acquisizione di cittadinanza italiana.

Accanto agli evidenti segnali di un rallentamento dei flussi regolari in ingresso di stranieri in Italia, emergono dunque anche indicatori di maggiore integrazione e stabilità per coloro che attualmente risiedono nel nostro Paese. Tuttavia, si osserva, anche per questa componente stabile e “naturalizzata”, una mobilità verso l’estero che già sta interessando - evidenza l’Ismu - da qualche anno la componente italiana di nascita. Sono in aumento infatti i trasferimenti all’estero sia di italiani di nascita che di italiani acquisiti: le stime di Istat indicano che su 100mila italiani che hanno lasciato il Paese nel 2015, 25mila sono italiani nati all’estero. Si tratta di cittadini italiani di origine straniera che decidono di tornare al paese di origine o di trasferirsi in altro Paese UE o non UE.

Mentre in Italia le acquisizioni di cittadinanza aumentano, nel resto dell’Europa diminuiscono: secondo i dati Eurostat nel 2014 (ultimi dati disponibili) sono 890mila i cittadini stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza di uno degli Stati Membri, il 9% in meno rispetto al 2013, anno in cui furono quasi 1 milione le acquisizioni di cittadinanza nell’Unione Europea. La diminuzione è più marcata in alcuni Paesi quali Regno Unito (-82mila rispetto al 2013), Spagna (-20mila), Belgio (-16mila), Grecia (-8.600) e Svezia (-6.700). Al contrario il più significativo aumento in termini assoluti è stato rilevato in Italia (+30mila nel 2014 rispetto al 2013), seguita dalla Francia (+8.300) e dai Paesi Bassi (+6.800). In questo contesto l’Italia è attualmente al secondo posto nella graduatoria europea per numero di acquisizioni di cittadinanza (15% del totale). Migrantes online 1

 

 

 

 

Se il M5S vota con Farage per ritardare l'uscita dalla Ue della Gran Bretagna

 

Il gruppo Cinquestelle al Parlamento europeo ha votato assieme al populista britannico Nigel Farage contro la risoluzione - approvata - che chiede l'immediata apertura del negoziato per l'uscita della Gran Bretagna dalla Ue. I grillini e Farage nell'Europarlamento sono nello stesso gruppo e quindi non deve sorprendere se votano assieme. L'aspetto più significativo, e apparentemente contraddittorio, però, è il fatto che i populisti che vogliono la disgregazione dell'Europa e applaudono alla Brexit adesso tirano il freno a mano e non hanno nessuna voglia di lasciare in fretta i benefici che derivano dallo stare nell'Unione europea. Ma il problema non è cercare la coerenza nella politica dei populisti, inglesi o italiani che siano. Il problema è la gente che si lascia così facilmente sedurre dalle parole d'ordine dell'Ukip in Inghilterra o dal M5S in Italia. È vero che l'effetto Brexit, ossia la paura delle conseguenze, deve aver pesato sulle elezioni di domenica in Spagna, dove i grillini locali di Podemos sono arrivati solo terzi. Ma in Italia la forza dei Cinquestelle è ancora tale da aver conquistato Roma e Torino. A questo punto l'attenzione degli osservatori è concentrata sul referendum costituzionale di ottobre. Dal suo esito non dipende solo il futuro di Renzi ma dell'intera politica italiana. Se vinceranno i Sì l'Italicum non si cambia perché Renzi, forte della vittoria, comtinuera a ritenerlo l'unico antidoto al tripolarismo formato da sinistra, destra e grillini. Ma se a vincere sarà il No, la legge elettorale sarà cambiata prima ancora di averla vista all'opera. In questa prospettiva bisognerà vedere se si salderà un fronte del No con l'estrema sinistra, parte della destra Lega e post fascisti in testa, e i grillini. Insomma tutti coloro che vogliono vedere Renzi cadere e lasciare Palazzo Chigi. La guerra è appena cominciata. GIANLUCA LUZI, LR 28

 

 

 

 

Novità assoluta per l'Italia: introduzione di un reddito minimo contro la povertà

 

"Per la prima volta in Italia stiamo per introdurre misure concrete contro la povertà, a livello nazionale. Da un lato prevediamo risorse finalizzate a garantire un "reddito di inclusione sociale", cioè una sorta di assegno sociale per persone in difficoltà, che non sia riservato solo a pensionati in condizioni di bisogno, ma che sia rivolto ad indigenti di ogni età - soprattutto minori, famiglie, donne in stato di gravidanza e ultra cinquantenni senza occupazione. Dall'altro prevediamo la costruzione di una rete di infrastrutture a livello locale - attraverso il coinvolgimento delle istituzioni territoriali, del mondo dell'associazionismo, dei sindacati, del volontariato - così da garantire l'offerta di una rete di servizi che siano di supporto alle famiglie e al lavoro.

 

Si tratta di uno strumento universale, operante su tutto il territorio nazionale e pensato per essere permanente nel tempo. E' una novità assoluta per il nostro Paese. Anche perchè vengono messe a disposizione consistenti risorse. Già in sede di legge di stabilità era stato stanziato un miliardo per interventi volti a contrastare fenomeni di povertà. A questi fondi se ne aggiungono dei nuovi: un miliardo e 400 milioni in tutto. Contemporaneamente verranno introdotti una serie di vincoli, il cui rispetto darà diritto all'esercizio dei sussidi. In caso contrario si perderà il diritto al percepimento dei sussidi stessi. Si stima che saranno circa 500.000 le famiglie - pari a circa un milione di persone - che beneficeranno di questi interventi.

 

La razionalizzazione (e quindi i tagli) delle prestazioni assistenziali non tocca gli italiani all'estero. Grazie ad un emendamento, a mia prima firma, sostenuto dalla nostra capogruppo in Commissione lavoro, Luisa Gnecchi e da tutti i componenti Pd, abbiamo scongiurato questa misura, che avrebbe prodotto effetti nefasti per molti connazionali, soprattutto in Sud America". Lo ha dichiarato Laura Garavini, dell'Ufficio di presidenza del Pd alla Camera, commentando l'esito dei lavori in commissione sulla legge delega di Contrasto alla povertà, che verrà votato in aula la settimana a venire. De.it.press 8

 

 

 

Il ruolo

 

Anche per noi è giunto il momento di prospettare delle riflessioni. Non è più pensabile lasciare che gli eventi si succedano con la speranza che il “meglio” possa sostituirsi al “peggio” con l’attuale politica.

 Siamo, di conseguenza, disponibili ad avviare il ruolo dell’ascolto con chi intende essere propositivo. Il tutto con l’obiettivo d’instaurare, nei limiti del possibile, un rapporto meno distaccato con le Istituzioni. Insomma, siamo propensi a un confronto diretto con chi ritiene d’essere utile al Paese.

 Per evitare d’essere monotoni, non staremo a programmare gli interventi e i possibili riscontri.  Questo quotidiano, proprio per com’è strutturato, è aperto a tutti nella misura in cui sia possibile imbastire un contraddittorio di più ampio orizzonte.

Riteniamo che prima di cambiare idea sia indispensabile dimostrare d’averne una. Proprio con quest’assioma, ci proponiamo con una strategia dell’ascolto. Senza interferenze aprioristiche o, in ogni caso, preventivate.

 Propri con questa premessa, siamo pronti a un confronto ideologico sul futuro della Penisola. Con obiettivi utili alla Comunità e senza privilegi per nessuno. L’egocentrismo di una certa politica lo abbiamo escluso, da subito, nei nostri interventi. Lo replichiamo per lasciare il più ampio spazio a chi vuole farci conoscere la sua opinione. Uno spazio che, però, resta ancora dall’essere riempito.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’azione umanitaria del recupero del peschereccio affondato è un messaggio di responsabilità per l’intera Europa

 

ROMA - Non può passare sotto silenzio o, peggio, diventare motivo di sconcertante polemica politica la grande operazione umanitaria che il Governo italiano ha deciso di compiere, recuperando il peschereccio affondato il 18 aprile a ridosso delle coste della Libia con circa 700 persone a bordo, in un momento di così difficile confronto sul tema dei migranti in ambito europeo. 

La morte simultanea di tante persone, tra le quali un gran numero di donne e bambini, è solo l’espressione più drammatica di una quotidiana tragedia, quella dei tanti che continuano a morire nello stretto di Sicilia e lungo le altre rotte fuggendo da guerre, persecuzioni e da una miseria senza speranza. 

L’Italia, per ridare un’identità agli scomparsi e consentire alle famiglie di procedere a una dignitosa sepoltura ha messo in campo un grande apparato di forze e di competenze, che ha coinvolto la marina militare, alcune imprese specializzate, i vigili del fuoco, la Croce rossa italiana, istituti e specialisti di diverse università italiane. In più, si è dovuta realizzare una forte sinergia tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri, i ministeri della Difesa, dell'Interno, della Salute, dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, il Commissario Straordinario per le persone scomparse, la Prefettura di Siracusa, la Procura della Repubblica di Catania e alcuni enti locali. Un esempio non scontato di presenza e di efficienza dello Stato. 

Quello che più importa, al di là di marginali e strumentali polemiche, è che l’Italia abbia dato un messaggio di umanità e di solidarietà in una fase in cui la vita umana sembra esposta ad ogni violenza e ad ogni rischio e abbia rimesso in cima alla scala dei valori sociali e delle stesse relazioni internazionali la priorità della persona, i diritti umani, la pietà verso i deboli e verso gli ultimi. Valori di incommensurabile importanza in un momento in cui i tratti significativi di una fase storica rischiano di diventare la violenza, l’esclusione e il rigetto degli altri, considerati come una minaccia per i propri interessi nazionali. 

Non basta inseguire e cercare di contrastare gli atti di chiusura dei singoli governi e gli atteggiamenti dell’opinione pubblica senza rimettere ordine e ridare priorità ai valori fondativi della convivenza civile e della democrazia. L’Italia, senza proclami, lo ha fatto con un semplice atto di umanità e di civiltà e crediamo che ciò le andrebbe riconosciuto senza divisioni, anzi con spirito di unità e dignità nazionale. 

Naturalmente, siamo ancora sul piano dei valori e delle premesse etiche per un lavoro di ricostruzione di relazioni e di coesione comunitaria che riguarda, in particolare, i popoli e i governi europei. Questo processo di ricostruzione potrà procedere se si ritroverà la strada di una comune responsabilità nell’accoglienza dei migranti. La definizione di quote adeguate rispetto alle dimensioni reali dei flussi, l’adozione di corridoi umanitari che scongiurino le tragedie che continuano a svolgersi con drammatica sequenza e l’apertura di un vero confronto sul Migration compact, di cui il nostro Paese si è fatto promotore, costituiscono passaggi concreti e possibili. 

Anche su questo piano l’Italia è presente nella nuova fase che si è aperta dopo la Brexit e forse sarebbe il caso di rifuggire da polemiche di basso profilo e comprendere che una prospettiva comune ci potrà essere solo alzando lo sguardo verso una nuova Europa e un nuovo sistema di relazioni euromediterranee.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi (Deputati PD Estero)

 

 

 

 

Brexit, Renzi: "Se Ue si smuove è grande occasione"

 

"Rispetteremo quello che dicono i britannici ma l'Ue deve smuoversi perché se si sta un anno ad aspettare perdiamo le sfide con le priorità del nostro tempo". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nelle sue comunicazioni al Senato. Ciò che è avvenuto in Gb può essere la più grande occasione per l'Ue se smettiamo di stare sulla difensiva - ha rimarcato - L'Italia farà la sua parte, il compito dell'Italia è dare una mano a costruire ponti".

Renzi ha spiegato che "le ragioni per cui abbiamo criticato dall'interno le istituzioni europee sono rese più forti dall'espressione del popolo britannico". "Siamo di fronte a una vicenda storica, chi cerca di minimizzare o di strumentalizzare commette un errore politico", ha sottolineato il premier che ha anche ammonito: "Se il popolo vota e altrove si cerca di mettere una pezza su ciò che il popolo ha deciso, si mina il gioco democratico".

L'Unione europea, ha avvertito ancora, "tutto può fare tranne che aprire un anno di discussione sulle procedure dopo aver discusso un anno sulle trattative. Così si perde di vista il messaggio del referendum inglese".

Secondo Renzi, "quello che manca oggi è la consapevolezza della gravità della situazione: non vorrei che si potesse pensare di far finta di niente o immaginare un percorso di riflessione molto, molto lungo, magari in attesa di un nuovo referendum".

Ora, è l'esortazione del presidente del Consiglio, la famiglia dei partner che hanno sempre creduto nell'Europa, devono trovare "la grinta, la lucidità e l'intelligenza" per operare in favore di un'Europa che "si occupi di più di questioni sociali e un po' meno di burocrazia" e che sia capace "di generare speranze e non solo paure".

Per Renzi, "questo è il momento di trarre insegnamento per riportare l'Ue alla sua forte identità, un'Ue che combatte una battaglia di giustizia sociale, non solo burocratica". E "quello che si apre domani è un vertice europeo che dovrà essere concentrato sul rilancio dell'Ue e non solo sulle procedure di uscita del Regno Unito".

Renzi parla anche del voto spagnolo. "Alcuni Paesi, penso alla Spagna, tornano a votare dopo sei mesi e non hanno un Paese governabile. Fa pensare che a inizio legislatura usassimo il benchmark spagnolo per avere una chiara governabilità. Oggi invece - rimarca - il sistema spagnolo per la seconda volta in sei mesi è a un bivio: o si fa una coalizione di tre dei quattro partiti o ci si condanna alle terze elezioni in un anno". Con le votazioni a ripetizione, sottolinea Renzi, "il risultato non cambia, ma l'affluenza diminuisce, perché viene meno la fiducia".

Il premier interviene poi alla Camera. "Crescita e investimenti, meno austerity e burocrazia. Questa è la linea che portiamo avanti da due anni, prima in beata solitudine, poi con più consenso. Oggi siamo davanti a un bivio - avverte Renzi - L'Europa deve parlare anche a quei giovani che hanno votato per il remain".

"Mettendo per un attimo da parte Le Pen o Farage, è venuto il momento di far sentire insieme la voce dell'Italia. Mi riferisco all'Europa sociale, all'Europa della crescita - sottolinea il presidente del Consiglio - Dalle prossime ore l'Italia farà tutto quello che può fare, a cominciare dal vertice di Berlino. Andremo al confronto con le idee che ci hanno caratterizzato in questi anni".

"Penso sia ora di provare insieme a far sentire la voce dell'Italia indipendentemente dalle posizioni nazionali" aggiunge il premier, rivolgendosi "in particolar modo a quelle forze politiche che credono nelle grandi famiglie europee".

Poi, parlando con i cronisti alla Camera, su un eventuale rinvio del referendum sulle riforme costituzionali Renzi dice: "Non decido io quando si fa il referendum. Il referendum ha dei tempi che non decide il governo: da cinquanta a settanta giorni" dalla decisione della Cassazione. "Quindi il periodo è quello", ovvero ottobre. Adnkronos 27

 

 

 

 

Presentato a Roma il volume “Le migrazioni qualificate in Italia. Ricerche, statistiche, prospettive”

 

Una riflessione sulla ripresa dell'emigrazione dall'Italia e sul profilo progressivamente più qualificato dei flussi. Si equivalgono – circa 500 mila – i laureati italiani residenti all'estero e gli stranieri laureati residenti in Italia, che non riesce però a valorizzarne le competenze.

 

ROMA – Una riflessione sul nuovo status dell'Italia, tornato ad essere in questi ultimi anni Paese di emigrazione per la consistenza numerica dei connazionali espatriati, e sul profilo progressivamente più qualificato di questi flussi nel volume “Le migrazioni qualificate in Italia. Ricerche, statistiche, prospettive” curato dall'Istituto di Studi politici S. Pio V ed edito dal Centro studi e ricerche Idos presentato ieri all'Auditorium di via Rieti a Roma.

Il testo delinea un quadro preciso dell'emigrazione italiana verso l'estero, evidenziandone un deciso aumento con l'avanzare della crisi economica: dal 2011 in poi il numero di connazionali che sono espatriati è cresciuto mediamente del 22% l'anno e le cancellazioni dalle anagrafi italiane hanno superato nel 2015 le 100 mila unità, sfondamento che ha solo un precedente nel 2004 e che ci riporta molto indietro nel tempo, a flussi migratori risalenti ai primi anni Settanta. L'analisi rileva poi come all'incremento dei numeri corrisponda una diminuzione dell'età media di chi lascia la Penisola (nel 2014 oltre la metà di coloro che emigrano ha un età compresa tra i 18 e i 39 anni, il 20% fra 0 e 17 anni) e una sempre maggiore qualificazione in termini di titoli di studio (la quota di coloro che possiedono un diploma di laurea è aumentata dal 12% del 2002 al 30% del 2014, il numero di laureati e diplomati ruota intorno alle 25 mila unità nel 2015), elemento che non fa che aggravare la condizione di un Paese come il nostro che per numero di laureati è lontano dalla media europea (la percentuale di laureati sull'intera popolazione italiana è del 23,9% , di contro ad una media Ue del 37,9%). Il numero dei laureati italiani residenti all'estero – quantificati nel 2015 in circa 400 mila - è però compensato dal livello di formazione degli stranieri residenti nel nostro Paese – poco più di 500 mila hanno una laurea, - un dato che tuttavia non genera l'equilibrio sperato perchè solo l'11% degli occupati stranieri possiede tale titolo di studi, di contro al 21% degli occupati italiani. L'analisi evidenzia così come, in assenza di interventi, l'incapacità di valorizzare le qualifiche più elevate da parte del mercato dal lavoro italiano determini una dispersione del capitale umano degli stranieri presenti nel nostro Paese e non consentirà un'inversione di tendenza al flusso di laureati in uscita dall'Italia.

“L'analisi rientra nel campo di interesse dell'Istituto che ha approfondito in questi anni le ricadute sul piano socio-economico della crisi, tra cui emerge appunto l'emigrazione e la cosiddetta fuga dei cervelli – afferma il presidente dell'Istituto San Pio V, Antonio Iodice, rilevando “amaramente” come i dati dimostrino quanto il “merito non sia premiante in Italia e quanto poco si investa in ricerca e sviluppo, sia da parte del committente pubblico che di quello privato”. Si tratta infatti dell'1,29% del Pil (la media europea è del 2.03%), di cui solo lo 0,72% riguarda le imprese private (contro una media Ue dell'1,3%). Per Iodice questi dati testimoniano “un deficit rivelatore della miopia del capitalismo italiano, che non riconosce l'importanza della ricerca e quando destina risorse a tale scopo lo fa spesso per sponsorizzazione o, peggio, considerandolo una forma di elemosina”. E questo “anche se è risultato evidente come le imprese che hanno resistito al fragore della crisi sono state quelle che hanno operato questo tipo di investimenti”. La “scommessa” dell'Istituto è suscitare pertanto una discussione sull'argomento, attraverso un'ampia diffusione dl volume che raccoglie anche i risultati di analisi italiane e straniere sul tema. L'auspicio è che i nodi più importanti – la perdita che comporta l'investimento in formazione di un laureato (per ogni laurea breve si stima un costo di 150 mila euro) o un dottore di ricerca (oltre 200 mila euro) che lascia il Paese e la mancata valorizzazione delle competenze degli stranieri in Italia – possano essere prima conosciuti e poi affrontati dalla politica non unicamente in chiave “economicistica”, ma anche per non disperdere il patrimonio di entusiasmo e creatività dei giovani italiani e per garantire una soluzione sul piano “umano, della civiltà e del diritto” alle tante problematiche oggi presenti.

Ad illustrare il contenuto del volume i curatori Benedetto Coccia e Franco Pittau. Il primo ha rilevato come il tentativo di andare oltre alle semplificazioni giornalistiche sia necessario ad impostare politiche decisive per il futuro del Paese, ricordando come si debba parlare oggi di “giovani generazioni che sono già globalizzate per quanto riguarda gli studi”. “31 mila giovani italiani hanno deciso di trascorrere un periodo di studio all'estero nel 2015, con il programma Erasmus principalmente, ma anche per svolgere esperienze di tirocinio. In Italia abbiamo invece 100 mila studenti stranieri – afferma Coccia, rilevando come sia essenziale la “circolazione dei cervelli” e che l'Italia divenga maggiormente attrattiva per i talenti. “Altro pregiudizio da sfatare è quello legato all'immigrazione: coloro che giungono in Italia hanno un livello di istruzione pari o superiore a quello della media italiana – avverte.

Si sofferma su alcuni dati Franco Pittau, come quelli relativi agli studenti internazionali, 5 milioni nel mondo, oltre 400 mila in Gran Bretagna (1 studente su 6 è straniero), media che scende per l'Italia a 1 ogni 23; alla insufficiente valorizzazione dei laureati in Italia e al fatto che solo un quarto dei manager presenti nel nostro Paese ha tale livello di formazione, mentre la media europea è del 50%; all'elevato tasso di inattivi e al costo per le famiglie anche dei cosiddetti Neet (giovani che non studiano né lavorano); al dato preoccupante emerso in una recente ricerca e riguardante la volontà dei giovani italiani di lasciare il Paese (6 su 10). “Occorre intervenire sulla carenza di posti di lavoro, sul fenomeno dell'occupazione non confacente con il titolo di studio posseduto, sul lavoro nero e sulla mancata valorizzazione del merito – afferma Pittau, sollecitando un maggiore investimento in ricerca e sviluppo e rilevando come il fenomeno delle migrazione qualificate non sia “un ostacolo, ma un sostegno allo sviluppo del Paese”.

Di seguito l'intervento di Olena Ponomareva, dottore di ricerca all'Università Sapienza di Roma, che si è soffermata in particolare sulle ragioni che impediscono la compensazione delle competenze dei laureati che lasciano il Paese da parte degli stranieri residenti in Italia, parlando di “una stratificazione anche su base etnica del mercato del lavoro italiano”, che ostacola la mobilità sociale e occupazionale dei secondi. Per Ponomareva tale dinamica è anche dovuta all'assenza di un modello italiano di integrazione, anche se generalmente inteso differente da quello assistenzialistico e multiculturale, sperimentato in altri Paesi, e ad una percezione dell'identità sociale degli stranieri “piuttosto negativa”. Secondo la studiosa il modello italiano dovrebbe ricalcare quello della “regulated openness”, con un sistema di regolamentazione più stingente ma legato ad una più approfondita conoscenza della realtà e delle dinamiche del mercato del lavoro. Allo stesso modo sollecita interventi per favorire l'internazionalizzazione delle università italiane, suggerendo anche un investimento sulla promozione della lingua italiana all'estero e l'istituzione di un'agenzia nazionale per la gestione delle mobilità di studenti e docenti, come il British Council o il Daad tedesco. Mauro Albani dell'Istat ritorna sui dati che certificano per gli stranieri residenti in Italia un livello di istruzione pari o superiore a quello degli italiani e ne mostra la correlazione con il luogo di origine (le collettività più istruite sono quelle romene, ucraine e polacche). Si sofferma poi sui numeri dell'emigrazione italiana – raccolti nel contributo al volume di Domenico Gabrielli – ricordando come, anche se il saldo migratorio resta positivo, l'Italia non sia più fra i principali Paesi di immigrazioni dell'Ue: se consideriamo il numero dei flussi dei connazionali dal 2013 siamo diventati un “Paese di emigrazione”, perché il numero di italiani che lasciano l'Italia per emigrare permanentemente è superiore a quello dei cittadini stranieri degli altri Paesi europei che giungono in Italia, compresi quelli dei Paesi a “forte pressione migratoria” dell'Est europeo. Albani si sofferma inoltre sull'esodo in Germania e Gran Bretagna, le due mete preferite dai connazionali: la Germania è tra i Paesi europei quello con il più alto tasso di immigrazione (circa 354 mila gli immigrati nel 2013, 47 mila gli italiani, cresciuti nel 2014 a 55 mila), in esso negli ultimi 5 anni si stima siano giunti 200 mila connazionali; segue la Gran Bretagna, che è meta preferita dei laureati e anche di coloro il cui trasferimento è spesso solo temporaneo.

Su migrazioni qualificate e ricerca scientifica in Italia si sofferma invece Carla Collicelli, advisor scientifico del Censis, che evidenzia il problema del “capitale inagito”, ossia dell'incapacità di utilizzare le risorse presenti nel nostro Paese, proponendo occupazioni non adeguate al livello di formazione acquisito e contratti volatili. Pur con tutte le difficoltà il numero di pubblicazioni scientifiche è rilevante, ma sono gli investimenti in ricerca il tasto dolente, anche se a giudizio di Collicelli in questi ultimi anni “qualcosa si sta muovendo in termini positivi”. Richiamati a tal proposito alcuni provvedimenti su risorse, tutela dei brevetti e dei marchi e ricerca adottati in particolare da Miur e Mise, o settori particolarmente innovativi come quello della ricerca farmacologica e biomedica che rappresentano un “intelligente modello da valorizzare per il mix tra pubblico e privato”.

Il presidente del Centro studi e ricerche idos, Ugo Melchionda, sottolinea come il mondo dell'emigrazione sia profondamente cambiato e come tale trasformazione a suo avviso non sia percepita dal Parlamento, che dovrebbe invece articolare in base al quadro fornito le politiche migratorie. “Perdiamo con i laureati risorse preziose e non sappiamo valorizzare quelli che restano  - afferma Melchionda, definendo la segmentazione del mercato del lavoro sopra richiamata “una discriminazione silenziosa” a danno dell'integrazione ma anche della tenuta della società intera, perché si illudono giovani che poi, una volta formati, non hanno prospettive di realizzazione in Italia. Per il presidente Idos questi sono i due temi che decideranno il futuro del nostro Paese: la “competizione per i talenti, che oggi ci vede perdenti, rischiando di condannarci alla marginalità” e una governance delle migrazioni che garantisca l'integrazione e la tenuta sociale dl Paese e non “un'integrazione posticcia, o arrangiata, come quella attuale”.

Risponde alle sollecitazioni Marco Fedi, parlamentare eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, che si impegna a continuare il lavoro di approfondimento sui temi del volume anche in sede parlamentare, evidenziando come da tempo si chieda al Governo di aprire una “fase di discussione autentica” con l'istituzione di un Osservatorio sulle migrazioni, così da elaborare indirizzi politici aderenti ai cambiamenti rilevati. “Io vengo dall'Australia, un Paese – ha ricordato Fedi – che ha attratto e attrae ancora oggi molta immigrazione e che ha fatto delle politiche del multiculturalismo anche la sua fortuna”. Il parlamentare ritiene infatti che tale scelta politica, anche se attualmente messa molto in discussione, abbia funzionato “dando risultati e garanzie molto importanti, per laureati e non, perchè ha creato un ambiente che consente la tutela dei diritti fondamentali”. Fedi ha richiamato tra le questioni aperte, quelle della normativa sulla cittadinanza italiana, cittadinanza “che alcuni credono sia punto di arrivo del processo di integrazione, mentre per me è parte del percorso e se non ci muoviamo sul fronte dell'integrazione – ha aggiunto – sarà difficile mettere in campo politiche di attrazione rivolte ai talenti, così come da voi auspicato”. Alla base manca dunque un modello di integrazione, un “contesto generale” senza il quale i singoli provvedimenti non possono risultare efficaci, che garantisca standard minimi di accoglienza per coloro che giungono in Italia ma anche, d'altra parte, che “coloro che decidono di emigrare lo facciano per libera scelta”. Si tratta di una problematica complessa su cui “non incide solo la carenza di risorse, ma spesso – ricorda Fedi – anche un'assenza di coordinamento, che disperde le poche risorse disponibili”. Un coordinamento che è invece necessario sia per l'internazionalizzazione della ricerca scientifica e del sistema Paese – Fedi ricorda in particolare alcune iniziative suggerite per stabilire una rete tra ricercatori italiani o quella sulla costituzione di un Comitato interministeriale di promozione della ricerca italiana all'estero – e per le politiche di integrazione – in questo caso potrebbe essere percorribile l'istituzione di un consiglio nazionale per l'integrazione ed il multiculturalismo. Viviana Pansa, Inform 1

 

 

 

 

Il caso Alfano ora agita la maggioranza

 

C'è un fantasma che turba i pensieri del presidente del consiglio molto più che i "complotti" della sinistra Pd o l'inchiesta della Finanza che lambisce un esponente di primo piano del governo come Alfano, ed è la crisi delle banche. Tanto è vero che al salvataggio di alcuni istituti di credito ha dedicato un ampio passaggio del suo lungo intervento alla Direzione di ieri. La situazione delle banche fa paura: un contagio è possibile e su questo la Bce e il ministero dell'Economia lavorano per scongiurarlo. Ma ciò che davvero spaventa Renzi è l'ondata di rabbia e di sfiducia che può travolgere i piccoli risparmiatori che vedono azzerati i propri investimenti incauti, con conseguenze disastrose non solo per le loro finanze personali, ma anche per il consenso del premier. Quanti voti in meno al Pd avrà portato il crac dell'Etruria e delle altre piccole banche salvate dal decreto del governo? E la situazione sempre più critica di Mps? Ecco perché nell'intervento in Direzione Renzi ha sottolineato con forza che quel decreto è servito a salvare non le banche ma i correntisti e gli azionisti che avevano perso i loro soldi. Sono loro che votano ed è anche del loro voto che Renzi ha bisogno nel momento in cui affronta la battaglia più difficile dopo la sconfitta alle amministrative: il referendum costituzionale di ottobre. Dalla Direzione che ha visto come sempre confrontarsi le due posizione inconciliabili della maggioranza di Renzi e della minoranza di Bersani, è uscita una novità politica che potrebbe portare a qualche risultato sull'Italicum che Renzi dice di non voler cambiare. Il ministro Franceschini ha lanciato la possibilità di modificare il premio di lista in un premio di coalizione. Questo verrebbe incontro ai timori dei centristi e soprattutto della sinistra Pd. E potrebbe togliere Renzi dalla incomoda posizione di aver tutto da perdere in un ballottaggio con i Cinquestelle, ma di non poter avanzare la proposta di cambiare la legge senza fare la brutta figura di chi cambia idea di fronte alla sconfitta possibile. Tutto comunque dipende dal Referendum istituzionale. E se Renzi dovesse perdere non ci sarebbe solo l'Italicum da cambiare, ma anche un governo da trovare per gestire la fase che porterebbe alle elezioni anticipate. GIANLUCA LUZI  LR 5

 

 

 

 

Garavini (PD): “Rendere più attraente il Paese per frenare la fuga dei talenti”

 

"Più che di fuga dei cervelli credo sia meglio parlare di circolarità dei talenti. Recarsi all'estero è una grande opportunità. Il problema nasce se chi parte non vuole più tornare. Allora si rischia un depauperamento in termini di risorse umane in interi territori". Lo ha detto Laura Garavini, dell'Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, intervenendo alla presentazione alla Università Humboldt di Berlino del libro Italo-Berliner. Come gli italiani cambiano la capitale tedesca, a cura di Elettra de Salvo, Laura Priori e Gherardo Ugolini. La Deputata PD eletta nella Circoscrizione Europa, ha poi proseguito:

 

"Accanto a politiche espressamente volte a favorire il rientro dei giovani italiani all'estero, ritengo che sia importante intervenire per rendere più attraente il nostro paese, non solo per i connazionali nel mondo ma anche per giovani stranieri, a loro volta interessati ad esperienze fuori dal paese di origine.

 

Ed è esattamente ciò a cui stiamo lavorando da due anni e mezzo a questa parte: stiamo puntando proprio su formazione, cultura, ricerca. Una delle riforme di particolare rilievo del nostro programma è la Buona scuola, con la quale abbiamo stanziato ingenti investimenti per l'assunzione di 150.000 insegnanti, per la messa in sicurezza degli edifici scolastici e per un bonus di offerte culturali. Con il Decreto Cultura abbiamo concesso forti sgravi fiscali a chi investe in iniziative culturali. Inoltre, con il Jobs Act abbiamo fatto sì che decine di migliaia di giovani trovassero un’occupazione stabile. Il Governo ha inoltre deliberato la conversione dell’area dell'Expo di Milano in un centro di eccellenza per la ricerca medica.

 

E questi sono solo alcuni esempi di un disegno più ampio, a trecentosessanta gradi, teso a rendere il nostro Paese più attraente, anche per i cittadini degli altri Paesi che intendono trasferirsi qui. Un esempio per tutti, anche in riferimento all importante sfera dei diritti:  la svolta culturale rappresentata dalle Legge sulle Unioni civili”. De.it.press 5

 

 

 

 

 

Cambiare

 

Resta improbabile palesare concreti riferimenti per lo status dei nostri Connazionali all’estero. Una politica, sempre più dispersiva, ci ha allontanato dal considerare una realtà che sembra aver smarrito la sua primaria importanza.

 E’ un errore. Un grave errore non tener debito conto delle esigenze dei milioni di cittadini italiani che vivono stabilmente lontano dalla Penisola. Anche se le loro residenze geografiche sono lontane, molti dei loro problemi sono gli stessi di chi vive nel Bel Paese.

Con l’avvento della Quarta Generazione di Migranti, sono stati anche accantonati quei concetti di solidarietà che ci avevano accompagnato sino al tramonto del secolo scorso. Di fatto, però, le preoccupazioni degli italiani all’estero ci sono sempre tutte.

 Tra l’altro, sono lampanti due aspetti da tenere in considerazione nei confronti dei Connazionali che vivono altrove. Il primo è rappresentato dai rapporti socio/politici con i Paesi ospiti. Il secondo, che sentiamo più nostro, è rappresentato dalle relazioni, sempre più sporadiche, con la madre Patria.

Sotto questo profilo, non ci sono giustificazioni da accampare per un disinteresse che sì è accresciuto col passare del tempo e delle generazioni. La stessa rappresentatività (Com.It.Es. e CGIE) ha fatto il suo tempo. Bisognerebbe aggiornarne gli organismi o, forse, sarebbe più ragionevole cambiarli.

La stessa presenza degli “onorevoli” eletti nella Circoscrizione Estero non rispecchia, pienamente, il profilo politico degli elettori. Nella bozza della nuova legge elettorale la questione, da tempo sollevata, non è neppure citata.

 Di conseguenza, sembra non essere stato sufficiente “metterci la faccia” per eliminare certe incongruenze che stonano in modo palese.

 Il fatto è che ancora non ci siamo. Se certe concretezze politiche non saranno rese operative, le soluzioni ai problemi più ovvi della nostra Comunità all’estero le ravvisiamo sempre più lontane. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Piemontesi di ritorno: “Il meeting per raccontare i nostri successi all’estero”

 

Arrivati a Oropa, dal Venezuela all’Australia “I legami con le origini non si dimenticano mai” - VALENTINA FASSIO, SIMONA ROMAGNOLI

 

BIELLA  - Sergio Miglietti con l’allora fidanzata, poi divenuta sua moglie e madre di quattro figli, ha lasciato Occhieppo Inferiore nel 1959, destinazione Australia, terra che lo affascinava e che ancora considera «un paese eccezionale in cui è facile vivere». Dall’altra parte del mondo ha fondato una ditta meccanica e ora importa docce e prodotti per bagno, naturalmente italiani. Nel frattempo ha fatto il volontario nella Guardia Costiera e nel soccorso marittimo, conquistandosi anche una medaglia. Trentacinque anni fa ha fondato l’Associazione Piemontesi nel mondo di Victoria: «Sono un emigrante felice – racconta – perché ho realizzato i miei sogni imprenditoriali e avuto una vita sicura e interessante. Mi piace questa terra ancora molto selvaggia con una flora e una fauna diverse da quelle europee. Una parte del mio cuore, però, rimane legata al Biellese, dove ritorno ogni due anni e dove non manca mai una visita al Santuario di Oropa per rivedere la Madonna Nera e mangiare la polenta concia. Mi mancano il profumo dei boschi, la “bagna caoda” e il vin brulé, che riproponiamo nelle cene dell’Associazione». 

 

Sergio Miglietti è uno dei tanti emigrati per i quali è stato organizzato «Ritorno ad Oropa dei Piemontesi nel mondo», il raduno in programma da oggi a domenica al Santuario di Oropa. Una prima edizione che gli organizzatori intendono ripetere per riallacciare i legami con un territorio mai dimenticato, e desideroso di conoscere le storie di chi se ne è allontanato. 

 

Come quella di Andrea Guelpa, arrivato in Venezuela nel 1978: «Avevo 19 anni - ricorda –, e concluso il Liceo Scientifico ho raggiunto mio padre che era a Caracas già da alcuni anni. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo un anno in un campo di concentramento, aveva cercato un futuro migliore in questo Paese che, grazie al petrolio, era in pieno boom economico. Insieme a suo fratello, lo zio Celso, aveva aperto un’impresa di movimento terra. Il mio primo cantiere fu un’esperienza indimenticabile, era in un luogo sperduto, intorno a noi c’era il nulla per centinaia di chilometri e non mancavano serpenti a sonagli, ibis rosa, impronte di giaguari». La situazione economica e politica del Venezuela è cambiata e una decina di anni fa ha dovuto chiudere l’attività: «Insieme a un amico italiano ho aperto delle gelaterie artigianali, mentre mio figlio Christian, che ha quasi 26 anni ed è avvocato, vive a Panama dove gestisce una pizzeria. Da molti anni mio padre è rientrato in Italia. Prima o poi farò altrettanto». 

 

L’Australia rimane anche oggi una meta molto ambita. A sceglierla sono soprattutto gli studenti. È il caso di Luca Zuccaro, astigiano, classe 1989, diplomato al liceo classico Vittorio Alfieri. Ha scoperto l’Australia nel penultimo anno di liceo. All’inizio un viaggio-studio poi, nel 2010, la prima esperienza professionale di 2 mesi e la decisione di finire l’Università in Australia. Si è trasferito e ha trovato un lavoro part time: da lunedì al venerdì con i libri sotto braccio, nel fine settimana 22 ore da lavapiatti. Da studente-lavoratore, in 3 anni si è perfezionato in Giornalismo multimediale alla Curtin University, mentre iniziava la sua scalata professionale. Così, da lavapiatti a barista, ha affrontato tutti i passaggi fino a diventare general manager di «Sayers Sister», bar-ristorante di Perth (15 dipendenti, aperto 7 giorni su 7). A seguire, fidanzamento e acquisto casa. Tra le tante esperienze, anche la partecipazione a una raccolta fondi un po’ speciale: calarsi da un grattacielo per l’ospedale pediatrico di Perth. Ora sogna di circumnavigare l’Oceania in barca a vela. Se la vita è un viaggio Luca Zuccaro, oggi Luke Sugar, probabilmente ha trovato il suo biglietto d’andata per l’Australia. Il ritorno? Chissà!  LS 8

 

 

 

Sull’iscrizione all’AIRE i Comuni devono essere più attenti e tempestivi

 

ROMA - Il Ministero dell’Interno con una sua circolare (la n. 8 del 2016) ha voluto indicare ai Comuni italiani quali sono gli esatti adempimenti riguardanti la procedura di iscrizione all’AIRE, in seguito alle segnalazioni pervenute da parte del MAECI sulla non corretta applicazione di alcuni comuni delle disposizioni contenute nelle leggi che istituiscono e disciplinano l’iscrizione anagrafica dei cittadini italiani residenti all’estero.

Innanzitutto il Ministero si preoccupa di ricordare le indicazioni contenute nella Circolare n. 12 del 1990 evidenziando tra l’altro che l’iscrizione all’AIRE per trasferimento della residenza da un comune italiano all’estero viene effettuata in base a dichiarazione di residenza all’estero resa al Consolato (la legge dice entro 90 giorni dalla immigrazione). Infatti l’eventuale dichiarazione di trasferimento di residenza all’estero resa al Comune di ultima residenza in Italia, se non seguita entro 90 giorni dalla dichiarazione al Consolato e dalla comunicazione d’ufficio dal Consolato al Comune, comporta che la cancellazione dall’A.P.R. (Anagrafe della popolazione residente) verrà effettuata per irreperibilità accertata e non già quindi per emigrazione definitiva all’estero, con conseguente segnalazione al Prefetto.

Un altro importante punto chiarito nella recente Circolare del Ministero dell’Interno è che l’iscrizione all’AIRE per nascita o per acquisizione di cittadinanza potrà essere perfezionata soltanto al momento in cui perverranno all’Ufficiale d’anagrafe del Comune competente gli estremi della trascrizione o della registrazione dei relativi atti da parte del Consolato.

Nella sua Circolare il Ministero dell’Interno sensibilizza e responsabilizza i Comuni sottolineando che nel caso di registrazione di posizioni anagrafiche mancanti dell'atto di nascita e/o modello consolare (Cons. 01), è necessario che il Comune proceda alla relativa regolarizzazione di tali posizioni prendendo contatti con le competenti sedi consolari.

Infine la Circolare dell’Interno richiama le indicazioni contenute in un'altra circolare del 2016 (la n. 5) evidenziando che in occasione delle operazioni di allineamento tra i dati contenuti nell’AIRE centrale (che è quella detenuta dal Ministero dell’Interno) e quelli registrati nelle schede consolari, i Comuni dovranno inviare i dati relativi ai cittadini italiani residenti all’estero iscritti nella propria anagrafe all’AIRE centrale entro il mese di giugno 2016 (operazione quindi teoricamente già scaduta) verificando prima l’esattezza e la completezza dei dati registrati nella AIRE comunali e procedere tempestivamente alla trattazioni di eventuali comunicazioni degli Uffici consolari.

Si tratta di adempimenti che se rigorosamente e correttamente effettuati dai Comuni interessati potranno contribuire a migliorare le procedure e la completezza delle informazioni dell’Anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero con tutto ciò che ne deriva in termini di diritti e di doveri.

Marco Fedi e Fabio Porta (Deputati Pd Estero)

 

 

 

Buon compleanno UNAIE. Festeggiati i 50 anni di attività

 

TREVISO - Sabato 3 luglio, nella splendida cornice della “Casa dei Carraresi” gentilmente concessa dalla Fondazione Cassamarca di Treviso, si è celebrato il 50esimo anniversario dell'Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati (UNAIE) alla presenza di numerosi esponenti del mondo dell'emigrazione e delle Associazioni aderenti all'unione, presieduta dall'on. Franco Narducci.

La scelta di Treviso è stata fatta considerando l'enorme contributo che il Triveneto ha dato al mondo dell'emigrazione, sia in termini numerici che in protagonismo.

L'Associazione “Bellunesi nel Mondo” figura fra le fondatrici dell'Unione nel 1966 a Roma, con l'allora presidente ing. Vincenzo Barcelloni Corte, e a Treviso era presente con una delegazione di 25 persone con l'attuale presidente Oscar De Bona, la vice Patrizia Burigo, alcuni consiglieri e dirigenti delle “Famiglie” ABM.

Nei suoi 50 anni di vita l'UNAIE ha visto come protagonisti e dirigenti molti politici che hanno vissuto i tempi del dopoguerra e del grande esodo verso i paesi Europei e la Svizzera; come il primo presidente Mario Toros più volte sottosegretario e ministro del Lavoro, l'on. Dino De Poli presidente della Fondazione Cassamarca di Treviso, conosciuto in tutto il mondo per le sue iniziative sull'Umanesimo latino, l'on. Ferruccio Pisoni, sottosegretario e parlamentare europeo, il sen. Aldo De Gaudenz, l’avv. Domenico Azzia fino ad oggi con l'on. Franco Narducci che ha saputo mantenere vivo il sentimento di solidarietà e di tutela della comunità italiana nel mondo.

E' toccato all'on. De Poli aprire i lavori con l'augurio che quanto fatto negli anni trascorsi venga trasferito alle nuove generazioni quale patrimonio storico culturale dell’intero nostro paese. Il saluto della città di Treviso lo ha portato il vicesindaco dott. Roberto Grigoletto, mentre l'on. Ferruccio Pisoni ha ripercorso per sommi capi gli eventi principali delle attività e delle iniziative svolte. Il presidente Narducci ha svolto la relazione principale confermando che l’Unaie è una forza viva nel mondo dell’emigrazione ed è una rete di solidarietà mondiale in cui anche i nuovi migranti trovano sostengo e ospitalità.

Su questi temi si è svolta un’interessante tavola rotonda avviata dal vice presidente Unaie Aldo Aledda, alla quale sono intervenuti  il sen. Giorgio Parrini, il prof. Ulderico Bernardi e don Bruno Boratto che hanno analizzato in particolare due aspetti fondamentali dell’emigrazione italiana in Europa: lavoro, mobilità professionale ed emigrazione nell’Europa della libera circolazione delle persone, così come l’impatto sul mondo del lavoro e delle immigrazioni in Europa.

Inform 7

 

 

 

Cassazione, non va espulso chi ha problemi di salute

 

Annullato l'allontanamento di una donna peruviana: il diritto alle cure - hanno stabilito i giudici - va sempre garantito

 

ROMA - Un immigrato senza permesso di soggiorno non può essere espulso dal nostro Paese se ha seri problemi di salute. E' quanto previsto da una sentenza in cui la sesta sezione civile della Cassazione sottolinea che "la garanzia del diritto fondamentale alla salute del cittadino straniero, che comunque si trovi nel territorio nazionale, impedisce l'espulsione nei confronti di colui che dall'immediata esecuzione del provvedimento potrebbe subire un irreparabile pregiudizio". Tale garanzia, si legge nella sentenza depositata oggi, deve "comprendere non solo le prestazioni di pronto soccorso e di medicina d'urgenza, ma anche tutte le altre prestazioni essenziali per la vita".

 

Al centro del processo, il caso di una cittadina peruviana che si era vista respingere dal giudice di pace di Roma il ricorso presentato contro il decreto di espulsione emesso nei suoi confronti dal prefetto della capitale: la donna si era quindi rivolta alla suprema corte lamentando il fatto che il giudice di pace - nonostante ostacoli all'espulsione legati a un rigido protocollo postoperatorio per un intervento chirurgico di asportazione di ovaie, tuba, utero a causa di un tumore - si era "limitato a precisare: "la ricorrente non

ha chiesto alcun permesso in merito". I giudici hanno dichiarato fondato il ricorso della donna e annullato la sentenza con rinvio: il giudice di pace dovrà quindi riesaminare il caso tenendo conto del principio di diritto enunciato dalla Cassazione. LR 28

 

 

 

A Roma gli Stati Generali dell’Accoglienza ai migranti: che fare?

 

Si è parlato di “accoglienza emancipante” e dell’urgenza di cambiare prospettiva: “Le politiche di integrazione devono generare consenso, non nascere dal dissenso” - FRANCESCO MORONI

 

ROMA - Tutti i principali attori italiani impegnati nell’affrontare il fenomeno dell’emergenza migranti, si sono riuniti durante l’incontro “Accogliamoci tutti: nuove modalità e prospettive di accoglienza per i rifugiati”. Quarantotto ore di interventi, tavole rotonde e dibattiti che dal 24 al 25 giugno hanno coinvolto i molti partecipanti alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. 

 

L’incontro è iniziato analizzando l’emblematico caso di Riace, piccolo comune calabrese dove l’economia locale è stata in grado di risollevarsi proprio grazie ai migranti, in grado di organizzare il lavoro in cooperative arrivando addirittura ad assumere lavoratori italiani. Il filo conduttore della tavola rotonda è stato la preponderante necessità di nuovi interventi governativi e strutturali che assicurino una continuità nel lavoro d’accoglienza, che non può fermarsi ad un livello preliminare. 

 

«Il nostro obiettivo immediato, una cura verso i problemi dei migranti, è quello di fornire “un’accoglienza emancipante”, un’accoglienza che liberi dall’accoglienza – sostiene Maria Silvia Olivieri, Servizio centrale SPRAR –. Occorre superare l’idea che l’accoglienza debba fermarsi semplicemente ad un livello preliminare: è necessario accompagnare i migranti in un percorso di autonomia e reinserimento sociale, che vi sia un prima e un dopo. In 11 anni di attività, non si era mai registrato un così alto numero di nuovi soggetti pronti ad ospitare persone in difficoltà. Ma questo non può bastare. Anche se i centri arrivassero a 2 milioni di posti accoglienza, se mancano politiche integrative e interventi strutturati e continuativi, non ci potrà mai essere uno passo in avanti». 

 

Il problema principale sembra quindi essere quello di riuscire ad arginare le barriere imposte che oggi, sempre più, rendono difficile ipotizzare soluzioni e organizzare interventi umanitari, intralciando la già delicata gestione del tema. Risulta difficile inquadrare il fenomeno nella cornice di riferimento adatta, poiché in Italia si parla sempre più di “invasione” e si cercano soluzioni militarizzate, guardando esclusivamente alle conseguenze verso il welfare di un così alto numero di ingressi, senza capire la reale possibilità di trasformare una situazione di “rischio”, in opportunità.  

 

«Serve assolutamente un cambio di prospettiva verso il fenomeno dell’immigrazione e operare una riforma strutturale del sistema – l’intervento di Enrico Borghi, deputato PD alla Camera e membro del UNCEM – Intergruppo Parlamentare per lo sviluppo della Montagna –. La questione non può essere competenza esclusiva del Ministero degli Interni, che si occupa della pubblica sicurezza, perché non è esclusivamente un problema di ordine pubblico. Questo è il primo punto, ci stiamo battendo per questo. Bisogna inserire il fenomeno in una cornice d’analisi più ampia, partendo dal concetto di “ospitalità”, che esiste se mettiamo in condizione lo straniero di costruire una propria identità, proprio perché non si tratta di un’invasione. Le politiche d’integrazione devono generare consenso, e non trarre la propria forza dal dissenso».  

 

L’evento è stato organizzato in collaborazione con la Regione Calabria e il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università della Calabria, con il patrocinio della Camera dei Deputati: ad incontrare professori, esperti universitari e alcuni psicoterapeuti, sono stati Maria Silvia Olivieri, del Servizio centrale SPRAR (Sistema Protezione dei Richiedenti Asilo Rifugiati); Enrico Borghi, in rappresentanza dell’Intergruppo Parlamentare per lo sviluppo della Montagna; Giovanni Maiolo della Rete Comuni Solidali; Andrea Costa del centro “Baobab Experience”; Carlo Cottatellucci della Comunità di St. Egidio; Giuseppe Pugliese di SOS Rosarno e Alessandro La Grassa del Centro Ricerche CRESM.  LS 28

 

 

 

 

 

Trentini nel mondo. Il 16-17 luglio ad Aldeno la Festa Provinciale dell'Emigrazione. “Dalle migrazioni alla nuova mobilità”

 

ALDENO (Trento) - Sarà Aldeno, nei giorni 16 e 17 luglio, ad ospitare la Festa Provinciale dell'Emigrazione 2016 organizzata da Associazione Trentini nel Mondo, Unione delle Famiglie Trentine all'estero, Ufficio Emigrazione della Provincia Autonoma di Trento e in collaborazione con il Comune di Aldeno e altre associazioni del territorio.

Tema della due giorni “Dalle migrazioni alla nuova mobilità”.

Nel pomeriggio di sabato 16 luglio la manifestazione sarà aperta, presso il Teatro Comunale, da due tavole rotonde: “Migrazione dal Trentino verso la Bosnia Erzegovina” (alle ore 15.00, con la presentazione del libro “Nella terra dell'Airone” di Paolo Perotto) e “Prospettive e difficoltà della nuova mobilità” (alle ore 17.00, con testimonianze di giovani di Aldeno che si trovano all'estero e di discendenti di trentini all'estero e la presentazione del progetto “Altrove”).

Sempre sabato pomeriggio si prevede un ricordo di Camillo Stedile (maestro del lavoro spentosi alcuni mesi fa all’età di 91 anni, aveva collaborato a lungo con l'Associazione Trentini nel mondo, ndr) e la presentazione della “Barcarola”, la manifestazione con la quale Cimone ogni venticinque anni ricorda l'emigrazione verso le Americhe. La giornata del 16 sarà conclusa dallo spettacolo folkloristico del gruppo “I quater sauti rabiesi”, alle ore 21.00 in piazza Cesare Battisti.

Domenica 17 luglio alle 10.00 prenderà il via la sfilata per le strade del paese con le bandiere dei Circoli trentini e l'accompagnamento della Banda Sociale di Aldeno, che si concluderà davanti alla Chiesa parrocchiale, nella quale alle 10.30 l'arcivescovo di Trento mons. Lauro Tisi e mons. Renato Tamanini, celebreranno la messa. Al termine, la premiazione del concorso di disegni sul tema dell'emigrazione, al quale hanno partecipato gli alunni delle classi quarte della scuola elementare di Aldeno. Alle 12.30, al Parco Albere, pranzo tipico trentino.

Durante le due giornate, dalle 10:00 alle 19.00 porte aperte alla sala Polifunzionale “Co-residenza” per  le mostre: “Cassiano Conzatti Pedagogo e Botanico” a cura Museo Civico di Rovereto;   disegni fatti dai bambini della scuola elementare di Aldeno; Immagini dell'emigrazione da Garniga Terme a cura della Pro Loco di Garniga Terme . (Inform 30)

 

 

 

Giornata dei veneti nel mondo il 24 luglio a Belluno

 

Assessore Lanzarin: “Abbiamo il dovere di ricordare e onorare le  pagine di sacrificio e coraggio della storia dei veneti”

 

VENEZIA - Gli emigrati veneti si danno appuntamento domenica 24 luglio a Belluno per la Giornata regionale dei veneti nel mondo. La festa, istituita dalla Regione Veneto nel 2008, quest’anno coincide con il 50° anniversario dell’associazione Bellunesi nel mondo. L’associazione bellunese farà quindi gli onori di casa ai tanti veneti, ai loro discendenti e ai rappresentanti delle associazioni venete all’estero che non vorranno mancare alla Giornata a loro dedicata. Dalla Regione si ricorda che sono attualmente 260 mila i veneti residenti all’estero, iscritti all’AIRE, con doppia cittadinanza e che sono più di 5 milioni i veneti e i loro discendenti che si sono stabiliti in Europa, America Latina, America del Nord, Sudafrica, Australia, continuando a mantenere, in forma diretta o associativa, relazioni e legami con la terra di origine.

“La Giornata dei veneti nel mondo – sottolinea l’assessore ai flussi migratori Manuela Lanzarin - vuole onorare e ricordare la grande epopea dell’emigrazione che ha caratterizzato la storia del Veneto negli ultimi 150 anni: la prima volta verso la fine dell’800, quando interi paesi si sono praticamente svuotati, nel primo dopoguerra quando, per fuggire alla povertà e alla distruzione, molti veneti sono stati costretti ad espatriare, e poi nel secondo dopoguerra, verso i paesi d’Oltralpe e la lontana Australia. Si tratta di un momento celebrativo importante per la nostra regione, per non dimenticare, per ricordare ai più giovani che valori come il sacrificio, il lavoro, la perseveranza, hanno caratterizzato il nostro passato e che mi auguro restino una eredità viva e presente per le nuove generazioni. Abbiamo il dovere di ricordare e onorare quelle pagine di sacrificio e coraggio della storia dei veneti”.

I momenti centrali della Giornata di domenica 24, che si aprirà con il corteo delle famiglie e delle associazioni venete lungo le vie del centro, saranno la messa nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano, celebrata dal vescovo di Belluno-Feltre mons. Renato Marangoni, il pranzo conviviale nel parco di villa Doglioni, la consegna delle onorificenze agli emigrati che hanno onorato il Veneto all’estero, la premiazione della vetrina bellunese più bella realizzata sul tema dell’emigrazione e la condivisione di canti della tradizione popolare veneta e di testimonianze di vecchia e nuova emigrazione. Nel corso della giornata saranno visitabili la mostra itinerante allestita nel parco Doglioni e il Museo interattivo delle migrazioni, nella sede dell’Associazione Bellunesi nel mondo. (Inform)

 

 

 

 

 

ITALIANA 2016 - Das italienische Musikfestival in Köln

 

Das 6. italienische Musikfestival ITALIANA findet vom 23.09. bis zum 23.10.2016 an unterschiedlichen Veranstaltungsorten in Köln statt, und begeistert mit einem vielfältigen Programm, dass die moderne und innovative Musikszene Italiens nach Deutschland bringt und das Land abseits von gängigen Klischees präsentiert. Das Festival, das vom Italienischen Kulturinstitut in Köln mitorganisiert und u. a. von der Italienischen Zentrale für Tourismus ENIT, der Stadt Köln und dem Westdeutschen Rundfunk unterstützt wird, bietet dem Publikum die bedeutendsten Jazzmusiker Italiens, aber auch Nachwuchstalente und Künstler aus dem Bereich Weltmusik. Zu den teilnehmenden Musikern gehört u. a. der Dirigent und Saxophonist Mario Raia, der Schlagzeuger Andrea Marcelli, Drori Mondlak, Laia Genc, Michel Godard, Nicola Oisani und der in Köln lebende Jazzmusiker Alessandro Palmitessa. Der in Belgien lebende Musiker Giacomo Lariccia, Preisträger des wichtigsten Musikpreises Italiens, dem Premio Tenco, wird im Bereich Weltmusik das Publikum begeistern.

 

Darüber hinaus bietet ITALIANA 2016 eine Fotoausstellung von Roberto Cifarelli, einem der bekanntesten Fotografen Italiens, sowie einen Workshop des Musikwissenschaftlers Stefano Zenni über den italienischen Jazz.

ITALIANA 2016 ist somit eine Kulturveranstaltung, die eine sinnbildliche Brücke zur Annäherung zwischen verschiedenen Ufern baut, zwischen Deutschland und Italien, indem für das deutsche Publikum ein anderes Italien jenseits der Stereotype erfahrbar wird. Es will aber auch beide Seiten des Rheins einander näherbringen. Mehr Informationen: www.festival-all-italiana.de

www.facebook.com/festivalallitaliana

 

Aufgepasst: ENIT verlost 2 Tickets für das Musikfestival ITALIANA 2016! Und so geht's: Einfach eine Email mit dem Stichwort "ITALIANA" an presse.frankfurt@enit.it senden, Teilnahmeschluss ist der 15. August 2016. Der Rechtsweg ist ausgeschlossen. In bocca al lupo! Enit 6

 

 

 

Bundestag stimmt zu. Integrationsgesetz setzt auf Fördern und Fordern

 

Deutschland bekommt ein Integrationsgesetz. Es soll dazu beitragen, die Integration der Flüchtlinge zu erleichtern: durch mehr Angebote an Integrationskursen, Ausbildungs- und Arbeitsmöglichkeiten.

Gleichzeitig beschreibt es die Pflichten Asylsuchender.

 

"Fördern und Fordern" ist der Leitgedanke des neuen Gesetzes, dem der Bundestag heute zugestimmt hat. Die Flüchtlinge, die eine gute Bleibeperspektive haben, erhalten frühzeitig Angebote vom Staat. Sie sind jedoch verpflichtet, sich auch selbst um Integration zu bemühen. Lehnen Asylbewerber Integrationsmaßnahmen oder Mitwirkungspflichten ab, werden Leistungen gekürzt. 

Geduldete bekommen ein Bleiberecht für die gesamte Dauer der Berufsausbildung und die anschließende Beschäftigung. Das gibt ihnen und den Ausbildungsbetrieben Rechtssicherheit.  Es wird mehr Kapazitäten bei den Integrationskursen geben, damit Flüchtlinge schnell Deutsch lernen. Integration

ist schwierig, wenn zu viele Flüchtlinge in Ballungszentren ziehen. Deshalb können die Länder ihnen in den ersten drei Jahren einen Wohnsitz zuweisen.  Flüchtlinge sollen schon während des Asylverfahrens einer sinnvollen Beschäftigung nachgehen - zum Beispiel in der Unterkunft bei der

Essensausgabe mitarbeiten oder Grünanlagen pflegen. Am 1. August startet der Bund ein neues Programm "Flüchtlingsintegrationsmaßnahmen" für 100.000  Arbeitsgelegenheiten.  Außerdem verzichtet die Bundesagentur für Arbeit für drei Jahre in bestimmten Regionen auf die Vorrangprüfung. Dies erleichtert die Arbeitsaufnahme.

 

Arbeit ist die beste Integration

Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles machte darauf aufmerksam, dass die ersten deutschen Worte vieler Flüchtlinge wären: "Bitte Arbeit". 70 Prozent von ihnen seien unter 30 Jahre alt. Wenn die Integration gelinge, entwickelten sie sich von Leistungsempfängern zu Leistungsträgern.

Zwei Realitäten

Bundesinnenminister Thomas de Maizière hob hervor, dass viele Flüchtlinge ihre Chance genutzt hätten. "Sie haben eine Ausbildung gemacht oder ein Handwerk gelernt. Sie studieren, oder sie haben Betriebe gegründet, in denen Menschen arbeiten. Sie bringen unser Land voran. Diese Menschen bereichern unser Land."

Es gebe jedoch auch eine andere Realität. Menschen, die ohne Einbindung in unsere Gesellschaft lebten. Die kaum Deutsch sprächen oder es nicht wollten. "Sie haben keinen ordentlichen Arbeitsplatz. Manche junge Männer unter ihnen begehen auffallend häufig Straftaten. Solche Einsichten in beide Realitäten in unserem Land tun weh."

Die Bevölkerung habe den Willen, diejenigen, die Schutz brauchen und eine Bleibeperspektive haben, auch zu integrieren. "Diesen Willen wollen wir bewahren. Dafür brauchen wir Integrationsmaßnahmen.

Dafür brauchen wir aber auch ihr Vertrauen, dass der Rechtsstaat das bestehende Recht durchsetzt", so de Maizière.

 

Das Integrationsgesetz

Die Bundesregierung hat das Integrationsgesetz am 25. Mai 2016 auf ihrer Kabinettsklausur in Meseberg verabschiedet. Die zum Integrationsgesetz gehörende Verordnung regelt die Details zu den Integrationskursen, dem Verzicht auf die Vorrangprüfung und weiteren Punkten:

Deutschkenntnisse und die Orientierung in unserer Gesellschaft sind von zentraler Bedeutung für die Integration. Mehr Flüchtlinge sollen frühzeitig Integrationskurse besuchen. Deshalb werden Teilnehmerzahlen erhöht und Kursträger verpflichtet, die Angebote zu veröffentlichen.

Auszubildende erhalten eine Duldung für die Gesamtdauer der Ausbildung. Wer im Betrieb bleibt, erhält ein Aufenthaltsrecht für zwei Jahre.

Wie kann Integration besser gelingen? Ein wesentlicher Punkt dabei ist die Frage, wo jemand lebt. Darum kann Asylbewerbern künftig ein Wohnort zugewiesen werden. Denn ziehen beispielsweise zu viele Flüchtlinge in Ballungsräume, erschwert das das Eingliedern in die Gesellschaft.

Flüchtlinge sollen schon während des Asylverfahrens einer sinnvollen Betätigung nachgehen. Der Bund legt ein Programm "Flüchtlingsintegrationsmaßnahmen" für 100.000 Asylbewerber auf.

Flüchtlinge mit guter Bleibeperspektive sollen leichter eine Arbeit aufnehmen können. Deshalb verzichtet die Arbeitsagentur – abhängig von der regionalen Arbeitsmarktlage - für drei Jahre auf die Vorrangprüfung.

Junge Flüchtlinge mit guter Bleibeperspektive und andere Schutzsuchende sollen möglichst eine qualifizierte Berufsausbildung aufnehmen und absolvieren. Um ihnen dies zu erleichtern, wird die Ausbildungsförderung für sie ausgeweitet.

Einen umfassenden Integrationsanreiz setzt die Bundesregierung mit Blick auf die Erteilung einer unbefristeten Niederlassungserlaubnis. Diese bekommt künftig nur, wer als anerkannter Flüchtling Integrationsleistungen erbracht hat.

Die Aufenthaltsgestattung entsteht für Asylsuchende künftig mit Ausstellung des Ankunftsnachweises. Damit wird sichergestellt, dass Asylsuchende rechtssicher und frühzeitig Zugang zum Arbeitsmarkt und zu Integrationsleistungen bekommen. pib 7

 

 

 

 

 

 

 

US-Wahlen: Europäische Konservative verweigern Trump Unterstützung

 

Die Europäische Volkspartei (EVP) bricht mit ihrer Tradition und entsagt dem republikanischen Präsidentschaftskandidaten Donald Trump ihre Unterstützung. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Noch nie hat es so etwas gegeben: EVP-Generalsekretär Antonio López-Istúriz schließt nicht aus, der demokratischen US-Präsidentschaftskandidatin Hillary Clinton den Rücken zu stärken. Das wäre der Bruch einer langen Tradition, hatte sich die EU-Partei doch bisher stets für den republikanischen Anwärter ausgesprochen.

Seit den Europawahlen von 2014 ist die EVP stärkste Fraktion im EU-Parlament. Zu ihren Mitgliedern zählen einige der einflussreichsten nationalen Parteien wie die CDU/CSU unter Bundeskanzlerin Angela Merkel und Horst Seehofer sowie die französischen Republikaner unter Ex-Präsident Nicolas Sarkozy.

Die transatlantische Idee

Die Unterstützung der EVP hängt laut López-Istúriz davon ab, wie sich die US-Kandidaten zu den transatlantischen Beziehungen positionieren. Dabei gehe es sowohl um die Wirtschaft als auch um Sicherheit und – vor allem – Immigration.

Trumps Wahlkampf zeichnete sich bisher durch kontroverse Aussagen über das Fernhalten mexikanischer und muslimischer Einwanderer aus.

Eine offizielle Entscheidung wird die EVP nach ihren Diskussionen mit den Mitgliedsparteien und den zugehörigen Parlamentsabgeordneten fällen. Sie unterhalte gute Beziehungen zu beiden amerikanischen Parteien – vor allem ihren moderaten Flügeln. “In beiden Parteien gibt es Bereiche die engere EU-Beziehungen befürworten”, so der EVP-Generalsekretär.

Bei den US-Wahlen von 2008 habe man John McCain unterstützt, weil dieser die transatlantische Agenda voranbringen wollte. Sein demokratischer Konkurrent, Barack Obama, hingegen habe eher auf eine internationale Strategie gesetzt mit besonderem Fokus auf den pazifischen Raum. Im darauffolgenden Präsidentschaftsduell 2012 habe man sich für keinen Kandidaten ausgesprochen, da beide zu wenig Ambitionen in den transatlantischen Beziehungen vermuten ließen.

Daumen hoch für Clinton?

“Der wahrscheinlichste Präsidentschaftskandidat der Republikaner, Donald Trump, hat sich bereits gegen eine intensivere transatlantische Beziehung entschieden”, so López-Istúriz über die nun anstehenden US-Wahlen. Dies mache es der EVP schwierig, ihn zu unterstützen.

“Jetzt achten wir auf das, was die demokratische Kandidatin verspricht. Wir werden uns über ihr Programm und ihre transatlantischen Absichten informieren. Dann können wir beurteilen, ob wir ihre Partei unterstützen werden”, erklärt der konservative Politiker. Als EVP-Generalsekretär und Halb-Amerikaner versichert er: “Ich bin immer besonders an jenen Parteien in der EU und in den USA interessiert, die transatlantische Beziehungen fördern möchten.”

Republikanischer Parteitag

Das Brexit-Votum, meint López-Istúriz, habe keinen Einfluss auf die Entscheidung der EVP. Großbritannien habe jedoch einen wichtigen Platz verloren: “Das Einzige, was ich wirklich bereue, ist, dass Großbritannien bisher immer eine Brücke zwischen der EU und den USA geschlagen hat. Jetzt wird das Vereinigte Königreich diese wichtige Rolle aufgrund des Brexits nicht mehr einnehmen können.”

Auf die Frage hin, ob er den kommenden Parteitag der Republikaner vom 18. bis 21. Juli in Cleveland besuchen würde, antwortet der EVP-Politiker: “Nein, ich werde nicht teilnehmen. Stattdessen werde ich mich mit meinen guten republikanischen Freunden aus dem Kongress und dem Senat in Washington und anderen Orten treffen – jedoch nicht beim Parteitag selbst.”

Sarantis Michalopoulos | EurActiv| Übersetzt von: Jule Zenker 7

 

 

 

 

Nach dem Brexit ist vor dem Brexit. Was können wir nach dem Referendum eigentlich schon sicher sagen?

 

Wirklich überrascht sein durfte eigentlich niemand, dafür waren die Umfragen zu eng. Und doch: Das Brexit-Votum hat das politische Großbritannien mit der Wucht eines Erdbebens getroffen. Eigentlich sollte das Referendum endlich Gewissheit bringen. Aber die  zentralen Fragen bleiben offen. Wer wird neuer britischer Regierungschef? Tritt Großbritannien tatsächlich aus der Union aus, und wenn ja: wann und wie? Was passiert nach dem Austritt? Und wird Schottland unabhängig – und bleibt dann womöglich in der EU? Eindeutige Antworten auf die großen Fragen gibt es bisher kaum. Aber auf welcher Grundlage sie zu suchen sind, wird zunehmend klarer. Vier wichtige Anhaltspunkte:

 

Das Referendum ernst nehmen

Der Ausgang des Referendums muss akzeptiert werden. Das klingt banal, ist es aber nicht. Denn in den Tagen nach der Entscheidung hat es nicht an Versuchen gefehlt, das Ergebnis in Frage zu stellen. Millionen Briten schlossen sich einer Forderung nach einem zweiten Referendum an; Wahlrechts-Experten prüften, ob das Ergebnis angefochten werden könne – etwa weil die Brexiteers falsche Versprechungen machten; Kommentatoren aller Couleur diskutierten über ein mögliches schottisches Veto und darüber, ob das Parlament in Westminster sein Volk überstimmen könne. Von all dem ist wenig geblieben. Die schottische Regierung hat akzeptiert, dass sie den Austritt Großbritanniens rechtlich nicht verhindern kann; die dem schottischen Parlament für den Normalfall eingeräumten Mitwirkungsrechte an der Gesetzgebung geben das schlicht nicht her. Wahlanfechtungen werden nicht ernsthaft verfolgt, Pläne für ein zweites Referendum sind zumindest vertagt. Und selbst in Westminster, dem Zentrum der parlamentarischen Demokratie, hat sich die Erkenntnis durchgesetzt, dass man das Votum von über 17 Millionen Bürgern nicht per Parlamentsbeschluss umkehren kann. Dass manches einfacher wäre, wenn die Regierung das Volk dann und wann auflöste und neu wählte, wusste schon Bertolt Brecht. Aber nicht mal ihm schien es ein probates Mittel. Auch für Parlamente taugt es nicht. Es gibt also kein Zurück zur Zeit vor dem 23. Juni.

 

Der Austrittsprozess: Anstoß Großbritannien

Nach Artikel 50 des EU-Vertrags beginnen die Verhandlungen, wenn ein Mitgliedstaat seinen Wunsch, aus der EU auszutreten, gegenüber dem Europäischen Rat erklärt. Mit anderen Worten: Der austrittswillige Staat gibt den Startschuss, Großbritannien muss sich gegenüber den Staats- und Regierungschefs der EU-Mitgliedstaaten äußern. Diese Erkenntnis hat sich nun auch in Brüssel durchgesetzt, das damit von zwei Thesen abgerückt ist. Erstens: Das Referendum selbst ist keine Austrittserklärung im Sinne des Artikel 50. Und zweitens: Großbritannien muss nicht sofort den Antrag auf Austritt stellen. Weiterhin drängen europäische Politiker auf schnelle Klarheit. Aber eine Schwebephase bis zum Amtsantritt der neuen britischen Regierung ist nun offenbar akzeptiert. Und so verständlich der Wunsch nach schneller Klarheit sein mag: Eine Schwebephase ist sinnvoll; zu bedeutsam sind die anstehenden Entscheidungen, die nur mit einer stabilen britischen Regierung getroffen werden können.

 

Spielregeln: Knackpunkt Binnenmarkt

Was exakt das in Artikel 50 vorgesehene „Abkommen über die Einzelheiten des Austritts“ regeln wird, ist offen – und bleibt bis auf weiteres offen, denn erst nach dem britischen Startschuss beginnen die Verhandlungen. Doch auch hier gibt es Bewegung. Schemenhaft werden die großen Themenblöcke sichtbar, über die verhandelt werden muss, wenn es gilt, abstrakte Forderungen nach „mehr Souveränität“ in konkrete Politik umzusetzen. Der Binnenmarkt, Kern der europäischen Wirtschaftsintegration, steht im Zentrum dieser frühen Debatten und ist auch für das austrittswillige Großbritannien wirtschaftlich bedeutsam. Doch wie verträgt sich das mit Forderung nach Begrenzung der Zuwanderung aus EU-Mitgliedstaaten? In Brüssel, Paris, Berlin und anderswo heißt es unisono, dass Großbritannien nicht auf einen „Binnenmarkt à la carte“ hoffen solle: Wer Marktzugang wolle, müsse die Marktfreiheiten anerkennen, einschließlich der Arbeitnehmerfreizügigkeit. Daraus mag man ableiten, dass Begrenzungen bei der Freizügigkeit – wie sie die Bewerber um David Camerons Nachfolge als Premierminister nun erneut versprechen – in Verhandlungen teuer erkauft werden müssen: eventuell mit Abstrichen beim Zugang britischer Firmen zum Markt oder bei der Lizenzierung Londoner Finanzdienstleister.

 

Und Schottland?

In Schottland hat eine klare Mehrheit gegen den britischen Trend gestimmt – 62 Prozent der Schotten wollen in der EU bleiben, in keinem einzigen Wahlbezirk gab es eine Mehrheit für den Brexit. Schnell hat die schottische Regierung daher ein erneutes Unabhängigkeitsreferendum – das zweite nach dem recht knapp gescheiterten vom September 2014 – gefordert. Falls Großbritannien tatsächlich, entgegen der schottischen Mehrheitsmeinung, en bloc aus der EU austreten sollte, wird sich ein solches nicht verhindern lassen. Doch auch in diesem Punkt hat sich die Debatte seit dem 23. Juni fortentwickelt. Bei Gesprächen in Brüssel ist die schottische Ministerpräsidentin Nicola Sturgeon für Schottlands EU-freundliche Haltung gelobt worden. Aber ihr Wunsch, die EU möge nun separat mit Schottland über dessen Status in der EU verhandeln, blieb unerfüllt. Vielmehr haben Donald Tusk, François Hollande und andere klargestellt: Schottland mag am Ende des Austrittsprozesses besonders behandelt werden. Aber das muss im Rahmen von Verhandlungen mit dem Vereinigten Königreich diskutiert werden; schottische Separatverhandlungen gibt es nicht. Damit ist der Ball zurück auf die Insel gespielt. Ganz wesentlich kommt es nun darauf an, wie Schottland im gesamt-britischen „Team Brexit“ vertreten sein wird – und ob Schottlands besondere Rolle in den Austrittsverhandlungen berücksichtigt wird.

Zu frühe inhaltliche Festlegungen zu vermeiden – auch das ist eine Position; ja, sie scheint das Verhalten vieler Akteure in den ersten Wochen nach dem Referendum zu prägen. Man kann das als Zeitspiel kritisieren und schnelle Klarheit fordern. Aber das wäre kurzsichtig. Denn wenn Großbritannien und seine europäischen Partner nach dem Erdbeben vom 23. Juni eines brauchen, so ist es Zeit zum Nachdenken. Christian J. Tams,  IPG 1

 

 

 

 

Impulse für eine bessere und stärkere EU. Europäischer Rat

 

Die Staats- und Regierungschefs der EU haben ihr Bedauern über das Ergebnis des britischen EU-Referendums zum Ausdruck gebracht. Sie respektieren den Wählerwillen, erwarten aber spätestens bis September eine Austrittserklärung der britischen Regierung. Dann werden sie sich in Bratislava erneut zu einem informellen Rat treffen.

 

Eine Hängepartie kann Europa nicht gebrauchen. Bundeskanzlerin Angela Merkel rief die verbleibenden 27 EU-Mitgliedstaaten zur Geschlossenheit auf. Fliehkräfte der EU dürften nicht gestärkt werden. In ihrer Regierungserklärung vor dem Bundestag sagte sie: "Die EU ist stark genug, um den Austritt Großbritanniens zu verkraften." Es komme nun darauf an, dass die 27 anderen Mitgliedsstaaten sich als "willens und fähig erweisen", gemeinsam die richtigen Entscheidungen zu treffen - auf der Grundlage einer mit Ruhe und Besonnenheit vorgenommenen

Analyse der Situation.

Das Votum der britischen Wähler ist ein Weckruf für Europa. Bundeskanzlerin Angela Merkel in Brüssel: "Die Welt ist in Unruhe, die Welt wartet nicht auf die Europäische Union, und wir müssen uns in der Europäischen Union mit den Folgen von Instabilität, Krisen und Kriegen in unserer Nachbarschaft auseinandersetzen und bereit sein zu handeln."

Bundeskanzlerin Merkel, Frankreichs Staatspräsident Hollande und Italiens Ministerpräsident Renzi haben in einer gemeinsamen Erklärung bereits erste Reformvorschläge vorgelegt. Die Bedürfnisse der Bürgerinnen und Bürger müssen stärker in den Fokus rücken. Bis zum 60.

Jahrestag der Unterzeichnung der Römischen Verträge im März 2017 soll ein Programm vorliegen, um ein Europa der 27 fit für die Zukunft zu machen.

Der Europäische Rat hat auch vor diesem Hintergrund die schnelle Vollendung des europäischen Binnenmarkts, gute Rahmenbedingungen für die digitale Wirtschaft, für Handel und Dienstleistungen beschlossen. So will die EU Arbeitsplätze schaffen, die Jugendarbeitslosigkeit senken und die Wettbewerbsfähigkeit verbessern.

Außerdem bekommt Europa einen funktionierenden gemeinsamen Grenz- und Küstenschutz für sichere EU-Außengrenzen. Um die illegale Migration in die EU zu verhindern und Fluchtursachen zu bekämpfen, sollen Partnerschaftsabkommen mit weiteren Flucht- und Transitländern geschlossen werden. pib

 

 

 

 

Europa wackelt – Zeit für Realpolitik

 

Michael Meyer-Resende fordert eine Rückkehr zur Realpolitik. Deutschland müsse ein europäisches Deutschland bleiben, fordert der Geschäftsführer von Democracy Reporting International.

 

Unter den deutschen Produkten gehört das Wort Realpolitik zu den Exportschlagern. Vor allem in den USA taucht das Stichwort in jeder außenpolitischen Debatte auf. Realpolitik orientiert sich an den realen Bedingungen und Möglichkeiten. Sie versucht, den politischen Kontext jeder Entscheidung möglichst genau und pragmatisch auszuleuchten. So kann sie  unvorhergesehene Konsequenzen vermindern. Trotz des deutschen Ursprungs ist realpolitisches Denken in Deutschland nicht ausgeprägt. Wir sind mit unvorhergesehenen Konsequenzen gutgemeinter  Politik konfrontiert.

Das offenkundige Beispiel ist der Zusammenhang zwischen deutscher Flüchtlingspolitik und Brexit. Die Flüchtlingspolitik hat beim Brexit eine beherrschende Rolle gespielt. Es ist nicht nachweisbar aber naheliegend, dass die  umstrittene deutsche Politik der Brexit Kampagne den entscheidenden Anstoß gegeben hat, um über 50% der Stimmen einzusammeln. Die deutsche Flüchtlingspolitik hat Europa gespalten und rechtsextremen Parteien Aufwind gegeben.

Wer auf diese Zusammenhänge hinweist setzt sich der Kritik aus: Hätte man verzweifelte Flüchtlinge in Budapest sich selbst überlassen sollen, nur um nicht rechte Parteien stark zu machen? Hat nicht eher die Politik der ungarischen Regierung die EU gespalten? Leistet man nicht geradezu vorausseilenden Gehorsam gegenüber Rechtsextremisten, wenn man so argumentiert? Sind die Rechten nicht eigentlich das Problem? Das sind gewichtige Einwände. Aber aus realpolitischer Sicht ist zunächst festzustellen, dass die weitreichenden Folgen dieser Politik gar nicht vorhergesehen wurden.

Die meisten waren der Meinung, ich schließe mich ein, dass Deutschland hier doch mit gutem Beispiel voranging – was könnten die anderen Europäer daran schon auszusetzen haben? Wer hätte vor einem Jahr daran gedacht, dass unsere Flüchtlingspolitik und der Brexit etwas miteinander zu tun haben könnten? Aber eine Politik, die Folgen nicht einkalkuliert, ist schon deshalb fragwürdig. Die Mehrheit für den Brexit mag noch so falsch liegen, aber sie ist nun eine Tatsache.

Hierzulande wird in den Talkshows und Zeitungen oft moralisch argumentiert. Es gilt: Was gut ist, kann nicht falsch sein. Angela Merkel wurde für ihren Stil des Abwägens und Austarierens kritisiert – und gefeiert, als sie ihre Vorsicht in der Flüchtlingskrise in den Wind schlug. Gerade hier wäre es aber besser gewesen, zu bedenken, was für Folgen ein deutscher Sinneswandel in Europa haben würde.

Realpolitik sollte nicht als zynische Machtpolitik missverstanden werden, sondern als eine Politik, die versucht, widerstreitendende Interessen in Ausgleich zu bringen, ohne ihren Kompass zu verlieren. Im großen Land in der Mitte Europas muss die deutsche Regierung viel mehr sein, als eine humanitäre Agentur. Natürlich hätten wir Flüchtlingen helfen sollen, aber von Anfang an mit mehr Absprache innerhalb der EU und mit weniger Trompeten und Fanfaren.

Im Rückblick muss man den Preis dieser ostentativen Flüchtlingspolitik als zu hoch ansehen. Wenn die EU zerfällt, verliert Deutschland den Rahmen für seine Außenpolitik. Nach der deutschen Reichsgründung 1871 hatte Bismarck schlaflose Nächte, weil er nicht wusste, wie Deutschland als Macht in der Mitte langfristig ein europäisches Gleichgewicht aufrechterhalten könnte. Nur durch seine diplomatische Staatskunst schaffte er es, vorübergehend ein europäisches Gleichgewicht herzustellen. Seinen Nachfolgern glückte das nicht mehr und Europa rutschte in den Weltkrieg.

Heute gibt die EU dem Kontinent einen Rahmen, in dem Deutschland von Freunden umgeben ist, eine Konstellation, die im 19. Jahrhundert, ja bis zum Fall der Mauer undenkbar war. Der Rahmen wurde in den letzten Jahrzehnten so solide gebaut, dass wir uns nicht auf die Staatskunst unserer Kanzler verlassen mussten. Adenauer hat diesen Rahmen mit gezimmert und seine Nachfolger haben trotz unterschiedlicher Qualitäten darin gearbeitet und ihn ausgebaut. Mit dem Brexit ist buchstäblich über Nacht ein Eckpfeiler aus diesem Rahmen gefallen und bringt das Gefüge ins Schwanken. Europa bewegt sich ins 19. Jahrhundert zurück.

Deutsche Realpolitik sollte es daher sein, alles dafür zu tun, um die europäische Einheit wieder zu stärken. In der deutschen Bevölkerung scheint es für eine pragmatische und umsichtige Politik Rückhalt zu geben. In einer Meinungsumfrage  sprachen sich fast 70% der Befragten dafür aus, Kompromisse einzugehen, um Interessen von befreundeten Staaten ebenso gerecht zu werden, wie unseren eigenen

Dafür müssen wir manchmal unseren Idealismus und unsere Rolle als Moralapostel zügeln. Dafür müssen wir auch unsere wirtschaftlichen Begehrlichkeiten bändigen. Das Projekt der zweiten Gaspipeline durch die Ostsee (North Stream 2), von Russland nach Deutschland, sollte schnell abgebrochen werden. Es hätte eine verheerende Wirkung für das deutsche Standing in der EU. Das Projekt schadet der Ukraine, die wir andererseits mit viel Geld unterstützen, umgeht bewusst Polen das keinen Zugriff auf die Pipeline hat, und ist in der ganzen EU unpopulär, weil es die deutsche Rolle beim Verteilen von russischem Gas vergrößern würde.

Großbritannien zeigt uns, wie es nicht geht: Über Jahrzehnte hat die britische Elite die EU herunter geredet und ist dann in Panik verfallen, als der Brexit drohte. Ihre anti-europäische Ideologie hinderte sie, ein nüchternes Verständnis ihrer Interessen zu entwickeln, und hat gleichzeitig die Idee des Brexit salonfähig gemacht. Der sonst so gepriesene britische Pragmatismus hat versagt. Diesen Fehler sollte Deutschland vermeiden. Nicht alles was wir gut finden ist richtig für Europa. Ein deutsches Europa ist aus dem einfachen Grund nicht in unserem Interesse, weil es nicht funktionieren wird – am Ende stehen wir alleine da. Deutschland hat noch eine starke Position, weil es Jahrzehnte ein europäisches Deutschland war, so wie Thomas Mann es 1953 forderte. Diesen Kompass sollten wir nicht verlieren. Michael Meyer-Resende, DRI 28

 

 

 

 

„Im Hause Europa regnet es durch das Dach“

 

Sicherlich einer der Gründe, warum Europa in einer tiefen Sinnkrise steckt: Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker. Die EU stecke in einer Sinnkrise, konstatiert der ehemalige EU-Kommissar Franz Fischler. Und fordert eine Stärkung der “inneren Demokratie” sowie den Willen zu raschen Lösungen

 

Immer mehr so genannte Altpolitiker machen sich Sorgen um die Zukunft der Europäischen Union. Zu ihnen gehört der Österreicher und langjährige EU-Landwirtschaftskommissar Franz Fischler. Bei einem Vortrag in Klosterneuburg bei Wien stellte er sich gleich zu Beginn die Frage: „Wollen denn diese derzeit noch 28 Länder überhaupt noch miteinander?“ Für ihn hat es – wenn man ganz aktuell das Auseinanderklaffen in der Flüchtlingspolitik betrachtet – den Anschein, dass viele Regierungschefs der Mitgliedsländer gar nicht mehr viel mit dem europäischen Gedanken gemeinsam hätten. Schon seit der Finanz- und Wirtschaftskrise 2008 würden die Grenzen untereinander immer deutlicher sichtbar, was sich unter anderem im Streit um die Wachstums- und Sparpolitik niederschlage. Fazit: „Im Hause Europa regnet es durchs Dach“.

Ein Renovierungsbedarf sei daher dringend angesagt, lautet die Schlussfolgerung Fischlers. Er forderte daher die Stärkung der inneren Demokratie, rasche Lösungen in der Flüchtlingsfrage, beim Brexit und bei der Jugendarbeitslosigkeit. Mit dem Sanieren dieser Baustellen sei es aber nicht getan, es bedarf zudem massiver Innovationen, um Europa wieder auf Vordermann zu bringen. Ein neuerliches Infragestellen der EU durch weitere Exits, gepaart mit Wirtschafts- und Finanzeinbrüchen wie 2008, wären existenzbedrohend, lautet Fischlers Befund.

EU-Kooperation wird GB teuer zu stehen kommen

Wie dringend nötig neue Impulse seien, zeigen die wirtschaftlichen Parameter. So wird die Halbzeitbewertung der EU-2020-Strategie der früheren Barroso-Kommission zeigen, dass man sich deren Zielen bislang kaum annähert. Trotz Sofortprogrammen wie dem Juncker-Paket, das mit dem Einsatz von 23 Milliarden Euro ein Investitionsvolumen von 315 Milliarden generieren soll, oder der bereits laufenden Anleihen-Ankaufaktion der EZB, kommt keine massive Vorwärtsbewegung in Gange. Hinzu kommt noch, dass der Mangel an Rohstoffen und Energie, fehlende Innovationsdynamik und ein zu geringes Risikokapital zu einer nachhaltigen Wachstumsschwäche führen.

Kritisch sieht der EU-erfahrene Politiker auch die Konsequenzen des Brexit für Großbritannien: „Man möge nicht glauben, dass London im Rahmen eines künftigen Übereinkommens kostenlos die Vorteile einer Wirtschaftsunion genießen könne.“ Die künftige Premierministerin werde der Bevölkerung daher rasch klar machen müssen, dass die Zusammenarbeit mit Europa teuer wird. So wird GB wie schon derzeit die Schweiz oder Norwegen beachtliche finanzielle Beiträge leisten, keine Sonderregelungen beanspruchen dürfen, sondern vor allem sämtliche Regeln zu hundert Prozent einhalten müssen, und zwar ohne mitbestimmen zu können. Verloren gehen wird vor allem auch der bisher so vorteilhafte „Britenrabatt“.

Österreich-EU: 60 Prozent PRO zu 31 Prozent CONTRA

Dem Liebäugeln der Rechtspopulisten mit möglichen Exits und „Austritts-Fantasien“ müsse daher mit den harten Tatsachen begegnet werden, wie dies jetzt bereits im britischen Inselreich erfolgt und für Ernüchterung sorgt. Für den Sozialwissenschaftler Josef Höchtl stellt sich das österreichische Meinungsbild, trotz der Propagandawelle der FPÖ, relativ stabil dar. So sprach sich seit dem EU-Beitritt 1995 durch die Bank solide Mehrheit dafür aus, Mitglied der Europäischen Union zu bleiben. Der durchschnittliche Wert der Zustimmung zur EU lag seit 1995 bei exakt 70,1 Prozent, schwankte allerdings zwischen 82 Prozent (1999) und 59 Prozent (2008). Aktuelle hält man bei 60 Prozent. Der durchschnittliche Wert der Ablehnung lag bei exakt 23,1 Prozent und schwankte zwischen 13 Prozent (1999) und 31 Prozent (im Zuge der Flüchtlingsdebatte 2016). EurActiv mit Agenturen

 

 

 

Neue EU-Pakte mit Drittstaaten. Afrikanische Länder sollen Flüchtlinge zurücknehmen. Sonst…

 

Im Mittelpunkt des EU-Gipfels stand zwar der Austritt Großbritanniens. Doch im Schatten der Brexit-Debatte wurden Weichen in der Migrations- und Flüchtlingspolitik gestellt. Afrikanische Länder sollen Flüchtlinge zurücknehmen. Wer nicht mitmacht, soll bestraft werden.

Nach dem Flüchtlingspakt mit der Türkei will die EU mit weiteren Ländern vor allem in Afrika Abkommen schließen, um die Migration zu bremsen. Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini solle alles vorbereiten, „damit vor Jahresende die ersten Migrationspakte geschlossen werden können“, erklärten die europäischen Staats- und Regierungschefs in der Nacht zum Mittwoch in Brüssel. Ein Hauptziel besteht in der „zügigen operativen Rückführung irregulärer Migranten“, heißt es in der Erklärung des EU-Gipfels.

„Im zentralen Mittelmeerraum hat der Zustrom von Migranten, bei denen es sich vorwiegend um Wirtschaftsmigranten handelt, im Vergleich zum letzten Jahr nicht abgenommen“, erklärten die Staats- und Regierungschefs. Hier sollen die neuen Abkommen ansetzen. Die Union will sich dabei vom Plan der EU-Kommission vom 7. Juni leiten lassen. Demnach sollen Drittstaaten wie Nigeria und Äthiopien Flüchtlinge, die in die EU gelangt sind, wieder zurücknehmen und ihre Grenzen besser sichern. Kooperationsbereite Länder sollen mit Finanzhilfen unterstützt werden. „Ebenso muss es Konsequenzen für diejenigen geben, die bei der Wiederaufnahme und Rückführung nicht kooperieren“, heißt es in den Vorschlägen von Anfang Juni.

Pro Asyl: EU kauft sich frei

Die EU will daneben die Ursachen von Migration wie etwa Arbeitslosigkeit in den Herkunftsländern stärker angehen. Dafür hat die Kommission unter anderem vorgeschlagen, private Investitionen in jenen Ländern durch öffentliche Garantien abzusichern. In der Gipfelerklärung wird die EU-Kommission nun von den Staats- und Regierungschefs aufgefordert, bis September eine Investitionsoffensive für Drittländer vorzubereiten.

Pro Asyl kritisierte den Ansatz scharf. „Wir können als Europäer nicht die Augen davor schließen, dass wir in der Welt es mit Flucht zu tun haben und die Menschen Schutz brauchen“, sagte Geschäftsführer Günter Burkhardt im Deutschlandfunk. „Jetzt versucht man, sich freizukaufen und andere Staaten aufzurüsten nach dem Motto, aus den Augen aus dem Sinn, sollen doch andere sich mit Flüchtlingen herumschlagen, Hauptsache nicht wir Europäer.“

Ärzte ohne Grenzen: schwerwiegende humanitäre Folgen

Burkhardt verwies als Beispiel auf die Militärdiktatur in Eritrea, von wo immer wieder Menschen nach Europa fliehen. Diese Flüchtlinge sollten nun in anderen afrikanischen Ländern abgefangen werden. Dies könne dazu führen, „dass Deserteure der eritreischen Armee in den Folterlagern landen“, sagte der Geschäftsführer von Pro Asyl.

Auch „Ärzte ohne Grenzen“ lehnte den Ansatz ab. „Mit der Absegnung des von der EU-Kommission vorgeschlagenen Plans zur Eindämmung von Migration hat der Europäische Rat bedauerlicherweise den EU-Türkei-Deal zum Vorbild für den Umgang mit Menschen auf der Flucht nach Europa gemacht“, erklärte die Hilfsorganisation. „Damit ignoriert der Rat die schwerwiegenden humanitären Folgen des Abkommens, vor allem in Griechenland.“

Anfang der Woche hatten bereits über 100 Menschenrechts- und Hilfsorganisationen den Plan zur Aushandlung neuer Abkommen kritisiert. (epd/mig 30)

 

 

 

 

Menschenhandel: Ein lukratives Verbrechen

 

Das EU-Parlament will im Kampf gegen den globalen Menschenhandel aufrüsten. Ermittler sollen die Verflechtungen mit der Finanzindustrie ins Visier nehmen, um die mächtigen Netzwerke des organisierten Verbrechens zu zerschlagen.

Wäre Menschenhandel eine Krankheit, würde man längst von einer Pandemie sprechen: Knapp 46 Millionen Menschen weltweit leben unter sklavenähnlichen Bedingungen, schätzt der Global Slavery Index, das entspricht ungefähr dem aktuellen Verbreitungsgrad des Aids-Virus oder der asiatischen Pest im 20. Jahrhundert. Kein Land und kaum ein Wirtschaftszweig, das nicht von den mächtigen Netzwerken des Organisierten Verbrechens unterwandert ist.

Menschenhandel ist jedoch keine Krankheit, sondern ein gesellschaftliches Ausbeutungsverhältnis, das Menschen unterdrückt, bedroht und auspresst, manchmal über Jahre hinweg. Menschenhandel breitet sich vor alllem dort aus, wo eine Gemengelage aus Korruption, staatlichem Versagen und gesellschaftlicher Ignoranz herrscht; die häufigsten Formen sind Zwangsarbeit, Organhandel und Zwangsprostitution. Auch eine erstaunliche Resistenz – und hier endet die Analogie zur Pandemie – gegenüber Versuchen, Menschenhandel wirksam zu bekämpfen, lässt sich beobachten: Strafverfolgungsbehörden sind häufig machtlos oder unzureichend geschult, alleine in den letzten zwei Jahren ist die Zahl der Opfer um ein knappes Drittel gestiegen.

Menschen als Waren – ein profitabler Geschäftszweig

Dieser beunruhigenden Entwicklung will das Europäische Parlament nun einen Riegel vorschieben: Nach monatelangen Beratungen und unter Beteiligung zahlreicher Expertenausschüsse verabschiedeten die Parlamentarier gestern einen Bericht, der den Kampf gegen Menschenhandel auf die Prioritätenliste der europäischen Außenpolitik setzen will.

Barbara Lochbihler, die Vizechefin des Menschenrechtsausschusses und Verfasserin des Reports, betont vor allem die wirtschaftliche Seite des Menschenhandels: Menschen zu einer Ware zu degradieren sei ein einträgliches Geschäft, es gehöre sogar zu den einträglichsten illegalen Branchen überhaupt: “Menschenhandel ist eines der profitabelsten Aktivitäten des globalen Organisierten Verbrechens, neben dem illegalen Waffen- und Drogenhandel“, konstatiert Lochbihler in ihrem Bericht.

Die Internationale Arbeitsorganisation (ILO) beziffert den jährlichen Umsatz allein durch Zwangsarbeit und Geldwäsche auf 150 Milliarden US-Dollar. 90 Prozent der Opfer werden laut ILO-Schätzungen von Privatunternehmen ausgebeutet, zwei Drittel aller Profite werden in der Sexindustrie erwirtschaftet. Zwangsprostitution ist nach wie vor die lukrativste Form der Ausbeutung.

Um diesem “abscheulichen Geschäft” die Grundlagen zu entziehen, so Lochbihler gegenüber EurActiv, müsse die EU künftig stärker die Geldflüsse des Organisierten Verbrechens verfolgen, insbesondere dort, wo die illegale in die legale Wirtschaft fließt: Ohne Banken und Finanzinstitute könnten die Menschenhändler ihre Gewinne nicht waschen, und damit nicht abschöpfen. Lochbihler fordert daher die Strafverfolgungsbehörden der Mitgliedsstaaten sowie Europol auf, die Finanzinstitute stärker zu überwachen, um “den Fluss des illegalen Geldes zu unterbrechen”.

Unternehmen müssen “gebrandmarkt” werden

Auch Unternehmen will die grüne Abgeordnete stärker in die Pflicht nehmen. Viele europäische Firmen profitieren indirekt von Menschenhandel, da ihre Produktionsketten bis in Regionen hineinragen, in denen Kinderarbeit oder andere Formen moderner Slaverei gesellschaftlich kaum geächtet sind.

Wie dringlich es ist, das Thema ganz vorne auf die außenpolitische Agenda zu setzen, zeige sich am Beispiel der thailändischen Fischereiindustrie, so Lochbihler gegenüber EurActiv: Zwangsarbeiter würden dort auf riesigen Fisch-Trawlern über Jahre hinweg festgehalten, ohne Bezahlung schuften und Fischabfälle essen. Das EU-Fischereiabkommen mit Thailand könne sicherlich als “Hebel” eingesetzt werden, um Verbesserungen vor Ort zu erwirken, glaubt die ehemalige Amnesty-Direktorin. Doch sei es im gleichen Moment entscheidend, die europäischen Profiteure aus der Wirtschaft “zu brandmarken und zur Verantwortung zu ziehen”.

2016 soll die gesamte EU-Politik hinsichtlich der Bekämpfung des Menschenhandels überarbeitet werden. Ihr Bericht habe die Unterstützung der EU-Kommission, glaubt Lochbihler: Handelskommissarin Cecilia Malmström begrüßte in der gestrigen Parlamentsdebatte ihre Forderungen nach stärkerer Regulierung mit den Worten: “Der Bericht kommt zum richtigen Zeitpunkt.” Daniel Mützel, EA 6

 

 

 

 

Einsüden. Warum die NATO im Süden mehr gebraucht wird als im Osten.

 

Wer sich – und unterstellen wir mal, dass dies auf relativ viele Deutsche zutrifft – erst seit 2014 (wieder) für die NATO interessiert, kann durchaus den Eindruck haben, dass sich an ihrer Ausrichtung auf Abschreckung und Verteidigung gen Osten seit Ende des Kalten Krieges nicht viel geändert hat. Dass in der südlichen Nachbarschaft vor unseren Augen Staaten auseinanderfallen und Syrien ausblutet, wird besorgt und bestürzt verfolgt – aber nicht so recht mit der NATO in Verbindung gebracht. Dabei hat sich die NATO seit dem Lissabonner Gipfel 2010 neben der Abschreckung und Bündnisverteidigung weitere Kernaufgaben ins Pflichtenheft geschrieben: Krisenmanagement und kooperative Sicherheit. Diese Erweiterung des strategischen Konzepts bietet zumindest theoretisch einen Rahmen für ein Engagement der NATO im Süden, wo, anders als an der östlichen Flanke, Abschreckung und Verteidigung gänzlich ungeeignete Instrumente wären.

Sollte die NATO, ganz im Sinne ihres proklamierten 360-Grad-Aktionsradius‘, also auch im Süden viel stärker tätig werden?

Die Antwort muss ein beherztes „ja, aber“ sein. Ein starkes „ja“, weil die sogenannte Südflanke tatsächlich auch für die NATO relevant ist. Und ein abwägendes „aber“, weil die Südflanke nicht allein Thema für die NATO, sondern vor allem eine gemeinsame Herausforderung für die NATO in enger Zusammenarbeit mit der EU ist. Diese Herausforderung anzunehmen, setzt allerdings voraus, dass die EU endlich den Sprung hin zu einer ernstzunehmenden Gemeinsamen Sicherheits- und Verteidigungspolitik (GSVP) wagt.

Zunächst drei Gründe, warum die Südflanke beim NATO-Gipfel in Warschau nicht nur aus Gründen politischer Korrektheit auf die Tagesordnung gehört. Und ein Grund, warum sie der Durchbruch für die GSVP werden könnte:

1. Eine auf Solidarität gegründete Allianz kann nur dann erfolgreich sein, wenn die Belange aller Bündnispartner ernstgenommen werden. Andernfalls scheren irgendwann einzelne Mitglieder aus und kündigen den Grundsatz, dass ein Angriff auf einen ein Angriff auf alle ist, auf – das wäre das Ende der NATO als militärisches Bündnis.

2. Es gibt im und aus dem erweiterten Mittelmeerraum heraus bereits heute Sicherheitsbedrohungen, die NATO-Alliierte (und zwar nicht nur die südlichen Mitglieder) betreffen. Darüber hinaus finden sich in der Region zahlreiche Risikofaktoren für Bedrohungen in der nahen und mittleren Zukunft – sie sind hinreichend bekannt und müssen hier sicher nicht aufgezählt werden. Mit Blick auf die Flüchtlingskrise sei nur erwähnt, dass der ehemalige Kommandeur der NATO Allied Joint Force Command, General Domröse, die Flüchtlingskrise als eine der zentralen Ursachen für ein fundamental gewandeltes sicherheitspolitisches Umfeld sieht. Sie erreicht Europa zu einer Zeit, da die NATO sich bereits an anderer Stelle massiv gefordert sieht – mit entsprechend weitreichenden Folgen für das Bündnis. Dies ist zwar nicht die offizielle Lesart der NATO, dürfte der Wahrheit aber doch sehr nahe kommen.

3. Die tiefe Krise mit Russland und die daraus resultierenden Sicherheitsinteressen der östlichen NATO-Partner dominieren die NATO derzeit zu Recht. Aber so dringend sich diese Herausforderungen im Osten zurzeit darstellen, so wahrscheinlich ist, dass sie vorübergehender Natur sind. Die Probleme im Süden sind viel grundsätzlicherer, struktureller Natur und weit weniger abhängig von einzelnen Personen oder Führungseliten, die irgendwann die politische Bühne verlassen werden. Sie werden uns noch wesentlich länger begleiten und sich im schlimmsten Fall als äußerst hartnäckige, langfristige und umfangreiche Sicherheitsrisiken für Europa und die (v.a. europäischen) NATO-Alliierten entpuppen. Dabei lohnt übrigens ein Blick über die aktuellen Krisenherde hinaus: Auch in ihrer Nachbarschaft finden sich Länder, deren heutige politische, ökonomische und soziale Schwächen sich rasch zu massiven Konflikten ausweiten können. Umso mehr, als einige dieser Länder (v.a. Algerien) Transitländer für Migranten, Rückzugsländer für Terroristen und doch gleichzeitig heute noch Stabilitätsanker in der Region sind.

4. Diese Herausforderungen, die also nicht von allein wieder verschwinden werden, lassen sich nicht von EU oder NATO allein bewältigen. Beide müssen zu einer substantiellen Zusammenarbeit kommen, was eine starke GSVP voraussetzt. Sie liegt im ureigenen Interesse der Partner, die NATO-Solidarität im Süden einfordern. Sie sind es, die die GSVP nun maßgeblich vorantreiben müssen.

Warum das? Tatsächlich sind die meisten Herausforderungen aus dem Süden (noch) nicht primär sicherheitspolitischer Natur. Sie erfordern vielmehr präventive Kooperation in den Bereichen Entwicklung, Wirtschaft und Kultur; bilateral, multilateral und immer in möglichst enger Verschränkung mit lokalen Stakeholdern. Dafür ist und bleibt die EU der geeignete Akteur.

Nur machen wir uns nichts vor: Die Wirksamkeit solcher Kooperationen ist unsicher, oft begrenzt und hängt in hohem Maße davon ab, dass sich kooperationswillige, legitime und ausreichend einflussreiche Kooperationspartner finden. Das ist leider nicht immer (manche sagen: immer weniger) der Fall. Und deshalb müssen sowohl die EU als auch die NATO darauf eingestellt sein, dass Konflikte gewaltsam eskalieren oder bereits eskalierte Gewalt mit politischen, ökonomischen und/oder diplomatischen Mitteln allein nicht mehr zu beenden ist.

Es sind diese Fälle, in denen EU und NATO, nach sorgfältiger Prüfung und in enger Abstimmung, in der Lage sein sollten, einzugreifen. Die Nato mit militärischen Mitteln, wenn nötig on the ground, die EU flankierend und nachbereitend mit zivilen, aber durchaus auch militärischen Instrumenten wie Monitoring, Ausbildung und Training und anderem mehr. Eine solche Intervention aus einem Guss, in einer engen Kooperation, in der jeder das einbringt, was er am besten kann, hat viele Voraussetzungen: eine davon ist die Fähigkeit und der politische Wille zur engen Zusammenarbeit.

Der Informationsaustausch zwischen EU und NATO funktioniert auf der Arbeitsebene wohl einigermaßen zufriedenstellend. Defizite bestehen allerdings in der strategischen und programmatischen Abstimmung und Verständigung über eine sinnvolle Arbeits- und Lastenteilung. Diese Defizite sind in erheblichem Maße darauf zurückzuführen, dass der Selbstfindungsprozess der GSVP zu keinem Ende findet und sich die Europäer noch immer nicht darauf verständigen können, welche sicherheitspolitischen Aufgaben überhaupt europäisch gelöst werden sollen. Das macht die EU als Partner schwer greifbar, und dass auch die NATO mit internen Unsicherheiten und Unstimmigkeiten über das eigene Profil und die eigene Ausrichtung zu kämpfen hat, macht die Sache sicher nicht besser.

Vielleicht ist ja Abhilfe in Sicht. Der kommende NATO-Gipfel in Warschau wird möglicherweise eine Art „regionalen Hub“ für den Süden beschließen: eine koordinierende Stelle, voraussichtlich mit Sitz in Neapel, die zu einer verbesserten Frühwarnung, Harmonisierung der Lageanalysen und Bedrohungsperzeptionen sowie zu einer engeren Verzahnung von EU- und NATO-Operationen (EUNAVFOR MED SOPHIA und Operation Active Endeavour) im Mittelmeer führen soll. Eine bestrickende Idee, wenn sie denn mit ausreichend politischem Willen ausgestattet wird. Andernfalls wird von der Idee nicht viel mehr als Symbolik übrigbleiben.

Sicherheitspolitische Risiken in der südlichen Nachbarschaft können nicht allein mit NATO-Mitteln, aber eben auch nicht ausschließlich zivil und schon gar nicht bilateral gelöst werden. Die südlichen Länder, die sowohl der NATO als auch der EU angehören, müssen zum Motor einer Europäischen Sicherheits- und Verteidigungsunion werden, weil nur mit einer solchen Union (wenngleich nicht immer mit ihr allein) ihre Sicherheitsinteressen bedient werden können. Eine starke GSVP könnte die NATO von unrealistischen Erwartungen (die bis zur Forderung nach einer zweiten Very High Readiness Joint Task Force (VJTF) für die Südflanke reichen) entlasten, während umgekehrt die Hemmschwellen für die NATO herabgesetzt würden, im Ernstfall eben doch militärisch einzugreifen – idealerweise in einer gemeinsamen Operation mit der EU und im Wissen um ausreichende, langfristige Flankierung durch eine geschlossen agierende GSVP.

Nahezu alle EU-Mitglieder gehören auch der NATO an. Die Bedeutung des sogenannten europäischen Pfeilers in der NATO wird perspektivisch eher wachsen, Bündnissolidarität könnte sowohl innerhalb der GSVP wie auch der NATO gleichzeitig gelebt werden. Zum Einsatz käme dann nicht die Organisation, die sich aus Gründen des Interessensausgleichs in einer politischen Zwangslage wähnt. Sondern die, die über die besten Instrumente verfügt – und im Idealfall beide gemeinsam. Szenarien wie in Libyen im Jahr 2011, wo eine schlecht vorbereitete „Koalition der Willigen“ eine mangelhaft ausgestattete Mission schließlich an eine unwillige NATO übergab, ohne Pläne und Kapazitäten für Stabilisierung und Wiederaufbau und ohne langfristige Strategie, gehörten dann vielleicht der Vergangenheit an. Anna Maria Kellner,  IPG 1

 

 

 

 

Nach Brexit-Votum: EU-27 beschließen “Nachdenkphase”

 

Nach der Entscheidung Großtbritanniens wollen die 27 EU-Staaten bis September Vorschläge über die Zukunft der Union ausarbeiten. Einen kleinsten gemeinsamen Nenner über die gemeinsame Zukunft gibt es bereits zwischen den restlichen 27 EU-Staaten nach dem Brexit-Votum.

Nach der Entscheidung Großtbritanniens wollen die 27 EU-Staaten bis September Vorschläge über die Zukunft der Union ausarbeiten. Einen kleinsten gemeinsamen Nenner über die gemeinsame Zukunft gibt es bereits zwischen den restlichen 27 EU-Staaten nach dem Brexit-Votum.

Nach der Entscheidung Großtbritanniens wollen die 27 EU-Staaten bis September Vorschläge über die Zukunft der Union ausarbeiten. Einen kleinsten gemeinsamen Nenner gibt es bereits.

In der ersten Sitzung ohne den britischen Premierminister David Cameron beschlossen die EU-Chefs am Mittwoch, zunächst eine “Nachdenkphase” einzulegen. Sowohl EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker als auch Regierungschefs wie Bundeskanzlerin Angela Merkel betonten, derzeit sei der Zusammenhalt der EU das Wichtigste. Man wolle am 16. September in der slowakischen Hauptstadt Bratislava weiter sprechen.

Die 27 Regierungen vermieden deshalb in Brüssel eine detaillierte Debatte darüber, wie sich die EU weiter entwickeln sollte. Bereits am Dienstag waren klare Differenzen sichtbar geworden zwischen Ländern, die eine engere Zusammenarbeit wollten und Staaten, die wie die vier osteuropäischen Visegrad-Länder (Polen, Tschechien, Slowakei und Ungarn) eine Rückverlagerung von Kompetenzen aus Brüssel fordern. Frankreichs Präsident Francois Hollande betonte am Mittwoch nach dem Ende des Gipfels, dass die EU-Länder nun stärker investieren müssten.

Bereits am Montagabend hatten Hollande, Merkel und Italiens Ministerpräsident Matteo Renzi den Vorschlag gemacht, Entscheidungen bis September zu vertagen. Eine vertiefte Zusammenarbeit schlugen die großen EU-Staaten in den Bereichen Sicherheit, Arbeitsmarkt, Jugend und Eurozone vor. Beschlüsse sollten im März 2017 zum 60. Jahrestag der Römischen Verträge fallen, die die Europäische Wirtschaftsgemeinschaft begründeten, den Vorläufer der EU. Zum 50. Jahrestag war es während der deutschen EU-Ratspräsidentschaft 2007 gelungen, die zuvor gescheiterte EU-Verfassung weitgehend zu retten. Die Inhalte wurden dann als Lissabonner EU-Vertrag verabschiedet, das gültige Regelwerk der EU.

Kleinster gemeinsamer Nenner war laut Merkel und Juncker am Mittwoch, dass man keine weiteren Vertragsänderungen brauche. “Wir können mit den Verträgen arbeiten”, sagte Merkel. Juncker sagte, es gehe um die Umsetzung der Regeln, nicht um neue Verträge. Die EU müsse effektiver werden. EU-Ratspräsident Donald Tusk warnte, dass die EU zu viele Hoffnungen enttäuscht habe. Dies müsse sich ändern.

Jörg Krämer, Chef-Volkswirt der Commerzbank, erwartet allerdings keine weitreichenden Vorschläge im September. “Der Brexit behindert eher die Weiterentwicklung der EU”, sagte er zu Reuters. Schließlich gebe das Referendum den EU-Skeptikern in anderen Staaten Auftrieb. In dieser Situation würden Politiker kaum “mehr Europa” wagen.  rtr/nsa | EurActiv.de 30

 

 

 

Nach dem Brexit

 

Was Europas Linke jetzt wollen. Ein Stimmungsbild aus sozialdemokratischen Parteizentralen.

 

Schweden: Stärkung des sozialen Europas!

 „Das ist tragisch“ - Die Worte des sozialdemokratischen Ministerpräsidenten Stefan Löfven zum Brexit waren eindeutig - und wenig überraschend. Taditionell gehört Großbritannien zu den engsten Partnern Schwedens auf europäischer Ebene. Beide Länder sind freihandelsorientiert, nicht Mitglieder der Euro-Zone und Teil des sogenannten "protestantischen Halbmonds", also derjeningen Länder, die auch aufgrund von Lage, politisch-kulturelle Prägungen und geteilten Interessen ein sehr ähnliches Stimmverhalten in Europa haben (Schweden, Dänemark, Großbritannien, Niederlande).

Ein "Swexit" ist allerdings kein Thema, weder für die Mehrheit der Schweden, noch innerhalb der Sozialdemokratie. Das Bedürfnis nach europäischer Kooperation war nie so groß wie jetzt, so Löfven, und für die schwedische Sozialdemokratie ist es ein zentrales Anliegen u.a. Fragen zu Wirtschaft, Sicherheit, Klima und Migration gemeinsam auf europäischer Ebene zu gestalten. Wesentliches Projekt ist dabei die Stärkung des sozialen Europas, in dem etwa Arbeitnehmerrechte eine stärkere Rolle spielen. In diesem Sinne hat auch Löfven angekündigt, dass er nächstes Jahr zu einem Sozialgipfel einladen möchte. Christian Krell

 

Frankreich: „Mehr politischer Gestaltungswille!“

Mit Blick auf die europafeindlichen Kräfte im eigenen Land mahnte PS-Parteichef Cambadelis, wer den Wind des Populismus säe, werde am Ende den Sturm des Nationalismus ernten. Wer mit dem Thema Immigration punkten wolle, werde dafür Fremdenfeindlichkeit ernten. Im Brexit wird dabei auch eine Chance für mehr politischen Gestaltungswillen gesehen. Ein erneuertes Europa müsse auf die konkreten Bedürfnisse der Bevölkerung Antworten finden. Ein Konzept, das die EU ausschließlich als Rechtsgemeinschaft definiere und auf die sogenannte „integrative Kraft des Marktes“ vertraue, sei am Ende.

Europa müsse sich nun auf diejenigen Politikfelder konzentrieren, in denen eine Vergemeinschaftung wirklich notwendig sei: Sicherheit, Verteidigung, die industrielle Modernisierung, der Schutz der kulturellen Diversität – all das getragen durch einen ökologischen „New Deal“. Diese Erneuerungsaufgabe liege auf den Schultern der Linken in Europa, die Rechte sei nach dem Brexit am Boden. Stefan Dehnert

 

Italien: „Weitere Vergemeinschaftung!“

Die durch den Brexit ausgelöste Krise für einen Neustart ebenso wie für eine Neujustierung der EU nutzen: Auf diese Formel lässt sich die Position der Partito Democratico (PD) unter Ministerpräsident Matteo Renzi bringen. Weniger als regelnde Behörde denn als „gemeinsames Haus“ sollten die Europäer die EU wieder empfinden können, sagt Renzi. Er und die PD – die pro-europäischste Partei Italiens, zugleich auch die Partei mit der am klarsten pro-europäisch positionierten Wählerschaft – wünschen eine weitere Vergemeinschaftung zentraler Politikfelder, von der Flüchtlingsfrage zu Finanz- und Wachstumspolitik.

Starken Akzent legt die PD dabei auf die Ausrichtung dieser Politiken im Geist einer „progressiven Agenda für Europa“. Nicht als „trojanisches Pferd“ neoliberaler Globalisierung solle die EU ihren Bürgern gegenübertreten, sondern als Union, die für Prosperität, größere soziale Sicherheit und ein Sinken der Arbeitslosigkeit – vor allem der Jugendarbeitslosigkeit (in Italien über 40%) steht. Michael Braun

 

Polen: „Europäische Integration als Basis“

Die linken Parteien Polens sind enttäuscht und besorgt angesichts des Ausgangs des britischen Referendums. Der ehemalige Premierminister und SLD-Vorsitzende Leszek Miller nannte auf einer Sonderpressekonferenz die europäische Austeritätspolitik und den „unkontrollierbaren Zustrom von Migranten“, ausgelöst durch Angela Merkel, als die Hauptgründe für den Brexit. In einem Interview kritisierte er, dass es die bisherigen Regierungen versäumt hätten, Polen in die Eurozone zu führen. Dies werde nun negative Konsequenzen haben, wenn der „Kern“ der EU über eine Vertiefung der Integration debattieren werde, Polen jedoch ausgeschlossen sei. Wincenty Elsner, ein weiterer SLD-Vertreter, schrieb in einem Kommentar, dass Polen nun eine starke proeuropäische Allianz brauche und dass die Unterstützung der europäischen Integration die Basis des Programms des SLD bilden müsse. Die Partei „Razem“ drückte in einer Erklärung ebenfalls ihre Enttäuschung aus und betonte zugleich, dass die EU demokratischer und sozialer werden müsse, um an Stärke zu gewinnen. Dies schließe unter anderem die Einführung eines gemeinsamen Mindeststundenlohns und einer gemeinsamen Sozialpolitik ein. Roland Feicht

 

Rumänien: „Unterstützung für Vertiefung!“

Mit großer Besorgnis und Ernüchterung wurde das Ergebnis der Volksabstimmung im Vereinigten Königreich in Bukarest bewertet. Rumänische Sozialdemokraten verstehen das Votum der Briten als allgemeine Folge eines wachsenden Euroskeptizismus sowie von Populismus und Fremdenfeindlichkeit innerhalb der Mitgliedstaaten der EU. Zugleich gilt es auch als Abwehrsignal der Bürger, die sich von den überbürokratisierten europäischen Institutionen entfremdet fühlen. Liviu Dragnea, der Vorsitzende der Sozialdemokratischen Partei Rumäniens (PSD), forderte in diesem Sinne eine „völlig neue Vorgehensweise Brüssels sowohl gegenüber den einzelnen EU-Mitgliedern als auch gegenüber den Bürgern“, ohne jedoch näher auf alternative Politikansätze einzugehen.

In mehreren Verlautbarungen prominenter rumänischer Sozialdemokraten wird betont, dass Rumänien fest zu den europäischen Werten und zum europäischen Projekt stehe. Eine dringende Priorität sei nun, aktiver als bisher die rumänische Sichtweise in die europäische Politik einzubringen, vor allem mit Blick auf die Erhaltung der Arbeitnehmerfreizügigkeit, der Kohäsionspolitik und die Stärkung der Verteidigung der Ostgrenze der EU. Wenn es diese drei für Rumänien zentralen Bereiche beträfe, dann dürfte die Debatte einer Vertiefung der EU in Bukarest Unterstützer finden. Stephan Meuser

 

Bulgarien: „Vertiefungsfrage bleibt offen“

Als größte Oppositionspartei des Landes fordert die Bulgarische Sozialistische Partei (BSP) die Regierung auf, die Folgen des Brexits für Bulgarien zu analysieren, insbesondere in Bezug auf das Budget der EU und die Höhe der Fonds, die in Zukunft nach Bulgarien fließen werden. Die Regierung solle zudem Maßnahmen identifizieren, wie mit den Folgen des Brexits für Bulgarien umgegangen werden kann. Parteichefin Kornelia Ninova verlangt von der Regierung dabei auch, die Interessen der etwa 250 000 Bulgaren zu schützen, die in Großbritannien leben, arbeiten und studieren. Weiterhin sagte Ninova, die Brexit-Entscheidung solle der EU zu denken geben und sie dazu animieren, Bürokratie und Formalismus den Rücken zu kehren und nach realen Lösungen für die Probleme ihrer Bürger zu suchen.

Der stellvertretende Fraktionsvorsitzende der Fraktion „BSP – linkes Bulgarien“, Angel Naidenov, forderte einen Aktionsplan der bulgarischen Regierung für Reformen der EU. Naidenov zufolge wird sich der Austritt Großbritanniens auch auf die gemeinsame Außen- und Sicherheitspolitik der EU auswirken.

Kristian Vigenin, ehemaliger Außenminister, ehemaliger Europaabgeordneter und außenpolitischer Sprecher der Partei, fordert von der EU, entscheidende Schritte vorzunehmen, um Einigkeit zu demonstrieren. Nur so könne sie den Mitgliedstaaten von Nutzen sein. Zudem müsse man die Gründe für die Entscheidung der Brexit-Wähler analysieren und daraus Lehren ziehen, um zu erkennen, was sofort getan werden könne, um das Image und die Funktionsfähigkeit der EU wiederherzustellen.

Auch in der Alternative für die bulgarische Wiedergeburt (ABV), einer Abspaltung der BSP mit wenigen Sitzen im Parlament, wurde der Brexit diskutiert. Der stellvertretende Vorsitzende, der ehemalige Vizeministerpräsident und Europaabgeordnete a.D. Ivaylo Kalfin, betonte, Bulgarien solle sich in den Verhandlungen mit Großbritannien insbesondere für die Interessen der in Großbritannien lebenden bulgarischen Bürger sowie die bulgarischen Unternehmen einsetzen.

Die Frage einer möglichen Vertiefung der Union wird dabei bewusst offen gelassen. Schließlich gibt man sich in beiden Parteien durchaus russlandnah, was ohnehin bisweilen einen Spagat zwischen Russland und EU bedeutet. Regine Schubert

 

Tschechien: „Sorge, außen vor zu bleiben.“

Die in einer Koalition regierenden tschechischen Sozialdemokraten bedauern den Ausgang des britischen Referendums. Mit einem Austritt Großbritanniens aus der EU verlieren sie nicht nur einen wichtigen Handelspartner sondern auch einen starken Partner in der Gruppe der Nicht-Euro-Länder. Der Vorsitzende der ?SSD, Premierminister Bohuslav Sobotka, unterstreicht, man könne bei aller Enttäuschung allerdings nicht von einem Ende der EU sprechen und beklagt eine Welle von Separatismus und Nationalismus in der EU. Er hat eine Arbeitsgruppe zum Brexit eingerichtet, die vom sozialdemokratischen Staatssekretär für Europa-Angelegenheiten im Regierungsamt, Tomáš Prouza, geleitet wird. Diese soll die Positionen und Prioritäten Tschechiens für die Verhandlungen über den Austritt Großbritanniens definieren. Dahinter steckt die Sorge, Tschechien könne – sollte es zu der von Deutschland und Frankreich angekündigten engeren Kooperation innerhalb der EU kommen – als nicht der Eurozone angehörendes EU-Mitglied außen vor bleiben. Während die eher europaskeptische Opposition in Richtung Polen schaut, suchen die tschechischen Sozialdemokraten ein engeres Bündnis mit Deutschland und Frankreich. Anne Seyfferth

 

Slowakei: „Beweis für die Arroganz der EU“

Der Vorsitzende der SM?R–SD, Premierminister Robert Fico, bedauert den Entscheid des Referendums in Großbritannien und sieht die im Juli beginnende slowakische EU-Ratspräsidentschaft vor große Herausforderungen gestellt. Er betont, dass ein „Weitermachen wie bisher“ keine Option sei. Die Gespräche der EU-Gründerstaaten unmittelbar nach dem Ergebnis des UK-Referendums bezeichnete er als einen Fehler. Die kleinen Länder hätten sich übergangen gefühlt – für ihn „ein Weg in die Hölle“. Künftig solle über den weiteren Weg mit allen EU-Mitgliedstaaten verhandelt werden. Fico und sein (parteiloser) Außenminister sprechen in ihren offiziellen Stellungnahmen nicht von „Reformen“, sondern von notwendigen „Veränderungen“ bzw. „Erneuerungen“, unter anderem eine verständlichere Sprache in Brüssel. Der (sozialdemokratische) Vorsitzende des Europa-Ausschusses im slowakischen Parlament, Lubos Blaha, wertet das Ergebnis des Referendums als Beweis für die Arroganz der EU und ihre Entfernung von der Realität und der Bevölkerung. Er warnt vor einem Dominoeffekt. Anne Seyfferth

 

Griechenland: „Brexit als Auftrag und Warnung“

Wo ein Brexit ist, lauert irgendwo auch ein Grexit, das ist der Tenor der griechischen Diskussion nach dem britischen Referendum. Der Austritt Großbritanniens wird von allen politischen Parteien deshalb sowohl als Auftrag als auch als Warnung ausgelegt. Beispielhaft merkte Ministerpräsident Tsipras an, dass dieses Votum ein Auftrag für weniger Sparpolitik und mehr Demokratie in Europa sein müsse. Europa brauche eine tragfähige soziale Dimension und eine glaubhafte Wachstumspolitik. Zur Unterstützung dieser Ziele will der Vorsitzende von SYRIZA auch progressive Parteien in Europa zusammenbringen, außerdem wird erneut über eine Wachstumsinitiative der Südstaaten nachgedacht. Athen soll demnach eine führende Rolle bei der Verwirklichung eines sozialeren Europas einnehmen. Damit soll vermieden werden, dass bei einer flexibleren Integration Griechenland abgehängt wird. Denn die warnenden Aspekte des Votums für Athen werden ebenfalls gesehen: Die Schuldenerleichterung ist eher unwahrscheinlicher geworden. Bei der Umsetzung der Reformen dürfte die Geduld der Gläubiger abnehmen und der Druck auf Griechenland zunehmen, vor allem aus Staaten wie den Niederlanden oder auch Frankreich, wo starke europaskeptische Kräfte vorhanden sind.  Nicole und Christos Katsioulis,  IPG 4

 

 

 

 

 

Flüchtlinge und die Grenzsicherung: Sorgenkind Ungarn

 

Täglich werden Hunderte Personen von Schleppern über Ungarn nach Österreich eingeschleust. Dessen Innenministerium reagiert mit schärferer Grenzsicherung, Ungarn folgte.

 

Seit einiger Zeit registrieren die Behörden bis zu 500 Personen, die täglich von Schleppern über Ungarn nach Österreich eingeschleust werden oder ohne Papiere, also illegal einzureisen versuchen. Um dieser Entwicklung einen Riegel vorzuschieben, wurde auf Anordnung des Innenministeriums wieder mit schärferen Grenzsicherungsmaßnahmen begonnen. Bei jedem Fahrzeug wird zumindest eine Sichtkontrolle durchgeführt, im Verdachtsfall genau untersucht. Offenbar als Retourkutsche begannen daraufhin zu Wochenbeginn auch die ungarischen Grenzer, Autos anzuhalten. Fazit war ein bis zu 30 Kilometer langer Stau und eine um bis zu drei Stunden verlängerte Anfahrtzeit.

Da Ungarn derzeit über keine Genehmigung für Grenzkontrollen an der Schengen-Binnengrenze – im Gegensatz zu Österreich – verfügt, bestellte sich Innenminister Wolfgang Sobotka sofort den ungarischen Botschafter, János Perényi, ins Amt, um Aufklärung zu verlangen. Die Reaktion war betreten. Man sprach von einem Missverständnis, nachdem generell schärfere Verkehrssicherheitsmaßnahmen in Ungarn angeordnet und versehentlich auch bei Hegyeshalom an der Autobahn durchgeführt worden seien. Das Büro von Ministerpräsident Viktor Orbán sprach davon, dass alle Probleme wieder gelöst seien. Tatsächlich funktioniert der Grenzverkehr wieder reibungslos. Allerdings, so heißt es offiziell, könne auch nicht ausgeschlossen werden, dass im Bedarfsfall wieder strenge Kontrollen an den Grenzzufahrten erfolgen.

Budapest ist aber trotzdem bemüht, die erst vor zwei Wochen vereinbarte intensive Zusammenarbeit mit Wien zügig voranzutreiben, In zwei Wochen soll schon wieder ein Treffen der Innenminister mit hohen Beamten stattfinden. Sicher ist freilich auch, dass Ungarn Flüchtlinge aufgrund des Dublin-Abkommens auch weiterhin nicht zurücknehmen wird. Dafür beginnt man aber sehr wohl an der Grenze zu Serbien, illegal ins Land gekommene Flüchtlinge und das ohne Verfahren abzuschieben. Derzeit sind das rund 150 Personen täglich. Mehr noch, man will sogar den Zaun zu Serbien und Kroatien verstärken.

Mit der Flüchtlings- und Asylproblematik generell beschäftigen werden sich die EU-Innenminister heute in Bratislava. Nachdem die Slowakei im zweiten Halbjahr den EU-Vorsitz führt, kommt es in der Hauptstadt zu einem Gedankenaustausch aller Innenminister über offene Fragen und anstehende Probleme. Gemeinsame Beschlüsse sind freilich keine zu erwarten, zumal es vor allem mit den mittelosteuropäischen Ländern und dem Rest der EU eine Reihe derzeit unüberwindbarer unterschiedlicher Auffassungen gibt. Die EU-Konferenz ist zudem von einem innenpolitischen Ereignis überschattet. Die Opposition hat im Parlament einen Misstrauensantrag gegen Ministerpräsident Robert Fico gestellt. Hintergrund ist ein Korruptionsskandal in den Innenminister Robert Kalinak verwickelt ist, der wiederum von seinem Partei- und Regierungschef gedeckt wird.  Herbert Vytiska (Wien), EA 7

 

 

 

 

Abkommen noch vor Jahresende. Hilfsorganisationen kritisieren EU-Vorschläge zur Migrationsabwehr

 

Beim bevorstehenden EU-Gipfel steht der Brexit im Zentrum. Aber im Schatten des britischen Austritts wird es erneut auch um Migranten und Flüchtlinge gehen. Kritiker befürchten, dass die EU bei dem Thema eine falsche Weiche stellt. Von Phillipp Saure

 

Beim EU-Gipfel am Dienstag und Mittwoch könnten die Staats- und Regierungschefs eine Zusammenarbeit mit Drittländern in der Flüchtlingskrise beschließen, die nach Ansicht von Kritikern auf eine „Migrationsabwehr“ hinauslaufen. Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini soll federführend dafür sorgen, dass noch „vor Jahresende die ersten Migrationspakte geschlossen werden können“, heißt es in einem Entwurf der Gipfelerklärung, der dem Evangelischen Pressedienst am Montag in Brüssel vorlag.

Der vertrauliche Entwurf hält zunächst fest, dass die Zusammenarbeit mit der Türkei in der Flüchtlingskrise Früchte getragen habe und die Überfahrten von Migranten zu den griechischen Inseln „nahezu zum Erliegen gekommen“ seien. Hauptsächlich geht es daher nun um die Routen von Afrika über das Mittelmeer in die EU. Über sie gelangten vorwiegend „Wirtschaftsmigranten“ in die EU, heißt es. In dem Papier wird gefordert: „Damit bei der Verhinderung irregulärer Migration und bei der Rückführung irregulärer Migranten rasch Ergebnisse erzielt werden können, ist ein wirksamer Partnerschaftsrahmen für die Zusammenarbeit mit einzelnen Herkunfts- und Transitländern erforderlich.“

Leiten lassen will sich die EU bei den neuen Pakten von einem Plan der EU-Kommission vom 7. Juni. Diese hatte vorgeschlagen, das Thema Migration zum Kern der Zusammenarbeit mit Drittstaaten vor allem in Afrika zu machen. Die Drittstaaten sollen in die EU gelangte Migranten wieder aufnehmen und ihre Grenzen besser sichern. Kooperationsbereite Länder sollen mit Finanzhilfen und Investitionen belohnt werden. „Ebenso muss es Konsequenzen für diejenigen geben, die bei der Wiederaufnahme und Rückführung nicht kooperieren“, heißt es in den Vorschlägen von Anfang Juni.

Menschenrechtler: Abschreckung keine Lösung

Menschenrechts- und Hilfsorganisationen appellierten vor diesem Hintergrund an die EU-Staats- und Regierungschefs, beim bevorstehenden Gipfel die Pläne zur „Migrationsabwehr“ abzulehnen. „Pflichten und Verantwortlichkeit zur Wahrung der Menschenrechte enden nicht an Europas Grenzen“, hieß es in einer am Montag in Bonn veröffentlichten gemeinsamen Erklärung von 104 Nichtregierungsorganisationen. Zu den Unterzeichnern gehörten Amnesty International, Care, Human Rights Watch, Pax Christi International, Oxfam, terre des hommes und World Vision.

Die Hilfsorganisationen werfen der EU vor, die europäische Menschenrechtspolitik und das Recht auf Asyl zu untergraben. Der Plan der EU-Kommission beinhalte keine Vorkehrungen, die Menschenrechte, rechtsstaatliche Standards und Schutzmaßnahmen in den Kooperationsländern gewährleisteten. Das Abkommen mit der Türkei habe bereits dazu geführt, dass Tausende Menschen unter menschenverachtenden Bedingungen in Griechenland festsäßen, hieß es. „Kinder sind besonders hart betroffen: Viele Hundert unbegleitete Minderjährige werden in haftähnlichen Einrichtungen festgehalten oder müssen in Polizeizellen schlafen.“

Eine solche Abschreckungspolitik werde Migration nicht stoppen, sondern nur verlagern, warnen die Organisationen. Damit werde das Leid schutzsuchender Menschen vergrößert. Sie seien gezwungen, noch gefährlichere Routen nach Europa zu nehmen. Darüber hinaus könne die EU bei einer solchen Politik andere Länder nicht glaubwürdig auffordern, dass diese ihrerseits Menschen in Not aufnehmen. (epd/mig 28)

 

 

 

Rüstungsexporte auch 2016 auf Rekordkurs

 

Nach der Verdoppelung im vergangenen Jahr liegen die von der Bundesregierung genehmigten Rüstungsexporte einem Zeitungsbericht zufolge auch im ersten Halbjahr 2016 auf einem Rekordniveau.

Unter Berufung auf Regierungskreise berichtet die “Welt”, die Bundesregierung habe in den ersten sechs Monaten dieses Jahres Ausfuhrgenehmigungen für Waffenexporte im Wert von mehr als vier Milliarden Euro erteilt. Im gleichen Zeitraum des Vorjahres habe das Volumen der Rüstungsexporte bei 3,45 Milliarden Euro gelegen.

Bei den neuen Exportgenehmigungen schlage der 2012 bereits von der damaligen schwarz-gelben Koalition genehmigte Verkauf einer Fregatte nach Algerien mit mehr als einer Milliarde Euro zu Buche, zitiert das Blatt aus Regierungskreisen.

Bundeswirtschaftsminister Sigmar Gabriel hatte den massiven Anstieg der Ausfuhrgenehmigung für 2015 mit Projekten begründet, die teils die Vorgängerregierung zu verantworten habe. So seien darin 1,6 Milliarden Euro für einen Kampfpanzer-Auftrag an Katar enthalten, den er nicht rückgängig machen könne. Ebenfalls enthalten sind laut Gabriel 1,1 Milliarden Euro für ein Tankflugzeug-Geschäft mit Großbritannien, das er für politisch unproblematisch hält. EA 5

 

 

 

 

Beleidigt sein ist das falsche Rezept. Weshalb wir jetzt alles brauchen, nur kein Exempel an den Briten.

 

Die Forderung nach einer harten Behandlung Großbritanniens in Folge des Brexit-Votums hat Hochkonjunktur. Mit größter Selbstverständlichkeit wird nun verlangt, an Großbritannien ein Exempel zu statuieren – allein schon, um potenzielle Nachahmer abzuschrecken. Mag die Enttäuschung verständlich sein, so knüpfen die daraus geborenen Forderungen führender Europapolitiker an ein Reaktionsmuster an, das sich schon in der Vergangenheit immer dann gezeigt hat, wenn sich ein Volk gegen die erhoffte Dramaturgie gewendet hat.

Nur wird dabei zweierlei vergessen: Das Ergebnis ist auch und gerade ein Beleg für das Legitimitätsdefizit der Gemeinschaft. Und zweitens: Die Erfahrung lehrt, dass die Forderungen nach einer harten Haltung unrealistisch sind. Das aktuelle Entsetzen dürfte sich alsbald im Sande intergouvernementaler Verhandlungen verlaufen und die nun so kalte Schulter wird nicht lange kalt bleiben. Die europäischen Partner werden zu nüchterneren Verhandlungen übergehen. Die Aussagen der Bundeskanzlerin, die Abschreckung und Aktionismus ablehnt, deuten diese Tendenz schon an. Für diese Position gibt es gute Gründe: Denn erstens passt die harte Haltung nicht zum Modus europapolitischer Verhandlungsführung. Zweitens kann an einer dauerhaften Verschlechterung der Beziehungen zu Großbritannien niemandem gelegen sein. Die Forderung nach einer Bestrafung der Briten ist also irrational. Und drittens schließlich würde das Statuieren eines solchen Exempels eher die Gräben vertiefen, als sie zuzuschütten – und dies nicht nur im Vereinigten Königreich selbst, sondern in ganz Europa. Ein solches Vorgehen wäre äußerst schädlich.

 

Von der Aussichtslosigkeit der Abschreckung

Die EU ist kein einheitlicher Akteur, sondern ein intergouvernementaler Kompromissfindungsapparat zuzüglich einer supranationalen Bürokratie. Wenn es um die großen historischen Entscheidungen wie die Bewältigung des Brexit geht, ist der intergouvernementale Kreis gefragt. Das Europäische Parlament hat gemäß dem zu Recht geforderten geordneten Verfahren nach Art. 50 EUV erst in gut zwei Jahren eine Mitsprache über das fertige Paket. Die Kommission indes wird allenfalls Verhandlungs-, aber keine Entscheidungskompetenz in diesem Verfahren haben. Der Europäische Rat selbst verfügt aber über keine Faust, mit der er auf den Tisch schlagen könnte. Er wird zu keiner einheitlichen Position finden, die Großbritannien aufgrund eines demokratischen Mehrheitsvotums effektiv in den Senkel stellt. Zum Ersten nämlich wissen viele im Kreis der Staats- und Regierungschefs, dass sie ein ähnliches Referendum in ihrem Land nicht verhindern, geschweige denn mit Sicherheit gewinnen könnten. Dies spricht für Empathie und Milde zumindest hinter verschlossenen Türen. Hinzu kommt die mangelnde Homogenität zwischen den Mitgliedstaaten sowohl im Hinblick auf ihre generelle europapolitische Positionierung, ihre Betroffenheit vom Brexit, die Präferenzen hinsichtlich seiner Ausgestaltung als auch die Zukunftspläne für die Gemeinschaft. Schließlich ist in diesem Kreis von Pragmatismus auszugehen: Mit dem Votum der Briten wurde eine neue Sachlage geschaffen. Auf ihrer Grundlage müssen sachgemäße Entscheidungen gefällt werden.

 

Von der Irrationalität der Abschreckung

Ist also das Zustandekommen der Abschreckung schon fraglich, so ist es auch ihre potenzielle Wirkung: Denn es ist mitnichten gesagt, dass sich euroskeptische Kräfte dadurch tatsächlich aufhalten lassen würden. Kommt es zu weiteren Volksabstimmungen – auch dies zeigt das britische Beispiel –, werden diese nicht einfach durch Appelle an die ökonomische Vernunft und insbesondere nicht durch Drohkulissen zu gewinnen sein. Jenseits der Abschreckungsrhetorik ist erst recht keinem Mitgliedstaat in der EU durch eine anhaltende Verschlechterung der wirtschaftlichen und politischen Beziehungen zu Großbritannien gedient. Wenn die zweitgrößte Volkswirtschaft Europas aus dem Binnenmarkt gedrängt würde, bekämen das alle zu spüren. Die Verhandlungen werden also vom geteilten Interesse geleitet sein, das Land im gemeinsamen Wirtschaftsraum zu halten. Dafür werden beide Seiten zu Zugeständnissen bereit sein.

 

Von der Schädlichkeit der Abschreckung

Knapp 50 Prozent der Briten haben für einen Verbleib in der EU votiert. Ganze Regionen haben mit deutlichen Mehrheiten gegen den Landestrend abgestimmt. Junge Menschen bringen aktuell ihre Enttäuschung und ihre Begeisterung für das europäische Projekt zum Ausdruck. Nicht zuletzt um diese Menschen an Europa zu binden und die in Großbritannien entstandenen Gräben nicht weiter zu vertiefen, sollten beide Seiten an einer möglichst behutsamen Entkopplung des Königreichs vom Kontinent interessiert sein. Auch in Schottland darf man das Solidaritätsgefüge nicht falsch einschätzen. Ein zu harter Umgang mit Großbritannien könnte auch hier einen Stimmungsumschwung bewirken. Die größte Gefahr aber besteht in der verstärkenden Wirkung auf das euroskeptische Lager in Großbritannien und darüber hinaus, wenn die EU ein Land wegen eines demokratischen Votums bestrafen sollte. Nicht wenige werden geneigt sein, dies als Beleg für die undemokratischen Tendenzen der Brüsseler Konstruktion zu werten und sich in die Arme der Populisten begeben.

Bei aller Enttäuschung über den Ausgang des Referendums gilt es nun, nicht die Fassung zu verlieren. Die Abschreckungsforderung führt zu nichts und passt nicht zur EU. Sie ist entgegen der kursierenden Annahmen nicht klug. Und sie wird die Krise nicht überwinden, sondern allenfalls vertiefen. Es gehört zu einer Politik der abgestuften Integration, dass sie Annäherungsstufen unterhalb der Vollmitgliedschaft ermöglicht. Die Briten werden nicht die ersten sein, die eine solche Position beziehen. Die EU kann immer noch Anreize bieten, um den (Wieder-)Aufstieg in den engeren Kreis zu befördern. Umgekehrt wird sie kein Land durch Gewalt und Abschreckung im inneren Kreis halten können, sondern nur durch Leistung und Legitimität. Wolf J. Schünemann, IPG 27

 

 

 

 

USA. Oberstes Gericht stoppt Obamas Reform der Einwanderung

 

Etwa vier Millionen Migranten sollten mit der Entscheidung einen legalen Aufenthalts in den USA bekommen. Eine Pattsituaiton beim Obersten US-Gerichtshof hat aber einen Strich durch die Rechnung von Präsident Obama gemacht.

Der Oberste US-Gerichtshof hat Bemühungen Präsident Barack Obamas um eine liberalere Einwanderungspolitik einen Dämpfer erteilt. Mit vier zu vier Stimmen hielten die Obersten Richter am Donnerstag (Ortszeit) das Urteil eines untergeordneten Gerichtes in Texas aufrecht, demzufolge Obamas Erlass vom November 2014 unrechtmäßig ist, rund vier Millionen Migranten einen legalen Aufenthalt und eine Arbeitserlaubnis zu gewähren. Viele davon waren als Kinder ohne Papiere ins Land gekommen.

Der Gerichtshof hat eigentlich neun Mitglieder. Vergangenen Februar war ein Richter verstorben. Der von der republikanischen Opposition kontrollierte Senat weigert sich, über Obamas neuen Richterkandidaten abzustimmen. Beim Patt im Obersten Gericht bleibt das untergeordnete Urteil bestehen.

Schätzungsweise elf Millionen Menschen leben ohne Aufenthaltsgenehmigung in den USA. Am republikanischen Widerstand scheitern Reformvorlagen, vielen dieser Menschen einen Weg zur Legalität freizumachen.

Laut einer am Donnerstag veröffentlichten Umfrage sind 47 Prozent der US-Amerikaner der Ansicht, Einwanderung stärke die USA. 43 Prozent erklärten, Einwanderung belaste. 61 Prozent sagten, Migranten ohne Papiere sollten unter bestimmten Umständen Staatsbürger werden dürfen. Für die Erhebung befragten die „Brookings Institution“ und das „Public Religion Research Institute“ 2.607 US-Amerikaner. (epd/mig)

 

 

 

 

Heilsame Rosskur. Der Austritt Großbritanniens erhöht die Chancen für eine Reform der EU.

 

Die Europäische Union muss sich neu finden. Das Ergebnis des Referendums macht klar: Ohne Großbritannien kann das Projekt der Einigung Europas auf mittlere Sicht neue Stärke gewinnen. Wenn das Vereinigte Königreich nach seinem Verlassen in eine andere, demnächst stärker vereinigte EU wieder zurückkommen will, wird die Tür geöffnet werden, die am 23. Juni 2016 jenseits des Ärmelkanals zugeschlagen wurde. Denn es bleibt dabei: Mit Großbritannien ist die EU ein Schwergewicht, das seine Fähigkeiten besser in die Waagschale werfen kann, damit überzeugender an den Ursachen gearbeitet werden kann, die einen erheblichen Teil der Brexit-Befürworter an die Urnen getrieben hat.

Mit einem dreifachen Aufschrei hat die Wählerschaft auf ihre Sorgen und Ängste aufmerksam gemacht:

Soziale Verlierer wehren sich gegen den Abstieg. Klassische Wählergruppen von Labour haben sich dem links- wie rechtspopulistischen „Nein“ angeschlossen und die EU mit Neoliberalismus verwechselt.

Kulturelle Traditionalisten verschließen sich gegen die Chancen einer wachsenden kulturellen Verschiedenheit und treten zunehmend fremdenfeindlich auf.

Ländliche Regionalisten protestieren gegen die Trends einer Urbanisierung, die häufig auch ärmer werdenden Bevölkerungsschichten kaum noch Entfaltungsmöglichkeiten bietet.

Von sozialer Angst erfasste Bürgerinnen und Bürger haben ein Ventil genutzt, das ihnen von Ideologen aufgedrängt worden war: Der Feind ist die Europäische Union. Und das Ablenkungsmanöver hat funktioniert. Donald Trump dröhnte denn auch bei seinem Kurzbesuch in seinen schottischen Ländereien, das „Nein“ zur EU bedeute, dass die Neinsager „sich das Land wiederholen“. Der republikanische Bewerber um die US-Präsidentschaft sieht eine Parallele zwischen seiner Abscheu gegen mexikanische Zuwanderer und der von der UK Independence Party (UKIP) geschürten Fremdenangst.

Wohin wird das „Nein“ Großbritannien führen? Die Ankündigung von Nicola Sturgeon, Erste Ministerin Schottlands, lässt aufhorchen. Für sie ist es eine Frage der schottischen Souveränität, sich gegen die Entscheidung der Mehrheit aufzulehnen und für den Verbleib Schottlands in der EU zu streiten. Die Klüfte, die sich in den Monaten vor dem Referendum aufgetan haben, werden sich eher vertiefen. Wie vereinigt das Vereinigte Königreich bleiben kann, ist zu einer existentiellen Frage geworden. Die auseinandertreibende politische Dynamik hat einen sich selbst beschleunigenden Impuls erfahren.

Wie soll die Europäische Union darauf reagieren? Die Regeln des Vertrags von Lissabon sind klar. Auch Boris Johnson muss sich daran halten. Wer den Brexit durchgesetzt hat, wird die Folgen seines Handelns anzunehmen haben. Beide Seiten, die EU wie Großbritannien, werden in einen offenen Verhandlungsprozess eintreten, an dessen Ende der Austritt steht. Es wäre klug, wenn Großbritannien dabei keine Sonderkonditionen erhält. Ansonsten werden Populisten im Rest Europas ermuntert, ihren Hass gegen die EU zu verstärken.

Die wichtigste Antwort der Europäischen Union jedoch sollte sein, die Weckrufe des Referendums ernst zu nehmen. Es gilt, die negative Integration in positive Integration umzuwandeln. Die Möglichkeiten, die der Vertrag von Lissabon bietet, sollten zielstrebig genutzt werden, damit aus der Europäischen Union endlich eine politische Union wird und dabei zugleich ihre demokratische Legitimationsbasis vertieft und erweitert wird.

Durch Reformschritte werden aktive Gruppen der europäischen Öffentlichkeit ermutigt, sich an der Realisierung einer in offenen politischen Debatten zu entwickelnden Reformagenda zu beteiligen. Eine aktive transnationale Bürgerschaft wird sich als Kern einer in der EU verankerten „European Citizenship“ herausbilden. Sie wird europaweit die EU als mehrstufiges Friedensprojekt von innen und von unten tragen. Zwischen ihren Mitgliedern hat die EU zunächst den äußeren Frieden gestiftet. Damit hat sie die endlos scheinende Kette von Gewalt, die sich mörderisch durch die Geschichte unseres Kontinents zieht, auf Dauer unterbrochen. Allein dies rechtfertigt die Existenz der EU als historisch überzeugende Antwort auf kriegerische Gefahren. Gelingt es der EU darüber hinaus, die gleichfalls existenzbedrohenden Gefahren eines den sozialen Zusammenhalt zerstörenden Globalismus mit der Praxis einer humanen Globalisierung umzugestalten, dann kann aus der Europäischen Union werden, was ihre Bestimmung ist: eine Region des inneren Friedens, in der Freiheit und Gerechtigkeit in Solidarität eine feste Heimat haben. Gert Weisskirchen, IPG 27

 

 

 

 

Britische Polizei. Hasskriminalität seit dem Brexit verfünffacht

 

Seit dem Brexit-Votum der Briten gibt es einen deutlichen Zuwachs an Übergriffen und Beleidigungen gegen Ausländer. Das meldet die britische Polizei. Durchschnittlich gingen 63 Anzeigen pro Woche ein.

Seit dem Brexit-Votum häufen sich in Großbritannien die Übergriffe und Beleidigungen gegen Ausländer. Nach Behördenangaben vom Freitag hat sich die die Zahl der Anzeigen wegen Hasskriminalität verfünffacht. Auf einer Polizei-Website zur Hasskriminalität seien 331 Vorfälle zur Anzeige gebracht worden, seitdem die Briten für den Austritt aus der Europäischen Union stimmten. Durchschnittlich gingen 63 Anzeigen pro Woche ein.

Allerdings lasse sich nicht sagen, wie viele der Anzeigen mit dem Referendum zusammenhängen, hieß es. Möglicherweise würden auch mehr Vorfälle gemeldet, weil die Seite durch die Medienberichterstattung bekannter geworden sei.

In den vergangenen Tagen hatten zahlreiche fremdenfeindlich motivierte Angriffe für Schlagzeilen gesorgt. In London etwa wurde das polnische Kulturzentrum mit rassistischen Sprüchen besprüht. Osteuropäer fanden Zettel in ihren Briefkästen, auf denen sie als Ungeziefer beschimpft und zum Verlassen des Landes aufgefordert wurden.

Der Kommunikationschef der Kirche von England, Arun Arora, warnte, Hasskriminalität könne zu Faschismus führen. Die Bürger hätten jetzt die Wahl, welches Land Großbritannien künftig sein werde. Die Saat des Faschismus könne zur giftigen Frucht anwachsen und zu einer Gesellschaft führen, „die Menschen zu Südenböcken macht, verfolgt und entmenschlicht“, sagte er laut der Zeitung „Guardian“. (epd/mig 4)

 

 

 

 

GIZ: Herausforderungen der Flüchtlingskrise aktuell im Fokus. 587 Millionen Euro, um Flüchtlinge zu unterstützen

 

Berlin. Perspektiven für Menschen zu schaffen, steht im Mittelpunkt der Arbeit der Deutschen Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ) GmbH. Als Dienstleisterin der Bundesregierung setzt die GIZ aktuell vor allem auf eine wirksame Unterstützung von Menschen, die vor gewaltsamen Konflikten aus ihrer Heimat flüchten. „Die Lage der Flüchtlinge ist mehr als beunruhigend. Aber es ist gut zu wissen, dass wir wirksam unterstützen können“, stellt GIZ-Vorstandssprecherin Tanja Gönner anlässlich der Jahrespressekonferenz fest.

Mit 2,1 Milliarden Euro hat die GIZ im Jahr 2015 das größte Geschäftsvolumen seit Bestehen verzeichnet. Dabei ist die Unterstützung von Flüchtlingen und den aufnehmenden Gemeinden von großer Bedeutung. Im vergangenen Jahr hat die GIZ dafür Aufträge in Höhe von 179 Millionen Euro erhalten. 2016 sind bereits Aufträge für die nächsten drei Jahre in Höhe von 408 Millionen eingegangen, um für Unterkünfte, Jobs, Bildung und damit für eine Perspektive zu sorgen. Tendenz steigend. Schwerpunkte der Arbeit liegen im Südosten der Türkei, im Nordirak, Libanon und Jordanien.

Deutschland hat die Mittel für die Flüchtlingshilfe deutlich aufgestockt, die Europäische Union plant Weiteres. „Durch unsere Arbeit wissen wir, die Menschen wollen in oder zumindest in der Nähe ihrer Heimat bleiben“, so Gönner. „Aber dafür brauchen sie eine Perspektive. Dafür setzen wir uns ein. Wir schaffen Perspektiven durch Entwicklung.“

„Das Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (BMZ) ist mit 1,7 Milliarden Euro Auftragsvolumen bei weitem der größte Auftraggeber der GIZ. Die Förderung nachhaltiger Entwicklung weltweit verbindet sich aktuell mit der drängenden Herausforderung, kurzfristig Flüchtlinge und aufnehmende Gemeinden zu unterstützen und mittel- und langfristig Fluchtursachen zu mindern“, betont BMZ-Staatssekretär Dr. Friedrich Kitschelt, Aufsichtsratsvorsitzender der GIZ. „Mehr als drei Milliarden Euro stellen wir hierfür in diesem Jahr direkt oder indirekt bereit. Bei der Umsetzung  können wir uns  auf das langjährige Know-How und die Professionalität der GIZ verlassen.“   

Der Bereich Flucht und Migration gehört neben Klimaprogrammen zu den größten Tätigkeitsfeldern der GIZ. In den Ländern um Syrien schafft die GIZ in diesem Jahr im Auftrag des BMZ beispielsweise 30.000 Jobs durch gezielte Beschäftigungsmaßnahmen (Cash-for-Work). Das sind einfache Tätigkeiten, wie etwa das Anlegen von Abwasserkanälen, das Anpflanzen von Bäumen oder die Abfallentsorgung in Flüchtlingscamps. So erhalten die Menschen schnell verfügbares Einkommen, das letztlich auch ihren Familien zugutekommt. Insgesamt werden 150.000 Menschen davon profitieren.

Dabei arbeitet die GIZ auch mit Nichtregierungsorganisationen zusammen, darunter UNICEF. Im Mittelpunkt stehen Kinder und Jugendliche, die mehr als die Hälfte der Flüchtlinge weltweit  ausmachen. Im Nordirak leben zwei Millionen irakische Flüchtlinge im eigenen Land, darunter viele Jesiden, die zur religiösen Minderheit zählen. Hinzu kommen 200.000 Syrer. Die GIZ baut hier im Auftrag des BMZ zehn Schulen für insgesamt 70.000 Kinder, in 14 neu errichteten Gemeindezentren erhalten sie außerdem psychosoziale Betreuung. UNICEF organisiert im Auftrag der GIZ Sport- und Kulturveranstaltungen, um den Kindern Beschäftigung und Abwechslung zu bieten.

Ausblick 2016 und Bilanz 2015

Für das laufende Jahr erwartet die GIZ ein weiteres Wachstum. Gönner: „Die GIZ ist Dienstleisterin für die gesamte Bundesregierung und für mehr als 300 Auftraggeber weltweit tätig.“ Gleichzeitig wird die Arbeit immer anspruchsvoller. Mehr als die Hälfte der Länder, in denen die GIZ tätig ist, sind fragile Staaten. Sie sind von Krisen gezeichnet oder von bewaffneten Konflikten bedroht. „Vor allem unsere langjährige Präsenz in den Einsatzgebieten hilft uns, auch unter diesen schwierigen Bedingungen weiter wirksam zu arbeiten“, so Gönner.

Im Rekordjahr 2015 (2,1 Milliarden Euro) lag das Geschäftsvolumen 110 Millionen über dem Vorjahr. Hauptauftraggeber der GIZ ist das BMZ mit 1,7 Milliarden Euro. Darin enthalten sind 236 Millionen Euro von Dritten wie der Europäischen Kommission, ausländischen Regierungen oder Stiftungen, die als Kofinanziers zusätzliche Mittel zur Erweiterung der Maßnahmen bereitstellen. Bei Aufträgen anderer Bundesministerien ist das Volumen im Jahr 2015 auf 250 Millionen Euro gestiegen – ein Zuwachs um 11 Millionen Euro im Vergleich zum Vorjahr (2014: 239 Millionen Euro). Die Gesamtleistung von GIZ International Services, mit der die internationale Zusammenarbeit der Bundesregierung ohne deutsche Steuermittel unterstützt wird, betrug im Jahr 2015 rund 166 Millionen Euro.

Für die GIZ arbeiteten zum Jahresende 2015 insgesamt 17.319 Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter (31.12.2014: 16.410). Wie im Vorjahr gehörten rund 70 Prozent der Beschäftigten – insgesamt 11.949 Personen – zum einheimischen Personal in den Einsatzländern. Zudem waren für die GIZ im vergangenen Jahr 730 Entwicklungshelfer tätig.  Giz 5

 

 

 

 

Die Menschen zu Bürgern werden lassen

 

Kommentar von Dr. Josef Schuster, Präsident des Zentralrats der Juden in Deutschland

 

Die Zahl rechtsextremer Straf- und Gewalttaten hat im vergangenen Jahr einen neuen Höchststand erreicht. Die Polizei registrierte gegenüber dem Vorjahr einen Anstieg der rechtsextremen Straftaten um 35 Prozent. Vor allem haben die Angriffe auf Flüchtlinge und ihre Unterkünfte um ein Vielfaches zugenommen.

Diese Ergebnisse der neuesten polizeilichen Kriminalstatistik sind erschreckend. Sie zeigen uns, wie sehr das gesellschaftliche Klima in Deutschland vergiftet ist, wie sehr die Agitationen von rechtsextremen Parteien und Rechtspopulisten bereits Wirkung zeigen.

 

In Deutschland und seinen Nachbarländern gibt es leider viele beunruhigende politische und gesellschaftliche Entwicklungen. Die Wahlerfolge der AfD bei den Landtagswahlen im März, das neue Grundsatzprogramm der AfD, das klar religionsfeindlich zu nennen ist sowie jüngst die Präsidenten-Wahl in Österreich führen uns vor Augen: Die Länder driften nach rechts. Der gesellschaftliche Zusammenhalt ist gefährdet.

 

Es ist bitter, diese Entwicklung als Realität anzuerkennen. Denn im vergangenen Jahr haben so viele Menschen wie nie zuvor in einem Jahr bei uns Zuflucht gesucht – gerade weil Deutschland ein sicherer und demokratischer Rechtsstaat ist. Und seit dem vergangenen Jahr erleben wir eine Willkommenskultur, wie ich sie nicht für möglich gehalten hätte und die mich bis heute sehr berührt.

 

Daher gilt jetzt umso mehr: Von den Erfolgen am rechten Rand dürfen wir uns nicht entmutigen lassen! Die Zivilgesellschaft ist gefragt. Gewerkschaften, Kirchen, die Wirtschaft, Umweltverbände und Kulturschaffende sind ebenso wie die jüdische Gemeinschaft in Deutschland bereits aufgestanden: Wir lassen uns nicht einschüchtern! Wir halten unseren Wertekodex und unsere demokratischen Errungenschaften dagegen!

 

Anfang des Jahres hat sich auf Initiative des DGB die „Allianz für Weltoffenheit“ gebildet. Auch der Zentralrat der Juden in Deutschland gehört zu den Gründungsmitgliedern. Im Aufruf der Allianz heißt es: „In Deutschland leben seit Jahrzehnten Menschen unterschiedlicher Herkunft, Kultur und Religion zusammen. Der im Grundgesetz verankerte Schutz der Menschenwürde gilt für alle Menschen, gleich ob sie seit Generationen hier leben, zugewandert oder als Flüchtlinge nach Deutschland gekommen sind.“ Und: „Gerade in Krisenzeiten dürfen wir die rechtsstaatlichen, sozialen und humanitären Errungenschaften unserer Gesellschaft nicht aufgeben. Die Würde des Menschen zu schützen, ist unser Ziel.“

 

Dieses Ziel dürfen wir auch in diesem Jahr, in dem die Zahl der Flüchtlinge deutlich zurückgegangen ist, nicht aus den Augen verlieren. Wir dürfen jetzt nicht den Fehler machen zu denken, nun löse sich alles von selbst in Wohlgefallen auf.

 

Die Flüchtlinge, die jetzt in unserem Land leben, brauchen weiterhin unsere Unterstützung. Aus der Erfahrung der neunziger Jahre mit unseren damals neuen jüdischen Gemeindemitgliedern aus den Nachfolgestaaten der Sowjetunion wissen wir: Je schneller die Neuankömmlinge Deutsch lernen und eine Arbeit finden, desto besser.

 

Den jüdischen Zuwanderern wurden in den neunziger Jahren häufig viele Steine in den Weg gelegt. Ihre Berufsabschlüsse wurden nicht anerkannt. Sie mussten Jobs annehmen, für die sie eigentlich völlig überqualifiziert waren. Inzwischen hat sich die gesetzliche Lage etwas verbessert. Für jene Flüchtlinge, die qualifiziert sind, sollten sich auch heute unbürokratische Wege in den deutschen Arbeitsmarkt finden. Sie verdrängen dort niemanden. Deutschland sucht in vielen Branchen dringend Fachkräfte.

 

Wir möchten, dass die, die Asyl erhalten, Bürger dieses Landes werden. Das bedeutet jedoch mehr, als sich einigermaßen verständigen und Geld verdienen zu können. Es bedeutet, unsere Wertvorstellungen und unsere Kultur anzuerkennen, die „kulturelle Erbschaft“ Deutschlands nicht auszuschlagen, wie Bundespräsident Joachim Gauck es ausgedrückt hat. Er hat gesagt: „Es gibt keine deutsche Identität ohne Auschwitz.“

 

Null Toleranz für Antisemitismus, die Erinnerung an die Schoa, das Anerkennen der deutschen Verantwortung und das Eintreten für das Existenzrecht Israels – das sind für die jüdische Gemeinschaft zentrale Werte, die jeder Bürger in Deutschland verinnerlichen muss – egal, welcher Herkunft und Religion.

Wenn die hohe Zahl an Flüchtlingen auch dazu führt, dass sich die gesamte Gesellschaft wieder stärker zu diesen Werten bekennt – dann haben wir alle etwas gewonnen!   Forum Migration Juli 2016"

 

 

 

 

 

Klares Bekenntnis zur EU. Hängepartie nach Brexit-Votum vermeiden

 

Es gelte, eine Hängepartie bei den Brexit-Verhandlungen zu vermeiden. Und zugleich der EU einen "neuen Impuls" zu verleihen. Diese Botschaften verkündete Kanzlerin Merkel nach ihrem Treffen mit Präsident Hollande und Premier Renzi in Berlin. Gemeinsam gaben sie ein klares Bekenntnis zur

europäischen Einigung ab.

 

Merkel sprach am Montagabend von einer "schmerzhaften und bedauerlichen" Entscheidung, die die Bürger Großbritanniens getroffen hätten. Im Beisein von Frankreichs Präsident Hollande und Italiens Ministerpräsident Renzi erklärte Merkel im Kanzleramt: "Wir respektieren diese Entscheidung natürlich, aber sie muss dann natürlich auch in ihren Konsequenzen bedacht werden".

Erster Schritt muss von Großbritannien aus erfolgen

Die Kanzlerin wies daraufhin, dass nach Artikel 50 der europäischen Verträge der Staat, der die EU verlassen möchte, zunächst ein entsprechendes Ersuchen an den Europäischen Rat richten müsse.

Vorher gebe es keine informellen oder formellen Verhandlungen mit Großbritannien über einen Austritt aus der EU. Darin sei sie sich mit Präsident Hollande und Premier Renzi einig. Merkel betonte zugleich, dass sich niemand eine Hängepartie bei den Verhandlungen wünsche. Aber der erste Schritt müsse nun von Großbritannien aus erfolgen.

Gemeinsame Erklärung verabschiedet

Zugleich kündigte Merkel an, dass es nun darum gehe, "auch in der Arbeit der Europäischen Union einen neuen Impuls zu setzen". Ziel sei vor allem, Gemeinsames hervorzuheben und nicht "etwaige Fliehkräfte und Zentrifugalkräfte in der EU" zu stärken. Zusammen mit Hollande und Renzi wolle sie den anderen EU-Mitgliedstaaten hierfür Vorschläge für konkrete Maßnahmen machen. Diese Vorschläge  sind in einer gemeinsamen Erklärung der drei Politiker aufgelistet.

Neben konkreten Maßnahmen für ein vertieftes gemeinsames Handeln enthält die Erklärung das Bedauern darüber, dass das Vereinigte Königreich nicht länger Partner innerhalb der Europäischen Union sein werde. Zugleich heißt es: "Wir sind voller Zuversicht, dass die Europäische Union stark genug ist, um die richtigen Antworten zu geben. Wir haben keine Zeit zu verlieren." Und weiter:

"Heute geben wir ein starkes Bekenntnis zur europäischen Einigung ab."          

 

Die Vorschläge der Gemeinsamen Erklärung betreffen zunächst die innere und äußere Sicherheit. Merkel nannte den Kampf gegen den Terrorismus, den Schutz der Außengrenzen, die Bewältigung der Flüchtlingskrise.

Arbeitsplätze für Jugendliche

Zweiter Schwerpunkt sei das Thema Wirtschaft, Wachstum und Wettbewerbsfähigkeit. "Es geht vor allen Dingen darum, dass wir ausreichend Arbeitsplätze haben", sagte Merkel. Gemeinsam wolle man darüber

nachdenken, "was wir in unserem Handeln verändern können. Wir wollen dabei vor allen Dingen an die Jugend denken".

Die Jugend Großbritanniens habe sich mehrheitlich für den Verbleib in der Europäischen Union ausgesprochen. "Die Jugend in unseren Ländern hat berechtigte Erwartungen an das Funktionieren, an Perspektiven für die junge Generation. "Deshalb müssen wir hier auch darüber diskutieren, wie wir

gerade an die Jugend unserer Länder spezifische Signale setzen können", erklärte Merkel.           

 

Treffen mit Premier der Ukraine            

Am frühen Nachmittag hatte sich die Kanzlerin bereits nach einem Treffen mit dem ukrainischen Ministerpräsidenten in Berlin zum Brexit-Votum geäußert. Sie habe ein gewisses Verständnis dafür, dass die britische Regierung jetzt die Auswirkungen des Referendums analysiere, so Merkel weiter.

Die anderen 27 EU-Staaten müssten jetzt jedoch zusammen den weiteren Weg beschreiten. Der Bundestag kommt am Dienstag zu einer Sondersitzung zusammenkommen. Bundeskanzlerin Merkel gibt eine Regierungserklärung ab. Zugleich tagt Dienstag und Mittwoch der Europäische Rat.

Endergebnis: 51,9 Prozent für Brexit

51,9 Prozent der Briten haben für den Austritt aus der EU gestimmt, lediglich 48,1 Prozent für den Verbleib. 17,4 Millionen Wähler für einen EU-Austritt, 16,1 Millionen für eine weitere Mitgliedschaft. Insgesamt 46,5 Millionen Bürger hatten sich für das Referendum registriert - die Wahlbeteiligung lag bei 72,2 Prozent. Der britische Premierminister David Cameron hat als Reaktion

auf das Referendum seinen Rücktritt bis Oktober angekündigt. Er hatte für den Verbleib seines Landes in der EU geworben.

Jeder Mitgliedstaat kann beschließen, freiwillig aus der EU auszutreten. Das Verfahren regelt Art.

50 EU-Vertrag. Danach wird zunächst Großbritannien dem Europäischen Rat seine Absicht zum Austritt mitteilen. Dann wird die EU mit dem Vereinigten Königreich ein Abkommen aushandeln, in dem die Einzelheiten des Austritts und die künftigen Beziehungen zwischen EU und Großbritannien geregelt

sind. Sobald das Austrittsabkommen in Kraft tritt oder spätestens nach einer Frist von zwei Jahren (die auch verlängert werden kann), gelten die Europäischen Verträge für das Vereinigte Königreich nicht mehr. Pib 27

 

 

 

Revolte in Frankreich. Startsignal für ein neues deutsch-französisches Miteinander

 

Frankreich ist in Aufruhr und von dem Ausmaß bekommt man – Fußball lässt grüßen – in Deutschland nur wenig mit. Vorbei auch die Zeiten, in denen man als Deutsche unter den Schengen-Regeln unbeschwert einreisen konnte. Jetzt gibt es Passkontrollen bei der Einreise, hier wirkt der Ausnahmezustand nach, der seit den Terror-Anschlägen in Paris vom November 2015 verhängt und bisher nicht aufgeboben wurde. Das soll zwar Ende Juli doch noch passieren, „mais Schengen est fini“, sagt der Grenzbeamte auf Nachfrage.

Seit Wochen durchlaufen Frankreich Schockwellen von Streiks, bei denen es zu mehr oder weniger gewaltsamen Ausschreitungen kommt. Streik ist dabei nicht gleich Streik: französische (privilegierte) Arbeiter, gewerkschaftlich organisiert, die noch von alten Arbeitsgesetzen, Rente mit 50 und besonderen Schutzrechten profitieren, gehen dabei ebenso auf die Straße, wie Anhänger der Nuit-debout-Bewegung, jener eher jungen und intellektuellen Bewegung, die sich seit März nachts an der Place de la République in Paris versammelt, um konkret gegen die Neufassung des Arbeitsrechts und generell für ein gerechtes und soziales Frankreich zu demonstrieren.

Den – selbstverschuldeten – französischen Reformstau und seine Gründe könnte man hier lange diskutieren. Die Notwendigkeit vieler Reformen ist nicht zu leugnen. Aber in der Quintessenz passierte in den letzten Jahren in Frankreich zu viel zu schnell, zu drastisch und unter den Bedingungen europäischer Sparpolitik, die Frankreich sprichwörtlich die Luft zum gesellschaftlichen Atmen genommen hat. Überhaupt waren die Auswirkungen der Reformen sehr unterschiedlich über die gesellschaftlichen Gruppen verteilt.

Und so ist Frankreich jetzt in einer Revolte, die zwar plan- und ziellos scheint, aber trotzdem Wellen schlägt. Seit Wochen ruft die Vorsitzende des Front National, Marine Le Pen, nach einem Verbot aller Demonstrationen in Frankreich. Jetzt erwägt ausgerechnet die sozialdemokratische Regierung, genau das zu tun. „Kein generelles Verbot natürlich, weil wir das nicht dürfen“, seufzt Ministerpräsident Manuel Valls, aber von Fall zu Fall müsse man Verantwortung übernehmen. Und Präsident François Hollande verkündete: „Wenn, wie das jetzt der Fall ist, die Sicherheit von Personen und Gütern nicht mehr garantiert werden kann, werden wir im Einzelfall Demonstrationen nicht genehmigen“.

Einer der Auslöser für derartige Bemerkungen war der Stopp eines gewaltigen Demonstrationszugs in Richtung Hôpital Necker, eines berühmten französischen Kinderkrankenhauses, durch die Sicherheitskräfte CNRS am 14. Juni 2016 in Paris, bei dem es dann zu teils blutigen Auseinandersetzungen kam. Wer für die Entgleisung der Gewalt originär verantwortlich war – randalierende, vermummte „Horden“ oder die Sicherheitskräfte – bleibt umstritten.

Für die Regierung sind die Ereignisse am Hôpital Necker ein gefundenes Fressen. Seit Wochen versucht sie, den Protest mit Bildern der Gewalt zu delegitimieren, doch belegt die jüngste Umfrage, dass dieser Protest nach wie vor von der Mehrheit der Bevölkerung unterstützt wird. Gegen die politische Instrumentalisierung des Zwischenfalls hat das Krankenhauspersonal öffentlich Stellung bezogen. Mangels Pflegepersonals müssten dort manche 70 Stunden in der Woche arbeiten. Weitere 22 000 Stellen im Gesundheitssektor sollen nächstes Jahr gestrichen werden. Vielleicht sei das der Grund für die Demonstrationen?

Die Vorfälle verweisen erneut auf die Zerrissenheit des Landes: Privilegienverteidigung auf der einen, drastische Stellenstreichungen auf der anderen Seite. Dazu eine Unternehmerschaft – wenige große, einst staatliche und kaum mittelständische Betriebe –, die ihren eigenen Weg in die globale Wertschöpfungskette nicht gefunden hat, die den Reformkurs jetzt aber weidlich dazu nutzen möchte, den Ballast sozialer Sicherungssysteme und einengende gesetzliche Regelungen abzuwerfen. Dazwischen macht es sich eine – teilweise korrupte – französische Geldelite gemütlich, die es immer noch schafft, ungeschoren davon zu kommen.

In einem derart gebeutelten Frankreich zwischen Krawall und Korruption, dem Front National und einer gespaltenen Linken, Terrorbedrohung und Fußballfreuden – das alles bei einer durchschnittlichen Arbeitslosigkeit von 10 Prozent mit starkem Stadt-Land-Gefälle – geht es vielleicht bald um mehr als um eine Revolte, die bald abklingen wird. Es geht um ein kolossales Politikversagen und darum, ob die Regierung das Land noch im Griff hat. In genau dieses Vakuum sticht Marine Le Pen.

Augenfällig ist das Zerbersten der französischen Linken. Mit Blick auf die nächsten Präsidentschaftswahlen im Mai 2017 ist dieses Zerbersten höchst problematisch, denn es bedeutet de facto, dass die Linke keinen Kandidaten hat, der die verschiedenen Stimmen der derzeitigen Revolte in einer progressiven Kraft bündeln könnte. So dürfte das Duell mit Marine Le Pen der Rechten vorbehalten bleiben. Dort stehen derzeit zur parteiinternen Wahl Alain Juppé oder Nicolas Sarkozy, mit einem kleinen Vorsprung für Sarkozy. Letzteren halten aber die meisten linken Wählerinnen und Wähler für so unwählbar, dass sie dann vielleicht lieber gar nicht wählen gehen – worüber sich Marine Le Pen freuen würde.

Was bedeutet all das von Deutschland aus betrachtet? Erst einmal bedeutetet es, dass Frankreich mürbe und ausgebrannt ist. Um Europa neu zu denken und neu zu begründen, fehlt den Deutschen ein kraftvolles Frankreich und den Franzosen ein anderes Deutschland. Dabei wäre es angesichts einer höchst befremdlichen Allianz von Europa-Verächtern auf der Rechten höchste Zeit, die deutsch-französische Achse neu zu denken.

Das gegensätzliche Denken und die unterschiedlichen geistigen Mentalitäten Deutschlands und Frankreichs bilden den Nukleus der augenblicklichen Spannungen in Europa. Was vor 200 Jahren begann, steht heute offenkundig vor Augen: Während die Franzosen Ende des 18. Jahrhunderts mit Blut und Gewalt die existenzielle Revolution um Freiheit ausfochten, begann in Deutschland der Rückzug in die Innerlichkeit der Romantik. Die Franzosen besetzten den öffentlichen Raum, die Deutschen verschlossen Türen und Fenster ihrer Häuser. Im deutschen Seelenhaushalt ist die französische Temperatur der Revolte nicht vorgesehen. Durch die Hegemonie der protestantischen Ethik verlagern die Deutschen die Schuld am Scheitern seit jeher gern auf sich selbst und befragen statt Gewerkschaft oder Staat ihr eigenes Gewissen. Blockade, Sabotage, Generalstreik: Das wäre in der Bundesrepublik kaum möglich. Die kühle Kosten-Nutzen-Kalkulation wird dem Pathos des Aufschreis vorgezogen. Streit ist negativ konnotiert, und all das, was die Geschlossenheit der geordneten Komfortzone verletzt, steht unter Verdacht auf Störung der öffentlichen Ruhe. Der öffentliche Raum funktioniert weder als vorpolitischer noch als politischer Aktionsraum. In deutschen Städten sind Occupy und Blockupy verkümmert, und der Marsch der Kleingeister von Pegida ist allenfalls das romantisierte Aufbegehren einer Minderheit, die aus der normativ erfolgreichen Erfahrung des Umsturzes der DDR-Diktatur den Begriff „Wir sind das Volk“ bewusst pervertiert und ihre Verlustängste mit Fremdenfeindlichkeit maskiert.

Revolte ist mit den Deutschen bekanntlich schlecht zu machen. Die Deutschen sind weitgehend saturiert, kaum aus der Reserve ihres Wohlfühlkapitalismus zu locken, eine Konsens-Gesellschaft mit ertaubtem Nervensystem für Widerstand. Sie sind sediert durch ein nach wie vor formidables Bruttoinlandsprodukt, weswegen wir unsere Leistungsethik samt deren Effizienzkriterien dem Rest der Welt wahlweise pädagogisch anempfehlen oder diplomatisch oktroyieren – und dann irritiert wegschauen, wenn andere Länder nicht damit klarkommen. Richtig ist, dass uns für eine Revolte jene Tabus abhandengekommen sind, die noch zu brechen wären.

Europa aber braucht jetzt dringend die intellektuelle Neubegründung der Idee bürgerlicher Freiheit, die an allen Ecken und Enden, offen und versteckt, bedroht ist. Wir brauchen ein diskursives und vor allem kritisches Denken und eine nationenübergreifende Verantwortungsethik mit Blick auf Politik und Ökonomie in Europa. Die Fähigkeit der Franzosen zur Revolte könnte darum der Beginn eines fundamentalen Neudenkens Europas sein – wenn Deutschland hinschauen und begreifen würde, dass das Schicksal Frankreichs etwas mit deutscher Politik zu tun hat – und Deutschland ohne Frankreich in Europa nichts ist.

Ulrike Guérot, Christian Schüle IPG 27

 

 

 

 

Straftaten online vorbereitet. Neue Dimension des Hasses im Netz

 

Die Hetze in den sozialen Medien spitzt sich der Amadeu Antonio Stiftung zufolge weiter zu. Es gebe eine neue Dimension des Hasses im Internet. Die Stiftung kritisiert Behörden auf diese Bedrohungslage nicht zu reagieren. Den Straftaten gingen Worte voraus.

 

Das Internet ist laut einer Studie ein „Durchlauferhitzer für Hass und Radikalisierung“. Der Bericht der Amadeu Antonio Stiftung lege offen, dass sich „die Hetze in den sozialen Medien weiter zuspitzt“, sagte die Stiftungsvorsitzende Anetta Kahane am Dienstag in Berlin.

Die Dimensionen des Hasses reichten von rassistischen Beleidigungen und Jubel über Anschläge auf Flüchtlinge bis hin zur Hetze gegen ehrenamtliche Flüchtlingshelfer, Journalisten und Politiker. Vor rechtsextremen Straftaten stünden immer auch Worte, und diese zunehmend in sozialen Netzwerken, sagte Kahane bei der Vorstellung des „Monitoringberichts zu rechtsextremen und menschenverachtenden Phänomenen im Social Web für 2015/2016“

Deutliche Zunahme auf Facebook

„Im Social Web beobachten wir zudem die Bildung einer gefährlichen Querfront aus unterschiedlichsten politischen Spektren, die aber zunehmend einen gemeinsamen Nenner im Hass gegen das System finden“, fügte sie hinzu. Dem Bericht zufolge hat sich im vergangenen Jahr und in der ersten Hälfte von 2016 die rassistische Hetze gegen Flüchtlinge weiter bis in die bürgerliche Mitte hinein verfestigt. Im Netz kursiere eine Flut an Gerüchten und Falschmeldungen über Geflüchtete und Asylsuchende.

Besonders auf Facebook stellte der Monitoringexperte der Amadeu Antonio Stiftung, Johannes Baldauf, eine deutliche Zunahme von beobachtungswürdigen Seiten im Vergleich zu der Zeit vor zwei bis drei Jahren fest. „Gerade Jugendlichen fällt es dabei häufig sehr schwer, die Wahrheit von Lügen und rechter Propaganda zu unterscheiden“, sagte Baldauf. Die Stiftung empfiehlt daher als schulische Prävention nicht nur die Förderung der Medienkompetenz, sondern auch eine Verbesserung der Informationskompetenz von Jugendlichen.

Bürgerlicher Anstrich

Die oftmals rechtsextremen Seiten gäben sich immer häufiger einen bürgerlichen Anstrich. Die Stiftung vermutet hinter vielen der aktuell über 300 „Nein zum Heim“-Seiten in der Bundesrepublik aber Menschen aus dem Umfeld der rechtsextremen NPD. Oftmals werde auf diesen Seiten ein Bedrohungsnarrativ für die eigene Stadt oder Gemeinde heraufbeschworen, in dem Gerüchte über Raub oder Diebstahl und sexuelle Gewalt von Flüchtlingen in die Welt gesetzt würden.

Auffallend sei, dass fast überall, wo es Übergriffe auf Flüchtlingsunterkünfte gab, auch stets eine „Nein zum Heim“-Gruppe existiere. Stiftungsvorsitzende Anetta Kahane beklagte sich darüber, dass bei den Behörden „so wenig Kenntnis“ über diese Verbindungen vorhanden sei. Die Stiftung warne seit Jahren vor einer Radikalisierung der Gesellschaft. Darauf sei aber nicht ausreichend reagiert worden.

AfD profitiert am meisten

Von den politischen Parteien profitiert dem Bericht zufolge die AfD digital am meisten von der Onlinehetze gegen Flüchtlinge. „Sie erntet, was die NPD und andere rechtsextreme Gruppen seit mehreren Jahren gesät haben“, erklärte Monitoringexperte Baldauf. Ein Grund dafür sei, dass sich die AfD als anschlussfähiger inszeniere. Mittlerweile habe sie sich online als Partei mit den meisten Facebook-Likes etabliert und dort doppelt so viele „Gefällt mir“-Angaben wie SPD und CDU.

Bei ihrer Internetbeobachtung stellte die Amadeu Antonio Stiftung außerdem eine Zunahme von Verschwörungstheorien fest. In vielen Fällen sahen die Verantwortlichen „eine große Verschwörung gegen die Deutschen“, sagte Jan Rathje, der in diesem Bereich forscht. Für einen „organisierten Flüchtlingsstrom“ sei „die“ Politik verantwortlich. Viele dieser Menschen befänden sich dabei in einer Filterblase, in der sie sich „Informationen von Quellen beschaffen, die sich im Kreis zitieren“. Als Beispiele nannte Rathje die Seiten „Politically Incorrect“ und „Epoch Times“, die auf der Facebook-Seite von „Pegida“ am häufigsten verlinkt würden. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Entscheidungsträger vereinen sich gegen Islamophobie: Erster Europäischer Islamophobie-Gipfel

 

Erster Europäischer Islamophobie-Gipfel versammelt internationale Entscheidungsträger, um durch Muslimenhass motivierte Verbrechen und Intoleranz in Europa zu thematisieren

 

Sarajevo. Nur eine Woche bevor die Slowakei, die muslimischen Flüchtlingen den Einlass verwehren möchte, die EU-Ratspräsidentschaft übernimmt, vereinigt der erste Europäische Islamophobie-Gipfel  internationale Entscheidungsträger, einschließlich des früheren spanischen Ministerpräsidenten José Luis Rodríguez Zapatero und des früheren britischen Außenministers Jack Straw, für die Suche nach politischen Lösungen für den Anstieg antimuslimischer Intoleranz und durch Rassenhass motivierte Verbrechen in Europa.

Andere Teilnehmer des Gipfels, welcher in Sarajevo, Bosnien, vom 24-26 Juni stattfand, waren unter anderem Bernard Kouchner, der Gründer von „Ärzte ohne Grenzen“ (Médecins Sans Frontières, MSF), der internationale Journalist Mehdi Hassan und Naz Shah, Parlamentsmitglied des Vereinigten Königreichs, sowie Repräsentanten von 18 Anti-Diskriminierungs-NROs, 17 europäischen Nationen und Glaubensgemeinschaften.

Die Abschlusserklärung, auf die sich die 19 teilnehmenden NROs als Repräsentanten des Europäischen Islamophobie-Gipfels geeinigt hatten, lautet: „Wir sind besonders in Sorge, dass die derzeitige politische und wirtschaftliche Unsicherheit innerhalb Europas, insbesondere im Hinblick auf die Entscheidung des britischen Referendums für den Ausstieg aus der EU und den Aufstieg des Rechtsextremismus in Europa, das Klima aus Entzweiung, Angst und Intoleranz noch weiter verschärfen wird.“

Die Abschlusserklärung enthielt außerdem die folgenden politischen Empfehlungen, die sich an politische Entscheidungsträger und Politiker richten:

* Verbessern Sie die Dokumentation von Islamophobie als Kategorie von aus Rassenhass motivierten Verbrechen in ganz Europa und insbesondere in der EU. Zusätzlich sollten aus antimuslimischem Hass motivierte Verbrechen in den Ländern, in denen dies noch nicht der Fall ist, als eigene Kategorie dokumentiert werden. 

* Stellen Sie sich aktiv gegen Politik, die auf Basis religiöser Identität diskriminiert (so wie die Vorschläge von Donald Trump und dem slowakischen Ministerpräsidenten, muslimischen Migranten den Zutritt zu ihren Ländern zu verwehren).

* Beginnen und unterstützen Sie öffentliche Sensibilisierungskampagnen, welche dabei helfen, große Teile der Gesellschaft darüber zu informieren, wie viel Schaden durch Islamophobie entsteht.

* Erhöhen Sie die öffentliche Finanzierung von Projekten und Initiativen, die sich gegen Islamophobie stellen, besonders als Antwort auf den großen Anstieg von durch Islamophobie motivierte Verbrechen in ganz Europa.

* Erhöhen Sie im Falle eines erhöhten Sicherheitsrisikos die Sicherheitsmaßnahmen in muslimischen Stadtteilen, religiösen Bauwerken und Gebäuden von offensichtlich muslimischer Natur.

* Die EU ist dazu angehalten, die vorgeschlagenen Gleichbehandlungsrichtlinien zu übernehmen, um besser gegen Diskriminierung, besonders auf Basis der religiösen Identität im Arbeitskontext, schützen zu können. 

* Grundrechtsverletzungen gegen Frauen mit Kopftuch sollten von Gesetzgebern und Politikern thematisiert werden. 

* Die Diskriminierung von Muslimen, und besonders von verschleierten Musliminnen, auf dem Arbeitsmarkt sollte erkannt und ernsthaft durch die Schaffung von besseren gesetzlichen Richtlinien und einem entsprechenden Bewusstsein angegangen werden.

* Regierungen müssen für Richtlinien sorgen, die die Rechte religiöser Minderheiten schützen, so dass diese ihren Glauben ausüben können und sowohl in der Schule oder Universität als auch am Arbeitsplatz respektiert werden; dies darf nicht der Präferenz individueller Vorstände oder Schulleiter überlassen werden. 

In der Erklärung steht weiterhin, der Islamophobie-Gipfel stehe „Seite an Seite mit allen Opfern von Intoleranz und Diskriminierung. Alle Formen von Hass und Vorurteilen gemein ist die schädliche Struktur und ideologische Toxizität. Daher treten wir für konfessionsübergreifende Einigkeit gegen alle Formen von Diskriminierung und Vorurteilen ein - etwas, das für jede verständliche Reaktion auf das Problem der Islamophobie und anderen Formen von Diskriminierung eine zentrale Rolle spielt.“

Weitere bestätigte Gipfelteilnehmer sind unter anderem:

* Zivile Organisationen, wie die britische Anti-Rassismus-Bewegung Hope not Hate, das Europäische Forum Muslimischer Frauen und das türkische Think-Tank SETA

* Politiker, wie der Abgeordnete des Europaparlaments Afzhal Khan und Naz Shah, Mitglied des britischen Parlaments

* Mitglieder der Zivilgesellschaft, wie die US-Basketballspielerin Indira Kaljo und der Schöpfer des islamischen Superhelden Comics The 99, Naif Al Mutawa

* Wissenschaftler, einschließlich des Forschungsleiters der Georgetown University Nathan Lean und Hatem Bazian, Dozent an der Berkley University

Muddassar Ahmed, der offizielle Sprecher des Gipfels und Schirmherr des Faiths Forum for London sagte: „Der Europäische Islamophobie-Gipfel war ein voller Erfolg. Er führte frühere Staatschefs, frühere europäische Regierungsminister, Parlamentsmitglieder und prominente Mitglieder der europäischen und amerikanischen Medien, Zivilgesellschaft und Akademie in dem geteilten Wunsch zusammen, den gefährlichen Aufschwung von islamophobisch motivierten Verbrechen und Intoleranz in ganz Europa zu bekämpfen.“

Außerdem fügte er hinzu: „Es ist schade, dass die Ausstiegskampagne während des britischen Referendums bezüglich der EU-Mitgliedschaft auf übertriebene Forderungen bezüglich des türkischen EU-Mitgliedsantrags und Bilder von syrischen Flüchtlingen auf Kampagnenpostern zurückgriff, um die Furcht vor dem „anderen“ und vor einer drohenden demografischen Übernahme zu schüren. Andererseits wird die nächste EU-Ratspräsidentschaft an eine slowakische Regierung gehen, deren Parteivorsitzender den von den Nazis unterstützten slowakischen Staat von 1939-1945 verehrt, welcher 75000 Juden in Konzentrationslager geschickt hat. Zusätzlich sagt der Ministerpräsident derselben Regierung, dass muslimische Flüchtlinge in der Slowakei nicht willkommen seien.“

„Genau dieses mehr und mehr politisierte Klima aus Entzweiung und Intoleranz war es, das den allerersten Europäischen Islamophobie-Gipfel noch wichtiger und zeitlich nur allzu passend gemacht hat.“

Der akademische Berater des Gipfels, Dr. Farid Hafez der Salzburger Universität, sagte: „Islamophobie stellt eine große Herausforderung für die europäische Demokratie, für die Freiheit und für die Werte Toleranz und Pluralismus dar.“

Außerdem sagte er: „Wir haben uns für Sarajevo als Veranstaltungsort aus zwei Hauptgründen entschieden: Erstens hat Sarajevo eine jahrhundertelange Tradition der Toleranz zwischen verschiedenen religiösen Gemeinschaften. Zweitens sollte Sarajevo auch als Warnung verstanden werden, da der schlimmste Genozid seit dem Zweiten Weltkrieg in Bosnien, Srebrenica stattfand.“

Moderator des Gipfels und Entwicklungsleiter am Center for Global Policy Haroon Moghul sagte: „Die Abschlusserklärung des Gipfels bietet ernsthafte und starke politische Empfehlungen, die an die politischen und zivilgesellschaftlichen Entscheidungsträger Europas verteilt werden.“

Der Europäische Islamophobie-Gipfel fand in verschiedenen Wahrzeichen von Sarajevo einschließlich der Nationalbibliothek (im Rathaus von Sarajevo), im Nationaltheater und im alten Bazaar statt. Der Gipfel wurde in Partnerschaft mit der städtischen Regierung von Sarajevo abgehalten. Eis 28

 

 

 

 

Statistik. Zahl der neu ankommenden Flüchtlinge bleibt stabil

 

Die Schließung der Balkanroute hat zu einer deutlichen Reduzierung der neu ankommenden Flüchtlinge geführt. Wie die Bundespolizei mitteilt, ist die Zahl seit Monaten stabil auf niedrigem Niveau.

Die Zahl der neu ankommenden Flüchtlinge in Deutschland hat sich im Juni auf ähnlichem Niveau wie in den Vormonaten bewegt. Wie eine Sprecherin der Bundespolizei am Dienstag in Potsdam bestätigte, stellten die Beamten im gerade abgelaufenen Monat an der Grenze rund 4.900 Migranten fest. Im Mai waren es rund 4.500, im April 5.400. Im Februar, vor Schließung der Balkanroute, kontrollierten die Bundespolizisten noch 37.000 Flüchtlinge.

Anders als zunächst von der „Rheinischen Post“ berichtet, ist die Zahl der Flüchtlinge damit wenn überhaupt nur leicht zurückgegangen. Im Bericht wurde die Zahl der Bundespolizei verglichen mit den Daten aus dem Erstregistrierungssystem der Länder (EASY), das alle neuen Flüchtlinge erfasst, nicht nur die von der Bundespolizei aufgegriffenen.

Im Mai wurden in diesem System rund 16.300 neue Flüchtlinge registriert, im April 16.000, im Februar noch mehr als 61.000. Wie der Evangelische Pressedienst aus Regierungskreisen erfuhr, hat sich auch die Zahl der EASY-Meldungen im Juni auf ähnlichem Niveau wie im Vormonat bewegt. Konkrete Zahlen zur Asylstatistik des ersten Halbjahres 2016 wollen Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) und der Leiter des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge, Frank-Jürgen Weise, am Freitag bei einer Pressekonferenz in Berlin vorstellen. (epd/mig)

 

 

Zu wenige Migrant_innen

01.07.2016

Jede_r Fünfte in Deutschland hat einen Migrationshintergrund. Das Personal im öffentlichen Dienst repräsentiert diesen Durchschnitt bei Weitem nicht.

Das ist das Ergebnis einer neuen Studie vom Bundesinstitut für Bevölkerungsforschung und dem Statistischen Bundesamt.

 

Demnach liegt der Anteil der Beschäftigten mit Migrationshintergrund in der Bundesverwaltung bei 14,8 Prozent. Damit steht der Bund noch vergleichsweise gut da: In der öffentlichen Verwaltung insgesamt sind es nur 6,7 Prozent. Bei den abhängig Beschäftigten in der Privatwirtschaft hingegen liegt der Wert bei 20,1 Prozent – und entspricht damit etwa dem Anteil an der Gesamtbevölkerung.

 

Die in der Bundesverwaltung tätigen Menschen mit ausländischen Wurzeln sind überwiegend junge Frauen, die in eher niedrigen Laufbahngruppen beschäftigt sind. Außerdem werden sie doppelt häufig nur befristet eingestellt, wie ihre Kolleg_innen.

 

Besonders gering ist der Anteil von Beschäftigten mit Migrationshintergrund im Verteidigungsministerium mit 6,4 Prozent, Spitzenreiter ist das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge mit 24,2 Prozent.

 

„Es muss uns wachrütteln, dass sie nicht nur schwerer den Weg in die Verwaltung finden, sondern auch überproportional im einfachen und mittleren Dienst vertreten sind und offenbar nicht weiterkommen“ sagte die Migrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD).

 

Der DGB forderte eine „interkulturelle Öffnung“ in allen deutschen Behörden. „Der Staat verschenkt hier ein Fachkräftepotenzial – und das kann er sich nicht leisten“, sagte die DGB Vizevorsitzende Elke Hannack. Der öffentliche Dienst müsse seinen Anteil an Beschäftigten mit Migrationshintergrund erhöhen. „Wir brauchen auch für Menschen mit Migrationshintergrund einen diskriminierungsfreien Zugang zu öffentlichen Berufen,“ sagte Hannack. „Um das flächendeckend umzusetzen, sind Maßnahmen zur interkulturellen Öffnung in allen Behörden notwendig.“ Ein Teilhabegesetz für den öffentlichen Dienst müsse endlich auch ausländische Berufsqualifikationen voll anerkennen.

Studie zum Migrationshintergrund in der Bundesverwaltung: http://bit.ly/28IpPxA. Forum Migration Juli 2016

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen zum Juli 2016

 

Zum 1. Juli steigt der monatliche Kinderzuschlag um 20 Euro auf maximal 160 Euro. Die Renten steigen so stark wie seit 23 Jahren nicht mehr. Gute Nachricht auch für Urlauber: Im Juli und August dürfen Lkw auch am Samstag nicht fahren. Diese und andere Neureglungen finden Sie hier:

 

Familie. Erhöhung des Kinderzuschlags um 20 Euro

Zum 1. Juli steigt der Kinderzuschlag um 20 Euro und damit auf maximal 160 Euro monatlich. Die Bundesregierung unterstützt damit gezielt geringverdienende Eltern. Zu Beginn des Jahres hat die Bunderegierung bereits Kindergeld und Kinderfreibetrag erhöht. Die Änderung ist Teil des 2015 beschlossenen Gesetzes, das Familien in Deutschland stärker entlastet.

 

Soziales. Deutliches Rentenplus

Ab 1. Juli erhöht sich die Rente: in den neuen Bundesländern um 5,95 Prozent, in den alten Bundesländern um 4,25 Prozent. So stark sind die Renten seit 23 Jahren nicht mehr gestiegen. Die Deutsche Rentenversicherung überweist die höheren Altersbezüge automatisch. Auch die Versorgungsbezüge werden in den alten und den neuen Bundesländern um 4,25 Prozent erhöht.  Rund 161.000 Berechtigte erhalten mehr Geld. Das sind vor allem Kriegs- und Wehrdienstopfer,

 

Impfgeschädigte und Opfer von Gewalttaten.

Höhere Entschädigung für Impfstoff-Geschädigte aus DDR-Zeiten

Die Entschädigung für Menschen, die sich in der DDR 1978/79 bei der Anti-D-Immunprophylaxe mit dem Hepatitis-C-Virus angesteckt haben, steigt ab 1. Juli um 4,25 Prozent. Die Höhe der Entschädigung hängt von der Schwere der Schädigung ab und kann bis zu 1.261 Euro monatlich betragen. Der Anstieg

entspricht der gesetzlichen Rentenerhöhung in den alten Bundesländern.

Deutschkurse für Flüchtlinge

Der Bund finanziert ab 1. Juli Sprachförderung für Flüchtlinge, die eine gute Bleibeperspektive haben. Aber auch EU-Bürger sowie deutsche Staatsangehörige mit Migrationshintergrund können an berufsbezogenen Sprachkursen teilnehmen. Das Programm baut auf den Integrationskursen auf. So ist eine individuelle Förderung möglich, die mit einer Beschäftigung oder Ausbildung verbunden werden kann.

 

Verkehr. Fahrverbote für Lkw im Juli und August

Im Juli und August dürfen Lkw auch am Samstag nicht fahren - das Sonn- und Feiertagsfahrverbot wird entsprechend ausgedehnt. Der Bund will damit den Ferienreiseverkehr entlasten. Auf hoch belasteten Strecken dürfen 7,5-Tonner oder Lkw mit Anhänger nur in Ausnahmefällen zwischen 7 und 20 Uhr

verkehren.

 

Justiz. Korruption im Gesundheitswesen

Erstmals werden Bestechung und Bestechlichkeit im Gesundheitswesen strafbar. Korruption im Gesundheitswesen untergräbt das Vertrauen der Patienten. Die Änderung des Strafgesetzbuchs ist am 4. Juni in Kraft getreten.

 

Wirtschaft. Vergünstigungen für Reedereien

Nur noch etwa 360 Handelsschiffe fahren unter deutscher Flagge. Die Bundesregierung will diesen Abwärtstrend stoppen. Steuererleichterungen für Reedereien sollen den Kostendruck senken. Reedereien dürfen deshalb seit Juni die Lohnsteuern einbehalten.

 

Verbraucher. Alte Elektrogeräte zurückgeben

In alten Elektrogeräten stecken viele wertvolle und wiederverwertbare Rohstoffe, aber auch umweltschädliche Materialien. Elektroschrott zu sammeln und umweltfreundlich zu entsorgen, ist deshalb wichtig. Ab 24. Juli sind große Händler – einschließlich des Onlinehandels – verpflichtet, Altgeräte wie Kühlschränke oder Fernseher beim Kauf eines gleichwertigen Gerätes kostenlos

zurückzunehmen. Das besagt das Elektronikgerätegesetz. Kleingeräte wie Rasierer, Föne oder Handys können Kunden auch ohne den Kauf eines neuen Gerätes abgeben. Kommunale Recyclinghöfe und Mobilfunkanbieter nehmen Altgeräte ebenfalls kostenlos zurück.

 

Vertragsabschlüsse im Internet erleichtert

Verbraucher können ab 1. Juli europaweit leichter Verträge per PC, Tablet oder Smartphone im Internet abschließen: Die entsprechende EU-Verordnung über elektronische Identifizierung und Vertrauensdienste (eIDAS-Verordnung) schafft einheitliche Rahmenbedingungen für die grenzüberschreitende Nutzung elektronischer Unterschriften. Geregelt ist darin auch die Zustellung

elektronischer Einschreiben sowie elektronischer Siegel und Zeitstempel. Für besonders vertrauenswürdige Webseiten gibt es ein neues, europaweit anerkanntes Zertifikat. Pib 28

 

 

 

 

Rheinland-Pfalz. Gericht stärkt Ansprüche von Ausländern auf Sozialhilfe

 

Haben Ausländer ohne Aufenthaltserlaubnis Anspruch auf Sozialhilfe? Das rheinland-pfälzische Landessozialgericht sagt ja. Der Entscheidung lag ein Fall eines US-Amerikaners zugrunde. Zuletzt gab es an deutschen Gerichten eine Reihe widersprüchlicher Urteile.

Das rheinland-pfälzische Landessozialgericht hat in einer Eilentscheidung einem im Land lebenden US-Amerikaner ohne Aufenthaltserlaubnis einen vorläufigen Anspruch auf Sozialhilfe zugesprochen. Bis zur Entscheidung in der Hauptsache müsse der Mann existenzsichernde Leistungen erhalten, heißt es in einem aktuellen Beschluss der Mainzer Richter. (AZ: L 6 AS 173/16 B ER)

Antragsteller war ein zuvor in Deutschland stationierter Soldat der US-Streitkräfte, der nach seinem Ausscheiden aus dem Militär zu seiner deutschen Freundin gezogen war und über dessen Aufenthaltserlaubnis die Behörden noch nicht entschieden haben. Da weder der Amerikaner noch seine Lebensgefährtin über ausreichende Einkünfte verfügten, hatten sie beim Jobcenter Hilfen beantragt. Diese waren dem Mann versagt worden.

Zu den Ansprüchen von Ausländern auf Arbeitslosengeld und Sozialhilfe hatte es zuletzt an deutschen Gerichten eine Reihe widersprüchlicher Urteile gegeben. Das Mainzer Landessozialgericht erklärte mit Blick auf die unklare rechtliche Lage, der Mann müsse die beantragten Leistungen vorläufig erhalten, weil seine Klage „nicht offensichtlich unbegründet“ sei und bis zu einem abschließenden Urteil sein Existenzminimum gesichert sein müsse. (epd/mig 29)

 

 

 

Jahrespressekonferenz medico international /„Auslagerung von EU-Grenzen schafft neue Fluchtursachen“

 

Berlin. Die Hilfs- und Menschenrechtsorganisation medico international kritisierte auf ihrer heutigen Jahrespressekonferenz, dass die aktuelle Politik der deutschen Bundesregierung nicht Fluchtursachen bekämpfe sondern Flüchtlinge.

„Es gibt keine Flüchtlingskrise, sondern eine Systemkrise. Flucht und Migration sind das Ergebnis ungerechter globaler Verhältnisse, in denen ökonomische Interessen über die Rechte der Menschen dominieren“, sagt medico-Geschäftsführer Thomas Gebauer.  Ohne globale Umverteilung seien alle Programme zur Reduzierung von Fluchtursachen zum Scheitern verurteilt und letztlich nur „sinnloses Herumdoktern an den Symptomen".

Ramona Lenz, Referentin für Flucht und Migration, kritisierte weiter die Instrumentalisierung der Entwicklungshilfe für die europäische Abschottungspolitik: „Um die Flüchtlinge unsichtbar zu machen, sollen die Grenzen Europas bis in den Sudan oder Eritrea ausgelagert werden. Mit viel Geld delegiert die EU Menschenrechtsverletzungen und die Errichtung von abschreckenden Lagern an außereuropäische Staaten.“ Diese Externalisierungspolitik werde neue Fluchtursachen schaffen, wenn sie Diktaturen stärkt oder Entdemokratisierung duldet, wie beispielsweise durch den Deal mit der Türkei.

Die Summe der Spenden, die medico international 2015 erhalten hat, beläuft sich auf rund 6 Millionen Euro. Das bedeutet eine Steigerung im Vergleich zu 2014 um 7,2 %, womit sich der Trend der letzten Jahre fortschreibt. Die Zuschüsse von öffentlicher Seite erhöhten sich im Berichtsjahr um 10,8 % auf ca. 4,4 Millionen und liegen damit aber noch immer nicht in einem Bereich, in dem sie die Unabhängigkeit von medico gefährden würden. Auch im Jahr 2015 erhielt medico das Spendensiegel des „Deutschen Zentralinstituts für Soziale Fragen“ (DZI).

Insgesamt konnte die Hilfsorganisation im vergangenen Jahr wieder deutlich mehr als 100 Projekte in 28 Ländern fördern.  „Wir exportieren nicht Hilfsgüter oder Personal, sondern fördern lokale Partnerorganisationen vor Ort. Die Idee, die uns verbindet, ist die Idee einer Welt, in der niemand mehr aufgrund von Krieg, Hunger oder zerstörter Lebensbedingungen zur Flucht gezwungen wird, denn nur so ist das in der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte verankerte Recht auf Freizügigkeit vollkommen“, erläutert Pressesprecherin Katja Maurer.

Der medico-Jahresbericht ist abrufbar unter: https://www.medico.de/material/jahresbericht/ dip 8

 

 

 

IQ Netzwerk und Bund ziehen Bilanz

 

In den letzten vier Jahren hat das IQ Netzwerk über 70.000 Menschen zur Anerkennung ihrer ausländischen Berufsqualifikation beraten. Jetzt legt das Programm eine Auswertung vor.

Das Ergebnis: Unter den Klient_innen sind überdurchschnittlich viele Frauen (58,4 %), viele der Ratsuchenden wollen in Deutschland als Lehrer_in (10,7 %) oder Ingenieur_in (8,8 %) arbeiten. Unter den Flüchtlingen war sogar jede_r sechste (15,8 %) Ingenieur_in. Auch das Bundesbildungsministerium zog Bilanz.

 

Kaum jemand erkundigte sich schon aus dem Ausland über die Anerkennungsmodalitäten (5,2 %), so das IQ Netzwerk. Ein Großteil der Anfragenden (43,5 %) jedoch beginnt im ersten Jahr nach der Ankunft mit den Erkundigungen.

 

Insgesamt erschienen Menschen aus 176 Nationen in den Beratungsstellen. Über ein Drittel der anzuerkennenden Abschlüsse jedoch stammte aus nur vier Ländern: Polen, Syrien, Russland und der Ukraine. Ebenfalls über ein Drittel stammte aus einem Staat der EU-28. Die meisten der Ratsuchenden (88 %) wurden in eine Qualifizierungsmaßnahme vermittelt.

 

Die Gleichwertigkeitsprüfung durch die Zentralstelle für ausländisches Bildungswesen endete in der Hälfte (49,6 %) aller Fälle mit der Auflage einer Ausgleichsmaßnahme. Dabei handelt es sich um Prüfungen oder Lehrgänge, die die Antragsteller_innen absolvieren müssen, um in ihrem in Deutschland reglementierten Beruf arbeiten zu dürfen. Jede fünfte Gleichwertigkeitsprüfung endete mit der Anerkennung der vollen Gleichwertigkeit, ohne weitere Maßnahmen. Etwa ein Viertel bekam einen Bescheid über die teilweise Gleichwertigkeit für einen nicht reglementierten deutschen Referenzberuf. 8,6 % der Ratsuchenden gaben an, dass ihr Antrag abgelehnt wurde.

 

Auch die Bundesregierung legte derweil einen Bericht zum Anerkennungsgesetz 2016 vor. Seit Einführung des Rechtsanspruchs auf ein Anerkennungsverfahren vor vier Jahren ist demnach die Zahl der Anträge deutlich gewachsen. Zwischen 2012 und 2014 wurden mehr als 44.000 Anträge auf Berufsanerkennung allein für bundesrechtlich geregelte Berufe gestellt, davon gut 17.600 Anträge im Jahr 2014. „Die Anerkennung der Berufe ist immer noch zu stark auf wenige Berufe begrenzt“, sagt dazu Daniel Weber vom DGB Bildungswerk. Es seien weiterhin „große Anstrengungen nötig, um auch die klassischen Handwerks- und IHKAusbildungsberufe in Anerkennungsverfahren zu bringen.“

 

Daten zur Anerkennungsberatung: http://bit.ly/28KDOHT

Bericht der Bundesregierung: http://bit.ly/28Kd7yk  

Forum Migration Juli 2016

 

 

 

„In Islamverbänden zu viel Politik, zu wenig Religion“

 

Religionspolitiker mahnen am Exzellenzcluster offenere Debatten über und mit Religionen an – Religionsverfassungsrecht sei offen für Vielfalt – Grünen-Politiker Volker Beck kritisiert Islam-Verbände, SPD-Politikerin Griese warnt vor Entfremdungstendenzen, CDU-Politiker Sternberg sieht Wegbrechen von Grundwerten

Münster - Der Grünen-Politiker Volker Beck vermisst bei den großen Islamverbänden in Deutschland die Ausrichtung ihrer Identität nach einem religiösen Bekenntnis. „Unter dem Dach von Ditib oder Islamrat findet nicht nur Religion statt, sondern auch sehr viel türkische Politik. Politik, Sprache und Herkunft  prägen stark die Identität und Grenzen der Verbände“, sagte der religionspolitische Sprecher der Grünen-Bundestagsfraktion Volker Beck am Dienstagabend in Münster. Zentrales Identitätsmerkmal der Verbände sei bisher nicht ein jeweiliges, theologisch begründetes Glaubensbekenntnis, sondern seien etwa ihr Verhältnis zur Türkei oder andere Herkunftsbezüge. „Voraussetzung für den Körperschaftsstatus, den die Verbände anstreben, ist aber die Organisation nach dem religiösen Bekenntnis. Dieses Recht haben nur Religionsgemeinschaften, nicht religiöse Vereine. Da müssen wir klar bleiben.“

Das deutsche Religionsverfassungsrecht sei erfreulich pluralitätsoffen für unterschiedlichste Religionen und Gemeinschaften, für weit mehr als etwa für die christlichen Kirchen, sagte Beck. Doch für den Körperschaftsstatus gebe es klare Regeln. Wer sie wolle, bekomme Rechte, aber auch Pflichten. „Körperschaften üben öffentliches Recht aus und sind weitgehend staatlicher Aufsicht entzogen. Wir müssen uns schon fragen, ob wir der staatlichen Religionsbehörde in Ankara dies über die Ditib einräumen wollen, obwohl sie ein von Ankara beeinflusster religiöser Verein ist und keine Religionsgemeinschaft. Muslimisch sein ist eine religiöse Identität, türkisch sein ist es nicht. Es ist eine Herkunft oder Nationalität.“ Wer hingegen Gottesdienste feiern und den eigenen Riten nachgehen wolle, brauche den Körperschaftsstatus nicht. „Die Glaubensfreiheit ist auch für die Gläubigen garantiert, deren Glaubensgemeinschaft nicht staatliche Anerkennung erhalten haben.“ Beck äußerte sich auf dem Podium „Reformdruck in der Religionspolitik?“ des Exzellenzclusters „Religion und Politik“ und des Centrums für Religion und Moderne der WWU.

SPD-Politikerin warnt vor Entfremdungstendenzen

Die SPD-Politikerin Kerstin Griese warnte mit Blick auf die Zuwanderungsdebatte davor, in der Integrations- und Religionspolitik die gleichen Fehler wie in früheren Jahrzehnten zu machen. „Wir brauchen eine Debatte über Religionen, sonst gibt es Entfremdungstendenzen“, unterstrich die Beauftragte für Kirchen und Religionsgemeinschaften der SPD-Bundestagsfraktion. „Die Menschen bringen ihre Religion mit, die religiöse Landschaft wird vielfältiger. Daher brauchen wir gesellschaftliche Aushandlungsprozesse darüber, wie wir mit verschiedenen Religionen umgehen wollen.“ Derzeit werde immer heftiger polemisiert, etwa aus AfD-Richtung. „Es kann nicht sein, dass die öffentliche Forderung nach flächendeckendem islamischem Religionsunterricht an Schulen einen Shitstorm im Internet auslöst.“

Griese betonte wie Volker Beck, dass das Religionsverfassungsrecht offen für eine Einbindung anderer Religionen wie den Islam sei. „Wir brauchen aber weniger abstrakte Debatten mit Muslimen, als offene Gespräche über konkrete Fragen, etwa über die Gleichberechtigung von Frauen und Männern, den Kampf gegen Fundamentalismus in den eigenen Reihen oder zur Einstellung zum Staat Israel.“ Wenn Integration gelingen solle, müsse miteinander gesprochen werden. Die Vielfalt des Islams werde durch Zuwanderung wachsen, auch die des Christentums. „Bei uns leben künftig mehr arabische Muslime und aramäische Christen, die oft einer orthodoxen Kirche angehören. Sie machen Deutschland vielfältiger. Wir werden künftig muslimische Wohlfahrtsverbände, Altenheime oder Kliniken haben. Der Diskussion, die auf dem Weg dahin liegt, müssen wir uns unbedingt stellen.“

Religionsfreundliches deutsches Modell gewürdigt

Der CDU-Politiker Thomas Sternberg hob hervor, wie wichtig angesichts wachsender Polarisierungen in der Gesellschaft das deutsche, religionsfreundliche Modell einer Kooperation von Staat und Religionsgemeinschaften sei. „Die im Grundgesetz festgeschriebene Religionsfreiheit gilt für alle Religionen, auch für den Islam“, unterstrich der Politiker. „Das ist entscheidend in einer Zeit, in der der gesellschaftliche Konsens über Grundwerte wegbricht.“ Der Politiker verwies auf die Lage in Frankreich. „Der strenge Laizismus in Frankreich funktionierte solange, wie es unterhalb der staatlichen Ebene eine funktionierende Kirche gab. Mit dem zunehmenden Säkularismus wird es schwierig.“ Der Düsseldorfer Landtagsabgeordnete unterstrich, auch in Deutschland sagten immer mehr Menschen „Ich glaube nichts, mir fehlt nichts.“ Die Kirchen würden zahlenmäßig kleiner. „Doch ihre gesellschaftliche Bedeutung wird nicht kleiner, sondern eher größer, wenn Grundwerte an Bedeutung verlieren.“

„Ungleichheit zwischen Religionen abschaffen“

Die Politiker diskutierten auf dem Podium mit dem Politikwissenschaftler Prof. Dr. Ulrich Willems vom Exzellenzcluster über aktuelle Konflikte, Lösungsansätze sowie Grundsatzfragen der Religionspolitik. Der Wissenschaftler warf den Parteien in Deutschland vor, sie hätten das Feld der Religionspolitik vernachlässigt. Religionsfragen stünden seit 25 Jahren auf der Tagesordnung, doch es fehle an politischen Ideen und Phantasie, um tragfähige Lösungen für Konflikte zu finden. Die Debatten um Moscheebau, Kopftuch, Kruzifix, Beschneidung oder Islamunterricht zeigten, wie sehr das Thema polarisiere und kaum politisch gestaltet werde. „Die Parteien in Deutschland sollten Religionspolitik endlich zu einem zentralen Thema machen.“ Der Wissenschaftler forderte vielfältigere Anerkennungsmöglichkeiten, die auch kleinere Religionsgemeinschaften berücksichtigen. „Wer Ungleichheit abschaffen will, muss den Muslimen und Konfessionslosen entgegenkommen und ihnen vergleichbare Möglichkeiten geben wie den Kirchen.“

Einzigartiger Campus der Theologien in Münster

Die Rektorin der Universität Münster, Prof. Dr. Ursula Nelles, hob in ihrem Grußwort die politische Bedeutung des Dialogs der Religionen hervor. „Weltanschaulich muss man nicht einer Meinung sein, doch deshalb nicht miteinander zu sprechen, wird die Differenzen der Religionen untereinander nicht mindern.“ Ebenso wichtig sei es, Religionsfragen wissenschaftlich zu untersuchen, auch das Verhältnis von Religion und Politik. Die Universität Münster sei dabei mit dem Exzellenzcluster „Religion und Politik“, dem Zentrum für Islamische Theologie (ZIT) und den beiden starken christlichen Theologien exzellent aufgestellt. Die Rektorin verwies dabei auf den geplanten „Campus der Theologien“, auf dem christliche und islamische Theologen in Zukunft zusammenarbeiten werden und mit dem die Universität ihr Profil als exzellenter Standort der Religionsforschung ausbauen werde. Die Universität Münster wird den bundesweit einzigartigen Campus der Religionen bis 2022 bauen.

Kommende Woche sind am Exzellenzcluster die religionspolitischen Positionen von Religions- und Weltanschauungsgemeinschaften zu hören. Zum Podium am Dienstag, 5. Juli, werden erwartet Avichai Apel (Orthodoxe Rabbinerkonferenz), Michael Bauer (Humanistischer Verband Deutschlands) und Stephanie Springer (Landeskirchenamt der Evangelisch-lutherischen Landeskirche Hannovers) sowie ein Islam-Vertreter. Sie debattieren mit der Theologin und Sozialethikerin Prof. Dr. Marianne Heimbach-Steins vom Exzellenzcluster. Beide Podien leitet der Religionsfachjournalist und Chefkorrespondent der DuMont Mediengruppe, Joachim Frank.

Die Podien sind Teil der Ringvorlesung „Religionspolitik heute. Problemfelder und Perspektiven in Deutschland“ des Exzellenzclusters und des CRM. Sie befasst sich mit aktuellen Fragen der Religionspolitik, auch im internationalen Vergleich. Ziel der Veranstaltungsreihe ist es, eine differenzierte Debatte in Politik und Gesellschaft über religionspolitische Grundsatzfragen sowie aktuelle Konflikte und Lösungen zu stärken. (vvm/ska/exc 29)

 

 

 

 

ifo-Institut. Flüchtlinge positiv für Konjunktur in Ostdeutschland

 

Einer Prognose des ifo-Instituts zufolge stärkt Flüchtlingsmigration die Konjunktur in Ostdeutschland. Negative Entwicklungen aus der demografischen Entwicklung würden Dank Einwanderung ausgeglichen.

 

Die nach Ostdeutschland gekommenen Flüchtlinge wirken sich nach einer Prognose des ifo-Instituts günstig auf die Konjunktur aus. Die Flüchtlingsmigration gebe positive Impulse für die ohnehin kräftige Binnennachfrage, teilten die Wirtschaftsforscher am Dienstag in Dresden mit.

Das ifo-Institut rechnet für das laufende Jahr mit einem Anstieg des preisbereinigten Bruttoinlandsprodukts in Ostdeutschland um 1,7 Prozent, in Sachsen sogar um 1,8 Prozent. Für das kommende Jahr wird ein Wachstum von 1,3 Prozent in Ostdeutschland und von 1,5 Prozent in Sachsen vorhergesagt.

Auch bei der Aussicht für 2017 wirken sich nach den ifo-Berechnungen Migranten günstig für die Konjunktur aus. Dämpfenden Entwicklungen aus der demografischen Entwicklung in Ostdeutschland stünden leicht positive Impulse aus der Zuwanderung aus den mittel- und osteuropäischen EU-Ländern sowie Arbeitsmarkteffekte der Flüchtlingsmigration gegenüber, hieß es.

Die Ökonomen rechnen allerdings damit, dass viele der anerkannten Asylbewerber „vermutlich nicht in Ostdeutschland, sondern in den wirtschaftlich stärkeren Regionen Westdeutschlands nach einer Beschäftigung suchen“. Die Erwerbstätigkeit in Ostdeutschland steigt der ifo-Prognose zufolge in Ostdeutschland in diesem Jahr um 0,3 Prozent und im kommenden Jahr um 0,4 Prozent. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Zum Tod von Elie Wiesel. Merkel: "Ein Mahner und Versöhner"

 

Der Holocaust-Überlebende und Friedensnobelpreisträger Elie Wiesel ist im Alter 87 Jahren gestorben. Mit ihm habe "uns eine der markantesten Persönlichkeiten des letzten Jahrhunderts verlassen, eine Stimme der Moral und der Humanität ist verstummt", sagte Bundeskanzlerin Merkel.

 

Elie Wiesel ist im Alter von 87 Jahren in den USA gestorben. Der Friedensnobelpreisträger, der Auschwitz und Buchenwald überlebt hatte, "war gleichzeitig ein eindringlicher Mahner und ein großherziger Versöhner",  sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel zum Tod von Elie Wiesel. "Er war der

festen Überzeugung, dass nur das Wachhalten der Erinnerung an die Grauen des Holocaust eine Wiederholung dieses dunkelsten Kapitels der Geschichte verhindern könne."

Und weiter: "Ich bleibe dankbar für meine Begegnungen mit diesem besonderen Menschen und werde seine Geradlinigkeit, Konsequenz und Bereitschaft zur Versöhnung nie vergessen", so die Kanzlerin.

Er habe "uns Deutschen die Hand ausgestreckt, hat mit uns unermüdlich daran gearbeitet, eine bessere Welt zu ermöglichen."

Steinmeier: "Unermüdlich gegen Hass, Intoleranz und Gewalt"

Mit ihm gehe "nicht nur ein großer Autor, Philanthrop und Gelehrter von uns, sondern vor allem ein unermüdlicher Streiter gegen Hass, Intoleranz und Gewalt", sagte Außenminister Frank-Walter Steinmeier.

In einer beeindruckenden Rede vor dem Deutschen Bundestag im Jahr 2000 habe Wiesel der deutschen Jugend sein Vertrauen ausgedrückt, "eine bessere Gesellschaft zu schaffen als er selbst es in seiner Kindheit erleben musste. Darin steckte eine tief bewegende Botschaft der Hoffnung und der

Verantwortung, die wir uns gerade heute zu Herzen nehmen sollten."

Bundestagspräsident Norbert Lammert hat den verstorbenen Friedensnobelpreisträger Elie Wiesel im Namen des Deutschen Bundestages gewürdigt: „Der Deutsche Bundestag trauert um Elie Wiesel. Unvergessen ist seine zutiefst berührende Rede anlässlich des Gedenktags für die Opfer des Nationalsozialismus im Jahr 2000, als er im Parlament zu uns Deutschen sprach - schonungslos, aber ohne Hass und Bitterkeit, wie er betonte. Denn sein ganzes Erwachsenenleben lang habe er versucht, Worte zu finden, die den Hass bekämpfen, aufspüren, entwaffnen. Elie Wiesel war dabei überzeugt, dass nichts entwaffnender sei als die Wahrheit, sie zu erkennen und zu benennen, sah er als seine Lebensaufgabe, für die er vor dreißig Jahren mit dem Friedensnobelpreis geehrt wurde. Nicht von der Geschichte wollte er sprechen sondern Geschichten von Menschen erzählen - von den Schuldigen, vor allem aber von den unschuldig Ermordeten, denen er damit ihre Geschichte zurückgab. Seine autobiografischen Werke geben Zeugnis von seinem Überleben im Holocaust und von der unvorstellbaren Herausforderung, als Überlebender ins Leben zurückzufinden. Elie Wiesel war überzeugt, dass jeder, der heute einem Zeugen zuhört, selbst ein Zeuge wird. In diesem Gedanken liegt sein Auftrag an die Nachwelt, ihm sehen wir uns bleibend verpflichtet“. Der Deutsche Bundestag werde Elie Wiesel ein ehrendes Andenken bewahren, erklärte Lammert.  Pib 4

 

 

 

NRW. Integrationsstaatssekretär Klute: Chancen von Zugewanderten stärken

 

Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute hat die Konferenz „Perspektive ohne Grenzen“ in Enschede besucht. Die Veranstaltung basiert auf der gemeinsamen Initiative der Gemeinde Enschede und dem Ministerium für Arbeit, Integration und Soziales. Ziel der Konferenz ist ein Erfahrungsaustausch niederländischer und nordrhein-westfälischer Kommunen in Bezug auf Teilhabechancen von Zugewanderten aus Südosteuropa. In NRW stehen dabei die Neuzugewanderten, darunter auch Roma, im Vordergrund. Die niederländischen Teilnehmenden berichteten über Herausforderungen bei der Integration von Einwanderern, die sich schon viele Jahre in den Niederlanden aufhalten. Themen waren Arbeit, Ausbildung, Vernetzung, Bildung und Selbstorganisation.

 

Staatssekretär Klute betonte in seiner Rede, es gehe beiden Ländern „um die Frage, wie gesellschaftliche Teilhabe für Menschen gelingen kann, die aus verschiedenen Gründen am Rande der Gesellschaft stehen. Wir müssen in Europa Armut bekämpfen und nicht arme Menschen“. Klute sagte weiter, die Konferenz sei für die beteiligten Kommunen „eine gute Gelegenheit, voneinander zu lernen“. Bei Besuchen in der Slowakei und in Rumänien hatte er sich vor Ort über die Themen Zuwanderung, Armutsbekämpfung und Minderheitenschutz informieren können.

 

Seit Jahrzehnten engagiert sich das Land NRW für Roma und fördert zahlreiche Projekte. Im Zuge der steigenden EU-Neuzuwanderung aus Südosteuropa hatte das Land 2013 ein umfassendes Maßnahmenpaket erarbeitet und seitdem rund 14 Millionen Euro bereitgestellt. Es unterstützt u.a. sieben Pilotprojekte in den Kommunen Dortmund, Duisburg, Essen, Gelsenkirchen, Hamm, Köln und Wuppertal durch ESF-Mittel. Diese Pilotprojekte dienen speziell der Integration in den Arbeitsmarkt.

 

Zudem nutzen viele Kommunen auch die Gelder des Europäischen Hilfsfonds für die am meisten von Armut betroffenen Menschen (EHAP). In den nächsten drei Jahren werden 22 der insgesamt 88 bundesweit geförderten Projekte in NRW durchgeführt. Viele Lotsen weisen dabei den Zuwanderern und ihren Kindern den Weg zu den Hilfestrukturen des Landes. Teilnehmer der NRW-Pilotprojekte haben ihre Arbeit auf der Konferenz vorgestellt. Auf niederländischer Seite präsentierte u.a. ein Vertreter der Heilsarmee die Initiativen im Bereich Ausbildung und Arbeit. Staatssekretär Klute lobte die Projektbeteiligten beider Länder: „Alle Teilnehmer setzen sich durch ihre Arbeit tagtäglich dafür ein, Menschen, die von Ausgrenzung bedroht sind, eine Perspektive zu geben, Hindernisse abzubauen und Teilhabechancen zu eröffnen.“

 Eine Fortsetzung der Veranstaltung in NRW ist Ende 2016 geplant. MfA 29

 

 

 

Anerkennungs-News. Fehlende Zeugnisse? Hier gibt es Hilfe

 

Wer im Ausland einen Abschluss erworben hat, aber nicht alle Dokumente mitbringen konnte, kann seine Kompetenzen mit einer Qualifikationsanalyse nachweisen – etwa durch eine Arbeitsprobe, Fachgespräch oder Probearbeit. Informationen bietet das Bundesinstitut für Berufsbildung mit seinem Projekt „Prototyping Transfer“.  http://bit.ly/28Is6c7  

 

Mehr Syrer_innen lassen Abschluss anerkennen

Die Beratungsstellen der Kammern verzeichnen einen starken Anstieg der Nachfrage von Syrer_innen für die Anerkennung. Vor dem Krieg meldeten sich im Quartal 25 Syrer_innen bei der IHK FOSA (Foreign Skills Approval), heute seien es 1.700 im Quartal, berichtet die Welt. „Wir gehen davon aus, dass es kontinuierlich mehr Anträge geben wird,“ sagt die Geschäftsführerin der IHK FOSA, Heike Klembt-Kriegel. Das unternehmernahe Institut der Deutschen Wirtschaft (IW) hat derweil festgestellt, dass viele syrische Flüchtlinge eine ausreichende schulische Bildung haben, um in Deutschland eine duale Ausbildung zu beginnen. Rund 70 Prozent der syrischen Schüler_innen besuchten demzufolge eine so genannte Sekundarschule. Sie bringen „bereits Berufsqualifikationen mit, an die in Deutschland angeknüpft werden kann“, so das IW. http://bit.ly/28V2a1U 

 

Förderprogramm für ausländische Ingenieure

Die Hochschule Kaiserslautern startet am Campus Zweibrücken eine erste 12-monatige ingenieurwissenschaftliche Qualifizierung für Zugewanderte, die bereits im Herkunftsland ein Hochschulstudium abgeschlossen haben. Über zwölf Monate erhalten sie eine Ausbildung an der Hochschule und in einem Unternehmen. Während der Qualifizierung können die Studierenden auf dem Campus wohnen, für den Lebensunterhalt bekommen sie weiter Geld von Arbeitsagentur oder Jobcenter. www.pro-mst.de.  Forum Migration Juli 2016

 

 

 

 

Özil, Boateng & Co. Was die deutschen von der Nationalmannschaft lernen können

 

Das Viertelfinalspiel Deutschland gegen Italien war spannend bis zur letzten Minute. Die Kommentare nach dem Spiel, sagen jedoch weniger über die Mannschaft, als vielmehr über die Fans. Von Said Rezek

 

Fußballfans können hart sein. Vor allem in einer Nation mit etwa 80 Millionen Bundestrainern und mindestens halb so vielen potenziellen Nationalspielern mit Bierbauch. Ein Abwehrspieler kann noch so gut gespielt haben. Wenn er einen Elfer verursacht, kann er schnell in Ungnade fallen. Das Gleiche gilt für Spieler, die einen Elfer verschießen. Erst recht für deutsche Nationalspieler mit Migrationshintergrund. Schließlich sind alle Spieler gleich. Aber manche sind eben gleicher.

Als Özil den Führungstreffer gegen Italien erzielte, schwebte das deutsche Fußballherz auf Wolke sieben. Viele Muslime feierten und unter ihnen insbesondere die türkischstämmigen hierzulande. Das zeigten die unmittelbaren Reaktionen in den sozialen Netzwerken. Selten jubeln Migranten so laut, wenn ein deutscher Nationalspieler ohne Migrationshintergrund ein Tor schießt. Vielleicht fällt es ihnen leichter, sich mit Özil, statt mit Müller zu identifizieren.

Kurze Zeit später war Boateng der Buhmann, weil er einen Elfer verursachte. Es bedarf nicht viel Fantasie, um sich Gauland mit einer ungesunden Portion Schadenfreude vorzustellen. Ob seine Reaktion identisch wäre, wenn Hummels den Elfer verursacht hätte? Wahrscheinlich nicht. Boateng ist eben nicht sein Wunschnachbar.

Nach 120 Minuten kam es, wie es kommen musste. Es ging ins Elfmeterschießen. Wehe dem, der einen Elfer verschießt. Erst recht, wenn er ein deutschtürkischer Nationalspieler ist. Söder forderte nach dem Sieg der deutschen ein Elferverbot Afür Özil. Stellt sich nur die Frage, warum er Schweinsteiger und Müller verschonte, obwohl sie auch verschossen haben. Vielleicht weil beide aus Bayern kommen oder weil Özil einen Migrationshintergrund hat? Vielleicht auch beides.

Schließlich gibt es noch Geschichten, die nur der Fußball schreibt. Der noch Buhmann Boateng verwandelte seinen Elfer zum fünf beide und ebnete den Weg zum Sieg. Damit dürfte die Laune Gaulands wieder im Keller gewesen sein, obwohl die deutsche Nationalmannschaft gewonnen hat. Vielleicht war Söder ja zur Stelle und hat Gauland trösten können. So einen Nachbarn hat er sich wahrscheinlich schon immer gewünscht.

Das Viertelfinalspiel hat deutlich gezeigt, dass die deutsche Nationalmannschaft zum Spielball unterschiedlicher Interessen geworden ist. Dabei verlieren einige das wichtigste aus den Augen. Die Mannschaft gewinnt und verliert zusammen. Wer die Tore schießt oder Gegentore verursacht, spielt keine Rolle. Das können die Fans von der Mannschaft lernen. MiG 4

 

 

 

Neue Sonderseite. So gelingt Integration

 

"Integration, die allen hilft. Deutschland kann das." Unter dieser Überschrift hat die Bundesregierung ein neues Internetportal gestartet. Anlass ist die Zustimmung von Bundestag und Bundesrat zum neuen Integrationsgesetz.

 

Ob beim THW in Hessen oder im Seniorenheim in Bayern: Die neue Internetseite

www.deutschland-kann-das.de zeigt, dass vielerorts die Integration der Flüchtlinge gelingt. Dabei sind beide Seiten gefragt: Die zu uns gekommenen Menschen erhalten vom Staat Angebote. Die Bundesregierung finanziert über verschiedene Programme zahlreiche Integrationsprojekte.

Gleichzeitig müssen sich die Flüchtlinge selbst aktiv um ihre Integration bemühen. Dieser Grundsatz "Fördern und Fordern" ist auch Leitgedanke des Integrationsgesetzes.

Vielfältiges Engagement

Auf der Online-Plattform macht eine Landkarte mit bundesweit über 200 Integrationsprojekten und Initiativen das vielfältige Engagement von Bürgerinnen und Bürgern deutlich. Die Liste der Projekte wird laufend erweitert. Es ist auch möglich, Initiativen zu melden.

Zudem finden sich auf der Seite alle aktuellen Informationen zur Integrations- und Flüchtlingspolitik der Bundesregierung. Mit anschaulichen Grafiken, kurzen Videos und Antworten auf mögliche Fragen erhalten die Nutzer Informationen aus erster Hand.

Gemeinsame Anstrengungen notwendig

Die Bundesregierung ist überzeugt, dass die Integration der Flüchtlinge, die in Deutschland bleiben können, gelingt. Um sie in unsere Gesellschaft und in unseren Arbeitsmarkt einzubinden, sind allerdings gemeinsame Anstrengungen sowie ein offener Dialog notwendig. Diesen Austausch führt die

Bundesregierung mit zahlreichen Institutionen, die sich in der Flüchtlingshilfe engagieren. Pib 8

 

 

 

 

Studie. Zustimmung zu Willkommenskultur nimmt ab

 

Die Zustimmung zur Willkommenskultur sinkt. Das geht aus einer neuen Studie hervor. Flüchtlingen und Migranten werden auch mehr Anpassungsleistungen abverlangt. Zugleich wird die Haltung, was „Deutschsein“ bedeutet, pragmatischer.

Die Haltung der Deutschen zum Zusammenleben in einer Migrationsgesellschaft hat sich einer Studie zufolge in den vergangenen zwei Jahren deutlich verändert. Die positiven Einstellungen zu einer Willkommenskultur seien zurückgegangen, erklärte der Bielefelder Konfliktforscher Andreas Zick am Donnerstag in Berlin bei der Vorstellung der Untersuchung „ZuGleich – Zugehörigkeit & (Un-) Gleichwertigkeit 2016“. Die öffentliche Debatte über die stark gestiegene Zuwanderung von Flüchtlingen habe Spuren hinterlassen.

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD), betonte hingegen, die neuesten Ergebnisse zeigten, dass der Großteil der Bevölkerung auch in der aktuellen Situation positiv gegenüber Flüchtlingen eingestellt ist und die Vielfalt der Gesellschaft begrüßt.

Zick und seine Kollegin Madlen Preuß hatten jeweils zum Jahreswechsel 2013/14 und 2015/16 die Einstellungen, Meinungen, Gefühle und Vorstellungen von Menschen gegenüber Zuwanderern erfasst. Für die repräsentative Studie wurden bundesweit 2.006 Frauen und Männer im Alter von 18 bis 94 Jahren befragt, 391 von ihnen hatten einen Migrationshintergrund. Erstellt wurde die Untersuchung im Auftrag der Mercator-Stiftung.

Immer weniger Willkommenskultur

Demnach sank die Zustimmung zur Willkommenskultur unter den Befragten ohne Migrationsgeschichte von 39,5 Prozent in 2013/2014 auf 32,3 Prozent. Noch zum Jahreswechsel 2013/2014 freute sich zudem fast die Hälfte aller Befragten ohne Migrationshintergrund (47,2 Prozent) über die zunehmende Vielfalt in der deutschen Gesellschaft, zwei Jahre später waren es nur noch 42,6 Prozent.

Download: Der Kurzbericht der Studie „ZuGleich – Zugehörigkeit und Gleichwertigkeit“ kann im Internet heruntergeladen werden.

Auch die Befürwortung einer stärkeren Willkommenskultur für Migranten nimmt ab: Mehr als jeder Dritte unter den Deutschen ohne Migrationshintergrund (36 Prozent) sprach sich in 2013/2014 für ein verstärktes Willkommenheißen aus, zwei Jahre später reduzierte sich der Rückhalt um rund neun Prozentpunkte.

Menschen mit Migrationshintergrund sind gegenüber einer Willkommenskultur mittlerweile ebenfalls zurückhaltender eingestellt. Über eine stärkere Willkommenskultur in Deutschland würden sich 41,5 Prozent dieser Befragten freuen, während sich allerdings auch mehr als jeder Vierte (28,3 Prozent) dagegen ausspricht.

Nur Migranten sollen sich anpassen

Mittlerweile fordert die Mehrheit der Bevölkerung zudem, dass sich für eine erfolgreiche Integration ausschließlich die Migranten anpassen müssten, erklärten die Forscher. Vor zwei Jahren hatten 36,2 Prozent dieser Haltung zugestimmt, nun sind es 54,9 Prozent. „Der Prozess der Integration wird immer noch als Einbahnstraße angesehen“, betonte Zick. Auch Özuguz erklärte: „Der Satz: ‚Die sollen sich anpassen‘ ist so alt, wie er unklar ist.“ Wenn eine kulturell vielfältige Gesellschaft weniger geschätzt werde, müsse das aber nachdenklich stimmen.

Als positiv bewertete die Staatsministerin hingegen die Tatsache, dass zum deutschen Zugehörigkeitsgefühl aus Sicht der Befragten Kriterien eine Rolle spielten, „die man sich erarbeiten kann“, so Özuguz. Dazu zählten etwa die Achtung politischer Institutionen und Gesetze, die deutsche Sprache, soziales Engagement ebenso wie Erwerbstätigkeit. Faktoren, die man kaum selbst beeinflussen kann, seien dagegen mittlerweile weniger wichtig. So seien etwa das Geburtsland, die in Deutschland verbrachte Lebenszeit sowie die christliche Konfession für das „Deutschsein“ aus Sicht der Befragten immer weniger ausschlaggebend.

Gesellschaftliche Hierarchien erwünscht

Konfliktforscher Zick verwies zudem darauf, dass die „Polarisierung der deutschen Bevölkerung“ derzeit von zwei „kaum zu vereinbarenden Standpunkten“ geprägt sei: Für die einen sei die Willkommenskultur ein Leitbild, die anderen wünschten sich alte Ordnungen zurück und plädierten für „klare Hierarchien“ zwischen Alteingesessenen und Zuwanderern.

„Wir brauchen eine Politik, die Identifikation und Zusammenhalt für alle schafft, für Einheimische und Zugewanderte“, betonte Özuguz. Zentral dafür sei vor allem mehr gesellschaftliche Teilhabe und Partizipation aller in Deutschland lebenden Menschen. (epd/mig 8)