WEBGIORNALE   14-20   SETTEMBRE  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Stato dell'Unione 2015. Juncker: la priorità deve essere la crisi dei rifugiati 1

2.       La scomoda "verità" e la ricetta di Juncker 1

3.       Il Cir sul discorso di Juncker: E’ la faccia umana dell’Europa  2

4.       Ska Keller: "Creare una situazione favorevole per i rifugiati e l'intera società"  2

5.       Divisione Est-Ovest. Migranti, il salto all’indietro dell’Europa  2

6.       L'Ue e la crisi. Immigrazione: il merito di Angela Merkel 3

7.       Migranti, l’Europa si muove (in ordine sparso). Ecco tutte le proposte  3

8.       Migranti, Casa Bianca valuta aiuti a Ue. Berlino può accoglierne 500.000 l'anno. Orban: "Accelerare costruzione muro". 4

9.       Fischer: «Orgoglioso del mio paese, rendo onore al coraggio di Angela»  4

10.   Profughi e terrore  5

11.   Ue: oltre metà dei profughi tra Germania, Francia e Spagna  5

12.   L’ondata di immigrati in continuo aumento  5

13.   L’Europa e l’Immigrazione, Le nuove priorità. La vetta da scalare per Angela Merkel 6

14.   Eurobarometro. L’immigrazione è la maggior preoccupazione dei cittadini Ue  6

15.   La sfida che la Merkel deve vincere (subito) o si troverà sola in Europa  6

16.   Nel 2014 crescono del 3,6% gli italiani residenti all’estero  7

17.   Commissione europea. Ue: le novità nel team di Juncker 7

18.   Più di 5 milioni di iscritti nelle anagrafi consolari 8

19.   Piano nazionale d’azione contro il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza  8

20.   L’emergenza profughi. Migranti, nuovo record di arrivi. 13 mila alla stazione di Monaco. Berlino: «Totale fallimento Ue»  8

21.   La Germania sospende Dublino per farsi carico dei rifugiati 8

22.   Migranti: l’emergenza in Europa  9

23.   A Solingen , Krefeld e Mettmann alla fine di settembre: concerti di Domenico Severino  9

24.   Wolfsburg. Franco Garippo candidato alla segreteria PD Germania  9

25.   Fattivo sostegno della Germania alla ricostruzione post sisma a Onna (L’Aquila) 9

26.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  10

27.   Delegazione di Ludwisburg in Lombardia  11

28.   Jovanotti ai microfoni di Radio Colonia  11

29.   A Monaco di Baviera festival internazionale della lirica  11

30.   Laura Garavini al Bundestag con il Presidente del Gruppo PD Ettore Rosato  11

31.   Approda a Berlino il progetto "We will forget soon"  12

32.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 12

33.   A Offenbach un corso di aggiornamento per insegnanti di italiano in Assia, Renania-Palatinato e Saar 13

34.   Inaugurata ad Amburgo, la rassegna “Cinema! Italia!” toccherà circa 30 città in tutta la Germania  13

35.   Benvenuti a Monaco. I migranti e la frontiera caduta. Cosa ci insegna quella stazione  13

36.   CONSULTA PER GLI STRANIERI A FRANCOFORTE: BRILLANTE (EUROPALISTE) INVITA I CONNAZIONALI A VOTARE  14

37.   La Germania a due passi, sulla spiaggia  14

38.   Legalità e responsabilità. Migranti, quella lezione tedesca per la destra di casa nostra  14

39.   Una Merkel “orgogliosa” dell’accoglienza tedesca ai rifugiati 14

40.   La riforma della rappresentanza degli italiani all’estero, le elezioni del Cgie e la manovra finanziaria. Intervista a Marino (PD) 15

41.   Garavini: "Ottimo il bilancio per gli italiani all’estero a metà legislatura”. 15

42.   Confini. L’amara sorpresa dell’Est 15

43.   Austria e Germania aprono le frontiere ai profughi 16

44.   Mediterraneo e oltre. Europa: le fughe e i ritardi 16

45.   Prima del vertice straordinario dell’ONU: i paesi industrializzati corrono il rischio di mancare i nuovi obiettivi di sostenibilità  17

46.   Metterci la faccia  17

47.   Boldrini e il diritto all’asilo: «Bene Renzi, servono standard comuni»  17

48.   Interventi. Pretolemaici in economia  18

49.   Da Mattmark al Mare Nostrum. La fame che sfida la morte  19

50.   Mattarella: «Superare Dublino, nuove regole sull’asilo»  19

51.   Dagli stadi ai treni la rivincita a sorpresa della solidarietà  20

52.   PD Mondo a Milano. Gli interventi degli eletti all’estero  20

53.   La circolare dell’on. Garavini ai democratici d’Europa  20

54.   Il riscatto  21

55.   Nazioni e sviluppo. L’inatteso ritorno dei confini 21

56.   Tutti intervengono ma nessuno decide  21

57.   Amnistia, l'ultima nel 1990. Nel 2000 Wojtyla la chiese, ma non fu concessa  22

58.   I problemi romani non finiscono mai 22

59.   Un fiume vivo può liberare i migranti dai ghetti 22

60.   Il 26 settembre le elezioni per il rinnovo del Cgie  23

61.   I giorni di Renzi 24

62.   Deputati Pd della circoscrizione Estero: guardare ai rifugiati come occasione di coesione e di sviluppo della società europea  24

63.   UE. Nuove regole per gli emigrati: le successioni transfrontaliere  24

64.   Lavorano e fanno figli: così i migranti finanziano l'Europa  24

65.   Disoccupazione in calo, a luglio scende al 12%   25

66.   Approvato il disegno di legge tra l’Italia e Svizzera in materia di imposte su reddito e sul patrimonio  25

67.   Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo: l’assemblea di luglio approva la nascita del Forum   25

68.   Senato. In Commissione Affari Costituzionali la proposta di istituire la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione  26

69.   Garavini (PD):  “Necessaria una Procura Europea che contrasti anche la tratta di esseri umani”  26

70.   Prima di giudicare  26

71.   Permesso di soggiorno. Corte europea dà ragione alla Cgil e all'Inca  27

72.   Migranti, 12.000 cittadini islandesi si offrono di ospitare rifugiati siriani 27

73.   Rino Giuliani (Fernando Santi) sul futuro dell’associazionismo dopo gli Stati Generali 27

74.   PD Mondo a Milano. I Circoli chiedono azione e più informazione diretta  28

75.   Marina di Modica (RG): Conferita a Mimmo Azzia la presidenza onoraria della F.A.SI. 28

76.   Online l’ultimo numero di "Pd cittadini nel mondo"  29

77.   Al via le candidature per la nuova Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo  29

78.   Il nuovo numero di "Prima di Tutto Italiani"  29

79.   E’ uscito “Bellunesi nel Mondo” di settembre  29

 

 

1.       Solidarität und Quoten: Junckers Appell in der Flüchtlingskrise  29

2.       Flüchtlinge schützen – den gesellschaftlichen Zusammenhalt bewahren  30

3.       Quoten für Flüchtlinge: EU-Parlament gibt Juncker Rückendeckung  30

4.       Flüchtlingskrise: Lammert fordert bindende Verpflichtungen in Europa G7. 30

5.       Koalition geht Flüchtlingskrise mit sechs Milliarden Euro an  31

6.       Asylpolitik. Das haben Union und SPD beschlossen  31

7.       Unbürokratische Versorgung von Asylsuchenden  31

8.       „Ich finde die Bezeichnung ‚Wirtschaftsflüchtlinge‘ abfällig.“  32

9.       Studie. Vor UN-Sondergipfel: Industriestaaten laufen Gefahr die neuen Nachhaltigkeitsziele zu verfehlen  32

10.   Ungarn. Dublin-Abkommen angesichts der Flüchtlingszahlen unhaltbar 33

11.   Paris und Berlin machen bei Asyl Druck auf EU-Partner 33

12.   Grenzenloses Chaos  33

13.   Flüchtlingsdrama. Forderungen nach legalen Wegen nach Europa werden lauter 34

14.   Flüchtlings- und Asylpolitik. Bund legt Gesamtkonzept vor 34

15.   World Vision fordert: Fluchtursachen bekämpfen, nicht Flüchtlinge  35

16.   Das Problem heißt Rassismus  35

17.   Merkel trifft Hollande. Gemeinsame Asylpolitik in der EU  36

18.   Merkel und Hollande wollen neue Impulse für EU-Flüchtlingspolitik  36

19.   Afrikas Fluchthelfer 36

20.   Hunderte Flüchtlinge in Zügen aus Ungarn erreichen Deutschland  37

21.   Verteidigen wir die Würde des Menschen jetzt! 38

22.   Rekord-Einwanderung. 16,4 Millionen Migranten in Deutschland  38

23.   Vier Reformen für die UN  38

24.   EU-Gericht verurteilt Italien wegen Müllkrise von Neapel zu Bußgeld  39

25.   Italien. Anwohner protestieren gewaltsam gegen Migranten  39

26.   Spaniens Ministerpräsident in Berlin. Für eine einheitliche europäische Asylpolitik  39

27.   Griechenland wählt – mal wieder 40

28.   Flüchtlinge in Europa: Sinneswandel feststellbar 40

29.   Deutsche bei Einwanderungsfragen gespalten  40

30.   NRW. Vielfalts-Broschüre des ‚dialog forum islam‘ 41

31.   Bericht über internationale Mobilität von Studierenden und Wissenschaftlern vorgestellt 41

32.   Umfrage. Klare Mehrheit für kommunales Wahlrecht für alle Ausländer 42

33.   Handwerker erzählen  42

34.   Solidaritäts-Welle gegen Fremdenhass in Deutschland  42

35.   Studie untersucht das Bild Deutschlands in der Welt 43

36.   Deutschland will Flüchtlingsstrom durch Grenzkontrollen bremsen  43

37.   Schon mehr als 340 Angriffe auf Flüchtlingsheime in diesem Jahr 43

38.   SPD-Beschluss: „Flüchtlingspolitik in Deutschland“  43

39.   Zukunftsforscher Janszky: „Die aktuelle Flüchtlingswelle ist eine riesige Chance für Deutschland“  45

40.   Bayern ruft Bundesländer in Flüchtlingskrise um Hilfe  46

41.   Polizei, Staatsanwaltschaft, Gefängnis. Politiker fordern Härte nach asylfeindlichen Ausschreitungen  46

42.   Gut leben in Deutschland. "Toleranz ist nicht zu verwechseln mit Regellosigkeit"  46

43.   Brustkrebs beim Mann: Kostenloser Ratgeber informiert. Gute Heilungschance bei frühzeitiger Behandlung  47

44.   Ausländerbeiratswahlen in Hessen am 29. November 2015: 47

45.   MdEP Buchner (ÖDP) fordert Toleranz gegenüber Flüchtlingen  47

46.   Flüchtlingshilfe in Hessen  47

47.   NRW-Staatssekretäre werben für mehr europäische Solidarität 48

48.   „Helfer brauchen Hilfe“  48

49.   Integration von Asylbewerbern. Flüchtlinge leisten Hippokratischen Eid  48

 

 

 

Stato dell'Unione 2015. Juncker: la priorità deve essere la crisi dei rifugiati

 

"Oggi la priorità è e deve essere la crisi dei rifugiati. [...] Si tratta di una questione di umanità e di dignità umana. E per l'Europa una questione di onestà storica", ha dichiarato Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea.

"Stiamo combattendo contro lo Stato islamico, perché non dovremmo essere pronti ad accettare le persone che fuggono da questo paese?". Per quanto riguarda la crisi, Juncker ha dichiarato: "È stato assolutamente necessario ribadire che Grexit (l'uscita della Grecia dall'UE) non è mai stata un'opzione, se non lo avessimo detto forte e chiaro sarebbe potuto accadere. Era una possibilità, ma non un'opzione".

 

"Vorrei rendere omaggio ai paesi come l'Irlanda, il Portogallo e la Spagna, che hanno dimostrato che, attuando le giuste riforme, si ottengono buoni risultati".

 

Sull'UE, Juncker ha sottolineato che "la crisi, naturalmente, non è finita", aggiungendo che la crisi finirà solo quando sarà sconfitta la disoccupazione in Europa. "So quanto sarebbe debole il continente europeo se l'Unione europea non esistesse".

 

Manfred Weber (PPE, Germania) ha chiesto a tutti di "ricordare che stiamo parlando di esseri umani". Ha aggiunto che il problema "non è l'Europa, non è Bruxelles, ma sono gli egoismi nazionali".

 

Gianni Pittella (S&D, Italia) ha invitato la Commissione ad affrontare il dumping sociale e i contratti "a zero ore". In materia di immigrazione, "dobbiamo accogliere i rifugiati, altrimenti l'Europa non esisterà come concetto, come unione costruita sulla solidarietà".

 

Syed Kamall (ECR, Regno Unito) - "Troviamo insieme le soluzioni, ma non solo per l'Unione europea. Si tratta di una crisi internazionale che ha bisogno di una risposta internazionale". "Dobbiamo affrontare questi problemi in modo realistico, il tempo di puntare il dito è finito". "L'Europa non ha bisogno di una nuova cortina di ferro, ma necessita di una volontà di ferro per discutere, lavorare e trovare una soluzione insieme".

 

Guy Verhofstadt (ALDE, Belgio) ha sottolineato che "il vero problema è la mancanza di volontà politica e di unità. (...) Non si tratta di una crisi dell'Europa, ma di una crisi per la mancanza d'Europa".

 

Gabi Zimmer (GUE/NGL, Germania) - "Non dobbiamo permettere ai capi di governo di perseguire le politiche nazionaliste e ottuse. Altrimenti l'UE sarà distrutta". Ha inoltre sollevato le priorità a livello sociale: "(Junker) non ha detto nulla rispetto alle priorità sociali".

 

Philippe Lamberts (Verdi/ALE, Belgio): "Dobbiamo difendere i rifugiati ed essere aperti al cambiamento e al futuro. Dobbiamo costruire alleanze ed essere in capaci di ricostruire quello che l'Europa ha perso".

 

Nicolas Schmit (Presidenza del Consiglio): "Viviamo un momento storico in cui l'Europa deve affrontare una grave crisi. Posso dire che il Consiglio farà tutto il possibile per mettere in atto le nuove proposte (per un meccanismo permanente di trasferimento dei migranti), presentate oggi dal Presidente Juncker".

 

Il Parlamento Europeo ha approvato mercoledì 9 settembre un sistema, temporaneo e di emergenza, per la ricollocazione di 40.000 richiedenti asilo dall'Italia e dalla Grecia verso altri paesi UE, su un periodo di due anni. Nel dibattito sulla migrazione, la maggior parte dei deputati ha accolto con favore le nuove proposte della Commissione delineate da Juncker nel suo discorso sullo Stato dell'Unione, e sottolineato che sarà necessaria maggiore solidarietà fra i paesi UE.

 

La risoluzione legislativa d'emergenza sulla delocalizzazione dei primi 40.000 richiedenti asilo è stata approvata con 498 voti favorevoli, 158 contrari e 37 astensioni.

 

Per alleviare la pressione dei richiedenti asilo di Italia e Grecia, ma anche servire come un importante banco di prova in vista della prossima proposta legislativa per un sistema di trasferimento di emergenza permanente, il Parlamento esprime il suo accordo sul trasferimento iniziale di un totale di 40.000 richiedenti da Italia e Grecia su due anni (24.000 dall'Italia e 16.000 dalla Grecia).

 

La nuova proposta sul meccanismo permanente

La nuova proposta sul sistema di ricollocazione permanente dovrà prevedere, secondo i deputati, "un contributo più sostanziale in termini di solidarietà e condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri, che includa un aumento significativo del numero di posti disponibili per la ricollocazione, in funzione della rapida evoluzione delle tendenze e dei flussi migratori" e dovrebbe essere attivato "sulla base di indicatori trasparenti e oggettivi".

 

I deputati sottolineano che la cifra di 40.000 corrisponde a circa il 40% del totale dei cittadini di paesi terzi con evidente bisogno di protezione internazionale, entrati irregolarmente in Italia e in Grecia nel 2014. Sempre in base a queste cifre complessive per il 2014 e per i primi quattro mesi del 2015, il 60% di richiedenti dovrebbe essere ricollocato dall'Italia e il 40% dalla Grecia.

 

Un ulteriore incontro dei ministri è previsto per il 14 settembre, durante il quale il sistema di emergenza potrebbe essere approvato in via definitiva e, dunque, entrare in funzione da ottobre.

 

In una risoluzione votata giovedì, i deputati hanno accolto con favore le nuove proposte della Commissione europea per affrontare l'afflusso, senza precedenti, di migranti e rifugiati e si sono dichiarati pronti a lavorare su dei progetti di legge per una politica solida d'immigrazione e di asilo.

 

* Ricollocazione. Dopo aver sostenuto la proposta di emergenza per la ricollocazione dei 40.000 richiedenti asilo tra i paesi dell'UE mercoledì, i deputati hanno accolto con favore la nuova proposta per il trasferimento di emergenza di altri richiedenti asilo, provenienti da Italia, Grecia e Ungheria (la Commissione ne propone 120.000) e un meccanismo permanente che modifichi le norme di Dublino, che determinano quale Stato membro è responsabile del trattamento delle domande d'asilo. I deputati chiedono una "chiave di ripartizione equa e obbligatoria" e che siano prese in considerazione le prospettive di integrazione, i casi particolari e le esigenze dei richiedenti asilo. Il Parlamento dichiara l'intenzione di far avanzare i lavori sui progetti di legge "in modo da garantire che gli Stati membri applichino senza ritardi il meccanismo permanente di ricollocazione".

 

* Reinsediamento e visti umanitari. Il Parlamento auspica che gli Stati membri accolgano i rifugiati provenienti da paesi terzi, attraverso un programma di reinsediamento obbligatorio, ritenendo "altamente prioritario che l'UE e gli Stati membri creino canali sicuri e legali per i rifugiati", come ad esempio corridoi umanitari e visti. I deputati ritengono che sia necessario modificare il codice UE dei visti, includendo "disposizioni comuni più specifiche sui visti umanitari" e chiedendo ai paesi UE di rendere possibile la richiesta di asilo nelle ambasciate e negli uffici consolari.

 

* Elenco comune dell'UE dei paesi di origine sicuri. Questo approccio non dovrebbe compromettere il principio di non respingimento e il diritto individuale all'asilo, in particolare quello delle persone appartenenti a gruppi vulnerabili.

 

* Norme in materia di asilo. I deputati chiedono che il sistema europeo comune di asilo sia attuato adeguatamente, al fine di garantire l'applicazione di "norme comuni, efficaci, coerenti e umane in tutta l'UE".

 

* Schengen. Il Parlamento è favorevole "ad aprire le frontiere all'interno dello spazio Schengen", pur sottolineando la necessità di garantire una gestione efficace delle frontiere esterne.

 

* Le cause profonde della migrazione vanno affrontate e il vertice di La Valletta (Malta) dell'11 e 12 novembre dovrebbe essere incentrato su questo aspetto. Sono necessarie inoltre sanzioni penali contro il traffico e la tratta di esseri umani.

 

* Conferenza internazionale sulla crisi dei rifugiati. Il Parlamento invita la Commissione e il capo della politica estera dell'Unione europea, Federica Mogherini, a convocare una conferenza internazionale sulla crisi dei rifugiati, con la partecipazione dell'UE, dei suoi Stati membri, delle pertinenti agenzie delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti, delle pertinenti ONG internazionali e degli Stati arabi, con l'obiettivo di mettere a punto una strategia di aiuto umanitario comune e globale.

 

I cittadini mostrano il rispetto dei valori europei - Il Parlamento elogia gli sforzi compiuti da gruppi della società civile e da singole persone in tutta Europa che si stanno mobilitando in gran numero per dare accoglienza e aiuto ai rifugiati e migranti. Ritiene che "tali azioni diano prova di vera adesione ai valori europei e siano un segno di speranza per il futuro dell'Europa".

La risoluzione non vincolante è stata approvata con 432 voti a favore, 142 contrari e 57 astensioni. Pe 11

 

 

 

 

La scomoda "verità" e la ricetta di Juncker

 

Il presidente della Commissione segnala che "all'Ue manca l'unità e manca anche l'Europa". Servono solidarietà e risposte comuni alle sfide in atto - Gianni Borsa

 

L'Europa "in cui voglio vivere è quella dei volontari che accolgono i profughi, che tendono loro la mano" lungo il confine tra due Stati, in una stazione ferroviaria, in un centro di primo ristoro… L'Europa di quei cittadini che vedono nei migranti "delle persone da aiutare", senza badare al loro passaporto, all'etnia, al credo religioso. Neppure alla convenienza o ai violenti discorsi dei populisti di ogni sorta. Jean-Claude Juncker, lussemburghese, per quasi vent'anni premier nel Granducato, da meno di un anno presidente della Commissione europea, ha da tempo abituato gli osservatori a smarcarsi da una certa ufficialità e dai rituali che risiedono nei palazzi comunitari. Rivolgendosi oggi al Parlamento Ue, a Strasburgo, per il suo primo discorso sullo "Stato dell'Unione", snocciola una serie di priorità per rispondere "alle innumerevoli sfide" che l'Ue ha di fronte.

Così al primo posto Juncker colloca la questione dei rifugiati, ma non trascura il caso-Grecia, la situazione economica e occupazionale del Vecchio continente, il tema della sicurezza, l'Unione dell'energia e l'Unione monetaria, i dubbi britannici sulla permanenza nella "casa comune". Interrotto di tanto in tanto da qualche isolata voce euroscettica, risponde educato ma fermo: e l'emiciclo stracolmo di eurodeputati gli riserva una lunga serie di applausi. Sono tre i termini evocati – e un quarto resta forse sottinteso – attorno ai quali imbastisce il suo intervento, che nei fatti sarà il programma di lavoro della Commissione per i prossimi dodici mesi: verità, unità, solidarietà.

"È il momento della verità per l'Europa", afferma. "La nostra Unione europea non versa in buone condizioni. Manca l'unione in questa Ue, e manca anche l'Europa". Juncker, pragmatico non meno che idealista, sottolinea come le innumerevoli sfide che richiedono una risposta efficace da parte dei 28 non possono attendere oltre. Preso atto delle differenti posizioni e dei divergenti interessi che emergono a ogni passo tra gli Stati membri (una verità che non si può tacere), occorre ripartire da – secondo elemento – una "unità di intenti", perché gli ostacoli da superare vanno ben oltre la capacità di risposta dei singoli Paesi. L'Ue deve riscoprire di essere fondata – avverte il capo dell'Esecutivo – sulla "solidarietà", il cemento che dal dopoguerra tiene insieme Paesi diversi per storia, lingua, cultura e interessi d'ogni sorta.

"Oggi la priorità è e deve essere la crisi dei rifugiati", spiega Juncker. Servono regole ("quelle sull'asilo ci sono, ma vanno rispettate"), determinazione politica e soldi. Non nega che le folle di migranti in arrivo da Africa e Medio Oriente, attraverso il Mediterraneo e la rotta balcanica, siano un "problema" e un costo. Ma ne prende atto e cerca – come dovrebbe fare la politica in senso ampio - la soluzione più praticabile.

Nel suo discorso l'inquilino del Palazzo Berlaymont potrebbe essere più preciso nell'identificare chi da tempo, e senza risparmio, si sta muovendo nella direzione dei profughi: tra questi, in prima fila, il volontariato cattolico (assieme a quelle di altre fedi religiose), le Caritas, tante diocesi e parrocchie (non tutte, è vero, come ha fatto notare lo stesso Papa Francesco). E come trascurare la voce autorevole di Bergoglio, levatasi nel 2013 a Lampedusa e ancora di recente per ricordare a ogni persona "di buona volontà" che un'emergenza umanitaria richiede anzitutto di aprire il proprio cuore e i confini del proprio Paese per salvare vite umane, globalizzando la solidarietà.

Comunque il lussemburghese vola alto nel discorso di Strasburgo, sapendo che nella ritrovata accoglienza dei rifugiati si sperimenta in questa fase una embrionale volontà e capacità degli europei di procedere insieme. "Si tratta di una questione di umanità", dice. "Stiamo combattendo contro lo Stato islamico, perché non dovremmo essere pronti ad accettare le persone che fuggono" dai Paesi martoriati dall'Isis, dalle violenze o dalla fame?

Tutte le altre "sfide" – dal lavoro all'Ucraina, dal trattato commerciale con gli Stati Uniti all'Agenda digitale, dal mercato unico alla difesa dell'ambiente, fino al referendum britannico sulla permanenza nell'Unione – possono essere superate in questo triplice spirito di verità, unità e solidarietà. Davanti a sé, nell'aula di Strasburgo, Juncker ha gli eurodeputati; ma si intuisce che – con una certa enfasi – il presidente della Commissione vorrebbe rivolgersi direttamente ai cittadini europei. Così che il quarto termine per la nuova Europa di Jean-Claude sembrerebbe essere "responsabilità". Responsabilità individuale e collettiva, con la quale si costruiscono le democrazie partecipative. Un'Europa oltre le cancellerie, oltre i nazionalismi, oltre i muri che risorgono dopo la provvidenziale caduta della Cortina di ferro. Sir 11

 

 

 

 

Il Cir sul discorso di Juncker: E’ la faccia umana dell’Europa

 

“Con la proposta di ricollocare 160.000 richiedenti asilo da Italia, Grecia e Ungheria in altri Stati Ue si intraprende la strada giusta”

 

ROMA – Il discorso di Juncker? E’ la “faccia umana dell’Europa” dice il Cir-Consiglio Italiano dei Rifugiati. Il Cir  “apprezza con convinzione – si legge in un comunicato -  l’affermazione del presidente della Commissione Europea Juncker che di fronte alla crisi dei rifugiati tutti gli interventi politici devono partire dai principi di umanità, dignità della persona e  giustizia storica europea.

Il discorso di Juncker – prosegue la nota - marca un ri-orientamento fondamentale in quanto all’assunzione delle responsabilità comunitarie al dettame etico di accogliere i rifugiati, all’obbligo di tutti gli Stati membri, senza eccezioni, di aprire loro le porte. Con la proposta di ricollocare complessivamente 160.000 richiedenti asilo dall’Italia, dalla Grecia e dall’Ungheria in altri Stati membri si intraprende la strada giusta e opposta a quella del “Sistema Dublino”, che così viene di fatto superato.

Non saranno più solo gli Stati della frontiera esterna dell’Unione ad essere responsabili di garantire il diritto di asilo a chi approda da fuori dell’Unione sul loro territorio”.

“Tuttavia - sottolinea Christopher Hein, portavoce del Cir- è  da vedere come funzionerà nella prassi questa distribuzione. È un Piano destinato a fallire se i legami dei richiedenti asilo con un determinato Paese non saranno presi in considerazione, se avverranno trasferimenti decisi freddamente a tavolino senza includere le persone come soggetti del Piano e del proprio destino”.

 “Nel discorso aperto e coraggioso di Juncker, il Cir si meraviglia comunque del fatto che nessuna menzione sia stata fatta sulle vie di accesso dei richiedenti asilo alla nuova Europa solidale e alla protezione.I richiedenti asilo e i rifugiati devono continuare a pagare i trafficanti di persone, a rischiare la vita nel mare o nei Tir perché nessun paese fornisce loro un visto di ingresso?”, chiede Hein.

Juncker ha parlato di canali legali per migranti, al fine di  soddisfare esigenze del mercato del lavoro e di contrastare l’invecchiamento della popolazione. “Bene - conclude Hein - ma il primo atto per ridurre il numero di vittime nel tragitto verso l’Europa deve essere quello di aprire canali protetti e legali per le persone in fuga, per richiedenti asilo e rifugiati”. (Inform 9)

 

 

 

 

Ska Keller: "Creare una situazione favorevole per i rifugiati e l'intera società"

 

Durante lo scorso fine settimana 18.000 migranti sono arrivati a Monaco di Baviera. Ogni giorno nuove persone cercano di oltrepassare i confini esterni dell'UE ed è necessario intervenire al più presto: mercoledì il Parlamento ha approvato un piano per trasferire 40.000 migranti che al momento si trovano in Italia e in Grecia. Dopo il voto, abbiamo incontrato la relatrice tedesca dei Verdi Ska Keller.

 

Ogni giorno arrivano in Europa centinaia di migranti. È sufficiente trasferirne 40.000 dall'Italia e dalla Grecia?

 

Ska Keller - La relazione che il Parlamento ha votato oggi stabilisce che 40.000 migranti possono essere solo un inizio. Dobbiamo creare un sistema permanente di trasferimento di emergenza, in modo da poter agire rapidamente. Non abbiamo ancora definito un luogo, ma la Commissione lo ha già proposto.

 

Naturalmente abbiamo bisogno di guardare sul lungo termine, consideranto il problema del sistema di Dublino. Infatti, Dublino afferma che i rifugiati devono chiedere asilo nel paese di primo ingresso. E questo è un problema, perché ci sono solo un numero limitato di paesi che hanno una frontiera esterna. Abbiamo bisogno di un nuovo sistema di ripartizione equo per tutti gli Stati membri, ma anche equo per i rifugiati.

 

La Commissione sta lavorando ad un sistema di trasferimento di emergenza permanente. La proposta approvata oggi potrebbe servire da modello?

 

Ska Keller - La relazione che abbiamo votato dovrebbe essere un modello per il nuovo sistema di trasferimento di emergenza. La Commissione ha accolto la nostra proposta di tenere conto degli interessi dei rifugiati. Penso che questo sia davvero importante. Dobbiamo concentrarci su quello di cui hanno bisogno i rifugiati: dove hanno le famiglie, le competenze linguistiche o le altre competenze per creare una situazione vantaggiosa per i rifugiati e per l'intera società.

 

Cosa ne pensa della proposta sulla politica di immigrazione e di rifugiati che la Commissione ha presentato in plenaria oggi?

 

Ska Keller - Sono d'accordo con la maggior parte delle proposte di Juncker. Particolarmente il fatto che sia stato chiaro sull'obbligo dell'Europa di farsi carico dei profughi. Ci sono altre cose che condivido meno. Per esempio la creazione di un elenco di paesi d'origine sicuri: questo potrebbe avere gravi implicazioni per il diritto dei richiedenti asilo, che ha detto precedentemente essere uno dei più importanti diritti fondamentali.

 

In generale penso davvero che sia stato un grande discorso e mi auguro che gli Stati membri seguiranno presto questa direzione. PE 9

 

Le nuove proposte di gestione della migrazione, tra cui il ricollocamento di 120.000 richiedenti asilo all'interno dell'UE, in aggiunta alla proposta di maggio di ricollocarne 40.000, un meccanismo di distribuzione permanente per il futuro, un elenco di paesi di origine sicuri al fine di garantire un ritorno rapido per coloro a cui la richiesta di asilo è stata respinta e l'apertura di canali di migrazione legale, sono state illustrate dalla Commissione e discusse in Parlamento questa mattina.

 

I deputati hanno esortato gli Stati membri ad agire e hanno lodato i cittadini dell'Unione europea per l'accoglienza calorosa riservata ai rifugiati.

 

Al dibattito sono intervenuti il ministro lussemburghese del Lavoro, dell'occupazione e della economia sociale e solidale, Nicolas Schmit, il primo vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, l'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri, Federica Mogherini e il Commissario per la migrazione Dimitris Avramopoulos, seguiti dagli interventi dei deputati che hanno espresso il punto di vista dei gruppi politici.

 

Durante il dibattito, la maggior parte dei deputati ha espresso parere favorevole sulla proposta di maggio scorso di trasferire i 40.000 richiedenti asilo. La stessa procedura si applicherà per la ricollocazione degli ulteriori 120.000 richiedenti asilo. Sul meccanismo permanente invece, il Parlamento e il Consiglio decideranno su un piano di parità. Pe 9

 

 

 

 

 

Divisione Est-Ovest. Migranti, il salto all’indietro dell’Europa

 

Quando la Commissione presenterà ai ministri degli Interni e della Giustizia della Ue un piano migranti che fa leva sull’indispensabile solidarietà tra europei, l’Europa risponderà facendo un grande salto all’indietro e tornando a dividersi tra Est e Ovest - di Franco Venturini

 

Lunedì prossimo, quando la Commissione presenterà ai ministri degli Interni e della Giustizia della Ue un piano migranti che fa leva sull’indispensabile solidarietà tra europei, l’Europa risponderà facendo un grande salto all’indietro e tornando a dividersi tra Est e Ovest. Gli ultimi dubbi sul «no alle quote obbligatorie» da parte di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia (con aggiunta della Romania e delle Repubbliche Baltiche) sono svaniti ieri quando il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha incontrato i quattro del Gruppo di Visegrad per tentare di convincerli. Siamo alle prese con quella che potrebbe essere la più grave crisi nella storia dell’Europa, ha ammonito Steinmeier mettendo sul tavolo tutto il non trascurabile peso della Germania. Ma i suoi interlocutori, guidati dall’Ungheria, hanno fatto orecchie da mercante. Va bene per la protezione umanitaria dei migranti (che proprio in Ungheria non si è vista e non si vede). Va bene per il rimpatrio di chi proviene da Paesi ritenuti «sicuri» . Ma le quote obbligatorie no, quelle non le accettiamo nemmeno se ce lo chiede la Germania.

La conseguenza appare ormai inevitabile: come già era accaduto tra giugno e luglio quando la Commissione di Bruxelles fece il suo primo fallito tentativo di stabilire quote numeriche obbligatorie per l’accoglimento dei migranti in ogni Stato della Ue, anche questa volta il fronte del rifiuto (che può contare su otto Stati votanti, se non di più) imporrà un criterio di «volontarietà» che vanifica il progetto franco-tedesco fortemente appoggiato dall’Italia.

Nessuno si lascerà spaventare dalle sanzioni finanziarie, che peraltro restano da definire. Semplicemente il criterio della solidarietà rimarrà al palo un’altra volta, l’Europa offrirà al mondo un nuovo spettacolo di divisione interna proprio mentre gli Usa annunciano di voler aprire la porta a 10 mila migranti. E l’Italia, che pretende una logica contemporaneità tra messa in funzione dei centri di identificazione e garanzie di redistribuzione dei richiedenti asilo, si troverà, salvo miracoli, a dover valutare attentamente le conseguenze dei rifiuti orientali.

Rifiuti che hanno peraltro una valenza diversa di caso in caso. La Polonia non accetterà le quote ma accoglierà un numero più alto di migranti (sempre che le elezioni di ottobre, che vedono favorita la destra ultranazionalista, non impongano la retromarcia). In Slovacchia emergono forti umori anti islamici a fianco di quelli anti stranieri. In Ungheria la «sfida» di Orbán alla Merkel si nutre ogni giorno di nuovi capitoli, ora per i migranti è annunciato l’arresto preventivo. Ma se vanno accettate le diversità nazionali, è anche vero che una questione di principio accomuna tutti i nuovi soci della Ue: non sembra prevalere, nei loro governi e nelle loro opinioni pubbliche, un sentimento di appartenenza europea che pure è stato assai forte nella corsa all’adesione e poi nell’utilizzo degli aiuti provenienti da Bruxelles. Al contrario di quanto è accaduto all’Ovest non si sono stemperati i loro nazionalismi, che anzi esplodono ora che non sono più sottoposti al giogo sovietico degli anni 1945-1989. Insomma, i nostri fratelli d’Oriente vivono una fase storica diversa dalla nostra e gli allargamenti sono stati portati a termine con non poche illusioni. Una parte dell’Ovest sembra muoversi in direzione opposta. Sappiamo che Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda usufruiscono di un Opt-out che peraltro Cameron ha addolcito accettando 20.000 rifugiati extra-quote. Sappiamo della generosità della Germania e della Svezia. Ma ora anche la recalcitrante Spagna sta al gioco. E nella Francia dei Le Pen un sondaggio mostra per la prima volta in vantaggio i pro accoglienza.

Divisi e sempre più lontani, è questo il destino degli europei? È possibile, almeno fino a quando non sarà chiaro a tutti che quello degli immigrati è un problema ma è anche una occasione che ci promette di finanziare uno Stato sociale altrimenti condannato dalle nostre realtà demografiche. CdS 12

 

 

 

 

L'Ue e la crisi. Immigrazione: il merito di Angela Merkel

 

Sono trascorsi quasi due anni dalla decisione del governo Letta di lanciare Mare Nostrum: per salvare naufraghi, anche se migranti illegali, in ottemperanza a principi umanitari e norme di diritto internazionale - obiettivo, nonostante la perdita di vite umane, riuscito -; e per colpire il traffico di esseri umani - obiettivo quasi fallito, per il quale è necessaria la cooperazione giudiziaria multilaterale.

 

Il governo italiano ha agito in totale dissenso dai governi – incluso quello tedesco - e dalle istituzioni Ue che negavano la doppia natura del flusso di persone nel Mediterraneo: umanitaria, trattandosi di fuga da guerre, persecuzioni e povertà, e migratoria, trattandosi di persone in cerca di lavoro, ma senza il permesso di ingresso.

 

Il 26 agosto scorso, davanti ai massicci arrivi attraverso i Balcani e non più solo il Mediterraneo, né per colpa di Mare Nostrum, la cancelliera Angela Merkel ha sospeso l’applicazione della convenzione di Dublino nel suo Paese concedendo asilo ai profughi siriani e ha definito il problema migratorio il problema più grosso dell’Europa. Finalmente!

 

Le posizioni europee

Siamo, però, lontani da un’inversione di rotta. Nel 2013, all’inizio di Mare Nostrum, l’Ue e i suoi governi sostenevano che per diritto internazionale e dell’Unione (a) la sorveglianza dei confini è responsabilità del singolo Stato, eventualmente coadiuvato da agenzie Ue; (b) il soccorso e salvataggio in mare è responsabilità dello Stato costiero; (c) il controllo degli stranieri all’interno di uno Stato è responsabilità del suo governo.

 

Offrivano, comunque, il supporto dell’Unione sui primi due punti, se era soddisfatto il terzo, in linea con le posizioni tradizionali che consistevano nel negare la necessità di misure eccezionali, lasciare agli Stati la responsabilità del controllo degli ingressi e firmare accordi con Paesi di origine dei flussi offrendo aiuti economici in cambio delle riammissioni operate da Frontex.

 

Nell’ottobre 2014, le cose sono cambiate ma non molto. Riconosciuto il dovere umanitario di salvare i naufraghi anche se migranti illegali, e riconosciuti i costi sopportati dall’Italia nell’opera di soccorso umanitario che gli altri avevano rifiutato, l’operazione europea Triton ha sostituito (ma non proprio!) Mare Nostrum.

 

La Commissione europea, inoltre, ha proposto il sistema delle quote per dare all’Unione la responsabilità di sistemare un buon numero di aventi diritto all’asilo, ma fino ad oggi la proposta è stata sabotata dai governi.

 

Tendenze globali e fattori di spinta

Nella narrativa dominante, l’afflusso di migranti è un evento occasionale da fronteggiare con le consuete misure di controllo dei confini e dell’immigrazione.

 

Il fenomeno, però, è mondiale. Golfo Persico, Oceano Pacifico, America sono sotto l’impatto di fattori di spinta riconducibili alle tendenze globali di quattro settori sociali.

 

Nel settore economico le regole del mercato causano e causeranno a lungo disoccupazione nel Global South, mentre le economie avanzate, seppure battute da crisi, conservano prosperità e welfare.

 

Nel settore tecnologico, i mezzi di trasporto e soprattutto i nuovi mezzi di comunicazione gonfiano il movimento delle persone e disseminano informazioni sulle rotte verso i Paesi nei quali esistono opportunità di lavoro e welfare.

 

Trasporti veloci e comunicazioni elettroniche sono ancora più importanti perché riducono i costi umani del distacco dal Paese d’origine dando ai migranti l’opportunità di conservare la propria identità culturale nei paesi stranieri ed essere agenti di transnazionalismo veicolando nei due sensi pratiche e costumi.

 

Nel settore delle relazioni sociali, l’afflusso di persone di altre culture apre la sfida del multiculturalismo, ostacolato dai Paesi che rifiutano di trasformarsi in società multiculturali.

 

Cambiamenti rilevanti sono causati anche dalla crescita demografica in Africa, Centro e Sud America e Asia sud-occidentale e dalla flessione demografica in Europa, Australia e Nord America.

 

Nel settore della politica, infine, l’ideologia e la pratica dei diritti umani sostengono l'aspettativa di condizioni di vita dignitosa e lavoro in Paesi diversi da quello di nascita supportati concretamente dai programmi delle Nazioni Unte e delle organizzazioni non-governative.

 

Alle tendenze globali si aggiungono fattori locali di spinta. L’assenza di Stato in larghe aree dell’Africa causa povertà, corruzione, persecuzioni, violenza, inquinamento, insicurezza e spinge larghe masse a lasciare il proprio Paese. In Africa e in altre aree, guerre interne e internazionali crudeli e prolungate sono un altro incentivo a emigrare.

 

Gli accordi europei

In questo scenario, gli accordi all’interno dell’Ue lasciano dubbiosi. Il blocco dell’immigrazione illegale e le riammissioni trascurano i fattori di spinta che richiedono nuove regole sull’attraversamento dei confini e il trattamento dello straniero.

 

Gli accordi di riammissione sono piuttosto inutili perché i Paesi d’origine hanno difficoltà ad attuare il capacity-building del controllo dei confini che l’Ue propone, e molti riammessi emigrano nuovamente sotto l’effetto dei fattori di spinta.

 

Esternalizzare l’accoglienza aiutando Paesi delle aree di crisi a gestire campi profughi è molto discutibile perché i campi sono già sovrappopolati e al di sotto degli standard umanitari. Estendere la cooperazione allo sviluppo è cosa buona ma non risolve i problemi di oggi.

 

Ben venga, infine, l’ipotesi di rivedere il regime europeo di concessione dell’asilo che viola i diritti dei richiedenti oltre che i desideri di molti di loro e di alcuni governi europei. Insomma, riconosciuta la superiore qualità del problema migratorio, sono necessarie misure in linea con le tendenze globali e i fattori di spinta.

 

In cerca di risposte

Cosa può fare l’Europa? Se ammette di non avere le capacità di agire sui fattori di spinta, può almeno aggiornare le misure esistenti sui confini e sull’immigrazione adeguandole alle condizioni prodotte dalle tendenze globali.

 

Poiché violenza e povertà sono alle radici dei flussi migratori, domandiamoci se questa Ue è capace di smorzare guerre e conflitti con azioni diplomatiche e militari efficaci e di porre fine alla disoccupazione nei Paesi poveri.

 

Poiché il mondo intero deve fare i conti con le tendenze globali, dobbiamo pensare anche a una riorganizzazione degli Stati per risolvere problemi come mobilità umana, crescita demografica e disoccupazione che passano sopra i confini di ognuno di essi. Fulvio Attinà, AffInt 1

 

 

 

 

 

Migranti, l’Europa si muove (in ordine sparso). Ecco tutte le proposte

 

Hollande e Merkel chiedono «un meccanismo permanente e obbligatorio» di quote. Cameron frena. Orban contro tutti. E la Commissione Ue ora vuole alzare da 40 mila a 160 mila il numero dei profughi aventi diritto alla protezione internazionale - Di marco zatterin

 

Bruxelles  - L’attività si è fatta frenetica al punto da essere confusa: succede quando si prende alla fine consapevolezza di una catastrofe così grave come quella migratoria a cui stiamo assistendo da mesi. Piovono proposte e appelli politici anche pesantissimi. Toccherà alla Commissione Ue farle confluire in proposte concrete sulla base delle quali i governi nazionali dei Ventotto dovranno poi deliberare. L’esecutivo comunitario definirà le decisioni martedì a Strasburgo e le formalizzerà mercoledì, dopo che il presidente Jean Claude Juncker avrà dato loto investitura politica nel suo discorso sullo stato dell’Unione. L’intero pacchetto è ancora in discussione. Ma le linee guida sono ormai assodate.  

LA POLITICA   

Dopo la lettera dei due leader socialdemocratici tedeschi di fine agosto, lunedì è stata la volta dei tre ministri degli Esteri di Francia, Germania e Italia. In poche parole, tutti chiedono più condivisione, controlli e registrazioni migliori, rimaptri efficienti, riforma e omogeneizzazione delle regole dell’Asilo in modo da arrivare a una riforma del regolamento di Dublino che impone di restare nello stato di primo approdo. Oggi uscita congiunta franco-tedesca, Hollande e Merkel. Vogliono «un meccanismo permanente e obbligatorio» di quote per i migranti.      

I POCO SOLIDALI   

Il britannico David Cameron afferma di esser pronto ad assumersi le sue «responsabilità morali», ma non elabora. A Bruxelles, il premier ungherese Orban accusa l’Europa e lascia intendere che l’Islam viene fare una guerra di religione. Gli risponde il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, definendosi «profondamente cristiano» e aperto ad aiutare chi ne ha bisogno. I due sono soci del partito popolare europeo che dovrà forse ripensare e regole di adesione.  

I PROVVEDIMENTI   

La Commissione miscelerà l’input politico delle capitali. In queste ore ragiona sull’aumentare da 40 a 160 mila il numero dei migranti aventi diritto alla protezione internazionale che dovranno essere distribuiti su base obbligatoria e secondo criteri precisi (quasi 40 mila per l’Italia, 54 mila all’Unghria, 66,400 dalla Grecia). Martedì chiuderà una proposta sul diritto d’Asilo per emendare il regolamento di Dublino. Si occuperà anche di stilare una lista dei paesi sicuri per i rimpatri e proporrà un rafforzamento dell’agenzia Frontex.      

LA MARINA   

Consenso fra i ministri europei della Difesa riuniti a Lussemburgo (assente Pinotti) per il passaggio alla fase due della missione Eunavfor nel Mediterraneo richiesta dall’alto rappresentante Mogherini. Sinora hanno vigilato e raccolto informazioni sui traffici nelle acque europee, sforando solo per il «search and rescue» (oltre 1500 i salvati). Adesso si potrà andare nelle acque internazionale per controllare ed eventualmente fermare le navi dei contrabbandieri di uomini. Entro settembre. LS 3

 

 

 

 

 

Migranti, Casa Bianca valuta aiuti a Ue. Berlino può accoglierne 500.000 l'anno. Orban: "Accelerare costruzione muro".

 

La Germania prenderà mezzo milione di profughi per più anni. Ma, sottolinea  Schaeuble, "senza nuovi debiti". Il premier ungherese: "Servono più operai alla frontiera". Lunghe code alla stazione di Budapest

 

BERLINO - La Casa Bianca sta valutando aiuti all'Unione europea per fronteggiare l'emergenza migranti. Lo ha dichiarato il portavoce del presidente Barack Obama, Josh Earnest. "La Casa Bianca continuerà a valutare ulteriori azioni - ha affermato - che possono essere intraprese per aiutare i Paesi che stanno sopportando l'urto di questo fardello". In particolare, Washington intende valutare anche la possibilità di accrescere il numero di rifugiati in fuga dalla Siria da accogliere negli Stati Uniti. "L'amministrazione sta attivamente prendendo in considerazione una serie di ipotesi per rispondere maggiormente alla crisi globale dei rifugiati, anche dal punto di vista di una nuova sistemazione dei profughi", ha affermato il portavoce del National Security Council, Peter Boogaard. Il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, in un'intervista alla Cnn ha spiegato che l'emergenza migranti è stata questa mattina al centro "dello staff meeting" a Foggy Bottom, segnalando anche una telefonata tra il capo della diplomazia Usa John Kerry e il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier. "Kerry ha ringraziato la Germania per tutto quello che sta facendo insieme ad altri Paesi - ha detto Kirby - per i rifugiati".

 

La Germania continua il suo impegno nell'accoglienza dei migranti: il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel ha annunciato che Berlino può accogliere 500 mila migranti all'anno per alcuni anni. "Penso che possiamo farcela certamente con mezzo milione di persone, per alcuni anni", ha affermato. "Non ho dubbi, forse anche di più". L'emergenza è una priorità e deve essere superata, ha sottolineato il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, parlando al Bundestag per la presentazione del bilancio 2016, ma ha aggiunto che "vogliamo farlo senza nuovi debiti". Il ministro ha poi insistito sulla necessità di creare 150mila posti per i rifugiati in vista dell'inverno e di perseguire politiche per "l'integrazione, con prospettive di lungo periodo". "Dobbiamo offrire loro un'opportunità, dare un lavoro e istruzione per i loro figli", ha detto Schauble, che poi, in riferimento agli impegni finanziari, ha assicurato ancora: "Siamo nella condizione di poter agire in modo adeguato davanti a questa grande sfida, perché in passato abbiamo lavorato per risanare le finanze dello Stato".

 

Piano Juncker verso approvazione, in forse il suo discorso. Il piano Juncker sulla crisi dei rifugiati ha superato l'approfondito esame del Collegio dei Commissari, che si è riunito a Strasburgo, come riferiscono fonti europee. L'approvazione formale è prevista per domattina, poco prima che il presidente lo presenti alla plenaria del Parlamento Ue nell'ambito del Discorso sullo Stato dell'Unione. Immigrazione e crisi economica saranno i principali temi affrontati dalla Commissione europea: c'è molta attesa per il discorso che domani alle 9 Jean-Claude Juncker dovrebbe tenere a Strasburgo, davanti al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria. C'è in particolare attesa per le parole che il presidente della Commissione dedicherà al tema dei migranti e al piano europeo di redistribuzione dei rifugiati, questione al centro dei negoziati tra gli Stati membri. C'è, però, il dubbio che il presidente della Commissione non sarà presente all'appuntamento, dato che oggi è morta la mamma. Probabilmente l'appuntamento sarà rinviato e forse sarà il primo vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, a leggere il discorso. Dovrebbero essere presentati anche i risultati ottenuti dalla Commissione a dieci mesi di distanza dall'insediamento di Junker.

 

Quote. Il piano della Commissione Ue per la ridistribuzione di 120mila richiedenti asilo in Europa è stato accolto positivamente dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel, che però ha ricordato che è solo un primo passo e che le quote dovranno essere via via aggiornate in base alle circostanze. "È un primo passo importante", ma "ce n'è un altro che bisogna intraprendere perchè il numero di rifugiati non si può determinare nè in Germania né in Svezia, ma è il risultato di circostanze". "Per questo, avremo bisogno alla fine di un sistema aperto di quote", ha sostenuto la Merkel nella conferenza stampa congiunta con il premier svedese, Stefan Lofven, a Berlino.

 

Viminale: "20mila posti". È partita la circolare del Viminale ai prefetti per la pianificazione dell'accoglienza di altri 20 mila immigrati. La distribuzione è sempre per quote regionali che dovranno essere definite entro pochi giorni. I 20 mila nuovi migranti verranno "equamente distribuiti" in base alle intese sottoscritte nel 2014 nell'ambito della conferenza unificata Stato-Regioni. Pochi giorni fa il prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento Immigrazione del Ministero dell'Interno, aveva annunciato che in previsione della nuova circolare ai prefetti si stava valutando la situazione regione per regione.

 

Monito Unhcr a Ungheria: da nuova legge su immigrazione rischio caos. Intanto il premier ungherese Viktor Orban prosegue con la linea dura e ribadisce che bisogna "accelerare" la costruzione del muro al confine con la Serbia, dove servono più operai. La barriera dovrebbe essere pronta entro il 15 settembre. Intanto l'Unhcr avverte che la nuova legge sulle migrazioni ungherese, nata da una modifica in senso restrittivo apportata dal Parlamento di Budapest e che dovrebbe entrare in vigore la prossima settimana, potrebbe causare il caos se non applicata in maniera corretta. "E' importante che l'applicazione di questa legislazione sia corretta...Altrimenti potrebbe portare al caos dopo il 15 settembre al confine", ha detto il direttore dell'agenzia in Europa, Vincent Cochetel. Dopo una relativa calma, ieri alla frontiera non sono mancati momenti di tensione tra i migranti e la polizia, con l'uso, da parte degli agenti, di spry urticanti per fermare le persone che tentavano di sfondare il cordone di sicurezza. Anche alla stazione di Budapest, ieri più tranquilla,   si sono formate di nuovo lunghe code: decine di migranti e profughi tentano di prendere un treno per arrivare al confine austriaco.

 

Ue, per 'opt out' multa di 0,002% Pil. I Paesi che non intendono partecipare alla ripartizione obbligatoria dei profughi dovranno pagare una multa pari allo 0,002% del Pil. È questa, stando a fonti Ue, la cifra proposta dalla Commissione europea per l'opt out, che   sarà possibile solo per un anno e le motivazioni saranno vagliate da Bruxelles. LR 8

 

 

 

 

Fischer: «Orgoglioso del mio paese, rendo onore al coraggio di Angela»

 

L’ex ministro degli Esteri tedesco: «L’Europa deve rimanere fedele ai suoi valori: spero che seguiranno nuovi esempio e un nuovo spirito di solidarietà nell’Unione Europea» - di Paolo Valentino

 

Berlino - «Sono orgoglioso del mio Paese. Quella di Angela Merkel sui rifugiati è stata una decisione giusta e coraggiosa. Con essa si chiude per sempre il dibattito se la Germania sia o meno terra d’immigrazione e d’asilo: la risposta è sì. Ora siamo di fronte a una grande sfida e dobbiamo affrontarla nel modo corretto. Ricordiamoci però che non è stata una scelta dell’Europa, ma del capo del governo tedesco. Spero che inneschi una nuova dinamica anche nell’Unione, non solo sul tema delle migrazioni. Ma i grandi Paesi della tradizione europea — Germania, Francia e Italia — devono ricominciare a lavorare insieme, mostrando la strada agli altri 25». Joschka Fischer ammette di «essere stato sorpreso» dalla nuova svolta della cancelliera, sempre più madre della nazione e ora sulla buona strada per diventare madre d’Europa. Si dice perfino più ottimista di qualche mese fa, l’ex ministro degli Esteri, che nel pamphlet «Se fallisce l’Europa» aveva messo in guardia dal pericolo di una deriva inarrestabile della costruzione comunitaria. Un rischio non esorcizzato del tutto, avverte Fischer: «La crisi greca non è finita. Anzi. Mi auguro che da questo sviluppo nasca una nuova forma di solidarietà. D’altronde non dobbiamo dimenticare che sulla Grecia, di fronte alla ferma posizione presa da Italia e Francia, la cancelliera ha scelto contro il ministro delle Finanze Schäuble, fautore della Grexit, evitando una grave crisi con due storici partner. E forse bisogna riflettere sull’immagine esageratamente negativa di Angela Merkel, affermatasi nell’ultimo anno nel Sud dell’Europa. Lo dico io, che critico la sua politica economica».

Com’è nata la decisione della cancelliera?

«Tutti in Germania e in Europa avevano visto le terribili immagini delle dimostrazioni di Eidenau, in Sassonia, dove una struttura per i rifugiati è stata attaccata da estremisti di destra. C’è stata una mobilitazione della società civile. Queste cose da noi non possono succedere. La politica ha reagito bene. A differenza dell’Italia che vive ogni giorno la realtà drammatica dei profughi, dei morti nel Mediterraneo, la Germania sembrava lontana dall’emergenza. E improvvisamente sono lì, hanno percorso migliaia di chilometri, anche a piedi, per venire da noi. È impressionante».

Cosa ci dice la svolta sulla personalità e la leadership di Angela Merkel?

«È stata una decisione sul modello di quella presa dopo Fukushima, quando in una notte cambiò linea e decise la fine del nucleare. Non credo ci sia molta strategia dietro, piuttosto intuito. Allora furono soprattutto ragioni elettorali. In questo caso è stata motivata da valori umanitari. Per questo mi levo il cappello».

La scelta di Merkel potrebbe danneggiarla all’interno? La Csu bavarese l’ha criticata con forza.

«Non credo rischi nulla, perché si fonda sul consenso della maggioranza dei tedeschi. Anche i bavaresi, a dispetto della Csu, si sono comportati con grande generosità. E poi nella Baviera cattolica un ruolo importante gioca anche papa Francesco, le sue dichiarazioni hanno pesato».

Merkel sta facendo della Cdu il partito della nazione?

«Questa decisione ha cambiato la Germania. Merkel è riuscita a socialdemocratizzare la Cdu, ponendo la Spd in una situazione difficile».

La crisi dei rifugiati è per l’Europa una minaccia esistenziale come quella finanziaria?

«Il tema delle migrazioni tematizza la questione della solidarietà in modo ancora più forte. Se cioè l’Europa rimane fedele o no ai suoi valori, se è solidale o meno. Ho sempre pensato che fosse una tragedia lasciar sole Italia e Grecia a far fronte all’onda dei profughi. Il lavoro svolto dalla Marina italiana nel Mediterraneo è stato indispensabile per salvare migliaia di vite umane ed evitare tragedie più grandi. Ma Roma non può rimanere in eterno da sola. Spero che la Commissione e gli Stati membri trovino ora una risposta comune. Il diritto d’asilo nazionale non funziona più. Le regole di Dublino sono vecchie. La gente continuerà a venire, dal Medio Oriente, dall’Africa, dai Balcani».

Lei è scettico però sulla possibilità dell’Europa di influenzare la soluzione delle cause profonde. Perché?

«Perché sono sfide gigantesche. In Africa abbiamo Stati falliti come la Somalia e la Libia. In Medio Oriente, i conflitti sono troppo complessi perché l’Europa possa riuscire a risolverli. Quello che dobbiamo sicuramente evitare è un coinvolgimento militare».

E quale può essere allora il contributo dell’Europa nella lotta al Califfato?

«L’Isis non nasce dal nulla, è espressione delle crisi mediorientali, uno strumento nella battaglia per l’egemonia. Io credo che non ci sia soluzione diversa da quella che le nazioni coinvolte troveranno insieme fra di loro. Noi europei possiamo solo mettere in campo una più forte azione diplomatica. Certo abbiamo bisogno anche di forza militare».

Per farne cosa?

«L’hard power è sempre meglio averlo e far sapere di averlo anche se non bisogna necessariamente usarlo». CdS 8

 

 

 

 

Profughi e terrore

 

Un agosto tribolato fra terrore e problema migranti,  con il Presidente Mattarella che nel suo messaggio al meeting di Rimini scrive: “l’umanità che mostreremo nell'accogliere i profughi disperati, l'intelligenza con cui affronteremo i fenomeni migratori, la fermezza con cui combatteremo i trafficanti di essere umani saranno il modo con il quale mostreremo al mondo la qualità della vita democratica”; ed aggiunge che dal terrorismo ormai diffuso nel Mediterraneo, in Medio Oriente ed in Africa, si possono cogliere pericolosi germi di un possibile terzo conflitto mondiale.

Domenica prossima, a Sciacca, in provincia di  Agrigento, un convegno discuterà del problema legato a doppio filo dei migranti e del terrorismo; fenomeni assai complessi sia dal punto di vista umanitario che per i risvolti legati alla sicurezza, all’impatto socio-economico, culturale e politico.

Quella migratoria è divenuta emergenza epocale che vede particolarmente esposta l’Italia, ma che coinvolge in misura considerevole anche Grecia, Ungheria e, da qualche tempo, Francia ed Inghilterra.

I Paesi che pesano di più - la Germania, la Gran Bretagna e la Francia - sono ormai investiti direttamente dalla marea migratoria a un livello tale da provocare preoccupanti ricadute sociali e di ordine pubblico.

E poiché ora sono investiti i Paesi che contano (anche Austria, Belgio ed Olanda in varia misura), ieri l’Europa si è finalmente mossa ed il portavoce della Commissione ha dichiarato che quello dei profughi non è: “un problema greco, o italiano, o ungherese o francese, ma una questione europea”.

Nella mattina di ieri,  a Calais, il ministro francese Bernard Cazeneuve e la britannica Theresa May hanno raggiunto un accordo per la gestione comune dell'emergenza sicurezza che sta rendendo la vita impossibile in quella cittadina portuale sulla Manica, dove c'è, di fatto assediato da migliaia di immigrati, l'ingresso francese dell'Eurotunnel sottomarino che conduce in Inghilterra.

Subito dopo, Cazeneuve è partito per Berlino, dove lo attendeva il collega tedesco Thomas De Maizière ed anche lì, si è parlato di comuni politiche migratorie.

In tutto questo darsi da fare spicca di nuovo  l'assenza dell'Italia, che pure continua a ricevere ogni giorno con regolarità centinaia di migranti sulle proprie coste meridionali, come anche della Grecia e dell’Ungheria.

Per loro, a Calais, una pacca sulle spalle: l'impegno a sostenere i centri d'identificazione dove si distinguono i rifugiati dai “migranti economici” e dagli irregolari.

E poco lungimirante ed attenta appare anche la risposta occidentale al dilagante terrorismo, una risposta che tarda a venire e che non può essere altro che quella proposta su Huffington Post da Giorgio Fabretti: una vera, salda e non solo economica, unificazione dell’Occidente in uno Stato che risulterebbe il più esteso e popoloso del pianeta; uno stato basato sui principi di condivisione, pace ed integrazione, che superi i frazionismi  mercantili ed identitari, rendendosi in grado di aiutare  moltitudini di poveri dei luoghi più disagiati ed arretrati del mondo.

Chi pensa si tratti di pura utopia, chi immagina che si sopravvalutino le comunanze culturali dimenticando le differenze,  non ha capito che la tempistica unitaria conta più dei problemi che crea.

Lo dimostra la storia, ce lo dice la grandezza dell’Impero Romano, quando la concessione della cittadinanza a decine di popoli ormai integrati nella medesima sfera di prosperità, creava forza identitaria ed obbiettivi comuni e condivisi.

Insomma, quello che andrebbe fatto è qualcosa di totalmente diverso da ciò che Salvini e Le Pen  chiedono alle democrazie occidentali, che debbono aprirsi, non chiudersi e non solo, come dice a Repubblica Cacciari, per ragioni morali, ma perché, nel mondo attuale,  è totalmente impossibile chiudersi ed i flussi dei migranti sono inevitabili e vanno affrontati con politiche vere e concrete di accoglienza e di integrazione.

Uno Stato Occidentale unico e compatto, infine, può essere l’unico vero interlocutore  nei confronti del movimento amplissimo di rivendicazione di maggiore autonomia forza e potenza da parte della totalità del mondo musulmano,  conseguenza di madornali errori commessi nei loro confronti.

Perché alla base del terrorismo vi è la ricerca di recuperare la colossale catastrofe subita tra Ottocento e Novecento dal mondo islamico, una giusta operazione che vira verso estremizzazioni violente di tipo revanscista e con atti di violenza feroce senza da parte delle frange estreme,  sia dei Fratelli musulmani che dell'Isis. Carlo Di Stanislao, de.it.press 21.8.

 

 

 

 

 

Ue: oltre metà dei profughi tra Germania, Francia e Spagna

 

Germania, Francia e Spagna accoglieranno il 59% dei 120mila richiedenti asilo che si trovano in Italia, Grecia e Ungheria. E' quanto prevede il nuovo schema di distribuzione della Commissione europea, anticipato da fonti di stampa e confermato da una fonte europea. La Germania, secondo il nuovo schema, potrebbe accogliere 31.433 persone, la Francia 24.031 e la Spagna 14.931. Fra le nuove misura che l'esecutivo Ue presenterà mercoledì c'è anche un inasprimento delle misure per il rimpatrio dei migranti.

In particolare, saranno 39.600 i richiedenti asilo che dall'Italia saranno redistribuiti verso gli altri Paesi dell'Unione. Secondo le nuove proposte della Commissione dall'Italia saranno ricollocati altri 15.600 rifugiati, da sommare ai 24.000 già previsti dalla precedente proposta dell'esecutivo Ue. In totale saranno trasferite 160.000 persone, di cui 66.400 dalla Grecia e 54 mila dall'Ungheria. Fra le nuove proposte ci sarà anche la velocizzazione delle procedure per il rimpatrio degli irregolari. L'esecutivo Ue proporrà una lista di Paesi sicuri, in modo da poter valutare più rapidamente le domande dei richiedenti asilo e rimpatriare i migranti arrivati in Europa per ragioni economiche. Fra i Paesi sicuri dovrebbero essere inseriti i Paesi balcanici e la Turchia, mentre non ne faranno parte Marocco e Tunisia.

La Gran Bretagna, da parte sua, accoglierà altri 20mila rifugiati siriani, provenienti dai campi profughi delle Nazioni Unite nei prossimi cinque anni, come ha annunciato in Parlamento il premier britannico David Cameron.

Intanto, fino a 10.000 migranti dovrebbero arrivare in queste ore a Monaco di Baviera attraverso l'affollato precorso ferroviario dell'Ungheria e dell'Austria. Lo ha riferito dalla stazione ferroviaria principale di Monaco Christoph Hillenbrand, governatore dell'Alta Baviera, spiegando che il numero comprende tre treni speciali che arrivano da Vienna con 2.100 persone a bordo. Le autorità bavaresi stanno lavorando per gestire la situazione al meglio ma l'auspicio di Hillenbrand è che alcuni dei treni in arrivo siano state destinate ad altri Stati tedeschi. "Qui siamo al limite", ha detto, dopo un fine settimana in cui quasi 20.000 persone hanno presentato domanda di asilo politico. Di questi circa i due terzi sono stati sistemati all'interno del Land bavarese, lo Stato più grande della Germania.

Intanto la coalizione di governo tedesca guidata dalla cancelliera Angela Merkel ha deciso di destinare 6 miliardi di euro alla gestione della crisi dei migranti cui il Paese sta facendo fronte.

Il pacchetto di misure - concordato al termine di colloqui che si sono protratti nella notte - è suddiviso in una parte equivalente a tre miliardi di euro a livello di bilancio federale e una di 3 miliardi da destinare agli stati e governi locali per gestire in loco l'accoglienza dei migranti.

Colloquio telefonico Renzi-Merkel: "Bene cambio di segno" - Colloquio telefonico questa mattina tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Lo si apprende da fonti di palazzo Chigi. Al centro della conversazione il tema dell'immigrazione in Europa. Grande apprezzamento del premier italiano per le posizioni tedesche e per quelle espresse da alcuni paesi europei in questi giorni sul fenomeno migratorio: "Un cambio di segno e di passo significativo rispetto a soli pochi mesi fa e del quale l'Italia non può che essere felice e orgogliosa", ha commentato Renzi.

Merkel: "Flussi cambieranno il Paese nei prossimi anni - "Lo sconvolgente" flusso di migranti verso la Germania "occuperà e cambierà" il Paese nei prossimi anni. Lo ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha ringraziato i volontari per quello che hanno fatto negli ultimi giorni per i rifugiati, "dipingendo un quadro della Germania che può renderci orgogliosi del nostro Paese". La cancelliera ha poi chiarito che chi ha bisogno di protezione la riceverà, "ma quelli che non hanno possibilità di ricevere asilo saranno rimandati indietro rapidamente". La Germania, ha continuato, parlando in una conferenza stampa, "è un Paese volenteroso nell'accogliere le persone", ma adesso è anche "il momento che l'Europa faccia sentire il suo peso: noi saremo in grado di affrontare queste sfide se faremo affidamento sulla solidarietà europea". Adnkronos 7

 

 

 

 

 

L’ondata di immigrati in continuo aumento

 

Molti restano in Italia facendo lievitare costi, critiche, proposte. Un problema che né l’Onu né l’UE sanno arginare

 

Secondo un portavoce della Commissione Europea, “fra gennaio e giugno di quest’anno, ben 400mila persone” (107.500 solo a luglio), due terzi in più rispetto al 2014, hanno richiesto asilo nel nostro Continente. Dati avvalorati dall’Onu secondo cui nei Paesi dell’Unione le domande di asilo registrate fra gennaio e giugno sono state oltre 437mila. In Germania, nella prima metà dell’anno, le richieste sono state 188.000, il che fa prevedere che a fine 2015 saranno 800 mila. La Serbia ne ha registrato 66 mila richieste, la Grecia 65 mila, la Svezia 33 mila, l’Italia 30 mila, la Francia 29 mila, mentre in Turchia hanno chiesto asilo 57mila persone. Come dire che, entro la fine del 2015, gli arrivi potrebbero essere 1 milione, cifra che di fatto trova impreparata l'Europa la quale, per troppo tempo, ha sottovalutato l'emergenza, tanto da spingere il Ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maiziere, ad invitare l’Unione Europea e i Land, a “cercare soluzioni” in quanto la “crisi migratoria richiede coraggiose azioni congiunte”.

Però, implorare un asilo non significa affatto ottenerlo. Non a caso gli Stati Europei hanno deciso di aiutare l’Italia nelle operazioni di soccorso, ma si rifiutano di accogliere gli immigrati salvati, molti dei quali vorrebbero, invece, poter andare nelle città europee ove vivono familiari o amici: l’Ungheria ha deciso di costruire un muro di 4 metri per bloccare gli ingressi dalla Serbia, senza riuscirci completamente; la Slovacchia ritiene di poter far entrare solo gli immigrati cristiani; la Macedonia ha schierato l'esercito per arginare l'invasione. Non va meglio in Germania, attualmente il Paese con il maggior numero di rifugiati in tutta l'Unione, dove giorni fa circa mille persone si sono scontrate con la polizia dopo che si era diffusa la voce dell'arrivo di 250 migranti, provocando il ferimento di almeno 31 agenti. In Scandinavia trionfano i partiti anti immigrazione, in Svezia gli elettori accordano più preferenze, nei sondaggi, ai Democratici, partito fortemente contrario all'immigrazione, quindi ritenuto, in patria e all'estero, intollerante e xenofobo.

Anche dal sondaggio francese effettuato in aprile dal settimanale Valeurs actuelles risulta che il 68% della popolazione è ostile all’accoglienza degli Africani sbarcati sulle coste italiane ed arrivati, poi, a Ventimiglia dove la polizia italiana e francese ha bloccato chi tentava di varcare il confine, senza però riuscirvi sempre. Idem in Inghilterra che fa bloccare a Calais i 3.000 profughi provenienti dal Sudan, dall’Eritrea, dalla Siria o dall’Afghanistan, desiderosi di andare in Gran Bretagna. Dove molti politici e poliziotti pensano che sia il caso di inviare in Francia le truppe per bloccare il flusso di clandestini, in quanto, secondo i  conservatori, “a Calais la situazione è fuori controllo… perché i Francesi non sono in grado di porre un freno... È giunta l'ora di prendere in considerazione… l'uso dell'esercito. Il popolo britannico si aspetta che le nostre frontiere siano sicure ed il Governo deve fare qualsiasi cosa per riuscirci”. Opinioni ritenute offensive da Harman, leader del partito laburista, trattandosi, ha detto, di “persone e non di insetti”, quindi da aiutare. Un invito alla misericordia espresso pure dalla Cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ha invitato gli Stati dell’UE a “rispettare gli standard minimi di alloggio ed asilo”. E, in Italia, dal segretario della Cei, Mons. Galantino, il quale ha violentemente replicato al leader leghista, Salvini, secondo cui “la carità cristiana deve avere dei limiti”, in quanto "chi difende questa invasione clandestina, che sta rovinando l'Italia, o non capisce o ci guadagna. Non si tratta di essere cattolici o no, si tratta di buonsenso”.

Un battibecco, il loro, piuttosto vivace: da Galantino messo in atto per “un'istanza esclusivamente evangelica”; da Salvini ispirato, a suo dire, da quel sentimento patriottico che lo spinge a chiedere al Capo dello Stato, Mattarella, ed alla Chiesa, “un po' di umanità per gli Italiani massacrati da clandestini e tasse”, dovute anche al costo degli aiuti in mare, del mantenimento dei profughi, delle spese della Magistratura e quant’altro. Il che comporta un dispendio di 103.200.000 euro all’anno a carico dello Stato, cioè dai cittadini, mentre dall’UE riceve solo 557 milioni. Esborso, il nostro, in aumento dato il numero impressionante, superiore a quello del 2014, di immigrati, molti dei quali fuggono da persecuzioni mostruose e da morte sicura, o vengono per convincere gli Europei all’ideologia terroristica dell’Isis e per fare attentati, come quelli riusciti o, per fortuna, frenati negli anni precedenti e nel 2015 a Parigi, Copenaghen e Tunisi. Fatti che rischiano di far scoppiare una terza guerra mondiale. Per evitare la quale serve una soluzione a livello occidentale, finora mancata, senza la quale le nostre democrazie corrono il pericolo di dissolversi. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

L’Europa e l’Immigrazione, Le nuove priorità. La vetta da scalare per Angela Merkel

 

Timoniera nel bene e nel male di tutta la politica europea, Angela Merkel non poteva più rinunciare al suo ruolo sul tema scottante dei flussi migratori. L’atroce morte in Austria di settantuno sventurati è una strage all’interno dell’Europa e all’interno del mondo germanico, non una fatalità «esterna» in quel Mediterraneo che pure continua a mietere un numero ben superiore di vittime. L’opinione pubblica tedesca è scossa come mai prima, e preoccupa che si riaffaccino episodi di xenofobia neonazista. Soprattutto, è ormai evidente anche alla cancelliera che le migrazioni siano destinate a durare e rappresentino per la sopravvivenza dell’Europa una minaccia non inferiore al disordine finanziario.

A Berlino è in corso, tardivamente, la presa d’atto di una nuova priorità squisitamente politica che si affianca a quella vecchia di natura economico-finanziaria: se non gestita con criteri equi l’ondata migratoria darà una forza non più controllabile alle strumentalizzazioni populiste ampiamente presenti nella Ue, e la rotta di collisione tra democrazia elettorale e governabilità finirà per distruggere l’intera costruzione europea. Occorre dunque concepire strategie diverse e urgenti che portino a un sistema unificato del diritto d’asilo, al ritorno delle quote nella ripartizione degli aventi diritto, e forse alla revisione delle regole di Dublino sull’esempio di quanto la cancelliera ha fatto per prima sospendendole a beneficio dei profughi siriani. L a nuova consapevolezza della Germania, che pure non corre i pericoli politici interni della Francia o dell’Italia, è motivo di speranza e deve essere accolta da un benvenuto altrettanto consapevole. Deve esserci chiaro che il nuovo orientamento del governo tedesco rappresenta in concreto l’unica possibilità di arrivare a quei traguardi che l’Italia da tempo insegue, perché è stato ampiamente dimostrato in sede europea che non abbiamo, se non in presenza di momentanee scosse emotive dovute a immani sciagure, il peso necessario per far valere le nostre argomentazioni davanti agli altrui egoismi. Così come si è visto che l’auspicato asse italo-franco-spagnolo non esiste, con Madrid su inattese posizioni anti ripartizione come i Paesi del Nord e dell’Est, e Parigi ondeggiante tra consultazioni privilegiate con Berlino e timori di favorire il Front National.

Dobbiamo, questa volta, affiancarci alla Germania e incoraggiarla nel suo ruolo di leadership, portarle le nostre esperienze e conoscenze per esempio della situazione in Libia ma anche di quella nei Balcani, tentare di favorire una svolta voluta ora anche da Berlino sapendo però che ci sarà battaglia e che le resistenze saranno dure a morire. Per questi motivi abbiamo noi per primi interesse a non dilazionare oltre la fine dell’anno - come peraltro concordato giovedì alla conferenza di Vienna - l’entrata in funzione dei nostri «centri di registrazione», strettamente legati, nella visione della Merkel, ai passi successivi sul diritto d’asilo e sulle quote.

Si può tornare a sperare, se faremo la politica giusta. E tuttavia dobbiamo anche essere lucidi, vedere i limiti della nostra speranza e del nostro impegno a fianco della nuova determinazione tedesca. Angela Merkel è imbattibile in casa, esercita un enorme potere di influenza in Europa, ma sbaglierebbe chi volesse accostarla al Cancelliere di ferro Otto von Bismarck e alla sua capacità di creare in Europa uno stabile sistema di alleanze. Per certi aspetti la Merkel è anzi una Cancelliera d’argilla, perché né l’Europa né il mondo di oggi sono quelli dell’Ottocento. La crisi greca può ancora degenerare. Obama è tutto elogi ma comincia il suo lavoro ai fianchi per confermare a gennaio le sanzioni anti russe sull’Ucraina ben sapendo che la Germania si è esposta con le intese di Minsk II e che un loro fallimento avrebbe un prezzo anche politico per Berlino. La crisi economica non è stata ancora superata del tutto ed ecco che la Cina fa tremare il mondo, soprattutto quei Paesi, come la Germania, che hanno puntato tutto sulle esportazioni rinunciando allo sviluppo della domanda interna.

Sono tempi non facili, anche per Angela Merkel. E la questione dei migranti non li farà migliorare. Basterà il peso tedesco a far rientrare i nazional-egoismi messi scandalosamente in mostra al Consiglio europeo del 25 giugno? Si riuscirà davvero a far passare un sistema di quote obbligatorie e basate su parametri oggettivi sin qui rivelatosi irraggiungibile? Le garanzie che alcuni vedono negli accordi di Dublino potranno davvero essere modificate, e le politiche nazionali sull’asilo rese comuni? Acquisita la scelta di distinguere tra migranti con diritto d’asilo e migranti economici da rimandare a casa, come potranno avvenire respingimenti tanto massicci e tanto costosi, forse con il coinvolgimento di una missione Onu? E come si pensa di impedire che quanti avranno ottenuto asilo e saranno stati assegnati pro quota a un determinato Paese si spostino di loro iniziativa per esempio in Germania, dove già vive oggi la netta maggioranza dei migranti che ce l’hanno fatta?

È bene non perdere di vista questi e altri interrogativi per valutare correttamente la montagna che Angela Merkel ha annunciato di voler scalare, le sue probabilità di successo e di conseguenza anche le nostre. Il confronto che si annuncia non sarà facile, e malgrado l’urgenza non sarà veloce. Ma da oggi esiste una possibilità, che prima aveva dimostrato di non esserci e che l’Italia farà bene a sostenere senza rinunce e senza furbizie. Franco Venturini, CdS 29.8.

 

 

 

 

 

Eurobarometro. L’immigrazione è la maggior preoccupazione dei cittadini Ue

 

Dal novembre scorso un numero crescente di europei dichiara di avere un’immagine positiva dell’Unione europea e la fiducia nella UE è cresciuta. I cittadini europei ritengono inoltre che l’immigrazione sia oggi la sfida più importante cui la UE debba far fronte. Questi sono alcuni dei risultati della più recente indagine Eurobarometro standard pubblicati il 31 luglio 2015.

Per i cittadini, interrogati sulle loro preoccupazioni maggiori, l’immigrazione è ora al primo posto delle questioni citate più frequentemente a livello UE. Con il 38% (+14 punti) essa sopravanza largamente la situazione economica (27%, -6 punti), la disoccupazione (24    %, -5 punti) e le finanze pubbliche degli Stati membri (23    %, -2 punti). È in vetta alle preoccupazioni più frequentemente citate in 20 Stati membri, con picchi a Malta (65%) e in Germania (55%). A livello UE, dal novembre 2014 è anche aumentata notevolmente l’apprensione per il terrorismo (17%, +6 punti).

Quasi tre quarti delle persone intervistate si dichiarano favorevoli a una politica comune europea in materia di migrazione (73%, +2% rispetto all’autunno 2014). Un intervistato su cinque (20%) si dice invece contrario, e gli altri non danno alcuna risposta (7%).

Il consenso nei confronti di una politica comune sulle migrazioni è più ampio nei Paesi Bassi (85%), in Germania (84%), a Malta (84%), in Lituania (82%), in Lussemburgo (82%) e in Spagna (81%), ed è invece più basso – ma pur sempre maggioritario – in Repubblica Ceca (52%), in Estonia (53%), in Finlandia (57%) e in Austria (58%).

Rispetto alla precedente rilevazione, Il consenso nei confronti di una politica migratoria comune è aumentato in 12 paesi: Germania (+9%), Svezia (+8) Croazia (+7).

In Italia si dice favorevole a una politica comune sulle migrazioni il 73% degli intervistati (stessa percentuale che nell’autunno 2014).

Tale consenso verso una politica europea sulle migrazioni sembra però essere più di carattere difensivo che per favorire l'integrazione dei migranti. L'immigrazione di cittadini extra-comunitari evoca infatti reazioni negative nel 57% degli intervistati europei e nel 75% di quelli italiani. Quanto poi all'immigrazione clandestina proveniente da Paesi extra-Ue, il 91% degli italiani e l'82% degli europei chiede che siano adottate ulteriori misure per contrastare il fenomeno.

Restringendo il campo all'immigrazione regolare di cittadini Ue in altri Paesi membri, la maggioranza del campione europeo la interpreta come qualcosa di positivo (52%), con picchi dell'82% in Svezia e del 76% in Finlandia. In Italia, invece, la maggioranza del campione vi vede qualcosa di negativo (56% del totale). In Francia e in Germania, rispettivamente il 51% e il 50% degli intervistati sono favorevoli all'immigrazione di altri cittadini Ue. In Spagna e Polonia, i giudizi positivi salgono al 64% e al 61%. In Gran Bretagna, come in Italia, prevalgono invece i contrari (52%). OssInca, Agosto 2015

 

 

 

 

 

La sfida che la Merkel deve vincere (subito) o si troverà sola in Europa

 

L’emergenza dei profughi e la reazione politica della Germania - di Danilo Taino gli argomenti

 

Nemmeno per Angela Merkel la rivoluzione - dei rifugiati - che ha annunciato in questi giorni sarà un pranzo di gala. Ieri, Monaco e Amburgo gliel’hanno fatto sapere. La capitale bavarese era al limite, a rischio collasso, con quasi diecimila profughi arrivati in un solo giorno. Oggi, il fiume continuerà. La città ha chiesto aiuto, pur di sveltire le operazioni di partenza. Già da ieri sera treni e bus sono partiti e oggi altri partiranno: per Amburgo, Berlino, Colonia, tutto il Paese. Altri rifugiati hanno per meta la Svezia. La previsione è che in Germania arrivino, nel week-end, 40 mila persone. Anche l’organizzazione logistica tedesca è sotto serio stress. L’entusiasmo mostrato nei giorni scorsi dai cittadini di tutto il Paese, Baviera in testa, sta dando segni di cedimento.

Ad Amburgo, sempre ieri, erano previste due manifestazioni a favore dei rifugiati. Una, però, è finita in guerriglia urbana, con la scusa di impedire un corteo di anti-immigrati che in realtà era stato vietato. Scontri anche a Brema. Frau Merkel e il suo governo hanno aperto i cancelli ai rifugiati e questi ora arrivano a frotte. Nel medio e lungo periodo il problema di integrarli sarà portentoso: case, scuole, posti di lavoro e soprattutto integrazione nelle comunità locali, che è ben più facile a dirsi che a farsi. Ora, però, l’emergenza è rispondere alle ondate di arrivi, che sembrano avere sorpreso anche le autorità. Non è solo questione di organizzazione logistica: è questione di politica. Ogni inefficienza sarà usata in Germania per criticare l’apertura della cancelliera; e in Europa per dire, da parte di alcuni Paesi, che la sua scelta è stata sbagliata e va ribaltata, comunque non fatta diventare politica della Ue. Frau Merkel deve vincere subito la sua sfida: se la Germania desse l’idea di non farcela, nessuno la seguirebbe. La cancelliera ha messo in gioco molto. Davvero molto. CdS 13

 

 

 

 

Nel 2014 crescono del 3,6% gli italiani residenti all’estero

 

In una collettività italiana che ormai vanta più di 5 milioni di persone nel mondo rimane all’Argentina il primato della comunità più numerosa. Rispetto al 2013 aumentano del 9% le richieste di passaporto, ma calano del 2, 7% quelle per la Carta di Identità

 

ROMA – Dall’Annuario Statistico della Farnesina 2015 emergono interessanti dati sugli italiani all’estero. Nella pubblicazione si evidenzia come nel 2014 crescano del 3,6% gli italiani residenti nel mondo, superando la soglia dei 5 milioni (5.003.908 registrati nelle anagrafi consolari). In questo contesto rimane invariata, rispetto al 2013 la classifica numerica della maggiori comunità italiane all’estero. Al primo posto troviamo la collettività residente in Argentina (868.265) che viene seguita dalle comunità italiane in Germania (721.604), Svizzera (594.899, Brasile (431.847), Francia (382.832) e Belgio (268.807). Gli aumenti più sostenuti di connazionali li troviamo in Brasile (+5,9%), nel Regno Unito (+5,7%), dove la comunità conta 248. 262 unità e negli Stati Uniti (+4,9%) su una collettività di 241.109 persone. Un ampliamento della comunità italiana all’estero, registrata nei principali Paesi di residenza, che per gli autori dell’Annuario, riflette l’emersione di trasferimenti operati in anni precedenti, una maggiore mobilità internazionale e l’esito favorevole di procedure di riconoscimento di cittadinanza avviate da tempo e concluse nel 2014. Di pari passo con la crescita delle nostre comunità va l’aumento di alcuni servizi consolari. I passaporti, ad esempio, con 286.369 rilasci aumentano del 9,3% rispetto al 2013, come anche si registrano elevati livelli di attività notarili svolte dalla rete consolare nel 2014 (22.096 atti). In contro tendenza il rilascio delle Carte di Identità che calano del 2,7%.

Crescono inoltre gli interventi a tutela degli italiani all’estero sia di tipo emergenziale, connessi all’Unità di Crisi, sia di natura strettamente consolare, e come tali coordinati dalla direzione generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie. Nel 2014 sono cresciuti dell’11% gli interventi di protezione consolare (45.452, rispetto ai 40.807 del 2013), in particolare nell’ambito delle ricerche di connazionali scomparsi, mentre l’unità di crisi ha coordinato complessivamente 1.093 interventi, fra i quali spiccano 104 collegati ad attentati e 5 evacuazioni. Calano invece rispetto al 2013 del 4,1% le risorse impegnate nel 2014 per le iniziative di assistenza sociale in favore di italiani indigenti residenti all’estero.    

Nell’Annuario si ricorda inoltre come nel 2014 , a seguito di provvedimenti legislativi, sia diminuito, rispetto al 2013, da 124 a 111 il numero dei Comites. Dalla pubblicazione vengono forniti anche dati sui detenuti italiani all’estero. Nel     2014 erano 3.309 i connazionali prigionieri nel mondo , dei quali il 79% (2.610) in Unione Europea e 425 nelle Americhe. Per quanto riguarda i minori contesi il Maeci nel 2014 ha affrontato 192 casi, mentre le situazioni di sottrazione internazionale trattate sono state 231, con 77 nuovi casi nel 2014, dei quali 10 riferiti alla Romania, 6 al Brasile, 5 al Marocco e 5 agli Stati Uniti.

Nel 2014 sono inoltre aumentati del 4% i visti di ingresso per l’Italia. Sono stati rilasciati dalle nostre sedi all’estero     2.216.330 visti . In questo ambito rimane l’area extra-Ue quella di maggior peso (49%), seguita dal 29% dell’Asia e dal 12% di Mediterraneo e Medio oriente. La federazione russa si conferma il primo paese in assoluto per numero di visti richiesti e rilasciati (824.106), segue la Cina (391.692) , la Turchia (149.269) e l’India (86.231). Rispetto al 2013 figurano sempre al primo posto i visti per turismo (81%), che sono aumentati nel 2014 del 9%. Si registra invece una flessione del 7% nella categoria dei visti per affari (186.452 al 31.12.2014), seguita dai visti rilasciati per motivi familiari, per studio e per lavoro subordinato, ugualmente in diminuzione. Sono invece in aumento del 6% nel 2014 sia i visti per motivi religiosi (8.965), che quelli per gara sportiva (5.317), nonché del 2% per ricerca. Rispetto ai nostri principali partners Ue, l’Italia si conferma il secondo paese per numero di visti rilasciati dopo la Francia (2.790.654), mantenendo la posizione precedente alla Germania (2.154.741). (Inform 23)

 

 

 

 

 

Commissione europea. Ue: le novità nel team di Juncker

 

Trecento Giorni di Commissione Juncker: una soglia ormai prossima, dopo quasi dieci mesi difficili per l’Unione e le sue Istituzioni, tra ‘caso Grecia’ persistente ed ‘emergenza immigrazione’ ricorrente, senza contare le crisi ai confini dell’Europa, dall’Ucraina alla Libia.

 

Entrata in carica il 1° novembre 2014, nei tempi previsti, l’attuale Commissione europea, l’Esecutivo dell’Ue, ha caratteristiche che la rendono differente dalle precedenti:

 

1) è composta da ‘pesi massimi’ della politica nazionale, perché conta nelle sue fila - i dati sono ufficiali - nove ex premier o vice- premier e 19 ex ministri, di cui tre ex ministri degli Esteri - uno è l’italiana Federica Mogherini -; sette ex commissari e otto ex parlamentari europei;

 

2) ha una struttura di lavoro inedita che si riflette pure nella distribuzione degli uffici al Berlaymont, il palazzo a stella di cristallo che è il cuore dell’Esecutivo comunitario.

 

La struttura e le priorità

Il presidente Jean Claude Juncker, lussemburghese, i suoi sette vice e i 20 commissari sono ripartiti in cinque ‘project teams’:

 

1) politica estera, con il motto ‘un attore globale più forte’, guidato proprio dalla Mogherini, che è l’Alto Commissario per la politica estera e di sicurezza europea e, come tale, è automaticamente vice-presidente dell’Esecutivo;

2) l’economia, con lavoro, crescita e investimenti, guidata dal finlandese Jyrki Katainen;

3) l’Unione economica e monetaria, che va approfondita e la cui governance deve essere migliorata, guidata dal lettone Valdis Dombrovskis;

4) il mercato unico anche digitale, guidato dall’estone Andrus Ansip;

5) l’energia e il clima, guidato dallo slovacco Maros Sefcovic.

 

Gli obiettivi di partenza della Commissione erano - e restano - ambiziosi: le finalità sono migliorare la vita dei cittadini, riavvicinare l’Europa ai cittadini e restaurare la fiducia nell’Unione.

 

“Per farlo e per attuare il cambiamento - spiegava recentemente Lucio Battistotti che è stato a lungo rappresentante in Italia della Commissione -, l’Esecutivo Juncker è aperto alle riforme e la sua organizzazione è stata rivista in modo da potersi concentrare sulle grandi sfide politiche che l'Europa si trova ad affrontare: reinserire le persone in posti di lavoro dignitosi, stimolare maggiori investimenti, assicurare nuovamente prestiti bancari all'economia reale, creare un mercato digitale connesso, realizzare una politica estera credibile e assicurare l'indipendenza dell'Europa in materia di sicurezza energetica”.

 

Le indicazioni contenute in questo pezzo sono largamente riprese da una ‘lezione’ di Battistotti. Dieci le priorità della Commissione Juncker esplicitamente individuate e così formulate:

 

1. Un nuovo impulso all'occupazione, alla crescita e agli investimenti

2. Un mercato unico digitale connesso

3. Un'Unione dell'energia resiliente con politiche lungimiranti in materia di cambiamenti climatici

4. Un Mercato interno più profondo e più equo con una base industriale più solida

5. Un'Unione economica e monetaria più profonda e più equa

6. Un accordo realistico e equilibrato di libero scambio con gli Stati Uniti

7. Uno spazio di giustizia e di diritti fondamentali basato sulla reciproca fiducia

8. La definizione e la realizzazione di una nuova politica della migrazione

9. Un ruolo più incisivo a livello mondiale

10. Un'Unione di cambiamento democratico.

 

Inoltre, la Commissione Juncker lavora a migliorare la capacità di portare avanti un dialogo politico con interlocutori nazionali e internazionali e di essere - recita uno slogan - “grandi sulle cose grandi e piccoli sulle piccole”, cioè di muoversi in modo duttile ed efficace.

 

Come cambia la comunicazione

Dopo aver vissuto uno dei periodi più travagliati della sua storia, con gli Anni della Crisi dal 2008 al 2013 almeno, una delle maggiori sfide dell'Unione europea è convincere i cittadini che le cose stanno cambiando in meglio e possono ancora farlo. Ci si muove dunque con trasparenza sia all’interno che all’esterno, con un servizio d’informazione più snello.

 

Le priorità politiche corrispondono a priorità di comunicazione. E la DG Comunicazione opera ora sotto la diretta responsabilità del presidente Juncker, insieme al Servizio del Portavoce (Spp), che ne è parte integrante: l’Spp è stato ridotto della metà e completamente riorganizzato e rinnovato rispetto all’Esecutivo Barroso II.

 

È uno dei cambiamenti radicali della struttura interna alla Commissione che Juncker ha fortemente voluto con l’obiettivo di rendere le decisioni dei commissari più collegiali, frutto d’un vero gioco di squadra coerente con obiettivi e priorità del proprio mandato.

 

Il servizio stampa rispecchia anche la volontà del presidente di riprendere l’iniziativa politica e tornare in pieno al metodo comunitario, rispetto all’approccio intergovernativo che ha prevalso negli ultimi anni.

 

I portavoce rappresentano l’intera Commissione e non più i singoli commissari. Ognuno di loro si occupa di diverse politiche e di diversi settori. Della precedente struttura restano gli addetti stampa, uno per portafogli, che assistono i portavoce e parlano con i giornalisti solo off the record.

 

Un’altra innovazione riguarda i gabinetti dei commissari, con un addetto ai rapporti con i media, specie quando si tratta di accompagnare il commissario nelle trasferte - anche in questo caso, parlando con la stampa solo off the record.

 

I nuovi portavoce abilitati a esprimersi on the record alla stampa sono in tutto 17. Il vertice è costituito dal capo del servizio, Margaritis Schinas, greco, ex parlamentare europeo (Ppe) e funzionario di lungo corso della Commissione; da due vice e due coordinatori. L’unico italiano è Enrico Brivio, 54 anni, ex capo redattore centrale ed ex corrispondente da Bruxelles del Sole 24 Ore. Brivio si occupa di Ambiente, Affari marittimi e Pesca e di Salute e Sicurezza alimentare.

 

Primi risultati

Naturalmente, siamo solo all’inizio di un percorso disegnato per cinque anni. Ma qualche risultato è già stato conseguito. Il piano Juncker ad esempio è stato presentato, a metà gennaio: un programma d’investimenti da 21 miliardi (che devono diventare 315) per innervare e rivitalizzare l’economia reale europea.

 

In parallelo, sono state definite nuove linee guida per introdurre spazi di flessibilità nella gestione del Patto di Stabilità e di Crescita, così da stimolare le riforme e gli investimenti E, tra primavera ed estate, sono arrivate le proposte per l’Unione dell’Energia, il mercato unico digitale, la politica dell’immigrazione. E, quel che più conta, soffia sull’Unione un vento economico di relativo ottimismo.

Giampiero Gramaglia, consigliere per la comunicazione dello IAI. Aff.int. 24.8.

 

 

 

 

 

Più di 5 milioni di iscritti nelle anagrafi consolari

 

ROMA - Sono 5.003.908 gli italiani all’estero registrati nelle anagrafi consolari. Il dato emerge dall’Annuario 2015 del Ministero degli Esteri, presentato questa mattina alla Farnesina.

Nel capitolo dedicato ai connazionali, il Ministero conferma che anagrafe consolare e servizi nel 2014 sono cresciuti del 3,6%: gli italiani residenti all’estero superano la soglia dei 5 milioni (5.003.908 registrati nelle anagrafi consolari).

Rimane “sostanzialmente invariata” rispetto al 2013 la distribuzione della maggiore presenza delle comunità italiane all’estero (le più numerose sono in Argentina, Germania, Svizzera, Brasile, Francia e Belgio), con incrementi più sostenuti in Brasile (+5,9%), Regno Unito(+5,7%) e Stati Uniti(+4,9%).   

L’ampliamento della comunità italiana all’estero – si legge nell’Annuario – “riflette l’emersione di trasferimenti operati in anni precedenti, la maggiore mobilità internazionale e l’esito favorevole di procedure di riconoscimento di cittadinanza avviate da tempo e concluse nel 2014”.

All’aumento dei connazionali corrisponde l’aumento di alcuni servizi consolari: ad esempio,nel 2014 sono stati emessi 286.369 passaporti (+ 9% rispetto al 2013) ed è aumentata l’attività notarile svolta dalla rete consolare (22.096 atti).

INTERVENTI IN SITUAZIONI DI EMERGENZA

Gli interventi effettuati a tutela degli italiani all’estero sono sia di natura strettamente consolare, e come tali coordinati dalla Direzione generale per gli Italiani all’estero e le Politiche Migratorie, sia connessi alle situazioni di emergenza, coordinati quindi dall’Unità di Crisi in contesti di rischio.

Nel 2014 sono cresciuti dell’11% gli interventi di protezione consolare (45.452, rispetto ai 40.807 del 2013), in particolare nell’ambito delle ricerche di connazionali scomparsi, mentre l’Unità di Crisi ha coordinato complessivamente 1.093 interventi, fra i quali spiccano 104 collegati ad attentati e 5 evacuazioni.

DETENUTI ITALIANI ALL’ESTERO E MINORI CONTESI

Nel 2014 erano 3.309 i connazionali detenuti all’estero, dei quali il 79% (2.610) in Unione Europea.

La materia dei minori contesi mostra le rilevazioni inerenti le differenti tipologie di assistenza prestata dal MAeci (192 casi nel 2014), nonché i casi di sottrazione internazionale trattati (231).

Sono stati 77 i nuovi casi nel 2014, dei quali 10 riferiti alla Romania, 6 al Brasile, 5 al Marocco e 5 agli Stati Uniti.

VISTI DI INGRESSO IN ITALIA

Anche nel 2014 aumentano (+4%) i visti di ingresso rilasciati dalle nostre sedi all’estero per un numero totale di 2.216.330. Nell’analisi per provenienza geografica, è sempre l’area extra-ue quella di maggior peso (49%), seguita dal 29% per l’Asia e dal 12% per il Mediterraneo e Medio Oriente. La Federazione Russa si conferma il primo paese in assoluto per numero di visti richiesti e rilasciati, seguita da Cina, Turchia e India.

Al primo posto ci sono i visti per turismo (81%), aumentati nel 2014 del 9%. Si registra invece una flessione del 7% nella categoria dei visti per affari (186.452 al 31.12.2014), seguita dai visti rilasciati per motivi familiari, per studio e per lavoro subordinato, ugualmente in diminuzione. Sono invece in aumento del 6% nel 2014 sia i visti per motivi religiosi (8.965) che quelli per gara sportiva (5.317), nonché del 2% per ricerca. Rispetto ai nostri principali partners Ue, l’Italia si conferma il secondo Paese per numero di visti rilasciati dopo la Francia (2.790.654), mantenendo la posizione precedente alla Germania (2.154.741). (aise)   

 

 

 

 

 

Piano nazionale d’azione contro il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza

   

ROMA -     Il Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti ha illustrato al Consiglio dei ministri il Piano nazionale d’azione contro il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza, elaborato sulla base di quanto disposto dai decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215 e n. 216. Il Piano è il frutto di un percorso in cui sono stati coinvolti, oltre all’apposito Gruppo Nazionale di Lavoro, di cui fanno parte 85 associazioni, i ministeri competenti in materia (Lavoro, Interno, Istruzione, università e ricerca, Salute, Affari regionali, Infrastrutture e trasporti, Politiche agricole, alimentari e forestali), le Regioni, gli enti locali e le parti sociali.

Il Piano rappresenta il primo esempio, a livello nazionale, di programma pluriennale interdisciplinare di interventi che coinvolgono le competenze di varie Amministrazioni e della società civile, per rendere effettivo il principio di parità di trattamento e non discriminazione fra le persone.

L’obiettivo principale del piano consiste nell’individuazione delle aree prioritarie su cui focalizzare l’attenzione per promuovere, nel prossimo triennio, azioni specifiche per prevenire e/o rimuovere le discriminazioni. Avvalendosi in primo luogo dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), si vuole offrire un supporto alle politiche nazionali e locali in materia di prevenzione e contrasto al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza, nel rispetto degli obblighi assunti a livello internazionale ed europeo, secondo i principali obiettivi dell’Asse “Lavoro e occupazione”:

1) Raccogliere dati per il monitoraggio delle discriminazioni in ambito lavorativo; 2) Incentivare l’adozione di politiche di diversity management e di contrasto alle discriminazioni da parte delle aziende pubbliche e private. 3) Promuovere l’eliminazione delle barriere nell’accesso all’occupazione per le persone a rischio di discriminazioni, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. 4) Promuovere la conoscenza dei meccanismi di conciliazione e migliorare l’accesso alla giustizia per le vittime di discriminazioni. 5) Effettuare indagini statistiche sull’accesso al lavoro e sulle condizioni di lavoro delle persone a rischio di discriminazione. 6) Promuovere i principi dell’uguaglianza sul lavoro. 7) Favorire la formazione professionale delle persone a rischio di discriminazione per favorire il loro inserimento o reinserimento lavorativo. 8) Favorire la costituzione di aziende start-up, incluse le società cooperative, da parte di persone a rischio di discriminazione. 9) Promuovere il ruolo attivo dei Centri per l’impiego nella lotta alle discriminazioni. 10) Promuovere l’utilizzazione dei fondi paritetici interprofessionali. 11) Monitorare gli effetti del Jobs Act in materia di discriminazione. 12) Favorire il ruolo del Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni. (Inform 7)

   

 

 

L’emergenza profughi. Migranti, nuovo record di arrivi. 13 mila alla stazione di Monaco. Berlino: «Totale fallimento Ue»

 

Ma il primo ministro Orban insiste sulla linea dura: accelerata la costruzione

del muro antiprofughi su ferrovia. In Grecia ancora tragedia: 10 morti in mare

 

Arrivi record in Germania (13 mila sabato sono ospitato nella stazione di Monaco) Austria e Ungheria (qui sono oltre 4 mila migranti e profughi giunti nelle ultime ore dalla Serbia). E in Grecia, poco lontano dalla costa turca, altra tragedia: naufraga barcone. Morti in 10, tra cui un bimbo. A Berlino intanto il ministro dei Trasporti tedesco, Alexander Dobrindt della Cdu denuncia il «fallimento completo» dell’Ue nel proteggere le sue frontiere esterne, alla luce degli immensi flussi di migranti degli ultimi giorni. «Misure efficaci sono necessarie per fermare questo flusso», ha dichiarato , «questo include l’aiuto per i Paesi dove i rifugiati stanno fuggendo e un controllo efficace delle nostre frontiere che non funziona più visto il completo fallimento dell’Ue nel proteggere i suoi confini».

Monaco, «raggiunto il limite massimo»

Alla stazione di Monaco in queste ore gli arrivi si moltiplicano. Con i 12.200 richiedenti asilo nella sola giornata di sabato la città tedesca è ormai al limite della capacità di accoglienza. Lo ha riferito un portavoce della polizia locale. «Oggi aspettiamo altre centinaia di profughi», ha affermato il portavoce, «è molto chiaro che abbiamo raggiunto il limite massimo della nostra capacità».

Migliaia di arrivi dall’Ungheria

Secondo i media a Belgrado nei centri di raccolta alla frontiera si allestiscono in continuazione nuovi posti letto per i profughi. Ieri 6.600 migranti e profughi sono entrati in Austria dall’Ungheria, al posto di confine di Nickelsdorf. Nel darne notizia, il portavoce della polizia austriaca Helmut Marban ha aggiunto che nel corso della notte si prevedevano tra i 3mila e i 5mila nuovi arrivi. Oltre 12 mila migranti e profughi sono giunti nella sola giornata di ieri a Monaco di Baviera, dove la situazione in fatto di accoglienza comincia a farsi critica. Le autorità hanno fatto appello agli altri Laender ad accogliere più migranti.

Le proteste contro la politica di Orban

E tra Ungheria e Austria il clima è sempre più teso: l’Ungheria ha convocato l’ambasciatore austriaco per protestare contro le critiche del cancelliere austriaco che ha evocato le deportazioni naziste parlano della politica ungherese verso i migranti: l’Ungheria negli ultimi giorni ha infatti accelerato la costruzione del muro anti-profughi al confine con la Serbia anche lungo la linea ferroviaria. Per il ministro degli Esteri Peter Szijjarto i commenti sono «totalmente indegni di qualsiasi leader politico europeo». Anche a Budapest ci sono state manifestazioni per esprimere solidarietà ai migranti e contestare le politiche del premier Viktor Orban. Gli attivisti hanno anche raccolto firme per un referendum abrogativo delle misure decise da Orban mentre i manifestanti brandivano cartelli e slogan scandendo «non in mio nome» o «I rifugiati sono questione di solidarietà non una campagna politica». CdS 13

 

 

 

 

La Germania sospende Dublino per farsi carico dei rifugiati

 

BRUXELLES - "Sul territorio tedesco arrivano illegalmente, dopo avere attraversato diversi Stati europei. Berlino potrebbe liberarsene facilmente, rispedendoli nel primo Paese di arrivo che, così come previsto dal regolamento di Dublino, è quello preposto a trattare la loro domanda di asilo. La Germania, invece, ha deciso di fare tutto il contrario: poco importa da dove arrivino, il Paese si farà carico dei rifugiati siriani". A riferire della decisione di Berlino di sospendere i vecchi accordi di Dublino per accogliere chi fugge dalla Siria, è anche Eunews, portale d’informazione diretto da Lorenzo Robustelli a Bruxelles. A firmare l’articolo è Letizia Pascale.

"In tema di immigrazione, Berlino continua a mostrare una disponibilità all’accoglienza estranea alla maggior parte degli Stati europei e, in un periodo in cui la tentazione è quella di sospendere Dublino per evitare i rientri (ci aveva pensato ad esempio l’Ungheria), fa la mossa esattamente opposta: sospende l’applicazione delle regole europee per non essere costretta a rimandare indietro i profughi giunti nel Paese.

L’ufficio federale per l’immigrazione e i rifugiati lo ha comunicato con un documento interno datato 21 agosto: per i cittadini siriani le procedure di Dublino già avviate devono essere annullate, in modo che la Germania diventi lo Stato responsabile del trattamento delle loro richieste. Annullati anche gli ordini esecutivi di ritorno verso altri Paesi europei. Le richieste di asilo dei profughi siriani seguiranno immediatamente la procedura ordinaria, senza ulteriori indagini su come i migranti siano giunti su suolo tedesco.

Una disponibilità che non è affatto dovuta ad una scarsa pressione migratoria subita fino ad ora da Berlino. Da anni la Germania è il Paese europeo che registra il maggior numero di richieste di asilo e per il 2015 la situazione è ancora più pesante: secondo le stime del governo, entro fine anno, il Paese riceverà 800 mila domande, un numero esorbitante, più del doppio di quanto atteso. E anche la popolazione comincia a farsi sentire, come dimostrato dai duri scontri andati in scena in questi giorni nella città di Heidenau durante le proteste per l’arrivo dei migranti. Ma il governo tedesco non si fa fermare e, dopo avere invocato insieme al presidente francese Hollande, una risposta europea più efficace, comincia facendo la sua parte.

Bruxelles fa sapere di essere stata informata e prende atto di buon grado della decisione di Berlino: "Accogliamo con favore questo atto di solidarietà europea", commenta la portavoce della Commissione europea, Natasha Bertaud. "Il regolamento di Dublino – spiega – consente che uno Stato membro che non è il primo punto di accesso esamini comunque la domanda di asilo. Si tratta di attivare la "clausola di sovranità", la Germania l’ha già usata in più di 2 mila casi quest’anno". Un modo per "non lasciare gli Stati membri di frontiera" che all’esecutivo comunitario, tanto che l’intenzione, sottolinea la portavoce, è quello di "proporre un’eccezione strutturale a Dublino nella forma di un meccanismo di ricollocamento permanente che può essere attivato in qualsiasi momento". Ma a sostenerlo, Germania a parte, si rischia che siano davvero in pochi". (aise 26)  

 

 

 

 

Migranti: l’emergenza in Europa

 

Austria e Germania aprono frontiere Monaco: l’inno Ue accoglie i migranti |

Lacrime e gioia alla Stazione Centrale della capitale della Baviera dove i tedeschi stanno applaudendo l’arrivo dei profughi. La cancelliera Merkel: «Non c’è limite alle richieste di asilo, siamo un paese sano e possiamo farlo». Altri arrivi a Vienna

 

L’inno dell’Europa. Quello della Germania. Lacrime e pianti a fiumi. Gioia incontenibile frammista a commozione. La Grande Marcia, quell’odissea umiliante che ha mescolato assalti a treni, attese estenuanti, insulti, offese, lo spray urticante, muri, barriere, filo spinato, i lunghi e dolenti passi sulla corsia d’emergenza di un’autostrada che collega due capitali, Budapest e Vienna, finisce come non te l’aspetti. Tra gli applausi scroscianti di tanti tedeschi che affollano la stazione di Monaco di Baviera. Qui hanno accolto l’arrivo di centinaia di migranti scesi dal treno. La folla ha cantato a squarciagola l’inno europeo e gridato più volte «Germania, Germania». Tra i cittadini tedeschi alla stazione ci sono anche molti immigrati residenti, in particolare turchi e altri rifugiati, soprattutto siriani, che hanno ottenuto l’asilo. Un gruppo di signore all’arrivo di migranti è scoppiato in lacrime. Hanno spiegato di aver ospitato fino alla scorsa settimana una famiglia di profughi siriani: «Stanno vivendo un dramma epocale».

 

A piedi, in pullman, in treno. Il tutto in una giornata in evoluzione. Dove i problemi e le contraddizioni legati a un esodo epocale, questo è evidente, restano innumerevoli. «L’apertura» di Budapest che venerdì sera ha messo a disposizione dei bus per fermare la marcia sull’autostrada è durato una manciata di ore. L’Ungheria non manderà altri pullman per accompagnare i migranti al confine con l’Austria. Lo ha ribadito il capo della polizia ungherese Karoly Papp in una conferenza stampa nonostante venerdì altre centinaia di profughi siano partiti da Budapest a piedi verso il confine austriaco. Papp ha spiegato che la decisione presa ieri dal governo di mettere a disposizione 90 pullman non si ripeterà: «Non manderemo altri veicoli per i migranti» che si sono messi in marcia oggi, ha detto. Alcuni migranti erano stati presi alla stazione Keleti a Budapest. Il primo autobus è arrivato sul confine austriaco a Hegyeshalom dopo le 2 di notte, lasciando i migranti al confine, dentro il territorio ungherese.

Sotto una pioggia battente, i migranti hanno cominciato ad attraversare la frontiera a piedi. Ad attenderli hanno trovato cibo e bevande calde. Più tardi, sono stati accompagnati nelle strutture di accoglienza.

Secondo la polizia austriaca già in quattro mila avrebbero attraversato il confine dall’Ungheria. I primi 3mila migranti sono arrivati a Vienna nella tarda mattina di sabato, accolti dalla scritta «welcome» e da volontari e normali cittadini. Se ne attendono almeno altri mille, mentre i treni da Salisburgo sono arrivati a Monaco nel primo pomeriggio di sabato. La Germania stima di accogliere sabato fino a 10mila profughi. Ad accogliere i profughi alla frontiere tra Austria e Ungheria c’era anche il cardinale di Vienna, Christoph Schonborn. «Si può vedere in faccia alla gente, il sollievo per essere arrivati qui», ha commentato Schonborn. «Credo che la scossa è stata la morte di 71 profughi, penso che molte persone hanno pensato che tutto questo è insopportabile. Altri semplicemente sono mossi da un’umanità semplice, perché hanno le stesse paure, preoccupazioni, speranze». Il cardinale Schonborn - sempre secondo le informazioni diffuse dalla diocesi austriaca - ha anche incontrato il ministro dell’Interno Johanna Mikl-Leitner, per fare un quadro sulle misure di assistenza.

 

Nuovo assalto a Budapest, Orban: «Sì a esercito» - Ma appunto: in Ungheria l’emergenza resta tutta. Nella tarda mattinata di sabato si registra un nuovo assalto alla stazione ferroviaria di Budapest da parte di migranti diretti in Austria e in Germania. Le immagini delle tv locali mostrano diverse centinaia di persone che si affollano sulle banchine tra i binari della stazione Keleti. Altre marce sono in corso. Alcune centinaia di persone avrebbero quindi deciso di proseguire a piedi per Vienna. «Non si tratta di 150.000 migranti in arrivo, che qualcuno vuole suddividere in quote, e nemmeno di 500.000, una cifra di cui ho sentito parlare a Bruxelles. Ne sono in arrivo milioni, e poi decine di milioni, perché il flusso dei migranti è senza fine», ha detto in conferenza stampa il primo ministro d’Ungheria, l’ultra-conservatore Viktor Orban, il quale ha subito ribadito di avere pronta quella che a suo dire rappresenta la soluzione: «I grandi cambiamenti», ha spiegato il premier, «arriveranno dopo il 15 settembre, quando metteremo la frontiera sotto controllo passo dopo passo. Invieremo la polizia e quindi, se il governo otterrà dal Parlamento l’approvazione della propria proposta», ha concluso Orban, «schiereremo anche l’esercito». CdS 5

 

 

 

 

A Solingen , Krefeld e Mettmann alla fine di settembre: concerti di Domenico Severino

 

In Germania “Le più belle canzoni italiane”: alla fine del prossimo settembre il pianista e cantante    Domenico Severino terrà tre concerti a Solingen , Krefeld e Mettmann, sponsorizzati dal Consolato generale d’Italia di Colonia.

L’artista si esibirà a Solingen il 25 settembre, nell’ambito di una serata presso LVR-Industriemuseum, con inizio alle ore 18. Il 26 settembre Severino sarà a Krefeld: ore 18 presso la Missione Cattolica Italiana, Corneliusstraße 22 . Il 27 settembre concerto a Mettmann, ore 18.30 presso l’Acit Associazione Culturale Italo Tedesca, Gottfried-Wetzel-Str. 3.

I concerti    sono realizzati con il sostegno del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale - Direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie. (dip)

 

 

 

 

Wolfsburg. Franco Garippo candidato alla segreteria PD Germania

 

In occasione del Congresso del PD Germania, che si svolgerà nel prossimo mese di ottobre, il circolo del PD di Wolfsburg presenta la lista „INSIEME nel PD Germania“ e candida ufficialmente alla segreteria Francescantonio Garippo. „Partecipazione - Servizi - Europa - Scuola - Lavoro“ sono i punti programmatici che contraddistinguono il programma della nostra lista. La nuova crescente mobilità dall'Italia verso la Germania porta con sé modalità diverse di mettersi in relazione e di prendere contatto con soggetti politici ed associativi presenti sul territorio. Una sfida che la futura dirigenza del Partito dovrà accogliere, costruendo una rete aperta, sperimentando forme diverse e nuove   di partecipazione e organizzazione politica. Ma non solo. Sia la prima che la recentissima generazione di migranti portano con sé problematiche e necessità di vecchia e nuova data che devono essere affrontate e risolte. Risposte e soluzioni che vanno trovate nella più ampia collaborazione con le istituzioni tedesche e italiane ma anche con il coinvolgimento dei partiti, sindacati e organizzazioni locali vicine alla tradizione politica e culturale del PD. Proprio nell' ottica di un Partito più forte, in grado di consolidare e rafforzare i legami e la collaborazione tra l'Italia e la Germania, rientra la candidatura di Franco Garippo. Arrivato in Germania   nel 1967, all'età di 10 anni, ha iniziato la sua attività lavorativa e il suo impegno politico sindacale all'interno della Volkswagen nel 1976. Iscritto alla SPD tedesca da circa 30 anni, ha occupato diverse cariche sia nelle istituzioni cittadine tedesche, sia all'interno del Sindacato dei metalmeccanici. Dal 1984 fa parte del Consiglio di fabbrica della VW, e dal 2011 è consigliere comunale della città di Wolfsburg. Attualmente sta lavorando alla realizzazione di un progetto ponte in Campania con la collaborazione della Bassa Sassonia, destinato alla fomazione duale di giovani campani nella regione.Inoltre fà parte della delegazione della segreteria provinciale dell’IG Metall di Wolfsburg che collabora con la CGIL-Fiom dell’Emilia Romagna che rappresenta i lavoratori nelle aziende della Lamborghini e Ducati. De.it.press

 

 

 

 

Fattivo sostegno della Germania alla ricostruzione post sisma a Onna (L’Aquila)

 

Il 14 settembre in visita a Onna il segretario di Stato tedesco Gunther Adler

 

L’AQUILA - La frazione di Onna, nel suo percorso di ricomposizione post-sisma, viene costantemente accompagnata dal fattivo sostegno della Germania. Sarà dunque una visita informale ma molto significativa quella che il segretario di Stato tedesco Gunther Adler (del Ministero Federale dell’Edilizia e dell’Ambiente) effettuerà nel piccolo borgo nella mattinata di lunedì 14 settembre (ore 11), un passaggio simbolico per rinsaldare il legame tra i due paesi, mantenendo vigile lo sguardo sul patrimonio monumentale in fase di recupero.

Accompagnato dal sottosegretario on.Ilaria Borletti Buitoni, del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, insieme al segretario regionale Antonio Gagliardo e alla soprintendente Alessandra Vittorini, al sindaco dell’Aquila Massimo Cialente e a don Domenico Marcocci direttore dell’Ufficio beni culturali dell’Arcidiocesi, il segretario di Stato Adler si recherà a visitare la Chiesa di San Pietro Apostolo, il cui restauro è giunto alle fasi conclusive, dopo più di due anni di lavoro (sono in corso il restauro delle opere mobili e, parallelamente, il montaggio e la finitura delle parti lignee della cantoria, in attesa della consegna degli arredi liturgici e dei banchi).

L’intervento tedesco per Onna (che idealmente si contrappone al ricordo della strage compiuta dalle truppe naziste nel giugno del ’44, che costò la vita a 18 persone), si è subito distinto per concretezza e condivisione: ed uno dei primi atti è stata proprio la sottoscrizione, nel giugno del 2010, dell’accordo intergovernativo  per il restauro della parrocchiale, finanziato per un importo di € 3.500.000,00 ed avviato nel maggio del 2013.

I lavori hanno proceduto su due fronti: il primo ha interessato le strutture della casa canonica e della sagrestia, che sono state smontate e ricostruite ex novo; l’altro, invece, ha interessato la chiesa e l’adiacente congrega, per le quali è stato realizzato un attento consolidamento e restauro, perché si è in presenza degli elementi di pregio dell’edificio. Particolarmente delicato l’intervento che ha riguardato l’abside ed il campanile, quasi completamente crollati, ricostruiti con muratura in pietra listata, riproponendo le forme precedenti ai crolli dovuti al sisma. Così anche per la facciata principale della chiesa, in muratura in pietra sbozzata con un paramento esterno in pietra squadrata, si è proceduto con la ricostruzione della parte superiore crollata sul lato destro, riutilizzando le pietre del paramento originario.

Presumibilmente di origine cistercense, con rifacimenti tre-quattrocenteschi, arricchimenti decorativi nel XV e XVI secolo, e modificata nell’aspetto definitivo dalle ricostruzioni che seguirono il sisma del 1703, San Pietro Apostolo, che rappresenta da sempre luogo d’aggregazione spirituale e sociale per la comunità del territorio, sarà presto resa fruibile e restituita agli onnesi, simbolo e stimolo per il recupero dell’intero paese. Silvia Taranta, Segretariato Regionale per l'Abruzzo del Ministero per i Beni Culturali e Turismo

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Speciale. Vie di fuga

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/fluechtlinge-deutschland-balkan-100.html

 

Benvenuti - Funkhaus Europa dice la sua sul tema profughi e dà il benvenuto. Le voci di artisti e musicisti si intrecciano a quelle dei nostri colleghi con un passato di profughi alle spalle.

http://www.funkhauseuropa.de/themen/schwerpunkte/willkommen-118.html

 

"Francesco tra i lupi" (10.09.15)

Il vaticanista Marco Politi è in Germania per presentare il suo libro sul rivoluzionario papato di Bergoglio e sui suoi nemici. Ne abbiamo parlato con lui.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/papst-politi100.html

 

La realtà di Venezia72 (10.09.15)

La 72esima edizione della mostra del cinema di Venezia è caratterizzata da un red carpet molto scintillante ma anche da un profondo sguardo sulla realtà.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/festival-venedig100.html

 

L’insostenibile leggerezza del funk (10.09.15)

Alberto Debenedetti, in arte Bobby Soul, è uno dei pionieri della black music cantata in italiano. La sua voce è il suo biglietto da visita.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/bobby-soul100.html

 

Il cuore di Monaco (09.09.15)

Sono molti i cittadini di Monaco pronti ad aiutare i profughi dopo il massiccio arrivo dello scorso fine settimana. Abbiamo parlato con alcuni italiani.^

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/muenchen-fluechtling100.html

 

La rinascita di Gangi (09.09.15)

È uno dei borghi più belli d'Italia, ma gli abitanti l'hanno lasciato. Ora il Comune regala le case abbandonate a 1 euro. Unico obbligo: ristrutturare entro tre anni.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/euro-haus100.html

 

Nel regno del record (09.09.15). Elisabetta II batte il primato di longevità sul trono britannico superando quello della nonna, la regina Vittoria.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/queen-elisabeth100.html

 

La rete tra i Sassi (09.09.15)

Matera, capitale europea della cultura 2019, è modello di sviluppo imperniato sull’innovazione e il digitale che fa da esempio per tutto il Mezzogiorno.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/in_rete/matera-digital100.html

 

La marcia su Vienna (08.09.15)

È stata quella di domenica dei volontari che hanno portato in auto i profughi da Budapest a Vienna. Tra loro anche italiani. La testimonianza di uno di loro. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/lager-ungarn100.html

 

Se imparare è un privilegio (08.09.15)

Nella giornata internazionale dell'alfabetizzazione si ricorda che ci sono alcuni paesi che hanno fatto marcia indietro.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/alphabetisierung-tag100.html

 

Fascisti in Baviera (08.09.15). Dopo l'8 settembre 1943 in Baviera vennero scritte tristi pagine di storia italiana: Radio Monaco diede voce a gerarchi fascisti e sostenitori del regime. Un saggio di Claudio Cumani. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/radio-monaco100.html

 

La carta di Fabriano (08.09.15)

Un marchio famoso in tutto il mondo per la qualità della carta fabbricata in Italia. E dove si stampa anche la carta per le banconote di euro.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/fabriano-papier100.html

 

Nazionalismo miope (07.09.15)

Il "no" ai profughi da parte di Ungheria e altri paesi dell'est Europa è senz'altro antisolidale ma anche per loro controproducente. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/fluechtlinge-osteuropa-orban-100.html

 

Gli eroi del Parmigiano (07.09.15). L’ottanta per cento dei lavoratori dell’industria dei latticini in Pianura Padana, proviene dalla comunità Sikh. È grazie a loro che molte delle aziende continuano a produrre i pregiati formaggi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/sikh_parmesan100.html

 

Allarme cinghiali (04.09.15) - Un esercito di un milione di cinghiali sta invadendo in Italia campi coltivati, allevamenti, centri abitati e strade, e può rappresentare un pericolo anche per le persone.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/wildschweine-italienische-landschaft100.html

 

I want to see the manager (04.09.15) - Il regista altoatesino Hannes Lang ha firmato un documentario dall'obiettivo ambizioso: provare a individuare un filo rosso tra le diverse condizioni umane sulla Terra.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/regisseur-hannes-lang-104.html

 

Uniti contro le frodi (04.09.15) - L'Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode non è molto conosciuto, ma è uno strumento fondamentale della Commissione Europea per sconfiggere le frodi di ogni tipo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/europaeisches-amt-betrugsbekaempfung100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

 

Disastro alla tedesca (03.09.15)

Cancellate le elezioni del sindaco di Colonia, previste per il 13 settembre, a causa della grafica non a norma delle schede elettorali.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/koeln-ob-wahl-100.html

 

Venezia72: dallo schermo alla realtà (03.09.15). È il cinema del reale il filo conduttore della 72esima mostra internazionale del cinema di Venezia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/venedig-filmfestival-100.html

 

Cattivi (03.09.15)

Guardie e detenuti osservati come se fossero animali da laboratorio. Angosce, tormenti e solitudini vissute in un carcere. Il romanzo di Maurizio Torchio.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/cattivi-torchio-100.html

 

Pomodori etici (02.09.15)

Come capire se i pomodori che compriamo sono stati prodotti senza sfruttare i braccianti? La risposta della politica e dell'agricoltura dopo le morti nei campi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/illegale-landarbeit-italien-100.html

 

Jovanotti in Germania (02.09.15)

Dopo anni di attesa a gennaio 2016 Jovanotti arriverà in Germania con il tour “Lorenzo nei palasport”. L’intervista in esclusiva a Radio Colonia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/jovanotti-lorenzo-italienische-musik-100.html

 

La casa ideale (02.09.15). All’architetta Veronica Romantini bastano pochi tratti di matita per trasformare quattro pareti in un appartamento accogliente.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/al_lavoro/veronica-romantini-100.html

 

Un muro di profughi (01.09.15)

Continua l’odissea dei profughi che approdano al “muro” ungherese. Oggi la polizia magiara ha chiuso la stazione centrale di Budapest, a causa dei tumulti. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/ungarische-wand-100.html

 

Firenze scoppia (01.09.15). Il capoluogo toscano ha voltato le spalle alla crisi: più 4,5% di pernottamenti nel 2014, e nel 2015 il trend si conferma. Un successo che fa felici molti, ma non tutti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/florenz-100.html

 

Dietro le sbarre (01.09.15). Sono circa tremila gli italiani nelle carceri tedesche. Stando alle esperienze di chi è in contatto con loro, le condizioni detentive sarebbero molto migliorate in questi ultimi anni.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/italiener-gefaengnisse-100.html

 

Maria Montessori (01.09.15)

Nasceva il 31 agosto 1870 la scienziata che agli inizi del Novecento ha rivoluzionato l'insegnamento scolastico. Ed è ora conosciuta in tutto il mondo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/maria-montessori-100.htm   RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Delegazione di Ludwisburg in Lombardia

 

Una delegazione istituzionale proveniente da Ludwigsburg, centro del Baden Württemberg, ha visitato il 25 agosto Pianeta Lombardia, padiglione di Regione Lombardia a Expo 2015.

La delegazione, guidata da Rainer Haas, presidente della provincia di Ludiwgsburg, e dal sindaco della città, Werner Spec, ha incontrato Angelo Carrara, vicepresidente di Confartigianato Lombardia e presidente dell'Associazione Artigiani - Confartigianato di Bergamo.

"Questo incontro fa seguito a una serie di rapporti esistenti che abbiamo messo a punto in altre occasioni, come Confartigianato Bergamo, con le imprese artigiane della provincia di Ludwigsburg", ha spiegato Angelo Carrara.

La visita si inserisce in un contesto più ampio e particolare: il 27 mattina presso il palazzo comunale di Bergamo è stato infatti siglato il gemellaggio tra il capoluogo orobico e la città di Ludwigsburg; anche le due province hanno sottoscritto il gemellaggio, a suggello dei rapporti esistenti tra i due sistemi imprenditoriali.

"Recentemente", ha ricordato Carrara, "siamo stati a Stoccarda come sistema di imprese, l'ultima volta in particolare a Slow Food a Stoccarda con una decina di aziende bergamasche del comparto dell'agroalimentare".

"Stiamo costruendo una collaborazione più ampia anche con il mondo della formazione", ha aggiunto. "Lo scorso giugno in una manifestazione a Bergamo dedicata al mondo della scuola erano presenti due scuole professionali della provincia di Ludwigsburg".

Ludwigsburg, città circondariale di 87.200 abitanti, situata nel Baden-Württemberg, è il capoluogo del Circondario omonimo (800 km quadrati e 2100 ettari a vigneto) e sorge a circa 17 km a nord di Stoccarda, capoluogo del Distretto governativo.

Nell'occasione i componenti della delegazione tedesca hanno potuto assaggiare vini della Valtellina, in particolare il Valtellina Superiore Docg, il Sassella Riserva e un Valtellina superiore caratterizzato da una parte di uve parzialmente appassite, con bresaola Igp e Casera Dop. (aise 26)

 

 

 

 

Jovanotti ai microfoni di Radio Colonia

  

Radio Colonia intervista Jovanotti in vista dell'unica data tedesca del tour (14 gennaio 2016).

 

Il suo album “Lorenzo 2015 CC.” ha appena ricevuto il quarto disco di platino per le oltre 200mila copie vendute. Lorenzo ringrazia i fan sui social network scrivendo: “È una bella cosa sapere di aver fatto qualcosa di nuovo che funziona ed emoziona”.  Un disco che, come i precedenti, è focalizzato sulla vita nelle sue mille sfaccettature. Ne è un esempio “Sabato”, il brano più gettonato dell’album. Un motivetto scanzonato da far venire voglia di ballare, ma che in realtà è un brano di critica sociale, una fotografia dell‘Italia di oggi. Alla soglia dei 50 anni Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, è un uomo che guarda al futuro e non al passato. Al microfono di Tiziana Caravante, mettendo da parte la modestia, dice che vorrebbe invecchiare come Mick Jagger o Michelangelo, cioè in maniera creativa e senza rinunciare alle buone idee.

Jovanotti suonerà il 14 gennaio 2016 alla Mitsubishi Halle di Düsseldorf.

Ecco il link all'intervista completa: 

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/jovanotti-lorenzo-italienische-musik-100.html

Radio Colonia è il programma in italiano della radio pubblica tedesca WDR.

Va in onda ogni sera dalle 19 alle 20, dal lunedì al venerdì, su Funkhaus Europa:

103,3 MHz nel Nordreno-Vestfalia

96,3 MHz a Berlino e dintorni

96,7 MHz a Brema e dintorni.

Per ascoltare Radio Colonia in internet cliccare su "Live Stream" sul sito www.funkhauseuropa.de/italiano.  Qui si trovano anche tutti i servizi e le interviste, il podcast e la webradio. Tommaso Pedicini

  

 

 

 

A Monaco di Baviera festival internazionale della lirica

 

Giovedì 17 settembre 2015, ore 19, Lyrik-Bibliothek Amalienstraße 83a

Festival internazionale della lirica “La tarda estate dei poeti”, con Anna-Maria Carpi, Birgit Kempker e Thomas Kunst. Modera: Antonio Pellegrino (BR).

Al termine della serata Feinkost Farnetani sarà lieto di offrire un rinfresco.

 

Ormai da sei anni La tarda estate dei poeti è diventata, a Monaco di Baviera, un appuntamento particolarmente amato. Gli ospiti sono quest’anno Anna-Maria Carpi, Birgit Kempker e Thomas Kunst.

Anna-Maria Carpi è nata nel 1939, ha tradotto in italiano Benn, Nietzsche e Enzensberger. In merito alle sue poesie Durs Grünbein scrive: „Confessione improvvisa, fulminea conoscenza di sé, visione severa della vita – una scuola della disillusione, scuola del commiato.”

Docente e al contempo cangiante autrice e artista creatrice di installazioni, Birgit Kempker, nata nel 1956, ha pubblicato nel 2013 il suo ultimo lavoro: un tentativo insistente di scoprire, insieme al lettore, il “vedere” inteso come percorso di riflessione biografico-esistenziale.

Interviene, inoltre, l’autore tedesco Thomas Kunst, nato nel 1965. Le sue poesie acute, ammiccanti, scaltre, scontrose e talvolta irrefrenabilmente comiche, sono del tutto uniche nel panorama lirico tedesco, grazie, tra l’altro, al virtuosismo della sua arte del sonetto.

Ingresso: Euro 7.- / ridotto Euro 5.- Membri del Lyrik Kabinett: ingresso libero

Prenotazioni entro il 12 settembre 2015, Tel. 089/34 62 99 oppure info@lyrik-kabinett.de. Organizzatori: Lyrik Kabinett, Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V. e Consolato Generale Svizzero

 

 

 

 

Laura Garavini al Bundestag con il Presidente del Gruppo PD Ettore Rosato

 

“In   Italia è finito il tempo degli annunci che poi non vengono realizzati ed è arrivato invece quello delle riforme che si concretizzano, nonostante le difficoltà. Il processo di riforme attualmente in atto in Italia, voluto dal Governo del PD e da un Parlamento in cui il PD è la forza maggioritaria, non ha paragoni dai tempi del Dopoguerra. Nel loro insieme queste riforme costituiscono un pacchetto che equivale al doppio o addirittura al triplo della famosa Agenda 2010, a suo tempo realizzata in Germania dall’ex cancelliere Gerhard Schroeder".

 

Lo dichiara Laura Garavini, componente dell’Ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera, che insieme al Presidente del Gruppo PD, Ettore Rosato, ha partecipato ad una conferenza dal titolo: “La pietrosa via delle riforme. 500 giorni del Governo Renzi” alla Fondazione Friedrich Ebert di Berlino.

 

"Per questo è una bella occasione poter far conoscere ad un vasto pubblico socialdemocratico, come quello della Fondazione Ebert, il lavoro finora svolto dal Gruppo PD alla Camera. Ed è altrettanto importante che i rapporti di collaborazione fra il PD e la SPD, sia a livello di partito che di rispettive formazioni parlamentari, si dimostrino oggi sempre più stretti e affiatati.

 

Queste sono le migliori premesse", ha concluso la Garavini, "per un futuro lavoro comune che vada nella direzione di un’ulteriore e più coraggiosa integrazione europea. Anche per affrontare al meglio le sfide, come quella dell’immigrazione, che il presente ci pone davanti e la cui soluzione non può che essere trovata insieme”.

 

Nel corso della giornata Laura Garavini, insieme al Presidente Rosato e al Responsabile nazionale Affari esteri del PD, Vincenzo Amendola, ha tenuto una serie di incontri con i vertici della SPD. In particolare con il Segretario Generale della SPD, nonchè Ministro all’economia e Vice-Cancelliere, Sigmar Gabriel, con il Vicesegretario del Partito, Thorsten Schaefer-Guembel, e con il Capogruppo della SPD al Bundestag, Thomas Oppermann.  Dip 8

 

 

 

 

 

Approda a Berlino il progetto "We will forget soon"

 

Berlino - Approda finalmente a Berlino il progetto "We will forget soon", inaugurato il 3 settembre con una mostra fotografica che è anche parte del programma ufficiale della Berlin Art Week, dal 15 al 20 settembre nella capitale tedesca.

Il progetto, realizzato dai fotografi Stefano Corso e Dario-Jacopo Laganà, con il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura e della Bundestiftung Aufarbeitung, segue le tracce dell’Esercito Sovietico a 20 anni dal suo ritiro. È composto da una mostra e da un libro fotografico, con un'introduzione storica da parte di Silke Satjukow (Lehrstuhlinhaberin für die Geschichte der Neuzeit an der Otto von Guericke-Universität Magdeburg) che ha scritto uno dei libri più belli e completi sull'argomento.

Il ritiro delle forze Sovietiche che occuparono la Germania dell’Est dal 1945 fino al 1991, impiegò tre anni per far ritornare mezzo milione di persone nei territori dell’ex Unione Sovietica. Quello che era stato il più potente degli eserciti Sovietici dal 1945 veniva smantellato e le unità venivano rilocate nei territori dell’ex-Unione Sovietica, lasciandosi dietro intere città militari disabitate, aeroporti, campi d’addestramento, alloggi con scuole, palestre, cinema e teatri. Attorno alla città crearono delle aree interamente abbandonate che nel corso dei 20 anni successivi furono in parte di nuovo assorbite dalla natura. Un’altra parte di questi luoghi è stato invece man mano riutlizzato, ha trovato un nuovo modo di essere utilizzato e oggi è spesso difficile rivederci le tracce della presenza sovietica. Alcune caserme sono diventate case, molti degli aeroporti sono diventati campi solari e nell’universo di questi cambiamenti si sono poi creati moltissimi casi unici, che questo progetto vuole raccontare.

"Questo progetto vuole essere un fermo immagine dei 20 anni dalla dipartita dell’Armata Rossa", spiegano i due autori. "Viene presentata in forma fotografica una parte della storia tedesca meno conosciuta, dalla piccola torre di avvistamento ai confini con l’Ovest di Schneekopf (Thüringen) fino al porto di Mukran (Rügen, Mecklenburg-Vorpommern), da dove una parte dell’esercito sovietico partì alla volta di Kaliningrad".

Per Corso e Laganà "è nell’interesse generale preservare questa parte di storia che si sta sgretolando, che man mano lascia sempre meno tracce nelle persone, che nei primi anni dopo il 1994 è stata completamente trascurata e caduta nel disinteresse e adesso è in uno stato di disfacimento, con il rischio concreto di vedere cancellate completamente le tracce sovietiche sul suolo tedesco".

Il progetto "We will forget soon", sviluppatosi per oltre un anno attraverso 8.000 km in auto, più di 300 sedi verificate e un archivio di oltre 10.000 foto catalogate, è diviso, come detto, in due parti: la pubblicazione di un catalogo fotografico e la creazione di una mostra fotografica itinerante.

"L’idea di una pubblicazione", spiegano ancora gli autori, "nasce dalla necessità di voler lasciare un catalogo dei diversi cambiamenti che sono occorsi ai luoghi utilizzati dall’Armata Rossa, dello stato attuale (ai 20 anni della loro partenza) di buona parte dei luoghi correlati con la suddetta storia, un catalogo di possibili riutilizzi urbani ed extra-urbani, un vademecum di come sia possibile ricominciare a partire da luoghi lasciati abbandonati per diversi anni e che man mano sono stati restituiti al Paese. Una pubblicazione fotografica diventa uno strumento fondamentale per la salvaguardia della Memoria collettiva, fondamento della Germania unita e strumento per le future generazioni".

Quanto alla mostra itinerante, "La fotografia è uno dei media più immediati e in questo permette alle persone di avvicinarsi in maniera più semplice ad argomenti spesso complessi". Come fotografi Corso e Laganà ritenngono quindi "imprescindibile la realizzazione di una mostra fotografica a Berlino in una sede che abbia possibilmente anche una rilevanza storica con l’argomento. La storia dell’Armata Rossa ha riguardato tutta la ex-DDR, non solo Berlino, ed è per questo che per permettere a quante più persone di vedere il lavoro fotografico, vorremmo altresì costruire una mostra itinerante nei diversi centri di documentazione / gedenkstätte a partire dal 2015".

La mostra "We will forget soon. Eine Wanderausstellung auf den Spuren der Sowjetarmee" sarà aperta al pubblico dal 4 al 20 settembre presso gli spazi del Mein Blau di Berlino.

Stefano Corso (www.stefanocorso.com), italiano, vive e lavora come fotografo tra Roma e Berlino. Fondatore di 42mm Associazione Culturale di Arti Fotografiche, è attualmente impegnato in street photography, reportage e nell’insegnare fotografia in workshop e seminari. I suoi lavori sono stati spesso usati per copertine artistiche di pubblicazioni in Italia e all’estero, la sua foto Red Rain è venduta in tutto il mondo in migliaia di copie come poster Fine Art. Nel 2007 e 2009 è stato premiato come Honorable Mention all’IPA (International Photography Awards). Nel 2014 è stato l’unico fotografo italiano al Mese Europeo della Fotografia di Berlino con una mostra ispirata al film Metropolis di Fritz Lang.

Dario-Jacopo Laganà (www.norte.it) è un fotografo italiano che vive a Berlino da 4 anni. Dopo aver passato alcuni anni nella fotografia di viaggio (specialmente in Medioriente) e nel fotogiornalismo, ha deciso di spostare la sua attenzione sulla fotografia in studio con progetti di ritratto sperimentale e sulla fotografia di interni e di architetttura. Dal suo personale interesse per la Seconda Guerra Mondiale e per la Guerra Fredda, gestisce il blog Elephant in Berlin per fornire testimonianze documentaristiche della città e dei suoi cambiamenti, di luoghi di rilevanza storica, di edifici e di curiosità di Berlino e delle zone circostanti. (aise)  

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 21 settembre, c/o Neue Pinakothek (Barer-Str. 29, München)

"Pathos und Idylle. Italien in Fotografie und Malerei. Sammlung Dietmar Siegert"

"Die Neue Pinakothek besitzt eine herausragende Sammlung an Gemälden, die den Mythos Italien als romantisches Sehnsuchtsmotiv inszenieren. Viele von ihnen kamen durch den Gründer des Museums, König Ludwig I., in die Sammlung. Seit dem vergangenen Jahr verfügt die Neue Pinakothek nun auch über eine bedeutende Sammlung an frühen Fotografien aus Italien: die rund 9700 Aufnahmen aus der Zeit von 1846 bis 1900, die der Pinakotheks-Verein in Verbindung mit der Ernst von Siemens Kunststiftung und der Sparkassen-Finanzgruppe von Dietmar Siegert erworben und dem Museum als Dauerleihgabe übergeben hat. Die Ausstellung "Pathos und Idylle" bietet nun einen Einblick in den Reichtum dieser jüngst erworbenen Sammlung und zeigt eine Auswahl von rund 100 Aufnahmen der namhaftesten Fotografen.

Organizza: Neue Pinakothek

 

* fino al 4 ottobre, di domenica, alle ore 12:00, c/o Asamkirche Maria de Viktoria (Neubaustr. 1 1/2, Ingolstadt) Rassegna: "Orgelmatinee um Zwölf". Ingresso libero. Il programma è disponibile all'indirizzo: www.ingolstadt.de (sotto "Kultur&Freizeit", "Konzerte & Musik", "Orgelmusik")

Organizza: Kulturamt der Stadt Ingolstadt in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Sparkasse Ingolstadt

 

* lunedì 14 settembre, ore 13:00, c/o Bürgerhaus Nueburger Kasten, stanza 02, piano terra (Fechtgasse 6, Ingolstadt) Nuova apertura Patronato INCA/CGIL

Il Patronato INCA osserverà i seguenti orari: lunedì 13:00-19:00, mercoledì 13:00-19:00, venerdì 8:30-10:30, sabato 10:00-12:00. Per appuntamenti ed informazioni telefonare in orario ufficio allo 0841 / 8413052838

 

* giovedì 17 settembre, ore 19:00, c/o Lyrik-Bibliothek (Amalienstr. 83, München) Festival internazionale della lirica: "La tarda estate dei poeti"

Con Anna-Maria Carpi, Birgit Kempker, Thomas Kunst. Modera: Antonio Pellegrino (Bayerischer Rundfunk). Al termine della serata Feinkost Farnetani sarà lieto di offrire un rinfresco. Ingresso: € 7,- / 5,-

Organizzatori: Stiftung Lyrik Kabinett e Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, Forum Italia e.V. e Consolato Generale della Confederazione Svizzera,

 

* venerdì 18 settembre, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Prato e le sue aziende" "Tre aziende di punta del distretto cittadino si presentano. Dal Medioevo ad oggi l'economia di Prato è basata sull'industria tessile: tante piccole e medie aziende legate al territorio.

Come nasce un tessuto per lo sport? Come si produce? Qual è la storia dei tessuti per il cinema? Tutto questo lo scopriremo durante la conferenza su Prato accompagnati dai biscotti di Prato e dal Vin Santo". Ingresso: € 12,-

Informazioni e iscrizioni: tel. 089 / 74 63 21 22, corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, Forum Italia e.V., PoMü (un ponte tra Prato e München)

 

* sabato 19 settembre, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Punto informativo e consulenza per i connazionali

A seguire, dalle ore 12:30: "Alla scoperta di Ingolstadt". Visita guidata della città in lingua italiana. Per informazioni e/oiscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* venerdì 25 settembre, ore 19:00-20:30, c/o VHS-Ingolstadt

Corso di tedesco per Italiani con insegnante italiana, livello A1

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 26 settembre, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt). Punto informativo e consulenza per i connazionali. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 26 settembre, ore 10:30-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A5, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* venerdì 2 ottobre, ore 19:00-20:30, c/o VHS-Ingolstadt

Corso di tedesco per Italiani con insegnante italiana, livello A1

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 3 ottobre, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Punto informativo e consulenza per i connazionali

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 3 ottobre, ore 10:30-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A5, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* martedì 6 ottobre, ore 19:00, c/o Bankhaus August Lenz (Holbeinstr. 11, München) "Eredità - Dare e ricevere alla luce del nuovo regolamento europeo in vigore dal 17.08.2015". In lingua italiana

Referente legale: Avv. Alessandra Santonocito-Pluta, Dr. Juris

Referente bancario: Gianna Buraschi, Team Manager Bankhaus August Lenz

Ulteriori informazioni su: https://www.facebook.com/events/929451243793702/

Organizza: Francesca Giudice, Family Banker, Exclusive Agent der Bankhaus August Lenz & Co. AG

 

* mercoledì 7 ottobre, ore 18:00-19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Il mondo virtuale del paradiso dantesco"

Seminario del Prof. Dr. Florian Mehltretter (LMU) Ingresso: € 15,-

Informazioni e iscrizioni: tel. 089 / 74 63 21 22, corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: IIC di Monaco di Baviera e Forum Italia e.V. 

Claudio Cumani, de.it.press

 

 

 

 

A Offenbach un corso di aggiornamento per insegnanti di italiano in Assia, Renania-Palatinato e Saar

 

Francoforte - Il Consolato Generale d'Italia a Francoforte, in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Colonia e il Deutscher Italianistenverband, organizza un corso di aggiornamento per insegnanti di lingua italiana in Assia, Renania-Palatinato e Saar. Il corso si terrà il 25 settembre ad Offenbach, nei locali dello Staatliches Studienseminar für das Lehramt an Gymnasien (Stadthof 13), a partire dalle 9.00.

Ad accogliere i partecipanti saranno Angelika Kreische (Seminarleiterin), il Console generale Maurizio Canfora e il Dirigente Scolastico del Consolato.

Seguiranno tre sessioni dedicate ai temi "Allena e verifica la capacità uditiva: sfide e prospettive delle lezioni di italiano”, “Il cinema e la didattica di italiano LS/L2: fattori di attrattività”, “Italia e Germania. Pianificazione di un progetto didattico”. Il pomeriggio sarà invece dedicato a seminari di approfondimento.

Chi era interessato a partecipare doveva registrarsi, entro e l'11 settembre. dip 

 

 

 

 

Inaugurata ad Amburgo, la rassegna “Cinema! Italia!” toccherà circa 30 città in tutta la Germania

 

Amburgo - Il Festival dei nuovi film italiani “Cinema! Italia!” ha inaugurato ad Amburgo la sua XVIII edizione proponendo, come ogni anno, un programma variegato di film contemporanei, un autentico ed emozionante sguardo sull'Italia contemporanea e sulla sua storia. Sabato 12 settembre, presso il cinema cittadino “Metropolis” di Amburgo, con il contributo dell’IIC si è tenuta la cerimonia d’apertura della rassegna cinematografica con la proiezione del film “Buoni a nulla” (2014) di Gianni Di Gregorio, in presenza del regista.  Nei  prossimi giorni saranno proiettati i film proposti nell’edizione di quest’anno secondo il seguente calendario: lunedì 14 alle ore 19 e sabato 19 alle ore 21.15 “La terra dei santi” (2015 di Ferdinando Muraca; martedì 15 alle ore 17 “Smetto quando voglio” (2014) di Sydney Sibilia; mercoledì 16 alle ore 21.15 “Buoni a nulla” (2014) di Gianni di Gregorio; venerdì 18/09 alle ore 21.15 “Che strano chiamarsi Federico (2013) di Ettore Scola; sabato 19 alle ore 19 “I nostri ragazzi” (2014) di Ivano De Matteo; giovedì 17 alle ore 19 e domenica 20 alle ore 17 “Torneranno i prati” (2014) di Ermanno Olmi. 

Patrocinata dall’Ambasciata della Repubblica Italiana di Berlino, la tournée “Cinema! Italia!” toccherà circa 30 città in tutta la Germania. L’ultimo incontro con la cerimonia di chiusura del festival e la premiazione al miglior film scelto dal pubblico sarà ospitato a Berlino il giorno 16 dicembre 2015. Tutti i film protagonisti dell’evento saranno proiettati in lingua originale con sottotitoli in tedesco. Ulteriori informazioni sul sito www.cinema-italia.net oppure www.metropoliskino.de. De.it.press

 

 

 

 

Benvenuti a Monaco. I migranti e la frontiera caduta. Cosa ci insegna quella stazione

 

Cibo, vestiti, giocattoli per i profughi. A Monaco (Germania) è esistita l’Europa, della cui reale esistenza politica troppo spesso è lecito dubitare - di Claudio Magris

 

Esistono dunque, ogni tanto, anche le belle notizie, non solo le sciagure che ci fanno aprire il giornale come se fosse quasi tutto un annuncio funebre di disastri, delitti individuali e collettivi, stragi terroriste, ecatombi di vittime senza nome per fame o epidemie, crudeli violenze nei confronti dei deboli d’ogni genere. Solo pochi giorni fa quello che è accaduto e sta accadendo a Monaco sarebbe stato impensabile e chi l’avesse ipotizzato o sperato sarebbe stato preso per un pazzoide fuori della realtà. Ma la realtà, con cui l’onestà esige di fare i conti senza illusioni, è più imprevedibile di quanto credano tanti falsi realisti, incapaci di pensare che le cose possano cambiare, come molti di noi erano incapaci di pensare che il muro di Berlino potesse presto cadere.

 

Welcome to Munich , dicono i cartelli alla stazione di Monaco mentre dal treno scendono folle di fuggiaschi respinti da ogni parte, forse non ben consapevoli di dove esattamente si trovino, in buona parte ignoranti la lingua del Paese in cui posano il piede, coscienti soltanto di voler sopravvivere e non come bestie. Centinaia di persone, centinaia di cittadini tedeschi che si sono passati la parola, accolgono miserabili immigrati confusi e frastornati portando viveri, vestiti e coperte, giocattoli per i bambini, cantando l’ Inno alla gioia e inni europei, scandendo «Germania», nome che si è abituati - con l’ottusità di chi pensa solo a un immutabile ieri - a sentire con diffidenza e avversione, mentre la cancelliera Merkel dichiara che la Germania è un Paese sano che conosce i propri doveri ed è in grado di assolverli. Ciò che è accaduto poche ore fa non cancella le colpe del passato né trasforma la Germania in un popolo di santi, ma dovrebbe far capire la stoltezza del diffuso pregiudizio antitedesco, così spesso ripetuto come una litania meccanica e stereotipata da chi in tal modo si dimostra non meno ignorante della folla senza nome che scende a Monaco da quei treni.

 

Non è la prima prova di civiltà data dalla Germania negli ultimi decenni. Di recente una germanista come Maria Fancelli ricordava, contro tante indiscriminate e supponenti denigrazioni, come la Germania abbia ad esempio affrontato e risolto il difficilissimo problema della riunificazione tedesca - denso di retaggi di odio e violenza acuiti dallo scontro ideologico - con umanità ed efficienza, senza che quel benefico ma drammatico terremoto costasse una goccia di sangue e smentendo le profezie di crisi economiche e politiche che quel grandioso evento, un sommovimento in tutti i sensi, avrebbe, secondo i profeti di sventura - la sventura è la specialità dei profeti - provocato. Anche l’attenta severità propugnata dalla Germania in campo economico nei confronti delle crisi e difficoltà di vari Paesi europei è stata criticata con faciloneria sentimentale e ideologica, come se l’attenzione ai conti e ai costi non fosse il primo dovere morale di chi è responsabile di una collettività. L’identificazione della Germania con un arido egoismo economico, un’identificazione spesso interessata, stava indebolendo l’immagine e il prestigio della cancelliera Angela Merkel, che ora invece sbanca di colpo queste critiche recuperando un ruolo di eminente statista.

Ovviamente la reale emozione per quanto è accaduto a Monaco non può degenerare a sua volta in vacuo ottimismo, colpevole perché irresponsabile. Le ondate dell’immigrazione sono un problema gravissimo, che potrebbe portare a un’inconciliabilità fra l’accoglienza e la solidarietà e il numero di immigrati, che potrebbe renderle impossibili. Gli impoetici costi e il loro calcolo, pacato e non eccitato, sono il primo dovere politico e morale, un’urgenza che si dimostra sempre più drammatica e che proprio per questo va affrontata con chiarezza, senza sentimentalismi e senza isterismi viscerali. È doveroso fare i conti con quanto costano o costeranno gli immigrati e quali effetti essi avranno, in un tempo di crisi, sul mercato del lavoro e sulle tasche dei cittadini, così come l’umana e toccante

accoglienza a quei diseredati non può avere nulla in comune con una lacrimevole indulgenza nei confronti di eventuali reati che alcuni di essi possono commettere e che vanno puniti e repressi come i reati di chiunque altro. Ma perché non si fanno i conti con gli alti costi, ovvero con i furti dalle nostre tasche, che ad esempio ogni domenica vengono causati dalle bestiali violenze contro persone e cose dai cosiddetti tifosi e dal necessario e costoso impiego straordinario delle forze dell’ordine che quelle violenze esigono? In quella stazione di Monaco è esistita, speriamo non solo per alcune ore, l’Europa, della cui reale esistenza politica troppo spesso è lecito dubitare. All’incubo del passato di un’Europa tedesca sembra contrapporsi la realtà confortante di una Germania europea. CdS 6

 

 

CONSULTA PER GLI STRANIERI A FRANCOFORTE: BRILLANTE (EUROPALISTE) INVITA I CONNAZIONALI A VOTARE

 

 

In Assia, in novembre, vengono rinnovati i Consigli degli stranieri

 

Francoforte - A novembre, in tutto il Land dell’Assia, si terranno le elezioni per il rinnovo delle Consulte per gli Stranieri. In vista di questo importante appuntamento, Luigi Brillante, italiano eletto al Consiglio comunale con “Europa Liste”, invita i connazionali a partecipare al voto e, nello specifico, per quanto riguarda Francoforte, a votare la lista "Wir in Frankfurt” (WIF).

“Anche a Francoforte – scrive Brillante – soventemente ci troviamo di fronte a "piccole" discriminazioni che non possiamo più tollerare. Ormai la metà della popolazione di Francoforte ha un’origine straniera. Uno dei temi principali dell’ultimo decennio della politica cittadina è l’integrazione. Per integrazione si intende un’equa partecipazione alla vita sociale, economica, culturale e politica. Si può dire che siamo arrivati al traguardo? Direi proprio di no”.

“Una ricerca sociologica dell’Istituto “Institut zur Zukunft der Arbeit (IZA)” – scrive Brillante – recentemente ha dimostrato che la possibilità di una persona a essere convocata ad un colloquio per un’assunzione si riduce del 14%, nelle aziende piccole addirittura del 24%, se si ha un cognome non tipicamente tedesco. In molte nazioni, ma anche in alcune città della Germania, per evitare queste discriminazioni è stato introdotto il metodo delle domande di assunzione anonime. I risultati di questo metodo sono stati molto buoni. Pertanto per eliminare questo tipo di discriminazioni anche a Francoforte ho presentato tempo fa un’istanza”, ricorda Brillante. “Purtroppo tale domanda è stata rigettata dalla coalizione della CDU con i verdi. Questo dimostra che partecipare attivamente alla vita politica comunale è determinante per poter rendere Francoforte più vivibile ed evitare discriminazioni”.

Per questo, in vista delle elezioni per la Consulta, Brillante invita i connazionali ad “appoggiare la lista Wif e a partecipare al voto. È importantissimo votare – ribadisce – in modo da avere più connazionali nei gremi elettivi di Francoforte”. In altre città gli italiani non sono così convinti dell’utilità di partecipare all’elezione di questi Consulte degli Stranieri (Ausländerbeiräte), organismi puramente consultivi, validi per gli extracomunitari, mentre i cittadini EU, attraverso il voto comunale, hanno possibilità molto più autentiche e determinant per partecipare ed incidere nella politica locale. (dip)

 

 

 

 

 

La Germania a due passi, sulla spiaggia

 

Berlino  - “Origliare è maleducazione – ignorare brandelli di conversazione in tedesco, però, è difficile, specie quando si mastica questa lingua e si ama quella cultura. Capita, ai filoteutonici sotto l’ombrellone: se, viste le temperature di quest’anno, non si può parlare di fuga dalla “fredda” Germania verso l’assolata Italia, le nostre coste rimangono una meta apprezzata”. Ad analizzare   il flusso turistico tedesco nel Bel Paese, tra stereotipi e vecchie antipatie reciproche, è Anna Castoldi che firma un articolo oggi in primo piano sulla home page del giornale on line ildeutschitalia.com.

“Fra le presenze straniere in Italia, i tedeschi si aggiudicano il primo posto. Nel 2013 il 20% degli arrivi registrati nel Belpaese proveniva proprio dalla Germania, seguita da lontano da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, tutti intorno al 6%. Ben il 77,8% dei tedeschi viaggia in famiglia; in particolare, l’8% delle vacanze sono svolte con bambini molto piccoli (fino a 5 anni), il 13,1% con figli tra i 6 ed i 13 anni di età (dati Impresaturismo). Tra le destinazioni spiccano il Lago di Garda, il Lago di Como e il Lago Maggiore, insieme alla riviera adriatica; le regioni predilette sono Sicilia, Campania, Puglia, Sardegna, Toscana e Liguria; tra le città d’arte, gli arrivi si concentrano su Roma, Venezia, Firenze, Milano e Napoli (dati ENIT). La scelta dei tedeschi sembra comunque orientarsi sulle località balneari (73,7%) e sulle città d’arte (51,8%) (dati Impresaturismo). Il 75% dei tedeschi si concede ogni anno una vacanza della durata di più di cinque giorni, toccando almeno due località (dati Verband Internet Reisevertrieb V.I.R 2013).

A cosa è dovuta questa buona disposizione verso le mete italiane? Sia alle somiglianze che alle differenze tra le nostre terre. Il suolo tedesco abbonda di splendide città dal sapore medievale: Norimberga, Bamberga, Aquisgrana, Brema sono solo alcune delle sue perle. Questo tipo di fascino non è estraneo all’Italia, da Urbino a Siena, da Verona ad Assisi. Sono lieta di consigliare a una coppia di Lipsia in vacanza a San Vincenzo – un paesino della Val di Cornia, dirimpetto all’isola d’Elba – qualche escursione nell’entroterra. “Castagneto Carducci, Suvereto, Campiglia. Se avete una macchina è perfetto, sono molto vicine”. Appaiono entusiasti alla prospettiva di visitare questi piccoli, splendidi borghi: “Sì, ci piace quel genere”. Una famigliola di Francoforte frequenta San Carlo, nei pressi di San Vincenzo, da ben undici anni. Alla mia curiosità su cosa apprezzino in particolare dell’Italia, rispondono: “l’atmosfera” e osservano deliziati un gruppo di ragazze che balla e canta a squarciagola al locale concerto di Ferragosto. I tedeschi in vacanza non rinunciano ai piaceri della nostra tavola: una coppia di cuochi incontrata sulla spiaggia, in particolare, approfittava del soggiorno in Italia per scoprire nuove ispirazioni. “La Germania ha un odore diverso”, osservo, “crauti, salsicce grigliate…” “è vero”, convengono, “l’Italia sa di aglio, basilico e pomodoro. E frutta e verdura sono così fresche, è fantastico”. Per i tedeschi, l’Italia sembra essere tutto questo: cultura, bellezza, allegria – esplosione di colori e sapori.

E per noi, che cos’è la Germania? Spesso niente più di una bandiera appiccicata a una terra fredda, abitata da biondi e implacabili dispensatori di spread. In un mondo in cui fili sempre più stretti legano i destini di tutti, le persone continuano a non riconoscersi – la Germania resta per molti birra e bratwurst. Infrangere gli stereotipi richiede solo un po’ di coraggio: quello di parlare, apertamente, alla Germania sulla spiaggia. Non si tratta, beninteso, di importunare tranquille famiglie in vacanza, quanto di far rivivere la trascurata arte della conversazione casuale. La fila dal panettiere, una nuotata intorno alla stessa boa, un pallone rotolato fino alla nostra sdraio: occasioni banali e luminose, in cui basta guardarsi per scoprire nell’altro la stessa apertura e disponibilità. Allora si esordisce: sind Sie Deutscher? Rotti gli argini che ci costringono nei limiti del prevedibile, le parole scorrono. Non conta l’argomento né la durata della conversazione, se si finisce col prendere un caffè o ci si separa gentilmente: per mezz’ora o un minuto, si è fatto un piccolo viaggio. E i nostri ospiti ripartiranno a loro volta con un piccolo regalo: un’immagine viva. Conversazioni occasionali, forse, ma significative; non solo parole, ma viti di un ponte tra i nostri mondi. E una bella occasione per debellare la triade pizza-mafia-mandolino”. (aise 20.8.)  

 

 

 

 

 

Legalità e responsabilità. Migranti, quella lezione tedesca per la destra di casa nostra

 

L’accoglienza dei profughi in Germania non è la scelta di un governo di sinistra. È la scelta del leader del centrodestra europeo, Angela Merkel. E l’organizzazione è gestita - nonostante qualche mugugno - dal governo bavarese, dominato da sempre dalla destra identitaria e dura del «toro» Strauss e di Stoiber. Ma la destra italiana, dov’è? È pronta a fare la propria parte, nelle regioni e nelle città che amministra, o è ferma alla propaganda? È per il modello tedesco, o per quello ungherese? L e immagini storiche dell’arrivo dei siriani a Monaco sono destinate a restare nella memoria per molte ragioni. Evocano un contrappasso della storia: i persecutori del secolo scorso che accolgono i perseguitati del nostro tempo. Sono anche il segno di un risveglio tardivo: per troppo tempo i Paesi più esposti al flusso migratorio - l’Italia, la Grecia, la stessa Turchia, che non fa parte dell’Ue ma ha retto finora il peso maggiore della crisi siriana - hanno chiesto invano agli altri Paesi europei di farsi carico di un’emergenza epocale. Se Berlino e Bruxelles si fossero mosse prima, si sarebbero evitati lutti ed esasperazioni. Ma lo scatto della Germania rappresenta per l’Italia una lezione politica.

La Merkel ha saputo fronteggiare la xenofobia che ha visto montare alla propria destra. Le immagini degli attacchi ai centri di accoglienza sono state decisive per indurla alla svolta di questi giorni tanto quanto le fotografie che hanno percosso la coscienza del mondo. I cristiano sociali della Baviera hanno fatto il resto.

 

E il conservatore Cameron per la prima volta non si chiama fuori. In Europa si affaccia, sia pure in ritardo, una destra della legalità e della responsabilità; ovviamente non disponibile ad accogliere chiunque, ma determinata a non respingere più chi fugge davvero dalla guerra. In Italia siamo ancora alla rissa, con Renzi che distingue tra esseri umani e bestie, Salvini che si sente chiamato in causa e gli dà del verme. E siamo alle diverse varianti del populismo, consolatorio o allarmista; al solito schema della sinistra buonista e della destra cattivista, dell’«accogliamoli tutti» e del «prendeteveli a casa vostra». Per fortuna, al di là di qualche scena di isteria dovuta più che altro alle carenze organizzative del governo e alle strumentalizzazioni politiche dell’opposizione, gli italiani si sono comportati in questi mesi con umanità, e nelle zone più esposte - a cominciare da Lampedusa - con una generosità di cui possiamo andare fieri. Adesso anche chi ha incarichi di governo deve fare altrettanto.

 

La solidarietà non può essere disgiunta dalla sicurezza; e sarebbe il caso che Renzi desse ai familiari dell’orribile delitto di Palagonia quella risposta - con i fatti più che con le frasi fatte - che sollecitano invano da giorni. Ma l’evolversi della situazione europea implica che pure la destra italiana, in particolare dove ha responsabilità di governo, esca dalle logiche consuete e batta un colpo. Cosa ne pensano i «moderati» della Lega, gli Zaia e i Maroni, che legittimamente aspirano a un ruolo nazionale? Che ne dicono i sindaci delle grandi città del Veneto, i leghisti Tosi e Bitonci e il veneziano Brugnaro, che in laguna (a parte le polemiche retrograde su omofobia e Gay Pride) sembra portare avanti un interessante esperimento post-ideologico? Il loro punto di riferimento è la Csu bavarese o la xenofobia del governo di Budapest? E Forza Italia discute solo delle proprie polemiche interne?

Con la Germania è giusto polemizzare, ma qualcosa ogni tanto sarebbe bene imparare. Oppure dobbiamo rassegnarci al fatto che la destra della legalità e della responsabilità non può passare le Alpi? Aldo Cazzullo CdS 8

 

 

 

Una Merkel “orgogliosa” dell’accoglienza tedesca ai rifugiati

 

Berlino - Una "orgogliosa" Angela Merkel ringrazia i cittadini tedeschi e il Paese per come hanno reagito al massiccio afflusso di rifugiati dall’Ungheria - oltre 20mila solo nel weekend, secondo le stime - e, nell’attesa che sia approvato il piano Junker, annuncia che sbloccherà sei miliardi di euro aggiuntivi per accogliere i richiedenti asilo nel 2016.

La cancelliera tedesca non sembra dunque aver colto l’appello del premier ungherese Viktor Orban, che, intervistato dalla tv austriaca Ort, ha affermato: "L'Europa deve chiudere le frontiere o rischia l'arrivo di milioni di migranti" ed ha invitato l'Austria e la Germania a dire "chiaramente che interromperanno l'accoglienza".

Berlino è invece in piena attività per gestire lo straordinario afflusso di profughi: il governo, al termine di una riunione notturna, ha stabilito di aumentare lo stanziamento per i richiedenti asilo di 3 miliardi di euro e mettere a disposizione altri 3 miliardi per gli stati regionali e i comuni che si incaricano dell'alloggiamento dei rifugiati.

Angela Merkel chiede però la "solidarietà europea" e sollecita l'Unione europea ad affrontare il problema alla radice, lavorando "insieme anche per sconfiggere i terroristi".

In una conferenza stampa sull'emergenza migranti, la cancelliera ha ringraziato tutti coloro che si sono mobilitati in questo fine settimana - "commovente e mozzafiato" - per l'emergenza migranti: "tanti cittadini con il loro benvenuto ai migranti hanno mostrato un'immagine del nostro Paese che ci rende orgogliosi". Poi ha aggiunto che il fenomeno migratorio di questi giorni "impegnerà la Germania anche in futuro e cambierà il Paese. Dobbiamo fare in modo che questo cambiamento sia positivo", affrontando subito anche la necessità di integrare al meglio chi arriva in Germania.

Questa mattina Matteo Renzi ha avuto un colloquio telefonico con la cancelliera tedesca Angela Merkel ed ha espresso grande apprezzamento per le posizioni tedesche: "c'è un cambio di segno e di passo significativo", ha commentato. Un cambiamento "del quale l'Italia non può che essere felice e orgogliosa".

Arrivano intanto le prime indiscrezioni dalla Commissione europea: circa il 60% dei 120 mila rifugiati da ricollocare presenti in Italia, Grecia e Ungheria sarebbe assegnato a Germania (31.433), Francia (24.031) e Spagna (14.931). (aise 7) 

 

 

 

 

La riforma della rappresentanza degli italiani all’estero, le elezioni del Cgie e la manovra finanziaria. Intervista a Marino (PD)

 

ROMA – Cosa c’è dietro l’angolo? E’ questa la domanda che in un noto talk show televisivo Maurizio Costanzo rivolgeva ai suoi ospiti, ed è questo il senso degli interrogativi che abbiamo posto, per quanto riguarda le tematiche dei nostri connazionali all’estero, a Eugenio Marino, responsabile nazionale Pd per gli italiani nel mondo. Partendo da una valutazione sugli incontri dedicati agli italiani all’estero, che hanno avuto luogo alla Festa dell’Unità di Milano e che hanno evidenziato la crescente valenza della nuova emigrazione e delle comunità degli italici presenti nel mondo, abbiamo infatti cercato di approfondire alcune tematiche, come la riforma della rappresentanza, le elezioni del Cgie e la prossima  manovra finanziaria. Sfide politiche e incognite ormai all’orizzonte che riguardano molto da vicino i nostri connazionali nel mondo.

 

Gli incontri dedicati agli italiani all’estero “Senza perderci di vista” e “Dalle comunità al Parlamento” che hanno avuto luogo alla Festa Nazionale dell’Unità di Milano sono state caratterizzati da un dibattito variegato e ricco di spunti. Può spiegarci le finalità di questo momento di approfondimento?   

Penso che la giornata di Milano sia stata molto importante per quanto riguarda la riflessione complessiva sul nostro mondo,  cioè capire e analizzare le potenzialità della variegata realtà degli italiani all’estero. Si è cercato di comprendere in che direzione poter andare e come tenere questa realtà nell’orbita italiana nel senso, come c’è scritto nel titolo che abbiamo dato a questa iniziativa, di” non perderla di vista”. L’idea era quella di  concentransi non solo sull’importante aspetto di frenare l’attuale ripresa dell’emigrazione italiana, cosa che si deve fare agendo affinché chi voglia rimanere in Italia possa farlo, ma anche sul concetto che chi è partito e decide di rimanere all’estero non taglia definitivamente i rapporti con il paese d’origine e anzi cerca di mantenerli. Un legame , quest’ultimo, che appare giusto ed è utile al nostro paese  dal punto di vista economico e  dell’arricchimento culturale, nonché per la proiezione italiana nel mondo. L’idea di discutere questo,  non solo con i rappresentanti del Partito democratico a livello nazionale e sul territorio ma anche con personalità di chiara fama esterne al Pd ognuna specializzata in uno degli ambiti che riguardano la vita degli italiani all’estero, è stata sicuramente positiva. Penso che sia stata un’esperienza costruttiva dalla quale abbiamo ottenuto molti spunti di riflessione per il futuro, anche perché le cose dette a Milano non sono un punto di arrivo, ma di partenza.

 

La I Commissione del Senato ha già ripreso, dopo la pausa estiva, l’esame della riforma Costituzionale. Quale ricaduta avrà sul rapporto con gli italiani all’estero questo importante cambiamento istituzionale?

La riforma come è concepita non cambia molto l’idea e l’impostazione e il rapporto con gli italiani nel mondo, anche perché, per quello che ci riguarda, la riforma prevede l’assenza di una rappresentanza degli italiani all’estero solo dal Senato. Una presenza che invece sarà mantenuta alla Camera. In questo nuovo quadro Costituzionale  l’aula di Montecitorio diverrà infatti l’unica Camera di rappresentanza dei cittadini, cioè quella che voterà  la fiducia la Governo, e in questa assemblea, come avviene già oggi, vi saranno anche i 12 deputati eletti nella circoscrizione Estero. Al contrario, allo stato attuale della riforma, il Senato dovrebbe diventare la camera di rappresentanza e raccordo delle istituzioni territoriali, come le Regioni , le Provincie e i Comuni, e quindi non potrà avere fra i sui membri i rappresentanti degli italiani all’estero.  

 

Ma in questa stagione politica dedicata al cambiamento delle istituzioni potrebbe trovare un suo spazio anche la riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero. Cosa può dirci in proposito?

Si questa è una delle questioni che si è aperta dopo le elezioni dei Comites. Noi abbiamo rinnovato i Comites e adesso, dopo che verrà eletto il nuovo Cgie, dovrà partire una riflessione sull’eventualità e la necessità di riformare e in quale modo queste istituzioni. Per adesso a noi non interessa dire come va fatta questa riforma, io ho un idea, il nostro partito ha un idea, ma vogliamo discuterne seriamente, con i dovuti tempi e insieme innanzitutto agli organismi interessati, cioè i Comites ed il Cgie. Ne parleremo quindi con i nuovi eletti. Per quanto riguarda il Pd il 19 di settembre si terrà a Lussemburgo l’assemblea dei circoli e in quell’occasione cominceremo questa discussione. Cercheremo innanzitutto di definire i tempi ed i modi di questo dibattito e poi ci confronteremo con gli altri sul merito di un’eventuale riforma.

 

Mancano pochi giorni al rinnovo dei consiglieri del Cgie che verranno scelti dalle singole Assemblee nei vari Paesi di residenza. Cosa ci può dire su questo importante appuntamento lungamente atteso?

Le elezioni del Cgie rappresentano un atto dovuto, per troppo tempo si è rinviato questo appuntamento. Noi siamo   sempre stati contrari a questi continui rinvii che rappresentano uno sbaglio. Quindi è bene che queste elezioni si facciano. Per quanto poi riguarda la questione di chi verrà eletto nel nuovo Cgie noi non entriamo nel merito perché non è il partito che deve partecipare alle elezioni del Consiglio Generale. Il Pd e i nostri parlamentari devono garantire le elezioni, dopo di che il mondo associativo, gli eletti dei Comites e anche i militanti e dirigenti del nostro partito che si sono candidati alle consultazione per il rinnovo dei Comites e si candideranno al Cgie discuteranno chi eleggere. E’ una discussione che spetta a loro.

 

Anche alla luce dei tagli ai capitoli di spesa per gli italiani all’estero che hanno caratterizzato le scorse manovre finanziarie si può ipotizzare qualche valutazione sulla prossima Finanziaria per le materie d’interesse dei nostri connazionali nel mondo?

Ancora non abbiamo niente su cui riflettere, possiamo avere solo delle percezioni. Il presidente del Consiglio ha annunciato una manovra che andrà verso la riduzione del carico fiscale, il che significa che bisognerà recuperare le risorse per compensare questo abbassamento delle tasse e vedremo in che modo verrà fatta questa operazione. Certamente sappiamo che non siamo ancora in un momento in cui possono ripartire alla grande gli investimenti. Quando avremo dei documenti su questo tema potremo valutare e capire in che direzione andare, naturalmente il nostro auspicio è che questa volta non vi sia quella rincorsa ai tagli delle risorse pubbliche che hanno molto penalizzato in questi anni il nostro settore, ma che invece si vada verso un riequilibrio. Su questo i nostri parlamentari saranno molto attenti e faranno il loro lavoro. (G. M. -Inform)   

 

 

 

 

Garavini: "Ottimo il bilancio per gli italiani all’estero a metà legislatura”.

 

“Da un anno e mezzo a questa parte noi italiani all’estero ci accorgiamo ogni giorno, leggendo i giornali, parlando con i compagni dei nostri partiti fratelli dei Socialisti & Democratici europei, che l'Italia è tornata ad essere un Paese stimato nel mondo. Non più sarcasmi o titoli schifati sui principali giornali internazionali. Non piú sorrisini ironici o vere e proprie offese da parte dei colleghi, dei conoscenti e degli amici stranieri. Bensì un Paese di cui poter andare fieri. E tutto questo non è piovuto dal cielo. E´ merito del processo di riforme messe in atto dal nostro Governo, del Governo del PD”. Così Laura Garavini, componente dell’Ufficio di Presidenza del PD alla Camera. La deputata eletta nella circoscrizione estero-Europa è intervenuta alla Festa dell’Unità di Milano, all'incontro sulle questioni degli italiani nel mondo "Dalle comunità al Parlamento".

 

La parlamentare ha proseguito: “I risultati dell’azione riformatrice del Governo Renzi iniziano a dare i primi frutti. Sono tante le riforme già approvate come quella della PA, del lavoro, della scuola, della giustizia e della legge elettorale. E gli indicatori dello stato del Paese finalmente ricominciano a crescere dopo anni e anni di stagnazione: l’occupazione, la produzione industriale, i consumi delle famiglie, il Prodotto interno lordo, cioè il livello di ricchezza del paese. Tutto questo non solo sta instillando un nuovo clima di fiducia negli italiani, ma va ad incidere su quelle stesse cause che sono spesso alla base della fuga dei cervelli, creando invece opportunità professionali e di crescita. ”

 

“Ma i risultati in questi soli 18 mesi di Governo”, ha aggiunto Laura Garavini, “si vedono finalmente anche sulle questioni specifiche per gli italiani all’estero. L'abolizione dell'IMU sulla prima casa in Italia per i pensionati che vivono all'estero e percepiscono almeno una pensione straniera; il rinnovo dei Comites; l'abolizione della tassa annuale sui passaporti; l'estensione delle detrazioni per carichi di famiglia a quei dipendenti che lavorano in Europa; il prolungamento dei vantaggi fiscali previsti da Controesodo per giovani italiani che tornano in Italia. Inoltre siamo riusciti a sventare la ritenuta d'acconto del 20% sui bonifici bancari, a suo tempo introdotta dal Governo Monti, come pure il taglio inizialmente previsto ai Patronati da 150 a 35 milioni. Nel momento in cui sarà approvata la riforma Costituzionale potremo poi vantare ulteriori due importanti successi: il mantenimento della circoscrizione estero con la presenza di 12 deputati    eletti all'estero presenti nella Camera Alta e l'estensione del voto per corrispondenza ai giovani Erasmus.

 

Insomma: un bilancio di metà legislatura davvero positivo. Certo resta ancora tanto da fare nei prossimi mesi, a partire da un rilancio della promozione di lingua e cultura all'estero e da un ragionamento sulla riforma della rappresentanza di base, dopo il recente rinnovo dei Comites e (il prossimo) del Cgie. Compiti molto impegnativi per i quali sarebbe prezioso un forte coinvolgimento    dei circoli e delle comunità sui territori, così da perfezionare le proposte sinora elaborate, sia dal Cgie uscente che a livello parlamentare". De.it.press 7

 

 

 

 

 

Confini. L’amara sorpresa dell’Est

 

Sotto le macerie del muro di Berlino, un quarto di secolo fa, non restarono sepolti solo il comunismo, i suoi errori, i suoi crimini. Il crollo si tirò dietro, purtroppo, molto di più. L’idea stessa, in larghe sacche dell’Europa orientale, della solidarietà. Quella che va oltre l’egoismo di bottega, di contrada, di paesotto.

Ieri, mentre si allungava la marcia dei profughi verso Vienna, la Repubblica ceca e la Slovacchia hanno respinto come inaccettabili le «quote» da ripartire fra tutti i Paesi Ue, fornendo l’ennesima conferma: i Paesi post-comunisti, recuperati dalla polvere i vecchi miti e riti nazionalisti con l’aggiunta di derive xenofobe, non hanno intenzione di farsi carico del loro pezzo di un problema epocale che va oltre eventuali responsabilità, pavidità e inettitudini e di questo o quel governo. Stiamo vivendo una tragedia continentale e planetaria? Ci pensino gli altri.

Unica risposta, spesso, quella del manganello imparata sotto i vecchi regimi. La barriera di filo spinato di 160 chilometri, in parte già costruita, decisa dalla Bulgaria lungo il confine turco. Il progetto d’un muro di quattro metri lungo 175 chilometri sulla frontiera dell’Ungheria con la Serbia. La marchiatura col pennarello (così simile alle procedure nei lager di Himmler) di ogni immigrato finito sotto mano ai poliziotti cechi.

Dice l’Alto Commissariato per i rifugiati che le persone costrette a fuggire dalle loro case, nel mondo, è salito nel 2014 a 59,5 milioni: ventidue milioni in più rispetto a dieci anni fa. Quasi 14 milioni a causa di guerre e persecuzioni. I l premier ungherese Viktor Orbán, tra gli applausi dei nostalgici delle Croci Frecciate filonaziste, invita i profughi: «Restate in Turchia!». Eppure sa che la Turchia ospita già oggi due milioni di rifugiati. Nella stragrande maggioranza in fuga dai tagliagole dell’Isis.

Son quattro milioni i siriani costretti a cercare scampo nei Paesi vicini. Quelli che premono verso l’Europa, puntando su Germania e Svezia, 300 mila. Più o meno quanti gli ungheresi che scapparono in Europa dopo la repressione del 1956. Un sesto dei polacchi che nel ventennio a cavallo della caduta del muro (ricordate le polemiche francesi sull’«idraulico polacco»?) si sparpagliarono per il continente contando sulla solidarietà europea.

Eppure, è un dolore dirlo, pare che un po’ tutti quei Paesi che hanno contato sulla simpatia, l’amicizia, l’appoggio della «nostra» Europa, siano percorsi da tempo da rigurgiti xenofobi più gravi che altrove. Che poi pesano maledettamente sulle scelte dei governi, anche quando non sono di estrema destra come a Budapest. È come se, spazzata via la parola d’ordine del «siamo tutti uguali», tradotta burocraticamente in un delirio oppressivo, fosse passata l’idea che non solo non siamo uguali, ma c’è chi è superiore e chi inferiore.

Vale per la Russia che, ha scritto tempo fa il Sunday Times , «è diventata un luogo mortalmente pericoloso per gli immigrati dalla pelle scura». Decine e decine di omicidi, almeno 140 gruppi xenofobi censiti, esecuzioni di avvocati e giudici, campagne terrificanti di odio online verso i «ciorni» (i «neri» uzbeki, tagiki, kirghisi) calate solo di recente perché l’odio si è rovesciato soprattutto verso gli ucraini. Vale per la Polonia, indicata da chi monitora il razzismo come «il maggior produttore europeo di oggetti storici e imitazioni del periodo nazista» anche se «la maggior parte dei clienti arriva dalla Germania dell’Est», quella per decenni sotto il tallone della Stasi.

E vale ancora per la Bulgaria, dove qualche anno fa il leader del partito Ataka! , Volen Siderov, uno che ha scritto un libro contro gli ebrei rei di una «cospirazione contro i bulgari ortodossi», è riuscito addirittura ad arrivare al ballottaggio delle Presidenziali. O per la Boemia, dove i razzisti del D?elnická strana (Ds, partito operaio), sciolti dalla Corte Suprema, hanno semplicemente cambiato nome: Dsss, con l’aggiunta beffarda di quelle due «ss» che richiamano le Schutzstaffel naziste. Ed ecco nazionalisti contrapposti che in nome della Grande Romania, la Grande Ungheria, la Grande Bulgaria odiano le rispettive minoranze di confine ma tutti insieme odiano quelli che vengono da «fuori».

« Dimmi bel giovane / onesto e biondo / dimmi la patria / tua qual è? / Adoro il popolo / la mia patria è mondo / il pensier libero / è la mia fé », diceva una canzone del pisano Francesco Bertelli del 1871. E non erano solo i socialisti e gli internazionalisti a pensarlo. I confini, per milioni di emigranti italiani, tedeschi, slavi, ungheresi, sono stati considerati a lungo semplici e odiosi ostacoli burocratici che era legittimo superare. Anche a dispetto (e lasciamo stare le aggressioni coloniali in casa altrui...) dei Paesi d’accoglienza. Tutto cambiato. Tutto rimosso.

Sia chiaro: l’Europa non può farsi carico di tutti. E non può andare avanti tamponando le emergenze giorno dopo giorno. La morte di Aylan, il bimbo annegato con la mamma e il fratellino ci ricorda che se noi avessimo sul serio «aiutato a casa loro» i siriani, come Estonia, Lituania e Lettonia han ripetuto due mesi fa rifiutando di accogliere 700 profughi («Possiamo accettarne fra 50 e 150»), la famigliola di Abdullah Kurdi non sarebbe venuta via da Kobane per andare incontro alla strage. Vogliamo entrare in guerra in Siria, in Iraq, in Libia? La sola ipotesi ferma il fiato. Ma sarebbe, almeno, una scelta spaventosamente seria. Buttarla in cagnara per motivi di bottega elettorale, da noi e altrove, non lo è. Gian Antonio Stella CdS 5

 

 

 

 

Austria e Germania aprono le frontiere ai profughi

 

Le strazianti immagini della spiaggia di Bodrum hanno dato la sveglia all’Europa. Finalmente l’Unione Europea penserà seriamente a come gestire rifugiati in fuga e richieste d’asilo. Sbaglierebbe però a trascurarne la causa. Che ha un nome ben preciso: Siria. O la si affronta alla radice o continueremo a subirne le conseguenze, noi europei in prima linea.   

  

Non è troppo presto: il disastro umanitario dilaga da mesi, dalle coste di Lampedusa alla stazione di Budapest, dai reticolati di Calais agli sbarramenti macedoni. Aylan Shenu senza vita, depositato dalla risacca nelle braccia di un poliziotto turco, scuote gli europei dal torpore e, forse, dagli egoismi nazionali. L’Ue – Angela Merkel in testa – dà finalmente segno di riconoscere che la crisi è europea. Malgrado le resistenze di chi crede in un’Unione di onori senza oneri, Bruxelles va verso una condivisione di responsabilità e di quote di asili.   

  

I rifugiati da ridistribuire salirebbero a 160 mila rispetto ai 40 mila dell’originaria proposta Juncker (respinta in giugno). Sempre una goccia d’acqua rispetto alle 800 mila richieste d’asilo attese in Germania e, soprattutto, ai 4 milioni di rifugiati sparsi fra Libano, Giordania e Turchia. Finché la guerra in Siria continua, la pressione delle fughe verso l’Europa non farà che crescere.   

  

Per la criminalità organizzata è diventata un redditizio commercio.   

Non tutti i migranti sono rifugiati con fondati motivi di asilo politico. Gestione europea degli arrivi, selezione e interventi contro i trafficanti sono misure indispensabili nel breve termine. Ma un fiume in piena non si sbarra alla foce. Continuerà a debordare a meno di non intervenire a monte: sulla Siria. Di lì viene la massa critica dei rifugiati. Quanto alla Libia, pure importante, specie per l’Italia, è terra di transito e non di provenienza.   

  

La guerra civile in Siria imperversa da oltre quattro anni. La primavera araba di Damasco divenne rapidamente inverno di scontro fra regime alawita (sciita) al potere e maggioranza sunnita della popolazione, con la parte curda che colse l’occasione per cercare di rendersi autonoma. Gli appoggi esterni, del Golfo e dell’Arabia Saudita ai ribelli, dall’Iran e dagli hezbollah libanesi al regime, ne fecero rapidamente una guerra per procura. Dopo la caduta di Saddam Hussein ad opera americana, i paesi arabi sentivano la lunga ombra dell’Iran estendersi sul Golfo. Otto anni dopo la Siria offriva l’occasione per pareggiare i conti con Teheran. Stati Uniti ed europei volevano l’uscita di scena di Assad, responsabile di pesanti repressioni contro i civili, nonché dell’uso di armi chimiche nell’agosto del 2013. Mosca invece lo appoggiava, con ingenti aiuti militari. Paralisi militare e diplomatica.  

  

Entrato in scena nel 2014, l’Isis combatte contro Assad ma è oggetto di bombardamenti da parte di una coalizione americana, occidentale e araba (l’Italia ne fa parte pur non partecipando ad azioni militari). Tutti contro tutti, ma soprattutto un tragico equilibrio di forze e di aiuti esterni che ha incancrenito la guerra, protratto la tragedia umanitaria e costretto milioni di civili alla fuga. La famiglia Shenu veniva da Kobane, la città ai confini della Turchia, per mesi teatro di feroci scontri fra Isis e forze curde.  

  

Difficile se non impossibile rimettere la Siria insieme. Tuttavia quando c’è una forte pressione internazionale per la pace, le soluzioni d’ingegneria diplomatica s’inventano – e s’impongono. Basti pensare alla Bosnia. Reduci e incoraggiati dal successo iraniano, il Segretario di Stato americano, John Kerry e il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, tengono già le tenui fila di un dialogo. L’inviato speciale dell’Onu per la Siria è Staffan de Mistura, ex viceministro degli Esteri italiano nel governo Monti. Tre veterani professionisti in campo.  

  

L’Ue non può rimanere assente. L’Europa ha un interesse diretto a che si ponga termine alla sanguinosa ed efferata guerra in Siria. Senza pace a Damasco, i rifugiati siriani, in numero sempre maggiore, continueranno a tentare la sorte verso i lidi italiani e greci, attraverso le montagne e pianure dei Balcani.   Stefano Stefanini  LS 5

 

 

 

 

 

Mediterraneo e oltre. Europa: le fughe e i ritardi

 

Ipse, la signora dell’Est, dixit da Berlino 24 agosto, vertice Merkel-Hollande: aprire o attivare centri di registrazione o identificazione.

 

Però, successivamente venne la politica, con un “auspicio” - l’Unione può accogliere i rifugiati - e una scelta esemplare: sospende Dublino, ribadisce che la Germania non può essere nazista ed accoglie i profughi siriani. Ubi lex voluit, dixit; ubi noluit, tacit.

 

La Merkel, quindi, nel recente incontro con Hollande (direttorio non democraticamente incisivo) ha invitato Italia e Grecia ad aprire i centri di registrazione per identificare i rifugiati (migranti o disperati), rilanciando la necessità che l’Unione risponda con una propria politica alla massa di esseri umani che fuggono dalla fame e dalle bombe, convinti che l’Europa li accolga.

 

Ma nel contempo la Merkel, coerentemente, condannando ogni forma di razzismo che si era manifestata vicino a Dresda, ha sospeso Dublino ed ha aperto all’accoglienza in Germania dei rifugiati o profughi o disperati siriani.

 

Le sfide esterne sono in continuità: unificare l’Europa dopo la Germania, sensazioni vissute e rischi superati di una Germania “oscura”, approdata a Berlino.

 

Solidarietà “spontanea” e politica condivisa

Certamente, il fenomeno o apocalisse dei fuggitivi (fame e bombe) non riguarda soltanto il Medio Oriente con i tanti campi profughi e vuole una risposta politica che è in forte ritardo condizionata da interessi commerciali e finanziari.

 

La demografia, non secondaria, impone una governance continentale e intercontinentale: basti pensare che a Sud del Sahara vive o tenta di non morire una popolazione di quasi un miliardo di persone, per non trascurare la vicina Cina il cui muro vacilla tra mercato e governance.

 

L’Europa vive i suoi ritardi nel coniugare insieme integrazione economica e politica. Gli equilibri istituzionali attuali non consentono alla Commissione di governare l’Unione in un rapporto democratico ed istituzionale con il Parlamento e il Consiglio, ma sempre di più le sfide esterne, vedasi i fuggitivi per fame e bombe, impongono politiche europee essendo insufficienti e a volte dannose le scelte di singoli Stati.

 

In questo, aiuta rilevare le contraddizioni: mentre i Paesi Baltici chiedono una maggiore protezione militare ai sorvoli “turistici” provenienti dalla Russia, rifiutano la richiesta di aiuto dei disperati del Sud; così pure l’Ungheria, la cui memoria storica è latente, dimentica gli aiuti finanziari dell’Unione, per integrarsi senza soffrire, ed alza una barriera che come dimostrano i fatti è inutile; mentre si legge che la Serbia organizza un servizio di pullman che “alleggerisce” il viaggio di chi transita dai Balcani per raggiungere l’Europa del Nord, dove la Svezia rappresenta un esempio di accoglienza, assistenza ed integrazione.

 

Ci si chiede se non sia possibile attivare un servizio navale dal Sud al Nord per impedire tanti morti e costi di pattugliamento e salvataggio, in ritardo, così da gestire positivamente per vie legali la domanda di Europa.

 

Non si riflette abbastanza sulle conseguenze o incapacità di rendere lo sviluppo locale dei Paesi travolti dalle bombe, dalle guerre civili e religiose, usufruibile anche ai giovani e non solo a egoistiche e miopi oligarchie locali spesso connesse con la fiorente industria delle armi, che “però” aumenta il Pil.

 

La democrazia una via obbligata per una Comunità di dialogo

I confini nell’era digitale e delle fughe alla ricerca di un mondo migliore rimangono una sovrastruttura culturale, dovuta anche ai ritardi nel condividere le diversità. L’Unione dei piccoli passi è un esempio che è stato preso in considerazione per dare alle Organizzazioni internazionali un ruolo politico condiviso: non lasciamo che prevalga “la dottrina”.

 

Ma i recenti fatti dimostrano che bisogna rendere le Istituzioni europee più democratiche ed incisive, come così pure l’Onu; la Merkel ha detto, ma l’Unione ancora non ha deciso; così pure Ban Ki-moon ha convocato un vertice Onu “straordinario”, che si riunirà il 30 settembre.

 

In questo contesto è utile richiamare la scelta di Tsipras che, dopo aver raggiunto l’accordo con i creditori, ha ritenuto che ancora una volta i greci democraticamente si pronunciassero, mentre in altre realtà la sovranità popolare è “burocraticamente tutelata” - vedasi la vicenda di Roma.

 

Tante esperienze che aiutano a capire i ritardi nel definire i livelli di partecipazione e le paure a far prevalere la res pubblica. Non sfugge che i sistemi elettorali mostrano il loro deficit democratico non consentendo che tutte le esperienze o bisogni siano rappresentati.

 

Il contesto è geopolitico: per l’Europa s’impone di riconsiderare Barcellona e rilanciare una politica mediterranea di sviluppo locale, integrazione ed innovazione.

 

Il Sud con le tre penisole (Balcanica, Italica ed Iberica), in cui l’Italia è centrale, può svolger un ruolo; le Università possono innovare in ricerca e nella formazione di nuove figure professionali (ricordiamo Europa 2020 e la cattedra Jean Monnet ad personam); mentre le infrastrutture sia invisibili che visibili con i loro corridoi vanno rilanciate guardando a Suez ed a Kelibia in Tunisia.

 

In questo contesto nel nostro Sud va realizzata l’alta velocità e data continuità alla conurbazione dell’area dello Stretto di Messina.

 

Certo non è secondario ricordare che, nell’unificare una politica di accoglienza, va unificata la politica fiscale per non lasciare in terra i tanti paradisi fiscali, dove proventi leciti ed illeciti partecipano ad arricchire una finanza che non aiuta lo sviluppo locale aspettando Juncker ed il suo discorso al Parlamento di Strasburgo ed il vertice dell’Onu, preceduto dalla “benedizione” di papa Francesco, con sempre maggiore sofferenza, parziale indifferenza e deficit democratico.

 

La plenaria dell’Assemblea che inizia il 7 settembre darà la possibilità al presidente Juncker (che ha memoria storica) di esercitare il potere d’iniziativa della Commissione davanti ai rappresentanti del popolo europeo, così da evitare un ritorno all’Europa del Commonwealth con divieto di circolazione o delle Patrie e da riaffermare la Comunità oltre il Mediterraneo prima del prossimo vertice del 14 settembre: una Odissea con ritorno a Bruxelles nel segno della democrazia.

Pasquale Lino Saccà, J.M. Chair ad personam E.C. Roma. AffInt 4

 

 

 

 

Prima del vertice straordinario dell’ONU: i paesi industrializzati corrono il rischio di mancare i nuovi obiettivi di sostenibilità

 

Gli obiettivi del millennio hanno consentito di ottenere progressi evidenti in molti paesi in via di sviluppo. Se le Nazioni Unite approveranno ora i nuovi obiettivi globali di sviluppo sostenibile fino al 2030, per la prima volta anche i paesi industrializzati dovranno attuare queste direttive. Eppure, il primo punto della situazione a livello mondiale mostra che la maggior parte dei paesi industrializzati è ben lontana dal fungere da modello per uno sviluppo sostenibile.

 

Gütersloh (Germania), 8 settembre 2015 – La maggior parte dei paesi industrializzati dell’OECD non è ancora pronta per la nuova promessa di sostenibilità della comunità mondiale: molti di essi sono ancora ben lontani dal raggiungere gli obiettivi politici mondiali che saranno decisi questo mese dai capi di stato e di governo in occasione del vertice straordinario dell’ONU. Per molti indicatori, poi, c’è il rischio di mancare completamente questi obiettivi. I paesi industrializzati mostrano le principali carenze nel comportamento poco sostenibile in termini di produzione e consumo. Inoltre, i loro sistemi economici spesso acuiscono la tendenza alla disuguaglianza sociale.

A questo risultato è giunto uno studio comparativo di tutti i 34 paesi dell’OECD condotto dalla fondazione tedesca Bertelsmann sulla base di 34 indicatori relativi ai 17 obiettivi futuri di sviluppo sostenibile (SDG) validi fino al 2030. Si tratta del primo studio sistematico al mondo sullo stato attuale di ognuno di questi paesi e nel confronto tra loro. L’istantanea identifica inoltre anche i paesi che, per singoli obiettivi di sostenibilità, hanno carattere esemplare e quelli in cui esistono ancora carenze notevoli. Lo studio fornisce quindi anche una copia cianografica per il raggiungimento degli SDG nei prossimi 15 anni.

Tra i paesi più vicini a raggiungere i nuovi obiettivi dell’ONU figurano le quattro nazioni scandinave (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), seguite al quinto posto dalla Svizzera. In fondo alla classifica si collocano gli USA, la Grecia, il Cile, l’Ungheria, la Turchia e il Messico.

 

I leader mostrano i potenziali per un miglioramento

Dallo studio emergono anche grandi differenze tra i singoli paesi in relazione ai diversi obiettivi. Soprattutto la disuguaglianza sociale ha raggiunto nel frattempo livelli record nei paesi industrializzati e tende ad aumentare. Nei 23 paesi dell’OECD, il dieci percento più ricco della popolazione guadagna almeno tanto quanto il più povero 40 percento. Negli USA, la differenza è di addirittura 1,7 volte e in Cile di 3,3. Che la disuguaglianza non debba essere inevitabilmente uno sviluppo inevitabilmente è dimostrato da paesi quali Slovacchia, Slovenia, Norvegia, Rep. Ceca o Danimarca. Qui la concentrazione del reddito è decisamente inferiore.

 

Grandi differenze sono evidenti anche nell’inquinamento dell’ambiente. Paesi come Australia, Canada, Polonia o Messico inquinano il clima oltre sei volte di più, in termini di biossido di carbonio per ogni unità di produzione economica, di Svezia o Norvegia. Anche la percentuale di energie rinnovabili oscilla notevolmente tra i vari paesi. Corea, Gran Bretagna o i Paesi Bassi utilizzano meno del quattro percento di energie rinnovabili. Islanda, Norvegia e Svezia arrivano invece già adesso ad una percentuale superiore al 47 percento e, addirittura, ampliano questi valori costantemente senza che la rispettiva crescita economica ne risenta.

 

Nella premessa dello studio, Kofi Annan, il padre spirituale degli obiettivi del millennio, richiede un maggior impegno dei paesi ricchi della Terra: “Ringrazio la fondazione Bertelsmann per aver attirato l’attenzione su questo tema in modo così dettagliato. Spero che questo studio susciti dibattiti riformisti sullo sviluppo sostenibile e l’uguaglianza sociale in molti paesi industrializzati. Lo dobbiamo al nostro pianeta e ai suoi abitanti.”

 

Secondo il Dr. Christian Kroll, responsabile dello studio della fondazione Bertelsmann, queste grandi differenze rimandano alle possibilità considerevoli dei vari stati di ottenere progressi sostanziali entro il 2030. “Se si prendono i nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU come riferimento, tutti i paesi sono ora paesi in via di sviluppo. Il nostro studio comparativo mostra però anche gli esempi migliori e i precursori per armonizzare il progresso economico, sociale ed ecologico.” Prosegue Christian Kroll: “Se, con l’aiuto degli obiettivi di sviluppo del millennio, i paesi in via di sviluppo sono riusciti a dimezzare il tasso di mortalità infantile, allora dobbiamo pretendere dai paesi industrializzati che, con l’aiuto dei nuovi obiettivi dell’ONU, configurino i propri modelli economici in modo più sostenibile e socialmente equo.”

 

Sullo studio: In occasione del vertice straordinario dell’ONU di New York (25–27/09/2015), la fondazione Bertelsmann presenta il primo studio comparativo al mondo sui nuovi obiettivi mondiali di sviluppo sostenibile che, diversamente dagli obiettivi del millennio, prevedono direttive non solo per i paesi emergenti e in via di sviluppo, ma anche per i paesi industrializzati. Gli indicatori sono stati scelti e concepiti con il supporto del Sustainable Development Solutions Network (SDSN) dell’ONU, un network di istituti di ricerca che intende fornire consulenza e sostegno alla realizzazione dei nuovi obiettivi dell’ONU. Si tratta di indicatori essenziali e molto significativi, che coprono gli aspetti più importanti della vita. Gli indicatori si alimentano anche dai “Sustainable Governance Indicators” della fondazione Bertelsmann, un progetto in collaborazione con circa 100 scienziati internazionali volto a misurare la sostenibilità dei paesi industrializzati (www.sgi-network.org).

 

 

 

 

Metterci la faccia

 

Sul voto dei Connazionali all’estero, forse anche per l’incertezza politica che si respira nel Bel Paese, però abbiamo avuto riscontri da parte di Lettori che già ci conoscevano per un passato pubblicistico di ben cinquantacinque anni vissuto, per quarantacinque, anche tra gi Operatori dell’Informazione del periodico “La Voce degli Italiani” (UK), testata che ha definitivamente chiuso i battenti nel dicembre del 2011.  In Germania siamo anche presenti, da oltre 38 anni, con la “Rubrica Sociale” sul mensile in cartaceo e web “Corriere d’Italia”.

 

 Con la Comunità italiana in Europa l’intesa è stata buona. Soprattutto con quella di seconda e terza Generazione. Ci siamo anche resi conto che la maggioranza è contraria all’immobilismo. Ora portiamo avanti un progetto, che nulla toglie a quello che avevamo pensato negli anni’90, più in sintonia con la realtà nazionale inserita in un’oggettività europea che non è più possibile trascurare. Se le nostre supposizioni sono anche movimento d’opinione, lo dobbiamo alla presa di coscienza di tanti che intendono dare concretezza alla posizione politica della Comunità nazionale nel mondo.

 

 Non solo nel Vecchio Continente. Siamo, quindi, favorevoli, non da ieri, sul fronte della rappresentatività informativa; vale a dire di militanza. Anche se abbiamo preferito, per una serie di motivi, verificare quali tesi del nostro programma siano sostenibili. Proprio perché intendiamo essere un polo d’opinione per lasciare ai Lettori la più ampia occasione per rendere pubblici i loro consigli, dubbi e perplessità.

 

 La nostra richiesta non è fortuita. C’è utile per avere, anche in tempi diversi, una visione esplicativa su quanto i diretti interessati sentono il bisogno di comunicare. Per pretendere efficaci cambiamenti sul fronte politico nazionale, il parere degli italiani all’estero non può essere il fanalino di coda di una realtà che coinvolge milioni di Connazionali che hanno dovuto lasciare il Bel Paese per necessità di sopravvivenza e non per spirito d’avventura. Segno, evidente, che non è sufficiente metterci la “faccia”. In politica; bisogno anche dare fiducia a chi, spesso, non ne ha più. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Boldrini e il diritto all’asilo: «Bene Renzi, servono standard comuni»

 

La presidente della Camera: «L’Unione europea può avviare una vera politica di integrazione che implica anche uniformare gli standard di protezione e assistenza»

di Giuseppe Guastella, inviato a New York

 

Presidente Laura Boldrini, in Europa non c’è una politica comune sul diritto d’asilo. Lo ha sottolineato il presidente Usa Barack Obama, lo ha ripetuto Matteo Renzi (la presidente della Camera è negli Usa per la conferenza mondiale dei presidenti dei Parlamenti) .

«Ho letto con piacere l’intervista al Corriere della Sera del presidente del Consiglio Renzi. Ha detto cose molto condivisibili. Mi sono occupata per 15 anni di diritto d’asilo (come portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ndr ) e credo che sia un tema sul quale l’Unione Europea possa avviare una vera politica di integrazione, che implica anche uniformare gli standard di protezione e di assistenza».

Paesi diversi che interpretano il diritto all’asilo in modo diverso?

«Sì. Per fare un esempio, un somalo che arriva in Italia può ottenere l’asilo, ma può non ottenerlo se arriva in un altro Paese Ue. E viceversa. Se non c’è uno stesso metodo di valutazione, è ovvio che tutti vogliono andare laddove c’è più disponibilità di vedere accolta la richiesta d’asilo».

E si fa confusione tra chi fugge dalla guerra e chi migra per povertà.

«Una confusione che viene alimentata da chi pretende di trattare questo problema senza conoscerlo e ha interesse a creare allarme e paura. C’è chi si meraviglia che persone che attraversano il mare sui barconi abbiano il cellulare, senza capire che si tratta di gente che fino a un momento prima aveva esattamente lo stesso nostro stile di vita, ma è dovuta fuggire dai bombardamenti e dalla violenza. In Italia, comunque, il diritto d’asilo non viene riconosciuto a chiunque lo chieda: ci sono commissioni che incontrano i richiedenti e decidono, dicendo anche dei no».

In Parlamento c’è questa consapevolezza?

«Alla Camera questo argomento viene affrontato da alcuni gruppi in modo ideologico e ciò non aiuta l’approfondimento, mentre temi come immigrazione e asilo, troppo importanti per farne materia di demagogia, dovrebbero essere trattati in modo da trovare le soluzioni e non con ricette semplicistiche, e per questo impraticabili».

In Francia, Inghilterra, Ungheria, negli Usa, i politici chiedono muri e rimpatri.

«I muri sono la soluzione che fa più breccia, ma che non risolve perché la gente disperata, quella che fugge dalle bombe in Siria o dalle persecuzioni in Eritrea riesce ad arrivare lo stesso. L’Europa non è riconosciuta e rispettata nel mondo perché fa muri, ma perché è quella dell’economia sociale, del welfare, del rispetto dei diritti. Ci vuole altro».

Cosa?

«Siamo di fronte alla più grave crisi dei rifugiati dalla Seconda guerra mondiale, con 60 milioni di persone costrette a fuggire nel mondo, un esercito pari alla popolazione italiana che non ha più una patria. Ma va sempre ricordato che la gran parte di loro si trova nei Paesi del Sud del mondo. È anche per far fronte a questo quadro che è necessaria un’Europa più unita, capace di dare risposte alle grandi sfide globali. Un’Europa 2.0 che si chiama Stati Uniti d’Europa. Bisogna che ciascuno sia disposto a una condivisione di sovranità ripensando anche all’architettura europea. Questo è il momento giusto per farlo perché tutti hanno preso atto dei limiti di questa Europa e hanno capito che dobbiamo andare avanti su una strada che ci renda più forti. L’Europa ci conviene. Anche per dare certezza ai nostri partner che, a cominciare dal presidente Obama, vedono la nostra debolezza con preoccupazione, mentre sanno che un soggetto coeso è capace di stabilizzare un’intera regione».

Però l’Europa è vista come una matrigna severa che chiede solo sacrifici?

«E infatti molti leader non si spendono come dovrebbero perché temono che parlando di Europa si perda consenso. Invece, bisogna trasformare l’Europa in una risorsa perché smetta di essere percepita solo come austerità senza scadenza che deprime l’economia, crea stagnazione, indebolisce il potere d’acquisto dei salari. Dobbiamo costruire una nuova casa europea basata sulla crescita e sull’occupazione, che sappia ispirare e dia un futuro ai nostri figli. Tutti siamo disposti a fare sacrifici, ma dobbiamo sapere quando essi finiranno. Se ha senso fare politica oggi è per riuscire a migliorare la vita delle persone che è messa a dura prova. E questo lo si fa concentrandosi sul cambiamento di rotta dell’Europa».

Ne ha parlato con gli altri presidenti di Parlamento?

«Penso che ci sia finalmente un cambio di attitudine verso la necessità di dare nuovo impeto al processo di integrazione politica. C’è molta preoccupazione per i flussi migratori, per il fatto che ancora non si riesce a uscire dalla crisi e per l’avanzare di forze populiste che stanno sfruttando tutto questo a loro vantaggio. Se non ci muoveremo subito, consegneremo il continente ai soggetti che hanno interesse a disgregare anziché costruire» . CdS 1

 

 

 

 

Interventi. Pretolemaici in economia

 

Un articolo del prof. Steve Keen   

(http://www.forbes.com/sites/stevekeen/2015/08/28/why-i-support-corbyn-for-uk-labour-leader/)    -grazie a Mirko che lo ha segnalato -    mi ha indotto a questa riflessione   

... astro-austro-economica. Confrontava il citato professore la   

spiegazione dei movimenti dei corpi celesti data dalla teoria tolemaica,   

che riusciva a descriverli alla perfezione pur partendo dalla presunzione   

errata che la Terra fosse al centro dell’universo, con quella della teoria   

copernicana. I movimenti reciproci dei corpi celesti si possono infatti   

descrivere prendendo come punto fisso di riferimento uno qualunque di   

essi. Unico inconveniente, come nel caso della teoria tolemaica, se si   

sceglie il corpo sbagliato come punto fisso, diventa complicatissimo   

descrivere i movimenti degli altri. Sarebbe come descrivere i movimenti di   

un motore assumendo come punto fisso un pistone: tutto il resto compresa   

l'auto andrebbe su e giù, ma i movimenti reciproci si potrebbero   

descrivere perfettamente anche se con complicazione assurda.

Nel caso dell'"austerità" come concezione in economia non siamo molto   

distanti dall'assurdo precedente. Anzi, direi che siamo addirittura un   

gran passo indietro. I tolemaici almeno descrivevano ciò che vedevano e   

avevano escogitato ingegnose costruzioni matematiche (epicicli) per   

spiegare    e descrivere ciò che non coincideva con la propria assunzione di   

base (Terra al centro dell’universo): funzionava nonostante l’errore. Un   

caso non certo unico nella storia scientifica di cui una teoria errata che   

tuttavia serve a descrivere ed a prevedere i fatti osservabili.

Nell’economia scolastica moderna assistiamo ad un fenomeno simile, ma   

molto più primitivo: invece di partire dalle osservazioni per costruire la   

teoria, gli economisti    che credono nel dogma dell’austerità cercano di   

spiegare tutti i fatti partendo da un dogma: la convinzione che il debito   

sia un male da evitare ad ogni costo. O che vada incanalato e tenuto entro   

limiti ben ristretti (senza tuttavia che ne sappiano spiegare le ragioni:   

ad es. perché mai il limite del 60 % del PIL, che poi nessuno nell’ UE ha   

mai rispettato a cominciare dalla stessa Germania i cui politici l’avevano   

imposto agli altri Stati?). Costoro aborrono il debito alla stessa      

maniera in cui i moralisti in alcune religioni vietano il sesso   

prematrimoniale – con l’identico successo.

Purtroppo sono esattamente gli economisti di questa religione che   

attualmente decidono il destino di milioni di sfortunate vittime della   

loro ignoranza. Li si potrebbe definire “austeritaristi” o   

“austeritariani”, “austeromani” o “aust-eroinomani”    visto che    costoro   

dichiarano di non poter fare a meno dell’euro esattamente come i   

tossicodipendenti della loro droga preferita, ma più semplicemente si   

possono chiamare ciarlatani. Invece però di far almeno ridere, purtroppo   

condizionano da decenni le scelte politiche mondiali e segnatamente quelle   

dell’Unione Europea.

 

Lasciamo alla storia il compito di valutare l’operato dell’economista   

Varoufakis durante il suo incarico come ministro delle finanze greche. Una   

cosa fondamentale l’abbiamo però appresa da lui.    Riferendo sulle   

trattative svolte con i funzionari europei, subito dopo aver rassegnato le   

dimissioni e quindi libero di esprimersi scrisse: “Mi mostravano le   

tabelle excel indicando i tagli, le privatizzazioni e le riforme da fare,   

io parlavo di economia e loro mi guardavano come se fossi stato un   

marziano che parlava una lingua loro sconosciuta”.

Aveva perfettamente ragione, infatti la materia economica    era e resta      

cosa incomprensibile per i funzionari dell’UE. Esattamente come gli   

astronomi di fede tolemaica che si rifiutavano di guardare nel   

cannocchiale di    Galileo, costoro si rifiutano di parlare di   

quell’economia che si costruisce ricercando e riflettendo partendo dai   

fatti, metodo che costoro aborriscono poiché il loro punto di partenza,   

esattamente come lo era il geocentrismo,    è    un dogma tanto venerato   

quanto incompreso: non vogliono ma nemmeno possono capire senza   

abbandonare la fede di cui sono credenti fondamentalisti .

Il caso dei suddetti economisti    è dunque ancor più grave di quello degli   

astronomi tolemaici. Infatti questi ultimi pur partendo da una teoria   

sbagliata riuscivano a calcolare perfettamente il movimento degli astri.

    Gli economisti-austeromani invece non hanno nemmeno questa capacità di   

osservazione. Il loro folle credo li induce a vedere nel debito la causa   

di tutti i mali e nell’evitarlo la soluzione di tutti i problemi. Per essi   

ad esempio la disoccupazione è considerata come un fenomeno   

soprannaturale, che dunque con sacrifici umani alla dea “austerità”, come   

i popoli primitivi,       cercano di    scongiurarne il castigo.    E dunque   

avanti con riduzione dei salari, delle spese sociali, delle pensioni,   

degli investimenti nell’istruzione e nella stessa cultura, di cui   

evidentemente da un punto di vista dogmatico non possono comprendere   

l’utilità.

 

Gli austeromani confondono infatti due concetti che fra di loro non hanno   

relazione alcuna: pareggio di bilancio e austerità (definita come   

riduzione del debito pubblico). La loro concezione statica dell’economia   

potrebbe forse servire per amministrare un condominio, dove appunto non si   

produce nulla, ma è micidiale per amministrare uno Stato, le conseguenze   

sono sotto gli occhi di tutti.

Certamente il problema è anche dato dalla confusione dei termini: il   

“debito” in sano senso economico e cioè inteso come compenso futuro per   

una prestazione lavorativa    (e ciò vale sia per il salario di un semplice   

lavoratore come per un prestito ipotecario o per la somma contrattuale di   

una commessa conferita ad una multinazionale) è di fatto un   

“investimento”, cioè la condizione iniziale indispensabile per la   

produzione di beni o di servizi in qualunque sistema (capitalistico o   

socialista). Senza “debito-investimento” nessuna produzione in senso   

moderno è pensabile, le banche stesse diverrebbero superflue o si   

ridurrebbero al più a svolgere la funzione delle cassette di sicurezza per   

conservare i risparmi improduttivi.

La distinzione va fatta fra debito "produttivo" (cioè quello che permette   

la produzione e quindi è tendenzialmente orientato a garantire la piena   

occupazione) e quello "improduttivo", cioè quello che agisce esattamente   

all'opposto. E quest' ultimo va diviso in due categorie: da una parte lo   

sperpero (cioè le spese improduttive) dall'altro ... l'austerità, che così   

considerato è il peggiore dei debiti, poiché blocca tendenzialmente ogni   

forma di crescita economica e favorisce unicamente - nel medio termine -   

coloro che fruiscono di rendita a spese delle attività produttive. La   

deflazione ne è la conseguenza immediata, ma anche per i fruitori di   

rendita a lungo termine l'idiozia dell'austerità si rivela fatale poiché   

la caduta dei tassi di interesse fino alla loro inversione in tassi   

negativi consuma la fonte della rendita stessa, il capitale (in misura   

diversa ma non importa in quale forma, sia cioè finanziario che fisso o   

immobilizzato in macchinari ecc. ).

Che il debito sia la base dell’economia può essere difficile da   

comprendere, ma allora chi non ci riesce dovrebbe cambiar mestiere invece   

di combinare guai come attualmente vediamo nell’Unione Europea. La Grecia   

è la vittima sacrificale di turno, ma gli altri Paesi non devono   

illudersi: verrà prima o poi il loro turno.

 

La saggezza popolare ha un modo di dire che va a pennello per gli   

economisti-austeromani: sono quelli che se gli mostri la luna guardano il   

dito. O forse nemmeno quello: semplicemente chiudono gli occhi di fronte   

ai fatti. Graziano Priotto

 

 

 

 

 

Da Mattmark al Mare Nostrum. La fame che sfida la morte

 

ZURIGO - Quest’anno ricorre il 50° della tragedia di Mattmark in cui persero la vita ottantotto persone tra cui cinquantasei emigrati italiani. Ricorrenza che verrà ricordata sabato 29 e domenica 30 agosto a Briga, Naters ed ai piedi della diga di Mattmark con una serie di significative iniziative promosse da un Comitato italo-svizzero ad hoc presieduto dal professor Domenico Mesiano, già presidente del Comites del Vallese e dirigente dell’Ital Uil in Svizzera.

Mentre in questi giorni la memoria va a quell’ultima grande tragedia dell’emigrazione italiana che, non dimentichiamo, avvenne in Svizzera in un clima di crescente xenofobia ed in contemporanea con il lancio della prima iniziativa antistranieri, le televisioni portano nelle nostre case    le immagini di migliaia di disperati che stanno cercando di raggiungere la ricca Europa scappando dalle guerre e dalla fame, con alle spalle terribili storie di sfruttamento e di morte; il tutto condito, spesso, da commenti xenofobi e razzisti di qualche leader politico della Destra italiana che pensa di sfruttare elettoralmente questi drammi umani.

Ecco, la tragedia di Mattmark del 1955 e questo esodo attuale di disperati verso l’Europa, si può dire, che hanno un minimo comune denominatore e cioè la fame che, consapevolmente o inconsapevolmente, portava i nostri emigrati del secolo scorso e porta oggi questi disperati 2.0 a sfidare ambienti ostili (xenofobi e razzisti) e la stessa morte pur di poter guadagnare da vivere per sé e la propria famiglia.

Incredibile che in Italia, con la sua lunga storia di emigrazione, di sofferenze, di umiliazioni e di tragedie, vi possano essere oggi istinti xenofobi e razzisti nei confronti di quanti vedono in noi ed in Europa quella “Merica” che anche i nostri genitori, nonni ed antenati -    fino ad un passato neppure tanto lontano - avevano sognata, inseguita e, spesso, mai trovata!    Dino Nardi, Coordinatore Uim Europa

 

 

 

 

Mattarella: «Superare Dublino, nuove regole sull’asilo»

 

L’intervento del capo dello Stato sull’emergenza migranti: «Un’illusione immaginare che sospendere le regole di Schengen possa garantire la sicurezza»

di Redazione Online

 

«L’immagine straziante del piccolo Aylan confligge con i valori dell’Europa e con il senso stesso di umanità’»: lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo intervento in collegamento con Cernobbio per il Forum Ambrosetti. Un intervento, quello al forum economico, che si è incentrato tutto sull’emergenza immigrazione, con un appello fortissimo alla necessità di modificare le regole europee in tema di accoglienza. E’ «un’illusione immaginare che sospendere le regole di Schengen possa garantire la sicurezza. Il tentativo di chiudere le frontiere si sta rivelando illusorio, di fronte alle dimensioni del fenomeno» delle migrazioni di persone. Mattarella cita uno dei padri dell’Europa, Jean Monnet, e osserva che «le crisi non devono paralizzarci: l’Europa, come diceva Monnet, si è fatta nelle crisi». Oggi, aggiunge Mattarella, «servono gli statisti illuminati».Quindi no alla «logica dell’emergenza», che «rende l’Europa più debole»: ma piuttosto «servono regole comuni sul diritto d’asilo per superare con regole nuove e condivise l’accordo di Dublino».

Non solo euro

Far uscire la politica europea dalla visione strettamente economica e abbracciare una visione più ampia: è questa l’idea del capo dello Stato, che di fronte alla platea della finanza e dell’imprenditoria nazionale ricorda che «la stabilità dell’Europa» non dipende «solo dalla moneta e dalla finanza, ma anche dalla crescita e dall’occupazione. Il problema del lavoro riguarda l’intera Europa, non può essere considerato l’ultima delle variabili economiche». Il sistema della moneta unica europea «è incompiuto - insiste Mattarella- occorre recuperare con urgenza il tempo che si è perduto per una maggiore integrazione, si pone fortemente l’esigenza di un governo più coinvolgente e democratico della zona euro perché le politiche economiche non possono essere guidate dal livello intergovernativo». La debolezza della politica Ue, dice Mattarella, si vede proprio dalla «inadeguatezza degli Stati nazionali rispetto alle crisi e alle vicende di questi tempi si misura anche in relazione al fenomeno migratorio». Ma questo non significa che il presidente della Repubblica non si senta più europeista che mai: occorre rendersi conto di quanto sia «illusorio pensare che la fine dell’euro o un suo indebolimento possa restituire agli Stati nazionali la sovranità perduta, è la storia stessa che rende inattuale questa eventualità: senza l’unione i paesi europei sarebbero più poveri, con mercati nazionali asfittici, bloccati alla frontiera, l’economia perderebbe anche quei beni immateriali che sono diventati la struttura connettiva della nostra società e del nostro modello a partire dalla cittadinanza europea».

Più Europa

«Vorrei dire anch’io: più Europa»: si conclude così il saluto del presidente Sergio Mattarella al Forum Ambrosetti. «Non vuol dire più vincoli, più burocrazia - spiega - Più Europa è la consapevolezza che questa è la dimensione della sfida globale dove ci impegneremo per questa strategia, sentiamo questo compito anche come Paese fondatore dell’Unione. I paesi fondatori hanno ancora oggi una responsabilità particolare nell’aprire una stagione di rilancio dell’Unione». E l’Italia? Il suo futuro, secondo Mattarella, è strettamente legato con il destino dell’Europa e «l’agenda europea è la nostra agenda a cominciare dall’equilibrio necessario tra disciplina di bilancio e prospettive di crescita economica e sociale». CdS 5

 

 

 

Dagli stadi ai treni la rivincita a sorpresa della solidarietà

 

Striscioni, offerte di ospitalità a casa, soccorso in mare: ecco perché l'emergenza migranti sta risvegliando il senso di umanità che l'Europa sembrava avere smarrito - di GABRIELE ROMAGNOLI

 

La fotografia che colpisce di più è quella della curva di uno stadio tedesco che espone lo striscione: «Benvenuti profughi ». Abituati come siamo a leggere su quello sfondo nefandezze verso chiunque (neri, orientati a sud, variamente diversi) non può che stupirci la catena che ha portato a quell’immagine: qualcuno ha l’idea, un gruppo gliela approva a maggioranza, la si mette in pratica e dall’altra curva non volano sfottò, stracci, proiettili. Che poi la principale squadra della Bundesliga (il Bayern di Monaco di Alaba, austriaco di padre nigeriano e Boateng, tedesco di padre ghanese) dia ai rifugiati un milione e un campo per allenarsi è un gesto conseguente, al punto da rendere pleonastica la foto che seguirà da qui a poche ore: i calciatori che entrano in campo tenendo per mano un bambino indigeno e uno immigrato.

  

Ben altra squadra è quella composta da una selezione dei 54 profughi ospitati in una palestra di Portogruaro intorno ai quali si è creata una rete di solidarietà. C’è uno scatto in cui li si vede, scampati a Boko Haram, all’Isis o semplicemente alla fame: sollevano la coppa vinta in un magro torneo (due squadre partecipanti) e sembrano molto moderatamente felici. I più entusiasti sono i tre rappresentanti della cooperativa che li assiste, soprattutto l’infermiera che regge il pallone, una rumena, capelli rossi, occhi verdi, in Italia dal 2007: un calcio allo stereotipo dell’inevitabile guerra tra poveri. Lo sconfiggono anche i pescatori tunisini che hanno chiesto ai “medici senza frontiere” di prepararli al soccorso dei rifugiati ripescati in mare: concentrati, come se li attendesse la battuta più importante della loro vita. Mentre domenica, forse, il web sarà invaso dalle immagini degli uomini di buona volontà austriaci che sfideranno la legge del loro Paese e di quello ungherese per caricare su auto private e pullman aziendali i disperati bloccati a Budapest e portarli oltre il confine. Avranno espressioni più risolute dei passeggeri, perché più consapevoli del destino a cui vanno incontro.

  

Questo mosaico ci racconta una cosa soltanto: l’uomo non è buono per natura, ma ogni tanto ci prova. Non tutti lo sono e nessuno lo è sempre. Ci sono momenti, necessità che determinano azioni isolate. A volte, questo è il bello, in piena contraddizione con le opinioni. Esistono alberi piantati in nome di antisemiti nel giardino dei giusti a Gerusalemme. Non siamo demoni affiorati né angeli caduti, dentro di noi abbiamo spazio per istinto di sopravvivenza e pulsione al sacrificio. Per gli ottimisti valga la storia di Tristan da Cunha, micro isola sperduta nell’oceano tra Brasile e Sudafrica, abitata da discendenti di naufraghi, pirati, soldati. Poche centinaia di persone e mai una violenza. Nel 1961, minacciati da un’eruzione vulcanica, furono evacuati in Inghilterra e inorridirono per la brutalità della vita quotidiana. In Sudafrica ebbero la stessa reazione davanti all’apartheid e vollero tornare alla loro terra. C’è un’isola simile dentro di noi. Qualcuno cerca di raggiungerla, qualcun altro di invaderla, ma senza quell’isola ci sarebbe soltanto acqua. LR 5

 

 

 

 

PD Mondo a Milano. Gli interventi degli eletti all’estero

 

Milano - Oltre a Fabio porta, che ha aperto i lavori con Eugenio Marino, al dibattito del Pd Mondo a Milano hanno partecipato anche Laura Garavini, Gianni Farina e Alessio Tacconi. Eletti all’estero, tutti in Europa, i tre deputati hanno chiuso i lavori di “Senza perderci di vista”.

“Siamo tenacemente alla festa nazionale del Pd, un appuntamento fisso in cui le nostre questioni hanno cittadinanza”, ha esordito Garavini che ha stilato “un bilancio di questa prima metà legislatura”.

“È migliorata la fama dell’Italia nel mondo”, ha elencato. “Questione anche di peso, non solo di vanto. Il documento dei tre ministri degli esteri all’ue è indice palese e chiaro del nuovo ruolo in Europa e nel mondo”.

Poi il Governo ha “messo in campo riforme fondamentali che hanno aiutato a contrastare i motivi per cui i giovani se ne sono andati”. Alcuni di loro “non vogliono tornare perché ancora arrabbiati col Paese che non ha dato loro lavoro o opportunità. Il Pd ha messo in campo riforme: jobs act, pubblica amministrazione, giustizia, scuola, leggi di contrasto alla corruzione: riforme che stanno già dando i primi segni di inversione di marcia. Sono fiera di come noi deputati all’estero siamo stati pienamente artefici di questo processo di riforme: non siamo parlamentare di una riserva indiana, ma di tutto il paese”.

Poi, ha proseguito, “c’è stata l’abolizione dell’Imu per i pensionati e quella della tassa sui passaporti; le detrazioni per carichi di famiglia, tagli ridotti su patronati, abbiamo evitato la ritenuta del 20% sui conti bancari introdotta da Monti; inoltre, nella riforma costituzionale viene confermata la circoscrizione estero anche se solo alla camera, che però sarà la Camera Alta, quella che legifera; e poi è stato riconosciuto il voto agli Erasmus”. Insomma, una “serie di risultati importantissimi a cui lavoravamo da tempo. Cosa ci resta da fare? Lingua e cultura la nostra prima priorità, dobbiamo rimediare ai tagli e rilanciare le politiche culturali vista la richiesta”. Quanto alla riforma fiscale annunciata da Renzi “saremo pronti a chiedere l’abolizione dell’Imu per tutti gli italiani all’estero”. In agenda “più attenzione alle esigenze dell’emigrazione di oggi, come ci hanno ricordato i circoli del Pd mondo, che ringrazio per il loro contributo. La rappresentanza è da ripensare così come l’insegnamento della lingua italiana all’estero che – ha concluso – vi invito a mettere nei vostri dibattiti all’estero”.

Testimone diretto della tragedia di Mattmark, Gianni Farina ha voluto ricordarne il legame con quella del Vajont.

Citata la “retorica delle baracche”, per Farina Mattmark non fu “dramma dell’emigrazione, ma del lavoro, di una categoria di lavoratori: quelli senza diritti e che venivano sfruttati”. Quindi, il deputato ha citato l’”emozionante” incontro zurighese dedicato a Matera, molto partecipato a dimostrazione della “voglia di sapere” degli italiani all’estero. “In Italia c’è una visione sbagliata dell’emigrazione: all’estero c’è voglia di capire cosa sta succedendo in questo Paese, e c’è la soddisfazione morale e civile del recupero dell’immagine dell’Italia”, il cui merito per Farina non va dato solo a Renzi ma anche a Monti e Letta.

Chi non vive un bel momento sono “le organizzazioni degli italiani alla’estero: le elezioni dei comites ci hanno detto che è scattata la scintilla per ripensare la rappresentanza. Possiamo accusare tutti, ma le elezioni dei comites sono state un disastro per la partecipazione, dovuto a mille fattori, certo, ma hanno dimostrato il distacco tra la collettività e gli organismi”. Ora tocca al Cgie: l’auspicio di Farina è che “non arrivino i soliti”.

Alessio Tacconi “come italiano più che come parlamentare” ha voluto riportare una “sensazione: c'è senso di smarrimento, perchè dopo anni di conquiste negli ultimi anni non si è vista una politica unica, seria, decisa verso gli italiani all’estero”.

“C’è ancora tanto lavoro da fare: non c'è una chiara idea delle istituzioni riguardo la rappresentanza, c’è stata una riduzione della presenza consolare e poi c'è la fiscalità e l'Imu. Dal pd – ha ribadito – mi aspetto un indirizzo preciso di politica, visto che è il più rappresentato all'estero e in Parlamento. Di fronte allo smarrimento – ha concluso – il Pd ha il dovere e la forza per dare le risposte giuste, degne degli italiani all’estero”. (ma.cip.\aise 6)

 

 

 

 

La circolare dell’on. Garavini ai democratici d’Europa

 

Fra pochi giorni entrerà in vigore un provvedimento per il quale negli ultimi anni mi sono battuta in tante occasioni. Ora è legge, e questo fa onore al Governo del PD. Il magistrato Giovanni Falcone diceva che il modo migliore per combattere le mafie è seguire la pista dei soldi. Ma come si fa a stare appresso ai soldi, se questi finiscono in uno stato straniero, che ha leggi diverse e su cui noi non abbiamo nessun modo per intervenire? Adesso si può. Perché finalmente, a partire dal 17 settembre, i magistrati italiani potranno eseguire le confische di soldi e beni ai mafiosi in tutta Europa, in modo semplice e quasi automatico. È una bella notizia per chi ha a cuore la legalità. E mi ha fatto molto piacere poterla festeggiare nell’ambito della festa nazionale dell’Unità sulla Giustizia a Firenze. Con un dibattito fra amici ed esperti di antimafia, come il Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, la Presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, il nostro Capogruppo in Commissione, il collega Franco Mirabelli ed il bravo giornalista del Corriere della Sera, Dino Martirano.

 

Sui rifugiati le cose stanno cambiando

Il Governo Renzi l’ha detto sin dall'inizio in modo chiaro. L’immigrazione, i rifugiati, sono un argomento che riguarda tutta l’Europa e non soltanto l’Italia o la Grecia. La svolta impressa su questo argomento dalla Germania in questi giorni fa molto piacere. La Merkel, che solo poche settimane fa con il suo duro atteggiamento provocava il pianto di una bambina palestinese in diretta TV, adesso – con il sostegno della SPD – ha aperto le frontiere della Germania e mette al centro del dibattito la vita delle persone che scappano dalla guerra. È giusto che sia così in un’Unione Europea fondata sui diritti umani. Adesso serve una strategia europea per affrontare la questione dei flussi migratori nel modo più opportuno. La proposta congiunta di Germania, Francia ed Italia (proprio così: l’Italia sta tornando a tutti gli effetti fra gli attori importanti in Europa!) va nella direzione giusta. E ci vuole un sussulto di dignità dell’Unione Europea così da approcciare i flussi migratori in una prospettiva da politica estera, non con quella dell’emergenza permanente. L’ho scritto in un articolo sull’Huffington Post.

 

Far conoscere l’Italia che sta cambiando

Dell’immigrazione abbiamo discusso a lungo anche nel corso della due giorni a Berlino. Con una delegazione dell’ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera, insieme al nostro nuovo Presidente Ettore Rosato, ci siamo incontrati con i vertici della SPD. Il positivo bilancio dei confronti con il Segretario Generale della SPD, Sigmar Gabriel, con il Vicesegretario del Partito, Thorsten Schäfer-Gümbel, e con il Capogruppo al Bundestag, Thomas Oppermann: parliamo la stessa lingua praticamente su tutte le questioni. Sull’immigrazione, che va affrontata con maggiore impegno dell’Europa e con maggiori sforzi di solidarietà da parte di tutti gli Stati membri. Sull’economia, dove crediamo che sia necessario un cambio di passo in termini di promozione della crescita e di investimenti. E sulle riforme, che sono necessarie per fare ripartire l’Europa. Proprio di riforme, quelle messe in cantiere dal Governo PD in Parlamento, abbiamo parlato con il Presidente Rosato in un convegno alla Fondazione Ebert. Nella mia introduzione ho illustrato la vastità del processo che sta realizzando il Governo PD, rendendo l’Italia più forte e più giusta. Il pubblico, un pubblico di sinistra e molto interessato alle questioni italiane, ci ha ascoltato con grande interesse ed espresso il suo apprezzamento per il lavoro in corso. Era una bella occasione per far conoscere meglio all’estero l’Italia che sta cambiando. E per rendersi conto che fra i socialdemocratici in Europa il “gufismo” è meno diffuso che non in Italia.

 

Gli italiani all’estero alla Festa nazionale dell’Unità

Se le riforme del Governo PD stanno cambiando in meglio la vita degli italiani, questo vale anche per gli italiani all’estero. Ne ho parlato alla Festa Nazionale dell’Unità a Milano, nell’ambito di un dibattito sugli italiani nel mondo. Certo, rimangono ancora tante cose da fare. Però è un fatto che una serie di interventi importanti abbiano toccato da vicino molti connazionali nel mondo. Penso all’abolizione dell’IMU sulla prima casa in Italia per i pensionati che vivono all’estero e percepiscono almeno una pensione straniera. Oppure all’abolizione della tassa annuale sui passaporti; all’estensione delle detrazioni per carichi di famiglia a quei dipendenti che lavorano in Europa, al prolungamento dei vantaggi fiscali previsti dalla Legge Controesodo per giovani italiani che tornano in Italia o al rinnovo dei Comites, bloccato per anni. Inoltre siamo riusciti a sventare la ritenuta d’acconto del 20% sui bonifici bancari, a suo tempo introdotta dal Governo Monti, come pure il taglio inizialmente previsto ai Patronati da 150 a 35 milioni. Nel momento in cui sarà approvata la riforma Costituzionale avremo anche l’estensione del voto per corrispondenza ai giovani Erasmus. Insomma, una serie di misure di largo respiro, molte delle quali gli italiani nel mondo aspettavano da anni. E siamo solo a metà legislatura! Nei prossimi mesi come deputati PD eletti all’estero abbiamo intenzione di puntare le nostre energie sulla promozione di lingua e cultura all’estero e sulla riforma della rappresentanza di base, dopo il recente rinnovo dei Comites e (il prossimo) del Cgie. Compiti molto impegnativi per i quali intendiamo coinvolgere  i circoli PD e le comunità sui territori in una riflessione comune, in modo da discutere delle proposte sinora elaborate, sia dal Cgie uscente che a livello parlamentare. Per poi decidere. Perché è finito il tempo delle discussioni infinite. L’Italia cambia verso, anche all’estero.

 

A Nardò, alla festa dell’emigrante

Un ponte ideale: non solo fra le prime generazioni dei nostri migranti e i nuovi cervelli, che hanno ripreso a partire massicciamente negli ultimi anni, ma anche fra gli italiani all’estero e gli attuali arrivi migratorie in fuga da guerre e da miseria. La Festa dell’emigrante di Nardò, al quale ho avuto il piacere di partecipare, è un vero gioiello. Una manifestazione preziosa, per mantenere i contatti con chi, poco o tanto tempo fa, se ne è andato dalla Puglia per cercare lavoro all'estero, ma senza mai recidere i contatti con le proprie terre d'origine. E allora un'iniziativa come la Festa dell'Emigrante, rivolta alle centinaia di concittadini in ferie a Nardò durante il periodo estivo, serve per restare in rete, per coltivare i legami con i tanti “Ambasciatori” di Nardò, sparsi per il mondo e per farne conoscere le esperienze e i successi. Contemporaneamente serve anche a non dimenticare, a ricordarci che 'gli immigrati siamo noi' e dunque ad indurci a maggiore indulgenza nei confronti di quei processi migratori che troppo spesso vengono rifiutati alla luce del prevalere della paura e dei pregiudizi. Per questo sono particolarmente grata al Comune di Nardò ed in particolare al Sindaco, Marcello Risi, e all’Assessore alle politiche migratorie, Antonio Cavallo, per la calorosa ospitalità che mi hanno riservato e soprattutto per l'importante lavoro che portano avanti nei rapporti con i loro concittadini all'estero. Anche questo un modo per rafforzare i rapporti di amicizia fra i popoli, vicini e lontani.

 

Marcinelle in Belgio e Mattmark in Svizzera, monito costante

Quanto coraggio ci vuole per lasciarsi tutto alle spalle e andare in un paese straniero a cercare un lavoro, magari molto duro e spesso esercitato senza tutele e senza certezze. E quanto c'è ancora da fare per evitare che ci siano ulteriori morti, vittime sul lavoro. Anche queste settimane sono state purtroppo insanguinate dalla cronaca di lavoratori, deceduti sul luogo di lavoro, per insufficienti misure di sicurezza. Me lo sono ripetuta anche quest'anno, a Bois du Cazier, alla miniera di Marcinelle, per celebrare la ricorrenza della strage dell'8 agosto del 1956, dove morirono 262 minatori, molti dei quali stranieri. Come pure il 30 agosto, in occasione del 50' di un'altra terribile tragedia, quella di Mattmark, in Svizzera, in cui perirono altri 88 lavoratori. Sono momenti importanti, non solo commemorativi. Certo servono a ricordare il sacrificio di tanti italiani morti all'estero, nell'esercizio del loro lavoro, ma anche  a spronare tutti gli attori interessati - forze sociali, forze imprenditoriali, organi di controllo, istituzioni - affinchè ci sia finalmente un radicale miglioramento delle generali condizioni di sicurezza del mondo del lavoro. Laura Garavini, de.it.press 11

 

 

 

 

 

Il riscatto

 

Il sistema politico è passato dal malessere a una sorta d’apparente recupero. Governo e Parlamento, ora, sono tenuti a “vivere” per concretare le promesse di Renzi. Entro l’anno prossimo, il Potere Esecutivo e Legislativo dovrebbero mettere in pratica la volontà di un Paese alla ricerca di un suo nuovo equilibrio; oltre la crisi economica. Molti schieramenti politici hanno perso di compattezza e affidabilità. Con la scusa di questo Governo delle riforme, che nessuno osa sfiduciare, i partiti si dovrebbero sentire delegittimati. In verità, tali li sentiamo; con la differenza che non tutti abbiamo l’obiettività d’ammetterlo. L’agonia delle idee non consente diverse opinioni su quanto stiamo vivendo.

Però, col calo di gradimento per Renzi, si è, infatti, innescato un meccanismo d’auto tutela che non risparmia nessuno. Ci sono ancora troppi punti d’ombra che chiedono d’essere illuminati. Prima di tutto, almeno a parer nostro, si dovrebbero mettere a fuoco i parametri della nuova Repubblica. Chi s’illude di tornare agli Esecutivi del “buon governo” è un utopista in partenza. Tra “nuovo” e “rinnovato” le differenze sono più che palesi. Anche Renzi si troverà nella necessità di una verifica del suo Esecutivo. La teoria dei “poli”, che da due potrebbero essere tre, non convince. In questi mesi, non si è ancora sentita la voce di un politico che immagini quale sarà l’assetto della Penisola dopo l’attuale Governo. Senza dimenticare che sparirà il “bicameralismo perfetto”.

 Meglio riconoscere che tutti i partiti, proprio quelli che ci hanno accompagnato per oltre mezzo secolo, hanno terminato il loro ruolo. Una realtà fisiologica che non dovrebbe implicare espressive confusioni del quadro politico nazionale. Renzi, buon per lui, ci ha fatto capire che politica ed economia, pur convivendo, marciano su binari che non dovrebbero incrociarsi più. Il Paese non ha bisogni d’altri raffronti per tirare avanti. La ripresa non ci sarà se dovrà essere ancora impostata solo sui sacrifici degli italiani. Siamo inseriti in UE a testa alta e dobbiamo rimanerci alle stesse condizioni.

 L’isolamento dell’ipocrisia, che ancora condiziona tanti uomini politici, affossa anche il buon tratto di chi sarebbe meritevole. Del resto, cambiare al “buio” non giova e la Democrazia è un bene troppo prezioso perché si giochi su posizioni sconsiderate. Così, pur muovendoci verso il nuovo, non ci sentiamo di sminuire le nostre perplessità per l’immediato futuro. Se è vero che la speranza è l’ultima a morire, non vorremmo che fossimo privati anche di questa. La via del recupero nazionale è ancora tutta da percorrere ed è in salita.

Ora l’abbiamo capito tutti. L’importante, a questo punto, è che la politica interna, che resta sempre il più preoccupante polo di diatriba, non vada a confondersi con quella UE. Anche perché gli apparentamenti in Unione Europea non avrebbero futuro se applicati ai singoli Stati membri. Lo abbiamo, più volte, già scritto: coinvolgere i problemi interni con quelli dell’Europa Stellata sarebbe imperdonabile errore. Non a caso, lo stesso Renzi s’è ben guardato dal manifestare ipotesi tra lo “status” d’Italia a quello d’Europa. L’Unione è una realtà di tutto rispetto; ma l’organizzazione politica interna degli Stati membri è tutt’altra cosa.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Nazioni e sviluppo. L’inatteso ritorno dei confini

 

Un miliardo e mezzo di persone viaggerà da una nazione all’altra nel 2016, secondo previsioni dell’Associazione delle compagnie di trasporto aereo (sono state più di un miliardo e cento milioni nel 2011), moltissime senza bisogno di visto dei Paesi d’entrata e alcune senza neppure bisogno di un passaporto del proprio Paese. Miliardi di persone godono di maggiore benessere grazie alla liberalizzazione mondiale del commercio (e tra poco anche ai partenariati transatlantico e transpacifico sul commercio e gli investimenti). Segni di difficoltà dell’economia cinese hanno prodotto immediati effetti sulle Borse di quasi tutto il mondo. Ben 232 milioni di persone vivono in Paesi diversi da quello di nascita. Su 500 milioni di abitanti dell’Unione Europea, 33 milioni sono quelli nati fuori dell’Unione. In Italia, gli immigrati sono 5 milioni (8% della popolazione) e contribuiscono - secondo una stima - a formare più dell’8% della ricchezza nazionale.

Si poteva sperare che globalizzazione, apertura dei commerci, deterritorializzazione del potere portassero a una obsolescenza delle frontiere. Invece, ieri l’Austria ha rafforzato i controlli di polizia sui confini orientali. Nei giorni scorsi, l’Ungheria ha costruito un muro alla frontiera con la Serbia, seguendo il cattivo esempio della barriera tra Stati Uniti e Messico.

Quel che è peggio, si fanno diventare elastiche le linee di demarcazione nazionali. I l Regno Unito ha incaricato forze di polizia francesi di presidiare la frontiera, su territorio francese, come il Canada, che, d’accordo con le autorità straniere, svolge pre-ispezioni in porti e aeroporti esteri nei quali si imbarcano passeggeri diretti in Canada. Stati Uniti e Australia sono andati oltre, arretrando (sulla carta) di cento miglia i limiti territoriali per facilitare l’espulsione rapida di immigrati, che vengono trattati, quindi, su suolo americano e australiano, come se fossero presi sulla frontiera, con decisioni non sottoposte a controllo giurisdizionale.

Questa chiusura nelle proprie frontiere pone problemi enormi alla coscienza moderna. Ne voglio indicare solo tre. In primo luogo, la riscoperta delle barriere all’entrata non tiene conto che chi fugge si priva dell’appartenenza a una comunità, e, quindi, anche del «diritto ad avere diritti» che deriva da tale appartenenza. La chiusura delle frontiere lo precipita in un limbo giuridico (oltre a causarne spesso la morte).

La chiusura, in secondo luogo, è disposta da Paesi che hanno fatto propria la tradizione, risalente al 1789, secondo la quale sono garantiti i diritti «dell’uomo e del cittadino» (prima dell’uomo che del cittadino) e sono tenuti a rispettare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948). Dunque, da Paesi che sono obbligati a garantire non solo i diritti dei connazionali, ma anche quelli degli «altri». Da Paesi che si valgono dell’apertura delle frontiere quando fa comodo (per esportare merci, investire de-naro, viaggiare), le chiudono quando si sentono minacciati dall’immigrazione di persone.

Infine, questa chiusura nazionalistica ripropone l’interrogativo al quale cercò di dare una risposta nel 1882 il grande storico del cristianesimo Ernest Renan: che cosa è una nazione? Una nazione è tenuta insieme solo da una lingua comune, da tradizioni e costumi condivisi, oppure è fatta da una comunità di ideali più ampi, che si allargano anche a chi non vi è nato? Quella comunità che chiamiamo nazione è tenuta in vita solo da una comunione di interessi o anche da una comunanza di principi (tra cui quello di dare asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni nella propria patria)? Nazione comporta appartenenza esclusiva oppure anche partecipazione a una collettività più vasta (come dovrebbero testimoniare le migliaia di organizzazioni internazionali esistenti)? Sabino Cassese  CdS 1

 

 

 

 

 

Tutti intervengono ma nessuno decide

 

Il generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore dell'esercito statunitense,  in un'intervista esclusiva ad ABC News rilasciata ieri, ha dichiarato che  il massiccio afflusso in Europa di rifugiati dalla Siria e dal Nord Africa rappresenta "un enorme problema", con cui bisognerà probabilmente fare i conti "per i prossimi venti anni".

E’ questa l’opinione dai leader militari di Washington e della Nato che mostrano vera preoccupazione per un problema che vede l’Europa divisa ed incerta, con il Sud del continente che ha la sensazione di non avere abbastanza sostegno ed i leader delle aree centrali e settentrionali che pensano che sia un problema che deve essere affrontato al Sud e che non li riguarda.

   La foto-shock del bambino siriano di tre anni morto annegato su una spiaggia turca è diventata il simbolo di questa emergenza, su cui nessuno può ormai far finta di chiudere gli occhi.

Immagini che secondo Dempsey potrebbero avere un effetto simile al terribile attacco con colpi di mortaio del 1995 contro un mercato di Sarajevo, che spostò gli equilibri in favore di un intervento della Nato in Bosnia.

In Ungheria, in queste ore, centinaia di migranti e profughi stanno rifiutando la registrazione nei centri d’accoglienza magiari e si stanno mettendo in cammino verso Germania     Austria   (in particolare Vienna, distante 240 chilometri)., mentre Budapest   registra il record di afflussi (oltre 3mila in un giorno) e mentre 4mila sono arrivati in   Serbia, altri 5600 in   Macedonia.  

 

Il premier britannico   David   Cameron ha garantito che   la   Gran Bretagna   aderirà alla ricollocazione di “migliaia” di altri rifugiati siriani in risposta all’aggravarsi delle crisi umanitaria. Arriveranno dai campi   Onu   al confine con la   Siria   e non sono tra le persone che si trovano già in   Europa. Cameron, che si trova a   Lisbona   per parlare con il primo ministro   portoghese, ha poi sottolineato che il suo   Paese   agirà “con la testa e con il cuore”, ma non ha dato indicazione di intendere accogliere alcuno delle centinaia di migliaia di migranti che sono arrivati sin’ora in Europa. 

Due giorni fa,  i ministri degli Esteri dell'Unione europea si sono riuniti per discutere alla ricerca di regole comuni per affrontarla.

La Commissione sta lavorando ad un nuovo piano su una più equa (e obbligatoria) ridistribuzione delle quote di migranti, sollecitata dal presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk. La Germania si è detta pronta ad accogliere 800mila richiedenti asilo nel 2015, quattro volte in più rispetto allo scorso anno mentre  leader di quattro paesi del centro-est europeo (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) ribadiscono la loro opposizione a questa proposta.

Sul tema migranti nella Ue è intervenuto anche il leader russo Vladimir Putin sostenendo che si tratta di un evento "prevedibile e che ci si doveva attendere. La Russia aveva avvertito della vastità del problema", causata, secondo lui dal fatto che l'Ue ha "ciecamente seguito la politica Usa verso la Siria. I Siriani che abbandonano il loro Paese non lo fanno per il governo di Assad ma per colpa di Is".

E mentre a Ginevra sono ripresi i negoziati di pace libici sotto egida Onu, il governo islamista libico di Tripoli (a differenza di quello di Tobruk privo di riconoscimento internazionale) ha chiesto ai Paesi europei e arabi di organizzare "una conferenza regionale alla fine del mese" per porre fine alla tragedia.

Ciascuno va in una direzione, senza che si possa comporre alcuna unità. Ed il problema resta e cresce ogni giorno per dimensione e tragedia.

Per l'antropologo Marc Augé, quello che accade tra il Mediterraneo e l'Europa è il sintomo di una società in difficoltà, senza più progetti e convinzioni forti.

L’autore de “Le nuove paure”, afferma che di fronte ad un problema che non è emergenziale, invece di agire globalmente le politiche interne sono tutte divise, senza cercare una cooperazione fra istituzioni e nazioni.

Invece l’Europa si è scoperta debole,     divisa e incerta, ma soprattutto deprivata del suo senso più profondo: quello della solidarietà.

Italia e Grecia accusano la presidenza di turno lettone di aver frenato la realizzazione del piano Juncker, mentre anche Spagna e Francia si trovano su posizioni molto defilate.

In effetti ciò che appare (e da giugno ormai), è una Europa che non si apre, ma invece si blinda.

Il presidente della commissione europea Juncker afferma di non volere un’Unione in cui si ergano muri, ma poi nulla fa di concreto per fermarne l’edificazione.

Merkel e Hollande bacchettano l’Italia per non avere ancora provveduto all’allestimento di grandi centri di primo smistamento finalizzati, nelle loro intenzioni, all’identificazione di chi arriva per poter applicare l’assurdo regolamento Dublino ed evitare che dall’Italia (o dalla Grecia) i profughi si spostino nel nord Europa.

E in Italia crescono i seguaci di Salvini, coloro i quali vogliono  i respingimenti, mentre la Merkel si dice inorridita delle manifestazioni dei neonazisti, ma non si interroga su quale cultura del dell’egoismo e  della cancellazione della solidarietà il neonazismo abbia potuto prosperare.

L’Europa sta imbarbarendosi, dimenticando che i    canali umanitari, la protezione delle persone, il salvataggio dei naufraghi, la prima accoglienza sono i doveri dell’immediato.

Certo, con il buon cuore non si risolve tutto ed è per questo che la forza politica più agile, nell’attuale confusione, cioè la Lega, si giova  dell’attivismo televisivo di Matteo Salvini che è formidabile e sostenuto da un cinismo stupefacente.

In verità sono molte le formazioni   che, nell’Unione Europea, hanno sfruttato la paura davanti all’immigrazione incontrollata per guadagnare posizioni: è successo in Francia e in Olanda, in Svezia e in Gran Bretagna. Sta succedendo in Polonia.

Ma in Italia la questione è infinitamente più pericolosa perché c’è la Sicilia davanti all’Africa, non il Sussex o la Slesia, come saggiamente ha scritto Beppe Severgnini.

Nessuna   operazione di polizia internazionale fermerà il flusso di profughi, non basteranno i muri, non sono servite le cariche brutali con lancio di granate al confine macedone. Di fronte a una morte certa nel proprio paese, la scelta    non può che essere la fuga, a qualunque costo.

Occorre che l’Europa si ricordi il suo ruolo e faccia per intero il suo dovere,   che l’Onu sia più incisivo ed attivo nei fatti e si meriti i festeggiamenti per i suoi 70 anni con più interventi in Africa. Carlo Di Stanislao, De.it.press 6

 

 

 

 

 

 

Amnistia, l'ultima nel 1990. Nel 2000 Wojtyla la chiese, ma non fu concessa

 

Il Papa polacco tornò a fare un appello per un provvedimento di clemenza nel 2002. Passarono anni prima che le Camere approvassero un indulto

 

ROMA - L'amnistia, evocata oggi da papa Francesco, è un provvedimento generale di clemenza che estingue il reato - a differenza dell'indulto, che estingue la pena. Prima del 1992, la concedeva il presidente della Repubblica. Dal 1992 in poi viene disposta con legge dello Stato che, in forza di una modifica dell'art. 79 della Costituzione, deve essere votata in Parlamento e ottenere la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera.

 

Wojtyla non fu accontentato. La Chiesa ha spesso favorito la concessione di amnistie o indulti, ma non tutti i giubilei sono stati accompagnati da un'amnistia. Nel 2000, ad esempio, Papa Wojtyla la chiese con forza, ma non fu concessa. Per il giubileo del 2000 si parlò di amnistia: il dibattito venne stimolato da Giovanni Paolo II, che chiese un gesto di clemenza nel documento per il Giubileo nelle carceri, e nella visita al carcere romano di Regina Coeli (9 luglio 2000) rinnovò la sua richiesta. Per superare gli scogli, la maggioranza di centrosinistra pensò anche al cosiddetto 'indultino', con l'espulsione degli extracomunitari irregolari clandestini e l'aumento degli sconti di pena. Ma anche questo si bloccò. Wojtyla, tra l'altro, tornò a fare un appello per un provvedimento di clemenza il 14 novembre 2002, quando tenne il suo discorso in Parlamento, ma passarono diversi anni prima che le Camere approvassero un indulto.

 

L'amnistia del 1963. Nel 1963, in occasione del Concilio Vaticano II, lo Stato italiano decretò una delle 27 aministie che si sono succedute dal dopoguerra fino al 1990, anno a cui risale l'ultimo provvedimento in tal senso. Più in generale, spesso la concessione di amnistie e indulti è legata a importanti eventi pubblici. Nel 1959 l'amnistia fu legata alle celebrazioni del quarantennale di Vittorio Veneto. Nel 1966 al ventennale della Repubblica. Molto prima il regime fascista aveva concesso amnistie o sconti di pena per il ventiquattresimo anniversario del regno di Vittorio Emanuele III, per le nozze del principe di Piemonte, per il primo decennale del regime e per le nascite degli eredi di casa Savoia.

 

L'indulto nel 2006. Altri provvedimenti sono stati concessi dallo Stato italiano nel 1968, 1970 e 1990: i primi rivolti a chiudere le vicende penali derivanti dai movimenti sociali di quegli anni, l'ultimo per decongestionare gli uffici giudiziari nell'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale. L'indulto è stato concesso invece, l'ultima volta, nel 2006, preceduto tre anni prima dal cosiddetto "indultino".

 

Più di 52.000 detenuti. A dicembre di quell'anno erano scesi a 62.536. L'ultima rilevazione del 31 luglio scorso indica 52.144 presenze a fronte di una capienza regolamentare di 49.655 posti. Sul calo ha inciso una serie di interventi messi in campo da governo e parlamento. In cima alla lista, i provvedimenti per incentivare il ricorso alle misure alternative al carcere (applicate in 33.309 casi, dicono le ultime cifre, tra affidamento in prova, domiciliari, lavoro di pubblica utilità, semilibertà). A decongestionare le carceri ha concorso anche la riforma della custodia cautelare, l'introduzione della tenuità del fatto che consente al pm di chiedere l'archiviazione per fatti di piccola entità evitando la reclusione, le 13 convenzioni firmate dal ministero del altrettante Regioni per agevolare la riabilitazione in comunità e il lavoro per i detenuti tossicodipendenti. Effetti importanti

ha avuto anche la sentenza della Corte Costituzionale che ha 'bocciato' la legge Fini-Giovanardi e l'equiparazione, anche sul piano delle pene, delle droghe leggere con quelle pesanti. LR 1

 

 

 

 

I problemi romani non finiscono mai

 

Arresti per mafia, servizi pubblici insufficienti, buche nelle strade, proteste a non finire. E il sindaco Marino se ne frega

 

C’è poco da stare allegri, a seguire ciò che succede a Roma: i numerosi arresti (37 a dicembre dell’anno scorso, 44 a giugno 2015) per il reato di Mafia Capitale, tra i quali anche politici, consiglieri, dirigenti, funzionari dei dipartimenti Politiche sociali della Regione Lazio e Patrimonio del Campidoglio, nonché coordinatori comunali, regionali e laziali del Pd e di FI, nonché la vergogna dei fastosi funerali del mafioso Vittorio Casamonica, alla cui famiglia erano state assegnate, a canoni irrisori, diverse case popolari, sono solo due esempi dei mali che infestano la città. Ai quali si aggiungono tante altre deficienze e pecche, come le buche delle strade che provocano incidenti spesso mortali, come quello che ha fatto morire, sulla Cristoforo Colombo, all’incrocio con via Alessandro Severo, l’imprenditore quarantenne Salini, che lascia la moglie e due bambine. Disgrazia che ha spinto i magistrati a fare luce sulle condizioni dell’asfalto dove c’è un avvallamento diventato sempre più profondo senza che nessuno sia intervenuto per eliminarlo. Una incuranza delle strade, nella Capitale, che ha provocato la morte di altre 12 persone in solo 10 giorni.

 Trascuratezza cui si aggiunge il traffico selvaggio, le metropolitane che non vanno, l’incendio all’aeroporto e l’immondizia non raccolta, il che ha spinto Alessandro Gassmann, a seguito delle lamentele dei Romani, riportate da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, a scopare e lavare la strada davanti la sua casa. Più di un’ora di lavoro, al termine del quale ha messo una foto del vicolo ben pulito su Twitter dove aveva già invitato i Romani a non lamentarsi, ad armarsi “di scopa, raccoglitore e busta e ripulire il nostro angolo”. Appello che l’attrice Simona Marchini ha raccolto, invitando i ragazzi a spazzare “i giardinetti dei Parioli, che sono in condizioni mostruose, e provare a creare un minimo di coscienza civica e di collaborazione tra gli abitanti del quartiere”. Di una Capitale in cui, tra l’altro, si registra pure lo sciopero dei vigili urbani ed il crescente numero di case popolari assegnate agli stranieri, come successo a Casal Monastero, area urbana a nord-est della capitale, dove nel 2014 l'amministrazione comunale ha assegnato, 8 case, delle 11 disponibili, a cittadini non Italiani. http://it.wikipedia.org/wiki/Casal_MonasteroFatti ed inadempienze che hanno messo in ginocchio la città, tanto da fare arrabbiare gli indigeni e spingere l’Unione Europea a chiedere di fare chiarezza.

Stando così le cose, c’è da domandarsi perché Matteo Renzi non abbia pregato il Capo dello Stato di privare Marino del suo ruolo. Cosa che non ha fatto, in quanto convinto che la sinistra avrebbe perso il governo della Capitale e la gestione dei capitali che dovrebbero affluire a Roma grazie al Giubileo e, magari, consegnato il Campidoglio ai grillini. Opinione che lo ha spinto a delegare al prefetto Franco Gabrielli l'amministrazione di Roma, a Silvia Scozzese, ex addetta comunale al Bilancio, a controllare il debito e a Raffaele Cantone, supervisore dell’Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione), i lavori necessari per l’Anno Santo voluto da Papa Bergoglio, lasciando solamente la gestione del traffico a Marino. Che, tuttavia, si dichiara soddisfatto, a dimostrazione della sua vanità, ma anche di notevole incoscienza, che gli ha permesso di proseguire le vacanze nell’isola dei Caraibi, a dispetto del ridicolo che stava sommergendo la città. Un lungo periodo di relax, il suo, volto alla stesura di un diario privato della propria esperienza in Campidoglio, che mai nessun premier, sindaci compresi, s'è potuto concedere, in quanto non possono allontanarsi oltre le 6-8 ore di volo. Un’indifferenza forse dovuta, come affermato dall’attore Wertmüller, al fatto che, essendo genovese di nascita, “non ama Roma”. 

Il degrado della Capitale d’Italia ha, tuttavia, reso necessarie misure senza precedenti, quali la nomina di un secondo sindaco, quel Gabrielli che nega la duplicità, ma ritiene che se le sue proposte non fossero accolte, si “dovrà procedere allo scioglimento del Comune”. Suggerimenti necessari, i suoi, per sistemare i tanti settori che hanno provocato un disastro cittadino e nazionale senza precedenti. Dovrà, infatti, controllare l’immigrazione, sistemare i campi nomadi, rivedere gli appalti, rimuovere alcuni dirigenti ed organizzare i lavori per il Giubileo da cui si spera di ottenere un notevole guadagno, quindi un aumento del Pil. Ma intanto mancano i soldi ed il tempo necessari per rimettere in sesto la Città Eterna prima dell'Anno Santo. Carenze che fanno affermare al senatore del Pd, Bruno Astorre, “Roma non è pronta per il Giubileo”, e chiedersi se “possiamo permetterci di affrontarlo con tale inadeguatezza”. Che è come dire: pregare il Pontefice di annullarlo. Egidio Todeschini, de.it.press 4

 

 

 

 

 

Un fiume vivo può liberare i migranti dai ghetti

 

Il tema dei migranti ha di fatto spostato profondamente tutte le priorità finora dominanti. Restano certamente del massimo rilievo i problemi della crescita economica, la crisi di tutti i Paesi emergenti a cominciare dalla Cina e dal Brasile, gli interventi delle Banche centrali per sostenere l'assetto sistemico delle forze produttive, dei debiti sovrani, del credito bancario. Queste realtà richiedono, anzi impongono attenzione e concreti interventi ma, nonostante la loro rilevanza, passano in seconda linea di fronte al tema dei migranti.

 

Le realtà sistemiche riguardano interessi generali ma non valori etico-politici; il tema delle migrazioni di massa investe invece direttamente e drammaticamente i valori, che non sono ideali astratti, ma incidono anche sugli interessi collettivi e individuali; chiamano in causa il destino e la vita delle persone, delle famiglie, delle comunità, dei popoli.

 

Interi popoli sono in movimento in tutto il pianeta e in modo particolare in Africa, nel vicino Oriente, nell'Asia centrale e nell'Asia del Pacifico. Fuggono da guerre, stragi, povertà; hanno come destinazione i Paesi e i continenti di antica opulenza, suscitando rari sentimenti di accoglienza e molto più frequentemente reazioni di chiusura e respingimento.

 

Questo tema ha ripercussioni sociali, economiche, demografiche, politiche; durerà non meno di mezzo secolo, cambierà il pianeta, sconvolgerà le etnie vigenti, accrescerà ovunque le contraddizioni che sono il tratto distintivo della nostra specie; tenderà ad avvicinare le diverse religioni ma contemporaneamente ecciterà i fondamentalismi e i terrorismi che ne derivano.

 

Esalterà le libertà individuali e le mortificherà con nuove e diffuse forme di schiavismo e traffico di persone; configurerà nuovi diritti e cancellerà i vecchi che ne costituiscono la base.

 

Ieri sul nostro giornale il direttore Ezio Mauro ha descritto con eccezionale efficacia la storia di quegli individui che vengono ridotti a nudi corpi, marcati sulla pelle da numeri per distinguerli e perseguitarli con maggiore determinazione. Quelle operazioni di massa avvengono al centro dell'Europa, in nazioni che sessant'anni fa giacevano ancora in una servitù etnica e politica e si ribellarono proprio per recuperare quella libertà che oggi conculcano per difendersi dai migranti.

 

Così facendo - scrive Mauro - quei popoli non si rendono conto di ridurre essi stessi a nudi corpi privi di valori; creano ghetti dove rinchiudere i nuovi arrivati, ma quel che resta a loro è un altro ghetto dove si auto-rinchiudono di propria iniziativa. Dove andranno i polacchi, gli ungheresi, gli slovacchi, se l'Occidente li isola per loro stessa scelta? Andranno verso la Russia? Escluso, è la storia che glielo impedisce. Ecco perché anche i loro Paesi rischiano di diventare nient'altro che ghetti. Ma spesso le contraddizioni sono anche positive. Questa, descritta da Mauro, porta con sé la riscoperta dei valori europei ed è stata la Germania della Merkel a farsene promotrice avendo con sé il grosso dell'opinione pubblica del suo Paese e del resto d'Europa: società civili, istituzioni, forze produttive, club sportivi, studenti, intellettuali.

 

Nella conferenza di due giorni fa a Francoforte sulla situazione monetaria europea, un giornalista ha chiesto a Mario Draghi una parola che definisse che cosa pensava degli avvenimenti nell'Est europeo contro gli immigrati. La risposta è stata la parola " orripilato" scandita e ripetuta due volte.

 

Così lo siamo tutti, con tre eccezioni, due delle quali sono purtroppo italiane: Salvini, Grillo, Le Pen. Ma è lecito prevedere che una parte dei loro attuali consensi populisti li abbandoneranno al momento del voto.

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L'aspetto positivo dello sconquasso in corso è il risveglio dell'Europa e dell'Occidente, non soltanto dei valori dei quali abbiamo già detto ma del suo massimo rafforzamento in termini di governo. L'Unione politica ed economica fin qui ha fatto passi avanti, limitatamente, per quanto riguarda l'economia, ma assai pochi nelle cessioni di sovranità politiche.

 

Già il terrorismo dell'Is aveva sottolineato questa necessità, ma dopo un'esaltazione transitoria quel risveglio si è nuovamente appisolato. Ora però si tratta di migranti, di centinaia di migliaia di persone che dal Sud e dall'Est bussano alla porta d'Europa e i membri dell'Ue - in certi casi perfino dell'eurogruppo - che si chiudono nel loro ghetto senza vie di uscita.

 

Si aggiunga a questa insensata diffidenza l'atteggiamento quasi analogo della Danimarca e quello decisamente inaccettabile della Gran Bretagna. Il premier inglese Cameron aveva promesso un conservatorismo moderato; invece sul tema delle immigrazioni è andato molto al di là. Di fatto ha chiuso la porta in faccia alla Germania, ha ribadito l'intangibilità del trattato di Dublino, ha ricordato che la Gran Bretagna accoglie più immigrati di qualunque altro Paese europeo e forse mondiale.

 

Quella affermazione è vera e non è vera. Gran parte di quelli che oggi Cameron definisce immigrati sono cittadini britannici da quando sono nati nei loro Paesi di origine che non erano più colonie ma membri dei Commonwealth con tutti i diritti che quello " status" gli aveva concesso, tra i quali la cittadinanza. Alla fine del colonialismo molti di quelli (indiani soprattutto) si trasferirono in Gran Bretagna. Sono immigrati? No, non lo sono.

 

Cameron in realtà si sta staccando dall'Unione mentre era sembrato che volesse semmai stringere di più i vincoli d'appartenenza europea. Sarebbe interessante sentire in proposito che cosa ne pensa Tony Blair. I voti, dice lui, si prendono al centro e anche a destra. Con questi bei risultati?

 

Resta comunque il tema dei popoli migranti, che va molto al di là perfino della buona volontà della Merkel. Non si tratta purtroppo del milione di migranti in fuga dalla Siria, dalle coste greche e libiche, dalla Turchia, dalla Somalia, dal Sudan. E neppure si tratta di quei cinque milioni che già preparano la fuga dall'Africa subsahariana.

 

In realtà, soltanto in quell'Africa, i potenziali migranti sono un popolo di cinquanta milioni e si va ben oltre se si aggiungono le popolazioni addensate in Pakistan, in Indonesia, nell'India meridionale, nelle Filippine.

 

Le regole che l'Europa dovrà approvare nello stato attuale delle nostre istituzioni riguardano sostanzialmente l'emergenza. Ma quest'emergenza, anche se continuiamo a chiamarla così, durerà a dir poco mezzo secolo e se l'Europa non accelera il mutamento della sua governance, affonderà in un pantano.

 

Prendo un esempio italiano. Il nostro presidente del Consiglio è pienamente d'accordo con la Merkel e con Hollande per quanto riguarda gli immigrati in fuga da paesi di guerra e di strage e sta facendo allestire in Italia presto e bene capacità di accoglienza anche maggiori di quelle attuali. Contemporaneamente però manda più o meno a quel paese la Commissione europea per quanto riguarda la politica fiscale italiana che la Commissione gli rimprovera (con molta moderazione). La cosa preoccupante è che anche il nostro ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, è in questo caso d'accordo con lui. In più si attende maggiore flessibilità dalla Commissione per attuare una politica di " deficit spending".

 

Può darsi che quella politica sia ciò che è ora necessario. Personalmente ne dubito. La sola vera politica per rilanciare gli investimenti sarebbe nel concentrare tutte le risorse sul cuneo fiscale: una decontribuzione di massa, questa è la soluzione, non di abolire l'imposta sulla prima casa.

 

Ma il punto vero è questo: dove si discute questo problema ed altri analoghi? In uno Stato federale? Allora non sarebbero né Renzi né Hollande né la Merkel a discutere, ma un Parlamento europeo, una Presidenza europea e un governo europeo, cioè la Commissione eletta dal Parlamento.

 

Per l'intanto ci vogliono leggi che diano slancio agli investimenti pubblici e interventi di incentivo a quelli privati. Draghi il suo " bazooka" sulla liquidità, l'acquisto di titoli di Stato, le facilitazioni ai privati, li sta spingendo al massimo. Una parte cospicua del famoso tesoretto che fa diminuire il nostro deficit tra Pil e debito viene dagli interventi di Draghi ed anche il ministro dell'Economia lo ammette. Ma solo l'abbassamento del cuneo fiscale procurerebbe la creazione di nuovi posti di lavoro. Il resto sono chiacchiere.

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Quanto ai migranti, le voci che sono in grado di parlare al mondo sono due soltanto: quella del presidente Usa, che a questo punto è il capo della sola, unica potenza mondiale. Dunque Barack Obama. L'altro, perfino più di lui, è papa Francesco.

 

Il solo modo non di abolire ma di moderare le migrazioni di interi popoli è di educarli civilmente e professionalmente sulle terre dalle quali vogliono andarsene. Bonificare eticamente quelle terre. Trasformare le loro plebi in popoli.

 

Domenica scorsa scrissi che il mondo aveva bisogno di migliaia e migliaia di angeli custodi, cioè d'un volontariato capace di svolgere quella funzione educativa, protetto dalla sponsorizzazione delle grandi potenze. Il plurale è d'obbligo ma è metaforico: la grande potenza è una sola. Unita a quella d'un Papa come l'attuale, quegli angeli custodi sarebbero l'aiuto del quale il mondo ha bisogno in questo fine d'epoca che stiamo vivendo.

 

In un messaggio inviato ieri alla Chiesa argentina, Francesco ha parlato d'un fiume di acqua viva che nel suo scorrere irrora uomini, terre, natura e vita. Eraclito aveva scritto " Tutto scorre". E questa è l'immagine con la quale chiudiamo queste considerazioni. EUGENIO SCALFARI  LR 6

 

 

 

 

Il 26 settembre le elezioni per il rinnovo del Cgie

 

Manca poco alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, in programma il 26 settembre in tutto il mondo – ad eccezione della Francia, dove l’Assemblea Paese è stata convocata il 27 settembre, mentre si attende l’ufficializzazione a Londra -, ed è utile qui ricordare che il termine per presentare le candidature scade il 16 settembre. Entro 10 giorni dalla data di svolgimento dell’Assemblea Paese bisognerà dunque far pervenire presso la propria Rappreentanza consolare di riferimento la scheda di candidatura.

Il termine delle elezioni è stato fissato dalla legge entro quattro mesi dall’insediamento dei Comites che quest’anno è avvenuto il 7 maggio. Dunque il termine per le assemblee Paese doveva scadere il 7 settembre, una data troppo a ridosso della pausa estiva: per questo la Farnesina ha disposto una proroga di tre settimane fissando al 26 settembre il nuovo limite, entro il quale svolgere le assemblee paese.

La convocazione dell’Assemblea Paese era di competenza dell’ufficio diplomatico-consolare territoriale, che vi provvede almeno 20 giorni prima.

Nel frattempo, come confermato a suo tempo all’Aise dalla Segreteria del Cgie, l’Amministrazione ha avviato anche la procedura presso la Presidenza del Consiglio che dovrà emanare il decreto contenente i consiglieri di nomina governativa. Si tratta, come noto, di rappresentanti di partiti, sindacati e patronati: nel nuovo Cgie saranno in 20, invece dei 29 attuali. Ciò anche in considerazione del fatto che dall’ultima elezione – nel 2004 – molti partiti non esistono più.

Quanto agli altri consiglieri saranno in tutto 43 membri eletti così ripartiti: 24 in Europa, 14 in America del Sud, 3 in Nord e Centro America, 1 in Africa ed 1 in Australia. (aise)  

 

 

 

 

 

I giorni di Renzi

 

Renzi li aveva chiamati i suoi primi “mille giorni”. Ne avevamo preso atto; anche se con tante perplessità che non ci siamo risparmiati nell’evidenziare. A circa cinque mesi dalla fine d’anno, vedremo se le “promesse” del Governo si avvereranno. Siamo, fortemente, preoccupati. Anche perché se la conversione in legge di certi provvedimenti governativi non saranno modificati, in concreto, dal Parlamento saranno guai.

 Gli scioperi sono stati annunciati. Un segnale, forte, che anche i sindacati, di qualsiasi estrazione politica, non sono d’accordo sulle tattiche del nostro Primo Ministro e squadra al seguito. Da come abbiamo avuto modo di capire, i redditi “deboli” sono sempre poco tutelati. Nessun vantaggio, almeno palese, nei confronti dei disoccupati e licenziati che dovranno affrontare un altro periodo irto d’interrogativi con un’improbabile ripresa economica per quelli a venire.

Siamo i “Pierini” d’Europa, ma in Casa non siamo stati in grado di giocare bene le nostre, poche, carte. I “perché” e i “come” hanno superato il solco del “quando”. E’ inutile, e poco opportuno, sostenere che nessuno avrebbe potuto fare di meglio. Dubbiosi eravamo, e dubbiosi restiamo. L’equilibrio economico, su basi politiche, ha allontanato ogni opportunità d’investire nell’Azienda Italia. Vinta, per motivi tecnico/valutari, l’inflazione, da noi s’è fatta strada la deflazione che, data la scarsità di liquido circolante, non è un sintomo migliore per la nostra economia.

Come già abbiamo scritto, la “terza via” Renziana non ci condurrà verso lidi migliori. E’ il vivere quotidiano che è compromesso da un sistema che chiede; senza dare. Tra poco, tornerà l’autunno. Il cambio di stagione sarà solo meteorologico. Per i pensionati, che sono un esercito, preferiamo stendere un velo d’oblio per non amareggiare di più chi ha lavorato una vita ed è costretto a non far più conto su un futuro a “termine”. Anche i contatti con le nostre Comunità residenti in altri Paesi avvalorano, malauguratamente, le nostre tesi.

Non avendo suggerimenti da prospettare per ridurre il “danno”, non ci resta che verificare la realtà nazionale con occhio critico. Mai polemico. Rimane che i “mille giorni” del Dott. Renzi sono passati e senza concreti cambiamenti. A parte sparuti preludi, il nostro futuro resta incerto e politicamente ipotetico. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Deputati Pd della circoscrizione Estero: guardare ai rifugiati come occasione di coesione e di sviluppo della società europea

 

ROMA - «La nostra unione manca di Europa. La nostra Europa manca di unione». Queste parole del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker sono state probabilmente l’atto più forte di autocoscienza critica che i dirigenti dell’Unione abbiano mai fatto nella non breve storia di questa istituzione. È quanto mai significativo che questo sia avvenuto in occasione della presentazione di un nuovo piano di accoglienza dei rifugiati.

Le migrazioni, dunque, anche per diversi leader dei paesi europei, per lungo tempo paralizzati dalle reazioni dell’opinione pubblica e attestati sulla difesa dei particolarismi nazionali, si sono dimostrate, oltre a una drammatica emergenza, uno spartiacque storico e culturale.

Lo stesso moderato Juncker, rivolgendosi ai gruppi estremisti e xenofobi, ha affermato: «Il fatto che migliaia di persone vogliano trasferirsi in Europa per fuggire alla guerra e alla dittatura non è un fenomeno di cui avere paura, ma di cui andare orgogliosi». Non si poteva esprimere più chiaramente il passaggio di cultura politica che stiamo vivendo e il discrimine etico che oggi attraversa le popolazioni europee su queste questioni.

Queste posizioni sono state certo favorite dal cambiamento di orientamento di alcuni Paesi, ad iniziare dalla Germania, ma sono state anche determinate dall’affiorare – finalmente – di un sentimento popolare di solidarietà vasto e trasversale. Gli applausi ai migranti dei cittadini di Monaco, la mobilitazione di quelli di Berlino, la “carovana della speranza” di Vienna, l’apertura delle parrocchie alle famiglie bisognose di ospitalità, il soccorso spontaneo di coloro che arrivano stremati sulle coste italiane e greche sono l’espressione non solo di un’etica dell’apertura e dell’accoglienza, ma anche di quella “civiltà europea” che sembrava sotterrata sotto cumuli di detriti nazionalistici e di egoismo sociale.

Non si tratta, comunque, solo di questo. Dietro la decisione di accogliere 160.000 rifugiati in due anni, di stabilire quote obbligatorie, di rendere permanente un meccanismo che finora è stato di pura emergenza, di prevedere un fondo di investimenti nelle realtà di partenza, di superare l’inadeguato progetto Frontex non vi è solo la pressione di una più reattiva opinione pubblica, ma anche alcune razionali valutazioni che devono sempre stare alla base di un progetto politico. La prima è che la migrazione verso l’Europa non si può fermare con alcun mezzo di contrasto perché nasce da fattori obiettivi e profondi; la seconda è che, alla luce di questa acquisizione, è interesse dell’Europa trasformare una massa tanto consistente di rifugiati in un fattore positivo di amalgama sociale e di sviluppo. Gli analisti, ad esempio, sono concordi nel ritenere che il welfare europeo, che è stato un modello invidiato in tutto il mondo, si potrà salvare solo con l’apporto delle nuove generazioni di lavoratori immigrati. Allo stesso tempo, una concreta prospettiva di sostegno allo sviluppo si può costruire ora che si manifestano segnali di ripresa dell’economia europea.

Per l’Italia, i vantaggi più importanti possono derivare dal sostegno al sistema di previdenza sociale, dall’allargamento degli orizzonti di internazionalizzazione, che già si giovano della rete delle comunità emigrate, e dal rafforzamento del suo ruolo strategico nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi (Deputati Pd eletti nella circoscrizione Estero)

 

 

 

 

UE. Nuove regole per gli emigrati: le successioni transfrontaliere

 

ZURIGO - Lo scorso 17 agosto nell’Unione Europea è entrato in vigore il Regolamento (n. 650 del 4 luglio 2012) che fissa le competenze e la legge applicabile nei casi di successioni (eredità) transfrontaliere ed istituisce il “Certificato Successorio Europeo”. Questa nuova normativa ha quindi validità in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, tranne che in Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca che si sono avvalsi del diritto di esclusione.

A seguito di questo nuovo Regolamento europeo, nei casi di eredità, si applicherà il diritto successorio in vigore nel Paese dove il dante causa ha avuto la sua residenza abituale al momento del testamento o del decesso, anche se cittadini di un altro Paese. Cioè non più come avveniva in passato (sino al 17 agosto scorso) quando il principio della cittadinanza di origine del dante causa si applicava in Italia ed in gran parte dei Paesi europei ( Austria, Germania, Grecia, Polonia, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria)

Tuttavia lo stesso Regolamento, appena entrato in vigore nell’Unione Europea, consente al dante causa la possibilità di scegliere come legge da applicare per la successione dei suoi beni la norma vigente nello Stato di cui ha la cittadinanza e, in caso di possesso di più cittadinanze, quella preferita.

È evidente la rilevanza di questo Regolamento se pensiamo che nell’Unione oltre 12 milioni di cittadini europei vivono in un Paese membro diverso da quello di origine e che ogni anno nell’Unione sono circa 450'000 le famiglie che devono affrontare una successione transfrontaliera perché i beni o gli eredi del dante causa si trovano in uno Stato diverso, rispetto a quello in cui si è aperta la successione, facendo sorgere molte questioni a causa delle differenti leggi vigenti nei singoli Paesi dell’Unione.

E, soprattutto, a nessuno può sfuggire l’importanza che riveste questa norma per i quasi due milioni di emigrati e cittadini italiani che vivono nell’Unione Europea, spesso proprietari di beni mobili ed immobili in Italia e con eredi che, non di rado, risiedono in Italia. Anche perché non va dimenticato che l’accettazione, o meno, di una eredità, in genere, a seconda del Paese, può comportare pure di doversi accollare di eventuali debiti del dante causa e la stessa imposizione fiscale sull’eredità può variare da Paese a Paese.

Pertanto la scelta della legge da applicare per la successione, da parte di un emigrato, va fatta in modo molto oculato avvalendosi della consulenza di un avvocato o di un notaio esperti di diritto successorio vigente nei Paesi interessati.

In Svizzera, Paese non facente parte dell’Unione Europea, questo Regolamento non è applicabile poiché, ad avviso del Consiglio Federale elvetico, al momento non se ne ravvede la necessità ma, l’esperienza insegna, che non è detto che il governo e/o il parlamento della Confederazione non ritornino presto su questa loro attuale decisione! Dino Nardi, Coordinatore UIM Europa

 

 

 

 

Lavorano e fanno figli: così i migranti finanziano l'Europa

 

Per salvare le nostre pensioni servono 250 milioni di rifugiati entro il 2060. Ecco perché per gli economisti sono una risorsa - di MAURIZIO RICCI

 

  I POLITICI possono dire quello che vogliono. E anche i cittadini qualunque, al bar o in tram. Ma gli economisti non hanno dubbi: le dimensioni del fenomeno sono troppo grandi per liquidarle con gli aneddoti sui due ragazzi di colore fermi a non far niente sul marciapiede o sulle famiglia araba nell'alloggio di edilizia popolare. Sulla base dei grandi numeri, dunque, gli economisti concludono che gli immigrati che si rovesciano a ondate sulle frontiere europee non sono il problema. Sono la soluzione del problema. Bisogna trovare il modo di sistemarli e di integrarli: un compito inedito, immane, per il quale non ci sono soluzioni facili. Ma le centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, fra i 20 e i 40 anni, spesso con figli al seguito, che si affollano sulle barche, sui treni, sui camion dei disperati sono quello di cui l'Europa ha bisogno. Subito.

 

Quando Angela Merkel apre le porte della Germania a 800 mila rifugiati, infatti, non spara troppo alto. Spara basso. Facendo un calcolo a spanne, Leonid Bershidsky, su Bloomberg , calcola che l'Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020. Cioè domani. E di oltre 250 milioni di europei in più nel 2060. Chi li fa, tutti questi bambini?

 

I 42 milioni di europei in più sono, infatti, quelli che servirebbero, subito, per tenere in equilibrio una cosa a cui - nonostante quello che hanno affermato in questi giorni leader politici, come l'ungherese Viktor Orbàn - gli europei qualunque tengono, probabilmente, più che alle loro radici cristiane: il generoso sistema pensionistico. Oggi, in media, dice un rapporto della Ue, in Europa ci sono quattro persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni pensionato. Nel 2050, ce ne saranno solo due. Ancora meno in Germania: quasi 24 milioni di pensionati contro poco più di 41 milioni di adulti. In Spagna: 15 milioni di over 65 a carico di soli 24,4 milioni di lavoratori. In Italia: 20 milioni ad aspettare ogni mese, nel 2050, l'assegno dell'Inps, finanziato dai contributi di meno di 38 milioni di persone in età per lavorare. Le soluzioni non sono molte. O si tagliano le pensioni, o si aumentano i contributi in busta paga o si trova il modo di aumentare il numero di persone che pagano i contributi.

 

Sarà un paradosso, ma è più facile che, a pagare quei contributi, sia un immigrato, piuttosto che un cittadino italiano. Oggi, la percentuale degli italiani che lavora e porta a casa soldi è pari al 67 per cento della popolazione. Fra chi è venuto qui dall'Asia o dall'Africa, la percentuale è del 72 per cento. Perché ha tolto il posto di lavoro a un italiano? Non parrebbe. Secondo l'Ocse - l'organizzazione che raccoglie i paesi ricchi del mondo - circa il 15 per cento dei posti di lavoro nei settori ad alto sviluppo è stato occupato da un immigrato. In altre parole, dove la concorrenza per il posto è forte, c'è un immigrato ogni 6-7 lavoratori. Nei settori in declino, invece, incontrare un immigrato è quasi due volte più facile: oltre un addetto su quattro non è nato in Italia. Detto più semplicemente, gli immigrati tendono ad occupare i posti di lavoro che chi è nato in Occidente preferisce abbandonare. Su quei lavori, pagano le tasse. Senza gli immigrati, il governo Renzi sarebbe, in questo momento, disperatamente alla caccia di quasi 7 miliardi di euro per tappare i buchi della legge di Stabilità. Gli stranieri hanno pagato, infatti, circa 6,8 miliardi di euro di Irpef nel 2014, su redditi dichiarati per oltre 45 miliardi di euro l'anno. La Fondazione Leone Moressa ha calcolato il rapporto costi-benefici dell'immigrazione è, per l'Italia, largamente positivo: le tasse pagate dagli stranieri (fra fisco e contributi previdenziali) superano i benefici che ricevono dal welfare nazionale per quasi 4 miliardi di euro.

 

Più o meno, è quanto dicono i dati degli altri paesi europei. L'immigrazione deve essere inserita nella colonna dei più: in media, l'apporto netto all'economia, da parte di chi è giunto in Europa in questi anni, vale, secondo i calcoli dell'Ocse, lo 0,3 per cento del Pil, il prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza creata in un anno nel paese. Se si tolgono le pensioni pagate agli stranieri residenti, l'apporto positivo supera lo 0,5 per cento del Pil. Era vero quando, negli anni scorsi, l'immigrazione era frutto di movimenti all'interno dell'Europa. Ed è vero anche oggi, che hanno assunto preminenza i flussi extraeuropei.

 

"Il contributo degli immigrati all'economia è superiore a quanto essi ricevono a titolo di prestazioni sociali o di spesa pubblica" riassume Jean-Cristophe Dumont che guida il dipartimento dell'Ocse che si occupa specificamente di immigrazione e che ha studiato gli ultimi dati. La realtà si è incaricata di sgonfiare molte polemiche degli ultimi anni, a cominciare da quella sull'idraulico polacco che, sull'onda dell'allargamento dell'Unione, nel 2004, sarebbe stato pronto a sbarcare nei paesi della Ue a togliere lavoro ai suoi colleghi. L'Ocse ha studiato da vicino il caso dell'Inghilterra dove, negli anni immediatamente successivi al 2004, sono arrivati, in effetti, un milione di immigrati dai paesi est europei, Polonia in testa. Ma, secondo Dumont, queste centinaia di migliaia di immigrati "non hanno né aumentato il tasso di disoccupazione, né abbassato il livello medio dei salari".

 

Difficile che un idraulico siriano, oggi, cambi quello che non ha cambiato, ieri, l'idraulico polacco. Piuttosto, ciò che colpisce, nelle cifre sull'immigrazione, è la loro esiguità. L'impressione di un'Europa scossa e sommersa da uno tsunami migratorio è frutto di un'allucinazione. In tutto, gli immigrati oggi presenti in Europa sono pari al 7 per cento della popolazione. Gli arrivi incidono positivamente sull'economia, ma per non più di qualche decimale. Il fisco ci guadagna: uno straniero in Lombardia dichiara più di un italiano in Calabria. Ma l'Irpef complessiva degli immigrati non arriva al 5 per cento del totale delle relative entrate.

Anche le spese, nonostante le polemiche, sono ridotte. In media, nei paesi ricchi dell'Ocse, gli immigrati assorbono il 2 per cento dei fondi per l'assistenza sociale, l'1,3 per cento dei sussidi di disoccupazione, lo 0,8 per cento delle pensioni. L'Italia è in linea. Anzi sulle pensioni (pochi gli immigrati che, nel nostro paese, ci sono arrivati) la spesa per gli stranieri è dello 0,2 per cento.

 

Piano a dire, dunque, che la Merkel è stata accecata dalla generosità. Gli 800 mila rifugiati che è pronta ad accogliere sono meno del milione di polacchi che ha assorbito l'Inghilterra di Blair e non creeranno, probabilmente, più sconquassi.

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Disoccupazione in calo, a luglio scende al 12%

 

In calo il tasso di disoccupazione a luglio. Secondo le stime diffuse oggi dall'Istat, il valore è sceso di 0,5 punti percentuali, arrivando a quota 12,0%. In diminuzione anche la stima dei disoccupati, che scende del 4,4% (-143 mila) su base mensile. Nei dodici mesi la disoccupazione è diminuita del 6,6% (-217 mila persone in cerca di lavoro) e il tasso di disoccupazione di 0,9 punti.

 

Il calo della disoccupazione a luglio riguarda anche i giovani nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Il tasso è pari al 40,5%, in calo di 2,5 punti percentuali rispetto al mese precedente. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono esclusi i giovani inattivi, precisa l'istituto di statistica, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi. La stima del numero di giovani inattivi è in aumento dello 0,6% nel confronto mensile (+27 mila). Il tasso di inattività dei giovani tra 15 e 24 anni cresce di 0,5 punti percentuali, arrivando al 74,4%.

La stima del numero di giovani disoccupati, prosegue l'Istat, diminuisce rispetto al mese precedente (-51 mila, pari a -7,6%). L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari al 10,4% (cioè poco più di un giovane su 10 è disoccupato). Tale incidenza, continua l'Istat, diminuisce nell’ultimo mese di 0,9 punti percentuali.

Con riferimento alla media degli ultimi tre mesi, per i giovani 15-24enni si osserva il calo sia del tasso di occupazione (-0,2 punti) sia del tasso di disoccupazione (-0,2 punti), a fronte di una crescita del tasso di inattività (+0,5 punti percentuali). In termini tendenziali, cioè rispetto a luglio 2014, il tasso di occupazione dei giovani 15-24enni cala di 0,5 punti percentuali, cala anche il tasso di disoccupazione (-2,6 punti), a fronte di una crescita del tasso di inattività di 2,0 punti.

 

Dopo il calo di maggio (-0,2%) e la lieve crescita di giugno (+0,1%), a luglio 2015 la stima degli occupati cresce ancora dello 0,2% (+44 mila). Il tasso di occupazione aumenta nel mese di 0,1 punti percentuali, arrivando al 56,3%. Nell’anno l’occupazione cresce dell’1,1% (+235 mila persone occupate) e il tasso di occupazione di 0,7 punti.

Inoltre, prosegue l'Istat, dopo la lieve crescita di maggio (+0,1%) e il calo di giugno (-0,3%), la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumenta nell’ultimo mese dello 0,7% (+99 mila persone inattive, prevalentemente donne). Il tasso di inattività, è pari al 35,9%, in aumento di 0,3 punti percentuali. Su base annua l’inattività è in calo dello 0,6% (-87 mila persone inattive) e il tasso di inattività di 0,1 punti.

Infine, rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo maggio-luglio 2015 il tasso di occupazione cresce (+0,2 punti percentuali), mentre calano il tasso di disoccupazione (-0,1 punti) e il tasso di inattività (-0,1 punti). Adnkronos 1

 

 

 

 

Approvato il disegno di legge tra l’Italia e Svizzera in materia di imposte su reddito e sul patrimonio

                                                    

ROMA - Il Consiglio dei ministri, su proposta dei ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale Paolo Gentiloni, e di quello dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, ha approvato nei giorni scrosi un disegno di legge di ratifica ed esecuzione del Protocollo, firmato a Milano il 23 febbraio 2015,    che modifica la convenzione tra la Repubblica italiana e la Confederazione svizzera per evitare le doppie imposizioni e per regolare talune altre questioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio Con il Protocollo, conforme allo standard Ocse, si determina un ampliamento del perimetro dello scambio di informazioni, che può riguardare imposte di qualsiasi natura, e si prevede il superamento del segreto bancario.    Sono inoltre definite procedure di cooperazione amministrativa tra i due Paesi    che garantiranno uno scambio di informazioni effettivo e agevole, senza tuttavia ricorrere a ricerche generalizzate e indiscriminate. Tali modifiche , che accrescono il livello di cooperazione tra i due Paesi,    rendono più efficace il contrasto a meccanismi di elusione e evasione fiscale, con conseguenti effetti positivi per l’erario.

Il Protocollo entrerà in vigore dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge di ratifica, Sarà comunque possibile richiedere informazioni sulle posizioni dei contribuenti in essere a partire dalla data della firma il Protocollo (23 febbraio 2015). (Inform)

 

 

 

 

Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo: l’assemblea di luglio approva la nascita del Forum

 

Apert la fase nuova di costruzione della rappresentanza sociale. Approvata la richiesta di indizione di una nuova conferenza mondiale degli italiani all’estero e della nuova emigrazione.

 

Con lo svolgimento degli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo, una lunga fase di discussione e confronto è stata portata a termine. Il processo di autoriforma delle associazioni ha rappresentato un forte e visibile dato di rinnovamento nell’analisi e di innovazione nelle prospettive, promosso all’interno della più vasta realtà del mondo degli italiani all’estero e della nuova emigrazione.

Dalle declamazioni sulla esigenza di rinnovamento, ancora presenti e praticate, le associazioni si sono largamente affrancate passando attraverso una rigorosa analisi dalla quale sono uscite con precisi obiettivi programmatici, con una visione di futuro, e, come illustrato nella relazione introduttiva del Comitato organizzatore, con la delineazione di concreti strumenti a disposizione di un progetto di sviluppo autonomo delle associazioni per i prossimi anni. Questi sono i significativi risultati dell’evento che si è svolto il 3 e 4 luglio scorsi a Roma, presso il “Centro Congressi Frentani”, al quale hanno preso parte oltre 200 persone provenienti dalle realtà regionali in Italia oltre che da Svizzera, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Inghilterra, Spagna, Repubblica Ceca, Russia, Argentina, Brasile, Venezuela, Usa, Australia, Egitto, in rappresentanza di una rete di oltre 1500 associazioni che avevano aderito al Manifesto degli Stati Generali.

La partecipazione intensa di associazioni dall’estero e dall’Italia, i numerosi invitati e la qualità del dibattito che si è svolto (che sarà reso disponibile on line integralmente nelle prossime settimane) hanno evidenziato il livello di una proposta definita attraverso un reale processo partecipativo e validata dagli interventi e dal consenso alle proposte presentate in conclusioni dei lavori, tra le quali l’approvazione del Documento che sancisce la nascita del Forum delle associazioni degli italiani nel mondo, i suoi obiettivi e le modalità organizzative e di lavoro.

Ai lavori hanno partecipato anche numerosi esponenti del mondo istituzionale, di partiti e sindacati, della cultura e della ricerca, della stampa e del mondo imprenditoriale; tra gli invitati erano presenti anche diversi parlamentari eletti all’estero alcuni dei quali sono intervenuti.

Una importante novità, rispetto al silenzio diffuso registratosi in diversi ambienti, sulle proposte emerse dalla intensa attività del Comitato promotore ed organizzatore degli Stati Generali.

Dall’assemblea è emersa una forte critica dei limiti dell’azione parlamentare e, in generale, del mondo politico. Tutto questo alla luce di quanto, da anni, è sotto gli occhi di tutti: l’abbandono totale, da parte dei diversi governi, di un vero interesse verso la realtà degli italiani all’estero. Evidenze che avrebbero invece richiesto un’azione convinta per rimettere nuove e antiche questioni al centro dell’attenzione, in un’azione congiunta e supportata da tutto il mondo della rappresentanza sociale.

È anche emersa la mancata capacità di proporre una visione di futuro per gli italiani all’estero dentro i partiti, in Parlamento, nel CGIE, nelle Regioni e nel MAECI; di garantire risorse finanziarie adeguate (tagliate invece dell’80% in 5 anni, quando non completamente cancellate) e di rappresentare adeguatamente esigenze, diritti e opportunità di chi vive all’estero.

Gli irrilevanti risultati ottenuti denotano la permanenza di una vecchia idea di italiani all’estero, tutta centrata su una relazione unidirezionale verso l’Italia e verso le dinamiche dei partiti italiani, organizzata prevalentemente con logiche di collegio elettorale; quella che da alcuni è stata rappresentata anche durante l’assemblea è proprio il “vecchio” da superare, costituendo un vero e proprio tallone d’Achille culturale, prima che politico, dell’attuale rappresentanza degli italiani all’estero.

Gli “Stati Generali” hanno fatto tagliare gli ormeggi aprendo, senza le consuete rigidità, alle molteplici voci provenienti da un associazionismo pluralistico, autonomo da partiti e istituzioni, che nel “Forum delle associazioni degli italiani nel mondo” avrà uno strumento forte per meglio operare e per meglio esprimere una rappresentanza sociale che esiste e che intende essere riconosciuta in quanto tale. Vale qui la pena ricordare che le diverse decine di incontri realizzati nella fase di avvicinamento agli Stati Generali, come anche l’assemblea conclusiva sono stati completamente autofinanziati dai contributi delle stesse associazioni e che tutto il lavoro svolto è stato prestato esclusivamente a titolo volontario.

I prossimi mesi saranno dedicati a dare sostanza agli obiettivi indicati. La scelta a favore di un rinnovato protagonismo delle associazioni dentro gli attuali nuovi processi migratori e nei contesti di storico insediamento interculturale dell’emigrazione italiana, è la motivazione primaria e la fonte di legittimazione delle associazioni che hanno deciso di stare insieme nel Forum, realtà che resta aperta a tutte le associazioni.

Nei prossimi mesi vi sarà bisogno di iniziative in grado di consolidare il processo di riorganizzazione, di una piattaforma vera e propria di rivendicazioni e di vertenze da aprire in Italia e all’estero e verso le istituzioni centrali e regionali. Il nostro intendimento è anche quello di sperimentare concretamente azioni progettuali comuni con le quali cominciare a dare alcune risposte significative che riguardano i nuovi flussi di emigrazione e che possano al meglio valorizzare, anche in chiave di cooperazione con l’Italia, la presenza italiana in tanti paesi.

Gli Stati Generali si sono chiusi con la proposta, fatta propria da tutti, dello svolgimento di una quarta   conferenza mondiale degli italiani nel mondo. È un obiettivo, questo, per il cui raggiungimento tutte le associazioni si sentono fortemente impegnate, e che sarà presentata quanto prima al governo.

Il Comitato promotore degli Stati Generali intende infine proporre ai Comites lo svolgimento di un’assise comune per individuare gli elementi necessari per un’azione rivendicativa complessiva ed articolata, nelle diverse aree continentali, a partire da quella europea.

Anche nei prossimi mesi, intenso sarà il lavoro per il rilancio delle associazioni tra gli italiani nel mondo. In questo senso, invitiamo tutti coloro che non hanno potuto partecipare, a farci pervenire le loro valutazioni e le loro proposte.

Entro l’inizio ottobre, il Comitato organizzatore, implementato, come deciso in assemblea, dalla presenza di altre organizzazioni territoriali all’estero, si riunirà per dare seguito alle decisioni dell’assemblea.

Comitato Promotore degli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo (de.it.press)

 

 

 

 

Senato. In Commissione Affari Costituzionali la proposta di istituire la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione

 

ROMA - E’ approdata alla Commissione Affari Costituzionali del Senato (disegno di legge n. 1878) la proposta per l’istituzione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione. Il relatore Riccardo Mazzoni (AL-A) ha riferito sulla proposta presentata alla Camera dal deputato Beni ed altri  e già approvata dalla Camera nel mese di aprile con un’ampia maggioranza. Essa si compone di tre articoli e prevede (art. 1) che la ricorrenza sia individuata nella giornata del 3 ottobre, in ricordo del naufragio avvenuto due anni fa a Lampedusa, nel quale morirono 368 migranti. Al comma 2 dell'articolo 1 è precisato che tale giornata non determina gli effetti civili di cui alla legge n. 260 del 1949.

L'articolo 2 prevede che, in occasione della Giornata nazionale, siano organizzate cerimonie, iniziative e incontri volti a sensibilizzare l'opinione pubblica alla solidarietà civile nei confronti dei migranti, al rispetto della dignità umana e del valore della vita di ciascun individuo, all'integrazione e all'accoglienza. In particolare, al comma 2, si stabilisce che le istituzioni della Repubblica, nell'ambito delle rispettive competenze, promuovano specifiche iniziative nelle scuole di ogni ordine e grado, anche in coordinamento con le associazioni e gli organismi operanti nel settore, al fine di sensibilizzare e formare i giovani sui temi dell'immigrazione e dell'accoglienza.

Infine, l'articolo 3 stabilisce che dall'attuazione della proposta in esame non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Il provvedimento è volto a sensibilizzare la coscienza collettiva, di fronte al drammatico susseguirsi di tragedie nel mar Mediterraneo e sulle rotte via terra verso l'Europa, che negli ultimi anni hanno provocato la morte di migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria. Le tristi vicende riferite dalle cronache di questa estate - ha detto il senatore Mazzoni - hanno finalmente indotto i Paesi europei a un atteggiamento di maggiore apertura verso il fenomeno migratorio. Inoltre, recentemente, si sono registrate manifestazioni di solidarietà nei confronti dei rifugiati, in particolare da parte dei cittadini austriaci e tedeschi. A suo avviso, si tratta di un segno tangibile della nuova sensibilità civile che si sta formando su questi temi, che può davvero rappresentare uno dei fondamenti identitari dell'Unione europea.

Il relatore ha poi riferito sul disegno di legge n. 1203, presentato dal senatore Manconi ed altri, con il quale si intende istituire - anche in questo caso il 3 ottobre - la Giornata nazionale per la memoria dei migranti vittime del mare, al fine di conservare la memoria dei naufragi nei quali hanno perso la vita i migranti, nel tentativo di raggiungere le coste italiane.

A differenza del disegno di legge n. 1878, la proposta in esame attribuisce solennità civile alla Giornata nazionale, ai sensi della legge n. 260 del 1949. Tuttavia, non si determinano riduzioni dell'orario di lavoro negli uffici pubblici né la ricorrenza costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole, qualora essa cada in giorno feriale.

All'articolo 2 è prevista l'organizzazione di incontri e iniziative, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, al fine di sensibilizzare i cittadini al rispetto della dignità dei migranti, all'importanza della loro integrazione e al diritto di asilo. Presso la città di Lampedusa verrebbe organizzata una specifica commemorazione del naufragio del 3 ottobre 2013. Infine, l'articolo 3 reca la clausola di invarianza finanziaria, mentre l'articolo 4 dispone che la legge entri in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Rilevato che il contenuto della proposta è sostanzialmente analogo a quello del disegno di legge precedentemente illustrato, il relatore ha proposto che i due provvedimenti siano esaminati congiuntamente. Ha proposto altresì che il disegno di legge n. 1878 sia adottato come testo base per il seguito dell'esame, auspicandone l'approvazione definitiva entro il prossimo 3 ottobre.

Su invito della presidente della Commissione, Anna Finocchiaro, la Commissione ha convenuto di fissare alle ore 18 di martedì 15 settembre il termine per la presentazione di emendamenti, da riferire al disegno di legge n. 1878, adottato come testo base. (Inform 10)

 

 

 

 

 

Garavini (PD):  “Necessaria una Procura Europea che contrasti anche la tratta di esseri umani”

 

“La giusta risposta alla crisi innescata dai flussi migratori è più politica estera. Una gran parte dei rifugiati sulle coste italiane arrivano dall'Africa. Prendiamoci cura, come Europa, di quei conflitti, quello in Siria, ma anche quelli dimenticati, come ad esempio dell'Eritrea e del Sudan, che costituiscono spesso il primo serbatoio di migranti in fuga. In questo contesto anche un più stretto confronto con l'Unione Africana è indispensabile. Investiamo di più in dialogo e in diplomazia di modo che i Paesi d'origine diventino parte della soluzione”.

 

“Accanto alla politica estera bisogna poi colpire chi approfitta di questa crisi. L'Europa deve agire in modo più risoluto ed unitario nel contrasto al crimine organizzato. Non c'è migrante che non paghi dalle centinaia alle migliaia di dollari per un viaggio della speranza. E' un volume d'affari dalle dimensioni mostruose. Fino a quando proventi così lucrativi non verranno messi in discussione, il numero dei rifugiati in arrivo sulle nostre coste è destinato a crescere”

 

“Ecco perché va potenziata la collaborazione internazionale nel contrasto alle bande criminali. Ora più che mai si avverte l'esigenza di una Procura Europea, che coordini le diverse indagini a livello comunitario e che non sia limitata a seguire controversie meramente amministrative, ma che si occupi anche di contrasto al crimine organizzato a livello internazionale e di terrorismo, sul modello della Direzione Nazionale Antimafia italiana”.

 

Lo afferma Laura Garavini, componente dell’Ufficio di Presidenza del PD alla Camera e della Commissione Antimafia, in un contributo pubblicato sull’Huffington Post. Il testo completo dell’articolo è consultabile al link:

4http://www.huffingtonpost.it/laura-garavini/politiche-per-limmigrazione-una-questione-di-politica-estera_b_8076582.html 

 

“Da un esodo di massa ad una fuga di cervelli”

“Il Sud Italia non ha solo alcuni fra i paesaggi e monumenti più belli al mondo. Possiede anche un altro patrimonio molto prezioso, finora non sufficientemente 'sfruttato': i tanti concittadini all'estero, perfettamente integrati nelle loro realtà straniere. Grazie ai loro ruoli - professionali, istituzionali, associazionistici o anche politici - possono essere validissimi ambasciatori dell'economia, della cultura, delle specialitá, delle eccellenze dei loro territori d'origine”. Lo ha affermato Laura Garavini, dell’Ufficio di Presidenza del PD alla Camera, partecipando alla nona Festa dell’Emigrante di Nardò.

 

La parlamentare PD ha aggiunto: “Per raggiungere questo scopo è importante promuovere la messa in rete dei concittadini residenti all'estero, a livello locale, con tutti quegli attori che possono fare dell'emigrazione un valore aggiunto per un territorio: sindaci, amministratori, esponenti del mondo dell'economia e della scuola, operatori turistici, istituzioni - locali ed internazionali. Penso ad esempio a quanto possa essere proficuo mettere in contatto tra di loro referenti operanti negli stessi settori in paesi diversi - ad esempio istituti scolastici interessati a gemellaggi, operatori turistici interessati ad ampliare e diversificare la propria offerta, aziende interessate ad operare all'estero.

 

Nel mondo globalizzato di oggi”, ha concluso la deputata eletta nella circoscrizione Estero-Europa, “dove si cercano talenti e professionalitá che conoscono più lingue e sanno vivere in più realtá, avere migliaia dei propri concittadini all'estero può essere una straordinaria marcia in più per le zone che vivono l'emigrazione già da decenni”.

 

Alla manifestazione, organizzata dal Comune di Nardò hanno preso parte il Sindaco, Marcello Risi, l'Assessore alle politiche migratorie, Cav. Antonio Cavallo, e alcuni autorevoli concittadini residenti all'estero, come ad esempio il Consigliere del Cgie del Belgio, Fernando Marzo, intervenuto in videoconferenza. De.it.press 4

 

 

 

 

Prima di giudicare

 

Non ci siamo mai risparmiati nell’esporre fatti e vicende che hanno implicato la nostra Comunità nel mondo. Abbiamo iniziato da oltre mezzo secolo tentando, nei limiti della ragione, d’analizzare “fatti” e “misfatti” che hanno coinvolto il Bel Paese e il suo meraviglioso Popolo; anche quello presente oltre i confini nazionali.

Poi, è stata la volta dei barconi della morte, di un Mare Mediterraneo usato come via verso un’apparente libertà di vita. Sulla questione non ci siamo mai addentrati. L’hanno fatto altri e in tutte le ottiche possibili. “Giustificando” o “Condannando” in modo soggettivo. Insomma, sino ad ora abbiamo preferito restare al di fuori di una realtà che dovrebbe essere gestita dall’UE e non solo.

 Ora esprimiamo una nostra opinione. Lo facciamo senza vincoli. Ammettendo solo che la vita è da tutelare e la libertà non può essere mezzo di baratto. In primo luogo, ci siamo resi conto che la caduta di certi regimi in nord dell’Africa e Medio Oriente non ha favorito la libertà, com’è intesa in occidente, ma sono stati cause di caos e di situazioni che durante le “dittature” non erano neppure supponibili.

 Senza guide e con leggi non rispettate, i Popoli hanno cercato altrove quelle certezze introvabili nelle loro terre d’origine. Così, è iniziato l’esodo che ha portato il nostro Paese ad affrontare emergenze e spese che dovevano, da subito, essere condivise con tutti i Pesi dell’Europa stellata. Senza”se” e senza”ma”. Invece, l’emergenza è più nostra che d’altri e la Penisola non è più in grado di far fronte alle necessità di un’Umanità che non ha più nulla e che ha bisogno di tutto.

 Così, prima di valutare, bisognerebbe evidenziare anche lo “status” di tanti cittadini della Repubblica che hanno perso tutto e che dalla Patria hanno ricevuto sempre poco, o nulla. Ogni parallelismo con altre situazioni similari, a nostro avviso, non regge; proprio perché sono molto differenti le cause scatenanti. Se proprio di “guerra” tra Poveri c’è da trattare, non ci tiriamo indietro. Ma preferiamo un dialogo aperto con i Lettori.

 L’insieme delle loro riflessioni favorirà l’elaborazione di un’opinione più globale. Ma se, come spesso accade, sarà la polemica a imporsi per favorire l’inasprimento degli animi, preferiamo restarne fuori. Senza progetti, che non tengano conto delle cause scatenanti, sarebbe impossibile trovare delle soluzioni percorribili per tutti. Né intendiamo schierarci politicamente sui progetti d’accoglienza senza un protocollo effettivo d’emergenza europeo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Permesso di soggiorno. Corte europea dà ragione alla Cgil e all'Inca

 

Una sentenza della Corte di giustizia europea boccia la legge italiana che impone a cittadini extracomunitari richiedenti il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno, di pagare un contributo tra 80 e 200 euro. Secondo i giudici il costo è “sproporzionato rispetto alla finalità perseguita dalla direttiva ed è atto a creare un ostacolo all’esercizio dei diritti conferiti” dalla direttiva 2003/109.

Seconda battuta d'arresto dall'Europa, dunque, per l'Italia dopo quella della Corte dei diritti umani per detenzione arbitraria di tre tunisini arrivati a Lampedusa nel 2011. La sentenza di oggi è giunta su richiesta del Tar del Lazio a cui sono ricorsi Cgil e Inca (Istituto nazionale confederale assistenza).

La norma italiana discende dal Dlgs n. 286/1998, testo unico sull'immigrazione, e da un apposito decreto del 2011. Nella sua sentenza odierna, la Corte di giustizia ha ricordato innanzitutto che l'obiettivo principale della direttiva è l'integrazione dei cittadini di Paesi terzi stabilitisi a titolo duraturo negli Stati membri. L'Italia ha, a questo riguardo, come tutti i Paesi membri Ue, un margine discrezionale sull'ammontare dei contributi da pagare, ma tale potere non è illimitato, non può compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva europea e deve rispettare il principio di proporzionalità; i contributi, cioè, non devono creare un ostacolo al conseguimento dello status di soggiornante di lungo periodo.

L'incidenza economica del contributo italiano – ha sottolineato l‘organismo Ue - può essere considerevole a maggior ragione per il fatto che, in considerazione della durata dei permessi e il loro rinnovo, deve essere pagato assai di frequente. La Corte di giustizia Ue ha respinto l'argomento del governo italiano secondo cui il contributo è connesso all'attività istruttoria necessaria alla verifica del possesso dei requisiti previsti per l'acquisizione del titolo di soggiorno.

Rifacendosi anche a una precedente sentenza (C-508/10 Commissione contro Paesi Bassi), la Corte europea ricorda che uno Stato membro non può pretendere per un permesso di soggiorno “cifre che siano macroscopicamente elevate e quindi sproporzionate rispetto all’importo dovuto dai cittadini di quel medesimo Stato per ottenere un titolo analogo, quale è la carta nazionale d’identità”. Considerato che in Italia il costo per il rilascio della carta d’identità nazionale ammonta attualmente a circa EUR   10, l’onere economico imposto al cittadino dello Stato terzo per ottenere il rilascio del titolo di soggiorno nel territorio nazionale risulta essere “otto volte più elevato”.

Secondo Cgil e Inca “la giustizia europea offre, o forse sarebbe meglio dire impone, al paese un'importante opportunità per correggere le politiche sull'immigrazione, prodotte dal governo di centrodestra nel 2011”.

“Questa sentenza”, prosegue il comunicato sindacale “non può essere ignorata dal Governo italiano, e pertanto chiediamo che si attivi subito, riducendo drasticamente il costo per il rilascio e il rinnovo di tutti i permessi di soggiorno”.

 

Inoltre, secondo Cgil e Inca, “è anche significativo che tale sentenza esca proprio mentre l'Europa è attraversata da rigurgiti nazionalisti, da chiusure verso i disperati che cercano sicurezza e lavoro, da inaccettabili respingimenti e da provvedimenti di riduzione del welfare che colpiscono in particolare i migranti, anche comunitari. Ancora una volta, i provvedimenti della corte europea appaiono più avanzati e rispettosi del diritto delle persone rispetto alle stesse politiche europee”.

Sentenza della Corte di giustizia europea (in italiano)

http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=166761&pageIndex=0&doclang=IT&mode=req&dir=&occ=first&part=1&cid=105075

Osservatorio Inc/Cgil Settembre  

 

 

 

 

Migranti, 12.000 cittadini islandesi si offrono di ospitare rifugiati siriani

 

L’isola atlantica dovrebbe ricevere una quota di 50 rifugiati, ma scatta la petizione al governo. E il premier risponde di sì: «Dobbiamo solo trovare come farlo al meglio» - di Maria Strada

 

La ripartizione vorrebbe che a Reykjavik arrivassero al massimo 50 dei migranti che in questi mesi stanno cercando rifugio nell’Unione europea. Ma i 320.000 cittadini islandesi non ci stanno. O almeno, non ci stanno 12.000 di loro.

La campagna e la risposta immediata

Raccogliendo un appello lanciato dalla scrittrice e professoressa Bryndis Bjorgvinsdottir, infatti, hanno scritto al Ministro per gli Affari sociali, Eyglo Hardadottir, chiedendo al governo di poter ospitare personalmente rifugiati siriani. In poche ore dal primo appello su Facebook, ma soprattutto sulla piattaforma dedicata alla petizione, hanno risposto 12.600 famiglie registrandosi e offrendo le loro case e le loro risorse, ricordando come non sia la prima volta che la remota isola si muove per aiutare: «I rifugiati sono risorse umane, esperienza e capacità. I rifugiati sono i nostri prossimi sposi, migliori amici, anime gemelle, o i batteristi della band dei nostri figli, i nostri colleghi o miss Islanda 2022, l’idraulico che ci sistemerà il bagno o il pompiere», recita la petizione. Che non è fatta solo di parole, perché le offerte di molte persone riguardano anche i «biglietti aerei».

Il ministro del Welfare: «Faremo tutto il possibile»

Lunedì Bjorgvinsdottir, parlando alla televisione pubblica islandese (Ruv), aveva spiegato come la gente ne abbia abbastanza «di vedere certe notizie di morte dal Mediterraneo e dai campi dei rifugiati e voglia fare abbastanza». Il governo islandese sta valutando le richieste ricevute - ha spiegato Hardadottir - e sta considerando di chiedere una revisione al rialzo della propria quota umanitaria: «Sia chiaro che no n fornirò una cifra massima - ha detto alla stessa Ruv - ma percorreremo ogni strada possibile per accogliere più rifugiati».

Il Premier: «Vedremo come agire al meglio»

Il premier Sigmundur David Gunnlaugsson ha promesso che il Consiglio di Gabinetto di martedì ne parlerà: «Intendiamo proporci come forza positiva nella politica estera internazionale, e quella dei migranti è la questione più urgente. Penso che ci sia grande consenso sul fare di più nel rispondere al problema: dobbiamo solo trovare come farlo al meglio». CdS 1

 

 

 

 

Rino Giuliani (Fernando Santi) sul futuro dell’associazionismo dopo gli Stati Generali

 

ROMA – In questa intervista di “Santi New” Rino Giuliani, vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi e componente del Comitato promotore degli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo, fa il punto sulle sfide presenti e future che fanno seguito all’importante appuntamento degli Stati Generali. Fra gli argomenti trattati il rinnovamento, le nuove generazioni e i rapporti tra il Forum e le istituzioni.   

Le associazioni come possono rinnovarsi se ancora non sono in grado di farsi una vera autocritica?

Gli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo    che nella lunga fase della loro preparazione non avevano    suscitato molta attenzione da parte dei rappresentanti politici    sono stati invece occasione , al momento del loro svolgimento per    moniti e suggerimenti    che muovono dal giudizio    molto critico sulle associazioni attuali, intese come vecchie, inadeguate e poco o nulla rappresentative dell’emigrazione italiana fatta ormai di tanti oriundi e di giovani migranti. Così in qualche intervento di invitati presenti    all’evento del 3 e 4 luglio scorsi.

Il mondo in sostanza , si osserva, non è quello che le stesse organizzazioni rappresentano e conoscono . Il che presuppone un nuovo modello di associazionismo ma anche una capacità di autocritica che le associazioni devono fare in relazione alla loro inadeguatezza rispetto al mondo che è cambiato.

In buona sostanza e con inconsapevole esercizio del paradosso, questi critici ex post,    assumendo come causa    le conseguenze, rimuovono a piè pari    le vere diverse cause che hanno portato le associazioni nelle attuali condizioni ed anzi caricano della responsabilità dello stato attuale dell’associazionismo    lo stesso che, al contrario    di altre realtà del mondo della nostra emigrazione, si è dato invece, e, in modo autonomo    sta realizzando, un percorso di rinnovamento.

Questo percorso non è un atto volontaristico di un gruppo di amici volenterosi    che si sono incontrati    al bar sport ma lo sviluppo coerente di una presa d’atto razionale e meditata, a suo tempo avvenuta       dentro la CNE    struttura rappresentativa delle associazioni nazionali poi evoluta nel comitato promotore degli Stati Generali e nel Comitato organizzatore nel quale sono presenti    le associazioni regionali    e moltissime associazioni dell’estero per un totale di quasi 1500 associazioni. Tra queste, a conferma dell’interesse suscitato dalle proposte contenute nei documenti    alla base degli Stati Generali, diverse associazioni di giovani che, come le altre, condividendone le finalità    vi hanno aderito,   ma che non erano presenti all’evento per le comprensibili difficoltà finanziarie proprie della iniziativa che è stata sorretta dal solo autofinanziamento.

Non sarebbe ora che l’associazionismo iniziasse ad occuparsi delle nuove generazioni e della emigrazione giovanile?

Agli Stati Generali sono stati invitati ed hanno dato la loro adesione associazioni nazionali degli studenti medi e degli studenti universitari, i giovani del servizio civile internazionale che hanno condiviso le proposte da noi avanzate nei documenti    preparatori degli Stati Generali. Nelle    Marche, in giugno,    in preparazione    di questo evento si è svolto, da noi promosso, un convegno regionale sulla emigrazione giovanile con la presenza della generalità delle associazioni giovanili marchigiane e del    sindacato. In autunno    si verificherà con enti locali, associazioni    giovanili e sindacato    la possibilità di sperimentare una struttura di consulenza ed affiancamento di giovani che decidano di emigrare per lavoro dalla Marche    in Europa. Una iniziativa analoga è in preparazione in Sardegna    d’intesa con la FAES, la federazione dei circoli sardi all’estero.

Non vedete i rischi propri di un associazionismo    tradizionale che finisce per essere autoreferenziale?

L’amico Fabio Porta, tra i pochissimi che ha sempre    mostrato attenzione al    processo che abbiamo avviato , in una recente    intervista di forte apprezzamento per gli Stati Generali e per il costituendo Forum invita anche    a toni autocritici cui, a suo condiviso giudizio, nessuno nel mondo della emigrazione    deve sottrarsi.

Vorrei rassicurare l’amico Porta (cui forse può essere sfuggito) che l’associazionismo, implicitamente ancora una volta, invitato a    autocritica, non solo l’ha già    fatta da qualche anno a questa parte e la farà ogni qualche volta    sia necessario, ma che, tuttavia, diversamente da altri soggetti, ha anche avviato da tempo, con serietà il suo processo di autoriforma.

E’ per questo che siamo anche    lontanissimi dal paradigma dell’autoreferenzialità, una vera e propria palla al piede. Le associazioni quel paradigma lo hanno voluto    rovesciare. E così è stato.

Semmai a quanti    intendono metterci sull’avviso    ad evitare l’autoreferenzialità    salvo poi a seguitare a praticarla    potremmo dire “ medice cura te ipsum”( Luca (4, 23).

La relazione introduttiva agli “Stati    Generali”‘ come gli stessi documenti preparatori, avanza una analisi del passato e del presente ma anche prospetta futuro dando contezza del percorso di rinnovamento    che l’associazionismo intende attivare nella democrazia, nel pluralismo, dal basso, nei luoghi in cui vive e lavorano le persone della emigrazione nuova e vecchia, con passaporto italiano, iscritta e non    all’aire, e italodiscedenti.

Nei vostri documenti la critica al passato è esplicita ma per il futuro occorrono proposte concrete ed una visione chiara di futuro. Voi come intendente muovervi?

Ci si dice, con qualche esemplificazione, che la rappresentanza    parlamentare dell’estero   “è figlia    dell’associazionismo”. In parte lo è ma questo non comporta una chiamata alla corresponsabilizzazione    per l’operato degli eletti semmai, a maggior ragione, invita ad una riflessione su come, ora,    più adeguatamente, nella forma e nella sostanza, si salvaguardano le rispettive autonomie di associazioni e partiti politici.

Dal mondo della politica che non ha mai smesso di alimentare un collateralismo attivissimo anche nella seconda repubblica ci sono arrivati inviti a “non farsi strumentalizzare” ed a “fare pulizia dietro le sigle”.

Alcuni dell'associazionismo da tempo hanno saltato il fosso decidendo di divenire partito politico. Gli Stati Generali sono stati l'appello “a chi ci sta” per costruire con il Forum un soggetto della rappresentanza sociale totalmente autonomo, pluralistico, in grado di poter evitare quella partitizzazione del mondo degli italiani all'estero che fuori misura ha condizionato la vita del CGIE (un organo consultivo frainteso come fosse un parlamentino), con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Il PD e la destra ne sono stati gli indiscussi protagonisti.

Gli eletti all’estero,(che, come tutti gli eletti operano senza vincolo di mandato), non sono riusciti ad essere, al contempo,    una rappresentanza della Circoscrizione estero.    Il giudizio, formulato dal versante associativo    resta critico.

È difficile sottacere il fatto che negli Stati Generali è riemersa    una forte critica rispetto ad evidenti limiti dell’azione degli eletti all’estero e, in generale, del mondo politico. E’ stato osservato come nella grande maggioranza dei casi si è seguitato a concentrare l’attenzione verso provvedimenti parziali e inadeguati e, parallelamente, a convergere in modo acritico nei    ripetuti voti di fiducia richiesti dagli ultimi governi, salvo poi tentare in extremis qualche recupero da provvedimenti che non si sarebbero dovuti votare. Tutto questo alla luce delle evidenze per cui, da anni, era ed è sotto gli occhi di tutti l’abbandono totale, da parte dei    governi, di un vero interesse verso la realtà degli italiani all’estero.

In ogni caso le istituzioni e le forze politiche seguiteranno a rappresentare la sede in cui si formano le decisioni . Come Forum in quale rapporto intendereste collocarvi rispetto alle une ed alle altre?

Motivo di soddisfazione    è venuto dal messaggio del ministro degli esteri Gentiloni il quale ha auspicato che “ si sviluppi una piattaforma capace di interpretare lo spirito del Manifesto degli Stati Generali” . Incoraggiante    il forte sostegno ad andare    avanti sottolineato dai messaggi della presidente della Camera Laura Boldrini e della vicepresidente del Senato Valeria Fedeli.

L’ intervento della dott.ssa Ravaglia direttore generale della DGIEPM in occasione degli    “Stati generali” ha bene colto il senso della iniziativa    laddove ha sottolineato come gli stessi siano “una grande occasione da sfruttare affinché costituiscano il punto….di raccordo tra ciò che è stato e ciò che sarà, preservando sempre il carattere di libertà, autonomia e indipendenza voluto dall’associazionismo”.

Nella fase nuova ed impegnativa che abbiamo    contribuito ad aprire ci aspettiamo una altrettanta capacità dello Stato-apparato e delle autonomie locali    di riproporre un protagonismo di tutte le nostre istituzioni verso gli italiani nel mondo in assonanza con una volontà dei decisori politici    di fare le scelte necessarie. In questo quadro gli inviti, anche recenti, ben accetti, rivolti alle associazioni ad essere    soggetto della sussidiarietà accanto ed in collaborazione con le istituzioni diplomatiche, (anche se la stessa non è esaustiva del protagonismo delle associazioni), hanno un senso se si collocano in un processo più ampio di rinnovamento. Diversamente seguiteranno a restare in campo l’autoreferenzialità, le vecchie logiche improduttive di mera sopravvivenza peraltro    peggiorate dalla scelta dei governi, di seguitare ad operare verso gli italiani all’estero con scelte da    “Stato Minimo”. (Inform 4)

 

 

 

 

PD Mondo a Milano. I Circoli chiedono azione e più informazione diretta

 

MILANO - Parola ai circoli. Sono arrivati soprattutto dall’Europa, ma anche dagli Stati Uniti i rappresentanti e i segretari di Circolo giunti a Milano per il dibattito promosso dal Dipartimento Italiani nel Mondo del Pd   coordinato da Eugenio Marino.

“Non perdiamoci di vista” il tema scelto per i lavori aperti da Marino e Fabio Porta e proseguito con interventi tematici, prima di dare la parola a loro, ai circoli Pd all’estero e ai loro motivati e giovanissimi rappresentanti.

Ad aprire questa parte dei lavori, però, è stato Toni Ricciardi per un doveroso “contributo al lavoro italiano nel mondo”, come ha spiegato Marino.

Ricciardi ha infatti autore del volume edito per i 50 anni della tragedia d Mattmark, in cui morirono 88 persone, 56 erano italiane. Ricordato quanto accaduto il 30 agosto di 50 ani fa e le recentissime commemorazioni, Ricciardi ha pure sottolineato come la Svizzera, ancorché piccola, “ancora oggi è il paese in Europa che ha sperimentato per prima le politiche migratorie. le cavie sono sempre stati gli italiani”. A Marino e al Pd una richiesta: “dare centralità al Museo dell’Emigrazione Italiana anche come centro attrattore di flussi turistici”.

Quindi, il dibattito è entrato nel vivo con l’intervento di Francesco Cerasani (Pd Bruxelles) sulla nuova forma del partito, tema su cui i circoli si sono espressi in un documento: “bisogna fare un partito di rete, non solo intesa in senso digitale, per mettere le esperienze a beneficio di tutti, e garantire una partecipazione più larga”. Di questo, ha annunciato, si parlerà anche a Lussemburgo nella Festa dell’Unita europea che avrà Massimo D’Alema tra i suoi ospiti.

“Cambiamento e allargamento della partecipazione a beneficio di tutti, non solo del Pd”, ha precisato Cerasani, secondo cui “nuova emigrazione non significa giovane. È evidente che ci sono i giovani, ma alla conferenza che abbiamo promosso a Bruxelles sono emerse nuove tipologie di emigrazione. C’è bisogno di rete reale e di rapporto constante e frequente con il partito e con gli eletti: non possiamo sapere dell’Imu dalle agenzie di stampa e o da face book. Il partito nuovo deve essere tale da pensare con noi all’estero. Da adesso serve un passo nuovo anche nel rapporto col Governo. All’estero siamo già il Partito della nazione, siamo gli unici esistenti e strutturati. Se perdiamo la palla, sarà solo colpa nostra”.

Ricercatore a San Francisco e segretario del circolo locale, Christian Di Sanzo è espressione dei circoli di nuova costituzione negli Usa, fatti di giovani, magari appena arrivati, “stanchi delle parole”.

Ricercatore a Berkley, Di SAnzo ha parlato di ciò che ha vissuto in prima persona: la cosiddetta fuga dei cervelli. “Gli italiani che vanno all’estero”, ha detto riferendosi anche all’intervento di Rodolfo Ricci, “non sono una perdita: soprattutto nell0ambito universitario ed accademico devi girare, non puoi fare un dottorato senza un periodo all’estero”. più che pensare ai cervelli in fuga “preoccupiamoci di attrarre cervelli e docenti esteri nelle nostre università, sprovincializzandola”.

“Non si deve auspicare il rientro, ma l’internazionalizzazione”, ha ribadito, sostenendo che in quest’ottica sembra un “segnale di cambiamento il bando del Mibact per i nuovi direttori dei musei italiani”. Il Paese “deve sfruttare chi è all’estero e i suoi contatti per mandare più studenti che, se pure non ritornassero, provocano scambi importantissimi”. Insomma, se il saldo è negativo, non è perché si parte, ma perchè nessuno viene in Italia.

Come segretario del circolo Pd, Di Sanzo ha confermati che “è difficle coinvolgere politicamente la nuova emigrazione: a San Francisco ci sono startupper, imprenditori, il nostro è un circolo giovane nato con lo scopo di coinvolgerli”. In questo, “le elezioni dei comites sono state cruciali: la gente pensa di impegnarsi anche a supporto dei Comites apoliticamente: i nuovi migranti hanno una mentalità pratica: dalla politica vogliono vedere i risultati, non ne possono più solo delle parole. Se vuole approcciarli, la politica deve proporre idee e scopi ben precisi a beneficio della comunità”.

Coordinatrice dell’intercomites svizzero, Grazia Tredanari ha ribadito che “gli emigrati sono una risorsa sia per il paese che lasciano che per quello che scelgono”.

“Quest’anno - ha ricordato – abbiamo rieletto in Comites: in Svizzera siamo passati da 17 a 7. Quando diminuiscono gli organismi legati al territorio è sempre una perdita. Speriamo di compensare con qualità e forza in più”. Ma l’auspicio è anche di “essere ascoltati di più”.

“La faccia dell’emigrazione è molto varia, ma continua ad avere i problemi di sempre: i frontalieri, l’assistenza sociale, i lavoratori additati come coloro che rubano il lavoro, le frontiere, le espulsioni. Ristrutturiamo i campi di azione degli organismi, così da remare tutti nello stesso senso. Da Roma vogliamo più ascolto. Più suggerimenti sono messi in campo, migliori saranno i risultati”.

Massimo Picciani del Pd Parigi è tornato sulla forma partito: “ci siamo interrogati su come lavorare meglio. Abbiamo elaborato il contenitore, ora elaboriamo il contenuto, cioè un progetto organico per gli italiani all’estero, che parli a tutti. La comunità è frastagliata in molti sensi: ci sono esigenze ed interessi diversi ma mai contrastanti. Noi dobbiamo parlare a tutti”.

“Come partito, eletti all’estero e circoli, abbiamo svolto un’azione meritoria, ma servita a tappare i buchi – l’imu insegna: c’è stata carenza di linearità, che poi si riscontra quando dobbiamo parlare agli iscritti”, ha detto Picciani. “Non dobbiamo stare più a traino, ma essere attori nel Pd e spingere a livello parlamentare e governativo, senza nasconderci le difficoltà. Il partito deve essere un canale di strumenti di protezione, ma anche di formazione e informazione da chi è partito a chi è in Italia”.

Appassionato l’intervento di Massimo Ungaro, presiedente dell’assemblea Pd del Regno Unito, con Londra “approdo” per 2000 italiani al mese (550mila nel Regno Unito). “Sta emergendo una comunità londinese italiana, molto diversa anche da quella degli anni 2000”, ha spiegato. “Allora si veniva prevalentemente a studiare. Da un paio di anni c’è un ritorno alla migrazione del dopoguerra: arrivano anche famiglie intere, che quasi sempre non conoscono l’inglese”. La sfida è rappresentarli tutti: “ai Comites ci siamo presentati con una lista moving forward, che ha avuto 5 seggi su 18, per rispondere a questa comunità nuova. Abbiamo due grandi sfide: contrastare le politiche scellerate di Cameron e del suo Governo in tema migratorio e prepararci al referendum del settembre 2016”, quello in cui i britannici dovranno decidere se rimanere o no nell’Ue. “Venite e dateci una mano per promuovere le nostre posizioni”, l’invito a Marino e agli eletti all’estero. (ma.cip.\aise 6)  

 

 

 

 

Marina di Modica (RG): Conferita a Mimmo Azzia la presidenza onoraria della F.A.SI.

  

A Marina di Modica, nel corso della 27° edizione del Concerto d’Estate organizzato dalla Associazione Culturale e Musicale “Casa Giara”, è stato solennizzato il conferimento a Mimmo Azzia della presidenza onoraria della F.A.SI. (Federazione delle Associazioni Siciliane in Lombardia) che raggruppa le seguenti Associazioni Culturali: Ass. “La Zagara”,  “Amici di Ragusa”, “Amici di Ispica”, “Casa Giara, “Amici di Militello Rosmarino”, “Circolo Culturale Siciliano di Garbagnate Milanese”, “Circolo Culturale U Cannuni”, “Circolo Gaglianese del Nord Italia”, “Amici della Sicilia Cuore nel Mediterraneo”, “Zancle 2000”, “Sicilia Nostra”, “Il Mandorlo”, “Amici di Riesi”, “Amici della Città di San Cono e del Calatino” e “Famiglia Agirina”.

Il coordinatore della F.A.SI. Mario Ridolfo, dopo un breve discorso, ha testimoniato il riconoscimento con la consegna di una targa con la seguente motivazione: “Per aver dedicato la sua attività ai siciliani nel mondo e per essere stato esempio, ispiratore e propulsore della nascita della Federazione delle Associazioni Siciliane in Lombardia”.

Azzia ha così commentato: “Ringrazio Mario per la Presidenza conferitami. Per me rappresenta un ulteriore  impegno di continuità ai 20 anni di esaltante esperienza di Sicilia Mondo nel Nord Italia, accanto a uomini innamorati della propria terra con la capacità creativa di accendere i riflettori sul risveglio culturale della sicilianità in Lombardia. Quella sicilianità che ogni siciliano porta con sé,  ovunque si trovi.

Sono uomini che hanno presentato la immagine reale di una Sicilia straordinaria, unica,  irriproducibile che riaggrega, coglie simpatie,  porta ricchezza culturale e buon umore nella società lombarda. Una Sicilia che non finisce mai di stupire.

Ho portato, ha continuato Azzia,  una pubblicazione che raccoglie  i 15 anni di attività  di Sicilia Mondo con le Associazioni siciliane in Lombardia.  La consegno a Te come coordinatore della F.A.SI.. E’ destinata ai Presidenti delle singole Associazioni.

Contiene 60 articoli pubblicati dalla rivista Sicilia Mondo con la cronaca, i documenti e le foto degli ultimi 15 anni.

Una antologia di idee,  iniziative e proposte ma anche di emozioni e  di successi vissuti  che hanno avuto eco tra i siciliani che vivono in Lombardia. Un eco arrivato  fino alle Istituzioni con gli incontri a Milano con i Presidenti della Regione Cuffaro e Lombardo, l’Assessore Regionale al Lavoro Scoma che ha presieduto un Convegno, i Presidenti delle Province di Catania e di Ragusa ma anche parlamentari.

Ricordiamo i  convegni tra Milano, Pavia, Garbagnate, Novate Milanese, Caravaggio, i ripetuti spettacoli folk del gruppo “La Zagara” di Catania al Teatro “San Cipriano”, i convegni estivi in Sicilia a Favara, Agira, Catania,  Pachino, Portopalo, Marzamemi,  Ispica, Militello Val di Catania, Modica e ben quattro volte a Marina di Modica.

Una pagina di storia siciliana che ha portato  alla ribalta  15 Associazioni, che si aggiunge alla rete di rapporti e di relazioni senza confini continentali delle associazioni siciliane  collegate con Sicilia Mondo, dove  conoscenza, cultura e amore sono la vera ricchezza della sicilianità nel mondo”.

Le Associazioni dei siciliani in Lombardia, in genere raggruppano la comunità della stessa città di provenienza. Molte ne portano la denominazione . Il loro stimolo è forte.

Queste Associazioni fondate sulla forza del volontariato hanno una etica ed una motivazione umana che portano nell’impegno di servizio, di solidarietà e di amore nei confronti dell’altro.

Una sensibilità che si avverte nelle loro manifestazioni culturali. La cultura, infatti, li riaggrega, li riunisce e li rende orgogliosi di essere siciliani.  Ci sono tutte le motivazioni  per un percorso in crescita verso orizzonti lontani.

Ha fatto da cornice alla manifestazione il Concerto d’Estate con l’orchestra Chroma Ensemble, la conduzione del  carismatico Presidente poeta Pippo Puma, la gentile signora Tina, nella storica piazzetta di “Casa Giara”, affollata di invitati ed  amici, che si conferma cenacolo culturale dell’agosto modicano.

Tra gli ospiti Antonio Tido, Console del Burkina Faso,  Roberto Garaffa, Presidente Consiglio comunale di Modica, Orazio di Giacomo, Assessore alla Cultura, Lara Di Martino, giornalista di “Ragusa Oggi”,  Pietro Cattaneo, Docente Univeritario Cattolica di Milano, Enzo Zappulla, Presidente dell’Istituto di Storia e Spettacolo Siciliano, Sarah Muscarà, Carmelo Sergi, Direttore di Sicilia Mondo,  docente universitaria, Franco Antoci, Presidente dei “Ragusani nel Mondo” con il Direttore Sebastiano D’Angelo, Vito Patti, Violetta La Terra, Fabrizio De Pasquale, i presidi Lorenzo Zaccone e Rinaldo Stracquadaneo,  il  maestro Franco Cilia , i poeti Federico Guastella e Carmelo Di Stefano e tanti altri invitati. SM 4

  

 

 

 

Online l’ultimo numero di "Pd cittadini nel mondo"

 

ROMA - È on line l’ultimo numero di "Pd cittadini nel mondo", la rivista del Partito Democratico per gli italiani all’estero.

Ad aprire il notiziario è l’editoriale "La sfida delle periferie del mondo" di Francesca D’Ulisse del Dipartimento Affari esteri ed europei Partito Democratico.

Seguono le notizie "Dal Parlamento". È di Laura Garavini la riflessione "Dialogo è una parola greca. Il problema* non è (solo) la Grecia, è in gioco l'Europa", mentre Marco Fedi parla de "L’Unione strana e infelice"; "Soddisfazione per l’accordo con il Canada sulle patenti" per Francesca La Marca e Fabio Porta è autore dell’articolo "Rafforzare il microcredito per favorire piccole imprese e cooperazione allo sviluppo". Chiude la rubrica il messaggio della Giornata del Sacrificio e del Lavoro italiano nel Mondo.

"Analisi e commenti" sono affidati a Luciano Vecchi con "L’Unione Europea o sarà politica o non sarà", Rodolfo Ricci con "59 anni fa a Marcinelle: Europa, Italia e nuova immigrazione" e Giuseppe Continiello "In Canada, Leonardo non ha lo stesso tempo di Cervantes, Pasteur, Rosa Luxemburg e Einstein".

Nel notiziario il consueto spazio riservato ai "Democratici nel mondo" (Lavoro: servono tutele sempre più universali), all’Agenda (Premio Conti "Scrivere le Migrazioni") e alla "Grafic Novel" (Lacreme Napulitane di Sergio Staino).

Chiudono la rivista l’articolo "Europa e i ragazzi di Brugge: Le speranze dei diciott’anni e quelle degli anta" di C.Ciarlantini-Krick e la penna di Silvana Mangione che affida alla sua rubrica "Qui New York" un’acuta riflessione su "Un luglio di fuoco e due, o forse tre, personaggi antitetici". (aise 27)  

 

 

 

 

 

Al via le candidature per la nuova Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo

 

Bologna - A seguito dell'approvazione, il 27 maggio scorso, della legge n. 5/2015, la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo viene regolamentata da una nuova legge che ha abrogato la precedente legge 3/2006 facendo decadere la Consulta in essere e ha apportato alcuni sostanziali cambiamenti nella sua composizione..

In base all'art. 4 infatti, la direzione della Consulta sarà affidata ad un presidente nominato dall'Assemblea legislativa e scelto tra i    suoi componenti e da    due vicepresidenti, nominati anch'essi dall'Assemblea legislativa, di cui uno scelto tra i componenti della stessa e l'altro scelto tra i Consultori residenti stabilmente all'estero.

La Consulta sarà inoltre composta da    tre rappresentanti delle autonomie locali regionali designati dal Consiglio delle Autonomie locali; da sei rappresentanti indicati da associazioni che abbiano una sede operativa permanente nel territorio regionale e che operino da almeno tre anni nel settore dell'emigrazione e siano iscritte nei registri delle associazioni di cooperazione sociale; da quindici rappresentanti degli emiliano-romagnoli, residenti stabilmente all'estero, proposti dalle federazioni o dalle associazioni di emiliano-romagnoli all'estero, iscritte nell'elenco regionale delle associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo, tenuto conto della consistenza numerica, della dislocazione geografica e dell'attività svolta dalle associazioni e federazioni medesime; da    otto giovani, che abbiano compiuto la maggiore età e non superato il trentacinquesimo anno, indicati dalle associazioni e federazioni degli emiliano-romagnoli all'estero; infine da due docenti delle Università che hanno sede nella Regione Emilia-Romagna scelti d'intesa dai Rettori delle Università stesse.

La    Commissione per la parità e per i diritti delle persone, a cui è stata assegnata la competenza sulla Consulta, ha avviato la procedura per la nomina della nuova Consulta inviando a tutti i presidenti delle Associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo e alle Associazioni regionali di promozione sociale la richiesta di proporre i nominativi dei nuovi consultori. (Emiliano romagnoli nel mondo /Inform)

 

 

 

 

Il nuovo numero di "Prima di Tutto Italiani"

 

ROMA - "L’auspicio è che sia una casa aperta che non venga idealmente mai chiusa, neanche a causa della spada di Damocle della spending review. Anzi raddoppi". Così il nuovo numero di "Prima di Tutto Italiani", rivista del CTIM diretta da Francesco De Palo, si augura che "l'iniziativa messa in piedi dalla Federazione Italiana di Atletica Leggera, e Rai Com, società commerciale del gruppo Rai, diventi un must per il made in Italy nel Mondo. Infatti le due istituzioni hanno inaugurato "Casa Italiana" a Pechino, realizzata in occasione dei Mondiali di Atletica Leggera.

L’occasione in cui l’Atletica diventa ambasciatrice in Cina del Made in Italy allo scopo di valorizzare le eccellenze e di suggellare un momento di sintesi tra le due culture. Lo sport, quindi, come interruttore che accende il brand biancorossoeverde, vettore di promozione e divulgazione. Lo sport, il benessere, la salute, come nuova bandiera sociale da sventolare sempre. E non solo ogni quattro anni... capito?

Da segnalare sul nuovo numero un'ampia intervista a Tiziana Grassi sul Dizionario Italiano delle Emigrazioni nel Mondo, il fondo di Roberto Menia sulla scomparsa dell'ultimo "eroe dei maiali", il Comandante Emilio Bianchi. Una panoramica sui fatti terroristici a Tunisi e l'intervista di Enrico Filotico al fisico italiano Marco Casolino". (aise 28)  

 

 

 

 

E’ uscito “Bellunesi nel Mondo” di settembre

 

Belluno - Dino Meneghin è il protagonista della copertina del numero di settembre di “Bellunesi nel Mondo”, rivista dell’omonima Associazione. L’articolo di fondo firmato dal direttore Dino Bridda è dedicato alla 50.ma Assemblea e alla lettera che l’Associazione ha inviato al presidente Renzi al quale si chiede «vengano adottati provvedimenti veloci e urgenti per far sì che la nostra montagna sia messa in sicurezza e si evitino nel futuro sconvolgimenti    naturali come quelli accaduti nelle Valli del Boite e d’Ampezzo»

Le pagine di Bellunoradici.net sono dedicate a Valentina Malagò, giovane bellunese residente in Austria, che nel suo articolo pone questa riflessione: «Perché andare vicino per gioire della sua erba più verde, quando si potrebbero raccogliere e usufruire delle sue tecniche per un’erba rigogliosa tutta nostra?».

In primo piano non poteva mancare uno speciale dedicato alla 50.ma Assemblea ABM, mentre le pagine di attualità sono dedicate alla tassazione sulla casa e la lotteria per ottenere la Green Card negli USA.

A Dino Meneghin, oltre alla copertina, è stato dedicato un servizio in cui si descrive la sua carriera sportiva: «Quando giocavo fuori dall’Italia cercavo di dare il massimo proprio per gli italiani all’estero, per far sì che potessero essere orgogliosi della nazione che noi rappresentavamo».

In questo numero si parla anche di storia con la lettera che Francesco Giuseppe inviò ai suoi sudditi in Italia. Non poteva mancare un articolo dedicato al 50.mo di Mattmark oltre al ricordo del 59.mo di Marcinelle.

Le pagine dedicate al bellunese riguardano il ghiacciaio del Marmolada, i nubifragi avvenuti in Cadore e in Ampezzo, il Palio di Feltre e il pellegrinaggio alla Madonna del Grappa. Spazio anche al ricordo dell’amico Renato De Fanti e dei murales realizzati in Brasile dall’artista Gianantonio Cecchin. Toccanti come sempre le storie dei nostri emigranti e ricche di attività le pagine delle Famiglie ABM all’estero e di quelle degli ex emigranti. (Inform 3)

 

 

 

 

Solidarität und Quoten: Junckers Appell in der Flüchtlingskrise

 

In einem eindringlichen Appell hat EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker Europa aufgerufen, mindestens 120.000 Flüchtlinge über verpflichtende Quoten aufzunehmen. Großbritanniens Premier David Cameron und andere europäische Staatschefs erteilen Juncker jedoch prompt eine Abfuhr.

In seiner ersten Rede zur Lage der EU hat Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker die Mitgliedsstaaten angesichts der Ankunft hunderttausender Flüchtlinge aufgefordert, "mutig und entschlossen" zu handeln. Trotz des Widerstands aus Osteuropa verlangte er die Verteilung von 120.000 Flüchtlingen über verpflichtende Quoten auf alle Mitgliedstaaten.

Die Flüchtlingskrise werde "nicht schnell vorübergehen", sagte Juncker. Die EU habe die moralische Pflicht zu handeln und den Menschen zu helfen. Er wolle kein Europa, in dem "Boote von Landestellen zurückgedrängt werden, Flüchtlingslager in Brand gesteckt oder arme und hilflose Menschen ignoriert werden", sagte Juncker. "Europa ist der Bäcker auf (der griechischen Insel) Kos, der Hungrigen sein Brot schenkt." Europa seien "diejenigen, die am Münchner Bahnhof stehen und Flüchtlinge mit Applaus empfangen".

Juncker will 120.000 Menschen aus den stark belasteten Ankunfts- und Transitländern Ungarn, Griechenland und Italien über einen verbindlichen Schlüssel in Europa verteilen. Sie kommen zu 40.000 Menschen hinzu, deren Verteilung über Pflichtquoten von der Kommission bereits im Mai vorgeschlagen worden war. Dies war aber am Widerstand vor allem osteuropäischer Staaten gescheitert. Ein Teil der EU-Staaten sagte dann auf freiwilliger Basis die Aufnahme von insgesamt 32.000 Menschen zu.

Vor dem Sondertreffen der EU-Innenminister zur Flüchtlingskrise am Montag (14. September) betonte Juncker, er hoffe, dass dieses Mal "alle an Bord sind" und Menschen aufnähmen. Gleichzeitig kündigte der Kommissionschef einen dauerhaften Verteilungsmechanismus für Flüchtlinge an, damit Europa künftig schneller reagieren könne.

Rückenwind aus Berlin

Die Bundesregierung unterstützt Junckers Verteilungspläne. Deutschland hatte in den vergangenen Tagen zehntausenden Flüchtlingen insbesondere aus dem Bürgerkriegsland Syrien die Einreise erlaubt, die nicht in Ungarn bleiben wollten.

Bundeskanzlerin Merkel sagte im Bundestag, es könne "genau diese Bereitschaft und Kraft Deutschlands sein, die schließlich den Weg für eine europäische Lösung frei macht".

Spanien erklärte sich nach Angaben aus Regierungskreisen am Abend bereit, die von der EU-Kommission vorgeschlagene Quote von knapp 15.000 aufzunehmenden Flüchtlingen zu erfüllen.

Cameron: "Umverteilungsquoten keine Lösung"

Der britische Regierungschef David Cameron dagegen sagte im britischen Parlament, "Umverteilungsquoten" für Flüchtlinge würden "das Problem nicht lösen". Vielmehr würde damit ein Signal an Menschen gesandt, "in ein Boot zu steigen und diese gefährliche Reise" auf sich zu nehmen. Europa müsse für die Länder im Schengen-Raum eine eigene Antwort finden. Großbritannien könne für seine Grenzen "souveräne Entscheidungen" treffen.

Großbritannien ist nicht Teil des Schengen-Raums, in dem in der Regel Reisefreiheit ohne Grenzkontrollen gilt, und Cameron hatte bereits zuvor klargemacht, dass sein Land nicht an einem Quoten-System zur Verteilung der Flüchtlinge teilnehmen will.

Cameron hatte am Montag lediglich zugestanden, dass sein Land in den nächsten fünf Jahren insgesamt 20.000 Flüchtlinge aus Syrien aufnimmt. Die Flüchtlinge sollen aus Camps in der Nähe der Grenze zu Syrien kommen, bereits in Europa gelandete Flüchtlinge sollen nicht nach Großbritannien kommen.

Neben Cameron lehnen auch etliche andere EU-Länder die Quoten ab – so auch der slowakische Regierungschef Robert Fico. Sein Land werde nicht vor dem Druck Deutschlands und auch Frankreichs einknicken, sagte er am Abend.

Pro Asyl: Pläne sind "realitätsfremd"

Die Menschenrechtsorganisation Pro Asyl nannte Junckers Quotenpläne "realitätsfremd". Flüchtlinge aus Syrien oder Afghanistan würden kaum "freiwillig in einem Land wie Ungarn bleiben oder sich nach Litauen oder Slowenien verteilen lassen, wo es überhaupt keine Anknüpfungspunkte gibt", sagte der Pro-Asyl-Geschäftsführer Günter Burkhardt dem Bayerischen Rundfunk. Allerdings wollen auch nicht alle in den vergangenen Tagen in Deutschland angekommenen Flüchtlinge in der Bundesrepublik bleiben.

Wegen des Flüchtlingsandrangs setzte Dänemark den Zugverkehr von und nach Deutschland vorerst aus. Die dänische Polizei habe die vorläufige Einstellung des Bahnverkehrs verlangt, teilte die Bahngesellschaft DSB mit. In Dänemark spielten sich teils chaotische Szenen ab, weil aus Deutschland kommende Flüchtlinge mit dem Ziel Schweden nicht in Dänemark registriert oder zurückgeschickt werden wollten. Mehrere hundert von ihnen machten sich zu Fuß entlang einer Autobahn auf den Weg. Viele Frauen, Kinder und ältere Menschen waren Teil der Gruppe. EurActiv.de, | AFP/dsa 10