WEBGIORNALE   23  novembre – 6 DICEMBRE   2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Terrorismo. I barbari dell’Isis fanno riaffiorare le responsabilità storiche dell’Occidente  1

2.       Fortezza Schengen: ecco come cambieranno le nostre vite  1

3.       Camporini: “Difendersi dall’Isis. Ma attenzione, con la guerra ci si fa male”  2

4.       Terrorismo, ok Ue a controlli rafforzati a frontiere Schengen  2

5.       Dopo gli attentati. Ripartiamo dai bambini per battere il terrorismo  3

6.       La Legge di Stabilità, gli italiani all'estero e la verità dei fatti 3

7.       Presentata la ricerca “Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo”  4

8.       Angela Merkel, i 10 anni di potere della signora d’Europa  5

9.       La Cancelliera d’Europa da dieci anni al potere. Ma ora rischia la caduta  5

10.   Guida Acli per le nuove generazioni di emigranti in Germania  6

11.   Tenuto il congresso PD Germania. Franco Garippo il nuovo segretario. Succede a Cristina Rizzotti 6

12.   Il Comites di Monaco di Baviera dà il via a diversi progetti e ai lavori di 5 delle commissioni. 6

13.   A Stoccarda il 28 novembre Convegno sulla coppie binazionali e Assemblea generale di ReteDonne  7

14.   Föndenberg. Il Comites di Dormund celebra il 60° dell’Anwerbevertrag tra Germania e Italia  7

15.   Le prossime manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 7

16.   Francoforte: Domenica 29 novembre l’elezione della Consulta degli stranieri (KAV) 8

17.   Come l’Ital Uil Germania cerca di impedire ulteriori tagli ai Patronati 9

18.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  9

19.   Omaggio a Marcella Continanza per la sua nuova opera poetica “Solo le Muse cantano.”  10

20.   Volkswagen, dopo il Dieselgate taglia 1 mld di investimenti 10

21.   “Qui non c’è lavoro”, la campagna di Berlino avvisa gli afghani che sognano la Germania  11

22.   La coscienza dell'Occidente  11

23.   Guerra al Califfato. Dopo Parigi, parlare di guerra può indurre in errore  12

24.   Da Mostefai a Abdeslam, ecco l'identikit del commando di Parigi 12

25.   La strage degli innocenti. Vecchio Continente in vendita  13

26.   Il diritto internazionale e l’intervento contro l’Isis  13

27.   Gli attentati a Parigi e le colpe di Assad (l’alleato) 14

28.   Usa 2016. Repubblicani, è derby della Florida  14

29.   Valori da riconoscere. Ora parole chiare dall’Islam   15

30.   L’unità  16

31.   La strategia di Obama, il «non interventista»  16

32.   In aula l’informativa urgente del Governo sui gravi attentati a Parigi 16

33.   Gentiloni: “Italia in prima linea ma è un errore parlare di guerra”  17

34.   Vivere in Italia  17

35.   Appello dei leader contro la paura, più controlli alle frontiere  17

36.   Gli attentati a Parigi e l’occidente disunito  18

37.   L'emergenza terrorismo e l'impatto sulla manovra  18

38.   Stabilità, Di Biagio (Ap): italiani iscritti Aire esenti da canone Rai 18

39.   I migranti? Non portano contagio: Libro bianco spazza via i pregiudizi 19

40.   La comunicazione  19

41.   Il governo di fronte all'emergenza jihad  19

42.   Legge di Stabilità. Buoni i risultati per gli italiani all’estero, ma tante le sfide  19

43.   Il MAIE scrive a Renzi:"Misure di sicurezza per le nostre sedi diplomatiche e pausa di riflessione su ius soli"  20

44.   Renzi attendista dopo la chiamata di Hollande  21

45.   Il dossier. “Le difficili sfide dei minori stranieri non accompagnati nel percorso di crescita e di integrazione”  21

46.   Cassandra  21

47.   La criminalità è il primo problema per gli italiani, mai così temuta  22

48.   Fiscalità sulla casa in Italia. I benefici anche ai proprietari di più immobili 22

49.   Abruzzesi nel Mondo (Cram). I lavori del Consiglio Regionale. Angela Di Benedetto eletta vicepresidente  22

50.   Taglio alle risorse dei Patronati nella Legge di stabilità  23

 

 

1.       Terror, ein Klima des Krieges und eine Art Opferhierarchie  24

2.       Zweites Asylpaket auf dem Weg. Frontalangriff auf das Recht auf Asyl 25

3.       Österreichs Kanzler in Berlin. Gute Zusammenarbeit in der Flüchtlingspolitik  25

4.       "Frankreich ist im Krieg"  25

5.       Nach Anschlägen in Paris. Starkes Signal der EU  26

6.       UN. Nach Paris-Anschlägen Flüchtlinge nicht zu Sündenböcken machen  26

7.       Neue Perspektiven schaffen  27

8.       Nach den Anschlägen in Paris. Große Zeichen der Solidarität 28

9.       Sind wir Paris? Was „uneingeschränkte Solidarität“ bedeuten würde. 28

10.   Flüchtlingsdebatte. Keine Verbindung zwischen Terror und Flüchtlingen  29

11.   Europäische Integration . An der Leine. Bei einem Brexit droht den Briten weniger Selbstbestimmung. 29

12.   Integrationsgipfel. Herausforderungen für Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft 30

13.   Rede von Bundeskanzlerin Merkel beim 8. Integrationsgipfel am 17. November 2015 im Bundeskanzleramt 30

14.   Sicherheitsmaßnahmen in Deutschland deutlich verschärft 31

15.   Forscher. Sorge vor Zuwanderung auch Ausdruck von Verbitterung  31

16.   NousSommesUnis – Erklärung des Grünen Parteirats zu den Terrorakten  31

17.   BKA-Statistik. Flüchtlinge nicht krimineller als andere  32

18.   Was Deutschland nach den Paris-Anschlägen leisten will 32

19.   Hoffnung. Keine Gerechtigkeit, kein Frieden  33

20.   8. Integrationsgipfel. Gesundheitssystem stärker für Migranten öffnen  33

21.   Integrationsgipfel im Kanzleramt. Gesundheitswesen muss sich auf Migranten einstellen  34

22.   Islamwissenschaftler. Mit Hintergründen des Terrorismus auseinandersetzen  34

23.   „KommAn-NRW“ soll Kommunen entlasten und Ehrenamtliche in der Flüchtlingshilfe stärken  34

24.   Recht auf Familiennachzug erhalten! 35

25.   Anwaltsverein. Fachanwaltschaft für Migrationsrecht schaffen  35

26.   Peter Befeldt: Flüchtlinge sind eine Chance für unser Land  35

27.   Berlin. Premiere: 13. Dezember um 18 Uhr. „Materialien für eine deutsche Tragödie“  36

 

 

 

 

 

Terrorismo. I barbari dell’Isis fanno riaffiorare le responsabilità storiche dell’Occidente

 

Non c’è guerra “giusta” - Non c’è più spazio per l’unica strategia (se mai è stata tale) cinicamente “vincente” in questi 70 anni: e cioè mantenere sempre la guerra nella regione, ad alta o bassa intensità, giocando gli avversari gli uni contro gli altri, ribaltando alleanze, mescolando le carte del petrolio e delle trattative di pace

 

Non c’è guerra “giusta” per il buon motivo che quasi sempre le ragioni della guerra sono, quasi tutte, inconfessabili. Per questo esiste, ed è sempre più forte, la propaganda. I macellai dell’Isis, cresciuti con le nuove tecnologie, hanno fatto del “comunicare la guerra” l’arma efficace, propedeutica al terrorismo e alle azioni militari sul campo (e viene da chiedersi come mai il sofisticato mondo nostro, traboccante di tecnologia, riesca a fare poco o nulla su questo piano, se non amplificare acriticamente i messaggi dei massacratori). Ma proprio il combinato di guerra mediatica e brutali aggressioni ha messo la Francia (l’intero Occidente) di fronte alle proprie debolezze.

La maggiore di tali debolezze va cercata nell’intreccio di interessi, pubblici e privati, attraverso cui si filtrano le strategie commerciali, militari, politiche. La droga, gli armamenti, il petrolio, le mafie sono ragioni “forti”. Non tener conto di tali intrecci, non approfondirne la conoscenza significa rinchiudersi nel comodo recinto dell’ideologia e della religione strumentalizzata, e ridurre il conflitto alla sola facciata (“Occidente – libertà”, “Islam – oscurantismo”, eccetera).

È una strada battuta più volte, anche nel passato recente, quando la semplificazione dominante nei mass media ha messo tutte le “primavere arabe” nello stesso mazzo, senza distinguere fra Tunisia e Siria, fra Egitto e Libia (dove Francia e Inghilterra si sono affrettate a intervenire per “liberare” il Paese dalla dittatura di Gheddafi: ma non era lì da 40 anni? E le due potenze ex coloniali non sono le stesse che tentarono il blitz di Suez nel 1956?). Così ci siamo venduti da soli, in Occidente, l’idea giuliva che finalmente il mondo arabo si stava “modernizzando”, così come 10 anni prima avevamo dovuto accettare la “esportazione della democrazia” sulle baionette dei marines.

Le ragioni della guerra di oggi vanno collegate anche alla sciagurata campagna del Golfo del 2003. È da lì, concordano ormai tutti gli analisti, che si è riaperto il “vaso di Pandora” del Medio Oriente.

Il grave di quella guerra consiste tanto nell’assenza di un progetto strategico e politicamente chiaro quanto nell’adesione rassegnata degli alleati alle “emergenze” arroganti dettate da Bush junior e dal suo clan di petrolieri (Di recente l’ex primo ministro britannico Blair ci ha tenuto a dichiararsi “pentito” per aver mentito al suo popolo e al mondo sulle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein non aveva: forse dobbiamo attenderci una nuova svolta nella strategia di propaganda di chi aveva voluto quella guerra?).

Ancora più indietro nel tempo non ci vuol molto a ricordare che la carta del Medio Oriente è ancora quella disegnata nel 1917 e poi nel 1920, quando Francia e Inghilterra dovevano spartirsi le rovine dell’Impero ottomano; e che gli Stati “nazionali” costruiti allora a tavolino, non hanno mai corrisposto ai reali “confini” della regione – la riprova viene dalla questione curda, tuttora irrisolta.

Oggi, dopo il massacro di Parigi, ci si dice che la guerra dell’Isis è un conflitto tra musulmani (sunniti contro sciiti, vecchi poteri organizzati contro nuovi gruppi emergenti). Forse è vero, ma certo la spiegazione è parziale: perché

questa guerra “islamica” sembra comunque aver bisogno di spettatori e di vittime che sono fuori dal Medio Oriente e dall’islam.

Nel gioco di specchi che è la regione i fondamentalisti sfruttano fino in fondo il vantaggio di smascherare le provocazioni all’Occidente: non parlano di droga armi e petrolio ma della “degradazione morale” di un continente che ha smarrito la via di Dio; e minacciano di attaccare Roma e il Papa non tanto per le antiche Crociate, quanto perché da Francesco è arrivata, forte e chiara, la condanna di chi strumentalizza il nome di Dio per farne bandiera di violenza e di odio. I migliori alleati dell’Isis in Europa non sono, oggettivamente, quelli che “reagiscono” alle bombe insultando tutti gli “islamici” e compattando così il “nemico” in un unico fascio emotivo?

Il fatto è che l’Occidente non è mai stato assente, dalla spartizione dell’Impero ottomano in poi, dalle polveri insanguinate del Levante; così come sempre presente è la Russia, comunque si chiami il regime di Mosca. L’Isis (e prima Al Qaeda) ha fatto da catalizzatore (anzi: da detonatore) alla crisi delle strategie e degli equilibri di questi ultimi 70 anni, dalla fine della guerra e dalla nascita dello Stato di Israele in poi. Oggi le potenze mondiali (il G20 è riunito in Turchia) sono obbligate a prendere atto che non vale più alcuna strategia di esclusione: la Russia come l’Iran, i Curdi come Israele, la Cina, il Sud America devono comunque “entrare in gioco” perché il rischio è davvero diventato globale.

Soprattutto, si direbbe, non c’è più spazio per l’unica strategia (se mai è stata tale) cinicamente “vincente” in questi 70 anni: e cioè mantenere sempre la guerra nella regione, ad alta o bassa intensità, giocando gli avversari gli uni contro gli altri, ribaltando alleanze, mescolando le carte del petrolio e delle trattative di pace. I barbari dell’Isis, senza alcun merito e senza alcun “valore aggiunto”, oggi ci costringono tutti ad assumere, a volto scoperto, le nostre responsabilità. Marco Bonatti Sir 18

 

 

 

 

Fortezza Schengen: ecco come cambieranno le nostre vite

 

Per l’Europol altri attentati sono probabili. La Ue vuole misure ad hoc sulla sicurezza Quali sono? E cambieranno le nostre vite? - Di Marco Zatterin

 

BRUXELLES  - L’Europol dice che non è finita. «È ragionevole supporre che altri attacchi siano probabili», avverte il direttore Rob Wainright, per il quale «abbiamo a che fare con un’organizzazione terroristica determinata, seria, con ampie risorse e attiva nelle nostre strade». È un modo per dire che non bisogna abbassare la guardia, invito che l’Unione europea giura di voler mettere in pratica nella riunione dei ministri degli Interni e della Giustizia di oggi. Si attendono decisioni concrete, almeno più del solito, anche perché il dopo Charlie Hebdo è stato deludente. Primi due passi: giro di vite ai controlli sulla frontiera esterna e schedatura dal 2016 per i passeggeri dei voli anche intracomunitari. È la «fortezza Schengen». Meno male e purtroppo.  

 

Il rafforzamento della vigilanza dovrebbe aumentare la sicurezza dei cittadini che, però, pagheranno la rinvigorita tutela con una perdita di libertà. Un arretramento necessario, forse, evitabile se in altre occasioni non si fosse pensato agli interessi nazionali, ma al bene comune. Invece i passi sono stati deludenti. «Dobbiamo dimostrare la capacità di azione ed essere credibili - dice Étienne Schneider, vicepremier del Lussemburgo, guida di turno Ue - e non continuare a palleggiare le decisioni fra Commissione, Parlamento e Consiglio». 

 

Ottimi auspici. Implicano che, se va bene, l’Europa agirà e riscriverà alcune abitudini dei suoi cittadini. Cosa che, a livello locale, molti governi hanno già fatto, in Francia come in Belgio. Ecco come. E cosa comporta per gli europei. 

 

Più vincoli. LA LIBERA CIRCOLAZIONE SARÀ LIMITATA  

Se ne parla da tempo, ma solo ora, nel momento del dramma, i governi son compatti. Troppi miliziani del Califfato, nati fra noi e con un passaporto europeo, hanno attraversato con facilità la frontiera esterna dello spazio Schengen. Sfruttano la più bella delle libertà, quella di circolazione, per seminare il terrore. Così ora i ventotto fanno un passo indietro e decidono di «attuare immediatamente i necessari controlli sistematici e coordinati, anche sugli individui che beneficano della libera circolazione». 

 

Fuori il passaporto. CONTROLLI IN TEMPO REALE E PIÙ FILE  

Ci saranno più uomini nei gabbiotti delle dogane, più computer efficienti e in linea a tempo pieno. La bozza di conclusioni del vertice odierno afferma che i Ventotto rilanceranno il sistema di controlli «entro  

il marzo 2016», con un «collegamento in tempo reale a Europol e a tutti i posti di frontiera dove avvengono le verifiche elettroniche dei documenti». I dati saranno immagazzinati e resi disponibili per tutte le polizie dell’Unione. Vuol dire più code e più attese, negli aeroporti, sui treni e lungo autostrade. Fra Roma e Bruxelles non cambia nulla. Ma se si rientra da Londra o New York bisognerà fare la fila. Un pezzo di autonomia persa. Temporaneamente, si spera. 

 

L’emergenza e noi. MENO LIBERI MA PIÙ PROTETTI?  

Meno liberi, più protetti? In Francia «l’état d’urgence» consente alle autorità di vietare all’istante la libertà di circolazione, limitare il soggiorno, vietare manifestazioni e autorizzare perquisizioni più facilmente. Il Belgio rafforza i controlli alle frontiere, spedisce altri 520 militari a pattugliare le strade delle città, userà il braccialetto elettronico per le persone sospette, mentre non si potrà più avere un telefono senza legare la carta Sim all’identità. Era in effetti una pratica piuttosto curiosa. 

 

Anche per i voli interni. VIA LIBERA ENTRO L’ANNO AL REGISTRO DEI PASSEGGERI  

Se ne parla da anni. È il registro europeo dei nomi dei passeggeri. I governi Ue sono d’accordo, ma il dossier è frenato all’Europarlamento, dove parte dei socialisti, liberali e verdi, vogliono essere certi che non ci siano limitazioni per il diritto alla tutela dei dati personali. La bozza sul tavolo del Consiglio stamane propone l’adozione entro l’anno del Pnr, con l’inclusione della schedatura dei voli interni e per «un periodo di tempo sufficientemente lungo».  

Un anno, sarà. Senza un limite ai crimini di natura transnazionale. Controlli su cittadini anche europei e per ogni tipo di reato, il che non guasta.  

 

Il club degli 007. NASCE IL COORDINAMENTO TRA SERVIZI SEGRETI  

Li hanno presi, ma se li sono fatti anche passare sotto il naso. Meglio ragionare su come integrare e coordinare l’Intelligence. Dal gennaio Europol lancerà l’Ectc, il Centro europeo antiterrorismo, nel quale «gli Stati potranno aumentare scambio di informazioni e coordinamento operativo sul monitoraggio antiterrorismo». Le capitali faranno confluire nella cellula gli esperti nazionali, creando un’unità di vigilanza transfrontaliera.  

«Faremo il massimo uso di queste capacità», assicurano. Sinora, non è successo.  

Solo cinque governi informano regolarmente Europol sui dossier antiterrorismo. 

 

IL TRATTATO DI SCHENGEN - Lo spazio Schengen è un’area di libera circolazione nell’Unione Europea, all’interno della quale sono stati aboliti i controlli alle frontiere, salvo circostanze eccezionali. È attualmente composto da 26 Paesi, di cui 22 membri dell’Unione europea e quattro non membri (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). Il trattato non include Bulgaria, Cipro, Croazia, Romania (perchè non ancora in vigore) e Irlanda e Regno Unito, che non hanno aderito alla convenzione. Gli Stati non Ue che partecipano a Schengen sono Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein. Oggetto del trattato è il controllo delle persone, che non va confuso con i controlli doganali sulle merci, aboliti tra gli Stati Membri della Ue dal 1º gennaio 1993 (caduta delle frontiere). L’area di libera circolazione è entrata progressivamente in vigore a partire dal 1985, con un accordo di massima concluso da un gruppo di governi europei nella località lussemburghese di Schengen.  LS 20

 

 

 

 

 

 

Camporini: “Difendersi dall’Isis. Ma attenzione, con la guerra ci si fa male”

 

Il vicepresidente Iai, già capo di stato maggiore della Difesa, analizza la situazione dopo gli attacchi di Parigi. L’appello di Hollande all’Europa, il nazionalismo francese, il possibile ruolo della Nato. Necessario – afferma – rafforzare l’Unione europea. E sul Daesh: “Potrebbe essere sconfitto in poche settimane” - Gianni Borsa

 

Di sicuro ci sono le 129 vittime rimaste sul terreno e gli oltre 400 feriti. Altrettanto certe sono state l’organizzazione e l’efferatezza dell’azione, condotta da almeno 8 o 9 attentatori armati di granate, fucili mitragliatori, cinture esplosive. Gli attentati di Parigi di venerdì 13 novembre, condotti in cinque differenti punti della città, hanno gettato nel panico la Francia, diffondendo il timore di nuovi attacchi terroristici in Europa, ma non solo. La strage jihadista in un hotel in Mali, esattamente 7 giorni dopo, conferma che la violenza cieca riconducibile all’Isis non ha confini. Il presidente François Hollande ha dichiarato: “La Francia è in guerra”. Dopo le misure straordinarie per la sicurezza interna, ha voluto intensificare i raid aerei sulle roccaforti Daesh in Siria. Lo stesso Hollande ha domandato all’Europa di intervenire in base alla “clausola di difesa collettiva” sancita dal Trattato Ue. “La Francia ha chiesto aiuto e l’Europa unita risponde sì”, ha fatto eco l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini. Salvo precisare che gli interventi dei Paesi aderenti potranno avvenire in base ad “accordi bilaterali” tra Parigi e le altre capitali. Del resto, è risaputo, l’Ue non ha per il momento una politica di difesa comune, né tanto meno un esercito da schierare. Manca, non da ultimo, una risoluzione Onu che autorizzi una mobilitazione degli eserciti. Ma allora, quale solidarietà giungerà alla Francia? Lo domandiamo al generale Vincenzo Camporini, fino al 2011 capo di stato maggiore della Difesa italiana, ora vicepresidente dell’Istituto affari internazionali di Roma.

 

Generale, il presidente Hollande si è appellato all’articolo 42 del Trattato di Lisbona, che fa riferimento a “un’aggressione armata” sul territorio di uno Stato Ue. Gli attentati al Bataclan, allo Stade de France e in altri luoghi della capitale francese si possono considerare un atto di guerra?

“Ciò che è avvenuto a Parigi è un’aggressione a tutti gli effetti. Non si è trattato di una bomba isolata, ma di un vero e proprio attacco da parte di un commando, addestrato e armato fino ai denti. Del resto uno o più atti terroristici non sono, di per sé, un atto di guerra, a meno che non siano rivendicati da uno Stato che se ne assume la responsabilità. Ma l’Isis – ci si domanda a questo punto – può essere considerato uno Stato? La Comunità internazionale non l’ha certo riconosciuto, si tratta semmai di una autoproclamata statualità. La Francia, e l’Europa, a questo punto contro chi scenderebbero in guerra? La questione può essere dibattuta all’infinito dagli esperti giuridici, anche se occorre ammettere che oggi l’Isis controlla un territorio, dove abita una determinata popolazione: di fatto appare come uno Stato. Aggiungerei però una osservazione”.

 

Quale?

“Consideriamo che l’Isis, il quale sta seminando terrore e morte in varie regioni del mondo, è a sua volta attaccato da una coalizione internazionale, di cui la Francia fa parte. Chi ha dichiarato guerra e attaccato per primo? Sembrano inutili sottigliezze, ma in campo geopolitico e diplomatico non lo sono”.

 

Resta il fatto che Hollande ha chiamato in causa l’Europa. E perché non la Nato? L’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico prevede anch’esso una clausola di mutua difesa tra i Paesi aderenti. La Nato dispone fra l’altro di una sperimentata forza militare…

“In effetti la Nato prevede una clausola di difesa solidale, benché un poco più articolata di quella del Trattato Ue. Con una sostanziale differenza: quando la Nato reagisce militarmente, entra in gioco la sua ‘struttura di comando integrata’, che si assume la guida delle operazioni belliche; diversamente se la Francia stipulasse accordi bilaterali con gli Stati che decidessero di andarle in aiuto, manterrebbe il controllo delle azioni e la titolarità ‘politica’ della guerra al terrorismo. È una scelta legittima, ma lascia tipicamente intravvedere il nazionalismo francese”.

 

Dopo Parigi, lo sguardo del mondo è tornato a posarsi sull’Isis. Non c’è il rischio che la situazione in Siria e in Medio Oriente possa complicarsi ulteriormente? Le forze militari del Daesh possono essere contrastate sul campo di battaglia?

“Dal punto di vista tecnico-militare, con 5 o 6 brigate ben organizzate, un adeguato supporto aereo e i più moderni strumenti di intelligence e di comunicazione oggi a nostra disposizione, ci vorrebbero poche settimane per sgominare l’Isis.

Ma questo vorrebbe dire scendere in guerra, accettarne le conseguenze, le perdite umane… Perché con la guerra ci si fa male!

Siamo pronti a tutto ciò? L’opinione pubblica europea sarebbe d’accordo? E i responsabili politici si assumerebbero questi rischi?”.

 

Il presidente Hollande ha chiamato in causa gli Stati europei. Lei non ha l’impressione che si faccia appello all’Europa quando ci si trova di fronte a un grave problema – come avvenuto per l’emergenza profughi – dinanzi al quale i singoli governi appaiono impotenti?

“Sì, ne sono convinto. Il nostro continente è formato da Stati, Germania compresa, tutto sommato piccoli rispetto alle sfide globali della nostra epoca. Per cui o ci mettiamo insieme, rafforzando l’integrazione comunitaria, oppure i nostri destini saranno decisi altrove.

Quanto sta tragicamente accadendo in queste ore dovrebbe farci riflettere proprio sulla necessità di una Unione europea più forte, integrata ed efficace”. Sir 22

 

 

 

 

Terrorismo, ok Ue a controlli rafforzati a frontiere Schengen

 

La «stretta» con effetto immediato chiesta dai ministri dell’Interno e della Giustizia dei 28 paesi. Verifiche alle frontiere anche sui cittadini comunitari. La modifica all’art. 7

 

Gli Stati membri della Ue hanno dato il via libera a un deciso rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dello spazio Schengen, attraverso una «modifica mirata» del codice che regola lo spazio di libera circolazione dei cittadini. Si tratta di modificare l’articolo 7 degli accordi di Schengen, ha indicato il ministro dell’Interno lussemburghese, Etienne Schneider, nella conferenza stampa al termine del Consiglio Ue Giustizia e affari interni. La Commissione europea dovrà presentare rapidamente una «revisione mirata».

Rinforzare immediatamente i controlli

Venerdì mattina, nel corso del Consiglio straordinario a Bruxelles, convocato dopo gli attentati di Parigi, i Ventotto hanno infatti accolto la richiesta della Francia di «rinforzare immediatamente» i controlli a tutte le frontiere e di chiedere una revisione delle regole del Trattato Schengen per consentire controlli sistematici anche nei confronti di cittadini Ue.

 

Obbligatorietà

«Il nostro Paese è stato ascoltato. Sono state decise misure forti e operative da mettere in campo entro l’anno», così il ministro dell’Interno francese Bernard Cazeneuve alla conferenza stampa di fine lavori. Il ministro aveva avanzato la richiesta di «rafforzare considerevolmente i controlli alle frontiere esterne della Ue, aumentando i mezzi di Frontex, ma anche aumentare i controlli alle frontiere interne, perchè i terroristi attraversano le frontiere dentro la Ue». Una discussione sul codice Schengen è prevista al consiglio Interni del 4 dicembre.

Controlli più efficienti

La Francia chiede da un anno e mezzo di rendere più efficienti i controlli ai confini esterni di Schengen. «Serve che non ci si limiti a registrare chi arriva, ma che si facciano verifiche sulle basi di dati nazionali ed europee, e che tale consultazione dei dati sia obbligatoria», spiega un diplomatico francese. «Questo implica - continua la fonte - che questa base di dati sia alimentata in tempo reale da tutti i paesi di Schengen, con le informazioni sulle persone che entrano, in particolare i sospettati di terrorismo». Quanto ai confini interni, questi verranno indirettamente coinvolti dall’aumento dei controlli, e nel caso della Francia già da venerdì scorso si sono riattivati i controlli in vista della conferenza sul clima Cop21, in programma a Parigi dal 30 novembre. Una disposizione in contrasto con il principio di libera circolazione entro gli spazi Schengen, ma le regole europee prevedono che in situazioni eccezionali i controlli possano essere ripristinati.

No a rinunciare a stato di diritto

Lasciando la riunione straordinaria a bruxelles, il ministro della Giustizia Andrea orlando ha detto che l’Europa «non vuole reagire al terrore rinunciando a un’impostazione di uno stato di diritto forte, incisivo e capace di dare risposte in tempi utili». «Prima ancora di cercare strumenti eccezionali - ha però ribadito Orlando - dobbiamo chiudere i vecchi dossier che consentono di utilizzare al meglio quelli già disponibili, con una più forte cooperazione fra soggetti giurisdizionali come Eurojust e la procura europea». CdS 20

 

 

 

 

Dopo gli attentati. Ripartiamo dai bambini per battere il terrorismo

 

Francesi, italiani, stranieri che siano, stanno adesso a scuola, nei quartieri, magari negli oratori anche se islamici. Che facciamo? Perderne uno potrebbe essere letale tra 10 o 20 anni. Non possiamo più permettercelo. Intanto il dialogo tra le religioni  non riesce a decollare davvero

Stefano ha compiuto ieri 12 anni, Paola ne ha 19. Valentina 15, Filippo 13 a fine anno e Giulia appena 9. I miei nipoti sono il futuro della mia famiglia. Ogni bimbo lo è per la sua. Nello sguardo di ogni bambino ci sono tutte le attese del domani, del mondo che verrà, di ciò che suo padre e sua madre sono stati capaci di costruire e consegnare. I giorni drammatici che hanno riacceso da Parigi la paura e la rabbia nell’Occidente non possono essere ridotti solo al sangue versato, alla pietà per le vittime e alla lotta al terrorismo di qualunque matrice sia e nemmeno al tema dell’identità e della civiltà cristiana o a quei valori di libertà e democrazia che sentiamo messi in discussione. Inevitabilmente Parigi interroga il nostro vivere quotidiano, i gesti che facciamo, lo stile che fa di noi dei cittadini liberi e coscienti e soprattutto interpella il futuro.

Oltre l’emozione. Tento allora, se possibile, per un momento, di andare oltre l’emozione e le ansie del presente e mi chiedo se anche la generazione di coloro che oggi hanno 40/50 anni non abbia fallito anch’essa l’impresa di migliorare, almeno di un poco, il mondo, come forse aveva fallito la generazione che nel ‘68 aveva fatto di questo impegno un’ideologia e una visione politica. Premesso che di per sé ogni fallimento contiene già, di fatto, la sfida di domani, non intendo smettere di credere che dobbiamo continuare a fare del nostro meglio perché qualcosa di bello accada nonostante tutto. La realtà dei morti di Parigi e di ogni strage, però, non ci fa stare tranquilli. Direi, allora, che il primo fallimento è educativo. Molti degli attentatori erano ragazzi francesi.

Immigrati di seconda e terza generazione. Che dire? Non abbiamo fatto abbastanza.

Non siamo stati capaci di appassionarli alla bellezza del rispetto degli altri, alla necessità di confrontarsi con la diversità. Abbiamo forse pensato che per farli diventare come noi sarebbe bastato togliere Dio dalla loro vita. Non ci hanno creduto e qualcuno li ha attratti, plagiati, traditi. Ci si sono rivoltati contro.

Hanno scelto un’altra strada. Quella della violenza, della vendetta. Sono diventati degli assassini. La loro responsabilità è grande, e la nostra? Vincere il terrorismo di oggi significa ripartire dai bambini. Francesi, italiani, stranieri che siano, stanno adesso a scuola, nei quartieri, magari negli oratori anche se islamici. Che facciamo? Perderne uno potrebbe essere letale tra 10 o 20 anni. Non possiamo più permettercelo. Il secondo fallimento è di tipo geopolitico.

Troppe scelte politiche sbagliate si sono susseguite. Chi ne sa guarda alle spartizioni del Medio Oriente da parte di francesi e inglesi al tempo della Grande Guerra. E poi? Interessi economici, petrolio, guerre, logiche di potere. Nessun rispetto per i popoli, il loro sviluppo e la loro autodeterminazione. La sfida per chi governa oggi è molto grande e sta oltre il momento presente. Si parla di guerra. Ancora violenza per rispondere alla violenza? E dopo? Quale spazio per il primato della politica? E poi come ridare oggi un po’ di sicurezza ai nostri cittadini? Infine il fallimento del dialogo tra religioni che forse non riesce a decollare davvero.

Se qualcuno usa ancora il nome di Dio per uccidere altri esseri umani significa che non per tutti il vero nome di Dio è la pace.

Nel 1986 ci fu la preghiera ad Assisi delle religioni con Giovanni Paolo II. Ora il Giubileo. La sfida è che dal cuore dell’Europa risuoni la forza della preghiera che cambia i cuori. Il mondo migliore ci attende. Adriano Bianchi  Sir 19

 

 

 

 

La Legge di Stabilità, gli italiani all'estero e la verità dei fatti

 

Ci scrive l’on. Micheloni: “Innanzi tutto è bene informare correttamente i cittadini. La verità è che a fronte di una richiesta di fondi per i principali capitoli di spesa riguardanti gli italiani all'estero presentata da me, dai senatori del collegio estero e sottoscritta anche da altri senatori (Sangalli, Pegorer, Corsini, Fattorini, Tronti, Maran, Verducci, Pagano, Dalla Tor e Mussini), pari alla cifra complessiva di 6.900.000 euro, la disponibilità iniziale del Governo si aggirava intorno a un paio di milioni. Per rendere più chiaro lo scenario, è bene illustrare queste voci di bilancio nel dettaglio:

COMITES - il taglio previsto era pari a 43.449 euro; la proposta emendativa era pari a 150.000 euro; il risultato è pari a 100.000 euro.

CONTRIBUTO CGIE - il taglio previsto era pari a 30.416 euro; la proposta emendativa era pari a 150.000 euro; il risultato è pari a 100.000 euro.

CONTRIBUTO DIFFUSIONE LINGUA E CULTURA ITALIANA ALL'ESTERO - il taglio previsto era pari a 3.293.248 euro; la proposta emendativa era pari a 4.700.000 euro; il risultato è pari a 3.400.000 euro.

CAMERE DI COMMERCIO ITALIANE ALL'ESTERO - il taglio previsto era pari a 2.500.000 euro; la proposta emendativa era pari a 5.000.000 euro; il risultato è pari a zero.

PATRONATI - il taglio previsto era pari a 48.000.000 euro; la proposta emendativa era pari a 48.000.000 euro (em. Parente, inteso ad azzerare il taglio) e 15.000.000 euro (em. Micheloni; la cifra corrisponde alla stima del risparmio che si considera di conseguire attraverso la razionalizzazione del sistema ispettivo); il risultato è pari a 20.000.000 euro, mentre la razionalizzazione del sistema ispettivo, parte di una più generale riforma dei patronati, è stata assunta come raccomandazione in un ordine del giorno.

ISTITUTI ITALIANI DI CULTURA -  a fronte dei tagli previsti, la proposta emendativa era pari a 750.000 euro; il risultato è pari a 500.000 euro.

STAMPA ITALIANA ALL'ESTERO - a fronte di nessun taglio previsto, la proposta emendativa era pari a 800.000 euro; il risultato è pari a 650.000 euro.

AGENZIE DI STAMPA SPECIALIZZATE ITALIANI ALL'ESTERO - a fronte di nessun taglio previsto, la proposta emendativa era pari a 200.000 euro; il risultato è pari a 100.000 euro.

Per promuovere l'attrattività delle università italiane nel mondo è stata avanzata una proposta innovativa che prevedeva uno stanziamento di 200.000 euro; il risultato è pari a 150.000 euro.

Quanto all'ILA, a fronte di nessun taglio previsto, è stato approvato un finanziamento di 230.000 euro per il 2016.

Nel caso delle detrazioni per i carichi di famiglia, dell'IMU per gli italiani all'estero (ferma rimanendo l'eccezione per i pensionati) e dell'IVA per le agenzie turistiche extra-UE, le proposte emendative sono state respinte.

È grazie al lavoro costante fatto in Commissione Bilancio del Senato da Di Biagio e Turano, sempre presenti, dal senatore Giacobbe, e soprattutto grazie al sostegno del presidente Tonini, che è stato raggiunto il risultato finale di uno stanziamento complessivo di 5.000.000 euro: il massimo che si potesse ottenere nelle condizioni date, anche se personalmente lo ritengo insufficiente rispetto alle necessità reali.

Inoltre, per quanto concerne le proposte inerenti la ristrutturazione della rete diplomatico-consolare, ispirate alla spending review ad invarianza dei servizi cui il MAECI continua a opporsi, è stato accolto un ordine del giorno che impegna il Governo a verificare tali proposte, sotto il profilo economico, a fronte di quelle del MAECI, in maniera tale da creare le condizioni per un dibattito concreto e trasparente sulla rete diplomatico-consolare, la sua efficienza e i suoi costi.

E' stato accolto, inoltre, un ordine del giorno, collegato ai finanziamenti per i Comites e il CGIE, che impegna il Governo a presentare una riforma organica della rappresentanza entro giugno 2016.

 

Fin qui la doverosa ricostruzione degli eventi; ma c'è chi sta in Parlamento per occuparsi della propria immagine, pensando che Facebook, Twitter, Newsletter e comunicati bastino per prendere in giro gli elettori.

Forse la Garavini, la quale asserisce di aver orientato il Governo con un intervento nell'assemblea dei gruppi parlamentari del PD, non sa che nella giornata di martedì il lavoro della Commissione Bilancio sugli emendamenti riguardanti il Mezzogiorno, tema non propriamente secondario nell'agenda politica nazionale, è stato sospeso. Come formalmente comunicato dal Ministro Boschi, infatti, il Presidente del Consiglio non aveva potuto esaminarne i contenuti a causa degli impegni sopraggiunti in seguito al massacro di Parigi. Oppure forse lo sa, ma è convinta, o vuole convincere gli elettori, che il Presidente del Consiglio abbia comunque trovato il tempo per assegnare una corsia preferenziale alle richieste della signora Garavini.

In ogni caso le cose sono andate come ho scritto sopra, quindi in modo radicalmente diverso da quanto la Garavini ha ritenuto di raccontare, offendendo l'intelligenza degli italiani all'estero.

Meno male che nel Governo e nel PD esistono ancora persone serie, che rispettano gli elettori, il Parlamento e il Governo”.

 

Fin qui il comunicato stampa di Micheloni, a cui risponde Laura Garavini, componente dell'Ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera: “Sicuramente è del tutto superflua una discussione interna su 'chi abbia quali meriti rispetto a questo successo'. Per gli italiani all'estero contano i risultati e in questo caso sono veramente straordinari. Sarebbe poco intelligente annacquare questa vittoria con una discussione interna, del tutto superflua.

Rispetto alle dichiarazioni di un collega Senatore mi preme sottolineare che in qualità di responsabile per gli italiani all'estero nella Presidenza del Gruppo é mio compito essere in stretto dialogo sia con il Governo che con i vertici del partito a tutela delle istanze dei  nostri connazionali. E' ciò che ho svolto anche in questa occasione e certo non mi vergogno del grande risultato raggiunto".

 

Laura Garavini informa anche di un altro importante segnale del valore riconosciuto agli italiani all'estero dal Governo. "Dopo avere ripristinato risorse per i corsi di lingua e cultura italiana – dice -  il Governo aiuta anche i pensionati all'estero. Ha previsto l'esonero della tasi anche per i pensionati all'estero che possiedono un immobile in italia e prendono una pensione straniera. Una misura inserita oggi dal Governo nel maxiemendamento alla legge di stabilità. È un risultato che non era affatto scontato.  È un altro frutto del tenace lavoro delle ultime settimane. Ne sono davvero soddisfatta". De.it.press 19

 

 

 

 

Presentata la ricerca “Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo”

 

L'analisi, curata dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con il Circolo di Studi diplomatici, fornisce un approfondimento delle condizioni politiche e sociali dei Paesi dell'area del Mediterraneo, alla base di portata e caratteristiche degli attuali flussi migratori, e dell'emigrazione italiana nel bacino utile a rilevare la relazione tra migrazioni e sviluppo.

 

ROMA – È stata presentata ieri a Roma, presso la sede dell'associazione Leusso, la ricerca “Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo” che costituisce il nuovo numero della rivista “Affari sociali internazionali” - nuova serie, curata dal Centro studi e ricerche Idos e realizzata in collaborazione con il Circolo di Studi diplomatici. L'analisi incrocia l'approfondimento delle condizioni politiche e sociali dei Paesi dell'area del Mediterraneo, e che costituiscono la base per comprendere portata e caratteristiche dei flussi migratori, con quello relativo all'emigrazione italiana nel bacino – in particolare in Tunisia, Marocco, Albania, Libia, Egitto e Algeria, - in un quadro di insieme che consente di sottolineare in primo luogo la relazione tra migrazioni e sviluppo – non solo nel senso economico del termine. Un nesso che guida l'azione della Cooperazione italiana, tratteggiata nella parte conclusiva del volume, e portata anche all’attenzione dell’Unione Europea nel corso del suo recente semestre di presidenza. Proprio la Direzione generale della Cooperazione allo sviluppo del Maeci ha sostenuto la pubblicazione, cui hanno collaborato i diplomatici italiani, che analizzano situazioni politiche conosciute in profondità grazie alla loro esperienza diretta, e gli studiosi di Idos, che da anni approfondiscono tematiche migratorie con il Dossier immigrazione e indagini sui diversi aspetti della questione.

A coordinare gli interventi di presentazione Franco Pittau del Centro studi e ricerche Idos che sottolinea come l'immigrazione vada considerata oggi una risorsa anche per le potenzialità di dialogo con gli altri e rileva come l'esperienza dell'emigrazione italiana, spesso dimenticata, sia invece preziosa anche per l'analisi e l'interazione con i nuovi flussi. Il presidente dell'associazione Leusso, Benedetto Coccia, nella sua riflessione introduttiva, segnala come “oggi si parli molto di Mediterraneo, ma spesso a sproposito” e come “qualcuno vorrebbe che esso si trasformasse in un muro d'acqua”, mentre il volume ci riporta ad una prospettiva che ribadisce i legami da lungo tempo presenti tra l'Italia e questi Paesi – legami intessuti proprio grazie all'emigrazione italiana registrata soprattutto tra Otto e Novecento e oggi rinnovati dall'immigrazione in Italia delle popolazioni di quella regione – e che evidenzia in particolare il nesso tra migrazioni e sviluppo, “legame opportuno – rileva, - ma che spesso non viene considerato”. Coccia evidenzia infatti come sia miope valutare i flussi migratori solo in base all'ottica della “sicurezza” e considerarli una dinamica emergenziale, “quando un'analisi della situazione geopolitica ci ricorda che così non è”. Il volume consente quindi di delineare per l'Italia un ruolo da protagonista nell'area mediterranea, aprendo – per gli uni e per gli altri - nuove prospettive di sviluppo. “Il mio augurio è che il Mediterraneo torni ad essere terra di incontro, non solo di culture e di economie, ma anche di religioni – afferma Coccia, - che torni ad essere – aggiunge - un luogo di pace e di costruzione civile insieme”.

Il direttore generale della Cooperazione allo sviluppo del Maeci, Giampaolo Cantini, segnala come oggi più che mai, a fronte del prevalere del dato emozionale, più esposto alle strumentalizzazioni, sia necessario “mantenere ferme la categorizzazioni” con cui si sono analizzati i flussi migratori: “la mobilità è una costante degli anni dal secondo dopoguerra in poi, non è unidirezionale e riguarda in prevalenza il sud del mondo – afferma, rilevando come sia caratteristica peculiare delle economie dei Paesi cosiddetti “emergenti” la disomogeneità di sviluppo e ricchezza, disomogeneità che determina lo spostamento delle persone. Tale spostamento, che può essere “più o meno volontario” è anche determinato da fenomeni come i contesti ambientali, in taluni casi stravolti dai cambiamenti climatici o da guerre, come – per tornare alla più stretta attualità europea – il conflitto siriano. Anche in questo caso, Cantini ricorda come, prima dell'Europa, l'emergenza abbia interessato e interessi le aree immediatamente circostanti – con numeri di rifugiati e accolti in campi profughi che raggiunge anche un quarto della popolazione in Paesi come il Libano. E come le devastazioni della guerra abbiamo provocato oltre 200 mila morti tra i civili, e circa 13 milioni di persone – più della metà della popolazione siriana – colpite dal deterioramento delle condizioni di vita – malnutrizione, precarie condizioni sanitarie etc. Nella complessità dei fenomeni, il flusso di migranti “economici”, “climatici”, rifugiati e richiedenti asilo e i differenti problemi che ne determinano la mobilità non vanno confusi, secondo il direttore generale, che rileva come merito del volume sia “il prevalere di un'ottica per cui i flussi sono connaturati con l'evoluzione delle condizioni sociali e sono essi stessi condizioni dello sviluppo”. Un riconoscimento che egli tiene a sottolineare sia stato inserito anche nell'agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e che guida l'azione della Cooperazione italiana. Uno sviluppo “circolare” - rileva Cantini, evidenziando come ad esempio il “know how di impresa di cui i migranti sono portatori possa essere trasferito anche alle comunità di origine”, richiamando alcuni progetti realizzati dalla cooperazione proprio su questo fronte. La cooperazione italiana è chiamata ad agire su prospettive di breve e lungo termine, così come è emerso nel corso del summit sulle migrazioni svoltosi a La Valletta tra leader europei e africani: tra le misure che il vertice si propone di implementare il direttore generale richiama quelle di contrasto al traffico di esseri umani o all'agevolazione dei rimpatri, ma anche le iniziative volte alla formazione come le borse di studio per studenti africani, oppure i progetti messi in campo per contrastare sottosviluppo e degrado ambientale. Importante poi il valore delle rimesse che gli immigrati destinano ai loro Paesi di origine: Cantini parla di 430 miliardi di dollari di rimesse l'anno a fronte di 120 miliardi di dollari di fondi mediamente destinati all'aiuto allo sviluppo e ricorda come l'Italia sia capofila per la riduzione dei costi di trasferimento.

Il presidente del Circolo di Studi diplomatici, Roberto Nigido, segnala come le migrazioni siano un fatto naturale ma anche determinato da precisi fatti storici: “per l'Italia, fu la sua Unità a dare il via all'esodo di milioni di persone, circa un terzo della sua popolazione nel periodo dell'emigrazione di massa – ricorda, rilevando come Paesi come l'Argentina arrivarono ad accogliere sino a 300 mila italiani l'anno. Tornando invece ai flussi attuali del Mediterraneo, Nigido rileva tra le cause vi sia l'instabilità politica legata ad “interessi e disegni politici in gioco, che fanno capo ad alcuni Paesi della regione, come Iran e Arabia Saudita, che si battono per il predominio del mondo islamico e che hanno intrapreso azioni che hanno finito per rivoltarglisi contro” ed avere effetti devastanti anche in Occidente, azioni che “ora richiedono una pacificazione” da raggiungere attraverso la mediazione e il coinvolgimento di “chi ha influenza in quell'area, Russia e Stati Uniti in primis”. Nell'area africana, all'instabilità politica si affiancano problemi di sottosviluppo e cattiva gestione delle ricchezze del continente: “la cooperazione può fare tanto, ma non tutto – dice Nigido a questo proposito; - tocca agli africani la spinta al cambiamento”. Il presidente dell'Idos, Ugo Melchionda, segnala come le nuove dinamiche che caratterizzano l'area mediterranea e gli episodi di terrorismo in particolare non possano essere riportate in alcun modo a paradigmi europei o a elementi di prevedibilità e razionalità, e ribadisce la necessità di elaborare una nuova mappa di comprensione e gestione concreta dei flussi migratori, pur non sottovalutando le differenziazioni già richiamate da Cantini. Propone poi l'articolazione di un “piano Marshall per il Mediterraneo” che preveda il rafforzamento dell'interdipendenza economica tra area mediterranea ed europea, una più stretta integrazione della prima e la promozione di esperienze come quelle dei cluster euro-mediterranei, ossia far leva sugli imprenditori immigrati quali soggetti promotori di sviluppo per i loro Paesi di origine e allo stesso tempo di internazionalizzazione anche per il made in Italy.

Ripercorre la storia della rivista, prima curata dal Ministero degli Affari Esteri e oggi dall'Idos, l'ambasciatore Adriano Benedetti, che segnala come il volume presenti da un lato “l'aspetto magmatico delle realtà di quei Paesi da cui originano i flussi migratori e la contrastante descrizione delle collettività immigrate in Italia, elaborata anche grazie al richiamo opportuno della nostra emigrazione all'estero, che si presentano come fortemente integrate e dotate di caratteristiche imprenditoriali non marginali”. L'integrazione non esclude però – rileva Benedetti – i saldi legami con i Paesi di origine testimoniati dalle rimesse e dal contributo imprenditoriale ai progetti di cooperazione. Un “circuito positivo” che rappresenta un “modello”, seppur minoritario, per le dinamiche migratorie, perché innesca un processo di “co-sviluppo che abbraccia entrambi i lati del Mediterraneo”. Per Benedetti, inoltre, gli attentati di Parigi “ci indicano come stiamo entrando in un'epoca completamente diversa da quella sino ad ora conosciuta, un'epoca di cui non sappiamo identificare i connotati né lo sbocco”. “È possibile che da ora in poi le migrazioni non saranno più trattate come lo sono state negli ultimi decenni, ma subiranno l'impatto di questa situazione straordinaria. Per questo – conclude l'ambasciatore – il lavoro dell'Idos sarà ancora più importante di quello sino a qui svolto, proprio perché le minacce alla nostra capacità di accoglienza saranno ancora maggiori di quelle conosciute sino ad oggi”.

Si sofferma su una pagina poco conosciuta della nostra emigrazione, quella in Tunisia - Paese in cui prima della seconda guerra mondiale la comunità italiana arrivò a contare circa 170mila unità – una discendente di quella realtà, Valeria Rey, che ne ha tratteggiato le caratteristiche in uno dei contributi del volume. Si ricostruisce in questo modo un percorso di integrazione che superò anche le vicissitudini più strettamente legate al contesto politico, un percorso culturale di convivenza e rispetto reciproco che può rappresentare ancora oggi un modello per superare la paura della diversità. Della sua esperienza di tunisino immigrato in Italia parla invece Mohsen Hmidi, che sottolinea, a proposito degli attentati di Parigi, la condanna della comunità musulmana nei confronti di “un'ideologia creata unicamente per scopi politici” e che nulla ha a che fare con la religione islamica.

Nel tracciare le conclusioni, Nigido richiama la necessità di “gestire e affrontare le trasformazioni determinate dei flussi migratori”, gestione sulla quale il volume fornisce alcune indicazioni e che richiede “intelligenza, il rispetto della tradizioni e delle lingue e il rispetto delle leggi del Paese di accoglienza”, mentre Melchionda avverte i pericoli che potrebbero derivare da un isolamento e una diffidenza crescente nei confronti della comunità musulmana presente in Europa a seguito della paura generata dai fatti di Parigi. Sollecita inoltre il passaggio da un paradigma di integrazione ad una logica di “co-integrazione” in cui ciascuno di noi si senta chiamato a fare qualcosa per generare il vivere civile delle nostra società complesse. Viviana Pansa, Inform 18

 

 

 

 

Angela Merkel, i 10 anni di potere della signora d’Europa

 

Flessibilità, fortuna e (anche) grande forza fisica: così frau Merkel ha stretto la mano a 98 capi di governo della Ue e ha guidato la Germania a prendere la leadership d’Europa - di Danilo Taino

 

Berlino. Novantotto: sono i capi di governo della Ue che Angela Merkel si è vista passare davanti agli occhi, ai quali ha stretto la mano e detto una parola in dieci anni da Cancelliera. Una prova di sopportazione colossale. Da quel 22 novembre 2005, quando si sedette per la prima volta nell’ufficio di capo del governo, portandosi dietro il grande quadro di Konrad Adenauer, le sue straordinarie pazienza e forza fisica le ha dispiegate con intensità crescente, fino a oggi, momento di crisi drammatica in Europa. Un decennio, il primo decennio Merkel, nel quale, tra crisi di ogni genere, ha guidato la Germania a prendere la leadership del Vecchio Continente.

La riforma del lavoro

Quando, quella mattina di due lustri fa, Gerhard Schröder, che aveva battuto alle elezioni due mesi prima, aprì la cassaforte e le passò le chiavi della Cancelleria, ricevette due cose: i regali di Silvio Berlusconi al suo predecessore e la riforma del mercato del lavoro realizzata da Schröder. Gli orologi del premier italiano sono probabilmente da qualche parte, dimenticati come la gran parte dei 98 capi di governo europei. Sulla riforma del mercato del lavoro, Frau Merkel ha invece costruito negli anni successivi la sua forza in casa e capitalizzato nel mondo il prestigio dato dall’economia della Germania. La ragazza che Helmut Kohl aveva portato in politica dall’Est dopo la caduta del Muro e la riunificazione ha due doti: è fortunata e ha una flessibilità politica che le ha permesso di resistere salda al potere fino a diventare la leader più longeva della Ue.

Le crisi

Forgiata nelle crisi. Quella del 2008, quando guidava un governo di Grande Coalizione con i socialdemocratici. Quella dell’euro e della Grecia nel 2010-2011, Cancelliera di una coalizione con i liberali. Nel 2015 ancora quella della Grecia di Alexis Tsipras e poi l’Ucraina e la massa di rifugiati che sta arrivando in Germania - 850.000 in dieci mesi - attratti dalla sua politica delle braccia aperte, ancora a capo di una Grosse Koalition. In mezzo, crisi bancarie, il caso Opel da vendere o non vendere, movimenti xenofobi da tenere a bada, ora lo scandalo Volkswagen che rovina reputazioni, viaggi per il mondo (347 fuori dai confini), rapporti spesso tesi con Obama e soprattutto con Putin. Sempre (quasi) in controllo della situazione, sicura nella conoscenza dei dossier e con un’idea su cosa fare.

Le caratteristiche

«È determinata, sostenuta da un’enorme controllo nervoso - dice Herfried Münkler, professore di Scienze Politiche all’università Humboldt di Berlino -. E molto più flessibile del macho Schröder o di Helmut Schmidt. Con enormi capacità fisiche». Caratteristiche che l’hanno resa indispensabile e unica in un mondo - aggiunge Münkler - dove certe doti femminili vincono e in un’Europa a 28 «che non può tollerare leader prepotenti». Fino a due mesi fa, Frau Merkel era criticata perché - si diceva - è attendista, troppo attenta ai sondaggi d’opinione. In compenso, non si avevano dubbi: avrebbe vinto le elezioni, per la quarta volta, anche nel 2017, sarebbe cioè rimasta al governo della Germania (e dell’Europa) fino al 2021.

La svolta con i rifugiati

La storia, però, ha svolte repentine e la Cancelliera sa sorprendere. A inizio settembre, di fronte alle masse di rifugiati che premevano ai confini dell’Europa, ha detto che il diritto di asilo per chi fugge dalle guerre è garantito dalla costituzione tedesca e che non ci sarebbe stato un limite ai profughi che la Germania avrebbe accolto. Un gesto di leadership indifferente ai sondaggi che - nelle parole del suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble - «ha salvato l’onore dell’Europa». Ma che ha creato divisioni nel governo e nello schieramento conservatore che guida, in particolare con la Csu, il partito bavarese gemello della sua Cdu. All’improvviso, la Cancelliera omnivora, capace di digerire ogni posizione politica è diventata divisiva, criticata per l’imprudenza di invitare centinaia di migliaia di profughi in Germania. «Ha detto che ce la facciamo - commenta Münkler - ma non ha detto come».

L’indiscutibilità della cancelliera, dieci anni dopo, non è solida come lo era stata fino all’estate scorsa. Ma i nervi saldi rimangono: nonostante nei sondaggi sia scesa dal 70 al 49%, Frau Merkel tiene la porta aperta (con moderazione) ai rifugiati, anche come risposta non xenofoba agli attentati di Parigi. E in parte sta recuperando. È la sfida del secondo decennio: se perde nel 2017, non si ripresenterà; se cela fa, sarà un trionfo e vedrà molti, molti altri capi di governo arrivare e sparire.  CdS 22

 

 

 

 

La Cancelliera d’Europa da dieci anni al potere. Ma ora rischia la caduta

 

Angela Merkel ha bruciato avversari e cannibalizzato i suoi. Sembrava invincibile, la crisi dei rifugiati può esserle fatale – di Tonia Mastrobuoni

 

Berlino. A seconda delle definizioni, cancelliera «nella nebbia», «riluttante», «senza visione», donna più potente del mondo e leader «imprescindibile» di un’Europa debolissima, negoziatrice formidabile ai tavoli più tosti - con Bush junior sui cambiamenti climatici, con Putin sulle tensioni in Ucraina, con Tsipras sulla sempiterna crisi greca, con Cameron sul ricatto della Brexit. In dieci anni ne ha fatta di strada, Angela Merkel. In un certo senso è il contraltare di destra dei due eroi della sinistra, Tony Blair e Gerhard Schroeder: è la cancelliera di destra che ha fatto più riforme di sinistra.  

 

Riforme di sinistra  

Dal salario minimo all’uscita dal nucleare, dall’abolizione della leva militare obbligatoria al rafforzamento delle politiche per la conciliazione, dalla «controriforma» delle pensioni ai due mega pacchetti keynesiani anti-crisi, Merkel ha alzato la bandiera dell’«economia sociale di mercato» che mescola liberalismo e attenzione per il sociale, per cambiare la Germania occupando in totale solitudine ed espandere a destra e a sinistra il «Grande centro» della scena politica. Cannibalizzando la Spd, soprattutto, snaturando la Cdu. Aderì tardi, trentenne, al partito di Helmut Kohl, ammettendo, anni dopo, che fu una scelta un po’ casuale.  

 

Senza alternative  

Nel partito, i maligni dicono che ormai è cancelliera «alternativlos», senza alternative, dopo aver fatto scientificamente fuori tutti gli avversari e potenziali successori. Ma i tedeschi, per usare un felice paradosso del suo ultimo rivale, Peer Steinbrueck, per dieci anni sono stati felici di affidarsi al «pilota» Merkel senza avere la minima idea della direzione che prendeva. Ora le cose stanno cambiando. 

Angela Merkel sembra scivolare verso lo stesso finale drammatico del suo predecessore, Gerhard Schroeder. L’ex cancelliere socialdemocratico perse verso la fine del secondo mandato lo zoccolo duro del partito per le riforme sociali note come «Agenda 2010», e poi le elezioni. Merkel, peraltro, ne ha ereditato i benefici economici, tanto che alla vigilia della Grande crisi si parlava apertamente di «Secondo miracolo», dopo quello del dopoguerra. Anche una fetta importante dell’industria è riuscita a ristrutturarsi in quegli anni, rispondendo alle sfide della globalizzazione. Schroeder ora rivendica sempre il fatto di aver pensato «prima al Paese e poi al partito», che da allora non si è mai ripreso. Merkel è in un dilemma simile, adesso.  

 

La gestione dei profughi  

Sulla questione dei profughi, che lei riconosce essere di portata storica, ha una fetta crescente del partito e del Paese contro. La sua linea delle «frontiere aperte» è la vera scommessa della sua carriera. Molti dissero che la Grecia e la crisi dell’euro sarebbero state la prova cruciale della sua leadership: Merkel le gestì in parte malissimo, rendendole molto care per i partner europei a causa di lunghi tentennamenti e cautele eccessive. Tuttavia in parte si affidò a Mario Draghi e superò con lui, e contro la Bundesbank e il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, alcune delle fasi più critiche. Fu coraggiosa, ma aspettò sempre di trascinarsi dietro il partito e il Paese, perciò agì spesso in ritardo.  

L’esodo biblico dei rifugiati di questi ultimi mesi che scappano dal terrore dell’Isis in Iraq, Siria o in Afghanistan è un altra cosa. Lei l’ha capito e procede a testa bassa, per la prima volta senza curarsi dei sondaggi e dell’umore nella Cdu/Csu. Ma gli attentati di Parigi hanno complicato il quadro, rischiano di rinfocolare i populismi e la destra. In Germania, rischiano di regalare consensi agli anti-euro Afd, ormai scivolati su posizioni anti-migranti e di destra. E stanno pericolosamente spaccando i cristianodemocratici. 

 

Insegue il record di Kohl  

Angela Merkel giurò al Bundestag come primo cancelliere donna e come il più giovane della storia il 22 novembre del 2005, dopo essere stata per anni leader protestante di un partito di cattolici, donna cronicamente sottovalutata e pericolosissimo genio tattico. Durante la disastrosa campagna elettorale del 2005 nessuno avrebbe mai scommesso che la «Maedchen» di Helmut Kohl sarebbe durata così a lungo. Raro punto di colore in un mare di cravatte ai vertici dei Grandi, con i suoi leggendari completi tutti uguali declinati in una infinità di variazioni cromatiche, Merkel ha guidato tre governi diversi - di cui due di grande coalizione - ed è l’unica leader europea sopravvissuta agli scossoni della Grande crisi. Dopo aver battuto molti primati, la domanda che tutti si pongono è se avrà il fiato di battere quello più ambizioso, i sedici anni di «re» Kohl. Fino a tre mesi fa, nessuno aveva dubbi sulla sua rielezione nel 2017. Adesso prevale l’idea che possa addirittura lasciare prima delle prossime elezioni.  LS 22

 

 

 

 

Guida Acli per le nuove generazioni di emigranti in Germania

 

BADEN-WÜRTTEMBERG - Il numero degli italiani che si trasferisce in Germania continua a crescere, e con esso i bisogni d’informazione, consulenza e sostegno dei “nuovi migranti italiani”. Per farvi fronte, le Acli della regione del Baden-Württemberg raddoppiano i loro sforzi e, dopo la costituzione del Ciane (Centro Informazioni ACLI Nuova Emigrazione), pubblicano ora una guida di orientamento. Il bisogno di ricevere informazioni, consulenza e sostegno è una situazione che un’associazione come le Acli conosce bene, essendo attiva sul tema da oltre 60 anni. Oggi le Acli del Baden-Württemberg, insieme al Patronato ACLI di Stoccarda, desiderano dare un ulteriore loro contributo per dare risposte al bisogno d’informazione dei nuovi arrivati.«Il primo intervento - spiegano le Acli tedesche - l’abbiamo fatto realizzando il “Ciane. Centro Informazioni ACLI Nuova Emigrazione”, un servizio offerto due volte la settimana ai connazionali che arrivano a Stoccarda e hanno bisogno di numerose e diverse informazioni: come funziona l’iscrizione al comune; dove e come posso usufruire di un corso di tedesco; come e dove far riconoscere il titolo di studio, come scrivere una candidatura per un posto di lavoro. Al Ciane cerchiamo di dare risposte a queste e altre richieste. Il Ciane collabora attivamente con il Welcome Center Stuttgart, con la Comunità Cattolica Italiana, con l’Ufficio LAS del consolato e altre istituzioni tedesche. Il secondo intervento è la realizzazione di una piccola guida che contiene informazioni su come orientarsi quando si arriva a Stoccarda. È una guida non esaustiva di tutte le domande che chi arriva per la prima volta a Stoccarda (o in un qualsiasi paese della Germania) può porre, ma di sicuro è un’importante agevolazione.»

«Nel pubblicare questa guida – afferma Pino Tabbì, presidente delle Acli del Baden-Württemberg - siamo partiti da un’osservazione: nel corso degli ultimi anni si sta assistendo in Europa ad un nuovo fenomeno migratorio che ancora una volta tocca, in modo particolare, le nazioni del Sud Europa. È una “nuova mobilità”, anche se noi preferiamo chiamarla ancora “nuova emigrazione”, che ha caratteristiche diverse da quella precedente degli anni ’60 e ’70. È un’emigrazione più qualificata, che è abituata a muoversi e a viaggiare in Paesi diversi dal proprio, che molte volte porta con sè alte competenze in campo scientifico e culturale. Come succede spesso, quando si è in un paese “straniero”, c’è però la necessità di potersi orientare all’interno di un sistema nuovo e in gran parte sconosciuto. La scelta di venire a vivere in Germania, in particolare a Stoccarda, comporta inizialmente dei momenti di difficoltà nell’orientarsi in un sistema lavorativo, sociale e culturale molto diverso da quello italiano. Le Acli Baden-Württemberg insieme al Patronato ACLI di Stoccarda con questa piccola guida hanno cercato di mettere insieme alcune informazioni che possono permettere ai nuovi arrivati a Stoccarda di orientarsi meglio e più facilmente nel sistema burocratico amministrativo tedesco». Abm news

 

 

 

 

Tenuto il congresso PD Germania. Franco Garippo il nuovo segretario. Succede a Cristina Rizzotti

 

Stoccarda – Sabato 14  novembre presso il Bischof Leiprecht Zentrum di Stoccarda, si è tenuta l’assemblea elettiva del PD Germania. Laura Garavini tra I primi a congratularsi con la nuova presidenza. “Congratulazioni vivissime e i piú sinceri auguri di buon lavoro – scrive - al neo eletto Segretario del PD Germania, Franco Garippo, alla nuova Presidentessa, Giulia Manca e al Tesoriere, Angelo Turano. Si è appena concluso un congresso molto partecipato, espressione di un partito appassionato ed attivo. Un partito capace di promuovere un confronto vero, per niente timoroso di una competizione tra  più candidati, schietto nei contenuti, ma sempre rispettoso delle altrui opinioni. Un esempio di bella politica." Laura Garavini ha particolarmente apprezzato la proposta di aprire la segreteria ai capilista delle due liste concorrenti.

 

"La scelta del nuovo Segretario Garippo di coinvolgere nei vertici della Segreteria anche i rappresentanti delle altre due liste in corsa, è molto apprezzabile" ha sottolineato la Garavini precisando: "E' la migliore dimostrazione del fatto che il nuovo Segretario intende da subito mettere in pratica quello spirito unitario e costruttivo che già aveva preannunciato in campagna elettorale. La migliore premessa per fare ripartire alla grande il PD Germania."

 

"Vorrei esprimere un sentito ringraziamento alla Segretaria uscente, Cristina Rizzotti, e a tutto il direttivo per il lavoro svolto negli ultimi quattro anni a beneficio del PD Germania. Un apprezzamento non formale va anche al Comitato congressuale presieduto da Pino Tabbi e da Aldo Amoretti per l'impegnativo lavoro, svolto in modo encomiabile. Complimenti e grazie ai due candidati sfidanti, Federico Quadrelli e Flavio Venturelli, come pure ai segretari dei circoli mobilitatisi per le riunioni congressuali e a tutti coloro che con la loro partecipazione hanno fatto sí che questo congresso diventasse un prezioso esempio di democrazia."

 

"Il PD Germania, con la neo eletta segreteria costituita da Franco Garippo, Giulia Manca ed Angelo Turano, presenta le migliori premesse per affrontare al meglio le sfide poste dall'emigrazione odierna. Con questo congresso" ha concluso la deputata, "il PD Germania ha scritto una bellissima pagina nella storia del PD all'estero." De.it.press, 17

 

 

 

 

 

Il Comites di Monaco di Baviera dà il via a diversi progetti e ai lavori di 5 delle commissioni.

 

Monaco di Baviera. Il 14 novembre 2015 ha avuto luogo la riunione pubblica del Comites di Monaco di Baviera.  Si è trattato di una riunione di particolare importanza e decisiva per il proseguimento dei lavori, aperta tuttavia con un minuto di silenzio dedicato alle vittime della strage della notte precedente a Parigi e alle vittime di tutte le violenze.

In seguito alla valutazione dei progetti presentati sono state infatti costituite con voto unanime le seguenti commissioni di lavoro: Commissione cultura – presidente Rolando Madonna; Commissione newcomers – presidente Silvana Sciacca; Commissione PMI e Made in Italy – presidente Alessandra Santonocito; Commissione salute – presidente Valeria Milani; Commissione scuola – presidente Dario Del Bianco

I presidenti di ciascuna commissione coopteranno concittadini motivati e dotati di competenze specifiche, in parte già individuati, e procederanno alla presentazione dei progetti in maggiore dettaglio.

Il Comitato ha inoltre approvato di sostenere con il proprio patrocinio ed un contributo economico la giornata di studi in occasione dei 60 anni dei Gasterbeiterveträge (accordi di lavoro bilaterali Italia-Germania), organizzata dalla Dr.Grazia Prontera, Università di Salisburgo, in cooperazione con lo Stadt Archiv della città di Monaco e alla quale il Comites era già riuscito ad assicurare il patrocinio del sindaco di Monaco, OB Dieter Reiter.

Il comitato ha ancora approvato all’unanimità una più intensa collaborazione con la scuola bilingue Leonardo da Vinci di Monaco, che potrebbe in futuro assumere addirittura la forma di una borsa di studio per scolari indigenti.

Inoltre, durante la visita del Console Generale, Renato Cianfarani, il Comitato ha proposto collaborazioni con il Consolato in vista di un progetto pe la de-burocratizzazione della PA nell’ambito delle quali coinvolgere anche i parlamentari italiani eletti all’estero, e per la festa di Odeonsplatz qualora dovesse effettivamente ripetersi nel 2016 per una seconda edizione.

Un altro progetto sul quale il Comites di Monaco di Baviera investirà le proprie risorse sarà quello per il rilancio dello sportello per i cittadini, strumento importantissimo di comunicazione con la comunità. Altri consiglieri presenteranno a breve altre commissioni e progetti. Daniela Di Benedetto

 

 

 

 

 

A Stoccarda il 28 novembre Convegno sulla coppie binazionali e Assemblea generale di ReteDonne

 

“Amori sconfinati: diritti acquisiti e diritti negati nei rapporti di coppia binazionali” è il tema del Convegno che avrà luogo sabato 28 novembre 2015 all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda (Kolbstraße 6). I lavori si terranno dalle ore 11,00 alle ore 17,00, seguirà l’Assemblea generale di ReteDonne e.V. dalle ore 17,00 alle ore 18,30

“Affronteremo insieme a voi ed alle relatrici – scrive l’organizzazione di ReteDonne - gli aspetti giuridici, socio-culturali e di comunicazione di questo importante tema, che per molte è stata la motivazione stessa al trasferimento all'estero. Parleremo delle difficoltà, ma anche delle opportunità e delle potenzialità dei legami interculturali“.

Il convegno intende anche fornire alcune linee guida nell'eventualità di una separazione fra coniugi di una coppia mista, al fine di rendere le donne maggiormente consapevoli dei propri diritti e delle figure professionali alle quali possono rivolgersi.

“Ringraziamo fin d'ora – scrivono ancora le organizzaatrici - tutte le referenti e le artiste che per questo convegno condividono con noi a titolo gratuito la loro esperienza e la loro competenza. Ringraziamo  l'Iniziativa Donne Stuttgart e.V. per il suo sostegno, in particolare la presidente dott.ssa Cristina Rizzotti, e l'Istituto Italiano di Cultura che ci ospita. Last but not least, ringraziamo il Console Generale d'Italia a Stoccarda Daniele Perico che interverrà in apertura”.

All'incontro seguirà l’assemblea generale di ReteDonne, alla quale sono invitate tutte le socie e benvenute le neo-iscritte. L'invito era stato già inviato per tempo.

La partecipazione al convegno è gratuita.

“Vi aspettiamo numerose, vogliamo conoscere la vostra storia – concludono le promotrici -. Coinvolgete più donne possibile, entusiasmate tutte quelle che conoscete e portatele con voi, perché al di là del programma di livello, lo scopo è il nostro contatto ed il nostro conoscerci. L'impegno di questi anni sta portando i suoi frutti e per questo vogliamo continuare a fornire oppurtunità di scambio ed incoraggiare le donne italiane a restare in contatto ed a creare sinergie di genere”.

De.it.press

 

 

 

 

Föndenberg. Il Comites di Dormund celebra il 60° dell’Anwerbevertrag tra Germania e Italia

 

Sabato 21 novembre alle 18.00 presso la Kulturschmiede di Föndenberg si celebrano i Sessant’anni dalla firma dell’accordo italo-tedesco del 1955 che regolamentava l'impiego dei lavoratori italiani per la ricostruzione della Germania. L’occasione per ricordare il grande contributo che gli italiani hanno portato a questo Paese.

 

Il 20 dicembre 2015 ricorre il 60° anniversario del Trattato fra la Repubblica Italiana e la Repubblica Federale di Germania per il reclutamento di manodopera italiana nella Repubblica Federale di Germania. Al momento della sigla con la Germania, l’Italia aveva già stipulato diversi trattati interstatali per l’esportazione di manodopera con paesi quali il Belgio, la Francia, la Cecoslovacchia, la Svizzera e la Gran Bretagna, sottoscritti tra il 1946 e il 1948. Per la Germania si trattava invece del primo accordo per l’importazione di manodopera. Negli anni a venire, la Repubblica Federale, prendendo a modello l’accordo bilaterale con l’Italia, siglò altri trattati analoghi con la Spagna e la Grecia nel 1960, con la Turchia nel 1961, con il Marocco nel 1963, con il Portogallo nel 1964, con la Tunisia nel 1965 e con la Jugoslavia nel 1968.

 

Nelle rispettive politiche migratorie, gli interessi di Italia e Germania furono complementari. L’obiettivo comune era quello di servirsi delle migrazioni come volano della ricostruzione e dello sviluppo economico.

 

Ma come e da chi sono state scritte pagine importanti di questi sessant’anni di storia italiana in Germania, ce lo racconta Federica Marzi nel suo libro IN TERRA STRANIERA, nato da una ricerca sfociata in una tesi di dottorato di italianistica italo-tedesco che ha visto impegnate le due università di Düsseldorf e di Trieste in una collaborazione scientifica a livello europeo con il compito di formare ricercatori di qualità e di offrire titoli spendibili in area nazionale e internazionale.

L’autrice ci racconta queste pagine percorrendo piste di lettura originali e inedite e offrendoci un quadro delle diverse fasi delle migrazioni italiane in Germania attraverso dei testi letterari.

 

Per valorizzare questa straordinaria ricerca socio-culturale di Federica Marzi e per tenere viva la memoria storica delle nostre collettività in Germania, il Comites di Dortmund in collaborazione con il Consolato e l’Istituto di Cultura organizza delle manifestazioni rivolte agli studenti di italianistica delle università di Bochum e di Münster e alla collettività italiana e tedesca della Vestfalia.

Insieme a Federica Marzi, che terrà delle relazioni, in italiano e in tedesco, sui sessant’anni di migrazione italiana in Germania e sui suoi risvolti in campo sociale e letterario, quattro autori italiani residenti in Germania: Franco Biondi, Gino Chiellino, Giuseppe Giambusso e Chiara de Manzini-Himmrich, fondatori della letteratura interculturale italiana in Germania, che leggeranno le loro opere. La manifestazione sará aperta dai saluti di Marilena Rossi, Presidente del Com.It.Es di Dortmund, Dr. Alfredo Casciello, Console di Dortmund e da Friedrich-Wilhelm Rebbe, Sindaco di Fröndenberg.

 

Tali iniziative vanno ad aggiungere un ulteriore tassello al processo di promozione culturale che già dal lontanissimo 1981 ad oggi ha visto il Consolato d’Italia a Dortmund, assieme al Coasit prima e al Comites poi, svolgere un ruolo straordinariamente unico in Germania. Ne sono testimoni le innumerevoli manifestazioni culturali realizzate nel tempo in tutto il territorio della Vestfalia e il sostegno alle pubblicazioni di ben quattro antologie letterarie storiche. 

Marilena Rossi, Presidente Com.It.Es Dortmund

 

 

 

 

Le prossime manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* martedì 24 novembre, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Nell'ambito della rassegna L'opera ritrovata"

Film "Il Signor Bruschino" (Rossini Opera Festival/Unitel Classica 2012, 96 min., versione originale con sottotitoli in tedesco) Opera di Gioachino Rossini

Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, Forum Italia e.V., UNITEL CLASSICA e Rossini Opera Festival

* martedì 24 novembre, ore 18:00, c/o Institut für Romanistik der Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg (Bismarckstr. 1, Erlangen)

"Das Italienische als musikalische Sprache" Elmar Schafroth (Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf ). Ingresso libero. Organizzatori: Institut für Romanistik der Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg, Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera e Forum Italia e.V.

 

* Dienstag, 24. November c/o Evangelische Stadtakademie (Herzog-Wilhelm-Str. 24, München) Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft. Es diskutieren:

o Ahmad Mansour, Diplom-Pshychologe, Programme Director bei der European Foundation for Democracy (Brüssel), freier Autor, wissenschaftlicher Mitarbeiter bei der Gesellschaft Demokratische Kultur (ZDK), Mitarbeiter bei der Beratungsstelle HAYAT, sowie Gruppenleiter beim HEROES-Projekt Berlin

o Dr. Juliane Wetzel, Historikerin, wiss. Mitarbeiterin des Zentrums für Antisemitismusforschung der TU Berlin

o Dr. Stefan Jakob Wimmer, Vorstandsmitglied im Münchner Forum für Islam e.V. (MFI), Fachreferent an der Orientabteilung der Bayerischen Staatsbibliothek, Mitgründer und 1. Vorsitzender der Freunde Abrahams e.V.

Moderation: Jutta Höcht-Stöhr, Leiterin Evangelische Stadtakademie

Aktuelle Ereignisse, wie die Attentate in Paris und Kopenhagen zu Beginn dieses Jahres, erwecken den Eindruck, dass hier ein muslimisches Problem besteht. Was aber ist über die Verbreitung antisemitischer Stereotype unter Muslimen tatsächlich bekannt? Lässt sich Antisemitismus im Kontext eines Einwanderungslandes wie Deutschland wirklich auf eine bestimmte Gruppe beschränken? Eintritt frei. Veranstalter: Landeshauptstadt München - der Oberbürgermeister Dieter Reiter, BayernForum der Friedrich-Ebert-Stiftung, Evangelische Stadtakademie München, MFI - Münchner Forum für Islam

 

* mercoledì 25 novembre, ore 16:00, c/o Institut für Romanistik der Universität Regensburg (Universitätsstr. 31, Regensburg) "Das Italienische als musikalische Sprache" Elmar Schafroth (Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf ). Ingresso libero. Organizzatori: Institut für Romanistik der Universität Regensburg, Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera e Forum Italia e.V.

 

* giovedì 26 novembre - mercoledì 2 dicembre, c/o Filmhaus Nürnberg (Königstr. 93, Nürnberg) Rassegna cinematografica "Cinema! Italia!". Film in programma:

o "I nostri ragazzi / Unsere Kinder". Regia: Ivano De Matteo, Italia 2014, 92 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Alessandro Gassmann, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova

o "Smetto quando voglio / Ich kann jederzeit aussteigen". Regia: Sydney Sibilia, Italia 2014, 100 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo

o "Buoni a nulla / Pechvögel". Regia: Gianni Di Gregorio, Italia 2014, 87 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Gianni Di Gregorio, Marco Mazzocca, Valentina Lodovini, Daniela Giordano

o "Torneranno i prati / Die Wiesen werden blühen". Regia: Ermanno Olmi, Italia 2014, 80 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti

o "La terra dei santi / Das Land der Heiligen". Regia: Fernando Muraca, Italia 2015, 89 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Valeria Solarino, Lorenza Indovina, Ninni Bruschetta, Daniela Marra

o "Che strano chiamarsi Federico / Federico - Scola erzählt Fellini". Regia: Ettore Scola, Italia 2013, 93 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Tommaso Lazotti, Maurizio De Santis, Giulio Forges Davanzati, Ernesto D'Argenio. Per informazioni generali: www.cinema-italia.net

Per il programma delle proiezioni a Nürnberg: www.filmhaus.nuernberg.de

Organizzatori: Made in Italy di Roma, Kairos Filmverleih Göttingen

 

* giovedì 26 novembre - mercoledì 2 dicembre, c/o Lichtspiel (Untere Königstr. 34, Bamberg) Rassegna cinematografica "Cinema! Italia!" Film in programma:

o "I nostri ragazzi / Unsere Kinder". Regia: Ivano De Matteo, Italia 2014, 92 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Alessandro Gassmann, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova

o "Smetto quando voglio / Ich kann jederzeit aussteigen". Regia: Sydney Sibilia, Italia 2014, 100 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo

o "Buoni a nulla / Pechvögel". Regia: Gianni Di Gregorio, Italia 2014, 87 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Gianni Di Gregorio, Marco Mazzocca, Valentina Lodovini, Daniela Giordano

o "Torneranno i prati / Die Wiesen werden blühen". Regia: Ermanno Olmi, Italia 2014, 80 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti

o "La terra dei santi / Das Land der Heiligen". Regia: Fernando Muraca, Italia 2015, 89 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Valeria Solarino, Lorenza Indovina, Ninni Bruschetta, Daniela Marra

o "Che strano chiamarsi Federico / Federico - Scola erzählt Fellini". Regia: Ettore Scola, Italia 2013, 93 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Attori: Tommaso Lazotti, Maurizio De Santis, Giulio Forges Davanzati, Ernesto D'Argenio . Per informazioni generali: www.cinema-italia.net

Per il programma delle proiezioni a Bamberg: www.lichtspielkino.de

Organizzatori: Made in Italy di Roma, Kairos Filmverleih Göttingen

 

* giovedì 26 novembre, ore 19:30, c/o Ristorante "Casa Mia" (Implerstr. 47, München) Incontro dell'Associazione Giuliani di Monaco di Baviera

Per informazioni: Tel.: 089/2712053 (Claudio Purhart)

Organizza: Associazione Giuliani di Monaco di Baviera

* giovedì 26 novembre, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "Die schwarzen Brüder" (Regia di Xavier Koller, drammatico, 2014, in deutscher Sprache). Introduce Giacomo Carloni

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* sabato 28 novembre, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Punto informativo e consulenza per i connazionali

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* sabato 28 novembre, ore 10:30-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A5, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano)

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 28 novembre, ore 17:00, c/o EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80, München) Festa del Cibo - A Regola d'Arte. Si degusteranno passaggi letterari e quadri illustri, si assaggeranno filmati e canzoni famose, si sorseggeranno tematiche sociali, ma soprattutto ci si abbufferà di divertimento con gag, spettacoli, la tombola, tanta musica ed un ricco buffet all'italiana

"Nell'ambito di questa festa vorremmo raccogliere le vostre migliori ricette da condividere tra tutti i partecipanti. Primi piatti, dolci, salse, bevande. Se siete fieri della vostra ricetta inedita, o volete condividere le ricette tradizionali della vostra famiglia o della vostra regione di provenienza, potete inviarle a festadelcibo.ricette@gmail.com". Ingresso libero. Organizza: rinascita e.V.

 

* sabato 28 novembre, ore 19:00-22:00, c/o Feinkost Valeri (Wasserburger Landstr. 2, Vaterstetten) "Weinprobe und Tagliere" Degustazione di vini e prodotti italiani. Serata con "Le delizie di Natale" (liquori e specialità natalizie)

Vino e tagliere: € 19,50 - solo vino: € 10,00. Organizza: Feinkost Valeri

 

* domenica 29 novembre, ore 9:30-19:00, c/o Bayerische Staatsbibliothek, Lesesaal für Musik, Karten und Bilder (Ludwigstr. 16, München)

in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri

Maratona dantesca: Lettura della "Divina Commedia" - Il Paradiso

1. blocco: ore 9.30-11 / 2. blocco: ore 11.30-13 / 3. blocco 3: ore 13.30-15 / 4. blocco: ore 15.30-17 / 5. blocco: ore 17.30-19 / intermezzi musicali

in lingua italiana e tedesca. Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Bayerische Staatsbibliothek, Institut für Italienische Philologie der LMU München e Lyrik Kabinett

 

* domenica 29 novembre, ore 15:00, c/o Feinkost Valeri (Wasserburger Landstr. 2, Vaterstetten) "Da dove viene la mortadella?" Una caccia al tesoro per bambini tra i prodotti tipici della gastronomia italiana. Ingresso libero. Si prega di riservare c/o: pomue@gmx.net. Organizza: Pomü (un ponte tra Prato e München) in collaborazione con Caritas München

 

* domenica 29 novembre, ore 16:00-20:00, c/o Gasteig, Vortragssaal der Bibliothek (Rosenheimerstr. 5, München) "A quarant'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, una riflessione sull'uomo e sull'opera". Ore 16:00: Pasolini scrittore e poeta. Ore 17:00: Pasolini intellettuale e provocatore. Ore 18:00: Pasolini cineaste. Segue: proiezione del film "Mamma Roma" (Italia, 1962, 109 Min., con Anna Magnani, Ettore Garofalo, Franco Citti, Silvana Corsini, Luisa Orioli, Paolo Volponi). Presentazioni in italiano e tedesco. Organizza: Circolo Cento Fiori e.V. Il programma completo è scaricabile all'indirizzo: http://www.centofiori.de/Downloads/CCF_Pasolini_Mamma_Roma.pdf

 

* domenica 29 novembre, ore 18:00, c/o Mund-Arte Centro Culturale (Ohmstr. 12, München - Eingang Kaulbachstr. 71A). Notte di poesia e prosa

presentata in italiano e tedsco da Rosanna Lanzillotti, con "Latte & limoni" (di Anna Maria dall'Olio) e "Fragile. Maneggiare con cura" (di Ester Cecere)

Organizza: Rosanna Lanzillotti (Libreria Farfalla e Rosaluna Recensioni)

 

 

 

 

Francoforte: Domenica 29 novembre l’elezione della Consulta degli stranieri (KAV)

 

Francoforte. “Come ben sapete il 29 novembre – scrive Luigi Brillante agli italiani di Francoforte - è la data delle elezioni della KAV, (Consulta degli stranieri a Francoforte). Da circa un mese stiamo lavorando per ottenere con la nostra lista „Wif“ - Wir in Frankfurt - un buon risultato.

 

Nel corso di questa campagna elettorale mi sono anche sentito dire:  “Ma perché ti impegni tanto per le elezioni della KAV, se poi comunque ti dimetti?” La risposta è molto semplice:

 

Se mi dimetto è per far entrare un altro candidato nella KAV in modo che siamo in più a lavorare, visto che io sono già consigliere comunale, poi è importantissimo dare anche il mio contributo affinché un numero alto di connazionali venga eletto in questo organismo. Io vedo questo sforzo come un contributo all’integrazione. Integrazione per me ha sempre significato equa partecipazione a tutti i livelli della vita sociale e quindi anche su quella politica.

 

La KAV è il Parlamento a Francoforte che salvaguarda il diritto dei cittadini di origine straniera. Noi siamo sottorappresentati anche in questo organo. Se invece siamo attivi politicamente a livello comunale possiamo migliorare di molto la nostra situazione ma soprattutto decidere anche noi sui ‘fatti’ di Francoforte.

 

Impegnarsi durante questa  campagna e elettorale e cercare di sensibilizzare un numero alto di concittadini italiani vuol dire favorire la partecipazione politica. Il nostro obiettivo è di riuscire ad  ottenere tre seggi nella KAV e due seggi alle prossime elezioni comunali di marzo.

 

Manca ancora una settimana alla data delle elezioni. Io ringrazio già da ora tutti quelli che finora hanno dato il loro contributo. Vi chiedo però un ultimo sforzo. Se ogni uno di noi in questa settimana riuscisse a convincere ancora qualche amico o conoscente  a partecipare al voto potremmo ottenere ancora qualche centinaio di consensi in più. Questo potrebbe essere determinante per conquistare  un ulteriore seggio.

 

Se avete bisogno ancora di altrei informazioni o volantini contattateci. Dopo le elezioni – conclude Brillante - ci incontreremo per discutere i risultati e per organizzare una manifestazione per ringraziare tutti i sostenitori”.

 

 

 

 

Come l’Ital Uil Germania cerca di impedire ulteriori tagli ai Patronati

 

La legge di Stabilità 2016 prevede, per il secondo anno consecutivo, un intervento drastico sul Fondo patronati con un taglio di 48 milioni di euro. Ital Uil Germania, per il secondo anno consecutivo, risponde con una campagna di comunicazione che è partita sui social pochi giorni fa ed ha come testimonial tre veri assistiti: perché il patronato siamo noi, come sottolinea la campagna e dietro a ogni pratica c’è il volto e la storia di una vita.

 

Ital Uil Germania anche quest’anno, in vista dei tagli che la legge di Stabilità 2016 ha previsto per il Fondo Patronati di ben 48 milioni di euro, risponde a suon di campagne sui social, invitando tutti a condividere @matteorenzi il messaggio. Un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica e il Governo sulla questione cittadini italiani all’estero e i loro diritti e per ribadire il ruolo di pubblica utilità svolto dai Patronati all’estero in questi anni. Sono stati individuati tre assistiti tipo che si sono prestati a fare da testimonial per una multi-soggetto che dice: i tagli al patronato sono tagli alle persone. Infatti ogni assistito ha la sua storia e il Patronato è parte di questa storia.

 

Gli italiani all’estero si rivolgono ai patronati per chiedere informazioni e consulenza su sicurezza sociale, previdenza, lavoro e mercato del lavoro, salute e sicurezza, diritto di famiglia e delle successioni. Sono persone della vecchia e nuova emigrazione, famiglie, giovani, donne, pensionati, nuovi italiani.

All’estero in particolare l’attività di patronato contempla anche i ruoli di segretariato sociale, offrendo non solo supporto nella difesa dei loro diritti previdenziali e assistenziali ma aiutandoli anche a mantenere e rafforzare il legame con il nostro Paese. I Patronati all’estero rappresentano una risorsa strategica anche in termini sociali e umani.

 

I patronati si occupano anche delle tante domande di pensione che partono dall’Italia a carico di stato estero. Solo un esempio del volume di lavoro che viene svolto in Germania. Secondo dati fornitici dall’Ente pensionistico tedesco, annualmente vengono inoltrate circa 30.000 domande di pensione dall’Italia, la Germania paga 1 miliardo di pensioni all’Italia, le domande di pensione in convenzione, di italiani in Germania sono circa 8.000. 

 

I Patronati all’estero sono mediatori di rapporti socio-culturali con il paese di accoglienza e le istituzioni italiane, svolgono un lavoro prezioso che contribuisce anche al buon funzionamento degli enti pubblici, di quelli previdenziali e assistenziali in Italia e all’estero.

Da alcuni anni è ricominciato un forte flusso migratorio verso la Germania e migliaia di nuovi emigrati italiani hanno attivato una pratica presso i Patronati, oltre alle tante altre persone che si rivolgono quotidianamente per una semplice informazione o per una consulenza sui servizi consolari che i consolati non sono più in grado di fornire in tempi brevi per la drastica riduzione della rete consolare. Se la manovra della legge di stabilità 2016 dovesse passare così com’è, le persone per ricevere questo tipo di assistenza dovranno rivolgersi a consulenti a pagamento essendo i Patronati l'unico welfare gratuito a favore dei cittadini italiani all’estero.

Marilena Rossi, Presidente Ital-Uil Germania

 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Via da Parigi? (19.11.15). Gli attentati di venerdì scorso hanno scosso la città. Ma nonostante la reazione dei parigini che hanno affollato strade, bar e ristoranti, la paura resta. E tra gli italiani si discute: andare via o restare?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/paris-italiener-102.html

 

Supermercati a punti (19.11.15)

Dilagano in Italia gli empori della solidarietà, dove la spesa si paga con una moneta virtuale. Un servizio antispreco, tra le altre cose, che avrebbe bisogno di una legge ad hoc.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/supermaerkte-100.html

 

La "sfoglina" Alessandra Spisni (19.11.15)

Alessandra Spisni è una bolognese doc che nel 1993 ha fondato la “Vecchia scuola bolognese”, dove si insegna l’arte della sfoglia ad allievi provenienti da tutto il mondo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tavola/spisni-102.html

 

Germania sicura, per ora (18.11.15). L’allarme allo stadio di Hannover apre alla polemica politica: il paese è pronto a prevenire attacchi terroristici?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/hannover-terror-100.html

 

I doveri della libertà (18.11.15). È il libro, ora pubblicato in Germania, che Emma Bonino presenta a Berlino. L'occasione per parlare con lei di profughi, radicali e incontri storici.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/emma-bonino-freiheit-verpflichtet-100.html

 

Fagagna (18.11.15). Fagagna è un borgo in provincia di Udine, di 6350 abitanti, che fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia. Il paese è di origine medievale ed era originariamente diviso in sette diverse borgate.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/scopri_l_italia/fagagna-100.html

 

Farci sopra una croce (18.11.15). È il nostro modo per dirci rassegnati alla perdita o alla rinuncia di qualcosa che si avrebbe diritto di avere o esigere.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/parole_in_liberta/farci-una-croce-sopra-sprichwort-100.html

 

Solidarietà dal mondo arabo (17.11.15). La solidarietà al cordoglio francese è arrivata anche dal mondo arabo, che, insieme, ha ricordato anche gli altri paesi bersaglio di atti terroristici nelle ultime settimane: Libano, Egitto e Russia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/paris-reaktionen-arabischen-welt-100.html

 

L'oro nero dell'Isis (17.11.15)

Il contrabbando di petrolio sarebbe una delle fonti di finanziamento dello Stato Islamico. Ma chi sono i compratori? E quali vie percorre il mercato illegale di greggio?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/oel-islamischer-staat-100.html

 

L'Italia col segno meno (17.11.15)

L'Italia con il segno "più": così il Governo pubblicizza la Legge di Stabilità ora in discussione. Ma le voci riguardanti gli italiani all'estero sono all'insegna del "meno".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/haushaltsgesetz-100.html

 

Le Grotte di Frasassi (17.11.15). Sono una meraviglia naturale nel cuore dell'Italia e una delle attrazioni più belle di tutta la penisola. La scoperta avvenne per caso.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/frasassi-100.html

 

Morte a Parigi (16.11.15). A due giorni dagli attentati che hanno ucciso 129 persone nel cuore di Parigi, la città torna a vivere. Il racconto di alcuni testimoni. Ma cosa sappiamo dell’Isis e quali sono i suoi obiettivi? L’analisi di Loretta Napoleoni.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/paris-anschlag-bataclan-100.html

 

Un odio senza fine (13.11.15)

È l'allarme della comunità ebraica di Milano dopo l'aggressione con un coltello ad un ebreo ortodosso. Si teme anche un'emulazione di quanto sta accadendo in Israele.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/antisemitischer-angriff-italien-102.html

 

Bobo a Berlino (13.11.15) - Sergio Staino autore del popolare personaggio satirico espone a Berlino 50 disegni che raccontano il suo amore per la città.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/cartoonist-sergio-staino-100.html

 

Cosa ne è stato del buco dell'ozono? (13.11.15)

Per anni in tutto il mondo si è parlato del buco dell'ozono. Adesso l'ozonosfera mostra segnali di ripresa, ma il problema è tutt'altro che superato.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/la_nostra_storia/ozonloch-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html RC/De.it.press RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Omaggio a Marcella Continanza per la sua nuova opera poetica “Solo le Muse cantano.”

 

Al “Grand Hotel La Medusa” ( Passeggiata Archeologica)di Castellammare di Stabia omaggio a Marcella Continanza per l’uscita della sua nuova opera poetica “Solo le Muse cantano.”

Grande Festa per la pubblicazione del nuovo libro di poesie di Marcella Continanza: “Solo le Muse cantano” (Zambon Edizioni) con prefazione del prof. e critico letterario Vincenzo Guarracino giovedì 26 novembre, ore 18, nella suggestiva e raffinata location “Grand Hotel La Medusa” (Passeggiata Archeologica)di Castellammare di Stabia.

Darà voce ai testi poetici  l’attrice Livia Imparato mentre gli interventi saranno tenuti da Pasquale Napolitano, Commissario dell’Azienda di Cura Soggiorno e Turismo e Osvaldo Conte, Funzionario.

Sponsorizzerà la serata l’Azienda di Cura Soggiorno e Turismo di Castellammare di Stabia.

Il Dr. Conte afferma che questo è un “doveroso omaggio” a Marcella Continanza che da anni promuove la lingua e la cultura italiana in Germania.  Tra le tante attività basta ricordare la “Mostra sul libro italiano per ragazzi”, la rassegna annuale “Donne e Poesia” dedicata alle italiane residenti in Germania che scrivono poesie in italiano, gli incontri culturali con scrittori, i dibattiti. E anche manifestazioni particolari che la Continanza ha dedicato alla Regione Campania come il premio “Matilde Serao” l’omaggio alla poesia di Eduardo de Filippo, svoltosi al Goethe Institut e il gemellaggio della Rassegna “Donne e Poesia”  con le poete campane.

Una Festa ora dedicata a lei e alla sua poesia. Una Festa a cui parteciperanno non solo le personalità e l’intellighentia stabiese ma gli amici di Marcella che, ancora una volta, le si stringeranno intorno.

Il libro è diviso in 4 sezioni: “Taccuino”, in cui l’autrice scava nel quotidiano e riserva alla poesia un ruolo civile che come scrive Vincenzo Guarracino sono “echi di bruniana memoria” con la capacità di cogliere il senso profondo dell’esistenza; la seconda sezione è riservata ai “Ritratti” che trascina il lettore in un vortice d’emozioni riuscendo a cristallizzare in parole uno stato d’animo ; la terza parte è “Le ultime poesie d’amore” dove come disse Emily DickinsonInizio modulo

 La vera poesia Fine modulo

“distilla un senso sorprendente da ordinari significati” e il linguaggio della Continanza è innovativo e originale; l’ultima sezione è dedicata alla sua amata terra, la Basilicata. Le parole hanno “memoria” e le sue radici entrano nei versi.

Sono previste altre presentazioni: a Vico Equense, il 27, ore 17, nella Sala Multimediale (Via San Ciro) con interventi del Maestro Ferdinando Ambrosino e della Prof.ssa-poeta Alessandra Dagostini; Il 28 a Potenza il giornalista di Rai 3, il dr Renato Cantore illustrerà il percorso poetico del libro e numerosi incontri sono già stati programmati anche in Germania. Fabiola De Martino, de.it.press 22

 

 

 

 

Volkswagen, dopo il Dieselgate taglia 1 mld di investimenti

 

Era dal 2009 che Wolfsburg non annunciava una stretta alle spese: negli anni della crisi ha raddoppiato gli investimenti. Le autorità Usa chiedono il piano per rimettere a norma le auto truccate: "Potrebbe dover ricomprare parte della flotta venduta"

 

Per fronteggiare gli enormi costi del Dieselgate, Volkswagen taglierà gli investimenti a un massimo di 12 miliardi per il 2016. Lo ha detto il ceo Matthias Mueller, in una dichiarazione rilasciata dopo il consiglio di sorveglianza. Si tratta di 1 miliardo in meno della media degli anni precedenti: era dallo scoppio della crisi nel 2009 che Vw non annunciava un taglio. Anzi, dal 2008 e fino ad oggi la casa tedesca ha raddoppiato gli investimenti annui.

 

"Tutto ciò che non è necessario sarà cancellato o rimandato", ha spiegato il numero uno della casa di Wolfsburg annunciando la stretta ai cordoni della borsa. Fino ad ora, la casa ha registrato un rosso trimestrale nel terzo periodo dell'anno ma per gli analisti i 6,7 miliardi accantonati rischiano di esser insufficienti per far fronte ai maxi-richiami e alle probabili spese legali. "Stiamo attraversando un periodo di incertezza e volatilità a cui ci stiamo preparando", ha aggiunto Mueller che ha rilevato: "Assegneremo con grande attenzione una scala di priorità a tutti gli investimenti e alle spese previste". Per allineare gli investimenti nella divisione auto all'attuale situazione a seguito del Dieselgate, Muller ha annunciato anche l'intenzione di aumentare le spese destinate alle tecnologie alternative di circa 100 milioni all'anno. "Non faremo l'errore di risparmiare sul nostro futuro - ha osservato l'ad - per questa ragione prevediamo di aumentare ulteriormente le spese per lo sviluppo di mobilità elettrica e digitalizzazione".

 

Prosegue intanto la vicenda negli Usa, dove tutto lo scandalo sulla manipolazione dei test sulle emissioni è partito. Si attende in giornata la presentazione alle autorità americane di un programma che delinei come la società intenda procedere per aggiustare il quasi mezzo milione di vetture vendute negli Stati Uniti e dotate del software per truccare i test. La questione è delicata perché le autorità devono stabilire le multe che la casa automobilistica tedesca dovrà pagare per lo scandalo scoppiato due mesi fa. Come ha fatto sapere un portavoce della Environmental protection agency (Epa), l'agenzia americana per la tutela ambientale che ha fatto emergere le violazioni, che duravano da anni, i rappresentanti di Volkswagen hanno avviato gli incontri con le Authority.

 

Non sono parole distensive quelle della numero uno del Californian Air Resources Board (Carb, l'agenzia governativa californiana per l' 'aria pulita') Mary Nichols: Volkswagen potrebbe dover ricomperare parte delle auto manipolate vendute, per riparare ai danni del dieselgate negli Usa. In un'intervista all'Handesblatt la Nichols dice: "Penso che sia almeno probabile che Volkswagen alla fine dovrà ricomprare parte della flotta dai proprietari". "Noi parliamo di tre generazioni di veicoli - spiega -. A quanto pare quella più giovane può essere riportata agli standard con un nuovo software.

La generazione di mezzo avrebbe bisogno anche di un nuovo componente hardware. Mentre la generazione più vecchia dovrebbe essere modificata e potenziata. Questo comporta una certa preoccupazione, perché in passato con una soluzione del genere abbiamo fatto esperienze negative". LR 20

 

 

 

 

 

“Qui non c’è lavoro”, la campagna di Berlino avvisa gli afghani che sognano la Germania

 

Cartelli anti profughi a Kabul ed Herat avvisano i potenziali migranti. E la Merkel studia respingimenti più facili – di Tonia Mastrobuoni

 

Berlino. «Sei sicuro di voler lasciare l’Afghanistan?». Grandi cartelli apparsi lo scorso fine settimana a Kabul, Herat e Mazar-E-Sharif, invitano gli afgani che sognano di scappare in Germania a pensarci due volte. La campagna promossa dal ministero degli Esteri tedesco - le scritte sono nelle due principali lingue locali, dari e pashtu - mira «a informare, non a spaventare» come ha sintetizzato un portavoce del ministero guidato da Frank Walter Steinmeier (Spd). L’obiettivo è scoraggiare gli afgani, come recitano i cartelli, «a vendere tutti i loro beni per pagare trafficanti di uomini criminali e mettere le loro vite a rischio». Lo scopo è anche convincerli a «non credere alle informazioni volutamente false che diffondono l’idea di una vita apparentemente semplice».  

 

Il messaggio di Berlino, dopo il numero crescente di afgani che negli ultimi mesi si sono messi in viaggio verso la Germania viene diffuso attraverso la rete, i social media, la radio tedesca Deutsche Welle che ha un canale in inglese, ma anche dall’ambasciata tedesca a Kabul, che lo sta veicolando attraverso interviste e colloqui off the record con i media locali e internazionali. Su rumorsaboutgermany.info si legge ad esempio che «non è vero che il governo dà lavoro ai profughi. Spesso ci mettono anni a trovarne uno». Oppure «non è vero che la Germania garantisce la cittadinanza immediata o un permesso di soggiorno illimitato immediati»: sono «informazioni false diffuse deliberatamente dai trafficanti di uomini». La pagina Facebook dell’ambasciata tedesca in Afghanistan ha superato i 100mila follower. 

 

Sullo sfondo della massiccia campagna di scoraggiamento nei confronti dei potenziali migranti afgani, il recente accordo raggiunto faticosamente da Angela Merkel con il suo governo, dopo la fronda di una fetta del suo partito per la sua politica delle “porte aperte” e il rifiuto di stabilire un limite agli arrivi. All’inizio di novembre il governo ha deciso una stretta proprio sui migranti in arrivo dall’Afghanistan. Il capo della Cdu/Csu al Bundestag, Volker Kauder, ha accennato a «zone di sicurezza» che potrebbero essere garantite lì per consentire respingimenti in quelle zone. 

 

L’idea di rispedire più facilmente gli afgani nel loro Paese contrasta tuttavia con l’idea che il governo stesso - o almeno il ministero degli Esteri - ha dell’Afghanistan. La minaccia islamica «si è drammaticamente accentuata» secondo una fonte citata da Spiegel online. Un rapporto del direttore del ministero di Steinmeier, Andreas Michaelis, illustrato di recente ai parlamentari conservatori, parla di una diffusione dei talebani «più forte che all’inizio dell’intervento Nato del 2001». La stessa ambasciata bolla come «alto» o «estremo» il pericolo di morte in un distretto afgano su due.  

 

Una questione delicata, insomma, che rischia anche di avere uno strascico politico. Le richieste espresse al telefono dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel, e dal capo della diplomazia Steinmeier al presidente Ashraf Ghani di riprendersi i migranti che non possono essere considerati rifugiati, è stata respinta. Agli Esteri stanno dunque riflettendo sull’opportunità di tagliare i fondi per lo sviluppo a Kabul. Ma intanto gli uomini di Steinmeier sono passati ai fatti, lanciando la campagna di scoraggiamento sui media e sui cartelli stradali direttamente in Afghanistan. Un precedente incoraggiante c’è: in alcuni Paesi dei Balcani come l’Albania, il ministero degli Interni tedesco aveva fatto una campagna simile nei mesi scorsi, ottenendo una flessione delle partenze per la Germania.  LS 17

 

 

 

 

 

La coscienza dell'Occidente

 

Dobbiamo essere consapevoli di ciò che siamo, solo così potremo difendere la nostra cultura e la nostra democrazia - di EZIO MAURO

 

L'uomo che esce di casa venerdì sera per andare allo stadio, in un ristorante o in un teatro non sa di essere braccato da altri uomini che in quel momento stanno stringendosi addosso una cintura di esplosivo, nascondono i fucili in una borsa, nell'altra i mitra e le bombe. Camminano per le strade della stessa città, la vittima inconsapevole e il carnefice che la cerca. Uno esercita la sua libertà nella serata che apre un week-end d'autunno, sapendo che la città dove vive è fatta per lavorare ma anche per il tempo libero, è organizzata con strade, piazze, bar, treni e stazioni per far incontrare la gente, ragazzi e ragazze, amici, richiamati fuori casa dagli appuntamenti di una grande metropoli, ma anche semplicemente dalla voglia di vivere, insieme con gli altri.

 

È esattamente questo spazio della civiltà europea, questo rito banale della vita quotidiana che diventa bersaglio del fanatismo jihadista. Un costume collettivo, un esercizio minore, quasi inconsapevole ma costante di libertà. Ci attaccano perché siamo liberi, nella nostra autonoma scelta di incontrarci al bar, correre ad un incontro, avere in tasca due biglietti per un concerto: ma anche di riunire i nostri Parlamenti, studiare e lavorare, pregare o non pregare, protestare e dire no, e attraverso questi gesti esercitare il nostro status di cittadini.

 

Preghiere, manifestazioni spontanee di solidarietà nelle piazze delle metropoli, fiori alle ambasciate francesi. Così il mondo si tinge di bianco, rosso e blu. E abbraccia simbolicamente la Francia, colpita il 13 novembre 2015 da attentati terroristici che hanno provocato la morte di almeno 129 persone

 

Cercando così di costruire per i nostri figli un futuro migliore del nostro presente. In questo, i terroristi islamici vedono qualcosa di grandioso e di terribile, la traduzione quotidiana della democrazia, la sua materialità, addirittura la sua capacità di farsi vita. Hanno ragione. Noi non ci accorgiamo nemmeno più degli spazi di autonomia e di libertà che la democrazia ha aperto nella nostra vita associata, diventando costume condiviso e accettato. La democrazia "minore", quella di cui ci nutriamo ogni giorno nello spazio a noi proprio, fuori dalle istituzioni, è infatti un insieme di garanzie reciproche che ci scambiamo mentre intrecciamo la nostra vita con le vite degli altri, è la forma quotidiana di regola civile che abbiamo dato alla nostra società vivendo, e per cui stiamo oggi morendo.

 

Nell'epoca in cui non c'è più quel "cuore dello Stato" che le Brigate Rosse cercavano uccidendo Aldo Moro (perché lo Stato nazionale non fronteggia gli urti della globalizzazione, e il potere vive altrove, nei flussi transnazionali della finanza e dell'informazione) gli jihadisti assassini confusamente sanno che qui è custodita l'anima universale che loro vogliono annientare, perché dà vita a ciò che hanno eletto come il loro nemico supremo e finale: la civiltà occidentale, culla, sede e testimonianza della democrazia dei diritti e della democrazia delle istituzioni. Questo è il bersaglio, perché questo è intollerabile, in quanto è l'ultimo universalismo superstite, dunque alternativo, l'unico modello di vita che resiste dopo la morte delle ideologie, e viene liberamente scelto ogni giorno da milioni di uomini e donne, riconfermato nei riti del venerdì sera, a Parigi come altrove. Se è così, non è da oggi che l'Europa è sotto attacco, e non lo è da sola. L'attacco è infatti a quella pratica e a quella testimonianza della democrazia che chiamiamo Occidente, e che tiene insieme in una comunità di destino Europa, Stati Uniti, Israele. Una pratica spesso infedele, ma costante; una testimonianza sovente bugiarda, tuttavia irriducibile e testarda. Per questo sono sempre stato convinto che dire "siamo tutti americani" dopo l'11 settembre fosse troppo facile, e troppo poco. Bisognava avere il coraggio di dire "siamo tutti occidentali", passando dalla compassione alla condivisione, con il peso della responsabilità che ne consegue, anche per reggere il carico della risposta indispensabile per garantire la sicurezza dei cittadini, fino all'uso della forza militare se necessaria: naturalmente nel rispetto del diritto e della legalità internazionale, perché le democrazie hanno il diritto di difendersi ma hanno il dovere di farlo restando se stesse.

 

Ecco perché siamo coinvolti dal 13 novembre: perché lo eravamo dall'11 settembre. L'orrore di Parigi ci interpella non perché la Francia è vicina a noi, ma perché ciò che gli jihadisti cercavano al Bataclan lo possono trovare identico nelle notti italiane, nelle abitudini dei nostri week-end, nei riti dei ragazzi, nell'uguale costume di autonomia e di libertà. Certo c'è uno specifico francese, i 1500 islamisti partiti a combattere abiurando la Republique, e cresciuti dell'84 per cento nell'ultimo anno. Ma l'assalto è al nostro modo di essere e di vivere, a quel credo comune che ci rende liberi e che parte dalle piccole regole di convivenza per arrivare alla regola istituzionale, alla Costituzione. Per questo, occorre una coscienza comune dell'Occidente per rispondere alla sfida. Sul piano dell'intelligence soprattutto, sul piano militare se è necessario. Ma prima ancora sul piano culturale. Se l'attacco è alla nostra cultura, dovremmo essere consapevoli che ha un valore, e dovremmo difenderla. La svalutazione quotidiana della democrazia che noi occidentali facciamo nei nostri discorsi e nella nostra pratica, è distruttiva. Il rifiuto di distinguere, la tentazione di fare di ogni erba un fascio, sono cedimenti culturali colpevoli. Il disimpegno da ogni cosa pubblica, la scelta di non partecipare e rimanere ai margini sembra un gesto di ribellione ma è solitudine repubblicana, perché mentre io dico allo Stato che non mi interessa, nemmeno io interesso allo Stato: se l'esercizio dei miei diritti è esclusivamente individuale e non si combina con gli altri, se l'uso della mia facoltà di cittadino è soltanto personale e non esce di casa, lo Stato può infatti ignorarmi, e ridurmi a numero isolato nei sondaggi. La democrazia ha bisogno del cittadino per essere in salute: ne ha tanto più bisogno quando è sotto attacco.

 

Non lontano dal Bataclan, gli imam pregano in ricordo delle vittime degli attentanti di venerdì 13 insieme ad alcuni esponenti della comunità ebraica tra i quali lo scrittore Marek Halter. I rappresentanti della delegazione hanno intonato insieme la Marsigliese. Tra i presenti anche Hassen Chalghoumi, presidente della Conferenza degli imam di Francia e imam di Drancy. "In tutte le religioni non si può uccidere in nome di Dio, vale per tutte le religioni - così Marek Halter - è per questo che siamo qui, per far vedere che la Francia non è solo una faccia, ma 67 milioni di facce e può restare unita''

 

Il patto di cittadinanza dovrà essere riformulato anche con l'Islam moderato che vive da noi, usufruisce delle nostre garanzie democratiche, usa le libertà di culto, di associazione e di espressione in cui noi crediamo per noi stessi e per gli altri: per queste ragioni e per quel che è accaduto oggi deve affermare pubblicamente la sua condanna dell'islamismo terroristico che trasforma una religione in ideologia di morte, deve dichiarare una scelta non equivoca per il quadro di valori e di regole della democrazia, separandosi per sempre dal terrore omicida.

 

Tutto questo è possibile, a patto di essere consapevoli della sfida e di ciò che noi siamo. I terroristi lo sanno, dovremmo saperlo anche noi. Nel vortice dell'asimmetria che abbiamo visto a Parigi - uomini armati in agguato contro uomini in pace - nonostante le nostre colpe storiche e le nostre infedeltà gli "innocenti" eravamo noi occidentali. Dobbiamo ricordarlo per non diventare come loro, cedendo all'intolleranza e all'irrazionale. Ma difendendo un modo di vivere che ha dato forma a una cultura, a una civiltà democratica, a città come Parigi, che per queste ragioni oggi è la vera capitale dell'Occidente. LR 16

 

 

 

 

 

Guerra al Califfato. Dopo Parigi, parlare di guerra può indurre in errore

 

La parola più usata è “guerra”. Ma siamo sicuri che si tratti della parola giusta? E comunque, cosa vogliamo dire, in realtà?

 

Di “guerra”, al terrore, parlammo anche dopo l’attacco di Al-Qaida, l’11 settembre 2001, tanto che gli alleati offrirono agli Stati Uniti la solidarietà dell’art.5 del Trattato di Washington, la mobilitazione della Nato.

 

Allora gli statunitensi preferirono seguire altre strade per condurre il loro attacco ad Al-Qaida e al governo dei talebani, in Afghanistan, che offriva ai terroristi rifugio ed aiuto. La Nato intervenne in quel paese solo più tardi, per condurre un processo di stabilizzazione e state-building che è ancora oggi in forse.

 

La Turchia ha chiesto la solidarietà della Nato, sulla base dell’art.5, contro gli attacchi terroristici, non solo dell’Isis e di Al-Qaida, ma anche, secondo Ankara, dei curdi del Pkk e, indirettamente, del governo di Bashar el Assad, in Siria. Gli alleati hanno espresso solidarietà, ma non hanno avviato una mobilitazione collettiva.

 

Nessuno ha ancora parlato ufficialmente dell’art.5 e della Nato per rispondere agli attacchi terroristici di Parigi, ma molte voci si sono levate per sostenere che la guerra all’Isis dovrebbe diventare compito della Nato. Non è chiaro se questa responsabilità della Alleanza dovrebbe estendersi solo all’Iraq, anche alla Siria e infine a tutti o ad alcuni degli altri territori controllati da affiliazioni dell’Isis come ad esempio in Libia, nel Sinai, in Yemen, in Nigeria o altrove.

 

Le due facce del terrorismo

Il problema ha due facce, una interna e una internazionale. Esse sono collegate, ma restano tra loro molto diverse ed autonome. Da un lato ci sono i terroristi che hanno colpito la Francia e che potranno domani colpire altri paesi, europei e non. Questi terroristi pongono un grosso problema di sicurezza interna, ma non una minaccia di tipo militare.

 

Essi sono ispirati dall’Isis, ma sono anche autonomi, e il loro reclutamento è in genere opera di predicatori e “cattivi maestri” insediati in Europa, anche se si nutrono dei proclami e degli slogan che circolano su Internet e che sono elaborati e diffusi dalla centrale propagandistica dell’Isis.

 

Con qualche forzatura, volendo restare nella logica della “guerra”, potremmo definirli una “quinta colonna”. La lotta contro di loro richiede un’intensa azione investigativa e di intelligence oltre ad una forte opera di contro-propaganda e di mobilitazione sociale, soprattutto all’interno delle comunità etniche e religiose d’origine.

 

Quadro delle alleanze adatte ai nostri fini

Dall’altro lato ci sono l’Isis e i territori controllati dalle sue bande e da quelle ad esso affiliate. In questi casi è necessario un intervento militare, per spezzarne l’iniziativa e per negare loro il controllo del territorio. Questo potrebbe anche divenire compito della Nato, ma solo a condizione che l’arrivo dell’Alleanza non complichi la condotta politico-strategica delle operazioni, invece di semplificarla (come certamente avverrebbe sul piano meramente operativo e tattico).

 

In altri termini, bisogna valutare qual è il quadro delle alleanze che riteniamo più adatto ai nostri fini e, su questa base, decidere anche del ruolo e delle responsabilità della Nato.

 

Così, ad esempio, quali saranno i nostri alleati regionali? Ce ne sono molti, forse troppi, dalla Turchia all’Iran, dall’Arabia Saudita ad Israele, dall’Egitto alla Russia, oltre ai curdi (di varia estrazione e fede politica), al governo di Baghdad e alle tante fazioni siriane. Molti di essi sono tra loro incompatibili ed ognuno ha le sue priorità e i suoi obiettivi, diversi l’uno dall’altro, e spesso dai nostri.

 

È chiaro come sia necessario esercitare una dura pressione militare sull’Isis annullando la sua attuale immagine “vincente” - che alimenta il suo reclutamento internazionale - e distruggendo quanto più possibile delle sue capacità militari, finanziarie e propagandistiche.

 

Tuttavia è chiaro che questo potrà avere successo solo assicurando un realistico e stabile controllo dei territori che verranno man mano “liberati”: cacciarlo da quei territori è il primo passo necessario, impedirgli di ritornare è il secondo, ed è qui che diventa determinante la scelta degli alleati, visto che nessuno pensa di rimettere in piedi un sistema coloniale.

 

Parlare di “guerra” può dare idee semplicistiche e sbagliate. Così, ad esempio, c’è chi pensa che un eventuale intervento alleato in Siria ed Iraq potrebbe essere analogo all’intervento alleato in Germania durante la II Guerra Mondiale, terminato con la suddivisione della Germania in territori affidati alla responsabilità primaria di una delle potenze vincitrici, che ha rapidamente portato alla creazione delle due Germanie, quella democratica occidentale e quella comunista orientale e, dopo il crollo del muro di Berlino e del blocco comunista, alla loro finale riunificazione.

 

Lotta al brigantaggio, non guerra

In questa ipotesi si procederebbe (un po’ come è avvenuto per l’ex-federazione jugoslava) ad affidare porzioni di territorio all’autogoverno delle fazioni o delle etnie dominanti in quell’area al termine delle operazioni militari, magari sotto il controllo tutelare delle Nazioni Unite o degli alleati.

 

Questa situazione è però molto diversa da quelle, e stiamo vedendo anche in Europa i problemi che la crescente frammentazione di stati nazionali, dal Regno Unito alla Spagna, rischia di porre. Moltiplichiamoli per cento e vediamo che cosa potrebbe accadere in tutto il Medio Oriente ed in Africa. Chi pensa di poter governare un simile processo?

 

Ed infine, veramente vogliamo regalare a questi terroristi e a queste bande di assassini sanguinari, che non rispettano né le leggi di guerra né gli stessi precetti umanitari della loro religione, la dignità di definirli come un nemico legittimo?

 

Dobbiamo forse inviare una formale dichiarazione di guerra all’Isis, o non dobbiamo piuttosto condurre una muscolosa e decisa operazione di polizia internazionale per mettere fine al controllo su estesi territori da parte di bande di briganti?

 

Questa è lotta al brigantaggio, non guerra.

Stefano Silvestri, direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI. AffInt 16

 

 

 

 

 

Da Mostefai a Abdeslam, ecco l'identikit del commando di Parigi

 

Con le ore si fa sempre più chiaro l'identikit del commando di terroristi che hanno messo a segno venerdì sera i devastanti attentati di Parigi, costati la vita ad almeno 129 persone. Al momento sono stati identificati cinque dei sette kamikaze che si sono fatti esplodere o sono stati uccisi dagli agenti di sicurezza francesi.

Il primo è Omar Ismail Mostefai, 29enne morto nell'attacco al Bataclan, identificato grazie alle impronte digitali rinvenute sul dito indice, unica porzione del suo corpo rimasta intatta dopo l'esplosione della cintura che portava addosso. Era nato nella periferia di Parigi e risiedeva a Chartres. Aveva alle spalle otto condanne per piccoli reati ed era schedato per la sua vicinanza ad ambienti dell'Islam radicale.

Sempre al Bataclan, si è fatto saltare in aria Samy Amimour, 28 anni, cittadino francese nato in un sobborgo di Parigi. Era stato posto sotto controllo giudiziario nel 2012 per i suoi legami con gruppi terroristici e in relazione a un fallito tentativo di recarsi in Yemen. Era ricercato dal 2013, per aver violato i termini del controllo giudiziario e nei suoi confronti era stato emesso un mandato di cattura internazionale. Due anni fa, secondo quanto affermato dalla sua famiglia, era andato in Siria dove si era sposato. Tre familiari sono stati presi in custodia dalla polizia.

Corrispondono invece ad Ahmad Al Mohammad, 25 anni, le impronte di uno dei kamikaze che si sono fatti esplodere vicino allo Stade de France. Nato il 10 settembre 1990 in Siria, nella città di Idlib, l'uomo era stato registrato dalle autorità greche dopo il suo arrivo con i migranti sull'isola di Lero nel mese di ottobre del 2015. Sarebbe suo il passaporto siriano ritrovato nel luogo dell'attentato.

Morto allo Stade de France anche Bilal Hadfi, 20 anni, cittadino francese e residente in Belgio. Secondo alcune informazioni riferite dalla stampa, ha trascorso molto tempo in Siria, dopo aver aderito al gruppo estremista dello Stato Islamico.

C'è poi Ibrahim o Brahim Abdeslam, identificato dagli inquirenti come l'uomo che si è fatto saltare in aria all'interno del caffè Comptoir Voltaire. Il 31enne, che aveva vissuto nel quartiere di Molenbeek, alla periferia di Bruxelles, è uno dei tre fratelli che si ritiene siano coinvolti nelle stragi: Mohamed Abdeslam, arrestato sabato in Belgio e poi rilasciato, e il 26enne Salah Abdeslam, francese nato a Bruxelles, sfuggito clamorosamente a un controllo alla frontiera franco-belga alle 8 del mattino di sabato. Il giovane è stato identificato dagli inquirenti come l'uomo che ha noleggiato la macchina utilizzata dai terroristi nell'attacco al Bataclan.

Secondo quanto racconta il quotidiano belga la Derniere Heure, Salah era un amico d'infanzia di Abdelhamid Abaaoud, il capo della 'Cellula di Verviers', neutralizzata dalle forze speciali della polizia belga a gennaio, e considerato il cervello degli attentati di Parigi. Cittadino belga di origine marocchina il 28enne è andato a combattere in Siria ed è tristemente famoso per un video registrato nel 2014 in cui guida un'automobile che trascina dietro alcuni corpi mutilati.

Gli inquirenti pensano che il commando che ha agito presso lo Stade de France, il teatro Bataclan e nei ristoranti di Xéme e Xiéme arrondissement possa essere composto da una ventina di persone, si cercano quindi gli altri fiancheggiatori. Adnkronos 16

 

 

 

 

La strage degli innocenti. Vecchio Continente in vendita

 

Volevamo attendere che i pensieri si fossero raffreddati, per ragionare non soltanto spinti dall’ira, dalla tristezza, dall’orrore di quanto accaduto venerdì 13 novembre nelle strade parigine; ma siamo oramai certi che oramai non è dato agli uomini civili di passare sopra le cose, di voler dimenticare, di distrarsi un attimo, perché proprio quel momento può diventare fatale, per mano delle menti assassine dell’autoproclamato stato NazIsis.

 

Alcuni hanno sorriso quando “L’ideale” ha iniziato a chiamare in questo modo coloro che perpetravano cruenti assassinii per conto di Abu Bakr al-Baghdadi. I primi ad essere trucidati nel teatro Bataclan sono stati gli invalidi, mentre a gennaio è stato colpito un supermarket kosher e nel 2012 una scuola ebraica di Tolosa. Mancano solo i locali gay, i Testimoni di Geova ed i popoli nomadi per esaudire i sogni di Hitler e del Gran Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini (ndr_zio di Arafat).

L’errore dei servizi è essenzialmente quello di non aver effettuato arresti preventivi, visto che tra Francia e Belgio (ma mentre scriviamo un responsabile degli attacchi viene anche ricercato in Italia) alcune ricerche hanno dato subito degli esiti positivi, segno che si era a conoscenza di raggruppamenti estremistici.

Il grande errore viene compiuto quotidianamente dalle diplomazie e dalle politiche europee. Con un sorriso degno della Mogherini, l’Unione Europea vara una nuova etichetta per alcuni prodotti israeliani che verrebbero fatti negli “insediamenti”. Non è certo questo il modo di valutare la pace, se non altro perché se non ci fossero le industrie israeliane, molti arabi sarebbero senza lavoro. Dovrebbero agiree affinché gli stati arabi moderati (se effettivamente ve ne sono) riconoscano Israele.

Alcuni politici europei vorrebbero convincerci che il pianto per le vittime non sia iniziato a Parigi, ma a Beirut, dove i NazIsis hanno attentato alla roccaforte del movimento sciita di Hezbollah, per intenderci il “Partito di Dio” cui leader sfilarono con D’Alema nel 2006. Ci dispiace per i morti innocenti ovviamente, ma va ricordato che gli Hezbollah sono, per gli Americani e non solo, un movimento terroristico. Qualora avessero avuto le stesse armi, negli italiani anni ’70 l’attentato avrebbe avuto come antagonisti Ordine Nero e le Brigate Rosse, di cui molti esponenti si allenavano con la tedesca Baader Meinhof, negli stessi “campi profughi” sorti quasi 50 anni fa. Vengono così definiti alcuni quartieri libanesi, sorti dal 1967 ed abitati principalmente da arabi palestinesi: guarda caso questi “campi profughi” non hanno le fogne come in altre parti della stessa città, alle quali però è stato dato un nome solo perché non abitate dalla stessa tribù. Dal 1967 si preferiscono i missili e le armi alla costruzione di fognature, eppure gli europei, spesso per non subire attentati, di quattrini ne hanno elargiti proprio tanti.

Il “Partito di Dio”, viene in queste ore inquadrato come povera vittima dello “Stato Islamico”. Intanto gli altri eroi di “Hamas”, ne approfittano per riarmarsi ulteriormente, mentre i loro fratelli della Cisgiordania,

per intenderci quelli del cittadino napoletano ad honorem Abu Mazen (Vd. De Magistris), si allenano nell’Intifada dei coltelli, in Israele ed a Milano.

Il pianto per le vittime del terrorismo islamico non è iniziato a Beirut, ma in Israele nel 1948. Le guerre per l’allah sciita, sunnita, curdo, salafita, in comune hanno solo l’antisemitismo ed in parte l’anticristianesimo. La politica occidentale non può nascondersi dietro alle famose tre scimmiette giapponesi.

L’Europa dovrebbe ascoltare chi ha già patito, invece di assecondare movimenti filo terroristici in nome del petrolio e delle vendite di armi. La strage degli innocenti ha varcato la frontiera ed è entrata prepotentemente in Europa, anzi nella Fallaciana Eurabia, dove prima di attaccare con le armi, il mondo arabo compra il continente e dove invece di far opera di prevenzione, il mondo europeo preferisce vendere la propria storia e la sua cultura.

Alan David Baumann, dip 17

 

 

 

 

Il diritto internazionale e l’intervento contro l’Isis

 

Come rispondere all’attacco terrorista di Parigi? Le soluzioni prefigurate da esperti e politici sono molteplici e spesso confuse. Il Presidente francese François Hollande ha qualificato l’attacco come un “atto di guerra” e taluni considerano imminente una risposta militare.

 

Da parte di chi? Della sola Francia, peraltro già impegnata insieme agli alleati in bombardamenti aerei in Siria? Da parte di una “coalizione di volenterosi”, che farebbe registrare un salto di qualità alle operazioni militari già in atto? Da parte della Nato, mediante l’attivazione dell’art. 5 del Trattato? Per non parlare dell’Unione europea che, tuttavia, con i mezzi a disposizione non può andare oltre ad una politica assertiva e declamatoria.

 

Lasciamo ad altri l’esame dell’opportunità “politica” di un’azione militare e concentriamoci invece sulla sua legalità dal punto di vista del diritto internazionale.

 

I bombardamenti in corso contro l’Isis

Le attuali azioni militari degli Stati Uniti, della Francia e di altri Stati impegnati contro l’Isis in Iraq trovano la loro fonte di legittimità nella richiesta di intervento formulata dal governo iracheno, alle prese con una entità insurrezionale, che combatte con metodi terroristici, stanziata in buona parte del suo territorio.

 

Ma i bombardamenti avvengono anche contro le postazioni in Siria, dove l’Isis esercita un controllo territoriale. In Siria, se si prescinde dalla Russia, le cui azioni militari sono legittimate dalla richiesta di Bashar Al-Assad, il fondamento dei bombardamenti occidentali sta nella legittima difesa collettiva esercitata a favore del governo iracheno.

 

Poiché gli attacchi provengono dal territorio siriano, l’Iraq è autorizzato ad agire a titolo di legittima difesa individuale e a chiedere il soccorso di altri Stati, che agiranno a titolo di legittima difesa collettiva. Il fondamento è l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite (NU) che consente la legittima difesa individuale e collettiva in caso di attacco armato.

 

Ormai è consolidata la tesi, quantunque contestata da qualche autore, secondo cui l’attacco armato che dà diritto a reagire in legittima difesa possa provenire non solo da uno stato, ma anche da un attore non statale. In questa categoria si colloca infatti l’Isis, quantunque pretenda di chiamarsi “stato”.

 

L’attacco alla Francia e l’art. 5 della Nato

Ove venisse confermata la paternità dell'Isis per la strage di Parigi, l’attacco alla Francia rivendicato dall’Isis cambierebbe completamente lo scenario. La Francia, avendo subito un attacco armato diretto, può agire autonomamente in legittima difesa ex art. 51 della Carta delle N U.

 

La Francia, in quanto membro della Nato, potrebbe invocare anche l’art. 5 del relativo trattato, per cui un attacco contro uno stato membro è da considerare come un attacco contro tutti i membri, che hanno l’obbligo di prestare l’assistenza militare che giudicheranno necessaria.

 

In altri termini, gli alleati dovranno assistere lo stato attaccato invocando l’esercizio della legittima difesa collettiva. È da ricordare che l’art. 5 è stato attuato solo una volta in occasione dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono nel 2001 proprio in occasione di un attacco proveniente da un’organizzazione terroristica: Al-Qaida.

 

Si badi bene che la reazione in legittima difesa non deve essere autorizzata da nessuno e tantomeno dalle Nazioni Unite. Il dispositivo dell’art. 51 è chiaro. L’azione militare dovrà terminare solo quando il Consiglio di Sicurezza delle NU avrà preso tutte le misure necessarie per ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Disposizione che, a causa dell’impotenza militare del Consiglio, si è rivelata difficilmente attuabile. L’intervento militare in legittima difesa è assoggettato ai requisiti della necessità e della proporzionalità.

 

Sul primo requisito non occorre spendere molte parole. La necessità è di palmare evidenza e tra l’altro l’intervento dovrebbe servire a scongiurare futuri attacchi. Quanto al secondo, non credo che esso dovrebbe limitare l’azione bellica, ma potrebbe comportare la completa distruzione dell’Isis e la sua estinzione come entità non statale, nel rispetto, ovviamente, delle regole del diritto internazionale bellico.

 

Il ruolo dell’Italia

E l’Italia? I tentennamenti e le giravolte le abbiamo già viste in occasione della decisione (non presa) di un intervento militare contro le postazioni dell’Isis in Iraq, che non si limitasse a mere azioni di ricognizione.

 

L’attacco di Parigi e l’eventuale azione collettiva della Nato cambiano i termini del problema. In questo caso, l’art. 5 del Patto ci obbliga a dare tutta l’assistenza che lo stato italiano giudicherà necessaria. Il che significa che non c’è nessun obbligo di intervento militare automatico, secondo un’interpretazione consolidata dell’art. 5 e l’Italia, per assolvere gli obblighi, potrebbe limitarsi al solo supporto logistico, senza un sostanziale mutamento della linea fin qui seguita.

 

Al solito la scelta è di natura politica. Qualora, tuttavia, si decidesse d’intervenire militarmente l’art. 11 della Costituzione non sarebbe d’ostacolo poiché la disposizione condanna la guerra d’aggressione, ma consente l’intervento in legittima difesa individuale e collettiva, che è un diritto connaturato con l’esistenza stessa dello stato.

Natalino Ronzitti, professore e Consigliere scientifico dello IAI. AffInt 16

 

 

 

 

 

Gli attentati a Parigi e le colpe di Assad (l’alleato)

 

Sarà dura dover abbassare lo sguardo ogni volta che qualcuno ci rinfaccerà le due o trecentomila uccisioni volute dal leader siriano. . Ma, se vogliamo che la guerra contro l’Isis sia efficace, è giunto il momento di accantonare (temporaneamente) questi ricordi - di Paolo Mieli

 

Come possiamo misurare se questa volta si sta davvero dando vita ad una coalizione capace di combattere il terrorismo islamico? Dall’impegno a dirci coraggiosamente alcune verità connesse a tale scelta. E a farlo nei modi più diretti, espliciti. Iniziando dalla prima (che non è nemmeno detto sia la più terribile): se è vero che Stati Uniti e Russia - e noi con loro - hanno deciso di rinviare ad un «secondo tempo» la deposizione di Assad, dovremo imparare

ad obbedire in materia siriana ad una sorta di «legge dell’oblio». Quantomeno di un oblio momentaneo. La legge di cui stiamo parlando è quella che si autoimposero gli antifascisti italiani che tra il 1943 e l’inizio del 1944 avrebbero voluto liberarsi di Vittorio Emanuele III e del maresciallo Pietro Badoglio, ma dovettero cambiare proposito. Sbarcò in Italia Palmiro Togliatti che, su un saggio impulso di Stalin, suggerì il rinvio della questione istituzionale a un tempo successivo alla fine della guerra. Fu così che le due resistenze, quella vera e propria e quella sabauda, dimenticarono i motivi di ostilità e poterono combattere gomito a gomito. I conti li avrebbero fatti, ordinatamente, un anno dopo la conclusione del conflitto.

La situazione di adesso è ovviamente diversa ma c’è qualcosa di simile.

Veniamo, perciò, alle conseguenze sgradevoli della decisione di posticipare la questione Assad. La prima comporta l’abbandono al loro destino dei ribelli anti-Assad, quei «fantasmi» (la definizione è del ministro degli Esteri russo) sui quali Barack Obama aveva investito cinquecento milioni di dollari, ricevendone una delusione tale che già un mese fa era stata sospesa la generosa politica di aiuti. Dobbiamo poi iniziare a dimenticare (temporaneamente) come tutto ha avuto inizio: le manifestazioni di Damasco del marzo 2011, allorché gli uomini di Assad chiusero i manifestanti dentro le moschee per poi lasciarli uscire a piccoli gruppi, farli prendere a sassate e legnate da militanti baathisti e provocare in questo modo 180 morti nel giro di una decina di giorni. Dovremmo dimenticare (temporaneamente) che a novembre di quello stesso anno la Lega araba votò al Cairo una dura reprimenda contro la Siria anche in conseguenza del fatto che proprio in quei giorni, secondo un rapporto della Commissione di inchiesta indipendente dell’Onu, le forze di Assad avevano ucciso una quantità impressionante di oppositori tra i quali «almeno 256 bambini».

Nel febbraio successivo, più di ottanta persone furono trucidate a Homs. Persero successivamente la vita, per mano di uomini di Assad, un fotografo francese e l’americana (inglese d’adozione) Marie Colvin del Sunday Times. Da quel momento iniziò una vera e propria mattanza. Dobbiamo poi (temporaneamente) dimenticare la nuova strage di bambini che si consumò il 25 maggio del 2012 a Hula, definita «una tragedia brutale» dall’inviato Onu Robert Mood. E premere sulla Turchia perché affidi (momentaneamente) al dimenticatoio l’abbattimento, un mese dopo, del suo caccia F-4. Dobbiamo non pensare più alla diserzione, in luglio, del generale Manaf Tlass figlio di quel Mustafa Tlass che era stato braccio destro del padre di Assad, Hafez, nonché organizzatore del massacro di Hama del 1982. Ci sembrò che l’abbandono dell’ultimo erede di quella dinastia di sterminatori segnasse l’inizio della fine per l’autocrate siriano. Bene: quella sensazione di sollievo possiamo dimenticarcela definitivamente. Temporaneo dovrebbe essere invece l’oblio per quel che l’aviazione di Damasco iniziò a fare il 15 dicembre del 2012, bombardando il campo profughi palestinesi di Yarmuk; un missile centrò la moschea Abdel Qader Husseini provocando una strage nell’indifferenza di opinioni pubbliche occidentali in altre circostanze ben più vigili sulle sorti di quello stesso popolo. Dobbiamo (temporaneamente) dimenticare che l’anno successivo Assad cominciò a usare armi chimiche e che gli Stati Uniti, pur avendo annunciato che quella sarebbe stata l’invalicabile «linea rossa» prima di un loro intervento, non ritennero di reagire. Eravamo nell’estate del 2013 e a metà settembre Ban Ki-moon sostenne che Assad aveva commesso «crimini contro l’umanità» annunciando che ci sarebbe stato «un processo per accertare le sue responsabilità» quando tutto fosse finito. Di questo, magari, ricordiamocene al momento opportuno. Evitiamo invece (temporaneamente) di andare con la memoria alla vicenda di quel chirurgo trentaduenne, Abbas Khan, cittadino inglese, che fu fatto prigioniero dalla polizia siriana, tenuto in carcere tredici mesi finché quando, su pressione del Foreign Office, il regime ne annunciò la liberazione, i secondini comunicarono che si era suicidato in cella.

Certo, sarà dura dover abbassare lo sguardo ogni volta che qualcuno ci rinfaccerà le due o trecentomila uccisioni volute da Assad. Ma, se vogliamo che la guerra contro l’Isis sia efficace, è giunto il momento di accantonare (temporaneamente) questi ricordi. E di farlo a testa alta, senza infingimenti, ammettendolo apertamente. Tanto più che, probabilmente, questo non sarà neanche il peggiore dei compromessi che ci verranno chiesti. Del resto sarebbe da sciocchi pensare che si possa partecipare ad un’impresa così ambiziosa senza essere costretti a pagare un prezzo. Limitiamoci, per il momento, ad evitare gli eccessi indotti dal realismo politico, a non inoltrarci per sentieri che potrebbero condurci alla beatificazione del despota di Damasco. Il poeta ottantacinquenne Ali Ahmad Said, in arte Adonis, in un’intervista al quotidiano di Beirut As-Safir ha testé sostenuto che Assad non è affatto un dittatore sanguinario, che è stato democraticamente eletto, che i profughi sono semplici migranti e che la Siria è minacciata da un complotto internazionale di forze oscure che vogliono distruggerla. Non sappiamo se sia anche in omaggio a queste sue dichiarazioni che tra qualche giorno la città tedesca di Osnabrück gli assegnerà il premio per la pace intitolato a Erich-Maria Remarque. Ma, con tutto il rispetto per quel poeta, forse sarebbe saggio non dare eccessiva enfasi a quella cerimonia. CdS 19

 

 

 

 

 

Usa 2016. Repubblicani, è derby della Florida

 

A un anno dall’Election Day, l’8 novembre 2016, la partita per la nomination repubblicana sta diventando un “derby della Florida” tra l’ex governatore Jeb Bush e il senatore Marco Rubio: una partita aperta tra mentore e discepolo, dove l’allievo appare oggi favorito sul maestro.

 

Nei sondaggi, sono per ora nettamente avanti Ben Carson, neuro-chirurgo nero convinto che le piramidi non siano tombe di faraoni, ma depositi di grano fatti costruire da Giuseppe, e Donald Trump, magnate dell’immobiliare che accusa la Federal Reserve di essere in combutta con la Casa Bianca.

 

Verso le primarie

Ma è opinione diffusa che i due campioni dell’anti-politica usciranno di scena: entrambi sono già furiosi con i media, che ne mettono a nudo contraddizioni - uomo di scienza e di fede il primo, che non crede all’evoluzione - ed esagerazioni - lo showman, Trump, che si mette contro tutti, donne, ‘latinos’, giornalisti.

 

E quando si cominceranno a contare i delegati alle convention, con le assemblee nello Iowa il 1° febbraio 2015 e le primarie nel New Hampshire il 9 febbraio, verranno avanti i candidati politicamente più strutturati e che hanno l’appoggio dell’establishment del partito.

 

Ed è proprio qui che si gioca il duello tra l’ex governatore e il senatore. Fino a ora, Jeb Bush, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti, era considerato l’uomo dell’apparato del partito, nel folto gruppo di aspiranti alla nomination repubblicana.

 

Ma Jeb è stato finora deludente: non mostra grinta e non ha vinto nessuno dei tre dibattiti televisivi già svoltisi, anzi è sempre andato male; e nei sondaggi naviga costantemente sotto il 10%, dietro non solo Carson e Trump, ma pure Rubio e Ted Cruz, senatore del Texas, il candidato preferito dal Tea Party. Sta al quinto posto, più o meno alla pari con Carly Fiorina, l’unica donna, ex ceo di Hp, che ha fiammate nei dibattiti e poi sparisce dai radar.

 

Alla conquista dei voti dei latinos

Di qui alle primarie, la strada è ancora lunga, ma c’è la sensazione che la corsa repubblicana, l’unica incerta - fra i democratici, Hillary Clinton non ha praticamente rivali - possa essere a una svolta decisiva: Rubio, infatti, ha innestato la quarta e messo la freccia per superare Bush come ‘candidato dell’establishment’. Secondo un rilevamento della Monmouth University, nel New Hampshire il senatore ha triplicato i consensi in poche settimane.

 

Rubio è pure insidioso per Bush sul fronte dei finanziamenti, dove l’ex governatore è finora il più forte, e ha appena ottenuto il sostegno di Paul Singer, il principale donatore repubblicano.

 

Di Jeb, si sa più o meno tutto: 62 anni, sposato con Columbia, di origini messicane, il potenziale Bush III punta sul sostegno dell’apparato e sul voto dei ‘latinos’. Proprio come fa Rubio, che è di origini cubane: nato a Miami da genitori emigrati dall’isola, 44 anni - è il più giovane fra gli aspiranti alla nomination -, avvocato, sposato, quattro figli. Eletto deputato dello Stato, a 35 anni era presidente del Parlamento di Tallahassee. Nel 2010, puntò a divenire senatore e vinse in rimonta con largo margine, grazie anche all’appoggio di Jeb.

 

Il rapporto tra i due è ormai teso. Nell’ultimo dibattito, l’ex governatore l’ha chiamato in causa su più temi; il senatore ha replicato: “Non è attaccando me che vincerai. Non sono in gara contro di te o altri, qui. Io corro per la presidenza perché non possiamo eleggere Hillary per continuare le politiche di Obama”.

 

Rischio “scontrino-gate”

Per Rubio, però, il cammino non sarà in discesa. Intanto, si profila il rischio d’una sorta di ‘scontrino-gate’ della Florida: il senatore si appresta a pubblicare gli estratti conto della carta di credito affidatagli dal partito tra il febbraio 2005 e il novembre 2008, dopo che suoi rivali hanno ripetutamente puntato il dito su alcune spese sospette.

 

Rubio avrebbe usato l'American Express del partito repubblicano per spese personali: voli aerei, riunioni di famiglia, lavori in casa. Accuse che il senatore ha sempre respinto, affermando d’avere regolarmente rimborsato il partito.

 

Del resto, c’era da aspettarselo che Rubio finisse sotto la lente d’ingrandimento della stampa, man mano che le sue chances di ottenere la nomination repubblicana crescevano.

 

E c’è chi avverte che, contro di lui, potrebbero scattare pratiche di denigrazione personale rivelatesi efficaci in passato, come quando, nel 2004, George W. Bush, un imboscato del Vietnam, riuscì a mettere in cattiva luce il candidato democratico John Kerry, che in Vietnam ci era andato e vi era stato ferito. L’operazione ebbe talmente successo da divenire un sostantivo, lo ‘swiftboating’.

Giampiero Gramaglia, consigliere per la comunicazione dello IAI. AffInt 11

 

 

 

 

 

Valori da riconoscere. Ora parole chiare dall’Islam

 

Scalda il cuore l’immagine dei musulmani delle comunità italiane che scendono in piazza per gridare «no al terrorismo» e per contrastare apertamente chi uccide in nome dell’Islam. Ed è ammirevole il coraggio degli imam francesi che si sono spinti a dirsi disgustati per gli «attentati criminali commessi in nome della nostra religione». Sono passi importanti, il risveglio di una battaglia culturale nel mondo islamico che vive in Europa e in Occidente in cui finalmente si pronunciano parole chiare e non ambigue sullo stragismo jihadista.

Ma con altrettanta chiarezza bisogna aggiungere che sono solo i primi passi. Che ce ne vogliono altri in cui si riconosca senza riserve l’accettazione di valori per noi imprescindibili come la tolleranza religiosa, la libertà dell’arte e della cultura, il pluralismo delle idee, la laicità dello Stato, l’eguaglianza tra uomo e donna e dunque il rifiuto netto, intransigente, assoluto di ogni consuetudine e di ogni comportamento sociale e familiare in cui la donna sia discriminata, minacciata, privata dei suoi diritti fondamentali.

Non è solo il terrorismo che deve essere isolato, ma ogni attacco alla libertà condotto nel nome della religione. Ognuno preghi e onori senza limitazioni il suo Dio. Ma tutti, senza eccezioni, rispettino la stessa cornice di valori che è l’ossigeno di

una società aperta e tollerante. Ancora una volta: senza eccezioni.

Quindi le comunità musulmane inglesi non devono sentirsi offese se finalmente in Gran Bretagna il governo di David Cameron mette fine all’eccezione scandalosa dei tribunali islamici che pretendono di applicare un loro diritto ispirato alla Sharia su matrimoni, divorzi ed eredità, compreso il «talaq» ossia il ripudio della donna che è prerogativa esclusiva dell’uomo. Non devono pretendere che la diseguaglianza radicale tra i generi sia formalizzata in una forma di diritto parallelo a quello comune a tutti gli altri cittadini e cittadine. Non devono sentirsi offese perché in uno Stato libero e aconfessionale i diritti sono di tutti, l’eguaglianza di fronte alla legge non è un principio negoziabile e le donne non sono considerate proprietà degli uomini.

C’è un luogo comune molto diffuso secondo cui le forme di intolleranza e di integralismo religioso, e anche una pratica consuetudinaria in cui alla donna viene assegnato un rango inferiore, hanno caratterizzato in passato anche le società ispirate ai valori giudaico-cristiani. E che dunque bisogna aspettare fiduciosamente il futuro, quando le ombre del Medioevo saranno dissipate anche nel mondo islamico. Purtroppo non è così. L’intolleranza, la violenza, l’integralismo, l’illibertà non sono nel mondo musulmano il residuo del passato, ma sono la novità, catturano i giovani, promettono una radicalizzazione fanatica come rimedio alla fede tiepida della tradizione. La predicazione violenta e fanatica, il bacino ideologico e culturale da cui trae alimento il terrorismo apocalittico di chi vede nello sterminio degli infedeli santificato dal proprio martirio l’unica via che porta al Paradiso, fa breccia principalmente tra i giovani, gli islamici dell’oggi e del domani.

A Istanbul, basta leggere i romanzi di Orhan Pamuk per capirlo, si infittisce la schiera delle donne giovani che indossano il velo e provano disprezzo per gli abiti «occidentali», considerati abominevoli e perversi, come la musica «satanica» suonata nel Bataclan di Parigi. Le fotografie dell’epoca raccontano come a Teheran, al Cairo e persino a Kabul, negli anni Sessanta e Settanta le donne non si distinguessero nel modo di vestire da una donna di Roma o di Parigi. Il radicalismo jihadista è il frutto del risveglio islamista, non di un Medioevo non ancora smaltito.

 

Le comunità islamiche dell’Occidente devono dire all’Europa laica e tollerante se considerano giusto, degno di esempio, il tumulto cruento, l’assalto alle ambasciate, le violenze, le bandiere bruciate che infiammarono le piazze musulmane quando papa Ratzinger tenne la sua lezione a Ratisbona contestatissima dall’Islam radicale, ma anche da quello moderato. Devono dire se sono preoccupate per la violenza antisemita che colpisce gli ebrei d’Europa con la scusa di un antisionismo amplificato anche nei Paesi islamici «moderati» da serie tv tratte dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion , un testo classico dell’antisemitismo idolatrato da Hitler e dai nazisti di ogni tempo e di ogni luogo. E che cosa pensano della persecuzione anticristiana nel mondo islamico (anche nell’Afghanistan «liberato» dai talebani, purtroppo): quella che in Arabia Saudita, non nei territori dell’Isis, comporta la condanna a morte se un cristiano viene scoperto in possesso di un crocefisso o di un rosario nascosti nel cassetto. Cosa pensano dei blogger che da Teheran a Riad, nell’islamismo sciita come in quello sunnita, vengono frustati se in dissenso con i loro governi. E se pensano che sia giusto che Ayaan Hirsi Ali, l’apostata, l’autrice di un libro bellissimo come Eretica , debba vivere blindata, bersaglio dell’odio dei fanatici jihadisti.

Passi necessari, che segnino una lunga durata della dissociazione dalla violenza omicida, e l’avvio di una battaglia culturale che prosciughi il campo dell’intolleranza e del fanatismo. Pierluigi Battista CdS 22

 

 

 

 

L’unità

 

L’Italia unita ha 154 anni. Da Monarchia a Repubblica. Periodo intercalato da una dittatura fascista. Da Paese d’Emigrazione a terra di gran flusso Immigratorio. Così s’è evoluta questa nostra Patria. Pur con i noti problemi che ancora ci sono, il Bel Paese ha 154 anni.

Età di tutto rispetto che ci ha portato, nel bene e nel male, a dove siamo. Con la premessa che, solo ricordando il nostro passato, potremo garantire il nostro futuro.

Con l’unità d’Italia avremmo dovuto essere tutti uguali. Anche se i fatti continuano a dimostraci d’esserlo più nelle parole, che nei fatti. Certo è che la Democrazia ha offerto nuovi momenti d’impegno sociale. Il ‘900 è stato il secolo più variegato della nostra storia ultracentenaria. Due guerre mondiali, una dittatura e difficoltà economiche che continuano ad accompagnarci anche nel nuovo Millennio.

 Sono stati decisivi gli ultimi sessant’anni di vita repubblicana. Siamo, così, stati testimoni del tramonto di grandi partiti nazionali. Abbiamo gioito per la fine della guerra fredda e della caduta del muro di Berlino.

Con la fine del secolo scorso, è tramontato il comunismo e il capitalismo si è ridimensionato. Pure l’Italia, insomma, ha subito progressivi cambiamenti anche se non tutti razionalmente prevedibili.  La Penisola del nuovo secolo, ancora tanto giovane, ha, però, da ritrovare il suo equlibrio; anche come Paese incapsulato nella realtà mediterranea.

Non sono mancati, nel frattempo, parecchi errori politici. Ma, oggettivamente, gli errori degli uomini non fanno la storia, ma possono servire da monito. I prossimi anni dovranno ridare al Paese la dimensione sociale che ha smarrito.

 Insomma, i nostri politici dovranno trovare i mezzi per ridare alla Penisola il ruolo che le compete anche a livello UE. A chi si prepara a governare il Paese, pur con tutti i soliti distinguo, auguriamo d’essere coerente per non vanificare, a fronte dei sacrifici che saremo chiamati ad affrontare, le attese e le speranze di un grande Popolo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

La strategia di Obama, il «non interventista»

 

Lotta all’Isis e il ruolo degli Usa: cosa otterrà il presidente francese François Hollande - di Massimo Gaggi

 

Più pressione sull’Isis con i bombardamenti, certo, ma anche la consapevolezza che non esiste una risposta rapida e una ricetta unica contro una minaccia jihadista ormai ramificata in varie metastasi. Dopo gli attacchi di Parigi, l’America di Barack Obama è divisa e confusa come l’Europa. I repubblicani accusano il presidente di essere rinunciatario, Hillary Clinton ieri ha chiesto più determinazione nell’impegno in Siria: la realtà è che nessuno è disposto a tornare in guerra come in Afghanistan e in Iraq. Deluso dalla scarsa solidarietà europea, François Hollande ora guarda a Washington e Mosca: chiede aiuto a Obama, sogna un’offensiva decisiva di Usa, Francia e Russia che schiacci il «Califfato». Alla Casa Bianca il presidente francese troverà molta solidarietà e la promessa di sostenere la nuova campagna sia con droni e velivoli dell’«Air Force» sia con informazioni di intelligence.

Ma, anche se sa di essere sotto accusa per aver sottovalutato l’Isis due anni fa e perché non è in grado di proteggere adeguatamente gli alleati e anche il suo stesso popolo, il presidente americano è ormai convinto che una mera esibizione di muscoli rischia solo di peggiorare le cose. Serve altro: 1) Più spionaggio, ora allentato per l’effetto-Snowden e anche per le proteste degli europei: il «grande orecchio» resta l’arma più efficace; 2) una partecipazione attiva alla campagna dei Paesi arabi sunniti, membri della coalizione ma fin qui impegnati quasi solo a combattere contro i ribelli dello Yemen; 3) l’avvio della transizione politica a Damasco sulla base degli accordi di Vienna, protetta da una vera forza di combattenti siriani anti-Isis bene addestrati. Preparare questi uomini è, quindi, importante quanto bombardare, forse di più.

Dopo Obama, alla Casa Bianca arriverà un presidente più «interventista»: è certo nel caso dell’elezione di un repubblicano, ma probabile anche se la spunterà Hillary Clinton. Presentando ieri il suo piano anti-Isis, però, l’ex segretario di Stato, pur chiedendo maggior determinazione, non si è allontanato dalla linea seguita da Obama: più forze speciali sul campo anche in Siria per migliorare l’«intelligence», ma l’esercito di terra deve essere arabo, perché «abbiamo imparato la lezione dell’Iraq, inutile schierare centinaia di migliaia di soldati». Per ora, comunque, la strategia resta quella del leader democratico che fa infuriare la destra quando dice di essere stufo di ascoltare slogan sulla «leadership» americana, su Washington che deve tornare a essere vincente: «Roba che non serve a proteggere gli americani né i popoli nostri alleati». Insomma, non c’è soluzione senza un impegno attivo dei Paesi arabi e senza una soluzione politica del conflitto siriano che, ponendo fine alla guerra di tutti contro tutti, consenta di concentrare gli sforzi contro i ribelli più feroci, quelli dello Stato Islamico.

Oggi Obama alza la voce perché, a differenza di due mesi fa, ai tempi dell’assemblea dell’Onu, quando tutto era in movimento e lui sembrava in balìa delle iniziative di Putin, ora ritiene di avere una strategia che può funzionare: dietro l’accordo di Vienna vede la presa d’atto da parte di Mosca che i bombardamenti non sono una soluzione, mentre i progressi della coalizione araba in Yemen inducono Washington a sperare che ben presto i regimi sunniti si rimbocchino davvero le maniche per combattere l’Isis. CdS 20

 

 

 

 

 

In aula l’informativa urgente del Governo sui gravi attentati a Parigi

 

Gentiloni “Ci sentiamo colpiti insieme ai nostri fratelli francesi, reagiremo uniti, reagiremo insieme. Gli italiani ci chiedono di difendere la nostra?sicurezza senza rinunciare alla nostra libertà”. Alfano “L’impegno dei singoli Paesi è insufficiente rispetto alla minaccia globale del terrorismo, vi è la necessità di acquisire informazioni nella maniera più circolare possibile”

 

ROMA - “La prima cosa che credo il Governo debba dire in questa Aula è che ci sentiamo colpiti insieme ai nostri fratelli francesi e reagiremo uniti, reagiremo insieme”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni intervenendo nell’Aula di Montecitorio nel corso dell’informativa urgente, a nome del Governo, in relazione ai gravi attentati che hanno colpito la capitale francese il 13 novembre scorso. “Tra i tanti morti e feriti – ha ricordato Gentiloni - anche Valeria Solesin, una donna italiana esemplare, che ricordiamo stasera abbracciando anche i suoi genitori, che hanno dato un buon esempio di umanità in questi giorni, e i suoi cari. Di questa terribile tragedia – ha proseguito il ministro - due cose credo siano molto chiare, la prima è che si tratta di un attacco di un livello senza precedenti per numero di terroristi coinvolti, per il loro coordinamento, per la ferocia nel colpire obiettivi comuni, per l’uso di cinture esplosive. L’altra cosa molto chiara è che la responsabilità cade sul terrorismo fondamentalista islamico. Un terrorismo che, dall’estate dello scorso anno con la sfida del Daesh è diventato molto più pericoloso. Pericoloso perché oggi controlla un territorio abbastanza vasto, ha ingenti risorse finanziarie, è in grado di attirare tra i 25 ed i 30 mila combattenti stranieri dall’esterno, anche se gli italiani sono meno di un centinaio. È dunque una sfida nuova per la sua violenza e per la sua pericolosità e a questa sfida il Governo e il Parlamento devono reagire innanzitutto intensificando il lavoro per proteggere la vita e la sicurezza degli italiani, questa è oggi la principale preoccupazione diffusa tra i nostri concittadini ed è il principale impegno del Governo”.

Per Gentiloni inoltre al fine di fronteggiare questa minaccia “bisogna combattere a livello internazionale il terrorismo con l’obiettivo di distruggere la sua capacità di controllare il territorio e di estirpare la sua capacità di attrazione. … L’Italia in questo contesto – ha poi ricordato Gentiloni dopo aver evidenziato l’importante ruolo politico svolto dalla Russia in questo ambito - fa la sua parte ed è una parte importante nella coalizione anti Daesh. Siamo da sempre nella coalizione politico-militare che combatte Daesh, facciamo parte del gruppo di coordinamento di 22 Paesi che ne coordina l’attività, le nostre forze armate sono presenti con 280 unità in Iraq, di cui 200 lavorano per l’addestramento in Kurdistan di quei peshmerga che hanno liberato qualche giorno fa la città di Sinjar. Ricordiamo il ruolo dei peshmerga e ricordiamo anche con orgoglio il fatto che l’Italia è la leading nation in questo momento nell’addestramento militare alle forze curde perché credo che sia molto importante in quello che sta succedendo nella zona Infine, il nostro Paese svolge un ruolo molto apprezzato nell’addestramento della polizia irachena per il quale operano a Baghdad circa 100 formatori dei nostri carabinieri. Facciamo molto dunque, ma credo che , sull’onda di quello che è successo venerdì notte a Parigi, dobbiamo fare di più… reagendo uniti assieme alla Francia”.

“Per la Siria – ha proseguito Gentiloni - noi diciamo due cose molto semplici: la prima è che serve una transizione politica per allontanare il dittatore Assad, il responsabile della più drammatica crisi umanitaria degli ultimi anni senza che il vuoto che si crea venga riempito da Daesh o da Al Nusra; la seconda, è che i russi possono essere fondamentali nel contribuire a questa soluzione e a questa transizione politica”

“Questa sfida al terrorismo – ha concluso Gentiloni - la vinceremo se la condurremo da italiani, da europei, da occidentali, se, voglio dire, continueremo ad essere noi stessi. Loro vogliono distruggere le nostre libertà, la nostra cultura, le fedi religiose diverse dalla loro, il ruolo delle donne; sono esattamente i valori che noi, invece, vogliamo difendere e combatteremo per difenderli Combatteremo non dichiarando guerra all’Islam e cercheremo di farlo con la maggioranza delle comunità islamiche che vivono nei nostri Paesi. Gli italiani ci chiedono di difendere la nostra?sicurezza senza rinunciare alla nostra libertà e al nostro modo di vivere”. 

Ha poi preso la parola il ministro dell’Interno Angelino Alfano. “I fatti di Parigi – ha esordito Alfano - ci dicono che nessun Paese può considerarsi al sicuro da un attacco terroristico. Non esiste un rischio zero ma si possono ridurre l’impatto e la dimensione”. Alfano ha poi segnalato come con una circolare ai prefetti sia stata disposta l’immediata elevazione al livello 2 del grado di allerta, che non corrisponde a iniziative specifiche per un attacco terroristico diretto, ma all’innalzamento dell’attività di prevenzione al massimo grado, con l’intensificazione dei controlli negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie e la messa in guardia delle Forze speciali di Polizia, il Nucleo operativo centrale di sicurezza (Nocs) della Polizia di Stato ed il Gruppo di intervento speciale (Gis) dei Carabinieri.

Alfano ha inoltre rilevato come l’impegno dei singoli Paesi sia  insufficiente rispetto alla minaccia globale e vi sia  la necessità nel contesto della prevenzione terroristica di acquisire informazioni fra le varie nazioni in maniera più circolare possibile. “Il fatto nuovo – ha precisato il ministro - sta nella apparente casualità degli obiettivi scelti, non più obiettivi sensibili, simboli anche culturali come nel caso di Charlie Hebdo, ma una molteplicità di soft target: luoghi di aggregazione come teatri, stadi e ristoranti”.

Alfano ha anche sottolineato come a meno di un mese dall’inizio del Giubileo l’azione di prevenzione da attacchi terroristici sia concentrata soprattutto su questo evento. “A Roma – ha poi precisato il ministro - ci sono circa 24 mila unità delle Forze di Polizia in servizio, 11.694 uomini della Polizia, 7438 Carabinieri e 4897 unità della Guardia di Finanza . Adesso si stanno avviando le operazioni di dispiegamento immediato di altri 700 militari, che si sommeranno ai 1.300 dell’operazione ‘Strade sicure’, e che saranno utilizzati per il presidio dei posti fissi, degli obiettivi sensibili e quindi permetteranno di ‘liberare’ gli uomini delle Forze di Polizia per le operazioni di investigazione e del controllo del territorio. Nuove assunzioni, circa 2500 uomini tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, saranno fatte dal prossimo mese di giugno”.

Alfano ha inoltre parlato dell’intensificazione delle misure di sicurezza per Piazza San Pietro  dove l’afflusso dei fedeli sarà possibile attraverso varchi controllati da metal detector e l’area verrà sorvegliata dall’alto da droni, e sarà prevista l’interdizione di sorvolo durante le celebrazioni dell’Anno Santo.

Alfano si è anche soffermato sui dati relativi all’attività antiterrorismo messa in campo dal 1° gennaio 2015. Sono state controllate, ha precisato il ministro, “ 56.426 persone, sono stati effettuate 540 perquisizioni a soggetti ritenuti pericolosi, 8000 i veicoli controllati e più di 160 navi. Sono 147 le persone arrestate, 325 gli indagati e 55 persone espulse o rimpatriate”.Anche Alfano ha ricordato Valeria Solesin, la giovane italiana rimasta uccisa nella capitale francese. Inform 18

 

 

 

 

Gentiloni: “Italia in prima linea ma è un errore parlare di guerra”

 

ROMA - «Non chiamiamola guerra». II ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è sull'aereo che lo porta a Bruxelles per il consiglio mensile dei capi della diplomazia europea. All'ordine del giorno c'è l'immigrazione, ma l'agenda cambierà dopo le stragi di Parigi. L'invito del titolare della Farnesina è quello di usare con cautela certe parole. «Noi siamo in prima linea nel contrasto a Daesh, il sedicente stato islamico. Soprattutto in Iraq. Ma l'importante è reagire a queste azioni di guerra senza sentirsi in guerra anche noi. Sarebbe il regalo più grande che possiamo fare ai terroristi».

Cosa significa, ministro? Far finta di niente?

«Assolutamente no e l'impegno italiano lo dimostra ampiamente. In Iraq, subito dietro gli americani e l'Iran, siamo il Paese più attivo e presente della coalizione. Lavoriamo su due fronti: fornendo armi e addestramento ai 7 mila peshmerga e, nel governatorato di Anbar, collaborando con le forze irachene regolari. Non voglio dire che sia merito dell'Italia, delle nostre armi e dei nostri addestratori, ma i peshmerga hanno riconquistato il Sinjar e esercitano il controllo sulla strada che porta da Mosul a Raqqa che nell'immaginario del cosiddetto Califfato sono le loro capitali, una in Iraq e l'altra in Siria. Vuol dire che sul piano del contrasto militare stiamo ottenendo dei risultati».

Poi però è arrivato il venerdì di Parigi.

«Una tragedia enorme che avrà conseguenze psicologiche ed economiche difficili anche da immaginare. E che in Francia, adesso, giustifica i discorsi sulla guerra. Ma penso che noi non dobbiamo entrare in questa spirale, dobbiamo rimanere aggrappati al nostro modo di vivere, non possiamo darla vinta ai terroristi».

Solo una questione semantica?

«Dobbiamo combattere i terroristi sul piano militare, senza entrare però in una dinamica di conflitto. Un Paese che si sente in guerra è un Paese che deve rinunciare a una parte di sé, dovrebbe chiudere subito Schengen per esempio. Ora è più utile invece affrontare questa emergenza assoluta tutti uniti, con una collaborazione delle forze politiche. Il vertice di sabato mi ha colpito. È stata una riunione molto seria, molto produttiva. Ognuno ha espresso le proprie idee, ma confrontandosi con gli altri. Non serve coltivare le paure e non serve alimentare le polemiche».

Quali sono i pericoli per l'Italia?

«Dobbiamo essere seri: non esiste un Paese che sia immune dalle minacce dell'Isis e quindi dobbiamo, come tutti i Paesi europei e i Paesi arabi, tenere alto il livello di sicurezza».

Il Giubileo è un bersaglio?

«Non credo che in sé il Giubileo rappresenti un maggior elemento di allarme. Daesh fa riferimento a Roma in modo simbolico, ricordando le crociate, più che con l'intenzione di esprimere minacce precise».

Quali sono i prossimi passi della comunità internazionale?

«L'impressione è che gli Stati uniti vogliano avvicinarsi a Raqqa sfruttando il momento di difficoltà dell'Isis. Sul terreno di Siria e Kurdistan c'è e funziona quello che loro vogliono chiamare il coordinamento tecnico con i russi».

Con Assad quale atteggiamento va tenuto, qual è la posizione dell'Italia?

«Bisogna affidarsi al contributo determinante della Russia per un'uscita di scena di Assad. Non mi stupirei di un'intensificazione dell'azione militare in Iraq e in Siria. Ma se è vero che siamo in prima linea nel contrasto all'Isis soprattutto in Iraq, per quanto riguarda la Siria l'Italia punta in particolare a una soluzione diplomatica. Mi sembra che il dialogo tra la Russia e gli Stati Uniti possa andare in questa direzione». Goffredo De Marchis LR 16

 

 

 

 

 

Vivere in Italia

 

Se ci avessero predetto la situazione che ancora stiamo vivendo, join lo avremmo creduto. Nessuno, a ben riflettere, lo avrebbe fatto. Invece, è successo.

 La Manovra Renzi dovrebbe salvare la Penisola da mali peggiori. Staremo a vedere. Intanto, da noi ci sono sempre migliaia di disoccupati, senza considerare in giovani alla spasmodica ricerca di una prima occupazione.

Il 40% delle famiglie italiane vive con un reddito medio tra gli 8000 e i 13.000 Euro l’anno. Per molti, purtroppo, la disponibilità cala molto sotto i 1000 Euro mensili. Se non bastasse, il 18% della forza lavoro è in cassa integrazione.

 E’ chiaro che ci sarebbe da rivedere la politica della produttività e dell’occupazione. Mancano, ancora, validi economisti capaci di ricucire lo “strappo”tra lavoratori e forze sociali. Il bubbone delle pensioni non è il solo. Scioperiamo per manifestare contro “tutti” e il debito pro capite non tende a calare.

 Pur con un’attenta economia, la famiglia spende più del 70% del suo reddito mensile dopo i primi venti giorni del mese. Senza, poi, tener conto delle spese impreviste che, da noi, non mancano mai. Quando si può, si vive più in casa che altrove.

E’ aumentata la soglia di povertà in molte famiglie e la tendenza sembra non voler rientrare. L’Italia è fatta così: chi stava bene continua a starlo. Per chi si barcamenava, i tempi si sono fatti più problematici.

 Così, chi prima arrancava, ora rischia anche di cadere. Vivere seconndo Renzi è più che un modo d’essere. E, poiché non si vive di solo pane, tirare avanti resta difficile. Intanto, le pensioni d’”oro” ci sono ancora tutte e c’è chi ancora critica l’andazzo senza suggerire soluzioni percorribili. E’ una vergogna che l’Italia non si meritava e che ha da finire. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Appello dei leader contro la paura, più controlli alle frontiere

 

Da una settimana i leader di tutti i paesi europei ripetono incessantemente un appello a tutti i cittadini: non chiudetevi in casa, non fatevi bloccare dalla paura perché è quello che vogliono i terroristi. L'Europa è attaccata dal terrorismo jihadista nei suoi valori di democrazia e nei suoi stili di vita. Quindi l'appello che risuona in tutte le televisioni di Francia, Italia, Germania serve proprio a sconfiggere una delle armi più devastanti in mano all'Isis, la paura. Lo ha ripetuto anche oggi Matteo Renzi inaugurando un nuovo Pronto soccorso in un antico ospedale romano, proprio a due passi dal Vaticano presidiato dalle forze della sicurezza. Il premier ha voluto anche aggiungere un ammonimento a chi sui social network si diverte a seminare il panico, come quelli che su Whatsapp diffondo un messaggio vocale dai toni estremamente allarmistici. C'è il reato di procurato allarme per chi si diverte a organizzare scherzi di questo genere. E Renzi lo ha sottolineato con forza. Il momento è grave e i ministri degli Interni dei 28 paesi Ue si sono riuniti d'urgenza a Bruxelles per decidere misure comuni tra cui il rafforzamento dei controlli alle frontiere. Non è una sospensione del Trattato di Schengen ma poco ci manca. Del resto non è un mistero che le falle nella sicurezza europea di sono manifestate con tragica evidenza negli attentati di Parigi e la mancanza di coordinamento fra i servizi di intelligence ha fatto sì che i terroristi potessero scorrazzare indisturbati far Belgio e Francia. Uno di loro, la mente degli attentati,  quando era già conosciuto come foreign fighter, ha potuto attraversare indisturbato cinque frontiere tra cui quella italiana. Al Giubileo mancano meno di tre settimane. Roma non ha ancora cambiato faccia rispetto al disastro dell'amministrazione precedente, salvo che i controlli sono diventati molto più estesi e capillari. La gente affronta con grande pazienza e quasi con gratitudine i controlli. La nostra vita è già cambiata. GIANLUCA LUZI LR 20

 

 

 

 

Gli attentati a Parigi e l’occidente disunito

 

La combinazione di pensiero politicamente corretto e di paura è una miscela micidiale (non solo in Francia, in tutta Europa), può spingere verso l’imposizione di una censura più implacabile di quella che sarebbe in grado di attuare un governo: alimentata soprattutto dalla paura collettiva - di Angelo Panebianco

 

Due domande ritornano in molti commenti angosciati dopo la strage di Parigi. La prima riguarda il futuro delle libertà nell’Europa aggredita.Ci diciamo che sono proprio le nostre libertà, levatrici di un modo di vivere che dal loro punto di vista è corrotto e blasfemo, che i terroristi islamici vogliono distruggere, e anche per questo dobbiamo difenderle. È giusto ma, purtroppo, ciò che è vero in linea di principio fatica ad esserlo anche in pratica. Nessuno sa come conciliare libertà e sicurezza nel momento in cui la sicurezza subisca un vulnus così pesante. Nelle guerre convenzionali del passato anche le democrazie erano costrette a ridurre l’area delle libertà (censura, controllo degli spostamenti e della corrispondenza, coprifuoco). Solo quando la guerra finiva si poteva invertire la tendenza.

 

Le leggi antiterrorismo approvate in Francia e quelle in via di approvazione in molti Paesi europei, ci dicono che andiamo verso restrizioni sensibili della libertà. Dopo Parigi, è difficile che questo processo possa essere bloccato: l’Europa dell’età del terrorismo sarà purtroppo meno libera di quella che abbiamo conosciuto.

Si spera almeno che alla limitazione delle libertà imposta dai governi non si affianchino anche movimenti «spontanei» nella stessa direzione. La paura fa brutti scherzi, spinge al conformismo. Dopo il dolore e lo sgomento dei primi momenti, c’è il rischio che mass media, intellettuali, educatori, scelgano di imporre il silenzio sui temi che più scottano: il contrario di quella battaglia culturale che, giustamente, Ernesto Galli della Loggia (sul Corriere di ieri) ritiene indispensabile per contrastare le menzogne dell’estremismo islamico. La Francia, d’altra parte, prima della strage, aveva già dato prove di disponibilità al conformismo (i processi per islamofobia ne sono un esempio). La combinazione di pensiero politicamente corretto e di paura è una miscela micidiale (non solo in Francia, in tutta Europa), può spingere verso l’imposizione di una censura più implacabile di quella che sarebbe in grado di attuare un governo: alimentata soprattutto dalla paura collettiva.

La seconda domanda è collegata alla prima. Avremo la coesione necessaria per fronteggiare coloro che ci hanno dichiarato guerra? Di «guerra» ha parlato il presidente Hollande dopo la strage. Prima di allora (anche dopo l’attentato di Charlie Hebdo ) nessun leader europeo si era arrischiato a usare quella parola.

Guardiamo ai fatti. Ci si rallegra giustamente perché al vertice del G20 in Turchia, americani e russi sembrano avere trovato un accordo per contrastare lo Stato Islamico. E anche perché nei colloqui di Vienna fra le parti interessate sia iniziato un percorso - che tutti sanno comunque in salita - per trovare una soluzione diplomatica alla questione siriana.

 

In tempi di disperazione è giusto aggrapparsi a qualunque cosa. Ma non si possono nascondere le difficoltà. Sulla carta, la posizione di Obama è giusta: lo Stato Islamico (sunnita) deve essere sconfitto soprattutto dai sunniti. Se fossero le potenze occidentali più la Russia, più l’Iran sciita, a distruggerlo, sarebbe difficile non antagonizzare i sunniti, che sono maggioranza nel mondo islamico. In pratica, è però difficile, ad esempio, che l’Iran accetti di svolgere un ruolo secondario. Altrettanto difficile è che certi Stati sunniti (come la Turchia, nemica di quei curdi che, unici sul terreno, combattono il Califfato) si impegnino a fondo in questa guerra.

 

La coalizione militare è troppo ampia e troppo diversificati sono gli interessi. Forte resta anche, come sempre nelle coalizioni ampie, la tentazione dello «scaricabarile» (spostare su altri il peso della guerra). Senza contare che oggi lo Stato Islamico è, grazie a un’inerzia durata troppo a lungo, molto più forte di ieri. E la sua gramigna si è diffusa in molti luoghi.

 

Se la grande coalizione anti Stato Islamico resta più fragile di come la si vorrebbe, che dire poi di quel vaso di coccio che è l’Europa? Hollande, consapevole che Obama non è disposto a fare molto più di quello che sta facendo, con una mossa a sorpresa, anziché appellarsi all’articolo 5 della Nato (che impone ai membri dell’alleanza di soccorrere militarmente l’aggredito) ha richiamato per la prima volta una norma europea (l’articolo 42 del Trattato) chiedendo l’aiuto (militare) dei partner dell’Unione. È difficile pensare che ciò possa avere un seguito. Ad esempio, né la Germania né l’Italia, verosimilmente, sono pronte a un impegno di quella portata. Prima di pensare a una cosa del genere, occorrerebbe ottenere (ma è assai difficile) una maggiore coesione non solo fra gli Stati europei ma anche all’interno di ciascuno di essi.

 

È più probabile che l’Europa, in breve tempo, sia di nuovo pronta a dividersi fra due fronti ugualmente insensati; da un lato, il fronte di chi vuole fare di tutta l’erba un fascio, prendersela con tutti i musulmani (sarebbe un favore allo Stato Islamico, getterebbe fra le sue braccia anche gente che avrebbe fatto altro) e, dall’altro lato, il fronte di chi pretende di trattare l’estremismo terrorista come un fatto estraneo all’islam e comunque isolato. Come la prima, anche questa seconda posizione si risolve in un favore per gli estremisti: impedisce di mettere a nudo, e combattere, le affinità cultural-ideologiche fra la minoranza jihadista e settori più ampi del mondo musulmano. Se quelle affinità non ci fossero, ad esempio, non ci sarebbero stati (come osservava Giles Kepel sul Corriere di ieri), i tanti consensi registrati a suo tempo nel mondo islamico per l’azione contro Charlie Hebdo . Né certi giornali del mondo arabo avrebbero potuto permettersi in questi giorni di pubblicare vignette satiriche contro la Francia aggredita.

Dallo scontro fra due insensatezze non nasce nulla di sensato. L’Europa, se non vuole essere sconfitta, deve imparare ad essere più intelligente di così. CdS 17

 

 

 

 

L'emergenza terrorismo e l'impatto sulla manovra

 

Non si sa ancora con precisione in cosa consisterà l'assistenza militare italiana alla Francia. Certamente non nel cambio delle regole di ingaggio per i due cacciabombardieri Tornado impegnati nella zona, né tantomeno nell'invio di truppe sul terreno. Lo hanno escluso nel modo più assoluto sia Renzi che il ministro della Difesa Pinotti. Più probabilmente si tratterà di aumentare il contingente italiano di peacekeeping in Libano e in Kosovo per liberare le truppe francesi che Hollande dispiegherà sul teatro di guerra. È sicuro invece che Renzi sarà perfettamente d'accordo con la Francia sulla decisione europea di non calcolare nel patto di stabilità i soldi in più necessari per la sicurezza dopo gli attentati di Parigi. Il governo italiano chiederà una somma di 500 milioni e spera che Bruxelles gli dia il via libera per calcolare in questa somma anche i 200 milioni stanziati per il Giubileo. Le spese per la sicurezza richiedono certamente uno sforzo supplementare, indispensabile come dimostra l'allarme dell'Fbi per gli obiettivi sensibili italiani. Ma sarà difficile convincere l'Unione europea che voci come il rifacimento delle strade piene di buche a Roma o l'illuminazione pubblica carente nelle strade della Capitale abbiano un diretto rapporto con il tema della sicurezza. A meno di poter dimostrare che le strade buie di Roma aumentano la pericolosità degli eventuali terroristi. La Finanziaria intanto è in dirittura d'arrivo ed entro sabato sarà approvata al Senato. Il governo presenterà un maxi emendamento che ricalcherà il testo uscito dalla commissione e su questo chiederà la fiducia. Poi dalla prossima settimana sarà la Camera ad esaminare la manovra economica. I riflessi delle stragi di Parigi si faranno sentire anche nella legge di stabilità perché 120 milioni saranno previsti per l'anti terrorismo e probabilmente la maggioranza dovrà limare altri capitoli di spesa, non escluso il Sud, per reperirli. GIANLUCA LUZI   LR 19

 

 

 

 

Stabilità, Di Biagio (Ap): italiani iscritti Aire esenti da canone Rai

 

“È necessario fornire chiarimenti sulla norma in Stabilità che prevede l’inserimento del canone Rai nella bolletta elettrica, in relazione con gli adempimenti degli italiani all’estero”. Così il Sen. Aldo Di Biagio (Ap), anche a seguito della sollecitazione sull’argomento da parte del Presidente Comites di Hannover Giuseppe Scigliano.  “Dopo opportuni accertamenti – evidenzia di Biagio – risulta che per i titolari in Italia di un contratto di fornitura di energia elettrica per immobili siti nei Comuni d’origine degli emigrati della prima generazione, il pagamento del canone Rai non verrà richiesto”. È stato infatti depositato dalle relatrici del provvedimento – spiega - “ un emendamento che anche grazie al nostro contributo chiarisce ulteriormente che la presunzione della detenzione o utilizzo di un apparecchio TV si presume solo nel caso in cui esista un’utenza di energia elettrica nel luogo in cui il soggetto ha la propria residenza anagrafica”. Possiamo dunque affermare  - conclude Di Biagio – “che sono esenti dal pagamento del canone Rai i  titolari di un’utenza per la fornitura di energia elettrica, residenti all’estero e regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire)”. Dip 17

 

 

 

 

I migranti? Non portano contagio: Libro bianco spazza via i pregiudizi   

 

Roma - Troppo semplice – e anche sbagliato – il binomio malattie infettive - immigrati. Altrettanto il luogo comune che patologie come Hiv, tubercolosi, epatite o il semplice morbillo siano ormai reminiscenze di un’altra epoca. Colpa del calo drastico delle vaccinazioni – solo per morbillo, parodontite e rosolia ci sono 358mila bimbi non vaccinati nell’ultimo quinquennio – ma anche della mobilità della popolazione nella globalizzazione. Per questo serve mantenere una rete di presidio sul territorio di esperti in patologie trasmissibili, perché non si può mai abbassare la guardia. Ancor più con il rischio bioterrorismo, che torna a far capolino ogni volta che accadono attentati come quelli di Parigi. Inizia smontando molti luoghi comuni il libro bianco sulle malattie infettive presentato ieri a Roma dalla Simit; un’analisi di 150 pagine della Società italiana malattie infettive e tropicali in cui, per la prima volta, viene messo in piedi un programma di ottimizzazione delle risorse pubbliche per creare una rete infettivologica nazionale in grado di fronteggiare le emergenze sanitarie. Uno strumento utile alla sanità pubblica, insomma. Ogni giorno, non solo quando scatta la psicosi epidemie. Stiamo invece assistendo ad uno “smantellamento del sistema” sulle malattie infettive, è l’allarme lanciato del presidente uscente della Simit Massimo Andreoni, visto che negli ultimi cinque anni i posti letto negli ospedali sono diminuiti del 23% scendendo di 623 unità. In più, “c’è un’epidemia di germi resistenti legati ai ricoveri e alle degenze nelle residenze assistenziali”. A dirlo sono principalmente i numeri. In Italia, infatti, un paziente su dieci si ammala per infezioni correlate all’assistenza e 5-7mila persone muoiono per queste ogni anno, con un costo totale di 100 milioni di euro; un rischio che aumenta del 30% per gli anziani che vivono nelle Rsa. Fondamentale è soprattutto limitare ai casi strettamente necessari l’uso di antibiotici, sia nei bambini che negli adulti, ma anche spingere sull’acceleratore sulla prevenzione come i vaccini.

L’occasione usata dal ministro della Salute per contrastare ancora una volta la “controcultura antivaccinaria” è il messaggio di saluto inviato agli stati generali della pediatria, promossi nella Capitale dalla Società italiana di pediatria (Sip). L’immunizzazione, sottolinea difatti Beatrice Lorenzin, rappresenta “uno degli interventi più efficaci e sicuri a disposizione della sanità pubblica per la prevenzione primaria delle malattie infettive”. Queste inoltre, continuano a ripetere gli esperti del Simit, non arrivano certo con i gommoni carichi di stranieri che attraversano il Mediterraneo. “Meno dell’1-2% delle 200mila persone sbarcate quest’anno in Italia e Grecia infatti – è il primo punto fermo messo da Tullio Prestileo, infettivologo dell’ospedale di Palermo – ha una patologia infettiva. Questo catastrofismo è dunque infondato”. Il dato invece “cresce con il passare del tempo di questi uomini qui da noi», questa la novità emersa da un recente studio europeo sull’Aids, in cui emerge che “su tutti i nuovi casi di Hiv tra gli immigrati africani in Italia, il 34% ha contratto il virus nel nostro Paese”. Una malattia questa che sta trovando, insieme alla Tbc, una nuova primavera in Italia anche tra i nostri connazionali, con 84mila persone in trattamento retrovirale, un sommerso vicino al 17% e una patologia conclamata che interessa circa 100mila persone.

La necessità, perciò, è non abbassare l’asticella del controllo, dell’informazione e della prevenzione. “Nel territorio deve nascere un network di ambulatori per i primi screening sulle malattie contagiose – chiede dunque il presidente Simit Antonio Chirianni – che fungano da presidi di protezione civile nel quotidiano”, da “ammortizzatori per falsi allarmi” e siano pronti ad intervenire nelle emergenze. Come nel caso di un attacco batteriologico. “Un rischio molto basso in Italia”, secondo il vicepresidente Simit Massimo Galli ammettendo che “non c’è alcuna allerta specifica”. Ma, in ogni caso, “noi siamo pronti”. Alessia Guerrieri,  migr on 20

 

 

 

 

 

La comunicazione

 

Nella generalità, è giornalista chi rende pubblici fatti d’interesse nel rispetto del classico trinomio, ben noto agli operatori dell’informazione: Quando, Dove, Perché. Quest’enunciato, ovviamente, non è che una sintesi di ciò che intendiamo per giornalismo in voce, video, carta e on-line.

Quando, però, per una serie di concomitanza, si riesce ad andare oltre gli schemi canonici, allora il giornalismo è comunicazione e, soprattutto, confronto. Solo una lunga esperienza e una particolare sensibilità sociale consentono di raggiungere queste finalità.

 Insomma, se c’è la stoffa, l’occasione per renderla valida non è che una naturale conseguenza.

Il difficile, almeno sotto il nostro profilo operativo, è restare “neutrali” agli eventi dei quali si tratta. L’obiettività non ha da essere condizionata dal credo politico personale.

Solo un’informazione fine a se stessa riesce a interessare tutti. Senza i seguiti politici che, poi, ciascun lettore può interpretare.

Se informarsi è un diritto ed informare un dovere, c’è anche da tener conto che le notizie hanno da essere interpretate da chi le legge. Essere opinionisti è tutt’altra storia.

Per quanto ci riguarda, portiamo avanti queste nostre tesi da oltre mezzo secolo; con particolare cura rivolta ai Connazionali che vivono all’estero. Per la verità, non sappiamo se siamo sempre riusciti nel nostro intento. Ma, certamente, ci abbiamo costantemente provato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Il governo di fronte all'emergenza jihad

 

Con un terrorista dell'Isis ricercato nel nord Italia e che probabilmente cerca rifugio presso qualche cellula dormiente nel nostro Paese, anche noi siamo impegnati nelle indagini in corso dopo gli attentati di Parigi. Ma non c'era bisogno del latitante per saperlo. La cellula di Merano scoperta meno di una settimana fa, che aveva collegamenti con l'imam Krekar in Norvegia, fa capire quanto sia concreta la minaccia anche qui da noi. Al Giubileo mancano pochi giorni e le minacce contro Roma del Califfato alzano il livello di allarme, come spiega alla Camera il ministro dell'Interno. Il presidente del consiglio ha partecipato al G20 di Antalya dove Obama e Putin hanno cercato un difficile accordo per combattere il Califfato. L'Italia cosa può fare, oltre a collaborare con gli alleati con i servizi di intelligence? Investita in prima linea dall'emergenza rifugiati (anche se la pressione è diminuita per l'apertura della rotta balcanica), l'Italia ha scelto finora di non partecipare ai bombardamenti sulla Siria e sull'Irak. Renzi lo ha confermato solo pochi giorni fa giudicando sbagliati e inutili i bombardamenti americani e francesi. Ma i terroristi jihadisti non avevano ancora attaccato Parigi. Il presidente francese Hollande ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di approvare una risoluzione che metta in campo una coalizione di Paesi per combattere il Califfo. L'Italia vorrà farne parte? A parte il fatto che se la Francia farà appello all'articolo 5 della Nato anche l'Italia dovrà partecipare, ma anche se non entrerà in campo la Nato ma una coalizione di Paesi cosa deciderà Renzi? Impallidita l'emozione per tutti quei morti, in Parlamento si scatenerà l'offensiva delle opposizioni che si scopriranno pacifisti a oltranza, a destra e anche a sinistra. Sarà un altro problema per Renzi. di GIANLUCA LUZI  LR 16

 

 

 

 

 

Legge di Stabilità. Buoni i risultati per gli italiani all’estero, ma tante le sfide

 

Roma - Anche alla luce delle informazioni e delle comunicazioni che in queste ore si sono susseguite in materia di legge di stabilità per gli italiani nel mondo ho ritenuto opportuno condividere con i connazionali e con i referenti interessati una breve e sintetica relazione che esprima in maniera chiara e senza giri di parole quanto verificatosi nella sessione di bilancio appena conclusa al Senato e quali siano le disposizioni ottenute a favore del comparto degli italiani all'estero.

Nell'ambito della sessione di bilancio, oggi conclusasi in Senato, vi è stata senza dubbio attenzione sul versante del comparto degli italiani all'estero, e l'accoglimento delle disposizioni a favore dello stesso, previste originariamente nell'emendamento presentato insieme al collega Micheloni e agli altri colleghi eletti all'estero della maggioranza, e attualmente incluso al comma 207 del maxiemendamento rappresenta la conferma più eloquente di questo. Paradossalmente, malgrado lo strenuo lavoro da noi condotto, che ci ha visti impegnati notte e giorno in Commissione bilancio e svoltosi esclusivamente in Senato,  già qualcuno ha tentato di affibbiarsi la paternità di questo non trascurabile risultato, presentandolo come conquista di un unico partito, svilendo intenzionalmente la ratio dell'impegno parlamentare che invece ha sotteso il confronto in commissione bilancio. Ritengo opportuno segnalare che l'emendamento accolto ed integrato nel maxiemendamento, sebbene prevedesse originariamente un plafond di risorse più vasto, in sede di dibattimento è stato ridimensionato a 5 milioni, anche in ragione delle esigenze di bilancio che sempre condizionano disposizioni di questo tipo. Il pacchetto "italiani all'estero", come era stato definito per sintesi in corso di confronto e che era stato attribuito a tutti i parlamentari proponenti, e non ad alcuni di questi, come qualcuno ha lasciato intuire prevedeva le misure che sono state poi accolte, tra queste le risorse per la promozione della lingua e cultura italiana, quelle a favore degli istituti italiani di cultura, del funzionamento Comites e Cgie e quelle per la stampa italiana all'estero. Ma in molti, soprattutto tra le fila del Governo, hanno finito con l'inquadrare, in maniera erronea, esclusivamente in queste misure, (intese come pacchetto) il fulcro inderogabile delle nostre priorità, ragion per cui non è stata più prestata debita attenzione alle altre proposte emendative da noi proposte e sostenute in commissione.

A tal riguardo voglio ricordare proprio quanto presente nelle altre proposte come quella afferente alla richiesta di estensione dell'esenzione dell'imposta IMU anche agli immobili di proprietà, in Italia, dei cittadini residenti all'estero ed iscritti all'Aire, quella relativa al riconoscimento delle detrazioni per carichi di famiglia ai lavoratori residenti in un Paese extra Ue, ma che producono reddito in Italia, quella relativa all'incremento dello stanziamento in favore delle azioni svolte dalle Camere di commercio italiane all'estero, senza trascurare il mancato rifinanziamento delle leggi 72 e 73 del 2001 recante interventi rispettivamente a tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli esuli italiani dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, e a favore della minoranza italiana in Slovenia e in Croazia. Proposte che pur essendo oggetto di attenzione e finanziamento nelle passate leggi di stabilità, non sono state accolte in ragione della sussistenza di complessi vincoli finanziari e della rimodulazione delle priorità di bilancio che anche le istanze di implementazione delle risorse pro-sicurezza hanno determinato.

 

Malgrado siffatte condizioni, il Governo ha comunque inteso impegnarsi su alcuni di questi fronti ed eventualmente - qualora le condizioni lo consentano - farlo già nella seconda lettura della stabilità alla Camera. Con l'accoglimento degli ordini del giorno recanti l'impegno a ripristinare opportune risorse in favore della minoranza italiana in Slovenia e in Croazia e degli esuli italiani dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, nonché verso la comunità italiana in Montenegro, rivendendo - eventualmente - i vigenti meccanismi di erogazione degli stanziamenti in favore di maggiore trasparenza e immediatezza e prevedendo meccanismi di rendicontazione e controllo in sede di destinazione delle risorse, e recanti inoltre l'impegno a riconoscere come “abitazione principale” l’unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato e iscritti all’Anagrafe degli Italiani residenti all’Estero (AIRE), a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata o data in comodato d'uso. Su questo punto è da evidenziare che resta invariata, invece, l'agevolazione su IMU, TASI e TARI per i pensionati residenti all'estero, che si configura come un importante risultato ottenuto insieme al collega Micheloni e gli altri senatori eletti all'estero nell'ambito di precedenti provvedimenti. Tra gli impegni accolti come ordini del giorno ricordo ulteriormente quello che accolto come raccomandazione che impegna il Governo a presentare tra le altre cose entro il 1 semestre del 2016 un progetto di ristrutturazione della rete diplomatico-consolare italiana nei paesi dell'UE, nei Paesi SEE e nella Svizzera ed un  piano economico completo e dettagliato dell'attuale rete diplomatico-consolare.

Non si può comunque trascurare l'ulteriore attenzione del Governo su altre delicate e significative tematiche, oggetto di proposte che sono state poi accolte: in primis il rinnovo della previsione degli sgravi fiscali per il rientro dei cosiddetti “cervelli in fuga”, oggetto di un emendamento da me sottoscritto e successivamente rimodulato dal Governo ed integrato nel maxiemendamento. Inoltre, tra le proposte poi integrate nel maxiemendamento ricordo l'incremento del finanziamento delle borse di studio e destinato agli sconti fiscali per il progetto Erasmus plus. E' da evidenziare anche il rinnovo dello stanziamento a favore dell’Istituto italo-latino americano per l’anno 2016, per lo svolgimento delle attività di istituto, per sviluppare e coordinare la ricerca e la documentazione relative ai Paesi membri nel campo culturale, scientifico, economico, tecnico e sociale e per individuare possibilità di scambio, assistenza reciproca e azione comune o concertata negli stessi settori. Dando attuazione, in questo modo, all’impegno internazionale assunto con la convenzione per la costituzione dell’Istituto, firmata a Roma il 1° giugno 1966 e ratificata con legge 4 ottobre 1966, n. 794.

Ritengo sia ulteriormente degno di nota evidenziare i chiarimenti ottenuti in merito alla norma in Stabilità che prevede l’inserimento del canone Rai nella bolletta elettrica, in relazione con gli adempimenti degli italiani all’estero. Dopo opportuni accertamenti risulta che per i titolari in Italia di un contratto di fornitura di energia elettrica per immobili siti nei Comuni d’origine degli emigrati della prima generazione, il pagamento del canone Rai non verrà richiesto. È stato infatti depositato dalle relatrici del provvedimento un emendamento che anche grazie al nostro contributo chiarisce ulteriormente che la presunzione della detenzione o utilizzo di un apparecchio TV si presume solo nel caso in cui esista un’utenza di energia elettrica nel luogo in cui il soggetto ha la propria residenza anagrafica. Possiamo dunque affermare  che sono esenti dal pagamento del canone Rai i  titolari di un’utenza per la fornitura di energia elettrica, residenti all’estero e regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire).

Il lavoro svolto in Senato è stato certamente complesso ed articolato ma ha condotto ad un livello di considerazione non trascurabile da parte del Governo, in riferimento a tematiche su cui, purtroppo, l'attenzione è sempre stata irrisoria. Restano ancora molte sfide da affrontare e molti scenari da ridefinire ma con gli impegni contratti sugli argomenti che invece non hanno trovato facile accoglimento, si è chiaramente aperta la strada al lavoro dei colleghi deputati, che cominceranno a lavorarci soltanto nelle prossime ore e che siamo certi sapranno cogliere le occasioni offerte rinnovando i termini dell'attenzione governativa e ritoccando misure importanti per le nostre comunità oltre confine e determinanti per le potenzialità del nostro Paese nel mondo. Consapevole di questa priorità, per quanto mi riguarda, il mio gruppo parlamentare alla Camera presenterà le proposte emendative non accolte al Senato nell'ambito della sessione di bilancio della Camera dei prossimi giorni. Sen. Aldo Di Biagio De.it.press 20

 

 

 

 

Il MAIE scrive a Renzi:"Misure di sicurezza per le nostre sedi diplomatiche e pausa di riflessione su ius soli"

 

RPMA - Il MAIE - Movimento Associativo Italiani all’estero - in una lettera firmata dal suo presidente Ricardo Merlo, dal senatore Claudio Zin e dal deputato Mario Borghese, ha scritto una lettera al presidente del Consiglio per rappresentare le preoccupazioni dei cittadini italiani all’estero dopo gli efferati attentati di Parigi.

In particolare nella lettera al premier il MAIE chiede innanzitutto di inserire “nel piano di misure d’urgenza che il Governo sta predisponendo interventi di tutela alle nostre sedi diplomatiche e consolari all’estero: soprattutto in considerazione che alcuni Consolati, collocati in città con una forte presenza di italiani, spesso sono nella situazione di ricevere centinaia di utenti al giorno e potrebbero rappresentare un obiettivo sensibile.”

Inoltre, viene chiesta una pausa di riflessione sulla riforma della legge sulla cittadinanza. I motivi li ha spiegati Merlo: “ Gli intensi flussi migratori, in questo delicato momento storico, ci pongono di fronte ad una serie di problematiche che non hanno niente a che vedere con quelle della vecchia emigrazione, quella conosciuta dai nostri genitori e dai nostri nonni. Dobbiamo fermarci a riflettere sul fatto che emigrare oggi non ha lo stesso significato di 100 anni fa.”

Zin ha aggiunto: “L’accoglienza di chi è in fuga dalla guerra e dalla fame è un dovere civico e morale per ciascuno. Ma la classe politica ha il dovere di valutare innanzitutto la sicurezza nazionale.”

“Come cristiano - ha detto a sua volta Borghese - sono in prima linea nell’assistenza ai rifugiati. E come figlio di un emigrato comprendo quanta sofferenza vivano le famiglie degli odierni migranti. Ma credo che sia necessario riflettere per valutare gli sviluppi di questo difficile scenario mondiale”.

Qui di seguito il testo integrale della lettera.

Signor Presidente del Consiglio,

Le scriviamo in qualità di parlamentari eletti all’estero del MAIE - Movimento Associativo Italiani all’Estero, presente nei due rami del Parlamento dal 2008, che rappresenta milioni di cittadini residenti fuori dai confini nazionali – italiani e al tempo stesso europei  -  che sono stati fortemente colpiti dal clima di terrore scatenato dai recenti fatti di Parigi.

Nel piano di misure d’urgenza che il Suo Governo sta predisponendo per far fronte la sfida lanciata dall’Is, il MAIE ritiene che sarebbe necessario inserire degli interventi di tutela delle nostre sedi diplomatiche e consolari all’estero: soprattutto in considerazione che alcuni Consolati, collocati in città con una forte presenza di italiani, spesso sono nella situazione di ricevere centinaia di utenti al giorno e potrebbero rappresentare un obiettivo sensibile per i terroristi.

Le chiediamo, pertanto, di promuovere tutte le misure utili a garantire la sicurezza delle sedi diplomatiche, che si individueranno come “a rischio”,  quella personale dei dipendenti che vi lavorano e degli utenti dei servizi consolari; nel farlo siamo certi che il Governo italiano potrà contare sulla collaborazione dei governi locali con i quali coordinare azioni a tutela delle cose e delle persone delle nostre sedi diplomatiche.

Inoltre, ci preme sottoporLe un’ ulteriore riflessione che attiene al carattere di straordinarietà della situazione che stiamo vivendo.

Quanto è successo a Parigi, quanto accade ormai da troppo tempo in Europa e quanto potrebbe accadere in futuro, rappresenta qualcosa di straordinario che richiede l’assunzione di misure straordinarie e contemporaneamente, a nostro parere, una revisione urgente dell’ agenda politica di Governo.

Il mondo è cambiato e le categorie – le parole - che in passato aiutavano a spiegare e capire alcuni fenomeni, oggi sono desuete e non servono più.

Ci riferiamo, in particolare, Signor Presidente del Consiglio, ai flussi migratori delle migliaia di persone che interessano i Paesi europei e in particolare l’Italia in questo periodo; un fenomeno che ha determinato un’accelerazione, per noi incomprensibile, di revisione della legge sulla cittadinanza a favore di uno ius soli temperato.

L’immigrazione attuale non ha niente che vedere con l’emigrazione italiana  della fine del XIX secolo e dei due dopoguerra, della quale sono stati protagonisti i nostri padri e nonni.

Senza alcuna animosità né voglia di polemica, inopportuna in una circostanza straordinaria come questa, il MAIE chiede al Suo Governo maggiore attenzione, organizzazione ed efficacia delle  procedure di controllo  del processo d’ immigrazione in Italia, manifestando al contempo perplessità sull’opportunità di procedere ad una riforma della legge di cittadinanza  a favore dell’ introduzione di uno ius soli temperato.

A nome del MAIE - e dei cittadini italiani che questo movimento politico rappresenta in tutto il mondo -  siamo a chiederLe una pausa di riflessione sulla  riforma della legge di cittadinanza: in questo momento storico, crediamo che sia la miglior misura che il Governo possa adottare.

Restando a Sua disposizione, cogliamo l’occasione per presentarLe i sensi della nostra più alta stima.

On. Ricardo Merlo - Sen. Claudio Zin - On. Mario Borghese

 

 

 

 

 

Renzi attendista dopo la chiamata di Hollande

 

Sì, ma. Così si può riassumere la risposta italiana alla richiesta del presidente francese Hollande di assistenza militare da parte dei Paesi della Ue. Sia il premier Renzi che il ministro della Difesa Pinotti hanno posto l'accento soprattutto sul lavoro che l'Italia sta già facendo, il che significa tradotto in concreto che il nostro Paese non ha alcuna intenzione di schierare truppe o aerei nella guerra che Hollande e la Francia hanno dichiarato al Califfato islamico. Eppure questa volta la richiesta francese non era di quelle a cui si può rispondere con una fiaccolata o illuminando qualche Colosseo con le luci tricolori. La richiesta è precisa: una guerra si fa con tanti mezzi, dalla diplomazia all'intelligence, ma soprattutto con le armi. Quando la libertà e la democrazia vengono messe in pericolo da atti ostili come quello degli attentati di Parigi, ha il dovere di difendersi. La risposta italiana (così come quella americana espressa in Turchia da Obama) è generica e reticente. Senza idee e senza strategia. Dire che le armi non bastano e che dopo ci vuole la cultura è una banalità, per di più senza molta prospettiva perché non è portando libri e biblioteche che si convince una società tribale ad abbandonare usanze medievali e a coltivare l'odio per tutto ciò che non è islamico. Almeno la Chiesa ha espresso una proposta concreta: quella di un embargo nei confronti di Daesh. Sarebbe già tanto. Ma siccome molti Paesi dell'area mediofinanziano clandestinamente il Califfato per esempio comprando il petrolio di contrabbando, è chiaro che nemmeno sull'embargo sarà facile mettere d'accordo i potenziali nemici dell'Isis. Ma su una cosa Renzi sarà certamente d'accordo con Hollande. Il presidente francese infatti ha chiesto all'Europa di rivedere la politica economica lasciando in secondo piano l'austerità per combattere una guerra che sarà lunga e costosa. Intanto gli attentati di Parigi stanno cambiando lo scenario della politica globale. L'America di Obama si defila mentre Francia e Russia stringono un patto di azione militare comune. E poi Hollande andrà a Washington per capire cosa vuole fare davvero la Casa Bianca. Fra un po' a Renzi verrà chiesto di fare qualcosa di più concreto e immediato che pensare alla cultura del dopo. GIANLUCA LUZI LR 17

 

 

 

 

 

Il dossier. “Le difficili sfide dei minori stranieri non accompagnati nel percorso di crescita e di integrazione”

 

Oltre 15 mila i minori non accompagnati presenti sul territorio italiano. 5.588 hanno fatto perdere le loro tracce rendendosi irreperibili agli enti che li avevano in tutela; molti di essi sono egiziani, presenti in Italia in 2.047, 1.182 dei quali irreperibili

 

ROMA – In occasione della Giornata mondiale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza la Caritas di Roma ha presentato un dossier sulla situazione dei minori stranieri non accompagnati in Italia, quantificati in oltre 15 mila. Di essi 5.588 hanno fatto perdere le loro tracce rendendosi irreperibili agli enti che li avevano in tutela; molti di questi ultimi sono egiziani – cui il dossier dedica uno speciale approfondimento relativo a Roma, - presenti in Italia in 2.047, 1.182 dei quali irreperibili.

Il dossier, intitolato “Le difficili sfide dei minori stranieri non accompagnati nel percorso di crescita e di integrazione”, registra come i minori non accompagnati sul nostro territorio abbiano un'età media di arrivo inferiore ai 16 anni, un quinto dei quali con un'età compresa tra le 12 e i 14 anni. La regione di provenienza è principalmente Gharbeya, una zona a nord della città del Cairo, densamente popolata. Negli ultimi mesi sono stati accolti diversi ragazzi provenienti anche da Mansura e Dakahlia, arrivati tutti via mare, seguendo due rotte: direttamente da Rashid o da Baltim verso la Sicilia.

In media, nel paese di origine, hanno frequentato la scuola per 8 anni e le loro condizioni di salute sono buone; si evidenzia una significativa incidenza di patologie dermatologiche.

Secondo i colloqui sociali svolti dagli operatori Caritas e il "passaparola" tra i ragazzi, emerge che la maggior parte di coloro che si rendono irreperibili lo fanno per immettersi nel mercato del lavoro "in nero" - tra i settori quelli del commercio ambulante, dei mercati generali e dell'edilizia - oppure per emigrare in Francia. Preoccupante per la Caritas anche il fenomeno, sempre più diffuso, dello sfruttamento per fini sessuali e della piccola delinquenza per lo spaccio di sostanze stupefacenti.

Un quarto dei ragazzi egiziani "intervistati" nei centri Caritas – sono in 969 nei Centri di Accoglienza per minori non accompagnati, la metà del totale dei minori accolti nelle strutture della Capitale - ha dichiarato di avere parenti entro il quarto grado già presenti in Italia (la comunità egiziana conta 135mila presenze in Italia è quasi 11mila a Roma). Nella fase della prima accoglienza, i parenti sono restii a prendersi in carico il minore, anzi delegano alle comunità e alle istituzioni ogni decisione. I centri di accoglienza sono definiti madrassa (scuola in lingua araba), ovvero collegi chiamati a soddisfare le loro necessità (vestiario, cibo, documenti, cure sanitarie, ecc).

Durante i primi colloqui, emerge come i ragazzi giunti negli ultimi mesi spesso non sembrino avere un progetto migratorio chiaro. La maggioranza è venuta in Italia per volere dei genitori; alcuni hanno dichiarato di essere partiti per raggiungere gli amici. La speranza è di trovare un lavoro grazie anche alla rete familiare e dei connazionali della città, con l'obiettivo di inviare soldi in patria e ripagare il debito contratto per il viaggio dell'ammontare circa di 3.000 euro, che deve essere saldato quanto prima. L'ansia legata al mandato è un fardello pesante e in alcuni casi si aggiungono le paure legate alle gravi ripercussioni che potrebbero subire le loro famiglie in caso di mancato risarcimento del debito. Perlopiù – evidenzia il dossier - sembrano disorientati e psicologicamente non preparati al percorso intrapreso, anche per la loro giovane età.

Un altro elemento che viene segnalato è la difficoltà di sostenere i minori non accompagnati di nazionalità egiziana nel rientro nel proprio Paese quando ne manifestano la volontà. Nonostante infatti la Direzione Generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e le Autorità diplomatico-consolari egiziane abbiano individuato modalità condivise per poter effettuare attività di family tracing, i rimpatri assistiti tendono a rimanere numericamente rari.

Il fenomeno, pur non essendo nuovo “sta assumendo dimensioni e caratteristiche importanti – si legge nel dossier; “è parte integrante di una migrazione strutturale che sta interessando il capitale umano dell'Italia e dell’Europa. La società in diversi momenti – evidenzia ancora l'analisi - ha espresso difficoltà davanti a questa evoluzione sociale. A Roma i fatti di Tor Sapienza accaduti nel novembre del 2014 e, ancor più di recente, quelli del 15 ottobre di quest'anno nel quartiere Tiburtino III, sono esempi eclatanti dei tanti episodi di razzismo, discriminazione e tensione sociale. Gli atti di terrorismo, non ultimi gli accadimenti di Parigi, aumentano la paura legata al mondo islamico e all'immigrazione in generale”. Il richiamo è alla necessità di “investire risorse per favorire l’integrazione e creare le condizioni per cui l’arrivo di queste nuove energie sociali rappresenti uno stimolo e un’occasione per i minori migranti stessi e per la società che li ospita di evolvere in meglio”.

Per la Caritas non c'è un intervento che da solo possa tutelare e promuovere lo sviluppo della crescita, contrastando lo sfruttamento dei minori non accompagnati in generale e di quelli di nazionalità egiziana nello specifico. Si rendono necessari una pluralità di azioni a differenti livelli: politico, giuridico, sociale, educativo: campagne di informazione nei Paesi di provenienza; studi sul fenomeno dello sfruttamento che permettano in tempi brevi di rilevare i fattori di rischio e di elaborare strategie di intervento tempestive ed efficaci; collaborazione tra i Paesi dell'Ue per armonizzare le procedure di accoglienza, assistenza; riduzione dei tempi per l'ottenimento della tutela da parte del minore e l'avviamento delle procedure per il permesso di soggiorno; forme di accoglienza individualizzate come l'affido familiare, soprattutto per i ragazzi più piccoli, che necessitano di cure e di attenzioni specifiche, così da sostenere un’accoglienza a misura di bambino; favorire i rimpatri assistiti per i minorenni che ne fanno richiesta e superare gli ostacoli legati alle indagini familiari; potenziare le procedure di trasferimento previste dal Regolamento Dublino III, nel caso in cui vi siano familiari presenti in uno Stato diverso da quello in cui sono arrivati. (Inform 20)

 

 

 

 

 

 

Cassandra

 

Lo scorso anno, avevamo ipotizzato sulla politica riformista italiana. Quella che, poi, non c’è stata. Ora, alla fine di questo 2015, il fronte governativo continua a essere assente.

Ci sono, comunque, i partiti. Ma nulla di più. Prevedere una coerente maggioranza di governo ed un’opposizione degna di tale nome, sarebbe ancora improponibile. Certo è che non ci sentiamo per nulla tranquilli sul futuro prossimo di questo nostro Paese.

 Né troviamo conforto nella “linea” Renzi. Certo è che chi ci ha governato, anche per il recente passato, non ha saputo presentare differenti scelte alla penisola.

 Non c’importa se Berlusconi tornerà in lizza. Poco ci coinvolgono le strategie di un Centro/Sinistra che non lo è  nella sostanza. Perché la questione della governabilità resta un problema non risolto nel nostro Stivale.

 Non è edificante vivere in uno Stato in continua contraddizione. Se si analizzano le nostre questioni sotto il profilo socio/politico non traspare, prima di tutto, un Leader degno di questo nome. Di “galli” nel pollaio ce ne sono anche troppi. La spina dolorosa resta il populismo. Anche se in tono minore. Ma, sino a quando? La politica dei piccoli passi, tanto cara nello scorso ventennio (1990/2010), non è più applicabile.

 Manca, tra l’altro, un adeguamento operativo che consenta d’osservare oltre il nostro limitato orizzonte. Nessuno, insomma, ha provato ad adeguarsi ai tempi che chiedono un rinnovamento. Le nostre ipotesi, a ben osservare, sono rimaste tutte tali.

 Fare la parte di Cassandra, che profetizzava sventure, proprio non ci piace. Senza parteggiare per nessuno, manteniamo lo spirito di un giornalismo partecipativo che abbiamo fatto nostro da sempre. Non tralasceremo i nostri ideali.

 Lo scriviamo con tranquillità, sicuri che anche la mitica Cassandra non avrà seguito alcuno né nella Penisola, né altrove. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La criminalità è il primo problema per gli italiani, mai così temuta

 

Dati Istat: peggiora la fiducia degli italiani negli altri. Migliorano invece le relazioni interpersonali, e cresce la quota di quanti vedono positivamente la loro situazione economica – di PAOLO BARONI

 

Che voto danno gli italiani alla loro condizioni di vita? Su una scala che va da uno a 10 il voto è pari a 6,8. Dopo il forte calo tra il 2011 e il 2012, il quadro della soddisfazione generale della popolazione dai 14 anni di età in su, in base all’indagine realizzata dall’Istat, quest’anno si è stabilizzato con una stima pari ai livelli espressi nel 2012. Migliorano soprattutto le relazioni interpersonali, cresce la quota di quanti vedono migliorare la loro situazione economica e si stabilizzano i giudizi sul lavoro, segno che inizia a prendere corpo la percezione che la recessione è ormai alle spalle. Cresce invece l’allarme per la criminalità, soprattutto al Centro nord.  

 

Rispetto al punteggio medio attribuito alla soddisfazione per la vita che nel complesso è pari a 6,8, il 35,1% delle persone esprime i livelli più alti di giudizio (ovvero voti tra 8 a 10). Un dato questo in linea con il 2014. Stabile anche la quota di popolazione (4,5%) che esprime giudizi negativi (voto tra 0 e 3). In alcuni ambiti rilevanti della vita quotidiana, le persone si dichiarano più soddisfatte rispetto al 2014. Si tratta delle relazioni familiari (il 90,9% contro il 90,2%), di quelle amicali (83,4% contro 82,2%) e del tempo libero (66,4% contro 64,5%). 

 

Risultano, invece, stabili a distanza di un anno la stima per la soddisfazione per la salute (81,2%) e quella per il lavoro (74,8%). La quota di famiglie, che valutano invariata o in miglioramento la propria condizione economica, passa dal 52,1% del 2014 al 57,3% del 2015. Il dato positivo riguarda tutte le ripartizioni geografiche, ma è più consistente al Nord e nel Mezzogiorno, segnala l’Istat. Parallelamente aumenta la quota di persone soddisfatte della propria situazione economica (dal 43,4% del 2014 al 47,5% del 2015). Il 78,6% delle persone pensa che «bisogna stare molto attenti» nei confronti degli altri; all’opposto, il 19,9% ritiene che «gran parte della gente è degna di fiducia». Questo aspetto della fiducia torna sui livelli del 2012 dopo due anni di lieve crescita. 

 

Il peggioramento della fiducia verso gli altri è confermato anche dal calo della quota di persone che ritiene probabile vedersi restituire il portafoglio smarrito da un vicino di casa (dal 71,0% del 2014 al 69,4% del 2015) o da uno sconosciuto (dal 12,3% all’11,1%). Nel 2015 i problemi maggiormente sentiti dalle famiglie con riguardo alla zona in cui vivono sono il rischio di criminalità (41,1%), il traffico (38,4%), la difficoltà di parcheggio (37,3%) e l’inquinamento dell’aria (36,7%); seguono la sporcizia nelle strade (31,6%), il rumore (31,2%), le difficoltà di collegamento con i mezzi pubblici (30,5%) e la qualità dell’acqua di rubinetto (30,0%). Infine, il 9,2% delle famiglie segnala irregolarità nell’erogazione dell’acqua. 

 

Rispetto al 2014, cresce la quota delle famiglie che dichiarano problemi nella zona in cui vivono. In particolare è in aumento la percezione del rischio di criminalità, soprattutto nel Centro-nord. LS 19

 

 

 

 

 

Fiscalità sulla casa in Italia. I benefici anche ai proprietari di più immobili

 

ZURIGO - Nell’applicazione dei benefici fiscali (IMU-TASI-TARI) sulla casa in Italia ai pensionati italiani iscritti all’AIRE - previsti dall’articolo 9-bis del Decreto Legge 28 marzo 2014 n. 47 convertito dalla legge 23 maggio 2014, n. 80 - vi sono stati alcuni Comuni italiani che non hanno riconosciuto tali benefici a quanti erano proprietari in Italia di più immobili, anche se tenuti a propria disposizione (quindi non affittati), dando una loro particolare interpretazione alla frase “(..) è considerata direttamente adibita ad abitazione principale una ed una sola unità immobiliare (..)” contenuta nel primo comma del citato Decreto Legge.

Sollecitati dalla UIM, perché in disaccordo con questa interpretazione restrittiva della legge, i Deputati del PD eletti nella Circoscrizione Estero hanno quindi richiesto un chiarimento al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Chiarimento che il MEF ha trasmesso agli interroganti lo scorso 5 novembre. Ebbene - come scrive il MEF nella sua risposta - la UIM aveva ragione poiché i benefici in questione spettano anche a quei pensionati proprietari di più immobili, i quali devono semplicemente stabilire su quale degli immobili posseduti chiederne l’applicazione.

Pertanto tutti quei pensionati iscritti all’AIRE, proprietari di più immobili, che si sono visti negare dal loro Comune i benefici fiscali sulla casa potranno richiederli nuovamente ed in caso di reiterato rifiuto contattare il CAF UIL più vicino.

Art. 9-bis del DECRETO LEGGE 28 marzo 2014, n. 47

1. - All'articolo 13, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, al settimo periodo, le parole da: "l'unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti" fino a: "non risulti locata" sono soppresse e dopo l'ottavo periodo è inserito il seguente: "A partire dall'anno 2015 è considerata direttamente adibita ad abitazione principale una ed una sola unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato e iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE), già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza, a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata o data in comodato d'uso".

2. - Sull'unità immobiliare di cui al comma 1, le imposte comunali TARI e TASI sono applicate, per ciascun anno, in misura ridotta di due terzi.

3. - Agli oneri derivanti dalle disposizioni di cui al presente articolo, pari a 6 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2015, di cui 2 milioni di euro annui a copertura delle minori entrate dei comuni, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2014-2016, nell'ambito del programma "Fondi di riserva e speciali" della missione "Fondi da ripartire" dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2014 allo scopo utilizzando l'accantonamento relativo al medesimo Ministero. 

Dino Nardi, Coordinatore UIM Europa

 

 

 

 

 

Abruzzesi nel Mondo (Cram). I lavori del Consiglio Regionale. Angela Di Benedetto eletta vicepresidente

 

Tagliacozzo (L’Aquila) - I lavori della prima giornata del Consiglio regionale degli abruzzesi nel mondo (Cram) - nella splendida cornice del Teatro Talia di Tagliacozzo (L'Aquila) - sono stati aperti da Franco Santellocco Gargano, vicepresidente uscente del Cram, seguito dai saluti istituzionali del sindaco Maurizio Di Marcotesta e dei due consiglieri regionali che sono anche componenti del Cram, Lorenzo Berardinetti e Pietro Smargiassi. Presenti il direttore del dipartimento Turismo-Cultura-Trasporti settore Giancarlo Zappacosta, che è fratello di un illustre abruzzese emigrato negli Usa, Pierluigi, fondatore della Logitech negli Stati Uniti e inventore del mouse per i computer. Con lui anche il dirigente del servizio Informazione e Accoglienza Turistica Francesco Di Filippo e il nuovo funzionario dell'Emigrazione della Regione, Franco Di Martino che, come da legge, sarà anche il nuovo segretario verbalizzante dell'assemblea (punto all'ordine del giorno, come la nomina del nuovo vicepresidente a latere del presidente Donato Di Matteo, che è anche assessore al ramo). Ospite anche il senatore Antonio Razzi, abruzzese residente in Svizzera ed ex consigliere Cram per il suo Paese di emigrazione, dove è stato per anni anche presidente dell'Associazione abruzzesi di Lucerna e delle Federazione dei club. Hostess e steward impegnati all'accoglienza gli allievi dell'Istituto tecnico turistico di Tagliacozzo "Andrea Argoli" che con i compagni di scuola hanno garantito l'alternanza con almeno 10 allievi studenti, che hanno guidato le visite turistiche nello splendido centro storico di Tagliacozzo. Gli studenti sono stati accompagnati dalle insegnanti tutor Enza Di Domenico e Claudia Sansone. Presenti anche gli ex consiglieri regionali e Cram Giuseppe Tagliente, Antonio Prospero e Ricardo Chiavaroli.

 

Saluti accorati quelli del presidente del Consiglio regionale Giuseppe Di Pangrazio: "L'Abruzzo è ovunque - ha detto Di Pangrazio - siamo sempre stati ben accolti ovunque anche dagli autoctoni di territori spesso ostili. Dove andiamo portiamo i nostri sapori, grande contribuito ai nostri piccoli centri con le rimesse. Le banche si sono aperte grazie alle rimesse dall'estero. Sono qui perché ci tengo, il tempo è poco, ma questo incontro per me è fondamentale per quello che voi avete fatto per l'economia regionale e siete veri ambasciatori d'Abruzzo nel mondo". Zappacosta ha parlato di emigrati di successo come "attrattori d'impresa da sempre, anche se mai nessuno ha messo a profitto un tale patrimonio. Ho visitato molte realtà importanti, come quella canadese". Razzi ha rinnovato gli elogi a Di Matteo "il numero uno" e ha indicato come esempio il consigliere del Belgio Levino Di Placido "abruzzese che promuove i prodotti enogastronomici in Belgio. Saluto Angelo Di Ianni, ex provveditore agli studi e fratello dell'ex sindaco di Hamilton. Di Matteo lo considero il 'Mirko Tremaglia' del centro-sinistra, solo lui può far sperare il settore emigrazione di avere i fondi che merita per poter lavorare". Razzi ha poi regalato il suo disco "Famme cantà" al presidente.

 

Di Matteo ha ringraziato gli ex consiglieri presenti per il buon lavoro svolto in passato e a Goffredo Palmerini, oggi presidente dell'Osservatorio dell'Emigrazione. "Vi dovete appropriare di un protagonismo serio, non su Facebook, ma facendo considerazioni produttive e costruttive per ricaparvi un ruolo - ha detto l'assessore - Perché a Tagliacozzo? Per valorizzare paesi dell'entroterra che ti fanno commuovere. Il Cram è o non è protagonista delle politiche dell'emigrazione? Se lo deve essere, bisogna condividere con i corregionali all'estero, giovani compresi (e soprattutto), la scelte anche economiche. Se non ci sono risorse è meglio non fare più nemmeno il Cram. Dentro il sistema sempre, anche con l'Osservatorio protagonista. Avevamo costruito nel 2005-2008 un percorso utile alle associazioni per la promozione del made in Abruzzo, poi disperso completamente”. Per rispondere ad alcune polemiche online, Di Matteo ha detto che "per questa assemblea del Cram abbiamo speso solo 40mila euro, quasi la metà del passato recente. Bisogna riattivare il portale d'informazione (che Di Matteo aveva fatto in passato, ndr), non si può stare senza in questa èra, soprattutto con chi sta lontano". Poi altro progetto importante per Di Matteo la costruzione dell'"anagrafe dettagliata degli abruzzesi all'estero. L'Osservatorio deve essere interlocuzione di collegamento con voi per attingere a risorse comunitarie", a supplenza o integrazione dei pochi fondi regionali possibili. E infine: "Sono pronto a lasciare se non vi viene dato il giusto protagonismo".

 

Nel pomeriggio della prima giornata l’elezione del vicepresidente del Cram. La canadese (di Montreal) Angela Di Benedetto, 35 anni e giovane notaio, è la nuova vicepresidente del Cram. E' stata eletta con 18 voti a favore. Ha superato i candidati Franco Santellocco (Algeria, 3 voti) e Rosetta Romagnoli (Stati Uniti, un voto). "Vorrei riprendere il lavoro dai progetti interrotti nel 2008", ha detto la neo vice, ricordando che con l'arresto dell'ex governatore Ottaviano Del Turco, avvenuto quando nella sua Montreal si svolgeva il Congresso dei giovani abruzzesi - organismo attivato da Di Matteo pure all'epoca presidente Cram e assessore - si paralizzarono tutte le politiche innovative intraprese dal Cram. Un congresso per i giovani abruzzesi "perché i giovani sono il presente e soprattutto il futuro dell'associazionismo, ma non hanno con la terra d'origine lo stesso legame che hanno coloro che sono emigrati", ha ripetuto più volte Di Matteo. Goffredo Palmerini ha svolto la relazione dell'Osservatorio per l'Emigrazione al Cram riunito a Tagliacozzo. "Prospettiva di grande respiro per il Cram, a sentire le parole dell'assessore Di Matteo. - ha detto Palmerini - Non è più possibile andare avanti a compartimenti stagni. Con le poche risorse occorre mettere a frutto ciò che si ha. Cominciamo dalla memoria storica, penso a un sistema museale regionale per raccogliere e custodire atti, documenti, video, scritti, immagini e altre ricerche. Facciamo un Abruzzo di 2,5 milioni di corregionali (che sarebbero la metà che vive in regione e l'altra metà all'estero, ndr). Ma ci serve un organico regionale permanente che tutti i giorni si occupi di queste tematiche. Ci vogliono strutture e volontà". Reduce dalla sua missione a New York, Palmerini ha raccontato dell'occasione persa per le istituzioni abruzzesi di approfittare degli spazi gratuiti offerti dalla mostra al Westchester italian cultural center, "Abruzzo & Molise, yesterday and today 2015", che è ancora in corso dall'8 ottobre scorso nella più importante città americana, fino al 22 novembre. Un mese e mezzo di esposizione di arte, cultura, tradizioni, artigianato ed enogastronomia. "Dal Molise c'era il Presidente della Regione - ha rivelato - dall'Abruzzo nessuno e io mi sono ritrovato da solo, con il grande drammaturgo Mario Fratti, a rappresentarla. Per fortuna diversi privati e qualche ente pubblico hanno esposto le eccellenze abruzzesi". 

 

Di Matteo s'è detto d'accordo col la costituzione del Museo dell'emigrazione abruzzese e ha ribadito la necessità della rete e del portale social network degli abruzzesi nel mondo per mettere in relazione una volta per tutte, e bene, i corregionali nel mondo fra loro. "Deliberiamo e inviamola come proposta per il Bilancio regionale 2016 che s'impronterà a partire nei prossimi giorni", ha spiegato il Presidente del Cram. Il documento è stato votato e naturalmente approvato all'unanimità da tutti i consiglieri riuniti. Tonino Innaurato, consigliere per l'Osservatorio Emigrazione dove rappresenta l'Uncem (piccoli comuni montani), ha detto: “Ripartire da un comune come Tagliacozzo dimostra la volontà di ripartire dal rapporto con i piccoli comuni montani, che io qui rappresento, e questa è stata una scelta intelligente". Approvata l'iscrizione all'Albo regionale della nuova Associazione abruzzese in Bolivia, fondata da Rocco Colanzi e soci. Di Matteo ha dato mandato all'ufficio di verificare tutte le associazioni che hanno fatto richiesta nel passato e ancora non sono state deliberate, delegando all’ufficio l’ammissione all’Albo se in regola con la normativa vigente. Sono seguite le relazioni di tutte le delegazioni. Enzo Alloggia è tornato alla carica con l'ostello per la gioventù "indispensabile per i giovani che vengono a studiare dall'estero e per gli emigrati che non hanno più casa in Abruzzo". 

 

Nella seconda e ultima giornata di riunione del Consiglio regionale degli abruzzesi nel mondo, visita in mattinata al Liceo artistico (ex istituto d'arte) di Castelli (Teramo), località rinomata nel mondo per le ceramiche d'arte e per la sua antica scuola. I consiglieri Cram (foto di gruppo) sono stati accolti dalla preside Carla Marotta e dal giovane e bravo sindaco Rinaldo Seca. La Marotta ha ricordato che la scuola ha 110 anni, e organizza anche all'estero corsi di ceramica ad hoc, da una settimana a sei mesi o un anno. Unica scuola superiore di montagna, non accorpata ad altre, come quella di Cortina d'Ampezzo (Belluno) e Livigno (Sondrio) - ha detto la preside - con seimila visite l'anno, come fosse un museo, ha avuto studenti da Albania, Bangladesh, Croazia, Cuba e Turchia. L’invito, quindi, alle comunità abruzzesi nel mondo di prendere in considerazione l’opportunità d’inviare studenti in Abruzzo per una formazione artistica e professionale di qualità. Visitati con grande interesse i laboratori di lavorazione e le esposizioni di ceramiche d’arte realizzate dalla scuola e dagli artisti ospiti di tutto il mondo. Nel pomeriggio ritorno a Tagliacozzo, al Teatro Talia, sede dei lavori assembleari. L'assessore e presidente Cram Donato Di Matteo ha dato mandato all'Ufficio emigrazione di iscrivere all'Albo le Associazioni abruzzesi di Romania, guidata da Claudio Teseo, e Spagna, presieduta da Mirko Razzi, figlio del senatore.

 

L’assemblea ha quindi approvato il ripristino del Congresso dei giovani abruzzesi nel mondo, e di finanziare un fondo per medicine e salute dove c'è difficoltà, come in Venezuela, dove già  da anni c'è il progetto di assistenza sanitaria della Fondazione "Abruzzo solidale" di Caracas, presente ai lavori del Cram con Amedeo Di Lodovico e Franco De Antoniis, quest’ultimo in Abruzzo anche per altri motivi personali. In riferimento ad un esposto viene dichiarata decaduta la consigliera Cram del Venezuela, Maria Gabriela Marcacci, anche per via del suo trasferimento in Panama. Il consigliere venezuelano Johnny Margiotta ha riferito che la collega si era comunque dimessa. Angelo Di Ianni (Canada) ha fatto i complimenti ai giovani sudamericani per la loro attività e per la lingua italiana parlata bene, mentre in Canada non è così per i giovani, che non parlano più la nostra lingua e hanno timore di parlare al congresso, pur essendo professionisti o imprenditori. Servono, quindi, per future riunioni traduttori simultanei. C'è un problema di comunicazione, ha poi lamentato il consigliere di Hamilton: "Dobbiamo sapere chi viene nei nostri paesi dalla Regione - ha detto Di Ianni - e se i politici vengono nel nostro paese a fare accordi con fondi regionali, quando noi facciamo da sempre iniziative per centinaia di studenti a spese nostre, perché la Regione non invia più nulla da anni", con riferimento all'annuncio di ieri al Cram del presidente del Consiglio regionale Giuseppe Di Pangrazio, che andrà presto in Canada per firmare un protocollo d’intesa con il Columbus Center di Toronto. 

 

Johnny Margiotta ha detto che la situazione in Venezuela è molto difficile per organizzare riunioni, congressi e altre iniziative, "i giovani scappano dal Venezuela". E opportunità come quella della scuola di Castelli, ma anche le scuole alberghiere, sono ottime per la formazione dei giovani che scappano. Il consigliere regionale e Cram Pietro Smargiassi (del M5S) ha parlato di "un Cram che deve passare alla fase due: ognuno di voi ha una rete di conoscenze nel proprio paese. Se vengo in Australia, devo conoscere imprenditori, tour operator ma anche aziende italiane che non sanno come entrare in certi paesi. Altrimenti saremo sempre solo quelli che si muovono per fare gite turistiche a spese della Regione. Portate 10 allievi all'Alberghiero di Villa Santa Maria (Chieti) che poi tornano nei vostri paesi e sanno cucinare bene la cucina abruzzese, oltre che quella italiana. Io ho tre quinti della mia famiglia che è emigrata". Filippo Marfisi (Gran Bretagna) ha proposto: “Visto che il Cram fa anche promozione turistica delle bellezze naturali, si approvi un documento di ferma opposizione al progetto petrolifero "Ombrina mare" al largo della costa teatina”. Levino Di Placido (Belgio) ha proposto per il 60° anniversario della tragedia di Marcinelle, nel 2016, che ci sia una delegazione abruzzese degna della ricorrenza solenne, "perché quest'anno non è venuto nessuno. Poi dobbiamo tutte le associazioni rinominarci anche 'agenzie di promozione dell'Abruzzo'. Infine: "Ogni anno arrivano all'aeroporto di Pescara 50mila persone con la Ryanair da Charleroi e non hanno alcuna accoglienza specifica". Enzo Alloggia (Svizzera) ha detto che è stato sbagliato abbassare il limite d'età da 40 a 35 anni per il consigliere giovane. Ha ricordato poi della sua lettera al Presidente del Consiglio Matteo Renzi sull'imposizione in Svizzera della casa che gli emigrati hanno in Italia. Franco De Antoniis della Fondazione "Abruzzo solidale" del Venezuela ha ricordato l'attività della Fondazione che è l'unico progetto economico (da 80mila euro erogati, spesi al 50%) ancora in corso in un Cram che non ha fondi. Marco Leon (Cile), 37 anni, ha lamentato di essere l'unico giovane dell'associazione in Cile e di parlare l'italiano in maniera non proprio fluida. Approvati il documento "No a Ombrina Mare” e un progetto proposto dall'associazione Caba di Buenos Aires (Argentina) di Walter Ciccione sul riservare un parco a Pescara dove piantare gli alberi tipici dei paesi di emigrazione, in collaborazione col Comune di Pescara (c'è già l'ok dell'assessore ai "Pescaresi nel mondo", Sandra Santavenere) e con il quotidiano "Il Centro", il cui direttore Mauro Tedeschini ha manifestato a Ciccione il suo interesse per la bella idea. In serata al Teatro Talia il concerto dell'Orchestra sinfonica diretta dal maestro Pasquale Veleno. De.it.press 16

 

 

 

 

Taglio alle risorse dei Patronati nella Legge di stabilità

 

ZURIGO  - Apprendiamo con piacere che in Commissione Bilancio del Senato è stato approvato un emendamento alla Legge di Stabilità, presentato dalle stesse relatrici, con il quale - recependo le sollecitazioni e le indicazioni dei parlamentari eletti all'estero - vengono recuperate delle risorse aggiuntive destinate alle politiche per gli italiani nel mondo per complessivi 4'900'000 euro  (100'000 per il CGIE, 100'000 per Comites ed InterComites, 3.300.000 per la promozione della lingua e cultura italiana ed il sostegno degli enti gestori di corsi di lingua e cultura italiana, 500'000 per gli Istituti Italiani di Cultura, 650’000 per la stampa italiana all'estero, 100'000 in favore delle agenzie specializzate per i servizi stampa dedicati agli italiani all’estero, 150'000 per promuovere l’attrattività delle università attraverso la diffusione dei corsi di lingua italiana online e avviare campagne informative di carattere didattico, amministrativo e logistico per favorire l’iscrizione di studenti stranieri in Italia). 

Tuttavia con la Legge di Stabilità 2016 è sorto anche un "Caso Patronati". Infatti il loro finanziamento, ancora una volta, viene decurtato ed in questo caso (2016) di ben 48 milioni di euro dopo il taglio già subito di 35 milioni nel 2015. Un taglio che - se pure ridotto da 48 a 20 milioni con un emendamento approvato, anch’esso, in Commissione Bilancio del Senato - metterà comunque a rischio la loro sopravvivenza e significherà certamente la chiusura delle sedi estere di queste strutture che, nel mondo, svolgono un’attività di tutela e assistenza gratuita ed a tutto campo delle quali si avvalgono un po’ tutti: giovani e meno giovani, emigrati ed expat di ogni genere.    Ecco, le sedi estere dei patronati. Questa non è pure materia, anche all’estero, del contendere nella Legge di Stabilità da parte di coloro che, a vario titolo, rappresentano le comunità italiane? Provino a domandarsi l'associazionismo italiano, i Comites ed il Cgie, in quali condizioni di tutela e di assistenza si troverebbero le comunità italiane all’estero se venissero private anche del supporto dei patronati, dopo che negli ultimi dieci anni hanno subito una desertificazione della rete consolare a seguito della chiusura di oltre cinquanta Uffici consolari nel mondo.  A chi potrebbero rivolgersi i 400mila pensionati italiani ogni qual volta, per esempio, ricevono una lettera dall’INPS o dalla Citybank in cui vi è scritto che per evadere a quella richiesta di informazioni/documento (CUD, Dichiarazioni reddituali, Detrazioni fiscali, Esistenza in vita, ecc.) debbono/possono rivolgersi ad un patronato?  Ed a chi potranno rivolgersi per qualsiasi altro loro problema anche di natura extra previdenziale, per i quali gli operatori all'estero dei patronati non si sono mai rifiutati di offrire il loro aiuto?  Ah, certo, resterebbe loro la possibilità di rivolgersi ad uno dei tanti faccendieri e azzeccagarbugli prezzolati che sorgerebbero immediatamente come funghi in giro per il mondo.  Ma, solo avvicinarli, sia gli uni che gli altri, agli emigrati costerà un occhio della testa!    É questo che l’associazionismo italiano, i Comites, il Cgie e, con loro, gli eletti all’estero vogliono o, in alternativa, dei servizi a pagamento del patronato?  Non credo proprio, ma sarà questo che accadrà se anche nell’intero universo degli emigrati - come sta avvenendo in Italia in questi giorni - non ci si farà immediatamente promotori, quantomeno nei Paesi di maggiore emigrazione, di organizzare energiche proteste (coinvolgendo gli stessi operatori di patronato che rischiano il posto di lavoro), con il motto “ Salviamo I Patronati ! ”.  Proteste da tenersi in ogni continente nei confronti del governo e parlamento italiani, attraverso anche le Rappresentanze diplomatico-consolari, affinché venga cancellato completamente questo nuovo taglio di 48 milioni respingendo, una volta per tutte, la soluzione del male minore già praticata con la Legge di Stabilità 2015. La Uim, da parte sua, si sta già attivando. 

Dino Nardi, Coordinatore Uim Europa dip 20 

 

 

 

 

 

Terror, ein Klima des Krieges und eine Art Opferhierarchie

 

In Paris ist der Terror nun endgültig in der EU angekommen und die französische Reaktion zeigt, dass die Nerven inzwischen überall blankliegen. Machen wir uns nichts vor: Wir sind Teil einer Politik, die den Terror befördert hat.

 

Als "eine Art dritter Weltkrieg", der stückchenweise geführt und geschürt werde, so beschrieb der Papst im Juni des Jahres den Zustand der Welt. Auch im Bereich der globalen Kommunikation nehme man ein Klima des Krieges wahr. Dem schloss sich kürzlich der jordanische König an, der ebenfalls von einem dritten Weltkrieg sprach, geführt vom IS gegen die Menschheit. Diesem Krieg, so der Jordanier weiter, sind in den vergangenen 2 Jahren hunderttausende Muslime zum Opfer gefallen. In Paris ist der Terror nun endgültig in der EU angekommen und die französische Reaktion, die Einforderung des Bündnisfalls zeigt, dass die Nerven inzwischen überall blankliegen. Noch vor kurzer Zeit haben wir uns nicht gewehrt, als sich der amerikanische Präsident verstieg, Russland für die größere Bedrohung als den IS zu halten. Auch das armselige Argument der Bundeskanzlerin, der in die EU drängende Flüchtlingsstrom sei ein "Zeichen der Globalisierung", ging am eigentlichen Problem vorbei. Nun liegt es drängend auf dem Tisch.

Die eilige Versicherung der vollen Solidarität mit Frankreich ist noch keine Lösung. Sie eröffnet auch keinen Freibrief, denn Art 51 der UN Charta ist ausdrücklicher Bezugspunkt allen Handelns der EU. Damit gilt der Vorrang des internationalen Rechts fort, auch wenn dieses Recht inzwischen so brüchig geworden ist, wie ein altes Leintuch, wird es doch je nach Interessenlage herangezogen oder missachtet. Brüchig geworden aber ist auch unsere Verteidigung der universellen Werte.

Ja, die Terroranschläge von Paris waren ein Angriff auf alles, was Menschlichkeit ausmacht. Aber das gilt für alle Terroranschläge, überall auf der Welt. In keiner der Stellungnahmen vom Samstag zu den Terroranschlägen auf Frankreich war ein Wort der Solidarität zu hören mit den vielen unglücklichen Opfern, die nahezu zeitgleich in Beirut ermordet wurden. Der jüngste Angriff auf Iranische Oppositionelle im Irak, der fünfte inzwischen, wurde in den allermeisten deutschen Medien regelrecht totgeschwiegen. Und ich frage mich, wie glaubwürdig wir den weltweiten Terror wohl ausrotten wollen, wenn wir unsere Herzen so selektiv öffnen, unser Mitgefühl Unterschiede macht. Nicht Mehmet, nicht die ermordeten Juden im Supermarkt, sondern "Je suis Charlie" trieb uns um im Januar dieses Jahres auf die Straße. Nicht die inzwischen etwa 60.000 Menschen, die Boko Haram abschlachtete. Alles muss uns gleichermaßen aufrütteln.

"Menschen, ihr seid doch Menschen, warum weint ihr nicht?" Erst im Angesicht seiner toten Töchter kommt Lear zur Besinnung. Seit Shakespeares Zeiten ist viel geschehen in der Welt, aber wir sind nicht wirklich klüger geworden, nicht, wenn es um fundamentale Werte geht. Noch immer versperren uns Ideologie und Feindbilder das Herz, verhindern Mitmenschlichkeit, ja auch couragierte Parteinahme.

Terrorismus ist überall und in jeder Form inakzeptabel – wir wissen es, wir sagen es, aber wie handeln wir? Ich fürchte, dass wir schon seit langem eine Art Opferhierarchie haben. Der Grad der Anteilnahme scheint abzuhängen von der Nähe oder Ferne des Geschehens. Wir sollten, ja müssen, uns fragen, welche Schlüsse Menschen, die täglich dem Terror ausgesetzt sind, wohl aus unserer Art abgestuften Mitgefühl ziehen mögen. Was sie wohl denken mögen, wenn Polen nun die Tür vor Kriegsflüchtlingen verschließt, als wären diese die Täter und nicht die Opfer. Die islamistischen Terroristen sind nicht nur ein Feind des Westens. Sie sind ein Feind aller Menschen, überall, ob Juden, Christen oder Muslime, auf allen Erdteilen.

Nun hat sich Frankreich mit Russland verbündet, gegen den IS. Obama lobte die konstruktive russische Haltung für eine politische Lösung der Syrienkrise. Der Kommentator der FAZ, der sich zum Bombenattentat auf das russische Flugzeug über dem Sinai äußerte, hatte diese Wendung der Geschichte offenbar noch nicht mitbekommen und vor allem russische mediale Schadenfreude über die Pariser Katastrophe ausgemacht. Und war sich auch nicht zu schade, darauf zu verweisen, dass russische Medien in Rivalität zum Westen "in den vergangenen Tagen neuerlich verbreitet (hätten), hinter dem IS stecke eigentlich der Westen."

So wird mit Terroropfern auch noch Propaganda gemacht. Zumal ein seriöser Journalist ein Interview von Al Jazeera aus dem Mai dieses Jahres hätte kennen können. Der Sender ging der Frage nach, welche Verantwortung der Westen (im Interview ging es um die USA) für das Erstarken des IS hat, übrigens ohne zu behaupten, dort läge die alleinige Verantwortung. N-tv berichtete.

Der ehemalige Chef des amerikanischen Militärgeheimdienstes, General Flynn, stand Al Jazeera Rede und Antwort. Es ist ein freimütiges Interview, erschreckend, ernüchternd. "Die Geschichte wird nicht freundlich mit uns umgehen", sagte Flynn mehrmals, denn er kann das Versagen nicht leugnen, die Mitschuld am anschwellenden Terror in dieser Region. Ja, der US Militärgeheimdienst habe gewusst, dass es Terroristen waren, die das Herz der Bewegung gegen Assad in Syrien bildeten. Wir alle haben also alle mitgemacht. Entweder in der US geführten Koalition oder durch billigendes Schweigen. Die Amerikaner haben die Gefahr des Erstarkens vom IS, um Assad loszuwerden, in Kauf genommen, es war die Politik, wie Flynn immer wieder betont. Das Geheimdokument aus dem Jahr 2012, das dies beweist, ist inzwischen öffentlich. Veröffentlicht von einem Internetmedium, das sich mit Crowdfunding finanziert. General Flynn bestätigt in dem Interview die Echtheit dieses Dokuments. Irgendwann aber weiß auch er keine Antwort mehr auf die drängenden Fragen des Reporters. Man möge doch den amerikanischen Präsidenten befragen, denn er verstehe dessen (Syrien-)Strategie auch nicht. Warum die Amerikaner überhaupt gegen den Irak in den Krieg zogen? 2001 hatte im Pentagon, wenn man dem ehemaligen Oberbefehlshaber der NATO Streitkräfte in Europa, General Clark, glauben darf, keine Ahnung, warum. Weil man es kann?

Machen wir uns also nichts vor. Wir sind Teil einer Politik, die den Terror befördert hat. Schweigen oder Wegsehen befreit nicht von Mitschuld. Unsere eingeschränkte Weltsicht, unsere Blindheit hat über viele Jahre den Terror anschwellen lassen, der unzählige Opfer gekostet hat, darunter auch in Paris. Es ist deshalb auch mehr als scheinheilig, wenn jetzt allein von einigen die USA für das Desaster verantwortlich gemacht wird. Wir sind die Verbündeten der USA. Wir sitzen in einem Boot. Es ist ebenso scheinheilig, so zu tun, als wäre mit der Politik der USA, des Westens, alles in Ordnung. Und es ist grundfalsch, die Ursachen für den Terror allein im Westen zu suchen.

Wenn wir wirklich wollen, dass überall auf der Welt Menschen sorglos in Cafés sitzen können, ohne Furcht vor Terroranschlägen öffentliche Verkehrsmittel zu benutzen , sich auf Märkten sich treiben zu lassen, oder einfach nur ihre Kinder in die Schule zu schicken, dann ist es höchste Zeit innezuhalten und sich zu fragen, was wir anders machen müssen. Welche Bündnisse wir brauchen. Wem wir besser zuhören müssen. Wie wir die Wurzeln des Terrorismus, der unter dem Deckmantel des Islam daherkommt, wirklich ausreißen können. Das gilt für diesseits und jenseits des Atlantik. Die Umsetzung von Resolutionen des UN Sicherheitsrates zum Kampf gegen den IS wäre ein Anfang. Unter anderem durch die Austrocknung der Finanzströme. Denn irgendwer kauft das Öl des IS, verkauft die Waffen. Das sind wir den Opfern schuldig. Petra Erler, EurActiv19

 

 

 

 

Zweites Asylpaket auf dem Weg. Frontalangriff auf das Recht auf Asyl

 

Das Bundesinnenministerium hat das zweite Asylpaket auf den Weg gebracht. Es enthält die geplanten Asyl-Schnellverfahren und Einschränkungen des Familiennachzugs. Auch Minderjährige sollen ihre Familien nicht mehr nachholgen können – zum eigenen Schutz.

 

Ein neues Asylpaket von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) könnte nach Einschätzung von Pro Asyl für weit mehr Flüchtlinge die Situation verschärfen als zunächst gedacht. Ein Gesetzentwurf, der dem Evangelischen Pressedienst (epd) vorliegt, regelt die in der Koalition verabredete Einrichtung von speziellen Aufnahmezentren, die nach den Äußerungen von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) vor allem Asylsuchende aus sicheren Herkunftsländern treffen sollen. Pro Asyl-Geschäftsführer Günter Burkhardt fürchtet aber, dass auch andere Gruppen betroffen sein könnten. „Das Gesetz ist ein Frontalangriff auf das Grundrecht auf Asyl“, sagte er dem epd.

Grund für Burkhardts Befürchtungen ist die Definition der Gruppen, die in speziellen Aufnahmezentren ein Asyl-Schnellverfahren durchlaufen sollen. Neben Menschen aus sicheren Herkunftsstaaten finden sich dort auch Personen, die ihren Pass zurückhalten oder vernichten oder falsche Angaben machen. Dies treffe auch auf Bürgerkriegsflüchtlinge aus Syrien zu, sagte Burkhardt. Der Entwurf sei eine „uferlose Ausweitung“ der in der Koalition besprochenen Maßnahmen.

Kein Familiennachzug

Auf Kritik stoßen bei der Flüchtlingsorganisation auch die Regelungen zum Familiennachzug. Union und SPD hatten verabredet, den Nachzug von Angehörigen bei subsidiär Schutzberechtigten für zwei Jahre auszusetzen. Bislang sind davon nicht die syrischen Flüchtlinge betroffen. Ob die Einschränkung auch für sie gelten soll, wird politisch noch diskutiert.

Wie aus dem Papier hervorgeht, sollen die geplanten Einschränkungen des Familiennachzugs auch Minderjährige betreffen, die ihre Eltern nach Deutschland holen wollen. „Dies ist durch die steigende Zahl an Minderjährigen, die alleine flüchten oder alleine auf die Flucht geschickt werden, erforderlich geworden“, heißt es in der Begründung eines Gesetzentwurfs aus dem Bundesinnenministerium, der dem Evangelischen Pressedienst (epd) vorliegt. Genauso wie Erwachsene soll für sie eine Wartefrist von zwei Jahren gelten.

Im Interesse der Minderjährigen

In der Gesetzesbegründung heißt es weiter, durch die steigende Zahl unbegleiteter minderjähriger Flüchtlinge sei „offensichtlich“ geworden, dass Anreize geschaffen worden seien, sie allein auf die Flucht zu schicken. „Eine Einschränkung des Familiennachzugs erscheint daher auch im Interesse der Minderjährigen selbst geboten“, heißt es.

Im Gesetzentwurf ist aber bereits von Bürgerkriegsflüchtlingen ausdrücklich die Rede. In der Gesetzesbegründung heißt es, aufgrund der hohen Zuzugszahlen von Schutzberechtigten sei die „daraus resultierende Dimension“ des Familiennachzugs „gesellschaftspolitisch schwer darstellbar“. Zwar werden dann nur subsidiär Schutzberechtigte genannt, also solche mit zeitlich begrenztem Schutz. Weiter heißt es aber: „Vielmehr ist es wichtig und richtig, dass Bürgerkriegsflüchtlinge in den Schutzräumen der Krisenregion gemeinsam mit ihren Familien verbleiben und dort versorgt und betreut werden.“

Pro Asyl: Regelungen verfassungswidrig

Burkhardt sagte, die Wartefrist von drei Jahren bedeute durch die zusätzlichen Wartezeiten beim Asylantrag in Deutschland und den Botschaften der Herkunftsländern de facto ein vier- bis fünfjähriges Warten auf die Angehörigen. „Da wäre es ehrlicher, den Artikel sechs des Grundgesetzes, der Ehe und Familie unter besonderen Schutz stellt, für Bürgerkriegsflüchtlinge auszusetzen“, sagte er. Die Regelungen seien verfassungswidrig.

Flüchtlinge haben nach bisheriger Rechtslage die Möglichkeit, ihre sogenannte Kernfamilie zu sich zu holen. Darunter fallen Ehegatten und minderjährige Kinder beziehungsweise deren Eltern. Auch für Minderjährige soll die Einschränkung gelten, wie im Entwurf betont wird. „Dies ist durch die steigende Zahl an Minderjährigen, die alleine flüchten oder alleine auf die Flucht geschickt werden, erforderlich geworden“, heißt es in der Begründung.

Die Einschränkung des Familiennachzugs und die Asyl-Schnellverfahren, die insgesamt nicht länger als drei Wochen dauern sollen, wurden Anfang November bei einem Spitzentreffen der Koalition besprochen. Wann sich das Bundeskabinett mit dem Entwurf befasst, ist noch unklar. (epd/mig 19)

 

 

 

 

Österreichs Kanzler in Berlin. Gute Zusammenarbeit in der Flüchtlingspolitik

 

Bundeskanzlerin Merkel und der österreichische Regierungschef Faymann haben angesichts der Anschläge in Paris ein weiteres Zusammenrücken der Staaten in Europa gefordert. In der Flüchtlingspolitik geht es beiden vor allem um die rasche Sicherung der EU-Außengrenzen.

 

In einem gemeinsamen Pressestatement vor ihrer Unterredung im Kanzleramt verurteilten Bundeskanzlerin Angela Merkel und der österreichische Bundeskanzler Werner Faymann die Anschläge in Paris. Europa müsse im Kampf gegen den Terrorismus enger zusammenrücken, erklärten sie.

Merkel rief die internationale Gemeinschaft auf, im Kampf gegen den Terrorismus zusammenzustehen und sprach von einer "angespannten Zeit". Sie versicherte Frankreich erneut der Solidarität Deutschlands. "Wir wissen: Dies ist ein Anschlag auf unsere Grundwerte, auf unsere Art zu leben, auf die Freiheit", sagte Merkel. Europa und die freiheitsliebenden Länder dieser Erde müssten nun

in allen Bereichen zusammenstehen, um gemeinsam die Täter zu finden und die eigenen Werte zu schützen, fuhr die Kanzlerin fort.

Hotspots für faire Verteilung in Europa

Im Mittelpunkt des anschließenden Gesprächs stand die Flüchtlingspolitik. "Österreich und Deutschland arbeiten hier sehr, sehr eng zusammen", betonte Merkel. Die Abläufe seien doch sehr viel gesteuerter und geordneter als zu Beginn, stellte sie fest. Klar sei allerdings, dass die Zahl der Flüchtlinge ohne einen besseren Schutz der EU-Außengrenzen nicht abnehmen werde. Merkel sagte Griechenland weitere Unterstützung und eine Stärkung der EU-Grenzschutzagentur Frontex zu.

Die vorgesehenen Hotspots in Italien und Griechenland müssten schnell entstehen, und zwar nicht nur um Registrierungs-, sondern auch als Verteilungszentren für eine faire Verteilung in Europa, forderte die Kanzlerin. Ferner werde dort dann die Möglichkeit bestehen, jene Menschen in ihre Heimat zurückzuschicken, die keinen Anspruch auf Asyl hätten.

Rasche Umsetzung gefordert

Beide Politiker forderten eine schnelle Umsetzung der vereinbarten EU-Maßnahmen, um die Flüchtlingszahlen zu vermindern. "Es kommt aufs Tempo an", sagte Faymann. Er verwies auf die Abmachung, die Unterstützung für Flüchtlinge in den Nachbarländern Syriens zu erhöhen, wobei an der

Umsetzung noch hart gearbeitet werden müsse.

Im Zeichen zunehmender Forderungen nach Flüchtlingsobergrenzen und Grenzschließungen sagte Faymann, es gebe in der Flüchtlingspolitik keine einfachen Lösungen. Zur Versorgung der Menschen, die Ende August über Ungarn gekommen seien, habe es keine Alternative gegeben.

Sicherung der Außengrenzen

Eine Schlüsselfrage seien auch die Verhandlungen mit der Türkei. "Eine Außengrenze von 14.000 Kilometern Küste lässt sich mit der Türkei einfach anders sichern, als wenn wir uns die Aufgabe übertragen würden, dies nur allein mit Frontex und Griechenland abzusichern", erklärte Faymann.

Abschließend betonte der österreichische Bundeskanzler, es gebe keine einfachen Lösungen, die auch nachhaltig und ehrlich seien. "Wenn wir einer Redlichkeit verpflichtet sind, dann müssen wir diese Vielfalt an Aufgaben mit gemeinsamer Kraftanstrengung angehen." Pib 19

 

 

 

 

 

"Frankreich ist im Krieg"

 

Frankreichs Staatspräsident François Hollande kündigt nach den Pariser Anschlägen einen "erbarmungslosen" Kampf gegen die Extremisten-Miliz Islamischer Staat an – und fordert eine neue Welt-Koalition gegen den Terror.

Nach den schwersten Anschlägen in Frankreich seit dem Zweiten Weltkrieg hat Präsident François Hollande einen erbitterten Kampf gegen die Extremisten-Miliz Islamischer Staat angekündigt.

"Wir müssen erbarmungslos sein", sagte er am Montag bei einer gemeinsamen Sitzung beider Parlamentskammern im Schloss Versailles. "Frankreich ist im Krieg." Für den Kampf gegen die Extremisten will er den Ausnahmezustand um drei Monate verlängern und die Verfassung ändern.

Die Polizei ging mit Razzien gegen Islamisten vor: Bei 168 Einsätzen wurden nach offiziellen Angaben ein Raketenwerfer und Gewehre sichergestellt. In Syrien selbst bombardierte die französische Luftwaffe am Montag mutmaßliche IS-Stellungen in dessen Hochburg Rakka. Auch in der Nacht zu Dienstag wurden die Angriffe fortgesetzt.

Bei den Terror-Anschlägen in Paris, zu denen sich der IS bekannt hat, wurden am Freitagabend etwa 130 Menschen getötet. Nach Angaben des Auswärtigen Amtes in Berlin wurde inzwischen ein zweiter Deutscher identifiziert.

Hollande sagte, der dschihadistische Terrorismus sei eine Bedrohung für die gesamte Welt. Er will 5.000 Stellen bei den Sicherheitskräften schaffen, ein Sparprogramm bei der Armee stoppen, Gesetze verschärfen und die Grenzkontrollen verstärken. Sein Premierminister Manuel Valls warnte in einem Hörfunkinterview, der IS bereite auch Anschläge in anderen europäischen Staaten vor. "Wir werden mit dieser Terrorgefahr noch lange leben müssen."

Die Extremisten kündigten in einem Video weitere Attacken an und nannten dabei konkret Washington. Aus Angst vor Anschlägen setzten die US-Bundesstaaten Texas, Indiana, Louisiana und Arkansas die Aufnahme syrischer Flüchtlinge aus. Zu diesem Schritt hatten sich bereits Alabama und Michigan entschlossen. Die Bundesregierung will ihre Asylpolitik dagegen nicht ändern.

Hollande kündigte an, den Kampf gegen den IS in Syrien auszuweiten und dabei den den Flugzeugträger "Charles de Gaulle" einzusetzen. Das Flaggschiff hat Platz für 40 Kampfflugzeuge und Hubschrauber. Bereits in der Nacht zum Montag wurde der IS erneut ins Visier genommen: Zu den Zielen gehörten den Angaben aus Paris zufolge Waffen- und Ausbildungslager. Auch andere Staaten griffen die Extremisten an. Dabei wurden nach US-Angaben 116 Tanklaster zerstört, um Ölverkäufe zu unterbinden und dem IS eine Geldquelle trockenzulegen.

"Wir brauchen gemeinsame Bewegung aller"

Hollande forderte die USA und Russland auf, ihre Kräfte im Kampf gegen den IS zu bündeln. Dafür will er den UN-Sicherheitsrat anrufen. Die Notwendigkeit der Zerstörung des IS sei eine Aufgabe der internationalen Gemeinschaft, sagte Hollande. "Was wir brauchen, ist eine gemeinsame Bewegung all jener, die gegen den Terrorismus kämpfen“, sagte Hollande. „Syrien ist zur größten Terrorismusfabrik der Welt geworden."

Zudem solle der UN-Sicherheitsrat eine Resolution gegen den Terrorismus verabschieden. Die USA und Russland fliegen zwar in Syrien Luftangriffe, haben aber zum Teil gegensätzliche Ziele. So kritisieren westliche Staaten, dass die russische Luftwaffe auch sogenannte gemäßigte Rebellen bombardiert, die vom Westen unterstützt werden.

Auf dem Gipfel der 20 führenden Industriestaaten (G20) im türkischen Belek wurde allerdings deutlich, dass sich ein grundlegender Strategiewechsel beim Kampf gegen den IS nicht abzeichnet. Die Staaten versprachen aber schärfere Grenzkontrollen, einen besseren Austausch der Geheimdienste und Maßnahmen gegen die Terrorfinanzierung.

Immer wieder Molenbeek

ach den Anschlägen konzentrieren sich die Ermittler immer stärker auf Belgien. Hollande sagte, die Attacken seien in Syrien geplant und vom Nachbarland aus organisiert worden. Ein den Ermittlungen nahestehender Insider sagte, der Belgier Abdelhamid Abaaoud stehe in Verdacht, die Anschläge angeordnet zu haben. Er halte sich gerade in Syrien auf und sei auch Drahtzieher anderer geplanter Attacken in Europa. Einem Bericht von RTL Radio zufolge handelt es sich bei ihm um einen 27-Jährigen aus dem Brüsseler Stadtteil Molenbeek. Das Viertel gilt schon länger als Drehkreuz für europäische Dschihadisten.

Von den sieben getöteten Angreifern haben die französischen Ermittler bisher fünf identifiziert: Dabei handelt es sich um vier französische Staatsbürger und einen Ausländer, dessen Fingerabdrücke im Oktober in Griechenland registriert wurden. Deswegen gibt es Spekulationen, dass der IS die Rekordflüchtlingsströme nach Europa nutzen könnte, um Kämpfer einzuschleusen. Die Ermittler gehen zudem davon aus, dass einer der Pariser Angreifer entkommen konnte und es mindestens vier Helfer gab.

Zudem gibt es den Verdacht, dass Spuren nach Deutschland führen könnten: Im nordrhein-westfälischen Arnsberg wurde ein Algerier verhaftet, der in einer Flüchtlingsunterkunft nach Angaben von syrischen Mitbewohnern vor einigen Tagen davon sprach, dass Paris in Angst und Schrecken versetzt wird.

Ermittler in Bayern versuchen unterdessen weiter, einen Anfang November verhafteten Mann aus Montenegro zu vernehmen, in dessen Auto Sturmgewehre und Sprengstoff versteckt waren und der auf dem Weg nach Paris war. Der Mann verweigert die Aussage. Er habe nur gesagt, er habe den Eiffelturm besichtigen wollen und von den Waffen nichts gewusst, erklärte das Landeskriminalamt.

EA/rtr, dsa, 17

 

 

 

 

Nach Anschlägen in Paris. Starkes Signal der EU

 

Die EU steht Frankreich im Kampf gegen den islamistischen Terror zur Seite. Auch Deutschland werde "alles in unserer Macht stehende tun, um Hilfe und Unterstützung zu leisten", sagte Verteidigungsministerin von der Leyen beim Treffen mit Amtskollegen in Brüssel. Frankreich hatte die Unterstützung der EU-Partner angefordert.

 

Nach den verheerenden Anschlägen in Paris hat Frankreich am Dienstag die anderen EU-Länder um Beistand gebeten. Beim Treffen der EU-Verteidigungsminister in Brüssel unterrichtete der französische Minister Jean-Yves Le Drian in aller Eindringlichkeit über das grauenvolle Attentat

von Paris. Er bat den Ministerrat um Konsultationen nach Artikel 42(7) der EU-Verträge.

EU-Vertrag Artikel 42(7): Im Falle eines bewaffneten Angriffs auf das Hoheitsgebiet eines Mitgliedstaats schulden die anderen Mitgliedstaaten ihm alle in ihrer Macht stehende Hilfe und Unterstützung, im Einklang mit Artikel 51 der Charta der Vereinten Nationen. Dies lässt den besonderen Charakter der Sicherheits- und Verteidigungspolitik bestimmter Mitgliedstaaten unberührt. Die Verpflichtungen und die Zusammenarbeit in diesem Bereich bleiben im Einklang mit den im Rahmen der Nordatlantikvertrags-Organisation eingegangenen Verpflichtungen, die für die ihr angehörenden Staaten weiterhin das Fundament ihrer kollektiven Verteidigung und das Instrument für deren Verwirklichung ist.

Enge Kooperation fortsetzen

Der französische Verteidigungsminister möchte nach den Anschlägen zweigleisig vorgehen. Frankreich wird bei den Vereinten Nationen um Unterstützung im gemeinsamen Kampf gegen den sogenannten Islamischen Staat bitten. Die europäischen Partner werden um Beiträge gebeten, die Frankreich

international entlasten können. Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen meinte hierzu, dies werde primär auf bilateraler Ebene erfolgen.

Es sei keine konkrete Bitte oder Forderung an Deutschland gestellt worden. Sie sei darum gebeten worden, die enge Kooperation, die wir bisher mit Frankreich haben, fortzusetzen. Zudem habe sie geschildert, "was wir im Augenblick tun", erklärte die Ministerin nach dem Treffen. Vor den Beratungen in Brüssel hatte von der Leyen Frankreich Hilfe zugesichert. Deutschland werde alles "in

unserer Macht stehende tun, um Hilfe und Unterstützung zu leisten."

Bundeswehr hilft im Kampf gegen IS

Ein weiteres Thema des Gesprächs war die Ausbildung der Peschmerga im Nord-Irak. Dabei konnte Ministerin von der Leyen dem französischen Verteidigungsminister zusagen, dass das deutsche Engagement verstetigt werden solle. Im Nord-Irak werden die Peschmerga weiter ausgebildet, aber auch Jesiden oder andere ethnische Gruppen. Frankreich könne sich fest darauf verlassen, dass

Deutschland im Nord-Irak, wo der Kampf gegen den sogenannten Islamischen Staat erfolgreich sei, in seinem Engagement auf keinen Fall nachlasse, so die Ministerin.

Entlastung in Westafrika

Von der Leyen sprach mit Verteidigungsminister Le Drian auch über den Bundeswehreinsatz in Mali. Derzeit laufen Planungen, sich verstärkt in der UN-geführten Mission MINUSMA zu engagieren. Nach zwei Erkundungsmissionen vor Ort werden jetzt Detailfragen geklärt, um dann im Kabinett und im

Parlament die Planungen zur Abstimmung zu bringen. "Aber dass wir uns mehr engagieren werden und zwar deutlich stärker, das ist sicher", sagte von der Leyen dem französischen Amtskollegen zu.

Mit der Beteiligung an MINUSMA stärkt die Bundesregierung eine multidimensionale, integrierte UN-Friedensmission in Mali. Das Mandat läuft bis zum 30. Juni 2016 bei einer personellen Stärke von bis zu 150 Soldatinnen und Soldaten.

Jede Unterstützung zugesagt

Bundeskanzlerin Angela Merkel hatte bereits am vergangenen Samstag mit dem französischen Staatspräsidenten François Hollande telefoniert. Sie verurteilte die barbarischen terroristischen Anschläge auf das Schärfste und betonte, dass Deutschland fest an der Seite Frankreichs stehe.

Deutschland werde Paris bei der Bekämpfung des Terrorismus jede gewünschte Unterstützung zukommen lassen, so Merkel. "Dieser Angriff auf die Freiheit gilt nicht nur Paris - er meint uns alle und er trifft uns alle. Deswegen werden wir auch alle gemeinsam die Antwort geben", so Merkel. Pib 17

 

 

 

 

UN. Nach Paris-Anschlägen Flüchtlinge nicht zu Sündenböcken machen

 

Die UN warnt, nach den Anschlägen von Paris die Flüchtlinge zu Sündenböcken zu machen. Zeitgleich kritisiert Amnesty die EU-Abschottungspolitik. Unionspolitiker hingegen zeigen sich unbeeindruckt. Sie fordern Verstärkung der Grenzsicherung durch die Bundeswehr.

 

Die UN haben davor gewarnt, nach den Anschlägen von Paris die Flüchtlinge zu Sündenböcken zu machen. Die allermeisten in Europa ankommenden Menschen wollten sich vor Verfolgung und Konflikten in Sicherheit bringen, erklärte der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge, António Guterres, am Dienstag in Genf. Sie seien gerade vor solchen Leuten geflohen, die für die Attacken in Paris verantwortlich seien. Amnesty International forderte die EU auf, dem Impuls zu widerstehen, die Außengrenzen weiter zu schließen.

Es werde niemand dadurch geschützt, dass der Angst nach den schrecklichen Anschlägen von Paris nachgegeben werde, sagte der Europa-Direktor der Menschenrechtsorganisation, John Dalhuisen. „Die unzähligen Menschen, die vor Verfolgung und Konflikten fliehen, werden dadurch nicht verschwinden, und auch nicht ihr Recht auf Schutz. So lange irgendwo Gewalt und Krieg herrscht, werden die Menschen kommen, und Europa muss bessere Wege finden, sie zu schützen.“

Guterres äußerte sich beunruhigt über die unbestätigten Berichte, wonach einer der mutmaßlichen Attentäter von Paris als Flüchtling getarnt nach Europa eingereist sei. Guterres stellte klar, dass die Genfer Flüchtlingskonvention solchen Menschen, die schwere Verbrechen begangen haben, von ihren Schutzbestimmungen ausschließt. Nach den Terroranschlägen in der französischen Hauptstadt mit mehr als 130 Toten ist in Deutschland und Europa eine Debatte über den Kurs in der Flüchtlingspolitik entbrannt.

Flüchtlinge sind Opfer und nicht Täter

Zäune an Europas Grenzen hätten in keiner Weise zu einer geordneten Migration beigetragen, sondern zu Menschenrechtsverletzungen geführt, hieß es in dem am Dienstag veröffentlichten Amnesty-Bericht zur Flüchtlingssituation in Europa. Die Geflohenen würden gezwungen, auf andere Landwege auszuweichen oder den gefährlichen Weg über das Mittelmeer zu wählen. Allein in diesem Jahr seien bis zum 10. November 512 Flüchtlinge in der Ägäis und insgesamt 3.500 Flüchtlinge im Mittelmeer ertrunken.

In dem Bericht werden unter anderem der Umgang mit Flüchtlingen in der Türkei, Gesetzesverschärfungen in Spanien und Ungarn sowie fragwürdige Praktiken in Marokko kritisiert. Trotz Verstöße gegen internationales Recht strebe die EU mit der Türkei einen gemeinsamen Aktionsplan gegen irreguläre Migration an. „Mit Zäunen an den Landgrenzen und indem die Europäische Union Länder mit kritischer Menschenrechtslage, wie Marokko und die Türkei, als ‚europäische Grenzwächter‘ nutzt, verweigert sie Menschen den Zugang zum Asylverfahren“, kritisierte Çallkan.

Union fordert Bundeswehreinsatz an Grenzen

Ungeachtet dieser Kritik ist in Deutschland eine Debatte über eine Forderung der Union nach einem verstärkten Bundeswehreinsatz an den Grenzen entfacht. Die Bundespolizei und die Polizei-Einheiten der Länder sollten aus Sicht des verteidigungspolitischen Sprechers der Unions-Bundestagsfraktion, Henning Otte (CDU), im Rahmen technischer Amtshilfe bei Bedarf von der Bundeswehr unterstützt werden, um einen unkontrollierten Grenzübertritt von Flüchtlingen zu verhindern. Der CSU-Politiker Hans-Peter Uhl sagte: „Die Anschläge in Paris haben gezeigt, dass die klassische Rollenaufteilung zwischen Polizei und Militär hinterfragt werden muss.“

EU-Parlamentspräsident Martin Schulz (SPD) indes unterstrich sein Vertrauen in die Sicherheitsbehörden. „Leider kann es in offenen Gesellschaften keine absolute Sicherheit geben“, sagte Schulz der in Oldenburg erscheinenden Nordwest-Zeitung. Auch der Wehrbeauftragte des Bundestages, Hans-Peter Bartels (SPD), lehnte den Einsatz der Bundeswehr zur Grenzsicherung ab. „Das kann – außer im Fall des inneren Notstands – nicht Aufgabe der Bundeswehr sein“, sagte Bartels. (epd/mig 18)

 

 

 

 

Neue Perspektiven schaffen

 

Der EU-Migrationsgipfel in Valletta kann nur ein erster Schritt sein.

Wie erwartet wurde auf dem EU-Sondergipfel zu Migration im maltesischen Valletta ein Treuhandfonds für Stabilität und zur Bekämpfung von Ursachen irregulärer Migration in Afrika für die am stärksten betroffenen afrikanischen Herkunfts- und Transitländer aufgelegt. Bis Ende 2016 sollen exemplarisch für die identifizierten Prioritäten 16 Leuchtturminitiativen umgesetzt werden, deren Implementierung im Rahmen bestehender Mechanismen der Gemeinsamen EU-Afrika-Strategie (JAES) überprüft wird.

Der überfällige politische Dialog zwischen Afrika und Europa ist das positivste Merkmal dieses Gipfels. Dass sich beide Seiten trotz erheblicher Meinungsverschiedenheiten zu einer politischen Erklärung sowie eines neuen Aktionsplans durchringen konnten ist ebenfalls erfreulich. Positiv ist außerdem, dass der Wortlaut der Erklärung sowie  des Aktionsplans  weit weniger auf Abschottung und Grenzsicherung abzielt, als im Vorfeld des Gipfels zu befürchten waren. Stattdessen gibt es ein grundsätzliches Bekenntnis dazu, dass Flucht und Migration eine gemeinsame Herausforderung für Afrika und Europa sind, die konzertierte langfristige Anstrengungen erfordert und an den eigentlichen Ursachen ansetzen muss. Die Rettung von Menschenleben als oberste Priorität und die Rechte von Flüchtlingen und Migrantinnen und Migranten werden dabei ebenso ausdrücklich anerkannt, wie die positiven Effekte von Migration und Mobilität, beispielsweise Entwicklungseffekte durch die Diaspora und ihre Rücküberweisungen. Dies war angesichts der aktuellen Befindlichkeiten in Europa zum Thema Flucht und Migration keinesfalls selbstverständlich.

 

Schieflage der Interessen bereits im Vorfeld des Gipfels

Gleichzeitig hängt dem Gipfel ein grundlegender Makel an, über den auch der ausgewogene Diskurs seiner Abschlussdokumente nicht hinwegtäuschen kann: Anlass des Valletta-Gipfels war die Zuspitzung der Flüchtlingskrise, die zu lange ignoriert wurde, obwohl sie sich seit längerem abzeichnete. Nimmt man die häufig strapazierten Aussagen eines partnerschaftlichen Verhältnisses zwischen Europa und Afrika ernst, dann hätte der Gipfel gemeinsam organisiert und auch die afrikanischen Interessen von Anfang an systematisch einbezogen werden müssen. Wenn Angela Merkel davon spricht „ein kameradschaftliches Verhältnis“ zu Afrika zu entwickeln, muss man sich fragen, was die letzten acht Jahre innerhalb der EU-Afrika Partnerschaft stattgefunden hat. Diese Schieflage wird unterstrichen dadurch, dass der Aktionsplan gerade im Hinblick auf Möglichkeiten der legalen Migration und Mobilität – der klar artikulierten afrikanischen Priorität – sehr vage bleibt: zusätzliche Netzwerke, Sprachkurse und Erasmusstipendien sind sicherlich ein positives Zeichen, aber ganz sicher kein substanzieller Durchbruch. Langfristiges politisches Ziel muss ein umfassendes Migrationsregime sein. Die im Aktionsplan in Aussicht gestellten Vereinfachungen von Visa-Verfahren für begrenzte Arbeits- und Studienaufenthalte „im Rahmen bestehender rechtlicher Rahmenbedingungen“ sind da nicht mehr als ein Tropfen auf den heißen Stein, der eigentlich eher unterstreicht, dass es eben keine Bereitschaft seitens der EU für einen Durchbruch in diesem Bereich gibt.

Grundsätzlich problematisch ist auch die Verknüpfung von Entwicklungshilfe mit Erfolgen im Bereich der Migrationskontrolle für afrikanische Staaten, zumal Europa damit den Anschein erweckt, sich seiner Mitverantwortung an Fluchtursachen durch beispielsweise Handels- und Fischereipolitik entledigen zu wollen. Dass sogar autoritären Regimen wie Eritrea, die zu den größten Herkunftsländern von Flüchtlingen zählen, ein more for more an Entwicklungshilfe bei erfolgreicher Reduzierung von Flüchtlingsströmen in Aussicht gestellt wird, ist schlichtweg zynisch.  

Ob die Umsetzung des recht umfangreichen Aktionsplans mit den dafür vorgesehenen 1,8 Milliarden Euro tatsächlich realisiert werden kann, ist fraglich. Außerdem läuft die Auffüllung des Treuhandfonds seitens der EU-Mitgliedsstaaten eher schleppend und beläuft sich bislang auf lediglich 78,2 Millionen Euro. Die drei Milliarden Euro, die alleine die Türkei für Maßnahmen des Migrationsmanagements erhalten soll, kamen jedenfalls deutlich schneller zusammen. Fragwürdig ist auch, dass die bereitgestellten Mittel des Treuhandfonds aus dem Europäischen Entwicklungsfonds stammen, also ohnehin bereits für Entwicklungszusammenarbeit mit afrikanischen Ländern vorgesehen waren. Sie jetzt mit Maßnahmen des Migrationsmanagements zu verknüpfen, entspricht den aktuellen politischen Prioritäten der EU, kann aber nur ein allererster Schritt sein angesichts der komplexen Dimensionen der Ursachen von Flucht und Migration in Afrika.

 

Die Implementierung des EU-Afrika-Gipfels 2014 war bisher ernüchternd

Die Ergebnisse des Gipfels können dennoch die Grundlage für eine vertiefte Partnerschaft zwischen beiden Kontinenten darstellen. Aufgrund erheblicher Unterschiede in der Auffassung von Migration und damit verbundener Themen wie Rückführung oder Ursachen ist es bis dahin allerdings noch ein weiter Weg, der stetigen politischen Dialog erfordert. Ein solcher Dialog darf sich jedoch nicht nur auf die EU-Afrika Gipfel und wenige hochrangige Treffen zwischen den Gipfeln beschränken, und steht und fällt außerdem mit der Implementierung seiner Ergebnisse. Die Bilanz zur Umsetzung der Beschlüsse des EU-Afrika-Gipfels 2014 fällt ernüchternd aus. Gerade im Bereich Migration hat sich fast nichts getan und das, obwohl es sowohl eine eigenständige politische Erklärung als auch einen Aktionsplan dazu gab. Die afrikanische Seite hat deshalb zu Recht gefragt, warum es einen neuen Aktionsplan geben soll, wenn der alte bis dato fast unangetastet geblieben ist.

Die bisherige Politik der EU und vieler ihrer Mitgliedsstaaten zeigt fast ausschließlich reaktive Handlungsmuster - Asylrechtsverschärfung, Khartum-Prozess, Kampf gegen Schleuser, der Bau von Abwehranlagen und Zäunen. Um dem Eindruck entgegenzutreten, dass der Gipfel letztlich nur eine Veranstaltung war, die kurzfristiges bzw. reaktives Handeln priorisiert, müssen die EU und ihre Mitgliedsstaaten den Gesprächen nun Taten folgen lassen. Vor dem Hintergrund stark ansteigender Flüchtlingszahlen sind kurzfristige, reaktive Maßnahmen durchaus verständlich, doch muss nun viel stärker über langfristige und kohärente Lösungen nachgedacht werden. Insbesondere sollten die EU und ihre Mitgliedstaaten auf eine gerechte Handelspolitik achten, die regionale Integration auch wirklich fördert sowie ihr außenpolitisches Engagement, wie bspw. in Libyen, stärker auf Konsequenzen hin analysieren.

 

Ziel muss strategischer Dialog mit Afrika sein

Bislang kommen nur rund 20 Prozent der Flüchtlinge und Migrantinnen und Migranten aus Afrika. Die dortige Bevölkerung wird sich jedoch bis 2050 verdoppeln, und die Aussichten für Prosperität sind nicht zuletzt angesichts von Konflikten, Korruption und Klimawandel schlecht. Es ist für Europa vor diesem Hintergrund keine Nebensächlichkeit, sondern zwingend notwendig, sich eingehender und vorausschauender mit seinem afrikanischen Partner zu beschäftigen. Dies betrifft nicht nur die Schaffung legaler Möglichkeiten für Migration und Mobilität, sondern generell die Unterstützung einer sozial gerechten und friedlichen Entwicklung des Kontinents. Ein langfristig angelegter strategischer Dialog zwischen Europa und Afrika, der die unterschiedlichen Interessen und jeweiligen Verantwortlichkeiten beider Seiten anerkennt, sollte vor diesem Hintergrund von der EU und jedem einzelnen ihrer Mitgliedstaaten deutlich proaktiver gestaltet werden. Und nicht erst aus der Verzweiflung einer Krise heraus. Elisabeth Braune, Florian Koch IPG 16

 

 

 

 

 

Nach den Anschlägen in Paris. Große Zeichen der Solidarität

 

In einer europaweiten Schweigeminute haben viele Menschen auch in Deutschland am Montag um 12 Uhr der Opfer von Paris gedacht. Als Zeichen der Solidarität besucht die Kanzlerin am Dienstag das Fußball-Länderspiel gegen die Niederlande. Unterdessen hat die Bundesregierung die Sicherheitsmaßnahmen verstärkt.

 

Ein Zeichen gegen islamistischen Terror will Bundeskanzlerin Angela Merkel setzen, wenn sie am Dienstag beim Fußball-Länderspiel Deutschland gegen die Niederlande in Hannover mit auf der Tribüne sitzt. Mehrere Minister werden sie begleiten. So haben die Minister de Maizière, Gabriel und Maas ihr Kommen angekündigt.   

Die Kanzlerin wolle mit ihrer Teilnahme ausdrücken, dass sie sich "solidarisch zeigt mit den Menschen, die in Paris von den Anschlägen betroffen sind und auch mit der deutschen Nationalmannschaft", sagte die stellvertretende Regierungssprecherin Christiane Wirtz am Montag.

Viele Trauernde vor französischer Botschaft in Berlin

Die Bundeskanzlerin habe den französischen Freunden jedwede Unterstützung zugesagt. Diese Unterstützung zeige sich zum einen in der engen Zusammenarbeit zwischen Behörden und den Diensten, "um aufzuklären, was in der Nacht von Freitag auf Samstag in Paris geschehen ist", sagte Wirtz.

Unterstützung zeige sich auch in den großen Zeichen der Solidarität, die nicht nur von Seiten der Bundesregierung, sondern auch von Seiten der deutschen Bevölkerung ausgehe. "Sie können vor der französischen Botschaft in Berlin sehen, wie viele Menschen teilnehmen, an dem was in Frankreich und Paris geschehen ist und sich auch in Deutschland solidarisch fühlen mit dem, was den Opfern und Verletzten widerfahren ist", sagte die stellvertretende Regierungssprecherin.

Kanzlerin: Solidarität mit Frankreich

In Gedanken sei sie bei den mehr als 120 Menschen, denen das Leben geraubt wurde, und bei den Familien und Angehörigen. "Deutschland fühlt mit Ihnen in Ihrem Schmerz und in Ihrer Trauer", hatte die Bundeskanzlerin am Samstag nach den Terroranschlägen erklärt. Deutschland stehe an der Seite Frankreichs, versicherte Merkel: "Wir werden mit Ihnen gemeinsam den Kampf gegen die führen, die Ihnen so etwas Unfassbares angetan haben." Dieser Angriff auf die

Freiheit gelte nicht nur Paris, so die Kanzlerin, "er meint uns alle und er trifft uns alle."

Innenministerium: Aufklärung und Vorsorge

Unterdessen hat die Bundesregierung die Sicherheitsmaßnahmen verstärkt. Deutschland stehe im Fadenkreuz des internationalen Terrorismus, sagte der Sprecher des Bundesinnenministeriums, Johannes Dimroth, am Montag. "Im Mittelpunkt der Maßnahmen stehen die beiden Ziele Aufklärung und Vorsorge" erklärte Dimroth. Man stehe in engstem Austausch mit den französischen Kollegen, um den Sachverhalt so schnell wie möglich aufzuklären.

So seien auch auf Wunsch Frankreichs die Grenzkontrollen im deutsch-französischen Grenzgebiet verstärkt worden. Zudem gebe es eine intensivere Kontrolle der deutsch-französischen Flüge und im deutsch-französischen Grenzverkehr durch die Bundespolizei.

"Dieser abscheuliche terroristische und brutale Akt richtet sich nicht nur gegen Frankreich, er richtet sich auch gegen Deutschland", hatte Bundesinnenminister Thomas de Maizière auch am Samstag (14.11.) erklärt. "Zu den Sicherheitsmaßnahmen, die Deutschland bereits ergriffen habe, zählen die

verstärkte Präsenz und die Kontrolle des Zug- und Flugverkehrs von und nach Frankreich durch die Bundespolizei. Dazu gehöre ebenso eine "robustere Ausstattung" der Polizisten.

In der Flüchtlingspolitik bestärkt

Regierungsvertreter betonten, dass kein inhaltlicher Bezug der Anschläge zur Flüchtlingsdebatte vorhanden sei. Es gebe "keine einzige nachweisbare Verbindung zwischen dem Terrorismus und den Flüchtlingen, außer vielleicht eine - nämlich, dass die Flüchtlinge vor den gleichen Leuten in Syrien flüchten, die verantwortlich sind für die Anschläge in Paris", betonte Bundesjustizminister

Heiko Maas am Montag in einem Fernsehinterview.

Auch auf dem G20-Gipfel hat laut der stellvertretenden Regierungssprecherin Wirtz Einigkeit darüber bestanden, "dass diese Anschläge von Paris noch einmal das bestätigt haben, was die Bundesregierung und viele europäische Staaten bei der Flüchtlingspolitik auf der Agenda haben". Pib 16

 

 

 

 

Sind wir Paris? Was „uneingeschränkte Solidarität“ bedeuten würde.

 

Nach den Pariser Terroranschlägen mit 129 Todesopfern ist die deutsche Reaktion auf die Gewalt bislang eindeutig: Seite an Seite stehen wir neben unseren französischen Freunden – so die einhellige Botschaft aus Bundesregierung, Opposition, Pressekommentaren und Tricolore-Postings in den sozialen Medien.

Exemplarisch für diese Einstellung: Der Kommentar des ZDF-Chefredakteurs Peter Frey im heute journal am Tag nach den Anschlägen. Angesichts des Gewaltausbruchs erklärte Frey „uneingeschränkte Solidarität“ mit Paris. „Was wir Amerika nach dem 11. September versprachen, verdient Frankreich umso mehr“, forderte der öffentlich-rechtliche Spitzenmann.

Das hört sich zunächst prinzipienfest an. Doch was würde uneingeschränkte Solidarität in diesem Fall konkret bedeuten?

Als erster Schritt wurden an der Bundesgrenze zu Frankreich die Kontrollen verschärft – auf expliziten Wunsch aus Paris. Und auch in Sachen Aufklärung wird man sich nach dem Beschluss des G20 Gipfels auf einen umfassenderen Datenabgleich verständigen. Doch sonst? Wie gedenkt Berlin – und die deutsche Öffentlichkeit – darüber hinaus, den verkündeten Schulterschluss mit Frankreich mit Leben zu füllen? Was ist zu erwarten?

Wenn man den Kommentar von Frey als Richtschnur bemüht, offenbar wenig – außer heißer Luft und guten Ratschlägen. „Wir müssen unseren Nachbarn helfen, sich nicht vom Terror überwältigen zu lassen und aus Angst in die Arme der rechtsnationalen Marine Le Pen zu fallen", erklärte Frey. Und: In der Flüchtlingskrise könne Europa es sich nicht länger leisten „so schwach zu sein“. Es gehe nun darum, „die Krise gemeinsam zu bewältigen, für ein Gefühl der Sicherheit zu sorgen, Minderheiten bewusst zu integrieren.“ 

Soso. Um diese Art der uneingeschränkten Solidarität geht es also. Nicht, dass an den Vorschlägen per se etwas auszusetzen wäre. Doch wenn es dabei bleibt, dürfte sich die französische Begeisterung in Grenzen halten. Denn im Klartext entspricht dieses Bündel an Maßnahmen ziemlich genau der Politik, die Berlin schon vor dem Terroranschlag praktiziert hat – und zwar sehr zum Missfallen Frankreichs.

Die Wahrheit ist: Wirkliche uneingeschränkte Solidarität mit Frankreich ist – wenn man sie denn wirklich unter Beweis stellen wollte – nicht mit einem Berliner „Weiter so“ zu haben, sondern nur für den Preis eines Politikwechsels. Konkret bestünde eine solche praktische Solidarität aus zwei Schritten, zu denen Berlin jedoch bislang nicht bereit ist – vielleicht sogar aus guten Gründen.

Erstens müsste der Bundestag umgehend einen Kampfeinsatz zur Beteiligung der Bundeswehr an den französischen Luftschlägen gegen den Islamischen Staat in Syrien und im Irak beschließen. Sowohl der französische Staatspräsident als auch der Bundespräsident haben offen den Begriff des „Krieges“ verwendet. Schon am Wochenende wurde deutlich, dass Frankreich seinen anti-IS Einsatz nicht nur fortführen, sondern auch deutlich ausweiten wird. Soll Paris diesen Kampf in Zeiten „uneingeschränkter deutscher Solidarität“ ohne deutsche Unterstützung weiterführen müssen? Die Bundeskanzlerin sprach am Sonntag von „jedweder Unterstützung" für Paris, Sigmar Gabriel vom „gemeinsamen Kampf gegen den IS". Wenn das keine leeren Worte bleiben sollen, müsste die Rhetorik militärische Konsequenzen nach sich ziehen. Doch was heißt das, angesichts der mehr als durchwachsenen militärischen Bilanz auf 9/11?

 

Zweitens müsste sich ein wirklich solidarisches Berlin den wachsenden Forderungen Europas annehmen, die deutsche Politik der effektiv offenen Grenzen möglichst rasch zu beenden. Nach den Anschlägen ist Berlin in dieser Frage in Europa noch stärker isoliert als zuvor. Selbst Schweden hat nun einen Politikwechsel vollzogen.

Es ist nicht zuletzt diese Politik der faktisch offenen Grenzen, die dem rechtsnationalen Front National (und anderen Rechtspopulisten) die Wähler in die Arme treibt. So beklagte sich vor kurzem ein prominenter Abgeordneter der Parti Socialiste dezidiert über Merkels unfreiwillige Wahlhilfe für die Populisten. Durch ihren Ansatz in Sachen Flüchtlingspolitik agiere Merkel „faktisch als Verbündete von Le Pen“.

Nach dem Terror-Wochenende dürfte es noch schwerer werden, die politische Errungenschaft offener innereuropäischer Grenzen zu verteidigen, wenn es nicht gelingt, die europäischen Außengrenzen stärker zu kontrollieren. Ein europäisches Land nach dem anderen setzt auf zumindest kurzfristig eingeführte Grenzkontrollen. Umso unhaltbarer erscheint Vielen in Europa der bislang praktizierte deutsche Kurs. Der etwas hilflos wirkende Appell, den Anschlag von Paris nun auf keinen Fall zu instrumentalisieren, dürfte in Europa kaum verfangen – zumal die Aufforderung selbst ein Paradebeispiel politischer Instrumentalisierung darstellt. 

Dennoch gilt: Auch unter dem Eindruck der erschütternden Bilder aus Paris bleibt die Pflicht zur Besonnenheit. Das letzte Mal als in Berlin von „uneingeschränkter Solidarität“ in Zeiten des Terrors die Rede war, regierte bekanntlich Gerhard Schröder im gerade neu bezogenen Kanzleramt. Was dem Bekenntnis folgte, war die Beteiligung der Bundeswehr am Einsatz in Afghanistan.

Im Gegensatz dazu ist bislang offen, was die nun öffentlich zugesicherte Unterstützung Frankreichs über Symbolpolitik hinaus für Berlin bedeutet. Auch die Vereinbarungen des G20 Gipfels vom Wochenende blieben eher vage. Wie immer der in Aussicht gestellte Schulterschluss am Ende konkret umgesetzt wird, eines ist klar: Deutsche „uneingeschränkte Solidarität mit Frankreich" wird sich kaum darin erschöpfen können, in Berlin stoisch Kurs zu halten und die Franzosen im Übrigen aufzufordern, sich nun bitte ein Beispiel an Deutschland zu nehmen.  Michael Bröning  IPG 16

 

 

 

 

Flüchtlingsdebatte. Keine Verbindung zwischen Terror und Flüchtlingen

 

Nach dem Terroranschlag in Paris fordern Spitzenpolitiker der CSU einen Kurswechsel in der Flüchtlingspolitik. Teile der Bundesregierung sowie Muslime und Kirchenvertreter lehnen das ab. Die Menschen würden vor den gleichen Leuten in Syrien flüchten.

 

Nach den Terroranschlägen in Paris haben Vertreter der Bundesregierung, der Muslime und der Kirchen vor einem Kurswechsel in der Flüchtlingspolitik gewarnt. Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD) sagte am Montag im ARD-Morgenmagazin: „Es gibt keine Verbindung, keine einzig nachweisbare Verbindung zwischen dem Terrorismus und den Flüchtlingen – außer vielleicht eine: nämlich dass die Flüchtlinge vor den gleichen Leuten in Syrien flüchten, die verantwortlich sind für die Anschläge in Paris.“

Maas bezeichnete es als „völlig unverantwortlich“, eine Verbindung zwischen dem Terror und den Flüchtlingen herzustellen. „Dass wir eine große Herausforderung zu bewältigen haben, was den Zustrom von Flüchtlingen angeht, ist klar. Aber das wussten wir auch schon vorher“, sagte der Minister.

Muslime wollen stärker Vorbeugen

Gegen die Radikalisierung junger Muslime wollen sich die großen islamischen Religionsgemeinschaften nach der Terrorserie von Paris stärker einsetzen. Zwar finde die Radikalisierung außerhalb der Moscheegemeinden statt, betonte der Bekir Alta?, Generalsekretär der Islamischen Gemeinschaft Milli Görü?, bei einer gemeinsamen Pressekonferenz am Montag in Köln. Aber: „Unsere Verantwortung endet nicht an der Moscheetür.“ Zur gesamtgesellschaftlichen Verantwortung der Verbände gehöre es auch, junge Muslime auch im Internet zu erreichen.

Zekeriya Altu? als Sprecher des Koordinationsrats der Muslime (KRM) verurteilte die Anschlagsserie scharf. „Die Mörder von Paris irren, wenn sie glauben, sie seien die Vollstrecker eines göttlichen Willens“, so Altu?. Die Generalsekretärin des Zentralrats der Muslime, Nurhan Soykan, forderte ein noch stärkeres Zusammenstehen. „Gesellschaftlicher Zusammenhalt jetzt erst recht.“ In ihrer gemeinsamen Erklärung appellieren die islamischen Religionsgemeinschaften, die Flüchtlinge in Deutschland vor Stigmatisierungen zu schützen. Sie seien Opfer und nicht täter.

Özo?uz: Nicht die Flüchtlinge sind die Gefahr

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), warnte ebenfalls vor einer Verknüpfung der Anschläge in Paris und der Flüchtlingsdebatte. „Ich finde es brandgefährlich, das zu vermengen“, sagte sie am Montag dem Evangelischen Pressedienst. Nicht die Flüchtlinge seien die Gefahr, sondern die Terroristen. Die allermeisten Flüchtlinge würden gerade vor diesem Terror fliehen. „Wir müssen aufpassen, dass wir mit so einem Generalverdacht nicht erst Menschen in die Arme von Extremisten treiben“, warnte die SPD-Politikerin.

Özo?uz forderte nach dem Anschlägen in Paris eine Stärkung der Sicherheitsorgane. „Das gilt für die Beobachtung von Islamisten, aber auch für den Schutz von Flüchtlingsunterkünften“, sagte sie. In diesem Jahr gebe es einen „traurigen Rekord“ bei der Zahl fremdenfeindlicher Anschläge auf Flüchtlingsunterkünfte und auf Flüchtlinge selbst.

Kirchen widersprechen Söder

Auch nach Auffassung der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) dürfen die Terroranschläge nicht für einen Kurswechsel in der Flüchtlingspolitik instrumentalisiert werden. „Paris ändert nicht alles“, sagte der EKD-Ratsvorsitzende Heinrich Bedford-Strohm am Montag im NDR Info-Radio in Anspielung auf Aussagen von Bayerns Finanzminister Markus Söder. Er hatte nach den Terroranschlägen in Paris eine Debatte über den Kurs in der Flüchtlingspolitik entbrannt. Unter anderem hatte er verlangt, die Zeit unkontrollierter Zuwanderung könne so nicht weitergehen. „Paris ändert alles“, sagte er. Laut Bedford-Strohm sind die Flüchtlinge aus Syrien oder dem Irak genau vor diesen Schrecken geflohen. Deswegen könne die Konsequenz aus den Anschlägen nicht sein, ihnen gegenüber härter zu begegnen.

Der Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki rief nach den Anschlägen zu Besonnenheit auf. „Wollen wir den Attentätern etwas entgegensetzen, darf unsere Reaktion nicht kopflos, ja: würdelos sein“, schrieb der Erzbischof in einem Gastbeitrag für den Kölner Express. „Durch und durch menschenunwürdige Taten haben eine Zäsur in die Welt gesetzt“, schrieb Woelki. Die Trennlinie verlaufe aber nicht zwischen Religionen und Kulturen, sondern zwischen Freiheit und Unfreiheit.

Bei der Anschlagsserie in der französischen Hauptstadt am Freitagabend sind laut jüngsten Medienberichten mindestens 132 Menschen getötet worden. Rund 350 Menschen wurden verletzt, viele von ihnen lebensgefährlich. Zu den Angriffen hatte sich im Internet die Terrororganisation „Islamischer Staat“ bekannt. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Europäische Integration . An der Leine. Bei einem Brexit droht den Briten weniger Selbstbestimmung.

 

Der Präsident der Europäischen Kommission stellte letzten Monat die Tatsachen auf den Kopf, als er erklärte, die EU brauche Großbritannien, aber Großbritannien brauche nicht die EU. Zwar birgt die Dynamik eines Brexit Risiken für beide, doch für die EU ist die britische Mitgliedschaft keine Frage von Leben und Tod. Für das Vereinigte Königreich wird ein Austritt dagegen durchaus negative Folgen haben.

Ein Brexit mag für die britische Wirtschaft keine ökonomische Katastrophe sein, doch statt die Probleme zu lösen, die Großbritannien mit der EU hat, wird er neue schaffen. Wenn das Vereinigte Königreich die EU verlässt, wird die Regierung sehr wahrscheinlich versuchen, sich Zugang zum Europäischen Binnenmarkt zu verschaffen, indem sie eine Vereinbarung mit dem Europäischen Wirtschaftsraum (EWR) oder – wie die Schweiz – bilaterale Freihandelsabkommen abschließt.

In beiden Fällen müssten britische Unternehmen europäische Vorschriften einhalten, ohne allerdings bei der Gestaltung dieser Vorschriften mitreden zu können. Der norwegische Politikwissenschaftler Erik Eriksen sagt zu den Erfahrungen seines Landes, das zum EWR, aber nicht zur EU gehört: »Die Norweger müssen im Flur warten, während Entscheidungen getroffen werden, die sie betreffen.« Norwegen genießt als Nicht-EU-Mitglied nicht mehr, sondern weniger Selbstbestimmung, da etwa drei Viertel der Gesetze, die für die Mitgliedstaaten gelten, auch für Norwegen bindend sind.

Auch das Schweizer Modell kann die Problematik nicht beheben. Das Land, das nicht zum EWR gehört, behält nominell seine Souveränität, und seine Legislative bringt neue europäische Gesetze formal zur Abstimmung. Doch um Zugang zum Europäischen Binnenmarkt zu erhalten, muss die Schweiz EU-Regeln einhalten.

Einige britische Euroskeptiker setzen ihre Hoffnung in bilaterale Handelsabkommen, die das Vereinigte Königreich mit Drittstaaten verhandeln könnte, sobald es nicht mehr an den Gemeinsamen Außenzoll gebunden ist. Die Realität wird vermutlich anders aussehen. Auf die Frage nach einem möglichen Handelsabkommen mit dem Vereinigten Königreich nach einem Brexit erklärte der US-Handelsbeauftragte Michael Froman, die USA hätten »kein Freihandelsabkommen mit dem Vereinigten Königreich, das somit denselben Zöllen – und anderen handelsbezogenen Maßnahmen – unterläge wie China, Brasilien oder Indien«. Washington sei nicht geneigt, fügte er hinzu, mit dem Vereinigten Königreich über Handelsabkommen zu sprechen, um ihm einen privilegierten Zugang zum US-Markt zu verschaffen.

Ein Brexit würde auch die Unabhängigkeit Schottlands wieder auf die Agenda setzen, denn dort findet die EU-Mitgliedschaft breite Unterstützung. Und auch wenn sich die Schotten für einen Verbleib entscheiden würden, so verlöre ein »unabhängiges« Großbritannien noch seinen letzten Einfluss auf der Weltbühne, denn dieser Einfluss hängt weitgehend davon ab, inwieweit das Land die Außen- und Sicherheitspolitik der EU mitgestalten kann.

Abwägen müssen diese Fragen die britischen Wählerinnen und Wähler. Ob das Vereinigte Königreich die EU verlässt oder nicht, ändert an der Zukunft des europäischen Projekts wenig. Sein Erfolg hängt davon ab, ob es den europäischen Staatschefs gelingt, die völlig unzureichende Führungsarchitektur der EU zu verbessern. Damit die Eurozone überlebt, muss eine wirkungsvolle Plattform für eine engere Koordination der Fiskalpolitik und für strukturelle Reformen geschaffen werden. Wie die Griechenlandkrise in diesem Jahr illustriert hat, müssen die Europäerinnen und Europäer eine solche Plattform als legitim und demokratisch wahrnehmen können, nicht als technokratisch aufgezwungen.

Die EU muss dringend ihren Grenzschutz, die Einwanderung und das Asylsystem in Ordnung bringen – oder besser gesagt, die bunte Vielfalt der 28 unterschiedlichen Systeme, die in seinen Mitgliedstaaten gelten –, und zwar so, dass sie weder den Kontinent in eine von Mauern und Zäunen eingefasste Festung verwandelt, noch fremdenfeindliche populistische Gegenreaktionen provoziert.

Die Verhandlungen mit dem Vereinigten Königreich sollten als Chance genutzt werden, um die EU-Strukturen flexibler zu machen. Doch letztendlich müssen sich die Briten zu den vier fundamentalen Freiheiten der EU bekennen, zu denen auch die Arbeitnehmerfreizügigkeit gehört. Andernfalls hätte es tatsächlich wenig Sinn, wenn sie in der Union blieben.

Sollte das Vereinigte Königreich seinen Austritt beschließen, darf das nicht zu einem Modell werden, dem andere folgen. Während Großbritannien seine uralte Tradition der parlamentarischen Demokratie auch außerhalb der EU fortsetzen kann, gilt das nicht für andere Länder Europas, in denen es in der Vergangenheit bereits katastrophale Folgen hatte, als die politische Kooperation zwischen Staaten zusammenbrach.

Verfechter der freien Marktwirtschaft mögen es begrüßen, wenn sich die Briten dazu entschließen könnten, in der EU zu bleiben und sie zu tiefgehenden wirtschaftlichen Reformen zu veranlassen. Doch in Wahrheit vertritt Großbritannien den Kapitalismus des freien Marktes nicht entschiedener als Dänemark oder Deutschland. Und die Verhandlungen über seine Stellung innerhalb der EU sollten nicht von der viel größeren Aufgabe ablenken, vor der die EU-Staatschefs stehen: Ihre Aufgabe ist es, ein föderales System aufzubauen, das funktioniert und von den europäischen Bürgerinnen und Bürgern als demokratisch wahrgenommen wird. Das, nicht die UKIP oder ein paar Tory-Hinterbänkler, sollte Frau Merkel und ihre Kollegen beschäftigen.

Dalibor Rohá?  IPG 16

 

 

 

 

Integrationsgipfel. Herausforderungen für Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft

 

Der 8. Integrationsgipfel am 17.11.2015 im Bundeskanzleramt hatte den Schwerpunkt Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft. Dazu erklärte die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Staatsministerin Aydan Özoguz:

 

„Eine vorausschauende und nachhaltige Integrationspolitik muss sich auch mit dem Thema Gesundheit und Pflege beschäftigen. Denn das Gesundheitswesen in unserer Einwanderungsgesellschaft steht vor großen Herausforderungen: Schon heute leben mehr als 1,5 Millionen Senioren mit Einwanderungsbiografien in unserem Land. Diese Zahl wird rasant steigen auf geschätzt 3,5 Millionen

im Jahr 2032. Über 5,6 Millionen Menschen mit Einwanderungsgeschichten leben seit 20 oder mehr Jahren bei uns und werden ihren Lebensabend hier verbringen. Das heißt, die nun ins Rentenalter kommenden Gastarbeiterinnen und Gastarbeiter der ersten Generation, neu hinzukommende Flüchtlingsfamilien, Fachkräfte aus aller Welt und hier geborene Kinder aus Einwandererfamilien –

sie alle brauchen ein Gesundheitswesen, das interkulturell offen ist. Die Frage ist, wie es uns gelingen kann, alle Bevölkerungsgruppen gleichermaßen anzusprechen. Denn Menschen mit Einwanderungsgeschichten nehmen seltener Gesundheits- und Pflegeleistungen in Anspruch, die ihnen zustehen. Auch bei der gesundheitlichen Versorgung gibt es noch Defizite. Darum habe ich

„Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft“ zum Thema meines Schwerpunktjahrs gemacht.

Auf Einladung von Bundeskanzlerin Angela Merkel diskutierten heute über 100 Expertinnen und Experten, Vertreterinnen und Vertreter von Fachverbänden, Migrantenorganisationen und Bund, Ländern und Kommunen über die Herausforderungen an unser Gesundheits- und Pflegewesen.

Im Mittelpunkt der Diskussion standen drei zentrale Themenfelder: Interkulturelle Öffnung im Gesundheitswesen, Seniorenpolitik und Altenpflege und Zugänge zur Gesundheitsprävention. Im Rahmen dieser Schwerpunkte sind mir drei zentrale Themen besonders wichtig:

Wir haben viel zu wenig wissenschaftliche Studien, die uns aufzeigen, an welchen Stellen die Teilhabe von Menschen mit Einwanderungsgeschichten an der medizinischen und pflegerischen Versorgung verbessert werden muss. Hier ist die Studie „Pflege- und Pflegeerwartungen in der Einwanderungsgesellschaft“ des Sachverständigenrates deutscher Stiftungen für Integration und

Migration ein wichtiger Beitrag.

Wir brauchen außerdem eine zielgruppengenaue Ansprache, damit alle Menschen von den Leistungen unseres Gesundheitswesens profitieren können. Dazu gehört, dass wir die Sprachmittlung ausbauen und verbessern, um von Anfang an Missverständnisse z.B. zwischen Arzt und Patient zu vermeiden.

Zudem steht und fällt eine gute Gesundheitsversorgung in unserer Einwanderungsgesellschaft mit der interkulturellen Öffnung unserer Krankenhäuser, Arztpraxen oder Beratungsstellen. Niemand darf wegen sozialer, kultureller oder religiöser Gründe benachteiligt werden. Gerade in der Altenpflege

sind Kultursensibilität und Mehrsprachigkeit des Personals wichtig. Für mich gehört hier dazu, dass mehr junge Menschen mit Einwanderungsgeschichten in die Pflegeberufe gehen und dass die Anerkennung ausländischer Abschlüsse weiter verbessert wird. Ebenso brauchen wir noch mehr Einwanderung von

Pflegekräften, um den immensen Bedarf decken zu können.

Ich freue mich, dass die beteiligten Migrantenorganisationen mit ihrem Positionspapier zu Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft wichtige Impulse gegeben haben und die Mitwirkung der Selbstorganisationen von Menschen mit einer Einwanderungsgeschichte einfordern.

Gesundheit ist ein hohes Gut und eine angemessene gesundheitliche Versorgung ein Menschenrecht. Das Gesundheitswesen in Deutschland hat einen sehr hohen Standard. Wir müssen dafür sorgen, dass alle hiervon gleichermaßen profitieren können.“ Pib 17

 

 

 

 

Rede von Bundeskanzlerin Merkel beim 8. Integrationsgipfel am 17. November 2015 im Bundeskanzleramt

 

Meine Damen und Herren,

liebe Teilnehmer des Integrationsgipfels,

liebe Frau Staatsministerin Özoguz,

liebe Kollegen aus dem Kabinett und aus dem Deutschen Bundestag,

liebe Repräsentanten der Migrantenorganisationen und anderer gesellschaftlicher Gruppen,herzlich willkommen zum Integrationsgipfel, der zum 8. Mal in dieser Form stattfindet. Die Themen, über die wir bei den vergangenen Gipfeln gesprochen haben, waren jeweils natürlich aktuell; und so

ist es auch dieses Mal. Aber in diesem Jahr fällt es uns wohl allen schwer, einfach zur Tagesordnung zurückzukehren, nachdem wir am letzten Freitag erfahren mussten, wozu menschenverachtende und gottlose Terroristen fähig sind. Ihre Taten sind Taten gegen die Menschlichkeit. Sie sind im Grunde Taten gegen das Menschsein, die sich gegen uns alle richten. Sie richten sich gegen das, worum es uns ja auch bei den Integrationsgipfeln geht, nämlich um ein gutes und gewinnbringendes Miteinander von Menschen unterschiedlicher Herkunft, Kultur und Religion.

Wir haben es in der Hand, für ein solch gutes Miteinander ein Zeichen zu setzen – für gegenseitigen Respekt und für Toleranz. Wir haben es in der Hand, für unsere Werte einzutreten, für diese Werte zu leben und sie auch anderen vorzuleben. Ich bin davon überzeugt: Freiheit ist stärker als Hass und Terror; Freiheit lässt sich nicht unterdrücken.

Deshalb, weil sich Freiheit nicht unterdrücken lässt, nehmen auch so viele Menschen Gefahren für Leib und Leben in Kauf, um fernab ihrer Heimat Zuflucht zu finden. Sie wollen Terror, Krieg, Verfolgung und Perspektivlosigkeit hinter sich lassen. So verschieden ihre persönlichen Schicksale auch sind, sie alle eint die Hoffnung auf ein besseres Leben.

Tag für Tag kommen viele Flüchtlinge und Asylbewerber auch nach Deutschland – und mit ihnen auch große Herausforderungen. Es gilt, die ankommenden Menschen zu registrieren, sie zu versorgen und unterzubringen. Essen, Kleidung und andere Dinge für den täglichen Bedarf müssen bereitgestellt werden. Daran wird ja auf allen Ebenen unseres föderalen Staates – in den Kommunen, in den Ländern, im Bund – gearbeitet. Zahlreiche ehrenamtliche Helfer sind unermüdlich im Einsatz. Sie leisten Außerordentliches. Sie gehen an den Rand ihrer Kräfte. Sie wachsen oft über sich hinaus. Wenn ich daran denke, genauso wie an die vielen Hauptamtlichen, dann sage ich: Das erfüllt mich mit Dankbarkeit; das erfüllt mich auch mit Stolz auf unser Land und darauf, wie wir uns präsentieren.

Wir sind ein starkes Land. Wir sind eine wohlhabende Gesellschaft. Wir haben die Kraft zu helfen. Aber diejenigen, die aus wirtschaftlichen Gründen oder aus einem sicheren Land kommen, müssen unser Land auch wieder verlassen. Denn dann haben wir die Kraft, denen zu helfen, die wirklich Schutz brauchen. Diejenigen, die eine Bleibeperspektive haben, müssen die Chance erhalten, sich gut zu integrieren. Das verlangt Kraftanstrengungen von allen Seiten. Wir brauchen sicherlich einen langen Atem und auch mehr Wissen über die Kulturen, die Sitten und die Gebräuche anderer Länder.

Die Voraussetzungen für Integration sind gut, denn ich glaube, wir haben ein Stück weit aus den Fehlern der Vergangenheit gelernt. Wir werden hier im Haus in den nächsten Tagen auch Gastarbeiter der ersten Stunde empfangen. Schon das Wort drückt aus, was wir damals dachten: Arbeiter, die nur zu Gast sind. Inzwischen lebt die dritte Generation bei uns, die vierte ist geboren. Wir haben

gelernt, wie wichtig Integration von Anfang an ist. Deshalb haben wir jetzt auch gesagt: sehr schneller Zugang zu Integrationskursen, sehr schneller Zugang zur Sprachförderung, sehr schneller Zugang zum Arbeitsmarkt, wo immer möglich.

Wir haben glücklicherweise auch die wirtschaftlichen Voraussetzungen, um das schaffen zu können.

Wir haben ein solides Wirtschaftswachstum. Wir suchen an vielen Stellen Auszubildende und Fachkräfte. Das heißt, wenn Migranten die Fähigkeiten und Fertigkeiten aufweisen, die gefragt sind, dann sollten sie auch entsprechende Arbeitsmöglichkeiten nutzen können. Das heißt, wir sollten nicht nur über Lasten sprechen, die die Vielzahl der Flüchtlinge mit sich bringt, sondern auch die

Chancen sehen – realistisch und ohne etwas zu beschönigen.

Deshalb möchte ich auch gerade Sie hier, insbesondere die Vertreter der Migrantenorganisationen, bitten: Machen Sie mit. Sie kennen unser Land; und Sie kennen auch andere Kulturen und andere Sitten. Natürlich finden Sie daher manchmal besser einen Draht zu denen, die jetzt neu zu uns kommen, als wir, deren Familien schon seit vielen Generationen hier in Deutschland leben. Bitte

sagen Sie uns, wo wir noch etwas dazulernen müssen und wo wir vielleicht Unsicherheiten überbrücken können. Denn auch wir sind manchmal unsicher, wie man sich verhalten soll. Aus Unsicherheit entsteht manchmal Distanz, aus Distanz entsteht Angst. Sorgen, Ängste und Sprachlosigkeit müssen überwunden werden – unbeschadet dessen, dass wir auch sagen: Ihr kommt in ein Land, in dem es

Gesetze und Regeln gibt, an die man sich halten soll und muss. Aber auch das können viele von Ihnen vielleicht besser ausdrücken.

Auf jeden Fall sage ich auch im Namen der Bundesregierung, dass wir die Integrationsaufgabe auch

als Beitrag zu einem guten Miteinander von Kulturen anpacken wollen. Ich sage, dass wir mit unserem Integrationsgipfel auf einem richtigen Weg sind, weil wir die ansprechen, die dazu beitragen können, diese Aufgabe zu schultern, auch in ihrer gesamten Breite und Vielfalt.

Das heißt nicht, dass wir für heute nicht wieder ein bestimmtes Thema hätten – ein spannendes Thema, auch wenn es auf den ersten Blick nicht unbedingt ins Auge sticht, nämlich das Thema Gesundheit. Wenn jemand nicht gesund ist, dann kann er sich nicht wohlfühlen. Wenn jemand gesund ist, dann geht vieles leichter im Leben. Deshalb ist es wichtig, dass wir erstens jeden, der in unserem Land lebt, in unser Gesundheitssystem integrieren, dass wir zweitens für die, die sich noch nicht so gut auskennen, Informationen über unser Gesundheitssystem zur Verfügung haben und dass wir uns drittens auch mit dem Thema befassen, dass die Zahl der über 65-Jährigen nicht nur der hier Geborenen, sondern auch der Zuwanderer zunehmen wird. Deshalb wird es mit Blick auf die

Gesundheitsberufe, die Pflegeberufe und die Arbeit in den Wohlfahrtsorganisationen wichtig sein, für diese auch mehr Menschen mit Migrationshintergrund zu gewinnen.

Deshalb finde ich es sehr gut, dass sich Aydan Özoguz für dieses Thema entschieden hat. Ich war am Anfang zwar ein bisschen skeptisch, ob das Thema trägt. Sie hat mir aber vorgetragen, was alles im Rahmen der Arbeit der letzten Monate entstanden ist. Und das finde ich schlichtweg toll. Sicherlich muss noch weiter gearbeitet werden. Deshalb herzlich willkommen – und Dank all denen, die zur Vorbereitung des heutigen Treffens beigetragen haben. Angela Merkel, dip

 

 

 

 

 

Sicherheitsmaßnahmen in Deutschland deutlich verschärft

 

Deutschland reagiert mit einer deutlichen Verschärfung der Sicherheitsvorkehrungen auf die beispiellose Anschlagsserie von Paris.

Seit dem Wochenende werden der Flug- und Bahnverkehr verstärkt durch bewaffnete Bundespolizisten überwacht. Zudem wurden die Kontrollen an der deutsch-französischen Grenze ausgeweitet. Die Gefährdungslage in Deutschland sei hoch und die Bundesrepublik stehe unverändert im Fadenkreuz des internationalen Terrorismus, sagte Bundesinnenminister Thomas de Maizière in Berlin. Die bayerische Polizei prüft, ob ein vor zehn Tagen bei Rosenheim verhafteter Mann aus Montenegro ein Komplize der Attentäter sein könnte. Auch weltweit verschärften zahlreiche Länder ihre Schutzvorkehrungen.

De Maizière ordnete an, dass die Polizisten bei den stärkeren Kontrollen an Bahnhöfen und Flughäfen Schutzwesten tragen und sichtbar Waffen mit sich führen, wobei es sich meist um Maschinenpistolen handelt. Die verstärkten Kontrollen von Fahrzeugen an den Landgrenzen gehe einher mit den auch von Frankreich verhängten schärferen Kontrollen. Zudem beschloss das Sicherheitskabinett unter Leitung von Kanzlerin Angela Merkel die Überwachung bekannter islamistischer Gefährder und ihrer Sympathisanten. Zudem würden Rechtsextremen beobachtet, die auf die Anschläge reagieren könnten, sagte de Maizière. Bei einer Telefonkonferenz waren sich die Innenminister von Bund und Ländern nach Angaben von Teilnehmern einig, dass erhöhte Wachsamkeit gerade in Bezug auf Flüchtlingsunterkünfte aber auch mit Blick auf Moscheen und andere Einrichtungen notwendig sei.

Zu den Anschlägen mit mindestens 129 Toten bekannte sich die Extremisten-Miliz Islamischer Staat (IS), die in der Vergangenheit auch zu Anschlägen gegen Deutsche aufgerufen hatte. Der griechischen Regierung zufolge reisten mehrere der Attentäter womöglich als Flüchtlinge getarnt nach Europa ein.

Wie das bayerische Landeskriminalamt (LKA) mitteilte, wurde am 5. November ein Mann aus Montenegro festgenommen, in dessen Auto acht Kalaschnikow-Gewehre, zwei Pistolen, ein Revolver, zwei Handgranaten und 200 Gramm Sprengstoff eingebaut waren. Im Navigationssystem des auf der Autobahn 8 gestoppten VW-Golf war eine Adresse in Paris eingegeben, die auch auf einem Zettel im Auto notiert gewesen sei, teilten de Maizière und das LKA mit.

De Maizière sagte, ob es damit auch einen Bezug zu den Anschlägen in Paris gebe, müsse noch geprüft werden. Der bayerische Ministerpräsident Horst Seehofer erklärte, es gebe die begründete Annahme, dass der Fall mit den Pariser Anschlägen zusammenhänge. Gegen den Mann wurde inzwischen Haftbefehl erlassen. Er selbst gab an, er habe den Eiffelturm besichtigen wollen und von den Waffen im Auto nichts gewusst. Das Innenministerium von Montenegro teilte mit, der Mann sei christlich-orthodox und es gebe keine Hinweise auf eine Verwicklung in die Anschlagsserie.

Außer in Frankreich und Deutschland wurden auch weltweit die Sicherheitsvorkehrungen verschärft - so etwa in US-Städten wie New York, Boston oder Washington, aber auch in Russland, Finnland, Belgien und Italien sowie in Großbritannien. Frankreich verstärkte den Schutz seiner Einrichtungen im Ausland.

De Maizière: Die Lage ist ernst

Merkel sagte, die Sicherheitsbehörden von Bund und Ländern analysierten kontinuierlich die Lage in Deutschland und stünden im engen Austausch mit den französischen Behörden. Die Chefs der deutschen Sicherheitsbehörden nahmen am Samstag an der Sitzung des Sicherheitskabinetts im Kanzleramt teil. Vorher hatte sich de Maizière von ihnen über die aktuelle Situation in Kenntnis setzen lassen. "Die Lage ist ernst", sagte er anschließend.

Führende Politiker warnten die Bürger zugleich davor, ihr Leben zu sehr durch Terrorangst einzuschränken. Das Leben in Freiheit sei stärker als jeder Terrorismus, sagte Merkel. "Lassen Sie uns den Terroristen die Antwort geben, indem wir unsere Werte selbstbewusst leben und indem wir diese Werte für ganz Europa bekräftigen - jetzt mehr denn je." EA | rtr, 16

 

 

 

 

Forscher. Sorge vor Zuwanderung auch Ausdruck von Verbitterung

 

Menschen, die verbittert über die eigene Lebenssituaion sind, sorgen sich stärker vor Zuwanderung. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Sonderauswertung des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung.

 

Verbitterte Menschen sorgen sich stärker als andere vor Zuwanderung. Das ist das Ergebnis einer Sonderauswertung des Sozio-ökonomischen Panels (SOEP), das am Donnerstag vom Deutschen Institut für Wirtschaftsforschung Berlin veröffentlich wurde. Demnach machen sich 43 Prozent der als verbittert geltenden Menschen starke Sorgen im Zusammenhang mit Zuwanderung. Bei denjenigen, die nicht verbittert sind, sind es demnach nur 15 Prozent.

Als Indikator für Verbitterung diente den Forschern vom Ifo Institut und der Helmut-Schmidt-Universität Hamburg die Einschätzung der Befragten, inwiefern sie nicht das erreicht haben, was sie nach eigener Ansicht verdienten. Der Studie zufolge ist der Grad der Verbitterung die einzige gute Erklärung für die Angst vor Zuwanderung. Weder Bildungsgrad und Arbeitssituation noch die Angst vor Kriminalität oder eigene Lebenszufriedenheit könnten die Sorge vor Zuwanderung vollständig erklären.

Das Sozio-ökonomische Panel ist eine Langzeitstudie des Berliner Wirtschaftsforschungsinstituts, mit dessen Hilfe gesellschaftliche Entwicklungen erforscht werden. Seit 1984 werden jährlich mehrere Tausend Menschen befragt. Momentan sind es rund 30.000. Für die Sonderauswertung zum Zusammengang von Verbitterung und Sorge vor Zuwanderung wurden Antworten von 16.000 Befragten herangezogen. (epd/mig 16)

 

 

 

 

 

NousSommesUnis – Erklärung des Grünen Parteirats zu den Terrorakten

 

Unsere Gedanken und unser Mitgefühl sind bei den Opfern der Anschläge,

bei den vielen Verwundeten, bei ihren Familien und Freundinnen und

Freunden. Wir erklären unsere Solidarität mit den Bürgerinnen und

Bürgern Frankreichs und insbesondere mit den Bewohnerinnen und Bewohnern

von Paris. Wir stehen in diesen Stunden und Tagen an ihrer Seite. Diese

barbarischen Anschläge folgen auf die Attacke auf ein russisches

Passagierflugzeug über Ägypten und den Terroranschlag in Beirut.

 

Die Anschläge zielen auf uns alle, auf unsere Lebensart, unsere

Lebensvorstellungen, unsere Werte. Menschen, die an einem Freitagabend

ein Fußballspiel anschauen, ein Konzert besuchen, in Cafés und

Restaurants gemeinsam sitzen, essen, trinken, reden, hinterhältig und

brutal anzugreifen und aus dem Leben zu reißen, das ist blanker

Terrorismus und eiskalter Fanatismus. Wir sind beeindruckt, wie die

Menschen auf diese furchtbaren Anschläge mitten im Herzen der

französischen Hauptstadt reagieren, wie sie ihrer Mitbürgerinnen und

Mitbürger gedenken, dass sie weiter aufrecht in ihrer Stadt gehen und

leben wollen, sich nicht von Terroristen vorschreiben lassen wollen, wie

sie zu leben haben. Furcht, Schrecken und Hass zu verbreiten, war

offenkundig eines der Ziele der Terroristen. Dem müssen wir ein klares

Bekenntnis zu den europäischen Werten entgegensetzen, zu den

freiheitlichen Grundprinzipien unserer Demokratien, zur Offenheit,

Freiheit und der Stärke unserer Gesellschaften, gemeinsam in der

Vielfalt zu leben und unterschiedliche Lebensformen und -vorstellungen

gegenseitig zu respektieren, die auf der Basis der gemeinsamen

Grundwerte fußen.

 

Wir wollen nun eine besonnene Debatte führen, die die

Sicherheitsbedürfnisse und die Ängste der Menschen anerkennt, ohne auf

Ausgrenzung, Abschreckung oder Panikmache zu setzen. Denn diesem Angriff

auf unsere Werte, auf Freiheit, Frieden und Zusammenhalt, können wir nur

begegnen, indem wir diese umso stärker verteidigen. Die vielen Menschen

auf der Flucht, die sich nach Europa wenden, flüchten genau vor solchen

Terroristen, vor solchen Terrorakten, vor solcher Gewalt. Sie hoffen in

Europa solchem Terror zu entkommen, wie sie ihn tagtäglich in ihrer

Heimat erleben müssen. Sie möchten auch endlich wieder in Frieden und

Freiheit leben können. Ausgerechnet auf ihrem Rücken nun eine politische

Debatte über Konsequenzen aus den Anschlägen austragen zu wollen, ist

eine infame Scharfmacherei und verantwortungslos. Schärferen

Sicherheitsgesetzen im Innern erteilen wir eine Absage. Die Terroristen

dürfen keinen Erfolg damit haben, Hass, Spannungen und Spaltungen

zwischen verschiedenen Gruppen und Religionen in unserer gemeinsamen,

europäischen Gesellschaft zu säen. Allen Versuchen, die politische

Debatte in Europa in dieser Weise anzuheizen, treten wir entschieden

entgegen.

 

Die Anschläge von Paris machen deutlich, dass wir in Europa nur

gemeinsam die Krisen im Innern wie im Äußeren meistern können. Das

Errichten von Schlagbäumen, die Verweigerung von Solidarität in der

Flüchtlingsfrage, das Setzen auf nationale Lösungen und Alleingänge

werden in die Sackgasse führen. Wir brauchen gemeinsame, europäisch

abgestimmte Antworten. Es bedarf europäischer Initiativen für politische

Lösungen im Nahen Osten. Es muss heute niemand so tun, als ob ein neuer

Krieg herrscht, denn der Krieg in Syrien tobt schon seit Jahren. Zu

lange haben die gemeinsamen Bemühungen um eine Friedenslösung für Syrien

auf sich warten lassen. Sie müssen mit neuer Kraft in Angriff genommen

werden. Die internationale Gemeinschaft muss ISIS im Irak und Syrien

durch international abgestimmte Maßnahmen stoppen. Das kann nur durch

ein gemeinsames Handeln des Sicherheitsrats der Vereinten Nationen

gelingen. Den Terror können wir nur bekämpfen, wenn wir seine Wurzeln

und Ursachen in den Fokus nehmen. Dazu gehört auch die ideologischen und

finanziellen Quellen von ISIS in Saudi-Arabien und in den Golfstaaten

auszutrocknen und endlich den Export von deutschen Waffen in die Region

zu stoppen.

 

Auch eine politische Lösung in Libyen muss eine ganz andere Priorität

für die europäische Außenpolitik bekommen. Diese Stunde zeigt erneut die

Notwendigkeit für eine gemeinsame europäische Außen- und

Sicherheitspolitik, die auf unseren Werten beruht.

In diesen Tagen und Stunden: #NousSommesUnis.

Buendnis 90/Die Gruenen

 

 

 

 

BKA-Statistik. Flüchtlinge nicht krimineller als andere

 

Ein neuer Lagebericht des Bundeskriminialamtes belegt: Die hohen Flüchtlingszahlen haben nicht zu einem Anstieg der Kriminalität geführt. Der Großteil der Flüchtlinge begehe überhaupt keine Straftaten.

Formularbeginn

 

Die hohen Flüchtlingszahlen haben nicht zu einem überproportionalen Anstieg der Kriminalität geführt. Das geht aus einem neuen Lagebericht des Bundeskriminaltamtes (BKA) hervor, wie Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) am Freitag mitteilte. „Insgesamt zeigen uns die derzeit verfügbaren Tendenzaussagen, dass Flüchtlinge im Durchschnitt genauso wenig oder oft straffällig werden wie Vergleichsgruppen der hiesigen Bevölkerung“, erklärte der Minister in Berlin. „Der Großteil von ihnen begeht keine Straftaten, sie suchen vielmehr in Deutschland Schutz und Frieden.“

Der Bericht erfasse die Straftaten von Januar bis September und sei erstellt worden, um belastbare Informationen über die Kriminalität von Zuwanderern zu gewinnen. „Damit Extremisten nicht mit Gerüchten und Halbwahrheiten Stimmung machen, müssen wir ihnen Fakten entgegenhalten“, erklärte de Maizière. Zwar sei insgesamt die Gesamtzahl der Straftaten gestiegen. Dies sei aber nicht überraschend, da auch mehr Menschen in Deutschland leben.

Unter den Straftaten, die von Zuwanderern begangen wurden, machen laut BKA-Bericht Vermögens-, Fälschungs- und Diebstahldelikte mit 67 Prozent den Hauptanteil aus. Der Anteil der Sexualstraftaten liege bei unter einem Prozent. Stark zugenommen hätten Straftaten in Erstaufnahmeeinrichtungen. Grund dafür könnte die starke Belegung der Unterkünfte sein. Flüchtlinge selbst seien durch „Rohheitsdelikte“ und Diebstahl bedroht. (epd/mig 16)

 

 

 

 

Was Deutschland nach den Paris-Anschlägen leisten will

 

Als Reaktion auf die Terror-Anschläge in Paris hat Bundeskanzlerin Angela Merkel Frankreich "jedwede Unterstützung" angeboten – doch was bedeutet das? Was die Bundesregierung plant und vor welchen Herausforderung sie steht. 

Seit der Ankündigung von Angela Merkel vom Samstag rätseln viele, was "jedwede Unterstützung" im Kampf gegen den Terror bedeutet. Regierungssprecherin Christiane Wirtz wich am Montag der Frage aus, ob "jedwede Unterstützung" dasselbe wie die Zusage von Merkels Vorgänger Gerhard Schröder nach den Anschlägen in New York 2001 sei, als er den USA die "uneingeschränkte Solidarität" zusagte.

Nach den ersten Tagen der Debatte klingt dies nicht so. Denn eine große Änderung der Politik wie beim militärischen Eingreifen in Afghanistan plant die Bundesregierung offenbar nicht - was allerdings auch daran liegt, dass Deutschland längst zur Allianz gegen die Extremistenmiliz IS gehört.

Militärische Hilfe

Am meisten wird darüber diskutiert, ob Frankreich den Nato-Bündnisfall ausrufen und damit die Solidarität seiner Partner einfordern wird. Berlin verweist darauf, dass zunächst die Regierung in Paris entscheiden muss, wie sie vorgehen will. Dass Frankreich wie einst die USA die Allianz einschalten wird, gilt aber als unwahrscheinlich. Nach ersten Äußerungen von Merkel, Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen und Außenminister Frank-Walter Steinmeier wird deutlich, dass sich Deutschland an den Luftangriffen in Syrien kaum beteiligen wird.

Das hat mehrere Gründe. Die Bundesregierung argumentiert seit Wochen, dass es kein Bedarf an weiteren Flugzeugen gebe. Ob USA, arabische Staaten oder Russland: Schon jetzt bomben etliche Nationen in Syrien. Die meisten Angriffe richten sich gegen den IS. Es gebe keine Anzeichen, dass Frankreich den Einsatz von Bodentruppen wolle, sagt ein Sprecher des Auswärtigen Amtes.

Zum anderen hat sich die Bundesregierung wegen völkerrechtlicher Vorbehalte nicht an Einsätzen in Syrien beteiligt - ohne allerdings die Nato-Partner dafür zu kritisieren, dass diese auch ohne UN-Sicherheitsratsresolution aktiv sind. Anders sieht dies im Irak aus, wo die Bundeswehr 4.700 Kämpfer der kurdischen Peschmerga für den Kampf gegen den IS ausgebildet hat und den Kurden Waffen und Ausrüstung liefert. Hier gilt eine Fortsetzung als sicher.

Polizei und Grenzkontrollen

Die deutschen und französischen Ermittler und Geheimdienste arbeiten bei der Aufklärung sehr eng zusammen, wird im Innenministerium betont. Tatsächlich dürfte die bilaterale Kooperation intensiv sein - trotz der öffentlich gezeigten Verstimmungen über mutmaßliche BND-Abhöraktionen gegen den französischen Außenminister Laurent Fabius. Beide Länder stimmen sich auch bei Grenzkontrollen eng ab.

Die Bundesregierung hat allerdings bereits klargemacht, dass sie ihre Flüchtlingspolitik nicht grundsätzlich ändern wird - zumal sie einen Zusammenhang zwischen Anschlägen und der Aufnahme syrischer Flüchtlinge entschieden zurückweist. Die Schließung der Grenzen ist deshalb ebenso wenig zu erwarten wie die sofortige Festsetzung aller Flüchtlinge in Deutschland, die noch nicht registriert sind. Die Behörden von Bund und Ländern könnten aber die Überwachung der Neuankömmlinge verstärkt haben. Das Innenministerium will jedoch keine Details über zusätzliche Sicherheitsmaßnahmen nennen.

Eine noch härtere Gangart fordern Politiker der Union im Bundestag. Der verteidigungspolitische Sprecher der CDU/CSU-Bundestagsfraktion, Henning Otte, befürwortet den Einsatz der Bundeswehr zur Überwachung deutscher Grenzen. Um den unkontrollierten Grenzübertritt von Flüchtlingen und Asylsuchenden zu verhindern, seien verstärkte Maßnahmen erforderlich, sagte Otte am Dienstag der "Osnabrücker Zeitung".

Die Bundespolizei und die Polizei der Länder seien bis an ihre Belastungsgrenze gefordert und sollten daher im Rahmen der technischen Amtshilfe bei Bedarf eine Unterstützung durch die Bundeswehr bekommen können, meinte der CDU-Abgeordnete weiter.Die Sicherheit in Deutschland und an den Grenzen müsse durchgehend gewährleistet sein "Wenn die Bundeswehr helfen kann, dann sollte sie das auch dürfen“, erklärte Otte unter Hinweis auf entsprechende Vorgaben im Grundgesetz.

Syrien und andere internationale Konflikte

Es gibt eine Reihe von außen-, sicherheits- und finanzpolitischen Themen zur Terrorbekämpfung, in der die Bundesregierung mit internationalen Partnern, aber vor allem mit Frankreich eng zusammenarbeitet. Hier wird das Tempo nach den Anschlägen sicher erhöht.

Die Bundesregierung dringt etwa schon länger auf politische Lösungen für die Konflikte in Syrien oder Libyen - und stellt nun auch den UN-Sondervermittler für Libyen. Auch dies geschieht in enger Abstimmung mit Paris. Schon vor den Anschlägen hat Berlin akzeptiert, eine größere außen- und sicherheitspolitische Verantwortung zu übernehmen.

Dies zeigt sich auch darin, dass die Bundeswehr künftig im Nordmali aktiv ist. Dort hatte die französische Armee einen Einsatz gegen Islamisten begonnen und wird nun entlastet. Deutschland will auch nationalen Maßnahmen schneller umsetzen, um der Finanzierung extremistischer Gruppen einen Riegel vorzuschieben.  Ea/ rtr, dsa, 17

 

 

 

 

 

Hoffnung. Keine Gerechtigkeit, kein Frieden

 

Die Täter von Paris haben in ihrem Fanatismus jede Menschlichkeit verloren. Befasst man sich jedoch mit den Ursachen für derartigen Hass, kommt man immer wieder zu dem selben Schluss, den man, wie auch alles andere in der heutigen Zeit, global denken muss. Von Emil Minar

 

Ich habe Hoffnung. Wenige Tage nachdem in Beirut unschuldige Menschen Opfer von Anschlägen geworden sind. Wenige Tage nachdem in Paris unschuldige Menschen Opfer von Anschlägen geworden sind. Ich habe ein gutes Gefühl. Zuerst hatte ich Angst ein großer Teil der Menschen würde wieder blind 1,8 Milliarden Muslime in die Täterrolle drücken. Aber Scharfmacher wie Söder oder Matussek, die wieder Stimmung machen wollten, haben das bekommen, was sie verdienen: kaum Beachtung.

Ich habe das Gefühl, dass viele jetzt noch besser verstehen, wovor die große Mehrheit der Flüchtlinge flieht und merken, dass wir in letzter Konsequenz im selben Boot sitzen. Und auch, dass immer mehr Menschen merken, dass seit 2001, aber auch schon zuvor, viele Großmächte eine Außenpolitik betrieben haben, die nicht Frieden, sondern mehr Gewalt erzeugt. Seit dem völkerrechtswidrigen US Einmarsch im Irak 2003 hat sich die Frequenz islamistisch terroristischer Anschläge um 600% erhöht. Sicher nicht die einzige, aber eine wichtige Ursache für die aktuellen Ereignisse.

Die Zeit, in der Industriestaaten in der Welt anstellen konnten, was sie wollen, ohne, dass die Bevölkerung etwas von der Gewalt da draußen wirklich mitbekommt, ist vorbei. Und gerade, weil wir schon heute in multikulturellen Gesellschaften leben, werden Vorurteile nicht mehr die Politik bestimmen können. Fast jeder hat Kontakt zu Menschen, die die Stereotype, welche die Scharfmacher über die jeweils andere Gruppe verbreiten wollen, total widerlegen.

Die Welt wird sich aber von Grund auf erneuern müssen. Menschenrechte müssen auch außenpolitisch über nationales Interesse gestellt werden. Waffen dürfen nicht blind an jeden geliefert werden, der gerade zufällig den richtigen Präsidenten stürzen will. Und wo Demokratie entsteht, muss sie bedingungslos und uneigennützig unterstützt und geschützt werden. In der Vergangenheit wurde zu häufig das Gegenteil getan.

Auch die bekanntesten Massenmörder dieses Wochenendes waren Menschen, und Hass hat immer Wurzeln. In ihrem Fanatismus ist jede Menschlichkeit verloren gegangen und ihre Taten stehen für die schlimmste Art, in der Ideologie entarten kann. Das ist verabscheuungswürdig. Wenn man sich jedoch tiefergehend mit den Ursachen für derartigen Hass beschäftigt, kommt man immer wieder zu dem selben Schluss, den man, wie auch alles andere in der heutigen Zeit, global denken muss: no justice no peace.

Die Werte, die wir innerhalb unserer Grenzen bereits sehr weit in die politische und gesellschaftliche Realität einfließen lassen haben, müssen wir endlich auch jenseits unserer Grenzen leben, anderen Ländern Unabhängigkeit und Wohlstand ermöglichen und uns für globale Gerechigkeit stark machen. Und wenn ich das Ausmaß an Reflektion sehe, mit dem viele Menschen aus Politik, Medien und der gesamten Gesellschaft, besonders auch in Deutschland mit diesen Themen umgehen, dann bin ich sogar ein bisschen zuversichtlich, dass sich die Dinge in dieser Welt noch ändern können. MiG 19

 

 

 

 

8. Integrationsgipfel. Gesundheitssystem stärker für Migranten öffnen

 

Zuwanderer sollen einen besseren Zugang zum Gesundheitssystem erhalten. Das betonte die Kanzlerin beim Integrationsgipfel im Kanzleramt. Merkel ging auch auf die Anschläge in Paris ein und bekräftigte, es müsse alles getan werden, die Verbrechen aufzuklären.

 

"Die Tatsache, dass wir in einer besonderen Zeit leben, hat natürlich eine Rolle gespielt", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel nach dem Treffen. Die Terroranschläge in Paris hätten alle Teilnehmer des Integrationsgipfels natürlich sehr berührt. Merkel bekräftigte, es müsse alles getan werden, die Verbrechen aufzuklären.

Dies sei man den Opfern schuldig, aber auch der eigenen Sicherheit und "den vielen unschuldigen Flüchtlingen", die vor Verfolgung und Terror fliehen und ihre Heimat verlassen müssten, sagte Merkel. Dies sei auch mit Blick auf die Flüchtlingsbewegung in Europa wichtig. Es gehe gerade in diesen Zeiten um den Zusammenhalt der Gesellschaft, betonte Merkel.

Gemeinsames Positionspapier

Im Fokus des Integrationsgipfels mit Vertretern von Migrantenorganisationen, Ärzteverbänden, Kirchen und Verwaltung stand eine weitere Öffnung des Gesundheitssystems für Migranten und ihre Einbeziehung in Präventions- und Pflegeangebote.

"Ich freue mich, dass so viele Vertreterinnen und Vertreter von Migrantenorganisationen teilgenommen und sich aktiv eingebracht haben." Ausdrücklich dankte die Bundeskanzlerin den 200 Migrantenorganisationen dafür, dass sie mit einem gemeinsamen Positionspapier aufgetreten seien.

Merkel sprach nach Abschluss des Gipfels auch den Ehrenamtlichen in der Pflege ihren Dank aus.

Interkulturelle Pflege

Heute habe man sich besonders über interkulturelle Pflege ausgetauscht. "Wir erleben, dass die demographischen Veränderungen ihre Zeichen setzen," so die Kanzlerin. Dabei müsse gleiche Teilhabe am Gesundheitssystem auch für Migranten gelten. Das Grundgesetz garantiere eine Teilhabe auch für Zuwanderer. Das Gesundheitssystem in Deutschland sei nicht unkompliziert. Die Zuwanderer müssten ihre Rechte kennen. "Wichtig ist dabei Sensibilität gegenüber verschiedenen Kulturen." Manches sei bereits in Gang gekommen. "Aber es bleibt auf diesem Gebiet noch viel zu tun," so die Kanzlerin

abschließend.   

Uns geht es darum, ein Stück Normalität zu unterstreichen," sagte Staatsministerin Aydan Özoguz nach Abschluss des Gipfels. Bislang gebe es noch zu wenig Untersuchungen für das Thema. "Wir brauchen mehr verlässliche Daten," so die Staatsministerin. Man dürfe sich zum Beispiel nicht

darauf ausruhen, dass in Migrantenfamilien die Frauen die Pflege übernehmen.

Vorausschauende IntegrationspolitikGesundheit und Pflege der Migranten seien ein bedeutender Bestandteil einer vorausschauenden Integrationspolitik, hatte Staatsministerin Aydan Özo?uz bereits im Vorfeld des Gipfels betont.

"Die Frage, wie unser Land auf die zunehmende Zahl von älteren Menschen mit Einwanderungsgeschichte eingestellt ist, wird immer wichtiger."

Bundesgesundheitsminister Hermann Gröhe sagte, eine gute gesundheitliche Versorgung sei ein wichtiger Faktor dafür, dass sich Migranten zu Hause fühlen könnten. Ein Gesundheitswesen, das auf Einwanderer eingestellt sei, werde auch die Versorgung der Flüchtlinge besser leisten können.

Bessere Gesundheitsversorgung

Im Fokus des Treffens standen erfolgreiche Ansätze zur Verbesserung der Gesundheitsversorgung und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft. Ein Film hatte die Teilnehmenden thematisch eingestimmt.

Danach gaben Experten kurze Statements über die Herausforderungen der Gesundheitsversorgung und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft ab. Es folgte eine Diskussion in drei Blöcken zu den Themen:

 

- "Interkulturelle Öffnung im Gesundheitswesen",

- "Pflege in der Einwanderungsgesellschaft" und

- "Gesundheitsprävention, Ernährung und Sport".

 

Am 8. Integrationsgipfels nahmen auch Bundesinnenminister Thomas de Mazière, Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig und Bundesgesundheitsminister Hermann Gröhe teil. 

Schwerpunktjahr

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung Aydan Özo?uz hat in diesem Jahr das Thema "Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft" in den Mittelpunkt ihrer Integrationspolitik gestellt. Unterstützt wird das Schwerpunktjahr der Integrationsbeauftragten vom Bundesgesundheitsministerium. Pib 17

 

 

 

 

Integrationsgipfel im Kanzleramt. Gesundheitswesen muss sich auf Migranten einstellen

 

Beim Integrationsgipfel im Kanzleramt ging es dieses Jahr um Gesundheit und Pflege. Im Schatten der Anschläge von Paris beschworen Regierung und Migranten die Gemeinsamkeiten. Das Gesundheitswesen muss mehr auf Einwanderer und Flüchtlinge eingehen.

 

Ärzte, Krankenhäuser und Pflegeanbieter müssen sich stärker auf Migranten einstellen. Das ist die Botschaft des 8. Integrationsgipfels von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) am Dienstag in Berlin, bei dem die Themen Gesundheit und Pflege im Mittelpunkt standen. Merkel sagte zum Abschluss des Treffens, zwar sei schon manches in Gang gekommen, es bleibe aber auch noch viel zu tun.

Alle Beteiligten hätten bekräftigt, zusammenarbeiten zu wollen, sagte Merkel. Darauf komme es gerade in diesen Zeiten an. Auf dem Integrationsgipfel mit über hundert Teilnehmern aus dem Gesundheitswesen und Migrantenverbänden sowie Kirchen, Verbänden und Verwaltung ging es um eine weitere Öffnung des Gesundheitswesens für Einwanderer, ihre Einbeziehung in Präventionsangebote und eine Pflege, die auf die Bedürfnisse alter Menschen aus anderen Kulturen eingeht. In Deutschland leben 1,5 Millionen Rentner mit Migrationshintergrund, bis 2030 soll ihre Zahl auf rund 3,5 Millionen steigen.

Bundesgesundheitsminister Hermann Gröhe (CDU) sagte, eine gute gesundheitliche Versorgung sei ein wichtiger Faktor dafür, dass sich Migranten zu Hause fühlen könnten. Ein Gesundheitswesen, das auf Einwanderer eingestellt sei, werde auch die Versorgung der Flüchtlinge besser leisten können. Einwanderer nähmen immer noch deutlich seltener professionelle Hilfe in Anspruch als Deutsche, besonders wenn sie pflegebedürftig werden. Deshalb wolle er die Migrantenverbände bei einem eigenen Treffen über die Pflegereform informieren, kündigte Gröhe an.

Einig waren sich die Teilnehmer darin, dafür zu werben, dass mehr Migranten eine Ausbildung in Gesundheitsberufen anstreben. Ein wichtiges Thema seien die Sprachprobleme, sagte die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung Aydan Özo?uz. Man brauche deutlich mehr Sprachmittler, erklärte sie und machte sich damit eine Forderung der Migrantenverbände zu eigen. Diese müssten nicht immer ausgebildete Dolmetscher sein, sagte Özo?uz.

Die Migrantenverbände machten in einer gemeinsamen Erklärung deutlich, dass bei Arbeitsmigranten und Flüchtlingen ein besonderer Handlungsdruck bestehe. Sie seien besonders häufig chronisch krank und psychisch belastet, nähmen aber kaum an Vorsorgeangeboten teil und seien auch in der Pflege, Altenhilfe und bei Reha-Kuren benachteiligt.

Özo?uz hatte in diesem Jahr das Thema „Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft“ in den Mittelpunkt ihrer Arbeit gestellt. Unterstützt wird das Schwerpunktjahr der Integrationsbeauftragten vom Bundesgesundheitsministerium.

Anlässlich des Integrationsgipfels rief der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration dazu auf, bei den Pflegeangeboten die Bedürfnisse von Muslimen stärker zu berücksichtigen. So wünschen sich einer neuen Studie des Sachverständigenrats zufolge 27 Prozent der Muslime eine Pflegekraft mit gleicher Religion. Bei christlichen Befragten sind es nur neun Prozent. Rund 74 Prozent der muslimischen Frauen wollen im Alter auch von einer Frau gepflegt werden. Bei christlichen Frauen sind dem demgegenüber 51 Prozent und bei denjenigen, die keiner Religionsgemeinschaft angehören, 33 Prozent. (epd/mig 18)

 

 

 

 

 

Islamwissenschaftler. Mit Hintergründen des Terrorismus auseinandersetzen

 

Islamwissenschaftler Bülent Uçar fordert eine Auseinandersetzung mit dem islamistischen Terrorismus – theologisch, politisch, kulturell und ökonomisch. Bei solchen Anschlägen werde die Religion pervertiert auf die übelste Art.

 

Der Islamwissenschaftler Bülent Uçar hat Politiker und Experten aufgefordert, den islamistischen Terrorismus genauer unter die Lupe zu nehmen. Die Terroristen befleckten zwar den Islam, aber sie beriefen sich auch auf ihn, sagte der Direktor des Instituts für Islamische Theologie an der Universität Osnabrück am Montag. „Gerade deshalb müssen wir uns damit auseinandersetzen, theologisch wie auch politisch, kulturell und ökonomisch.“ Dies zu leugnen helfe nicht weiter.

Uçar verurteilte die Anschläge in Paris als „barbarische und animalische“ Taten. „Bei jedem Terrorakt, der im Namen meines Glaubens egal wo auf der Welt ausgeübt wird, erzittere ich regelrecht“, sagte der Professor für Religionspädagogik und Islamwissenschaften. „Am meisten ärgere ich mich darüber, dass diese Menschen nun das Bild des Islam in der Welt prägen.“ Elementare humane Werte würden mit Füßen getreten. „Hier liegt eine Perversion unseres Glaubens vor und zwar auf die übelste Art“, erklärte der Religionspädagoge.

Uçar betonte zugleich, dass auch Muslime Angst hätten, Opfer solcher „erbarmungslosen Terroristen“ zu werden. Zugleich seien sie besorgt, dass „widerliche Rechtspopulisten“ solche Taten gesellschaftspolitisch ausschlachten und Muslime in Kollektivhaftung nehmen könnten.

Uçar ist Vorsitzender des im vergangenen Jahr gegründeten Avicenna-Studienwerks. Er begrüßte am Montag 80 besonders begabte und sozial engagierte muslimische Studierende und Promovierende als neue Stipendiaten.

Der Wissenschaftler forderte die jungen Muslime auf, sich keinem „falsch verstandenen Anpassungszwang“ zu beugen: „Bleiben sie immer echt und empathisch.“ Nur dann könnten sie glaubwürdige Boten und Vertreter eines weltoffenen und toleranten Islamverständnisses sein. (epd/mig 17)

 

 

 

 

„KommAn-NRW“ soll Kommunen entlasten und Ehrenamtliche in der Flüchtlingshilfe stärken

 

Minister Schmeltzer: Programm hat bestmögliche Integration zum Ziel

Das Ministerium für Arbeit, Integration und Soziales informiert:

Das nordrhein-westfälische Integrationsministerium will mit dem Aktions-programm KommAn-NRW Städte und Gemeinden sowie ehrenamtlich in der Flüchtlingshilfe engagierte Menschen noch stärker bei den anstehenden Integrationsaufgaben unterstützen. Dafür plant das Ministerium im kommenden Haushaltsjahr Mittel in Höhe von 13,4 Millionen Euro ein. „Land und Kommunen und nicht zuletzt Ehrenamtliche stellen sich der großen Herausforderung, Flüchtlinge nicht nur unterzubringen, sondern sie auch bestmöglich zu integrieren. Dabei soll KommAn-NRW helfen“, sagte Integrationsminister Rainer Schmeltzer. Im Integrationsausschuss im Düsseldorfer Landtag wurde der entsprechende Ansatz des Ministeriums im Ergänzungshaushalt 2016 beraten.

 

Mit KommAn-NRW will die Landesregierung in möglichst allen Städten und Gemeinden „Ankommenstreffpunkte“ initiieren oder bestehende Treffpunkte fördern. Dort sollen auch Ehrenamtliche mit Unterstützung des Landes NRW den Geflüchteten eine Grundorientierung in ihrem neuen Umfeld geben. So können etwa vom örtlichen Schulangebot über Möglichkeiten des Sports im Verein bis hin zu simplen Regeln wie Abfalltrennung alle örtlich relevanten Fragen in diesen Treffpunkten eine Rolle spielen. Auch sollen mit Unterstützung des Landes NRW Grundwerte des Zusammenlebens wie die Gleichberechtigung von Mann und Frau und das friedliche Miteinander der Religionen in Deutschland vermittelt werden. Ankommenstreffpunkte würden damit auch zu Räumen der Begegnung zwischen Geflüchteten und Einheimischen.

 

Zudem sieht KommAn-NRW eine Stärkung der bereits bestehenden Integrationsstruktur im Land vor. So ist beabsichtigt, zur Unterstützung des Ehrenamts zusätzliche hauptamtliche Stellen in den Kommunalen Integrationszentren zu fördern. Diese Kommunalen Integrationszentren sind eine nordrhein-westfälische Besonderheit. In inzwischen 49 Kreisen und kreisfreien Städten unterstützt NRW bereits heute mit Zuschüssen für sozialpädagogisches Fachpersonal und die Bereitstellung zusätzlicher Lehrerstellen die Integrationskraft der Kommunen.

 

Gestärkt werden sollen auch die Integrationsagenturen der Wohlfahrts-verbände, bei denen eine Erhöhung der Maßnahmemittel um 1,5 Millionen Euro vorgesehen ist. Aus KommAn-NRW kann auch die Qualifizierung und die fachliche Begleitung von Ehrenamtlichen in der Flüchtlings-hilfe mitfinanziert werden. pnrw 18

 

 

 

 

 

Recht auf Familiennachzug erhalten!

 

Für den Erhalt des Rechts auf Familiennachzug hat sich das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) eingesetzt. Auf Antrag des BDKJ-Bundesverstandes hat es folgende Erklärung beschlossen: 

In den letzten Wochen wurde in Deutschland viel über Möglichkeiten diskutiert, die Zahl der nach Deutschland fliehenden Menschen zu beschränken. Ein Vorschlag, der dabei von verschiedenen Politikerinnen und Politikern immer wieder ins Spiel gebracht wurde, ist das Recht auf Familiennachzug für Geflüchtete einzuschränken und so dafür zu sorgen, dass sie ihre minderjährigen Kinder und Ehepartnerinnen bzw. Ehepartner zunächst nicht nachholen dürfen.

Aus menschenrechtlicher wie aus christlicher Perspektive ist die Trennung von Ehepaaren und Familien nicht hinzunehmen. Die Familie ist unbedingt zu stärken und, wo sie bedroht ist, zu schützen. Von diesem Grundsatz, den auch die Bischofssynode noch einmal deutlich bestätigt hat, ist erst recht nicht abzuweichen, wenn Familien von Krieg, Terrorismus und Verfolgung bedroht sind.

Familien können sich häufig nur die teure illegale Einreise einer Person leisten. Auch sind Frauen und Kinder sowohl auf der Flucht über das Mittelmeer als auch über die Balkanstaaten von sexualisierter Gewalt und Menschenhandel bedroht und damit noch größeren Gefährdungen ausgesetzt als Männer. Wenn Menschen darum ohne ihre direkten Angehörigen fliehen, reisen sie nicht mit dem Vorsatz nach Europa, ihre Familie zu verlassen, sondern möchten diese möglichst bald nachholen und damit auch in Sicherheit bringen.

Den schon jetzt streng reglementierten Familiennachzug noch weiter zu begrenzen und den Ehepartnern und Kindern der Geflüchteten die Einreise nach Europa und damit den Schutz vor Krieg und Gewalt zu verwehren widerspricht zutiefst unserer christlichen Überzeugung. Wir fordern darum die politisch Verantwortlichen auf, den aus humaner und christlicher Sicht unbedingt gebotenen und im Grundgesetz verankerten Schutz der Familie auch im Umgang mit Geflüchteten zur Grundlage ihrer Entscheidungen zu machen. ZdK 21

 

 

 

 

Anwaltsverein. Fachanwaltschaft für Migrationsrecht schaffen

 

Der Deutsche Anwaltsverein fordert die Schaffung einer Fachanwaltschaft für Migrationsrecht. Das Theme betreffe immer mehr Menschen, werde in der juristischen Ausbildung aber kaum gelehrt. Dabei gehe es bei Entscheidungen in diesem Bereich oft um die Existenz von Menschen. VON Christiane Meister

 

Der Deutsche Anwaltsverein (DAV) hat sich dafür ausgesprochen, eine Fachanwaltschaft für Migrationsrecht zu schaffen. „Das Thema betrifft viele Menschen. Das erleben wir gerade mit dem Flüchtlingsstrom. Aber es geht auch um europäische Bestimmungen, die selbst für einen Spezialisten schwer zu überblicken sind“, sagte Thomas Oberhäuser, Vorsitzender der Arbeitsgemeinschaft Ausländer- und Asylrecht des DAV dem Evangelischen Pressedienst.

 

Doch obwohl das Thema akut sei, drohe das Fachgebiet Migrationsrecht auszusterben, fürchtet Oberhäuser: „Es gibt zu wenig Nachwuchs. An der Uni wird Migrationsrecht kaum gelehrt und auch im Referendariat hat es selten einen Platz. Seit 1996 gibt es außerdem die Vorgabe der Anwaltschaft, dass man einen Fachanwalt machen soll, wenn man sich spezialisieren möchte.“ Gerade für die junge Juristengeneration sei es deshalb wichtig, für Migrationsrecht eine Fachanwaltschaft zu etablieren.

„Bei vielen Entscheidungen in diesem Bereich geht es um die Existenz von Menschen. Da sind fundierte Kenntnisse elementar“, betonte der Rechtsanwalt und verwies auf das Alimanovic-Urteil des Europäischen Gerichtshofs (EuGH). Die Richter hatten im September dieses Jahres beschlossen, dass die Bundesrepublik Arbeit suchenden EU-Bürgern Hartz-IV-Leistungen verweigern darf: „Daran hängt ein Rattenschwanz von Folgeentscheidungen, der für Betroffene massive Auswirkungen hat. Wenn ein Anwalt in solchen Fällen nicht weiß, worauf es ankommt, hat er kaum eine Chance.“

Auch bei Flüchtlingen gehe es um alles entscheidende Aspekte: „Zunächst ist die Frage, in welchem Mitgliedstaat der EU ein Asylantrag geprüft wird. Es gilt schließlich Dublin III. Sollte ein Dublin-Bescheid kommen, müssen Asylbewerber schnell reagieren. Sie haben lediglich eine Woche Zeit, gegen den Bescheid vorzugehen“, erläuterte Oberhäuser. Auch um die Familie nach einem erfolgreichen Antrag nachholen zu können, müsse innerhalb von drei Monaten gehandelt werden: „Es ist wichtig, dass die Menschen dann den richtigen Rat bekommen.“ (epd/mig 20)

 

 

 

 

 

Peter Befeldt: Flüchtlinge sind eine Chance für unser Land

 

Der Bundesauschuss der Arbeitsgemeinschaft für Bildung (AfB) der SPD tagte am 20. und 21. November 2015 in Berlin. Im Mittelpunkt stand das Thema „Herausforderung Bildung und Flüchtlinge“. Dazu erklärt Peter Befeldt, AfB-Bundesvorsitzender:

 

 Die Delegierten waren sich einig, dass wir mitten in einer enormen Herausforderung stehen, im Blick nach vorne sich aber große Chancen für den Erhalt unserer Strukturen und eine gute Zukunft unserer gesamten Gesellschaft ergeben.

 

 Mehr als die Hälfte der zu uns kommenden Flüchtlinge sind Kinder und junge Erwachsene. Die wichtigste bildungspolitische Aufgabe für Bund, Länder und Kommunen ist deren schnelle und wirkungsvolle Integration. Diese Integrationsleistung erbringen alle Bildungsinstitutionen von der Kita über allgemein bildende und berufsbildende Schulen bis zu den Hochschulen. Es handelt sich dabei, wie beispielsweise bei der Umsetzung von Inklusion und der Einführung von flächendeckenden Ganztagsschulen, um eine gesamtgesellschaftliche Aufgabe von überregionaler Bedeutung: Ein weiterer sehr guter Grund zur schnellen vollständigen Abschaffung des Kooperationsverbotes zwischen Bund und Ländern im Bildungsbereich!

 

 Weiterhin diskutierte der Bundesausschuss Zwischenstände der Arbeitsgruppen „Inklusion“ und „Gute Bildung – Auf den Start kommt es an!“ des AfB Bundesvorstandes unter der Leitung von Mathias Kocks (NRW) und Ulf Daude (SH) und entwickelte sie weiter. In diesen Themenkomplexen wurden auch eine Reihe von Schnittpunkten für die Umsetzung einer guten Flüchtlingsintegration diskutiert. Beispielsweise sollten in den zu schaffenden Familienzentren an Kitas, Grundschulen sowie Kultur- und Bildungseinrichtungen auch Sprachkurse für die Eltern der geflüchteten Kinder und Jugendlichen hürdenfrei angeboten werden. Gute Inklusion ist natürlich eng verbunden mit guter Integration. Besonders notwendig ist die Stärkung der sozialpädagogischen und schulpsychologischen Betreuung der jungen Flüchtlinge, die aufgrund ihrer Erlebnisse im Krieg und auf der Flucht häufig traumatisiert zu uns kommen. spd

 

 

 

 

 

Berlin. Premiere: 13. Dezember um 18 Uhr. „Materialien für eine deutsche Tragödie“

 

„Materialien für eine deutsche Tragödie“ erzählt mit Sarkasmus und Empathie von Macht, Utopie und Tod vor dem Hintergrund des Terrorismus der 70er. Auf etwa 200 Seiten erzählen über 100 Stimmen in einer losen Szenenfolge von den Ereignissen des Deutschen Herbstes. Ein verrückter Blick auf Geschichte, der die deutsch-italienische Spiegelung nutzt, um rhetorische Schleier sichtbar zu machen und das Heute im Nebel der Vergangenheit zu suchen. Italienische und deutsche Schauspieler unterschiedlicher Generationen spielen in und mit deutscher Sprache und Geschichte und mit allem, was Übersetzung heißt. Sie springen zwischen Erzählung und Spiel hin und her, dolmetschen und improvisieren. Leitfaden bleibt der fremde Blick und der Umgang der Schauspieler mit historischen Figuren, die an- und ausgezogen werden wie Handschuhe, die man ausprobiert und bald darauf wieder wechselt. Teilweise wird gelesen, manches nur angespielt, für eine Spielform, die sich zwischen Brecht, Totò und dem Happening bewegt.

Wie um die Atmosphäre eines typischen italienischen Plenums zu schaffen, wo die langen politischen Diskussionen immer durch gemütliches Essen und Trinken begleitet werden, wird nach der sechsstündigen Performance gemeinsam ein kleines, schmackhaftes italienisches Gericht mit einem Glas Wein genossen. 

Mit „Materialien für eine deutsche Tragödie“ gewann Antonio Tarantino 1997 den renommierten Riccione-Preis für Gegenwartsdramatik. Diese riesenhafte Momentaufnahme der Terrorwelle des Jahres 1977 wird erstmalig in Deutschland aufgeführt. Der Autor Tarantino erklärt: „Ich habe nicht über die Brigate Rosse schreiben wollen, weil diese Ereignisse uns zu nah sind, sowohl in politischer als auch emotionaler Hinsicht“. In seiner Abgrenzung gegenüber der geschriebenen Geschichte schafft Tarantino einen theatralen Zwischenraum, in dem sich die Sprache emanzipieren und damit ihr rhetorisches und subversives Potential manifestieren kann.

In diesem Karussell sind die jungen Utopisten, die Terroristen, nur noch monologisierende Monumente der Verlorenheit. Die von ihnen herausgeforderten institutionellen Machthaber wirken umso mehr wie Karikaturen, je mehr ihre Sprache den Diskurs der Macht formuliert. Heraus kommt das Zerrbild eines Staates, das ebenso gut auf die 70er Jahre, wie auf unsere Gegenwart verweist, in der sowohl die Verschleierungstechniken von Wirklichkeit als auch der Kampf auf Leben und Tod zwischen Staatsmacht und Terrorismus ungeahnte Ausmaße angenommen haben. Die Macht bleibt sich selbst immer treu.

Ein Experiment mit Sprache, Geschichte und wechselnden Blickwinkeln mit einem Ensamble, das Stars der Berliner Performanceszene wie Lajos Talamonti (vom Performancekollektiv Interrobang) und Armin Wieser (Hans Werner Krösinger u.a.) mit italienischen Schauspielern (Lea Barletti, Carlo Loiudice) und deutsch italienischen Grenzgängern wie Werner Waas (Regie/Schauspiel), Elettra de Salvo (Schauspiel) oder auch Barbara Weigel (Video/Dramaturgie) mischt. Dazu kommt noch ein Musiker aus dem Team von „Martin Clausen und Kollegen“.

Im Verlauf der Proben wurden zwei Workshops absolviert, welche die Arbeit mit generationsübergreifenden Reflexionen und Einwürfen bereichert haben.  Zum einen mit Schülern der 10. Klasse der italienisch-deutschen Albert-Einstein-Oberschule in Britz und zum anderen mit älteren Menschen in Zusammenarbeit mit dem Theater der Erfahrungen in Schöneberg. Die Reflexionen jener, die diese Jahre erlebt haben und derer, die damals noch nicht geboren waren, wurden in den Probenprozess integriert und eingearbeitet. Aurora Kellermann, Tatwerk Berlin