WEBGIORNALE    2-8  NOVEMBRE   2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       UE sotto processo. Ovunque si voti in Europa spuntano nazionalismi 1

2.       Immigrazioni, cresce il popolo dei nuovi italiani, il boom dei romeni 1

3.       Presentato a Roma il Dossier statistico immigrazione 2015  1

4.       Il destino di Angela Merkel 2

5.       La famiglia Nappo, da poco in Germania. Un intreccio di passato e presente  3

6.       Rüsselsheim. Antonio. La storia continua... Quando Delio inizia a parlare  3

7.       “L’italiano, una risorsa per il Baden-Württemberg”  3

8.       Francoforte. Il canto della musa. Nuovo libro di poesie di Marcella Continanza  4

9.       Il  mondo pastorale abruzzese in una mostra a Regensburg  4

10.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  4

11.   Dante Divino: a Francoforte cinque itinerari di lettura della Commedia  5

12.   A Monaco di Baviera l’11 novembre Marco Montemarano presenta "Un solo essere"  6

13.   A Francoforte un omaggio alla città di Napoli: aperitivo e cena con lo scrittore Lorenzo Marone  6

14.   Concerti. "Il Belcanto al pianoforte" il 12 novembre all’IIC di Colonia  6

15.   Apre il nuovo sportello del Comites di Norimberga  6

16.   Profughi, Merkel alla resa dei conti nel governo  7

17.   Dieselgate affonda Volkswagen. Accordo Ue su nuovi test emissioni 7

18.   Rosso record per Deutsche Bank. Entro il 2018 previsti 34 mila esuberi 7

19.   Choc in Germania, 32enne confessa: "Ho ucciso due bambini"  7

20.   In Commissione Affari Costituzionali le nuove norme sulla cittadinanza già approvate dalla Camera  7

21.   La nuova fase degli italiani all’estero  8

22.   “Il valore dell’Emigrazione, il contributo delle comunità regionali italiane al progresso e allo sviluppo dei Paesi ospitanti”  8

23.   Dibattito sulla migrazione al Parlamento Europeo: il vero spartiacque  9

24.   Migranti, Juncker apre alla flessibilità sui costi: "Per sforzi straordinari"  9

25.   Elezioni Svizzere. Tra la paura dei migranti, Berna si sposta a destra  9

26.   La grande migrazione: quale soluzione possibile? Gli insegnamenti della storia  10

27.   OGM: il Parlamento Europeo boccia la proposta sui divieti nazionali 10

28.   Il divario sociale nell’UE: i ragazzi e i giovani sono i perdenti della crisi 11

29.   Per una più equa distribuzione dei fondi per gli italiani all’estero  11

30.   Più fatti 11

31.   Un errore cambiare. L’Italicum e la paura di Grillo  12

32.   Dietrofront Marino il sindaco vuole la testa del Pd  12

33.   Marino, chi grida alle Idi di ottobre: la sindrome (contagiosa) del complotto  12

34.   Renzi su Roma: "Macché mandante, se una città non funziona se ne prende atto"  13

35.   Fondazione Moressa: gli stranieri contribuiscono all’8% del Pil 13

36.   Deputati Pd-Estero: Favorire la partecipazione degli italiani all’estero al rilancio del Paese perseguito dalla legge di Stabilità 2016  13

37.   Accoglienza migranti. Il “Premio Elsa Morante per l’impegno civile” a don Paglia e alla Comunità di Sant’Egidio  13

38.   L’impegno politico  14

39.   Marino: "Accoltellato da 26, ma mandante unico". Tronca commissario a Roma  14

40.   L'ultimo show di Marino: il mandante è Renzi 14

41.   Calano i reati commessi da stranieri in Italia  15

42.   Alla Camera il convegno “A 60 anni dagli Accordi bilaterali Italia Germania. Storie di ordinaria integrazione”  15

43.   Mattarella: “Il destino dell'Unione Europea si gioca sul governo di questo epocale flusso di migranti”  16

44.   Le risorse per la lingua italiana all’estero  16

45.   Il cibo sprecato nutrirebbe 4 volte gli affamati del pianeta  16

46.   Expo? Un successo. Il bilancio dell’evento elaborato da Coldiretti/Ixè  16

47.   La fiducia che serve. Il segnale che arriva da Expo  17

48.   Guida ai falsi miti per gli italiani a Londra, il vero volto del colonialismo tricolore in Eritrea e il pane italiano nel cuore di Berlino  17

49.   "Il dossier statistico immigrazione 2015” presentato a Palermo  18

50.   “Patronati, tanto tuonò che grandinò!”  18

51.   Tasche vuote  18

52.   Un cimitero "memoriale" per i migranti senza volto e nome  19

53.   Alla Commissione Esteri del Senato lo stato di previsione del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale  19

54.   Stop al roaming dal 2017, via libera dal Parlamento Ue  19

55.   Elezioni svizzere 2015 nel solco della continuità  20

56.   Gran Bretagna. Professionisti a prova di PIL  20

57.   Chiarita l'estraneità degli iscritti all'AIRE nell'applicazione della Voluntary Disclosure sul loro patrimonio all'estero  20

58.   Sesta edizione delle “Olimpiadi di Italiano”. Iscrizioni entro il 12 gennaio 2016  21

 

 

1.       Der humanitäre Impuls ist nicht genug. Was Europa in Sachen Migration und Asyl von Südafrika lernen kann. 21

2.       Deutschland, Österreich und Schweiz. Österreichs Flüchtlinge: „Das politische System versagt"  21

3.       Migranten in Italien: Mehr als die Hälfte Christen  22

4.       Neuer Rekord. Mehr als 700.000 Flüchtlinge kamen übers Mittelmeer nach Europa  22

5.       EU-Sondergipfel: 100.000 Aufnahmeplätze für Flüchtlinge entlang der Balkanroute  22

6.       Europaminister Roth in Italien: Grundrechte wahren  22

7.       Grenzschutz in der Flüchtlingskrise. Treffen mit Staatspräsident Sergio Mattarella in Rom   23

8.       Parlamentswahl in Polen: Absolute Mehrheit für Nationalkonservative PiS  23

9.       Neues von der „verlorenen Generation“. Die ILO über eine EU-"Jugendgarantie", die alleine gar nichts garantiert. 23

10.   TTIP: Lammert will Freihandelsabkommen bei zu wenig Transparenz ablehnen  24

11.   „Spaltung der AKP oder Große Koalition“. Felix Schmidt in Istanbul über die anstehenden Neuwahlen in der Türkei. 24

12.   Der Kampf gegen Gerüchte in der Flüchtlingskrise  24

13.   Mehr Zusammenarbeit auf der Westbalkan-Route. Flucht und Asyl 24

14.   Umfrage. Deutsche erwarten Wandel und wollen Flüchtlinge unterstützen  25

15.   Gut leben in Deutschland. "Wir werden die Integration schaffen"  25

16.   Bundesregierung erwägt 2016 Schulden wegen Flüchtlingskrise  25

17.   Soziale Kluft in der EU: Kinder und Jugendliche sind Verlierer der Krise  25

18.   Arbeitswelt der Zukunft: Jedem zweiten Unternehmen fehlt eine nachhaltige Personalstrategie  26

19.   ADP-Studie „The Workforce View in Europe“: So belastet der Generationenmix den Arbeitsplatz  27

20.   Frauenkirche stellt das Musikjahr 2016 unter das Motto Elemente – Schöpfung – Welt 28

21.   vdek: EU muss letzte Chance ergreifen, Medizinprodukte sicherer zu gestalten  29

22.   Umbrien heizt dem Winter mit Jazzklängen ein: Festival lockt nach Orvieto  29

23.   Was ist neu? Neuregelungen zum November 2015  29

24.   Der göttliche Dante: fünf Wege, die Commedia zu lesen  29

25.   Bundesfinanzhof. Anspruch auf Kindergeld auch bei mehrjährigem Auslandsstudium   30

 

 

 

 

 

UE sotto processo. Ovunque si voti in Europa spuntano nazionalismi

 

Dopo il risultato delle elezioni in Polonia, già si guarda a Turchia (alle urne il 1° novembre) e Spagna (20 dicembre). Ma è il dato politico e culturale emergente, ovvero il risorgere aggressivo delle identità nazionali, che solleva preoccupazioni e dubbi sul comune destino del Continente – di Gianni Borsa

 

Come ampiamente previsto, il 2015 si sta confermando anno di svolta nella politica continentale. Non certo per un’accresciuta “coscienza europea” (volontà di serrare i ranghi di fronte all’era globale, con le sue sfide globali) o per un rilancio del processo di integrazione. Al contrario, la svolta sembra piuttosto generata da una rimonta delle identità nazionali, o meglio dei nazionalismi, rispetto ai timori generati da quanto avviene sullo scacchiere mondiale: prima la crisi economica, quindi gli inarrestabili flussi migratori in cammino verso l’Europa, senza trascurare le paure generate dall’esercito dell’Isis e dall’instabilità politica di gran parte di Africa e Medio Oriente (a loro volta tra le cause dell’emergenza-profughi). Così, nella decina o poco più di tornate elettorali registrate quest’anno all’interno dei confini Ue, oppure alle soglie dell’Unione, si è palesata una tendenza divergente: si è quasi sempre trattato, infatti, di elezioni a sfondo identitario-nazionale (con prevalenza degli interessi “interni”), eppure tutte – anche quelle dei Paesi più piccoli – hanno ottenuto un’attenzione su scala europea.

 

Grecia, Francia, Danimarca… È accaduto per le due tornate legislative in Grecia (gennaio e settembre) così come per il referendum svoltosi a luglio nella penisola ellenica sul piano di “salvataggio” finanziario proposto dall’Ue al governo di Atene. Di nuovo è successo a marzo per le politiche in Estonia e, più ancora, per le amministrative in Francia e Paesi Bassi (per misurare la presa sugli elettori da parte dei partiti euroscettici capitanati rispettivamente da Marine Le Pen e da Geert Wilders). Stesso discorso – elezioni nazionali, risonanza europea – per il voto parlamentare in Finlandia (aprile), nel Regno Unito (maggio, con la netta vittoria dei conservatori di David Cameron), in Danimarca (settembre) e in Portogallo (inizio ottobre). Persino il voto regionale della Catalogna, trasformato ad arte in una sorta di referendum sulla secessione dalla Spagna, ha avuto un rilievo internazionale.

 

La svolta polacca. A maggior ragione il doppio ricorso ai seggi in Polonia – presidenziali a giugno, legislative il 25 ottobre – ha assunto un peso politico che ha scavalcato i confini nazionali. La sterzata euroscettica e nazionalista operata dal popolo polacco – della quale ovviamente si prende atto con massimo rispetto in quanto liberamente e democraticamente operata da un popolo sovrano – ha avuto risonanza a Strasburgo (dove in questi giorni è convocata la plenaria dell’Europarlamento), a Bruxelles (sede della Commissione e del Consiglio europeo), e in tutte le capitali dei Paesi aderenti. La Polonia è il sesto Paese per peso demografico e rilevanza economica nel quadro comunitario, e una sua eventuale posizione frenante nelle decisioni Ue potrebbe rendere ancora più accidentato il cammino dei Ventotto.

 

Erdogan, nemico-amico. In un quadro di attenzione anche ai Paesi confinanti, i riflettori sono stati rivolti sulle elezioni in Svizzera (trionfo della destra populista e anti-immigrati), e su quelle locali in Ucraina, per verificare la tenuta politica complessiva del presidente Petro Poroshenko e la sua capacità di tener unito il Paese rispetto alle pressioni esterne provenienti da Mosca. Occhi puntati, a maggior ragione, sulla Turchia, chiamata alle elezioni il 1° novembre. Formalmente il grande Paese euroasiatico non fa parte dell’Unione, cui è candidato sin dagli anni Sessanta. Ma in queste settimane è stata proprio l’Ue a rendersi conto del ruolo strategico di Ankara nel tentativo di tamponare l’afflusso migratorio dal Medio Oriente verso la Grecia e i Balcani e, da lì, fino all’Europa centro-settentrionale. Così la tenuta politica di Recep Tayyp Erdogan, che più volte l’Ue ha giustamente bollato come un leader autoritario e non pienamente democratico, viene ora considerata con occhi diversi in vari ambienti europei.

 

Da Madrid a Londra. Proiettandosi in avanti, già si respira aria di duello in Spagna, dove si voterà il 20 dicembre. Alla corsa elettorale prenderanno parte i partiti tradizionali (i Popolari, al governo con Mariano Rajoy, in buona posizione nei sondaggi, e gli eterni rivali Socialisti), sfidati in campo aperto dalle nuove formazioni sorte “dalla piazza”, ovvero Podemos e Ciudadanos. Anche qui, come negli altri Paesi, si dovrà fare i conti con alcuni elementi ricorrenti: elettori in calo, euroscetticismo strisciante, nazionalismo o regionalismi in agguato, confronti tra i candidati che si concentrano su pochi temi, e in particolari sulla paura di una “invasione straniera” e sulle ricadute occupazionali della crisi economica, non ancora alle spalle. Migranti e interessi economici nazionali che hanno spinto il premier inglese Cameron a promettere il referendum sulla permanenza britannica nell’Unione europea. Voto popolare, questo, fissato al 2017 che già ora surriscalda Londra e le istituzioni Ue. Sir 28

 

 

 

 

Immigrazioni, cresce il popolo dei nuovi italiani, il boom dei romeni

 

Il "Dossier statistico immigrazione 2015", del' Idos per l'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali). Positivo il bilancio spesa pubblica-introiti dovuti alla loro presenza. Versano tra i 7-8 miliardi di contributi l'anno ma, non riuscendo tutti a maturare la pensione, lasciano nelle casse previdenziali oltre 3 miliardi di euro - di VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA  -  C'è un esercito che ogni anno ingrossa le sue fila. È quello dei "nuovi italiani", popolato oggi da 5 milioni e 421mila persone. Nel nostro Paese infatti quasi un abitante su dieci è nato fuori dai confini nazionali o è figlio di immigrati. È l'Italia multietnica. Aumentano le nuove cittadinanze, gli alunni e i lavoratori immigrati. Resta positivo il bilancio tra spesa pubblica e introiti dovuti alla loro presenza. Non manca certo il lato oscuro, anche se frenano i reati degli stranieri. È quanto fotografa il "Dossier statistico immigrazione 2015", realizzato da Idos con Confronti, per conto dell'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali).

 

L'esercito di "nuovi italiani". L'Italia resta uno dei grandi Paesi europei di immigrazione, con 5.014.000 stranieri residenti alla fine del 2014 (incremento di 92.000 persone rispetto all'anno precedente), mentre i cittadini italiani all'estero, aumentati di 150.000, sono oggi 4.637.000. L'incidenza degli stranieri sulla popolazione residente (8,2%) continua a essere superiore al valore medio europeo. Inoltre, il Dossier stima in 5.421.000 persone la presenza straniera regolare complessiva, includendovi anche i soggiornanti non comunitari in attesa di registrazione anagrafica.

 

Record di romeni. Gli stranieri residenti in Italia per oltre la metà sono cittadini di un Paese europeo (oltre 2,6 milioni) e per poco meno del 30% provengono da un Paese dell'Ue (1,5 milioni). La collettività più numerosa è quella romena (1.131.839), seguita dai cittadini dell'Albania (490.483), del Marocco (449.058), della Cina (265.820) e dell'Ucraina (226.060).

 

Le religioni dei migranti. Secondo la stima del Dossier, i cristiani sono quasi 2 milioni e 700mila e i musulmani più di 1 milione e 600mila (meno numerose le altre comunità religiose).

 

Sbarchi ed espulsioni. Nel 2014 gli stranieri intercettati dalle forze dell'ordine in condizione irregolare sono stati 30.906 e di questi il 50,9% è stato effettivamente rimpatriato (15.726). Gli arrivi via mare di profughi e altri migranti sono stati oltre 170.000. Le richieste d'asilo sono state 64.625 nel 2014 e 30.535 nei primi sei mesi del 2015. Nel giugno 2015 i migranti accolti erano 78.484 di cui 19.716 nella rete Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e i restanti in strutture temporanee o di prima accoglienza.

 

Studenti e cittadini. Sono 129.887 gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel 2014 (+29% sul 2013, che già registrava un fortissimo aumento rispetto all'anno precedente), mentre sono in leggera diminuzione i matrimoni misti (18.273, il 9,4% delle 194.097 nozze celebrate nel 2013), ai quali si aggiungono le unioni tra stranieri (7.807, il 3,8% del totale). Nel 2014 è rimasto quasi stabile il numero dei bambini nati in Italia da genitori entrambi stranieri (75.067 casi, il 14,9% del totale dei nati). Dei quasi 1 milione e 100mila minori stranieri residenti in Italia, sono 814.187 gli iscritti a scuola nel 2014/2015, cresciuti in un anno di 11.343 (l'incremento maggiore riguarda quelli nati in Italia: +8,4%), mentre continuano a diminuire gli studenti italiani (8.886.076, -0,6%).

 

Il lavoro degli immigrati. Gli occupati stranieri nel 2014 sono risultati 2.294.000 (1.238.000 uomini e 1.056.000 donne), più di un decimo degli occupati complessivi (10,3%), con un tasso di occupazione nuovamente in leggero aumento. La crisi non ha mancato però di far sentire i suoi effetti sugli immigrati: sono stati 154.686 (+6,2% rispetto al 2013) i permessi di soggiorno, in prevalenza rilasciati per motivi di lavoro e di famiglia, che giunti a scadenza non sono stati rinnovati, con il conseguente obbligo per gli interessati di lasciare l'Italia.

 

Tasse e contributi. I cittadini non comunitari beneficiari di pensioni previdenziali per invalidità, vecchiaia e superstiti sono 35.740 (pari allo 0,2% di tutti i beneficiari), mentre i titolari di pensioni assistenziali sono 51.361 (1,4% del totale). Le entrate fiscali e previdenziali ricollegabili ai lavoratori immigrati sono ammontate nel 2013 a 16,6 miliardi di euro, mentre il totale delle uscite sostenute nei loro confronti è stato di 13,5 miliardi (saldo positivo di 3,1 miliardi di euro). In particolare, versano tra i 7-8 miliardi di contributi l'anno ma, non riuscendo tutti a maturare il diritto alla pensione, l'Inps ha stimato che abbiano lasciato nelle casse previdenziali oltre 3 miliardi di euro improduttivi di prestazioni. Nel 2013 il contributo al Pil nazionale prodotto dagli occupati stranieri è stato di 123.072 miliardi di euro (pari all'8,8% del Pil del Paese).

 

I reati degli stranieri. Nel periodo 2004-2013 le denunce penali con autori noti sono passate da 692.000 a circa 897.000, ma quelle verso italiani, a fronte di una popolazione in leggera diminuzione, sono aumentate da 513.618 a 657.443 (+28,0%). Quelle a carico di stranieri, a fronte di una popolazione più che raddoppiata, sono diminuite da 255.304 a 239.701 (-6,2%).

 

Le discriminazioni. "Persistono i casi di discriminazione su base etnico-razziale  -  si legge nel Dossier  -  su un totale di 1.193 denunce raccolte dall'Unar durante il 2014, 990 sono state giudicate pertinenti. I massmedia rappresentano l'ambito di maggior frequenza, con 291 casi, pari al 29,4% del totale. Un dato che porta a rilevare la necessità di un'informazione corretta e continuativa. Non solo. Anche nella stagione calcistica 2014/2015 non sono mancati gli atti di discriminazione razziale: 58 in tutto, sebbene in calo rispetto alla precedente stagione (26 in meno), grazie principalmente al maggiore impegno di alcune società". LR 29

 

 

 

 

Presentato a Roma il Dossier statistico immigrazione 2015

 

L'Italia si riscopre Paese di emigrazione con un aumento più significativo dei propri connazionali all'estero (+155 mila, per un totale di 4.637.000 iscritti all'Aire) che degli stranieri residenti in Italia nel 2014 (+92 mila per un totale di 5.014.000 stranieri residenti).

 

Il presidente di Idos, Ugo Melchionda, parla di un'immagine schizofrenica dell'immigrazione in Italia: da un lato una forte tendenza all’insediamento, soprattutto tra i non comunitari; dall’altro l'emergenza di profughi, richiedenti asilo e rifugiati che sono sbarcati sulle coste italiane nel 2014 in 170 mila

Tra gli interventi anche quello del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: “La conoscenza del fenomeno migratorio è un antidoto ai pregiudizi, al terreno di coltura degli spacciatori di odio e di paura. Le migrazioni, se gestite correttamente, vengono incontro ad esigenze della nostra economia e delle nostre società”

 

ROMA – L’Italia si riscopre Paese di emigrazione stando ai dati del Dossier statistico immigrazione 2015 presentato questa mattina a Roma: nel 2014 gli italiani residenti all’estero sono aumentati più degli stranieri residenti in Italia, di 155 mila unità nel primo caso, secondo i dati Aire (l’Anagrafe dei connazionali residenti all’estero), a fronte dei +92 mila stranieri residenti nella Penisola, registrati dall’Istat. Per ricordare un saldo migratorio negativo dobbiamo tornare al 1975 – segnala Ugo Melchionda, presidente del Centro studi e ricerche Idos che ha curato il Dossier con la collaborazione della rivista Confronti e l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali presso il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

I residenti stranieri nel nostro Paese sono, all’inizio del 2015, 5.014.000, numero che si avvicina a quello dei connazionali residenti all'estero (4.637.000); se consideriamo le stime di Idos i due numeri sono ancora più vicini: la presenza regolare straniera in Italia sarebbe di circa 5.400.000 di persone, mentre le anagrafi consolari registrano poco più di 5 milioni di italiani residenti all’estero. La fotografia della popolazione straniera residente in Italia, scattata con la consueta attenzione dal Dossier, quantifica in 3,5 milioni i non comunitari e in 2,6 quelli di provenienza europea (60% di cittadini Ue): la collettività più numerosa è quella romena (1.131 mila), seguita dall'albanese (490 mila), marocchina (449 mila), cinese (265 mila) e ucraina (226 mila). 126 mila sono gli stranieri che hanno ottenuto nel 2014 la cittadinanza italiana, in forte aumento rispetto al 2013 (+29%); 1,1 milioni i minori, di cui circa 800 mila iscritti a scuola nell'anno 2014/2015, il 9,2% di tutti gli iscritti, incidenza che è maggiore al Nord e al Centro (13,6% e 11,1%), soprattutto di cittadinanza romena (157 mila, il 19% del totale), albanese (109 mila), marocchina (102 mila), cinese (41 mila), filippina (26 mila). Nelle università gli iscritti stranieri incidono invece di un 4.2% (sono albanesi, cinesi, romeni, iraniani, camerunensi, greci e moldavi). Ma il Dossier rileva – come evidenziato nel corso della presentazione da Melchionda – un’immagine “schizofrenica” dell’immigrazione in Italia: da un lato una forte tendenza all'insediamento, soprattutto tra i non comunitari, che per oltre la metà hanno ottenuto un permesso di lungo soggiornanti e quindi a tempo indeterminato, e con il dato importante già richiamato dei minori che frequentano le nostre scuole; dall'altro l'emergenza di profughi, richiedenti asilo e rifugiati che sono sbarcati sulle coste italiane nel 2014 in 170 mila (insieme ai migranti economici), con la previsione di un andamento simile anche nel 2015. Le richieste di asilo sono state 64 mila nel 2014 e hanno coinvolto in particolare persone provenienti dall'Africa subsahariana (Nigeria 10 mila, Mali 9 mila, Gambia 8 mila, Senegal 4 mila), Asia (Pakistan 7 mila, Bangladesh 4 mila e Afghanistan 3 mila) e per l'Europa, l'Ucraina (2800). Gli stranieri irregolari intercettati dalle forze dell'ordine in condizione irregolare sono stati quasi 31 mila e di essi il 50% è stato effettivamente rimpatriato.

A coordinare gli interventi della mattinata sono stati Claudio Paravati, direttore della rivista Confronti, e Franco Pittau del coordinamento redazionale del Dossier, che ha ricordato la strada sin qui percorsa e l’impegno rimasto inalterato di “far conoscere il fenomeno migratorio ed essere di sevizio per l'inserimento in Italia dei nuovi cittadini”. Di seguito è intervenuto Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola Valdese – gli eventi di sensibilizzazione e presentazione del Dossier organizzati contestualmente in tutte le regioni d’Italia sono sostenuti con i fondi dell’8 per mille della Chiesa Valedese – che ha richiamato il dramma che da mesi ha coinvolto prepotentemente la stessa l'Europa, con il transito di masse imponenti di rifugiati e richiedenti asilo “in un'Europa impreparata e divisa”, un “fenomeno epocale cui si è risposto troppe volte con il cuore e con la pancia, mentre il Dossier – ha rilevato Bernardini - ci aiuta a fare un bagno di realtà in mezzo a tante ideologie, indispensabile per trovare soluzioni adeguate e realistiche ad un cambiamento che ormai fa parte della nostra realtà”. Tra gli aspetti considerati nel Dossier e su cui viene richiamata l’attenzione i dati sull'appartenenza religiosa delle collettività immigrate, che sono per la maggior parte cristiani “ma non per questo dobbiamo considerarli automaticamente integrati – afferma Bernardini, che sollecita ad una considerazione più sensibile alle differenze, dimensione indispensabile alla gestione dell’accoglienza e dell’integrazione.

Melchionda mette in evidenza come sia difficile operare nette distinzioni tra migranti economici e rifugiati e richiedenti asilo, il cui numero è enormemente aumentato nell’ultimo anno (sui 240 milioni di migranti quantificati nel mondo nel 2014, più del 3% della popolazione mondiale, il numero dei migranti forzati ha sfiorato i 60 milioni, ben 8 milioni in più rispetto all'anno precedente). Questi ultimi sono il portato di 33 conflitti oggi combattuti in tutto il mondo, cui la comunità internazionale risponde con 11 missioni di pace, mentre 65 sono i muri costruiti per impedire il passaggio dei migranti. Altro numero che impressiona è quello dei morti nell'attraversamento del Mar Mediterraneo nel 2014, circa 3000, mentre non dobbiamo dimenticare – segnala il direttore di Idos – che se Germania, Svezia e Italia sono i Paesi che accolgono più rifugiati, l’incidenza di questi ultimi sulla popolazione italiana è di molto inferiore a quella dei primi due Stati (uno 0,3% di contro a percentuali che sono doppie per la Germania, per esempio). Melchionda segnala anche come solo il 25% dei 78 mila richiedenti asilo in Italia si trovi presso le strutture di accoglienza temporanea (Sprar) a giugno 2015, segnalando la necessità prioritaria di monitorare il restante 75% delle presenze. Richiamati infine i circa 500 imprenditori di origine straniera attivi nel nostro Paese, un dato che conferma la dinamicità ed il contributo degli immigrati all’economia italiana: gli occupati stranieri sono 2.290 mila, sono quelli che hanno risentito maggiormente gli effetti della crisi (il loro tasso di occupazione è più elevato rispetto agli italiani ma anche quello di disoccupazione – il 16% di contro il 12%, 154 mila sono i permessi di soggiorno per motivi di lavoro e famiglia che giunti a scadenza non sono stati rinnovati, un +6,2% rispetto al 2013; importante è la loro presenza in settori come l'agricoltura – 327 mila, - settore che li espone in particolare a fenomeni di sfruttamento come il caporalato; le entrate fiscali loro imputabili sono di 16 miliardi di euro, 3 miliardi dei quali sono un utile per le casse dell'Inps per il mancato raggiungimento dei requisiti per la pensione). Gli imprenditori sono soprattutto di origine marocchina, albanese, tunisina ed egiziana, dati che inducono Melchionda a sollecitare la valorizzazione di questi ultimi quali agenti di promozione del made in Italy nel Mediterraneo, tanto più in tempi di difficoltà del bilancio statale che ha comportato anche la ristrutturazione di enti adibiti alla promozione del commercio estero come l'Ice. “Gli imprenditori rappresentano la mediazione tra economie, ma anche il legame tra cooperazione, sviluppo e internazionalizzazione, legame che può contribuire a realizzare concretamente l'integrazione del Mediterraneo e il rilancio del processo di Barcellona – conclude Melchionda.

Sottolinea il contributo qualitativo alla conoscenza del fenomeno migratorio apportato dal Dossier il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Paolo Gentiloni, che ribadisce come l’aumento in particolare del numero dei rifugiati sia diventato un problema europeo ma “preme e crea difficoltà soprattutto nei Paesi del Sud del mondo”. Cita in particolare il Kenya, il Libano e la Giordania, Paesi questi ultimi “messi veramente a dura prova dalla pressione dei rifugiati – rileva il ministro, ricordando come in Giordania per esempio i migranti in fuga accolti in campi profughi siano pari ad un quinto della popolazione. “Si tratta inoltre di un fenomeno di lunga durata – prosegue – per cui disporre di una ricetta sarebbe un'illusione e che cercare di fermare e respingere è impossibile ed è un errore: le migrazioni, se gestite correttamente, vengono incontro infatti ad esigenze della nostra economia e società, si pensi al tasso di invecchiamento che avanza in numerosi Paesi europei. È il caso – dice Gentiloni – di Ungheria, Repubblica Ceca o Slovacchia che oggi invece sono tra gli Stati europei che respingono con più forza i flussi”.

Torna poi sulla distinzione tra migranti economici e rifugiati, che, a suo dire, “non deve diventare un alibi per le nostre coscienze. Esiste un fondamento giuridico a questa distinzione – aggiunge – ma anche i migranti economici interpellano le nostre coscienze, le nostre società e le nostre decisioni”. Occorre dunque fare di più, a cominciare dal “rimettere sotto controllo alcune delle crisi che sono origine di questi flussi – rileva il ministro, richiamando la crisi libica, la necessità di trovare una soluzione politica anche alla crisi siriana, coinvolgendo tutti gli attori che possono dare un contributo in questa fase, compresa la Russia, e le difficoltà dell'Africa, su cui l'Europa è chiamata a riflettere anche con la conferenza che si svolgerà a breve a Malta. Richiamata anche l'importanza della cooperazione, “le cui risorse saranno riportate in questa legge di stabilità – fa sapere il ministro - ad un livello dignitoso” e la necessità di “cambiare le regole europee, a partire dal regolamento di Dublino”. “Come si pensa che un Paese come la Grecia possa gestire 400 mila migranti che vi approdano? - si chiede Gentiloni, riferendosi alla norma che prescrive che sia il luogo di ingresso in Europa quello incaricato a prendere in carico la domanda di asilo. “Non possiamo sacrificare Schengen per Dublino – aggiunge, - ossia mettere in discussione regole fondanti la stessa Unione come il principio della libera circolazione delle persone, ma garantire insieme l'accoglienza e approntare un regolamento comune per i richiedenti asilo”. L’alternativa è dunque quella di “agire da Paese civile” o “rinunciare alla nostra civiltà”.

Di seguito interviene il sociologo di origine albanese Rando Devole, che paragona i flussi migratori a quelli dell’acqua, che “se ben gestiti apportano benefici alla società, se invece mal governati o non gestiti possono distruggerla” e invita superare la retorica dell’invasione e l’approccio univocamente economicista al fenomeno. Richiama anche l’importanza delle norme in materia di cittadinanza approvate recentemente alla Camera dei Deputati. Per il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali interviene Stefania Congia, direttore generale per l’Immigrazione, che rileva come il Dossier apporti un contributo di conoscenza ormai consolidato sul tema e con la costante capacità di innovazione necessaria ad una comprensione aggiornata e capace di mettere in luce i percorsi di persone e la loro dignità, oltre che i numeri. Indica come necessario inoltre per il nostro Paese il “passaggio culturale dall’accoglienza all’integrazione, processo che coinvolge il soggetto immigrato, il Paese di accoglienza e quello di origine”.

Le conclusioni sono state affidate a mons. Matteo Zuppi, vescovo ausiliare di Roma e incaricato delle migrazioni presso la Conferenza episcopale laziale, che ha ribadito l’importanza della conoscenza per “configurare soluzioni possibili” e uscire dalla logica dell’emergenza, “che è funzionale alla corruzione”. Sottolinea come il problema dell'Europa e le sue resistenze all’accoglienza dei profughi siano riconducibili ad una carenza di “umanesimo, che è la vera radice della nostra civiltà”. Richiama, sul fronte della conoscenza e della lotta al pregiudizio, i dati del Dossier sui reati a carico di stranieri: risultano diminuiti nell’arco temporale 2004-2013, nonostante il loro numero sia aumentato. Tra le azioni operative, egli indica il riconoscimento immediato di protezione europea per coloro che fuggono da contesti come la Siria, l’allestimento di aree di transito in cui si possano ricongiungere la famiglie in fuga, l’introduzione di sponsorizzazioni per favorire l'accoglienza di singoli e famiglie, la revisione del regolamento di Dublino e un impegno più serio di attenzione verso i Paesi in guerra. (Viviana Pansa – Inform 29)

 

 

 

 

Il destino di Angela Merkel

 

Gli alleati l’hanno stretta nell’angolo: ha un piano? La cancelliera tedesca rischia la leadership - di Danilo Taino

 

BERLINO. Di tanto in tanto capita che Angela Merkel si presenti al mondo con il sorriso di una bambina contenta. È successo anche durante il viaggio in Cina dei giorni scorsi, quando ha fatto sapere che Pechino invierà due panda giganti allo zoo di Berlino. È questo che molti tedeschi vorrebbero sempre dalla cancelliera: una tranquilla diplomazia del panda. Invece, da un paio di mesi si trovano una leader che li agita, che apre le porte ai profughi e ricorda che la Germania non può starsene, come se fosse una Svizzera, ai margini della politica internazionale, anzi deve sapere sporcarsi le mani.

Quando, lo scorso 4 settembre, per la prima volta ha pronunciato la frase che poi è diventata il suo mantra - Wir können das schaffen , Possiamo farcela - Frau Merkel ha inaugurato una nuova fase per la Germania e per l’Europa: garantire asilo a tutti coloro che fuggono dalle guerre è un dovere morale, ma che un capo di governo lo dicesse in modo così esplicito non era mai successo. In quel momento, la cancelliera ha disegnato davanti a sé due strade: quella del trionfo, se riuscirà a gestire e integrare l’enorme flusso, e quella del fallimento.

Oggi, due mesi dopo, la gran parte degli osservatori scommette sulla seconda: le pressioni interne e quelle esterne sono diventate formidabili e fanno dire che forse non ce la farà. Non è detto che finisca così: lei dice di avere un piano, in parte lo sta attuando. Ma è un piano da acrobata. Al momento, di certo c’è che il destino di Angela Merkel è cambiato quel 4 settembre: e con esso le prospettive della Germania e dell’Europa.

Durante il weekend, la cancelliera incontrerà i partner di governo, cioè la sua Cdu, la Csu di Horst Seehofer, la Spd di Sigmar Gabriel. I colloqui di emergenza nascono dall’ultimatum lanciato da Seehofer, ministro presidente della Baviera, il Land di confine con l’Austria in cui stanno arrivando migliaia di profughi al giorno. La minaccia del leader conservatore è di ricorrere alla corte costituzionale chiedendo di potere imporre lui misure straordinarie di controllo alle frontiere in quanto il governo di Berlino non avrebbe difeso i confini. In alternativa, circola l’ipotesi (finora smentita) che la Csu ritiri i suoi tre ministri dal governo di Grosse Koalition. In ambedue i casi, gravi crisi istituzionali e di governo e anche una rottura politica tra gli alleati storici Cdu e Csu.

Un compromesso sembra possibile. Nessuno vuole davvero rompere nel pieno dell’emergenza e, in genere, in Germania chi crea instabilità viene punito dagli elettori. In qualche modo, la signora Merkel dovrà però trovare un punto di accordo. In parte per aiutare la Baviera che è in una situazione molto difficile: lo potrà fare mandando aiuti e magari denaro. Ma dovrà anche dare l’idea di fare qualcosa per rallentare il flusso di rifugiati: l’opinione pubblica dà segni di nervosismo; il problema è che i partner socialdemocratici della Spd sono contrari a creare zone speciali. Un compromesso almeno momentaneo probabilmente si troverà. Il piano Merkel, se c’è, sarà però bene che dia risultati organizzativi in fretta. Il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, un peso massimo della Cdu, appoggia l’apertura della cancelliera: «Abbiamo salvato un pezzo dell’onore dell’Europa - ha detto -. Abbiamo evitato il caos». Ma sottolinea che sul piano organizzativo la situazione è drammatica.

Sul versante internazionale tutto è ancora più complicato, per Frau Merkel. «Per risolvere l’emergenza - diceva due sere fa un diplomatico, a Berlino - la cancelliera sta andando a letto con i dittatori». Cioè chiede l’aiuto di Putin, che tre giorni fa ha ricevuto il vicecancelliere Gabriel; apre a una soluzione in Siria che non esclude la permanenza al potere di Assad; concede a Erdogan tutto ciò che finora aveva negato alla Turchia; chiede ai cinesi di far pressioni su Mosca affinché aiuti a risolvere la crisi siriana. Con l’obiettivo di rallentare il fiume dei profughi che arriva dal Medio Oriente. Secondo il diplomatico, non può fare altro. Questa politica estera dettata dall’emergenza e da una certa disperazione è però destinata a cambiare il quadro delle relazioni internazionali della Germania e dell’Europa, dove le critiche all’apertura di fine estate, inoltre, sono sempre più forti. E dove - bisogna dire - pochi leader stanno dando sostegno a Berlino.

Trionfo o fallimento. E un po’ di Panda-Diplomatie . CdS 31

 

 

 

 

La famiglia Nappo, da poco in Germania. Un intreccio di passato e presente

 

I Nel 2013 sono tornati in Italia circa 5100 connazionali, al loro posto ne sono arrivati 10.700 – un saldo positivo di circa 5600 unità. Questa la situazione nel Nordreno-Vestfalia, ma anche negli altri Länder della Germania la situazione non è diversa.

Il flusso di migrazione dall’Italia non accenna a diminuire: le presenze italiane in Germania oggi superano le 700 mila unità. Quest’anno si celebra il 60esimo anniversario dell’accordo bilaterale per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana nella Repubblica federale, firmato il 20 dicembre del 1955. Gli emigrati italiani dei primi decenni erano sicuramente diversi dagli arrivi di oggi, in parte costituiti da forze giovani e qualificate. Si tratta di un’emigrazione diversa, con altre caratteristiche sociali e culturali. Ma il rischio di identificare la nuova emigrazione con una situazione “facile” da amministrare è grande – le difficoltà che incontrano i connazionali per inserirsi nel tessuto connettivo tedesco sono enormi oggi come lo erano allora. E spesso si ha la sensazione di vivere un déjà-vu, quando ci si confronta con le esperienze di alcuni nostri connazionali. Quello che segue è un (quasi) autoritratto della famiglia Nappo: un intreccio di passato e presente.

Elvira – Vengo da Napoli, Napoli centro, la città che amo da morire. Sono laureata in architettura e ho lavorato in Italia, ma fino ad un certo punto: lì non è che c’erano molte possibilità, e poi con i due bambini… in Italia non è che sia tanto facile conciliare il lavoro con la famiglia. Comunque, dopo la laurea ho collaborato con uno studio professionale di architettura, poi mi sono occupata di architettura di interni, gestivo uno showroom di arredamento nella zona bene di Napoli. Devo dire che per quanto riguarda il pagamento almeno all’inizio sono stata fortunata, ho avuto un regolare contratto di lavoro, però poi a un certo punto è arrivato l’ingegnere e ha cominciato a dire che non aveva soldi per pagarmi e quindi sono dovuta diventare collaboratrice esterna, ma intanto lui non mi pagava gli arretrati. Non mi rimaneva che andarmene. Così passai a una ditta di interni, dove anche mi fecero un regolare contratto, ma poi chiusero il negozio per via della crisi. A quel punto ho cercato di fare la freelance, ma non trovavo molta disponibilità. Così dal 2009 non lavoro. (Elvira scuote la testa sconsolata, ma subito si riprende). Dato il momento politico ed economico particolare, ho pensato:  chissà come sarebbe spostarsi da Napoli. In quel momento anche mio marito aveva un momento piuttosto brutto dal punto di vista professionale: il suo settore era in completa crisi, lui aveva già provato a lavorare in diversi posti in Italia, ma la musica era sempre la stessa. Abbiamo dei bambini piccoli, dobbiamo garantire loro un futuro. E così ho pensato alla Germania, sentivo di tanta gente che veniva qui…

Certo, mi sono detta, non sarà come se avessi vent’anni, però chissà, tentare… Così ho proposto a Gennaro: comincia tu, ti avvii e poi vediamo che si può fare.  Gennaro – Sono in Germania dal 2013 e ho fatto tutti i lavori che mi si presentavano: ho lavato i piatti, ho pulito le scale, per risparmiare ho dormito per giorni sotto gli ombrelloni del bar di fronte al duomo… ma la mia forza era pensare di dare ai nostri figli la possibilità di essere qualcuno domani, di realizzare il sogno dei bambini. Non posso perdere tempo, perché sono un genitore maturo (50 anni - n.d.r.) con dei bambini ancora piccoli… In Italia ho sempre fatto l’agente di commercio, ho venduto prodotti per le arti grafiche, e infatti ho scelto di stabilirmi a Colonia perché l’avevo già conosciuta nel 1990 per via di una fiera e la città mi era piaciuta molto. In realtà il mio primo approdo in Germania è stato a Kassel, dove avevo trovato un lavoro stagionale nella ristorazione, ma poi ho preferito spostarmi a Colonia. Sono venuto in Germania da solo, lasciando la famiglia a Napoli, come facevano gli emigrati degli anni sessanta. Sono partito con la valigia di cartone, per così dire. Elvira e i bambini sono venuti a Colonia solo quest’anno.

Elvira – Ho passato due anni con i miei genitori, come una ragazzina (sorride un po’ amara), senza marito e con due figli piccoli. Poi, arrivati qui, il primo pensiero è stato ovviamente quello di organizzare i bambini, perché la grande aveva fatto la prima elementare e con ottimo profitto, e così abbiamo inserito prima lei: a maggio frequentava la prima classe, ma adesso è passata in seconda, quindi si è rimessa subito in regola. Il piccolo va a scuola da settembre. E io sto studiando tedesco per conto mio, in internet, perché è fondamentale, al di là del lavoro, anche per comunicare con gli insegnanti, per gestire le altre cose della vita. Ma tra un mese inizio anche il  corso di tedesco dell’Integrationskurs. Potrei cercare subito lavoro, lo sto anche facendo, ma con calma, perché ho paura di bruciarmi. Forse è meglio se prima sono più padrona della lingua. Voglio una marcia in più! Gennaro – Ora sto lavorando per una ditta che gestisce il trasporto dei disabili.

Tra qualche giorno ho anche altri colloqui di lavoro e forse riuscirò a migliorare la mia posizione. Ma il mio sogno nel cassetto è intanto avere una padronanza della lingua nel più breve tempo possibile (sta seguendo un corso finanziato dall’Arbeitsagentur – n.d.r.) e poi cercare di fare ciò che facevo fino a sei, sette anni fa nella mia città di Napoli: fare il venditore, l’agente di commercio, ma farlo per conto mio, in proprio, per esempio comprare e rivendere cose che qui magari possono essere non tanto presenti. Questa è la mia aspirazione. Riguardo a mia moglie, spero tanto che possa veder realizzato qualche suo progetto, perché di progetti carini ne ha fatti tanti, in particolare nel settore del design. Mi auguro che lei trovi qui la possibilità di esprimersi. Elvira - I bambini stanno provando ad integrarsi, la scuola che frequentano è multietnica, specialmente la bambina, la scuola elementare. Il mio problema con i bambini era che avrebbero dovuto cambiare scuola, sistema scolastico. In Italia i programmi sono più approfonditi, ma qui c’è un altro modo di concepire la scuola, il  mondo dell’infanzia, qui il gioco è fondamentale. Per esempio mia figlia ha lezione la mattina fino a mezzogiorno, poi fino alle quattro gioca, fa i compiti… Sì, è vero, in seconda elementare continua a fare quello che aveva già fatto in prima in Italia, ma lei è contenta e inizia a fare amicizia, a comunicare con gli altri bambini. Segue un corso di tedesco a scuola e studiamo anche insieme a casa. Bambina – La scuola mi piace qui perché hanno i giocattoli belli… (e scocca un sorriso radioso alla mamma).

Elvira – Il bambino ha appena iniziato a scuola e per lui è un po’ difficile, perché è un chiacchierone come suo padre (Elvira sorride sorniona a Gennaro) e vorrebbe subito comunicare, ma forse questo potrebbe essere una buona motivazione per lui. Comunque i nostri figli dovranno essere bilingui, imparare bene anche la lingua italiana, questo è molto importante. Ho perfino portato dei libri di scuola dall’Italia… Ma l’importante è che cerchiamo di guardare avanti e di vedere come consolidare le loro potenzialità, come realizzare le loro aspettative. Spero, nella vita… mai dire mai. Comunque ho un carattere non arrendevole, per cui, fintanto che ho forza di volere, posso fare.Riquadro Un commento della signora Antonella iurano, presidente del Centro Internazionale Mondo Aperto e vice presidente dell’Integrationsrat della città di Colonia, che ha seguito la famiglia appo n dal suo arrio in ermania. Sono arrivati qui, come tanti in questi ultimi anni, per trovare un futuro migliore di quello che avevano lasciato in Italia, per se e soprattutto per il loro figli. E naturalmente si sono anche scontrati con tutte le difficoltà burocratiche che ci sono qui in Germania: il posto per l’asilo, per la scuola, l’Integrationskurs, il lavoro....

Ma, rispetto a tante altre famiglie nelle stesse condizioni che vengono in Germania, loro sono venuti con un gran voglia di fare e con tanta determinazione. Questa è la cosa che va messa in rilievo: gran parte delle famiglie che arrivano dall’Italia purtroppo non hanno questa forza, questo coraggio, questa volontà. Tanti mi scrivono dall’Italia già prima di arrivare, vogliono sapere già tutto, addirittura se possiamo trovar loro un appartamento, un lavoro… si percepisce la loro legittima paura del futuro, ma purtroppo anche l’idea del credere di aver “diritto” a un’assistenza che prepari loro un porto sicuro dove attraccare. Qui si distinguono i Nappo: loro non cercano il piatto pronto ma mettono in gioco loro stessi, in prima persona - giustamente usando tutte le possibilità e le strutture che possono dare aiuto, ma rimanendo loro i veri protagonisti. Se così facessero tutti i nuovi arrivi, anche il nostro lavoro sarebbe più effettivo. Maurizio Libbi, CdI ott

 

 

 

 

Rüsselsheim. Antonio. La storia continua... Quando Delio inizia a parlare

 

Esce in questi giorni nelle librerie tedesche il libro a cura dell’ex assistente sociale di Rüsselsheim/Gross Gerau Delio Miorandi “Antonio. Im Land der Verheißung

Quando inizia a parlare Delio Miorandi, nella sala incombe il silenzio. Oltre settanta persone – durante la presentazione del secondo volume del romanzo “Antonio”, avvenuta il 19 settembre nella sala Rotunde del comune di Rüsselsheim – ascoltano accorte le vicende che traccia l’autore di Rovereto. Delio Miorandi, nato nel 1938, approda in Germania nel 1959 e inizia a studiare sociologia presso l’università di Francoforte. I suoi primi contatti con gli emigranti italiani – i primissimi Gastarbeiter – si sono immortalati nella sua mente e fin dall’inizio decide di documentare tutto quello che osserva, raccogliendo foto, testimonianze, aneddoti e storie d’innumerevoli sacrifici, che poi Claus Langkammer – ex redattore e amante fervente dell’Italia – con uno stile elaborato trasforma in parole. 

Miorandi, da studente prima e da dipendente della Caritas poi, ha vissuto di prima persona la quotidianità dei nostri padri e nonni. Fin dalle scritte in ebreo e in polacco dei lavoratori forzati durante la seconda guerra mondiale, che ancora si potevano leggere sulle pareti delle gelide baracche che (si fa per dire) a partire dagli anni 50 ospitavano gli italiani, Miorandi documenta tutto ciò che vede e ascolta. “Le condizioni di vita erano inaccettabili, ma in qualche modo gli italiani trasformavano le baracche in vita”, afferma l’autore. Baracche che non erano un’alternativa agli appartamenti, ma frutto di una scelta politica: difatti, i politici avrebbero potuto far trasferire migliaia di tedeschi dai Länder del Nord – dove la disoccupazione era elevata – nel sud (nel 1954 il tasso di disoccupazione a Schleswig-Holstein era dell’11 per cento). Ma questo avrebbe causato costi enormi, dovuti alla costruzione di case popolari e nuove infrastrutture. Invece, i Gastarbeiter, erano poco esigenti e – come riporta un articolo della Industriezeitung nell’ottobre del 1954 – “gli italiani accettano di abitare nelle baracche senza fare troppe storie”.

Al discorso iniziale di Miorandi, seguono le parole calde e concilianti del sottosegretario di stato e delegato per le politiche d’integrazione dell’Assia Jo Dreiseitel: “I cosiddetti Gastarbeiter sono un monito, dobbiamo evitare gli errori che abbiamo commesso nei primi anni d’immigrazione, quando abbiamo trascurato gli immigrati, convinti che tornassero per sempre nei loro paesi d’origine”. Poi Dreiseitel si sofferma sul tema dell’integrazione e sottolinea l’importanza dei corsi di lingua, che, appunto, ai Gastarbeiter non furono offerti. Dopo un breve intervallo musicale sulle note del Va pensiero del Nabucco, tocca ai cosiddetti Zeitzeugen, i testimoni che di prima persona hanno vissuto quegli anni: segue un intenso dibattito, al quale partecipano – oltre a Miorandi e Langkammer – anche il deputato cristiano-democratico del Landtag (Assia) Günter Schorck, l’ex consigliere regionale della Spd Enno Siehr e il sindacalista Manfred Schmitt. Mentre Schorck sottolinea come gli italiani hanno cambiato la società tedesca – basta pensare alla rivoluzione gastronomica –, Siehr afferma l’importanza della disponibilità da parte degli immigrati di integrarsi: “Altrimenti inserirsi nella società tedesca diventa difficile”, conclude. Manfred Schmitt, invece, fa notare il lavoro svolto dal sindacato: del resto erano proprio i consigli di fabbrica e i sindacati i primi punti di riferimento per gli immigrati, quando si trattava di far valere i propri diritti del lavoro, anche se Miorandi – a proposito – ricorda un episodio del suo romanzo, nel quale i membri tedeschi del Betriebsrat dell’azienda nella quale lavora Antonio lasciano la sala dopo un’accesa discussione dovuta, appunto, al fatto che vi siano stranieri nel consiglio di fabbrica. 

La vita di Antonio ci riguarda tutti. “Antonio” è un frammento di storia, un romanzo storico che, in fondo, raccoglie e documenta minuziosamente le immagini irrequiete delle partenze dei nostri padri e nonni. Con il secondo volume “Antonio – Im Land der Verheißung”, Miorandi inquadra un’intera epoca. E per Antonio la vita quotidiana riserva un macigno dopo l’altro lungo la faticosa via che porta al riscatto sociale: perché a far vacillare la voglia di resistere alla nostalgia che si presentava nelle menti di ogni immigrato lontano dagli odori della propria terra, vi erano le mille difficoltà di ogni giorno – la rivalità dei colleghi tedeschi, la quasi impossibilità di trovare un alloggio per la propria famiglia, oppure ancora le vicende politiche nell’Italia degli anni di piombo prima e di Berlinguer dopo, che vedono Antonio discutere aspramente con i suoi connazionali. Ma l’opera di Miorandi e Langkammer va oltre: ci ricorda che i primi italiani arrivavano in Germania clandestinamente attraverso la Svizzera. Soltanto alla fine del 1955 il ministro dell’economia tedesco Erhard si convince ad accettare l’offerta dell’Italia di far lavorare italiani in Germania. Un modo per il governo De Gasperi per ridurre l’elevato tasso di disoccupazione nel meridione e di aumentare il peso monetario della Lira, visto che gli emigrati non era soltanto lavoratori inesauribili, ma anche grandi risparmiatori. Leggere Antonio, dunque, non è soltanto un obbligo per chi ha vissuto l’emigrazione in prima persona. Antonio, soprattutto, è un’opera che dovrebbe entrare nelle scuole tedesche, perché l’emigrazione rappresenta anche una fetta di storia della giovane Repubblica federale tedesca, un fenomeno che – forse – ha cambiato per sempre il volto della Germania. 

È possibile acquistare il libro tramite Amazon (prezzo: 17,95 €, 292 pagine). 

Alessandro Bellardita, CdI ott

 

 

 

 

 

 “L’italiano, una risorsa per il Baden-Württemberg”

 

Stoccarda- “L’Italiano, una risorsa per il Baden-Württemberg” è il titolo del Convegno in programma il 12 e 13 novembre prossimi all’Università di Stoccarda e che, attraverso l’analisi di diversi aspetti, quali la presenza della comunità italiana nel Land e soprattutto la massiccia e diffusa offerta dell’insegnamento della lingua italiana, si propone di evidenziare il grande ruolo culturale, sociale ed economico che la lingua italiana occupa nel Baden-Württemberg.

Proprio in Baden-Württemberg, infatti, ha sede la più grande comunità italiana in Europa e la seconda nel mondo dopo l’Argentina. Questa notevole presenza fa sì che come in nessun altro Land, la lingua e la cultura italiana siano entrate a far parte del patrimonio culturale di molti svevi. L’italiano riecheggia nelle strade, sui mezzi pubblici e si legge in molte insegne di negozi.

Anche dal punto di vista economico i rapporti tra l’Italia ed il Baden-Württemberg sono molto intensi: l’Italia è il terzo partner commerciale del Baden-Württemberg, che assorbe il 25% di tutte le esportazioni e che ospita moltissime ditte italiane, come l’Italia è sede di molte ditte sveve.

Organizzato da Istituto Italiano di Cultura, Italienzentrum dell’Universitá e Consolato Generale d’Italia di Stoccarda, il Convegno, che prevede 38 interventi nelle due giornate, verrá introdotto dall’Ambasciatore d’Italia in Germania, Pietro Benassi, e da illustri rappresentanti del Ministero per la Scienza, la Ricerca e l’Arte; del Ministero per l’Istruzione, la Gioventù e lo Sport; del Ministero per l’Integrazione e della Città di Stoccarda.

Dopo una sezione dedicata al rapporto tra la Comunità italiana e la lingua Italiana, verrà fatto stato della diffusissima presenza dell’insegnamento dell’Italiano nel Baden-Württemberg: dalle Università alle Scuole, dalle Fachhochschulen agli Sprachenzentren ed alle Volkshochschulen.

I lavori della prima giornata si terranno in lingua tedesca.

La seconda giornata, che prevede interventi in italiano o in tedesco, sarà dedicata alle molte eccellenze nell’insegnamento dell’Italiano in Baden-Württemberg, iniziando dagli Italienzentren, di Stoccarda ed Heidelberg, 2 dei 4 complessivi presenti in Germania, fino al Liceo bilingue Königin-Katharinen-Stift ed alle scuole elementari bilingue come la Wolfbuschschule e quelle di Kollnau e Murg nella zona di Friburgo. Verranno inoltre presentati i Lettorati di ruolo, i Corsi di italiano dell’Istituto di Cultura ed il Corso universitario di formazione per docenti di italiano.

L’ultima parte del Convegno sarà proiettata verso il futuro con l’esame di nuove strategie per un maggiore e più consapevole processo di diffusione della lingua italiana.  (aise 28)

 

 

 

 

 

Francoforte. Il canto della musa. Nuovo libro di poesie di Marcella Continanza

 

In novembre, presso il Circolo Lucano di Potenza, verrà presentato in anteprima l’ultimo libro di poesie di Marcella Continanza “SOLO LE MUSE CANTANO” (Zambon Verlag). Relatore, il giornalista e poeta, Mario Trufelli. Poi, vi saranno altre letture in varie città italiane prima della Germania. Il lavoro ci offre della produzione lirica di Marcella Continanza una puntuale traiettoria, attraverso una scelta assai qualificata dove appare la portata di una vocazione poetica originale nella sua poliedricità.

L’ambiente dell’infanzia vissuta in Basilicata, dove è nata, incide durevolmente in lei e si rivela nel paesaggio, nelle leggende, negli affetti familiari, reso in varie poesie. Ma è il tempo presente, l’odore del nostro tempo, colto profondamente nel suo momento più vero. Come l’Europa, l’altro elemento che rivela il credo di vita dell’autrice: lo sdegno, la delusione pregna di una cruda realtà e sono versi in cui la parola resta tale nella sua interezza, viva vibrante delle risonanze del cuore percepibile dietro al rigore mentale. E la fede certa di Marcella vede nell’amore, nella fratellanza la coscienza profonda della domanda umana. Citando i versi del “Canto tedesco” di Bertolt Brecht in “Asylantes”: “Anche nei tempi bui / si canterà?/ Anche si canterà./ Dei tempi bui.” Marcella Continanza lo continua: “Cantare la bellezza, la speranza, l’amore/ la luce che siamo./ Milioni di voci in un unico coro…” che rivestono l’immagine di milioni di voci riflesso di una fratellanza unita nella storia. Anche negli altri versi del “Taccuino (2000-2015)” con un periodare parlato l’autrice sposa l’urgenza di collaborare a un’Europa unita, solidale e l’invettiva socio-politica è la genesi dei “Taccuini” con la durezza del vocabolo ma con la luce della speranza che avvolge il canto.

L’universo poetico della Continanza è un continuo divenire. Parallelamente accanto ai versi più intimi l’autrice si afferma per la sue poesie di denuncia “disseminata di strade di guerra” o “lo scafo è una tomba”. Queste poesie, destabilizzanti, sono un potente e puntuale affresco contemporaneo: “Il mare nostrum è una promessa:/il loro passaporto. Salgono su /barconi senza vele con il loro credo;/un raccolto sofferto, lasciato./Il loro bagaglio/è la lingua, una foto, dei ricordi e /qualche giacca./

La Continanza ha scelto la parola per combattere le battaglie dell’ingiustizia sociale, delle donne emigrate, dei profughi perché è certa che “ogni parola cela la vita” e oltrepassa qualsiasi orrore. E noi sappiamo che ha ragione.

Un’emozione intensa la serie di “Ritratti” dedicati ai poeti “suoi amori e compagni di viaggio” che dà slancio all’impulso creativo, una lettura suggestiva della vita dei poeti. L’autrice si accosta alla loro storia con amore, come alveo del suo sentire e significati di bagliori preziosistici, prugni di volute risonanze letterarie. Apre con Goethe “sua stella polare” da quando vive a Francoforte sul Meno. Il testo e qui mi piace citare il commento del poeta Giuseppe Conte “ Segno, sacro, bellezza, la triade posta in apertura ha qualcosa di sapienziale, di mistico e sarebbe piaciuto al Goethe del Divano occidentale-orientale. Tutto il testo è inscritto in una luce goethiana. Un Goethe letto con il filtro di Borges.”

Testo tradotto in 16 lingue da noti poeti e letto da Marcella Continanza il 24 di maggio 2015 nel Goethe-Museo, insieme ai poeti che l’avevano tradotto, in una lesung corale come omaggio a Goethe.

E’ un caleidoscopio di sensazioni la sezione “Ultime poesie d’amore” dove traspare e irrompe un linguaggio d’amore nuovo “sulla coda del rospo/ scrivo il tuo nome/ amuleto che si fa strada/ nascosto/ nei petali della vita” oppure “Ti vedo come cercatore d’oro/ nello zaino la lingua dei tuoi avi/ chiedo per te un salvacondotto/ invece di una lettera d’amore.”

Nei “Ricordi” ritrova il film cult “Fronte del Porto” con Marlon Brando, la musica di Sergio Endrigo e Luigi Tenco, i suoi anni giovanili, il lungomare di Castellammare, i suoi viaggi, Santiago di Cuba e poi ricorda suo padre, sua madre, presenza protettrice. Nella sua poetica c’è l’intuizione della bellezza colta in un’immagine, la Continanza cristallizza dei momenti di toccante intensità: “Le mani hanno voce/sono piene di storie/sciolgono i nodi…” o “il tuo cuore un uragano di ciliegie…” o “Santiago densa di sole…”. La naturale leggerezza dei suoi versi che le consente ardite e sorprendenti metafore che ne esaltano il significato, donandole spessore e risonanza inaspettata. Quindi in questo prezioso libro di liriche l’autrice perviene a una grande maturità espressiva che le permettono il raggiungimento di vette di assoluta bellezza.

E con l’immagine di lei bambina che vedeva uscire “perle e oro dalla fontana” si chiude la sezione iniziata con la bambina che le corre davanti, la materia dell’infanzia con cui l’autrice costruisce il suo canto- un credo morale di temi eterni, essenziali che in fine in “Fiabe” perviene a profondi e incantevoli lirismi: “nel luogo segreto /delle fate./ Qui i riti/sanno di passione/e di magia.”

Valeria Marzoli scrittrice e poeta, De.it.press 28

 

 

 

 

Il  mondo pastorale abruzzese in una mostra a Regensburg 

 

La mostra "Transumanza - Cultura e natura della pastorizia in Abruzzo" è  attualmente in corso a Regensburg (Ratisbona)

 

Herbert Grabe, fotografo e tour operator lontano dal turismo di massa, ha voluto raccontare il rapporto pastori/paesaggi attraverso una selezione di scatti realizzati nel corso di una trentennale frequentazione delle montagne abruzzesi attraverso la mostra –  intitolata “Transumanza: Kultur und Natur der Schäferei in den Abruzzen” (Transumanza: cultura e natura della pastorizia in Abruzzo) che si tiene a Regensburg (l’antica Ratisbona) - dal 25 ottobre al 14 novembre 2015. L’impiego della parola italiana, anche se in tedesco esiste il corrispondente vocabolo di transumanza (transhumanz), intende proprio  sottolineare la leggendaria e millenaria pratica delle trasmigrazioni dei pastori abruzzesi verso il Tavoliere delle Puglie, attraverso la vasta rete tratturale di un tempo. La mostra è allestita nel ristorante “Leerer Beutel”, nel centro storico di Regensburg, che nel periodo dell’esposizione proporrà, oltre al consueto menù, piatti e prodotti abruzzesi.

Abbiamo rivolto qualche domanda ad Herbert Grabe, per comprendere meglio lo spirito della mostra.

 

D. Come nasce il suo interesse sul tema ? 

R. Sin dal mio primo viaggio in Abruzzo sono rimasto colpito dalle montagne e dal mondo pastorale. Ho quindi approfondito il  tema della transumanza. Quella orizzontale, praticata per secoli, soprattutto verso il Tavoliere, dopo aver attraversato il Molise, non esiste più da tempo, ma rimane una residua transumanza verticale.

D. Ho quasi l’impressione che nel suo girovagare tra le montagne immagini ancora la presenza di pastori e sterminate greggi come doveva essere fino all’Ottocento ?

 

R. Si. Per me montagne e pecore sono ancora qualcosa di inscindibile in Abruzzo. Ci sono borghi e paesaggi che conservano ancora reliquie della cultura pastorale. La pastorizia del passato ha lasciato un’influenza enorme sul piano sociale e culturale. Basti pensare ai tholos della Maiella.

 

D. La crisi dell’economia pastorale ha portato negli anni a fenomeni quali l’emigrazione e l’abbandono delle aree interne. Cosa rimane di quel mondo ? –

 

R. Sono ormai pochissimi quelli che lavorano come hanno sempre fatto, seguendo natura e tradizioni. Conosco un certo numero di pastori abruzzesi o persone che vivono della pastorizia. Tra questi Gregorio Rotolo di Scanno, Nunzio Marcelli e Manuela Cozzi di  Anversa degli Abruzzi, Giulio Petronio di Castel del Monte. Ho grande rispetto per questo duro lavoro, oggi svolto anche da diversi pastori provenienti dai Balcani. Ho voluto ricordare questo mondo con la mostra che celebra il ventennale della promozione dell’Abruzzo come Herde und Wind (Terra e vento), tour operator specializzato nel turismo ambientale.

 

La stampa tedesca si è occupata della mostra con articoli in cui si esprimono considerazioni interessanti. In particolare, Florian Sendten sul quotidiano Mittelbayerische del 21 ottobre, nel richiamare alcuni episodi di allarme per isolate presenze del lupo segnalate in alcune aree della Germania, esalta il mito dei pastori abruzzesi, pastori di razza,  abituati a convivere quotidianamente con i lupi e le intemperie. L’articolo è accompagnato dalla foto di Gregorio Rotolo, che rappresenta, insieme a Nunzio Marcelli, non più l’immagine pittoresca del pastore abruzzese, ma quella di personaggi autentici, i quali esprimono la presenza residuale di esempi di compassata fierezza, di robustezza fisica, umanità e saggezza, pressoché in continuità con l’immaginario mondo dei viaggiatori romantici del Grand Tour, che continua ad esercitare, forse anche inconsapevolmente, la sua influenza anche sui viaggiatori del terzo millennio, in particolare di quelli che si sono lasciati alle spalle i modelli propri del turismo di massa.

Herbert Grabe, affascinato dal paesaggio abruzzese nella primavera del 2012, volle difendere il territorio dall’ipotesi di  realizzazione di un parco eolico a Santo Stefano di Sessanio attraverso un accorato documento diffuso tra istituzioni e associazioni. Si è anche impegnato negli anni scorsi per raccogliere 25mila euro in favore del teatro La Fragolina nel comune di Fossa, danneggiato dal terremoto del 2009.

La sua mostra ha il merito di illustrare con sensibilità umana e artistica paesaggi, borghi, eremi, spesso al di fuori dei sentieri maggiormente battuti, con uno sguardo che appare sempre rispettoso e addirittura solidale per gli uomini e le donne che con le loro attività mantengono ancora viva e ospitale la montagna abruzzese.

Deve far riflettere come un simile insieme di valori e di risorse ambientali continui a caratterizzare l’immagine positiva della regione oggi, pur in assenza di specifiche politiche promozionali da parte delle competenti istituzioni locali.

Antonio Bini, de.it.press

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Emma Bonino (29.10.15) - Sulla crisi siriana Emma Bonino, ex Ministra degli affari esteri italiana, sottolinea gli interessi contrastanti dei Paesi ora pronti a trattare. Ed esclude un intervento militare.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/emma-bonino-syrien-fluechtlinge-100.html

 

Un solo essere (29.10.15)

È il titolo del nuovo romanzo di Marco Montemarano che prende spunto dall'omicidio di un giovane italiano a Monaco nel 2013.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/montemarano-100.html

 

I preti degli ultimi nominati vescovi (28.10.15) - Papa Francesco stupisce ancora nominando due preti di strada arcivescovi. Ne abbiamo parlato con Don Armando Zappolini, da oltre trent'anni prete di "periferia".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/erzbischoefe-100.html

 

VelenItaly (28.10.15)

Così titolava una rivista nel 2008, riportando che molti vini a buon mercato nei supermercati contenessero sostanze altamente nocive. Ma non era così.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/la_nostra_storia/wein-104.html

 

Verde autunno (28.10.15). Caldo, perfetto da abbinare ad altri colori, il verde in tutte le sue tonalità è il colore che predomina quest’autunno.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/apriti_sesamo/herbstfarben-100.html

 

Salsicce cancerogene? (27.10.15)

Mangiare prosciutto, salame e pancetta provoca il cancro? Niente allarmismi, due esperti ci spiegano i risultati dello studio dell’Oms

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/fleisch-104.html

 

Miracolo Riace (27.10.15)

Dal 1998 il piccolo borgo calabrese ospita rifugiati provenienti da ogni parte del mondo ed è diventato un esempio in Europa per la sua politica di accoglienza.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/riace-kalabrien-100.html

 

Nel nome della Calabria (27.10.15). Stipendi da capogiro, assunzioni e contratti di collaborazione ben remunerati: sarebbe solo questo il bilancio di tre anni di attività della fondazione Calabresi nel mondo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/kalabrien-100.html

 

Le palafitte di Ledro (27.10.15). È un emozionante viaggio nella preistoria quello che si fa visitando il Museo delle palafitte di Ledro, in Trentino-Alto Adige.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/pfahlbauten-102.html

 

Polonia: vincono gli ultraconservatori (26.10.15)

Il partito conservatore PIS ha vinto con slogan anti UE e anti immigrati, e guiderà il paese per i prossimi anni. Cosa significa per l'Europa?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/polen-108.html

 

Questione di stile (26.10.15)

Mentre parte l'anteprima mondiale di 007, siamo andati a scoprire il James Bond club Italia, dove si vive da 007 almeno per un giorno.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/james-bond-144.html

 

Giustizia fai da te (23.10.15)

A Vaprio D'Adda, in Lombardia, un pensionato ha ucciso un ladro albanese. L'uomo ora è indagato per omicidio volontario. La Lega Nord protesta.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/selbstjustiz-100.html

 

Qualità ma senza star (23.10.15). La decima edizione della festa del cinema di Roma ha visto un red carpet per lo più deserto con pochi divi internazionali ma una selezione di film di qualità più alta rispetto al passato.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/filmfest-rom-100.html

 

Italia sì, Italia no (23.10.15). Si può tornare a vivere in Italia se si è cresciuti in Germania? Aurora Rosa Russo ci ha provato. Oggi si divide tra un lavoro d'ufficio e la sua grande passione per il canto.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/largo_ai_giovani/aurora-russo-saengerin-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

 

Musica e poesia...

...son due sorelle. Una carrellata sulla musica italiana dal 1945 ad oggi in otto puntate realizzate dalle radio italiane in tutto il mondo. Ascoltatele tutte qui.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/musica-poesia-100.html

 

Buon viaggio!

La Germania cerca sempre più infermieri, anche all'estero. Una coppia italiana parte con un contratto in tasca e senza conoscere una parola di tedesco. Cristina Giordano racconta i primi mesi della loro nuova vita con un reportage multimediale, in italiano e in tedesco, e alcune puntate sonore.

http://reportage.wdr.de/buon-viaggio-italienische-migration-2-0#14167

RC, de.it.press

 

 

 

 

Dante Divino: a Francoforte cinque itinerari di lettura della Commedia

 

Ciclo di incontri ideato e realizzato in collaborazione con la Prof.ssa Christine Ott, docente di letteratura italiana e francese all’Università J.W. Goethe di Francoforte, curatrice del Deutsches Dante-Jahrbuch.

 

O voi ch’ avete li ’ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ‘l velame de li versi strani

                                      (Inf. IX, 61-63)

In occasione del 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, celebrato in tutto il mondo, intendiamo offrire al pubblico italiano e tedesco di Francoforte cinque itinerari di lettura della Divina Commedia.

Cinque percorsi di avvicinamento al linguaggio poetico del “poema sacro”: al Dante uomo - con le sue passioni e le sue debolezze - capace di trasformare in arte la descrizione di tutte le esperienze umane, dalle più basse alle più alte; al Dante protagonista della storia del suo tempo; al poeta capace di confrontarsi con le grandi culture avvertite come altre: quella greco-latina, quella ebraica, quella islamica.

Un approccio alla lettura plurale e divulgativo – nel senso più nobile della parola – ad un’opera  considerata uno de capolavori mondiali di tutti i tempi, ricca di immagini, metafore, allegorie, riflessioni, capace di condurci al piacere della lettura, come il Sommo Poeta stesso ci invita:

 

Or ti riman, lettor, sovra ‘l tuo banco,

dietro pensando a ciò che si preliba,

s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba

                                      (Par. X, 22-25)

 

Calendario dei primi 3  incontri  2015 

Entrata libera - Si ringrazia per un'eventuale donazione

 

mercoledì 4.11.2015, ore 19.00 – presso ENIT Francoforte

Presentazione del ciclo e dei canti I e II dell'Inferno con Lectura Dantis 

Prof.ssa Christine Ott, Dr. Francesco Giusti e Massimo Fagioli

 

mercoledì 25 novembre 2015, ore 19.00, presso ENIT Francoforte Presentazione dei canti  V e  VI dell'Inferno con Lectura Dantis

Dott.ssa Johanna Gropper e Massimo Fagioli

 

mercoledì  16 dicembre 2015. ore 19.00, presso ENIT.

Presentazione del  canto VI del Purgatorio con Lectura Dantis  

Dott.ssa Johanna Gropper e Massimo Fagioli

 

Le letture sceniche sono a cura di Massimo Fagioli.  

Al termine di ogni incontro è previsto un momento conviviale. IIC/Ffm

 

 

 

 

A Monaco di Baviera l’11 novembre Marco Montemarano presenta "Un solo essere"

 

A Monaco di Baviera mercoledì 11 novembre alle ore 19.30 alla Seidlvilla (Nikolaiplatz 1b) Marco Montemarano presenta il suo nuovo romanzo Un solo essere, Neri Pozza 2015

 

In una mite sera d’autunno, Natalia e Martin tornano in bicicletta da una cena al loro solito ristorante greco di Erlangen, in Germania. Ha piovuto e la strada è bagnata e buia. La ciclabile è troppo stretta per viaggiare affiancati. Martin, che ha bevuto tre ouzo, pedala forte e ogni tanto si mette a cantare. Natalia resta indietro, impacciata sulla bicicletta dell’ex fidanzata di Martin, troppo grande per lei. Nel buio, nota una sagoma scura sulla sua destra, un uomo incappucciato, avvolto in un cappotto nero, che le sputa addosso.

Ore dopo, sotto shock, la ragazza ricorda agli inquirenti il tragico succedersi degli eventi: lei che urla a Martin di raggiungerla, Martin che si lancia rabbiosamente all’inseguimento dell’uomo nero, Martin e l’incappucciato che lottano, Martin che si accascia al suolo, colpito mortalmente da numerose coltellate.

Il caso desta uno scalpore enorme in Germania. La polizia indaga innanzi tutto nel luogo di lavoro di Natalia, l’istituto universitario dove la ragazza figura tra i collaboratori di un noto cattedratico di storia antica e tardo-antica, un professore il cui cognome suona italiano, ma le cui origini risultano ignote alla sua stessa cerchia di collaboratori...

 

Toccato personalmente dall’omicidio di un ragazzo italiano avvenuto il 28 maggio 2013 a Monaco di Baviera e tuttora irrisolto (il delitto avvenne a trecento metri da casa sua e la fidanzata del ragazzo era una sua studentessa), Marco Montemarano – vincitore della prima edizione del Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza con "La ricchezza" – ha scritto un romanzo che ripercorre una storia vera e, insieme, un’opera in cui i temi propri della sua scrittura, l’estraneità al mondo e la faticosa ricerca della propria identità, si danno appuntamento. Presentazione in lingua italiana. Ingresso 9,-/7,- dip 28

 

 

 

 

 

A Francoforte un omaggio alla città di Napoli: aperitivo e cena con lo scrittore Lorenzo Marone

 

Il tradizionale incontro autunnale di “Porta un libro a cena” si terrà sabato 21 novembre 2015, alle ore 18.30 e sarà dedicato alla città di Napoli.

Lo scrittore Lorenzo Marone presenterà il suo ultimo romanzo La tentazione di essere felici, Longanesi, 2015 (versione tedesca, Der erste Tag vom Rest meines Lebens, Piper Verlag, 2015).

Lorenzo Marone è nato a Napoli nel 1974. Dopo la laurea in giurisprudenza e qualche anno esercitando la professione di avvocato ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura.

E’ Napoli la cittá in cui si muove ed agisce Cesare Annunziata, il protagonista principale, che potrebbe essere definito come un vecchio, cinico e rompiscatole. Settantasette anni, vedovo, con due figli, Cesare è un uomo che ha deciso di fregarsene degli altri. Con la vita intrattiene pochi bilanci forse per il timore

che non tornino. Una vita che potrebbe scorrere così per la sua china, tra un bicchiere di vino con Marino, il vecchietto del secondo piano, le poche chiacchiere scambiate con Eleonora, la gattara del condominio, e i guizzi di passione carnale con Rossana, la matura infermiera che arrotonda le entrate con attenzioni a pagamento per i vedovi del quartiere. Ma un giorno, nel condominio, arriva la giovane ed enigmatica Emma, sposata a un losco individuo. Cesare capisce subito che in quella coppia c’è qualcosa che non va, e non vorrebbe certo impicciarsi, se non fosse per la muta richiesta d’aiuto negli occhi tristi di Emma…

I segreti che Cesare scoprirà sulla sua vicina di casa, ma soprattutto su se stesso, sono la scintillante materia di questo formidabile romanzo, capace di disegnare un

personaggio in cui convivono, con felice paradosso, il più feroce cinismo e la più

profonda umanità.

Brani del romanzo saranno letti in tedesco dall’attore Peter Schröder (Schauspiel Ensemble Frankfurt am Main) mentre la versione italiana verrà letta dallo scrittore stesso. A conclusione della presentazione, chi desiderase continuare a trascorrere la serata in un’atmosfera di colloquiale convivialità avrà la possibilità di fermarsi a cena con Lorenzo Marone. Saranno servite specialità della tradizione gastronomica di Napoli, città d’origine dello scrittore ed in cui è ambientato il

romanzo.

Vendita del romanzo in versione italiana e tedesca. Luogo: InCantina (Taunusstraße 6, 60329 Frankfurt/Main). Aperitivo (1): presentazione libro + aperitivo: Euro 18,--. Cena (2): presentazione libro + aperitivo +cena (tre portate/vini) con lo scrittore: Euro 50,-- Visto il numero limitato di posti, la partecipazione potrà avvenire solo previa prenotazione via E-Mail a porta-un-libro-a-cena@t-online.de, specificando la scelta (1) o (2) Ulteriori informazioni: Tel. 0179 – 4905659; porta-un-libro-a-cena@t-online.de; e su Facebook. (dip)

 

 

 

 

Concerti. "Il Belcanto al pianoforte" il 12 novembre all’IIC di Colonia

 

Colonia - "Il Belcanto al pianoforte" con Angela Avanzati e Giuseppe Tavanti, che giovedì 12 novembre, alle ore 18.00, saranno ospiti dell'Istituto Italiano di Cultura di Colonia.

Il concerto, che è stato realizzato all'interno di una collaborazione tra Accademia Musicale "Ruggero Leoncavallo" di Montecatini Terme in Italia e Musikschule di Colonia in Germania, prende ispirazione dall'omonimo libro, realizzato da Giuseppe Tavanti per la casa editrice Terzomillennio. Il programma si compone di brani esemplificativi del repertorio pianistico che ha preso spunto dalla magia sonora della vocalità melodrammatica italiana. A questo riguardo, sono particolarmente significative le composizioni di Franz Liszt, che propose svariate "letture" della cultura vocale italiana: dalla soave canzone veneziana evocata dalla "Gondoliera", alla versione pianistica del celebre quartetto del "Rigoletto" di Verdi. Ampio spazio del programma è stato concesso a rare composizioni pianistiche dei grandi operisti italiani, che molte volte confidarono al pianoforte idee musicali che poi, una volta portate sulle scene, avrebbero fatto la storia del melodramma. Si veda il "Larghetto in la minore" di Donizetti, che diverrà poi il famoso "Una furtiva lagrima" dell'opera "L'elisir d'amore". Infine, una recente creazione del compositore contemporaneo italiano Ludovico Einaudi, che pare ancora ispirarsi, seppur secondo stilemi attuali, al quel modello sonoro che il pianoforte ha affermato storicamente imitandolo dal Belcanto.

Allieva di Rossana Bottai Orlandini, Angela Avanzati si è diplomata presso il Conservatorio "Giacomo Puccini" di La Spezia. Vincitrice di importanti concorsi e rassegne pianistiche, ha suonato come solista in numerosi concerti, esibendosi con successo in vari festivals e con diverse orchestre sinfoniche come l’Orchestra Sinfonica di Arezzo. È docente di pianoforte presso la scuola media statale ad indirizzo musicale "Bernardo Pasquini" di Massa e Cozzile. Ha collaborato alla realizzazione di alcuni importanti CD musicali, tra i quali quelli allegati al libro "La Fabbrica di Gioventù: Giuseppe Verdi alle Terme di Montecatini".

Giuseppe Tavanti proviene dalla scuola pianistica di Orazio Frugoni, Arturo Benedetti Michelangeli e Guido Agosti, considerati fra i più grandi pianisti del ‘900. Ha suonato come solista tra altri per il Teatro alla Scala di Milano. Ha inciso musiche originali per pianoforte dei maggiori autori dell' 800 italiano ed è autore di vari libri. Per il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi ha pubblicato il libro "La Fabbrica di Gioventù: Giuseppe Verdi alle Terme di Montecatini", comprendente un CD musicale dove il pianista esegue rare musiche del Maestro. È direttore dell’Accademia Musicale "Ruggero Leoncavallo" e docente di pianoforte presso il Liceo Musicale "N. Forteguerri" di Pistoia. (aise) 

 

 

 

Apre il nuovo sportello del Comites di Norimberga

 

Norimberga - Presieduto da Angela Cilliberto, il Comites di Norimberga, a partire dal prossimo martedì 3 novembre, metterà a disposizione dei connazionali un proprio sportello presso il Consolato onorario.

Allo sportello verranno prestati i seguenti servizi gratuiti: sostegno nella prenotazione online per gli appuntamenti al Consolato di Monaco di Baviera; supporto nella preparazione della documentazione per la richiesta di rilascio della carta d’identitá e del passaporto, nonché per l’iscrizione all’AIRE; mediazione tra connazionali e Consolato; informazioni generiche su pratiche consolari.

L'ufficio sarà aperto il martedì (9.00-13.00) e il mercoledì (13.00-17.00).

Si riceve solo ed esclusivamente previo appuntamento telefonico (0911/20220) o via e-mail (segreteria@comites-norimberga.de).  Gli appuntamenti telefonici verranno presi a partire dal 3 novembre, durante l'orario di apertura dell'ufficio.

Nel prendere l’appuntamento occorrerà specificare nome e cognome (per le donne sposate vale il cognome da nubile); data e luogo di nascita; indirizzo; comune AIRE (ovvero: luogo di ultima residenza in Italia); un recapito telefonico o un indirizzo e-mail.

Con  questa iniziativa, il Comites di Norimberga intende “offrire alla comunità italiana residente in Media e Alta Franconia un servizio competente ed affidabile, complementare a quello del Consolato onorario”. (dip) 

 

 

 

 

Profughi, Merkel alla resa dei conti nel governo

 

Il capo della Csu minaccia di lasciare l’esecutivo. La cancelliera cerca un compromesso – Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Neanche il tempo di smaltire il fuso cinese: Angela Merkel affronta l’ennesimo fine settimana di fuoco, al ritorno da un fruttuoso viaggio di tre giorni nel Paese del Dragone. A casa la aspetta un governo sull’orlo della crisi di nervi causa profughi. Il capo della Csu, Horst Seehofer, ha fatto capire che dal vertice di oggi con la cancelliera e il capo della Spd Gabriel potrebbe dipendere la sua permanenza nell’esecutivo. E Merkel ha pronto un ramoscello d’ulivo, per il suo partner di coalizione.  

 

Secondo una fonte autorevole, la cancelliera non rinuncerà all’idea che sia impossibile stabilire un limite massimo ai profughi. Ai suoi avrebbe detto anche, in Cina, che «sarebbe un disastro se dessimo l’idea che la prima economia europea non riesce ad assorbire questi numeri». La proposta da fare a Seehofer è quella di istituire dei centri di accoglienza “multifunzione” in Baviera, vicino al confine con l’Austria, in cui i rifugiati vengano anche registrati e le loro domande analizzate, con possibilità di respingerli. Finora queste funzioni sono divise, anche per scongiurare ricorsi di Ong o altre organizzazioni attente al fatto che ai profughi venga concesso un esame attento e non frettoloso della domanda. Ma vista la situazione di emergenza, la cancelliera è disposta a correre questo rischio. Bisognerà vedere se basterà.  LS 1

 

 

 

 

Dieselgate affonda Volkswagen. Accordo Ue su nuovi test emissioni

 

Volkswagen ha registrato nel terzo trimestre dell'anno un rosso di 1,67 miliardi di euro, in forte peggioramento rispetto all'utile netto di 2,971 mld di euro dello stesso periodo dell'anno precedente. La perdita operativa si attesta a 3,479 mld di euro contro l'utile operativo di 3,23 mld del terzo trimestre 2014: a pesare sono soprattutto gli accantonamenti, pari a 6,7 miliardi di euro per coprire l'impatto dello scandalo dei motori diesel truccati. Lo rende noto la casa automobilistica tedesca che ha anche abbassato il suo obiettivo di utile operativo per il 2015.

 

"I dati dimostrano da un lato la forza di base del gruppo Volkswagen e dall'altro l'impatto legato alla situazione attuale. Faremo tutto quanto è in nostro potere per riconquistare la fiducia che abbiamo perso" ha affermato il Ceo di Volkswagen, Matthias Muller, commentando i dati del terzo trimestre.

Intanto il comitato tecnico Ue degli autoveicoli ha approvato la nuova procedura per i test su strada per le emissioni delle auto. L'accordo prevede una soglia più alta di tolleranza di non conformità dei gas inquinanti emessi e uno slittamento dei tempi rispetto alla proposta presentata dalla Commissione europea. Tutti i 28 Stati si sono espressi a favore, tranne i Paesi Bassi contrari e la Repubblica Ceca che si è astenuta.

Una prima riduzione della soglia di tolleranza di non conformità rispetto ai limiti di emissioni inquinanti consentite è stato fissato per il primo settembre 2017 per i prototipi e per il primo settembre 2019 per tutte le auto omologate. Adnkronos 28

 

 

 

 

Rosso record per Deutsche Bank. Entro il 2018 previsti 34 mila esuberi

 

Nei primi nove mesi del 2015 persi 4,6 miliardi. Addio a 10 Paesi: Argentina, Cile, Messico, Perù, Uruguay, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Malta, Nuova Zelanda

 

Deutsche Bank ha annunciato il taglio di 9 mila posti di lavoro bancari entro il 2018, a cui si sommano 6 mila posizioni di contractor esterni e i 19 mila di Postbank per un totale di 34 mila esuberi, nell’ambito di un profondo piano di ristrutturazione. Il co-ceo John Cryan ne ha dato l’annuncio in concomitanza con l’uscita dei conti della banca tedesca, che vedono una perdita netta record tra gennaio e settembre di 4,647 miliardi di euro, a fronte dell’utile di 1,25 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Cryan ha dichiarato che, per riprendere la strada degli «utili sostenibili», Deutsche Bank dovrà prendere «decisioni dure» sui posti di lavoro.

Risparmi per 3,8 miliardi

Oltre al taglio di 9 mila posti fissi, Deutsche Bank ritirerà la propria presenza in dieci Paesi. L’obiettivo è quello di arrivare a risparmiare 3,8 miliardi entro il 2018. Nel dettaglio l’istituto tedesco uscirà da Argentina, Cile, Messico, Perù, Uruguay, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Malta, Nuova Zelanda. In Europa, invece, la banca rafforzerà la sua presenza puntando su sinergie tra private banking e wealth management. Ma è prevista anche una riduzione di 200 filiali in Germania. L’Italia, in questo quadro, rimane invece un mercato chiave per Deutsche Bank.

In Postbank 19 mila posti in meno

Il processo di ridimensionamento di Deutsche Bank comprende anche 19 mila esuberi di Postbank, conseguenza della cessione delle poste tedesche annunciata dalla stessa Deutsche Bank. Nel periodo che va dal 2015 al 2018, le unità di lavoro passano da 103 mila a meno di 80 mila, circa 28 mila unità in meno (sono previste anche circa 8 mila assunzioni).  CdS 29

 

 

 

 

Choc in Germania, 32enne confessa: "Ho ucciso due bambini"

 

Dopo essere stato arrestato con l'accusa di avere ucciso un bambino rifugiato bosniaco a Berlino, un 32enne ha confessato di avere ucciso anche un altro bambino, un tedesco di sei anni, di cui si erano perse le tracce da mesi. Lo ha riferito oggi la procura tedesca. Il piccolo bosniaco era stato rapito in un centro dell'agenzia per la registrazione dei migranti a Berlino.

"Durante l'interrogatorio di questa notte ha confessato di avere ucciso Mohamed e Elias", ha spiegato all'agenzia dpa il portavoce Martin Steltner. Entrambi i casi, secondo quanto appreso dalla dpa, avrebbero un movente sessuale.

L'uomo, che vive insieme alla madre in un villaggio a sud di Berlino, ha raccontato di avere ucciso il piccolo Mohamed un giorno dopo la sua scomparsa. Le ricerche dell'altro bambino, Elias, erano state avviate all'inizio di luglio, dopo essere stato visto per l'ultima volta mentre giocava in un parco.

La polizia ha fermato il sospettato ieri, grazie alle informazioni fornite dalla madre dell'individuo, che lo ha riconosciuto nelle immagini rese pubbliche e costretto a confessare. Nel bagagliaio della sua macchina è stato trovato ormai privo di vita il corpo del piccolo di quattro anni. Mohamed era scomparso il primo ottobre, mentre si trovava con la madre ed i fratelli in un ufficio dell'Agenzia per la sanità e gli affari sociali nella capitale tedesca.

Le autorità avevano diffuso le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza di un negozio vicino che mostravano Mohamed, la cui famiglia proviene dalla Bosnia ed Erzegovina e si trova nel Paese da tempo, camminare mano nella mano con un uomo. Adnkronos 30

 

 

 

 

In Commissione Affari Costituzionali le nuove norme sulla cittadinanza già approvate dalla Camera

 

ROMA - E’ da ieri all’esame, in sede referente, della Commissione Affari Costituzionali del Senato il provvedimento che concerne “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”, già approvato dalla Camera dei deputati. Un testo risultante dall’unificazione di un disegno di legge d’iniziativa popolare e di varie proposte di legge d’iniziativa parlamentare, che dovrà confrontarsi in Senato con altri disegni di legge: il primo presentato dall’allora senatore Ignazio Marino, mentre gli altri hanno come primi firmatari Loredana De Petris, Di Biagio e Micheloni, Manconi e Tronti, Casson, Giovanardi e Compagna, Stefania Giannini e Laura Bianconi.

La relatrice Doris Lo Moro (Pd) ha riferito sul testo approvato dalla Camera dei deputati, dando indicazioni anche sui disegni di legge per i quali è previsto l’esame congiunto. Le novità principali del provvedimento approvato nell’altro ramo del Parlamento consistono nella previsione di una nuova fattispecie di acquisto della cittadinanza italiana per nascita, il cosiddetto ius soli, e nell'introduzione di una fattispecie di acquisto della cittadinanza in seguito a un percorso scolastico, il cosiddetto ius culturae.

Secondo la prima fattispecie, acquista la cittadinanza chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente, riconosciuto al cittadino dell'Unione europea che abbia soggiornato legalmente e in via continuativa per cinque anni nel territorio nazionale, o sia in possesso del permesso di soggiorno dell'Unione europea per soggiornanti di lungo periodo. La cittadinanza si acquista mediante dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all'ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età dell'interessato. Quest'ultimo può comunque rinunciare alla cittadinanza così acquisita entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, purché in possesso di altra cittadinanza. Ove il genitore non abbia reso la dichiarazione di volontà, l'interessato può fare richiesta di acquisto della cittadinanza all'ufficiale di stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età.

Inoltre, con riferimento alla fattispecie di acquisto della cittadinanza per ius soli già prevista dalla normativa vigente - relativa allo straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino alla maggiore età - il termine per la dichiarazione di acquisto della cittadinanza viene aumentato da uno a due anni dal raggiungimento della maggiore età.

La seconda fattispecie di acquisto della cittadinanza introdotta dal testo approvato dalla Camera dei deputati riguarda il minore straniero che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, il quale abbia frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva di tale corso. In tal caso, la cittadinanza si acquista mediante dichiarazione di volontà espressa all'ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore da un genitore legalmente residente in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, entro il compimento della maggiore età dell'interessato.

Anche per tale fattispecie l'interessato può rinunciare alla cittadinanza acquisita entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, purché in possesso di altra cittadinanza, e, viceversa, fare richiesta di acquisto della cittadinanza all'ufficiale di stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, ove il genitore non abbia reso la dichiarazione di volontà.

Oltre a queste ipotesi, la proposta introduce un ulteriore caso di concessione della cittadinanza (la cosiddetta naturalizzazione), a carattere discrezionale, per lo straniero che abbia fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, il quale sia legalmente residente da almeno sei anni, abbia frequentato regolarmente un ciclo scolastico con il conseguimento del titolo conclusivo, ovvero un percorso di formazione professionale triennale o quadriennale con il conseguimento di una qualifica professionale. Tale fattispecie dovrebbe riguardare soprattutto i minori stranieri che abbiano fatto ingresso nel territorio italiano tra il dodicesimo e il diciottesimo anno di età.

È inoltre modificata la disciplina dell'acquisto della cittadinanza da parte dei figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana: in tal caso, è eliminato il requisito della convivenza con il genitore, attualmente previsto, ed è richiesta unicamente la non decadenza dalla responsabilità genitoriale.

Sono poi introdotte alcune disposizioni di carattere interpretativo. In particolare, il requisito della minore età deve essere riferito al momento della presentazione dell'istanza da parte del genitore; si considera legalmente residente chi risieda nel territorio dello Stato avendo soddisfatto le condizioni e gli adempimenti previsti dalla normativa sull'ingresso e il soggiorno degli stranieri e da quella sull'iscrizione anagrafica; come termine iniziale del periodo di residenza legale, si considera la data di rilascio del primo permesso di soggiorno, se ad essa ha fatto seguito l'iscrizione anagrafica; eventuali periodi di cancellazione anagrafica non pregiudicano la residenza legale, se ad essi ha fatto seguito la reiscrizione nei registri anagrafici, qualora l'interessato dimostri di avere continuato a risiedere in Italia anche in tali periodi. Inoltre, si considera che abbia soggiornato o risieduto in Italia senza interruzioni chi abbia trascorso all'estero un tempo mediamente non superiore a novanta giorni per anno, calcolato sul totale degli anni considerati. Ai fini dell'acquisto della cittadinanza per nascita da uno straniero in possesso del permesso dell'Unione europea per soggiornanti di lungo periodo, si considera in possesso del predetto permesso anche lo straniero che, avendo maturato i relativi requisiti, abbia presentato l'istanza prima della nascita del figlio e ottenga il rilascio del permesso successivamente alla nascita.

È previsto l'obbligo per gli ufficiali di anagrafe di comunicare, nei sei mesi precedenti il compimento della maggiore età, ai residenti di cittadinanza straniera la facoltà di acquisto del diritto di cittadinanza per ius soli o ius culturae, con indicazione dei relativi presupposti e delle modalità di acquisto. In caso di inadempimento di tale obbligo, è sospeso il termine di decadenza per la dichiarazione di elezione della cittadinanza.

Il seguito dell’esame congiunto è stato rinviato ad altra seduta. (Inform 28)

 

 

 

 

La nuova fase degli italiani all’estero

 

ROMA - Una fase si è appena chiusa e un’altra si apre a-desso. Si è chiusa quella fase che ha visto, nel cor-so di molti decenni, il nascere e il consolidarsi della rappresentanza degli italiani all’estero con le sue articolazioni: dall’associazionismo ai Comites al CGIE e alla Circoscrizione estero.

Nello scorso mese di settembre si è votato per e-leggere il nuovo CGIE, dopo che ad aprile si era-no rinnovati i Comites, a luglio si erano tenuti gli Stati Generali dell’Associazionismo e da pochi giorni si è votata la riforma costituzionale che san-cisce il superamento della Circoscrizione estero al Senato delle autonomie e la sola presenza di eletti all’estero alla Camera. È dunque – e soprattutto – con questo ultimo atto che si segna il passaggio alla nuova fase della rappresentanza.

Se nel passato la missione della politica era quella di creare e insediare le rappresentanze degli italia-ni all’estero con la priorità della testimonianza diretta, della tutela, dell’assistenza, del legame con la Patria dalla quale si stava lontani per motivi di lavoro, oggi ciò che dobbiamo decidere è come questa rappresentanza sta nella contemporaneità, nella nuo-va architettura dello Stato disegnata dalla nuova Costituzione, nel diverso sistema economico, sociale e della pubblica

amministrazione che questo Governo sta disegnando.

Oggi, infatti, gli italiani all’estero non sono più solo emigrati, ma sono qualcosa di più e di diverso sul piano identitario, economico, sociale e politico. Quindi le istituzioni di rappresentanza devono saper guardare oltre l’esclusiva cittadinanza ius sanguinis, verso una cittadinanza di interessi, di cultura, di cosmopolitismo in un contesto di proiezione del sistema Paese. E per farlo, occorre ripartire dalla missione degli organismi di rap-presentanza, che siano essi Associazioni (e gli Stati generali sono stati il primo passo), Comites e, soprattutto, CGIE.

E dopo aver deciso quale debba essere la nuova missione nella contemporaneità, nella globalizzazione, nella nuova organizzazione dello Stato italiano, occorrerà decidere che reali e concreti poteri attribuire a queste rap-presentanze affinché siano in grado di assolvere compiutamente al loro compito. Questa riflessione andrà fatta laicamente, velocemente e con volontà riformatrice (e qui il termine “riformatrice” è volutamente usato in op-posizione a “smantellatrice”).

Perché il rischio, oggi, con l’alleggerirsi oltre il dovuto della macchina della Stato, con la febbre del risparmio, con la vulgata della lotta agli sprechi, con l’idea della semplificazione istituzionale e, persino, con la volontà strumentale di alcuni di far pensare che risparmiando e tagliando risorse a Comites e CGIE (magari abolendo-li) le si può destinare a servizi, ad altri capitoli degli italiani all’estero o alla diplomazia (consolati o ambascia-te o personale diplomatico-consolare), il rischio è quello di smantellare tutto ciò che non è considerato “priorità”.

Non vorrei, dunque, che in quest’ottica qualcuno ci venisse a spiegare che Comites e CGIE non sono priorità, appunto, né sono più al passo coi tempi, né servono, poiché ci sono i parlamentari. Ben dodici parlamentari a tutto tondo per più di quattro milioni di italiani su un territorio piccolo come il mondo.

Ecco perché quindi, nella penuria di risorse, di attenzione, di volontà generale, la nuova fase apertasi con il rinnovo di Comites e CGIE e con la riforma costituzionale deve portare a una immediata e seria riforma dell’articolazione della rappresentanza e a poteri reali in sintonia con tutto l’universo migratorio: dall’emigrazione tradizionale a quella recente, dal mondo dell’assistenza a quello dell’impresa, della ricerca e, persino, della diplomazia.

E proprio al PD spetta aprire nei prossimi mesi questa discussione con i propri rappresentanti in Parlamento, nei Comites, nel CGIE e nel Partito.

Questa fase, seppur legata alla rappresentanza, trascinerà, per forza, la discussione su tutto il resto: cittadinanza, assistenza, sanità, impresa, risorse. Insomma, sulla politica.

Eugenio Marino, Pd Cittadini nel mondo, ottobre

 

 

 

 

 

“Il valore dell’Emigrazione, il contributo delle comunità regionali italiane al progresso e allo sviluppo dei Paesi ospitanti”

 

ROMA – Nell’ambito della sesta edizione del Festival della Diplomazia si è svolto a Roma l’incontro “Il valore dell’Emigrazione, il contributo delle comunità regionali italiane al progresso e allo sviluppo dei Paesi ospitanti”. Durante il dibattito, che è stato caratterizzato dall’esecuzione dell’Inno degli italiani nel mondo “Italia Patria mia” del compositore M° Luigi Polge ,  sono stati approfonditi variegati aspetti del “Dizionario Enciclopedico delle migrazioni Italiane nel Mondo”. 

L’incontro è stato aperto da Pasquale Mastracchio, presidente dell’Unione Associazioni Regionali (UNAR), che ha sottolineato come gli italiani all’estero abbiano portato nel mondo i valori di umanità, solidarietà e pace su cui si fonda la repubblica italiana. Mastracchio ha anche evidenziato l’esigenza di non affievolire,   di fronte alle questioni connesse agli odierni fenomeni migratori, i tradizionali legami di solidarietà presenti in Italia , evitando su questa delicata materia estremismi ideologici e favorendo la nascita di una omogenea politica europea sulle migrazioni. Mastracchio ha poi rilevato l’importanza di un’azione comune volta, nel campo della lotta alla povertà, della promozione dei diritti umani e della salvaguardia del pianeta, al  perseguimento del progresso civile, economico e sociale dell’umanità. “Da voi – ha concluso Mastracchio rivolgendosi alla platea - abbiamo imparato che la diversità delle culture non costituisce un fattore di divisione, ma rappresenta invece è uno stimolo a sviluppare un dialogo fecondo fra l’Italia e le altre nazioni, fra l’Italia e le proprie regioni, fra le regioni e i propri comuni. Questo dialogo deve essere fondato sulla condivisione dei valori universali di pace, solidarietà e rispetto reciproco”.      

Anche il presidente del Festival della Diplomazia Giorgio Bartolomucci ha evidenziato come i fenomeni migratori siano caratterizzati in questo periodo da posizioni ideologiche di rifiuto totale degli immigrati che dal Mediterraneo si affacciano sulle nostre coste. Una realtà, quella migratoria che, secondo Bartolomucci, non può invece essere ignorata.  “E’ un fenomeno – ha aggiunto - con cui dobbiamo fare i conti avendo memoria di quando eravamo noi il paese che esportava persone in cerca di lavoro”.

Dal canto suo il diplomatico Gianpaolo Ceprini, portando i saluti del senatore Aldo Di Biagio, ha rilevato l’esigenza di una posizione certa delle nostre autorità politiche e dell’Ue sull’attuale fenomeno migratorio che sta investendo l’Europa in maniera massiva e problematica. Ceprini ha anche evidenziato come oggi la nuova emigrazione italiana sia, rispetto al passato, più qualificata, anche se permangono problemi per la conoscenza delle lingue straniere come ad esempio il tedesco. Dopo aver ricordato la propria contrarietà alla creazione dei deputati e senatori della circoscrizione Estero, per il diplomatico sarebbe stato più utile l’inserimento dei rappresentanti dei nostri connazionali nelle commissioni regionali che sono in rapporto con le terre d’origine,  Ceprini ha sottolineato la necessità di lavorare, anche attraverso l’apertura di un dialogo con le persone che arrivano in Italia, per la gestione e l’inserimento dell’immigrazione, un fenomeno spesso ibrido, che approda oggi nel nostro paese.    

Da segnalare  anche l’intervento di Gianni Lattanzio dell’associazione Dialoghi che ha evidenziato l’importanza delle politiche regionali per l’emigrazione anche per quanto riguarda il mantenimento delle tradizioni . Una diaspora, quella dei nostri emigranti, che per Lattanzio appare umile e forte nello spirito e  capace di guardare al futuro. Una emigrazione composta da tanti volti diversi che però esprime la medesima identità italiana. Dopo aver ricordato l’importate opera spirituale e di concreta solidarietà svolta dai religiosi italiani al fianco della nostra emigrazione, Lattanzio ha segnalato come oggi sia difficile intercettare la nuova emigrazione italiana, composta da giovani che si recano all’estero per esprimere la prioria conoscenza e professionalità e che spesso non si iscrivono all’Aire. Una nuova realtà che, secondo Lattanzio, va affrontata con un salto di qualità delle politiche migratorie. Politiche migratorie 2.0 utili al sistema Italia che tengano conto anche della necessità di pensare il nostro paese in termini di rete, senza dimenticare la mobilità circolare dei ricercatori italiani e stranieri.

E’ stata poi la volta dell’economista e saggista Piercamillo Falasca che ha ricordato come già da alcuni anni sia ripresa l’emigrazione italiana verso l’estero, un fenomeno che con l’avvento della crisi è divenuto massivo. Falasca, dopo aver rilevato il positivo apporto nel secondo dopoguerra delle rimesse degli italiani nel mondo allo sviluppo economico dell’Italia,  ha segnalato come l’emigrazione degli ultimi anni abbia avuto un costo per l’Italia da individuare nelle risorse spese dal nostro paese per la formazione dei giovani che oggi mettono la loro professionalità a disposizione di imprese all’estero. Un fenomeno, quello della nuova emigrazione, dai risvolti anche positivi che, per Falasca, dovrebbe essere girato a nostro vantaggio attraverso iniziative di natura fiscale che rendano attraente il nostro Paese, favorendo il rientro in Italia di questi connazionali.  Secondo Palasca sarebbe inoltre necessario un riorentamento delle politiche per gli italiani all’estero che tenga conto, affrancandosi dalla emigrazione tradizionale, delle esigenze di questa nuova emigrazione.     

Ha poi preso la parola il presidente dell’Associazione Italiani d’Egitto (AIDE) Roberto Ruberti che si è soffermato sulla esperienza migratoria vissuta dai nostri connazionali in Egitto dalla metà dell’800 fono al 1956.  “Tutti noi – ha affermato Ruberti - abbiamo nei confronti di quel paese nostalgia, per qualcosa che non può più ritornare ed è stato bellissimo , ma anche dispiacere per come siamo stati mandati il via. Dalla prima metà dell’800 fino al 1956 gli italiani sono stati accolti in Egitto come persone che portavano un valore aggiunto E gli italiani ricompensarono questa accoglienza contribuendo al miglioramento della società egiziana”. Per Ruperti l’esperienza migratoria in Egitto dimostra inoltre la necessità di affrontare gli odierni flussi migratori che giungono in Europa e in Italia non attraverso atteggiamenti radicali o troppo buonisti, ma con modelli di integrazione dei migranti simili ad esempio a quelli applicati negli Stati Uniti.

Flaminio Di Biagi, scrittore e docente di italianistica alla Loyola University Chicago, ha invece ripercorso il cammino culturale, linguistico e letterario delle comunità italiane nel nord America sottolineando come i nostri connazionali abbiano saputo sviluppare e portare avanti una loro cultura. “I migranti – ha spiegato Di Biagi -   che parlavano prevalentemente il dialetto,  prima mandarono le rimesse, poi le fotografie e alla fine hanno cominciato a inviare lettere. Dopo di queste vi furono i diari, poi le autobiografie e molta poesia in italiano , ma anche in dialetto. … Tullio De mauro – ha aggiunto  Di Biagi - ricorda che una delle cause dell’alfabetizzazione degli italiani furono due:  le migrazione e la grande guerra che costrinsero gli italiani a scrivere per comunicare con le famiglie”.

Dopo aver ricordato che ancora oggi in Canada vi sono scrittori italiani che scrivono in francese , inglese e italiano, Di Biagi ha evidenziato come la permanenza in paesi stranieri abbia consentito ai nostri connazionali all’estero di sprovincializzare e modernizzare la propria visione della vita. Segnalata poi da Di Biagi la necessità di lavorare anche in ambito regionale sul tema della memoria e della cultura e di capitalizzare la grande voglia che c’è di italiano nel mondo, una lingua che oggi si studia per scelta e per motivazioni prettamente culturali.  

E’ poi intervenuta Tiziana Grassi, giornalista, studiosa di migrazioni e direttore del Dizionario Enciclopedico delle migrazioni Italiane nel Mondo, che nel presentare la complessa opera ,  ha evidenziato come oggi l’associazionismo italiano all’estero debba affrontare la grande sfida dei milioni di oriundi nel mondo. “Il ruolo delle associazioni – ha affermato la Grassi - è oggi più che mai impegnativo e fondamentale per tenere in vita i rapporti fra le due italie. In questo contesto anche le Regioni hanno un ruolo importantissimo perché insieme alle associazioni possono mantenere questi legami e particolarmente apprezzate sono quelle Regioni che hanno attivato delle iniziative volte a facilitare il ritorno in patria dei nostri connazionali. Un rientro che può riguardare sia i giovani che vogliono capitalizzare in Italia le loro esperienze fatte all’estero, sia i tanti connazionali che non hanno avuto successo e quindi non hanno potuto fare ritorno in patria per motivi economici”.

“Ieri come oggi – ha concluso Tiziana Grassi - chi emigra lascia tre madri: la propria madre, la madre terra e la madre lingua. Quindi tutti coloro che emigrano necessitano della nostra attenzione e solidarietà”.  

Da segnalare infine le parole del coordinatore dell’incontro e segretario generale del “Centro per la Promozione del Libro” Giovanni Cipriani, che ha proposto di realizzare nuovi e più ampi incontri sulle tematiche connesse al Dizionario Enciclopedico, e il messaggio del deputato Fabio Porta in cui si sottolinea l’importanza dell’inserimento dello studio dell’emigrazioni nelle scuole italiane per la comprensione del fenomeno migratorio, in un’Italia proiettata verso la globalizzazione. (G.M.- Inform 29)

 

 

 

 

Dibattito sulla migrazione al Parlamento Europeo: il vero spartiacque

 

Al Parlamento Europeo durante il dibattito di martedì, molti deputati hanno sottolineato che la vera differenza che scaturisce dalle odierne sfide poste dalla migrazione all'UE è tra i "favorevoli" a risolvere queste sfide a livello comunitario e i "contrari", che desiderano invece utilizzarle per eliminare l'UE.

 

La maggioranza dei deputati ha condannano la lentezza degli Stati membri nel dare seguito alle proprie promesse per un maggiore aiuto ai rifugiati e più personale per esaminare le loro richieste ai confini dell'UE. Il Presidente della Commissione Junker ha sottolineato che il deficit di 2,3 miliardi di euro è lo stesso di due mesi fa.

 

Aprendo il dibattito, il Presidente del Parlamento Martin Schulz ha accolto il piano in 17 punti concordato durante il summit del 25 ottobre, ma ha espresso profonda preoccupazione per il fallimento nel mantenere le promesse fatte: "Se i governi ritengono che l'egoismo nazionale prevalichi le soluzioni comuni, ciò procurerà un danno non solo ai rifugiati ma anche alla coesione europea". A queste parole ha fatto eco il Presidente del Consiglio, Donald Tusk, che ha messo in guardia sul potenziale della crisi dei rifugiati nel "creare enormi cambiamenti politici" nell'UE.

 

Il Presidente della Commissione Juncker ha ringraziato il Parlamento per il suo sostegno nel trattare velocemente la legislazione necessaria a affrontare la crisi e ha promesso flessibilità sul Patto di stabilità per gli Stati membri che stanno compiendo sforzi straordinari per aiutare i rifugiati. Inoltre, ha fatto appello ai leader europei affinché cessi la politica del "puntare il dito" e siano mantenute le promesse. Elencando le differenze esistenti tra le promesse e i fatti, ha quindi dichiarato che, "invece di correre, gli Stati membri si stanno muovendo lentamente". Prima dell'incontro con i leader africani previsto nel summit de La Valletta, l'UE deve mostrare la propria capacità di tener fede alle promesse. E' necessario che il piano d'azione concordato con la Turchia, che ospita 2,5 milioni di rifugiati, sia rapidamente attuato.

 

Interventi dei deputati

 

Manfred Weber (PPE, DE), Gianni Pittella (S&D, IT), e Guy Verhofstadt (ALDE, BE) hanno accolto con favore le misure presentate dalla Commissione nonché la sua richiesta di agire rapidamente. I deputati hanno quindi invitato gli Stati membri a mantenere le loro promesse. "Gli egoismi nazionali stanno fallendo", ha dichiarato Weber, esortando tutti i democratici a lavorare ancora di più insieme. Dopo essersi detto d'accordo con il collega, Pittella ha accusato vari "movimenti contrari, che fanno leva sulla disintegrazione".

 

Rebecca Harms (Verdi/ALE, DE) ha dichiarato che è sbagliato "siglare un patto con Erdogan", mentre Verhofstadt e Pittella hanno insistito sul fatto che il piano d'azione non è un "assegno in bianco" firmato in favore della Turchia, ma che l'UE deve intensificare l'aiuto per una buona accoglienza dei rifugiati nella regione, inclusa l'istruzione per i bambini. Secondo Verhofstadt, al capo della politica estera comunitaria Federica Mogherini dovrebbe essere dato un mandato dal Consiglio per sedere al tavolo con Russia, Iran, Stati Uniti e altri Paesi per trovare un modo per porre fine alla guerra siriana.

 

Syed Kamall (ECR, UK) ha avvertito che la crisi potrebbe diventare geopolitica e ha esortato i partner globali a compiere passi avanti e assumersi maggiori responsabilità. Ha quindi insistito sul fatto che l'Unione europea debba essere "equa e ferma" con i migranti e salvare vite umane piuttosto che incoraggiare i migranti a porre a rischio la loro vita.

 

Pablo Iglesias (GUE/NGL, ES) ha condannato "le lacrime di coccodrillo" versate nel corso del dibattito mentre continuano l'umiliazione e la miseria dei rifugiati. Per Nigel Farage (EFDD, UK) l'UE è stata travolta dalla crisi dei rifugiati e ha accusato l'Unione di calpestare i diritti democratici. Infine, Marcel de Graaf (ENF, NL) ha detto che l'UE deve porre fine all'invasione e chiudere completamente le sue frontiere esterne. PE 27

 

 

 

 

Migranti, Juncker apre alla flessibilità sui costi: "Per sforzi straordinari"

 

I costi straordinari per accogliere i migranti sostenuti dagli Stati europei saranno calcolati come eventi eccezionali alla luce dell'interpretazione più flessibile del Patto di Stabilità e Crescita. Lo ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, parlando al Parlamento europeo a Strasburgo. "Se un Paese ha fatto uno sforzo straordinario, ci deve essere un'interpretazione conforme a questo sforzo", ha spiegato.

Juncker ha sottolineato che l'esecutivo Ue "sulla base di un'analisi Paese per Paese esaminerà se si debba tenere in conto dei costi sostenuti per accogliere i rifugiati".

Parlando all'Europarlamento riunito in sessione plenaria a Strasburgo, Juncker ha ricordato che "tutti i Paesi membri hanno sottolineato i grandi sforzi economici che stanno sostenendo per affrontare la crisi dei profughi. Li capisco perfettamente e per questo la Commissione ha comunicato che saranno applicate le regole riviste del Patto di Stabilità" con un'interpretazione più flessibile.

"Il Patto è il Patto -ha sottolineato- ma di fronte a un problema di una gravità eccezionale, sulla base di un'analisi Paese per Paese andremo a esaminare se si debba tenere in conto dei costi sostenuti per accogliere i rifugiati. Applicheremo il Patto così come è stato aggiornato, ma lo faremo Paese per Paese".

Il presidente dell'esecutivo di Bruxelles ha detto che "anche fra i grandi ci sono Paesi che non fanno sforzi sufficienti" per accogliere i profughi. "Se un Paese fa uno sforzo straordinario, ci deve essere un'interpretazione conforme a questo sforzo. Ma i Paesi che non fanno sforzi straordinari e che non dimostreranno di essere coinvolti da queste politiche non potranno beneficiare di un'interpretazione più flessibile del Patto. Chi vuole un'interpretazione più flessibile, deve dimostrare che dispone di responsabilità sufficiente" nei confronti dei migranti. Adnkronos 28

 

 

 

 

Elezioni Svizzere. Tra la paura dei migranti, Berna si sposta a destra

 

La Svizzera va così spesso al voto che il lettore straniero tende a non accorgersene. Questa volta la scadenza è stata importante. Il 18 ottobre le elezioni politiche generali si sono svolte in una calma che a noi parrebbe innaturale.

 

Scomparso il comizio, poco frequentati i salotti televisivi, dibattiti composti alla vigilia, reazioni altrettanto composte il giorno dopo. La regola aurea è la tenuta del sistema che deve proiettare senso di stabilità.

 

Non è soltanto questione d’immagine, è la pratica della stabilità che sta alla base del modello svizzero: la sua capacità di attrarre persone e capitali da tutto il mondo, malgrado una serie di eventi che potrebbe fare temere turbolenze.

 

Il franco alto rispetto all’euro e libero di fluttuare dopo la decisione della Banca Nazionale Svizzera di gennaio 2015. L’interesse negativo che le banche praticano sui depositi a vista. L’accettazione degli standard Ocse sullo scambio automatico d’informazioni. Il pagamento di sanzioni al fisco americano da parte di alcune banche. Le restrizioni in materia migratoria. Tutti gli elementi di rischio stingono a cospetto del dogma della stabilità.

 

Blocco conservatore e Lega ticinese

La prevedibilità dell’esito elettorale conferma questa impressione di fondo. I sondaggi davano in vantaggio il blocco conservatore imperniato sull’Udc (Unione democratica di centro) e sull’alleata Lega Ticinese. Il voto premia l’Udc, fino ad eleggere nei Grigioni Magdalena Blocher, figlia dello storico leader Christoph Blocher.

 

Il partito guadagna qualche punto percentuale e incassa un numero di seggi mai ottenuto prima. Non tale da garantire la maggioranza assoluta, ma sufficiente a sostenere la pretesa di avere un secondo consigliere federale, un membro di governo che affianchi l’uscente.

 

Poiché il governo è composto di sette membri, l’ingresso del secondo Udc comporterà il sacrificio di un esponente di un partito già di governo. Altra questione è la distribuzione dei portafogli. È presumibile che l’Udc rivendichi per sé quello della sicurezza e dell’immigrazione per dare seguito coerente alla campagna elettorale.

 

I giochi si condurranno in novembre, la nomina del governo essendo prevista per i primi di dicembre. Nel frattempo si attende l’esito del ballottaggio per il Consiglio degli Stati (la seconda camera), dove il risultato si profila meno netto.

 

Stranieri svizzeri

Spostamento a destra dunque, a conclusione di una campagna incalzante sui temi della sicurezza. L’Udc, già all’origine del referendum costituzionale del 9 febbraio 2014, ha replicato il copione di successo. L’immigrazione di massa è un pericolo per la stabilità della Confederazione. Non importa se sotto la voce “immigrazione” si mettano confusamente gli immigrati “veri”, i frontalieri, i profughi, i richiedenti asilo. Il diffuso timore per l’invasione, quale ne sia l’origine e la ragione, fa premio sulla considerazione anche economicistica dell’esigenza di valersi del lavoro straniero.

 

La Svizzera ha oltre il 20 % di stranieri sul proprio territorio. Con la Svezia accoglie il maggiore numero pro capite di profughi. Pratica una politica avanzata di accoglienza e integrazione. Centinaia di migliaia di lavoratori varcano ogni giorno le frontiere e rendono viabili le economie locali, massimamente nei Cantoni confinanti con Francia e Germania.

 

Aderisce a Schengen e Dublino. Ha una rete articolata di accordi con l’Unione europea. Con la sottoscrizione delle convenzioni Ocse rinuncia di fatto al segreto bancario per clienti stranieri. Negozia il pacchetto fiscale con l’Italia. Il paese è aperto all’esterno, eppure al momento del voto si ritrae, teme che l’eccessiva apertura mini il welfare diffuso.

 

Possono sembrare argomenti di propaganda minuta, ma l’intasamento delle strade in prossimità delle frontiere, l’affollamento degli autobus e dei treni, lo scadere dell’assistenza sanitaria, sono tutti punti a favore di chi voglia frenare gli afflussi dall’esterno.

 

Il futuro del rapporto Svizzera-Ue

Ora tutti a chiedersi se ed in quale misura il voto del 18 influirà sulle trattative in corso, e principalmente quella con l’Unione europea che consegue al referendum 2014. La via è stretta, ne sono consapevoli gli stessi negoziatori svizzeri. Talmente stretta che essi hanno la consegna del silenzio. Nulla o quasi deve trapelare dalle conversazioni con Bruxelles, salvo quel poco che la Commissione lascia filtrare agli stati membri.

 

Stiamo nella fase delle conversazioni - essi sostengono - presto dovremo avviare veri e propri negoziati. Nel 2016 andrà definita la legislazione interna di attuazione della modifica costituzionale. Si spera che essa recepisca l’accordo con l’Unione e non si ponga in contrasto. La prima opzione consentirebbe di continuare come se tutto fosse (quasi) come prima, la seconda opzione sarebbe di rottura. La rottura dispiacerebbe alla Confederazione che con l’Unione ha la massima parte del commercio estero.

 

Per non parlare dell’afflusso dei lavoratori. Questi sono una costante del sistema svizzero. Lo dimostra ad abundantiam uno studio dell’Università della Svizzera Italiana. L’effetto di sostituzione (prendo il frontaliere anziché il connazionale perché quello costa meno) è secondario nella valutazione dell’imprenditore. Al primo posto l’imprenditore pone l’infungibilità della professionalità dello straniero rispetto al connazionale.

 

A fine ottobre si riunisce a Milano il Forum di dialogo a alto livello fra Italia e Svizzera. Giunge così alla terza edizione un format di successo, merito della lungimiranza dei suoi promotori italiani e svizzeri.

Cosimo Risi, Ambasciatore a Berna, AffInt 24

 

 

 

 

 

La grande migrazione: quale soluzione possibile? Gli insegnamenti della storia

 

La insufficienza palesata dalle leadership occidentali (l’ultima conferma l’abbiamo avuta nella riunione di questa notte tra il 25 e il 26 ottobre) nel fronteggiare la  biblica emergenza profughi, impone di cercare la soluzione in una sintesi delle innumerevoli esperienze storiche simili. L’istituto giuridico dell’asilo politico -creato nei secoli per difendere sparute minoranze politiche dai despota di turno- non può essere applicato per intere popolazioni se non al prezzo di destabilizzare economie e società riceventi. Quindi è necessario che si pensi e si realizzi un luogo sicuro in cui alloggiare le genti in fuga dando loro un modello di sviluppo autosufficiente in economia e garantito -per quel che riguarda la loro sicurezza- dalle forze armate internazionali. Oggi infatti è possibile creare in Africa uno spazio politicamente indipendente dagli altri ed autosufficiente in economia che raccolga le tante popolazioni di etnie diverse e vittime delle guerre in atto, evitando di incorrere nei gravi errori del passato.

 

Dove.

È possibile e necessario -anche in pieno deserto- insediare una città e una economia avviate con modesti investimenti occidentali e che faccia tesoro delle moderne tecnologie in l’agricoltura, allevamento e in energia verde (un po’ sul modello israeliano) per dare lavoro e autosufficienza alimentare ed economica ai profughi.

 

La sicurezza.

Perché questo sogno non rimanga utopia ma si trasformi in realtà, è necessario che la comunità internazionale -in ambito Onu- organizzi la difesa di questa area (un po’ sul modello libanese e altri) con forze internazionali. In questo spazio al riparo dalle guerre si potranno inviare tutti coloro che non trovano collocazione soddisfacente in Occidente e si potrà creare un luogo sicuro per quelli che in futuro dovranno sfuggire da emergenze simili.

 

Il diritto.

All’interno di quest’area andranno rispettati i principi giuridici tradizionali occidentali (la proprietà, il contratto,..) ormai patrimonio dell’umanità e saranno promulgati dall’Autorità provvisoria. È evidente che dopo un primo periodo di avvio ed assestamento si introdurranno definitive Istituzioni elaborate e scelte dai locali ed in grado di far convivere religioni ed etnie differenti come già accade in Svizzera ed altrove.

 

La multietnicità.

Quindi un luogo “aperto” organizzato proprio per dare un futuro a quelli che ancora non lo hanno e a tutti quegli altri che potrebbero avere bisogno di fuggire da guerre e carestie; creando altresì un modello di società ed economia autosufficiente che potrebbe allargarsi o essere imitato da altri.

 

La moneta e l’economia reale.

Un luogo dove far tesoro delle esperienze maturate nella creazione di Banche centrali e monete nuove; e cioè che abbia una propria Banca di Emissione ed una propria moneta non convertibile verso l’esterno, che sappia gestire e avviare un sistema economico e bancario pensato privo delle criticità che ci portiamo dietro in Occidente e vocato allo sviluppo dell’economia reale locale.

 

L’energia.

Ogni economia -e quindi anche questa- nasce e cresce con le caratteristiche proprie della sua capacità di produrre energia. Le potenzialità garantite dalle tecnologie verdi (sia nel fornire energia agli abitanti di questa città, sia di esportarne in quantità enorme) sono tali da garantire il presente e il futuro di queste popolazioni e la remunerazione degli investimenti occidentali in questa iniziativa.

 

Quindi niente ghetti, niente migrazioni o deportazioni di massa, niente assistenzialismi pelosi, niente colonizzazioni, niente neo sfruttamenti post industriali, niente arricchimenti facili a danno di ignari contribuenti o risparmiatori, ma anche niente inquinamento e niente crisi economiche prodotte dalla famelicità delle burocrazie e della finanza occidentali.

 

Ma non sarà proprio per questi “niente” che nessuno ha interesse ad insediare realmente questa Città della Pace e della Speranza?

Canio Trione, corrierepl.it  29

 

 

 

 

 

OGM: il Parlamento Europeo boccia la proposta sui divieti nazionali

 

Il Parlamento europeo ha respinto, mercoledì, un progetto di legge comunitaria che avrebbe permesso ai singoli Stati membri di limitare o vietare la vendita e l'utilizzo sul proprio territorio di alimenti o mangimi OGM già approvati a livello UE.

 

I deputati sono preoccupati che questa legge potrebbe dimostrarsi irrealizzabile o condurre alla reintroduzione di controlli alle frontiere tra i Paesi favorevoli e quelli contrari agli OMG. Hanno quindi chiesto alla Commissione di presentare un nuovo progetoto di legge.

 

"Il voto di oggi ha inviato alla Commissione europea un chiaro segnale. Questa proposta potrebbe andare contro ciò che si è ottenuto con il mercato unico e con l'unione doganale", ha affermato il relatore Giovanni La Via (PPE, IT), la cui raccomandazione di respingere la proposta è stata approvata con 579 voti favorevoli, 106 voti contrari e 5 astensioni.

 

Il relatore ha spiegato che sono state espresse serie preoccupazioni circa la mancanza di qualsiasi analisi d'impatto, sulla compatibilità della proposta con il mercato unico e ne è stata anche messa in discussione la sua reale attuazione. "Non è stata fornita nessuna valutazione sulle potenziali conseguenze o su altre opzioni percorribili", ha aggiunto.

 

"Credo che questa proposta potrebbe avere conseguenze negative sull'agricoltura comunitaria, che dipende fortemente dalle forniture di proteine provenienti da fonti OGM, e potrebbe anche avere effetti negativi indiretti sulle importazioni. Infine, sussistono preoccupazioni circa la possibilità che questa proposta possa essere applicata, poiché non ci sono controlli alle frontiere nell'UE", ha concluso.

 

La proposta, che andrebbe a modificare la legislazione EU esistente per permettere agli Stati membri di limitare o proibire l'utilizzo sul proprio territorio di alimenti e mangimi geneticamente modificati approvati dall'UE, è stata presentata dalla Commissione il 22 aprile 2015.

 

La Commissione ha suggerito che questa proposta dovrebbe essere modellata sulla falsariga di un'altra legislazione europea, quella sulla coltivazione degli OGM, che è entrata in vigore a inizio aprile di quest'anno. Tali norme permettono agli Stati membri di vietare la coltivazione sul proprio territorio degli OMG approvati a livello europeo.

 

La differenza è che, mentre la coltivazione ha luogo necessariamente sul territorio di uno Stato membro, il commercio di OGM supera le frontiere nazionali. Questo significa che un divieto nazionale "sulla vendita e sull'utilizzo" potrebbe essere difficoltoso o impossibile da far rispettare, senza reintrodurre controlli alla frontiera sulle importazioni.

 

Prossime tappe - Il Commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis ha detto che la Commissione europea non ritirerà la proposta legislativa, che sarà ora discussa dai ministri europei. Pe 28

 

 

 

 

 

Il divario sociale nell’UE: i ragazzi e i giovani sono i perdenti della crisi

 

La fondazione Bertelsmann Stiftung analizza ogni anno l’andamento delle opportunità di partecipazione in tutti i 28 Stati membri dell’UE. Nonostante la ripresa economica, il divario tra giovani e anziani aumenta e la spaccatura sociale tra il Nord e il Sud dell’Europa rimane profonda. Nell’indice globale l’Italia si posiziona al 25° posto (su 28).

 

 

Gütersloh (Germania), 27 ottobre 2015. I ragazzi e i giovani sono i grandi perdenti della crisi europea economica e del debito. Nell’Unione Europea, sono circa 26 milioni i ragazzi e i giovani a rischio povertà o esclusione sociale. Di questi, il 27,9% sono minorenni. Ma anche i 5,4 milioni di giovani che non lavorano né si stanno formando o studiando hanno scarse prospettive per il futuro. In Europa, il divario nella giustizia sociale si registra soprattutto tra Nord e Sud e tra giovani e anziani. È questo il risultato che emerge dal Social Justice Index, con cui la fondazione Bertelsmann Stiftung analizza ogni anno l’andamento della giustizia sociale nei 28 Stati membri dell’UE. Nell’indice l’Italia si posiziona al 25° posto.

 

5,4 milioni di giovani non lavorano né si stanno formando o studiando

Dal 2007, già solo in Spagna, Grecia, Italia e Portogallo il numero dei ragazzi e dei giovani a rischio povertà ed esclusione sociale è aumentato di 1,2 milioni, passando da 6,4 a 7,6 milioni. Questi giovani vivono in nuclei familiari con meno del 60% del reddito medio, soffrono di gravi privazioni materiali o crescono in famiglie quasi prive di reddito.

 

Anche nella fascia d’età tra i venti e i ventiquattro anni, molti cittadini dell’Unione Europea si trovano in situazioni precarie. Di questi, 5,4 milioni (17,8%) non lavorano né si stanno formando o studiando. In 25 Stati membri dell’UE questo valore è aumentato, in parte, in maniera considerevole dal 2008; solo in Germania e in Svezia le prospettive per i giovani di questa fascia d’età sono migliorate negli scorsi anni. Sono invece i paesi dell’Europa meridionale a far registrare l’andamento più negativo: in Spagna, la percentuale dei giovani tra i venti e i ventiquattro anni che non lavorano né si stanno formando o studiando è passata dal 16,6 al 24,8%, in Italia addirittura dal 21,6 al 32%.

 

Il divario intergenerazionale cresce

Nell’osservazione a lungo termine, in tutta Europa cresce anche il divario intergenerazionale. Mentre la percentuale media europea dei ragazzi a rischio povertà ed esclusione sociale è aumentata dal 2007 passando dal 26,4 al 27,9%, il valore corrispondente nella fascia di popolazione a partire dai sessantacinque anni d’età si è ridotto dal 24,4 al 17,8 percento. Il motivo principale? Durante la crisi, la contrazione delle rendite e delle pensioni di anzianità non è stata così marcata come quella subita dai redditi della popolazione più giovane o non si è verificata affatto.

 

Questo andamento divergente che si registra tra giovani e anziani è acuito da tre tendenze riscontrabili in tutta Europa: il crescente indebitamento dei bilanci pubblici grava soprattutto sulle generazioni più giovani, gli investimenti futuri nell’istruzione o nella Ricerca e Sviluppo ristagnano e l’invecchiamento delle società aumenta la pressione sulla sostenibilità finanziaria dei sistemi di previdenza sociale. Il livello di indebitamento degli Stati dell’UE rispetto alla rispettiva performance economica è aumentato in media dal 63% del 2008 all’attuale 88%.

 

Aart De Geus, presidente della fondazione Bertelsmann Stiftung, ha ammonito sulle ulteriori conseguenze: “In Europa, non possiamo permetterci di perdere una generazione né dal punto di vista sociale né economico. L’Unione Europea e i relativi Stati membri devono adoperarsi il più possibile per migliorare in modo duraturo le opportunità dei giovani.” A tale proposito, ha ricordato l’attuale garanzia occupazionale e iniziativa dell’UE a favore dell’occupazione giovanile. Queste iniziative oculate dovrebbero essere attuate coerentemente negli Stati membri e sostenute con i mezzi finanziari necessari. Sebbene in molti paesi dell’UE si registri un cauto miglioramento sul mercato del lavoro, per quanto concerne la giustizia sociale, dopo anni di regresso non si può ancora parlare di una completa inversione di tendenza.

 

L’Italia continua a evidenziare grandi carenze nel mercato del lavoro

Nella classifica generale della giustizia sociale l’Italia si posiziona soltanto al 25° posto (su 28). Allarmanti sono soprattutto le carenze ancora gravi del mercato del lavoro. Rispetto all’indagine condotta lo scorso anno, la situazione ha fatto registrare un ulteriore netto peggioramento. Tra il 2008 e lo scorso anno il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato salendo dal 6,8% al 12,9%, mentre il livello occupazionale con una percentuale del 55,7% è rimasto stazionario ad un livello molto basso (26° posto). Solo in Grecia e in Croazia si è registrato un tasso di occupazione ancora più basso. Il malfunzionamento del mercato del lavoro emerge anche dall’aumento di oltre il 100% della disoccupazione di lunga durata nello stesso periodo (dal 3,1 al 7,8 percento). Per i giovani italiani la situazione si presenta particolarmente drammatica. Dal 2008 al 2014 la disoccupazione giovanile è infatti più che raddoppiata, passando dal 21,2% al 42,7% (25° posto). A causa della mancanza di prospettive future per i giovani, il paese che sta invecchiando rapidamente occupa una delle ultime posizioni nella graduatoria della giustizia intergenerazionale (27° posto). Le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro, fortemente limitate per un numero sempre crescente di giovani per via della mancanza di formazione e di esperienza sul mercato del lavoro, celano una vera e propria "bomba a orologeria" sociale, pronta a esplodere in futuro. Questo è ancor più vero se si considera che circa un terzo dei minori italiani è, già oggi, a rischio povertà ed emarginazione sociale.

 

Informazioni supplementari

Con l’indice europeo sull’uguaglianza, la fondazione Bertelsmann Stiftung esamina ogni anno le opportunità di partecipazione nei 28 Stati membri dell’UE sulla base di 35 criteri. In tale studio, vengono considerate sei dimensioni diverse di giustizia sociale: povertà, istruzione, mercato del lavoro, sanità, giustizia intergenerazionale, coesione sociale e non discriminazione. Raccolta dati conclusa il 25 agosto. Dip 27

 

 

 

 

Per una più equa distribuzione dei fondi per gli italiani all’estero

 

Basilea - “In questi giorni è apparso un comunicato dei consiglieri CGIE eletti in Svizzera in cui essi esprimono il malcontento per la riduzione dei contributi del governo italiano ai cittadini italiani residenti all’estero. In particolare modo per il taglio dei finanziamenti per i corsi di lingua e cultura italiane”. A commentare questa nota è Marco Tommasini, consigliere del Comites di Basilea e presidente del Comitato Difesa Famiglie, nato dopo la truffa-Giacchetta.

Secondo Tommasini, si starebbe ponendo troppa enfasi sulla riduzione dei fondi nel capitolo lingua e cultura riferito ai corsi degli Enti gestori, a discapito delle altre voci a bilancio (assistenza, associazioni, enti di rappresentanza).

Nello “Stato di previsione per il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale 2015-2017” al punto 1.6 “Italiani nel mondo e politiche migratorie”, cita Tommasini, ci sono le voci “Contributi per le rappresentanze (Comites e CGIE), Contribuiti per le Associazioni che operano per la collettività italiana all’estero e appunto Contributi per la lingua e la cultura italiana all’estero”.

Tommasini, in particolare, è colpito dal fatto che se “il MAECI ha destinato complessivamente euro 28'942'066 per il 2015 ed euro 22'146'826 per il 2016” al capitolo italiani nel mondo, con “una riduzione di quasi 25%”, è “sorprendente” che “a lingua e cultura italiana sono destinati il 92% dei contributi, per le rappresentanze 6% e per le associazioni ed enti che operano per l'assistenza delle collettività italiane all'estero un misero 2%”. Per Tommasini è “uno squilibrio incomprensibile”.

Soprattutto perché sul fronte lingua e cultura ci sono anche le risorse stanziate nel capitolo “Promozione del Sistema paese”: “la lingua e la cultura italiana ci lega alla madre patria ed è un’importante componente della nostra identità: su questo punto c’è concordanza. Il MAECI prevede perciò già fondi dedicati alla lingua e la cultura italiana senza doverne aggiungere altri. Cosi il 1.7 “Promozione del sistema Paese” con oltre Euro 70'000'000 e il 1.9 “Rappresentanza all’estero e servizi ai cittadini e alle imprese” con oltre Euro 165'000'000. Sono già oltre otto volte più di tutto il contributo destinato per i cittadini italiani all’estero”.

I Consiglieri svizzeri del CGIE, argomenta Tommasini, “esprimono il malcontento elencando l’incremento dell’emigrazione in Svizzera” ma “sorvolano sul fatto che i contributi di cui parlano sono quelli destinati ad enti ed associazioni per l'insegnamento della lingua straniera, della madre lingua e della cultura italiana ai figli dei lavoratori italiani all'estero (Si tratta dei corsi tenuti dagli Enti gestori, nati per aiutare i figli dei lavoratori italiani all’estero ma ora – come ricordato anche dall’ambasciatore Meloni al recente seminario di Firenze – sempre più assimilabili a corsi curriculari – ndr).

Per Tommasini il problema è un altro: “i figli dei lavoratori italiani in Svizzera frequentano la scuola locale e, in modo sproporzionato, finiscono nelle classi per i ragazzi con difficoltà d’apprendimento mentre scarseggiano nelle classi elitarie e nelle Università. Questo malgrado siano transitati in passato enormi flussi per la loro istruzione. Che fine hanno fatto questi soldi? In che mani sono finiti? La lingua e la cultura non vivono nelle aule scolastiche, ma tra le interazioni quotidiane. Siamo noi i portatori della cultura, non i nostri libri. Una cultura e la corrispondente lingua fioriscono nei nostri appartamenti, in strada, nel mercato del paese: insomma, tra di noi. Alla cultura italiana non servono soldi, ma una collettività viva”. Ed è “a questa collettività che purtroppo non mancano i problemi da risolvere. Quello dei corsi di lingua e cultura italiane ne è uno minore. Ci sono gli emigranti della vecchia generazione che non hanno avuto l’opportunità di integrarsi nel sistema locale e hanno raggiunto l’età della pensione. Chi li accompagna? Ci sono i figli che non riescono a farsi valere nel sistema educativo locale. Che futuro avranno? Sono solo alcuni esempi di una lunga lista”.

Quindi, Tommassini lancia un “appello ai nostri rappresentanti CGIE affinchè estendano il loro raggio d’azione, affinchè non si limitino ai corsi di lingua e cultura italiane, anche se risultano loro i gestori. Mi appello a loro affinché si facciano portavoce per un’equa distribuzione dei fondi ministeriali e di farli convogliare verso i veri bisogni dell’emigrazione e di prendere in considerazione anche le associazioni italiane operanti per la collettività italiana all’estero. Sono fiducioso che in questo caso – conclude – il governo italiano non avrà motivo di non volere offrire il necessario supporto”. (aise 27) 

 

 

 

 

 

Più fatti

 

Da anni tentiamo, ma non sempre ci riusciamo, a fare il punto sulla realtà nazionale che interessa anche gli italiani all’estero. Nonostante la presenza di un sistema informatico che diffonde le notizie in tempo reale in tutto il mondo, siamo consapevoli di non riuscire alla nostra Comunità oltre frontiera gli aggiornamenti di coloro che da noi fanno politica.

Come sempre, non ci schiereremo con i militanti di “governo” o “opposizione”; perché fare politica dovrebbe significare interessarsi compiutamente ai problemi degli altri; nessuno escluso. Le problematiche correlate agli italiani all’estero, però, non hanno mai fatto notizia. Quindi, ogni loro trattazione è marginale.

Di fatto, si sente sempre mono la voce di chi vorrebbe dire, ma non è messo nelle condizioni di poterlo fare. Ciò che conta sono i tanti problemi interni. Il resto è storia già vissuta. A pochi mesi dalla fine d’anno, ci chiediamo, con la coerenza di non voler “mollare”, quanto veramente contino gli italiani nel mondo nei confronti della Patria.

 Con la riforma, ormai prossima, del nostro meccanismo elettorale, la politica resta complessa e, non di rado, poco comprensibile. A nostro avviso, le istituzioni sono sempre troppo lontane dai milioni di Connazionali nel mondo. Lo stesso loro impegno politico s’è rivelato scarso perché inserito in quelle problematiche nazionali che nulla anno da spartire con chi vive all’estero.

 Le realtà parallele non ci hanno mai convinto. I politici, però, ci fanno conto. Così, non sempre le reali esigenze degli italiani d’oltre frontiera riescono a emergere in tutta la loro complessità. Le scuse non si contano.

Molto spesso, almeno nel linguaggio corrente, si dice che i Connazionali all’estero hanno altro cui pensare. I loro interessi non sono più nella Penisola e, di conseguenza, le strategie parlamentari sarebbero inefficaci. L’andazzo resta quello.

 Ai nostri italiani all’estero, che rappresentano una forza elettorale più che rispettabile, non resta che l’amarezza delle promesse disattese e delle prospettive ininfluenti. Mancano, ancora, fatti concreti per mutare un registro comportamentale. Ma cambiare si può e si deve. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Un errore cambiare. L’Italicum e la paura di Grillo

 

In politica non si può dare nulla per scontato ma, al momento, sembra che Renzi e il Pd debbano rassegnarsi: Roma, per loro, è perduta. È verosimile che fra qualche mese, quando si andrà a votare, a giocarsi la partita saranno i grillini e, ma solo se troverà un leader all’altezza (Alfio Marchini?), il centrodestra.

Tenuto conto della débâcle di Marino, nonché del clima generale alimentato dai gravi episodi di malaffare e corruzione (ma la mafia non c’entra), ci sono buone probabilità che a conquistare la Capitale siano proprio i Cinque Stelle. Se questo accadrà l’intera Italia pubblica finirà «sull’orlo di una crisi di nervi». Circoleranno inverosimili sondaggi che attribuiranno ai Cinque Stelle il ruolo di primo partito nelle intenzioni di voto (ma rivelando, contestualmente, percentuali ancora più alte di indecisi), e tanti commentatori cominceranno a «riposizionarsi» (un termine asettico ed elegante che indica i movimenti trasformistici) preparandosi a una futura presa del Palazzo d’Inverno da parte di Grillo e soci. Il nervosismo andrà alle stelle. Mentre i corrispondenti esteri correranno a intervistare i vari capi grillini i quali parleranno come se fossero già al governo, come se avessero già in tasca il Paese.

L’unica certezza è che, per lo meno, Renzi non si farà troppo impressionare, forse sarà l’unico, in quella situazione, a non perdere la Trebisonda. Ma dovrà anche resistere a fortissime pressioni tese ad ottenere un cambiamento della legge elettorale. L’argomento è già stato usato ma, se i grillini sfonderanno a Roma, diventerà dominante.

Il ragionamento è il seguente: essendo il sistema politico nazionale ormai tripolare, in caso di ballottaggio fra Renzi e i grillini il centrodestra sposterà i suoi voti su questi ultimi dando così a Grillo la vittoria. A riprova c’è il fatto che, in tempi recenti, in alcune amministrazioni locali, il ballottaggio fra il Pd e i Cinque Stelle si è risolto a favore di questi ultimi. Si può ribattere che è sempre rischioso pensare alle elezioni nazionali come se fossero una replica di quelle locali. Ciò che accade localmente dipende soprattutto da fattori locali (ad esempio, chi erano i candidati sindaci del Pd battuti dai Cinque Stelle?). Inoltre, siamo sicuri che i voti serviti al grillino locale per battere i democratici arrivassero dal centrodestra? È noto che, nelle elezioni locali, gli elettori del centrodestra hanno una forte propensione all’astensione al secondo turno, persino quando al ballottaggio va un loro rappresentante. Questa propensione dovrebbe essere ancora più accentuata quando lo spareggio è fra candidati entrambi estranei al centrodestra. Infine, anche ammesso che, in certi casi, elettori del centrodestra abbiano premiato, nel ballottaggio locale, un Cinque Stelle, questo non autorizza a pensare che rifarebbero la stessa scelta in un ballottaggio nazionale. Conviene non dimenticare certe specificità delle elezioni locali. Le stesse che, ad esempio, ai tempi della Guerra fredda, spingevano elettori anticomunisti a diciotto carati a votare, in certe città emiliane, per il sindaco comunista, considerato da loro un buon amministratore.

Nelle elezioni nazionali, tolti i giovanissimi che studiano e vivono a casa dei genitori, le persone votano soprattutto con il portafoglio, badando al proprio interesse. Davvero i leader del centrodestra potrebbero, a cuor leggero, chiedere agli elettori di votare un Cinque Stelle in odio a Renzi? E se anche ciò avvenisse, sarebbero molti gli elettori disposti a seguire una tale indicazione? Non è verosimile. Difficilmente quegli elettori - molti dei quali, sicuramente, avrebbero tanto da perdere - correrebbero un rischio simile. Un grillino a Palazzo Chigi scatenerebbe il panico su tutte le piazze internazionali: un fuggi fuggi generale. Più o meno ciò che accadde ad Atene alle prime elezioni in cui vinse Syriza. L’Italia non è la Grecia ma, presumibilmente, gli effetti (almeno quelli immediati) non sarebbero diversi. È difficile che gli elettori di centrodestra non lo intuiscano. Per queste ragioni Renzi farà bene a resistere ai tentativi di imporgli un cambiamento della legge elettorale che, a quel punto, verrà proposto con la scusa di voler fermare i grillini ma che (col voto alla coalizione anziché al partito e altri trucchi proporzionalistici) comprometterebbe la futura governabilità. Dal momento che resta assai probabile che, in caso di ballottaggio, il grosso degli elettori del centrodestra vada in soccorso di Renzi anziché di un Cinque Stelle, quale che sia l’indicazione dei loro leader.

Tuttavia, è dura a morire l’idea che così non sarebbe. Per due motivi. Il primo è che si tende a pensare agli elettori come se fossero «pacchi»: i leader li pigliano e li mettono dove vogliono. Ma gli elettori non sono pacchi, sono persone che pensano (chi più e chi meno lucidamente) con la propria testa.

Il secondo motivo ha a che fare con una sopravalutazione delle possibilità dei grillini di sfondare sul piano nazionale quali che siano i loro successi locali. Qualunque cosa raccontino i sondaggi (ma sempre occhio alla percentuale di indecisi), è improbabile che il partito di Grillo ottenga, alle prossime elezioni politiche, gli stessi voti del 2013. Allora i grillini vennero scelti anche da tanti che non li conoscevano e volevano fare uno sberleffo al potere costituito. È difficile che costoro li votino di nuovo. I grillini otterranno plausibilmente molti meno voti del 2013 . Ci saranno allora commentatori che prenderanno un’altra cantonata, che parleranno di «clamorosa sconfitta» e di «inizio della fine» del movimento grillino. Sarà invece l’inizio del suo consolidamento. Plausibilmente, esso andrà a rappresentare stabilmente quella quota di elettorato «anti-sistema», ampia ma non maggioritaria, la cui presenza è una costante nella storia d’Italia. Angelo Panebianco  CdS 1

 

 

 

 

 

Dietrofront Marino il sindaco vuole la testa del Pd

 

Fallito l'incontro tra Marino e il commissario del Pd romano Orfini, al sindaco e ai consiglieri democratici (19 su 48) non resta da fare altro che andare ognuno per la sua strada. E così Marino ritira le dimissioni e i consiglieri Pd annunciano le proprie, in massa. Questa è la situazione che si è venuta a creare a Roma dopo il vertice al Nazareno convocato dallo stesso Orfini. Doveva essere l'epilogo di una telenovela che va avanti ormai da più di un mese e che da vicenda mai chiarita del tutto degli scontrini tarocchi è diventata uno scontro tutto politico tra il sindaco e il suo partito che di lui non ne può più. E invece ecco il nuovo colpo di scena. Marino ha in animo di andare al confronto in aula - che già si annuncia drammatico - e poi, il 5 novembre, presenziare con tanto di fascia tricolore all'apertura del processo a Mafia capitale. Tanto per chiarire che lui rappresenta con i suoi sostenitori quegli anticorpi al malaffare che il capo dell'Anticorruzione Cantone ha detto che a Roma non ci sono. Marino vuole far rosolare sulla graticola il Pd e soprattutto Renzi che anche da Cuba gli ha fatto capire chiaramente che non ha nessuna intenzione di incontrarlo. Nel presidio di suoi sostenitori che sosta sotto lo scalone del Campidoglio c'era un militante mariniano che inalbera un cartello con scritto "falli crepare". A Marino è piaciuto, tanto che l'ha firmato. Ecco, in questo gesto c'è lo stato dei rapporti fra il sindaco e il vertice del Pd. Oltre ai consiglieri democratici si dimetteranno gli assessori, tranne i due o tre fedelissimi. Ma non basterà. Per far cadere definitivamente Marino c'è bisogno che il Pd voti la sfiducia assieme all'opposizione di destra. Cosa impossibile anche perché darebbe a Marino e a Grillo un'arma formidabile per accusare Renzi di votare assieme a quelli che hanno aperto le porte di Mafia Capitale in Campidoglio. Una mozione di sfiducia assieme ai Cinquestelle? Anche questa strada è difficilmente percorribile. Insomma, per il Pd, trovare una via d'uscita è un rebus apparentemente senza soluzione.  Le elezioni sono vicine (maggio, giugno dell'anno prossimo) e per Renzi - se non vuole consegnare Roma ai grillini - trovare un candidato competitivo è una esigenza vitale. Ecco perché il premier avrebbe tanto voluto candidare, dopo il commissariamento della Capitale, il prefetto Gabrielli, L' unico che sembra in grado (a parte Cantone) di rivitalizzare quegli anticorpi che mancano. Ma il sindaco non molla e la strada per arrivare a questa soluzione è sempre più difficile. GIANLUCA LUZI  LR 29

 

 

 

 

 

Marino, chi grida alle Idi di ottobre: la sindrome (contagiosa) del complotto

 

Le Idi di Marzo, che nobile precedente. Ignazio Marino pugnalato come Giulio Cesare. Manca solo uno Shakespeare per fare dire a un nuovo Marco Antonio nella sua orazione funebre che «Matteo Renzi è un uomo d’onore» e poi siamo all’apoteosi del complottismo.

Invece ci sono solo i fan di Marino e i giornali di estrema sinistra e dunque l’accusa del complotto appare un po’ spuntata. Si chiama politica, manovra politica, scelta politica. Che può essere giusta o sbagliata ma resta essenzialmente una scelta politica. Anche candidarsi a sindaco, vincere le primarie, vincere le elezioni al ballottaggio è politica. E se la maggioranza politica sfiducia il sindaco che ha sostenuto fino al giorno prima, la tragedia fosca della grande cospirazione non c’entra più, è una spiegazione troppo facile. Troppo rassicurante. Troppo autoassolutoria.

E del resto i complottisti non possono essere complottisti a zig zag, a singhiozzo, a giorni alterni. Quando le defezioni nel campo del centrodestra indebolirono Berlusconi, partirono dalla destra come al solito accuse di tradimento e di complotto, ma in quel caso i giornali oggi filo Marino si guardarono bene da espressioni che potessero ricordare qualcosa di simile alla congiura. Anzi, magari presero anche in giro i berlusconiani quando Berlusconi alla fine gettò la spugna e si recò al Quirinale per dimettersi. Era politica, appunto.

Se un premier non sa più tenere la sua maggioranza, subisce una sconfitta politica, ovviamente con il concorso (democraticamente legittimo) dei suoi avversari. E la stessa cosa vale per il sindaco di Roma che adesso deve portarsi a casa le sue «scatole preziose». Non ha saputo tenere il suo governo della città. Giulio Cesare non c’entra niente. E neanche Bruto. E neanche le solite litanie sui «poteri forti» che sono «forti» solo se ti stanno contro, gli altri giorni invece no.

Ma il complottismo è una malattia forte e contagiosa, colpisce e destra e a manca. È molto facile da maneggiare. Addirittura è molto popolare perché trasforma in vittima chi subisce una sconfitta politica. Le Idi di ottobre fanno sempre il loro effetto.  Pierluigi Battista CdS 1

 

 

 

 

Renzi su Roma: "Macché mandante, se una città non funziona se ne prende atto"

 

Il premier smorza le polemiche: "È il momento di stoppare le chiacchiere e di passare a parlate di temi concreti". E invita all'ottimismo: "Con Tronca ridaremo ai romani fiducia ed entusiasmo". La replica di Marino al segretario Pd: "Ignora grande lavoro fatto". Nel totocandidati prende quota il nome di Fabrizio Barca

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi ROMA - Nessuna congiura e nessun mandante: "Una città funziona se il sindaco riesce a far girare gli autobus, a mettere a posto il verde pubblico, a sistemare qualche strada e qualche buca, non è questione di grandi dibattiti filosofici, o funziona o non funziona. Se una città non funziona, evidentemente bisogna prenderne atto. È accaduto questo a Roma".  Il premier e segretario del Pd, Matteo Renzi, non vuole sentire parlare di macchinazioni nel caso dell'ex sindaco Ignazio Marino. Quello che è successo, spiega ai microfoni di del Tg1, è la conseguenza di una gestione sbagliata della Capitale e sulle dimissioni dei 26 consiglieri dice: "Si sono dimessi per porre fine a questo balletto. È stata una questione di stile". Parole, queste, a cui ha immediatamente replicato l'ex sindaco di Roma: "Con le sue dichiarazioni di oggi, il presidente del Consiglio conferma di avere un'idea sommaria e insufficiente della situazione di Roma", ha scritto su Facebook Marino, secondo il quale il premier dimostra di ignorare "i tanti interventi di cambiamento radicale" fatti.

 

La replica di Marino. "Il capo del governo sorprendentemente ignora l'azione che insieme alla giunta, al governo nazionale e alla maggioranza in consiglio comunale abbiamo portato avanti per salvare il Comune che nel 2013 aveva 816 milioni di Euro di disavanzo e l'Atac con i suoi 874 milioni di euro di debiti dal fallimento - scrive l'ex primo cittadino -. Ignora i tanti interventi di cambiamento radicale dal nuovo ciclo dei rifiuti che ha sottratto la gestione a un monopolista privato che agiva indisturbato dal 1963, lo stop al consumo dell'agro romano per nuovo cemento, il rinnovo dei vertici delle aziende municipalizzate non sulla base delle tessere di partito ma sulle competenze dei candidati. Ignora anche la dismissione di oltre 20 aziende non strumentali per i servizi ai cittadini ma utilizzate per poltronifici consociativi. Ignora lo stop a parentopoli, agli amici degli amici e la presenza della Mafia prima della discontinuità portata dalla nostra Giunta. Il presidente del Consiglio ignora molte altre cose. Dispiace apprendere che Matteo Renzi non conosca il proficuo lavoro condotto con Palazzo Chigi per un piano di rientro pubblicato in Gazzetta Ufficiale e che per la prima volta non crea nuovi debiti per Roma e ha riportato la legalità contabile nella Capitale", si legge nel post.

 

Orgoglio e ottimismo. Renzi cerca di smorzare le polemiche che, negli ultimi giorni, hanno avvelenato il clima nella Capitale e all'interno del Pd e mostra ottimismo per l'immediato futuro: "È il momento di stoppare le chiacchiere e di passare a parlate di temi concreti. Occorre tornare ad avere convinzione e fiducia dei propri mezzi. Dire 'Sono un cittadino romano' era un vanto, ora è motivo di preoccupazione e scandali. Sono convinto che con il lavoro di Tronca, di Gabrielli e dei collaboratori, ridaremo ai romani fiducia ed entusiasmo", ha aggiunto parlando del prefetto di Milano, Paolo Tronca, nominato commissario di Roma, e del lavoro fatto da Franco Gabrielli.

 

Totocandidati. Per la scelta del futuro candidato sindaco di Roma, il Pd non sembra avere fretta. Tutto viene rinviato al nuovo anno, nella speranza di una ripresa della città grazie anche alle nuove risorse economiche ed organizzative messe in campo. Il partito ricorrerà a sondaggi per testare una serie di nomi. Ma nel frattempo crescono le quotazioni di Fabrizio Barca. L'ex ministro della Coesione nel governo Monti - che condusse una severa indagine interna sul partito romano - riuscirebbe probabilmente nel miracolo di mettere d'accordo tutte le correnti. Ha sicuramente il consenso della minoranza dem ma non è mai entrato in conflitto con il premier.

 

Il successo Expo. Renzi intanto non ha perso l'occasione di sottolineare il successo dell'Expo di Milano, che oggi ha chiuso i battenti, ritenuta da molti, alla vigilia, un'impresa senza futuro e rivelatasi, invece, un evento di grande successo. L'Expo è l'orgoglio di chi ha vinto una sfida che sembrava impossibile, una sfida vinta non dal governo, ma dall'Italia, dai passeggini in fila davanti agli ingressi, ha vinto l'Italia del "perché No", ha detto il premier, annunciando che il 10 novembre a Milano si parlerà del progetto di riconversione dell'area.

 

Legge di Stabilità. Nessuna grande novità, invece, per quanto riguarda la legge di Stabilità: "I singoli punti si possono affrontare" ma "non credo che ci saranno molti stravolgimenti. La legge di Stabilità è una legge" che "per la prima volta non chiede agli italiani, ma restituisce". Il presidente del

Consiglio non esclude la discussione, ma insiste: "Questa legge di Stabilità riduce le tasse. Gli altri lo promettevamo e non lo facevano. Ci sarà un dibattito parlamentare. I singoli punti si possono naturalmente affrontare e discutere in Parlamento". LR 1

 

 

 

 

Fondazione Moressa: gli stranieri contribuiscono all’8% del Pil   

 

Milano - Gli stranieri sono un “affare” per l’Italia, non un costo.È quanto sostiene il rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione presentato dalla Fondazione Leone Moressa e pubblicato con il contributo della Cgia di Mestre. La ricchezza prodotta dall’immigrazione, attraverso i 2,3 milioni di occupati stranieri, ha raggiunto i 125 miliardi di euro, pari all’8,6% del Pil nazionale. E con i 10,3 miliardi di euro dei contributi previdenziali dei lavoratori nati all’estero si paga la pensione a 620mila italiani. Nel 2025 si prevede una crescita a 8,2 milioni della quota di stranieri, che diventeranno così il 13,1% della popolazione del Paese. Aumentano gli stranieri e così il loro contributo alla ricchezza nazionale. Il rapporto costi/benefici dell’immigrazione, secondo i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, è saldamente in attivo: a fronte di 12,6 miliardi di euro di spese, ci sono infatti 16,5 miliardi di benefici, con un guadagno di ben 3,9 miliardi di euro per le casse dello Stato. Nel 2014 i contribuenti stranieri hanno dichiarato redditi per 45,6 miliardi e versato 6,8 miliardi di euro di Irpef netta. Gli imprenditori nati all’estero nel 2014 sono 632mila, mentre le imprese condotte da nati all’estero sono 524mila e producono 94,8 miliardi di valore aggiunto. Nel periodo 2009-2014 gli imprenditori stranieri sono cresciuti del 21,3% mentre nello stesso periodo quelli nati in Italia sono calati del 6,9%. La relazione indica infine che gli immigrati investono nei loro Paesi d’origine più del nostro Governo. Infatti, mentre l’Italia stanzia in aiuto allo sviluppo meno di 3 miliardi di euro (appena lo 0,16% del Pil), i soldi che gli stranieri inviano in Patria superano i 4,9 miliardi di euro (0,31% del Pil). Dai dati emerge che l’immigrazione non è fatta solo di sbarchi ed accoglienza profughi, ma anche e soprattutto di lavoratori integrati nel tessuto nazionale ed il contributo dell’immigrazione è in questo momento imprescindibile per il nostro Paese. Migr. On 23

 

 

 

 

Deputati Pd-Estero: Favorire la partecipazione degli italiani all’estero al rilancio del Paese perseguito dalla legge di Stabilità 2016

 

ROMA - Il Governo Renzi ha affidato alla legge di Stabilità per il 2016, appena arrivata all'esame del Parlamento, il perseguimento di due grandi obiettivi: il sostegno e il consolidamento della ripresa, confermata da una serie di indici economici e occupazionali; la diminuzione del carico fiscale, divenuto elevatissimo nella fase del risanamento finanziario e che, prolungandosi nel tempo, potrebbe diventare una palla al piede della stessa ripresa. Si può discutere - e se ne discuterà ampiamente, dentro e fuori le Camere - sull'idoneità delle misure adottate a raggiungere gli scopi proposti, ma crediamo che chiunque lavori al bene del Paese possa avere pochi dubbi sulla necessità di muoversi in questa direzione.

Gli eletti nella circoscrizione Estero devono rispondere prima di tutto a questa responsabilità generale rispetto al Paese. Non sono figli di un dio minore, come purtroppo ancora molti pensano, ma rappresentanti degli italiani a tutti gli effetti, chiamati non a fare piccole battaglie corporative ma a favorire la partecipazione di milioni di cittadini italiani all'estero nelle strategie di rilancio del Paese. L'esperienza degli ultimi anni, per altro, ci insegna che le battaglie puramente difensive alla fine non bastano a difendere un bel niente. Un'Italia stagnante o in crisi, insomma, non serve a nessuno: né agli italiani in Italia né agli italiani all'estero. Collocandoci, dunque, in una logica di governo, sentiamo di dover fare con spirito costruttivo alcune prime considerazioni sulla legge di stabilità, che non conosciamo ancora in dettaglio.

L'esigenza del Governo di dover recuperare risorse ministeriali da destinare agli obiettivi primari ha indotto i funzionari del MAECI a intervenire ancora una volta sulle voci di diretta sensibilità degli italiani all'estero, limitandone le poste.

Così, se un obiettivo importante per la ripresa è sostenere l'internazionalizzazione, è contraddittorio  incidere sulle risorse da destinare alla promozione della lingua e cultura, che della proiezione dell'Italia nel mondo rappresenta la leva essenziale e la proposta più autorevole e prestigiosa.

L'ulteriore restrizione dei fondi per la rappresentanza, già ridotti all'osso, oltre che essere discutibile in termini di principio, limita le possibilità di iniziativa di alcuni tra i principali strumenti di aggregazione e animazione delle nostre comunità. Si ricordi che proprio in forza di un nostro emendamento al progetto Destinazione Italia si auspica il coinvolgimento delle comunità e dei loro rappresentanti nelle azioni di internazionalizzazione.

La contrazione della rete dei servizi all'estero a seguito della diminuzione di strutture e di personale, combinata con l'aumento delle tariffe consolari, depotenzia il Paese verso concittadini e stranieri. Per difendere i livelli di funzionalità senza risorse aggiuntive, basterebbe - ed è quello che chiediamo - restituire ai consolati una parte degli introiti da loro stessi realizzati con l'erogazione dei servizi. Così come va necessariamente superata la logica dell'ulteriore penalizzazione dei Patronati, che già nella legge di Stabilità in corso hanno pagato il loro tributo al contenimento della spesa pubblica.

Il giusto proposito di eliminare le tasse sulla prima casa, inoltre, ripropone con maggiore forza la questione, risolta solo per i pensionati all’estero, dell’esenzione dall’IMU e dalla TASI delle case possedute da tutti i cittadini italiani all’estero, per una ragione d’equità ma anche per rinsaldare il rapporto con soggetti attivi e forze vive presenti in ambito internazionale.

Dopo il giusto riconoscimento delle detrazioni per carichi di famiglia per chi lavora in paesi dell'UE, infine, francamente non si comprende come lo stesso diritto possa essere negato a chi lavora fuori dall'UE.

Sono considerazioni che facciamo nella logica di rilancio del Paese che ispira questa Stabilità 2016, per rendere i cinque milioni di italiani all'estero e, più in generale, le nostre comunità un concreto fattore di sostegno della presenza dell'Italia nel mondo. In questo senso indirizzeremo la nostra attività parlamentare nelle prossime settimane, con la speranza che vi sia la massima coesione tra gli eletti all'estero, senza le consuete fughe propagandistiche e le acrobazie antagonistiche di chi, dopo l’iniziale sostegno al Governo, dall’oggi al domani ha deciso di vestire i panni dell’oppositore.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio  Porta, AlessioTacconi (Deputati del Pd eletti nella circoscrizione Estero)

 

 

 

 

Accoglienza migranti. Il “Premio Elsa Morante per l’impegno civile” a don Paglia e alla Comunità di Sant’Egidio

 

ROMA - Il Premio Elsa Morante, che quest’anno si svolgerà a Napoli il 5 dicembre, presso il Teatro Sannazaro, nella sua concezione ampia di cultura, intesa come un seme piantato nella storia e nella contemporaneità che diventa storia, dedica da sempre una sezione all'Impegno Civile. La cultura celebrata in tutti i suoi sensi, secondo l'idea di Elsa Morante, è lontana dalle chiusure delle accademie e allarga il suo sguardo all'intellettuale che agisce, che opera ed è utile alla società.

Quest'anno, la giuria del Premio letterario, presieduta da Dacia Maraini, e composta da Silvia Calandrelli, Francesco Cevasco, Enzo Colimoro, Maurizio Costanzo, Roberto Faenza, David Morante, Tjuna Notarbartolo (direttore della manifestazione), Paolo Ruffini, Emanuele Trevi, Teresa Triscari, assegnerà il Premio per l'Impegno Civile a Don Vincenzo Paglia e alla Comunità di Sant'Egidio per “l'importante lavoro di accoglienza dei migranti”.

Il riconoscimento “va ad un indiscutibile esempio di solidarietà e senso di fratellanza con le popolazioni sfortunate, che prescinde da ogni considerazione di carattere religioso e razziale, tanto più importante, in questo momento, per lo strisciante razzismo e il senso di individualismo estremo che pervadono e avvelenano la società contemporanea”.

Don Vincenzo Paglia è consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio e presidente della Federazione Biblica cattolica internazionale. Dal 2000 è vescovo di Terni-Narni-Amelia. Il 26 giugno 2012 è stato nominato presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia ed elevato ad Arcivescovo. Per il suo impegno per la pace ha ricevuto nel 1999 la Medaglia Gandhi dell'Unesco e nel 2003 il Premio Madre Teresa dal governo albanese. È stato insignito, inoltre, nel 2004, del San Valentino d'Oro, nel 2005 del Premio per il dialogo Città di Orvieto e nel 2006 del Premio Grinzane Terra d'Otranto e il "III centenario di San Danilo principe di Mosca" consegnatogli dal Patriarca Alessio.

Iscritto all'Ordine dei giornalisti del Lazio, collabora con riviste, giornali e programmi radiofonici e televisivi. Ha collaborato alla cattedra di Storia contemporanea all'Università la Sapienza di Roma e ha pubblicato studi e articoli sulla storia sociale e religiosa nonché sulla storia della povertà. Significativi sono i suoi studi sul dialogo tra credenti e laici.

Il Premio Elsa Morante è organizzato sotto l'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, con il patrocinio del Ministero dei beni e le attività culturali, la Presidenza della Regione Campania e l'Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli. (aise 26) 

 

 

 

 

L’impegno politico

 

In politica, almeno da noi, ogni previsione può essere stravolta con le metodologie più impensate. Tant’è che l’attuale Esecutivo non è, per nulla “nuovo”. Soprattutto nelle strategie applicative. Le riforme, quelle che abbiamo, da sempre, chiesto, spetteranno al futuro Parlamento. Quando? E’ ancora tutto da decidere.

 Per ora, contro il temuto tracollo economico nazionale, s’è badato a “tamponare” i bilanci. Pur se con scarsa fortuna. Già sotto questo profilo, il nostro Primo Ministro ha da fare i conti con un Potere Legislativo che vive alla giornata; e neppure tanto bene. Col Piano di Stabilità 2016, vedremo se si riuscirà a spuntare qualche progresso fiscale e un migliore profilo salariale per tutti.

Questa Terza Repubblica è ancora troppo giovane perché evidenzi un’originalità che, comunque, non ha. La Maggioranza Parlamentare è effimera proprio per la discordanza di programma. Certo che la guida politica nazionale è nelle mani di un giovane che matura esperienza “in itinere”. Come capita a tutti i giovani.

 Insomma, una crisi di Governo oggi sarebbe improponibile per mancanza di soluzioni reali. Per mantenere la “fiducia”, ci sono poche strade e tutte in perigliosa salita. Ne consegue che il Governo si muoverà a vista più con promesse, che con fatti reali. D’altronde, “Destra” e “Sinistra” non rappresentano più solo le posizioni parlamentari nelle aule.

 L’attuale “Centro/Sinistra” è atipico e fortemente anomalo. Siamo,di conseguenza, certi che questo non sarà un Governo d’effettivi cambiamenti. Con la speranza, però, che il concetto d’equità non resti un termine solo politico e teorico.

 Il “testimone” resterà ancora saldo in mano di Renzi. Almeno per tutto il prossimo anno. Se tutto dovesse andare per il meglio, il suo Governo potrebbe spuntare le riforme costituzioni e la nuova legge elettorale. Già molto; ma nulla di più. Dopo, saranno gli elettori a mutare le carte in tavola e i giochi di potere.

 Questi primi quindici anni del XXI Secolo, pur con segnali premonitori, sono destinati al cambiamento. E’ assurdo cotinuare a far conto su una politica futuribile. Siamo proprio convinti che non ci sia di meglio?

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Marino: "Accoltellato da 26, ma mandante unico". Tronca commissario a Roma

 

"La crisi politica che si è aperta al Comune di Roma auspicavo si potesse chiudere nell'aula in modo da poter spiegare con un dibattito chiaro e trasparente cosa stesse accadendo, invece si è preferito andare dal notaio. Questo è segno di una politica che discute e decide fuori dalle sedi democratiche, riducendo gli eletti a meri soggetti che ratificano decisioni assunte altrove". Così Ignazio Marino nel corso della conferenza stampa convocata in Campidoglio nel giorno delle dimissioni di 26 consiglieri che hanno fatto decadere giunta e Consiglio.

"Io avrei parlato anche al Partito Democratico", partito "in cui ho creduto" e che "oggi più mi ha deluso per i comportamenti, perché ha rinunciato ad agire nei confini della stessa democrazia negando il proprio nome e il proprio dna", ha detto ancora Marino.

Poi riferendosi a Renzi ha spiegato: "Con lui non ho avuto nessun rapporto nell'ultimo anno". E poi ha aggiunto che "è come se un familiare mi avesse accoltellato", ma chi mi ha accoltellato sono "26 persone, con nomi e cognomi, mentre il mandante è unico". /Ascolta

Sul capitolo scontrini e sull'inchiesta che lo vede indagato Marino ha aggiunto di aver "chiesto di poter essere ascoltato come persona informata sui fatti. Tutti sanno che quando c'è una indagine è giusto che la magistratura compia tutti i suoi atti per arrivare a dichiarare l'innocenza o meno. Io avevo la volontà di presentarmi davanti all'Aula e raccontare tutti gli aspetti di questi due anni e mezzo, non privi di tranelli di altre forze politiche''.

"Si può uccidere una squadra ma non si possono fermare le idee", ha detto, concludendo il suo discorso, tra gli applausi e i cori "sindaco, sindaco". /Video

Replica di Renzi - "Marino non è vittima di una congiura di palazzo, ma un sindaco che ha perso contatto con la sua città, con la sua gente". Così Matteo Renzi ha detto poco fa a Bruno Vespa nel corso di un’intervista per il libro 'Donne d’Italia' in uscita il 5 novembre.

“Al Pd interessa Roma, non le ambizioni di un singolo, anche se sindaco - ha proseguito il premier -. E per questo faremo di tutto per fare del Giubileo con Roma ciò che è stato l’Expo per Milano. Questa pagina si è chiusa, ora basta polemiche, tutti al lavoro”.

Tronca nominato commissario - "Le dimissioni rassegnate contestualmente nel pomeriggio di oggi da ventisei dei quarantotto componenti dell'Assemblea capitolina hanno integrato una delle cause che determinano lo scioglimento di quell'Organo consiliare e l'avvio della gestione commissariale di Roma Capitale". Lo riferisce la Prefettura di Roma in una nota. "Preso atto di ciò, il Prefetto di Roma, dr. Franco Gabrielli, in attesa del decreto di scioglimento del Presidente della Repubblica, ha firmato nella tarda serata odierna il provvedimento, con il quale ha nominato il Prefetto dr. Francesco Paolo Tronca, attuale titolare della sede di Milano, commissario prefettizio per la provvisoria gestione dell'Ente. Al Prefetto dr. Tronca, che ha accettato di assumere l'incarico, vanno i più vivi ringraziamenti per la disponibilità assicurata e gli auguri di buon lavoro" conclude la nota.

La giornata - L'ormai ex sindaco capitolino nel pomeriggio aveva preso atto delle dimissioni di 21 membri ella maggioranza e 5 delle opposizioni, arrivate dopo l'annuncio di ieri del chirurgo, che aveva ritirato le sue dimissioni. "Stiamo andando in Campidoglio per firmare le dimissioni. Sono 26 consiglieri, 21 della maggioranza e gli altri delle opposizioni. Ancora non abbiamo firmato il notaio sta preparando l'atto". Nel pomeriggio era stato Roberto Cantiani, consigliere di Ncd a dare l'annuncio che 26 consiglieri erano pronti alle dimissioni, facendo decadere sindaco e giunta. Ai 19 consiglieri dimissionari del Pd si sono aggiunti Ignazio Cozzoli e Francesca Barbato (Conservatori riformisti), Roberto Cantiani (Ncd), Alessandro Onorato e Alfio Marchini, Svetlana Celli (lista civica Marino), Daniele Parrucci (Centro Democratico).

I consiglieri si sono recati in serata in Campidoglio dove hanno formalizzato le loro dimissioni.

Critiche da Sel -"E' un fatto pesante per la democrazia a Roma la decisione del Pd di non consentire un dibattito in consiglio comunale. Le dimissioni dei consiglieri vede insieme il Pd con la Lista Marchini e alcuni pezzi del centrodestra. Mi domando se il Pd si renda conto che la costruzione del partito della nazione a Roma è peggio della sua versione su scala nazionale". Lo ha detto all'AdnKronos Paolo Cento, segretario di Sel a Roma, al termine della riunione della segreteria nazionale del partito. "Questa comunanza -spiega Cento- prefigura un'alleanza tra Pd e Marchini" alle prossime elezioni. In questo caso, ha spiegato l'esponente di Sel, "saremmo di fronte a un'operazione di trasformismo senza precedenti" e soprattutto "incomprensibile, dal momento che 2 anni e mezzo fa Marchini era contro il Pd e il centrosinistra".

 

Marino indagato - Intanto oggi è arrivata la conferma di una notizia che circolava già da diversi giorni:Ignazio Marino, è indagato dalla procura di Roma per il caso degli scontrini. Lui si difende: "E' un atto dovuto che serve per fare le indagini" ed "eventualmente arrivare anche a una archiviazione", sottolinea, rivendicando di essere stato "trasparente".

Grillo - Cacciarmi? Se lo fate farò tutti i nomi: chi del Pd mi ha proposto Mirko Coratti e Luca Odevaine (due degli arrestati di Mafia Capitale, ndr) come vicesindaco e come comandante dei vigili. Vi tiro giù tutti". Marino ha ricordato di 'avere tutto scritto nei miei quaderni' e di 'avere anche degli sms di dirigenti nazionali del Pd'. Una minaccia, come quella di scrivere un libro 'esplosivo', che gli starebbe curando l’ex caposegreteria Mattia Stella'. Così riportava il Corriere l'8 ottobre scorso". E' quanto si legge sul blog di Beppe Grillo, in un post dal titolo: "Marino, ricordati i nomi". "Nel frattempo -prosegue il blog- Marino si è dimesso, ha ritirato le dimissioni e poco fa è stato dimissionato dal Pd. Questi giorni sono serviti a Marino per trattare? Il ritiro delle dimissioni per far vedere che stava facendo sul serio? O è stato un teatrino che ha lasciato la capitale allo sbando per quasi un mese?". Infine, "due domande per Marino: chi del Pd ha proposto Mirko Coratti e Luca Odevaine? Chi sono i dirigenti nazionali del Pd che hanno smosso le nomine? Una domanda per il Pd: Quando si vota a Roma? I romani attendono risposta".

Dopo Marino - Io a Roma sarei per appoggiare Marchini, una persona perbene che conosco da tempo... Silvio Berlusconi continua a vedere bene Alfio Marchini al Comune di Roma, anche perché al momento un nome credibile e competitivo, capace di sfidare Pd e Grillo, il centrodestra non ce l'ha. Ieri sera, alla cena di compleanno di Nunzia De Girolamo, il Cav avrebbe ricordato che conosce da tempo l'imprenditore romano e che per ora sarebbe orientato a sostenere una sua discesa in campo per il Campidoglio. Marchini, il ragionamento del Cav, comunque si candiderebbe contro un candidato scelto dal centrodestra e in quel caso si perderebbe ogni speranza di vittoria, lasciando il ballottaggio a Pd e M5S. Per la corsa al Campidoglio si parla con insistenza di Giorgia Meloni, ma Berlusconi, raccontano alcuni presenti, avrebbe spiegato che la leader di Fdi non sarebbe intenzionata a puntare alla poltrona di primo cittadino della capitale. Adnkronos 30

 

 

 

 

L'ultimo show di Marino: il mandante è Renzi

 

E' la resa dei veleni e delle accuse. Ignazio Marino si presenta in una conferenza stampa affollata da plaudenti sostenitori dopo che 26 consiglieri hanno dato le dimissioni affinché decadesse. "All'aula hanno preferito il notaio  -  attacca l'ex sindaco  -  gli eletti si sono ridotti a meri ratificatori di decisioni prese altrove". Li definisce "sottomessi", accusa il Pd di aver perso il suo dna e il senso del suo stesso nome. Si sente come "accoltellato da un parente". "C'è un unico mandante", dice, pensando al presidente del Consiglio. Con Renzi, ricorda, "non ho avuto rapporti turbolenti nell'ultimo anno" perché "non ho avuto nessun rapporto".

Rivendica il lavoro svolto, Marino. E' convinto di lasciare "un segno profondo" e  -  prima delle domande  -  conclude a effetto: "Si può fermare una squadra ma non si possono fermare le idee". Dallo studio di Otto e mezzo Matteo Orfini gli rinfaccia "un'infinita serie di bugie". A partire da quella di non aver voluto un chiarimento in aula, che il Pd avrebbe accettato, se il sindaco non avesse fatto la mossa del ritiro delle dimissioni. Non ci sono mandanti, dice il commissario democratico a Roma. "Marino guardi ai suoi errori", esorta. Assicura che non sarà espulso, che il Pd non caccia nessuno. Ma è chiaro che negli ultimi giorni il chirurgo ha giocato una partita tutta fuori dal suo partito. Contro il Pd e i suoi dirigenti. Alla ricerca di quella verginità dalla politica che  -  pur standoci dentro  -  ha sempre tenuto a rivendicare. Con l'obiettivo politico ormai chiaro di fare una lista civica ed esserci anche alle prossime elezioni, primarie o non primarie. L'ultimo schiaffo da Matteo Renzi  -  che gli ha negato fino all'ultimo un incontro o anche solo una telefonata  -  arriva con una dichiarazione dettata per l'ultimo libro di Bruno Vespa. Non un tg, non un punto stampa a palazzo Chigi, ma poche righe regalate a un testo che si intitola "Donne d'Italia": "Marino non è vittima di una congiura di palazzo  -  dice il premier - ma un sindaco che ha perso contatto con la sua città, con la sua gente". E poi: "Al Pd interessa Roma, non le ambizioni di un singolo. E per questo

faremo di tutto per fare del Giubileo con Roma ciò che è stato l'Expo per Milano". Per Renzi. "questa pagina si è chiusa, ora basta polemiche, tutti al lavoro".

Col lavoro, con la scelta del commissario Paolo Tronca  -  attuale prefetto di Milano  -  per traghettare la città in un periodo così impegnativo, il presidente del Consiglio spera di esorcizzare la cattiva gestione di tutta la storia. "Una farsa" l'ha definita perfino l'Osservatore romano. Un capitolo che non può dirsi concluso, davanti a sondaggi secondo cui, se si votasse oggi a Roma, il Movimento 5 Stelle sarebbe al 33 per cento, il Pd al 17, Fratelli d'Italia con Giorgia Meloni al 9,8, la lista Marchini al 9,5, quella Marino all'8,2, Forza Italia al 7,9. La rilevazione dell'Istituto Demopolis l'hanno vista anche al Nazareno e dintorni. Solo, sono state 24 ore dure. Cominceranno a preoccuparsene da domain. ANNALISA CUZZOCREA LR 31

 

 

 

 

Calano i reati commessi da stranieri in Italia

 

Tra le novità del Dossier Immigrazione la flessione del -6,2% tra il 2013 e il 2014

FRANCESCA PACI

 

Dici migranti oggi e pensi subito alla crisi dei rifugiati che sta mettendo a dura prova la tenuta politica e geografica dell’Unione Europea. Migranti però sono anche, almeno in origine, quei nostri concittadini nati altrove che vivono, lavorano, accompagnano i figli a scuola insieme a noi. Secondo l’ultimo Dossier statistico immigrazione appena pubblicato dall’Idos, in Italia sono poco più di 5 milioni, l’8,2% della popolazione. Uno su due proviene da un paese europeo e tra gli altri 2,5 milioni i più numerosi sono marocchini, cinesi, ucraini.  

 

Cosa suggerisce l’identikit di questi nuovi italiani 2015 (che poi spesso non sono più nuovi da un bel po’ di tempo)? A parte il fatto che 129.887 hanno acquisito la cittadinanza (+29,0% rispetto al 2013) e che diminuiscono un po’ i matrimoni misti, uno degli aspetti più interessanti e che, dal punto di vista della giustizia, ci sono motivi di ottimismo. Fino al 30 giugno scorso le carceri italiane contavano 52.754 detenuti 17.207 dei quali stranieri (il 32,6% del totale, una percentuale proporzionalmente più altra della nostra ma comunque 4 punti in meno rispetto a 5 anni fa). L’altro dato è la riduzione del -6,2% nei reati commessi dagli stranieri tra il 2013 e il 2014. Vuol dire rovesciare la prospettiva degli allarmisti tentati dalla xenofobia sostenendo che i cattivi siamo noi? Ovviamente no. Ma vuol dire che pian piano chi arriva s’integra e che la convivenza al posto del reciproco sospetto non è una chimera impossibile.  

 

L’altro angolo interessante inquadrato dal rapporto è che, sempre ragionando in proporzione, gli italiani all’estero sono aumentati maggiormente degli stranieri residenti in Italia: +155mila gli emigrati nel 2014 e +92mila gli immigrati. Il risultato è pari: oltre 5 milioni gli uni e gli altri, un bilancio che in qualche modo tampona la fuga dei cervelli all’estero e le difficoltà della crescita demografica italiana. A questo va aggiunto il numero dei nuovi nati da genitori non italiani (quelli che dovrebbero essere interessati dalla riforma della legge sulla cittadinanza in direzione dello ius culturae): sono 75.067, il 14,9% del totale, una cifra più bassa del 2013 (- 2.638) ma concentrata per due terzi nelle regioni del nord, dove le maggiori opportunità lavorative rendono più semplice metter su famiglia. Anche la presenza nelle aule scolastiche, dove gli stranieri sono il 9,2% della media nazionale, è più massiccia in Lombardia, Piemonte, Veneto.  

 

L’appartenenza confessionale è multipla. Anche in questo caso la matematica suggerisce il buon senso al posto della paura dell’invasione islamica. Il credo dominante tra i migranti è il cristianesimo (2 milioni e 700mila) mentre i musulmani sono 1 milione e 600mila (meno numerose le altre comunità religiose). Ci sono poi circa 330 mila fedeli di culti orientali (induisti, buddhisti, sikh), 7 mila ebrei e 221 mila che si definiscono atei o agnostici. Il nostro paese insomma rispecchia il trend globale dove le religioni che si contendono la pole position sono cristianesimo e islam ma dove sono presenti anche altri tipi di relazione con il divino, compreso il misticismo in tutte le sue declinazioni e l’ateismo (curiosamente in crescita proprio nei paesi arabo musulmani).  

 

Cos’altro apprendiamo dal Dossier Immigrazione? Che nel 2015 sono sbarcati in Italia 139.937 migranti, l’8% in meno dello stesso periodo dello scorso anno, quando furono 152mila. Di loro ne sono stati identificati 100.982 (i più restii alla registrazione sono siriani e eritrei). Ci sono poi 30.906 stranieri irregolari intercettati dalle forze dell’ordine nel 2014, la metà dei quali rimpatriati. E ci sono 64.625 richieste d’asilo. Il futuro a conti fatti appare colorato, composto da tanti chiari e tanti scuri ma di certo non omogeneamente e drammaticamente nero.

LS 29

 

 

 

 

Alla Camera il convegno “A 60 anni dagli Accordi bilaterali Italia Germania. Storie di ordinaria integrazione”

 

Quando un evento storico precursore della libera circolazione dei lavoratori in Europa diviene esempio per la gestione degli odierni flussi migratori.

Gli interventi dell’ambasciatore tedesco in Italia Susanne Wasum-Rainer, del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Sandro Gozi, della deputata Laura Gravini (Pd), del docente Vito Francesco Gironda, del ministro aggiunto per gli Affari europei della Germania Michael Roth, del funzionario Alois Streich e del presidente del Gruppo Pd alla Camera Ettore Rosato

 

ROMA – Si è svolto a Roma, presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, il convegno dal titolo “A 60 anni dagli Accordi bilaterali Italia Germania. Storie di ordinaria integrazione”. L’incontro è stato organizzato dal Gruppo del Pd alla Camera dei Deputati. Il dibattito è stato moderato e introdotto da Laura Garavini, deputata eletta nella ripartizione Europa e componente  dell’Ufficio di Presidenza del Gruppo Pd alla Camera.

“Sono passati sessanta anni da quando partì un primo treno pieno di italiani interessati ad andare in Germania, - ha ricordato la Garavini - connazionali che proprio a seguito degli accordi italo tedeschi siglati nel dicembre del 1955 presero la valigia e le loro cose e si misero in viaggio verso il territorio tedesco. Non fu facile anche perché spesso ad aspettarli c’erano troppi pregiudizi dettati dalla non conoscenza, eppure ce l’hanno fatta… Nei 15 anni successivi alla stipula dell’accordo – ha proseguito la deputata del Pd - partirono due milioni di italiani e dal 1955 ad oggi sono stati circa 4 milioni i connazionali che hanno scelto questa strada. Molti hanno deciso di tornare e oggi il numero degli italiani in Germania si aggira fra le 650.000 e le 700.000 unità . Numeri importanti di persone che sono riuscite ad integrarsi e che con le loro storie sono riuscite a dimostrare  come i processi di emigrazione rappresentino una vera risorsa per i singoli, per il Paese di arrivo e per quello di origine. Questi connazionali-  ha concluso Laura Garavini – sono inoltre stati, con le loro vicende e la loro notevole mobilità, i veri precursori dell’Europa”.

E’ poi intervenuto l’ambasciatore tedesco in Italia Susanne Wasum – Rainer che ha ricordato come uno dei principali obiettivi dell’accordo del 1955 fra Italia e Germania sia stato quello di soddisfare il bisogno crescente di manodopera in territorio tedesco. “I lavoratori italiani – ha spiegato l’ambasciatore - hanno contribuito molto al boom economico della  Germania del dopoguerra, e noi tedeschi abbiamo tutti i motivi di essere riconoscenti all’Italia per questo contributo lavorativo”. Susanne Wasum – Rainer  ha anche segnalato come questo accordo abbia rappresentato una specie di avanguardia per quanto riguarda la mobilità dei lavoratori nel mercato unico europeo e un prezioso contributo al progresso economico e sociale dell’Europa.

L’ambasciatore, dopo aver rilevato che la stabilizzazione e l’integrazione dei nostri connazionali in Germania non era inizialmente prevista dai tedeschi, ha evidenziato come l’accordo, che si prefiggeva di rafforzare i legami di amicizia fra l’Italia e la Germania, sia stato un successo, anche perché la presenza degli italiani ha arricchito la cultura e lo stile di vita tedesco. Partendo da questa positiva esperienza di integrazione e dai risultati conseguiti dall’accordo. Susanne Wasum – Rainer ha sottolineato la necessità di affrontare le odierne problematiche che non riguardano i singoli paesi ma tutta l’Europa,  attraverso la ricerca di soluzioni comuni europee.  

“Questa storia di cui parliamo - ha affermato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei Sandro Gozi rispondendo ad una sollecitazione di Laura Garavini sulla possibilità che gli accordi del 1955 possano rappresentare una chiave di lettura anche per una pianificazione legale degli attuali flussi migratori - è stata una storia di straordinario successo che è lì a dimostrare quello che possiamo fare insieme e soprattutto il metodo con cui possiamo gestire anziché subire le grandi questioni come quella dell’immigrazione”.

Il sottosegretario, dopo aver evidenziato come già al tempo dell’intesa del 1955 le due giovani democrazie italiana e tedesca avessero compreso la possibilità di ottenere dalla cooperazione reciproca e dall’integrazione europea nuove opportunità, ha segnalato la presenza nel preambolo dello storico accordo di obiettivi importanti, come i temi della solidarietà europea, della piena occupazione e del progresso economico e sociale, che anche oggi vengono perseguiti dai governi italiano e tedesco. Gozi ha poi posto in evidenza sia il contributo dato dall’accordo al successo della libera circolazione dei cittadini in Europa, sia la necessità di difendere a tutti costi in Europa il trattato di Schengen, espressione di valori di libertà, rinunciando all’obsoleto accordo di Dublino. “Oggi comincia ad essere al governo dei paesi europei una generazione Erasmus - ha aggiunto Gozi - che conosce i vantaggi che l’Europa ci porta, Sappiamo cosa vuol dire essere o non essere in Europa e credo che i nostri interessi e valori siano tutelati meglio in una Unione Europea, anche se imperfetta, piuttosto che in assenza di tale struttura. Lavoriamo dunque per accelerare il rilancio politico dell’Europa che passa innanzitutto dall’affrontare in maniera molto più convinta la grande sfida dell’immigrazione”.

Il sottosegretario ha poi sottolineato la necessità di non rinunciare e di insistere con pazienza sull’accordo faticosamente raggiunto dall’Ue sull’immigrazione, un’intesa che prevede il controllo delle frontiere, la redistribuzione dei migranti, più politica di cooperazione allo sviluppo e la cogestione dei flussi migratori con i paesi d’origine, Una gestione dell’immigrazione che, secondo Gozi, deve avvenire nel pieno rispetto dello stato di diritto e dei diritti fondamentali della persona. Valori, quest’ultimi, che, al fine di rilanciare il processo politico di integrazione europea, vanno portati avanti insieme al completamento della costruzione economica e sociale dell’Europa.

Ha poi preso la parola Vito Francesco Gironda, docente di Storia della Società all’Università di Bielefeld ,  che ha segnalato come in realtà l’88% degli italiani arrivati in Germania siano ritornati in Italia. Gironda ha inoltre evidenziato come il grado di integrazione dei nostri connazionali si possa evincere dal livello di partecipazione degli emigrati italiani a sistemi di funzione centrale, come l’economia, la politica, l’educazione.  Per Gironda si può quindi parlare di un’inclusione ordinaria della nostra collettività con storie di successo relativo, visto il persistere fra gli emigrati italiani di una struttura occupazionale che ha una composizione professionale con un livello medio  basso. A fronte di questo limite del processo di integrazione, i cui effetti sono evidenti nel tasso di disoccupazione degli italiani in Germania che oggi  è cinque punti più alto rispetto alla media nazionale tedesca, secondo Gironda l’inclusione sociale dei nostri connazionali  appare però sicuramente notevole con un alto numero di matrimoni con donne tedesche e la significativa partecipazione attiva degli italiani alla società civile e al mondo associativo tedesco.

Gironda ha infine rilevato come i nuovi emigranti italiani presenti in Germania potrebbero sia essere soggetti a una dequalificazione professionale, con un inserimento nel mercato di lavoro tedesco non necessariamente corrispondente  al titolo di studio acquisito in Italia, sia portatori di aspettative di partecipazione politiche nuove rispetto a quelle tradizionali che oggi si individuano nella rappresentanza sindacale,  nel diritto di voto amministrativo e europeo e nel voto degli italiani all’estero. “La  grande sfida futura per le istituzioni e la politica – ha concluso Gironda – è quella di comprendere in che misura le aspettative europeiste delle nuove emigrazione e di quelle future andranno ad incidere sui livelli tradizionali di partecipazione politica”.

Dal canto suo Alois Streich, responsabile Ufficio del Lavoro tedesco in Italia 1970-1974, ha ricordato come oltre all’accordo di reclutamento di lavoratori con l’Italia la Germania, a causa della buona congiuntura economica, stipulò altri accordi per l’acquisizione di manodopera con diversi paesi del Mediterraneo. Streich ha inoltre illustrato la complessa procedura burocratica che accompagnava il lavoratore italiano fino al suo arrivo sul suolo tedesco. Un iter caratterizzato da visite mediche, controlli di idoneità professionali e percorsi preventivi di sei mesi per l’insegnamento della lingua tedesca  che si prefiggevano di far arrivare il lavoratori in Germania già formati.. Streich ha anche segnalato come, nonostante queste forme di reclutamento ufficiali molti italiani scelsero la via individuale per emigrare in Germania, evitando così le complesse procedure burocratiche, rilevando infine come questo sistema di reclutamento e preparazione per le qualifiche professionali - il collocamento fu chiuso dalla Germania nel 1973  a causa della crisi petrolifera - potrebbe dare utili contributi anche alla soluzione degli odierni problemi con gli immigrati e per la ricerca di emigrazione qualificata.   

Fra gli altri interventi segnaliamo quello del ministro aggiunto per gli Affari europei della Germania Michael Roth che ha in primo luogo evidenziato la necessità di valutare l’esistenza dell’Europa come comunità di solidarietà. “Io sono un ottimista incrollabile e credo nella forza dell’Europa, - ha affermato Roth - ma noi dobbiamo migliorarci e quindi il convegno di oggi rappresenta un piccolo segnale del fatto che le cose possono andare meglio, perché quello che sta dietro di noi era tutt’altro che facile”. Dopo aver ricordato che la vicinanza fra italiani e tedeschi ha portato al superamento di stereotipi e di enormi differenze culturali, linguistiche e religiose, Roth ha evidenziato come anche in questi giorni, di fronte all’emergenza immigrazione, siano cresciute, nonostante le paure e lo scetticismo, le motivazioni dello stare insieme in Europa. “ Naturalmente – ha precisato Roth - gli immigrati che oggi giungono in Europa non vengono in primo luogo alla cerca di lavoro, ma perché fuggono dalla guerra,  esperienze terribili che la mia generazione non ha dovuto vivere, ma anche questo ha molto a che fare con un Europa intesa come progetto di pace”. “L’integrazione degli italiani in Germania – ha proseguito Roth - è oggi una storia di successo e potremmo riuscire in questo anche con i rifugiati della Siria, dell’Eritrea, della Somalia e dell’Afghanistan… Non dobbiamo creare – ha concluso -  una fortezza Europa, le nostre frontiere e i nostri popoli vanno protetti dal  terrorismo, ma la situazione dei  rifugiati dobbiamo affrontarla insieme, con risposte europee comuni, è importante anche difendere i principi dell’Europa , come la libera circolazione delle persone”. 

Ha infine preso la parola il presidente del Gruppo Pd alla Camera dei deputati Ettore Rosato che ha sottolineato come grazie all’accordo del 1955 “milioni di italiani abbiano potuto trovare uno sbocco lavorativo, un’occasione di arricchimento personale e di vita per le loro famiglie, contribuendo con le loro rimesse dall’estero ad aiutare il nostro paese in una fase difficile. Una manodopera più o meno qualificata, quella italiana, che ha anche contribuito alla crescita economica della Germania e all’affermazione di importanti industrie che oggi sono nel panorama internazionale con tutta l’eccellenza che l’economia tedesca sa dimostrare” .  Rosato, dopo aver ricordato che la comunità italiana in Germania è una delle più importanti e vivaci al mondo, ha segnalato  “l’utilità degli eletti della circoscrizione Estero che rappresentano questo forte legame che c’è fra il nostro paese e i suoi connazionali nel mondo”. Rosato ha poi evidenziato come per l’Italia la Germania rappresenti il primo partner commerciale con uno interscambio di 102 miliardi di euro nel 2013. “L’Italia e la Germania – ha continuato Rosato - sono accumunate anche dalla scelta di un Europa forte che sappia essere anche luogo dei popoli e di dialogo Di fronte ai sentimenti antieuropei che riescono a entrare nell’animo degli elettorati e che si riproducono con scelte politiche dobbiamo dare una risposta all’altezza della sfida che dimostri l’utilità dell’Europa anche nella vita quotidiana”

“Un’Europa che davanti alle gravi crisi internazionali sappia parlare con una sola voce - ha concluso Rosato. - Anche di fronte ai temi dell’immigrazione noi abbiamo bisogno di un’Europa che si basi sui diritti e sui doveri, costruendo ad esempio il diritto di asilo europeo. Non possiamo consentire che sul territorio europeo ci siano politiche disomogenee su questa materia. Tenendo conto del fatto che il nostro continente avrà sempre più bisogno di immigrazione, su questo terreno comune dobbiamo lavorare insieme per politiche comuni di integrazione, di rimpatrio, di accoglienza e di identificazione”. (Goffredo Morgia - Inform)

 

 

 

 

Mattarella: “Il destino dell'Unione Europea si gioca sul governo di questo epocale flusso di migranti”

 

TORINO  - “L’azione dei Comuni è importante anche per spingere verso l'integrazione europea, condizione necessaria affinché la nostra Europa possa giocare un ruolo adeguato nella società sempre più globalizzata. Fu un federalista convinto come Carlo Cattaneo a usare fra i primi l'espressione "Stati Uniti d'Europa”. Sono lieto che l'Anci si faccia promotrice di un confronto con le associazioni dei Comuni degli altri Paesi dell'Unione europea, per contribuire a definire una strategia migliore, più condivisa, di accoglienza dei rifugiati, di integrazione intelligente dei migranti, di dialogo culturale, di sicurezza dei nostri territori, di contrasto al traffico criminale di esseri umani”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso del suo intervento di chiusura della 32^ Assemblea dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, svoltasi a Torino. 

“Ieri notte, ancora una volta – ha ricordato il capo dello Stato - si è consumata una terribile tragedia nel Mediterraneo, nella quale sono morte numerose persone, tra loro anche bambini e neonati. E' difficile – ha aggiunto -  trovare parole adeguate per esprimere il nostro sgomento”.

“Sul governo di questo epocale flusso di migranti si gioca il destino dell'Unione europea”, ha ammonito Mattarella . “Solidarietà, sicurezza e coesione sono compatibili. Anzi, soltanto se sono legate tra di loro riusciremo a difendere il nostro standard democratico e sociale” ha sottolineato.

“Ogni energia profusa per far crescere l'Europa dal basso è ben spesa – ha affermato -  Se c'è poca Europa nell'Unione, se c'è poca Europa nel mondo, questo deficit non potrà mai essere colmato da burocrazie o da leggi per quanto accurate. L'Europa è a un bivio: o va avanti o rischia di precipitare indietro, in nuovi nazionalismi, dagli esiti dirompenti e imprevedibili, certamente negativi. C'è bisogno di una dimensione popolare, di una base democratica, di rilancio comunitario. Anche da questo – ha avvertito il presidente Mattarella - dipende qualità e quantità della ripresa economica e del modello sociale a cui è legata la nostra civiltà, italiana ed europea”.(Inform 30)

 

 

 

 

 

Le risorse per la lingua italiana all’estero

 

Roma - "Ho accolto con attenzione il comunicato diramato nei giorni scorsi dal Coordinamento Enti Gestori Iniziative Scolastiche in Svizzera per quanto riguarda il taglio del 30% delle risorse destinate al comparto, nell’ambito dell’ultima Legge di stabilità, soprattutto per quanto riguarda il venir meno della certezza nell’assegnazione di quei contributi ministeriali integrativi pari a 1 milione di euro, che avevano consentito di garantire alcuni corsi che stando allo scenario attuale rischierebbero di non poter essere proseguiti con inevitabile danno per gli studenti iscritti e per l’immagine delle potenzialità culturali del nostro paese". Lo dichiara Aldo Di Biagio, senatore di Area Popolare.

"Per quanto riguarda quest'ultimo aspetto, al di là di quale sia la forma più giusta di sostegno della lingua e cultura italiana all’estero, appare particolarmente critico anche per i suoi riflessi sulla credibilità del sistema culturale italiano all’estero e in ragione dell’esigenza di garantire una certa continuità all’operatività del comparto, quantomeno non rimodulandone le risorse a distanza di così poco tempo tanto da creare sicuramente un'impasse nelle capacità di riorganizzazione degli enti. Di contro - prosegue Di Biagio - non possiamo continuare ad inquadrare il comparto degli enti gestori come il punto di approdo di risorse ministeriali, anche perché lo scenario socio-culturale entro il quale questi operano è stato condizionato da evoluzioni non trascurabili in termini di domanda di corsi di italiano, che spingono necessariamente a rivedere alcuni aspetti delle relazioni finanziarie tra lo Stato e gli enti".

Di Biagio conclude: "L’ipotesi e l’auspicio, emersi anche nel corso delle indagini conoscitive attualmente in corso al Senato, di inquadrare l’attività degli enti in iniziative multilivello verso le quali certamente destinare risorse, ma che siano anche foriere di potenzialità in termini economici, dalle quali poter trarre formule alternative di sostegno e promozione, sono un punto di notevole interesse. Questo abbinamento di elementi, tali da rivedere l’immagine stessa del comparto, potrebbe essere un aspetto importante da cui partire per una riforma del sistema". De.it.pres 26

 

 

 

 

Il cibo sprecato nutrirebbe 4 volte gli affamati del pianeta

 

Ogni anno nel mondo si gettano nella spazzatura 1,3 miliardi di tonnellate di cibo: ben 4 volte la quantità che sarebbe necessaria alle circa 800 mila persone che soffrono la fame sul pianeta. Antonio Caretto, presidente nazionale Adi (Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica), ricorda i dati del rapporto 2014 'Waste Watcher' oggi all'Expo di Milano, durante un incontro del ciclo di eventi promossi dal ministero della Salute all'Esposizione universale.

"Il problema dei Paesi in via di sviluppo riguarda soprattutto i processi produttivi: mancanza di infrastrutture, condizioni climatiche, tecnologia non adeguata allo stoccaggio immediato del prodotto", spiega Caretto. Nei Paesi sviluppati, invece, il punto critico è la mancanza di equilibrio tra domanda e offerta. "Spesso abbiamo un surplus di disponibilità di cibo che non viene poi completamente utilizzato", osserva l'esperto. Fare la spesa una volta la settimana spinge infatti le persone a riempire il carrello senza pianificare con cura i pasti dei giorni successivi, finendo per buttare tutto ciò che è in eccesso.

   

Inoltre, secondo un recente studio condotto in Piemonte, lo spreco sarebbe anche negli ospedali, dove un terzo del cibo prodotto viene buttato. A finire nella spazzatura soprattutto frutta e verdura, ma nei cassonetti non mancano formaggi, carne, pesce e cereali. Lo spreco alimentare ha conseguenze anche sull'ambiente: lo smaltimento dei rifiuti provoca infatti inquinamento dovuto all'emissione di gas tossici nell'atmosfera. "Il cittadino va educato, deve sapere esattamente ciò di cui ha bisogno quando entra in un supermercato", sottolinea Caretto.

 

Per aiutare gli italiani a prestare più attenzione a quello che mettono nel piatto, l'esperto presenta un decalogo di buone pratiche utili a limitare gli sprechi.

 

1) Spesa: programmare gli acquisti, controllare di che cosa si ha bisogno, fare una lista degli alimenti da comprare, pianificare i pasti della settimana;

 

2) Stagionalità: preferirla permette di avere un prodotto fresco (soprattutto frutta e verdura) e riduce l'impatto dell'inquinamento sull'ambiente;

 

3) Frigorifero: scartare confezioni, riporre i cibi nel ripiano giusto (la verdura in basso, il latte in alto), disporre i prodotti in modo che quelli più deperibili siano davanti a quelli con scadenza più lunga;

 

4) Freezer: congelare i prodotti ne facilita la conservazione;

 

5) Dispensa: deve essere pulita, alimenti come farine, pasta e riso vanno conservati in contenitori rigidi, porre davanti i cibi con scadenza ravvicinata;

 

6) Etichetta: è la carta d'identità degli alimenti, è fondamentale saperla leggere bene;

 

7) Cucina: evitare di cucinare in eccesso perché gli avanzi non sempre sono mangiati;

 

8) Manutenzione: importante quella della cucina e degli elettrodomestici;

 

9) Ricette: utile usare gli scarti alimentari per inventare nuovi piatti;

 

10) Condivisione: quando non sia possibile congelare o conservare in modo adeguato i cibi, il consiglio è il foodsharing. "La dieta mediterranea è uno stile di vita ed è anche convivialità. Mangiare insieme è un buon modo per limitare gli scarti e stare meglio", conclude Caretto. Adnkronos 26

 

 

 

 

 

Expo? Un successo. Il bilancio dell’evento elaborato da Coldiretti/Ixè 

 

MILANO - In media due ore e quarantacinque minuti trascorsi in fila per i visitatori di Expo che tuttavia esprimono grande entusiasmo per la visita all’Esposizione Universale che l’88 per cento considera una esperienza positiva. È quanto emerge dalla prima indagine completa sul bilancio dell’evento elaborata da Coldiretti/Ixè presentata questa mattina al Forum sull’eredità dello storico appuntamento e sulle sfide future, organizzato dalla Coldiretti.

Le lunghe code che il 73 per cento dei visitatori indica come il principale aspetto negativo danno in realtà la dimensione del successo. A conferma dell’apprezzamento va segnalato il fatto che se il 52 per cento dei visitatori ci è andato una sola volta, il 35 per cento due volte, l’11 per cento tre volte ed il 2 per cento ben quattro volte durante i sei mesi dell’Esposizione. Appena il 6 per cento dei visitatori - precisa Coldiretti - si è presentato da solo mentre la grande maggioranza del 55 per cento si è presentato ai tornelli con il partner (fidanzato/a, moglie/marito..).

Tra i visitatori di Expo c’è una equa suddivisione tra uomini e donne con un leggera prevalenza dei primi che sono il 53 per cento, mentre per quanto riguarda l’età il 28 per cento sono sotto i 34 anni, il 39 per cento hanno una età compresa tra i 34 ed i 54 anni e il 33 per cento sopra i 55 anni. Diffusa su tutto il territorio nazionale la provenienza con il 41 per cento dal nord ovest, il 23 per cento dal nord est, il 16 per cento dal centro Italia e il 20 per cento da sud e isole.

Sul piano occupazionale, il 40 per cento ha un lavoro dipendente (tra i quali oltre la metà impiegati), il 15 per cento da indipendente (tra i quali oltre la metà come libero professionista), il 21 per cento pensionati, il 14 per cento studenti, il 5 per cento casalinghe e il 5 per cento disoccupati.

I padiglioni

Sul podio dei padiglioni stranieri preferiti sale il Giappone con il 21 per cento dei consensi seguito dalla Cina con il 9 per cento e dal Kazakistan con l’8 per cento ma apprezzati sono stati anche gli Emirati Arabi e Israele entrambi con il 7 per cento.

Il Giappone si colloca al primo posto anche per l’accoglienza, seguito da vicino dall’Italia.

Per quanto riguarda i padiglioni italiani che sono piaciuti di più al primo posto c’è Palazzo Italia con il 26 per cento seguito da Perugina con il 15 per cento, Coldiretti con il 12 per cento e da Coop e Eataly con l’11 per cento. Molto apprezzato anche il Padiglione zero.

Gli interventi

Tra gli interventi è stato giudicato come più significativo di tutti quello di Papa Francesco all’apertura della kermesse dal 42 per cento, seguito dalla visita di Michelle Obama con il 22 per cento, dall’intervento del segretario generale dell’Onu Bank Ki Moon (20 per cento).

Il cibo

Per mangiare all’interno di Expo i visitatori hanno speso in media 27 euro con la maggioranza del 32 per cento che ha scelto un cucina esclusivamente italiana, il 25 per cento solo quella straniera, il 34 per cento ha provato sia la straniera che quella italiana mentre il 9 per cento non ricorda.

Meno della metà dei visitatori (47 per cento) ha giudicato troppo alta la spesa per la ristorazione (bar, ristoranti, fast food e cibi di strada) mentre un 6 per cento dichiara di non aver acquistato niente.

In cima alla lista della cucina straniera più apprezzata sale ancora una volta il Giappone che trova il consenso del 18 per cento dei visitatori ma nella top ten ci sono anche la Thailandia, la Francia, la Spagna, l’Argentina, il Messico. Il Brasile, gli Usa, la Corea e l’India. Solo una risicata percentuale si è avventurata nell’assaggio delle curiosità più strane offerte, dall’hamburger di alligatore a quello di zebra dello Zimbawe fino al pesce palla giapponese che tuttavia hanno conquistato una certa notorietà.

Tra i diversi piatti stranieri, molto ricordati sono stati anche gli hamburger e il panino all'astice degli Usa, la bistecca dell’Uruguay, le patate olandesi e quelle del Belgio la birra slovena, la sangria e tapas di prosciutto della Spagna, il riso fritto e pollo dell’Indonesia, le tajine di agnello berbero del Marocco, gli involtini primavera malesi, gli hot dog con salsa di gamberetti dell’Inghilterra, il falafel di Israele, il zereshk dell’Iran, la Baklava della Turchia, i ravioli croccanti della Corea, insalata di cavallo con caviale di beluga e latte di giumenta fermentato del Kazakistan, il sukiyaki bento del Giappone e il cous cous della Tunisia.

Spesa e turismo

Gli italiani hanno speso complessivamente 2,3 miliardi per visitare l’Esposizione universale tra viaggio, alloggio, spese varie fuori ed ingresso e consumazioni all’interno. Il 51 per cento dei visitatori ha speso complessivamente meno di 75 euro.

Il 49 per cento dei visitatori ha colto l’occasione della visita ad Expo anche per visitare altre località e luoghi al di fuori dell’area anche se il tempo necessario per l’Esposizione ha limitato le distanze. Infatti il 42 per cento dei visitatori di Expo è rimasto nella città di Milano, l’11 per cento in alcuni luoghi in Lombardia, e solo il 4 per cento altre Regioni del Nord Ovest mentre percentuali residuali si sono recati in altre Regioni. L’effetto di promuovere il turismo è stato comunque centrato per il 32 per cento dei visitatori.

L’ingresso è stato considerato troppo caro da meno di 1/3 dei visitatori (31 per cento) che hanno però assegnato all’Italia il primato del padiglione più generoso con il 10 per cento dei consensi davanti alla Russia (7 per cento) e al Belgio (6 per cento). In questo contesto particolarmente apprezzata è stata la presenza degli agricoltori della Coldiretti che è nota a quasi due visitatori su tre (63 per cento) con offerta di prodotti, distribuzione di pasti, coinvolgimento in giochi, iniziative di informazione anche con i più piccoli. Ad essere stata apprezzata è stata la difesa dei prodotti italiani dal 32 per cento, la testimonianza del lavoro nelle campagne dal 23 per cento e la garanzia della qualita’ degli alimenti dal 23 per cento.

Per tre italiani su quattro (il 74 per cento) l’esperienza di Expo può essere considerato un successo del nostro Paese mentre per il 16 per cento è indifferente e solo il 7 per cento la ritiene un insuccesso e il 3 per cento non sa. Ben il 68 per cento dei visitatori sostiene che la manifestazione abbia portato o porterà effetti positivi sull’immagine internazionale, sull’economia e sul lavoro. (aise 26) 

 

 

 

 

La fiducia che serve. Il segnale che arriva da Expo

 

«Cantiere all’italiana».Quando Le Monde sparòquel titolo canzonatorio, maramaldeggiando sui ritardi nei lavori a poche ore dall’apertura dell’Expo, ci voleva del fegato a essere ottimisti. Sull’Esposizione si giocava non solo la faccia di Matteo Renzi (marginale, nel contesto) ma di una Milano ammaccata da arresti plurimi e non ancora riscoperta come «capitale morale», di una Lombardia a lungo traino della Penisola ma scivolata giù giù nella classifica delle regioni europee più competitive, dell’Italia intera.

Ci avremmo messo la firma, quel giorno, sui risultati che oggi arrivano al consuntivo? Onestamente: sì. Certo, il padiglione vietnamita con quei bellissimi fior di loto o il britannico con l’alveare tecnologico sarebbero stati bellissimi con cento metri di erba parte per parte. Ma occorreva scegliere: meglio compromettere un’area immensa di ciò che resta della campagna lombarda o accettare i limiti di spazi ristretti? Per l’Expo di Aichi del 2005, in un Giappone già molto cementificato, usarono 173 ettari, per quella di Shanghai addirittura 530: cinque volte gli spazi di Rho. Bene così: una «fiera» meno imponente ma anche meno invasiva.

I conti tornano? I più critici dicono di no, e parlano d’un buco di un miliardo o più. Gli organizzatori giurano di sì: e se gli incassi saranno inferiori ai sogni, anche le spese (via via limate sotto l’occhio di Raffaele Cantone) dovrebbero esser minori del previsto. Per arrivare, scommettono, a un pareggio.

Ma certo siamo lontani dai numeri di Shanghai dove, per celebrare la Grande Marcia industriale cinese, sarebbero stati spesi (pare) 58 miliardi di dollari. Il cui recupero resterà un mistero. Il tema «Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita» è stato tradito per dare spazio alla gastronomia, alle leccornie, ai cuochi spadellanti su tutte le tv? Lo sostiene, tra gli altri, anche Letizia Moratti. E Caritas Internationalis e altri organismi non hanno firmato la Carta di Milano perché «scritta dai ricchi per i ricchi» e «generica»: un testo dove «non si sente la voce dei poveri del mondo». Difficile negarlo.

L’Expo è stata saggiamente usata, però, anche per far sentire la voce di 2.500 contadini, pescatori e allevatori giunti da ogni angolo della Terra, per riunire insieme (prima volta) settanta ministri dell’Agricoltura, per organizzare 386 laboratori per bambini e 800 eventi sulle tematiche dello spreco, per mettere in calendario nei padiglioni della biodiversità, di Save the children o Kip International School almeno una ventina di dibattiti quotidiani sui temi del rapporto tra l’uomo, il cibo, la natura...

Si poteva fare di meglio? Tutto si può far meglio. E non possiamo accontentarci, tra record planetari come la pizza più lunga o il panino più grande con un quintale e mezzo di «Altamura», del sospiro che «comunque è stato fatto un primo passo sul fronte della consapevolezza dello spreco di risorse».

Detto questo, gli oltre venti milioni di biglietti venduti (sia pure con l’ammiccamento di quelli serali a 5 euro), il dilagare di mese in mese più impetuoso di ospiti negli hotel milanesi (+23,5% da maggio a settembre sul 2014), i soldi lasciati dai turisti nei negozi e nei ristoranti del capoluogo (190 milioni solo in luglio e agosto) non possono essere liquidati come dettagli secondari ed effimeri. Pesano.

Come pesano l’allegria contagiosa che si è respirata per mesi sul Decumano e le felicitazioni (stupite, spesso) degli stranieri e l’iniezione di fiducia legata all’Expo, a partire dalla «miracolosa» inaugurazione. E più ancora, forse, dalla reazione di quelle migliaia di milanesi che ai primi di maggio scesero in strada con scope, stracci e detersivi per ripulire i «loro» quartieri devastati dal passaggio vandalico dei «no Expo»: una prova di forza e di affetto per la città che spazzò via, umiliandole, le squadracce che avevano imbrattato Milano nel giorno in cui era al centro dell’attenzione mondiale.

«Ce l’abbiamo fatta», si dissero i milanesi, i lombardi, gli italiani quella sera. E il sospiro di sollievo riuscì, per una volta, a tenere insieme uomini e donne di destra, di centro, di sinistra. Uniti dalla consapevolezza che, a prescindere dagli schieramenti di bottega, un fallimento sarebbe stato un fallimento di tutti e un successo un successo di tutti. Sei mesi dopo siamo qui a dire: è andata. Restano i problemi dei ritardi perenni, i dubbi su certe accelerazioni, le domande sul futuro dell’area, le incognite su possibili postumi investigativi. Vigileremo, scriveremo, denunceremo. Ma, almeno per oggi, diciamocelo: ce la siamo giocata. Bene.

Gian Antonio Stella, CdS 31

 

 

 

 

Guida ai falsi miti per gli italiani a Londra, il vero volto del colonialismo tricolore in Eritrea e il pane italiano nel cuore di Berlino

 

Le storie degli italiani nel mondo del numero di novembre dell’edizione italiana per l’estero del «Messaggero di sant’Antonio»

 

Guida ai falsi miti per gli italiani a Londra, il vero volto del colonialismo tricolore in Eritrea e il pane italiano nel cuore di Berlino. Sono queste alcune storie degli italiani nel mondo che l’edizione italiana per l’estero del «Messaggero di sant’Antonio», diretto da fra Fabio Scarsato, ha scelto per il numero di novembre.

Londra nuovo Eldorado per gli italiani? Sembrerebbe proprio di sì considerando che, su 600mila nostri connazionali che vivono in Gran Bretagna, circa la metà hanno scelto come dimora proprio la capitale, verso cui sono volati (letteralmente) circa 57mila italiani partiti dal nostro paese nell’ultimo anno. Ma, come dice il proverbio, non è tutto oro quel che luccica. E così Sagida Syed ha raccolto tutto ciò che c'è da sapere, soprattutto di negativo o critico, prima di trasferirsi a Londra. L’articolo “Londra non è tutt’oro” sfata alcuni miti della meta top dei giovani italiani nel mondo, dal costo degli immobili al reperimento di un lavoro stabile, dalla violenza in aumento al disagio sociale, problematiche che vanno aumentando con la crescita dell’emigrazione. Non per non partire più, ma per partire preparati.

Nicoletta Masetto firma “Colonialismo italiano memoria negata”, riflessione sul colonialismo tricolore in Eritrea. Il recente libro L’Africa non è nera di Paola Pastacaldi (Mursia, aprile 2015) è l’occasione per intervistare la giornalista-scrittrice che, sollecitata dal «Messaggero», spiega il vero volto dell’epopea coloniale nostrana nel paese africano. «Quello italiano è stato un colonialismo come tutti gli altri: duro, feroce, non certo salvapopoli», racconta. Soprattutto, è un colonialismo di cui non tutti in Italia sono ancora consapevoli, mentre l’Eritrea, secondo l’ultimo rapporto Onu sui diritti umani negati, sprofonda nella peggiore dittatura oggi al mondo.

Toni più leggeri nell’articolo “Il pane di Alfredo” di Andrea D'Addio, che racconta una storia tutta italiana che arriva dalla Germania. È quella del 34enne Alfredo Sironi, comasco, che dopo la laurea in storia ha scelto di lasciare l’Italia per aprire un panificio di alta qualità a Berlino, nel cuore del quartiere multietnico di Kreuzberg. Quello che un paio d’anni fa sembrava un azzardo si è rivelato un caso imprenditoriale di successo, che oggi vanta lusinghiere recensioni perfino sul «New York Times» e «Tagesspiegel». Anche se il giovane panettiere non ha ancora messo via la valigia… dip 28

 

 

 

 

 

"Il dossier statistico immigrazione 2015” presentato a Palermo

 

"Il dossier statistico immigrazione 2015, curato dall’Ufficio per la

promozione della parità di trattamento e la rimozione delle

discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica (UNAR) e

dalla presidenza del Consiglio dei ministri, presentato oggi anche a

Palermo, dimostra inequivocabilmente che la quotidiana narrazione

sull'immigrazione è frutto di bugie e stereotipi preconfezionati che

nulla hanno a che fare con la realtà."

 

Lo dichiarano il Sindaco Leoluca Orlando e l'Assessore alla

partecipazione Giusto Catania commentando i dati diffusi oggi, da cui

emerge per esempio che contrariamente a quanto spesso viene ripetuto,

gli stranieri delinquono meno e per reati meno gravi rispetto agli

italiani, in linea con quanto avviene in tutta Europa circa il livello

di delittuosità degli immigrati e degli autoctoni.

 

"Il dossier ci ricorda - proseguono i due amministratori - con la

tragica crudezza dei numeri, come la mancata realizzazione di ponti e

canali sicuri su cui fare transitare i profughi, abbia generato morti

e sofferenze. Infatti non può che lasciare tristemente sgomenti il

dato di oltre 600.000 persone morte nell'ultimo anno nel tentativo di

raggiungere l'Europa."

 

Il dossier evidenzia tra l'altro come gli oltre cinque milioni di

stranieri presenti nel nostro paese siano divenuti una vera e propria

"ricchezza" per l'Italia.

Numeri alla mano, infatti, i dati fiscali ricollegabili a lavoratori

immigrati mostrano un saldo positivo di 3,1 miliardi di euro. Il

numero delle iscrizioni nelle nostre scuole lascia inoltre intravedere

la possibilità di ribaltare il saldo negativo dei processi demografici

in atto ormai da anni.

 

"L'Amministrazione comunale di Palermo - sottolineano Orlando e

Catania - ha da tempo fatto del cambiamento radicale delle politiche

pubbliche sulle migrazioni un proprio terreno d'azione, convinta come

è - ed oggi supportata anche da questi numeri - che la migrazione ed i

fenomeni migratori sono una grande risorsa per i popoli e le comunità

che accolgono i migranti, così come sono lo strumento di vita e

realizzazione per migliaia e migliaia di cittadini del mondo.

Con la "Carta di Palermo", che promuove il diritto alla mobilità umana

come diritto fondamentale della persona, stiamo costruendo una fitta

rete di rapporti e relazioni internazionali fra città, istituzioni e

cittadini che promuovono un nuovo modello di accoglienza che valorizza

la progettazione di ponti e l'abbattimento dei muri." Fabio Citrano, De.it.press 29

 

 

 

 

“Patronati, tanto tuonò che grandinò!”

 

È ormai noto ai più che da tempo – sia in emigrazione che da parte di qualche parlamentare italiano (purtroppo pure qualche eletto all’estero!) - si sta sparando sempre più spesso sulla così detta diligenza, cioè sui patronati all’estero. Ovvero non perdendo mai un occasione per criticare il lavoro o la presenza di queste strutture che da decenni collaborano con la rete consolare italiana nella tutela gratuita dei diritti sociali e previdenziali delle comunità italiane all’estero. Strutture che, non di rado, sono quelle che, addirittura, individuano ed evidenziano per prime le criticità ed i problemi che sorgono in emigrazione in questo o quel Paese estero. Strutture che da sempre nel mondo si occupano, perché sollecitate dai connazionali, anche di tutta una serie di interventi che niente hanno a che fare con le funzioni che la legge italiana affida ai patronati. Interventi assistenziali di varia natura che gli operatori di patronato all’estero, per un senso di responsabilità e di solidarietà verso i nostri emigrati, non si rifiutano mai di dare. Strutture che, oggi, contrariamente a quanto in molti affermano, sono ancora indispensabili alle nostre comunità poiché in molte aree geografiche, anche con forte presenza di emigrazione italiana - dopo la drastica cura dimagrante alla quale è stata sottoposta la rete consolare italiana negli ultimi anni - i patronati sono rimasti gli ultimi baluardi di italianità a cui potersi rivolgere in caso di bisogno anche per i flussi migratori più recenti che non sono unicamente i cervelli in fuga, coloro che amano definirsi expat.

Purtroppo con il fuoco incrociato sulla diligenza, tanto tuonò che piovve, anzi grandinò. Infatti anche questo “clima” avverso ai patronati ha certamente contribuito a far si che nei palazzi del potere romano non ci si faccia più molto scrupolo a smantellare, di fatto, queste importanti strutture - tipicamente italiane ed invidiateci dai lavoratori di molti altri Paesi nel mondo – togliendo loro, ogni anno di più, l’ossigeno ovvero il finanziamento.

Altrimenti non si spiegherebbe come, ancora una volta, con un accanimento incredibile, con il disegno di Legge di Stabilità 2016, analogamente a quanto avvenuto con quella del corrente anno (2015), si sia deciso di tagliare di nuovo questo Fondo destinato al finanziamento dei patronati. Un Fondo che, peraltro, come noto, è costituito con i soldi versati dagli stessi lavoratori e dai datori di lavoro allo scopo di avere proprio questo servizio gratuito pubblico di assistenza e tutela sociale. Un taglio previsto del 48% che però - sommandosi a quello del 35% avvenuto già nel 2015 e che si trascina anche negli anni a venire - diventerà complessivamente dell’ 83% per il 2016. Ergo, se il parlamento non annullerà questo ulteriore taglio del 48%, previsto nel disegno di legge governativo, significherà la fine dei patronati, sicuramente di quelli all’estero o, quantomeno del servizio gratuito che queste strutture hanno fornito agli italiani dal 1948 ad oggi. Una vera e propria tragedia per gli emigrati italiani che, già penalizzati dal dimagrimento della rete consolare, non potranno più fare affidamento neppure sul patronato di prossimità come oggi.

L’unica speranza, per porvi rimedio, è che si crei in Italia ed all’estero un forte movimento di protesta da parte delle famiglie italiane e che in parlamento gli eletti all’estero riescano finalmente a fare lobby tra loro – mettendo da parte le piccole gelosie (politiche) che a volte li distrae - e, con i colleghi più sensibili alle istanze dei lavoratori e delle persone meno abbienti, riescano a far togliere questo micidiale taglio a danno dei patronati dalla Legge di Stabilità 2016. Ma, come membro dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, mi domando, e domando ai vertici del PD, come sia possibile che un partito di centrosinistra possa insistere con cotanta caparbietà nel voler penalizzare - sempre e comunque - organizzazioni come i patronati (ma non solo) che offrono dei servizi gratuiti a quanti non si possono permettere, in caso di bisogno, di rivolgersi a dei prezzolati professionisti. Spero che non si debba attendere i posteri per una risposta! 

Dino Nardi, Membro dell’Assemblea Nazionale del PD

 

 

 

 

 

Tasche vuote

 

L’Esecutivo Renzi le ha pensate proprio tutte per coinvolgerci in un meccanismo fiscale che si basa, almeno per ora, su promesse. Poi, vedremo. Nel varo della legge di stabilità 2016, si fanno ancora specifici riferimenti alla spesa pubblica. Ma non solo.

 Dunque, non è detto che le promesse di ridimensionare i livelli impositivi saranno concretabili. La questione degli sprechi resta in prima linea. Soprattutto se sono pubblici amministratori a esserne coinvolti.

 Chi ha le leve del potere dovrebbe usarle in modo più oculato e mirato. Così, proprio non sembra. La mastodontica macchina dello Stato non può fermarsi; l’importante è che si muova nel senso giusto e senza sacrifici, da subito, evitabili. Gli italiani sono sin troppo coscienziosi. Certo è che la fiscalità contrasta con la mancanza di lavoro.

 Dato che il livello di percentuale di disoccupazione supera sempre le due cifre, c’è da prendere in esame ciò che “frena” e ciò che è “frenato”. A fine di quest’anno tribolato, ci chiediamo se non sia possibile trovare un percorso per dare “peso” alle necessità dei cittadini. Perché di certe necessità non è possibile fare a meno.

 Ridimensionare le amministrazioni locali, senza dare un diverso indirizzo al percorso politico nazionale, non è neppure affrontare il dilemma. Dopo gli eventi di questi ultimi mesi, ci sembra controproducente insistere su progetti che, poi, sono irrealizzabili. Meglio, sarebbe, tornare alla realtà del quotidiano. Favorendo i progetti e non le polemiche.

Meglio sarebbe tornare alla realtà. La nostra strada, sempre in salita, non ci porterà nel Paese dei Balocchi. Ma se Pinocchio potesse tornare in vita, avrebbe un naso lunghissimo. E’ che alle favole non ci crede più nessuno. Per fortuna!

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Un cimitero "memoriale" per i migranti senza volto e nome

 

La piccola cittadina di Tarsia ha deciso di ospitare il luogo di sepoltura delle vittime dei naufragi nel Mediterraneo. Nello stesso territorio sono sepolti molti ebrei che trovarono la morte dopo la deportazione nel lager di Ferramonti, il principale campo di concentramento aperto dal regime fascista

Maurizio Calipari

 

Almeno avranno un luogo per riposare in pace. Un cimitero “dedicato” accoglierà i resti di tanti migranti “senza volto e senza nome”, morti nel mar Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa e dei quali non si è riusciti a stabilire l’identità e che nessuno reclama. L’iniziativa sta prendendo corpo in Calabria, nella piccola cittadina di Tarsia (Cs), tra i più antichi borghi della valle del Crati. Una comunità civica che ha imparato dalla sua storia recente a rafforzare e presidiare i valori della pace, della solidarietà e della fraternità. In questo territorio, infatti, durante gli anni del fascismo, fu allestito il lager di Ferramonti, il principale (in termini di consistenza numerica) campo di concentramento aperto dal regime fascista (tra il giugno e il settembre 1940), in cui furono internati oltre 3mila ebrei. Molti di loro, sono stati sepolti proprio nel cimitero comunale di Tarsia, dove sorge anche un museo dedicato alle torture inferte dal regime di Mussolini.

 

Un “memoriale”. L’ufficio tecnico del Comune ha già redatto il progetto preliminare del cimitero “memoriale”, successivamente approvato dalla giunta comunale e inviato agli uffici della presidenza della regione Calabria, a Catanzaro. Lo stesso progetto preliminare è stato spedito anche al Commissario straordinario per le persone scomparse, il prefetto Vittorio Piscitelli, che sta seguendo per conto del Governo la realizzazione dell’opera, giudicata dal rappresentante del Governo “assolutamente indispensabile e urgente, per poter dare una degna sepoltura a tutte le vittime delle tragedie del mare”. Vittime che, secondo i dati ufficiali, solo nel 2015 nel Mediterraneo, sono state oltre 3.100.

 

Da dove nasce quest’idea? L’input iniziale è stato dato da Franco Corbelli, leader del movimento “Diritti civili” che, già da tempo, si sta battendo per la realizzazione di un cimitero per i migranti. “Tutto è iniziato due anni fa - ha spiegato Corbelli a ‘Il Fatto Quotidiano’ - dopo la tragedia di Lampedusa nell’ottobre 2013, da quelle immagini strazianti, dalla sofferenza di fronte a quelle piccole bare di bambini. Dal giorno dopo iniziai a lanciare il primo appello, a chiedere alle istituzioni di porre fine a quella disumanità e di realizzare un cimitero dei migranti. Un atto che non è solo di umanità ma anche di civiltà, solidarietà e di rispetto dei diritti di queste persone, almeno dopo morte”. Un appello, quello di Corbelli, che ha trovato convinto ascolto da parte del sindaco di Tarsia, Roberto Ameruso, e della sua giunta. “La proposta ci ha inorgoglito e, al tempo stesso, investito di responsabilità”, ha dichiarato il sindaco Ameruso. “Per questo - ha proseguito - l’abbiamo subito sposata, consapevoli dell’importanza di poter ospitare nel nostro territorio, ferito dalle brutture della storia, un’iniziativa di così alto valore umanitario. Accoglienza e solidarietà fanno un po’ parte del nostro Dna culturale, dell’educazione che tanti di noi fin da bambini hanno potuto assimilare, visitando nel cimitero comunale le tombe degli ebrei internati, poste accanto a quelle dei propri cari”.

 

Una storia che si ripete. Come gli ebrei ieri, oggi sono i migranti morti nel Mediterraneo a trovare accoglienza in questi luoghi. Anche per conservare questo simbolismo, il nuovo cimitero sorgerà su una collinetta che domina il lago di Tarsia (che ricorda appunto il mare) e il vecchio cimitero comunale, a poca distanza dal terreno dove era situato il lager di Ferramonti. L’area su cui sorgerà il cimitero ha un’estensione di circa 10mila metri quadrati, sufficiente ad accogliere fino ad un migliaio di salme di migranti. Il nuovo cimitero, inoltre, permetterà la messa in atto di varie tecniche di sepoltura, in base alle diverse religioni dei defunti da ospitare. I costi del progetto, che prevede non solo lo spazio per chi è morto in mare, ma anche l’estensione del vecchio cimitero comunale ormai saturo, sono stati stimati in 4 milioni e 300mila euro. C’è solo da augurarsi che i tempi della burocrazia non rallentino troppo la realizzazione di questa meritoria iniziativa.

 

Un’ultima nota simbolica. Una gigantografia del piccolo Aylan Kurdi - il bambino siriano di 3 anni che il Mediterraneo ha restituito alle coste turche da dove, con la famiglia, era partito per raggiungere l’Europa a bordo di un barcone - campeggerà all’ingresso del nuovo cimitero. Sarà il suo sorriso, ancora pieno di speranza, ad accogliere i visitatori. Sir 28

 

 

 

 

Alla Commissione Esteri del Senato lo stato di previsione del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale

 

Giudizio fortemente negativo sul versante degli italiani all'estero da parte del senatore Micheloni. Il sottosegretario Della Vedova possibilista su una rimodulazione dei tagli ai capitoli di spesa relativi promozione della lingua e della cultura italiane

 

ROMA - La Commissioni Esteri del Senato ha avviato ieri in sede consultiva l’esame della Legge di stabilità nonché del Bilancio dello Stato, con particolare riferimento allo stato di previsione del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale per l'anno finanziario 2016 e per il triennio 2016-2018 (tabella 6). La Commissione Esteri, come ha ricordato il presidente Pier Ferdinando Casini, è chiamata a redigere un rapporto per la Commissione Bilancio entro il 4 novembre.

I provvedimenti sono stati illustrati dal relatore Gian Carlo Sangalli (Pd), che si è soffermato maggiormente sui profili di competenza della Commissione. Sul fronte dell'aumento delle entrate ha segnalato la dismissione di immobili all'estero non più in uso e l'incremento delle tariffe consolari (escluse dagli aumenti le pratiche per il riconoscimento della cittadinanza italiana a persona maggiorenne). Per il settore della cooperazione allo sviluppo è indicato un consistente incremento dei fondi: 120 milioni di euro per il 2016, 240 milioni per il 2017 e 360 milioni per il 2018.

Sul fronte dei “risparmi” il relatore ha segnalato in primo luogo una riduzione dei contributi a favore di alcune organizzazioni internazionali. Il risparmio complessivo è di un 1 milione di euro per il 2016 e di oltre 2,7 milioni annui a decorrere dal 2017. Un capitolo a parte - ha detto Sangalli - riguarda il personale docente delle scuole italiane all'estero. Qui il raggiungimento dell'obiettivo di riduzione del contingente consente lo sblocco delle partenza del personale di ruolo e dunque permette di ridurre lo stanziamento per il personale supplente per 2 milioni di euro annui.

La riduzione delle spese rimodulabili del ministero consente poi riduzioni delle dotazioni finanziarie che ammontano complessivamente a 8,2 milioni di euro per il 2016, a 6,3 milioni di euro per il 2017 e per il 2018. Le più rilevanti sono riferibili al programma "Italiani nel mondo e politiche migratorie" (oltre 2,6 milioni di euro per il 2016 e per oltre 2,8 milioni di euro per 2017 e 2018). Rilevante è anche l'intervento di riduzione del programma "presenza dello Stato all'estero tramite le strutture diplomatico-consolari" (1 milione per il 2016, 2,1 milioni per il 2017 e per il 2018). Sul fronte dell'internazionalizzazione delle imprese c'è uno stanziamento addizionale di 50 milioni, per il 2016, per il potenziamento delle attività dell'ICE ; a fronte si deve però registrare una riduzione di stanziamenti per la rete delle Camere di commercio italiane all'estero.

Il relatore ha fatto poi rilevare che l'incidenza degli stanziamenti del Maeci rispetto al bilancio complessivo resta molto bassa, risultando pari allo 0,38 per cento, una percentuale molto inferiore a quella dei nostri principali partner europei. Un capitolo abbastanza critico è quello che riguarda gli italiani nel mondo e la promozione della lingua e della cultura italiane, che ha una riduzione complessiva di oltre 3,6 milioni di euro. Per il funzionamento dei Comites e del Cgie la riduzione è di circa 74 mila euro. Su questo versante la riduzione dei costi può trovare una giustificazione nella riduzione numerica degli organi di rappresentanza delle nostre comunità all'estero. Più difficile giustificare la forte riduzione dei contributi per la diffusione della lingua e cultura italiana all'estero. Su questo ambito, considerato il ruolo che la nostra cultura svolge all'estero, anche come traino per l'export, sarà necessario un intervento emendativo.

La discussione generale è stata aperta dal senatore Claudio Micheloni (Pd), presidente del Comitato per le questioni degli Italiani all’estero, che ha sottolineato positivamente l'incremento delle dotazioni per la cooperazione allo sviluppo, esprimendo invece un giudizio fortemente negativo sul versante degli italiani all'estero. Il taglio ai fondi dedicati alla promozione della lingua e della cultura italiane è infatti consistente (quasi il 30 per cento rispetto agli stanziamenti del 2015) e accentua la tendenza, ormai in corso da molti anni, all'impoverimento in questo settore. Ha aggiunto che i tagli agli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero mettono a rischio il loro funzionamento. Sarebbe invece necessario aumentare i fondi, e nello stesso tempo definire una riforma complessiva di tali organi. Ha rilevato inoltre che la rete delle Camere di commercio italiane all'estero rappresenta un pezzo importante del nostro Paese nel mondo, e dunque non merita la forte riduzione di contributi previsti. E' invece assai discutibile l'ulteriore incremento delle dotazioni dell'Ice, che già lo scorso anno ha ricevuto un finanziamento straordinario, cui non è corrisposto un significativo miglioramento dei suoi risultati.

Micheloni ha poi evidenziato che il taglio di 48 milioni ai patronati, previsto nella manovra, comporterà la chiusura di un gran numero di uffici di patronato all'estero. Anche in questo caso occorrerebbe una riforma di tali enti, rafforzando gli strumenti di trasparenza e di corretta gestione, in modo da garantire notevoli risparmi. Ha chiesto infine chiarimenti sulla possibilità che, nell'ambito della manovra finanziaria, possa essere finalmente risolta la questione dell'abolizione delle imposte anche per gli immobili di proprietà di italiani residenti all'estero.

Il senatore Augustro Minzolini (Fi) ha ricordato come questo ultimo tema sollevato da Micheloni sia già stato più volte affrontato in passato, senza tuttavia arrivare ad una soluzione: egli è del parere che l'attività di sostegno alla internazionalizzazione delle imprese italiane debba essere svolta in maniera principale dalla rete diplomatico consolare.

I senatori Aldo Di Biagio (Ap) e Claudio Zin (Maie) i concordano pienamente con le considerazioni espresse da Micheloni, il quale - ha precisato Zin - ha espresso preoccupazioni condivise da tutti i parlamentari eletti all'estero.

E’ intervenuto infine il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, che ha fornito chiarimenti su alcuni dei temi sollevati. In relazione alla riduzione dello stanziamento per i supplenti presso le scuole italiane all'estero, ha ricordato che la recente riforma del settore ha consentito lo sblocco delle partenze del personale di ruolo trasferito dall'Italia e la copertura dei posti vacanti. E' stato quindi possibile ridurre lo stanziamento per il personale supplente cui si era dovuto fare ricorso negli ultimi anni. Per i capitoli di spesa relativi alla promozione della lingua e della cultura italiane, ha espresso la disponibilità del Governo ad una possibile rimodulazione dei tagli. Ha sottolineato poi l'importanza dell'incremento dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, considerato che tali politiche rappresentano uno strumento fondamentale per la gestione dei flussi migratori. Un altro importante investimento per la politica estera è contenuto nella norma che autorizza il Maeci, dopo un anno di pausa, a bandire il concorso diplomatico nel triennio 2016-2018, in quanto la rete diplomatico consolare svolge un importante ruolo nella promozione dell'export e nella internazionalizzazione delle imprese italiane, grazie anche al processo di accorpamento al loro interno delle sedi dell'Ice. Ha concluso auspicando che nel corso dell'esame dei documenti finanziari sia possibile individuare delle risorse per consentire fin dal 2016 la costituzione di una delegazione per l'organizzazione degli eventi legati alla Presidenza italiana del vertice del Gruppo dei Paesi più industrializzati (il cosiddetto "G7"), prevista per il 2017. Il seguito dell'esame  è stato quindi rinviato. (Inform 30)

 

 

 

 

 

Stop al roaming dal 2017, via libera dal Parlamento Ue

 

Il Parlamento europeo ha approvato l'abolizione delle tariffe roaming per l'uso dei telefoni cellulari all'estero a partire da giugno 2017. Intanto i costi del roaming scenderanno già dal 30 aprile 2016, con il ricarico massimo che sarà di 5 centesimi al minuto per le chiamate, 2 centesimi per i messaggi e 5 centesimi a megabyte per i dati. Per le chiamate ricevute il ricarico massimo sarà la media ponderata dei tassi massimi di terminazione mobile in tutta l'Ue, che sarà presentato dalla Commissione entro la fine del 2015.

Nel voto sul nuovo pacchetto telecomunicazioni l'Europarlamento, riunito in sessione plenaria a Strasburgo, ha anche approvato le disposizioni sulla neutralità della rete, con l'obbligo per le imprese che offrono l'accesso a internet a trattare tutto il traffico dati in modo equivalente. Non sarà consentito bloccare o rallentare la ricezione di contenuti, applicazioni o servizi offerti da aziende specifiche. Adnkronos 28

 

 

 

 

Elezioni svizzere 2015 nel solco della continuità

 

BERNA - Le recenti elezioni del 18 ottobre 2015 per il Consiglio nazionale svizzero (corrispondente alla Camera dei deputati italiana) sono state interpretate da gran parte della stampa nazionale e internazionale come una svolta pericolosa a destra del popolo svizzero. I due maggiori quotidiani italiani, il Corriere della Sera e La Repubblica, non hanno esitato a descrivere il partito più votato in assoluto, l’Unione democratica di centro (Udc), «il partito nazionalista, anti europeo e anti immigrati» e «il partito della destra più conservatrice e antieuropeista». In realtà le elezioni si sono svolte nel solco della continuità e non rappresentano affatto un pericolo.

Virata a destra o nel solco della continuità?

Premesso che ho pieno rispetto per tutte le opinioni, non ritengo il ricorso alle categorie spaziali di destra e sinistra lo strumento più idoneo per analizzare le elezioni politiche, soprattutto in un Paese che considera la democrazia diretta come la massima espressione della libertà e della identità del suo popolo. Oltretutto, l’uso di tali categorie denota un pregiudizio di fondo, perché introduce in un discorso che dovrebbe restare politico categorie sostanzialmente etiche o ideologiche, ossia che la sinistra sia migliore e volta al progresso, mentre la destra sia piuttosto retrograda.

Quanto alla «svolta», vorrei osservare che anche le elezioni federali di quest’anno, sebbene rispetto alle al 2011 mettano in evidenza alcuni cambiamenti importanti riguardo alla forza dei singoli partiti, si sono svolte all’insegna della normalità e della continuità di una tendenza in atto almeno da vent’anni. La fiducia del popolo svizzero nell’Udc non nasce all’improvviso in questi ultimi anni in cui si sono acuiti i problemi riguardanti il lavoro, gli immigrati, i rapporti con l’Unione europea (UE), ma cresce costantemente (a parte una battuta d’arresto nel 2011) da almeno un ventennio. Dal 14,9 per cento di consensi alle elezioni federali del 1995 l’Udc è passata nelle recenti elezioni al 29,4 per cento, il record di consensi per un partito politico svizzero dall’introduzione del sistema proporzionale, avvenuta nel 1919. Al contrario, nello stesso lasso di tempo 1995-2015, tutti gli altri partiti di governo hanno perso consensi: il Partito socialista è passato dal 21,8 al 18,8 per cento, il Partito liberale radicale dal 20,2 al 16,4 per cento, il Partito popolare democratico dal 16,8 all’11,6 per cento.

Il popolo orienta la politica e non viceversa

Molti commentatori delle recenti elezioni si sono soffermati sulla forza persuasiva dell’Udc, lasciando intendere che la propaganda e la retorica del partito e di alcune figure simbolo tipo Christoph Blocher riescano a spostare ingenti quantitativi di voti. Questa raffigurazione è vera solo parzialmente. Infatti, contrariamente a quel che avviene per esempio in Italia, dove la forza dei partiti è molto spesso esorbitante e tale da condizionare l’elettorato, i partiti svizzeri sono poco influenti sull’opinione pubblica. Nella sostanza, è sempre il popolo che orienta la politica. L’esercizio della democrazia diretta, a cui gli svizzeri sono attaccatissimi nonostante vistosi difetti ammessi comunemente, fa sì che specialmente il Parlamento sia efficacemente controllato non solo attraverso le elezioni quadriennali, ma anche attraverso il ricorso (assai frequente) al referendum e sistematicamente dalla stampa d’opinione.

Inoltre, il popolo svizzero ha votato anche stavolta come ha sempre votato, ossia dando fiducia a quei partiti e rappresentanti che sembrano offrire le migliori garanzie per la soluzione dei problemi che preoccupano la gente comune in quel momento. E poiché la maggioranza del popolo svizzero è soddisfatta del presente ma teme per il suo futuro, ha favorito nelle recenti elezioni particolarmente l’Udc, ritenuto il partito di governo che più di ogni altro tematizza le preoccupazioni del momento, ossia la gestione dell’emergenza profughi e richiedenti l’asilo, la gestione dell’immigrazione e la gestione dei rapporti della Svizzera con l’Unione europea.

Non è dunque l’Udc che orienta l’opinione pubblica, ma è il popolo svizzero che nelle scorse elezioni ha fatto chiaramente intendere che nella gestione dei richiedenti l’asilo si deve distinguere tra quelli che ne hanno diritto secondo le regole internazionali e quelli che non ne hanno diritto in quanto migranti economici. Anche riguardo all’immigrazione vale la stessa considerazione. Sebbene in Svizzera non ci sia probabilmente nessuno così sprovveduto da non rendersi conto che senza l’immigrazione l’economia svizzera non crescerebbe (come non crescerebbe la scienza, la cultura, l’arte e la stessa demografia), la maggioranza degli svizzeri non è disposta ad accettare un’immigrazione incontrollata (ad esempio, qualora si applicasse senza clausole di salvaguardia il principio della libera circolazione delle persone a livello europeo).

Quanto ai rapporti con l’UE è certamente lecito ritenere l’Udc un partito conservatore e nazionalista, ma non si può ignorare che è in certo senso «conservatrice» e «nazionalista» la stragrande maggioranza se non la totalità del popolo svizzero. Fiero della sua storia di conquista della libertà e dell’indipendenza, non è certo disposto a cedere anche solo una parte rilevante della propria sovranità all’UE adottando senza riserve, per esempio, il diritto europeo, ossia riducendo drasticamente la democrazia diretta. Che poi il popolo svizzero intenda anche salvaguardare oltre ai valori democratici anche «l'elevato tenore di vita», com’è stato scritto, mi pare comprensibile.

La democrazia svizzera non è in pericolo

Mi ha sorpreso il giudizio di un giornale tedesco (Süddeutsche Zeitung), secondo cui l’avanzata dell’Udc metterebbe a repentaglio «il modello politico di successo del Paese». Probabilmente l’autore dell’articolo non sa che tale modello vincente si fonda fin dal 1959, salvo brevi interruzioni, sulla cosiddetta «formula magica» che assegna due rappresentanti a ciascuno dei tre partiti principali (a prescindere dal numero dei seggi in Parlamento) e un rappresentante al quarto partito. Tale «formula magica» sarà adottata con ogni probabilità anche alle prossime elezioni del Consiglio federale di dicembre.

Inoltre, basterebbe sapere due o tre cose fondamentali della Svizzera per rendersi conto che certe visioni allarmistiche sono esagerate. Anzitutto, la Svizzera è da sempre un Paese moderato: nessun partito politico raggiunge il 30 per cento dei consensi. Le intese parlamentari e governative non si formano solitamente in base al principio di maggioranza, ma in base alla cosiddetta «democrazia consociativa» o «democrazia di concordanza», che privilegia le soluzioni di compromesso. Tanto più che il sistema bicamerale perfetto in vigore fin dal 1848 fa sì che la maggioranza di una Camera non corrisponda necessariamente a quella dell’altra, per cui l’accordo è generalmente possibile solo grazie a mediazioni e compromessi. Anche il governo dei Sette Saggi (Consiglio federale), che funziona come organo «collegiale», senza un vero e proprio capo dell’esecutivo, cerca anch’esso al suo interno la massima «concordanza» possibile, anche perché i sette Consiglieri sono collegialmente responsabili delle decisioni governative.

In conclusione

In conclusione, comunque si interpretino i risultati elettorali dello scorso 18 ottobre, non penso che la democrazia svizzera sia messa in pericolo dall’avanzata dell’Udc o che siano compromessi i rapporti bilaterali tra la Svizzera e l’Unione europea. Non credo neppure che il popolo svizzero cambi atteggiamento nei confronti degli immigrati e dei profughi, deviando dal suo tradizionale senso di accoglienza. Ritengo anzi che l’esito delle ultime elezioni possa rappresentare anche a livello europeo un’indicazione preziosa per confermare e rafforzare i valori in cui i popoli credono, ma anche per correggere e disciplinare meglio fenomeni come l’accoglienza profughi, l’immigrazione, l’integrazione, che rischiano di andare fuori controllo.(Giovanni Longu/Inform)

 

 

 

 

Gran Bretagna. Professionisti a prova di PIL

 

Il loro logo è una cravatta con il tricolore. La loro missione è di mettere in connessione professionisti italiani a Londra al fine di creare collaborazione, aiuto e opportunità. Il loro acronimo è PIL (Professionisti Italiani a Londra), nome del gruppo nato su Facebook nel 2011 per volere di due giovani ricercatrici italiane, quindi ereditato e coltivato negli anni da quattro moderatori che vivono nella capitale inglese.

Se, a prima vista, si potrebbe pensare a una tipologia abbastanza diffusa di gruppi per emigrati (cresciuti negli ultimi anni di pari passo col numero di nostri connazionali trasferitisi a Londra), presto si capisce come PIL sia in realtà un gruppo sui generis, che accorpa persone provenienti dalle più svariate categorie professionali.

Questa piattaforma si allontana dal tradizionale mondo della ristorazione e, nel contempo, non si limita a promuovere incontri tra persone che condividono la terra d’origine. Claudio Calogiuri, uno dei responsabili, ci conferma che l’obiettivo di questo social è creare business networking. Con 5 mila contatti su Facebook e 640 su Linkedin, il gruppo, intende «promuovere, connettere, collaborare», ovvero fare ciò di cui si occupano soprattutto le camere di commercio e che ora, in tempo reale e in modo più comodo ed economico, si può fare su Internet. I fruitori, continua ancora l’avvocato di origini romane trasferitosi nel Regno Unito quattordici anni fa, sono persone tra i 20 e i 40 anni, nel pieno della propria vita lavorativa, che abitano a Londra o che sono in procinto di trasferirsi. Per loro PIL è una miniera di informazioni pratiche: esperienze di altri emigrati, annunci di lavoro, consigli per orientarsi nel sistema della previdenza e della tassazione inglese.

Scorrendo tra le migliaia di post, emergono necessità proprie a tutti gli emigrati: la ricerca di un alloggio, del lavoro, di bravi medici. Colpisce, per esempio, che molte famiglie cerchino, attraverso il gruppo, i pediatri a cui affidare la salute dei propri piccoli. Allo stesso modo si evince come la difficoltà di trovare casa accomuni tanti giovani appena «sbarcati» nella capitale: molti lamentano la fatiscenza degli appartamenti e, soprattutto, i costi sproporzionati degli affitti. La ricerca del lavoro è il punto forte di PIL: sono tanti i membri che mettono le proprie conoscenze al servizio dei nuovi arrivati. Ad accomunare questi lavoratori è la grande creatività made in Italy. Qualche esempio? Una ragazza si è inventata una casa editrice di libri italiani che non riescono a entrare nel grande circuito internazionale. Altri informano di avere un piccolissimo ristorante a quattro ruote. Altri ancora vendono gioielli, mobili su misura, prodotti tipici.

E intanto PIL continua a crescere, testimoniando la forte vitalità della nuova comunità di emigrati nella metropoli britannica. Il successo del gruppo è tale che si pensa di replicarlo in altre città inglesi, come è già accaduto in America. Dall’Italia arrivano quotidianamente richieste di informazioni da parte di chi vuole trasferirsi. Per gli incerti vale la risposta formulata da un membro di PIL: «Buttati, altrimenti non darai mai il meglio di te stesso». Un consiglio che a molti giovani ha portato fortuna.

Sagida Syed, Il Messaggero di san’Antonio per l’estero

 

 

 

 

Chiarita l'estraneità degli iscritti all'AIRE nell'applicazione della Voluntary Disclosure sul loro patrimonio all'estero

 

I senatori Claudio Micheloni, Aldo Di Biagio e tutti gli eletti all'estero esprimono viva soddisfazione per l'approvazione, oggi, in Senato, del loro Ordine del Giorno che ha definitivamente chiarito l'estraneità dei cittadini italiani fiscalmente residenti all'estero, iscritti all'AIRE, nell'ambito di applicazione delle disposizioni sulla collaborazione volontaria (Voluntary Disclosure), rivolta come è noto, a coloro che detengono risorse illegalmente all'estero.

"Siamo a metà del percorso", dichiarano i senatore Micheloni e Di Biagio, "Nelle prossime settimane continueremo l'interlocuzione con il Governo per chiarire anche la posizione degli ex-iscritti AIRE e lavoratori frontalieri".

"Il nostro impegno sarà massimo e siamo fiduciosi che si possa arrivare presto ad un esito positivo di tutta la vicenda", concludono i senatori eletti all'estero. Dip 28

 

 

 

 

 

Sesta edizione delle “Olimpiadi di Italiano”. Iscrizioni entro il 12 gennaio 2016

 

ROMA – Indetta dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca la sesta edizione delle Olimpiadi di Italiano. La competizione è inserita nel Programma annuale di valorizzazione delle eccellenze per l’anno scolastico  2015-16 del Ministero.

Le Olimpiadi sono gare individuali rivolte alle studentesse e agli studenti degli istituti secondari di secondo grado italiani, statali e paritari, delle scuole italiane all’estero di pari grado, delle sezioni italiane funzionanti in scuole straniere e internazionali all'estero, e delle scuole straniere in Italia.

La manifestazione  si svolge con il Patrocinio e il supporto organizzativo del Comune di Firenze, in collaborazione con il Ministero per gli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e gli Uffici Scolastici Regionali, con la collaborazione scientifica dell’Accademia della Crusca, dell’Associazione per la storia della lingua italiana (ASLI), dell’Associazione degli Italianisti (ADI), con la partecipazione di Rai Radio3, di Rai Cultura e del Premio Campiello Giovani.

La competizione si colloca, nella sua fase finale, nell’ambito delle “Giornate della lingua italiana”,  iniziativa di valorizzazione della lingua e della letteratura italiane .Le Olimpiadi di Italiano si propongono di : “incentivare e approfondire lo studio della lingua italiana, elemento essenziale della formazione culturale di ogni studente e base indispensabile per l’acquisizione e la crescita di tutte le conoscenze e le competenze;  sollecitare in tutti gli studenti l'interesse e la motivazione a migliorare la padronanza della lingua italiana;  promuovere e valorizzare il merito, tra gli studenti, nell’ambito delle competenze linguistiche in Italiano”. Le gare sono distinte nelle categorie junior, senior, junior estero, senior estero.

Lo svolgimento delle Olimpiadi per le scuole italiane in Italia (categorie junior e senior) si articola in tre fasi: 1. Gare di istituto: giovedì 21 gennaio e venerdì 22 gennaio 2016; 2. Gare semifinali: venerdì 19 febbraio 2016;3. Finale nazionale: venerdì 18 marzo 2016.

Per le scuole italiane all’estero, per le sezioni italiane presso scuole straniere e internazionali all'estero e per le scuole straniere in Italia, la selezione dei finalisti (categorie junior estero e senior estero) avverrà in un’unica fase, coincidente con la data delle semifinali, fissata per il giorno venerdì 19 febbraio 2016, salvo eventuali necessità di adattamenti, che saranno concordati con il MAECI, anche tenendo conto delle differenze di fuso orario e di particolari esigenze poste dai diversi calendari scolastici.

Le scuole che intendono far partecipare alle Olimpiadi le proprie allieve e i propri allievi individuano tra i docenti un Referente d’istituto che, a partire dal 6 ottobre 2015 ed entro il 12 gennaio 2016, iscrive sul sito www.olimpiadi-italiano.it  la propria scuola e comunica l’avvenuta iscrizione al Referente regionale. Il Referente regionale è nominato da ciascun Ufficio Scolastico Regionale, che ne trasmette il nome al Ministero dell’Istruzione – Direzione  Generale per gli Ordinamenti scolastici, all’indirizzo paolo.corbucci@istruzione.it . I nomi di tutti i Referenti regionali saranno disponibili nel sito delle Olimpiadi.

Ogni Istituto, ad esclusione delle scuole italiane all'estero, può effettuare tante iscrizioni quante sono le aree formative - liceale, tecnica e professionale – presenti al proprio interno; in tal caso ciascuna delle tre aree va iscritta separatamente da un proprio referente (uno stesso docente può eventualmente essere referente di più aree). Sarà poi cura del referente iscrivere gli studenti specificando per ognuno di essi i dati personali necessari. Le scuole italiane all'estero, le sezioni italiane presso scuole straniere e internazionali all'estero e le scuole straniere in Italia possono effettuare una sola iscrizione, che eventualmente può comprendere più aree formative (v. Regolamento . http://www.olimpiadi-italiano.it/documenti/2016/Regolamento-Olimpiadi-Italiano-2015_16.pdf ) (Inform 26)

 

 

 

 

 

Der humanitäre Impuls ist nicht genug. Was Europa in Sachen Migration und Asyl von Südafrika lernen kann.

 

Zu guter Letzt nimmt sich Europa der größten Migranten- und Flüchtlingskrise seit dem Zweiten Weltkrieg doch noch an. Nach der weltweiten Empörung angesichts der unzureichenden Reaktion der EU auf die Flüchtlingskrise hat sich die Gemeinschaft nun verpflichtet, in den nächsten beiden Jahren 160 000 Flüchtlinge „umzuverteilen"; Deutschland hat mit einem Gesetzespaket die staatliche Unterstützung für die Flüchtlingshilfe ausgeweitet.

Das sind lobenswerte Maßnahmen, doch die jüngsten Erfahrungen in Südafrika mahnen zur Vorsicht. Zwischen 2006 und 2012 nahm Südafrika weltweit die meisten Asylsuchenden auf. Die Spitze wurde 2009 mit 222 300 Anträgen erreicht (zum Vergleich: in den USA wurden im selben Jahr 47 900 Asylanträge gestellt). Das Land kann sich der fortschrittlichsten Asylgesetzgebung der Welt rühmen. Dennoch illustriert die Erfahrung in Südafrika, was geschieht, wenn ein Staat eine moderne Flüchtlingspolitik einführt und gleichzeitig in einem Umfeld wirtschaftlicher Armut und einer verbreitet flüchtlingsfeindlichen Einstellung seine restriktive Einwanderungspraxis beibehält. Der humanitäre Impuls ist wichtig, doch überstürzt eingeführte Maßnahmen, die langfristige politische und wirtschaftliche Realitäten ignorieren, sind mit großer Wahrscheinlichkeit zum Scheitern verurteilt und nutzen am Ende nur reaktionären Politikern.

Eine großzügige Asylpolitik ist nicht genug. Die Attraktivität Südafrikas für Flüchtlinge hat mehrere Gründe: Im Vergleich zu den instabilen armen und bürgerkriegsgeschüttelten Staaten der Region zeichnet sich Südafrika durch Wohlstand und politische Stabilität aus. Darüber hinaus haben Asylsuchende und Flüchtlinge in Südafrika ein Anrecht auf eine Vielzahl öffentlicher Hilfen; sie dürfen arbeiten und sich im Land frei bewegen.

Doch abgesehen von einem begrenzten Kontingent an Visa für qualifizierte Arbeitskräfte schränkt Südafrika so gut wie alle anderen Arten der Immigration stark ein. Für einen ungelernten Wirtschaftsmigranten – aber auch für einen qualifizierten, der nicht die finanziellen Mittel hat, um sich durch die komplizierte Bürokratie zu kämpfen – ist es so gut wie unmöglich, legal nach Südafrika einzuwandern, es sei denn, er wird als Asylant anerkannt. Der Asylzugang wurde daher von Tausenden Menschen verstopft, für die er nicht gedacht war, und diejenigen, die verzweifelt Schutz suchen, bleiben häufig auf der Strecke. Weil alles vom Flüchtlingsstatus abhängt und sich daher die Anträge stauen, wurde darüber hinaus in der staatlichen Bürokratie und außerhalb Korruption begünstigt, ein Markt für falsche Dokumente geschaffen und dem Asylsystem seine Legitimität entzogen.

Jüngste Berichte über einen wachsenden Markt für gestohlene oder gefälschte syrische Pässe und über Migranten, die als Syrer „durchzugehen“ versuchen, um ihre Chancen auf Asyl zu verbessern, lassen vermuten, dass diese Strategien nun auch Europa erreicht haben. Die EU trägt mit ihrer Selbstverpflichtung, 160 000 Flüchtlinge unterzubringen, nur Vorsorge für einen kleinen Teil der 500 000, die 2015 schon über das Meer gekommen sind. Wie immer, wenn eine Ressource knapp ist, wird die große Nachfrage nach den begrenzten Asyl-Chancen unweigerlich Konkurrenz, Korruption und Konflikte nach sich ziehen.

 

Die Unterscheidung zwischen Flüchtling und Migrant?

Die Unterscheidung zwischen Flüchtling und Migrant ist problematisch. Zwar treffen internationale Institutionen eine klare rechtliche Unterscheidung zwischen Flüchtlingen und Migranten, doch in der Praxis sind die politischen und wirtschaftlichen Probleme eines Landes oft eng miteinander verknüpft, und die Motivation für die Migration ist demzufolge vielschichtig. Die Erfahrungen, die Simbabwer in Südafrika gemacht haben, illustriert die begriffliche und praktische Schwierigkeit, überhaupt erst einmal festzustellen, wer die Flüchtlingskriterien erfüllt. Der wirtschaftliche Zusammenbruch in Simbabwe in den Jahren 2007 und 2008 führte dazu, dass Hunderttausende Menschen die Grenze nach Südafrika überquerten. Da sie nicht legal einwandern konnten, beantragten viele von ihnen Asyl, und schon bald war das südafrikanische System für die Feststellung des Flüchtlingsstatus überlastet. Doch ungeachtet der bürgerkriegsähnlichen Zustände im Nachbarland behauptete Südafrika, bis auf politische Aktivisten seien die meisten Antragsteller aus Simbabwe Wirtschaftsmigranten, die die Flüchtlingskriterien nicht erfüllten. Viele, die Verfolgung und Folter erlebt hatten, wurden kurzerhand abgewiesen. Hunderttausende andere, denen kaum etwas anderes übrig blieb, als Simbabwe zu verlassen, wurden als „illegale Ausländer“ Opfer von Polizeirazzien, Inhaftierung und Abschiebung.

Erst als Südafrika ein Moratorium für Abschiebungen nach Simbabwe verkündete und ein vorübergehendes Bleiberecht ermöglichte – das Zimbabwe Dispensation Project –, sanken die Asylbewerberzahlen dramatisch. Kürzlich führte Südafrika ein Verfahren ein, um dieses Bleiberecht, das ursprünglich nach vier Jahren erlöschen sollte, bis 2017 zu verlängern. Diese Übergangsmaßnahme entlastet das Asylsystem und bietet 200 000 Simbabwern nominell Sicherheit. Aber was geschieht, wenn das Bleiberecht ausläuft?

Die öffentliche Meinung orientiert sich häufig an den Politikern vor Ort. Auch in Europa könnte man versucht sein, seine derzeitige Migrationskrise durch humanitäre Gesten zu „lösen“, indem man beispielsweise befristet mehr Visa an Asylbewerber ausgibt. Doch wenn die örtlichen Politiker und die Öffentlichkeit nicht mitziehen, können sich Ressentiments in Wahlsiegen nationalistischer Parteien, in Diskriminierung und Gewalt niederschlagen. In Südafrika wurden im Zuge fremdenfeindlicher Gewaltakte im Mai 2008 über 60 Migranten getötet und Tausende vertrieben, nachdem der damalige Präsident Thabo Mbeki die Südafrikaner aufgefordert hatte, sich mit den Migranten aus Zimbabwe abzufinden. Schon Monate zuvor hatten Politiker und Stammesführer instinktlos und häufig hetzerisch gegen Ausländer gewettert und eine Welle von Plünderungen, Morden und Vertreibungen provoziert. Angesichts der wachsenden Beliebtheit ausländerfeindlicher Parteien in ganz Europa, von Dänemark bis nach Griechenland, ist ein Anwachsen der Gewalt und anderer Formen der Diskriminierung gegen Ausländer, egal, welchen rechtlichen Status sie haben, wahrscheinlich. Der gesetzliche Schutz für Flüchtlinge kann wirtschaftliche Sicherheit und körperliche Unversehrtheit nicht garantieren, wenn Fremdenfeindlichkeit und institutionelle Ausgrenzung allgegenwärtig sind.

Die Erfahrungen in Südafrika illustrieren, wie gefährlich die Kombination aus einem liberalen Asylsystem und einem extrem restriktiven Einwanderungsrecht ist. Sieht man den derzeitigen Zustrom von Migranten nach Europa ausschließlich unter dem Blickwinkel einer „Flüchtlingskrise“, so kann das ähnliche Folgen haben. Wenn Migranten ins Land kommen, leben und arbeiten sie mit den Bürgerinnen und Bürgern der Städte, Dörfer und Großstädte zusammen. Die Politik muss mehr tun, als nur rechtliche Sicherheit zu garantieren: Sie muss den Verantwortlichen vor Ort finanzielle und politische Anreize geben, damit sie die Ausländer mit offenen Armen aufnehmen. Die Zielländer sollten sich nicht mit kurzfristigen Lösungen zufrieden geben, sondern langfristige Strategien entwickeln, um der gelebten Realität einer gemischten Migration gerecht zu werden. Loren B. Landau, Elizabeth Iams Wellman  ipg 27

 

 

 

Deutschland, Österreich und Schweiz. Österreichs Flüchtlinge: „Das politische System versagt"

 

 „Die Katastrophe als Dauerzustand“ titelte eine deutsche Zeitung, hässliche Worte fallen zwischen bayerischen und österreichischen Politikern, und gleichzeitig versuchen jeden Tag Tausende von Menschen über die Grenze Österreichs nach Deutschland zu gelangen. Abseits vom politischen Schlagabtausch versucht vor Ort unter anderem die Caritas, den Menschen zu helfen. Und Johannes Dines, der Direktor der Caritas Salzburg, kommt zu dem Schluss, dass das europäische System versagt hat. Die Kollegen vom Domradio in Köln haben ihn bei der Arbeit an der Grenze erreicht. „Wir merken ganz besonders hier in Salzburg an der deutschen Grenze, dass die Menschen ihr Bild haben, nach Deutschland zu wollen. Oft kommt ja die Kritik, man gebe die Leute nur einfach an Deutschland weiter. Aber das ist fast gar nicht zu steuern. Sie sind hier in Salzburg so knapp vor ihrem Ziel und wollen unbedingt nach Deutschland. Und deshalb ist das manchmal auch relativ mühsam, sie irgendwo anders unterzubringen. Denn sie sehen Deutschland als ihr einziges Ziel und machen sich zum Teil auch selbst auf den Weg, um an die Grenze zu kommen. Es sind ja vom Bahnhof nur noch sechs Kilometer, dann ist man an der Freilassinger Grenze.“

Die Menschen in den Grenzregionen sehen sich am Ende ihrer Aufnahmekapazitäten und Europa insgesamt steht vor einer Belastungsprobe, mittendrin die Flüchtlinge und die Helfer. „Was hier abläuft, ist ein politisches Spiel“, sagt Johannes Dines. „Im Grunde ist es so, dass wir alle wissen, wie viele Menschen in Griechenland ankommen. Und alle wollen weiter nach Deutschland, Skandinavien, Holland oder wohin auch immer. Es bleiben ja auch relativ viele in Österreich, gemessen an der Bevölkerungszahl. Aber das weiß man alles, und dann bräuchte es auch eine Strategie, diese Menschen an ihr Zielland zu bringen. Immerhin sind wir Europa. Wir brüsten uns immer, wie wichtig Menschenrechte sind und dass wir Menschen Asyl geben. Und hier versagt aus meiner Sicht schon das europäische politische System aber auch die globale Politik. Denn die Wurzel des Übels, dass Menschen flüchten müssen, liegt im Mittleren und Nahen Osten. Dort hat die Staatengemeinschaft schon lange versagt.”

Was die Situationen in Österreich und in Deutschland aber gemeinsam haben ist die Wichtigkeit von freiwilliger Hilfe. Gerade jetzt, wo die Kälte kommt und man eigentlich zu spät dran ist. Viel hätte schon früher geschehen können, sagt Dines. Ohne die freiwilligen Helfer ginge es gar nicht. „Wir haben täglich um die 40 bis 50 Personen, allein am Bahnhof und in einer großen Halle in der Nähe der Grenze, wo Kleidung ausgeteilt wird. Man könnte sich das weder leisten noch wäre das aufrecht zu erhalten ohne diesen großartigen Einsatz der Zivilgesellschaft.“  (domradio 31.10.)

 

 

 

 

Migranten in Italien: Mehr als die Hälfte Christen

 

Italienweit wurde das 50-Seiten umfassende „Dossier statistico immigrazione 2015“ – die aktuellen Daten zur Einwanderung in Italien - vorgestellt. Herausgeber ist die nationale Antidiskriminierungsstelle UNAR.

Von 240 Millionen Migranten weltweit sind fünf Millionen und 14.000 registrierte Einwanderer in Italien. Nur etwas weniger Italiener sind wiederum ins Ausland gezogen. Mehr als die Hälfte der Migranten haben eine europäische Staatsbürgerschaft. Die meisten Einwohner mit ausländischer Staatsbürgerschaft in Italien kommen aus Rumänien (etwas mehr als eine Million), gefolgt von den Albanern (rund 500.000), Marokkanern (etwa 450.000), Chinesen (knapp 270.000) und Ukrainern (zirka 230.000).

Besonderer Schwerpunkt des Dossiers sind natürlich die Flüchtlinge, die zwangsweise ihr Land verlassen mussten, deren Zahl sich im Vergleich zu 2013 mehr als verdoppelt hat. Damit liegt Italien als Einwanderungsland EU-weit an dritter Stelle, gefolgt von Frankreich und Ungarn. Nur Schweden und Deutschland hatten in diesem Jahr mehr Asylanträge zu bearbeiten.

Die meisten Asylbewerber in Italien kamen aus afrikanischen Ländern wie Nigeria, Mali und Gambia. Franco Pittau von dem Redaktionsteam des Dossiers: „Im Jahr 2014 hat sich der Flüchtlingsstrom stark erhöht. Das ist große eine Neuheit: fast viermal mehr als im Jahr 2013. 78.000 sind ihren Familien nachgezogen; 25.000 Menschen kamen auf der Suche nach einem Job.“

Hauptaufgabe sei es nun, alles für die Integration dieser Menschen zu tun, so Pittau. Die Zahlen seien natürlich nur auf der Basis der Registrierungen entstanden, wie die Dunkelziffer also aussehe, könne auch die Statistik nicht sagen. Eines ist aber sicher – laut der Statistik profitiert Italien von den Migranten, denn sie hinterlassen einen Überschuss von drei Milliarden Euro. Sie leisten einen wichtigen Beitrag für die Wirtschaft und das Rentensystem.

Claudio Paravati, Direktor der interreligiösen italienischen Zeitschrift „Confronti“, räumt auch mit einem anderen Vorurteil auf:

„Mehr als jeder zweiter Einwanderer mit Wohnhaft in Italien ist Christ. Diese Daten zeigen ganz offensichtlich, dass die Theorie der Einwanderung – dass sie zu einer neuen Religion oder einer religiösen Kolonialisierung führen könnte, ganz offensichtlich falsch ist.“ Rv 30

 

 

 

 

Neuer Rekord. Mehr als 700.000 Flüchtlinge kamen übers Mittelmeer nach Europa

 

Bis Oktober 2015 sind nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration mehr als 700.000 Menschen per Boot in Europa gekommen. Das ist ein neuer Höchststand. Rund 3.250 Menschen habe dabei ihr Leben verloren.

 

Die Zahl der Flüchtlinge, die über das Mittelmeer nach Europa gelangt sind, hat einen neuen Höchststand erreicht. Von Januar bis Ende Oktober 2015 seien mehr als 700.000 Menschen per Boot in Europa angekommen, teilte die Internationale Organisation für Migration (IOM) am Dienstag in Genf mit.

Sie seien meist auf seeuntauglichen Schlepperkähnen vor Konflikten, Gewalt und Armut geflohen. Rund 3.250 Menschen starben nach IOM-Angaben bei der Mittelmeer-Überquerung oder gelten als vermisst.

Von Januar bis Oktober kamen laut IOM gut 560.000 Flüchtlinge in Griechenland an, knapp 140.000 in Italien. Einige wenige Tausend Flüchtlinge erreichten demnach Spanien, rund 100 gelangten nach Malta. Das Bürgerkriegsland Syrien sei mit Abstand das größte Herkunftsland. So seien in Griechenland fast 280.000 Menschen aus Syrien eingetroffen.

Weitere große Herkunftsländer waren demnach Afghanistan, Eritrea und der Irak. Im vergangenen Jahr flohen insgesamt 220.000 Menschen über das Mittelmeer nach Europa. (epd/mig 28)

 

 

 

 

EU-Sondergipfel: 100.000 Aufnahmeplätze für Flüchtlinge entlang der Balkanroute

 

Auf dem Balkan soll es in der Flüchtlingspolitik keine nationalen Alleingänge mehr geben: Die Teilmnehmer des jüngsten EU-Sondergipfels segneten dafür einen 17-Punkte-Plan ab, der neben neuen Aufnahmekapazitäten einen stärkeren Grenzschutz durch Frontex vorsieht.

Keine nationalen Alleingänge mehr, 100.000 Aufnahmeplätze für Flüchtlinge und 400 Grenzschützer für Slowenien: Die Teilnehmer eines Sondergipfels zur Balkanroute erklärten in der Nacht zum Montag in Brüssel, die "Politik des Durchwinkens" von Flüchtlingen auf der Strecke zwischen Griechenland und Deutschland beenden zu wollen. Bundeskanzlerin Angela Merkel wertete die Gipfelergebnisse als "Beitrag zu einem vernünftigen Umgang" mit der Flüchtlingsfrage, auch wenn die Krise damit noch nicht bewältigt sei.

Die chaotischen Zustände entlang der Balkanroute könnte "nicht durch nationales Vorgehen allein" gelöst werden, heißt es in einem von acht EU-Länder sowie den Balkanstaaten Serbien, Mazedonien und Albanien vereinbarten 17-Punkte-Plan. Nötig sei "ein entschlossener, grenzüberschreitender Ansatz im europäischen Geist". Die bisherige Praxis entlang der Balkanroute, "Flüchtlinge durchzuwinken" und etwa in Zügen und Bussen zur nächsten Grenze zu bringen, sei "nicht hinnehmbar".

"Nachbarn sollten zusammenarbeiten und nicht gegeneinander", sagte EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker, der das Treffen nach eigenen Angaben auf Merkels Anregung einberufen hatte. Es gehe darum, "eine sich anbahnende und zum Teil schon existierende humanitäre Krise abzuwenden". Es könne nicht sein, dass "im Europa (des Jahres) 2015 Menschen sich selbst überlassen werden, dass sie auf dem Feld schlafen und bei eiskalten Temperaturen bis zur Brust durch Flüsse waten", so Juncker.

Merkel sagte, es sei wichtig, zu einem geordneten und gesteuerten Management in der Flüchtlingskrise zu kommen. "Wir sind alle humanitären, menschlichen Werten verpflichtet (...). Und die Bilder, die wir in den letzten Tagen gesehen haben, haben dem nicht entsprochen, was unsere Werte sind."

Dramatisch war die Lage zuletzt in Slowenien, wo in den vergangenen Tagen zehntausende Flüchtlinge ankamen, nachdem Ungarn seine Grenzen zu Serbien und Kroatien mit einem Zaun dicht gemacht hatte. Der slowenische Regierungschef Miro Cerar hatte zum Auftakt des Treffens gewarnt, ohne schnelle und konkrete Lösungen könnten "die EU und Europa als Ganzes beginnen auseinanderzubrechen".

17-Punkte-Plan

Die Gipfelteilnehmer beschlossen die Entsendung von 400 Grenzschützern nach Slowenien innerhalb einer Woche. Der 17-Punkte-Plan sieht zudem "einen permanenten Austausch von Informationen" zwischen den betroffenen Regierungen vor. Um Versorgung und Unterbringung der Flüchtlinge zu verbessern, sollen betroffene Länder notfalls auch den Zivilschutz-Mechanismus der EU auslösen, heißt es in dem Text, der von den acht EU-Ländern Bulgarien, Deutschland, Griechenland, Kroatien, Österreich, Ungarn, Rumänien und Slowenien mitgetragen wurde.

Von den 100.000 Plätzen zur Aufnahme und Registrierung sollen 50.000 in Griechenland entstehen, wo der Großteil der Flüchtlinge über die Türkei als erstes in der EU ankommt. 30.000 der Plätze sollen noch in diesem Jahr geschaffen werden, 20.000 weitere sollen später folgen.

Die anderen 50.000 Plätze sollen in den Ländern entlang der Balkanroute nach Norden entstehen. Eine zentrale Rolle soll dabei das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR leisten. Die Aufnahmeplätze könnten helfen, die Flüchtlingsbewegungen "besser zu bewältigen und vorhersehbarer zu machen", sagte UN-Flüchtlingskommissar António Guterres bei dem Treffen. Österreichs Bundeskanzlerin Werner Faymann sagte jedoch, die 50.000 Plätze für den Winter auf dem Balkan seien "natürlich zu wenig, wenn man die Zahlen der letzten Wochen sieht".

Darüber hinaus wollen die Gipfelteilnehmer ihre Anstrengungen verstärken, "die Kontrolle über unsere Grenzen wiederzuerhalten". Dazu soll unter anderem die Mittelmeer-Mission "Poseidon" zwischen Griechenland und der Türkei ausgebaut werden. Die EU-Grenzagentur Frontex kommt zur Unterstützung verstärkt oder erstmals an mehreren Grenzen auf der Route zum Einsatz - auch um bei der Registrierung von Flüchtlingen zu helfen.

Kritik an Orbán und Tsipras

Für Unmut sorgte in Brüssel das Verhalten des ungarischen Regierungschefs Viktor Orbán, der sich selbst vor der Presse als reinen "Beobachter" des Treffens bezeichnete, da sich sein Land nun "nicht mehr auf der Route" der Flüchtlinge befinde.

EU-Diplomaten zufolge weigerte er sich während der Diskussionen unter den Regierungschefs zunächst, das Wort zu ergreifen. Mit dem Bau von Grenzzäunen zu Nicht-EU-Staaten hatte Ungarn die Flüchtlingsroute über den Balkan Richtung Kroatien und Slowenien verlagert. Seit Mitte Oktober kamen mehr als 60.000 Migranten und Flüchtlinge in Slowenien an.

Orbán und Cerar wiederum warfen dem griechischen Ministerpräsidenten Alexis Tsipras vor, nicht genug zur Sicherung der EU-Außengrenze zur Türkei zu tun. Neben der Schaffung von 50.000 Plätzen für Flüchtlinge sicherte Tsipras zu, bis Jahresende fünf Erstaufnahmezentren (Hotspots) fertiggestellt zu haben. Er monierte zugleich, dass die Türkei nicht zu dem Brüsseler Spitzentreffen eingeladen worden sei. Auch Merkel betonte die Bedeutung der Zusammenarbeit mit der Türkei.

Wichtig sei neben Rückführungsabkommen mit Herkunftsstaaten von Migranten auch ein Migrationsabkommen mit der Türkei, durch die derzeit die meisten Flüchtlinge in die EU kommen. "Da brauchen wir noch eine längere Zeit", sagte sie.

Zudem will die EU die Abschiebung von Migranten aus Afghanistan, Pakistan und anderen asiatischen Ländern durch eine engere Kooperation forcieren. Darauf hatte vor allem die Bundesregierung gepocht. Hintergrund ist, dass die EU mit Afghanistan anders als mit Pakistan noch kein Rückführungsabkommen hat. Migranten aus Afghanistan stellen nach den Syrern die am zweitstärksten wachsende nationale Gruppe unter den Asylbewerbern in Deutschland dar. EA/AFP, dsa, rtr, 26

 

 

 

 

 

Europaminister Roth in Italien: Grundrechte wahren

 

Nicht die Zahl der Flüchtlinge sei das Problem, sondern die Geschwindigkeit mit der die Zahl der Flüchtlinge ansteigt. Europaminister Michael Roth (SPD), ranghöchster Mitarbeiter von Außenminister Frank Walter Steinmeier, besuchte Italien und erinnerte bei seinen bilateralen Treffen an die Wahrung der Grundrechte-Charta und die Parallelen der Migrationsbewegungen. Vor mehr als sechzig Jahren wurde am 20. Dezember 1955 das Anwerbeabkommen zwischen der Bundesrepublik Deutschland und Italien abgeschlossen. Rund vier Millionen Italiener sind seit 1955 in Deutschland eingewandert, in der Regel um ihrer wirtschaftlichen Notlage insbesondere in Süditalien zu entkommen. Heute ist es der Krieg, vor dem viele Menschen flüchten und diesen Menschen muss geholfen werden. Roth hatte im Zuge seines Aufenthalts auch die Möglichkeit, unterschiedliche Vertreter von Nicht-Regierungsorganisationen zu treffen, unter ihnen UNHCR-Vertreter und die Basisgemschaft Sant’Egidio.

„Es ging um die Fragen der Registrierung der Flüchtlinge, es geht um die Frage der Weiterleitung der Flüchtlinge. Wie werden die Menschen, die nach Italien kommen untergebracht, wie werden sie versorgt und betreut. Und ein Thema hat mich besonders interessiert, es sind nicht Flüchtlinge, die zu uns kommen, sondern Menschen und möglicherweise auch neue Bürger unseres Landes. Was können und müssen wir tun um diese Menschen auch in unsere Gesellschaft zu integrieren: Bildung, Arbeit, Qualifizierung… hier wollte ich mehr wissen. Und ich bin dankbar auch hier in Italien erfahren zu haben, dass es unheimlich viel ehrenamtliches Engagement gibt. “

Schockiert zeigte er sich über aktuelle Entwicklungen in Österreich und über die Aussagen der österreichischen  Innenministerin Johanna Mikl-Leitner, die von dem Schutz einer „Festung Europas“ sprach und der Ankündigung, entlang eines Teils der Grenze zu Slowenien einen Zaun zu errichten, um den ungeordneten Zugang von Flüchtlingen zu stoppen. Österreichs Bundeskanzler Werner Faymann und EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker betonten aber, dass „Zäune keinen Platz in Europa haben“. Dies erklärten beide nach einem Telefongespräch zur Flüchtlingskrise. Keinen Platz für Zäune und Mauern sieht auch Roth:

„Es kann in der Flüchtlingsfrage keine nationale Antwort geben. Egal, was ein Staat, der der EU angehört tut oder auch nicht tut… es hat konkrete Auswirkungen auf die Nachbarn und auf die anderen Partner. Ob man nun Grenzen öffnet oder Grenzen schließt, ob man Menschen registriert oder nicht, ob man ein zügiges Asylverfahren hat oder eben auch keines, ob man sich in den Herkunftsländern um die Fluchtursachenbekämpfung bemüht oder eben nicht. All das hat unmittelbare Auswirkungen auf alle europäischen Partner und umso wichtiger ist es, dass wir alle an einem Strang ziehen. Dieser Trend der Renationalisierung, des Sich-Weg-Duckens oder den Kopf in den Sand stecken oder wie die drei Affen nichts sagen, nichts hören und nichts sehen ist für Europa verheerend. Europa ist aus der Erkenntnis groß und stark geworden, dass wir es gemeinsam besser können. Und diese Frage, wie gehen wir mit den Flüchtlingen um, was können wir tun um Menschen, die auf der Flucht sind eine Perspektive zu geben oder was können wir dafür tun, dass Menschen erst gar nicht flüchten müssen. Dafür brauchen wir mehr Gemeinsamkeit, mehr Solidarität, mehr gegenseitiges Verständnis und dahingehend ist es eine der größten Bewährungsproben seit Jahrzehnten. Hier droht Europa zu scheitern, wenn wir nicht aus dieser Renationalisierung herauskommen. Da ich aber überzeugter Europäer und Optimist bin, glaube ich, dass wir das schaffen, denn Europa ist immer gestärkt aus Krisen hervorgegangen.“

Ein positives Beispiel der Migrationsbewältigung sei Schweden, dort werden in nur 24 Stunden Flüchtlinge registriert und verteilt, doch auch Schweden komme an seine Grenzen, so der Minister. Schweden rechnet in diesem Jahr mit bis zu 190.000 Asylbewerbern – viel mehr als erwartet. Zum Jahresende könnten bis zu 45.000 Schlafplätze fehlen. In Deutschland stellten von Anfang Januar bis Ende September mehr als 300.000 Menschen einen Asylantrag. Die Zahl der eingereisten Flüchtlinge liege aber darüber: Von Jahresbeginn bis Ende September sollen es etwa 577 000 Menschen (allein 164.000 im September) gewesen sein. Das Problem liege auch darin, dass die Asylbeantragung noch viel zu viel Zeit in Anspruch nehme.

In der Kirche sieht Roth einen wichtigen Partner für die Wahrung der Menschenrechte und Menschenwürde, sowie der Bewältigung der Krise: „Ich bin so unendlich dankbar, dass es nicht nur in Deutschland sondern auch in Italien Kirchengemeinden gibt, die die Türen ihrer Gemeindezentren öffnen, die mit großer Hilfsbereitschaft und praktizierter Nächstenliebe Menschen, die furchtbares erlitten haben, eine neue Heimat geben. Das finde ich großartig. Ich würde mir durchaus wünschen, dass die katholische Kirche vor allem in den Ländern, in denen man sich derzeit auf die christlichen Wurzeln beruft, deutlich machen würde, dass ein guter Christ vor allem auch Nächstenliebe praktiziert und vor allem auch seine Herzen und Türen öffnet für Menschen auf der Flucht. Ansonsten weiß ich ganz genau, dass die katholischen und evangelischen Kirchen sowie andere Religionsgemeinschaften ganz wichtige Bündnispartner sind, ohne die wir das nicht schaffen.“  (rv 30)

 

 

 

 

Grenzschutz in der Flüchtlingskrise. Treffen mit Staatspräsident Sergio Mattarella in Rom

 

Hans-Gert Pöttering fordert europäische Solidarität und gemeinsamen

 

Der Vorsitzende der Konrad-Adenauer-Stiftung und ehemalige Präsident des Europäischen Parlaments, Hans-Gert-Pöttering, hat die große Hilfsbereitschaft der italienischen Zivilbevölkerung zur Bewältigung der Flüchtlingskrise gelobt. „Italien hat in den vergangenen Monaten Beachtliches geleistet“, sagte Pöttering nach einem Gespräch mit dem italienischen Staatspräsidenten Sergio Mattarella am Freitag in Rom.

 

Hans-Gert Pöttering begrüßte konkrete Lösungsansätze wie einen europäischen Verteilerschlüssel: „Neben einer menschlichen Lösung brauchen wir eine gerechte Verteilung und daran müssen alle mitwirken. Nur so können die Länder entlastet werden, die sich derzeit in hohem Maße engagieren. Kein Land in der EU darf mit seinen Problemen alleine gelassen werden. Hier ist europäische Solidarität gefordert. Die gegenwärtigen großen Herausforderungen sollten dazu führen, einen gemeinsamen Grenzschutz aufzubauen.“

 

Der Vorsitzende der Konrad-Adenauer-Stiftung hält sich bis Sonntag in der italienischen Hauptstadt auf und führt dabei insbesondere Gespräche im Vatikan, wobei die Rolle der katholischen Kirche bei der Bewältigung der Flüchtlingskrise im Mittelpunkt steht. Hans Gert Pöttering trifft neben Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin auch den Sekretär für die Beziehungen mit den Staaten, Paul Richard Gallagher (Außenminister) und den Substituten im Vatikanischen Staatssekretariat, Giovanni Angelo Becciu (Innenminister). Außerdem ist ein Treffen mit dem geistlichen Berater von Sant’Egidio, dem neuen Erzbischof von Bologna, Matteo Maria Zuppi geplant. Nach Ansicht des Vorsitzenden der Konrad Adenauer Stiftung haben die Kirchen eine besondere Verantwortung in der gegenwärtigen „äußerst schwierigen Situation“. Es sei „eine christliche und daher moralische Aufgabe, immer wieder die Würde jedes einzelnen Menschen zu betonen, unabhängig davon, ob es sich um Christen oder Moslems, Menschen anderen Glaubens oder ohne Bekenntnis handelt.“ Kas 30

 

 

 

 

Parlamentswahl in Polen: Absolute Mehrheit für Nationalkonservative PiS

 

Machtwechsel in Polen: Laut Nachwahlbefragungen erringt die nationalkonservative Oppositionspartei Recht und Gerechtigkeit (PiS) bei der Parlamentswahl 39,1 Prozent der Stimmen. Nach der prognostizierten Sitzverteilung können die EU-Kritiker damit alleine regieren.

Polen hat entschieden: Bei der Parlamentswahl am Sonntag haben die Wähler für eine Rückkehr der nationalkonservativen Partei Recht und Gerechtigkeit (PiS) an die Regierung gestimmt. Auf die PiS unter ihrer Spitzenkandidatin Beata Szyd?o entfielen Nachwahlbefragungen zufolge 39,1 Prozent der Stimmen, wie das Meinungsforschungsinstitut Ipsos am Sonntagabend mitteilte. Die EU-kritische PiS sicherte sich damit 242 der 460 Sitze im Parlament, wie drei TV-Sender auf Grundlage von Nachwahlbefragungen berichteten.

Zweitstärkste Kraft wurde mit 23,4 Prozent der Stimmen und 133 Mandaten die liberal-konservative Bürgerplattform (PO) von Ministerpräsidentin Ewa Kopacz.  Die PO konnte zwar auf wirtschaftliche Erfolge verweisen. In den vergangenen zehn Jahren wuchs das Bruttoinlandsprodukt um fast 50 Prozent. Allerdings herrscht bei vielen Polen die Meinung vor, die Früchte des Wohlstandes seien nicht gleichmäßig verteilt worden.

Die PiS steht der Europäischen Union deutlich kritischer gegenüber als die PO. Sie hat einen raschen Beitritt zur Euro-Zone ausgeschlossen und eine Erhöhung der Sozialausgaben für die Armen versprochen. Zudem lehnt sie die Aufnahme von Flüchtlingen aus dem Nahen Osten mit dem Argument ab, diese würden die katholische Lebensweise des Landes bedrohen. Gerade in der Flüchtlingskrise dürfte die Zusammenarbeit in der EU mit einer von der PiS geführten Regierung erheblich schwieriger werden. Auch gegenüber Russland verfolgt die PiS einen harten Kurs, vor allem nach dessen Annexion der ukrainischen Halbinsel Krim. Hier könnte eine von der PiS geführte Regierung den Versuch erschweren, wieder eine größere Annäherung zwischen der EU und Russland zu erreichen.

Der Wirtschaftsexperte der PiS, Zbigniew Kuzmiuk, kündigte als eine der ersten wirtschaftlichen Entscheidungen der neuen Regierung an, die Etatpläne für das kommende Jahr zu ändern. "Wir wollen, vielleicht schon zum Januar 2016, zwei neue Steuern einführen, die uns wichtig sind, darunter eine für Banken ... und eine für Supermärkte", sagte Kuzmiuk.

PiS-Spitzenkandidatin ist zwar Beata Szyd?o. Starker Mann im Hintergrund ist aber nach wie vor Ex-Regierungschef Jaroslaw Kaczynski. Im Wahlkampf wetterte er gegen die Aufnahme von Flüchtlingen in Polen und generell gegen eine Politik, die seiner Ansicht nach auf eine Unterwerfung Polens unter ein Diktat aus Brüssel hinausläuft. EA/AFP, dsa, rtr, 26

 

 

 

 

Neues von der „verlorenen Generation“. Die ILO über eine EU-"Jugendgarantie", die alleine gar nichts garantiert.

 

Seit einigen Jahren ist seitens der Politik viel die Rede davon, dass es keine „verlorene Generation“ in Europa geben dürfe. Gemeint sind die heute unter 25-jährigen, die in einigen Ländern stärker als je zuvor im vereinigten Europa unter Arbeitslosigkeit leiden. Die gerade veröffentlichte Studie Global Employment Trends for Youth 2015 der International Labour Organization zeigt, dass viel getan werden muss, um die Potentiale der jungen Generation nicht zu verschwenden. Zwar steigt die Jugendarbeitslosigkeit in der EU seit 2012 nicht mehr an, sie bessert sich jedoch auch nicht und liegt mit 22,2 Prozent weit über dem Vorkrisen-Niveau.

Am schwierigsten gestaltet sich die Situation nach wie vor in den sogenannten Krisen-Staaten, in Griechenland und Spanien ist jeder zweite unter 25 erwerbslos. Innerhalb Europas lassen sich große Ungleichheiten beobachten, so ist die Jugendarbeitslosenquote in Deutschland mit 7,7 Prozent im Vergleich sehr niedrig, während sie in zwei Drittel der Staaten bei über 20 Prozent liegt. Jedoch muss auch in Deutschland genauer hingeschaut werden, schöne Zahlen blenden nur allzu schnell und die Qualität von Arbeit wird hinten angestellt. Denn hierzulande gibt es viele junge Menschen mit Jobs, die sie nicht wollen. Es gibt viel unfreiwillige Teilzeit; über das Ausmaß – und vor allem das Ausbeutungspotential – von Kurzzeitarbeit wird hierzulande schon länger diskutiert. Das Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliche Institut der Hans-Böckler-Stiftung berichtet, dass 2014 fast 40 Prozent aller abhängig Beschäftigten in Teilzeit, Leiharbeit oder Minijobs tätig waren. Klar, nicht jedes Beschäftigungsverhältnis ist dabei unfreiwillig. Aber oft eben doch, wie auch die ILO beschreibt. In Deutschland ist ebenso auffällig, dass die Anzahl der Menschen, die im Niedriglohnsektor beschäftigt sind, von 7,33 Millionen 2005 auf 8,37 Millionen im Jahre 2012 angestiegen ist (). Ein Trend hin zu prekärer Beschäftigung lässt sich auch im Rest der EU konstatieren, laut ILO gibt es immer mehr temporäre Beschäftigungsverhältnisse.

An den Ergebnissen der ILO-Studie sind noch weitere Punkte bemerkenswert. So sind die jugendlichen (Nicht-)Arbeitnehmer im Vergleich zum Rest der Erwerbsbevölkerung klar benachteiligt, die Arbeitslosenrate ist seit 1995 fast konstant mehr als drei Mal so hoch. Noch mehr Sorge bereitet den Forschern die Dauer der Arbeitssuche. Auch die EU weist hier einen unrühmlich Wert auf: Mehr als jeder dritte arbeitssuchende junge Mensch tut dies seit über einem Jahr – und die Wartezeit steigt. Für Menschen mit Universitätsabschluss verkürzt sich diese Zeit auf ein Drittel. Daher liegt auch der Schluss nahe, der hohen Jugendarbeitslosigkeit müsse mit einem Mehr an Bildung entgegengewirkt werden.

Doch dabei belässt die ILO es nicht, sie nimmt die Politik und auch die Wirtschaft stärker in die Pflicht. Sie fordert eine allgemeine Wachstumsstrategie, in deren Verlauf auch die Jugendarbeitslosigkeit sinken würde. Letztlich lautet das Plädoyer, das gerade in Europa gehört werden sollte: Lasst ab von jeglichen Spargedanken und widmet euch öffentlichen Investitionen im großen Stil. Auch eine aktive Arbeitsmarktpolitik, Stärkung des Startup-Sektors und die Stärkung von sozialen Sicherungen wird gefordert. Ansonsten wird auch die von der Europäischen Kommission geplante „Jugendgarantie“ wohl wenig nützen. Paula Boks ipg 26

 

 

 

 

 

TTIP: Lammert will Freihandelsabkommen bei zu wenig Transparenz ablehnen

 

Der "bisherige äußerst begrenzte Zugang über die jeweiligen US-Botschaften ist indiskutabel - sowohl für die Regierung wie für das Parlament": Bundestagspräsident Lammert fordert mehr Transparenz bei den Verhandlungen zu TTIP. Andernfalls werde er gegen das Freihandelsbabkommen stimmen.

Bundestagspräsident Norbert Lammert (CDU) hat mit einem Nein zum Freihandelsabkommen TTIP gedroht. Er halte es für ausgeschlossen, "dass der Bundestag einen Handelsvertrag zwischen der EU und den USA ratifizieren wird, dessen Zustandekommen er weder begleiten noch in alternativen Optionen beeinflussen konnte", sagte der CDU-Politiker den Zeitungen der FUNKE Mediengruppe.

Lammert forderte mehr Transparenz. Gemeinsam mit Bundeswirtschaftsminister Sigmar Gabriel (SPD) halte er den "bisherigen äußerst begrenzten Zugang über die jeweiligen US-Botschaften für indiskutabel - sowohl für die Regierung wie für das Parlament".

Mit EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker sei er sich einig, dass die relevanten Verhandlungsdokumente, insbesondere Ergebnisse im Verhandlungsprozess, "allen Mitgliedstaaten der EU und dort neben den Regierungen auch den Parlamenten zugänglich sein müssen", sagte Lammert. "Und ich werde darauf bestehen."

Die Verhandlungen über eine transatlantische Freihandelszone hatten im Juli 2013 begonnen. Die Schaffung der Freihandelszone soll der Wirtschaft auf beiden Seiten des Atlantiks einen Schub geben, indem Zölle und Handelshemmnisse abgebaut werden. Kritiker befürchten jedoch eine Erosion von Sozial-, Umwelt- und Verbraucherschutzstandards sowie eine Schwächung demokratischer Institutionen.

Ein wichtiges Argument der Befürworter ist, dass der transatlantische Freihandelsraum globale Maßstäbe für den Verkehr von Waren und Dienstleistungen setzen werde. Sie befürchten, dass Europa sonst Einfluss bei der Regulierung des Welthandels einbüßen könnte. EA/AFP/nsa, 28

 

 

 

 

 

„Spaltung der AKP oder Große Koalition“. Felix Schmidt in Istanbul über die anstehenden Neuwahlen in der Türkei.

 

Die letzten Wahlen haben zu keiner offiziellen Regierungsbildung geführt. Was hat sich seitdem geändert, deutet sich eine mehrheitsfähige Regierungsbildung an?

Besonders nach dem Selbstmordattentat in Ankara vom 10. Oktober 2015 herrscht eine deprimierte, pessimistische Grundstimmung in der Bevölkerung vor. Die Gesellschaft ist tief gespalten, die gewaltsamen Auseinandersetzungen zwischen der Regierung und der kurdischen Arbeiterpartei PKK haben die gesellschaftlichen Konflikte weiter verschärft. Alle Meinungsumfragen sagen ein ähnliches Wahlergebnis wie bei den Wahlen vom 7. Juni 2015 voraus. Je nach politischer Orientierung schwanken sie allerdings zum Teil beträchtlich. Alle Umfragen sehen aber ein Parlament mit vier darin vertretenen Parteien voraus. Demnach werden die Parteien AKP von Erdo?an, die kemalistische und sozialdemokratische CHP, die prokurdische HDP und die rechtsextreme MHP ins Parlament einziehen. Aber keine wird eine absolute Mehrheit erringen. Wie stark die Attentate in Ankara die Stimmenverteilung beeinflussen werden, ist unsicher, allerdings könnte die AKP minimal an Stimmen dazu gewinnen.

Wenn es zu einem ähnlichen Ergebnis wie bei den letzten Wahlen kommt, ist dann eine Regierungsbildung überhaupt möglich?

Es wird wieder Koalitionsverhandlungen geben. Nachdem der Parteiführer der MHP, Devlet Bahçeli, eine Koalition mit der AKP nicht mehr gänzlich ausschließt, kann dies als das wahrscheinlichste Sszenario gelten. Auch eine AKP-Regierung mit Duldung der MHP ist nicht auszuschließen. Eine Koalition der drei Oppositionsparteien CHP-HDP-MHP ist deshalb äußerst unwahrscheinlich, weil die MHP eine Zusammenarbeit mit der HDP kategorisch ausschließt. Das Szenario mit der zweitgrößten Wahrscheinlichkeit ist die „große Koalition“ AKP-CHP. Die Erfahrungen mit Koalitionsregierungen aus der Vergangenheit in der Türkei sind allerdings schlecht. Besonders einer großen Koalition wird keine dauerhafte Stabilität zugeschrieben.

In der AKP hat es zuletzt Richtungskämpfe gegeben. Welche Auswirkungen hat das auf die Wahl?

Es wurde in der Türkei schon über eine Spaltung der AKP nach den Wahlen diskutiert. Viele AKP-Anhänger und auch Parteifunktionäre sind mit der polarisierenden Politik, welche die gesellschaftlichen Spannungen verursacht hat, nicht einverstanden. Das angestrebte Präsidialsystem wird auch überwiegend abgelehnt. Über eine vom ehemaligen Präsidenten Abdullah Gül angeführte „Neue AKP“ mit unzufriedenen AKP-Abgeordneten wird anhaltend spekuliert. Allerdings würde dieser Schritt eine gewisse Zeit in Anspruch nehmen. Sollten AKP Abgeordnete aus der Partei austreten, um in eine „Neue AKP“ einzutreten, würden sie ihre Mandate nicht verlieren und die neue Partei wäre im Parlament vertreten. Es ist aber auch immer noch möglich, dass Abgeordnete, insbesondere aus der MHP, zur AKP übertreten, etwa durch „Stimmkauf“ oder Versprechungen. Dadurch könnte es auch zu einer Alleinregierung der AKP kommen.

Was, wenn es nicht zu stabilen Mehrheitsverhältnissen kommt? Stehen dann bald wieder Wahlen an?

Falls es wieder nicht zu einer Alleinregierung der AKP kommt, wird es unwahrscheinlicher, dass erneut Neuwahlen ausgerufen werden. Sowohl die Bevölkerung als auch die Vertreter der Wirtschaft wünschen sich eine Beendigung dieses Zustandes der Ungewissheit und wollen stattdessen eine handlungsfähige Regierung. Ein großer Unsicherheitsfaktor zur zukünftigen Entwicklung der Türkei liegt in der Frage, mit welcher Hartnäckigkeit Präsident Erdo?an sein Ziel weiter verfolgen will, die Verfassung dergestalt zu ändern, dass ein Präsidialsystem mit weitgehenden Vollmachten für den Präsidenten eingerichtet wird. Die MHP hat dieses Ansinnen bislang immer kategorisch abgelehnt, und wird dies bei Koalitionsverhandlungen voraussichtlich auch zu einer Grundbedingung machen. Auch die CHP wird dem sicherlich nicht zustimmen. Es könnte aber durchaus sein, dass es nach einer weiteren Wahl ohne klarem Ergebnis zu einem „durchwursteln“ mit einer fortbestehenden Interimsregierung kommt und der Präsident rein faktisch die Regierungsgewalt ohne Verfassungsänderung übernimmt. Eine solche Entwicklung würde die Türkei weiter destabilisieren und insbesondere die Aussichten für eine wirtschaftliche Erholung verschlechtern. Felix Schmidt ipg 23

 

 

 

 

 

Der Kampf gegen Gerüchte in der Flüchtlingskrise

 

Seit Ende August versucht sich das Auswärtige Amt an einer neuen Strategie, um den Zustrom immer neuer Flüchtlinge zu bremsen. Über soziale Netzwerke und vor Ort soll die vom Libanon bis nach Afghanistan vielfach verbreitete Botschaft entkräftet werden, Deutschland warte nur auf neue Zuwanderer.

Im September gab es erste mediale Gehversuche: Deutsche Botschafter in Afghanistan oder Libanon gaben Interviews in lokalen Medien. Nun ist die zweite Welle der Kampagne gestartet worden: Am Wochenende wurden die Asylbeschlüsse der Bundesregierung in mehrere Sprachen übersetzt und über Facebook und Twitter verbreitet. Mittlerweile wird ein Video über die Kampagne in sozialen Netzwerken verbreitet. In Afghanistan wird eine Plakatkampagne vorbereitet.

Und wenn Innenminister Thomas de Maizière und Außenminister Frank-Walter Steinmeier jetzt auch Westbalkan-Flüchtlinge beschleunigt zurückschicken wollen, die keine Reisepässe mehr haben, wird dies umgehend öffentlich gemacht. "Diese Initiative ergänzt unsere Bemühungen um Aufklärung darüber, dass Asylanträge so gut wie keine Erfolgschance haben", heißt es in der Regierung.

Ende September startete zudem die Deutsche Welle das Projekt "Flucht nach Europa", mit dem sie im Auftrag des Außenministeriums gezielt in den Sprachen Dari, Paschtu und Urdu in sozialen Medien in Afghanistan und Pakistan aktiv wird. Aus beiden Ländern steigen die Asylbewerberzahlen besonders schnell an, obwohl etwa Pakistaner in Deutschland nur eine geringe Chance auf Anerkennung haben. Das Risiko einer umgehenden Abschiebung ist also groß.

Begrenzter Erfolg?

Schaut man auf die steigenden Zahlen von Migranten, die über die Türkei in die EU und dann weiter nach Norden drängen, dann scheint der Erfolg der bisherigen Aufklärungsbemühungen begrenzt zu sein. Ereignisse wie der Angriff der syrischen Regierungstruppe auf die von Oppositionsgruppen gehalten Stadt Aleppo lösen neuen Flüchtlingswellen aus. Neben falschen Versprechen gibt es auch reale Not als Fluchtursache. Und wo Menschen hoffnungslos sind, werden Versprechen für einen echten oder vermeintlichen Ausweg leichter geglaubt.

Für die Organisation Pro Asyl geht die Aufklärungskampagne deshalb auch am eigentlichen Problem vorbei. "Das Grundproblem ist doch, dass selbst Menschen, die einen Rechtsanspruch auf ein Visum etwa in der Türkei hätten, ein Jahr darauf warten müssen", sagte der Geschäftsführer von Pro Asyl, Günter Burkhardt. Es fehle an legalen Wegen nach Deutschland, auch für Angehörige.

Die Bundesregierung steckt erkennbar in einem strategischen Dilemma. Denn die Aufklärung über die Rechtslage und das Zerstören falscher Versprechungen soll nichts am positiven Grundbild Deutschlands und seiner Aufnahmebereitschaft für Menschen in Not ändern. Bundeskanzlerin Angela Merkel hatte die Order ausgegeben, dass Deutschland sich eben nicht an einem Wettlauf um die beste Abschreckung beteiligen soll - anders als einige osteuropäischen Staaten wie Ungarn oder Tschechien, denen EU-Diplomaten die Strategie unterstellen, Flüchtlinge bewusst vergraulen zu wollen.

Hilfe durch Flüchtlinge?

Es gibt Anzeichen dafür, dass die Kampagne wirkt, vielleicht auch wegen der nicht immer positiven Berichte, die Flüchtlinge per Smartphone zurück in die Heimat senden. Diese werden aufmerksam auch von den deutschen Botschaften weltweit vermerkt. Die irakische Botschaft in Berlin soll nach Angaben des Auswärtigen Amtes in den vergangenen Wochen bereits 150 Reiseausweise zur Rückkehr in den Irak ausgestellt haben für Menschen, die sich mit falschen Erwartungen auf die Reise gemacht und die Pässe auf Empfehlung der Schlepper weggeworfen hätten.

Merkel hat mehrfach betont, man solle nicht annehmen, dass alle Flüchtlinge Deutschland nun so toll fänden, dass sie immer hierbleiben wollten. Dazu passt das Interview eines Rückkehrers im kurdisch-irakischen Fernsehen: Dieser sagte, er habe in Deutschland stundenlang in der Kälte auf seine Registrierung und dann auf Essen warten müsse. Und am Ende habe es Möhrensuppe gegeben.Ea/rtr, 27

 

 

 

 

 

Mehr Zusammenarbeit auf der Westbalkan-Route. Flucht und Asyl

 

100.000 zusätzliche Plätze für Flüchtlinge, 400 Polizisten für Slowenien, schneller Informationsaustausch zwischen den Ländern und besserer Schutz der Grenzen – das sind Ergebnisse des gestrigen europäischen Sondertreffens. Die Chefs der Staaten entlang der sogenannten "Westbalkan-Route" haben sich in Brüssel getroffen und einen 17-Punkte-Plan vereinbart.

 

Bundeskanzlerin Merkel hatte das Treffen initiiert, EU-Kommissionspräsident Juncker hatte eingeladen. Gekommen waren die Staats- und Regierungschefs von neun EU-Staaten und drei Nicht-EU-Staaten – allesamt Länder, die von den Flüchtlingsströmen entlang der Westbalkanroute betroffen sind. Außerdem mit dabei: der Hohe Flüchtlingskommissar der Vereinten Nationen, die

Europäische Asylagentur und Frontex, dazu der Präsident des Europäischen Rates und die luxemburgische Ratspräsidentschaft.

Nun ist vereinbart, dass 50.000 Plätze für Flüchtlinge entlang der Westbalkanroute eingerichtet werden. Mit der Hilfe des UNHCR soll so eine vernünftige Versorgung der Flüchtlinge ermöglicht werden, wichtig gerade angesichts des beginnenden kalten Jahreszeit.

Die Bundeskanzlerin nach dem Treffen: "Es ging heute darum, erst einmal das Leid der Flüchtlinge entlang der sogenannten Balkanroute zu lindern."

Zudem hat sich Griechenland bereit erklärt, weitere 50.000 Aufnahmeplätze zu schaffen. Denn zusätzliche Aufnahmekapazitäten sind ein wichtiger Schritt, um zu geordneten Verhältnissen und Verfahren innerhalb Europas zu kommen. Sie sind auch eine wichtige Voraussetzung, um bei der Verteilung der 160.000 Flüchtlinge innerhalb der EU voranzukommen.

Außerdem hat man Verbesserungen bei der Grenzsicherung vereinbart. Slowenien erhält kurzfristig 400 Grenzpolizisten und Ausrüstung. Jedes Land wird eine Kontaktperson benennen, um den schnellen Austausch von Informationen zu gewährleisten.

Besprochen wurde die Zusammenarbeit mit der Türkei, mit der als Schlüsselland für die Bewältigung der Flüchtlingsströme intensiv kooperiert werden soll. Bei der Rückführung ging es insbesondere um die Länder Bangladesch, Pakistan und Afghanistan.

Der Sonder-Innenministerrat am 9. November wird sich vertieft damit befassen, wie diese Maßnahmen umgesetzt werden. pib 26

 

 

 

Umfrage. Deutsche erwarten Wandel und wollen Flüchtlinge unterstützen

 

Drei von vier Deutschen erwarten, dass Flüchtlinge die deutsche Gesellschaft verändern werden. Das geht aus einer aktuellen Umfrage hervor. Wie aus einer anderen Erhebung hervorgeht, sind die meisten Deutschen bereit, die Neuankömmlinge zu unterstützen.

 

Drei Viertel der Deutschen erwarten, dass die Einwanderung von Flüchtlingen die deutsche Gesellschaft stark (50 Prozent) oder sehr stark (26 Prozent) verändern wird. Lediglich jeder Fünfte (21 Prozent) glaubt, dass diese Entwicklung nur wenig Einfluss auf die Gesellschaft ausüben wird, wie aus einer am Freitag in Köln veröffentlichten ARD-Umfrage hervorgeht.

Dass der Zuzug so vieler Flüchtlinge gar keine gesellschaftlichen Auswirkungen haben wird, nimmt nur ein Prozent der Bürger an. Das Institut Infratest dimap befragte im Auftrag des ARD-„Morgenmagazins“ von Montag bis Mittwoch dieser Woche 1.000 Bundesbürger.

Wie aus einer anderen Umfrage hervorgeht, sind die Deutschen zu vielfältiger Hilfe für Flüchtlinge bereit, ziehen aber finanzielle Unterstützung meist der menschlichen Nähe vor. Wie sich aus der Befragung im Auftrag des Magazins „chrismon spezial“ ergibt, können sich 58 Prozent eine Geldspende vorstellen, aber nur 13 Prozent, vorübergehend einen Flüchtling bei sich zu Hause aufzunehmen.

Auf die Frage „Was würden Sie für einen Flüchtling tun?“ sagten 58 Prozent, sie würden einmal mit einem Flüchtling einkaufen gehen und bezahlen. 57 Prozent können sich eine Essenseinladung vorstellen, 54 Prozent den Besuch in einem Flüchtlingsheim und 53 Prozent eine Begleitung bei Behördengängen. 15 Prozent indes sagten, sie wollten keine der vorgegebenen Möglichkeiten zur Unterstützung der Neuankömmlinge in Deutschland nutzen.

Für „chrismon spezial“ hat das Emnid-Institut 1.003 Frauen und Männer befragt. Mehrfachnennungen waren möglich. (epd/mig 26)

 

 

 

 

 

Gut leben in Deutschland. "Wir werden die Integration schaffen"

 

Bildung und Arbeit, Sicherheit, Soziales – und die aktuelle Flüchtlingswelle: Das waren die Themen, die den Teilnehmern des vierten Bürgerdialogs mit der Bundeskanzlerin besonders am Herzen lagen. Rund 60 Bürgerinnen und Bürger hatten in Nürnberg die Chance, mit Angela Merkel zu diskutieren.

 

"Das war eine lebendige Diskussion und eine, die sehr an den Themen Bildung und Zukunft ausgerichtet war. Das hat mir Spaß gemacht", resümierte Bundeskanzlerin Angela Merkel am Ende des fast zweistündigen Gesprächs.

Besonders die Zukunft der Arbeit und des Bildungssystems beschäftigte ihre rund 60 Gäste aus Nürnberg und der Region Mittelfranken. Sie waren sowohl von den "Nürnberger Nachrichten" als auch von der IHK Nürnberg für Mittelfranken sowie der Handwerkskammer für Mittelfranken ausgewählt worden.

"Es wird Zeit für eine schulische Einheit"

Zu Beginn kritisierten einige Dialogteilnehmer das mehrgliedrige Schulsystem in Deutschland. Viele Grundschüler stünden bereits früh unter Druck, den Übergang aufs Gymnasium zu schaffen. Ein Abiturient sprach außerdem die unterschiedlichen Bildungssysteme in Deutschland an.

Die Abiturprüfungen seien von Bundesland zu Bundesland verschieden: "Wir haben seit 25 Jahren politische Einheit und ich finde, es wird Zeit, dass wir endlich eine schulische Einheit bekommen in Deutschland."

Er plädierte zudem für Eignungstests an Hochschulen und dafür, bei der Aufnahme individuelle Fähigkeiten und Qualifikationen vor Schulnoten zu bewerten. Angela Merkel betonte, dass Bildung Ländersache sei, begrüßte jedoch den Vorschlag für mehr Eignungstests an Hochschulen.

 

Wunsch nach mehr Wertschätzung

Viele Teilnehmer sahen die Tendenz zur Über-Akademisierung der Gesellschaft und wünschten sich mehr Wertschätzung für handwerkliche Berufe und das Modell der dualen Ausbildung. Deutschland habe eine große Handwerkstradition, die es zu bewahren gelte.

Gleichzeitig war die Digitale Revolution ein wichtiges Thema für die Dialogteilnehmer sowie die Frage nach der Zukunftsfähigkeit des Landes im internationalen Vergleich. Hier sah die Kanzlerin besonderes Potential in IT-Berufen. Sie ermutigte insbesondere Mädchen und junge Frauen, Berufe in

diesem Bereich zu ergreifen.

Versorgung von Flüchtlingen läuft noch nicht wie gewünscht

Ein Thema, das zurzeit ganz Deutschland bewegt, kam, wie zu erwarten, auch beim Bürgerdialog der Kanzlerin in Nürnberg zur Sprache: die große Zahl der Flüchtlinge, die jeden Tag nach Deutschland kommen.

Die Bundeskanzlerin räumte ein, dass die Versorgung der Flüchtling noch nicht so geordnet verlaufe, wie es wünschenswert wäre. Sie zeigte Verständnis für die Sorgen der Menschen. Es seien sehr viele, die zurzeit nach Deutschland kämen, sehr viel Fremdes und Unbekanntes.

Doch die Kanzlerin zeigte sich zuversichtlich: "Wir werden die Integration schaffen." Es müsse aber deutlich gemacht werden, dass das Willkommen an Regeln gebunden sei. Es werde klar und freundlich gesagt, was erwartet werde und "worauf wir Wert legen", so Merkel.

Eine Teilnehmerin ließ nicht locker: "Wie stellen Sie sicher, dass die Flüchtlinge unsere Regeln befolgen?" Die Kanzlerin betonte, dass Kriminalität nicht zu akzeptieren sei. Es müsse gleiches Recht für alle gelten. Auch müssten alle, die keine Aussicht hätten, bleiben zu können, schneller zurückgeführt werden. "Hier müssen wir viel strenger werden."

Nach einem Masterplan gefragt, fasste Merkel die wichtigsten Punkte zusammen: eine schnelle Integration derer, die bleiben dürfen; eine schnelle Rückführung derer, die keine Aussicht haben zu bleiben; und die Schaffung besserer Rahmenbedingungen in den Ländern, aus denen sie kommen.

Keine Konkurrenz unter den Schwächsten entstehen lassen

Das Thema Integration kam auch in einem anderen Zusammenhang noch einmal auf: Eine Bürgerin im Rollstuhl beklagte sich, dass die Integration von Menschen mit Behinderungen an vielen Stellen immer wieder erschwert werde, zum Beispiel bei der Gewährung von Sozialleistungen.

Ihre zusätzliche Sorge: Immer wieder seien Menschen derzeit verärgert darüber, dass sie selbst um Vieles kämpfen müssten, während sich die Politik auf die ankommenden Flüchtlinge konzentriere. Es dürfe "da, wo die Schwächsten auf die Schwächsten treffen" keine Konkurrenz entstehen, warnte Kanzlerin Merkel daraufhin.

Ein weiteres Thema im Bereich "Soziales" war die Anerkennung von Heilberufen. Eine Physiotherapeutin berichtete, dass es mit ihrem Beruf schwer sei, eine Familie zu ernähren oder später auf eine auskömmliche Rente zu hoffen. Gleichzeitig seien Fortbildungen wichtig, müssten aber in der Regel von den Therapeuten selbst finanziert werden.

"Ich werde noch einmal mit dem Gesundheitsminister sprechen", versprach die Kanzlerin. Grundsätzlich sei in dieser Legislaturperiode bereits viel passiert, gerade beim Thema Pflege. Damit antwortete Merkel auch auf die Sorge einer anderen Bürgerin, dass speziell in der Altenpflege kaum Zeit sei, sich angemessen um die Menschen zu kümmern. Pib 25

 

 

 

Bundesregierung erwägt 2016 Schulden wegen Flüchtlingskrise

 

Für Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble galt die "schwarze Null" bislang als heilig: Doch angesichts steigender Kosten in der Flüchtlingskrise soll die Bundesregierung nun diskutieren, ob und wieviel neue Schulden man machen muss.

Mit Blick auf steigende Kosten in der Flüchtlingskrise wird einem Medienbericht zufolge innerhalb der Bundesregierung diskutiert, ob man schon bald wieder Schulden machen muss.

Haushaltspolitiker der großen Koalition rechnen nach Informationen des "Handelsblatts" vom Donnerstag im kommenden Jahr mit Ausgaben von rund zehn Milliarden Euro. Bisher sind im Etatentwurf für 2016 knapp sieben Milliarden Euro vorgesehen. Es sei aber offen, ob man sich bereits beim Beschluss des Haushalts im November im Bundestag von der schwarzen Null verabschiede, schreibt das Blatt unter Berufung auf Koalitionskreise.

Allerdings werde innerhalb der Bundesregierung diskutiert, ob es sinnvoll sei, im Jahr 2016 unbedingt die schwarze Null zu erreichen. Es gebe die Überlegung, im kommenden Jahr Kosten für die Integration vorwegzunehmen und so einen Puffer für 2017 zu schaffen. Wenn man 2016 die schwarze Null gerade so erreiche, aber dann im Wahljahr 2017 doch neue Schulden machen müsse, habe man wenig gewonnen, zitierte die Zeitung einen CDU-Regierungsvertreter. Beim Finanzministerium war zunächst niemand für eine Stellungnahme zu erreiche

Ea/rtr, 29

 

 

 

 

Soziale Kluft in der EU: Kinder und Jugendliche sind Verlierer der Krise

 

Die Bertelsmann Stiftung untersucht jährlich die Entwicklung der Teilhabechancen in allen 28 EU-Mitgliedstaaten. Trotz wirtschaftlicher Erholung: Die Kluft zwischen Jung und Alt nimmt zu, die soziale Spaltung zwischen Nord- und Südeuropa bleibt immens. Deutschland belegt im Gesamtindex Rang 7.

 

Gütersloh. Kinder und Jugendliche sind die größten Verlierer der europäischen Wirtschafts- und Schuldenkrise. In der EU sind rund 26 Millionen Kinder und Jugendliche von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedroht. Das sind 27,9 Prozent aller unter 18-Jährigen. Geringe Zukunftsperspektiven haben auch die 5,4 Millionen jungen Menschen, die sich weder in Beschäftigung noch in Ausbildung befinden. Eine Kluft bei der sozialen Gerechtigkeit verläuft in Europa insbesondere zwischen Nord und Süd sowie zwischen Jung und Alt. Dies ist das Ergebnis des Social Justice Index, mit dem die Bertelsmann Stiftung jährlich untersucht, wie sich soziale Gerechtigkeit in den 28 EU-Staaten entwickelt. Deutschland belegt in diesem Index Rang 7.

 

5,4 Millionen junge Menschen weder in Beschäftigung noch in Ausbildung

Allein in Spanien, Griechenland, Italien und Portugal ist die Zahl der Kinder und Jugendlichen, die von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedroht sind, seit 2007 um 1,2 Millionen von 6,4 auf 7,6 Millionen gestiegen. Sie leben entweder in Haushalten mit weniger als 60 Prozent des mittleren Einkommens, leiden unter schweren materiellen Entbehrungen oder wachsen in quasi-erwerbslosen Haushalten auf.

 

Auch in der Altersgruppe von 20 bis 24 Jahren befinden sich viele EU-Bürger in prekären Situationen. Von ihnen sind 5,4 Millionen (17,8 Prozent) weder in Beschäftigung noch in Ausbildung. In 25 Mitgliedstaaten der EU hat sich ihre Zahl seit 2008 teils erheblich erhöht, nur in Deutschland und Schweden hat diese Altersgruppe in den vergangenen Jahren an Perspektive gewonnen. Die negativste Entwicklung hingegen verzeichneten die südeuropäischen Länder: In Spanien kletterte der Anteil der 20- bis 24-Jährigen, die weder in Beschäftigung noch in Ausbildung sind, von 16,6 auf 24,8 Prozent, in Italien sogar von 21,6 auf 32 Prozent.

 

Kluft zwischen den Generationen wächst

In der längerfristigen Beobachtung wächst europaweit auch die Kluft zwischen den Generationen. Während der Anteil der von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedrohten Kinder im EU-Durchschnitt seit 2007 von 26,4 auf 27,9 Prozent gestiegen ist, hat sich der entsprechende Anteil in der Bevölkerungsgruppe ab 65 Jahren von 24,4 auf 17,8 Prozent verringert. Hauptgrund: Im Laufe der Krise sind die Renten und Altersbezüge der älteren Menschen nicht beziehungsweise nicht so stark geschrumpft wie die Einkommen der jüngeren Bevölkerung.

 

Verschärft wird die gegensätzliche Entwicklung zwischen Jung und Alt durch drei europaweite Trends: Steigende Verschuldung der öffentlichen Haushalte belastet vor allem die jüngeren Generationen; Zukunftsinvestitionen in Bildung oder Forschung und Entwicklung stagnieren; und alternde Gesellschaften erhöhen den Druck auf die Finanzierbarkeit sozialer Sicherungssysteme. Der Schuldenstand der EU-Staaten etwa hat sich im Verhältnis zu deren Wirtschaftsleistung im Durchschnitt von 63 Prozent im Jahre 2008 auf inzwischen 88 Prozent erhöht.

 

Aart De Geus, Vorstandsvorsitzender der Bertelsmann Stiftung, warnte vor den weiteren Folgen: „Wir können uns eine verlorene Generation in Europa weder sozial noch ökonomisch leisten. Die EU und ihre Mitgliedstaaten müssen besondere Anstrengungen unternehmen, um die Chancen junger Menschen nachhaltig zu verbessern.“ De Geus erinnerte dabei an die bereits bestehende Beschäftigungsgarantie und -initiative der EU für junge Menschen. Diese sinnvollen Initiativen müssten in den Mitgliedstaaten konsequent umgesetzt und mit den nötigen finanziellen Mitteln ausgestattet werden. Obwohl in vielen EU-Staaten wieder leichte Aufwärtsentwicklungen am Arbeitsmarkt zu erkennen sind, kann von einer umfassenden Trendwende in Sachen sozialer Gerechtigkeit nach Jahren der Abwärtsentwicklung noch nicht die Rede sein.

 

Deutschland mit Schwächen bei Generationengerechtigkeit

Deutschland liegt im Gesamtindex auf dem siebten Rang. Positiv zu Buche schlägt vor allem die sehr gute Arbeitsmarktsituation. Die Bundesrepublik hat im EU-Vergleich mit 73,8 Prozent inzwischen die zweithöchste Beschäftigungsquote hinter Schweden und ist zugleich das Land mit der niedrigsten Jugendarbeitslosigkeit (7,7 Prozent). Allerdings befinden sich rund 40 Prozent aller abhängig Beschäftigten in so genannten atypischen Beschäftigungsformen und der Anteil der Menschen, die trotz Vollzeitjob von Armut bedroht sind, ist zwischen 2009 und 2013 von 5,1 auf 6,3 Prozent gestiegen.

 

Der in der EU insgesamt feststellbare Trend einer wachsenden Kluft zwischen Jung und Alt bei Armut und sozialer Ausgrenzung ist in Deutschland jedoch weniger ausgeprägt als in vielen anderen EU-Staaten. Doch auch hierzulande ist etwa der Anteil der unter 18-Jährigen, die von schweren materiellen Entbehrungen betroffen sind, höher als in der Bevölkerung ab 65 Jahren (5 Prozent gegenüber 3,2 Prozent). Insgesamt hat sich Deutschland in Sachen Generationengerechtigkeit im Vergleich zur Vorjahresuntersuchung von Rang 10 auf Rang 15 verschlechtert. Die Rentenreformen haben sich negativ in der Bewertung niedergeschlagen. Auch im Bereich Bildungszugang kommt Deutschland angesichts des vergleichsweise starken Zusammenhangs zwischen sozialer Herkunft und Bildungserfolg nicht über einen fünfzehnten Rang hinaus.

Dip 27

 

 

 

 

Arbeitswelt der Zukunft: Jedem zweiten Unternehmen fehlt eine nachhaltige Personalstrategie

 

- Publikation zeigt Top-Herausforderungen für Personalmanager

- Fünf-Punkte-Plan für die HR-Agenda 2016

 

Eschborn - Personalverantwortlichen und HR-Profis

stehen turbulente Zeiten bevor. Demografie, Digitalisierung und

Industrie 4.0, Wertewandel sowie eine grenzenlose Mobilität wälzen

die Arbeitswelt um. Nach Einschätzung der ManpowerGroup Deutschland

hapert es aktuell in jedem zweiten Unternehmen in Deutschland an

einer nachhaltigen Personalstrategie. Damit fehlt die Basis, um sich

adäquat auf die Arbeitswelt der Zukunft vorzubereiten.

 

Den Unternehmen steht nicht weniger als eine Revolution im

HR-Management bevor. Durch Digitalisierung und Industrie 4.0

entstehen komplett neue Berufe, beispielsweise Roboterberater,

Tele-Chirurg und Verkehrsanalyst. Gleichzeitig verschwinden

Routinejobs und Sachbearbeitertätigkeiten. Darüber hinaus werden

künftig Menschen zusammenarbeiten, die sich in puncto Alter, Herkunft

und Vorkenntnissen deutlicher unterscheiden als heute. Sie werden

zudem nicht immer im selben Büro oder derselben Fabrik arbeiten. Dazu

kommt ein erkennbarer Wertewandel in der Gesellschaft. 89 Prozent der

Beschäftigten in Deutschland wollen für Unternehmen arbeiten, die

ethisch und korrekt handeln. Für 65 Prozent zählt der menschliche

Faktor bei der Arbeit, nicht das Gehalt.

 

Vielen Unternehmen fehlt für die Arbeitswelt der Zukunft ein

nachhaltiges HR-Konzept.  Insbesondere klassischen Branchen wie der

Industrie bereitet der Wandel Kopfzerbrechen. Selbst namhafte

Betriebe verlieren kluge Köpfe an junge Start-ups. Diese neuen Firmen

stellen sich als "Caring Companies" dar. Das sind meist junge

dynamische Unternehmen ohne verkrustete Strukturen. Sie überzeugen

Talente mit einem guten Arbeitsklima, Freiraum, Wertschätzung und

flexiblen Arbeitszeiten anstatt mit hohen Gehältern und Aussichten

auf eine steile Karriere.

 

"Um auf die Herausforderungen zu reagieren, fehlt vielen Unternehmen

der nötige Umbau zu einer nachhaltigen Personalstrategie. Die

HR-Verantwortlichen der Zukunft sind mehr Change-Management-Experte

und Personalentwickler als Serviceabteilung", sagt Herwarth Brune,

Chef des Workforce Solutions Anbieters ManpowerGroup Deutschland. Der

HR-Manager von morgen wird zudem zum professionellen Datensammler und

-analysten und einen stärkeren Fokus auf bislang wenig genutzte

Nischen im Recruiting legen. Dazu gehört auch das Recruiting stärker

zu internationalisieren und qualifizierte Fachkräfte aus dem Ausland

anzuwerben. Sowie die gezielte Ansprache von Studienabbrechern und

Quereinsteigern, Älterer und Arbeitnehmer mit Behinderung.

Geringqualifizierte Kandidaten werden über gezielte Weiterbildungen

und Sprachtrainings in qualifizierte Jobprofile gebracht.

 

"Unternehmen die agil und flexibel sind - die immer mal Neues wagen,

Veränderungen erkennen, Handlungsbedarfe anerkennen, und Initiative

zeigen - haben die besten Chancen, diese Herausforderungen nicht nur

zu bestehen, sondern sie auch zu ihrem Vorteil zu nutzen", sagt Dr.

Frank-J. Weise, Vorsitzender des Vorstandes der Bundesagentur für

Arbeit und Leiter des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge.

 

Fünf-Punkte-Plan für die HR-Agenda 2016

Die ManpowerGroup Deutschland hat die zentralen Treiber, Trends und

Herausforderungen der Arbeitswelt der Zukunft analysiert und dazu

eine Studienpublikation veröffentlicht. Daraus lässt sich ein

Fünf-Punkte-Plan für die HR-Agenda 2016 ableiten.

 

1.HR-Arbeit professionalisieren

Unternehmen mit einer nachhaltigen Personalstrategie wissen, welche

Mitarbeiter sie jetzt und künftig brauchen und welche Fähigkeiten sie

mitbringen müssen. Künftige HR-Manager erkennen zudem durch

Big-Data-Analyse bereits frühzeitig, wann ihre Mitarbeiter kündigen

und steuern rechtzeitig gegen.

 

2.Wertewandel verinnerlichen

Die jungen Berufstätigen der Generation Y ticken anders als die

Babyboomer. Sie wechseln häufiger den Job und entscheiden sich nicht

zwingend für das Unternehmen, welches das höchste Gehalt bietet.

Zudem ist der Kunde nicht mehr wichtiger als der Mitarbeiter. Im

Human Age sind Wertschätzung und ein harmonisches Miteinander die

entscheidenden Faktoren, um Talente zu gewinnen und zu halten.

Angebote wie Kinderbetreuung, Sabbaticals, Gesundheitsförderung und

CSR-Initiativen des Unternehmens werden immer wichtiger.

 

3.Unterschätze Ressourcen aktivieren

Rund zwölf Prozent der erwerbstätigen Frauen möchten ihre Arbeitszeit

ausdehnen. Potenzial besteht zudem bei der Integration über

55Jähriger und von Menschen mit Behinderung. Dafür braucht es

individuelle Konzepte, wie mehr Gleitzeit, Homeoffice, Jobsharing-

und Crowdsourcing-Modelle sowie Investitionen in Inklusionsprojekte.

 

4.Recruiting digitalisieren

Im Arbeitsmarkt der Zukunft genügt es nicht mehr, Stellenanzeigen zu

schalten. Bereits jeder sechste Jobsuchende ist auf

Karrierenetzwerken wie Xing oder LinkedIn aktiv. Auf Facebook schaut

sich fast jeder zehnte Wechselwillige nach neuen Arbeitgebern um.

Doch erst jedes zweite deutsche Unternehmen betreibt  aktiv Social

Media Recruiting.

 

5.In systematische Qualifizierung investieren

Fort und Weiterbildung in Unternehmen sind im Vergleich zu Schule und

Ausbildung vielfach nicht strukturiert. Durch eine gezieltere

Personalentwicklung ließe sich der Anteil der Geringqualifizierten um

zehn bis 20 Prozent senken. Vorreiter im Talentmanagement erkennen

zudem Führungskräfte in den eigenen Reihen und fördern bei den Chefs

von morgen Digitalkompetenz und einen kollaborativen Arbeitsstil.

 

Über die Publikation "Arbeitswelt der Zukunft"

"Arbeitswelt der Zukunft" wurde von der ManpowerGroup anlässlich des

50. Deutschland-Jubiläums veröffentlicht. In dieser Publikation

erhalten Unternehmenslenker und Personaler einen detaillierten und

wissenschaftlich fundierten Einblick, welche Entwicklungen die

Arbeitswelt künftig prägen werden und wie sie sich mit den richtigen

HR-Maßnahmen darauf einstellen können. Über diesen Link steht sie zum

Download zur Verfügung: http://bit.ly/1RBqxwx

Weitere Informationen finden Sie hier: http://bit.ly/20adCYB

Die Pressemitteilung finden Sie hier: http://bit.ly/1S9nYCF  MG 29

 

 

 

 

 

ADP-Studie „The Workforce View in Europe“: So belastet der Generationenmix den Arbeitsplatz

 

67 Prozent aller europäischen Arbeitnehmer erleben Konflikte aufgrund von Generationenunterschieden bei der Arbeit - 39 Prozent sind besorgt über Talent- und Wissensverluste bedingt durch den Ruhestand älterer Mitarbeiter

Nur eines von zehn Unternehmen plant, Mitarbeiter im Ruhestand als Berater zu beschäftigen

 

Neu-Isenburg. Demographischer Wandel trifft auf junge Talente: Bei steigendem Rentenalter und kürzerer Studienzeiten wird es in naher Zukunft nicht unüblich sein, dass bis zu fünf Generationen von Arbeitnehmern Seite an Seite zusammenarbeiten. Doch das Aufeinandertreffen verschiedener Generationen, ihrer Wertsysteme und Arbeitsauffassungen birgt nicht nur die Chance des Wissenstransfers. In der Zusammenarbeit zwischen Jung und Alt kommt es ebenso zu Konflikten: Das bestätigt die neue Forschungsstudie „The 2015 Workforce View in Europe“ von ADP, einem der führenden weltweiten Anbieter von Human Capital Management (HCM) Lösungen. Eine überwältigende Mehrheit von 67 Prozent der Beschäftigten in Europa gibt darin an, dass sie aktuell bei ihrer Arbeit Konflikte zwischen den verschiedenen Generationen erlebt. Für die Erhebung hat das Unternehmen aktuell mehr als 11.000 Berufstätige in acht verschiedenen Regionen Europas befragt, darunter Deutschland, Frankreich, Großbritannien und Spanien.

Die Verschmelzung einer alternden Belegschaft mit frischen Talenten kann laut ADP demnach schnell zum Salz in der Suppe im Mix der Generationen werden. Besonders mit Blick auf Wertesysteme, Arbeitsstile und Qualifikationen treten die Unterschiede zwischen den Generationen deutlich hervor. Gefördert durch den demographischen Wandel und die Überalterung der Gesellschaft in ganz Europa, sind diese Probleme besonders in Italien (77 Prozent), Spanien und Polen (jeweils 73 Prozent) akut.

Zu Konflikten kommt es laut der Arbeitnehmerstudie hauptsächlich durch gegensätzliche Ansichten jüngerer und älterer Mitarbeiter darüber, wie Arbeiten ausgeführt werden sollten (19 Prozent). Weil die Menschen später als je zuvor in den Ruhestand gehen, haben Mitarbeiter außerdem das Gefühl, dass es für neue Talente weniger Raum gibt, die Karriereleiter zu erklimmen (18 Prozent).

Sind Baby-Boomer für den Job geeignet?

Auch die „Generation Y“ sorgt mit ihren neuen Denkweisen für Veränderungen am Arbeitsplatz, die von älteren Generationen nicht immer wohlwollend betrachtet werden. Laut ADP stehen besonders die unterschiedlichen Wertvorstellungen von jungen Kollegen in der Organisation sowie deren andere Herangehensweisen mit Blick auf die unternehmerische Verantwortung bei älteren Mitarbeitern in der Kritik; für fast einen von fünf Befragten (18 Prozent) stellt dies ein Problem dar. In ähnlicher Weise haben jüngere Beschäftigte oft das Gefühl, dass gerade alternde Unternehmensführungen den Kontakt zu modernen Trends verloren haben (16 Prozent) und ältere Arbeitnehmer resistent gegen Veränderungen sind (15 Prozent).

Trotz der zahlreichen Differenzen schätzen viele Angestellte in Europa den Wert von Erfahrung: So sind 39 Prozent aller Befragten besorgt darüber, dass durch das Ausscheiden älterer Mitarbeiter dem Unternehmen Talente und deren Wissen verlorengehen. Dennoch plant nur jedes zehnte Unternehmen, Mitarbeiter nach ihrem Ruhestand als Berater weiter zu beschäftigen, um diesem Verlust vorzubeugen.

Sind Nachwuchstalente bereit für den Arbeitsplatz?

Nicht alle der von den Angehörigen der unterschiedlichen Generationen wahrgenommenen Konflikte finden laut ADP in den betroffenen Unternehmen auch tatsächlich statt. In manchen Fällen können sie demnach auf gegenseitigen Missverständnissen wurzeln: So sind beispielsweise 15 Prozent der Befragten der Ansicht, dass Ressentiments seitens jüngerer Mitarbeiter lediglich auf der Annahme beruhen, dass ältere Mitarbeiter gegen Veränderungen resistent seien – was nicht zwingend der Fall sein muss.

Mit Blick auf das Thema „Qualifikation“ stellen die älteren europäischen Arbeitnehmer ihren jungen Kollegen ungeachtet aller Differenzen ein sehr gutes Zeugnis aus: 92 Prozent von ihnen sind laut der aktuellen Forschungsstudie der Ansicht, dass die jüngeren Generationen mit den nötigen Qualifikationen ausgestattet sind, um ihre Rollen erfolgreich auszufüllen. Diese Zuversicht ist am höchsten in Großbritannien, wo lediglich 6 Prozent der Meinung sind, dass mangelnde Qualifikationen unter jüngeren Mitarbeitern ein Problem für ihre Organisation darstellen. Ebenso sagen nur 14 Prozent, dass ältere Mitarbeiter jüngere Talente, die Führungspositionen übernehmen, als Bedrohung wahrnehmen.

„Arbeitnehmer in ganz Europa sind gut beraten, diese Generationsfragen für sich zu berücksichtigen, wenn sie international tätig sind. So machen sie sich mit den möglichen altersbedingten Herausforderungen, die eventuell auf sie zukommen, von Anfang an vertraut. Besonders wichtig ist dies auch für multinationale Unternehmen, die die breite Perspektive für ihre Belegschaft ebenso wie die Auswirkungen auf jeden einzelnen am Arbeitsplatz verstehen müssen. Wenn diese Organisationen ein Verständnis für die aktuelle Altersdiversität gewinnen, können sie mögliche, von den Mitarbeitern empfundene Generationsprobleme proaktiv angehen und profitieren von dem Wert, den eine Vielfalt an Alters- und Erfahrungsniveaus für die Arbeitsumgebung bringen“, fasst Professor Andreas Kiefer, Geschäftsführer von ADP in Deutschland, mit Blick auf die Ergebnisse zusammen.

Weitere Ergebnisse entnehmen Sie bitte dem Bericht zur Studie „Arbeitnehmeransichten in Europa“ unter www.de-adp.com/arbeitnehmeransichten-in-europa-2015/ubersicht  adp 28

 

 

 

 

Frauenkirche stellt das Musikjahr 2016 unter das Motto Elemente – Schöpfung – Welt

 

Das erste Programm in einer neuen Dekade des musikalischen Lebens der Frauenkirche eröffnet neue Welten. 126 Angebote wurden um die beiden assoziativreichen Motive re|creation und welt|weit entwickelt und laden zu Neuentdeckungen ein.

 

„Dass die Frauenkirche eine klingende Kirche ist, hat sie in der ersten Dekade seit der Weihe 2005 unter Beweis gestellt. Seit 10 Jahren gestalten wir das geistliche Leben in Gottesdienst, Andacht und eigens entwickelten Formaten mit vortrefflicher Kirchenmusik“, erklärt Frauenkirchenpfarrer Sebastian Feydt. „Es ist geglückt, ein künstlerisch hochwertiges und sich selbst tragendes Konzertwesen in einer bereits dichten Kulturlandschaft Dresdens zu etablieren. Das macht Lust auf die nächsten 10 Jahre“, ergänzt Christine Kageneck, kaufmännische Leiterin der Stiftung Frauenkirche Dresden.

 

Das vielfältige Programm bietet im kommenden Jahr 50 Konzerte zzgl. zweier Mitsingveranstaltungen, 22 Geistliche Sonn- bzw. Festtagsmusiken, 38 Orgelabende, 12 Familien- bzw. Jugendangebote und zwei Adventsliedersingen. Es setzt auf die Balance aus formatpflegender Kontinuität und inhaltlicher Weiterentwicklung.

 

Kirchenmusik zwischen Wiederentdeckung und Neuschöpfung

„Die Musica sacra an der Dresdner Frauenkirche ist anspruchsvoll in ihrer Beständigkeit und inspirierend in ihrer Offenheit für Neues“, erklärt Frauenkirchenkantor Matthias Grünert. Er hat für das Musikjahr 2016 ein musikalisches Paket geschnürt, das die Begegnung mit den großen Werken der Kirchenmusik ebenso ermöglicht wie das Wiederentdecken verschollener Kompositionen bis hin zum erstmaligen Hören von Neuschöpfungen.

 

So wird anlässlich des Jahrestages der Zerstörung Dresdens die a cappella-Motette »Vater vergib« Grünerts uraufgeführt. Die Vertonung der Versöhnungslitanei von Coventry steht in der Tradition des Anfang diesen Jahres erstmals musizierten »Pater noster« und wird fester Bestandteil der Programme der Chorreise sein, die den Kammerchor der Frauenkirche durch deutsche Nagelkreuzzentren führt. Bereits am Neujahrstag erklingt der eigens komponierte Kanon zur Jahreslosung; eine Tradition, die der Frauenkirchenkantor ebenso bereits seit mehreren Jahren pflegt.

 

In den Geistlichen Sonntagsmusiken, von denen es 22 geben wird, werden sechs Kantaten von Homilius wiedererstaufgeführt. Die vermutlich seit der Zeit des Komponisten in Dresden nicht musizierten Werke wurden in den Beständen der Sächsischen Landes- und Universitätsbibliothek entdeckt und aufwändig für die beiden Neuaufführungen in der Trinitatiszeit und am ersten Advent aufbereitet. Ohnehin sind die Geistlichen Sonn- und Festtagsmusiken über das ganze Jahr hinweg ein sprudelnder Quell für das Entdecken sakraler Werke. „Sie präsentieren in Musik gesetzte Predigten“, so Grünert. 2016 erklingen u.a. vier große Haydn-Messen, sieben Motetten bzw. Kantaten von Bach und eine Messvertonung von Mozart. Als Dresdner Reverenz wird zudem Zelenkas »Missa Omnium Sanctorum« aufgeführt.

 

Ein Komponist, der im kommenden Jahr kirchenmusikalisch besonders gewürdigt wird, ist Max Reger. In zeitlicher Nähe zu seinem 100. Todestag führen der Chor der Frauenkirche und das Philharmonische Orchester Altenburg-Gera seine »Romantische Suite« auf. Außerdem durchziehen den die Innenstadtkirchen verbindenden Dresdner Orgelzyklus, der 2016 in sein zehntes Jahr geht, Programme mit Reger-Werken. Natürlich bleibt Johann Sebastian Bach als musikalischer Pate von besonderer Bedeutung, was sich u.a. an der Neuauflage des BACHzyklus mit insgesamt 10 Konzerten und den Programmen weiterer Orgelreihen zeigt.

 

Bei all der kirchenmusikalischen Fülle sind die Klangkörper der Frauenkirche die tragenden Pfeiler. Chor, Kammerchor und ensemble frauenkirche gestalten – neben ihren gottesdienstlichen Verpflichtungen – insgesamt 30 Angebote aus, die von Jugendangeboten über Sonntagmusiken bis zum großen Konzert reichen. Der Kammerchor ist außer in den traditionellen Aufführungen der Johannespassion, der h-Moll Messe und des Weihnachtsoratoriums von Bach auch in Aufführungen des Mozart-Requiems, Haydns »Schöpfung« und eigens zusammengestellten Festmusiken für das kurfürstliche sächsische Haus im Abschusskonzert der Frauenkirchen-Bachtage zu erleben. Der Chor führt u.a. Brahms‘ »Schicksalslied« und Mendelssohn-Bartholdys »Paulus« auf.

 

Das Konzertjahr 2016: Assoziativ, kreativ, schöpferisch

Bereits die Gestaltung der Programmbroschüre zeigt, dass die Konzerte im kommenden Jahr Horizonte öffnen und neue Einblicke freigeben wollen. Dramaturgische Ausgangpunkte sind – anders als in vorangehenden Jahren – keine festen Konzertreihen, sondern vielmehr zwei Assoziationen: re|creation und welt|weit. Entsprechende Schlüsselwerke stellen Haydns Oratorium »Die Schöpfung«, Rebels »Elemente« und Dvoráks Sinfonie »Aus der neuen Welt« dar.

 

„In diesem Kontext stellt sich für uns immer wieder die Frage: Was ist der Mensch?“, erklärt Dr. Ralf Ruhnau, Konzertmanager der Stiftung Frauenkirche Dresden. So erklingen bspw. »Die vier Jahreszeiten« von Vivaldi und Piazzolla in diesem Zusammenhang als Sinnbild für die vier Lebensabschnitte. Mit Bezug zu dem, was den Menschen ausmacht, hat die bekannte Publizistin Elke Heidenreich ein Programm unter dem Titel »Nachtgedanken« konzipiert. Beethovens »Eroica« und das »Schicksalslied« von Brahms haben vor diesem Hintergrund Eingang ins Programm gefunden. „Das Spektrum umfasst die wesentlichen Aspekte menschlicher Existenz wie Liebe, Tod und Auferstehung“, so Ralf Ruhnau.

 

Am Tag des Gedenkens an die Opfer des Nationalsozialismus (27. Januar) erlebt Roger „Moreno“ Rathgebs »Requiem für Auschwitz« in der Frauenkirche seine Dresdner Erstaufführung. Der holländische Sinto-Musiker schrieb das chorsinfonische Werk wider das Vergessen. „Es gedenkt der Opfer und ist gleichzeitig eine Hommage an das Leben“, erklärt Barbara Damm, Programmleiterin Musik und Musiktheater in HELLERAU. „Dass die Aufführung mit den Roma- und Sinti-Philharmonikern unter der Leitung von Riccardo Sahiti in der Dresdner Frauenkirche stattfinden wird, freut uns sehr, denn dieser Ort steht wie kaum ein zweiter in Deutschland als Symbol für Erinnerung und Versöhnung. HELLERAU – Europäisches Zentrum der Künste Dresden und die Stiftung Frauenkirche Dresden setzen damit gemeinsam ein Zeichen der Erinnerungskultur in Sachsen und würdigen erstmals die Opfer des Völkermordes an den europäischen Sinti und Roma“, so Damm.

 

HELLERAU ist einer von drei neuen Partnern der Frauenkirchenkonzerte, genau wie das Albertinum und die Jüdische Musik- und Theaterwoche. Sie erweitern das starke Netzwerk, das bereits langjährig mit den Dresdner Musikfestspielen, der Dresdner Philharmonie, dem Heinrich Schütz Musikfest, dem MDR Musiksommer und der Sächsischen Staatskapelle besteht. „Mit kreativen Partnern, innovativen Programmen und ausdrucksstarken Künstlern arbeiten wir daran, dass die Frauenkirche auch im Konzertjahr 2016 ein Kraftfeld ist, in dem unser Publikum neue Zuversicht, Freude und Phantasie aus der Musik schöpfen kann“, verspricht Ruhnau.

 

Große Namen, starke Momente

Im neuen Musikjahr erwartet das Publikum starke künstlerische Momente mit herausragenden Musikern. Der amerikanische Starbariton Thomas Hampson ist in der Frauenkirche erstmals in einem eigenen Konzert zu hören, dessen Programm u.a. mit Werken von Brahms und Barber er dem Publikum auch mit Worten nahebringen möchte. Anne-Sophie Mutter gibt sich nach einigen Jahren wieder die Ehre, begleitet vom London Philharmonic Orchestra unter der Leitung von Robin Ticcati. Dieses Ereignis wird finanziell unterstützt von der Ostsächsischen Sparkasse Dresden. Daniel Hope ist der Frauenkirche eng verbunden und gibt im Rahmen der Frauenkirchen-Bachtage gemeinsam mit dem Pianisten Sebastian Knauer seinen ersten Soloabend. Alison Balsom, Ludwig Güttler und Albrecht Mayer haben sich angesagt; wohltuende Wiederbegegnungen gibt es zudem mit den 12 Cellisten der Berliner Philharmoniker, dem Tölzer Knabenchor und dem Thomanerchor Leipzig unter der Leitung des neuen Thomaskantors.

 

Nach dem erfolgreichen Auftakt 2015 stehen auch im kommenden Jahr zwei Aufführungen auf dem Programm, die Text und Musik ausdrucksstark verschmelzen: Sebastian Koch liest in einem Konzert des Württembergischen Kammerorchesters aus Briefen, Tagebüchern und Dokumenten der Bach-Familie; Elke Heidenreich bereichert die Aufführung romantischer Gesänge von Brahms und Mendelssohn durch das Vokalensemble Calmus mit Texten von Proust, Tieck und Kästner.

 

Eine Weiterentwicklung erfährt das Konzept der kreativen Musikvermittlung: Neben den bewährten Konzerteinführungen, Werkstatt- und Gesprächskonzerten sowie dem „Musikalischen Klassenzimmer“ wird es erstmals vor drei ausgewählten Konzerten Kunstgespräche im Albertinum geben: Das Konzertprogramm wird in Bezug gesetzt zu je einem ausgewählten Objekt der Bildenden Kunst. „Auch auf diese Weise eröffnen sich neue Welten und werden die Grenzen der Wahrnehmung erweitert“, freut sich Ralf Ruhnau über diese neue und spannende Erweiterung des Konzertangebots.

 

Von besonderem Reiz sind die Konzerte mit jungen, kreativen und bereits erfolgreichen Musikern. Fortgesetzt werden die Konzerte mit Preisträgern des ARD-Musikwettbewerbs; entdeckenswert sind darüber hinaus das SIGNUM Saxophonquartett und die Junge Deutsche Philharmonie, die in der Frauenkirche mit Pekka Kuusito einen der international aufregendsten jungen Geiger konzertiert.

 

Am 29. Oktober startet der Vorverkauf

Für die Mehrzahl der Veranstaltungen beginnt der Vorverkauf am 29. Oktober. Online können Tickets über die Webseite der Frauenkirche (www.frauenkirche-dresden.de) erworben werden sowie vor Ort an der Vorverkaufskasse der Stiftung am Georg-Treu-Platz 3 (Mo-Fr 9-18 Uhr, Sa 9-15 Uhr, Tel. 0351-656 06 701, ticket@frauenkirche-dresden.de). Zudem werden Tickets an den CTS-Vorverkaufsstellen und an den SZ-Treffpunkten angeboten.

 

Dresdnerinnen und Dresdner können sich auf vier Konzerte freuen, bei denen sie Karten auf allen verfügbaren Plätzen für 15 EUR erwerben können, darunter Aufführungen von Bachs »Matthäuspassion«, Mozarts »Divertimento« und Beethovens »Eroica«. Inhaber der DREWAG-Kundenkarte, der „Dresden for Friends“-Card und SZ-Card erhalten außerhalb der Advents- und Weihnachtszeit zwei Tickets zum Preis von einem. Die Frauenkirchen-Karten gibt es weiterhin wie auch das Kombi-Abo von Frauenkirche und Staatsschauspiel. Grit J. 28

 

 

 

 

 

vdek: EU muss letzte Chance ergreifen, Medizinprodukte sicherer zu gestalten

 

Berlin - Der Vorsitzende des Verbandes der Ersatzkassen e. V. (vdek), Christian Zahn, hat gegenüber der EU noch einmal eindringlich eine Verschärfung der Zulassungsregelungen von Hochrisiko-Medizinprodukten, wie zum Beispiel Brust-, Hüft- oder Bandscheibenimplantaten, gefordert. „Die immer wieder neu ans Licht kommenden Skandale um schadhafte Implantate müssen im Interesse der Patientensicherheit zu Konsequenzen führen“, sagte Zahn anlässlich der heute beginnenden zweiten Verhandlungsrunde über die Medizinprodukteverordnung zwischen EU-Parlament, Europäischen Rat und der EU-Kommission in Straßburg.

 

Um Patienten zu schützen, seien dringend andere Regelungen nötig, darunter eine obligatorische Haftpflichtversicherung für Hersteller von Hochrisiko-Medizinprodukten und die Verpflichtung der Hersteller, qualitativ hochwertige Vergleichsstudien beim Zulassungsverfahren vorzulegen. „Nur durch eine Haftpflichtversicherung wird sichergestellt, dass Patienten Schadensersatzforderungen realisieren und die Krankenkassen Regressansprüche realisieren können“, erklärte Zahn. Da es auf der europäischen Ebene derzeit nicht politisch durchsetzbar sei, eine Zentrale Zulassungsstelle für Medizinprodukte einzurichten, sei nun die obligatorische Vorlage von klinischen Studien dringend erforderlich. Nur so könnten die Zulassungsstellen („Benannte Stellen“) in die Lage versetzt werden, die Produkte fundiert zu überprüfen. Zudem sollten die Benannten Stellen selbst stärker überwachen, wie sich die von ihnen zugelassenen Produkte in der Versorgung bewähren.

 

Gefordert wird des Weiteren die zügige Einrichtung einer zentralen Datenbank, mit der im Schadensfall Medizinprodukte und die betroffenen Patienten besser identifiziert werden können. In der Datenbank sollten auch Studiendaten veröffentlicht werden können. Auch die EU-weit etwa 80 Benannten Stellen sollten stärker als bisher durch Aufsichtsbehörden überwacht werden. Dies sei notwendig, da in der Vergangenheit die Prüfvorgaben (für die CE-Kennzeichnungen) unterschiedlich ausgelegt wurden. „Die unterschiedliche Qualität und Prüfintensität bei der Vergabe von CE-Kennzeichnungen ist nicht länger hinnehmbar“, so Zahn abschließend.

 

Der Verband der Ersatzkassen e. V. (vdek) ist Interessenvertretung und Dienstleistungsunternehmen aller sechs Ersatzkassen, die zusammen mehr als 26 Millionen Menschen in Deutschland versichern:

- Techniker Krankenkasse (TK)

- BARMER GEK

- DAK-Gesundheit

- Kaufmännische Krankenkasse - KKH

- HEK – Hanseatische Krankenkasse

- Handelskrankenkasse (hkk)

* (sortiert nach Mitgliederstärke)

Der Verband der Ersatzkassen e. V. (vdek) ist die Nachfolgeorganisation des Verbandes der Angestellten-Krankenkassen e. V. (VdAK), der am 20. Mai 1912 unter dem Namen „Verband kaufmännischer eingeschriebener Hilfskassen (Ersatzkassen)" in Eisenach gegründet wurde. In der vdek-Zentrale in Berlin sind rund 240 Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter beschäftigt.

In den einzelnen Bundesländern sorgen 15 Landesvertretungen mit insgesamt rund 300 sowie weiteren 40 Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern in den Pflegestützpunkten für die regionale Präsenz der Ersatzkassen. GA 28

 

 

 

 

Umbrien heizt dem Winter mit Jazzklängen ein: Festival lockt nach Orvieto

 

Frankfurt am Main. Das Festival Umbria Jazz gehört zu den bedeutendsten Musikfesten Europas, das jährlich zahlreiche Besucher in das grüne Herz Italiens lockt. Die besten Musiker der Branche kommen zweimal im Jahr auf die Bühne - nach der zehntägigen Sommerveranstaltung in Perugia steht jetzt das Programm mit mehr als 100 Veranstaltungen für das Winterereignis in Orvieto fest. Bei der 23. Ausgabe des Umbria Jazz Winter, von 30. Dezember 2015 bis 3. Januar 2016, stehen Jazzlegenden aus der ganzen Welt auf der Bühne: von  Kurt Elling, über Allan Harris, Paolo Fresu und Jarod Lawson, der das Geburtstagsständchen für Stevie Wonders sang, bis zu den Gruppen Funk Off und Sugar Pie & The Candymen. Die besten Nachwuchstalente sind außerdem vor Ort: Sie haben sich bei den Workshops des Sommerfestivals für einen Auftritt auf der Winterbühne qualifiziert. Ein weiterer Höhepunkt ist für den Neujahrsabend geplant: die Friedensmesse in der prächtigen Kathedrale Santa Maria Assunta wird durch einen Gospelchor begleitet. Eine beeindruckende Kulisse garantieren auch die anderen Konzertorte des Festivals, wie das Theater Mancinelli aus dem 19. Jahrhundert, der beeindruckende, mit Arkaden geschmückte Palazzo del Popolo und der historische Palazzo dei Sette. Abseits von den hochklassigen Musikveranstaltungen bietet die historische Etruskerstadt Orvieto nicht nur Jazzfans jede Menge Kultur und Genuss. Idyllisch gelegen im Südwesten Umbriens thront sie auf einem gewaltigen Tuffsteinfelsen im Flusstal des Paglia. Die führende Slow City blickt auf eine lange Tradition im Weinbau zurück und ist berühmt für ihr Olivenöl. Verschiedene Unterkünfte, vom Vier-Sterne-Hotel bis zum Agritourismus runden das Angebot ab.

Alle Informationen zu Umbria Jazz Winter und Orvieto unter www.umbriajazz.com und www.umbriatourism.it/-/orvieto      de.it.press

 

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen zum November 2015

 

Ein umfangreiches Gesetzespaket hilft, die Herausforderungen der Asyl- und Flüchtlingspolitik zu bewältigen. Ab November 2015 treten noch weitere Neuregelungen in Kraft: Das neue Bundesmeldegesetz gilt bundesweit für alle Bürger. Alte Elektrogeräte lassen sich nun leichter entsorgen.

 

Flucht und Asyl

"Asylpaket": Effektive Verfahren, frühe Integration

Schnellere Asylverfahren, weniger Fehlanreize, mehr Unterstützung für Länder und Kommunen, rasche Integration in den Arbeitsmarkt: Die wesentlichen Neuregelungen des Asylpakets sind am 24. Oktober 2015 in Kraft getreten. Das Gesetz sieht neben Änderungen des Asylverfahrensgesetzes, des

Aufenthaltsgesetzes und des Asylbewerberleistungsgesetzes auch die Änderung der Beschäftigungsverordnung und der Integrationskursverordnung vor.

 

Minderjährige Flüchtlinge, die ohne ihre Familien nach Deutschland kommen, brauchen besonderen Schutz. Das Gesetz zur Verbesserung der Unterbringung, Versorgung und Betreuung ausländischer Kinder und Jugendlicher soll sicherstellen, dass unbegleitete Kinder und Jugendliche bundesweit

gleichmäßig verteilt werden. Künftig gibt es eine bundes- und landesweite Aufnahmepflicht.

 

Einheitliches Melderecht

Ab 1. November 2015 gibt es erstmals bundesweit einheitliche und unmittelbar geltende melderechtliche Vorschriften für alle Bürgerinnen und Bürger. Es regelt unter anderem, dass bei Anfragen zu Melderegisterauskünften zur gewerblichen Nutzung künftig der Zweck der Anfrage anzugeben ist. Vermieter haben bei der Anmeldung von Mietern eine Mitwirkungspflicht, um Scheinanmeldungen und damit verbundenen Formen der Kriminalität wirksamer zu begegnen. Das neue

Bundesmeldegesetz tritt in wesentlichen Teilen zum 1. November 2015 in Kraft.

Weitere Informationen

 

Höherer Mindestlohn für Steinmetze

Ab 1. November 2015 gelten im gesamten Steinmetz- und Steinbildhauerhandwerk höhere Mindestlöhne: 11,30 Euro in den alten und 10,90 Euro in den neuen Bundesländern. Ab Mai 2018 gelten 11,40 Euro im

gesamten Bundesgebiet.

 

Seit 1. Oktober 2015 müssen alle Einrichtungen, die medizinische Implantate einsetzen, ihren Patienten darüber einen Implantatpass in Papierform auszustellen. Das gilt für alle Implantate, die eine eigene Energiequelle haben (etwa Herzschrittmacher), sowie unter anderem auch für Herzklappen und Gelenkersatz. Der Implantatpass verbessert die Patientensicherheit bei der Anwendung.

 

Alte Elektrogeräte leichter entsorgen

Die Rückgabe alter Elektro- und Elektronikgeräte wird einfacher: Der Handel muss Altgeräte beim Neukauf zurücknehmen. Zudem stärkt das Gesetz den Zoll dabei, den illegalen Transfer von Altgeräten in ärmere Länder zu unterbinden. Dort landen die Elektrogeräte häufig auf gefährlichen Deponien. Das neue Elektro- und Elektronikgerätegesetz gilt seit 24. Oktober. pib 29

 

 

 

 

Der göttliche Dante: fünf Wege, die Commedia zu lesen

 

Eine Begegnungsreihe in Zusammenarbeit mit Prof. Christine Ott vom Lehrstuhl für Italienische und Französische Literatur an der Goethe Universität Frankfurt.

Prof. Christine Ott ist auch Kuratorin des Deutschen Dante-Jahrbuchs.

 

O voi ch’ avete li ’ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

 sotto ‘l velame de li versi strani

(Inf. IX, 61-63)

 

Anlässlich des 750. Geburtstages von Dante Alighieri, der in der ganzen Welt mit vielen Kulturveranstaltungen begangen wird, möchten wir dem deutschen und italienischen Publikum in Frankfurt fünf Wege anbieten, die Divina Commedia zu lesen.

 

Fünf Wege der Annäherung an die Sprache des “heiligen Gedichts”: an Dante als Mensch – mit seinen Leidenschaften und Schwächen –, der in der Lage war, alle menschlichen Erfahrungen kunstvoll zu beschreiben, an Dante als einen Protagonisten seiner Zeit; an den Dichter, der in der Lage war sich mit anderen großen Kulturen als der eigenen zu messen: der griechisch-lateinischen, der jüdischen und der islamischen.

 

Ein vielfältiger, allgemeinverständlicher Ansatz zum besseren Verständnis eines der berühmtesten literarischen Meisterwerke aller Zeiten, mit all seinen Bildern, Metaphern, Allegorien und Reflexionen, welche uns die Schönheit der Lektüre zurückbringen, wie vom großen Poeten selber gewünscht:

 

Or ti riman, lettor, sovra ‘l tuo banco,

dietro pensando a ciò che si preliba,

s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba

(Par. X, 22-25)

 

Eintritt frei  (Um eine kleine Spende  wird gebeten)

 

Mittwoch, 4.11.2015, 19.00 Uhr – bei ENIT, Barckhausstr. 10, Frankfurt/M.

Präsentation der Gesänge I. und II. des Infernos mit Lesung

Prof. Christine Ott, Dr. Francesco Giusti und Massimo Fagioli

 

Mittwoch, 25.11.2015, 19.00 Uhr, bei ENIT Frankfurt, Barckhausstr. 10, Frankfurt/M.

Präsentation des V. und VI. Gesangs des Inferno mit Lesung

Frau Dr. Johanna Gropper und Massimo Fagioli

 

Mittwoch, 16.12.2015. 19.00 Uhr, bei ENIT Frankfurt,Barckhausstr. 10, Frankfurt/M. Präsentation des VI. Gesangs des Purgatorio mit Lesung

Frau Dr. Johanna Gropper und Massimo Fagioli

Die szenischen Lesungen sind von Massimo Fagioli ausgearbeitet.

Nach jedem Termin wird zur gemeinsamen Begegnung eingeladen. Dip

 

 

 

 

Bundesfinanzhof. Anspruch auf Kindergeld auch bei mehrjährigem Auslandsstudium

 

Kinder, die für mehrere Jahre im Ausland studieren, müssen nicht zwangsläufig ihr Anspruch auf das Kindergeld verlieren. Entscheidend sei der Bezug zum elterlichen Haushalt und zu Deutschland. Das entschied das Bundesfinanzhof im Fall eines chinesischstämmigen Deutschen.

 

Studieren Kinder mehrere Jahre im außereuropäischen Ausland, kann trotzdem ein Kindergeldanspruch bestehen. Voraussetzung hierfür ist die Zugehörigkeit zum elterlichen Haushalt und ein stärkerer Bezug des Kindes zum Inland als zum Studienort, entschied der Bundesfinanzhof (BFH) in einem am Mittwoch in München veröffentlichten Urteil. (AZ: III R 38/14)

Damit bekam ein chinesischstämmiger Deutscher von den obersten Finanzrichtern recht. Dessen Sohn hatte 2013 ein vierjähriges Bachelor-Studium in China begonnen. Er wohnte in einem Studentenwohnheim, verwandtschaftliche Beziehungen gab es am Studienort nicht. Während der Semesterferien 2013 und 2014 reiste er für jeweils sechs Wochen zurück nach Deutschland und lebte wieder in seinem Zimmer im Haus der Eltern.

Ein Kindergeldanspruch bestehe in diesem Fall nicht mehr, entschied die Familienkasse. Der Sohn habe seinen Wohnsitz nach China verlegt, lautete die Begründung.

Der BFH entschied jedoch, dass der Student immer noch über einen Wohnsitz im Haushalt der Eltern verfügt. Auch bei einem mehrjährigen Auslandsaufenthalt bestehe ein Kindergeldanspruch. Voraussetzung sei aber, dass der Student mindestens die Hälfte seiner ausbildungsfreien Zeit in Deutschland verbringt. (epd/mig 29)