WEBGIORNALE   16-22   novembre   2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Violenza globale. Gli attentati di Parigi obbligano a una risposta ferma, senza cadere nel tranello dei terroristi 1

2.       L’attentato a Parigi: questa guerra nelle nostre vite  1

3.       Come possiamo vincere la barbarie del terrorismo disumano  1

4.       Una guerra tra due culture  2

5.       Il vertice sull’immigrazione a Malta. Migranti, Juncker: «Avanti così e li ridistribuiamo a fine secolo»  2

6.       Una terra promessa per 1,5 milioni in fuga. Una bomba a orologeria per Frau Merkel 3

7.       Il lungo assedio. Attentati a Parigi, i segnali rimasti inascoltati 3

8.       Riconsiderare l'avvenire dell'Unione Europea  3

9.       Onu, Filippo Grandi il nuovo capo dell’Alto commissariato Rifugiati 5

10.   Così l’Europa ha smontato il piano sui rifugiati 6

11.   Elezioni europee: candidati a Presidenza CE e diritto di voto all'estero  6

12.   Migranti, nuova strage di bimbi nell’Egeo. Da Aylan nulla è cambiato  7

13.   L’emigrazione italiana nel nuovo numero di “Affari sociali internazionali”, dedicato al Mediterraneo  7

14.   Legge di stabilità ed emendamenti  a favore degli italiani all'estero  7

15.   Acli Bviera:  lotta senza sconti al terrorismo  7

16.   La Celebrazione al cimitero d’Onore Amburgo-Öjendorf domenica 8 novembre  8

17.   A Francoforte il 29 novembre si vota per la Consulta degli stranieri 8

18.   Ad Hildesheim, Ottimo esempio di collaborazione tra Gastronomia italiana e memorie del passato. 8

19.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  8

20.   Le prossime manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 9

21.   Efasce. Nella capitale tedesca il presidente Bernardon ha inaugurato un nuovo “punto di ritrovo” in rete  10

22.   Il dieselgate affossa le vendite di Volkswagen  10

23.   Un tentativo di riflessione dedicato a Helmut Schmidt 10

24.   La circolare dell’on. Garavini ai Democratici in Europa  11

25.   Gli attentati di Parigi e il tempo perduto  12

26.   In nome di Allah  12

27.   Asia. La stretta di mano tra i signori di Cina e Taiwan  12

28.   Migranti, a Malta si apre il vertice tra Unione Europea e paesi africani 13

29.   Nulla è cambiato  13

30.   Il mare ci sommergerà: lo studio sul clima che spaventa il mondo  13

31.   Diritto internazionale. Acqua, una risorsa non ancora per tutti 14

32.   L’ottomismo politico  14

33.   Presentato a Roma il progetto “Le élite degli italiani all’estero. Percorsi di ricerca”  14

34.   Una convenzione chiara MAE-Patronati che non ha costi e eroga servizi 15

35.   La nota della Confsal Unsa Coordinamento Esteri e la replica del responsabile del Pd per gli italiani nel mondo Eugenio Marino  15

36.   Amministratori e legge Severino, nuova tegola sul Pd  16

37.   Il nostro futuro  16

38.   Il premier blinda il governatore e la Campania  16

39.   Considerato un reato difendersi dai ladri 16

40.   La torre di Babele al tempo di internet 17

41.   Renzi: “Fare partitini perdenti non è di sinistra”  17

42.   Terzo millennio: il futuro è dei nuovi eroi 17

43.   Legge di stabilità. Obiettivo: ottenere maggiori risorse per gli italiani all’estero  18

44.   Il caso De Luca e quel dilemma sulle primarie  18

45.   Patti chiari 19

46.   Istat, in Italia sempre meno matrimoni. Dal 2008 raddoppiate le unioni di fatto  19

47.   Presentato a Roma il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2015 curato dal Centro studi e ricerche Idos  20

48.   Celebrato a Roma il Ventennale della UIM   20

49.   Il nuovo numero di “Affari sociali internazionali” dedicato a “Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo”  20

50.   A Napoli una giornata di studio intitolata “Noi nel Mondo e il Mondo da noi: dai diritti all’integrazione dei migranti”  21

 

 

1.       Pariser Anschläge heizen Flüchtlingsdebatte in Europa an  21

2.       Europa und der Terror: Freiheit braucht Schutz  21

3.       G20-Länder wollen Flüchtlingskrise gemeinsam meistern  22

4.       EU-Afrika-Gipfel am 11./12.11.2015 in Valletta. Gemeinsamer Aktionsplan gegen illegale Migration  22

5.       Flüchtlinge: Bundesregierung begrenzt Schutzstatus für Syrer 22

6.       Flüchtlingspolitik im Kabinett. Ehrenamtliche leisten Außergewöhnliches  22

7.       De Maizière im Zentrum von neuem Streit über Flüchtlinge  23

8.       UN-Klimagipfel: 82 Prozent der Deutschen mit Regierung unzufrieden  23

9.       Steht Burundi vor einem Völkermord?  23

10.   "Wir schaffen das": Merkels Mantra bekommt Risse  24

11.   Minderjährige Flüchtlinge. Bürokratische Hürden verhindern schnelle Hilfe  24

12.   Kleiderstiftung unterstützt deutschlandweit Flüchtlingsinitiativen  24

13.   Lobbyismus-Studie. Kirchen haben großen Einfluss auf politische Entscheidungen  25

14.   Ifo schätzt Kosten für Flüchtlinge auf 21 Milliarden Euro  25

15.   Debatte. Warum der Schutz von Ehe und Familie Leben rettet 25

16.   Staatsministerin Özoguz zu Handlungsempfehlungen gegenüber Islamfeindlichkeit und islamistischem Extremismus  26

17.   „Blutzucker-Bingo“ am Weltdiabetestag (14.11.2015). Die Kampagne „Deutschland misst!“  26

18.   Baumann-Hasske: Integrieren statt abschrecken - Asyl ist kein Luxus  26

19.   Welcome! Wie Menschen in Deutschland leben und glauben. Ein Magazin für geflüchtete Menschen in unserem Land  27

20.   Schäuble will trotz Flüchtlingskrise ohne neue Schulden auskommen  27

21.   Innenministerium kennt Zahl der Flüchtlinge nicht 27

22.   Wege der Flucht - Formen der Solidarität 27

23.   Global Education Week 2015: Make Equality Real! – Vielfalt leben, Gleichheit herstellen! 28

24.   Euro-Express Sonderzüge mit Autozügen auf der Erfolgsschiene  28

25.   Kindergeld 2016: BdSt klärt auf Steuer-ID ist bald erforderlich / Familienkassen akzeptieren Nachreichen  28

26.   Therapie bei Diabetes. Auch den Blutdruck gut einstellen  28

27.   Ausstellung einer Neapolitanische Krippe des 17./18. Jahrhunderts in Frankfurt 29

 

 

 

Violenza globale. Gli attentati di Parigi obbligano a una risposta ferma, senza cadere nel tranello dei terroristi

 

Mentre sale il numero delle vittime degli attentati nella capitale francese, tornano gli interrogativi sulla violenza senza confini e sulle reazioni attese dalla comunità internazionale - Gianni Borsa

 

“Aux armes, citoyens. Formez vos bataillons. Marchons, marchons! Qu’un sang impur abreuve nos sillons!”. Mentre defluiscono dallo Stade de France, dove si erano recati per assistere a una partita amichevole con la Germania, i tifosi dei “Bleus” intonano la Marsigliese. I parigini nella tarda serata di ieri si sono subito accorti del clima di terrore diffusosi in città, e in tutta la Francia, per gli attentati al Bataclan e ad altri luoghi di divertimento e di socializzazione nel centro della capitale. Così l’inno nazionale cantato a squarciagola è una sorta di antidoto collettivo alla paura, più che la chiamata alle armi suggerita dal canto della Rivoluzione. Ma è anche un segnale forte: siamo uniti, contro il male, contro gli assassini, contro chi viola la democrazia, attaccando cittadini inermi assieme ai valori di un popolo, di un continente.

L’Europa è sotto attacco, commentano oggi politici e giornali di ogni Paese. In realtà sotto la minaccia del fanatismo e della violenza fine a se stessi è il mondo intero. E mentre la memoria torna all’11 settembre americano – col quale il parallelismo appare evidente –, sfila il lungo elenco di attentati con i quali l’Europa nel suo insieme è stata profondamente ferita: Madrid 2004, Londra 2005, fino ai più recenti Bruxelles (2014), ancora Parigi (Charlie Hebdo, 7 gennaio 2015), Copenaghen (14 febbraio).

Il presidente francese François Hollande dichiara lo stato d’emergenza e blocca i confini del Paese per proteggere i suoi concittadini. Una decisione comprensibile, anche se rischia di essere il preludio di ulteriori chiusure da parte di altri Stati, dopo quelle già decise da alcune capitali in relazione ai flussi di rifugiati in fuga dalla fame e dalle guerre in Africa e Medio Oriente.

In realtà il mondo non ha più confini: è una caratteristica dell’era globale, della quale sperimentiamo benefici incalcolabili ma anche novità ancora ingestibili, che spaventano le persone comuni, le opinioni pubbliche, i governi. Come reagire? Anzitutto confermando l’unità di chi crede alla libertà, alla democrazia, al valore assoluto e primario – mai negabile, mai barattabile – della vita umana. In secondo luogo rafforzando i legami virtuosi tra i popoli e le rispettive autorità liberamente scelte mediante processi democratici. Terzo, esprimendo incondizionata, e se occorre, concreta solidarietà a chi oggi – la Francia – è nel mirino di assassini senza scrupoli. Quindi – quarto elemento – disponendo solide contromisure per prevenire, per quanto possibile, nuovi attentati e fatti di sangue, pur considerando questa un’operazione assai complessa, perché appare veramente arduo proteggere ogni angolo d’Europa e del mondo (dalle istituzioni pubbliche alle piazze, dalle stazioni ferroviarie agli aerei, dalle chiese alle moschee, dalle scuole ai parchi giochi, dai bar agli stadi), dove i terroristi possono colpire senza alcun prevedibile disegno.

Restano sul tappeto impegni comuni per la civiltà e interrogativi cui occorrerà imbastire presto una risposta convincente.Occorre infatti una reazione forte e decisa alla violenza: necessaria tanto nelle città europee quanto nelle regioni in cui imperversa l’Isis, sia in Medio Oriente che in Libia e in ogni altro angolo del pianeta in cui forze organizzate e ben armate mettono in pericolo l’esistenza umana e la convivenza pacifica. Condizioni basilari, queste, per lo sviluppo, la promozione della giustizia, i diritti fondamentali di ogni persona, sia essa europea o asiatica, africana o americana, di qualunque etnia, fede, cultura…

È ugualmente necessario far chiarezza attorno agli attentati di Parigi, così pure sulle responsabilità di chi alimenta l’odio in Siria come in Terra Santa, a Tunisi come in Ucraina: perché ogni barbarie va condannata, senza creare, però, confusione nell’animo delle persone. I morti di Parigi pesano infatti sulla coscienza di terroristi inumani, che nulla hanno a che spartire con una matrice politica o con un credo religioso. Fanatismo, fondamentalismo e omicidi non fanno parte delle culture moderne e democratiche né sono inscritte in alcuna grande religione. E chi già oggi urla sguaiatamente contro l’islam o contro i migranti fa solo il gioco dei violenti e ad essi si associa colpevolmente nella strumentalizzazione dell’odio.

La risposta ai morti di Parigi, a quelli di New York, di Damasco o di Gerusalemme, non può che giungere da una condivisa, motivata, ferma reazione comune, che metta insieme le autorità nazionali con le istituzioni sovranazionali; rimotivando al contempo i popoli al valore della pace, alla cultura democratica, al rispetto reciproco, alla solidarietà, alla tutela dei più indifesi, alla promozione della libertà. Di certo le comunità religiose del mondo intero – e tra esse in prima fila la Chiesa cattolica con Papa Francesco – faranno la loro insostituibile parte. Sir 14

 

 

 

 

L’attentato a Parigi: questa guerra nelle nostre vite

 

Proteggeremo molto meglio i cittadini europei se l’indispensabile innalzamento del livello di sicurezza sarà attuato tenendo saldi i nostri principi e i nostri valori di libertà - di Luciano Fontana

 

La notte del 13 novembre 2015 non riusciremo mai a cancellarla dalla nostra memoria. Non potremo andare avanti, come noi europei abbiamo fatto tante volte, rimuovendo le tragedie, pensando che in fondo si trattava di un attacco contro un singolo obiettivo: un supermercato kosher, la redazione di un giornale satirico, un regista dissacrante. C’è un salto enorme: i terroristi fondamentalisti hanno portato la guerra in una delle città simbolo della nostra civiltà. L’Isis non è solo un’organizzazione fanatica e crudele tra la Siria e l’Iraq. È nelle nostre strade, è tra di noi. Nei nostri teatri, davanti allo stadio, nei ristoranti e nei luoghi del divertimento serale. Terrorizza i cittadini europei per costringerli a non uscire più di casa, a sentirsi impotenti, a chiudersi in un sentimento di paura.

 

Il cosiddetto Stato Islamico ha i propri nuclei organizzati nelle nostre società. Ragazzi spesso cresciuti nelle case accanto alla nostra, alimentati da un odio inesauribile verso l’Occidente, i suoi costumi di vita, le sue libertà. Siamo in una guerra globale e l’Europa è uno dei suoi campi di battaglia. Ma è una guerra difficile da combattere: sappiamo dove sono le roccaforti dei fondamentalisti in Medio Oriente ma sappiamo poco o nulla del «nemico interno» che ha dimostrato di poterci colpire in ogni momento. Anche perché non ha alcuno scrupolo nel giustiziare persone indifese nei loro momenti di normalità e di vita quotidiana.

La Francia, per l’impegno militare in Siria, è diventata uno degli obiettivi principali. Ma le rivendicazioni e le minacce dell’Isis hanno detto chiaramente che nel mirino ci sono anche Roma e Londra. C’è l’Europa, c’è l’Occidente con i suoi valori. Parigi siamo noi, i morti della Capitale francese sono i nostri morti. Nessuno può volgere lo sguardo da un’altra parte.

La prima scossa deve arrivare dall’Europa politica e dalla comunità occidentale. Nessuno può combattere da solo la guerra all’Isis, serve un’assunzione di responsabilità collettiva per costruire una coalizione internazionale che decida gli strumenti più efficaci per rovesciare il Califfato, diventato centrale e punto di riferimento di tutto il terrorismo islamico. La strategia dei bombardamenti aerei e del sostegno ai combattenti anti Isis ha dimostrato di essere insufficiente. C’è bisogno di una svolta che coinvolga pienamente gli Stati della regione nella lotta all’Isis. Che va isolato e colpito.

Questa svolta non può non riguardare anche il nostro governo che finora si è impegnato solo parzialmente nel sostegno alle forze alleate sul campo. «Non faremo sconti, non consentiremo che chi ci attacca resti impunito», ha dichiarato il presidente della Repubblica francese Hollande. Molto giusto. Ma proteggeremo molto meglio i cittadini europei, quelli di Londra, quelli di Parigi, quelli di Roma (che vivranno tra poco l’evento mondiale del Giubileo) se l’indispensabile innalzamento del livello di sicurezza sarà attuato tenendo saldi i nostri principi e i nostri valori di libertà. È un sentiero stretto ma possiamo riuscirci.

Dopo la notte di Parigi, per molto tempo, nulla potrà essere come prima. Lo sappiamo. Ma sappiamo anche che quello che non potrà cambiare è la nostra forza nel reagire alla violenza e all’intolleranza senza sconfessare noi stessi. CdS 15

 

 

 

 

Come possiamo vincere la barbarie del terrorismo disumano

 

Siamo di fronte, e non solo nella strage parigina di due giorni fa, ad una guerra globale che, almeno in apparenza, sembra una guerra di religione. Infatti, prima di uccidere le loro vittime, i terroristi dell'Is invocano il loro Dio: Allah è grande, gridano, e poi sparano a raffica o si fanno saltare in aria in mezzo alla gente che hanno scelto come agnelli da sacrificare. Muoiono essi stessi pur di uccidere. Sembra appunto una guerra di religione.

 

E come tale i carnefici usano la strategia di colpire gli altri; non importa chi sono, giovani, vecchi, bambini; non importa in quale Paese: hanno colpito a New York, a Parigi, in Turchia, in Egitto, nel Bangladesh, in Pakistan, nelle Filippine, in Afghanistan, in Tunisia, in Iraq ed ora minacciano Roma e Londra. Tra le persone occasionalmente uccise ci potrebbero essere perfino musulmani. Quindi, sotto le apparenze della guerra di religione, la realtà è un'altra: c'è voglia di distruggere, in modo cieco, una barbarie che sogna la fine di un'epoca senza però un solo barlume d'una civiltà futura. Qualcuno ha paragonato questo terrorismo a quello che insanguinò l'Italia e la Germania negli anni Settanta del secolo scorso; da noi furono chiamati gli anni di piombo, ma è un paragone totalmente sbagliato. Quei terroristi conoscevano il nome e perfino l'indirizzo della vittima che avevano scelto; avevano ripudiato un passato che avevano vissuto e si proponevano un futuro, un'ideologia, un assetto diverso della società.

 

I terroristi di oggi non si propongono alcun futuro e non hanno alcun passato sociale e politico da ricordare. Vivono soltanto un presente e alcuni di loro, ma certamente non tutti, vagheggiano forse un aldilà dove un Allah che soddisfi i loro desideri; non è quello dei veri musulmani che le loro sacre scritture hanno descritto. Non sono persone libere. Certamente hanno fatto liberamente una scelta che è quella che Etienne de La Boétie chiamò il servo arbitrio: loro hanno scelto di essere schiavi di chi li dirige, le cellule d'uno Stato che non ha confini stabili, non ha una sua Costituzione, ma ha un gruppo di comando, scuole di preparazione alla disumanità, campi dove si insegna il maneggio delle armi, le tecnologie necessarie, i modi di camuffarsi, le comunicazioni sofisticate tra loro e con il comando del gruppo e gli obiettivi da colpire. Questo è il gruppo di comando e i suoi soldati-schiavi hanno scelto di soggiacere ai loro padroni. Qui si pone la domanda del perché questa scelta l'abbiano fatta.

 

La questione è assai complessa, riguarda la libertà, che cosa significa, da dove ci viene. Non mi pare oggi il giorno adatto ad esaminare uno dei concetti più complessi e più importanti della ricerca filosofica e perfino religiosa, ma qualche parola va detta per tentare di capire l'essenza di quanto sta accadendo e il modo con il quale reagire perché se d'una guerra si tratta, caratterizzata da modalità del tutto nuove, la questione della libertà e dell'arbitrio, libero o servo che sia, deve esser capita per poterla affrontare in modo appropriato e vincente. Ebbene, noi non siamo liberi se non per un istinto e per la natura che contraddistingue la nostra specie da quella degli altri animali. La nostra natura possiede la capacità di guardare noi stessi mentre viviamo. È questa capacità che ci fa diversi da tutti gli altri animali. Noi ci guardiamo agire, vivere, invecchiare e sappiamo anche di dover morire.

 

L'istinto principale che abbiamo e che condividiamo con tutte le altre specie vitali, è quello della sopravvivenza. In più abbiamo la memoria, altro segno che ci distingue dalle altre specie viventi.

Tutte queste caratteristiche fanno sì che il nostro istinto di sopravvivenza è duplice: vogliamo sopravvivere come individui e vogliamo anche sopravvivere come specie. All'individuo che ciascuno di noi ha scelto di essere abbiamo dato un nome che è il nome dell'Io che siamo. L'Io è una costruzione, è il nostro sentirci individui e c'è sempre, in qualunque momento, dalla nascita fino alla morte. Quindi la sopravvivenza e l'amore per noi stessi è automatico, fa parte della nostra natura.

 

L'amore per la specie, o se volete chiamatela il prossimo, deriva anch'esso dall'istinto della sopravvivenza perché nessuno di noi può concepire d'essere il solo abitante umano del globo terrestre. Tuttavia il livello dell'amore per la specie oscilla fortemente da persona a persona. Ce n'è sempre una scintilla in ciascuno, ma può essere scintilla o fiamma o brace coperta di cenere.

Le nostre scelte dipendono dal rapporto tra la fiamma che abbiamo per noi stessi e quella che abbiamo per gli altri e l'estensione di quell'amore. Una scintilla, l'ho già detto, c'è sempre, se resta soltanto tale vuol dire che quell'amore si restringe a pochi, a volte pochissimi, a volte una sola persona. Se tiriamo le somme di questo ragionamento la conclusione è che la barbarie dei terroristi attuali deriva dal fatto che non hanno alcun amore, anzi odiano, la specie cui appartengono, odiano tutti gli altri, mentre amano solo quei pochi che condividono con loro l'odio per gli altri e vogliono distruggerli. E qui appare il servo arbitrio: l'amore tra pochi si differenzia tra chi ha il talento per comandare e quelli che sentono verso di lui un sentimento di devozione quasi religioso e si mettono al servizio del suo talento e del suo carisma. Come si vede, la nostra libertà è pressoché inesistente ed è la natura che comanda.

 

Si direbbe che la grande maggioranza delle persone è animata da caratteristiche diverse pur avendo in partenza i medesimi istinti. È certamente vero. I barbari sono pochi numericamente parlando, ma molti per le modalità del loro operare e stanno crescendo di numero. In Francia per esempio i musulmani sono 7 milioni. In gran parte moderati, ma pur sempre musulmani. I capi delle comunità sono, salvo pochi, desiderosi di inserirsi nella società dove hanno scelto di vivere; ma nelle loro file specie tra i giovani, il gusto dell'avventura, di imporsi, di valorizzare il loro esser "diversi", è diffuso. Questo modo di sentire si trova soprattutto nelle "banlieue" di Parigi e nelle grandi città non soltanto in Francia.

 

Ci troviamo dunque di fronte ad un piccolo esercito, anzi piccolissimo, ma estremamente mobile e difficilmente individuabile prima che agisca. Aggiungo anche che questa guerra "sui generis" è la causa di due effetti assai pericolosi. Il primo è che la guerra contro i barbari impone vincoli molto stretti alla nostra vita privata. Il secondo è che dal punto di vista politico questa situazione rende molto più forti i movimenti e partiti di una destra xenofoba: guadagna terreno ed è un pericolo evidente per la democrazia. Concludo ponendomi una domanda: poiché bisogna sgominare l'Is e i suoi capi, qual è la guerra che dobbiamo fare e vincere? Le nazioni aggredite ed i loro alleati debbono scendere sul terreno che sta tra Siria, Iraq e Libia, ma non solo con bombardamenti aerei ma con truppe adeguate. Ci vuole un'alleanza politica e militare che metta insieme tutti i membri della Nato a cominciare dagli Usa e in più i Paesi arabi, la Turchia (che nella Nato c'è già), la Russia e l'Iran. Credo che sia questo il modo di agire nell'immediato futuro. Se non si fa, la nostra guerra con la

barbarie terrorista non vincerà. Molto tempo per decidere non c'è. Nel frattempo l'Europa federale dev'essere rapidamente costruita a cominciare dalla difesa comune e dalla politica estera. Sono questi i soli modi per difenderci dal terrore e dalla sua disumanità. EUGENIO SCALFARI  LR 15

 

 

 

 

 

 

Una guerra tra due culture

 

Si avrebbe soltanto voglia di piangere e anche di imprecare contro gli assassini che hanno insanguinato Parigi. Piangiamo pure, imprechiamo pure, ma faremmo meglio anche a cercare di capire da dove viene questa minaccia e cosa possiamo, anzi dobbiamo fare per cercare di contrastarla. 

 

Gli assassini gridavano «Allahu Akbar», e non vi è dubbio – soprattutto dopo la rivendicazione dello Stato Islamico – che si trattasse di terroristi islamisti. Il nemico da combattere è quindi l’Islam? Sono oltre vent’anni che il pensiero progressista contesta la famosa teoria di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà criticandone lo schematismo e una sorta di culturalismo riduzionista frutto di pigrizia intellettuale. Uno schema interpretativo in cui alla religione viene attribuito un ruolo centrale nel definire le appartenenze, le «faglie» fra civiltà, le contrapposizioni anche violente. Soprattutto in relazione al Medio Oriente, alla teoria di Huntington si oppone un’analisi più complessa e sofisticata che include fattori quali il retaggio del colonialismo e la «maledizione del petrolio»; le promesse non mantenute della globalizzazione; l’emarginazione socio-economica, soprattutto di giovani senza occupazione e senza prospettive; la presenza di leadership locali repressive e corrotte; il senso di sconfitta dei musulmani di fronte all’esistenza e alla forza d’Israele; gli interventi militari americani, spesso con l’aiuto degli alleati europei, dall’Iraq alla Libia. 

 

Tutto vero, tutti fattori che andrebbero tenuti presenti e affrontati nel quadro di strategie capaci di rispondere a una molteplicità di sfide, senza mancare di applicare una indispensabile autocritica e di riconoscere i nostri errori e le nostre colpe. Si corre tuttavia il rischio, a questo punto, di perdere di vista il fatto che tutti questi fattori di frustrazione e di tensione hanno trovato nell’Islam un punto focale, una carica emotiva e un riferimento identitario capaci di tradurre frustrazioni e rivendicazioni in un’azione concreta, violenta, coordinata. Questo sia per i militanti medio-orientali che per quelli europei. Negli ultimi tempi sono molti gli esperti (politologi, sociologi, psicologi) che hanno cercato di comprendere come mai giovani di origine musulmana, ma nati e cresciuti in Paesi europei – oltre che numerosi convertiti all’Islam - sono affluiti a centinaia in Siria e Iraq per unirsi alle schiere del jihadismo. I dati che emergono dalle loro ricerche sono di grande interesse. Risulta in primo luogo come il loro livello di conoscenza della religione islamica sia assolutamente rudimentale, limitandosi a un numero ridotto di formule religiose, a partire dal grido di battaglia «Allahu Akbar». Quello che li accomuna è un senso di emarginazione, di frustrazione per le promesse non mantenute di una società che molto promette ma che a loro ha dato solo esclusione. Molti sono stati reclutati da predicatori radicali in prigione, dove erano finiti di solito per spaccio di droga. Altri hanno trascorso fasi in cui si sono inseriti, ma ancora con la frustrazione come risultato, nella controcultura giovanile (rappers, disc jockeys). La militanza islamista ha dato loro un senso, una direzione e anche uno sbocco all’aspirazione di contare, di essere qualcuno. 

 

La religione quindi non spiega tutto, ma la religione c’entra, e come. In passato questi stessi soggetti avrebbero trovato una risposta alle loro inquietudini e alle loro frustrazioni attraverso il radicalismo rivoluzionario. Oggi è l’Islam a fornire quei «sapori forti» che l’ideologia non è più un grado di offrire. Quando leggiamo nella rivendicazione dell’Isis che Parigi viene definita come «la capitale degli abomini e della perversione» ne risulta confermato che lo scontro, che pure ha radici sia politiche che economiche, riveste anche una dimensione culturale. Non è vero che la nostra epoca sia caratterizzata dalla fine dell’ideologia. Di alcune, certamente. Ma che cosa è, se non ideologia, l’utopia reazionaria di un mondo soggetto a una sola religione che impone regole e dà un senso all’esistenza, reprime la diversità, fornisce una struttura prevedibile a una società non competitiva, costruisce solidarietà a livello transnazionale, si vendica di umiliazioni collettive e individuali? L’attacco dell’islamismo terrorista, che purtroppo potrebbe essere solo all’inizio, andrà respinto con fermezza e con strumenti militari e di sicurezza da impiegare in un chiaro contesto politico-strategico. Ma non andrà dimenticato che la sua sfida ha anche un’essenziale dimensione culturale, rispetto alla quale la loro forza è direttamente proporzionale alla nostra debolezza, al nostro disorientamento, alla nostra incapacità di dare risposte convincenti a una disperata richiesta di significati. ROBERTO TOSCANO  LS 15

 

 

 

 

Il vertice sull’immigrazione a Malta. Migranti, Juncker: «Avanti così e li ridistribuiamo a fine secolo»

 

Il presidente della Commissione attacca sui ricollocamenti: «Se continuiamo

a questo ritmo finiamo nel 2101» Renzi: «L’Italia non è più sola sull’emergenza»

 

I Paesi europei devono accelerare il ritmo della redistribuzione dei profughi da Italia e Francia? È il monito della presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, lanciato da Malta, dove è in corso il vertice europeo sull’immigrazione : «se continuiamo a questo ritmo - ha detto il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker - arriveremo all’obiettivo di redistribuirne 160 mila nel 2101». Nella conferenza stampa al termine dell’incontro di due giorni con i leader africani e poi del Consiglio straordinario Ue, Juncker ha ricordato che la pressione è crescente e che «non abbiamo molto tempo».

«L’Italia non è più sola»

In precedenza era intervenuto anche il premier Matteo Renzi : «il vertice Ue/Africa alla Valletta dimostra che sull’immigrazione l’Italia non è isolata» aveva detto il presidente del Consiglio, aggiungendo che per affrontare la problematica dell’immigrazione «occorre una strategia molto seria e rigorosa, però l’Italia c’è, con tutta la sua solidarietà e la sua forza». Secondo Renzi «questo vertice è un successo del nostro Paese», e ha evidenziato «il nostro impegno in vista del 2017, quando l’Italia presiederà il G7» e in quella occasione metterà al centro «il ruolo del Mediterraneo e la relazione con l’Africa. Si può anche guardare il bicchiere mezzo vuoto e discutere sul fatto che il fondo Ue deve essere più cospicuo - ha aggiunto - ma, primo, l’Italia non è più sola sulla questione dei rifugiati, secondo, l’Africa è una priorità».

«La legge di stabilità non ci preoccupa»

Il premier si era poi soffermato sulla Legge di Stabilità. Il giudizio dell’Europa, in arrivo il 16 novembre, non preoccupa il presidente del Consiglio: la manovra italiana «è una legge che abbassa le tasse, ed è molto importante, dà un segnale vero sui temi della solidarietà e dà un segnale di ripartenza, di fiducia all’economia». Per cui «fuori dai tecnicismi la sintesi è che non vedo particolari problemi con la Commissione». «Ci sono singole valutazioni su singoli punti che verranno affrontati, ma insomma siamo fra i Paesi che rispettano tutte le regole europee», ha aggiunto il premier.

Le clausole di flessibilità

L’Italia ha chiesto tra l’altro di aumentare l’obiettivo di deficit al 2,2% del Pil sfruttando le clausole legate alle riforme strutturali e agli investimenti. In aggiunta, l’esecutivo vorrebbe anche alzare il deficit di altri 0,2 punti di Pil per sostenere l’emergenza straordinaria legata ai migranti. «Le clausole di flessibilità che l’Italia ha chiesto non se le è inventate l’Italia, ma sono quelle che l’Unione europea ha proposto», ha sottolineato Renzi. «Stiamo seguendo un percorso di recupero di autorevolezza, vale per le riforme e per il ruolo di politica estera ed economica». La sintesi- prosegue il premier - è che «non vedo particolari problemi con la Commissione, ci sono singole considerazioni su singoli punti che verranno affrontati in queste ore, come per gli altri Paesi». Ma «noi siamo totalmente in linea con le regole del gioco stabilite dall’Unione europea il 13 gennaio 2015». CdS 12

 

 

 

 

Una terra promessa per 1,5 milioni in fuga. Una bomba a orologeria per Frau Merkel

 

PASSAU - "Va tutto bene, siete in salvo ora, siete in Germania".  La poliziotta dai capelli biondi ha modi gentili ma decisi mentre invita un gruppo di siriani a scendere dal treno per la registrazione. Alla stazione di Passau (in italiano Passavia), confine austro tedesco, la stessa scena si ripete ogni ora, dalle dieci di mattina a mezzanotte. I passeggeri 'speciali' mischiati a pendolari e turisti, vengono individuati dalle forze dell'ordine e accompagnati fuori lungo i binari. Ne arrivano a migliaia sui treni di linea della tratta Vienna - Monaco di Baviera, la maggior parte sono siriani, ma tra di loro ci sono anche piccoli gruppi di afghani, kurdi, eritrei. Un somalo mostra alla polizia un foglio sbiadito dell'UNHCR, l'agenzia delle nazioni unite per i rifugiati, l'unico documento che attesti la sua identità. Vuole raggiungere al più presto la Svezia dove vive il fratello, chiede che non gli vengano prese le impronte digitali perché ha paura di rimanere bloccato. Ancora non sa che la Germania ha sospeso gli accordi di Dublino che prevedevano il respingimento dei richiedenti asilo verso i paesi di primo approdo, prendendosi carico di fatto di tutti i rifugiati che fossero riusciti ad arrivare alle sue frontiere. Nel 2015 quasi la metà di tutte le richieste d'asilo presentate nell'Unione Europea sono state avanzate in Germania e si prevede che entro la fine dell'anno saranno circa 1,5 milioni.

 

Una lunga storia di migrazioni. "Sono numeri impressionanti", spiega Jürgen Dupper, sindaco di Passau. "Ma nulla in confronto a quelli delle migrazioni del passato. Subito dopo la seconda guerra mondiale la Germania ha accolto 12 milioni di profughi tedeschi in fuga dall'est Europa. Era un paese devastato dalle bombe e sicuramente non aveva le risorse economiche di adesso".

 

La Germania è forse il paese dell'Europa occidentale che più può comprendere il dramma dei rifugiati: un quinto della sua popolazione è composto da figli e nipoti di profughi e Gastarbeiter, i cosiddetti lavoratori ospiti che arrivarono a  milioni da Turchia, Italia, Spagna, Portogallo e Jugoslavia tra gli anni '40 e '70 a sostenere il Wirtschaftswunder, il miracolo economico del dopoguerra. E di fatto per ora gran parte della popolazione continua a sostenere le politiche della cancelliera.

 

"Possiamo contare sull'aiuto di migliaia di volontari che assistono la polizia e gli operatori della croce rossa", racconta Günther Schulze, fondatore della 'Lega per l'accoglienza dei rifugiati. "Sono insegnanti di tedesco, medici, psicologi che assistono gli ospiti dei centri d'accoglienza nel primo periodo, quando la loro richiesta di asilo viene elaborata dalle autorità". I rifugiati rimangono in queste strutture per circa tre mesi, per poi essere spostati in alloggi e appartamenti sparsi in tutto il paese.

 

Prima di tutto il lavoro. Untergriesbach, cittadina a 20 km a est di Passau, accoglie 22 siriani. Vivono in una casa affittata dallo Stato, che versa al proprietario 600 euro al mese per ogni rifugiato. Sono arrivati a novembre 2014, prima della sospensione degli accordi di Dublino, e alcuni di loro hanno visto respinta la propria richiesta di asilo. Mohammed Sayedi è stato fermato al confine bulgaro, dove è stato costretto a lasciare le impronte digitali ed è tuttora in attesa di essere trasferito nei Balcani. "Mi hanno dato un certificato di residenza per facilitare la mia situazione mentre cerco di annullare il respingimento in tribunale. Vorrei rimanere qui in Germania". A pochi mesi dal suo arrivo Mohammed ha trovato lavoro come imbianchino in una ditta edile grazie all'intercessione del sindaco, Hermann Duschl. Casa e lavoro sono considerate priorità assolute nel processo di integrazione dei rifugiati. "E' fondamentale che questi ragazzi inizino a lavorare da subito in modo da poter essere riconosciuti come membri attivi della nostra comunità", spiega Duschl. "Se ogni singola città e paese si farà carico di un piccolo numero di rifugiati non avremo alcun problema a gestire questa situazione". Sono molti gli amministratori locali che si sono impegnati in prima linea nella difesa dei diritti dei rifugiati, anche a rischio della propria incolumità.

 

A Dresda l'epicentro dell'odio. Dall'inizio della crisi si sono moltiplicati infatti i fenomeni di intolleranza e violenza razzista in tutto il paese. Il 17 ottobre Henriette Recker, candidata sindaco di Colonia e incaricata della gestione dei rifugiati dall'amministrazione uscente, è stata vittima di un'aggressione xenofoba, riportando gravi ferite da arma da taglio. L'aggressore avrebbe detto alla polizia che il paese sarebbe stato "sommerso dai profughi". Recker è solo l'ultimo dei politici locali attaccati o minacciati da gruppi di estrema destra. La notte del 26 luglio la macchina di Michael Richter, consigliere comunale di Freital, sobborgo di Dresda dove era in corso un aspro dibattito politico attorno all'accoglienza dei migranti, è stata fatta esplodere. Proprio a Freital vive Lutz Bachmann il fondatore di Pegida, il movimento dei Patrioti Europei contro l'Islamizzazione dell'Occidente, dimissionario a fine gennaio dopo la pubblicazione di alcune foto che lo ritraevano travestito da Adolf Hitler. A un anno dalla creazione del movimento su Facebook, le cosiddette 'passeggiate del lunedì' raccolgono a Dresda più di ventimila persone, cavalcando le tensioni e i malumori crescenti per l'ondata di rifugiati che ha investito il paese negli ultimi mesi. Bersaglio degli slogan dei manifestanti oltre alla "feccia musulmana", sono la "stampa bugiarda" e la cancelliera Angela Merkel, rappresentata nei cartelli con la testa coperta da un velo islamico e la scritta "traditrice del popolo".

 

La procura di Dresda ha recentemente aperto un'inchiesta per sedizione, a seguito delle parole pronunciate dallo scrittore di origine turca Akif Pirinçci durante la manifestazione del 19 Ottobre, quando ha evocato come soluzione al problema dei rifugiati un ritorno ai campi di concentramento. Dall'inizio dell'anno la polizia federale tedesca ha registrato più di 250 attacchi contro i centri d'accoglienza, a dimostrazione dell'esistenza di una minoranza agguerrita che non ha paura di usare metodi violenti. "Sono fenomeni allarmanti che non vanno sottovalutati", spiega Esra Küçük, direttrice della Junge Islam Konferenz, ong in difesa dei diritti dei musulmani tedeschi. "Lo stato d'animo della popolazione è spaccato a metà tra odio e accoglienza, nel mezzo c'è una maggioranza

silenziosa. Sarà compito della politica fare in modo che questa maggioranza da neutrale non diventi ostile".

 

E' sull'integrazione che si giocherà la partita più importante in Germania. Non solo quella dei rifugiati ma anche quella dei tedeschi stessi in una società che è destinata inevitabilmente a cambiare.  DAVID CHIERCHINI, LR 13

 

 

 

 

 

Il lungo assedio. Attentati a Parigi, i segnali rimasti inascoltati

 

«Charlie Hebdo», Copenaghen, il Canada,l'Australia: fino all'accoltellamento di Milano - di Pierluigi Battista

 

Pensavamo di cavarcela con una passeggiata di un milione di persone sui boulevard di Parigi, nel gennaio scorso, dopo la carneficina del «Charlie Hebdo». Tutti insieme, tutti «Je suis Charlie» e dopo dimenticare, rimuovere, scusarsi: «Se la sono andata a cercare». Poi è successo a Copenaghen, quando un convegno sulla libertà d’espressione è stato attaccato da un commando armato, e abbiamo fatto finta di niente. Avevamo fatto finta di niente anche in Canada, quando ad essere assediato è stato il Parlamento. Ma il Canada era lontano, anche l’Australia era lontana. Anche l’Isis sembrava lontanissimo.

 

 

E in Italia, cosa poteva accadere, mica che un ebreo sarebbe stato accoltellato a Milano all’uscita di un ristorante kosher, kosher come il supermercato dove, subito dopo la strage del settimanale che aveva osato pubblicare le vignette su Maometto, un altro massacro ha colpito gli ebrei francesi. E adesso l’apocalisse di ieri sera, di stanotte.

Davvero era così imprevedibile? Davvero chi diceva che l’Europa stava diventando un campo di battaglia esagerava, fomentava la guerra di religione, seguiva le orme di Michel Houellebecq che pure è costretto a vivere blindato perché l’islamismo fondamentalista non gli perdona «Sottomissione»?

 

L’Europa è al centro di questa guerra. E chi la conduce, spargendo sangue lutti e paura, non è un semplice terrorista, ma un combattente di una guerra santa che non conosce confini, così come lo Stato islamico non conosce i confini e le frontiere dei vecchi Stati, dall’Iraq alla Siria, disegnati con il crollo dell’Impero ottomano. Nel giorno della possibile, annunciata morte di Jihadi John, l’esercito dei combattenti fondamentalisti e integralisti che vogliono schiacciare il mondo peccaminoso e satanico degli infedeli fa dell’Europa un bersaglio oramai stabile. Parigi è l’epicentro. La Francia è il terreno molle dell’attacco. Qui hanno assaltato le sinagoghe e le scuole ebraiche. Qui reclutano i militanti dello Jihad globale. E contano sulla solidarietà molle e volubile del mondo nei confronti delle vittime. Solo dopo pochi mesi dal massacro di Parigi, in America un nutrito gruppo di scrittori molto alla moda, capeggiati da Joyce Carol Oates, ha protestato per l’assegnazione di un premio nel nome della libertà d’espressione alla testata di «Charlie Hebdo». Hanno detto che con quelle vignette avevano offeso la religione islamica. Magari non meritavano la morte, ma una sanzione per l’abuso della loro libertà doveva pur esserci. C’è da stupirsi se poi i vignettisti superstiti hanno dichiarato che mai e poi mai avrebbero disegnato altre vignette sull’Islam? C’è da stupirsi se, dopo aver scoperto che ragazzi inglesi erano andati a ingrossare l’esercito dell’Isis, nei musei di Londra hanno prudentemente nascosto quadri che raffiguravano, e non in modo offensivo, immagini del Profeta?

 

Abbiamo fatto tutti finta di non vedere. Hanno decapitato un dirigente industriale davanti a uno stabilimento di Lione e hanno lasciato la testa lì, per terrorizzare, come hanno fatto con il povero archeologo che custodiva con cura i tesori di Palmira. Facemmo finta di niente quando in Olanda ammazzarono il regista Theo Van Gogh, il regista di un cortometraggio intitolato «Submission» come il romanzo di Houellebecq, prima sparandogli e poi colpendolo ritualmente con un coltello, con un foglio in cui si diceva che questo era il destino di chi avesse avuto la temerarietà di criticare l’oppressione della donna nei Paesi islamici. C’è bisogno di ricordare che nessun festival cinematografico ha voluto proiettare il cortometraggio di Van Gogh?

Ci spaventiamo a morte per le bandiere nere del califfato che sventolano nella Libia oramai frantumata, un tratto di mare di distanza dalle coste italiane. Ma speriamo sempre che quello che accade nel cuore dell’Europa, sino alla catastrofe ultima di Parigi, non sia già il segno di un allargamento illimitato del conflitto. Speriamo sempre che la guerra non oltrepassi la soglia del pericolo. Speriamo che la distanza fisica non venga annullata dall’internazionale del terrore.

Non capiamo perché sono presi a bersaglio simboli ebraici, esseri umani ebrei, luoghi di culto ebraici. Perché stentiamo a capire che l’«ebreo» è il nemico numero uno che secondo la visione dei fondamentalisti deturpa la purezza della terra sacra dell’Islam. E anche i simboli cristiani vanno colpiti. E le sale dove si tengono concerti, perché la musica è peccaminosa. E anche gli stadi, perché si permette alle donne di assistere alle gare senza velo. Non è una supposizione: è quello che dicono. Lo dicono in Francia, in Gran Bretagna, in Danimarca dove è partito il tumulto per le vignette su Maometto e dove un vignettista è stato raggiunto in casa da un gruppo di assalitori armati d’ascia. E quanta solidarietà aveva ricevuto Salman Rushdie quando il regime degli ayatollah decretò una fatwa ai suoi danni consentendo agli zelanti fedeli sparsi per il mondo di uccidere lo scrittore blasfemo, il bestemmiatore da punire senza pietà? Si poteva capire. Bastava non far finta di niente. Bastava capire perché vogliono colpire Londra, Amsterdam, Parigi. E Milano davanti a una pizzeria kosher. CdS 14

 

 

 

 

Riconsiderare l'avvenire dell'Unione Europea

 

Ecco il testo completo della Lectio doctoralis "Riconsiderare l'avvenire dell'Unione Europea" svolta a Teramo il 5 novembre dall'on. Elio Di Rupo, già Primo Ministro del Belgio e ora sindaco di Mons, in occasione della Laurea honoris causa conferitagli dall'Università degli Studi di Teramo.

 

Desidero prima di tutto ringraziarvi per l'onore che mi fate oggi. Il vostro gesto riconosce il percorso di un figlio di emigrati abruzzesi italiani in Belgio. In Italia le condizioni sociali della mia famiglia erano molto modeste: povere, per essere sincero. Mio padre è morto quando avevo un anno. Eppure, grazie al sostegno di mia madre e del sistema sociale belga, ho potuto studiare e laurearmi. Ho avuto la possibilità di svolgere un ruolo significativo in Belgio, ossia quello di Primo Ministro. Il riconoscimento di oggi lo dedico a mia madre e a tutti gli emigranti italiani nel mondo.

Ho vissuto l'Europa dall'interno. Ho partecipato a oltre venti vertici europei durante la crisi economica e finanziaria. Oggi vi presento alcuni aspetti, frutto di mie riflessioni e speranze, sull'Unione europea e sulla volontà di costruire un'Europa solidale e giusta. E’ chiaro che non riuscirò a poter parlare di tutto. Pertanto, a volte risulterò troppo diretto. L'Unione europea non è mai stata così tanto messa alla prova: 

* la crisi finanziaria;

* la crisi dei migranti;

* i conflitti alle frontiere;

* un paese, la Gran Bretagna, che minaccia di uscire dall'Unione;

* altri, come la Grecia, che lottano per rimanerne membri;

* cittadini che mettono in dubbio il progetto europeo e non riescono più a identificarsi con esso.

Dalla sua creazione, l'Europa ha vissuto molte crisi. Oggi, tuttavia, ci troviamo di fronte a un fenomeno più preoccupante. Il futuro dell'Unione europea è, a tutti gli effetti, in discussione. Eppure, nel nostro mondo globalizzato, un'Europa forte e unita è assolutamente essenziale.

Per i belgi, per gli italiani e per tutti gli europei.

 

La crisi finanziaria ha generato una crisi economica e sociale senza precedenti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma dobbiamo riconoscere che l'Unione europea non è stata all'altezza degli avvenimenti. Peggio ancora ha contribuito, attraverso scelte sbagliate, ad aggravarne ulteriormente gli effetti. L'Unione ha attribuito la crisi al debito pubblico degli Stati membri, piuttosto che alle istituzioni finanziarie. La maggioranza politica, nell'ambito delle istituzioni europee, ha potuto imporre la sua visione dell'economia. Le istituzioni europee hanno adottato misure drastiche. Ogni Stato membro della zona euro è stato vincolato a rispettarle.

 

L'Europa ha imposto l'austerità. Con quali risultati? L'economista francese Thomas Piketty ha dichiarato di recente:

«Se guardiamo al 2008, il debito pubblico in Europa non era superiore a quello degli Stati Uniti, né a quello giapponese. Ma se consideriamo la situazione del 2015, il PIL degli Stati Uniti risulta ormai in ripresa. Dal canto suo l'Europa, e in particolare la zona euro, non ha ancora recuperato e il suo PIL è attestato a livello di quasi dieci anni fa».

La politica di austerità europea ha anche condotto all'instabilità politica in molti paesi e a una crescente disuguaglianza. La crisi di fiducia nei confronti dell'Unione europea non è mai stata così pesante. E, a ogni elezione, populismi ed euroscetticismo guadagnano terreno. L’esempio della Polonia è drammatico!

 

L'Europa nasce originariamente soprattutto come progetto di pace. Ma è stata costruita principalmente su una base di tipo economico. Al momento della sua fondazione, le prospettive di crescita economica in qualche modo garantivano prosperità, pace e democrazia. Dal 1957 il contesto è cambiato radicalmente con le crisi economiche e sociali successive. Oggi gli europei devono purtroppo fare i conti con una crescita economica nulla o modesta. Nella zona euro l'Eurostat ha recentemente previsto una crescita di appena 1,5% del PIL per l'anno in corso.

 

Nonostante crisi e cambiamenti, la natura dell'Unione europea è prima di tutto economica e di bilancio. La preoccupazione europea deriva in maggioranza dai settori economici, finanziari e commerciali, senza dimenticare l'agricoltura. In questi contesti sinistra e destra, progressisti e conservatori, si scontrano. Se devo attingere dalla mia esperienza diretta, l'Europa è terribilmente dominata dalla destra conservatrice. Il culto del mercato unico come motore di crescita illimitata è onnipresente. È questa la visione, caricaturale, di alcuni leader attuali. In seno al Consiglio europeo, ad esempio, David Cameron, il primo ministro britannico, non parla mai di Europa, ma solo di "mercato unico".

 

Tuttavia, a livello formale, e in parte anche pratico, le finalità dell'Europa non sono unicamente economiche. Essa mira anche alla coesione sociale. Nelle conclusioni del vertice di Lisbona, la coesione sociale è indicata come obiettivo della convergenza. Questa è l'idea alla base della complementarietà tra economia e società. Ed è un'idea che mi trova pienamente d'accordo. Un obiettivo lodevole ma realizzato in misura troppo modesta, se non nulla. In ogni testo che riporta le conclusioni del Consiglio europeo, la dimensione sociale di qualsiasi ambito viene sistematicamente ridotta al minimo. A volte perfino negata.

 

Per la destra conservatrice, la soluzione ai problemi dell'Europa è da sempre la stessa: rafforzare il mercato unico. Anche a rischio di mettere in discussione i nostri modelli sociali. Con François Hollande ed Enrico Letta, e dopo con Matteo Renzi, ho più volte chiesto un ambizioso piano europeo di investimenti per contribuire a rilanciare le nostre economie nazionali. Ho anche lottato per una vera politica industriale europea. Ogni volta la risposta della Commissione europea è stata la stessa: «Prima di tutto consolidare il mercato unico e rafforzare i vincoli di bilancio».

Con l'insediamento della nuova Commissione europea, le cose potrebbero cambiare. La Commissione europea, sotto la guida del suo nuovo Presidente, potrebbe contribuire a una vera ripresa dell'economia europea tra cui una politica di investimenti più ambiziosa. Sono stati promessi 315 miliardi di euro di investimenti.

 

Al momento, sono meno di 64 i miliardi mobilizzati dagli Stati membri e dall'Unione europea.

Siamo dunque distanti dal totale promesso. Ma, essenzialmente, il problema ancora una volta è ideologico. Qualsiasi politica di stimolo economico è considerata, dalla Commissione, un’intromissione dell'autorità pubblica. In quanto tale, viene giudicata intollerabile dai tecnocrati europei e dai leader di destra.

 

LA LOTTA AL DUMPING SOCIALE

Un aspetto evidente di questa ossessione per il mercato unico è la politica europea sui lavoratori "distaccati". La sfida in gioco è alta. A oggi quasi 11 milioni di europei vivono e lavorano in un altro paese europeo e 1,3 milioni sono "distaccati" in un altro Stato europeo da un'impresa che ha sede nel loro paese di origine. Un operaio assunto nei paesi dell'Est può venire a lavorare in Belgio o in Italia, senza però contribuire al sistema di sicurezza sociale belga o italiano. Il risultato è un notevole fenomeno di dumping sociale. I lavoratori non belgi o non italiani risultano sfruttati. Le loro condizioni di lavoro violano completamente i valori europei. Sono sottopagati. E le rispettive imprese non versano i contributi sociali nel paese in cui lavorano. Questo crea una distorsione della concorrenza che penalizza le altre imprese, quelle che si rifiutano di ricorrere a un tale meccanismo.

 

Questo crea anche un tasso di disoccupazione elevato a livello locale. I lavoratori non nazionali vengono preferiti ai lavoratori nazionali, considerati troppo costosi. Qualche anno fa mi sono opposto alla cosiddetta direttiva "Bolkestein" sui servizi. Bolkestein era il Presidente del partito liberale olandese diventato Commissario nella Commissione europea. Questa direttiva ha aperto la strada al dumping sociale e alla mercificazione di numerosi servizi di base. Penso, ad esempio, alla sanità. Questa direttiva ha anche messo gli Stati membri uno contro l'altro, ponendoli in una condizione di competizione costante fra di loro. Ora, è ovvio, non sarà lo sfruttamento reciproco a migliorare le condizioni di vita degli europei. Dobbiamo reagire. Dobbiamo arrivare a garantire che la mobilità dei lavoratori in Europa non vada a limitare i diritti sociali del paese in cui viene svolta l'attività lavorativa. Ecco perché ho chiesto la revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori.

 

MIGRANTI

Veniamo ora alla crisi dei migranti. A questo proposito, ci troviamo chiaramente di fronte a un'Europa divisa. La settimana scorsa Federica Mogherini ha detto:

«L’Unione europea rischia la disintegrazione se non risponde collettivamente alla crisi migratoria».

Abbiamo assistito a comportamenti inaccettabili in seno all'Unione europea. Penso in particolare all'azione del governo ungherese di Victor Orban che permette alle sue forze pubbliche di sparare sui migranti. I valori fondamentali dell’Europa vengono calpestati senza che venga imposta alcuna sanzione! Nessuno dovrebbe dimenticare i valori che ci uniscono e che sono riuniti nella Carta dei diritti fondamentali e nella convenzione di Ginevra. La risposta a questa crisi deve essere comune. E i paesi più esposti, come l’Italia, devono essere aiutati.

 

USCIRE DALL'AUSTERITÀ’

A partire dal 2009 i leader europei, e in modo particolare la cancelliera Merkel, hanno pensato di poter rafforzare l'Europa unicamente tramite l'austerità. È diventata una specie di ossessione. Le uniche politiche che vengono approvate prevedono il risanamento dei budget degli Stati membri.

 

Cerchiamo di essere chiari. Gli Stati devono compiere sforzi. Ma non possiamo imporre ai nostri anziani e ai nostri figli sacrifici insostenibili. Non possiamo imporre ai nostri anziani e ai nostri figli un generale indebolimento dei sistemi di sicurezza sociale. Eppure, questa è l'unica strada che viene percorsa dall'Unione europea. L'Europa è ferma ai criteri di Maastricht, che risalgono a quasi un quarto di secolo fa (1992). Ma l'attuale situazione economica e sociale è diversa in modo essenziale. Molti economisti come Paul Krugman suonano un campanello d'allarme.

 

Krugman ha dichiarato: «La spiegazione deriva in parte dal fatto che in Europa, troppe "persone estremamente serie" si sono lasciate affascinare dal culto dell'austerità, da questa convinzione che i deficit di bilancio, e non la disoccupazione di massa, siano il pericolo più immediato, e che sarà la riduzione dei deficit a risolvere, non si sa bene come, un problema causato in prima istanza dagli eccessi del settore privato».

 

LA RICERCA DI NUOVE FLESSIBILITÀ

Penso che la direzione presa dall'Unione europea sia sbagliata. Penso che dovremmo consentire agli Stati di recuperare un po' di spazio di manovra. La loro missione non consiste nell'imporre sofferenza ai cittadini. Tuttavia il trattato fiscale, denominato "fiscal compact" in inglese, consente in teoria a un paese di disporre di flessibilità di bilancio in caso di forza maggiore.

 

E mi sembra che un periodo di 6 anni senza crescita economica reale configuri decisamente un caso di forza maggiore. Eppure, le istituzioni dell'Unione europea non sono disposte ad ammetterlo. E, nel frattempo, a soffrire sono i cittadini europei. Perché la flessibilità di bilancio permetterebbe agli Stati di liberare fondi di emergenza in numerosi campi. Così sono favorevole all'idea - sostenuta dall'Italia con Matteo RENZI, dall'Austria con Werner FAYMANN e dalla Francia con François HOLLANDE - di non considerare le spese assunte per l'accoglienza dei migranti nel calcolo dei deficit pubblici. Jean-Claude JUNKER, il Presidente della Commissione europea, si è dimostrato aperto a questa idea. Si vedrà. Desideravo parlare della Grecia. Anche per questo paese, l'Unione Europea non brilla per la sua immaginazione. La popolazione soffre terribilmente. Ma prenderebbe troppo tempo svilupparne il tema.

 

Le mie constatazioni sono forse dure; ma rimango un europeista convinto. Io credo nell'Europa. Ma non nell'Europa com’è oggi! Dobbiamo ripensare l'Europa. Ne va del futuro degli europei. Se vogliamo davvero rafforzare il progetto europeo, è urgente trasformarlo in un'unione democratica. Un'unione in cui i cittadini credano e dalla quale si sentano rappresentati.

 

Rafforzare la dimensione democratica dell'Unione economica e monetaria è essenziale. Ma pochi ne parlano seriamente. Oggi siamo di fronte a una rottura della fiducia totale tra gli europei e l'Europa. Abbiamo quindi bisogno di grandi cambiamenti. L'Eurogruppo, ad esempio, è costituito dai 19 paesi che utilizzano l'euro, ma è composto esclusivamente da 19 ministri delle Finanze. Come tale, si colloca al di fuori di qualsiasi controllo democratico e impone riforme che spesso sfociano in drammi sociali per milioni di cittadini. Sarebbe logico che l'Eurogruppo rendesse conto al Parlamento europeo e si riunisse regolarmente con i ministri del lavoro e degli affari sociali, il cui parere risulterebbe molto più utile. Nel corso di alcuni summit mi è capitato di avanzare questa ipotesi. Alcuni miei colleghi, come il primo ministro britannico, olandese, e gli altri liberali conservatori, si sono detti fortemente contrari. Ai loro occhi si trattava di una sorta di profanazione. Per non dire di una forma di maleducazione!

 

Nel 1957, eravamo 6 paesi. Poi siamo diventati 9, poi 10, 12 e infine 15. Con la caduta del muro di Berlino e la scomparsa del blocco orientale, non meno di 12 stati hanno aderito all'Unione europea.

Questo processo è stato troppo rapido.

Dopo sette ondate di adesioni, sono 28 oggi gli Stati membri dell'Unione Europea. Non si tratta di mettere in discussione l'allargamento dell'Unione. Quello che ci unisce è più importante di quello che ci divide. E l’Unione europea è anche un processo di convergenza per tutta l’Europa. Ma è chiaro che il processo decisionale è diventato troppo complesso. Raggiungere il consenso a 28 è diventato molto difficile: sulle questioni più delicate, addirittura impossibile. Così operare sulla base del principio di unanimità non è praticabile. Ma, purtroppo, questa unanimità è ancora necessaria in materia fiscale. Eppure, la concorrenza fiscale tra gli stati infuria in Europa !

 

Ho trascorso giorni e notti al Consiglio europeo. Non vi nascondo che esistono differenze profonde. Tra i paesi orientali e occidentali. Tra stati "grandi" e stati "piccoli". Tra paesi del Nord e del Sud. Per non parlare delle differenze ideologiche. Chiaramente, è difficile andare oltre il minimo comune denominatore. Tuttavia, l'Europa non progredirà basandosi sul minimo comune denominatore. Guardiamo a ciò che accade nel contesto del referendum condotto nel Regno Unito. Quale sarebbe il senso di un paese che, per rimanere nell'Unione, respinge qualsiasi parte dei progressi compiuti a livello comunitario? Il governo britannico vuole, apparentemente in nome della semplificazione amministrativa, rimuovere gran parte delle protezioni ambientali acquisite nel corso degli anni. Vuole rimuovere le misure di protezione dei consumatori.

 

Vuole quasi azzerare le misure nell'ambito sanitario. Nella prova di forza che ha coinvolto il primo ministro britannico, mi chiedo se la priorità per noi non dovesse essere quella di preservare i risultati positivi ottenuti dall’Unione europea. Il Regno Unito ha più da perdere lasciando l'Unione europea, che restandone membro! In questo contesto, risulta molto difficile consolidare l'interesse generale europeo.

 

Le trattative sul bilancio europeo, alle quali ho partecipato, sono indicative di questa debolezza dell'interesse generale europeo. Subendo la pressione di alcuni Stati membri, il bilancio dell'UE è limitato a poco meno di 150 miliardi di euro per anno. Questa cifra equivale al bilancio medio di un paese come il Belgio, ma per una popolazione di 500 milioni di europei. In Belgio, siamo 11 milioni di persone.

 

In una prospettiva a medio termine, mi chiedo se non bisogna avere alcune priorità:

1) L'incremento del bilancio dell'Unione europea mediante l'integrazione di nuove risorse per affrontare le sfide che attendono l'Europa. La tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe una buona via. Penso all'esempio lampante dei migranti - una situazione in cui mancano palesemente fondi per trovare una soluzione - in particolare ai confini della Siria, dell’Iraq o dell’Afghanistan e ai paesi di accoglienza come l'Italia e la Grecia. Penso anche all'intensificazione della ricerca scientifica delle Università europee e alle moltiplicazioni delle borse - tipo l’Erasmus - per facilitare una maggiore mobilità europea degli studenti.

 

2) Con 28 Stati membri, andremo avanti solo a passi molto piccoli, l’ho già detto, mentre il resto del mondo avanza ad ampie falcate. Io sostengo un'Unione europea concentrica. Un numero ridotto di Stati potrebbe crescere a un ritmo più elevato e, in un certo senso, traccerebbe la strada di un’Europa più integrata particolarmente sui piani fiscale e sociale. Questo nucleo potrebbe dotarsi delle risorse per agire concretamente. È quello che avviene in caso di cooperazione rafforzata.

 

3) Noi belgi e italiani, dipendiamo essenzialmente dalla zona euro. Il denaro che abbiamo in tasca dipende anche dalla zona euro. La zona euro (che conta 19 stati) deve assumere il controllo del proprio destino: non può in alcun modo venire ostacolata da Stati che non hanno l’euro come moneta. Penso ad esempio alla Banca Centrale Europea. I suoi poteri non sono ancora paragonabili a quelli di paesi come gli Stati Uniti o il Giappone. La Banca centrale europea deve avere poteri di ultima istanza. Deve essere in grado, in particolare, di battere moneta, come fanno le banche centrali dei paesi fuori zona euro.

 

4) La zona euro dovrebbe potersi affidare a un proprio Parlamento. Questo potrebbe essere composto semplicemente da parlamentari provenienti dai 19 paesi interessati.

 

5) Delle proposte avanzate dalla Commissione per la zona euro si occuperebbero i commissari dei 19 paesi che la compongono, e non dei 28 Stati membri.

 

6) Il Presidente della Commissione europea dovrebbe essere eletto direttamente dai cittadini europei. Alle elezioni europee, ogni 5 anni, le liste di ogni famiglia politica dei 28 Stati presenterebbero un unico capofila. Il partito con il maggior numero di seggi al Parlamento europeo vedrebbe il suo leader automaticamente nominato come Presidente della Commissione.

 

Queste riforme risponderebbero alla nuova realtà europea. I paesi che lo desiderano, potrebbero agire rapidamente in termini di convergenza delle politiche. Gli altri, nel frattempo, continuerebbero a beneficiare del mercato unico e di altri progressi comunitari.

 

L'avete ormai capito. Per me, l'Europa deve cambiare il proprio meccanismo di funzionamento. Deve anche aprire il suo spirito. Noi tutti dobbiamo sostenere l’idea dell'interesse del progetto europeo. E questo è il ruolo dei partiti politici europei e dei partiti nazionali. È il ruolo di noi tutti. L'università, luogo per eccellenza di riflessione e di dibattito, può stimolare la nascita di nuove idee per l'Europa.

 

Alla fine della guerra, i nostri genitori hanno realizzato un risultato immenso. Mediante il progetto europeo, ci hanno lasciato in eredità la pace. All'epoca i mezzi per farlo consistevano nell'unirsi intorno a un progetto essenzialmente economico. Oggi, l'Europa è cresciuta. Il mondo è profondamente cambiato. Noi sappiamo che nessuno Stato europeo può affrontare il mondo da solo. La crisi dei migranti ne è un esempio. L'Europa deve rafforzarsi. Deve sviluppare strumenti e risorse che le consentano di far fronte alle proprie responsabilità. Il progetto europeo ha assolutamente bisogno dell'adesione degli europei. Bisogna dunque andare nella direzione di una vera cittadinanza europea. L'Europa non è solo un mercato. Dev'essere soprattutto un insieme di diritti per i cittadini, una filosofia della vita… uno stato d'animo. Un connubio che protegga i cittadini e garantisca loro un futuro migliore.

 

Il progredire dell'edificio europeo è una responsabilità comune. È responsabilità nostra, in particolare verso di voi, verso gli studenti, la gioventù europea. Questa gioventù, lo sappiamo, è assai duramente colpita dalla disoccupazione. E, a volte, arriva a dubitare del futuro. In un mondo in crisi, spetta anche all'Europa presentare a questa gioventù soluzioni e speranze. Trasformiamo le difficoltà attuali in opportunità per domani.

 

I nostri destini sono legati. Questo è quello che ci ricordate voi oggi. Offrendomi questo riconoscimento. Accogliendomi in mezzo a voi. Consegnandomi questa Laurea che mi onora e onora il destino di una famiglia di immigrati italiani in Belgio. Oggi, tra di voi, mi sento al contempo belga, italiano ed europeo. Grazie di cuore per la vostra fiducia e la vostra attenzione.   Elio Di Rupo, de.it.press

 

 

 

 

Onu, Filippo Grandi il nuovo capo dell’Alto commissariato Rifugiati

 

Il segretario generale Ban Ki-moon annuncia all’Assemblea generale delle Nazioni unite la scelta del diplomatico italiano per la guida dell’Unhcr. Boldrini: «E' la prima volta che l'Italia riveste questo ruolo in un momento in cui le migrazioni sono cruciali»

 

L’italiano Filippo Grandi sarà il nuovo capo dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Unhcr, che si occupa della più grande emergenza profughi dalla Seconda Guerra Mondiale. Entrerà in carica dal primo gennaio 2016. Il portavoce dell’Onu Stephane Dujarric mercoledì ha riferito che il Segretario Generale Ban Ki-moon ha informato l’Assemblea generale dell’intenzione di nominare Grandi al posto del portoghese Antonio Guterres, a capo dell’agenzia dal 2005. La nomina «è una grande gioia, è il riconoscimento, dopo tanto tempo, di una posizione di primario livello dell'Italia dentro la grande famiglia dell'Onu», ha detto il premier Matteo Renzi, parlando a La Valletta, a margine del summit di Malta sull'immigrazione. «Avere un crescente ruolo in queste partite porta a più responsabilità. L'ho sentito ieri e gli ho detto: "in bocca al lupo!"». La nomina «può rappresentare un cambio di passo nella gestione della crisi dei migranti in Italia e in Europa» è l'augurio rivolto dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni.

 

La carriera

Grandi, 58 anni, milanese, diplomatico laureato in filosofia, da trent’anni è impegnato nella cooperazione internazionale e da 27 è funzionario presso le Nazioni unite. Tutto è cominciato nel 1984: dopo la laurea alla Statale e il servizio civile con Amnesty International, Filippo Grandi è partito volontario con il Catholic Relief Service per aiutare i profughi cambogiani nella Thailandia nord orientale. Poi, dal 1988 al 2004, la scelta dell’Unhcr con lavoro sia al quartier generale di Ginevra come capo di gabinetto degli alti commissari Ruud Lubbers e Sadako Ogata che sul campo in Paesi come il Sudan (nello stato del Gedaref), Iraq dopo la prima guerra del Golfo, Afghanistan e nella regione dei Grandi Laghi in Africa Centrale. In Afghanistan è stato capo missione Unhcr per quattro anni, poi nominato rappresentante speciale del segretario generale per la supervisione delle presidenziali del 2004 e il voto parlamentare l’anno successivo.

 

L’Unrwa

Nell’ottobre 2005 si era trasferito in Medioriente come vice Commissario generale dell’Agenzia per il Soccorso e l’Occupazione (Unrwa), agenzia di cui nel 2010 ha preso il timone. Otto dei precedenti alti commissari per i profughi sono stati europei: i non europei erano la già citata giapponese Ogata (1990-2000), l’unica donna, e l’iraniano Sadruddin Aga Khan, dal 1965 al 1977.

60 milioni di rifugiati solo nel 2015

Guterres lascerà l’incarico alla fine dell’anno dopo aver gestito la cifra record di 60 milioni di rifugiati che secondo l’Unhcr rappresentano il picco massimo, superiore ai 50 milioni fuga durante la seconda guerra mondiale. L’Unhcr da 65 anni è al lavoro in 123 Paesi del mondo.

 

Gentiloni: «Riconoscimento impegno Italia»

«Felice per la designazione di Filippo Grandi alla guida dell’Unhcr. È riconoscimento sue qualità e ruolo italiano nella crisi migratoria». Così su Twitter il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, soddisfatto per la nomina di Grandi. A complimentarsi anche il ministro per la Difesa Roberta Pinotti che sul social network ha scritto: «Auguro buon lavoro a Filippo Grandi, nominato da Ban Ki-moon Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr)». CdS 12

 

 

 

 

Così l’Europa ha smontato il piano sui rifugiati

 

Svezia  

Hanno temporeggiato, chiesto aiuto e cercato soluzioni alternative, ma alla fine anche la Svezia, schiacciata da un flusso di rifugiati «non più sostenibile» e dopo la richiesta del Migrationsverket, l’Agenzia per i migranti, ha annunciato una misura straordinaria: da ieri a mezzogiorno e fino al 20 novembre sono stati ripristinati i controlli alle frontiere. Erano 19 anni che non succedeva.  

Il provvedimento, che il governo si è affrettato a definire «temporaneo», che «non è un muro e non preclude la richiesta d’asilo nel Paese», è stato deciso dopo che le stime avevano previsto il numero record di 190 mila arrivi nel 2015, il doppio rispetto a quelli precedentemente ipotizzati. La Svezia non è più in grado di offrire «un riparo e un’assistenza adeguata ai rifugiati», soprattutto in vista del lungo e gelido inverno. Tutti i centri di accoglienza sono stracolmi e il ministero dell’Interno ha ammesso che le forze di polizia «non possono più garantire la sicurezza». Ancora ieri il premier socialdemocratico Stefan Lofven ha ribadito che nessun richiedente asilo verrà rimandato indietro  

 

Gran Bretagna  

Eurotunnel presidiato, controlli alle frontiere, presenza massiccia delle forze dell’ordine - sia inglesi che francesi - per evitare l’ingresso nel Paese non bastano. La Gran Bretagna non si limita alla «protezione» dei confini per fermare il flusso di rifugiati, ma mette in crisi uno dei fondamenti stessi dell’Unione europea: la libera circolazione. «Il Regno Unito crede in un’economia aperta - ha detto il premier Cameron -, ma la pressione che la libera circolazione porta sulle nostre scuole, ospedali e sui nostri servizi pubblici è troppo grande». Cameron ha promesso un referendum sulla Brexit entro il 2017 e tra le richieste all’Unione spiccano quella per limiti sui «benefit» ai migranti Ue in Gran Bretagna, e un diritto di veto sulle politiche Ue, anche quelle a cui Londra  

non partecipa 

 

Spagna  

La Spagna aveva deciso di alzare un muro già vent’anni fa: le reti di separazione di Ceuta e Melilla sono una delle tante barriere anti immigrati d’Europa. Ma dall’inizio della crisi dei rifugiati le alte reti metalliche che separano il Marocco dalle due città spagnole autonome sono sempre più spesso teatro di scontri tra profughi e polizia, con feriti e arresti. Si calcola che sarebbero circa 80 mila gli  

immigrati che dal Marocco e dalla Mauritania sono pronti a entrare in Europa attraverso Ceuta e Melilla  

 

Austria  

Mentre il ministero degli Interni austriaco studia un«barriera tecnica» per «convogliare e gestire» i flussi da e per la Slovenia, il governo ha già cambiato le regole per le richieste d’asilo: dal 15 novembre il diritto di asilo sarà temporaneo e durerà solo 3 anni, quindi sarà necessario il rinnovo. Novità anche per le famiglie: l’attesa per ottenere i via libera ai ricongiungimenti familiari passa da 1 a 3 anni  

 

Germania  

Lo scorso agosto la Germania aveva seguito l’esempio della Svezia e aveva deciso di aprire i confini ai siriani in fuga, derogando ai principi di Dublino. Ieri la cancelliera Angela Merkel ha annunciato il dietrofront e ha deciso di respingere i siriani verso il Paese europeo  

di primo approdo tornando così ad applicare alla lettera il regolamento di Dublino. Secondo quanto ha riferito la «Suddeutsche Zeitung» a prendere la decisione sarebbe stato autonomamente il ministro dell’Interno Thomas de Maizière 

 

Slovenia  

Sarà il primo Paese ad avere un muro che lo separa da un altro Stato dell’Unione Europea: l’esercito sloveno ha cominciato mercoledì a disporre filo spinato al confine con la Croazia per controllare l’afflusso di migranti. La decisione di alzare una barriera è scaturita dall’emergenza annunciata per i prossimi giorni, con la previsione di un possibile ondata di 20-30 mila migranti  

 

Ungheria  

Come gran parte dei Paesi Baltici l’Ungheria è contraria alle quote obbligatorie di migranti, ma è soprattutto il Paese più ostinato e duro nel tentativo di respingere i profughi che cercano di raggiungere il Nord Europa via terra. Orban – già ribattezzato il «premier dei muri» – ha chiuso i profughi in treni blindati, li ha bloccati alle frontiere e fermati con barriere di filo spinato come quello al confine con la Serbia. MONICA PEROSINO  LS 13

 

 

 

 

Elezioni europee: candidati a Presidenza CE e diritto di voto all'estero

 

Il Parlamento ha approvato mercoledì una domanda formale di riforma del sistema elettorale UE, in cui si chiede che i candidati alla guida della CE siano presenti alle elezioni e che tutti i cittadini UE che si trovano all’estero abbiano la possibilità di votare. Inoltre, i deputati propongono un'età minima comune per votare, preferibilmente 16 anni, come in Austria.

 

In seguito al dibattito del 27 ottobre, il Parlamento ha adottato una proposta di riforma dell'Atto elettorale del 1976 con 315 voti favorevoli, 234 contrari e 55 astensioni. Il Parlamento ritiene che le attuali differenze tra le legislazioni nazionali indeboliscano la nozione di cittadinanza europea e il principio di uguaglianza.

 

"Vogliamo adattare l'Atto elettorale del 1976 alla nuova realtà" ha detto la correlatrice Danuta Hubner (PPE, PL), durante il dibattito del 27 ottobre. "Le elezioni per il Parlamento europeo continuano ad avere un carattere estremamente nazionale. Speriamo di accrescere l'interesse dei cittadini a partecipare a questa importante fase del processo decisionale europeo".

 

"La generazione dei giovani dovrebbe essere incoraggiata nel prendere parte a queste decisioni. La generazione internet preferisce votare online, con un click, piuttosto che andare in comune o in una scuola", ha aggiunto il correlatore Jo Leinen (S&D, DE). "In alcuni Paesi, le liste elettorali non sono pronte fino a 17 giorni prima delle elezioni. Non so come sia possibile fare campagna elettorale".

 

A questo proposito, il Parlamento propone l'istituzione di un termine (12 settimane prima delle elezioni) per la costituzione delle liste elettorali.

 

Per gli Stati più grandi dell'UE, i deputati esortano l'inserimento di soglie obbligatorie per l'assegnazione dei seggi al Parlamento europeo, che variano tra il 3% e il 5%. In concreto, rispetto al sistema attuale, toccherebbe a Spagna e Germania introdurre queste soglie.

 

Diritto di voto all'estero

 

I deputati ritengono che tutti i cittadini che vivono all'estero debbano avere la possibilità di votare alle elezioni per il Parlamento europeo e, quindi, chiedono che sistemi di voto elettronico, online e postale siano resi disponibili in tutti gli Stati membri.

 

Durante le elezioni europee del 2014, sono stati quattro i Paesi che non hanno previsto una possibilità per i cittadini che vivono all'estero di esprimere il proprio voto (Repubblica Ceca, Irlanda, Malta e Slovacchia). Per gli altri, è stato possibile votare per posta, presso l'ambasciata, elettronicamente o per delega.

 

Più visibilità per i partiti politici europei

 

Le schede elettorali utilizzate nelle elezioni europee dovrebbero dare la stessa visibilità ai nomi e ai loghi sia dei partiti nazionali sia dei partiti politici europei ai quali sono affiliati. Un'affiliazione europea del partito nazionale dovrebbe risultare chiaramente anche dai mezzi utilizzati nella campagna elettorale.

 

I deputati suggeriscono di creare una circoscrizione europea comune e transfrontaliera nella quale i copolista sono i candidati per ciascun gruppo politico al ruolo di presidente della Commissione.

 

I correlatori terranno una conferenza stampa giovedì, 12 novembre, alle ore 9:00. Sarà possibile seguire in diretta streaming la conferenza stampa.

 

Contesto

 

I trattati UE (articolo 223.1 del TFUE) consentono al PE di avviare la procedura di riforma del sistema elettorale europeo e di formulare proposte in tal senso. Queste proposte dovranno essere adottate dal Consiglio all'unanimità e poi ratificate da tutti gli Stati membri, sulla base dei loro rispettivi ordinamenti costituzionali.  PE 12

 

 

 

 

 

Migranti, nuova strage di bimbi nell’Egeo. Da Aylan nulla è cambiato

 

Manca ancora una seria volontà dei governi europei di fermare queste stragi, aprendo passaggi terrestri (la rotta dell’Egeo ha sostituito l’attraversamento del confine greco-turco a Evros, ora chiuso) e studiando canali sicuri per l’accoglienza dei richiedenti asilo - di Alessandra Coppola

 

S’attendeva una nuova tragedia nelle acque dell’Egeo, nella notte è arrivata. L’agenzia Anadolu riferisce del naufragio di un’imbarcazione in acque turche, nel braccio di mare tra Ayvalik e l’isola greca di Lesbo: almeno 14 morti, sette sono bambini. E il conteggio complessivo delle vittime nel Mediterraneo ormai supera le 3.450 solo quest’anno. Era questione di tempo, di ore, e con l’inverno non potrà che essere peggio. Le partenze dei profughi organizzate dai trafficanti di Istanbul si sono addirittura moltiplicate dopo l’estate, a bordo spesso di gommoni da gita turistica, pieni fino all’orlo, che già salpano imbarcando acqua, spinti da motori da pochi cavalli senza neanche benzina sufficiente. Sono poche miglia marittime, nel punto più stretto dalla costa turca a Lesbo sono appena cinque. Ma basta un’onda alta per ribaltare la barchetta. E i soccorsi non sono adeguati. Le navi dell’agenzia Ue Frontex possono operare solo in acque europee e concentrano le forze limitate nei casi più gravi.

Nel mare greco, la guardia costiera non ha i mezzi e il personale sufficiente, né le competenze per i salvataggi: Atene su impulso dell’Unhcr sta creando a Lesbo un team congiunto di guardie e soccorritori che possa cominciare a operare con maggiore efficacia. I volontari sulle spiagge dell’isola greca danno il massimo delle proprie risorse. Ma possono drammaticamente non bastare. Manca ancora una seria volontà dei governi europei di fermare queste stragi, aprendo passaggi terrestri (la rotta dell’Egeo ha sostituito l’attraversamento del confine greco-turco a Evros, ora chiuso) e studiando canali sicuri per l’accoglienza dei richiedenti asilo, che pure parte dell’Unione europea sostiene di voler ricevere (almeno in quote limitate). Dalla morte del piccolo curdo siriano Aylan, deposto dal mare sulla spiaggia turca di Bodrum due mesi fa, in una foto che ha scatenato indignazione internazionale e straordinarie prese di posizione, ancora una volta, niente è cambiato. CdS 11

 

 

 

 

L’emigrazione italiana nel nuovo numero di “Affari sociali internazionali”, dedicato al Mediterraneo

 

ROMA “Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo” è il titolo del nuovo numero (3-4/2015) di Affari Sociali Internazionali, che verrà presentato a Roma il prossimo 17 novembre.

Tra gli approfondimenti proposti dalla rivista anche “Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo. Scenari attuali, dati statistici e prospettive”, monografia frutto delle sinergie attivate tra il Circolo di Studi Diplomatici e il Centro Studi e Ricerche IDOS grazie alle rispettive competenze nell’ambito della politica internazionale e dei fenomeni migratori.

Questo incrocio ha consentito di valorizzare il lungo passato migratorio dell’Italia, di prendere in considerazione il suo attuale impegno come paese di immigrazione e di fare ad essi riferimento nello scenario del Mediterraneo con le sue esigenze di collegamento tra le due sponde in un’ottica di politica internazionale mirante ad innescare processi di cosviluppo in grado di superare le attuali criticità. Il tema è stato ritenuto di interesse dal Ministero degli Affari Esteri, che lo ha incluso tra gli approfondimenti condotti in occasione dell’Expo universale.

La prima parte (“Geopolitica del Mediterraneo e delle aree limitrofe”) è stata curata da un gruppo di ex ambasciatori che sono membri del Circolo di Studi Diplomatici, persone che hanno avuto modo di conoscere i problemi sul campo e di rappresentare le posizioni della politica estera italiana e del suo impegno per la cooperazione allo sviluppo. Queste annotazioni offrono, in sintesi, la situazione dei paesi del Mediterraneo (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia, Egitto, Siria), dei Paesi del Golfo, del Sudan, del Corno d’Africa e di un gruppo di Paesi asiatici, i cui flussi migratori hanno comunque un impatto sul Mediterraneo (Afghanistan, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka).

La seconda parte (“Emigrazione, Immigrazione e Necessità di nuove politiche”) è stata curata dai redattori del Centro Studi e Ricerche IDOS, che nel corso della sua esperienza ultradecennale ha avuto modo di approfondire i temi legati all’esodo degli italiani, protrattosi per un secolo e mezzo a partire dall’Unità d’Italia, e alla relativamente nuova esperienza che l’Italia sta vivendo come paese di immigrazione a partire dalla metà degli anni ’70.

Il Marocco, la Tunisia, l’Algeria, l’Egitto, che ora hanno significative diaspore in Italia, sono state fino alla seconda guerra mondiale e alla fine dell’era coloniale un’area di sbocco per gli emigrati italiani (e anche per i rifugiati politici nel periodo del Risorgimento), mentre in Libia e in Albania la presenza italiana è dovuta a una vera e propria occupazione. Il fatto di esaminare congiuntamente i due flussi di segno opposto e di trovare i collegamenti tra storia e attualità costituiscono un fattore di pregio ricercato accuratamente dagli autori.

La parte conclusiva è costituita da due capitoli, dedicato l’uno all’imprenditoria degli immigrati e al ruolo delle piccole e medie imprese italiane come fattori propulsivo tra le due sponde, e l’altro alle realizzazioni e alle prospettive di intervento della cooperazione italiana, sottolineando in tal modo l’ottica operativa che ha ispirato tutti gli apporti.

Come sottolineano i curatori (Ugo Melchionda, Roberto Nigido e Franco Pittau) nell’introduzione, questo volume è “insomma un paradigma in cui geopolitica, emigrazione, immigrazione e sviluppo del Mediterraneo sono altrettanti fattori di cui tener conto per far ripartire un progetto di co-sviluppo euro mediterraneo, che possa riprendere, su una base concreta e fondata nelle dinamiche reali, le mosse dell’oramai archiviato processo di Barcellona degli anni passati”. (aise 11) 

 

 

 

 

 

Legge di stabilità ed emendamenti  a favore degli italiani all'estero

 

A poche ore dall'inizio dell'iter in commissione della legge di stabilità, il senatore Claudio Micheloni fa un resoconto della prima fase dei lavori. Gli emendamenti presentati affrontano diversi temi a favore degli italiani residenti all'estero.

"Ci sono, innanzitutto, interventi che mirano al rafforzamento di due importanti organismi di rappresentanza, come il Comites e il CGIE, afferma il Senatore Micheloni. "Provvedimenti che si aggiungono all'approvazione in Commissione Affari esteri dell'OdG. G/2112/1/3/TAB.6 (TESTO2), in cui si impegna il Governo a presentare entro il 30 giugno 2016 una riforma organica dei Comites e del CGIE che, azzerando le attuali rappresentanze, costruisca un più moderno ed efficace sistema organico di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo, capace di guardare ai comuni interessi degli italiani all'estero e dell'Italia".  

"Tra gli emendamenti presentati", aggiunge il senatore Micheloni, "abbiamo ritenuto opportuno incrementare le risorse per gli Istituti Italiani di Cultura, per i corsi di lingua e cultura italiana nel mondo, per la rete delle Camere di Commercio Italiane all'estero nonché per la stampa italiana all'estero e le agenzie specializzate".

"Anche nella legge di stabilità di quest'anno", sottolinea il senatore Micheloni, "troviamo un attacco frontale ai Patronati con un taglio lineare di 48 milioni, che di fatto ne smantella la rete sia in Italia che all'estero. Più volte ho affermato che il sistema andava cambiato, ribadendo però l'importante ruolo svolto da queste organizzazioni nelle comunità degli italiani all'estero. Per questo motivo il mio emendamento, appoggiato da alcuni colleghi senatori, chiede una diminuzione del taglio da parte del Governo. Da diversi mesi, il Comitato per le questioni degli Italiani all'estero sta svolgendo una serie di audizioni e missioni sul territorio per fare chiarezza sul lavoro, importantissimo, svolto dai Patronati e su alcune storture che in questi anni hanno penalizzato e svalutato il loro lavoro giustificando erroneamente i tagli".

L'emendamento del senatore Micheloni sui Patronati riassume in sé alcune modifiche legislative che possono anticipare una riforma profonda del sistema e che il Comitato ha rilevato come indispensabili alla legge n. 152/01 (normativa generale sul patronato). In particolare, si intende inquadrare correttamente il rapporto tra il Patronato italiano e le Associazioni di diritto locale con le quali gli stessi svolgono la loro attività all’estero, attraverso l’obbligo di controllo e di corresponsabilità da parte del Patronato sull’associazione. Entrando più in dettaglio: 1) si introduce, rafforzando la scelta già operata lo scorso anno nella relativa legge di stabilità, l’obbligo per il patronato di redazione di un bilancio consolidato; 2) si estendono alle attività estere gli obblighi in tema di operatori già previsti per l’Italia; 3) si prevede la responsabilità sussidiaria e solidale alla associazione promotrice, in caso di danni patrimoniali procurati a terzi; 4) si introducono sanzioni in caso di violazione degli obblighi di bilancio introdotti con il presente emendamento. Inoltre, al fine di semplificare e modernizzare un sistema di ispezione delle attività all’estero, si introduce una riforma delle stesse, che si fonda sulla certificazione delle attività da parte degli enti erogatori. L’insieme delle norme proposte, e in particolare quelle in materia di razionalizzazione del sistema ispettivo, è in grado di generare risparmi di non meno di 15 milioni di euro annui.

"Intendo porre l'attenzione anche sull'emendamento riguardante la rete consolare", ribadisce il senatore Micheloni. "Una rimodulazione dei consolati sui vari territori va affrontata quanto prima secondo le esigenze delle nostre comunità. Purtroppo in questi anni abbiamo assistito a interventi da parte dell'Amministrazione del MAECI che, sotto la dicitura Spending Rewiew, hanno giustificato l'irragionevole riduzione di servizi con risparmi davvero minimi. Il Parlamento aveva invece più volte suggerito una riduzione di Consoli e Amministrativi, ma la risposta del MAECI è andata in senso opposto penalizzando i servizi ai nostri concittadini residenti all'estero e facendo di fatto un torto anche all'Italia".

A tale proposito il senatore Micheloni afferma con forza: "per l'Europa chiedo meno consolati, meno diplomazia, e più sviluppo dei servizi telematici, nonché un'erogazione maggiore e pi ù efficiente dei servizi ai cittadini attraverso l'istituzione di semplici uffici da avviare con personale a contratto assunto localmente, innanzitutto nelle sedi chiuse negli ultimi anni, dove le scelte operate dal MAECI hanno creato notevoli disagi e prodotto pochissimi risparmi. Tutto questo può e deve avvenire attraverso un dialogo schietto tra Parlamento e Amministrazione del MAECI per potere finalmente trovare un punto di incontro, con un unico obiettivo: quello di migliorare i servizi per i nostri cittadini all'estero". "E' necessario e non più derogabile il confronto e l'analisi, anche dal punto di vista economico, delle due tesi", conclude il senatore Micheloni, "per potere individuare le scelte migliori da fare nell'interesse dell'Italia e della sua promozione nel Mondo".

Infine, il senatore Micheloni ricorda il suo impegno nella richiesta di chiarimento al Governo dell'estraneità degli ex iscritti all'Aire e degli ex lavoratori transfrontalieri nell'ambito di applicazione delle disposizioni sulla Voluntary Disclosure (collaborazione volontaria) circa il loro patrimonio detenuto all'estero. In tal senso va l'emendamento presentato, che si presenta come la conseguenza dell'Ordine del Giorno della scorsa settimana". Sen. Claudio Micheloni, de.it.press 10

 

 

 

 

Acli Bviera:  lotta senza sconti al terrorismo

 

Le ACLI Baviera esprimono il cordoglio piú sentito alle Famiglie delle decine di vittime di un attentato terroristico islamico che a Parigi nelle scorse ore ha seminato morte, nel disprezzo assoluto  della vita umana. Una strage annunciata, una dichiarazione di guerra, un massacro che per la  sua efferatezza e crudele esecuzione interroga le coscienze di tutta la società  civile ed impone una tenace e determinata opposizione alle drammatiche minacce di reiterare tali atti di puro terrore.

Il fanatismo islamico ha colpito nel cuore dell'Europa non a caso: Parigi, la Francia vivono la disperazione ed il lutto di Famiglie private nei loro affetti di propri Cari innocenti che,per strada, nelle sale teatrali hanno  incontrato la vile mano omicida che il giorno prima avevano accolto con un gesto di accoglienza condivisa.Le ACLI Baviera testimoniano la convinta umana solidarietá al Popolo francese e alla Comunitá internazionale impegnata concretamente nella lotta senza sconti al terrorismo, fautore di un bieco tentativo di destabilizzazione dei valori di democrazia e libertá, fondamentali per un dialogo tra le diversitá culturali e religiose.

Il Presidente ACLI Baviera C.Macaluso, de.it.press

 

 

 

 

La Celebrazione al cimitero d’Onore Amburgo-Öjendorf domenica 8 novembre

 

Per l’occasione il Presidente del Comites di Hannover  Giuseppe Scigliano ha tenuto il seguente breve discorso              

 

“È la prima volta che sono in questo luogo della memoria dove sono sepolti ben 5.839 connazionali deceduti durante la seconda guerra mondiale (Schlewig-Holstein, Bassa Sassonia, Amburgo, Brema, Hannover e Westfalia).  Porto loro ed a tutti i caduti di tutte le guerre il saluto del Comites che rappresento.  

Devo dire che la sensazione che provo è di tristezza e di rabbia. Di tristezza per la consapevolezza che uomini, donne, bambini, anziani e tanti altri ancora hanno perso la loro vita per le brutture di un sistema basato sul totalitarismo o su una falsa democrazia….altri, volendosi sostituire al creatore, hanno dato la loro vita o hanno preso quella degli altri in nome di principi che credevano assoluti.

 

Di rabbia perché ancora oggi si pensa di risolvere con le armi problemi che molto spesso sono provocati da aberranti ideologie o dalla disomogenea distribuzione delle ricchezze del pianeta unite  all’incapacità di mediare con il dialogo e con la collaborazione dei popoli, mettendo da parte gli interessi meramente economici delle nazioni.

In questo momento assistiamo a scene atroci, indescrivibili, impensabili ed inaccettabili, che attraverso i mass media giungono a noi, come se fossero spezzoni di film, ma sono maledettamente veri. Gente che scappa… dai loro occhi si vede la tragedia che hanno alle spalle e davanti a loro…  Sta a noi, società civile, essere sensibili nei confronti di chi quotidianamente arriva in Europa per mettersi al sicuro dalle barbarie di una guerra che certamente non ha voluto. Sta a noi anche con eventi come questo, sensibilizzare le forze politiche affinché si possa prediligere la dialettica e la comunicazione allo scontro armato che, come sempre, arricchisce i soliti ignoti.

Le guerre normalmente non hanno mai risolto i problemi, anzi al contrario molto spesso sono state le premesse di altri conflitti.

Caro è il contributo che sempre si versa ed anche i nostri concittadini, qui sepolti, in terra a loro straniera, sono una testimonianza del sacrificio che hanno pagato”.

Scigliano ha chiuso il suo saluto leggendo un testo scritto in passato (Popoli”) e ritenuto ancora attuale

    

Nel grande cimitero  di Amburgo/Öjendorf, cimitero militare onorario,  al centro di 40.000 m2 di terreno,  riposano 5.839 connazionali tra prigionieri di guerra, internati comuni e lavoratori civili deceduti nel periodo che va dall’inizio della seconda guerra mondiale fino al 15 aprile 1945, traslati da tutti i territori limitrofi (Schlewig-Holstein, Bassa Sassonia, Amburgo, Brema, Hannover e Westfalia). L’edificazione del sepolcreto ebbe inizio nel 1957 e fu ultimata nel 1959 a cura del commissariato generale onoranze caduti di guerra. L’area venne concessa direttamente dal governo tedesco in base all’accordo del 22 dicembre 1955 riguardante le sepolture di guerra. Dei 5.839 caduti, 5.668 sono stati identificati, i restanti 171 sono registrati come “ignoti. Negli uffici presenti all’ingresso è possibile consultare dei registri che contengono i dati anagrafici delle persone sepolte. De.it.press

 

 

 

 

A Francoforte il 29 novembre si vota per la Consulta degli stranieri

 

Francoforte - Il prossimo 29 novembre a Francoforte si rinnoverà la KAV, la Consulta per gli stranieri. In vista di questo nuovo appuntamento elettorale, Luigi Brillante – consigliere comunale di Europa Liste – invita i connazionali ad andare a votare e a scegliere la lista Wif - Wir in Frankfurt.

La Consulta, scrive Brillante, “è il “Parlamento" che a Francoforte salvaguardia i diritti dei cittadini di origine straniera. Noi italiani siamo sottorappresentati e potremmo incidere di più”.

“Perché dobbiamo votare? Innanzitutto – sottolinea Brillante – perché Francoforte è anche la nostra città e noi vogliamo e dobbiamo avere voce in capitolo. Noi a Francoforte siamo parte integrante. Qui viviamo, qui paghiamo le tasse e qui dobbiamo avere gli stessi diritti. Bisogna stare molto attenti perché non ci viene regalato niente e se non siamo vigili siamo facilmente scavalcati e addirittura vittime di discriminazioni. Tali discriminazioni a prima vista non si notano ma sono più che mai presenti. Ad iniziare dai nostri bambini a scuola, dall’inserimento sul mercato del lavoro fino all’attenzione da parte delle istituzioni cittadine che i nostri pensionati dovrebbero ricevere in questa città”.

“Se siamo attivi anche politicamente a livello comunale – osserva – possiamo migliorare di molto la nostra situazione. Quindi vi prego vivamente di fare uso del vostro diritto di voto”.

Si vota domenica 29 novembre: “ormai l’ufficio elettorale di Francoforte ha già spedito a tutti la documentazione per votare. Tutti voi avete quindi ricevuto una grossa busta bianca con dentro un facsimile della scheda elettorale e un foglio dove è scritto dove dovete votare. Si può votare comodamente anche per corrispondenza. Sul retro del foglio elettorale si può chiedere di ricevere la scheda elettorale a casa. Basta firmarlo, inserire la data di nascita e rispedirlo. Poi vi arriverà la scheda elettorale per votare. Ci si può anche recare da subito al Wahlamt, Zeil 3, aperto tutti i giorni feriali fino alle 17,00 e votare subito. Basta avere con sé un documento di identità”.

L’Europa Liste presenta e sostiene la lista numero 5, WIF, Wir in Frankfurt. Brillante invita a fare una croce nel cerchio accanto al nome Wif (lista numero 5); è posssibile anche dare preferenze mettendo le croci nelle caselle vicino al nome dei candidati”. Sabato 14 novembre presso il centro di incontro Pro Seniere ha avuto luogo la presentazione dei candidate. dip 

 

 

 

 

Ad Hildesheim, Ottimo esempio di collaborazione tra Gastronomia italiana e memorie del passato.

 

Hildesheim - Martedì  10 novembre, presso la gelateria Venezia di Hildesheim, si è svolto un evento particolare a cui hanno partecipato anche il Console Generale Flavio Rodilosso ed il Presidente del Comites di Hannover Giuseppe Scigliano. Il Sig. Salvatore Gigante, proprietario della gelateria Venezia, ha presentato, in occasione dei 1.200 anni di festeggiamenti della città, il gelato “coppa alle rose”. Un omaggio geniale che l’imprenditore italiano ha voluto dedicare in particolar modo alla città delle rose ed alla sua storia. Presenti a tale evento erano anche  il responsabile di MEC 3 Patrizio De Fina ed il suo collega Corrado Latina che sono venuti da Amburgo, il presidente dell’associazione  Dombauverein hohe Domkirche Hildesheim e.V. Dr.Konrad Deudel e l’amministratore delegato Dr.Ralf Tappe, il Corrispondente consolare della città Enzo Iacovozzi.

Alla creazione di tale coppa gelato, ha partecipato un’altra grande aziende italiana “MEC 3” con sede ad Amburgo, specializzata in prodotti per gelaterie. Questa azienda, tempo fa aveva creato tale gusto per il mercato arabo.

 Insieme a Salvatore Gigante, hanno adattato al gusto locale tale gelato che è veramente squisito oltre ad essere originale (le rose oltre ad essere decorative, sono profumate e commestibili)

Da questo gelato, è partita anche l’idea di sponsorizzare, dando una percentuale del costo della coppa, l’associazione che si prende cura del Duomo che di trova a due passi dalla gelateria. I clienti, esibendo gli scontrini, che attestano di aver pagato tale gelato, all’ingresso del Duomo, riceveranno uno sconto per entrare e poter visitare questo capolovore d’arte e cultura.

Ottimo esempio di collaborazione tra Gastronomia italiana e memorie del passato tedesco.  Giuseppe Scigliano

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Buon viaggio! (seconda puntata)

La Germania cerca sempre più infermieri, anche all'estero. Una coppia italiana parte con un contratto in tasca e senza conoscere una parola di tedesco. Cristina Giordano racconta i primi mesi della loro nuova vita con un reportage multimediale, in italiano e in tedesco, e alcune puntate sonore.

http://reportage.wdr.de/buon-viaggio-italienische-migration-2-0#14167

 

Solo promesse? (12.11.15). Accordo tra Ue e paesi africani per fronteggiare l'emergenza immigrazione. L'Europa vuole stanziare 1,8 miliardi, ma per ora i finanziamenti non sono disponibili.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/hein-malta-100.html

 

Finalmente i fondi (12.11.15)

L'Italia utilizza meglio i finanziamenti europei, ma ci sono ancora dei nodi da risolvere. Creata una task force europea per sostenere le politiche regionali.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/eu-finanzierung-100.html

 

From Bedlam to Lenane (12.11.15)- Ilaria Graziano e Francesco Forni sono un duo raffinato che mette insieme blues, western, country e musica d’autore.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/bedalm-lenane-100.html

 

Helmut Schmidt e l'Italia (11.11.15). Anche noi vogliamo ricordare l'ex cancelliere morto ieri a 96 anni. Parliamo del suo rapporto con l'Italia assieme al politologo esperto di Germania, Angelo Bolaffi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/schmidt-italia-100.html

 

A macchia d'olio (11.11.15)

Notevoli le dimensioni dello scandalo che coinvolge molte aziende italiane. Vendevano olio d'oliva come extravergine, ma non lo era.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/oliven-oel-100.html

 

Il codice femminile (11.11.15)

Il programma Coding Girls punta a diffondere tra le ragazze i linguaggi informatici dando loro anche la possibilità di esprimere la propria creatività.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/in_rete/kode-frauen-100.html

 

Doping di Stato (10.11.15)

È la pesante accusa rivolta dall'Agenzia mondiale antidoping alla Russia. Nel mirino soprattutto la federazione di atletica leggera. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/doping-russland-100.html

 

A scuola di agricoltura (10.11.15)

Si sta poco sui banchi e molto in vigna. Tra le colline del Chianti una scuola contrasta la dispersione scolastica e tutela paesaggio e tradizione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/bauer-toskana-100.html

 

Sinergie artistiche (10.11.15). Tre artisti italiani si sono incontrati quasi per caso a Düsseldorf. Insieme presentano la performance Kunst-Stell-Aktion, che racconta la luce cercando di portarla tra gli spettatori.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/sinergie-arte-100.html

 

Il Teatro Greco di Siracusa (10.11.15). Uno dei teatri più belli che ci ha lasciato l'antichità. È calamita non solo di turisti, ma anche di storici, artisti e pensatori.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/teatro-siracusa-100.html

 

C'era una volta il Muro (09.11.15)

A che punto è la riunificazione tedesca a 26 anni dalla caduta del Muro? Ne parliamo con lo storico Gian Enrico Rusconi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/mauer-fall-100.html

 

L'eccidio del Padule (09.11.15)- Apre il Centro di documentazione sulla strage nazista. All'inaugurazione hanno preso parte il ministro italiano degli Esteri, Paolo Gentiloni e quello tedesco, Frank-Walter Steinmeier.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/padule-nazi-100.html

 

La Sicilia si sbriciola (06.11.15). Dal dissesto all'acqua privata, in Sicilia il dissesto idrogeologico sta assumendo livelli preoccupanti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/notlage-wasserversorgung-sizilien-100.html

 

Sul suicidio assistito (06.11.15)

Il Bundestag ha oggi approvato una bozza di legge sul suicidio assistito. Non sarà vietato in sé, ma sarà vietato e punibile trarne profitto.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/sterbehilfe-deutschland-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Le prossime manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* lunedì 16 novembre, ore 19:00, c/o Gasthof "Neuwirt" (Münchener-Str. 10, Garching, U6 "Garching") "Ich lebe!" Incontro con Max Mannheimer, sopravvissuto ai campi di concentramento di Theresienstadt, Auschwitz-Birkenau, Varsavia, Dachau. Ingresso gratuito. Organizza: SPD Garching

 

* martedì 17 novembre, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* martedì 17 novembre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Concerto: "Quando la poesia incontra la musica"

Maria Anelli (Soprano) e Nazareno Ferruggio (Piano)

Un viaggio musicale con i versi di Metastasio, D’Annunzio und Carducci. Musiche di Bellini, Puccini, Tosti, Martucci und Pizzetti. Ingresso gratuito.

Organizzatori: IIC di Monaco di Baviera e Forum Italia e.V.

 

* giovedì 19 novembre, ore 19:00, c/o Institut für Italienische Philologie, Raum 007 (Schellingstr. 3, München) per la rassegna "Cinema italiano - Filmreihe Italien in/und München": Film: "Musei d'Europa. Il Museo Nazionale Bavarese" (2012, Regia e produzione: Alessandro Melazzini. Senza sottotitoli)

Con la partecipazione del produttore e regista Alessandro Melazzini

Organizza: Institut für Italienische Philologie der Ludwig-Maximilians-Universität München

 

* da venerdì 20 a domenica 29 novembre, c/o Gasteig, Stadbibliothek al 1 piano (Rosenheimerstr. 5, München) "A quarant'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, una riflessione sull'uomo e sull'opera". Angolo informativo (con fotografie, pannelli illustrativi e la proiezione di un video) per ricordare PPP

Organizza: Circolo Cento Fiori e.V.

 

* venerdì 20 novembre, ore 16:30-18:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza C4, piano terra (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Gruppo bambini 0-3 anni "Giochiamo insieme" con Francesca, Sabrina e Francesco. Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano). Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* venerdì 20 novembre, dalle ore 18:00, c/o Giesinger Bahnhof (Giesinger Bahnhofpl. 1, München) Charity Party. Per presentare i progetti a favore dei bambini realizzati quest'anno in Mongolia, Pakistan, Honduras, Nepal, Indonesia

Con accompagnamento Jazz, un Gruppo Gamelan e un ventriloquo

Bambini benvenuti, ingresso gratuito, donazioni ben accette. In lingua tedesca

Organizza: Associazione non a scopo di lucro "Happy Bambini e.V."

 

* venerdì 20 novembre, ore 20:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* sabato 21 novembre, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Punto informativo e consulenza per i connazionali

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* sabato 21 novembre, ore 10:30-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A5, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano)

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* sabato 21 novembre, ore 11:00-17:00, c/o Kunstraum Wild (Amalienstr. 41/Rgb, München) Wochenend-Matinee della mostra "FINEformART 7"

degli artisti Maria Luisa (Mio) Kupka, Viola Poschenrieder-Schink, Gisela Prokop, László Maczky. Per informazioni: www.fineformart.eu

Organizzatori: Kunstraum Wild, FINEformART

* sabato 21 novembre, ore 19:00-22:00, c/o Feinkost Valeri (Wasserburger Landstr. 2, Vaterstetten) "Weinprobe und Tagliere". Degustazione di vini e prodotti italiani. Serata con i vini della "La Rajade" (Friuli - Venezia Giulia)

Vino e tagliere: € 19,50 - solo vino: € 10,00. Organizza: Feinkost Valeri

* sabato 21 novembre, ore 20:00 (ingresso dalle 19:30), c/o Peterskirche (Rindermarkt 1, München) Grande Concerto d'Organo, l'organista Paolo Oreni esegue composizioni di J.S.Bach, C.M.Widor, J.S.Mayr, A.Donini, L.Benaglia

Ingresso: € 10. Prevendita c/o Comunità Cattolica Italiana di Monaco di Baviera, Lindwurmstr. 143, München, 089-7463060, www.mci-muenchen.de

Il ricavato verrà devoluto alla Comunità Cattolica Italiana di Monaco di Baviera

Organizza: Società Dante Alighieri München e.V.

 

* domenica 22 novembre, ore 11:00-17:00, c/o Kunstraum Wild (Amalienstr. 41/Rgb, München) Wochenend-Matinee della mostra "FINEformART 7"

degli artisti Maria Luisa (Mio) Kupka, Viola Poschenrieder-Schink, Gisela Prokop, László Maczky. Per informazioni: www.fineformart.eu

Organizzatori: Kunstraum Wild, FINEformART

* domenica 22 novembre, ore 19:00, c/o St. Markus Kirche (Gabelsbergerstr. 6, München) nell'ambito del "Literaturfest München" "Andrea Di Nicola & Michael Richter: Fluchtwege / Vie di fuga". Moderazione: Maike Albath

Il criminologo Andrea Di Nicola e il film-maker Michael Richter discutono con Maike Albath sulle attuali politiche migratory. In lingua italiana e tedesca

Ingresso: € 10,- / 8,- Organizza: Literaturfest München in collaborazione con Evangelische Stadtakademie, IIC di Monaco di Baviera e Forum Italia e.V.

Claudio Cumani (de.it.press)

 

 

 

 

Efasce. Nella capitale tedesca il presidente Bernardon ha inaugurato un nuovo “punto di ritrovo” in rete

 

Le pordenonesi Daniela Gatto e Federica Basso guidano l’e-segretariato di Berlino dell’Efasce

 

Alla casarsese Daniela Gatto e alla pordenonese Federica Basso, entrambe attualmente in Germania, sono state affidate le redini del nascituro e-segretariato Efasce di Berlino. Il presidente del sodalizio che offre assistenza sociale e culturale degli emigranti ha piantato nei giorni scorsi nella capitale tedesca una nuova bandierina che aumenta così il numero dei circoli pordenonesi all’estero. L’occasione è stata la partecipazione ad un convegno organizzato dall’associazione FVG+ durante il quale Bernardon ha portato il saluto a nome di Efasce, illustrando l’attività svolta sino ad oggi. Oltre all’aspetto storico dell’associazione, che da più di cento anni si dedica agli emigranti, è stato illustrato anche “Pordenonesi nel mondo”, il network che raduna le eccellenze della Destra Tagliamento che ora vivono al di fuori dei confini nazionali.

A margine dell’iniziativa, il presidente ha però gettato le basi per la nascita del terzo e-segretariato, ossia un punto di ritrovo per i nostri corregionali che non si basa su una sede fisica bensì nella rete. Sull’esempio di quanto accadde tre anni fa a Londra e poi in Sudafrica, ora anche a Berlino è stata avviata la stessa esperienza, individuando le persone intorno alle quali si costruirà il progetto. “Daniela e Federica – spiega Bernardon – hanno accettato con grande interesse questa nuova sfida. A loro abbiamo affidato il compito di allargare in loco il nucleo fondativo, “pescando” grazie alla rete, i pordenonesi residenti nella capitale. Insieme ci siamo dati come obiettivo quello di organizzare entro la primavera del 2016 un evento a Berlino che sancisca l’avvio ufficiale del nostro e-segretariato. In quell’occasione cercheremo di rendere protagonista la Regione Friuli Venezia Giulia e il territorio della Destra Tagliamento in questa parte della Germania”.

La strada percorsa dall’Efasce in Germania è stata apprezzata anche dall’onorevole Laura Garavini, deputata eletta nella circoscrizione Estero–Europa e presidente dell'Intergruppo parlamentare di amicizia italo-tedesco. Venuta a conoscenza della presenza di Efasce a Berlino in occasione del convegno e dell’intenzione del sodalizio pordenonese di attivare un e-segretariato, con una nota ha espresso il suo personale plauso all’iniziativa “Trovo lodevole – ha affermato - che l'Efasce abbia saputo costruire in grandi città come Londra e Berlino, centri di aggregazione attorno ad una piattaforma virtuale, attraverso la quale il gruppo organizza i propri interessi e attività in comune. La capitale tedesca è diventata una calamita per molti giovani italiani, che però spesso arrivano senza la dovuta preparazione, rimanendo senza punti di riferimento. La presenza di un e-segretariato Efasce a Berlino sarebbe un bel segnale verso una comunità, come quella italo-berlinese, dove l'associazionismo regionale stenta a consolidarsi”. (Inform 13)

 

 

 

 

Il dieselgate affossa le vendite di Volkswagen

 

A livello mondiale le immatricolazioni a ottobre segnano una flessione del 5,3% a 490.000 unità a livello globale portando il saldo da inizio anno a -4,7% con 4,84 milioni di auto vendute

 

MILANO - Vendite in calo per Volskwagen che a ottobre paga lo scandalo dieselgate. Le immatricolazioni della casa di Wolfsburg segnano una flessione del 5,3% a 490.000 unità a livello globale portando il saldo da inizio anno a -4,7% con 4,84 milioni di auto vendute. 

 

Il gruppo - spiega la società - "sta sperimentando un periodo impegnativo. Non dobbiamo far fronte solo al problema del diesel e delle emissioni di Co2, ma anche a una situazione tesa sui mercati mondiali. Gli sviluppi in Brasile e in Russia continuano a preoccupare, mentre siamo riusciti a crescere in Cina in ottobre". Juergen Stackmann, membro del board responsabile delle vendite, ha aggiunto che "in Europa occidentale il temporaneo blocco delle vendite per i veicoli colpiti dai problemi del diesel ha impattato sulle vendite".

 

Nel dettaglio le immatricolazioni di Volkswagen passenger cars sono diminuite in ottobre dell'1,1% in Europa (-1,3% in Europa occidentale, ma lievi aumenti sono stati segnati in Italia, Spagna e Germania), mentre nei 10 mesi sono salite del 2,7% (+5,5% in europa occidentale, -14,6% in Europa orientale). In Cina, il suo mercato singolo maggiore, le consegne di auto targate Vw sono salite dell'1,8% in ottobre (-0,9% nella regione Asia Pacifico), mentre erano giù del 6,5% nel cumulato (-6,1% nella regione Asia pacifico).

 

In Nord America le immatricolazioni del brand sono salite del 3,5% nel mese, ma in America Latina sono scivolate del 41,8% nel mese e del 27,2% nei 10 mesi col Brasile che ha segnato rispettivamente -49,6% e -34,4%. Commentando l'attuale situazione Stackmann ha aggiunto che "l'intero gruppo sta lavorando per ripristinare la fiducia dei nostri clienti nel brand e nei nostri prodotti. Assisteremo ogni singolo cliente".

 

Quanto alle misure tecniche necessarie e alla tempistica per far fronte alle azioni correttive Stackmann ha detto che sono in corso colloqui con le autorità coinvolte e che seguirà un annuncio al più

presto. "Anche se dobbiamo ancora chiedere ai nostri clienti di avere un pò di pazienza, lavoreremo intensamente con l'obiettivo di ottenere la loro fiducia e soddisfazione, che rappresentano la nostra priorità", ha concluso. LR 13

 

 

 

 

 

Un tentativo di riflessione dedicato a Helmut Schmidt

 

È scomparso martedì a 96 anni Helmut Schmidt, decano della socialdemocrazia europea. Una delle sue ultime interviste, l'ha rilasciata qualche mese fa alla anchorwoman televisiva Sandra Maischberger (vai al link), rispondendo per un’ora e più alle domande della giornalista talvolta scomode e incalzanti, con grande lucidità, ma anche biblicamente "stanco di giorni".

   

Nell’occasione di quest’ultima intervista-testamento, Schmidt ha esposto alcune valutazioni politiche che varrebbe la pena tenere a mente. Di seguito ne riassumiamo quattro:

    1) Lo stato del mondo è "non buono", mentre invece la Germania gode di salute sorprendente, che però non durerà molto senza una strutturazione europea in grado di fare fronte “tutti insieme” alle sfide globali.

    2) Le riparazioni di guerra richieste dalla Grecia sono sostanzialmente legittime e giustificate.

    3) La Russia di Putin va sì "contenuta", come ogni grande potenza tendente per natura all'espansionismo, ma non va esposta a provocazioni sconsiderate né considerata il "male assoluto"; e ben gravi responsabilità in merito alla crisi ucraina gravano invece sulle politiche di "allargamento a est".

    4) I mussulmani europei hanno diritto di costruire le loro moschee anche "vicino a casa mia", ma l’idea di una società radicalmente multiculturale non appare realizzabile nel breve o medio periodo. E quindi rimane apertissimo il problema della crescente onda migratoria.

 

Sull'ultimo punto, riguardante i migranti e il pluralismo, due esempi emblematici ci vengono dalla cronaca di questi giorni.

    Primo esempio. La Germania della signora Merkel, pressata da una levata di scudi xenofoba, ha revocato le aperture estive circa l’accoglienza dei profughi siriani.

    Secondo esempio. In Francia, la visita di Stato dei vertici iraniani avrà luogo senza alcun banchetto ufficiale. La ragione di ciò? I due Stati non sono d'accordo… sul vino.

    Non che la Repubblica francese e quella islamica dell’Iran abbiano rilevato una reciproca indisponibilità a convergere sul tipo di spumante. È che proprio non si sono messi d’accordo sul fatto stesso che a tavola potessero esserci anche bevande alcoliche. Un’altra difficoltà “diplomatica” consisteva nella preclusione dei dignitari iraniani verso pietanze a base di carne di porco o anche di altri animali, ove non macellati secondo le regole coraniche. Su ciò Parigi sarebbe stata disponibile a cedere. Ma in orecchie francesi l’interdetto islamico contro il Bordeaux, il Bourgogne, lo Champagne eccetera dev'essere suonato totalmente inaudito. E completamente inaccettabile. In un Paese libero ciascuno deve poter scegliere da sé di bere o di non bere. E poi non ha forse, la Grande Nation, i migliori vini del mondo?! 

    Sembra roba da ridere. Ma teniamo presente che Gesù e Maometto discordano completamente in tema di vino. Che per Gesù è simbolo del sangue versato in remissione dei nostri peccati; mentre per Maometto rappresenta una droga pericolosa, "opera di Satana", da evitarsi tassativamente.

    Questo problema, non solo teorico, dei due profeti in disaccordo tra loro non è nuovo. Venne dottamente discusso tre secoli fa da John Locke allo scopo di dimostrare che solo la ragione naturale può veramente discernere se l’un profeta dica la verità, oppure l’altro, o nessuno dei due.

    Oggi si sarebbe portati a congetturare che entrambi i profeti in un qualche modo ermeneutico potrebbero avere ciascuno per parte sua un frammento di ragione, essendo interpreti dello stesso e unico Dio. Ma il fallimento del pranzo diplomatico franco-iraniano, in sé una piccola cosa, mostra che il conflitto multiculturale si è frattanto dislocato più oltre. Perché qui non si discute se la preghiera verso la Mecca debba o meno includere la transustanziazione del vino o se la liturgia dell’Offertorio debba escluderla. Qui ci si chiede "solo" se un Capo di Stato occidentale, andando a pranzo con un Ayatollah, sia ancora libero di bere un bicchiere, o alcuni bicchieri, o molti bicchieri, o nessun bicchiere, di spremuta d’uva fermentata.

    Sembrava roba da ridere!

    E invece eccoci qua, di fronte a un dissidio teoricamente insanabile tra due sacrilegi, il sacrilegio laicista verso la parola del Profeta e il sacrilegio integralista verso la libertà enologica dell'individuo e la sovranità vinicola della nazione. Bel groviglio, non c'è che dire. Un groviglio che nessun rigorismo, né laicista né clericale, risolverà mai, perché il dialogo tra le culture richiede ben altri approcci.

    E però non è facile dire quali.

    In ogni caso l'interdetto coranico sull'alcol non deve servire a molto se taluni esponenti del clero islamico, super-astemio, si comportano talvolta come ubriachi. E un quantum d'astinenza non danneggerebbe nemmeno certi nostri grandi intellettuali europei che paiono anch'essi in preda a una sorta di delirio etilico galoppante.

 

Irrisolta la questione del "pluralismo", resta il problema delle ondate migratorie. Sul quale problema in questi giorni si è espresso persino un filosofo della politica elvetico, il professor Georg Kohler di Zurigo, il quale parla di "tumulto apocalittico" e non esclude l’opzione bellica. Poi si appella a una barzelletta di Orson Wells sulla Svizzera: il miglior Paese in cui rifugiarsi in caso di fine del mondo, giacché nella Confederazione scudocrociata l' Armageddon avrebbe certo luogo "con un giorno di ritardo".

    Beati i ricchi… Metafora quasi perfetta dell'autocompiacimento un po' borioso in cui ci avvitiamo tutti, fruendo lo spettacolo mediatico-circense di gente in fuga dalla morte, dalla guerra e dalla carestia.

    Il retrogusto cinico di questa nostra “situazione postmoderna” rinvia per associazione al peso massimo del cinismo mondiale, Peter Sloterdijk, che reputa indispensabile mettere in campo una crudeltà ben temperata: "Si può procedere come i Canadesi o gli Australiani o gli Svizzeri. In ognuno di questi casi ne va di una nazione, una nazione troppo attraente, che deve strutturare un sistema di difesa alla cui costruzione è indispensabile qualcosa come una crudeltà ben temperata. Ora, questo è il problema principale: gli Europei si definiscono benevoli e non crudeli; e c'è tutta una pubblicistica subito pronta a denunziare il benché minimo tentativo d'assumere atteggiamenti più difensivi, cioè più crudeli, come uno scandalo civilizzatorio di prima grandezza."

    Che dire?

    La locuzione "ben temperata" rinvia a Johann Sebastian Bach e a una sua celeberrima raccolta di preludi e fughe nota sotto il titolo Das wohltemperierte Clavier. Ma la nozione di "crudeltà", inalveata da Sloterdijk entro una figura “musicale” di freddezza psichica, evoca impressioni che preferirei non definire.

    Si deve, per esempio, “aiutarli” a casa loro e /o “selezionarli” all’arrivo da noi, separando i profughi veri dai semplici migranti? Bando agli eufemismi: con simili espressioni è inteso che si vada "a casa loro" per fare soprattutto la guerra. E “selezionarli” vuol dire lasciare annegare un altro po' di gente di fronte alle nostre coste. Quali mai potrebbero essere, di grazia, i criteri di codesti aiuti e di codeste selezioni sul terreno di “atteggiamenti più difensivi, cioè più crudeli”?

    In realtà, le grandi migrazioni accadranno. Accadranno comunque. E l'unico modo di fronteggiarle sarà sviluppare, come ha di recente ribadito Massimo Cacciari, "una disponibilità cosciente e non sentimentale all'accoglienza, sapendo che l'esodo avverrà… Dobbiamo comprendere che i modi puramente difensivi, quelli che vorrebbero tornare alla potenza occidentale sono disastrosi". Andrea Ermano, Adl 13

 

 

 

 

 

La circolare dell’on. Garavini ai Democratici in Europa

 

È un nuovo importante passo nella lotta alla criminalità organizzata per il nostro Paese: la legge sulle aziende confiscate. L'abbiamo approvata oggi in prima battuta alla Camera dei Deputati, in una formula che ho contribuito io stessa a scrivere, come prima firmataria di una proposta di legge in materia. Questa legge rappresenta una svolta storica nel contrasto al crimine organizzato perché permette di assegnare per fini sociali ad associazioni, enti o cooperative anche le aziende confiscate alle mafie (e non soltanto i beni materiali). Poi, altrettanto importante: per la prima volta stanziamo risorse vere per quelle aziende che passano alla legalità. Cioè creiamo i presupposti affinché le aziende sequestrate e confiscate alle mafie non vadano più “in malora” insieme ai loro dipendenti, cosa che invece accadeva spessissimo fino ad oggi. L'azienda, fino a quando era nelle mani delle mafie, poteva contare su soldi e traffici in nero. Con questa legge sosteniamo l'emersione nella legalità. È giusto che siano i criminali a pagare e non quelli che ci lavorano onestamente. In un articolo sull’Huffington Post illustro le ragioni che mi hanno indotto a scrivere questo provvedimento così importante. Con questa legge lo Stato potrà creare ricchezza pulita da imprese che per anni hanno alimentato il pozzo senza fondo dell’economia mafiosa.

 

No ai tagli alla cultura italiana all’estero. Il mio intervento al Gruppo

 

La Legge di stabilità che ci apprestiamo a votare in Parlamento è una manovra espansiva, con numerosi ed importanti interventi per la crescita. Inoltre rafforza la credibilità del nostro Paese nel mondo. Sono intervenuta all'incontro con Matteo Renzi alla riunione di tutti i parlamentari dei Gruppi del PD di Camera e Senato, proprio per parlare della Legge di stabilità. Ho parlato soprattutto delle parti che riguardano gli italiani all'estero. Perché ritengo che alcune di queste parti vadano migliorate. Ho sottolineato il fatto che investire sulla lingua e cultura all'estero è un investimento per il futuro di tutto il Paese. Per questo ritengo che vadano riviste le riduzioni di circa tre milioni di euro in questo settore, ma anche gli ottantaquattro milioni di tagli ai patronati e poi la famosa questione dell'abolizione della Tasi/Imu sulla prima casa. L’ho detto con franchezza davanti ai Gruppi riuniti e lo stesso Renzi si è detto stupito, ha chiesto conferma al suo staff, e mi ha tranquillizzato sul fatto che le risorse per lingua e cultura verranno ripristinate. E’ una notizia molto buona per chi ha a cuore la proiezione del nostro sistema Paese nel mondo e le comunità degli italiani all'estero.

 

Gli italiani all'estero contano: in Svizzera con Ettore Rosato

 

Gli italiani nel mondo tornano ad essere parte integrante delle politiche del Paese. Dopo anni bui in cui erano stati relegati a cittadini di serie B, adesso contano. Lo dimostra anche la nuova attenzione dei quadri dirigenti verso la comunità. Dei variegati risultati concreti conseguiti dal Partito Democratico per gli italiani all'estero ne abbiamo parlato in Svizzera, nel corso della nostra missione di Gruppo PD alla Camera, con il Presidente, Ettore Rosato, il collega Alessio Tacconi, e i tanti militanti ed iscritti che abbiamo incontrato presso i Circoli di Berna, Losanna e Winterthur. Un grazie molto sentito va a chi si è prodigato per l'ottima riuscita delle iniziative e a Maria Bernasconi, a Michele Schiavone, a Luciano Claudio e a tutta la segreteria del PD Svizzera per la calorosa accoglienza. Ci siamo confrontati in modo molto costruttivo con gli iscritti e con un ampio pubblico su temi di rilevanza nazionale, come l'impatto delle riforme del Governo Renzi, e su come stiamo riuscendo a fare ripartire l’Italia e a fare riguadagnare al nostro Paese una larga fiducia internazionale. I tempi sono radicalmente cambiati rispetto alla fase in cui l’Italia era conosciuta all’estero solo attraverso le battute e gli scandali di Berlusconi.

 

Storie di ordinaria integrazione

 

Anche oggi giovani italiani partono per Berlino, Francoforte, Monaco. I primi italiani in Germania arrivavano esattamente sessant'anni fa, in treni pieni, ma con un contratto di lavoro in tasca alla luce degli accordi di immigrazione stilati tra i due paesi nel 1955. Da allora circa quattro milioni di italiani sono andati in Germania per lavorarci. Alcuni di loro nel frattempo sono rientrati. Ma quasi 600.000 continuano a viverci e la Germania è diventata la loro casa. Una cosa è certa: con il loro lavoro, il loro impegno, il loro modo di essere e di vivere hanno contribuito in modo sostanziale al successo della Germania di oggi - così come l'hanno fatti gli italiani in Svizzera, in Francia, in Belgio e in tutti gli altri loro rispettivi Paesi. Poi, con la loro accentuata mobilità hanno contribuito a costruire e a scrivere, da veri pionieri, le basi dell'Europa Unita. Ne abbiamo parlato alla Camera, con un'iniziativa del Gruppo del PD sostenuta dal nostro Presidente Ettore Rosato, con il Ministro agli affari Europei della Germania, Michael Roth, il suo omologo, Sottosegretario Sandro Gozi, la neo insediata Ambasciatore Susanne Wasum-Rainer ed il professore dell'Università di Bielefeld, Vito Gironda.

 

La storia, maestra di vita

 

Tenere viva la nostra memoria, anche su fatti inerenti gli italiani nel mondo, serve da un lato a trasmettere la conoscenza di rilevanti vicende storiche, troppo spesso sconosciute, ma anche a fare tesoro delle esperienze, spesso drammatiche, che la nostra Repubblica ha attraversato nel corso degli ultimi decenni, anche all’estero. Proprio per tenere viva la memoria con il Gruppo del PD alla Camera abbiamo presentato il bel volume di Toni Ricciardi sulla tragedia di Mattmark, l’ultima strage della nostra emigrazione, avvenuta in Svizzera esattamente cinquanta anni fa. Il terribile episodio, nel quale morirono 88 lavoratori, la maggior parte dei quali italiani, continua, purtroppo, a rivestire una forte attualità, perché ci ricorda i tanti incidenti sul lavoro che ancora oggi troppo spesso continuano ad uccidere. E al contempo ci richiama all'impegno di non lasciare nulla di intentato per quanto riguarda il miglioramento della sicurezza sul mondo del lavoro e in generale per la tutela dei lavoratori. Un'iniziativa dunque, da noi dedicata in primis alle vittime di Mattmark e ai loro cari, ma anche a tutte le vittime del lavoro, nero o legale che sia, ancora dannatamente troppo insicuro nel nostro paese.

 

Vicini alla gente

 

Conoscere la storia degli italiani all’estero significa anche ri-conoscere il ruolo fondamentale che i sindacati hanno avuto nella positiva inclusione dei nostri connazionali nei rispettivi luoghi di emigrazione. I sindacati e i patronati erano attivi, anche là dove spesso mancava la presenza dello Stato, per tutelare gli interessi dei lavoratori e la loro dignità. Una delle organizzazioni che bisogna ringraziare per questo prezioso supporto fornito agli italiani all’estero è la UIM, l’Unione italiani nel mondo, che proprio in questi giorni festeggia i venti anni di attività. Vorrei indirizzare a tutti gli operatori in giro per il mondo un forte e sincero ringraziamento per tutto quello che fanno quotidianamente a favore dei nostri connazionali. Anche oggi, nell'età di internet e dei social network, queste organizzazioni sono preziose per non perdersi nella rete e per tenere un contatto diretto e personale con la gente. È un lavoro importante, portato avanti anche dai patronati. Recentemente ho avuto il piacere di essere invitata all'inaugurazione della nuova sede dell'Inca-Cgil a Ingolstadt, la città delle fabbriche della Audi. Un grande augurio di buon lavoro e un in bocca al lupo alla neo-responsabile del locale patronato Inca, Simona Viacelli e al coordinatore per tutta la Germania, Luigi Brillante. Laura Garavini, de.it.press

 

 

 

 

Gli attentati di Parigi e il tempo perduto

 

Undici mesi fa l’assalto al settimanale «Charlie Hebdo». Lasciamo passare qualche settimana e vedremo chi ha appreso davvero la lezione del teatro Bataclan

di Paolo Mieli

 

Questa volta, per carità, evitiamo di consolarci urlando «Siamo tutti al Bataclan». Sappiamo come andò undici mesi fa dopo l’attentato a Charlie Hebdo: due settimane di lutto e poi tutto tornò come prima. Per parlare del grado di consapevolezza a cui si era giunti giova ricordare che nei giorni precedenti alla sanguinosa notte di Parigi alcuni intellettuali francesi avevano trovato da ridire sul fatto che François Hollande avesse rifiutato di bandire il vino da una cena a cui era stato invitato l’iraniano Hassan Rouhani (era già accaduto nel 1999 con Jacques Chirac e Mohammed Khatami). Un piccolo episodio, certo. Che vale però un encomio al Presidente francese per il rifiuto a una di quelle forme di cedimento culturale e di sottomissione sempre più diffuse in Occidente e soprattutto in Europa.

Ma torniamo al gennaio scorso. A ridosso dell’attacco islamico a Charlie Hebdo, la Oxford University Press ritenne di emanare «linee guida» per i suoi autori in cui raccomandava di eliminare le parole «maiale» e «carne di maiale» (in tutte le forme: salsicce, salame, prosciutto e così via) nei testi scolastici «in modo da non offendere musulmani ed ebrei».

Molti israeliti presero le distanze dall’improvvida iniziativa. Passano cinque mesi e (come ha ben ricordato Pierluigi Battista) sei membri del Pen Club, Peter Carey, Michael Ondaatje, Francine Prose, Teju Cole, Rachel Kushner e Taiye Selasi si sono dissociati dal conferimento di un premio a Charlie Hebdo. A loro si sono uniti altri scrittori tra i quali Joyce Carol Oates con questa dichiarazione: «L’unica satira che conosco bene è quella inglese del Diciottesimo secolo, in particolare quella di Jonathan Swift che era a favore dei deboli irlandesi contro i potenti inglesi. La sua sì che è una satira indignata, morale e immaginata in maniera brillante. Nessun paragone con le vignette di Charlie Hebdo». «C’è una sporca, viscida correttezza politica qui», si scandalizzò il regista David Cronenberg. Inascoltato. Solo Ian McEwan ha protestato poi per il fatto che la Brandeis University avesse ritirato l’offerta di una laurea honoris causa ad Ayaan Hirsi Ali: qui ormai evitiamo di schierarci con Charlie Hebdo «perché potrebbe sembrare che approviamo la “guerra del terrore” di George Bush», ha detto. Secondo McEwan un tale atteggiamento va considerato come frutto di un «tribalismo intellettuale soffocante». Inascoltato anche lui.

Ha avuto molta più eco la scrittrice tunisina Azza Filali quando ha spiegato perché secondo lei Seifeddine Rezgui, aveva provocato, a fine giugno, l’orrenda strage sulla spiaggia di Sousse: Seifeddine, secondo l’autrice di Ouatann, era un ragazzo povero di Gaafour appassionato di danza che si era «offerto volontario per iniziare altri adolescenti della sua regione». Ma ecco che «un piccolo burocrate del comune prende una decisione amministrativa tanto rigida quanto imbecille»: fa chiudere la sala che serviva al ragazzo per allenarsi e dare lezioni ai compagni». «Cosa resta da amare a ventitré anni quando non si hanno mezzi ma tantissimi sogni?», si domandava Azza Filali. Per poi trarre questa morale: «Il killer di Sousse riassume in sé tutti gli elementi del fallimento di un sistema educativo che ha chiuso le porte agli studi umanistici e all’arte e ha condannato la danza, un’attività ove il corpo esulta». Ecco come e perché si diventa terroristi nel mondo islamico. E quanto a Charlie Hebdo, ha voluto aggiungere di recente Régis Debray, evitiamo di trasformarlo «in un erede di Carlo Magno». A luglio, il nuovo direttore di Charlie Hebdo Laurent Sourisseau (che ha preso il posto dell’ucciso Stéphane Charbonnier), capisce l’antifona e annuncia a Stern che non pubblicherà più vignette dedicate a Maometto o all’Islam. Dopodiché la sua rivista ha dato alle stampe una copertina con la quale ironizzava su Aylan, il bambino in fuga dalla Siria, trovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum: «C’est la rentrée», era il titolo per una volta assai poco dissacrante del settimanale. A settembre, il cabarettista olandese Hans Teeuwen, amico del regista di Submission Theo van Gogh ucciso ad Amsterdam nel 2004 (ne aveva tenuto l’orazione funebre impegnandosi a continuare la battaglia contro i «fascioislamici»), annuncia che non si occuperà più di Islam nella sua satira.

E noi italiani? In circostanze di questo genere lasciamo passare il momento del cordoglio e poi annunciamo al mondo che il nostro contributo alla lotta al terrorismo è imperniato su un piano per il ristabilimento dell’ordine in Libia. Un piano che, per merito di noi italiani, è prossimo a realizzarsi. Ma Bernardino León il diplomatico spagnolo che per conto dell’Onu ha seguito fino ad ora le trattative di pace nel Paese che fu di Gheddafi, ha testé abbandonato il campo rivelando di aver accettato già dal mese di giugno il ruolo di direttore generale dell’«accademia diplomatica» di Abu Dhabi dove la sua famiglia si è prontamente trasferita. A dire il vero, il Guardian ha raccontato che a giugno era stata fatta a Leon una prima offerta e lui aveva chiesto più soldi. Il compenso soddisfacente sarebbe adesso di cinquantamila euro mensili (più spese di alloggio e varie). È stata anche resa pubblica una mail del rappresentante dell’Onu al ministro degli Esteri di Abu Dhabi, Sheik Abdullah bin Zayed, in cui è scritto: «Come lei sa non penso di restare a lungo ... Sono considerato come sbilanciato a favore di Tobruk; ho consigliato gli Usa, il Regno Unito e la Ue di lavorare con voi». Insomma León strizzava l’occhio a uno dei contendenti. E il presidente del Parlamento di Tripoli, Nouri Abu Sahmain dice adesso che approvare il suo piano equivarrebbe a «offendere i martiri della rivoluzione libica». Solo Angelo Panebianco su queste pagine e pochissimi altri si sono scandalizzati per questo caso increscioso.

Tristi storie di quelli che si dissero «Charlie». Se in queste ore di lutto vogliamo darci coraggio, ricordiamo il giorno in cui Hollande ha conferito la legion d’onore ai tre cittadini americani (Spencer Stone, Anthony Sadler, Alek Skarlatos) e al britannico Chris Norman che sabato 22 agosto bloccarono disarmati il ventiseienne terrorista marocchino Ayoub al-Quazzani mentre era in procinto di compiere un attentato nel treno superveloce sulla linea Amsterdam Parigi. Il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve aveva provato a dire che il primo ad aver «individuato» l’attentatore era stato un «cittadino francese». E pudicamente aveva evitato di soffermarsi su quegli uomini del personale che si erano blindati in uno scompartimento e avevano rifiutato di aprire la porta ai passeggeri impauriti. Che dire? Che al momento della verità i comportamenti dei concittadini di quegli eroi del treno sono, in genere, più coerenti. Quanto a noi, stavolta lasciamo passare qualche settimana e vedremo chi ha appreso davvero la lezione del teatro Bataclan. CdS 15

 

 

                                                                                                                                                 

 

In nome di Allah

 

Una tragedia enorme, questa di Parigi della notte del 13 novembre, a pochi mesi dalla strage di Charlie Hebdo. Allora per esprimere solidarietà bastava dire “Je suis Charlie”, questa volta penso che andrebbe bene qualcosa come “J’aime Paris”.

Commento dell’ISIS: “Colpita la capitale di abominio e perversione”. “Vi colpiamo per punire il vostro Presidente per l’attacco in Siria”, hanno esclamato i terroristi nel luogo del loro attacco, dopo aver invocato Allah, al di sopra di tutto, grande e misericordioso. Una immane barbarie su persone inermi, del tutto ignare e inconsapevoli, che ascoltavano musica, assistevano ad una partita allo stadio, incontravano gli amici al bar. Attacchi vigliacchi alla nostra normalità quotidiana, pensati da menti fanatiche, che coprono importanti interessi di natura terrena sotto il mantello di una religione che, tramite un Dio definito grande e misericordioso, carica di odio verso gli infedeli, incoraggia il martirio per avere un posto in paradiso, e trascina nel proprio destino di morte gente innocente, disarmata, inerme.

 Sento questo attacco feroce come un aggressione alla nostra cultura, ai pensatori grandissimi dell’illuminismo, alla clarté cartesienne, al cogito ergo sum, al teatro di Molière, ai valori della rivoluzione borghese per la libertà, eguaglianza e fraternità, alle voci straordinarie e uniche di Edith Piaf e Yves Montand, a tanti bei film francesi, e perché no? anche alla magnifica baguette croccante e leggera che solo loro sanno fare.

Tuttavia, insieme agli ideali della rivoluzione francese, mi viene in mente l’immagine raccapricciante di uno strumento di morte, la ghigliottina, che fu inventato proprio allora per sbrigare meglio il lato sanguinario della rivoluzione. Mi tornano in mente anche le sanguinose ombre del nostro passato. Non siamo innocenti. I libri della nostra storia, fatta di santi, navigatori ed eroi, sono dalla parte dei vincitori. Dalla parte dei vinti, dei sottomessi e dei colonizzati c’è una storia di violenze, espropri e genocidi, radici profonde ed antiche del diffusissimo odio contro il mondo occidentale. 

Attraverso alterne vicende siamo arrivati al terzo millennio e stiamo subendo qualcosa di nuovo nella nostra storia. Siamo impreparati dinanzi a tanta ferocia, orrore e disprezzo di ogni norma dell’umanità. Sebbene l’occidente abbia la responsabilità dei crimini dei secoli scorsi, oggi le grandi e le piccole potenze hanno il dovere di organizzarsi, superare le beghe campanilistiche, per prevenire e combattere adeguatamente questa barbarie.

Una barbarie che priva tutti, in Europa, in Italia e a Roma, sede della Città del Vaticano, di una libertà fondamentale, la libertà dalla paura.  

Che fare?  Si sentono analisi, tesi e ricette, spesso contrastanti. Quasi impossibile orientarsi e capire. Cito ad esempio i pensieri di due toscani. Il pensiero di Oriana Fallaci, fiorentina: “Diventeremo l’Eurabia, il nemico è in casa nostra e non vuole dialogare”, e quello del disinvolto giovanotto di Pontedera che ci governa, che con tipico ottimismo dice: Vinceremo. Come, quando e dove, per ora è poco chiaro. Emanuela Medoro, de.it.press 15

 

 

 

 

Asia. La stretta di mano tra i signori di Cina e Taiwan

 

Un minuto e passa di stretta di mano davanti a fotografi e videoperatori, contro 66 anni di gelo. L’incontro a Singapore tra il presidente cinese Xi Jinping e quello taiwanese Ma Ying-jeou è stato un momento centrale della vita politica e diplomatica asiatica.

 

Anche se la stretta di mano tra i due “cugini” assume un valore eccezionale ed apre la strada a speculazioni e a nuovi scenari, nessun risultatoè stato portato a casa.

 

Durante l’incontro, le due parti hanno rispettato le loro differenze, di forma e veduta. I due leader non si sono chiamati presidente, ma “signore”. A tavola non ci sono state bandiere e sui segnaposti il nome di Xi è stato scritto in cinese semplificato, mentre quello di Ma è apparso nella lingua tradizionale di Taiwan.

 

Pechino è rimasta ferma sulle sue posizioni di una sola Cina, secondo quanto già espresso nel 1992. In quell’anno, a Hong Kong ci fu un incontro tra esponenti della cinese Association for Relations Across the Taiwan Strait e la Taiwan’s Straits Exchange Foundation.

 

Il consenso verbale che ne derivò portò al riconoscimento comune del principio di “una sola Cina”, anche se con visioni diverse, che per i cinesi significa riunificazione con l’ex Formosa che ritorna sotto il controllo di Pechino, mentre per i taiwanesi del Kuomintang (il partito nazionalista) l’opposto, con la conservazione dello status quo e la non invasione cinese. Lo stesso consenso, non è invece riconosciuto dagli avversari politici di Ma e del suo partito.

 

Pechino ha inoltre voluto ribadire, sempre simbolicamente, la sua concezione di Taiwan come provincia ribelle e non come paese vero e proprio. Per evidenzialo ha inviato alla conferenza stampa finale Zhang Zhijun, presidente dell'Ufficio per gli affari di Taiwan della Repubblica Popolare. Un burocrate di medio livello.

 

Parallelamente, l'altra conferenza è stata presidiata da Ma che ha anche ribadito di aver chiesto spiegazioni a Xi dei missili posti a poche centinaia di chilometri dall’isola, ricevendone assicurazioni non belligeranti in merito.

 

Ma e la linea diretta con Pechino

Sin dalla sua elezione del 2008, Ma Ying-jeou ha cercato una linea diretta con Pechino e sotto la sua presidenza - ormai in scadenza - la distanza fra i due paesi si è notevolmente ridotta: sono ripresi i voli diretti tra molte città cinesi e Taipei; lo scambio commerciale bilaterale è cresciuto esponenzialmente arrivando, nel 2014, a 200 miliardi di dollari e numerose aziende taiwanesi, Foxconn in testa, si sono affrettate ad aprire fabbriche in Cina.

 

A questo si sommano i milioni di turisti, cinesi e taiwanesi, che viaggiano da un paese all’altro. Senza contare le vicinanze culturali e le imitazioni in termini di moda e stile di vita delle nuove generazioni.

 

Le prossime elezioni di gennaio sembrano però destinate a portare alla sconfitta di Ma a favore del Partito Democratico Progressista che non riconosce quanto deciso nel 1992. Temendo una colonizzazione che conduca alla perdita dell’attuale status del paese, annullando i traguardi raggiunti in termini politici e sociali, Pechino perché teme che Taiwan possa diventare una sorta di seconda Hong Kong che, mentre si avvicina sempre più al totale controllo di Pechino, pare perdere il principio di “un paese due sistemi” che l’ha governata fino ad ora.

 

Non a caso, a Taipei e in altre città taiwanesi, come successo già ad Hong Kong, soprattutto le nuove generazioni sono scese in piazza per protestare contro la stretta di mano e l’incontro tra i due presidenti.

 

Le prossime elezioni rischiano quindi di rallentare o addirittura interrompere il processo eventualmente iniziato con la stretta di mano di sabato a Singapore, un evento importante anche in chiave geopolitica per una serie di fattori.

 

L’ultimo disgelo della guerra fredda

Innanzitutto perché è stato l’ennesimo disgelo, semmai ne fosse rimasto qualcuno, della guerra fredda fra i due blocchi mondiali contrapposti. Taiwan è da sempre amica degli Usa, che oltre all’ex Formosa puntano sul Giappone per arginare nell’area l’influenza cinese.

 

In questi giorni di tensioni nel mar cinese meridionale - con le Spratly al centro di contese (anche Taiwan ne reclama alcune), navi militari Usa che le attraversano e i cinesi minacciano azioni anche di guerra - un riavvicinamento può aiutare.

 

Così come l’ingresso di Taiwan nella banca di sviluppo voluta dai cinesi (con un status appropriato, si è affrettato a spiegare Pechino) o nei due trattati transpacifici guidati uno dagli Usa e l’altro dalla Cina.

 

Fattore Taiwan nelle relazioni tra Cina e Vaticano

Infine, il riavvicinamento tra Cina e Taiwan può giovare anche al Vaticano che non ha relazioni diplomatiche con Pechino, anche a causa del suo riconoscimento di Taiwan.

 

Se negli ultimi anni il riavvicinamento tra Santa Sede e Pechino sembra aver aperto qualche spiraglio, il dialogo tra la Cina e Taiwan potrebbe portare risultati. Resta impensabile che la Cina possa permettere ad un paese straniero (Vaticano) di nominare sul proprio territorio funzionari (Vescovi) che controllano parte della popolazione. Ma qualche concessione potrebbe comunque essergli fatta.

Nello del Gatto,  AffInt 9

 

 

 

 

 

Migranti, a Malta si apre il vertice tra Unione Europea e paesi africani

 

I capi di stato e di governo europei sarebbero pronti a finanziare i paesi africani in cambio di un aiuto sul rimpatrio dei migranti irregolari arrivati in Europa negli ultimi mesi

 

Oltre 60 rappresentanti di Stati europei e africani, tra premier, capi di Stato e i massimi livelli di sette organizzazioni internazionali tra cui Nazioni Unite, Istituzioni Ue e Unione Africana. Sono i numeri imponenti della due giorni del «Valletta Summit», che inizia nel pomeriggio di mercoledì 11 novembre nella capitale maltese. La questione migranti sarà un tema caldo sul tavolo ma non esaurirà la discussione che avrà anche una componente economica consistente. Riflettori puntati dunque sul «Trust Fund», lo strumento con cui Commissione Ue e Stati membri intendono rafforzare la cooperazione con l’Africa. Il nodo è la consistenza di questo fondo, che al momento si attesta a meno di 2 miliardi di euro ma la cui crescita è sollecitata da più parti. «Il Trust Fund del quale l’Italia sarà il principali contributori sarà lo strumento operativo di una cooperazione innovativa tra Paesi che non vogliono limitarsi a reagire o tamponare il fenomeno migratorio ma che vogliono accompagnarlo con scelte politiche e non emergenziali», ha detto - il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, atteso anch’egli a La Valletta, in un intervento su “Avvenire”. L’Africa — ha aggiunto il premier — «è al centro della strategia italiana e sono convinto che il continente africano sia pronto ad accettare la sfida del futuro». Al termine della due giorni è previsto un Vertice Ue informale, convocato la settimana scorsa dal presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk.

Renzi: «L’Europa non è un parametro»

«Oggi parto per Malta dove in serata e domattina sarà molto interessante il lavoro dei leader africani e europei. È inutile dire “aiutiamoli a casa loro”, se poi non aumentiamo i fondi per la cooperazione, non investiamo di più in Africa e non creiamo rapporti istituzionali e diplomatici più forti», ha scritto Renzi nella sua E-news. «È quello che stiamo provando a fare — spiega il presidente del Consiglio —. E pensiamo che questo sia l’unico modo per dare all’Europa un’anima. Non è solo un parametro, l’Europa». «Il vertice deve necessariamente raggiungere l’obiettivo di superare le divisioni sul Fondo fiduciario di emergenza per le migrazioni nel continente africano», ha aggiunto la deputata del Pd Marietta Tidei. «Il Fondo — spiega la parlamentare — rappresenta uno strumento imprescindibile per mettere in campo progetti di sviluppo economico e creazione di impiego, soprattutto per giovani e donne, nonché per servizi sociali di base, per la sicurezza alimentare e, più in generale, per la gestione dei flussi migratori e per la governance in 23 Paesi nelle tre regioni del Sahel, del Corno d’Africa e del Nord Africa».

L’assenza del Sudan dal vertice

Al summit non sarà presente il Sudan. Nella lista definitiva dei partecipanti pubblicata il Paese non figura: il presidente del Paese, Omar Hasán Ahmad al Bashir, è — infatti — ricercato dalla Corte penale internazionale con l’accusa di genocidio per il Darfur. Il Sudan fa parte del processo di Khartoum, lanciato nel 2014 insieme a Gibuti, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, e Tunisia, a cui si sono aggiunti Norvegia e Svizzera. Khartoum, insieme al processo di Rabat, rappresenta una delle due gambe sulle quali si appoggia la cooperazione dell’Europa con i Paesi africani di origine dei migranti.  CdS 11

 

 

 

 

Nulla è cambiato

Al tramonto di questo 2015, quindicesimo anno di questo nuovo Millennio, ci chiediamo cosa ci riserverà il futuro. Ovviamente, memori del nostro tribolato passato.

 Sotto un profilo politico, n magari non pienamente condivisibile, anche questa Terza Repubblica è in ambascia. E’ ancora presto per poterci concedere raffronti con quelle che l’hanno preceduta.

Per ridare fiducia al Bel Paese, come abbiamo già scritto, è indispensabile una seria riforma elettorale e un rafforzamento del nostro ruolo economico in UE. Da noi, prima di tutto, hanno da essere rassicurati i cittadini. Quindi, c’è da auspicare un profilo politico che consenta una più ampia realtà operativa per chi ancora crede nel futuro nazionale.

 La Prima Repubblica è crollata per effetto “mani pulite”.la Seconda è tramontata, magari con meno clamore, per il disinteresse politico di una Maggioranza che, non a caso, s’è rivelata anche Opposizione. E’ inutile tergiversare. Altri nodi verranno al pettine.

 La Croce non è sola di Renzi e su questo punto ci piacerebbe discutere. Quiando l’emergenza sarà rientrata. Anche se ci vorrà ancora tempo, dovranno contare di più i cittadini di questa Repubblica. Siano essi residenti a Roma o a New York. Insomma, l’Italia può essere rappresentata in ogni parte del mondo. Con gli stessi doveri e pari diritti.

 A questo punto, riflettendo, poco importanza ha discutere sul “sesso” degli angeli. Ciò che ci preme è garantire, nel modo migliore, la sovranità popolare. Il passato, nel bene, come nel male, non ritorna e il futuro è tutto da costruire.

Basta, però, che non venga meno la volontà di girare pagina. Sarà il nuovo Parlamento a dare alla Penisola un nuovo assetto politico. Per cambiare, bisogna avere bene le idee chiare ed evitare il vittimismo che è alleato dei tempi “lunghi”. Del resto, non è ancora sicuro che tra le macerie della Prima e Seconda Repubblica non ci siano “mattoni” utili per ricostruire il nuovo modello nazionale.

 Dopo tante batoste, l’Italia è sempre la stessa. Sono, invece, cambiati gli uomini politici, i partiti, le alleanze ma, soprattutto, gli Ideali del Popolo italiano. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Il mare ci sommergerà: lo studio sul clima che spaventa il mondo

 

"Il mare non è mai stato amico dell'uomo", scriveva Joseph Conrad. E non aveva tutti i torti, stando allo studio choc pubblicato dal gruppo americano Climate Control, secondo cui presto il mare sommergerà gran parte delle città di tutto il mondo.

La tesi è corredata da una serie dettagliata di motivazioni e dati che spiegano come il riscaldamento terrestre, dovuto alle eccessive emissioni globali di gas serra, porterà allo scioglimento dei ghiacciai e al conseguente aumento del livello del mare. New York? Londra? Amsterdam? Shangai? Dimenticatele, saranno solo un'agghiacciante distesa d'acqua.

Secondo lo studio, entro la fine del secolo la temperatura globale potrebbe aumentare di 4°C, portando a disastri meteo di portata mondiale ed esponendo a rischi irreversibili dai 470 ai 760 milioni di persone. Tra le zone più colpite, fortunatamente, non risulta l'Italia. Secondo lo studio, del nostro Paese saranno spazzate via "solo" Venezia, Napoli e Pisa, mentre da Fiumicino l'acqua si avvicinerà a Roma e all'entroterra.

La colpa? Dell'uomo e dell'eccessiva emissione di CO2. L'ecosistema risente pesantemente dell'attività umana e non reggerà ancora a lungo. Anzi, Climate Control tira una linea fin troppo precisa: dai 100 ai 200 anni. A meno che non si comincino ad attuare aggressive politiche di mitigazione: secondo gli esperti, infatti, interrompendo l'aumento di temperatura a 2°C invece che 4°, i danni sarebbero di minore entità e ci sarebbero meno persone da evacuare (circa 130 milioni). Ma si tratta di ipotesi ormai remote, o quanto meno di difficile attuazione.

Lo studio assume ancor più rilevanza perché emerso a poche settimane dalla Conferenza sul Clima di Parigi (30 novembre-11 dicembre) e qualche giorno dopo il primo post del presidente USA Barack Obama, incentrato proprio sui cambiamenti climatici. Adnkronos 11

 

 

 

 

 

Diritto internazionale. Acqua, una risorsa non ancora per tutti

 

Una vera e propria crisi idrica. È questa che causa la morte, per sete, di circa un miliardo di persone. E a questi si sommano quanti non hanno accesso ai servizi sanitari di base.

 

Per tale ragione, oggi, è necessario ragionare sull’esistenza di un diritto umano all’acqua potabile quale strumento giuridico per garantire una migliore allocazione delle risorse idriche nelle zone maggiormente colpite da water-stress.

 

Nell’ambito del diritto internazionale l’esistenza di un diritto umano all’acqua è ancora molto incerta, ma la prassi delle organizzazioni internazionali rende possibile stabilirne l’eventuale contenuto e gli obblighi da esso derivanti.

 

Acqua e diritto internazionale

Il diritto umano all’acqua potabile non è un dato incontrovertibile per la dottrina giuridica internazionalistica. Le principali obiezioni riguardano il suo contenuto vago, la sua scarsa rilevanza pratica e l’assenza di strumenti giuridici vincolanti che lo prevedano.

 

Tuttavia, la mancanza di strumenti giuridici vincolanti per gli Stati che prevedano espressamente l’accesso all’acqua potabile non è di per sé un ostacolo alla sua affermazione come norma di diritto internazionale.

 

Gran parte della dottrina, infatti, ritiene che esso possa derivarsi da altri diritti e in particolare dall’articolo 6 del Patto delle Nazioni Unite sui Diritti Civili e Politici del 1966, riguardante il diritto alla vita, e degli articoli 11 e 12 del Patto delle Nazioni Unite sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, concernenti rispettivamente il diritto ad un livello di vita adeguato e il diritto alla salute.

 

Tutti questi diritti trovano un elemento comune nella presenza e nella disponibilità d’acqua che diviene un elemento centrale per la loro realizzazione. Senza disponibilità di fonti di acqua potabile la vita stessa sarebbe in pericolo e non sarebbe possibile avere un’esistenza adeguata alla dignità umana. La salute, infine, dipende anche da una corretta igiene per la quale la presenza dell’acqua è necessaria.

 

Per questo motivo, tali diritti potrebbero essere ritenuti generatori di un nuovo diritto, il quale avrebbe una portata più generale di ognuno di questi diritti presi singolarmente. Ciò si spiega alla luce del fatto che il diritto all’acqua è propedeutico alla realizzazione dei diritti dai quali è derivato, nel senso che la mancanza della risorsa idrica ne metterebbe a repentaglio l’applicabilità.

 

Seppure il diritto umano all’acqua sarebbe derivato, esso sarebbe logicamente precedente ai diritti dai quale discende, essendo l’acqua l’elemento che permette di realizzarli. Partendo da queste considerazioni, il Comitato per Diritti Economici, Sociali e Culturali ha emanato nel 2002 il General Comment n. 15: The Right to Water nel quale si specifica per la prima volta il contenuto e gli obblighi derivanti dal diritto all’acqua.

 

Il General Comment n. 15

Il General Comment n.15 è il documento più importante per il riconoscimento del diritto umano all’acqua.

 

Anche se si tratta di un documento interpretativo di soft law, esso è comunque sintomo di una prassi in costante sviluppo da parte delle Organizzazioni Internazionali, e in particolare dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che trova il suo punto massimo nella risoluzione dell’Assemblea Generale A/RES/64/292 del 10 luglio 2010 e nella risoluzione dello Human Right Council A/HRC/RES/21/2 approvata nell’ottobre del 2012.

 

Il General Comment n.15 sancisce l’esistenza del diritto umano all’acqua come derivazione dei diritti stabiliti dagli articoli 11 e 12 del Patto sui Diritti Eonomici, Sociali e Culturali e prevede che questo deve garantire l’accessibilità fisica ed economica alla risorsa, la sua qualità e il suo utilizzo per usi domestici.

 

Il General Comment impone anche delle core obligations per le parti del Patto. Tali obblighi riguardano la rimozione di ogni barriera all’accesso a fonti di acqua potabile, l’attuazione di politiche volte a preservare le risorse idriche e a mantenerne invariata la qualità, l’obbligo di cooperazione tra le parti per favorire una distribuzione efficiente delle risorse idriche.

 

Particolare menzione merita, invece, l’obbligo di non discriminazione, poiché si tratta di un punto fondamentale nella prassi relativa ai diritti umani e assume rilevanza anche per il diritto umano all’acqua dato che esso tutela tutti i gruppi sociali ed etnici che in seguito a conflitti politici subiscono la privazione di fonti di approvvigionamento idrico.

 

Diritto umano all’acqua ancora molto lontano

Ciononostante, la reticenza degli Stati a derogare parte della propria sovranità sulle proprie risorse naturali resta l’ostacolo maggiore ad un pieno riconoscimento di un diritto umano all’acqua. D’altro canto, la prassi internazionale sembra affermarlo come dato giuridico già acquisito e quindi sembra aumentare i propri sforzi per una sua piena attuazione.

 

Al momento attuale non esiste una norma internazionale (né pattizia, né consuetudinaria) che sancisca il diritto umano all’acqua e per questo le manifestazioni della prassi internazionale hanno una fondamentale importanza per segnalare l’orientamento della comunità internazionale verso la sua applicazione.

 

Inoltre, prassi e opinio iuris costituiscono elementi fondamentali delle norme internazionali consuetudinarie. Tanto più si riuscirà ad estendere la convinzione che il diritto umano all’acqua è giuridicamente vincolante per i membri della comunità internazionale tanto più l’applicazione di tale diritto da parte dei singoli Stati risponderà effettivamente ad una norma specifica dell’ordinamento internazionale divenendo così norma fondamentale del diritto internazionale.

Carmine Finelli, AffInt 9

 

 

 

 

L’ottomismo politico

 

L’Italia è ancora in crisi. E’ inutile non ammetterlo. La strategia Renziana, se gioverà, lo farà in tempi lunghi. Il Prodotto Interno Lordo (PIL), forse, si attesterà all’1% nella prossima primavera. Questa è la realtà che si percepisce in italia a tutti i livelli produttivi. Ogni altra più ottimistica previsione non ha pregio.

 La crisi economica è stata drammatica e riprenderci ci costerà ancora sacrifici. La macchina economica nazionale stenta a ripartire. Mentre tirare avanti resta un’impresa che mette a dura prova anche i più diligenti. La pressione fiscale, soprattutto per i redditi medio/bassi, resta l’incognita più preoccupante anche per l’immediato futuro.

La “Generazione 2000” resta la più compromessa. Ma non è tutto. La spesa pubblica non è diminuita, però i servizi continuano a essere carenti. Non esiste, infatti, una “cura”sicura per frenare il depauperamento delle risorse nazionali.

Certamente non è impoverendo il Popolo italiano che sarà possibile ridurre gli effetti di una crisi che, forse, si poteva evitare. L’italia resta uno dei Paesi UE con una macchina dello Stato a elevato costo e a basso rendimento. Una terapia di sicura ripresa non può essere ancora trovata.

 Da noi non gioverebbe fare un passo indietro. Sarebbe peggio. I provvedimenti “Salva Italia” non salveranno nessuno. Ci sono, ancora, dei condizionamenti che restano in primo piano ed è più agevole agire sul “mucchio” che coinvolgere i grandi capitali.

 Insomma, nonostante le assicurazioni, siamo ancora nelle condizioni di dover rendere conto a una platea ben più estesa di quella definita dai confini nazionali. Chi continua a rischiare sono ancora i “deboli”.

 Ma non è finita. Prima di termine mandato, l’Esecutivo Renzi varerà altri provvedimenti dei quali avremmo fatto volentieri a meno. L’ottimismo politico, oggi alla ribalta nazionale, non favorisce, in realtà, nessuna concreta ripresa.

Insomma, il rischio di recessione rimane. Se, almeno, ci fosse all’orizzonte una nuova classe politica, potremmo sperare in meglio. Purtroppo, non c’è.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Presentato a Roma il progetto “Le élite degli italiani all’estero. Percorsi di ricerca”

 

L’iniziativa di ricerca si rivolge a studenti delle Lauree Magistrali ed  è promossa dal Centro da diverse organizzazioni. Mario Morcellini (La Sapienza): “L’idea che possiamo essere  élite anche in un contesto complesso come quello di altri Paesi secondo me rappresenta un rilancio della nostra funzione di ambasciatori di cultura e democrazia nel mondo”

 

ROMA – E’ stato presentato a Roma, presso il Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’Università “La Sapienza”, il progetto “Le élite degli italiani all’estero. Percorsi di ricerca”. Un’iniziativa di ricerca rivolta a studenti delle Lauree Magistrali interessati a percorsi di tesi aventi come oggetto la formazione delle élite nelle comunità italiane all’estero. Il progetto è promosso dal Centro per la Riforma dello Stato (CRS), dall’Osservatorio Geopolitico sulle Elites Contemporanee (GeopEC),  dal Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale della Sapienza (Coris), insieme a un gruppo di parlamentari italiani eletti nella circoscrizione Estero. I Paesi di studio finora individuati sono: Australia, Germania, Belgio, Canada, Svizzera, Brasile/Argentina. Nel corso del dibattito si è parlato anche di altri paesi che vantano una storica presenza italiana come il Marocco l’Egitto e la Tunisia. Si prevede inoltre un premio di laurea finale ed eventuali contributi per soggiorni di studio nei paesi oggetto della ricerca.

La presentazione, coordinata dal direttore del GeopEC Rita Di Leo, è stata introdotta da Mario Morcellini, direttore del Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’Università “La Sapienza” di Roma, che ha evidenziato come nella società attuale lavorare per la costruzione di nuove istituzioni formative rappresenti un atto di fede nei confronti della formazione. “Quindi – ha proseguito Morcellini - siamo stati sfrontati ad inventare nuove istituzioni formative che hanno avuto una bella storia e speriamo che l’avranno ancora, mi dunque piace che nell’ambito di questa storia più grande ci sia anche l’iniziativa da tanti anni del GeopEC”. Per quanto riguarda il progetto “Le élite degli italiani all’estero. Percorsi di ricerca” Morcellini ha rilevato la necessità di non dare per scontato che l’emigrazione italiana nel mondo sia necessariamente legata a problemi di crisi economica e inadeguatezza del mercato del lavoro, ma abbia invece caratteristiche cognitive, culturali e universitarie, ovvero sia legata anche alla capacità di affermazione individuale.

Dopo aver ricordato la ricerca dello studioso veneziano Pietro Basso che ha demitizzato le componenti dell’emigrazione italiana all’estero, Morcellini ha evidenziato come la crisi del nostro paese vada di pari passo con la crisi delle classi dirigenti, una situazione che ha aperto la strada all’antipolitica e a un populismo che certamente non aiuterà i nostri giovani ad uscire dalla precarietà in cui si trovano. “Ci piace l’idea della élite degli italiani all’estero – ha concluso Morcellini - perché in qualche modo il nostro paese è sempre stato un faro di illuminazione culturale.. è infatti difficile negare che nella culla della civiltà del Mediterraneo sia nata una tradizione culturale sconvolgente la cui ricchezza qualche volta ci sfugge, basti pensare al pensiero occidentale, alla filosofia e alla democrazia, e quindi l’idea che possiamo essere ancora élite anche in un contesto complesso come quello di altri Paesi secondo me rappresenta un rilancio della nostra funzione di ambasciatori di cultura e democrazia nel mondo”.

Ha poi preso la parola il deputato del Pd Marco Fedi, eletto nella ripartizione Africa, Asia ,Oceania, Antartide, che ha ricordato come l’Università La Sapienza abbia dimostrato negli anni una particolare sensibilità sui temi degli italiani all’estero, ad esempio attraverso l’attivazione di un Master sui temi dell’immigrazione e dell’integrazione in cui sono state approfondite anche le politiche di integrazione dei paesi di accoglienza della nostra emigrazione. 

“Oggi – ha proseguito Fedi - ci stiamo occupando di un tema molto più legato ad aspetti politici e quindi è interessante che le comunità italiane nel mondo vengano utilizzate come uno specchio per capire anche in quei paesi come si sviluppano le élite culturali, politiche ed economiche ”. “Se riusciremo ad utilizzare le comunità italiane nei paesi che sono stati identificati dalla ricerca come uno specchio di una discussione molto più ampia che avviene in quelle nazioni, - ha continuato il deputato del Pd - credo che riusciremo realizzare due aspetti e cioè capire come la discussione sull’élite viene affrontata nella società civile e nel dibattito politico di quei paesi, allo stesso tempo comprenderemo come la comunità italiana stia evolvendo e come in questo contesto le nuove èlite si vengano a formare. Quest’ultima  – ha aggiunto Fedi - è una questione molto interessante che anche noi eletti all’estero ci poniamo costantemente. Il problema è che i flussi emigratori di oggi, formati da una mobilità professionale e lavorativa molto dinamica, non sono facili da intercettare, soprattutto per quanto riguarda la comprensione dei loro bisogni e delle loro aspirazioni. Tutto questo crea difficoltà per le eventuali risposte a livello politico che oggi devono essere molto più diversificate rispetto al passato”. 

Per quanto poi riguarda l’individuazione dei paesi di interesse per il progetto universitario Fedi ha ricordato come nel mondo vi siano nazioni con nostre comunità consolidate che nel corso della storia dell’emigrazione hanno trovato condizioni favorevoli per i processi di integrazione e quindi per quanto concerne l’aspetto demografico e la costruzione di percorsi atti alla formazione dell’élite a livello accademico, culturale, formativo e politico. Grandi paesi di accoglienza, dunque , i cui si può trovare maggiore materiale di studio ed è più facile trarre degli elementi di comparazione fra la società italiana e quella locale. Fedi, dopo aver segnalato l’importanza anche numerica della comunità italiana presente in Sud Africa, ha infine ricordato come nel mondo accanto alla collettività italiana vi sia una vasta comunità di italofoni. Uomini e donne che hanno mantenuto un forte legame culturale, economico e politico con l’Italia,  ma che hanno perduto la cittadinanza italiana prima dell’entrata in vigore della legge del 1992. Italofoni che concorrono alla formazione dell’élite dei nuovi paesi di residenza e della stessa comunità italiana in loco.

A seguire l’intervento di Rita di Leo, direttore del GeopEC e coordinatrice dell’incontro, che ha evidenziato la necessità di capire come gli italiani all’estero siano stati in grado di produrre nei paesi di residenza anche delle élite. Per Rita di Leo vi è dunque l’esigenza di vedere, facendo compiere un salto di qualità anche all’Osservatorio Geopolitico, come i nostri connazionali nel mondo, che hanno lasciato l’Italia con la valigia di cartone, siano poi cresciuti fino a diventare classe dirigente. Un cammino verso il successo, quello degli italiani all’estero, che per la di Leo gli studenti universitari che aderiscono al progetto dovrebbero seguire privilegiando l’analisi delle situazioni storiche più importanti, ovvero i grandi paesi di accoglienza come la Germania, il Belgio l’Australia e i paesi dell’America latina.  

E’ stata poi la volta di Claudia Zaccai, dell’Università “La Sapienza” di Roma,  che ha sottolineato come con questo progetto si stia aprendo una nuova e interessante pista di ricerca sul tema dell’emigrazione italiana, attraverso la comprensione del protagonismo che hanno acquisito all’estero queste persone dal punto di vista individuale e per quanto riguarda la più ampia dimensione delle nostre comunità che da diverse generazione vivono e lavorano in paesi stranieri. La Zaccai ha inoltre segnalato come nel 2014 il numero dei cittadini che ha scelto di lasciare l’Italia, 155.000 persone, abbia superato il numero degli stranieri in ingresso in Italia (92.000). Una nuova emigrazione italiana che mantiene un protagonismo e un interesse molto attivo nei confronti del paese d’origine. La Zaccai ha poi ricordato sia il prezioso contributo promozionale dato dalle nostre comunità all’estero al varo nel 1986 della prima legge italiana sui cittadini stranieri che lavoravano nel nostro Paese, sia l’interessante presenza nella sponda sud del Mediterraneo di comunità italiane, ad esempio in Egitto, Tunisia e Marocco, di antica e storica tradizione che per lungo tempo sono state parte integrante delle società del tempo. 

Da segnalare infine le parole di Marco Cilento, dell’Università La Sapienza di Roma, che ha spiegato come questo nuovo percorso formativo, che alla stregua dei seminari dello scorso anno sulla comparazione delle politiche di integrazione di  vari paesi si avvarrà della collaborazione di alcuni parlamentari eletti all’estero, si prefigga di mettere insieme varie competenze al fine di individuare un modello di analisi aperto ai percorsi che saranno poi finalizzati alle tesi di laurea magistrali degli studenti interessati. Un modello di analisi che per Cilento arricchirà la matrice di studio dell’élite, che finora è stata propria del GeopEC, in primo luogo dal punto di vista politologico,verificando la differenza di permeabilità dei sistemi politici che saranno oggetto di studio, di tipo anglosassone o di tipo europeo, nei confronti delle comunità italiane che vivono in questi contesti.

“Studiare il ruolo dell’élite all’interno di questi sistemi , - ha precisato Cilento - significa confrontare la funzionalità dei diversi sistemi politici e anche studiare la composizione delle comunità italiane all’estero dal punto di vista delle competenze professionali, della  fascia di età, dell’aspetto di genere e delle regioni di provenienza. … In questo caso – ha aggiunto - dovremmo inoltre analizzare l’élite da un punto di vista ‘reputazionale’ cioè facendo riferimento a quelli che sono i cosiddetti soggetti informati all’interno di queste collettività che potranno indicare quali sono i ruoli di élite all’interno delle stesse comunità. Questo faciliterebbe il tipo di analisi che è necessario fare per sviluppare queste ricerche”.

Per quanto poi riguarda gli aspetti pratici del progetto Cilento ha spiegato che a breve termine verrà avviato un bando per chiamata su tesi di laurea e verranno indicati i requisiti per fare una prima selezione degli studenti di laurea magistrale che vorranno accedere questo a percorso. Dopo aver ricordato il coinvolgimento nel progetto dei parlamentari della circoscrizione Estero in qualità di tutor e anche di relatori aggiunti presenti alla discussione delle tesi che dovrebbe avvenire entro gennaio 2007, Cilento  ha ipotizzato un allargamento dello studio anche ad altri paesi come il Marocco, l’Albania e la Tunisia dove vi sono importanti comunità italiane. Goffredo Morgia, Inform 10

 

 

 

 

Una convenzione chiara MAE-Patronati che non ha costi e eroga servizi

 

“Ancora richieste di pompare denaro nel ‘Sistema patronati’ nonostante tutti quelli che ne conoscono a fondo il funzionamento, ne chiedono disperatamente la riforma, il controllo e la trasparenza".

È quanto riporta una nota del Sindacato Confsal Unsa Coordinamento esteri, che mi ascrive de facto tra coloro che rimangono ciechi “dinanzi all’odierna realtà dei Patronati all’estero, che richiede soprattutto una riconversione professionale di figure che hanno una formazione generica – più a carattere sindacale – chiamate ora a sostituirsi allo Stato”.

Sommessamente, ma con serietà e consapevolezza, prendo atto e faccio notare che già lo scorso anno il taglio delle risorse ai patronati è stato di 35 milioni di euro e che quest’anno la manovra finanziaria ne prevede un altro di 48 milioni che semplicemente stiamo provando a cancellare o, quanto meno, a ridurre, poiché ognuno di questi tagli è strutturale e produce danni ingentissimi, come l’intervento sull’aliquota di alimentazione del fondo che  nel triennio 2015-2018 prevede già un taglio del finanziamento di 284 milioni di euro.

Mi pare dunque molto difficile, almeno per ciò che mi riguarda, poter pensare di “pompare denaro”, come scrivono alla Confsal, quindi è sostanzialmente e profondamente sbagliata l’accusa che mi si muove.

Come è profondamente sbagliato e miope mettere in contrapposizione e in alternativa il ruolo dei patronati con quello di consolati, agenzie e sportelli consolari come fa la Confsal, pensando che le risorse e i servizi che si sottraggono ai patronati oggi possano tornare ai consolati domani o, viceversa, che i consolati si chiudono per favorire l’apertura di nuove sedi di patronati e il dirottamento su queste di risorse dello Stato. Se entriamo in questa logica di contrapposizione ne usciremo tutti sconfitti. Evitiamolo, lo dico in forma di appello.

Ciò che invece ho detto nel mio intervento, è che è necessaria una riorganizzazione generale della rete diplomatico-consolare e dei servizi, nella quale ai servizi che con sempre maggiore difficoltà svolge lo Stato si affianchino quelli che già svolgono altri enti sul territorio, a servizio dei cittadini, come i patronati.

E l’ho detto aggiungendo che già oggi i patronati svolgono servizi nuovi e in linea con le nuove richieste dell’emigrazione diffusa, vecchia e nuova (imprese comprese), e sono pronti a sottoscrivere convenzioni che non richiedono di “pompare denaro” da parte dello Stato, ma che prevedano regole chiare, paletti, garanzie e persino sanzioni per chi non le rispetta.

Dunque non è certo me che si deve accusare di cecità o di mancanza di volontà di riforma dei patronati, né i patronati stessi che, al contrario, invocano da tempo un tavolo apposito per discutere col Ministero del Lavoro e con le varie commissioni parlamentari una proposta seria e puntuale di riforma complessiva del sistema patronati all’estero.

Semmai mi si può accusare di volere – come la vogliono anche i patronati e sono pronti a farla – una riforma e una convenzione che da un lato aiuta lo Stato a fornire servizi ai cittadini e dall’altro inserisce regole e sanzioni più stringenti perché ciò si possa fare in un contesto di maggiore trasparenza e chiarezza e in raccordo con consolati, agenzie e sportelli consolari, senza contrapposizioni di poteri che finiscono per penalizzare i cittadini. Non a caso ho detto nel mio intervento che deve rimanere ai consolati la parte “istituzionale, quella che lo Stato non può né deve delegare”.

Poi, per ciò che è in mia conoscenza, i vari patronati vengono rimborsati in proporzione percentuale all’attività svolta e certificata dal ministero del lavoro e non con autodichiarazioni, così come l’aliquota, calcolata fino a due anni fa sullo 0,226%, lo scorso anno è stata abbassata a 0,207 e oggi la proposta in legge di stabilità è di abbassarla a 0,183%.

E, infine, vorrei ricordare che il fondo patronati è sempre stato di circa 400 milioni e, dal 2011, il Governo ha trattenuto una cifra di 30 milioni di euro da esso; lo scorso anno 35 e quest’anno ne tratterrà altri 48. Quindi, fermo restando la possibilità di qualche lieve errore di calcolo e di sistema, andranno a sostituirsi ai 30 del 2011 e determineranno una “trattenuta” complessiva di 83 milioni in tre anni, pari al 20,75% del fondo.

In questo contesto, dunque, ho chiesto di evitare ulteriori tagli e ragionare su una convenzione che dia servizi ai cittadini in raccordo e sotto la vigilanza dello Stato (che deve infliggere sanzioni per chi la viola) e che non comporti costi aggiuntivi fuori da quel fondo né per il MAE né per i cittadini.

Dov’è, dunque, che si chiede di “pompare denaro nel sistema ‘patronati’”? Eugenio Marino, de.it.press 10

 

 

 

 

La nota della Confsal Unsa Coordinamento Esteri e la replica del responsabile del Pd per gli italiani nel mondo Eugenio Marino

 

ROMA – In una nota la Confsal Unsa Coordinamento Esteri ha criticato alcuni passi dell’intervento svolto dal responsabile del Pd per gli italiani nel mondo Eugenio Marino all’evento per i 20 anni dell’Unione Italiani nel Mondo. In particolare nel comunicato il sindacato si esprime disappunto per quella che viene definita come una richiesta di “pompare denaro nel ‘Sistema patronati’ nonostante tutti quelli che ne conoscono a fondo il funzionamento, ne chiedano disperatamente la riforma, il controllo e la trasparenza”.  Dalla Confsal Unsa Esteri, che auspica una riconversione professionale degli operatori di patronato, viene inoltre chiesto che i fondi sottratti alle rappresentanze estere del Maeci tornino allo stato evitando di alimentare il sistema dei patronati e che quindi “l’assistenza, la tutela, i servizi, l’accompagnamento, le informazioni agli italiani all’estero tornino ad essere garantiti dalle sedi statali all’estero che sono solo le ambasciate e i consolati”

A queste valutazioni risponde il responsabile del Pd per gli Italiani nel Mondo. “Sommessamente, ma con serietà e consapevolezza, prendo atto – replica Marino - e faccio notare che già lo scorso anno il taglio delle risorse ai patronati è stato di 35 milioni di euro e che quest’anno la manovra finanziaria ne prevede un altro di 48 milioni che semplicemente stiamo provando a cancellare o, quanto meno, a ridurre, poiché ognuno di questi tagli è strutturale e produce danni ingentissimi, come l’intervento sull’aliquota di alimentazione del fondo che  nel triennio 2015-2018 prevede già un taglio del finanziamento di 284 milioni di euro. Mi pare dunque molto difficile, almeno per ciò che mi riguarda, poter pensare di ‘pompare denaro’, come scrivono alla Confsal, quindi è sostanzialmente e profondamente sbagliata l’accusa che mi si muove”. Per Marino appare anche sbagliato “mettere in contrapposizione e in alternativa il ruolo dei patronati con quello di consolati, agenzie e sportelli consolari come fa la Confsal, pensando che le risorse e i servizi che si sottraggono ai patronati oggi possano tornare ai consolati domani o, viceversa, che i consolati si chiudono per favorire l’apertura di nuove sedi di patronati e il dirottamento su queste di risorse dello Stato. Se entriamo in questa logica di contrapposizione ne usciremo tutti sconfitti. Evitiamolo, lo dico in forma di appello. Ciò che invece ho detto nel mio intervento, - continua Eugenio Marino - è che è necessaria una riorganizzazione generale della rete diplomatico-consolare e dei servizi, nella quale ai servizi che con sempre maggiore difficoltà svolge lo Stato si affianchino quelli che già svolgono altri enti sul territorio, a servizio dei cittadini, come i patronati. E l’ho detto aggiungendo che già oggi i patronati svolgono servizi nuovi e in linea con le nuove richieste dell’emigrazione diffusa, vecchia e nuova (imprese comprese), e sono pronti a sottoscrivere convenzioni che non richiedono di ‘pompare denaro’ da parte dello Stato, ma che prevedano regole chiare, paletti, garanzie e persino sanzioni per chi non le rispetta. Dunque – prosegue  Marino - non è certo me che si deve accusare di cecità o di mancanza di volontà di riforma dei patronati, né i patronati stessi che, al contrario, invocano da tempo un tavolo apposito per discutere col Ministero del Lavoro e con le varie commissioni parlamentari una proposta seria e puntuale di riforma complessiva del sistema patronati all’estero. Semmai mi si può accusare di volere,  come la vogliono anche i patronati e sono pronti a farla, una riforma e una convenzione che da un lato aiuta lo Stato a fornire servizi ai cittadini e dall’altro inserisce regole e sanzioni più stringenti perché ciò si possa fare in un contesto di maggiore trasparenza e chiarezza e in raccordo con consolati, agenzie e sportelli consolari, senza contrapposizioni di poteri che finiscono per penalizzare i cittadini. Non a caso ho detto nel mio intervento che deve rimanere ai consolati la parte ‘istituzionale, quella che lo Stato non può né deve delegare’. Poi, per ciò che è in mia conoscenza, i vari patronati vengono rimborsati in proporzione percentuale all’attività svolta e certificata dal ministero del lavoro e non con autodichiarazioni, così come l’aliquota, calcolata fino a due anni fa sullo 0,226%, lo scorso anno è stata abbassata a 0,207 e oggi la proposta in legge di stabilità è di abbassarla a 0,183%. E, infine, vorrei ricordare che il fondo patronati è sempre stato di circa 400 milioni e, dal 2011, il Governo ha trattenuto una cifra di 30 milioni di euro da esso; lo scorso anno 35 e quest’anno ne tratterrà altri 48. Quindi, fermo restando la possibilità di qualche lieve errore di calcolo e di sistema, andranno a sostituirsi ai 30 del 2011 e determineranno una ‘trattenuta’ complessiva di 83 milioni in tre anni, pari al 20,75% del fondo. In questo contesto, dunque, - conclude Marino - ho chiesto di evitare ulteriori tagli e ragionare su una convenzione che dia servizi ai cittadini in raccordo e sotto la vigilanza dello Stato (che deve infliggere sanzioni per chi la viola) e che non comporti costi aggiuntivi fuori da quel fondo né per il MAE né per i cittadini. Dov’è, dunque, che si chiede di “pompare denaro nel sistema patronati?”.

Inform 11

 

 

 

 

 

Amministratori e legge Severino, nuova tegola sul Pd

 

Una nuova tegola giudiziaria di abbatte sul Pd di Matteo Renzi. C'è di mezzo la legge Severino e il controverso Governatore della Campania Vincenzo De Luca che già la scorsa estate era stato protagonista di un clamoroso braccio di ferro contro la legge Severino. In breve: un magistrato di Napoli avrebbe minacciato De Luca di una sentenza sfavorevole (che lo avrebbe sospeso dalla carica) se non avesse fatto avere al marito (il magistrato è una donna) una promozione nella Sanità napoletana. De Luca non ha fatto nulla per la promozione del marito della giudice ma pare che non si sia opposto alla minaccia. Da qui il coinvolgimento nell'inchiesta. De Luca si dichiara innocente e parte lesa, il Pd nazionale, con un comunicato, prende le sue difese. Le opposizioni attaccano. L'imbarazzo è inevitabile. L'inchiesta chiarirà, ma resta il fatto che la legge Severino, ancora una volta ha messo in evidenza situazioni che all'origine si prestano a ragionamenti sull'opportunità politica di alcune candidature. Pronunciandosi sulla costituzionalità della legge Severino si spera che la Consulta sciolga i nodi ancora irrisolti e ponga rimedio ai possibili equivoci interpretativi della legge. Il sistema politico si risparmierebbe situazioni poco chiare. Ma è evidente che i partiti hanno un problema di identità e di autostima se non riescono a trovare facilmente candidati spendibili nelle prossime elezioni amministrative della prossima primavera. Un problema che coinvolge anche il Pd, in questo momento spina dorsale del sistema politico italiano. La vicenda di Roma sta facendo emergere con drammatica evidenza che il partito di maggioranza potrebbe trovarsi nelle condizioni non solo di perdere la Capitale, ma anche di dover ricorrere a un candidato civico, esterno al partito, per cercare di contrastare i Cinquestelle. C'è un paradosso in questo momento in Italia. Alla ripresa economica, certificata dagli istituti italiani ed europei, fa riscontro una crisi dei partiti forse irreversibile. A destra la crisi coincide con il definitivo tramonto di Berlusconi. Ma a sinistra? Renzi torna a crescere nei sondaggi sul gradimento, ma il suo partito no. E mentre la nuova legge elettorale si proponeva di semplificare il quadro politico con la scomparsa dei piccoli partiti, ecco che invece tra scissioni e nuove alleanze il quadro politico si complica e le formazioni politiche aumentano, radicalizzandosi a destra e a sinistra. Forse per Renzi tutto questo è un vantaggio perché gli consente di assumere una posizione centrale. Almeno fino alle amministrative delle grandi città. A quel punto sarà determinante la scelta dei candidati e un partito in grado di farli vincere. GIANLUCA LUZI  LR 11

 

 

 

 

Il nostro futuro

 

Essere presaghi non è nelle nostre corde. L’informazione ha da essere obiettiva. Ci sono, però, delle situazioni che vanno ben oltre le sensazioni di vaticinio. La politica italiana è da rivedere. Su questo tema non ci sono dubbi. L’evoluzione del Paese non ci sembra nuova e da tempo anche segnalata.

 Non bastano le premesse per risolvere i mali più palesi di casa nostra. Non ci siamo ancora. E’ inutile tentare di dare giustificazioni attendibili. Non è neppure il caso di fare paragoni con gli altri Stati Stellati. Il confronto non sarebbe attendibile.

Da noi, l’economia senza tener nel dovuto conto i problemi a essa correlati, ci sono ancora. Alle porte del nuovo anno, le incertezze nazionali restano parecchie. Entro la primavera prossima, l’Esecutivo dovrà rendere conto a un Potere Legislativo “disorganizzato” dalle faide interne. Contro gli scontati ottimismi ci siamo mossi da subito. Per i progetti a medio termine, ci vorrà più tempo. Quando, in definitiva, manca una vera contropartita, i risultati non sfuggono a nessuno. La legge di stabilità 2016 sembra più “illuminata “delle precedenti. Almeno negli intenti.

Non è, però, nella nostra linea fare delle previsioni. Delle quali, comunque, non sentiamo il bisogno. La recessione ha necessità di tempi più lunghi per essere arginata. Lo avevamo scritto già nell’anno scorso. Senza pessimismo. Ma neppure calcolato realismo.

 Saranno, ora, i risultati sul fronte socio/economico a evidenziare di quanto siamo rientrati nei parametri UE. Meglio esaminare il dopo Renzi e lasciare l’attuale Esecutivo alla sua sorte.

Proprio perché gli uomini possono sbagliare in mancanza di una propria originalità. Come scusante, è ovvio, che non regge; ma non siamo stati in grado di trovare di meglio. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Il premier blinda il governatore e la Campania

 

La magistratura faccia il suo corso e De Luca continui a governare. Questa è la posizione del governo che il presidente del consiglio ha esposto alla fine del consiglio dei ministri che ha stanziato 150 milioni per la bonifica di Bagnoli e della Terra dei fuochi. E proprio per sanare queste due situazioni di degrado che aspettano da decenni una soluzione, Renzi ha indicato il Governatore della Campania come la persona più indicata per farlo. Se poi ci saranno notizie ulteriori, per esempio un rinvio a giudizio, allora il governo si riserva di fare ulteriori valutazioni. Questa posizione espressa da Renzi arriva quando la vicenda di corruzione di un magistrato di Napoli ha gettato nel caos una Regione chiave, dove tra l'altro si andrà al voto nella prossima primavera per eleggere il sindaco di Napoli. I Cinquestelle hanno presentato una mozione di sfiducia verso De Luca, nel Pd molti a partire dal ministro della Giustizia Orlando esprimono le loro perplessità per la candidatura di De Luca che per la legge Severino era a forte rischio di decadenza dalla carica. Per Renzi ha invece "il diritto-dovere di governare. Se ne capace" la stessa formula: se ne è capace, che Renzi ha usato per il sindaco di Roma Marino, a cui ha fatto esplicito riferimento. Ma Renzi considera De Luca perfettamente capace di governare, al contrario di Marino. E con questo ha risposto anche a chi sottolineava una disparità di trattamento tra l'ex sindaco e il Governatore della Campania. Il consiglio dei ministri ha stanziato anche 200 milioni per il Giubileo. Ora possono partire i cantieri: una corsa contro il tempo per risollevare la Capitale dal degrado in cui versa. Provvedimenti di emergenza, poi a gennaio il Pd dovrà trovare un nome in grado di competere con i Cinquestelle. Dall'economia arriva un notizia poco entusiasmante: il Pil frena leggermente, anche se sul l'anno aumenta dello 0,9 per cento, il dato migliore dal 2011. GIANLUCA LUZI  LR 13

 

 

 

 

 

Considerato un reato difendersi dai ladri

 

E’ giusto condannare chi uccide per eccesso di legittima difesa ma iniquo tutelare i rapinatori a danno di chi è costretto a difendersi da solo

 

  I quotidiani e la televisione hanno reso noto che, nello scorso ottobre, a Vaprio d’Adda (Milano), tre ladri di origine romena avrebbero tentato di effettuare un furto nella villetta del sessantacinquenne Francesco Sicignano che vi abita con la sua famiglia, (moglie e, al piano superiore, figlio, nuora e nipotino). Il pensionato, nella notte, sente dei rumori, impugna la pistola regolarmente detenuta ed esce dalla camera da letto. Nel corridoio si trova davanti un uomo, Gjergi Gjonj, che cerca violentemente di bloccarlo. Sicignano, ovviamente, non sa se sia armato, ma, per difendere i familiari, spara e lo uccide. Poi esce, vede gli altri due che aspettano fuori e tira qualche colpo in aria per farli andar via. Una legittima difesa dei propri beni e della famiglia? No, per il Pm di Milano, Antonio Pastore, il quale ritiene che l’autore debba essere processato e magari condannato per omicidio, prima valutato “colposo”, poi definito “volontario”, in quanto, dalle indagini effettuate insieme al Procuratore aggiunto, Alberto Nobili, risulta che le macchie di sangue, trovate sulle scale esterne, confermerebbero l’ipotesi che il rapinatore stesse già per andarsene insieme ai 2 complici. Se ritenuto colpevole, Sicignano può essere condannato a 21 anni di galera o all'ergastolo.

  L’ipotesi accusatoria ha sconvolto l’opinione pubblica, suscitato polemiche, dato origine ad una fiaccolata di sostegno al pensionato e fatto rilevare, da molti giornalisti, l’inadeguatezza di un sistema giudiziario che “non considera colpevoli i ladri, bensì vittime di una società capitalista che vuole, a tutti i costi, difendere la propria proprietà”. Critiche notevoli e talmente diffuse da spingere il Pm Nobili, a ritenere possibile, a dispetto di “alcune incongruenze”, che possa essere vero quanto affermato dall’involontario assassino, cioè che il ferito sarebbe uscito di casa e morto poi sulle scale. Sicignano si dichiara rammaricato di quanto successo ad “un ragazzo di 22 anni” che, tuttavia, era stato già condannato per reati contro il patrimonio, espulso, dopo la scarcerazione, dal territorio nazionale dove, però, era rientrato illegalmente e, magari, compiuto altri furti. E’ amareggiato, il pensionato, ma convinto di essere stato obbligato a sparare a causa del degrado dei costumi che lo hanno spinto “dal 2008 a dormire con la pistola sul comodino” mentre prima “dormivamo con le porte e le finestre aperte”.

  In effetti, negli ultimi anni sono aumentati le ruberie ed i tentativi di rapine che spesso hanno provocato morti o feriti. Come successo a Civè di Correzzola, nel Padovano, ove il tabaccaio Franco Birolo uccise, nel 2012, un ladro che, nel cuore della notte, si era introdotto nel suo negozio. Nel 2006 Ermes Mattielli, lavoratore inabile di 63 anni con una pensione di 120 euro al mese, ferì due nomadi entrati nella sua azienda di Arsero, per portargli via il rame. Una legittima difesa dei propri beni, necessaria soprattutto in tempi di crisi economica, che però la Magistratura, anche per effetto delle leggi vigenti in materia, punì. Infatti fu condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione per duplice tentato omicidio e a risarcire con 135mila euro i 2 rom che, probabilmente, andranno a vivere nella casa di Ermes, pochi giorni fa morto di crepacuore in totale miseria. È deceduta anche l’84enne Cloe Covoni che il 6 novembre scorso, insieme alla nuora Maria Humeiuc, era stata aggredita e picchiata con pugni e calci da due ladri romeni nella loro casa in provincia di Ferrara. Dove, nei mesi precedenti, era già stato ucciso il pensionato Pierluigi Tartari. A gennaio di quest’anno, sempre a Vaprio d’Adda, il 66enne benzinaio Graziano Stacchio, nel tentativo di mettere in fuga il rapinatore che stava cercando di entrare nella vicina gioielleria, gli aveva sparato con la pistola regolarmente detenuta, uccidendolo. Motivo per cui è tuttora sotto processo, benché protetto da guardie in quanto minacciato dai familiari del deceduto.

  C’è veramente da chiedersi se non sia “folle criminalizzare chi detiene legalmente… un’arma”, come ha detto Matteo Salvini, segretario della Lega che, un anno fa, aveva presentato un disegno di legge per abolire il reato di eccesso di legittima difesa, crimine, prima del 2006, ritenuto non punibile, se “necessario... e proporzionale all’offesa”, cioè alla minaccia ad una persona, poi ammesso anche per difendere “i beni propri o altrui”, come, del resto, riconosciuto in Germania, Olanda, Spagna, e richiesto, ma non ancora approvato in Svizzera. Ovvio che tocchi ai Magistrati valutare caso per caso, purché lo facciano con competenza e, soprattutto, con obiettività. Cosa che, in Italia, spesso non succede, a giudicare da alcune loro prese di posizione dettate più da opinioni politiche che dalla realtà dei fatti. In effetti, è giusto condannare chi uccide per “eccesso di legittima difesa”, però iniquo tutelare i rapinatori, a danno di chi è costretto a difendersi da solo. Perché i Comandamenti ordinano di non uccidere, ma anche di non rubare.

  Egidio Todeschini

  

 

 

 

 

La torre di Babele al tempo di internet                                                                                                                                  

 

Un gruppetto di insegnanti volontari di italiano, lingua straniera, cercano di muoversi in una babelica confusione per tentare di dare un po’ d’Italiano, quello necessario per la sopravvivenza nel nostro paese, ad un gruppo di richiedenti asilo politico, in fuga dall’Africa e dall’India, attualmente ospitati presso la Casa di Celestino, in San Bernardino Nuova.

 Gruppo di stranieri estremamente disomogeneo per età, provenienza geografica e cultura di base. Cultura in senso ampio, tradizioni, credenze, fedi, ma in questo caso contano soprattutto scolarizzazione ed alfabetizzazione. Finora è chiaro che solo alcuni riescono a capire il nostro alfabeto per leggere e scrivere, sono quelli che hanno studiato in scuole di paesi dove si usa l’Inglese come seconda lingua. Altri stentano anche a copiare l’Italiano.

E allora come comunicare qualcosa? Esempio: come far capire le parole ed il significato delle nostre quattro stagioni a gente che conosce la stagione delle piogge e quella della siccità?   Oppure, veramente riteniamo utili e necessarie le funzioni comunicative tradizionalmente studiate fino a tempi recenti su tutti i libri di lingue straniere? Le parole lettera, francobollo, vaglia postale, lettera raccomandata etc. servono ancora nel mondo dei telefonini miracolosi che trasmettono tutto? Del tutto inutile, oggi, ed anche difficilissimo, il modo di esprimere l’ora in italiano, le dodici e dieci, l’una meno venti e simili. Tutti i telefonini dicono che giorno è e che ora è. Sparisce anche l’unità didattica in cui si imparava a chiedere e dare indicazioni nello spazio, es: cammina dritto, svolta a destra e poi a sinistra. Ci pensa il GPS, il sistema che dà indicazioni stradali in qualunque punto del pianeta. Al ristorante oggi trovi la fotografia dei piatti e puoi fare un ordine semplicemente indicando un numero; al super mercato puoi comprare tutto senza dire o capire una parola, neppure i numeri, il conto compare scritto sullo schermo della cassa.

In breve, insieme e al di sopra della babele delle tantissime lingue europee ed extraeuropee  he oggi  sentiamo  parlare in Italia, c’è un particolare tipo di linguaggio unificante, figlio della scienza e della tecnologia che ha diffuso l’uso di strumenti elettronici che forniscono le informazioni necessarie a soddisfare ogni tipo di curiosità per mezzo di immagini, numeri e simboli comprensibili da tutti, soprattutto dai giovani, di qualunque provenienza e cultura. 

 E allora, che fare? Quali argomenti di comunicazione saranno necessari per i nostri studenti, futuri lavoratori in Italia? Qualche suggerimento viene proprio da loro. I più volenterosi, evidentemente abituati a studiare sui libri, spontaneamente hanno scritto sui loro quaderni liste di frasi scegliendole dal libro di testo, hanno trovato la traduzione nelle loro lingue sul traduttore universale di Google, e l’hanno copiata. Chiedono a noi il suono e la pronuncia in italiano, e qualche generica spiegazione sul significato e l’uso. Oppure fanno delle domande: “Io sono lo studente, devi rispondere alle mie domande!” Ok, difficile allora organizzare una lezione con un principio ed una fine, questa diventa un insieme di informazioni scollegate fra di loro, anzi collegate solo dalle richieste degli studenti. 

 Come può cavarsela oggi un insegnante di italiano per stranieri che opera per gente che sogna di trovare lavoro in Italia, un lavoro qualsiasi purché retribuito? E’ quello che sto cercando di capire. Finora di una cosa sono certa, che bisogna gettare dei semi, senza pensare che la pianta debba spuntare in tempi brevi, con immensa fiducia nelle capacità espressive della mente umana, che non disperde nulla e rielabora tutto, secondo tempi e modi individuali. Emanuela Medoro        

 

 

 

 

Renzi: “Fare partitini perdenti non è di sinistra”

 

In un’intervista a Die Welt il premier rivendica i dati sulla ripresa economica. E lancia un messaggio alla Merkel: «Puntare sull’austerità è un errore, ma rispetterò le regole»

 

«Due anni fa l’Italia era bloccata e impotente. Gli italiani, non io, ne avevano abbastanza. Volevano un altro passo. Sono entrato in gioco con il proposito di non finire come la Grecia ma di fare meglio della Germania. Oggi l’Italia è tornata ed è sulla giusta via». In un’intervista a Die Welt il premier Matteo Renzi rivendica i buoni dati sulla ripresa economica. E lancia un messaggio alla cancelliera tedesca Angela Merkel: puntare «sull’austerità invece che sulla crescita» è stato «un errore», ma finché la situazione resterà questa «rispetterò le regole». «Stimo molto Angela - ha aggiunto il premier - e il rapporto con lei è buono». Stessa tesi sostenuta dal ministro Pier Carlo Padoan, in un’intervista al Financial Times: «Accade che in alcuni ambienti l’Italia sia vista come un Paese che sta chiedendo troppa flessibilità. Rifiuto del tutto quest’argomentazione».  

 

È una giornata su più fronti quella del premier. Da un lato il fronte estero, con il vertice europeo sui i migranti a Malta , dall’altro quello interno, con la consueta e-news settimanale.  

 

L’AMMONIMENTO AI PAESE DELL’EST  

Sempre nell’intervista al Die Welt on line Renzi ha sostenuto che l’Europa occidentale ha «pagato un prezzo politico» per l’estensione a est dell’Ue e «non va bene adesso che questi Paesi ci dettino la morale». «Mi preoccupa il comportamento dei nuovi Stati membri dell’Ue», ha aggiunto Renzi, riprendendo il problema della redistribuzione in Europa dei profughi. «Devono molto all’Europa - ha proseguito - e in alcuni Paesi occidentali, partiti e politici hanno perso voti e posti per difendere l’idea europea. Per paura dell’idraulico polacco, in Francia è stato perso un referendum». 

 

LA STOCCATA ALLA SINISTRA ITALIANA  

Sul fronte interno, oltre a rivendicare i dati della ripresa economica, il premier non ha lesinato una stoccata alla nuova formazione parlamentare, Sinistra italiana. «Credo che essere di sinistra non sia fare i convegni o organizzare piccoli partiti che non vinceranno mai. Essere di sinistra - e ancora prima essere per la giustizia sociale e per l’uguaglianza - significa lottare contro il precariato. Negli ultimi vent’anni solo due leggi hanno ridotto il precariato: il JobsAct e la Buona Scuola». 

 

LA LETTERA AI PROF   Sempre nella e-news Renzi ha pubblicato la lettera inviata ai professori neo-assunti. «Per anni le Istituzioni hanno permesso che si creasse un ingiustificato e odioso precariato tra i docenti. Ora le cose sono cambiate.?Ci siamo presi critiche, e insulti, ma adesso ci siamo». E ancora: «Lei finalmente è “entrato di ruolo”. Auguri!»».   LS 11

 

 

 

 

                                                                

Terzo millennio: il futuro è dei nuovi eroi

 

Stiamo assistendo a grandi cambiamenti…“ il cambiamento epocale”  così ha esordito  lasciando i più attenti, disorientati, poi il futuro…dipende dai Cittadini che devono essere gli eroi… Ho partecipato ad un incontro molto stimolante con Oscar di Montigny organizzato da “Panorama” e dalla Banca Mediolanum…

Avrei voluto prendere appunti ma non sono riuscito … poi ho letto sul Suo portale (che consiglio di consultarlo per chi abbia voglia di approfondire) molti pensieri, ascoltati, che  vale la pena riportare e commentare:

# Amore

“L’Amore è l’espressione più efficace dell’economia del futuro: un atto spontaneo, che esalta la centralità della relazione fra te e l’altro e produce ricchezza perché basato sulla logica del dono. Dono che chiunque desidera ricevere e offrire, spesso senza pretendere nulla in cambio”.

Penso, certamente, al dono… mai all’economia del futuro…

# Bellezza

“La bellezza è la maggiore forma di espressione che la nostra specie abbia mai saputo produrre per rappresentare se stessa. E’ la manifestazione della nostra essenza più vera, ed è anche la forma di economia più redditizia: l’arte oggettiva è un viatico alla bellezza, produce in chiunque la osservi le medesime esperienze emotive ed intellettuali, dura per sempre nel tempo e produce un vantaggio per tutta la comunità”.

Silenzio e Bellezza salveranno il Mondo.

 è anche la forma di economia più redditizia …. non ho mai accostato la bellezza all’economia

  # Economia 0.0

“Fare del bene e farlo bene: “fare della nostra vita un prodotto e fare di questo prodotto qualcosa di significativo per l’insieme.” E’ una nuova idea: un’Economia sostenibile che esprime la capacità di esistere insieme, nella relazione col tutto e non soltanto come parte a se stante.

E’ un’economia basata sul capitale creativo culturale, capace di riconoscere nell’Amore l’atto economico per eccellenza.”

L’economia è il fine e la persona il mezzo per servirla: occorre ritrovare il senso dell’umano

E’ difficile riconoscere nell’amore l’atto economico per eccellenza … sarò fuori tempo

# Crescita

“Benissimo parlare di Crescita per la nostra società. Ma quale è la condizione necessaria per attivarla, e verso quale obiettivo deve condurci? Come non restare vittime del paradigma della crescita economica che oggi rischia di restare definitivamente privo di senso se non collocato in un processo più ampio?”

Non c’è Crescita autentica senza Sviluppo e Evoluzione

# Marketing

“I fondamentali del Marketing del futuro sono Umanità e Responsabilità Sociale. Viviamo in una nuova era in cui le aziende devono saper condividere valori più che vendere prodotti. Fare del bene e fare profitto non sono più due universi distinti; armonizzare e intrecciare questi due universi è la sfida che ogni azienda deve oggi saper raccogliere per essere pronta al futuro.

Bisogna attuare un cambiamento radicale. Si tratta di una nuova impellente sfida: creare attorno al cliente un Eco-sistema che sintetizzi tre necessità in una: la necessità dell’azienda di realizzare profitto; la necessità del cliente di essere soddisfatto e felice; la necessità sociale di trarre vantaggio globale da questa transazione”.

vorrà comprare qualcosa da te, bensì vorrà fare esperienza di te.

Impensabile …. le aziende devono saper condividere valori più che vendere prodotti

# Viaggio nel Futuro

"Il futuro ha le sue radici nel presente." Il Diario del mio viaggio alle radici della Silicon Valley, passando per Stanford e Singularity University, tornando all'anima pionieristica di San Francisco. Racconti e incontri con i visionari del nuovo Millennio, coloro che stanno riscrivendo il nostro futuro. Non resta che unire la visione all'operatività, passando per l'emozione del cuore. Venite con me! Del resto ...a chi non interessa il futuro? È lì che trascorreremo il resto della nostra vita. Siate innovatori e siate felici perché ...ogni uomo è un innovatore! Ox “

La prima settimana in visita ai colossi della Silicon Valley, la seconda immerso in quel caleidoscopio di visioni cambiamondo che è la Singularity University. Cosa ho imparato? In parte l’ho raccontato a caldo, con dei video quotidiani realizzati col mio cellulare, postati sul mio profilo facebook e su questo blog. …….Ma non mi sono fermato a quelle prime, concitate riflessioni, scaturite dall’adrenalina e dalla meraviglia di nuove conoscenze a portata di mano.

I giorni successivi al mio rientro in Italia sono stati l’occasione per far decantare la raffica di suggestioni e idee dirompenti a cui vieni esposto durante un’esperienza del genere. E mi sono reso conto che il mio “viaggio nel futuro” ha esteso la portata delle riflessioni sui temi che mi stanno più a cuore, quei temi che ho portato con me nelle vesti di speaker sul palco del World Business Forum e degli altri eventi internazionali :…. il giusto profitto, l’interconnessione tra individui come occasione epocale di cambiamento, di inclusione di un numero crescente di esseri umani alla costruzione del domani. Che non sarà certo roseo a priori. Al contrario: sarà segnato da problemi crescenti che richiedono fin da subito l’elaborazione di soluzioni, idee, invenzioni. Torno dal viaggio nelle meraviglie fanta-tecnologiche con una certezza: al centro di tutto, c’è l’uomo.

“Da settimane danzo col pensiero attorno a un concetto che mi avvince e ispira, quello di Umanesimo Digitale. Quello spazio di possibilità che si crea al crocevia tra i princìpi dell’Economia 0.0 e la Tecnologia, intesa come la pervasività digitale che è cifra della nostra epoca. Un’epoca in cui le potenzialità di un cambiamento globale non sono più ingabbiate nella classica dicotomia tra “rivoluzione” e “evoluzione”, tra strappo fulmineo ma violento e modificazione democratica ma lenta. E in cui tutti quanti, dai singoli cittadini alle aziende, agli Stati, alle comunità scientifiche e di pensiero, possono giocarsela su un terreno nuovo. Quello della “coopetion”, ibrido di competizione e collaborazione. Via maestra per fare la differenza, per generare benefìci tanto individuali quanto collettivi, capaci di pervadere l’insieme in cui noi tutti esistiamo”.

E’ davvero un momento fantastico per essere vivi.

Una parte dell’intervento pubblicato su Panorama del 12 Marzo 2015

“ Questo è il momento perfetto per riprenderci la nostra vita, in viaggio dalla dimensione plurisecolare lineare a quella esponenziale. Un’ondata che metterà in crisi i centri del potere tradizionali, scontrandosi con immobilità e anacronismi. I governi, i regolatori e le istituzioni, in affondamento perenne tra le sabbie mobili della burocrazia e per questo incapaci di prendere decisioni innovative ed efficaci. Le aziende, imprigionate in abitudini procedurali e schemi mentali dei manager. Quella scuola che insegna oramai soltanto il passato e quella società civile miope perché impregnata di pessimismo e fatalismo. E invece, la Società Esponenziale è alla nostra portata. E ognuno di noi potrà incidere”.

E’ un appello che è difficile credere, è certamente un invito che vale una vita: ognuno di noi potrà incidere..abbiamo, infatti, superato il momento della rivoluzione,per passare alla modificazione democratica. Sarà così! Mi auguro che abbia visto meglio di me l’oggi ed il futuro! Ogni Cittadini deve affrontare l’oggi guardando avanti … è semplice disertare e protestare senza concorrere!

# Silenzio

“Il rumore è ignorante: il Movimento del Silenzio”

“Nel silenzio si crea uno spazio: lo spazio della possibilità. La rincorsa alla quiete: battaglia tra rumore e silenzio. L’importanza di restare in ascolto……..”…..

Una delle affermazioni più importanti:l’eroe … è chi riesce a fare il proprio dovere e convincere gli altri per vincere la sfida per cambiare ed uscire dal pantano. Ancora, più significativa, bisogna “ tornare ai grandi valori ” libertà, democrazia … ora assopiti, trascurati,dimenticati.

Vivo per rafforzare questi valori, nonostante l’entusiasmo.. vedo solo vistosi arretramenti, mentre è sempre più determinante la caccia, senza regole, al denaro, con qualsiasi mezzo, .. ed alle poltrone ….!

Spero che avvenga….  credo fermamente possa essere vero  o è un sogno; Oscar de Montigny  ci induce a credere che possa divenire realtà.

 “ Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni”.

 Bisogna che tutti,… molti... diventino eroi! Sogno o…realtà!                                                         

 Giuseppe Abbati

 

 

 

 

Legge di stabilità. Obiettivo: ottenere maggiori risorse per gli italiani all’estero

 

"Purtroppo, anche quest'anno, la Legge di Stabilità porta notizie poco felici per gli italiani all'estero. Sono presenti, infatti, tagli ai capitoli di spesa sui quali, insieme ai colleghi del collegio estero, stiamo lavorando per evitarli e per far sì che quei fondi anziché diminuire possano aumentare". E' quanto scrive in una nota il senatore del Partito Democratico eletto nella circoscrizione estero, Renato Turano.

"Per evitare i tagli - spiega Turano - stiamo lavorando in modo compatto e preciso attraverso proposte emendative che hanno l'obiettivo principale di ripristinare i fondi a favore dei Comites e del CGIE e aumentare la disponibilità delle risorse per la promozione della lingua e cultura italiana all'estero, per il sostegno degli enti gestori di corsi di lingua e cultura italiana all'estero, degli Istituti italiani di cultura e della stampa italiana all'estero. Per la riforma dei Comites e del CGIE, inoltre - sottolinea Turano - è stato già accolto e approvato in Commissione un ordine del giorno che impegna il governo a presentare al Parlamento entro il 30 giugno 2016 una riforma organica della rappresentanza". "Altro tema cruciale - aggiunge il senatore eletto in America Settentrionale e Centrale - è quello delle Camere di Commercio Italiane all'Estero, per cui abbiamo chiesto maggiori risorse a sostegno all'internazionalizzazione delle imprese e promozione del made in Italy. Anche per le CCIE è già arrivato parere favorevole dalla 10a commissione. Adesso - conclude Turano - sarà decisivo il nostro lavoro in commissione Bilancio".

 

"Abbiamo svolto un interessante lavoro di coralità operativa soprattutto con i colleghi del Pd eletti all'estero, che ha condotto alla sottoposizione di molte e significative proposte di emendamento che offriranno attese occasioni di confronto in questa sessione di bilancio". Lo dichiara Aldo Di Biagio senatore di AP. "Insieme ai colleghi ho depositato emendamenti per incrementare le risorse destinate al funzionamento dei Comites e del Cgie, per la salvaguardia funzionale dei nostri Istituti di cultura all'estero  e per l'operatività delle nostre Camere di Commercio - spiega Di Biagio - senza trascurare i fondi all'editoria e nello specifico alla stampa ed agenzie operanti all'estero la cui continuità operativa, in ragione dei contenimenti di spesa, rischia di essere seriamente ed irreversibilmente compromessa". "Sono intervenuto inoltre - spiega - per rettificare la normativa vigente in materia di configurazione dell'abitazione posseduta in Italia dal cittadino italiano residente all'estero e iscritto al'anagrafe dei residenti all'estero (AIRE) ripristinando quanto disposto dall’art. 1, comma 4-bis, del D.L. 16 del 23 gennaio 1993, convertito con modificazioni dalla legge 75 del 24 marzo 1993, affinché venga considerata direttamente adibita ad abitazione principale quella posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata, norma superata con l'entrata in vigore del cosiddetto Decreto Salva Italia. Il Governo, si è impegnato in più occasioni a rivedere la disciplina vigente in materia, pertanto ritengo sia inevitabile un orientamento di questo tipo in un provvedimento  che dispone la riforma della tassazione locale immobiliare prevedendo l'esenzione per l'abitazione principale". "Ulteriore oggetto di emendamento - evidenzia - è stato il riconoscimento delle detrazioni per carichi di famiglia anche ai lavoratori extra UE,  cittadini che lavorano per l’amministrazione italiana o per aziende italiane, e che ogni anno pagano Irpef e addizionali, ma a cui, non è stato rinnovato il diritto ad usufruire delle detrazioni che fino al 2015 sono state riconosciute annualmente proprio con interventi mirati nei provvedimenti di natura finanziaria che si sono succeduti". Di Biagio conclude: Quest'anno ci troviamo dinanzi a ad una stabilità delle opportunità, essendo molteplici i fronti di intervento ed altrettanto molteplici le questioni che meritano attenzione e rettifica. Sono certo che non mancheranno occasioni per approfondire e sicuramente apportare correttivi da tutti attesi e sperati". Dip 9

 

 

 

 

Il caso De Luca e quel dilemma sulle primarie

 

La vicenda che vede coinvolto il presidente della Regione Campania De Luca, al di là della legge Severino e dell'inchiesta giudiziaria in mano alla Procura di Roma, segnala un problema politico di grande rilevanza su cui il segretario del Pd starà sicuramente riflettendo. Usciti vincitori dalle primarie, e spesso scelti dai militanti per le posizioni eccentriche rispetto al partito nazionale, premiati al voto con larghe percentuali di consensi, i sindaci di alcune grandi città e Regioni, tendono a comportarsi nei propri territori come capi incontrastati che non devono rispondere a una disciplina di partito. È una versione riveduta e corretta dell'autonomia locale che porta con se il rischio di creare situazioni imbarazzanti e difficili da sbrogliare per il segretario nazionale. È stato questo il caso del sindaco Marino a Roma, è questo il caso del Governatore della Campania, così come lo è quello del Governatore della Sicilia Crocetta, sempre più in contrasto con il suo partito. È ormai chiaro da qualche anno che le primarie del Pd sono uno sfogatoio dei militanti arrabbiati con il proprio partito. E con l'aria che tira a sinistra lo sarà sempre di più. Il problema è che le primarie sono un tabù impossibile da eliminare. Tanto più per Renzi che è arrivato alla segreteria attraverso le trionfali primarie  che lo hanno visto vincitore. Primarie aperte, apertissime, per di più. Esattamente come le ha volute fortemente proprio Renzi a suo tempo. Quindi come fare per evitare un nuovo rischio Marino? Per evitare cioè che dalle urne delle primarie esca un altro Marziano scelto dai militanti in polemica con il partito romano e nazionale? Sono state evocate le primarie che incoronarono Prodi ormai molti anni fa. Primarie in cui c'è un candidato fortissimo, quello che deve essere eletto, e alcuni comprimari deboli, tanto per salvare la forma. Non è più possibile e dunque saranno primarie vere. A Roma ma anche a Milano dove la candidatura di Sala, fortemente voluta da Renzi, non ha la garanzia assoluta di vincere, nonostante l'Expo. Per cannibalizzare il Pd i militanti di sinistra duri e puri sono capaci di tutto, anche di eleggere un candidato che poi perderà contro i Cinquestelle a Roma o contro la destra a Milano. GIANLUCA LUZI  LR 12

 

 

 

 

Patti chiari

 

Da parecchio tempo tentiamo d’offrire una nostra visione, del tutto disinteressata, sulle vicende socio/politiche d’Italia. Almeno, ci proviamo. No, però, per far prevalere una nostra tesi specifica. Ce ne siamo sempre ben guardati.

Le nostre sono state, e restano, riflessioni senza commenti personali. Dopo aver sfiorato il fondo, il fronte politico nazionale tenta una faticosa rimonta. Nonostante parecchie “sbavature”, s’intravede una flebile ripresa. L’anno prossimo sarà quello decisivo per Renzi e il suo Esecutivo.

 Con la nuova legge elettorale, nonostante le polemiche, a contare tornerà il Popolo italiano. Ovviamente, non ci attendiamo “miracoli”, ma parecchia coerenza sì. Le “alchimie", come sempre, le lasciamo a chi s’illude di poterle gestire. Noi preferiamo restare nel concreto. La Democrazia non ha mai rifiutato a nessuno proposte e suggerimenti.

 Insomma, i miglioramenti potrebbero essere il passo successivo alla catarsi. Il problema, a nostro avviso, rimane però quello delle alleanze che i partiti, gioco forza, dovranno concretare prima delle future elezioni politiche. Nel Centro/Destra, come nel Centro/Sinistra, tanto per essere chiari, le “stonature” proprio non mancano.

 Basta una qualsiasi “incertezza” per farci intendere quanto sia fragile il nostro sistema parlamentare. Tanto che le perplessità politiche restano ancora tutte. Gli scandali, che proprio non sono mancati, hanno contribuito a sfiduciare tutti e tutto.

 Ora ci riserviamo d’analizzare quello che sarà il nuovo ruolo del Parlamento e dell’Esecutivo che ne sarà partorito. L’importante è che le necessarie alleanze restino realistiche. Chi non se la sente d’essere differente nei modi e nei fini, avrà l’opportunità di porsi all’opposizione; con gran vantaggio per il Paese che di politici rampanti ne ha le tasche piene.

 Ora c’è da auspicare che dopo gi Esecutivi d’emergenza, torni un dialogo politico senza stonature. La penisola ha bisogno, più che mai, di patti chiari che consentano al nostro Paese di ridare “fertilità” alla terra bruciata. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Istat, in Italia sempre meno matrimoni. Dal 2008 raddoppiate le unioni di fatto

 

Le convivenze sono oltre un milione. Nel 2014 celebrati 189.765 matrimoni, meno 57mila in cinque anni. Libere unioni modalità sempre più diffusa di formazione della famiglia: oltre un nato su quattro nel 2014 ha genitori non coniugati. Ci si sposa di meno per il calo delle nascite dell'ultimo trentennio: ridotta la popolazione nella fascia 16-34 anni. In flessione anche i matrimoni misti, si assestano divorzi e separazioni

 

ROMA - Gli italiani si sposano sempre di meno e preferiscono sempre più le unioni di fatto, che dal 2008 a oggi sono raddoppiate. Lo certifica l'Istat nel suo rapporto su matrimoni, separazioni e divorzi all'anno 2014. Le coppie che convivono sono oltre un milione, di queste 641.000 sono formate da partner che non si sono mai sposati, un numero dieci volte superiore a quello registrato nel 1994. Un trend a cui corrisponde un costante calo dei matrimoni: nel 2014 ne sono stati celebrati 189.765 matrimoni, circa 4.300 in meno rispetto all'anno precedente e, soprattutto, con una flessione media di oltre 10mila matrimoni annui nel quinquennio 2009-2013. Nel complesso, dal 2008 al 2014 le nozze sono diminuite di circa 57.000 unità. La contrazione riguarda soprattutto le prime unioni matrimoniali tra sposi di cittadinanza italiana: 142.754 nel 2014, oltre 40.000 in meno negli ultimi cinque anni (il 76% del calo complessivo). Questo avviene anche perché, osserva l'Istat, "i giovani italiani sono sempre meno numerosi per effetto della prolungata diminuzione delle nascite".

 

La diminuzione dei primi matrimoni - spiega l'Istat - è dovuta, in parte, a un "effetto struttura", legato al cambiamento nella composizione della popolazione per età. La prolungata diminuzione delle nascite, che dalla metà degli anni Settanta e per oltre 30 anni ha interessato il nostro Paese, ha infatti determinato una netta riduzione della popolazione nella fascia di età in cui le prime unioni sono di gran lunga più frequenti, quella tra 16 e 34 anni. Nel 2014 i giovani di cittadinanza italiana 16-34enni sono poco meno di 11 milioni, oltre 1 milione e 300mila in meno rispetto al 2008".

 

Quanto alla minore propensione al primo matrimonio, secondo l'Istituto di statistica "è da mettere in relazione con i mutamenti sociali che da alcuni decenni si vanno progressivamente diffondendo e amplificando da una generazione all'altra, determinando eterogeneità nelle modalità e posticipazione dei tempi di costituzione della famiglia. Ad articolare i percorsi familiari è in particolare la diffusione delle unioni libere, che in alcuni casi rappresentano una fase di preludio al matrimonio, ma che possono anche ricoprire un ruolo ad esso del tutto alternativo". I dati sulla natalità confermano che le libere unioni sono una modalità sempre più diffusa di formazione della famiglia: oltre un nato su quattro nel 2014 ha genitori non coniugati.

 

Meno matrimoni, sposi sempre più "maturi". Si raffredda, dunque, la propensione a sposarsi. Nel 2014 sono stati celebrati 421 primi matrimoni per 1.000 uomini e 463 per 1.000 donne, valori inferiori rispettivamente del 18,7% e del 20,2% sul 2008. Il calo arriva al 25% per la primo-nuzialità sotto i 35 anni. Al primo matrimonio si arriva ormai sempre più "maturi". Nel 2014 gli sposi hanno in media 34 anni e le spose 31 (entrambi un anno in più rispetto al 2008). Le seconde nozze, o successive, sono 30.638 nel 2014. Anche se in lieve flessione in valore assoluto, prosegue l'aumento della loro incidenza sul totale dei matrimoni, dal 13,8% del 2008 al 16,1% del 2014.

 

Al Nord e al Centro prevale rito civile. Il 43% dei matrimoni è celebrato con rito civile, nel 2008 era il 36,8%: al Nord (55%) e al Centro (51%) i matrimoni civili superano quelli religiosi, resiste l'attaccamento del Sud al matrimonio in Chiesa. La scelta del rito civile si va affermando anche nel caso dei primi matrimoni di coppie italiane (dal 20% nel 2008 al 28,1% nel 2014). Secondo il rapporto, scelgono di celebrare le prime nozze con il rito civile il 28,1% degli sposi italiani, ma sono il 32,3% quelli che risiedono al Nord, il 36,1% dei residenti al Centro e il 20,1% degli sposi del Mezzogiorno.

 

In calo anche i matrimoni misti. I matrimoni in cui almeno uno dei due sposi è di cittadinanza straniera sono circa 24mila (pari al 12,8% delle nozze celebrate nel 2014), in calo di 1.850 unità sul 2013. La diminuzione si deve sopratutto alle nozze tra stranieri. Le nozze con un coniuge italiano e l'altro straniero ammontano a 17.506 nel 2014. La tipologia prevalente è quella in cui è la sposa ad essere straniera: 13.661 nozze (il 78% di tutti i matrimoni misti). Una sposa straniera su due è cittadina di un paese dell'Est Europa.

 

Divorzi e separazioni in assestamento. Per quanto riguarda l'instabilità coniugale, i dati del 2013 e del 2014 mettono in luce  una fase di "assestamento" del fenomeno. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.335, le prime in leggero aumento e i secondi in lieve calo rispetto all'anno precedente (rispettivamente +0,5% e -0,6%). Ma bisogna ricordare che negli ultimi vent'anni le separazioni sono aumentate del 70,7% e i divorzi sono quasi raddoppiati. Le ragioni di questa battuta d'arresto "sono diverse - spiega l'istat - e possono essere ricondotte a effetti di struttura della popolazione (meno matrimoni e quindi potenzialmente meno divorzi), congiunturali e normativi. La congiuntura economica sfavorevole può verosimilmente agire da deterrente nello scioglimento dei matrimoni, che com'è noto comporta spesso un rischio di peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie".

 

Aumenta l'età in cui ci si divide. L'età media alla separazione è di 47 anni per i mariti e 44 per le mogli; in caso di divorzio raggiunge, rispettivamente, 48 e 45 anni. Nel 2000, il maggior numero delle separazioni ricadeva sia per i mariti sia per le mogli nella classe 35-39 anni. Questo innalzamento dell'età alla separazione è in parte il risultato della sempre maggiore propensione allo scioglimento delle unioni di lunga durata, ma soprattutto di un processo di invecchiamento complessivo della popolazione dei coniugati, dovuto alla posticipazione del matrimonio. In crescita le separazioni con almeno uno sposo ultrasessantenne (7,5% nel 2014). Il 76,2% delle separazioni e il 65,4% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli. Nell'89,4% delle separazioni di coppie con figli i genitori hanno scelto l'affido condiviso. La separazione arriva in media dopo 16 anni, ma in caso di matrimoni recenti la durata diminuisce fino a 10 anni.

 

Si divorzia all'estero per ridurre i tempi. Per quanto riguarda gli aspetti normativi, negli anni più recenti si sta intensificando il ricorso da parte dei cittadini italiani allo scioglimento della propria unione coniugale in altri Paesi dell'Unione europea, ottenibile con una riduzione dei tempi (e generalmente anche dei costi) e senza necessità di "passare" per la separazione. In italia, per i divorzi concessi nel 2014, l'intervallo di tempo intercorso tra la separazione legale e la successiva domanda di divorzio  è stato pari o inferiore a cinque anni nel 60,2% dei casi.

 

Cresce la propensione alla rottura. Per ottenere una misura della propensione alla rottura dell'unione coniugale al netto degli effetti di struttura occorre rapportare, per ciascuna durata di matrimonio, le separazioni o i divorzi registrati in un anno di calendario all'ammontare iniziale dei matrimoni della coorte di riferimento (anno in cui si sono celebrate le nozze). A partire dalla metà degli anni Novanta questi indicatori fanno registrare una progressiva crescita della propensione a interrompere una unione coniugale: nel 1995 si verificavano in media circa 158 separazioni e 80 divorzi ogni 1.000 matrimoni, nel 2014 le separazioni sono 320 ed i divorzi 180.

 

Ci si separa più al Nord, ma incremento maggiore al Sud. Le separazioni legali tra coniugi sono più frequenti al Nord, ma l'incremento maggiore si registra al Sud. Per quanto riguarda i comportamenti osservati nella formazione e nello scioglimento delle unioni coniugali, infatti, restano ancora forti specificità territoriali, anche se le distanze tra il centro-nord e il mezzogiorno si vanno lentamente riducendo. Nel 1995 solo in Valle d'Aosta si registravano più di 300 separazioni per 1.000 matrimoni, nel 2014 si collocano al di sopra di questa soglia quasi tutte le regioni del Centro-Nord (con l'eccezione di Veneto, Trentino-Alto Adige e Marche). Gli incrementi più consistenti, però, si osservano nel mezzogiorno, dove i valori sono più che raddoppiati. Ad esempio, si è passati da 70,1 a 254 separazioni per 1.000 matrimoni in Campania e da 95,3 a

309,4 in Sardegna. Le regioni del Nord e del Centro partivano da livelli sensibilmente più elevati e registrano nello stesso periodo un incremento più contenuto. L'unica eccezione è rappresentata dall'Umbria, dove il valore del tasso è più che triplicato. LR 12

 

 

 

 

Presentato a Roma il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2015 curato dal Centro studi e ricerche Idos

 

Crescono le imprese condotte da cittadini immigrati in Italia: sono oltre mezzo milione – 1 su 8 ditte individuali - e contribuiscono al 6,5% del Pil. L'aumento registrato nel 2014 è di 28 mila unità a fronte di una diminuzione di 48 mila unità tra le aziende gestite da nati in Italia

 

ROMA – È stato presentato questa mattina a Roma il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2015 curato dal Centro studi e ricerche Idos e dedicato ai nuovi dati sul contributo degli immigrati al sistema imprenditoriale italiano, inquadrati nella cornice europea e calati nel dettaglio dei singoli contesti regionali e delle collettività immigrate maggiormente protagoniste.

L'analisi, realizzata per il secondo anno consecutivo e svolta in partenariato con la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa e con MoneyGram, registra ancora una crescita delle imprese condotte da cittadini immigrati in Italia, che sono nel 2014 oltre 500 mila, un +5,6% rispetto all'anno precedente. Si conferma, quindi, la crescente rilevanza del contributo dei migranti al sistema d’impresa nazionale, la loro spiccata dinamicità e il ruolo strutturale che hanno gradualmente assunto (anche) all’interno del tessuto economico e produttivo del Paese.

Nel 2014 sono 30,5 milioni i lavoratori autonomi e gli imprenditori attivi nell’UE-28 (un settimo dell’occupazione totale) di cui il 15,8% in Italia, primo Paese per numero di questi lavoratori. Il loro aumento è stato di oltre 150mila unità rispetto all’anno precedente, primo risultato positivo dopo una diminuzione durata tre anni. Gli imprenditori immigrati nei 28 Paesi dell'Unione sono poco meno di 2 milioni (6,3% del totale), per quasi la metà non comunitari, aumentati del 56,3% nell’ultimo decennio, ma oltre la media nel Regno Unito e in Italia. In un quarto dei casi, ma solo nel 16,7% in Italia, gli imprenditori di origine non comunitaria hanno dei lavoratori alle loro dipendenze.

Sono 6.041.187 le imprese operanti in Italia, purtroppo in diminuzione anche nel 2014 di quasi 21.000 unità, a saldo di una diminuzione di 48.000 unità tra le aziende gestite da nati in Italia e di un aumento di quasi 28.000 tra quelle a guida immigrata, +5,6%.

A seguito di questi andamenti, all’inizio del 2015 superano il mezzo milione le imprese gestite da cittadini nati all’estero: 524.674 aziende (l’8,7% del totale), quasi sempre a esclusiva partecipazione immigrata (94,1%). Tra di esse, le imprese individuali sono 421.004: 1 ogni 8 tra tutte le imprese individuali del Paese.

L’insieme di queste imprese contribuisce alla creazione del 6,5% del valore aggiunto nazionale, oltre 94 miliardi di euro – secondo i dati segnalati da Idos, - una quota destinata ad aumentare con l’aumento delle forme societarie più strutturate e aperte alla compartecipazione degli autoctoni (nel 2014 sono 57.000 le società di capitale, aumentate del 14,5% in un anno).

Sono ancora poche, invece, le start up innovative a prevalenza straniera di cui al d.l. 179/2012 (95, 2,2% del totale a giugno 2015), e ciò denota il cammino da fare sul versante dell’innovazione.

Nel comparto del noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese le 27mila attività guidate da immigrati influiscono per il 15,4% sul totale, più di quanto avvenga nelle costruzioni (14,8%) e nel commercio (12,1%), che pure rappresentano i due principali comparti di attività (188mila imprese, il 35,8% del totale per il commercio e 128mila, il 24,3% del totale per l’edilizia).

Il settore terziario da solo incide per il 56,9%, mentre è residuale l’impegno in agricoltura (2,7%), un ambito che richiede notevoli investimenti iniziali.

Quanto alla diffusione territoriale, nel Settentrione si concentra oltre la metà delle imprese a conduzione immigrata (30,1% al Nord Ovest e 21,1% al Nord Est). Seguono le regioni centrali (26,7%) e il Meridione (22,3%), dove l’incidenza sul totale delle imprese locali è quasi dimezzata rispetto al Centro-Nord (5,8% vs 10,1%). La Lombardia (100mila aziende, 19,0%) e il Lazio (67mila, 12,8%) primeggiano in graduatoria, come anche le province di Roma (57mila, 10,9%) e di Milano (45mila, 8,6%).

I gruppi nazionali maggiormente dediti all’imprenditoria sono quelli marocchino (15,2%), cinese e romeno (11,2% ciascuno), che si segnalano rispettivamente nel commercio, nella manifattura e nell’edilizia. Le sei collettività più numerose coprono da sole oltre la metà dei responsabili di imprese individuali nati all’estero (55,4%).

Il Rapporto evidenzia come la realtà imprenditoriale promossa dagli immigrati potrà essere maggiormente dinamica, diversificata e promettente qualora si superino gli ostacoli che ne frenano il consolidamento e la crescita (appesantimenti fiscali e burocratici, accesso al credito, stabilità del soggiorno, formazione specifica…).

L’annuario unisce l’analisi delle statistiche (Eurostat per l’Ue, Unioncamere/Infocamere e Sixtema/Cna per l’Italia) alla presentazione delle normativa e delle prospettive operative.

Tenuto conto delle potenzialità del fenomeno, anche in un’ottica transnazionale, e delle attese e le esigenze degli immigrati e dei loro Paesi di origine, il testo è redatto in italiano e in inglese. (Inform 10)

 

 

 

 

Celebrato a Roma il Ventennale della UIM

 

ZURIGO - A Roma nella Storica Sala Bruno Buozzi del Sindacato UIL si è celebrato il Ventennale dell'Unione degli Italiani nel Mondo (UIM). Hanno fatto gli onori di casa il presidente Mario Castellengo ed il segretario generale Angelo Mattone con i massimi rappresentanti delle organizzazioni promotrici della UIM: Gilberto De Santis presidente del patronato ITAL UIL, Romano Bellissima segretario generale della UIL Pensionati e Pierpaolo Bombardieri segretario organizzativo della stessa UIL. Ospiti del Ventennale una nutrita rappresentanza di parlamentari italiani del Partito Democratico, eletti nella Circoscrizione Estero (dall'on.le Fabio Porta, presidente del Comitato per gli italiani all'estero della Camera dei Deputati, a Laura Garavini, da Alessio Tacconi a Francesca La Marca, ed i senatori Francesco Giacobbe e Renato Turano) con il responsabile del PD Mondo Eugenio Marino, nonché dirigenti dell'INPS e dell'Istituto previdenziale dell'Albania. Inoltre hanno partecipato alla celebrazione del Ventennale della UIM il Segretario confederale della UIL Domenico Proietti, il presidente del CAF UIL Giovanni Angileri, i neo eletti nel Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) sostenuti dai circoli UIM e decine di delegati dell'associazione provenienti da ogni continente ove sono presenti importanti comunità italiane come pure delegati delle UIM delle varie Regioni italiane.

UIM: un “unicum” tra l’associazionismo italiano all’estero

Dagli interventi che si sono succeduti nel corso della celebrazione del Ventennale della UIM - sotto la regia di Alberto Sera, oggi dirigente nazionale del patronato ITAL UIL ma già segretario generale della UIM per oltre dieci anni - è stata rimarcata l'importanza per gli italiani all'estero dell'associazionismo ed in particolare della stessa UIM. Nel mio stesso intervento non ho mancato di ricordare che se la rappresentanza istituzionale degli emigrati italiani è quella dei Comites, del CGIE e della Circoscrizione Estero nonché delle Consulte a livello regionale, alla loro base vi è proprio l'associazionismo. Un associazionismo che con i patronati sono i veri sensori dei bisogni delle comunità italiane emigrate, cioè strumenti indispensabili per l'intera catena della Rappresentanza istituzionale che, altrimenti, non potrebbe certamente conoscere le problematiche che, nel tempo, emergono tra gli italiani all'estero. Associazioni che avranno un ruolo sempre più importante per la desertificazione subita dalla rete consolare italiana negli ultimi due lustri, con la scomparsa di oltre cinquanta sedi, ed il pericolo analogo che corrono oggi gli stessi patronati dopo il ripetersi del taglio al loro finanziamento, sia da parte dell'attuale governo (oggetto, peraltro, di forti critiche da molti degli intervenuti) che da quelli che lo hanno preceduto negli ultimi anni.

Oltretutto, con la nuova legge italiana in via di approvazione, scomparirà il Senato e, con esso, i sei senatori eletti nella Circoscrizione Estero; lo stesso CGIE rischia, praticamente, di fare la stessa fine con l'irrisorio finanziamento che gli sé stato attribuito con la Legge di Stabilità del 2016; mentre il numero dei Comites, a seguito della citata desertificazione della rete consolare, con il recente rinnovo, è già diminuito considerevolmente. Le stesse Consulte regionali, presenti peraltro in poche Regioni, sono sempre più rischio di scomparsa per difficoltà di bilancio o, per lo più, già inattive. Se poi, come già sottolineato, si insisterà con il taglio al finanziamento dei patronati, nella misura notevole ad oggi conosciuta, anche questi - sicuramente quelli presenti all'estero - non potranno non chiudere. Ergo, come ultimo baluardo a difendere e rappresentare gli intessi degli italiani nel mondo (oltre cinque milioni di iscritti all’AIRE) non resterà che l'associazionismo come, peraltro, avveniva sino alla fine degli anni '60 del secolo scorso. E tra le associazioni italiane a livello nazionale la UIM è sicuramente un “unicum” poiché, pur relativamente giovane, essa può avvalersi nel mondo della collabora zione del patronato ITAL UIL ma anche di altre strutture della UIL come la UIL Pensionati, la UILPA e la UIL Scuola. Senza dimenticare che la UIM, nel mondo, può contare pure sulla collaborazione delle organizzazioni sindacali locali con le quali la UIL mantiene stretti rapporti di amicizia nell'ambito di sovrastrutture sindacali internazionali come la CES a livello europeo o la CISL internazionale ed avere una sponda importante, in Italia, con i CAF UIL e le UIM presenti a livello regionale.

Pertanto la UIM, nel celebrare i suoi primi venti anni di attività, ha dimostrato di godere di ottima salute e di poter continuare ad essere nel mondo, anche in futuro, un baluardo di italianità per promuovere e diffondere la lingua e la cultura italiana nonché rappresentare e difendere i diritti degli italiani all’estero.

Dino Nardi, Coordinatore Uim Europa

 

 

 

 

Il nuovo numero di “Affari sociali internazionali” dedicato a “Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo”

 

Il 17 novembre a Roma la presentazione della monografia frutto della collaborazione tra il Circolo di Studi Diplomatici e il Centro studi e ricerche Idos specializzati in politica internazionale e fenomeni migratori

 

ROMA – Verrà presentato a Roma martedì 17 novembre il nuovo numero (3-4) della rivista “Affari sociali internazionali”, dedicato a “Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo”, monografia frutto della collaborazione tra il Circolo di Studi Diplomatici e il Centro studi e ricerche Idos specializzati in questi ambiti.

L'approfondimento intende valorizzare il lungo passato migratorio dell’Italia e prendere in considerazione il suo attuale impegno come paese di immigrazione per inquadrare l'attuale scenario del Mediterraneo con le sue esigenze di collegamento tra le due sponde in un’ottica di politica internazionale mirante ad innescare processi di co-sviluppo in grado di superare le attuali criticità. Un tema ritenuto di interesse dal Ministero degli Affari Esteri, che lo ha incluso tra gli approfondimenti condotti in occasione dell’Expo universale.

Il numero si articola in tre parti: la prima intitolata “Geopolitica del Mediterraneo e delle aree limitrofe”; la seconda “Emigrazione, Immigrazione e Necessità di nuove politiche”, seguita da una parte conclusiva, suddivisa in due capitoli.

A curare la prima parte un gruppo di ex ambasciatori membri del Circolo di Studi Diplomatici, che hanno avuto modo di conoscere i problemi sul campo e di rappresentare le posizioni della politica estera italiana e del suo impegno per la cooperazione allo sviluppo. Include la presentazione della situazione dei paesi del Mediterraneo (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia, Egitto, Siria), dei Paesi del Golfo, del Sudan, del Corno d’Africa e di un gruppo di Paesi asiatici i cui flussi migratori hanno comunque un impatto sul Mediterraneo (Afghanistan, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka).

La seconda parte è stata curata dai redattori del Centro Idos, che nel corso della sua esperienza ultradecennale ha avuto modo di approfondire i temi legati all’esodo degli italiani, protrattosi per un secolo e mezzo a partire dall’Unità d’Italia, e alla relativamente nuova esperienza che l’Italia sta vivendo come paese di immigrazione a partire dalla metà degli anni ’70. Il Marocco, la Tunisia, l’Algeria, l’Egitto, che ora hanno significative diaspore in Italia, sono state fino alla seconda guerra mondiale e alla fine dell’era coloniale un’area di sbocco per gli emigrati italiani (e anche per i rifugiati politici nel periodo del Risorgimento), mentre in Libia e in Albania la presenza italiana è dovuta a una vera e propria occupazione. L'intento è quello di esaminare congiuntamente i due flussi di segno opposto e trovare i collegamenti tra storia e attualità.

Nella parte conclusiva un capitolo dedicato all’imprenditoria degli immigrati e al ruolo delle piccole e medie imprese italiane come fattore propulsivo di sviluppo tra le due sponde del Mediterraneo e un secondo alle realizzazioni e alle prospettive di intervento della cooperazione italiana, così da sottolineare l’ottica operativa che ha ispirato tutti gli apporti.

Come sottolineano i curatori Ugo Melchionda, Roberto Nigido e Franco Pittau nell’introduzione, il volume è “insomma un paradigma in cui geopolitica, emigrazione, immigrazione e sviluppo del Mediterraneo sono altrettanti fattori di cui tener conto per far ripartire un progetto di co-sviluppo euro mediterraneo, che possa riprendere, su una base concreta e fondata nelle dinamiche reali, le mosse dell’oramai archiviato processo di Barcellona degli anni passati”. (Inform 10)

 

 

 

 

 

A Napoli una giornata di studio intitolata “Noi nel Mondo e il Mondo da noi: dai diritti all’integrazione dei migranti”

 

Il 20 novembre un'iniziativa nell'ambito del Master di I livello in “Immigrazione e politiche pubbliche di accoglienza e integrazione” del Dipartimento di Scienze politiche dell'Università Federico II

 

NAPOLI – Si svolgerà il 20 novembre a partire dalle ore 10.30 presso il Dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Napoli Federico II (Aula Spinelli, Via Leopoldo Rodinò, 22) una giornata di studio sulle migrazioni intitolata “Noi nel Mondo e il Mondo da noi: dai diritti all’integrazione dei migranti”, iniziativa organizzata nell'ambito del Master di I livello in “Immigrazione e politiche pubbliche di accoglienza e integrazione” istituito nel Dipartimento e in collaborazione con Save the Children Napoli.

Ideata per fornire a studenti, dottorandi e ricercatori un quadro aggiornato e d’insieme sulle migrazioni internazionali che hanno interessato e attualmente riguardano l’Italia e la Campania, la Giornata di studi si articola in due parti: la prima dedicata alla storia dell’emigrazione italiana all’estero, fenomeno tuttora vivo e negli ultimi anni in crescita; la seconda focalizzata sul cambiamento dei flussi migratori provenienti dall’estero e su come stia mutando il volto della presenza straniera in Italia, in Campania e a Napoli. Un approfondimento necessario a politiche lungimiranti e ad una più consapevole gestione del fenomeno per il pieno inserimento degli immigrati e dei loro figli nelle diverse realtà territoriali del Paese. Il tema dei diritti e dell’integrazione dei migranti è il filo rosso che attraversa la Giornata di studio, in cui sono previste relazioni basate anche su rapporti annuali di recente pubblicazione e altri contributi editoriali quali il Rapporto Italiani nel Mondo 2015 della Fondazione Migrantes, il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo, edito dalla Ser ItaliAteneo con la Fondazione Migrantes, il XXIV Rapporto Immigrazione 2014 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, il volume “Gli immigrati in Campania negli anni della crisi economica”, curato dal Servizio regionale di Mediazione culturale (Progetto Yalla della Regione Campania).

Dopo i saluti introduttivi di Gaetano Manfredi, Rettore dell’Università di Napoli Federico II, Marco Musella, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche, Salvatore Strozza, coordinatore del Master, professore ordinario di Demografia presso la Federico II di Napoli e vice-direttore del Dipartimento di Scienze Politiche, Angela Giustino, coordinatrice del corso di alta formazione in Multiculturalità e politiche di interazione interculturale, si aprirà la prima sessione dal titolo “Gli italiani all’estero: la difficile conquista dei diritti”, coordinata da Enrico Pugliese dell'Università Sapienza di Roma. Ai lavori interverranno Michele Colucci, dell'Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del CNR; Tiziana Grassi dell'Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà che, partendo dal “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo” di cui è co-curatrice e direttore, affronterà le costanti dei fenomeni migratori di ieri e di oggi in prospettiva antropocentrica; Delfina Licata, della Fondazione Migrantes, che analizzerà il tema della mobilità degli italiani tra passato e presente, uno dei focus di approfondimento del “Rapporto Italiani nel Mondo 2015”. La sessione pomeridiana dei lavori, moderati da Salvatore Strozza, riprenderanno con mons. Gian Carlo Perego, direttore Generale della Fondazione Migrantes; Roberta Aria dell'Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione; Francesco Dandolo e Armando Vittoria dell’Università di Napoli Federico II; Elena de Filippo della Cooperativa Dedalus; Fabio Amato dell’Università L’Orientale di Napoli; Antonio Casale del Centro Fernandes di Castel Volturno. (Inform 11)

 

 

 

 

Pariser Anschläge heizen Flüchtlingsdebatte in Europa an

 

Berlin/Paris/Athen - Nach den islamistischen Anschlägen von Paris zeichnet sich in Deutschland und Europa eine neue Debatte über den Umgang mit Flüchtlingen ab.

Die neue polnische Regierung kündigte am Wochenende an, sich wegen der Anschläge nicht mehr an der Verteilung von Flüchtlingen nach EU-Quoten zu beteiligen. Die slowakische Regierung erklärte, sie sehe sich in ihren Sicherheitsbedenken bestätigt. Führende CSU-Politiker sprachen sich dafür aus, die deutschen Grenzen stärker abzusichern. Vizekanzler Sigmar Gabriel rief dazu auf, sich ungeachtet der Anschläge weiter schützend vor Flüchtlinge zu stellen. Innenminister Thomas de Maiziere warnte, es dürfe nicht vorschnell ein Bogen von den Pariser Attentaten zur Debatte um die Flüchtlinge gespannt werden.

Mehrere der Attentäter von Paris sind womöglich als Flüchtlinge getarnt nach Europa eingereist. Bei einem der Angreifer wurde ein syrischer Pass gefunden. Der Mann sei Anfang Oktober über die griechische Insel Leros in die EU gekommen, teilte die Regierung in Athen mit. Auch in zahlreichen anderen europäischen Ländern wurde der Mann als Flüchtling registriert. Die serbischen Behörden etwa notierten ihn, als er über Mazedonien einreiste. Später wurde er in einem kroatischen Flüchtlingscamp registriert. Aus Kreisen der griechischen Regierung hieß es, ein zweiter Attentäter sei vermutlich über die Türkei und Griechenland nach Europa gelangt.

In Europa gibt es seit langem die Sorge, dass militante Islamisten in dem Flüchtlingsstrom untertauchen und so heimlich nach Europa kommen könnten. Die deutschen Sicherheitsbehörden haben allerdings mehrfach betont, die Gefahr sei gering.

Der designierte polnische Europaminister Konrad Szymanski teilte in einem rechtsgerichteten Internet-Nachrichtenportal mit, sein Land könne die eingegangenen Verpflichtungen bei der Verteilung von Flüchtlingen nicht einhalten. "Angesichts der tragischen Taten in Paris, haben wir nicht die politischen Möglichkeiten (dies) umzusetzen." Szymanski tritt mit der neuen nationalkonservativen Regierung sein am Amt am Montag an. Anders als die osteuropäischen Länder Ungarn, Tschechien und die Slowakei hatte Polen im September den EU-Plänen zur Verteilung von 120.000 Flüchtlingen auf die 28 Mitgliedsstaaten zugestimmt.

Der slowakische Ministerpräsident Robert Fico, der gegen Quoten-Regelungen ist, sagte mit Blick auf die Anschläge: "Das öffnet hoffentlich manchem die Augen." Die Slowakei wirft wie mehrere andere osteuropäische Staaten Bundeskanzlerin Angela Merkel vor, durch ihre Politik für den enormen Zustrom von Flüchtlingen aus Syrien mitverantwortlich zu sein.

Auch innerhalb der Union wurde der Druck auf Merkel wieder stärker. CSU-Chef Horst Seehofer sagte, es seien zusätzliche Sicherungsmaßnahmen notwendig. Dazu gehöre "eine stärkere Kontrolle der europäischen Grenzen, aber auch der nationalen Grenzen". Angesichts der starken Zuwanderung nach Deutschland "müssen wir wissen, wer durch unser Land fährt. Das ist das Gebot der Stunde." Er verwies in diesem Zusammenhang auf eine Festnahme in Bayern vor zehn Tagen, die in Zusammenhang mit den Anschlägen in Paris stehen könnte.

Bayerns Finanzminister Markus Söder sagte der "Welt am Sonntag", wenn die EU-Außengrenzen nicht gesichert werden könnten, müsse Deutschland seine eigenen Grenzen sichern. "Die Zeit unkontrollierter Zuwanderung und illegaler Einwanderung kann so nicht weitergehen. Paris ändert alles", fügte der CSU-Politiker hinzu. Der Bund müsse sich auch eine Schließung der Grenzen vorbehalten. Eine deutsche Regierung müsse zuerst an ihre eigenen Leute denken. Vorstellbar sei im Rahmen einer Obergrenze allenfalls eine geordnete Zuwanderung von 200.000 bis 300.000

SPD-Chef Gabriel warnte dagegen davor, Flüchtlinge zu Leidtragenden der Anschläge zu machen. "Wir dürfen sie jetzt nicht darunter leiden lassen, dass sie aus Regionen kommen, aus denen der Terror zu uns in die Welt getragen wird", sagte Gabriel. "Auch vor ihnen stehen wir schützend."

Die Regierung beschloss unterdessen aus Furcht vor Racheakten gegen Flüchtlinge, auch die Überwachung von Rechtsextremisten zu verstärken. Bei einer Telefon-Konferenz waren sich die Innenminister von Bund und Ländern laut Teilnehmern einig, dass erhöhte Wachsamkeit gerade auch in Bezug auf Asyl-Unterkünfte nötig ist.

Kurz vor den Anschlägen hatte Bundeskanzlerin Angela Merkel am Freitagabend im ZDF ihren Kurs in der Flüchtlingspolitik vehement verteidigt und angekündigt, dafür kämpfen zu wollen. Sie habe die Lage im Griff, beteuerte sie. (Reuters 15)

 

 

 

 

Europa und der Terror: Freiheit braucht Schutz

 

Welche Lehren ziehen wir aus den Anschlägen von Paris? Einfache Antworten helfen jetzt nicht, es braucht eine neue Sicherheitsdebatte. Ein Kommentar von Florian Harms

 

Die Bilder aus Paris, die verwackelten Handyvideos von der Schießerei im Klub Bataclan, die Explosionen während des Fußballländerspiels im vollbesetzten Stade de France, erschüttern die Welt. Die Gespräche in Familien und Büros, mit Freunden und Bekannten kreisen um die Szenen in der Nacht auf den Samstag, die anfängliche Fassungslosigkeit wandelt sich zu Abscheu, zu Trauer und auch zu Unsicherheit: Ist das ein Angriff auf uns alle, auf unsere Art zu leben? Es ist wieder einer jener Momente wie nach dem 11. September oder den Anschlägen in London und Madrid, in denen wir einander versichern müssen, was unsere Werte sind. Eine offene, demokratische Gesellschaft, Pluralismus, Gleichberechtigung und Meinungsfreiheit, ein Rechtsstaat und der Respekt vor unseren Mitmenschen, der Schutz von Leben.

Da hilft es nicht, wenn Wirrköpfe im Web, in manchen Medien und in der CSU den Terror von Paris dafür instrumentalisieren, pauschal gegen den Zuzug von Flüchtlingen zu agitieren und so Ressentiments zu schüren. Der freien Gesellschaft helfen sie damit nicht, sie schaden ihr eher. Tausende unschuldige Flüchtlinge in argumentativen Zusammenhang mit den Mördern von Paris zu stellen, ist infam. Gerade in Zeiten des Chaos und der Unsicherheit ist es umso wichtiger, die Ereignisse differenziert zu betrachten und zu bewerten, trotz aller verständlichen Betroffenheit besonnen zu bleiben.

Ja, die Bilder von Paris schockieren uns durch ihre grausamen Szenen, eben weil solche Bilder nicht in unsere freie Gesellschaft passen. Wir Europäer gehen selbstverständlich davon aus, dass Straßen, Stadien, Restaurants und Konzerthallen sichere Orte sind. Dieses Grundvertrauen ist die Basis unseres öffentlichen Lebens. In Paris ist diese Basis erschüttert worden, und es ist niemandem vorzuwerfen, wenn er unter dem Eindruck der Gewalt dieser Sicherheit nun misstraut.

Aber darin liegt langfristig eine Gefahr. Wenn wir beginnen, uns in der Öffentlichkeit einzuschränken, haben die Terroristen nicht nur ihr kurzfristiges Ziel, zu morden und Chaos zu verbreiten, sondern auch ein langfristiges Ziel erreicht: die Basis unseres öffentlichen Lebens zu beschädigen. Das darf nicht geschehen.

Die Anschläge von Paris zeigen: Es braucht in Europa eine neue Sicherheitsdebatte. Aber die kann sich nicht im schnellen Ruf nach dem Nato-Bündnisfall, in einer "Weltkriegs"-Rhetorik oder in noch so großen Buchstaben auf Titelseiten erschöpfen. Je lauter das Kriegsgeschrei, desto trüber der Blick. Jetzt braucht es kühle Köpfe, jetzt muss man genau hinsehen. Und harte Fragen stellen:

Wie konnte es geschehen, dass Paris zweimal binnen eines Jahres von Terrorgruppen angegriffen wurde, was lief da schief im französischen Sicherheitsapparat? Welche Lehren sind daraus zu ziehen, in Frankreich, aber auch in anderen europäischen Ländern, in Deutschland? Sind wir bislang nur deshalb von Anschlägen mit Dutzenden Toten verschont worden, weil wir keine Kampfflugzeuge nach Syrien schicken, oder arbeiten unsere Geheimdienste und unsere Polizei einfach besser? Falls ja, wie können Europas Staaten einander bei der inneren Sicherheit noch besser unterstützen? Welche Instrumente braucht es, um weiteren Anschlägen vorzubeugen, ohne die offene Gesellschaft zu beschädigen? Und, ja, auch: Wie können wir den Zuzug und die Registrierung von Flüchtlingen schnell klüger organisieren und dabei unter all den friedfertigen Menschen auch mögliche Gefährder identifizieren?

Offenbar konnten mitten in Europa transnationale Terrorstrukturen entstehen. Wenn es sich bewahrheitet, dass die Pariser Anschläge auch in Belgien vorbereitet wurden, dass Strategen des "Islamischen Staates" sie womöglich orchestrierten, dann bedroht der Terror tatsächlich uns alle in Europa. Aber die richtige Antwort darauf lässt sich nicht in Stunden oder Tagen finden. Und sie wird auch nicht so einfach sein, dass sie in wenige Sätze passt. Spiegl on 15

 

 

 

 

G20-Länder wollen Flüchtlingskrise gemeinsam meistern

 

Belek - Die Staats- und Regierungschefs der 20 führenden Schwellen und Industrieländer (G20) wollen bei der Bewältigung der weltweiten Flüchtlingskrise zusammenarbeiten.

In dem Reuters vorliegenden Entwurf ihres Abschlusskommuniques zu dem Treffen im türkischen Antalya definieren sie das Flüchtlingsproblem als ein weltweites, das von den Staaten gemeinsam angegangen werden müsse. An einer solchen Formlierung hatten gerade die Europäer und die Türkei ein besonderes Interesse. Denn sie haben derzeit mit Hunderttaussenden von Menschen zu kämpfen, die sich aus Krisenländern wie Syrien, Irak und Afghanistan auf den Weg in Richtung Europa machen.

Ziel sei auch, die internationalen Organisationen, die die Menschen auf der Flucht in Lagern mit dem Nötigsten versorgen, finanziell besser auszustatten. Auch die Ursachen der Flüchtlingsbewegung wollen die G20-Länder angehen. Der bei einer Außenministerkonferenz in Wien vereinbarte Zeitplan für eine Entschärfung der Kämpfe in Syrien, die eine wesentliche Fluchtursache in der Region sind, wird von den Europäern im G20-Kreis als wichtiger Schritt dazu gesehen.

In dem Erklärungsentwurf verurteilen die Staats- und Parteichefs der großen Schwellen- und Industrieländer zudem die jüngsten Terrorattacken in Paris und bezeichnen sie als "abscheulich". Sie kündigen an, die Kontrollen im Grenz- und Luftverkehr in ihren Ländern zu verschärfen. Im Kampf gegen den weltweiten Terrorismus wollen die G20-Länder zusammenstehen. Am Sonntagabend wollen die Staatenführer über den Themenkreis Terrorismus und Flüchtlinge diskutieren.

Der G20-Gipfel findet im Ferienort Belek in der Nähe von Antalya statt. Auf der Tagesordnung stehen auch die Themen Klimaschutz und die Entwicklung der Weltwirtschaft. Inzwischen sind nach Angaben aus der deutschen Regierung die Hälfte der vereinbarten Maßnahmen umgesetzt, mit denen die Weltwirtschaft bis 2018 auf einen um zwei Prozent höheren Wachstumspfad geführt werden soll. In der Klimapolitik geht es vor allem um ein Signal in Richtung der Welt-Klimakonferenz Ende des Monats in Paris. Reuters 15

 

 

 

 

EU-Afrika-Gipfel am 11./12.11.2015 in Valletta. Gemeinsamer Aktionsplan gegen illegale Migration

 

Der EU-Afrika-Gipfel in Valletta hat eine neue Phase der Zusammenarbeit eingeleitet. "Wir werden qualitativ enger zusammenrücken und die Verantwortung gemeinsam teilen", so Bundeskanzlerin Angela Merkel. Der Jugend Afrikas eine Chance geben, Armut und Intransparenz auf dem Kontinent bekämpfen – darin besteht der Auftrag des EU-Afrika-Gipfels. Staats- und Regierungschefs der EU und Afrikas verabschiedeten eine gemeinsame politische Erklärung und einigten sich auf einen gemeinsamen Aktionsplan.

Dieser soll dazu beitragen, Fluchtursachen wie Armut und Arbeitslosigkeit zu bekämpfen, Schleppern in Afrika das Handwerk zu legen, illegale Migration zu verhindern und ein besseres Regierungshandeln zu ermöglichen.

Zur Finanzierung richtet die EU einen Fond für Migrationsprojekte ein. Die EU-Kommission stellt dafür 1,8 Milliarden Euro zur Verfügung. Brp 12 

 

 

 

 

Flüchtlinge: Bundesregierung begrenzt Schutzstatus für Syrer

 

Die Bundesregierung will Flüchtlinge aus Syrien künftig mithilfe des Dublin-Verfahrens wieder häufiger in andere europäische Länder zurückschicken. Derweil stellten sich weitere Unions-Politiker hinter den Vorschlag von Innenminister de Maizière zur Begrenzung des Schutzstatus für Syrer. SPD-Chef Sigmar Gabriel kritisierte die Entscheidung als "abenteuerlichen Vorgang".

Die Bundesregierung will den Schutzstatus für Flüchtlinge aus Syrien ändern. Das sogenannte Dublin-Verfahren, wonach Flüchtlinge ihr Asylverfahren in dem Land durchlaufen müssen, in dem sie zuerst EU-Boden betreten haben, werde auch wieder für syrische Flüchtlinge angewendet, teilten das Bundesinnenministerium und das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) am Dienstag in Berlin mit. Innenminister Thomas de Maizière korrigiert damit eine umstrittene Entscheidung von Ende August, die Bundeskanzlerin Angela Merkel europaweit und auch in den eigenen Reihen viel Kritik eingebracht hatte.

Das BAMF werde aber in jedem Einzelfall prüfen, ob es Gründe dafür gebe, die betreffende Person doch in Deutschland in ein Asylverfahren aufzunehmen, hieß es. So solle stets geprüft werden, ob die Möglichkeiten einer Überstellung in einen anderen EU-Staat tatsächlich gegeben sind.

Der Dublin-Regelung zufolge ist grundsätzlich der Staat für die Unterbringung und das Asylverfahren zuständig, den ein Flüchtling zuerst in der EU betreten hat. Deutschland sah wegen der Masse an Flüchtlingen aus Syrien aber seit dem 25. August von Rückführungen in andere Mitgliedstaaten ab. Ende August hatte das BAMF gar per Twitter mitgeteilt, das die Dublin-Verfahren bei Syrern "faktisch nicht weiter verfolgt" würden. Andere EU-Staaten aber auch Koalitionspolitiker monierten, dies sei weltweit als Einladung verstanden worden und ein wesentlicher Grund für den enormen Zustrom in den Wochen darauf gewesen. Auch Merkels "Selfies" mit syrischen Flüchtlingen wurden entsprechend gewertet.

Ein Sprecher des Innenministeriums sagte, das veränderte Verfahren bedeute "keine Zurückweisung an den Grenzen". Welcher Staat zuständig sei, solle vielmehr im laufenden Verfahren geklärt werden. Weiterhin sollen keine Flüchtlinge an das als besonders durch die Flüchtlingskrise belastete Griechenland zurückgeschickt werden.

Der Innenminister hatte bereits vergangene Woche beschlossen, bei syrischen Flüchtlingen zu einer Einzelfallprüfung mit mündlicher Anhörung zurückzukehren. Dies hätte zur Folge, dass viele von ihnen nur den geringsten subsidiären Schutz für ein Jahr erhalten würden und gemäß einer Vereinbarung der Koalition bald für zwei Jahre keine Familienangehörigen mehr nachholen dürfen. Auf Weisung des Kanzleramts musste de Maiziere das Vorhaben aber auf Eis legen.

Nach dem CDU-Präsidium stellten sich am Dienstag aber weitere Unions-Politiker hinter den Vorschlag de Maizières. Diese Änderung sei wichtig, weil die Behörden immer wieder fehlerhafte Angaben bei der derzeit üblichen schriftlichen Antragstellung feststellten, sagte CSU-Landesgruppenchefin Gerda Hasselfeldt. Der Parlamentarische Geschäftsführer der CDU/CSU-Bundestagsfraktion, Michael Grosse-Brömer, sprach von einem wichtigen Signal an die Herkunftsländer.

SPD-Fraktionschef Thomas Oppermann unterstrich dagegen, die SPD habe "keinen Gesprächsbedarf" zu dem Thema. Er warnte zudem vor einer schweren Belastung für die Koalition. "Wenn so weiter verhandelt wird, gibt es Schwierigkeiten in der Koalition.". Benötigt werde ein "Minimum an Verlässlichkeit". Obwohl es Hunderttausende unerledigte Asylanträge gebe, wolle Innenminister Thomas de Maizière (CDU) zurück zu einem aufwendigeren Verfahren. "Wer so etwas plant, der handelt wie ein Bruchpilot", sagte Oppermann demnach. Es gebe einen Machtkampf in der Union: Finanzminister Wolfgang Schäuble oder Merkel, de Maiziere oder Kanzleramtschef Peter Altmaier: "Wir können nicht mit vier Leuten von denen verhandeln, die unterschiedlicher Meinung sind.

"SPD-Vizechefin und Familienministerin Manuela Schwesig warnte, wenn kein Familiennachzug mehr möglich sei, würden sich Kinder und Frauen künftig mit auf gefährliche Fluchtwege begeben. An den Grenzen kämen dann zudem noch mehr Flüchtlinge an. Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) sorgt mit seinem Vorgehen in der Flüchtlingskrise weiter für Unmut in der SPD.

"Wir werden uns auch die neueste Ankündigung von Herrn de Maizière sachlich anschauen und in Ruhe bewerten", sagte SPD-Vize Thorsten Schäfer-Gümbel der "Passauer Neuen Presse" in Bezug auf die Entscheidung des Innenministeriums, das zwischenzeitlich ausgesetzte Dublin-Verfahren auch für Flüchtlinge aus Syrien wieder anzuwenden. Schäfer-Gümbel kritisierte vor diesem Hintergrund die Informationspolitik des Ministers. "Was nicht geht, ist die Null-Kommunikation des Bundesinnenministers", sagte er. "Jeden Tag ein neuer Stolperer von de Maizière erhöht nicht gerade das Vertrauen in die Handlungsfähigkeit der Regierung."

SPD-Chef Sigmar Gabriel bezeichnete de Maizieres Entscheidung in einer Fraktionssitzung nach Angaben eines Teilnehmers als "abenteuerlichen Vorgang". "Man kann es nicht so machen, dass Angela Merkel die Menschen einlädt und die Union sagt, die Kinder müssen aber draußen bleiben." Oppermann warnte in der Sitzung vor einer schweren Belastung für die Koalition durch den Machtkampf in der Union. Benötigt werde ein "Minimum an Verlässlichkeit" bei Verabredungen. De Maiziere handele "wie ein Bruchpilot".

Unions-Fraktionschef Volker Kauder bemühte sich um eine Entspannung der Lage und dämpfte die Erwartungen von CDU und CSU an eine Veränderung der Entscheidungspraxis. Mit Blick auf die hohe Zahl nicht bearbeiteter Fälle beim BAMF sagte er: "Es ist wie so oft im Leben, dass eine Konzentration auf eine Aufgabe – nämlich wieder Einzelfallentscheidungen durchzuführen - nicht dazu führen wird, dass der Rückstau, der entstanden ist, schneller abgearbeitet werden kann."    EU| nsa mit rtr, 11

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik im Kabinett. Ehrenamtliche leisten Außergewöhnliches

 

Das ehrenamtliche Engagement tausender Menschen in Deutschland trägt derzeit maßgeblich dazu bei, die Herausforderungen bei der Flüchtlingsaufnahme zu bewältigen. Die Bundesregierung unterstützt dieses Engagement in vielfältiger Weise.

 

Die Aufnahme und Unterbringung der vielen zehntausend Geflüchteten stellt Deutschland derzeit vor große Herausforderungen. Diese sind nicht allein durch Behörden und die in diesem Bereich beruflich Aktiven zu bewältigen. Das beeindruckende ehrenamtliche Engagement tausender Menschen ist deshalb

ein immens wichtiger Baustein der Flüchtlingshilfe.

Ziel der Bundesregierung ist es, diejenigen zu unterstützen, die sich vor Ort für ein solidarisches Miteinander aller und die Integration der Flüchtlinge einsetzen. Das geschieht auf vielfältige Art und Weise.

Nicht-organisierte Ehrenamtliche

Viele Menschen leisten spontan Hilfe: bringen Lebensmittel, Bekleidung, Spielsachen, Hygieneartikel in Aufnahmeeinrichtungen. Andere engagieren sich längerfristig und versuchen, einen gewissen Mindeststandard an Organisation zu schaffen: Sie helfen in der Kleiderkammer, bei der Verteilung

von Nahrungsmitteln oder bei Behördengängen.

Auch Flüchtlinge selbst engagieren sich für Flüchtlinge. So arbeiten Asylsuchende ehrenamtlich in Wartezentren und Notunterkünften mit. Sie engagieren sich als Sprachmittler und zum Teil auch als Kultur-Vermittler.

Organisierte Ehrenamtliche

Auch die organisierte Flüchtlingshilfe in Deutschland ist vielfältig und in weiten Teilen ehrenamtlich. Angefangen beim Bau und der Einrichtung von Unterkünften über die Organisation ihres Betriebes, die Essensversorgung bis hin zur sozialen Betreuung und medizinischen Versorgung: Vielfach sind es Ehrenamtliche, die den Flüchtlingen hier helfen.

Die Organisationen des Bevölkerungsschutzes, das DRK, das THW und die Freiwilligen Feuerwehren - um nur einige zu nennen - sind mehrheitlich getragen durch Ehrenamtliche. Die Organisationen engagieren sich erheblich, sowohl finanziell als auch personell. Die Unterstützung der Länder und Kommunen bei der Unterbringung und Versorgung der Flüchtlinge entwickelt sich für diese

Organisationen mittlerweile zum größten und längsten Einsatz ihrer Geschichte.

Unterstützung für Bürgerinitiativen und Kommunen

Zur Stärkung und Erweiterung des freiwilligen Engagements zugunsten von Flüchtlingen stehen ab Januar im Bundesfreiwilligendienst (BFD) 10.000 zusätzliche Plätze für die Arbeit in der Flüchtlingshilfe bereit. Auch Flüchtlinge mit einer guten Bleibeperspektive können künftig einen BFD machen.

Es gibt aber auch Angebote, die Bürgerinitiativen oder Kommunen bei ihrer Arbeit mit Flüchtlingen unterstützen. So bietet beispielsweise das Programm "Willkommen bei Freunden" Angebote der Beratung, der Qualifikation und zur Unterstützung beim Aufbau lokaler Netzwerke. Auch das Programm

"Engagierte Stadt" fördert Kooperationen verschiedener Akteure und Initiativen vor Ort.

Engagement im Bildungsbereich

Auch im – für die Integration so wichtigen – Bildungsbereich gibt es verschiedene Angebote, die die Ehrenamtlichen unterstützen. So werden beispielsweise Ehrenamtliche gefördert, die kulturelle Bildung für benachteiligte Kinder und Jugendliche anbieten - etwa mit dem Programm "Kultur macht

stark. Bündnisse für Bildung".

Es gibt "Bildungsbeauftragte", die - selbst Migranten – Kinder und Jugendliche mit ausländischen

Wurzeln gezielt unterstützen können. Und das Programm "Einstieg Deutsch" des Deutschen Volkshochschulverbandes wird rund 3.200 Ehrenamtliche schulen, die ab März 2016 Sprachkurse für 35.000 Flüchtlinge pro Jahr anbieten.  

Ehrenamt im Sport und in Kirchen

Auch in den Kirchen und im Sport gibt es viele ehrenamtliche Helfer. Allein bei der evangelischen Kirche unterstützen derzeit rund 120.000 Ehrenamtliche Flüchtlinge bei der Integration vor Ort, sei es durch Sprachkurse oder die Begleitung zu Behörden und Ärzten.

Das Programm "Integration durch Sport" steht auch Asylsuchenden und Geduldeten offen. Der Deutsche Olympische Sportbund wiederum schult seine Ehrenamtlichen gezielt für den Umgang mit Flüchtlingen. Pib 11

 

 

 

 

De Maizière im Zentrum von neuem Streit über Flüchtlinge

 

Die SPD warf dem CDU-Politiker am Wochenende vor, mit einem unabgestimmten Vorstoß den Familien-Nachzug von syrischen Flüchtlingen beschneiden zu wollen. Kanzleramts-Chef und Flüchtlingskoordinator Peter Altmaier sagte, er sei von seinem Parteikollegen de Maizière nicht informiert worden: "Ich persönlich habe es nicht gewusst." Obwohl der Innenminister inzwischen wegen des SPD-Widerstandes die Pläne auf Eis legte, nannte er sie dennoch richtig. SPD-Vize Ralf Stegner zeigte sich empört: Eine Beschneidung des Familiennachzugs bedeute, dass sich dann erst recht mehr Frauen und Kinder auf den gefährlichen Weg machen würden. "Das alles geht mit der SPD nicht", betonte Stegner.

SPD-Chef Sigmar Gabriel verwies darauf, dass de Maizière seinen Vorstoß zurückgezogen habe. "Damit, finde ich, ist die Maßnahme erledigt", sagte er im ZDF. Die SPD-Jugendorganisation (Juso) und die Linkspartei forderten jedoch die Entlassung de Maizières. Aus der Union bekam er dagegen Rückendeckung: Es sei richtig, den Familiennachzug von syrischen Flüchtlingen zu begrenzen.

Innenminister verteidigt Vorstoß

Das Innenministerium hatte Anfang der Woche Änderungen am Status syrischer Flüchtlinge geplant. Demnach sollten diese nach Einzelfallprüfung gegebenenfalls nur noch einen sogenannten subsidiären Schutz bekommen. Dies würde unter anderem bedeuten, dass der Nachzug von nächsten Angehörigen nicht möglich ist. Am Freitagabend erklärte de Maizière dann aber, es gebe im Lichte des Koalitionsgipfels vom Donnerstagabend noch Gesprächsbedarf. "Und deswegen bleibt es jetzt so wie es ist, bis es eine neue Entscheidung gibt." Später jedoch warb de Maizière erneut für die Beschneidung des Familiennachzugs. Eine Einzelfallprüfung auch bei Syrern sei der richtige Weg, um den Status zu ermitteln. "Die Zahl der Flüchtlinge ist so hoch, wir können nicht noch ein Vielfaches an Familienmitgliedern aufnehmen", sagte der Minister dem Sender n-tv.

Die Vorsitzenden von CDU, CSU und SPD hatten in ihrer Runde beschlossen, dass der Familiennachzug für Antragsteller mit subsidiärem Schutz für einen Zeitraum von zwei Jahren ausgesetzt wird. Dies betrifft derzeit jedoch nur eine kleine Zahl von Flüchtlingen, da Syrer nach aktueller Praxis der Behörden meist einen sichereren Schutzstatus erhalten.

Altmaier: Vertrauen in der Koalition ist hohes Gut

Stegner forderte die Union im Deutschlandfunk auf, statt neuer Vorstöße lieber die Umsetzung bisheriger Beschlüsse sowie Asyl-Verfahren zu beschleunigen. Kanzleramtschef Altmaier sagte ebenfalls im Deutschlandfunk, es sei gut, dass de Maizière klargestellt habe, dass sich nichts ändere. Das Vertrauen in der Koalition sei ein hohes Gut, und viele Beschlüsse müssten noch gemeinsam gefasst werden.

Unterstützung erhielt de Maizière von CSU-Generalsekretär Andreas Scheuer. Dieser sprach sich für einen eingeschränkten Status der Syrer aus: "Das heißt zeitlich begrenzt und ohne Familiennachzug. Das ist klare Position der CSU." CSU-Innenexperte Stephan Mayer argumentierte im Reuters-Gespräch, viele Syrer dürften lediglich subsidiären Schutz erhalten, weil sie nicht direkt aus dem Bürgerkrieg kämen, sondern etwa aus der Türkei. Hessens Ministerpräsident Volker Bouffier (CDU) sagte der Funke-Mediengruppe, de Maizière sei in ganz außergewöhnlicher Weise gefordert. "Schwächen kann ich nicht erkennen."

Der Flüchtlingsstrom vor allem aus Syrien, Pakistan und Afghanistan ist ungebrochen. Auch für den Winter rechnen Hilfsorganisationen mit täglich etwa 5000 Menschen, die den Weg nach Europa suchen. Eu/rtr, 9

 

 

 

 

UN-Klimagipfel: 82 Prozent der Deutschen mit Regierung unzufrieden

 

Holzminden, 12.11.2015 - Vor der UN-Weltklimakonferenz Ende November in Paris fordern 82 Prozent der Deutschen die Bundesregierung müsse mehr für den Umweltschutz tun, um die selbst gesteckten Klimaziele zu erreichen.

Nach dem Vorbild Dänemarks sollte beispielsweise der Einsatz von Öl- und Gasheizungen in Neubauten auch in Deutschland künftig weitgehend verboten werden. Davon ist  jeder Zweite (51 Prozent) überzeugt. Das sind Ergebnisse des Stiebel Eltron Energie-Trendmonitors 2015. Dazu wurden 1.000 Bundesbürger im November bevölkerungsrepräsentativ befragt.  

Mit der ab Januar 2016 verschärften Energieeinsparverordnung (EnEV) geht die deutsche Regierung nach Meinung der Bundesbürger aber den richtigen Weg. 75 Prozent sind mit den strengeren energetischen Anforderungen bei Neubauten in Deutschland einverstanden. 65 Prozent der Verbraucher plädieren allerdings dafür, dass grüner Strom günstiger werden muss – dafür dürfen die Preise fossiler Energien (Öl, Kohle, Gas) ruhig steigen.

„Für den Klimaschutz wünschen sich die Verbraucher konsequente Weichenstellungen vom deutschen Gesetzgeber“, sagt Rudolf Sonnemann, Vorsitzender der Geschäftsführung des Haus- und Systemtechnikherstellers Stiebel Eltron. „Der Klimavorteil von grünem Wind- und Sonnenstrom wird bei heiztechnischen Systemen nach der verschärften Energieeinsparverordnung EnEV eine Schlüsselrolle spielen.“

Die privaten Haushalte stellen der Bundesregierung jedoch ein schwaches Zeugnis aus, wenn es um die finanziellen Anreize zum Umstieg auf grüne Wind- und Sonnenenergie geht. Knapp jeder zweite Verbraucher vergibt dafür bestenfalls die Schulnote ausreichend – rund jeder Dritte sogar eine Fünf. Diese Bewertung gilt auch für die staatliche Förderung privater Haushalte, CO2-neutral zu heizen, etwa mit Luft-Wasser-Wärmepumpen.

Gleichzeitig sehen die Verbraucher die Finanzierung der Energiewende zu einseitig auf den Strompreis der privaten Haushalte verteilt. Verglichen mit den Öl- und Gaspreisen hält nicht einmal jeder fünfte Befragte die Kostenlast auf Strom für eine gute Lösung.  SE 12

 

 

 

 

Steht Burundi vor einem Völkermord?

 

Das Drehbuch ist dasselbe, die Konstellation ist erschreckend ähnlich: Burundi könnte auf einen Völkermord zusteuern, wie ihn Ruanda 1994 erlebt hat. Seit dem letzten April steigt das politische und ethnische Fieberthermometer im Land. Damals erklärte Präsident Pierre Nkurunziza entgegen der Verfassung seine Kandidatur für eine Wiederwahl – und erreichte sie bei den Wahlen vom Juli auch. Um den Preis von über 250 Toten bei blutigen Zusammenstößen, und um den Preis eines kontinuierlichen Flüchtlingsstroms und wachsender Spannung unter Hutus und Tutsis. Die Regierungspartei wirft Belgien vor, die Opposition zu bewaffnen und Burundi wieder kolonisieren zu wollen.

„Das Land bräuchte jetzt ein Innehalten, einen Moment der Weisheit, der Intelligenz, um nicht weiter in einen Bürgerkrieg hineinzurutschen.“ Das sagt der langjährige Missionar in Burundi, Gabriele Ferrari, im Gespräch mit Radio Vatikan. Vielleicht sei es sogar schon zu spät, fürchtet der frühere Generalobere der Xaverianer-Patres. „Ursprünglich war diese Krise nur politischer und sozialer Natur, aber jetzt erhält sie immer stärker eine ethnische Komponente. Die Gegenden, in denen der Präsident am meisten Widerstand erfährt, sind vor allem von Tutsi bewohnt, und darum setzt man allmählich Tutsis und Opposition in eins. Gleichzeitig kann die Regierung aber eigentlich nicht übersehen, dass auch viele Hutus gegen sie sind. Die Karte, die die Regierung jetzt gezogen hat, ist die des Aufwiegelns von Hutus gegen Tutsis. Und natürlich riskiert man so einen ethnischen Konflikt. Ich hoffe wirklich nicht, dass man da in einen Genozid rutscht, aber die Gefahr besteht schon. Eine Gefahr, die nie ganz gebannt worden ist, sondern nur für eine Weile unter der Oberfläche ruhte. Wir stehen vor einem neuen Bürgerkrieg.“

Jeden Morgen lägen Leichen auf den Straßen, so Pater Ferrari. Viele davon zeigten Spuren von Folter. „Das sind Menschen, die man getötet und dann da auf der Straße gelassen hat, als Warnung an andere. Man könnte das Terrorismus von seiten der Regierung nennen. Aber sie wird die Lage so nicht in den Griff bekommen, oder wenn doch, dann nur um den Preis von Terror und Tod.“ Der burundische Bürgerkrieg ist 2005 zu Ende gegangen, und eigentlich habe es danach so ausgesehen, als habe das Land eine echte Chance auf inneren Frieden. „Doch dann hat Nkurunziza immer mehr sein wahres Gesicht gezeigt, das Gesicht eines Diktators, der keinerlei Opposition duldet und der alles tut, um das Land unter Kontrolle zu behalten. Er hat sich in die Hand bewaffneter Banden begeben, die der bewaffnete Arm der Regierung sind. Man nennt sie Imbonerakure, das bedeutet die Weitsichtigen. Viele Jugendliche gehören dazu – so viele junge Leute auf den Straßen von Bujumbura wissen nicht, was sie machen sollen, und darum ist es leicht, sie für bewaffnete Banden anzuheuern.“  

Die Burunder lebten täglich in Angst und Schrecken, berichtet Pater Ferrari. Viele suchten ihr Heil in der Flucht. „Da gibt es noch einen anderen Faktor in dem Ganzen: Nkurunziza bekommt Finanzhilfen aus China, die Chinesen kaufen sich Burundi, vielleicht haben sie es auch schon vollständig gekauft!“ (rv 12.11.)

 

 

 

 

"Wir schaffen das": Merkels Mantra bekommt Risse

 

Die Aussetzung des Dublin-Abkommens für Flüchtlinge aus Syrien brachte Bundeskanzlerin Angela Merkel Hochachtung ein – nun bekommt ihre großzügige Flüchtlingspolitik Risse: Die einen reden von Putsch aus den eigenen Reihen, die anderen von einer Rückkehr zu einer "Kultur der Vernunft".

Die Nachricht verbreitete sich im August in Windeseile in der Welt: Deutschland schickt Flüchtlinge aus Syrien vorerst nicht in das Land zurück, in dem sie zuerst den Boden der EU betreten haben.

Bundeskanzlerin Angela Merkel brachte die Aussetzung der sogenannten Dublin-Regeln für Syrer viel Schelte ein, auch wenn dafür das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge verantwortlich war. Dennoch sehen Kritiker die Entscheidung auf einer Linie mit Merkels umstrittener Öffnung der Grenzen für in Ungarn festsitzende Migranten oder ihren Selfies mit Flüchtlingen. Der CDU-Chefin wird in der Union angelastet, mit ihrer Willkommenspolitik zum massenhaften Zustrom von Flüchtlingen beigetragen zu haben. In Ansätzen wird nun eine restriktivere Haltung erkennbar. Das "Wir schaffen das"-Mantra hat Risse bekommen.

Die Rückkehr zum Dubliner Abkommen für Syrer bedeutet, dass das Bamf wieder in einer europäischen Datenbank prüft, ob die Migranten bereits in einem anderen EU-Land registriert wurden. Wenn die Voraussetzungen erfüllt sind, sollen sie dorthin zurückgebracht werden, wie Innenminister Thomas de Maizière betont.

Die vor drei Wochen getroffene Entscheidung kam am Dienstag erst durch eine Medienanfrage an die Öffentlichkeit. Merkel und ihr Flüchtlingskoordinator Peter Altmaier waren nicht informiert - was die Frage aufwirft, ob die Kanzlerin in der Koalition absichtlich vor vollendete Tatsachen gestellt wird. Alles nicht so wild, heißt es lapidar übersetzt dagegen aus der Regierung. Denn die meisten Flüchtlinge könnten sowieso nicht zurückgeschickt werden, weil sie nicht registriert seien.

Nach Griechenland, wo sehr viele Migranten zuerst in Europa ankommen, soll ohnehin niemand zurückkehren müssen, weil die Asylstandards dort als schlecht gelten. Zudem weigern sich viele Staaten, Flüchtlinge zurückzunehmen. Am Ende würden weniger als 100 Flüchtlinge pro Jahr betroffen sein, heißt es aus der Koalition. Merkel müsse mit einer solchen Verwaltungsentscheidung gar nicht befasst sein. Vor allem geht es wohl um das Signal, dass sich niemand darauf verlassen kann, in Deutschland bleiben zu dürfen.

Rückkehr zur "Kultur der Vernunft"

Die Entscheidung, Dublin-Regeln nicht mehr anzuwenden, wurde im Sommer mit Merkel in Verbindung gebracht. Und so wurde auch die Rücknahme dieser Sonderregelung im Ausland in einen größeren Zusammenhang gestellt: Die österreichische Innenministerin Johanna Mikl-Leitner spricht von einem "Wendepunkt von der grenzenlosen Willkommenskultur zurück zu einer Kultur der Vernunft".

Seit Wochen zeigt sich punktuell, dass sich Merkel die Rufe nach einer Begrenzung der Zuwanderung zunehmend zueigen macht. Auch ein am vorvergangenen Wochenende von ihr und CSU-Horst Horst Seehofer ausgehandeltes Kompromisspapier enthält Maßnahmen, um die Zahl der Flüchtlinge zu verringern. Schon hierin sehen Politiker etwa der CSU eine Neujustierung. Nicht zuletzt das jüngste Asylpaket setzt darauf, Flüchtlingen die Reise nach Deutschland nicht schmackhafter zu machen.

"Merkel bekommt vermehrt Druck, und es fällt ihr immer schwerer, den Deckel auf dem Topf zu halten", sagt der Berliner Parteienforscher Oskar Niedermayer. Doch einen Machtkampf in der Union macht er nicht aus, da es keinen echten Herausforderer gibt. Klar sei jedoch: "Diejenigen, die eine restriktivere Flüchtlingspolitik befürworten, erhöhen den Druck auf Merkel."

Der Mainzer Parteinforscher Jürgen Falter sieht in den sinkenden Umfragewerten Merkels und der CDU "Zeichen für eine ernstzunehmende Vertrauenskrise". Merkel könne da nur herauskommen, wenn sie klarer Stellung nehme und sage, es gebe doch so etwas wie eine faktische Obergrenze. Merkels Dilemma sei aber, dass sie die als Einladung verstandenen Äußerungen nicht einfach zurücknehmen und sagen könne: "Das war nicht so gemeint, und jetzt bleibt doch bitte weg."

Druck von Links und Rechts

Hinzukommt, dass Merkel mehr als alle anderen zwischen den Parteien lavieren muss - vor allem zwischen der aus ihrer Sicht zu zögerlichen SPD und der drängenden CSU. Deswegen wartet Merkel oft ab, was ihr in den eigenen Reihen aber zunehmend als Führungsschwäche ausgelegt wird. Dazu kommt, dass sie bei ihren europäischen Forderungen - besserer Schutz der Außengrenzen und eine gerechtere Flüchtlingsverteilung - wenig Machtmittel in der Hand hat und immer wieder um Geduld bitten muss.

Auch die von der Union und Innenminister Thomas de Maizière geplante Rückkehr zu Einzelprüfungen mit mündlichen Anhörungen bei syrischen Flüchtlingen klingen nicht mehr nach reiner Willkommenskultur. Viele würden dadurch einen geringeren Schutzstatus erhalten. Sie dürfen dann zunächst für ein Jahr bleiben und Familien nicht mehr nachholen. Auch diese Entscheidung fällt allein in de Maizières Zuständigkeit. Die nicht in Kenntnis gesetzte SPD reagierte empört. Der Minister musste seine Pläne auf Eis legen. Er will nun die Länder dafür gewinnen.

In Medien tauchen immer wieder Gerüchte auf, de Maizière oder Finanzminister Wolfgang Schäuble arbeiteten hinter den Kulissen daran, Merkel zu einem Kurswechsel zu zwingen. Auch über einen Putsch wird gar spekuliert. Aber in der Koalition werden solche Pläne als übertrieben eingestuft. Auch Parteienforscher Niedermayer sieht Merkel als handlungsfähig und keinesfalls als Getriebene, wie sie jeden Tag beweise. Ein Regierungsvertreter betont, wenn Merkel das Gefühl hätte, jemand aus ihrer Mannschaft hintertreibe ihre Politik, hätte sie ihn längst entlassen.

De Maizière gilt zudem seit Jahren als enger Verbündeter. Doch das Verhalten des Ministers sorgt immer wieder für Irritationen, auch wenn er inhaltlich die Rückendeckung von CDU und CSU hat. Von Kommunikationspannen des 61-Jährigen ist die Rede.

In der Union ist derweil schon von weiteren Maßnahmen die Rede - nach dem Motto "Nach dem Asylpaket ist vor dem Asylpaket". Die Stoßrichtung ist klar: eine Verringerung der Flüchtlingszahlen. Ea/ rtr, 12

 

 

 

 

Minderjährige Flüchtlinge. Bürokratische Hürden verhindern schnelle Hilfe

 

Es gibt viele Familien, die junge unbegleitete Flüchtlinge gerne aufnehmen würden. Doch bürokratische Hürden machen sowohl ihnen als auch den Jugendlichen unnötig das Leben schwer. Das demotiviere und mindere die Chancen auf eine bessere Zukunft.

 

Um die zunehmende Zahl unbegleiteter minderjähriger Flüchtlinge besser in Deutschland aufnehmen zu können, fordert die Hildesheimer Erziehungswissenschaftlerin Severine Thomas einen Abbau bürokratischer Hürden. Schon bei der Vermittlung deutscher Kinder in Pflegefamilien sei das System sehr formell, sagte die Wissenschaftlerin. Für die jungen Flüchtlinge sei dies umso schwieriger: „Es sind komplexe Verfahren, die auch Ängste auslösen.“

Vielerorts seien die Kommunen sehr um die zugewanderten Jugendlichen bemüht, sagte Thomas. „Oft gibt es ganz tolle Ideen, aber sie erfordern personelle Ressourcen.“ Die jungen Flüchtlinge müssten zudem schneller Chancen erhalten, beispielsweise durch eine einfachere Vermittlung in Bildungsprogramme und Ausbildungen.

Die jungen Zugewanderten seien für das Land eine große Chance, betonte Thomas. „Sie kommen mit einem großen Bildungsanspruch und viel Motivation.“ Oft laste zusätzlich ein hoher Erwartungsdruck von den Familien in den Herkunftsländern auf ihnen. Zum Teil setzten sich die jungen Menschen selbst unter einen hohen Leistungsdruck, ihre Chance auf eine bessere Zukunft zu nutzen. „Das kann dazu führen, dass sie sich selbst in dieser belastenden Lebenssituation überfordern.“ Wichtig sei, ihnen das Gefühl zu geben, dass sie nicht alles sofort können müssten.

Für Gast- oder Pflege-Familien bedeute es eine große Herausforderung, einen unbegleiteten minderjährigen Flüchtling aufzunehmen, mahnte Thomas. Die meisten von ihnen seien junge Männer im Alter von 16 oder 17 Jahren. „Da kommt kein fünfjähriges Mädchen.“ Die Familien müssten auch damit rechnen, dass die Jugendlichen die angebotene Hilfe vielleicht nicht annähmen. „Da treffen unterschiedliche Kulturen und Bedürfnisse aufeinander.“ Die Akteure benötigten viel Aufklärung und Verständnis gegenüber den jungen Flüchtlingen.

Begrüßenswert sei daher ein Modell, dass derzeit in Hildesheim starte, sagte Thomas. Dabei nehmen Familien, die sich zuvor beworben haben, einen minderjährigen Flüchtling zunächst für drei Monate als Gastfamilie auf. In dieser Zeit könnten beide entscheiden, ob sich eine langfristigere Perspektive entwickeln könne.

Derweil hat Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig (SPD) weitere Anstrengungen gefordert, um Betreuungsangebote für Kinder und eine frühe Bildung zu gewährleisten. „Das ist insbesondere angesichts der aktuellen Herausforderungen, Flüchtlingskinder zu integrieren, unabdingbar“, sagte Schwesig am Donnerstag auf der Konferenz „Frühe Bildung lohnt sich“ in Berlin. Es sei notwendig, „gleiche Bildungschancen für alle Kinder“ zu erreichen. (epd/mig 11)

 

 

 

 

Kleiderstiftung unterstützt deutschlandweit Flüchtlingsinitiativen

 

Unbürokratische, schnelle Hilfe auch für kleinere Projekte

Kleiderstiftung stellt Spenden bedarfsgerecht zusammen

Aktuell werden besonders Schuhe und Bettwäsche benötigt

 

Helmstedt – Die Spendenbereitschaft der Deutschen ist groß, vor allem in der Vorweihnachtszeit. Häufig wird beim Spenden allerdings nur an Geldspenden gedacht. Sachspenden sind nicht minder wichtig – vor allem jetzt, zur Unterstützung Geflüchteter. Die Deutsche Kleiderstiftung sammelt als gemeinnützige Organisation gebrauchte Textilien und Schuhe für Hilfsprojekte im In- und Ausland. Dabei unterstützt die Kleiderstiftung vom Sitz in Helmstedt aus nicht nur große Organisationen, auch kleinere Einzelprojekte erfahren unbürokratisch Hilfe: Kleiderkammern oder private Initiativen melden dazu bei der Kleiderstiftung ihren Bedarf. Die Organisation stellt dann die Kleidung, Haushaltswäsche und Schuhe zusammen und versendet sie an die Hilfsprojekte.

 

„Solche Anfragen können wir in der Regel innerhalb einer Woche bedienen“, sagt Ulrich Müller, Geschäftsführender Vorstand der Deutschen Kleiderstiftung. „Die gezielte Zusammenstellung von benötigten Spenden ist unsere Stärke.“ Die Basis dafür bilde die jahrelange logistische Erfahrung der Deutschen Kleiderstiftung. Aktuell werden besonders dreiteilige Bettwäschegarnituren und Schuhe in kleinen Größen für Damen und Herren sowie Kinderschuhe benötigt.

 

Die Non-Profit-Organisation sammelt die ausrangierten Textilien und Schuhe zum einen über Straßensammlungen zusammen mit Kirchengemeinden und sozialen Einrichtungen. Die Fahrzeuge der Kleiderstiftung holen die gesammelte Ware ab. Wöchentlich werden mehr als 60.000 Kilogramm transportiert. Seit 2013 bietet die Kleiderstiftung zum anderen auch die Möglichkeit, Spenden kostenfrei als Paket an sie zu senden.

 

Mit der Paketspende ist es besonders einfach und komfortabel Gutes zu tun: Die Spenden packen dazu ihre ausrangierte Kleidung, Haushaltswäsche, Bettwäsche und Schuhe in einen großen Karton. Der Versandschein kann unter www.kleiderstiftung.de ausgedruckt und das Paket kostenfrei über DHL oder Hermes versendet werden. „Die Paketspende hat sich innerhalb weniger Monate gut etabliert. Diese zeitlich unabhängige Form der Unterstützung kommt vielen Spendern sehr entgegen“, sagt Ulrich Müller.

 

Die Pakete werden bei der Kleiderstiftung in Helmstedt von Hand geöffnet und sortiert – nach 16 Warengruppen und vier Qualitätsstufen. Nur so können Kleiderkammern und soziale Einrichtungen passend zu ihrem individuellen Bedarf mit den Spenden versorgt werden. Nicht mehr geeignete Stücke werden zur Finanzierung von Hilfsprojekten verkauft. Dabei werden die ethischen Standards von „FairWertung“ eingehalten. Diese umfassen unter anderem externe Kontrollen und die fachgerechte Entsorgung von Textilresten.

Weitere Informationen unter: www.kleiderstiftung.de. dk

 

 

 

 

 

 

Lobbyismus-Studie. Kirchen haben großen Einfluss auf politische Entscheidungen

 

Einer Studie zufolge haben Kirchen in Deutschland einen großen Einfluss auf politische Entscheidungen. Sie seien wie keine andere Kraft in Gesetzgebungsprozesse eingebunden. Für ihre Lobbyarbeit setzen Kirchen sogar mehr Personal ein als große Wirtschaftsverbände.

Formularende

Die beiden großen Kirchen in Deutschland haben nach Einschätzung des Politikwissenschaftlers Carsten Frerk großen Einfluss auf politische Entscheidungen, entziehen sich aber den Regeln, die für Lobbyisten gelten. Zu diesem Ergebnis kommt der Kirchenkritiker Frerk in einer Studie über die Lobbyarbeit der Kirchen, die er am Dienstag in Berlin vorstellte.

Nach Frerks Erkenntnissen setzen die Kirchen für die Lobbyarbeit beim Parlament und der Bundesregierung mehr Personal ein als große Wirtschaftsverbände. Dies geschehe nicht aus uneigennützigen Motiven. Im kirchlichen Raum würden jährlich über 100 Milliarden umgesetzt, bilanzierte Frerk, der in der Vergangenheit kritische Studien zu den Kirchenfinanzen vorgelegt hatte. Die Kirchen seien die größten Arbeitgeber und Grundbesitzer in Deutschland.

Die katholische Deutsche Bischofskonferenz betreibt in Berlin das Katholische Büro, die Evangelische Kirche das Büro des Bevollmächtigten des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland. In den Berliner Büros seien zwar jeweils weniger als ein Dutzend Mitarbeiter beschäftigt, sagte Frerk. Bundesweit kämen beide Kirchen zusammen aber auf rund 100 Lobbyisten beim Bund und bei den Landesregierungen- und Parlamenten.

Die Kirchen seien wie keine andere gesellschaftliche Kraft in Gesetzgebungsprozesse eingebunden, ohne dass es dafür eine demokratische Legitimation gebe, kritisierte der Autor der Studie, die unter dem Titel „Kirchenrepublik Deutschland“ als Buch erschienen ist. Ihre Vertretungen in Berlin seien – anders als die der Wirtschaft oder anderer Verbände – nicht als Lobbyisten-Büros registriert. Es gebe enge Verbindungen zwischen den kirchlichen Lobbyisten und den Ministerien. Zudem sei es möglich, als Beamter vom Staatsdienst in den Kirchendienst zu wechseln und umgekehrt und seine Versorgungsansprüche mitzunehmen.

Im Bundestag wie in den Länderparlamenten gebe es jeweils eine „Gottesfraktion“, so Frerk, eine fraktionsübergreifende Gruppe von Abgeordneten, die in kirchlichen und religiösen Fragen gemeinsam abstimme. In vielen Bereichen beeinflussten die Kirchen weiterhin den Lebensalltag – obwohl die Mehrheit der Bevölkerung keiner Religion mehr angehöre und säkulare Einstellungen vorherrschten.

Die langjährige frühere SPD-Bundestagsabgeordnete Ingrid Matthäus-Maier nannte als jüngstes Beispiel die Abstimmung über das Verbot der Sterbehilfe-Vereine am vergangenen Freitag im Bundestag. Vor der Abstimmung hätten die beiden Kirchen und die Fraktionsvorsitzenden von Union, SPD und Grünen einen Brief an die Abgeordneten verschickt, in dem sie jeweils für den Verbotsantrag geworben hätten. Dem Parlament lagen vier Gesetzesanträge vor, die von einem völligen Verbot der Suizid-Beihilfe bis zur Erlaubnis nicht kommerzieller Sterbehilfe-Angebote reichten.

Frerks Untersuchung wurde vom Internationalen Bund der Konfessionslosen und Atheisten in Auftrag gegeben und von der religionskritischen Giordano-Bruno-Stiftung gefördert. Sie stützt sich auch auf die Auswertung kirchlicher Akten bis zum Jahr 1985. Jüngere Bestände sind noch nicht freigegeben. (epd/mig11 )

 

 

 

 

 

Ifo schätzt Kosten für Flüchtlinge auf 21 Milliarden Euro

 

Eigentlich will Bundesfinanzminister Schäuble trotz der Flüchtlingkrise keine Schulden machen. Doch das lässt sich womöglich nicht mehr halten. Die Kosten für die Aufnahme von Migranten könnten höher ausfallen als bislang angenommen, zeigen Berechnungen des Ifo-Instituts. Die Zahl der Übergriffe gegen Asyl-Unterkünfte stieg derweil weiter.

Die Kosten für die Bewältigung der Flüchtlingskrise sind für den deutschen Staat dem Ifo-Institut zufolge höher als bisher angenommen.

Allein in diesem Jahr summierten sie sich auf 21,1 Milliarden Euro. "Das schließt nun Unterbringung, Ernährung, Kitas, Schulen, Deutschkurse, Ausbildung und Verwaltung ein", sagte Ifo-Experte Gabriel Felbermayr am Dienstag. Bislang hatten die Forscher die Kosten auf zehn Milliarden Euro für die ersten zwölf Monate geschätzt - allerdings nur für die Unterbringung und Ernährung von 800.000 Menschen.

"Die Schlüssel für die Kosten und die Integration sind die Qualifikation und der Arbeitsmarkt", ergänzte Felbermayr. Viele Flüchtlinge seien schlecht ausgebildet. Mehr als 40 Prozent der vom Ifo-Institut befragten Industriebetriebe aus Westdeutschland halten sie demnach nur als Hilfsarbeiter für potenziell gut einsetzbar, in Bau und Handel seien es weniger als 40 Prozent.

Viele Unternehmen würden den erst zu Jahresbeginn eingeführten gesetzlichen Mindestlohn von 8,50 Euro je Stunde als Einstellungshindernis ansehen. Das Ifo-Institut fordert daher, diesen komplett abzuschaffen - nicht nur für Flüchtlinge, sondern für alle jungen Arbeitnehmer ohne Qualifikation. Flüchtlinge sollten zudem sofort arbeiten dürfen und parallel Deutschkurse belegen.

Laut Industriestaaten-Organisation OECD kann Deutschland langfristig von der starken Zuwanderung profitieren. "Das ist ein Gewinn", sagte OECD-Experte Christian Kastrop kürzlich angesichts der alternden Bevölkerung. Voraussetzung dafür sei allerdings, dass die Flüchtlinge möglichst rasch einen Job erhalten. Notwendig seien eine schnelle Anerkennung ausländischer Ausbildungsabschlüsse und eine gute Bildung für die Kinder von Asylbewerbern. Eine Abschaffung des Mindestlohns hält die OECD für falsch. "Man sollte nicht Eckpfeiler des Sozialsystems aushebeln. Das bringt Unsicherheit in den Arbeitsmarkt." Kurzfristig sorgten die Mehrausgaben des Staates wegen der Flüchtlingskrise für einen Konjunkturimpuls.

Hunderte Übergriffe auf Asylunterkünfte

Die Zahl der Übergriffe gegen Asylunterkünfte hat sich unterdessen innerhalb kurzer Zeit stark erhöht.

Bundesinnenminister Thomas de Maizière zufolge sind in diesem Jahr bislang 689 solcher Straftaten bekanntgeworden. Für 616 davon seien rechtsmotivierte Täter verantwortlich. Bei 49 Vorfällen handele es sich um Brandstiftungen. Vor gut einer Woche waren die Zahlen bis zum 26. Oktober bekannt geworden. Darin war noch von 600 Straftaten gegen Asylunterkünfte die Rede gewesen.

De Maizière äußerte sich nach einer Sitzung des Lenkungsausschusses der Deutschen Islam Konferenz (DIK). Durch die hohen Flüchtlingsströme entstehe für die Muslime und ihre Verbände eine große Chance, bei der Integration zu helfen und Vorbild zu sein. Sie könnten "Brückenbauer sein für diejenigen, die kommen in unsere Gesellschaft". De Maizière kündigte an, er wolle die für kommendes Jahr vorgesehenen finanziellen Mittel für muslimische Aktivitäten im Bereich der Wohlfahrtspflege dazu nutzen, um etwa das Engagement als "Integrationslotsen" zu födern.   Ea/nsa mit rtr, 11

 

 

 

 

 

Debatte. Warum der Schutz von Ehe und Familie Leben rettet

 

Ein Streit über das Recht auf Familiennachzug für syrische Geflüchtete ist entbrannt. Eine Aussetzung würde jedoch an einem Grundrecht rütteln: dem Schutz von Ehe und Familie – ein Grundrecht, das im Migrationskontext Regierungen schon seit Jahrzehnten ein Dorn im Auge ist. Von Miriam Gutekunst

Von Miriam Gutekunst

 

Es steht nicht nur im Grundgesetz der Bundesrepublik Deutschland, sondern auch in der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte: das Grundrecht auf Schutz von Ehe und Familie. Dieses Grundrecht macht den Ehegatten- und Familiennachzug zu einer der wenigen Möglichkeiten für Menschen aus sogenannten „visumspflichtigen Drittstaaten“, um legal in die Mitgliedsstaaten der Europäischen Union einzureisen.

Das hinderte Innenminister Thomas de Maizière (CDU) vergangenen Freitag nicht daran im Deutschlandradio zu verkünden, dass syrischen Geflüchteten in Zukunft folgendes „gesagt“ werde: „Ihr bekommt Schutz, aber den sogenannten subsidiären Schutz – das heißt zeitlich begrenzt und ohne Familiennachzug.“ Der Aufschrei beim Koalitionspartner SPD und der Opposition war groß. Einen Tag später ruderte der Innenminister zurück. Dass der subsidiäre Schutz auf syrische Geflüchtete ausgeweitet werden soll, war für Sigmar Gabriel und KollegInnen tatsächlich überraschend und nicht abgesprochen, jedoch wurde bereits einen Tag zuvor am Grundrecht auf Schutz von Ehe und Familie gerüttelt.

Der Koalitionskompromiss vom 5. November beinhaltete nicht nur den Aufbau sogenannter „Registrierungszentren“ sowie „verschärfte Residenzpflicht“, sondern auch die zweijährige Aussetzung des Rechts auf Familiennachzug für Geflüchtete mit subsidiärem Status. Am Tag des Koalitionskompromisses war davon noch ein kleiner Prozentsatz von Menschen, die Asyl beantragen, betroffen. Mit der Änderung des Status für syrische Geflüchtete wären jedoch plötzlich Tausende vom Recht auf Familiennachzug ausgeschlossen. Von der Union erhielt der Innenminister augenblicklich Beifall, hatte doch gerade die CSU schon viel früher die Idee einer Begrenzung des Familiennachzugs für syrische Geflüchtete ins Spiel gebracht.

Der Ehegatten- und Familiennachzug wird von den Regierungen seit Jahrzehnten als „Schlupfloch“ in der Begrenzung und Kontrolle von Migration gesehen. Jedoch war die Beanspruchung des individuellen Rechts auf Schutz von Ehe und Familie immer eine Reaktion auf restriktive Migrationspolitiken und tatsächlich zumeist die einzige Chance, um auch PartnerInnen und Kindern einen Aufenthalt und damit eheliches oder familiäres Zusammenleben zu ermöglichen.

Schon in den 1970er Jahren nahmen sogenannte „Gastarbeiter“ ihr Recht auf Familienzusammenführung in Anspruch und holten Angehörige nach Deutschland – eine Reaktion auf den Anwerbestopp sowie Einschränkungen in den Einreisebestimmungen. Gerade mit den Asylrechtsverschärfungen von 1992 wurden „Schutzehen“ zwischen AsylbewerberInnen und AktivistInnen mit deutscher Staatsangehörigkeit eine Praxis, um Abschiebungen zu verhindern. Diese Art von Eheschließungen haben eine lange Tradition, als zum Beispiel im Nationalsozialismus jüdische Menschen durch eine Heirat unterstützt wurden, ins Exil zu gehen oder auch für BürgerInnen der DDR, die das Recht hatten nach Westdeutschland auszureisen, wenn sie dort verheiratet waren.

Auch für Menschen aus Syrien bedeutet der Familiennachzug, dass nur eine Person der Familie sich der Illegalisierung aussetzen muss und anschließend die anderen Angehörigen über eine sichere legale Route nachgeholt werden können. Oft machen sich dabei im Sinne klassischer Geschlechterrollen zunächst die Männer auf den Weg, um später Frauen und Kinder nachzuholen. Jedoch zeigen aktuelle Bilder und auch Zahlen, dass die irreguläre Migration durchaus keine rein männliche Bewegung mehr ist und auch nie war.

In Zeiten des Migrationsmanagements wurde immer wieder versucht, auch diesen Weg nach Europa einzuschränken. Dies wurde am deutlichsten 2007 mit der Einführung der Sprachnachweispflicht für sogenannte „nachziehende Ehegatten“, aber auch durch den geforderten Nachweis von ausreichend Wohnraum oder der Sicherung des Lebensunterhalts. Allerdings geschahen all diese Eingriffe nach wie vor unter der weitgehenden Wahrung des Grundrechts auf Schutz von Ehe und Familie. So wurden im Sommer auch Erleichterungen der Familienzusammenführung für syrische Geflüchtete debattiert und in deutschen Konsulaten im Libanon und der Türkei zusätzliche Terminvergabesysteme für diese Art von Visaanträgen eingeführt.

Dies scheint jetzt anders zu sein. In diesen Tagen passiert viel still und heimlich und vor allem schnell. Es werden quasi „über Nacht“ Gesetze gemacht, die Auswirkungen für Tausende von Menschen haben. Schnelle Entscheidungen sind im Moment, wo viele Menschen kein Dach über dem Kopf haben und an inner- sowie außereuropäischen Grenzen feststecken, tatsächlich wichtig, allerdings werden diese aktuell wieder zugunsten der Abschottung getroffen und nicht um gerechte Lösungen für eine globale politische Krise zu finden und die Situation derer zu verbessern, die sich entweder auf dem Weg nach Europa befinden oder die bereits angekommen sind. Diese Tendenz wird auch in der Debatte um den Familiennachzug wieder mehr als deutlich.

Ausgerechnet aus der CSU sind die Stimmen am lautesten, den Familiennachzug für syrische Geflüchtete auszusetzen. Die Partei, die sich am stärksten um die Wahrung von Ehe und Familie – natürlich als wichtige christliche Erfindungen – bemüht, sobald es um feministische Forderungen wie die Abschaffung des Betreuungsgelds oder des Ehegattensplitting geht. Jetzt wäre der Zeitpunkt, wo es sich tatsächlich lohnen würde, sich für die Institution Ehe und den Zusammenhalt von Familien einzusetzen, denn es würde Tausenden von Menschen die gefährliche Reise als Illegalisierte ersparen, die tagtäglich Leben kostet. MiG 12

 

 

 

 

Staatsministerin Özoguz zu Handlungsempfehlungen gegenüber Islamfeindlichkeit und islamistischem Extremismus

 

Ein Expertengremium der Friedrich-Ebert-Stiftung hat am Mittwoch, 11. November 2015, zentrale Handlungsempfehlungen gegenüber Islamfeindlichkeit und islamistischem Extremismus vorgestellt. Dazu erklärt die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Staatsministerin Aydan Özoguz:

 

„Die deutsche Einwanderungsgesellschaft steht vor einer doppelten Herausforderung: Auf der einen Seite machen fremdenfeindliche Gewalttäter mit einem völlig falschen Islambild Stimmung gegen Zuwanderer. Auf der anderen Seite müssen wir uns besser gegen die Gefahr des islamistischen Extremismus aufstellen. Das Expertengremium der Friedrich-Ebert-Stiftung hat nun zahlreiche

Handlungsanweisungen erarbeitet, mit denen wir islamfeindlichen Einstellungen entgegenwirken und Deradikalisierungsmaßnahmen anstoßen können.

Ich unterstütze den Vorschlag, islamfeindliche Straftaten zu erfassen. Genauso ist es notwendig, dass wir bereits in den Flüchtlingsunterkünften, in Moscheen und Jugendzentren Präventionsarbeit gegen Anwerbungsversuche von Salafisten durchführen. Wir brauchen ein Beratungsnetzwerk gegen islamistischen Extremismus, so wie es sich in der Auseinandersetzung mit dem Rechtsextremismus in den vergangenen 15 Jahren entwickelt hat. Zwar gibt es Modellprojekte und Praxiswissen, aber keine bundesweite Vernetzung. Sinnvoll wäre auch, wissenschaftliche Forschung über Radikalisierungsprozesse stärker zu fördern.

In unserer Gesellschaft wird der Islam immer noch viel zu oft als „Blackbox“ behandelt – es ist Zeit, dass wir den Islam entmystifizieren. Nur wenn wir mehr voneinander wissen, lassen sich Ängste, Stereotype und Vorbehalte, mit denen das Muslimbild in unserem Land immer noch belegt ist, abbauen." Pib 11

 

 

 

 

„Blutzucker-Bingo“ am Weltdiabetestag (14.11.2015). Die Kampagne „Deutschland misst!“

 

„Deutschland misst!“ - so lautet die diesjährige nationale Aufklärungs- und Präventionskampagne zum Weltdiabetestag 2015. Das Besondere an dieser Kampagne ist, dass diese sich nicht nur an bereits Betroffene richtet. So sind besonders auch Menschen ohne Diabetes angesprochen, aber auch all jene, bei denen die Erkrankung noch nicht diagnostiziert wurde, jedoch aus unterschiedlichsten Gründen sehr wahrscheinlich ist.

Bastian Hauck, Initiator der Aktion, zeigt sich sehr erfreut darüber, den CDU-Gesundheitspolitiker Dietrich Monstadt als Gesicht dieser Kampagne gewonnen zu haben: „Herr Monstadt ist einer der engagiertesten Politiker in diesem Bereich. Das wir ihn als Schirmherr für diese Kampagne gewinnen konnte, zeigt, dass der Politik die Ernsthaftigkeit und Tragweite der Erkrankung zunehmend bewusst ist.“

Dietrich Monstadt ist selbst insulinpflichtiger Typ-2 Diabetiker und zuständiger Berichterstatter seiner Fraktion für Diabetes und Adipositas. „Durch die Kampagne ‚Deutschland misst!‘ bekommt die Erkrankung Diabetes genau die Aufmerksamkeit, die sie zweifelsohne braucht. Mit rund 10 Millionen betroffenen Menschen ist sie die Volkskrankheit Nr. 1 in Deutschland“, erklärt der Bundestagsabgeordnete. „Wenn man sich vor Augen führt, dass sich diese Zahl im Jahr 2025 auf ca. 20 Millionen erhöhen wird, reden wir sogar von einem ‚Diabetes-Tsunami‘, der auf uns zurollt“, so Monstadt weiter.

Die Ausweitung der Krankheit betreffe nicht nur Erwachsene. Auch die Zahl an Diabetes erkrankten Kindern und Jugendlichen nehme kontinuierlich zu. Besorgniserregend sei dabei die hohe Dunkelziffer von rund 2 Millionen Menschen. Laut Monstadt muss auf diese Thematik nicht nur aufmerksam gemacht, sondern auch Konkretes unternommen werden. Dementsprechend sei es für ihn keine Frage gewesen, die Schirmherrschaft für die Kampagne „Deutschland misst!“ zu übernehmen.

Im Rahmen dieser Aktion wird am 14.November, dem Weltdiabetestag 2015, zu einer Runde „Blutzucker-Bingo“ aufgerufen. Dabei messen die Teilnehmer ihren Blutzucker und laden diesen anonym auf die Webseite www.blutzuckerbingo.de hoch oder übermitteln Ihre Blutzuckerwerte über die kostenfreie Telefonnummer 0800-292 4646 (dies entspricht übrigens den Buchstaben BZBINGO auf der Telefontastatur). Aus den erhobenen Werten wird dann der Durchschnitts-Blutzuckerwert Deutschlands am Weltdiabetestag 2015 ermittelt.

„Ich möchte alle Bürgerinnen und Bürger ermutigen, an dieser tollen Aktion teilzunehmen. Gerade auch Menschen, die zu Hause kein eigenes Messgerät haben, sollten die Chance nutzen und ihren Blutzuckerwert, z.B. in der örtlichen Apotheke, ermitteln  lassen“, erklärt der Abgeordnete Dietrich Monstadt.

Um einer Vielzahl von Menschen die Teilnahme zu ermöglichen, kooperieren bereits fast 15.000 Apotheken mit der Kampagne ‚Deutschland misst‘ und führen entsprechende Messungen durch. Zudem seien auch die Krankenkassen und Industriegrößen gefordert, Ihrer Verantwortung für die Bevölkerung nachzukommen und hier einen wichtigen Beitrag für die gesamte Gesellschaft zu leisten.

„Nationale Aufklärungs- und Präventionskampagnen wie ‚Deutschland misst!‘ können große Wirkung entfalten, indem sie dazu beitragen, dass Krankheiten erst gar nicht entstehen oder zumindest in ihrem Verlauf positiv beeinflusst werden. Deshalb machen Sie mit beim ‚Blutzucker-Bingo‘ und motivieren Sie auch Ihre Freunde und Bekannte. Ob Diabetiker oder nicht - solche Projekte sind es wirklich wert, eine möglichst breite Unterstützung zu bekommen. Nur zusammen können wir hier viel erreichen“, motiviert der Schirmherr Dietrich Monstadt abschließend.

 Mehr Informationen dazu, wie Sie sich engagieren  können, finden Sie auf www.blutzuckerbingo.de. GA 11

 

 

 

 

Baumann-Hasske: Integrieren statt abschrecken - Asyl ist kein Luxus

 

 Zu den unterschiedlichen Signalen des Bundesinnenministers und der Unionsparteien beim Familiennachzug für Syrer und dem Umgang mit Dublin erklärt der Bundesvorsitzende der Arbeitsgemeinschaft Sozialdemokratischer Juristinnen und Juristen (AsJ) Harald Baumann-Hasske:

 

Alle Versuche, Flüchtlinge durch Abschreckung an der Flucht zu hindern, werden scheitern, denn Deutschland ist und bleibt ein Rechtsstaat mit einem Grundrecht auf Asyl.

 

Die Dublin-Abkommen sind gescheitert. Griechenland ist ohnehin von Dublin III ausgenommen. Die große Zahl von Flüchtlingen, die über Griechenland einreisen, kann man also gar nicht zurückschicken. Der Verdacht liegt also nahe, dass es dem Bundesinnenminister nur um abschreckende Symbole geht.

 

CDU/CSU sollten sich endlich darüber klar werden, dass Deutschland vor einer großen Integrationsaufgabe steht. Flüchtlingszahlen verringert man nicht durch Abschreckung sondern durch Beseitigung der Fluchtgründe. Die Symbolpolitik einiger  in der Union richtet sich offenbar weniger an Problemlösung aus, sondern soll als Botschaft an den rechten Rand dienen.

 

Die Union muss sich klar sein: Wer vorhandene Verunsicherung und Ängste schürt und bestätigt, gewinnt keine Wählerstimmen. Er stärkt und bestätigt Vorurteile und Radikalisierung – zum Vorteil rechter Rattenfänger. Mit abschreckenden Symbolen und Rhetorik gegen Fremde betreibt man das Geschäft derjenigen, die Ängste vor einer angeblichen Überfremdung schüren.

 

Unsere Gesellschaft stößt viel schneller an die Grenzen der Akzeptanz in den Köpfen als an die Grenzen unserer tatsächlichen Möglichkeiten. Diese Akzeptanz gilt es daher zu stärken.

 

Unsere offene, pluralistische Gesellschaft steht vor einer Herausforderung: Die Aufnahme und Integration vieler tausende von Flüchtlingen, die auf der Flucht vor Gewalt und Tod nach Europa kommen. Gelingt das nicht, droht der Rückfall in kleingeistigen Nationalismus, Fremdenangst und Ausländerhass. Verständnis und Akzeptanz fördert man nicht, indem man den Anschein erweckt, auch ein bisschen fremdenfeindlich und nationalistisch zu sein. Wir müssen Menschen überzeugen, dass die Ängste unberechtigt sind. Wir wollen unsere Werteordnung verteidigen, deshalb treten wir Ausländerhass klar entgegen. Auch für Europa stehen die gemeinsamen Werte der Humanität und mehr als sechzig Jahre zivilisatorischer Fortentwicklung auf dem Spiel.

 

Wir können diese Probe bestehen. Auch CDU/CSU müssen endlich anerkennen, dass das Grundgesetz, die europäischen Verträge und die UN-Konventionen Flüchtlingen Rechte garantieren, die gerade dann, wenn Flüchtlinge auf diese Garantien angewiesen sind, geachtet und verteidigt werden müssen. Unveräußerliche Menschenrechte sind kein Luxus, den man sich leistet oder bei Bedarf einschränkt. Spd 12

 

 

 

 

Welcome! Wie Menschen in Deutschland leben und glauben. Ein Magazin für geflüchtete Menschen in unserem Land

 

Witten –  Das 44-seitige Magazin „Welcome – Wie Menschen in Deutschland leben und glauben“ erscheint Ende November und richtet sich an Flüchtlinge in unserem Land. Das Magazin bietet eine sehr bewusste Mischung aus Informationen zum Land, gekoppelt mit einer ersten Orientierungshilfe zum christlichen Glauben. Christen und Gemeinden können es ab sofort kostenlos bestellen unter www.bundes-verlag.net/willkommen und bei Besuchen oder Einladungen direkt an geflüchtete Menschen weitergeben.

 

Das dreisprachig in Englisch, Arabisch und Deutsch verfasste Magazin enthält viele hilfreiche Informationen über unser Land und unsere Kultur: zum Beispiel, warum Deutsche es gern ruhig mögen, ab wann man in die Schule und den Kindergarten geht, welche Ess- und Trinkgewohnheiten es hierzulande gibt und wo man am besten Menschen kennenlernt.

 

Auch zum christlichen Glauben haben Menschen aus anderen Kulturkreisen viele Fragen. Deshalb beschäftigen sich zudem viele Texte mit der Bibel und mit Jesus, erklären, wie Christen beten und Kirche leben, wie sie Weihnachten feiern und warum Ostern das wichtigste Fest der Christen ist. Auch wichtige Bibeltexte sind enthalten. Das Magazin will willkommen heißen. Nicht nur, weil viele Menschen der Bibel – und sogar Jesus selbst – Flüchtlinge waren. Das Welcome-Magazin wird herausgegeben vom SCM Bundes-Verlag im Auftrag der Stiftung Christliche Medien, die das Projekt fördert und finanziert. Dip 12

 

 

 

 

Schäuble will trotz Flüchtlingskrise ohne neue Schulden auskommen

 

Die "schwarze Null" bleibt trotz des Flüchtlingsandrangs erklärtes Ziel der Koalition. Ob die Rechnung aufgeht, hängt allerdings von der Anzahl neu ankommender Asylsuchender ab. Ihre Versorgung soll laut Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble im Zweifel Vorrang haben.

Trotz der Flüchtlingskrise will die Koalition neue Schulden im Bundeshaushalt weiter vermeiden.

Für kommendes Jahr verständigte sich der Haushaltsausschuss des Bundestags in der Nacht auf den heutigen Freitag auf einen Budget-Entwurf ohne neue Kredite. "Die schwarze Null 2016 steht trotz Flüchtlingskrise", sagte der Chefhaushälter der CDU/CSU-Fraktion, Eckhardt Rehberg. Mit den letzten Änderungen des Ausschusses am Etatentwurf der Regierung ist der Weg frei für die Verabschiedung des Haushalts im Bundestag Ende November.

Insgesamt soll die Bundesregierung im kommenden Jahr 316,9 Milliarden Euro ausgeben dürfen, nach 306,9 Milliarden Euro in diesem Jahr. Weil keine neuen Kredite aufgenommen werden, müssen die regulären Einkünfte - vor allem Steuern - ausreichen. Ob die Rechnung aufgeht, hängt allerdings maßgeblich davon ab, wie viele Flüchtlinge noch nach Deutschland kommen. Vorsorglich hatte Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble deshalb bereits betont, dass die Bewältigung der Flüchtlingskrise im Zweifel Vorrang haben werde vor der "schwarzen Null" in seinem Etat.

Gegenüber dem ursprünglichen Budget-Entwurf der Regierung stockte der Haushaltsausschuss die Mittel zur Bewältigung des Flüchtlingszustroms noch einmal deutlich auf. So erhält das Bundesinnenministerium 2016 insgesamt rund eine Milliarde Euro mehr. Zusätzliches Geld und Personal bekommen das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF), die Sicherheitsbehörden und das Technische Hilfswerk (THW). Zudem werden noch einmal 293 Millionen Euro mehr für Integrationsmaßnahmen ausgegeben. Bis 2018 sind außerdem 165 Millionen Euro für drei Schiffe der Bundespolizei eingeplant. Das Auswärtige Amt erhält rund 450 Millionen Euro zusätzlich für humanitäre Hilfe etwa in Flüchtlingslagern und Krisenprävention.

Zur Finanzierung der Flüchtlingskosten steht dem Bund im nächsten Jahr eine Rücklage von rund 6,1 Milliarden Euro zur Verfügung, die aus Überschüssen in diesem Jahr gebildet wird.

Der haushaltspolitische Sprecher der SPD-Fraktion, Johannes Kahrs, sagte, die Koalition habe gezeigt, dass sie die Aufgaben im Zusammenhang mit den Flüchtlingen offensiv angehe und trotzdem zu ihren Versprechen stehe, etwa bei der sozialen Wohnungsbauförderung oder der Kinderbetreuung. Im Haushalt 2016 wird auch die Steuerentlastung der Bürger in Höhe von gut fünf Milliarden Euro umgesetzt, die sich vor allem aus der Anhebung des steuerfreien Grundfreibetrags ergibt. Hinzu kommt eine Korrektur der "kalten Progression", durch die Arbeitnehmer schleichend in eine höhere Steuerbelastung geraten. Außerdem steigt die Koalition mit 3,1 Milliarden Euro in ihr vor einem Jahr angekündigtes Investitionsprogramm zur Sanierung von Straßen und Schienen von insgesamt zehn Milliarden Euro ein.  EurActiv/| nsa mit rtr, 13

 

 

 

 

Innenministerium kennt Zahl der Flüchtlinge nicht

 

Das Bundesinnenministerium hat offenbar keine Ahnung, wie viele Flüchtlinge in den deutschen Erstaufnahmeeinrichtungen untergrebracht sind. Die Grünen sprechen von einem peinlichen Zustand. Wie solle da eine vernünftige Flüchtlingspolitik gelingen?

 

Die Bundesregierung weiß nicht, wie viele Flüchtlinge in den deutschen Erstaufnahme-Einrichtungen untergebracht sind. Das geht laut Süddeutscher Zeitung aus einer Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine Anfrage der Grünen hervor. SPD-Generalsekretärin Yasmin Fahimi bestätigte, dass die Regierung keinen Überblick hat. Angesichts der schleppenden Registrierung sei das „wenig überraschend“, sagte sie dem RBB-Inforadio.

Dem Zeitungsbericht zufolge teilte Innen-Staatssekretär Ole Schröder (CDU) mit, dass „keine Gesamtübersicht über die Zahl der in Erstaufnahmeeinrichtungen untergebrachten Asylbewerber“ vorliege. Der Regierung sei auch „nicht bekannt, wie viele Personen von den Erstaufnahmeeinrichtungen auf die Kommunen verteilt wurden“.

Grüne: Peinlich

Die Grünen-Politikerin Renate Künast sagte der Süddeutschen Zeitung, jeder habe Verständnis dafür, dass es schwierig sei, die Zahl der Flüchtlinge in Deutschland zu kennen. Dass die Bundesregierung „aber schlicht gar nicht weiß, wie viele Menschen sich zur Zeit in den Erstaufnahmeeinrichtungen aufhalten, ist peinlich“. Künast stellte die Frage, wie eine „vernünftige Flüchtlingspolitik“ gelingen könne, wenn schon die statistische Erfassung nicht einmal im Ansatz klappe.

SPD wirft de Maizière Versäumnisse vor

Fahimi sagte, wegen der fehlenden Informationen seien auch alle Zahlen über Familiennachzug und ähnliches im Moment noch Spekulation. Wichtig sei es, jetzt die beschlossenen Einreisezentren einzurichten. Nur durch die schnelle Registrierung sei Ordnung zu schaffen.

Die SPD-Generalsekretärin warf Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) Versäumnisse vor. Es sei ein Rätsel, warum der Minister trotz entsprechender Beschlüsse noch immer nicht dafür gesorgt habe, „dass es zu einer Personalaufstockung beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge kommt“. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Wege der Flucht - Formen der Solidarität

 

Diskussion im Rahmen des Berliner Europa-Dialogs am 17. November an der Freien Universität Berlin

 

Berlin. "Wege der Flucht - Formen der Solidarität" lautet das Thema einer Podiumsdiskussion am 17. November 2015 an der Freien Universität Berlin. Die Veranstaltung findet im Rahmen des Berliner Europa-Dialogs statt. Als Teilnehmer und Teilnehmerinnen erwartet werden S. E. Ranko Vilovic, außerordentlicher und bevollmächtigter Botschafter der Republik Kroatien, Dr. Ulrich Brückner, Mitglied im Rednerdienst TEAM EUROPE der Europäischen Kommission, Jochen Schwarz, borderline-europe - Menschenrechte ohne Grenzen e. V. sowie Marta Orosz, Journalistin bei CORRECT!V. Die Diskussion wird moderiert von Prof. Dr. Tanja A. Börzel, Leiterin der Arbeitsstelle Europäische Integration der Freien Universität Berlin. Die Veranstaltung ist öffentlich, der Eintritt frei.

Die Europäische Union (EU) befindet sich gegenwärtig vor einer der größten Herausforderungen ihrer Geschichte: Viele zehntausend Flüchtlinge drängen auf der Flucht vor Bürgerkriegen und Staatszerfall in die Europäische Union - und hier vor allem nach Deutschland. Allein in diesem Jahr wird mit mehr als einer Million Flüchtlingen hierzulande gerechnet. Die Medien berichten sehr positiv über eine neue Willkommenskultur, die entsprechenden Umfragewerte sind überwiegend zustimmend - nicht zuletzt durch das Voranschreiten von Bundeskanzlerin Angela Merkel mit ihrer Aussage "Wir schaffen das! und "... dann ist das nicht mein Land". Gleichzeitig steigen die Übergriffe auf Flüchtlinge, sowohl auf Unterkünfte als auch direkt auf Menschen.

Darüber hinaus steht die europäische Solidarität - und damit eine Grundlage der EU - vor einer schweren Belastungsprobe. Die Flüchtlingskrise sei kein europäisches, sondern ein deutsches Problem, erklärte der ungarische Regierungschef Viktor Orbán, der die Grenze zu Serbien hermetisch abriegeln lässt und Gleiches mit der Grenze zu EU-Nachbar Rumänien plant. Viele EU-Staaten, allen voran die so genannten Visegrád-Staaten, weigern sich, auf den Vorschlag der EU-Kommission nach einer festen Quote für eine gerechtere Verteilung von Flüchtlingen in Europa einzugehen. Der Präsident der Europäischen Kommission, Jean-Claude Juncker, fordert einen "großen Kraftakt europäischer Solidarität". Wie steht es um die europäische Solidarität? Zeigt sich Europa doch noch als Wertegemeinschaft oder obsiegt das Verständnis von einer reinen Wirtschaftsgemeinschaft? Was können Bürgerinnen und Bürger konkret vor Ort tun, um ihre Solidarität mit geflüchteten Menschen zum Ausdruck zu bringen? Wie unterstützen EU, Bund und Land dabei?

Die Veranstaltung im Rahmen der Reihe Berliner Europa-Dialog wird gemeinsam organisiert vom Europäischen Informationszentrum Berlin (Träger: Deutsche Gesellschaft e. V.), dem Dokumentationszentrum Vereinte Nationen - Europäische Union der Freien Universität Berlin sowie der Europa-Union Berlin e. V.

Zeit und Ort. Dienstag, 17. November 2015, Beginn: 18.00 Uhr

Freien Universität Berlin, Henry-Ford-Bau, Hörsaal A, Garystraße 35, 14195 Berlin-Dahlem (U3 Thielplatz) de.it.press

 

 

 

 

Global Education Week 2015: Make Equality Real! – Vielfalt leben, Gleichheit herstellen!

 

Europaweite Woche findet vom 14. bis zum 22. November 2015 statt

                                                                                                            

Unter dem Motto „Make Equality Real! – Vielfalt leben, Gleichheit herstellen!“ startet am 14. November 2015 die Global Education Week (GEW) 2015. Die vom Nord-Süd Zentrum des Europarates (www.nscglobaleducation.org) europaweit ausgerichtete Woche hat zum Ziel, Themen des Globalen Lernens in die Öffentlichkeit zu tragen und bildungspolitische Akteurinnen und Akteure zu vernetzen. In Deutschland werden schwerpunktmäßig die Themen Chancengleichheit, Nicht-Diskriminierung und Geschlechtergleichstellung behandelt.

 

Alle Menschen seien als gewissens- und vernunftbegabte Wesen frei und gleich an Würde und Rechten geboren, hieß es 1948, als die US-amerikanische Menschenrechtsaktivistin Eleanor Roosevelt die Manifestation der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte verlas. Staaten haben damit noch heute die Pflicht, alle Menschen mit der gleichen Würde zu behandeln und ihnen die gleichen Entwicklungschancen zu ermöglichen, unabhängig davon, welcher Nationalität, welchem sozialen Stand oder Geschlecht jemand angehört. In diesem Sinne bedeutet „Gleichheit“ nicht, dass die individuelle Situation der Menschen oder ihre Fähigkeiten identisch wären, sondern dass die Freiheit des einen nicht zu Lasten der Freiheit anderer gehen kann.

 

Doch die Realität weltweit und in Deutschland ist eine andere – z. B. vergrößerte sich die Kluft zwischen Arm und Reich in Deutschland seit Mitte der achtziger Jahre, wie aus einem Bericht der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) hervorgeht. Die reichsten zehn Prozent der Bevölkerung verdienten damals fünf Mal mehr als die ärmsten zehn Prozent – heute ist es sieben Mal so viel.

 

Auf nationaler Ebene ist die Informationsstelle Bildungsauftrag Nord-Süd, angesiedelt beim World University Service (WUS), für die Koordination der GEW zuständig (www.globaleducationweek.de). Diese hat Schulen, Universitäten, außerschulische Bildungseinrichtungen, NROen, staatliche Institutionen, lokale und regionale Initiativen dazu aufgerufen, im Rahmen der GEW eine Veranstaltung (Workshops, Ausstellungen, Filme, Projekttage, Unterrichtseinheiten...) zu organisieren und insbesondere Kinder und Jugendliche einzubeziehen. Die bereits angemeldeten Projektbeiträge, Angebote und Veranstaltungen sowie eine umfangreiche Materialliste zum diesjährigen Motto können auf der Homepage eingesehen werden. „Die diesjährige Global Education Week möchte hierauf aufmerksam und neugierig machen und ich lade Sie ein, sich über das Thema und die Angebote hierzu zu informieren“, so Herr Dr. Kambiz Ghawami, Vorsitzender des WUS.

Mehr zur Informationen zur Arbeit der Informationsstelle Bildungsauftrag Nord-Süd finden Sie unter: www.informationsstelle-nord-sued.de

Mehr zum Thema Globales Lernen erfahren Sie unter www.globaleslernen.de.  Wus 13

 

 

 

 

Euro-Express Sonderzüge mit Autozügen auf der Erfolgsschiene

 

* Neuer Autozugverkehr zwischen Düsseldorf und Verona erfolgreich angelaufen

* Deutliche Fahrplanausweitung für 2016

* Weitere Abfahrten und Strecken in den kommenden Jahren geplant

 

Münster – Nach dem sehr erfolgreichen Start des Autozugverkehrs im Frühsommer hat das Unternehmen Euro-Express Sonderzüge den Fahrplan für 2016 deutlich ausgebaut. Nach zunächst 14 Hin- und Rückfahrten zwischen Düsseldorf und Verona an sieben Terminen während der Testphase sollen die Züge des privaten Eisenbahnanbieters aus Münster von Mai bis September des kommenden Jahres 38-mal an 19 Terminen verkehren. An einer weiteren Vergrößerung des Angebots wird gearbeitet.

„Unsere Autozüge waren in diesem Jahr nahezu alle ausgebucht“, erläutert Stefan David, Geschäftsführer bei Euro-Express-Sonderzüge. „Wenn das kommende Jahr mit dem deutlich erweiterten Fahrplan genauso gut läuft, werden wir nicht nur zusätzliche Abfahrten einführen, sondern auch weitere Strecken bedienen.“

Der Autozug von Euro-Express Sonderzüge besteht in der Regel aus zwei Schlafwagen, fünf Liegewagen sowie einem Restaurantwagen. Am Ende des Zuges befinden sich die Autoreisezugwagen (Doppelstocktransportfahrzeuge) für den Transport von Autos, Quads, Trikes oder Motorrädern.

Das Verkehrsunternehmen, das zur Müller-Touristik-Gruppe aus Münster gehört, baut in den kommenden Monaten auch die Vertriebswege für die Autozüge weiter aus. Neben dem Direktvertrieb und einem Verkauf über Reisebüros wollen die Eisenbahner künftig stärker mit namhaften Reiseveranstaltern zusammenarbeiten. Hier gibt es über den eigenen „Schnee-Express“, der seit vielen Jahren Wintersportler von Hamburg über Nordrhein-Westfalen nach Österreich bringt, bereits enge Geschäftsbeziehungen.

In diesem Jahr lief der Vertrieb noch vorwiegend über einen niederländischen Partner. Euro-Express Sonderzüge hatte das Neugeschäft von einem niederländischen Anbieter übernommen, konnte inzwischen aber zusätzlich zahlreiche ehemalige Kunden der Deutschen Bahn (DB) verbuchen. Die DB will den Autoverkehr auf der Schiene bis zum Sommer 2017 aufgeben.

 

Weitere Informationen. Die Euro-Express Sonderzüge sind seit 1992 auf Europas Schienen unterwegs und fahren seit Januar 2005 in der Wintersaison auch als Schnee-Express. Zum Fahrzeugpark gehören neben komfortablen Sitz- und Liegewagen auch Bar-, Speise- und Tanzwagen. Deutschlands größter privater Anbieter von Sonderzugfahrten gehört zur Müller-Gruppe aus Münster.  Db 13

 

 

 

 

Kindergeld 2016: BdSt klärt auf Steuer-ID ist bald erforderlich / Familienkassen akzeptieren Nachreichen

 

Familien können sich zum Jahreswechsel erneut über ein höheres Kindergeld bzw. einen höheren Kinderfreibetrag freuen. Wichtig: Die Familienkassen benötigen ab 2016 die Steuer-Identifikationsnummer von Kindern und Eltern. Deshalb muss die Steuer-ID des Elternteils, der das Kindergeld erhält, sowie die Steuer-ID des Kindes bei der Familienkasse angegeben werden. Damit soll vermieden werden, dass Kindergeld mehrfach ausgezahlt wird. In den sozialen Medien grassierte die Nachricht, dass bei fehlenden ID-Nummern das Kindergeld ab Januar 2016 nicht mehr ausgezahlt wird. Dies trifft nicht zu! So hat das Bundeszentralamt für Steuern versichert, dass Eltern die ID-Nummern im Laufe des Jahres nachreichen können.

Bei Neuanträgen werden die ID-Nummern von Kind und Elternteil direkt abgefragt. Eltern, die schon Kindergeld beziehen und die Steuer-ID-Nummern noch nicht angegeben haben, sollten dies nachholen. Der BdSt-Tipp: Eltern sollten nicht zu lange warten! Ansonsten besteht die Gefahr, dass die Angabe der ID-Nummern vergessen wird und dann die Auszahlung des Kindergelds in Gefahr gerät bzw. seit dem 1. Januar 2016 ausgezahltes Kindergeld zurückgefordert wird. Die ID-Nummern müssen der Familienkasse schriftlich übermittelt werden.

Die ID-Nummer des Kindes hat das Bundeszentralamt für Steuern den Eltern per Post zugeschickt. Ist das Schreiben verloren gegangen, sollten sich Eltern an das genannte Zentralamt wenden. Die eigene Steuer-ID finden Eltern im Einkommensteuerbescheid, auf der elektronischen Lohnsteuerbescheinigung des Arbeitgebers und im Mitteilungsschreiben des Bundeszentralamts für Steuern.

Hintergrund

Das Kindergeld wird im kommenden Jahr um zwei Euro pro Monat erhöht. Es beträgt für das erste und das zweite Kind damit monatlich jeweils 190 Euro, für das dritte Kind 196 Euro und für das vierte und jedes weitere Kind jeweils 221 Euro. Künftig wird das Kindergeld aber nur dann ausgezahlt, wenn die Steuer-Identifikationsnummern vorliegen. dip

 

 

 

 

Therapie bei Diabetes. Auch den Blutdruck gut einstellen

 

Gütersloh - Diabetiker haben ein hohes Schlaganfall-Risiko. Darauf weist die Stiftung Deutsche Schlaganfall-Hilfe anlässlich einer neuen Studie aus Großbritannien hin. Sie unterstreicht, wie wichtig eine gute Kontrolle der Risikofaktoren gerade bei dieser Patientengruppe ist. Der Welt-Diabetestag am 14. November will auf die Folgen der Volkskrankheit aufmerksam machen.

Fast zwei Millionen Patienten haben die britischen Epidemiologen in ihre Studie eingeschlossen. Untersucht wurden deren Krankheitsdaten aus den Jahren 1997 bis 2010. Im Vordergrund der Studie stand vor allem die Frage, wie sehr Diabetes das Risiko für bestimmte kardiovaskuläre Erkrankungen wie den Herzinfarkt oder den Schlaganfall erhöht. Die Forscher konzentrierten sich dabei auf Patienten mit dem so genannten Typ-2-Diabetes, der mit Abstand häufigsten Form der Zuckerkrankheit.

Die Studienteilnehmer waren zu Beginn der Untersuchung mindestens 30 Jahre alt und litten nicht an kardiovaskulären Erkrankungen. In einem Zeitraum von 5,5 Jahren trat bei einem von 19 nicht diabetischen Studienteilnehmern eine Erkrankung auf. Dagegen traf es in der Gruppe der Diabetiker etwa jeden fünften. Diabetiker hatten also ein vierfach erhöhtes Risiko für kardiovaskuläre Erkrankungen.

Die Forscher wollten es noch genauer wissen und differenzierten nach Krankheitsarten. Am häufigsten trat die so genannte periphere arterielle Verschlusskrankheit (PAVK) auf, die Durchblutungsstörungen von Armen oder Beinen verursacht. Der Schlaganfall lag an zweiter Stelle mit einer gut 70prozentigen Risikoerhöhung, die Herzerkrankungen folgten danach.

"Dass die PAVK die kardiovaskuläre Erkrankung ist, die bei Diabetes als erstes zuschlägt, überrascht nicht", urteilt der Berliner Arzt und Wissenschaftsjournalist Philipp Grätzel von Grätz, Fachautor der Stiftung Deutsche Schlaganfall-Hilfe. Doch "dass der Schlaganfall und nicht der Herzinfarkt auf Position zwei kommt, war so nicht unbedingt zu erwarten." Weil sich bei mehreren Risikofaktoren das Risiko nicht einfach addiert, sondern mehrfach erhöht, ist es so wichtig, gerade bei diesen Patienten auf eine gute Blutdrucksenkung zu achten. (Lancet 2015; 385; doi:10.106/S0140-6736(15)60401-9) GA 13

 

 

 

 

Ausstellung einer Neapolitanische Krippe des 17./18. Jahrhunderts in Frankfurt

 

Das Italienische Generalkonsulat Frankfurt möchte Sie gemeinsam mit dem Verein Italiani in Deutschland e.V. ganz herzlich zur Präsentation der Ausstellung einer neapolitanischen Krippe des 17./18. Jahrhunderts einladen, die von der Familie Ferrigno - einer der ältesten Werkstätte Neapels - zu diesem Anlass hergestellt worden ist. Im Anschluss an die Präsentation laden wir Sie zu einem Aperitif ein. 24. November  2015, 19.00 Uhr. Veranstaltungsort: Instituto Cervantes, Staufenstr. 1, 60323 Frankfurt

Wir würden uns sehr über Ihr Kommen freuen und bitten um Ihre Anmeldung an diese E-Mail Adresse

Dank der Zusammenarbeit mit dem Instituto Cervantes in Frankfurt (Staufenstr.1) ist diese wunderschöne Ausstellung vom 25.11.2015 bis zum 11.01.2016 (Montag bis Donnerstag  von 10.00 bis 20.00 Uhr, Freitag von 10.00 bis 14.00 Uhr) für das Publikum geöffnet. Maurizio Canfora, Console Generale