WEBGIORNALE   9-15   marzo  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Sondaggio sulla nuova immigrazione  1

2.       La Commissione prepara un’agenda europea sulla migrazione  1

3.       Mattarella "chiama" la UE: migranti problema comune  1

4.       Immigrazione. Onda libica sui flussi migratori 1

5.       Nasce l’Osservatorio dell’Emigrazione italiana nel mondo. Intervista al Coordinatore Comm. Dott. Giorgio Brignola  2

6.       “Percorsi migratori e organizzazioni degli italiani all’estero”  3

7.       Paolo Gentiloni: “Clandestini, l'Europa deve fare di più. In un anno sbarchi quasi raddoppiati”  3

8.       Europa, nonna invecchiata o continente ringiovanito?  4

9.       UE e diritti nazionali. Il laccio della corte tedesca  4

10.   Debutto internazionale per Mattarella con Gauck: "Tra Italia e Germania relazione speciale"  4

11.   Il presidente Mattarella in Germania: «Berlino apprezza riforme italiane»  5

12.   Mattarella, un fiore dove c’era il muro di Berlino: “Mai più orrori simili, l’Europa sia unita”  5

13.   “Una visita che nasce dalla volontà di rafforzare l’Europa”  5

14.   Grecia, Bundestag approva estensione aiuti 6

15.   Germania. Povertà in crescita nonostante il salario minimo  6

16.   Sondaggio su Radio Colonia  6

17.   Riunita la Presidenza delle Acli Baviera  6

18.   Aperto un Consolato onorario a Norimberga. Garavini “Un contributo al dialogo interculturale in Europa”  7

19.   Patronato INCA/CGIL Germania: cambio di Presidenza. Lasciano Pappagallo e Apitzsch  7

20.   Francoforte. Festival della Poesia Europea 2015: anticipazione della VIII edizione  7

21.   Prossimi appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni 7

22.   I recenti temi delle trasmissioni di Radio Colonia  8

23.   Il Corriere d’Italia compie 64 anni 9

24.   Gli "Incontri berlinesi" del Cavaliere Massimo Mannozzi 9

25.   Ti piace Radio Colonia e la WDR? L’occasione per dire la tua  10

26.   La la start-up fiorentina MakeTank va a Berlino  10

27.   Ricerca di giovani speaker (per la registrazione di un Cd scolastico per i licei tedeschi) 10

28.   L’Italia turistica  all’ITB di Berlino (9-13 marzo 2015) 10

29.   Monaco di Baviera. Elezioni Comites: appello del Consolato  11

30.   Il presidente delle Acli Baviera scrive al ministro degli Esteri 11

31.   In Germania un’associazione contro l’Italian Sounding  11

32.   Crisi del debito e riparazioni di Guerra. La Grecia batte cassa alla Germania  11

33.   Varoufakis incalza l’Europa e sfida la Germania: “Le minacce tedesche sono un bluff, vogliamo far saltare i vecchi equilibri basati sull’austerità”  12

34.   La circolare dell’on. Garavini ai democratici d’Europa  12

35.   Il seminario di studi “Percorsi migratori e organizzazioni degli italiani all’estero”  13

36.   IS e stampa mondiale, il trionfo della "ipocritocrazia". Riflessioni per  cercare di capire e risolvere il dramma mediorientale  13

37.   In crescendo le minacce dell’Isis all’Europa  15

38.   Stefano Di Tommaso: "In Bilico Tra Timori E Prospettive"  15

39.   Un corteo di uomini dello Stato islamico nella Cirenaica  16

40.   Lotta al Califfato. Anti-terrorismo, il nuovo decreto  18

41.   “Guardare alle crisi attuali con lungimiranza”. Parole di Gentiloni in Aula “equilibrate e prudenti”  18

42.   Approvate dall’Aula due mozioni sul riconoscimento dello Stato di Palestina. 19

43.   Massimo Romagnoli (Fi) estradato negli Usa  19

44.   A Roma la tavola rotonda del Cir “Il‘Sistema Dublino e il principio di solidarietà intra-Ue”  19

45.   Si cambia?  19

46.   A muso duro contro Atene e Berlino, così Draghi ha ricompattato l’Europa  20

47.   Magistrati sulle barricate per non pagare  20

48.   L’Expo da vivere in cascina  20

49.   Rom, Strasburgo richiama l’Italia. Roma risponde: “Stiamo smantellando i campi”  21

50.   Comitato di Schengen: l’audizione del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni 21

51.   Prospetto cassa  21

52.   “L’Europa e la politica”  22

53.   Deputati Pd dell’estero: Le comunità italiane entrano da protagoniste nelle strategie di politica estera dell’Italia  22

54.   Scuole all’Estero. Dal Mae la conferma dei tagli. Totale disaccordo dei sindacati 22

55.   8 marzo, sdegno e speranza. Donna umiliata. Tutte umiliate  22

56.   Dire donna, una volta e per finta  23

57.   Politica domani 23

58.   Si rovescia barcone migranti: 10 morti. Ue: "Cooperare con le dittature senza legittimarle"  23

59.   Acquisti e vendite  24

60.   Italia-Svizzera. Fisco, firmato accordo sullo scambio d'informazioni. Fine del segreto bancario  24

61.   Terza età e doppia velocità. Differenze enormi fra i longevi e i non autosufficienti 24

62.   Riflessioni sulla realtà  25

63.   Scuola. Una riforma sofferta. Auspicabile il superamento dell'ostracismo alle paritarie  25

64.   Il Comitato promotore degli Stati Generali dell'associazionismo incontra il Comitato della Camera per gli italiani nel mondo  25

65.   Accordo fiscale italo-svizzero. Se in Svizzera finisce il paradiso  25

66.   Concorso commissari di polizia. Inviare la domanda entro il 30 marzo 2015  26

67.   La frenata  26

68.   Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova sui contributi destinati agli enti gestori operanti in Svizzera  26

69.   Economia. Profumo di fiducia. Gli italiani hanno finalmente annusato possibilità di ripresa  27

70.   Riunito il Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese  27

71.   Expo 2015 pronta ad accogliere gli italiani nel mondo  27

72.   E’ Angelo Mattone il nuovo segretario generale della Uim   27

 

 

1.       Mogherini kritisiert Nachbarschaftspolitik der Vorgängerkommission  28

2.       CDU verlangt Asylverschärfung für Einwanderungsgesetz  28

3.       Debatte über Einwanderungsgesetz gewinnt an Fahrt 28

4.       Einwanderungspolitik: UKIP verwirft Pläne zur Begrenzung der Einwanderung  29

5.       Verbände kritisieren geplante Änderungen im Aufenthaltsrecht 29

6.       EU-Außenpolitik: Ukraine-Krise könnte Katalysator für mehr Integration sein  29

7.       Warum die Europäer Deutschlands Führung ertragen  30

8.       Menschlich verständlich, wirtschaftlich unausweichlich. Griechenlands Finanzpoker offenbart den Ernst der Lage  30

9.       Amnesty International: 2014/2015 - Das Jahr der Dramen  31

10.   Anti-Terror-Maßnahmen: EU will neue Leitlinien gegen IS-Kämpfer 31

11.   EU verschärft Handgepäck-Kontrollen an Flughäfen  31

12.   Sudetendeutsche streichen Anspruch auf Heimat 31

13.   Aktuelle Stellenausschreibungen DGB Bildungswerk - Bereich Migration & Gleichberechtigung  32

14.   Am Donnerstag, 12. März 2015, der italienische Justizminister Andrea Orlando in Frankfurt 32

15.   Armut in der EU: Kommission stützt Hilfsprogramme mit 3,8 Milliarden Euro  32

16.   In Geiselhaft des Wirtschaftswachstums  33

17.   Die vierte industrielle Revolution  33

18.   Merkel: "Juncker-Plan wirkungslos ohne Reformen in Euroländern"  34

19.   Ein Islam österreichischer Prägung. Nationalrat in Wien verabschiedet neues Islamgesetz  34

20.   Bundestag sagt breite Zustimmung für Verlängerung der Griechenland-Hilfen zu  34

21.   Roms Anlaufstelle für Flüchtlinge: das Centro Astalli der Jesuiten  35

22.   Neues EU-Projekt. Deutsch lernen – aber wo? Und wie?  35

23.   Bildungsministerin Wanka. Integration von Zuwanderern ins Bildungssystem verstärken  35

24.   Arbeitsmarkt. Gute Entwicklung hält an  36

25.   Schweizer Studie. Anlass, Form, Richtung und Ausmaß von Flucht haben sich stark verändert 36

26.   D: Anti-Griechen-Kampagne eine „blanke Polemik“  36

27.   Staatsministerin Özoguz zur Auftaktveranstaltung des Schwerpunktjahres „Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft“  36

28.   Studie: Linksextreme Einstellungen sind weit verbreitet 37

29.   Migranten bilden aus. Autos reparieren aus Leidenschaft 37

30.   Keine Problemviertel. Kritik an Zentralratspräsident wegen Kippa-Äußerung  38

31.   Treffen der Ausländerämter mit Vertretern des Innen- und Integrationsministeriums  38

32.   Abschaffung der Handy-Roaminggebühren in EU verzögert sich  38

 

 

 

 

Sondaggio sulla nuova immigrazione

 

Siamo stati incaricati dall'Ufficio federale per l'Immigrazione e i Rifugiati di condurre un sondaggio sul fenomeno della nuova immigrazione a scopo lavorativo in Germania.

Il nostro compito è quello di indagare le ragioni che hanno spinto all'emigrazione gli italiani/le italiane e gli spagnoli/le spagnole che sono venuti in Germania dopo il 2008. Nodali sono a questo proposito le domande riguardo alle Sue necessità di sostentamento e supporto. Il nostro scopo è quello di acquisire conoscenze riguardo ai fattori che giocano un ruolo fondamentale nell'integrazione sia sociale che lavorativa.

Un ulteriore scopo della ricerca è quello di pubblicare i risultati acquisiti e condividerli con il gruppo dei partecipanti/delle partecipanti italiani/e e spagnoli/e in Germania. Nel caso in cui sia interessato/a possiamo spedirle i risultati della nostra ricerca.

Il questionario dura circa 10 minuti. I dati verranno trattati confidenzialmente e al solo scopo di acquisire conoscenze per lo studio in oggetto.

 

La ringraziamo infinitamente della sua partecipazione al sondaggio, che può trovare qui: https://www.soscisurvey.de/mondo-sottosopra/ 

Nel caso in cui avesse domande non esiti a contattarci al seguente indirizzo: minor@minor-kontor.de. Può trovare ulteriori informazioni sull'analisi a lungo termine della nuova immigrazione lavorativa su: http://www.minor-kontor.de/forschung

Minor-Projektkontor für Bildung und Forschung e.V., Marianne Kraußlach, Alt-Moabit 73, +0049 30 – 39884305, m.krausslach@minor-kontor.de, www.minor-kontor.de.  (de.it.press)

 

 

 

 

La Commissione prepara un’agenda europea sulla migrazione

 

La Commissione europea ha aperto oggi i lavori per la definizione di un'agenda europea globale sulla migrazione. Il collegio dei Commissari ha svolto un primo dibattito di orientamento sulle iniziative essenziali per potenziare gli sforzi dell'UE volti ad attuare gli strumenti esistenti e la cooperazione nella gestione dei flussi migratori dai paesi terzi.

 

Per la prima volta, gestire meglio la migrazione è un'esplicita priorità della Commissione europea, come indicato negli orientamenti politici del Presidente Juncker "Un nuovo inizio per l'Europa". La migrazione è una questione trasversale che coinvolge settori politici diversi e svariati attori, sia all'interno che all'esterno dell'UE. La nuova struttura e i nuovi metodi di lavoro della Commissione europea costituiscono un primo passo per affrontare le sfide e le opportunità della migrazione in maniera veramente globale.

Il primo Vicepresidente Frans Timmermans ha dichiarato: "Gestire bene la migrazione è una sfida per l'Europa nel suo insieme. È giunto il momento di rivedere il nostro approccio al modo in cui lavoriamo assieme: dobbiamo fare un uso migliore e più coerente di tutti i nostri strumenti, concordare priorità comuni e unire maggiori risorse a livello europeo e nazionale al fine di garantire un'effettiva solidarietà e una migliore condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri. In luglio presenteremo una nuova agenda sulla migrazione che prevede una migliore governance per rafforzare il nostro sistema di asilo, definire un percorso efficace per la migrazione legale, agire più energicamente contro la migrazione irregolare e garantire frontiere più sicure".

L'Alta rappresentante/Vicepresidente Federica Mogherini ha dichiarato: "In quanto europei, dobbiamo essere efficaci nel dare risposte immediate alla migrazione e contemporaneamente affrontarne le cause profonde, a partire dalle crisi che dilagano alle nostre frontiere, soprattutto in Libia. Proprio per questo stiamo aumentando la nostra collaborazione con i paesi di origine e di transito per fornire protezione nelle regioni in conflitto, facilitare il reinsediamento e affrontare le rotte dei trafficanti".

Dimitris Avramopoulos, Commissario responsabile per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, ha dichiarato: "La migrazione è una questione di persone: dietro ogni volto che giunge alle nostre frontiere c'è un individuo, che sia un uomo d'affari in viaggio per lavoro, uno studente che viene in Europa per studiare, una vittima di trafficanti di esseri umani, un genitore che cerca di portare al sicuro i suoi figli. Nell'elaborare un'agenda europea globale sulla migrazione, dobbiamo pensare a tutte le dimensioni del fenomeno: non si tratta di cercare scorciatoie, ma di creare un'Unione europea più sicura, prospera e attraente".

Verso un approccio europeo veramente globale alla migrazione

Il dibattito orientativo odierno ha definito i quattro principali settori dell'intervento previsto nell'ambito dell'agenda europea sulla migrazione per dare attuazione agli orientamenti politici del Presidente Juncker. Sono tutti settori legati tra loro e di pari importanza.

Un forte sistema comune di asilo

L'Unione europea dispone di uno dei quadri legislativi più avanzati al mondo per offrire protezione a chi ne ha bisogno. È giunto il momento di applicare pienamente e coerentemente il sistema europeo comune di asilo recentemente adottato. La Commissione si adopererà a fondo per garantire la scomparsa delle attuali divergenze tra le prassi nazionali in materia di asilo. Sarà inoltre essenziale approfondire la cooperazione con i paesi terzi per affrontare le cause profonde della migrazione, nonché integrare la migrazione nella definizione delle strategie di sviluppo. Infine, la Commissione è determinata a progredire verso un maggiore uso delle iniziative di ricollocazione e reinsediamento dell'Unione europea, in uno stretto dialogo con gli Stati membri e i paesi terzi che ospitano un alto numero di rifugiati.

Una nuova politica europea sulla migrazione legale

Pur combattendo l'attuale disoccupazione, l'Europa deve attirare i giusti talenti per essere più competitiva a livello globale. Si tratta di un impegno a lungo termine che dobbiamo iniziare subito a preparare. Per questo motivo la Commissione europea avvierà un riesame della direttiva sulla Carta blu. Si tratta di un processo impegnativo e a lungo termine che potrà funzionare solo discutendo con gli Stati membri, anche per quanto riguarda un approccio più orizzontale alla politica in materia di migrazione legale.

Una lotta più decisa alla migrazione irregolare e alla tratta di esseri umani

Le persone emigrano illegalmente per svariate ragioni. Nel 2014, secondo Frontex, circa 278 000 individui hanno attraversato irregolarmente la frontiera: il doppio rispetto alla cifra del 2011. Molti di questi migranti ricorrono a trafficanti, oppure cadono vittima di trafficanti di esseri umani. Sviluppando ulteriormente la normativa esistente in materia di migrazione irregolare e lotta contro la tratta di esseri umani, la Commissione intende rafforzare le sue iniziative in questo settore. La Commissione sta elaborando un insieme completo di azioni sul traffico di migranti e desidera potenziare strumenti concreti per agire in paesi e su rotte prioritari, in stretta collaborazione con i paesi terzi, anche tramite gli accordi di riammissione e i quadri di cooperazione vigenti (ad esempio i processi di Rabat, di Khartoumpdf o di Budapest).

Proteggere le frontiere esterne dell'Europa

Uno spazio senza frontiere interne e una solida politica di asilo e migrazione possono durare soltanto se l'Europa gestisce le sue frontiere esterne, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali. La gestione delle frontiere è una competenza condivisa tra l'UE e gli Stati membri, e la sorveglianza delle frontiere esterne dell'Unione è di vitale interesse per tutti. La preparazione dell'agenda europea sulla migrazione offrirà l'opportunità di discutere se e in quale misura l'agenzia per le frontiere dell'UE, Frontex, necessiti di un aumento di dotazione e di maggiori mezzi operativi e risorse umane per affrontare meglio le sfide mutanti alle frontiere esterne dell'Unione. Gli Stati membri devono mettere in comune maggiori risorse per consentire di potenziare le attività di Frontex e di mettere in azione le squadre di guardie di frontiera europee.

Ulteriori informazioni su http://ec.europa.eu/italy.  Dip 4 

 

 

 

Mattarella "chiama" la UE: migranti problema comune

 

Bruxelles - La grande sfida dei flussi migratori e la pericolosa crisi della Libia che rischia di sfaldarsi “interpellano l’Europa”, al pari della crisi ucraina e dell’altra grande sfida, la crescita di cui l’Europa ha tanto bisogno. Il messaggio che Sergio Mattarella ha portato, proveniente da Berlino, nella sua prima visita ai vertici Ue a Bruxelles è chiaro, un messaggio all’insegna dell’integrazione e dell’azione comune come unica chance per sconfiggere le gravi difficoltà del momento. “Il problema dei profughi è drammatico e interpella tutta l’Unione”, ha avvertito il capo dello Stato nel corso del suo incontro con il presidente del Parlamanto Europeo Martin Schulz. Il quale ha definito l’Italia una “grande democrazia umanitaria”, elogiando gli sforzi della Marina italiana nel Mediterraneo. “In tutti i miei incontri – ha riferito più tardi il capo dello Stato - ho parlato dell’emergenza naufraghi e profughi che arrivano nel nostro Paese. E c’è la condivisione generale che questo problema vada affrontato a livello comunitario”. Strettamente collegato è il tema Libia, definito dal presidente un “punto nevralgico”, e sul quale, racconterà a fine visita, “ho trovato molta attenzione, che si manifesta in maniera organica sia per quanto riguarda il problema dei profughi, sia per il caos e la mancanza di strutture statuali che alimentano il rischio di propaggini di terrorismo fondamentalista”. Mir. On 4

 

 

 

 

Immigrazione. Onda libica sui flussi migratori

 

Lo sviluppo della crisi in Libia e il conseguente aumento dei flussi migratori dal paese sta determinando una vera e propria emergenza umanitaria in Europa e soprattutto in Italia.

 

Nonostante l’inverno, a gennaio 2015 3.528 migranti hanno attraversato il Mediterraneo (a differenza dei 2.171 registrati lo stesso mese nel 2014), mentre secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) a febbraio gli arrivi sono stati circa 4.300, 3.800 dei quali soltanto nel periodo compreso tra venerdì 13 e martedì 17.

 

“L’Europa deve essere pronta ad assistere in modo adeguato coloro che rischiano la propria vita in mare, ampliando i limiti geografici di intervento dell’operazione Triton e fornendo delle possibili alternative alla traversata via mare” afferma Federico Soda, Capo Missione dell’Oim in Italia.

 

Parole confermate dall’ennesima tragedia verificatasi nel Mediterraneo lo scorso 10 febbraio, evento che ha riacceso il dibattito sulle modalità di intervento dell’Europa evidenziando i limiti di Triton, la missione avviata dopo la chiusura dell’operazione Mare Nostrum coordinata dall’Italia.

 

Il tema è stato anche al centro del seminario L'immigrazione che verrà organizzato da “Area”, Magistratura democratica e Movimento per la Giustizia-Articolo 3, le cui conclusioni hanno sottolineato la necessità di un orientamento delle politiche europee e italiane volte ad assicurare condizioni di viaggio e di accoglienza dignitose e sicure.

 

L’attenzione i è concentrata anche sul rafforzamento delle risorse delle nuove iniziative europee (a partire proprio da Triton), portando l’esperienza di Mare Nostrum e allargandone il raggio d’azione e riconoscendo esplicitamente anche la finalità di soccorso dei migranti.

 

Rotta del Mediterraneo centrale

La traversata del mare in realtà costituisce solo la parte finale di un viaggio assai più complesso lungo la rotta del Mediterraneo centrale, una delle più sfruttate dai trafficanti da almeno una decina di anni e all’interno della quale la Libia rappresenta il nexus point dove confluiscono i migranti che sopravvivono al deserto e che provengono da differenti punti di partenza.

 

Fino al 2010, la relativamente prospera economia del paese offriva buone opportunità lavorative sia ai migranti subsahariani per i quali rappresentava la destinazione finale, sia per coloro che lo consideravano un paese di transito nel quale poter guadagnare il denaro sufficiente per pagare i trafficanti e continuare il viaggio alla volta dell’Europa.

 

In seguito alle Primavere arabe si è assistito ad un incremento sostanziale dei flussi in partenza dalle coste libiche per raggiungere principalmente l’Italia e Malta.

 

Nel 2014, 170.816 migranti sono approdati nel sud dell’Italia attraverso la rotta centro-mediterranea, rispetto ai 45.298 del 2013.

 

L’inasprimento recente dei conflitti ha conseguentemente favorito il business dei trafficanti, all’interno del quale si è inserito anche l’autoproclamatosi Stato islamico che si è conquistato la propria fetta di un mercato esistente ormai da lungo tempo.

 

In Libia confluiscono migranti provenienti da varie rotte interne gestite dai trafficanti, le cui principali includono l’attraversamento del Sahara a partire dal Sudan (intrapresa soprattutto da cittadini sudanesi e provenienti dal Corno d’Africa), dal Niger (percorsa in particolare da migranti subsahariani) e dal Chad (anche se di minore consistenza, questa via rappresenta un importante punto di passaggio per chadiani, sudanesi e camerunesi).

 

Anche siriani e palestinesi raggiungono la Libia dal Sudan dopo essere partiti in volo da Amman, Beirut o Istanbul alla volta di Khartoum e quindi attraversando il deserto libico. Tale opzione è una delle poche rimaste a queste due nazionalità dopo che il governo algerino ha reso loro estremamente difficile l’ottenimento del visto. Di conseguenza, la rotta attraverso l’Algeria è stata sostituita da quella alternativa via Sudan.

 

Flussi migratori multiforme

L’aggravarsi delle condizioni in Libia, la pericolosità del paese e le continue violenze ed estorsioni subite dai migranti (soprattutto di origine subsahariana) hanno costituito senza dubbio dei fattori decisivi nella scelta di imbarcarsi verso l’Italia, come riportano le testimonianze dei migranti arrivati in queste settimane.

 

Racconti che restituiscono la dimensione multiforme dei flussi migratori diretti verso l’Italia e che vede protagonisti sia migranti forzati, rifugiati e richiedenti asilo in fuga da conflitti che migranti economici e vittime di tratta.

 

Condizioni, queste, che influenzano notevolmente sia la durata e le condizioni della permanenza in Libia che il compenso corrisposto ai trafficanti (dai 400 ai 1500 dollari secondo i racconti degli intervistati).

 

L’attesa prima di partire può essere di cinque giorni come di due anni. Alcuni hanno riferito di aver passato dei mesi nelle cosiddette “case di collegamento”, dove sono stati vittime di sorprusi e violenze.

 

Un altro dato che emerge è quello relativo alle aspirazioni rispetto al paese ultimo di destinazione: dalla Germania al Nord Europa, mete il cui raggiungimento è facilitato dalle reti di trafficanti che si sono create anche all’interno dell’iperprotetto spazio Schengen.

Fedora Gasparetti, esperta di politiche migratorie e di asilo. Aff Int. 27

 

 

 

 

 

Nasce l’Osservatorio dell’Emigrazione italiana nel mondo. Intervista al Coordinatore Comm. Dott. Giorgio Brignola

 

Circa un anno fa, il Corriere di Puglia e Lucania, diretto da Antonio Peragine, lancia l'idea di  pubblicare una Rubrica intitolata “Osservatorio„ per gli italiani nel mondo, uno spazio dedicato alle esperienze ed alle storie di chi vive fuori dal nostro Paese, ma anche un valido strumento

d' informazione e di contatto con tutti coloro che per scelta o per necessitá hanno lasciato l'Italia.

I risultati positivi e l'apprezzamento di questa rubrica ha fatto sí che la direzione unitamente al comitato di redazione decidessero di sviluppare ed allargare questo progetto facendo nascere

l' Osservatorio dell' Emigrazione italiana nel mondo.

Rinascita intervista una delle anime di questo progetto e suo coordinatore, il Dott. Giorgio Brignola.

Giorgio Brignola é stato insegnante per oltre 35 anni e per oltre cinquanta s’è impegnato nel volontariato giornalistico al servizio dei Connazionali all’estero. Ha scritto per diverse testate giornalistiche europee in Inghilterra, Germania (ndr: Web giornale e Corriere d'Italia dal 1977), Belgio e Francia occupandosi di politiche sociali, di migrazione, sempre informando, sempre coerente al suo motto” Servire gli Italiani, non Servirsene” e sempre pronto a utilizzare il dono dell’ascolto.

 

Dott. Brignola, puó raccontarci che cos'é nello specifico l'O.I.E.M?

 

É un complesso di persone tutte volontarie, studiosi dell’emigrazione, docenti universitari, personalità e parlamentari italiani eletti all’estero, dirigenti dell’associazionismo dell’emigrazione italiana, giornalisti, che daranno il loro contributo personale ai problemi che interessano i connazionali all'estero. Abbiamo messo insieme un gruppo di esperti in vari settori, fiscale, sanitario, sociale, in modo tale che ciascuno possa dare il suo contributo in risposta a domande specifiche su un determinato argomento o problema, che non riesce a trovare soluzione. Soluzione a volte non facile da trovare, specie se si vive fuori dall'Italia, o perché non si ha il supporto delle istituzioni o perché anche le associazioni, che parlano d'Italia, presenti sui territori oltreconfine, o sono poche o poco conosciute o a volte inesistenti.

 

Quali sono le motivazioni che vi hanno convinto a far evolvere questo progetto fino a renderlo oggi operativo, strutturato in gruppi continentali, dotati di organigrammi funzionali ed avendo

l' ambizioso obiettivo di diventare un polo di riferimento anche per favorire un dialogo collaborativo con le Rappresentatività locali dei Connazionali all’estero?

 

Ci siamo resi conto, soprattutto, che la storia degli italiani all'estero non é cronaca ma realtá quotidiana. Per parlare di emigrazione bisogna averla vissuta. Io, ad esempio, come giovane laureato, l'ho vissuta in Canada e mi sono reso conto cosa voglia dire inserirsi in una societá diversa, con problematiche e cultura differenti dal proprio Paese d'origine, portandosi peró dentro la propria italianitá. Ed é per questo che ritieniamo fondamentale portare avanti questo progetto con la finalitá di volere unire i connazionali all'estero sotto un unico principio che e`quello dell'italianitá. Quindi essere utili lá dove serviamo, sempre sotto forma di volontariato.

 

Che cosa vuole  e puó dare in piú l'O.E.I.M. , rispetto ai giá numerosi osservatori ed istituti di ricerca che stanno studiando da anni il fenomento dell'emigrazione?

 

Noi speriamo di poter dare quello che gli italiani all' estero non hanno ancora, non tanto la % del numero dei disoccupati, la % del numero degli integrati o il numero di coloro che, ad esempio, hanno la doppia cittadinanza. Noi vorremmo, dall'Italia, essere un punto di riferimento per chi ha dovuto lasciare il Paese per cercare altrove lavoro, vita e futuro. Quindi non un'offerta di dati statistici o campionamenti quanto piuttosto un' offerta di intervento pratico reale ad personam. In concreto, si presenta un problema reale, lo affrontiamo  sicuri che quel problema potrá interessare altre persone, anche in altri Paesi, Stati o Continenti. La soluzione del problema verrá resa pubblica attraverso Osservatorio in modo tale che, ad esempio, una risposta data ad un connazionale in Germania possa essere utile ad un altro connazionale che vive negli Stati Uniti.

 

All'interno di Osservatorio é stato creato un Comitato scientifico. Quali sono le sue funzioni e come opererá questo Comitato?

 

Il Comitato scientifico ha la finalitá importante di selezionare i vari argomenti e problematiche esistenti, suddividendoli in gruppi di interesse che fanno riferimento a tematiche legate all'economia, al turismo, alla cultura della lingua.

È composto da esperti e studiosi in ogni angolo del mondo che affronteranno il tema dell'emigrazione italiana e delle questioni legate alla rappresentatività ed italianità nel mondo; anche studiando ed analizzando, ad esempio, gli aspetti socio previdenziali ed assistenziali della "nuova" emigrazione.

 

L'Osservatorio prevede rapporti di collegamento e di collaborazione con tutte quelle realtá associazioni, circoli, gruppi di scambio, che da anni operano attivamente in tutte le parti del mondo a favore dei nostri connazionali?

 

Certamente sí, noi siamo disponibili nella misura in cui queste realtá ci accolgano nei progetti che hanno giá realizzato. Ci piacerebbe creare un rapporto solidale di confronto e di supporto reciproco cercando anche di dare il nostro contributo a chi vive quotidianamente la realtá della nostra emigrazione.

 

Come saranno diffusi I risultati delle vostre analisi, le esperienze che raccoglierete e le risposte che darete a problemi comuni?

 

Abbiamo giá un sito internet, www.corrierepl.it, un foglio internazionale on line giá molto seguito. Cercheremo di rendere pubbliche, nel rispetto naturalmente della privacy, le situazioni di problemi comuni. Ad esempio, uno dei temi giá affrontati, é stato quello dell' IMU. La tassa sulla casa degli italiani che vivono all'Estero e che hanno una casa in Italia , magari lasciata in ereditá dai genitori o dai nonni, la cui aliquota é davvero elevata. Ecco, noi ci batteremo affinché questa tassa  venga ridotta, esercitando quindi anche una funzione di tipo politico-propositivo. 'Politico' nel senso di interessarsi ai problemi degli altri.

 

Dalla sua lunga esperienza di giornalista che ha seguito e che ancora oggi segue il fenomeno dell'emigrazione italiana nel mondo, che idea si é fatto della situazione attuale?

 

Oggi un buon numero di persone che lascia il nostro Paese, ha titoli di studio e qualifiche di alto livello, magari conoscono una o due lingue e cercano il lavoro lá dove ci sono buone opportunitá di carriera e guadagno. Il nostro piú grande flusso migratorio attuale é in Europa, si parla non piú di migranti ma di italiani all'estero, proprio per dare forza all'idea dell'abbattimento dei confini tra le nazioni. Ma anche se non facciamo piú riferimento alla vecchia migrazione noi desideriamo continuare a monitorare lo stesso il fenomeno in quanto tale, misurandone I cambiamenti nel corso dei decenni.

 

I Governi degli ultimi anni hanno attuato tagli significativi alle risorse finanziarie dedicate agli organismi esteri( consolati, patronati, riduzione dei contributi alle organizzazioni internazionali, taglio degli insegnanti da destinare per le scuole all'estero e per l'insegnamento della lingua italiana). Ormai si ha la sensazione sempre piú forte che essere italiano all'estero sia diventato solo piú un problema economico e finanziario e non una risorsa da valorizzare. Qual é la sua opinione in proposito?

Certamente, il fenomeno nuovo dell'emigrazione, con una perdita preziosissima di risorse giovani, che sono costrette a lasciare il nostro Paese alla ricerca di opportunitá che l'Italia non offre, é diventato una fenomeno emorragico preoccupante. Stiamo perdendo persone di alto valore tecnico e di provate capacitá, un valore aggiunto per l' Italia di  oggi e di domani , una dispersione che  non riesce ad essere fermata perché non si  stanno creando opportunitá di sviluppo reale, concreto. Sembra che la politica nazionale si disinteressi del fenomeno in quanto tale, comprendendo  ed andando a ragionare sulle reali necessitá di chi vive fuori, salvo ricordasene solo quando la politica dei numeri comincia a contare. La nostra speranza che la politica futura tenga conto non solo dei numeri ma anche delle persone, che si interessi concretamente dei loro problemi e delle loro necessitá.

 

Il dott. Giorgio Brignola ed il dott. Antonio Peragine, direttore editoriale e co-fondatore di questo progetto, sono sempre a disposizione per fornire ulteriori informazioni  e collaborazioni riguardo all'Osservatorio. Cosí come informazioni si possono trovare sul sito www.corrierepl.it. Rinascita, marzo

 

 

 

 

“Percorsi migratori e organizzazioni degli italiani all’estero”

 

Nella seconda parte dei lavori del Seminario Unaie gli interventi di mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, del presidente nazionale delle Acli Gianni Bottalico, del coordinatore nazionale Filef Rodolfo Ricci e di Rino Giuliani del Comitato promotore degli Stati generali dell’associazionismo italiano nel mondo

 

ROMA – Con un confronto tra esperti ed esponenti dell’associazionismo si è concluso ieri il seminario di studi “Percorsi migratori e organizzazioni degli italiani all’estero”, organizzato presso il Senato della Repubblica e promosso dall’Unione Nazionale Associazioni Immigrati Emigrati (Unaie) in vista degli Stati generali dell’associazionismo italiano nel mondo.

A evidenziare l’importanza dell’associazionismo in emigrazione mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che ha rilevato come esso rafforzi il legame con il Paese di origine, creando un ponte tra l’Italia e la sua diaspora, e sia luogo di realizzazione della “cittadinanza globale”, “cittadinanza delocalizzata che deve essere vissuta in termini universalistici e non escludenti”. “Le associazioni – prosegue mons. Perego – sono anche luoghi di promozione culturale, cui non contribuisce esclusivamente la realtà accademica, e di creazione della politica, pensiamo alle tante battaglie in difesa dei diritti degli italiani all’estero, per la loro tutela e l’assistenza dovuta. Importante è il loro contributo poi per evitare lo strabismo della nostra politica, quando non applica i medesimi principi riconosciuti agli emigrati anche a coloro che in Italia vivono e sono immigrati”. Il direttore generale della Fondazione Migrantes ribadisce inoltre il contributo dell’associazionismo allo sviluppo di un’identità non più localistica ma molteplice, costruzione che a suo avviso va sostenuta anche rispetto ad una nuova idea di Europa, evitando “il rischio di impoverimento connesso alle chiusure”. Infine richiama il ruolo di “accoglienza e accompagnamento che le associazioni svolgono sempre più spesso a sostegno dei giovani italiani all’estero, luogo di solidarietà oltre che di sussidiarietà”.

Sottolinea come abbiano vissuto e condiviso vita e storia dell’emigrazione le Acli il presidente nazionale Gianni Bottalico, soffermandosi sulla necessità dell’ascolto delle istanze dei singoli che la politica sembra aver dimenticato e che viene invece costantemente promossa dalle associazioni. “La questione principale da cui oggi dobbiamo partire è l’ingiustizia sociale, dinamica che si ripete in ogni contesto e a cui non si può sfuggire neppure con l’emigrazione. Dobbiamo lavorare per costruire società e istituzioni più inclusive, rappresentando ceti sociali che oggi non hanno voce – afferma Bottalico, parlando di un rilancio della “cultura della solidarietà” e del “valore della fraternità”, specie nel contesto europeo, che “deve essere capace di accogliere i migranti”. Richiama infine il ruolo di promozione della cultura italiana svolto dall’associazionismo, ruolo che va mantenuto ancor di più oggi con “l’arretramento su questo fronte da parte dello Stato”, e il servizio svolto dai patronati a favore dei connazionali all’estero, servizio si cui mostra la disponibilità a ragionare su innovazioni e cambiamenti, a patto che l’obiettivo non sia quello dello smantellamento.

Rodolfo Ricci, coordinatore nazionale Filef, segnala come da circa 20 anni si parli di crisi dell’associazionismo, crisi “legata alla fine di una fase storica e all’avanzare del neoliberismo e dell’individualismo, che sono concezioni diametralmente opposte allo stare insieme, principio da cui muove invece l’associazionismo”. Richiama come anche le più recenti analisi sulla presenza italiana all’estero confermino la valenza non solo economica di questa emigrazione e dei suoi prodotti – richiamato in particolare il modello cooperativo, che con i connazionali è stato esportato in tutto il mondo, - valenza che però viene più spesso riconosciuta dai luoghi di accoglienza che dal Paese di origine. Il rinnovamento del mondo associativo va promosso secondo Ricci proprio in considerazione della distanza che si è aperta tra connazionali, politica e Stato italiano: “dobbiamo prendere atto che il nostro Paese ha fatto anche cose positive rispetto alla sua emigrazione, ma poi si è fermato, sino ad arrivare a mettere in atto azioni destrutturanti – afferma Ricci, citando a questo proprosito le vicende connesse al rinnovo dei Comites. “Le collettività italiane all’estero – aggiunge – si sono progressivamente allontanate perché sempre più integrate nei luoghi di residenza, ma anche dal punto di vista soggettivo, così che oggi preferiscono elaborare strategie di mutuo soccorso e autonome, senza prendere in considerazione lo Stato e le istituzioni italiane – rileva il coordinatore Filef, che si chiede poi, proseguendo su questa strada, cosa ne sarà tra 10 anni del rapporto tra connazionali all’estero e Italia, anche considerando i trend crescenti di flussi in uscita. L’auspicio è che anche attraverso gli Stati generali si possa contribuire a fornire strumenti e conoscenze utili ad arginare il flusso di risorse umane in uscita dal nostro Paese o, almeno, a mantenere con esse un legame fecondo, strumenti e conoscenza che Ricci si augura possano trapelare anche all’esterno di iniziative come quella di questo seminario di studi.

Anche Rino Giuliani, del Comitato promotore degli Stati generali dell’associazionismo italiano nel mondo, segnala il cambiamento di contesto in cui si trova ad operare oggi l’associazionismo, trasformazioni di cui “abbiamo scelto di cogliere le potenzialità positive, proprio attraverso l’organizzazione degli Stati generali”. Giuliani ricorda poi come “la rappresentanza politica non sia esaustiva della democrazia partecipativa”, rilevando l’importanza dei corpi intermedi della società, “di cui l’associazionismo è una specificazione”, a dispetto di una tendenza oggi prevalente di “considerarli di intralcio a fare rapidamente”. L’associazionismo intende quindi ribadire il proprio ruolo, in particolare il contatto diretto con la realtà e le diverse istanze sociali, che istituzioni di vari livelli rischiano di non cogliere nelle loro “cornici interpretative”. Giuliani ribadisce il carattere partecipativo delle associazioni, il loro ruolo di rappresentanza sociale e realtà attraverso cui si attivano relazioni e rapporti solidaristici, sempre animate da una forte sensibilità sui temi del lavoro, oltre che su quelli sociali. Un ripensamento è poi necessario anche alla luce dei nuovi fenomeni associativi connessi ai social network e a internet – ricorda, rilevando poi come i parlamentari eletti all’estero potrebbero innescare una riflessione che coinvolga il mondo associativo d’emigrazione nell’ambito della riforma delle linee guida del terzo settore.

Infine, Giuseppe Colavitti, direttore del Centro Studi del Consiglio Nazionale Forense, si sofferma sul ruolo che la Costituzione italiana riconosce alla formazioni sociali e al lavoro, principi che restano immodificabili anche nell’ambito di una prossima riforma. Viviana Pansa, Inform 27

 

 

 

 

Paolo Gentiloni: “Clandestini, l'Europa deve fare di più. In un anno sbarchi quasi raddoppiati”

 

"L’Europa s'impegni di più sull'immigrazione, con una vera condivisione di tutte le fasi, dai paesi d'origine a quelli di transito, fino alle ultime miglia e all'accoglienza. E assegni a Triton più mezzi e più risorse». Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni porrà la questione al Consiglio dei capi-diplomazia della Ue il 16 marzo. «I flussi migratori irregolari stanno proseguendo, anzi aumentano: dal primo gennaio sono arrivati in 7882, rispetto ai 4548 dello stesso periodo dell'anno scorso. Sono grato per la tempestività con la quale in risposta a una mia lettera la Commissione ha rifinanziato Triton con fondi d'emergenza e l'ha prorogata. Ma occorre di più».

Triton va spostata in avanti?

«Va rafforzata. Lasciamo stare le piccole dispute: Triton ha un obbligo di ricerca e soccorso in mare come Mare Nostrum. C'è poca differenza nel raggio d'azione fra 50 e 30 miglia dalle nostre coste, considerando che la Libia è a poco più di 200. Quei migranti che per il 90 per cento arrivano dalla Libia non sono libici, ma siriani e di altri paesi africani, che trovano in Libia un paese senza controllo, e organizzazioni criminali che generano il 10 per cento del PIL libico. Un problema non solo italiano ma europeo».

L'Italia proporrà un italiano il 13 marzo, come successore dell'inviato dell'Onu in Libia, lo spagnolo Bernardino Leon?

«Non posso commentare ipotesi future. Certo, il nostro interesse per la crisi libica è evidente».

Per intervenire è proprio necessario il mandato dell’Onu?

«Di fronte a minacce dirette siamo attivati con tutti i nostri servizi di intelligence e i nostri apparati di sicurezza e non siamo certo un paese indifeso. Del resto tutti i trattati internazionali, a cominciare dalla carta delle Nazioni Unite, consentono ai singoli paesi di difendere i propri interessi e i propri cittadini. Abbiamo espresso totale comprensione nei confronti dell'Egitto dopo la strage di cristiani copti sulla spiaggia di Sirte che si concludeva con una delle tante minacce simboliche al nostro paese. Ma l'investimento comune dev'essere in un governo di riconciliazione e unità nazionale tra tutte le forze che respingono estremismo e terrorismo. La minaccia del Daesh (Isis) contro Tobruk, Misurata e Tripoli dovrebbe indurre molti a scegliere la strada del negoziato».

Anche in vista di un'operazione di peace-keeping?

«Spetta all'Onu esprimersi. Una cosa è l'azione di lotta e contrasto al terrorismo, altra gli interventi militari. Almeno la base della soluzione dev'essere interna alla Libia. Interventi unilaterali per costringere al negoziato sarebbero velleitari. L'Italia farà per intero la sua parte, ma senza improbabili avventure».

L'Italia accetterà una spartizione della Libia?

«Non esiste che una delle parti possa occupare l'intero paese. Accettare una divisione o un conflitto permanente non solo sarebbe un errore, ma sarebbe contro i nostri interessi nazionali. Anche per questo abbiamo contribuito a sostenere istituzioni come la Natio- nal Oil Company o la Banca centrale libica».

Si sente un ministro «crociato»?

«La propaganda del Daesh va in questa direzione. Si parla di crociate, di bandiere nere su San Pietro, di Roma come nemica del mondo musulmano. Noi lottiamo contro il terrorismo del Daesh, certo non contro l'Islam che anzi è oggetto di una specie di sequestro da parte di forze terroriste di varia natura, non solo del Daesh. Al linguaggio di questa lugubre propaganda contrapponiamo le armi del contrasto alla minaccia terroristica e quelle della condivisione con la comunità islamica e musulmana. Altro che crociate!».

Spostiamoci in Europa. Come giudica il piano di riforme greco?

«Un primo atto anche coraggioso che va nella direzione giusta, dovendo Tsipras fare i conti con una crisi traumatica e qualche critica interna. Da parte greca e europea mi pare si sia adottata la chiave della flessibilità politica. Interessa all'Italia che ciò si inserisca in un progressivo cambiamento della politica economica Ue che Francia e Italia, insieme ad altri paesi, stanno promuovendo nell'interesse di tutta l'Unione. Debiti e regole non si cancellano, ma il senso di marcia dell'Unione deve cambiare».

Andiamo a Est…

«Verso la Russia? Abbiamo condiviso un atteggiamento di fermezza nella Nato e nella Ue, rafforzando la sorveglianza aerea nei Paesi baltici e con le sanzioni, pur essendo l'Italia uno dei paesi che ne hanno sofferto di più. Noi con altri abbiamo però detto che questa fermezza non deve tradursi in chiusura al dialogo ma in un atteggiamento costruttivo da verificare giorno per giorno. In diversi teatri di crisi, dalla Siria alla Libia e all'Iran, la Russia è un attore da coinvolgere positivamente. È chiaro che le chiavi della soluzione sono in mano a Putin. Non possiamo accettare un conflitto congelato permanente in Ucraina».

Marco Ventura, Il Messaggero, 25 febbraio

 

 

 

 

Europa, nonna invecchiata o continente ringiovanito?

 

Mentre si moltiplicano segnali preoccupanti, tensioni, egoismi, non mancano concreti elementi di speranza. Ne ha parlato il Papa a Strasburgo. Michel Remery - vice segretario generale Ccee

 

Guardando all'Europa di oggi, chi segue le notizie di cronaca non può non chiedersi dove stia andando il continente, quale strada stia percorrendo. Papa Francesco nel suo discorso al Parlamento europeo (25 novembre 2014) diceva che si ha l'impressione di "un'Europa nonna e non più fertile e vivace". Proprio per questo il Santo Padre voleva portare in quella occasione "un messaggio di speranza e di incoraggiamento". Qual è il senso di consegnare un tale messaggio a un continente che si pensa essere smarrito? Dove possiamo rintracciare allora segni di speranza e di luce?

L'osservazione che il continente europeo sembra essere stanco e vecchio risulta molto vera e pertinente. Assistiamo a tensioni tra Paesi e governi, siamo spettatori di una diffusa perdita di morale, sia a livello personale che etico e religioso. Accanto a tutto ciò conviviamo con quei problemi che abitualmente riassumiamo sotto l'etichetta di "crisi economica". In senso generale la situazione europea sembra andare di male in peggio.

Chiediamoci però: è giusto vedere e parlare dell'Europa solo come un insieme? Non è innanzitutto un continente che consiste di una grande varietà di realtà, regioni, culture e Paesi? Non è proprio questa varietà che ha portato alla grandezza storica dell'Europa? Vero, da secoli lo chiamiamo il "vecchio continente", non per la sua età "anagrafica", potremmo dire - che è uguale per tutti i continenti e risale alla creazione del mondo -, quanto piuttosto per il suo essere stato fonte di ricchezze culturali, scientifiche e religiose che ha potuto condividere con il mondo intero, anche se troppo spesso questo è avvenuto senza il dovuto rispetto per le civiltà e le culture esistenti. Nonostante gli sbagli commessi, in tanti sensi il nostro è ancora oggi visto come il "continente madre".

Allora perché sarebbe diverso oggi? Perché l'Europa sarebbe passata dall'essere madre a essere nonna? Continuando la metafora: i suoi figli con gli anni diventano grandi e indipendenti, e questo è giusto e naturale, ma non possiamo dire automaticamente che il continente europeo si è trasformato in un'anziana signora bisognosa. Un continente non può vivere una vecchiaia come la vivono gli uomini. Piuttosto, ha la preziosa possibilità di sperimentare un continuo ringiovanimento con la continua nascita di nuovi figli e figlie. Anche se a prima vista l'Europa può sembrare una "vecchietta", lo è realmente solo se noi la crediamo così.

Di tutti i continenti del mondo, dunque, quello europeo è il meno adatto per essere considerato come un insieme, come una unità. È piuttosto un agglomerato di tante realtà storiche, reali e attuali, che portano in sé possibilità di crescita e di futuro - e questo si osserva nei tanti segni di bellezza, di gioventù, di speranza disseminati nel continente. Per esempio, in questo tempo in cui si parla tanto della minaccia costituita dai credenti musulmani radicali in Europa, ricordiamo come, al momento delle grandi inondazioni che hanno colpito nei mesi scorsi la Bosnia, la Serbia e la Croazia, si potevano vedere musulmani, cattolici e ortodossi lavorare insieme per liberare i lori paesi dall'acqua, e questo malgrado la situazione difficilissima che si vive in quei Paesi a livello politico, etnico e storico. Inoltre, in questi tempi assistiamo a un disinteresse crescente per la fede in Europa: ma è bene ricordare che appena 25 anni fa l'Albania era davvero un Paese ateo, senza religione, mentre adesso si vedono giovani figli di genitori atei avvicinarsi all'altare, pur dentro una situazione sociale ed economica molto difficile che si vive nel Paese. Ancora un esempio: in questo tempo che vede una perdita del senso della dignità dell'uomo, specialmente riguardo all'inizio e alla fine della vita, è importante riconoscere anche chi testimonia una convinzione contraria, come dimostrato nelle grandi manifestazioni contro la legislazione in materia di famiglia in Francia e altri Paesi europei, ma anche attraverso l'esempio di tante persone e famiglie che vivono nel loro realtà quotidiana un amore per la vita.

In conclusione, possiamo dire che in Europa ci sono minacce vere, ci sono idee e ideologie sbagliate. Sì, dobbiamo favorire relazioni giuste con l'Islam e altre religioni. Sì, viviamo in un tempo dove la religione viene spesso vista come qualcosa di "arretrato" e dove anche i cristiani vengono discriminati. Sì, dobbiamo lottare per promuovere e difendere la dignità della vita umana in ogni momento.v Questo però non significa che l'Europa è invecchiata in modo irreversibile. Vedo un futuro per l'Europa, un futuro che comincia con le persone, considerate come individui amati da Gesù Cristo. Un futuro che comincia già quando si vede l'altro lato della medaglia nelle vicende terrene, i segni di vita, di crescita e di fede a livello locale. Possono essere piccoli segnali in questo momento, ma non è lo stesso Gesù che ci insegna che basta un granello di senape per far nascere un albero nel quale uccelli di ogni tipo possono trovare rifugio? L'Europa, "seminata" e "innaffiata" con la nostra fede in Gesù, può essere quest'albero per tutti. Sir 27

 

 

 

 

UE e diritti nazionali. Il laccio della corte tedesca

 

I governi nazionali negoziano in continuazione a Bruxelles. I parlamenti hanno proprie sedi di consultazione a livello europeo. Le burocrazie nazionali si incontrano periodicamente nei numerosi comitati dell’Unione. Le corti nazionali, specialmente quelle di vertice, sono, invece, organismi solitari. Sono guardiane delle costituzioni nazionali e non possono certamente concordare con altre corti le loro decisioni. Ma che cosa succede se si mettono a difendere il proprio backyard , il proprio orticello, come ha notato, criticando una recente ma isolata decisione della Corte costituzionale italiana, Antonio Baldassarre, che quella corte ha presieduto alcuni anni fa? E che cosa accade se una corte come quella costituzionale tedesca si distingue in questo ruolodi difensore dell’interesse nazionale (per esempio, di recente, nel caso dell’Omt, Outright Monetary Transactions, misure non convenzionali della Banca centrale europea)?

Rispondere a questa domanda è importante, perché le corti costituzionali hanno sempre l’ultima parola, perché esse possono tirare la corda e creare spaccature all’interno dei sistemi giuridici nazionali, e perché, se esse vanno in direzioni opposte, finiscono per dare all’Unione Europea un vestito d’Arlecchino.

Semplificando, il filo del discorso che da qualche anno la corte tedesca sta svolgendo è il seguente. Gli Stati nazionali sono i «signori dei trattati europei», come i condomini lo sono di un condominio. L’Unione ha solo i compiti a essa trasferiti dai suoi «padroni», gli Stati. N ello Stato tedesco, solo il Parlamento può conferire funzioni statali al livello sopranazionale, perché solo esso garantisce il rispetto della volontà popolare e dell’identità nazionale. Ogni passo avanti dell’Unione, ogni suo impegno, deve essere autorizzato dal Parlamento.

Queste motivazioni, svolte con ricchezza di sottili ragionamenti giuridici, producono tre effetti. Annullano le forze endogene di sviluppo dell’Unione, negandone l’esistenza, oppure condizionano tale sviluppo. Mettono al guinzaglio tedesco (e degli altri Paesi che intendano seguire la stessa strada) tutti i passi avanti dell’Unione. Creano uno squilibrio tra Stati più filo-europei e Stati più guardinghi o addirittura restii a operare «cessioni di sovranità».

Altri Paesi sono più filo-europei, e tra questi è l’Italia. Se si esclude la decisione criticata dall’ex presidente della Corte, le corti supreme italiane hanno assunto un atteggiamento più aperto rispetto al diritto europeo e al diritto internazionale. Non si chiedono quali limiti discendono dalla Costituzione nazionale per il diritto europeo, ma, al contrario, quali vincoli europei il diritto e le corti nazionali debbono rispettare.

Neanche noi siamo immuni da difetti. Anche le corti italiane, più orientate ad aprire le porte del diritto nazionale a quello europeo, creano dei problemi. Infatti, il loro atteggiamento fa risaltare la debolezza degli adempimenti comunitari da parte dell’esecutivo. È noto che l’Italia è tanto pronta a dichiarare di volersi adeguare alle direttive e ai regolamenti comunitari, quanto lenta nell’applicarli. Ed è noto che il balletto dei governi rende la nostra presenza a Bruxelles sempre precaria (qualche giorno fa, uno dei più alti funzionari dello Stato italiano ha dichiarato che in cinque anni aveva accompagnato nella capitale europea cinque diversi ministri italiani, mentre quelli dei nostri partner sono rimasti gli stessi).

L’atteggiamento tedesco, per la cura con cui è motivato, per la sua costanza, per il peso che quel Paese ha in Europa, pone, tuttavia, un interrogativo di fondo, che riguarda l’esistenza stessa dell’Unione e la sua essenza. Gli Stati nazionali non hanno conferito all’Unione soltanto compiti che questa deve ordinatamente svolgere come un mero esecutore. Hanno anche sottoscritto un patto con il quale, consentendo l’elezione diretta del Parlamento europeo, hanno permesso lo stabilirsi di un rapporto diretto tra questo e i cittadini di ciascuna nazione. Hanno creato, in altre parole, un motore, hanno stabilito una diversa legittimazione, un potere che può disporre regole eguali per tutti i Paesi. Se ognuno degli Stati europei interpreta in modi diversi i vincoli che derivano dai trattati, allunga o accorcia a suo piacimento il guinzaglio che lega l’Unione agli Stati, non si pongono in dubbio le premesse stesse su cui è fondato il «condominio» europeo?  Sabino Cassese, CdS 25

 

 

 

 

Debutto internazionale per Mattarella con Gauck: "Tra Italia e Germania relazione speciale"

 

BERLINO - Come prima visita ufficiale da presidente della Repubblica ha scelto la Germania. Sergio Mattarella è arrivato al castello di Bellevue per incontrare il presidente della Repubblica federale tedesca, Joachin Gauck, nel pomeriggio la cancelliera, Angela Merkel. Ad accompagnarlo il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. Nello splendida cornice del giardino del castello, Mattarella ha ricevuto gli onori militari. Primo inno intonato quello di Mameli, poi quello tedesco. "Siamo molto impressionati dalla velocità delle riforme del governo italiano. Il governo di Matteo Renzi è riuscito a dare nuove speranze di cambiamento e ad avviare riforme ambiziose", ha poi detto Gauck, durante la conferenza stampa. "Ringrazio Gauck per l'apprezzamento nei confronti del mio Paese e nei confronti dell'impegnativo processo di riforme in corso", ha replicato il capo di Stato italiano.

 

Uno scambio di convenevoli. "Sono felice che abbia scelto Berlino come sua prima meta all'estero", ha detto ancora Gauck, aggiungendo di sperare che gli incontri italo-tedeschi, così come hanno preso forma sinora, "diventeranno una istituzione permanente" che coinvolga vari livelli. Parlando del dialogo "stretto e pieno di fiducia" che aveva con il precedente presidente italiano, Giorgio Napolitano, Gauck ha aggiunto di essere felice che "questa tradizione di scambi possa progredire". "Le relazioni tra Italia e Germania sono speciali: c'è un tasso di condivisione e amicizia altissimo", ha continuato Mattarella, "credo possa essere un elemento che aiuta a rafforzare la spinta verso la crescita dell'integrazione europea".

 

Per il presidente italiano occorre "fare di più in materia economica e monetaria": "La crisi ha provocato molte difficoltà, ma anche la nascita di strutture solide in Europa. Occorre una spinta maggiore per l'integrazione in Europa, necessaria sempre più", ha spiegato. "L'europa deve cambiare passo", ha ribadito il presidente. Secondo Mattarella l'Unione "deve risolvere le crisi che la scuotono all'interno" che "hanno monopolizzato il dibattito europeo degli ultimi anni ma hanno anche contribuito, pur a costo di pesanti sacrifici, a far crescere la costruzione dell'edificio europeo". Ora, ha aggiunto, l'Europa "deve riprendere a crescere" perché "solo così si potrà continuare ad alimentare le speranze delle nuove generazioni. Queste sono le più duramente colpite dalla crisi e aspirano traguardi di crescita ambiziosi e alla loro portata".

 

La visita al Muro di Berlino. Un'agenda ricca di impegni, nella quale Mattarella ha voluto inserire anche la visita alla Fenster des Gedenkens, la finestra della Memoria, del Muro di Berlino, simbolo indiscusso della fine della Guerra fredda e delle divisioni politiche. Un appuntamento che ricorda molto il suo primo atto da presidente: la visita alle Fosse ardeatine di Roma il giorno del suo insediamento al Quirinale. "Mi auguro che la lezione della storia sia così forte da impedire orrori simili: qui sono cadute persone che non si potevano muovere in libertà e questo è un elemento da ricordare con forza", ha detto visitando il Memoriale del Muro di Bernauer Strasse. "Ho ricordato - ha aggiunto il capo dello Stato parlando con i giornalisti - l'innaturale divisione della città che ha forzato Berlino per decenni. Ho ricordato sia l'innaturale divisione della città che l'oppressione da cui fuggivano. Per questo non bisogna dimenticare questi orrori e ora pensare al futuro, ai giovani che hanno bisogno di un'Europa sempre più unita per un avvenire adeguato". Il presidente dopo aver lasciato la Finestra della Memoria si è recato al palazzo della Cancelleria, dove ha incontrato Angela Merkel. Hanno affrontato temi di politica europea e questioni bilaterali e internazionali. E' quanto ha reso noto un portavoce del governo. L'incontro è durato circa mezz'ora.

 

L'incontro con la cancelliera. "Ci occuperemo con voi della Libia, non vi lasceremo soli", ha detto Angela Merkel, secondo quanto si apprende, nel corso del colloquio con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, avvenuto questo pomeriggio nella sede della cancelleria di Berlino.  La Germania non lascerà sola l'Italia. Un caso che mescola due questioni: l'emergenza umanitaria che deriva dalle migliaia di immigrati che arrivano nel nostro Paese partendo dalle coste libiche e le probabili infiltrazioni che questi gruppi di immigrati nascondano al loro interno terroristi (magari dell'isis) pronti a colpire nel nostro paese. Merkel ha anche tenuto a confermare la promessa fatta a Matteo Renzi che la Russia sarà al fianco dell'Italia non solo per quanto riguarda il conflitto in Ucraina: "La condizione internazionale  in cui siamo ci costringe ad essere uniti perché tutto parla in favore di più Europa".

 

A un mese esatto dal suo insediamento al Quirinale, è la prima missione internazionale per Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica ha scelto Berlino per proseguire sulla strada dettata da Carlo Azeglio Ciampi prima e Giorgio Napolitano poi, strada del rafforzamento, del chiarimento e dell'approfondimento dei rapporti con la Germania.

 

L'ultimo atto di Napolitano in materia di politica estera fu a Torino lo scorso 11 dicembre, quando incontrò, in occasione dell'inaugurazione dell'Italian-German High Level Dialogue, il suo omologo tedesco. Mattarella quindi ha scelto di riprendere dove aveva lasciato il suo predecessore, perché, spiegano fonti del Quirinale, "i rapporti tra i due Paesi hanno un sostrato importante e il dialogo va ripreso e affrontato subito". La partnership tra Italia e Germania,ricordano, è necessaria affinché l'Europa affronti "un cammino condiviso verso l'unione e la crescita economica".

 

Domani, 3 marzo, il capo dello Stato sarà a Bruxelles, accompagnato dal viceministro Lapo Pistelli, e incontrerà i vertici delle Istituzioni europee. Nella sede del Parlamento europeo, Mattarella si confronterà con il suo presidente Martin Schulz e vedrà gli europarlamentari italiani (in tutto 73): un gesto, "di apertura e voluto per rafforzare un rapporto personale con chi ci rappresenta in Europa". In mattinata poi il capo dello Stato avrà un faccia a faccia anche con Lady Pesc, Federica Mogherini e, a seguire, una colazione di lavoro offerta dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Nel pomeriggio Mattarella sarà al palazzo di Berlaymont, dove incontrerà il presidente della commissione europea Jean Claude Junker.

 

Martedì invece a Bruxelles tra gli impegni istituzionali c'è anche l'incontro con i reali del Belgio a palazzo Reale. Non ci sarà invece la figlia Laura in questo primo viaggio ufficiale del presidente in Europa. LR 2

 

 

 

 

Il presidente Mattarella in Germania: «Berlino apprezza riforme italiane»

 

Il presidente tedesco Joachim Gauck: «Impressionati dalla velocità delle riforme

del governo Renzi». Il capo dello Stato italiano: «L’Europa cambi passo»

 

«Siamo molto impressionati dalla velocità delle riforme del governo italiano». E ancora: «Il governo di Matteo Renzi è riuscito a dare nuove speranze di cambiamento e ad avviare riforme ambiziose». Così il presidente della Repubblica Federale tedesca Joachim Gauck, parlando al fianco del capo dello Stato italiano Sergio Mattarella, in visita in Germania, primo viaggio ufficiale all’estero come presidente della Repubblica. «Grazie per gli apprezzamenti per quanto sta accadendo in Italia, dove è in corso un processo di riforme impegnative» ha risposto Mattarella, che nel pomeriggio ha incontrato anche Angela Merkel. Un portavoce del governo tedesco ha poi fatto sapere che la cancelliere e il capo dello Stato italiano hanno affrontato temi di politica europea e questioni bilaterali e internazionali. L’incontro è durato circa mezz’ora.

«Relazioni speciali»

Durante il discorso congiunto con Gauck, Mattarella ha sottolineato che Italia e Germania hanno relazioni «speciali» e devono lavorare insieme per dare «una spinta per la crescita dell’integrazione europea che è sempre più necessaria». Il capo dello Stato italiano ha ricordato che la crisi economica ha portato «difficoltà, ma anche la nascita di strutture più solide» ed oggi «occorre fare di più per fornire una spinta maggiore al rilancio dell’integrazione europea». Mattarella ha insistito nel sottolineare che «le difficoltà sono tante» per cui «la spinta comune di Italia e Germania può contribuire a superarle». Da parte sua il presidente Gauck si è rallegrato di poter proseguire «l’eccellente cooperazione» avuta con il predecessore del presidente Mattarella, Giorgio Napolitano. Gauck si è inoltre rallegrato della profondità dei rapporti italo-tedeschi, rafforzati con il forum dello scorso dicembre a Torino, augurandosi che possa diventare permanente. «La sua visita a Berlino - ha poi aggiunto Gauck rivolto a Mattarella - è il segno del legame particolare tra i nostri Paesi e un gesto di amicizia che non è scontato».

«L’Europa cambi passo»

Mattarella ha lanciato anche un appello all’Ue. «L’Europa deve riprendere a crescere, a sviluppare la propria integrazione». «Viviamo in una fase delicata del cammino intrapreso quasi settanta anni fa dai Padri fondatori e per essere all’altezza della loro lungimiranza, l’Europa - ha detto Mattarella - deve cambiare passo. Deve risolvere le crisi che la scuotono all’interno e mostrarsi capace di affrontare con coerenza e condivisione di intenti quelle che emergono ai propri confini». Per il capo dello Stato questo percorso di costruzione dell’edificio europeo deve essere «completato il più celermente possibile». Perché l’Europa deve riprendere a crescere per le nuove generazioni che sono, ha sottolineato, «le più duramente colpite dalla crisi e aspirano a traguardi di crescita ambiziosi e alla loro portata».

In visita al Muro

Nel corso della trasferta tedesca, Mattarella ha fatto infine visita al Muro di Berlino. «Mi auguro che la lezione della storia sia così forte da impedire orrori simili - ha detto il capo dello Stato italiano -: qui sono cadute persone che non si potevano muovere in libertà e questo è un elemento da ricordare con forza». «Ho ricordato - ha aggiunto Mattarella parlando con i giornalisti - l’innaturale divisione della città che ha forzato Berlino per decenni. Non bisogna dimenticare questi orrori».  CdS 2

 

 

 

Mattarella, un fiore dove c’era il muro di Berlino: “Mai più orrori simili, l’Europa sia unita”

 

«Mi auguro che la lezione della storia sia così forte da impedire orrori simili: qui sono cadute persone che non si potevano muovere in libertà e questo è un elemento da ricordare con forza». Lo ha detto il Presidente Sergio Mattarella visitando il Memoriale del Muro di Bernauer Strasse, dove c’è il Memoriale del Muro. 

 

Nella sua prima missione all’estero, oggi in Germania a Berlino e domani a Bruxelles, il presidente Mattarella ha voluto inserire nel programma della visita una sosta simbolica a quel che resta del Muro di Berlino. «Ho ricordato - ha aggiunto il capo dello Stato parlando con i giornalisti - l’innaturale divisione della città che ha forzato Berlino per decenni. Ho ricordato sia l’innaturale divisione della città che l’oppressione da cui fuggivano. Per questo non bisogna dimenticare questi orrori e ora pensare al futuro, ai giovani che hanno bisogno di un’Europa sempre più unita per un avvenire adeguato».  

 

Il capo dello Stato ha osservato con attenzione le foto in ricordo dei caduti e lasciato alla Finestra della memoria un fiore: «Rendo omaggio a quanti in questa città lacerata per troppi anni dal muro, sono caduti per riconquistare la propria libertà». Lo ha scritto il presidente Sergio Mattarella in un breve messaggio al Memoriale. «Il ricordo dell’innaturale divisione di Berlino e dell’Europa, deve costituire un forte richiamo - ha aggiunto il capo dello Stato - alla necessità di continuare a dare impulso all’integrazione europea».  

Sulle orme di Napolitano  

Non è un caso che l’esordio in Europa di Mattarella, sia proprio nello stato tedesco dove ha incontrato anche la cancelliera Angela Merkel. L’ultimo atto di Napolitano in materia di politica estera fu infatti quello a Torino dello scorso 11 dicembre, quando incontrò, in occasione dell’inaugurazione dell’Italian-German High Level Dialogue, il suo omologo tedesco. Mattarella quindi ha scelto di riprendere dove aveva lasciato il suo predecessore, perché, spiegano fonti del Quirinale, «i rapporti tra i due paesi hanno un sostrato importante e il dialogo va ripreso e affrontato subito». La partnership tra Italia e Germania, ricordano, è necessaria affinchè l’Europa affronti «un cammino condiviso verso l’unione e la crescita economica».  

 

La visita al Memoriale del muro ricorda molto il primo atto di Mattarella presidente: la visita alle Fosse ardeatine di Roma il giorno del suo insediamento al Quirinale. Martedì invece a Bruxelles tra gli impegni istituzionali c’è anche l’incontro con i reali del Belgio a palazzo Reale. Mattarella è accompagnato dal ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, e a Bruxelles dal viceministro, Lapo Pistelli.  

 

Domani al Parlamento europeo  

Domani invece il capo dello Stato sarà a Bruxelles dove incontrerà i vertici delle Istituzioni europee. Nella sede del Parlamento europeo, Mattarella si confronterà con il suo presidente Martin Schulz e vedrà gli europarlamentari italiani (in tutto 73): un gesto, «di apertura e voluto per rafforzare un rapporto personale con chi ci rappresenta in Europa». In mattinata poi il capo dello Stato avrà un faccia a faccia anche con Lady Pesc, Federica Mogherini e, a seguire, una colazione di lavoro offerta dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Nel pomeriggio Mattarella sarà al palazzo di Berlaymont, dove incontrerà il presidente della commissione europea Jean Claude- Junker.  LS 2

 

 

 

 

 

“Una visita che nasce dalla volontà di rafforzare l’Europa”

 

“Il primo Paese estero visitato dal Presidente Mattarella è la Germania. Si tratta di una scelta significativa e non casuale, che nasce dalla volontà di rafforzare ulteriormente l’Unione Europea, in un momento di crisi di valori e di rinascita dei populismi. Come Intergruppo Parlamentare di amicizia italo-tedesco esprimiamo grande apprezzamento per la visita in Germania del Presidente Mattarella e per le sue parole che auspicano un cambio di passo all’interno dell’Unione Europea, dove serve più crescita e maggiore integrazione”. Lo afferma Laura Garavini, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare di amicizia Italia-Germania, a margine di un incontro a Berlino con il Capo dello Stato, Sergio Mattarella.

 

“L’Italia e la Germania entrambe hanno fatto insieme la storia dell’Unione Europea. Le rispettive industrie sono le più sviluppate del continente. Tuttavia, negli ultimi anni le relazioni fra i due Paesi, soprattutto a livello di opinione pubblica, si sono alquanto deteriorate e sono riemerse vecchie diffidenze e stereotipi negativi. E’ un grande piacere, dunque, vedere il Capo dello Stato fornire il suo autorevole contributo per rilanciare un’intesa fra le due nazioni. Un’intesa necessaria per dare una nuova spinta all’Europa”. De.it.press 2

 

 

 

 

Grecia, Bundestag approva estensione aiuti

 

A grande maggioranza il Bundestag ha approvato l'estensione degli aiuti alla Grecia : a favore hanno votato secondo la vicepresidente della camera bassa del parlamento tedesco Claudia Roth 542 deputati, 32 si sono espressi contro e 13 si sono astenuti.

 

Quella di oggi è la più grande maggioranza che si sia materializzata al parlamento tedesco su una misura destinata ad affrontare la crisi del debito nella zona euro, sottolinea la stampa tedesca, ricordando che a tre riprese il Bundestag era stato chiamato a pronunciarsi sugli aiuti alla Grecia. Il 7 maggio 2010 avevano votato a favore 391 parlamentari, 72 contro e 139 si erano astenuti. Il 27 febbraio 2012 i sì erano stati 496, i no 90, le astensioni 5 e il 30 novembre 2012 473 deputati avevano dato luce verde al provvedimento, cento vi si erano opposti e 11 si erano astenuti.

A dissociarsi dalla posizione ufficiale del governo di Berlino votando contro l'estensione degli aiuti alla Grecia sono stati ben 29 esponenti dell'unione - Cdu e Csu - che fa capo a Angela Merkel che si sono, più del previsto. Ieri i parlamentari dei tre partiti della Grande Coalizione avevano celebrato una seduta straordinaria in cui si erano pronunciati sul provvedimento: i voti contrari erano stati allora 22.

"Non si tratta di altri miliardi alla Grecia", né di modificare in alcun modo il programma. "Si tratta di dare o accordare più tempo per completare con successo questo programma", aveva detto il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble prima del voto dei parlamentari. "In Europa siamo una comunità", aveva aggiunto Schaeuble sottolineando che "in questo XXI secolo avremo un buon futuro se l'Unione Europea avrà successo, se in Europa resteremo uniti". Il ministro aveva tuttavia concesso che accordare l'estensione degli aiuti non è facile: "A ciascuno di noi risulta enormemente difficile".

Ad Atene, intanto, nella notte si sono verificati scontri tra polizia e manifestanti al termine della prima manifestazione anti-governativa dall'insediamento del governo guidato da Syriza. Circa una cinquantina di dimostranti hanno lanciato sassi e bottiglie incendiarie contro la polizia, mentre sono state distrutte vetrine dei negozi e danneggiate fermate degli autobus.

La manifestazione di ieri sera era contro l'accordo raggiunto dal governo Tsipras con l'Eurogruppo per l'estensione del programma di bailout per quattro mesi, accordo che secondo i critici è in violazione con il programma elettorale con cui il partito di sinistra ha vinto le elezioni. Adnkronos 27

 

 

 

Germania. Povertà in crescita nonostante il salario minimo

 

La povertà ha raggiunto un nuovo record in Germania, secondo un Rapporto dell’organizzazione di assistenza sociale  Paritätischer Wohlfahrtsverband. Il rapporto indica che circa 12,5 milioni di persone vivevano in povertà nel 2013, ossia circa il 15% in più rispetto all'anno precedente.

Le statistiche europee mostrano che quasi un quarto della popolazione europea era a rischio di povertà o di esclusione sociale nel 2013, e la Germania si sta avvicinando alla media europea.

Secondo Paritätischer Wohlfahrtsverband, la povertà è aumentata in Germania a livello nazionale, ma il divario tra le regioni più o meno colpite dalla povertà, che era del 18% nel 2006, è ora del 25%. Le regioni più gravemente colpite sono Brema, Berlino e Mecklenburg-Vorpommern.

Eurostat ritiene "a rischio di povertà" una persona che vive in un nucleo familiare con un reddito disponibile inferiore al 60% del reddito medio nazionale, compresi gli eventuali trasferimenti sociali. In Germania, ad esempio, sono classificate come povere le persone che vivono sole con un reddito al di sotto di € 892 al mese. Una famiglia con due figli è considerata povera se vive con meno di 1872 € al mese.

Le madri sole sono particolarmente a rischio, afferma rapporto di Paritätischer Wohlfahrtsverband. Infatti, oltre il 40% di loro sono sotto la soglia di rischio di povertà.

Secondo Paritätischer Wohlfahrtsverband, anche il nuovo salario minimo, entrato in vigore all'inizio del 2015, non permetterà di cambiare la situazione. Il salario minimo legale impone che i dipendenti e la maggior parte degli stagisti siano pagati almeno € 8,50 lordi l’ora. Si tratta di un segnale positivo, ma questo non cambia il fatto che molti lavoratori sono poveri anche se occupati, poiché i loro contratti sono di tipo mini-job, e sono quindi obbligati a chiedere aiuti pubblici per integrare il loro reddito e raggiungere il livello di sostentamento.

Per quanto riguarda la crescente povertà dei pensionati, il rapporto  mette sotto accusa le politiche pensionistiche degli ultimi anni: È evidente che l’abbassamento delle pensioni non passa inosservato nella vita dei pensionati. La pensione dovrebbe essere stabilizzata al 50% del reddito medio netto. Oss. Inca

(Febbraio 2015)

 

 

 

 

Sondaggio su Radio Colonia

 

Il ministero per l'Informazione del Nordreno-Vestfalia, in vista del rinnovo del cosiddetto WDR Gesetz, ovvero della legge sulla radiotelevisione pubblica attualmente in vigore, sta promuovendo un sondaggio tra i suoi utenti per conoscerne idee, gusti e richieste.

È importante che quante più persone possibile partecipino, sottolineando il valore e la necessità delle trasmissioni in lingua straniera, Radio Colonia in primis. Una buona paretecipazione potrebbe rivelarsi addirittura decisiva per il futuro delle trasmissioni in lingua straniera di Funkhaus Europa/WDR.

 

Ecco il link al sondaggio: https://wdrgesetz.nrw.de

 

Non fatevi spaventare dalla mole di domande: basta rispondere anche a uno solo dei punti, ad esempio al tema "Angebot des WDR", domanda 4: "Was erwarten Sie vom WDR mit Blick auf sein Programmangebot?"  Non è necessario compilare tutto il formulario!

Tommaso Pedicini, Leiter der italienischen Redaktion - caporedattore della redazione italiana, tommaso.pedicini@wdr.de, www.funkhauseuropa.de.

(de.it.press)

 

 

A Stoccarda, mercoledì 11 marzo, serata informativa sulle elezioni dei Comites

 

Il prossimo 17 aprile si svolgeranno le elezioni dei Comites (Comitato degli Italiani all'Estero). La caratteristica di queste elzioni è l'iscrizione dei cittadini italiani residenti all'estero negli elenchi elettorali presso il consolato di appartenenza. L’iscrizione negli elenchi degli elettori deve avvenire entro il 18 marzo.

Cosa sono i Comites, come si vota, come ci si iscrive negli elenchi elettorali ... a queste domande le Acli del BW vogliono dare una risposta.

 

Per questo, a nome anche delle Comunità Cattoliche Italiane e delle ACLI BW, Giuseppe Tabbì, presidente delle Acli BW, annuncia l'organizzazione di una serata informativa sulle prossime elezioni dei Comites. Ad essa invita caldamente i connazionali di tutta la Ciscoscrizione consolare di Stoccarda.

 

La serata informativa si terrà mercoledi 11 marzo alle ore 18,30 presso la sala della parrocchia di San Martin, Brückenstr. 25, 70376 Stuttgart-Bad Cannstatt.

 

Gli organizzatori hanno il piacere d'invitare a questa serata e allo stesso tempo chiedono cortesemente di divulgare tra i connazionali l'iniziativa, perchè possano partecipare numerosi a questo momento importante di democrazia e di preparazione al voto. De.it.press

 

 

 

 

 

Riunita la Presidenza delle Acli Baviera

 

Augsburg. Sabato, 28 febbraio 2015, si è svolta una riunione di Presidenza delle ACLI Baviera nei locali del Patronato ACLI di Augsburg. Particolarmente importanti e attuali i temi trattati  nel corso dei lavori della mattinata, visti anche gli ultimi sviluppi riguardanti il Rinnovo del Comites. 

Presenti: il Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso, il Vicepresidente Vicario, Dr. Fernando A. Grasso, l'Ins. Patrizia Mariotti, Segretario per l'Organizzazione, Marco Orlandi, Segretario per le Risorse, il Presidente del Circolo ACLI di Karlsfeld Mauro Sansone, nonché il Presidente Onorario delle ACLI Baviera, Cav. Giuseppe Rende. 

Assenti per motivi di lavoro: Maria Teresa Cossu e Riccardo Cecchi. A Patrizia Mariotti, è stata affidata la redazione del verbale, compito, da lei svolto, come sempre, in maniera impeccabile.

Dopo i saluti e il discorso di apertura da parte del Presidente Macaluso, si è passati alla conferma del verbale della seduta precedente e all'approvazione dell'ordine del giorno. 

Nel terzo punto dell'o.d.g., sono state presentate le situazioni dei cinque circoli e ci si è soffermati, in particolare, sulle eventuali collaborazioni con le varie realtà locali: Uffici del Patronato, Missioni, Circoli e Associazioni, e sono emerse delle problematiche, alcune delle quali saranno chiarite nel prossimo Consiglio Consulta, programmato per metà Giugno.

Nel quarto punto il Tesoriere Orlando ha presentato la rendicontazione, sono state distribuite le tessere 2015, e si è auspicata una maggiore velocizzazione nel disbrigo delle pratiche da parte della banca.

Il quinto punto, quello relativo alle elezioni Comites, è stato piuttosto dolens, anche perché, la nostra lista ACLI, di cui facevano parte nostri soci come Macaluso, Mariotti, Sansone, Cossu, Sileo, ecc.; persone che, da decenni, si sono adoperate per il benessere della nostra comunità, sono rimaste fuori dalla competizione elettorale a causa di una serie di incongruenze ben note e si cui si è parlato tanto. Contraddittorietà che sono state presentate in Consolato, all'Ambasciata e al Ministro degli Esteri Gentiloni e dagli interessati e dal Presidente Macaluso e che sono state riprese, puntualmente, dalla stampa. E Questa  questione ha toccato, non solo i nostri candidati, ma anche, e molto, sia Rende, sia Grasso, che fanno parte della commissione elettorale circoscrizionale.

Al quinto punto Macaluso ha parlato della Celebrazione del 60° dei contratti bilaterali riguardanti la chiamata della manodopera italiana in Germania, che verrà festeggiata, tra l'altro, anche in una festosa cornice  a Kaufbeuren con il coinvolgimento del Consolato e dell'Amministrazione Cittadina.

Nell'ultimo punto, prima delle varie ed eventuali, si è accennato pure ad una eventuale collaborazione con le ACLI Provinciali di Catania.

La riunione è terminata poco prima delle 14:00.

Fernando A. Grasso, de.it.pres 4

 

 

 

 

 

Aperto un Consolato onorario a Norimberga. Garavini “Un contributo al dialogo interculturale in Europa”

 

Norimberga. “È positivo che a neanche  un anno di distanza dalla chiusura del Consolato di Norimberga la locale comunità italiana possa di nuovo contare sulla presenza di un punto di riferimento istituzionale, capace di garantire alcuni servizi essenziali. Si tratta di un segnale di attenzione del Governo e dell'amministrazione verso la comunità italiana in Franconia".

 

"Il fatto che autoritá italiane e tedesche siano qui oggi, insieme, a 60 anni dagli Accordi bilaterali, per istituire il Consolato onorario affidandolo ad un avvocato tedesco, italofilo e profondo conoscitore dell'Italia, dimostra che siamo sulla buona strada: stiamo costruendo un pezzetto d'Europa. Un Consolato onorario, come questo a Norimberga, è un contributo ad approfondire il dialogo in Europa e a rafforzare le radici comuni, così che i rapporti italo tedeschi possano migliorare e consolidarsi."

 

Lo ha detto Laura Garavini, deputata eletta nella circoscrizione Europa, intervenendo all’inaugurazione del nuovo Consolato Onorario d’Italia a Norimberga. All’evento, promosso dal Console Generale di Monaco di Baviera, Filippo Scammacca del Murgo, è intervenuto l’Ambasciatore d’Italia a Berlino, Pietro Benassi, l’On. Mario Caruso e numerose autoritá locali, compreso il nuovo Console Onorario, Dr. Günther Kreuzer, insediatosi nel corso dell'iniziativa.

De.it.press

 

 

 

 

 

Patronato INCA/CGIL Germania: cambio di Presidenza. Lasciano Pappagallo e Apitzsch

 

Francoforte. Il Patronato Inca in Germania da sempre  a difesa dei diritti dei lavoratori e delle fasce più deboli annuncia un cambio dirigenziale. 

 

Il Presidente, Giuseppe Pappagallo e il vicepresidente, Wolfgang Apitzsch, lasciano l'incarico e vengono sostituiti da un Collegio di Presidenza composto dal Presidente Carlo Ghezzi, dirigente della CGIL in Italia e Presidente della Commissione di Garanzia, e da due vicepresidenti, Karl-Heinz Plaumann, Presidente della Commissione finanze dell'Istituto previdenziale tedesco (Deutsche Rentenversicherung) e Mattia Marino, che ha coperto la carica di Direttore dell'Ufficio del Patronato Inca d Monaco di Baviera per oltre 30 anni.

 

Il Collegio di Presidenza ha nominato come Coordinatore dell'attività dell'Inca in Germania l'attuale Direttore dell'ufficio del Patronato Inca di Francoforte, Luigi Brillante.

 

La Dirigenza del Patronato Inca in Germania ringrazia i colleghi Giuseppe Pappagallo e Wolfgang Apitzsch per il proficuo contributo dato al Patronato durante la loro lunga dirigenza. Allo stesso tempo augura al nuovo Coordinatore di proseguire nel lavoro e garantire un servizio sempre più efficiente per la tutela dei connazionali in Germania.

 

“Il Patronato Inca-CGIL Germania ha annunciato il cambio dei suoi organismi dirigenti – scrive il Presidente del Comites di Monaco di Baviera Claudio

Cumani -. Conosco da molti anni Mattia Marino, che stimo ed apprezzo molto per le sue capacità professionali, la sua umanità, la sua correttezza.

I suoi consigli, la sua esperienza mi hanno molto aiutato e sostenuto in questi 11 anni di presidenza del Comites.Sono quindi convinto che saprà dare il suo prezioso contributo anche nel nuovo incarico al quale è stato chiamato.

Ringrazio Giuseppe Pappagallo e Wolfgang Apitzsch per il lavoro svolto in tutti questi anni a tutela dei nostri connazionali in Germania. A Mattia Marino ed a tutto il nuovo gruppo dirigente dell'INCA-CGIL Germania – conclude Cumani -vanno le mie più sincere congratulazioni ed i miei più sentiti auguri di un impegno fruttuoso e ricco di soddisfazioni e successi”. De.it.press

 

 

 

 

 

Francoforte. Festival della Poesia Europea 2015: anticipazione della VIII edizione

 

Francoforte sul Meno. Esistono tanti Festival di poesia nel mondo ma il “Festival della Poesia Europea” è una peculiarità di Francoforte sul Meno che da polo fieristico e bancario è diventato  << Città della Poesia Europea>> dal maggio del 2008.

Il Festival ha scalato gerarchie istituzionali con idee e progetti polarizzanti una grande attenzione per il popolo di poeti, editori e addetti ai lavori. E’ l’ appuntamento poetico numero uno della cultura europea infatti vanta presenze di poeti e artisti famosi a livello internazionale, ricordiamo fra i tanti Michael Krüger, Titos Patrikios, Dacia Maraini, Stefan Hertmans, Hans von de Waarsenburg, Jacqueline Risset, Einar Màr Gudmundsson, Paolo Ruffilli, Donatella Bisutti, Casimiro de Brito, Eiléan Ní Chuilleanáin, Lars Gustafsson, Mila Haugova, Paolo Ruffilli che hanno contribuito a donare al Festival un’identità inconfondibile come i luoghi storici che hanno ospitato le lesungen: Plenar Saal del Römer, Villa Metzler, Goethehaus, Goethe Institut, Museo Ebraico. Il Festival associa poesia e emozioni. E con il suo programma ha dato energia e nuovi impulsi alle manifestazioni innovative come << la passeggiata goethiana>> nel Giardino Botanico e << Il battello della Poesia>>, letture poetiche sul fiume con i grandi nomi a bordo.

Il “Festival della Poesia Europea” apre la sua ottava edizione dal 22 al 25 maggio 2015 e presenterà il programma definitivo nella conferenza stampa a fine marzo. Ma qualche anticipazione l’abbiamo scovata, ossia i nomi dei poeti ospiti del Festival. Per l’Italia, uno dei più famosi poeti, il prof. Franco Buffoni che presenterà la sua ultima opera “Jucci”, edizione Mondadori. Forte la Germania, ben quattro poeti: Eric Giebel, Barbara Zezinger, Ute Diete e Iris van Thurm. Dal Belgio, Miriam van Hee, che insieme all’ olandese Willem van Toorn, aprirà la lesung, nella sede della Goethe Università della serata del 22 maggio dalle ore 18 alle 21. Modererà la prof. ssa Laurette Artois.

Il programma 2015  adotta nuovamente la lesung corale che è diventata un must e ha avuto sempre successo per la serata del 23.

Condurrà l’incontro la prof.ssa Cristina Giaimo e ripeterà le poesie in tedesco, la poeta Barbara Zeinzinger, come gentile pensiero ai poeti del Festival.

Tra gli omaggi, quello a Pasolini per il 40° anniversario della morte e il contributo viene dall’attore italiano Giuseppe Lorin.  “Sarebbe bello” si esprime così Marcella Continanza, direttrice artistica del Festival, “se fosse stato ospitato al Museo del Cinema. I tedeschi amano Pasolini che appartiene al mondo intero”. La preparazione del Festival, comunicata nell’ottobre scorso, procede con il team con ritmi di lavoro intenso. Ora si è nella fase organizzativa conclusiva ma il Festival è già pronto a blocchi di partenza. Altre notizie le avremo a partire da fine marzo. Ma segnaliamo uno speciale interesse per “Il battello della Poesia” –ci sarà?- ci saranno le t-shirt con il logo del battello disegnato in esclusiva per il Festival dell’ artista Ferdinando Ambrosino? E sarà ampliato in occasione del Festival 2015? Il fiume Meno costituisce il perfetto scenario per ospitare la poesia e l’iniziativa ideata sempre da Marcella Continanza.

Un plauso va al team che è sempre lo stesso: donne poete che amano la poesia <<come bene comune>> e che vi lavorano quasi come fosse un’agenzia letteraria- ma senza alcun compenso. Sono: Daria Leuzzi, Rosa Spitaleri, Valeria Marzoli, Grazia Sperone e Lucia Vetrò. E nelle due ultime edizioni, hanno aderito le poete Rosa Perrone e Michela Zanarella.

A otto anni dal debutto, il viaggio nella poesia europea continua a far uscir la poesia dall’ufficialità portandola con amore tra il pubblico sperimentando, inventando sinergie creative <<e traghettando l’Europa nella sua attualità tra identità ed estetica globale>>.

Il Festival è promosso dall’Associazione “Donne e Poesia Isabella Morra” di Francoforte sul Meno e dal Giornale “Clic Donne 2000”. Valeria Marzoli,

De.it.press

 

 

 

 

Prossimi appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 27 marzo, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Mostra fotografica "Lagunalonga" Sulla laguna di Venezia

Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Venti di Cultura e Lagunalonga Srl

 

* fino al 7 giugno 2015, c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) Mostra archeologica "Die Griechen in Italien"

Organizza: Staatliche Antikensammlungen

 

* giovedì 12 marzo, ore 19:30, c/o Literatur Moths (Rumfordstr. 48, München)

"Die gefährlichste Frau Europas?" Friederike Hausmann legge dalla sua biografia di Maria Carolina di Napoli e Sicilia "Herrscherin im Paradies der Teufel"

Introduce: Dr. Maria Vicinanza. Musica: Adriano Coppola e Luciana Gandolfi

In lingua tedesca. Ingresso: € 10,- / 8,- Organizza: Literatur Moths

 

* venerdì 13 marzo, ore 17:00, c/o Aula Magna SDI München (Baierbrunner Str. 28, München) "Alimentazione e sicurezza alimentare nella vita quotidiana: Expo 2015, un'occasione per riflettere". Con: Marco Trevisan, Professore ordinario di Chimica Agraria, Università Cattolica del Sacro Cuore - Piacenza

Gloria Luzzani, studente master of science "Agricultural and Food Economics", Università Cattolica del Sacro Cuore – Cremona. Coordinatori: Stephan Guggenbichler, Amsit; Hildegard Schulte-Umberg, SDI München;

Patrizia Mazzadi, Scuola bilingue italo-tedesca Leonardo da Vinci Monaco

Miriam Bisagni, Piacecibosano Piacenza

"La tutela della salute dei consumatori si basa sulle relazioni tra agricoltura, alimentazione e ambiente. I consumatori percepiscono che i rischi della sicurezza alimentare siano riconducibili al metodo di produzione e considerano gli alimenti biologici come più sicuri degli alimenti tradizionali (ossia hanno la sensazione che gli alimenti biologici contengano meno contaminanti chimici sintetici).

Nonostante la crescente domanda di prodotti biologici, la loro qualità nutrizionale è dubbia. A confermare le indicazioni dell'Unione Europea secondo la quale scegliere questo tipo di alimenti fa bene all'ambiente ma non necessariamente alla salute, è l'American journal of Clinical Nutrition. Come spiega in una revisione sistematica di studi di qualità del 2010, non ci sono prove per sostenere una differenza di qualità tra i nutrienti biologici e alimentari convenzionali. L'appuntamento intende offrire un approfondimento sugli aspetti di sicurezza alimentare della produzione e del consumo alimentare di cibo biologico e ottenuto con diversi metodi di coltivazione." Ingresso libero.

Organizza: Caffexpo, in collaborazione con AMSIT (Associazione Medico-Scientifica Italo-Tedesca), Scuola bilingue italo-tedesca "Leonardo da Vinci", Istituto superiore per Interpreti e Traduttori - SDI München, Università Cattolica del Sacro Cuore - Piacenza

 

* venerdì 13 marzo, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria"

Ingresso gratuito. Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

Organizza: www.letteratura-spontanea.de 

 

* venerdì 13 marzo, ore 19:30, c/o Kulturzentrum Trudering (Wasserburger Landstr. 32, München) "Donna ti voglio cantare" con il Trio Salato

Organizzano: Amici d'Italia e.V. Ratisbona e Valentina Fazio, in collaborazione con rinascita e.V.

 

* sabato 14 marzo, ore 14:00-16:00, c/o KZ-Gedenkstätte Dachau (Alte Römerstr. 75, Dachau) Visita a tema: "Frauen im KZ" con Emma Alborghetti (Referentin der KZ-Gedenkstätte Dachau) Punto d'incontro: Besucherzentrum der KZ-Gedenkstätte Dachau, al più tardi alle 13:45. Ingresso: € 4,-

Organizza: KZ-Gedenkstätte Dachau

 

* sabato 14 marzo, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Tanzraum (Schwanthalerstr. 80, München) "Serate di danze popolari italiane - italienische Volkstanzabende"

con il maestro Giorgio Zankl. Ingresso: € 5,- Organizza: rinascita e.V.

 

* domenica 15 marzo, ore 15:30, c/o Caritas Zentrum Innenstadt (Landwehrstr. 26, München) Cinema italiano per bambini: "La Gabbianella e il Gatto" (1999, 78 min). Un film di Enzo D'Alò. Ingresso libero. Si prega di riservare lucianna.filidoro@gmx.de

Organizzatrici: Lucianna Filidoro e Azzurra Meucci (Claudio Cumani, de.it.press)

 

 

 

 

I recenti temi delle trasmissioni di Radio Colonia

 

Stop alle sculacciate (05.03.15) - L’Europa ammonisce la Francia: serve una legge che vieti gli sculaccioni. Che in Italia e in Germania sono visti in maniera diversa: il racconto di una mamma e i consigli di una pedagogista.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/kindererziehung102.html

 

Professione: agricoltore (05.01.15) - In Italia aumentano gli occupati in agricoltura. I nuovi contadini sono molto diversi da quelli delle generazioni passate: ragazzi consapevoli, fieri del loro mestiere, attaccati alla terra. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/bauern112.html

 

Ciò che inferno non è (05.03.15)

Romanzo dedicato a Don Pino Puglisi, che ha strappò i futuri boss alla mafia. E ai suoi assassini regalò un sorriso. Di Alessandro D’Avenia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/davenia100.html

 

AAA lavoro offresi (04.05.15) - In Germania manca forza lavoro specializzata. Gli imprenditori fanno fatica a trovarla, anche all’estero. Ma è davvero così? Il racconto di Davide Campagnari da Gera.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/fachkraeftmangel100.html

 

Nel giorno di Dalla (04.03.15)

Per gli amanti della musica italiana il 4 marzo è una data speciale: nasceva Lucio Dalla. Una data legata anche ad una splendida canzone.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/dalla100.html

 

Matteo il traduttore (04.03.15)- Si dice che tradurre è tradire, ma molto spesso si tratta invece di creare un nuovo testo, aggiornarlo e dare nuova vita alle parole.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/al_lavoro/uebersetzer102.html

 

Doppio binario (03.03.15)

Scioperi degli insegnanti in Germania che puntano a eliminare disparità di trattamento. Mentre in Italia si discute la contestata riforma “Buona scuola”.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/lehrer180.html

 

L'asilo sfrattato (03.03.15)

Genitori e insegnanti si mobilitano. Il Girotondo di Kreuzberg è l'unico asilo bilingue nel quartiere multietnico dove vive quasi un terzo degli italiani a Berlino.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/kita368.html

 

Chi siamo? (03.03.15) - I primi dati di una ricerca sulla nuova migrazione italiana e spagnola in Germania. La promuove l'Ufficio federale per l'immigrazione e i rifugiati. Ed è possibile partecipare online.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/umfrage154.html

 

Oriana Fallaci (03.03.15)

L'inviata speciale che da diversi fronti ha fatto sentire la crudeltà della guerra. E che ha fatto poi discutere molto con le sue posizioni sull'Islam.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/fallaci100.html

 

Caso chiuso per Edathy (02.03.15)

Nessuna condanna. Solo il pagamento di una multa pari a 5.000 euro per l’ex deputato della Spd, coinvolto in un processo pedopornografico.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/edathy276.html

 

Il giallo Nemtsov (02.03.15) - L'omicidio di uno dei principali esponenti dell'opposizione russa scuote l'opinione pubblica internazionale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/russland368.html

 

Leghisti siciliani (27.02.15) - La Lega fa sempre più proseliti al Sud e in Sicilia in particolare. Passati i tempi degli strali contro i "terroni", Salvini ha individuato i nuovi capri espiatori: l'Islam e i migranti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/leganord100.html

 

Le torte di Roberta (27.02.15) - Nelle pasticcerie, in tv, sul web impazza una nuova arte del creare torte, il cake design. Roberta di Colonia si sta specializzando in questa nuova forma di pasticceria. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/largo_ai_giovani/cakedesigner100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

 

Rifugio in Chiesa (26.02.15) - Da tempo in Germania si discute sull'asilo ai rifugiati offerto dalle Chiese- troppo spesso, secondo il ministro dell'Interno. Il commento e l'esperienza di un prete italiano.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/ferro102.html

 

Prima di partire (26.02.15) - L'aveva proposto il ministro dell'Interno Alfano, ora il suo omologo tedesco De Maizière rilancia l'idea di campi d'accoglienza in Africa. Cosa ne dice l'autorità ONU per i rifugiati?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/asylzentren100.html

 

Alle radici della musica (26.02.15) - Annunziata Matteucci, etnomusicologa, ricercatrice e direttrice di coro, è nata e cresciuta in Belgio. Ha riscoperto le radici familiari studiando i canti tradizionali del Mediterraneo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/radici100.html

 

Riforma storica? (25.02.15)

Così l'ha definita il governo italiano, ma la nuova legge sull'inasprimento della responsabilità civile delle toghe non piace all'Associazione nazionale magistrati.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/richter198.html

 

Sotto il vestito niente (25.02.15)

Cosa fa di concreto un fashion blogger? E quanto può lasciare intravedere dell'anatomia umana una creazione del Pret à porter?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/apriti_sesamo/sesamo100.html

 

"Non sono un highlander" (25.02.15)

Lo scalatore da record Simone Moro sulle sue spedizioni, tra attese in tenda, tortellini e docce a -52 gradi. Ma la vera vetta è il ritorno a casa.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/moro100.html

 

The Diamond Quarter (25.02.15) - Torna nei nostri studi una vecchia conoscenza. Cosimo Erario ci parla del suo nuovo album e della sua chitarra baritono.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/erario100.html

 

La svolta (24.02.15)

Accordo tra Roma e Berna sulla fine del segreto bancario sui conti italiani in Svizzera. L'intesa potrebbe portare in Italia miliardi di euro.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/steuerfragen100.html

 

Due anni di Rimaflow (24.02.15) - La storia dell’autogestione di un’azienda che non si è arresa alla crisi. Una ventina di operai si sono reinventati e hanno dato vita a una comunità, che è diventata il simbolo del riscatto.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/rimaflow100.html

 

RAI: di tutto, di più? (24.02.15) - La ricezione della RAI all'estero, via satellite o via internet, rimane sempre limitata. Molti film e programmi sportivi non sono fruibili fuori dall'Italia. Ma qualcosa, forse, si muove.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/rai106.html

 

La Nutella (24.02.15)

I tentativi di imitarla si contano a migliaia, ma il suo gusto rimane inconfondibile. Il suo inventore, Michele Ferrero, è appena scomparso.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/nutella110.html

 

Allarme morbillo (23.02.15)

In un anno 600 casi solo a Berlino dove è morto anche un bimbo di un anno e mezzo. Il mondo medico e politico tedesco discute sull'obbligo di vaccinazione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/masern164.html

 

Lanzichenecchi d'Olanda (20.05.15)

Guerriglia urbana a Roma, con Piazza di Spagna al centro degli scontri con gli hooligans olandesi. Ora è guerra delle responsabilità.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/feyenoordhooligans100.html

 

L'amico Fritz (20.02.15)

È il nostro modo per alludere ambiguamente a qualcuno che potrebbe risolvere un problema, qualcuno che però si preferisce non nominare.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/parole_in_liberta/freundfritz100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html  (RC, de.it.press)

 

 

 

 

 

 

Il Corriere d’Italia compie 64 anni

 

Il “Corriere d’Italia”, nato come “La Squilla”, compie sessantaquattro anni. Un anniversario di tutto rispetto, se si tiene conto delle fisiologiche problematiche in cui si trova la nostra Comunità in Germania. Il valore che individuiamo resta, sempre, quello d’essere ancora seguiti.

 

Dopo quasi trentotto anni di continuata collaborazione, desideriamo riconoscere all’Editore e alla Redazione l’impegno nel continuare a credere, fortemente, in questo mezzo di comunicazione. Riconoscendo anche l’impegno dei Colleghi esterni che lavorano per la testata.

 

 Anche se l’Associazionismo ha segnato il passo, e si è ridimensionato, identifichiamo l’interesse dei Lettori che continuano ad apprezzare il nostro lavoro. Pur convinti di non rappresentare tutta la nostra Comunità in Germania, tuttavia, riteniamo che questo foglio continui a essere un polo di riferimento informativo anche per le nuove Generazioni. Che sono le vere protagoniste di un’Emigrazione che s’è evoluta nei tempi e nei modi.

 

 Il C.d.I., nello spirito del suo ruolo, è sempre in grado d’essere veicolo di specifici valori che sono, ancora, importanti nel principio dell’italianità. A nostro avviso, nonostante tante difficoltà evolutive, non è venuto mai meno quel principio d’appartenenza e di militanza che ci ha aiutato a essere presenti in tanti anni di collaborazione. In tempi più recenti, anche tra le colonne del “Webgiornale”. L’informazione ha mantenuto quello stimolo autentico che ci ha accompagnato anche nel passaggio tra i due Millenni della nostra esistenza.

 

Nonostante l’età (71 anni), abbiamo deciso di continuare il percorso; nello principio divulgativo della militanza. I tempi sono cambiati, ma il principio d’appartenenza rappresenta una scelta che il nostro Editore e il Comitato di Redazione ha voluto confermare. Questa ricorrenza ci consente, tra l’altro, di riconoscere la pluralità delle scelte e della libera esposizione dei fatti che coinvolgono la nostra Comunità in Terra Tedesca e in Patria.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Gli "Incontri berlinesi" del Cavaliere Massimo Mannozzi

 

Berlino - "Metti una sera a cena. Si potrebbe prendere a prestito il titolo di un famosissimo film della fine degli anni ’60 di Giuseppe Patroni Griffi per definire il modo in cui iniziò un evento che è diventato oramai un vero e proprio cenacolo italo-tedesco, ovvero gli "Incontri berlinesi" del Cavaliere Massimo Mannozzi". All’ultimo appuntamento era presente anche Alessandro Brogani del quotidiano on line di Berlino ilmitte.com.

"Come spesso accade le idee migliori maturano a tavola. Così nel 1990 si ritrovò, assieme a Mannozzi, un gruppetto di giornalisti, scrittori ed intellettuali italiani, proprio intorno ad un tavolo del suo ristorante. Lì nacque l’idea di voler condividere quell’esperienza, che intendevariunire le eccellenze italiane, nei più disparati campi, con il popolo tedesco.

"Da Massimo - mi racconta Roberto Giardina, cofondatore dell’evento, nonché decano dei giornalisti italiani in Germania e scrittore di libri di successo – ho visto passare l’intellighentia italiana ed internazionale. Ad esempio da lui conobbi la più famosa spia del mondo, Markus Wolf (agente segreto tedesco-orientale, vicedirettore del Ministero per la Sicurezza di Stato della Repubblica Democratica Tedesca, nonché figura ispiratrice di molti romanzi di John Le Carrè)".

In effetti a scorrere l’elenco delle personalità di fama internazionale transitate per le mura del suo locale c’è da rimanere a bocca aperta: cantanti, musicisti, scultori, pittori, attori, scrittori, giornalisti, politici ed intellettuali in genere. Ci si perde a vedere le foto di quanti hanno preso parte agli incontri.

Quest’anno l’evento, coordinato dalla giornalista Cristina Cipolletta, si è arricchito del premio Massimo Mannozzi rivolto a nostri connazionali, al massimo 45enni e non residenti a Berlino da oltre 10 anni, assegnato da una giuria composta da personalità italiane, del mondo della cultura e non, residenti a Berlino da più di 20 anni.

Il vincitore, premiato dallo stesso Roberto Giardina, è stato il giovane giornalista-scrittore e fotografo d’origine calabrese Emilio Esbardo, trasferitosi a Berlino nel 1999. Al vincitore è stata consegnata una copia di bronzo ed in scala della statua dell’artista toscano Giampaolo Talani, intitolata Partenza, il cui originale, alto ben tre metri e mezzo, sarà ufficialmente inaugurato il prossimo 25 febbraio a Washingtonplatz davanti l’Hauptbahnhof.

Un altro toscano come il Cavaliere, precisamente di Arezzo, amava e proteggeva intellettuali, artisti e scrittori; si chiamava Gaius Cilnius Maecenas, meglio conosciuto come Mecenate. Il tempo era un altro (I secolo a.C.), ma la terra d’origine era la stessa: evidentemente buon sangue non mente". (aise)

 

 

 

 

Ti piace Radio Colonia e la WDR? L’occasione per dire la tua

 

Recentemente il Ministero per l’Europa e per i Media del Land NRV ha bandito una consultazione online tra gli utenti della WDR (Westdeutscher Rundfunk) – emittente fra l'altro delle trasmissioni in lingua italiana di Radio Colonia - in vista del rinnovo, programmato per il prossimo autunno, del „WDR Gesetz“, ovvero della legge sull’emittente pubblica attualmente in vigore.

Chi ritiene che la consultazione sia l'occasione per sottolineare anche l'importanza delle trasmissioni in lingua italiana (da lunedì a venerdì dalle ore 19.00 alle ore 20.00 sulla frequenza 103,3 MHz, http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia) può partecipare alla consultazione cliccando sul seguente link: https://wdrgesetz.nrw.de. dip

 

 

 

 

La la start-up fiorentina MakeTank va a Berlino

 

Berlino - Trasferta internazionale con destinazione Berlino per la start-up fiorentina MakeTank. L’e-commerce dei maker italiani è stata selezionata tra le dieci start-up più rappresentative dell’imprenditoria innovativa toscana e parteciperà alla prima edizione di SMAU Berlino, in programma il 12 e 13 marzo nella centralissima sede di Palazzo Italia nella capitale tedesca.

L’evento, realizzato in collaborazione con Startupbusiness, ospiterà un’area espositiva con 50 startup e PMI in rappresentanza dell’innovazione made in Italy, selezionate da SMAU e dalle Regioni italiane coinvolte nel progetto. Due giorni di intenso lavoro per le imprese presenti che saranno impegnate in sessioni di pitching, tavole rotonde e incontri one-to-one con altri imprenditori e investitori internazionali. Un grande evento di networking ideato con l’obiettivo di coinvolgere la community degli imprenditori innovativi italiani a Berlino e attivare partnership tra startup italiane e diversi operatori dell’ecosistema startup internazionale.

“Siamo particolarmente orgogliosi come MakeTank di rappresentare l’innovazione italiana alla prima trasferta all’estero di SMAU”, afferma Laura De Benedetto, ceo di MakeTank. “Rappresenteremo non solo la nostra realtà ma anche i Maker che hanno deciso di promuoversi e vendere in tutto il mondo tramite la nostra piattaforma online. MakeTank è una startup in continua evoluzione con progetti in fase di lancio e altri da sviluppare per esportare il nuovo made in Italy in tutto il mondo. Cerchiamo imprenditori e investitori che condividano la nostra vision con cui fare il salto di qualità e in questa ottica siamo certi che l’esperienza di Berlino sarà fondamentale”. (aise)

 

 

 

 

 

Ricerca di giovani speaker (per la registrazione di un Cd scolastico per i licei tedeschi)

 

Monaco di Baviera - Tramite Claudio Cumani, presidente del Comites di Monaco, riceviamo un messaggio di Franco Mattoni concernente la ricerca di voci di giovani di madrelingua italiana per la registrazione di un Cd scolastico per i licei tedeschi.

Il profilo di speaker richiesto per questo progetto è il seguente: sesso maschile; età 14-20 anni (in ogni caso, dopo il cambio di voce) possibilmente senza inflessioni dialettali né difetti di pronuncia troppo rimarcati.

Gli interessati sono pregati di inviare una loro prova voce all’indirizzo e-mail: mattoni@franco-mattoni.net. È sufficiente che essi registrino, anche semplicemente con un telefono cellulare, un brano a loro scelta della lunghezza di un minuto. La qualità della registrazione è del tutto irrilevante ai fini del giudizio di idoneità dei candidati (eventuali fruscii e altri rumori di sottofondo non avranno alcun peso nella valutazione che verrà data).

Ulteriori informazioni sul progetto:

- periodo di realizzazione delle registrazioni (non ancora definitivo al 100%): da venerdì 20 a mercoledì 25 marzo, esclusa la domenica. Salvo il sabato, negli altri giorni le registrazioni si terranno nel pomeriggio, rispettando gli impegni scolastici dei candidati prescelti);

- luogo delle registrazioni: Puchheim (a nord-ovest di Monaco, raggiungibile con le linee dell’S-Bahn 3 e 4; tempo di percorrenza da Marienplatz allo studio: dai 45 ai 53 minuti; informazioni dettagliate sul percorso per raggiungere lo studio verranno fornite a tempo debito);

- la registrazione sarà regolarmente retribuita;

- l’organizzazione delle registrazioni è affidata a Franco Mattoni, come pure l’attività di regia e coaching linguistico in studio.

Recapiti telefonici: fisso: 089-4313570, cellulare: 0172-6222432.  dip

 

 

 

 

 

L’Italia turistica  all’ITB di Berlino (9-13 marzo 2015)

 

Berlino - La vacanza per i tedeschi resta in cima alle preferenze nei consumi privati e, nel 2013, hanno speso 65 miliardi di euro per vacanze all’estero, di cui 7 miliardi per viaggi in Italia facendo registrare un livello di spesa procapite per vacanza alto: 906 euro.

Il turismo tedesco si conferma dunque per il nostro Paese come la maggiore fonte di clientela estera non soltanto per il volume degli arrivi che, secondo l’Istat, nel 2013 ha toccato quota 10,3 milioni, su un totale di 47,7 milioni di arrivi internazionali, ma per un rapporto storico forse unico nel suo genere che unisce l’Italia e la Germania nel turismo.

Il trend favorevole è supportato anche dall’incremento dei collegamenti aerei: da metà dicembre Alitalia ha inaugurato i nuovi voli giornalieri per Berlino e Dusseldorf (in partenza da Roma, Milano e Venezia) e ha previsto 370.000 posti in più da/verso la Germania (+66% rispetto al 2014); tutti i nuovi voli sono operati in collaborazione con Airberlin, seconda compagnia aerea tedesca, come tutti gli altri 412 voli settimanali che le due compagnie effettuano tra l’Italia e gli aeroporti di Germania, Austria e Svizzera. Nuovi voli anche per Air Dolomiti da Monaco a Bologna e per Germanwings da Dusseldorf per Napoli e Roma (a partire dal 29 marzo 2015). Vueling, che già opera sulle tratte Berlino-Roma e Monaco-Roma, ha intenzione di espandersi ulteriormente. Ryanair vola due volte a settimana direttamente da Frankfurt/Hahn a Comiso in Sicilia e due volte a settimana da Düsseldorf/Weeze a Perugia. Infine Easyjet prevede nuovi voli giornalieri da Monaco per Milano Malpensa.

Per sostenere ed incentivare ulteriormente la promozione dell’Italia turistica in un'area strategica così importante in Europa qual è il mercato tedesco, ENIT anche quest'anno ha confermato una buona presenza alla ITB, tenuta dal 3 all’8 marzo a Berlino, la Fiera di settore più importante nel panorama turistico internazionale, che lo scorso anno ha fatto registrare 114.000 visitatori del settore turistico e 60.000 visitatori privati. Sono stati firmati contratti per un controvalore di circa 6,5 miliardi di euro.

All’edizione 2015 hanno partecipato 10.000 espositori provenienti da più di 180 paesi presenti in 26 padiglioni.

ENIT si è presentata nel padiglione Italia insieme alle Regioni Campania, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Sicilia, Umbria, al Comune di Napoli, Roma Capitale e vari espositori privati per promuovere la vasta offerta turistica del Belpaese.

Uno dei temi principali della promozione è stato l’evento EXPO2015 a Milano, in occasione del quale sono attesi in Italia circa 20 milioni di visitatori.

 

Collaborazione interregionale, sviluppo di iniziative di promozione turistica congiunta del Lago di Garda per il triennio 2016-2018 e coinvolgimento attivo del Consorzio Garda Unico nell'attività programmatoria. Sono questi i punti principali contenuti nell'Accordo che l'assessore al Commercio, Turismo e Terziario di Regione Lombardia, Mauro Parolini, ha siglato alla fiera Itb - International tourism börse di Berlino. 

Al tavolo della firma gli omologhi di Regione Veneto, Marino Finozzi, e della Provincia autonoma di Trento, Michele Dallapiccola, e i vertici del Consorzio Garda Unico, animati da un comune obiettivo: la promozione congiunta dell'area turistica del Garda.

"Abbiamo compiuto un ulteriore e significativo passo verso una maggiore integrazione e coordinamento, che oggi rappresentano caratteristiche strategiche e imprescindibili della promozione turistica", ha dichiarato Parolini. "La vocazione turistica e la ricchezza naturalistica e culturale del Garda sono infatti elementi che impongono di superare ogni tipo di frammentarietà e di unire forze e risorse economiche per poter cogliere appieno le opportunità che offre un settore in continua crescita come quello del turismo".

"Dal dialogo con gli altri assessori", ha riferito Parolini, "sono emersi alcuni obiettivi da perseguire su più fronti come, ad esempio, l'esigenza di ottenere un servizio di trasporti e navigazione più aderenti ai bisogni del mercato e realmente modellati sui flussi turistici, la necessità di rafforzare il comune impegno nell'azioni volte ad incrementare l'incoming, in un'ottica di internazionalizzazione del brand Garda e, soprattutto, di destagionalizzazione e infine, l'opportunità di incrementare i collegamenti aerei sull'estero".

Durante l'incontro, il titolare del Turismo a Palazzo Lombardia ha infine rimarcato "la comune volontà di proseguire nell'impegno rivolto al completamento della rete ciclabile del Garda", che a seguito della rilevanza nazionale che ha ottenuto alla Bit di quest'anno, grazie all'accordo promosso dallo stesso assessore Parolini con il ministro Franceschini e le Regioni coinvolte, "trasformerà quest'area turistica in un vero e proprio paradiso europeo del cicloturismo con ricadute positive e durature in grado di generare prospettive di crescita diffusa, in armonia con il paesaggio, per l'economia locale e la piccola media impresa turistica". (aise/dip)

 

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Elezioni Comites: appello del Consolato

 

Cari concittadini, il governo italiano ha deciso di posticipare al 17 aprile 2015 le prossime elezioni del Comites allo scopo di favorire una più ampia partecipazione della collettività al voto. 

 

Il termine per l’iscrizione nella lista elettorale è stato rinviato al 18 marzo 2015.

 

Invito pertanto tutte le italiane e gli italiani maggiorenni e iscritti all’Aire da oltre 6 mesi che non l’avessero già fatto ad iscriversi nella lista elettorale prima di tale scadenza.  

 

Le domande di iscrizione nell’elenco elettorale firmate dal richiedente, possono essere presentate personalmente all’Ufficio consolare di Monaco, oppure inviate al medesimo ufficio per posta, fax, posta elettronica o posta elettronica certificata, allegando copia non autenticata del documento di identità del richiedente, comprensiva della firma del titolare.

 

Il Parlamento italiano nelle prossime settimane dovrà confermare il Decreto Legge del governo e eventualmente potrà introdurre delle modifiche. 

 

Ulteriori informazioni sono disponibili nella seguente pagina del sul sito web del Consolato Generale d’Italia a Monaco di Baviera: 

http://www.consmonacodibaviera.esteri.it/Consolato_MonacoDiBaviera/Archivio_News/20140808-news-01.htm

 

Il Console Generale, Filippo Scammacca del Murgo

P.S.: il presente messaggio è rivolto unicamente agli italiani aventi diritto al voto all’estero. Eventuali destinatari esclusi da tale diritto sono pregati di non tenerne conto. Ci scusiamo in anticipo per qualunque disagio arrecato. (de.it.press)

 

 

 

 

Il presidente delle Acli Baviera scrive al ministro degli Esteri

 

Carmine Macaluso critica condizioni e tempi connessi al rinnovo dei Comites e la decisione di riaprire i termini per la presentazione delle liste candidate solo nelle circoscrizioni consolari dove non ne risultava iscritta alcuna

 

Monaco di Baviera – Il presidente delle ACLI Baviera Carmine Macaluso scrive una lettera al ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni per evidenziare come le Acli Baviera ritengano “lesive del diritto di partecipazione e rappresentanza degli italiani all’estero” le recenti normative che prevedono la riapertura dei termini di presentazione delle lista candidate al rinnovo dei Comites solo nelle circoscrizioni consolari dove non ne risultava iscritta alcuna.

Macaluso critica in particolare “le condizioni ed i tempi in cui si è dovuto operare” per la raccolta delle sottoscrizioni necessarie alla presentazione e convalida delle liste candidate al rinnovo, sottoscrizioni il cui numero, nonostante la tempistica accelerata e l’introduzione dell’obbligo di iscrizione agli elenchi elettorali degli aventi diritto al voto, è rimasto di 200 nelle circoscrizioni consolari con una presenza superiore ai 50 mila cittadini italiani residenti, come a Monaco di Baviera. “Abbiamo richiesto che le elezioni fossero procrastinate nella primavera nel 2015 – rileva Macaluso nella missiva, definendo “incomprensibile” la normativa di riapertura dei termini di presentazione delle liste “solo nelle circoscrizioni consolari ove nessuna aveva raggiunto il necessario quorum delle duecento firme”.

“Competere per il rinnovo dei Comites, in Baviera, in Germania, con un numero di liste esiguo al massimo, con percentuali d’iscrizioni nelle liste elettorali irrisorie e fuorvianti a data odierna, svuota di significato il mandato democratico, indebolisce ulteriormente questo organismo di rappresentanza ed implementa successivi  processi di autoreferenzialità – conclude la missiva, rilevando come “dopo cinque anni di ingiustificato ritardo, i futuri Comites, rinnovati  con simili premesse, rischiano di rappresentare un  elemento di costante divisione, permanente contrasto e di scontata critica sui ruoli e funzioni”. (Inform)

 

 

 

 

In Germania un’associazione contro l’Italian Sounding

 

Un'iniziativa che guarda soprattutto alle piccole e medie aziende italiane

 

Francoforte - Uno strumento contro l'Italian sounding in Germania: da oggi c’è ed è l’associazione creata dalla Camera di commercio italiana a Francoforte e quella a Monaco di Baviera, insieme a Confagricoltura. In Germania, paese in cui si registra un alto consumo di prodotti italiani ma anche una preoccupante diffusione di falsi e “tarocchi”, soprattutto nel settore agroalimentare, il sistema camerale italiano ha deciso di combattere questo tipo di illecito con le leggi tedesche. Il diritto tedesco prevede la tutela dall’Italian sounding esclusivamente per via civilistica e solo una categoria di associazioni possono intervenire contro questi illeciti: Camere di commercio, associazioni di consumatori o private che rappresentino un numero rilevante di imprenditori.

Da qui l'idea dell'associazione nata formalmente ieri. “Un'iniziativa del Sistema Italia, fattivamente portata avanti dalle due Camere di commercio italiane in Germania (che sono enti di diritto tedesco riconosciuti dallo Stato italiano), con la regia dell'Ambasciata italiana a Berlino” ha dichiarato il presidente della Camera di commercio italiana a Francoforte Emanuele Gatti. Un'iniziativa che guarda soprattutto alle piccole e medie aziende italiane: sono i piccoli produttori, infatti, a pagare a caro prezzo il fenomeno dell'Italian sounding, perché “perdono il loro vantaggio e la loro specificità e devono combattere contro le catene tedesche che riproducono prodotti italiani” ha dichiarato Rodolfo Dolce, vicepresidente della Camera di commercio italiana di Francoforte. (Inform 26)

 

 

 

 

 

Crisi del debito e riparazioni di Guerra. La Grecia batte cassa alla Germania

 

La richiesta di riparazioni per i danni subiti nel corso del secondo conflitto mondiale avanzata da Atene nei confronti della Germania mostra, per l’ennesima volta, come i rapporti all’interno dell’Unione europea (Ue) siano orientati a toni più di confronto che di collaborazione.

 

Riparazioni di guerra tedesche alla Grecia

Sollevata una prima volta nel corso della campagna elettorale di tre anni fa dal leader di “Greci indipendenti” (Anel), l’attuale ministro della difesa Panos Kammenos, la questione del pagamento delle riparazioni è da allora apparsa prepotentemente sulla scena politica greca ed europea.

 

Successivamente, nell’aprile di due anni fa, l’allora premier Antonis Samaras incaricò un gruppo di esperti, guidato dal direttore generale della Corte dei conti presso il Ministero delle finanze Panagiotis Karakousis, di preparare una stima delle riparazioni che la Grecia avrebbe potuto richiedere alla Germania.

 

Il rapporto riservato quantificò la cifra nella somma astronomica di 162 miliardi di euro (pari a circa l’80% del Pil greco), nella quale erano incluse anche le spese sostenute da Atene per la ricostruzione delle infrastrutture attuata nel dopoguerra. Su quali basi giuridiche poggia la richiesta greca e quali effetti provocherebbe un eventuale pagamento dei danni di guerra?

 

Piano Marshall e indennizzi

Come ha sottolineato un’analisi di Albrecht Ritschl della London School of Economics recentemente riportata dal Wall Street Journal, la pretesa di Atene sul piano legale è molto debole, in quanto le condizioni del Piano Marshall contenevano proprio una disposizione che accantonava ogni decisione in merito alle riparazioni di guerra fino alla firma del trattato di pace.

 

Lo stesso accordo firmato nel settembre 1990 poco prima della riunificazione tedesca dai governi di Bonn e Pankow e da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna ed Unione Sovietica non riportava alcun riferimento alla questione, dichiarando come le potenze Alleate rinunciavano a tutti i diritti e le prerogative che avevano tenuto fino ad allora in Germania.

 

Per Berlino la questione dei danni di guerra è chiusa e la domanda è quindi irricevibile. La Germania sottolinea poi come nel 1960 Bonn versò 115 milioni di marchi d’allora a titolo d’indennizzo alle vittime dei crimini di guerra, risarcendo individualmente anche gli internati nei campi di lavoro.

 

La stessa cifra avanzata dalla Grecia nel rapporto redatto nel 2013 è poi, a detta di molti esperti, da ritenersi inesatta.

 

Il governo di Atene, difatti, richiede formalmente il rimborso del prestito di 476 milioni di marchi che durante l’occupazione nazista la Banca centrale ellenica fu obbligata a concedere alla Germania e con il quale furono acquistati beni e proprietà greche: un valore calcolabile oggi tra 8,25 miliardi di euro (stima effettuata dal Bundestag nel 2012) e 11 miliardi di euro (stima del governo greco); una cifra elevata, ma assolutamente irrilevante se si pensa come lo stock del debito pubblico greco ammonti a 300 miliardi di euro.

 

Tsipras mira alla moratoria

La questione è quindi essenzialmente politica, in quanto l’obiettivo del premier Alexis Tsipras e del ministro delle finanze Yanis Varoufakis - convinti come molti altri analisti che il debito di Atene sia insostenibile e di conseguenza non rimborsabile -, sarebbe quello di arrivare a una “moratoria” sul debito sul modello di quella raggiunta a Londra nel 1953, quando fu siglata un’intesa tra il governo di Bonn e i creditori internazionali.

 

In base a questa moratoria, il debito estero tedesco contratto prima del 1933 sarebbe stato ridotto del 50% e dilazionato in trent’anni, mentre per quello sottoscritto negli anni successivi le condizioni sarebbero state definite da una conferenza convocata subito dopo la riunificazione del paese.

 

Avvenuta la riunificazione, la conferenza non è però mai stata tenuta e l’accordo “2 più 4” del settembre 1990 prima citato non contiene nessuna disposizione in merito ai pagamenti del debito tedesco.

 

Nell’ipotesi poi - al momento del tutto irrealistica - che la Germania accettasse di pagare alla Grecia anche una parte delle riparazioni, gli effetti sull’economia europea sarebbero, paradossalmente, assai più eclatanti di quelli provocati da un’eventuale uscita della Grecia dall’euro.

 

Precedente pericoloso

Il pagamento aprirebbe infatti la strada alle richieste di risarcimento degli altri paesi occupati nel corso del conflitto, a cominciare dalla Francia; richieste che, stando ad una prima valutazione, raggiungerebbero la somma di 2 milioni di miliardi di euro, una cifra pari al 70-80% del Pil tedesco e di fatto insostenibile per la Ue.

 

Se fosse invece Atene a dover cedere alle condizioni imposte da Bruxelles e dalla “troika” non è escluso che vi possano essere forti ripercussioni politiche in Grecia e che la stessa alleanza tra Syriza e la destra euroscettica e nazionalista di Anel possa entrare in crisi, portando Tsipras a formare una nuova coalizione con l’appoggio degli europeisti di To Potami oppure costringendolo a nuove elezioni.

Rodolfo Bastianelli, giornalista e professore, AffInt 25

 

 

 

 

Varoufakis incalza l’Europa e sfida la Germania: “Le minacce tedesche sono un bluff, vogliamo far saltare i vecchi equilibri basati sull’austerità”

 

Ottimista sull’esame dell’Eurogruppo, che lunedì analizzerà la lettera con i dettagli delle prime sette riforme promesse da Atene, ma deciso a sfidare Berlino fino in fondo: «I tedeschi ci avevano minacciato, dicendo che, se non avessimo accettato il vecchio programma europeo di aiuti, saremmo usciti dall’euro nel giro di una settimana». Per ora, non è andata così. Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, a Venezia per un incontro dell’Aspen Institute a Venezia, non fa passi indietro: «Noi non vogliamo uscire dalla moneta unica, ma far saltare i vecchi equilibri dell’euro basati sull’austerità – spiega - davanti agli invitati dell’Aspen - in un colloquio al vetriolo con Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del board della Banca centrale Europea e oggi presidente di Société Générale e di Snam -. L’euro, così com’è, è un progetto fallito, e il piano Juncker è come uno schema Ponzi».  

 

Il colloquio con Bini Smaghi  

Un intervento duro, quello dell’uomo scelto dal premier Alexis Tspiras per amministrare i disastrati bilanci ellenici. Di fronte a Bini Smaghi che fa notare come Atene sia rimasta con lo stesso problema di prima, Varoufakis scuote la testa: «No, non è vero, abbiamo ottenuto un risultato importante. Abbiamo detto no al diktat tedesco». Il ministro difende la riforma fiscale, uno dei punti chiave del programma inviato a Bruxelles per sbloccare almeno una parte della prossima tranche di aiuti che ammonta a 7 miliardi di euro, in modo da recuperare qualche miliardo che metta la Grecia al sicuro dalle scadenze di marzo, cioè il rimborso di 1,5 miliardi al Fmi.  

 

Il piano per l’evasione  

«L’Europa voleva che perseguitassimo le parrucchiere e i farmacisti. Noi invece vogliamo far pagare gli oligarchi». Eppure, fa notare Bini Smaghi, le entrate fiscali continuano ad essere basse. «Atene ha risorse limitate - replica Varoufakis – abbiamo solo cento agenti fiscali a disposizione per combattere l’evasione». Ecco perché sono stati arruolati studenti e turisti. «Ci sono bar di Atene dove una bottiglia di pessimo whiskey costa 180 euro. Gli oligarchi possono permetterseli, per questo devono pagare le tasse».  

Incalzato da Bini Smaghi, che parla di «propaganda di sinistra e di atteggiamenti da roulette russa», Varoufakis spiega: «Io sono di sinistra, ho un programma ben preciso e l’Europa deve tenerne conto. Non possiamo riconoscere le posizioni europee al 100%: siamo pronti a vedere il bluff dei tedeschi», che minacciano di far uscire Atene dall’euro.  

«Tra quattro mesi non ce la farete più», rilancia l’ex componente della Bce. «Tu ragioni come un banchiere centrale, io come un politico: devo rispondere agli elettori», contrattacca Varoufakis, che non teme di rompere con Parigi e Roma. Dopo aver incontrato anche il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan e il presidente di Generali, Gabriele Galateri ai cronisti che lo incalzavano («con la vostra strategia vi siete persi l’amicizia di Francia e Italia»), Varoufakis non ha battuto ciglio: «Siamo ancora amici dei governi di Parigi e Roma».  

 

Ventiquattro ore per la soluzione  

Resta da capire come gli «amici» si muoveranno al tavolo di Bruxelles, tra poco meno di 24 ore. Per ora i protagonisti sono i tecnici, che giudicano gli impegni di Atene «ancora distanti dalle esigenze». Difficile che i ministri possano stringere i tempi. Quindi se il governo greco vuole fare in fretta deve «accelerare, approfondire ed estendere» i rapporti con l’ex Troika, che ha cacciato da Atene e che non vuole più vedere in Grecia.  GIUSEPPE BOTTERO, LUCA FORNOVO

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La circolare dell’on. Garavini ai democratici d’Europa

 

Prima di tutto un grazie di cuore. Mi ha fatto bene sentire la solidarietà di tantissime persone in questi giorni, dopo che La Repubblica e l’Huffington Post hanno riportato le minacce e le offese nei miei confronti da parte di esponenti dell’estrema destra su Facebook. Due minacce a caso fra le tante: l’annuncio che verrò fucilata e una bella foto segnaletica sulla loro pagina. All’origine degli attacchi c’era un mio articolo sull’Huffington Post in cui denunciavo l’esistenza di pagine inneggianti al fascismo. Una in particolare, dal nome “I Giovani fascisti italiani”. Criticavo il rifiuto di Facebook di rimuovere queste vergognose piattaforme di propaganda. Tanti di voi hanno seguito il mio appello e hanno denunciato a Facebook la presenza di questa pagina. Credo che sia stato prezioso dal momento che, appena due giorni dopo, Facebook l’ha oscurata (anche se purtroppo bisogna dire che poche ore dopo ne è stata riaperta una analoga, sotto lo stesso nome). Sono convinta che si debba vigilare maggiormente su cosa succede su questi social network, dal momento che oggigiorno sono il mezzo di comunicazione più importante, soprattutto tra le giovani generazioni. Non lasciamo che vecchi fantasmi del passato rispuntino in modo violento in questi ambienti. È una realtà non ‘solo virtuale’. Ormai fa parte integrante della vita di migliaia di persone. Prendiamo sul serio i social network. Così da evitare che schifezze politiche che siamo riusciti a bandire dalla vita reale non rispuntino nel nostro quotidiano. Lo sto sperimentando di persona in questi giorni: è un pericolo con cui non si deve scherzare.

 

Avanti con la riforma costituzionale

È stato un altro grande passo avanti per il raggiungimento di un’Italia più europea: anche alla Camera abbiamo votato la Riforma Costituzionale con l’abolizione delle Province e la fine del cosiddetto ‘bicameralismo perfetto’, l’anomalia tutta italiana di avere due Camere parlamentari con gli stessi compiti (e le doppie spese). Non è stato un passaggio facile. Per tre giorni e tre notti abbiamo votato paragrafi ed emendamenti, in tutto 514 voti. Nonostante i tentativi continui di ostruzionismo da parte delle opposizioni (5 Stelle, Lega, ma anche SEL) abbiamo terminato l’esame del provvedimento entro sabato 14 febbraio, come da impegni assunti. Qualcuno ha sostenuto che il PD è stato poco aperto al dialogo. Niente di più sbagliato (come ho spiegato anche in un video-blog su YouTube). Non c’è mai stato così tanto confronto politico, sia al nostro interno che con le opposizioni.  Anche nei giorni ‘caldi’ abbiamo dialogato incessantemente con le opposizioni (e anche con la minoranza interna) accordando dilazioni sui tempi e concessioni varie sui contenuti. Ma non si possono accettare continui tentativi strumentali volti ad affossare la riforma. Il PD è il partito a cui spetta la responsabilità di portare avanti e di concludere il processo di riforme in atto. Certo, il fatto che Forza Italia, Sel, Lega, 5 Stelle e anche singoli esponenti del nostro gruppo, siano usciti dall'aula al momento del voto è amareggiante. Ma è lampante che si tratta di posizionamenti strategici e che non si può continuare a lasciare il Paese in balia di giochetti strumentali. Adesso ci aspettano altri due passaggi parlamentari, uno al Senato e uno alla Camera. Dopo avremo un Senato simile alla seconda Camera attualmente esistente in Germania e in Francia: cioè un Senato più snello e molto meno costoso, con un’impronta regionale. È da decenni che si parla di realizzare questa riforma. Questa volta ce la facciamo, nonostante tutte le difficoltà. Nessuno ha mai sostenuto che la strada delle riforme sia un percorso facile. Tutt’altro.

 

I successi dell'Est della Germania - un modello per il Mezzogiorno?

L’idea è quella di guardare oltre al proprio giardino, in Europa, per trovare delle best practice che possano servire a migliorare le proprie politiche in Italia. Questa volta nel Gruppo Interparlamentare italo-tedesco, da me presieduto, ci siamo occupati delle esperienze dell’Est della Germania. Perché sono convinta che queste esperienze possano offrire spunti interessanti per politiche di sviluppo da attuare al Sud Italia. Soprattutto quando la chiave del successo consiste in investimenti sul capitale umano, soprattutto nella formazione e nella specializzazione delle giovani generazioni. È quanto è stato realizzato nel Land Sassonia, la regione che ha vissuto il maggiore boom economico e socio-culturale tra tutti i Länder della ex DDR. Presenta i più alti tassi di rendimento scolastico ed universitario di tutta la Germania e conta un'incidenza di ingegneri (numero di ingegneri occupati, ogni 100 dipendenti), due volte maggiore che nella Silicon Valley. Per giunta è il Land con la più alta spesa procapite per offerte culturali di tutta la Germania. Ce ne ha parlato il Presidente della Regione Sassonia, Stanislaw Tillich, che abbiamo ospitato alla Camera. Per il Mezzogiorno d’Italia c’è ancora tanto da fare. Non sarebbe male prendere a modello qualche spunto tratto dalla storia recente dei “nuovi Länder” della Germania. Una Silicon Valley anche nel Mezzogiorno? È un sogno da realizzare.

 

L’antimafia del dopo terremoto in Emilia Romagna ha funzionato

Ogni volta che in Italia vengono stanziate ingenti somme pubbliche per la ricostruzione, dopo un terremoto o una catastrofe naturale, il rischio di infiltrazioni malavitose è enorme. Ci ricordiamo ancora tutti le intercettazioni raccolte a poche ore dal terribile terremoto dell'Aquila, in cui alcuni criminali ridevano sulla distruzione in atto, immaginando i profitti che ne avrebbero ricavato. Anche per questo come Commissione Antimafia ci siamo recati a Modena e a Reggio Emilia: per controllare gli interventi post-terremoto. Tutti gli esperti che abbiamo audito hanno confermato che in Emilia Romagna, dopo il sisma del maggio 2012, sono state approntate tutta una serie di misure molto efficienti, capaci di smascherare aziende in odore di mafia, in procinto di accaparrarsi i soldi pubblici stanziati per la ricostruzione. È rassicurante. Significa che le mafie possono sì cercare di prendere piede dovunque, dove ci siano soldi, ma se c'è la volontà politica si può riuscire a contrastarle. Tra l'altro è un’esperienza preziosa, anche perchè nel nostro Paese si avverte la mancanza di una legge nazionale che strutturi i controlli sugli appalti pubblici, specialmente in caso di eventi emergenziali. Ecco perchè ho proposto che la stessa Commissione Antimafia si renda artefice di una proposta di legge, a partire dall'ottima esperienza messa in campo dall'Emilia Romagna. Una mia intervista sull'argomento la trovate su You Tube e anche sul mio sito www.garavini.eu.

 

Anche in Italia sia possibile acquistare la pillola dei 5 giorni dopo!

Portiamo l’Italia in Europa. Questo vale anche per la discussione sulla cosiddetta pillola dei 5 giorni dopo. Non posso accettare che in Italia le donne debbano essere costrette ad andare all'estero per acquistare una pillola contraccettiva senza bisogno di presentare una ricetta medica o ancora peggio un test di gravidanza. Ho presentato un’interrogazione parlamentare in questo senso. Mi auguro che il Consiglio Superiore della Sanità, incaricato dalla Ministro Lorenzin di emettere un parere in materia, non abbia dubbi e si allinei all'Europa, facendo sua la decisione dell'Agenzia Europea del Farmaco (EMA), in base alla quale già 25 paesi dell'Unione Europea hanno deciso che sia possibile comprare la pillola dei cinque giorni dopo senza ricetta medica. In teoria potrebbe essere una decisione automatica, alla luce di quanto appena deciso dall'Europa. Ma l'Italia è ancora oggi l'unico paese in Europa in cui viene richiesto addirittura un test di gravidanza per potere acquistare la pillola dei cinque giorni dopo. Viene da temere che questo ulteriore supplemento di indagine, voluto dalla Ministro alla Sanità, nasconda la volontà di decidere in modo restrittivo, senza tenere conto degli accertamenti già eseguiti in passato sul farmaco. La pillola dei cinque giorni dopo, infatti, non è un medicinale abortivo e non è in grado di danneggiare un'eventuale gravidanza in atto. Lo hanno giá certificato sia una sentenza del Tar del Lazio, sia la Società medica italiana. Al contrario: è un medicinale innocuo, che ritarda l'ovulazione e svolge una funzione contraccettiva, in via anteriore rispetto all'innesto dell'ovulo. Mi auguro che lo si possa finalmente certificare a tutti gli effetti, lasciando che anche le donne italiane godano degli stessi diritti delle altre donne in Europa.

Laura Garavini, de.it.press 23

 

 

 

 

 

Il seminario di studi “Percorsi migratori e organizzazioni degli italiani all’estero”

 

Un confronto promosso dall’Unaie per stimolare percorsi di partecipazione e rinnovamento associativo in vista di Expo 2015 e degli Stati generali dell’associazionismo italiano, previsti nei prossimi mesi. Intervento introduttivo del presidente Unaie, Franco Narducci

 

ROMA – Si è svolto stamani al Senato della Repubblica il seminario di studi “Percorsi migratori e organizzazioni degli italiani all’estero”, confronto promosso dall’Unione Nazionale Associazioni Immigrati Emigrati (Unaie) per stimolare percorsi di partecipazione e rinnovamento di tale settore associativo in vista di Expo 2015 e degli Stati generali dell’associazionismo italiano, in fase di preparazione e previsti nei prossimi mesi.

Ad introdurre l’incontro, moderato da Gianni Lattanzio, il presidente nazionale dell’Unaie Franco Narducci che ha segnalato l’importanza del contributo del mondo accademico chiamato a partecipare alla riflessione, contributo che le associazioni auspicano di poter mettere a frutto anche in vista dei prossimi appuntamenti e su cui richiama l’attenzione della stessa politica. “Il nostro obiettivo è di passare oggi dall’analisi alla proposta, per un rinnovamento dell’associazionismo in linea con la realtà del contesto migratorio – afferma Narducci, - e in particolare con le nuove forme di mobilità delle persone”. Rileva infatti come il fenomeno migratorio non sia esaurito ma abbia ripreso vigore in questi anni di crisi economica, tanto da ritenere debba rientrare tra le priorità della politica europea, così da consentire a tutti gli effetti il passaggio dalla condizione di migranti a quella di cittadini europei. “Prevale invece oggi la sfiducia nell’Unione, parola che esprime una volontà ed un intento comune, una condivisione di valori che non è uno Stato, ma una strada, in gran parte da percorrere – rileva Narducci, che ribadisce come proprio alla luce di queste nuove forme di mobilità l’associazionismo debba rinnovarsi, “integrando nuovi bisogni, in una visione nuova delle comunità di italiani nel mondo e degli italici”, “agendo con responsabilità vero la ricerca del bene comune e in base a principi di sussidiarietà”. Ricorda come le associazioni costituiscano a tutt’oggi una “scuola di civismo”, una valida palestra di confronto, elaborazione di priorità e istanze che devono trovare ascolto da parte del mondo della politica. Gli impegni da tracciare nell’ambito di questo rinnovamento sono dunque lo sguardo verso le nuove forme di mobilità, “in un quadro di sostanziale arretramento dello Stato italiano dinnanzi a nuove esigenze e istanze” e il coinvolgimento in Expo 2015, così da far risaltare da un lato il ruolo che i connazionali   le loro associazioni possono avere quali ambasciatori di economia e cultura italiana nel mondo e come occasione per dare loro modo, visitando l’Italia, di rafforzare i legami con la loro terra di origine. Di seguito interviene Michele Petraroia, assessore della Regione Molise con delega all’emigrazione, che ribadisce come il Molise, vista la percentuale di corregionali emigrata, sia particolarmente sensibile al rilancio del legame con i connazionali all’estero, “che sono una straordinaria potenzialità, probabilmente sottovalutata”. “Expo non deve essere solo occasione per instaurare o rivitalizzare scambi economici – prosegue Petraroia, - ma per riallacciare il cordone ombelicale tra collettività legate in primo luogo da comuni appartenenze, valori e memorie”. Richiama l’importanza dei legami con i corregionali emigrati anche Marino Fardelli, consigliere della Regione Lazio, che richiama, nonostante i tempi di spending review, la necessità di investire su tali legami, ascoltando i soggetti interessati e formulando politiche nuove.

Richiama alcuni aspetti della realtà complessa e multiforme delle nostre collettività Carlo Brusa, docente di geografia all’Università del Piemonte Orientale, che evidenzia la necessità di affiancare le analisi quantitative con indagini qualitative, proprio per comprendere meglio tale complessità e valorizzare tale risorsa, approfondimento cui auspica possano contribuire le iniziative associate ad Expo 2015. Flavia Cristaldi, docente di geografia all’Università Sapienza di Roma, richiama l’opportunità di condurre analisi sistematiche sul fenomeno migratorio e i suoi diversi aspetti, tra cui l’associazionismo, così da fornire strumenti sempre più accurati in vista di scelte politiche mirate. Anche da parte sua l’auspicio che il confronto tra mondo accademico e politico possa proseguire con iniziative analoghe a quella odierna. In vista di Expo 2015 annuncia una ricerca realizzata sull’esportazione di viti e modi di coltivazione dei vigneti all’estero, da parte degli emigrati italiani, attività che ha dato origine a imprese e settori agricoli produttivi e innovativi, specie oltreoceano – cita in particolare la produzione vitivinicola presente nello Stato brasiliano di Rio Grande do Sul. Il volume realizzato in proposito verrà presentato il 28 aprile al Vittoriano e il 4 giugno ad Expo e sarà affiancato da una mostra. “Occorre distinguere chiaramente l’uso improprio dei marchi e tutto ciò che ruota intorno all’italian sounding dall’impegno di tanti emigranti speso a cercare di riprodurre all’estero i sapori della propria terra, su terreni e con semi che non sempre si adattavano ai nuovi contesti. Essi hanno aperto una strada e diffuso pezzi importanti di cultura italiana, che ora tutto il mondo conosce e apprezza – afferma Cristaldi.

Ricorda alcuni dei numeri dell’emigrazione italiana all’estero Delfina Licata, curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, che spiega come proprio l’estrema complessità del fenomeno e la ripresa di flussi in uscita abbia determinato il proseguimento dell’analisi, edizione dopo edizione dal 2006. “Negli ultimi anni l’emigrazione italiana verso l’estero è cresciuta di un trend del 3%, con aspetti delle nuove mobilità che incrociano elementi più tradizionali – afferma Licata. “I residenti all’estero sono oggi circa 4.700.000, ma non va trascurato che l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero – rileva Licata – non può cogliere i numeri di nuovi flussi il cui progetto migratorio è caratterizzato dall’estrema precarietà”. Tra i dati segnalati, oltre al trend sempre positivo delle partenze dall’Italia, l’età media di coloro che si traferiscono all’estero (30-35 anni) e il progressivo spostamento anche di minorenni al seguito delle famiglie. Restano tra le principali destinazione il Regno Unito, la Germania, la Svizzera, la Francia, anche se cominciano ad emergere nuove mete come la Finlandia oppure l’Oriente. Anche per quanto riguarda gli studenti Erasmus, si evidenzia una pluralità di destinazioni che supera la tradizionale triade Regno Unito, Germania e Spagna, e coinvolge Paesi come il Portogallo, l’Irlanda o i Paesi baltici. Licata ricorda anche come la Chiesa italiana, con diocesi e missioni sparse in giro per il mondo, e le stesse associazioni italiane costituiscano un punto di osservazione privilegiato sui cambiamenti e le caratteristiche assunte dai nuovi flussi migratori. Tra le tematiche meno esaminate richiama l’emigrazione delle famiglie e il rientro in Italia, mentre ribadisce come spesso il fenomeno sia associato impropriamente a disagio e povertà mentre l’emigrazione ha fatto, magari partendo da livelli tutt’altro che privilegiati, grandi cose all’estero. Si sofferma sull’importanza dell’associazionismo d’emigrazione Silvia Aru, dell’Università di Cagliari, che rileva come la sedi associative, oltre che luogo di aggregazione e sempre più, in questi ultimi anni di crisi, di aiuto e sostegno nella ricerca di casa o lavoro da parte di connazionali che ad esse costantemente si rivolgono, siano anche un centro di documentazione per chi svolge ricerche su questi temi. Richiama anche nuove forme di associazionismo nate dal web e le difficoltà che spesso incontrano le associazioni più tradizionali ad intercettare nuovi bisogni ed esigenze da parte delle giovani generazioni.

Intervengono di seguito anche Paolo Corsini, vice presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, e Fabio Porta, presidente del Comitato per gli italiani all’estero e le promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati, Comitato che ieri ha audito proprio il Comitato promotore degli Stati generale dell’associazionismo degli italiani nel mondo. Per Corsini l’associazionismo conserva ancora oggi un’importante valenza: “nel tempo del disincanto e dello sradicamento – afferma – esso è garanzia dell’impegno del fare comunità e conserva la sua rilevanza anche sotto il profilo della rappresentanza politica del mondo dell’emigrazione”. A ciò si aggiunge “la valenza per i rapporti solidaristici che esso promuove e innesca”. “L’emigrazione si trasforma in parallelo alla società italiana – prosegue Corsini – e la trasformazione del contesto esige nello stesso tempo una riclassificazione del ruolo dell’associazionismo, riclassificazione che è anche responsabilità delle istituzioni pubbliche”. Per il senatore inoltre il fatto che il nostro Paese sia divenuto terra di immigrazione non deve oscurare l’attenzione “sulla robustezza del processo di emigrazione italiana”, mentre tiene a ribadire il contributo “sostanziale ed irrinunciabile” apportato dall’ingresso degli eletti all’estero nel Parlamento italiano. Parla di “fase di delicatezza e strategicità per le politiche rivolte agli italiani all’estero” Fabio Porta, rilevando come i profondi mutamenti che avvengono nel contesto attuale, specie le nuove mobilità, richiedano la ripresa di un dibattito e un approfondimento che egli si augura proceda anche oltre l’iniziativa di oggi. Definisce poi “interessante e condivisibile” il documento preparatorio degli Stati generali dell’associazionismo, anche se ammette di ritrovarsi di meno “nelle criticità espresse rispetto alle istituzioni e a ciò che è avvenuto negli ultimi anni”. “Se infatti c’è stato un calo e un venir meno delle istituzioni rispetto a tali politiche, tale scenario va riconsiderato anche in funzione della crisi economica da cui ancora non siamo usciti – ricorda il parlamentare eletto nella ripartizione America meridionale, segnalando come tale arretramento non debba essere imputato – anche se coincide temporalmente - all’ingresso in Parlamento degli eletti all’estero.

Per Porta “lo spazio per le politiche di sostegno adottate da Stato e Regioni, sostanzialmente assistenzialistiche, non esiste più e non tornerà”, per cui è necessario “individuare risposte innovative e credibili ai bisogni che derivano della nuove forme di mobilità, che tengano conto anche della ridotta capacità dell’intervento pubblico e della diversa fisionomia sociale e culturale dei protagonisti”. Risposte innovative che egli sollecita anche l’associazionismo a formulare, “superando vecchi schemi e logiche” e compiendo “uno sforzo di interlocuzione e di rappresentatività di questi nuovi soggetti”. L’esponente democratico richiama infine il rinnovo dei Comites cui i connazionali saranno chiamati a breve, evidenziando come, una volta provveduto al voto, anche di questi organismi di rappresentanza sarà opportuno ridiscutere, rivisitandoli “in forma innovativa e non difensiva, a partire da una lettura qualitativa e quantitativa dei risultati e della partecipazione alle elezioni dei Comites, al di là delle polemiche talvolta strumentali che le hanno accompagnate”.

Viviana Pansa, Inform 26

 

 

 

 

IS e stampa mondiale, il trionfo della "ipocritocrazia". Riflessioni per  cercare di capire e risolvere il dramma mediorientale

 

La stampa mondiale gareggia nella ricerca di aggettivi per dipingere a 

tinte sempre più fosche le criminali imprese delle milizie IS, i politici 

tutti si stracciano le vesti con condanne “severe, decise,ferme, senza 

appelli” e fin qui non si può che concordare poiché è veramente in gioco 

non soltanto la pace in quelle regioni colpite da flagello 

dell’autoproclamato sedicente califfato islamico  ma il futuro delle 

religioni e della cultura. La distruzione delle memorie storiche è sempre 

stato uno dei primi passi nell’assoggettamento dei popoli da parte degli 

invasori e fascisti: lo hanno fatto nelle medesime regioni i Mongoli di 

Gengis Khan, i missionari cattolici in America distruggendo i libri Maya e 

l’arte Atzeca, fino al rogo dei libri e dell’arte “degenerata” nel periodo 

hitleriano.

Ciò che svela l’ipocrisia dei commentatori e politici contemporanei è 

tuttavia la presentazione dei crimini IS come un qualcosa di nuovo ed 

inusitato nel goffo tentativo di riscrivere la storia per cancellare i 

crimini altrettanto se non maggiori commessi dai Paesi esportatori di 

democrazia sulla punta delle baionette nella medesima regione.

L’ex Ministro francese dell’istruzione Jack Lang ha giustamente paragonato 

le sciagurate distruzioni di beni culturali da parte dell’IS ai crimini 

nazisti. Ma evidentemente gli scribi della stampa mondiale devono avere la 

memoria corta o estremamente selettiva poiché nessuno si è ricordato che 

esattamente in Irak  il bombardamento del Museo nazionale e la distruzione 

della biblioteca nazionale avvennero nei primi giorni dell’invasione nel 

2003, che fu innegabilmente una guerra preventiva e di aggressione 

(UN-Resolution 1441) in violazione della Carta dell’ONU, meritevole di una 

condanna rimasta sulla carta poiché i due principali attori (USA e GB) 

bloccarono la citata risoluzione col loro veto. Possiamo sorvolare sui 

danni causati dallo stazionamento di mezzi militari nelle zone 

archeologiche e tutte le altre distruzioni ma non sul fatto che da allora 

i reperti più preziosi sono finiti sul mercato nero Occidentale e prima o 

poi li si vedrà nei musei dei Paesi democratici.

Dunque ad essere onesti si dovrebbe parlare nel caso delle distruzioni IS 

di un”dejá vu”, di una ripetizione in piccolo delle grandi distruzioni di 

beni culturali avvenute in tutte le epoche, a cominciare dalla lingue e 

dalle religioni (che credenti o meno si sia, si converrà che sono beni 

culturali da difendere).  Ma inquadrando con visione storicamente onesta 

gli attuali odiosi crimini nel lunghissimo elenco dei fatti analoghi si 

arriverebbe immediatamente a porre la domanda decisiva per spiegarli: chi 

ha la responsabilità della nascita dell’IS ?

La risposta è facilissima ed incontestabile: coloro che hanno distrutto in 

Irak le strutture statali che garantivano ordine e sicurezza. 

Indiscutibilmente l’Irak era una dittatura, ma non diversa da tutte le 

altre dozzine al mondo (sul numero preciso non serve qui discutere) e 

nonostante  tutti i crimini che gli sono stati attribuiti il regime di 

Saddam Hussein era incomparabilmente meno feroce di quello dell’Arabia 

Saudita, e quest’ultimo non certo meno pericoloso ad es. per gli USA, 

visto che 18 dei 19 attentatori alle Torri Gemelle erano appunto cittadini 

dell’Arabia Saudita).  La situazione della cultura e non ultimo la 

posizione della donna nella società irachena erano invece analoghe a 

quelle dei Paesi occidentali.

Ma se si comincia a fare questo doveroso raffronto, allora non ci si può 

fermare all’Irak.

Occorre menzionare Libia, Siria, Afghanistan, Mali, e avanti in una 

lunghissima serie di nazioni in cui gli interventi o diretti con guerre 

criminali o indiretti con armamenti e finanziamenti di ribelli, hanno 

distrutto  le istituzioni statali e causato l’emergere dei peggiori 

movimenti fanatici che hanno trasformato in inferni questi Paesi un tempo 

prosperi o almeno pacifici o con conflitti marginali che si potevano 

risolvere ed invece si sono allargati a macchia d’olio.

I commentatori dei media mondiali cantano ovviamente all’unisono le loro 

condanne dell’IS per dissimulare le vere colpe di questo tragico sviluppo, 

colpe che innegabilmente sono dei regimi “democratici” USA e GB in testa, 

al cui al servizio appunto la stampa mondiale si piega per codardia e 

interesse di bottega.

Colpisce e sgomenta l’affannosa copertura mediatica degli illusori 

progressi nella lotta contro i barbari sedicenti islamisti dell’IS, che 

nonostante i bombardamenti non sembrano arretrare (ed infatti le bombe 

democratiche colpiscono in genere più civili che non militanti.

  Un fatto che evidentemente non preoccupano minimamente gli strateghi da 

strapazzo che li comandano. La strategia USA dalla guerra di Corea in poi 

attraverso tutte le altre successive invasioni ed ingerenze armate dirette 

ed indirette un po’ ovunque nel mondo è stata sempre riducibile ad un 

concetto che più primitivo non potrebbe essere: “we bomb THEM back to the 

stone age” dicevano i generali al tempo della guerra in Vietnam (abbiamo 

visto con quali risultati) ma, con una significativa modifica di 

linguaggio durante la prima guerra del Golfo i generali dicevano “We kill 

IT” usando il pronome impersonale al posto di quello personale come se 

invece di esseri umani si trattasse di bestiame.

Su questo aspetto rimando ad un interessante studio linguistico sull’uso 

delle metafore e del linguaggio nei media e nella comunicazione politica 

in materia di “lotta al terrorismo” (fra virgolette poiché se si guardano 

i risultati, innegabilmente sembra piuttosto trattarsi di una 

“coltivazione/promozione” del terrorismo, in ogni caso almeno il 

finanziamento da parte di coloro che poi affermano di combatterlo, in 

numerosissimi casi compreso quello più recente dell’IS, è ampiamente documentato):

http://www.gsi.uni-muenchen.de/personen/wiss_mitarbeiter/spencer/publ_spencer/jird_spencer_post_print.pdf.

Tornando al punto centrale: se l’obiettivo fosse la soluzione del 

problema, cioè l’isolamento degli estremisti fanatici e la ricostruzione 

di strutture statali degne di questo nome per ristabilire ordine e pace, 

si comprende immediatamente  che non è con le condanne verbali e gli 

tracciamenti di vesti, né coi bombardamenti che il problema si può non 

dico risolvere ma nemmeno ridurre. Se l’intenzione fosse onesta e  la 

copertura mediatica dei fatti non servisse piuttosto a giustificare 

l’impegno militare sempre più intenso e dunque  i profitti ingenti che ne 

derivano, almeno un fatto dovrebbe far riflettere: come si spiega che 

migliaia di giovani abbandonano i Paesi democratici occidentali in cui 

bene o male potrebbero vivere in pace per andare a combattere a fianco di 

questi barbari dell’IS ? Se si trattasse di pochi fanatici non ci sarebbe 

da preoccuparsi poiché questi, come i mercenari ed i mafiosi, ci sono 

sempre stati e sempre ci saranno.

Ciò che impone una riflessione è però il numero e l’età: sono migliaia e 

sono giovanissimi.

E c’è anche fra di loro – incredibile ma documentato - un numero non 

irrilevante di  medici, tecnici e gente che non sono dunque i classici 

“perdenti” nelle società  occidentali. La chiave per comprendere questo 

fenomeno preoccupante e per cercare soluzioni che non siano quelle false 

attuali che unicamente ingigantiscono il problema è il concetto di 

“risentimento”, uno strumento di analisi utilizzato dallo storico francese 

Marc Ferro (v. qui in breve il concetto: 

http://ripostelaique.com/Le-terrorisme-islamique-explique.html ).

Non è infatti senza evidentissime e documentate ragioni che i credenti 

musulmani e le popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa nutrono un 

crescente risentimento per quando è stato commesso a loro danno dalle 

Democrazie Occidentali.

L’Occidente con gli USA in testa seguiti da vicino da GB e Francia a 

partire dalla guerra per il canale di Suez del 1956 hanno commesso ogni 

sorta di “errori” (non scrivo crimini poiché non ci sono tribunali per 

condannarli e quando ci sono – ONU -  c’ è il veto per impedire le 

condanne). A loro si è unita l’UE e la NATO, altri Paesi non hanno voluto 

essere da meno, in particolare quando si trattata di compiacere l’Attore 

principale nordamericano o certe nazioni erano da esso ricattate.  Finché 

a dominare la politica internazionale sarà questo “Impero del Caos” 

nordamericano che come riscrive la storia così fa scrivere la cronaca per 

nascondere i fattacci di cui è responsabile attribuendo con disinvolte 

capriole (il)logiche ad altri le colpe del proprio operato, i conflitti 

nel mondo non potranno che aumentare di numero e di intensità. Nel caso 

dell’IS non sarebbe difficile, cominciando ad ammettere le colpe 

dell’Occidente e cercando le forze moderate all’interno di queste bande, 

avviare un processo di pacificazione con GIUSTIZIA. Ma per far questo si 

dovrebbero mettere da parte i profittatori del caos attuale 

(multinazionali degli armamenti, dello sfruttamento energetico, del 

saccheggio delle risorse naturali ed umane – e ultimamente anche 

culturali) e cercare il difficilissimo dialogo … col nemico: la pace si fa 

appunto col nemico, ignorarlo, demonizzarlo e come si vede anche 

bombardarlo non è mai servito a nulla.

L’alternativa potrebbe essere una sola:  il rifiuto del dialogo e 

l’eliminazione di tutti i ribelli. Un’alternativa che sicuramente nessun 

generale dotato di un minimo di buon senso può anche soltanto immaginare, 

anche perché coi metodi bellici attuali (drone, bombardamenti) per ogni 

terrorista ucciso una dozzina prendono il suo posto.

Le armi occidentali in Medio Oriente non sono la soluzione bensì la causa 

dei problemi, e tutti gli osservatori militari onesti e competenti sanno 

che Bagdad finirà come Saigon, è solo questione di tempo e di altre 

centinaia di migliaia di morti.

E la dittatura che vi verrà insediata sarà molto peggiore di quella che 

l’ha preceduta, probabilmente con Sharia e fine di ogni barlume di 

democrazia, un qualcosa di simile a quanto da sempre vediamo in Arabia 

Saudita: ma se si tollera e coopera con questa, per quale motivo opporsi a 

quella inevitabile dell’IS ?

Il primo passo da compiere se si volesse risolvere veramente il problema, 

è invece la ricerca dei motivi e moventi che guidano gli atti 

indubbiamente criminali e brutali ad es. dell’IS (come dagli altri 

movimenti analoghi) e la trattativa. Trattare con criminali è difficile, 

ma quando serviva lo si è sempre fatto: da ultimo durante i conflitti 

nell’ex-Jugoslavia, e se anche cosí non si sono risolti tutti i problemi, 

per lo meno si è messo fine ai massacri.

Discutere col nemico invece di demonizzarlo è ciò che sta facendo la 

cancelliera Merkel per l’Ucraina: e se non si fosse decisa a questo passo 

dietro pressione fortissima dell’opinione pubblica (nonché, inutile 

negarlo, degli interessi enormi dell’industria tedesca) avrebbe prevalso 

il solito metodo dell’Impero del Caos. Un tentativo tutt’altro che 

sventato poiché se non direttamente, strumentalizzando supini 

intermediari, l’idiota e cinico invio di armi in Ucraina come in Medio 

Oriente è già in atto e  sarà difficile fermarlo.

Nella stessa linea del dialogo, ancora più difficile, si situa il 

tentativo di alcuni parlamentari francesi di avviar euna trattativa col 

dittatore Assad: se invece di demonizzarlo e dichiararlo spacciato anni or 

sono si fosse avviata invece una trattativa non ci sarebbe probabilmente 

oggi l'IS e avremmo 200.000 morti in meno.

Graziano Priotto, Praga/Radolfzell/Pinerolo, de.it.press 28

 

 

 

 

In crescendo le minacce dell’Isis all’Europa

 

A rischio soprattutto il nostro Paese invaso dai profughi provenienti dalla Libia. L’Italia ha bisogno di alleati ma non può contare sull’UE

 

I terroristi sono a poche ore di viaggio dalle coste italiane, proprio in quella Libia in cui, dopo la guerra voluta da Sarkozy per deporre il presidente Muam-mar Gheddafi, si sta espandendo lo Stato islamico che il rais, a suo tempo, aveva limitato, bloccando i movimenti degli estremisti impiantati in Cirenaica. Ora, ad uccidere e torturare in prossimità del golfo della Sirte ci sono anche alcuni ex detenuti della prigione americana di Guantanamo ed i circa 850 terroristi anti Gheddafi, prima rifugiatisi in Iraq, ora rimpatriati. Scenario pericoloso, quello libico, anche a causa della locale proliferazione di armi, compresi i fucili di fattura sovietica, le mitragliatrici ed i lancia-granate che, dall’arsenale di Gheddafi, sono finite nelle mani di contrabbandieri e di gruppi jihadisti, anche perché la Nato e le milizie alleate fecero ben poco per impedire che si disperdessero. Benché si sapesse che, da decenni, l'est della Libia era terra di contrabbando e, sin dagli anni 90, culla dello jihadismo. Che, il 23 febbraio, ha ordinato all’Italia di non scendere in guerra, altrimenti il Mediterraneo sarà “colorato dal sangue dei cittadini”.

  Sangue che già cola non solo in Libia dove sono stati barbaramente decapitati 21 copti e rapiti altri 35, tra i quali donne e bambini, crudeltà alle quali le forze armate egiziane hanno reagito, in quanto il Cairo “ha il diritto di difendere la sicurezza dei suoi cittadini dai criminali e terroristi, fuori e dentro il Paese”. Anche in Siria ed in altri Stati del Medio Oriente sono state incendiate alcune chiese e catturati più di 350 Cristiani, 15 dei quali già uccisi. Un succedersi di massacri, violenze e stupri alle ragazze che continua e che ha spinto la deputata italiana Paola Binetti a lanciare l'allarme in quanto siamo di fronte ad una “situazione nota da tempo, ma che si sta aggravando: si sta compiendo un altro vero e proprio genocidio in nome della propria fede e delle proprie convinzioni religiose”. In effetti, secondo il Daily Telegraph, l’Isis sarebbe intenzionato a utilizzare la Libia per portare il caos nel sud dell’Europa ed attaccare le “compagnie marittime e le navi dei Crociati, infiltrandosi sui barconi di immigrati nel Mediterraneo”. L’ipotesi che le imbarcazioni siano utilizzate dai militanti del Califfato per colpire l'Italia è stata confermata, il 16 scorso, dal fuoco aperto da due scafisti contro una motovedetta della nostra Guardia costiera, per fortuna senza morti o feriti. Opinione sostenuta anche dal Ministro degli Interni, Alfano, dato che in Italia aumentano quotidianamente gli immigrati, a volte con documenti falsi, poi distribuiti sul territorio nazionale, facendo così aumentare il rischio di attentati.

  Pare che siano circa 500mila le persone in attesa sui litorali della Libia, dei quali la metà potrebbe partire via mare. E’ giusto e doveroso evitare loro di annegare. Ma necessario tentare di individuare una soluzione che soddisfi la loro domanda di asilo e le nostre esigenze di sicurezza interna. Altrimenti, se l'Isis completa la presa della Libia, sarebbero guai seri per l’Italia, come del resto ampiamente annunciato dai capi del terrorismo islamico. O lanciare un missile verso le coste europee.

  Da qui, le diverse ipotesi in merito. Secondo alcuni esponenti della Lega, tra i quali Salvini, occorrerebbe creare uno sbarramento di navi europee vicino alle coste libiche onde impedire le partenze. Altri ritengono che dagli assassini dello Stato Islamico dobbiamo difenderci con le armi, dichiarando guerra, perché l'incubo della islamizzazione forzata e cruenta rischia di diventare realtà. Soluzione che, però, non convince il Governo Renzi, forse perché si rende conto che, avendo, negli ultimi 10 anni, tagliato le spese militari (solo nel 2014 fu fatta una sforbiciata di 500 milioni), oggi non siamo in grado di proteggere il nostro Paese, tanto meno di sostenere un conflitto che la nostra Costituzione consente solo per difendere il Paese.

  Le minacce dell'Isis sono serie e credibili, come dimostra quel “siamo a sud di Roma” inviato in video-messaggio dalla Libia, che ha spinto il Governo a schierare gli uomini delle Forze Armate per pattugliare i luoghi considerati a maggior rischio, a partire dal Vaticano, più volte citato nei messaggi dell'Isis. Ne consegue che, per bloccare l’eventuale invasione islamica, l’Italia ha bisogno di alleati, ma non può contare sull’Unione Europea, che non ha né una politica estera né un esercito comune, in quanto nata per evitare i conflitti del XX secolo ed espiare le colpe del colonialismo. Il che ha regalato al Continente un lungo periodo di pace, rendendoci, però, incapaci di replicare alle sfide musulmane, messe in atto anche da Europei convertiti che si arruolano nell'esercito del Califfo. Che, a giudicare dalle statistiche, non sono pochi. Ai quali si aggiungono gli islamici residenti in Europa. Se l'Isis completasse la presa della Libia, potrebbe accadere che da Tripoli decollino aerei con destinazione Roma. Con ciò che ne può conseguire. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Stefano Di Tommaso: "In Bilico Tra Timori E Prospettive"

 

Per tutto lo scorso anno abbiamo visto stagnare le principali economie del mondo, mentre com'è noto il mercato finanziario è andato benissimo, lasciando crescere una pericolosa divaricazione tra economia reale ed economia "di carta" che ha alimentato due bolle speculative che oggi rischiano di esplodere come già nel 2008: quella della sopravvalutazione delle valutazioni aziendali implicite nei corsi espressi dalle borse e quella dell'eccessivo ribasso dei tassi d'interesse che ha portato troppo in alto i corsi obbligazionari, ben al di sopra della parità.

Questa divaricazione preoccupa gli investitori e i gestori del risparmio sino a presagire un intervento delle stesse autorità monetarie affinché essa si ridimensioni senza creare un nuovo terremoto sui mercati.

Tuttavia non è semplice porvi rimedio evitando di vanificare buona parte degli sforzi fatti per sostenere la capitalizzazione del sistema bancario occidentale e turbare profondamente gli attuali delicati equilibri raggiunti. Nessuno lo fa dunque, ma restano vive le preoccupazioni diffuse, che potrebbero nutrire gli appetiti di qualche "animal spirit" della speculazione che volesse provare a cavalcare il ribasso delle borse con la quasi-compiacenza delle banche centrali, così come è successo sul mercato petrolifero con la benedizione del principale Paese produttore di greggio.

Nel prosieguo del 2015 perciò l'idillio tra mercati e banchieri centrali rischia seriamente di infrangersi, a causa di possibili shock esogeni che troverebbero un sostrato di timori e diffidenze degli investitori, soprattutto quelli di lungo termine come i fondi pensione ed assicurativi, da tempo in imbarazzo agli attuali livelli dei mercati. Come si vedrà poco oltre, tali scossoni non sono tuttavia probabili bensì solamente possibili, anche perché numerosi fenomeni attesi dai mercati potrebbero non arrivare affatto (il rialzo dei tassi americani, la risalita dei corsi del petrolio, il default di stato di alcuni Paesi deboli, eccetera).

Comunque vadano le cose tuttavia, per una molteplicità di cause il 2015, almeno per la sua prima parte, sarà probabilmente ricordato come l'anno degli investimenti in Dollari.

Nel resto del mondo infatti si aggira la deflazione, il timore di un crollo delle materie prime e la guerra tra le valute, prime fra tutte quelle che sono deliberatamente spinte al ribasso dalle banche centrali dei Paesi emittenti, per aumentarne la competitività all'export. Tutto questo non favorirà la crescita economica mondiale ma per l'intanto pone sotto una surreale luce dorata il giardino dell'eden dei mercati a stelle e strisce, relativamente immuni da molti dei problemi che affliggono il resto del globo. Ottima ragione per comprare biglietti verdi ma anche titoli del tesoro americano, che offrono rendimenti decenti o quantomeno "non negativi" e sono troppo liquidi per subire importanti shock di prezzo.

Anche i timori di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve sono per ora tacitati dalla discesa dei prezzi di gas e petrolio, che rischia di non esaurirsi in un giorno e che determina un effetto deflattivo che può ulteriormente trascinare all'ingiù i prezzi di quasi tutte le commodities. In questo scenario non v'è perciò al momento il rischio di inflazione e dunque nemmeno quello del pronosticato rialzo dei tassi americani.

Tra i titoli azionari sono forse quelli giapponesi che dovrebbero comportarsi meglio, dal momento che gli stimoli all'economia e gli investimenti infrastrutturali di Shinzo Abe daranno finalmente qualche effetto, insieme a ciò che egli ha promesso in campagna elettorale: una progressiva diminuzione delle tasse aziendali per i successivi due anni. Ciò dovrebbe accadere anche perché di pari passo potrebbe proseguire la svalutazione dello Yen, volutamente tenuto debole per favorire le esportazioni e monetizzare sempre più il debito pubblico nipponico.

In Europa nonostante il Q.E. di Draghi abbia riscosso gli applausi a scena aperta, l'economia non andrà molto meglio degli scorsi due anni, sebbene ci sia almeno un comparto -quello delle banche- che dovrebbe decisamente beneficiare degli acquisti di titoli da parte della B.C.E.

Sul fronte opposto sono candidati a ulteriori ribassi i titoli e i corsi delle principali materie prime industriali, quelli dei Paesi Emergenti, e i titoli obbligazionari con più basso Rating o del tutto sprovvisti del medesimo, a causa del prevedibile ritorno degli investitori verso lidi più sicuri, in ragione del fatto che l'economia mondiale del 2015 è indubbiamente più debole e più intrisa di debiti, senza contare il sentimento diffuso di timore tra gli investitori, che potrebbe virtualmente riprodurre gli effetti del recente disastro del 2008.

Nonostante ciò sia relativamente improbabile il solo fatto che ne esista il pericolo spinge gli investitori a cercare di rifuggire dai rischi e ad effettuare manovre conservative, auto-realizzando in parte le loro stesse aspettative.

Questo stesso motivo, oltre a quelli strettamente geo-politici, fa pensare che le quotazioni dell'oro e di altri beni-rifugio non si fermeranno ai livelli attuali, tanto per il fatto che esse sono computate contro Dollaro (che sale) quanto addirittura in assoluto rispetto al Dollaro stesso. Il combinato disposto dei due fattori potrebbe farne intorno alla fine dell'anno la vera protagonista tra le "asset class" d'elezione dei "Money Managers", soprattutto se dovesse materializzarsi un'ulteriore caduta di fiducia verso i mercati periferici e quelli dei Paesi Emergenti, tra i quali, ahinoi, potrebbe esserci anche il nostro.

Stefano Di Tommaso, Economista, Analista Finanziario (de.it.press)

 

 

 

 

Un corteo di uomini dello Stato islamico nella Cirenaica

 

Se si volesse veramente salvare l’Euro (come FUTURA moneta unica). 

Considerazioni sul fallimento del tentativo eurofilo di Syriza.

 

Ad ogni riapparire della “crisi dell’euro” (che è già errore così definire 

poiché non è l’euro ad essere in crisi ma l’economia europea, l’euro al 

più ne è una delle cause e beninteso quella principale) ecco i sedicenti 

soloni che ignari delle anche più elementari nozioni di economia seminano 

paure di inflazione in caso di abbandono della moneta unica. È gente che 

non conosce evidentemente nemmeno la differenza fra “svalutazione” (che è 

cambiamento di corso fra valute diverse) ed “inflazione” che è invece il 

rapporto fra potere d’acquisto e prezzi all’interno di una moneta singola. 

Senza contare che il pericolo attuale in Europa è uno ben diverso, e cioè 

la “deflazione”, contro la quale il governatore della BCE Draghi sta 

cercando di combattere con le ultime misure economiche rimastegli a 

disposizione, ma con altrettanto  poche possibilità di successo.

Si ha spesso la sensazione che molti non soltanto non abbiano capito come 

funziona il capitalismo, ma all’interno di esso nemmeno abbiano la più 

pallida idea di come funziona la moneta. Su di essa è vero, circolano le 

teorie più stravaganti, ma recentemente qualcuno ha addirittura affermato, 

mal interpretando completamente il problema del cambio fra euro e  franco 

svizzero che “moneta grande schiaccia moneta piccola”. E questa 

sinceramente supera di gran lunga tutte le corbellerie finora sentite. 

Probabilmente questa enormità nasce dalla confusione con un detto popolare 

confermato dalla teoria, che invece storicamente è stato sempre vero: “la 

moneta cattiva scaccia quella buona” . Infatti  le monete coniate in 

metalli nobili, i regnanti le facevano o limare o rifondere con un tenore 

più basso di oro o argento si trovavano in difficoltà economiche: ma non 

appena la gente se ne accorgeva, tesaurizzava quelle “buone” e restavano 

in circolazione soltanto quelle “cattive”, cioè di bassa lega.

Il concetto si può traslare anche per le monete “fiat money”, cioè 

cartacee, il cui valore è attribuito non da un corrispettivo fisso con 

metalli preziosi  (gold standard) ma semplicemente dalla fiducia che in 

esse ripone chi le utilizza come mezzi di pagamento. Queste banconote si 

apprezzano o deprezzano in diretta proporzione con la fiducia  nello Stato 

che le stampa. Quando la moneta in circolazione supera di gran lunga il 

corrispettivo valore dei beni e servizi che con essa si possono 

acquistare, perché la zecca dello Stato stampa moneta eccedente per 

finanziare i buchi di bilancio, ecco l’inflazione. E superato un certo 

limite (iperinflazione) avviene un qualcosa di simile al detto iniziale, 

cioè la moneta nazionale viene sostituita da un’altra di valore stabile . 

Gli esempi più noti sono il corso parallelo del dollaro in Brasile o 

Argentina, ma in fondo anche la corsa al franco svizzero come bene rifugio 

segue la medesima logica, limitata per ora ai grandi capitali che fuggono 

dall’euro poiché lo vedono sottoposto a svalutazione forzata da parte 

della Banca Centrale Europea (operazione nota come Quantitative Easing, o 

popolarmente come ”il bazooka di Draghi”) .

Il riferimento al problema del Franco Svizzero è per alcuni la premessa 

per dimostrare che ai Paesi europei e segnatamente per alla Grecia come 

all’Italia, è meglio tenere la “grande” moneta unica  piuttosto che 

tornare alle monete nazionali, che rischierebbero di venire “schiacciate” 

dall’euro come appunto sarebbe il caso del Franco svizzero. Che dal 

presunto “schiacciamento” si è trovato però accresciuto di 1/5 del valore 

da un giorno all’altro, quando la Banca Centrale Svizzera ha deciso di non 

continuare a tenerne basso il corso acquistando euro. Per la dracma e per 

la lira e le altre monete dei PIIGS, con una piroetta illogica inusitata, 

lo schiacciamento avrebbe invece, secondo la strampalata teoria citata, 

l’effetto contrario, cioè la svalutazione (curiosamente da quasi tutti i 

sostenitori di questa enormità valutato intorno al 20 %, senza prova 

alcuna delle basi su cui questa gratuita previsione viene calcolata).

 

Le cause della svalutazione o rivalutazione di una moneta sono in realtà 

soprattutto esterne, dipendono cioè dalla relazione con altre monete. 

Verissimo che il franco svizzero si rivaluta al di là di quanto sarebbe 

corretto secondo meri criteri economici (produttività, costo lavoro, 

capacità esportazioni, ecc.)  ed è un problema per la Svizzera poiché 

rende più difficili le esportazioni, anche se chi conosce la situazione di 

questo Paese sa che il problema non è tragico e già sono in atto le misure 

per  riportare il franco al giusto livello. Ínfatti la causa della 

rivalutazione è la perdita di fiducia nelle altre monete e segnatamente 

dell’euro da parte dei grandi investitoti istituzionali, che generalmente 

non sbagliano anche perché hanno il peso per manovrare i mercati secondo i 

propri interessi. Entro certi limiti tuttavia: la Svizzera si è preparata 

da tempo ad affrontare ed a risolvere questo problema, che si è presentato 

diverse altre volte nel passato, dunque si trova ben lontano da una 

situazione di crisi, coi tassi negativi il problema è facilmente 

risolvibile.

  La crisi economica e presto  sociale invece,  sempre più grave e a 

rischio di divenire insanabile, da ormai sette anni c’è … ma è quella 

della moneta “grossa”, l’euro appunto. Lungi dallo schiacciare le monete 

“piccole” (ad es. le corone sia svedese che danese che ceca non hanno 

problema alcuno con l’euro) , l’euro  schiaccia le economie dei Paesi che 

l’hanno malauguratamente adottato.

Ma non schiaccia tutte le economie: una infatti ne approfitta ampiamente, 

quella tedesca.

Se la Germania non avesse imposto agli altri Paesi l’euro secondo le 

proprie regole (che poi per prima ha infranto) ora si troverebbe 

esattamente nella situazione della Svizzera, con un marco rivalutato alla 

pari col franco.

Ciò che nessuno dei difensori dell’euro a tutti i costi e con le più 

strampalate ed illogiche teorie non spiegano è infatti perché i guai e la 

recessione nei Paesi mediterranei, dal Portogallo alla Grecia passando per 

Spagna ed Italia, guarda caso sono iniziati proprio dopo  (e non prima) 

l’introduzione dell’euro. E che i Paesi europei che l’euro non l’hanno 

voluto (fra gli altri: Norvegia, Svezia, Danimarca, Inghilterra, Rep. 

Ceca, Polonia) non hanno subito la crisi, non sono indebitati oltre misura 

e non hanno i livelli mostruosi di disoccupazione dei Paesi mediterranei 

“post euro”.   La risposta è semplice: hanno mantenuto la sovranità 

monetaria e possono agire modificando (rivalutare o svalutare) la propria 

moneta nazionale in relazione all’andamento della propria economia, quindi 

restano concorrenziali sul mercato internazionale.

C’è comunque del metodo nella disinformazione sistematica con cui i 

sedicenti economisti da strapazzo dipingono a tinte fosche lo sfacelo 

immaginario dell’uscita dall’euro per nascondere il reale disastro causati 

dalla permanenza nell’area euro.

  La dimostrazione finale dell’insostenibilitá dell’euro.

Il tentativo velleitario del nuovo governo greco di finirla con 

l’austerità pur mantenendo l’euro ha mostrato anche ai ciechi e senza 

ombra di dubbio la definitiva insostenibilità della moneta unica europea 

nella sua attuale forma.

Se conseguentemente alle premesse il governo greco deciderà di abbandonare 

la zona euro o di continuare nel vicolo senza uscite dell’austerità è  

questione aperta e non senza rischi: il crollo di Syriza condurrebbe 

probabilmente allo sfacelo della democrazia, coi fascisti di “Alba Dorata” 

pronti a cogliere l’occasione e forse i Colonnelli “nuova generazione” 

pronti a prendere il potere secondo l’innovativa metodologia dei colpi di 

stato, cioè con la  “maidanizzazione” (cioè un golpe simile a quello di 

Kiev deviando e strumentalizzando la protesta popolare anticorruzione per 

poter installare un governo Quisling obbediente ai propri innominabili 

fini): la CIA non sta certo a guardare, soprattutto dopo la ferma 

posizione del nuovo governo greco sulle sanzioni antirusse. Dunque 

nell’interesse della Grecia ma della pace e della democrazia in Europa è 

urgente che non si apra un nuovo fronte in Grecia.

 

Mantenere l’euro come moneta europea in vista di una vera moneta unica con 

effetti positivi in un lontano (probabilmente lontanissimo) futuro non 

sarebbe difficile, basterebbe un passo indietro: ritornare all’ECU. 

Facilissimo da fare aggiungendo alla dicitura “euro” il nome della moneta 

nazionale preesistente, con tassi di cambio concordati a livello europeo 

(laddove in mancanza di accordo varrebbe la legge del mercato, ma 

imbrigliata: la BCE, banca centrale europea, potrebbe intervenire in 

alcuni casi a sostenere le monete nazionali in pericolo scoraggiando la 

speculazione. In fondo quanto è puntualmente avvenuto con l’annuncio di 

Mario Draghi (BCE) riassunto dalla frase “whatever it takes”, cioè 

l’acquisto illimitato di obbligazioni degli Stati a rischio fermandone la 

crescita degli interessi che aveva come controparte la diminuzione di 

quelli dei Paesi ritenuti stabili. Per confondere le idee è stato usato ed 

abusato il termine “spread” (ma ho constatato che salvo gli esperti, 

generalmente nessuno sa di che cosa veramente si tratta). La confusione di 

idee (come ad esempi fra chi spaccia decosa non è casuale: non far capire 

a tutti che l’aumento degli interessi delle obbligazioni ad esempio 

dell’Italia era esattamente compensato dalla diminuzione di quelli della 

Germania  (che infatti addirittura faceva pagare interessi negativi agli 

acquirenti) invece di riceveva differenza misurata in “rispetto a quelli 

stabili (lo “spread”) in questi nei Paesi a rischio ma non ha risolto in 

alcun modo il problema di fondo, ch eè andato invece aggravandosi.

Gli euro in circolazione verrebbero messi da un giorno all’altro fuori 

corso e sostituiti 1:1 da Eurodrachme, Eurolire, Europesetas ecc. e dunque 

anche dagli Euromarchi in Germania: la cui banca nazionale per 

controllarne la rivalutazione dovrebbe acquistare appunto le Eurovalute 

nazionali dei PIIGS.

Rispetto al ritorno puro e semplice alle monete nazionali, con i rischi di 

speculazione incontrollata e spostamenti di capitale pericolosissimi, 

questa modalità consentirebbe di tenere a bada in buona misura la 

speculazione.

Sarebbe un processo più trasparente che non il QE (Quantitav Easing) cioé 

l’aumento della massa monetaria in circolazione a fini inflazionistici con 

l’acquisto delle obbligazioni statali dei Paesi a rischio di fallimento, 

un rischio che però colpisce unicamente i contribuenti.

La fluttuazione così controllata delle singole Eurovalute nazionali 

potrebbe riaprire il processo di crescita e impedirebbe l’indebitamento 

che ha ridotto alcuni Stati completamente alla mercé dei creditori usurai. 

Last but not least, il debito statale rimarrebbe sostanzialmente all’ 

interno dei singoli Paesi, i cui cittadini si dovrebbero poi impegnare a 

contenere la corruzione e gli sperperi eleggendo politici più competenti e 

meno ladri.

Invece della crescente animosità fra  nazioni europee la lotta passerebbe 

all’interno dei singoli Stati fra i cittadini spremuti e quelli 

privilegiati, fra pensionati al margine della sussistenza e titolari di 

“superpensioni d’oro”, fra sfruttati e profittatori: sarebbe un 

chiarimento dei fronti.

Graziano Priotto, Praga/Radolfzell/Pinerolo, de.it.press

 

 

 

 

Lotta al Califfato. Anti-terrorismo, il nuovo decreto

 

La risposta italiana agli attacchi di Parigi è arrivata con il decreto-legge in materia di contrasto al terrorismo adottato dal Consiglio dei ministri lo scorso 10 febbraio.

 

Le misure adottate - sia l’introduzione di nuove figure di reato sia taluni strumenti preventivi - rispondono anche all’esigenza di dare attuazione nel nostro paese agli obblighi derivanti dalla risoluzione 2178 (2014), con la quale il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds) ha affrontato il dilagare del fenomeno dei foreign fighters, i combattenti stranieri.

 

Il decreto si allinea ad analoghe misure adottate da altri paesi europei. Come è stato già osservato, vi sono ora forti aspettative rispetto al ruolo che l’Unione europea (Ue) potrà rivestire nel sostegno agli sforzi degli stati membri, nell’armonizzazione delle misure, nello scambio di informazioni e nella lotta all’estremismo e alla radicalizzazione.

 

Risoluzione 2178

Con l’approvazione, lo scorso settembre, della risoluzione 2178 (2014), il Cds ha imposto agli stati l’adozione di misure di carattere generale nella lotta al terrorismo internazionale. Non è un fatto nuovo: era già avvenuto con le risoluzioni 1373 (2001) e 1540 (2004).

 

Si tratta di decisioni criticate, perché con esse il Cds avrebbe esercitato poteri legislativi non previsti dalla Carta dell’Onu. Resta il fatto che la risoluzione 2178 riflette l’urgenza di contrastare, secondo un approccio globale, la complessità e le trasformazioni in atto nell’estremismo islamista.

 

L’approccio preventivo della risoluzione 2178 poggia su tre pilastri: il contrasto alla radicalizzazione e all’estremismo violento; le misure di prevenzione in senso stretto, soprattutto rispetto ai controlli sul movimento dei sospetti terroristi; la risposta giudiziaria, nel senso dell’anticipo della tutela penale, erigendo a reati atti c.d. preparatori, ossia che precedono la commissione di un atto terroristico.

 

Lotta all’istigazione al terrorismo

Il decreto-legge costituisce in parte l’attuazione di misure che ricadono negli ultimi due pilastri. Quanto all’introduzione di nuove figure di reato, il decreto recepisce il contenuto della risoluzione quando punisce chi organizza, finanzia e propaganda viaggi per scopi terroristici.

 

Riflette pure la preoccupazione del Cds rispetto all’ istigazione del terrorismo mediante le nuove tecnologie, il previsto aggravamento delle pene stabilite per tale delitto se commesso attraverso strumenti telematici.

 

In attesa di conoscerne l’esatto contenuto, il decreto prevede anche la punibilità non solo del reclutatore, ma pure del soggetto reclutato con finalità di terrorismo, anche fuori dai casi di partecipazione ad associazioni con tali finalità, come pure di chi si “auto-addestra” alle tecniche terroristiche.

 

L’espansione delle forme di preparazione e partecipazione ad atti di terrorismo è questione assai delicata. La risoluzione 2178 è stata ad esempio criticata sotto questo profilo, soprattutto per la mancanza in essa di una definizione di terrorismo, e per i rischi di abuso che ne possano derivare, quanto al rispetto del principio di legalità e più in generale dei diritti umani, nonostante il continuo riferimento ad essi in diversi passaggi della decisione.

 

Sarebbe infatti auspicabile un aggiornamento della Decisione-quadro dell’Ue sulla lotta al terrorismo, per una definizione armonizzata anche di queste nuove figure di reato.

 

Intelligence e prevenzione

Quanto agli strumenti di carattere preventivo, la risoluzione 2178 ribadisce l’obbligo di prevenire i movimenti di terroristi attraverso controlli alle frontiere e sul rilascio dei passaporti.

 

In ambito europeo, diversi stati hanno introdotto misure relative al ritiro dei permessi di soggiorno e dei documenti di viaggio, come anche di revoca della cittadinanza. È quest’ultimo aspetto a destare preoccupazione sul piano giuridico, soprattutto con riguardo agli ampi poteri che il governo britannico ha esercitato nel privare della cittadinanza sospetti terroristi, anche se vi fosse stato un rischio di apolidia.

 

Nel decreto-legge sono contenute misure del primo tipo, dal momento che prevede la facoltà del Questore di ritirare il passaporto ai soggetti indiziati di terrorismo, all’atto della proposta di applicazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno.

 

Uno strumento fondamentale di prevenzione è inoltre la rilevazione degli spostamenti dei sospetti terroristi e la condivisione delle informazioni tra gli stati. Oltre al tema dell’acquisizione dei dati sui passeggeri alla prenotazione del viaggio, una questione fondamentale riguarda l’acquisizione e il trasferimento su base bilaterale e multilaterale delle informazioni dei servizi di sicurezza.

 

Diverse sono le misure che nel decreto riguardano la protezione e le attività delle agenzie di intelligence, compresa la possibilità di effettuare colloqui con soggetti detenuti o internati.

 

Risponde infine alla necessità di un coordinamento su scala nazionale delle indagini relative a procedimenti penali e procedimenti di prevenzione in materia di terrorismo, l’attribuzione di tali funzioni al Procuratore nazionale antimafia.

Mirko Sossai, ricercatore di diritto internazionale all’Università Roma Tre. 

AffInt 19

 

 

 

 

“Guardare alle crisi attuali con lungimiranza”. Parole di Gentiloni in Aula “equilibrate e prudenti”

 

“L’Italia deve avere una visione lungimirante intervenendo nelle crisi internazionali che ci sono vicine, come non mai. Viviamo un periodo complicato come non era accaduto da 25 anni a questa parte, dopo la caduta del muro di Berlino, che ha portato profondi cambiamenti nei rapporti internazionali. Le parole del ministro Gentiloni di oggi sugli indirizzi di politica estera e della scorsa settimana sulla crisi in Libia ci sembrano di grande conforto perché caratterizzate da equilibrio e prudenza. Caratteristiche di cui c’è grande necessità oggi”. Lo ha detto Laura Garavini, componente della Commissione Esteri, durante il dibattito in Aula sulle comunicazioni del ministro Gentiloni.

 

“Con conflitti a due passi da casa – ha proseguito Garavini – ci dobbiamo porre delle domande sul nostro operato. Negli anni passati non abbiamo fatto abbastanza per far diventare il Mediterraneo un’area di pace e crescita. Si parla da anni di instaurare rapporti più forti con i paesi del nord Africa. Purtroppo l’Europa non è stata capace negli anni passati di parlare con una sola voce. Grazie all’Italia e alle politiche messe in atto nel corso del Semestre italiano, invece, è aumentata la necessità di dotarsi di una politica estera comune, così come la Libia è entrata nell’agenda internazionale.

 

Adesso è il momento delle iniziative politiche. Qualsiasi decisione da prendere deve tenere presente il dopo poiché molte crisi attuali vengono da lontano. Dobbiamo avere un’idea dell’ordine futuro che vogliamo sostenere nel Mediterraneo. L’orrore in Libia avviene davanti a casa nostra, alla distanza che c’è tra Milano e Roma. Riteniamo necessario agire in accordo con gli alleati, con i nostri partner europei, solo in base ad un mandato delle Nazioni Unite, ma anche in stretto accordo con i paesi arabi amici, con l’Egitto e con i paesi magrebini. Agire, insomma, con polso fermo ma anche in maniera lungimirante. L’Italia è radicata in Europa ma con lo sguardo verso il Mediterraneo”. De.it.press 27

 

 

 

 

 

Approvate dall’Aula due mozioni sul riconoscimento dello Stato di Palestina.

 

L’intervento del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. “Il Governo valuta favorevolmente l’impulso parlamentare a promuovere il riconoscimento di uno Stato palestinese e a fare tutti gli sforzi per rilanciare e riprendere il negoziato tra le parti”.

 

ROMA – Il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Paolo Gentiloni è intervenuto oggi alla Camera dei Deputati su alcune tematiche di politica estera riguardanti il nostro Paese. Dopo il dibattito la Camera ha approvato sia la mozione del Pd che prevede il diretto riconoscimento dello Stato di Palestina, sia quella dei centristi di Area popolare (Ncd più Udc) e Scelta civica che invece subordina il riconoscimento della Palestina al raggiungimento di un’intesa politica tra il gruppo islamico Hamas e il suo antagonista laico Al-Fatah che, “attraverso il riconoscimento dello Stato d'Israele e l’abbandono della violenza determini le condizioni per il riconoscimento di uno Stato palestinese”.  Due testi differenti stilati da forze politiche della maggioranza su cui il governo si è espresso a favore. 

Nel suo intervento il ministro degli Esteri ha ricordato come negli ultimi 60-70 anni l’Italia sia stata convintamente europeista. “Il nostro – ha spiegato Gentiloni - è un Paese impegnato nell’Alleanza atlantica, è un Paese più di tanti altri impegnato nei commerci internazionali, anche per le caratteristiche della nostra economia, orientata alle esportazioni. È un Paese molto attivo nel promuovere la pace e i diritti umani su scala internazionale. Questa è la nostra bussola da decenni. La bussola è sempre questa, ma il mare è diventato un oceano, e questo oceano è in tempesta, come tutti credo possiamo vedere”.

“Oggi – ha proseguito il ministro - siamo in un contesto che è alla ricerca di un nuovo equilibrio, di un nuovo ordine; e quindi anche il nostro europeismo, il nostro atlantismo non sono dei piloti automatici, a cui un po’  burocraticamente rinviare: la nostra politica economica si decidere a Bruxelles, la nostra sicurezza è garantita dalla NATO. Tutto questo – ha continuato Gentiloni - resta vero, ma deve avere anche come bussola aggiuntiva, come altro elemento di orientamento da parte del Parlamento e poi del Governo, quello che io, molto tranquillamente, definisco il nostro interesse nazionale; che non è in contraddizione naturalmente con i principi storici della nostra politica estera”.

“Questi pilastri storici, – ha spiegato il ministro – ovvero europeismo, atlantismo, apertura agli scambi, impegno nelle missioni di pace e per i diritti umani, insieme alla considerazione del nostro interesse nazionale, ci guidano quando passiamo in esame le aree di crisi, i momenti di difficoltà che oggi caratterizzano la scena internazionale”.

Gentiloni si è poi soffermato sulla vicenda dei due fucilieri di Marina incriminati in India, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che sono trattenuti da ormai più di tre anni in una situazione che, secondo il ministro,  “rappresenta per il nostro Paese una ferita aperta, sulla quale il Parlamento si è sempre pronunciato in modo unito e univoco e sulla quale il Governo sta lavorando senza troppo clamore, ma credo con delle premesse per avviare finalmente a soluzione questa crisi”.

Gentiloni ha inoltre auspicato un nuovo orientamento dell’Europa basato sulla crescita, sugli investimenti, sul lavoro, sullo sviluppo e su una maggiore integrazione. “Un Europa diversa – ha precisato il ministro -  che non è però sinonimo di euroscetticismo; al contrario: se ci facciamo guidare dal nostro interesse nazionale, significa che abbiamo bisogno di un’Europa diversa, ma anche di un’Europa più integrata, più forte, di una Banca centrale europea che riesca finalmente a fare fino in fondo il mestiere che oggi le regole e i trattati gli rendono così difficile fare in termini di promozione della crescita e dello sviluppo”. Gentiloni ha anche evidenziato come l’attenzione della nostra politica estera sia concentrata sul Mediterraneo dove la crisi in atto non riguarda solo i paesi che vi si affacciano ma rappresenta una priorità nell’agenda dell’intera comunità internazionale e della NATO. Il ministro, dopo aver ricordato che l’Italia appoggia gli forzi compiuti dall’ONU per realizzare in Libia un governo di riconciliazione nazionale, ha sottolineato come l’attivismo dell’Italia in questo ambito sia dovuto alla necessità di battersi per difendere la libertà. Gentiloni si è poi soffermato sia sulla necessità di un maggiore impegno dell’Ue per l’attività di soccorso in mare dei migranti oggi provenienti in gran parte dalla Libia, attraverso un maggiore sostegno all’operazione “Triton”, sia sul problema della crisi ucraina che va affrontata “da una parte, con la ferma reazione alle violazioni del diritto internazionale che sono avvenute in quella terra e, dall’altra con l’ostinata ricerca del dialogo e del compromesso”.

Per quanto riguarda invece la storica crisi del Medio Oriente il ministro ha sottolineato come i conflitti di questa area, a carattere prevalentemente nazionalistici, rischino di slittare in una guerra di religione. “La soluzione di fronte a questa crisi – ha aggiunto Gentiloni – è  quella dei due Stati, per la quale la comunità internazionale si pronuncia da tempo. Il che vuol dire il diritto dei palestinesi ad un loro Stato e il diritto dello Stato di Israele a vivere in sicurezza di fronte a chi vorrebbe, addirittura per statuto, cancellarne la stessa esistenza. In questo quadro, il Governo valuta favorevolmente l'impulso parlamentare a promuovere il riconoscimento di uno Stato palestinese e a fare tutti gli sforzi per rilanciare e riprendere il negoziato tra le parti”. (Inform 27)

 

 

 

 

Massimo Romagnoli (Fi) estradato negli Usa

 

Massimo Romagnoli è stato estradato negli Stati Uniti. L’ex deputato di Forza Italia, arrestato in Montenegro lo scorso dicembre con l’accusa di traffico d’armi, dietro mandato di cattura spiccato dalle autorità Usa, ha quindi lasciato il carcere di Podgorica per salire su un aereo diretto a New York. Secondo l’avvocato che in Italia si occupa del caso, il professor Nicola Pisani, “probabilmente proprio in questo momento è in volo” verso il Nord America.

 

Una estradizione avvenuta quasi di sorpresa, “senza nemmeno avvisare gli avvocati”, spiega Pisani a ItaliaChiamaItalia. “Adesso – aggiunge il legale di Romagnoli – tutto passa alla giurisdizione americana”. Di questa situazione l’avvocato pensa “tutto il male possibile”, perché di fatto è stata una mossa inaspettata, almeno nei tempi, ma anche nei modi con cui è stata messa in atto.

 

La situazione che riguarda Massimo Romagnoli a questo punto “è più complicata, si sposta su un piano diverso”. Comunque, ricorda Pisani durante il colloquio con Italiachiamaitalia.it, “è stato fatto un ricorso a Strasburgo”, dunque staremo a vedere. Certo è che il caso Romagnoli ora prende davvero una brutta piega. Per reati come quello di cui è accusato, negli Usa si rischia il carcere a vita.

 

Proprio Romagnoli la scorsa settimana, in una lunga lettera indirizzata al direttore del nostro quotidiano online, Ricky Filosa, spiegava che i propri legali stavano lavorando per evitare che si arrivasse all’estradizione negli Usa. Nel suo messaggio a Filosa l’ex parlamentare chiedeva anche di contattare il ministero dell’Interno italiano e la Farnesina, affinchè le istituzioni italiane si potessero attivare, cercando soluzioni tese a farlo rientrare in Italia. “Starò pur sempre in galera, ma in un carcere italiano e avrò la certezza di essere giudicato nel mio Paese”, sottolineava Romagnoli. Non è andata così: gli americani si sono mossi in fretta e hanno ancora una volta spiazzato tutti. Italiachiamaitalia 25

 

 

 

 

 

A Roma la tavola rotonda del Cir “Il‘Sistema Dublino e il principio di solidarietà intra-Ue”

 

Zaccaria: “Vogliamo che il principio di solidarietà che deve regolare le normative comunitarie in materia di migrazione e asilo venga tradotto in politiche e in leggi”

Hein: “Il principio del mutuo riconoscimento è un importante strumento affinché i beneficiari di protezione internazionale possano fruire effettivamente della libertà di stabilirsi entro i confini europei”

 

ROMA - “La posizione geografica e geopolitica dell’Italia pone il nostro Paese di fronte a sfide sempre più ardue ed è necessario che l’Unione Europea dimostri solidarietà nel portare soccorso in mare e nel dare accoglienza ai rifugiati. L’Italia insieme con gli altri Stati del Sud Europa è sicuramente tra i Paesi maggiormente interessati a promuovere a livello europeo un profondo ripensamento che esca dalla logica perversa per cui il Paese che salva una vita in mare, dovrà poi essere il Paese che dovrà dare accoglienza a quella persona. Vogliamo che il principio di solidarietà che deve regolare le normative comunitarie in materia di migrazione e asilo venga tradotto in politiche e in leggi”. Lo ha detto  Roberto Zaccaria, presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati che, in occasione del suo 25° anniversario di attività , ha organizzato a Roma, presso la Sala Aldo Moro della Camera dei deputati, la tavola rotonda “Il ‘Sistema Dublino’ e il principio di solidarietà intra-Ue”.

Il Cir ricorda che “l’Italia è ormai il più importante punto di ingresso di migranti in Europa, nel 2014  sono arrivati via mare 170.000 richiedenti asilo, rifugiati e migranti e gli arrivi all'inizio del 2015 si sono intensificati. La situazione in Libia fa presagire un flusso sempre maggiore: nessun altro Stato membro ha mai affrontato un tale numero di persone che attraversano in modo irregolare le frontiere esterne dell’Unione.  Molte di queste persone sono rifugiati: lo scorso anno l’Italia ha ricevuto 64.000 domande d’asilo e ben il 60% di persone ha ricevuto una forma di protezione”. “Non solo – sottolinea il Cir - siamo gli indiscussi campioni del salvataggio in mare, ma abbiamo una sempre crescente responsabilità nei confronti di richiedenti asilo. Basti pensare che nel 2013 il 70% dei richiedenti asilo si è concentrata in appena cinque Stati: Germania, Svezia, Italia, Francia e Regno Unito. E nei primi nei primi 9 mesi del 2014 questa tendenza continua:  4 paesi hanno ricevuto il 60% delle domande di asilo presentate in tutta Europa - Germania 100.572 (28,1%) , Italia 42.375  (11,8%), Svezia 55.615 (15,5%), Svizzera 16.800 (4,7%).  Questo nonostante l’Articolo 80 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea stabilisca il principio di solidarietà tra gli Stati membri dell’Unione in materia di controllo delle frontiere, asilo e immigrazione: un principio che deve governare le azioni dell’Unione Europea e dei singoli Stati”.

Per il Cir il Sistema Dublino, “oltre ad essere inumano, è anche inefficace”. “I dati relativi al Sistema Dublino, che ha un pesantissimo impatto sia sulla vita delle persone nonché sui costi che gli Stati debbono sostenere, ha un impatto numerico veramente molto limitato” spiega il Cir , dati alla mano: “Nel 2013 a fronte di 435.000 domande d’asilo è stato richiesto il trasferimento di 16.014 persone ovvero il 3.7% dei richiedenti asilo in tutta Europa (dati Eurostat). Questo vuol dire che mentre il Regolamento impedisce al 100% di tutti i richiedenti asilo e rifugiati di scegliere il Paese in cui vivere, limitando fortemente la loro libertà personale e conseguentemente tutti i loro diritti, si applica nella pratica al solo 3.7%.  Inoltre se guardiamo ai saldi di alcuni Paesi ci accorgiamo ad esempio che verso la Francia viene chiesto il trasferimento di 834 persone; ma lo stesso Paese richiede il trasferimento verso altri Paesi di 645 persone, con un saldo di meno di 200 persone. In Gran Bretagna questo saldo è inferiore a 500 persone”.

“Per superare Dublino, crediamo sia fondamentale – ha detto Christopher Hein, direttore del Cir -cominciare a superarne gli effetti. Ad oggi una persona la cui protezione internazionale è riconosciuta da un Paese è costretta a vivere in quel Paese: può circolare per 3 mesi all’interno dell’Unione Europea, ma non si può trasferire in nessun altro Stato per lavorare, studiare o vivere stabilmente. Questo nonostante dal 1999 l’Unione europea e? impegnata a creare un sistema europeo comune di asilo basato su sistemi e standard comuni. Affinché lo status sia veramente valido in tutta l’Unione, un beneficiario di protezione internazionale dovrebbe vedersi riconosciuti i diritti e le libertà connesse alla sua presenza sul territorio europeo. Il principio del mutuo riconoscimento è un importante strumento affinché i beneficiari di protezione internazionale possano fruire effettivamente della libertà di stabilirsi entro i confini europei fruendo di tutti i diritti (lavoro e diritti sociali in primis) garantiti dal loro status. Peraltro tale libertà di stabilirsi faciliterebbe il ricongiungimento familiare dentro lo spazio dell’Unione”, ha concluso Hein.(Inform 26)

 

 

 

Si cambia?

 

Dopo sessantanove anni di vita repubblicana, l’Italia è prossima al varo di un dispositivo politico che sostituirà un sistema in palese scollamento tra il potere e la base elettiva. Dopo la proclamazione della Repubblica Italiana (giugno 1946), i mutamenti nel Paese sono iniziati da subito. Il Paese di “Santi”, “Poeti” e “Navigatori” fa parte del nostro passato. Un passato che non può condizionare il nostro futuro. Dopo più di mezzo secolo di “altalene” politiche della più svariata natura, nel 2018, per noi anche prima, gli italiani saranno chiamati a decidere del futuro loro e della Penisola.

 Difficoltà e sacrifici non mancheranno; certo è che siamo avvezzi alle rinunce e le polemiche non c’interessano più. I cambiamenti politici, anche se la “vecchia guardia” li teme, saranno decisivi. Il potere non solo si deve saper gestire, ma anche meritare. A nostro avviso, questo potrebbe essere l’anno della “nuova frontiera” nazionale. Nulla, per la carità, da paragonare all’Epopea di Kennedy. L’Italia non è l’America. Nel bene come nel male.

 Certo è che il Bel Paese dovrà ritrovare un ruolo di Stato europeo, inserito, a pieno titolo, tra i Paesi fondatori dell’UE. Quello che, ora, ci necessita è la chiarezza politica che non dovrebbe rifarsi all’astrazione dei “poli” ben noti a tutti. Con Renzi, un’era, in agonia, è alla fine. Del resto, tutti ci siamo resi conto che chi ha rovinato il Paese non sono state le ideologie, ma la gestione di coloro che le hanno avvallate. L’ultima Generazione dei Partiti è già in trasformazione. Al punto in cui siamo, non c’è più consentito sbagliare. E’, invece, prioritario impegnarci per sanare gli errori delle passate gestioni politiche. Le ipocrisie di Palazzo sono finite con l’effimero mondo che non poteva sostenere la rigida economia dei Paesi europei emergenti.

 Nessun rimpianto, quindi, per quanto ci stiamo lasciando alle spalle e maggiore impegno per gli anni futuri. L’Azienda Italia c’è ancora. Mal ridotta, ma ancora nelle condizioni di ristudiare la sua competitività. Con l’attuale schieramento di Governo, le alleanze politiche possono sempre cambiare. Come a scrivere che l’esperienza vissuta è la prova che il rinnovamento non è più solo un fatto psicologico. Il Paese ha bisogno di sostanziali cambiamenti negli equilibri politici; anche considerando, in modo meno marginale, l’apporto dei milioni di Connazionali oltre frontiera.

 Gli uomini del vecchio apparato sono al tramonto; c’è anche chi l’ha espressamente riconosciuto. Il quadro politico di quest’anno non dovrebbe avere più relazioni con i fatti, voluti o no, che ci hanno portato sull’orlo della calamità economica. Con la nuova legge elettorale, la Penisola potrà manifestare diversamente l’impegno di un ruolo più conforme alla realtà europea. Anche se ci vorrà ancora tempo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

A muso duro contro Atene e Berlino, così Draghi ha ricompattato l’Europa

 

Il capolavoro diplomatico del banchiere rimasto indipendente dalla politica – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - «La Bce ci ha stretto il cappio attorno al collo». Questa affermazione nasconde due buone notizie per Mario Draghi. La prima: è stata pronunciata dal premier greco Alexis Tsipras. La seconda: è contenuta in un’intervista che uscirà sul prossimo numero del più importante quotidiano tedesco, Spiegel.  

Il motivo dell’irritazione dei greci è chiara: la Bce ha confermato che senza un nuovo piano di riforme e di aiuti, i rubinetti resteranno sostanzialmente chiusi. Proprio per questo, nell’eterno gioco di specchi che caratterizza la politica greca e quella tedesca, Berlino può dichiararsi soddisfatta. E il messaggio che passerà in Germania, aiuta moltissimo Draghi. 

 

A prima vista, chiudendo la porta ad Atene, il presidente della Bce ha rispettato una regola sacra, che contrappone i tedeschi da sempre alla Francia e ad altri Paesi, che vorrebbero Francoforte più assoggettata ai governi o ai Parlamenti. L’ha ricordata lui stesso, svelando due giorni fa i dettagli del quantitative easing: la Bce «è un’istituzione basata su regole, non un’istituzione politica». Un dettaglio fondamentale. Da un lato, perché se la Bce non fosse del tutto autonoma dalla politica, non avrebbe la credibilità di cui gode sui mercati e non avrebbe potuto salvare l’Europa per due volte in tre anni da una catastrofe. Nel 2012 dalla fine dell’euro; in questi mesi da uno scenario «giapponese» di deflazione e lunga stagnazione. I mercati stanno reagendo da tempo ai suoi annunci e alle sue mosse, schiacciando l’euro e azzerando tassi e spread, dunque garantendo ai primi, deboli segnali di ripresa un’importante accelerazione.  

 

Soprattutto, deludendo le aspettative dei greci e prevenendo le obiezioni dei tedeschi su margini eccessivi lasciati ad Atene nell’attuale limbo negoziale, Draghi ha compiuto un capolavoro diplomatico. Nelle stesse settimane era impegnato in un’altra, complicata trattativa, quella con la Germania sul quantitative easing, sulla maxi operazione da 1100 miliardi di titoli che partirà lunedì prossimo (che peraltro rappresenta un paracadute per l’eurozona in caso di uscita della Grecia dall’euro). 

 

A dicembre, quando la Grecia si stava dirigendo verso le elezioni anticipate, a microfoni spenti i capi di Syriza ripetevano una sola cosa, a chi chiedeva cosa avrebbero fatto se avessero vinto le elezioni. Il programma di Tsipras era fin troppo esplicito: fine degli accordi con la Troika, fine dell’austerità, avanti con un programma di rilancio dell’economia, anche oneroso. Ma i dirigenti di Syriza si erano convinti che nel periodo di prevedibile, dura trattativa con le istituzioni creditrici, l’Eurotower avrebbe garantito alla Grecia la liquidità necessaria per andare avanti.  

 

Una convinzione che non aveva fatto i conti con l’altro negoziato in corso. Quello per convincere Wolfgang Schaeuble ed Angela Merkel ad accettare il quantitative easing, l’operazione quotidianamente demonizzata da nove decimi della stampa tedesca. Contrariamente al 2012, quando l’italiano riuscì a convincere la cancelliera che l’euro era seriamente a rischio e che bisognava tirare fuori il primo «bazooka», lo scudo anti-spread Omt, stavolta Draghi non è riuscito del tutto nell’impresa. Tuttavia, se non ha incassato un via libera, è riuscito abilmente a scongiurare un «no», da parte di Merkel. La Germania resta scettica su quella che chiama «l’esondazione» di liquidità, e teme che i Paesi possano usarla come scusa per rimandare le riforme. Ma Berlino non si è opposta.  

 

Ad appena un mese da quella tregua, Draghi non poteva rischiare un secondo duello con Berlino. Specie offrendo la sponda a un Paese che continua a considerarsi il figliol prodigo dell’Europa ma che finora, con il suo zigzagare tra proposte e provocazioni, ha ottenuto un solo risultato. Ricompattare il Nord e il Sud, dalla Finlandia alla Spagna, contro di sé. Rischiando, a questo punto, lo scenario peggiore.  LS 8

 

 

 

 

Magistrati sulle barricate per non pagare

 

Come sempre si ribellano alle riforme che tolgono loro benefici e soldi. Anche quando la responsabilità di una sentenza errata è loro 

 

  Crede di essere una casta intoccabile, la Magistratura italiana! Infatti, protesta sempre quando il Governo tenta di riequilibrarne i vantaggi economici e feriali che incidono notevolmente sulle spese dello Stato, quindi del popolo. L’anno scorso si era opposta alla legge che avrebbe ridotto le ferie da 10 a 7 settimane, vero record mondiale, in quanto, dissero i togati, quei giorni servono loro per esaminare le carte relative ad un processo o stendere le motivazioni di una sentenza. Quest’anno ha tentato, riuscendogli, di bloccare la nuova disposizione legislativa che, grazie all'emendamento presentato dal leghista Gianluca Pini, avrebbe fatto ricadere sulle toghe il dovere di rispondere economicamente ai danni provocati ad un cittadino ingiustamente accusato di un reato civile, qualora questi chiedesse un risarcimento allo Stato. Il quale paga, ma poi avrebbe potuto chiedere al giudice o procuratore colpevole la metà dello stipendio o il totale del denaro versato, qualora questi avesse agito con dolo. Riforma ritenuta dall’Associazione Nazionale Magistrati “punitiva ed intimidatoria”, una specie di “rivoluzione contro la Giustizia”. Per bloccarla, ha minacciato lo sciopero, poi sospeso, in attesa di un incontro con il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, per Costituzione presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che avrebbe potuto non firmare la legge, quindi non farla passare.

   Una contrarietà, la loro, dettata dal fatto che si moltiplicherebbero i ricorsi per un indennizzo, in quanto il testo legislativo elencava le eventuali colpe commesse dal Magistrato: affermazione di un fatto inesistente, negazione di uno evidente, incarcerazione cautelare al di fuori dei casi consentiti dalla legge o senza motivazione, violazione manifesta di una norma legislativa nazionale o europea, negligenza grave, nonché errata interpretazione del fatto o delle prove. In tal caso, il cittadino vittima di mala giustizia può chiedere un risarcimento alla Presidenza del Consiglio. Che, entro 24 mesi dal pagamento, povrà rivalersi sul togato, come più volte sollecitato dall'Ue. Disposizioni legislative che, secondo il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, avrebbero aiutato “a sanare una situazione” che ci metteva in difficoltà con l’Europa. Di parere opposto Rodolfo Sabelli, presidente dell’Anm, che ha rilevato che ciò pone “un limite all'indipendenza della giurisdizione”, e può comportare “il rischio molto elevato di cause strumentali messe in atto solo per reazione a una decisione sgradita del giudice”.

  Critiche che hanno spinto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, a portare in discussione nella commissione Giustizia del Senato tre emendamenti al testo, limitando il risarcimento per gli errori giudiziari solo a pochi casi. Il che fece protestare i delegati di FI. Il primo fu il presidente della commissione, Francesco Nitto Palma il quale ha ricordato ai colleghi che: “Renzi ha ripetutamente detto che chi sbaglia paga. Ma con gli emendamenti del Governo ci sono meno casi di colpa grave”. Che, come precisato da Giacomo Caliendo, sono “rarissimi, perlopiù per negligenza grave e travisamento grave del fatto”. Anche il relatore Enrico Buemi (Psi) ha minacciato di dimettersi, perché non vede nella norma alcuna “innovazione effettiva” rispetto alla legge Vassalli emanata nel 1988. Dissensi che non hanno avuto effetto, a giudicare dal testo votato nelle due Camere e definitivamente approvato dai deputati.  

  Grazie al quale la vittima non ha più 2 anni di tempo per chiedere il risarcimento, bensì 3, che decorrono, come prima, non a fine processo, bensì dal momento in cui l'inquisito è stato messo in carcere o ai domiciliari, in attesa di essere rinviato a giudizio, cioè prima di una eventuale condanna. Dunque, in una fase delicata e drammatica del procedimento che potrebbe comportare il rischio di irritare chi lo accusa. Con la conseguenza che la responsabilità civile del Magistrato potrebbe risultare incerta o addirittura inesistente. Come, del resto, successo, per decorrenza dei tempi, nel 2006, a Vittorio Emanuele di Savoia, ingiustamente incriminato, dal pm Henry John Woodcock e dal gip Alberto Iannuzzi, per associazione a delinquere. Oggi il termine è triennale ma il problema ha comportato, solo nel 2013, un esborso statale di 387 milioni di euro, ovviamente poi recuperati tramite aumento delle tasse. Come dire che, a pagare, sono i contribuenti, non i togati. A dispetto dell’opinione di Renzi sopra citata, di quanto imposto dall’Unione Europea e della disapprovazione dei leghisti e dei berlusconiani. In effetti c’è da chiedersi perché mai i medici, gli avvocati, gli insegnanti, i funzionari della pubblica amministrazione ed anche i politici debbano sempre rispondere degli errori commessi nell'esercizio della propria professione o funzione. Tutti giudicabili e punibili. Tranne i Magistrati che restano privilegiati.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

    

 

 

L’Expo da vivere in cascina

 

Non tutti sanno che Milano è la seconda città agricola d’Italia; ecco come scoprire il mondo “contadino”  fuori dall’esposizione

 

Non potrebbe esserci scenario migliore per il tema di Expo “Nutrire il pianeta”: si parla di cibo e, a differenza di quanto si potrebbe immaginare, lo si fa proprio nel luogo più adatto. Milano infatti non solo è la metropoli italiana  per eccellenza,  la città più internazionale, più mitteleuropea, più alla moda, ma è anche la seconda città agricola del Paese. Ci avreste mai creduto?

Dall’agricoltura biologica all’agriturismo, dalle fattorie didattiche ai distretti agricoli, dalla salvaguardia della biodiversità alla vendita diretta di prodotti , incluso il latte crudo, fino allo sviluppo del settore vitivinicolo: le cascine del milanese sono una vera scoperta, peccato che quella presente nell’area espositiva non sarà utilizzata per riportare all’interno di Expo le sue diverse funzioni, ma solo come spazio aggregativo. “Un’occasione sprecata” polemizza qualcuno, ma intanto il comune di Milano ha preparato la mappa delle sue 30 cascine., perchè una cosa è  visitare i padiglioni  espositivi e un’altra è toccare con mano, a pochi chilometri di distanza ,  cosa significa produrre cibo, salvaguardandone  la qualità.

Il distretto agricolo milanese è pronto , anzi prontissimo,  ad accogliere i turisti con una vasta offerta di prodotti a km zero, , con le attività culturali, ricreative ed educative, ma soprattutto con i servizi di ospitalità e ristorazione.  Si visita Expo e si dorme in cascina, si assaggiano i prodotti di tutto il mondo e si assaporano quelli locali, genuini, direttamente lì, dove nascono.  E il bello è che le cascine sono anche un grande patrimonio storico e architettonico, infilate tra borghi che si specchiano nei navigli, tra antiche chiese e mulini, tra abbazie e fontanili.  Una vera ricchezza che i milanesi conoscono bene  e che, in occasione della manifestazione, vogliono condividere  con i  cittadini del  mondo attraverso visite, itinerari e percorsi ciclabili.  La mappa illustra le caratteristiche di ogni realtà,  ne traccia le origini e la storia, in alcuni casi anche molto antica , ne illustra le attività di fruizione pubblica, la produzione tipica e la commercializzazione.  Così Expo, che si apre sul mondo, rivela anche una Milano inedita.

 

I numeri della Milano “contadina”

A Milano la superficie agricola utilizzata è pari a 2.910 ettari, su una superficie comunale complessiva di 18.175 ettari. Le imprese agricole sono 117. Tra mais, riso, latte, carne, ortaggi e fiori, la produzione agricola milanese è stimabile in circa 10 milioni di euro all’anno. dip

 

 

 

 

Rom, Strasburgo richiama l’Italia. Roma risponde: “Stiamo smantellando i campi”

 

Il rapporto del Consiglio d’Europa critica l’Italia per la mancata integrazione dei Rom nonostante i fondi investiti. La capitale reagisce annunciando il superamento definitivo dei sette villaggi della solidarietà e dei quattro centri di raccolta dei nomadi nel triennio 2015-2018. Ma cosa accadrà a chi non avrà più il campo dove vivere?

Ancora una volta da Strasburgo arriva un forte richiamo nei confronti dell’Italia e delle sue politiche molto lontane dall’integrazione per i Rom nonostante i fondi investiti. Lo denuncia l’Ecri, la commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, del Consiglio d’Europa, nel suo ultimo rapporto sull’Italia. 

 

Ci sono stati alcuni passi avanti ammette la commissione - ma il processo che dovrebbe portare al pieno rispetto dei diritti dei Rom «è lento». Più di ogni altro aspetto, l’Ecri sottolinea che le autorità italiane non hanno ancora introdotto misure per assicurare ai Rom colpiti da ordini di sgombero i diritti garantiti agli altri cittadini, vale a dire la possibilità di contestare l’ordine di sgombero, di sfratto, davanti a un tribunale, e la possibilità di accedere a un luogo dove poter abitare. 

 

Non è il primo richiamo nei confronti dell’Italia da parte di Strasburgo. Il Campidoglio assicura che sarà uno degli ultimi se non proprio l’ultimo. Roma ha avviato un percorso di superamento dei campi rom, assicura l’assessore alle Politiche Sociali Francesca Danese. Nel corso degli anni hanno assorbito investimenti davvero notevoli senza risolvere alcun problema anzi: hanno ghettizzato ancora di più chi era all’interno e permesso la sedimentazione del malaffare, spiega l’assessore. Il sistema sarà superato promette e altrettanto fa il sindaco Ignazio Marino. Se le promesse verranno mantenute si procederà per gradi, partendo dai campi di via Salvini e il Residence Rom e proseguendo con gli altri. Nel lungo termine si dovrebbe arrivare al superamento definitivo dei sette villaggi della solidarietà e dei quattro centri di raccolta dei nomadi, nel triennio 2015-2018 si vorrebbe arrivare alla chiusura di due insediamenti e di due centri provvisori.  

 

Che cosa accadrà a chi non avrà più il campo dove vivere non è chiaro. Per chi è nei residence ci saranno dei buoni casa per gli altri si sta tentando di capire se si potrà pensare a dei “percorsi personalizzati”. Tutto è possibile anche se le cifre del problema impongono molta cautela. Ci sono circa 40mila rom e sinti su più di 100mila che abitano in insediamenti formali ma anche del tutto improvvisati nelle periferie di tutt’Italia. A Roma ad abitare nei campi veri e propri sono 4.391 rom (dai circa mille di Castel Romano, fino agli appena 150 di Lombroso), altri 680 vivono nei centri di raccolta. A non avere una casa è una percentuale molto bassa della popolazione Rom e Sinti . 

 

Cifre e costi sono contenuti in un rapporto del consigliere Riccardo Magi, presidente dei Radicali italiani, e dall’associazione 21 Luglio su richiesta dello stesso sindaco Marino. Solamente nel 2013, oltre sedici milioni di euro, cui circa il 60% rappresentato dai soli costi di gestione. Per il mantenimento di ogni famiglia all’interno, si va dagli 11 mila del Villaggio di Lombroso (con 30 famiglie presenti), agli oltre 27 mila del villaggio di Castel Romano (con 198 famiglie presenti). E non è tutto. Nei tre Centri di raccolta Rom il costo annuo per famiglia è quasi doppio, per un totale di oltre sei milioni di euro, nonché le spese sostenute ogni ano dal Comune di Roma per gli sgomberi, superano il milione e mezzo. Soldi investiti in un’operazione che ha ottenuto in questi anni la bocciatura del Tar, del Consiglio di Stato e, nel 2013, della Cassazione hanno portato almeno al superamento dell’emergenza.  LS 25

 

 

 

 

Comitato di Schengen: l’audizione del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni

 

Si è parlato di Unione europea e flussi migratori , dei chiedenti asilo e della difficile situazione della Libia

 

ROMA – Presso il Comitato della Camera di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol e di controllo in materia di immigrazione,  si è svolta l’audizione del ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni. Si è parlato delle politiche internazionali in materia di immigrazione. 

Nel suo intervento il ministro ha in primo luogo evidenziato come l’impegno dell’Italia volto a fare della questione immigrazione un tema centrale dell’agenda europea abbia cominciato ad ottenere dei risultati. “Proprio ieri – ha spiegato Gentiloni - la Commissione Europea ha posto le  basi di quella che a Bruxelles chiamano l’Agenda europea sulle migrazioni, le cui linee guida corrispondo a quattro aree di lavoro che dovrebbero diventare operative a partire dal mese di maggio. Le aree di lavoro sono: il rafforzamento della politica comune dell’asilo; la promozione di una più efficace politica europea in materia di migrazione legale, mirata soprattutto all’attrazione di talenti e specifiche figure professionali; il rafforzamento del contrasto all’immigrazione irregolare e al traffico degli esseri umani anche attraverso una migliore cooperazione con i paesi di origine e transito delle migrazioni; il rafforzamento della sicurezza delle frontiere esterne dell’Ue. In questo ambito – ha proseguito Gentiloni – vi è inoltre la possibilità di incrementare il bilancio e gli assetti operativi di Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne Ue)  anche attraverso un più ampio coinvolgimento degli stati membri nelle attività operative dell’Agenzia come ad esempio l’operazione Triton”.   “Che si tratti di una questione europea – ha poi affermato il ministro - lo dicono innanzitutto i numeri. Come sapete noi abbiamo avuto l’anno scorso 278.000 migranti irregolari che hanno raggiunto l’Ue, di questi 170.000 sono approdati in Italia. Per il 2015 le cifre disponibili fino al 4 marzo indicano 8.918 migranti sbarcati in Italia rispetto ai 5.611 giunti nel medesimo periodo del 2014, quindi è evidente che gli arrivi stanno crescendo. Per cause profonde, che sono legate alle crisi e alle guerre che attraversano il Medio Oriente e l’Africa e che riguardano la situazione libica, assistiamo dunque ad un aumento dei flussi migratori, caratterizzati sempre di più dalla presenza di migranti potenziali beneficiari di protezioni internazionali”.

Gentiloni, dopo aver ricordato che fra i principali paesi d’origine dei migranti diretti verso l’Europa troviamo la Siria, l’Eritrea e la Somalia, ha sottolineato come la strategia politica di contenimento dei flussi migratori illegali, già sperimentata con successo dall’Italia nel Mediterraneo Orientale con la collaborazione dei governi della Turchia e della Grecia, non possa essere applicata al caso della Libia, da cui oggi partono il 90% dei flussi migratori, per l’assenza in loco di una struttura statale minima con cui trattare.

Gentiloni ha poi illustrato le proposte avanzate dall’Italia all’Unione europea per quanto riguarda le politiche migratorie.  “Noi abbiamo lavorato in primo luogo – ha ricordato il ministro - per il rafforzamento della sorveglianza marittima in modo da far fronte al dramma umanitario. Consideriamo l’avvio dell’operazione Triton, se pur limitata, come un primo passo significativo verso una dimensione europea e una gestione condivisa della frontiera marittima del Mediterraneo. D’altra parte l’operazione Triton ha contribuito al salvataggio di oltre 23.000 migranti da quando è entrata in vigore. Noi siamo consapevoli – ha aggiunto Gentiloni - che con le attuali regole comunitarie l’obbligo di sorveglianza delle frontiere nazionali è in capo allo stato membro frontaliero, ma comunque abbiamo chiesto all’Unione europea un impegno maggiore volto in primo  luogo ad un potenziamento finanziario, affinché vi possa essere una maggiore partecipazione all’operazione Triton  degli stati membri e quindi un aumento dei mezzi impegnati. La richiesta italiana ha ricevuto una prima positiva accoglienza, ma naturalmente noi siamo consapevoli che occorre fare molto di più”.

Gentiloni si è poi soffermato sia sui risultati ottenuti dalle operazioni Mare Nostrum e Triton nella lotta alle organizzazioni criminali, con oltre 500 trafficanti di uomini assicurati alla giustizia, sia sui possibili rischi legati alle infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori irregolari verso l’Unione europea. “E’ chiaro – ha puntualizzato su quest’ultimo punto il ministro - che non possiamo negare degli ipotetici rischi, ma in primis le analisi della nostra intelligence ci dicono che non abbiamo informazioni al momento che traducano questi eventuali rischi in rischi effettivi. In secondo luogo il buon senso ci porta a dire che non è detto che per il potenziale terrorista il gommone alla deriva rappresenti il modo migliore per raggiungere il paese che ha come obiettivo. In terzo luogo ricordiamoci che i recenti eventi di Parigi e Copenaghen hanno dimostrato quanto sia seria la minaccia delle  posizioni terroriste estremiste maturate all’interno di questi paesi e dei cosi detti  foreign fighters”.

Gentiloni ha poi precisato come il previsto rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dell’Ue anche sui cittadini comunitari, a cui l’Italia è favorevole, non metta in discussione la libera circolazione dei cittadini europei all’interno dell’area Schengen che deve rimanere un comune spazio di libertà. Il ministro ha inoltre segnalato un costante aumento delle domande di asilo in Europa.   “A gennaio – ha precisato Gentiloni - per il quinto mese consecutivo sono state registrate nell’Ue circa 70.000 domande di protezione internazionale con un +113 % rispetto a gennaio 2013 e + 59% rispetto a gennaio 2014. Nel 2014 l’Italia è stata il terzo stato membro per numero di domande di asilo dopo la Germania e la Svezia. Se da un lato abbiamo accolto con impegno – ha poi aggiunto il ministro - la richiesta da parte dell’Ue di una più attenta identificazione dei migranti nel quadro della legislazione Dublino 3, dall’altro ribadiamo con forza l’esigenza di applicare puntualmente gli strumenti flessibilità previsti dalla vigente disciplina a favore dei ricongiungimenti familiari e del supremo interesse del minore” . Gentiloni ha infine sottolineato come il fenomeno migratorio continuerà ad essere centrale anche nei prossimi decenni soprattutto per ragioni demografiche. “Secondo le Nazioni Unite – ha ricordato il ministro - la popolazione dell’Africa, che nel 1950 era la metà di quella in Europa, nel 2050 sarà il triplo della popolazione europea, ovviamente questo vuol dire che il fenomeno migratorio rappresenta un contesto permanente. Siamo dunque al cospetto di una realtà che non possiamo cancellare alzando muri o sparando raffiche di slogan demagogici, ma che va regolamentata e gestita , rendendola non solo compatibile, ma se possibile anche utile al nostro sviluppo… E per farlo abbiamo bisogno di un approccio a più dimensioni e naturalmente di un maggiore impegno da parte dell’Unione Europea”. (G. M. –Inform 7)

 

 

 

Prospetto cassa

 

Mentre in politica tutto resta ancora in alto mare, siamo a preporre un prospetto percorribile sul fronte dell’abitare in Italia. A dispetto della stretta fiscale anche sul mattone, riteniamo che investire in un alloggio in Italia per, poi, abitarlo possa essere ancora una garanzia, non solo psicologica, per assicurare un tetto senza problemi di sudditanza come inquilino anche per chi è vissuto tanti anni all’estero.

 Ipotizziamo una sorta di libretto di risparmio casa (agevolato per gli iscritti all’AIRE), con vincolo minimo di 36 mesi. Con interessi correlati al tasso nazionale di sconto. Abbiamo chiamato l’iniziativa: “Prospetto Casa”.

 Ad esempio, pur con la difficoltà di liquidità di questo dannato periodo, supponiamo che un risparmiatore sia riuscito a versare in banca Euro 15.000 (in 4 anni). Dato che il mercato immobiliare langue, oggi, un alloggio per una famiglia tipo italiana (4 persone), in periferia, e in buone condizioni, si “spunta” anche per Euro 140.000,00, se non meno. Fatto il compromesso d’acquisto, la banca dovrebbe accendere un mutuo d’ingresso pari al 30% del valore dell’immobile; quindi Euro 42.000,00 che, aggiunto alla somma depositata, raggiungerebbe un importo d’Euro 57.000,00. Pari, in pratica, a 1/3 del valore pattuito per la vendita.

 Il restante 75% della somma dovuta dovrebbe essere coperta con mutuo ventennale, a rate costanti, comprensive d’ammortamento di capitale ed interesse. Questo tipo di mutuo “sociale”, accessibile solo per l’alloggio abitabile solo dal richiedente, sarebbe automaticamente coperto da una polizza assicurativa contro gli infortuni professionali ed extraprofessionali e d’ipoteca pari alla durata del mutuo. Con un opportuno risparmio fiscale anche nell’annuale dichiarazione dei redditi. Dato il graduale regresso della nostra economia, un tetto sicuro sarebbe un onere più che condivisibile. L’iniziativa, tra l’altro, andrebbe a rivitalizzare un indotto edilizio in grave crisi recessiva. Basterebbe, in ultima analisi, la buona volontà politica. Ma, ovviamente, non solo quella.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

“L’Europa e la politica”

 

Anche l’ultima decisione dell’Eurogruppo sulla questione greca è stato caratterizzata come tutte le altre nei precedenti decenni.

Oggi qualcuno “scopre” e si meraviglia che l’Unione Europea “salta” le difficoltà, ricuce i contrasti, cerca e trova le soluzioni, anche se a piccoli passi. Probabilmente non ha letto la “difficile” storia di questi sessant’anni di quella che da CECA e CCE è divenuta Comunità e poi Unione europea.

La stessa nascita negli anni del secondo dopoguerra in una situazione di divisione tra blocchi ideologici contrapposti e da zone di influenza tra l’Occidente ed il blocco sovietico, è stata dovuta a due compromessi: il primo, storico, tra le due più arcigne potenze continentali da secoli nemiche: Francia e Germania; il secondo tra chi voleva un accordo con un  metodo comunitario e federale e chi preferiva un metodo “funzionalista”, fatto cioè di accordi su singoli temi, specie economici, per giungere un giorno all’accordo politico federale.

Insomma chi studia le carte europee si rende conto che i passaggi in positivo, anche se di piccole dimensioni, sono avvenute, dopo estenuanti negoziati e soprattutto nelle ore notturne, dopo pesanti e pericolose crisi che mettevano in pericolo le strutture europee sul punto di sfaldarsi.

Oggi a causa o grazie – dipende dai punti di vista – delle forze più antieuropeiste, qualsiasi segnale di contrasto sembra allargare il solco delle divisioni ed allontanare prospettive comunitarie.

Sembra prevalere il sentimento “nazionale” su quello comunitario, la rivendicazione del meglio essere “noi singoli” che stare “insieme” uniti sopra le nazioni. Eppure la storia dovrebbe insegnare.

Le odierne difficoltà non vengono dall’Europa, dalla presenza “invadente ed ingombrante” di questa “sovrastruttura” ai popoli, ma dalla poca Europa, dal fatto che non si è ancora in presenza di un’unione stretta, sopranazionale, comunitaria e federale.

Pensiamo agli Stati Uniti ma vogliamo ignorare che gli States sono uno stato federale. E’ vero che hanno dovuto superare una difficile e sanguinosa guerra civile 150 anni fa proprio per superare il principio “statuale e nazionalistico” a favore del sistema federale, ma oggi negli States ci sono 50 stati federali – nazionali – ed uno Stato federale cui sono demandati pochi compiti ma , appunto sopranazionali e tra i 50 c’è un sistema statuale di compensazione tra i grandi e i piccoli, i poveri ed i ricchi ecc…

Ogni cittadino è e si sente “americano” perché il sistema dei valori e della convivenza è garantito appunto da una Costituzione federale. In Europa abbiamo un sistema di valori che attrae tanti ma statualmente non si è ancora in grado di “garantire” i poveri con i ricchi, i grandi con i piccoli. Sempre piccoli passi, sempre crisi, sempre compromessi… Invece occorre un’Unione più politica, con una politica economica e finanziaria unica, con regole efficaci sia per i tedeschi che per i greci, per le quali risponde un “governo” scelto dai cittadini sulla base di elezioni generali periodiche.

Vedete, se oggi l’Unione va avanti è perché la governance, per quanto difettosa e non ancora pienamente democratica (le decisioni le prendono ancora i capi di governo e non la  Commissione ed il Parlamento) si regge su un accordo politico tra le due maggiori forze, il PPE e il PSE.  Tra parentesi, capiamo anche le ragioni del nostro Presidente del Consiglio che come primo atto da segretario politico ha voluto far entrare il PD nel PSE superando i maldipancia sofferti da quel partito in tanti anni – proprio perché ha capito che fuori di queste grandi forze si conta poco in Europa.

Allora lo sforzo d quanti credono che la risposta non sia nel ritorno alle piccole o grandi patrie, nel risorgere dei nazionalismi, del pensare di fare da soli in un mondo divenuto sempre più piccolo e globale, è di sostenere la necessità di una maggiore integrazione continentale specie nelle politiche economiche, finanziarie, di difesa ecc.. al fine di consentire che una sola politica, quella scelta dagli elettori, guidi le sorti degli europei e si confronti con i “grandi” e sui temi “strategici” della difesa, dell’ambiente, dell’economia, della socialità a garanzia dei 450 milioni di cittadini dell’Unione.

Insomma torni la politica com’è giusto che sia perché solo la politica da che è nato il mondo può essere la regolatrice la meno peggio delle sorti degli uomini e delle donne anche del nostro tempo.

Giuseppe Valerio, Segretario generale AICCRE Puglia, Europa Regioni  25

 

 

 

 

 

Deputati Pd dell’estero: Le comunità italiane entrano da protagoniste nelle strategie di politica estera dell’Italia

 

ROMA - “La Camera impegna il Governo a seguire le linee di fondo della politica estera dell’Italia mettendo altresì il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale nella condizione di poter svolgere tutti i compiti che gli sono stati affidati e in particolare un ruolo ‘di sistema’ in tale direzione, anche con riferimento agli interventi di cooperazione internazione, nonché a favore delle nostre imprese e comunità grandi e piccole nel mondo, sempre più indispensabile alla luce del confronto attuale con le altre nazioni sul terreno della globalizzazione e della concorrenza internazionale”. 

È questo testualmente il dispositivo della risoluzione approvata dalla Camera dei deputati a conclusione del dibattito sugli indirizzi generali di politica estera, svoltosi la settimana scorsa. Si tratta, come è noto, di uno degli atti di maggior peso e responsabilità politica che il Parlamento possa adottare, dopo l’approvazione delle linee programmatiche del Governo. Ed è di straordinaria importanza che, per la prima volta, in un indirizzo generale di politica estera mirante a rafforzare il ruolo «di sistema» che il MAECI deve assolvere per affrontare in modo positivo la competizione a livello globale, le “comunità italiane grandi e piccole nel mondo” siano considerate elemento essenziale ed integrante del Sistema Italia, non a caso accostate all’altro importante protagonista della globalizzazione, vale a dire le aziende che lavorano per il mercato internazionale.

E’ un risultato che come deputati del Pd eletti all’estero rivendichiamo con legittima soddisfazione. Ma ci interessa anche di più sottolineare la svolta politica e culturale che questo passaggio parlamentare segnala perché finalmente si supera l’ottica assistenzialistica con cui le nostre comunità sono state tradizionalmente considerate. Si apre una prospettiva nella quale esse sono chiamate ad assumere quel ruolo propulsivo per gli interessi nazionali che di fatto già svolgono e che abbiamo costantemente richiamato soprattutto in questi anni di crisi.

Gianni Farina, Marco  Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta,

Deputati Pd della circoscrizione Estero

 

 

 

 

Scuole all’Estero. Dal Mae la conferma dei tagli. Totale disaccordo dei sindacati

 

ROMA - Tagli al personale e aumento delle risorse per gli enti gestori. Questi i due indicatori per i sindacati di quanto sta accadendo all’insegnamento dell’italiano all’estero: una “privatizzazione di fatto”.

La denuncia arriva all’indomani del nuovo incontro alla Farnesina, in cui il Ministero degli esteri ha confermato ai sindacati di categoria - FLC CGIL - CISL Scuola - Uil Scuola - Snals CONFSAL e Gilda UNAMS – che saranno 148 i posti tagliati nel prossimo anno scolastico.

Proposta che ha visto i sindacati in “netto e totale disaccordo per l’insostenibile entità dei tagli” e la “drastica riduzione dei lettorati italiani nelle università straniere”, che l’anno prossimo saranno 57 in meno, che per i sindacati “ora rischia di privare intere aree geografiche delle necessarie risorse per la promozione e diffusione della lingua e della cultura italiane”.

“Forti preoccupazioni” sono state espresse anche per “il progressivo ulteriore affidamento agli Enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiane, non più svolte, quindi, dal personale statale, eliminando cosi, quasi totalmente l’intervento diretto del personale Miur, previsto dalla Legge 153”. In relazione al personale che perderà il posto, i sindacati hanno chiesto e ottenuto dall’Amministrazione la “garanzia del ricollocamento d’ufficio in altra sede estera”. La Farnesina avrebbe assicurato “il massimo impegno ad evitare qualsiasi rientro anticipato del personale prima della scadenza del mandato”.

Al termine dell’incontro, riferiscono i sindacati, la delegazione Maeci/Miur si è riservata di fornire, entro la prossima settimana, la documentazione relativa ai criteri e agli elenchi dei posti soppressi, cosi da consentire dettagliate osservazioni in un documento unitario. Infine, in relazione allo sblocco delle nomine dalle graduatorie permanenti per la destinazione all’estero, previsto dalla legge sulla spending review, con il raggiungimento del limite di 624 posti di ruolo in organico, i sindacati hanno sollecitato l’Amministrazione del Maeci a definire al più presto il numero esatto dei posti (al momento circa 150); le sedi vacanti da coprire; e l’immediata attivazione delle procedure per la destinazione all’estero, al fine di garantire l’assunzione in servizio nelle sedi estere entro l’inizio del prossimo anno.

“Le istituzioni scolastiche italiane all’estero vivono un momento di grande criticità così come del resto tutto il personale della scuola italiana, a causa del mancato rinnovo dei contratti, dei tagli insostenibili e delle promesse mai mantenute dal Governo”, concludono i sindacati. “È necessaria una forte e radicale mobilitazione che ripristini le condizioni di dignità del lavoro e di prospettiva per il futuro dell’Italia e della presenza italiana nel mondo. I sindacati sono pronti a impegnarsi sin da subito in questo, nell’interesse di ogni singola lavoratrice e ogni singolo lavoratore e per il miglioramento dell’intero sistema scolastico”. (aise 6)

 

 

 

 

8 marzo, sdegno e speranza. Donna umiliata. Tutte umiliate

 

Una donna occidentale che guarda le donne dell’Isis quale reazione può avere in se stessa? Un impeto di sdegno è la prima reazione, forse incontrollata ma reale, uno sdegno colmo di dolore e, quasi, di incredulità. Poi ci sono anche le musulmane Malala e la regina Riana di Giordania. E le donne cristiane calpestate come Asia Bibi - Cristiana Dobner

 

La realtà storica, che ogni giorno ci interpella e sconvolge, inquieta e costringe ad una riflessione che, se non deve passare per i canali dell’emotività, tuttavia non può dimenticare o annullare quelli della sensibilità. A maggior ragione quando è in gioco una sensibilità femminile che posa il suo sguardo sulle donne, con cui condivide il percorso esistenziale anche se in nazioni diverse, appartenenti a mentalità differenti.

Una donna occidentale che guarda le donne dell’Isis quale reazione può avere in se stessa?

Un impeto di sdegno è la prima reazione, forse incontrollata ma reale, uno sdegno colmo di dolore e, quasi, di incredulità. Pare quasi impossibile che degli uomini, dove si intenda dei maschi, si dimostrino tanto poco persone e così barbari con le donne. Resta da vedere se il denominatore cambia: se si trattasse delle loro madri, sorelle o spose, si comporterebbero allo stesso modo?

Non ho modo di verificare e, siccome, la speranza è proprio l’ultima ad essere sconfitta, un filo forse rimane ancora intatto.

I maschi Isis adottano le loro tecniche bellicose con le donne nemiche?

Sono nemiche delle piccole bambine che contano sette o otto anni e vengono consegnate ad un uomo che passa la trentina o la quarantina ad uso… moglie? Oppure imbottite di esplosivo e fatte saltare in aria?

Se così è, il confine dell’umano ormai è valicato.

Sono nemiche delle inermi studentesse, che non chiedono altro che di poter uscire da un’ignoranza secolare e stare al mondo da persone che sappiano pensare e comunicare?

Una volta rapite dove si trovano? Quale il loro quotidiano, gravido di dolore e di figli né voluti né attesi con gioia. Donne violate e considerate solo fattrici, umiliate nella loro femminilità per far prevaricare una forza ideologica che si rivela violenza allo stato puro.

Donne che sono costrette a condividere la loro esistenza con altre donne, dette mogli, in uno stato di poligamia che non può donare stabilità affettiva, amore, senso e progetto alla vita di coppia.

Lo sguardo di me donna si posa però anche su altre donne musulmane:

 

Malala che, giovanissima, ha saputo cogliere il centro motore di ogni evoluzione della donna e ha combattuto pagando di persona. L’ignoranza, in cui viene mantenuta la donna, costituisce la vera prigione da cui non potrà mai uscire perché gliene mancheranno gli strumenti. Malala è una giovane donna, insieme fragile e di acciaio, che non ha deposto le sue armi silenti e costruttive quando è stata assalita da armi fragorose e dilanianti. Una testimone che contagerà e aiuterà le sue connazionali a ribellarsi e a forgiare una nuova generazione,

La regina Rania, di altra classe sociale indubbiamente e con un altro bacino di ascolto, che sa imporsi sulla scena musulmana non solo per la sua bellezza e la sua classe ma per l’intelligenza delle sue proposte e la sua evidente emancipazione legata al suo mondo musulmano.

 

Queste donne, insieme ad altre emergono.

Che dire del sottobosco? Di tutte le donne anonime che mai conosceremo e sferrano la loro battaglia con mani nude per difendere la loro dignità e per poter progredire? L’eco risuona e non può non proporre una novità che sarà dirompente e vincerà la furia di chi crudele e dissennato si lascia avvincere da bandiere sventolate e cortei pseudo trionfali.

Nel mondo musulmano vivono anche tante donne cristiane che vengono calpestate continuamente.

Asia Bibi la cui voce diventa sempre più flebile, quanto più si allunga un’ingiusta prigionia.

Donne cui non viene riconosciuta la più elementare libertà: quella della fede.

I diritti per cui ci si è battuti in nome della dignità della libertà del pensiero vengono irrisi e soffocati nel sangue.

Le brutalità di cui veniamo a conoscenza, spavalda diffusione, perché costantemente ostentata, sono raccapriccianti. Tuttavia, sembrano cadere nel vuoto perché continuano a ripetersi, senza sosta.

Donne e piccole bambine costrette ad abiurare per salvare la vita e ritrovarsi nei mercati e vendute, come bestiame, per pochi dollari.

Quale la loro vita in mano a chi le ha comprate?

Non sono interrogativi retorici, senza fondamento o solo possibilisti. Sono interrogativi laceranti: è sufficiente scorrere qualche immagine e vedere le lunghe colonne delle donne velate di nero, incatenate ed esposte al ludibrio di un’asta.

Il foro boario è più serio e controllato.

Se la dignità della donna è cancellata, dove si trova quella del compratore? Il gesto si qualifica da sé.

Totalitarismo, fondamentalismo, non portano che a questi eccessi, dove i confini della decenza e del rispetto ormai sono stati cassati e al loro posto è stata imposta una pseudo etica.

L’orrore che coglie non è generico o generale, ogni volta che una donna viene umiliata, tutte le donne vengono umiliate, indipendentemente dal colore della loro pelle, della loro nazionalità, della loro fede religiosa. Sir 7

 

 

 

 

Dire donna, una volta e per finta

 

Essere donna non è facile, in nessun luogo del mondo. Non è facile per ciò che ad ogni donna si richiede e non è facile per il valore che ad essa si attribuisce. Oggi, nel giorno in cui tutti, tv, radio, televisione ed anche operatori di reti telefoniche e di web inneggiano alle donne, ci viene in mente che nei loro “non compleanni”, cioè in 364 giorni l’anno, le donne sono dimenticate, vilipese, uccise, fatto oggetto di mercato ed di indifferenza, costrette al triplo di fatica per ottenere meno della metà, talvolta solo il diritto ad esistere.

E se nel mondo occidentale si reclama una politica che non prometta solo,  ma operi attraverso una maggiore presenza e  partecipazione delle donne nei luoghi lavorativi ed in quelli decisionali quale leva per sollevare il Paese dalla recessione; se questo richiamo è forte nel messaggio del Presidente Mattarella che, rifacendosi all’articolo 3 della Costituzione parla della necessità di un nuovo welfare attento alle esigenze femminili, con servizi per l’infanzia, efficienti e tarati in base al reddito;  lavoro part-time per padri e madri, senza comprometterne la professionalità ed ancora potenziamento dei  servizi di  assistenza per gli anziani, visto che nel Sud Italia è ancora una responsabilità familiare tutta femminile; in quello delle minori garanzie i problemi femminili sono ancora maggiori, come documenta l'impegno e il sacrificio delle ragazze curde, protagoniste della resistenza a Kobânê e la sofferenza delle loro coetanee costrette a vivere sotto la legge coranica imposta dallo Stato islamico.

Essere donna è impegno gravoso, in ogni luogo ed in ogni momento dell’anno e non possiamo davvero credere che tutto sia risolto con un giorno di mimose.

Non c’è festa più ipocrita dell’8 marzo, scrive su il Fatto Quotidiano Daniela Ranieri, con truppe di scalmanate che si riversano nelle pizzerie per darsi alla trasgressione che è un calco deprimente di quella maschile, che fanno il gioco di chi, nel tempo, ha trasformato la ricorrenza inventata dalle tetragone operaie della Russia pre-rivoluzionaria in una specie di Carnevale del sessismo mascolino e benevolo, in cui vengono sovvertite tutte le regole a patto che il giorno dopo si riaffermi lo status quo.

Con Luisella Costamagna ho sempre pensato (avendo esempio ben altri in casa di autentiche donne), che la Festa della Donna sia una ignobile sconfitta della civiltà oltre che della donna, un modo odioso per dire, ma una sola volta l’anno, che  “le donne sono un patrimonio” e per ritardare, soto copertura,  la legge sul femminicidio infilandoci anche le Province e dimenticare del tutto temi come  le parità occupazionale, di retribuzione e di carriera. Carlo Di Stanislao,

De.it.press 8

 

 

 

 

Politica domani

 

Per l’anno in corso, il Prodotto Nazionale Lordo (PIL) stimato s’attesterà allo 0%. Secondo attendibili proiezioni economiche, resterà a “zero” sino a fine d’anno; per ritornare con segno positivo nel 2016 (+1%). Arriverà al +2% solo nel 2018. Insomma, ci saranno ancora anni di passione e solo alla naturale conclusione di questa Legislatura (sempre che sia in grado di durare tanto), l’Italia riuscirà a recuperare parte del terreno perduto.

 Nel frattempo, il Fondo Monetario Europeo si è limitato ad apprezzare la linea Renzi. L’Italia non consente scelte che non siano improntate ad una giustificata cautela. Intanto, i giovani rispondono al vuoto”ideologico” con l’assenteismo politico perché, con la composizione dei Partiti che abbiamo, non ci sono altre scelte. Il cambiamento, pur se sentito, già si presenta sofferto. I più diplomatici si limitano a definirlo incerto.

 Anche noi, che di vita nazionale ne abbiamo vissuta parecchia, avanziamo una personale riflessione. Che occorra del “nuovo” è più che evidente. Ma la classe politica d’oggi, che è radicata in quella di ieri, non ha preparato un “vivaio” di recenti leve per favorire il naturale, e necessario, cambio istituzionale. Le durevoli alleanze non le possiamo prevede, ma ci sentiamo di supporre che questo ’Esecutivo sarà l’ultimo alla vecchia maniera. Il prossimo governerà con una nuova legge elettorale. Già dal 2016, potremo, forse, essere partecipi di un Potere Legislativo rivisitato nei numeri e nelle finalità che, da meramente nazionali, saranno anche regionali. Probabilmente con una suddivisione amministrativa del territorio assai differente.

 L’Europa Unita sarà molto più grande, ma con problemi economici sempre adeguati alla sua espansione. Eppure, da noi non basta Renzi per cambiare tendenza. L’impossibilità di un effettivo avvicendamento politico, pur andando avanti nei tempi, non ci concede valide scelte. Il Paese si riprenderà solo per l’impegno di un Popolo che ha sempre saputo andare oltre le crisi e gli arrivismi dei politici ingordi.

 La “normalizzazione”, senza previsioni avventuristiche, ci sarà non prima del 2018. Pur con la premessa di una politica più consona con i tempi, la crisi socio/economica nazionale non durerà meno di altri tre anni. Meglio, di conseguenza, metterci il cuore in pace e continuare nei sacrifici per i quali siamo avvezzi.

 L’importante è che si varino, effettivamente, le basi per quella dinamica economica che Renzi ha voluto coordinare da subito. Non possiamo anticipare se gli equilibri di partito dureranno quanto i tempi di “smaltimento” della nostra recessione. Ci sono troppe variabili che andrebbero a travisare il nostro pensiero. Effettivamente, il “nuovo” nazionale non è ancora dietro l’angolo.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Si rovescia barcone migranti: 10 morti. Ue: "Cooperare con le dittature senza legittimarle"

 

Almeno 10 immigrati sono morti nel Canale di Sicilia dove si è rovesciato un barcone carico di profughi. I corpi sono stati recuperati dall'equipaggio della nave 'Dattilo' della Guardia costiera che è arrivata in serata nel porto di Augusta, nel siracusano. A bordo anche i 121 superstiti della tragedia e altri 318 migranti che erano stati salvati in una precedente operazione.

La Procura di Siracusa ha aperto un'inchiesta per naufragio e omicidio plurimo colposi. Complessivamente sono stati 941 i migranti salvati nella giornata di ieri (VIDEO) e oggi la Guardia costiera ha prestato soccorso ad altri 94 migranti, stipati a bordo di un gommone in difficoltà, a circa 40 miglia a nord delle coste libiche.

Il commissario Ue agli Affari interni e alle Migrazioni, Dimitris Avramopoulos, presentando l'avvio dei lavori sulla nuova agenda sull'immigrazione della Commissione Ue, ha detto che l'Unione europea dovrà coinvolgere anche i regimi dittatoriali nel contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo. Sulla cooperazione con gli Stati governati da regimi dittatoriali, ha detto, "non dobbiamo essere ingenui. Noi non li legittimiamo, ma vogliamo cooperare contro i trafficanti di esseri umani. Li coinvolgiamo e li mettiamo di fronte alle loro responsabilità, ma non offriamo legittimazione politica o democratica ai loro regimi".

Intanto la Commissione europea ha annunciato l'avvio dei lavori su nuova agenda. Quattro le aree individuate da Bruxelles sul lavoro di revisione della propria politica sull'immigrazione e che vanno da un sistema comune per l'asilo, a una nuova politica europea sull'immigrazione regolare, e che comprendono il rafforzamento del contrasto all'immigrazione irregolare e al traffico i esseri umani e del controllo alle frontiere esterne. Nell'esecutivo Ue, ha spiegato il primo vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, "c'è un grande senso di urgenza sul tema dell'immigrazione. A maggio presenteremo una nuova agenda sull'immigrazione".

Sulla gestione dell'immigrazione è intervenuta anche l'Alto rappresentante Ue agli Affari esteri, Federica Mogherini. La risposta "che deve dare l'Europa è quella del lungo termine. Bisogna -ha detto - risolvere la crisi in Siria e affrontare la situazione nell'Africa del Nord. Occorre costruire un'autorità statale in Libia che abbia il controllo del territorio e delle frontiere, di terra e in mare". Mogherini ha inoltre sottolineato che il tema delle politiche migratorie dell'Unione sarà in agenda del prossimo Consiglio Ue esteri, "perché tragedie come quella della scorsa notte non si ripetano più".

Anche le autorità ecclesiastiche fanno sentire la loro voce. "Una nuova tragedia, anche questa annunciata, da quando abbiamo abbandonato l'operazione Mare Nostrum che non si fermava semplicemente al semplice controllo delle frontiere ma che cercava di accompagnare ogni migrante verso un luogo di sicurezza" commenta all'Adnkronos Monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della fondazione Migrantes. "Dobbiamo capire - prosegue - come l'operazione Mare Nostrum possa essere ripristinata con un coinvolgimento dell'Europa e divenire uno strumento di sicurezza in un momento in cui al di là del Mediterraneo assistiamo a fatti di terrorismo". "La sicurezza nasce solo da strumenti che possono fare del Mediterraneo il nostro mare e non quello dei terroristi e di chi sfrutta i migranti. Occorre un importante processo politico internazionale per riportare una situazione di stabilità e democrazia nei Paesi critici. Nell'attesa - conclude - credo che l'unico aspetto certo sia la necessità di salvare persone e di tutelare i diritti dei migranti". Adnkronos 4

 

 

 

 

Acquisti e vendite

 

Mediaset mette sul piatto 1,22 miliardi di euro per prendersi le torri di trasmissione del segnale della Rai e portarle via da Piazza Affari, lanciando un'offerta pubblica d'acquisto e scambio per conquistare il 100% di Rai Way, attraverso la controllata Ei Towers, a sua volta la società che possiede le antenne delle televisioni di Cologno Monzese.

Il deputato Pd e segretario della Commissione di vigilanza, Michele Anzaldi, ha definito l'offerta "incomprensibile", anche se sa bene che invece è molto chiara negli intenti e negli scopi.

Bersani fa lo spiritoso e dice: “ora mi aspetto che il Milan compri l’Inter” e Toti, che ormai è in tutto e per tutto la voce di Berlusconi, replica dicendo che “le imprese italiane soffrono di nanismo capitalistico”.

A borse chiuse, nel tardo pomeriggio, il governo cerca di stemperare i toni con una nota dove, da un lato  si sottolinea "l'apprezzamento da parte del mercato della scelta compiuta dal governo di valorizzare la società facendola uscire dall'immobilismo nel quale era confinata" e poi si ricorda che, "considerata l'importanza strategica delle infrastrutture di rete, un Decreto della presidenza del Consiglio dei ministri del 2 settembre 2014 ha stabilito di mantenere in capo a Rai una quota non inferiore al 51%" di Rai Way”.

Di fatto uno stop alle mire del Biscione che ha allarmato larghe strati del Pd, il Movimento 5 Stelle, Susanna Camusso ed il Sel, con Arturo Scotto, capogruppo alla Camera, che dice: “Lanciamo un allarme: non vorremmo che quel patto del Nazareno uscito dalla porta rientrasse dalla finestra”.

L’Opa, comunque, ha giovato per ora sia alla Rai che a Mediaset che brindano per l’apprezzamento in borsa dove Rai Way balza ad un più 9,4%, ed Ei Towers (gruppo Mediaset) chiude a +5,2%.

Comunque, scrive il Corriere, in Rai ci sono alcuni manager che considerano appetibile l'operazione del Biscione perché porterebbe in casa contanti per almeno 385 mln, una quota del 12% nella nuova società della antenne e almeno due posti in cda.

Pertanto, anche se il Governo la bolla come irricevibile, oggi a Milano il cda della Rai discuterà nel merito l'offerta aggressiva di Mediaset , che è così eclatante da giustificare approfondimenti (e preoccupazioni) seri.

Ettore Livini su Repubblica commenta che come sempre, quando ci sono di mezzo Berlusconi e le sue casseforti che si svuotano, partono complesse operazioni in cui finanza, politica e questioni di famiglia  si intrecciano strettamente.

Scrive sempre Livini che il Biscione ha iniziato a mettere “fieno in cascina” fin dal 2013 varando quella che  -  fino a poche settimane fa  -  sembrava solo una campagna di saldi per sistemare i conti e girare un po' di liquidità ad Arcore. Sul mercato sono finiti il 5% di Mediolanum, il 7,7% di Mediaset, una quota di Ei Towers, tv digitali in Spagna, il 10% di Premium e persino il Milan, i cinema e il golf di Tolcinasco e con un incasso totale di 1,5 miliardi.

Ed ora che si è chiuso l’ombrello del Nazzareno Fininvest ha una liquidità tale da costruirsi un futuro da solo, senza i lacci e laccioli della politica, sferrando un doppio attacco a Rcs Libri e Rai Way, facendo così traballare i fragili equilibri della finanza e dei palazzi romani.

Il fine "industriale" del doppio blitz è chiaro: costruire sotto il cappello di Arcore "campioni nazionali" in settori dove la crisi ha limato i margini (l'editoria) o dove non c'è spazio per troppi concorrenti (le reti di trasmissione); con l'obiettivo  -  dicono i maligni  -  di renderli più appetibili in vista di un'eventuale vendita.

Vale la pena ricordare che, non meno sospetta anche se meno eclatante, è l’offerta della Mondadori per i libri Rizzoli; un segnale chiarissimo che ha innestato proteste degli scrittori e accuse di monopolismo che però non hanno prodotto alcuno scudo, dal momento che i soci di via Solferino passano il tempo a tirarsi per la giacchetta tra loro, mentre Segrate, dopo aver rimesso in sesto i suoi conti, può mettere i soldi sul piatto e puntare secca al Bingo, sperando  -  con molte buone ragioni  -  che quel che resta dei vecchi salotti buoni non sia più un ostacolo serio ai suoi sogni di grandezza.

Mentre la galassia Berlusconi si lancia negli acquisti il governo vende ed il ministro del Tesoro annuncia raggiante di aver concluso la cessione di una quota del 5,7% dell’Enel, corrispondenti a circa 540 milioni di azioni, ad un pool di quattro banche, Goldman Sachs, Bofa Merril Lynch, Mediobanca e Unicredit, selezionato per realizzare l’operazione attraverso un bookbulding accelerato, ovvero la scelta di una rosa qualificata di investitori disponibili a comprare il titolo a un determinato prezzo.

Così’ se ne va un altro pezzo della economia pubblica e, soprattutto, nessuno dice dove andranno i fondi ricavati e se saranno indirizzati  destinati i a coprire le maggiori spese correnti, ridurre l'indebitamento pubblico, aumentare gli investimenti o finanziare una avventura militare in Libia.

E’ scoraggiante poi, oltre al raffronto fra Italia di oggi ed Argentina del 2001, ricordare che Renzi, solo pochi mesi fa, aveva detto: “Le privatizzazioni si faranno e i target previsti verranno rispettati”, ma “non sono convinto che si debba partire da Eni e Enel che guadagnano bene. Non vedo prioritario ridurre le quote dello Stato in due società che hanno grandi potenzialità, il corso dei titoli può ancora crescere, si può fare un discorso più strategico.”

Davvero grande coerenza e lucidità di pensiero.

Il 21 febbraio, al Policlinico di Milano, è morto Luca Ronconi, inventore ed artefice di nuovi luoghi teatrali, genio indiscusso della creazione di “fabule”, ma un dilettante rispetto a certi politici nostrani.

Nel 2012 Ronconi ha ricevuto il Leone D’Oro alla carriera ed ora di spremo per chiedermi quale premio sia adatto per l’irriducibile Berlusconi e l’affabulatore Renzi.

Mi viene in mente che quasi sempre, nella storia dei grandi, vi è un dualismo ed una rivalità. Coppi e Bartali, Ronconi e Strehler, Berlusconi e Renzi e, al solito, è chi riesce a generare mutazioni nella percezione della realtà e nel nostro immaginario è destinato a rimanere nella memoria.

Nel suo Laboratorio, a Prato, Ronconi allestì una memorabile versione “neorealista” de “La vita è sogno” di Calderon de La Barca, dove allestì in modo sublime lo scontro inevitabile con riflessioni filosofiche di straordinaria entità: la vita umana intesa come processo verso la vera conoscenza, in chiave platonica o cristiana, il passaggio dalla pura ferinità alla razionalità, il rapporto tra fato, provvidenza e libero arbitrio.

E dove, soprattutto, con chiare sfumature psicoanalitiche, ci disse che la cultura è strumento di coercizione e ci ricordò che tra essere e non-essere esiste una realtà intermedia, il sensibile che, essendo un misto di essere e non-essere, prevede una conoscenza intermedia tra scienza e ignoranza: la doxa o opinione e chi domina questa, può dominare gli uomini ed il mondo. Carlo Di Stanislao De.it.press 26

 

 

 

 

 

Italia-Svizzera. Fisco, firmato accordo sullo scambio d'informazioni. Fine del segreto bancario

 

ROMA  – Dopo tre anni di negoziati oggi, nella Prefettura di Milano, il  ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo  Padoan e il capo del Dipartimento federale delle Finanze della Confederazione Svizzera Eveline Widmer-Schlumpf hanno firmato il Protocollo in materia fiscale.

“Il Protocollo, che modifica la Convenzione del marzo 1976 e deve ora essere ratificato dai rispettivi Parlamenti, pone le basi per rafforzare la cooperazione tra i due Paesi e per contrastare il fenomeno dell’evasione e dell’infedeltà fiscale -  si legge nella nota diffusa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze  - Una volta ratificato il Protocollo, le autorità fiscali italiane potranno richiedere alla Svizzera informazioni, ivi comprese “richieste di gruppo”, anche su elementi riconducibili al periodo di tempo decorrente dalla data della firma, quindi da oggi. Ciò produce effetti ai fini della regolarizzazione spontanea dei capitali detenuti illegalmente nella Confederazione (la cosiddetta voluntary disclosure). La Svizzera –prosegue la nota –, impegnandosi ad un effettivo scambio di informazioni, viene a tal fine equiparata ai Paesi non black list e i contribuenti italiani potranno sanare le irregolarità pagando integralmente le imposte dovute, come prevede la legge sulla voluntary disclosure, e usufruendo di un regime sanzionatorio più conveniente e di termini di prescrizione dell’accertamento più favorevoli. La firma del Protocollo consente quindi immediatamente alle nostre autorità di individuare potenziali evasori italiani che detengono patrimoni in territorio svizzero. Tale possibilità concreta costituisce evidentemente uno stimolo alla regolarizzazione da parte dei contribuenti italiani che entro settembre 2015 possono aderire alla voluntary disclosure.

Con la ratifica del Protocollo la Svizzera – si legge ancora nella nota – sarà inoltre inclusa nelle white lists italiane e uscirà dalle black lists basate esclusivamente sull’assenza dello scambio di informazioni.

Quanto allo scambio automatico di informazioni, l’Italia – prosegue la nota - è stata tra i Paesi ‘early adopter’ del nuovo standard Ocse, e rientra quindi tra i Paesi che si sono impegnati ad adottarlo a partire dal 2017 con riferimento alle attività finanziarie detenute nel 2016. La Svizzera si è impegnata ad adottare lo scambio automatico di informazioni a partire dal 2018, con riferimento all’annualità 2017. Poiché lo standard prevede la reciprocità, il primo scambio automatico di informazioni di carattere finanziario tra Italia e Svizzera avverrà entro settembre 2018 con riferimento all’anno 2017. I conti finanziari oggetto di comunicazione automatica all’Agenzia delle Entrate sono quelli di custodia, di deposito e i contratti di assicurazione con contenuto finanziario.

La road map – prosegue la nota delinea il percorso per la revisione dell’accordo sui frontalieri. L’accordo oggi in vigore, firmato nel 1974, riguarda solo i frontalieri italiani e prevede la tassazione esclusiva in Svizzera con il ristorno del 40% dei gettito ai Comuni italiani della zona di confine.

Il nuovo accordo – si sottolinea - è impostato su basi assolutamente innovative. Viene innanzitutto prevista la reciprocità: anche i frontalieri svizzeri che lavorano in Italia saranno compresi nell’accordo. I lavoratori frontalieri saranno assoggettati ad imposizione sia nello Stato in cui esercitano l’attività, sia nello Stato di residenza. La quota spettante allo Stato del luogo di lavoro ammonterà al massimo al 70% del totale dell’imposta normalmente prelevabile alla fonte. Il Paese di residenza dei lavoratori applicherà l’imposta sul reddito delle persone fisiche tenendo conto delle imposte già prelevate nell’altro Stato ed eliminando l’eventuale doppia imposizione. Il carico fiscale totale dei frontalieri italiani rimarrà inizialmente invariato e successivamente, con molta gradualità, sarà portato al livello di quello degli altri contribuenti. Non vi sarà più alcuna compensazione finanziaria tra i due Stati. Il ristorno ai Comuni frontalieri italiani sarà a carico dello Stato, sulla base del principio di invarianza delle risorse”, conclude il Ministero dell’Economia e delle Finanze.  (Inform 23)

 

 

 

 

Terza età e doppia velocità. Differenze enormi fra i longevi e i non autosufficienti

 

Quando si va in pensione si entra in una nuova fase di vita. Decisamente è irrealistico immaginare la terza età come tempo di vulnerabilità, tanto meno come tempo passivo. La qualità di vita degli anziani è notevolmente cambiata.

Una recente ricerca del Censis su “L’eccellenza sostenibile di nuovo welfare” invita a prendere atto di un nuovo scenario prima di considerare le possibilità d’intervento per la “longevità non autosufficiente”.

Due sono gli aspetti illustrati del primo periodo della terza età: da una parte la vitalità e la pluralità d’interessi che caratterizzano la quotidianità: oltre 3,1 milioni si impegnano qualche volta nel volontariato; 2,6 milioni dedicano del tempo ad attività fisica; 5,3 milioni ogni tanto frequentano cinema, teatro o musei; altri 2,5 milioni si dedicano a volte al ballo e 2,9 viaggiano all’estero. Dall’altra parte’ la ricerca descrive le azioni di solidarietà familiare che dagli anziani scaturiscono: assistenza a persone non autosufficienti; sostegno economico ai figli o nipoti; cura dei bambini. Si legge nell’indagine del Censis: “I longevi non sono solo recettori di risorse e servizi di welfare, ma sono tra i grandi protagonisti di una redistribuzione orizzontale”. La fase di vita anziana può essere generativa per la società.

Diverso tono assume l’indagine quando tratta della non autosufficienza. Emergono le scelte e le difficoltà per l’assistenza di un modello italiano. L’opzione dominante è stata la domiciliarità dove i carichi di cura, se non ripartiti tra i parenti, sono affidati a una badante. La restrizione dei budget familiari ha però portato oltre 500mila famiglie a impiegare la totalità dei risparmi, vendere l’abitazione o indebitarsi, mentre in 910mila famiglie più membri si accordano insieme per contribuire a sostenere le spese assistenziali.

Il quadro emerso nell’assistenza degli anziani non autosufficienti produce disparità di trattamenti: infatti, mentre le famiglie più abbienti possono ricorrere a collaboratrici con maggiori qualifiche e professionalità, in alcuni casi gli altri anziani sono assistiti da persone inadatte, in altri casi ancora le famiglie tornano a occuparsi direttamente di loro.

Una seconda opzione per la non autosufficienza sarebbe la soluzione residenziale che però è valutata in modo negativo da tutti gli italiani: sono “parcheggi per vecchi”, si legge nella ricerca. Proprio in questo ambito il Censis propone la possibilità d’innovazione del welfare attraverso il miglioramento della qualità del servizio, perché gli italiani sarebbero disponibili alla scelta residenziale se trovassero assistenza sanitaria efficace e tempestiva, contesti favorevoli alla socialità, sedi aperte alle comunità esterne e possibilità di attività diversificate per gli ospiti. Andrea Casavecchia Sir 2

 

 

 

 

Riflessioni sulla realtà

 

Lo scorso anno, avevamo salutato, con prudente fiducia, il Governo Renzi. Il giovane fiorentino sembrava “gradito” a tutti o quasi. Siamo nella primavera 2015 e la sensazione, che corrisponde a una realtà più generale, si è modificata. I problemi d’Italia non si sono ridimensionati e il Capo del Governo, forse, l’ha capito. Questo Esecutivo, quindi, dovrebbe fare mosse più opportune o desistere.

 Ciò premesso, come si può, solo supporre, che la crisi sia in flessione? Il numero dei senza lavoro è ancora calato e chi tuttora svolge un’attività, non riesce più, nella maggioranza dei casi, a fronte ai tanti, troppi, impegni quotidiani. La fiducia nell’Italia è calata e recuperare il terreno perduto appare arduo. Le strategie di Renzi ci hanno allontanato dalle speranze di un futuro meno difficile.

 E’ fattibile incrementare il carico fiscale, meno lineare è giustificarne i motivi. Tra tante “novità” è restata lettera morta la rivisitazione dei redditi; soprattutto quelli da lavoro dipendente. Non siamo economisti, né saremmo in grado d’improvvisarci tali. Però, qualche conto è presto fatto. Se l’imposizione fiscale, diretta e indiretta, serve per non bloccare la mastodontica macchina dello Stato che prende molto e non restituisce nulla, bisognerebbe anche rivedere alcuni parametri necessari per garantire un incremento di quella liquidità che proprio ci manca. Perseguire l’evasione fiscale è una delle strade da perfezionare, ma non è la sola.

L’imponibile tassabile dovrebbe essere modificato. Sino a 14.000 (al lordo delle trattenute previdenziali) Euro l’anno nessun prelievo fiscale (tetto massimo). Dopo tale somma applicare le aliquote già note. In pratica, si andrebbe a favorire le prospettive di vita di chi è costretto a tirare avanti con poco più d’Euro 1000 il mese o, purtroppo, anche con meno. Stesso ragionamento per quanto attiene i canoni di locazione ad uso abitativo. Dato che aumenta il numero degli inquilini che non riescono più a tener fede ai loro impegni contrattuali, gli affitti dichiarati e registrati dovrebbero essere totalmente detraibili ai fini fiscali dal conduttore e tassati solo al 30% al locatore. La recente proroga degli sfratti (non per morosità) resta un provvedimento “spuntato”.

 Per far fronte alle necessità alimentari, si potrebbe “riscoprire” una tessera sociale (a scalare) per un importo annuo di 1000 Euro. Poco più di 80 Euro al mese per nucleo familiare di “base” (moglie e marito). Il tutto con sanzioni penali certe per chi fa il “furbo”.

 

 Si supporterebbe così un primo esperimento da estendere, poi, anche alle utenze energetiche (luce e gas) con trattenute direttamente alla fonte. Insomma, non ci vorrebbero “miracoli” per frenare la crisi economica delle famiglie nell’attesa di tempi migliori. Il fatto è che la realtà si discosta sempre più dalle nostre considerazioni. Uno dei tanti paradossi di un Paese alla deriva.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Scuola. Una riforma sofferta. Auspicabile il superamento dell'ostracismo alle paritarie

 

Quanta fatica. Viene da pensare così a proposito della annunciatissima riforma della scuola, che tuttavia è sempre dietro l’angolo e ancora non si materializza. Di rinvio in rinvio, per la presentazione del decreto e del disegno di legge che dovrebbero dare corpo alle novità si è arrivati ai primi di marzo.

Muovere la scuola sembra davvero un compito estremamente gravoso. E probabilmente uno dei motivi risiede nelle dimensioni elefantiache del sistema, che coinvolge direttamente un numero elevatissimo di persone e, comunque, riguarda tutto il Paese. La Buona Scuola di Renzi e del ministro Giannini dovrebbe essere comunque pronta per debuttare, a cominciare dal primo passo che riguarda l’assunzione dei precari, fino a cancellare le graduatorie provinciali. Ma proprio su questo punto sono sorti problemi legati ad esempio al fatto che ci sarebbero supplenti di materie che non s’insegnano più. Che fare? Il mega-piano del governo dovrebbe prevedere l’assunzione solo per gli insegnanti “necessari alle scuole”. E poi ci sono i dubbi su mobilità e organico funzionale: ai neoassunti verrà chiesto di trasferirsi di provincia o addirittura di regione? E l’organico sarà d’istituto o di rete? I docenti saranno assegnati alle scuole o a reti di scuole che potranno utilizzarli al meglio? Potrebbe essere anche misto.

Le risposte verranno dal decreto del governo. Non sono però solo questioni “burocratiche”, vanno infatti a definire la cornice di un quadro complesso i cui colori saranno poi determinati dalle altre misure - verranno demandate al disegno di legge - che riguardano il curriculum dello studente e l’ampliamento dell’offerta formativa (con vecchie e nuove materie da insegnare). Senza dimenticare il nodo che riguarda carriera, valutazione e merito degli insegnanti, vero tabù che in passato è costato anche qualche poltrona di ministro. Non sono chiari, per adesso, i contorni della questione, certo la valutazione del merito, richiesta da anni a gran voce, è ineludibile e comporterà anche l’esame dell’attività didattica degli insegnanti, altro tabù che coinvolge tra l’altro la problematica delicatissima della libertà d’insegnamento.

Naturalmente la riforma che verrà ha già molti oppositori. E circolano anche proposte di legge alternative a quella del governo. A cominciare dal progetto “dal basso”, “Per la Buona scuola della Repubblica”, che parte da un testo avanzato già nel 2006 e si propone come vero interprete della “scuola della Costituzione”. C’è anche una recente proposta del Movimento 5 Stelle, che ad esempio insiste sulle assunzioni dei precari, proponendone 300 mila fino al 2020.

Una cosa curiosa. Tra tanti punti, meritevoli tra l’altro di attenzione e approfondimento, si trova sempre (o quasi) un refrain che sembra nascondere antichi pregiudizi e contesta i “privati”, che metterebbero le mani sulla scuola e le scuole non statali che non dovrebbero avere finanziamenti. Premesso che il rapporto tra privato e pubblico nel mondo scolastico è assolutamente da tenere sotto la lente d’ingrandimento, suona anacronistico trovare ancora il classico no ai finanziamenti alle scuole gestite da privati (nel quadro di regole chiare e condivise), alle paritarie che pure fanno parte del sistema pubblico d’istruzione e che fanno invece risparmiare lo Stato. Anzi, proprio la disparità tuttora esistente sulle risorse, peraltro in disaccordo con una legge precisa, è auspicabile che venga superata. Anche questo garantirebbe una scuola migliore. Alberto Campoleoni

Sir 2

 

 

 

 

Il Comitato promotore degli Stati Generali dell'associazionismo incontra il Comitato della Camera per gli italiani nel mondo

 

“L'assise del prossimo giugno ridisegnerà il nuovo imprescindibile protagonismo delle associazioni per gli anni a venire”

 

ROMA - Si è svolto ieri presso la Sala riunioni della Commissione Esteri della Camera un incontro fra il Comitato per gli italiani nel mondo e per la promozione del sistema paese della Camera dei deputati ed il Comitato promotore degli Stati Generali dell'associazionismo degli italiani nel mondo. Ne dà notizia lo stesso Comitato promotore nel comunicato che segue.

Il presidente del Comitato parlamentare Fabio Porta ha introdotto la riunione riconfermando l'apprezzamento e l'interesse del Comitato da lui presieduto per l'impegno in atto delle associazioni attive per pervenire alla costituzione di un vero e proprio Forum delle associazioni degli italiani nel mondo. Porta ha voluto anche manifestare la volontà di dare seguito alla interlocuzione aperta con altri successivi incontri.

I componenti del Comitato promotore degli Stati Generali dell'associazionismo degli italiani nel mondo (presenti Franco Dotolo, Rino Giuliani, Gianni Lattanzio, Luigi Papais e Rodolfo Ricci) sono intervenuti, articolandosi negli interventi, per illustrare il percorso e gli obiettivi della iniziativa promossa ed il cui svolgimento è previsto per la fine del mese di giugno prossimo.

Oltre a Fabio Porta tra i numerosi deputati presenti sono intervenuti Gianni Farina Marco Fedi.

In un clima franco e propositivo da parte del Comitato promotore sono stati evidenziati gli elementi di analisi del contesto più ampio nel quale si muovono le associazioni e sono stati indicati gli aspetti recessivi insiti nella globalizzazione e nel ridotto ruolo degli stati nazionali per ciò che riguarda la realtà migratoria da quella integrata nei paesi di accoglienza a quella di recente formazione.

Dalla critica al modello di intervento verso gli italiani nel mondo, ed al ritrarsi dello Stato , ai tagli alla spesa, alla mancata riforma di Comites e Cgie alla assenza di una visione di futuro nelle politiche dei governi italiani, il tutto - è stato sottolineato - da una idea delle resistenze al cambiamento ed all'adeguamento ai mutamenti che hanno riguardato anche le comunità italiane mentre ancora si pensa debbano avere il precipuo fine di essere ambasciatori del made in Italy o di essere generica risorsa per l'Italia.

L'aver assunto il dato della rappresentanza partitica come l'istanza sostitutiva di altre forme di rappresentanza quale quella della democrazia partecipativa - è stato osservato - ha attivamente contribuito ad indebolimento della associazioni senza peraltro la produzione di frutti apprezzabili.

I componenti del Comitato promotore degli Stati Generali dell'associazionismo degli italiani nel mondo nell'udienza conoscitiva di oggi hanno inoltre fatto presente che lavoro, partecipazione e promozione delle persone sono punti di partenza di un processo nel quale si è potuta constatare la capacità di tutte le associazioni di saper cogliere le criticità di una crisi globale ma anche di saper individuare, in una crisi molto grave, le opportunità positive che consentiranno alle associazioni di riorganizzarsi positivamente. Senza perdere di vista i valori che sono iscritti nel profilo storicamente dato dell'associazionismo in emigrazione, l'assise del prossimo giugno ridisegnerà il nuovo imprescindibile protagonismo delle associazioni per gli anni a venire . Si tratta di un percorso e di una proposta - così termia la nota - sui quali, in una scelta consolidata di autonomia condivisa da tutte le associazioni che hanno aderito, il Comitato promotore invita quanti interessati al confronto e, se condivisi, al sostegno. (Inform 26)

 

 

 

 

Accordo fiscale italo-svizzero. Se in Svizzera finisce il paradiso

 

Il negoziato sull’intesa fiscale fra Italia e Svizzera si è concluso. Le trattative cominciate tre anni fa con diversi governi e delegazioni parzialmente diverse si sono chiuse a Milano il 23 febbraio scorso.

 

In questi anni sono cambiati gli ambasciatori a Berna e a Roma ed è cambiato il capo negoziatore svizzero. Tuttavia il pacchetto di febbraio non è conclusivo. Lascia aperte alcune brecce che vanno riempite da lavori ulteriori.

 

Questi si svolgeranno in seno a gruppi negoziali che si riuniranno fra marzo e l’estate. L’ossatura delle delegazioni è tuttavia restata intatta. Sono mutate le istruzioni, specie in campo italiano. L’obiettivo è di terminare presto perché il quadro complessivo sia chiaro.

 

Voluntary disclosure

Preme trovare un accordo con la Svizzera che applichi in anticipo e in via bilaterale certe clausole che fanno parte del pacchetto accettato da Berna all’Ocse.

 

Preme trovarlo perché la sua applicazione coincida con l’entrata in vigore della legge sulla cosìdetta voluntary disclosure, l’emersione volontaria delle fortune “dimenticate” presso conti esteri e non solo svizzeri.

 

Lo scambio d’informazioni con le autorità fiscali svizzere rafforza il potenziale della legge nazionale. Insieme costituiscono una placida forma di pressione verso il contribuente “smemorato” e un deterrente per chi non voglia recuperare la memoria volontariamente.

 

Svizzera, frontalieri e cittadini Ue

Il negoziato è complesso e a misura dei progressi aumentano i capitoli oggetto dello stesso. Dopo la votazione plebiscitaria del 9 febbraio 2014 (la vittoria del “no all’immigrazione di massa”) irrompono sulla scena due temi.

 

Cosa accade sul piano bilaterale nell’ipotesi che la Svizzera, per attuare il risultato referendario, denunci l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea (Ue)? Quale è il regime fiscale da applicare ai lavoratori frontalieri nell’ipotesi che la denuncia dell’accordo riguardi pure loro?

 

Dietro a questi due quesiti premono ragioni di fondo. La prima rinvia al rapporto fondamentale che la Svizzera intende intrattenere con l’Ue. La seconda rinvia al malessere che il Cantone Ticino avverte nei confronti della “invasione” dei frontalieri provenienti in maggioranza dalla Lombardia. In pochi anni sono arrivati a superare quota sessantamila e le previsioni parlano di crescita ulteriore.

 

Trovare un accordo mentre la legislazione svizzera sta per mutare e con stime imprecise circa il fenomeno del lavoro mobile è impresa difficile.

 

Occorre introdurre clausole che fotografino lo statu quo e che, siano al contempo aperte a recepire le novità. Clausole che consentano anche un passo indietro: alla situazione antecedente lo stesso accordo in trattazione. Di qui certe formule che appaiono contraddittorie, e probabilmente lo sono. Si concorda un certo regime rebus sic stanti bus, si torna al passato se cambia il quadro normativo generale.

 

Stratégie de l’argent propre

Cedere all’enfasi di passaggio storico è facile. In effetti la svolta ci sta ed è importante. Non è la “fine del segreto bancario svizzero”, come ha titolato qualche giornale. Il segreto ha cominciato a svelarsi ben prima dell’intesa di febbraio. Reca il segno delle controversie con gli Stati Uniti che portarono all’accordo Facta, ma non ancora alla chiusura di tutte le indagini a carico di banchieri svizzeri.

 

È il frutto della “stratégie de l’argent propre” inaugurata dal Consiglio federale non senza contrasti sul piano domestico. Se il segreto è caduto anche prima di febbraio, di sicuro la recente intesa contribuisce a picchettare la trasparenza e la collaborazione fra le autorità fiscali. Le indagini a richiesta sui conti “dimenticati” vanno in questo senso.

Cosimo Risi, Ambasciatore a Berna, AffInt 28

 

 

 

 

Concorso commissari di polizia. Inviare la domanda entro il 30 marzo 2015

 

ROMA - Sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana - 4 Serie Speciale "Concorsi ed esami" del 27 febbraio 2015 - è stato pubblicato un bando di concorso, per esami, per il conferimento di 80 posti di commissario del ruolo dei commissari della Polizia di Stato, indetto con D.M. 26 febbraio 2015, e che lo stesso è consultabile sul sito Internet della Polizia di Stato (www.poliziadistato.it  - alla voce "concorsi").

I candidati che si trovano all'estero dovranno inviare la domanda di partecipazione utilizzando la procedura informatica indicata sul sito della Polizia di Stato sopra citato, oppure sul sito http://concorsips.interno.it , entro il termine perentorio delle ore 23.59 del 30 marzo 2015.

Al termine della procedura di acquisizione informatica della domanda di partecipazione al concorso, il candidato dovrà provvedere a stampare la ricevuta di avvenuta iscrizione da presentare ai varchi di accesso il giorno della prova preliminare per la successiva sottoscrizione.

Qualora negli ultimi tre giorni lavorativi di presentazione delle domande sui citati siti venisse comunicata l'indisponibilità del sistema informatico, i candidati potranno inviare la domanda come da fac-simile allegato al bando, a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, al - Ministero dell'Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza - Direzione Centrale per le Risorse Umane - Ufficio Attività Concorsuali - Via del Castro Pretorio n. 5 - 00185 Roma.

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Riprendiamo la suddetta notizia, d’interesse generale, da un comunicato del Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme, pubblicato sul suo sito: www.consgerusalemme.esteri.it/ , che ci è stato segnalato dal Comites di Israele a beneficio della collettività italiana nel Paese .(Inform 5)

 

 

 

 

La frenata

 

Per la prima volta, da anni, il Prodotto Interno Lordo (PIL) nazionale s’è attestato sullo”0”. Dopo valori sempre con segno “meno”, ora la nostra economia evidenzia segni di ristagno che, in ogni caso, non sono da interpretare positivamente.

 La questione è palese: quando un’autovettura (la nostra economia) è in discesa libera, se si tenta di frenarne il percorso, la “sbandata” è inevitabile. E’ successo anche da noi. Nonostante le assicurazioni di Renzi e Squadra al seguito. Un’economia che “sbanda” è, a nostro avviso, assai meno controllabile di una in discesa libera.

 Tant’è che il valore”0” la dice lunga sulle prospettive di ripresa che vediamo ancora tutte in ripida salita. In economia, come in fisica, affrontare una”salita”, senza poter controllare il moto, si rischia di tornare indietro e con effetti più devastanti di quanto si potrebbe solo ipotizzare. La china è pericolosa e l’Italia, nel contesto europeo, segue la Grecia.

 Con tutte le possibili conseguenze che hanno da tener conto anche della situazione esplosiva che s’è verificata sulla sponda africana del “Mare Nostrum”.Quando eventi economici e di guerriglia convivono in una situazione sempre più internazionale, non ci sono rimedi sovrani per evitare guai peggiori.

 La volontà nazionale, che ci appare non univoca, resta uno dei problemi che l’Esecutivo di Centro/Sinistra dovrà portare il Parlamento, in tempi brevi, per tentare di dare concretezza a sviluppi politici che consentano una “frenata” progressiva della nostra caduta economica. A parer nostro, non ci sono cure miracolose, né compromessi razionali per uscirne in tempi contenuti.

 Il Capo dell’Esecutivo punta, sempre, su una vita governativa sino alla primavera del 2018. Tre anni sono, onestamente, troppi per conservare una Fiducia basata su un compromesso che potrebbe non trovare più l’assenso illuminato del Colle. Le paure nazionali non sono ataviche; ma ci sono. E’ inutile, se non controproducente, negarle o, peggio, sottovalutarle. La “frenata” d’Italia non è da minimizzare. Per il bene del Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova sui contributi destinati agli enti gestori operanti in Svizzera

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ha risposto in Commissione Affari Esteri alla Camera dei Deputati all’interrogazione formulata da Alessio Tacconi (Misto), deputato eletto nella ripartizione Europa, sui contributi destinai agli enti gestori operanti in Svizzera. Tacconi chiedeva nello specifico quali misure il governo intendesse adottare per salvaguardare la sopravvivenza degli enti gestori messa a rischio dalla svalutazione dei contributi pubblici seguita alla decisione della Banca nazionale svizzera di rimozione del tetto minimo del tasso di cambio tra euro e franco svizzero e quali le iniziative varate per dare concretezza agli auspici formulati in occasione degli Stati generali della Lingua italiana svoltisi nel mese di ottobre a Firenze (http://comunicazioneinform.it/da-alessio-tacconi-misto-uninterrogazione-al-ministro-degli-esteri-sulle-difficolta-economiche-degli-enti-gestori-in-svizzera/).

Della Vedova ha ricordato come l’intervento rivolto agli enti gestori da parte del Maeci vada inteso “come contributo a risorse proprie che gli enti gestori raccolgono per realizzare le attività di assistenza scolastica a favore delle collettività italiane residenti all’estero” e ammonti per l’esercizio finanziario 2014, a favore degli 11 enti operanti in Svizzera, a 1.546.000 euro. Un contributo importante, che “testimonia – rileva il sottosegretario - il fatto che, nella strategia della promozione culturale all’estero, la diffusione della lingua e cultura italiana in Svizzera continua ad essere considerata una priorità”. Al costante lavoro di enti gestori ed insegnanti in loco Della Vedova attribuisce anche l’aumento registrato della richiesta di corsi, “evidente segno dell’accresciuto interesse per la lingua e cultura italiana” riscontrato dalla Farnesina, specie nei Paesi asiatici. I corsi di lingua e cultura italiana realizzati dagli enti in Svizzera sono passati dai 329 dell’anno scolastico 2013/14 a 389 all’inizio dell’anno scolastico 2014/15 e sono stati seguiti – secondo i dati forniti da Della Vedova - da 3.699 allievi nell’anno scolastico 2013/14 e 4.319 studenti nel 2014/15.

“In considerazione dell’importanza prioritaria che la lingua e la cultura italiana rivestono per la nostra collettività in Svizzera, si assicura che la Farnesina sta compiendo ogni possibile sforzo affinché sia garantita la continuità dei corsi in funzione – afferma il sottosegretario, segnalando anche come pur “tenendo presenti i limiti imposti dalle contingenti ristrettezze di bilancio” e continuando a pagare i contributi in valuta locale il Maeci stia “valutando ogni possibile misura per fare in modo che esse incidano nel minor modo possibile sulla stabilità e sul numero dei corsi di lingua e cultura italiana attivi in Svizzera”.

In sede di replica Tacconi si dichiara soddisfatto degli elementi di risposta e dei dati riferiti dal sottosegretario, ribadendo comunque il rischio connesso alla riduzione dei fondi a disposizioni degli enti gestori operanti in Svizzera, proprio a fronte del crescente interesse nei confronti dello studio della cultura e della lingua del nostro Paese. L’auspicio è che “il governo si adoperi per garantire il finanziamento dei corsi attualmente attivi e di quelli programmati”. (Inform)

 

 

 

 

 

Economia. Profumo di fiducia. Gli italiani hanno finalmente annusato possibilità di ripresa

 

Il clima è cambiato, e non parliamo solo di quello atmosferico, visto l’approssimarsi della primavera. Gli italiani stanno recuperando un po’ di fiducia nel futuro: sia come consumatori che come imprenditori. Questi ultimi hanno troppa voglia di mettersi la crisi dietro alle spalle; confessano agli istituti di ricerca un ottimismo forse sproporzionato rispetto ai dati macroeconomici. Si rischia un po’ di delusione, ma sicuramente si evita quel clima di depressione che ha caratterizzato gli ultimi anni. Non è solo psicologia spicciola: chi non vede futuro, non programma nemmeno investimenti, cambiamenti, innovazioni. E questo è quanto accaduto soprattutto negli ultimi due anni. Ma il costo del denaro è ai minimi, la situazione delle banche sta complessivamente migliorando, il mercato è inondato di liquidità, i consumi sono in (lentissima) ripresa, l’euro si sta indebolendo e favorendo così le esportazioni. A proposito: c’è talmente tanta liquidità ferma nei depositi bancari, che gli istituti stanno studiando contromosse, come ad esempio l’applicazione di tassi negativi. Si pagherà per lasciare i soldi depositati, un buon motivo per utilizzarli.

Ci si metta un’altra notizia ottima per la nostra economia basata sulle importazioni di materie prime: il valore di quasi tutte le commodities nei mercati mondiali è in picchiata, dai cereali al ferro, dal greggio (anche se in risalita) al rame. Siamo un Paese trasformatore, il costo basso delle materie prime può solo favorirci.

Sta cambiando pure lo stato d’animo degli italiani: gli istituti di ricerca lo certificano più sereno. È piaciuta la rapida nomina di un personaggio come Sergio Mattarella, l’arrivo di importanti riforme, il fatto che altre sono in cantiere e che insomma qualcosa si sta muovendo, la prospettiva che d’ora in poi si parlerà più di assunzioni che di licenziamenti…

Un clima più confortevole che si vede pure dall’indicatore economico per eccellenza di questi anni di crisi: lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. In questi giorni è sceso sotto quota 100, la prima volta dopo 5 anni; ce lo ricordiamo sopra quota 500, tre anni e mezzo fa quando era tutto un ventilare la catastrofe greca trasportata al di là dello Ionio.

I mercati finanziari sanno che abbiamo un debito pubblico spaventoso, ma sanno pure che il sistema Italia appare abbastanza solido da reggerlo. Non c’è più quel clima di sfiducia verso il nostro Paese e la sua dirigenza che aveva portato a vendere a rotta di collo i nostri Btp.

Per noi, questo basso spread significa pagare meno interessi sul debito (ci sveniamo, per farvi fronte ogni anno), mentre si sta provando ad allungare la durata media dei Btp: il sogno è il livello britannico, un debito con scadenze a 15 anni di media, a tassi bassi. Siamo a metà strada e basta un niente per dover ingranare la retromarcia, se all’ottimismo di oggi dovesse subentrare la delusione di domani. Nicola Salvagnin, Sir 2

 

 

 

 

 

Riunito il Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese

 

Il presidente Fabio Porta sull’audizione del Comitato Promotore degli Stati Generali dell’Associazionismo degli italiani nel mondo

 

ROMA -  Dopo una pausa , dovuta alle festività di fine anno,  all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e alle sedute parlamentari sulle riforme costituzionali, e’ tornato a riunirsi alla Camera dei Deputati il Comitato permanente sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese. Un’audizione informale nel corso della quale i deputati hanno incontrato i rappresentanti del Comitato Promotore degli Stati Generali dell’Associazionismo degli italiani nel mondo. Per avere un quadro d’insieme degli argomenti affrontati durante l’incontro abbiamo contattato il presidente del Comitato della Camera Fabio Porta.

“E’ stata un’audizione molto importante – ci ha spiegato Porta - perché gli Stati Generali dell’Associazionismo  degli italiani nel mondo rappresentano un’opportunità unica di riflessione sulla nuova presenza italiana all’estero non soltanto in termini di nuove mobilità , ma anche di un ripensamento generale del ruolo e della presenza degli italiani nel mondo attraverso il sistema delle associazioni e delle forme di rappresentanza che oggi comunque sono rimesse in discussione da novità di tipo non solo istituzionali, ma anche sociali ed economiche. Cambiamenti che hanno trasformato il nostro Paese,  ma che hanno fatto diventare  un’altra cosa anche l’Italia nel mondo, rispetto a quella che tanti di noi avevano conosciuto e per la quale abbiamo lavorato negli anni. Abbiamo quindi convocato questa audizione  perché crediamo come Comitato di dover essere parte integrante di questo processo di cui i promotori degli Stati Generali si sono fatti carico”. 

Per quanto concerne gli argomenti trattatati nel corso dell’audizione Porta ha segnalato come si sia parlato in primo luogo “Del forum che sarà organizzato probabilmente a giugno dal Comitato promotore degli Stati Generali del quale fanno parte tutte le più grandi e storiche organizzazioni della presenza italiana nel mondo. Durante l’incontro – ha aggiunto Porta - sono stati evidenziati alcuni temi come quello della rappresentanza e del riconoscimento formale dell’associazionismo e del terzo settore non solo in Italia, ma anche all’estero. Si è inoltre parlato della questione del volontariato, delle nuove mobilità e delle presenze italiane nel mondo che comunque diventano anche tematiche trasversali, una cartina di tornasole con cui rileggere il ruolo di chi opera in questo versante degli italiani all’estero”. Porta ha poi sottolineato quanto sia importante , anche per rimettere in carreggiata il lavoro svolto su queste materie in Parlamento, la capacità di riflessione e di mettersi in discussione di fronte ai cambiamenti espressa da queste storiche associazioni del mondo dell’emigrazione. “La questione – ha rilevato il presidente del Comitato – è quella  del rinnovo dell’associazionismo alla luce dei cambiamenti dell’ultimo decennio, come ad esempio il nuovo sistema di rappresentanza degli italiani all’estero, una rinnovata ondata migratoria dall’Italia verso l’estero, una italianità sempre più fatta non tanto di cittadini, ma di oriundi, di amici dell’Italia  e di italici. Si tratta quindi  anche di rimettere in discussione certi parametri che sono superati e che a volte anche le nostre autorità e il nostro ministero degli Esteri fanno fatica a superare”. “Nel corso dell’incontro – ha aggiunto Porta – è inoltre emersa in maniera particolare la questione già accennata, a cui le associazioni tengono molto, del riconoscimento giuridico dell’associazionismo italiano nel mondo. Un problema che noi abbiamo più volte posto sia con una specifica proposta di legge, sia chiedendo al governo e al sottosegretario al Welfare Luigi Bobba, che segue la questione della riforma del terzo settore, che in questo ambito siano tenute presenti le specificità degli italiani nel mondo”.

Porta ha anche segnalato come il Comitato nei prossimi mesi di lavoro intenda riprendere alcune questioni importanti e urgenti, come ad esempio quella dell’esenzione dall’Imu, su ci sono state presentate delle specifiche interrogazioni, e quella della stipula della convenzione fra i patronati e Maeci. “ Riaffronteremo – ha infine aggiunto Porta -  anche il tema dell’internazionalizzazione. Lo abbiamo già approfondito , ma adesso lo vorremmo affrontare con particolare riferimento all’appuntamento dell’Expo rispetto alle nostre comunità all’estero e alle collettività di affari italiane nel mondo”. (G.M. –Inform 25)

 

 

 

 

Expo 2015 pronta ad accogliere gli italiani nel mondo

 

A due mesi dall’apertura della manifestazione, il sito “Made of Italians” presenta le proposte delle Regioni

 

«Nessun posto è come casa, come l’Italia / specialmente per chi vive da italiano nel mondo». Con questo slogan, l’Esposizione Universale “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” che si terrà a Milano dal 1° maggio al 31 ottobre 2015, si rivolge agli italiani all’estero attraverso il progetto «Made of Italians» ideato in collaborazione con le Consulte e gli uffici regionali dell’emigrazione, coordinati dalla loro rappresentante nazionale Silvia Bartolini, presidente della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo.

Le Consulte hanno aderito con entusiasmo al progetto e promuoveranno l’Esposizione Universale di Milano coinvolgendo oltre 3mila associazioni regionali, dall’Argentina al Giappone, che contano più di quattro milioni e mezzo d’italiani residenti all’estero con cinquanta milioni di discendenti. Ogni singola Consulta regionale arricchirà con la propria offerta personalizzata l’iniziativa promozionale "Made of   Italians", con vantaggi e sconti esclusivi che vanno dall’accoglienza turistica a ingressi ridotti per eventi culturali e musei.

Gli italiani nel mondo che si iscrivono al programma “Made of Italians” registrandosi sul sito madeofitalians.expo2015.org, potranno verificare le offerte della propria regione d’origine e organizzare, all’interno del proprio viaggio in Italia in occasione di Expo Milano 2015, un ritorno ai luoghi dell’infanzia e della giovinezza o la prima visita ai luoghi di origine della propria famiglia, vissuti finora soltanto attraverso i racconti dei propri nonni e parenti. Cliccando su “Benefit” e andando su “Offers by the italian Regions”, si potranno ad esempio conoscere le offerte dell’Emilia-Romagna che, al momento, vanno – come si legge nella sezione Expo 2015 del sito della Regione (in basso a destra: http://expo2015.regione.emilia-romagna.it)  dalle mostre di Ferrara su Boldini e l’ebraismo alle iniziative del distretto della ceramica, sino agli “assi di Modena”, la Ferrari e Pavarotti, sostenuti con iniziative adeguate.

Con il suo tema “Nutrire il pianeta”, Expo Milano 2015 sposa alla perfezione la tradizione, tutta italiana, del cibo come cultura, dando visibilità alla tradizione, alla creatività e all’innovazione del settore dell’alimentazione contribuendo al dibattito per un’alimentazione sana, sicura e sufficiente per tutto il mondo.

E-R Emiliano-Romagnoli nel Mondo, 3 marzo 

 

 

 

 

E’ Angelo Mattone il nuovo segretario generale della Uim

 

Prende il posto del dimissionario Alberto Sera. L’Unione Italiani nel Mondo continuerà ad estendere la sua missione per fornire risposte concrete ai bisogni e alle esigenze dei cittadini italiani e stranieri

 

ROMA - Angelo Mattone, già segretario della Uil di Catania, è stato eletto dalla direzione internazionale della Unione degli Italiani nel Mondo, segretario generale. Le votazioni, iniziate venerdì 6 si sono concluse venerdì 13 febbraio, registrando sul nome del dirigente della Uil, l’unanimità dei consensi dei 23 componenti.

Angelo Mattone è stato indicato dalla segreteria confederale, dopo le dimissioni di Alberto Sera, in conformità allo statuto dell’Unione degli Italiani nel Mondo, come candidato, dopo che il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, lo aveva proposto anche all’Ital, al presidente nazionale, Gilberto De Santis e al consiglio di amministrazione. Mario Castellengo, presidente della Uim, ha proclamato eletto il nuovo segretario generale con delibera di venerdì 13 febbraio 2015. Angelo Mattone approda così a Roma, alla Uim nell’associazione voluta e promossa dalla Uil e dall’Ital fin dal 1995 per occuparsi della tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini italiani ma anche degli stranieri, nel mondo.

“La missione della Uim – spiega la nota dell’associazione - oggi più che mai, è rivolta a tutti i giovani, che viaggiano e lavorano in un mondo sempre più globalizzato in cui i diritti di cittadinanza, le tutele sono indispensabili per salvaguardare la dignità del lavoro. L’assistenza, dunque, il sostegno in ambito sociale, politico, sindacale, oltre che previdenziale, necessita della cifra culturale, che collochi al primo posto il lavoro, il merito, la professionalità, che affidi a progetti specifici la crescita dell'innovazione, della ricerca. Questa è una delle priorità con la quale si misurerà la Unione degli Italiani nel Mondo, nel solco della continuità dell’impegno politico e sindacale che la Uil, l’Ital e la Uim hanno profuso in questi anni appena trascorsi. I pensionati italiani e stranieri – prosegue il comunicato - sono una risorsa non soltanto in Italia, nel mondo, per questa ragione sarà necessario guidare un processo di acculturazione delle istituzioni, di riconoscimento del ruolo e dell’apporto delle persone anziane al meccanismo sociale e familiare, come, in Italia, sta facendo la Uil Pensionati e il suo segretario generale, Romano Bellissima, chiedendo a gran voce di valorizzare in campo sociale lo straordinario patrimonio umano, che è costituito dagli anziani. Inoltre, i sud del mondo, oggi più che mai, in tempi di deflazione, sono un’opportunità per consentire un nuovo ciclo di sviluppo nei dovunque del globo; anche questa potrà essere, nei prossimi mesi, parte dell’impegno della Uim . Infine, - conclude la nota – l’Europa e gli altri continenti saranno al centro di studi, progetti, elaborazioni, riflessioni, analisi, aperti al mondo dei giovani, delle donne, degli anziani per rendere accogliente e a misura d'uomo la società dei lavori che è necessario ricostruire dopo la sbornia liberista del profitto come priorità. La Uim, che alla stessa stregua dell’Ital, il patronato della Uil, ha sedi in tutto il mondo, in Italia, in Europa, Stati Uniti, Canada, Sud America e Australia si propone una crescita progressiva della sua missione, già perseguita efficacemente in questi anni, che potrà continuare a fornire risposte concrete ai bisogni e alle esigenze dei cittadini italiani e stranieri, ma dovrà essere laboratorio della primazia della cittadinanza e della civiltà del lavoro”. Inform 5  

 

 

 

 

Mogherini kritisiert Nachbarschaftspolitik der Vorgängerkommission

 

Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini hat der Vorgänger-Kommission unter José Manuel Barroso klare Schwächen bei der EU-Nachbarschaftspolitik attestiert. Die neue EU-Nachbarschaftspolitik werde diese Mängel aber beheben, so Mogherini. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Gemeinsam mit Erweiterungskommissar Johannes Hahn gab die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini am Mittwoch den Startschuss für die Konsultationen zur zukünftigen EU-Nachbarschaftspolitik. Die Schwächen der alten Nachbarschaftspolitik würden in vier Monaten, nach Ablauf der Konsultation, behoben sein, betonte Mogherini.

Die EU-Außenbeauftragte wollte allerdings auch nicht "zu kritisch" sein, als sie Fragen beantwortete, ob Brüssel die russische Reaktion auf ein EU-Assoziierungsabkommen mit der Ukraine unterschätzt habe. Die EU befindet sich derzeit in einer politischen Patt-Situation mit dem Kreml.

Die Konsultation der Kommission über die Zukunft der Europäischen Nachbarschaftspolitik (ENP) betrifft die EU-Beziehungen zu 16 Ländern. Zehn dieser Länder befinden sich im Mittelmeerraum und sechs in Osteuropa. Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker hatte eine Neubewertung der ENP für das erste Jahr seines Mandats versprochen.

"Die Bedeutung eines Überprüfungsprozesses liegt darin zu bewerten, was nicht funktioniert hat, mit Partnern und auch intern. Selbstkritik wird ein Teil davon sein. Ich würde aber nicht zu kritisch über die Vergangenheit urteilen", so Mogherini. Die neue Kommission könne "die negativen Beschränkungen" der bisherigen Politik "klar sehen".

"Ich übergehe die Frage nicht, aber es ist nicht fair, am Tag des Startschusses für einen Prozess des Dialogs mit unseren Partnern zu bewerten, ob die Politik naiv oder konfrontativ war. Vielleicht sollte diese Frage in vier Monaten gestellt werden, nachdem wir den Konsultationsprozess abgeschlossen haben werden", meinte Mogherini.

Das Ziel der Kommission ist eine Konsultation, die so offen wie möglich ist. Bis Ende Juni sollen sowohl Partner in den Nachbarländern als auch Akteure in der ganzen EU miteinbezogen werden. Die Mitteilung mit Vorschlägen für die zukünftige Richtung der ENP soll dann im Herbst folgen.

Die Kommission hat verstanden, dass die heutige EU-Nachbarschaftspolitik weniger stabil als vor zehn Jahren ist. Der Konflikt in der Ukraine, die zunehmend bestimmende russische Außenpolitik, der Bürgerkrieg in Syrien und der Konflikt in Libyen sind Brandherde in unmittelbarer EU-Nachbarschaft.

"Die ENP war nicht immer in der Lage, angemessen auf die neuen Entwicklungen zu reagieren, auch nicht auf die sich verändernden Ansprüche unserer Partner. Deshalb wurde auch den eigenen Interessen der EU nicht immer gedient", schreibt die Kommission in ihrem zehnseitigen Konsultationspapier.

Ein allgemeiner, für alle Partner gleichbleibender Ansatz funktioniere nicht. "Die Überprüfung muss den Anforderungen unserer Partner mit sehr unterschiedlichen Zielsetzungen Rechnung tragen", heißt es im Konsultationspapier.

Die Konsultation wirft auch Fragen auf, die die Regierungen und die anderen Akteure beantworten sollen: "Was könnte besser gemacht werden, um eine größere Kohärenz zwischen der ENP und den EU-Russland-Beziehungen zu erreichen?"

Georgi Gotev. Aus dem Englischen übersetzt von Alexander Bölle.  EurAktiv 6

 

 

 

 

CDU verlangt Asylverschärfung für Einwanderungsgesetz

 

Die Debatte um ein Einwanderungsgesetz nimmt langsam Gestalt an. Während CDU-Politiker im Gegenzug Verschärfungen im Asylrecht verlangen, siehen die Grünen keine Chance für den SPD-Vorstoß.

 

Einen Tag nach der Vorstellung eines Positionspapiers der SPD geht die Debatte um ein Einwanderungsgesetz weiter. Die Grünen-Fraktionsvorsitzende Katrin Göring-Eckardt äußerte am Mittwoch Zweifel daran, dass die große Koalition ein Einwanderungsgesetz verabschieden wird. “Der Entwurf wird nur ein Entwurf bleiben”, sagte sie der in Düsseldorf erscheinenden Rheinischen Post. Sächsische CDU-Politiker formulierten unterdessen Bedingungen für ein Einwanderungsgesetz. Sie fordern auf der anderen Seite Verschärfungen im Asylrecht. Die Partei lehnte den SPD-Vorstoß bislang ab.

Der stellvertretende Vorsitzende der Unionsbundestagsfraktion, Michael Kretschmer (CDU), sagte der Leipziger Volkszeitung, wenn gleichzeitig geklärt werde, dass gut qualifizierte Flüchtlinge “raus aus dem Asylverfahren” kämen, könne man das “meinetwegen auch Einwanderungsgesetz nennen”. Der sächsische Innenminister Markus Ulbig (CDU) forderte eine “Rechtsmittelverkürzung beim Asylrecht”. Er lasse bereits prüfen, “ob und welche Möglichkeiten es gibt, unterhalb einer Grundgesetzänderung die Rechtsmittel für offenkundig unbegründete Asylbewerber zu verkürzen”.

Der Innenminister sagte, die bei vielen Bürgern vorhandene “große Solidarität” werde derzeit “aufs Spiel gesetzt durch die langen, fast immer aussichtslosen Aufenthaltszeiten von Menschen, die aus sicheren Herkunftsstaaten über die Balkan-Route kommen”. Wenn darüber hinaus geklärt würde, dass Deutschland die benötigten Fachkräfte bekäme, wenn das Asylverfahren für begründete Fälle rasch entschieden werde, “habe ich auch nichts gegen ein Einwanderungsland”, sagte Ulbig. Kretschmer schloss sich der Forderung an: Wer aus sicheren Herkunftsländern komme, “soll von dort den Rechtsweg beschreiten”, sagte er. “Wenn die aber hier bleiben und toter Mann spielen, kippt die Stimmung bei der Bevölkerung”, so der CDU-Politiker.

Grünen-Innenpolitiker Volker Beck hingegen sprach sich strikt gegen eine Vermengung von Einwanderungspolitik und Flüchtlingspolitik aus. Diese müssten auseinander gehalten werden. “Grundgesetz und Völkerrecht verpflichten Deutschland zum Schutz von Flüchtlingen. Für Beschränkungen gibt es weder Handlungsspielraum noch Handlungsbedarf. Der Preis für eine bedarfsgerechte Arbeitsmigration darf nicht die Beschränkung des Schutzes von Flüchtlingen sein”, so Beck.

SPD-Fraktionschef Thomas Oppermann hatte am Dienstag ein Eckpunkte-Papier für ein Einwanderungsgesetz mit einem Punktesystem nach kanadischem Vorbild vorgelegt. Göring-Eckardt erklärte, sie bezweifle die Ernsthaftigkeit Oppermanns, weil dieser weder seine eigene Partei noch die Union als Koalitionspartner oder Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) hinter sich habe.

Mit dem Entwurf für ein Einwanderungsgesetz will die SPD-Fraktion mehr ausländische Arbeitskräfte nach Deutschland locken. Kern des sechsseitigen Positionspapiers ist ein “flexibles und nachfrageorientiertes Punktesystem” für Arbeitskräfte, die nicht aus EU-Staaten kommen. Kriterien sind etwa Alter, Ausbildung, Berufserfahrung und Sprachkenntnisse. Bundesinnenminister de Maizière äußerte am Dienstag Zweifel, ob ein neues Gesetz notwendig ist, Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) kündigte an, den Vorschlag zu prüfen. (epd/mig 6)

 

 

 

 

Debatte über Einwanderungsgesetz gewinnt an Fahrt

 

Berlin - Die parteiübergreifende Debatte über ein Einwanderungsgesetz gewinnt an Fahrt.

In der SPD wurden am Montag Details eines Konzepts von Fraktionschef Thomas Oppermann bekannt, wonach die Zuwanderung von Arbeitnehmern aus Staaten außerhalb der EU über ein Punktesystem nach kanadischem Vorbild gesteuert werden soll. Auch in der CDU kam Bewegung in die Debatte. Die aus jüngeren Bundestags- und Landtagsabgeordneten bestehende Gruppe "CDU 2017" fordert in einem Papier eine neue gesetzliche Regelung und mehr Integrationsbemühungen. CDU-Generalsekretär Peter Tauber erhielt nach eigenen Angaben im Präsidium großen Zuspruch, das Thema weiter zu beraten.

Oppermann hatte sein Konzept für Anfang März angekündigt. Wie es aus der Fraktion hieß, will er es an diesem Dienstag offiziell vorstellen. Die Auswahl der Zuwanderer aus Drittstaaten soll sich an Alter, Ausbildung, Berufserfahrung und Sprachkenntnissen sowie dem Bedarf an Fachkräften orientieren. Zudem will die SPD auf Wunsch der Handwerkskammern jungen Asylbewerbern und in Deutschland nur geduldeten jungen Ausländern den Aufenthalt bis zum Abschluss einer Ausbildung ermöglichen. [ID:nL5N0W438R]

Das Konzept ist auch eine Reaktion darauf, dass sich Tauber im Januar offen für ein Einwanderungsgesetz gezeigt hatte. Allerdings ist das Thema in der Union höchst umstritten. Die Spitze der Unions-Fraktion und die CSU halten die Debatte über ein Gesetz für beendet, weil sie ebenso wie Innenminister Thomas de Maiziere die bestehenden Regelungen für ausreichend halten. CDU-Chefin und Kanzlerin Angela Merkel hat sich noch nicht festgelegt. Bei einer offenen Diskussion lasse sich ein Ergebnis nicht vorwegnehmen, sagte Tauber auf Nachfrage zu Merkels Haltung bei dem Thema. Es gebe einen "breiten Wunsch in der CDU zur Debatte" und für den gebe es große Rückendeckung Merkels. Tauber will nach eigenen Angaben noch vor Ostern nach Kanada reisen, um sich über das dortige Einwanderungsmodell zu informieren, das immer wieder als mögliches Vorbild genannt wird. Auch Merkel und Oppermann waren bereits vor Ort.

Die Gruppe "CDU 2017", der neben Tauber auch Präsidiumsmitglied Jens Spahn und der Parlamentarische Innen-Staatssekretär Günter Krings angehören, verlangt in ihrem Papier unter anderem verstärkte Bemühungen um qualifizierte Arbeitskräfte und Studenten aus dem Ausland. Dazu schlagen sie vor, das vorgeschriebene Mindestgehalt abzusenken. Die Autoren legen sich aber nicht auf ein Modell fest. [ID:nL5N0W406S]

Hintergrund der Debatte sind der Fachkräftebedarf, aber auch die Anti-Islam-Demonstrationen der Pegida-Bewegung, die sich auch gegen Zuwanderung richteten. Ob sich Union und SPD noch in dieser Wahlperiode auf ein Konzept einigen werden, ist ungewiss. Vertreter beider Parteien haben betont, das Thema sei über das Jahr 2017 hinaus von großer Bedeutung. Es dürfte auch im Wahlkampf eine Rolle spielen.  Reuters 2

 

 

 

 

Einwanderungspolitik: UKIP verwirft Pläne zur Begrenzung der Einwanderung

 

Die britischen Europaskeptiker von UKIP überdenken ihre Einwanderungspolitik. Sie rücken von der Idee ab, die Einwanderung in das Vereinigte Königreich auf 50.000 Einwanderer pro Jahr zu beschränken. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Der UKIP-Vorsitzende Nigel Farage begründete den Umschwung bei der Einwanderungspolitik damit, dass die Menschen "besessen" von Deckelungen seien. Man brauche mehr "Flexibilität".

Andere Teile ihrer Einwanderungspolitik will UKIP aber beibehalten. Die Europaskeptiker wollen einen fünfjährigen Einwanderungsstopp für ungelernte Arbeiter. Die Partei will "normale" Einwanderungszahlen erreichen. UKIP zufolge liegen diese bei 20.000 bis 50.000 Einwanderern pro Jahr.

"Von 1950 bis beinahe in das Jahr 2000 lag die Normalität der Nettoeinwanderung nach Großbritannien zwischen 20.000 und 50.000 Einwanderern pro Jahr. Der Effekt der UKIP-Politik wäre es, uns zu diesen Zahlen zurückzubringen", sagte Farage gegenüber der BBC.

UKIP will die Einwanderung durch den EU-Austritt kontrollieren. Die Partei will ein Punktesystem für Einwanderer nach australischem Vorbild einführen. Nach Angaben der Partei will man so das Hauptaugenmerk auf qualifizierte Einwanderer anstatt auf ungelernte Einwanderer richten. UKIP behauptet, dass mit einem solchen Schema im vergangenen Jahr nur 27.000 Menschen in das Vereinigte Königreich gelassen worden wären.

Der konservative britische Finanzminister George Osborne warf Farage vor, diese Zahlen zu erfinden. Osbornes eigene Partei, die Tories, gerät wegen ihrer Einwanderungspolitik unter Druck. Die jüngsten Einwanderungszahlen zeigen, dass die Konservativen ihr eigenes Ziel zur Zuwanderungsreduzierung um mehrere Zehntausend Menschen verpassten.

Das nationale Statistikbüro veröffentlichte in der vergangenen Woche Zahlen zur Nettozuwanderung. Demnach liegt sie derzeit bei 298.000 Menschen. Diese Zahl ist seit der Regierungsübernahme der Konservativen 2010 um 54.000 gestiegen.

Parteiintern sind sich die Tories über ihre Einwanderungspolitik uneinig. Doch sie versprachen, im Falle eines Wahlsiegs bei den Unterhauswahlen am 7. Mai die Einwanderung auf unter Hunderttausend zu verringern.

Allerdings vertrauen die Wähler einer Umfrage von ComRes/ITV zufolge UKIP bei der Einwanderungskontrolle am meisten.

Knapp die Hälfte der Befragten betrachtet UKIP als glaubwürdige Partei. 44 Prozent denken, die Partei ist rassistisch.

Premier David Cameron versprach, das Thema Einwanderung ins Zentrum einer Neuverhandlung der britischen EU-Mitgliedschaft zu rücken. Die oppositionelle Labour-Partei versprach, hart gegen Unternehmen durchzugreifen, die ausländischen Arbeitern weniger als Briten bezahlen. 

Mark Briggs. Aus dem Englischen übersetzt von Alexander Bölle. EA 6

 

 

 

 

Verbände kritisieren geplante Änderungen im Aufenthaltsrecht

 

Die geplanten Änderungen am Aufenthaltsrecht werden von Wohlfahrtsverbänden und die Flüchtlingsorganisationen scharf kritisiert. Danach droht den allermeisten Flüchtlingen die Inhaftierung. Die Grünen bezeichnen das Gesetz als “vergiftete Praline”.

 

Wohlfahrtsverbände und die Flüchtlingsorganisation “Pro Asyl” haben die von der Bundesregierung geplanten Änderungen im deutschen Aufenthaltsrecht scharf kritisiert. Die im Gesetzentwurf enthaltenen Regelungen zur Inhaftierung von Flüchtlingen sowie zu Wiedereinreisesperren und Aufenthaltsverboten seien unverhältnismäßig und “völlig überzogen”, erklärten “Pro Asyl”, Diakonie, Arbeiterwohlfahrt und Paritätischer Wohlfahrtsverband am Donnerstag in Berlin. Sie könnten massive Verschärfungen nach sich führen und die gleichzeitig geplante Bleiberechtsregelung konterkarieren.

An diesem Freitag berät erstmals der Bundestag über das Gesetz aus dem Bundesinnenministerium. Es soll einerseits seit langem in Deutschland lebenden Geduldeten die Chance auf einen sicheren Aufenthaltstitel geben. Andererseits soll das Ausweisungs- und Abschieberecht reformiert werden, um Ausländer ohne Bleiberecht besser abschieben zu können.

Der Geschäftsführer von “Pro Asyl”, Günter Burkhardt, kritisierte, auch mit diesem Entwurf, der zwischenzeitlich geändert wurde, drohe praktisch allen Flüchtlingen, die nach der Dublin-Regel in einem anderen EU-Land ihr Asylverfahren durchlaufen müssten, Inhaftierung. Das Bundesinnenministerium hatte nach scharfer Kritik dem Vorwurf widersprochen, man wolle massenhaft Flüchtlinge in Haft nehmen. Burkhardt sagte, selbst wenn dies nicht geplant sei, “das Instrument liegt bereit”.

Die Gesetzesänderung sieht zudem Aufenthaltsverbote für Ausländer vor, die innerhalb der von der Behörde gesetzten Frist nicht ausgereist sind. Solch ein Verbot verhindere gleichzeitig ein dauerhaftes Bleiberecht, das mit dem Gesetz versprochen wurde, sagte Diakonie-Flüchtlingsreferent Sebastian Ludwig.

Das Bleiberecht soll Geduldeten zugutekommen, die per Gesetz eigentlich zur Ausreise verpflichtet sind, aber nicht abgeschoben werden können. Viele von ihnen leben seit vielen Jahren mit dem unsicheren Status in Deutschland. Ludwig sagte, sie könnten tatsächlich profitieren. Für künftig ankommende Flüchtlinge laufe die Regel aber ins Leere, wenn gleichzeitig Aufenthaltsverbote erteilt würden, die das Bleiberecht verhindern. Die Entscheidung über ein dauerhaftes Bleiberecht hänge dann vom Ermessen des Mitarbeiters in der Ausländerbehörde ab.

Wolfgang Barth von der Arbeiterwohlfahrt sagte, man könne nicht immer wieder Rechtstreue von Ausländern in Deutschland fordern, “wenn auf Regierungsseite ein Hintertürchen nach dem anderen aufgemacht wird”. Gemeinsam mit dem Paritätischen kritisiert die Arbeiterwohlfahrt, es sei die Chance verpasst worden, Verbesserungen auf den Weg zu bringen. Sie verwiesen auf die Forderung nach Integrationskursen für Flüchtlinge und Geduldete sowie nach einer Abschaffung des umstrittenen Sprachnachweises beim Ehegattennachzug.

Die Grünen im Bundestag schlossen sich der Kritik der Verbände an. “Dieser Gesetzentwurf ist eine vergiftete Praline”, sagte der innenpolitische Sprecher der Fraktion, Volker Beck. Die Möglichkeit zur Inhaftierung von Flüchtlingen sei europarechtlich äußerst problematisch.

Das Gesetz wird nach der ersten Lesung zunächst in den Ausschüssen beraten. Die Verbände hoffen auf wesentliche Änderungen im Gesetz. Burkhardt zufolge ist am Donnerstag eine E-Mail-Kampagne gestartet worden, bei der Kritik an den Plänen der Regierung an die Fraktionen von SPD und Union geschickt werden soll. (epd/mig 6)

 

 

 

 

EU-Außenpolitik: Ukraine-Krise könnte Katalysator für mehr Integration sein

  

Die EU kann der Erosion der europäischen Sicherheitsordnung nur mit einer Vergemeinschaftung ihrer Gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik beikommen, meint Annegret Bendiek. Dazu müsste es den Mitgliedstaaten gelingen, ihre strategische Uneinigkeit zu überwinden, mit der sie die Spaltung Europas riskieren.

Die kolportierte Aussage Putins vom letzten Herbst, in zwei Tagen in Riga, Warschau oder Bukarest sein zu können, wurde in vielen europäischen Hauptstädten als offene Drohung wahrgenommen, die bestehenden Grenzen der Europäischen Union zu hinterfragen. Die verbale Provokation wurde von militärischen Drohgebärden begleitet: So wurden russische U-Boote und Kriegsschiffe vor den Küsten verschiedener EU-Staaten und russische Langstreckenbomber an den Grenzen des britischen Luftraums geortet. Ganz offensichtlich ist die EU mit einer neuen Bedrohungssituation konfrontiert. Zudem ist Putin daran gelegen, die EU zu spalten, wie etwa Russlands Angebot finanzieller Unterstützung an Griechenland zeigt. Auch die sehr unterschiedliche Abhängigkeit der Mitgliedstaaten von Gasimporten aus Russland drängt sich geradezu dafür auf, im Sinne einer Spaltung ausgenutzt zu werden. Europa hat dem derzeit wenig entgegenzusetzen.

Ganz im Gegenteil herrscht in der EU strategische Uneinigkeit über die Russlandpolitik. Einige Staaten fürchten Russland und fordern harte Sanktionen sowie Nato-Truppen an Russlands Westgrenze. Ungarn, Bulgarien, Österreich und die Slowakei scheinen die Sanktionen am liebsten schon morgen wieder aussetzen zu wollen. Der britische Verteidigungsminister Michael Fallon wies jüngst auf die »reale und präsente Gefahr« hin, dass Russland seine auf der Krim und in der Ostukraine angewandten Taktiken der hybriden Kriegsführung auch gegen Nato-Nachbarn wie Litauen, Estland oder Lettland anwende. Andere Staaten sehen in Russland vor allem einen Handelspartner und wichtigen Rohstofflieferanten. So gibt es bestenfalls punktuelle Kooperationen, eine Gemeinsame Außen- und Sicherheitspolitik, die diesen Namen verdient, gibt es nicht. Das mag in friedlichen Zeiten reichen. In Krisenzeiten aber ist es zu wenig. Selbst große Mitgliedstaaten wie Frankreich und Großbritannien werden alleine nicht in der Lage sein, Sicherheit und Stabilität in Europa zu gewährleisten und den russischen Spaltungsversuchen entgegenzutreten. So wird die Destabilisierung Europas zur realen Gefahr. Statt dem tatenlos zuzusehen, sollte Europa die Krise um die Ukraine als Katalysator für weitere Integrationsschritte auf dem Weg zu einer vergemeinschafteten GASP nutzen. Nur ein stärker integriertes Europa wird sein Vorgehen in der Ukrainekrise, in der Energieaußenpolitik oder der erweiterte Nachbarschaft langfristig effizient koordinieren können.

Dies sieht offenbar auch die Hohe Vertreterin der EU für Außen- und Sicherheitspolitik, Federica Mogherini, so. Zu ihrer Amtseinführung hatte sie das Ziel betont, verstärkt auf Mehrheitsentscheidungen in der GASP setzen zu wollen. Hierzu gibt es zwei vertragliche Hebel. Zum einen erlaubt es die Passerelle-Klausel, für Bereiche, die an sich der Einstimmigkeit unterliegen, nach einem einstimmigen Beschluss des Europäischen Rates Mehrheitsentscheidungen in einzelnen Feldern der GASP zuzulassen. Zum anderen gibt es das Instrument der verstärkten Zusammenarbeit, das integrationswilligen Mitgliedstaaten erlaubt, im Gemeinschaftsinteresse voranzuschreiten. Dieses Verfahren kann nach einem einstimmigen Beschluss des Rates und nach Konsultation der Hohen Vertreterin und der Kommission eingeleitet werden.

Mit Blick auf das Verhältnis zu Russland würde sich die Anwendung dieser Instrumente bei der Energieaußenpolitik und der Sanktionspolitik anbieten: Mit einer vergemeinschafteten Energieaußenpolitik, in deren Rahmen die EU-Kommission das Verhandlungsmandat gegenüber Russland bekäme, würde den russischen Versuchen, die Mitgliedstaaten gegeneinander auszuspielen, ein Riegel vorschoben. Die Vergemeinschaftung der Sanktionspolitik der EU liegt ebenfalls auf der Hand. Bisher hat der Rat der EU im Rahmen der GASP in aller Regel einstimmig über Sanktionen beschlossen. Wenn es demnächst aber um die Verschärfung der Sanktionen geht, dürfte eine Einigung angesichts der disparaten Interessenlagen schwieriger oder sogar unmöglich sein. Eine vergemeinschaftete Sanktionspolitik könnte Alleingänge vermeiden.

Gerade wegen der disparaten Interessenlagen ist die Bereitschaft zur Vergemeinschaftung aber derzeit nicht bei allen 28 Mitgliedstaaten vorhanden. Stattdessen sollte eine kleinere Gruppe integrationswilliger Staaten voranschreiten. In der Ukrainekrise sind es bisher Deutschland und Frankreich, die führen. Nun sollten sie versuchen, auch Polen und bestenfalls Großbritannien mit ins Boot zu holen, um ein Kerneuropa zu formieren, das Europa stabilisiert. Zur kollektiven Führung gehört es auch zu verhindern, dass sich einzelne Staaten im Europäischen Rat als verlängerter Arm Russlands gerieren, ohne dass dies zu politischen Konsequenzen führt.

Auch ein solches Kerneuropa sollte den verfassungsrechtlichen Vorbehalten gegenüber einer Vergemeinschaftung der GASP, wie sie vom Bundesverfassungsgericht geäußert worden sind, Rechnung tragen. So muss vor allem dafür gesorgt werden, dass den nationalen Parlamenten gemäß ihren nationalen Verfassungen bei Interventionen in Drittstaaten eine zentrale Rolle im Entscheidungsprozess zukommt. Darüber hinaus wäre es ratsam, auch dem Europäischen Parlament mehr Mitspracherechte einzuräumen.

Die Autorin

Annegret Bendiek forscht an der Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) u.a. zur Gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik der EU. Die Stiftung berät Bundestag und Bundesregierung in allen Fragen der Außen- und Sicherheitspolitik. Der Text ist auch auf der SWP-Homepage in der Rubrik "Kurz gesagt" veröffentlicht worden. EA 24

 

 

 

 

Warum die Europäer Deutschlands Führung ertragen

 

Seit dem Fall des Eisernen Vorhangs und den darauffolgenden Krisen hat sich in Europa die gesamte Machtkonstellation verändert. Nun führt Deutschland eine EU, die sich gar nicht führen lassen will. Von Herfried Münkler

 

Die deutsche Geschichte ist es, aus der man schlussfolgern könnte, Deutschland sei für die Position der Macht in der Mitte Europas ungeeignet und solle sich auf das beschränken, was es in der Vergangenheit leidlich erfolgreich praktiziert hat: leading from behind, also eher Einflussnahme denn Führung, Zurückhaltung beim Geltendmachen von Erwartungen und Forderungen und eine Selbstbeschränkung auf die gelegentliche Blockierung von Vorhaben und Entwicklungen, die mit den eigenen Interessen nicht zu vereinbaren sind.

Tatsächlich gibt es in Deutschland eine starke Präferenz für diese Linie, mit der man doch, so das Argument, in der Vergangenheit gut gefahren sei. Das ist zweifellos richtig; das Problem ist freilich, dass es die Konstellationen nicht mehr gibt, die eine solche Politik möglich gemacht und mit Erfolg gekrönt haben.

Hätte Deutschland diese Position beibehalten wollen, dann hätte es für den Fortbestand der sie ermöglichenden Konstellationen sorgen und eine Reihe von Beitrittsrunden, insbesondere die nach Süden und Osten, blockieren müssen. Das hat die deutsche Politik nicht getan, sondern ist, ganz im Gegenteil, vor allem bei der Nord- und Osterweiterung als Anwalt und Unterstützer der Beitrittskandidaten aufgetreten.

Eine Mittelmeerallianz

Dafür waren sicherlich nicht nur altruistische Motive ausschlaggebend, sondern man wollte in der durch die Süderweiterung größer gewordenen EU die Position eines nordöstlichen Randstaats aufgeben. Gewollt oder eher unbeabsichtigt – Deutschland ist in die Position der Macht in der Mitte eingetreten und muss nun damit zurechtkommen. Nicht zuletzt darum, weil Alternativkandidaten für diese Position nicht zur Verfügung stehen.

Die einzig vorstellbare Alternative ist eine Reaktivierung der Achse Berlin–Paris, aber in einer solchen Achse wird Frankreich nicht mehr die dominierende Rolle spielen, die es vordem innehatte. Dennoch sollte sich die deutsche Politik schon aus Gründen ihrer legitimatorischen Entlastung um die Wiederherstellung dieser Achse bemühen, was sie in der Russland-Ukraine-Krise ja auch tut.

Die Frage ist, ob sich die Franzosen darauf einlassen werden, in diesem Duo, zumindest in ökonomischer Hinsicht, nicht die erste Geige zu spielen, sondern sich mit der Position des kleineren Partners zufriedenzugeben. Grundsätzlich gibt es für Frankreich noch die Alternative einer engeren Verbindung mit den Italienern (sowie den Spaniern): die sogenannte Mittelmeerallianz.

Deutsch-britische Nähe

Eine Wiederaufnahme des Mittelmeerprojekts durch Frankreich würde zwangsläufig zur Bildung eines Nord-Ostsee-Projekts als Gegengewicht führen, innerhalb dessen sich dann eine Achse Berlin–London herausbilden könnte – falls Großbritannien weiterhin Mitglied der EU bleibt.

Deutschland hat insofern ein fundamentales Interesse am Verbleib der Briten in der europäischen Gemeinschaft und wird darum auch nahezu alles tun, um diesen Verbleib möglich zu machen – nicht nur deswegen, weil er die deutschen Optionen vergrößert und dadurch die Position der Macht in der Mitte festigt, sondern auch, weil er die Attraktivität einer "Mittelmeerallianz" für Frankreich begrenzt und damit die politische Spaltung Europas in einen Süd- und einen Nordblock unwahrscheinlicher macht.

Die für den EU-Verbleib der Briten entscheidende Kraft ist jedenfalls Deutschland. Auch darin zeigt sich, in welchem Maße Deutschland inzwischen die Position einer Macht in der Mitte einnimmt.

Aber womöglich ist die historische Verwundbarkeit Deutschlands auch gar kein Handicap, sondern eine Voraussetzung für die Akzeptanz einer deutschen Führungsrolle in Europa.

Bei ihr nämlich handelt es sich um eine spezifisch deutsche Verwundbarkeit, während andere Verwundbarkeiten tendenziell bei jedem Akteur auftreten würden, der diese Position einnimmt – und womöglich steht Deutschland mit seiner seit Jahrzehnten eingeübten Mitte-Fixierung im Hinblick auf diese Verwundbarkeiten besser da als alle anderen Mächte in Europa.

Was Deutschland jedoch von ihnen unterscheidet, ist seine Geschichte zwischen 1933 und 1945, und durch sie ist die Bundesrepublik in einer Weise verwundbar wie kein anderer Staat in Europa. Auf einen politisch unverwundbaren Akteur als europäische Zentralmacht hätten sich die anderen Mitgliedsstaaten vermutlich sehr viel weniger eingelassen, weil sie dann befürchtet hätten, in eine "Hegemonie ohne Ausgang" hineinzugeraten.

Es ist die verwundbare und in ihrer eigenen Selbstwahrnehmung auch tatsächlich verwundete Macht, die in Europa mit den Aufgaben einer Macht in der Mitte betraut werden konnte, ohne dass sich sogleich, wie man das sonst aus der europäischen Geschichte kennt, antihegemoniale Koalitionen gegen sie gebildet hätten, die ihre Stellung zu untergraben suchten und ihr Handeln bei jeder sich bietenden Gelegenheit konterkarierten.

Auch und gerade in Anbetracht der europäischen Geschichte wollen die Mitgliedsländer der Europäischen Union nur einen verwundbaren Hegemon akzeptieren, einen, den sie notfalls bremsen zu können glauben. Und ein Hegemon, der um seine Verwundbarkeit weiß und sie auf Schritt und Tritt spürt, wird in der Regel auch nicht als Hegemon auftreten.

Die Politiker von EU-Mitgliedsstaaten, die zuletzt mehr deutsche Führung in der Europäischen Union angemahnt haben, dürften das begriffen haben. Der Begriff des "verwundbaren Hegemons" steht für die Dilemmata und Ambivalenzen politischer Führung in der EU.

Europa braucht Führung, aber es will keine Führung; je größer Europa geworden ist, desto mehr bedarf es der Führung, und desto stärker werden gleichzeitig die Widerstände gegen eine solche Führung. Das sind im Prinzip unauflösbare Widersprüche, und mit Blick auf diese Widersprüche haben eine Reihe von Beobachtern und Kommentatoren der EU eine ungewisse Zukunft prognostiziert.

Seit seinen Anfängen stand das Europaprojekt immer wieder am Rande des Scheiterns, weil die einander entgegengesetzten Interessen der Mitgliedsstaaten aufeinanderprallten und sich zunächst kein Schlichter und Vermittler fand.

Aber dann war es ein ums andere Mal die deutsche Politik, der es gelang, einen Kompromiss auszuhandeln und diesen durch zusätzliche eigene Zahlungen in die Gemeinschaftskasse für die konfligierenden Mitgliedsstaaten schmackhaft zu machen.

Was sich lange ausnahm wie ein "Einkaufen" in die Gemeinschaft der (West-)Europäer und eine uneingestandene "Wiedergutmachung" für die Schäden und Leiden des Zweiten Weltkriegs, lässt sich aus heutiger Sicht als lange Vorübung für die Rolle einer Macht in der Mitte begreifen. DW 2

 

 

 

 

 

Menschlich verständlich, wirtschaftlich unausweichlich. Griechenlands Finanzpoker offenbart den Ernst der Lage

 

Es scheint, als ob die „jungen Wilden“ aus Griechenland die wirtschaftlich prekäre Lage ihres Landes ganz cool meistern. Gemeint sind der neue griechische Ministerpräsident Alexis Tsipras und sein Finanzminister Yanis Varoufakis. Sie versuchen durch ihren Kleidungsstil einen frischen neuen Regierungsstil zu verkörpern, der das Land wieder aus der Krise bringen soll. Aber wie auch schon das Sprichwort „Kleider machen Leute“ nach innen hin nur selten zutrifft, hilft auch angesichts der großen wirtschaftlichen Probleme Griechenlands nicht nur eine neue politische Garderobe. Es braucht finanzpolitische Kreativität und politische Tatkraft nach innen und außen, gepaart mit Leidensfähigkeit und Ausdauer.

 

Die Skepsis wächst

Dabei stellt der Finanzpoker die europäischen Partner auf eine harte Prüfung. Der Austritt Griechenlands aus der Eurozone ist heute kein Schreckgespenst mehr, für manche gar eine Erlösung. Anders sind Debatte und Abstimmung vor einer Woche im Deutschen Bundestag nicht zu erklären. Überraschenderweise kam der Großteil der Gegenstimmen zum Regierungsantrag aus dem eigenen Lager. 29 der 32 Nein-Stimmen zur Verlängerung der Griechenlandhilfen stammen aus den Reihen der Union. Trotz der großen Zustimmung im deutschen Parlament wächst die Skepsis, ob die neue griechische Regierung zuverlässig zu ihren Zusagen steht. Wenn Griechenlands Finanzminister Varoufakis von einer „produktiven Undeutlichkeit“ in den schriftlich getroffenen Vereinbarungen spricht, reagieren die anderen Amtskollegen, besonders Wolfgang Schäuble in Berlin, nervös und verärgert. Er habe sich nach den Absprachen mit Griechenland im Bundestag für eine Verlängerung des Hilfspaketes eingesetzt. „Wenn man dann zum gleichen Zeitpunkt sagt, dass das alles gar nicht so gemeint ist, dann ist das kein rücksichtsvoller Umgang mit uns", so Schäuble im ARD-Bericht aus Berlin.

 

Griechenland – ein todkranker Patient?

Sofort nach der abgewendeten Pleite sucht die griechische Regierung wieder das Weite. Das Verhalten erinnert an einen Patienten, dem es nach einem ersten Therapieerfolg wieder besser geht. Er springt umher, freut sich über die Luft, die er wieder zum Atmen hat und sieht aber nicht, dass die Krankheit noch nicht geheilt ist. Der Patient droht noch schwerer zu erkranken, weil er sich der notwendigen Therapie verschließt, in der Meinung, es besser zu wissen. Diesem Bild folgend lassen sich auch die Ereignisse in den vergangenen drei Monaten in Griechenland betrachten. Griechenland wirkt wie ein Patient, dem die Todesnachricht verkündet wurde und der die fünf Sterbephasen nach Elisabeth Kübler-Ross durchläuft.

Die erste Phase des „Nicht-wahr-haben-wollens“ war im griechischen Wahlkampf zu beobachten. Es wurden von den beiden heutigen Regierungsparteien vollmundige Versprechen gemacht, als ob die griechische Finanzmisere eine Erzählung aus der antiken Sagenwelt sei. Viele Politiker und Wähler wollten die Situation nicht wahr haben. Sie schoben das Problem auf andere, auf Europa und die Troika – jene seien verantwortlich, nicht die Regierung Griechenlands. Oft werden in dieser Phase auch andere „Ärzte“ konsultiert und so verwundert es nicht, dass führende Politiker der griechischen Regierungsparteien gute Kontakte zu ranghohen Politikern im Kreml haben. Aber aus aktueller Sicht hat Russland auch keine andere Diagnose beziehungsweise hält sich mit Hilfen zurück.

Daher ist die zweite Phase des „Zorns“ verständlich. Griechische Demonstranten zeigten ihre Wut auf Europa und besonders auf die Deutschen in der Person von Angela Merkel. Aus Neid und Zorn werden Anschuldigungen ausgesprochen, derlei es in den vergangenen Monaten viele gab.

Darauf folgt die Phase des „Verhandelns“. Jene Phase bezeichnen Mediziner als sehr kurz. Mit Blick in die aktuellen Reaktionen Griechenlands nach den Hilfspaketverhandlungen fühlt sich der Beobachter bestätigt. Kaum ist das Geld auf dem Konto und die nächsten Verbindlichkeiten können abgelöst werden, schon ist die Phase der Verhandlung vorbei.

Die entscheidende Frage wird sein, ob im Krankheitsbild des Patienten „Griechenland“ nun die Phase der Depression einsetzt. Wirtschaftlich hat sie das Land gewiss schon erreicht. Auch bei vielen Griechen sind Traurigkeit und Hoffnungslosigkeit Alltag. Ob nun auch die politisch Handelnden „den Kopf“ verlieren und in eine Leere stürzen, bleibt abzuwarten. Fakt ist, dass eine fünfte Phase der Akzeptanz Griechenland in der gegenwärtigen Situation am Besten stehen würde, wie auch immer diese Phase sich ausgestaltet. Denn so menschlich nachvollziehbar die eben erläuterten Phasen und die Reaktionen in Griechenland und seiner Regierung sind, desto wirtschaftlich unausweichlicher ist ein Annehmen der Situation. Nur im Einhalten der nun getroffenen Vereinbarungen kann Vertrauen entstehen, ohne das Griechenland wirtschaftlich und politisch ruiniert wäre – egal ob innerhalb oder außerhalb der Euro-Zone.

 

Vertrauen in den anderen: er meint es gut  

Was derzeit im politischen Dialog zwischen Griechenland und der EU fehlt, ist das gegenseitige Vertrauen in den jeweils anderen Partner und in seine guten Absichten. In der oben zitierten Aussage des deutschen Finanzministers ist dieses mangelnde Vertrauen sichtbar. Ähnlich wird es auf der griechischen Seite bestehen, sonst wäre eine solche Interviewaussage, wie jener von Varoufakis mit der „produktiven Uneindeutigkeit“, nicht recht einzuordnen.

Beeindruckendes Beispiel für ein großes Vertrauen in einen anderen in schier auswegloser Lage ist die biblische Erzählung von Abraham und seinem Sohn Isaak (siehe Buch Genesis 22,1-19). Der Stammvater soll seinen einzigen Sohn opfern – eine Forderung von Gott, die unmenschlich und nicht nachzuvollziehen ist. Aber Abraham nimmt diese ausweglose Situation im festen Vertrauen auf Gott an. Er ist sich sicher, dass Gott es gut mit ihm meint, obwohl er ihm etwas solch Hartes und Grausames zumutet.

Auch wenn die Parallelen zur aktuellen Situation Griechenlands und seiner europäischen Partner weiter her geholt und eigentlich nicht zu vergleichen sind, so brauchen Griechenlands Volk und seine Regierung eben jenes Vertrauen wie bei Abraham, der nämlich trotz aller unmöglichen Forderungen und in einer ausweglosen Situation darauf vertraute, dass es sein (Vertrags-)Partner mit ihm gut meint. Angesichts der so unausweichlichen wirtschaftlichen Lage kann man dieses Vertrauen in den kommenden Monaten Griechenland nur wünschen.

Sebastian Pilz, kath.de 4

 

 

 

 

Amnesty International: 2014/2015 - Das Jahr der Dramen

 

Islamischer Staat, Boko Haram oder Al Shabaab. Schlagwörter, die Bilder in uns hervorrufen. Schlagwörter des Jahres 2014, leider auch 2015. In dem aktuellen Bericht von Amnesty International, der am Mittwoch veröffentlicht wurde, wird die internationale Gemeinschaft gewarnt, kritisiert und dazu aufgerufen, mehr zu tun. Der Generalsekretär der internationalen Menschenrechtsorganisation Salil Shetty fordert nun konkretes Handeln der Weltgemeinschaft:

„Wir wollen wirkliches Engagement und eine komplette Änderung der Vorgehensweise. Dieses Jahr geht vermutlich in die Geschichte ein als das Jahr des absoluten Versagens der Entwicklung und der Menschenrechte“.

Der „Amnesty Internation Report 2014/2015“ beschreibt die Menschenrechtssituationen in 160 Ländern und kommt zu dem Fazit, dass es ein katastrophales Jahr für Millionen von Menschen war. Die Konflikte reichen vom Gaza-Streifen über Nigeria, Zentralafrika, Syrien und Irak bis hin zur Ukraine. Diese Jahr begehen die Vereinten Nationen ihr 70jähriges Bestehen, doch zum Feiern ist wohl wenigen zu Mute.

Die eskalierenden bewaffneten Konflikte haben zur größten Flüchtlingskatastrophe seit dem Zweiten Weltkrieg geführt. Der Libanon habe über 715 Mal mehr syrische Flüchtlinge aufgenommen als die gesamte EU in den vergangenen drei Jahren. Antonio Marchese, Präsident von Amnesty International in Italien, wünscht sich einen geeigneten Schutz der Zivilbevölkerung als Hauptziel der internationalen Politik:

„Die Weltgemeinschaft kann nicht erwarten, dass sie einfach Mauern aufbaut und so ihre Grenzen verteidigt. Es ist ein humanitärer Notfall. Die reichen Länder können sich durchaus in einer wirtschaftlich schwierigen Lage befinden, aber dennoch bleiben sie die vermögenden Länder und müssen ihre Verantwortung wahrnehmen. Die meisten Menschen, die geflüchtet sind aus Syrien, befinden sich im Libanon, in Jordanien, in der Türkei, in manchen Fällen im Irak. Und nicht in Europa. Diese vermeintliche Invasion gibt es nicht.“

Laut dem Jahresbericht sind vier Millionen Flüchtlinge aus Syrien geflohen, 95 Prozent davon sind in Nachbarstaaten untergekommen. Mehr als 3.400 Menschen sind bei dem Versuch über das Mittelmeer nach Europa zu kommen ertrunken. In 131 Ländern wurden Menschen gefoltert, und im mindestens 18 Ländern wurden Kriegsverbrechen oder andere Verstöße gegen das humanitäre Völkerrecht gedeckt. Amnesty warnt nun die Staaten davor, im Kampf gegen nicht-staatliche Gruppen selbst die Menschenrechte zu verletzen. Denn das könnte eventuell zu einem noch drastischeren Ergebnis des nächsten Berichtes führen.  (rv 26.02.)

 

 

 

 

Anti-Terror-Maßnahmen: EU will neue Leitlinien gegen IS-Kämpfer

 

Im Kampf gegen den Terror will Bundesinnenminister Thomas de Maizière die Grenzkontrollen massiv verschärfen – und erhält dafür Rückhalt von EU-Kommissionsvizepräsident Frans Timmermans. Doch nicht nur IS-Kämpfer, sondern auch unschuldige EU-Bürger könnten ins Visier geraten.

Bundesinnenminister Thomas de Maizière will Terrorkämpfer aus dem Ausland – so genannte "Foreign Fighters" – mit allen Mitteln vor der Einreise nach Europa hindern. "Jeder Grenzbeamte muss wissen, wann es sich bei der Einreise um einen Terrorkämpfer handelt", sagte der CDU-Politiker am Dienstag nach einem Treffen mit dem Ersten Vizepräsidenten der EU-Kommission, Frans Timmermans, in Berlin.

Die EU-Kommission unterstützt de Maizières Idee und will dazu die Leitlinien des Schengener Grenzkodex für Grenzbeamten reformieren. In "sechs bis acht Wochen" werde die Brüsseler Behörde einen entsprechende Überarbeitung vorlegen, die am Ende zu einer Stärkung der EU-Außengrenzen führen soll, so Timmermans.

Bisher müssen EU-Bürger sich an den Außengrenzen Europas nur ausweisen – weiter gehende Kontrollen sind nur auf konkreten Verdacht hin und lediglich stichprobenartig erlaubt. Das gibt der Schengener Grenzkodex vor.

Schärfere Grenzkontrollen von Reisenden aus "Risiko-Destinationen"

Nach "informellen Empfehlungen" der EU-Kommission vom Dezember könnten in Zukunft allerdings sämtliche Passagiere von Flugzeugen aus so genannten Risiko-Destinationen oder aus deren Nähe kontrolliert, ihre Daten mit Fahndungsdateien abgeglichen und Reisemuster erstellt werden.

Die Bundesregierung begrüßt die Empfehlung der EU-Kommission, heißt es in der Antwort auf eine Kleine Anfrage der Linksfraktion im Bundestag. Ob es auch schon Absprachen über solche systematischen Kontrollen gebe, wollte die Bundesregierung nicht beantworten. Laut dem Linken-Abgeordneten Andrej Hunko geht es aber etwa um Flüge von und nach Istanbul, deren Passagiere besonders kontrolliert werden sollen – unter besonderer Berücksichtigung von Männern eines bestimmten Alters.

Auch Berichte des Wiener "Standards" vom Januar bestätigen dies. Die Zeitung zitierte die österreichische Innenministerin Johanna Mikl-Leitner, wonach Deutschland und Österreich "bereits im Herbst mit damit begonnen hat, Einreisende aus Risiko-Destinationen systematisch zu kontrollieren".

Genau solche Risiko-Destinationen will die EU-Kommission in den neuen Leitlinien definieren. Hunko hält das für einen klarer Rechtsverstoß gegen den Schengener Grenzkodex.

"Flächendeckende Kontrollen sind genauso ausgeschlossen wie Kontrollen zu festgelegten Zeiten. Ein von mir in Auftrag gegebenes Gutachten des Wissenschaftlichen Dienstes bestätigt das. Auch der Europäische Gerichtshof hat nicht über die genaue Auslegung systematischer Kontrollen entschieden", so Hunko.

Das Problem der ausländischen Kämpfer sei zweifellos bedrohlich: "Das erlaubt aber nicht, bestehende Gesetze zu dehnen oder sogar zu brechen", meint Hunko.

Rechtmäßig wäre also nur, den Schengener Grenzkodex komplett zu reformieren, wozu es jedoch die Zustimmung des EU-Parlaments bedarf. Doch für so ein Verfahren bleibt laut de Maizière keine Zeit. "Die Bürger fordern von uns schnelle Fortschritte im Kampf gegen den Terror", sagte auch Timmermans.

Timmermans: Keine Zeit für Vorratsdatenspeicherung

Bei ihrem Treffen in Berlin sprachen de Maizière und Timmermans auch über den Zeitplan für das geplante EU-Fluggastdatensatz (PNR). Man wolle noch in diesem Jahr eine entsprechende Richtlinie beschließen.

Das EU-Parlament hatte bisher eine PNR-Abkommen strikt abgelehnt, doch am Donnerstag wollen die Mitglieder des Innenausschuss über einen Kompromiss abstimmen, der die Speicherung von Fluggastdaten bis zu fünf Jahren erlaubt – allerdings nur unter Berücksichtigung eines Datenschutz-Paragrafen. Dies geht aus dem Resolutionsentwurf hervor, der EurActiv.de vorliegt.

Angesichts der bereits geplanten Anti-Terror-Maßnahmen sieht sich die EU-Kommission nicht im Zugzwang, die umstrittene Vorratsdatenspeicherung neu zu regeln. Der Europäische Gerichtshof (EuGH) hatte eine entsprechende Regelung in der EU 2014 gekippt. In Deutschland gibt es schon seit Jahren kein Gesetz mehr dazu. Das Bundesverfassungsgericht hatte die deutschen Vorgaben 2010 verworfen.

Zunächst sei zu prüfen, ob es eine Möglichkeit gebe, hier Fortschritte zu erzielen, "und das werden wir ganz, ganz vorsichtig tun", sagte Timmermans. "Erst wenn uns klar ist, dass hier Fortschritte möglich sind, schreiten wir voran." In nächster Zeit stehe viel Arbeit an – sowohl beim PNR-Abkommen als auch bei der EU-Datenschutzreform, betonte er. "Ich will meine Energie darauf konzentrieren."

EurActiv.de, Dario Sarmadi 24

 

 

 

 

EU verschärft Handgepäck-Kontrollen an Flughäfen

 

Im Kampf gegen den Terror müssen sich Flugreisende innerhalb der EU auf gründlichere Checks ihres Handgepäcks einstellen. Die neue EU-Verordnung könnte Europas Flughäfen teuer zu stehen kommen.

Zur Verhinderung von Terroranschlägen in Flugzeugen gelten ab sofort strengere Kontrollen für das Handgepäck. Sprengstoffdetektoren (EDS-Geräte) an Europas Flughäfen müssen höheren Standards entsprechen und wesentlich feiner eingestellt sein. Computer oder andere große elektronische Geräte, wie Bügeleisen, Haartrockner oder Kameras, werden einer noch rigoroseren Kontrolle unterzogen. Das geht aus einer geänderten EU-Verordnung hervor, die am Sonntag (1.März) in Kraft getreten ist.

"Jüngste Erkenntnisse haben gezeigt, dass Terroristen weiterhin versuchen, neue Verstecke für unkonventionelle Spreng- und Brandvorrichtungen zu entwickeln, um die geltenden Sicherheitsmaßnahmen im Luftverkehr zu unterlaufen", heißt es in dem Gesetzestext. Die EU müsse daher ihre Sicherheitsvorkehrungen verschärfen, um die Bedrohung durch im Handgepa?ck versteckten Sprengstoff zu minimieren.

Die neuen Regeln bedeuten für Europas Flughäfen zusätzliche Kosten. So fallen nach Angaben der spanischen Flughafenbehörde Aena allein für die spanischen Flughäfen Mehrkosten von 17 Millionen Euro im Jahr an. Die neuen Regeln erforderten mehr Sicherheitspersonal für die Handgepäckskontrolle, erklärte der Direktor der Flughafensparte von Aena, Fernando Echegaray, am Freitag in Madrid.

Bereits jetzt müssen Passagiere an Flughäfen vor der Kontrolle tragbare Computer und andere elektrisch betriebene Geräte aus dem Handgepäck nehmen, damit diese gesondert kontrolliert werden.

Flüssigkeiten und Gele sind im Handgepäck grundsätzlich nicht erlaubt – ausgenommen sind nur Tuben und Flaschen bis 100 Milliliter Inhalt, die in einer durchsichtigen, wiederverschließbaren Tüte aufbewahrt werden müssen.

Die Flüssigkeitsvorschriften führte die EU 2006 ein, nachdem drei islamistische Terroristen versucht hatten, Sprengstoff in Getränkeflaschen an Bord von Transatlantikflügen zu schmuggeln.  dsa 2

 

 

 

 

Sudetendeutsche streichen Anspruch auf Heimat

 

Es ist ein grundsätzlicher Kurswechsel: Die Sudetendeutsche Landsmannschaft fordert nicht länger die Rückgabe der früheren Heimat. Tschechiens Ex-Außenminister zollt dem Beschluss "Hochachtung".  - Von Hans-Jörg Schmidt

 

Revolutionärer Quantensprung bei der Sudetendeutschen Landsmannschaft: Die Bundesversammlung der aus der ehemaligen Tschechoslowakei kollektiv vertriebenen 3,5 Millionen Sudetendeutschen hat die "Wiedergewinnung der Heimat" sowie eine "Restitution oder gleichwertige Entschädigung" für die kollektive Enteignung der Volksgruppe nach dem Zweiten Weltkrieg als Ziele aus ihrer Satzung gestrichen. Der frühere konservative Prager Außenminister und Präsidentschaftskandidat Karel Schwarzenberg zollte diesem Beschluss gegenüber der "Welt" seine "Hochachtung".

Die Sudetendeutschen bekräftigten ihren Willen, "Bindeglied im deutsch-tschechischen Dialog" zu sein. Die grenzüberschreitende Zusammenarbeit und Partnerschaft mit den Tschechen wurde zum zentralen Ziel der sudetendeutschen Arbeit erklärt. Die EU-Grundrechtecharta sollte in all ihren Teilen für alle EU-Mitgliedsstaaten uneingeschränkt verbindlich gemacht werden.

Weiter heißt es im Text der Satzung nunmehr: "Verstöße gegen diese Rechte wie Völkermord, Vertreibungen, ethnische Säuberungen, Verbrechen gegen die Menschlichkeit, menschen- und völkerrechtswidrige Enteignungen sowie Diskriminierungen" seien "weltweit zu ächten und dort, wo sie erfolgten, auf der Grundlage eines gerechten Ausgleiches zu heilen."

Zwar werden in dem Beschluss die Verbrechen an den Sudetendeutschen und die nach dem Zweiten Weltkrieg vom damaligen tschechoslowakischen Präsidenten Edvard Beneš gegen die Sudetendeutschen gerichteten Dekrete kritisiert und die Heilung allen Unrechts gefordert. Deutlich wie nie zuvor spricht die Landsmannschaft aber auch von der eigenen "Mitverantwortung" der Volksgruppe "für die Verfolgung und Ermordung von Sudetendeutschen und Tschechen, die dem nationalsozialistischen Regime missliebig waren, sowie für den Holocaust an den Juden in Böhmen, Mähren und Sudeten-Schlesien."

"Vergangenheit weiterhin aufarbeiten"

Die Sudetendeutschen hätten sich "durch ihre Repräsentanten wiederholt zu ihrer Verantwortung im Zusammenhang mit den Verbrechen der Nationalsozialisten bekannt" und seien "entschlossen, diese Vergangenheit auch weiterhin aufzuarbeiten."

Die Sudetendeutsche Landsmannschaft setze sich dafür ein, die Sudetendeutsche Volksgruppe "auch in den kommenden Generationen als lebendige und vielfältige Gemeinschaft zu erhalten, die sich ihrer historischen sowie kulturellen Wurzeln bewusst ist und sich aus dieser Verantwortung heraus den aus ihrer Geschichte erwachsenen Aufgaben stellt."

Der Beschluss ist Teil eines Reformprozesses, den die Sudetendeutschen unter Führung ihres Sprechers Bernd Posselt seit längerem vollziehen. Posselt, langjähriger Abgeordneter der Europaparlaments für die CSU, hatte schon vor Jahren auf die Rückgabe des konfiszierten Eigentums seiner Familie, die in Nordböhmen gelebt hatte, verzichtet. Das hatte ihm unter den Vertriebenen nicht nur Beifall eingetragen.

Da machte auch schon mal die Formulierung vom "Verzichtspolitiker" die Runde. Wenig Freunde hatte sich Posselt zudem mit einer Entschuldigung in einer Live-Sendung des tschechischen Fernsehens für den Anteil der Sudetendeutschen an der Unterdrückung der Tschechen im von Hitler besetzten sogenannten Protektorat Böhmen und Mähren gemacht. Die tschechische Seite wollte dieser Entschuldigung seinerzeit kaum größeren Wert beimessen.

Stoiber war nie in Tschechien

Der traditionelle Schirmherr der vertriebenen Sudetendeutschen, die bayerische Staatsregierung, hatte sich über viele Jahre hartleibig gegenüber den tschechischen Nachbarn gezeigt. Der frühere Regierungschef Edmund Stoiber reiste zwar durch die ganze Welt, fand aber nie den Weg ins benachbarte Tschechien.

Er knüpfte einen solchen Besuch immer an die Aufhebung der Beneš-Dekrete durch die tschechische Führung. Besagte Dekrete hatten die kollektive Enteignung und spätere Vertreibung der 800 Jahre auf dem Gebiet der einstigen Tschechoslowakei siedelnden Deutschen veranlasst.

Erst der jetzige CSU-Vorsitzende und bayerische Ministerpräsident, Horst Seehofer, durchbrach die Zeit der Sprachlosigkeit mit den tschechischen Nachbarn. Er besuchte Tschechien bereits mehrfach offiziell und ehrte dabei auch das Andenken an die ermordeten Tschechen in Lidice und Theresienstadt.

In seiner Begleitung dabei waren immer auch Posselt und andere Vertreter der Sudetendeutschen gewesen. Seehofer hatte in den offiziellen Gesprächen mit der Prager Führung immer versucht, aktuelle Probleme des nachbarschaftlichen Zusammenlebens zu lösen. Die Dinge der Vergangenheit blieben unter ihm "vertraulichen Unterredungen" mit Prag vorbehalten, wie er immer wieder betonte. Es darf deshalb davon ausgegangen werden, dass die neue Beschlusslage der Landsmannschaft mit Seehofer eng abgesprochen gewesen ist.

Sudeten in Österreich wollen nicht verzichten

Die Entscheidung der Sudetendeutschen Landsmannschaft konterkariert Bemühungen der Vertreter der Sudetendeutschen, die nach Österreich vertrieben wurden. Dort war unlängst erst eine Umfrage unter den Vertriebenen gestartet worden, ob die auf ihr altes Eigentum im heutigen Tschechien verzichten würden. Eine große Mehrheit lehnte dies ab.

In Prag gab es am Sonntag zunächst einmal kaum Reaktionen auf den Beschluss der Sudetendeutschen. Der frühere Außenminister und Präsidentschaftskandidat Karel Schwarzenberg zeigte sich jedoch gegenüber der "Welt" beeindruckt: "Es ist furchtbar schwer, über Jahrzehnte geltende Grundsätze aufzugeben. Alles braucht seine Zeit", sagte er. "Vaclav Havel, der einst den Vertriebenen die Hand gereicht hatte, würde sich über diesen Schritt aber sehr freuen." Schwarzenberg empfahl den Tschechen, jetzt "ihrerseits Zeichen zu setzen". DW 2

 

 

 

 

Aktuelle Stellenausschreibungen DGB Bildungswerk - Bereich Migration & Gleichberechtigung

 

Das DGB Bildungswerk e.V. (BUND) ist die bundesweite Weiterbildungsorganisation des Deutschen Gewerkschaftsbundes (DGB). Als gemeinnütziger Verein stellen wir seit mehr als vier Jahrzehnten unsere Kompetenz in der politischen, arbeitsrechtlichen und berufsbegleitenden Jugend- und Erwachsenenbildung unter Beweis. Wir haben es uns zur Aufgabe gemacht, Menschen durch Bildung zu stärken. Mit mehr als 140 Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern in der Zentrale in Düsseldorf, dem Tagungszentrum Hattingen und weiteren Standorten in Hamburg und Sao Paulo/Brasilien verfolgen wir mit Engagement dieses Ziel.

 

Wollen Sie dabei mithelfen?

 

Aufgrund des Renteneintritts unseres Positionsinhabers suchen für zum März 2015 für unsere Zentrale in Düsseldorf:

eine/n Leiter_in Geschäftsbereich Migration

 

Außerdem suchen wir als Elternzeitvertetung für unser Projekt „Anerkannt“ innerhalb des Geschäftsbereiches Migration ab März 2015 bis voraussichtlich zum Jahresende 2015  eine/n /n Kollegen/in für unsere Zentrale in Düsseldorf als Bildungsreferenten/in für das Projekt „Anerkannt“

 

Die Stellenausschreibungen und weitere Informationen unter

www.migration-online.de/stellenausschreibung

 

Wir freuen uns sehr auf Ihre aussagekräftigen Bewerbungsunterlagen unter Angabe Ihres möglichen Eintrittstermins sowie Ihrer Gehaltsvorstellung, gerne per Email. Für Rückfragen stehen wir Ihnen unter der Telefonnummer 0211/4301-460 zur Verfügung.

 

DGB Bildungswerk e.V. (BUND)

PER-Bereich: Personalgewinnung - André Jaeger

Hans-Böckler-Straße 39 in 40476 Düsseldorf

E-Mail: Personalgewinnung@dgb-bildungswerk.de

Homepage: www.dgb-bildungswerk.de de.it.press 27

 

 

 

 

Am Donnerstag, 12. März 2015, der italienische Justizminister Andrea Orlando in Frankfurt

 

Am Donnerstag, 12. März 2015, um 10 Uhr erläutert Andrea Orlando, der italienische Justizminister, die Justizreform in Italien und ihre Auswirkungen auf die Wirtschaftsbeziehungen zwischen Deutschland und Italien.

Weitere Redner sind:

 

- S.E. Pietro Benassi, Botschafter der Italienischen Republik in Deutschland

- Professor Dr. Christoph Schalast, Professor für Mergers & Acquisitions, Wirtschaftsrecht und Europarecht an der Frankfurt School of Finance & Management

- Avv. Francesco Di Majo, Counsel bei Watson, Farley & Williams.

 

Die anschließende Diskussion moderiert Dr. Emanuele Gatti, Präsident der Italienischen Handelskammer für Deutschland e.V.

 

Es schließt sich ein Empfang mit Imbiss an. Wir laden interessierte Medienvertreter ein und bitten um eine formlose Anmeldung per E-Mail a.werner@fs.de

 

Die Justizreform in Italien und ihre Auswirkungen auf die Wirtschaftsbeziehungen zwischen Deutschland und Italien

Andrea Orlando, Justizminister der Italienischen Republik

Donnerstag, 12. März 2015, 10 Uhr

Frankfurt School of Finance & Management, Raum 20

Sonnemannstraße 9-11, 60314 Frankfurt am Main

 

 

 

 

 

Armut in der EU: Kommission stützt Hilfsprogramme mit 3,8 Milliarden Euro

 

Nahrungsmittel, Schuhe, Seife – immer mehr Menschen in Europa mangelt es an den einfachsten Gütern. Ein EU-Hilfsfonds will die EU-Länder dabei unterstützen, die Ärmsten mit materieller Hilfe zu versorgen. Nun wurden die letzten Hilfsprogramme abgesegnet.

 

Die Europäische Kommission hat die verbliebenen nationalen Programme verabschiedet, die durch den Europäischen Hilfsfonds für die am stärkten benachteiligten Personen (FEAD) im Zeitraum 2014 bis 2020 unterstützt werden.

Insgesamt sollen die mit 3,8 Milliarden Euro geförderten Maßnahmen jenen vier Millionen Menschen in der EU helfen, die am bedürftigsten sind. Der Fonds unterstützt die Mitgliedstaaten bei ihren Bemühungen, den am stärksten von der wirtschaftlichen und sozialen Krise betroffen Menschen in Europa zu helfen. Marianne Thyssen, Kommissarin für Beschäftigung und Soziales kommentierte die Verabschiedung der Programme: "Der Fonds unterstützt die Menschen in ihre ersten Schritten heraus aus der Armut und der sozialen Ausgrenzung. Dies ist ein starkes Symbol der Solidarität der EU." Der Fonds soll materielle Hilfe für diejenigen bereitstellen, die unter den schlimmsten Formen der Armut leiden - einschließlich Mangelernährung und Obdachlosigkeit. Die durch den Fonds gewährte Unterstützung kann Nahrung, Kleidung und andere lebensnotwendige Güter für den persönlichen Gebrauch (wie Schuhe und Seife) beinhalten, sowie Maßnahmen zur sozialen Integration fördern.

 

Ein Viertel der EU-Bevölkerung von Armut und Ausgrenzung bedroht

Im Jahr 2013 waren mehr als 120 Millionen Menschen in der EU – knapp 25 Prozent der Bevölkerung – von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedroht . Knapp zehn Prozent der Bevölkerung litten unter erheblicher materieller Entbehrung.

Jüngsten Daten zufolge ist in Bulgarien, Rumänien, Griechenland, Lettland und Ungarn sogar mehr als ein Drittel der Bevölkerung armutsgefährdet und von sozialer Ausgrenzung bedroht. In der Hälfte der Mitgliedsstaaten lebt eines von drei Kindern in Armut.

Nach Angaben einer Studie des Paritätischen Wohlfahrtverbandes gelten allein in Deutschland zwölf Millionen Menschen als arm – mehr als jemals zuvor. Auch der Mindestlohn wird die Entwicklung nicht stoppen.

Hilfsprogramme ergänzen Europäischen Sozialfonds

?Hauptinstrument der Europäischen Union zur Unterstützung der Beschäftigungsfähigkeit, der Bekämpfung der Armut und Förderung der sozialen Eingliederung ist der Europäische Sozialfonds (ESF), den die Kommission unter José Manuel Barroso 2013 beschlossen hatte. Dieses Finanzinstrument im Wert von über 86 Milliarden Euro soll im Zeitraum 2014 bis 2020 direkt in die Qualifikation der Menschen investieren, um ihre Chancen auf dem Arbeitsmarkt zu verbessern. Dennoch leiden einige der schwächsten Bürger unter extremen Formen der Armut, weil sie zu weit weg vom Arbeitsmarkt sind, um von den Maßnahmen zur sozialen Eingliederung durch den ESF zu profitieren. Im Jahr 2014 ins Leben gerufen, soll der Fonds für die europäische Hilfe an Bedürftige (FEAD) dafür sorgen, dass diese Menschen auch von der europäischen Solidarität profitieren. Obwohl die Kompetenzen für den Kampf gegen die Armut vor allem bei den Mitgliedstaaten liegen, kann die EU eine unterstützende Rolle spielen.

Mitgliedsstaaten haben großen Entscheidungsfreiraum

Die FEAD bietet eine hohe Flexibilität für die Mitgliedstaaten. Jeder Mitgliedstaat hat die Zielgruppe der "Bedürftige" in seinem nationalen operationellen Programm selbst definiert. Die Mitgliedstaaten haben auch die Art der materiellen Hilfe, die sie anbieten möchten – Lebensmittel oder Grundnahrungsmittel oder eine Kombination von beidem – selbst gewählt, ebenso wie ihr bevorzugtes Modell zur die Beschaffung und Verteilung der Lebensmittel und Waren.

Die FEAD ersetzt das Nahrungsverteilungs-Programm der EU für Bedürftige (MDP) aus dem Jahr 1987. MDP wurde geschaffen, um die zu dieser Zeit existierenden Nahrungsüberschüsse gut zu nutzen. Mit dem Abbau der Interventionsbestände als Folge der Reformen der gemeinsamen Agrarpolitik wurde die MDP Ende des Jahres 2013 eingestellt. EurActiv.de  nsa 27

 

 

 

In Geiselhaft des Wirtschaftswachstums

 

Ins Zentrum der Wirtschaftsordnung gehört die Anerkennung ökologischer Grenzen!

 

Die Menschheit tritt in eine neue Erdepoche ein. Paul J. Crutzen, der Nobelpreisträger für Chemie, spricht vom Anthropozän, das die gemäßigte Warmzeit der vergangenen 11.700 Jahre ablöst. Sie hat die menschliche Zivilisation geprägt und die rasche Entwicklung von Urbanisierung und Landwirtschaft ermöglicht. Der Begriff Anthropozän ist kein modisches Schlagwort, sondern ein Konzept von enormer Tragweite. Für das Time Magazine ist es nicht von ungefähr eine der zehn wichtigsten Ideen unserer Zeit. Einerseits lässt es keinen Zweifel an dem Verursacher der ökologischen Verrottung der Erde, andererseits weist es darauf hin, dass nur der Mensch selbst die ökologische Zerstörung beenden kann.

Die Fakten sind bekannt. Ohne einen sozialen und ökologischen Gesellschaftsvertrag wird die Welt durch die Grundprinzipien der industriellen Moderne zu einer zerbrechlichen Einheit. Auch der Brundtland-Bericht warnte bekanntlich vor einer verschmutzten, überbevölkerten, ungleichen und störanfälligen Erde. Und doch: Der Widerspruch zwischen Wissen und Handeln wächst.

 

Die Tragik unserer Zeit

Wie nie zuvor verfügt die Menschheit über gewaltige technische und wirtschaftliche Möglichkeiten. Doch diese werden nicht genutzt, um den Klimawandel zu stoppen, die Spaltung Europas zu beenden und die Risiken der Finanzmärkte in den Griff zu bekommen. Eine solidarische Welt bleibt unerreichbar. Die Moderne gerät in Konflikt mit sich selbst, weil die Modernisierungsprozesse zu einer immer weitergehenden Arbeitsteilung, Optionssteigerung, Beschleunigung und Machtkonzentration führen. In allen Bereichen der Wirtschaft und Gesellschaft nimmt die Entgrenzung in der zeitlichen und räumlichen Dimension rasant zu.

Die hohen Anforderungen an Integration, Koordination und Kompatibilität werden immer weniger erfüllt, je internationaler, komplexer und weitreichender die Prozesse werden. Die Entwicklung der Gesellschaft gerät in einen Modernitätsrückstand. Damit stößt wirtschaftliches Wachstum an soziale und ökologische Grenzen und Arbeit, Natur und Geld werden zu nichts als Waren, ohne Rückbindung an Lebenswelt und Ökosysteme.

Natürlich braucht eine Gesellschaft eine Ökonomie, aber die Gesellschaft selbst darf nicht zur Ökonomie werden. Sonst erniedrigen die Marktkräfte die menschlichen Tätigkeiten, erschöpfen die Natur und machen Währungen krisenanfällig. Das ist die wichtigste Erkenntnis von Karl Polanyi in seinem Hauptwerk The Great Transformation. Er beschreibt die Marktgesellschaft als Entbettung der Ökonomie aus sozialen Bindungen.

 

Die Große Transformation 2.0

Die Antwort muss ein neuer Gesellschaftsvertrag sein. Dabei geht es nicht nur um einzelne Probleme wie die Erderwärmung, die Überschreitung planetarischen Grenzen, die Finanzkrise oder soziale Unterschiede. Wichtiger ist die Erkenntnis, dass sie in einem inneren Wechselverhältnis mit der Entwicklungslogik der industriellen Moderne stehen.

Die wichtigste Schlussfolgerung ist deshalb dieselbe, die John Maynard Keynes nach der Weltwirtschaftskrise gezogen hat: Sie war nicht nur das Altersrheuma, sondern auch der Geburtsschmerz einer neuen Epoche. Erneut erleben wir einen neuen tiefen Einschnitt: Die entfesselte Globalisierung ist die Große Transformation 2.0. Eine gute Zukunft braucht eine sozialökologische Antwort. Denn anders als im quantitativen Wachstum muss die Natur als limitierender Faktor gesehen werden.

Und doch bleibt die Politik seit vier Jahrzehnten im Streben nach Wachstum gefangen. Sie müht sich ab, den Erwartungen der Märkte gerecht zu werden. Damals begann unter der Vorherrschaft der Banken die Deregulierung, die in die Finanzkrise 2008 führte. Heute sollen die Freihandelsabkommen CETA und TTIP den Neoliberalismus mit anderen Mitteln fortsetzen. Sogar die ökologische Selbstvernichtung wird denkbar.

Der Mensch schafft Monokulturen, rottet Tier- und Pflanzenarten aus. Er reguliert Flüsse, entfischt die Meere, beutet Rohstoffe aus. Die tropischen Wälder verschwinden in beängstigendem Tempo, mehr als drei Viertel der eisfreien Landflächen existieren nicht mehr in ursprünglichem Zustand. An vielen Strandregionen bestehen feine Sandkörner zu 40 Prozent und mehr aus Plastik. Agroindustrie und Geoengineering entfernen uns von der Natur. All das muss vor dem Hintergrund der nachholenden Industrialisierung bevölkerungsreicher Staaten wie China, Indien oder Brasilien gesehen werden – und mindestens weiteren 1,5 Milliarden Menschen bis zum Jahr 2050.

Damit es nicht zu Folgen kommt, die jenseits unserer Vorstellungskraft liegen, brauchen wir eine Annäherung an die Wahrheit. Doch die Wirklichkeit wird von Spezialisten zerlegt oder verliert sich in der Kurzfristigkeit des Augenblicks. Politik, die Zusammenhänge versteht und konkrete Visionen entwickelt, findet kaum noch statt. Wo bleibt die Vorgabe Alexander von Humboldts, der „die Erscheinung der Dinge in ihrem Zusammenhang“ stellt? Im Regime der kurzen Frist werden politische Entscheidungen immer isolierter und kurzfristiger.

Crutzen steht mit seinem Aufsatz The Geology of Mankind, der 2002 in Nature veröffentlicht wurde, in dieser Tradition. Der Mensch formt in nie gekannter Weise die Natur. Heute werden dreißig Mal mehr Sediment und Erde umgeschichtet als von der Natur selbst, neun Mal mehr Wasser verbraucht als vor 100 Jahren. 2008 wurde das Plateau der Ölförderung erreicht. Die Evolution wird in neue Bahnen gelenkt, der Mensch ist ein geologischer Faktor.

Dabei steht Anthropozän vor allem für den Klimawandel. Im letzten Jahrhundert wurde der Kohlendioxid-Ausstoß versiebzehnfacht. Wenn es nicht zu grundlegenden Veränderungen kommt, wird in drei Jahrzehnten eine globale Erwärmung um zwei Grad Celsius nicht mehr zu verhindern sein. Doch schon heute werden ärmste Weltregionen der Erderwärmung geopfert.

Wie weit die Menschenzeit bereits vorangeschritten ist, belegt das Konzept der planetarischen Grenzen. Es untersuchte neun Dimensionen, in denen die Gefahr schwerer, irreversibler Schäden besteht. Sieben Bereiche konnten bereits genau bestimmt werden, vier haben die Belastungsgrenzen überschritten: Biodiversität, Landnutzung, Klimasystem und Stickstoffkreislauf.

Das alles zeigt, der Umwelt- und Naturschutz braucht grundlegende Reformen: Ein bloßes Greening reicht nicht aus. Nur wenn es zu einer Ordnung kommt, die nicht in der Geiselhaft des wirtschaftlichen Wachstums bleibt, und nur mit einem reflexiven Fortschritt werden wir zu einer sozialökologischen Ausgestaltung der Transformation kommen. Dafür gehört die Ökologie – und damit die Anerkennung von Grenzen – ins Zentrum einer Wirtschafts- und Gesellschaftsordnung, die weder Mangel noch Überfluss kennt.

In erster Linie heißt das: mehr Demokratie wagen. Das Anthropozän verlangt, nicht von dem scheinbar nur Machbaren zu reden, sondern zuerst von dem Notwendigen. Dann kann über Machbarkeiten gestritten werden. Das Anthropozän ist die Chance, zu einer wirklichen Wende zu kommen.

Von: Michael Müller IPG 19

 

 

 

 

Die vierte industrielle Revolution

  

Hinweis: Dieser Beitrag gibt die Meinung des Autoren/der Autorin wieder und repräsentiert nicht notwendigerweise den Standpunkt von EurActiv.

 

Die Digitalisierung des Schreibtischlebens ist bereits in vollem Gange – nun sind die Fabrikhallen dran: Roboter planen autonom die optimalen Produktionsschritte, bestellen eigenständig Teile und organisieren die Auslieferung des Endprodukts zum Kunden. Industrie 4.0 wird das genannt. Europa möchte dabei vorne mitspielen, um den Weg aus der Krise zu finden.

Seit dem Ausbruch der Wirtschafts- und Finanzkrise 2008 beschäftigt sich die Europäische Union vorwiegend mit der Krisenbewältigung. Noch sind die Probleme nicht gelöst. Der nachfolgende Beitrag erschien bei treffpunkteuropa.de und ist Teil einer Serie, die alternative Wege aus der Krise vorstellt.

Dass auf der weltweit größten Ausstellung für Unterhaltungselektronik – die Consumer Electronics Show (kurz CES) in Las Vegas – nicht mehr nur Bildschirme flimmern, sondern auch Autos und Kühlschränke ausgestellt werden, mag einigermaßen verwundern. Doch die jährlich im Januar stattfindende IT-Messe zeigt, dass wir uns mitten in einer Revolution befinden – vergleichbar mit der Elektrifizierung. Die technischen Geräte um uns herum werden intelligenter und sollen in Zukunft sämtliche Lebensbereiche erfassen. Über das Internet sind sie miteinander verknüpft (Internet der Dinge) und entwickeln aus der Masse an gewonnen Daten (Big Data) eigenständig Lösungen für ein besseres Leben und neue Freiräume. Dass Autos ihre Passagiere autonom an ihr gewünschtes Ziel fahren und Kühlschränke von allein Lebensmittel bestellen, scheint nur der Beginn einer langen Entwicklung zu sein.

Das Zusammenwachsen der realen und virtuellen Welt verändert nicht nur die Freizeit, sondern auch das Arbeitsleben: "Die Wirtschaft steht an der Schwelle zur vierten industriellen Revolution", heißt es dazu auf der Internetseite des Bundesbildungsministeriums. Im Klartext bedeutet das: Nach der Automatisierung kommt nun die Digitalisierung der Fabrik – die Industrie 4.0. In dieser sind Roboter und Maschinen an das Internet angeschlossen, sie kommunizieren miteinander und fällen eigenständig Entscheidungen. Allein durch die erzielte Produktivitätssteigerung könnte die EU ihr selbstgestecktes Ziel erreichen. Nämlich den Industrieanteil an der gesamtwirtschaftlichen Wertschöpfung von derzeit 15 Prozent auf 20 Prozent bis 2020 zu steigern.

"Wir müssen eher aufholen, als dass wir an der Spitze stehen"

Kein Wunder, dass Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker die digitale Agenda zu einem Schwerpunkt seiner Politik erklärt hat. Der Luxemburger erhofft sich von einem vernetzten digitalen Binnenmarkt in Europa ein zusätzliches Wachstum von bis zu 250 Milliarden Euro in den kommenden Jahren und hunderttausende neue Arbeitsplätze. In ihrem Arbeitsprogramm für das Jahr 2015 kündigt die Kommission deswegen eine Ergänzung des Regulierungsrahmens für den Telekommunikationssektor und eine Anpassung des Urheberrechts an. Zudem soll unter anderem die Digitalisierung auch in anderen Politikbereichen verankert und die Cyber-Sicherheit erhöht werden. Wie genau ein einheitlicher digitaler Wirtschaftsraum in Europa geschaffen werden kann, möchte der zuständige EU-Kommissar für "Digitale Wirtschaft und Gesellschaft" Günther Oettinger bis Mai erarbeitet haben. Für ihn steht fest: "Europa ist in keiner guten Form, was seine Informationstechnologie anbelangt."

Das ist kaum bestreitbar: US-Unternehmen wie Google, Amazon und Facebook zeigen, dass die EU den ersten Schritt der Digitalisierung verschlafen hat. Jahrelang stand für die Kommission die Senkung der Roaming-Gebühren und der Preise für Telekommunikationsangebote mehr im Mittelpunkt als die Harmonisierung der Märkte. Die Folge: Ehemalige Branchenprimusse wie Siemens, Nokia oder Alcatel spielen heute auf den internationalen Märkten für das digitale Geschäft nur noch eine untergeordnete Rolle. Die Befürchtung ist, dass führende Unternehmen im digitalen Bereich nun auch die industrielle Produktion übernehmen könnten. So forscht der Internetgigant Google bereits an einem autonom fahrenden Auto. "Wir müssen eher aufholen, als dass wir an der Spitze stehen", stellte Angela Merkel jüngst auf dem Wirtschaftsforum in Davos fest.

Jeder zweite Job gefährdet

Doch nicht nur die Harmonisierung der Märkte steht der Aufholjagd im Wege, sondern auch ein massiver Investitionsstau: Die EU schätzt, dass der Ausbau eines flächendeckenden Hochgeschwindigkeitsnetzes unter anderem mit Glasfaserkabeln zwischen 180 und 270 Milliarden Euro kostet. Schnelle, störungsfreie Übertragungswege bilden die Voraussetzung für die Digitalisierung der europäischen Wirtschaft und damit für die Industrie 4.0. Finanziert werden soll der Ausbau des Breitbandnetzes unter anderem mit Hilfe des von Juncker angekündigten 315 Milliarden schweren Investitionsprogramms – zumindest wenn es nach Vorstellung der deutschen Bundesregierung geht. Sie fordert die Kommission in einem offenen Schreiben dazu auf, einen "maßgeblichen Schwerpunkt" auf den Ausbau der digitalen Infrastruktur zu legen.   

Zudem muss für eine bessere Akzeptanz innerhalb der Bevölkerung geworben werden. In den kommenden 20 Jahren dürfte jeder zweite Job gefährdet sein, weil Maschinen verstärkt Routinearbeiten übernehmen. Dadurch verschieben sich die Ansprüche an die Arbeitnehmer. Sie sollen verstärkt Prozesse vorausdenken, mögliche Fehlerquellen beheben und ihre Analysen in Software übersetzen. "Wir müssen es schaffen, dass Digitalkompetenz in allen Teilen der Gesellschaft ohne Wenn und Aber als Schlüsselqualifikation begriffen und angestrebt wird", stellte der Arbeitgeberpräsident Ingo Kramer auf einer Fachtagung zum Thema digitale Wirtschaft und Arbeitswelt Ende vergangenen Jahres deswegen klar. Gleichzeitig spielt den Unternehmen aber der demografische Wandel in die Hände. Bereits jetzt ist absehbar, dass eine zunehmende Zuwanderung diesen nicht ausgleichen kann. Umso wichtiger ist es, die verbleibenden jungen Leute auf die Arbeitswelt der Zukunft vorzubereiten. Die Förderung von Digitalkompetenzen und des digitalen Lernens ist deswegen ein weiterer Schwerpunkt der EU-Kommission auf dem Weg zu einem digitalen Binnenmarkt.

Der Autor - Julius Leichsenring studiert an der Universität Halle - Wittenberg im Master Politikwissenschaft. Journalistische Erfahrung sammelte er unter anderem bei der Süddeutschen Zeitung und stern.de. Er ist der ehemalige Chefredakteur von treffpunkteuropa.de.   EA 5

 

 

 

Merkel: "Juncker-Plan wirkungslos ohne Reformen in Euroländern"

  

Bundeskanzlerin Angela Merkel stellt sich hinter das 315-Milliarden-Investitionspaket von EU-Kommissionschef Jean-Claude Juncker. Allerdings sei der Plan kein Ersatz für dringend notwendige Reformen und Sparmaßnahmen in den Euroländern. Auch beim Thema TTIP müsse sich Europa schneller bewegen.

Das 315-Milliarden-Investitionsprogramm von EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker erhält Rückendeckung von Bundeskanzlerin Angela Merkel. "Der Juncker-Plan steht für einen Paradigmenwechsel in der Europäischen Union. Wir unterstützen die Initiative", so Merkel am Montag auf einer Veranstaltung der Europäischen Investitionsbank (EIB) in Berlin.

Merkel schrieb den Investitionen eine Schlüsselrolle zu, um die Wachstumsschwäche in Europa zu überwinden. So habe sich Deutschland entschieden, fast alle finanziellen Spielräume für wachstumsfördernde Ausgaben zu verwenden. Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble habe bereits angekündigt, dafür zehn Milliarden Euro mehr bereitzustellen. Und sofern sich weitere Haushaltsspielräume ergäben, "werden wir das auch immer weiter fortschreiben", kündigte Merkel an.

Doch der Investitionsplan reiche nicht aus, um Innovationskraft und Wettbewerbsfähigkeit in Europa und speziell in der Eurozone zu stärken: Notwendig seien weitere Haushaltskonsolidierungen und Strukturreformen, mahnte Merkel. "Wir gehen davon aus, dass sich alle nunmehr an die festgelegten Regeln halten." Konsequentes Sparen und Wachstum würden sich nicht ausschließen.

Zugleich richtete Merkel den Blick nach Deutschland und forderte mehr Offenheit für die Freihandelsabkommen mit den USA (TTIP) und Kanada (CETA). Ein Blick nach Asien reiche, um zu sehen, was im Bereich der Freihandelsabkommen los sei. Dort würden die Wirtschaftsmächte USA und China jeweils eine Reihe von Abkommen abschließen. "Wir werden ganz intensiv mit der EU-Kommission zusammenarbeiten, um CETA und TTIP auf den Weg zu bringen. Das Zeitfenster ist nicht unendlich groß", so Merkel.

Juncker: Wir müssen "raus aus dem Investitionsloch"

Laut Kommissionspräsident Juncker befindet sich Europa in einem "Investitionsloch". Das gelte nicht nur für Krisenländer, sondern auch in europäischen Spitzenwirtschaften wie Deutschland. EU-weit lägen die Investitionen um 15 Prozent unter dem Stand von 2007. "Wir müssen aus diesem Investitionsloch endlich herauskommen", sagte Juncker auf der EIB-Konferenz.

Juncker will mit Hilfe eines Garantiefonds von 21 Milliarden Euro, der aus EU-Haushaltsmitteln und von der EIB gespeist wird, bis 2017 Investitionen der Privatwirtschaft in Höhe von insgesamt 315 Milliarden Euro auslösen. Damit könnte nach den Worten Junckers die Wirtschaftleistung der EU in den nächsten drei Jahren um bis zu 410 Milliarden Euro steigen und bis zu 1,3 Millionen neue Jobs geschaffen werden. Die Prioritäten für das Programm seien klar: Verkehr, Energie, Forschung und die Digitalwirtschaft.

Doch auch Juncker forderte mehr Anstrengungen von den Mitgliedsstaaten. "Wer glaubt, mein Investitionsplan genügt, um Wachstum zu schaffen, der irrt sich gewaltig", sagte der Luxemburger. Die EU-Länder müssten das Investitionsklima verbessern, Bürokratie abbauen, die Energieunion und den Digitalen Binnenmarkt aktiv vorantreiben. "Wenn wir hier nicht genügend Eifer an den Tag legen, dann bleibt der Plan nur ein Plan", so Juncker.

Hoyer: Jährliche Investitionslücke von über 500 Milliarden Euro

EIB-Präsident Werner Hoyer bezifferte die notwendigen Investitionen EU-weit auf mehr als 500 Milliarden Euro pro Jahr, davon 130 Milliarden für Forschung und Entwicklung. Europa falle in vielen Bereichen hinter die weltweite Konkurrenz zurück. "Es vollzieht sich eine neue industrielle Revolution", sagte Hoyer. "Es ist Zeit, den Krisenmodus hinter uns zu lassen."

Hoyer und Juncker zeigten sich zuversichtlich, dass die gesetzgeberischen Vorarbeiten für die angekündigte Initiative bis zum Sommer erledigt seien und "man im Herbst das Ding stehen habe". Doch nötig sei kollektives Handeln von EU, Mitgliedsstaaten und Privatwirtschaft: "Machen Sie alle mit, sonst wird das nichts".  EurActiv.de, Dario Sarmadi 2

 

 

 

 

 

Ein Islam österreichischer Prägung. Nationalrat in Wien verabschiedet neues Islamgesetz

 

Österreich erhält ein neues Islamgesetz. Während die Befürworter darin ein Musterbeispiel für die Integration der Muslime in Europa sehen, üben vor allem Muslime heftig Kritik an dem Gesetz. Sie sehen sich unter Generalverdacht gestellt. Am Mittwoch passierte das Gesetz den Nationalrat. - VON Barbara Schneider

 

Das Islamgesetz in Österreich hat einen lange Geschichte. Über hundert Jahre ist es inzwischen alt. Einst verabschiedet, um bosnischen Muslimen im Habsburgerreich Rechtsicherheit und Religionsfreiheit zu gewähren, erfolgten seither immer wieder vergleichsweise kleine Korrekturen an dem Gesetz. Eine grundlegende Neufassung blieb jedoch aus. Das neue Gesetz, das Außen- und Integrationsminister Sebastian Kurz und der für Kultur zuständige Kanzleramtsminister Josef Ostermayer auf den Weg gebracht haben, stellt eine grundlegende Neuausrichtung dar. Damit soll das Islamgesetz von 1912 der Zeit angepasst werden.

Kritik kam vor allem von den islamischen Verbänden. Die Islamische Glaubensgemeinschaft in Österreich, die sich lange Zeit als Vertretung aller Muslime in Österreich verstand, stört sich daran, dass “Misstrauen ihnen gegenüber vermittelt und der Gleichheitsgrundsatz verletzt wird”. In einer Stellungnahme vom Januar heißt es, die Gesetzesvorlage trage “in zentralen Punkten nicht den Bedürfnissen und Erwartungen der in Österreich lebenden Muslime hinreichend Rechnung”. Der Verband kritisiert unter anderem das Verbot der Auslandsfinanzierung.

Drei Jahre lang wurde an dem Entwurf gefeilt. Das Gesetz soll einen “Islam österreichischer Prägung” schaffen, hatte der ÖVP-Politiker Kurz bei der Vorstellung des Entwurfes gesagt. Mit dem Gesetz für die rund 600.000 Muslime werde auf veränderten Herausforderungen für die Religionsgemeinschaften reagiert und sichergestellt, dass es keine Einflussnahme und Kontrolle aus dem Ausland gebe, argumentierte Kurz.

Nach dem neuen Islamgesetz erhalten die anerkannten islamischen Religionsgemeinschaften den Status einer Körperschaft öffentlichen Rechts. Das Gesetz regelt aber auch, dass sich die Muslime dem geltenden staatlichen Recht unterordnen müssen. Der österreichische Bundeskanzler kann aus Gründen der inneren Sicherheit die Anerkennung einer Religionsgemeinschaft ablehnen.

Die islamischen Glaubensgemeinschaften werden zudem dazu verpflichtet, Imame zu entlassen, die eine Gefahr für die öffentliche Sicherheit darstellen. Darüber hinaus dürfen Muslime eigene Seelsorger bestellen. Zugesichert wird ihnen auch der dauerhafte Erhalt islamischer Friedhöfe, das Recht zu schächten oder zur Beschneidung. Bis Januar 2016 soll zudem an der Universität Wien eine Ausbildungsstätte für den geistlichen Nachwuchs eingerichtet werden.

Trotz massiver Einwände wurde letztlich nur in wenigen Punkten nachgebessert: So sollen vom Ausland finanzierte Imame noch bis zu einem Jahr nach Inkrafttreten des Gesetzes in Österreich tätig bleiben können. Ursprünglich war eine Frist bis Ende 2015 vorgesehen. Zudem soll bei der Einführung des Islamstudiums vermehrt auf das Lehrpersonal geachtet werden, das einer der anerkannten islamischen Religionsgesellschaft angehören soll. Die Türkisch Islamische Union Atib, der größte Dachverband der Moscheevereine in Österreich, hat inzwischen angekündigt, gegen das Gesetz vor den Verfassungsgerichthof zu ziehen. (epd 26)

 

 

 

 

Bundestag sagt breite Zustimmung für Verlängerung der Griechenland-Hilfen zu

 

Heute wird der Bundestag über eine Verlängerung des Hilfsprogramms für Athen entscheiden. Trotz wachsender Kritik an Griechenlands Verhalten sagten alle Parteien zu, mehrheitlich zustimmen zu wollen. Unterdessen gab es in Athen Ausschreitungen bei Protesten gegen die Syriza-Regierung.

Vor der Abstimmung des Bundestages über eine Verlängerung des Hilfsprogramms für Griechenland zeichnen sich vor allem Zustimmung ab. Sowohl CDU und CSU ls auch SPD, Grüne und Linke haben vor der Abstimmung am heutigen Freitagvormittag mehrheitlich zugesagt, einer Fortführung der Hilfen zustimmen zu wollen.

Bundespräsident Joachim Gauck sagte, er heiße die voraussichtliche Mehrheit gut. „Das Parlament ist verantwortungsbereit und nimmt sich der Sache mit großer Ernsthaftigkeit an“, so Gauck im MDR Info. Der Bundestag stelle sich der Frage, was Europa gewinne, wenn ein Teil der Gemeinschaft verloren gehe.

Dennoch kritisieren mehr und mehr Politiker den Weg der griechischen Regierung, nachdem der griechische Finanzminister Yianis Varoufakis am Mittwoch erneut einen Schuldenschnitt angesprochen hatte.

Athen hatte noch vor wenigen Tagen zugesichert, dass es die Forderungen der Euro-Partner erfüllen werde. Die bisherigen Kredithilfen der Euro-Partner für Griechenland seit 2010 belaufen sich auf 240 Milliarden Euro. Etwa 55 Milliarden Euro entfallen auf Deutschland.

Schulz: Griechenland verspielt Vertrauen

Der EU-Parlamentspräsident Martin Schulz übte starke Kritik an seinem griechischen Amtskollegen: "Ein Finanzminister, der wenige Tage, nachdem er mit 18 seiner Kollegen eine Einigung erzielt hat, diese wieder in Frage stellt oder neue Forderungen ins Spiel bringt, schafft kein Vertrauen. Im Gegenteil: Er verspielt es", sagte Schulz gegenüber der "Rheinischen Post."

In der Bevölkerung ist der Zuspruch für die Verlängerung der Hilfen mäßig. Laut einer repräsentativen Umfrage von Emnid für den Sender N24 sagten 43 prozent der Deutschen, dass sie Griechenland bereits jetzt jetzt keine Hilfen mehr gewähren würden.

Schwere Ausschreitungen bei Demonstrationen gegen Tsipras

In Athen selbst kam es am Donnerstagabend am Rande der ersten Demonstration gegen die Regierung von Ministerpräsident Alexis Tsipras zu schweren Ausschreitungen. Dutzende Vermummte lieferten sich im Zentrum der griechischen Hauptstadt Auseinandersetzungen mit Bereitschaftspolizisten, schlugen Schaufester ein, warfen Benzinbomben und setzten Autos in Brand. Zuvor hatten rund 450 linksextreme Demonstranten gegen die Links/Rechts-Koalition von Tsipras protestiert.

Nach wochenlangem Streit hatten sich das klamme Griechenland und die Euro-Partner zuletzt auf eine Verlängerung des Hilfsprogramms verständigt. Dieser Schritt war auch in den Reihen der Linkspartei Syriza kritisiert worden. Tsipras war mit dem Wahlversprechen angetreten, das Rettungsprogramm aufzukündigen, das an Reformen und Sparmaßnahmen gekoppelt ist.  nsa mit rtr 27

 

 

 

 

Roms Anlaufstelle für Flüchtlinge: das Centro Astalli der Jesuiten

 

Mitten im Stadtzentrum Roms, zwei Schritte von der Piazza Venezia mit dem mächtigen weißen Marmordenkmal zur Einigung Italiens, sitzt eine der wichtigsten Anlaufstellen der Stadt für Flüchtlinge. Die Via degli Astalli ist eine unscheinbare Gasse. Eine Menschentraube wartet dort vor einem Eingang, auf dem nichts als die Hausnummer – 14 – angeschrieben ist. Die Menschen, die davor stehen, wissen: hier bekommen sie Hilfe.

„Um hier zu essen bitte die blaue Karte zeigen” heißt es innen auf einem Schild auf Italienisch, Französisch und Englisch. Rechts ein Foto von Papst Franziskus. Es zeigt ihn, wie er eben diese schmale Türschwelle überschreitet, am 10. September 2013. Über dem Foto steht in blauer Schrift Centro Astalli. Das ist der Jesuiten-Flüchtlingsdienst in Rom.

Ich gehe die Stufen hinunter auf der Suche nach der Medienreferentin. Donatella Parisi engagiert sich seit zwölf Jahren für das Haus. Neben mir sehe ich Mitarbeiter des Zentrums, sie erklären den Flüchtlingen, wann es wieder Essen gibt und was zu tun ist, um die Karte zu erhalten. Donatella Parisi klärt mich auf:

„Also wir geben hier zwei Karten aus: eine gelbe und eine blaue. Die gelbe Karte bekommst du, wenn du dich das erste Mal hier für das Essen anstellst. Also es wird niemanden verwehrt hier zu essen. Mit der gelben Karte bekommst du bei deinem zweiten Besuch die blaue Karte. Mit dieser blauen Karte kannst du jeden Tag Vormittag oder Nachmittag kommen und die Angebote, die Dienste nützen, die das Centro Astalli anbietet.“

Täglich erhalten hier 450 Menschen warmes Essen, Rechtsbeistand, medizinische Versorgung und können sanitäre Anlagen nützen. Der Jesuiten-Flüchtlingsdienst ist in 54 Ländern aktiv, auf vier Kontinenten. Afrika, Asien, Amerika und Europa. Der Auftrag der karitativen Hilfsorganisation heißt „begleiten“. Menschen werden begleitet, die ihr Land aufgrund von Verfolgung oder Krieg verlassen mussten. In dem Zentrum gibt es eine Kapelle, aber auch einen Raum mit Teppichen, wo Muslime beten können. Ein Großteil der Flüchtlinge ist islamischen Glaubens, daher ist das Essen ihren Regeln angepasst. Kein Schinken, kein Schweinefleisch, erklärt Parisi.

Zusätzlich bietet der Flüchtlingsdienst in Rom Unterkünfte an. Vier Wohnhäuser gibt es, zwei für Männer, eines für Frauen und eines für Familien. Ebenso gibt es eine italienische Sprachschule, die mehr als 200 Menschen unterrichtet und ein weiteres „Centro d’Asolto“ – ein Beratungsdienst für rechtliche Probleme und Anfragen, der auch den Weg in die Selbstständigkeit unterstützt. Das heißt, dort werden den Flüchtlingen Jobs und Wohnungen vermittelt. 

Am beliebtesten ist die Mensa, erklärt Parisi. Prinzipiell sind alle Dienste lediglich für Flüchtlinge zugänglich: Menschen, die ihr Land verlassen mussten aufgrund von Verfolgung oder Krieg. Aber kann es nicht auch passieren, dass auch andere Obdachlose sich verirren und um Hilfe bitten?

„Es gibt bereits eine Selektion, noch bevor wir eingreifen. Man weiß in der Stadt, dass wir hauptsächlich für Flüchtlinge da sind. Wenn es jetzt passiert, dass Frauen, die auf der Straße leben und Hunger haben, kommen, dann kriegen sie einen Teller Pasta. Aber es wird ihnen auch erklärt, dass wir für Flüchtlinge arbeiten, und es gibt für sie andere Anlaufstellen in Rom, die sie mit besseren, anderen Dienstleistungen versorgen können als wir hier.“

Die Essensräume wirken wie Schulzimmer. Überall hängen Bilder in den Räumen. Fantasie ist wichtiger als Wissen. Ein Zitat von Albert Einstein unter einem Bild von Flüchtlingskindern. Woran man erkennt, dass sie Flüchtlinge sind? Wahrscheinlich daran, dass sie keine saubere Kleidung tragen und am Boden herumlungern. Aber sie lächeln, das ist das Erlösende an dem Bild.

Ich frage mich, wie es wohl sein mag, wenn ich aus meinem Land flüchten musste, die lange Reise überstanden habe, aber dennoch nichts habe. Wenn ich nicht weiß, wo ich hinsoll, was ich eigentlich machen soll, wo ich eigentlich hin muss.

„Wenn du zum Beispiel von der Elfenbeinküste oder aus Syrien flüchtest, dann ist es klar, dass deine Geschichte an eine Zwangsmigration gebunden ist. Und dann wird dir hier erklärt, dass du ein Recht auf Asyl hast. Auch wenn du nichts in der Hand hast, dann kannst du hier langsam verstehen, was du machen musst, um einen Lebensweg in Italien zu starten.“

Das Centro Astalli existiert im Übereinkommen mit der Stadt Rom. Die Gemeinde verlangt regelmäßige Rechenschaftsberichte, die das Zentrum vorlegen muss. Wie viele Menschen kommen, welcher Nationalität, solche Dinge. Die blaue Karte ist eine Art Registrierung. Mitte April wird es einen neuen öffentlichen Bericht für 2015 geben, erklärt Parisi. Mir verrät sie schon vorab: Stark zugenommen hat in den vergangenen Jahren hat die Zahl der Flüchtlinge aus Westafrika.

„Sie kommen aus Mali, Mauretanien, Senegal, aus Guinea. Viele von der Elfenbeinküste. Konstant ist die Präsenz der Afghanen, aber gibt einen Schwund der Präsenz der Eriträer und der Somalier, die davor vermehrt gekommen sind. Syrier sehen wir hier eigentlich fast keine. Sie wollen meist Migrationsziele in Nordeuropa erreichen und sehen Italien als Durchzugsland. Deswegen halten sie sich versteckt, um weiter zu reisen. Denn auch sich in einer Mensa wie unserer zu zeigen, bedeutet mitunter, dass sie ihr Zielland nicht erreichen können. “

Ohne Ehrenamtliche würde das Zentrum wohl nicht funktionieren. Der Arzt, der Anwalt, die Jugendlichen, die bei der Essensausgabe helfen: Sie alle sind Freiwillige. Sie helfen, weil sie helfen wollen. Für die Flüchtlinge kann der Ehrenamtliche aber noch viel mehr bedeuten.

„Der Ehrenamtliche stellt den ersten positiven menschlichen Kontakt für diese Flüchtlinge dar, die oft viele Monate oder auch Jahren der Angst und der Flucht hinter sich haben. Sie hatten mit Menschenhändlern zu tun, die sie misshandelten und böse zu ihnen waren. Sie kommen also hier an, terrorisiert, haben Angst und kein Vertrauen mehr in den Menschen. Und hier finden sie dann jemanden vor, der vielleicht mit einer simplen Geste – das Reichen des Tellers mit Essen, die Frage: wie geht es dir? – es schafft, Vertrauen zu vermitteln. Deswegen ist das Ehrenamt - ein Mensch, der das aus freien Stücken macht und daran glaubt – eine unglaubliche Bereicherung für eine Einrichtung wie die unsere.“

Das bestätigt mir auch der aus Somalia stammende 33-jährige Flüchtling Wiss. Er ist vor vier Jahren nach Italien gekommen. Centro Astalli war für ihn ein wichtiger Ort. Der einzige Ort, der ihm zu essen gab, erklärt er.

„Eine Person, die ein Ehrenamt macht, ist ein guter Mensch. Man sieht das. Denn diese Person sieht und fühlt den Schmerz der Flüchtlinge. Die Menschen, die uns ihre Zeit schenken, ohne dafür bezahlt zu werden, sind gute Menschen. Sie haben ein gutes Herz und ich werde ihnen dafür dankbar sein, für immer.“

Wiss ist ein Beispiel dafür, was die Arbeit der Volontäre bewirken kann. Nach vier Jahren kann er Italienisch, hat einen Asylantrag gestellt und ihn bewilligt bekommen. Er arbeitet jetzt an der Rezeption eines Hotels.

„Ich habe eine lange Reise gemacht. Sie dauerte sieben Monate. Eine gefährliche Reise, so wie man immer davon spricht. Erst in der Wüste, dann auf dem Mittelmeer. Ich bin in Lampedusa angekommen, und dann haben sie mich nach Rom gebracht.“

Er hat sein Land am Horn von Afrika verlassen und alles dabei aufs Spiel gesetzt. Jetzt kann er sagen: Ja, es hat sich gelohnt.

„Ja, am Ende ja. Ich habe lange gebraucht, um das alles zu realisieren. Danke an Gott und Danke an all die Menschen, die mir geholfen haben. Wir reden davon, wie es mir heute geht. Aber es war nicht leicht den Traum zu realisieren.“

Heute nützt Wiss diese Chance und erzählt Schülern davon, wie seine Reise verlaufen ist. Das Projekt „Finestra“, also Fenster, wird von „Centro Astalli“ angeboten und soll den Blick von Klassen und Schulen aus dem Fenster hinaus führen. Flüchtlinge kommen zu ihnen in die Klasse oder die Klasse kommt zu den Flüchtlingen. Aufklärung kann beim Verstehen helfen und dabei, die Jugendlichen aufzuwecken.  (rv 24.02.)

 

 

 

 

Neues EU-Projekt. Deutsch lernen – aber wo? Und wie?

 

Das Problem ist nicht neu. Einwanderer wollen Deutsch lernen, wissen aber nicht wohin. Ein neues EU- Projekt soll Abhilfe schaffen. Ziel: Aufbau von Zentren zur Sprachlernberatung für Migranten.  VON Hilde-Annedore Fischer

 

Migranten in Europa sehen sich bei der Suche nach geeigneten Sprachkursen einer Vielzahl von Möglichkeiten ausgesetzt: Kostenlose Integrationskurse, kostenpflichtige Sprachkurse, Selbstlernmaterialien, Tandems, Apps und vieles mehr. Die Möglichkeit zur Integration in ein fremdes Land steht und fällt jedoch mit der Beherrschung der Landessprache. Doch wie eine passende Sprachlernoption finden, wenn jeder Kursanbieter nur Beratung für seine eigenen Kurse anbietet?

Zur Lösung dieses Problems arbeitet die Sprachschule Iberika seit 2013 an dem von der Europäischen Kommission geförderten Projekt „L2 Paths“- Pathways to Host Country Languages for Migrants, welches Teil des Programmes für Lebenslanges Lernen der Europäischen Union ist. Zusammen mit den Partnern aus Italien, Irland und weiteren Ländern entwickelt Iberika ein standardisiertes System zur Sprachberatung.

Die Sprachberatung

Die britischen Universitäten Hull, Newcastle und Leeds bieten schon seit den 90ern erfolgreich eine Sprachberatung für Studenten und Mitarbeiter an, die im Rahmen verschiedener Forschungsprojekte internationale Aufmerksamkeit auf sich gezogen hat. In Anlehnung daran haben die fünf europäischen Partner nun pro Land einen Sprachberater ausgebildet, welcher im zweiten Zug weitere Sprachberater ausbilden wird.

Wie wird die Sprachberatung aussehen? Der Migrant sucht das Sprachberatungszentum auf und erstellt dort gemeinsam mit dem Berater ein auf den Migranten und seine Situation zugeschnittenes Lernkonzept, welches individuelle Faktoren wie Kosten, Ort, Zeit, Sprachstand usw. mit einbezieht. In regelmäßigen Abständen sucht der Migrant danach auch weiterhin den Berater auf, um mit ihm gemeinsam das Lernkonzept auf Aktualität und Nutzen hin zu überprüfen. Ziel ist, in jedem der Projektländer fünf Zentren mit jeweils fünf Sprachberatern aufzubauen, welche voraussichtlich ab Frühjahr 2015 zur Verfügung stehen werden.

Das Path-finder online tool

Damit auch eine Sprachberatung aus der Ferne möglich ist, wurde das Path-finder online tool entwickelt: Nach dem Durchlaufen eines Fragebogens wird dort online ein erstes individuelles Sprachlernkonzept erstellt. Auch die Suche nach Kursanbietern und Sprachberatern in der Umgebung wird dort bald möglich sein, voraussichtlich wird die Plattform ebenfalls ab Frühjahr 2015 zur Verfügung stehen. MiG 27

 

 

 

Bildungsministerin Wanka. Integration von Zuwanderern ins Bildungssystem verstärken

 

Nach Überzeugung von Bildungsministerin Wanka kann Deutschland den demografischen Wandel nur mit Einwanderung bestehen. Um so dringender sei es, Einwanderer in das Bildungssystem zu integrieren.

 

Bundesbildungsministerin Johanna Wanka (CDU) setzt sich für eine bessere Integration von Zuwanderern ins Bildungssystem ein. “Wir müssen erkennen und einsehen, dass wir den demografischen Wandel nur mit Zuwanderung bestehen werden”, sagte Wanka am Dienstag in Hannover zum Auftakt der nach Angaben der Veranstalter weltweit größten Bildungsmesse didacta. Die Ministerin hob hervor, dass sich die Leistungen von Jugendlichen mit Migrationshintergrund in den vergangenen Jahren deutlich verbessert hätten.

Als gelungenes Beispiel für Integration nannte Wanka das 2012 in Kraft getretene Anerkennungsgesetz, mit dem ausländische Berufsabschlüsse in Deutschland einfacher anerkannt werden können. Bereits Ende 2013 seien 26.500 Anträge eingegangen, die zu drei Vierteln zu einer vollständigen Anerkennung führten. Das Gesetz habe bewirkt, dass viele Menschen die Qualifikationen und Lebensleistungen der Zugewanderten inzwischen mit mehr Respekt und Wertschätzung betrachteten. Besonders die berufliche Bildung sei ein “Türöffner” zur Integration.

Zur didacta werden bis Samstag mehrere Zehntausend Besucher erwartet. Rund 750 Aussteller aus 35 Ländern wollen die neuesten Trends im Bildungswesen präsentieren. Das Themenspektrum reicht vom Kindergarten über die Schule bis zur Universität. Zu den zentralen Themen zählen die Inklusion und das Lernen mit digitalen Medien, etwa mit Tablets und interaktiven White-Boards.

(epd/mig 26)

 

 

 

 

Arbeitsmarkt. Gute Entwicklung hält an

 

Konjunktur und Beschäftigung setzten ihren Aufwärtstrend fort. Mit 42,48 Millionen waren im Januar rund 408.000 mehr Menschen erwerbstätig als vor einem Jahr. Die Zahl der gemeldeten freien Stellen ist ebenfalls gestiegen. In einigen Branchen suchen die Unternehmen verstärkt nach Fachkräften.

 

Erwerbstätigkeit und sozialversicherungspflichtige Beschäftigung sind gestiegen, meldet die Bundesagentur für Arbeit (BA). Im Februar waren 42.000 mehr Personen erwerbstätig als einen Monat zuvor.

Von November auf Dezember 2014 kletterte die Zahl der sozialversicherungspflichtig  Beschäftigten auf 30,47 Millionen. Das sind 584.000 mehr als ein Jahr zuvor.

"Auf dem Arbeitsmarkt wirkt der gute Jahresauftakt auch im Februar weiter fort. Die Nachfrage nach Arbeitskräften ist nach wie vor hoch und die Entwicklung hier zeigt weiter nach oben", so Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles.

 

Nachfrage nach Arbeitskräften steigt weiter

"Dank des bisher milden Winters stehen wir auch mit Blick auf die üblichen jahreszeitlichen Schwankungen gut da", so Nahles. Die Zahl der Arbeitslosen ist im Februar um 15.000 gesunken. Damit waren 121.000 Menschen weniger arbeitslos als im Vorjahresmonat. Im Gegensatz dazu war die Arbeitslosigkeit in den letzten drei Jahren im Februar durchschnittlich um jeweils 15.000

gestiegen.

Unternehmen suchen verstärkt nach neuen Mitarbeitern. Im Februar waren bei der BA 519.000 freie Stellen gemeldet, 63.000 mehr als im Vorjahr. Besonders gesucht sind Fachkräfte für Mechatronik, Energie und Elektrotechnik, im Verkauf, bei Verkehr und Logistik. Auch Unternehmen in Branchen wie

der Metallerzeugung, des Maschinen- und Fahrzeugbaus sowie die Gesundheitsbranche suchen verstärkt Personal.

 

Richtiger Zeitpunkt für Mindestlohn

Der Arbeitsmarkt ist stark genug, damit der Mindestlohn erfolgreich greifen kann.  Etwa 3,7 Millionen Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer profitieren davon. Nicht nur viele Arbeitgeber, auch immer mehr Arbeitnehmer rufen bei der Mindestlohn-Hotline an. Jetzt geht es darum, umfassend zu informieren und  Klarheit zu schaffen - auch über die Aufzeichnungspflichten der Arbeitgeber. Dip 26

 

 

 

 

Schweizer Studie. Anlass, Form, Richtung und Ausmaß von Flucht haben sich stark verändert

 

Anlass, Form, Richtung und Ausmaß von Flucht haben sich stark verändert. Heute gehören auch von Gewalt oder Krieg Verfolgte und Arbeitsmigranten zu den Vertrieben. Das aktuelle Schutzverständnis erfasst sie aber nicht. Einer Schweizer Studie zufolge sind Reformen nötig.

 

Mitte 2014 waren weltweit rund 53 Millionen Menschen auf Flucht. Sie waren gezwungen oder fühlten sich gezwungen, ihr Haus, ihre Stadt oder ihr Dorf, gar ihr Land zu verlassen. Alle diese Menschen sind auf irgendeine Weise auf Schutz angewiesen, sind aber keine Flüchtling im Sinne der Genfer Flüchtlingskonvention. Das geht aus einer Studie hervor, die der Migrationsexperte Roger Zetter im Auftrag der Schweizer Kommission für Migrationsfragen (EKM) durchgeführt hat.

Der Bericht zeigt, dass sich Anlass, Form, Richtung und Ausmaß der erzwungenen Migration in den letzten Jahren stark verändert haben. Immer öfter sind Arbeitsmigranten, Flüchtlinge und von Gewalt oder Krieg Vertriebene gemeinsam unterwegs und den gleichen Gefahren ausgesetzt. “Ein Schutzverständnis, das nur auf die ‘echten’, von persönlicher Verfolgung betroffenen Flüchtlinge ausgerichtet ist, wird der heutigen Realität nicht gerecht. Alle Vertriebenen sind letztlich auf Schutz angewiesen”, heißt es in einer Kommissionsmitteilung.

Download: Die Studie “Schutz für Vertriebene. Konzepte, Herausforderungen und neue Wege” können Sie hier kostenfrei herunterladen.

Die EKM kommt zu dem Schluss, dass eine Anpassung der Schutzkonzept erforderlich ist. In ihren Empfehlungen schlägt sie unter anderem vor, einen neuen komplementären Schutzstatus einzuführen. Diesen Status sollten Personen erhalten, die zwar die Voraussetzungen für die Anerkennung als Flüchtling im Sinne der Genfer Flüchtlingskonvention nicht erfüllen, die aber bei einer Rückkehr in ihr Herkunftsland akut gefährdet wären. Der Schutzstatus könne aufgehoben werden, wenn die Gefährdung nicht mehr besteht. Besteht die Gefährdung nach sechs Jahren immer noch, soll die Person eine reguläre Aufenthaltsbewilligung erhalten. (MiG 26)

 

 

 

 

D: Anti-Griechen-Kampagne eine „blanke Polemik“

 

Der deutsche Bundestag hat entschieden. Mit großer Mehrheit hat er für eine Verlängerung der Griechenlandhilfen abgestimmt. Zuvor forderte jedoch die „Bild“-Zeitung in dieser Woche: „Keine weiteren Milliarden für die gierigen Griechen“. Der Direktor der Katholischen Journalistenschule ifp in München, Bernhard Remmers, verurteilt die Kampagne. Im Gespräch mit dem Kölner Domradio sagt er:

„Eine Boulevardzeitung wie die Bild-Zeitung hat natürlich ein Ziel: Sie will über Aufreger Aufmerksamkeit erregen. Das ist ihr gelungen, zum Glück ist es ihr nicht gelungen, politisch Einfluss zu nehmen auf Entscheidungen. Der Bundestag hat sich ja heute für die weitere Griechenlandhilfe entschlossen.“

Über 500 Parlamentarier haben sich nicht von der Bild-Kampagne politisch beeinflussen lassen. So eine Kampagne müsse allen Bauchschmerzen bereiten, betont Remmers. Es habe immer Medien gegeben, die in bestimmten politischen Situationen Partei ergreifen, in einem gewissen Rahmen sollte das auch in Ordnung gehen.

„Früher haben sich Zeitungen ja sogar vor den Wahlen eindeutig positioniert, das ging in meinen Augen zu weit. Aber auch kirchliche Medien versuchen mitunter Einfluss zu nehmen. Ich war einmal beteiligt an einer Aktion, wo versucht wurde Leserinnen und Leser in Sachen Lebensschutz zu mobilisieren, sich in Unterschriften einzutragen. Das halte ich bis zu einem gewissen Punkt für legitim. Es darf allerdings niemals jemand ausgegrenzt oder verletzt werden.“

Und das sehe er bei der Bild-Kampagne als Problem. Schlagzeilen wie „Die gierigen Griechen“ seien blanke Polemik, die alle Griechen unter einen Generalverdacht stellten und das Volk herabwürdigt. Als Direktor der katholischen Journalistenschule ifp sieht er die Aufgabe eines Journalisten auch darin, mit Sensibilität das journalistische Handwerk zu reflektieren, denn jede Veröffentlichung habe eine Wirkung.

„Wenn Menschen bloßgestellt und verletzt werden, wenn Verdächtigungen ausgesprochen werden, müssen wir uns immer die Folgen bewusst machen. Wir müssen darüber nachdenken, was ein solcher Journalismus mit Menschen macht. Gerade wir als eine katholische Journalistenschule sagen da: Es muss immer der ganze Mensch in den Blick genommen werden. Auch ein Politiker in Griechenland ist ein Mensch, der Respekt verdient hat, auch wenn man vielleicht seine Politik nicht für gut heißt.“  (domradio 28.02.)

 

 

 

Staatsministerin Özoguz zur Auftaktveranstaltung des Schwerpunktjahres „Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft“

 

Die Parlamentarische Staatssekretärin, Annette Widmann-Mauz und Staatsministerin Aydan Özo?uz diskutieren heute mit Akteuren des Gesundheitswesens und Migrantenorganisationen, wie sich das

Gesundheits- und Pflegewesen auf eine sprachlich, kulturell und religiös vielfältige Gesellschaft einstellen muss. Anlass ist die Auftaktveranstaltung des Schwerpunktjahres „Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft“ von Staatsministerin Özo?uz, Beauftragte der Bundesregierung für

Migration, Flüchtlinge und Integration. Staatsministerin Aydan Özo?uz erklärt hierzu:

„Das gleichberechtigte Zusammenleben ist das Fundament unserer Einwanderungsgesellschaft. Hier muss auch  das Gesundheitswesen seinen Beitrag leisten: Unser Ziel sind Chancengleichheit und gleichberechtigte Teilhabe aller Menschen – egal welcher Herkunft. Gesundheit ist ein hohes Gut und

eine angemessene gesundheitliche Versorgung ist ein Menschenrecht. Aber nicht alle Menschen in Deutschland profitieren in gleichem Maße vom hohen Standard unseresGesundheitswesens: Menschen mit Einwanderungsgeschichte nehmen seltener Gesundheits- und Pflegeleistungen in Anspruch, die ihnen zustehen.

Schon in 15 Jahren wird es immer mehr ältere Menschen mit Einwanderungsgeschichte geben: Während heute knapp 1,6 Mio. Migrantinnen und Migranten in Deutschland älter als 64 Jahre sind, werden es

dann 2,8 Mio. sein. Schon heute hat die erste Gastarbeitergeneration das Rentenalter erreicht. Sie werden verstärkt Gesundheits- und Pflegeleistungen in Anspruch nehmen.

Gerade ältere Menschen brauchen eine kulturell vertraute Umgebung, in der z.B.

Ernährungsgewohnheiten oder auch religiöse Traditionen berücksichtigt werden. Demenzielle

Erkrankungen werden bei älteren Migrantinnen und Migranten zunehmen – darauf müssen wir vorbereitet sein. Kultursensible Angebote sind deshalb das Gebot der Stunde.Und auch beim medizinischen und pflegerischen Personal haben wir den Bedarf, mehr junge Menschen für eine Ausbildung zu gewinnen. Hier müssen wir das große Potential von jungen Menschen mit

Einwanderungsgeschichte im Land besser nutzen. Mit einer fachlichen Qualifizierung können sie einen wichtigen Beitrag im Gesundheits- und Pflegesektor leisten. Ihre Mehrsprachigkeit ist eine wichtige Ressource. Selbstverständlich sind wir auch in diesem Bereich weiterhin auf Einwanderung

angewiesen.

Probleme bei der Gesundheitsversorgung haben ganz besonders verletzliche Gruppen wie Asylbewerber und geduldete Ausländer. Sie erhalten in den ersten 15 Monaten in Deutschland nur eine eingeschränkte Gesundheitsversorgung nach dem Asylbewerberleistungsgesetz. Bremen und Hamburg haben hier eine gute Lösung gefunden und für diese Gruppe eine Chipkarte eingeführt: So sind Arztbesuche ohne vorherige Beantragung eines Krankenscheins beim Sozialamt möglich. Ich setze mich dafür ein, dass sich alle anderen Bundesländer daran orientieren und vernünftige Lösungen entwickeln. Außerdem muss die Regelung der abgesenkten Leistungen im Asylbewerberleistungsgesetz grundsätzlich

überarbeitet werden, weil sie dazu führen kann, dass Erkrankungen unerkannt bleiben und verschleppt werden.“ Pib 3

 

 

 

 

Studie: Linksextreme Einstellungen sind weit verbreitet

 

Wissenschaftler der Freien Universität Berlin präsentieren Ergebnisse eines Forschungsprojektes zu demokratiegefährdenden Potenzialen des Linksextremismus

 

Linksextreme Einstellungen sind einer Studie von Wissenschaftlern der Freien Universität Berlin zufolge in Deutschland weit verbreitet. So kam in einer repräsentativen Umfrage im Auftrag des Forschungsverbunds SED-Staat der Universität, bei der die Befragten Aussagen über Demokratie und Gesellschaft bewerten sollten, häufig eine kritische Haltung gegenüber der praktizierten Demokratie in Deutschland zum Ausdruck. In der Untersuchung wurden die Teilnehmer befragt, in wieweit sie verschiedenen Dimensionen eines linksextremen Einstellungsmusters zustimmten oder diese ablehnten. Das Muster und dessen Dimensionen hatten die Wissenschaftler zuvor herausgearbeitet. Die Forscher ermittelten auf dieser Basis, dass ein Sechstel der Gesamtbevölkerung (Westdeutschland: 14 Prozent; Ostdeutschland: 28 Prozent) eine linksradikale/linksextreme Grundhaltung hat. Dabei weisen vier Prozent ein nahezu geschlossenes linksextremes Welt- und Gesellschaftsbild auf, 13 Prozent stimmen überwiegend den jeweiligen Facetten eines linksextremen Einstellungsmusters zu.

Die durchschnittliche Zustimmung zum Einsatz politisch motivierter Gewalt - sei es gegen Personen oder Sachen oder als Gegengewalt - gegen die als strukturell empfundene Gewalt "des Systems" - lag in der Umfrage bei sieben Prozent. Von den als linksextrem eingestuften Personen befürworteten 14 Prozent Gewaltanwendung. Das für die Wissenschaftler erstaunlichste und für sie nicht zu erklärende Ergebnis ergab sich bei der Frage nach dem staatlichen Gewaltmonopol. Nur knapp die Hälfte sprach sich für seine Beibehaltung aus; 46 Prozent waren für seine Abschaffung.

In der Umfrage hielten mehr als 60 Prozent der Befragten die Demokratie nicht für eine echte Demokratie, da die Wirtschaft und nicht die Wähler das Sagen hätten. Nahezu 50 Prozent konstatierten eine zunehmende Überwachung linker Systemkritiker durch Staat und Polizei, etwas mehr als ein Viertel (27 Prozent) befürchteten der Studie zufolge, dass Deutschland durch eine zunehmende Überwachung von Bürgern auf dem Weg in eine neue Diktatur sei.

In dem mehrjährigen Forschungsprojekt im Rahmen des Bundesprogramms "Initiative Demokratie Stärken" ermittelten die Wissenschaftler des Forschungsverbundes SED-Staat unter anderem, was den heutigen Linksextremismus auszeichnet. Sie analysierten, in welcher Tradition er steht, über welche Themen linksextreme Aktivisten neue, jüngere Anhänger anwerben und wie verbreitet linksextreme Einstellungen in der Bevölkerung sind. Darüber hinaus ging es um die Einstellung zu politisch motivierter Gewalt, die nach Einschätzung von Experten für Linksextremisten eine besondere Rolle spielt. Für die repräsentative Umfrage wurden knapp 1400 Personen durch das Meinungsforschungsinstitut Infratest Dimap befragt.

Auf Basis der Auswertung von Selbstdarstellungen und Programmatiken typischer linksextremer Gruppen entwickelten die Wissenschaftler eine Skala des Linksextremismus, die die zentralen Dimensionen eines linksextremen Weltbildes misst. Die Trennlinie zwischen links, linksradikal und linksextrem ziehen die Wissenschaftler in dem Grad der Ablehnung der pluralistischen Demokratie. Während Linksradikale den Kapitalismus überwinden wollen, streben Linksextremisten an, die bürgerliche Gesellschaft zu zerstören und den Staat zu zerschlagen; sie wollen die Revolution.

Weitere Einzelergebnisse der Studie:

* Ebenfalls weit verbreitet ist den Wissenschaftlern zufolge eine fundamentale Kritik an der Wirtschaftsordnung in Deutschland. Jeder Dritte stimmte der Auffassung zu, der Kapitalismus führe zwangsläufig zu Armut und Hunger. Mehr als ein Drittel (37 Prozent) assoziierte Kapitalismus mit kriegerischen Auseinandersetzungen.

* Die von Linksextremisten aufgestellte Behauptung, "Kapitalismus führt letztlich zu Faschismus", bejahte etwa ein Sechstel (16 Prozent) der Bevölkerung; ein ähnlich großer Anteil der Befragten (18 Prozent) sah die Gefahr eines neuen Faschismus' in Deutschland. Knapp 30 Prozent (Ostdeutschland 35 Prozent; Westdeutschland: 28 Prozent) gaben an, sie könnten sich eine wirkliche Demokratie nur ohne Kapitalismus vorstellen.

* Ein Fünftel der Bevölkerung (Ostdeutschland: 24 Prozent; Westdeutschland: 19 Prozent) hielt eine Verbesserung der Lebensbedingungen durch Reformen nicht für möglich und plädierte für eine Revolution.

* Knapp 60 Prozent der Ostdeutschen und 37 Prozent der Westdeutschen hielten den Sozialismus/Kommunismus für eine gute Idee, die bisher nur schlecht ausgeführt worden sei, und 42 Prozent gaben an, dass für sie soziale Gleichheit aller Menschen wichtiger sei als die Freiheit des Einzelnen.

Die von Linksextremisten verübten Gewalttaten haben nach Einschätzung der Wissenschaftler in den vergangenen Jahren stark zugenommen, insbesondere die Konfrontationsgewalt gegen tatsächliche oder vermeintliche Rechtsextremisten. Von den Sicherheitsbehörden veröffentlichte Daten ergeben eine für die Forscher erstaunliche Differenz zwischen politisch "links" und politisch "linksextrem" motivierten Gewalttaten. Etwa 30 bis 40 Prozent der Gewalttaten werden von sogenannten nichtextremistischen Linken verübt, darunter zahlreiche Brand- und Sprengstoffdelikte und Körperverletzungen. Die Wissenschaftler plädieren dafür, bei den Gewalttaten nicht mehr zwischen politisch "links" und politisch "linksextrem" zu differenzieren, sondern die Gewalttaten - anders als bisher geschehen - insgesamt darzustellen und aufzuschlüsseln.

In jüngster Zeit zugenommen hat nach Einschätzung der Forscher das Wechselspiel zwischen radikaler demokratischer und extremer Linker; das Kräfteparallelogramm habe sich zugunsten der relativ gemäßigten, wenn auch radikalen Linken verschoben. Radikalen Linken gelang es demnach, in einigen Politikfeldern maßgeblichen Einfluss auf den linken Flügel und zum Teil auch auf die linke Mitte der Parteien und der Medien zu gewinnen. Wie Interviews mit ehemaligen Linksradikalen/Linksextremisten und linksaffinen Jugendlichen sowie die Ergebnisse der repräsentativen Befragung gezeigt hätten, sind - so die Forscher - die Trennlinien zwischen radikaler und extremer Linker schwer zu ziehen. Das linke Milieu biete gleichermaßen Schutz und Projektionsfläche für die extreme Linke.

Der Begriff des Extremismus zur Kennzeichnung von politischen Strömungen jenseits des Verfassungskonsenses ist in Politik und Wissenschaft umstritten. Kritiker bemängeln eine politische Instrumentalisierung, die "links" und "rechts" gleichsetze und die die politische Mitte als alternativlos darstelle. Die Argumente für diese Position sind den Autoren der Studie zufolge weniger wissenschaftlich als politisch motiviert und begründet. Trotz einiger berechtigter Einwände gegen den Begriff Extremismus halten die Forscher an ihm in modifizierter Form fest, weil er aus Sicht einer freiheitlich demokratischen Gesellschaft die Feinde von Freiheit und Demokratie unabhängig von ihren jeweils unterschiedlichen Inhalten und Zielen bestimme.

Die Wissenschaftler plädieren nachdrücklich dafür, die linke Szene differenziert zu betrachten und nicht zu pauschalisieren, wie es ihrer Meinung nach häufig beim politischen und wissenschaftlichen Blick auf den Rechtsradikalismus/Rechtsextremismus geschehe. Die radikale Linke sei Teil des demokratischen Systems, die extreme Linke wolle hingegen den gegebenen Pluralismus und die demokratischen Grundrechte abschaffen und stelle sich bewusst außerhalb des Verfassungskonsenses. Ihre erklärten Ziele seien die Zerschlagung des freiheitlichen Rechtsstaates und die Überwindung der bürgerlichen Gesellschaft, konstatieren die Wissenschaftler. Fub 23

 

 

 

 

 

Migranten bilden aus. Autos reparieren aus Leidenschaft

 

Rund 740.000 Unternehmen in Deutschland werden von Migranten geführt. Etwa jedes fünfte Unternehmen bildet aus. So auch der von Murat Aslan geführte Autodienst Löwe.

 

Can Bilgic macht seine Ausbildung in Aslans Kfz-Meisterbetrieb. Er ist Deutscher mit türkischen Wurzeln - wie sein Chef. Im Betrieb ist neben handwerklichem Können vor allem kulturelle Toleranz wichtig.

Ausbildung gehört zur Betriebsphilosophie

Murat Aslan hat sein Studium der Betriebswirtschaft mit Autohandel und Reparaturen finanziert. 1999 machte er sich mit einer Kfz-Werkstatt selbständig. Er hat acht Angestellte und bildet seit elf Jahren Kfz-Mechatroniker aus.

Mit der Ausbildung sichert Aslan den Fachkräftenachwuchs passgenau für seinen Betrieb. Damit investiert Aslan in die Zukunft. Deshalb schmerzt es ihn auch finanziell, wenn ein Azubi gleich nach der Abschlussprüfung abwandert.

Andererseits versteht er die jungen Menschen, die in einem größeren Betrieb mehr Chancen für Aufstieg und die weitere berufliche Entwicklung sehen. Doch es spricht für die gute Ausbildung in seinem Unternehmen, wenn Absolventen von renommierten Autofirmen eingestellt werden.

In Deutschland arbeiten rund zwei Millionen Menschen in Betrieben, die von Migranten gegründet sind.

Hauptsache eine Ausbildung mit Autos

Dreieinhalb Jahre dauert die Ausbildung zum Kfz-Mechatroniker. Dieser Ausbildungsberuf steht ganz oben auf der Wunschliste in der Berufswahl der Jungen. Gar nicht so einfach, eine Lehrstelle für diesen Beruf zu ergattern.

Can Bilgic hat sich seinen Ausbildungsvertrag im wahrsten Sinne des Wortes erarbeitet: "Ich war schon immer an Autos sehr interessiert. Deshalb habe ich hier schon in der Schulzeit ein Praktikum gemacht", erinnert sich der Auszubildende. "Dann habe ich gefragt, ob ich noch weiter hier mithelfen darf, freitags und samstags. Ich wollte mich auf meine Ausbildung vorbereiten."

Jetzt ist er im dritten Ausbildungsjahr und macht in einem Jahr seine Abschlussprüfung. Und danach?

Seine Pläne sind nach der Abschlussprüfung: "Erstmal weiter hierbleiben. Dann werde ich versuchen, den Meisterbrief zu machen. Vielleicht kann ich dann mal eine eigene Werkstatt aufmachen", überlegt Bilgic.

Toleranz ist wichtig

Im Betrieb von Murat Aslan arbeiten Deutsche, Türken und ein Russe. Wichtig ist, dass man sich versteht. Das bedeutet konkret, den kulturellen Hintergrund der anderen kennenlernen zu wollen und zu akzeptieren.

Auszubildender Can Bilgic ist Deutscher, seine Eltern kommen aus der Türkei. Er findet es gut, mit Menschen unterschiedlicher Herkunft zusammen zu arbeiten: "Man lernt sich untereinander kennen, man lernt die anderen Kulturen kennen."

Die unterschiedlichen Wurzeln der Mitarbeiter sind sogar von Vorteil. "Wenn ich jetzt in einer normalen deutschen Werkstatt wäre, dann lernt man sich zwar auch kennen. Aber hier versucht man, sich in die Lage des anderen zu versetzen, und man versucht seinen Gegenüber zu verstehen. Man lernt dazu, auch, damit man sich gegenseitig weiterhelfen kann."

Handwerk beruht auf Vertrauen

Murat Aslan achtet darauf, dass sein Handwerksbetrieb Wertarbeit abliefert. Er kennt andere Kulturen, in denen es kein zertifiziertes Handwerk gibt. Dass dies in Deutschland grundlegend anders ist, und dass Handwerk ein gutes Image hat, dazu trägt er mit seinem Betrieb bei.

In seinem multikulturellen Betrieb wird grundsätzlich Deutsch gesprochen. 80 Prozent seiner Kunden seien Deutsche, berichtet Aslan. Die sollen jedes Wort verstehen, das in der Werkstatt gesprochen wird. "Sonst könnten sie denken, dass hier nicht nach deutschen Maßstäben einer Meisterwerkstatt gearbeitet wird. Oder dass Landsleute Vorzüge bekommen. Aber Handwerk beruht auf Vertrauen, und das ist meine Geschäftsgrundlage", so Aslan.

Für den zweisprachigen Bilgic ist ebenfalls klar, dass bei niemanden Misstrauen entstehen darf: "Mit den Kunden und untereinander sprechen wir immer Deutsch. Wir sind alle daran gewöhnt, dass wir mit dem Chef oder auch mit den Kollegen nur Deutsch reden. Das hat eine einfache Erklärung: Denn wir haben ja auch Deutsche im Betrieb, und die verstehen uns sonst nicht. Die könnten denken: Was

reden die? Reden die über mich?"

Die Bundesregierung informiert in Zusammenarbeit mit deutsch- und fremdsprachigen Medien über Ausbildungsmöglichkeiten. Unter dem Motto "Guter Rat zum Ausbildungsstart" organisiert das Bundespresseamt regelmäßig Telefonaktionen zur beruflichen Bildung mit Experten aus den Berufsberatung, den Handels- und Handwerkskammern und von Hochschulen. Pib 24

 

 

 

Keine Problemviertel. Kritik an Zentralratspräsident wegen Kippa-Äußerung

 

Statistisch gesehen gibt es laut Senatorin Kolat keine Problemviertel. Juden können auch in Stadtteilen mit vielen islamischen Bewohnern Kippa tragen. Der Anstieg antisemitischer Vorfälle gehe auf das Konto von Rechtsextremisten. Auch Juden zeigen sich enttäuscht vom Zentralratspräsidenten.

 

In Berlin wächst die Kritik am Ratschlag des Präsidenten des Zentralrats der Juden, Josef Schuster, in manchen deutschen Stadtvierteln auf das Tragen der Kippa zu verzichten. Integrationssenatorin Dilek Kolat (SPD) wies am Samstag im rbb-Hörfunk Schusters Einschätzung zurück, Antisemitismus trete vor allem in Stadtteilen mit hohem muslimischen Bevölkerungsanteil auf. Auch der angehende Rabbiner Armin Langer zeigte sich “enttäuscht” von den Äußerungen.

Der Zentralratspräsident hatte am Donnerstag davon abgeraten, in Vierteln mit einem hohen muslimischen Bevölkerungsanteil eine Kippa zu tragen, um nicht als Jude erkennbar zu sein. Solche Problemviertel gebe es “wohl speziell in Berlin, aber nicht nur in Berlin”, sagte Schuster.

Kolat erwiderte, statistisch gesehen gebe es keine besonderen Problemviertel. Zwar sei in Berlin die Zahl antisemitischer Vorfälle in den vergangenen Jahren gestiegen. Diese kämen aber zum größten Teil aus der rechtsextremen Szene.

Langer sagte der tageszeitung, mit Äußerungen wie von Schuster würden Vorurteile geschürt. “Solche Aussagen stammen ja meist von Leuten, die selbst nicht in Vierteln wie Neukölln leben und keinen Kontakt zu Muslimen haben”, unterstrich der angehende Geistliche. Die jüdisch-muslimische Initiative “Salaam-Schalom” in Berlin-Neukölln lud Schuster zwischenzeitlich zu einem Besuch in dem Stadtviertel ein. Der Zentralratspräsident stammt aus Würzburg. MiG 3

 

 

 

Treffen der Ausländerämter mit Vertretern des Innen- und Integrationsministeriums

 

In Essen haben sich auf Einladung des Innen- und des Integrationsministeriums des Landes rund 150 Vertreterinnen und Vertreter aus den kommunalen Ausländerbehörden getroffen, um sich über das Thema „Von Ausländerbehörden zu Willkommensbehörden“ auszutauschen. An dem Gespräch nahm auch der Präsident des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge, Dr. Manfred Schmidt, teil.

 

Deutschland ist ein Einwanderungsland und schon wegen der demografischen Entwicklung auf Einwanderung angewiesen. Bundesweit zehn Ausländerämter, darunter Essen als Modellbehörde und Köln als Partnerbehörde, nehmen an dem vom Bundesamt für Migration und Flüchtlinge geförderten Projekt teil. Präsident Dr. Schmidt betonte: „Ziel ist es, dass aus diesen Modellprojekten wertvolle Impulse entstehen, die langfristig Strukturen in den Ausländerbehörden verändern und sie nachhaltig im Sinne einer Willkommenskultur verbessern“.

 

Dabei geht es beispielsweise um die Entwicklung einer Service- und Kundenorientierung, die Stärkung der interkulturellen Kompetenzen der Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter sowie die Vernetzung und Zusammenarbeit mit weiteren für die Integration wichtigen Akteurinnen und Akteuren vor Ort, zum Beispiel den 49 Kommunalen Integrationszentren, die das Land seit Mitte 2012 flächendeckend in fast allen Kreisen und kreisfreien Städten errichtet hat

 

Vor dem Hintergrund der aktuellen Einwanderung aus den EU-Krisenstaaten, aber auch der Flüchtlinge aus dem Irak und Syrien, zeichnet sich ab, dass die meisten dieser Menschen in Deutschland dauerhaft bleiben werden.

 

Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute betonte daher: „Wenn klar ist, dass Menschen eine dauerhafte Bleibeperspektive haben, dann müssen sie auch von Beginn an als das behandelt werden, was sie sind, nämlich Einwanderinnen und Einwanderer. Und wenn wir sagen: NRW ist das Integrationsland Nr. 1, dann ist es wichtig, dass die Ausländerbehörden diesen Weg mitgehen. Es hängt viel davon ab, wie und ob eine Willkommenskultur in diesen Institutionen gelebt wird“. Zwischen 2012 und 2014 seien netto, also nach Abzug der Abwanderung, mehr als eine Million Menschen nach Deutschland gekommen. Auch deshalb wachse die Bevölkerung in NRW trotz Überalterung. „Das wird auch in den kommenden Jahren so bleiben. Denn Deutschland braucht Zuwanderung, auch um den Fachkräftemangel abzumildern“, sagte Klute.

 

Das Aufgabengebiet der Ausländerbehörden ist ausgesprochen anspruchsvoll. Die Arbeit reicht von der Erteilung oder der Verlängerung von Aufenthaltstiteln bis zu der Entscheidungen über eine Rückführung. Dazu sagte Innenstaatsekretär Bernhard Nebe: „Dieses Spannungsverhältnis ist nicht aufzulösen. Dabei ist es aber kein Widerspruch eine Willkommenskultur zu leben. Und diese wird nicht durch ein ‚Willkommensbehördenvollzugsgesetz‘ in Gang gesetzt, sondern durch einen interkulturellen Öffnungsprozess der Behörden. Eine Willkommenskultur muss dort gelebt und kann nicht gesetzlich verordnet werden“, so Nebe weiter.

 

Bei Nachfragen wenden Sie sich bitte an die Pressestelle des Ministeriums für Arbeit, Integration und Soziales, Telefon 0211 855-3118.  Dip 5

 

 

 

 

 

Abschaffung der Handy-Roaminggebühren in EU verzögert sich

 

Das Europaparlament hatte sich im vergangenen Jahr dafür ausgesprochen, die Roaminggebühren bis Ende 2015 komplett abzuschaffen. Verbraucher müssen auf Reisen ins europäische Ausland allerdings weiterhin mit Zusatzkosten für Handytelefonate rechnen.

 

Die 28 EU-Mitgliedsstaaten verständigten sich am Mittwoch in Brüssel darauf, dass die sogenannten Roaminggebühren durch einen neuen Preismechanismus begrenzt werden sollen. Bis Mitte 2018 solle die EU-Kommission prüfen, ob weitere Schritte zur völligen Abschaffung der Roaminggebühren nötig seien.

Nach Vorstellung des EU-Rates, in dem die Mitgliedsstaaten vertreten sind, sollen Verbraucher bis zu einer noch nicht festgelegten Obergrenze ohne Zusatzkosten im EU-Ausland telefonieren, SMS verschicken oder im Internet surfen können. Erst oberhalb dieser Grenze sollen Gebühren fällig werden dürfen.

Das Europaparlament hatte sich im vergangenen Jahr dafür ausgesprochen, die Roaminggebühren bis Ende 2015 komplett abzuschaffen. Auch die frühere EU-Kommission hatte sich für ein Ende der Gebühren ausgesprochen.

Der Chef der Liberalen im EU-Parlament, der Belgier Guy Verhofstadt, kritisierte die Haltung des EU-Rats als "äußerst enttäuschend". Die "einzigen Gewinner" seien die nationalen Telekommunikationskonzerne; seine Fraktion werde die Vorlage deshalb nicht mittragen, kündigte er an. Afp 5