WEBGIORNALE   23-29   marzo  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Coinvolgere i paesi terzi, per salvare persone e controllare meglio i flussi migratori 1

2.       Immigrazione e “capitali” dell’accoglienza. Orlando lancia la “Carta di Palermo”  1

3.       Povera Germania! 1

4.       Radio Colonia intervista l’Ambasciatore Benassi 2

5.       Strano cambio di guardia all’INCA-CGIL Germania  2

6.       Nei giorni 24 e 25 aprile 2015 a Berlino la fiera internazionale per l’istruzione superiore e la formazione “Studyworld2015”  2

7.       Il mercato del lavoro in Germania nel 2030  2

8.       Villa Massimo, dove l’arte italiana incontra quella tedesca  3

9.       Le manifestazioni dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorrni 3

10.   Le opere di Pietro Donzelli in mostra a Rüsselsheim   4

11.   Scuole internazionali di Berlino: il Comune vuole più tedesco  4

12.   Possibile volare ad EXPO 2015 con ITKAM e Alitalia  4

13.   Bilancio positivo per i soggiorni altoatesini di studio in Germania  4

14.   Monaco di Baviera. E’ in rete “rinascita flash” numero 2 del 2015  5

15.   Guerriglia a Francoforte contro la nuova sede della Bce, 350 arresti 5

16.   La copertina che fa discutere. Merkel circondata da gerarchi nazisti: «Così ci vedono in Europa»  5

17.   Gli iscritti per votare i Comites di Monaco e di Norimberga  5

18.   Luca Vullo in tournèe in Germania  5

19.   Velo islamico in classe. La Germania dà il via libera  6

20.   “Raccontare Berlino”: concorso fotografico indetto dal Circolo PD Berlino e Brandeburgo  6

21.   “Dal mondo alla Farnesina: la convivenza delle differenze”  6

22.   Strage di Tunisi, i segnali trascurati 7

23.   Israele sceglie Netanyahu: "Formeremo un governo forte e stabile"  7

24.   Attacchi di Tsipras all’Europa. Uno spettacolo che alla fine danneggia solo la Grecia  7

25.   Elezioni israeliane 2015. Futuro incerto dopo la vittoria di Netanyahu  8

26.   La strage di tunisi. Noi, assediati e troppo timidi 8

27.   L’Isis saccheggia la storia per finanziare il terrorismo  8

28.   Questione di tempo  9

29.   La Bce bacchetta l’Italia: “Lontana dagli sforzi richiesti sul debito”  9

30.   In 200 mila con Libera. Mafia e corruzione sono face della stessa medaglia  9

31.   Elezioni Comites. Spot televisivo e radiofonico programmato sulle reti RAI dal 6 al 18 marzo  10

32.   Le dimissioni. Due pesi, due misure, un leader 10

33.   Renzi alle prese con il dopo-Lupi e con il nodo della corruzione  10

34.   La Pirelli ai cinesi. Un Paese in vendita al miglior offerente... 10

35.   La primavera  11

36.   Il sì di Montecitorio alle mozioni sulle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale  11

37.   Varoufakis e il dito medio alla Germania, il conduttore tv ammette: “Video falso”. Ma è uno scherzo  11

38.   “La documentazione storico-diplomatica, tra continuità e rinnovamento”  11

39.   Il MiniDossier “Giro di Valzer”  12

40.   Marco Fedi (Pd): Aprire una stagione di rilancio delle Convenzioni bilaterali di sicurezza sociale  12

41.   Medici con la valigia in mano  13

42.   Confusione Imu. Porta (PD) chiede al Governo importanti e solleciti chiarimenti 13

43.   Fate prima la legge di Stabilità  13

44.   Il cambiamento  13

45.   Un summit a tre per preparare l'addio del ministro  14

46.   Elezioni Comites. Deputati Pd-Estero: favorire una normale campagna elettorale consentendo l’accesso agli elenchi degli elettori 14

47.   Costituito il Comitato Scientifico dell’Osservatorio dell’Emigrazione Italiana nel Mondo  14

48.   Protezione internazionale: il nuovo decreto in vigore dal 20 marzo  14

49.   Retrospettiva  15

50.   Andrea Riccardi alla Presidenza della Dante Alighieri 15

51.   Sul dopo Lupi è già totonomina. Interim breve  15

52.   Tagli ai docenti all’estero: come e quanto si risparmia? Mussini (Misto) interroga Gentiloni e Giannini 15

53.   Centro Studi e Ricerche IDOS: nuovo presidente e rilancio della programmazione  16

54.   Di Biagio: bonus di 80 euro anche a lavoratori a contratto del Mae  16

55.   Merlo (Maie): tutelare gli insegnanti all’estero  16

 

 

1.       Internationale Wochen gegen Rassismus, “Rassismus in Deutschland ist sichtbarer geworden”  16

2.       Das Ende der Abrüstung?  17

3.       Ukraine. Gemeinsames Handeln für Frieden  18

4.       Höchste Zahl seit 1967. Knapp 8,2 Millionen Ausländer in Deutschland  18

5.       Fernando Gentilini zu neuem EU-Nahostbeauftragten ernannt 18

6.       Friedenstruppen für Kulturschätze Italien fordert Kultursoldaten für Kriegsgebiete  19

7.       Krisen mit europäischem Geist bewältigen  19

8.       „Israel wird zunehmend isoliert sein“. Fünf Fragen zum Netanjahu-Sieg an Werner Puschra in Tel Aviv. 19

9.       Bundesregierung geht im Reparations-Streit auf Griechenland zu  20

10.   Integrationsforscher. Ablehnung von Einwanderung können wir uns nicht leisten  20

11.   NS-Verbrechen: SPD und Grüne fordern Reparationszahlungen an Athen  20

12.   Multikulturalismus ist gescheitert. Aber Homogenität und Assimilation sind keine Alternativen. 20

13.   Milliarden gegen Welthunger: Bundesregierung beschließt Rekorderhöhung  22

14.   Studie. Jugendliche sind offener gegenüber Vielfalt als Erwachsene  22

15.   G7-Dialog mit Gewerkschaften. Gute Arbeit weltweit 22

16.   Nach dem Kopftuchbeschluss. Die zweite Chance für eine offene Gesellschaft 2.0  23

17.   Wie stellen Deutschlands Schulbücher „Migration  und Integration“ dar?  23

18.   Studie. Schulbücher bilden Migranten oft als Opfer ab  24

19.   Das Wohngeld steigt 24

20.   Experten. Potenziale von Migranten stärker für Arbeitsmarkt nutzen  24

21.   25 Jahre Deutsche Einheit: Hessen erinnert mit spannenden Events an die Wiedervereinigung  25

22.   Interview mit Prof. Georgi. In Schulbüchern werden Ausländer, Fremde und Migranten synonym verwendet 25

23.   Vatikan-Fonds gegen Ebola  26

24.   Sprachkurse für Flüchtlinge. Nach 100 Deutschstunden ist meist Feierabend  26

25.   Internationaler Tag gegen Rassismus  26

26.   UN Anti Rassismus Tag. Wie Rassismus schon im Kindergarten gefördert wird  27

27.   ITKAM bietet Services rund um das Ticketing und Eventmanagement bei der Mailänder Expo2015 an. 27

28.   Per Anweisung. Bayern kündigt Aufweichung des Kopftuch-Verbots an  27

29.   Das Werk von Pietro Donzelli vorgestellt in Rüsselsheim   27

30.   Faires Miteinander und ein gutes Zusammenspiel – Integrationsinitiative des deutschen Fußballs  28

31.   Pompejifestival Saison 2015 - Musik zwischen antiken Ruinen  28

32.   Mit ITKAM und Alitalia nach Mailand zur EXPO 2015  28

 

 

 

Coinvolgere i paesi terzi, per salvare persone e controllare meglio i flussi migratori

 

BRUXELLES - Prendere a bordo Egitto e Tunisia, coinvolgere i due paesi nell’impresa immane di «Search and rescue» in corso nel Mediterraneo, sostenendoli con i soldi e consiglio dell’Unione europea e della comunità internazionale. Cominciare così, suggerisce il governo italiano, a coinvolgere i paesi terzi nella sorveglianza delle acque comuni, per salvare anime e controllare meglio i flussi migratori. «L’obiettivo - è il principio guida elaborato a Roma - dovrebbe essere quello di condividere il pesante fardello coi paesi terzi che intendono impegnarsi e assumersi a loro parte di responsabilità nella gestione di un’emergenza umanitaria che non ha precedenti». 

 

Due pagine per una proposta fatta circolare in silenzio per vedere di nascosto l’effetto che fa. E’ un «non paper», un testo che c’è e non c’è, che serve a misurare la fattibilità di un’idea per cercare di disinnescare una crisi gravissima. Un’ipotesi fra molte altre, difficile, soprattutto alla luce degli ultimi eventi di Tunisi. Eppure resta una soluzione da non scartare, nella consapevolezza che l’unica soluzione finale potrà venire solo con la stabilizzazione della Libia. 

 

Gli sherpa italiani hanno presentato e discusso il documento coi ministri europei dell’Interno del Consiglio della scorsa settimana, quindi col commissario Avramopoulos. Un testo secco e carico di cifre che dimostrano l’emergenza. «Come forse sapete - recita la versione vista da La Stampa - più di 170.000 migranti irregolari, partiti soprattutto dalla Libia, sono stati soccorsi in mare e condotti in Italia nel 2014». Nei primi due mesi di quest’anno, «nonostante la fine di Mare Nostrum, gli irregolari sbarcati sono il doppio rispetto nello stesso periodo dello scorso anno (7.822 contro 4.548)». I morti del 2015 sono stati oltre 3500. 

 

Bisogna agire. Anzi «serve un cambiamento radicale della strategia», suggerisce l’Italia, preoccupata anche del «rischio (alto) che i proventi di questo traffico criminale possano essere utilizzati per finanziarie attività terroristiche». Che fare? Detto che «le misure già adottate e quelle che si intende potenziare sono di grande importanza», occorre fare di più, ovvero «dobbiamo garantire livelli di assistenza sempre più elevati, migliori procedure di identificazione e processi di asilo, garantendo nel contempo il ritorno di coloro che non hanno diritto a una protezione internazionale protezione». E’ il medio termine. però è chiaro che l’ondata sta arrivando. E che non c’è tempo da perdere. 

 

Ecco il dunque. Posto che la Libia «non è in grado di controllare le proprie coste», il «non paper» afferma che «una valida opzione è un coinvolgimento graduale e diretto dei paesi terzi affidabili nell’attività di sorveglianza marittima, nonché nel “Search and rescue”». E’ una questione di interesse comune. Ma «c’è anche da considerare che ultimamente, e sempre più spesso, si verificano tragedie del mare proprio al largo delle coste libiche in cui i paesi terzi, grazie alla vicinanza geografica, potrebbero intervenire in modo più rapido ed efficace per salvare il maggior numero possibile di vite». 

 

Mare Nostrum di tutti, quindi. Il che, in concreto, secondo l’Italia significherebbe attivare «meccanismi ad hoc di cooperazione operativa». Sulla questa base, e «su richiesta delle Autorità italiane e ove fattibile, le unità navali di paesi terzi, che sono responsabile per le zone S&R vicino alla Libia, potrebbero intervenire per dare soccorso». Successivamente, potrebbero portarli ai propri porti, in base al principio di “luogo sicuro”, come previsto dal diritto del mare. In Africa e non in Europa, per dirla geograficamente. L’Ue, in cambio, dovrebbe offrire «finanziamenti e assistenza tecnica». Gli stati membri, le agenzie europee e le istituzioni internazionali (come Onu e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) potrebbero offrire il loro sostegno tecnico. «Dal nostro punto di vista - insistono gli italiani - questo nuovo possibile modello per affrontare le enormi sfide poste dalla crescente pressione migratoria nel Mediterraneo potrebbe anche produrre un reale effetto deterrente». Meno migranti sarebbero pronti a giocarsi la vita per raggiungere le coste europee, si assicura. Chissà. Bisognerebbe provare. Ora il dibattito è aperto. MARCO ZATTERIN  LS 20

 

 

 

 

Immigrazione e “capitali” dell’accoglienza. Orlando lancia la “Carta di Palermo”

 

La Giunta comunale, guidata dal sindaco Leoluca Orlando, ha approvato la “Mobilità umana internazionale –

 

Carta di Palermo 2015, che ha come obiettivo “l’avvio del processo culturale e politico per l’abolizione del permesso di soggiorno, per la radicale modifica della legge sulla cittadinanza e per il diritto alla mobilita’ come diritto della persona umana”.

L’istituzione della “Carta di Palermo” era stata lanciata da Orlando come atto conclusivo nel corso del convegno internazionale “Io sono Persona”, dalla migrazione come sofferenza alla mobilita’ come diritto, svoltosi nei giorni scorsi ai Cantieri Culturali della Zisa.

“L’approvazione, da parte della Giunta, della ‘Mobilita’ umana internazionale – Carta di Palermo 2015? – spiega il sindaco Orlando – e’ un fatto molto importante che ci riempie di soddisfazione, perche’ rappresenta la conferma della vocazione multiculturale della nostra citta’, volta al confronto e al dialogo. Questo documento, le cui conclusioni sono state elaborate al termine del convegno internazionale ‘Io sono persona’, allo stesso tempo e’ un punto di arrivo e un punto di partenza. Mai come in questo momento, nel quale un gruppo di assassini cerca di fomentare l’odio fra persone di diversa religione e di scatenare uno scontro di civilta’, occorre lavorare per l’integrazione e l’accoglienza. Ed uno dei punti principali, per favorire tutto cio’ e’ l’abolizione del permesso di soggiorno e la radicale modifica della legge sulla cittadinanza, previste dalla Carta di Palermo. E’ tempo, quindi, che l’Unione europea promuova l’abolizione del permesso di soggiorno sollecitando la Comunita’ mondiale al riconoscimento della mobilita’ di tutti gli esseri umani come un diritto, non soltanto al suo interno. Il nodo centrale e’, pertanto, il passaggio dalla migrazione come sofferenza, alla mobilita’ come diritto umano”.

Secondo Leoluca Orlando, “occorre, quindi, riconoscere il diritto alla mobilita’, sia per quanto riguarda la possibilita’ di lasciare il proprio Paese, sia per quella di essere accolto.

Inoltre bisogna accelerare l’iter per il rilascio della cittadinanza alle persone che nascono sul nostro territorio, occorrono tempi piu’ rapidi. E’ singolare il fatto che il Comune di Palermo, in due anni, abbia concesso piu’ di mille cittadinanze e che, coloro che ci hanno preceduto, ne abbiano concesse appena una decina. La ‘Carta di Palermo 2015? sara’ oggetto di un’apposita seduta della Consulta delle Culture, che si svolgera’ domani, ed il testo sara’ poi inoltrato al Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, a Papa Francesco, al presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, ai presidenti di Senato e Camera, all’Organizzazione delle Nazioni unite, a tutte le Agenzie internazionali, al presidente del Parlamento europeo, a quello della Commissione europea e, tramite l’Anci nazionale, a tutti i sindaci italiani e all’Ars, sperando di aprire un dibattito su questo argomento che porti all’avvio di una petizione europea che ponga sul tavolo della Comunita’ internazionale le questioni sulle quali abbiamo discusso in questi giorni che non sono piu’ procrastinabili”.

Per l’assessore alla Partecipazione, Giusto Catania, “La Carta di Palermo è un messaggio di grande civiltà, un modo per ribaltare la logica emergenziale che caratterizza le politiche internazionali sull’immigrazione, riconoscendo la mobilita’ come un diritto umano inalienabile. L’abolizione del permesso di soggiorno e la connessione tra i diritti di cittadinanza e la residenza sono le due grandi questioni per ripensare le politiche europee sull’immigrazione”.

“Questo importante documento approvato – dichiara l’assessore alla Attivita’ sociali, Agnese Ciulla – fa riferimento, naturalmente, ai migranti e al proprio diritto di poter scegliere dove vivere e questo vale per chi accoglie e per chi parte. Siamo convinti che i diritti sono di tutti e di tutte indipendentemente dal luogo dove si e’ nati. Speriamo, quindi, che dalle tre giorni del convegno palermitano ‘Io sono Persona’, nasca un impulso almeno europeo per riconoscere le liberta’ di tutti e di tutte, soprattutto in un momento di grandi movimenti migratori in Europa e nel mondo”.

Mentre il presidente della Consulta delle culture, Adham Darawsha sottolinea come l’approvazione da parte della Giunta della Carta di Palermo viene salutata da tutti i rappresentanti della stessa Consulta con “grande emozione”. “Gia’ con la nascita della nostra istituzione – dice Darawha – la citta’ di Palermo aveva dimostrato la volonta’ di intraprendere nuove strade in materia di immigrazione e l’approvazione di oggi e’ un ulteriore messaggio di pace per tutte le comunita’ che vivono a Palermo e per tutti quelli che guardano a questa citta’ come un modello positivo di contaminazione culturale”. SicInf 20

 

 

 

Povera Germania!

 

Lo specchio della povertà in Germania come si presenta oggi ce lo fornisce il rapporto annuale del Paritätische Gesamtverband, presentato parzialmente nei giorni scorsi in una conferenza stampa a Berlino (autori Ulrich Schneider, Gwendolyn Stilling, Christian Woltering, Nina Ricarda Krause)

Il quadro che ne esce è quello di una società che tende lentamente a spaccarsi e dove la forbice tra ricchi e poveri si apre sempre di più. Lo sviluppo è molto preoccupante, e tra l’altro colpisce non solo la Germania: in tutto il mondo occidentale assistiamo ad una polverizzazione del ceto medio, che tende ad impoverire, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi. Per tornare al Rapporto, possiamo vedere che nello spazio di tempo che va dal 2006 al 2013, c’è stato una aumento uniforme in tutto il territorio federale della povertà. Nell’insieme - dice il Rapporto - sono 12,5 milioni i poveri in Germania, vale a dire il 15,5% della popolazione totale. La povertà sale ovunque, a parte Brandenburgo e Sachsen-Anhalt, che sono, per ragioni interne, le eccezioni di un panorama complessivo che va nel segno opposto. In Sassonia il livello rimane lo stesso.

Ma cosa si intende per povertà? La definizione non è semplice. Intanto bisogna distinguere tra povertà assoluta e relativa. Una persona è assolutamente povera quando non ha accesso all’acqua potabile e al cibo. Uno stato economico, questo, che in Germania è piuttosto raro. La Germania, come tuttal’Europa, è interessata invece al fenomeno della povertà relativa. Per definirla, il rapporto del Paritätische Gesamtverband prende a prestito la definizione del Oecd (Organisation for economic cooperation and development), secondo la quale la povertà è un processo dinamico. Ciò significa che essa non è sempre uguale e deve essere comparata con il livello medio di ricchezza.

Insomma, per dirla in parole semplici, in una comunità dove tutti mangiano con un panino, chi ha un pasto caldo è ricco. Quella stessa persona che ha un pasto caldo, diventa invece povera in una comunità dove tutti vanno al ristorante di lusso. Per quello che riguarda la Germania, l’Oecd ha stabilito un tetto di 892 euro per menages familiari di singole persone, il che corrisponde al 60% o meno del guadagno nazionale medio di un manage corrispondente. Un menage familiare formato da quattro persone è considerato povero se non arriva 1873 euro al mese. Naturalmente, man mano che ci si avvicina a quella quota, si parla di “rischio di povertà” e non di povertà vera e propria. Curioso il fatto poi che, negli stessi giorni nei quali a Berlino veniva presentato il rapporto sulla povertà, a Londra l’organizzazione corrispondente inglese, la Oxfam, illustrava alla stampa alcuni dati che riguardano l’andamento mondiale del quoziente di ricchezza.

Nel rapporto Oxfam viene spiegato che, nel mondo, l’uno per cento della popolazione detiene ormai il 50% della ricchezza. Nel 2009, quell’uno per cento deteneva “soltanto” il 44% della ricchezza mondiale. Nel 2012, sempre quell’uno per cento deteneva già il 48% della stessa. Insomma, la questione non è soltanto tedesca. In una velocità e in una progressione inimmaginabili soltanto un decennio fa, il ceto medio scompare in tutto il mondo occidentale, ingoiato dalle acque scure della povertà e della sopravvivenza. La ricchezza si concentra nelle mani di pochi, mentre gli Stati nazionali, nonostante le roboanti dichiarazioni delle varie classi politiche, hanno sempre meno la facoltà di redistribuirla attraverso una politica fiscale equa. Chi sa leggere le cose della storia sa che questa è una situazione estremamente esplosiva.

Ma torniamo alla povertà di casa nostra. Anche in questo caso, le curve statistiche che il Rapporto presenta, confermano il dettato della Oxfam. La povertà aumenta insieme alla ricchezza. A partire dal 2006 la curva della povertà segue di pari passo quella del prodotto interno lordo. Soltanto nel 2005/6 la crescita economica ha portato ad una diminuzione della povertà. L’impressione si conferma anche con la curva della distribuzione della povertà nei vari Länder. Il ricco Baden-Württemberg, pur essendo il Land con la minore povertà, stupisce con una quota del 11,1 % che si avvicina molto a quella dell’intera Germania. Brema e i Nuovi Stati federali chiudono la classifica con quote che superano il 20% (Brema, ultima, arriva al 23,1%). Interessante infine, è il confronto tra la curva della disoccupazione e quella della povertà, che hanno andamenti contrastanti. La quota della disoccupazione è discesa in tutto il Paese, tra il 2005 e il 2013, da quasi il 12% al 6,8%. Al contrario, la curva della povertà è cresciuta nello stesso periodo dal 14% al 15,2 di cui si parlava sopra.

Ciò significa che molte persone, pur lavorando, non sono tuttavia in grado di arrivare ad un pieno sostentamento. Il lavoro, in sé, garantisce sempre meno la possibilità di vivere degnamente e in spazi sufficienti. Questo fenomeno aumenta nelle grandi città in relazione allo specchio dei costi di affitto, i quali, come sostengono gli autori stessi, costituiscono per questa ragione una variabile che è entrata nel calcolo. Le informazioni per una politica più attenta ai problemi legati alla disgregazione del ceto medio e delle classi popolari, nel Rapporto ci sono tutte.

La Germania avrebbe certamente le forze per diventare, in questo senso, un laboratorio del futuro per tutta l’Europa e oltre. Urgono delle decisioni. Ci saranno? Difficile da prevedere. CdI Marzo

 

 

 

 

Radio Colonia intervista l’Ambasciatore Benassi

 

Radio Colonia intervista Pietro Benassi, ambasciatore d’Italia a Berlino

Un colloquio in occasione della visita del nuovo ambasciatore nella regione del Nordreno-Vestfalia

 

COLONIA – Radio Colonia intervista l’ambasciatore d’Italia a Berlino Pietro Benassi, in occasione di una sua visita nella regione del Nordreno-Vestfalia. Benassi, ambasciatore d’Italia in Germania dal settembre 2014, ripercorre l’esperienza sin qui svolta, cominciata nel semestre di presidenza italiano dell’Unione Europea e ora contraddistinta dall’impegno in vista di Expo 2015. Si sofferma sulla “vastità e ampiezza di rapporti bilaterali” tra Italia e Germania: “non c’è settore – dice – dove la nostra collaborazione non sia elevatissima”. Auspica e nello stesso tempo confida che “la forte compenetrazione tra le società civili dei due Paesi consenta di andare oltre i vecchi cliché” che rischiano di emergere in tempi difficili come quelli della crisi economica.

Per quanto riguarda l’area del Nordreno-Vestafalia, l’ambasciatore la definisce “paradigmatica dei rapporti tra Italia e Germania”, in cui emerge “il forte interesse delle autorità tedesche per la collettività italiana qui residente, di circa 160 mila connazionali in base ai dati consolari”. Si tratta poi di una regione che ospita da sempre “l’industria tradizionale tedesca e molti centri di eccellenza ed innovazione”, dove lavorano anche giovani ricercatori o manager italiani.

Infine, sottolinea come nonostante la razionalizzazione delle rete consolare la presenza istituzionale nel Paese resti particolarmente importante e come tale ripensamento si muova di pari passo con un “diverso modo di approcciarsi ai connazionali, che chiedono alla presenza italiana cose diverse dal passato”. “Il consolato resta un punto di riferimento – afferma Benassi, rilevando anche l’importanza del legame identitario che gli Istituti Italiani di Cultura alimentano con i connazionali all’estero. L’obiettivo resta però l’integrazione, specie nel quadro di un’Unione sempre più coesa. Ascolta l'intervista all'ambasciatore Pietro Benassi  http://www.funkhauseuropa.de/av/audiobenassi100-audioplayer.html.  RC/De.it.press 17

 

 

 

Strano cambio di guardia all’INCA-CGIL Germania

 

Un rinnovamento fatto con attempati compagni e solamente un “arrivederci e grazie” a chi ha fatto di questo patronato il numero uno in Germania.

Sono esattamente quattro le righe di una nota dell’Agenzia stampa A.I..S.E. con le quali è annunciato il cambio di guardia alla guida della INCA-CGIL , il maggiore ente di patronato italiano in Germania.

Quattro righe. Pochine se si pensa che attorno a quest’organizzazione ramificata in tutta la Germania ruotano quotidianamente migliaia  di persone,  lavoratori, pensionati in cerca di assistenza e spesso anche di tutela  sul posto di lavoro.

Ora la CGIL, con il suon stile scarno, di poche parole, dimostrativamente indomabile come la pettinatura della Signora Camusso, liquida la vecchia gestione dell’inca CGIL Germania con due brevissimi concetti: rinnovamento e tante grazie a Pino Pappagallo.

Per quanto concerne il “rinnovamento”  c’è da restare un poco perplessi, se si pensa che la nuova gestione è affidata a persone che hanno abbondantemente superato l’età della pensione. In queste cose la CGIL ricorda un poco il Komintern, il consiglio degli anziani delle tribù indiane e altre istituzioni in cui vale  la massima: essere anziano  è essere  saggio e essere buono.

E sicuramente può essere anche così. L’esperienza trentennale e altri  requisiti di anzianità hanno certamente un loro valore. Chiamare però “rinnovamento”  il cambiamento di una carica ora affidata a gente che è, più o meno,  settantenne, suscita qualche sorriso.

Tornando, invece, ai “tanti ringraziamenti”  rivolti al Presidente uscente Giuseppe Pappagallo, ebbene ora la CGIL esagera un poco con l’essere di poche parole.

Giuseppe Pappagallo è stato, infatti, nella storia dei patronati italiani in Germania,  un personaggio degno  della più alta considerazione.

La ramificazione capillare sul territorio tedesco dell’Inca-Cgil è opera sua com’è opera sua l’aver trasformato questo patronato nel maggior ente di questo tipo attivo in Germania.     

Ora, sostituire  Giuseppe Pappagallo, con un gruppetto di anziani, è affare della CGIL e solo della CGIL. Liquidarlo però con un  “arrivederci e grazie tante” non è più un affare di gestione interna ma una questione pubblica, visto che il servizio messo in piedi dal Pappagallo è un servizio d’interesse  pubblico, di cui noi, tantissimi utenti, abbiamo usufruito negli ultimi decenni sotto la sua gestione.

La gente che lavora al patronato della CGIL è gente sveglia, in gamba. È gente cha ha imparato il mestiere, che si è formata sotto la guida di Pappagallo, il tutto in Germania, il Paese in cui il concetto di “Patronato”  è pressoché sconosciuto.  La consulenza ai pensionati e la tutela dei lavoratori in Germania sono tutte in mano ai pubblici Enti pensionistici e ai sindacati. Spazio per altri Enti gestori non esiste.

Eppure Pino Pappagallo questo spazio se l’è conquistato, riuscendo ad integrare il proprio patronato CGIL nelle strutture sindacali tedesche. Il binomio CGIL-DGB è opera sua. E DGB significa confederazione dei Sindacati Tedeschi . Significa potere politico che fa tremare i polsi anche alla Cancelliera  Merkel. Significa potere politico che dalla Germania, grazie a Pappagallo, s’è irradiato anche sulla gestione nazionale della CGIl, poggiandosi direttamente sulla pettinatura indomabile della Signora Camusso.  

Gli addetti ai lavori conoscono gli acciacchi che hanno colpito Giuseppe Pappagallo, costringendolo a complicati interventi chirurgici, a  diversi ricoveri e a lunghe convalescenze.  È però  inevitabile l’impressione che mentre il “compagno” Pappagallo ci stava rimettendo la pelle in ospedale, l’uno o l’altro avversario  accumulato negli ultimi decenni, all’interno della sua stessa organizzazione, abbia pensato a un “rinnovamento” fatto di anziani, pur se arzilli,  successori.

Ma è tutto in ordine. Fa parte del gioco. Pappagallo lo sa. Quello che non si sa e che non si dovrebbe mai sapere,  è che non basta mai solo un  “arrivederci e grazie” a chi a un’idea, a un sogno e alla solidarietà ai lavoratori ha dedicato un’intera vita professionale. CdI on 18      

 

 

 

 

 

Nei giorni 24 e 25 aprile 2015 a Berlino la fiera internazionale per l’istruzione superiore e la formazione “Studyworld2015”

 

Berlino - “I giorni 24 e 25 aprile 2015 aprirà la fiera internazionale per l’istruzione superiore e la formazione “Studyworld2015” con sede a Berlino”. Ad annunciarlo Giovanni Semenzato dalle pagine on line de Il Mitte, quotidiano per italiani ed italofoni in Germania.

“Obiettivo della fiera”, spiega l'articolo, “è diffondere informazioni sulle opportunità di formazione, tirocini e servizi educativi in Europa e nel mondo, ampliando la rete di contatti tra visitatori ed espositori. Per il visitatore la possibilità è anzitutto di avere una visione d’insieme sulla molteplice offerta di studi in Germania e all’estero nonché sulle offerte di tirocinio da tutto il mondo.

Più di 170 Istituti di Istruzione Superiore e ulteriori offerenti di formazione da 25 Paesi sono disponibili a rispondere alle domande dei visitatori. Università private e pubbliche, tedesche e internazionali, istituti di borse e finanziamento degli studi, aziende che offrono posti per tirocinio, organizzazioni di scambio internazionale come il DAAD, il servizio di scambio accademico tedesco e altri istituti di ricerca figurano tra gli espositori.

Informazioni più precise si trovano sul catalogo espositori della fiera scaricabile dal sito http://www.studyworld2015.com/.

Inoltre la fiera offre la possibilità di partecipare a più di 60 incontri e seminari in cui esperti offrono consigli sulle opportunità di studio e carriera oltre che informazioni relative al finanziamento degli studi.

La partecipazione al programma di incontri che si terranno parallelamente alla fiera è gratuita per i visitatori. È possibile richiedere i biglietti direttamente dal sito http://www.studyworld2015.com/”. (aise) 

 

 

 

 

Il mercato del lavoro in Germania nel 2030

 

Arbeitsmarkt 2030 è un quadro sul futuro del lavoro in Germania. Le cifre della futura occupazione

 

In un rapporto pubblicato ultimamente a cura dei Ministeri tedeschi del Lavoro e Affari sociali, e della Famiglia, Anziani Donne e giovani, sono apparsi dati riguardanti proiezioni sul mercato del lavoro tedesco nei prossimi anni e decenni. Il rapporto, che si chiama Arbeitsmarkt 2030, è stato presentato a Berlino dai ministri competenti Andrea Nahes, Manuela Schwesing, e dal delegato del governo per la questione delle Migrazioni, Aydan Ozogus.

Il rapporto è molto interessante sia per i giovani che per i migranti. E diciamo subito che, secondo esso, le aspettative più interessanti si aprono per coloro che saranno attivi nelle professioni, in particolare nel campo medico e infermieristico; per i manager, per gli ingegneri e gli scienziati nei campi fisico, matematico e delle scienze naturali. Che la prognosi in questi settori professionali fosse più che buona, lo sapevamo; tuttavia questo rapporto ce lo conferma, diciamo così, scientificamente, secondo le parole degli stessi ministri. Di nuovo c’è, tuttavia, rispetto all’ultimo rapporto presentato nel 2012, che le prospettive sono ulteriormente migliorate, perché, nel frattempo, la Germania è diventata il secondo obiettivo per la immigrazione per ragioni di la-voro. Ormai è chiaro ai più che la forza lavoro qualificata porta ricchezza e migliora ancora le prospettive del mercato.

Tuttavia sono ancora in molti a temere - e il rapporto lo conferma con curve statistiche precise - che neppure le migrazioni saranno sufficienti a coprire il fabbisogno di manodopera qualificata in Germania nel prossimo futuro. In questo senso, nel rapporto ci si augura un maggiore coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro. “Ancora molte imprese gettano al vento un grande potenziale quando esse rinunciano al personale femminile” - dice il rapporto. “Ancora l’economia si affida a personale maschile a tempo pieno, sempre disponibile perché le mogli, a casa, accudiscono ai bambini. Ancora le imprese si affidano ad un modello di famiglia abbondantemente inattuale. In realtà, molte giovani donne vogliono, insieme, figli e lavoro, mentre molti giovani padri desiderano avere più tempo da trascorrere con i loro figli“.

Su questi punti le ministre, nel loro intervento, hanno molto insistito. “Noi dobbiamo - afferma Andrea Nahes - mettere in conto che le chiavi per sostenere le famiglie sono, anzitutto: un bilanciamento del mercato del lavoro in favore delle donne, e quindi: tempi di lavoro compatibili con la famiglia. Infine: una offerta sufficiente di posti nell’assistenza per l’infanzia in asili e asili nido. Una giusta politica della famiglia - ha concluso Nahes - è un modo eccellente per favorire la produzione ed assicurare posti di lavoro”. “Il periodo di tempo fino al 2030 - aggiunge Nahes - vedrà il Paese alle prese con una grande scarsità di personale specializzato. È chiaro quindi che dobbiamo mobilitare il potenziale umano sia esso all’interno del Paese, sia esso immigrato. Quando parlo di potenziale umano interno al Paese, intendo anche anziani e persone con passato migratorio. Peraltro è ovvia la necessità di avere nuovo personale immigrato qualificato”.

Intanto, di seguito i numeri della ricerca citata. Nel periodo di tempo che va dal 2013 al 2030, si prevede una diminuzione della popolazione in età da lavoro (cioè dai 18 ai 64 anni) di circa il 5%. Il che vuol dire che la popolazione produttiva sarà di circa 5 milioni di unità in meno rispetto ad oggi. Anche gli occupati caleranno di circa un milione, così come calerà il numero di disoccupati di circa un milione. La cifra dei disoccupati in Germania si assesterà nel 2030 quindi intorno ai 1,2 milioni di unità. Entrando meglio nelle particolarità delle cifre, vediamo che le previsioni fino al 2030 ci danno un calo degli occupati in possesso di diploma di laurea di 2,2 milioni di unità. I lavoratori con specializzazione duale caleranno di 300.000 unità, mentre i lavoratori senza specializzazione caleranno a loro volta di ben 2,4 milioni di unità.

La tabella mostra molto bene che, da qui a un decennio e mezzo, il mondo produttivo tedesco tenderà ad espellere lavoratori non qualificati. Questa è una chiara ammonizione per i giovani, come sottolinea anche la ministra per la famiglia, Manuela Schwesing. Per quello che riguarda, nello specifico, le immigrazioni, il rapporto parla anche di variabili possibili. Una delle quali è una alta immigrazione, con un saldo annuale da qui al 2013 di 300.000 persone all’anno. In quel caso, il numero delle unità di forza lavoro dai 20 ai 64 anni scenderebbe con minore intensità fermandosi ad un numero negativo di 3,9 milioni. Il numero degli occupati scenderebbe di centomila unità e i disoccupati scenderebbero di 1,1 milioni di unità, fermandosi alla soglia di 1,1 milioni.

Quanto sia indispensabile una politica migratoria più accogliente (in questi giorni si parla insistentemente di una nuova legge sulla immigrazione) lo dicono semplicemente i numeri del rapporto. Peraltro, guardando ancora più avanti - ammoniscono gli autori - dal 2030 al 2050 sono da prevedere altre diminuzioni di forza lavoro in una nuova ondata, con cifre che arriveranno attorno al 2040 già sull’ordine di ulteriori milioni di unità. Nonostante il successo della sua produzione industriale, la Germania deve quindi risolvere urgentemente il problema della denatalità. “Noi dobbiamo assolutamente aprire le porte ad altra immigrazione” - dice ancora Andrea Nahes. “Il nostro Paese non può che approfittarne, così come ne approfitteranno i cittadini e il loro benessere”. BMAS

 CdI Marzo

 

 

 

 

Villa Massimo, dove l’arte italiana incontra quella tedesca

 

Berlino - “L’Accademia Tedesca di Villa Massimo a Roma è, come è noto, un’istituzione culturale antica di grande prestigio e popolarità. Da sempre un pezzo di Germania a Roma, offre tante occasioni di incontro tra le due culture.

 Ogni anno ospita artisti tedeschi, visivi e non, per lavorare vivere e conoscere l’Italia, e ritualmente organizza giornate in cui il pubblico può visitare gli studi degli artisti e parlare con loro. Dal 2003 al 2013 ha ospitato una rassegna d’arte contemporanea dal gustoso titolo di “Soltanto un Quadro al Massimo”, l’ideatore e curatore ne è Ludovico Pratesi, nato a Roma nel 1961, è critico d’arte e curatore per gallerie, musei e fondazioni, tra l’altro Direttore artistico Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e Direttore della Fondazione Guastalla, collaborazioni con La Repubblica, Le Monde, L’Espresso, Flash Art, Exibart, Artribune”. Ad intervistarlo è stata Fernanda Mancini per “ildeutschitalia.com”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

 

“Chiediamo al suo curatore Ludovico Pratesi come sia nato questo progetto.

R. Passeggiando per i giardini della villa con il direttore Joachim Blüher, appena eletto. Parlammo a lungo delle cose che ci accomunavano, d’arte di cultura, dei nostri due paesi, e parlando parlando ebbi l’idea di concretizzare quel che ci dicevamo, di dargli una forma. Nacque così l’idea di mettere a confronto un artista italiano ed uno tedesco. Occorreva trovare una modalità che permettesse un confronto a largo raggio tra le nostre due culture i nostri paesi e l’arte contemporanea. Un confronto esemplare insomma. E ci fu subito chiaro che non doveva essere una cosa grandiosa, un evento spettacolo, che si brucia nel momento in cui si realizza. Piuttosto un incontro costante e protratto nel tempo, solo così avrebbe potuto crescere e maturare dei frutti. Soprattutto in Italia, e soprattutto a Roma, dove le cose ci mettono un po’ per essere recepite.

D. La rassegna, o, come dice lei, il confronto è durato dal 2003 al 2013, ne è soddisfatto?

R. Eccome! Pensi una cosa così coinvolgente che va avanti 10 anni di fila, per ogni curatore sarebbe motivo di soddisfazione e, me lo lasci dire, di orgoglio. Le mostre si alternavano con cadenza costante di due, alcune volte tre esposizioni l’anno. C’era un lavoro costante, mio e dell’organizzazione, alle spalle, sceglievo gli artisti e con loro si decideva di volta in volta quale opera mostrare e di quale formato, talvolta erano grandi opere, talvolta piccole, e questo anche per dire che l’arte contemporanea non si misura in metri quadri.

D. Ricorda qualche mostra in particolare?

R. Ma guardi, non saprei dirle, perché gli artisti erano tutti rappresentativi a livello internazionale. Per darle un’idea ci sono stati Cucchi e Baselitz, Vanessa Beecroft e Tilmanns, Gino De Dominicis e Sigmar Polke, Alfredo Pirri e Gerhard Merz, Marisa Merz e Rebecca Horn. Veramente tanti.

D. Come è stata l’accoglienza da parte del pubblico?

R. Senza dubbi sempre molto numerosa e interessata. Inoltre gli spazi di Villa Massimo sono meravigliosi e i quadri avevano la giusta cornice, essenziale e quasi meditativa nel luogo espositivo, calorosa nei giardini e viali dove ci si incontrava per parlare e bere qualcosa. Mi ricordo di serate piovose ma lo stesso talmente affollate che si stava per ore pigiati sotto le tettoie allestite all’aperto per accogliere il pubblico, una cura nell’organizzazione e nella gestione veramente esemplare.

D. Con il 2013 questi incontri sono finiti o state pensando a qualcosa d’altro?

R. Gli incontri sono terminati, ma nel frattempo abbiamo lavorato ad un libro che raccolga e commenti questa esperienza, in cui insomma si tirano un po’ le somme di quel che ci siamo riproposti Joachim Blüher ed io durante quella passeggiata che le dicevo. Il libro sarà presentato a Villa Massimo il 28 aprile contemporaneamente ad una mostra fotografica che documenta il tragitto percorso.

D. Ha nuovi progetti in Italia?

R. Tocca un punto delicato. Sono sempre alla Pescheria di Pesaro, e mantengo tutti i miei impegni in Italia, ma lavorerò anche molto all’estero. Il nostro è un paese difficile, anni fa avevo deciso di restare in Italia, ma devo dirle che ora penso che l’arretratezza culturale da noi sia tale da non essere più sanabile. Abbiamo perso la sfida della globalizzazione, non c’è nulla da fare, il nostro paese guarda in dietro e non c’è spazio per il mio settore, l’arte contemporanea, ma ripeto, è un problema complessivo di mentalità e di cultura”. (aise)

 

 

 

 

Le manifestazioni dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorrni

 

* fino al 27 marzo, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Mostra fotografica "Lagunalonga" Sulla laguna di Venezia. Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Venti di Cultura e Lagunalonga Srl

 

* fino al 28 marzo, c/o Galerie artoxin (Kirchenstr. 23, München)

Mostra "Evoluzione Capitale dei Sogni". Pittura, disegni e fotografie di Francesco Falciani. Orari: mercoledì 16:00-21:00 - giovedì e venerdì: 12:00-19:00 - sabato: 12:00-16:00. Organizza: Galerie artoxin

 

* fino al 29 marzo, ore 19:00, c/o Mohr-Villa Freimann Kulturzentrum (Situlistr. 75, München) Mostra "Frauen zwischen allen Stuhlen" con cinque artiste del "münchner frauenforum": Serena Granaroli, Traudl Pfeiffer, Christel Ploppa-Lechner, Liz Schinzler, Uta Schütze. Orari: lunedì-giovedì: 11:00-15:00 - venerdì: 11:00-15:00). Ingresso libero. Organizza: Mohr-Villa Freimann Kulturzentrum

 

* fino al 7 giugno 2015, c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) Mostra archeologica "Die Griechen in Italien"

Organizza: Staatliche Antikensammlungen

 

* giovedì 26 marzo, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Tutto Buffo": serata di musica classica e presentazione della rassegna cinematografica "L'Italia nel mondo - l'opera italiana"

In lingua tedesca. Introducono la rassegna cinematografica: Patrizia Franceschini e Thomas Hieber. Concerto solista di Paolo Bordogna (baritono) e Carmen Santoro (pianoforte). Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* giovedì 26 marzo, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "Spaghetti Story" (Regia: Ciro De Caro, Italia, 2012)

Ingresso: € 3,00 (soci) - 6,00 (non soci)

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* domenica 29 marzo, ore 16:00, c/o Chiesa dei Francescani (Ingolstadt)

Domenica delle Palme, S. Messa in italiano

 

* domenica 29 marzo, ore 17:00, c/o refettorio dei Cappuccini accanto alla Chiesa dei Francescani (Ingolstadt). Riunione dell'Associazione "Italclub Ingolstadt e.V."

Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

venerdì 10 aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Italien und Flandern - ein künstlerisches Wechselspiel"

con il Dr. Frank Hanseleit. Ingresso libero

Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

* martedì 14 aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Per la rassegna "L'Italia nel mondo - l'opera italiana"

Cinema/musica: "L'Orfeo" (Claudio Monteverdi, 103 min.). Ingresso libero

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* mercoledì 15 aprile, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr.10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino". Film: "Le fate ignoranti" (Regia: Ferzan Özpetek, Italia 2001, 105 min.)

 

* giovedì 16 aprile, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) "Barolo Boys: storia di una rivoluzione" scene sclete dal documentario omonimo e piccola degustazione di Barolo. Ingresso: € 16,00

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg in collaborazione con "Vino - Ihr Weinmarkt" Augsburg

 

* venerdì 17 aprile, ore 16:00, c/o Sammlung Schack (Prinzregentenstr. 9, München) Visita guidata in italiano con la dott.ssa Miranda Alberti

Costo: € 10,- (non è compreso il biglietto d'ingresso). Minimo 8 partecipanti

Per informazioni e iscrizioni: corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* venerdì 17 aprile, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito. Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

* venerdì 17 aprile, ore 18:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* sabato 18 aprile, ore 11:00-13:00, c/o Bürgerhaus Pfersee (Stadtberger Str. 17, Augsburg) "Facciamo due chiacchiere". Tema: L'influsso di Dante sui modi di dire degli italiani e i paralleli nella lingua tedesca. Conduce: Filippo Romeo

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* domenica 19 aprile, ore 15:30, c/o Caritas Zentrum Innenstadt (Landwehrstr. 26, München) Cinema italiano per bambini. Una sorpresa per grandi e piccini!!

Ingresso libero. Si prega di riservare lucianna.filidoro@gmx.de

Organizzatrici: Lucianna Filidoro e Azzurra Meucci

 

* dal 19 aprile al 4 ottombre, di domenica, alle ore 12:00, c/o Asamkirche Maria de Viktoria (Neubaustr. 1 1/2, Ingolstadt). Rassegna: "Orgelmatinee um Zwölf"

Ingresso libero. Il programma è disponibile all'indirizzo: www.ingolstadt.de (sotto "Kultur&Freizeit", "Konzerte & Musik", "Orgelmusik")

Organizza: Kulturamt der Stadt Ingolstadt in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Sparkasse Ingolstadt

 

 

 

 

Le opere di Pietro Donzelli in mostra a Rüsselsheim

 

Rüsselsheim. Da mercoledì 25 marzo 2015 a domenica 14 giugno 2015,

Press Kunst- und Kulturstiftung Opelvillen Rüsselsheim, Ludwig-Dörfler-Allee 9, Rüsselsheim, avrà luogo la mostra „Luce - Fotografie di Pietro Donzelli 

(1915-1998)” 

 

Una mostra in occasione del centenario della nascita di Pietro Donzelli, che ne presenta l’opera omnia. Le immagini più importanti sono state create negli anni ‘50 e ‘60, quando in Italia il neorealismo favoriva nuove forme d’espressione nell’arte, nel cinema e nella fotografia. Lo sguardo di Donzelli è sempre stato attento ai momenti in cui il sentimento si manifesta nella vita delle persone, nonché alle emozioni che provoca il paesaggio italiano. Primo alleato del fotografo è sempre rimasta la luce.

 

Durata: 25.3. – 14.6.2015. Apertura: me ore 10–18, gio ore 10–21, ve-do ore 10–18. In collaborazione con la Kunst- und Kulturstiftung Opelvillen Rüsselsheim. Per ulteriori informazioni: www.opelvillen.de Iic/dip  

 

 

 

 

Scuole internazionali di Berlino: il Comune vuole più tedesco

 

Berlino - "Nel corso degli ultimi anni l’insegnamento dell’inglese e di altre lingue straniere nelle scuole internazionali di Berlino ha acquistato un peso sempre maggiore. Questo sviluppo multilingue è andato a scapito dell’insegnamento del tedesco, le cui ore di lezione sono diminuite in molte scuole internazionali". È quanto riferisce Giovanni Semenzato dalle pagine on line del Il Mitte di Berlino.

"Perciò", spiega, "la scorsa settimana è arrivata la proposta del Senato del Comune di Berlino di inserire una quota minima di ore di insegnamento del tedesco nelle scuole internazionali, allo scopo di salvaguardare la lingua tedesca tra le giovani generazioni berlinesi.

Le risposte da parte delle scuole internazionali al provvedimento non hanno tardato ad arrivare. Queste argomentano in difesa dell’inglese, lingua imprescindibile ormai anche nella carriera accademica, dal momento che molti corsi di studio delle università tedesche sono stati impostati in inglese e altri vanno in questa direzione.

Alle classiche argomentazioni in difesa dell’inglese, si sono aggiunte anche polemiche da parte dei cittadini, che non vedono un reale pericolo per l’apprendimento del tedesco di alunni di scuole internazionali che nella gran parte appartengono a famiglie tedesche con un livello di istruzione avanzata. Queste famiglie continuerebbero a parlare nella lingua consueta nei rapporti tra coetanei.

Col proposito di discutere del ruolo dell’inglese nelle scuole tedesche e del suo rapporto con l’insegnamento del tedesco è stata organizzata a inizio marzo una riunione dal titolo: "L’inglese è davvero ancora una lingua straniera?". Tra i partecipanti hanno figurato membri della Spd, dei Verdi e dei Pirati, oltre che rappresentanti del Consiglio di Istruzione di Berlino e del BIBB, l’istituto per la formazione professionale". (aise 20)

 

 

 

 

Possibile volare ad EXPO 2015 con ITKAM e Alitalia

 

La Camera di commercio italiana per la Germania (ITKAM), con l'obiettivo di intensificare e migliorare le relazioni economiche fra Italia e Germania è diventata subseller ufficiale dei biglietti EXPO 2015, esposizione universale che si terrà dal 1 maggio al 31 ottobre 2015 a Milano.

 

Visitando il sito www.itkam.org è possibile acquistare il biglietto Expo partendo da un semplice click sull'apposito banner. Grazie alla sinergia con Alitalia, ITKAM permette di raggiungere il sito espositivo di Expo più facilmente.

 

Comprando subito il biglietto EXPO, si potrà risparmiare sull'acquisto dei biglietti attraverso ITKAM, prima che la manifestazione apra i battenti. Un altro vantaggio: acquistando ora si potrà sempre definire successivamente la data della visita ad EXPO, approfittando del prezzo più basso.

 

Expo 2015, con il motto “Nutrire il pianeta, energie per la vita”, cercherà di trovare soluzioni condivise sul tema della alimentazione e nutrizione. I partecipanti si confronteranno su come affrontare la sfida sull'alimentazione che si pone in un mondo globalizzato: garantire la disponibilità di cibo sano e prodotto con tecnologie a ridotto impatto ambientale per tutti i popoli.

 

I numeri di Expo:

1,1 milioni m2 superficie del sito espositivo, 145 paesi, 3 organizzazioni internazionali, 20 milioni di visitatori attesi, di cui circa 2.000.000 tedeschi.

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Bilancio positivo per i soggiorni altoatesini di studio in Germania

 

Dal 15 settembre al 19 dicembre 2014 cinquanta studenti delle scuole superiori di lingua italiana dell’Alto Adige hanno trascorso un soggiorno di studio presso istituti superiori in Germania nei Länder Assia, Baden-Württemberg, Baviera, Saarland e Sassonia. Molto positivo il bilancio delineato nei giorni scorsi nell’ambito di un incontro presso il Liceo Carducci di Bolzano.

Nel corso dell'incontro informativo, alcuni studenti che hanno preso parte al soggiorno di studio nel 2014 hanno illustrato ai loro coetanei, che partiranno nel prossimo settembre, gli aspetti più qualificanti di questa esperienza che li ha "arricchiti sia sotto il profilo linguistico che culturale ed umano". L'incontro, al quale hanno partecipato un centinaio di studenti, è stato organizzato dall'Ufficio Amministrazione scolastica dell'Intendenza scolastica italiana, diretto da Giovanna Ghezzi, che funge da elemento di raccordo fra le famiglie, l'agenzia linguistica individuata con apposita gara e le scuole. Presenti anche Carlo Pomaro dell'Intendenza scolastica di lingua italiana e Charlotte Ranigler, ispettrice per il tedesco L2.

Grazie all'iniziativa 50 ragazzi e ragazze, selezionati in tutti gli istituti superiori di II grado in lingua italiana della provincia di Bolzano, sono stati ospitati da metà settembre a metà dicembre 2014 per un soggiorno di tre mesi presso famiglie germaniche in Assia, Baden-Württemberg, Baviera, Saarland e Sassonia. Gli studenti altoatesini hanno frequentato le lezioni presso le scuole locali e sono stati affiancati prima, durante e dopo il loro soggiorno, dai loro insegnanti tutor, nominati dai dirigenti scolastici su richiesta dell'Intendenza, in totale 14, uno per ogni scuola partecipante al progetto. Sono inoltre stati seguiti durante la loro permanenza in Germania dai coordinatori germanici, insegnanti referenti per il progetto nominati dall'agenzia linguistica. In totale 33 coordinatori, uno per ogni scuola germanica partecipante al progetto.

"Ai ragazzi selezionati per quest'esperienza" ha sottolineato Giovanna Ghezzi "è stata richiesta sicuramente una forte motivazione, oltre che un grande impegno sia durante il soggiorno che al rientro. Il progetto, punta all'apprendimento linguistico ed alla crescita personale, più che all'approfondimento delle conoscenze nelle discipline tradizionali".

Il successo dell'iniziativa è evidenziato anche dal fatto che ogni anno il numero delle richieste è almeno doppio rispetto ai 50 posti disponibili. Il loro numero rimane comunque limitato anche per il fatto che non è sempre agevole trovare la disponibilità delle scuole e soprattutto delle famiglie ad ospitare studenti per un periodo così lungo.

Nel corso dell'incontro si sono quindi avvicendati sul podio alcuni studenti che hanno raccontato, quasi sempre in tedesco, gli aspetti più qualificanti della loro esperienza, i loro timori, le difficoltà, ma anche l'arricchimento che hanno tratto dal contatto con una nuova famiglia, una diversa realtà scolastica e l'intenso rapporto quotidiano con la lingua tedesca.

Le iscrizioni al soggiorno di tre mesi vengono effettuate nel periodo compreso tra ottobre e novembre attraverso i singoli istituti superiori di lingua italiana che possono contare su uno specifico contingente di posti in relazione al numero degli iscritti. (aise 19)

 

 

 

Monaco di Baviera. E’ in rete “rinascita flash” numero 2 del 2015

 

Monaco di Baviera. - E’ online il numero 2/2015 di “rinascita flash”. Il bimestrale di rinascita e.V., a colori, può essere letto e/o stampato cliccando su: http://www.rinascita.de/archivio_rf/rf_2_2015.pdf.

Gli articoli di questo numero: L’informazione, questa sconosciuta di Sandra Cartacci; Ricchi e Poveri di Massimo Dolce; Syriza: una nuova prospettiva per l’Europa? di Norma Mattarei; Ambiente, pace, terra, lavoro, casa: i temi fondamentali di Enrico Turrini; Banalità del male di Pasquale Episcopo: Nasce l’Osservatorio dell’Emigrazione Italiana nel Mondo-O.I.E.M. – Intervista al Coordinatore del Progetto O.I.E.M, Comm. Dott. Giorgio Brignola, di Simona Viacelli; Strategia comunitaria per le pari opportunità 2010-2015; fondo sociale europeo 2014-2020 di Paola Zuccarini;

Furor di popolo di Corrado Conforti; La dura vita dei giornalisti. E un po’ ce la meritiamo di Cristiano Tassinari; “Portami a casa” di Elena Leoni, dedicato agli autori emergenti, recensione a cura di Rosanna Lanzillotti: “Alles Paletti”: l’incontro-scontro dell’italiano medio con le difficoltà della lingua tedesca di Laura Angelini; La menopausa di Sandra Galli; La crema di tonno, ricetta a cura della redazione. (dip)

 

 

 

 

 

Guerriglia a Francoforte contro la nuova sede della Bce, 350 arresti

 

Guerriglia a Francoforte in occasione dell'inaugurazione della nuova sede della Banca centrale europea, nel quartiere del Grossmarkthalle, i vecchi mercati generali della città. Circa 350 le persone arrestate dalle autorità tedesche nel corso delle violente proteste guidate dal movimento Blockupy contro le misure di austerità e il capitalismo.

I manifestanti, 10mila secondo gli organizzatori, hanno messo a ferro e fuoco la città, bruciando contenitori della spazzatura, pneumatici e alcune auto della polizia e lanciando sassi verso gli edifici e le forze dell'ordine. Chiusa per motivi di sicurezza la metro, mentre diversi impiegati della Bce sono rimasti a lavorare da casa. "Impediamo l'inaugurazione della Bce. La Banca centrale europea si batte per una politica di austerità in Europa. Non c'è nulla da celebrare", il tweet sul profilo ufficiale del gruppo anti-capitalista, che raccoglie sotto questo ombrello diverse formazioni.

La polizia ha eretto delle transenne intorno al perimetro della nuova torre per tenere i manifestanti ad una distanza di sicurezza di circa 10 metri e ha utilizzato idranti per disperdere i dimostranti. "Hanno ha causato numerosi incendi e un totale di sette auto della polizia sono state date alle fiamme", ha detto alla Dpa la portavoce della polizia Claudia Rogalski, aggiungendo che "ci sono dimostratori pacifici e anche criminali". Dal canto loro, alcuni manifestanti hanno denunciato l'uso di gas lacrimogeni da parte della polizia e hanno negato qualsiasi attacco alle forze dell'ordine.

Fra i manifestanti protagonisti degli scontri ci sarebbero anche degli attivisti italiani. Lo scrive in sul suo profilo Twitter. "Molti attivisti italiani sono stati circondati in Uhlandstrasse, ma l'atmosfera è fantastica", si legge in un tweet in lingua tedesca del movimento Blockupy.

"Vogliamo fare una marcia pacifica", aveva detto Ulrich Wilken, deputato del partito di sinistra al parlamento di Hesse, citato dal quotidiano britannico. "In passato abbiamo protestato contro i salvataggi delle banche", dice Werner Renz, del gruppo Attac. "Quest'anno protestiamo per la Grecia, abbiamo bisogno di più Atene in Europa e meno Berlino. La situazione non si può risolvere con la sola austerity", aggiunge. Adnkronos 18

 

 

 

 

La copertina che fa discutere. Merkel circondata da gerarchi nazisti: «Così ci vedono in Europa»

 

Il settimanale Spiegel pubblica in copertina un fotomontaggio provocatorio della Cancelliera circondata dalle Ss col titolo: «La superpotenza tedesca». Lettori indignati - di Francesco Tortora

 

Questa volta ad accostare la cancelliera Merkel ai nazisti non sono i media greci, bensì uno dei più autorevoli magazine tedeschi: l’ultimo numero dello Spiegel dedica un lungo reportage «a come gli europei vedono la Germania» e sulla copertina della rivista compare un fotomontaggio nel quale l’attuale leader teutonica è circondata da un gruppo di gerarchi nazisti davanti all’Acropoli di Atene, simbolo del territorio ellenico «conquistato».

Quarto Reich

Il titolo della copertina «La superpotenza tedesca» che esce un paio di giorni prima della storica visita del primo ministro greco Tsipras a Berlino è destino a creare molte polemiche. Nel reportage si parla provocatoriamente anche di «Quarto Reich»: «In alcuni paesi partner fioriscono paragoni con i nazisti - scrive il magazine - La Germania è ancora vista come Übermacht» (potere superiore n.d.r). Inoltre lo Spiegel torna sulla richiesta del pagamento delle riparazioni della Seconda Guerra Mondiale a cui ha accennato più volte il leader ellenico. Secondo i dati che circolano ad Atene la cifra ammonterebbe a 162 miliardi di euro, circa la metà della enorme debito del paese.

Lettori indignati

La copertina, a poche ore dalla pubblicazione, ha già creato un forte dibattito in Germania. E non mancano i lettori indignati che - racconta la versione tedesca del Huffington Post - hanno giù annunciato la loro intenzione di annullare l’abbonamento alla rivista CdS 21

 

 

 

Gli iscritti per votare i Comites di Monaco e di Norimberga

 

Il Consolato Generale di Monaco di Baviera ha comunicato il numero dei cittadini italiani che si sono iscritti all'albo degli elettori e che quindi parteciperanno alle elezioni di aprile per il rinnovo dei Comites.

Comites di Monaco di Baviera: totale aventi diritto 58.115; totale iscritti 1.982 (3,4%).

Comites di Norimberga: totale aventi diritto 16.061; totale iscritti: 631 (3,9%)

Ciascun iscritto all'albo degli elettori riceverà entro il 28 marzo un plico contenente il materiale elettorale ed un foglio informativo illustrante le modalità di voto.

Il connazionale esprime il proprio voto seguendo le istruzioni fornite, quindi restituisce per posta all'Ufficio consolare la scheda, utilizzando la busta già affrancata contenuta nel plico elettorale. 

La busta deve essere inviata al più presto possibile in modo da giungere a destinazione non oltre le ore 24 del 17 aprile. De.it.press

 

 

 

 

 

Luca Vullo in tournèe in Germania

 

Il 2015 di Luca Vullo: dalla produzione del documentario sui nuovi italiani a Londra “INFLUX” ai continui workshop interattivi sulla gestualità. Prosegue l’attività di media education combinata ad un nuovo tour di proiezioni in Germania.

Il mese di marzo segnerà il ritorno dei due documentari “La voce del corpo” e “Dallo zolfo al carbone” in diverse città tedesche tra Licei, Ass.Culturali e Cinema proponendo due differenti tematiche: la comunicazione non verbale e l’emigrazione tra passato e presente in un confronto con il nuovo film sul flusso migratorio in UK “INFLUX”.

Sarà dunque una primavera firmata Luca Vullo quella che risveglierà la Germania in questi giorni. Dal18 marzo ha avuto infatti inizio il secondo tour tedesco di proiezioni con i suoi documentari: “La voce del corpo” e “Dallo zolfo al carbone”.

L’interesse crescente verso le tematiche trattate dai due lavori di Vullo rende sempre più presente il regista e produttore in diverse parti del mondo tra Università, Licei, Associazioni Culturali, Istituti di Cultura e TV, Radio, Stampa e web.

I prossimi appuntamenti tedeschi prevedono, dopo la proiezione de “La voce del corpo” del 18 marzo al Cinema Koki di Lubecca e venerdì 20 marzo a Duisburg presso la Volkshochschule di König-Heinrich-Platz: il 23 marzo, alle 18.30 nel locale Las Cantina di Francoforte. Sempre a Francoforte “La voce del corpo” sarà presentata il 24 marzo, alle ore 18.30 e alle 20.45, nella sede centrale della Volkhochschule in Sonnemannstrasse.

Doppio appuntamento invece il 25 marzo a Liceo Leibniz Montessori Gymnasium di Dusseldorf, dove alle ore ore 14.00 sarà proiettato “La voce del corpo”, cui seguirà un workshop di approfondimento, e alle ore 19.00 “Dallo zolfo al carbone”. Infine il 26 marzo Vullo sarà ad Unna per presentare “La voce del corpo” alle ore 18 alla Volksbank Haupstelle. dip 

 

 

 

 

Velo islamico in classe. La Germania dà il via libera

 

Vietato vietare. La Corte costituzionale tedesca ha deciso che alle insegnanti non potrà essere impedito di portare il velo. La sentenza, che ne annulla una del 2003 dal tenore opposto, non è tuttavia un via libera definitivo alla possibilità di fare lezione in classe indossando dei simboli religiosi. I giudici hanno mantenuto alcuni limiti: il divieto potrà essere reintrodotto, infatti, se c’è il rischio «concreto» che il copricapo «comprometta la tranquillità scolastica o la neutralità statale».

 

La sentenza è ovviamente riferita anche ad insegnanti uomini che vogliano portare la kippah o altri simboli religiosi, ma in Germania è stata ribattezzata «Kopftuchverbot», «divieto del velo», perché è soprattutto sulla concessione alle donne musulmane di insegnare velate che si concentrano da anni le battaglie, nei tribunali come in politica. E il ricorso che ha prodotto la sentenza di ieri proveniva da due insegnanti musulmane del Nordreno-Westfalia. La prima era stata licenziata, la seconda ammonita perché portavano indumenti religiosi (la prima il velo, la seconda un basco per coprirsi comunque i capelli e rispettare il suo credo).

 

Pericoli concreti

Otto Land tedeschi, quasi tutti quelli dell’Ovest, dovranno modificare le loro proibizioni stabilite per legge, dopo che la sentenza del 2003 della suprema corte aveva formulato un verdetto un po’ pilatesco. Allora i giudici di Karlsruhe avevano preferito delegare alle amministrazioni regionali la decisione se introdurre o no un divieto di portare «indumenti che possano essere ricondotti a un credo religioso» durante le lezioni.

 

Tuttavia, dodici anni fa i giudici avevano anche segnalato che per un divieto bastasse una possibilità «astratta» di un «rischio o di un conflitto», ad esempio con i genitori o tra i genitori. Sulla base di quella sentenza, gli otto Land avevano deciso di introdurlo per legge. Ora l’impedimento a insegnare con il capo deve essere motivato da pericoli «concreti».

In sostanza pur lasciando aperti margini interpretativi, è un verdetto liberatorio, festeggiato ieri soprattutto dalle comunità musulmane. L’afghana Fereshta Ludin, che dodici anni fa fallì con il suo tentativo di ottenere un via libera al velo in classe, ha commentato ieri con la Tageszeitung che «per me non è una questione di vittorie o trionfi. Ma sono contenta che dopo tanti anni sia stata ristabilita la giustizia».

 

Una curiosità: la sentenza è stata resa pubblica ieri, ma la «Tageszeitung» era riuscita ad anticiparla grazie ad una falla nel sistema informatico della Corte costituzionale, che l’aveva resa visibile sul sito qualche ora prima della pubblicazione ufficiale.

 

Così negli altri Paesi europei

Sull’uso in pubblico del velo islamico l’Europa è divisa tra Paesi che ammettono il burqa e il niqab (che lascia scoperti solo gli occhi) e altri che lo hanno vietato per legge. È il caso della Francia, del Belgio e in alcuni casi della Germania dove la scelta spetta ai singoli Lander: al momento sette su diciassette li hanno vietati nelle scuole pubbliche. La Francia è stato il primo Paese europeo a varare la legge (in vigore dal 2011) che mette al bando l’uso del burqa, vietando la «dissimulazione del volto nei luoghi pubblici». Più permissivi Gran Bretagna e Austria dove il velo islamico è ammesso. In Italia una legge del 1975, che fa parte delle «disposizioni per la protezione dell’ordine pubblico», vieta di coprire completamente il viso nei luoghi pubblici.  Tonia Mastrobuoni  LS 14

 

 

 

 

“Raccontare Berlino”: concorso fotografico indetto dal Circolo PD Berlino e Brandeburgo

 

Berlino - Si intitola “Raccontare Berlino” il concorso fotografico indetto dal Circolo PD Berlino e Brandeburgo. “Si può descrivere la città attraverso le sue architetture, ma anche attraverso i volti dei suoi cittadini, delle cose più strane o caratteristiche, degli aspetti più insoliti come quelli più comuni”, spiega Federico Quadrelli, Segretario Circolo PD Berlino e Brandeburgo. “Raccontare Berlino” attraverso il proprio punto di vista e con una macchina fotografica. Il bando è aperto a tutti coloro che hanno la passione per la fotografia o le arti visive. La partecipazione è rivolta a tutti gli interessati a prescindere dal loro orientamento politico. Non è richiesto né essere iscritti né essere simpatizzanti. “Ciò che vogliamo – sottolinea Quadrelli – è creare un momento di incontro attraverso l’arte”.

“Sarà una giuria indipendente a valutare le opere che riceveremo e ad assegnare i riconoscimenti. Speriamo sinceramente che questo primo progetto possa stimolare la voglia di conoscersi e di stare insieme, al di là di ogni appartenenza politica”, conclude.

Il concorso prevede due sezioni: professionisti e dilettanti. Per ciascuna sezione sono previste tre categorie: La città e le sue architetture; La città e i suoi volti; La città e i suoi eventi.

Le foto vanno inviate entro le ore 00:00 del 20 aprile, via e-mail con oggetto: partecipazione concorso “Raccontare Berlino”, all’indirizzo circolopdberlino@libero.it, indirizzo e-mail protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Il bando è disponibile sul sito del Comites di Berlino. (dip)

 

 

 

 

 

“Dal mondo alla Farnesina: la convivenza delle differenze”

 

Una riflessione promossa dal Comitato unico di garanzia del Maeci in occasione della XI edizione della Settimana d’azione contro il razzismo organizzata dall’Unar dal 16 al 22 marzo. Michele Valensise: “Il rispetto delle differenze bene si inserisce nella visione politica che caratterizza, e non da oggi, l’azione dell’Italia nel mondo”

 

ROMA – Il Ministero degli Affari esteri e la Cooperazione internazionale aderisce alla XI edizione della Settimana d’azione contro il razzismo promossa dall’Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali con l’evento “Dal mondo alla Farnesina: la convivenza delle differenze” organizzato questa mattina presso la Sala Aldo Moro del Ministero a Roma.

A salutare i presenti il segretario generale del Maeci, Michele Valensise che ha segnalato l’importanza di “rivitalizzare” il messaggio e l’impegno contro il razzismo, anche alla luce di fatti tragici come l’attentato al Museo Bardo di Tunisi, avvenuto ieri, episodio che richiama il tema della convivenza delle differenze su cui è opportuno “non abbassare mai la guardia”. Valensise ribadisce come l’operato della Farnesina sia animato dal tentativo di “tradurre nei fatti una cultura politica di promozione e tutela dei diritti umani su scala internazionale che appartiene ed è condivisa dal Paese tutto, dalle istituzioni così come dalla società civile”. “Il rispetto delle differenze – aggiunge – bene si inserisce nella visione politica che caratterizza, e non da oggi, l’azione dell’Italia nel mondo”. Richiamata poi la capillare presenza estera del Ministero, “una rete che ha per sua stessa natura la vocazione all’integrazione di personale straniero, di tutte le provenienze, culture e religioni – ha affermato Valensise, evidenziando la “pratica quotidiana di rispetto per le differenze” incarnata dalla composizione stessa dall’amministrazione. Di seguito Ermenegilda Siniscalchi, capo del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha sottolineato come la Settimana sia un utile “momento di riflessione e di rinnovato impegno per costruire una società più giusta e inclusiva”. Ha riconosciuto poi “l’azione propulsiva svolta dall’Unione Europea per il riconoscimento dei diritti fondamentali, come quello delle pari opportunità, in società democratiche e inclusive”, azione svolta alla luce del profilarsi di “un’Europa multiculturale, in cui culture e caratteristiche delle comunità immigrate hanno via via acquisito importanza”, “una società multietnica che è naturale conseguenza del superamento di rigidi schemi nazionalistici”. Ha ribadito come Valensise la “necessità di non abbassare la guardia”, necessità che si traduce nell’impegno quotidiano in primis dell’amministrazione per la “rimozione di qualsiasi ostacolo si frapponga alla piena realizzazione dei diritti”, impegno cui sono chiamati a concorrere tutti gli attori, compresa la società civile. Per Siniscalchi, oltre alla sensibilizzazione sul tema, promossa ad ampio raggio con iniziative come quella della Settimana, è essenziale lavorare anche sulla corretta conoscenza dei fenomeni, per accrescere la convivenza e il rispetto tra le diversità.

Sull’importanza di una corretta restituzione, specie da parte dei media, del fenomeno migratorio si è soffermata anche Pia Locatelli, membro della Commissione Affari esteri e comunitari della Camera dei Deputati, che avverte il fatto che “crisi economica e crisi internazionali stiano cambiando le persone”, determinando un passaggio del nostro Paese “dall’accoglienza al razzismo”. “Non ovunque – precisa, - ma nel territorio da cui provengo, la provincia bergamasca, gli immigrati, un tempo visti come valido sostegno all’economia e disposti a fare lavori spesso rifiutati dagli italiani, con il progredire della crisi vengono vissuti come usurpatori di risorse e posti di lavoro”, un approccio che consente di allargare il bacino elettorale ma che Locatelli ritiene vada “rifiutato con fermezza”, “riaffermando il valore dell’accoglienza e della solidarietà” che il nostro Paese – prosegue – ha sempre testimoniato, specie in campo internazionale. E tale riaffermazione spetta per la parlamentare in primo luogo alla politica, a dispetto della facilità con cui funzionano invece “le campagne di esclusione e paura dell’altro”. “La nostra intenzione non è quella di negare i problemi o le paure diffuse, ma capire se esse abbiano o meno fondamento o siano alimentate in modo strumentale – afferma Pia Locatelli, rilevando come l’Italia non sia la destinazione preferita dai rifugiati, che sono per esempio molti di più in Francia, Germania, Svezia – qui in particolare se il loro numero è paragonato a quello della popolazione, - o Gran Bretagna. “L’incidenza dei rifugiati sulla popolazione italiana è dello 0,13%, mentre a Malta arriva sino al 2% - osserva la parlamentare, che sottolinea anche come risulti amplificata la percezione di musulmani e immigrati in Italia (richiama un sondaggio giornalistico che evidenzia come la percezione dell’opinione pubblica amplifichi fino a 4 volte la presenza straniera e musulmana realmente registrata in Italia). Non ritiene inoltre che il costo di Mare Nostrum fosse tale da giustificare la sua interruzione – a questo proposito parla di circa 2 euro l’anno per cittadino italiano, a fronte di oltre 100 mila persone salvate. “Non è alimentando l’odio e il razzismo che si fermano i migranti, perché sono persone che non hanno altra scelta – conclude Locatelli, segnalando come sia necessario condividere le responsabilità con l’Europa, non disperdere le competenze acquisite con Mare Nostrum, modificare il regolamento di Dublino sui richiedenti asilo, favorendo la verifica dei requisiti nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo. “Vantiamo una tradizione diplomatica, storica e politica di agenti di pace e non dobbiamo rinnegarla. La promozione dei diritti umani – dice – è un dovere a cui non possiamo sottrarci”. Ha parlato della sua esperienza personale e politica in Italia Jean Léonard Touadi, consigliere politico del vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli, nato a Brazzaville, in Congo, e poi esiliato con la famiglia, per via del colpo di Stato del 1968, prima in Francia e poi in Italia. Ricorda in particolare la sua formazione scolastica a Brazzaville, “città fondata dall’italiano Pietro di Brazzà – segnala – che aveva un modo particolare di affrontare la diversità, tanto più la radicale alterità degli indigeni, con un confronto fondato sul dialogo”. Una formazione avvenuta in una colonia francese e dunque già contrassegnata dal meticciato culturale – nella sua scuola di gesuiti francese veniva insegnata la discendenza del popolo dai Galli e rimarcata, in piena Africa equatoriale, “la bellezza delle cime innevate dei nostri monti – ricorda Touadi. Un meticciato alimentato poi dalla sua permanenza all’estero, in una “palestra di convivenza” di cui ricorda anche le discriminazioni subite dagli italiani in Francia, cui è seguito nel 1979 l’arrivo a Roma, la sua decisione di restarvi e l’avvio dell’esperienza politica, prima in Comune, poi al Parlamento e ora al Maeci. Parla quindi di anni di “grande fermento, anni in cui l’Italia è diventata terrà di immigrazione” e della sua esperienza importante con don Luigi di Liegro. “Oggi ci troviamo in un momento difficile e non pensavamo che l’Italia potesse tornare indietro, ma ho fiducia in questo Paese, nel modello di integrazione che esso è riuscito a costruire e che non è quello rappresentato dalla narrazione giornalistica – afferma Touadi. Di seguito Gianludovico de Martino, presidente del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani, spiega attività e funzione del Comitato, impegnato dell’attuazione in Italia degli impegni assunti a livello internazionale sul fronte dei diritti umani, attraverso un permanente e costruttivo interscambio con organismi delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea che vigilano su tali questioni.

Il direttore dell’Unar Marco De Giorgi segnala l’impegno dell’ufficio in attività di sensibilizzazione e informazione sul tema, attraverso la pubblicazione del Dossier statistico e campagne di comunicazione. “Siamo consapevoli del fatto che oggi il discorso antirazzista in Italia sia impopolare – ammette De Giorgi, richiamando una serie di episodi sconcertati, tra cui un incontro in merito alla proposta di costruzione di una moschea nell’area lombarda in cui comitati di cittadini presentavano rimostranze rilevando come l’area in questione subisse già gli effetti negativi di un inceneritore e dell’inquinamento. Nonostante il contesto difficile, l’obiettivo è “creare occasioni e momenti di dialogo, perché solo la conoscenza e il confronto possono aiutarci a sconfiggere la discriminazione – rileva, segnalando in particolare come si stia lavorando per una mobilitazione contro il razzismo che coinvolga soprattutto i più giovani e gli strumenti di loro maggior uso, come internet. Tra le iniziative loro dedicate Unardoc, rassegna di documentari e video liberamente accessibili sul sito per la sensibilizzazione al tema, e la campagna “smonta una bufala al giorno”, contro pregiudizi e luoghi comuni e usando un linguaggio vicino ai giovani.  

Affidate al direttore generale per le risorse e l’innovazione del Maeci, Elisabetta Belloni le conclusioni dell’evento, coordinato da Sabrina Ugolini, presidente del Comitato unico di garanzia del Maeci, che ha presentato per l’occasione un video sulla “famiglia multietnica” composta del personale del ministero (850 sono i dipendenti stranieri, 450 quelli con doppia cittadinanza).

“È vero, come è stato ricordato, che la politica può essere più esplicita nei messaggi che intende veicolare rispetto a chi rappresenta le istituzioni, come la diplomazia, ma è altrettanto vero che noi funzionari – afferma Belloni - abbiamo bisogno che la politica ci trasmetta dei valori che ci sollecitino ad un impegno e giustifichino l’assunzione di responsabilità che spesso sono anche molto onerose”. Proprio l’esplicitazione di tali valori può dunque “rafforzare la nostra azione quotidiana – prosegue il direttore generale, il cui auspicio è che non vi sia più necessità di ripetere messaggi contro il razzismo e per sconfiggere la discriminazione, “ma c’è ancora un cammino da intraprendere per arrivare a tal condizione – ammette. Tra le luci messe in evidenza dai relatori insieme alle ombre, si sofferma in particolare sull’importanza che oggi “per la prima volta a livello parlamentare vi sia la condivisa consapevolezza dell’esigenza di aumentare l’aiuto pubblico allo sviluppo”. La lotta alla discriminazione va inoltre combattuta “cercando di essere costruttivi”, “affermando il valore aggiunto che si ricava dal dialogo con chi non è uguale a noi – afferma il direttore Belloni, ricordando l’importanza del concetto di “dialogo”: “il dialogo vuol dire arrivare alla verità e quindi implicitamente riconoscere che quando parli con l’altro, quell’altro detiene una porzione di verità”. “Solo convincendo del valore migliorativo del dialogo da parte di chi lo pratica, convincimento cui dobbiamo mettere a parte anche coloro che vogliono escludere, potremo sconfiggere la discriminazione – conclude il direttore generale, suggerendo così “un percorso che dobbiamo intraprendere insieme per un futuro più equo e più sicuro”. Viviana Pansa, Inform 19

 

 

 

 

Strage di Tunisi, i segnali trascurati

 

La Tunisia non è la Libia, dove la rivolta contro il regime di Gheddafi è diventata una caotica guerra civile in cui è impossibile distinguere le motivazioni politiche e religiose da vecchie faide tribali e regionali. E non è neppure l’Egitto, dove il ritorno all’ordine è il risultato del golpe con cui i militari hanno conquistato il potere e decapitato la Fratellanza musulmana. In Tunisia esistono un ceto politico e amministrativo di educazione francese, capace di controllare la transizione, e un partito musulmano ( Ennahda , rinascita) che ha preferito farsi da parte, dopo l’approvazione di una nuova carta costituzionale, piuttosto che tentare, come in Egitto durante la breve presidenza di Mohamed Morsi, l’islamizzazione del Paese. Credo che la Tunisia possa continuare a essere, nonostante gli avvenimenti delle ultime ore, il luogo dell’Africa del Nord, in cui la democrazia ha buone possibilità di crescere e irrobustirsi.

 

Ma l’assalto al Parlamento e al museo del Bardo non sono avvenimenti imprevisti e imprevedibili. Sapevamo che l’esercito combatte da parecchi mesi, lungo la frontiera algerina, contro bande salafite che hanno rapporti organici con Al Qaeda nel Maghreb. Sapevamo che la polizia deve fare fronte a insidiosi gruppi di terrorismo urbano. E sapevamo infine che la Tunisia è stata negli ultimi tempi uno dei maggiori fornitori di reclute jihadiste (i foreign fighters ) alle milizie dell’Isis che combattono in Siria e in Iraq.

 

Due anni fa il gran mufti di Tunisi, il vecchio e stimato Othman Battiqh, ricordò ai suoi connazionali che il loro Paese aveva un preoccupante primato nella «jihad del sesso», come fu chiamato il fenomeno delle numerose adolescenti che lasciano le loro famiglie per dare «conforto» ai combattenti nelle retrovie siriane e irachene.

Ciò che è accaduto a Tunisi è sperabilmente soltanto un episodio nella vita politica del Paese. Ma dimostra che nessuna società o comunità, musulmana, in questo momento, può essere considerata immune dal contagio dell’Isis. Prima di considerare il mondo islamico definitivamente incurabile dovremmo ricordare che anche alcune società europee, negli «anni di piombo», fecero una esperienza analoga e che da queste malattie si può guarire. Sergio Romano, CdS 19

 

 

 

 

Israele sceglie Netanyahu: "Formeremo un governo forte e stabile"

 

Smentendo tutti i pronostici e i risultati dell'exit poll, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu è uscito vincitore dalle elezioni. Il suo partito ha conquistato 30 dei 120 seggi della Knesset, il parlamento israeliano, secondo risultati relativi al 99% del conteggio dei voti. I suoi avversari di centro sinistra, il leader laburista Isaac Herzog e la centrista Tzipi Livni che correvano insieme per l'Unione Sionista, si sono fermati a quota 24.

Terzo partito è la Lista Araba Unita, che per la prima volta unisce i tre partiti arabo israeliani, e ha ottenuto 14 seggi. Segue il partito laico centrista Yesh Atid dell'ex ministro delle Finanze Yair Lapid, che ha ottenuto 11 seggi, in netto calo rispetto al 2013 quando fu la sorpresa delle elezioni ottenendo 19 deputati. Ottiene 10 seggi il nuovo partito Kulanu dell'ex ministro delle Comunicazioni Moshe Kahlon, un ex membro del Likud di Netanuahu diventato molto popolare per aver aperto alla concorrenza la telefonia mobile riducendo le tariffe. Sono invece in calo i due alleati nazionalisti di Netanyahu: il partito di Bennett è sceso da 12 a 8 seggi e quello di Lieberman da 13 a 6. I due partiti ultraortodossi hanno ciascuno 7 seggi, mentre il partito di sinistra Meretz ha perso due seggi, fermandosi a 4. Non è riuscito ad entrare alla Knesset il nuovo partito ultraortodosso Yahad.

Galvanizzato dalla vittoria, Netanyahu ha promesso di mettersi subito al lavoro per formare una nuova coalizione, con l'obiettivo di giungere ad un nuovo governo entro "due o tre settimane". Formerò "un governo forte e stabile" che si occuperà "della sicurezza e le sfide socioeconomiche", ha detto presentandosi alle prime ore di oggi alla folla dei suoi sostenitori che festeggiavano i risultati elettorali. "Abbiamo ottenuto una grande vittoria per il campo nazionalista guidato dal Likud", ha aggiunto Netanyahu, dicendosi "fiero" del popolo israeliano mentre la folla gridava "Bibi, Bibi", chiamandolo con il soprannome.

Il primo ministro, che ora potrà guidare il governo per un terzo mandato consecutivo, ha esteso un ramoscello di ulivo anche agli arabo israeliani, dopo aver accusato ieri la sinistra di portarli a votare in massa ai seggi. Il mio governo, ha detto, lavorerà per migliorare "le cose più importanti per noi, una vera sicurezza e un welfare socioeconomico. Queste sono cose importanti per ogni famiglia, cittadino, soldato e tutti cittadini d'Israele, ebrei e non ebrei. Siete tutti importanti per me".

Ora un governo con nazionalisti e religiosi - Forte dei 30 seggi conquistati dal suo partito Likud alla Knesset, Netanyahu ha già fatto sapere di voler costituire un nuovo governo con i partiti della destra nazionalista, il Focolare Ebraico del ministro dell'Economia Naftali Bennett e l'Yisrael Beitenou del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. A loro si aggiungeranno i due partiti ultraortodossi, che erano fuori dal precedente governo, e il nuovo partito Kulanu dell'ex ministro del Likud Moshe Kahlon, che ha fatto campagna contro il carovita.

Herzog e Livni: questa è una mattina difficile - Herzog ha telefonato a Netanyahu per congratularsi con lui per la vittoria, ma in un comunicato il leader laburista e la centrista Tzipi Livni hanno affermato che "questa è una mattina difficile per noi e per chi condivide le nostre convinzioni". "Assieme ai nostri partner alla Knesset ci batteremo per i valori in cui crediamo", promettono Herzog e Livni, sostenitori della ripresa del dialogo con i palestinesi.

Gelo Anp: affossato il processo di pace - Per l'Autorità nazionale palestinese (Anp), tuttavia, la vittoria di Netanyahu ''affossa il processo di pace'' in corso con i palestinesi. Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat ha infatti evidenziato come Netanyahu abbia ''appena detto di essere contro uno Stato palestinese''. ''E' molto chiaro che Israele non è un partner per il processo di pace - ha detto Erekat - Ora è chiaro che la società israeliana è a favore di un affossamento del processo di pace, di un affossamento di una soluzione a due stati e a continuare con i dettami e gli insediamenti''. Erekat ha quindi affermato che il risultato delle elezioni israeliane giustifica la strategia diplomatica dei palestinesi di aderire al Tribunale penale internazionale e ad altri trattati e organizzazioni internazionali, annunciando che accelererà il processo per far perseguire Israele dal Tpi. ''La comunità internazionale e gli Stati Uniti in particolare ora devono interrompere gli accordi con Israele in quanto Stato al di sopra della legge'', ha detto Erekat alla radio Voice of Palestine. Adnkronos 17

 

 

 

 

Attacchi di Tsipras all’Europa. Uno spettacolo che alla fine danneggia solo la Grecia

 

I margini di un compromesso ci sono ancora, ma occorre maggiore pragmatismo

di Alan Friedman

 

Alla fine, nonostante tutte le polemiche, ci sarà un compromesso per risolvere la crisi del debito greco. La soluzione sarà, a mio avviso, una specie di rescheduling (riscadenzamento) finanziario che porterà tutti a fare buon viso a cattivo gioco. Non solo: grazie al Quantitative easing di Mario Draghi, il rischio di un contagio è fortemente ridotto o addirittura non c’è più. Va detto però che lo Tsipras-Varoufakis Show in Europa, con la sua retorica sempre provocatoria e iperbolica, sta diventando uno spettacolo poco edificante. E poco utile per la Grecia.

Che il mini-summit di ieri sera a Bruxelles, richiesto da Alexis Tsipras, non sarebbe stato risolutivo, l’aveva già annunciato giovedì mattina Angela Merkel davanti al Bundestag. La cancelliera aveva anche spiegato con ironia: «Ho invitato il primo ministro Alexis Tsipras a Berlino lunedì e attendo la sua visita con impazienza. Avremo il tempo di parlare in dettaglio e forse anche di litigare».

L’insistenza di Tsipras per ottenere un incontro con Angela Merkel, François Hollande, Mario Draghi, Jean-Claude Juncker e Jeroen Dijsselbloem viene in un momento in cui questi leader europei stanno perdendo la pazienza nei confronti del neofita premier greco e del suo vulcanico ministro del Tesoro, Yanis Varoufakis.

Tsipras e Varoufakis negli ultimi giorni avrebbero tenuto i burocrati della famosa «ex troika» chiusi in un albergo ad Atene, negando loro accesso ai conti e bloccando qualsiasi forma di collaborazione. Il suo governo, ha detto Tsipras, non prende ordini dai tecnici. La ex troika, insiste Tsipras, è morta. Piuttosto, il premier greco spera in una soluzione politica dei suoi problemi finanziari. Si tratta di problemi veri, nel senso che Atene potrebbe finire le ultime gocce della sua rimanente liquidità tra qualche settimana. A quel punto si rischierebbe non un «Grexit» voluto da Syriza ma un «Grexident», ovvero un incidente di percorso che potrebbe portare Atene alla bancarotta ufficiale (è già in bancarotta da anni, de facto).

È ovvio che guardiamo tutti con simpatia alle sorti della gente in Grecia, dal punto di vista umano. Ma l’Italia è anche il secondo Paese creditore della Grecia, dopo la Germania: in ballo ci sono i soldi dei contribuenti, decine di miliardi di euro in questo caso.

Il problema di fondo è che Atene avrebbe potuto ottenere più sconti da Berlino e Bruxelles se non avesse sempre brandito l’arma di un terrorismo verbale con cui si minaccia in continuazione e si dicono stupidaggini. Ma chi crede davvero che minacciare di inviare jihadisti e terroristi in Germania aiuti a ottenere più soldi dall’Europa? Aiuta davvero la Grecia nella trattativa con l’Eurogruppo il tirare continuamente in ballo i nazisti, come ha fatto il primo ministro, e chiedere praticamente di cancellare il suo debito per compensare l’occupazione tedesca di settanta anni fa?

E mentre si lancia una provocazione dopo l’altra e si parla della sofferenza umanitaria dei poveri in Grecia, Varoufakis non fa una grande figura mostrandosi con la moglie elegante in posa glamour nel servizio pubblicato da Paris Match sulla sua terrazza con vista ad Atene.

Ormai, invece del vaudeville in atto ad Atene ci vuole una trattativa seria tra la Grecia, la Troika e l’Eurogruppo su quali riforme si possono concordare, quanto e come si possa ristrutturare il debito greco, e quanti soldi l’Europa e il Fondo monetario possano ancora concedere, e per quanto tempo.

Si capisce come il governo di un leader idealista popolato da un gruppo di ex manifestanti no global possa aver bisogno di un periodo di rodaggio prima di capire che la sua posizione è talmente debole da dovere, per forza di cose, diventare più pragmatico. Ma qualcosa, di tutto questo trambusto, ce la potevano risparmiare. CdS 20

 

 

 

Elezioni israeliane 2015. Futuro incerto dopo la vittoria di Netanyahu

 

L’isteria nazionalista e l’istigazione alla paura hanno avuto la meglio nelle elezioni israeliane: paura della minaccia esterna dell’Iran e dell’estremismo islamista che disgrega e insanguina il Medio Oriente; e paura del “nemico interno” - i cittadini arabi.

 

Coalizione di centro-destra

La vittoria del Likud (30 seggi, un quarto del Parlamento israeliano) consente al premier uscente Benjamin Netanyahu di formare un governo con le due formazioni della destra annessionista, con il nuovo partito Kulanu - fuoruscito dal Likud e attento soprattutto ai temi della povertà e delle disuguaglianze economico-sociali di cui soffrono strati vasti della società israeliana - e infine con uno o due dei partiti religiosi.

 

Sarebbe una coalizione simile a quella che governò Israele fra il 2009 e il 2013, senza più il contrappeso importante dei partiti centristi di Yair Lapid e della Tzipi Livni, soprattutto della seconda, che, come negoziatrice con l’Autorità palestinese e Ministro della Giustizia, ha cercato in questi due anni di condurre in porto - o almeno di salvare - la trattativa di pace e di bloccare la legislazione sullo “stato-nazione”, mirante a subordinare le norme della democrazia all’ebraicità dello stato e ad attribuire alla legge ebraica uno status privilegiato.

 

Anche per questo sul finire del 2014 Netanyahu aveva estromesso i due partiti dal governo e portato il paese alle elezioni anticipate in un modo che sembrava avventuristico.

 

Il voto è stato dominato dalla persona del premier uscente ed è quasi stato un plebiscito sul suo conto. Netanyahu ha vinto, con la sua abilità tattica, nonostante sondaggi che sembravano testimoniare un umore diffuso nel paese di rigetto d’un uomo che da troppo tempo domina l’agone politico e che nell’ultimo mese aveva inasprito in modo distruttivo i rapporti con l’Amministrazione americana e acuito il pericoloso isolamento di Israele nel mondo.

 

Un isolamento dovuto anche a un’ostinata difesa dello status quo - l’occupazione della Cisgiordania -, sotto la pressione dei partiti di destra e del movimento dei coloni, ormai 350.000, lì insediatisi.

 

Negli ultimi giorni della campagna elettorale, Netanyahu ha affermato di respingere la soluzione “ a due stati”, che presuppone la nascita di uno stato palestinese sovrano e in rapporti di buon vicinato con Israele, lungo confini vicini a quelli del ’67 e con modifiche territoriali concordate fra le parti e con Gerusalemme, città fisicamente unita, capitale dei due stati.

 

Lo ha fatto contro i suoi stessi impegni pubblici di sei anni fa e la logica del negoziato con i palestinesi. Ha attaccato in modo virulento gli elettori arabi e la Lista araba unita, la nuova formazione che ha unito i quattro piccoli partiti arabi di Israele (Hadash, comunista, è in realtà un partito arabo-ebraico).

 

Spostamento della società israeliana verso posizioni nazionaliste

Lo slittamento a destra e l’uso esagitato della retorica nazionalista gli hanno permesso di sottrarre voti ai partiti della destra estrema (i nazional-religiosi guidati da Naftali Bennet e i post-russi di Avigdor Lieberman) nonché allo Shas, il partito ultra-ortodosso di origine “mizrachi”, degli ebrei cioè immigrati in Israele dai paesi arabi.

 

Ma è importante riconoscere che è in atto uno spostamento più profondo e permanente della società israeliana verso posizioni nazionaliste via via più chiuse.

 

Fenomeno dovuto a trasformazioni demografiche e sociali dello stesso Israele, ma anche ad una reazione difensiva rispetto alla strada nichilista imboccata dai palestinesi : la seconda intifada del 2001-05, l’inutile guerriglia armata di Hamas dalla striscia di Gaza, il rifiuto di Abu Mazen delle offerte ragionevoli di compromesso avanzate dal governo Olmert-Livni nel 2008.

 

Non sono solo i 350.00 coloni negli insediamenti in Cisgiordania a rendere la soluzione “a due stati” sempre più difficile sul terreno. C’è anche una vasta parte della società - osserva Roger Cohen sul New York Times del 18 marzo - “che ha rinunciato ai due stati e preferisce i palestinesi invisibili dietro il muro”.

 

Una parte imponente dell’opinione pubblica in Israele pensa che la pace non sia davvero possibile e guarda ai palestinesi come a un nemico ingrato e irriducibile, ma che si può contenere con un conflitto “a bassa intensità”.

 

Eppure la guerra distruttrice con Hamas dell’estate scorsa, con il numero altissimo di vittime soprattutto civili e gli immani costi materiali, dimostra che il costo della non-pace è enorme e che l’illusione che i palestinesi accettino per l’eternità un’occupazione umiliante è pericolosa, con effetti nefasti per la democrazia e la convivenza di ebrei ed arabi all’interno stesso di Israele.

Giorgio Gomel, economista, AffInt 19

 

 

 

 

 

La strage di tunisi. Noi, assediati e troppo timidi

 

Destabilizzare tutti gli assetti politico-statali del mondo arabo; impadronirsi di quell’immenso spazio geopolitico instaurandovi un potere ispirato all’islamismo radicale; da lì muovere a uno scontro con l’Occidente, preliminarmente messo sulla difensiva e impaurito dall’azione di nuclei terroristici reclutati nelle comunità musulmane al suo interno. Davvero si corre troppo con la fantasia attribuendo un disegno del genere alla galassia della jihad che mercoledì a Tunisi ha compiuto la sua ennesima impresa sanguinaria? Davvero significa dare corpo a dei fantasmi? Bisogna vedere: chi l’avrebbe detto nel gennaio del 1933 che quel tizio esagitato appena nominato cancelliere della Germania avrebbe effettivamente cercato di realizzare i suoi fantastici propositi di sterminio, mettendo a ferro e a fuoco il mondo? Eppure allo scoppio della Seconda Guerra mondiale mancavano neppure sette anni.

 

Il messaggio che viene da Tunisi è chiaro: per il nostro Continente si avvicina una prova decisiva. Siria, Libia, Tunisia, cioè la sponda meridionale del Mediterraneo, cioè il confine marittimo dell’Unione. Come non accorgersi che prima che agli Stati Uniti è a lei, a noi, che è rivolta la sfida islamista? Dunque le imprevedibili accelerazioni della storia impongono oggi all’Europa ciò a cui essa si è finora sempre rifiutata: di essere un soggetto politico vero. Vale a dire con una vera politica estera; con un vero esercito. E con veri capi politici: gli unici che nei momenti cruciali possono fare scelte coraggiose, costruendo altresì intorno ad esse il consenso necessario.

Non c’è tempo da perdere. Per far fronte alla feroce determinazione dell’islamismo radicale, alla sua capacità di penetrazione, la politica deve innanzitutto prepararsi all’impiego della forza. La si chiami come si vuole per non turbare i nostri pudori lessicali - operazione di polizia internazionale, missione di pace ( sic !) o che altro - l’importante è capirsi sulla sostanza. Così come è necessario che l’Europa si convinca - e convinca gli Stati Uniti - a dire con chiarezza all’Arabia Saudita, al Qatar e a qualche altra monarchia del Golfo che il loro doppio gioco non può continuare a lungo: che esse non possono con una mano fare lauti affari con l’Occidente, e con l’altra finanziare chi uccide a sangue freddo i suoi cittadini. Un Islam antijihadista peraltro esiste: noi dobbiamo sia aiutarlo con più determinazione a non divenire ostaggio del terrore (è il caso della Tunisia), sia abituarci a chiederne l’aiuto prezioso che può offrirci.

Non si tratta certo di esportare la democrazia, si tratta semplicemente di difenderla. E con essa la nostra libertà. Ricordandoci però che la battaglia per la libertà è sempre, per forza, anche una battaglia culturale: sui valori e sull’identità. La libertà non nasce dal nulla, è il frutto di una storia: e non di tutte. I carnefici islamisti, autoproclamatisi per l’occasione «leoni del monoteismo», si sono vantati ieri, «postando» online la foto di un nostro connazionale da loro ucciso, di aver «schiacciato» un «crociato italiano». Sono parole a loro modo cariche di significato culturale alle quali non possiamo evitare di dare una risposta dello stesso tenore, foss’anche solamente dentro noi stessi.

Naturalmente noi non siamo crociati, né ci sogniamo di esserlo. Ma se per i nostri nemici lo siamo per il solo fatto di abitare questa parte del mondo, di aver dato vita a questa nostra civiltà, ebbene, allora dovremmo forse avere il coraggio di ammettere che quel termine comunque c’interpella. Che esso evoca una Croce da cui ci è impossibile dissociarci dal momento che essa è consustanziale alla nostra storia, a ciò che siamo e a ciò in cui crediamo. Così come alla fine è grazie ad essa che noi occidentali siamo «spiritualmente semiti», e che quindi, pur attraverso le circostanze le più drammatiche, resta indistruttibile il nostro legame con l’ebraismo. Ormai perlopiù religiosamente incerti, in parte significativa non credenti, è davvero difficile ed anzi francamente ridicolo definirci «crociati ».

Ma se ci si vuole ammazzare per colpa di una Croce, allora non serve far finta di niente. Allora è bene che i nostri nemici sappiano che in questo modo quella Croce diviene un semplice simbolo di libertà. Anche della loro, sebbene ad essi ciò non possa che risultare incomprensibile. Ernesto Galli della Loggia  CdS 20

 

 

 

 

 

 

L’Isis saccheggia la storia per finanziare il terrorismo

 

Pochi anni fa, lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, meglio conosciuto con la sigla “Isis”, era solo un piccolo gruppo di estremisti sunniti militanti islamici che combattevano per far cadere il governo siriano. Ma la cronaca degli ultimi tempi, grazie anche alla forza divulgativa dei social network, pone l’Isis come una delle più terribili realtà di aggressione nei confronti dell’umanità.

Ma dove troverebbero i soldi per finanziare un esercito di fanatici senza scrupoli che dal nulla è riuscito a conquistare gran parte dell’Iraq tra cui la seconda città più grande del paese, Mosul. Certamente i pozzi petroliferi rendono parecchi dollari, ma questi non sono più gestibili quando vengono bombardati e resi improduttivi.

Una risposta viene dagli ambienti dei servizi segreti iracheni, che a seguito di una “bonifica” in una casa di un comandante morto dell’Isis, hanno rinvenuto tra i file del suo computer importanti informazioni dettagliate su operazioni finanziarie, tra cui la tracciabilità di una operazione contabile che l’Isis aveva registrato sul contrabbando di reperti archeologici saccheggiati che aveva fruttato, nella sola regione della Siria, ben 36 milioni di dollari “puliti” .

Monili, ceramiche e monete antiche, ma anche dipinti e gioielli che sono stati razziati dai militanti dell’ISIS in Siria e in Iraq vengono messi in vendita su eBay dallo Stato islamico per finanziare la sua guerra santa contro l’Occidente. Secondo il giornale ‘The Times’, nelle ultime settimane sarebbero aumentate a dismisura le vendite sui siti internet di aste online di importanti pezzi archeologici presi dai militanti dell’Isis, ritenuti scomparsi dalla Siria e dall’Iraq ed invece riapparsi su eBay, dove collezionisti di tutto il mondo se li contendono.

Alimentando la distruzione di grandi siti archeologici, vere custodi di civiltà, per finanziare il terrorismo. I furti maggiori di reperti archeologici di ogni tipo si registrano in Iraq, dove tutti i siti di interesse, soprattutto quelli con scavi in corso, sono stati sistematicamente razziati, e in Siria cinque siti su sei dell’Unesco sono stati seriamente danneggiati dalla ricerca di reperti da vendere su internet.

Secondo l’Unesco, i furti di reperti avverrebbero addirittura su commissione. Uno è quello di un mosaico romano della città di Apamea (fondata da uno dei generali di Alessandro Magno e dichiarata nel 1999 patrimonio dell’umanità), nella Siria occidentale: è stato staccato con i bulldozer e poi probabilmente fatto arrivare nei ricchi Paesi del Golfo Persico, dove gli sceicchi sembrano particolarmente interessati ad appropriarsi di antichità d’arte. Fatto sta che, secondo gli esperti interpellati dal quotidiano londinese, i prezzi delle monete antiche provenienti dagli scavi di Iraq e Siria sarebbero notevolmente diminuiti nelle ultime settimane: segno che la loro disponibilità sul mercato è molto aumentata con l’arrivo dei reperti messi in vendita dall’Isis.

Oggi gli agenti dei servizi segreti iracheni continuano ad analizzare i file dell’Isis per determinare quale ruolo gli estremisti sunniti stanno avendo nel fiorente commercio illegale di antichità della Siria. Ed identificare i commercianti e archeologi senza scrupoli, molto abili nel riciclaggio degli oggetti saccheggiati.

Acquirenti forse inconsapevoli, o senza volerlo sapere, si rendono complici della distruzione della storia e che pur di avere quell’oggetto, non si chiedono se i propri soldi saranno utilizzati per comprare altre munizioni. LUDOVICO GIPPETTO SicInf 20

 

 

 

 

 

Questione di tempo

 

Certamente abbiamo le nostre idee. Ma non ci siamo mai illusi che siano le migliori. Però, il Paese proprio delle “migliori” avrebbe bisogno per uscire da una situazione, francamente, irrazionale. E’ un’esigenza irrevocabile. Ora, pur non essendo nostro costume fare delle anticipazioni, ci sentiamo nella condizione d’esprimere le nostre opinioni. Per conoscere anche quelle degli altri. Agli uomini di partito, di tutti gli schieramenti, chiediamo onestà, ma pure umiltà.

Onestà nel tentare di fare del loro meglio per questa Penisola. Umiltà nel riconoscere, in tempo, gli errori. Ciò partendo dal presupposto che la “rotta” può mutare proprio strada facendo. Il fine resta la governabilità nazionale. Il “colore” non conta più. Meglio evitare, da subito, le mediazioni e le polemiche di corridoio. Il tutto con l’auspicata nuova normativa elettorale entro il 2015.

 Nelle condizioni in cui siamo, non è prevedibile, infatti, un cambiamento efficace. Andare avanti nell’incertezza non giova a nessuno. Anche perché una modifica dovrà pur verificarsi. Non tanto per il desiderio di sperimentare nuove forme di governo, ma per evitare lo sgretolamento istituzionale di questo Paese. Per dare fiducia a un Popolo, politicamente maturo, è necessario un Potere Legislativo rinnovato nella sua composizione, nei numeri e più attento alle necessità sociali.

 Dopo tanti “esperimenti”, ora serve la “normalità”. Quella normalità che da troppo tempo ci manca e che rende insicuro anche il nostro status d’europei. Non ci sono più baluardi da difendere. Né opposti estremismi da bilanciare. Se d’aspetti sfavorevoli si deve parlare, se ne parli con cognizione di causa. Non ci sono le condizioni per sopportare i “bisticci” di bottega. Non siamo “profeti”, né ci sentiamo in grado d’esprimere giudizi avventati. Il rinnovamento, se e quando ci sarà, dovrebbe partire da una piattaforma più coesa.

 Oltre Renzi non ci deve essere il “deserto”. Senza un timoniere valido ed una rotta prestabilita, la nave Italia non approderà da nessuna parte. Lo scriviamo convinti che questa non è solo una sensazione. In un Paese dove l’incertezza è consuetudine, il silenzio, figlio del compatimento, non avrebbe più senso. L’innovazione, pur con tutte le probabili difficoltà di percorso, ci sarà. Dopo un intermezzo politico, che solo la Storia potrà giudicare, è maturato il tempo per andare oltre.

 Resta, comunque, l’interrogativo se sarà proprio l’attuale Presidente del Consiglio il fautore dell’ipotetico cambiamento. Il tempo, che è galantuomo, certamente giudicherà.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La Bce bacchetta l’Italia: “Lontana dagli sforzi richiesti sul debito”

 

L’Eurotwer critica anche gli altri Paesi in cui c’è uno «squilibrio nei conti»

La Bce bacchetta ancora una volta l’Italia e lo fa in merito di progetti di bilancio 2015 già presentati alla Commissione europea. La Bce ricorda che sono sette i Paesi identificati come a rischio di non conformità con il Patto di stabilità e di crescita, tra questi il Belgio, l’Italia, Malta e l’Austria nell’ambito del meccanismo preventivo del Patto, nonché la Francia, la Spagna e il Portogallo nell’ambito del meccanismo correttivo. Ad eccezione del Belgio, «nessuno dei Paesi considerati a rischio di mancato rispetto del Patto ha adottato misure sufficienti a correggere gli squilibri individuati dall’Eurogruppo lo scorso dicembre» e «sia per l’Italia che per il Belgio continua a esservi un notevole scostamento dello sforzo strutturale richiesto nell’ambito della regola del debito».  

 

L’Italia, secondo l’Eurotwer, «necessita di ulteriori riforme per accrescere il prodotto potenziale. In caso di riforme significative nel mercato del lavoro e in quello dei beni e servizi che allineerebbero l’Italia con le migliori prassi, il Pil potrebbe crescere di oltre il 10 per cento nel lungo periodo». E ancora: «Un’attuazione concomitante delle riforme in entrambi i mercati potrebbe determinare un incremento del prodotto ancora maggiore» 

 

Nel bollettino economico mensile la Bce scrive anche che l’indicatore del clima economico nell’Eurozona è migliorato in gennaio e in febbraio, con livelli superiori a quelli del trimestre precedente, «suggerendo quindi una possibile accelerazione del dinamismo degli investimenti». E spiega che «più in generale, in linea con le precedenti riprese economiche a seguito di crisi finanziarie, l’attuale ripresa degli investimenti è stata modesta, frenata da fattori persistenti quali bilanci deteriorati in diversi settori imprenditoriali e dall’incertezza causata dalla crisi che si sta attenuando piuttosto gradualmente. Nel terzo trimestre del 2014, gli investimenti sono rimasti quasi del 17% al di sotto del picco registrato nel primo trimestre del 2008, con un conseguente forte calo del rapporto tra investimenti e pil. In una prospettiva futura, «la ripresa degli investimenti dovrebbe ritrovare slancio grazie al rafforzamento della domanda totale interna e di quella estera, alla necessità di ammodernare lo stock di capitale dopo anni di investimenti modesti, alle condizioni finanziarie estremamente favorevoli, al tasso di cambio dell’euro più debole e al graduale rafforzamento dei margini di profitto». LS 19

 

 

 

 

 

In 200 mila con Libera. Mafia e corruzione sono face della stessa medaglia

 

In duecentomila hanno partecipato alla Giornata del 21 marzo - promossa da Libera e da Avviso pubblico -, tenutasi a Bologna e che ha avuto come slogan "La verità illumina la giustizia". Don Ciotti invoca una "scatto in avanti", mentre il presidente Sergio Mattarella si augura una "maturazione delle coscienze". Chiesta la confisca dei beni anche ai corrotti, oltre che ai mafiosi

da Bologna, Francesco Rossi

 

Vent’anni di Libera e venti edizioni della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie per “una nuova ripartenza” del movimento antimafia, assieme a una forte denuncia della corruzione come retroterra sul quale le mafie proliferano. Su questo doppio binario si è posta la Giornata del 21 marzo - promossa la Libera e da Avviso pubblico -, tenutasi a Bologna e che ha avuto come slogan “La verità illumina la giustizia”. Duecentomila i partecipanti - secondo le stime degli organizzatori - che hanno sfilato dallo Stadio Dall’Ara a piazza VII Agosto. Fra di loro 600 familiari delle vittime (in rappresentanza del coordinamento che ne rappresenta 15mila), gli amministratori locali accompagnati dai gonfaloni dei Comuni, tanti giovani giunti da ogni parte d’Italia, segno di quella molteplicità di realtà che si riconoscono in Libera. Filo conduttore, la lettura dei 1.050 nomi delle vittime della mafia e del terrorismo: un bollettino di guerra con volti noti (come Piersanti Mattarella, Boris Giuliano, Giorgio Ambrosoli) e altri pressoché sconosciuti. Uno dopo l’altro, però, a rimarcare che tutte le vittime sono uguali, chiedono verità e giustizia.

 

Una maturazione delle coscienze. Lo “scatto in avanti” chiesto dal fondatore e presidente di Libera, don Luigi Ciotti, passa da iniziative legislative ma pure da “una maturazione delle coscienze”, come ha scritto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio per l’occasione. Nel “ribadire con fermezza un no incondizionato nei confronti di ogni forma di criminalità organizzata e di complicità, connivenza o semplice acquiescenza”, Mattarella ha ricordato che “lo Stato si è dotato di efficaci strumenti per contrastare i fenomeni mafiosi”, che vanno sempre aggiornati. Allo stesso tempo, però, occorre agire sulle coscienze, perché “solo erodendo alla malavita il terreno in cui essa si muove, rivendicando con forza che una società fondata sulla democrazia e la legalità è giusta e doverosa e possibile, potremo guardare a un futuro libero dalla sopraffazione e dalla paura che le mafie impongono”.

 

No a compromessi nella lotta alla corruzione. La lotta alla mafia, oggi, passa dalla lotta alla corruzione, “facce della stessa medaglia”, ricorda incessantemente don Ciotti. E allora, no a compromessi e “negoziati sulla corruzione”, perché “chi non vuole una legge radicale contro la corruzione fa un favore ai mafiosi”. “Certe leggi non riescono a passare, ma quella sulla responsabilità civile dei magistrati è passata subito”, ha stigmatizzato il sacerdote, riferendosi al ddl anticorruzione che porta la firma dell’attuale presidente del Senato, Piero Grasso (presente nella piazza bolognese) ed è fermo da oltre due anni in Parlamento. “Su corruzione, falso in bilancio, prescrizione - ha aggiunto - ci sono belle proposte, ma troppi stanno nicchiando”, avanzando “indebiti riguardi ed eccessi di prudenza che suscitano molto sospetto”. Il problema non è nuovo, ricorda don Tonio Dell’Olio, responsabile del settore internazionale di Libera: già “vent’anni fa, con un milione di firme, avevamo proposto in parlamento che potessero essere usati per finalità sociali i beni confiscati ai mafiosi e ai corrotti. Il parlamento approvò una legge che consentisse l’uso sociale dei beni confiscati ai mafiosi, stralciando la parte dei corrotti”. È ora di riprendere quella proposta e confiscare i beni dei corrotti: questo sarebbe un vero deterrente “e segnerebbe un avanzamento del nostro Paese”.

 

Verità e giustizia. Allo stesso tempo, le vittime delle mafie chiedono ad alta voce verità e giustizia. Una giustizia troppo spesso negata, se si pensa che nel 70% dei casi i familiari “non conoscono perché i loro cari sono stati uccisi”, ha rimarcato dal palco bolognese Margherita Asta, che nella strage di Pizzolungo, il 2 aprile 1985, perse la mamma e i due fratelli per un attentato diretto al giudice Carlo Palermo. “Abbiamo camminato con quella parte d’Italia - ha detto - che vuole la verità per chiedere giustizia, una giustizia che racconti perché questo Paese si porta dietro un’eredità di sangue”. L’appello, ancora una volta, è alla politica, affinché istituisca per legge il 21 marzo come Giornata della memoria e dell’impegno, legiferi in maniera decisa e tolga i segreti di Stato. “Dev’essere consentito un pieno accesso alle fonti - ha chiesto Asta a nome di tutti i parenti - a partire da una desecretazione degli atti pubblici che sia piena e non falsa o parziale”. “Il prezzo della ragione di Stato non può essere il bisogno di verità e di giustizia”, ha concluso don Ciotti, ribadendo che “la democrazia è incompatibile con il potere imposto ma anche con il potere segreto”. Mafia e corruzione vanno di pari passo nell’ombra e non sopportano la luce della verità e della giustizia.

Sir 21

 

 

 

 

Elezioni Comites. Spot televisivo e radiofonico programmato sulle reti RAI dal 6 al 18 marzo

 

ROMA - Informare gli italiani residenti in Europa circa le modalità di voto per le elezioni dei Comitati degli Italiani all’estero (Comites): è quanto propone la campagna è promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.

La campagna si rivolge ai connazionali iscritti all’Anagrafe Italiana Residenti all’Estero (AIRE) che godono dei diritti politici e che risultino residenti nella circoscrizione consolare da almeno sei mesi.

Comites

Istituiti nel 1985, i Comites sono organismi rappresentativi della collettività italiana, eletti direttamente dai connazionali residenti all'estero in ciascuna circoscrizione consolare ove risiedono almeno tremila connazionali iscritti nell’elenco aggiornato di cui all’art. 5, comma 1, della Legge 459/2001. In circoscrizioni dove risiedono meno di tremila cittadini italiani i Comitati possono essere nominati dall'Autorità diplomatico-consolare. I Comites sono composti da 12 membri o da 18 membri, a seconda che vengano eletti in Circoscrizioni consolari con un numero inferiore o superiore a 100 mila connazionali residenti, quali essi risultano dall'elenco aggiornato dei cittadini italiani residenti all’estero. Oltre ai membri eletti di cittadinanza italiana, possono far parte del Comitato, per cooptazione, cittadini stranieri di origine italiana in misura non eccedente un terzo dei componenti il Comitato eletto (4 o 6 componenti).

I Comites sono organi di rappresentanza degli italiani all'estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari. Anche attraverso studi e ricerche, essi contribuiscono ad individuare le esigenze di sviluppo sociale, culturale e civile della comunità di riferimento; promuovono, in collaborazione con l'autorità consolare, con le regioni e con le autonomie locali, nonché con enti, associazioni e comitati operanti nell'ambito della circoscrizione consolare, opportune iniziative nelle materie attinenti alla vita sociale e culturale, con particolare riguardo alla partecipazione dei giovani, alle pari opportunità, all'assistenza sociale e scolastica, alla formazione professionale, al settore ricreativo, allo sport e al tempo libero. I Comitati sono anche chiamati a cooperare con l'Autorità consolare nella tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini italiani residenti nella circoscrizione consolare.

Diffusione

A seguito delle elezioni del marzo 2004, operano oggi 124 Comites diffusi in 38 Paesi: di questi, 67 si trovano in Europa, 23 in America latina, 4 in America centrale, 16 in Nord America, 7 in Asia e Oceania e 7 in Africa.

Le novità per le elezioni 2015

Le elezioni Comites 2015 introducono una novità importante che si intende portare all’attenzione degli elettori. Il plico elettorale verrà inviato ai soli elettori che ne abbiano fatto espressa richiesta all'Ufficio consolare competente. Le domande per l’ammissione al voto dovranno pervenire all’Ufficio consolare entro il 18 marzo 2015. Coloro che non manifestino la propria volontà di votare, inviando o consegnando la richiesta all’Ufficio Consolare con allegata copia del proprio documento d’identità, non riceveranno il plico elettorale e, quindi, non potranno votare.

La campagna di comunicazione si basa sulla diffusione di spot elettorali che saranno trasmessi sulle reti Rai e Rai Italia, interviste televisive, comunicati radio e campagne sul web anche attraverso i siti web delle sedi diplomatiche e consolari. Lo spot televisivo e radiofonico è programmato sulle reti RAI a partire dal 6 fino al 18 marzo 2015. (Inform)

 

 

 

 

Le dimissioni. Due pesi, due misure, un leader

 

Maurizio Lupi, ministro della Repubblica, non indagato, dimesso. Vincenzo De Luca, candidato governatore della Campania, condannato in primo grado per abuso di ufficio, non dimesso. Francesca Barracciu, indagata, candidata governatore della Sardegna, dimessa; poi promossa sottosegretario (insieme ad altri tre sottosegretari indagati, sulla cui posizione pare che il premier stia ora riflettendo). Nunzia De Girolamo, ministro, all’epoca non indagata, dimessa.

 

Ce n’è abbastanza per chiedersi se esista un nuovo codice non scritto per il trattamento dei politici che finiscono negli scandali, e chi l’abbia scritto. Di certo quello vecchio è caduto in disuso. All’epoca di Tangentopoli bastava un avviso di garanzia per tagliare la testa a un membro del governo. Ma anche dopo, nella Seconda Repubblica, vigeva una prassi che potremmo definire sì «giustizialista», ma regolata. In sostanza consisteva nell’affidare ai pm e ai giudici la selezione della classe dirigente: a ogni provvedimento giurisdizionale seguiva una più o meno adeguata sanzione politica. Prassi poi codificata in legge con la Severino, che fissa nella prima condanna il limite oltre il quale scattano le punizioni, cominciando con la sospensione per finire con la decadenza in caso di sentenza definitiva.

 

Ma oggi, nell’era Renzi, la Severino è contestata per eccessiva rigidità, e infatti pur condannato De Luca si candida; mentre sembra essersi alzata la soglia di tolleranza per i non indagati. La spiegazione potrebbe essere nello strapotere del premier: in realtà si dimette solo chi decide lui. E qualcuno perciò lo accusa di colpire di preferenza gli scandali degli altri, e di coprire quelli più vicini a lui; un classico caso di due pesi e due misure. Ma neanche questo sembra essere del tutto vero, perché fu Renzi a far dimettere il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, democratico, indagato, che non ne aveva alcuna voglia. Qual è allora il nuovo criterio?

 

Io credo che sia l’umore dell’opinione pubblica, di cui Renzi si considera un buon medium. Nel senso che il premier usa come metro morale il suo gradimento politico: se una condanna può essere perdonata dagli elettori (nel caso di De Luca, per esempio, parrebbe di sì, visto che ha vinto le primarie) lui lascia perdere, se capisce che può arrecargli un danno serio nel suo rapporto con l’opinione pubblica, come nel caso di Lupi, diventa inflessibile.

 

È un metodo a suo modo politico, certo più di quello giustizialista che non si può davvero rimpiangere; ma senza regole, e molto arbitrario. Soprattutto perché dipende da circostanze e dettagli casuali, spesso senza rilevanza penale, che possono molto influenzare l’opinione pubblica se sono mediaticamente efficaci. Un Rolex in regalo, per esempio, un abito di sartoria in offerta, un modo di parlare sgradevole o volgare al telefono, valgono mille condanne penali nel tribunale del popolo e dei media. E non è certo una novità. Berlusconi ha pagato molto di più in termini di consenso e di credibilità per il caso Ruby, nel quale è stato assolto, che nel processo per frode fiscale in cui è stato condannato.

 

È un processo tipico delle società di massa, ma pieno di incognite. Se infatti un’intercettazione è più importante di una sentenza, e diventa decisivo se farla conoscere o no, per riassunto o testuale, e il momento dell’inchiesta in cui la si rende pubblica, allora rischiamo che la lotta politica condizioni il corso della giustizia, invece che la giustizia influenzi la politica come avveniva vent’anni fa. Un giustizialismo alla rovescia, esercitato dalla piazza invece che dal tribunale. Non so se è meglio. Fu una piazza a salvare Barabba e a mandare a morte Gesù. Antonio Polito CdS 21

 

 

 

 

Renzi alle prese con il dopo-Lupi e con il nodo della corruzione

 

Lupi si è dimesso e Renzi ha salutato la decisione dicendo che è stata una scelta saggia. L’ex ministro delle Infrastrutture non è indagato e in altri tempi qualunque suo collega avrebbe resistito al suo posto. Ma adesso non sono più quei tempi: il sistema di relazioni familiari e amicali che emerge dalle intercettazioni dell’inchiesta di Firenze sulle grandi opere, non è più tollerato dall’opinione pubblica e la politica ne deve tenere conto. Giorni fa, quando lo scandalo era scoppiato, Lupi aveva detto che non si sarebbe dimesso e che se fosse stata dimostrata qualche sua responsabilità avrebbe chiesto scusa agli italiani. In realtà non è andata così e man mano che l’inchiesta è andata avanti, la pressione della maggioranza ha costretto l’esponente dell’Ncd a farsi da parte. Renzi ha usato quella che nella prima Repubblica si chiamava la "non fiducia", non la sfiducia esplicita e formale, ma quell’insieme di messaggi per far capire al politico in questione che era il caso di farsi da parte, perché appunto non c’era più la fiducia. Non si tratta infatti di un obbligo di legge perché Lupi non è nemmeno indagato, ma di una questione di opportunità politica: certi comportamenti: le richieste di aiuto per il figlio, i regali, non sono più tollerati. Almeno per un governo come quello di Matteo Renzi che della lotta alla corruzione e al sistema delle tangenti ha detto di voler fare uno dei punti di forza. E in effetti il premier dovrebbe aver capito che nessun cambiamento è possibile se la corruzione non viene sradicata. E non si tratta solo di quella corruzione spicciola che infetta tutti gli snodi del rapporto fra imprenditori e pubblica amministrazione, ma in questo caso si parla di affari vertiginosi: il sistema Perotti-Incalza avrebbe generato tangenti dell’1 per cento su appalti per 25 miliardi. E l’ex ministro delle Infrastrutture o non sapeva (e quindi è bene che si sia dimesso), o copriva ed è ancora più opportuno che se ne sia andato. Ora "per qualche giorno" Renzi prenderà l’interim del ministero e poi valuterà con Mattarella la scelta fra Cantone e Delrio. Le sceltre strategiche comunque andranno a Palazzo Chigi nelle mani del premier. Intanto Salvini ha lanciato un’Opa sui centristi che abbandoneranno Alfano "colpevole" di non aver difeso Lupi. GIANLUCA LUZI  LR 20

 

 

 

 

 

La Pirelli ai cinesi. Un Paese in vendita al miglior offerente...

 

La Cina è vicina. Anzi vicinissima. Per la precisione ce l’abbiamo già in casa. Ma non stiamo parlando del ristorante cinese dove abbiamo imparato a mangiare gli involtini primavera. Bensì dell’acquisizione, da parte del colosso Chem China, della maggioranza azionaria della Pirelli. Un affare miliardario che segna l’ingresso di enormi capitali cinesi in un’azienda globale che porta ancora il nome del suo italianissimo fondatore. Un pezzo di storia industriale e finanziaria del miglior capitalismo italiano consegna il suo futuro ai magnati cinesi, con i soci italo-russi in minoranza. Il lancio dell’Opa farà ricchi gli azionisti che venderanno, la Pirelli avrà un futuro industriale forte avendo davanti a sé anche l’enorme mercato cinese dell’auto e soprattutto del trasporto pesante. Immaginiamo che il governo Renzi saluterà con soddisfazione l’arrivo di capitali stranieri e cinese in particolare. Per i cittadini comuni sarà una notizia come tante altre. Per Marco Tronchetti Provera, dominus di Pirelli, il coronamento di un tragitto da lui sintetizzato nell’espressione: “L’Italia ha bisogno di aziende forti, non di poteri forti”. L’augurio che formuliamo è che davvero Pirelli possa continuare a crescere e che “il cervello” dell’azienda resti davvero italiano…

Tutto bene? Lo dirà il futuro. Di sicuro, non riusciamo a scrollarci dalla memoria le parole più volte pronunciate dal cardinale Angelo Bagnasco, quando ha ripetutamente invitato lo Stato a “non vendere i gioielli di famiglia”. Esplicito il suo riferimento alle grandi aziende pubbliche in settori strategici. Ma anche in questo settore le dismissioni e le vendite sono già cominciate e certamente proseguiranno. Si chiamano privatizzazioni, necessarie per ridurre il debito pubblico. Peccato che gli investitori italiani non si smuovano e sino ad ora abbiano investito sempre e solo nei servizi, magari in condizione di monopolio interno e con la garanzia del sistema tariffario protetto. Configurando così più una rendita vitalizia che un investimento produttivo sottoposto al fisiologico rischio industriale e finanziario.

Difficile sottrarsi alla sensazione di essere un Paese in vendita al miglior offerente. Un bene, un male? Chi siamo noi per giudicare? Sir 21

 

 

 

 

 

La primavera

 

La Primavera è arrivata trainandosi la gerla di un’economia ancora sotto tono. Poi, con l’estate, i nostri problemi non diminuiranno ed il profilo socio/politico del Paese resterà sbiadito; per non scrivere inesistente. Soprattutto sul fronte occupazionale. Renzi resta ancora il “Primo Uomo” della maggioranza di Governo.

 L’opposizione, anche se con una sorta di sordina, replica ai suoi interventi e gli alleati potrebbero essere meno dalla sua parte se, Dio non voglia, si dovesse approdare a elezioni anticipate dopo il varo, che riteniamo imminente, della nuova legge elettorale. Intanto, il mese prossimo, si procederà alla nomina dei Membri dei Com.It.Es. Dopo un lungo Calvario, anche questi Organismi, sempre meno rappresentativi, saranno rivotati. Non mancheranno molte facce del passato e poche, pochissime, di nuove.

 Durante l’inverno, abbiamo avuto contatti, anche personali, con Connazionali residenti all’estero e in Patria. Ci siamo, così, resi conto che ogni “frutto” ha la sua “stagione”. Quella che è passata ha solo evidenziato problemi che si complicheranno ancora. Questa potrebbe essere la Stagione degli interrogativi di natura non solo politica. I “Mille Giorni” del nostro Capo del Governo, potrebbero ridursi. Cioè a poco meno di un anno e mezzo di governo da gestire sempre in faticosa salita.

 Del resto, d’illusioni non ce ne siamo mai fatte. Le allettanti promesse di Renzi, non confortate dalla coerenza dei suoi ministri, ci hanno lasciato parecchio frastornati. Dato, però, che saranno le stagioni a determinare gli eventi del Governo e della sua linea politica, a noi non resta che prendere in esame i fatti che potrebbero condizionarne gli sviluppi. Non è che ci manchi il realismo. Resta, però, da verificare le strategie degli alleati che non intendono rimanere in posizioni marginali come, del resto, sono le attuali.

 Voler essere ottimisti resterebbe solo un atteggiamento insignificante e poco percorribile dal buon senso di un Popolo stanco di un’economia che s’è fatta ingestibile. In questi mesi, sarà nostra premura mostrare le eventuali prospettive concrete per evitare il peggio. La notizia del primo segnale in positivo del PIL, dopo anni di segno negativo, non ci ha esaltato. Una rondine non fa primavera. Però, non intendiamo remare contro a priori. Saranno le stagioni a dare consistenza alle decisioni politiche della maggioranza ed opposizione. Intanto, l’Italia vive il suo tempo sempre con difficoltà. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Il sì di Montecitorio alle mozioni sulle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale

 

L’intervento in Aula di Fabio Porta a nome del Partito Democratico

“E’ un ineludibile dovere etico continuare a riconoscere alla vecchia emigrazione il contributo storico dato in momenti difficili al nostro Paese e allo stesso tempo garantire solidarietà e tutela, a partire da quella previdenziale e sanitaria, a coloro che sono costretti nuovamente a lasciare l’Italia”

 

ROMA - La Camera dei Deputati ha approvato le mozioni riformulate Fitzgerald Nissoli- Porta  n. 1-00445 e Dall’Osso n. 1-00761 concernenti Iniziative per la tutela dei diritti previdenziali dei lavoratori italiani emigrati in paesi non appartenenti all’Unione europea. Nel corso del dibattito  il deputato Pd Fabio Porta, cofirmatario della prima mozione, è intervenuto in Aula per esprimere la sua soddisfazione e annunciare il voto favorevole del gruppo del Partito democratico. Dopo aver rilevato che la mozione di cui era primo firmatario insieme alla deputata Fucsia Nissoli, è stata sottoscritta da tantissimi deputati e condivisa in tutti i suoi aspetti dal suo partito, Porta ha ricordato che:“ Da ormai alcuni anni decine di migliaia di giovani italiani decidono di ‘emigrare’ in cerca di un lavoro e di un futuro più stabile e sereno; un futuro migliore, presumono, - ha aggiunto il deputato eletto nella ripartizione America Meridionale - di quello che riserverebbe loro l’Italia. Ad espatriare sono soprattutto i più giovani e moderne figure di migranti: ricercatori, insegnanti, laureati e diplomati, imprenditori, artigiani qualificati, studenti.   Purtroppo – ha rilevato Porta - nella strategia di internazionalizzazione del Paese, a causa del drastico ridimensionamento delle  cosiddette politiche migratorie che da alcuni anni si sta determinando, rischiano di offuscarsi le potenzialità legate alla presenza degli italiani nel mondo e tende a restringersi la rete di relazioni che essa ha assicurato nel tempo, con grave danno del Paese soprattutto in questo passaggio di gravi difficoltà economiche e sociali”. Il deputato ha poi evidenziato come la sensibile riduzione dell’intervento pubblico e il quasi totale abbandono della gestione delle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale (nella sua accezione più vasta e quindi previdenza, sanità, assistenza e fisco) non consentano di esercitare una doverosa tutela dei diritti e un rigoroso controllo dei doveri socio-previdenziali delle nuove migrazioni dei cittadini che si recano a lavorare all’estero, anche per lunghi periodi. Connazionali che versano contributi e pagano le tasse  che rischiano però , a causa delle convenzioni oramai obsolete o inesistenti, di non essere adeguatamente tutelati negli ambiti previdenziale, fiscale e sanitario.

“Le convenzioni di sicurezza sociale, che attengono ai diritti socio-previdenziali dei lavoratori, - ha poi ricordato Porta - sono state stipulate, tranne alcune eccezioni, negli anni settanta e ottanta, e sono così evidentemente convenzioni obsolete nello spirito, nei contenuti e nella forma che non possono più tutelare adeguatamente diritti e interessi o doveri delle nuove migrazioni, in quanto non adeguate alle evoluzioni e agli aggiornamenti, talvolta radicali, delle legislazioni e dei sistemi previdenziali dei Paesi contraenti.  Inoltre – ha continuato Porta - sono numerose le convenzioni bilaterali di sicurezza sociale già firmate dall’Italia con Paesi di vecchia emigrazione (come il Cile) e di immigrazione (come le Filippine ed il Marocco)  mai ratificate dal Parlamento italiano.   Ci sono infine alcuni Paesi con grandi collettività residenti in Italia, come l’Ecuador ed il Perù, che da anni giustamente ci chiedono di sottoscrivere una convenzione in questa materia, che andrebbe incontro anche ai tanti italiani che lì vivono e lavorano da molti anni. Noi riteniamo – ha  aggiunto il deputato del Pd - che sia un ineludibile dovere etico continuare a riconoscere alla nostra vecchia emigrazione il contributo storico dato in momenti difficili al Paese e allo stesso tempo garantire tutela e solidarietà a coloro che sono costretti nuovamente a lasciare il Paese perché in seria difficoltà, a partire proprio dalla tutela previdenziale e sanitaria”. 

“Con questa mozione – ha concluso Porta - vogliamo quindi sollecitare, responsabilizzare e impegnare il Governo a istituire un tavolo tecnico che veda la presenza dei rappresentanti dei ministeri competenti, dell’Inps e dei patronati nazionali, con il preciso compito di monitorare lo stato delle convenzioni di sicurezza sociale vigenti, di verificare la loro compatibilità con le modifiche intervenute nel nostro sistema previdenziale  e la eventuale conseguente necessità di rinegoziazione; di verificare inoltre, a fronte dell’aumentata mobilità internazionale di lavoratori e lavoratrici, sia in uscita che in ingresso in Italia, la necessità di stipulare nuovi accordi bilaterali di sicurezza sociale, completando il quadro giuridico di salvaguardia dei diritti sociali, e aggiornare quelli in vigore, a garanzia di una più adeguata ed efficace tutela presidenziale. Un percorso, va dato atto a questo Governo, che per la prima volta è ripartito, con la ratifica di importanti accordi bilaterali e multilaterali di sicurezza sociale fermi da anni e con una nuova attenzione e sensibilità dei ministeri degli Esteri e del Lavoro a questa tematica”. (Inform 19)

 

 

 

 

Varoufakis e il dito medio alla Germania, il conduttore tv ammette: “Video falso”. Ma è uno scherzo

 

Jan Boehnemann ha svelato che si è trattato di un “fake del fake”, di una ricostruzione falsa - TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - “Questa non è una pipa” è la celebre didascalia di Magritte di una pipa. Mai fermarsi alla verità apparente, anche quando sembra granitica. Una lezione che un giovane comico tedesco ha riproposto in queste ore, creando un nuovo, magnifico coup surrealista. E i media di tutto il mondo, dal rigoroso Guardian alla blasonata Sueddeutsche, alla vecchia dama delle agenzie di stampa, l’Afp, ci sono cascati. Noi compresi. 

 

Prima Jan Boehnemann, conduttore della trasmissione satirica “Neo Magazine Royal”, ha annunciato, in un “making of”, un finto documentario estremamente ben fatto, di aver manipolato il video in cui Yanis Varoufakis fa il dito medio alla Germania. Il video era da giorni al centro di polemiche, sondaggi, commenti politici (era intervenuto persino il capogruppo della Cdu Kauder, con toni indignatissimi). Da quando, cioè era stato mostrato giorni fa in uno dei più popolari talk televisivi, condotto da Guenther Jauch, e ripreso con condanna roboante dalla Bild. Il tabloid aveva pubblicato il fermo immagine su due pagine titolandolo “il bugiardo”.  

 

Ma nella tarda mattinata di oggi - dopo che alla notizia del video falsificato avevano abboccato tutti e l’hashtag #varoufake era diventato virale - il comico e l’emittente tv Zdf hanno svelato che si è trattato di un “fake del fake”, di una ricostruzione falsa. Dopo aver preso in giro mezzo mondo, hanno detto che d’ora in poi aggiungeranno a “Neo Magazine Royal” il titolo “trasmissione satirica”. Soprattutto, hanno promesso che impediranno a Boehnemann di condurre il notiziario. 

 

Per il comico, già autore di un divertente video sul ministro greco e i tedeschi, “V for Varoufakis”, è un trionfo. In realtà voleva solo far capire “quanto i tedeschi amano arrabbiarsi” e quanto si fossero alterati per un’idiozia, cioè un gesto di Varoufakis che risale al 2013, quando era ancora un economista e non un ministro, e fu invitato ad un festival a Zagabria dal nome eloquente, “subversive festival”.  

Fine della storia? Quasi. LS 19 

 

 

 

 

 

“La documentazione storico-diplomatica, tra continuità e rinnovamento”

 

Apre l’incontro il segretario generale del Maeci Michele Valensise, che annuncia le novità del settore archivistico e documentale della Farnesina: un nuovo portale di politica estera e storia che consente la consultazione di tutti i 120 volumi della collana dei Documenti diplomatici italiani, il progetto di una nuova collana tematica e iniziative ideate per la diffusione del patrimonio documentale sulla nostra storia

 

ROMA – Seconda edizione questa mattina alla Farnesina dell’evento “La documentazione storico-diplomatica, tra continuità e rinnovamento”, iniziativa attraverso la quale il Ministero degli Affari esteri e la Cooperazione internazionale illustra il suo impegno sul fronte della conservazione e diffusione del prezioso materiale di archivio che ci consente di ripercorrere e ricostruire la storia d’Italia, dall’Unità ai giorni nostri. Una ricostruzione che avviene attraverso la restituzione dell’attività svolta dalla diplomazia italiana e connotata dunque dall’orizzonte più ampio dei rapporti tra l’Italia e il resto del mondo. Un modo per comprendere meglio il ruolo del nostro Paese alle prese con i grandi fatti della storia, dalla seconda metà dell’Ottocento in poi. Proprio con questa finalità sarà allestita la mostra “L’Italia e la diplomazia della Grande Guerra”, la cui inaugurazione è in programma presso la sede del Maeci il 22 maggio, nei giorni in cui ricorre l’anniversario dell’entrata in guerra del nostro Paese nel Primo conflitto mondiale e progetto dell’Unità di analisi, programmazione e documentazione storico diplomatica del Ministero cui stamani è stata presentata un’anteprima.

A salutare i presenti il segretario generale del Maeci, Michele Valensise, che ha evidenziato come anche nel settore archivistico e documentale la Farnesina sia capace “di forte innovazione e modernizzazione” e animata dalla “volontà di mettere a disposizione di un pubblico più ampio un patrimonio prezioso” come quello oggetto dell’evento. Capacità di innovazione che è testimoniata dal nuovo portale di politica estera e storia che raccoglie l’intera collana digitale dei Documenti diplomatici, affiancando dunque a “fonti tradizionali tecnologie avanzate che ci consentono una loro maggiore diffusione – rileva Valensise.

Il portale, realizzato dall’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, è suddiviso in 3 sezioni: la prima dedicata ai Documenti diplomatici italiani, che contiene in formato digitale i 120 volumi della collana dei Documenti (DDI), liberamente consultabili in formato pdf e con la possibilità di effettuare ricerche ipertestuali sull’intera serie dei volumi; la seconda dedicata alle mostre che la Farnesina ha allestito negli ultimi due anni utilizzando il proprio materiale storico ed archivistico (una mostra sui rapporti con e la presenza italiana in America latina, sull’interesse dell’Italia per la Cina e, infine, quella sulla Grande Guerra che verrà inaugurata a breve); la terza dedicata alla Biblioteca della Farnesina, che offrirà alla libera consultazione di opere di pregio del fondo, come testi del Cinquecento e del Seicento e la prima edizione dell’opera “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. La Biblioteca raccoglieva in origine – fa sapere il segretario generale – circa 9000 volumi, provenienti dal fondo Cavour, oggi diventati 200 mila. Valensise sottolinea la cura e la passione che la Farnesina riserva alla cura del proprio archivio storico e aggiunge, alle attività già menzionate, la rivitalizzazione delle rivista semestrale “Storia & Diplomazia”, rassegna dell’Archivio storico del Maeci di cui viene presentata in questa occasione l’ultima uscita e un progetto in fase di studio su una nuova collana dei Documenti diplomatici.

Il ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni segnala come in politica estera si sia “spesso prigionieri del presente”, pur ammettendo che “nell’azione diplomatica la conoscenza della storia risulta molto importante” e a questo proposito richiama le parole del presidente americano Abramo Lincoln sul fatto che “non si possa sfuggire alla storia”. “La profezia annunciata negli anni Novanta dal libro dello storico Fukuyama sulla fine della storia si è rivelata una grande illusione, che gli anni successivi hanno contraddetto, e le esperienze della storia sono fondamentali per affrontare l’attualità e il presente – aggiunge Gentiloni, ribadendo come “la storia sia di casa alla Farnesina” proprio grazie al patrimonio storico e documentale “impressionante” qui conservato – circa 20 km lineari la stima richiamata. Il ministro ricorda anche come la decisione di conservare tale patrimonio in deroga al versamento presso l’Archivio dello Stato fu di Alcide De Gasperi, che nel 1946 decise di istituire la collana dei Documenti diplomatici italiani, edita dall’Istituto poligrafico e la Zecca dello Stato, con cui ancora oggi prosegue la collaborazione. Una collana “che è ancora fondamentale ma forse non più sufficiente per rappresentare al meglio il nostro patrimonio – afferma Gentiloni, segnalando le iniziative messe in campo per una più ampia diffusione del materiale conservato, così come la mostra sulla Grande Guerra cui verrà affiancato un catalogo multilingue edito da Gangemi, che sarà diffuso anche presso gli istituti di cultura delle principali capitali europee per condividere la memoria di un evento che ha segnato tutto il Novecento. La Farnesina risponde così “al compito che spetta ad ognuno di noi, di conservare il patrimonio della nostra politica estera, patrimonio – conclude Gentiloni - necessario per affrontare le sfide del presente e del futuro”.

Sull’importanza della collaborazione avviata con l’Istituto poligrafico dello Stato si sofferma il presidente Domenico Tudini, che suggerisce la possibilità di integrare il sito con la digitalizzazione delle opere artistiche della collezione della Farnesina, mentre Armando Barucco, capo dell’Unità di analisi, programmazione e documentazione storico-diplomatica del Maeci illustra le attività di assistenza messe in campo a favore degli studiosi che vogliano ricorrere all’archivio del ministero, l’impegno per la fruibilità e la digitalizzazione dei fondi e della documentazione. A proposito del progetto relativo alla nuova collana di Documenti, segnala come l’intenzione sia quella di affiancare alla serie storica una collana tematica, che potrebbe avviarsi con la pubblicazione di atti e documenti che testimonino il contributo dell’Italia al processo di integrazione europea. Un’ipotesi ben accolta dagli studiosi, come Francesco Lefebvre d’Ovidio, ordinario di Storia delle Relazioni internazionali dell’Università Sapienza di Roma, che, presentando l’ultimo numero della collana, dedicato a documenti che coprono il periodo dal 29 maggio 1906 al 31 dicembre 1907, in cui il dicastero era retto da Tommaso Tittoni – presidente del Consiglio dei Ministri era Giovanni Giolitti, - ricorda come l’intenzione di De Gasperi fosse quella di fornire agli storici documenti scelti con criteri scientifici utili a comprendere la politica italiana nei suoi errori e nelle positività, intento che necessita la pubblicazione di documenti che abbiano più diretta presa sul presente e quindi più recenti.

Illustra l’intento della mostra sulla Grande Guerra Italo Garzia, ordinario di Storia dei trattati e politica internazionale all’Università Aldo Moro di Bari, che segnala come l’obiettivo sia porre il conflitto in un quadro di avvenimenti più ampio, analizzandone in particolare i motivi scatenanti che non sono il semplice attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, lo svolgimento e gli esiti, con i rapporti che si svilupparono in seguito con gli Stati Uniti in vista della nascita della Società delle nazioni. Richiama in particolare l’importanza che la propaganda assunse nel conflitto, tema cui la mostra dedica spazio e documentazione. Infine, Guido Samarani, ordinario di Storia della Cina e istituzioni dell’Asia orientale, illustra l’ultimo numero della rivista “Storia & Diplomazia”, che raccoglie l’inventario delle rappresentanza diplomatiche e consolari d’Italia a Pechino dal 1870 al 1952. Materiale che restituisce sia gli aspetti storico- diplomatici dei rapporti tra l’Italia e la Cina di metà del secolo scorso, ma anche la dimensione umana di una collettività italiana come quella emigrata in Estremo Oriente, “frutto dei grandi trend d’emigrazione che avevano caratterizzato il nostro Paese e di consistenza numerica ridotta, ma dal profilo molto interessante, composta per lo più da militari e missionari”. Una comunità che visse dolorosamente anche da molto lontano le vicende legate alla Seconda guerra mondiale e all’armistizio dell’8 settembre, in seguito a cui eserciti prima alleati si ritrovarono improvvisamente nemici. (Viviana Pansa – Inform 17)

 

 

 

 

 

Il MiniDossier “Giro di Valzer”

 

Abbiamo approfondito uno dei fenomeni più rilevante nella politica parlamentare degli ultimi anni: i cambi di gruppo. In soli due anni i transfughi sono di più di quelli dell’intera scorsa Legislatura. Chi sono, i flussi fra i gruppi, i salti di schieramento sono alcuni dei focus proposti.

Transfughi. Da marzo 2013 ad oggi ci sono stati 235 cambi di gruppo che hanno coinvolto 185 parlamentari. Un numero elevato, considerando che in due anni di Legislatura si e? stato quasi raggiunto il dato della scorsa (in 5 anni – 261 cambi per 180 parlamentari). Non solo molti Deputati e Senatori hanno cambiato piu? volte gruppo, ma alcuni hanno fatto il salto da opposizione a maggioranza.

Partiti. Raramente si è trattato di scelte individuali quanto piuttosto il risultato di scissioni all’interno dei partiti. In alcuni casi il principale tema di contrasto è stato l’appoggio al Governo – ad esempio Pdl diviso fra Fi (opposizione) e Ncd (maggioranza) – ma non sono mancate le rimodulazioni – emblematico il caso di Sc – all’interno della stessa maggioranza.

Voti. Questa grande mobilità ha portato ad un ingrossamento dei “gruppi di frontiera”, su tutti il Misto. Sopratutto in questi casi è stato utile analizzare i voti dei parlamentari dopo l’uscita per verificare quanto si fossero allontanati dal gruppo di origine. Ad esempio abbiamo riscontrato come quasi tutti gli ex M5S siano ormai nell’orbita della maggioranza pur non facendone ufficialmente parte.

Maggioranza. Forse è presto per per farne una regola ma negli ultimi anni il numero più alto di cambi di gruppo è avvenuto nel ramo del Parlamento dove la maggioranza aveva numeri più esigui. Così possiamo anche spiegare il maggior coinvolgimento di Senatori nella scorsa Legislatura e di Deputati nell’attuale.

Rieletti. Siamo andati a vedere che fine ha fatto chi ha cambiato gruppo la scorsa Legislatura. Se in prima battuta la loro scelta sembra non aver pagato (rieletti appena il 12% rispetto il 41% dei Parlamentari fedeli), a fare le differenza è stata il tipo di relazione che avevano con il Governo Berlusconi. Infatti degli esponenti di Fli (usciti dalla maggioranza) è stato rieletto solo il 9% contro quasi il 38% dei Responsabili (entrati in maggioranza).

MiniDossier. “Giro di valzer” è il numero 4/2015 della collana di approfondimento MiniDossier. L’impostazione di data journalism prevede la verifica, l’analisi e la comparazione dei dati provenienti da fonti ufficiali per fare emergere notizie e proporre un altro punto di vista. Anche per dare continuità a questo lavoro durante l’anno è fondamentale sostenere openpolis attraverso la campagna di adesione. Scarica, leggi,

https://drive.google.com/open?id=0ByZ65N5BuOCtV18wWVVCZVRLMTA&authuser=0  dip

 

 

 

 

 

Marco Fedi (Pd): Aprire una stagione di rilancio delle Convenzioni bilaterali di sicurezza sociale

 

ROMA - Con la mozione discussa oggi alla Camera – sottoscritta anche dai deputati Pd eletti all’estero –abbiamo chiesto una nuova attenzione del Governo sul tema delle Convenzioni bilaterali, in particolare di sicurezza sociale. In un’epoca caratterizzata dall’intensificarsi dei flussi di mobilità lavorativa transnazionale che interessa sempre di più tutti i settori e tutte le attività lavorative, il nostro Paese si trova ad affrontare un nuovo esodo di giovani verso aree cruciali del mondo.

Il tema delle tutele previdenziali, ho affermato nel mio intervento in aula, deve tornare ad essere centrale. La mobilità in ambito UE oggi è tutelata sia nella sfera professionale, con il riconoscimento delle qualifiche, che in quella della tutela previdenziale. Nei Paesi extra-europei, invece, dobbiamo continuare a lavorare per aggiornare le Convenzioni già esistenti sia ai cambiamenti in campo nazionale che alle nuove esigenze che si manifestano: dai fondi privati e complementari, assicurandone la portabilità, fino ai meccanismi della totalizzazione. Lo stesso impegno richiede il riconoscimento delle qualifiche professionali e dei titoli di studio. Nella prospettiva di superare al più presto anacronistiche distinzioni tra pensioni pubbliche e private, tra categorie di lavoratori.

Nella mozione chiediamo, inoltre, che venga istituito un tavolo tecnico che veda la presenza dei rappresentanti dei Ministeri interessati, dell'INPS e dei patronati nazionali con il preciso compito di monitorare lo stato delle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale in essere. Si tratta di verificare la loro compatibilità con le modifiche intervenute nel nostro sistema previdenziale e la eventuale conseguente necessità di rinegoziarle sulla base di nuove esigenze di tutela internazionale. Poniamo, inoltre, l’esigenza di stipulare nuovi accordi di sicurezza sociale, a fronte dell'aumentata mobilità internazionale di lavoratori e lavoratrici sia in uscita che in ingresso in Italia, completando il quadro giuridico di salvaguardia dei diritti sociali.

Con le convenzioni bilaterali non riconosciamo unicamente diritti previdenziali, consentendo la totalizzazione tra periodi di contribuzione versati in Paesi diversi o la portabilità, cioè la possibilità di esportare la pensione contributiva: parliamo del diritto ad aver riconosciuti “lavoro svolto” e “contributi versati”. Vi sono importanti implicazioni che riguardano i diritti e i doveri delle persone, riconoscendo che esse oggi, nella protezione umana come nella tutela previdenziale e nei doveri fiscali, vivono situazioni complesse che superano i confini nazionali. Un tema che si innesta nelle altre forme di tutela dei diritti umani e di protezione della persona. È la prova che diritti e doveri, anche economici, devono affermarsi in una dimensione internazionale, globale, attraverso le convenzioni bilaterali e multilaterali.

Ai sostenitori della tesi secondo cui le convenzioni costano troppo, per i quali in sostanza l’Italia dovrebbe chiudersi in una sorta di splendido isolamento, ricordiamo i vantaggi economici e fiscali, il valore della reciprocità come strumento internazionale e la tutela delle persone come aspetto centrale della tutela dei diritti umani.

Le pensioni liquidate con la totalizzazione di contribuzione italiana ed estera al gennaio 2014 erano 793.432. A gennaio 2014 sono stati disposti a favore di pensionati all’estero 358.210 pagamenti pensionistici. Quindi circa il 50% delle pensioni in regime internazionale è liquidato sulla base di contribuzione italiana e di Paesi dell’Unione Europea, ai quali comunque si applica la normativa UE di sicurezza sociale. Alla luce di questi dati, è davvero incomprensibile l'eliminazione dell'unità di consulenza per la sicurezza sociale del Ministero degli affari esteri, strumento di ricerca, consulenza e progettazione per l'avvio dei negoziati bilaterali.

E’ indispensabile, inoltre, superare ogni ingiustificata distinzione tra lavoratori pubblici e privati, sia in termini previdenziali che fiscali. E’ opportuno rivedere anche i modelli OCSE, spesso superati e da aggiornare. L’esperienza di questi anni dimostra che lo scambio di informazioni, a livello previdenziale e fiscale, migliora sia il sistema di pagamento delle pensioni in termini di equità che il regime fiscale in termini di contrasto a elusione ed evasione. Lo scambio di informazioni garantisce, in sostanza, la trasparenza e la legalità nazionale ed internazionale dell’intero sistema delle Convenzioni bilaterali.

Un altro aspetto sentito è quello del miglioramento del regime dei cambi al fine di assicurare efficienza e trasparenza nei pagamenti extra-Euro. Le stesse modalità di pagamento su conto corrente, le procedure di verifica dell’esistenza in vita e la verifica annuale dei redditi devono migliorare. In sostanza, i miglioramenti nei rapporti con la pubblica amministrazione, con l’INPS, con la Citibank per le pensioni pagate nel mondo, devono essere in linea con le migliori pratiche amministrative e con l’agenda digitale e per la comunicazione elettronica, che ci vede impegnati in Italia. Nella convinzione che il principio di parità di trattamento debba essere esteso anche alle procedure burocratiche e amministrative.

Un punto nodale, infine, è il ruolo insostituibile, all’estero e in Italia, dei Patronati. Una convenzione che affidi ai Patronati, nel ruolo di sussidiarietà che già svolgono accanto alla rete consolare, funzioni di ulteriore assistenza e sostegno ai nostri connazionali stabilmente residenti all’estero, ai nuovi migranti che si spostano nel mondo e anche alle imprese nei rapporti previdenziali con gli istituti locali, darebbe un forte segnale di rinnovato interesse in questo settore. Marco Fedi, Deputato del Pd-Estero

 

 

 

 

 

 

Medici con la valigia in mano

 

Per fuggire al precariato solo l’anno scorso 2.363 hanno scelto di emigrare. Il sindacato scrive a Renzi: valiamo come azioni Lehman Brothers nel 2008

PAOLO RUSSO

 

ROMA -  Medico, con una vita da precario. O da immigrato. «Messi in regola» quando comincia a spuntare qualche capello bianco, con un contratto scaduto da 4 anni che gli ha già fatto perdere 30mila euro di potere d’acquisto, costretti a turni massacranti per fare anche la parte di chi è andato in pensione e non sostituito. E sempre più spesso con la valigia in mano. I medici ospedalieri del sindacato Anaao, il più forte della categoria, hanno scritto una lettera aperta al premier e denunciato «la svalutazione del capitale umano in sanità». Che «dopo le cure dei governi che la hanno preceduto, oggi vale quanto le azioni della Lehman Brothers dopo il 15 settembre 2008», scrive il segretario nazionale Costantino Troise. E i numeri gli danno ragione.  

 

Dal 2009, anno di avvio del blocco delle assunzioni, sono circa seimila i camici bianchi che mancano in corsia. Dove le spending review hanno tagliato all’osso anche i posti letto, 4,7 ogni mille abitanti 12 anni fa e ora solo 3,4. La media Ocse che è di 4,8. Se a questo si aggiunge che circa 9mila di quei letti sono scarsamente utilizzati in reparti da chiudere o riaccorpare, ecco spiegati i turni massacranti e le barelle nei corridoi del pronto soccorso. 

 

«Non si salvano da questa deriva neppure le risorse fresche», ricordano ancora i camici bianchi al premier. Ogni anno in 10mila conquistano la laurea in medicina, ma la metà di loro resta fuori dalle scuole di specializzazione che ne accolgono solo 5mila. Per tutti ci sono lunghi anni di precariato davanti. Oramai un medico diventa «stabile» in ospedale intorno ai 37 anni, alcuni anche dopo i 40. E allora ecco che monta la voglia di andarsene dove «fare il medico» vuol dire ancora prestigio e benessere. A fare la valigia erano in 400 nel 2009, 2363 lo scorso anno. Significa regalare all’estero 150 mila euro di formazione spesi in Italia per ciascun dottore. E’ alla firma di Renzi un decreto che consentirà di stabilizzarne un po’.  

 

«Un provvedimento insufficiente, perché potrà riguardare un numero limitato di personale ed esclude tutti i contratti atipici. Senza contare l’ostacolo del blocco del turn over», spiega il segretario nazionale Cgil medici, Massimo Cozza. Le Regioni propongono di assumere anche chi la specializzazione non ce l’ha, ma senza contratto da dirigenti. Una scorciatoia che fa storcere il naso ai sindacati. LS 20

 

 

 

 

 

Confusione Imu. Porta (PD) chiede al Governo importanti e solleciti chiarimenti

 

ROMA- L’on. Fabio Porta, deputato del Pd, ha presentato una interrogazione a risposta immediata (sottoscritta dagli altri deputati PD eletti all’estero) in Commissione Finanze alla Camera per chiedere al Governo importanti chiarimenti sull’IMU, considerato che ad oggi non è stata ancora emanata una circolare da parte del Ministero delle Finanze che interpreti e chiarisca l’intreccio di norme che si sono succedute con particolare riferimento ai diritti e ai doveri dei cittadini italiani residenti all’estero proprietari di immobili in Italia. 

Porta, che è anche presidente del Comitato per gli italiani nel mondo della Camera, preoccupato per l’avvicinarsi degli "adempimenti IMU" e della stato di confusione relativo all’attuazione della nuova normativa, chiede al Governo – che dovrà dare risposte chiare nei prossimi giorni - di specificare quali soggetti rientrano nella categoria dei "pensionati" esentati dal pagamento e se per tutti gli altri esclusi dall’esenzione sia ancora valevole la facoltà dei comuni di equiparare il loro immobile a prima abitazione.

Come è infatti noto la legge n.80 del 23 maggio 2014 prevede espressamente l’eliminazione della norma che concede ai comuni la facoltà di assimilare ad abitazione principale le unità immobiliari possedute in Italia dai cittadini non residenti. Inoltre assoggetta al regime IMU previsto per l’abitazione principale l’unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani pensionati non residenti nel territorio dello Stato e iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) a titolo di proprietà o usufrutto in Italia, purché non locata o data in comodato d’uso (va inoltre precisato che su detti immobili la TARI e la TASI sono applicate in misura agevolata).

In sostanza detti immobili posseduti da pensionati godranno dell’esenzione dall’IMU, se non si tratta di immobili "di lusso"(categorie catastali A/1, A/8 e A/9); altrimenti usufruiranno dell’aliquota agevolata allo 0,4 per cento e della detrazione di 200 euro previste dalla legge.

Nella sua interrogazione l’on. Porta chiede al Ministero delle Finanze se ritiene che i Comuni potranno, in virtù della loro potestà legislativa e nonostante la legge nazionale, introdurre regolamenti che prevedano l’assimilazione ad abitazione principale delle unità immobiliari possedute in Italia da cittadini italiani residenti all’estero e se la qualifica di "pensionato", richiesta dalla nuova normativa necessaria per usufruire dell’assimilazione ad abitazione principale dell’immobile posseduto in Italia a partire dal 2015, si riferisce alla titolarità di pensione italiana, ancorché in convenzione internazionale, di pensione estera, di entrambe, o alla titolarità di qualunque tipo di pensione (anche di invalidità) a prescindere dalla nazionalità dell’ente erogatore. (aise 20)

 

 

 

 

 

Fate prima la legge di Stabilità

 

Nonostante tagli per circa 10 miliardi di euro nell’anno in corso, la legge di Stabilità non è riuscita a fermare la crescita della spesa pubblica. La spesa delle amministrazioni pubbliche scenderà leggermente nel 2015, da 835 a 829 miliardi di euro, per poi risalire a 850 miliardi nel 2017, una cifra sostanzialmente identica al livello di spesa (854 miliardi) che si sarebbe raggiunto se non fosse stata approvata alcuna legge di Stabilità (dati del ministero dell’Economia rielaborati da Francesco Daveri su lavoce.info ). L’incapacità del governo di aggredire la spesa, che continua ad assorbire oltre la metà del reddito nazionale, è particolarmente preoccupante perché la stessa legge di Stabilità include una «clausola di salvaguardia» che si attiverebbe automaticamente qualora venissero mancati gli obiettivi di finanza pubblica. Se nelle prossime due leggi di Stabilità (per il 2016 e 2017) il governo non riuscisse a ridurre il deficit di 17-18 miliardi circa in ciascun anno, scatterebbe automaticamente un aumento dell’Iva. L’aliquota oggi al 10% salirebbe al 12 nel 2016 e al 13 l’anno successivo; l’aliquota del 22% salirebbe in due anni al 25%. Per evitarlo - escludendo il ricorso a un aumento della pressione fiscale - sono necessari tagli di spesa pari a circa 35 miliardi in due anni.

Gli effetti macroeconomici di un aumento dell’Iva potrebbero essere devastanti, uccidendo sul nascere la nostra mini-ripresa. S tudi sugli effetti di un aumento delle tasse (ma anche la recente esperienza del Giappone) mostrano che un rialzo delle imposte indirette, cioè dell’Iva, produce i maggiori effetti recessivi, significativamente maggiori di un corrispondente aumento delle imposte dirette, ad esempio sulla ricchezza o sul reddito, che pure sono recessivi. Al contrario, tagli di spesa, soprattutto se aggrediscono voci come i sussidi alle imprese, gli acquisti delle amministrazioni, il monte salari dei dipendenti pubblici, ma anche la spesa per infrastrutture, influiscono solo marginalmente sulla crescita, talvolta persino la accelerano perché convincono famiglie e imprese che il governo ha imboccato l’unica strada che può condurre a una riduzione permanente della pressione fiscale. Insomma, è solo tagliando la spesa che le tasse potranno scendere stimolando la ripresa.

 

La ricetta è chiara: tagliare le spese, innanzitutto per evitare un aumento dell’Iva e poi per poter ridurre stabilmente le aliquote fiscali. Ma i tempi sono cruciali. È in atto una timida ripresa dell’attività economica, per ora sostenuta soprattutto dalla domanda di esportazioni grazie alla svalutazione dell’euro. Il momento per agire è oggi. Bisogna far sì che la ripresa si consolidi e per farlo non bastano le esportazioni. Dopo il cambiamento epocale intervenuto nel mercato del lavoro grazie al Jobs act occorre convincere famiglie e imprese che la pressione fiscale sul lavoro scenderà, non solo sui nuovi assunti, ma su tutti i lavoratori. E il solo modo per farlo credibilmente è tagliando la spesa (come si illustra ampiamente in queste pagine).

Purtroppo il presidente del Consiglio, che pure ha capito subito l’importanza del Jobs act, pare far fatica a convincersi che tagliare la spesa pubblica è altrettanto importante. Dopo non aver fatto praticamente nulla nella sua prima legge di Stabilità, Matteo Renzi ha recentemente riaperto il capitolo della spending review annunciando la nomina di due nuovi responsabili, il professor Roberto Perotti e l’onorevole Yoram Gutgeld. Ma senza fretta: a due settimane dall’annuncio, la nomina formale non è ancora arrivata. Ma soprattutto i tagli che i due nuovi commissari proporranno saranno inseriti nella prossima legge di Stabilità, cioè entreranno in vigore, se tutto va bene, fra un anno. Perché bisogna aspettare tanto? Perché non si può intervenire subito e cominciare a risparmiare già nella seconda metà di quest’anno? In alcune aree, come i sussidi alle imprese, i capitoli da aggredire e le norme da cancellare sono noti da anni. Basta farlo, 35 miliardi di tagli non sono pochi: più tardi si inizia, meno probabile è ottenerli.

 

Ridurre gli sprechi ed evitare la corruzione negli appalti pubblici è importante ma non basta se l’obiettivo è una riduzione della pressione fiscale di cui famiglie e imprese si accorgano. Occorre riflettere a fondo sul nostro sistema di welfare, che pur essendo costoso protegge poco e male i più deboli e regala invece servizi gratuiti, ad esempio nella sanità, a chi potrebbe pagarli. Anche qui non si tratta di partire da zero: basterebbe rileggere l’eccellente Rapporto della commissione presieduta da Paolo Onofri durante il primo governo Prodi, rimasta in un cassetto per quasi vent’anni. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi CdS 22

 

 

 

 

 

Il cambiamento

 

A ben osservare, l’Italia sta vivendo una realtà ben differente da quella che con i Governi precedenti si poteva ipotizzare. Prima, avevamo contato su possibili ”cambiamenti”. Poi, ci siamo impensieriti. Certo è che abbiamo capito, anche perché lo hanno fatto intendere, che i governi “ordinari” cadevano e risorgevano con gli stessi atteggiamenti politici. Con l’inizio di primavera, il nostro quadro d’osservazione è, progressivamente, mutato. La realtà del Paese, ora, resta patologica; i costi reali restano ancora altissimi e a carico delle classi che meno sono in grado di sostenerli. Mentre il concetto di “liberalizzazione” ha difficoltà a radicare in un Paese più conservatore di quanto fosse immaginabile, sul fronte dei partiti non ci sono novità degne di nota. Meglio così.

Resta, in ogni caso, una realtà socio/economica ancora tutta da delimitare e il “contenimento” prevede altri sacrifici. In Italia, i “miracoli” non ci sono più. Si tira avanti come si può. Insomma, ci si arrangia. I tempi “migliori” restano sempre lontani. La disoccupazione non frena ed i nuovi posti di lavoro sono ancora pochi. Quello di cui si sente la necessità sono le riforme. Quelle che, se andassero in porto, andrebbero a cambiare la Repubblica. Le cordate per “salvare” il Paese non fanno più storia. Ai politici, vecchia maniera, non crede più nessuno e la nostalgia ha lasciato il posto alle difficoltà d’essere più che sembrare. Anche se sarà possibile superare le frustrazioni di un sistema in progressiva agonia, resterà difficile raggiungere, in tempi contenuti, posizioni di migliore stabilità economica. Dopo l’improvvisazione ed i tentativi di fare marcia indietro, il fronte politico nazionale si è scontrato contro il quotidiano con la consapevolezza d’aver fallito; anche quando era ancora possibile offrire opportunità migliori al Paese.

 I partiti torneranno alla carica. Le crisi, ipotetiche o reali, sono sempre destinate a risolversi. Quelle economiche assai meno. Eravamo avvezzi a riconoscere chi guidava e chi seguiva. Ora, chi “guida” ha difficoltà a conservare un “seguito”. Quando i sacrifici non aprono spiragli alla speranza, allora andare avanti si rivela un problema. Adesso l’Italia, che stenta mantenere il suo ruolo UE, potrebbe restare tra i fanalini di coda della situazione involutiva del Vecchio Continente. Forse, ritrovato il varco delle scelte, anche i nostri politici riusciranno a risollevarsi dall’apatia che è figlia dell’emulazione. Basta con le farse e le moine da salotto buono. Dopo i sacrifici, c’è da guardare al futuro con uno spirito rinnovato.

 Quello che occorre, e francamente manca, è una classe d’uomini capaci di dimostrare al Paese d’essere più statisti che politici. L’impresa certamente ostica, forse anche impossibile, per chi ha saputo più pretendere che dare. Anche in economia ”spicciola", resta un problema promettere una manciata d’euro in più per, poi, riprenderli da chi ha avuto la capacità di mantenere un certo livello di redditività. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Un summit a tre per preparare l'addio del ministro

 

Un colloquio a tre: Renzi, Lupi e Alfano, sembra aver sbloccato una situazione che si faceva di ora in ora più complicata per il presidente del consiglio. Il ministro finito nelle intercettazioni del caso Incalza si sta per dimettere. Domani mattina si terrà l’informativa alla camera e poi dovrebbe rassegnare le proprie dimissioni. Questo dicono le indiscrezioni in Parlamento e tutto fa credere che sarà così. Le opposizioni - che hanno presentato le mozioni di sfiducia contro Lupi - avevano chiesto che si andasse direttamente al voto martedì prossimo, ma il Pd ha ottenuto che prima si svolgesse l’informativa del ministro. Un modo per evitare l’umiliazione della sfiducia e contraccolpi gravi sull’esecutivo. Mentre l’inchiesta rivela sempre maggiori particolari sul sistema degli appalti e sul coinvolgimento del ministro - che non è indagato - nella rete di favori personali, la svolta politica si è verificata quando Renzi ha fatto capire a Lupi e ad Alfano che il Pd avrebbe potuto votare a favore della sfiducia. Una smentita clamorosa a quella frase attorno a cui Lupi aveva costruito la sua autodifesa: il governo è con me, aveva detto durante i tre minuti di intervento di ieri alla camera. Negli ultimi tre giorni - da quando è scoppiato lo scandalo del sistema Incalza - Renzi è stato sottoposto a critiche per il suo silenzio. In realtà il pressing di Renzi per stringere in un angolo Lupi è stato efficace. La crisi di governo scongiurata. Renzi del resto non può permettersi di tenere al suo posto un ministro finito nel ciclone dell’inchiesta. Proprio mentre sono ancora vive le critiche per il ritardo con cui il governo ha presentato l’emendamento al ddl anticorruzione. La legge oggi pomeriggio va finalmente in aula due anni dopo la presentazione da parte dell’allora senatore Grasso del Pd, e nonostante l’ostruzionismo di Forza Italia. Assieme alla legge che allunga i termini della prescrizione dei reati, dovrebbe essere il punto di forza della lotta alla corruzione. Ormai considerato il problema più grave nel nostro Paese, con un danno di 60 miliardi ogni anno.

GIANLUCA LUZI LR 19

 

 

 

 

 

Elezioni Comites. Deputati Pd-Estero: favorire una normale campagna elettorale consentendo l’accesso agli elenchi degli elettori

 

ROMA - Tra poche ore scadrà il termine per iscriversi negli elenchi degli elettori che potranno partecipare al rinnovo dei COMITES e inizierà la breve campagna elettorale volta a far conoscere i programmi, le liste e i candidati. In una tornata elettorale che avrebbe dovuto chiudere una lunga fase di sospensione dell’esercizio della democrazia tra le nostre comunità e che è stata caratterizzata fino alla fine da un prolungato ed estenuante stop and go dell’Amministrazione degli esteri, sarebbe stato augurabile un atteggiamento di pieno sostegno alle forze associative e alle persone che hanno deciso ancora una volta di impegnarsi volontariamente e gratuitamente a servizio delle comunità. Sono insorte, invece, complicazioni che ci procurano un rammarico tanto più sincero quanto più forte e convinto è stato il contributo che in tutti i modi, a nome del PD, abbiamo cercato di dare alla partecipazione al voto.

I rappresentanti di lista e i candidati, infatti, non sono certi fino ad ora di poter ottenere da parte degli uffici consolari le liste degli elettori per svolgere una fisiologica campagna elettorale. La difficoltà di soddisfare questa legittima richiesta deriverebbe da direttive date in tal senso dagli uffici del MAECI, che avrebbero interpellato il Garante della privacy per avere un parere in merito. Poiché la campagna elettorale di fatto non durerà più di tre settimane, se la questione non fosse tempestivamente risolta si correrebbe un rischio molto concreto: in mancanza di informazione specifica gli elettori che parteciperanno al voto potrebbero essere di meno di quelli che si sono iscritti negli elenchi, con la conseguenza che l’esito dell’intera operazione possa stare al di sotto delle attese e dare la stura a nuovi attacchi alla rappresentanza degli italiani all’estero.

D’altro canto, non è pensabile che liste e candidati, di fronte ad una preiscrizione che grosso modo si attesta intorno al 10% degli aventi diritto, possano sobbarcarsi l’onere di un invio di materiale informativo all’intera platea degli elettori nella speranza di intercettarne un decimo.

Abbiamo manifestato con una lettera indirizzata al Ministro Gentiloni e al Sottosegretario Giro la sorpresa e lo sconcerto per un tale atteggiamento. In tutte le precedenti elezioni gli elenchi degli elettori, con i rispettivi indirizzi postali, sono stati forniti ai legittimi richiedenti. Lo stesso Garante della privacy, nel “decalogo” elettorale, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 settembre 2005 n. 212, scriveva testualmente: “Può essere tranquillamente utilizzato (…) l’elenco dei cittadini italiani residenti all’estero aventi diritto al voto per l’elezione del Comitato degli italiani all’estero (Comites)”.

Il fatto che in questa occasione si richieda l’iscrizione volontaria nell’elenco degli elettori non muta la sostanza delle cose perché si tratta di una modalità organizzativa dell’esercizio del voto, che non modifica né il diritto di voto che ognuno possiede in quanto cittadino né le prerogative normalmente riconosciute ai candidati e ai rappresentanti di lista, oltre che agli elettori.

Siamo convinti che si poteva fare diversamente assumendosi precise responsabilità, sia a livello amministrativo che politico. In ogni caso, quando emerge un timore di implicazioni nella sfera dei diritti della persona, sarebbe bene risolverlo nel momento dell’emanazione della norma e non quando essa deve essere applicata, per altro in tempi ristrettissimi come in questo caso. Ognuno, dunque, si adoperi nei tempi dovuti mettendo coloro che hanno fatto la scelta di offrire volontariamente e gratuitamente le proprie energie a beneficio delle comunità nella condizione di poterlo fare in un quadro di normale esercizio democratico. 

Queste elezioni confermano l’esistenza di sintomi di disaffezione tra i milioni di connazionali all’estero sui quali è necessario riflettere seriamente. Sarebbe veramente poco lungimirante reagire ad essi rendendo più difficili l’esercizio del volontariato, che alimenta costantemente la vita delle associazioni e dei COMITES, e la partecipazione dei cittadini all’estero alla costruzione e alla vita delle loro istanze di rappresentanza.

Gianni Farina, Marco Fedi,Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta

(Deputati Pd-Estero)

 

 

 

 

 

Costituito il Comitato Scientifico dell’Osservatorio dell’Emigrazione Italiana nel Mondo

 

BARI - Premesso che sono milioni gli italiani nel mondo, anche di seconda e terza generazione, e che non sono sufficientemente tenuti in considerazione in Patria, l’Osservatorio dell'Emigrazione Italiana nel Mondo (O.E.I.M.), attraverso la costituzione del Comitato Tecnico Scientifico, intende tenere vivo il tema d’interesse di chi vive all’estero, facendo anche riferimento a provvedimenti che, in seguito, potrebbero essere presentati e presi in esame dagli Organismi che li rappresentano (Com.It.Es., CGIE, Ministero degli Affari Esteri e Parlamento).

 

Il Corriere di Puglia e Lucania nel Mondo opera senza nessuna preferenza politica, di partito o di religione. Il nostro scopo principale è dare una giusta informazione senza filtri e condizionamenti.

Saranno i diretti interessati a far sentire la loro voce, al fine di essere informati anche sugli aspetti più complessi dei problemi dell’Emigrazione, di ieri e di oggi, che potranno essere meglio focalizzati ed anche eventualmente essere risolti, certamente meglio compresi.

 

L’Osservatorio nasce proprio con questa finalità, che intende rendere percorribili tramite il contributo di più “esperti” nei vari settori che coinvolgono chi vive lontano dalla Patria. 

Mediante una diretta responsabilizzazione degli interessati, anche chi vive nella Penisola, potrà fornire il suo contributo a chi, dall’estero, intende contare di più pure nel Paese d’origine. 

L’Osservatorio è ufficialmente funzionante e abilitato a scrivere le problematiche degli italiani nel mondo, proposte, suggerimenti, attività da mettere in cantiere, progetti da proporre. 

 

Naturalmente i componente sono inseriti “in pianta stabile” nella redazione del giornale Corriere di Puglia e Lucania nel Mondo, il quotidiano degli italiani.  L’Osservatorio è presieduto da Antonio Peragine, giornalista, direttore editoriale del Corrierepl e presidente dell’Associazione Baresi nel Mondo, organizzazione internazionale no profit, ed è coordinato dal Comm. Giorgio Brignola, giornalista ed esperto delle problematiche degli Italiani nel Mondo. L’Osservatorio si potrà arricchire con altri esperti e collaboratori internazionali, con la partecipazione di esponenti della Università e delle Associazioni degli italiani all’estero ed in Italia, purché conoscitori dei problemi degli italiani all’estero. Di seguito si riporta l’elenco parziale dei componenti il Comitato Scientifico dell'Osservatorio Emigrazione Italiana nel Mondo.

A breve sarà pubblicato un breve profilo biografico dei componenti, a dimostrazione della loro qualità e capacità a far parte dell'OEIM, e il loro settore di intervento. Per il momento ogni corrispondenza indirizzata ai componenti dell'OEIM deve essere inviata: redazione@corrierepl.it, in attesa di assegnare ad ogni consigliere la propria email. Il Comitato Tecnico Scientifico dell'Osservatorio è aperto a tutti coloro che possono dare un concreto contributo alle tematiche migratorie, a prescindere dal titolo di studio o di nazionalità. A noi interessa contribuire a dare delle risposte ai nostri connazionali e non a propagandare slogan d'iniziative inutili e dannose.  Antonio Peragine

 

 

 

 

 

Protezione internazionale: il nuovo decreto in vigore dal 20 marzo

 

ROMA – È Entrato in vigore il 20 marzo il decreto del Presidente della Repubblica 12 gennaio 2015, n.21, che approva il regolamento relativo alle procedure per il riconoscimento e la revoca della protezione internazionale.

Pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 5 marzo scorso, il regolamento attua la normativa europea sulle norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato.

Il regolamento – spiega il Viminale – disciplina composizione e funzionamento delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale e della commissione nazionale per il diritto d'asilo e la procedura relativa alla domanda di protezione internazionale: presentazione, istruttoria ed esame, decisione (riconoscimento dello status di rifugiato o di persona ammessa alla protezione sussidiaria; rigetto della domanda; rigetto con contestuale trasmissione degli atti alla questura per il rilascio di permesso di soggiorno biennale, in caso di gravi motivi umanitari) e ricorso giurisdizionale contro la decisione.

Tra le disposizioni del decreto, che regola anche la cessazione e la revoca dello status, ci sono inoltre le norme relative ai centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati (Cara), da quelle sulla loro istituzione a quelle sulla gestione - affidata a un ente locale, un altro ente pubblico o a un privato, scelti dal prefetto della provincia in base alle procedure del Codice dei contratti pubblici - e sulla permanenza al loro interno.

Anche i servizi offerti dai Cara sono individuati dal regolamento: mensa e fornitura dei beni personali necessari per la permanenza nel centro; assistenza sanitaria; servizio di mediazione linguistica e culturale; di insegnamento dell'italiano; orientamento legale in materia di immigrazione e asilo; orientamento al territorio. Nei servizi rientra la gestione amministrativa della struttura, che comprende la registrazione dei cittadini stranieri al momento dell'ingresso e dell'uscita definitiva dal centro e la registrazione delle loro uscite giornaliere.

La verifica periodica del rispetto degli standard di accoglienza previsti dal contratto di gestione e dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo è svolta secondo modalità stabilite dal ministero dell'Interno, dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione. dip

 

 

 

 

Retrospettiva

 

 Le stagioni, per fortuna, non sono influenzabili nella loro successione. Anche la primavera è iniziata. Una delle tante. Quella, del lontano 1968, che c’apprestiamo a richiamare alla mente, è stata particolare e, per una Generazione, “mitica”. Sono passati circa quarantasei anni da quella “magica” stagione; pur tuttavia essa ha rappresentato un parametro di riferimento ideologico e sociale per un’intera generazione. Quella dei “nonni” d’oggi. Dalle analisi discordanti, dalle sensazioni d’allora, proveremo ad offrire un quadro del tramonto degli anni’60.  Noi c’eravamo; con l’età e la voglia d’essere parte dell’ultima “rivoluzione” giovanile. Dopo anni di silenzio e di borbottii indistinti, per i giovani si presentò il momento della “verità”.

 Si distaccarono dal conformismo e dalla dignità fatta di vuoto. Non mancò chi strillò allo scandalo. Ma scandalosi erano i tempi destinati a tramontare. La voglia di partecipazione sconfisse gli egoismi ed anche i “ben pensanti” fecero in fretta ad adeguarsi. Sono passati 47 anni da allora. L’Italia è profondamente cambiata. Della primavera del 1968 s’è perso, forse, anche il ricordo. Noi lo rammentiamo perché la Generazione d’oggi discende, volente o meno, da quella “sessantottina”. I giovani d’allora sono i “nonni” di quelli del 2000. Professionisti, pensionati, operai; eppure, sembrano non aver conservato nulla della stagione alla quale avevano dato una”vita” politico/sociale che il tempo, inesorabile, ha ridimensionato.

 Che lezione hanno conservato del frenetico biennio concluso, quasi repentinamente, nella primavera del 1970? L’oblio ha sconfitto i ricordi. Come, sempre, accade. I giovani d’allora sono maturati, invecchiati, ma siamo convinti che non abbiano rinnegato ciò che sono stati. Magari con distacco, ma anche con una vena di nostalgia e non solo per la gioventù passata. Ai figli hanno avuto poche occasioni d’illustrare il loro tempo.  Per i nipoti, le occasioni sono proprio mancate. Solo in alcuni casi, magari per passare il tempo, i figli dei figli chiedono loro della gioventù. Allora, i nonni raccontano, cedendo a un dialogo, meno ermetico, tra come sono e com’erano. Tutto considerato, non sappiamo se la Società del 2015 sia, realmente, “migliore” di quella del 1968. In ogni caso, anche l’ultima rivoluzione giovanile ha fatto la sua parte. Perché le Generazioni d’oggi portano il “seme” di quelle che le hanno precedute. Tenendo anche conto che chi “rinnega” il suo passato rischia d’ipotecare il suo futuro e vanificare il presente.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Andrea Riccardi alla Presidenza della Dante Alighieri

 

Si è svolta oggi, domenica 22 marzo, a Roma nella sede di Palazzo Firenze, l’Assemblea Straordinaria dei Soci della Società Dante Alighieri – presieduta dal Presidente facente funzione Gianni Letta e dal Vicepresidente Paolo Peluffo - convocata per l’elezione del nuovo Presidente.

Durante le operazioni di voto sono stati espressi 19012 voti. Sono stati rappresentati, personalmente e per delega, in assemblea ben 5855 soci. Gli altri voti sono stati esercitati per corrispondenza.

Allo svolgimento dell’assemblea ha partecipato in rappresentanza del Governo il Sottosegretario agli Esteri, On. Mario Giro.

Il Presidente facente funzione, Gianni Letta ha proclamato i risultati del voto. Hanno ottenuto voti: 16594 il Prof. Andrea Riccardi; 608 il Prof. Salvatore Italia; 400 il Dott. Gianni Letta; 272 il Prof.  Giovanni Di Peio.

È stato proclamato Presidente della Società Dante Alighieri, il Cavaliere di Gran Croce, Prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, già Ministro per la Cooperazione Internazionale e l'Integrazione nel Governo della Repubblica dal novembre 2011 all’aprile 2013.

Dopo la proclamazione del voto, il Sottosegretario Mario Giro ha dichiarato: “La scelta del Prof. Andrea Riccardi è legata alla valorizzazione della lingua e della cultura italiana che ha saputo operare in tanti anni di attività, come storico e profondo conoscitore dei più importanti dossier internazionali.”

Il curriculum scientifico e civile del Professor Andrea Riccardi – premio Carlo Magno nel 2009 -  è disponibile sul sito della Società Dante Alighieri, www.ladante.it.

A conclusione dell’Assemblea Straordinaria dei Soci e a proclamazione avvenuta, il vicepresidente della Società Dante Alighieri, il Cons. Paolo Peluffo, ha dichiarato: “É una grande scelta per la “Dante” e per la cultura italiana. Andrea Riccardi è uno degli uomini che ha più contribuito al prestigio  dell'Italia nel mondo come comunità apportatrice di pace e dialogo  tra i popoli. Darà ora un contributo decisivo al rilancio dell'immagine della cultura italiana come elemento essenziale della nostra identità nel pluralismo delle sue diverse voci le quali, tutte insieme, devono mirare a un comune obiettivo. Ho avuto l'opportunità di lavorare fianco a fianco con Andrea Riccardi nei mesi difficili e appassionanti del Governo Monti e ne ho conosciuto le doti umane, l'energia e la profonda conoscenza dei problemi sociali del mondo moderno. Al nuovo Presidente gli auguri più sinceri di successo per il suo nuovo incarico".  De.it.press 22

 

 

 

 

Sul dopo Lupi è già totonomina. Interim breve

 

Sarà un interim breve, di qualche giorno, come ha annunciato Renzi. Lunedì il presidente del consiglio andrà al Quirinale per valutare con il presidente Mattarella le soluzioni per il dopo-Lupi. Fra 40 giorni si inaugura l'Expo di Milano e anche se Renzi vorrà tutti riflettori per sé, un ministro delle Infrastrutture ci deve essere. Due nomi in vantaggio sugli altri: quello dell'ex magistrato Cantone, figura ideale per mettere ordine in un ministero che si è rivelato inquinato al suo interno da una rete di relazioni che gestivano appalti e tangenti. Un'altra soluzione potrebbe essere quella di Delrio, fidato sottosegretario alla presidenza che Renzi potrebbe mettere alle Infrastrutture come soluzione politica. Sembra escluso che il ministero possa andare a un altro esponente dell'Ncd. Un'altra soluzione potrebbe essere più decisamente tecnica, con uno spacchettamento delle Infrastrutture con i Trasporti da una parte e i Lavori pubblici dall'altra. Un ritorno all'antico. In questo caso per i Trasporti si fa il nome di Mauro Moretti, ex ferrovie o di un altro manager. Ma quella dello spacchettamento non sembra una soluzione molto praticabile. Mentre invece torna d'attualità il vecchio progetto di Renzi sempre stoppato da Lupi. E si capisce perché. Quello cioè di portare a Palazzo Chigi la struttura tecnica di missione, cioè il regno di Incalza fino a dicembre scorso. Cabina di regia per gli affari con Perotti. All'Ncd andrebbe il ministero degli Affari regionali, lasciato libero tre mesi fa da Maria Carmela Lanzetta. Quagliariello è favorito. Il colpo subito dall'Ncd con le dimissioni di Lupi si fa sentire nel piccolo partito di Alfano, messo sotto accusa per aver difeso la propria poltrona al Viminale e per non essersi battuto per Lupi. Salvini ha lanciato un'Opa verso i potenziali fuggiaschi. Altri sono tentati da un ritorno a casa in Forza Italia, anche se quel 12 per cento nei sondaggi non lascia molte speranze di tornare in Parlamento. Altri, al contrario, potrebbero prendere la via del Pd renziano, che per il momento, però, non sembra tanto interessato. GIANLUCA LUZI  LR 21

 

 

 

 

 

Tagli ai docenti all’estero: come e quanto si risparmia? Mussini (Misto) interroga Gentiloni e Giannini

 

ROMA - Nel decidere l’entità dei tagli al personale docente da impiegare all’estero, quali criteri sono stati seguiti nella scelta delle sedi? È quale sarebbe l’effettivo risparmio? Sono solo alcuni dei quesiti che la senatrice Mussini (Misto), membro del Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato, indirizza ai Ministri degli Esteri e dell’istruzione, Gentiloni e Giannini.

“La rete delle istituzioni scolastiche all'estero costituisce una risorsa fondamentale per la promozione della lingua e della cultura italiana”, scrive Mussini, ex 5 Stelle, nella premessa. “In un incontro che si è tenuto il 5 marzo 2015 tra sindacati e rappresentanti dei Ministeri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'istruzione, dell'università e della ricerca, il Ministero degli esteri ha illustrato la proposta di tagli per il prossimo anno scolastico 2015/2016 delle istituzioni scolastiche e culturali italiane all'estero; il piano prospettato permette di raggiungere l'obiettivo di 624 posti di contingente entro il 1° settembre 2015, con un anno di anticipo rispetto alle prescrizioni della spending review”.

“Ll'entità dei tagli – riporta la senatrice – si aggirerebbe intorno alle 148 unità di personale, in particolare andrebbe a ridurre i lettori italiani nelle università straniere, tagli che rischiano di privare intere aree geografiche delle necessarie risorse per la promozione e diffusione della lingua e della cultura italiana; la scuola internazionale di Strasburgo, prestigiosa istituzione pubblica francese, costituita, grazie ad accordi bilaterali multipli, da più filiere linguistiche (italiano, inglese, tedesco, spagnolo, polacco), rappresenta un percorso di eccellenza che gli studenti seguono dalla scuola dell'infanzia fino alla fine del liceo; le classi italiane sono frequentate in prevalenza da figli di funzionari italiani che operano presso le istituzioni europee di Strasburgo, studenti che non hanno alcuna altra possibilità di apprendere la nostra lingua nella regione, perché nella scuola europea di tipo II di Strasburgo l'insegnamento dell'italiano non è presente”.

“Indirettamente, attraverso canali sindacali, - rende noto la senatrice – sarebbe giunta notizia alla scuola di Strasburgo l'ipotesi di taglio di 4 posti di corsi di lingua e cultura italiana attivi presso la circoscrizione di Metz; risulterebbe essere il ridimensionamento più elevato di tutta la Francia, nonostante nella circoscrizione la presenza della lingua italiana e l'apprezzamento per la nostra cultura siano vive e manifeste e le attività dell'ufficio scolastico siano efficienti e virtuose”.

“Con l'ordine del giorno G100 presentato dai senatori Micheloni, Mussini ed altri, e approvato nella seduta del 28 maggio 2014, - ricorda Mussini – il Governo si impegnava ad indicare analiticamente, per ogni singolo intervento di riduzione o riorientamento della rete estera del Ministero, i risparmi che si prevedeva di conseguire”.

La senatrice chiede, dunque, ai due Ministri di sapere “a quali sedi si riferiscano i tagli illustrati dal Ministero degli affari esteri; quali siano stati i criteri seguiti; se sia stato redatto un piano complessivo per i prossimi anni che indichi in modo chiaro le sedi, le discipline, e i criteri oggetto delle future soppressioni” e, infine, “quale sia l'effettivo risparmio che si intende ottenere”. (aise 20)

 

 

 

 

 

Centro Studi e Ricerche IDOS: nuovo presidente e rilancio della programmazione

 

Il Centro Studi e Ricerche IDOS, che nel 2014 ha compiuto il suo decimo anno di vita, ha elaborato le linee guida delle sue prossime attività.

Franco Pittau, ideatore del “Dossier Statistico Immigrazione” nel 1991 e suo coordinatore nel corso di questi  25 anni, ha rassegnato le dimissioni da Presidente di IDOS al compimento dei suoi 75 anni, ma continuerà ad assicurare al Centro la sua fattiva collaborazione, grato anche per esserne stato nominato Presidente Onorario.

È stato eletto nuovo Presidente di IDOS Ugo Melchionda, collaboratore del “Dossier” dai primi anni ’90 e membro decano del suo Comitato Scientifico: potrà così mettere a disposizione di IDOS la sua lunga esperienza in materia di migrazioni internazionali, maturata prima con le Ong e le associazioni di italiani nel mondo, poi con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

L’attività dell’équipe centrale continuerà a trovare un supporto nella rete dei redattori regionali e in quella dei referenti provinciali, che raggiunge pressoché tutto il territorio nazionale.

Diverse sono le innovazioni previste a livello di ricerche, pubblicazioni e sensibilizzazione.

L’Osservatorio Romano sulle Migrazioni verrà promosso dall’Istituto di Studi San Pio V in collaborazione con la Caritas diocesana di Roma, l’organismo presso il quale si sono formati i primi redattori di IDOS.

Il Dossier Statistico Immigrazione verrà curato da IDOS in collaborazione con i ricercatori della rivista “Confronti” (mantenendo, con l’aiuto dell’UNAR, una particolare attenzione al tema delle discriminazioni), mentre il sostegno alla realizzazione e alla diffusione dell’annuario si avvarrà di un contributo del Fondo Otto per Mille della Chiesa Valdese.

Il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria continuerà a valorizzare le sinergie con Unioncamere, la CNA, MoneyGram e altre strutture interessate.

Continuerà l’attenzione alle monografie da pubblicare sulla rivista “Affari Sociali Internazionali” la cui redazione, che nel passato faceva direttamente capo al Ministero degli Affari Esteri, è passata a IDOS.

Sono tuttora in corso le trattative riguardanti gli Indici di integrazione degli immigrati in Italia, pubblicazione per oltre un decennio patrocinata dal CNEL e interrottasi a seguito della programmata soppressione dell’Ente.

Verrà data la massima importanza alla progettazione internazionale in sinergia con gli altri centri studi specializzati, le associazioni e le strutture pubbliche.

Pittau si è dichiarato “lieto di riscontrare che la nuova programmazione valorizzi pienamente l’eccezionale esperienza di servizio culturale e sociale, maturata fino al 2012 nell’ambito della Chiesa Cattolica e tuttora in corso con la diocesi di Roma e altre realtà ecclesiali, l’apertura ecumenica e interreligiosa, gli eccezionali stimoli raccolti nel corso dei due anni di intensa collaborazione con l’UNAR, i solidi legami instaurati con l’associazionismo e le significative esperienze con diverse strutture pubbliche”. 

Per Melchionda “si tratta di tenere saldo questo patrimonio di esperienze e conoscenze professionali, per rispondere alle nuove sfide che provengono da un contesto in continuo cambiamento a livello internazionale e nazionale, sviluppando la capacità di lettura dei dati nell’ottica dell’inte(g)razione e potenziando sul territorio gli interventi di sensibilizzazione di

IDOS”.

Nel pomeriggio di venerdì 27 marzo, a partire dalle 15.00 fino alle 19.00, Franco Pittau con l’intera équipe di IDOS sarà lieto di accogliere nel nuovo ufficio di Via Arrigo Davila 16 (metropolitana A, Fermata Colli Albani) quanti vorranno porgere gli auguri al nuovo Presidente e segnalare eventualmente la propria disponibilità per la prossima progettazione. Verrà, inoltre, messa a disposizione copia delle nuove pubblicazioni di IDOS. De.it.press

 

 

 

 

Di Biagio: bonus di 80 euro anche a lavoratori a contratto del Mae

 

Roma – “A quasi un anno dall’entrata in vigore della legge che prevede il c.d. bonus di 80 euro per i lavoratori dipendenti, ancora non è stato sciolto il nodo della disciplina da applicare ai lavoratori residenti all’estero che producono reddito in Italia, tra questi i lavoratori a contratto della rete estera del Mae, che attualmente risultano ancora esclusi malgrado l’assenza di una specifica norma in materia”. Lo dichiara in una nota Aldo Di Biagio, senatore di Area popolare, firmatario di un’interrogazione al Ministero dell’economia per chiedere chiarezza sulla materia. “In assenza di una norma chiara – spiega Di Biagio - esiste soltanto un’interpretazione dell’Agenzia delle entrate che però non entra nel merito e si limita ad escludere lavoratori residenti all’estero che producono reddito in Italia, ma che in virtù dell’applicazione della convenzione contro la doppia tassazione, non verrebbe considerato imponibile”. “Ma – continua - ad una lettura puntuale della testo unico sulle imposte emerge uno scenario diverso per configurazione del reddito imponibile della categoria e per questo, insieme ai colleghi del Comitato per le questioni degli italiani all’estero, abbiamo ritenuto opportuno chiedere chiarimenti all’Agenzia delle Entrate e al Mef al fine di risolvere la questione in maniera rapida”. Di Biagio conclude: ”Sarà mia cura presentare, ulteriormente, una proposta di approfondimento della questione nel Comitato stesso”. De.it.press 17

 

 

 

 

 

Merlo (Maie): tutelare gli insegnanti all’estero

 

ROMA - “Modificare immediatamente la normativa che disciplina il settore degli insegnanti italiani all'estero”. È quanto sostiene Ricardo Merlo, presidente e deputato del Maie, in una interrogazione al Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

“Dai provvedimenti sin d'ora assunti dal Governo – scrive, critico, Merlo nella premessa – sembrerebbe che le scuole d'italiano all'estero non sono una priorità, preferendo ridurre il numero degli insegnanti, per ridurre le spese; il ridimensionamento del personale era già stato previsto dalla spending review; per gli insegnanti italiani nel mondo sono previsti circa 5 milioni di euro in meno per i prossimi anni, che dovrebbero significare una riduzione della busta paga del 10 per cento per tutti; tagli sono contenuti nella manovra per il 2015 e sono previsti non nel capitolo dedicato al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ma a quello degli affari esteri e della cooperazione internazionale, da cui dipendono questi docenti”.

“In particolare, - continua Merlo – si parla di una contrazione di 3,7 milioni nel 2015 e 5,1 milioni per il 2016 e il 2017 sugli stanziamenti per le indennità di servizio. Oltre allo stipendio tradizionale, infatti, gli insegnanti all'estero percepiscono un assegno «extra», che varia a seconda delle sedi di lavoro e che sino ad oggi non veniva sottoposto a tassazione, se non per una minima parte considerata reddito. Su questo trattamento ha deciso di intervenire il Governo, quadruplicando l'imponibile; il provvedimento riguarda tutto il personale all'estero: già decurtato di 57 milioni tra il 2011 e il 2014; il fondo per le indennità di servizio passa da 212 a 170 milioni di euro l'anno, con un taglio pari circa al 20 per cento. Il risultato è stato quello di ridurre l'indebitamento netto di circa 31 milioni di euro, ma a spese dei lavoratori”.

“La spending review – ricorda il deputato eletto in Sud America – aveva già deciso un taglio di quasi il 50 per cento del contingente, passando dai circa mille insegnanti del 2010 a 624. Il ridimensionamento doveva essere attuato entro il 2017, ma ci si è arrivati con due anni d'anticipo sulla tabella di marcia, decidendo di non rinnovare tutti i mandati in scadenza; dall'Algeria al Venezuela, da New York negli Stati Uniti a Brazzaville nella Repubblica Democratica del Congo, le scuole d'italiano all'estero sono 51, di cui otto istituti onnicomprensivi statali, e 43 istituti paritari, a cui si aggiungono 79 sezioni italiane presso scuole straniere. In totale ospitano circa 31mila alunni, di cui il 90 per cento stranieri, proprio per quella che è la loro funzione di promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo”.

“I docenti però devono superare delle prove di lingua, e poi inserirsi in graduatorie a punteggio divise per classi di concorso e aree linguistiche. Sono queste liste – spiega Merlo – a determinare la sede d'assegnazione, ciascuna delle quali prevede un coefficiente (sulla base di vari criteri come la distanza da casa, la pericolosità della regione, il costo e la qualità della vita, e altro) per calcolare l'importo dell'indennità di servizio”.

Visto che “dal 1° luglio 2015 quest'assegno avrà un regime fiscale decisamente più sfavorevole”, Merlo chiede a Gentiloni “se ritenga necessaria una revisione delle riduzioni di spesa esposte in premessa, che hanno come unico scopo quello di colpire i docenti, continuando a portare una serie di tagli lineari che non risolvono i problemi e riducono il servizio necessario per un prestazione minima” e “se non ritenga di assumere iniziative per una modifica immediata della normativa che disciplina il settore degli insegnanti italiani all'estero”. (aise 19)

 

 

 

 

 

 

Internationale Wochen gegen Rassismus, “Rassismus in Deutschland ist sichtbarer geworden”

 

Zu den diesjährigen Internationalen Wochen gegen Rassismus rechnen die Initiatoren mit mehr als 1.300 Veranstaltungen in 300 Städten und Gemeinden mit rund 100.000 Teilnehmern. Das ist ein Rekord.

 

In Karlsruhe sind am Montag die 20. Internationalen Wochen gegen Rassismus eröffnet worden. Unter dem Motto “Anerkennung statt Ausgrenzung” werden bis zum 29. März bundesweit mehr als 1.300 Veranstaltungen in 300 Städten und Gemeinden mit rund 100.000 Teilnehmern angeboten, wie die Organisatoren mitteilten. Koordiniert werden die Veranstaltungen von der Stiftung für die Internationalen Wochen.

Der Rassismus in Deutschland sei vor allem durch die islamfeindlichen “Pegida”-Demonstrationen und die zunehmenden Anschläge auf Flüchtlingsunterkünfte, Moscheen und Synagogen sichtbarer geworden, sagte Jürgen Micksch, Vorsitzender des Interkulturellen Rates und geschäftsführender Vorstand der Stiftung für die Internationalen Wochen.

Die diesjährigen Veranstaltungen seien eine Antwort “auf die von Populisten, Rechtsextremisten und rassistischen Demonstrationen geschürten Ängste und den Hass gegen Flüchtlinge, Muslime, Roma, Juden und andere Minderheiten”. Die Internationalen Wochen gegen Rassismus seien eine starke Bewegung, die seit Jahren zunehme.

Die Stadt Karlsruhe sei für die Eröffnung ausgewählt worden, “weil hier beispielhaft gegen Rassismus gearbeitet werde”, betonte Micksch. In Karlsruhe gibt es in den nächsten zwei Wochen 103 Veranstaltungen.

Es gebe verschiedene Formen von Diskriminierung, sagte Baden-Württembergs Integrationsministerin Bilkay Öney (SPD). Es gebe zwar in Deutschland seit 2006 ein Antidiskriminierungsgesetz, dies sei aber in der Gesellschaft nur wenig bekannt. “Viele Menschen kennen ihre Rechte gar nicht”, sagte Öney.

Um die jährlichen Internationalen Wochen gegen Rassismus langfristig zu sichern, wurde im vergangenen Jahr in Frankfurt am Main die Stiftung gegründet. Das Grundkapital in Höhe von 50.000 Euro stellten die Evangelische Kirche in Hessen und Nassau (EKHN), der Deutsche Fußballbund (DFB), der Deutsche Gewerkschaftsbund (DGB), der Förderverein Pro Asyl und der Interkulturelle Rat zur Verfügung, weitere 40.000 Euro kamen von Zustiftern.

Den Etat für dieses Jahr in Höhe von 150.000 Euro hätten zahlreiche Sponsoren aufgebracht, allen voran die EKHN, sagte Micksch. Zu den Geldgebern zählten auch der DFB, der DGB, die Robert Bosch Stiftung, die Organisation Pro Asyl, das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge sowie mehrere Handels-, Versicherungs- und Industrieunternehmen.

Der Vorsitzende des Stiftungsrates, der ehemalige DFB-Chef Theo Zwanziger, sagte, dass der Kampf gegen Diskriminierung immer eine Herausforderung sei. “Ich bin der Auffassung, dass wir alle bei den Wochen gegen Rassismus mitmachen müssen.” Schließlich habe man in der NS-Zeit gesehen, wohin rassistisches Gedankengut führe. “Deshalb haben wir eine Verantwortung und Verpflichtung dafür, dass so etwas nie mehr passieren darf”, betonte Zwanziger.

Die Internationalen Wochen gegen Rassismus gehen auf einen Aufruf der Vereinten Nationen im Jahr 1979 zurück. Sie sollen an das Sharpeville-Massaker erinnern, bei dem Polizisten am 21. März 1960 in Südafrika 69 Menschen erschossen, die gegen das damalige Apartheid-Regime demonstrierten. Der 21. März wurde später von den UN zum “Internationalen Tag zur Überwindung von Rassendiskriminierung” erklärt. (epd/mig 18)

 

 

 

 

Das Ende der Abrüstung?

 

Mit der wachsenden Bedeutung von Atomwaffen steigt zugleich die Notwendigkeit von Rüstungskontrolle und Abrüstung.

 

Die Prager Rede von Barack Obama über eine atomwaffenfreie Welt ist gerade mal sechs Jahre her – und doch scheint sie aus einer anderen Welt zu kommen. Noch vor einem Jahr endete jede Bestandsaufnahme der sicherheitspolitischen Lage mit der Feststellung, die Bundeswehr müsse sich nicht mehr auf Panzerangriffe aus dem Osten, sondern auf friedenserhaltende Einsätze außerhalb Europas einstellen. Jetzt werden Leopard-Panzer nach Polen geliefert und für die Bundeswehr reaktiviert. Statt von einer Friedensdividende ist nun von einer Erhöhung der Verteidigungshaushalte die Rede. Die NATO erhöht die Zahl ihrer Krisenreaktionskräfte von 13.000 auf 30.000 Mann und schafft sich eine sogenannte Speerspitze, eine superschnelle Eingreiftruppe von 5.000 Mann. Diese sogenannte Very High Readiness Joint Task Force (VJTF) soll bereits im Juni zu einer Übung nach Polen ausrücken.

Von Abrüstung, soviel ist klar, spricht heute niemand mehr. Seit Russlands völkerrechtswidriger Annexion der Krim und dem von ihm angezettelten Krieg in der Ostukraine sind die Grundlagen der europäischen Sicherheitsarchitektur in Frage gestellt. Russland droht nicht nur mit der Stationierung von Atomwaffen auf der Krim, es hat zum 11. März 2015 auch endgültig seinen Austritt aus der gemeinsamen Beratungsgruppe des KSE-Vertrages verkündet. Jedoch: Man könnte auch sagen, es hat eine Leiche, die seit über einem Jahrzehnt vor sich hin modert, endgültig begraben.

Die Bundesregierung tröstet sich damit, dass der Vertrag zumindest unter den anderen Teilnehmerstaaten weiter gilt. Das ermöglicht etwa westliche Inspektionen von Militäranlagen in der Ukraine und in Georgien. Und immerhin hat Russland Gespräche über ein neues Rüstungskontrollabkommen für Europa angeboten. Hier sollte man Moskau beim Wort nehmen. Die nächste Überprüfungskonferenz des Abkommens ist 2016 und Deutschland übernimmt im selben Jahr den OSZE-Vorsitz. Vielleicht lässt sich bis dahin erkennen, wie es zwischen Russland und dem Westen mittelfristig weitergeht. Im günstigsten Fall kann es gelingen, zumindest die Verhandlungen über ein neues Abkommen aufzunehmen, das die verifizierbare Transparenz über moderne militärische Fähigkeiten in den Mittelpunkt stellt. Abrüstungspolitisch befindet sich Europa jedenfalls wieder auf dem Stand Ende der 1980er Jahre.

Auf diplomatischer Ebene herrscht zwischen dem Bündnis und Russland weitgehend Funkstille. Der NATO-Russland-Rat tagte zuletzt im Juni vergangenen Jahres. Deutschlands Versuche, das Gremium wieder einzuberufen, scheitern bislang am Widerstand der Osteuropäer. Sie pochen auf Fortschritte in der Ukraine-Krise und die Umsetzung von Minsk II. So muss es schon als Erfolg gelten, wenn die direkte Verbindung zwischen dem NATO-Oberkommando und dem russischen Generalstab reaktiviert wird. Vorbild ist das „Rote Telefon“, das die Vereinigten Staaten und die Sowjetunion einrichteten, nachdem sie 1962 im Zuge der Kuba-Krise an den Rand eines Atomkrieges geraten waren.

Seit der Ukraine-Krise werden die Grundpfeiler der gemeinsamen Sicherheitsstruktur mit Russland sukzessive abgebaut und Drohungen mit Atomwaffen werden laut. So wird die Destabilisierung Europas zur realen Gefahr. Statt dem tatenlos zuzusehen, sollte Europa die Ukraine-Krise als Katalysator für weitere Integrationsschritte auf dem Weg zu einer vergemeinschafteten Sicherheitspolitik nutzen. Denn: Nur ein stärker integriertes Europa wird sein Vorgehen in der Ukrainekrise, in der Energieaußenpolitik oder der erweiterte Nachbarschaft langfristig effizient koordinieren können.

Abrüstung in der Krise

Nicht nur Europa, sondern auch die globale Rüstungskontrolle und Nichtverbreitung ist in der Krise. Es wird wieder aufgerüstet. Zwar ist die Zahl der weltweit stationierten Atomsprengköpfe in den vergangenen fünf Jahren um mehr als ein Viertel gesunken (von 22.600 im Jahr 2010 auf nunmehr 16.200) und die USA und Russland haben – wie im „New START“-Abkommen von 2010 vereinbart – ihre Arsenale um zusammen knapp 1.000 Sprengköpfe abgebaut. Doch beide Staaten verfügen nach wie vor über 93 Prozent aller Nuklearwaffen. Zudem haben Russland und die USA ihre vertraglichen Verpflichtungen bislang vor allem durch die Reduktion und Verschrottung von veraltetem Material erfüllt.

Eine Welt ohne Atomwaffen ist weiterhin nicht in Sicht. Im Gegenteil: Alle fünf „offiziellen“ Atommächte sind dabei, neue Systeme für den Einsatz von Kernwaffen zu entwickeln oder haben entsprechende Programme angekündigt. Allein die USA planen im nächsten Jahrzehnt 350 Milliarden US-Dollar in die Modernisierung ihrer Atomwaffen zu investieren, u.a. für ein neues System von Interkontinentalraketen, eine neue Atombomber- und eine neue Atom-U-Boot-Flotte. Auch Russland tauscht derzeit sein Arsenal veralteter Interkontinentalraketen durch fünf verschiedene neue Versionen des Typs SS-27 aus und ersetzt die atomaren U-Boote aus Sowjetzeiten durch eine neue Flotte mit erweiterter Träger-Kapazität für Interkontinentalraketen mit Mehrfachsprengköpfen.

Und auch Indien und Pakistan setzen die Entwicklung von ballistischen Raketen und Marschflugkörpern für Atomwaffen fort und bauen ihre Kapazität zur Herstellung von spaltbarem Material stetig weiter aus. Beide Länder verfügen derzeit über ein mutmaßliches Arsenal von jeweils 90–120 atomaren Sprengköpfen und sind zusammen mit China (mit ca. 250 Atomsprengköpfen) diejenigen Nuklearmächte, die ihr Arsenal auch zahlenmäßig aufrüsten. Nordkorea ist 2003 aus dem Atomwaffensperrvertrag ausgetreten und macht seitdem immer wieder mit Atomtests auf sich aufmerksam. Israel (mit vermutlich 80 Atomsprengköpfen) scheint im Hinblick auf seine atomare Bewaffnung derzeit abzuwarten, wie sich die Situation im Iran entwickelt.

Auch bei den multilateralen nuklearen Abrüstungsthemen gibt es keinerlei Fortschritte: Weder ist das Inkrafttreten des Umfassenden Nuklearen Teststoppabkommens (CTBT) in Sicht, da es u.a. die USA, aber auch China, Indien und Pakistan nicht ratifiziert haben, noch wird über den Stopp der Produktion spaltbaren Materials für Waffenzwecke (Cut-Off Treaty) verhandelt. Denn die Genfer Abrüstungskonferenz ist nicht in der Lage, eine entsprechende Tagesordnung zu beschließen. Die alle paar Jahre per Konsens erneuerten Aktionspläne des Nichtverbreitungsvertrages werden ebenso wenig umgesetzt. Zudem werfen die USA Russland vor, gegen den INF-Vertrag von 1987 zur Abschaffung der Kernwaffen mittlerer Reichweite zu verstoßen. Das einzig positive Signal könnte von einer Einigung im Konflikt um das iranische Atomprogramm Ende März 2015 ausgehen.

Die wenigen konkreten abrüstungspolitischen Fortschritte lassen sich an einer Hand abzählen. Dazu gehören die Ratifizierung des Arms Trade Treaty im Dezember 2014, der Beitritt Syriens zum Chemiewaffen-Übereinkommen im Oktober 2013 und die Zerstörung seiner chemischen Kampfstoffe und Produktionsanlagen unter internationaler Aufsicht. Deutschland hat dazu einen wesentlichen Beitrag geleistet und 360 Tonnen Senfgas aus syrischen Chemiewaffenbeständen vernichtet. Die LINKE hat sich dieser Abrüstungsmaßnahme im Übrigen im Bundestag verweigert. Allerdings bestehen begründete Zweifel, ob Damaskus tatsächlich sein gesamtes C-Waffen-Potenzial offengelegt hat.

Schlechte Aussichten für die Überprüfungskonferenz 2015 des Atomwaffensperrvertrages

Vor 45 Jahren trat der Atomwaffensperrvertrag in Kraft. In ihm ist festgelegt, dass der Club der Nuklearmächte auf die fünf ständigen Mitglieder des UN-Sicherheitsrates begrenzt bleiben soll. Im Gegenzug verpflichteten sich diese, ihr eigenes Arsenal abzurüsten und die atomaren „Habenichtsen“ bei der zivilen Nutzung der Kernenergie mit Know-how und Technik zu unterstützen. Der Atomwaffensperrvertrag ist bis heute eine Erfolgsgeschichte. Er half bei der freiwilligen nuklearen Abrüstung atomarer Schwellenländer wie Südafrika und Brasilien ebenso wie später bei der „nuklearen Entsorgung“ der sowjetischen Nachfolgestaaten Kasachstan und der Ukraine.

Es wird oft vergessen, dass die Ukraine nach ihrer Unabhängigkeit 1991 vorübergehend zur drittgrößten Atommacht der Welt wurde. Im Abkommen von Budapest regelten 1994 die Ukraine und Russland die Rückgabe von mehr als 1.000 russischen Atomwaffen. Als Garantiemächte standen die USA, Großbritannien und Russland für die territoriale Integrität der Ukraine ein. Dafür wurden dem jungen Staat – auch von Moskau – seine Souveränität und seine territoriale Integrität garantiert. Jetzt ist diese Garantie das Papier nicht mehr wert, auf dem sie einst so feierlich besiegelt wurde. Hätte Putin es gewagt, die Krim zu besetzen, wenn die Ukraine noch ihre Atomwaffen besessen hätte? Ihr Schicksal wird die Atommächte dieser Welt jedenfalls nicht dazu ermuntern, ihre Nuklearsprengköpfe zu verschrotten – und die Zahl der Atommachtaspiranten nicht verkleinern. Denn welche Lehre werden der Iran und seine regionale Rivalen Saudi-Arabien, die Golfemirate, die Türkei aus dem Krieg in der Ukraine ziehen? Nicht auszuschließen, dass sie zu der Schlussfolgerung kommen werden, dass Atomwaffen Stärke, Unantastbarkeit und Einfluss bedeuten, während der Verzicht auf Atomwaffen ein Land die Existenz kosten kann.

Seit der letzten Überprüfungskonferenz 2010 hat sich der Graben zwischen Kernwaffenstaaten und nuklearen Abrüstungsbefürwortern weiter vertieft Die Aussichten auf ein gemeinsames Schlussdokument bei der vom 28. April bis 22. Mai 2015 in New York stattfindenden neunten Überprüfungskonferenz des Atomwaffensperrvertrages sind deshalb schlecht. Im Gegensatz zur Überprüfungskonferenz 2010, bei der die Obama-Administration von Beginn an den Willen zeigte, ein gemeinsames Schlussdokument zu ermöglichen. Sie konnte dabei auf das kurz zuvor unterschriebene „New START“-Abkommen mit Russland verweisen. Diesmal kommen die USA und Russland mit leeren Händen nach New York. Barack Obama kann lediglich darauf verweisen, dass er 2013 guten Willen unter Beweis stellte, indem er Reduzierungen bei den stationierten strategischen nuklearen Sprengköpfen um bis zu einem Drittel vorschlug. Doch stieß er in Russland auf taube Ohren.

Ein weiterer Streitpunkt auf der Überprüfungskonferenz wird die geplante Konferenz über eine Massenvernichtungswaffenfreie Zone im Nahen und Mittleren Osten sein. Diese sollte laut dem Aktionsplan der letzten Überprüfungskonferenz eigentlich spätestens 2012 abgehalten werden. Aber noch immer hat man sich nicht auf eine Tagesordnung und einen Termin geeinigt. Das werden insbesondere die arabischen Staaten in New York kritisieren. Ob mit oder ohne Abschlussdokument: der Druck auf die Atomwaffenstaaten wird weiter zunehmen.

Die wachsende Bedeutung von Atomwaffen

Der Stillstand der nuklearen Abrüstungsagenda ist zum Teil dadurch zu erklären, dass die Bedeutung der Atomwaffen für die USA, Russland und auch China tendenziell zunimmt. Während des Kalten Krieges war die US-Militärstrategie wegen ihrer konventionellen Unterlegenheit gegenüber der Sowjetunion zwangsläufig stark nuklearlastig. Nach 1990 nahm der Wert von Kernwaffen für Washington hingegen aufgrund mehrerer Modernisierungsschübe bei den konventionellen Systemen ständig ab. Im Zuge des erneuten Konflikts mit Russland und der wachsenden Herausforderung durch China wächst von Seiten der amerikanischer Partner die Nachfrage nach verlässlicher, erweiterter nuklearer Abschreckung im Rahmen der NATO oder im Kontext bilateraler Abkommen.

Auch Russland sieht seine Nuklearwaffen, die ständig modernisiert werden, als Garantie für seinen Großmachtstatus, die sich auch für politische Drohungen verwenden lassen. Zudem sind Moskaus konventionelle Fähigkeiten weiterhin schwach. Konsequenterweise weitete es darum in seinen Militärdoktrinen die Rolle von Kernwaffen kontinuierlich aus.

Parallel zum Bedeutungszuwachs der Atomwaffen wachsen Unmut und Ungeduld bei den Nicht-Atomwaffenstaaten und den NGOs, die sich seit 2013 im Rahmen der „Humanitären Initiative“ engagieren. Deren Hauptanliegen ist es, Atomwaffen die Legitimationsbasis zu entziehen. Ziel ist die Verabschiedung einer „Kernwaffenkonvention“, die diese Waffen verbietet. Sie soll ggf. nach dem Vorbild der „Ottawa-Konvention zum Verbot von Landminen“ auch ohne Zustimmung der Atommächte vorangetrieben werden. Darüber hinaus fordern Abrüstungsunterstützer rechtlich verbindliche Instrumente mit klaren Zeitplänen für die atomare Abrüstung. Es spricht darum vieles dafür, dass sich der Streit um die nukleare Abrüstung weiter zuspitzen wird.

 

Die Reform des Auswärtigen Amtes – eine Schwächung der Abrüstung?

Das Auswärtige Amt ist nicht für die Krise der Rüstungskontrolle verantwortlich – aber es reagiert auf sie. Die Strukturreform des Amtes ist eine Folge der veränderten außenpolitischen Rahmenbedingungen, in der die Krise der Normalzustand ist. Um künftig also „früher, entschiedener und substantieller“ insbesondere in den Bereichen Krisenprävention, -bewältigung und -nachsorge handeln zu können, wird das Ressort an einigen Stellen umgebaut. Dies ist nicht nur eine organisatorische, sondern auch eine politische Entscheidung.

So wird eine neue „Abteilung für Krisenprävention, Stabilisierung und Konfliktnachsorge“ geschaffen. In ihr werden Referate unterschiedlicher Abteilungen gebündelt. Hintergrund ist, dass der Krisenmodus einzelne Stellen des Hauses an die Belastungsgrenze geführt hat, vor allem die Politische Abteilung, die neben den Atomverhandlungen mit dem Iran auch für die Ukraine-Krise zuständig ist. Die Abteilungen Vereinte Nationen und die Abteilung für Abrüstung und Rüstungskontrolle werden zur „Abteilung für Internationale Ordnungsfragen, Vereinte Nationen und Rüstungskontrolle“ zusammengelegt. Grund dafür ist, dass Abrüstungsfragen heute kein separates Ost-West-Thema mehr, sondern eine multilaterale Angelegenheit sind.

Dass in der Abrüstungspolitik über Jahre, wenn nicht Jahrzehnte der Stillstand bzw. die Blockade verwaltet wird, liegt jedenfalls nicht an Deutschland. Im Gegenteil: Berlin bemüht sich unermüdlich um Abrüstung und Rüstungskontrolle. Deshalb sind die latent beleidigten Kommentare von Teilen der Friedensforschung über den „Bedeutungsverlust der Abrüstung“ und das „mangelnde friedenspolitische Engagement“ auch wohlfeil, zumal sich die Anzahl der Referate in der neuen Abteilung nicht verringert hat und die neue Abteilungsleiterin als „Beauftragte der Bundesregierung für Fragen der Abrüstung und Rüstungskontrolle“ fungiert. 

Abrüstung wird nicht durch eine Strukturreform des Auswärtigen Amtes in Frage gestellt, sondern durch die Atomwaffenstaaten und deren Nachahmer. Wenn das internationale Umfeld nicht stimmt, nutzen hehre Absichtserklärungen über eine atomwaffenfreie Welt nur wenig. Wir müssen versuchen, das, was von der Rüstungskontrollarchitektur noch übrig ist, zu retten. Fortschritte sind dabei letztlich vom Verhältnis USA-Russland abhängig. Dazu bedarf es Beharrlichkeit und neuer Ideen – auch aus der Friedensforschung. Gerade in Zeiten von Krisen und Konflikten brauchen wir Rüstungskontrolle, Vertrauensbildung und Abrüstung nötiger denn je. Rolf Mützenich IPG 17

 

 

 

 

Ukraine. Gemeinsames Handeln für Frieden

 

"Russlands Griff nach der Krim genauso wie seine Handlungen in der Ostukraine fordern uns Europäer heraus", erklärte Kanzlerin Merkel vor dem Deutschen Bundestag. Doch die EU habe - trotz unterschiedlicher Interessen - stets geschlossen reagiert habe. Hierauf werde sie auch in Zukunft hinwirken, so Merkel.

 

Die Ukraine-Krise sei eine der größten geopolitischen Herausforderungen, denen sich Europa 70 Jahre nach Ende des Zweiten Weltkriegs und 25 Jahre nach Beendigung des Kalten Krieges ausgesetzt sehe. Das stellte Bundeskanzlerin Angela Merkel in ihrer Regierungserklärung vor dem Deutschen Bundestag fest.

"Das Denken in Blöcken und Einflusssphären schien ein für alle Mal überwunden", so die Kanzlerin.

Nun aber müsse sich die Europäische Union ein Jahr nach dem verfassungswidrigen Krim-Referendum mit der schwierigen Lage in der Ukraine befassen. Denn die vor 25 Jahren erreichte Selbstbestimmung der mittel- und osteuropäischen Staaten sei in Gefahr.

Referendum als russisches Werkzeug

Merkel analysierte: "Wir wussten damals wie heute: Die Gründe, die für dieses Referendum genannt wurden, waren Vorwände. Dieses Referendum hatte einen einzigen Zweck: Es war das Werkzeug, einem russischen Plan folgend, die Krim der Ukraine zu entreißen. Russland sollte die Krim dann als Teil bekommen - und so ist es auch geschehen."

Die Annexion der Krim "war und bleibt ein Akt gegen das internationale Recht", kritisierte die Kanzlerin. Sie stehe im Widerspruch zu den Verträgen, in denen sich Russland zur Achtung der Integrität und Souveränität der Ukraine verpflichtet hatte. Damit habe Russland das Fundament der europäischen Friedensordnung in Frage gestellt.

Eindeutige Antwort Europas

Sie sei froh, so Merkel, "dass Europa darauf von Anfang an und bis heute eine klare Antwort gegeben hat." Russlands Griff nach der Krim, genau wie seine Handlungen in der Ostukraine, forderten die Europäer heraus. Die Interessen innerhalb der Europäischen Union seien zwar unterschiedlich, ebenso die Abhängigkeiten von Energieimporten oder Handelsverbindungen. Dennoch habe die EU die Herausforderung "bis heute bestanden", betonte die Kanzlerin.

"Wir haben uns nicht spalten lassen, wir haben in der Diskussion - wie es unsere Art ist - zu gemeinsamen Entscheidungen gefunden und diese auch nach außen vertreten", sagte Merkel und bezog die transatlantischen Partner in diese Einmütigkeit ein. Sie werde mit der gesamten Bundesregierung darauf hinarbeiten, dass dies auch so bleibe.

Minsker Vereinbarungen als Richtschnur

Die Bundeskanzlerin erinnerte an ihre gemeinsame Initiative mit dem französischen Staatspräsidenten François Hollande vom Februar. Es sei dabei vorrangig darum gegangen, das Blutvergießen und das tägliche Leid der Menschen in der Ostukraine zu beenden. Das in Minsk von Russland, der Ukraine und den prorussischen Separatisten vereinbarte Maßnahmenpaket sehe nach einem Waffenstillstand und dem Abzug schwerer Waffen weiter politische Schrotte zur Lösung des Konflikts vor.

"Uns musste immer klar sein, dass dieser Prozess nicht ohne Verzögerungen und Rückschläge ablaufen würde, dass er nur ein Hoffnungsschimmer sein konnte. Nicht mehr - aber eben auch nicht weniger", betonte Merkel. Auch wenn der Waffenstillstand noch zerbrechlich sei und der Waffenabzug noch nicht

ausreichend überwacht werde, seien doch "Anfänge gemacht".

Alle Konfliktbeteiligten müssten auf diesem Weg weitergehen, bis hin zum letzten Schritt des Maßnahmenpakets von Minsk: "Wenn nämlich die Ukraine wieder die Kontrolle über ihre eigene Grenze zu Russland übernimmt", mahnte die Kanzlerin.

Europäische Werte als Basis

Merkel erläuterte ihre Haltung zur europäischen Sanktionspolitik gegenüber Russland. Die im Juli und September auslaufenden Maßnahmen "wollen und können wir nicht aufheben, wenn nur erste Forderungen der Minsker Vereinbarungen erfüllt sind. Das wäre falsch", stellte sie klar. Sie werde

sich deshalb dafür einsetzen, "dass sich die Dauer der Sanktionen am Paket von Minsk und seiner Erfüllung orientiert."

Die Kanzlerin bekräftigte: "Ich bin überzeugt, damit handeln wir im Sinne der europäischen Werte, die uns einen, und im Interesse der Menschen, die in den betroffenen Gebieten leben. Und wir machen deutlich, dass wir auf der Umsetzung des gesamten Pakets von Minsk bestehen."

Hilfe für die Ukraine

Angesichts der enormen wirtschaftlichen Herausforderungen für die Ukraine habe Deutschland bilateral einen zusätzlichen Kreditrahmen in Höhe von 500 Millionen zugesagt. Darüber hinaus habe Deutschland als G7-Vorsitz das Engagement der internationalen Gemeinschaft zur Hilfe für die Ukraine koordiniert, erklärte Merkel.

Die Entscheidung des Internationalen Währungsfonds, Kredithilfen in Höhe von 17,5 Milliarden US-Dollar zu gewähren, sei eben so wie die EU-Zusage über weitere 1,8 Milliarden Euro seien "wichtige Beiträge, um die Lage in der Ukraine zu stabilisieren".

Die Mitgliedsstaaten der EU, vorrangig Deutschland, hätten außerdem ihre humanitäre Hilfe in den besonders betroffenen gebieten in der Ostukraine deutlich verstärkt, hob die Kanzlerin hervor.

Östliche PartnerschaftMit Blick auf den nächsten Gipfel der Östlichen Partnerschaft im Mai in Riga erklärte Merkel, die Ukraine-Krise beeinflusse auch das Verhältnis zu den übrigen östlichen Nachbarn.

"Ziel ist nicht der Beitritt zur Europäischen Union oder zur NATO. Die Östliche Partnerschaft - das gilt unverändert - richtet sich gegen niemanden, auch nicht gegen Russland", stellte die Kanzlerin klar. Sie bedauere daher sehr, dass Präsident Putin dennoch Entscheidungen einzelner Länder für ein

EU-Assoziierungsabkommen "zu einer Frage von 'entweder oder', für oder gegen Russland gemacht" habe.

Das Gegenteil sei der Fall: "Es geht nicht um 'entweder oder', sondern es geht um 'sowohl als auch', von dem alle nur profitieren können", betonte Merkel. In diesem Geiste werde die EU ihr Angebot der Östlichen Partnerschaft auch bekräftigen.

Die Ukraine, Georgien und Moldau haben im Rahmen der Östlichen Partnerschaft Assoziierungsabkommen mit der Europäischen Union geschlossen. Ziel dieser Abkommen ist die europäische Unterstützung beim Aufbau eines funktionierenden Rechtsstaats und einer erfolgreichen Marktwirtschaft. Pib 18

 

 

 

 

Höchste Zahl seit 1967. Knapp 8,2 Millionen Ausländer in Deutschland

 

Knapp 8,2 Millionen Menschen ohne deutschen Pass leben in Deutschland. Das teilt das Statistische Bundesamt mit. Das ist der höchste Stand seit es das Ausländerzentralregister gibt.

 

In Deutschland leben knapp 8,2 Millionen Ausländer. Wie das Statistische Bundesamt am Montag in Wiesbaden mitteilte, wurde damit zum Jahresende 2014 die höchste Zahl von Ausländern seit Start des Ausländerzentralregisters im Jahr 1967 erfasst. Die Zahl der Ausländer stieg im Jahr 2014 gegenüber 2013 um rund 519.300 (6,8 Prozent).

Der Anstieg fiel höher aus als in den Vorjahren mit 419.900 (2013) beziehungsweise 282.800 (2012). Bislang war die Ausländerzahl in Deutschland nur in zwei Jahren stärker gestiegen als 2014, nämlich 1992 um 613.500 und 1991 um 539.800 Personen.

Gründe für das deutliche Plus im vergangenen Jahr sind zum einen, dass fast 608.000 Männer und Frauen aus dem Ausland mehr nach Deutschland zogen als das Land verließen. In der ausländischen Bevölkerung wurden zudem fast 21.000 Kinder mehr geboren als Menschen starben. Allerdings erhielten im vergangenen Jahr auch fast 109.000 Einwanderer die deutsche Staatsbürgerschaft und wurden infolgedessen aus dem Ausländerzentralregister gestrichen.

Einbürgerungsbereitschaft bei Türken am höchsten

Die größte ausländische Gruppe bilden Türken (1,5 Millionen) gefolgt von Polen (670.000) und Italienern (570.000). Im Jahr 2014 sank die Zahl der in Deutschland lebenden Menschen mit türkischer Staatsangehörigkeit jedoch leicht um 1,5 Prozent, weil in dieser Gruppe die Einbürgerungszahlen besonders hoch sind. Mehr als verdoppelt hat sich infolge des Bürgerkrieges die Zahl der dauerhaft in Deutschland lebenden Syrer auf rund 118.000. Bei Rumänen betrug das Plus 32,9 Prozent auf 355.000 Männer und Frauen. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Fernando Gentilini zu neuem EU-Nahostbeauftragten ernannt

 

Die EU-Außenminister wollen den seit etwa einem Jahr vakanten Posten des EU-Nahostbeauftragten mit dem italienischen Diplomaten Fernando Gentilini besetzen. Das teilten EU-Vertreter am Montag nach dem Treffen der europäischen Chefdiplomaten in Brüssel mit.

Die Ernennung des derzeitigen Chefs der Abteilung West-Balkan und Türkei des diplomatischen Diensts der EU muss noch offiziell von den Mitgliedstaaten abgesegnet werden.

Der Posten des Nahost-Beauftragten war im Jahr 1996 nach dem Osloer Abkommen für einen Nahost-Friedensprozess geschaffen worden. Die frühere EU-Außenbeauftragte Catherine Ashton schaffte ihn später ab, um die EU-Bemühungen um einen Frieden zwischen Israel und den Palästinensern unter dem Dach ihrer Behörde zu bündeln. Der Schritt war allerdings umstritten.

Die EU gehört überdies gemeinsam mit den Vereinten Nationen, den USA und Russland dem Nahostquartett an. Ihr Gesandter ist der frühere britische Premierminister Tony Blair. Über ihn berichtete die britische Zeitung "Financial Times" am Montag, seine Rolle solle wegen seiner schlechten Beziehungen zur palästinensischen Autonomiebehörde verändert werden.

Darauf angesprochen, sagte die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini in Brüssel, die EU-Außenminister hätten nicht über Blair gesprochen, wohl aber die Frage erörtert, wie der auf Eis liegende Nahostfriedensprozess wieder in Gang gebracht werden könnte. In Israel standen am Dienstag Parlamentswahlen an, die für die Aussichten eines Friedensprozesses entscheidend sein dürften. Afp/Ea 17

 

 

 

 

Friedenstruppen für Kulturschätze Italien fordert Kultursoldaten für Kriegsgebiete

 

* Die Terrormiliz Islamischer Staat plündert im Irak Museen aus und walzt antike Stätten wie Nimrud und Hatra mit Bulldozern nieder.

* Italiens Kulturminister Dario Franceschini fordert eine "internationale schnelle Eingreiftruppe, um Denkmäler und archäologische Stätten in Konfliktgebieten zu schützen".

* Völkerrechtlich ist die Kultur im Krieg durch eine Haager Konvention längst geschützt. Angriffe auf Denkmäler, Kunstwerke, Moscheen, Kirchen oder Synagogen gelten als Kriegsverbrechen. Doch das beeindruckt die Terroristen des Islamischen Staats nicht. Von Stefan Ulrich

 

Antoine de Saint-Exupéry hat einmal geschrieben, es lohne sich, für eine Kathedrale zu sterben. Aus diesem Geist heraus versuchten im Zweiten Weltkrieg die amerikanischen "Monuments Men", Kulturgüter vor der Zerstörung oder der Verschleppung zu schützen. Auch heute sind zahlreiche Kunstwerke von größtem Wert für die ganze Menschheit massenweise in Gefahr. Die Terrormiliz mit dem anmaßenden Namen Islamischer Staat plündert im Irak Museen aus und walzt antike Stätten wie Nimrud und Hatra mit Bulldozern nieder. Die Weltöffentlichkeit beklagt diesen Kulturmord - wortreich, aber hilflos. Doch nun macht der italienische Kulturminister Dario Franceschini einen Vorstoß, der sich an Saint-Exupérys Satz orientiert. Er fordert eine "internationale schnelle Eingreiftruppe, um Denkmäler und archäologische Stätten in Konfliktgebieten zu schützen".

Früher seien Kulturschätze in Kriegen eher zufällig getroffen worden, sagte Franceschini dem britischen Guardian. Heute würden sie dagegen ganz gezielt als Symbole von Kulturen und Religionen vernichtet. Angesichts dieser Gefahr könne der Schutz des Kulturerbes nicht einfach einzelnen Staaten - wie etwa dem Irak - überlassen werden. Die Weltgemeinschaft sei da als Ganzes gefragt. Deshalb müsse sie "Kultur-Blauhelme" losschicken, nach dem Vorbild der Friedenstruppen der Vereinten Nationen, die mit einem blauen Helm ausgestattet sind.

Ausgerechnet Italien will fremde Kulturen retten, wo das Land doch kaum in der Lage ist, die eigenen Kulturstätten zu schützen, ließe sich einwenden. Doch das wäre ungerecht. Gewiss, Italien hat Probleme, all seine Schätze zu erhalten. Aber es hat auch die wohl beste Sondereinheit zur Verteidigung der Kunst geschaffen. Das "Carabinieri-Kommando zum Schutz des Kulturerbes", das in einem Barockpalast der römischen Altstadt residiert, gilt weltweit als beispielhaft. Auch aus fernen Ländern wie der Mongolei kommen Spezialisten nach Rom, um dort zu lernen, wie man geraubte Kunst aufspürt, Fälschungen erkennt und Hehlern das Handwerk legt. Selbst die Kulturpolizei im stolzen Frankreich räumt ein, die italienischen Kollegen seien auf diesem Gebiet die besten. Italien hat also sehr wohl etwas zu sagen, wenn es um die Verteidigung des Weltkulturerbes geht.

Völkerrecht beeindruckt Terroristen nicht

ist die Kultur im Krieg längst geschützt. Eine Haager Konvention aus dem Jahr 1954 verbietet es, Kulturgut zu zerstören, zu beschädigen oder zu plündern. Das Statut des Internationalen Strafgerichtshofs in Den Haag stuft Angriffe auf Denkmäler, Kunstwerke, Moscheen, Kirchen oder Synagogen als Kriegsverbrechen ein. Doch das beeindruckt die Terroristen des Islamischen Staats überhaupt nicht. Daher will Franceschini jetzt Kultursoldaten ins Gefecht schicken.

Nun versagen die Vereinten Nationen und deren Sicherheitsrat oft bei der Aufgabe, Zivilisten im Krieg zu schützen. Ist es da nicht blauäugig, Blauhelme für die Kunst zu fordern? So makaber es klingt: Die Bedrohung des Weltkulturerbes könnte den UN-Sicherheitsrat leichter zur Einheit bringen als die Bedrohung vieler Menschenleben. SZ 21

 

 

 

 

Krisen mit europäischem Geist bewältigen

 

Anlässlich des bevorstehenden Europäischen Rates hat die Bundeskanzlerin die Erfolge der europäischen Haushaltspolitik gewürdigt. Strukturreformen seien erfolgreich, sagte Merkel vor dem Bundestag. Außenpolitisch spreche Europa auch ein Jahr nach der russischen Annexion der Krim mit einer Stimme.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel wies vor dem deutschen Bundestag auf die wirtschaftlichen Erfolge der vergangenen Jahre hin. In Spanien und Portugal sei beispielsweise die Arbeitslosigkeit um zwei Prozentpunkte gefallen. "Das ist eine gute Nachricht", sagte Merkel.

Dieser Erfolgskurs müsse fortgesetzt werden, private Investitionen auf den Weg gebracht werden, etwa durch den Europäischen Fonds für Strategische Investitionen. "Die Erfolge Irlands und Spaniens sind nur zwei Beispiele dafür, was entschlossenes Handeln einzelner Länder und solidarische europäische Unterstützung gemeinsam bewirken können", sagte Merkel.

Am 19. und 20. März treffen sich die Staats- und Regierungschefs der EU-Staaten zum Europäischen Rat in Brüssel. Auf der Tagesordnung stehen Energieunion und Wirtschaftsfragen. Weitere Themen des Europäischen Rats werden der Konflikt in der Ukraine, der kommende Gipfel zur Östlichen Partnerschaft sowie die Lage in Libyen. Am Rande werden die Spitzen der europäischen Institution,

die Bundeskanzlerin und der französische Staatspräsident zusammen mit dem griechischen Ministerpräsidenten über die aktuelle Finanzkrise in Griechenland reden.

Brennpunkt Nordafrika

Merkel verurteilte den terroristischen Anschlag in der tunesischen Hauptstadt Tunis und rief zum Gedenken an die Opfer des Terrors auf. Deutschland werde alles tun, um das Land zu unterstützen. Sie machte auch auf die Krise in Libyen aufmerksam. Die kritische Lage in dem Land ziehe massive Auswirkungen auf die Region nach sich. Das Transitland für Flüchtlinge aus Nordafrika und dem Sahel bedürfe der Unterstützung.

Freihandel wichtig für Wettbewerbsfähigkeit

Außerdem sprach sich die Kanzlerin zur Stärkung der europäischen Wettbewerbsfähigkeit für einen zügigen Abschluss des Freihandelsabkommens zwischen EU und den Vereinigten Staaten von Amerika aus. "Deutschlands Wirtschaftsbeziehungen zu den Vereinigten Staaten sind wichtig und von wachsender Bedeutung für unseren Wohlstand." Allein im vergangenen Jahr seien die deutschen Exporte in die Vereinigten Staaten um gut sieben Prozent gestiegen.

Deutschland werde als G7-Vorsitz auch gegenüber den internationalen außereuropäischen Partnern deutlich machen, wie wichtig nachhaltige Haushaltspolitik, umfassende Strukturreformen und gezielte Investitionen sind, um das globale Wachstum zu stärken.

Der Euro ist mehr als nur eine Währung

Die Bundeskanzlerin verwies darauf, dass die Europäische Union eine Union von Frieden, Stabilität und Freiheit ist. Gegenwärtig schaue Europa auf die Welt, wie die EU die Staatsschuldenkrise in Griechenland bewältige. Merkel erinnerte daran, dass die Solidarität der EU und die notwendigen Reformanstrengungen durch Griechenland einander ergänzten. Zusammenspiel von Solidarität und

griechischer Eigenanstrengung seien die Voraussetzung für den Erfolg. "Nur so geht es - indem man Vereinbarungen trifft und sich alle daran halten."

Die Kanzlerin sprach sich für europäischen Zusammenhalt aus: "Wenn der Euro scheitert, dann scheitert auch Europa." Sie forderte europäischen Geist, um die aktuelle Staatsschuldenkrise gemeinsam zu bewältigen und warb um die Unterstützung der Abgeordneten. Pib 19

 

 

 

 

„Israel wird zunehmend isoliert sein“. Fünf Fragen zum Netanjahu-Sieg an Werner Puschra in Tel Aviv.

 

Aus den Parlamentswahlen in Israel ist überraschend erneut Benjamin Netanjahu als Sieger hervorgegangen. In deutschen Medien spricht man von einem „Sieg der Panik“. Weshalb hat es für die Linke nun doch nicht gereicht?

Netanjahu hat seinen Wahlkampf auf das Gefühl der Angst und der Bedrohung ausgerichtet. Die ist ja zumindest zum Teil durchaus real. Man denke nur an den Aufstieg des sogenannten Islamischen Staates oder an die Haltung islamistischer Gruppen wie Hamas oder Hisbollah und natürlich an das umstrittene Atomprogramm des Irans. Diese Strategie der Wählermobilisierung war äußerst erfolgreich. Auch Wählerinnen und Wähler, die eigentlich durchaus Probleme mit Netanjahu haben, hatten ganz offensichtlich das Gefühl, dass nur Netanjahu in der Lage ist, angesichts dieser regionalen Bedrohungslage die Sicherheit des Landes zu garantieren.

Die linken Parteien haben dagegen das Problem der ökonomischen und sozialen Ausgrenzung großer Bevölkerungsteile thematisiert. Diese Strategie war ja auch durchaus erfolgreich, nur hat sie eben nicht zum Sieg gereicht.

Es ist ja nicht das erste Mal, der der Trumpf „Arbeit & Soziales“ in israelischen Wahlen nicht sticht. Stets setzt sich Sicherheit gegen Gerechtigkeit durch. Weshalb erneut der Versuch?

Die Linke weiß, dass sie mit dem Thema Frieden und Zwei-Staaten Lösung derzeit keine Wahlen gewinnen kann. Aus diesem Grunde hat sie den Wahlkampf dezidiert auf soziale Fragen ausgerichtet. Der Friedensprozess mit den Palästinensern oder die Bedrohung durch den Iran wurde ganz bewusst nicht in den Vordergrund gestellt. Herzog hat am Rande einige Male darüber gesprochen aber zugleich gewarnt, keine falschen Erwartungen wecken zu wollen.

Die Linke hat die Politik der Ausschließung aufgegriffen. Dafür gibt es durchaus gute Gründe: 20 Prozent der Israelis leben unter der Armutsgrenze, 30 Prozent der Kinder wachsen in armen Haushalten auf, die Preise steigen, Wohnungen sind knapp. Und vor diesem Hintergrund werden 20 Prozent der neuen Wohnungen in israelischen Siedlungen im Westjordanland gebaut. Die Linke hat vor diesem Hintergrund auf die einzige Stärke gesetzt, die sie hat.

Der Sieg Netanjahus beruht nicht zuletzt auf umstrittenen Äußerungen gegen israelische Araber, auf Kompromisslosigkeit gegenüber den Palästinensern und einem Affront gegen US-Präsident Obama in Washington. Was werden die Folgen sein?

Die Beziehungen Israels zum Rest der Welt sind mittlerweile nachhaltig gestört. Nicht nur zu den Vereinigten Staaten und dem Weißen Haus, sondern auch zu Europa. Netanjahu hat in den vergangenen Jahren durchgängig den Konflikt gesucht. Im Wahlkampf hat er sich jetzt klar positioniert. Er hat verkündet, mit ihm gäbe es keine Zweistaatenlösung. Man sollte ihm in diesem Punkt glauben.

Das Land wird in der Folge zunehmend isoliert sein. Das dürfte im Übrigen auch Auswirkungen auf die israelische Wirtschaft haben. De-investitionen nehmen zu und israelische Unternehmen haben erhebliche Probleme, neue Märkte zu erschließen und Investoren zu finden. Aus diesem Grund ist die Reaktion der Wirtschaft auf das Wahlergebnis auch verhalten.

Der Sieg bedeutet: Die Siedlungspolitik dürfte ungebremst weitergehen. Das wird ein partnerschaftliches Verhältnis der internationalen Gemeinschaft zu einer neuen Regierung unter der Führung von Netanjahu sehr schwierig machen. Dabei ist eigentlich klar, dass die nun fast 50 Jahre währende Besatzung des Westjordanlandes nicht weitere 50 Jahre fortgeführt werden kann und weder ökonimisch noch strategisch Sinn macht.

Was in diesem Wahlkampf deutlich wurde, ist, dass in Israel ein Richtungskampf über zwei Zukunftsvisionen geführt wird. Die Rechte setzt auf ein Großisrael und ist bereit zu akzeptieren, das das Land von der internationalen Gemeinschaft zunehmend als Festung wahrgenommen wird. Die Linke sieht die Zukunft Israels  dagegen als globale Drehscheibe und als fester Teil der westlichen Wirtschaft und der demokratischen Wertegemeinschaft.

Reinhold Robbe, der Präsident der Deutsch-Israelischen Gesellschaft, sagte heute morgen im Deutschlandfunk, er rechne damit, dass Netanjahu von „seinen starken Sprüchen ganz schnell wieder Abstand nehmen“ werde. Teilen Sie diesen Optimismus?

Ich teile diesen Optimismus nicht uneingeschränkt. Netanyahu hat sich im Wahlkampf klar von seiner Bar-Ilan Rede aus dem Jahr 2009 distanziert, in der er einen palästinensischen Staat in Aussicht gestellt hatte. Er hat nun argumentiert, dass sich die politischen Rahmenbedingungen in den vergangenen Jahren durch den Anstieg des Islamischen Staates und den Verfall der arabischen Nationalstaaten in der Folge des Arabischen Frühlings so stark verändert haben, dass das Westjordanland unter israelischer Kontrolle bleiben müsse.

Auch wenn man sich seine Taten als Premierminister seit 2009 anschaut, besteht wenig Anlass, seine Absage an einen Palästinenserstaat nicht ernst zu nehmen. Die Siedlungen wurden konsequent weiter ausgebaut, die wirtschaftlichen und sozialen Bedingungen für die Palästinenser in der Westbank und Gaza haben sich weiter verschlechtert. Auch die nun realistisch scheinende Koalition zwischen Netanyahu, Lieberman und Bennett gibt nicht gerade Anlass zu großer Hoffnung. Bennett hat im Wahlkampf offen die Annexion der C-Gebiete des Oslo-Vertrages gefordert, während Lieberman seinem Wunsch Ausdruck verliehen hat, sämtliche israelische Araber sollten ins Westjordanland umsiedeln. All das spricht nicht gerade für einen künftigen moderateren Kurs.

Das arabische Parteienbündnis ist überraschend drittstärkste Kraft geworden. Wie sehen Sie die Auswirkungen?

Auf die aktuelle Regierungsbildung dürfte das jetzt kaum Auswirkungen haben. Aber durchaus für die Zukunft der israelischen Demokratie. Das Ergebnis des arabischen Parteienbündnisses zeigt klar, dass israelische Araber mehr und mehr gleichberechtigt am politischen Prozess des Landes teilnehmen wollen. Der arabische Faktor ist aus der israelischen Demokratie nach dieser Wahl nicht mehr wegzudenken. Das wird auch längerfristige Änderungen zur Folge haben. Für den unwahrscheinlichen Fall, dass es doch zu einer großen Koalition zwischen dem linken Lager und Netanjahu kommt, wäre der Vorsitzende der arabischen Fraktion offizieller Oppositionsführer. Das wäre wirklich ein Novum in der Geschichte Israels.  Werner Puschra IPG 18

 

 

 

 

Bundesregierung geht im Reparations-Streit auf Griechenland zu

 

Reparationen nein, aber mehr Geld für die deutsch-griechische Versöhnung: So könnte ein Kompromiss im Streit um Griechenlands Forderung nach Entschädigungszahlungen für deutsche Kriegsverbrechen aussehen. Das Auswärtige Amt zeigt sich offen für die Idee, den deutsch-griechischen Zukunftsfonds aufzustocken.

Reparationszahlungen an Griechenland für deutsche Verbrechen im Zweiten Weltkrieg lehnt die Bundesregierung ab. Sie hält diese Frage für juristisch geregelt. Der Staatsminister im Auswärtigen Amt, Michael Roth (SPD), zeigt sich nun aber offen dafür, den im vergangenen Jahr vom Außenministerium ins Leben gerufenen deutsch-griechischen Zukunftsfonds mit mehr Geld auszustatten.

Der Fonds verfügt bisher über eine Million Euro im Jahr und soll wissenschaftliche und gesellschaftliche Projekte fördern, die "der Versöhnung und der historischen Aufarbeitung zwischen Deutschland und Griechenland dienen". Der Fonds nahm im September 2014 anlässlich eines Besuches vom damaligen griechischen Staatsoberhaupt Karolos Papoulias in Berlin die Arbeit auf.

Erklärtes Ziel ist es, durch die Finanzierung einzelner Projekte eine gemeinsame deutsch-griechische Erinnerungskultur zu schaffen und gegenüber den Opfergemeinden ein Zeichen der Versöhnung zu setzen. Darüber hinaus soll mit dem Fonds die "bislang nur wenig umfangreiche Forschung" zur gemeinsamen Geschichte gefördert werden. Schließlich seien Beiträge zum Erhalt der jüdischen Gemeinde in Griechenland, besonders in Thessaloniki, geplant.

Grüne: Signale Deutschlands sind wichtig

Der innenpolitische Sprecher der Grünen-Bundestagsfraktion, Volker Beck, begrüßte die Bereitschaft der Bundesregierung zu einem Ausgleich gegenüber Griechenland. Es sei klar, "dass während der deutschen Besatzung Griechenlands schreckliche Verbrechen begangen wurden", sagte Beck dem "Handelsblatt". Er betonte, wie "wichtig heute Signale wären, dass Deutschland sich dieser Geschichte bewusst ist".

Becks Parteikollegin Renate Künast sprach sich für die Einrichtung einer Stiftung für griechische Opfer der Nazi-Besatzung aus. Sie erwarte, dass die Bundesregierung "ein Zeichen setzt und jenseits der Reparationsdebatte für noch lebende Betroffene eine finanzielle Unterstützung bereit stellt", sagte Künast am Mittwoch "Spiegel Online". Eine solche Initiative sei in wenigen Wochen umsetzbar.   AFP/rtr/dsa 20

 

 

 

Integrationsforscher. Ablehnung von Einwanderung können wir uns nicht leisten

 

Integrationsforscher fordern im Hinblick auf den demografischen Wandel ein Umdenken in Einwanderungsfragen. Eine Ablehnung von Einwanderung könne sich Deutschland gar nicht leisten. Von Daniel Staffen-Quandt

 

Der Integrationsforscher Hac-Halil Uslucan fordert ein anderes Verständnis für Zuwanderung in Deutschland. Wenn die Regierung weiter auf wenig bis null Zuwanderung setze, werde die Bevölkerung bis 2050 um 15 Millionen Menschen geschrumpft sein, sagte der Professor für Moderne Türkeistudien von der Universität Essen-Duisburg dem Evangelischen Pressedienst. “Gerade für eine Gesellschaft, die immer älter wird und immer älter ist, ist das ein Problem.” Eine Ablehnung von Zuwanderung “können wir uns gar nicht weiter leisten”, betonte der Forscher.

Dass die Integration im Kindesalter so viel leichter vonstattengehe als bei Erwachsenen, erklärt Uslucan mit der Offenheit von Kindern. Trotz vorhandener Sprachbarrieren kommunizierten diese im Spiel offen miteinander. Dadurch sei die Chance, Sprache und Freundschaften zu pflegen, deutlich größer als bei Jugendlichen und Erwachsenen. “Wenn wir selbst im Ausland unterwegs sind, dann zögern wir, sobald uns eine Vokabel fehlt”, berichtet Uslucan. Kinder hingegen machten Fehler, benutzten Füllwörter für fehlende Vokabeln: “Sie schämen sich nicht für ihre Fehler.” Das mache die Integration natürlich einfacher.

Uslucan forderte zudem mehr Anerkennung für die Integrationsleistung von Zuwanderern. Eine türkische Mutter, die selbst nur eine Grundschule besucht habe, habe für ihre Kinder “viel geringere Förderfähigkeiten als die deutsche Mittelschicht”, sagte der Integrationsforscher. Aber wenn sie es trotzdem schaffe, ihre Kinder zum Besuch einer höheren Schule zu ermuntern, “dann sind das enorme Anstrengungen, die auch anerkannt werden müssen”. (epd/mig 17)

 

 

 

 

NS-Verbrechen: SPD und Grüne fordern Reparationszahlungen an Athen

  

Zuerst war es nur die Linkspartei für Reparationszahlungen an Athen – jetzt pochen auch Politiker von SPD und Grünen darauf, Griechenland für die Folgen der NS-Gräueltaten während des Zweiten Weltkrieges zu entschädigen.

Endlich vor der eigenen Türe kehren – immer mehr deutsche Politiker fordern die Bundesregierung auf, Griechenland für die Folgen der Nazi-Besatzung finanziell zu entschädigen. "Politisch ist der Fall aus meiner Sicht eindeutig: Wir sollten auf die Opfer und deren Angehörige finanziell zugehen", sagt Gesine Schwan, Vorsitzende der SPD-Grundwertekommission und zweimalige Kandidatin für das Amt des Bundespräsidenten, gegenüber "Spiegel Online".

Für Schwan gehe es darum, von deutscher Seite aus anzuerkennen, dass man Griechenland "schlimmes Unrecht" angetan habe.

"Wir sollten die Frage der Entschädigungen nicht mit der aktuellen Debatte über die Eurokrise verknüpfen. Aber unabhängig davon bin ich der Meinung, dass wir die Entschädigungs-Diskussion führen müssen", sagt auch der stellvertretende SPD-Chef Ralf Stegner: "Das gehört zum Umgang mit unserer eigenen Geschichte. Ich bin gegen Schlussstrichdebatten. Es gibt auch nach Jahrzehnten noch zu lösende völkerrechtliche Fragen."

Grüne: Reparationsdebatte "nicht vom Tisch wischen"

Laut Grünen-Fraktionschef Anton Hofreiter kann die Bundesregierung die Forderung aus Griechenland "nicht einfach vom Tisch wischen". Weder moralisch noch juristisch sei das Kapitel eindeutig abgeschlossen. Ein "offenes und faires Gespräch mit Griechenland, um eine gemeinsame Lösung zu finden", müsse für die Bundesregierung "absolut selbstverständlich sein", sagte auch die Grüne Bundestagsvizepräsident Claudia Roth dem "Tagesspiegel".

Mehr als 50.000 griechische Juden wurden in den Gaskammern ermordet. Als Vergeltung für den erbittert Widerstand der Griechen gegen die deutsche Besatzung verübten die Nazi-Besatzer Massaker wie das von Distomo, wo am 20. Juni 1944 218 Menschen getötet wurden.

Die NS-Besatzung führte auch zu verheerenden Hungersnöten. Alleine im ersten Winter unter deutscher Herrschaft starben mindestens 100.000 Griechen den Hungertod, erklärt der deutsch-griechische Historiker Hagen Fleischer.

Damals hätten die Menschen in ihrer Not aus Gras Brot gemacht und aus dem Stroh ihrer Besen Suppe gekocht. Wenn heute durch die Sparpolitik wieder Menschen in die Suppenküchen zur Armenspeisung zurückkehren müssen, würden diese Erinnerung wieder wach, fügt der Historiker Olivier Delorme hinzu.

Was fordert Athen?

Die griechische Regierung fordert zum einen einen Zwangskredit in Höhe von 476 Millionen Reichsmark auf dem Jahr 1942, der Athen nie zurückgezahlt wurde. Griechenland schätzt den heutigen Wert auf elf Milliarden Euro, Historiker verweisen auf rund fünf Milliarden Euro.

Athen will zudem für das Massaker von Distomo entschädigt werden. Bislang erhielt Griechenland lediglich 115 Millionen Mark, doch ein Urteil des Obersten Gerichtshofs in Griechenland stellte fest, dass Deutschland mit rund 28 Millionen Euro in der Schuld steht. Dem Urteil zufolge könnten Besitztümer wie das Deutsche Archäologische Institut und das Goethe-Institut als Entschädigung dienen.

Die Bundesregierung blockte die Wünsche aus Athen ab. Sie vertritt den Standpunkt, dass Entschädigungs-Forderungen spätestens nach der Wiedervereinigung mit dem sogenannten Zwei-Plus-Vier-Vertrag ihre Berechtigung verloren haben. "Deutschland ist sich seiner historischen Verantwortung für das Leid, das der Nationalsozialismus über viele Länder in Europa gebracht hat, absolut und ständig bewusst", erklärt Regierungssprecher Steffen Seibert. "Aber das ändert nichts an der Haltung und an der festen Überzeugung, dass die Frage von Reparationen und Entschädigungszahlungen nach unserer Überzeugung final geklärt, also abgeschlossen ist."

CSU: Reparationsforderungen sind "billiges Ablenkungsmanöver"

Rückenwind erhält sie von Spitzenvertreter der Unionsfraktion. Für die CSU etwa sind die Reparationsforderungen ein "billiges Ablenkungsmanöver". "Es kommt jetzt nicht darauf an, Vergangenheitsbewältigung zu machen", sagt CSU-Landesgruppenchefin Gerda Hasselfeldt am Dienstag in Berlin. Vielmehr müsse Athen endlich die aktuellen Probleme lösen. Eine Diskussion über Reparationsleistungen Deutschlands sei überflüssig, das Thema sei rechtlich abgeschlossen.

"Wir stellen fest, es wird jede Woche ein neuer Vorschlag gemacht aus Griechenland", meint der CDU-Politiker Michael Grosse-Brömer. "Die Reparationsfrage hat ihre Berechtigung verloren."

Die eurokritische Alternative für Deutschland (AfD) hält die Forderungen der griechischen Regierung abwegig – sowohl juristisch als auch moralisch. "Es ist empörend, wie griechische Politiker mit dem Leid vergangener Generationen erpresserische Realpolitik betreiben. Mit europäischer Partnerschaft hat das nichts zu tun", heißt es in einer Erklärung der Partei. "Noch schlimmer ist es aber, dass auch deutsche Politiker, auf diesen perfiden Populismus hereinfallen."

Dario Sarmadi  EA 18

 

 

 

 

Multikulturalismus ist gescheitert. Aber Homogenität und Assimilation sind keine Alternativen.

 

Im Multikulturalismus sahen vor dreißig Jahren viele Europäer die Lösung für die sozialen Probleme Europas. Heute betrachten ihn immer mehr als ihre Ursache. Diese Wahrnehmung beschert in ganz Europa ultrarechten Parteien und populistischen Politikern Zulauf. Dazu kommt, dass verschiedene Länder unterschiedliche Wege eingeschlagen haben.

Großbritannien hat versucht, ethnischen Gruppen eine gleichwertige Teilhabe am politischen System zu ermöglichen. Die Bundesrepublik Deutschland hat Einwanderer, statt ihnen die Staatsbürgerschaft zu geben, darin bestärkt, ihren eigenen Lebensstil zu bewahren. Und Frankreich hat den Multikulturalismus durch eine Assimilationspolitik eingetauscht. Diese Ansätze wirken sich im Kleinen unterschiedlich aus. Doch im Großen sind die Folgen überall dieselben: fragmentierte Gesellschaften, entfremdete Minderheiten, empörte Einheimische.

 

Der Mythos Vielfalt

Um die vielen Stränge der Multikulturalismus-Debatte zu entwirren, muss zunächst geklärt werden, was unter Multikulturalismus zu verstehen ist. Der Begriff „multikulturell“ beschreibt sowohl das jeweilige gesellschaftliche Gefüge, als auch auf das Rezept für den Umgang damit.

Verfechter wie Kritiker des Multikulturalismus gehen von der Prämisse aus, dass die Masseneinwanderung die europäischen Gesellschaften verändert, also vielfältiger gemacht hat. Das ist schon fast ein Gemeinplatz. Doch aus historischer Perspektive ist die Behauptung, die Länder Europas seien heute pluralistischer denn je, nicht so selbstverständlich, wie es auf den ersten Blick aussehen mag. Sehen wir uns Frankreich an. In den Jahren der Französischen Revolution sprach beispielsweise nur die Hälfte der Bevölkerung Französisch. Im Großbritannien der viktorianischen Ära waren die urbane Arbeiterklasse und die arme Landbevölkerung einander völlig fremd.

Dennoch steht außer Frage, dass die Menschen in Europa eine größere Vielfalt wahrnehmen. Geschuldet ist das vor allem dem veränderten Verständnis sozialer Unterschiede. Vor eineinhalb Jahrhunderten hatte die Gesellschaftsschicht als Bezugsrahmen für soziale Interaktionen noch deutlich mehr Gewicht. In den letzten Jahrzehnten verlor die gesellschaftliche Schichtung in Europa an Bedeutung, sei es als politische Kategorie oder als Merkmal für soziale Identität. Dazu kommt, dass die ideologischen Trennlinien, die in den vergangenen 200 Jahren die Politik prägten, mittlerweile verblasst sind. Die Politik der Ideologie ist einer Politik der Identität gewichen.

 

Komm unter meinen Schirm

Dass der Multikulturalismus europäische Gesellschaften heute als ungewöhnlich vielfältig beschreibt, entspricht demnach nicht der Realität. Wie aber steht es mit dem multikulturellen Rezept für den Umgang mit dieser angeblichen Vielfalt?

Einer der hartnäckigsten Mythen der europäischen Politik lautet, der Staat habe eine multikulturelle Politik verfolgt, weil Minderheiten ihr Anderssein bewahren wollten. Als Ende der 1940er und in den 1950er Jahren Immigranten aus der Karibik, aus Indien und Pakistan nach Großbritannien strömten, war die Kultur für sie nicht unbedingt ein politisches Thema. Was sie umtrieb, war nicht der Wunsch, anders behandelt zu werden, sondern die Tatsache, dass sie anders behandelt wurden. In den folgenden Jahrzehnten kämpfte eine neue Generation schwarzer und asiatischer Aktivisten gegen diesen Missstand, organisierte Streiks und ging auf die Straße, um gegen Diskriminierung am Arbeitsplatz, Ausweisung und Polizeigewalt zu demonstrieren. Diese Aktionen erreichten mit den Unruhen, die Ende der 1970er und Anfang der 1980er Jahre durch die Innenstädte Großbritanniens fegten, ihren explosiven Höhepunkt.

Das war die Geburtsstunde der multikulturellen Politik. Der britische Staat brachte auf nationaler und kommunaler Ebene eine neue Strategie auf den Weg, um schwarze und asiatische Bevölkerungsgruppen in den politischen Mainstream-Prozess zu integrieren. Dafür beauftragte er bestimmte Organisationen oder Führungspersönlichkeiten, ihre Interessen zu vertreten.

 

Isoliert und ungleich

Der deutsche Weg zum Multikulturalismus verlief anders, obwohl der Ausgangspunkt derselbe war. Wie viele Länder Westeuropas warb die Bundesrepublik nach dem Zweiten Weltkrieg Gastarbeiter an. Statt die Einwanderer als Gleichgestellte willkommen zu heißen, kümmerten sich deutsche Politiker um das sogenannte Türkenproblem, indem sie eine Politik des Multikulturalismus betrieben. Seit den 1980er Jahren bestärkt der deutsche Staat türkische Einwanderer, ihre Kultur, Sprache und Lebensart zu bewahren. Diese Politik entspringt nicht etwa einem Respekt vor der Vielfalt, sondern umschifft lediglich die Frage, wie eine gemeinsame inklusive Kultur aussehen könnte. Die Folge war die Entstehung von Parallelgesellschaften.

Die meisten Zuwanderer der ersten Generation waren weitgehend säkular. Heute besucht fast ein Drittel der erwachsenen Türken in Deutschland regelmäßig eine Moschee; dieser Anteil ist größer als in anderen türkischen Gemeinden Westeuropas und sogar als in vielen Teilen der Türkei. Die multikulturelle Politik der Bundesrepublik hat bewirkt, dass sich die Türken nicht für die deutsche Gesellschaft interessieren und die Deutschen der türkischen Kultur mit wachsender Ablehnung begegnen.

 

Das Delegieren politischer Verantwortung

Weder in Großbritannien noch in Deutschland haben die Regierungen erkannt, wie komplex, elastisch, ja widersprüchlich Identität in Wahrheit ist.

Nehmen wir die muslimische Identität. Heute ist in den Staaten Europas oft von der sogenannten muslimischen Gemeinde die Rede – ihren Ansichten, ihren Bedürfnissen, ihren Wünschen. Dabei ist dieses Konzept völlig neu. Bis Ende der 1980er Jahre fühlten sich nur wenige muslimische Einwanderer in Europa einer solchen Gemeinde zugehörig. Religiöse Institutionen waren in den gesellschaftlichen Minderheiten kaum sichtbar. Organisationen für Einwanderer waren in erster Linie weltlich und häufig politisch ausgerichtet.

Erst Ende der 1980er Jahre gewann die Frage kultureller Unterschiede an Bedeutung. Die Ursachen für diese Entwicklung sind vielfältig. Zum Teil sind sie in einem Wirrwarr aus größeren Umbrüchen zu suchen, die sich im letzten halben Jahrhundert vollzogen haben, etwa der Niedergang der Linken und der Aufstieg der Identitätspolitik. Zum Teil liegen sie in internationalen Ereignissen wie der iranischen Revolution 1979 und den Jugoslawienkriegen Anfang der 1990er Jahre. Und zum Teil sind sie in der europäischen Multikulturalismuspolitik begründet.

Indem die Staaten Finanzmittel und politische Macht durch ethnisch ausgerichtete Organisationen schleusten, bedachten sie bestimmte ethnische Identitäten mit einer Form von Authentizität und verweigerten sie anderen.

Multikulturelle Politik ist bestrebt, eine Brücke zwischen Staat und Minderheiten zu bauen, indem sie bestimmte Organisationen und Vertreter der betreffenden Gesellschaftsgruppen als Mittler einsetzt. Politiker nehmen Muslime und andere Minderheiten oft nicht als Bürgerinnen und Bürger wahr, sondern gehen davon aus, dass deren wahre Loyalität ihrem Glauben oder ihrer ethnischen Gemeinschaft gilt. So kommt es, dass der Staat die politische Verantwortung an Vertreter von Minderheiten delegiert wie an Subunternehmer.

Die Vorsitzenden dieser Organisationen sind jedoch nur selten repräsentativ für ihre jeweilige Gemeinde. Das dürfte nicht weiter überraschen: Die Gemeinde weißer Europäer ließe sich auch nicht durch eine einzelne Gruppe oder ein paar Vertreter repräsentieren. Manche weißen Europäer sind konservativ, manche sind liberal, wieder andere sind Kommunisten oder Neofaschisten. Die meisten Weißen würden ihre Interessen auch nicht als spezifisch „weiß“ einstufen. Hier liegt die fundamentale Schwachstelle des Multikulturalismus.

 

Assimilation sofort

Die französische Politik der Assimilation gilt als das genaue Gegenteil des Multikulturalismus. In Wahrheit jedoch ist Frankreich gesellschaftlich so gespalten wie Deutschland oder Großbritannien, und das äußert sich auf überraschend ähnliche Weise.

Deutlich wurde das im Januar in Paris, als bewaffnete Islamisten in den Büroräumen des Satiremagazins Charlie Hebdo zwölf Menschen erschossen. Französische Politiker hatten seit langem die multikulturelle Politik Großbritanniens dafür verantwortlich gemacht, dass dort einheimische Dschihadisten herangezogen worden waren. Nun mussten sie die Frage beantworten, warum es solche terroristischen Eigengewächse auch im assimilatorischen Frankreich gab.

Oft heißt es, es gebe in Frankreich 5 Millionen Muslime. Die Einwohner nordafrikanischer Abstammung, die in dieser Gruppe subsumiert werden, haben aber nie eine Gemeinschaft gebildet und erst recht keine religiöse. Aus einem Bericht des US-amerikanischen Meinungsforschungsinstituts Pew Research Center geht hervor, dass sich 42 Prozent der Muslime in Frankreich in erster Linie als französische Bürgerinnen und Bürger verstehen – das sind mehr als in Deutschland, Spanien oder Großbritannien.

Dennoch werden Menschen nordafrikanischer Herkunft in Frankreich oft als Migranten bezeichnet. Dabei ist die Mehrheit von ihnen in Frankreich geboren und hat in zweiter Generation die französische Staatsbürgerschaft. Die Begriffe „Muslim“ und „Immigrant“, mit denen französische Bürgerinnen und Bürger nordafrikanischer Herkunft etikettiert werden, sind Bestandteil eines Prozesses, in dessen Verlauf der Staat solche Menschen in die Rolle des Anderen drängt – das in Wahrheit nicht Teil der französischen Nation ist.

Wie in Großbritannien erlebten auch in Frankreich die Zuwanderer der ersten Generation nach dem Zweiten Weltkrieg einen starken Rassismus, und die zweite Generation war nicht mehr bereit, soziale Diskriminierung hinzunehmen. Die Betroffenen schlossen sich in überwiegend säkularen Gruppen zusammen und gingen auf die Straße, häufig in gewalttätigen Demonstrationen. Die Aufstände, die im Herbst 2005 durch die französischen Städte tobten, legten die Brüche in der französischen Gesellschaft ebenso offen, wie es in den Städten Großbritanniens schon zwei Jahrzehnte zuvor geschehen war.

Bis Anfang der 1980er war die Haltung der französischen Führung zum Multikulturalismus relativ entspannt. Der französische Präsident François Mitterrand prägte sogar den Ausdruck „le droit à la différence“ (das Recht auf Anderssein). Als die Spannungen innerhalb der nordafrikanischen Bevölkerungsgruppen immer größer wurden und der Front National als politische Kraft in Erscheinung trat, gab Paris diese Haltung zugunsten eines harten Kurses auf. Die Verantwortlichen in Frankreich lehnten den multikulturellen Ansatz Großbritanniens zwar prinzipiell ab, in der Praxis jedoch behandelten sie die nordafrikanischen Einwanderer und ihre Nachkommen „multikulturell“ – als eine einzige, in erster Linie muslimische Gemeinschaft.

Konfrontiert mit dem Misstrauen und der Entfremdung der Öffentlichkeit, versuchen die französischen Politiker seither, wieder zu einer gemeinsamen französischen Identität zu finden. Doch da es ihnen nicht gelingt, die für das Land charakteristischen Ideen und Werte klar zu fassen, verlegen sie sich darauf, Ressentiments gegen Symbole des Andersseins zu schüren, etwa mit dem Burkaverbot 2010.

Statt Menschen aus Nordafrika als vollwertige Bürgerinnen und Bürger zu akzeptieren, neigt die französische Politik dazu, den Rassismus und die Diskriminierung, denen sie ausgesetzt sind, zu ignorieren. In Frankreich werden Menschen nordafrikanischer Herkunft von vielen nicht als Franzosen, sondern als Araber oder Muslime wahrgenommen. Dabei sind viele Nordafrikaner der zweiten Generation von der Kultur und den Sitten ihrer Eltern – und vom etablierten Islam – ebenso entfremdet wie von der französischen Gesellschaft.

Gleichzeitig verstärkt die Assimilationspolitik Frankreichs die distanzierte Haltung der traditionellen Arbeiterklasse. Der Sozialgeograph Christophe Guilluy hat den Ausdruck „das periphere Frankreich“ geprägt, mit dem er die Menschen meint, die „von der Deindustrialisierung und der Gentrifizierung der Stadtzentren verdrängt werden“. Wie viele Franzosen nordafrikanischer Herkunft sehen auch sie diese Marginalisierung zunehmend durch die Linse der kulturellen und ethnischen Identität.

Unzufriedenheit, sei es unter Nordafrikanern oder Arbeitern, hätte früher unmittelbar politische Aktionen nach sich gezogen. Heute äußern beide Gruppen ihren Missmut über ihre jeweilige Politik der Identität. In der Ära der Identitätspolitik bringen der rassistische Populismus und der radikale Islamismus auf jeweils eigene Weise eine vergleichbare soziale Entfremdung zum Ausdruck.

 

Ein anderer Weg

Der Multikulturalismus und der Assimilationismus sind zwei unterschiedliche politische Lösungsversuche für dasselbe Problem: das Auseinanderbrechen der Gesellschaft. Dennoch haben beide dieselbe Wirkung: Sie verschlimmern die Situation. Wir sollten daher die zunehmend unfruchtbare Debatte, die zwischen diesen beiden Ansätzen tobt, endlich hinter uns lassen. Dafür müssen zunächst drei Unterscheidungen getroffen werden.

Erstens sollte Europa Vielfalt als gelebte Erfahrung unterscheiden vom Multikulturalismus als politischem Prozess. Die Erfahrung, in einer Gesellschaft zu leben, die infolge Masseneinwanderung vielfältig wurde, sollte willkommen sein. Versuche, diese Vielfalt durch die formale Anerkennung kultureller Unterschiede zu institutionalisieren, sollten dagegen unterbleiben.

Zweitens sollte Europa zwischen Farbenblindheit und Rassismusblindheit unterscheiden. Der assimilatorische Impuls, Menschen als Bürger gleich zu behandeln, statt sie als Vertreter einer spezifischen Hautfarbe oder eines kulturellen Kontextes zu betrachten, ist viel wert. Doch das heißt nicht, dass der Staat die Diskriminierung bestimmter Gruppen ignorieren darf. Die Staatsbürgerschaft ist wertlos, wenn verschiedene Klassen von Bürgerinnen und Bürgern unterschiedlich behandelt werden, sei es durch eine multikulturelle Politik oder durch Rassismus.

Schließlich sollte Europa unterscheiden zwischen Völkern und Werten. Anhänger des Multikulturalismus behaupten, die Vielfalt in der Gesellschaft machten gemeinsame Werte zunehmend unmöglich. Auch Vertreter einer Assimilationspolitik erklären, solche Werte könne es nur in einer kulturell – und, so meinen einige, ethnisch – homogeneren Gesellschaft geben. Beide betrachten Minderheiten als homogene Gebilde statt als Bestandteile einer modernen Demokratie.

In der Praxis betreiben die europäischen Staaten entweder eine multikulturelle Politik, mit der sie bestimmte Gruppen in eine Schublade stecken, oder eine assimilatorische, die Minderheiten von der etablierten Gesellschaft entfernen.

Wenn Europa das hinter sich lassen will, muss es universelle Werte neu und progressiv wiederentdecken. Die europäischen Liberalen haben diesen Versuch weitgehend aufgegeben, wenn auch aus unterschiedlichen Motiven. Ein Teil der Linken führt Relativismus und Multikulturalismus zusammen und erklärt, schon die bloße Vorstellung universeller Werte sei gewissermaßen rassistisch. Andere wie der französische Philosoph Bernard-Henri Lévy, ein Verfechter des Assimilationismus, pochen nicht nur auf die traditionellen Werte der Aufklärung, sondern tun dies auf eine so einseitige Art und Weise, dass sie einen Kampf der Kulturen geradezu heraufbeschwören.

In Europa herrscht weitgehend Einigkeit, dass Immigration und Integration staatlicher Maßnahmen und Institutionen bedürfen. Doch echte Integration wird bei Immigranten oder indigenen Gruppen nur selten durch staatliches Handeln erreicht. In erster Linie ist das eine Aufgabe der Zivilgesellschaft. Wenn Europa den angerichteten Schaden reparieren will, ist nicht so sehr eine neue staatliche Strategie gefragt, sondern vielmehr eine Erneuerung der Zivilgesellschaft.

Kenan Malik  EPG 17

 

 

 

 

Milliarden gegen Welthunger: Bundesregierung beschließt Rekorderhöhung

 

Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble hat die Eckwerte des Bundeshaushalts auf den Weg gebracht: In den kommenden Jahren gibt es wegen der vielen Konfliktherde auf der Welt mehr Geld für die Entwicklungshilfe – die Aufstockung ist Rekord. Doch einige Kritiker befürchten Zahlentricksereien und falsche Mittelverwendungen.

Die Bundesregierung hat am Mittwoch die höchste Steigerung und den höchsten Entwicklungshilfe-Etat in der Geschichte der Bundesrepublik beschlossen. So soll das Budget für die Entwicklungszusammenarbeit 2016 um 13,2 Prozent auf 7,4 Milliarden Euro steigen.

Im kommenden Jahr stehen den Ministerien damit knapp 1,3 Milliarden Euro für die Unterstützung in ärmeren Ländern zu Verfügung. Das Entwicklungsministerium erhält 860 Millionen Euro zusätzlich, das Auswärtige Amt 370 Millionen Euro und das Umweltministerium 50 Millionen Euro.

Bis 2019 sollen für die Entwicklungshilfe insgesamt mehr als 8,3 Milliarden Euro zusätzlich frei gemacht werden.

"Wir unterstreichen damit unsere entwicklungspolitische Verantwortung gerade auch vor dem Hintergrund der anhaltenden humanitären Krisen und der zunehmenden Herausforderungen im Bereich der internationalen Klimaschutzfinanzierung", sagte Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble am Mittwoch bei der Vorstellung der Eckwerte für den Bundeshaushalt.

Schäuble begründet die geplanten Mehrausgaben mit dem "immer schwieriger werdenden internationalen Umfeld". Die Bundesregierung sei mit zunehmenden "Unwägbarkeiten und Unsicherheiten konfrontiert", so ein Ministeriumssprecher.

Bundesentwicklungsminister Gerd Müller will die zusätzlichen Mittel im Wesentlichen für die Flüchtlingskrisen im Mittleren und Nahen Osten sowie Afrika widmen. Das Entwicklungsministerium wolle Maßnahmen ergreifen, um Fluchtursachen zu vermeiden und Flüchtlinge in ihren Heimatländern zu reintegrieren. Dazu werde ein Infrastrukturprogramm für diese Regionen umgesetzt, so Müller. Der CSU-Politiker will außerdem Projekte gegen dern Welthunger sowie zum Schutz des Klimas und der natürlichen Ressourcen unterstützen.

ODA-Quote: 0,7-Prozent-Ziel noch in weiter Ferne

Die Weltgemeinschaft verpflichtete sich im Jahr 2000 bei der Bekanntgabe der Millenniumsentwicklungsziele (MDGs), bis 2015 ihre ODA-Ausgaben auf 0,7 Prozent zu steigern. Auch im Koalitionsvertrag versprach die Bundesregierung zumindest, an diesem Ziel festzuhalten. Die ODA-Quote misst die Ausgaben für die öffentlichen Entwicklungszusammenarbeit im Verhältnis zum Bruttonationaleinkommen (BNE).

Doch das 0,7-Prozent-Ziel erreicht Deutschland mit der Anhebung bei Weitem nicht. Prognosen zufolge wird die Etatsteigerung zu einem Anstieg der ODA-Quote von derzeit 0,38 Prozent – im OECD-Ranking damit auf Rang 12 – auf 0,4 Prozent im Jahr 2016 führen. Bis 2019 könnte die ODA-Quote auf 0,46 Prozent steigen, errechnet die Kampagnenorganisation ONE. "Wir werden die ODA-Quote auf 0,4 Prozent verfestigen", bestätigt auch Schäuble.

 

Der SPD-Entwicklungsexperte im Bundestag, Sascha Raabe, begrüßt den "ungewöhnlichen und drastischen" Schritt dennoch. "Das ist ein guter Tag für alle, die sich seit Jahren für mehr Mittel für die ärmsten Menschen auf dieser Welt engagieren", so Raabe.

Auch die Stiftung Wiltbevölkerung lobte die Anhebung, sieht jedoch Luft nach oben. "Die Gelder reichen nicht aus, um das 0,7-Prozent-Ziel zu erreichen", erinnert Geschäftsführerin Renate Bähr.

"Fokus auf Frauen"

Die Kampagnen-Organisation ONE fordert die Bundesregierung zudem dazu auf, bei ihren Mehrausgaben den Kampf gegen extreme Armut in den Mittelpunkt zu stellen. 50 Prozent der Mittel sollten den Least Developed Countries (LDCs) – also den 48 ärmsten Ländern der Welt – zur Verfügung gestellt werden. "Bis heute sind viele der Top-Empfänger deutscher Entwicklungshilfe weiterhin G20-Länder und Schwellenländer", erklärt Andreas Hübers, politischer Referent von ONE, gegenüber EurActiv.de.

"Wenn wir bis 2030 die extreme Armut beseitigen wollen, dann schaffen wir das nur, wenn wir das Potential der Frauen besser nutzen. Sie sind es nämlich, die von extremer Armut am stärksten betroffen sind", so Hübers weiter.

ONE und Stiftung Weltbevölkerung fordern von der Bundesregierung einen konkreten Stufenplan. Sie müsse klar aufzeigen, wann und mit welchen Mitteln sie das 0,7-Prozent-Ziel erreichen will.

Grüne: "Klima und Entwicklung nicht gegeneinander ausspielen"

Die Grünen warnen indes vor Euphorie: "Der Teufel steckt im Detail", erklärt Uwe Kekeritz, entwicklungspolitischer Sprecher der Grünen Bundestagsfraktion. "Wir befürchten, dass die Mittel für Klima und Entwicklung gegeneinander ausgespielt werden – zu Lasten der langfristigen Entwicklungsziele."

Bislang rechne Müller jeden Euro mehrmals an, für Klimaprojekte und gleichzeitig für Entwicklungsprojekte, so Kekeritz. "Hier braucht es mehr Transparenz und vor allem Zusätzlichkeit."

Gegenüber EurActiv.de fordert Kekeritz zudem, dass die finanziellen Mittel gezielter eingesetzt werden: "Das Entwicklungsministerium stampft immer mehr Projekte aus dem Boden, von denen etliche wenig sinnvoll sind. Wir brauchen strukturelle Veränderungen in der Entwicklungszusammenarbeit."

Dario Sarmadi EurActiv 19

 

 

 

 

Studie. Jugendliche sind offener gegenüber Vielfalt als Erwachsene

 

Die Bereitschaft zur Gewährung von Anerkennung und Teilhabe gegenüber Muslimen ist bei Jugendlichen deutlich höher als bei Erwachsenen. Moscheebauten oder Lehrerinnen mit Kopftuch sind überwiegend kein Problem. Das sind Ergebnisse einer aktuellen Studie.

 

Junge Menschen in Deutschland hegen deutlich weniger Vorbehalte gegen Muslime als ältere. In der Gruppe der 16- bis 25-Jährigen lehnen fast drei Viertel (71 Prozent) Einschränkungen beim Bau von Moscheen ab, wie aus einer am Freitag veröffentlichten Studie der Humboldt-Universität in Berlin hervorgeht. Bei den über 25-Jährigen sind es nur 44 Prozent. Auch fordern 78 Prozent der Jüngeren, aber nur 67 Prozent der Älteren mehr Anerkennung für Muslime. Für die Studie wurden mehr als 8.000 Menschen befragt.

Jüngere Menschen begegnen Muslimen demnach deutlich häufiger persönlich. So gaben nur acht Prozent der Jüngeren, aber 22 Prozent der über 25-Jährigen an, noch nie Kontakt zu Muslimen gehabt zu haben. “Vielfalt ist in der jungen Generation längst Alltag geworden”, bilanzierte die Leiterin der Jungen Islam Konferenz, Esra Kücük.

So sprechen sprechen sich rund 70 Prozent der Jugendlichen für einen islamischen Religionsunterricht aus, ebenso viele lehnen Einschränkungen beim Bau sichtbarer Moscheen ab und befürworten ein Recht für muslimische Lehrerinnen, ein Kopftuch zu tragen – unter denjenigen, die selbst noch Schüler sind, sprechen sich sogar mehr als drei Viertel gegen ein Kopftuchverbot aus. “Offenbar ist für die jüngere Generation das Kopftuch kein fremdes oder angsterregendes Zeichen, sondern schlichtweg ein religiöses Symbol, welches zum Glauben eines anderen Individuums dazugehört”, kommentieren die Autoren der Studie.

Direkter Kontakt ist für die Jüngeren mit 48 Prozent der Studie zufolge auch die häufigste Wissensquelle über Muslime. Rund 42 Prozent erfahren vor allem an Schule oder Universität etwas über Muslime, nur gut 28 Prozent aus dem Fernsehen. Bei den Älteren dagegen steht das Fernsehen als Wissensquelle mit rund 46 Prozent an erster Stelle. Dennoch schätzen auch 61,4 Prozent der 16- bis 25-Jährigen ihr eigenes Wissen über Muslime als gering ein.

Nationale Symbole spielen für die Jüngeren offenbar seltener eine Rolle. Zwar stimmten 78 Prozent der Aussage “Ich liebe Deutschland” zu. Von außen als Deutscher wahrgenommen zu werden, ist dagegen nur 35 Prozent der Jüngeren, aber 47 Prozent der Älteren wichtig. Zudem empfindet nur jeder Zweite (51 Prozent) der Jüngeren ein positives Gefühl, wenn er die Nationalhymne hört. Bei den über 25-Jährigen sind es mehr als zwei Drittel (68 Prozent).

Download: Die komplette Studie und der Methodenbericht können kostenlos hier heruntergeladen werden.

Für die repräsentative Studie waren zwischen Ende 2013 und April 2014 mehr als 8.000 Menschen in Deutschland befragt worden, darunter rund 1.100 Jugendliche und junge Erwachsene. Die Interviews fielen damit in die Zeit vor den Debatten um die Terrorgruppe “Islamischer Staat” und die islamfeindliche “Pegida”-Bewegung. Die Autoren der Studie erklärten, eine spätere Befragung hätte keine wesentlichen Verschiebungen ergeben, da vor allem tief verwurzelte Haltungen abgefragt worden seien.

Die Junge Islam Konferenz ist ein Zusammenschluss von jungen Muslimen und Nicht-Muslimen. Gefördert von der Mercator Stiftung und der Humboldt-Universität Berlin berät die Konferenz regelmäßig über Fragen zur Integration von Muslimen und der Anerkennung des Islam des Deutschland. Seit Freitag kommen rund 100 Vertreter zum diesjährigen Bundeskongress im Auswärtigen Amt in Berlin zusammen. Das Treffen geht bis zum Sonntag. (epd/mig 16)

 

 

 

 

G7-Dialog mit Gewerkschaften. Gute Arbeit weltweit

 

Bundeskanzlerin Merkel wird am Montag mit Gewerkschaftsvertretern über die weltweiten Arbeitsbedingungen diskutieren. Das G7-Dialogforum der Gewerkschaften steht unter dem Motto "Gute Arbeit weltweit - ein Geschäftsmodell für die Zukunft".

 

Das Treffen ist das erste einer Reihe von Dialog-Veranstaltungen während der deutschen G7-Präsidentschaft. Es ist der ausdrückliche Wunsch von Bundeskanzlerin Angela Merkel, sich persönlich in diesen Dialog mit unterschiedlichen Gruppen der Zivilgesellschaft einzubringen.

 

"Ziel ist, dass wir die Themen, die wir bei G7 auf die Tagesordnung setzen, breiter diskutieren als nur unter Politikern", so Merkel. Die Dialogprozesse gestalten die jeweiligen Gruppen selbst, denn - so das Verständnis der deutschen G7-Präsidentschaft - zivilgesellschaftliches Engagement kann nicht staatsgeleitet sein.

 

Arbeitsstandards weltweit einhalten

Bei der deutschen G7-Präsidentschaft sind Arbeits- und Sozialstandards in Handels- und Lieferketten ein Thema. Die Bundeskanzlerin wird dazu am Nachmittag eine Rede halten. Anschließend diskutiert sie mit dem DGB-Vorsitzenden Rainer Hoffmann und der Generalsekretärin des Internationalen

Gewerkschaftsbundes, Sharan Burrow.

Im Video-Podcast erklärt Merkel, dass die G7-Staaten Druck machen sollen, damit Standards, die beispielsweise die Internationale Arbeitsorganisation (ILO) gesetzt hat, in den Ländern auch eingehalten werden. "Arbeitsschutzmaßnahmen einzuhalten, würde auf der Welt mehr Wachstum erzeugen, das darf man nie vergessen, und würde vielen Menschen helfen", so die Bundeskanzlerin.

Bei G7 nachhaltige Lieferketten vereinbaren

Die Bundesregierung setzt sich dafür ein, dass weltweit Umwelt- und Sozialstandards bei der Produktion eingehalten werden. Egal ob Kleidung, Kaffee oder Öl produziert und gehandelt werden: es geht um gerechte Bezahlung, Arbeits- und Umweltschutz überall.

Die deutsche G7-Präsidentschaft zielt darauf, solche Standards in Handels- und Lieferketten zu vereinbaren und umzusetzen. Denn Unfälle wie 2013 in Rana Dakha (Bangladesch) mit 1.130 Toten und über 2.000 Verletzten gilt es zu verhindern.

 

Entwicklungsminister Müller und Arbeitsministerin Nahles haben am 10. März ihre Initiative für gute Arbeit weltweit durch nachhaltige Lieferketten vorgestellt: Für Beschäftigte in armen Ländern sollen Mechanismen zur Beschwerde und Schlichtung eingerichtet oder stärker etabliert werden. Ein globaler Fonds ("Vision Zero Fund") soll aus der Taufe gehoben werden, mit dem Sicherheitsstandards umgesetzt werden. In den G7-Staaten soll dafür von Unternehmen und Organisationen Geld gesammelt werden, um Unfallversicherungen aufzubauen und Brandschutzinspektoren auszubilden. In den reichen Ländern sollen kleine und mittlere Unternehmen dabei unterstützt werden, ihre Lieferketten nachhaltig zu gestalten.

Verbraucher brauchen mehr Transparenz

Verantwortungsbewusst kann nur kaufen, wer informiert ist. Darum setzt die Bundesregierung auf "Siegelklarheit". Sie hat ein neues Informations-Portal und eine Handy-App freigeschaltet, mit der die Vielzahl von Siegeln auf ihre Aussagekraft hin überprüft werden können. Pib 21

 

 

 

 

Nach dem Kopftuchbeschluss. Die zweite Chance für eine offene Gesellschaft 2.0

 

Das Bundesverfassungsgericht hat mit seiner Entscheidung der Gesellschaft eine zweite Chance gegeben. Eine Chance zu zeigen, dass die grundgesetzlichen Freiheiten, auf die wir zu Recht stolz sind, für alle gelten und nicht nur für diejenigen, die gleicher als gleich sind. Von Gabriele Boos-Niazy. Von Gabriele Boos-Niazy

 

Der Gesetzgeber fordert zu Recht von allen Lehrern und Lehrerinnen, dass sie in der Lage sind, unabhängig von ihren privaten Ansichten fachlich ausgewogen zu unterrichten und die Schulbehörde verfügt seit jeher über Mittel und Wege (Allgemeine Dienstordnungen), diejenigen, die die das nicht tun, aus dem Schuldienst zu entfernen.

Nur einer bestimmten Gruppe, zum Beispiel aufgrund ihres politischen Engagements, diese Fähigkeit prinzipiell abzusprechen, gehört in die Mottenkiste der 70iger Jahre. Auch von einer Lehrkraft mit Ökosandalen muss bis zum Beweis des Gegenteils angenommen werden, dass sie das Thema Gentechnik sachlich korrekt vermitteln kann. An nichts anderes hat das Bundesverfassungsgericht uns jetzt erinnert.

Ich habe zusammen mit vielen anderen Frauen in den letzten 10 Jahren erlebt, was gesetzliche Kopftuchverbote und vor allem die dahinter nur schlecht verborgenen Vorurteile und Verdächtigungen verursachen. Die Tatsache, dass Menschen, die strukturelle Machtpositionen innehaben, Etiketten verteilen können, ohne jemals mit denen, über deren Leben sie entscheiden, zu sprechen, führt zu Gefühlen der Machtlosigkeit und einem Vertrauensverlust insbesondere in die Politik. Diese Verbote waren die in Gesetzestexte gegossene Ablehnung der Integrationsleistung einer Gruppe, die sprichwörtlich aus der Rolle gefallen war. Solange Frauen mit Kopftuch Schulen putzten, war das in Ordnung, als sie vermehrt hinter dem Pult auftauchten, wurden sie zur Gefahr stilisiert. So titelte der Focus im August 1997 unter der Rubrik “Grundrechte” anlässlich des Referendariats von Fereshta Ludin: “Angst vor dem Kopftuch. Muslimische Lehrerinnen beharren auf der Islamtracht”(1). Auch wenn der Artikel selbst durchaus differenziert war, beherrschte der Tenor der vermeintlichen Gefahr doch seitdem weite Teile der Politik und der Medienberichterstattung. Dass Angst ein schlechter Ratgeber ist, ist nichts Neues. Welche Zerstörung sie verursacht, wenn sie instrumentalisiert wird, zeigte sich in den Jahren danach.

Sowohl große Teile der politischen als auch der medialen Diskussion waren von außerordentlicher Ignoranz den betroffenen Frauen gegenüber geprägt. Frauen, die sich einem Berufsverbot gegenüber sahen, die feststellen mussten, dass ihre gesamte Lebensplanung über den Haufen geworfen wurde, die sich von einem Tag auf den anderen in ihrer wirtschaftlichen Existenz bedroht sahen, deren Lebensleistung und Definition ihres Kopftuches niemanden interessierte. Besonders bitter war es, dass dies alles im Namen der Freiheit und insbesondere der Gleichberechtigung der Geschlechter geschah.

Die betroffenen Lehrerinnen waren Frauen, die in einem Land aufgewachsen waren, dessen Botschaft sie so verstanden hatten: “Streng dich an, dann kannst Du alles erreichen.” Und genau das hatten sie getan. Viele von ihnen waren seit Jahren im Schuldienst, ohne dass jemals ihre Integrität und Neutralität angezweifelt worden war. Die Vorstellung, dass eine Zeit kommen könnte, in der ein Gesetz mehrheitsfähig ist, das – völlig losgelöst von ihnen als Person und ihrem fachlichen Verhalten – ihrem Berufsleben ein jähes Ende setzt, war für sie und auch viele ihrer nicht-muslimischen Kollegen und Kolleginnen völlig undenkbar.

Doch Frau Schavan, 1997 Bildungsministerin in Baden-Württemberg, selbst bekennende und praktizierende Katholikin, brachte den Stein ins Rollen, indem sie einer Kopftuch tragenden Muslima die Einstellung in den Schuldienst verwehrte – ihr fehle die dazu notwendige Eignung, weil sie das Kopftuch aus religiösen Gründen nicht ablegen wolle. Die Lehrerin ging vor Gericht und erwirkte 2003 ein Urteil des Bundesverfassungsgerichts (24.09.2003, 2 BvR 1436/02), das jedem Landesgesetzgeber ausdrücklich die Wahl ließ, ob er die Schule als einen Bereich definiert, in dem Schüler auf das bunte Leben in einer globalisierten Gesellschaft vorbereitet werden und tagtäglich Toleranz in einem Umfeld üben sollen, in dem die Lehrerschaft genauso vielfältig ist wie die Schülerschaft oder ob er es vorzieht, ein Umfeld zu schaffen, in dem durch künstliche Uniformität versucht wird, mögliche Konflikte gering zu halten und damit die Möglichkeit zu verschenken, die Schüler umfassend auf eine pluralistische Gesellschaft vorzubereiten.

Es lässt sich nicht verleugnen, dass die Parlamente in den Ländern, die die letztere Option begeistert aufnahmen und die erste nicht einmal diskutierten, mehrheitlich einer politischen Richtung zuzurechnen sind, die bis heute allenfalls mit säuerlicher Miene zugibt, dass Deutschland ein Einwanderungsland ist. Einige dieser Bundesländer gingen gar so weit, die vom Bundesverfassungsgericht ausdrücklich genannte Bedingung der Gleichbehandlung der Religionen zu ignorieren und schrieben eine dezidierte Privilegierung christlicher und jüdischer Zeichen im Gesetz fest. Dass diese Privilegierung schon sehr rasch vor Gericht keinen Bestand hatte und damit alle Zeichen verboten wurden, störte niemanden.

In NRW stellte die CDU/FDP im Falle eines Wahlsieges ein Kopftuchverbot innerhalb von 100 Tagen in Aussicht und dieses Wahlversprechen wurde prompt eingehalten. Viele der betroffenen Lehrerinnen hatten befristete Verträge, die einfach nicht mehr verlängert wurden, andere wurden nach dem Referendariat nicht übernommen. Es blieb nur eine kleine Gruppe derer übrig, die überhaupt die Möglichkeit hatten, gegen das Verbot zu klagen. Doch es stellte sich schnell heraus, dass einige von ihnen sich nicht in der Lage sahen, die nervlichen Belastungen eines jahrelangen Rechtsweges durchzustehen, andere konnten es sich schlicht nicht leisten, ihren Arbeitsplatz zu riskieren, weil sie alleinerziehend oder die Familienernährerinnen waren – also nebenbei bemerkt keineswegs dem Bild entsprachen, das bestimmte politische Kreise zur Illustration der Notwendigkeit eines Kopftuchverbotes von ihnen gezeichnet hatten. Zudem liefen die Verfahren unterschiedlich schnell ab. Letztlich gingen die beiden jetzt vor dem Bundesverfassungsgericht erfolgreichen Klägerinnen stellvertretend für alle anderen Kopftuch tragenden Frauen den steinigen und langen Weg durch die Instanzen.

Wir sind ihnen überaus dankbar, dass sie das auf sich genommen und durchgehalten haben. Der Weg dauerte fast 9 Jahre und in diesen 9 Jahren habe ich viele Betroffene kennengelernt, die von zuvor selbstbewussten, integrierten und ökonomisch unabhängigen Frauen zu solchen wurden, die verunsichert waren, sich zurückzogen, ausgegrenzt wurden und wirtschaftlich in völlige Abhängigkeit gerieten. Frauen, die ein nicht-traditionelles Rollenbild gelebt hatten, waren durch das Verbot zu einem solchen gezwungen und Schülerinnen war mehr als klar geworden: Kopftuch und Karriere – das funktioniert in dieser Gesellschaft, die sich selbst als tolerant darstellt, nicht. Im Namen der Gleichberechtigung von Mann und Frau wurde ein Gesetz geschaffen, das ausschließlich Frauen traf und die Durchsetzung von Gleichberechtigung vorhersehbar nicht nur im Schuldienst bis zur Unmöglichkeit erschwerte. Nicht, dass es nicht zahlreiche warnende Stimmen von Gutachtern, Fachleuten und auch Politikern (meist in der Opposition) gegeben hätte; sie wurden nicht gehört, weil man sie nicht hören wollte; sie standen dem politischen Ziel, der Entfernung Kopftuch tragender Frauen aus dem Schul- bzw. dem ganzen öffentlichen Dienst, im Wege.

Alle befürchteten negativen Folgen der Kopftuchverbote wurden im Laufe der letzten Jahre durch zahlreiche Studien belegt, doch auch das führte nicht dazu, dass auch nur eines der Länder mit Kopftuchverbot Konsequenzen gezogen hätte. Selbst als Gegner des Verbots in NRW, Baden-Württemberg und Niedersachsen in Regierungsverantwortung kamen, änderte sich daran nichts. Letztlich führte diese zögerliche Haltung aber dazu, dass der Rechtsweg bis zum Bundesverfassungsgericht durchlaufen werden konnte und wir jetzt eine Entscheidung haben, das von allen Bundesländern mit Kopftuchverbot eine Gesetzesänderung verlangt.

Das Bundesverfassungsgericht hat damit der Politik und auch den Medien, die maßgeblich dazu beigetragen haben, das Kopftuch als potenziell verfassungsfeindliches Symbol zu diskreditieren, explizit ein zweite Chance gegeben, die Gleichbehandlung der Religionen und Geschlechtergerechtigkeit durch gleichen Zugang zu allen Ämtern zu verwirklichen. Ob alle Bundesländer sie nutzen werden, steht in den Sternen. Schon grummelt es aus der bayrischen CSU, man werde die Privilegierung der christlichen und jüdischen Werte beibehalten und Wolfgang Bosbach, der sich beim Thema Islam unvermeidlich zu Wort melden muss, definiert das Kopftuch frei von jeder Fachkenntnis einmal mehr als “bewusstes Zeichen der Abgrenzung”. Klar, möchte man erwidern, deshalb ergreifen Kopftuchträgerinnen vermutlich einen akademischen Beruf, dessen Ausübung sie einklagen müssen: um sich von denen abzugrenzen, die der Meinung sind, Frauen sollten lieber bei Kindern, Küche und Kirche bzw. Moschee bleiben.

Der Präsident des bayrischen Lehrerverbands BLLV, Klaus Wenzel schlägt gar vor, es jeder Schule selbst zu überlassen, “ob sie das Kopftuch tolerieren” und missversteht damit offensichtlich – absichtlich oder unabsichtlich – die Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts, das subjektive Bewertungsmaßstäbe ausdrücklich nicht zulässt. Wir wissen aus unserer Beratungserfahrung, dass es ansonsten zu systematischen Verstößen gegen das Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz (AGG) kommt: In Hamburg haben einige Schulleiter bewusst verfassungswidrig, d.h. ohne jegliche gesetzliche Grundlage, beschlossen, an “ihren” Schulen keine Kopftuchträgerinnen einzustellen. Eine Tatsache, die dem dortigen Senat seit Jahren bekannt ist, ohne, dass das bisher Konsequenzen gehabt hätte. Ähnliche Fälle sind uns aus Rheinland-Pfalz und Hessen bekannt. Die Mahnung, sich an die deutsche Rechtsordnung zu halten und nicht die eigene Weltanschauung oder Meinung über selbige zu stellen, gilt offensichtlich oft nur für Menschen “mit Migrationshintergrund” und in der Kategorie bleibt man als Muslim in weiten Teilen der Republik vermutlich bis zum St. Nimmerleinstag.

Es ist zu hoffen, dass einige Bundesländer die zweite Chance nutzen, die diese Entscheidung bietet. In NRW stehen die Chancen dafür gut, wenn man die Worte der Schulministerin Löhrmann und der SPD-Bildungsexpertin Renate Hendricks, hört und der Botschaft Glauben schenkt. Störfeuer, wie das von Lale Akgün, die durch ihre Aussage, “Eine Lehrerin mit Kopftuch ist für mich nicht mehr religionsneutral” (6) einmal mehr dokumentiert, dass sie einer türkisch-laizistischen Gedankenwelt verhaftet und in einer säkularen Gesellschaft noch immer nicht angekommen ist, dürfen angesichts ihres offensichtlichen Mangel an Sachkenntnis einfach ignoriert werden. Das Bundesverfassungsgericht kann schließlich nicht jede Woche erklären, dass die staatliche Neutralität als eine “alle Bekenntnisse gleichermaßen fördernde” zu verstehen ist und nicht als eine, die bestimmte Bekenntnisse ausgrenzt. Neutralität in diesem Sinne bedeutet eben gerade nicht, dass das Gegenüber sich wie ein unbeschriebenes Blatt verhalten muss, sondern, dass die gesamte Bandbreite der Gesellschaft das Recht hat, in der Öffentlichkeit vertreten zu sein – auch der Verzicht auf ein Bekenntnis oder das Bekenntnis zum Atheismus ist nicht neutral, sondern ein Bekenntnis.

Am schnellen Handeln der politisch Verantwortlichen auf der Grundlage der Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts und an einer sachlichen Medienberichterstattung wird sich entscheiden, ob mit dem 13. März 2015 ein Jahrzehnt des kollektiven Alptraums Kopftuch tragender Frauen ein Ende findet oder ob man sich wieder über Vorgaben des Bundesverfassungsgerichts hinwegsetzt und damit eine Zeit der individuellen Alpträume anbricht, in der jeder Schulleiter oder jede Schulleiterin nach Gutsherrenart darüber entscheidet, ob das Kopftuch “toleriert” wird oder nicht. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Wie stellen Deutschlands Schulbücher „Migration  und Integration“ dar?

 

Die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Staatsministerin Aydan Özoguz, hat eine Studie zur Darstellung von Migration und Integration in aktuellen Schulbüchern durchführen lassen.

 

Anlässlich der Vorstellung der Ergebnisse erklärt sie: „Die Themen Migration und Integration gehören in Deutschlands Schulbücher: Aber Klischees oder gar

diskriminierende Darstellungen haben in Schulbüchern nichts zu suchen.

Ein ermutigendes Ergebnis der Studie ist, dass in den Sozialkundebüchern Deutschland explizit als ein Einwanderungsland, in dem Menschen unterschiedlichster Herkunft ihre Heimat haben, beschrieben wird. Allerdings stellen einige Schulbücher Migration vor allem als Problem dar, die Vielfalt

unseres Landes wird nicht als Normalität beschrieben. Das Thema Integration wird zwar als notwendig für den sozialen Zusammenhalt gesehen. Was genau darunter zu verstehen ist, bleibt aber unkonkret.

Dabei spiegeln die Klassenzimmer diese gesellschaftliche Vielfalt längst wider: Heute hat jeder dritte Schüler unter 15 Jahren einen Migrationshintergrund. Sehr viele von ihnen, mehr als 80%, sind Deutsche. Diese Lebensrealität muss sich dann auch angemessen im Unterricht, in den Lehrplänen und in den Schulbüchern wiederfinden.

Schulbücher vermitteln nicht nur Fachwissen, sondern auch Werte und Normen. Sie thematisieren Aspekte wie Anerkennung und Teilhabe und können zu einem reflektierten und positiven Umgang mit Vielfalt beitragen.

Die Studie, mit der ich das Georg-Eckert-Institut (GEI) in Zusammenarbeit mit dem Zentrum für Bildungsintegration an der Stiftung Universität Hildesheim beauftragt habe, beleuchtet, ob und wie Schulbücher Integration, Migration und die damit einhergehende gesellschaftliche Vielfalt widerspiegeln. Ich empfehle, dass nicht nur die Schulbuchverlage, sondern auch die Lehrerinnen und

Lehrer und Bildungsverwaltungen der Länder die Schulbuchstudie „Migration und Integration“ als Anregung nutzen.“ Pib 17

 

 

 

 

Studie. Schulbücher bilden Migranten oft als Opfer ab

 

Heute hat jeder dritte Schüler unter 15 Jahren einen Migrationshintergrund. Diese Lebensrealität bilden Schulbücher aber nicht ab. Dort werden Migrant und Vielfalt meist als “Problem” dargestellt. Das sind Befunde einer aktuellen Schulbuch-Studie.

 

Deutsche Schulbücher bilden die gesellschaftliche Realität einer Studie zufolge oft einseitig ab. Migration werde vor allem als Problem dargestellt, heißt es in einer wissenschaftlichen Untersuchung von Schulbüchern aus fünf Bundesländern, die am Dienstag in Berlin vorgestellt wurde. Dass Vielfalt als Normalfall dargestellt werde, sei eher die Ausnahme, sagte die Leiterin der Studie, Inga Niehaus. Mehrere Schulbuchverlage riefen zu Geduld auf. Sie sehen sich “auf einem guten Weg”.

Nach der Studie stellen die untersuchten Schulbücher Migration und Vielfalt meist nur als Problem und Herausforderung dar “für eine weiterhin überwiegend als homogen vorgestellte Gesellschaft”. Was unter der Integration von Ausländern zu verstehen sei, bleibe oft im Vagen. Migranten werden “wiederholt als passiv Betroffene oder Opfer dargestellt”.

In Schulbüchern haben Deutsche keinen Migrationshintergrund

Zudem erscheinen Migranten in den Büchern demnach oft als Menschen, von denen “eine Anpassungsleistung an die deutsche Gesellschaft” gefordert werde. Zudem werde nicht präzise formuliert und Begriffe wie “Ausländer”, “Fremde” oder “Migranten” nicht voneinander abgegrenzt oder synonym verwendet. “Als ‘Deutsche’ werden in fast allen Schulbüchern Menschen verstanden, die keine Migrationsgeschichte haben”, heißt es in der Studie.

Viele Arbeitsaufträge in den Büchern würden aus der Perspektive der Dominanzgesellschaft gestellt, erklärte Niehaus. So stelle ein Schulbuch aus Bayern die Frage: “Welche Erfahrungen hast du mit Ausländern gemacht?”. Ein anderes Buch frage, ob die multikulturelle Gesellschaft Fluch oder Segen sei. “Für die Schülerinnen und Schüler von heute ist sie die Realität”, bekräftigte Niehaus.

Özoguz: Schulbücher müssen Vielfalt abbilden

Die Autoren der Studie empfehlen Verlagen, Autoren und Lehrern daher, gesellschaftliche Vielfalt als normal darzustellen und verallgemeinernde Bezeichnungen wie “die Türken” oder “die Deutschen” zu vermeiden. Auch sollten die Potenziale und Chancen von Migration häufiger Thema sein und verschiedene Perspektiven eingenommen werden. Wünschenswert sei zudem, mehr Menschen mit Migrationshintergrund an der Erstellung von Schulbüchern zu beteiligen.

Download: Die “Schulbuchstudie Migration und Integration” kann auf den Internet-Seiten der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung kostenlos heruntergeladen werden

Die Migrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD), sagte, die Vielfalt in Deutschland sei in den vergangenen Jahren “doch sehr gewachsen”. Inzwischen habe jeder dritte unter 15-Jährige eine Einwanderungsbiografie. Dies müsse auf eine gute Art und Weise in den Schulbüchern abgebildet werden. “Klischees oder gar diskriminierende Darstellungen haben in Schulbüchern nichts zu suchen”, sagte Özoguz.

Verlage auf gutem Weg

Schulbücher seien ein Abbild der Gesellschaft, sagte der Leiter des Ernst-Klett-Verlags, Ilas Körner-Wellershaus. Damit Veränderungen in die Bücher einfließen könnten, müsse sich jedoch zunächst die Gesellschaft wandeln. “In diesem Wandel befinden wir uns gerade”, sagte Körner-Wellershaus. Jedoch dürften Schulbücher auch keine Meinungen vorgeben, sondern müssten eine Meinungsvielfalt abbilden.

Der Geschäftsführer der Westermann-Verlagsgruppe, Peter Schell, sagte, Schulbücher bräuchten eine gewisse Zeit, um zu entstehen. Beim Gebrauch einzelner Begriffe müssen man sicher sensibler werden. Insgesamt seien die Verlage jedoch auf einem guten Weg.

Das Georg-Eckert-Institut und die Universität Hildesheim haben für die Studie 65 Schulbücher der Sekundarstufe eins aus Bayern, Berlin, Brandenburg, Nordrhein-Westfalen und Sachsen untersucht. Schwerpunkte waren Bücher der Fächer Geschichte, Geografie und Sozialkunde aus den Jahren 2003 bis 2014. In Auftrag gegeben hatte die Studie Özuguz’ Vorgängerin Maria Böhmer (CDU).

(epd/mig 18)

 

 

 

 

Das Wohngeld steigt

 

Mit der Erhöhung des Wohngelds will die Bundesregierung vor allem Haushalte mit geringem Einkommen entlasten. Eine entsprechende Reform hat das Kabinett beschlossen. "Wir wollen, dass mehr Menschen Wohngeld bekommen können und dass es für jeden Einzelnen mehr gibt", sagte Bundesbauministerin

Hendricks.

 

Steigende Mieten, knapper Wohnraum: In den letzten Jahren ist der Wohnungsmarkt stark unter Druck geraten. Langjährige Mieter konnten ihre Wohnungen kaum noch bezahlen. Vor allem in Ballungsräumen und Universitätsstädten ist bezahlbarer Wohnraum immer schwerer zu finden, Haushalte mit geringem Einkommen sind von der Entwicklung besonders betroffen.

Die Bundesregierung hat beschlossen, das Wohngeld zu erhöhen. Damit federt sie soziale Härten ab. Das Wohngeld wird an die gestiegenen Einkommen und an höhere Warmmieten angepasst. Wie viel der Staat zur Miete dazugibt, hängt unter anderem vom Wohnort und der Höhe der Miete ab. In Städten wie München oder Frankfurt sind die Zuschüsse höher als in Regionen mit günstigen Mieten. Auch wie viel jemand verdient oder wie viele Menschen im Haushalt leben, spielt eine Rolle.

Die Wohnkosten belasten armutsgefährdete Haushalte immer stärker: schlugen sie 2010 mit 35,1 Prozent zu Buche, betrug ihr Anteil 2013 bereits 39,4 Prozent. Mit 2,9 Prozent stiegen die Mieten bei Neu- und Wiedervermietung deutlich stärker als die Inflationsrate. 2012 stiegen die Mieten um rund 3,5 Prozent. In den vergangenen Jahren sind auch die Heizkosten deutlich gestiegen, ebenso die

Bruttowarmmieten.

Reform hilft Mietern

Bundesbauministerin Barbara Hendricks will "vor allem in Ballungszentren Haushalte mit geringem Einkommen deutlich entlasten, indem wir die Miethöchstbeiträge überdurchschnittlich stark erhöhen".

Der Miethöchstbeitrag werde deshalb gestaffelt angehoben: je nach Stadt oder Landkreis zwischen sieben und 27 Prozent. Damit bleibe die soziale Mischung in der Stadt erhalten" so Hendricks.

Bei der Berechnung sind neben gestiegenen Bruttokaltmieten und Einkommen auch die Nebenkosten bei Warmmiete berücksichtigt worden. Die Tabellenwerte, nach denen sich das Wohngeld errechnet, sollen durchschnittlich um 39 Prozent steigen. Von der Reform werden rund 870.000 Haushalte profitieren,

darunter rund 90.000 Haushalte, die bisher auf Grundsicherung angewiesen waren. Die Leistungsverbesserungen kommen besonders Familien und Rentnern zugute.

Das Wohngeld wird als Mietzuschuss für Wohnungsmieter oder als Lastenzuschuss für Bewohner selbst genutzten Wohneigentums gewährt. Es errechnet sich nach der Anzahl der Haushaltsmitglieder, des Familieneinkommens und der Miete. Bund und Länder teilen sich die Kosten für das Wohngeld. Nach den jüngsten verfügbaren Daten des Statistischen Bundesamtes bezogen Ende 2012 rund 783.000 Menschen Wohngeld.

Neubau gegen steigende Mieten

Vor allem in den Ballungszentren sowie vielen Groß- und Hochschulstädten wächst der Wohnungsbedarf weiter. Jährlich werden in Deutschland etwa 250.000 neue Wohnungen benötigt. Deshalb will Hendricks erreichen, dass in Deutschland wieder mehr gebaut wird.

Bündnis für bezahlbares Wohnen

Im "Bündnis für bezahlbares Wohnen und Bauen" wollen Bund, Länder, Kommunen und Verbände gemeinsam die wohnungspolitischen Herausforderungen bewältigen. Ziel ist, den steigenden Wohnraumbedarf in

bestimmten Regionen zu decken und dabei auch soziale, demografische und energetische Anforderungen zu berücksichtigen. Im Juli 2014 tagte das Gremium zum ersten Mal unter Leitung von Bundesbauministerin Hendricks.

 

Das Bündnis sei das richtige Signal, sagte die Ministerin vor Kurzem vor Managern in Duisburg. Es werde bereits mehr gebaut. "Die Wohnungsbautätigkeit hat in den vergangenen Jahren wieder zugenommen", betonte sie. "2013 wurden 215.000 neue Wohnungen fertiggestellt. 2014 waren es rund 240.000 neue Wohnungen und für 2015 erwarten wir einen weiteren Anstieg der Baufertigstellungen". Neubau bremse die enormen Steigerungen bei den Mieten. Pib 18

 

 

 

 

Experten. Potenziale von Migranten stärker für Arbeitsmarkt nutzen

 

Im Hinblick auf den Fachkräftemangel fordert die parlamentarische Staatssekretärin im Bundesarbeitsministerium eine bessere Integration Einwanderern und Flüchtlingen in den Arbeitsmarkt. Migrationsforscher wiederum kritisieren den Staat. Vor allem im öffentlichen Dienst seien Migranten unterrepräsentiert.

 

Die Potenziale von Zuwanderern und Flüchtlingen müssen nach Ansicht der Parlamentarischen Staatssekretärin im Bundesarbeitsministerium, Anette Kramme (SPD), stärker und früher für den Arbeitsmarkt genutzt werden. “Die Integration in den Arbeitsmarkt öffnet auch den Weg zur gesellschaftlichen Teilhabe”, sagte Kramme am Donnerstag beim Forum Migration der Otto-Benecke-Stiftung in Bonn. Mit Blick auf den zunehmenden Fachkräftemangel sei das weltweit hohe Ansehen für deutsche Qualität nur zu halten, wenn alle Bürger Teil der Bildungsgesellschaft würden.

Die SPD-Politikerin wies darauf hin, dass die Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse zu diesem Zweck bereits deutlich erleichtert worden sei. Wer nach Deutschland komme, habe vieles im Gepäck, “was dieses Land schöner und wohlhabender macht”, betonte Kramme.

Migrationsforscherin kritisiert negative Berichterstattung

Die Migrationsforscherin Naika Foroutan kritisierte, dass Leistung und Qualifikation für Migranten kein Garant für gute Berufschancen seien. Obwohl jeder Fünfte in Deutschland eine Zuwanderungsgeschichte habe, stellten sie nur zehn Prozent der Beschäftigten im öffentlichen Dienst. In den Medienberufen und bei Lehrern liege ihr Anteil nur bei etwa fünf Prozent. Die Gesellschaft sei offenbar noch nicht bereit, Vorbehalte aufgrund von Namen, Herkunft oder Religion aufzugeben, kritisierte die stellvertretenden Direktorin des Berliner Instituts für empirische Integrations- und Migrationsforschung.

Besonders groß ist nach Foroutans Ansicht das Misstrauen gegenüber Muslimen. Wenn die Medien den Islam immer wieder als gefährlich oder rückständig darstellten, beeinflusse das viele Bürger und auch Arbeitgeber. Deutsch-sein und Muslim-sein sei für viele Menschen ein Gegensatz, obwohl die Hälfte der Muslime einen deutschen Pass hätten, erklärte die Migrationsforscherin.

Die Otto-Benecke-Stiftung, die in Bonn sitzt, ist seit 50 Jahren besonders in den Bereichen Integration und Bildung aktiv. (epd/mig 15)

 

 

 

 

25 Jahre Deutsche Einheit: Hessen erinnert mit spannenden Events an die Wiedervereinigung

 

Auf einer Länge von knapp 270 Kilometer verlief einst die deutsch-deutsche Grenze zwischen Hessen und dem heutigen Freistaat Thüringen. 25 Jahre später ist aus dem einstigen Todesstreifen längst ein Symbol der Einheit geworden. Die zentralen Feierlichkeiten im Jubiläumsjahr finden um den 3. Oktober 2015 in Frankfurt statt. Hessen feiert 25 Jahre Mauerfall und Deutsche Einheit aber ganzjährig mit zahlreichen Konzerten, Lesungen, Filmvorführungen, Themenwanderungen und Ausstellungen. Einen Überblick aller Veranstaltungen bietet die Präsentation www.grenzen-ueberwinden.de. Unter www.hessen-tourismus.de finden Interessierte ausgewählte Tipps und alle wichtigen touristischen Informationen.

 

Neue Freizeitbroschüre GrenzTouren: Radwandern in Hessen und Thüringen

Pünktlich zum Jubiläumsjahr ist die neue Freizeitbroschüre „GrenzTouren“ erschienen: Die GrenzTouren folgen größtenteils den gut beschilderten hessischen und thüringischen Radfernwegen und regionalen Themenrouten wie dem Werratal-Radweg oder dem Herkules-Wartburg-Radweg, die Hessen und Thüringen miteinander verbinden. Fünf ausgewählte GrenzTouren für das Fahrrad oder Pedelec lenken den Blick auf historisch interessante Stationen. Außerdem gibt es drei Routen, die mit dem Pkw erfahren werden können. Auf den Etappen liegen Sehenswürdigkeiten wie Point Alpha, das Grenzgebäude Haus Hoßfeld oder andere Zeitdokumente wie ehemalige Grenzeinrichtungen, die Einblicke in die deutsche Geschichte geben. Größtenteils sind die einzelnen Etappen für einen Wochenendausflug ausgelegt, einzelne Abstecher ermöglichen es, die Routen zu variieren und zu verlängern. Ausführliche Streckenbeschreibungen, Karten und Höhenprofile erleichtern die Tourenplanung. Start- und Zielpunkte sind meist in der Nähe von Bahnhöfen, die auch über Parkplätze verfügen. Herausgeber der GrenzTouren ist der ADAC Hessen-Thüringen in Kooperation mit der HA Hessen Agentur GmbH und der Thüringer Tourismus GmbH. Die kostenfreie Broschüre kann unter www.hessen-tourismus.de bestellt werden, zuzüglich Porto- und Versandkosten.

 

Mauerausstellung: 20 Mauerstücke gehen auf Hessen-Tour

Mit der ersten Station auf dem Markplatz in der hessischen Landeshauptstadt Wiesbaden startete am 11. März 2015 die Reise der Mauerausstellung „Grenzen überwinden: Von der Diktatur zur Demokratie“ durch zahlreiche Städte in Hessen. Die Tourenplanung für die Ausstellung ist auf insgesamt 20 Stationen ausgelegt. Nach der Eröffnung in Wiesbaden wird die Ausstellung am 29. März in Frankenberg, am 17. April in Darmstadt und am 10. Mai in Marburg gezeigt. Die Ausstellung ist für den Hessentag in Hofgeismar zwischen dem 29. Mai und 7. Juni fest eingeplant. Weitere feste Stationen sind Eschwege am 15. Juli und Frankfurt am Main im Rahmen des Tags der Deutschen Einheit Anfang Oktober. Voraussichtlich wird die Ausstellung, die durch eine Theaterproduktion ergänzt wird, noch in Bad Homburg, Fulda, Hanau, Korbach und Rüsselsheim gezeigt.

 

Grünes Band: Wandern entlang der ehemaligen Grenze

Auf dem Geländestreifen entlang der ehemaligen deutsch-deutschen Grenze ist ein Grünstreifen entstanden, das „Grüne Band Deutschland“. Ein Teilstück des Grünen Bandes befindet sich in der GrimmHeimat NordHessen, im Naturpark Meißner-Kaufunger Wald. Der Naturpark bietet im Jubiläumsjahr „25 Jahre Deutsche Einheit“ mehrere geführte Wanderungen entlang des Grünen Bandes an. Dabei erkunden Teilnehmer den ehemaligen Grenzstreifen und erfahren dabei Wissenswertes rund um die jüngere deutsche Geschichte. So geht es beispielsweise am 18. April auf Morgenpirsch, bei der ab 6.30 Uhr auch die erwachende Natur am Grünen Band beobachtet werden kann. Auch im Rahmen einer Wanderwoche, die vom 26. September bis 3. Oktober stattfindet, wird es im Naturpark Meißner-Kaufunger Wald um die deutsche Wiedervereinigung gehen. Zudem können Aktive auch in der hessischen Rhön das Grüne Band auf einer Halbtageswanderung auf dem Premiumweg Point Alpha erleben. Ebenfalls führt der Rundweg Schwarzes Moor 2 auf drei Kilometern ans Grüne Band mit einem Grenzturm sowie Spuren weiterer Grenzanlagen.

 

Grenzmuseum schlägt junges Kapitel deutscher Geschichte auf

Spannende Einblicke in das junge Kapitel deutscher Geschichte bietet die Gedenkstätte Grenzmuseum Schifflersgrund bei Bad Sooden-Allendorf. Es wurde am 3. Oktober 1991 eröffnet und ist damit eines der ältesten Grenzmuseen in der Bundesrepublik. In der Gedenkstätte, die jedes Jahr etwa 46.000 Menschen besuchen, sind unter anderem Grenzsicherungsanlagen im Original erhalten und es gibt vielfältige Informationen zu den geschichtlichen Hintergründen, zur Technik der Grenzsicherung und zu gescheiterten Fluchtversuchen von DDR-Bürgern. Im Jubiläumsjahr „25 Jahre Deutsche Einheit“ gehören unter anderem Lesungen, Projekttage, Gedenkveranstaltungen und Podiumsdiskussionen zum Veranstaltungsprogramm des Grenzmuseums. .

 

Wanderausstellung ZOV Sportverräter in Frankfurt

Vom 15. August bis zum 15. Oktober 2015 widmet sich die Ausstellung ZOV Sportverräter im Eintracht Frankfurt Museum in der Commerzbank-Arena der „Republikflucht” im Sport. Bis zum Mauerfall 1989 verließen mehr als drei Millionen Menschen die DDR, viele illegal und unter gefährlichen Umständen. Auch der Sport, ein Vorzeigebereich des SED-Staates, war von „Republikflucht” betroffen. Viele Sportler wandten sich von der DDR ab und suchten eine Zukunft im Westen. Die Hoffnungsträger wurden so in der Sicht der DDR-Führung zu „Verrätern”. Im Mittelpunkt der Ausstellung stehen 15 Sportler, deren Schicksale auf außergewöhnliche Art durch die Videokunst der mexikanischen Künstlerin Laura Soria in Szene gesetzt werden: Die Gesichter erwachen zum Leben, ihre Stimmen erzählen, enthüllen und vertrauen an. Ergänzt wird die Ausstellung durch die Geschichte von „Republikflüchtlingen“, die bei der Eintracht eine Heimat fanden. GCEG 17

 

 

 

Interview mit Prof. Georgi. In Schulbüchern werden Ausländer, Fremde und Migranten synonym verwendet

 

Einer aktuellen Untersuchung des Georg-Eckert-Instituts zufolge bilden Schulbücher die gesellschaftliche Vielfalt unzureichend ab, Migration ist ein Problem und Deutsche haben keinen Migrationshintergrund. Professorin Viola B. Georgi hat mitgewirkt an der Studie. Im Gespräch erklärt sie, wie diese Befunde zu bewerten sind.

 

Weshalb sind Schulbücher eigentlich ein wichtiger Gegenstand von Forschung?

Viola Georgi: Schulbücher sollen gesellschaftlich als relevant und richtig erachtetes Wissen bereitstellen. Es geht um Weltbilder, gesellschaftliche Werte und Regeln, die via didaktischer Aufbereitung in der Schule an die nächsten Generationen weitergegeben werden sollen. Schulbücher müssen sich an staatlichen Rahmenplänen orientieren und offiziell genehmigt werden. Schulbücher repräsentieren anerkanntes und staatlich legitimiertes Wissen. Sie verfügen daher über eine gewisse Autorität und gelten als lehrreich. Wenngleich Schulbücher nach wie vor ein wichtiges Bildungsmedium darstellen, sollten sie jedoch m.E. in ihrer Wirkung nicht überschätzt werden. Denn was genau aus den Schulbuchinhalten bei den Lernenden ankommt, hängt auch ganz maßgeblich davon ab, wie die Lehrenden mit dem Schulbuch umgehen und welche ergänzenden Materialien sie zum Einsatz bringen. Aufgrund der gesellschaftlichen, bildungspolitischen und bildungspraktischen Relevanz von Schulbüchern ist es für die Umsetzung von diversitätssensibler Bildung aber dennoch notwendig, Lehrmittel zu entwickeln, die einen inklusiven Unterricht unterstützen.

Prof. Dr. Viola B. Georgi ist Professorin für Diversity Education an der Stiftung Universität Hildesheim und Direktorin des Zentrums für Bildungsintegration.

Zwischen 2006 und 2012 war sie Juniorprofessorin für Interkulturelle Erziehungs- wissenschaft an der Freien Universität Berlin. 2010 nahm sie eine Gastprofessur an der York University in Toronto (Kanada) wahr. Zuvor war sie als wissenschaftliche Mitarbeiterin am Fachbereich Gesellschaftswissenschaften der Goethe Universität Frankfurt und am Centrum für angewandte Politikforschung der Ludwig Maximilians Universität München tätig.

Was haben Sie in der Studie untersucht?

Die Studie geht der Frage nach, wie Migration und Integration in Bezug auf gesellschaftliche Vielfalt in deutschen Schulbüchern dargestellt werden und inwiefern Schulbücher zu einer zunehmenden Akzeptanz von Diversität als gesellschaftlicher Normalität beitragen können. Die Untersuchung bezieht sich auf die Tatsache, dass sich Deutschland in den letzten Jahrzehnten zu einem modernen Einwanderungsland entwickelt hat. Vielfalt im Klassenzimmer ist längst zur Regel geworden und die Auswirkungen auf das Bildungssystem sind nicht zu übersehen. Der Fokus der Studie liegt auf den Schwerpunkten “Diversity – Abbildung einwanderungsbedingter Vielfalt” und “Partizipation – gesellschaftliche Teilhabe von Menschen mit Migrationshintergrund.

Wie viele und welche Schulbücher haben Sie untersucht?

Insgesamt haben wir 65 aktuell zugelassene Schulbücher aus fünf Bundesländern untersucht. Dazu gehörten Bayern, Nordrhein-Westfalen, Sachsen, Berlin und Brandenburg. Die qualitative Analyse bezieht sich auf Schulbücher der Sekundarstufen I in den Fächern Sozialkunde, Politik, Geschichte und Geografie.

Was sind die Befunde?

Die von uns untersuchten Schulbücher spiegeln größtenteils dominante gesellschaftliche Diskurse wider, wie zum Beispiel die sich hartnäckig behauptende Position, dass Migration in erster Linie Probleme verursache und konfliktbeladen sei. Zum Teil hinken die Bücher den neueren Entwicklungen und Erkenntnissen der Wissenschaft hinterher, das heißt, es fällt ihnen schwer die demografische Realität – also die deutsche Einwanderungsgesellschaft – zeitgemäß in Bild und Text zu fassen. Es gelingt ihnen bisher noch nicht, die migrationsbedingte Vielfalt als normal zu begreifen und auch die Potentiale von Migration und Diversität zu erkennen und zu vermitteln.

Stattdessen werden wir mit Darstellungen konfrontiert, die sich nur schwer von Stereotypen lösen können. Migranten werden nur selten als aktiv Handelnde, sondern eher als Bedürftige und oft als Opfer gesellschaftlicher Umstände präsentiert. Viele Schulbuchdarstellungen verfallen zudem immer wieder in das Muster “Wir” und “Sie”, “eigen” und “fremd”, wobei sich ein Integrationsverständnis offenbart, das davon ausgeht, dass es vor allem die Menschen mit Zuwanderungsgeschichte sind, die Anpassungsleistungen an die “deutsche Gesellschaft” erbringen müssen. Dass ist problematisch, da auf diese Weise der Mythos eines homogenen deutschen Kollektivs aufrechterhalten wird. Migranten werden immer wieder als die Anderen, als die diesem Kollektiv Gegenüberstehenden präsentiert. Auch lässt sich ein fahrlässiger Umgang mit Bezeichnungen ausmachen. In manchen Schulbüchern werden die Begriffe “Ausländer”, “Fremde” und “Menschen mit Migrationshintergrund” synonym verwendet.

Sie haben auch die Arbeitsaufträge in den Schulbüchern unter die Lupe genommen. Was lässt sich dazu sagen?

Häufig sind die Arbeitsaufträge aus Perspektive der Dominanzgesellschaft formuliert. Besonders augenfällig wird das in Aufgabenstellungen, die die Schüler explizit einer Herkunft zuweisen, wie zum Beispiel “Fragt einen Schüler mit Migrationshintergrund in eurer Klasse, wie seine Familie zu uns nach Deutschland gekommen ist” oder die Aufforderung, die Klasse mal in ausländische und deutsche Schüler zu teilen, um eine bestimmte Aufgabe zu lösen. Oft werden Kinder und Jugendliche aus Einwandererfamilien zum Untersuchungsobjekt ihrer Mitschüler ohne Migrationshintergrund, die zum Beispiel dazu aufgefordert werden “fremde Kulturen am Schulort” zu untersuchen oder darüber diskutieren sollen, welche Erfahrungen sie mit Aussiedlern gemacht haben. Für die Schüler aus Einwandererfamilien bedeutet das, ständig die Erfahrung zu machen, auf die Herkunft verwiesen zu werden. Das macht es schwer, ein Zugehörigkeitsgefühl zu entwickeln. Sie werden aus der Klasse herausgehoben, besonders bzw. anders “gemacht” und müssen – im Gegensatz zu ihren Mitschülern ohne Migrationsgeschichte – häufig private Auskunft über ihre vermeintlich andere Lebensweise, ihre Familie oder ihre Religion geben, in einem Rahmen, in dem sie das vielleicht gar nicht möchten.

Welche Rolle spielt die Lehrerausbildung für das Erlernen eines kritischen Umgangs mit Bildungsmedien? Welche Konzepte können hier tragen?

Der Diversity-Ansatz ist meines Erachtens eine wichtige Strategie auf dem Weg zu einem pluralen demokratischen Gesellschaftsverständnis. In einem solchen Selbstverständnis ist Diversität der Normalfall. Schlicht gesagt: Es ist normal, verschieden zu sein. Die Auseinandersetzung mit Heterogenität ist Teil unseres Alltags. Differenz – etwa die Migrationserfahrung – ist dann nicht als “Abweichung” zu definieren, sondern stellt lediglich einen Aspekt menschlicher Identität dar. Die vielfältigen individuellen und kollektiven Unterschiede werden als selbstverständlich begriffen und zum Ausgangspunkt von Lernprozessen gemacht. Das gilt für Kita, Schule und Hochschule gleichermaßen. Zugleich handelt es sich bei “Diversity Education” um eine Perspektive, die bewusst auch die gesellschaftlichen Dominanz- und Ungleichheitsverhältnisse in den Blick nimmt. Durch eine dezidierte Antidiskriminierungsperspektive, die an den Menschenrechten ausgerichtet ist, wird die Gleichstellung von Verschiedenen angestrebt. Das geschieht zum Beispiel auch über die angemessene Repräsentation, Anerkennung, Wertschätzung und Inklusion von Verschiedenheit in Schulbüchern und anderen Bildungsmedien. Ganz entscheidend ist hierbei, dass die Lehr- und Lernmaterialien auf Lehrkräfte treffen, die die notwendigen pädagogischen und fachdidaktischen  Kompetenzen mitbringen, um einen diversitätssensiblen Unterricht zu gestalten. Hier sehe ich aber in der deutschen Lehrerausbildung noch großen Nachholbedarf. Es bedarf m.E. vielerorts einer systematischen curricularen Verankerung von Diversity-Themen (etwa Migration, Mehrsprachigkeit, Inklusion, Interkulturalität) in der Lehreraus- und -fortbildung. Hier kann dann ein kritischer, ungleichheits- und diversitätssensibler Umgang mit Unterrichtsmaterialen eingeübt werden.

Was kann man tun, damit sich die Inhalte der Schulbücher verändern?

Verlage müssen die Befunde der Schulbuchforschung zunächst einmal überhaupt erst zur Kenntnis nehmen und als mögliches Korrektiv der eigenen Arbeit anerkennen. Darüber hinaus wäre es sehr sinnvoll, Autoren regelmäßig thematisch weiterzubilden und auch Schulbuchautorinnen und -autoren mit Migrationshintergrund zu rekrutieren. Schließlich halte ich ein zusätzliches kritisches Lektorat durch Fachwissenschaftler und Fachdidaktiker für ratsam.

Ich möchte aber nicht versäumen, auf den komplexen Produktionsprozess von Schulbüchern hinzuweisen, der sich unter anderem an staatlichen Rahmenplänen für die Schulen orientieren muss. Auch in diesen Rahmenplänen – von Bundesland zu Bundesland verschieden – stecken manchmal problematische Vorgaben, wenn z.B. verlangt wird, dass die Lernenden sich mit “Fremdem” und “Eigenem” beschäftigen sollen.  Hierzu müssen die Autoren dann eine Themeneinheit oder ein Kapitel entwickeln, ob sie das sinnvoll finden oder nicht. Ich erhoffe mir aber einen Paradigmenwechsel. Zumindest kündigt sich dieser in den jüngsten Empfehlungen der Kultusminister zur interkulturellen Bildung in Erziehung und Schule von 2013 an. Hier heißt es nämlich: “Schule soll Vielfalt zugleich als Normalität und als Potenzial für alle wahrnehmen und Schulbücher sollen geprüft werden “im Hinblick darauf, ob die vielschichtige, auch herkunftsbezogene Heterogenität der Schülerinnen und Schüler berücksichtigt ist.” MiG 18

 

 

 

 

Vatikan-Fonds gegen Ebola

 

Auch der Vatikan engagiert sich im Kampf gegen Ebola in Westafrika: Mit einem Anti-Ebola-Fonds will der Päpstliche Rat für Gerechtigkeit und Frieden Projekte in den betroffenen Ländern Liberia, Guinea und Sierra Leone unterstützen.

Das Grundkapital von einer halben Million Euro soll in den nächsten Wochen durch Sponsoren und Spender noch auf etwa drei Millionen Euro aufgestockt werden, hofft Kardinal Peter Appiah Turkson im Gespräch mit Radio Vatikan. „Wir haben alle die Stellungnahmen des Heiligen Vaters über Ebola mitverfolgt, in denen er um die Gebete der ganzen Kirche für die Ebola-Opfer gebeten hat. Erinnern wir uns auch daran, dass er Ebola einmal mit der Lepra verglichen hat: In beiden Fällen darf man die Patienten eigentlich nicht berühren. Aber wie üblich wollte der Heilige Vater in seinem Anliegen nicht nur bei Worten stehenbleiben, und bei der Versicherung, dass er diesen Menschen nahe sei; er wollte etwas Konkretes tun. Die Einrichtung dieses kleinen Fonds soll helfen, den Ortskirchen in den drei am meisten betroffenen Ländern ein wenig unter die Arme zu greifen.“

Der aus Ghana stammende Kurienkardinal Turkson, der den Päpstlichen Friedensrat leitet, war selbst unlängst in Liberia und Sierra Leone. Dabei konnte er sich ein genaues Bild von den Bedürfnissen dort machen. „Eines der Ziele dieses Fonds ist es, den Ortskirchen dabei zu helfen, ihre Strukturen, ihre Gesundheitszentren zu verbessern, um den Kranken beistehen zu können. Das zweite Ziel ist es, den Waisenkindern zu helfen, die Opfer von Ebola sind; es gibt sehr viele von ihnen! Ich kenne ein Salesianer-Institut, das schon damit begonnen hat, einige dieser Kinder aufzunehmen und ihnen etwas Schulbildung zu geben. Und dann kenne ich auch Bistümer, die beschlossen haben, anders vorzugehen: Statt ein Zentrum (für diese Kinder) einzurichten, wollten sie lieber die Mitglieder von Pfarreien dazu ermuntern, einige dieser Kinder zu adoptieren, damit sie in einem eher familiären Ambiente aufwachsen.“

„Hilfsbereitschaft der Menschen hat sich etwas verbessert“

Drittes Ziel des Anti-Ebola-Fonds ist nach Angaben von Kardinal Turkson das Anbieten von Schulungskursen, um die Verbreitung der Krankheit zu stoppen. Und schließlich geht es dem Fonds auch um eine Beratung der Opfer und ihrer Angehörigen: „Denn viele Familien sind praktisch durch diesen Virus dezimiert worden und brauchen Hilfe bei der Bewältigung dieser Lage... wie sie jetzt mit ihrem Leben weitermachen sollen... Es geht also um psychosoziale Hilfe.“ Aber die Gelder aus dem Päpstlichen Friedensrat sollen auch den Ortskirchen in seelsorglicher Hinsicht helfen. „Auch da ist ein bisschen Hilfe nötig, denn die Ebola-Lage erfordert immer eine sogenannte ‚no-touch policy’, das heißt: Anfassen ist verboten. Und wie soll das zum Beispiel ein Bischof anstellen, die Firmung zu erteilen, ohne (den Firmling) zu berühren? Dasselbe gilt für Beerdigungen: Jetzt hat man da ein System entwickelt, das dem Pfarrer oder dem Imam erlaubt, bei der Beerdigung der Opfer dabei zu sein. Von einer sicheren Distanz aus kann man Weihwasser auf die sterblichen Überreste geben, ein Gebet sprechen und den Leichnam vor der Beerdigung einsegnen.“

Damit gewinnt eine gewisse Normalität nicht nur symbolisch an Boden, berichtet Kardinal Turkson: „All das hat schon dazu geführt, dass sich die Einstellung der Menschen und ihre Bereitschaft zur Hilfe ein bisschen gewandelt haben. Also, alle sind eingeladen! Jeder kann zu diesem Fonds beitragen. Er wird hier im Rat für Gerechtigkeit und Frieden zusammen mit der Caritas verwaltet: Jeder kann beitragen!“ Neben der Caritas beteiligen sich auch Orden, die in Westafrika aktiv sind, an der Auswahl der in Frage kommenden Projekte und an der Zuteilung der Gelder. (rv 18.03.)

 

 

 

 

Sprachkurse für Flüchtlinge. Nach 100 Deutschstunden ist meist Feierabend

 

In vielen Bundesländern werden Flüchtlingen Sprachkurse angeboten. Das Angebot gleicht aber einem Flickenteppich. Und weil die Kurse nicht viel kosten dürfen, sind die Standards deutlich niedriger als bei den regulären Integrationskursen. Von Anke Schwarzer

 

Vor Suleiman T. liegen Kopien und Notizpapiere. Es geht um Zahlen, Begrüßungsformeln und Uhrzeiten. Seit acht Monaten lebt der junge Syrer in einem engen Hamburger Flüchtlingscontainer. Ihm geht es ähnlich wie den anderen Teilnehmern aus Afghanistan, Eritrea, Somalia und dem Iran. Sie absolvieren 100 Stunden “Erstorientierung für Flüchtlinge”. Freiwillig und kostenlos. Bücher und Fahrtkosten müssen sie aber selbst bezahlen. Die Teilnehmer kommen gerne. Die Möglichkeit haben allerdings nur wenige: 300 Flüchtlingen im Jahr finanziert Hamburg diese Schulung – und veranschlagt dafür rund 88.000 Euro.

Mariam A. aus dem Iran spricht gut Englisch und ein wenig Deutsch. Ihrem Nachbarn hilft sie beim Übersetzen. Youssef K. ist Ingenieur, seine junge Familie hat er im Iran zurückgelassen. “Wenn ich wüsste, dass ich in Deutschland bleiben kann, hätte ich schon längst besser Deutsch gelernt”, sagt der 24-Jährige. Da er aber über Bulgarien in die EU eingereist ist, werden ihn die Behörden aufgrund der Dublin-Verordnung wahrscheinlich dorthin zurückschicken. Seine Duldung wird immer wieder verlängert, aber nur für zwei Monate. Damit ist für ihn nach den 100 Unterrichtsstunden Schluss.

Viele warten Jahre auf eine Entscheidung

Nur wer eine Duldung oder eine Aufenthaltsgestattung von mindestens sechs Monaten hat, kann dann, kostenlos, weitere 300 Stunden Deutschunterricht besuchen. Hamburg zählt zu den wenigen Ländern, die ähnlich wie Bayern und Schleswig-Holstein, bis zu 400 Stunden Deutschunterricht für Geduldete anbieten. Schon seit 2013 fordern die Länder den Bund auf, auch für diese Gruppe von über 200.000 Menschen Integrationskurse anzubieten – noch ohne Erfolg.

Bislang sind sie von den geförderten 600 Deutschstunden des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge ausgeschlossen. Bis eine Entscheidung über ihr Bleiberecht gefällt ist, leben aber viele von ihnen oft jahrelang mit diesem prekären Status. Während ihre Kinder in der Schule Deutsch lernen können, haben Erwachsene kaum Möglichkeiten, einen Sprachkurs zu besuchen. Das führe zu sozialer Isolation und erschwere den Kontakt mit Behörden und Ärzten, argumentieren die Länder.

Experten rügen Flickenteppich

Einige von ihnen bieten mittlerweile Deutschkurse für Asylbewerber an – länderfinanziert und zum Teil mit Mitteln aus dem Europäischen Sozialfonds aufgestockt – eine freiwillige Leistung, die meist an die Integrationskurse angekoppelt ist.

Die Angebote gleichen aber einem Flickenteppich, rügen Experten. In Mecklenburg-Vorpommern, Hessen und Nordrhein-Westfalen werden keine freiwilligen Kurse angeboten. In Bayern dagegen haben im Modellprogramm “Deutsch lernen und Erstorientierung” für Asylbewerber seit 2013 über 3.600 Flüchtlinge teilgenommen.

Ohne Ehrenamt wären Deutschkurse kaum möglich

Auch Pro Asyl bemängelt die Lage. “Insgesamt sind für Flüchtlinge die Standards niedriger als für andere Migrantengruppen, so auch im Bereich der Sprachkurse”, sagt Marei Pelzer, rechtspolitische Sprecherin bei Pro Asyl. Ohne die vielen ehrenamtlichen Helfer wären an vielen Orten überhaupt keine Deutschkurse möglich.

Immerhin werden diese Hilfen vermehrt von den Ländern und Kommunen unterstützt. Nordrhein-Westfalen zahlt nach Auskunft des Integrationsministeriums dieses Jahr eine Million Euro für “niedrigschwellige Unterstützung” etwa für Sprachpaten oder die Anleitung von Spielgruppen für Flüchtlingskinder in den Kommunen. Auch Bayern fördert ehrenamtliche Deutschkurse für Asylbewerber mit Aufwandspauschalen von 500 Euro.

Überfüllte Übergangsklassen für Flüchtlinge

Denn die Kinder von Flüchtlingen befinden sich ebenfalls in einer schwierigen Situation. In den Erstaufnahmeeinrichtungen gibt es meist gar keine Schulangebote. Werden die Familien dann umverteilt, gebe es mitunter erhebliche Verzögerungen bei der Einschulung, berichtet Pro Asyl. Übergangsklassen für Flüchtlinge seien überfüllt, Lehrkräfte überfordert, normale Schulklassen nicht für die Aufnahme von Kindern ohne Deutschkenntnisse gerüstet, klagen Lehrer und Gewerkschaften.

Besonders heikel ist es laut Pro Asyl für Jugendliche zwischen 15 bis 18 Jahren, für die in manchen Bundesländern keine Schulpflicht mehr gilt. In Bayern werde diese Gruppe in die Berufsschulen integriert, auch wenn sie keinen Ausbildungsplatz haben, hebt Pro Asyl positiv hervor. Doch die Kapazitäten reichten bei weitem nicht aus. (epd/mig 20)

 

 

 

 

Internationaler Tag gegen Rassismus

 

Integrationsminister Guntram Schneider hat anlässlich des Internationalen Tages gegen Rassismus am 21. März 2015 die Menschen in NRW aufgerufen, sich an den vielfältigen Aktionen der Anti-Rassismus-Wochen zu beteiligen. „Gerade in Zeiten, in denen Antisemitismus, Islamfeindlichkeit, Antiziganismus und Angriffe auf Flüchtlingsunterkünfte wieder vermehrt vorkommen, ist es umso wichtiger, ein Zeichen zu setzen für eine offene und tolerante Gesellschaft“, sagte Minister Schneider.

 

Die Entwicklungen der letzten Monate hätten gezeigt, wie dringend nötig ein breiter gesellschaftlicher Dialog über die Werte einer modernen Einwanderungsgesellschaft sei, auch im Hinblick auf ein Einwanderungsgesetz. „Ein solches Gesetz darf nicht nur ökonomistisch verengt auf die Einwanderinnen und Einwanderer als Fachkräftereserve zielen. Vielmehr muss es sowohl den vorübergehend als auch den dauerhaft hier lebenden Migrantinnen und Migranten zeigen, dass sie bei uns willkommen sind und ihnen eine Perspektive in unserem Land eröffnen“, so der Minister weiter.

 

Er dankte den vielen Menschen in den Städten und Gemeinden Nordrhein-Westfalens, die in Flüchtlingsinitiativen, Sportvereinen, Kirchen- und Moscheegemeinden oder einfach in ihren Nachbarschaften ehrenamtliches Engagement für ein praktisches Willkommen der Flüchtlinge zeigen: „Es ist beeindruckend, welche Einsatzbereitschaft und Vielfalt an Hilfsmaßnahmen ich in den letzten Monaten überall im Lande kennen gelernt habe. Das kann man gar nicht genug würdigen.“

 

Auch diejenigen, die nur vorübergehend bei uns leben, müssten die Möglichkeit haben, durch Arbeit selbst für ihren Lebensunterhalt zu sorgen: „Dadurch wird die Isolation der Menschen vermieden. Bei der gemeinsamen Arbeit können sich Alteingesessene und Flüchtlinge begegnen und sich gegenseitig kennen lernen. Und niemand kann mehr das dumme Vorurteil bedienen, hier werde nur der Sozialstaat ausgenutzt.“ PNrw 19

 

 

 

 

UN Anti Rassismus Tag. Wie Rassismus schon im Kindergarten gefördert wird

 

Seit dem Jahr 1966 wird am 21. März der Internationale Tag zur Überwindung von Rassendiskriminierung begangen. Trotz der erreichten Fortschritte besteht Rassismus in vielfacher Weise fort und beginnt schon in der Kita. Von Çigdem Deniz Sert (Die Verfasserin ist Rechtsanwältin mit Sitz in Bochum. Gleichzeitig ist Lehrbeauftragte an der ev. Fachhochschule Bochum und Vorsitzende des Vereins "Bochumer Forum für Antirassismus und Kultur e.V.")

 

Rassismus lernen schon die Jüngsten unserer Gesellschaft. Kinder, die nicht als “natürliche” Mitglieder der deutschen Nation betrachtet werden, erhalten gleich zu Beginn ihres Lebens, und zwar spätestens bei der Aufnahme in die Kita, den Stempel “Migrationshintergrund”. Beruhigend ist es allerdings, zu wissen, dass laut Statistischem Bundesamt von der Definition “Migrationshintergrund” lediglich die 1.-3. Generation der Migranten erfasst wird. Immerhin!

Keinen Anlass, sich beruhigt zurückzulehnen, bietet allerdings der alltägliche Rassismus, den man nicht nur auf der Straße, auf dem Spielplatz oder in den Kitas erlebt. Auch wenn es fast wie eine Anekdote klingt, die mit “damals….” beginnen könnte, kommt es noch immer vor, dass man für seine so guten Deutschkenntnisse gelobt wird. Viele Erzieher freuen sich zudem, wenn der Name des Kindes nicht zu kompliziert ist.

Ebenso kritisch zu betrachten ist die Zusammensetzung des Personals in den Kitas. Auch wenn ein bedeutend hoher Prozentsatz der Kinder, die in die Kitas gehen, einen sogenannten Migrationshintergrund aufweisen, trifft dies keineswegs auf die Erzieher zu. Unter den gegebenen Umständen wird den Kindern durch die Zusammensetzung der Erzieher eine vermeintlich homogene Normalität suggeriert.

Um es den Kindern und den Eltern aber möglichst “heimisch” zu machen, bieten einige Kitas, aber auch Schulen “interkulturelle Tage” an. An diesen Tagen dürfen die Kinder Kulinarisches aus ihrer “Heimat” mitbringen. Auf diese Weise kommen sich alle näher, lernen sich besser kennen und die Kinder erhalten möglicherweise ein Stück “Heimatgefühl”. Dass hinter derartigen Projekten keine bösen, gar rassistischen Absichten stecken, will ich nicht bezweifeln. In der Regel sind sie sogar gut gemeint. Beängstigend ist aber zu sehen, wie normal Rassismus ist.

Es darf nicht verkannt werden, dass genau solche gut gemeinten Projekte Rassismus produzieren und diesen zur Normalität werden lassen. Denn an diesen Tagen lernen die Kinder vor allem eines: Es gibt “uns” und “die Anderen”. Die Grenzen werden zwischen Nationen und ihren vermeintlich homogenen Kulturen gezogen. Unterschiede aus nationalstaatlicher Perspektive werden fixiert. So lernen alle, dass die Unterschiede in ihrer Gesellschaft vor allem zwischen den unterschiedlichen Nationen, die in der deutschen Kita vertreten sind, verlaufen.

Noch bizarrer wird der Alltag der Kinder, wenn sie jeweils ihre Nationalflaggen malen müssen. Möglicherweise tun sie dies auch gerne und lernen es sogar zuhause. Aber das sollte Bildungseinrichtungen und gerade Kitas erst recht dazu veranlassen, Kinder zumindest in ihren Einrichtungen von solchen Denkweisen fernzuhalten.

In ähnlicher Weise wird die Realität der Migrationsgesellschaft in den gängigsten Kinderbüchern verzerrt dargestellt. Die Kinder haben in der Regel Namen wie “Ole, Lena, Tim und Paul”. Selten bis kaum anzutreffen sind Namen wie “Sinan, Belal, Ronas oder Piotr”. Sicherlich gibt es auch Kinderbücher, in denen die Migrationsgesellschaft wiederzufinden ist. Aber dies stellt eben keine Normalität dar, sondern ist vereinzelt zu finden. Das Problem des Alltagsrassismus ist vor allem, dass eine verzerrte Realität vorgelebt und als Normalität vermittelt wird.

Kinder kennen keinen Rassismus. Außerhalb jeglicher Kategorie wie “Nation” und “Kultur”, nehmen sie ihre Welt wahr. Der Rassismus wird in ihre Welt hineingetragen – institutionalisiert, von Kitajahren an. MiG 21

 

 

 

 

 

ITKAM bietet Services rund um das Ticketing und Eventmanagement bei der Mailänder Expo2015 an.   

 

Frankfurt. Die Italienische Handelskammer für Deutschland e.V. (ITKAM) bietet Services rund um das Ticketing und Eventmanagement bei der Mailänder Expo2015 an.  

 

Die Italienische Handelskammer für Deutschland e.V. (ITKAM) bereitet sich auf die Weltausstellung Expo 2015 in Mailand, die ihre Tore unter dem Motto „Ernährung der Welt, Energie fürs Leben“ vom 02. Mai bis 31. Oktober 2015 öffnen wird, vor. 

 

Schwerpunkt des Servicepaketes der bilateralen Organisation zur Förderung der bilateralen Wirtschaftsbeziehungen zwischen Deutschland und Italien liegt im Ticketing und Eventmanagement.

 

Mit dem Ticketing richtet sich die ITKAM dabei an Unternehmer, Institutionen und Endverbraucher, die Ihren Mailandbesuch anlässlich der Expo 2015 planen, denn als  autorisierte Ticket-Subseller steht den ITKAM-Kunden nicht nur der

Link  https://tickets.expo2015.org/itkam?language=de für das online-Ticketing in deutscher Sprache zur Verfügung, sondern auch ein Servicecenter erreichbar per Email unter ticketexpo@itkam.org. 

Mit dem Eventmanagement unterstützt die ITKAM hingegen Unternehmer und institutionelle Vertreter, die den auf Ihre Zielgruppe gerichtete Expopräsenz  auf dem Messegelände oder in Mailands Innenstadt optimieren möchten. 

Ein speziell auf den Kunden zugeschnittenes Angebot unterbreitet das Expo Desk von ITKAM, nach Anfrage, innerhalb weniger Tage.  CS/De.itpress

 

 

 

 

 

Per Anweisung. Bayern kündigt Aufweichung des Kopftuch-Verbots an

 

Mit einer Vollzugsanweisung möchte Bayern auf die Kopftuchentscheidung des Bundesverfassungsgerichts reagieren. Damit soll die bisherige harte Haltung beim Kopftuch-Verbot aufgeweicht werden. In Bayern dürfen Lehrerinnen kein Kopftuch tragen, Nonnen und Mönche aber ihr Habit.

 

Das bayerische Kultusministerium will nach der Kopftuch-Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts möglichst schnell eine sogenannte Vollzugsanweisung für die künftige Kopftuch-Praxis an staatlichen Schulen erarbeiten. Ein Ministeriumssprecher sagte dem Evangelischen Pressedienst am Mittwoch, noch diesen Freitag oder spätestens am Montag würden sich die zuständigen Mitarbeiter des Hauses mit dem Thema befassen. Die Staatsregierung hatte als Konsequenz aus der Kopftuch-Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts am Dienstag angekündigt, ihre bislang harte Haltung beim Kopftuch-Verbot zumindest aufzuweichen.

Konkret bedeutet das, dass künftig jeder Einzelfall geprüft werden soll. Eine Gesetzesänderung sei dafür nicht notwendig, sagte der Sprecher des Ministeriums am Mittwoch. In Bayern habe es auch bisher kein absolutes Kopftuch-Verbot gegeben. Die Vorgaben des Bundesverfassungsgerichtes könnten in Bayern «im Verwaltungsvollzug umgesetzt werden», hatte Kultusminister Ludwig Spaenle (CSU) bereits am Dienstag angekündigt. Diese Anweisung werde regeln, an wen man sich wenden müsse, um als muslimische Lehrerin das Tragen eines Kopftuches zu beantragen, und wer darüber entscheide.

Das Bundesverfassungsgericht hatte am vergangenen Freitag entschieden, dass ein generelles Kopftuchverbot an öffentlichen Schulen gegen die Religionsfreiheit verstoße. Künftig soll es für ein mögliches Kopftuchverbot auf konkrete Konflikte, eine konkrete Gefahr für die staatliche Neutralität oder den Schulfrieden ankommen. Die Länder können selbst entscheiden, ob sie Verbote erlassen oder nicht.

Muslimische Lehrerinnen durften in Bayern bislang kein Kopftuch tragen, Nonnen und Mönche aber durchaus ihr Habit. Im Landesgesetz über das Erziehungs- und Unterrichtswesen steht, dass “äußere Symbole und Kleidungsstücke, die eine religiöse oder weltanschauliche Überzeugung ausdrücken” von Lehrern dann nicht im Unterricht getragen werden dürfen, sofern diese beispielsweise mit christlich-abendländischen Bildungs- und Kulturwerten nicht vereinbar seien. Daran wolle man festhalten, sagte der Ministeriumssprecher.

Den Vorschlag des Bayerischen Lehrer- und Lehrerinnenverbandes, die Schulen – im Sinne des Schulfriedens – über das Tragen eines Kopftuches entscheiden zu lassen, lehnt das Kultusministerium ab. Auch die Schulen müssten laut Urteil “eine Einzelfallprüfung vornehmen”, sagte der Ministeriumssprecher: “Da müssen die Religionsfreiheit, die Verfassungsziele, der Schulfriede und andere Aspekte mehr betrachtet und abgewogen werden.” Man trete wohl keiner Schulleitung zu nahe, wenn man sage, “dass sich eine Schule mit so einer Aufgabe überheben würde”. Zudem entstünde dadurch vermutlich ein Flickenteppich. (epd/mig 19)

 

 

 

          

Das Werk von Pietro Donzelli vorgestellt in Rüsselsheim

          

Mittwoch, 25. März 2015 - Sonntag, 14. Juni 2015. Ort: Kunst- und Kulturstiftung Opelvillen Rüsselsheim, Ludwig-Dörfler-Allee 9, Rüsselsheim

Luce - Fotografien von Pietro Donzelli (1915-1998)

 

Zum 100. Geburtstag von Pietro Donzelli wird sein Werk umfangreich vorgestellt. Seine wichtigsten Arbeiten entstanden in den 1950er- und 1960er-Jahren, als der italienische Neorealismus neue Ausdrucksformen in Kunst, Film und Fotografie entwickelte. Donzellis Augenmerk galt immer jenen Momenten, in denen sich das Lebensgefühl der Menschen ausdrückt, und jenen Stimmungen, in denen das Wesen der italienischen Landschaft sichtbar wird. Sein Hauptverbündeter war dabei das Licht.

Ausstellungsdauer: 25.3. – 14.6.2015,

Öffnungszeiten: Mi 10–18 h, Do 10–21 h, Fr – So 10–18 h

In Zusammenarbeit mit der Kunst- und Kulturstiftung Opelvillen Rüsselsheim. Weitere Informationen unter www.opelvillen.de IIC/Köln  

 

 

 

 

 

Faires Miteinander und ein gutes Zusammenspiel – Integrationsinitiative des deutschen Fußballs

 

Die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Staatsministerin Aydan Özoguz, stellt heute gemeinsam mit dem Präsidenten des Deutschen Fußball-Bundes, Wolfgang Niersbach, und dem Präsidenten des Ligaverbandes, Dr. Reinhard Rauball, die Integrationsinitiative des deutschen Fußballs vor.

 

Staatsministerin Özoguz: „Gerade der Fußball hat die Kraft, Menschen unterschiedlicher Herkunft zusammenzubringen und den gesellschaftlichen Zusammenhalt zu stärken. Unser Land ist vielfältig, jetzt müssen wir noch zu einem neuen deutschen Wir zusammenwachsen. Ich freue mich, dass sich auch

der deutsche Fußball so sehr einsetzt für ein faires Miteinander. Sehr gerne übernehme ich deshalb die Schirmherrschaft für die Integrationsinitiative des deutschen Fußballs.“

Im Rahmen der Integrationsinitiative wird an diesem Wochenende ein kompletter Spieltag unter das Zeichen der Integration gestellt. Bei allen Spielen der Bundesliga, der 2. Bundesliga und der 3. Liga sowie der Frauen-Bundesliga werden Aktionen durchgeführt. Hauptspielort ist Hannover, wo Staatsministerin Özoguz am 21.03.2015 gemeinsam mit Liga-Präsident Rauball das Spiel von Hannover 96 gegen Borussia Dortmund besuchen wird.

Am Integrationsspieltag startet auch die Kampagne „Mach einen Strich durch Vorurteile“ mit TV-Spots, Plakaten und einer Website (Strich-durch-Vorurteile.de). Auch zwei Projekte zur Flüchtlingsunterstützung im Fußball sind Teil der Initiative. Das Gesamtbudget der beiden Projekte liegt bei rund 1,2 Mio. € für zwei Jahre.Bei dem Projekt „Willkommen im Fußball“ der Deutschen Kinder- und Jugendstiftung werden bundesweit Fußball- und Bildungsangebote für junge Flüchtlinge bis 27 Jahren unterstützt und begleitet. Das Projekt wird von der Integrationsbeauftragten und der Bundesliga-Stiftung gemeinsam gefördert. Pib 18

 

 

 

 

Pompejifestival Saison 2015 - Musik zwischen antiken Ruinen

 

Nach dem Erfolg vom letzten Jahr startet die Opernsaison 2015  unter der künstlerischen Leitung von  Alberto Veronesi (Musik) und Carla Fracci (Ballett)  mit Aufführungen von „Die letzten Tage von Pompeji“ am  27., 28. und  29. Mai.

Zum zweiten Mal findet das Opernfestival im außergewöhnlichen Rahmen des antiken Theaters von Pompeji statt, wo das Publikum Musik und Ballett unter freiem Himmel in einer archäologischen Ausgrabungsstätte erleben kann.

„Die letzten Tage von Pompeji“, das große Werk von Giovanni Pacini , das im Jahr 1825 zum ersten Mal das Thema Pompeji ins Zentrum der musikalischen Welt rückte, wird am 27., 28. und 28. Mai aufgeführt, in einer Inszenierung des Teatro Bellini aus Catania in Zusammenarbeit mit dem Festival della Valle d'Itria.

Die Oper hat dem Komponisten Glück gebracht: nicht zuletzt wegen des großen Erfolges wurde er Intendant des Teatro San Carlo in Neapel.

Am 4. August beginnt dann das eigentliche Festival in den antiken Ruinen mit einer wichtigen Neuheit  des Sommers: für anderthalb Monate wird jeden Abend um 21.00 Uhr eine Oper oder ein Ballett aufgeführt. Vier großartige Opern der drei berühmtesten Komponisten Italiens: „Tosca“, „La Traviata“, „Nabucco“ und „Der Barbier von Sevilla“.

„Tosca“, das Melodram in drei Akten von Giacomo Puccini  nach dem Libretto von  Giuseppe Giacosa und Luigi Illica, wird am 4.,9.,16., 23. und 30. August sowie am  6.,13. und  17. September aufgeführt,  dirigiert von Maestro Alberto Veronesi mit einer Inszenierung von Maurizio Scaparro.

“La Traviata”, eine Oper in drei Akten von Giuseppe Verdi nach dem Libretto von  Francesco Maria Piave,  kommt am 5.,8.,12.,15.,19.,22., 26. und  29. August sowie am  2.,5.,9.,12.,16. und 19. September zur Aufführung. Eine Inszenierung von Henning Brockhaus, dirigiert von Francesco Ledda.

“Nabucco“, ein Drama in vier Akten von Giuseppe Verdi nach dem Libretto von  Temistocle Solera, gibt es am 6.,13., 20. und 27. August sowie am 3.,10.,15.  und  20. September zu sehen.

Protagonist der Inszenierung von Carlo Antonio De Lucia ist wieder Alberto Veronesi.

“Der Barbier von Sevilla”, eine Oper in zwei Akten von Gioachino Rossini nach dem Libretto von Cesare Sterbini, wird am 10., 17., 24. und  31. August  sowie am 7. und 18. September aufgeführt. Protagonist ist Maestro Luca Testa unter der Regie von Enrico Stinchelli.

Es sind Gastauftritte berühmter Künstler wie Roberto Alagna, Ramon Vargas, Daniel Oren, Ludmilla Monastirska, Oksana Dika und He Hui geplant.

Eine weitere Neuheit der Saison ist die Gründung neuer Jugendorchester und Jugendchöre (die Ausschreibung wird auf der Website www.pompeifestival.com veröffentlicht). Mit dieser Initiative soll ein Zeichen gegen die prekäre Arbeitslage der jungen Generation gesetzt werden.

Die Ballett-Saison ist eine Hommage an Carla Fracci. Bei den Choreografien handelt es sich um historische Interpretationen der berühmten Primaballerina, die von  Tänzerinnen des Teatro dell'Opera von Rom aufgeführt werden.

Die Aufführungen zu der Musik von  "Carmen" und "Carmen Suite" finden ab dem 7. August statt  und wechseln sich dann mit dem Ballett “Giselle-Carla Fracci Abend”  und “Schwanensee” bis zum 14. September ab.

Die Eintrittskarten ab € 22,00 sind online erhältlich unter www.ticketone.it oder telefonisch unter +39/ 02/8909.6651. Weitere Informationen und Angebote für Gruppen  können unter  info@pompeifestival.com angefragt werden.

Nach vorheriger Reservierung können ab 20.00 Uhr die Ausgrabungen der Via Marina und der Via dell'Abbondanza besichtigt werden.

www.pompeifestival.com  

 

 

 

Mit ITKAM und Alitalia nach Mailand zur EXPO 2015

 

Die Italienische Handelskammer für Deutschland e.V. (ITKAM), die den steten Ausbau der bilateralen Wirtschaftsbeziehungen zwischen Deutschland und Italien unterstützt, ist autorisierter Ticket-Subseller der Weltausstellung Expo 2015, die vom 1. Mai bis 31. Oktober 2015 in Mailand stattfinden wird.

 

Mit einem einfachen Klick auf den Expo-Banner der ITKAM-Website www.itkam.org können Sie Ihr online-Ticket in deutscher Sprache bestellen. Dank der Zusammenarbeit mit Alitalia können Sie parallel dazu Ihr Flugticket buchen.

 

Wenn Sie noch vor Eröffnung der Expo 2015 Ihr Ticket bestellen, können Sie zudem sparen, denn für alle Tickets, die bis zum 30. April gekauft werden,  gewährt Expo 2015 eine Preisvergünstigung, auch wenn Sie noch nicht Ihr definitives Besuchsdatum festlegen wollen – profitieren auch Sie davon! Vorteil des sog. Open Date Ticket: Sie legen nicht heute Ihr Besuchsdatum fest, sondern kaufen Ihr vergünstigtes Expo-Ticket bis zum 30. April und definieren Ihr konkretes Besuchdatum zu einem späteren Zeitpunkt.

 

Im Mittelpunkt der Expo 2015 mit dem Motto „Ernährung der Welt, Energie fürs Leben“ steht das Thema Nahrungsmittel und Ernährung. Die Gäste in Mailand werden über die Ernährung in unserer globalisierten Welt, Maßnahmen zur Bekämpfung des Hungers in der Welt, die Versorgung mit Trinkwasser sowie Qualität und Sicherheit der Nahrungsmittel diskutieren.

 

Und hier noch ein paart Zahlen zur Expo2015: 1,1 Millionen m2 Ausstellungsfläche, 145 beteiligte Länder, 3 internationale Organisationen, 20 Millionen Besucher erwartet, davon ca. 2 Millionen aus Deutschland. dip