WEBGIORNALE  16-22    marzo  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Un premio della Chiesa tedesca per contrastare l‘odio per gli stranieri e il razzismo  1

2.       L’Ue va in Africa per frenare i migranti 1

3.       Elezioni Comites: 18 marzo ultimo giorno utile per iscriversi nell’elenco degli elettori 1

4.       Deputati Pd Estero: “Ancora una volta invitiamo i cittadini all’estero ad iscriversi negli elenchi consolari per votare”  2

5.       Eurobarometro. Il 51% italiani non si sente cittadino dell'UE  2

6.       Rapporto “minor”. I nuovi arrive in Germania. Che lavoro fanno se non conoscono la lingua?  2

7.       Intervista a Ignazio, controllore per le Ferrovie dello Stato tedesco a Colonia  3

8.       Il ministro Orlando a Francoforte spiega la riforma civile agli imprenditori tedeschi 4

9.       Elezioni Comites. Le Acli Baviera invitano ad iscriversi e a votare  4

10.   Chiuso il Consolato, a Norimberga resta solo il Comites, che invita al voto  4

11.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  4

12.   Elezioni Comites ad Hannover. Linee programmatiche della lista civica “Ortica“  5

13.   Serie di incontri per intensificare i rapporti tra la Baviera e la Sicilia  6

14.   Tenuto a Colonia lo  “International Dental Show – IDS” a Colonia (10-14 marzo) 6

15.   Tecnologie digitali: con l’Ice alla Cebit di Hannover (16-20 marzo 2015) 6

16.   Düsseldorf. Partecipazione italiana alla PROWEIN (15-17 marzo 2015) 6

17.   All’IIC di Colonia: Stefano d'Arrigo ed il suo Horcynus Orca  7

18.   A Francoforte ‘La tigre e la neve’  (2005), un film di Roberto Benigni 7

19.   Progetto per permettere ad alcuni giovani bergamaschi di vivere un’esperienza di formazione e lavoro in Germania  7

20.   Berlino. La storia della permanenza sovietica in Germania dell’Est 7

21.   La minaccia di Kammenos alla Germania: "Se Ue ci abbandona, vi sommergeremo di migranti mescolati a jihadisti"  8

22.   Di Battista (M5S) contro la Germania: «Schiavi del marco, nord Ue nazista»  8

23.   Utile record per Volkswagen che taglia i costi riducendo i modelli. Premio da 5mila euro per i dipendenti 8

24.   La sentenza: «I bandi per le supplenze a scuola vanno aperti anche agli stranieri»  9

25.   Emigrazione sanitaria in Europa  9

26.   I limiti del negoziato con Putin. Europa-Russia, la Merkel traccia il solco  9

27.   Flotta Ue nel Canale di Sicilia. Isis e profughi spaventano  10

28.   UNHCR presenta proposte per l'azione europea nel Mediterraneo  10

29.   Guerra al Califfato. Paura dei foreign fighters, ma non troppa  11

30.   Europa 2020: verso la revisione a metà percorso  12

31.   Grecia, Europa e noi. Ma serve ancora votare?  12

32.   L’economia  12

33.   Nel Pd e nella Lega è il giorno delle spaccature  13

34.   Riforme, via libera della Camera. Renzi: "Paese più semplice e più giusto"  13

35.   Il presidente delle Acli Bottalico e il voto sulle riforme costituzionali 13

36.   Vivere da noi 13

37.   Caso Ruby, la Cassazione assolve Berlusconi. Il leader di FI: "Archiviata triste pagina". 14

38.   Maie: follia Comites, registro elettori ai candidati?  14

39.   Elazioni Comites. Parte la campagna elettorale. Sciogliere in fretta la riserva sull’uso degli elenchi degli elettori 14

40.   Riformare la scuola per educare i giovani 15

41.   La ripresa?  15

42.   Sull’esenzione Imu per la casa posseduta in Italia dai pensionati italiani residenti all’estero: dovrebbe bastare l’età  15

43.   Casa rifugio fuori dal mondo  16

44.   Progetto Rinnovacomites: otto liste d’Europa presentano agli elettori un programma comune  16

45.   Tosi: «Mi candido da uomo libero»  16

46.   L’utopia dei diritti umani 17

47.   Consegnato al presidente Sergio Mattarella il “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo”  17

48.   Gioco d’azzardo. Garavini (Pd): "Con questo governo si è aperta nuova era"  17

49.   Cittadinanza italiana: dal 18 maggio richieste on line  17

50.   Nuove regole nell’UE. Pagamenti con carte di credito, più trasparenza e minori costi 17

51.   Problemi sugli uomini 18

52.   Elezioni RSU 2015: Confsal Unsa Esteri primo sindacato alla Farnesina  18

53.   Al via “VIVIT - Vivi Italiano”, il portale per vivere e diffondere la lingua italiana nel mondo  18

54.   Sicilia Mondo – L’8 marzo a Catania. L’UCSI sul tema: “Comunicare la donna”. 18

55.   Mancano le alternative  19

56.   Voluntary disclosure, ecco le regole per il rientro dei capitali 19

57.   La partita della sinistra Pd contro Renzi 19

58.   “Election day” il 31 maggio  19

59.   La fedeltà che vince sui rapporti elastici 20

60.   Il 29 marzo si inaugura a Bettola il Monumento all’Emigrante Piacentino  20

61.   La SAIG e la Città di Carouge rendono omaggio all’emigrazione italiana  20

62.   Una ricerca della “Bellunesi nel Mondo” e del MiM Belluno. “AAA  Cercasi lettere dell’emigrazione legate al cibo”  21

 

 

1.       Flüchtlinge: Frontex warnt vor Einschleusung von IS-Kämpfern  21

2.       Bades Meinung. Zehn Thesen zum ‘Großen Palaver’ über Willkommenstechnik  21

3.       Die digitale Revolution und die Zukunft des Krieges  21

4.       Ansprüche gewachsen. Einwanderer müssen immer mehr leisten  22

5.       Echte Energiewende ist nur mit Erneuerbaren Energien möglich  23

6.       Flüchtlinge. De Maizière will Aufnahmezentren in Nordafrika  23

7.       Debatte um die Europäische Armee: Pragmatismus statt Zukunftsvisionen  23

8.       Das Denken der Anderen  24

9.       Verhasster Gast: Die "Troika" verhandelt wieder mit Athen  24

10.   Schäuble nimmt Reparationsforderungen aus Athen gelassen  25

11.   Verteidigung europäisch gestalten: Bundestagsabgeordnete fordern Verteidigungsausschuss für EU-Parlament 25

12.   Brain Circulation statt Braindrain. Auswanderung aus Deutschland oft auf Zeit 25

13.   Bundesverfassungsgericht. Pauschales Kopftuchverbot für Lehrerinnen verstößt gegen Religionsfreiheit 26

14.   Aus Einwanderern stolze Bürger machen  26

15.   Kippa-Warnung. Größte Gefahr für Juden geht von Nazis aus, nicht von Muslimen  27

16.   Internationales Ranking bescheinigt deutschen Hochschulen einen exzellenten Ruf 27

17.   Bildung und Sprache sind der Schlüssel zur gesellschaftlichen Teilhabe  27

18.   Schwerpunkt. Fremdenfeindlichkeit und Antisemitismus auf der Leipziger Buchmesse  28

19.   Frankfurt. Immigrationsbuchmesse 20. bis 22. März 2015  28

20.   In Grippezeiten natürlich vorbeugen  28

21.   Köln: Spiritualität und Tourismus  28

22.   IIC-Köln: Konzert 29

23.   Köln: Dr. Moshe Kahn präsentiert das Werk von Stefano d'Arrigo  29

24.   In Frankfurt ein Film von Benigni 29

 

 

 

Un premio della Chiesa tedesca per contrastare l‘odio per gli stranieri e il razzismo

 

Chi istiga contro profughi, stranieri, migranti e persone di altro colore della pelle ha la Chiesa contro sé

 

I vescovi tedeschi, riuniti nella loro conferenza di primavera ad Hildesheim, hanno discusso nuovamente a proposito del sostegno a profughi, e ciò in relazione al loro numero, che rimane costantemente alto.

Il presidente della Commissione “Chiesa del mondo” della Conferenza episcopale tedesca, arcivescovo dr. Ludwig Schick (Bamberga), ha tenuto una conferenza stampa a Hildesheim a proposito del contributo della Chiesa in Germania sull’aiuto internazionale per i profughi del Medio Oriente. Egli rimarca particolarmente l’esodo dei cristiani da questa regione, che deve essere urgentemente fermato. “La sparizione della ricca cultura cristiana dell’Oriente sarebbe una perdita irreparabile non soltanto per la cristianità mondiale, bensì anche per la maggioranza della popolazione musulmana”. Devono essere create le condizioni che permettono alle persone di professare in patria la loro fede, nella pace, libertà e rispetto reciproco.

Il vescovo Norbert Trolle (Hildesheim), presidente della Commissione migrazioni della Conferenza episcopale tedesca, in relazione agli ultimi tragici incidenti delle imbarcazioni al largo della costa libica, rinnova la richiesta che il salvataggio di emergenza in mare sia ancora il punto centrale delle operazioni coordinate dall’Unione europea nel Mediterraneo. Riferendosi ad una serie di avvenimenti degli ultimi anni, egli sottolinea che il razzismo, manifesto o nascosto, sarebbe diffuso anche oggi in Germania, nonostante una comune e gioiosa apertura dei molti per l’accoglimento di migranti. “Come cristiani siamo chiamati a dare qui un segnale chiaro: Chi istiga contro profughi, stranieri, migranti e persone di altro colore della pelle ha la Chiesa contro sé”.

La Conferenza episcopale tedesca presenta quindi per la prima volta quest’anno il “Premio cattolico per contrastare l’odio per gli stranieri e il razzismo”. Con il premio viene onorato l’impegno dei cattolici che, attraverso la loro fede, prendono posizione contro il disprezzo per le persone e per una rispettosa vita in comune di esseri umani di origini diverse. Il premio dovrebbe poi essere l’occasione per incoraggiare iniziative simili. Esso sarà assegnato dietro proposta di una giuria situata presso la Conferenza episcopale tedesca e sarà dotato di 10.000 euro, divisi tra uno, due o tre premiati. Il vescovo Trelle, come presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale tedesca, ha assunto la presidenza della giuria. “Io mi rallegro del fatto che potremo convincere altre persone di alto profilo ad agire con noi nella valutazione dei progetti presentati per contrastare l’odio per gli stranieri e il razzismo”. Proposte e concorrenti possono essere presentati da ora nella Segreteria della Conferenza episcopale tedesca. La consegna del premio è prevista per il 16 novembre 2015 chiesa Maria Regina Martyrium a Berlino.

Il vescovo dr. Heiner Koch (Dresda- Meißen), membro della Commissione migrazioni, in una conferenza stampa, ha preso quindi posizione su migrazioni ed integrazione. “Noi dobbiamo prendere atto che alla politica –e anche alla Chiesa- non sempre riesce di comunicare come necessarie, giuste e fondamentali, decisioni che vengono prese in favore di queste persone. Chiesa e Stato devono prendere seriamente il problema. Per la Chiesa è chiaro che la preoccupazione per i deboli, per gli stranieri e per i profughi appartiene al nocciolo dell’insegnamento cristiano. Cristo stesso ha servito la Chiesa: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno soltanto dei miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me” Mt. 25, 40.

Nell’assemblea plenaria di primavera, anche il vescovo Trelle ha preso posizione sul tema “Il diritto di asilo nella Chiesa” ed ha sottolineato: “Non si tratta di una grazia, si tratta piuttosto di trovare, secondo il diritto e le leggi, una procedura risolutiva con le autorità. Il fatto che questo riesca nella grande maggioranza dei casi, è un bene per la pace sociale e per il diritto, così come indicato nella nostra Costituzione: “Proteggere la dignità degli esseri umani”.

 

Ritornando al Premio cattolico per contrastare l’odio per gli stranieri e il razzismo. I candidati e le proposte dovrebbero contenere una breve descrizione scritta del progetto (ca. 2 pagine DIN A5) e dell’impegno personale dei candidati. A ciò possono essere allegate anche pubblicazioni scritte o elettroniche. Termine di spedizione è il 30 aprile 2015. Candidature e proposte sono da inviare al Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz, Bereich Weltkirche und Migration, Kaiserstraße 161, 53113 Bonn.

 

Sono nella giuria: Vescovo Norbert Trelle, presidente, Vescovo di Hildesheim, sostituto presidente della Deutschen Bischofskonferenz e presidente della Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz; Gabriele Erpenbeck

Presidente de Ökumenischen Vorbereitungsausschusses zur Interkulturellen Woche; Prälat Dr. Peter Neher, Presidente del Deutschen Caritasverband

Dr. Heribert Prantl, Membro della direzione del Süddeutschen Zeitung;

Ingrid Sehrbrock, 1987–2013 sostituto presidente federale del CDA (Christlich-Demokratische Arbeitnehmerschaft), 1999–2013 Membro del Geschäftsführenden Bundesvorstandes des Deutschen Gewerkschaftsbundes; Dr. h.c. Wolfgang Thierse, Presidente della Repubblica federale, membro de Deutschen Bundestages 1990-2013 ; Josef Philipp Winkler, Membro de Deutschen Bundestages 2002-2013, portavoce del „Politische und ethische Grundfragen“ im Zentralkomitee der deutschen Katholiken. Per altre informazioni www.dbk.de/katholischer-preis-gegen-fremdenfeindlichkeit-und-rassismus/home. (DbK)

 

 

 

 

L’Ue va in Africa per frenare i migranti

 

Saranno create “agenzie” nei Paesi di origine. E l’Onu chiede: li accolga il Nord Europa – di MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES  - Lungo la via della Seta che arriva da terre lontane in Europa attraverso la Turchia, poi ancora sulle piste dell’Africa orientale e occidentale. La Commissione Ue vuole fermare i flussi migratori laddove cominciano e si svolgono, sui percorsi battuti dai trafficanti di vite che trasportano disperati verso il continente della Speranza. 

 

È la «dimensione esterna» della politica comune per le migrazioni, da esercitarsi costruendo «competenze locali» che gestiscano i flussi, combattano le gang, aiutino chi è in difficoltà. Ci vorrebbero anzitutto «progetti pilota» per consentire ai partner d’oltremare di attrezzare agenzie sul territorio e far da filtro. Tentando così di risolvere il dramma prima che questo si tuffi del Mediterraneo. 

 

Il senso di urgenza è diffuso, le cifre sono allarmanti. La Libia è una porta aperta e sulle spiagge nordafricane si stanno concentrando sino a un milione di persone pronte a mollare gli ormeggi verso l’Italia, a ogni costo. La Commissione Ue ha promesso per maggio la sua Agenda per l’immigrazione, contenitore di soluzioni «concrete» per rendere più efficace l’asilo, gestir meglio l’immigrazione legale, combattere quella irregolare, rinvigorire la protezione delle frontiere esterne. È un passo che però potrebbe rivelarsi inutile se non si intervenisse alla radice, là dove l’esodo si esplicita. «Dobbiamo trovare vie per migliorare la nostra azione nei Paesi partner», è il messaggio. 

 

Bruxelles accelera  

A Bruxelles non si vuole perdere tempo. Per iniziativa del capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini, lunedì il Consiglio Esteri discuterà per la prima volta il volano esterno del dossier immigrazione. In vista del dibattito, Lady Pesc e il commissario agli Affari interni, Dimitris Avramopoulos, hanno scritto ai ministri invitandoli a ragionare su «una forte azione politica e una risposta operativa». Possibilmente rapida e solidale. 

 

La cooperazione con i Paesi di origine e transito è il primo punto da mettere a fuoco. La lettera vista da «La Stampa» suggerisce di «definire progetti pilota» lungo le vie delle migrazioni, spingendo i Paesi interessati a dotarsi di adeguate strutture per investigare i casi e perseguire i trafficanti. In parallelo, si auspica la creazione di «un sistema di scambio di informazioni sulle migrazioni legali». Bisogna lavorare insieme, dialogare, capirsi. Attrezzare mezzi di intervento e di caccia ai criminali, punire i malfattori, sostenere chi rimane «spiaggiato». Studiare «piani di rientro», approfondire il «resettlement», cioè il trasferimento di rifugiati da un Paese all’altro.  

 

Il nodo dei fondi  

Dei fondi si occupa il secondo punto della missiva. Qui l’idea centrale è valutare come gli strumenti finanziari esistenti - come i programmi di sviluppo regionale - possano essere orientati per arrestare i clandestini e il traffico di umani. In cooperazione con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, «inizialmente ci si potrebbe focalizzare su Tunisia, Libano, Giordania e Turchia, Paesi che hanno compiuto rilevanti sforzi di accoglienza e assistenza». L’obiettivo è stringere sul coordinamento. Proprio l’Unhcr, secondo l’inglese «Guardian», ha scritto a Mogherini e Avramopoulos di avere «un piano pilota» per trasferire migliaia di profughi siriani dal sud al Nord dell’Europa. In particolare, dall’Italia al resto dell’Ue. Non facile. 

 

L’ipotesi conduce all’ultimo tassello, «la riflessione su come gli strumenti di azione esterna esistenti possano essere usati per tutelare la gestione dell’immigrazione legale». Checché ne dicano Salvini & Co, la domanda di braccia in Europa di qui a metà secolo è ritenuto generalmente importante e necessaria. «Ragioniamo su una partnership della mobilità», suggeriscono i due commissari, sulla formazione pensata insieme con i Paesi della diaspora. Nulla deve rimanere intentato, è il senso. Nel breve Frontex e Triton cercheranno di contenere le perdite (umane), ma Bruxelles avverte che serve di più. E al più presto, se possibile. LS 13

 

 

 

 

 

Elezioni Comites: 18 marzo ultimo giorno utile per iscriversi nell’elenco degli elettori

 

Solo ai connazionali che si iscriveranno nell’elenco sarà inviato il plico elettorale per poter votare

 

ROMA - Manca due giorni al 18 marzo, ultimo giorno utile per iscriversi nell’elenco degli elettori e partecipare alle elezioni dei Comites.

Tutti i connazionali maggiorenni, iscritti nell’anagrafe consolare e residenti da almeno sei mesi nella circoscrizione consolare, potranno partecipare alle elezioni se invieranno la domanda di iscrizione all’elenco degli elettori entro il 18 marzo.

Sui siti ufficiali dei Consolati sono pubblicati sia i moduli per fare domanda di iscrizione, che le istruzioni su come compilarli e inviarli in tempo utile, sempre allegando copia non autenticata del documento di identità del richiedente, comprensiva della firma del titolare.

Solo ai connazionali che si iscriveranno presso i Consolati invieranno il plico elettorale.

I Comites sono organi elettivi che rappresentano le esigenze dei cittadini italiani residenti all'estero nei rapporti con gli Uffici consolari, con i quali collaborano per individuare le necessità di natura sociale, culturale e civile della collettività italiana.

Essi, in collaborazione, oltre che con le Autorità consolari, anche con le Regioni e le autonomie locali nonché con Enti e Associazioni operanti nella circoscrizione consolare, promuovono, nell'interesse della collettività italiana residente nella circoscrizione, tutte quelle iniziative ritenute opportune in materia di vita sociale e culturale, assistenza sociale e scolastica, formazione professionale, settore ricreativo e tempo libero.

Previa intesa con le Autorità consolari, possono rappresentare le istanze della collettività italiana residente nella circoscrizione alle Autorità e alle Istituzioni locali.

Sono composti da 12 membri, per le collettività fino a 100.000 cittadini italiani residenti nella circoscrizione, o da 18 membri, per le collettività composte da più di 100.000 cittadini italiani residenti. I membri dei Comites restano in carica cinque anni e non percepiscono remunerazione per la loro attività.

E’ importante quindi la partecipazione attiva degli italiani residenti all’estero affinché queste elezioni abbiamo il successo sperato per il bene di tutta la comunità italiana. (mp/de.it.press))

 

 

 

 

Deputati Pd Estero: “Ancora una volta invitiamo i cittadini all’estero ad iscriversi negli elenchi consolari per votare”

 

ROMA – “Ancora una volta e con immutata convinzione invitiamo i cittadini all’estero ad iscriversi” negli elenchi consolari per poter votare alle elezioni dei Comites . E’ l’appello ai connazionali dei deputati Pd della circoscrizione Estero Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca e Fabio  Porta (anche presidente alla Camera del Comitato permanente Italiani nel mondo e promozione del Sistema Paese).

I deputati ricordano che “tra una settimana scade il termine per l’iscrizione degli elettori iscritti all’AIRE negli elenchi consolari che saranno alla base delle elezioni di rinnovo dei Comites . Solo chi avrà inviato entro il 18 marzo al Consolato di riferimento la sua domanda di iscrizione negli elenchi degli elettori, riceverà a casa il plico contenente la scheda che gli consentirà di votare per corrispondenza. I moduli della domanda si possono facilmente scaricare dai siti di tutti i Consolati.”.

La nota dei deputati Pd della circoscrizione Estero prosegue:  “Il blocco del rinnovo dei Comites per oltre cinque anni ha deluso molti e la mancanza di ricambio ha soffocato preziose energie; allo stesso tempo, le restrizioni dovute alla crisi e l’appannamento che in questi anni di pesanti difficoltà si è avuto dell’immagine dell’Italia non sono stati certo per gli italiani all’estero un corroborante per la partecipazione alla vita civile e democratica italiana. Si tratta, tuttavia, di pause e difficoltà che si possono curare in un solo modo: con l’esercizio della democrazia e con la ripresa di un confronto ampio e partecipato che possa fare affiorare le energie migliori delle nostre comunità.

I Comites, infatti, sono l’espressione più concreta di quello spirito di volontariato e di generosa partecipazione che hanno consentito di dare un volto democratico alle nostre comunità e di far riconoscere diritti politici e civili che esistevano solo sulla carta senza avere nessuna concreta traduzione nella realtà.

Questo è accaduto anche per il fatto che i Comites, e prima ancora gli altri organismi di rappresentanza di base, si sono fatti sentire facendo avvertire il peso del loro radicamento nel mondo associativo, della loro capacità di stimolo nei confronti delle autorità diplomatiche e consolari, della loro volontà di controllo degli interventi pubblici che hanno ricadute locali, della loro disponibilità al dialogo con le Regioni e gli enti locali, della loro ricerca di confronto costruttivo con le autorità locali dei diversi Paesi di insediamento.

Oggi questi compiti di accoglienza, sostegno e informazione si rendono ancora più necessari per la ripresa dell’emigrazione degli italiani, che non è fatta solo di protagonisti delle “nuove mobilità” ma anche di lavoratori e famiglie comuni. I nuovi Comites, inoltre, potranno diventare interlocutori attivi e diretti delle politiche di internazionalizzazione, come è detto in importanti documenti parlamentari che hanno tenuto finalmente conto delle nostre insistenti sollecitazioni.

Non si dimentichi, poi, che da un serio rinnovamento di questi organismi dipenderà a breve il rinnovamento e il rilancio di un’altra istanza non meno importante, quella del Consiglio generale degli italiani all’estero, che è stato e resto un organo di rappresentanza generale delle nostre comunità nel mondo.

Una dignitosa partecipazione alle elezioni di rinnovo dei Comites servirà anche ad allontanare le ombre che persistono in alcune zone della politica italiana sulla rappresentanza degli italiani all’estero, nonostante che questo governo abbia detto parole chiare sulla sopravvivenza della circoscrizione Estero. Essa, anzi, servirà a dare slancio e consistenza alla stessa riforma delle nostre rappresentanze, che dovrà essere avviata, come da tempo chiediamo, appena concluso il percorso delle riforme costituzionali.

Chi non l’abbia già fatto, dunque, trovi la volontà e il tempo di iscriversi e di contribuire a compiere un atto di democrazia doveroso e utile per gli italiani all’estero e per lo stesso Paese, che potrà continuare a contare sulla rete più estesa ed efficace di riferimenti che ha nel mondo globalizzato”, concludono Farina, Fedi, Garavini, La Marca e Porta. (Inform 12)

 

 

 

 

Eurobarometro. Il 51% italiani non si sente cittadino dell'UE

 

Presso la Rappresentanza in Italia della Commissione europea (via IV Novembre 149, a Roma) è stato presentato il Rapporto Eurobarometro sull’Italia. Il sondaggio effettuato dall’8 al 17 novembre è stato condotto contemporaneamente nei 28 paesi mebri dell’Unione Europea più i sei paesi candidati: la Turchia, la Repubblica di Macedonia, l’Islanda, il Montenegro, la Serbia e l’Albania. 

Il rapporto nazionale elaborato sulla base dei sondaggi condotti dall'Eurobarometro standard 82, riporta le opinioni del campione italiano sulle priorità politiche della Commissione europea guidata da Jean-Claude Juncker, (occupazione, crescita e investimenti, mercato unico digitale, unione dell’energia e del clima, mercato interno, unione economica e monetaria, accordo di libero scambio UE-USA - TTIP, giustizia e diritti fondamentali, migrazione, l’UE a livello mondiale, cambiamento democratico) che sono state raccolte in quattro filoni principali: economia e lavoro, dimensione esterna dell’UE, democrazia, fiducia e comprensione delle istituzioni europee. 

Inanzitutto dal sondaggio emerge che gli italiani (41%) sono più pessimisti degli europei (28%); questo dato fa riflettere se si aggiunge che il 51% afferma di non sentirsi neppure cittadini dell'UE e il 67% dice di non conoscere i suoi diritti di cittadino europeo. Percentuali spesso determinate dalla scarsa informazione sui temi europei: il 68% degli italiani vorrebbero saperne di più. Sostanzialmente gli italiani vogliono conoscere il funzionamento dellUE e riconoscono i valori importanti quali pace, democrazia e diritti umani ma in realtà non sanno bene dove e come cercare le informazioni. E' sempre la televisione, in ogni caso, il principale mezzo di informazione in Italia: secondo il 54% degli intervistati, il 'piccolo schermo' copre sufficientemente le questioni dell'UE.

Disoccupazione e situazione economica restano le questioni che destano maggiore preoccupazione per gli italiani (60% e 37%) ma perdono intensità rispetto al sondaggio di giugno 2014. Un dato scontato considerata la crisi nazionale che porta gli italiani a sentirsi oltre che euroscettici anche pessimisti.

Per quanto riguarda l'economia, una maggioranza compatta, l'88%, approva le riforme per modernizzare il mercato del lavoro e per rilanciare l'economia. Gli italiani sono favorevoli ai piani della Commissione europea per promuovere gli investimenti privati attraverso fondi pubblici. In più, appoggiano le sfide europee in materia di energia, industria e economia digitale. 

Ma il 63% del campione crede che l'UE sia responsabile delle politiche di austerity in Europa sebbene la maggior parte degli intervistati italiani mostri un certo sostegno per le misure con cui l'UE esercita la politica economica. C'è chi è favorevole al controllo preventivo dei bilanci nazionali da parte di Bruxelles (56%) e chi pensa che la riduzione del debito pubblico e del deficit siano priorità che non possono essere rimandate (81%). Pe/de.it.press 13

 

 

Rapporto “minor”. I nuovi arrive in Germania. Che lavoro fanno se non conoscono la lingua?

 

Il rapporto “minor” sulla nuova immigrazione italiana in Germania (dal 2008 ad oggi) ci fornisce i dati per tentare di rispondere

Tra i dati più interessanti che fornisce il rapporto „.minor“ sulla presenza della nuova immigrazione italiana e spagnola in Germania, c‘è quello sul rapporto tra la conoscenza della lingua e l’occupazione. La conoscenza della lingua, infatti, è tanto importante quanto lo è la qualificazione. In alcuni settori, come quello informatico, il tedesco può essere sostituito dall’inglese, e comunque la qualificazione è più importante della lingua. Ma, nella normalità, l’ignoranza della lingua spinge i giovani immigrati verso i settori meno remunerativi, come la gastronomia, che è il più frequente e nel quale trovano lavoro il 22,5% delle giovani italiane e quasi il 14% dei giovani italiani della nuova immigrazione. Avevamo citato nell’articolo precedente la testimonianza di Chiara (25 anni).

Dice Chiara: “ Le condizioni sono veramente pessime. Ti danno un contratto per un minijob (che prevede mediamente l’impiego per 10 ore alla settimana n.d.r.) ma si aspettano che lavori per 40 ore. La gastronomia è davvero il settore peggiore. Quando non si sa fare niente, si va lì. Nella gastronomia c’è veramente di tutto. C’è gente che si dimentica di pagarti. C’è gente che non ti paga e basta. Se lo possono permettere, di trattarti male, perché ce ne sono tanti che vogliono vivere qui e sono alla ricerca”. Per saperne di più abbiamo girato la domanda ad un noto gastronomo italiano di Monaco di Baviera, il quale si mostra piuttosto irritato e ci chiede di lasciarlo anonimo. “Ogni settore –ci dice- ha un suo proprio livello tariffario. Quello della gastronomia sta tra gli otto e i dieci euro all’ora. A parte questo, chi lavora nel settore ha la possibilità di ricevere mance, che in Germania sono la normalità e talvolta sono relativamente alte. Inoltre si può lavorare nella gastronomia anche con una bassa qualificazione”. Gli chiedo se egli ritiene quindi che i giovani intervistati mentano quando parlano –come Chiara- di uno sfruttamento del personale che arriva perfino alla truffa. “Non conosco queste persone” –risponde il gastronomo. “So però che il settore viene regolato per legge. A parte questo, ci sono le regole del mercato. Io posso immaginare che in Germania, quando a un lavoratore vengono offerte queste condizioni di lavoro, egli le possa semplicemente rifiutare e cercarsi quindi qualcosa d’altro. Se la situazione fosse come la descrivono questi ragazzi, noi vivremmo l’epoca d’oro della gastronomia. Invece molti ristoranti sono costretti a chiudere”.

Nonostante la veemente smentita del gastronomo, tuttavia, non facciamo fatica a credere che, nel settore, siano in molti ad approfittare della mancanza di orientamento dei nuovi arrivati. Naturalmente, rimane la questione della veridicità delle informazioni che questi ragazzi forniscono ai ricercatori del rapporto “.minor”. Quanto siano credibili affermazioni come quelle di Chiara, lo chiediamo ad uno dei ricercatori, Christian Pfeffer- Hoffman (gli altri sono per la cronaca Sophie Duschl e Marianne Kraußlach) che raggiungiamo telefonicamente a Berlino. “Noi non abbiamo ovviamente i mezzi per verificare ogni singola informazione” –ci dice piuttosto seccamente. “Tuttavia, quando diverse persone che non hanno contatti tra loro dicono cose simili, noi diamo per scontato che quella sia la situazione”.

Oltre alla gastronomia, altri sono i settori nei quali approdano i giovani e meno che arrivano senza conoscenza della lingua. È il caso di Giuseppe, napoletano, 42 anni, sposato e padre di una bambina di 12. In Italia sarebbe “operatore turistico” ma il diploma, conseguito a Napoli in una scuola privata, non viene riconosciuto in Germania. Lavora insegnando italiano e francese in una scuola di lingue a Francoforte. Lo incontriamo per caso sulla linea U5 della metropolitana francofortese mentre chiacchiera al telefono in italiano.

Giuseppe ci racconta la sua personale odissea. Arrivato in Germania senza sapere nulla né della lingua né della cultura, ha speso nei primi mesi i suoi risparmi, alloggiando in un carissimo appartamentino ammobiliato. Poi ha finalmente trovato quelle poche ore di lavoro come insegnante medrelingua. “Ma l’italiano non è ricercato abbastanza” –ci dice. “Poi c’è molta concorrenza. Per quello mi sono offerto anche come insegnante di francese ed ho ottenuto qualche ora in più”. Giuseppe guadagna 6,5 euro all’ora e, con quel salario, spera di fare venire in Germania, appena possibile, la moglie e la figlia. Insomma siamo tornati per certi versi all’emigrazione degli anni Sessanta. Gli spiego che da poco è operativa in Germania una legge che innalza il salario minimo a 8,5 euro. Risponde che non è per lui. Teme che lo mandino via. “È che non sono qualificato… non potrei neppure fare quel mestiere…” - dice.

Il rapporto “.minor” ci informa che lavorano nel settore “Soziales und Pädagogik” il 4,2 delle italiane nuove arrivate e il 2,4 dei nuovi arrivati, tra cui, appunto, Giuseppe. Se si va però un attimo “dentro” le cifre si scopre che la realtà non è quella che sembra. Giuseppe sostiene che i suoi colleghi che lavorano nel settore “Soziales und Pädagogik” lavorano tutti in quelle condizioni, guadagnando talvolta anche meno. “Sono settori –ci dice- dove sempre il nettò è uguale al lordo: cioè chi lavora deve pagarsi in proprio anche i contributi sociali e pensionistici (se lo può)”. Allora si potrebbe chiamare, quello, il settore del precariato senza ulteriori specificazioni. Oggi Giuseppe lavora nella scuola, domani lavorerà nella gastronomia, dopodomani chissà, ma, in ogni caso, sempre senza la speranza di un inserimento nella normale vita lavorativa. Insomma: cambia il settore, resta la precarietà.

“D’altra parte –come anche lo stesso Christian Pfeffer- Hoffman vuole precisarci al telefono non si tratta di una indagine sociologica della nuova immigrazione, bensì soltanto di una fotografia statistica”. Il che vuol dire che, chi volesse cercare nei numeri una quadro sociale più realistico, dovrebbe farlo in proprio. Tra l’altro, anche i campi di indagine sono relativamente limitati. Sarebbe stato interessante sapere, ad esempio, che rapporto hanno i nuovi migranti con la pratica religiosa. “La questione non era nel quadro delle indagini che ci sono state commissionate!”- precisa l’autore. Mauro Montanari, CdI febbraio

 

 

 

 

Intervista a Ignazio, controllore per le Ferrovie dello Stato tedesco a Colonia

 

In questa intervista con una giornalista del quotidiano di Bari, Ignazio Capaci, residente a Colonia, racconta la sua storia personale  di emigrato siciliano, che oggi lavora per le ferrovie tedesche

 

Sono passati ormai dieci anni da quando Ignazio, all’epoca ventenne, decise di dare una svolta alla sua vita. Da un’isola di inaudita bellezza, quale la Sicilia, si trasferì a Colonia, nella fredda Germania. Il primo periodo fu molto duro. Ignazio si ritrovò catapultato in una nuova realtà, senza la minima conoscenza della lingua e di come muoversi per la ricerca di un lavoro: “Non mi diedi per vinto e cominciai ad informarmi, attraverso internet e alcuni italiani presenti sul luogo, quali fossero gli ambiti lavorativi in cui si poteva cercare lavoro”. Inizialmente trovò lavoro in un ristorante come cameriere per poi passare da un lavoro all’altro nel settore gastronomico. Ma il desiderio di migliorarsi sempre più lo portarono ad investire tutto nello studio della lingua tedesca, così da poter aspirare a qualcosa di meglio. Oggi Ignazio lavora come “Accompagnatore di treno o Controllore“ per le ferrovie dello Stato Tedesco (Deutsche Bahn) sui treni-veloci a lunga percorrenza. Un lavoro che svolge con piacere e che gli offre la possibilità di viaggiare per tutta l’Europa.

 

“Tutto ebbe inizio nell’estate del 2005, quando decisi di trasferirmi in Germania per un motivo semplicissimo: la ricerca di una vita migliore. Ricordo ancora quella data perché segnò una svolta pazzesca nella mia vita. In Sicilia, purtroppo, dopo aver conseguito la maturità scientifica non riuscivo a vedere per me un futuro. Decisi di iscrivermi all’Università e optai per le facoltà umanistiche. Frequentai qualche semestre, precisamente fino a quando mi resi conto che anche in quell’ambito le possibilità lavorative erano veramente esigue. Mi resi conto che il periodo nella mia bella isola era finito e che avrei dovuto “muovere“ qualcosa per uscire dalla pace-assuefante della quotidianità del piccolo paese di provincia. Scegliere Colonia fu naturale, poiché in quella città ci ero nato e ci avevo passato alcuni anni della mia infanzia, infatti pur essendo cresciuto in Sicilia, avevo ancora un rapporto speciale con questa città”.

 

Così, a soli 20 anni sei partito. Indubbiamente sei stato molto coraggioso, ma quanto è stato difficile affrontare il trasferimento?

Sinceramente il trasferimento non è stato difficoltoso, anzi per certi versi si è rivelato un vero sollievo. Ero felice di trasferirmi in una nuova nazione e non vedevo l’ora di sapere cosa avrei trovato. Sapevo di andare incontro a delle difficoltà , ma ero consapevole che non potevo/volevo più vivere in Sicilia. Più difficoltoso è stato il distacco dalla mia quotidianità, dagli amici, dalla vita di paese, dalla famiglia e da tutte le mie abitudini, ma sapevo in cuor mio che dovevo cambiare vita. La Sicilia è un’isola di inaudita bellezza, ma può rovinarti l’esistenza e distruggere tutti i tuoi sogni. La cosa più brutta è che la maggior parte delle persone non si rende conto del tempo che passa e di quello che rischia di perdere. In un piccolo paese tutto sembra “fermo” e si arriva così a pensare che quella vita pacifica sia perfetta. Invece ti sta rovinando.

 

Quali sono stati gli ostacoli e le difficoltà che hai dovuto affrontare?

La difficoltà maggiore è stata la lingua, senza l’adeguata conoscenza è difficile comunicare, esprimersi, avere vita sociale. La seconda difficoltà, ma di eguale importanza, è l’accettazione. I tedeschi sono persone un po’ diffidenti e meno aperte rispetto a noi italiani del sud. Se non ti conoscono a fondo, inizialmente non ti considerano; successivamente si “aprono”, diventando persone gradevoli. Col tempo, appunto, sono riuscito ad apprezzarli e ad ammirarli. Un’altra cosa che temevo inizialmente era la burocrazia tedesca. Un timore che alla fine si è rivelato infondato, poiché sono riuscito ad ottenere la residenza, il certificato lavorativo e tutti gli altri documenti in brevissimo tempo. Una cosa che invece ancora non riesco a tollerare sono gli italiani in Germania: cioè le persone che, presentandosi come “connazionali”, cercano di darti una mano, ma alla fine tentano (nella maggior parte dei casi) di imbrogliarti. Alcuni italiani presenti sul posto, raccontano di cose meravigliose e di lavori strapagati, vantano conoscenze con Tizio e Caio, promettendo grandi aiuti; poi col tempo ti accorgi che forse erano solo baggianate e cominci a prendere le distanze dai tanti cialtroni del posto.

Una volta giunto a Colonia hai svolto diversi lavori saltuari, tra cui il cameriere. Poi qualcosa è cambiato, hai deciso di dedicarti con maggiore impegno all'apprendimento della lingua tedesca. Perché questa scelta?

Il primo periodo a Colonia, devo ammetterlo, fu molto duro. Mi ritrovai in una città da un milione di abitanti, senza conoscere la lingua e senza aver la minima idea di dove iniziare a cercare un lavoro. Non mi diedi per vinto e cominciai ad informarmi, attraverso internet e alcuni italiani presenti sul luogo, quali fossero gli ambiti lavorativi in cui si poteva cercare lavoro. All’inizio trovai lavoro come cameriere in un ristorante italiano. Non era il massimo, ma almeno mi permetteva di stare a contatto con il pubblico tedesco e mi offriva la possibilità di guadagnare qualcosa. Rimasi in quel ristorante per circa un anno e mezzo, dopodiché passai da un lavoro all’altro, sempre in ambito gastronomico. La paga era buona e le mance pure. Avevo cominciato ad apprezzare quel lavoro, ma desideravo migliorare per arrivare a lavorare negli Hotel di lusso. Per fare il salto di qualità, l’unica possibilità era quella di investire tutto nello studio della lingua tedesca, infatti il livello da me acquisito non era sufficiente tanto da poter aspirare ad altro. Cominciai quindi a frequentare i corsi di tedesco della VHS (Volkshochschule-Universitá popolare) dal lunedì al venerdì, per 6 ore al giorno. Lo feci per un anno intero e infine mi iscrissi anche ai corsi di preparazione universitaria dell’Università di Colonia (corsi gratuiti). La svolta arrivò nel 2009, quando per pura casualità o fortuna, riuscii a ricevere un posto di apprendista all’hotel Maritim e la mia conseguente iscrizione alla Scuola Alberghiera di Colonia. Nel 2011 conseguii il Diploma di Scuola Alberghiera. Finalmente ero in possesso di un diploma di scuola tedesca che mi ha così permesso di lavorare in diversi Hotel di lusso in giro per l’Europa. Avevo acquisito quasi spontaneamente una fluidità di comunicazione sia in tedesco che in inglese. Fu una grande soddisfazione.

Poi cosa è successo?

Un giorno in stazione presi il giornale degli annunci lavorativi e lessi che le ferrovie tedesche reclutavano personale attraverso un concorso. Inviai il curriculum con lettera di presentazione la sera stessa e, dopo un mese circa (tramite una lettera), fui invitato a fare un colloquio preliminare. Ai primi incontri, seguì il concorso e le prove di idoneità. Da quel giorno tutto ebbe inizio...

Quindi ora di cosa ti occupi?

Lavoro come “Accompagnatore di treno o Controllore“ per le ferrovie dello Stato Tedesco (Deutsche Bahn) sui treni-veloci a lunga percorrenza. É un lavoro che faccio con piacere e che mi offre la possibilità di viaggiare per tutta l’Europa, infatti i treni ICE (Intercity Express) raggiungono quasi tutte la maggiori città tedesche ed europee. La Deutsche Bahn (Ferrovie Statali) è una grandissima azienda e farne parte mi riempie di orgoglio. Le possibilità di carriera sono enormi e la sicurezza del posto di lavoro è assicurata dallo stesso Stato tedesco. La mia attività si svolge per l’80% sul treno. Prima della partenza mi assicuro con i colleghi che non ci siano problemi tecnici sul treno e che tutti i passeggeri siano saliti. Offro informazioni ai passeggeri prima/durante/ e dopo la partenza: sulle coincidenze, le fermate del treno, gli orari di partenza/arrivo, ecc. Dopo la partenza, effettuiamo il controllo-biglietti e ci assicuriamo che tutto funzioni per il meglio fino all’arrivo. Il restante 20% dell’attività è svolta in stazione centrale ed è un’attività di controllo/monitoraggio della stazione. Parallelamente al mio lavoro sto cercando di completare gli studi (pagati dalla Deutsche Bahn) per cercare di fare quel salto di qualità all’interno dell’azienda.  

Com'è l'attuale situazione lavorativa ed occupazionale a Colonia?

Forse rispondendo a questa domanda, molti penseranno che sto dando i numeri e che io viva in mondo “diverso”. In questo momento percepisco dai media e dalle persone del posto, che c’è una carenza di personale in quasi tutti i settori. A Colonia le aziende cercano di continuo gente specializzata e non trovandolo tra i propri confini, si rivolgono all’estero. Ci sono aziende che addirittura reclutano il personale all’estero e lo portano in Germania, mettendo loro a disposizione una casa e un corso di lingua. Sinceramente a Colonia e più in generale in Germania, non si percepisce molto la crisi. A Colonia c’è un mercato del lavoro molto aperto e dinamico, la gente trova lavoro facilmente riuscendo anche a cambiarlo con la stessa facilità. Certo gli stipendi non sono più così alti, come ai tempi del marco, ma in media sono molto più alti dell’Italia, e una cosa che mi rende orgoglioso di questo Paese è l’equità sociale. Qui il mercato del lavoro e gli stipendi sono equi, non c’è il dirigente che guadagna 100 mila euro al mese e l’operaio della stessa azienda che ne guadagna 500. La proporzione tra merito e retribuzione viaggia in modo parallelo, con questo intendo dire che tra il mio stipendio e quello del mio diretto superiore la differenza sarà molto misurata. Sicuramente anche qui ci saranno delle eccezioni, anche perché le pecore nere esistono ovunque, ma in linea di massima tutti vivono dignitosamente e se vali qualcosa vieni remunerato in maniera giusta.

Ci sono maggiori possibilità per un italiano che desidera trasferirsi?

Le possibilità di lavoro e carriera in Germania sono enormi, ma bisogna convincersi che trasferendosi in un Paese straniero, bisognerà investire molte energie nell’integrazione. Innanzi tutto, frequentare da subito un buon corso di lingua tedesca e la VHS(Volkshochschule) è sicuramente una tra le migliori scuole per il rapporto qualità-prezzo. Senza investire seriamente nella lingua, la scelta del lavoro sarà molto ridotta e le possibilità occupazionali scarse. Gli unici sbocchi professionali, dove non è richiesta la lingua e neanche una competenza specifica di settore, provengono da alcune fabbriche alla ricerca di operai generici oppure dal settore gastronomico, quali gelaterie, ristoranti e pizzerie.

Cosa è importante non sottovalutare in un eventuale trasferimento?

Prima di trasferirsi bisogna essere sicuri di volerlo fare. La Germania sarà pure 20-30 anni avanti rispetto all’Italia, ma è anche un Paese molto differente per cultura e clima. Accertarsi prima di partire: 1) Avere un alloggio 2) Avere una riserva di denaro 3) essere convinti del posto (città-paese) nel quale si voglia andare e infine portarsi dietro tanta buona volontà.

Come primo punto hai inserito l’importanza di un alloggio. Quali sono i siti per la ricerca di una casa e, perché no, anche di un lavoro?

Io mi sono sempre trovato bene con www.kalaydo.de, un portale nel quale si possono trovare sia annunci di casa in affitto e/o di lavoro. Per la ricerca di un alloggio consiglio anche www.immonet.de. Per quanto riguarda il lavoro, oltre ad una ricerca in rete, è opportuno anche farsi un giro della città alla ricerca di annunci posti all’ingresso dei negozi. Molte aziende tedesche infatti, agli ingressi hanno una bacheca con l’elenco delle figure professionali ricercate in quel momento.

Per quanto riguarda gli appartamenti, i costi degli affitti sono più alti rispetto a quelli italiani?

Gli affitti a Colonia sono carissimi e la ricerca della casa è una vera odissea. Per un monolocale di 2 stanze in una zona residenziale della città si può anche arrivare a pagare circa 800-1000 euro. In ogni caso si parla della quarta città più grande della Germania, ma credo che i prezzi delle case siano in media uguali a quelli di una grande città italiana, come Milano o Roma.

 

Tornando al tuo trasferimento, le tue origini all’estero hanno rappresentato un limite o un vantaggio?

Penso che l’essere nato in Germania mi abbia dato una marcia in più. Conoscere due realtà, anche se fondamentalmente diverse, è sempre un vantaggio e mai un limite. Si ha sempre la possibilità di fare il confronto con due culture e mondi diversi e magari scegliere in quale Paese vivere. Il mio motto personale recita cosi: vivere all’italiana e lavorare alla tedesca.

 

Ti manca il tuo Paese? Pensi di ritornarci un giorno?

L’Italia che conosco io non mi manca, mi manca sicuramente il clima, il mare e in qualche modo il periodo della scuola. Sono contento di vivere e lavorare in Germania e non potrei mai immaginare una vita fuori da questa nazione. In Germania si vive nell’ordine e nella democrazia e queste due cose sono diventate i pilastri fondamentali e irrinunciabili della mia vita. In Italia torno in vacanza 2 o 3 volte l’anno, ma dopo alcuni giorni sento il bisogno di tornare indietro. Tra queste due nazioni c’è troppa differenza e un ritorno in Italia rappresenterebbe per me un passo indietro di 20 anni. Da italiano mi auguro con tutto il cuore che l’Italia possa uscire da questo torpore e spiccare il volo del progresso, ma finché non arriverà quel giorno, non oltrepasserò i confini.

 

Quali erano le difficoltà che vivevi in Sicilia, tua terra d'origine?

La maggior parte dei ragazzi siciliani viveva e vive una situazione complicata in un ambiente ostile. Nascere e vivere in Sicilia significa, per un ragazzo giovane, avere un futuro pieno di incertezze con la conseguente perdita della speranza. Se si hanno le giuste conoscenze e si ha una famiglia economicamente benestante, si riesce magari a vivere dignitosamente; ma se si deve riuscire a fare qualcosa con le proprie forze diventa impossibile. Le difficoltà maggiori erano (sono) la mancanza del lavoro, l’assenza dello Stato e aggiungerei la presenza forte della mafia. Ogni ragazzo dopo il diploma o alcuni anche prima, è costretto a confrontarsi con quella realtà. Se cerchi un lavoro sei costretto a chiederlo (elemosinarlo!) e se ne ricevi uno, dovrai esserne riconoscente alla persona che te lo “dona“ per tutta la vita. Magari si trova un lavoretto a nero e malpagato o si va avanti con la mancia giornaliera dei nonni (benestanti); così facendo si arriva ai 30 e addirittura anche ai 40 e si ci ritrova senza mai aver versato un euro di contributo pensionistico. Si vive alla giornata e si ci abitua a quel ritmo di vita malinconico e di rassegnazione. Una Sicilia dai due volti, bella e mistica, soleggiata e oscura, raggiante e assuefatta.

 

Eventualmente, se ce ne fosse la possibilità, cosa ti indurrebbe a tornare nella tua terra?

Sarò forse ripetitivo ma ad oggi c’é una differenza culturale troppo grande tra l’Italia e gli altri Paesi del Nord Europa. Ritornare a vivere in Italia significherebbe per me rinunciare alla cemocrazia, alla carriera, alla sicurezza sociale e alla libertà. Se ci fosse più sicurezza sociale magari potrei pensare ad eventuale rientro, ma l’insicurezza mi spaventa e non credo di essere l’unico a pensarla così. Conosco molte storie di persone che hanno provato a rientrare in Italia e dopo aver investito qualche risparmio sono dovuti ritornare all’estero.

 

Che consiglio daresti a chi vorrebbe lasciare l’Italia ed è frenato da mille dubbi e paure?

Non sono la persona adatta a dare consigli. Dico solo che se un ragazzo vuole lasciare l’Italia deve valutare bene la cosa; informarsi sul posto in cui si desidera andare e su quali sono le professioni più ricercate. Uscendo dall’Italia si troverà sicuramente di meglio, ma la strada non sarà sempre facile. E’ molto importante investire più tempo possibile nello studio della lingua del Paese prescelto, perchè solo cosi aumenteranno le possibilità di lavoro e la possibilità di essere accettati dalla gente del posto. Provate, cercate, leggete, informatevi, fate anche esperienze inutili, vedrete che alla fine riuscirete a trovare la via giusta. La vita non è facile, ma viverla senza speranze è pura follia. Se volete partire il mio consiglio è PARTITE! Come ho fatto io potete fare anche voi. A tutti, comunque vada, in bocca al lupo und Aufwiedersehen:-). Nicole Cascione,  voglioviverecosiworld 13

 

 

 

 

Il ministro Orlando a Francoforte spiega la riforma civile agli imprenditori tedeschi

 

Francoforte -  Il Ministro della Giustizia Andrea Orlando è stato il relatore del primo “ITKAM Colloquium” tenuto giovedì 12 Marzo a Francoforte in presenza di un selezionato pubblico di rappresentanti della Business Community italo-tedesca. 

Promosso e ospitato dalla Camera di Commercio italiana per la Germania (ITKAM), all’incontro hanno aderito più di 130 tedeschi tra imprenditori ed esponenti della finanza. 

Focus dell’intervento del Ministro è stata la riforma della giustizia civile in Italia e i suoi riflessi sui rapporti commerciali tra Italia a Germania.

Il Guardasigilli ha illustrato le iniziative legislative ed organizzative messe in campo dal ministero in questo primo anno di governo con l’obiettivo di semplificare e rendere certe le procedure del processo civile italiano.

“La riforma della giustizia civile – spiega il Ministro della Giustizia Orlando - è per il governo un passaggio fondamentale per la credibilità internazionale del nostro Paese. Spiegare e raccontare all’estero gli interventi già attuati e quelli in corso è un fattore importante per rafforzare il clima necessario a riportare in Italia investimenti stranieri. Gli apprezzamenti per quanto finora fatto che ci sono arrivati dall’Unione Europea con il Vicepresidente della Commissione Katainen e con il Commissario Jurova rappresentano da questo punto di vista per noi un grande incoraggiamento a proseguire sulla strada della riforma”. “Iniziative come questa di Francoforte e come altre che promuoveremo nei prossimi mesi - conclude Orlando - vogliono essere una sorta di nostro biglietto da visita internazionale, consapevoli che il funzionamento efficace del servizio giustizia è cruciale per sviluppare al meglio le potenzialità dei nostri rapporti economici, soprattutto con un Paese amico e storico partner come la Germania”.

L’interesse per l’incontro è confermato anche dall’Ambasciatore italiano a Berlino, Pietro Benassi: “nella mia quotidiana attività in Germania – annota il diplomatico - percepisco grande attenzione e forte sostegno da parte sia del Governo tedesco, sia del mondo economico della Germania al processo di riforme in corso in Italia. Sicuramente la riforma della giustizia civile riguarda uno degli ambiti in cui maggiore è la sensibilità e più elevate sono le aspettative degli operatori economici. Mi sembra pertanto particolarmente tempestiva questa iniziativa di public-diplomacy”.

“La riforma della giustizia civile in Italia è tra i più importanti elementi del pacchetto di riforme italiano. La certezza del diritto è un bisogno basilare di ogni investitore”, conclude il Presidente della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM), Emanuele Gatti.

Il primo “ITKAM Colloquium” del 12 marzo è organizzato dalla ITKAM in collaborazione con Villa Vigoni - Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea, la Frankfurt School of Finance and Management e lo Studio Legale internazionale Watson Farley & Williams.

All’ITKAM Colloquium saranno presenti, oltre al Ministro Orlando, l’Ambasciatore Benassi, Christoph Schalast (Professore di Giurisprudenza e Direttore Accademico del corso di studio Master of Mergers & Acquisition, della Frankfurt School of Finance and Management), Francesco Maria di Majo (Counsel dello Studio Legale Watson Farley & Williams di Roma) e il Presidente ITKAM Emanuele Gatti, che modererà la discussione finale. (aise)

 

 

 

 

Elezioni Comites. Le Acli Baviera invitano ad iscriversi e a votare

 

Le elezioni dei Comites nelle circoscrizioni consolari di competenza sono ormai alle porte. In   coerenza con lo spirito di servizio che ha contraddistinto il lavoro sul territorio   nell'ultimo mezzo secolo, le ACLI Baviera invitano la collettività italiana residente ad iscriversi nelle   liste degli elettori ed esprimere il voto in occasione di competizioni che nell'interesse generale eleggono un comitato di rappresentanza di rilevante importanza. Tutti coloro che avranno inviato gli appositi formulari d'iscrizione sottoscritti, riceveranno entro il 17 aprile 2015 il relativo plico elettorale con la scheda di voto per corrispondenza.

 

Le ACLI Baviera ritengono che impegnarsi per:

- riforma del Comites e CGIE

- il rilancio strutturato dell'associazionismo italiano in Baviera

- una politica scolastica di serio coinvolgimento della Collettività

- attento monitoraggio sulla formazione professionale dei giovani italiani

- rapporto di interrelazione con la Chiesa locale e le Missioni cattoliche italiane

- guida per i nuovi flussi di emigrazione italiana in Baviera

- un investimento di sostanza per la ristrutturazione dell'edificio del Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera

- un servizio all'utenza puntuale e preciso degli Uffici consolari, personale adeguato alle esigenze e riassetto dell'ufficio scuola

- il rilascio di un documento di identità da parte dei Comuni tedeschi di competenza

- un dialogo aperto di cooperazione con l'imprenditoria italiana in Baviera

- l'invito di rappresentanti tedeschi ad ogni riunione del Comites per un tema d'attualità   appositamente prescelto

- la ripresa dei contatti con il CONI per la diffusione dello sport tra i giovani adolescenti italiani

- contatti intensi con le Regioni italiane di provenienza per la realizzazione di soggiorni e borse di studio

- diffusione dell'apprendimento della lingua tedesca nei programmi scolastici delle regioni con maggiori flussi emigratori

- premio Comites annuale per talenti ed artisti italiani

- premio Comites sponsorizzato alle migliori pagelle scolastiche

- accademia della gastronomia italiana in Baviera

- festa annuale itinerante di musiche; dialetti e tradizioni italiani in Baviera

- corsi di formazione politica e apertura e partecipazione con i partiti tedeschi

- ripresa della campagna sulla doppia cittadinanza

- gemellaggi tra Comuni bavaresi ed italiani

siano alcuni dei campi e settori nei quali profondere idee, azione e risorse per raccogliere una sfida che ormai la storia della nostra emigrazione in Baviera impone.

Per questo ed altro, le ACLI Baviera rinnovano l'invito al voto per affermare un'autentica volontà di rinnovamento.

Il Presidente Carmine Macaluso, de.it.press 9

 

 

 

 

Chiuso il Consolato, a Norimberga resta solo il Comites, che invita al voto

 

Norimberga - Un appello agli italiani residenti a Norimberga. A lanciarlo è Romeo Catanese, responsabile del “Comitato salva ufficio consolare”, che in vista delle prossime elezioni dei Comites invita i connazionali ad iscriversi nell’elenco degli elettori e votare “per far sentire la tua voce di dissenso nei confronti dello stato italiano anche per la chiusura del Nostro Consolato di Norimberga”.

Ricordato il termine del 18 marzo – ultimo giorno per iscriversi – Catanese aggiunge: “come ben saprai il nostro Consolato ha chiuso i battenti per cause ben note le quali hanno logorato la pazienza della Comunitá residente arginando le persone piú vulnerabili e per tanto si rende necessario che a rappresentare questa entitá ci siano persone di provata esperienza in questa materia oltre che conoscitori della nostra realtà”.

Il Comites, ricorda ancora Catanese, “é l’Ente di rappresentazione della Comunitá italiana residente in loco nelle relazioni con gli Uffici Diplomatico-Consolari e giustamente nel nostro caso ci sará bisogno di persone che conoscano bene le due realtá e che siano disponibili appieno a tale scopo”.

Reiterando l’invito a iscriversi e votare, Catanese sottolinea come partecipare alle prossime elezioni sarà un modo per “far vedere che tutti i connazionali hanno interesse a che ci sia sempre un collegamento con la Madrepatria”. (aise 12)

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Il passato che ritorna (12.03.15). Continua il braccio di ferro tra Grecia e Germania sui risarcimenti per i danni di guerra. Ma la questione interessa anche l'Italia. Nel parliamo con il professor Fulco Lanchester.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/reparaturdebatte100.html

 

Il volano dell'economia (12.03.15). Semplificazione e rapidità sono i punti chiave della riforma della giustizia italiana. Importante anche per il mondo economico tedesco che vuole fare affari con il Belpaese.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/handelspartner100.html

 

L'incantatore (12.03.15). Fra le tante definizioni che gli hanno proposto, Roberto “Bobo” Rondelli preferisce quella di incantatore, perché quella di incantare il pubblico per due minuti è la sua professione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/rondelli100.html

 

Assolto (11.03.15). La Cassazione ha assolto definitivamente Silvio Berlusconi nel processo Ruby. Ricostruiamo le tappe della vicenda e analizziamo la sentenza con il giornalista Giovanni Bianconi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/ruby102.html

 

L'immagine dell'Italia (11.03.15). Nella marea di pubblicazioni che inonda il mercato editoriale in Germania, una non piccola parte riguarda i libri dedicati all'Italia e agli Italiani. Ma di interessante c'è molto poco.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/italien260.html

 

Energia senza fili (11.03.15). Fanno cose mirabolanti, ma smartphone e tablet rimangono pur sempre dipendenti da batterie che si scaricano troppo in fretta. Con la ricarica wireless sarà tutto più semplice?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/in_rete/energie180.html

 

La solitudine del sindaco (10.03.15). Estremisti di destra costringono alle dimissioni il sindaco della cittadina di Tröglitz, Markus Nierth. Voleva dare ospitalità a dei profughi. Il mondo politico tedesco in subbuglio.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/nierth100.html

 

La distruzione della memoria (10.03.15). I terroristi dell'Isis, oltre che sui loro nemici, si accaniscono sul patrimonio artistico e archeologico conservato nei territori sotto il loro controllo. Con conseguenze devastanti. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/hatra100.html

 

Comites a metà? (10.03.15). 19 liste si presentano in Germania alle elezioni Comites del 17 aprile. Molte le energie in movimento, poche le persone che voteranno. Mentre a Berlino una delle liste parte dimezzata.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/comites114.html

 

Per costruire meglio (10.03.15)

È appena nata a Bologna "S.O.S., School of Sustainability", un laboratorio di ricerca postlaurea nell'ambito del costruire e vivere sostenibile.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/postdoc100.html

 

La riforma più difficile (09.03.15)

È quella della Rai. L'obiettivo del premier Renzi è porre fine al legame tra politica e media, magari ispirandosi al modello tedesco.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/rai110.html

 

Benvenuti stranieri (06.03.15)

La maggioranza dei tedeschi è convinta di accogliere bene gli stranieri che arrivano in Germania. Ma restano le differenze tra est e ovest.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/zuwanderer128.html

 

Quote rosa: passa la legge (06.03.15)

È legge anche in Germania: dal prossimo anno nei consigli di amministrazione delle società quotate al DAX le donne rappresenteranno il 30%. Ma in Italia la legge esiste già da tre anni: con quali esiti?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/frauenquote294.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Elezioni Comites ad Hannover. Linee programmatiche della lista civica “Ortica“

 

Elezioni Comites 2015: alcuni punti di Linee programmatiche della lista civica “Ortica“ di cui mi onoro di essere il capolista.

 

Oltre ai compiti istituzionali, che naturalmente saranno onorati, di seguito alcuni punti programmatici della lista civica l’ortica.

Molti di questi punti, sono già stati realizzati e con successo dal Comites uscente di Hannover di cui la lista civica l’ortica ne è l’espressione.

1) Dare continuità al pregiato lavoro svolto dal Comites di Hannover uscente

2) Mediare i problemi dei nostri connazionali con il Consolato e le autorità tedesche

3) Continuare la stretta collaborazione con le Autorità locali estendendola a tutto il territorio della circoscrizione consolare

4) Promuovere il Made in Italy

5) Creare sinergia tra i nostri imprenditori

6) Tutelare la nostra gastronomia

7) Favorire contatti tra le Regioni italiane e le regioni della circoscrizione consolare

8) Favorire gemellaggi tra città italiane e quelle del territorio di competenza

9) Dare Consulenza gratuita ai nostri connazionali, specialmente ai nuovi arrivati

10) Proporre e difendere la lingua materna chiedendo leggi adeguate sia al Governo Italiano sia a quello delle regioni in cui si andrà ad operare

11) Promuovere la doppia cittadinanza

12) Continuare a promuovere iniziative che favoriscono l’integrazione in loco

13) Favorire l’integrazione scolastica con consulenze ed informazioni adeguate alle famiglie

14) Proporre progetti all’IHK per stimolare i nostri imprenditori a mettere a disposizione posti di apprendistato per i giovani

15) Difendere le strutture dei patronati perché all’estero sono indispensabili

16) Difendere da eventuali tagli la struttura consolare e l’istituto italiano di cultura

17) dialogare continuamente con il Console Generale per ottimizzare le risorse umane a favore dei servizi rivolti ai cittadini senza lenire i diritti del lavoro dei dipendenti

18) Avviare un’inchiesta per poter identificare interessi, potenzialità e problemi, della nostra collettività

19) Continuare a tenere in vita il sito internet del Comites per poter dare informazioni e, finanze permettendo, ripristinare il Bollettino “Il Comites InForma” finito di stampare per mancanza di fondi

20) Creare un consultorio permanente dove circolino informazioni utili per tutti i ceti sociali

21) Difendere i ceti deboli. A tal proposito si deve fare aumentare assolutamente il contributo Ministeriale che il Consolato Generale di Hannover riceve sull’apposito capitolo perché quello attuale è insufficiente a far fronte alle esigenze della nuova emigrazione.

22) Favorire l’associazionismo creando ponti con le autorità locali

23) Coinvolgere gli Italiani, i Tedeschi e tutti coloro che sono interessati all’Italia, con manifestazioni culturali, convegni, tavole rotonde, seminari, etc.

24) Coinvolgere tutti gli artisti e tutti coloro che lavorano nell’ambito culturale per dar loro nuovi spazi e nuove opportunità

25) Cercare di individuare e valorizzare i giovani talenti italiani

26) Continuare a dare il premio Comites che ormai è diventato ambitissimo non solo tra gli italiani ma anche tra i tedeschi

27) Costituire premi nell’ambito della letteratura, della musica e della pittura

28) Costituire la pagella d’oro per stimolare i nostri cittadini in età scolare a migliorare i loro livelli – questa iniziativa è stata realizzata con successo a Francoforte ed è stata ripresa addirittura dall’Ambasciata

29) Seguire i nostri connazionali anziani ed intervenire con dei progetti mirati per integrarli sul territorio

30) Continuare ad usare la sede del Comites non solo come ufficio ma anche come salone interattivo. Continuare quindi ad organizzare piccoli eventi e principalmente accogliere i nostri connazionali

31) Costituire per ognuno dei punti citati, delle commissioni di lavoro coinvogendo anche degli esperti esterni al Comites

32) Creare sinergia con il consolato generale, i consolati onorari, l'Istituto italiano di cultura di Amburgo e con tutte le associazioni che lo richiedono.

Giuseppe Scigliano, sciglianopeppe@aol.com (de.it.press)

 

 

 

 

Serie di incontri per intensificare i rapporti tra la Baviera e la Sicilia

 

Il Presidente delle ACLI Baviera Carmine Macaluso ha accolto Gaetano Ciaccio, Vice-Presidente provinciale  del CTA (Centro turistico ACLI) di Catania per una serie d'incontri, allo scopo di intensificare i rapporti tra Baviera e la Sicilia  ed incrementare flussi turistici tedeschi, in particolare nei territori delle Province di Catania, Messina e Siracusa e proporre un programma di soggiorno in Baviera ad un'utenza siciliana, soprattutto e non solo, durante il periodo della festa della birra a Monaco (Oktoberfest) abbinato ad itinerari culturali.

 

Il Vice-Presidente Ciaccio ha incontrato, presso la sede del Consolato generale d'Italia a Monaco di Baviera il Ministro plenepotenziario Filippo Scamacca del Murgo, al quale, dopo avere riferito i saluti della Presidente CTA Antonella Garofalo, ha esposto le ragioni della sua visita in Baviera e la volontà, nell'ottica di un'offerta di turismo sociale, di presentare una vacanza di qualità a costi contenuti e competitivi. L'incontro, all'insegna della massima cordialità, è proseguito con una colazione di lavoro offerta dal Console generale Scamacca, durante la quale si sono ripresi aspetti salienti del programma e forme fattive di cooperazione.

 

In precedenza il Vice-Presidente Ciaccio, ha incontrato a Monaco di Baviera e dintorni, titolari di agenzie viaggio e albergatori  interessati ad avviare concretamente un'interelazione commerciale, fissando date di soggiorno e tariffe . Durante gli appuntamenti di lavoro si sono ritagliati ampi margini per la presentazione di strutture alberghiere ed realtà di agriturismo in Sicilia, con offerte di pacchetti di soggiorno e percorsi eno-gastronomici.

 

Un incontro di particolare pregnanza si è rivelato lo scambio di prospettive a Landshut, in Bassa Baviera, con il Presidente dell'Ente promozione turistica municipale, Stephan Koller. L'incontro, presenti anche il Presidente delle ACLI Baviera Carmine Macaluso e Paolo Annunziata, Presidente dell'Associazione culturale italo-tedesca nonchè corrispondente consolare di Landshut, ha affrontato aspetti di vasto orizzonte e di possibile collaborazione. Stephan Koller, nominato ambasciatore della Bassa Baviera, per l'energia e l'impegno profusi da decenni nel settore del turismo, è anche un affermato imprenditore per essere proprietario di una birreria a Landshut. Esporta i suoi prodotti anche nell'Europa orientale, e nella scena monacense gli è riconosciuto il ruolo di referente per gli scambi commerciali con la Russia e l'Ucraina. Per i contatti commerciali che intercorrono,  il Presidente Koller si è reso disponibile, testimone dell'attrazione che la Sicilia riveste in quei Paesi, per una campagna pubblicitaria gratuita in giornali e televisioni del prodotto turistico offerto dal CTA di Catania.

 

Il Vice-Presidente Ciaccio ha concluso la su visita in Baviera raccogliendo impressioni di località turistiche in Alta Baviera e in Svevia e ha incontrato la collettività delle ACLI di Kaufbeuren in Algovia. Acli Baviera/ de.it.press 15

 

 

 

 

 

Tenuto a Colonia lo  “International Dental Show – IDS” a Colonia (10-14 marzo)

 

Inaugurata il 10 marzo la 36a edizione dello “International Dental Show – IDS” a Colonia, salone biennale per le attrezzature per l´odontoiatria, rimasto aperto fino al 14 marzo. L’IDS è una fiera che fa registrare ad ogni edizione una crescita degli indicatori principali: la superficie espositiva ha raggiunto i 149.000 mq, un’area sulla quale erano presenti ben 2.193 espositori provenienti da 55 Paesi, 135 in più rispetto a quella del 2013. L’Italia ha partecipato con 230 espositori.

 

L’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane ha coordinato, insieme all’Associazione di categoria, UNIDI, la partecipazione italiana attraverso il “Punto Italia” , organizzato come piattaforma di marketing per le ditte che espongono i loro prodotti in fiera. Presso lo Stand ICE/UNIDI è stato possibile infatti fissare appuntamenti con gli imprenditori italiani presenti all’IDS o richiedere contatti con i delegati istituzionali italiani per  uno scambio di esperienze e informazioni sulle attività promozionali 2015,  consultare repertori elettronici sulla produzione del settore e collegarsi ad internet per contrattazioni commerciali “on line”.

 

L´accordo dell’ICE - Agenzia con l’Unione Nazionale delle Industrie Dentarie Italiane, consente di intercettare tramite l´Associazione stessa la maggior parte dei produttori italiani di attrezzature e materiali per dentisti e odontotecnici; si tratta di circa 60 aziende altamente qualificate, che offrono la massima garanzia ed affidabilità agli utilizzatori dei loro prodotti. L’adesione a UNIDI comporta infatti il rispetto di precise norme tecniche e comportamentali e l’ammissione come membro dell’UNIDI è concessa esclusivamente ai fabbricanti in possesso di specifici requisiti di affidabilità e di conformità della loro produzione alla legislazione comunitaria e nazionale in vigore.

 

L’iniziativa era dunque volta a presentare il meglio del settore dentario italiano che realizza un fatturato annuo di circa 720 milioni di Euro: di questi, i due terzi sono composti da attrezzature, il resto da prodotti di consumo. L'export rappresenta il 60% del totale del fatturato medio annuo, con punte che salgono sino all'80% per alcune tipologie di prodotti.

 

Il settore dentale italiano ha confermato la propria posizione di primo piano sui mercati internazionali grazie ad una produzione apprezzata in tutto il mondo per l'affidabilità dei suoi componenti, le soluzioni tecnologiche all'avanguardia ed il piacevolissimo design. Ice/de.it.press

 

 

 

 

 

Tecnologie digitali: con l’Ice alla Cebit di Hannover (16-20 marzo 2015)

 

Hannover - È tutto pronto ad Hannover l’edizione 2015 della CEBIT, la più importante Fiera internazionale dedicata alle tecnologie, software e servizi digitali, oltre che al settore delle telecomunicazioni, in programma dal 16 al 20 marzo prossimi.

La manifestazione – che ogni anno offre una panoramica completa sulle applicazioni e sui servizi presenti sul mercato, nonchè sulle novità e le tendenze - rappresenta dunque un appuntamento di primaria importanza per le aziende che operano nel settore, una vetrina importante ed un’occasione d’incontro e confronto con i principali attori internazionali del mondo ICT.

L’edizione 2014 ha visto la partecipazione di 3.244 espositori, di cui più della metà (1.691) provenienti dall’estero, su una superficie complessiva di 222.000 mq. I visitatori registrati sono stati 187.759, di cui 41.307 stranieri.

L’Italia era presente con 50 espositori, di cui 24 facevano parte della collettiva ICE nel Padiglione 9.

Quest’anno, lo spazio espositivo occupato dalle aziende aderenti alla collettiva promossa da ICE occuperà circa 200mq, sempre nel Padiglione 9 dell’area fieristica dedicato a “Research & Innovation”. Della collettiva nazionale farà parte un folto gruppo di aziende provenienti dalle 4 Regioni della Convergenza che fruiranno, pertanto delle agevolazioni previste dal Piano Export Sud. (aise 12)

 

 

 

 

Düsseldorf. Partecipazione italiana alla PROWEIN (15-17 marzo 2015)

 

Düsseldorf –  Anche nel 2015, l’Italia assume un ruolo da protagonista alla Fiera internazionale del vino e dei liquori di Düsseldorf, con oltre 1.474 espositori, attestandosi così al primo posto tra i Paesi presenti.

 

La Germania rappresenta, con oltre 82  milioni di abitanti, il secondo mercato per i vini italiani.  Nel 2013 la Germania ha assorbito il 20,2% del valore totale delle esportazioni italiane del settore, che nello stesso anno hanno registrato, rispetto al 2012, un incremento pari al 6,4% (pari a 1.019 milioni di euro); in quantità si rileva una contrazione del 4,6%.

 

L’ICE - Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane organizza, per la dodicesima volta, una partecipazione collettiva presso il padiglione italiano (Pad. 16 – Stand C42\..D62) per supportare il sistema produttivo vitivinicolo nazionale nello sviluppo di contatti commerciali con gli operatori esteri.

 

Su uno spazio espositivo di 294 mq all’interno del Padiglione 16, 23 aziende italiane partecipanti presenteranno i loro prodotti ad un pubblico internazionale quale è quello che visita ogni anno Prowein.

 

All’inaugurazione del padiglione italiano il 15 marzo ha partecipato l’Ambasciatore d’Italia a Berlino S.E. Pietro Benassi. La visita del padiglione italiano è stata poi seguita da una visita delle collettive delle regioni italiane nei padiglioni 15 e 16.

 

L'ICE-Agenzia ha presentato inoltre, insieme con il giornalista esperto di vini Jens Priewe, la nuova brochure sui vini autoctoni dall'Italia. A tale proposito, oggi, lunedì 16 marzo, alle ore 11:00 e alle ore 12:00, hanno luogo le due degustazioni tematiche guidate dal Sig. Jens Priewe.

 

L’invito a visitare il padiglione italiano e la collettiva ICE agli operatori tedeschi è stato divulgato attraverso un’azione pubblicitaria sulla stampa specializzata di settore e con l’invio diretto di una mailing agli operatori commerciali tedeschi.

 

L’operatore professionale internazionale che intende allacciare rapporti commerciali con i produttori organizzati dall’ICE ha la possibilità di effettuare una selezione prima dell’arrivo in fiera consultando il Catalogo Elettronico www.prowein.italtrade.com.

 

Per una conoscenza più concreta dei prodotti italiani presenti nella esposizione collettiva alla ProWein 2015, i visitatori stranieri possono degustare vini appositamente selezionati presso la Sala degustazione dell’ICE-Agenzia Pad. 16 – Stand C55:

 

        

Nel 2014, il primato dei vini italiani sul mercato tedesco si è tradotto in una quantità importata che ha superato i 5,62 milioni di ettolitri (-4,4%) ed un valore di 889 milioni di € (- 5,9 %).

 

I punti di forza dei vini italiani sul mercato tedesco sono l’ottimo rapporto qualità/prezzo e la crescita di notorietà delle produzioni delle regioni meridionali.

 

Con la presenza alla Prowein del proprio staff della Sezione Food, l’ICE-Agenzia, Ufficio di Berlino, mette a disposizione dei visitatori tedeschi ed internazionali e di tutti i produttori italiani le proprie informazioni sul mercato tedesco e sull'offerta italiana. Il team fornisce, inoltre, la necessaria consulenza tecnica, commerciale e strategica per un'efficace azione di marketing a favore del vino italiano in Germania e per una stabile presenza in loco. FC, ice

 

 

 

 

All’IIC di Colonia: Stefano d'Arrigo ed il suo Horcynus Orca

 

Colonia. Mercoledì 18 marzo 2015, ore 19.00, all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, il Dr. Moshe Kahn presenta l’opera di Stefano d'Arrigo: “Stefano d'Arrigo ed il suo Horcynus Orca”. Modera il Dr. Tobias Eisermann. Durante l’evento sarà proposto il film „Horcynus Orca e la traduzione tedesca” di Benjamin Geissler.

 

Il capolavoro di Stefano D'Arrigo, Horcynus Orca (Edizione Fischer 2015), ultimo grande romanzo italiano contemporaneo ancora relativamente sconosciuto all’estero, racchiude in soli quattro giorni le vicissitudini di un marinaio che, nel 1943, dopo il crollo della Regia Marina, torna a casa attraversando i paesaggi intorno allo stretto di Messina. Un capolavoro dimenticato, un’odissea moderna, una grandiosa epopea marina che, negli ultimi quarant’anni, è stata ripubblicata in diverse edizioni.

Moshe Kahn ha realizzato la traduzione tedesca di questo romanzo considerato fin ora „intraducibile“. Il film Horcynus Orca e la traduzione tedesca di Benjamin Geissler narra la genesi di questa versione e include la lettura di brani di „Horcynus Orca“ in lingua tedesca.

La manifestazione è in collaborazione con l’editore S. Fischer, Francoforte.

Ingresso gratuito.  IIC/de.it.press

 

 

 

 

A Francoforte ‘La tigre e la neve’  (2005), un film di Roberto Benigni 

 

Francoforte. Nell’ambito del ciclo di film “L’arte della commedia: il teatro al cinema” e promosso da associazione “Italiani in Deutschland - Freunde des italienischen Kulturinstituts e.V. - Frankfurt ” in collaborazione con Consolato Generale d’Italia Francoforte e IIC Colonia, ha luogo giovedì 19 marzo, alle ore 18.30, presso Sala Eventi Enit, Barckhausstr.10, Francoforte (U 6/7 fermata metro: Westend) la proiezione di ‘La tigre e la neve’  (2005), un film di Roberto Benigni. Introduzione e discussione con Massimo Fagioli (docente e scrittore)

Entrata libera per i possessori Carta Amicizia (3,00 Euro per i non i possessori)

E-mail di conferma (solo 60 posti a sedere) a : francoforte.culturale@esteri.it.

Versione originale con sottotitoli in italiano.

 

Attilio De Giovanni, docente di letteratura italiana, amante della poesia, tutte le notti sogna di sposarsi con Vittoria, la moglie da cui in realtà è separato da tempo. Ad una conferenza incontra il poeta iracheno Fuad, suo amico di vecchia data. La critica letteraria Vittoria, dovendo completare una biografia di Fuad, decide di seguirlo in Iraq. Poco dopo l'arrivo a Bagdad, Vittoria è ferita alla testa per il crollo di un palazzo e cade in un coma profondo. Attilio decide immediatamente di partire, fingendosi chirurgo e aggregandosi a una missione della Croce Rossa. Non ci sono però strutture adatte per curare la donna, che rischia seriamente la vita. Nella ricerca di una medicina che curi l'edema cerebrale di Vittoria, Attilio si scontra con le difficoltà di un paese in guerra. Grazie alle sue cure tuttavia  la donna esce dal coma e può tornare in Italia, ma Attilio non riesce a vederla perché nel frattempo è stato arrestato. Solo al suo ritorno a Roma, alcuni mesi più tardi, potrà fare visita a Vittoria, ormai convalescente ed ancora ignara dell’identità del misterioso medico che in Iraq l’ha salvata. Iic/De.it.press

 

 

 

 

Progetto per permettere ad alcuni giovani bergamaschi di vivere un’esperienza di formazione e lavoro in Germania

 

Friburgo/BergamoDi un progetto per consentire ad alcuni giovani bergamaschi di vivere un'esperienza di formazione e lavoro in Germania si è parlato nella sede della Provincia di Bergamo tra il presidente Matteo Rossi e  Simone Dominoni, rappresentante della delegazione di Friburgo (Germania) dei Bergamaschi nel Mondo, accompagnato dal direttore dell'Ente Bergamaschi nel Mondo Massimo Fabretti.

Nato e cresciuto a Bergamo, Dominoni si è trasferito in Germania per lavoro per poi decidere di stabilirsi definitivamente nella città di Friburgo, che conta poco più di 250mila abitanti fra cui un centinaio di bergamaschi.

I giovani e il lavoro sono stati i principali temi dell'incontro, alla luce della crisi economica che spinge oggi molti bergamaschi a cercare opportunità all'estero: Dominoni ha proposto al presidente Rossi di lanciare un progetto che consentirebbe ad alcuni giovani di vivere un'esperienza di formazione e lavoro in Germania.

“Si tratta di un progetto che è stato collaudato dalla città di Padova, gemellata con Friburgo, dove è già al secondo anno di realizzazione - ha spiegato Dominoni - in Germania hanno creato percorsi molto validi nel campo della formazione professionale, dove scuola e lavoro sono ben integrati, ma che faticano a trovare utenti interessati”.

Il progetto prevede una selezione di alcuni giovani che devono frequentare un corso intensivo di tedesco in Italia per poi trasferirsi a Friburgo e seguire il percorso formativo. L'obiettivo finale non è solo quello di insegnare un lavoro ma di rendere i giovani in grado di aprire una vera e propria piccola impresa, dotandoli anche delle competenze amministrative necessarie per diventare imprenditori.

“Non posso che accettare con entusiasmo questa proposta - ha detto Matteo Rossi - verificheremo al più presto la sua fattibilità per cercare di realizzare il progetto anche qui a Bergamo, con il coinvolgimento delle scuole di formazione professionale e delle associazioni degli artigiani. Investire sulla formazione dei giovani è uno dei punti cardine del mio mandato”. (Inform 12)

 

 

 

 

 

Berlino. La storia della permanenza sovietica in Germania dell’Est

 

Berlino - “Stefano Corso e Dario-Jacopo Laganà sono i due autori di “We Will Forget Soon”. Il progetto fotografico racconta la storia dell’Armata Rossa Sovietica in Germania dell’Est a 20 anni dal suo ritiro. Una collezione fotografica che diventerà un libro e una serie di mostre in giro per l’ex DDR fino al 2016 e che farà tappa a Berlino a Settembre.

Il Mitte seguirà il progetto da vicino, ne è Media Partner e pubblicherà a breve, in esclusiva in italiano, una serie di articoli corredati da fotografie che raccontano la storia della permanenza sovietica in Germania dell’Est, dal loro arrivo nel 1945 fino al 1994, quando l’ultimo contingente lasciò il paese”. Quotidiano online diretto a Berlino da Valerio Bassan, “Il Mitte” pubblica un’intervista con gli autori, Stefano e Dario, che hanno appena iniziato un crowdfunding per finalizzare il progetto su Indiegogo.

 

“D. Come sono finiti due fotografi italiani a raccontare la storia dell’Armata Rossa in Germania dell’Est?

S: Condividiamo la stessa passione per le scoperte fotografiche, la storia e il passato recente. La sintonia personale unita a due caratteri differenti aiutano ad avere punti di vista complementari all’interno di interessi comuni.

D: L’idea è nata 3 anni fa anche dall’amicizia con una famiglia tedesca che viveva in un villaggio di confine con una base sovietica. Abbiamo imparato col tempo che da italiani, realizzare un progetto sulla Germania e sui rapporti con l’Unione Sovietica, poteva essere un punto di forza perché da esterni, come spesso accade, si riesce a guardare le cose senza un passato ideologico, in maniera più oggettiva.

D. 8000 km in macchina, 2 anni di lavorazione, come si programma un progetto così lungo?

D: Tutto è nato in maniera abbastanza spontanea, abbiamo iniziato da Berlino, ci siamo mossi sempre più lontani, poi abbiamo preso coscienza di quello che realmente significava programmare e progettare una cosa così grande, qualcosa che sarebbe stata fruibile dopo 2 anni.

S: Si programma per lo più vivendolo giorno per giorno. Io lavoro anche a Roma, non sono stato sempre presente in Germania. Ma la parte di studio preliminare è stata importante quanto la ricerca sul campo. Se non sai dove andare e se non capisci cosa vedi, se non ti fai assorbire dalle storie e dalla vita di quel periodo difficilmente riesci a trovare stimoli. La passione per i posti abbandonati ha fatto molto, ma subito siamo stati presi dalla curiosità di capire cosa stavamo esplorando ed osservando.

D. Come avete trovato questi luoghi?

S: Forum, mappe satellitari, siti web e storia di questa parte di Germania. Abbiamo di fatto “volato” sopra tutta la ex Germania dell’Est cercando di riconoscere forme e strutture che potessero essere ricondotte a quel periodo.

D: Senza contare i libri di propaganda della Germania dell’Est, così come alcuni libri di storia in tedesco che raccontavano sia di storia militare, ma che della Alltag, la vita di tutti i giorni. Poi siamo andati a verificare quello che abbiamo trovato, alcune volte abbiamo fatto 300 chilometri per non trovare più niente, altre volte c’è capitato di immergersi per ore e ore a fotografare.

D. Qualcuno potrebbe pensare cha siete dei nostalgici del comunismo. Lo siete?

S: Personalmente no, sono solo da sempre incuriosito verso la parte di storia che mi ha accompagnato durante la mia crescita e di cui non sono stato diretto testimone. Vado alla ricerca di quello che mi sono perso nel bene e nel male, cercando di capire da adulto i miei ricordi dell’infanzia.

D: Non credo bisogna essere dei nostalgici comunisti per affrontare questo tema. Molte persone potrebbero pensare che pubblicare una statua di Lenin, una falce e martello o delle stelle rosse, fa di noi necessariamente dei post-comunisti. La realtà è che siamo emozionati e ci sentiamo così privilegiati di poter visitare luoghi che hanno una così grande relazione con la nostra vita, con la storia dell’Europa, con la Caduta del Muro di Berlino, che ogni volta è stata una grande sorpresa.

D. Con tutto questo materiale, come è stato possibile poi scegliere le foto?

D: Il lavoro di catalogazione è un lavoro lungo, che rappresenta una parte importante del lavoro di fotografo. Questo progetto è stato senza ombra di dubbio il più grande e complesso che abbiamo condotto fino ad oggi. Nel corso di questi anni abbiamo imparato ad organizzare bene il lavoro.

S: La scelta vera e propria è in dirittura finale, ma ognuno di noi, nell’enorme massa di foto scattate singolarmente, ha iniziato una preselezione catalogando luoghi, oggetti e situazioni. Poi abbiamo unito l’archivio e le foto ora sono di entrambi. Abbiamo anche noi stesso difficoltà a ricordarci chi ha scattato cosa. Parliamo di circa 10.000 foto a testa fatte in due anni. E cosi continueremo, ogni foto sarà a firma doppia.

D. In tanto viaggiare, qual è stata la scoperta più inattesa?

S: Uno degli incontri più inattesi è stato sicuramente quello con il soldato russo, che abbiamo già tempo fa raccontato per Il Mitte.

D: Senza tralasciare la possibilità di farci aprire alcuni posti che di fatto sono rimasti chiusi per molto tempo e la disponibilità delle persone ad aiutarci. Visitare inaspettatamente il lazzaretto dove Rosa Luxemburg fu portata per l’autopsia, i luoghi storici di incontri degli Americani con i Sovietici o anche andare a ritrovare un monumento sovietico completamente immerso nella natura; tutto questo è sicuramente inatteso. Alcune volte è stato come il lavoro di un archeologo.

D. Avete avuto contatti con le persone, o vi siete occupati solo di luoghi?

D: Oltre il soldato russo cui accennava Stefano, io ho una foto molto buffa che Stefano mi ha fatto mentre parlo con un trattore. Il proprietario del trattore all’inizio non era molto contento di vederci gironzolare, ma dopo che gli abbiamo spiegato le ragioni della nostra ricerca, è stato subito disponibile a darci altre informazioni, a spiegarci altre storie e suggerimenti su dove andare.

S: Non si può capire un periodo storico se non ci si confronta con chi lo ha vissuto. La maggiore difficoltà è stata la separazione fisica tra i sovietici e la popolazione tedesca. Di fatto ha reso sconosciuta anche a quest’ultima la reale entità ed attività dell’Armata Rossa sul suolo tedesco.

D. Perché è importante salvaguardare questa storia?

D: Come abbiamo avuto modo di dire anche in altre occasioni, a differenza di altre storie tedesche e per questioni logistiche ed economiche, questa storia rischia di scomparire. Molti posti sono stati abbattuti, altri sono stati ristrutturati senza tener conto del loro passato, per cui è proprio difficile riconoscerli. Osservando la storia si fa spesso l’errore di considerare i luoghi come permanenti, però, cancellando la maggior parte delle tracce, si rischia a lungo termine di non avere più nulla. Ho avuto già modo di scriverlo in un articolo per Il Mitte (“Il Senso della Memoria Collettiva”): è necessario in qualche forma preservare almeno una parte della realtà e della storia. Noi abbiamo scelto la fotografia.

S: Si va avanti solo se si ha memoria del passato. E questa parte di storia è forse una delle meno indagate tra quelle più recenti. Dopo la Caduta del Muro di Berlino, tutta l’attenzione è andata alla Germania e alla sua Riunificazione. I sovietici sono partiti, portandosi via tutta la loro vita di 40 anni, lasciandosi dietro solo ed. ifici, infrastrutture e pochi resti, che per lungo tempo sono rimasti prima sorvegliati, poi abbandonati e lasciati in balia della natura.

D. Avete fatto partire un crowdfunding, a cosa servirà?

D: I due anni di progetto sono stati totalmente autofinanziati. Nel frattempo abbiamo trovato delle istituzioni che ci hanno supportato e in parte finanziato per la realizzazione della mostra itinerante e per la produzione di un libro. Siamo molto orgogliosi sia del sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura, che della Bundesstiftung zur Aufarbeitung der SED-Diktatur, che è una delle fondazioni tedesche più importante di storia contemporanea.

S: Ovviamente questo tipo di progetto necessita di un ulteriore aiuto perché la stampa di un libro fotografico è di per sé costosa. Quindi abbiamo deciso di chiedere un aiuto, sia da chi è interessato alla nostra fotografia, sia a chi è interessato alla storia e a quelle persone che ritengono importante che questo tipo di traccia resti, come storia comune. Come sempre accade nei crowdfunding, accompagniamo alla richiesta economica dei premi, che hanno una relazione con il progetto, ma anche con quello che facciamo come lavoro di fotografi.

D: Quindi oltre alle copie del libro e a delle stampe firmate, sarà possibile partecipare a dei workshop di fotografia sul tema dell’Armata Rossa, venendo insieme a noi in alcuni dei luoghi di questa storia, per esplorare e conoscerla meglio, ma anche per accompagnare questa esperienza con la fotografia.

A Stefano e Dario auguriamo che questo progetto, tanto affascinante quanto importante dal punto di vista sia storico che sociologico, abbia il successo che si meriti ed invitiamo tutti voi lettori de Il Mitte a sostenere l’exhibition tour e la stampa del libro “We will forget soon””. (aise 12)

 

 

 

 

La minaccia di Kammenos alla Germania: "Se Ue ci abbandona, vi sommergeremo di migranti mescolati a jihadisti"

 

La dichiarazione del ministro della difesa greco: "Distribuiremo ai migranti venuti da ovunque documenti validi per circolare nell’Europa di Schengen" – di Andrea Tarquini

 

BERLINO – “Se l’Europa ci abbandona nella crisi, la sommergeremo di migranti, e tanto peggio per Berlino se in mezzo a quella marea umana di milioni di profughi economici si mescoleranno anche jihadisti dello Stato islamico”. L’incredibile minaccia è stata profferita in pubblico dal ministro della Difesa ellenico, il populista di destra Panos Kammenos, a poche ore dall’attesa, forse decisiva riunione dell’Eurogruppo sulla crisi del debito sovrano greco e il futuro dei rapporti tra Atene e l’eurozona.

 

“Se ci dànno un colpo, noi risponderemo dando un colpo a loro”, ha affermato in pubblico Kammenos, leader del partito ‘Greci indipendenti’, la neodestra populista alleata di Syriza, cioè del partito di sinistra radicale del premier Alexis Tsipras e del ministro delle Finanze Yannis Varoufakis. “Se ci lasciano cadere, allora distribuiremo ai migranti venuti da ovunque documenti validi per circolare nell’Europa delle frontiere aperte di Schengen (di cui la Grecia fa parte, ndr) e così quella marea umana potrà andare senza problemi a Berlino”.

 

E non è finita: “Non sarà poi affar nostro se l’Europa, una volta che abbia adottato una posizione intransigente contro la Grecia sulla questione del debito, si troverà ad affrontare una eventuale realtà spiacevole, cioè il fatto che alla marea umana di milioni di migranti extracomunitari che si rovescerà su Berlino si possano mescolare terroristi dell’Isis”. L’affermazione è tanto più grave in quanto nel governo Tsipras Kammenos ricopre l’incarico di ministro della Difesa, e nonostante le disastrose condizioni economiche e finanziarie del paese le forze armate elleniche, corresponsabili della vigilanza dei confini esterni dell’Europa di Schengen, sono tra le più numerose ed equipaggiate dell’intero continente, ad esempio con un’aviazione che ha oltre il doppio di aerei da combattimento rispetto a quelle francese, italiana o tedesca. LR 9

 

 

 

 

 

Di Battista (M5S) contro la Germania: «Schiavi del marco, nord Ue nazista»

 

Alessandro Di Battista critica la politica europea e in particolare la Germania di Angela Merkel: «L’euro è una zavorra da cui l’Italia può liberarsi. Uscire si può in vari modi»

 

L’attacco, nemmeno troppo velato, è alla Germania della cancelliera Angela Merkel. Intervenendo ad un convegno dal titolo evocativo — «All’Alba di una nuova Europa» — il deputato del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista, torna a puntare il dito contro l’euro: «Tutto quello che ci dicono che potrebbe succedere se uscissimo dall’euro, sta già succedendo. L’euro non è una moneta nostra. Noi stiamo nel marco, non nell’euro», ha ribadito Di Battista durante l’incontro organizzato dai grillini nell’aula dei gruppi di Montecitorio. Non senza farsi scappare l’occasione per rincarare la dose: bisogna lasciare il «nazismo centrale Nordeuropeo» che «produrrà sempre più schiavi» a danno dei «paesi del Sud Europa».

 

«Uscire dall’Euro si può»

La platea applaude Di Battista e il deputato grillino torna a parlare anche di Syriza, il partito del premier greco Tsipras: «Noi dialoghiamo con tutti — sottolinea Di Battista — ma Syriza non realizzerà mai quel che c’è nel suo programma se resta nell’euro. Ci sono diversi modi per uscire dall’euro: iniziamo a contrastare questo mantra». Di Battista ha rilanciato quindi il referendum per uscire dall’euro su cui M5S sta raccogliendo le firme. «Dicono che se usciamo dall’euro ci sarà disoccupazione, perdita di potere di acquisto da parte dei cittadini o di potere industriale dell’Italia, tutto questo in realtà sta già succedendo restando nella moneta unica» ha concluso il deputato pentastellato.

 

Pd: «Di Battista in pieno delirio, impari a pesare parole»

Immediata la replica politica. Per Stefano Pedica (Pd) «al delirio grillino non c’è mai fine»: «Arrivare a dire che l’euro è una zavorra di cui l’Italia deve liberarsi per non finire schiava del “nazismo della Germania e della Bce” fa capire che Di Battista di politica estera ne sa quanto Razzi». «Prima di lanciarsi in sgangherate analisi di politica economica internazionale — sottolinea Pedica — Di Battista dovrebbe imparare a pesare di più le parole, ricordandosi che per errore è stato eletto anche deputato. All’esuberante grillino vorrei ricordare che intavolare discussioni sull’euro e sulla Bce non è esattamente come salire sul tetto di Montecitorio. I Cinque Stelle continuino pure loro a fare i loro show ma per piacere non mettano in imbarazzo l’Italia». CdS 13

 

 

 

 

Utile record per Volkswagen che taglia i costi riducendo i modelli. Premio da 5mila euro per i dipendenti

 

Il colosso tedesco ha annunciato che smetterà di produrre la Polo a tre porte. I profitti volano a 13 miliardi, per i dipendenti pronto un bonus da 5mila euro. Risparmi per 5 miliardi fino al 2017 . di Andrea Tarquini

 

Berlino – Utili di 13 miliardi e fatturato di 202 miliardi per il gruppo Volkswagen, utili oltre i 7 miliardi per Bmw numero uno mondiale del premium: per i primi della classe global player dell’auto made in Germany i successi non finiscono mai. Ma anziché cedere all’ebbrezza del trionfalismo, i ceo dei colossi tedeschi approfittanno delle vacche sempre più grasse sia per redistribuire i proventi e rafforzare concertazione e pace sociale in azienda, sia per accelerare l’attuazione dei piani di risparmi per 5 miliardi: riducendo la gamma di modelli ove opportuno, non chiedendo sacrifici agli operai.

    I dati di Volkswagen fanno impressione: se contassimo nel novero delle auto prodotte e vendute, e quindi dei ricavi, anche le milioni di vetture vendute dalle joint venture del gruppo in Cina, ha detto l’ad Martin Winterkorn, saremmo già il numero uno mondiale dell’auto, insomma avrebbero già sorpassato Toyota e General Motors. Quell’obiettivo storico, il sorpasso e la conquista della pole position, appare comunque sempre più vicino, tutto indica che sarà raggiunto da Wolfsburg ben prima della scadenza autopostasi del 2018.

 

Intanto Vw premia i dipendenti, con un bonus di oltre 5000 euro a testa, per farli partecipare al successo. L’ennesimo aumento retributivo all’ad Winterkorn non è insomma il solo premio, in nome dei valori costitutivi del capitalismo sociale cogestito e ‘ben temperato’ renano, o basso-sàssone nel caso di Vw. E accelera appunto pensando a far uscire di produzione alcune varianti di modelli l’attuazione del piano di tagli. Piano che prevede risparmi dell’ordine di 5 miliardi entro il 2017, e che lascia sperare in un ebit tra il 5,5 e il 6,5 per cento quest’anno. Uno dei modelli sacrificati è già indicato per nome: è la versione a tre porte della Polo, visto che quella a cinque porte è più pratica e preferita dal pubblico. Alcune voci suggeriscono che persino il futuro del Beetle, il remake del mitico Maggiolino, sarebbe all’esame.

 

Il problema è rialzare il margine di utile per ogni auto venduta del marchio-madre, Volkswagen appunto. Margine che ora è del 2,5 per cento, inferiore di diverse volte agli altissimi margini dei brand premium da Audi a Porsche. E al tempo stesso, Volkswagen sembra prepararsi lentamente al dopo-Piech: il potentissimo ‘Grande Vecchio’ e capo del casato invecchia come accade a tutti, sua moglie Ursula sale al vertice ma un giorno la corsa alla successione si aprirà. Anche con riorientamenti strategici: Piech in diverse interviste ci aveva parlato del suo disegno di impero dell’auto mondiale evocando l’Impero ottomano. Il quale però crollò per ipertrofia autocratica non gestibile, mentre Vw appunto vuol continuare a vincere.

 

Quanto a Bmw, da segnalare che i dati di oggi sono un ottimo canto del cigno per l’attuale ad Norbert Reithofer. Il suo successore, quando verrà, avrà il non facile compito di eguagliare questi successi a fronte di Audi e Mercedes diventate più competitive e temibili. LR 13

 

 

 

 

 

La sentenza: «I bandi per le supplenze a scuola vanno aperti anche agli stranieri»

 

Il Tribunale di Milano: discriminatorio il requisito della cittadinanza italiana o comunitaria per entrare nelle graduatorie d’istituto - di Alessandra Coppola

 

Aperto solo ai cittadini italiani o comunitari, il bando del ministero dell’Istruzione (DM 353/2014) per la formazione di graduatorie per le supplenze è «discriminatorio». Avvocati e sindacalisti se ne sono accorti da tempo, l’ha stabilito adesso anche il Tribunale di Milano, sezione lavoro: il Miur deve riaprire i termini e ammettere gli stranieri. Tutto da rifare, dunque, per le graduatorie d’istituto in cui sono iscritti 500 mila insegnanti.

Comuni, banche, ospedali: gli altri casi di discriminazione

E’ un capitolo di una vicenda che in Italia si ripete spesso, monitorata tra gli altri dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Lo stabiliscono con chiarezza leggi nazionali e comunitarie: possono partecipare ai bandi pubblici (e quindi essere assunti dalla Pubblica amministrazione) i rifugiati, per esempio, i titolari di protezione internazionale, gli stranieri con la cosiddetta «carta blu» (che si rilascia lavoratori non Ue altamente qualificati) o con un permesso di soggiorno a lungo termine. Ma le gare sono fatte in uffici sovraccarichi (e forse disattenti), spesso tagliando e incollando vecchie diciture superate dalle nuove norme. Dal Comune di Trieste alla Banca d’Italia, dall’Ospedale Niguarda all’Anas che per l’ultima nevicata cercava spalatori purché fossero «italiani», l’elenco dei bandi sbagliati (e in alcuni casi già corretti, l’Asl di Milano per esempio) messo insieme dall’Asgi è impressionante. E per intervenire su ogni punto della lista sono spesso necessari un ricorso e una sentenza, che riapra anche i termini. Un evidente dispendio di energie e di risorse. Inutili, a quanto pare, le ripetute segnalazioni al Dipartimento della funzione pubblica e all’Ufficio Nazionale contro le Discriminazioni (Unar).

La prof albanese che ha fatto ricorso

Il caso del bando del Miur è stato sollevato da un’insegnante di origine ucraina residente ad Ascoli Piceno, la signora I. Clamorosa, in particolare (e infatti dichiarata «illegittima» dal Tribunale), la presenza nel testo della clausola che prevedeva («inspiegabilmente», sottolinea il giudice) la precedenza degli italiani nelle graduatorie per le supplenze di conversazione in lingua straniera, le uniche alle quali gli stranieri erano ammessi, se pure in posizione subordinata. In un comunicato, «le associazioni e le Organizzazioni Sindacali ricorrenti (ASGI, APN e CUB SUR Scuola Università Ricerca) confidano che con questa vicenda (nella quale il MIUR era già incorso per un bando per il personale non docente, poi modificato senza necessità dell’intervento del giudice) si possa definitivamente chiudere la faticosa fase di non applicazione delle norme in tema di accesso degli stranieri al pubblico impiego che hanno rappresentato un significativo passo (finora rimasto poco attuato) per l’adeguamento della nostra legislazione all’ordinamento comunitario». CdS 9

 

 

 

 

 

Emigrazione sanitaria in Europa

 

Da dieci anni si spostano in Europa medici, infermieri e lavoranti dell’assistenza. Un fenomeno di massa

 

Uno dei fenomeni migratori più rilevanti nell’ultimo decennio in tutta Europa è l’emigrazione in campo sanitario. In particolare per ciò che riguarda l’assistenza ad anziani ed invalidi. Si tratta di un tipo di movimento migratorio fatto da professionisti come medici o infermieri, ma soprattutto da semplici lavoranti con bassa o nulla qualificazione. Uno studio inglese di Jane Hardy, Moira Calveley e Steve Schelley dell’università dell’Hertfordshire, pubblicato anche in Germania su APuZ 4-5 2015 ne rileva dinamiche e contenuti.

La questione è diventata rilevante da una decina di anni a questa parte, da quando cioè l’invecchiamento della popolazione nei Paesi dell’Ocse, è diventata una delle questioni più importanti e uno dei rischi più evidenti dell’intero sistema economico. In Europa, poi, il problema rischia di divenire drammatico viso che il calo delle nascite non ha uguali in tutto l’Occidente. Ma non è tutto. L’invecchiamento porta tra l’altro all’esigenza di investire in salute e assistenza. Insieme alla sua rilevanza sociale ed economica, il fenomeno è importante proprio perché fa nascere una emigrazione specializzata nel settore. In Europa - fanno notare i ricercatori - tutto sembra molto complicato. Le difficoltà di capire realmente il fenomeno sono maggiori che altrove, perché le diverse legislazioni nazionali e le diverse metodologie per la raccolta dei dati non sono armonizzate. In molti Stati europei, i dati non sono attendibili, soprattutto nel settore privato. Infine, i dati che esistono, sono talmente differenziati tra loro da risultare difficilmente quantificabili. Insomma: l’emigrazione nel campo della sanità e dell’assistenza, che era prevedibile tanto quanto lo è l’autunno dopo l’estate, non è invece stata prevista dalle autorità di quasi nessuno dei Paesi interessati.

Di fatto, tuttavia, l’invecchiamento della popolazione in Europa ha reso molto dinamico il mercato delle professioni legate appunto alla vecchiaia e alla malattia. E la tendenza è al rialzo. Non a caso ora sono partite in diversi Paesi europei campagne pubblicitarie pubbliche e simili tra loro che presentano la professione come “professione del futuro”. Tuttavia - sottolineano i ricercatori - la cattiva nomea della professione stessa, legata al basso salario e al basso status sociale, pone dei problemi ovunque per una adeguata offerta di manodopera. Inoltre, rimane aperta non soltanto la questione del riconoscimento dei titoli, ormai annosa in Europa, ma anche quella della disomogeneità dei diversi mercati europei dell’offerta. I quali possono essere finanziati pubblicamente o privatamente, o addirittura non finanziati; organizzati in maniera formale o informale.

Questo fa naturalmente una grande differenza. Dove l’assistenza è istituzionalizzata, come in Francia o in Scandinavia, anche il mercato del lavoro segue regole precise e stabili. In Stati dove è necessario un supporto di denaro al sostegno pubblico, esistono offerte individuali e arrangiamenti particolari, che possono essere molto diversi tra loro. In Italia il mercato è ancora regolato in maniera estremamente individuale, quasi del tutto privatizzato, con condizioni di lavoro spesso illegali e che talvolta rasentano ipotesi di reato anche gravi. In Germania l’assicurazione obbligatoria deve essere molto spesso integrata da sovvenzioni private.

Nonostante ciò, negli Stati dell’Europa meridionale si assiste ad una crescente immigrazione di manodopera legata alla assistenza. Ma in generale, in tutti quegli Stati nei quali l’assistenza ha bisogno di gettiti di danaro privati (ad essi appartengono, oltre a Germania e Italia, Irlanda, Inghilterra, Spagna e Austria) si arriva ad arrangiamenti vari e, appunto, a sovvenzioni private. Visto che la tendenza, anche per ragioni culturali e psicologiche, è di mantenere malati ed anziani nei loro luoghi di origine, a partire dagli anni Novanta si sono organizzate quindi, in maniera spesso autonoma e caotica, ondate diverse di migrazioni femminili in direzioni dei citati Paesi, e quasi tutte provenienti dai nuovi Stati dell’Unione.

Lo spostamento di manodopera, tuttavia, ha incontrato nel passato e incontra tuttora parecchie difficoltà. La prima delle quali è la mancata armonizzazione delle normative del riconoscimento di titoli ed esperienze. In molti Stati dell’Unione esistono richieste (molto) particolari per la registrazione nelle rispettive Camere di commercio. Anche nelle linee guida dell’Unione del 2005 è richiesta, nel campo, una specifica competenza linguistica, che deve essere dimostrata. Questo è un ostacolo al riconoscimento legale anche di coloro che già sono occupati sul territorio per il semplice fatto che molte delle operatrici dell’assistenza per malati e anziani (si tratta infatti soprattutto di donne anche se non soltanto) queste conoscenze non le hanno, pur lavorando spesso da molto tempo sul posto. In Germania, si può richiedere, ad esempio, ad una operatrice croata o rumena di parlare tedesco quel tanto che basta per fare la spesa o per rivolgersi ad un ufficio. Difficile che la stessa operatrice raggiunga la certificazione C2, soprattutto se non ha avuto una buona scolarizzazione nella sua propria lingua.

Queste condizioni sono la causa, tra l’altro, del fatto che operatrici del settore provenienti dagli Stati dell’Est europeo debbano lavorare con una qualificazione che è al di sotto (talvolta molto al di sotto) delle competenze conquistate nei Paesi di origine. La situazione è simile in tutti gli Stati che attirano manodopera. In Italia, il personale femminile legato all’assistenza, in particolare per ciò che riguarda le lunghe degenze e per l’assistenza domestica, lavora normalmente con contratti o rapporti di prestazione privati. Vista anche la scarsissima presenza sul territorio di strutture sanitarie adeguate, l’emigrazione legata all’assistenza è una delle più imponenti. Una possibile regolarizzazione del mercato dell’Unione europea passa attraverso l’armonizzazione delle varie normative locali, sia per ciò che riguarda le condizioni di lavoro, sia per ciò che riguarda il riconoscimento dei titoli. Il mercato dell’assistenza certamente non si esaurirà nel futuro. La tendenza demografica all’invecchiamento è molto chiara da almeno due decenni e la curva è stabile. Rimane la necessità di un’azione politica in quella direzione, anche se, purtroppo, - concludono i ricercatori - non pare che a livello europeo la politica voglia occuparsi nel breve periodo di una questione destinata ad aggravarsi sempre di più col passare del tempo. CdI febbraio

 

 

 

 

I limiti del negoziato con Putin. Europa-Russia, la Merkel traccia il solco

 

Il viaggio di Matteo Renzi a Mosca è stato reso possibile dall’iniziativa di Angela Merkel. C’è chi si domanda se il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto essere più duro, o al contrario ancora più concentrato sulla prospettiva degli “affari”. Ma la realtà è che il tracciato della Merkel, stretto, difficile e privo di illusioni, non consentiva deviazioni.

 

Al termine dell’ultima tornata del Quartetto il 25 febbraio, Merkel è sbottata in una frase mirabile per incisività e sintesi: vogliamo la sicurezza in Europa con la Russia e non contro la Russia, ma per garantire la pace vanno rispettati i confini.

 

La road map di Minsk

A Minsk, Merkel ha preso non pochi rischi. Negoziando per la prima volta in un inedito ‘Quartetto’ direttamente con Mosca, ma senza Washington, e per conto di un’Europa visibilmente divisa tra quanti per ragioni storiche e geografiche paventano un’aggressione russa e quanti preferirebbero tornare rapidamente agli affari, accettando magari come male minore un altro ‘conflitto congelato’, ha portato a casa un risultato minimo, tutto da verificare nel concreto, ma pur sempre un risultato.

 

Minsk è l’avvio di un processo. A partire dal cessate-il-fuoco, ritiro degli armamenti pesanti dalla linea del fronte, monitoraggio Osce, scambio di prigionieri, statuisce che l’Ucraina riguadagnerà il controllo delle frontiere orientali con la Russia solo dopo aver organizzato elezioni e negoziato uno ‘statuto speciale’ nelle regioni Donesk e Luhansk, entro il 2015.

 

La sequenza è cruciale. Più di una pietra di inciampo è contenuta nella concatenazione dei passi da intraprendere. Anche ipotizzando che i primi passi vengano intrapresi, che il cessate-il-fuoco si faccia strada e che vengano ritirati anche armamenti che Mosca sostiene non siano mai confluiti, rimarrebbe la grande incognita della riforma costituzionale da negoziare tra Kiev e i ‘separatisti’.

 

E peraltro, questi passi sono soggetti alla tentazione dei ‘ribelli’ di perseguire una continuità dei territori orientali (con la Crimea) proprio in vista della riforma costituzionale e del controllo dei confini.

 

Di più. Perché Petro Porošenko ha in mente una decentralizzazione, e le controparti una federalizzazione che conferirebbe loro un diritto di veto sulle decisioni del centro.

 

Il meno che si possa dire è che la partita potrebbe avere tempi lunghi, e che occorreranno non pochi interventi del ‘Quartetto’ per venirne a capo. E molti dibattiti in Occidente sull’opportunità o meno di ulteriori sanzioni a Mosca, forniture di armamenti a Kiev, rafforzamento dell’apparato difensivo Nato. E difficili negoziati sull’energia, quella diretta a Kiev e quella che transita da Kiev verso l’Europa. Ma non c’è, allo stato, un piano B.

 

Il futuro di Putin è il passato della Russia

Cosa ha spinto Vladimir Putin a confrontare di nuovo l’Occidente (Georgia, 2008) in modo così clamoroso, pur sapendo che il prezzo da pagare rischiava di accelerare il declino economico del Paese?

 

Molti pensano che si tratti di una strategia diversiva per distrarre la gente dai problemi della vita quotidiana e rafforzare il proprio potere. Anche. Ma la risposta è più semplice, addirittura banale.

 

La forza di attrazione dell’Occidente, e in particolare dell’Europa, è ancora altissima presso coloro che guardano da Est. Interloquire con l’Europa significa accettarne regole e valori, che non sono negoziabili perché frutto di una faticosa conquista e di tragiche vicende del passato.

 

La Russia di Putin ha rinunciato all’idea scaturita dagli accordi di Helsinki di ‘wider Europe’, che comporterebbe una riedizione epocale, economica e politica, dello Stato, così come all’idea di partecipare alla governance mondiale nel ruolo di gregaria nel consolidamento di valori universali dominati dall’Occidente.

 

Ha ripiegato verso la logica di Yalta. In altri termini, dividiamoci le sfere di influenza, e separiamo i rispettivi destini. Nulla di più chiaro delle recenti parole del portavoce russo che ne ha esplicitamente evocato il modello, o di quelle dell’ex-Ministro degli Esteri, Igor Ivanov, che, nel rilanciare l’idea di un ‘nuovo ordine mondiale’, ha richiamato il meccanismo di consultazione Mosca-Washington invalso durante la Guerra Fredda. Ancora più esplicito Putin, al congresso sindacale di Soci: no a un mondo unipolare.

 

La sfida è dunque il ritorno della Russia allo status di grande potenza. In grado di dettare le regole del gioco come attore co-primario, partecipando a pari merito alla governance mondiale e alla “attualizzazione” del diritto internazionale.

 

Per anni, non a caso, Mosca ha perseguito all’Onu l’adozione di risoluzioni che sancissero i “valori tradizionali”, quale sostanziale attenuazione dei “valori universali” intesi come concepiti e governati dall’Occidente.

 

Putin semplicemente non vuole “questo” ordine internazionale. A tali condizioni, è disponibile a collaborare nei teatri di crisi del vicinato, contro il terrorismo, e nelle grandi cause della sicurezza internazionale.

 

Diversamente, sarà acerrimo concorrente entro e fuori del Continente europeo, a partire dal Mediterraneo, avvalendosi del seggio permanente in CdS e di un potenziale militare certo non indifferente.

 

Percorrere una strada realistica, priva di illusioni

L’assassinio di Boris Nemtsov - chiunque ne sia responsabile - è frutto di un fervore nazionalista incalzante, alimentato e coltivato nel Paese. La Russia è alle prese con i bassi prezzi dell’energia, le sanzioni, la debolezza del rublo, l’arretratezza di un sistema economico basato sulla monocultura energetica, ma non è al collasso.

 

Putin è all’acme del consenso popolare. Anche l’ultima vittima eccellente verrà gestita con abilità, ricorrendo a un formale rigore legalistico. Un “regime change”, che forse qualcuno oltre atlantico sta immaginando, non è nelle carte.

 

Ha ragione la Merkel, anche se avremmo preferito che a guidare i negoziati fossero le istituzioni europee. Cerchiamo una via di uscita per questa Russia frustrata e pericolosamente assertiva, senza rinunciare ai principi basilari della nostra cultura politica, ma ribadendo che il recupero del suo ruolo globale non può che partire dal rispetto delle regole, oggi e nel futuro, e non dal suo passato.

 

Evitiamo i rischi di uno stato permanente di conflitto. Dannoso per tutti noi, per la stessa Russia, per l’Ucraina, e per gli altri Paesi del vicinato, ivi incluso nei Balcani, Caucaso e Asia Centrale, che stanno tentando con difficoltà un bilanciamento nella loro proiezione esterna.

 

Sensibilizziamo gli Stati Uniti perché rimangano impegnati in Europa, armonizzando con noi le posizioni in un’ottica di realpolitik.

 

E soprattutto, restiamo solidali tra europei nel perseguimento del tracciato di Minsk, per quanto lungo e difficile, e pensiamo a sostenere l’Ucraina nel cammino delle riforme e della costruzione di uno stato di diritto. Un cammino, con tutta evidenza, altrettanto lungo e difficile.

Laura Mirachian, Ambasciatore, AffInt 8

 

 

 

 

Flotta Ue nel Canale di Sicilia. Isis e profughi spaventano

 

È possibile che Frontex abbia voluto svegliare tutti dal letargo annunciando che un milione di profughi potrebbero arrivare nei prossimi giorni dalla Libia. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni raccomanda di evitare gli allarmismi, ma sia Frontex quanto la Farnesina sanno che con l’arrivo della buona stagione l’attraversamento del braccio di mare, dalle coste libiche a quelle meridionali d’Italia, Sicilia in testa, segnerà un picco senza precedenti. Ne sono arrivati dall’inizio dell’anno novemila, e mille sono stati “salvati” dal naufragio in poche ore (400 cento i morti in più di due mesi). È giustificato attendersi numeri molti alti.

La nuova ondata di immigrati non rappresenta solo una emergenza umanitaria, propone gravi problemi di sicurezza. Chi può escludere che i profughi non vengano usati come scudi umani per mandare “lupi solitari” in Europa? L’anarchia libica regala praterie ai jihadisti dell’Isis. Turchi, alleati al Quatar, ed egiziani si contendono il dominio politico della Libia, attraverso le milizie locali, concedendo ai terroristi di avanzare anche quando subiscono rovesci militari alle loro spalle (teatro Iraq-Siria) grazie ai curdi ed ai bombardamenti aerei della Grande Alleanza.

Orfana degli Usa, l’Europa annaspa e l’Italia arretra, giustificatamente spaventata dalla sola idea di trovarsi sola sul fronte libico. Cinque o diecimila soldati italiani, non cambierebbe niente, senza il coinvolgimento pieno della Nato, Usa in testa.

Angela Merkel ha rassicurato, invero, Sergio Mattarella. “Non lasceremo sola l’Italia”, ma la Cancelliera parte in quarta quando ci sono interessi vicini da difendere, come in Ucraina, ma è restia, dall’assumere responsabilità sul fronte sud. Eppure è stata la Sicilia, con lo schieramento dei missili nucleari negli anni Ottanta, ad allentare la pressione nucleare sovietica dalla Germania, che ospitava l’arsenale atomico della Nato.

Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha condiviso la proposta di Bernardino Leon, l’inviato Onu in Libia, che rientrato in patria ha proposto lo schieramento di una flotta navale d’interposizione sul Canale di Sicilia. Se nella prossima settimana a Rabat i signori della guerra libici troveranno la quadra, e si nutre una timida speranza che ciò avvenga, allora il “cordone” navale potrebbe diventare decisivo nella guerra all’Isis, tagliando ai tagliagole i rifornimenti che giungono dal mare a Sirte.

La flotta navale europea (o Nato) potrebbe fermare l’ondata di profughi se in Libia si riusciranno ad organizzare centri di accoglienza, filtro e smistamento degli uomini e donne in fuga. La Libia ha petrolio e gas, è un Paese ricco: aiutato dall’Europa realizzerebbe un “cuscinetto” umanitario nella fase di transizione.

Quali regole d’ingaggio verrebbero date alle navi militari che incrociano i barconi carichi di sventurati “paganti”? Rimandarli indietro, imbarcarli e fare loro il check-in, o scoraggiarli con le maniere forti? Sono decisioni che dovranno essere assunte prima di schierare la flotta sul Canale di Sicilia. Salvatore Parlagreco, SicInf 8

 

 

 

 

UNHCR presenta proposte per l'azione europea nel Mediterraneo

 

Ginevra - L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha inviato all'Unione Europea una serie di proposte concrete volte ad affrontare le sfide poste dalle migliaia di rifugiati e migranti che ogni anno rischiano la vita nel tentativo di raggiungere l'Europa.

Le proposte, formulate dal Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati António Guterres in una lettera all'Unione Europea, sono parte dell’Iniziativa per il Mediterraneo Centrale (Central Mediterranean Sea Initiative, Cmsi) dell'Unhcr, che mira a promuovere un ampio dibattito che coinvolga la Commissione Europea e gli Stati europei e le altre parti interessate per affrontare il tema dei flussi migratori misti nel Mar Mediterraneo e salvare vite umane.

“Stiamo proponendo all'Unione Europea e ai paesi che ne fanno parte una serie di soluzioni coraggiose e innovative per affrontare le sfide connesse alla gestione dei flussi migratori misti nel Mediterraneo e ridurre il numero di persone che perdono la vita in mare”, ha dichiarato Vincent Cochetel, Direttore del Bureau Unhcr per l’Europa.

Dall’inizio dell'anno, sono circa 470 le persone che hanno perso la vita o che sono scomparse nel Mar Mediterraneo, rispetto alle 15 dello stesso periodo dello scorso anno.

“Il mantenimento dello status quo non è un'opzione praticabile”, ha ammonito Cochetel, “non agire di fronte a queste sfide comporta solamente la morte di altre persone”.

Tra le nuove proposte dell’Unhcr c’è l'istituzione di un’importante operazione di ricerca e soccorso europea nel Mar Mediterraneo, simile all’operazione italiana Mare Nostrum, che si è conclusa lo scorso anno, e la realizzazione di un sistema europeo per “compensare le perdite economiche subite dalle compagnie di navigazione coinvolte nel salvataggio in mare di persone in pericolo”.

L'Unhcr sollecita l'Unione Europea affinché “esplori soluzioni per affrontare le difficoltà in cui incorrono i rifugiati una volta che arrivano in Europa, assicurando loro un sostegno adeguato ed evitando che alcuni paesi debbano assumersi la responsabilità in modo preponderante”.

Al momento, le persone in cerca di sicurezza in Europa arrivano per lo più in alcuni Stati alle frontiere esterne dell’Unione Europea mentre sono pochi altri i paesi, soprattutto Germania e Svezia, che ricevono il maggior numero di domande di asilo. Per far fronte a questo squilibrio, “è necessaria più solidarietà intra-europea. Paesi come l'Italia e la Grecia dovrebbero essere sostenuti in modo che possano accogliere adeguatamente i richiedenti asilo ed esaminare le loro domande di asilo”. Inoltre, l'Unhcr propone “un progetto pilota che prevede il trasferimento in diversi paesi europei dei rifugiati siriani soccorsi in mare in Grecia e in Italia, sulla base di un sistema equo di distribuzione”.

Attualmente, la Germania e la Svezia hanno da sole ricevuto circa il 56% di tutte le domande di asilo presentate dai siriani dall’inizio del conflitto. Questo progetto pilota “prevederebbe una migliore distribuzione dei siriani riconosciuti come rifugiati tra tutti i paesi dell'Unione Europea: ciò contribuirebbe alla riduzione dei rischi di tratta e sfruttamento legati agli attuali movimenti all'interno dell'Unione Europea”.

Per i richiedenti asilo, il regolamento di Dublino, che definisce “le responsabilità statali nell’esame delle richieste di asilo – si legge in una nota - dovrebbe essere pienamente implementato utilizzando tutti gli strumenti a disposizione, tra cui il ricongiungimento familiare, l’individuazione di minori non accompagnati, e l’utilizzo della clausola di discrezionalità per alcuni casi in cui i legami familiari siano più distanti o in cui si riscontrino altri bisogni. Si tratta di strumenti che sono stati progettati dagli Stati dell'Unione Europea e che dovrebbero essere utilizzati in modo efficace”.

Con l’inizio del quinto anno di conflitto in Siria e con quasi 4 milioni di rifugiati, soprattutto nei paesi confinanti, diventa “imperativo individuare ulteriori vie legali per permettere ai rifugiati siriani di trovare protezione in Europa”. L'Unhcr esorta i paesi europei a “impegnarsi maggiormente nell’accoglienza dei rifugiati attraverso programmi sostenibili di reinsediamento e a intensificare gli sforzi per garantire altre forme di ammissione, così che le persone in cerca di sicurezza possano effettivamente trovarla in Europa senza dover ricorrere a trafficanti e pericolosi movimenti irregolari”.

Sono inoltre “necessarie altre opportunità di reinsediamento e alternative, tra cui regimi di ammissione sulla base di sponsor privati, visti umanitari, di studio e di lavoro”. L'Unhcr dichiara la propria disponibilità a “valutare le condizioni necessarie ad ampliare i programmi di reinsediamento e prevedere altre forme di ammissione nell'Unione Europea”.

"La retorica xenofoba riecheggia in tutta Europa. Pertanto è importante ricordarsi che i rifugiati fuggono da guerre e violenze in corso in paesi come la Siria. È necessario riconoscere i contributi positivi che loro e le loro famiglie forniscono nelle società in cui vivono ma anche onorare i valori fondamentali europei: la salvaguardia della vita umana, i diritti umani e la promozione della tolleranza e della diversità", ha dichiarato Cochetel. "La proposta dell'Unhcr prevede anche l’impegno a garantire che vengano sviluppati solidi programmi nazionali di sostegno all’integrazione e che i rifugiati ricevano il sostegno di cui hanno bisogno per contribuire alle nostre società". Migrantes on. 13

 

 

 

 

 

Guerra al Califfato. Paura dei foreign fighters, ma non troppa

 

Molti ufficiali delle intelligence statunitense ed europea temono che l'ondata di terrorismo si diffonda anche in Europa. E la gran parte dei problemi deriva proprio dal nutrito numero di foreign fighters occidentali coinvolti.

 

Nonostante le paure e il concreto pericolo che le anima, la minaccia rappresentata dai combattenti stranieri in Siria e Iraq potrebbe essere facilmente esagerata. Alcuni precedenti e le informazioni provenienti dalla Siria invitano a considerare taluni fattori che riducono - e quasi eliminano - la potenziale minaccia terroristica rappresentata dei combattenti stranieri giunti in Siria.

 

- Molti muoiono, facendosi esplodere in attacchi suicidi o rimanendo uccisi in scontri a fuoco con opposte fazioni.

- Alcuni non fanno ritorno a casa, ma continuano a combattere nella zona del conflitto o nella successiva battaglia jihadista.

- Altri maturano una rapida disillusione e una percentuale di questi torna a casa senza abbracciare nuove, violente cause di lotta.

- Altri ancora vengono arrestati o fermati dai servizi di intelligence.

 

Il pericolo sollevato dal timore del ritorno in patria dei foreign fighters è reale, ma i servizi di sicurezza europei e statunitensi hanno gli strumenti per ridurre la minaccia. Questi dovranno essere adattati al nuovo contesto siriano e iracheno.

 

Il modello qui in basso mostra come sia i vari fattori precedentemente elencati sia delle efficaci strategie possono (ma non necessariamente lo faranno) ridurre il rischio rappresentato dai combattenti nelle milizie straniere.

 

Foreign fighters in viaggio

Anzitutto, bisogna prendere in considerazione il momento della decisione: è necessario pensare di ridurre il numero di quanti partono verso le zone di guerra prima di tutto cercando di interferire nel processo decisionale.

 

I paesi occidentali dovrebbero mettere in campo una contro-narrativa che evidenzi la brutalità del conflitto e la violenza intestina fra jihadisti. Altrettanto cruciale è pensare di sviluppare attraenti alternative pacifiche al combattimento per aiutare le popolazioni colpite dagli scontri in Medio Oriente.

 

I programmi di assistenza territoriale possono anche contribuire a migliorare l'attività di spionaggio locale. Trovarsi in giro per la comunità consente in primis al personale dei servizi un maggiore accesso alle informazioni sui potenziali fondamentalisti.

 

In secondo luogo, tali programmi consentono agli addetti dell'intelligence di entrare in contatto con persone che possano essere reclutati per fornire informazioni su altri aspiranti jihadisti.

 

Interrompere il transito che passa per la Turchia è una delle più promettenti risposte all'esigenza di contrastare la minaccia di stranieri arruolati fra le schiere dei fondamentalisti islamici per Europa e Stati Uniti.

 

I governi occidentali dovrebbero inaugurare una più efficace cooperazione con le autorità turche, le quali non sempre hanno considerato il freno al flusso di combattenti stranieri come la loro massima priorità.

 

Proprio mentre in Turchia cresce la preoccupazione rispetto al pericolo jihadista, l'intelligence e i servizi di polizia occidentali dovrebbero approfittarne per creare canali di comunicazione privilegiati con gli omologhi di Ankara.

 

In tal modo, i servizi di sicurezza turchi verrebbero avvisati della presenza di soggetti diretti in Siria attraverso il passaggio turco. Al contempo verrebbero invitati a negare loro l'accesso dal confine turco o a fermarli alla frontiera siriana e deportarli.

 

Altrettanto essenziale è la cooperazione fra i servizi degli Stati europei e fra le intelligence europea e statunitense.

 

Addestramento e indottrinamento terroristico

I foreign fighters vengono poi addestrati in Siria o in Iraq, perlopiù fuori dal raggio di influenza euro-americana. Persino laggiù ci sono però sottili modi di interferire con l'indottrinamento terroristico.

 

I servizi occidentali dovrebbero fare quanto in loro potere per ingenerare nei leader estremisti in Iraq e Siria il dubbio circa l'effettiva lealtà dei musulmani volontari provenienti da ovest.

 

Se infatti le organizzazioni jihadiste cominciassero a vedere gli stranieri come potenziali spie o come portatori di turbamento, potrebbero assegnarli a ruoli non combattenti, mettendone alla prova la fedeltà. Per esempio, potrebbero rifiutarsi di arruolarli o offrirgli un biglietto di sola andata come kamikaze.

 

Subito dopo il ritorno dei combattenti stranieri nei luoghi di provenienza è arduo allontanarli dalla violenza e dal jihad. È questo il quarto gradino del processo che stiamo descrivendo. I servizi di sicurezza occidentali riferiscono che di solito sanno quando i foreign fighters fanno ritorno e che molti rimpatriano ancora pieni di dubbi.

 

Un primo adempimento per i servizi, in questa fase, deve essere l'identificazione delle priorità fra gli ex combattenti, così da individuare quelli che tra loro necessitano di maggiore attenzione: le nostre interviste, tuttavia, segnalano che una tale mappatura è effettuata incoerentemente (e talvolta nulla affatto) fra i servizi d'intelligence d'occidente.

 

È inevitabile: alcuni individui pericolosi mancheranno all'appello e taluni di quelli identificati come non particolarmente pericolosi potrebbero costituire un minaccia poco più tardi; tuttavia, la prima impressione è fondamentale per stabilire le priorità dell'intervento da realizzare su chi fa rientro.

 

Scongiurare attacchi terroristici

Per fermare i foreign fighter dal pianificare attacchi terroristici, i servizi di sicurezza devono mantenere alta l'attenzione sul problema dei rimpatriati e fare in modo di avere sufficienti risorse per monitorarli.

 

Solitamente, chi fa la spola fra Siria e Iraq si pone all'attenzione dei servizi. Di contro, continuare a vigilare, a fronte di un crescente numero di combattenti di ritorno nei propri paesi, diventerà più arduo per mere ragioni legate alle risorse in campo.

 

Allo stesso tempo, proprio la sua stessa efficacia può finire per operare a scapito dell'attività di intelligence: riducendo l'insidia in maniera apprezzabile, infatti, i servizi ridimensionano il pericolo e quindi creano l'illusione che vi sia bisogno di meno risorse.

 

Un modo per calmierare questo effetto è rappresentato dalla "diffusione" del carico di responsabilità condividendo le informazioni con la polizia locale, le altre forze dell'ordine e le organizzazioni sociali della comunità.

 

Gli Stati Uniti e l'Europa hanno già schierato efficaci misure per ridurre in maniera consistente la minaccia terroristica rappresentata dai combattenti jihadisti occidentali che fanno ritorno a casa e per limitare la portata di un qualsivoglia attacco che possa verificarsi.

 

Queste misure possono e devono essere migliorate e, aspetto ancor più importante, adeguatamente equipaggiate. Lo standard di successo non può essere la perfezione. Se così fosse, i governi occidentali sarebbero destinati a fallire e, peggio ancora, a schierare una reazione sproporzionata che non farebbe altro che sprecare risorse e causare pericolosi errori di strategia politica.

 

L’articolo è un estratto dell’originale, tradotto da Gabriele Rosana, stagista dell’area comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali.

Daniel L. Byman, Research Director, Center for Middle East Policy

Jeremy Shapiro, Fellow, Foreign Policy, Center on the United States and Europe. AffInt 4

 

 

 

 

 

Europa 2020: verso la revisione a metà percorso

 

Sono passati esattamente cinque anni da quando l’Unione europea lanciò la strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva.

Un tasso di occupazione superiore al 75%; almeno il 3% di PIL investito in ricerca e sviluppo;  un tasso di abbandono scolare inferiore al 10% e un tasso di istruzione universitaria superiore al 40%; il 20% in più di efficienza energetica, il 20% in più di energie rinnovabili e il 20% in meno di emissioni di gas a effetto serra; l'uscita di almeno 20 milioni di persone dalla trappola della povertà nel corso di un decennio.

Questi i numeri che descrivono il percorso tracciato da Europa 2020 verso un'economia della conoscenza, della sostenibilità e della coesione.

La crisi finanziaria internazionale aveva già colpito duramente l'economia europea, ma era difficile prevedere, in quel marzo 2010, che essa si sarebbe prolungata ancora così a lungo e avrebbe avuto ripercussioni così profonde ed estese sul piano economico e sociale. In quel momento, dunque, gli obiettivi di Europa 2020 sembravano ambiziosi ma non irrealistici. Oggi sappiamo che, mentre ci avviciniamo al 2020, la strada per il raggiungimento degli obiettivi europei si presenta come un sentiero ripido e stretto.  

Nei giorni scorsi Eurostat ha pubblicato gli ultimi dati per gli indicatori di Europa 2020, che si riferiscono al 2013. Il quadro che ne emerge è tutt'altro  che rassicurante. Per due delle cinque aree di riferimento, occupazione e lotta alla povertà, c’è stato un arretramento anziché un avvicinamento all’obiettivo. Il tasso di occupazione, che era leggermente sopra il 70% all’inizio della strategia, è ora al 68,4%. Il numero delle persone che vivono in condizioni di povertà è aumentato di circa cinque milioni, e supera ormai i 120 milioni.  In altre due aree – innovazione e educazione - i progressi sono stati modesti, e il raggiungimento degli obiettivi fissati richiederà uno sforzo considerevole nel prossimo quinquennio: gli investimenti in R&D in percentuale del PIL sono aumentati solo marginalmente, dall’1,85 al 2%; il tasso di abbandono scolare è al 12% e quello d'istruzione universitaria ancora sotto al 37%. Soltanto per gli indicatori di sostenibilità ambientale (clima ed energia) si registrano progressi coerenti con il traguardo fissato.

Già al momento della fissazione degli obiettivi nazionali alcuni Stati membri si erano mostrati poco propensi a sottoscrivere il livello di ambizione proposto dalle istituzioni europee.  Purtroppo in molti casi la durata e la gravità della crisi hanno reso poco realistici anche gli obiettivi più cauti.

La Commissione europea ha annunciato che presenterà la cosiddetta “mid-term review” (revisione a metà percorso) della strategia  Europa 2020 entro la fine dell'anno. In vista di questa scadenza, è stata fatta una consultazione pubblica i cui risultati sono stati resi noti  in concomitanza con la pubblicazione dei dati Eurostat. Le risposte pervenute confermano una sostanziale adesione agli obiettivi e ai valori della strategia, ma anche la percezione di un'insufficiente efficacia degli strumenti preposti alla sua attuazione.

In verità, nonostante le molte riforme e il formidabile rafforzamento della governance dell’Unione economica e monetaria in risposta alla crisi, restano ancora aperti importanti interrogativi  sull'efficacia del coordinamento delle politiche economiche e sull’adeguatezza degli strumenti che dovrebbero  assicurare il raggiungimento degli obiettivi comuni. Questo è particolarmente vero per le aree di politica economica che sono ancora largamente di competenza nazionale, come l’occupazione, la lotta alla povertà, l’educazione, ecc..  Sappiamo che non ci sono risposte facili a questi interrogativi, ma la revisione a metà percorso della strategia Europa 2020 potrebbe essere l'occasione per esplorare soluzioni nuove, e all'altezza delle sfide che abbiamo davanti. Antonia Carparelli, 12 Stelle in Europa, newsletter della Rappresentanza in Italia

 

 

 

 

 

Grecia, Europa e noi. Ma serve ancora votare?

 

I l ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, tra un attacco alla Germania e l’altro, ha anche dichiarato che, per arrivare a un accordo con l’Europa, il suo governo è pronto a rinviare alcune promesse elettorali. Poiché i greci non vogliono suicidarsi e il resto d’Europa (con l’apparente eccezione del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble) sembra pensare che Grexit, l’uscita della Grecia dall’euro, sarebbe un disastro per tutti, è possibile che alla fine si riesca a trovare un compromesso. In tal caso, la speranza di aver chiuso definitivamente la partita greca sarebbe talmente forte che governi, autorità dell’Unione, mass media, cercherebbero di presentare il compromesso come un grande successo. Però, stiano attenti alla natura del compromesso che si realizzerà (se si realizzerà) perché il suddetto «successo» potrebbe anche essere l’anticamera di un più generale fallimento, quello dell’Unione.

 

Quale è il grande e irrisolto problema dell’Europa oggi? È il «disallineamento» in atto da tempo fra il patto europeo e le regole e i principi su cui si reggono tuttora le democrazie nazionali (europee): il primo (il patto) impone che gli impegni presi reciprocamente fra i governi dell’Unione debbano essere rispettati, i secondi (le regole e i principi) impongono che i governi rispondano prima di tutto ai loro elettorati e soltanto dopo, solo in seconda istanza, all’Unione.

La data emblematica in cui prende il via, platealmente, il processo di disallineamento è il 2005. Fino ad allora, integrazione europea e democrazie nazionali avevano quasi sempre marciato insieme (con qualche eccezione, soprattutto all’epoca del gollismo negli anni Sessanta). Nel senso che gli accordi in sede europea erano sempre stati tacitamente accettati e sottoscritti dai vari elettorati.

 

Nel 2005, il referendum francese che affondò il trattato costituzionale europeo fu il primo segnale della grande svolta: ormai non era più pacifico o automatico che gli elettorati trangugiassero senza fiatare tutti i cocktail (o gli intrugli) preparati a Bruxelles. Poi la crisi economica ha fatto il resto: oggi il disallineamento è assai forte. Da un capo all’altro del Vecchio Continente ci sono ormai tanti leader politici che ottengono grandi ascolti e mietono successi elettorali contrapponendo la democrazia (nazionale), le prerogative degli elettori, i diritti dell’uomo comune, alla «dittatura» europea, al potere, più o meno anonimo, delle eurotecnocrazie, alla «arroganza» della Germania, eccetera, eccetera.

Conta poco il fatto che nella propaganda antieuropea ci siano, oltre a qualche verità, anche diverse bugie. Importa che, per effetto sia di una lunga crisi economica che degli errori commessi nel corso del tempo dalle autorità europee, quella propaganda faccia breccia in porzioni non irrilevanti degli elettorati.

Allora, attenti alla natura del compromesso che ci sarà (se ci sarà) fra i greci e l’Europa. Se potrà essere letto soprattutto come una vittoria dei greci, scatenerà i rancori dell’opinione pubblica tedesca e dei Paesi più vicini all’orientamento tedesco: sarà letto come il successo degli imbroglioni (quelli che truccano i conti), degli scialacquatori, dei parassiti che vivono alle spalle altrui. Niente di buono si preparerebbe allora per l’Unione. Se il compromesso sarà invece letto come una sconfitta del governo greco, allora il messaggio generale - che verrà usato e rilanciato da tutti i leader antieuropei - sarà che la democrazia, in Europa, non conta nulla, che è irrilevante ciò che gli elettori vogliono mandando al governo questo o quello. Anche in questo secondo caso un futuro piuttosto cupo si preparerebbe per l’Unione.

 

Un’uscita della Grecia dall’euro sarebbe una catastrofe per l’Europa, dicono quasi tutti. E se lo dicono quasi tutti, sarà vero. Però, alla Grecia - un Paese che non avrebbe mai dovuto essere ammesso nell’Europa monetaria - si chiedono «riforme» che dovrebbero trasformarla in una «buona economia di mercato» (come ha osservato Giacomo Vaciago, Il Sole 24Ore , 11 marzo), in quanto tale compatibile con la moneta unica. Il punto, naturalmente, è che nessun governo greco è in grado di riuscire nell’impresa, men che mai in tempi brevi. Figuriamoci poi se può farlo un governo formato da una coalizione fra un partito di estrema sinistra (Syriza) e una formazione di destra (Greci Indipendenti). Sarebbe come se in Italia qualcuno chiedesse a un eventuale governo presieduto da Nichi Vendola e appoggiato dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, di lavorare per il libero mercato. Vendola e Meloni (giustamente, dal loro punto di vista) penserebbero che a quel qualcuno manchi una rotella.

Grexit, dicono tante voci autorevoli, sarebbe un disastro. E chi siamo noi per dubitarne? Non tutte le alternative, però, sono migliori. Angelo Panebianco

CdS 15

 

 

 

 

L’economia

 

L’Italia è alle corde e le buone parole non incoraggiano più nessuno. Il Bel Paese sta affondando circondato da un’UE, anche se a due velocità, sempre meno disposta a rimediare per i danni dei Paesi membri. Come abbiamo scritto, il 2015 non è l’anno della “ripresa”. Anzi, si mostrerà ancora difficile per molti. Se in politica si può essere pure ambigui, in economia le incoerenze non perdonano.

 Dopo anni di “vita” oltre le nostre limitatissime possibilità, la speculazione interna e internazionale ha trovato terreno fertile per progredire. La “Crisi” non si è sviluppata per caso. Di fatto, nessuno si è preoccupato di valutarne i segnali premonitori. Peccato. Se i sacrifici servissero veramente, si potrebbero anche sopportare. Di fatto, però, non ne vediamo la concreta utilità. L’Italia naviga in acque perigliose. Oggi più di ieri. Quando il piatto piange, non restano che i prelevamenti fiscali. Diretti ed indiretti. Insomma, a farne le spese è la maggioranza del Popolo italiano.

 Quando sono i ricchi a “piangere” è perché sono stati chiamati a pagare quanto avevano evaso. La stessa produzione interna langue. Quello che si produce, se non si esporta, resta invenduto. La politica del “fuori tutto”, da noi, non sembrerebbe applicabile. L’instabilità dei prezzi di tutti i generi, tranne quelli alimentari, è un altro aspetto di una situazione difficilmente controllabile. Il motto “pagare meno, ma pagare tutti” si sta facendo strada. Meglio tardi che mai. Però, le critiche ora ci vengono dall’UE.

 L’Italia dei “furbetti” avràvita meno facile. La Svizzera non sarà più il forziere degli evasori e dei faccendieri. Il benessere materiale resterà, però, una chimera per i più e quello psicologico è compromesso proprio per l’inesistenza del primo. La formula “Competitività Produttiva” rimane un termine senza significato concreto. Nessuno, in Italia, si azzarda a investire. Tornare indietro sarebbe assurdo; ma andare oltre lo è altrettanto. Il mosaico economico resta incompleto proprio per i motivi che abbiamo esposto e che erano ben noti anche per gli anni passati.

 Le stesse strategie Renziane non trovano la necessaria coesione. La via resta una: favorire, sotto il profilo fiscale, i redditi da lavoro dipendente e da pensione per sostenere una migliore liquidità. Si dovrebbe avere il coraggio d’andare a “spulciare” sulla redditività patrimoniale. Neppure il nostro rampante Presidente del Consiglio ci ha provato.

 Non è questa l’Italia che speravamo. La recessione non è solo una questione economica. Spesso è accompagnata anche dalla demotivazione politica e sociale. Questa non è sola una nostra peregrina impressione; c’è da preoccuparci seriamente. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Nel Pd e nella Lega è il giorno delle spaccature

 

È durissimo lo scontro fra Maurizio Landini e il Pd. Il leader della Fiom riunisce l'associazionismo di sinistra e lancia la sua coalizione sociale: "La politica non è proprietà privata". Prove tecniche di scissione? Non la pensa così il capogruppo dem alla Camera, Roberto Speranza: "La parola scissione non fa parte del nostro vocabolario. La soluzione per avere più sinistra nel Pd non sono le urla televisive di Landini". Il segretario del sindacato controreplica a muso duro: "Non è questione di decibel. Il partito democratico, in silenzio, ha cancellato i diritti dei lavoratori".

È il giorno delle spaccature. Flavio Tosi, cacciato dalla Lega, ufficializza la sua candidatura alla guida della Regione Veneto: "Corro da uomo libero". Il leader del Carroccio Matteo Salvini gli fa gli auguri: "Si goda i complimenti di Fini e Alfano". E Forza Nuova, in piazza Bra a Verona, organizza il funerale politico, con tanto di bara, di Tosi. Il tutto mentre il capo dei "ricostruttori" di Forza Italia, Raffaele Fitto, sferza Silvio Berlusconi ammonendolo proprio sul rischio di dare troppo campo alla Lega: "La posizione attuale di Fi - dice Fitto - può regalare uno spazio enorme al Carroccio. Il nostro partito deve fare opposizione netta e chiara a questo governo. Ma se Berlusconi si chiude nel bunker con un gruppo dirigente che non ha alcuna legittimazione, finisce male questa esperienza". EMANUELE LAURIA  LS 14

 

 

 

 

Riforme, via libera della Camera. Renzi: "Paese più semplice e più giusto"

 

La Camera ha approvato in seconda deliberazione il ddl costituzionale sul superamento del Bicameralismo paritario e le modifiche al Titolo V. A favore hanno votato 357 deputati, contro 125 e 7 astenuti. Il testo, come prevede la Costituzione, passa nuovamente al Senato.

 

"Voto riforme ok alla Camera. Un Paese più semplice e più giusto. Brava @meb, bravo @emanuelefiano, bravi tutti i deputati magg #lavoltabuona", scrive il premier Matteo Renzi su Twitter dopo il via libera della Camera alle riforme istituzionali.

"Abbiamo fatto un passo in avanti, è un nuovo tassello per il quale dobbiamo ringraziare i deputati. Ora si va avanti, abbiamo tanti argomenti da affrontare, a cominciare da scuola, fisco e Pubblica amministrazione", ha detto il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi che alla domanda se sulla legge elettorale si vorrà ascoltare la minoranza Pd, ha replicato: "Nel Pd ci sono tanti luoghi di confronto, nelle prossime settimane ci sarà, ma l'importante è non interrompere il percorso".

"Alla #Camera ok a leggi più veloci e meno parlamentari. Abbiamo fatto quel che abbiamo sempre detto. #avanticosi", scrive su Twitter il ministro dell'Interno Angelino Alfano.

"Il Patto del Nazareno non c'è più, quindi non ci si dica che non si può toccare niente. O si modifica in modo sensato l'Italicum o io non voto più sì sulla legge elettorale e di conseguenza sulle riforme perché il combinato disposto crea una situazione insostenibile per la democrazia. Entriamo nell'impensabile sul piano democratico. E qui non può esserci disciplina di partito che tenga". Lo dice Pier Luigi Bersani lasciando l'Aula di Montecitorio dopo il via libera al ddl Boschi sulle riforme. "Nessuno vuol bloccare niente - assicura - ma non ci si dica che non si tocca niente perché non è accettabile".

"Non ci si faccia minacce, esistono le idee. Questa tendenza a pensare che per gli altri esistono solo le seggiole può darsi sia una proiezione degli altri. Esistono le idee, non solo le seggiole", ha detto inoltre Bersani rispondendo ai cronisti che gli domandano se votare eventualmente in futuro contro riforme costituzionali e legge elettorale sia una scelta che rischi di portare con sé la minaccia di tornare al voto. "E' chiaro che se proponiamo modifiche non siamo mica degli irresponsabili, ma siamo interessati per primi noi - rimarca - a che il processo vada avanti. Continuare a dipingerci come quelli che non fanno le riforme è un tantino irritante" perché "non è l'anno zero delle riforme - sottolinea Bersani - in Italia se ne sono fatte un sacco di riforme". "La Costituzione - sottolinea l'ex segretario dem - è stata toccata due volte, malamente entrambe le volte". Stesso discorso per "la legge elettorale. Questo vitalismo per cui 'si va avanti, si va avanti', come se fino a ieri l'Italia non avesse fatto niente, ci sta impedendo di vedere il merito delle cose".

Il Movimento 5 stelle - come annunciato ieri - non ha partecipato al voto. "Oggi per me è un giorno doloroso", perché "assisto al tentativo di rovina della Costituzione imposto con metodi fascisti. Per noi è doveroso esplicitare l'attacco scellerato alla nostra democrazia che state compiendo", ha detto Danilo Toninelli, deputato e uomo riforme del M5S, in Aula alla Camera per ribadire il no del movimento al ddl Boschi sulle riforme costituzionali. Una riforma che, a detta dei grillini, si traduce in "meno sovranità popolare, più sovranità di un capo".

Forza Italia era presente e, come annunciato domenica scorsa da Silvio Berlusconi, ha votato contro il ddl. L'intervento in prima persona dell'ex Cavaliere è riuscito a ricompattare in buona parte il gruppo di Fi alla Camera sul 'no' al ddl Boschi, anche se i mal di pancia sono rimasti. L'ex Dc Gianfranco Rotondi come preannunciato ha votato a favore. Inoltre 18 deputati di Forza Italia hanno firmato un documento di forte critica alla linea di partito sulle riforme. Ne fanno parte tutti i parlamentari 'filonazareno', a cominciare dai fedelissimi di Denis Verdini. Alla fine di questa votazione convulsa, Forza Italia a Montecitorio risulta divisa in tre tronconi: 18 filonazareno, che fanno capo a Verdini; 17 'fittiani' mentre il restante è formato da parlamentari fedelissimi di Arcore, a cominciare dal cosiddetto cerchio magico.

I 'verdiniani' alla fine ci hanno ripensato e hanno votato 'no' alla Camera, come indicato da Berlusconi. Daniela Santanchè, una delle esponenti azzurre più tentate dal 'sì', spiega all'Adnkronos le ragioni del passo indietro: ''Il presidente Berlusconi ci ha chiesto un atto di fiducia e noi siamo leali. Credo che tutto il gruppo di Fi alla Camera oggi voterà compatto per il no, grazie soprattutto alla nostra buona volontà, perché noi siamo persone leali, ma faremo un atto pubblico per manifestare tutte le nostre critiche e perplessità a questa riforma''. A quanto si apprende da fonti azzurre, i filonazareno dovrebbero presentare un documento molto critico nei confronti della riforma renziana e della linea del partito spesso ''troppo oscillante''.

Nel Pd Fassina ha confermato in aula il voto contrario. "So che ci sarà un documento di una parte dei deputati Pd della commissione Affari costituzionali", aveva detto prima del voto, precisando infine che i "voti in dissenso dal gruppo saranno meno dei 5-6 di cui si era parlato ieri. Io comune - aveva concluso - dirò no".

"Area Riformista, la corrente di Bersani, ha sempre sostenuto la riforma costituzionale, prima al Senato e poi alla Camera. Nessun emendamento votato, quelli presentati puntualmente ritirati. Qualche piccolo aggiustamento, ma nessun problema sul complesso della riforma", aveva sottolineato in un intervento sulla sua pagina Facebook il deputato Pd Pippo Civati che aveva aggiunto: "La cosiddetta minoranza non fa altro che alzare palloni alla maggioranza e al premier che li schiaccia (i palloni e non solo). La battaglia da affrontare è sempre la 'prossima': così è stato sul Jobs Act, così nei vari passaggi delle riforme. Così sarà sull’Italicum, ma poi magari si vota a favore anche su quello". "Se davvero le riforme non le andassero bene come dice, quella ‘minoranza’ ha i numeri (che personalmente non ho, avendo fatto le primarie dopo le elezioni) per cambiarle, fermarle, precisarle, correggerle. E invece alla fine va tutto bene così. Anything goes, diceva un filosofo. Che però - conclude Civati - era anarchico. In questo caso, invece, il capo non si discute davvero mai".

Lega Nord e Sel hanno bocciato il provvedimento, votando no. “Una riforma ipercentralista che apre il fronte a scenari da regime. È a rischio la tenuta democratica. Dopo l’Aventino, ci aspetta la trincea, per la modifica confidiamo anche nel senso di responsabilità dei parlamentari di maggioranza e, nel caso, nell’esito di un eventuale referendum”, ha affermato il deputato leghista Matteo Bragantini, relatore di minoranza del ddl di riforma costituzionale. “Il percorso per la riforma di quasi 40 articoli della Costituzione si è trasformato in una prova muscolare del governo, che ha usato la modifica della Carta fondamentale per fare la conta al proprio interno. Per questo il nostro atteggiamento, inizialmente propositivo, si è trasformato in doveroso ostruzionismo. Non possiamo accettare una centralizzazione forzata del Paese”. Adnkronos 10

 

 

 

 

Il presidente delle Acli Bottalico e il voto sulle riforme costituzionali

 

Il superamento del bicameralismo paritario richiede una legge elettorale che rassicuri sul mantenimento di un adeguato equilibrio fra governo e Parlamento

 

ROMA - “Il superamento del bicameralismo paritario, una riforma a lungo attesa e potenzialmente in grado di accelerare l'iter legislativo, richiede una legge elettorale che rassicuri sul mantenimento di un adeguato equilibrio dei poteri fra governo e Parlamento”. Questo è il commento di Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli, sul ddl sulle riforme costituzionali approvato ieri alla Camera.

“La riforma del Senato – prosegue Bottalico – lascerà una sola Camera elettiva: per questo è importante riflettere sugli effetti che produrrà la nuova legge elettorale, di modo che questi siano compatibili con l'attuale forma di governo parlamentare. Qualora invece si ritenesse, legittimamente, di imboccare la via della forma di governo presidenziale, apparirebbe più prudente trovare il modo per eleggere in momenti diversi i componenti dell'Assemblea di Montecitorio e il capo dell'Esecutivo con i dovuti contrappesi costituzionali.

È pur vero che l'equilibrio costituzionale dipende in buona parte dalla saggezza delle persone che incarnano le istituzioni, e quindi alla prova dei fatti, ciò che suscita dubbi in astratto potrebbe comunque funzionare nel concreto, ma forse non rappresenta un dettaglio trascurabile considerare che siamo in un periodo di consistente oscillazione degli orientamenti elettorali tra l'astensionismo e la ricerca di nuovi leader carismatici.

Una domanda appare fondata: cosa potrebbe succedere il giorno in cui forze populiste ed autoritarie, anche con dei consensi molto minoritari, vincendo le elezioni, arrivassero ad avere il simultaneo controllo della Camera e del Governo? Chi ha avuto il merito e dimostrato il coraggio di varare questo ampio disegno di riforme, ha la responsabilità anche di tenere in considerazione preoccupazioni di questo genere.

Gli aspetti della riforma costituzionale che riguardano il Titolo V, - conclude Bottalico - sembrano recepire le esigenze di un riordino delle competenze fra i vari livelli di governo a condizione che sulle nuove materie che tornano allo Stato si dia luogo una legislazione rispettosa delle autonomie locali”. (Inform 12)

 

 

 

 

 

Vivere da noi

 

In economia, soprattutto per quell’italiana, non è facile fare delle previsioni t. Ora, però, i fatti si sono tanto complicati da impegnarci a trattare l’argomento in senso più concreto. Durante l’autunno 2014, il costo della vita è aumentato dello 0,9 % rispetto alla stessa stagione del 2013. Se confrontiamo, poi, questo periodo con quello del 2012, l’incremento è stato del 5% (in area Euro). Tutti i prodotti sono, quindi, rincarati; tranne che i generi alimentari. Intanto, s’è fatta strada la deflazione. Le previsioni sembrerebbero migliori per l’anno corrente. Per il riscaldamento, spenderemo di meno rispetto all’inverso scorso. Le tariffe elettriche non rincareranno. Aumenti in vista, invece, per il trasporto pubblico. Non sono mancati gli “arrotondamenti” per i valori bollati in genere d i pedaggi autostradali. Stabili i prezzi delle assicurazioni RC e delle tariffe telefoniche fisse o mobili. Il quadro che ne deriva resta complesso. Eppure c’è ancora qualcosa che non è chiaro. Oltre agli aumenti “evidenti”, lieviteranno anche le imposte indirette che contribuiranno a falcidiare i nostri redditi da lavoro o da pensione. Ci si sacrifica per sanare il deficit nazionale. Come per il passato, senza riuscirci. I sacrifici, invece, non contribuiranno per nulla al rilancio produttivo. L’Esecutivo Renzi ha già fatto la sua parte. Adesso non è più pensabile ridare fiducia all’economia perseverando nei tagli oggettivamente variegati. Quando si è imboccata una strada come quella che stiamo percorrendo, ogni “sterzata” potrebbe essere peggiore che il successivo “sbandamento”. Manca ancora una politica di militanza verso le classi meno abbienti che sono la maggioranza del Popolo italiano. La ripresa del Bel Paese dipende da troppe variabili; anche a livello internazionale. Essere in UE è una responsabilità che sarebbe saggio non sottovalutare. Perché l’economia degli Stati membri non riuscirà mai ad essere compensata da interventi della Banca Centrale che chiederebbe, poi, un conto difficilmente sostenibile in tempi non biblici. Il caso Grecia è l’esempio più evidente di una “pezza” che non ha sanato, solo in parte, la “falla” ellenica. L’Italia ha fame e non solo di giustizia. Purtroppo, anche il mutamento della dieta alimentare è una realtà alla quale abbiamo dovuto adeguarci. L’inverno si chiude con una deflazione che agevola solo chi può ancora avere una certa liquidità. Eppure, anche il costo del denaro è sceso. I prestiti sono sempre onerosi e si cerca di contenerli. I fatti sono questi. Essere ottimisti significherebbe essere degli irresponsabili. Il 2015 resta di complessa evoluzione. Il superamento della crisi potrà verificarsi solo a piccoli passi. Forse, ne saremo fuori non prima del 2020. Con un altro Esecutivo ed un altro Parlamento. Quindi, dopo il varo di una nuova legge elettorale. Se si escludono, saggiamente, le illusioni, i tempi che ci aspettano saranno difficili per la maggioranza degli italiani. Giorgio Brignola

De.it.press

 

 

 

 

 

Caso Ruby, la Cassazione assolve Berlusconi. Il leader di FI: "Archiviata triste pagina".

 

La Cassazione ha confermato l'assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo Ruby. La decisione dei giudici è giunta dopo una camera di consiglio fiume, durata circa nove ore.

La sesta sezione penale della suprema corte ha confermato il verdetto pronunciato lo scorso 18 luglio dalla Corte d'appello di Milano rigettando il ricorso della procura generale. In primo grado, l'ex cavaliere era stato condannato a 7 anni di reclusione. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni, così come prevede il codice di procedura penale.

Oggi l'ex premier torna a Roma per concentrarsi sulla campagna elettorale delle regionali e l'organizzazione di Forza Italia ma anche per mettere a punto la strategia politica sull'Italicum dopo il 'no' al ddl Boschi. Il Cav, riferiscono fonti azzurre, dovrebbe rientrare a Roma nel pomeriggio e farà il punto della situazione con i suoi. Domani vedrà Joseph Daul, presidente del Partito popolare europeo per parlare di Ue e di centrodestra europeo.

Intanto, ha commentato la sentenza in una nota: "Finalmente la verità. Oggi è una bella giornata per la politica, per la giustizia, per lo stato di diritto. Non avendo mai avuto nulla da rimproverarmi, ero certo che le mie ragioni sarebbero state riconosciute -ha detto l'ex premier-. Rimane però il rammarico per una vicenda che ha fatto innumerevoli danni non solo a me, alla mia famiglia e alle altre persone innocenti coinvolte, ma a tutti gli italiani, alla vita pubblica del nostro paese e alla nostra immagine nel mondo".

Berlusconi ha ringraziato " i magistrati che hanno fatto il loro dovere senza farsi condizionare dalle pressioni mediatiche e dagli interessi di parte. Quello che in altri Paesi sarebbe scontato in Italia è una prova di coraggio e di indipendenza che merita rispetto e ammirazione". Il leader di FI ha poi aggiunto: "Ora, archiviata anche questa triste pagina, sono di nuovo in campo per costruire, con Forza Italia e con il centrodestra, un’Italia migliore, più giusta e più libera".

Con Berlusconi esulta anche la sua compagna Francesca Pascale: ''Dopo cinque anni di calunnie e fango mediatico basati su pettegolezzi e invidia sociale finalmente la verità ha vinto. Anche nei tanti momenti difficili il rispetto e la fiducia nella magistratura non mi sono mai venuti meno. Ringrazio il presidente che per amore dell’Italia ha avuto il coraggio e la forza di resistere a tutto e a tutti. Sono sempre di più onorata e orgogliosa di stargli accanto'', ha affermato.

L'epilogo favorevole a Berlusconi del processo Ruby non lascia ovviamente indifferenti gli altri esponenti di Forza Italia. "Gioia infinita per decisione Cassazione. Berlusconi in campo più forte di prima, con un grande partito alle spalle. Oggi Italia è Paese migliore", ha 'twittato' il presidente dei deputati di Forza Italia, Renato Brunetta.

La sentenza, secondo il pool di legali di Berlusconi, "chiude definitivamente un lungo processo, tanto penoso per il presidente Berlusconi quanto impegnativo per gli avvocati". "Torna la serenità, con la soddisfazione di tutti quelli che non hanno mai creduto all’originale ed azzardato impianto accusatorio", hanno evidenziato gli avvocati Franco Coppi, Piero Longo, Niccolò Ghedini e Filippo Dinacci.

Il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, pur esprimendo "soddisfazione per la decisione della Cassazione" ha sottolineato che questa "non cancella un'enorme amarezza". "La democrazia falsata a danno di un leader e di milioni di elettori, la verità e la libertà calpestate, l'arbitrio trionfante: una pagina di orrore nella storia italiana", ha continuato Gasparri.

Si è affidato a twitter il ministro dell'Interno Angelino Alfano: " Berlusconi definitivamente assolto su caso Ruby. L'abbiamo sempre pensato, l'abbiamo sempre sperato. Ora sia più forte con #destraestrema". Adnkronos 11

 

 

 

 

 

Maie: follia Comites, registro elettori ai candidati?

 

ROMA - Visto che alle prossime elezioni dei Comites potranno votare solo i connazionali che si iscriveranno nel registro degli elettori, i candidati delle varie liste potranno avere l’elenco degli iscritti, così da indirizzare loro – e solo a loro – la campagna elettorale? 

Questo, in estrema sintesi, il quesito che si pone oggi il Maie, Movimento fondato e presieduto da Ricardo Merlo, che, riprendendo una notizia di italiachiamaitalia.net, si chiede se sia opportuno far decidere la questione al Garante della Privacy, interpellato in merito dalla Farnesina.

“I candidati ai Comites nei prossimi giorni inizieranno la vera e propria campagna elettorale”, si legge nella nota del Maie. “Presto le schede cominceranno ad arrivare agli italiani all’estero che si sono iscritti all’ormai famoso registro elettorale. Ma chi sono questi connazionali? I candidati potranno saperlo? Potranno quindi conoscere i nomi e i cognomi, gli indirizzi, di coloro che hanno dichiarato l’intenzione di votare, oppure dovranno tirare a indovinare? E se non dovesse essere così, se non si potrà conoscere chi si è iscritto, a chi dovranno rivolgere, le liste e i candidati, il proprio messaggio elettorale? È di queste ore la notizia, fornita a ItaliaChiamaItalia da una fonte parlamentare, che i registri elettorali per essere consegnati ai tanti candidati dovranno avere l’ok del garante della Privacy. Sarà dunque un burocrate, chiuso in un ufficio romano, a dovere decidere il destino di queste elezioni Comites”.

“È stato il ministero degli Esteri – riporta il Maie – a volere chiedere un parere al garante: possiamo consegnare il registro elettorale ai candidati che ce lo chiedono? La risposta è attesa nei prossimi giorni. Ma intanto il caos è totale. Un esempio, per entrare nello specifico. Nella circoscrizione consolare di Buenos Aires sono residenti circa 200mila italiani. Di questi, solo 12mila risultano essersi iscritti al voto. Siamo intorno al 5-6%, secondo ciò che ci spiegano nostri contatti in Argentina. Le liste che si sono presentate alle elezioni dei Comites dovranno dunque rivolgersi a 200mila italiani durante la campagna elettorale? Se volessero inviare un volantino, un messaggio elettorale, con cui magari presentarsi e fare conoscere il proprio programma, anche se in maniera sintetica, dovrebbero inviarlo a tutti gli iscritti Aire? Sarebbe uno spreco di tempo e risorse, certamente; e comunque, visto che nelle zone del mondo dove è più numerosa la presenza di connazionali inviare un volantino a tutti sarebbe impossibile, si rischierebbe di escludere dal proprio messaggio quegli italiani nel mondo potenzialmente più interessati, quelli cioè che si sono registrati al voto e che dunque hanno tutto l’interesse a conoscere i programmi delle varie liste concorrenti”.

Secondo il Maie, dunque, “il problema c’è e sorge ora perché in molti avevano dato per scontata la scelta di consegnare ai candidati i registri degli elettori. Evidentemente così non era, non è. Già ai registri si iscrivono in pochi, sarebbe giusto almeno poter sapere chi lo ha fatto per aiutarlo poi a votare coscientemente, in maniera responsabile. Per fare dell’italiano che si è iscritto un elettore informato. Informato sui nomi e i candidati, sui programmi delle varie liste. I candidati vogliono avere il diritto di divulgare il proprio messaggio e di farlo a chi si è detto interessato al voto; e gli elettori certamente hanno diritto di sapere e conoscere chi votare”.

“È un argomento complicato, ce ne rendiamo conto. E che forse – come gli stessi Comites, del resto - interessa più gli addetti ai lavori che i milioni di italiani residenti all’estero. Ma il tema è forte e – sottolinea il Maie – merita risposte. È qualcosa che ha a che fare con la democrazia. Noi lo diciamo in maniera chiara: non dare i registri elettorali ai candidati ci sembra pura follia. In attesa del parere del garante della Privacy, liste e candidati oltre confine sono bloccati, di fatto. Un altro regalo del governo Renzi agli italiani residenti all’estero e a chi si occupa di loro più da vicino”. (aise 12)

 

 

 

 

Elazioni Comites. Parte la campagna elettorale. Sciogliere in fretta la riserva sull’uso degli elenchi degli elettori

 

ROMA - Il percorso che ci ha portati alle prossime elezioni dei Comites, dopo anni di rinvii, è stato oggettivamente contraddistinto da numerose problematiche e crescenti difficoltà.

Le elezioni sono ormai prossime e con il 18 marzo si chiude la fase preparatoria. Infatti, questo sarà l’ultimo giorno in cui i cittadini italiani iscritti all’Aire da almeno sei mesi potranno registrarsi nell’elenco degli elettori del proprio Consolato ed esercitare così il diritto di voto. I consolati provvederanno poi ad inviare a tutti gli iscritti negli elenchi elettorali i plichi necessari per votare per corrispondenza, che dovranno pervenire entro il 18 aprile. In questi stessi giorni parte la campagna elettorale ed informativa dei candidati e delle liste.

Ed è proprio su questo punto che si registrano delle difficoltà. Ci riferiamo, in particolare, alla possibilità per le liste e i candidati di ottenere dai Consolati l’elenco aggiornato degli elettori, così da poter svolgere una normale campagna informativa ed elettorale.

Ora, pare che numerose rappresentanze consolari, su direttiva della Farnesina, non hanno risposto ancora alle richieste dei candidati e delle liste concorrenti di ricevere l’elenco degli elettori. Questo, in attesa del pronunciamento del Garante della privacy.

In realtà, il garante si era già pronunciato nel settembre 2005 su tutta la materia attinente alla propaganda elettorale nel "decalogo" del Garante, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 settembre 2005 n. 212, facendo riferimento esplicito anche ai Comites con queste testuali parole:

A)    Liste elettorali

Possono essere anzitutto utilizzati, senza il preventivo consenso degli interessati, i dati contenuti nelle liste elettorali che ciascun comune tiene, aggiorna costantemente e rilascia in copia anche su supporto elettronico. L'intera platea degli elettori può essere così contattata agevolmente.

Possono essere altresì utilizzati i seguenti altri elenchi e registri in materia di elettorato attivo e passivo:

•    elenco degli elettori italiani residenti all'estero per le elezioni del Parlamento europeo;

•    elenco aggiornato dei cittadini italiani residenti all'estero finalizzato a predisporre le liste elettorali, realizzato unificando i dati dell'anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) e degli schedari consolari;

•    elenco dei cittadini italiani residenti all'estero aventi diritto al voto per l'elezione del Comitato degli italiani all'estero (Comites);

•    liste aggiunte degli elettori di uno Stato membro dell'Unione europea residenti in Italia e che intendano esercitare il diritto di voto alle elezioni del Parlamento europeo.

In base a tale precedente, appare evidente che l’elenco degli elettori, realizzato con le nuove modalità, rimane comunque un elenco pubblico, finalizzato al voto, gestito da una pubblica amministrazione e legato comunque alla iscrizione AIRE, che ne costituisce il fondamento. Per queste ragioni, ci sembra indiscutibile il diritto dei rappresentanti di lista di ottenere i dati anagrafici e i rispettivi indirizzi postali per svolgere in modo fisiologico la campagna elettorale.

Altro discorso, invece, per le email e i numeri di telefono. In occasione delle elezioni 2013 il garante aveva comunque stabilito che la condizione dell’assenso, ai soli fini elettorali, potesse essere superata. Aveva però stabilito una data entro la quale tale deroga poteva applicarsi. Essendo decorsa tale scadenza, pare evidente che su questa materia debba pronunciarsi nuovamente il garante.

Per quanto mi riguarda, ben venga questo parere, ma si faccia in fretta! Stupisce, semmai, che per elezioni programmate da tempo, poi rinviate, e ormai prossime, non lo si sia acquisito per tempo. Del resto, la richiesta di questi elenchi, non rappresenta un fatto eccezionale ma la norma di una qualsiasi campagna elettorale. Davanti a questo ritardo ci verrebbe da pensare, ancora una volta, alla mancanza di attenzione nei confronti delle nostre collettività. Rispettarle significa in concreto metterle nella condizione di poter svolgere la loro vita comunitaria in tutte le sue manifestazioni, soprattutto quando si ha a che fare con la sfera dei diritti, in questo caso dei diritti politici.

D’altro canto, siamo di fronte ad un momento di fatica della partecipazione democratica e aggravare le difficoltà burocratizzando eccessivamente alcuni passaggi significa non aiutare le nostre comunità.

Ritengo, quindi, che anche per le elezioni dei Comitati degli Italiani all’Esteri, trattandosi di organismi elettivi, possa essere valido quanto stabilito dal provvedimento sopracitato. In ogni caso, si faccia in fretta, nel rispetto dei tempi reali di una campagna elettorale che dovrà svolgersi necessariamente in poche settimane.  Marco Fedi, Deputato Pd Estero

 

 

 

 

Riformare la scuola per educare i giovani

 

Non basta riparare gli edifici ed assumere i precari. Occorre sopratutto preparare gli studenti ad affrontare la vita con serietà e senso civico

 

A leggere i quotidiani o a seguire le cronache ed i giochi (per esempio, l’Eredità) televisivi ci si accorge che quasi tutti gli Italiani, parlamentari compresi, leggono pochissimi libri, spesso neppure i giornali, a volte parlano male la nostra lingua e non conoscono la storia, la letteratura e la geografia nazionale. Un Paese, l’Italia, in cui l’ignoranza, l’illegalità e la corruzione si diffondono anche tra i giovani che compulsano ossessivamente i loro telefonini tascabili, cedono spesso al turpiloquio e al piacere di guidare spavaldamente motorini e macchinette. O, peggio, a violenze, stupri, rapporti sessuali tra minorenni, tentati o realizzati. Eppure sono ancora in età scolastica o universitaria. Dal che si deduce che avranno, forse, imparato le materie loro insegnate, ma non acquisito l’educazione civica necessaria per essere e diventare cittadini onesti, corretti e socialmente elevati.

  Tale carenza incide notevolmente sul loro modo di vivere, da schiavi del relativismo, e sul futuro della società nazionale. Ma dimostra pure la mancanza di un opportuno insegnamento educativo. Che ritengo - come l’editorialista del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia - più necessario delle riforme ipotizzate dal Governo, cioè la riparazione degli edifici scolastici, più o meno in rovina, l’immissione in ruolo delle decine di migliaia di precari o la promozione degli insegnanti più meritevoli. Perché, secondo Galli della Loggia, “La buona scuola è innanzi tutto un’idea. Un’idea forte di partenza circa ciò a cui la scuola deve servire: cioè del tipo di cittadino - e vorrei dire di più, di persona - che si vuole formare, e dunque del Paese che si vuole così contribuire a costruire”. Perché il popolo ha diritto a rivendicare una funzione educativa. Per dare la quale non basta far conoscere la Costituzione, insegnare l’inglese o introdurre nei programmi scolastici materie nuove, come da decenni i Ministri dell’Istruzione hanno sostenuto e fatto, a discapito di quelle fondamentali, come la letteratura, le scienze, la storia, la matematica e la legalità. Ne consegue che all’Università vanno studenti incapaci di scrivere e parlare correttamente in italiano e di riassumere un testo.

  Danni ai quali si aggiunge quell’eccessiva indulgenza che spesso permette agli studenti di fare, in classe, il proprio comodo, come uscire dall’aula quando si vuole, usare il cellulare, interloquire da pari a pari con l’insegnante. Una mancanza di disciplina cui molti professori non reagiscono, temendo un ricorso al Tar da parte dei genitori. In contrasto con la necessità di insegnare ai giovani, fin dalle elementari, a prendersi le proprie responsabilità, ad ammettere gli errori commessi, a formare coscienze critiche, ad apprezzare quanto i loro maestri o docenti fanno o dicono per far comprendere loro che nella vita non sono affatto aboliti voti e giudizi, indipendentemente dalla propria autostima. Questo dovrebbe essere l’obiettivo vero dell’insegnamento e lo scopo finale delle riforme da approvare in Parlamento. Che anzi mancano, benché la moglie di Renzi sia un’insegnante e la Giannini, Ministro della Pubblica Istruzione, sia stata docente universitaria.

  Invece entrambi hanno chiuso gli occhi di fronte alla realtà nazionale sulla quale c’è da riflettere, essendo tutt’altro che incoraggiante. All’inizio, infatti, si sono preoccupati di più di quella puramente economica, visto che puntare sulla “meritocrazia” avrebbe permesso di risparmiare sugli stipendi di maestri e professori, già pagati molto meno dei loro colleghi stranieri. In effetti gli aumenti dipendevano esclusivamente dagli anni di servizio: 150 euro in più ogni sette anni. Ora, se la riforma prevista fosse stata approvata, gli incrementi - 60 euro netti al mese - sarebbero stati effettuati in base a “scatti di competenza”, cioè crediti didattici, formativi e professionali. Un meccanismo che avrebbe comportato una diminuzione salariale di oltre 10mila euro nel corso della carriera, quindi un risparmio delle spese statali. Che serve, ma non a scapito degli insegnanti. Per fortuna hanno fatto marcia indietro, togliendo tale manovra dal disegno di legge - che il Governo spera sia approvato quanto prima - forse per effetto delle proteste degli insegnanti e dei loro sindacati. E non solo per motivi economici. In effetti, se il credito formativo può essere facilmente provato, chi testimonia su quelli didattici e professionali? Non credo che ci si possa basare sul giudizio degli allievi e sulla loro reale preparazione; e neppure sul parere dei colleghi o dei presidi, che può essere provocato da discordie private, antagonismi politici o simpatie personali. A danno di ciò che la scuola dovrebbe essere: il luogo in cui si formano i caratteri, la cultura e la futura società. Quanto serve per rendere migliore il Paese.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

La ripresa?

 

La situazione nazionale resta delicata. Nelle ultime settimane del 2014, si era venuta a determinare una condizione di stallo politico che non ci consentiva di vedere oltre la crisi che ha messo alle corde la nostra economia. Non è detto, quindi, che la fiducia in questo Esecutivo possa recuperare la recessione del Paese. Qualora i partiti non riescano a dare corpo alle attese, non percepiamo nulla di buono per l’Italia.

 Lo spirito di rinnovamento, tanto auspicato, non si è verificato. Il PD e Alleati hanno solo temporanee ragioni per coordinare le loro strategie.  La crisi, che viene da lontano, avrà vita più lunga. Le stesse istituzioni sono scosse da contraddittorie prese di posizione. Sostenere una Legislatura che non è stata, di fatto, “partorita” da elezioni, non ci sembra la soluzione più logica. Lo avevamo già scritto: non si può contare sulla teoria, quando in pratica non è percorribile. Prima di dare un nuovo assetto alla Repubblica, bisognerebbe chiarire sino a quando si deve mantenere in vita questo Esecutivo di Centro/Sinistra.

 Del resto, un Parlamento senza un Potere Esecutivo sarebbe come una sorgente alla quale, pur avendo una gran sete, nessuno potrebbe bere. L’instabilità, della quale si sentono gli effetti diretti, non ha migliorato i profili economici della Nazione e, questi ultimi si sentono, si vedono e sono deplorevoli. Se, per smantellare il “passato”, s’intende ipotecare il “futuro”, è meglio non farne nulla.

 Le strategie dei grandi partiti non esistono più. Perché non ci sono più partiti “grandi”. Stessa considerazione è ribaltabile sulle figure dei politici di quest’ultimo decennio. A parole sono tutti bravi. In pratica, neppure mediocri. L’Unione Europea ci osserva e ci giudica. I progetti per il futuro, il nostro futuro, si sono frantumati con la mancanza d’inventiva e con l’impossibilità d’offrire scelte tangibili al “nuovo” che incalza. Nessuno, ora, potrebbe prevedere i risultati di consultazioni politiche generali. Le sorprese, dopo il varo della legge elettorale, potrebbero non mancare. Ma non sappiamo quando.

 Il cambiamento partirà comunque da chi, prima, aveva altro orizzonte da scrutare e altre mete da conseguire. Se non altro, data l’impossibilità di nuove alleanze né da una parte, né dall’altra, l’attuale Governo, gioco forza, potrebbe essere più coeso. Di un fatto, però, siamo certi: la politica italiana ha toccato il fondo; anche sotto il profilo morale. Senza scuse plausibili, il vuoto di potere favorirà solo la speculazione a discapito di una ripresa che vediamo sempre più distaccata.

 Il programma che Renzi considera come successo governativo per noi, invece, è solo l’effetto d’eventi ancora tutti da verificare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Sull’esenzione Imu per la casa posseduta in Italia dai pensionati italiani residenti all’estero: dovrebbe bastare l’età

 

ROMA - “Per beneficiare dell’esenzione Imu e delle altre agevolazioni fiscali sulla casa posseduta in Italia da parte dei pensionati all’estero dovrebbe bastare il requisito dell’età”. È quanto afferma il deputato Alessio Tacconi (Misto), eletto nella ripartizione Europa, in relazione alla norma introdotta l’anno scorso che stabilisce che “a partire dall’anno 2015 è considerata direttamente adibita ad abitazione principale una ed una sola unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato e iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza, a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata o data in comodato d’uso”.

“Un’ottima norma rischia di essere lasciata alla libera interpretazione degli Uffici Tributi degli oltre ottomila comuni italiani, alcuni dei quali – rileva Tacconi - non sono nemmeno ancora a conoscenza delle novità introdotte per il 2015, come mi ha segnalato qualche nostro connazionale all’estero che a tale proposito aveva interpellato il proprio comune. Nei miei contatti sul territorio – continua il deputato – ho avuto modo di constatare personalmente il generale disorientamento dei nostri pensionati all’estero che sono completamente all’oscuro degli adempimenti necessari per certificare il loro status. La disposizione, infatti, non sembra del tutto chiara laddove fa riferimento a cittadini già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza e si presta ad interpretazioni non univoche da parte dei comuni interessati che potrebbero quindi escludere dal beneficio i cittadini italiani che, per esempio, sono pensionati Inps, ma non pensionati dal Paese di residenza”. Per Tacconi inoltre “l’attuale formulazione pone in capo ai possibili beneficiari l’onere della prova del loro status di pensionati nei rispettivi Paesi di residenza con la produzione di dichiarazioni degli enti previdenziali, relative traduzioni, legalizzazione e certificazione finale da parte delle nostre rappresentanze diplomatico-consolari”, una procedura che, fa notare il deputato, “rappresenta un inutile aggravio sia per i beneficiari, sia per le nostre rappresentanze”.

Per far fronte a tali circostanze, Tacconi ha presentato una proposta di legge, che si augura possa essere sottoscritta e sostenuta anche dagli altri deputati eletti all’estero, che introduce quale unico requisito necessario, il concetto anagrafico di “età pensionabile secondo le norme vigenti in Italia”, così da “sgombrare il campo da ogni dubbio interpretativo circa la platea dei beneficiari e sollevare i beneficiari stessi dall’onere della prova del loro status di pensionati e le nostre rappresentanze diplomatico-consolari dall’aggravio di lavoro per certificazioni varie: basterebbe così – rileva - una semplice autocertificazione corredata da un documento di identità”. Una proposta che Tacconi definisce “una semplice scelta di buon senso, assolutamente indolore: infatti – precisa - la circostanza che l’attuale età pensionabile in Italia sia tra le più alte del mondo fa ritenere che non ci saranno maggiori oneri per il bilancio dello Stato. Rimarrebbe l’onere della prova del loro status solo per i cittadini pensionati nei rispettivi Paesi di residenza in età inferiore a quella prevista in Italia”.

“Non si esaurisce certo con ciò l’annoso problema della tassazione della casa: è necessario - conclude il parlamentare - che si ponga mano quanto prima ad una riforma globale che preveda concrete agevolazioni per la totalità dei cittadini residenti all’estero: molto spesso la loro casa di proprietà è stata costruita a costo di enormi sacrifici  con il proposito di tornarvi periodicamente per trascorrervi un periodo di vacanze nel paese che li ha visti nascere, attraverso il quale mantenere i legami affettivi con l’Italia. Non si può ancora penalizzare chi è già stato costretto alla dura esperienza dell’emigrazione”.

Di seguito il testo della proposta di legge:

Modifiche all’art. 13 del Decreto Legge 6 dicembre 2011 n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, in materia di IMU per i pensionati italiani residenti all’estero.

Art. 1.

All’articolo 13, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, modificato dall’art. 9-bis del decreto-legge 28 marzo 2014 n. 47, convertito nella legge 23 maggio 2014, n. 80, al nono periodo, dopo le parole “Paesi di residenza,” sono inserite le seguenti parole “ovvero siano in età pensionabile secondo le norme vigenti in Italia,”.

Dall’applicazione della presente norma non derivano nuovi o maggiori oneri a carico del Bilancio dello Stato.  Inform 13

 

 

 

 

Casa rifugio fuori dal mondo

 

Che vento tira nell’umore di massa fra i popoli dell’Europa, da Malta alla Scandinavia, dal Portogallo ai confini a est di Polonia? Se ha senso una domanda del genere sul sentire medio fra le centinaia di milioni di cittadini del nostro continente, si può andare alla statistica, quella che dice tutto e anche il suo contrario

Ma una domanda del genere può frugare anche altrove. Per esempio nel clima di tendenza, di quella che è stata la “Stimmung” alla recente Möbelmesse di Colonia, la fiera mondiale del mobile, dell´abitare e indotto. Se si parte allora da questo termometro degli umori della gente sul come e di che cosa si vive nella nicchia di rifugio dentro il privato, si nota che i popoli nel cuore d’Europa, di buono e anche di minor benessere, sono sempre più presi dalla paura di troppe cose che accadono vicino e lontano e mostrano fin dentro casa i fatti di terrore minuto per minuto. Nel senso che sempre più la gente scappa appena può da un mondo esterno inquietante e si barrica nei piccoli nidi di benessere domestico a contatto delle proprie cose rassicuranti. Alla ricerca di una protezione che taglia fuori i guai che vengono riforniti dai media dannosi alla voglia di vivere. “Lieber ganz schön für sich zu Hause wohnen und die Welt draußen lassen.”- Meglio rifugiarsi nel bel sicuro di casa propria sbattendo fuori il (resto del) mondo.

Questo è stato lo slogan volgarizzato in tutte le forme e venuto fuori un paio di settimane fa in proposte di stile e di concetto che all´esposizione di Köln gli interessati del settore mobiliere e abitativo sono venuti a mostrare al mondo, o a portarsi via come trend per i prossimi anni. E per capirli non ci vuol molto. Basti pensare ai terrorismi in nome dell’Islam di recente gravità che hanno resa la scena politica in Germania e soprattutto in Francia così perturbata. E alla replica spesso isterica, in senso di contraccusa. Si guardi ai tratti di fondamentalismo religioso - solo religioso? - che continuano a muovere emozioni di massa con spaventi uguali a senso alternato. Com’è emerso qui da noi nei fenomeni di nome “pegida” e altro, contro l`Islam di terrore e quello pacifico oltre i razzismi già presenti. Il tutto a impoverimento di interesse per la politica ufficiale che ha reagito impreparata a queste “guerre fra le culture” lontane dai partiti e dalla partecipazione ad alto impegno.

Le manifestazioni recenti che osserviamo, o in cui siamo coinvolti per forza, confermano questo disagio. Si pensi alla sfiducia verso la politica alla grande  che non interpella  le nuove generazioni, indaffarate in ben altre appartenenze. E noi italiani di Germania  sappiamo bene come la palude politica in perenne movimento può restare in realtà bloccata nell’incapacità di dare risposte nuove alla modernità dei conflitti. E quindi la fuga nel privato che protegge, attraverso scorciatoie emozionali di piazza per una stagione e poi basta. Ciò che fa risparmiare in fatica di appartenenza nella corresponsabilità pubblica. “Fermate il mondo che voglio scendere” ammoniva una canzone decenni fa, in un´Italia allora sicura di sé. Quando chi era intelligente aveva già capito che le prove generali di fuga per stanchezza dal sociale era inadeguata alle emergenze nazionali. Poi qui in Germania si vide subito il morire dell´associazionismo italiano d’emigrazione dagli anni novanta. Ma a parte questi episodi poco collegabili con l’oggi, anche fra noi italiani all’estero cresce il nervosismo verso i popoli poveri che arrivano con le loro miserie per terra e per mare, adesso anche con la complicazione islamica. Ed è chiaro che questo crea uno stato emozionale che turba la vita politica, quando la gente spegne l´intelligenza e accende televisioni e madia che minuto per minuto mostrano la violenza nuova in aggiunta a disagi già di ordinaria attualità.

Dunque che si fa? Consacriamo ansia e paura a nuovo valore di coagulo nel sentire politico, sul quale trionfa il populismo che ha rubato in sostanza e numeri di gente attiva ai partiti classici? Come vediamo nel mondo francese e nella gran provincia tedesca, dove a Dresda, Parigi  e in altre piazze questo “disagio” d’epoca sfugge alle maestranze di stato. E qui siamo sulla stessa barca, gente in questo paese a estrazioni nazionali diverse, che per forza di cose ci troviamo insieme nel preferire lo stare in salotto e cucina ben protetti. Nella “Gemütlichkeit” che diventa culto di conforto. Intanto che un residuo senso del comunitario che un tempo coagulava la gente nelle grandi  Chiese perde di portata sociale. Siccome tali conformazioni non esistono più come popolo credente, ma in apparati di servizi in domanda e offerta per clienti. Anche gli insegnanti hanno qualcosa da dire sulla fatica dell´educare alla socialità come modo di sentire ed essere, nella “Sozialcompetenz”, la cultura di rapporto, che resta poco coltivata. Lasciando all’offerta di sistema che in infinite varianti psicoterapeutiche per singoli copre i guai del civico che non educa più per gruppi. Ora, “in” è il privato.

Chi sta mettendo su famiglia e bambini al mondo, voglia o no se lo chiede dove stiamo andando fra tante ansie che diventano paura di perdere identità culturale, sicurezza nei pubblici ambienti, paura all’arrivo delle masse dei miseri del mondo e di sopraffazione etnica. Il rifugio nel proprio  è un espediente provvisorio nel quale prima o poi i guai che si sbattono fuori porta rientrano dalla finestra. E lo vediamo. Dunque il fuggire “fuori” dal  mondo,  è inganno  e convulsione di stagione. Un espediente che non può durare. Una scaramanzia di piazza al momento. Dunque ci vuole dell’altro. Per esempio una riconciliazione con la partecipazione politica a lungo impegno nella fatica di condivisione e dialogo anche fra le religioni è la via obbligata. Perché il rischio di affondamento delle democrazie europee, non è nutrito solo da islamismi pazzi, ma anche dalla caduta di robustezza democratica interna partecipante dei nostri popoli cosiddetti occidentali.  Giovanni Ferro, CdI febbraio

 

 

 

 

Progetto Rinnovacomites: otto liste d’Europa presentano agli elettori un programma comune

 

PARIGI - In vista delle prossime elezioni dei Comitati per gli Italiani all'estero, otto liste, di sei paesi europei, hanno sottoscritto un documento comune per dare più visibilità e impatto all'impegno locale di ciascuna lista per l'inclusione, la trasparenza, il rinnovamento di questi organismi democratici. Qui di seguito il testo del documento.

Dal 2004 non si tengono le elezioni dei Comites e gran parte degli emigrati non sa neppure cosa sono. Eppure la necessitàdi una vera rappresentanza a livello locale si sente. Dall’accoglienza dei nuovi arrivati all’integrazione nelle comunità locali, fino alla costruzione di una cittadinanza europea vissuta, che parta proprio da chi, come noi, vive fuori dall’Italia, il lavoro non manca.

Per questo abbiamo voluto associare le nostre 8 liste sulla base di un documento programmatico condiviso. Ciascuna lista ha lavorato in maniera inclusiva tra associazioni diverse, di antico radicamento e di nuova costituzione, impegnate nel sociale, nella cultura, nella promozione del nostro paese di origine. Le liste Rinnovacomites non costituiscono una piattaforma politica comune, ciascuna lista ha voluto tenere conto delle specificitàlocali, ma si associano per dare più visibilità e forza al rinnovamento nella rappresentanza degli italiani all’estero che abbiamo atteso per tanti anni.

I Comites possono essere un’opportunità per i cittadini italiani all’estero, a patto che queste nuove elezioni li rimettano al passo coi tempi. Le cinque parole chiave al centro del nostro documento programmatico sono:

- Territorialità: Occorre essere all’ascolto dei bisogni dei cittadini di ogni provenienza, all’interno delle circoscrizioni consolari (ormai sempre più grandi)

- Rappresentatività: Occorre, già dalla scelta dei candidati, essere rappresentativi della diversità della comunità

- Trasparenza: Troppo spesso l’opacità programmatica e finanziaria ha azzoppato i Comites esistenti. Noi ci impegnamo in obiettivi valutabili, con rendiconti (anche economici) disponibili

- Innovazione: La legge ci attribuisce funzioni necessarie. È necessario declinarle nel terzo millennio

- Informazione: Occorre essere visibili e presenti per chi arriva nel nostro territorio, per chi ha bisogni antichi e per chi porta istanze nuove. Non per farsi carico di tutto, ma per valorizzare la ricchezza della rete associativa sfruttandone le competenze specifiche. Per un Comites in grado di cogliere nuove aspettative e di favorire la capacità di risposta ai bisogni emergenti.

Questo progetto unisce le liste che seguono.

FRANCIA: Democrazia, Rinnovamento, Partecipazione (Parigi); Rinnovamento e Servizio (Lione-Grenoble). GERMANIA: Rinnovamento, Partecipazione, Trasparenza (Friburgo, Süd Baden e Foresta Nera); Rinnovamento e partecipazione (Stoccarda, Nord Baden, Württemberg). LUSSEMBURGO: Democrazia, Rinnovamento, Partecipazione (Lussemburgo); REGNO UNITO: Moving Forward (Londra): SPAGNA: Italiani Democratici (Madrid - Andalusia e Canarie); SVIZZERA: Democrazia, Rinnovamento, Partecipazione (Ginevra).

Per maggiori informazioni: www.rinnovacomites.eu - info@rinnovacomites.eu. (Inform 10)

 

 

 

 

Tosi: «Mi candido da uomo libero»

 

L’annuncio ufficiale della candidatura del sindaco di Verona come governatore del Veneto dopo la cacciata dalla Lega voluta da Salvini che dice: «Si goda Fini e Alfano»

 

«Di sicuro non annuncio che mi ritiro a vita privata e che vado a coltivare l’orto. Quindi annuncio la partenza di un progetto politico». Il sindaco di Verona Flavio Tosi annuncia la sua candidatura come governatore del Veneto dopo la “cacciata” dalla Lega causata dalla contrapposizione con la scelta di ripresentare Luca Zaia per la prima poltrona della Regione Veneto . «Mi candido da uomo libero», spiega in Fiera a Verona. «Adesso - ha spiegato Tosi - siamo uomini liberi perché qualcuno ha fatto per noi una scelta diversa forzando la mano». «Sarà un programma elettorale - ha poi aggiunto - basato sul fare e non sul dire. Oggi non vi dico il quadro elettorale se no si brucia tutto subito. Poi è stata una cosa alla quale non era neanche preparato».

 

L’area del centrodestra

«Quelli che in maniera subdola e meschina cercano di farmi fuori si inventano un’alleanza per le regionali con Corrado Passera, quando Corrado Passera a queste regionali non è presente. Io parlo con tutta l’area di centrodestra - vuol dire Forza Italia, vuol dire l’Ncd, vuol dire tutto il centrodestra - ma questo è uno scenario nazionale», aveva spiegato sempre il primo cittadino di Verona.

Frecciate, commozione e battute

Ovviamente non sono mancate frecciate rivolte al numero uno della Lega: «Nemmeno Renzi avrebbe fatto quello che ha fatto Matteo Salvini con sua minoranza interna». Tosi si è commosso quando ha ricordato di aver «25 anni di storia personale e di affetti in Lega». E non sono mancate anche le battute: «Di sicuro non annuncio che mi ritiro a vita privata e che vado a coltivare l’orto», aveva detto intervistato dal Gr Rai, boutade poi ripresa pochi secondi prima dell’annuncio.

 

Le reazioni

A pochi minuti dall’annuncio non sono arrivate le reazioni: «Non porto rancore nei confronti di nessuno. Tosi ha fatto una scelta politica alternativa alla Lega, a Zaia, al Veneto. Se si prende i complimenti di Fini e Alfano si goda Fini e Alfano», cosi il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini commentando la scelta Flavio Tosi, a margine di un incontro nel padovano. «Se qualcuno si perde per strada perché perde l’obiettivo è affar suo, non affar nostro», ha dichiarato Luca Zaia, ricandidato della Lega alla presidenza del Veneto. Cds 14

 

 

 

 

L’utopia dei diritti umani

 

Nel 1948, presso il Palais de Chaillot, a Parigi, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite varò la Dichiarazione dei Diritti Umani. Un documento che avrebbe dovuto garantire lo spirito della Libertà e della Dignità Umana come fondamentale diritto d’esistere.

 In 67 anni di vita, i 30 articoli, nei quali è ripartita la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non sono stati mai integralmente rispettati. Guerre, Cobelligeranze, Attentati  sono le piaghe di un mondo che s’ostina a non evolversi nel modo giusto. E’ il concetto di Diritto che continua a essere stravolto.

 Infatti, i “Diritti”, spesso trasgrediti, non sono conferiti dagli Stati o dalle Istituzioni nazionali e internazionali, ma sono dichiarati tali quelli propri di ogni essere umano; indipendentemente dalle sue radici religiose, culturali, sociali ed etniche. Di fatto, la Dignità umana trascende da qualsiasi differenza, di credo o bandiera.  Tale bene ha attinenza alla Democrazia e Sovranità ma, allo stesso tempo, le oltrepassa.

 Ce ne siamo, irresponsabilmente, dimenticati. Parecchi uomini, più di altri. Progressivamente, si sono venuti a rafforzare interessi che hanno favorito l’individualismo estremo e il collettivismo d’ideologie che uccidono. Dopo circa 67 anni dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, la sicurezza e la sopravvivenza delle genti non è ancora garantita.

 Caduta una tirannia, se ne presenta un’altra magari anche peggiore. Le insicurezze dello scorso Millennio, ci sono ancora tutte; amplificate da tecnologie diaboliche e di morte. In questi anni, ci sono state centinaia di guerre e rivoluzioni, mai piccole e incruente, che hanno generato milioni di vittime e di profughi allo sbando.

Il “mai più” del 1948 che avrebbe dovuto garantire, con la Pace, i diritti dei popoli, s’è infranto più volte. Insomma, i fatti hanno fornito prova, senza ombra di smentita, che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è rimasta più sulla carta, che nella pratica quotidiana. Un’utopia, quindi, che continuerà a condizionare i rapporti di un’Umanità sofferente. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Consegnato al presidente Sergio Mattarella il “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo”

 

ROMA - Una copia speciale del “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo” è stata consegnata nei giorni scorsi al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tramite il suo Ufficio di Segreteria, da Tiziana Grassi, direttrice del progetto editoriale. La Grassi ha sottolineato che “il Dizionario intende sistematizzare, ricordare e vivificare il grande contributo che tra Otto e Novecento hanno dato 27 milioni di italiani alla crescita del Paese di origine e di destinazione, e che oggi si riverberano in 80 milioni di oriundi. Un’altra Italia che ha segnato indelebilmente una pagina fondativa della nostra storia e a cui dovremmo rivolgere una più consapevole e propulsiva attenzione perché è una pagina che deve essere maggiormente conosciuta, soprattutto tra le giovani generazioni, dentro e fuori i confini nazionali. E’ per questo che ho voluto che il nostro Capo dello Stato ricevesse il Dizionario che focalizza l’attenzione sull’universo migratorio degli italiani nel mondo - anche sui tanti giovani italiani che tornano ad emigrare dall’Italia -, e quindi sui nostri valori identitari, sul coraggio, l’orgoglio, i sogni, le conquiste di milioni di connazionali.”

“Mi ha molto colpito, infatti, nel suo discorso d’insediamento, il pensiero affettuoso che il Presidente Mattarella ha rivolto alle comunità italiane nel mondo. Un’attenzione che, unita al suo richiamo all’unità del Paese, fa finalmente sperare in un consolidamento dei legami tra le cosiddette ‘due Italie’, facendo subito identificare Mattarella come il Presidente di tutti, al di là di ogni distanza geografica. Il mio augurio, così come quello del mondo dell’associazionismo degli italiani residenti all’estero che instancabilmente si occupa delle loro numerose istanze, così come dei ponti da creare con gli oriundi – osserva inoltre la Grassi, studiosa di migrazioni – è che in questo settennato il Capo dello Stato, da persona attenta qual è ai problemi reali degli italiani che si trovano in grave difficoltà a causa della crisi e della mancanza di lavoro, auspicando il profilo di una società inclusiva, integrata e solidale, voglia valorizzare il patrimonio costituito da milioni di italiani nel mondo, una risorsa che in passato si è spesso trascurata per una certa miopia di ‘sguardo’, e che invece merita di essere sostenuta per tutta la valenza culturale, economica e sociale che costituisce. Un degno riconoscimento e un’attenzione da molto tempo attesi da chi, anche da lontano, sente forti le proprie radici, i legami e il senso di appartenenza all’Italia.”

Il “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo” è stato consegnato da Tiziana Grassi insieme ad uno dei 168 autori, Angelo Giovanni Capoccia, esperto in internazionalizzazione del Sistema Paese, una prospettiva di sviluppo socio-economico che l’Italia oggi attraversa nelle complesse dinamiche globali della contemporaneità. L’iniziativa editoriale del Dizionario, che ha coinvolto tanti esperti e studiosi nella stesura del ponderoso volume (1500 pagine con 700 lemmi, 17 appendici monotematiche, 160 box di approfondimento, 500 illustrazioni a colori e in bianco e nero) pubblicato nel 2014 dalla SER ItaliAteneo con la collaborazione della Fondazione Migrantes, vede la Direzione editoriale di Enzo Caffarelli e il Coordinamento scientifico di Delfina Licata, con Prefazione di Mario Morcellini, direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma.

Il Dizionario ha un’impostazione di servizio divulgativa e scientifica, particolarmente rivolta a scuole, giovani, amministratori pubblici e operatori culturali. La monumentale opera, cui anche chi scrive ha avuto il privilegio di collaborare come autore e membro del Comitato scientifico, è aperta dall’Introduzione del Cardinale Francesco Montenegro, presidente della Fondazione Migrantes, su diritti umani e sul ruolo della Chiesa cattolica nell’assistenza ai migranti di ieri e di oggi, e reca in apertura il Saluto a tutti gli italiani all’estero dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha definito il Dizionario ‘una vera e propria summa’ dell’emigrazione italiana, evidenziando quanto non sia possibile ignorare “il decisivo contributo che milioni di emigranti hanno assicurato allo sviluppo dell’Italia e al suo prestigio nel mondo. Ovunque l’emigrazione italiana ha saputo distinguersi per i valori di cui è stata portatrice. (…). Oggi, le nostre collettività all’estero concorrono ancora in maniera essenziale al consolidamento delle relazioni politiche ed economiche tra i Paesi di residenza e la madrepatria, alla diffusione della lingua e della cultura italiana e al rafforzamento dell’immagine del nostro Paese”. Goffredo Palmerini

 

 

 

 

 

Gioco d’azzardo. Garavini (Pd): "Con questo governo si è aperta nuova era"

 

Legalizzazione del settore per impedire infiltrazioni della malavita

 

"Stiamo aprendo una nuova era in materia di gioco d’azzardo. Esprimiamo apprezzamento per il lavoro fatto fin qui dal Governo sia con la legge di stabilità che con la delega fiscale”. Lo ha detto Laura Garavini, deputata del Pd, durante la dichiarazione di voto nell’aula di Montecitorio sulle mozioni in materia di contrasto del gioco d’azzardo, da lei stessa presentata, a nome del Partito Democratico.

“Il gioco d’azzardo - ha proseguito la Garavini - è cresciuto in modo spropositato: da 15 miliardi a 90, in soli sette anni, dal 2006 al 2013. È perciò evidente che allo Stato non convenga sostenere il gioco perché se mediamente le entrate fiscali annuali sono di circa 8 miliardi, la cura di soggetti affetti da ludopatia è di 5-6 miliardi l’anno".

"Il governo nella legge di stabilità ha stanziato risorse importanti per la prevenzione e la cura da patologie da gioco. Valutiamo positivamente anche il fatto che tra i primi decreti che il Governo si appresta a definire in attuazione della delega fiscale, ci sia anche quello sul gioco d'azzardo. Sono tutti segnali convergenti, espressione di un impegno netto e deciso del Governo nel ridimensionamento del gioco d'azzardo. Impegno che sosteniamo con convinzione. Ribadiamo la necessità che il decreto intervenga per vietare l’accesso ai minori, limitare la pubblicità e varare misure di contrasto del riciclaggio. E' importante che si favorisca la legalizzazione del gioco d’azzardo per ovviare alle infiltrazioni malavitose e che si prevedano criteri nazionali per la concessione di autorizzazioni. Finalmente sul gioco d'azzardo ci stiamo apprestando a mettere fine all'eccessiva liberalizzazione e alla condizione di far west degli anni passati". De.it.press 12

 

 

 

 

 

Cittadinanza italiana: dal 18 maggio richieste on line 

 

ROMA – “Partirà il 18 maggio prossimo - comunica il Ministero dell’Interno - il nuovo servizio per l’invio telematico della domanda di conferimento della cittadinanza italiana”. Il servizio è  messo a punto dal Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione-direzione centrale per i Diritti civili, la Cittadinanza e le Minoranze.

“I vantaggi dell’acquisizione on line consisteranno nello snellimento della fase di inserimento nel sistema informatico ‘Sicitt’ e nella scomparsa di modelli cartacei”, spiegano dal Viminale .

Cosa deve fare i cittadino: “Il richiedente compilerà la domanda, utilizzando le credenziali d’accesso ricevute a seguito di registrazione sul portale dedicato, e la trasmetterà in formato elettronico, unitamente ad un documento di riconoscimento, agli atti formati dalle autorità del Paese di origine (atto di nascita e certificato penale) e alla ricevuta dell’avvenuto pagamento del contributo di euro 200,00 previsto dalla legge n. 94/2009”.

Il Ministero dell’Interno avvisa che “dal 18 giugno 2015 le domande verranno acquisite esclusivamente con modalità informatica”. (Inform)

 

 

 

 

Nuove regole nell’UE. Pagamenti con carte di credito, più trasparenza e minori costi

 

Le commissioni che le banche addebitano ai rivenditori quando accettano pagamenti con carta di debito e di credito nazionali saranno sottoposte a massimali, grazie a nuove regole valide in tutta l'UE. Lo ha stabilito il Parlamento europeo nella seduta di martedì 10 marzo 2015. Ora, le norme dovranno essere approvate dal Consiglio europeo prima che possano essere applicate, sei mesi dopo l'entrata in vigore formale della normativa (pubblicazione su Gazzetta Ufficiale UE).

Oggi i rivenditori sono spesso costretti ad accettare tutte le carte alle condizioni stabilite dalle istituzioni emittenti. Secondo le nuove regole, i rivenditori al dettaglio che sceglieranno un circuito di carte di pagamento, potranno accettare solo quelle carte che, all'interno di quel circuito, rispettano i massimali. In tal caso, la conseguenza potrebbe essere un numero minore di carte accettate dai negozi, ma i limiti alle commissioni potrebbero tradursi in costi minori anche per gli utilizzatori delle carte.

I nuovi tetti stabiliti prevedono che per le carte di debito la percentuale di commissione massima sarà dello 0,2 per cento - per le transazioni nazionali entra in vigore tra 5 anni - mentre per le carte di credito dello 0,3 per cento. I nuovi massimali non hanno nessun impatto sul prelievo di contanti.

Per le operazioni transfrontaliere di carte di debito, il massimale è  fissato a 0,2 per cento del valore della transazione. La stessa percentuale entrerà in vigore per le transazioni nazionali dopo un periodo di transizione di cinque anni durante il quale gli Stati membri possono fissare massimali allo 0,2 per cento del "valore complessivo annuo delle operazioni nazionali tramite carta di debito all'interno di ciascun circuito di carte di pagamento".

Per le transazioni minori con carte di debito nazionali, gli Stati membri avranno la possibilità di fissare una commissione massima pari a 0,05 euro per ogni transazione alla scadenza di un periodo di transizione di cinque anni.

Per le transazioni con carta di credito, le spese saranno limitate a un massimo dello 0,3 per cento del valore della transazione, mentre gli Stati membri potranno fissare un massimale inferiore per le transazioni con carte di credito nazionali.

Le nuove regole non si applicano ai cosiddetti circuiti "a tre parti" (che coinvolgono una sola banca) quali Diners e American Express, a condizione che la carta sia stata emessa ed è utilizzata nello stesso circuito. Le nuove norme non si applicheranno neanche alle carte aziendali utilizzate solo per pagare spese professionali.

Secondo il relatore del rapporto, l'eurodeputato popolare spagnolo Pablo Zalba, "questa legislazione, insieme all'imminente direttiva sui servizi di pagamento, creerà regole uguali per tutti i pagamenti effettuati in Europa". Zalba si dice convinto che possa "migliorare la trasparenza delle commissioni, stimolare la competizione e permettere a rivenditori e utilizzatori di scegliere il proprio sistema di pagamento con carta secondo le condizioni più vantaggiose". Pe 10

 

 

 

 

 

Problemi sugli uomini

 

Nonostante la crisi economica e la recessione, l’Italia subirà efficaci cambiamenti. Col 2016, la politica tornerà in campo con uno spirito parlamentare totalmente rinnovato. Nel meccanismo di voto e negli uomini. Il cambio generazionale dei partiti non c’è ancora stato; ma siamo convinti che ci sarà. Anche se solo per necessità, più che per convinzione. Dobbiamo ritrovare quelle premesse indispensabili per recuperare un ruolo in UE e nel mondo.

E ’importante, prima di tutto, una sorta di riconciliazione che porti alle riforme. Proprio quelle che tutti sembrano volere; anche se più nelle parole, che nei fatti. Lasciamo andare il problema delle “ricandidature” e guardiamoci intorno, per garantire, almeno, una coerente ripresa politica; indipendentemente dalle posizioni dei singoli. Il dialogo tra i Partiti ha da continuare e i chiarimenti serviranno per “sbrogliare” gli ostacoli più ingombranti di criteri ancora troppo radicato al passato. Dopo Renzi, la vita del Paese continuerà.

Le mete da raggiungere non saranno stravolte; anche perché, come abbiamo già scritto, i tempi per un’effettiva ripresa saranno lunghi. Se si andranno a focalizzare motivazioni degne di tale nome, Maggioranza ed Opposizione avranno più spunti d’incontro che di scontro. Questo 2015 ci servirà di monito per evitare altri errori e a meglio riconoscere quelli che sono già stati fatti. I prossimi dieci anni della Terza Repubblica avranno tutti un’importanza fondamentale per la ripresa dell’Italia; anche se il recupero del terreno avrà ancora un costo elevato.

 Superati i sospetti e le incongruenze del potere, verrà il tempo della partecipazione che rappresenta l’indispensabile impegno per garantirci tempi migliori. A ben osservare, non mancano le idee per spianare una strada che resterà in salita. Sono, però, gli uomini che non sembrano in grado d’andare oltre le teorie del “bipolarismo” che non ha fornito prova d’effettivo equilibrio parlamentare. La linea Renzi è solo a tempo. La “non” sfiducia può essere supportata solo per un periodo, breve, di compromessi.

 Un anno ci sembra più che ragionevole. Pure se tanti ottimismi politici si sono ridimensionati e gli uomini di partito d’oggi, non sono migliori di quelli di ieri. Del resto, proprio nello stallo di “non” sfiducia, i partiti hanno compreso che la collaborazione è possibile, quando non ci sono all’Esecutivo Capi da supportare, sotto il profilo politico, fuori dalla Maggioranza. Solo tramite la cooperazione e l’attenzione ai problemi della gente, la Democrazia proseguirà la sua strada nel Bel Paese.

 Non sappiamo ancora chi sarà nelle condizioni di governare; anche se, tra circa un anno, avremo le elezioni più complesse della Repubblica. Però, su una realtà possiamo contare: la politica italiana, che ha un’illustre tradizione, ha da promuovere una linea operativa più confacente con i tempi. Per consentire al Paese la voglia di rilancio. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Elezioni RSU 2015: Confsal Unsa Esteri primo sindacato alla Farnesina

 

ROMA – Con una nota il Coordinamento della Confsal Unsa Esteri esprime grande soddisfazione e ringrazia gli oltre 1600 elettori che hanno scelto questa forza sindacale  alle elezioni RSU 2015 svoltesi presso la rete diplomatico consolare della Farnesina.

La Confsal  Unsa  Esteri, oltre a ricordare la lunga lotta durata anni volta ad ottenere il diritto di voto attivo e passivo per il personale impiegato a contratto del Mae, evidenzia come i consensi ottenuti superino quelli conseguiti in queste elezioni dalle altre forze sindacali, collocandosi pertanto come primo sindacato della Farnesina. Segnalato infine come, a testimonianza della battaglia lontana dalle logiche di corporazione condotta dal sindacato, i consensi per le liste della Confsal Unsa abbiano superato il numero degli iscritti alla medesima forza sindacale, trovando pertanto adesioni e sostegno presso iscritti di altre forze sindacali.

“Avrebbero voluto dividerci ed invece il sindacato più rappresentativo del Ministero degli Affari Esteri – scrivono Nicola Fresa e Beppe Scorsone - incamera il miglior risultato elettorale della sua storia. Ed è merito di tutti coloro che hanno creduto e  credono fortemente nell'unità sindacale del personale a contratto e nella solidarietà intercategoriale all'interno di questo ministero. 

Tutti i tentativi di dividerci si sono frantumati di fronte ad una meravigliosa compatezza. Godiamoci il momento – concludono - e continuiamo ad impegnarci con passione, cervello e perseveranza”. De.it.press

 

 

 

 

 

Al via “VIVIT - Vivi Italiano”, il portale per vivere e diffondere la lingua italiana nel mondo

 

ROMA - Frutto di un progetto coordinato dall’Accademia della Crusca, è online “Vivit - Vivi Italiano” (www.viv-it.org),  un “deposito” informatico di materiali e strumenti rivolti agli italiani all’estero, in particolare a quelli di seconda e terza generazione. La banca dati multimediale è rappresentativa della lingua e della cultura italiana e vuole diventare un punto di riferimento per chi voglia stabilire un solido contatto culturale a distanza con il nostro paese.

Il portale di accesso ai vari materiali prevede percorsi didattici e profili descrittivi che mettono in luce gli aspetti più significativi della lingua italiana, della sua storia, delle sue varietà, in collegamento ai più significativi fenomeni storici, artistici, di costume. Ma prevede anche l’accesso a banche dati testuali sull’italiano contemporaneo, in particolare quello radiofonico e televisivo, che rappresenta un primo contatto sistematico con l’italiano parlato attualmente nel nostro paese e un accesso a materiali autentici che possono essere consultati da singoli cultori, ma anche da docenti di italiano all’estero (che spesso trovano difficoltà a reperire materiali di questo tipo consultabili in modo sistematico e analitico per preparare i propri percorsi didattici).

Un dizionario elettronico di italianismi, attualmente corrispondente al Dizionario di Italianismi in Francese, Inglese e Tedesco diretto da Harro Stammerjohann (DIFIT), costituisce il primo deposito di italianismi diffusi all’estero che l’Accademia conta di arricchire con le segnalazioni dei consultatori poste al vaglio dei migliori studiosi nel settore.

Un’apposita “nuvola” consente poi, ai consultatori che entrino a far parte della comunità del portale, di segnalare materiali (testi, fotografie, audiovisivi) da condividere sul web. (Inform)

 

 

 

 

 

Sicilia Mondo – L’8 marzo a Catania. L’UCSI sul tema: “Comunicare la donna”.

Di concerto la XXXI “Giornata della donna in emigrazione” di Sicilia Mondo

     

      Presso il centralissimo salone “San Biagio” di  Catania, ha avuto luogo il convegno promosso dall’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana) sul tema “Comunicare la donna: ruolo e centralità nella società di oggi”.

      Di concerto con l’UCSI , Sicilia Mondo  ha celebrato la XXXI  edizione della Giornata della donna in emigrazione con lo stesso tema “Comunicare la donna in emigrazione”.

      Il Presidente Giuseppe Adernò, introducendo i lavori, ha affermato che l’espressione “comunicare la donna” ha dato una specifica accezione al come far pervenire un messaggio che viene comunicato, trasmesso e donato.

      Il verbo “comunicare”, dice il Presidente Adernò, costituisce il file rouge della programmazione culturale della sezione UCSI di Catania, la quale, dopo l’incontro sul tema “Comunicare il sacro” in occasione della festa di Sant’Agata, nella ricorrenza dell’8 marzo ha acceso i riflettori sulla donna e la sua funzione nella società. Comunicare vuol dire inoltre trasmettere il “valore donna” nella sua essenzialità.

      I relatori intervenuti hanno presentato poi il caleidoscopio della società resa più umana dalla presenza attiva delle donne.

      Rosaria Giuffrè, viceprefetto di Agrigento, ha celebrato la donna delle istituzioni che oltre al riscatto sociale contribuisce alla costruzione di una società matura, capace di dare risposte alle tante emergenze che ne offuscano l’identità. La multiculturalità della donna apre ad una ricerca identitaria di un modello di accoglienza e di una nuova cultura da proporre alle nuove generazioni.

      Rita Calderone, pedagogista, ha illustrato una carrellata di figure femminili che nella storia hanno esaltato i principi e i valori delle pari opportunità nell’esercizio delle professioni.  Luigi Sturzo,  disegnando  la nascente democrazia partecipativa, ha valorizzato il ruolo sociale della donna, proiettata alla crescita della società civile nella partecipazione democratica.

      Cristina Soraci, docente universitaria e componente del Movimento dei Focolari ha detto: Il ruolo della donna: figlia, sposa, madre s’incarna nel tessuto sociale e culturale. La pluralità della donna necessita di riferimenti forti. Emblematica  l’espressione di Maria Vergine, nel miracolo delle nozze di Cana, “Fate quello che Egli vi dirà”.

      Flavia Butera, vice presidente della Fildis (Federazione Italiana Laureate e Diplomate Istituti Superiori) di Catania, pediatra, ha ripercorso il cammino di riscatto sociale della donna che oggi contribuisce alla tutela nelle attività professionali, sostiene e potenzia la cultura al femminile con borse di studio a giovani laureate, convegni e tavole rotonde. Ha ribadito poi che la ginecologa o pediatra accompagna la crescita del bambino sin dai primi giorni di vita e declina l’azione femminile e materna in una costante attività educativa e di sostegno alla maternità.

      Mons. Leone Calambrogio ha comunicato la donna come la Sacra Scrittura la presenta e la delinea, modello per le giovani generazioni ed in particolare ha messo in luce la dimensione della verginità e della castità, valori che nella società di oggi sembrano perdere spessore e significato, invece costituiscono il fondamento della famiglia, che nasce nell’amore e si nutre di cooperazione e di costante ricerca del bene per i figli a vantaggio dell’intera comunità civile.

      Don Paolo Buttiglieri, consulente regionale dell’UCSI ha sottolineato, inoltre, che “comunicare la donna” significa non tanto ripercorrere il sentiero del riscatto sociale della figura femminile nella società, bensì valorizzare la donna che, come persona, contribuisce allo sviluppo della società ed in essa apporta quelle caratteristiche peculiari di concretezza, sensibilità e attenzioni che danno forza al vivere civile.

      Domenico Azzia, Presidente di Sicilia Mondo, nel suo intervento, ha detto: In questo scenario magistralmente descritto dai precedenti relatori, si conferma a tutto campo la essenzialità della donna nella società italiana. Non è così in tante altre parti del mondo.

      I cinesi, volendo universalizzare la figura della donna, l’hanno definita “l’altra metà del cielo”.

      Hanno ragione perché ogni donna come persona è universo.  Ognuno di Voi qui presente è universo e, quindi,  è “l’altra metà del cielo”.

      Come negli altri Paesi occidentali,  anche in Italia la parità di genere è sancita dalle leggi. Anche se sopravvivono resistenze invero assai modeste.

      Ben lontano dalla parità di genere è la donna che si trova nella condizione di emigrata. Lontanissima è la donna nella condizione di rifugiata o quella alla disperata ricerca del diritto alla vita ed alla dignità.

      C’è tanto eroismo nella donna. Spesso silenzioso.

      Mobilitarsi sui diritti della donna contro la violenza, la sopraffazione e  la miseria  diventa un impegno che deve partire da tutti noi, dalla società e dai Governi per diventare cultura. E’ un fatto di civiltà.

      Oggi moltissime Associazioni di siciliani nelle varie parti del mondo festeggiano la Giornata della donna organizzata da Sicilia Mondo sullo stesso tema “Comunicare la donna”, confermando un appuntamento giunto alla sua XXXI edizione.

      E’ giornata di festa che le riaggrega e coinvolge tutte, quelle che aspirano a migliori condizioni di benessere, quelle che lo hanno raggiunto, quelle al centro del potere politico, economico e della pubblica amministrazione. Riscoprono nella Giornata della donna la gioia di ritrovarsi insieme, scambiare ricordi, sentimenti, disegni di futuro.

      “Comunicare la donna”  significa trasmettere, anche nella società di insediamento, in qualunque parte del mondo, tutta quella ricchezza di valori  che la donna possiede nella sua universalità di persona, col valore aggiunto  della identità di appartenenza.  

      Una ricchezza di valori  che  proviene loro, indipendentemente dalla condizione in cui vivono, per la sacralità di persona umana.

      Da questa Assemblea, quindi, parta un messaggio di solidarietà, fratellanza ed amicizia a tutte le donne di Sicilia, ovunque risiedano.  13

 

 

 

 

 

Mancano le alternative

 

Le congetture sul futuro d’Italia si sprecano. Però, restano solo astrazioni. In concreto, non rileviamo segnali diversi. I problemi socio/economici del Paese ricadono sui cittadini. I politici sono solo capaci di fare “proclami” di scarso effetto e di risultato inefficace. Sia nella compagine di Maggioranza che in quella d’Opposizione.

 

C’è ancora perplessità in tutti i settori produttivi. Anche se in fase decrescente. Chi vive di stipendio, quando ancora c’è, o di pensione, ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Perché le spese indispensabili sono in aumentare, mentre di risparmio non si azzarda a proporne più nessuno. L’attuale Patto di Stabilità ha tarpato le ali anche ai più ottimismi. Renzi l’ha capito ma, da qualche tempo, non ha altre soluzioni da porre sul tappeto. Le dimissioni del Governo sono inverosimili, molto meno, invece, lo è il mantenimento di una “fiducia” parlamentare nata da un compromesso che ha sfasciato il “centro/destra” per dare spazio al “centro/sinistra”.

 

 Anche se, da come procedono i fatti nazionali, siamo curiosi di capire di quale “sinistra” s’insistente a ipotizzare. Ci sono, infatti, posizioni sempre meno chiare e implicazioni da non sottovalutare. In quest’anno, molti nodi devono venire al pettine. Non siamo, comunque, allarmati, ma preoccupati sì. Far finta di niente è impossibile. Intanto, alle “favole” non crede più nessuno. Neppure il ritorno alla ribalta politica di Berlusconi potrà mutare l’andazzo.

 

Da noi, una famiglia su tre, quindi più del 30%, vive con meno di mille Euro il mese. Come si evolverà il futuro, date le premesse, resta un’interrogazione che i politici dovranno affrontare con le correlate responsabilità. Che l’Italia si sia “rotta” lo abbiamo già scritto. Ora, mestamente, lo confermiamo. La Penisola, pur impegnandosi a rispettare le linee economiche proprie dell’Unione Europea, ha difficoltà nel rispettarne i tempi. Questa presa d’atto sembra, però, non sortire gli effetti sperati. Soprattutto per i redditi da lavoro dipendente e da pensione. Forse, ci potrebbe essere un miglioramento degli investimenti extraeuropei. Ma la concertazione sindacale resta una dottrina che si è rivelata inapplicabile.

 

 Gli scioperi mostreranno solo il malcontento dei “lavoratori” che ancora hanno questa qualifica. Renzi non modificherà la sua rotta; forse sicuro di una fiducia “granitica” del Parlamento. Noi, invece, non ne siamo più tanto certi. Quando si voterà, con una nuova normativa in materia, gli italiani saranno messi nelle condizioni di scegliere per un’Italia migliore. Negli uomini e nei programmi. La mancanza di valutazioni non favorisce, comunque, soluzioni d’avvicendamento. Sulla questione potremo sciogliere tante riserve solo dopo l’aggiornamento del nostro Potere Legislativo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Voluntary disclosure, ecco le regole per il rientro dei capitali

 

La circolare dell’Agenzia delle Entrate per chi intende avvalersi, entro il 30 settembre 2015, della procedura straordinaria per rimediare a omissioni e irregolarità commesse fino al 30 settembre 2014di

 

Sono pronte le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate per la collaborazione volontaria, la cosiddetta «voluntary disclosure». Tra i contribuenti che decidono di avvalersi, entro il 30 settembre 2015, della procedura straordinaria per rimediare a omissioni e irregolarità commesse fino al 30 settembre 2014 in materia di emersione e rientro di capitali, possono aderire anche gli «estero residenti fittizi», i cittadini «trasferiti» in Paesi black list, i soggetti «esterovestiti», i trust e i trust «esterovestiti», i contribuenti che detengono attività all’estero senza esserne formalmente intestatari, avendo fatto ricorso a soggetti interposti o a intestazioni fiduciarie estere. È possibile accedere alla procedura per tutti i periodi d’imposta per i quali non sono decaduti i termini per l’accertamento o per la contestazione delle violazioni in materia di monitoraggio fiscale.

La circolare dell’Agenzia chiarisce anche in quali condizioni non opera il raddoppio dei termini previsto in caso di investimenti e attività finanziarie detenuti in Paesi black list, che hanno sottoscritto accordi che prevedono uno scambio di informazioni. Possono accedere anche i contribuenti non tenuti agli obblighi dichiarativi in materia di monitoraggio fiscale e quelli tenuti a tale obbligo che vi abbiano adempiuto correttamente. Le violazioni ammesse alla regolarizzazione riguardano redditi e addizionali, imposte sostitutive, Irap, Iva, sostituti d’imposta. Il contribuente non può accedere se prima di presentare la domanda sia venuto a conoscenza di ispezioni o verifiche, o altre attività di accertamento, di essere indagato o imputato in procedimenti penali per violazioni di norme tributarie. La procedura non può essere attivata neanche nel caso in cui un soggetto terzo, obbligato solidalmente in via tributaria con il richiedente o che abbia concorso in un reato tributario a lui attribuito, venga a conoscenza delle cause di inammissibilità. Ma si può aderire in presenza di attività istruttorie di controllo che interessano una sola annualità, per le annualità non interessate dal controllo. La procedura si perfeziona in seguito al versamento di tutte le somme dovute, in un’unica soluzione o in tre rate di pari importo: in caso di perfezionamento, l’adesione riduce le sanzioni amministrative ed esclude, in alcune forme, dalla punibilità penale. CdS 13

 

 

 

 

La partita della sinistra Pd contro Renzi

 

Le riforme sono vicine come l'apertura dell'Expo. La professione di ottimismo di Renzi in visita ai cantieri milanesi fa il paio con le notizie sulla ripresa economica che cominciano a sommarsi fino a formare una percezione diffusa: la crisi sembra proprio passata, anche se la ripresa è fragile, il debito pubblico sempre alle stelle e la disoccupazione sarà l'ultima voce a tornare se non in attivo, perlomeno su livelli meno drammatici. Ma lo spread ai livelli di prima della crisi (per effetto del Quantitative easing di Draghi) e una piccola ripresa dei consumi che frena la discesa dell'inflazione, fanno sperare che questa volta ci siamo davvero. Anche i due disegni di legge partoriti dal consiglio dei ministri di ieri, soprattutto quello sulla scuola, danno l'idea di un governo che torna a progettare, dopo un anno passato a tamponare l'emergenza. Dalla scuola passa infatti il futuro e la riforma è il passaggio obbligato per affrontare le sfide di una competizione globale sempre più serrata. Expo vicino come le riforme, annuncia Renzi. Ma le riforme sono ancora in mezzo al guado. Quella del Senato deve affrontare ancora il secondo passaggio tra Palazzo Madama e Montecitorio, essendo una riforma costituzionale. La riforma della legge elettorale sta per andare al Senato per il voto definitivo. Almeno così spera Renzi. Il problema è che la sinistra Pd è decisa a non farla passare. Per tutta l'area che va da Bersani a Civati è una questione di sopravvivenza. Se l'Italicum diventerà legge così come l'ha progettato il premier, per la sinistra Pd non ci sarà alcun futuro. Il loro scopo è quello di impedire che l'Italicum diventi legge e si vada a votare con il proporzionale puro. Solo così si aprirebbero due possibili scenari che fanno sognare la sinistra Pd. O Renzi getta la spugna e la "ditta" si riprende il partito, oppure nasce a sinistra del Pd un facsimile di Syriza, magari guidato da Landini e Boldrini, che raccoglie tutti quegli esponenti che ormai fanno una guerra aperta a Renzi. Queste idee hanno preso vigore soprattutto dopo la rottura del patto del Nazareno che dà alla sinistra un potere di interdizione più forte di prima. Da domani, quando si vedranno i bersaniani, a sabato prossimo, quando tutta l'opposizione a Renzi si riunirà a Roma, si capirà se questi progetti hanno una possibilità di riuscita. GIANLUCA LUZI  LR 13

 

 

 

 

“Election day” il 31 maggio

 

ROMA -  Su proposta del ministro dell’Interno Angelino Alfano il Consiglio dei ministri ha approvato nella serata di ieri un decreto legge che fissa l’election day per le elezioni regionali e amministrative e stabilisce che la prima domenica utile è il 31 maggio 2015 .

Il decreto legge, si legge nel comunicato di Palazzo Chigi, “al fine di consentire lo svolgimento di tutte le consultazioni elettorali in un’unica data (election day), interviene sistematicamente per flessibilizzare l’arco temporale entro il quale può realizzarsi la condizione per lo svolgimento in forma abbinata di tutte le elezioni stabilendo, con riguardo alle elezioni regionali, che la loro celebrazione può avvenire nella prima domenica successiva a 60 giorni dalla scadenza di mandato. La prima domenica utile risulta essere il 31 maggio 2015, pertanto la norma interviene stabilendo che l’elezione può essere celebrata anche nella prima domenica successiva alla scadenza del predetto termine dei 60 giorni”.

Infatti, “nella primavera prossima si svolgeranno sia le elezioni per il rinnovo dei presidenti e dei consigli di 7 regioni a statuto ordinario (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Campania e Puglia), sia il turno annuale di elezioni amministrative che interesserà, nelle 15 regioni a statuto ordinario, 515 comuni. Le elezioni amministrative si devono tenere, per legge, in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno mentre le elezioni regionali, secondo quanto stabilito dalla Legge di Stabilità 2015, devono avere luogo “non oltre i sessanta giorni successivi al termine del quinquennio” . La norma di flessibilizzazione interviene considerato il fatto che le elezioni degli organi elettivi regionali si sono svolte domenica 28 marzo 2010 (con scadenza del mandato 27 marzo 2015), e  che entro il 27 maggio 2015 non risulta possibile individuare una data idonea per la coincidenza del primo o secondo turno con Festività religiose cristiane o ebraiche (Pasqua, Pentecoste), con festività civili (Anniversario della Liberazione, Festa del Lavoro) o con altre ricorrenze rilevanti ai fini dell’affluenza al voto (Adunata annuale degli Alpini)”.

Il Consiglio dei ministri “invita quindi le Regioni a voler indire i rinnovi dei Consigli regionali nella stessa data individuata per le elezioni amministrative”. (Inform 13)

 

 

 

 

 

La fedeltà che vince sui rapporti elastici

 

L’amore fedele è una questione di investimento: punta l’intero patrimonio su un titolo solo. È un rischio enorme, chiaro, quando si è in due non esiste certezza. Ma non bisogna spaventarsi alla prima oscillazione di mercato: se il titolo vale, saprà risalire. Sul lungo periodo conviene: un nuovo studio americano ha registrato un aumento nell’attività sessuale nelle coppie sposate da oltre 50 anni. Fanno più sesso rispetto a chi vive legami di breve durata. La spiegazione starebbe nel «capitale relazionale»: nei buoni matrimoni, l’accumulo di esperienza e conoscenza reciproca riesce anche a far rifiorire l’intimità. I rapporti elastici, invece, sono più moderni: quando non soddisfano più, si sostituiscono, senza perdere tempo e senza soffrire troppo. Chi li pratica, in genere, dice: pretendo il meglio, io valgo.

Ma si può anche vederla da un’altra angolatura: i loro intenti sono più modesti, chiedono di meno, si accontentano di meno. È il modello shopping: scusi, questo articolo non era come me l’ero immaginato, posso cambiarlo? Come per gli smartphone, c’è sempre una versione più desiderabile, aggiornata e con le nuove funzioni.

Quale dei due amori è preferibile: l’amore fedele che, come tutti gli amori, è imperfetto «e non sa se il tempo gli darà ragione — come ha scritto Silvia Avallone — ma che abbiamo deciso di vivere insieme», o l’amore che non si fa remora di cambiare, con l’incoscienza e l’ostinazione di riprovarci ogni volta? Ciascuno ha la propria riposta.

Ma forse la vera domanda è: perché l’amore dura raramente? In «Tutta la verità sull’amore», Franco Bolelli e Manuela Mantegazza hanno diviso la risposta in tre:

1) perché quando ci sembra di possedere qualcosa lo sottovalutiamo;

2) perché amiamo le novità, e crediamo che si trovino sempre da qualche altra parte;

3) perché l’amore non è solo attrazione e passione, ma anche appartenenza, «capitale relazionale», e spesso non siamo in grado di riconoscerlo. Daniela Monti CdS 15

 

 

 

 

Il 29 marzo si inaugura a Bettola il Monumento all’Emigrante Piacentino

 

PIACENZA - E’ di Getty Bisagni, nato a Bettola (Piacenza) nel 1931, artista di fama internazionale, con mostre a Parigi alla galleria de l’Odeon e medaglia d'oro dell’accademia francese "Arts Sciences Lettres", il Monumento all'emigrante piacentino che sarà inaugurato a Bettola il 29 marzo prossimo.

“Il maestro Bisagni – spiega Roberto Boiardi presidente dell’Associazione Bettola nel Mondo - desiderava da anni donare un'opera emozionante, significativa per Bettola e per tutta la Val Nure, terra di forti migrazioni dalla fine dell'Ottocento agli anni '50 del secolo scorso. Il progetto è nato in un pomeriggio estivo alla Bagnata di Bettola, dove al presidente e alla tesoriera dell'Associazione furono mostrati i cinque bozzetti che Getty Bisagni aveva studiato per il monumento all'emigrante, e da lì prese forma l'idea di realizzare un monumento dedicato non solo agli emigranti piacentini, ma a tutti gli italiani nel mondo. L'idea fu poi rilanciata in occasione della mostra dei bozzetti del Maestro nella piazza di Bettola la scorsa estate, quando il pubblico presente votò il bozzetto più significativo”.

Il progetto di Bettola nel Mondo e del comitato pro-monumento ha ottenuto il patrocinio del Comune di Bettola, della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo – la cui presidente Silvia Bartolini sarà presente all’inaugurazione - della provincia di Piacenza e di altri Comuni della provincia, come pure il contributo di enti, associazioni, privati cittadini italiani e stranieri. “Gli alunni della scuola primaria di Bettola – ha aggiunto Roberto Boiardi - sono stati accompagnati a vedere l'artista nel suo atelier mentre forgiava la scultura e hanno condiviso con lui l'entusiasmo della creatività. Fondamentale al fine del progetto si è dimostrata la generosità di chi ha fornito il laboratorio per la realizzazione dell'opera, di chi ha provveduto ai materiali di realizzazione e al trasporto del monumento, dell'impresa che ha collocato l'opera nel luogo scelto dal Comune, della rosa di tenaci sostenitori del sogno del Maestro Getty Bisagni”.

ER Emiliano-romagnoli nel mondo

 

 

 

 

La SAIG e la Città di Carouge rendono omaggio all’emigrazione italiana

 

L’ultimo weekend di Febbraio, centinaia di persone si sono ritrovate davanti Place de Sardaigne per assistere alla cerimonia ufficiale di inaugurazione del monumento di riconoscenza all’emigrazione italiana: una scultura di Jo Fontaine realizzata in marmo serpentino, intitolata Cosmos.

 

Alla cerimonia erano presenti: Carmelo Vaccaro, Coordinatore della SAIG, Stéphanie Lammar, Sindaco di Carouge, Andrea Bertozzi, Console Generale d’Italia a Ginevra,  Nicolas Walder e Jeannine de Haller, Consiglieri Amministrativi della Città di Carouge, l’Onorevole Gianni Farina, Presidente del Gruppo Interparlamentare di Amicizia Italo-Svizzera e Sonja Molinari, Presidente del Consiglio Comunale di Carouge.

 

Come evidenziato da Carmelo Vaccaro, per molti italiani del cantone di Ginevra, la città di Carouge viene considerata come una “Little Italy” americana. Ciò è dovuto, probabilmente, non solo all’atmosfera ed alla sua particolare architettura ma alla stessa popolazione di Carouge.

Gli abitanti di questa città hanno accolto i primi italiani arrivati, li hanno ospitati come avrebbe fatto una famiglia con un parente lontano ed hanno condiviso con loro la crescita di questo paese. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando da povero sobborgo di operai italiani migranti si è trasformato in “salotto buono” della Ginevra di oggi. Carouge deve molto di tutto questo proprio a loro.

 

La Cerimonia è proseguita con la lettura di testimonianze degli emigrati da parte di tre ragazzi dei corsi di italiano. Gli italiani emigrati usavano i dialetti, ma nel momento dello scrivere ricorrevano al loro “poco” italiano. Gli errori, le sgrammaticature e il ricorso a parole dialettali sono già da soli una prova del dramma dell’emigrazione forzata delle classi più povere. Nonostante la loro difficoltà a scrivere in italiano, le lettere degli emigrati riescono a comunicare pezzi di storie individuali con grande espressività. Pensieri come: “noi Italiani qua in Svizzera non siamo ben accettati e cercano in tutti i modi di mandarci via e speriamo anche noi di venire presto nella nostra bella terra. Per noi qua la vita è sempre la solita ma non ci lamentiamo perché sicuramente in altre parti ci saranno emigranti trattati peggio di noi”, oppure: “sono emigrato in Svizzera da circa 2 mesi, ma sfortunatamente, dopo un mese di lavoro si è incendiato un motore, causandomi bruciature in tutto il corpo, rendendomi quasi cieco e con il corpo devastato da cicatrici.” Semplici pensieri che esprimono le difficoltà e frustrazioni di giovani italiani che al tempo lasciavano il loro paese per trovare lavoro e cambiare vita.

 

Anche Stéphanie Lammar ha ricordato come Carouge mette gran parte delle sue radici al di là delle Alpi e per chi conosce un po’ la storia del comune percepisce i legami transalpini della città. Per tanto tempo infatti Carouge è stata parte del Regno di Sardegna e grazie al contributo di architetti italiani di Torino, ha ottenuto un’architettura mediterranea unica nel suo contesto.

Inoltre, bisogna rilevare che al tempo, il 26% della popolazione di Carouge era originaria delle regioni del Regno Sabaudo. Questo ha comportato l’arricchimento della città in termini di apertura, diversità e tolleranza, rendendo così oggi Carouge una Città cosmopolita. 

 

Ma al tempo stesso, rendere omaggio al popolo italiano è anche un modo per parlare della storia stessa di Carouge. Infatti, l’immigrazione italiana alla fine della Seconda Guerra Mondiale è stato il fenomeno migratorio più importante della Svizzera. In circa 12 anni, gli italiani hanno costruito la loro vita e poco per volta con incredibile armonia senza alcuna difficoltà il fatidico “chez nous” è diventato anche per loro “chez eux”. Popolo di lavoratori onesti che arrivati con le loro valigie piene di sole del mediterraneo o del Piemonte, portarono la loro voglia di vivere e il loro dinamismo. Tutto ciò ha permesso alla Svizzera di divenire un realtà economica di pieno regime.

 

Nonostante le forti critiche all’immigrazione, oggi è importante sottolineare l’esemplarità del popolo italiano, che senza mai rinnegare la sua cultura ne’ le sue radici, ha talmente contribuito alla costruzione di questo paese che oggi ne è diventata parte integrante. Ed è per questo che Carouge è fiera di ospitare questo monumento, omaggio meritato e necessario. Questa scultura, fatta da Jo Fontaine, artista ginevrino, presenta in superficie delle linee falsamente concentriche tracciate dagli attrezzi dello scultore che ci rinviano ad un tipo di cartografia immaginaria del cosmo, alle traiettorie di pianeti intorno ad un punto che non è proprio al centro. Il Cosmos ci ricorda l’idea di abolizione delle frontiere, simbolo ideale per rendere omaggio agli immigrati italiani.

 

Il Presidente del Consiglio, la Signora Molinari inizia il suo discorso con la famosa citazione di Max Frisch “Volevamo braccia, sono arrivati uomini”. Questa frase ci riporta indietro nel tempo in quegli anni 50-80 che, se sono ricordati come “les 30 annate gloriose” rappresentano anche il periodo più intenso d’immigrazione italiana in Svizzera. E’ l’epoca dei grandi cantieri e di crescita economica che sembrava senza limiti. Per gli italiani emigrare significava da una parte ricerca di lavoro e probabilmente speranza di una vita migliore, ma dall’altra abbandono della famiglia, di luoghi e tradizioni lasciati al paese. Significava anche una nuova vita in un paese non tanto lontano geograficamente, ma dove usi e costumi erano diversi, e adattarsi richiedeva flessibilità, forza e coraggio. Soprattutto che, come sostiene Frisch nella sua citazione a “Les Attese”, da questa parte della frontiera l’unico obiettivo era ricercare manodopera mettendo da parte i sentimenti e le sensazioni che gli emigrati sentivano nel lasciare la propria terra e quindi trascurando l’aspetto umanitario.  Sono stati anni difficili di pregiudizi a volte duri in quanto il lavoro stagionale impediva di portare con se i proprio cari. A tal proposito, il Presidente ha raccontato un aneddoto personale avvenuto agli inizi degli anni 60 a Zurigo. Durante la ricerca di soggiorno del giovane padre, nonostante al tempo i problemi dell’ alloggio non erano quelli di oggi, si ritrovò nella ricerca in serie difficoltà. L’essere italiano faceva presagire schiazzo, rumori e odori di cucina speziata, serate in discoteca e chissà che altro. Allora, il ragazzo demoralizzato decise di travestirsi da militare svizzero riuscendo così a trovare un appartamento. Questo aneddoto ci fa rendere conto quale siano state le discriminazioni e le difficoltà subite al tempo dagli emigrati italiani. Questi disagi venivano continuamente denunciati e combattuti sia dalle persone stesse sia attraverso i media. Anche il mondo del cinema, come i film “Pane e Cioccolata” di Brusati uscito nel 1972, oppure  “Il Fabbrica Svizzeri” uscito nel 1978, dimostra come il problema era sentito tanto che quest’ultimo fino al 1997 deteneva il primato del più visto in Svizzera.

 

L’evento si è concluso con il fatidico taglio nel nastro di inaugurazione e con un aperitivo cortesemente offerto dalla giunta comunale di Carouge. Carmelo Vaccaro, saig-ginevra                                                                         

 

 

 

 

Una ricerca della “Bellunesi nel Mondo” e del MiM Belluno. “AAA  Cercasi lettere dell’emigrazione legate al cibo”

 

L’Associazione Bellunesi nel Mondo con il MiM Belluno, Museo interattivo delle Migrazioni, in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata, sta raccogliendo lettere scritte dagli emigranti che descrivano il rapporto che avevano con il cibo. I legami intercorrenti tra cibo e migrazioni sono molteplici, dinamici e complessi e riguardano tanto le dimensioni di colui che espatria che quelle etniche e di gruppo.

Il cibo, in particolare, nei modi in cui si presta a essere esportato, accettato, rifiutato, ripensato o semplicemente ricordato, rappresenta un formidabile espediente identitario che si accompagna a tutte le situazioni d’incontro tra le diversità culturali e umane prodotte dall’esperienza migratoria.

Le lettere, o i documenti inerenti, possono essere inviati via mail (con una risoluzione di almeno 600 dpi) a: info@mimbelluno.it. Per maggiori informazioni: tel. +39 0437 941160. (Inform)

 

 

 

 

Flüchtlinge: Frontex warnt vor Einschleusung von IS-Kämpfern

  

Die Europäische Grenzschutzagentur Frontex warnt angesichts von Drohungen der Dschihadistenmiliz IS vor Kämpfern, die als Flüchtlinge getarnt nach Europa einreisen könnten. Als mögliche Schutzmaßnahme kamen die von Bundesinnenminister de Maizière vorgeschlagenen Flüchtlingszentren in den Transitländern zur Sprache.

Die Europäische Grenzschutzagentur Frontex ist alarmiert angesichts von Drohungen der Dschihadistenmiliz Islamischer Staat (IS), als Flüchtlinge getarnte Kämpfer nach Europa zu schicken. "Die Gefahr der Einreise solcher Kämpfer besteht grundsätzlich an allen EU-Außengrenzen", sagte Frontex-Chef Klaus Rösler der Zeitung "Welt". Bislang sei allerdings noch kein solcher Fall festgestellt worden. Dennoch müsse etwa mit den italienischen Behörden überlegt werden, "wie es zum Beispiel gelingen kann, nach der Ankunft in Sizilien schneller die Identität eines Flüchtlings festzustellen".

In diesem Zusammenhang sprach sich der Frontex-Chef auch für die von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) geforderte Einrichtung von Flüchtlingszentren in den Transitländern aus. "Jede Maßnahme, die zur geregelten Steuerung von Migrantenströmen beiträgt, ist in unserem Interesse. Das würde es auch uns erleichtern, uns auf die kriminellen Machenschaften zu konzentrieren", sagte Rösler der "Welt".

Nach den monatlich von den EU-Mitgliedstaaten übermittelten Zahlen wurden im vergangenen Jahr rund 283.000 irreguläre Einreisen nach Europa gezählt."Das sind auf dem Seeweg viermal so viel wie im Vorjahr", sagte Rösler. Einen "massiven Anstieg" habe es demnach "auf den Seerouten südlich von Italien sowie zwischen der Türkei und Griechenland" gegeben. Schleuser setzten die Migranten "immer stärker unter Druck". Sie würden etwa in Libyen "unter vorgehaltener Waffe" gezwungen, in ein "seeuntaugliches Schlauchboot" zu steigen. Schlepper benutzten immer häufiger marode Boote.

De Maizière: Prüfung von Aufnahmezentren in Afrika braucht Zeit

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) sieht unteressen in der Flüchtlingsfrage Aufnahmezentren in Afrika weiter als Teil eines Lösungsansatzes. Die Prüfung eines solchen Vorhabens brauche aber Zeit, sagte de Maizière am Donnerstag beim EU-Innenministerrat in Brüssel. "Man muss die menschenrechtlichen Bedingungen dort sehr genau untersuchen."

Die österreichische Innenministerin Johanna Mikl-Leitner forderte die EU-Kommission auf, "vor dem Sommer" einen Vorschlag für ein Pilotprojekt vorzulegen. Angesichts tausender Todesopfer im Mittelmeer hatten die EU-Innenminister im Oktober eine Strategie zum Umgang mit der wachsenden Zahl von Flüchtlingen beschlossen. Dabei wurden auch Lager in Transitstaaten insbesondere in Nordafrika als Möglichkeit genannt. Dort könnten Flüchtlinge einen Asylantrag stellen, ohne sich auf den gefährlichen Weg über das Mittelmeer nach Europa zu machen. Bei einer Ablehnung könnten sie Anreize - etwa durch Geldzahlungen erhalten, in ihre Heimat zurückzukehren.

De Maizière sagte, solche Zentren sollten nicht von einzelnen Ländern, sondern durch das UN-Flüchtlingshilfswerk betrieben werden. "Wir werden jetzt vielleicht ein Pilotprojekt entwickeln und dann die Diskussion sehr sorgsam, aber entschlossen weiterführen." Vorteil solcher Zentren sei, dass sie legale Wege nach Europa schafften und Schleppern "den Nährboden entziehen für ihre Geschäftemacherei", sagte Mikl-Leitner. Sie verwies darauf, dass das Thema mit den in Frage kommenden Drittstaaten geklärt werden müsse. Zudem müsse dann festgelegt werden, wie über eine Quote die dort ankommenden Flüchtlinge bei einer Einreiseerlaubnis in Europa verteilt würden.  EurActiv 13

 

 

 

 

Bades Meinung. Zehn Thesen zum ‘Großen Palaver’ über Willkommenstechnik

 

Willkommenskultur und teilhabeorientierte Gesellschaftspolitik.

Klaus J. Bade hat das ‘Große Palaver’ über Willkommenskultur auf verschiedenen Ebenen von Diskussion und praktischer Erprobung beobachtet. Sein Ergebnis: Meist geht es um das, was er nur Willkommenstechnik für Neuzuwanderer nennt. Der Weg zu Willkommenskultur als Leitkonzept einer teilhabeorientierten Gesellschaft aber ist noch weit. Bades Thesen gehören zu seinem Festvortrag zum 50jährigen Jubiläum der Otto Benecke Stiftung in Bonn am 12.3.2015. Von Klaus J. Bade, Migrationsforscher

 

Willkommenskultur ist ein wichtiger und nötiger Spurwechsel im politischen und öffentlichen Diskurs. Jenseits von konkreten und erfolgserprobten Diversity-Konzepten für Unternehmen, Verwaltungen und Behörden (Willkommenstechnik) ist Willkommenskultur als gesellschaftspolitisches Konzept aber noch ein wolkiger Orientierungsrahmen mit unklaren Konturen und erheblichem Verbesserungs- und Ergänzungsbedarf:

1. Willkommenskultur ist ein politisch gewolltes, top down gestiftetes Elitenkonzept (F. Heckmann). Bottom up aber wächst Kultur- und Fremdenangst, die durch Willkommenskultur geschönt, aber nicht aufgefangen werden kann.

2. Willkommenskultur ist ein demo-ökonomisch motiviertes Zuwanderungskonzept und ölt als solches in erster Linie die bedarfsorientierte, d.h. arbeitsmarktorientierte, d.h. vorwiegend arbeitgeberorientierte Eingliederungsmaschinerie für qualifizierte Neuzuwanderung.

3. Willkommenskultur kommt meist nicht über Willkommenstechnik mit freundlichen Eingliederungshilfen für erwünschte Neuzuwanderer hinaus, abgesehen von begrenzten kommunalpolitischen Initiativen und zur Zeit erst erprobten amtlichen, aber über die behördliche Dimension hinausgreifenden Konzepten (z.B. ‘Anerkennungs- und Willkommenskultur’-Großprojekt des BAMF).

4. Die politische Inszenierung von Willkommenskultur hat sogar eine indirekt gruppenbezogene Selektionsfunktion: Sie macht unausgesprochen klar, das Gruppen wenig oder gar nicht erwünscht sind, die nicht zu den Adressaten von Willkommenskultur zählen und anstelle von Willkommensgrüßen mit einseitigen Anpassungsforderungen konfrontiert werden.

- Die politische Inszenierung von Willkommenskultur richtet sich zum Beispiel dezidiert nicht an explizit unwillkommene, aber aus europarechtlichen Gründen ebenfalls zu akzeptierende Zuwanderer wie etwa die sogenannten ‘Armutswanderer’ aus Südosteuropa.

- Die politische Inszenierung von Willkommenskultur richtet sich – trotz einzelner Verbesserungen der insgesamt nach wie vor bewusst abschreckenden Lebensbedingungen – erst recht nicht an die Adresse von Asyl oder doch Schutz suchenden Flüchtlingen, abgesehen von einzelnen bevorzugten Gruppen oder Kontingenten, im Gegensatz zu der breiten, aus der Bürgergesellschaft kommenden Bewegung zur Flüchtlingshilfe.

5. Willkommenskultur für Neuzuwanderer geht aber auch an der schon mehrere Generationen im Land lebenden Einwandererbevölkerung vorbei und kann dort sogar als weiterer Beitrag zur Zurücksetzung und Benachteiligung erfahren oder doch empfunden werden.

6. Willkommenskultur hilft zugleich wenig gegen angstgeborene Abwehrhaltungen gegenüber Zuwanderern und Asylsuchenden in der Mehrheitsbevölkerung; denn Mentalitäten ändert man nicht durch freundlichere Umgangsformen.

7. Konzepte für Willkommenskultur operieren, wie appellativ formulierte sozialtechnologische Konzepte der Integrationspolitik (‘Integrationsland’), im Vorfeld der für die Einwanderungsgesellschaft nötigen teilhabeorientierten Gesellschaftspolitik für Alle, d.h. mit wie ohne den sogenannten Migrationshintergrund.

8. Trotz insgesamt verhalten zunehmender Akzeptanz von Zuwanderung und kultureller Vielfalt fehlt in der Einwanderungsgesellschaft ein konsensuales und inklusives Selbstbild mit kollektiven Erinnerungen (‘Narratio’) an kulturelle Herkunft und Zusammenwachsen von Mehrheitsbevölkerung und Einwandererbevölkerungen und mit Visionen für die gemeinsame Zukunft (N. Foroutan). Willkommenskultur als Elitenkonzept von oben ist kein Ersatz dafür.

9. Ohne teilhabeorientierte Gesellschaftspolitik für Alle und ohne ein konsensuales und inklusives Selbstbild der Einwanderungsgesellschaft könnte

- in Kreisen der Einwandererbevölkerung, insbesondere unter jüngeren Menschen, das verbreitete und begründbare Gefühl unzureichender Akzeptanz und Teilhabechancen ebenso weiter wachsen wie

- in Kreisen der Mehrheitsbevölkerung die Angst, ‘Fremde im eigenen Land‘ zu sein, die Anlass werden kann, sich aggressiv gegen vermeintliche ‘Überfremdung‘ zu wenden.

Daraus resultierende Spannungen könnten zusammen mit zusätzlichen, von innen (‘Islamkritik’) und von außen (‘Islamischer Staat’) geförderten Sozial- und Kulturängsten den sozialen und kulturellen Frieden in der Einwanderungsgesellschaft gefährden.

10. Wir könnten auf der diskursiven Suche nach einer inklusiven konsensualen ‘Narratio’ mit dem französischen Kulturphilosophen Vincent Cespedes über den Verlust unserer Fähigkeit nachdenken, “Kollektive zu bilden”. Vielleicht sollten wir mit ihm von afrikanischen Kulturtechniken lernen und versuchen, den “Zaubertrank” zu finden, mithilfe dessen man das kollektive “Wir” wiederfinden kann. Cespedes meint damit das afrikanische “Große Palaver”: Es kann sehr lange dauern, muss aber mit konsensualen und inklusiven Leitorientierungen enden. Die stehen dann für alle Beteiligten nicht mehr zur Disposition – bis vielleicht ein neues “Großes Palaver” andere Leitorientierungen bringt. Um das ‘Große Palaver’ ergebnisorientiert und nachhaltig zu strukturieren, könnte auf der Bundes-ebene eine Leitbild-Kommission oder die von der Jungen Islamkonferenz ins Gespräch gebrachte Enquete-Kommission nützlich sein. MiG 12

 

 

 

 

Die digitale Revolution und die Zukunft des Krieges

 

Die Massenstreitkräfte des 20. Jahrhunderts werden von Hightech-Armeen abgelöst. Die Einhegungsmöglichkeit neuer Waffensysteme ist begrenzt.

Im 21. Jahrhundert werden sich die westlichen Streitkräfte und damit auch die Kriegsbilder weiter wandeln. Ausschlaggebend ist hier in erster Linie die „Digitale Revolution“ d.h. die Integration von modernen Informations- und Kommunikationstechnologien in vorhandene Waffensysteme und Streitkräftestrukturen. High-Tech-Rüstung wird durch anhaltend hohe Militärausgaben und die fortschreitende militärische Forschung und Entwicklung ermöglicht. Laut SIPRI 2013 lagen die globalen Militärausgaben zuletzt bei 1.747 Mrd. US-Dollar. Die höchsten Ausgaben für militärische Forschung und Entwicklung lagen mit etwa 80 Mrd. US-Dollar jährlich in den USA.

Treibendes Element für diese kostenintensiven Programme zur Nutzung schneller Datenübertragung, großer Speicher- und Rechenkapazitäten aber auch miniaturisierter Sensoren und neuer Materialien ist der bessere Schutz der eigenen Soldaten. Im Zuge dieser digitalen Revolution werden die Massenarmeen des 20. Jahrhunderts mehr und mehr von Hightech-Armeen abgelöst, in denen dem einzelnen Soldaten und Befehlshaber enorme technische Hilfsmittel zur Verfügung stehen.

Technisch unterlegene Gegner wie aktuell der islamische Staat (IS) haben sich auf die militärtechnische Dominanz westlicher Staaten eingestellt. Sie reagieren auf die waffentechnische Übermacht mit anderen Taktiken und einfachsten Waffen (Handfeuerwaffen und Granatwerfern), hoher Mobilität („Pick-ups“), kleinen Gruppen oder gezielten Anschlägen. Auch in Zukunft bleibt die Kriegsführung also asymmetrisch: Hier das westliche Militär, das Kriege am Bildschirm plant und führt und dort der zu allem entschlossene Kämpfer, der vor dem Einsatz des eigenen Lebens nicht zurückschreckt.

 

Kriegsführung aus der Distanz

Die Integration des neuen Technologiespektrums führt zu neuen militärischen Fähigkeiten: Paradigmatisch sind zielgenau steuerbare unbemannte Flugkörper („Drohnen“), die über leistungsfähige Aufklärungssensorik und Flugsteuerung verfügen. Unmanned Aerial Vehicles (UAV), d.h. ferngesteuerte wiedereinsetzbare Flugsysteme, stehen mittlerweile auf den Beschaffungslisten vieler Staaten. Neben den USA verfügen heute 80 Länder über meist unbewaffnete Drohnen. Und es ist absehbar, dass sich weitere Staaten und auch nichtstaatliche Akteure bewaffnete Drohnen zulegen werden.

Dabei ist die Spannweite der eingesetzten Typen groß. Zunehmend werden UAVs auch für Kampfmissionen umgerüstet. Heute sind lediglich die USA, Großbritannien und Israel im Besitz von Kampfdrohnen. Aber auch in China, der Türkei, den VAE, in Südafrika sowie in Europa wird an bewaffneten UAVs gearbeitet. Hier entsteht eine neue Bedrohung (auch im zivilen Bereich). Denn UAVs sind klein, leise und haben im Prinzip lange Einsatzzeiten.

Der Drohnenkrieg im Grenzgebiet von Pakistan und Afghanistan ist eine ferngesteuerte Auseinandersetzung, in der insbesondere die CIA Gegner aus der Luft „eliminiert“. Die Operateure sitzen 13.000 km entfernt und führen an Videoschirmen einen ferngesteuerten Push-Button-Krieg. Die Einsätze sind jedoch völkerrechtlich umstritten und oft politisch kontraproduktiv. Die Hauptakteure sind Geheimdienste und nicht die regulären Streitkräfte. Ein völkerrechtlicher Einblick in die Zielplanung und die Gründe wird der Öffentlichkeit verwehrt.

Unbemannte Systeme finden aber auch vermehrt auf dem Boden und im Wasser Anwendung. Die Entwicklung von Kleinstflugkörpern, nicht größer als wenige Zentimeter, wird forciert. Innovativen Konzepten sind hier keine Grenzen gesetzt, zumal das US-Militär genügend Geld für solche Forschungen bereitstellt und stets argumentiert, dass diese neuen Systeme das Leben der eigenen Soldaten schützen.

 

Robotik und Künstliche Intelligenz

Die nächste Runde im qualitativen Wettrüsten ist bereits eingeläutet: Die Nutzung von Künstlicher Intelligenz (KI). Sie könnte vermehrt Waffensysteme hervorbringen, die selbstständig entscheiden, welches Ziel angegriffen wird. Die „fire and forget“ Luft-Boden-Rakete Brimstone beispielsweise kann schon heute zwischen Panzern, Autos und Bussen unterscheiden. Waffensysteme werden zunehmend „autonomer“.

Erik Brynjolfsson und Andrew McAfee sprechen von einem „Zweiten Maschinen Zeitalter“, in dem Computer mentale Fähigkeiten erhalten, über die bisher nur der Mensch verfügt. Neue Forschungen im Bereich KI konzentrieren sich auf Muster- und Spracherkennung, Sensorik und Antriebstechnik. Im Labor werden fliegende Systeme entwickelt, die miteinander kommunizieren, ihren Flug koordinieren und Schwarmverhalten zeigen. Auch sollen UAV-Operateure in Zukunft mehrere UAVs gleichzeitig bedienen können. Assistenzsysteme haben längst Einzug in die „automatisierte Kriegsführung“ gehalten und verdrängt den Menschen in seiner Entscheidungshoheit.

Allerdings sind zahlreiche Probleme wie die Informationsüberlastung der Operateure oder die Störanfälligkeit der Systeme nicht gelöst. So können beispielsweise UAVs abstürzen, wenn ihre Verbindung zum Operateur abreißt. Zudem können Gegner Sicherheitslücken ausnutzen. Gerade diese Probleme sind es jedoch, die als weiteres Argument für die Integration von mehr Autonomie in Waffensysteme herhalten müssen.

Angesichts dieser Entwicklungen besteht die Gefahr, dass der Mensch durch die fortschreitende Automatisierung des Krieges seine Fähigkeit verliert, verantwortungsvolle Entscheidungen zu treffen. Roboter kennen keine Panik und keinen Schmerz, verfügen aber auch über kein kritisches Urteilsvermögen. Sie werden programmiert und arbeiten Algorithmen ab. Wer ist also verantwortlich, wenn es zu Unfällen oder Fehlplanungen kommt?

Mit der Integration von mehr Autonomie verschärfen sich politische, juristische und ethische Fragen. Wer fällt auf welcher Grundlage die Entscheidung über Leben und Tod? Wie kann die Einhaltung des Völkerrechts überprüft werden? Werden Kriege nicht wahrscheinlicher, wenn scheinbar "lediglich" Roboter Krieg führen? Und nicht zuletzt: Kann und darf ein Roboter im Krieg eigenständig Gegner töten?

Ausdruck der weltweiten Beunruhigung über „vollständig autonome“ Waffensysteme war u.a. eine Konferenz der UN-Konvention über konventionelle Waffen, die im Mai 2014 in Genf stattfand. Tesla und SpaceX Gründer Elon Musk und Stephen Hawking warnten im Rahmen der Debatte um die verstärkte Nutzung von KI eindringlich vor deren Gefahren.

 

Outer Space - Militärische Planer gehen davon aus, dass künftig auch im Weltraum Konflikte mit Waffen ausgetragen werden. Die Nutzung für Kommunikation, Navigation und Erdbeobachtung vom erdnahen Raum aus ist für die Staatenwelt schon heute essentiell. Global agierende Streitkräfte sind heute auf weltraumgestützten Infrastrukturen angewiesen, sei es für Aufklärungszwecke, sei es zur GPS-gestützten Navigation.

Der Weltraum wurde von den Supermächten seit Beginn des Weltraumzeitalters militärisch genutzt. Diese Konkurrenz im Weltraum setzt sich bis heute fort. Zwar haben nicht alle Akteure den gleichen Zugriff, doch neben den klassischen Weltraummächten treten heute neue Akteure auf: China, Indien oder Brasilien. Iran und Nordkorea ist es gelungen, kleine Satelliten in den Orbit zu transportieren. Obwohl also immer mehr Staaten an der militärischen Nutzung des Weltraums interessiert sind, entfallen die meisten militärischen Satelliten auf die USA, die auch fast 95 Prozent der Weltraummilitärausgaben verantworten.

Satelliten besitzen bislang nur passive Anwendungen, Waffen befinden sich bislang nicht an Bord. Dieses Tabu jedoch könnte fallen: Ein deutliches Warnzeichen sind Anti-Satellitentests, die sowohl China 2007 als auch die USA 2008 durchgeführt haben. Weitere technische Möglichkeiten zur Zerstörung verwundbarer Satelliten werden erforscht: Erdgestützte Laserwaffen, Minisatelliten oder die in der Entwicklung befindliche Raketenabwehr sind denkbar. International werden keine ernsthaften Anstrengungen unternommen, die Lücken im Weltraumvertrag von 1967 zu schließen und die Zerstörung von Satelliten im All generell zu verbieten.

 

Der Cyberspace als Schlachtfeld

Neben dem Weltraum ist der Cyberspace in den Fokus gerückt. Die koordinierten Cyberangriffe auf Estland 2007, Georgien 2008 oder Saudi-Arabien 2012 steigern die Befürchtung, dass auch der Cyberspace zum Schlachtfeld werden kann. Die Entdeckung des Stuxnet-Wurms macht deutlich, dass auch Staaten über offensive, elektronische Mechanismen verfügen, um potenzielle Gegner anzugreifen. Auch gegen militärische Netze und Einrichtungen finden solche Angriffe statt. Der Schweizer Armeechef hat schon im September 2010 Cyberangriffe als die „aktuell gefährlichste Bedrohung“ bezeichnet: „Wenn es jemandem gelingt, unsere Kommunikations- und Stromnetze lahmzulegen, dann müssen wir über den Einsatz unserer Systeme gar nicht mehr diskutieren“ Der bisher angerichtete Schaden war rein ökonomischer Natur. Aber ein koordinierter Angriff auf kritische Infrastrukturen wie etwa Kernkraftwerke oder die chemische Industrie könnte auch erheblichen materiellen Schaden anrichten. Führende Staaten wappnen sich derzeit gegen solche umfassenden Angriffe durch die Schaffung von Cybercommands und Abwehrzentren.

Es ist sehr wahrscheinlich, dass auch Staaten selbst offensive Cyberangriffe vorbereiten und im Kriegsfall durchführen. Die durch Edward Snowden bekannt gewordenen Dokumente weisen darauf hin, dass in den USA und China solche Planungen bereits unternommen wurden. Ein digitales Wettrüsten ist hier nicht ausgeschlossen. Es ist nun denkbar, dass künftige Kriege auch unmittelbar Auswirkungen auf das Internet haben und dass ein Krieg von Cyberangriffen begleitet oder sogar ausgelöst wird. Aufklärung, Frühwarnung und die Steigerung von Verteidigungsmaßnahmen sowie Resilienz sind hier ebenso notwendig wie internationale Diplomatie und vertrauensbildende Maßnahmen.

 

Möglichkeiten der Einhegung

Die Einhegungsmöglichkeiten für die Einführung neuer Waffensysteme sind bisher begrenzt. Sie reichen vom Forschungs- und Entwicklungsverbot über ein Verbot der Herstellung und des Besitzes bis hin zu einem Einsatzverbot im Rahmen von Rüstungskontrollverträgen (ius contra bellum) beziehungsweise im Rahmen des internationalen humanitären Völkerrechts (ius in bello).

Es ist die Aufgabe einer präventiven Rüstungskontrolle nach allgemein akzeptierten Kriterien destabilisierende Waffen zu verbieten oder zu begrenzen. Anwendbare Kriterien sind einerseits die Prinzipien des humanitären Völkerrechts wie das Unterscheidungsgebot, das Gebot des Schutzes der Zivilbevölkerung und das Proportionalitätsgebot. Andererseits kennt die klassische Rüstungskontrolle das Ziel der Vermeidung von Rüstungswettläufen und die Verhinderung eines „Krieges aus Versehen“ durch Frühwarnung, Vertrauensbildung und Transparenz. Die vorhandenen Rüstungskontrollverträge müssen gestärkt werden und auch neue Waffensysteme umfassen, die das strategische Gleichgewicht unterminieren.

Es ist höchste Zeit, international Normen und Regeln für den Weltraum aber auch für den Cyberspace zu entwickeln. Auch die Verifikation von Vertragsverstößen muss einbezogen werden. Die Autoren des Buches The Second Machine Age rufen bei allem emphatischen Eintreten für neue Technologien zu einem verantwortungsvollen Umgang auf: „Die Technologien, die wir heute kreieren, haben die Macht die Welt zu ändern, aber mit dieser Macht geht auch größere Verantwortung einher“.  Götz Neuneck IPG 9

 

 

 

 

Ansprüche gewachsen. Einwanderer müssen immer mehr leisten

 

Die Deutschen sehen ihr Land zunehmend als Einwanderungsland. Trotz einwanderungskritischer Demonstrationen wächst einer aktuellen Studie zufolge die Willkommenskultur. Ausgereift ist sie aber noch lange nicht.

 

Die Deutschen gewöhnen sich daran, dass die Bundesrepublik ein Einwanderungsland ist. Zu diesem Ergebnis kommt eine repräsentative Umfrage von TNS Emnid im Auftrag der Bertelsmann Stiftung. Deutschlands Willkommenskultur wird von der Bevölkerung positiver gesehen als noch vor wenigen Jahren. Sechs von zehn Befragten meinen, Migranten würden vor Ort freundlich empfangen. Bei der letzten Umfrage im Jahr 2012 glaubte das nur die Hälfte. Allerdings ist die Bevölkerung nach wie vor uneins darüber, ob Einwanderung die Gesellschaft bereichert oder ihr eher schadet. Im Osten ist die Skepsis gegenüber neuen Mitbürgern außerdem höher als im Westen.

Den Eindruck, in einem gegenüber Einwanderern zunehmend offeneren Land zu leben, teilen Menschen mit und ohne Migrationshintergrund. 68 Prozent der Befragten mit und 73 Prozent der Menschen ohne Migrationshintergrund glauben, dass die Behörden Einwanderer willkommen heißen (2012: 57 beziehungsweise 66). Allerdings sind auch die Ansprüche an die Integrationsbereitschaft der Neuankömmlinge gewachsen. So meinen beispielsweise 97 Prozent, dass Einwanderer sich um ein gutes Zusammenleben mit Einheimischen bemühen sollten (2012: 88) und 80 Prozent wünschen sich mehr soziales Engagement der Migranten (2012: 72).

Handlungsbedarf beim Ausbau der Willkommenskultur

Die deutsche Bevölkerung sieht allerdings auch Handlungsbedarf beim Ausbau der Willkommenskultur. Um Einwanderern den Start zu erleichtern, sprechen sich 82 Prozent der Befragten für spezielle Hilfen der Agentur für Arbeit aus (2012: 68). 76 Prozent sind außerdem für eine leichtere Anerkennung der im Ausland erworbenen Abschlüsse und 62 Prozent befürworten dauerhafte Aufenthaltserlaubnisse (2012: 69 bzw. 55). 56 Prozent meinen ferner, Deutschland solle Einbürgerungen erleichtern und 54 Prozent der Befragten glauben, die Benachteiligung von Einwanderern müsse durch Gesetze bekämpft werden (2012: 44 bzw. 47).

Was den Nutzen von Zuwanderung angeht, sind die Deutschen nach wie vor zwiegespalten. Zwar sehen sie klare Vorteile, wie zum Beispiel die Ansiedlung internationaler Firmen (68 Prozent). Zugleich jedoch verbindet eine Mehrheit Migranten mit Problemen in Schulen (61) und Belastungen des Sozialstaats (64). 63 Prozent sehen generell Konfliktpotenzial zwischen Einwanderern und Einheimischen.

Höhere Skepsis gegenüber Einwanderung im Osten

Die Vorbehalte gegenüber Einwanderern sind in Ostdeutschland höher als im Westen – ob bei Schulproblemen (Ost 64 Prozent, West 61 Prozent), vermeintlicher Belastung des Sozialstaats (69:63) oder gesellschaftlichem Konfliktpotenzial (73:61). Während im Westen lediglich ein Drittel der Befragten glaubt, Einwanderer seien in der Bevölkerung unwillkommen, ist es im Osten fast jeder Zweite.

Dabei leben in den ostdeutschen Bundesländern erheblich weniger Migranten als im Westen. Außerdem werden sie wegen des demographischen Wandels in Zukunft besonders stark auf Zuwanderung angewiesen sein. Die Auswirkungen des demographischen Wandels werden in der Bevölkerung jedoch unterschätzt. So glaubt mehr als jeder Vierte, Deutschland werde in den kommenden Jahrzehnten ohne Einwanderer gar nicht oder um maximal eine Million Menschen schrumpfen. Demgegenüber prognostiziert das Statistische Bundesamt bis 2060 ohne Zuwanderung einen Bevölkerungsrückgang um über 20 Millionen Menschen. Entsprechend uneinig sind die Deutschen darüber, mit welchen Strategien eine älter werdende Gesellschaft dem drohenden Fachkräftemangel begegnen soll. 34 Prozent meinen, Deutschland solle mehr Fachkräfte aus dem Ausland holen. Jeder Fünfte ist hingegen der Ansicht, es gebe gar keinen Fachkräftemangel. (mig 9)

 

 

 

 

Echte Energiewende ist nur mit Erneuerbaren Energien möglich

 

Jahrestag der Reaktorkatastrophe von Fukushima am 11. März erinnert an Risiken und Kosten der Atomkraft.

 

Berlin – Vier Jahre nach Beginn der Reaktorkatastrophe von Fukushima ist klar: Die Atomkraft ist weder günstig noch nachhaltig. „Fukushima zeigt uns, dass Atomkraft letztlich immer nur auf Kosten der Umwelt, der Allgemeinheit und der kommenden Generationen betrieben werden kann. Eine Energiewende, die das Klima schützt und Kosten reduziert, ist nur mit Erneuerbaren Energien möglich.“, sagt Philipp Vohrer, Geschäftsführer der Agentur für Erneuerbare Energien (AEE).

 

Bis heute sind die havarierten Reaktoren des Atomkraftwerks Fukushima Daiichi in Japan nicht vollständig unter Kontrolle. Noch immer tritt radioaktiv verseuchtes Wasser aus. In und um die Sperrzone herum ist es fast 80.000 Bewohnern nicht gestattet, wieder in ihrer Heimat zu wohnen. Die langfristigen Folgen für Umwelt, Gesundheit sowie die regionale Land- und Fischereiwirtschaft sind noch längst nicht absehbar.

Unfall auf Kosten der Allgemeinheit

Derweil explodiert die Schadenssumme des Unfalls: Nach Schätzung von Professor Kenichi Oshima von der Ritsumeikan Universität in Kyoto belaufen sich die allein bis heute entstandenen Kosten auf umgerechnet rund 84 Milliarden Euro. „Der AKW-Betreiber Tepco hat davon lediglich 16,6 Milliarden gezahlt. Für den Rest kommt die Bevölkerung auf, weiß aber darüber kaum Bescheid“, erklärt der Umweltökonom, der die japanische Regierung nach der Katastrophe zu den Kosten der Atomkraft beraten hatte. Seinen Recherchen nach werden etwa die Entschädigungszahlungen an die Opfer der Katastrophe auf die Stromverbraucher umgelegt, genauso wie die Kosten für die Aufräum- und Eindämmungsarbeiten an den Reaktoren. Die Zwischenlagerung von Dekontaminationsabfällen aus der betroffenen Region wird aus dem Staatshaushalt, also mit Steuermitteln finanziert.

 

Massive Atomsubventionen in Europa

In Deutschland steht nach dem erneuten Atomausstiegsbeschluss von 2011 erstmals die Abschaltung weiterer Meiler bevor. So wird im Mai dieses Jahres das Kraftwerk Grafenrheinfeld endgültig vom Netz gehen. Auf einem europäischen Strommarkt gilt es jedoch, auch die EU-Partnerländer vom Atomausstieg zu überzeugen. Denn massive neue Subventionen für die Atomkraft stehen einer europäischen Energiewende entgegen. So subventioniert etwa die britische Regierung den neuen Kraftwerksblock Hinkley Point C mit 35-jährigen Abnahmegarantien weit über dem Marktpreis inklusive Inflationsausgleich sowie Kreditgarantien und Entschädigungen bei Ertragsausfall. „Dass die Atomkraft nach mehr als 60 Jahren hochsubventionierter Entwicklungsgeschichte immer noch so teuer ist, zeigt, dass sie geradezu ein Fass ohne Boden ist“, sagt Philipp Vohrer.

 

Trotz Atomausstieg werden auch in Deutschland die gesellschaftlichen Altlasten der Kernkraft noch lange bestehen bleiben. Ungeklärt sind nach wie vor die Kosten und Risiken für die Endlagerung nuklearer Abfälle. Auch der Rückbau der stillgelegten Reaktoren wird sich über Jahrzehnte hinziehen. „Ob die Rückstellungen der Energiekonzerne dafür reichen, ist mindestens fraglich. Es bleibt zu befürchten, dass letztlich die Steuerzahler für den Löwenanateil aufkommen müssen“, so der AEE-Geschäftsführer.

 

Erneuerbare Energien immer günstiger

Die Erneuerbaren Energien hingegen haben sich insbesondere Dank der bisherigen Förderung stark vergünstigt. Die Einspeisesätze für Wind und Sonne liegen mit etwa 10 Cent pro Kilowattstunde schon heute unter den von der britischen Regierung geplanten Abnahmegarantien für Atomstrom aus Hinkley Point. Nach aktuellen wissenschaftlichen Schätzungen wird dieser Trend noch lange anhalten. So werden für die kommenden 20 Jahre Kostensenkungen bis zu 33 Prozent in Deutschland prognostiziert. Für 2050 wird der Preis für Solarstrom in Mittel- und Südeuropa sogar auf zwei bis vier Cent je Kilowattstunde veranschlagt. Philipp Vohrer ist sich sicher: „Durch Förderung von Erneuerbaren Energien unterstützen wir eine Entwicklung, die das Klima für die Zukunft schützt und die Allgemeinheit vor Kosten und Risiken bewahrt - eine wirklich nachhaltige Investition.“ Dip 9

 

 

 

 

Flüchtlinge. De Maizière will Aufnahmezentren in Nordafrika

 

Innenminister de Maizière will EU-Programm zur Aufnahme von Syrien-Flüchtlingen. Im Gespräch sind auch Aufnahmezentren in Nordafrika. Flüchtlinge sollen ihr Asylantrag dort stellen und sich den Weg nach Europa sparen. Die Idee stößt auf Kritik.

 

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) pocht weiter auf ein gemeinsames Programm aller EU-Länder zur Aufnahme von Flüchtlingen aus Syrien und dem Irak. Er halte ein entsprechendes Pilotprojekt für sinnvoll, sagte der Minister am Donnerstag im Südwestrundfunk. Die Flüchtlinge könnten auf Grundlage einer Quote verteilt werden, die sich an der Einwohnerzahl und dem Wohlstandsniveau der einzelnen EU-Länder orientiert, schlug de Maizière vor. Er wisse, dass die EU-Kommission in Brüssel gerade ein solches Projekt prüfe: “Ich dränge sie, schnell diesen Vorschlag zu machen.”

Das Thema Flüchtlingspolitik stand am Donnerstag auf der Tagesordnung eines EU-Ministertreffens in Brüssel, an dem de Maizière und seine 27 europäischen Amtskollegen teilnahmen. Vor Ort bekräftigte der Minister, dass er nach wie vor auch Aufnahmezentren für Flüchtlinge in nichteuropäischen Durchreiseländern für vorstellbar halte, um schutzberechtigten Menschen einen sicheren Einreiseweg nach Europa zu eröffnen.

Maas ist skeptisch

“Das braucht Zeit. Man muss die menschenrechtlichen Bedingungen dort sehr genau untersuchen”, sagte er vor Beginn der Beratungen. Die Zentren sollten nicht von der EU oder von dem Standort-Land betrieben werden, sondern vom UN-Flüchtlingskommissar, unterstrich de Maizière. Die Idee der Aufnahmezentren ist in Deutschland und Europa umstritten. “Ob Flüchtlinge in solchen Auffangstellen in Nordafrika alle rechtsstaatlichen Möglichkeiten haben würden, die sie innerhalb der EU hätten, wäre fraglich”, sagte Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD) der in Düsseldorf erscheinenden Rheinischen Post.

Kritik erntet die Idee nach Auffangstellen in Nordafrika auch von der Linkspartei. “Was als humanitärer Plan zur Aufnahme von Flüchtlingen daherkommt, ist in Wahrheit ein weiterer Baustein bei der Abschottung der EU gegen schutzsuchende Menschen”, erklärte Ulla Jelpke, innenpolitische Sprecherin der Linksfraktion. Den Plänen stünden eine ganze Reihe rechtlicher und humanitärer Probleme entgegen. “Über Asylanträge kann nicht außerhalb der EU entschieden werden. Ein Rechtsweg gegen ablehnende Entscheidungen stünde nicht zur Verfügung”, wendete Jelpke ein.

Pilotvorschlag noch vor Sommer

Die europäischen Regierungen diskutieren bereits seit mehreren Monaten über etwaige legale Einreisemöglichkeiten für Flüchtlinge und eine Umverteilung auf Basis einer Quote. Die österreichische Regierung hatte dazu schon im September 2014 ein Ideenpapier mit dem Titel “Save Lives”-Initiative vorgelegt. Bisher sind jedoch in den Gesprächen keine großen Fortschritte zu verzeichnen. Viele europäische Länder, etwa im Osten der Europäischen Union, haben kein Interesse an einer Flüchtlingsaufnahme in größerem Stil.

“Nur zehn Staaten beteiligen sich an der Aufnahme von Flüchtlingen”, sagte de Maizière im Südwestrundfunk. Die österreichische Innenministerin Johanna Mikl-Leitner kündigte vor dem Ministertreffen in Brüssel an, dem EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos hinsichtlich des geplanten Pilot-Vorschlages auf den Zahn zu fühlen. “Ich gehe davon aus, dass wir diesen Pilotvorschlag vor dem Sommer auf dem Tisch liegen haben”, sagte sie.

(epd/mig 13)

 

 

 

 

Debatte um die Europäische Armee: Pragmatismus statt Zukunftsvisionen

 

Um die europäische Armee wird eine ideologische Schlacht geschlagen, die Europas Verteidigung nicht voranbringt. Claudia Major und Christian Mölling fordern stattdessen pragmatische Schritte auf dem Weg zu einem verteidigungsfähigen Europa.

 

Die Idee der europäischen Armee ist zurück – und es spricht vieles dafür: Sie könnte Geld sparen, zugleich wären die 28 gemeinsam agierenden Staaten militärisch schlagkräftiger und politisch besser legitimiert als jeder einzelne Staat es sein kann. Viele politische Fragen aber sind ungeklärt, etwa wo die gemeinsame Armee eingesetzt werden, wer sie leiten oder ihren Einsatz autorisieren bzw. kontrollieren soll. Gegen eine echte Debatte über die Idee formiert sich regelmäßig erheblicher Widerstand, weil mit der Europäisierung der Verteidigung auch nationale Vorrechte und Traditionen aufgegeben werden müssten. So bleibt der Ruf nach der gemeinsamen Armee ein symbolisches Bekenntnis zu einem Mehr an Europa, das in weiter Zukunft liegt. Von den wirklichen Problemen europäischer Verteidigung im Hier und Jetzt lenkt er nur ab.

Europas Umfeld hat sich in einen Krisenbogen verwandelt, der mittlerweile vom Baltikum über den Mittleren Osten bis zum Maghreb reicht. Der damit einhergehenden Gewalt und ihren Auswirkungen kann Europa sich nicht entziehen. Auch die Ukraine-Krise hat uns vor Augen geführt, dass Europa militärisch verletzlich ist. Zugleich sinken die Verteidigungsausgaben in Europa weiter. Die entscheidende Frage ist also die kurz- und mittelfristige nach der Verteidigungsfähigkeit Europas. Hier können die Staaten voranschreiten, ohne sich bereits heute entscheiden zu müssen, ob dies zu einer europäischen Armee führt oder nicht.

Die Gelegenheit für pragmatische Fortschritte ist günstig, denn Europa debattiert wieder über Verteidigung. So hat die EU gerade die Vorarbeit an einer neuen Sicherheitsstrategie begonnen, die 2017 fertig werden soll. Im Juni 2015 findet der nächste EU-Verteidigungsgipfel statt; im Frühjahr des Jahrs 2016 will die NATO auf ihrem Gipfel in Warschau konkrete Ergebnisse zur Modernisierung der europäischen Verteidigung auf den Tisch legen. All diese Anlässe bieten die Chance, sich über konkrete Schritte zu mehr Gemeinsamkeit in der Verteidigung zu verständigen, die allesamt auch unerlässlich für eine Europäische Armee wären. Vier Bereiche sind dabei zentral.

Gemeinsame Sicherheitspolitik

Der Konsens in Europa ist wackelig, wenn es um die Frage geht, wann Gewalt ein Mittel der Politik sein darf. Auch die Bedrohungslage wird sehr unterschiedlich wahrgenommen. Im Augenblick neigen viele dazu, Russland als Problem ins Zentrum zu stellen; diese Einschätzung aber lässt die Sorgen einiger Europäer außen vor. Denn für Länder wie Frankreich oder Spanien ist vor allem die Instabilität in Afrika und dem Mittleren Osten bedrohlich. Die Diskussion um die neue EU-Sicherheitsstrategie bietet Gelegenheit, sich darüber zu verständigen, dass in Zukunft Bündnisverteidigung im Osten genauso wichtig sein wird wie Krisenmanagement im Süden. Schließlich könnte Deutschland Vorschläge dazu präsentieren, wie die Parlamentsbeteiligung, die übrigens auch sechzehn weitere EU-Länder vorsehen, in ein europäisches Entscheidungsgefüge eingebettet werden kann.

Gemeinsames Militär

Es braucht einen militärischen Kern, um den herum die Staaten Kooperationen systematisch aufbauen – statt des üblichen Flickenteppichs mehr schlecht als recht funktionierender Kleinstkooperationen. Die notwendige politische Signalwirkung und Anziehungskraft könnte entstehen, wenn die EU-Staaten ihr Battlegroups-Konzept mit dem Rahmennationen-Konzept verschmelzen, so wie es in der NATO heute angewendet wird. Dies bietet sich nicht nur an, weil die meisten EU-Staaten auch Mitglied der NATO sind und dem Rahmenationen-Konzept zugestimmt haben. Beiden liegt auch die Idee zugrunde, dass die Staaten das gemeinsam bereitstellen, wovon alle allein zu wenig haben, also etwa Fähigkeiten zu Aufklärung und Transport. Die Anwendung des Rahmennationen-Konzepts auf die Battlegroups würde für eine langfristige Kooperation der bisher nur jeweils für sechs Monate operierenden Verbände sorgen und diese mit mehr Möglichkeiten ausstatten. So wären sie, anders als die bisherigen Battlegroups, in den Krisen unserer Zeit real einsetzbar. Eine so entstehende schnelle Einsatzbrigade der EU könnte eine unmittelbare Aufgabe erhalten, nämlich Schutz und Krisenmanagement an der Südflanke. Die NATO würde damit entlastet und könnte sich auf die Bündnisverteidigung konzentrieren. Grundsätzlich könnte ein gemeinsam in EU und NATO genutztes Konzept dazu beitragen, die oft holprige Kooperation der beiden Organisationen zu verbessern.

Gemeinsame Rüstung

Eine gemeinsame Rüstungsindustrie würde Europa nicht nur politisch unabhängig machen, sondern auch Armeen mit einheitlichem Gerät versorgen; bislang behindern inkompatible nationale Versionen die Kooperation. Mit der Vereinheitlichung sänken die Kosten und stiege die Effizienz. Das angedachte europäische Drohnenprogramm ist derzeit das einzige europäische Rüstungsprojekt am Horizont, auf dessen Grundlage die verschwenderischen nationalen Rüstungspolitiken auf mehr Europa umgesteuert werden könnten. Weil viele EU-Mitglieder daran teilnehmen möchten, stehen die Chancen gut, über das Projekt neue Regeln für den Wettbewerb durchzusetzen. Mit einer Finanzierungszusage könnten die wichtigsten Staaten bei diesem Projekt, Deutschland, Frankreich, Großbritannien und Italien, beim EU-Verteidigungsrat im Juni ein klares Signal für mehr Europa in der Rüstung setzen. Im gleichen Zuge sollten sie vereinbaren, dass Wettbewerbskriterien bei der Auftragsvergabe im Vordergrund stehen, nicht wie bislang Proporzregeln.

Gemeinsames Recht

Die intensive Zusammenarbeit europäischer Soldaten bietet die Gelegenheit, einen europäischen Korpsgeist zu schaffen. Allerdings scheitert sie bislang oft an technischen und juristischen Details wie ungleichen Besoldungen, Karrierechancen, Versorgungsreglungen oder Einsatzregeln. Berlin sollte klären, welche Standards die Bundeswehr auch im europäischen Kontext halten will und welche nicht.

Europa wäre gut bedient, mit konkreten Schritten für seine Verteidigungsfähigkeit zu sorgen, anstatt in ideologischen Schlachten zu verharren. Nur so lässt sich letztlich auch die Idee von der Europäischen Armee voranbringen.

Die Autoren

Claudia Major und Christian Mölling forschen an der Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) zu Europäischer Sicherheits- und Verteidigungspolitik. Die Stiftung berät Bundestag und Bundesregierung in allen Fragen der Außen- und Sicherheitspolitik. Der Artikel erscheint auf der SWP-Homepage in der Rubrik "Kurz gesagt". EurActiv 12

 

 

 

 

 

Das Denken der Anderen

 

Argumente und Positionen progressiver Think Tanks im März. Populismus und seine moralischen Geschwister

 

Der britische Think Tank Demos hat den Versuch unternommen, das Weltbild von Anhängern populistischer Parteien in Europa mit dem von Anhängern etablierter „Mainstream“-Parteien zu vergleichen. Dabei stützte man sich auf von dem amerikanischen Linguisten George Lakoff formulierte Konzepte von „moral politics“. Dieser Theorie zufolge ist das Weltbild Konservativer von der Vorstellung des Staates (und einer entsprechenden Rolle der Politik) als „strengen Vater“ geprägt, der hart aber gerecht für die Einhaltung der Gesetze und die Interessen der Seinen sorge. Progressive würden den Staat dagegen als „unterstützende Elternfigur“ (nurturing parent) sehen, die großzügig die Entfaltung der an sich guten Anlagen der Bürger ermöglicht. Anhänger gemäßigter zentristischer Vorstellungen sind „biconceptual“, teilen als Vorstellungen aus beiden Lagern.

Die Ergebnisse der – methodisch eigenwilligen, auf Facebook aufbauenden – Untersuchung überraschen nicht wirklich. Linke wie rechte Populisten folgen überwiegend dem „Leitkonzept“ ihres Lagers. Eine Ausnahme sind die Anhänger der AfD: Dort sind Anhänger des „Strengen-Vater“-Konzepts kaum stärker als die der fördernden Eltern. Die Unterschiede zwischen Anhängern der etablierten Parteien und den Populisten sind nicht besonders ausgeprägt. Insbesondere die Wertewelt des linken Populismus unterscheidet sich kaum von der der etablierten Mitte-Linksparteien. Es ist also kaum möglich, Anhänger populistischer Parteien als eine Art „Sondergruppe“ innerhalb der Wählerschaft zu sehen. „The parallels in moral reasoning between populist and mainstream followers suggest that they are drawing on populations that have similar overarching worldviews within their countries.“

Interessant ist allerdings ein andere Befund: Der Anteil von „biconceptuals“ ist bei der Rechten - auch bei der populistischen Rechten – generell deutlich höher als bei Anhängern linker Parteien (23,7 Prozent zu 10,7 Prozent). Dies bestätigt einerseits die – empirisch sehr viel solideren – Befunde der „moral foundations“-Theorie von Jonathan Haidt. Ihr zufolge ist der Wertekanon heutiger überzeugter „liberals“ enger als der von Konservativen. Das zeigt aber auch die Spielräume auf, die die etablierten Parteien bei der Rückgewinnung von Wählern aus diesem Lager haben. Und: Wie wenig Sinn „Diabolisierungsstrategien“ haben, die das Gespräch mit diesen Wählermilieus tabuisieren. Hier sind genügend Leute unterwegs, die durchaus auch für Politiken sozialdemokratischer Parteien ansprechbar wären (bzw. ohnehin aus deren historischem Wählermilieu stammen).

 

TDS-Memo zur Weißen Arbeiterklasse

Die Frage nach Werten spielt auch bei einer interessanten Debatte im amerikanischen Democratic Strategist über die „weiße Arbeitsklasse“ und die Demokraten eine wichtige Rolle. Ausgangspunkt ist das Wahldesaster bei den Kongresswahlen letztes Jahr: Der Abstand der Demokraten auf die Republikaner betrug bei weißen Arbeitern satte 30 Prozent (34 Prozent zu 64 Prozent). Darin spiegelt sich ein seit Jahrzehnten anhaltender Trend, der für Männer wie Frauen und alle Altersklassen gilt: Die Unterstützung für die Demokraten sinkt in weißen Arbeitermilieus kontinuierlich. Auch Barack Obamas persönliche Zustimmungsrate bei „non college whites“ liegt mittlerweile nur noch bei 27 Prozent. Das ist die Preisklasse, in der sich Francois Hollande bewegte – vor den Attentaten.

Die Niederlage hat, so der Democratic Strategist „die ernsthafteste Debatte über die Demokraten und die weiße Arbeiterklasse seit vielen Jahren“ hervorgerufen. Das von Andrew Levison geschriebene TDS Strategy Memo fasst diese Debatte sehr lesenswert zusammen. Vier Thesen dominieren in der Debatte. Der ersten zufolge war die sozioökonomische Message der Demokraten zu schwach. Weder redistributive noch einkommensstärkende Politiken wurden ausreichend präsentiert. These zwei besagt, dass „social issues“ wie Rechte von Homosexuellen und Einwanderung das Kernproblem darstellten. In dem Maße wie jüngere, moderner sozialisierte Menschen auch in den Arbeitermilieus heranwüchsen, würde dieses Problem aber an Bedeutung verlieren. These drei sieht dagegen einen tieferen „moralischen“ Bruch zwischen Demokraten und den eher traditionalistischen Arbeitermilieus, die ihre Werte von den Demokraten missachtet sehen. These vier sieht schließlich einen Repräsentativitätsbruch: Weiße Arbeiter nehmen die Demokaten als Partei wahr, die nicht ihre, sondern eher die Interessen von Minderheiten vertritt. Deren redistributiver Rhetorik kann nicht getraut werden, weil sie im Zweifelsfall doch nur den „Anderen“ zugutekommen würde.

Für jede These werden exemplarische Ausschnitte aus wichtigen Aufsätzen und Papieren präsentiert. In der Summe ergibt das einen exzellenten und reflektierten Überblick. Die strategische Konsequenz für den Autor lautet, dass die Demokraten dringend ihr Wissen um die Meinungen und Weltsicht dieser für sie immer noch strategisch bedeutsamen Wählergruppe vergrößern müssen. The Democratic Strategist bietet auch einen Newsletter zum Thema an: „The White Working Class Roundtable Newsletter“ kann auf der Website abonniert werden.

 

Europa braucht eine „wage led recovery“

Die Brüsseler FEPS hat sich verdienstvollerweise wieder eines Themas angenommen, das sehr viel höher auf die Tagesordnung der Politik gehört: Der Frage, welche Folgen der Rückgang der Lohnquote in Europa hat und wie er ein dauerhaftes Wachstum in Europa behindert. In Zusammenarbeit mit anderen Partner hat die FEPS ein einjähriges Forschungsprojekt zum Thema „Wage led growth in Europe“ aufgelegt. Bisher sind in diesem Rahmen zwei Beiträge veröffentlicht worden, die aus der Feder der beiden Hauptverantwortlichen des Projekts, Prof. Ozlem Onaran von der University of Greenwich und Prof. Engelbert Stockhammer, Kingston University stammen. Beide argumentieren, dass die von der Kommission (und verschiedensten nationalen Regierungen, zuforderst auch Deutschlands) propagierte bzw. betriebene Politik der Lohnzurückhaltung zu einer Stagnation der Ökonomien der Europäischen Union geführt hätten. „This policy has resulted in three decades of increasing inequality, declining share of wages in national income and the emergence of a new class of super rich without generating a sustainable growth model for Europe“, schreibt Onaran in seinem Papier „Europe needs a wage-led recovery“. Eine Erhöhung der Löhne sei der einzige Weg, um die aktuelle Stagnation in Europa zu überwinden. Dies sei relativ problemlos möglich, weil die EU insgesamt ein Wirtschaftsraum mit relativ geringen Außenverflechtungen sein. Besonders große Spielräume, das sei hinzugefügt, existieren natürlich in Deutschland. Denn das hat der Politik der Lohnzurückhaltung in den letzten zwanzig Jahren in einer besonders extremen Form gefrönt – mit all den negativen Konsequenzen, die dies für die inneuropäischen Leistungsbilanzen und die Wachstumsperspektiven ökonomisch und technologisch schwächerer Länder v.a. in der Eurozone hatte.

Ernst Hillebrand EPG 9

 

 

 

 

 

Verhasster Gast: Die "Troika" verhandelt wieder mit Athen

 

Eigentlich hatte Griechenlands Premier Alexis Tsipras seinen Wählern versprochen, kein Wort mehr mit der "Troika" aus EZB, IWF und EU-Kommission zu wechseln. Ab Mittwoch sprechen Athen und ihre internationale Geldgeber nun doch – zuerst in Brüssel und in Kürze auch in Athen. In der Großen Koalition schwindet derweil die Geduld.

 

Griechenland nimmt am Mittwoch erstmals seit den Neuwahlen Ende Januar wieder Gespräche mit den Experten seiner internationalen Geldgeber auf. Bei dem Treffen in Brüssel kommen Beamte der griechischen Regierung und Experten der bisherigen Troika aus EU-Kommission, Europäischer Zentralbank und des Internationalen Währungsfonds zusammen.

Die "technischen Gespräche" in Brüssel könnten "ein oder zwei Tage dauern", hieß es am Mittwochvormittag aus Verhandlungskreisen. Ziel sei es zunächst, ein konkretes Arbeitsprogramm und einen Zeitplan für das weitere Vorgehen zu erstellen. Zudem soll Athen konkrete Zahlen zu seiner Haushaltslage und den finanziellen Auswirkung der geplanten Reformen vorlegen. "Im Verlauf der Verhandlungen könnte auch entschieden werden, dass Experten der Institutionen nach Athen reisen, falls das nötig ist", hieß es.

An den Gesprächen nehmen die "Chefs" der bisherigen Troika teil, die in Griechenland als Symbol eines jahrelangen Spardiktats gilt und deshalb nun offiziell als "die drei Institutionen" bezeichnet wird. Für die EU-Kommission verhandelt Declan Costello, für die EZB Klaus Masuch und für den IWF Rishi Goyal. Zudem seien an den Gesprächen Vertreter des Euro-Rettungsfonds EFSF beteiligt, über den ausstehende Hilfszahlungen an Athen geleistet werden könnten, hieß es. Auf griechischer Seite leitet der Generalsekretär des Athener Finanzministeriums, Nikos Theoharakis, die Delegation.

Griechenland hatte am Montag auch zugestimmt, dass Vertreter der ehemaligen Troika wieder nach Athen reisen dürfen. Regierungschef Alexis Tsipras hatte eigentlich versprochen, dass die in Griechenland höchst unbeliebte Troika, nicht mehr zurückkehren werde.

Die Bundesregierung besteht vor einer neuen Runde von Reform-Kontrollen in Athen auf einer vollständigen Umsetzung der mit den Gläubigern getroffenen Vereinbarungen.

"Bevor das nicht stattfindet, passiert gar nichts", sagte Finanzminister Wolfgang Schäuble am Dienstag in Brüssel nach einem Treffen mit seinen Euro-Kollegen.

In der großen Koalition schwindet die Geduld mit Athen. "Es ist unser Ziel, Griechenland im Euro zu halten, aber nicht unter allen Umständen", sagte der Chef-Haushälter der CDU/CSU-Fraktion, Eckhardt Rehberg.

Bayerns Finanzminister Markus Söder (CSU) hat die internationalen Gläubiger Griechenlands zu einer harten Linie mit Athen aufgefordert. Griechenland müsse seine Schulden bezahlen, ein Schuldenschnitt wäre "ein verheerendes Signal für alle Gläubiger in Europa", sagte er der Zeitung "Die Welt" vom Mittwoch.

Zudem sagte Söder, ein drittes Hilfspaket für Griechenland habe "wenig Sinn". Athen habe mit der Verlängerung des zweiten Hilfsprogramms eine Schonfrist erhalten und müsse nun "liefern". Sollte dies nicht passieren, müsse das Land dies "selbst verantworten". Das Euro-Stabilitätssystem richte sich nach dem "Grundsatz Geld gegen Reformen", sagte der bayerische Minister.

Würde dieser aufgegeben, würden auch die Fortschritte in anderen kriselnden Eurostaaten zunichte gemacht.Um flüssig zu bleiben, will die klamme Regierung in Athen mehr als eine halbe Milliarde Euro aus dem staatlichen Bankenrettungsfonds des Landes abzapfen.

Die Treffen mit den bisher unter dem Namen "Troika" firmierenden Vertretern der EU-Kommission, der EZB und des IWF finden parallel in Brüssel und Athen statt. Sie müssen klären, ob das Land Anspruch auf die Auszahlung weiterer Hilfen aus dem zweiten Rettungspaket von 7,2 Milliarden Euro hat. Bis Ende April muss die neue Regierung in Athen darlegen, welche alternativen Reformvorschläge sie der Euro-Zone macht. Viele der bisherigen Auflagen der Gelgeber lehnt sie als unsozial ab.

Die Regierung in Athen steht akut unter Druck, weil sie ihre Schulden weiter bedienen muss. Noch im März muss ein Kredit über 1,5 Milliarden Euro an den IWF zurückgezahlt werden, im Sommer werden 6,7 Milliarden Euro an die EZB fällig. Nach Informationen von Reuters aus Regierungs- und Finanzkreisen in Athen will sie 555 Millionen Euro aus dem Bankenrettungsfonds HFSF entnehmen, um ihre Verbindlichkeiten erfüllen zu können. Das Vorgehen sei mit dem Euro-Rettungsfonds EFSF abgestimmt. Zudem will sie sich frisches Geld bei Pensionsfonds borgen.  AFP/rtr 11

 

 

 

 

Schäuble nimmt Reparationsforderungen aus Athen gelassen

 

Wolfgang Schäuble hat demonstrativ gelassen auf erneute Reparationsforderungen aus Griechenland reagiert. "Ich finde, wir können in Deutschland ein bisschen großzügiger sein, die Griechen haben sicher mehr Probleme als wir", sagte der Bundesfinanzminister.

Das Thema werde nicht zwischen Deutschland und Griechenland diskutiert, sondern von einigen in Griechenland, sagte der CDU-Politiker am Mittwoch in Berlin. Schäuble sagte: "Vielleicht ist auch die Art, wie man in Griechenland Probleme behandelt, nicht dieselbe, wie man in Deutschland Probleme behandelt." Er sei "ganz optimistisch", dass es gelingen werde, die Probleme der Euro-Zone zu lösen. Ökonomisch wende sich die Lage in Europa zum Besseren. "Europa hat immer Fortschritte in der Integration auch in Zeiten der Krise gemacht", sagte Schäuble. Regierungssprecher Steffen Seibert hatte zuvor für die Bundesregierung erklärt: "Die Frage von Reparationen und Entschädigungszahlungen ist rechtlich und politisch abgeschlossen."

Ministerpräsident Alexis Tsipras hatte Deutschland am Dienstag erneut aufgefordert, eine Milliardenzahlung an Reparationen und Entschädigungen zu leisten. Er warf der Bundesregierung vor, sich mit rechtlichen Tricks seit Jahrzehnten vor Reparationen wegen der deutschen Besatzung im Zweiten Weltkrieg zu drücken. Justizminister Nikos Paraskevopoulos drohte gar mit der Pfändung deutschen Eigentums zur Entschädigung von NS-Opfern. Er sei bereit, einen entsprechenden Beschluss des obersten griechischen Gerichts umzusetzen, sagte der Minister am Mittwoch in einem TV-Interview. Auf die Frage, wann er die Unterschrift leisten wolle, antwortete er: "Wenn die politische Zeit dafür reif ist."

"Die Frage von Reparationen und Entschädigungszahlungen ist rechtlich und politisch abgeschlossen", sagte Regierungssprecher Steffen Seibert am Mittwoch in Berlin. Ein Sprecher des Finanzministeriums sagte, für die Bundesregierung falle auch eine 1942 von Deutschland verhängten Zwangsanleihe aus dem Jahr 1942 unter das Kapitel Reparationen. "Und dieses Kapitel ist für uns rechtlich und politisch abgeschlossen", sagte er. Zur angedrohten Pfändungen deutschen Eigentums in Griechenland wollte die Bundesregierung keine Stellung nehmen.

Das oberste griechische Gericht hatte bereits vor 15 Jahren eine Beschlagnahmung deutschen Eigentums zur Entschädigung der Nachkommen der Opfer eines SS-Massakers in dem Dorf Distomo für zulässig erklärt. In dem mittelgriechischen Ort waren 1944 218 Griechen von einer Einheit der Waffen-SS getötet worden. Während der deutschen Besatzungszeit wurden in Griechenland Hunderte Dörfer zerstört und Tausende Menschen ermordet. Zudem musste die griechischen Zentralbank 1942 Deutschland eine Zwangsanleihe geben.

Seibert rief die Regierung in Athen auf, den Blick nicht in die Vergangenheit, sondern auf die Probleme der Gegenwart und die zukünftige Zusammenarbeit zu richten. Der Streit habe aber von deutscher Seite keine Auswirkungen auf die Gespräche mit Griechenland über weitere Hilfen der Eurogruppe. Am Mittwoch nahmen Experten der EU-Kommission, der IWF und der EZB auf technischer Ebene wieder die Kontrolle der verabredeten Reformen auf.

Es gebe keine Gespräche mit der griechischen Regierung über Entschädigungsfragen, sagten die Sprecher der Bundesregierung. Das Thema sei auch weder in den Begegnungen zwischen Bundeskanzlerin Angela Merkel und Tsipras noch zwischen Schäuble und dessen Kollegen Yanis Varoufakis angesprochen worden.  dto mit rtr 12

 

 

 

 

Verteidigung europäisch gestalten: Bundestagsabgeordnete fordern Verteidigungsausschuss für EU-Parlament

 

Die aktuellen internationalen Herausforderungen, fortschreitende Multilateralisierung und der Konsolidierungszwang nationaler Haushalte machten die Konvergenz europäischer Sicherheitspolitik nötig, erklären die Bundestagsabgeordneten Roderich Kiesewetter (CDU) und Dietmar Nietan (SPD) in einem gemeinsamen Positionspapier. Die beiden Mitglieder der interfraktionellen Parlamentariergruppe der Europa-Union im Deutschen Bundestag sprechen sich für die Schaffung einer europäischen Armee aus. Die überparteiliche Europa-Union begrüßt die Initiative ihrer beiden Mitglieder. Am Wochenende hatte sich auch EU-Kommissionspräsident Juncker für eine europäische Armee ausgesprochen.

 

„Es gilt, die Redundanz europäischer Fähigkeiten zu minimieren. Vorhandene Lücken der europäischen Kapazitäten, wie beispielsweise in der Aufklärung, müssen durch zusätzliche Investitionen geschlossen werden,“ bekräftigen Kiesewetter und Nietan.

 

Für die beiden Abgeordneten steht die Notwendigkeit multilateraler Zusammenarbeit außer Frage: „Es ist undenkbar, dass Deutschland im Alleingang – ohne wechselseitige Unterstützung – angemessen auf die Vielzahl gleichzeitiger internationaler Konflikte reagieren könnte.“ Bereits jetzt ließen sowohl das EU-Recht als auch die Strukturen innerhalb der NATO eine intensivere Zusammenarbeit zu. Deutschland komme bei der Weiterentwicklung der Europäischen Sicherheits- und Verteidigungspolitik eine tragende Rolle zu.

 

Die beiden Abgeordneten legen ein besonderes Augenmerk auf die Rolle der Parlamente. „Eine parlamentarische Kontrolle ist für den Aufbau einer eigenständigen europäischen Sicherheitspolitik sowie einer europäischen Streitkraft unabdingbar“, unterstreichen Kiesewetter und Nietan und regen die Schaffung eines Verteidigungsausschusses im Europäischen Parlament an.

 

Die beiden Europa-Union Mitglieder geben zu bedenken, dass militärische Mittel bei der Bewältigung von Krisen nur ein Teil der Lösung sein könnten: „Ein politisches Gesamtkonzept, verbunden mit Investitionen in gesellschaftlich relevanten Feldern sowie Infrastruktur, müssen bei der Stabilisierung von Krisen- und Kriegsregionen eine zentrale Stellung einnehmen.“

 

Die Europa-Union forderte bereits im Jahr 2011, dass die Europäische Union ihre nationalen Streitkräfte auf europäischer Ebene zusammenführen solle. Eine wichtige Forderung war, dass die europäischen Streitkräfte eine „Parlamentsarmee“ sein müssten. Dip 13

 

 

 

 

 

 

Brain Circulation statt Braindrain. Auswanderung aus Deutschland oft auf Zeit

 

Durchschnittlich verlassen Deutschland jährlich 25.000 deutsche Staatsbürger. Aber nur ein Drittel will auf Dauer im Ausland bleiben. Mobil sind vor allem Menschen Migrationshintergrund. Das sind Ergebnisse einer aktuellen SVR-Studie.

 

Es gibt keine Anzeichen für einen dauerhaften Weggang Hochqualifizierter aus Deutschland. Das geht aus einer gemeinsamen Studie des SVR-Forschungsbereichs, des Bundesinstituts für Bevölkerungsforschung (BiB) und der Universität Duisburg-Essen hervor, die am Dienstag in Berlin vorgestellt wurde.

Danach wandern seit Jahren mehr deutsche Staatsangehörige aus als nach Deutschland zurückkehren. Zwischen 2009 und 2013 wurden rund 710.000 Fortzüge registriert, dem standen nur etwa 580.000 Zuzüge gegenüber. Somit verliert Deutschland jährlich im Durchschnitt zwar rund 25.000 Personen mit deutscher Staatsbürgerschaft. Für Prof. Marcel Erlinghagen von der Uni Duisburg-Essen ist das aber kein Grund zur Warnung. Denn 41 Prozent der im Ausland lebenden Deutschen geben an, dass sie nach Deutschland zurückkehren möchten. Rund ein Drittel möchte eher im Zielland bleiben. Unentschlossen ist ein Viertel der Befragten (26,0 %).

“Auswanderung sollte nicht einseitig als Verlust, sondern auch als Chance wahrgenommen werden. Denn international Mobile kehren mit neuen Erfahrungen, Fähigkeiten und Netzwerken zurück“, betont Cornelia Schu, Direktorin des SVR-Forschungsbereichs. Darin liege auch eine Chance, den demografischen Wandel und den damit einhergehenden Fachkräftemangel besser zu bewältigen.

Migranten mobiler

Als hochgradig mobil erweisen sich deutsche Staatsangehörige mit Migrationshintergrund. Sie stellen einen überdurchschnittlich hohen Anteil der Aus- und Rückwanderer: Ein Viertel der befragten Aus- und Rückwanderer hat einen direkten oder indirekten Migrationshintergrund. Sie wandern aber nicht zwangsläufig in das eigene Herkunftsland bzw. das ihrer Eltern, sondern sind generell mobiler.

“Für die Entscheidung zur Auswanderung ist meist ein Bündel an Motiven ausschlaggebend. Am häufigsten wird neben beruflichen Gründen (66,9 %) der Wunsch genannt, neue Erfahrungen zu machen (72,2 %)”, erklärt Shu. Immerhin 41,4 Prozent der Befragten nennen Unzufriedenheit mit dem Leben in Deutschland als Beweggrund für eine Auswanderung.

Top-Motiv: höheres Einkommen

Ein höheres Einkommen im Ausland erhoffen sich der Studie zufolge 46,9 Prozent der Befragten. Tatsächlich führt die Auswanderung für die meisten international mobilen Deutschen zu einer Erhöhung des Einkommens, und zwar unabhängig von Bildungsniveau oder Berufsqualifikation. Doch das hat seinen Preis. So gaben 43,5 Prozent an, dass sich die Auswanderung negativ auf ihren Freundes- und Bekanntenkreis ausgewirkt habe.

Wie aus der Studie außerdem hervorgeht, sind die befragten Aus- und Rückwanderer deutlich jünger als die deutsche Wohnbevölkerung, überproportional viele stammen aus einem bildungsnahen Elternhaus und haben deutlich höhere Bildungsabschlüsse. Akademiker und Führungskräfte sind unter den Auswanderern stark überrepräsentiert. Bei den Auswanderern liegt der Anteil der Hochqualifizierten bei 70,0 Prozent. Aber auch bei den Rückwanderern ist ihr Anteil mit 64,1 Prozent sehr hoch.

Rückkehrpolitik auf den Prüfstand stellen

Download: Die Studie „International Mobil. Motive, Rahmenbedingungen und Folgen der Aus- und Rückwanderung deutscher Staatsbürger“ wurden Aus- und Rückwanderer nach ihren Beweggründen befragt und ihre Sozialstruktur erhoben. Die systematisch gezogene Stichprobe umfasste 3.000 Aus- und 4.500 Rückwanderer, die zur Teilnahme an der Umfrage eingeladen wurden. Für die Studie wurden Antworten von insgesamt 1.700 Personen ausgewertet, darunter knapp 800 Aus- und rund 900 Rückwanderer. Sie kann hier heruntergeladen werden.

Für eine Entscheidung zur Rückkehr nach Deutschland spielen ähnliche Motive eine Rolle wie bei der Abwanderung, es zeigen sich aber deutliche Unterschiede bei der Häufigkeit der Nennung: Auch für Rückkehrer spielen berufliche Gründe mit 56,5 Prozent eine zentrale Rolle. Am häufigsten werden aber partnerschaftsbezogene und familiäre Gründe genannt (63,9 %). Insgesamt zeigt die Studie, dass sich das Wanderungsverhalten nach Geschlecht unterscheidet: Sowohl bei den Auswanderern als auch bei den Rückwanderern gaben Männer als Migrationsmotiv deutlich häufiger berufliche Gründe an, Frauen dagegen häufiger partnerschaftsbezogene und familiäre Gründe.

Aus der Studie lassen sich laut Wissenschaftler einige Handlungsoptionen für Politik und Wirtschaft ableiten. Allen voran werden gute Lebens- und Arbeitsbedingungen genannt. Auch sollten Möglichkeiten der Rückkehrförderung geprüft werden. Zudem sollten neue Ansätze zur transnationalen Vernetzung geprüft werden, die den Kontakt von Auswanderern zum Herkunftsland aufrechterhalten und pflegen. Hier kann auf die Erfahrungen anderer Staaten mit einer sog. ‚Diaspora-Engagement-Politik‘ zurückgegriffen werden. (bk 11)

 

 

 

 

Bundesverfassungsgericht. Pauschales Kopftuchverbot für Lehrerinnen verstößt gegen Religionsfreiheit

 

Das Bundesverfassungsgericht hat die ungleichbehandlung des Islam gegenüber anderen Religionen gekippt, ebenso das pauschale Kopftuchverbot in NRW. Schulministerin Löhrmann hat bereits Konsequenzen angekündigt, betroffen sind aber auch andere Länder.

 

Das Bundesverfassungsgericht hat das in vielen Bundesländern geltende pauschale Kopftuchverbot für Lehrerinnen an deutschen Schulen für unzulässig erklärt. Nach einer am Freitag vom Verfassungsgericht in Karlsruhe veröffentlichten Grundsatzentscheidung verstößt das Verbot gegen die Religionsfreiheit. (AZ: 1 BvR 471/10, 1 BvR 1181/10) Konkret ging es um Fälle in Nordrhein-Westfalen. Nicht nur dort wurde die Entscheidung des Gerichts begrüßt. Muslime und Kirchenvertreter wie auch Politiker von SPD, Grünen und Linken werten sie als Stärkung der Glaubensfreiheit.

Die Karlsruher Richter entschieden über die Klagen zweier muslimischer Pädagoginnen aus Nordrhein-Westfalen. Der Beschluss dürfte aber auch unmittelbare Auswirkungen auf sieben weitere Bundesländer haben. Diese hatten nach einem Urteil des Bundesverfassungsgerichts aus dem Jahr 2003 gesetzlich geregelt, dass Lehrkräfte aus Gründen der weltanschaulichen Neutralität im Unterricht keine Kleidungsstücke als Ausdruck ihres Glaubens tragen dürfen.

Konkrete statt abstrakte Gefahr

Künftig solle keine abstrakte Gefahr für Neutralität und Schulfrieden mehr genügen, um ein Kopftuchverbot zu begründen, entschieden die Verfassungsrichter. Vielmehr müsse eine “hinreichend konkrete Gefahr der Beeinträchtigung des Schulfriedens oder der staatlichen Neutralität” von den jeweiligen Kopftüchern ausgehen. Insofern müsse die Regelung in Nordrhein-Westfalen verfassungskonform eingeschränkt werden. Ein örtlich und zeitliches begrenztes Kopftuchverbot halten die Verfassungsrichter hingegen für denkbar, wenn in bestimmten Schulen oder Schulbezirken “substanzielle Konfliktlagen über das richtige religiöse Verhalten” herrschen. Das bisherige Kopftuchverbot bedeute einen schweren Eingriff in die Glaubensfreiheit.

Eine weitere Regelung des nordrhein-westfälischen Schulgesetzes, die christliche Symbole vom Verbot explizit ausnimmt, wurde von den Richtern mit der aktuellen Entscheidung komplett gekippt. Die Wahrnehmung des Erziehungsauftrages rechtfertige es nicht, Amtsträger einer bestimmten Religionszugehörigkeit zu bevorzugen. Das Gesetz hatten CDU und FDP eingeführt.

Schulministerin begrüßt Entscheidung

Die Schulministerin des betroffenen Landes Nordrhein-Westfalen, Sylvia Löhrmann (Grüne), begrüßte die Entscheidung. Durch den Beschluss gebe es in der seit Jahren umstrittenen Frage nun Rechtssicherheit. Sie kündigte an, unverzüglich zu prüfen, welche Konsequenzen zu ziehen sind.

Auch aus den Ländern kamen positive Reaktionen, die darauf hindeuten, dass das Kopftuchverbot auch in anderen Ländern auf den Prüfstand kommt. Doris Schröder-Köpf, Landesbeauftragte für Migration und Teilhabe in Niedersachsen begrüßte den Beschluss. Er ermögliche jungen Muslminnen mehr Freiheit bei der Wahl und der Ausübung ihres Berufes. “Das Urteil spiegelt die Lebenswirklichkeit vieler islamischer Religionslehrerinnen wider. Auf die Inhalte des Unterrichts komme es an und nicht darauf, ob eine Lehrerin ein Kopftuch trage”, so Schröder-Köpf.

Muslime skeptisch

Die islamischen Religionsgemeinschaften bezeichneten den Karlsruher Beschluss als “richtigen Schritt”, zeigten sich aber auch skeptisch hinsichtlich der Einschränkung. Eine Gefahr für den Schulfrieden lasse sich auch immer künstlich konstruieren.

Die katholische Deutsche Bischofskonferenz sprach von einem “starken Signal” für die Glaubens- und Bekenntnisfreiheit. Auch die Evangelische Kirche im Rheinland begrüßte den Richterspruch. “In den evangelischen Kindertagesstätten gibt es schon seit längerer Zeit muslimische Mitarbeiterinnen, die ihr Kopftuch als religiöses oder kulturelles Symbol tragen, ohne dass es bisher zu Konflikten gekommen wäre”, sagte der für Bildungsfragen zuständige Oberkirchenrat Klaus Eberl. In den Schulen sei kein anderes Ergebnis zu erwarten.

SPD und Grüne erfreut

Die SPD-Kirchenbeauftragte Kerstin Griese sagte, die Entscheidung bilde die gesellschaftliche Realität ab. “Das Urteil macht deutlich, dass Religionsfreiheit im 21. Jahrhundert immer auch die Religionsfreiheit der Anderen ist”, sagte sie. Auch bei der Opposition im Bundestag gab es Zustimmung. “Kopftuch, Kippa und Schleier gefährden den Schulfrieden nicht”, sagte der kirchenpolitische Sprecher der Grünen-Fraktion, Volker Beck. Die Linken-Abgeordnete Chrstine Buchholz wertet edie Entscheidung als positives Zeichen “in Zeiten, in denen Islamhasser wie ‘Pegida’ die Rechte von Muslimen einschränken wollen”.

Lehrergewerkschaften uneins

Die Bundesregierung wollte die Entscheidung nicht kommentieren. Sie beziehe sich auf das Schulgesetz eines Landes, für den Bund ergäben sich daraus keine unmittelbaren Konsequenzen, erklärte ein Sprecher von Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD). Ähnlich äußerte sich das Bundesinnenministerium, das im vergangenen Jahr in einem Runderlass an alle Behörden seines Geschäftsbereichs verfügt hatte, das Tragen des Kopftuchs aus religiösen Gründen zu gestatten.

Bei Lehrergewerkschaften gab es verschiedene Reaktionen. Während die Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft das Urteil begrüßte, äußerte sich der Verband Erziehung und Bildung skeptisch. “Für mich ist das eine Rolle rückwärts”, sagte der Vorsitzende Udo Beckmann. Er fürchtet Belastungen für das Personal an Schulen, weil nun jeder Einzelfall geprüft werden müsse.

Hintergrund: Entscheidung aus 2003

Das Kopftuchverbot für Lehrerinnen an vielen Schulen in Deutschland geht auf ein Urteil des Bundesverfassungsgerichts aus dem Jahr 2003 zurück. Die Karlsruher Richter hatten es für zulässig erklärt, das Tragen eines Kopftuchs zu untersagen, wenn das Verbot auf einem entsprechenden Landesgesetz fußt. Acht der 16 Bundesländer haben danach in der Regel in den Schulgesetzen entsprechende Verbote festgehalten.

Zu den Ländern, die ein Kopftuch im Schuldienst verbieten, gehören neben Nordrhein-Westfalen das Saarland, Baden-Württemberg, Bayern, Niedersachsen, Bremen, Hessen und Berlin. Debatten über ein Verbot gab es in Rheinland-Pfalz, Schleswig-Holstein und Hamburg. Ein Kopftuchverbot wurde aber nicht beschlossen. Drei der Bundesländer, die ein Kopftuchverbot verankert haben, nehmen christliche Symbole in den Regelungen explizit aus.

Die Vorgeschichte

Der Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts lag der Fall einer deutschen Sozialpädagogin muslimischen Glaubens zugrunde, die an einer öffentlichen Gesamtschule in Düsseldorf stets ein Kopftuch getragen hatte. Nach dem sogenannten Kopftuchverbot im NRW-Schulgesetz, das seit 2006 gilt, forderte die Schulbehörde sie auf, das Kopftuch während des Dienstes abzulegen. Daraufhin ersetzte die Sozialpädagogin das Kopftuch durch eine rosafarbene Baskenmütze mit Strickbund und einen gleichfarbigen Rollkragenpullover als Halsabdeckung. Die Schulbehörde erteilte ihr daraufhin eine Abmahnung. Die arbeitsgerichtliche Klage gegen die Abmahnung wurde in allen Instanzen abgelehnt, zuletzt vom Bundesarbeitsgericht. Die Strickmütze sei ebenso wie das Kopftuch als religiöse Bekundung und nicht nur als modisches Accessoire aufzufassen, entschied das Bundesarbeitsgericht im Jahr 2009.

Die zweite Beschwerdeführerin des nun entschiedenen Verfahrens ist eine Lehrerin, der gekündigt wurde, weil sie ein Kopftuch trug. Die Pädagogin unterrichtete an mehreren Schulen als angestellte Lehrerin in türkischer Sprache. Als sie sich weigerte, das Kopftuch während des Dienstes abzulegen, sprach das Land Nordrhein-Westfalen zunächst eine Abmahnung und später die Kündigung aus. Klagen der Frau vor den Arbeitsgerichten blieben ohne Erfolg.

Nach dem 2006 in Kraft getretenen Schulgesetz für das Land Nordrhein-Westfalen ist Lehrern und pädagogischen Mitarbeitern untersagt, während der Arbeitszeit religiöse Bekundungen abzugeben, die die Neutralität des Landes oder den religiösen Schulfrieden gefährden könnten. (epd/mig 14)

 

 

 

 

 

Aus Einwanderern stolze Bürger machen

 

„Deutschland ist ein Einwanderungsland“ – die meisten Bürger würden diesen Satz unterschreiben. Denn sie erleben täglich, dass Menschen zu uns kommen und sich unsere Gesellschaft dadurch verändert. Sie wissen auch, dass wir wegen des Fachkräftemangels darauf angewiesen sind. Sogar unsere Rentenkasse braucht Einwanderung, weil bald nur noch halb so viele Jüngere die Schulen verlassen wie gleichzeitig in Rente gehen. Wenn wir es ernst meinen, ein Einwanderungsland sein zu wollen, dann brauchen wir auch ein Einwanderungsgesetz.

 

Mir geht es nicht um mehr Einwanderung. Mein Ziel ist es, sie besser zu steuern, dort, wo das geht. Es will auch niemand unser Asylrecht in Frage stellen. Wir müssen die bestehenden Regelungen so überarbeiten und erweitern, dass sie verstanden werden; von denen, die zu uns kommen wollen, von Unternehmern, die Fachkräfte suchen, aber auch von den Bürgern, die bislang nicht das Gefühl haben, dass alles gut geregelt ist – und deshalb verunsichert sind.

 

Wir haben bereits viel getan. Allein 2013 sind über 1,2 Millionen Menschen zu uns gekommen. Allerdings bleibt davon die Hälfte weniger als ein Jahr. Das ist keine Einwanderung. Und der größte Teil kommt durch die EU-Freizügigkeit, vor allem aus Süd- und Osteuropa. Wenn sich die Lage dort bessert, kehren viele zurück. Und es werden weniger kommen. Darum müssen wir fragen, wie wir Fachkräfte aus Drittstaaten für Deutschland begeistern können und in welchen Ländern wir werben wollen.

 

Wenn ich mit Handwerkern oder Start-up-Unternehmern rede, höre ich in der Regel: Es dauert zu lange, und es ist zu unübersichtlich. Ein Großkonzern wird es immer schaffen, einen Softwareentwickler aus Indien zu holen. Aber was machen wir mit dem Mittelständler von der Schwäbischen Alb, der sich im Paragraphen-Dschungel verirrt? Dass wir momentan in Deutschland gerade mal etwas mehr als 20 000 Blue-Card-Besitzer haben, zeigt doch, dass sie nicht so gut angenommen wird, wie wir es uns wünschen und auch brauchen.

 

Kürzlich hörte ich diesen Fall: Eine junge Frau mit abgeschlossenem Studium kam aus Mexiko nach Deutschland, um nochmals zu studieren. Das hat sie dann abgebrochen, weil ihr von einem aufstrebenden Start-up ein Job angeboten wurde. Der direkte Statuswechsel war aber nicht möglich. Sie musste zuerst zurück nach Mexiko, dort bei der deutschen Botschaft vorstellig werden, um dann erneut nach Berlin zu kommen. Das mag juristisch korrekt sein. Aber ist es praktikabel und serviceorientiert? Und ist das wirklich ein Signal, dass wir genau solche Leute wollen?

 

Wir sollten das bisherige „Aufenthaltsgesetz“ zu einem „Einwanderungsgesetz“ erweitern, um schon mit dem Namen ein Willkommenssignal zu senden. Gleichzeitig müssen wir überprüfen, ob wir weitere Regelungen darunter zusammenführen und vereinfachen können. Um beispielsweise dem zunehmenden Bedarf nach Fachkräften auf dem Land Rechnung zu tragen, sollten wir besser als bisher den jeweils regionalen Bedarf am Arbeitsmarkt ermitteln.

 

Wir wollen nicht nur Arbeitskräfte, sondern Bürger. Deshalb brauchen wir eine Debatte über ein Leitbild. Patriotismus kann eine integrative Kraft entfalten. Das zeigen uns klassische Einwanderungsländer. Vielleicht gelingt es uns dann auch, gut ausgebildete Menschen, die eigentlich nur temporär bleiben wollten, von Deutschland als neuer Heimat zu überzeugen. Aber dafür muss man ihnen auch mal sagen, dass sie hier gewollt sind. Wir müssen sie davon begeistern, Deutsche zu werden.

 

Im Bereich der Willkommenskultur können wir von Kanada lernen. Dort bekommen Einwanderer ehrenamtliche Paten zur Seite gestellt, die ihnen Werte und Geschichte ihrer neuen Heimat vermitteln. Deutschland hat eine große Ehrenamtskultur, auf die man da bauen könnte. Auch sollten wir in ausgewählten Ländern Einwanderungs-Attachés an unseren Botschaften ernennen und stärker die Auslandsschulen und Goethe-Institute dafür nutzen, für Deutschland zu werben. Dabei kann auch die Deutsche Welle helfen.

 

Andere Länder schaffen es, aus Einwanderern stolze Bürger zu machen. Diesen Anspruch muss Deutschland auch haben. Es geht darum, den Zusammenhalt in einer vielfältiger werdenden Gesellschaft zu stärken. Und das ist das Thema der CDU! Es gehört zu unserem Markenkern – denn wir haben das Verbindende, das U, im Namen. Peter Tauber, Faz 12

 

 

 

 

Kippa-Warnung. Größte Gefahr für Juden geht von Nazis aus, nicht von Muslimen

 

Von 1.275 antisemitischen Straftaten im Jahr 2013 wurden 1.218 als rechtsextrem motiviert eingestuft und 31 von “Ausländern”. Ungeachtet dessen bekräftigt Zentralratspräsident Schuster seine Kippa-Warnung und warnt vor Muslimen.

 

Der Präsident des Zentralrats der Juden, Josef Schuster, hat seine Warnung vor dem Kippa-Tragen in bestimmten Stadtvierteln mit hohem muslimischen Bevölkerungsanteil bekräftigt. Nach den Erfahrungen der jüdischen Gemeinschaft seien in den vergangenen Jahren häufig antisemitische Übergriffe von jungen Muslimen verübt worden, sagte Schuster dem Berliner Tagesspiegel. “Mit dieser Feststellung wollen wir aber nicht ausblenden, dass sehr viele antisemitische Straftaten von Rechtsextremisten verübt werden”, betonte der Zentralratspräsident.

Er teile die Einschätzung der Bundesregierung, dass es in Deutschland keine allgemeine Gefahr für Juden gibt, die sich in der Öffentlichkeit als Juden zu erkennen geben, sagte Schuster weiter. “Gefährdungen kann es aber in einzelnen Stadtvierteln vor allem in Großstädten geben.” Der Zentralratspräsident hatte Ende Februar in einem Interview gefragt, “ob es tatsächlich sinnvoll ist, sich in Problemvierteln, in Vierteln mit einem hohen muslimischen Anteil als Jude durch das Tragen der Kippa zu erkennen zu geben – oder ob man da besser eine andere Kopfbedeckung trägt”.

Rechtsextremismus größte Gefahr für Juden

Nach Angaben der Bundesregierung geht indes die größte Gefahr für Juden nicht von Muslimen, sondern von Rechtsextremen aus: Von 1.275 antisemitischen Straftaten im Jahr 2013 wurden 1.218 als rechtsextrem motiviert eingestuft, heißt es in einer Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine parlamentarische Anfrage der Grünen. 31 Straftaten wurden dem Bereich “Ausländer” zugeordnet. Dies zeige sich auch bei Angriffen auf jüdische Friedhöfe: Von 36 registrierten Schändungen im Jahr 2013 werden 32 Rechtsxtremen angelastet.

Eine allgemeine Gefahr für Juden in Deutschland durch das “öffentliche Erkennbarmachen ihres Glaubens” sehe die Bundesregierung jedoch nicht. Man könne diesbezügliche Sorgen aber nachvollziehen, so das Bundesinnenministerium.

Auch in den Reihen von AfD und “Pegida” sieht der Zentralratspräsident anders als die Regierung Tendenzen von Antisemitismus. Einige Äußerungen oder Karikaturen auf Facebook seien ja auch öffentlich bekannt geworden, “insofern ist diese Feststellung der Bundesregierung für uns nicht nachvollziehbar”, sagte Schuster. Das Bundesinnenministerium erklärte dagegen, antisemitische Aussagen, Tendenzen oder Slogans unter Mitgliedern beziehungsweise Funktionären der AfD seien der Bundesregierung nicht bekannt. MiG 9

Gleiches gelte für die Anti-Islam-Bewegung “Pegida” mit ihrer Hochburg Dresden. Ausnahmen bildeten die von “Pro NRW” beeinflussten “Pegida”-Ableger in Köln, Bonn und Düsseldorf, wo “auch antisemitische Parolen” gerufen worden sein sollen. (epd/mig)

 

 

 

 

Internationales Ranking bescheinigt deutschen Hochschulen einen exzellenten Ruf

 

Bonn. Die britische Zeitschrift „Times Higher Education“ wird morgen ihr neues „World Reputation Ranking“ vorgelegen. Deutschland gehört darin neben den USA und Großbritannien zu den drei Ländern mit den meisten Hochschulen unter den Top 100 des Rankings. Drei Hochschulen sind unter den Top 50, drei weitere unter den Top 100.

„Das Ergebnis zeigt, dass die Anstrengungen die im Bereich der Hochschulen unternommen werden, Früchte tragen. Es zeigt auch die Wirkung des DAAD und der anderen Wissenschaftsorganisationen: Genaue Informationen über den Hochschul- und Wissenschaftsstandort Deutschland und erfolgreiches Forschungsmarketing haben einen wesentlichen Teil zu dieser verbesserten Wahrnehmung der hohen Qualität beigetragen“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

Das Ranking bestätigt einen positiven Trend, der sich auch mit Daten der Hochschulstatistik eindeutig belegen lässt. Seit Jahren steigt die Zahl ausländischer Studierender und Wissenschaftler an, Deutschland ist mittlerweile das wichtigste nicht-englischsprachige Gastland. Laut Statistischem Bundesamt haben sich im letzten Wintersemester rund 320.000 ausländische Studierende an deutschen Hochschulen eingeschrieben, was einem erneuten Anstieg von sechs Prozent im Vergleich zum Vorjahr entspricht. Deutschland wird daher sein von DAAD und Bundesregierung formuliertes Ziel, bis zum Jahr 2020 mindestens 350.000 ausländische Studierende zu erreichen, vorzeitig erreichen.

Die immer wieder erhobene Kritik an der Aussagekraft internationaler Hochschulrankings hält die DAAD-Präsidentin durchaus für gerechtfertigt. „Dennoch ist unbestreitbar, dass sich international mobile Studierende weltweit bei der Auswahl ihrer Hochschule nicht zuletzt an den Ergebnissen der existierenden Hochschul-Rankings orientieren. Ein gutes Abschneiden der deutschen Hochschulen in den Rankings unterstützt daher unsere Internationalisierungsbemühungen“.

Hintergrund

Das „World Reputation Ranking“ wird von der britischen Zeitschrift „Times Higher Education“ (THE) seit 2011 jährlich veröffentlicht. Es stellt eine Ergänzung zum renommierten „World University Ranking“ von THE dar, das Hochschulen weltweit nach ihren Leistungen in den Bereichen Forschung, Lehre, Innovationsfähigkeit und Internationalisierung bewertet.

Beim „World Reputation Ranking“ wurden gezielt Spitzenforscher aus über 140 Ländern befragt. Für das aktuelle Ranking sind mehr als 10.000 Antworten ausgewertet worden. Die THE-Rankings zählen neben dem “Academic Ranking of World Universities” der Jiaotong-Universität Shanghai (sog. Shanghai-Ranking) und den „QS World University Rankings“ zu den bekanntesten internationalen Hochschul-Rankings. Die Rankings stellen für Hochschulen weltweit ein wichtiges Marketinginstrument zur Anwerbung ausländischer Studierender und Forscher dar.

Unter den 100 Hochschulen, die laut aktuellem THE-Ranking den besten Ruf weltweit haben, finden sich auch sechs deutsche Hochschulen, die ihre Platzierung im Vorjahr zum Teil noch einmal deutlich verbessern konnten. Spitzenreiter ist die LMU München auf Platz 35, gefolgt von der Uni Heidelberg (Platz 38) und der HU Berlin (Platz 41). Daad 11

 

 

 

 

Bildung und Sprache sind der Schlüssel zur gesellschaftlichen Teilhabe

 

NRW-Integrationsminister besucht Projekt für Kinder mit Migrationshintergrund in Bergisch Gladbach

 

Integrationsminister Guntram Schneider hat ein landesweit vorbildhaftes Projekt in Bergisch Gladbach besucht, wo ehrenamtliche Mentorinnen und Mentoren Grundschulkinder mit Migrationshintergrund betreuen. „Mit Hausaufgabenhilfe und Sprachförderung bis hin zu gemeinsamen Ausflügen leisten die Ehrenamtlichen einen unschätzbaren Beitrag zur Integration der jungen Menschen. Denn Bildung und Sprache sind der entscheidende Schlüssel zur gesellschaftlichen Teilhabe“, sagte der Minister beim Besuch des Projektes „Migrantenkinder bekommen Unterstützung“ (MiKibU) in einer Bergisch Gladbacher Grundschule.

 

Das Projekt richte sich vor allem an Kinder mit schulischen Problemen. „Es ist ganz im Sinne der Landesregierung, die sich auf die Fahnen geschrieben hat, dass kein Kind zurückgelassen werden darf“, sagte der Minister. „Führt man sich vor Augen, dass bei den Drei- bis Sechsjährigen der Anteil von Kindern mit Migrationshintergrund in NRW bei 40 Prozent liegt und bei dieser Gruppe von Kindern überdurchschnittlich hoher Sprachförderbedarf besteht, dann wird die Bedeutung von Projekten wie dem in Bergisch Gladbach offensichtlich. Ich wünsche mir, dass es noch viel mehr solcher Initiativen gibt.“

 

Schneider dankte den Mentorinnen und Mentoren für ihr großes Engagement: „Sie füllen unser Gesellschaftsbild eines sozialen Miteinanders mit Leben, denn das Ehrenamt ist der Kitt, der die Gesellschaft zusammenhält.“

 

Der Verein „Migrantenkinder bekommen Unterstützung“ entstand im Jahr 2009 aus einer Initiative des Integrationsrates der Stadt Bergisch Gladbach und wurde unter anderem durch das Land NRW aus dem Programm KOMM-IN gefördert. Neben anderen Institutionen gehört auch das Kommunale Integrationszentrum der Stadt zu den Unterstützern von „MiKibU“.

 

Angefangen hatte es mit neun Ehrenamtlichen an einer Grundschule; heute betreuen an acht Grundschulen mehr als 130 ehrenamtliche Mentorinnen und Mentoren etwa 130 Schülerinnen und Schüler. Die Förderung dieser Schüler wird im Regelfall zweimal in der Woche angeboten, im Einzelfall auch viermal in der Woche. Die Mentorinnen und Mentoren erhalten durch den Verein zahlreiche pädagogische und gesellschaftspolitische Fortbildungsangebote sowie geeignetes Lehr- und Spielmaterial. Weitere Informationen zum Projekt unter www.mikibu.de dip 12

 

 

 

 

Zivilcourage fördern!

 

Der Ortsbürgermeister von Tröglitz, Sachsen-Anhalt, ist zurückgetreten. Markus Nierth hatte sich für Flüchtlinge eingesetzt und wurde von Neonazis bedroht und eingeschüchtert. Aus Angst vor Übergriffen auf seine Familie hat er nun sein Amt niederlegt. Zuletzt sollte ein rechtsextremer Aufmarsch vor seinem Wohnhaus stattfinden. Seit dem er Flüchtlinge im Ort aufnehmen wollte, wurde er angefeindet.

Zu Recht wird das Ereignis in der Öffentlichkeit als „Alarmsignal“ bewertet. Nierth hat gesagt, er fühlte sich von der Politik alleine gelassen. Es gab in seinem Fall nicht genügend Schutz. Das war ihm, wie er sagte, unverständlich.

Andererseits können Rechtsextreme so offensiv vorgehen, auch weil ein dezidiertes Auftreten für Flüchtlinge nicht überall selbstverständlich ist.

Bereits in der Vergangenheit haben sich engagierte Politiker isoliert gefühlt. Manche Bürgermeister, die sich beispielsweise für den Bau einer Moschee eingesetzt haben, mussten wegen dem starken Druck, ihre Funktion Aufgeben.

Oft genug spielen in der Politik wahltaktische Kalküle und andere parteispezifische Überlegungen eine große Rolle. Solche Haltungen sind nicht gerade geeignet als Vorbild für eine solidarische Zivilgesellschaft.

Umso wichtiger wäre dagegen, eine kritische öffentliche Meinung zu bilden, die sich gegen Rechtsextremismus und Ausländerfeindlichkeit richtet. Bereits in den Schulen müssten positive Vorbilder gezeigt werden und die Kinder auf ihre Art für gegenseitige Unterstützung motiviert werden.

Die „Akademie der Nationen“ nimmt deshalb die Internationalen Wochen gegen Rassismus als Anlass, um Sensibilisierungsaktionen in Schulen durchzuführen.

Denn nur durch eine Erziehung zur Verantwortung und Verpflichtung gegenüber die Schwächeren und Benachteiligten in unserer Welt, kann Zivilcourage auf breite Ebene entstehen und die Gesellschaft sich fortschrittlich weiter entwickeln.

Norma Mattarei, Caritas München

 

 

 

 

Schwerpunkt. Fremdenfeindlichkeit und Antisemitismus auf der Leipziger Buchmesse

 

Ein Schwerpunktthema der Leipziger Buchmesse ist in diesem Jahr Fremden- und Judenfeindlichkeit. Auf dem Lesefest “Leipzig liest!” werden sich Autoren und Besucher auch mit der “Pegida”-Bewegung auseinandersetzen.

 

Die Leipziger Buchmesse will sich in diesem Jahr eindeutig gegen Fremden- und Judenfeindlichkeit positionieren. Es werde eine sehr politische Buchmesse werden, sagte Direktor Oliver Zille am Mittwoch bei der Eröffnungspressekonferenz. Er wünsche sich, dass von Leipzig eine “klare Botschaft ausgeht für das freie Wort, gegen Antisemitismus und Fremdenhass”, fügte er hinzu. Schwerpunkt der Messe vom 12. bis 15. März ist in diesem Jahr das deutsch-israelische Verhältnis seit 1965. Eröffnet wird die Leipziger Buchmesse am Mittwochabend im Gewandhaus.

Im Rahmen des Schwerpunktes werde nicht nur der Nahost-Konflikt, sondern auch die Debatten über einen wieder erstarkten Antisemitismus in Europa angesprochen werden, sagte Zille auch mit Blick auf die Terroranschläge in Paris. Beim parallel laufenden Lesefest “Leipzig liest!” wollten sich Autoren und Besucher auch mit der “Pegida”-Bewegung und Ausländerfeindlichkeit auseinandersetzen.

Insgesamt erwartet Leipzig zur Buchmesse und zum Lesefest an 410 Orten in der Stadt rund 235.000 Besucher. Für die Messe angemeldet haben sich 2.263 Aussteller aus 42 Ländern angemeldet. Laut Martin Buhl-Wagner, Geschäftsführer der Leipziger Messe, sind das rund vier Prozent mehr als noch im Vorjahr.

Allein aus Israel haben sich 40 Autoren angekündigt, darunter Amos Oz und Meir Shalev. Im Rahmen der Buchmesse werden auch zahlreiche Preise verliehen, Höhepunkt ist dabei der mit insgesamt 60.000 Euro dotierte Preis der Leipziger Buchmesse in den Kategorien Belletristik, Sachbuch/Essayistik und Übersetzung. Die diesjährigen Träger stehen noch nicht fest. (epd/mig 12)

 

 

 

 

 

 

Frankfurt. Immigrationsbuchmesse 20. bis 22. März 2015

 

Auch in diesem Jahr findet wieder die Immigrationsbuchmesse mit Buchvorstellungen, Lesungen, Ausstellungen und Diskussionen, Theater, Tanz und Musik aus aller Welt,  im Saalbau Titus-Forum, Nordwestzentrum-Heddernheim, Walter-Möller-Platz 2, Frankfurt am Main statt. Zum Programm im Einzelnen: http://immigrationsbuchmesse.de/home2/index.php/en/

 

Der 2014 verstorbene, aus Sizilien stammende  Autor Giuseppe Bruno war Gründungsmitglied der Immigrationsbuchmesse im Jahr 2012. Die Lesungen am Sonntag, den 22. März 2015 sind ihm gewidmet.

Lesung und Diskussion über sein Werk, Moderation: Hamidul Khan

Ca. 12 – 12:45 Uhr, Großer Saal, Eintritt frei

Giuseppe Bruno (1945-2014) lebte in Frankfurt am Main und ist bekannt für seine Initiativen zur Freundschaft zwischen Migranten und Deutschen sowie für die Dokumentation der Migrationsgeschichte im Historischen Museum und für ein Gastarbeiterdenkmal am Hauptbahnhof.

 

Mit 16 Jahren verkaufte er sein Muli und seine Ziege, um ein neues Leben zu beginnen. Der Zug bringt ihn nach Frankfurt am Main.

Er gehört zu den wenigen Gastarbeitern aus Italien, die ihre Migrationserfahrungen schriftlich niedergelegt haben. In seinem ersten Buch Der Zug in die Fremde (2005) erzählt er mit viel Humor und bemerkenswerter Offenheit über sein Leben als Bauernjunge in Sizilien und seine erste Zeit als Gastarbeiter im Frankfurt der 1960er Jahre.

In seinem zweiten Buch Wenn die Fremde zur Heimat wird, schildert er sein Leben zwischen den Kulturen in kleinen Geschichten und Anekdoten, mal nachdenklich, mal ergreifend, mal hinreißend komisch. Er ist mittendrin im Frankfurt der 1970er bis Anfang der 1990er Jahre als Familienvater, Chemiearbeiter, dann Blumenhändler und später wieder als Facharbeiter und Schichtführer im Werk Griesheim der Farbwerke Hoechst. Er nimmt mit seiner Familie teil am wirtschaftlichen Aufschwung und schafft den sozialen Aufstieg zum Wohnungseigentümer. 

In seinen Anekdoten erscheinen Menschen aus dieser Zeit mit ihrer Italienliebe, ihrer Konsumlust, ihrer Offenheit, aber auch mit ihren immer wieder auftauchenden Ressentiments gegenüber den „Gastarbeitern“. Dabei macht die Offenheit und schonungslose Wahrheitstreue Giuseppe Brunos auch vor seinen eigenen Landsleuten nicht halt ...

 Als „seine“ Abteilung im Chemiewerk ins Ausland verlegt wird und seine Ehe geschieden ist, versucht Giuseppe in seinem Heimatort Butera eine neue Existenz aufzubauen. Die „Heimkehr“ endet jedoch im Fiasko. 

Weitere Infos über die Bücher von Giuseppe Bruno:

http://www.edition6065.de/migration-giuseppe-bruno/ 

Brigitte Forßbohm, de.it.press 12

 

 

 

 

In Grippezeiten natürlich vorbeugen

 

Essig-Essenz ist wirksam gegen Viren und BakterienMainz - Die Grippewelle rollt! Wenn überall geschnieft und gehustet wird, ist Vorbeugung wichtig. Viele greifen in dieser Zeit zu chemischen Spezialmitteln, um zu Hause oder am Arbeitsplatz für hygienische Sauberkeit zu sorgen. Doch auch in Grippezeiten ist es nicht nötig, die chemische Keule einzusetzen. Das Lebensmittel Essig-Essenz wirkt zuverlässig, aber natürlich gegen Viren und Bakterien. Dies haben Untersuchungen namhafter Institute (Institut für Virologie, Marburg und SGS Instituts Fresenius, Taunusstein) bestätigt*.

Krankheitserreger verbreiten sich durch Tröpfcheninfektion. Diese erfolgt direkt von Mensch zu Mensch, aber auch indirekt über die Hände oder über Flächen und Gegenstände. Um eine Ansteckung zu vermeiden, sollte alles, was häufig berührt oder in die Hand genommen wird, regelmäßig gereinigt werden. Dies gilt besonders, wenn Kinder im Haushalt leben.

Türgriffe, Treppengeländer, Telefonhörer oder auch Spielsachen lassen sich mit einer Lösung aus Essig-Essenz und Wasser im Verhältnis 1:3 (zum Beispiel eine Tasse Surig Essig-Essenz (25 %) auf drei Tassen Wasser) rasch und unkompliziert behandeln. Dazu die Flächen abwaschen, Lösung einige Minuten wirken lassen, dann trockenreiben.

Seit Generationen wird das Lebensmittel Essig-Essenz auch als kraftvolles natürliches Reinigungsmittel verwendet. Die Essigsäure, die in Surig steckt, ist ein natürlicher Stoff, biologisch vollständig abbaubar und darum umweltschonend. Hygienische Sauberkeit mit Essig-Essenz ist zudem äußerst preisgünstig: Mit einer Flasche lassen sich fast zwei Liter hochwirksame Lösung herstellen.

Surig Essig-Essenz (25 %) ist im Lebensmittelhandel erhältlich (400 g/ ab 1,29 Euro). GA 10

 

 

 

Köln: Spiritualität und Tourismus

 

Wir möchten Sie gerne auf eine Veranstaltung der Italienischen Handelskammer für Deutschland aufmerksam machen: Dienstag, 17. März 2015, 14.00 Uhr 

Ort: Eventsaal des Italienischen Generalkonsulats, Danteweg/Ecke Universitätsstraße 81, 50931 Köln

 

Spiritualität und Tourismus: Chancen und Herausforderungen für Reisedestinationen & neue attraktive Angebote für Reiseveranstalter

 

Am 17. März erwartet Sie ein interessanter Vortragstag im Rahmen des neuen EU-Projekts ‘Tastes of Abbeys’ – a slow tourism experience. Das Projekt verfolgt das Ziel, neue Reiserouten entlang Trappistenabteien in Europa zu fördern.

 

Die Eifel und das Kloster Mariawald als ideales Ausflugsziel für Reisende auf der Suche nach Aktivurlaub, Natur und Spiritualität.

 

Wir präsentieren Ihnen in diesem Zusammenhang die Eifel, die Gemeinde Heimbach und das Kloster Mariawald - ideale Ausflugsziele für Reisende auf der Suche nach Aktivurlaub, Natur und Spiritualität. Wir werden Ihnen eine neue Klosterroute vorstellen, die die Abtei Mariawald in eine 3-Tagestour einbindet. Darüber hinaus werden Sie erfahren, inwiefern Klöster in Deutschland, Belgien, Holland und Italien historisch miteinander verbunden sind.

 

Im zweiten Teil des Tages stellen Ihnen Tourismusexperten Chancen und Herausforderungen für Reisedestinationen und Leistungsträger vor, die die Kombination von Spiritualität und Tourismus mit sich ziehen. Sie bekommen auch die Gelegenheit interessante Möglichkeiten für die touristische Vermarktung kennenzulernen.

Bei einem anschließenden Buffet erhalten Sie die Gelegenheit sich mit anderen Teilnehmern auszutauschen. Zu den Teilnehmern zählen Reiseveranstalter, touristische Leistungsträger aus der Eifel, Journalisten, Tourismusexperten und andere, die sich für ‚Spiritualität und Tourismus‘ interessieren. Nutzen Sie diesen Vortragstag, um sich über die Symbiose von Spiritualität und Tourismus zu informieren. Die Teilnahme ist kostenlos. 

 

Bitte melden Sie sich bei Interesse bis zum 16. März 2015 an: per E-Mail an asteuerwald@itkam.org, per Fax an 0221-96439684 oder über das Onlineformular.

 

Das detaillierte Programm finden Sie hier: http://itkam.org/wp-content/uploads/mailing/2015-tatra_march-2.html

 

Das Projekt‚ Tastes of Abbeys‘ ist ein von der Europäischen Kommission im Rahmen des Programms für Wettbewerbsfähigkeit und Innovation kofinanziertes Projekt.  IIC-Köln

 

 

 

 

 

 

IIC-Köln: Konzert

 

Montag, 23. März 2015, 19.00 Uhr, im Institut, Konzert mit dem Insieme Strumentale di Roma

 

Giorgio Sasso, Violine, Diego Roncalli, Violoncello und Marco Silvi, Cembalo, spielen Werke von Tomaso Albinoni, Dario Castelli, Evaristo Felice Dall'Abaco, Giovanni Legrenzi und Antonio Vivaldi.

 

Das Programm präsentiert einen Streifzug durch die Instrumentalmusik des venezianischen Barocks von Beginn des 17. Jahrhunderts, belegt durch die zweite Sonata concertata in stil moderno von Dario Castello, dessen erstes Musikstück 1621 in Venedig veröffentlicht wurde. Außer der von Castello werden Sonaten von Giovanni Legrenzi, der vielleicht der Lehrer von Albinoni war, und von Evaristo Felice Dall’Abaco, Violinist und Violoncellist aus Verona, gespielt.

Die in diesem Programm ausgeführten Werke des Maestro aus Verona sind auf einer CD eingespielt, die zu den größten Erfolgen des Insieme Strumentale di Roma zählt und Auszeichnungen in Frankreich, Spanien und Polen erhalten hat.

Es folgen zwei Sonaten von Tomaso Albinoni, die zusammen mit weiteren Stücken des Komponisten 2015 auf einer CD erscheinen werden. Es ist außergewöhnlich, dass jenes Stück, welches Albinoni die meiste Bekanntheit brachte, das berühmte „adagio di Albinoni“, in Wirklichkeit nicht von ihm stammt, sondern nur der Bass, auf dem der schlaue und sehr gut vorbereitete Remo Giazotto Mitte des letzten Jahrhunderts jene Melodie hervorbrachte, die so großen Erfolg im Kino und in der Werbung hatte.

Zum Schluss folgt eine Hommage an Antonio Vivaldi, dem vielleicht bedeutendsten Musiker der Serenissima, mit einer Sonate in vier Sätzen, die dem typischen Schema der Kirchensonate folgt.

 

Das Konzert wird auf Originalinstrumenten oder Nachbauten gespielt, eine Tradition, die das Insieme Strumentale di Roma zu einer der bedeutendsten Gruppen in Europa gemacht hat.

 

 

 

 

Köln: Dr. Moshe Kahn präsentiert das Werk von Stefano d'Arrigo

 

Frankfurt. Mittwoch, 18. März 2015, 19.00 Uhr, im Italienischen Kultur Institut, Dr. Moshe Kahn präsentiert das Werk von Stefano d'Arrigo: „Stefano d'Arrigo und sein Horcynus Orca“. Moderation: Dr. Tobias Eisermann, Köln. Während der Veranstaltung wird der Film „Horcynus Orca und die deutsche Übersetzung“ von Benjamin Geissler gezeigt.

 

Stefano D'Arrigos Meisterwerk Horcynus Orca (Fischer Verlag 2015), der letzte große unentdeckte Roman der Moderne, bannt in nur vier Tagen die Erlebnisse eines 1943 nach dem Zusammenbruch der Marine in die Landschaften um die Straße von Messina heimkehrenden Matrosen. Ein vergessenes Meisterwerk, eine moderne Odyssee, ein grandioses Meeres-Epos.

Vierzig Jahre nach dem Erscheinen ist Moshe Kahn die Glanztat gelungen, den lange als unübersetzbar geltenden Roman zum ersten Mal in eine andere Sprache zu übertragen. Der Film "Horcynus Orca und die deutsche Übersetzung" von Benjamin Geissler zeigt Ausschnitte aus einer Lesung in deutscher Sprache von „Horcynus Orca“. In Zusammenarbeit mit dem S. Fischer Verlag, Frankfurt/M. Eintritt frei.  dip

 

 

 

 

In Frankfurt ein Film von Benigni

 

Organisiert von der Vereinigung “Italiani in Deutschland - Freunde des italienischen Kulturinstituts e.V. - Frankfurt ”  in Zusammenarbeit mit dem Italienischen Generalkonsulat in Frankfurt und dem Italienischen Kulturinstitut in Köln: Donnerstag, 19. März 2015, 18.30 Uhr, Veranstaltungsort: Veranstaltungssaal ENIT Frankfurt (Barckhausstr.10 - Straßenbahnhaltestelle U6/7 Westend) - Einführung und Diskussion: Massimo Fagioli (Schriftsteller - Schauspieler).  Eintritt frei für die Inhaber der Carta Amicizia (3,00 Euro für Nicht-Mitglieder)  ‘La tigre e la neve’  (2005) ein Film von Roberto Benigni  –  

Originalfassung mit italienischen Untertiteln

 

Attilio De Giovanni, ein Literaturprofessor und Poesieliebhaber, träumt jede Nacht davon, Vittoria zu heiraten, eine Ehefrau, von der er in Wirklichkeit schon längst geschieden ist. Auf einer Konferenz trifft er einen alten Freund, den irakischen Dichter Fuad. Die Literaturkritikerin Vittoria, die die Biografie Fuads vervollständigen muss, folgt ihm in den Irak. Kurz nach der Ankunft in Bagdad wird Vittoria von den Trümmern eines einstürzenden Hauses am Kopf verletzt und fällt in ein tiefes Koma. Attilio reist ihr sofort nach, gibt sich als Chirurg aus und schließt sich einem Hilfskonvoi des Roten Kreuzes an. Es gibt jedoch keine passenden Einrichtungen, um die Frau zu behandeln, die in Lebensgefahr schwebt. Auf der Suche nach einer Medizin, mit der das zerebrale Ödem von Vittoria behandelt werden kann, trifft Attilio auf Schwierigkeiten in einem von Krieg heimgesuchten Land. Dank seiner Behandlungen wacht die Frau aus dem Koma auf und kann nach Italien zurückkehren, aber Attilio gelingt es nicht, sie zu sehen, da er inzwischen verhaftet wurde. Erst nach seiner Rückkehr nach Rom einige Monate später kann er Vittoria besuchen, die mittlerweile gesund ist und nicht weiß, wer der mysteriöse Arzt war, der sie im Irak gerettet hat. IIC/dip