WEBGIORNALE   4-10   MAGGIO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Al Parlamento Europeo approvata risoluzione sulle tragedie nel Mediterraneo e le politiche migratorie Ue  1

2.       Emergenza immigrazione, Juncker all’Europa: “Risposte insufficienti, l’Italia lasciata da sola”  1

3.       Commissione europea. L'Ue deve fornire maggiore sostegno ai partner per affrontare le sfide della sicurezza  1

4.       Consiglio d’Europa. Diritti violati e diritti presunti 1

5.       La zona grigia che l’Europa non vuol vedere  2

6.       Expo, non solo kermesse. La Carta di Milano riporta il cibo nel solco dell'umano  2

7.       Migranti, nuovo bilancio della Guardia costiera: salvate 3690 persone in un solo giorno  3

8.       Eletto il nuovo presidente del Comites di Monaco di Baviera  3

9.       Ricerca a Francoforte sul bilinguismo in casa  3

10.   L’asse Berlino-Parigi vacilla sulle lezioni di tedesco  4

11.   XXVIII Salone di Torino: Germania Paese ospite d’onore. 4

12.   Gialli tedeschi per la prima volta in Italia con Emons Editore  4

13.   "Vietato ai cani e agli italiani" (quando fui migrante anche io) 4

14.   Elette le cariche statutarie del Comites di Hannover. Scigliano riconfermato presidente  5

15.   Home Eat Home, a Berlino i distributori automatici di ingredienti e ricette  5

16.   Le recenti trasmissioni di Radio Colonia  5

17.   A Kaufbeuren il 16 maggio la “Festa del lavoro italiano in Germania”  6

18.   Le manifestazioni die prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 6

19.   Francoforte. Scurati presenta il suo nuovo libro „Il tempo migliore della nostra vita“  8

20.   All’IIC di Colonia. Perchè leggere Dante oggi? Mostra di Valenti e incontro con Carofiglio  8

21.   Germania complice del Grande fratello Usa  8

22.   Un asse Londra-Berlino contro la libera circolazione dei cittadini UE  9

23.   Polemiche in Germania sull’aereo malese, “Berlino non avvertì dei rischi”  9

24.   Germania, il presidente viene incontro alla Grecia: "Giusto risarcire per crimini Terzo Reich"  9

25.   Che succede al consolato di Basilea?  10

26.   Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) è sconcertato dalle conclusioni del Consiglio Europeo straordinario  10

27.   Cir. “Discreta soddisfazione” per l’approvazione della risoluzione del Parlamento Ue. “Potrebbe segnare un cambio di rotta”  10

28.   App per l’assistenza sanitaria all’estero  10

29.   Libia e Migranti. Si oscilla ancora fra intervento e mediazione  11

30.   Gli orizzonti 11

31.   Sotto la lente del diritto internazionale  11

32.   Legge elettorale: gli elementi qualificanti del testo già approvato dal Senato e all'esame dell’Assemblea  12

33.   Una proposta  12

34.   Un primo Maggio diverso. L'Expo può diventare lo spazio pensante della solidarietà mondiale  13

35.   Le due carte di Milano che parlano al mondo  13

36.   La legge elettorale. Italicum, in Parlamento la prova del potere  13

37.   Italicum, l'Aventino delle opposizioni. Da Sel alla Meloni 14

38.   Stoccolma. La riunione generale della FAIS  14

39.   Fabio Porta (Pd) sull’incontro informale fra il sottosegretario agli Esteri Giro e i parlamentari della circoscrizione Estero  14

40.   Da Shangai 2010 a Milano 2015: le due inaugurazioni a confronto  14

41.   L’improponibile  15

42.   Italicum (con voto di fiducia) o immobilismo: per le riforme davvero «tertium non datur»?  15

43.   Italicum “blindato”, l’ultimo strappo di Renzi 15

44.   Italicum, Renzi non si fida della minoranza Pd. Bagarre sulla fiducia  15

45.   Nona edizione del Premio Pietro Conti “Scrivere le migrazioni”  15

46.   Primo maggio tra lavoro e migranti a Pozzallo. Mattarella: “Le priorità sono i giovani e il Sud”  16

47.   Progetto economico  16

48.   Expo, l’emozione di essere al centro del mondo  16

49.   Contraddizioni Expo  17

50.   Fiscalità sulla casa: un nuovo servizio offerto dalla UIM ai pensionati iscritti all’AIRE  17

51.   Presentato al MEI il volume “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo”  17

52.   Regionali, liste chiuse. Polemica sull'esponente della Destra con De Luca  18

53.   Le novità  18

54.   Il Sel-Svizzera sulle elezioni Comites. Molti commenti fuori luogo  18

55.   Personale a contratto soggetto IRPEF  19

56.   Dino Nardi (Uim): Rinnovo Comites, in Svizzera vince il partito delle donne  19

57.   Di Biagio (AP): dubbi sull’utilità dei Comites? L’avevamo detto  19

58.   Il percorso dei migranti. Non basta sbarcare in Italia, poi comincia la corsa ad ostacoli 19

59.   Migrazione  20

60.   Padiglione Italia. La grande finestra italiana sul mondo  20

61.   I pensionati italiani che possono chiedere l’esenzione dal pagamento dell’IMU per l’unica casa posseduta in Italia  20

62.   Emigranti 2.0: addio per sempre?  21

63.   Siglato un accordo tra Inas ed ente Bergamaschi nel mondo  21

 

 

1.       Die Expo in Mailand. Hier ist keine Allegorie zu schief 21

2.       Krawalle überschatten die Expo-Eröffnung in Mailand  22

3.       Italiener und Franzosen retten über 3400 Flüchtlinge  23

4.       Länder fordern vor Flüchtlingsgipfel mehr Geld vom Bund  23

5.       Fehlende EU-Entwicklungshilfe verschärft die Flüchtlingskrise  23

6.       Rettung oder Überwachung? Die Aufgaben des EU-Einsatzes “Triton”  23

7.       Burundi: Flüchtlingsströme, aber kein Krieg  24

8.       OECD-Bericht: Entwicklungshilfe in Konfliktstaaten braucht neuen Ansatz  24

9.       Dublin abschaffen  24

10.   Wider den Geist des Anwerbestopps  25

11.   Das „Wunder von Lausanne“?  25

12.   Umweltkonferenz: „Das Prinzip der Vorsorge anwenden“  26

13.   Entwicklungsminister Müller kündigt neue Afrika-Strategie an  26

14.   „Tötungsroboter sind nicht unvermeidlich!“  26

15.   Aktion gegen Menschenhandel: Im Alltag erkennen  27

16.   Prognose. Einwanderung bremst Bevölkerungsrückgang in Deutschland nur leicht 27

17.   Institut der deutschen Wirtschaft. Asyl und Arbeitsmigration sollen sich ergänzen  27

18.   Deutschland: Koalition will Flüchtlinge aus Syrien und Irak vorrangig aufnehmen  28

19.   Manifest der Vielfalt. Einwanderung ist Teil der deutschen Kultur 28

20.   Holocaust-Höredition "Die Quellen sprechen". Zweite Staffel ab 8. Mai auf Bayern 2 und im Internet 28

21.   Bundeskonferenz der Integrationsbeauftragten „Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft“  28

22.   Studie: Jeder zweite Deutsche unzufrieden im Job  29

23.   Netzwerk Integration diskutiert über Islam in Deutschland. Die Pressestelle der CDU Deutschlands teilt mit: 30

24.   Deutsch als Fremdsprache. „Wir haben die Trendwende geschaft“  30

25.   SVR Jahresgutachten. “Ihre Renten werden von Zuwanderern bezahlt.”  30

26.   Was ist neu? Neuregelungen zum Mai 2015  31

27.   ZdK-Präsident Glück begrüßt Gesetzentwurf zur Hospiz- und Palliativversorgung  31

28.   Frankfurt: Begegnung mit dem Autor Antonio Scurati 31

 

 

 

 

Al Parlamento Europeo approvata risoluzione sulle tragedie nel Mediterraneo e le politiche migratorie Ue

 

Quote per la ripartizione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri, più finanziamenti ai programmi di reinsediamento - Operazione ‘Triton’, i deputati chiedono di includere ricerca e soccorso a livello di Ue

 

STRASBURGO -  Il Parlamento Europeo ha approvato oggi a larga maggioranza una  risoluzione dedicata “alle ultime tragedie nel Mediterraneo e alle politiche migratorie e di asilo UE”.

L’Ue dovrebbe fare tutto il possibile per evitare ulteriori perdite di vite umane in mare, a esempio ampliando il mandato dell’operazione ‘Triton’ per includere anche “le operazioni di ricerca e soccorso a livello di UE”, dice la risoluzione non vincolante votata dall’europarlamento  . I deputati chiedono inoltre alla Commissione di fissare una quota vincolante per la ripartizione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri e più finanziamenti ai programmi di reinsediamento.

I deputati invitano l’UE e i suoi Stati membri “a definire un mandato chiaro per Triton, in modo da ampliarne l’ambito di intervento e il mandato per le operazioni di ricerca e soccorso a livello di UE” (attualmente, Triton è coordinato dall’agenzia UE Frontex e la sua missione si estende fino a 30 miglia nautiche dalle coste italiane).

Gli Stati membri dovrebbero “fare tutto il possibile per identificare i corpi e le persone scomparse” e “fornire le risorse necessarie a garantire che gli obblighi di ricerca e soccorso siano di fatto rispettati”, incluso un aumento di fondi per Frontex e l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (EASO), si afferma nel testo approvato con 449 voti a favore, 130 contrari e 93 astensioni.

Il Parlamento Ue inoltre chiede che “sia messa a punto un’operazione umanitaria europea di ricerca, solida e permanente, che, come Mare Nostrum, sia operativa in alto mare e alla quale contribuiscano tutti gli Stati membri sia con risorse finanziarie che con attrezzature e mezzi” e sollecita l’UE a cofinanziare tale operazione.

Il Parlamento deplora che il Consiglio europeo del 23 aprile non si sia impegnano per istituire un meccanismo vincolante di solidarietà in tutta l’UE. Per rispondere alle recenti tragedie nel Mediterraneo con “solidarietà e equa ripartizione della responsabilità”, i deputati affermano che:

la Commissione europea dovrebbe fissare una “quota vincolante” per la ripartizione dei richiedenti asilo tra tutti i paesi UE; gli Stati membri dovrebbero utilizzare appieno le possibilità esistenti per il rilascio dei visti umanitari e prendere in seria considerazione la possibilità di applicare la direttiva del 2001 sulla protezione temporanea oppure l’articolo 78, paragrafo 3, TFUE, i quali prevedono entrambi un meccanismo di solidarietà in caso di afflusso massiccio e improvviso di sfollati; i paesi dell’Unione europea dovrebbero fornire un maggiore contributo ai programmi di reinsediamento esistenti; le regole del sistema europeo comune di asilo devono essere rapidamente e integralmente recepite nel diritto nazionale e attuate da tutti gli Stati membri partecipanti.

La risoluzione chiede un più stretto coordinamento delle politiche dell’UE e degli Stati membri nell’affrontare le cause all’origine della migrazione e una maggiore cooperazione con i paesi partner in Medio Oriente e in Africa. Chiede anche sanzioni penali il più possibile severe contro la tratta di esseri umani e il traffico di migranti ed esorta gli Stati membri e le agenzie dell’UE a collaborare più strettamente per individuare e tracciare il finanziamento di queste reti criminali e identificare il loro modus operandi, per impedire loro di arricchirsi mettendo a repentaglio la vita dei migranti. (Inform 29)

 

 

 

 

Emergenza immigrazione, Juncker all’Europa: “Risposte insufficienti, l’Italia lasciata da sola”

 

Il presidente della Commissione: «L’immigrazione legale fa parte della soluzione» - di Marco Zatterin

 

BRUXELLES - Sono bastati sei giorni perché Europarlamento e Commissione arrivassero a dire quello che molti hanno cominciato a pensare non appena il vertice leader Ue ha diffuso giovedì scorso le sue conclusioni sulla tragedia dei migranti nel Mediterraneo. «Risposte immediate, ma insufficienti», ha affermato il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker parlando ai deputati di Strasburgo, riconoscendo poi che «è stato un errore lasciare l’Italia da sola». «Si parla troppo di sicurezza e poco di accoglienza - ha avvertito il capogruppo socialista, Gianni Pittella -: non ci salveranno le trincee sull’acqua». I gruppi politici di maggioranza - guidati da popolari e socialisti - si sono così trovato d’accordo su un’esigenza precisa, quella di salvare il più grande numero di vite possibile e poi di varare un sistema di quote nazionali per distribuire chi ne ha diritto nel continente. Bruxelles presenterà le sue proposte il 13 maggio.  

 

Dibattito lungo, tre ore che potevano essere anche di più. Purtroppo, in un’aula sempre piuttosto vuota per colpa delle debolezze delle regole che permettono di fissare altre riunioni mentre si discute in Aula di questioni cruciali. Toni drammatici, retorica abbondante, attimi toccanti, stupide polemiche. Gli eletti degli europei vorrebbero che l’Unione non avesse limiti e il presidente della Commissione è d’accordo con loro. Nel discorso introduttivo ha messo sul tavolo alcune proposte pronte ad essere lanciate, questioni su cui ci sarà certamente polemica. «Bisogna agire sull’immigrazione regolare e aprire le porte per evitare che degli sfortunati entrino dalla finestra» ha detto Juncker: «L’immigrazione legale fa parte della soluzione a medio termine e bisogna agire su questo». 

 

Gli risponde subito il leghista Matteo Salvini che traduce il messaggio in «l’Europa carica di disoccupati vuole accogliere un miliardo di africani», per poi prendersela con il razzismo della sinistra, come di Mare Nostrum e Triton. La maggioranza ha idee diverse. Il Popolare Weber vuole le quote, che alleggerirebbero la posizione tedesca, non a caso. Tutti approva l’aumento delle risorse per la sorveglianza della frontiera mediterranea. E Juncker, rilancia: «È stato un grave errore mettere fine a Mare Nostrum, è costato delle vite umane». Critiche pesanti. Pure fra gli esponenti del Pd - come Michela Giuffrida - che hanno contestato i risultati del vertice, lo stesso che il governo ha invece giudicato un passo avanti su cui vigilare. 

 

Si inseguono le ricette possibili. L’assemblea ha votato a larghissima maggioranza, (449 si, 130 voti contrari e 93 astenuti ) una mozione comune in cui si chiede di adottare quote per la ridistribuzione di chi arriva e ha diritto di restare. «La solidarietà deve essere condivisa», dice Juncker. «Frontex sta cercando di incorporare i nuovi mezzi nelle missioni Triton Poseidon», precisa il commissario agli Interni, Dimitri Avramopoulos. «Triplicare Triton è stato solo un ritorno alla norma, anormale è stato lasciare sola l’Italia», ribadisce il suo presidente.  

 

Il capo del consiglio Donald Tusk promette che nei giorni a venire Frontex e le autorità italiane discuteranno l’allargamento della zona di operazione di Triton. La decisione in merito, spiegano le fonti Ue, può essere presa dai dirigenti dell’organismo di vigilanza delle frontiere. E’ probabile che sarà fatto. Così, in pratica, Triton coi mezzi triplicati diventerà a ogni effetto una nuova Mare Nostrum. E comunque, a sentire Juncker, non basterà a cancellare la sensazione che la razione dei leader Ue «è stata inferiore al livello di ambizione che i leader europei dovrebbero dimostrare».  

 

Molta partecipazione, fra i deputati. Renato Soru è intervenuto parlando con in mano le ciabatte di due immigrati, padre e figlio, giunti sulle coste italiane. «Portiamo il loro spirito fino a qui», ha spiegato. Il parlamento - al netto di populisti e scettici che remano contro per partito preso - sta provando fare questo con i mezzi che ha. Belle parole, buone intenzioni. Che qui, come vale per il vertice europeo della scorsa settimana, richiederanno un attento controllo nelle prossime settimane. Le false promesse, davanti ai morti, sono peggio del silenzio. LS 29

 

 

 

Commissione europea. L'Ue deve fornire maggiore sostegno ai partner per affrontare le sfide della sicurezza

 

BRUXELLES - La Commissione europea e l'Alto rappresentante Federica Mogherini hanno presentato ieri proposte su come aiutare i paesi partner e le organizzazioni regionali a prevenire e gestire i diversi tipi di crisi in materia di sicurezza utilizzando tutti gli strumenti di cui dispongono l'Ue e gli Stati membri. In linea con le priorità politiche del Presidente Juncker, la comunicazione riconosce che l'Ue dovrebbe fornire un sostegno efficace ai paesi partner affinché siano in grado di sviluppare le capacità necessarie per garantire la sicurezza sul proprio territorio e promuovere il loro sviluppo. La comunicazione individua le carenze attuali e presenta una serie di proposte per combinare in modo più efficace le strategie e gli strumenti di finanziamento attuali dell'Ue. Essa contiene inoltre suggerimenti su come adattare gli strumenti esistenti in funzione delle nuove minacce e delle nuove sfide, quali il terrorismo e la criminalità organizzata. La comunicazione contribuisce a rafforzare ulteriormente l'approccio globale dell'Ue ai conflitti e alle crisi esterni nonché ad affrontare le cause di fondo della fragilità e dell'insicurezza nei paesi partner.

"Con queste nuove proposte intendiamo aiutare i nostri partner ad affrontare le sfide connesse al terrorismo, ai conflitti, alla tratta di esseri umani e all'estremismo. Permettere ai partner di garantire la sicurezza e la stabilizzazione sul loro territorio non serve solo a favorire il loro sviluppo, ma è anche nell'interesse della stabilità internazionale, comprese la pace e la sicurezza in Europa", ha dichiarato l’Alto rappresentante Federica Mogherini.

cooperazione internazionale e lo sviluppo.

La comunicazione propone inoltre di valutare se sia concretamente fattibile: adattare il Fondo per la pace in Africa per ovviare alle sue limitazioni; creare un nuovo fondo che colleghi pace, sicurezza e sviluppo nell'ambito di uno o più strumenti già esistenti; creare un nuovo strumento destinato specificamente a sviluppare la capacità dei paesi partner in materia di sicurezza.

Questo potrebbe coprire, ad esempio, la fornitura di ambulanze, materiale di protezione o mezzi di comunicazione alle forze militari nei paesi in cui le missioni della politica di sicurezza e di difesa comune assicurano già formazione e consulenza, ma dove la loro efficacia risente della mancanza dei mezzi essenziali. La comunicazione non riguarda le armi letali, che non fanno parte del materiale fornito dall'Ue.

La comunicazione sarà discussa dai ministri degli Esteri dell'Ue durante la riunione del Consiglio del 18 maggio per preparare il Consiglio europeo di giugno, che porrà la politica europea in materia di difesa al centro dell'agenda politica. Dal vertice dovrebbero scaturire un impegno politico e ulteriori orientamenti per gestire in modo più efficace il collegamento tra sicurezza e sviluppo. (Inform 29)

 

 

 

 

Consiglio d’Europa. Diritti violati e diritti presunti

 

Gli esiti della sessione plenaria dell'Assemblea parlamentare svoltasi a Strasburgo. In agenda migrazioni, lotta alla corruzione, minori, "gender"

 

Immigrazione in Europa e tragedie del Mediterraneo, conseguenze umanitarie delle azioni dell'Isis, sorveglianza di massa e diritti umani, corruzione, minori, transgender: questi i principali temi a tenere banco alla sessione plenaria di primavera dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce) che si è svolta dal 20 al 24 aprile a Strasburgo. Nell'ambito della presidenza belga del Comitato dei ministri (13 novembre 2014 - 19 maggio 2015), all'assise è intervenuto anche il re del Belgio, Philippe, esortando il continente a "tornare a una visione integrale dell'uomo".

 

Profughi e rifugiati. "È fondamentale stabilizzare la situazione della Libia", ha affermato Tineke Strik (rappresentante dei Paesi Bassi), relatrice su "Paesi di transito: nuova migrazione e sfide in materia di asilo". Strik invita Stati e organizzazioni europee a considerare la Libia "una priorità" nello sviluppo di "nuove politiche e risposte operative", perché il caos interno del Paese "contribuisce all'aumento del numero di migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo". Dopo uno scambio di opinioni con Samer Haddadin e Othman Belbeisi, rispettivamente capimissione Unhcr e Iom per la Libia, Strik ha esortato i Paesi europei a "contribuire al ripristino della pace, alla promozione dell'unità nazionale e allo sviluppo d'istituzioni pubbliche efficienti", affinché la Libia diventi un "sicuro Paese di destinazione per migranti economici e rifugiati, con guardia costiera e forze di polizia in grado di cooperare con le autorità europee in operazioni di ricerca, soccorso, e lotta contro il traffico di migranti". Nel frattempo gli Stati europei devono reintrodurre "una robusta operazione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo". Di fronte alla crisi umanitaria causata dall'Isis - 76mila morti nel solo 2014, di cui 3.500 bambini, 4 milioni di rifugiati che hanno lasciato la regione e circa 7,5 milioni di sfollati interni - sulla base di una relazione di Jean-Marie Bockel (Francia), l'Assemblea ha ribadito l'appello agli Stati membri ad aumentare i fondi destinati alle organizzazioni umanitarie nell'area.

 

Sorveglianza di massa. Le operazioni di sorveglianza di massa rivelate dal whistleblower americano Edward Snowden "mettono a repentaglio i diritti umani fondamentali" e distolgono risorse dalla prevenzione degli attentati terroristici. Lo affermano i parlamentari approvando il progetto di risoluzione basato sul rapporto di Pieter Omtzigt (Paesi Bassi). Nel testo si invita a "non procedere alla raccolta e all'analisi di dati di carattere personale" senza il consenso dell'interessato, se non dietro "un'ordinanza di un tribunale, sulla base di ragionevoli sospetti", a effettuare un migliore controllo giudiziario e parlamentare dei servizi di intelligence, ad adottare un codice in materia e ad accordare "protezione credibile ed efficace" agli informatori.

 

Contrasto alla corruzione. Al centro di un'audizione introdotta dal relatore Michele Nicoletti (Italia) il legame tra corruzione e democrazia, e le possibili misure di contrasto. Il presidente dell'Autorità nazionale italiana anticorruzione, Raffaele Cantone, ha richiamato la legge anticorruzione del 2012 - obbligo di trasparenza nella pubblica amministrazione - e i successivi piani anticorruzione. Sergei Guriev, russo e docente di economia presso l'Istituto di studi politici di Parigi (Sciences Po), ha affermato che "l'individuazione e il monitoraggio dei flussi finanziari tra i politici russi e occidentali sarebbe un importante passo avanti" nella lotta contro il fenomeno.

 

Diritti dei minori. Oggetto di dibattito anche la violazione dei diritti dei minori in alcuni Paesi, in particolare il loro allontanamento dalla famiglia d'origine (o la loro precipitosa ricollocazione) da parte dei servizi sociali, e l'adozione senza il consenso dei genitori. Nella risoluzione adottata sulla base del rapporto di Olga Borzova (Federazione russa), l'Assemblea ha invitato gli Stati membri ad attuare leggi e procedure che diano sempre "priorità all'interesse superiore del minore", e a fornire alle famiglie le risorse finanziarie e psicosociali necessarie per prevenirne l'allontanamento.

 

Gender. E a pochi giorni dal monito di Papa Francesco durante l'udienza generale del 15 aprile sulla teoria del "gender", che anziché una soluzione per i problemi di relazione uomo-donna rischia di essere "un passo indietro", l'assemblea ha approvato la proposta di risoluzione della relatrice Deborah Schembri (Malta), che sollecita gli Stati membri a favorire attraverso "procedure rapide, trasparenti e accessibili, basate sull'autodeterminazione", il principio di un presunto "diritto all'identità di genere". In questo modo le persone transgender, anche minorenni, a prescindere dal dato biologico, potranno richiedere di modificare nome e sesso nei documenti di identità. La risoluzione non è vincolante per gli Stati membri, ma ha tuttavia un'innegabile valenza simbolica e culturale. Sir eu 29

 

 

 

 

La zona grigia che l’Europa non vuol vedere

 

Migliaia di studenti tedeschi marciano a Berlino chiedendo solidarietà e giustizia per immigranti e rifugiati. Lo striscione del pacifico corteo annuncia «Oggi Lezione di Diritto Politico» e, figli dell’era globale e social, i ragazzi intonano in inglese «Canta forte e sostenuto, il rifugiato è benvenuto». A 70 anni dalla fine della guerra mondiale, grazie a loro, la Germania torna leader spirituale d’Europa, un giorno di Romanticismo. 

 

Gli studenti di Berlino ripropongono la domanda del Santo Padre: «Che fare?», davanti alla biblica ondata di migrazione, due-tre milioni di esseri umani, che guerre, carestie, clima, sogno di vita migliore, spingono da Africa e Medio Oriente al largo nel Mediterraneo. Se accendete un talk show o un sito web, gli slogan, fast food del pensiero, sono serviti: Bombardare, Blocco navale, Tolleranza zero per gli illegali, Accogliere tutti, Schiudere le frontiere, Compassione contro profitti. 

 

Nella realtà, invece, non esiste soluzione unica, diretta, solo piani complessi e difficili. Il «blocco navale militare», per esempio, sarebbe illegale, impossibile da attuare e innescherebbe ammutinamenti nella Marina davanti all’ordine di sparare contro la legge del mare. La dimensione tragica deve restare punto di partenza, nel 2014 3000 annegati, nel 2015 almeno 1500, in 16 mesi tre Titanic naufragati sulle nostre coste. 

 

L’Europa insiste «il controllo delle frontiere è responsabilità nazionale» e bissa la squallida performance degli Anni Novanta con la guerra nei Balcani. 

 

Ogni Paese fece i propri interessi, lasciando marcire le deportazioni, finché gli Usa non intervennero. Le carte, gli appelli, la retorica dell’Unione, grondano compassione, solidarietà, benevolenza. Gli intellettuali, a destra e sinistra, sono lesti a condannare gli americani per il muro nel deserto messicano e i milioni di clandestini, ma dimenticano la realtà. 41,3 milioni di emigranti vivono in America, record storico; un emigrante su cinque al mondo, il 20% del totale, sbarca negli Usa che hanno solo il 5% degli abitanti della Terra; gli emigranti sono 13% dei 316 milioni di cittadini Usa, con i figli arrivano a 80 milioni, 25% della popolazione.  

 

Gli Usa si dilaniano sul tema, la riforma dell’emigrazione è campo di battaglia nella corsa alla Casa Bianca 2016, l’Europa è inerte Ponzio Pilato. Spera, come davanti a Milosevic, al fondamentalismo islamico, a ogni emergenza, che anche la tragedia emigrazione venga infine assorbita da una pubblica opinione estenuata da anni di crisi economica. Contro quest’inerzia, politica e morale, protestano i ragazzi di Berlino, avanguardia della generazione Erasmus, pur consapevoli che la Germania accoglie più rifugiati di tutti nell’Unione. 

 

Una strategia geopolitica è indispensabile contro la calamità geopolitica che mette in marcia quelli che un tempo Frantz Fanon chiamava «Dannati della Terra». Per disegnarla servono lo sforzo congiunto, la fantasia, di politici, urbanisti, economisti, diplomatici, Difesa, uomini di fede. Servono sì azioni militari, sul modello della campagna che ha ridimensionato i pirati del Corno d’Africa, raid contro il racket, contro le milizie che li proteggono, contro i banditi-guerriglieri-terroristi che li scortano nel deserto, contro i porti del traffico, anche con droni, per dare il senso che l’Ue fa serio. Ma in parallelo serve un Piano Marshall, dal respiro decennale, in cui coinvolgere altre potenze – per esempio la Abii, Banca di sviluppo asiatico promossa dalla Cina che può intervenire nel Medio Oriente - dando alternative alla rotta disperata dei gommoni. Gli Usa destinarono al Piano Marshall il 4% del loro Pil: noi quanta ricchezza siamo disposti a investire per la pace del Mediterraneo? Si mette in mare il ceto medio africano, depauperando la classe dirigente locale e rallentando la positiva crescita del continente che, non dimenticatelo, il Fondo monetario calcola nei Paesi del sub Sahara al 5% nel 2014 e 5,75% nel 2015. 

 

Blitz e piani di crescita non fermeranno però le ondate e lì l’Europa deve stimare gli ingressi, razionalmente, senza alzare i già rabbiosi umori populisti. Illudersi che siano l’Onu o gli americani a risolvere per noi il dilemma è ipocrita. Quando rileggiamo, nel 2015 le memorie 1945 di padri e nonni, vediamo amaro il ricordo «di chi restava a guardare», davanti ai treni piombati verso i lager, ai rastrellamenti, ai comizi dei dittatori, alla raccolta delle vittime. Indignarsi è facile per noi nel tinello del XXI secolo, opporsi a mani nude alla violenza richiede coraggio fuori dal comune. I libri che diamo in lettura agli scolari deprecano gli ignavi di allora: e noi? L’Europa decida quel che vuole, per calcolo elettorale, convenienza del momento, paura di agire, egoismi. Ma tutti saremo giudicati con la stessa severità con cui Primo Levi inchiodava «la zona grigia» dei lager tra vittime e oppressori. Il prossimo Titanic che scomparirà nelle acque delle vacanze, mentre ci commuoviamo cambiando canale senza far poi nulla, ci renderà «zona grigia». Non aspettiamoci dunque pietà da chi ci giudicherà. GIANNI RIOTTA  LS 28

 

 

 

 

 

Expo, non solo kermesse. La Carta di Milano riporta il cibo nel solco dell'umano

 

È una Magna Charta della giustizia su scala globale, è un richiamo forte alle responsabilità individuali e collettive verso chi ha meno oggi e verso le generazioni di domani. Il testo, redatto su iniziativa del Governo italiano, sarà consegnato al segretario generale dell'Onu il 16 ottobre come "eredità immateriale" di Expo. La firma è aperta a tutti all'indirizzo www.carta.milano.it

Gianni Borsa

 

Prima ancora di aprire le porte ai visitatori, Expo Milano 2015 ha già raggiunto un piccolo, grande obiettivo: rimettere al centro dell’attenzione a livello globale il diritto al cibo, cui corrisponde - nell’altra faccia della medaglia - la lotta alla fame, alla povertà estrema, allo spreco in ogni sua forma. La Carta di Milano, presentata ieri, è una Magna Charta della giustizia su scala globale, è un richiamo forte alle responsabilità individuali e collettive verso chi ha meno oggi e verso le nuove generazioni di domani.

Il testo - giunto alla vigilia del taglio del nastro dell’esposizione universale e che sarà consegnato al segretario generale dell’Onu il 16 ottobre come “eredità immateriale” di Expo - è un’iniziativa del Governo italiano e raccoglie il contributo di centinaia di intellettuali, esponenti politici, degli ambienti accademici e culturali, delle imprese e del volontariato di diverse nazionalità, che hanno lavorato nei mesi scorsi attorno a una quarantina di tavoli tematici, a partire dal titolo stesso di Expo, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Nel Preambolo si afferma che i sottoscrittori (la firma è aperta a tutti all’indirizzo www.carta.milano.it) si assumono “impegni precisi in relazione al diritto al cibo che riteniamo debba essere considerato un diritto umano fondamentale”. “Consideriamo infatti una violazione della dignità umana il mancato accesso a cibo sano, sufficiente e nutriente, acqua pulita ed energia”. Da qui la sottolineatura per un’“azione collettiva” che mobiliti cittadini, società civile, sistemi produttivi e commerciali, istituzioni locali, nazionali e internazionali, per “consentire di vincere le grandi sfide connesse al cibo: combattere la denutrizione e la malnutrizione, promuovere un equo accesso alle risorse naturali, garantire una gestione sostenibile dei processi produttivi”.

La Carta di Milano, dunque, conferisce ulteriore spessore all’esposizione di Milano, e contribuisce a farne più di una kermesse internazionale sul cibo. Come ha intuito sin da subito la Chiesa cattolica, che partecipa ufficialmente a Expo, il titolo della manifestazione chiama in causa le politiche e i governi, i singoli cittadini con i loro stili di vita, i consumi, l’utilizzo delle fonti energetiche e dell’ambiente, le modalità di produrre e di condividere le ricchezze. E sollecita al contempo una visione solidaristica della vita e delle relazioni tra individui e popoli. Si genera, fra l’altro, un’attesa accresciuta attorno all’imminente enciclica di Papa Francesco sull’ecologia.

Il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, ha definito la Carta “uno strumento di cittadinanza globale”: non ha esagerato. Il documento comprende punti fermi e convinzioni, ribadisce impegni e responsabilità, analizza la realtà attuale e alza lo sguardo al futuro. Riconosce che tutti, ma proprio tutti i bambini, le donne, gli uomini, indipendentemente da dove siano nati, dal reddito di cui dispongono, “abbiano il diritto di accedere a una quantità sufficiente di cibo sicuro, sano e nutriente, che soddisfi le necessitaÌ alimentari personali lungo tutto l’arco della vita”; afferma che il cibo ha “un forte valore sociale e culturale” e non può mai “essere usato come strumento di pressione politica ed economica”. Ugualmente le risorse del pianeta vanno “gestite in modo equo, razionale ed efficiente affinché non siano sfruttate in modo eccessivo e non avvantaggino alcuni a svantaggio di altri”; lo stesso dicasi per l’accesso alle fonti energetiche, le risorse idriche, il suolo. La Carta riconosce “il ruolo fondamentale delle donne, in particolare nella produzione agricola e nella nutrizione”. I punti fermi della Carta nascono peraltro da una lettura puntuale e preoccupata della realtà: 800 milioni di persone che sperimentano ogni giorno i morsi della fame, 30 milioni delle quali muoiono ogni anno (“una guerra mondiale all’anno”, ha rimarcato Luciano Gualzetti, vice commissario del padiglione della Santa Sede a Expo); due miliardi di individui malnutriti a fronte di altrettanti sovrappeso o obesi; 1,3 miliardi di tonnellate di cibo che finiscono regolarmente, ogni 12 mesi, nella spazzatura; 5 milioni di ettari di foresta che scompaiono ogni anno e risorse ittiche sfruttate in modo eccessivo, impoverendo i mari…

Da qui l’esigenza di affrontare la sfida di una umanità da nutrire senza sferrare colpi mortali all’ambiente, rivedendo i processi produttivi e le filiere commerciali, educando a un’alimentazione sana ed evitando in ogni modo di sprecare il ben di dio disponibile.

La Carta di Milano può essere “solo” un documento, oppure può costituire un richiamo forte e senza confini per ogni coscienza e ogni istituzione, anche perché da fame e povertà si generano rivolte, guerre, migrazioni di massa, instabilità sociali e politiche. Pensare al cibo, oggi come in passato, significa occuparsi dell’umano: vi si può deliberatamente rinunciare? Sir 29

 

 

 

 

Migranti, nuovo bilancio della Guardia costiera: salvate 3690 persone in un solo giorno

 

Non si ferma l'ondata dei barconi diretti verso le coste italiane. Fra le operazioni più massicce, quella della nave Fiorillo che ha soccorso 397 profughi al largo delle coste libiche, e quello della nave Bersagliere che ne ha imbarcati in totale 778. Ha partecipato alle operazioni anche il pattugliatore francese Commandant Birot

 

CATANIA - Sono 3690 i migranti salvati ieri, 2 aprile, in 17 operazioni di soccorso. Questa mattina sono in corso nuove operazioni, la nave Bettica della Marina Militare si è diretta in mattinata verso altre due imbarcazioni in difficoltà, con numerose persone a bordo. Pur non costituendo un record, è uno dei più elevati bilanci degli ultimi anni per un'unica giornata. Altre giornate "particolarmente cariche" sono state quelle del 12 aprile con 3.791 migranti e il 13 aprile con 2.850.

 

Ieri ha partecipato alle operazioni anche il pattugliatore francese Commandant Birot, che ha soccorso 217 migranti davanti alle coste libiche che saranno "consegnati alle autorità italiane" oggi nel porto di Crotone, in Calabria. L'operazione Triton, coordinata dall'agenzia europea Frontex per la sorveglianza delle frontiere, è stata lanciata nel novembre 2014 e poi prorogata fino alla fine del 2015 con un budget di 18 milioni di euro.

 

I dati globali degli interventi di ieri sono stati diffusi dalla Guardia costiera. Fra le operazioni più massicce, quella della nave Fiorillo che ha tratto in salvo 397 profughi a bordo di un barcone in difficoltà al largo delle coste libiche e quello della nave Bersagliere della Marina Militare che ha imbarcato in totale 778 migranti. La Bersagliere, in particolare, arriverà domattina alle 8:30, nel porto di Reggio Calabria con i migranti, di nazionalità prevalentemente dell'Africa centro-occidentale. A bordo ci sono 633 uomini, 114 donne e diversi minori anche non accompagnati.

 

Solo tra oggi e domani sono oltre 3.300 i migranti attesi tra Sicilia e Calabria. Sono 172 quelli già sbarcati la notte scorsa Lampedusa: 96 erano su una motovedetta della capitaneria di porto e 76 su nave Vitali della guardia di finanza. Il numero maggiore di extracomunitari soccorsi nel Canale di Sicilia, 877, sono sul rimorchiatore Asso 29 che si sta dirigendo verso Pozzallo, e 216 sul mercantile Birot che alle 17 sarà a Crotone.

 

Oggi pomeriggio alle 17, nel Palazzo del Governo calabrese, convocata dal prefetto Claudio Sammarino, è in programma una riunione alla quale parteciperanno rappresentanti dell'Amministrazione comunale, della Provincia, delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco, della Direzione marittima della Calabria e della Basilicata, dell'Azienda sanitaria provinciale e di quella ospedaliera, i rappresentanti delle associazioni di volontariato.

 

L'arrivo di altri 172 migranti a Lampedusa ha portato a 519 il numero di extracomunitari presenti nell'isola delle Pelagie e per questo 250 saranno trasferiti oggi. Alcune navi, come la Vega, con a bordo 675 persone, hanno già noto il porto di destinazione, che è Augusta invece di Pozzallo come era stato stabilito in un primo momento, ma non si conosce l'arrivo.

 

La motonave Santa Georgina, con 382 migranti, approderà alle 15:30 circa al porto di Trapani. Altre due navi militari, una motovedetta della guardia costiera con 397 persone a bordo e la Inzucchi della guardia di finanza con 76 migranti, restano ancora nella zona operativa dei soccorsi nel Canale di Sicilia.

 

Sulle navi in arrivo sono state avviate già le operazioni di identificazione. A Pozzallo, dove è previsto l'arrivo numericamente maggiormente consistente, sono state avviati scambi di informazioni tra il comandante del rimorchiatore Asso 29 e la polizia di Stato, e in particolare la Squadra mobile di Ragusa, per avviare le indagini del caso e l'ordine pubblico.  LR 3

 

 

 

 

Eletto il nuovo presidente del Comites di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Domenica 26 aprile, nella sua prima seduta dopo le elezioni, il Comites di Monaco di Baviera ha eletto alla carica di presidente Daniela Di Benedetto, candidata più votata dell’unica lista presentata per le elezioni del 17 Aprile e prima donna alla presidenza nella storia di questo Comites. A Daniela Di Benedetto avevano affidato una preferenza il 52% degli elettori che avevano espresso il proprio voto. Il nuovo Comites ha confermato questo risultato a larga maggioranza.

Daniela Di Benedetto, 40 anni, laureata in scienze statistiche ed economiche all’Università di Palermo e dottore di ricerca del Dipartimento di Matematica e Statistica dell’Università Federico II di Napoli, è arrivate in Germania come ricercatrice universitaria e  lavora oggi presso un’Istituto finanziario internazionale di Monaco di Baviera. È sposata e mamma di due bambini.  Da molti anni impegnata nell’associazionismo italiano sui temi dell’integrazione e nella politica tedesca, essendo già consigliere di una circoscrizione del Comune di Monaco.

Nell’esposizione del proprio programma la nuova presidente ribadisce la necessità di continuare nell’opera del vecchio Comites che ha ottenuto per la Comunità Italiana e anche per altre Comunità in Germania un forte riconoscimento da parte delle autorità tedesche. Sottolinea altresì l’emergenza di andare incontro alla Comunità sia mediaticamente che fisicamente programmando i prossimi incontri del nuovo Comites tra i suoi potenziali interlocutori.

Il risultato della bassissima partecipazione al voto impone un ragionamento sulla comunicazione e sui mezzi di comunicazione del Comites che va rinnovata.

Vivendo in una realtà Europea occorre ripensare in ottica Europea anche i servizi al cittadino ed il ruolo delle rappresenzanze consolari e la loro interazione con le amministrazioni locali per verificare possibili aree di collaborazione ed interazione.

Daniela Di Benedetto sottolinea inoltre come interi segmenti della popolazione italiana siano stati tagliati fuori dalle elezioni perchè non aventi diritto di voto. Si tratta dei Newcomers, oggi una realtà molto forte nella circoscrizione consolare di Monaco, alla quale occorre dare voce attraverso strumenti consultivi.

L’informazione deve rispondere alle necessità odierne della società senza però dimenticare i concittadini meno informatizzati.

Il nuovo Comites lavorerà per consulte tematiche che prevederanno un responsabile interno ed un referente esterno. Queste consulte vengono interpretate dalla presidente come un reale strumento di delega, partecipazione, coinvolgimento e dialogo aperto che possa recuperare il raccordo tra comunità e Comites venuto a mancare con questa elezione. In questo modo si intende coinvolgere le famiglie, il mondo dell’imprenditoria, non ultimo quello della gastronomia, gli enti sociali, gli Istituti scolastici, i medici, i giovani, gli anziani, l’associazionismo e varie categorie professionali,  con le quali promuovere iniziative comuni.

Continuerà e verrà rafforzato l’impegno nelle carceri, sul fronte dell’integrazione intergenerazionale e della valorizzazione del bilinguismo come risorsa impagabile dei nostri giovani, della promozione artistica, culturale e delle tradizioni.

La formazione scolastica e professionale rappresentano per il Comites, insieme alle difficoltà connesse all’alloggio nell’area metropolitana del capoluogo, alcune tra le sfide più importanti.

L’attenzione al sociale, la solidarietà, la trasparenza, l’apertura alle nuove tecnologie e forme della comunicazione sono e rimangono dei principi portanti dell’agire del Comites.

La neoeletta presidente ribadisce inoltre la volontà di coinvolgere ciascun membro del Comites valorizzandone competenze e risorse per il perseguimento dell’unico fine comune: il bene della collettività.

Successivamente al Presidente sono stati eletti il Segretario, Rolando Madonna, ed i membri dell'Esecutivo, Riccardo Fontana, Silvana Sciacca e Silvia Alicandro, quest’ultima risultata a pari merito con la consigliere Alessandra Santonocito e prescelta per anzianità. Comites di Monaco

 

 

 

 

 

Ricerca a Francoforte sul bilinguismo in casa

 

Francoforte. Mi chiamo Irene Caloi e Vi contatto per un progetto che sto

realizzando all´Università di Francofofrte (Dipartiemnto di

Romanistica) in colaborazione con le Università di Ginevra e Siena.

Sono una Dottoranda della Prof. Poletto in materia linguistica e tra i

miei interessi di ricerca ci sono il Multilinguismo e il Bilinguismo.

Attualmente mi sto occupando di un progetto pilota volto a verificare

come due lingue (italiano e tedesco in questo caso) si influenzino a

vicenda in ambiente familiare. Lo scopo è infatti quello di capire a

quale tipo di inpuit linguistico siano sottoposte le nuove generazioni

a contatto con parlanti Multilingue e quale sia il prodotto finale di

questo contatto.

A tal proposito sono alla ricerca di volontari che possano partecipare

alla mia ricerca completando alcuni esercizi linguistiic; in

particolare sono alla ricerca di due profili di parlanti: Italiani che

vivano in Germania da molto tempo e che abbiano acquisito una buona

conoscenza del tedesco e giovani nati e cresciuti in Germania in una

familia (almeno in parte) italiana.

 

In allegato troverete un PDF con alcune informazioni in più. Vi sarei

molto grata se fosse possibile prendere contatti con la Vostra

associazione e magari pubblicizzare l´iniziativa tra le iscritte.

Irene Caloi, Goethe Universität Frankfurt, caloi@em.uni-frankfurt.de  

(dip)

 

 

 

 

 

L’asse Berlino-Parigi vacilla sulle lezioni di tedesco

 

Il governo Hollande vuol cancellare le classi bilingui, la Merkel insorge – di Leonardo Martinelli

 

PARIGI  - François Hollande non ne aveva proprio bisogno. Ogni volta che Parigi ammette di non aver tagliato il deficit pubblico sotto la fatidica soglia del 3% del Pil, ormai una costante, i tedeschi se la prendono già con lui. Ora ce l’hanno con il Presidente anche per la nuova riforma delle scuole medie francesi, che porterà a un inesorabile taglio delle ore di insegnamento della lingua tedesca. 

 

«Ghettizzazione»  

È una polemica nella polemica, visto che il progetto presentato da Najat Vallaud-Belkacem, ministro dell’istruzione, è già molto osteggiato in patria. Prevede, tra le altre cose, proprio l’eliminazione delle classi bilingue francese-tedesco. Il governo socialista ritiene che quello sia uno strumento utilizzato per separare già all’età di undici anni i ragazzi più bravi (e spesso di classi sociali più elevate) dal resto. Se poi si associa al tedesco il latino o il greco (pure questi nel mirino dei tagli della riforma), allora si dà vita a superclassi divise dal «branco»: una ghettizzazione ipocrita, secondo Hollande e compagnia. Un appiattimento dell’offerta formativa per gli altri, che spingerà ancora di più gli studenti migliori verso il privato. 

 

Ad Angela Merkel, comunque, di tutto questo non importa proprio nulla. La realtà è che, con la riforma, gli studenti di tedesco nelle medie francesi si ridurranno mentre da anni la cancelliera spinge (anche finanziariamente) per accrescere l’appeal del suo idioma oltrefrontiera. La questione si sta trasformando in un caso diplomatico. «Il tedesco, in quanto lingua straniera, è amato sempre di più in tutto il mondo - si leggeva in un editoriale pubblicato la scorsa settimana dal Frankfurter Allgemeine Zeitung -, mentre in Francia ormai tanti corsi sono minacciati». 

 

Nei giorni scorsi Frank Walter Steinmeier, ministro degli esteri, si è lamentato con il suo omologo francese (è anche suo amico), Laurent Fabius, specificando che «la Germania farà di tutto per impedire che la novità si concretizzi». Maria Böhmer, sottosegretario agli Esteri, ha rincarato la dose, parlando di «una novità dolorosa per tutti quelli che sono coinvolti nella relazione stretta tra i nostri Paesi». Secondo «Le Figaro», la Merkel dovrebbe parlarne presto direttamente con Hollande. 

 

Goethe in declino  

Adesso appena un milione di studenti delle medie francesi studia tedesco contro un milione e mezzo di studenti di francese in Germania per lo stesso grado scolastico (anche se tra il 2014 e l’anno precedente sono calati del 2,7%). Si tratta ancora sui banchi teutonici delle scuole medie della seconda lingua più insegnata dopo l’inglese. La Francia è in assoluto al quarto posto a livello mondiale fra i paesi dove il tedesco è più appreso, dopo Polonia, Russia e Regno Unito. 

 

Intanto, lo scorso 17 gennaio aveva chiuso Marissal, mitica libreria di testi nella lingua di Goethe, a due passi dal Centre Pompidou, a Parigi. Solo l’ultima di un’ecatombe, che ha visto chiudere i battenti ad altre librerie di questo tipo nella capitale francese. Da tempo si dice che l’asse franco-tedesco scricchiola. Non solo politicamente. LS 29

 

 

 

 

 

XXVIII Salone di Torino: Germania Paese ospite d’onore.

 

Concorso Lingua Madre, il 18 maggio la premiazione delle vincitrici della X edizione

 

TORINO - - Mancano due settimane al XXVIII Salone Internazionale del Libro di Torino (Lingotto Fiere, 14-18 maggio ). Ieri, presso la Cavallerizza Reale, è stato presentato il programma del Salone, che avrà come tema conduttore  “Le Meraviglie d'Italia”. L'anno dell'Expo di Milano, destinata a richiamare milioni di visitatori, offre l'occasione di ripercorrere e ripensare il nostro rapporto con l'immenso patrimonio che abbiamo ereditato. Un tesoro artistico, architettonico, letterario, musicale, linguistico, paesaggistico, che comprende le tecniche materiali, il design, la moda, il cinema, la fotografia e che, nella sua stessa varietà, ha concorso a definire quello che viene riconosciuto come il carattere, l'identità, lo stile italiano.

La Germania sarà l’ospite d’onore dell’edizione 2015 .La partecipazione della Germania come Paese ospite d'onore nasce dalla stretta collaborazione con la Buchmesse di Francoforte e il Goethe Institut, che festeggia il sessantesimo della fondazione della sede torinese. Rappresenta un implicito riconoscimento dell'autorevolezza raggiunta dal Salone torinese da parte di chi organizza la più prestigiosa fiera mondiale del settore, ed è una partecipazione che cade in un momento cruciale nelle relazioni tra i due Paesi, e nell'intera vicenda europea, travagliata da tensioni e incomprensioni.

Uno spazio speciale sarà riservato al Concorso Lingua Madre e ai festeggiamenti per i 10 anni di attività: ogni giorno, alle ore 13.30, all’Arena Piemonte (Officina, padiglione 1) si terrà un appuntamento di approfondimento dedicato al tema della kermesse, con tanti ospiti e tante sorprese e, lunedì 18 maggio, alle ore 13.30, la premiazione delle vincitrici della X edizione. Molto ricco anche il calendario incontri promosso nell’ambito del Salone OFF. (Inform 28) 

 

 

 

 

Gialli tedeschi per la prima volta in Italia con Emons Editore

 

ROMA - Il 6 maggio in libreria Emons debutta con la nuova collana "di carta" "Gialli tedeschi": il meglio delle nuove tendenze del mondo giallo/noir/thriller in Germania, paese protagonista al prossimo Salone del Libro di Torino.

Tre i titoli lancio dal sapore completamente diverso: il giallo letterario "alla Simenon" "Süden. Il caso dell'oste scomparso" di Friedrich Ani, cinque volte vincitore del prestigioso Deutscher Krimi Preis; il giallo culinario "Delitto al pepe rosa. Il primo caso della cuoca Katharina Schweitzer" della scrittrice Brigitte Glaser; il thriller berlinese "Sia fatta la tua volontà" di Alfred Hellmann. Tre romanzi gialli per tre città tedesche: Monaco, Colonia e Berlino.

In autunno, la collana curata da Viktoria von Schirach, direttrice editoriale di Emons Audiolibri, si arricchirà di altri due titoli: "Gulasch di cervo" di Lisa Graff-Riemann e Ottmar Neuburger, e "Revolver" di Simone Buchholz.

"Il giallo tedesco è estremamente variegato e ricco di sfumature. Aspro e battuto dal vento come i paesaggi del mare del Nord e del Baltico, spietato e duro come le metropoli di Amburgo e Berlino, ma anche insidioso e cattivo come sa essere la provincia della Foresta Nera", spiega l'editore Hejo Emons. "Volevamo far conoscere la realtà tedesca nella sua veste letteraria e creativa. Nessun genere della letteratura è più adatto a portarci dentro un Paese quanto il giallo d'autore. I gialli mirano ad entrare nelle pieghe della società, la dissodano, ne mostrano i difetti. Gli autori di gialli sono i sismografi dei mali della loro epoca".

Friedrich Ani sarà ospite al Salone di Torino dove sarà presentato da Gianrico Carofiglio, domenica 17 maggio, alle 18.30, all'interno del programma "German Crime Night". La scrittrice Brigitte Glaser sarà in Italia per un tour tra Napoli, Roma e Milano (18, 19 e 20 maggio) invitata dal Goethe Institute. (aise 28) 

 

 

 

 

 

"Vietato ai cani e agli italiani" (quando fui migrante anche io)

 

Ho letto della dichiarazione di Gianni Morandi che, di fronte a certe reazioni negative, infastidite, sugli sbarchi di migliaia di profughi, ricordava che anche noi italiani siamo stati emigranti, e subito la Rete era stata intasata di violenti attacchi contro il cantante. 

Ho lasciato passare qualche giorno, per rispetto all'impegno di Morandi. Ora voglio portare un mio contributo di memoria, che credo possa comunque dare un qualche appoggio, da lontano, a quanto egli ci ricordava. 

Sono stato un migrante anche io. In realtà, a quel tempo - era la prima metà degli anni Sessanta -  più modestamente si diceva "emigrante", con la "e", e quello sono stato anche io. 

Vivevo a Reggio Calabria (aveva appena terminato il liceo, iniziavo l'Università, prima di "emigrare" a Genova), e in quegli anni dai piccoli paesi della mia terra c'era molta gente che partiva per la Germania, a cercare lavoro e fortuna. Erano gli "emigranti", contadini e manovali che tentavano di sfuggire dalla miseria di campagne senza speranza, con la valigia di cartone e la coppola in testa. 

Allora, pur da ragazzo, mi interessavo molto di sociologia (cosa misteriosa, in quei primi anni Sessanta, appena agli inizi nella elaborazione della nostra cultura), e leggevo tutti i libri di sociologia americana che la piccola, preziosa, biblioteca dell'Usis presso la Camera di commercio teneva nei suoi scaffali, Riesman, Mills, Packard. Volli fare, dunque, una esperienza diretta, sul campo, trasformandomi in emigrante. 

Chiesi alla mamma (papà era morto, noi eravamo una famiglia modesta, ma non povera) di aiutarmi a fare l'emigrante, quello che tanti ragazzi e tanti uomini di famiglie che noi conoscevamo erano davvero, e non "facevano". Sapevo bene che vi era una differenza di fondo, tra quei poveracci che partivano da disperati e me che, invece, "fingevo" di essere un disperato ma partivo, diciamo, per studio. E però assumevo il valore di quella differenza, e tentavo di controllarla per rendere più autentica la mia esperienza. Sapevo anche di avere strumenti culturali più articolati di tanti che partivano nel viaggio della speranza, ma mi riproponevo di non farmene condizionare: quello che mi interessava era apprendere direttamente delle difficoltà di vita in un ambiente completamente diverso, delle reazioni che queste difficoltà imponevano, e di come gli emigranti italiani  subissero - o gestissero - queste reazioni. 

Mi informai alla biglietteria della stazione Centrale, e mi feci dare dalla mamma 34.000 lire, che erano, giuste giuste, il prezzo di un biglietto di andata e ritorno in Terza classe per Duesseldorf, importante città industriale della Germania Occidentale. Se fosse stato necessario, non si sa mai, avevo il mezzo per poter comunque rientrare; e però partivo come un  vero "emigrante", con  i soldi contati e una povera valigia: vi stipai un paio di maglioni, calze e mutande, qualche pezzo di pane biscottato, due vasetti di marmellata e (soltanto questo, immagino, differente dagli emigranti "veri") una grammatica italiano-tedesco, che si usava nelle lezioni di tedesco che a quel tempo si potevano ascoltare alla radio, nel pomeriggio alle due, con i corsi anche di francese e di inglese. Ma di tedesco non  sapevo davvero nulla, solo un po' di francese appreso a scuola e un pizzico di inglese studiato per mio conto con un  giovanotto inglese che faceva l'insegnante a Reggio. 

Arrivai a Duesseldorf distrutto dal lungo viaggio, stranito, incerto. Però, in testa al binario dove ero sbarcato vidi, sorpreso, interessato, alcune parole in varie lingue, e perfino (incredibile! che fortuna!) in italiano: il cartello diceva "Benvenuti, lavoratori. Se avete bisogno, possiamo aiutarvi". Era la Kolping Haus, un'organizzazione caritatevole evangelica, che dava assistenza alle migliaia di italiani che arrivavano a cercare lavoro. 

Mi aiutarono, mi ospitarono in una soffitta, dove dormivamo in 24 emigranti di ogni paese, mi fecero il credito di un Marco al giorno, e mi insegnarono come fare i documenti per essere assunti in fabbrica. Trovai lavoro come manovale in un'acciaieria, mi alzavo alle 5 del mattino e ci tornavo al tardo pomeriggio. Pulivo le macchine, pulivo i capannoni, facevo i lavori d'ogni manovale, a poca distanza dai fuochi dell'altoforno. 

Non c'erano italiani, nel mio capannone, soltanto tedeschi, quasi tutti tedeschi, con un portoghese e un colombiano. Quando avevo un attimo di pausa, mi nascondevo dietro un tavolone di ferro e leggevo qualche pagina della grammatica; poi chiedevo ai lavoratori tedeschi di verificare il mio apprendimento del vocabolario tedesco: il naso, la mano, il vestito, mangiare, lavorare, parlare... Mi seguivano incuriositi, ma mi trattavano anche con qualche disprezzo, e dicevano parole che io non capivo e però li facevano ridere di me.  

Un giorno, uno dei capiofficina mi sorprese con il mio libro: mi rimproverò aspramente, a lungo, con parole che non conoscevo ma il cui tono era assai chiaro;  e mi portò in direzione, tenendomi per il braccio. I direttori mi interrogarono, duri, seri, sfogliando con curiosità quel libro della Eri che il capoofficina gli aveva consegnato; io cercai di spiegare quello che potevo, con il mio poco inglese che riuscivo a manovrare, e quei tre - serissimi, l'abito scuro, il disprezzo stampato in faccia - mi ascoltavano in silenzio. Credo dicessero parole assai dure sugli "Italianen", ma poco alla volta - appreso che ero un giovanotto che stava per andare all'università, e a quel tempo erano davvero pochissimi coloro che potevano fare lo studente - mi perdonarono: non mi licenziarono, ma mi imposero di non portare più in fabbrica quel mio libro . (Tra parentesi, erano tali le condizioni di lavoro nel capannone che, ogni volta che tornavo dalle macchine e dai torni a sfogliare il libro, le pagine che avevo lasciato aperte erano coperte da una sottile, diffusa, polvere di ferro.) 

Non lo portai più, il mio libro di tedesco, e però mi facevo insegnare le parole dai miei compagni tedeschi. I quali, saputo chissà come, che non mi avevano licenziato perché ero ("addirittura") uno studente universitario, cambiarono completamente il loro atteggiamento verso di me: mi sorridevano, cercavano di aiutarmi nel mio lavoro pesante, arrivavano a invitarmi a cena a casa loro, che sarebbe stato un onore. Uno studente universitario! Una figura sicuramente di prestigio, un "signore"! Per rabbia rifiutai, perché ero la stessa persona che fino a un giorno prima loro avevano trattato con disprezzo e ora volevo vendicarmi. Sbagliavo, ma non ce la feci. 

Imparai poco alla volta a capire di più, a tradurre quella lingua impossibile, e a districarmi. Un sabato sera mi feci coraggio, decisi di uscire, di andare in un locale vicino dove i tedeschi mi avevano detto che si poteva ballare, che c'erano molte ragazze sole. E ammiccavano. Ci andai, impacciato, timido, curioso, ma interessato soprattutto alle ragazze. Entrai titubante, guardandomi intorno, cercando di capire la gente dentro quel fumo e quella musica sparata a volume alto, e di guardare quelle ragazze bionde che a me sembravano tutte bellissime, fantastiche, come a Reggio nemmeno avrei potuto sognare. 

Dopo qualche minuto mi feci coraggio, e appena l'orchestrina attaccò un pezzo mi avvicinai a una ragazza; non sapevo ballare, ma il desiderio d'immaginare chissà quale avventura facile e ora a portata di mano mi diede coraggio. 

Una ragazza, bellissima, mi sorrise, e si alzò in piedi per accompagnarmi nel piccolo spazio dove le coppie già ballavano. Ma un uomo mi si avvicinò e, guardandomi in tutta la mia  evidente diversità ri spetto  all'ambiente, mi disse "Nein, Nein", scuotendo la testa. Mi chiese chi mai io fossi. Gli risposi - con il mio poco tedesco - che ero uno studente italiano, e ricordando il nuovo  rispetto che ora mi mostravano in fabbrica i miei compagni tedeschi ero certo di avere, così, un buon lasciapassare. 

Quell'uomo ascoltò aggrottato, nel fragore alto della musica, poi disse nuovamente, duro, aspro, "Nein! Nein". Mi prese per il braccio (era molto più alto di me, e grosso, e forte), e mi accompagnò alla porta, dove mi mostrò con il dito teso un cartello che io nemmeno avevo visto quand'ero entrato, preso com'ero dal mio imbarazzo e dalla mia curiosità. Ora che sapevo un po' di tedesco, lessi e tradussi: "Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani". Me ne andai, la ragazza che  avevo invitato, bellissima, già ballava sulla pista tra le braccia di un ragazzo biondo. 

Il mio progetto "sociologico" lo ressi per più di due mesi, rientrando in Italia giusto in tempo per l'inizio delle lezioni all'università. Appresi molto, parlai con molti emigranti "veri", presi nota dei loro rapporti difficili con gli operai tedeschi. E mi portai dentro, e mi porto tuttora, il segno forte di quella esperienza, e il cartello bianco appeso alla porta di quel caffè, con quelle sue parole sprezzanti, quel "Verboten" che mai dimenticherò e che subito mi torna addosso quando vedo attorno a me il disprezzo usato contro i migranti che vengono in Italia a cercare speranza, fortuna, una vita nuova. 

Siamo stati migranti anche noi. Ci chiamavamo emigranti, a quel tempo, e ora lo abbiamo dimenticato.   MIMMO CÀNDITO  LS 27

 

 

 

 

Elette le cariche statutarie del Comites di Hannover. Scigliano riconfermato presidente

 

Hannover - Il 2 maggio alle ore 10,30, presso la sede del Comites si è riunita la nuova Assemblea del Comites di Hannover. Erano stati  eletti  per la lista ORTICA (7 consiglieri): Giuseppe Scigliano, Elena sanfilippo, Claudio Provenzano, Isabella Parisi, Francesco Bonsignore, Angelo De Mitri e Lucia Bucchieri. Per la lista Deutsche Vita al Nord gli eletti sono (5 consiglieri): Eleonora Cucina, Marco Bertazzi, Ignazio Pecorino, Santucci Fiammetta e Maria Costa.

 

Alla riunione costituente erano presenti 11 consiglieri. Dopo i saluti di rito sono state elette le cariche statutarie. Eccole: Presidente Giuseppe Scigliano; Segretario Claudio Provenzano; Esecutivo Francesco Bonsignore, Eleonora Cucina e Lucia Bucchieri; tesoriere amministrativo Elena Sanfilippo. Dei membri dell'esecutivo il più votato è stato Francesco Bonsignore che assume la carica di Vice presidente.

 

Il Presidente Scigliano ha fatto il quadro della situazione e si è convenuti che nella prossima riunione, che sarà nel mese di giugno, verranno nominati i revisori dei Conti, saranno chiamate in vita le commissioni di lavoro, si farà un quadro della situazione finanziaria e quindi la programmazione delle attività fino alla fine dell'anno.

La riunione è stata costruttiva ed è emersa in tutti la volontà di voler lavorare per il bene della collettività italiana residente nella vasta circoscrizione consolare (con la soppressione del Comites di Amburgo, il territorio di competenza del Comites di Hannover è diventato enorme).    

Presente alla riunione Il Console generale Flavio Rodilosso che aveva convocato la riunione. (de.it.press)

 

 

 

 

Home Eat Home, a Berlino i distributori automatici di ingredienti e ricette

 

BERLINO - “C’è una cosa da evitare: fare la spesa quando si ha fame. A tutti sarà però capitato, dopo molte ore di lavoro, di avviarsi verso casa e pensare alla cena, per poi ricordarsi che il frigo é di nuovo vuoto. Passare in rassegna le possibilità che il settore “ristorazione e simili” di Berlino offre: il kebab non lo digerisci nemmeno se poi bevi l’acido solforico, hamburger basta, non li puoi più vedere, la pizza l’hai mangiata ieri e l’altro ieri e l’altro ancora”. Un’app può essere la soluzione: a scriverne è Paola Moretti su “Il Mitte”, quotidiano online edito a Berlino.

“Non riesci a pensare a niente di immediato, leggero e a prezzi modici. Finisci al supermercato, perché, alla fine, ti sembra la soluzione migliore. E sbagli, perchè con lo stomaco che brontola cominci ad afferrare tutti i prodotti all’apparenza più appetibili. Con la carenza di zuccheri che ti annebbia il raziocinio, spendi venticinque euro e quando arrivi a casa ti rendi conto che non hai gli ingredienti necessari per un pasto vero e proprio: manca sempre qualcosa e gli accoppiamenti di sapori sono totalmente casuali. Finisce che ti cucini una pasta insulsa. Tanto valeva prendere un burrito all’uscita della metro.

Recentemente però è stata inventata la soluzione al problema, e si chiama Home Eat Home. Scaricando l’applicazione puoi scegliere tra tre ricette; una vegetariana, una con carne e persino -non sempre- una vegana. Dopo aver ordinato online quella che ispira maggiormente, occorre pagare e cercare sulla mappa il punto più vicino per ritirarla. È quasi fatta: lo step finale è cucinare, ma senza lo sforzo di pensare come e cosa, perchè nella confezione si trovano tutti gli ingredienti necessari e le istruzioni per la preparazione.

Al momento sono quindici i punti vendita che, sparsi per la città (bar, palestre e Spätkauf), ospitano il frigorifero di Home Eat Home. Nel caso ci dovesse essere una difficoltà nel raggiungerli, c’é anche il servizio a domicilio.

L’azienda opera in linea con tutti i precetti della comunità berlinese, ovvero, cerca di offrire prodotti che provengano da coltivazioni ed allevamenti locali e porzioni calibrate su una quantità che sfami due persone con appetito nella norma, di modo da evitare sprechi inutili. Le confezioni sono ovviamente in materiale reciclabile. Punto forte dell’idea è, a detta dei fondatori, permettere ai fruitori di gustarsi la parte migliore del cibo: cucinare e mangiare. Evitando così stress aggiuntivo di code alla cassa e tentazione dell’abbandonarsi a fast food poco salutari. Home Eat Home propone un’alternativa per godersi il proprio tempo libero e vivere secondo la filosofia locale, la quale saggiamente consiglia: “immer mit der Ruhe””.

(aise 27) 

 

 

 

 

Le recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Expo- Conto alla rovescia per l'esposizione universale che apre le porte il primo maggio e sarà aperta fino al 31 ottobre 2015, a Milano. Corruzione, scandali, ma anche uno sguardo sul tema dell'evento: "Nutrire il pianeta. Energia per la vita". I nostri approfondimenti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/expo122.html

 

I nuovi Comites - In tutto il mondo gli italiani hanno votato per rinnovare 100 Comitati che li rappresenteranno nei paesi dove vivono. Ma la partecipazione al voto è stata bassa ovunque. Tutti gli approfondimenti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/dossiercomites100.html

 

Mare nostro  - Dopo l'ennesima ecatombe di profughi in fuga verso l'Europa la politica cerca soluzioni per tamponare l'emergenza. Intanto le tragedie nel Mediterraneo proseguono. Le storie dei protagonisti e tutti i nostri approfondimenti degli ultimi mesi, fra Italia e Germania.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/fluechtlinge866.html

 

Rischiatutto (29.04.15) - L'Aula della Camera conferma la fiducia al governo sul primo articolo della legge elettorale con 352 sì, 207 no e un astenuto. Giovedì 30 aprile gli altri due voti di fiducia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/italicum106.html

 

L'Europa e gli Ogm (29.04.15)

Una nuova legislazione europea consentirà agli Stati membri di coltivare o meno colture geneticamente modificate. Ma l'Ue si divide sul tema.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/gentechnik118.html

 

La riscoperta del vinile (29.04.15) - Dario Adamic è un appassionato collezionista di dischi e ha organizzato una fiera del vinile a Berlino.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/darioadamicvinyl100.html

 

Dalla testa ai piedi (29.04.15) - Smalti per unghie ma anche le nuove tendenze estive per scarpe e borse nella nostra rubrica dedicata alla moda.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/apriti_sesamo/nagellack110.html

 

Segreti, ma non troppo (28.04.15)

È di nuovo bufera sul governo tedesco a causa dello scandalo spionaggio che vede coinvolti i servizi segreti tedeschi e quelli americani.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/bndnsa110.html

 

I volti dell’immigrazione (28.04.15) - In Italia vivono oltre 5 milioni di immigrati, tra regolari e non. Dietro a questi numeri ci sono anche storie, spesso drammatiche, di persone che hanno vinto la propria sfida col destino.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/erfolgfluechtlinge100.html

 

Dal carcere al silenzio (28.04.15)

In tutto il mondo sono più di 3000 i detenuti italiani. Tra loro vi è anche Massimo Romagnoli, ex deputato di Forza Italia, di cui nessuno parla.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/massimromagnoli100.html

 

La Treccani fa 90 (28.04.15) - L'Enciclopedia Italiana è vista come lo strumento capace di raccogliere un insieme di saperi e di rappresentare quindi la cultura del Belpaese. Ora compie 90 anni.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/treccani100.html

 

Nepal in ginocchio (27.04.15)

Oltre 4000 le vittime accertate del terremoto che ha colpito lo scorso sabato il Nepal, ma si teme che sotto le macerie di interi villaggi ci siano molti più morti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/nepal110.html

 

Un rigoroso ottimista (27.04.15)

Marco Buti è l'economista più importante e potente della Commissione europea. Ai nostri microfoni parla della crisi dell'Eurozona.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/buti106.html

 

Resistenza senza età (24.04.15) - Il significato della lotta partigiana è ancora al centro del dibattito storico e politico, ma intanto ci sono sempre più giovani che riscoprono la Resistenza come base della democrazia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/partisanen100.html

 

Il partigiano Karim (24.04.15) - Ai nostri microfoni Karim Franceschi, l'italiano che ha combattutto accanto ai curdi contro l'esercito dell'Is a Kobane.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/karimfranceschi100.html

 

Il cuoco del Papa (24.04.15) - Sergio Dussin è da anni cuoco di fiducia in Vaticano. Ha iniziato negli ultimi anni di Giovanni Paolo II, ha cucinato quasi otto anni per Benedetto XVI e ora si occupa di Francesco.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/sergiodussin100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html RC/De.it.press

 

 

 

 

 

A Kaufbeuren il 16 maggio la “Festa del lavoro italiano in Germania”

 

Kaufbeuren - In occasione del 60° Anniversario della firma dei contratti bilaterali che giá nel 1955 richiamarono in Germania la prima manodopera italiana, le ACLI Baviera ed il Circolo ACLI Kaufbeuren-Marktoberdorf hanno promosso l'iniziativa, accolta dal Comune di Kaufbeuren e dal Consolato generale d'Italia di Monaco di Baviera, di organizzare sabato 16 maggio 2015 a Kaufbeuren la "Festa del lavoro italiano in Germania" con il seguente programma:

ore 10,00  alla Galleria della "Sparkasse", nella centrale  Kaiser Maximilianstrasse saluto ed inaugurazione della Festa con il Primo  Borgomastro di Kaufbeuren Stefan Bosse, il Console generale d'Italia Ministro Filippo Scammacca del Murgo, il Sindaco di Ferrara, cittá gemellata, Dr.Tiziano Tagliani

e il Comm. Carmine Macaluso, Presidente ACLI Baviera;

ore 11,00 Inaugurazione della mostra fotografica "Deutsche vita"  ovvero "La testimonianza,le nuove sponde" in collaborazione con il Presidente Antonino Tortorici, del Consiglio degli stranieri di Memmingen  (aperta dal 12.5.2015 al 23.5.2015);

ore 11,00-14,00 alla Galleria Sparkasse Programma di intrattenimento musicale con FOLK-ACLI Kaufbeuren, Complesso "The Snaps" e gli "Oldies" di Mike Rizzo, e degustazione eno-gastronomica tipica italiana;

ore 14,00-17,00 Il Circolo ACLI di Kaufbeuren e.V. organizza con  valore di vissuta di solidarietá per i circa 200 profughi, richiedenti asilo,il "Pizza-Day", in collaborazione con la Pizzeria "La Pergola" e l'Associazione di volontari Asylkreis-Kaufbeuren . Un forno a legna mobile sará posizionato accanto al Kolping Bildungszentrum e agli ospiti intervenuti sará offerta la pizza in un clima di festa ed accoglienza;

ore 18,00-19,00  Sala Comunale di Kaufbeuren. Il Primo Borgomastro di Kaufbeuren, simbolicamente a nome dell'intera Cittadinanza, sará ufficialmente insignito dell'Onorificenza "Stella d'Italia" dalle mani del Console generale d'Italia Ministro Filippo Scammacca del Murgo, per la generosa (€ 20.000.--) raccolta di offerte, promossa dalle ACLI, gestita dal Comune e consegnata al Sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, un paio d'anni fa, in occasione del terribile terremoto che aveva colpito la Cittá e la Regione;

ore 20,00 (Entrata alle ore 19,00) Sala Comunale di Kaufbeuren. Il Gruppo folclorico FOLK-ACLI, fondato nel 1988, attualmente composto dal 21 interpreti,presenta il suo nuovo musical "Di noi le terre- Volo di rondine" liberamente tratto dalla novella di Giovanni Verga "Storia di una capinera". Danze  e canti (17) con musiche dal vivo in due atti in dialetto siciliano con la figura di un narratore per la presentazione in italiano e tedesco. Fine dello spettacolo ore 22,30. L'ingresso é gratuito. Durante la manifestazione verranno raccolte tra il pubblico offerte a favore delle vittime del terremoto in Nepal.

De.it.press                                                   

 

 

 

 

Le manifestazioni die prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 7 giugno 2015, c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) Mostra archeologica "Die Griechen in Italien". Organizza: Staatliche Antikensammlungen

 

* fino al 4 ottobre, di domenica, alle ore 12:00, c/o Asamkirche Maria de Viktoria (Neubaustr. 1 1/2, Ingolstadt) Rassegna: "Orgelmatinee um Zwölf"

Ingresso libero. Il programma è disponibile all'indirizzo: www.ingolstadt.de (sotto "Kultur&Freizeit", "Konzerte & Musik", "Orgelmusik")

Organizza: Kulturamt der Stadt Ingolstadt in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Sparkasse Ingolstadt

 

* martedì 5 maggio, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* martedì 5 maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) nell'ambito della Rassegna cinematografica "Von Italien aus in die Welt - Die italienische Oper" "Matilde di Shabran", opera di Giacomo Ferretti

Rossini Opera Festival/Unitel 2012, 185 min., versione originale con sottotitoli in Tedesco. Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* dal 7 al 17 maggio "30. Internationales Dokumentarfilmfestival München"

In visione anche quattro produzioni italiane (Fragmente - Alto Fragile, Il Gesto delle Mani, Saslonch Suite, Un Fin del Mundo)

Per informazioni e programma: www.dokfest-muenchen.de

Organizza: Internationales Dokumentarfilmfestival München e.V.

 

* giovedì 7 maggio, ore 18:00, c/o Istituto di Filologia italiana LMU, Aula 007 (Schellingstr. 3, München) nell'ambito del Ciclo di letture in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri" Andreas Kablitz (Köln): "Dantes Ethik". In lingua tedesca. Ingresso gratuito.

Organizza: Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* venerdì 8 maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito.

Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

* venerdì 8 maggio, ore:19:30, c/o VHS Augsburg, stanza 104 (Willy-Brandt-Platz 3a, Augsburg) "Die Anfänge der Jesuiten in Rom und ihre Bildungsoffensive in Bayern". Conferenza del teologo Alois Uhl

Ingresso: € 3,00 (soci) - 6,00 (non soci)

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* venerdì 8 e sabato 9 maggio, ore:19:30, c/o Anton Fingerle-Zentrum (Schlierseestr. 57, München) Teatro: "Filumena Marturano" (di Eduardo De Filippo) del Gruppo Teatrale I-talia, regia di Luigi Tortora

Organizza: Gruppo Teatrale I-talia

 

* sabato 9 maggio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus (Kreuzstr. 12, Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* domenica 10 maggio, ore 11:00, c/o "Schnecke" accanto al Museo del Trasporto (Am Bavariapark 5, München) Visita al laboratorio di restauro di Elena Agnini

Seguirà una passeggiata nella Schwanthalerhöhe, consigliato per adulti e ragazze/i sopra i 10 anni. Max 20 persone. E' necessaria la prenotazione c/o: pomue@gmx.net. Ingresso libero. Organizza: Pomü (un ponte tra Prato e München) in collaborazione con Caritas München

 

* domenica 10 maggio, ore 16:00, c/o Heilig-Geist-Kirche (Bahnhofpl. 1, Eichstätt) S. Messa in lingua italiana

 

* domenica 10 maggio, ore:17:00, c/o Pepper Theater (Thomas-Dehler Str. 12, München) Teatro: "Filumena Marturano" (di Eduardo De Filippo) del Gruppo Teatrale I-talia, regia di Luigi Tortora. Organizza: Gruppo Teatrale I-talia

 

* lunedì 11 maggio, ore 13:00-22:00, c/o Münchner Künstlerhaus (Lenbachplatz 8, München) "Gourmet's Italia 2015: food and wine". Evento dedicato a promuovere le eccellenze delle produzioni vinicole ed alimentari di tutta l'Italia presso il trade tedesco ed austriaco. Per informazioni: www.gourmetsitalia.de

Organizza: EuroTour - Exclusive section Merano WineFestival München

 

* lunedì 11 maggio, ore 20:00, c/o Literaturhaus München (Salvatorplatz 1, München) Stefano d'Arrigo: "Horcynus Orca" (S. Fischer Verlag)

Con il traduttore Moshe Kahn. Legge passaggi del testo in tedesco: Thomas Loibl

Moderatore: Klaus Voswinckel. Ingresso: € 9,- / 7,- 

Organizza: Stiftung Literaturhaus

 

* martedì 12 maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) nell'ambito della Rassegna cinematografica "Von Italien aus in die Welt - Die italienische Oper" "L'Italiana in Algeri" Opera di Gioachino Rossini. Rossini Opera Festival/Unitel 2013, 153 min., versione originale con sottotitoli in Tedesco. Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* mercoledì 13 maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "I poemi cavallereschi della letteratura italiana del 1500: Gerusalemme Liberata" col Prof. Dr. Florian Mehltretter (LMU)

Ingresso: € 15,-. Minimo 6 partecipanti. Per informazioni e iscrizioni: corsi.iicmonaco@esteri.it. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Institut für Italienische Philologie der LMU München

 

* mercoledì 13 maggio, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr. 10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "La mafia uccide solo d'estate" (Regia: Piff con Piff, Cristina Capotondi, 2013, 90 min.)

 

* venerdì 15 maggio, ore 16:00, c/o Sammlung Schack (Prinzregentenstr. 9, München) Visita guidata in italiano con la dott.ssa Miranda Alberti

Costo: € 10,- (non è compreso il biglietto d'ingresso). Minimo 8 partecipanti

Per informazioni e iscrizioni: corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* sabato 16 maggio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus (Kreuzstr. 12, Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 16 maggio, ore 11:00-13:00, c/o Bürgerhaus Pfersee (Stadtberger Str. 17, Augsburg). "Facciamo due chiacchiere". Tema: Cantautori e canzonettisti: due mondi diversi? Conduce: Filippo Romeo. Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* sabato 16 maggio, ore 15:00, c/o Libreria ItalLIBRI (Nordendstr. 19, München)

Per la rassegna "Pomeriggi per bambini dagli 8-11 anni" "L'avventura di Orlando"

"Un cavaliere coraggioso, una dama bellissima, spade e armature, un cavallo alato e un rivale in amore. Seguiremo le avventure di Orlando e Angelica, di Astolfo e del cavallo alato Ippogrifo, di Ruggero e dei paladini del re di Francia"

Testo: "Orlando furioso e innamorato" di Idalfonso Fei, La nuova frontiera 2014

Ingresso libero - si pregha di prenotare allo 089/ 27299441, oppure itallibri@t-online.de. Organizza: Libreria ItalLIBRI

 

* domenica 17 maggio, ore 15:00, c/o St.-Georg-Kirche (Kipfenberg)

S. Messa in lingua italiana

 

* martedì 19 maggio, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* martedì 19 maggio, ore 16:00-17:00, c/o StadtBücherei (Hallstr. 2-4, Ingolstadt)

Laboratori di italiano per bambini. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* martedì 19 maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) nell'ambito della Rassegna cinematografica "Von Italien aus in die Welt - Die italienische Oper" "Guglielmo Tell" Opera di Gioachino Rossini. Rossini Opera Festival/Unitel 2013, 210 min., versione originale con sottotitoli in Tedesco. Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* mercoledì 20 maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) dibattito: "Sulle tracce di Expo Milano 2015. Un viaggio tra sviluppo solidale e sostenibilità ambientale: possibilità e ostacoli"

Interventi: Diana Battaggia, (Direttrice di Unido ITPO, Ufficio per la Promozione Tecnologica e degli Investimenti presso le Nazioni Unite), Anton Hübl (consigliere ministeriale, Bayerisches Staatsministerium für Ernährung, Landwirtschaft und Forsten, Referat EU-Angelegenheiten und internationalen Zusammenarbeit), Francesco Pizzio (già direttore di ICS Unido Trieste), Eva-Maria Heerde-Hinojosa (Bischöfliches Hilfswerk MISEREOR e.V.), Mauro Agnoletti (Università di Firenze, Dipartimento di Gestione dei Sistemi Agrari, Alimentari e Forestali Ð GESAAF). La tavola rotonda si svolgerà in lingua italiana e tedesca con traduzione simultanea.

Ingresso libero con prenotazione obbligatoria su www.iicmonaco.esteri.it, oppure stampa.iicmonaco@esteri.it o Tel. 089-74632132

Al momento dell'iscrizione Vi preghiamo di comunicare se desiderate ascoltare la discussione in italiano o in tedesco, in modo da poter mettere a Vostra disposizione gli auricolari corrispondenti

Nella serata sarà inaugurata la mostra Matteo Chincarini: "Milano 1909-2015: evoluzione di una città". Durata della mostra: 20 maggio-25 giugno

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale; Unido ITPO; Bayerisches Staatsministerium für Ernährung, Landwirtschaft und Forsten; Forum Italia e.V.; Bischöfliches Hilfswerk MISEREOR e.V.; Mission EineWelt, Centrum für Partnerschaft, Entwicklung und Mission der Evang. Luth. Kirche in Bayern

 

* giovedì 21 maggio, ore 18:00, c/o Istituto di Filologia italiana LMU, Aula 007 (Schellingstr. 3, München) nell'ambito del Ciclo di letture in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri" Ulrich Pfisterer: "Michelangelo liest Dante". In lingua tedesca. Ingresso gratuito.

Organizza: Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* venerdì 22 maggio, ore 20:00, c/o Restaurant-Pavillon "Das Schloss" (Schwere-Reiter-Str. 15, München) Concerto della Big Sax Band 15 sassofonisti tedeschi ed italiani suonano brani da Glenn Miller a Count Basie. Organizza: Das Schloss

 

* sabato 23 maggio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus (Kreuzstr. 12, Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 23 maggio, ore 20:030, c/o Steinwayhaus, Rubinsteinsaal, 2. Stock (Landsbergerstr. 336, München) Concerto di Franco Zambito (chitarra) e Luca Zambito (piano). Dialogo musicale sul palco fra padre e figlio con composizioni proprie, arrangiamenti di Jazz Standards, un po' di Blues, un po' di Funk

Organizza: Steinwayhaus in collaborazione con il Musikforum Blutenburg e.V.

 

* domenica 24 maggio, ore 14:00 / ore 17:30 / ore 22:45, c/o Dominikanerkirche (Predigergasse, Regensburg) Concerto Palatino (Italia): "Claudio Monteverdi 1610" Missa in illo tempore - Sacri Concentus - Vespro della Beata Vergine

Con dei grandissimi interpreti ed esperti musicisti del Concerto Palatino, Joshua Rifkin presenta in tre diversi momenti, nella chiesa gotica, tre esecuzioni della raccolta di opere sacre di Claudio Monteverdi del 1610. Ingresso: A euro 50,- | B euro 32,- | C euro 14,- (su www.tagealtermusik-regensburg.de)

Organizzatori: Tage alter Musik Regensburg, in collaborazione con Istituto italiano di Cultura e Forum Italia e. V.

 

* lunedì 25 maggio, ore 16:00, c/o St.-Oswald-Kirche (Weißgerbergraben, Regensburg) Il suonar parlante (Italia) "Bellezza straniera" - Influenza dell'Europa orientale nei concerti di G. Ph. Telemann, F. Jiranek, J. G. Graun e J. A. Hasse

Nella prima parte del concerto con l'orchestra italiana barocca Il Suonar Parlante Orchestra, per la direzione di Vittorio Ghielmi, risuonano pezzi musicali di straordinaria originalità, fortemente influenzati dal folklore slavo. La seconda parte del concerto sarà dedicata ad una grande suite orchestrale composta e in parte arrangiata da Vittorio Ghielmi che riunisce diverse opere di Telemann (come ad esempio Polonois, Hanaquoise, Scaramouche), di Vivaldi (Grosso Mogul), così come di Benda (Scherzando tratto dal concerto per clavicembalo).

Ingresso: A euro 42,- | B euro 28,- | C euro 14,- (su www.tagealtermusik-regensburg.de). Organizzatori: Tage alter Musik Regensburg, in collaborazione con Istituto italiano di Cultura e Forum Italia e. V.

 

* giovedì 28 maggio, ore 18:00, c/o Istituto di Filologia italiana LMU, Aula 007 (Schellingstr. 3, München) Nell'ambito del Ciclo di letture in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri" Lektüreübung mit Präsentation I: "Inferno V und die Liebeskonzeption(en) Dantes in der Commedia" (Angela Oster). In lingua tedesca. Ingresso gratuito.

Organizza: Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

 

 

 

Francoforte. Scurati presenta il suo nuovo libro „Il tempo migliore della nostra vita“

 

Francoforte - Promosso da Consolato Generale d’Italia Francoforte e IIC Colonia in collaborazione con  Enit Francoforte, J.W. Goethe Universität  (Facoltà di Romanistica) e associazione Italiani in Deutschland e.V.  mercoledì 6 maggio 2015, ore 19.00, presso SALA ENIT, Barckhausstr.10, Francoforte (U 6/7 fermata metro: Westend) ha luogo l’ncontro con l’autore Antonio Scurati, che presenta il suo nuovo libro „Il tempo migliore della nostra vita“ (Bompiani, 2015). Entrata: 6,- Euro / 4,- Euro per i possessori CARTA AMICIZIA 2015 e studenti d'italianistica.

Leone Ginzburg fu un eroe della Resistenza che non imbracciò mai le armi. Il romanzo Il tempo migliore della nostra vita narra la sua storia vera accanto a quella dei nonni dell'autore, Antonio e Peppino, Ida e Angela, persone comuni, ma nate anche loro all'inizio del secolo e vissute sotto il fascismo e le bombe della Seconda guerra mondiale.

Antonio Scurati (Napoli 1969) è ricercatore allo IULM di Milano e membro del Centro studi sui linguaggi della guerra e della violenza. Editorialista de „La Stampa”, ha scritto numerosi saggi tra cui „Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale“ (2003, finalista al Premio Viareggio).

Oltre a diversi saggi, Bompiani ha pubblicato la versione aggiornata del suo romanzo d'esordio „Il rumore sordo della battaglia“ (2006, Premio Fregene, Premio Chianciano) e i romanzi „Il sopravvissuto“ (XLIII Premio Campiello), „Una storia romantica“ (2007, Premio SuperMondello), „Il Bambino che sognava la fine del mondo“, finalista al Premio Strega 2009, „La seconda mezzanotte“ (2011) e „Il padre infedele“ (2013), ancora finalista al Premio Strega.

In tedesco sono stati tradotti „Das Kind, das vom Ende der Welt träumte“ (Rowohlt, 2010) e „Eine romantische Geschichte” (Rowohlt, 2012). IIC

 

 

 

 

 

 

All’IIC di Colonia. Perchè leggere Dante oggi? Mostra di Valenti e incontro con Carofiglio

 

Mercoledì 6 maggio 2015, ore 19.00, all’Istituto Italiano di Colonia conferenza del Prof. Dr. Georg Roellenbleck (Köln) su: “Perché leggere Dante oggi?”, in lingua tedesca.

La conferenza prende spunto dai quesiti che si pone, nel nostro tempo, un attento lettore di Dante. Il grande poema dantesco crea e descrive tutto un mondo. Bisogna accettare tale visione del mondo per comprenderla e assaporarla? O si tratta semplicemente di magnifica poesia?

È possibile superare la distanza tra il pensiero, la lingua e le immagini di un’epoca tanto diversa dalla nostra? O la Divina Commedia dantesca è ancora immediatamente comprensibile per il lettore contemporaneo? Con questa conferenza, il prof. Roellenbleck intende dimostrare come Dante sia ancora del tutto attuale.  È una manifestazione dell'Associazione degli Amici dell’Istituto.

Ingresso gratuito. IIC

 

Venerdì 8 maggio 2015, ore 19.00, in Istituto, inaugurazione della mostra

“A sua immagine e in-naturale evoluzione”, con opere di Fabio Valenti.  

Fabio Valenti (noto anche con lo pseudonimo Fuelpump) appartiene al gruppo di giovani pittori lombardi formatisi all'Accademia di Brera alla fine degli anni '80. Come sottolineato dalla critica, la sua pittura può vantare un'ampia iperdeterminazione iconografica: i fiamminghi, Bosch e Bruegel in primis, quindi il tedesco Hans Holbein il Vecchio fino a Max Ernst e al cinema di Fritz Lang, Charles Chaplin e David Cronenberg. E ancora Graham Sutherland e David Hockney, fino a Gauguin, Matisse, e al pop inglese.

La vastità di tali riferimenti, oltre ad attestare con certezza la ricchezza della sua ricerca e dei suoi interessi, va forse rintracciata anche nella poetica della modularità che lui stesso ha enunciato. La frammentazione della figura umana e la sua ibridazione con componenti meccaniche è forse speculare alla frammentazione e alla ricomposizione, modulare appunto, della cultura non solo iconografica del nostro tempo?

Una domanda la cui riposta il pubblico tedesco potrà auspicabilmente trovare in questa mostra che l'Istituto Italiano di Cultura di Colonia è lieto di ospitare e che bene illustra l'opera di tale significativo artista italiano contemporaneo.

Durata: 08.05. – 12.06.2015. Orario: lu – ve 9–13 h e 14–17 h.

 

Si terrà lunedì 18 maggio alle 19, sempre all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia l’incontro con Francesco Carofiglio, architetto, scrittore e illustratore. È autore di opere teatrali e, come attore, ha collaborato con Giorgio Albertazzi, Ugo Chiti, Gabriele Ferzetti, Torao Suzuki ed Egisto Marcucci.

Come sceneggiatore per il cinema e la televisione, è coautore della sceneggiatura del film "Il passato è una terra straniera" (2007), con la regia di Daniele Vicari e vincitore del "Gran premio della Giuria" al Festival di Miami. Dal 2002 al 2005 ha diretto la scuola di recitazione dell'Università degli Studi di Bari. I suoi cortometraggi hanno vinto numerosi premi nazionali e internazionali.

Ha pubblicato sette romanzi: "With or without you", Rizzoli, 2005; "L'estate del cane nero", Marsilio, 2008; "Ritorno nella valle degli angeli", Marsilio, 2009; "Radiopirata", Marsilio, 2011; "Wok", Piemme, 2013; "La casa nel bosco", con Gianrico Carofiglio, Rizzoli, 2014; "Voglio vivere una volta sola", Piemme, 2014.

 

 

 

 

 

Germania complice del Grande fratello Usa

 

Da una base in Baviera l’Nsa spiava alleati e aziende strategiche europee con l’aiuto dei servizi tedeschi. Intercettati anche l’Eliseo e la Commissione Ue. Finisce nei guai il potente ministro dell’Interno de Maizière – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - Spiarsi a vicenda tra alleati? «Non si fa», disse Angela Merkel quando emerse che l’Nsa aveva intercettato persino il suo cellulare. Poi successe poco o niente, anche nell’incontro con Obama il tema finì sotto il tappeto. E da quando c’è una commissione speciale al Bundestag che cerca di fare chiarezza sull’attività pervasiva dei servizi americani in Germania e chiede, tra l’altro, di poter ascoltare Edward Snowden, il governo nicchia. Peraltro, furono proprio i «leaks», le notizie passate ai media dall’ex agente Nsa, a rivelare che il telefono della cancelliera era sotto controllo da anni. 

 

Intesa con Washington  

Ma ora è emerso che la Germania stessa ha consentito persino di peggio. Dopo gli attentati delle Torri gemelle, durante gli ultimi quattro governi - da Gerhard Schroeder ad oggi - Berlino ha permesso ai servizi americani di spiare, attraverso la base bavarese di Bad Aibling, email e telefonini di obiettivi che sono difficilmente assimilabili al pericolo terroristico: l’Eliseo, il ministero degli Esteri francese, la Commissione europea, aziende strategiche come Airbus (che ieri ha minacciato di andare in tribunale). La Germania è diventata la base principale attraverso la quale Washington ha potuto spiare persino un alleato strettissimo e storico di Berlino come la Francia.  

 

Miliardi di dati raccolti  

In particolare, sarebbero stati i servizi tedeschi del Bnd a girare ai colleghi statunitensi indirizzi IP e numeri di telefono. E, grazie a un accordo del 2002, obiettivi americani e tedeschi sarebbero stati esclusi dalle operazioni da «grande fratello». Dal 2004, due squadre di agenti, la «Joint Sigint Activity» e la «Joint Analysis», avrebbero rispettivamente catturato e analizzato miliardi di dati da Bad Aibling, allargandosi ben al di là dell’attività anti-terroristica. Adesso il Bnd e il governo cercano di accreditare la tesi che sarebbero stati gli americani ad abusare degli accordi. Ma al più tardi nel 2008 fu la stessa Bnd a informare il governo - allora il primo governo rosso-nero a guida Merkel - che l’Nsa stava forzando la mano. 

 

Critiche al ministro  

Da quando la notizia è uscita, l’attuale ministro dell’Interno ed ex responsabile della Difesa e capo della Cancelleria, Thomas De Maizière è finito nella bufera. Ieri ha fatto sapere, dopo giorni di silenzio, che mercoledì prossimo chiarirà la sua posizione in Parlamento. Ma dalle notizie che continuano a uscire su vari giornali, sembra che dal 2008 fosse stato informato dai servizi segreti tedeschi che «gli americani tentano di allargare lo spionaggio ad ambiti che non sono nell’interesse comune». Allora era a capo della cancelleria, dettagli ulteriori vennero comunicati soltanto al suo successore, Pofalla.  

 

Le reazioni di Bruxelles  

Da ?Bruxelles Jean-Claude Juncker ha dichiarato che vuole «un chiarimento» sulla vicenda, ma che la questione «va discussa dalle autorità tedesche, incluso il Parlamento». E un portavoce del ministero degli Esteri francese ha detto che «siamo in stretto contatto con i nostri partner tedeschi». Ma il vice della Spd in Parlamento, Rolf Muetzenich, teme ripercussioni sui rapporti franco-tedeschi. Gli alleati socialdemocratici di Angela Merkel vogliono chiarimenti. E la numero due della Linke, Wagenknecht, ha chiesto le dimissioni di De Maizière. La cancelleria ha trasferito nel frattempo informazioni importanti e riservate del Bnd al Bundestag; ma secondo la Dpa sarebbero lacunose. Mancherebbero, ad esempio, le parole d’ordine con cui venivano spiate le aziende europee.  LS 1

 

 

 

 

Un asse Londra-Berlino contro la libera circolazione dei cittadini UE

 

Regno Unito  e Germania vogliono entrambi introdurre un maggiore controllo all’accesso dei migranti ai servizi sociali e sanitari europei, secondo il deputato tedesco Stephan Mayer, che era a Londra in questi giorni per sostenere la campagna contro il cosiddetto “turismo sociale” in Europa.

In una conferenza organizzata alcuni giorni fa a Londra dal think tank Open Europe, il deputato CSU Stephan Mayer, membro della Commissione per gli affari interni del Bundestag e portavoce della CSU della Baviera, ha detto che i fatti dimostrano una vera e propria crescita del problema degli abusi del sistema sociale da parte dei migranti europei. Siamo favorevoli all'immigrazione verso il mercato del lavoro - ha affermato Stephan Mayer - ma siamo contro l'immigrazione verso i centri per l'impiego.

Secondo Mayer, i migranti provenienti dall'Europa meridionale e orientale hanno svolto un ruolo fondamentale per l'economia tedesca. Tuttavia, l'immigrazione è diventata una priorità nell'agenda politica tedesca dal momento in cui il paese è oggetto ormai di una migrazione netta di oltre 400.000 persone l'anno.

L’introduzione di controlli più severi in materia di accesso alle prestazioni sociali per gli immigrati europei sembra quindi una prospettiva sempre più vicina, e potrebbe svolgere un ruolo chiave nella rinegoziazione dell'adesione del Regno Unito all'Unione europea. Il premier britannico David Cameron ha annunciato infatti che, se vincerà le elezioni di maggio, i termini di adesione del suo paese all'Unione europea saranno rinegoziati, e che un referendum sarà indetto su questo entro il 2017. L'immigrazione sarà probabilmente un tema chiave.

A Londra anche il primo vice-presidente della Commissione, l’olandese Frans Timmermans, secondo il quale il sostegno pubblico alla libertà di circolazione potrebbe essere compromesso se questa venisse percepita come una minaccia per i sistemi sociali nazionali.

Berlino e la Commissione europea hanno assicurato che il principio della libera circolazione in quanto tale non sarà toccato. Diffiile da credre, quando soltanto pochi giorni lo stesso Timmermans ha affermato che l'accesso al lavoro e l'accesso alla sicurezza sociale sono due cose diverse, sostenendo così a tutti gli effetti l'idea avanzata dal Regno Unito, secondo cui l'accesso al welfare nazionale dovrebbe applicarsi solo ai cittadini del singolo paese, e non tutti i cittadini europei.

Il Ministro degli Affari Esteri della Lettonia, che attualmente detiene la presidenza di turno dell'UE, ha tuttavia suggerito che dei cambiamenti possono essere effettuati nel contesto della politica interna degli Stati membri.

I conservatori britannici insistono, dal canto loro, affinché gli immigrati europei siano esclusi dalle prestazioni legate al lavoro, ad esempio la disoccupazione, durante i primi quattro anni di residenza nel Regno Unito. Vogliono anche porre fine agli assegni familiari percepiti dai lavoratori europei i cui figli a carico vivano al di fuori del Regno Unito.  Il tedesco Stephan Mayer ha sostenuto tali posizioni: Sono d'accordo – ha detto  - ad attribuire gli assegni familiari a seconda del paese in cui risiedono i figli.

Detto così, sembrerebbe che le misure richieste da Regno Unito e Germania siano solo, come dire, dei piccoli aggiustamenti. In realtà esse mettono in discussione i pilastri della libera circolazione delle persone, e quindi dell’intero progetto europeo.

Ad esempio, il principio della “parità di trattamento” sancito dall’articolo 24 della direttiva sulla libera circolazione dei cittadini UE, o ancora, il principio secondo cui ogni persona ha diritto alle prestazioni familiari “anche per per i membri della famiglia residenti in un altro Stato membro" (art. 67 del regolamento UE 883/2004 sul coordinamento della sicurezza sociale).

Simili restrizioni erano del resto state già introdotte nel 2000 dal Lussemburgo, nei confronti degli studenti figli di lavoratori stranieri in Lussemburgo ma non residenti nel Granducato, fino a quando 600 di loro hanno introdotto nel 2012 un ricorso davanti al Tribunale amministrativo lussemburghese. Il risultato è stato che nel 2013 la Corte di giustizia dell'Unione europea ha ordinato il ritiro delle misure restrittive, dicendo per l'ennesima volta che i lavoratori migranti “godono degli stessi vantaggi fiscali e sociali che i lavoratori nazionali” (art. 7.2 del regolamento UE 492/2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori).

E del resto, l’applicazione eventuale di simili regole restrittive avrebbe solo un effetto demagogico. Il reale impatto sulle finanze sarebbe infatti trascurabile: in Germania, dei 14 milioni di bambini aventi diritto alle prestazioni familiari, solo lo 0,6% vive all'estero. Tuttavia, questo può avere un impatto disastroso sulle famiglie dei migranti, come ad esempio i circa 144.000 lavoratori polacchi che vivono in Germania e hanno almeno un figlio a carico ancora residente in Polonia. Oss. Inca

 

 

 

 

Polemiche in Germania sull’aereo malese, “Berlino non avvertì dei rischi”

 

Tre jet tedeschi sull’Est dell’Ucraina poco prima che un missile abbattesse il Boeing Malaysia – di LUIGI GRASSIA

 

Altre sciagure aeree hanno rapidamente oscurato il ricordo del Boeing 777 della Malaysia Airlines abbattuto sull’Ucraina nel luglio scorso, ma restano aperte due questioni: 1) chi ha lanciato il missile, i ribelli russi o le forze ucraine? e 2) com’è possibile che alcuni aerei civili sorvolassero quella zona pericolosa, mentre altri lo evitavano? 

 

La risposta alla prima domanda è affidata a un’inchiesta delle autorità olandesi (competenti perché l’aereo era decollato da Amsterdam). L’inchiesta è tuttora in corso. Ma non va dimenticato il secondo risvolto. In occasione di quella tragedia abbiamo scoperto che ci sono compagnie aeree che continuano a volare sulle zone di guerra (Ucraina, Siria, Iraq e altrove) facendo pagare meno e mettendoci meno tempo, mentre altre non lo fanno e così propongono biglietti più costosi per voli più lunghi. I clienti confrontano le offerte e credono di fare un buon affare e magari lo fanno, ma non vengono informati dei rischi. Una volta che un governo dichiara aperto uno spazio aereo al di sopra di una certa quota, come sull’Ucraina, non esiste un’autorità internazionale che imponga a tutti che cosa fare e che cosa no; tutto è affidato alle scelte contraddittorie dei governi e delle compagnie aeree.  

 

A ricordarcelo è una notizia di oggi in arrivo dalla Germania. Alcuni giornali riferiscono che il governo tedesco aveva ricevuto dai suoi servizi segreti l’avvertimento che volare sull’Ucraina orientale era estremamente pericoloso, nonostante il via libera delle autorità ucraina sopra i 10 mila metri, ma Berlino non prese provvedimenti, e non passò nemmeno l’informazione alla compagnia di bandiera Lufthansa, e così prima dell’abbattimento dell’aereo malese avevano sorvolato la zona ben tre aerei tedeschi. C’era la convinzione che volando sopra i 10 mila metri di quota si fosse al di fuori della portata delle armi anti-aeree; ma l’aereo malese fu colpito al di sopra di quella quota, dove volavano anche i jet della Lufthansa. 

 

In Germania si polemizza su che cosa sia successo di preciso: l’intelligence tedesca afferma di aver fatto il suo dovere, la Lufthansa di non aver avuto informazioni. Ma a parte la polemica interna tedesca, che in Italia può interessare fino a un certo punto, è inquietante la questione generale su chi decide se far passare o no un aereo su una zona di guerra e sul diritto dei passeggeri a essere informati.  LS 28

 

 

 

 

Germania, il presidente viene incontro alla Grecia: "Giusto risarcire per crimini Terzo Reich"

 

Joachim Gauck è il primo leader tedesco ad ammettere la necessità di un risarcimento per "le distruzioni in tutta Europa". Ma precisa: "Non pagamenti di danni di guerra". Segnali distensivi da Bruxelles sul rischio default, per Juncker Atene "resta parte integrante dell'Eurozona" – di ANDREA TARQUINI

 

BERLINO  -  Due cauti ma importanti segnali positivi per la Grecia nello spazio di poche ore. Prima il capo dello Stato tedesco, Joachim Gauck, ha parlato dell'opportunità di una qualche forma di compensazione o risarcimento morale della Germania verso Atene per i crimini compiuti dal Terzo Reich durante l'occupazione nazista. Poi il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha affermato che la Grecia deve impegnarsi seriamente e concretamente per dure riforme, ma che non ci sarà default e la Repubblica ellenica è e resterà membro dell'eurozona.

 

Joachim Gauck, pastore protestante ed ex dissidente nella Germania est, ha preso posizione in una lunga intervista uscita sul quotidiano liberal di Monaco Sueddeutsche Zeitung. Noi tedeschi, egli ha detto, "non siamo solo quelli che siamo oggi, bensì siamo anche i discendenti di coloro i quali nella seconda guerra mondiale sparsero la distruzione in tutt'Europa, tra l'altro anche in Grecia, e di queste cose a lungo eravamo vergognosamente poco consapevoli". E' dunque importante, egli ha aggiunto, "se un paese consapevole della sua Storia come è il nostro riflette su quali possibilità di compensazione o risarcimento possano esserci". La mia posizione sul piano del diritto internazionale, aggiunge subito Gauck, non è diversa da quella del governo federale: io rifiuto l'idea di pagamenti di danni di guerra. "Però seguo con interesse la discussione su diverse proposte avanzate per rispondere al bisogno di una compensazione e di gesti morali e di risarcimento, un bisogno sentito da molti greci... mi auguro anche che il governo greco faccia una politica di impegni più concreti".

 

Quanto a Juncker, in dichiarazioni al sito tedesco Rp. online egli ha detto che "la Grecia ha ancora un lungo cammino davanti, e non abbiamo ancora chiarezza sui concreti progetti di riforma, ma va nella giusta direzione. Ciò che posso dire ora è che in Grecia non ci sarà default: è e resta parte integrale dell'Eurozona". Atene comunque,

ha aggiunto il presidente della Commissione europea, "deve mantenere gli impegni presi con l'Eurogruppo e senza dubbio impegnarsi in una politica fiscale e finanziaria credibile e sostenibile; se vogliono attuare le promesse elettorali, devono essere finanziate di conseguenza".  LR 2

 

 

 

 

 

Che succede al consolato di Basilea?

 

BASILEA - “Da tempo ormai raccogliamo tra i connazionali della Circoscrizione consolare di Basilea lamentele e proteste per le modalità introdotte per contattare gli uffici: è praticamente impossibile telefonare ai funzionari consolari negli orari d’apertura; è una scommessa, il più delle volte persa, prenotare gli appuntamenti online; per il rilascio del passaporto o della carta d’identità bisogna mettere in conto attese bibliche”. A scrivere è Cesidio Celidonio, Coordinatore di Sinistra Ecologia Libertà in Svizzera, che dalla newsletter di partito critica duramente la gestione del Consolato e la sua assenza alla cerimonia del 25 aprile.

Sul fronte “disservizi”, Celidonio annovera anche “i toni poco gentili e talvolta arroganti di alcuni impiegati. Resta poi ancora vivo il malessere per la chiusura del sabato mattina, che tradizionalmente permetteva a molti connazionali di recarsi in Consolato. Insomma al Consolato di Basilea, da alcuni mesi a questa parte le cose proprio non vanno. Crediamo che sia ora di far sentire la nostra protesta e richiamare in primo luogo l’attuale staff del Consolato, chiamato a svolgere un servizio alla comunità, a rivedere radicalmente modalità organizzative e forme di comunicazione, adeguandoli alle esigenze dei nostri connazionali”.

Quanto al 25 aprile, con rammarico l’esponente di Sel in Svizzera ricorda che “da decenni eravamo abituati ad essere invitati dal Consolato di Basilea alla celebrazione della Festa della Liberazione, come del resto è sempre avvenuto per tutte le ricorrenze nazionali. Quest’anno no. Il Consolato di Basilea ha saltato questa ricorrenza istituzionale. Eppure, in occasione di un anniversario importante come il 70°, in un contesto sociale e culturale in cui la memoria tende ad affievolirsi, è compito di tutte le nostre istituzioni richiamare gli italiani a riflettere sulle radici e sui principi costituzionali della nostra Repubblica. Lo ha fatto il Parlamento con una cerimonia molto evocativa, lo sta facendo egregiamente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con il suo richiamo forte ai valori fondanti e più che mai attuali della Resistenza e della lotta partigiana, che mai e poi mai può essere equiparata alle campagne di quanti fino alla fine difesero il fascismo”.

“Il Consolato di Basilea – conclude – si è sfilato dalle cerimonie di quest’anno. Ci dispiace. E magari restiamo in attesa di qualche spiegazione. Ma intanto la stonatura, anche rispetto ad altri importanti Consolati in Svizzera, si è notata molto”. (aise 28) 

 

 

 

 

Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) è sconcertato dalle conclusioni del Consiglio Europeo straordinario

 

Il controllo delle frontiere resta prioritario rispetto alla ricerca e salvataggio in mare

 

ROMA - Il CIR è sconcertato per le conclusioni del Consiglio Europeo straordinario il cui obiettivo era prevenire le morti in mare dei rifugiati, richiedenti asilo e migranti.

L’unica novità introdotta - è detto in una comunicato - è l’aumento della dotazione finanziaria di Triton che viene portata a 9 milioni di euro, cifra che ripartita tra i 28 Stati dell’Unione corrisponde alla ridicola somma di 321mila euro ognuno. Ma il mandato di Triton non è stato rivisto e rimane quindi centrale sia il controllo delle frontiere, prioritario rispetto alla ricerca e salvataggio in mare, sia il limite del raggio di azione circoscritto a 30 miglia dalle coste Italiane. Il CIR è gravemente preoccupato che con questi presupposti Triton non possa adeguatamente sostituire Mare Nostrum garantendo una effettiva sicurezza per i migranti e rifugiati che attraversano il Mediterraneo.“Ci saremmo aspettati come minimo risultato, una piena assunzione di responsabilità in materia di soccorso e ricerca in mare con l’ampliamento del mandato di Triton. Avere più soldi e più navi, ma piazzate a 30 miglia dall’Italia e non in acque internazionali o a ridosso della Libia, non vuol dire avere la capacità di realizzare efficaci operazioni di salvataggio” dichiara Roberto Zaccaria Presidente del CIR.

Della protezione dei rifugiati e dei migranti nelle conclusioni non c’è alcuna traccia. Solamente la previsione di stabilire un programma di reinsediamento su base volontaria per 5mila rifugiati riconosciuti.  “L’Europa lancia allarmi con Frontex parlando di un milione di profughi pronti a “invadere” le nostre coste, ma risponde da una parte rinforzando le misure per prevenire le migrazioni irregolari e dall’altro prevedendo di far entrare in modo protetto la irrisoria cifra di 5mila persone. Che fine faranno gli altri 955mila? Vogliamo ricordare che lo scorso anno in Italia il 60% delle persone che ha richiesto asilo, dopo una rigida procedura, è stata riconosciuta bisognosa di protezione e che tra le prime nazionalità di quanti sbarcano nel nostro Paese ci sono Eritrei e Siriani? Pensare alla distruzione delle barche e al mandato dato all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri  per esplorare tale opzione è ridicolo sia in termini di reale fattibilità, come molti esperti militari stanno dicendo in queste ore, sia in termini di salvaguardia delle vite umane. Se impediamo loro di venire e non gli offriamo alternative, magari non li vedremo morire nel Mediterraneo, ma moriranno comunque: in Libia, Siria, Eritrea o in viaggi ancor più disperati.

L’Europa - secondo il Consiglio Italiano per i Rifugiati -  non ha fatto l’unica cosa realmente importante per salvare la vita dei profughi e dei migranti: permettere vie alternative e sicure di accesso. Misure che esistono e sono realizzabili: canali e visti umanitari, domande d’asilo da paesi terzi, un massivo programma di reinsediamento. Ma anche una diversa politica in termini di visti d’ingresso per motivi di lavoro.” dichiara Christopher Hein direttore del CIR.

Sul superamento del Sistema Dublino, il CIR è convinto che non ci possa essere un sistema rigido di distribuzione all’interno dell’Europa, ma l’unica via possibile è una condivisione di responsabilità sulla base dei legittimi interessi dei richiedenti asilo e dei loro legami già esistenti.  (Inform 27)

 

 

 

 

 

Cir. “Discreta soddisfazione” per l’approvazione della risoluzione del Parlamento Ue. “Potrebbe segnare un cambio di rotta”

 

ROMA – “Discreta soddisfazione” del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) per l’approvazione, ieri, della risoluzione congiunta del Parlamento Europeo sulle tragedie nel Mediterraneo a seguito dell’ecatombe del 19 aprile. “Finalmente – commentano dal Cir - si parla di visti umanitari che dovrebbero essere rilasciati a persone che hanno bisogno di un paese di asilo”. E “anche l’auspicata concessione di protezione temporanea in tutta l’Unione Europea  - con i suoi meccanismi di ingresso regolare già previsti dalla normativa europea mai attivata prima e che potrebbe essere applicata innanzitutto ai rifugiati siriani - potrebbe dare un segnale importante per creare finalmente alternative al dramma dei barconi e della perdita di vite umane sulla via verso l’Europa. Anche grazie a questi punti la risoluzione va ben avanti rispetto alle decisioni prese dai capi di governo del Consiglio Europeo del 23 aprile”.

Per il Cir “creano speranza anche le parole del presidente del Consiglio Europeo Juncker che parlano di aprire porte di ingresso regolare per arrivare in modo sicuro in Europa”. Per il Cir “dopo anni di discussione, proposte e studi di fattibilità che non hanno mai trovato una vera risonanza politica, né azioni concrete, la risoluzione adottata in larghissima maggioranza potrebbe segnare un cambio di rotta”.

“Tuttavia tra intenzioni e azioni il passaggio non è scontato”, avverte Christopher Hein direttore del Cir, facendo osservare che “alla fine non saranno né il Parlamento Europeo né la Commissione ad avere il potere di aprire le porte, ma i Governi degli Stati membri che, purtroppo, non hanno incluso nell’agenda approvata pochi giorni fa proprio le proposte più rilevanti di questa risoluzione”. “La società civile europea e i mass media non devono stancarsi di esigere che rapidamente siano intraprese azioni che possano effettivamente prevenire nuove tragedie e l’aumento dei morti nel Mediterraneo”, conclude Hein. (Inform 30)

 

 

 

 

App per l’assistenza sanitaria all’estero

 

ROMA - Rendere più accessibile e semplice per i cittadini l'assistenza sanitaria all'estero. È questo l'obiettivo che il Ministero della Salute intende perseguire con la brochure "Mobilità Sanitaria Internazionale" e la app per mobile "Se Parto per...".

Si tratta di due strumenti realizzati nell'ambito del Progetto "EESSI" ("Electronic Exchange of social Security Information") finanziato dalla Commissione europea.

La brochure "Mobilità Sanitaria Internazionale" prodotta in 100mila copie e già distribuita a tutte le Asl spiega come informarsi prima di partire, cosa portare con se, cosa è "EESSI" oltre a presentare la app "Se parto per...", un'evoluzione per mobile dell'applicazione già disponibile e tra le più consultate nel portale del Ministero della salute da alcuni anni.

Solo una corretta informazione dei cittadini che si spostano all'interno dei Paesi Ue e di qualsiasi altro Paese del mondo può garantire, infatti, il pieno esercizio del diritto di circolazione e di soggiorno, in termini di sicurezza sociale, nei Paesi diversi da quelli di origine.

La app "Se parto per...", nella versione mobile, è una guida interattiva che permette a tutti gli assistiti (cioè tutti coloro che sono iscritti e a carico del Servizio Sanitario Nazionale - SSN) e a tutti gli operatori sanitari: di avere informazioni sul diritto o meno all'assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo, come ottenere assistenza, a chi rivolgersi e come richiedere eventuali rimborsi; consultare la Directory pubblica contenente tutte le istituzioni europee coinvolte nell'erogazione dei servizi di sicurezza sociale (non solo per l'assistenza sanitaria) realizzata da EESSI; consultare direttamente la normativa comunitaria e italiana attualmente vigente, tutto direttamente dal proprio dispositivo mobile, ovunque ci si trovi e con la possibilità di salvare le proprie ricerche. (aise 27) 

 

 

 

 

 

 

Libia e Migranti. Si oscilla ancora fra intervento e mediazione

 

Per contrastare il traffico criminale di emigranti dalle coste della Libia, il Consiglio europeo del 23 aprile ha preso decisioni che il premier Renzi ha definito “clamorose”, ma che in realtà, almeno per ora, danno un contributo insoddisfacente e poco tempestivo alla soluzione della questione.

 

Vengono triplicati i fondi per la missione Triton, una missione che nondimeno appare intrinsecamente inefficace sia a salvare vite sia a fermare il traffico. La missione di polizia internazionale volta a colpire basi e mezzi dei trafficanti sarà riconsiderata in base ai risultati di un mandato sulla sua fattibilità affidato all’Alto Rappresentante Mogherini in ambito Onu.

 

Per quanto riguarda una più equa ripartizione del fardello di rifugiati fra i paesi membri, nessuna decisione è stata presa e gli umori sono negativi.

 

Una grave crisi che non sembra ricomporsi

Quali che siano le iniziative che l’Ue vorrà intraprendere, esse dovranno essere attuate nella cornice di una grave crisi in loco che, nonostante i non piccoli successi della mediazione condotta dalle Nazioni Unite fra le parti in lotta, non sembra volersi comporre.

 

Anzi, con l’ingresso in scena del sedicente Stato Islamico, la crisi libica si è complicata e sempre più integrata nei conflitti che scuotono la regione. Come stanno le cose e quali sono le prospettive di una possibile azione internazionale di polizia, come quella che la Mogherini s’appresta a promuovere?

 

La mediazione dell’Onu ha avuto l’effetto di far emergere le forze moderate di entrambe le coalizioni. Tuttavia, mentre c’è un’apprezzabile convergenza fra partiti e parlamentari verso il proposito di raggrupparsi nella Camera dei Deputati eletta nel 2014 per poi procedere a una riforma istituzionale complessiva, a livello di governi la convergenza manca. C’è, al contrario, una chiara tensione.

 

Il governo rivoluzionario di Tripoli appoggia la mediazione e tratta concretamente per la costituzione di un governo di unità nazionale. In questo quadro, i rivoluzionari hanno silurato il primo ministro al-Hassi, che non lo voleva, ridimensionando nettamente l’influenza dei Fratelli Musulmani, e hanno inviato le loro forze militari ad assediare Sirte, nel frattempo caduta nelle mani del Califfato.

 

Di contro, il governo conservatore di Tobruk, sebbene partecipi all’attività diplomatica che fa capo alla mediazione, continua in realtà a considerarsi come il solo legittimo governo della Libia e vede i rivoluzionari di Misurata alla stessa stregua delle milizie integraliste, cioè come islamisti terroristi.

 

Perciò ha mandato il generale Heftar a riconquistare Tripoli “manu militari” e chiede il sostegno politico e militare dell’Occidente e della Lega araba, con la sua nuova forza militare congiunta, per ristabilire la legittimità in Libia. Si sta cercando di farlo nello Yemen: al Thani ha reclamato coerenza.

 

Le convergenze dell’Ue più con Misurata che con Tobruk

Dunque, in Libia Europa e Occidente convergono di fatto con Misurata piuttosto che con Tobruk. Al contrario nella regione sono alleati con la coalizione araba che appoggia Tobruk nel quadro della comune lotta contro il terrorismo (e anche qui al Thani reclama coerenza).

 

Nella regione un sostegno particolare e cospicuo è fornito dall’Occidente all’Egitto di al-Sisi, che riceve un forte aiuto economico dal Golfo e armi e affari da Usa, Russia, Francia e Italia ed è fortemente schierato con Tobruk.

 

In questo quadro, è difficile per l’Occidente portare Tobruk alla trattativa con Misurata. Di fatto, l’appoggio dell’Occidente a una soluzione politica della crisi libica attraverso la mediazione dell’Onu è indebolito dall’assetto delle alleanze regionali nonché dai fini diversi che l’Occidente persegue in Libia (dove si distingue fra islamisti e islamisti) e nella regione (dove la tendenza è a mettere tutti gli islamismi nello stesso fascio).

 

Mancanza governo unità nazionale pone ostacoli

Questa situazione rende oggettivamente complicata un’azione di polizia internazionale come quella che Mogherini ha avuto il mandato di promuovere. Sia la legalità sia l’efficacia della missione richiedono l’esistenza di un governo libico di unità nazionale. Ma le alleanze regionali ostacolano il varo di tale governo. L’Occidente appoggia il governo di unità nazionale ma questo appoggio è indebolito dalle sue alleanze nella regione.

 

In queste condizioni, anticipare l’esecuzione di una missione militare in assenza di un governo di unità nazionale potrebbe ulteriormente allontanare la prospettiva che tale governo si formi, perché entrambe le parti vedrebbero la missione come un favore fatto all’altra. Il quadro Onu non servirebbe e non basterebbe a dare neutralità politica alla missione agli occhi dei libici.

 

Perciò, mentre appare utile e doveroso che Mogherini vada a New York a perorare la missione, la strada maestra per la soluzione della crisi libica resta quella della mediazione e, allora, è necessario che la politica occidentale si affretti a stabilire una maggiore coerenza e un migliore equilibrio fra i suoi obiettivi regionali e quelli libici, a cominciare dal Cairo.

 

Non deve abbandonare le sue alleanze regionali, ma deve chiedere agli alleati, in cambio del suo appoggio in Iraq, in Siria e nello Yemen, una maggiore considerazione per gli obiettivi che ha in Libia.

Roberto Aliboni. consigliere scientifico dello IAI. AffInt 27

 

 

 

 

Gli orizzonti

 

Dato che manca per davvero la volontà d’aggiornare la legge elettorale italiana, siamo a proporre ai politici d’adoperarsi, almeno, per garantire alcuni aspetti fondamentali che interessano i Connazionali all’estero. L’impegno non può che essere generale, giacché gli eletti nella Circoscrizione Estero, se tale rimarrà, andranno a confluire nei Partiti già in essere in Patria e, di conseguenza, con scarse possibilità d’avere un’effettiva rappresentanza in Parlamento circa i reali problemi che sono propri di chi è italiano e vive fuori dai confini nazionali. Sono anni che proponiamo una presa di coscienza in tal senso.

 Una premessa ci sembra, però, importante per evitare di confondere i “desiderata” a tutti i livelli politici. Intanto, chi vive all’estero non ha un’informazione capillare su quanto succede in Patria. Se è vero che la legge non ammette ignoranza, è anche lapalissiano che la nostra Comunità nel mondo debba essere messa nelle condizioni d’avere informazioni certe e di facile comprensione. Insomma, l’informazione ha da essere automatica e gestita, magari Via Internet, dai Consolati. Ci sono, infatti, delle notizie più pertinenti alla nostra umanità migrata, che nei confronti di chi è residente nel Bel Paese. Quindi, non è una questione di “favoritismo” che chiediamo, ma una differente gestione delle “notizie”.

 Evidenziando, oltre confine, quelle che potrebbero avere un seguito per chi non vive nella Penisola. Certo è che non è facile dare a ciascuno il suo. L’Emigrazione italiana si è sviluppata a diversi livelli nel mondo. Ne consegue che le esigenze degli italiani d’oltre frontiera restano differenti. Ma quelle a livello nazionale sono comuni.

Peccato che i politici, di ieri e d’oggi, pur ben sapendolo, hanno preferito ignorare una realtà che è la “croce” di milioni d’italiani nel mondo. La Circoscrizione Estero era, e rimane, un palliativo . Gi “Onorevoli”, che vengono da lontano, possono ben poco proprio perché inseriti nei programmi e nei progetti dei soliti partiti dei quali fanno parte. Sempre che, poi, ritengano opportuno cambiare di “sito” politico o confluire nel gruppo parlamentare misto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Sotto la lente del diritto internazionale

 

La commemorazione del centenario del genocidio armeno avrebbe potuto costituire per la Turchia un’occasione per riconoscere quell’immane tragedia che, durante la prima guerra mondiale, portò alla quasi totale scomparsa della minoranza armena dall’Impero ottomano. Nessun riconoscimento è invece giunto dal Governo turco, fermo nella propria posizione negazionista.

 

Si stima che circa un milione e mezzo di persone abbiano trovato la morte nell’ambito del piano diretto alla cancellazione della presenza armena dal territorio dell’Impero, orchestrato dal movimento nazionalista dei Giovani Turchi all’epoca al potere e attuato mediante massacri, deportazioni, violenze sistematiche, sottoposizione a condizioni di vita inumane e altri atti volti a provocare l’eliminazione fisica degli armeni.

 

Il genocidio è commemorato ogni anno in Armenia e in diversi altri Paesi il 24 aprile, in ricordo del giorno in cui nel 1915 molti intellettuali e notabili armeni furono arrestati a Costantinopoli e trasferiti in centri di detenzione, dove vennero in seguito uccisi: evento che segnò l’inizio della campagna di distruzione della comunità armena nell’Impero ottomano.

 

La posizione turca

La dura reazione del presidente turco Recep Tayyip Erdo?an al riconoscimento del genocidio da parte di Papa Francesco, durante la messa in San Pietro del 12 aprile scorso, ha riacceso i riflettori su una pagina nera del proprio passato con cui la Turchia si rifiuta ancora di fare i conti.

 

In un messaggio formulato il 24 aprile 2014, Erdo?an, allora primo ministro, porse per la prima volta le proprie condoglianze ai discendenti delle vittime, inquadrando tuttavia le atrocità subite dagli armeni nell’ambito delle sofferenze patite da tutti i cittadini dell’Impero negli ultimi anni della sua esistenza. La posizione turca è infatti che non si sia trattato di genocidio.

 

La Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio

Occorre precisare che all’epoca dei fatti il termine genocidio non esisteva nemmeno. Questo fu coniato dal giurista polacco Raphael Lemkin nel 1944. Ad una definizione del genocidio si arrivò nel 1948, quando nell’ambito delle Nazioni Unite fu adottata la Convenzione sulla prevenzione e repressione del crimine di genocidio.

 

Secondo la Convenzione, la commissione di un genocidio richiede l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso e può avvenire mediante i seguenti atti: uccisione di membri del gruppo; inflizione di gravi sofferenze fisiche o psichiche a membri del gruppo; sottoposizione del gruppo a condizioni di vita dirette a provocarne la distruzione fisica in tutto o in parte; imposizione di misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di bambini del gruppo ad un altro gruppo.

 

Il trattato di Sèvres

Peraltro, già il 24 maggio 1915 le Potenze alleate condannarono i massacri nei confronti degli armeni, qualificandoli come “crimini contro l'umanità”, e annunciarono di ritenerne personalmente responsabili tutti i membri del Governo ottomano.

 

Nel trattato di pace firmato a Sèvres nel 1920, la Turchia si obbligò a consegnare alle Potenze alleate gli individui che esse ritenessero “responsabili dei massacri commessi durante lo stato di guerra” nel territorio dell’Impero. Questi avrebbero dovuto essere processati da tribunali istituiti dalle Potenze alleate, salvo che nel frattempo la Società delle Nazioni non avesse creato un tribunale competente a giudicarli (art. 230).

 

Il Trattato di Sèvres, tuttavia, non entrò mai in vigore. Nel 1923, fu concluso a Losanna un nuovo trattato di pace, che non incorporò le disposizioni in questione.

 

Il riconoscimento del genocidio

Il genocidio armeno è stato riconosciuto dai Governi e/o dai Parlamenti di numerosi Stati, tra cui la Francia, la Grecia, l’Olanda, la Svezia e l’Argentina.

 

Il Parlamento europeo lo ha riconosciuto per la prima volta nel 1987. Nella relativa risoluzione, richiamata in quella adottata il 15 aprile scorso, è opportunamente sottolineato che la Turchia attuale non può essere ritenuta responsabile per le atrocità subite dagli armeni nell’Impero ottomano e che pretese risarcitorie nei suoi confronti non possono derivare dal riconoscimento del genocidio come fatto storico.

 

È questo un punto che il Governo turco non ha evidentemente afferrato, se ancora il 15 aprile, riferendosi al genocidio armeno, Erdo?an ribadiva che la Turchia non avrebbe mai accettato “una tale macchia”.

 

Alla luce di ciò, la proposta, da lui stesso formulata l’anno scorso, di una commissione storica, composta da studiosi turchi, armeni e di Stati terzi, che ricostruisca i fatti sembra essere solo un espediente per cercare di evitare la condanna della comunità internazionale e, di fatto, non è stata finora seguita da passi concreti.

 

Il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Ankara appare in ogni caso indispensabile per la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia, che è a sua volta ritenuta importante ai fini dell’ammissione della Turchia nell’Unione europea, come sottolineato da una portavoce dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini. Un cambiamento di passo da parte del Governo turco sulla questione potrebbe pertanto contribuire a dare nuovo impulso ai negoziati sull’ammissione.

 

L’Italia, che è un importante partner commerciale di Ankara, invece di limitarsi alle prudenti dichiarazioni dei giorni scorsi nel timore di ritorsioni turche, potrebbe utilizzare la propria posizione per esercitare una sapiente azione diplomatica diretta a favorire tale cambiamento. Naturalmente, occorrerebbero volontà politica e persone capaci.  Marina Mancini. AffInt 23

 

 

 

 

 

Legge elettorale: gli elementi qualificanti del testo già approvato dal Senato e all'esame dell’Assemblea

 

Sarà consentito ai cittadini temporaneamente all'estero per motivi di studio lavoro o cure mediche di votare per corrispondenza nella circoscrizione Estero

 

ROMA - L'Assemblea della Camera ha avviato l'esame della proposta di legge di riforma del sistema di elezione della Camera dei Deputati. Il testo all'esame è stato già approvato dal Senato in prima lettura e non modificato dalla I Commissione in sede referente.

Gli elementi qualificanti del nuovo sistema elettorale (A.C. 3-bis-B) sono i seguenti:

- la suddivisione del territorio nazionale in 20 circoscrizioni elettorali, corrispondenti alle regioni, divise a loro volta in complessivi 100 collegi plurinominali;

- a ciascun collegio è assegnato un numero di seggi compreso tra tre e nove. La determinazione dei collegi è disposta con un decreto legislativo del Governo, da emanare secondo i princìpi e i criteri direttivi stabiliti dalla legge entro il termine di 90 giorni;

- disposizioni speciali riguardano le circoscrizioni Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige, nelle quali sono costituiti collegi uninominali;

- i seggi sono attribuiti alle liste su base nazionale;

- accedono alla ripartizione dei seggi le liste che raggiungono la soglia del 3 per cento dei voti validi su base nazionale (oltre, a determinate condizioni, alle liste rappresentative di minoranze linguistiche);

- alla lista che ottiene almeno il 40 per cento dei voti validi su base nazionale sono attribuiti 340 seggi;

- qualora nessuna lista raggiunga la soglia del 40 per cento si procede a un turno di ballottaggio tra le due liste con il maggior numero di voti;

- alla lista che prevale nel ballottaggio sono attribuiti 340 seggi;

- non è prevista la possibilità per le liste di collegarsi in coalizione e non è consentita nessuna forma di apparentamento o collegamento fra liste tra i due turni di votazione;

- i seggi sono successivamente ripartiti nelle circoscrizioni, in misura proporzionale al numero di voti che ciascuna lista ha ottenuto;

- si procede infine alla ripartizione dei seggi nei collegi plurinominali delle circoscrizioni, anche in tal caso in misura proporzionale al numero di voti ottenuto da ciascuna lista;

- viene introdotto l'obbligo per i partiti che intendono partecipare alle elezioni di depositare lo statuto;

- le liste elettorali sono formate da un candidato capolista e da un elenco di candidati; l'elettore può esprimere fino a due preferenze, per candidati di sesso diverso (cd. ‘doppia preferenza di genere'), tra quelli che non sono capolista: sono infatti proclamati eletti dapprima i capolista nei collegi (cd. capolista ‘bloccati'), e successivamente, i candidati che hanno ottenuto il maggior numero di preferenze;

- con la finalità di promuovere le pari opportunità tra donne e uomini nell'accesso alle cariche elettive, i candidati devono essere presentati - in ciascuna lista - in ordine alternato per sesso; al contempo, i capolista dello stesso sesso non possono essere più del 60 per cento del totale in ogni circoscrizione; nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista, inoltre, nessun sesso può essere rappresentato in misura superiore al cinquanta per cento;

- nessuno può essere candidato in più collegi, neppure di altra circoscrizione, ad eccezione dei capolista, che possono essere candidati, al massimo, in 10 collegi;

- sono stabilite modalità per consentire ai cittadini temporaneamente all'estero per motivi di studio, lavoro o cure mediche di votare per corrispondenza nella circoscrizione Estero nonché agli elettori appartenenti alle Forze armate ed alle Forze di polizia, impegnati nelle missioni internazionali, di votare secondo le modalità che saranno definite di intesa tra i ministri competenti.

Le nuove disposizioni per l'elezione della Camera dei deputati si applicano a decorrere dal 1° luglio 2016. (Inform 28)

 

 

 

 

Una proposta

 

Tra i tanti problemi che interessano il Bel Paese, spicca anche quello della nostra Rappresentatività all’estero. Funzione che è svolta, a livello internazionale, dai Com.It.Es.  (Comitati degli Italiani all’Estero). A livello nazione, dal CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero). Questo è quanto. Già da qualche tempo, però, abbiamo rilevato che non esiste più sinergia tra “periferia” (Com.It.Es.) e “centro” (CGIE). Del resto, queste strutture hanno, di fatto, necessità di profondi rinnovamenti.

 

Quindi, resta ancora immutato quel cordone ombelicale che era nato per l’aggiornamento correlato alle problematiche che interessano la nostra Comunità nel mondo e gli Organismi politici e amministrativi nazionali. Ora, la necessità di un adeguamento s’è fatta evidente; anche se si stenta ad assumere delle posizioni univoche su come dovrebbe essere gestita la “Rappresentatività”, in Patria, dei Connazionali all’estero. Intanto, ci sarebbe da rivisitare i ruoli dei Com.It.Es.; evidenziando alcune specifiche funzioni consultive che oggi proprio non sono né ipotizzate, né favorite.

 

Anche il CGIE, struttura che rappresenta gli italiani nel mondo presso il MAECI (Ministero degli Affari Esteri e Collaborazione Internazionale), ha palesato espressive mancanze. In buona sintesi, queste strutture dovrebbero essere aggiornate. Non tanto nelle sigle, quanto nei contenuti. I Candidati al CGIE dovrebbero essere unicamente italiani residenti all’estero. Nessuno di nomina governativa. Questo sul piano organizzativo generale. Nello specifico, ma lo scriviamo da anni, il CGIE potrebbe essere sostituito dall’Ufficio per le Politiche Sociali degli Italiani nel Mondo (UPSIM) struttura indipendente dal MAECI e di pertinenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

Il ruolo dei Membri UPSIM dovrebbe essere discusso da un’Assemblea plenaria straordinaria, dopo la nomina di un Comitato di Presidenza, affiancata da una Segreteria per i riscontri burocratici. L’UPSIM potrebbe avere i mezzi per esercitare un potere consultivo vincolante su tutti i provvedimenti discussi in Parlamento e coinvolgenti la nostra Comunità oltre frontiera. Proprio per evitare “interferenze” politiche, l’UPSIM risponderebbe, appunto, unicamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Mentre i Com.It.Es., una volta riformati, potrebbero interagire su delega dei nostri Uffici consolari. Il tutto, ovviamente, tramite una legge quadro.

 

Queste, a grandi linee, la nostra proposta che i politici, volendolo, potrebbero dibattere senza, però, variarne lo spirito applicativo. Un aggiornamento della rappresentatività correlata agli italiani nel mondo è opportuno e concretamente possibile. Ora la questione passa all’accortezza parlamentare. Giorgio Brignola

De.it.press

 

 

 

 

 

Un primo Maggio diverso. L'Expo può diventare lo spazio pensante della solidarietà mondiale

 

Milano e l'Italia sotto i riflettori. L'auspicio del premier Renzi: "Oggi inizia il domani dell'Italia". Ma il segno più profondo lo lascia Papa Francesco con il suo farsi voce dei poveri del mondo che "con dignità cercano di guadagnarsi il pane col sudore della fronte". La soddisfazione per l'avvio, dopo tante difficoltà, è oscurata dalle violenze dei "black bloc" nel centro della città - Gianni Borsa

 

Expo Milano 2015, che ha preso avvio il 1° maggio con la cerimonia inaugurale nell’area di Rho Fiera, è un evento realmente globale. A pochi minuti dal centro del capoluogo lombardo si estende una gigantesca area espositiva che accoglie i padiglioni di 145 Paesi, fra cui quello della Santa Sede, di tre organizzazioni internazionali (Onu, Ue e Cern), di una decina di espressioni della società civile, del lavoro e del volontariato, comprese Caritas Internationalis e la Casa Don Bosco dei Salesiani. Già ieri questa vetrina planetaria, dedicata al tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, ha visto la presenza di 200mila visitatori: nelle più rosee previsioni potrebbero salire, nei sei mesi di esposizione, a 20 milioni.

All’Expo s’incrociano culture, storie, lingue, produzioni agricole e alimentari di ogni continente. Si mettono a confronto realtà geografiche e stili di vita i più diversi. Tutto ruota attorno al tema generale: il diritto al cibo, che equivale a dire lotta alla fame e alla povertà, a equa ripartizione delle ricchezze prodotte dal lavoro delle donne e degli uomini ad ogni latitudine, dalla fecondità della terra, dall’abbondanza di acqua, dalla forza dell’energia. Produrre in abbondanza, in armonia con il Creato, suddividere secondo necessità, evitare sprechi, rispettare la natura: sono grandi sfide sulla strada dell’umanità che permangono nell’era di internet, dell’Isis, delle migrazioni di massa… Anzi, il diritto al cibo, all’acqua, alla terra da coltivare sono strettamente intrecciati proprio con la modernità, con le tecnologie futuristiche, con la ricerca scientifica, così pure con la democrazia e la pace, con una vita degna, con la possibilità di dare sviluppo a ogni Paese, evitando in questo modo che si debba fuggire dalla propria casa per cercare dignità e futuro in un altrove sconosciuto.

Nel corso della cerimonia d’inaugurazione, è stato Papa Francesco - con un collegamento in diretta televisiva - a mettere a fuoco questi punti fermi. Bergoglio ha parlato “a nome del popolo di Dio pellegrino nel mondo intero” e si è fatto “voce di tanti poveri che fanno parte di questo popolo e con dignità cercano di guadagnarsi il pane col sudore della fronte”. “Vorrei farmi portavoce di tutti questi nostri fratelli e sorelle, cristiani e anche non cristiani, che Dio ama come figli e per i quali - ha detto il Papa - ha dato la vita, ha spezzato il pane che è la carne del suo Figlio fatto uomo. Lui ci ha insegnato a chiedere a Dio Padre: ‘Dacci oggi il nostro pane quotidiano’. L’Expo è un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà”.

Facendo riferimento al tema di Expo, Francesco ha voluto ricordare “i volti di milioni di persone che hanno fame, che oggi non mangeranno in modo degno di un essere umano. Vorrei che ogni persona che passerà a visitare Expo, attraversando quei meravigliosi padiglioni, possa percepire la presenza di quei volti”. Citando il “paradosso dell’abbondanza”, il Papa ha invitato a fare in modo “che questa Expo sia occasione di un cambiamento di mentalità, per smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane - ad ogni grado di responsabilità - non abbiano un impatto sulla vita di chi, vicino o lontano, soffre la fame”.

Ci sarà tempo per verificare se l’edizione milanese dell’esposizione avrà rimesso al centro dell’attenzione questi temi, assieme ad altri evocati nei mesi di preparazione dell’evento e nella stessa cerimonia inaugurale: un reale sviluppo dei Paesi arretrati, la valorizzazione delle risorse ambientali, la sostenibilità dei sistemi di produzione agricola e industriale, il potenziamento delle fonti energetiche con particolare riferimento a quelle rinnovabili; così pure la creazione di sistemi socioeconomici più giusti, il rispetto delle diversità culturali e delle tradizioni alimentari, la valorizzazione del ruolo della donna nel mondo del lavoro, la consegna alle future generazioni di un pianeta salvaguardato.

All’interno di questi elementi che segnano la partenza di Expo, non si possono trascurare due ulteriori sottolineature: una positiva, l’altra purtroppo negativa.

“Siamo pronti alla vita” hanno cantato i bambini del coro che ha fatto risuonare fra i padiglioni l’Inno di Mameli in versione leggermente corretta. Una frase ripresa dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che nel discorso inaugurale ha pure affermato: “Oggi inizia il domani dell’Italia”. Frasi a effetto, certo, ma che vorrebbero trasmettere un incoraggiamento, un “ce la possiamo fare”, in un Paese troppe volte ripiegato su se stesso, sempre alla ricerca di una “svolta”, di un “rilancio”. Il taglio del nastro di Expo mostra, una volta di più, che l’Italia ha in sé energie e capacità troppe volte sottovalutate dagli stessi italiani, e che una sua parte da svolgere sulla scena europea e mondiale. La corsa scomposta a terminare il cantiere di Expo (ancora da completare…), gli intralci sul percorso (dalle liti politiche alle tangenti e al malaffare ruotati attorno agli appalti), non hanno impedito di mostrare ai 145 Stati ospiti l’eccellenza tricolore e la capacità del Belpaese di stare al passo coi tempi. Questo è un buon segnale. 

La nota negativa è invece rappresentata dai gravi scontri registratisi in città, provocati nel giorno dell’inaugurazione da una folta rappresentanza di “black bloc” snodatisi da un corteo “no Expo”. È ovviamente lecito dirsi contrari all’esposizione universale e a quanto - secondo taluni - essa rappresenta. Non si può invece usare la violenza distruttiva per dar man forte a un’idea. La teoria dello “spacchiamo tutto” è sempre perdente, è solo distruttiva, e occorre rispondervi con assoluta fermezza. Semmai quei giovani violenti nelle strade di Milano chiamano di nuovo in causa la responsabilità educativa e il senso di giustizia intergenerazionale cui le famiglie, la scuola, il mondo del lavoro, la società, la chiesa e la politica sono tenuti, senza giustificazione alcuna. Sir 2

 

 

 

 

Le due carte di Milano che parlano al mondo

 

Si può dire che da venerdì sera esistono due Carte di Milano. La prima, la più nota, è un documento corposo sull’alimentazione e la nutrizione ed esprime le idee di quanti hanno creduto a un’edizione dell’Expo interamente dedicata al cibo e l’hanno preparata nei suoi contenuti-chiave. È una piattaforma che affronta coraggiosamente alcuni nodi cruciali della vita del pianeta, della sua sostenibilità e li prende di petto.

 

Un esempio si impone su tutti: la popolazione affetta da cattiva nutrizione ammonta nel mondo all’incirca a 805 milioni di persone e coesiste con la cifra-monstre di 2,1 miliardi tra obesi e in sovrappeso. È una contraddizione micidiale che forse più crudamente di altre fotografa le disuguaglianze e i paradossi dell’epoca che viviamo. A tratti la Carta di Milano potrà anche sembrare ingenua - la stessa ingenuità che viene rimproverata a papa Francesco - ma il tentativo che compie va nella giusta direzione. L a Carta punta in prima battuta quantomeno a riavvicinare le grandi istituzioni internazionali ai popoli, a mettere in connessione chi deve produrre soluzioni con chi ha il compito di rappresentare i problemi.

 

La prima Carta di Milano ha anche un altro merito che si può rivelare cruciale dopo l’angoscioso Primo Maggio milanese: contiene al suo interno differenti opzioni e consente quindi una vera dialettica tra gli opposti. Non esiste un pensiero unico dell’Expo come vogliono far credere gli improvvisati critici dell’ultimo momento, dentro la Carta di Milano c’è più coscienza critica di quanta la contestazione contro l’evento milanese sia riuscita finora a produrre.

 

L’impegno di personalità come Vandana Shiva e Carlin Petrini garantisce poi, grazie alla loro comprovata onestà intellettuale, un confronto dagli esiti tutt’altro che scontati. C’è solo da augurarsi che il dibattito sui contenuti abbia il rilievo che merita nei sei mesi dell’Expo e che accenda attorno a sé interesse e - perché no? - contrasto di idee. È obiettivamente vantaggioso per tutti che l’evento milanese non si riveli solo un grande parco divertimenti per adulti e bambini, una sorta di Disneyland in zona Rho-Pero.

 

La seconda Carta di Milano è quella che i cittadini delle strade attorno a piazza Cadorna hanno iniziato a scrivere appena i luoghi della loro vita quotidiana venerdì nel tardo pomeriggio sono state liberati dall’oppressiva presenza dei black bloc. Le valutazioni del giorno dopo ci suggeriscono che le forze dell’ordine hanno fatto bene a muoversi con cautela e ad evitare che potesse accadere l’irreparabile ma l’onta andava lavata. E così è stato, nella maniera più letterale, più spontanea e insieme civile che fosse possibile immaginare. Quella che ci piace pensare come la seconda Carta di Milano ci parla, dunque, dell’orgoglio di una comunità che vanta dietro di sé grandi tradizioni di coesione sociale e altrettanto larghe ambizioni di recitare un ruolo nel mondo di oggi. Le due cose devono andare assieme, non ha senso contrapporle. Non esiste un km zero delle idee.

 

Ai nostri figli vanno date più chance globali ed è questo la modalità moderna per creare coesione sociale. Con tutto il rispetto della tradizione sindacale non è con la moltiplicazione dei tavoli di concertazione e/o degli scioperi che tratterremo in Italia i nostri talenti e sapremo attrarre quelli stranieri. Dobbiamo creare occasioni di crescita economica/culturale e l’Expo, senza volerne esagerare la portata, è una. Quella che abbiamo a disposizione ora e non dobbiamo assolutamente sprecare.

La seconda Carta di Milano è in continuità con la storia di una città che è stata culla dei grandi riformismi del Novecento e che nel secolo nuovo a tratti ci è apparsa spaesata, come bloccata da una sorta di complesso del vorrei-ma-non-posso. È una città che ogni anno puntualmente si accende e si apre al mondo per la settimana del Salone del Mobile e poi soffre di incredibili amnesie.

 

Le responsabilità sono sicuramente di una classe dirigente che non riesce dare continuità alla sua azione, che è globale a singhiozzo. Dalle cose che stanno avvenendo in questi giorni in città però abbiamo la conferma che esiste un serbatoio di valori e di energie ineguagliabili. Grazie a loro Milano è e sarà città aperta. Dario Di Vico, CdS 3

 

 

 

 

 

La legge elettorale. Italicum, in Parlamento la prova del potere

 

Dice Enrico Letta che mettendo la fiducia sull’Italicum il premier rischia di ottenere una «vittoria sulle macerie». Dimentica però che l’intero edificio del governo Renzi è costruito sulle macerie. Le macerie della seconda Repubblica, di una «non vittoria» elettorale della sinistra, e della sentenza della Consulta che rase al suolo il Porcellum. Il ricordo è invece acutamente presente all’opinione pubblica, ed è questo che spiana la strada a Renzi per spianare gli avversari.

A convincere gli italiani non sono infatti gli arzigogoli di esperti professori e inesperti politici, tutti aspiranti capilista bloccati, che magnificano il genio Italicum . La legge è quel che è, uno strano ibrido di proporzionale più premio di maggioranza più ballottaggio, un vero e proprio unicum in Europa. La gente l’ha capito, non applaude nei sondaggi. Ma è forte l’argomento politico di Renzi che suona pressappoco così: o con me o come prima. Mettersi contro questo vento fino a far cadere la legge o a far cadere il governo, richiederebbe un coraggio e un progetto che la minoranza del Pd oggi non ha, anche perché è essa stessa parte delle macerie di cui sopra. Perciò Renzi ricorre alla forzatura estrema del voto di fiducia: impedisce cambiamenti alla legge e mette i dissidenti con le spalle al muro, prendere tutto o perdere tutto. In attesa dunque di seguire gli sviluppi di una partita che pare già giocata, tranne l’incertezza su quanto umiliante e umiliata sarà l’Aula di Montecitorio, è lecito chiedersi che cosa potrà davvero essere questa nuova fase che si aprirà con l’ Italicum , da molti commentatori già definita come l’era del «governo del premier».

In buona parte, sarà ciò che Renzi vorrà che sia. La sua condizione di dominus uscirà infatti rafforzata dall’arma carica di una legge elettorale, che può essere usata in qualsiasi momento, indipendentemente dalle promesse e dalle clausole di salvaguardia. Come nel Regno Unito, dove la Regina scioglie formalmente le Camere ma è il premier a decidere quando, Renzi disporrà della ghigliottina della legislatura. Però il leader dovrà prima o poi scegliere se approfittare delle macerie del sistema politico, regnando sui detriti di un’opposizione frantumata dal nuovo sistema elettorale. Oppure se provare a ricostruire su quelle macerie un sistema parlamentare equilibrato, e che riprenda a tendere verso il bipolarismo e l’alternanza. Renzi avrebbe potuto farlo già ieri, scommettendo su una maggioranza convinta, quella che ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità, invece di coartarla con il voto di fiducia.

Vincere e convincere, come si direbbe nel gergo a lui caro del calcio, è obbligatorio per i grandi leader. D’altra parte nemmeno il rozzo meccanismo dell’ Italicum potrà esentare del tutto dalla ricerca del consenso: nella futura Camera, dove la lista vincente godrà di 340 seggi, basteranno 25 dissidenti per mandarla sotto. Nemmeno il destino di De Gasperi fu messo al riparo da un premio di maggioranza approvato a colpi di voti di fiducia. Antonio Polito, CdS 29

 

 

 

 

 

Italicum, l'Aventino delle opposizioni. Da Sel alla Meloni

 

Nel pomeriggio il governo incassa anche il terzo voto di fiducia sulla legge elettorale. Con qualche voto in meno rispetto alla prima e alla seconda votazione, ma comunque con un margine molto ampio rispetto alle opposizioni. La novità, in vista del voto finale previsto per lunedì nella tarda serata, è la decisione delle opposizioni di imboccare la strada dell'Aventino. Su questa linea si è ritrovato un inedito schieramento che vede assieme la destra di Forza Italia, Fratelli d'Italia, la Lega con l'estrema sinistra di Sel e i Cinquestelle. Lo scopo dell'Aventino  -  se davvero sarà messo in pratica  -  è quello di dimostrare che la legge elettorale passa solo con i voti della maggioranza renziana. Su questa base il fronte antigovernativo intende lanciare  -  su iniziativa del capogruppo grillino  -  una raccolta di firme per l'abrogazione dell'Italicum. Ma le opposizioni guardano con grande interesse a quello che succederà nella minoranza di sinistra del Pd. Brunetta e gli altri sperano che ai 38 dissidenti che non hanno votato le fiducia si aggiungano, almeno in parte, anche i 50 che invece le hanno votate. Mentre Civati annuncia che deciderà se lasciare il partito. Sembra invece perdere terreno la richiesta di voto segreto perché potrebbe alla fine risolversi in un boomerang per le opposizioni. Brunetta teme infatti che coperti dal voto segreto i deputati fedeli a Verdini e al Patto del Nazareno possano tradire il fronte e votare per Renzi. Il premier domani sarà all'inaugurazione dell'Expo. Milano è con il fiato sospeso per timore di violente contestazioni da parte degli antagonisti che già oggi hanno imbrattato di vernice alcuni edifici considerati obiettivi sensibili e hanno spaccato diverse vetrine. Torna in primo piano il dramma della disoccupazione perché secondo i dati Istat ha ripreso ad aumentare. Dopo una leggera inversione di tendenza lo scorso mese di febbraio, a marzo ha toccato il 13 per cento con un tragico 43 per cento per quella giovanile. GIANLUCA LUZI, LR 30

 

 

 

 

 

Stoccolma. La riunione generale della FAIS

 

Stoccolma - “Si è tenuta a Stoccolma presso l’hotel Quality di Nacka l’annuale riunione generale della FAIS. All’evento hanno partecipato tutte le associazione confederate vecchie e due nuove. La riunione si è svolta sabato 18 aprile e ha visto la presenza anche di numerosi ospiti come Bijian Shafiei della Folksam, il Console d’Italia Patrizia Bancale, la direttrice dell’istituto italiano di cultura Virginia Piombo, la rappresentante dell’INCA Isabella Giannone”. A farne il resoconto è Guido Zeccola per “italienaren.com”, portale della Fais, edito a Stoccolma.

“Il console Patrizia Bancale ha salutato l’assemblea per l’ultima volta dovendo lasciare il suo incarico a settembre. Bancale ha ringraziato i presenti ricordando l’importanza del ruolo che svolgono le associazioni e la FAIS specialmente adesso che i Comites hanno cessato di esistere. Virginia Piombo ha salutato invece per la prima volta i presenti essendosi insediata da solo pochi mesi. Piombo promette un impegno di collaborazione con le associazioni anche quelle che non hanno la loro sede a Stoccolma.

Isabella Giannone ha ricordato il compianto Oscar Cecconi ed il suo impegno anche all’INCA per tutte le persone che avevano bisogno di aiuto. Alla fine l’assemblea ha osservato un minuto di silenzio in memoria di Oscar Cecconi ma anche di Luciano Mastracci che ci ha lasciati l’anno scorso.

Tralascio la parte essenzialmente burocratica e di rutine (che sarà resa nota in seguito) e ricordo i punti salienti della riunione.

È stato finalmente creato il Comitato femminile le cui intenzioni e progetti sono stati presentati da Antonella Dolci e da Hanna Langmann. Il comitato femminile ha chiesto un sostegno economico alla FAIS e per mezzo della federazione uno più sostanzioso alle autorità svedesi. Tra i progetti sono stati ricordati l’organizzazione di seminari sulle differenze tra il diritto di famiglia in Svezia e quello in Italia, quello sullo sport e sulla cultura e tante altre iniziative.

L’assemblea ha approvato tutto il lavoro della federazione in relazione all’economia ed ha anche approvato alcune variazioni allo statuto FAIS proposte dalla direzione in carica, variazioni più di forma che di contenuto. Si è cercato di rendere lo statuto più semplice.

È stata infine votata dal consiglio la nuova direzione della FAIS:

Presidente Manlio Palocci; VicepresidenteValerio Re; amministratore Christina Baccarini; responsabile giovanile Matteo Marcucci; responsabile femminile Hanna Langmann; iniziative ed attività Rosa Cusato Sörnås; organizzatore agli studi Massimo Apolloni; supplenti Riccardo De Matteis e Alessio Pini.

La riunione generale si è conclusa intorno alle 16 consentendo al presidente Manlio Palocci di andarsi a vedere la partita della Roma in televisione. Ma forse sarebbe stato meglio di no”. (aise 27) 

 

 

 

 

Fabio Porta (Pd) sull’incontro informale fra il sottosegretario agli Esteri Giro e i parlamentari della circoscrizione Estero

 

Si è parlato della nuova ripartizione dei seggi del Cgie e della riforma degli organi di rappresentanza. “Abbiamo chiesto al Governo di provare ad elaborare una proposta di ridistribuzione dei seggi più ponderata che tenga conto anche delle comunità degli italo discendenti, del peso geopolitico di alcuni paesi e dei paesi minori”

 

ROMA – Si è svolto ieri a Roma un incontro informale fra il sottosegretario agli Esteri Mario Giro e i parlamentari della circoscrizione Estero. Durante la riunione si è parlato della nuova ripartizione dei seggi del Cgie e della prossima riforma degli organi di rappresentanza. Per saperne di più sui temi toccati durante l’incontro abbiamo rivolto alcune domande al deputato Fabio Porta, presidente del Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese.

Quali argomenti sono stati affrontanti durante l’incontro con il sottosegretario Giro?

La riunione con il sottosegretario Giro è stata breve perché purtroppo alla Camera avevamo un’importante votazione. Quindi nonostante il sottosegretario abbia avuto la gentilezza di venire in Parlamento non abbiamo avuto il tempo per fare una valutazione approfondita del risultato delle elezioni dei Comites. Ci siamo comunque soffermati sulla questione della nuova ripartizione dei seggi. Esiste ad oggi una ripartizione tecnico - matematica realizzata dal ministero degli Esteri su cui il Cgie uscente, ma anche diversi  parlamentari eletti all’estero, hanno effettuato delle osservazioni. Si chiede in pratica che questa ripartizione dei seggi venga fatta in maniera più ponderata, cioè tenendo conto anche delle comunità degli italo discendenti, del peso geopolitico di alcuni paesi e del rispetto per i paesi minori che, in una ridistribuzione prettamente matematica, rischierebbero di rimanere fuori. Abbiamo quindi chiesto al Governo di provare ad elaborare una proposta di ridistribuzione dei seggi un po’ più ponderata. Ovviamente questa proposta sarà vagliata in Parlamento perché poi si dovrà trasformare in un provvedimento di legge. Credo che sia la strada più di buon senso da seguire. Dobbiamo fare in fretta però perché noi vorremmo che a settembre possa insediarsi il nuovo Cgie.

Quali altre tematiche sono state affrontate?

Durante l’incontro si è inoltre parlato di come, dopo l’insediamento del nuovo Cgie, si dovrà, in parallelo con l’esito del processo di riforma costituzionale ed elettorale, cominciare anche a discutere una riforma complessiva di questi organi di rappresentanza che abbiamo appena eletto. E’ quello che avevamo sostenuto io e tanti altri miei colleghi, e cioè che le riforme si dovevano fare dopo aver sanato questa ferita rappresentata dall’assenza di rinnovamento dei Comites e del Cgie che da troppi anni attendevano una nuova elezione.

Anche se l’argomento non è stato approfondito nel corso della riunione, quali valutazioni si sente di esprimere sulle recenti elezioni dei Comites?

Era importante che si votasse. Mi pare che nel complesso ci sia stata una positiva partecipazione dal punto di vista qualitativo, anche se quella quantitativa non è stata forse soddisfacente. Ho comunque visto in alcuni Comites l’ingresso di tanti giovani e tante donne, un fatto che mi sembra positivo. Certo dopo 10 anni di rinvii non ci potevamo aspettare una grande partecipazione numerica al voto. Non bisogna poi dimenticare che il nuovo sistema appena introdotto era complesso perché per la prima volta si prevedeva l’iscrizione preventiva dell’elettore. Inoltre la proroga ad aprile delle elezioni alla fine non ha aiutato. Vi è poi un problema da valutare bene è cioè quello del dato europeo sulla partecipazione che effettivamente è molto basso. Forse in questo caso non vi è solo un problema tecnico o di partecipazione, ma la questione riguarda il tipo di presenza dell’italiano in Europa e dell’italiano fuori dall’Europa. Forse siamo in presenza di due tipologie diverse e rispetto a questa constatazione dobbiamo anche impostare il nuovo Comites ed il nuovo Cgie della futura riforma. (Goffredo Morgia – Inform 29)

 

 

 

 

Da Shangai 2010 a Milano 2015: le due inaugurazioni a confronto

 

Milano 2015, Shanghai 2010. Per restare nell’ambito del tema dell’evento milanese, non si possono davvero confrontare le mele con le patate. Le due Expo sono imparagonabili: per le caratteristiche dei Paesi ospitanti, per le ambizioni dell’organizzazione, per i tempi. Per la facilità – chiamiamola così – manageriale che un governo autoritario si può permettere nelle decisioni politiche e urbanistiche, demolizioni di interi quartieri comprese. Incommensurabili per le dimensioni dell’area coinvolta, che nella metropoli asiatica era oltre cinque volte quella di Milano. In altre parole: per tutto. Eppure qualche considerazione in parallelo si può fare, nella giornata dell’inaugurazione. Per la Cina di cinque anni fa, l’Expo di Shanghai era la celebrazione di un Paese, fresca seconda economia del mondo: un trionfo della volontà davanti al mondo ma ancora di più davanti alla propria popolazione. I visitatori alla fine superarono i 70 milioni, una cifra consapevolmente fuori dalla portata di Milano, ma erano per la stragrande maggioranza cinesi. Agricoltori delle province interne, masse rurali appena urbanizzate da città di secondo, terzo quarto livello.

 

L’Expo 2015 chiama il mondo, lo invita per condividere una riflessione, e per quanto il giorno dell’inaugurazione non possa fare testo, la mescolanza di volti e di lingue marca la prima differenza rispetto a cinque anni fa. La Repubblica popolare si raccontava. Diceva di sé, delle proprie conquiste, del nuovo status globale. Un bis dell’Olimpiade di Pechino (2008). Qui, invece, l’Italia si fa non tanto padrona di casa quanto voce narrante: imposta il discorso (il Padiglione Zero assolve a questa funzione), traccia un percorso. A Shanghai non era così, e questa è la seconda differenza. Il tema di allora, Better City, Better Life, era in fondo contiguo al Leitmotiv di quest’anno, perché per nutrire il pianeta occorre garantire una vita migliore, che oggi nel mondo diventa sempre più una vita urbana, e - viceversa – una vita migliore si avrà solo quando tutto il pianeta sarà decentemente nutrito. Eppure il tema di Shanghai si era dimostrato alla prova dei fatti, lungo i sei mesi dell’esposizione, soprattutto un pretesto e una vasta cornice, non un vero comun denominatore.

 

Milano invece esibisce subito lo sforzo di creare una traccia da seguire, dalla quale i singoli padiglioni e i cluster (i gruppi tematici di mini-padiglioni) ricevono senso al di là dell’interpretazione particolare. Diranno le prossime settimane e il bilancio finale come le due città – la megalopoli Shanghai e la nostra piccola Milano – vivranno il loro evento, come l’Expo diventerà (o no) parte della vita quotidiana della popolazione. C’è tempo. Intanto, si nutra un po’ il pianeta. Almeno con le idee. Marco Del Corona  CdS 1

 

 

 

 

 

L’improponibile

 

Senza sarcasmi, in Italia, non siamo andati avanti; sia politicamente, sia economicamente. Più smaliziati, ma nella stessa preoccupante atmosfera con Renzi a governatore. C’è ancora scarsa attendibilità politica e, quello che più conta, mancanza di previsioni meno negative per l’anno che verrà.

 

 Le nostre considerazioni si limiteranno ai fatti che sono capitati; tralasciando quelli che, probabilmente, seguiranno. Questo, se non altro, ci aiuterà a vedere chiaro. Sul fronte economico, Renzi ha fissato ciò che in passato neppure si poteva supporre. Nonostante il contenimento della spesa nazionale, il deficit pubblico continua a essere sensibile e gi eventi sociali, piccoli o grandi, ci hanno richiamato a una realtà che credevamo esaurita con la Seconda Repubblica.

 

 L’unica certezza, forse, potrebbe essere rappresentata dalla nuova legge elettorale che quasi tutti sembrano volere; almeno ufficialmente. A questo punto, è impossibile far conto su eventuali alleanze. I Partiti si muovono in modo scoordinato e le critiche hanno sempre buon gioco sui fatti del quotidiano. In questi mesi, i segnali d’insofferenza non sono mancati. Analizzarli tutti resta impraticabile; anche perché continuano a mostrare uno scollamento di rapporto tra eleggibili ed elettori. Pure sulla questione morale gli eventi sono stati parecchi. Forse di più di quelli resi noti.

 

 In poco più di dodici mesi di vita governativa, ogni errore di percorso, anche marginale, ha avuto un suo peso. Gli effetti più evidenti sono stati meno occupazione e difficoltà per i bilanci famigliari. Anche quest’anno, ci piaccia o no, non potrà essere quello dei segnali di ripresa proprio perché preceduto da un quinquennio d’intrighi e di contrasti che hanno evidenziato come una certa politica può portare alla rovina. Ora sarebbe il caso di bandire le illusioni e lasciar stare tutte quelle promesse che non si potranno mantenere. Il Paese ha bisogno, un disperato bisogno, di convinzioni. Di democratici avvenimenti per frenare l’evoluzione speculativa della realtà nazionale. Il tempo dei fatti è maturato. Se l’anno prossimo si andasse a incrementare, tutta o in parte, con una diversa politica, l’Italia potrebbe superare, almeno, la fase acuta della sua situazione di degrado.

 

 In caso contrario, le conseguenze sarebbero dannose e non solo nella Penisola. L’Italia è parte dell’UE. Gli sbagli “interni” avrebbero anche “ripercussioni” internazionali. L’Unione Europea non consente l’esistenza di posizioni ”elastiche”. Neppure mancanza di buon senso. L’imprevedibile nell’affermare una strategia, per pensarne un’altra, non ha mai avuto un valore. Oggi più che per il passato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Italicum (con voto di fiducia) o immobilismo: per le riforme davvero «tertium non datur»?

 

La prova di forza di Renzi sulla legge elettorale come antidoto all’impossibilità (che dura da vent’anni) di trovare un accordo. Due alternative sbagliate - di Tommaso Pellizzari

 

Comunque vada, questa faccenda dell’Italicum sarà un insuccesso. Il percorso della nuova legge elettorale è forse l’esempio più chiaro di come il nostro Paese, quando si tratta di riforme, da troppo tempo non riesce a trovare un accordo ragionevole: non tanto sui contenuti, quanto sui modi per definirli.

Detto in altri termini: è ovvio oltre ogni evidenza che leggi come quella elettorale devono essere scritte e approvate da tutte le forze presenti in Parlamento, o perlomeno da una grande maggioranza di esse. D’altra parte, però, questa è la ragione per cui, da oltre 20 anni, il Parlamento non è riuscito a produrne una. Impossibile, in tutto questo tempo, trovare un accordo tra il centrosinistra sistematicamente diviso e il centrodestra rapido ed efficiente solo in pochi e chiarissimi casi. Una situazione che la nascita del Pd, l’ascesa di Renzi e l’implosione di Forza Italia non hanno migliorato.

Il che spiega perché sull’Italicum il presidente del Consiglio (e segretario del Pd) abbia deciso per la prova di forza, dato che si erano detti favorevoli a votare l’Italicum solo i parlamentari della corrente di maggioranza del Partito democratico. E così, per evitare rischi o che la legge elettorale venisse approvata solo da una componente di un partito (incidentalmente, quello al governo), ecco il ricorso al voto di fiducia: con tanti saluti a una delle regole-base (scritte o non scritte, non importa) della convivenza democratica. Scelta sbagliata, dunque, quella di Renzi. Ma che ha la sua spiegazione nel fatto che, senza questa forzatura, sia ragionevole pensare che applicando le (buone) regole della mediazione sempre e comunque, la legge elettorale non sarebbe arrivata mai. Quindi, l’alternativa è tra una legge di sistema (buona o cattiva che sia) approvata a colpi di fiducia e, dall’altro lato, un infinito – e sfinente – rinvio. «Tertium non datur», su un tema di questa importanza? CdS 28

 

 

 

 

Italicum “blindato”, l’ultimo strappo di Renzi

 

Il premier supera il primo scoglio con ottimi numeri, ma mette la fiducia: una forzatura – di FABIO MARTINI

 

ROMA - C’è una gran voglia di Italicum e soprattutto c’è una gran voglia di continuare la legislatura. È inequivocabile il risultato dell’attesissimo voto (a scrutinio segreto) sulle pregiudiziali di costituzionalità e di merito sulla legge elettorale: erano attesi franchi tiratori a decine e invece la maggioranza di governo ha quasi raggiunto la quota massima dei suoi voti potenziali: i 385 voti che hanno respinto le pregiudiziali delle opposizioni, aggiunti ai 12 onorevoli di maggioranza assenti, portano il totale della maggioranza a 396, poco al di sotto dei 403 di cui dispone il governo. La maggioranza ha prevalso con un distacco abissale sulle opposizioni: 177 voti. 

Certo, “dentro” i 385 no che hanno respinto le pregiudiziali si può immaginare che ci sia anche una decina di deputati che fanno capo a Denis Verdini, forzista pentito. Per Matteo Renzi un evidente successo, persino superiore alle aspettative, ma con una piccola complicazione politica. Subito dopo le votazioni alla Camera è stato convocato il Consiglio dei ministri, chiamato a porre la questione di fiducia sugli articoli della legge. Alla fine il Cdm ha deliberato la richiesta, che nei giorni scorsi era stata giustificata con la necessità di piegare l’ostruzionismo. Ma dopo la chiara espressione di volontà da parte della grande maggioranza dei deputati, la richiesta di fiducia si configura come una forzatura politica.  LS 28

 

 

 

 

Italicum, Renzi non si fida della minoranza Pd. Bagarre sulla fiducia

 

La bagarre alla Camera scatenata dalla richiesta del voto di fiducia è un colpo di scena abbastanza previsto, anche se incerto fino all'ultimo. Soprattutto dopo che Renzi aveva superato senza nessuna difficoltà il primo ostacolo nella corsa finale dell'Italicum. Alla Camera ha agevolmente superato le pregiudiziali di incostituzionalità poste dalle opposizioni, con un ampio margine di voti: circa una ottantina. I voti erano sia a scrutinio palese che a scrutinio segreto, ma in entrambi i casi nessun problema, anche se alcuni deputati del Pd sono usciti dall'aula in occasione del voto segreto. Tra loro anche Bersani e Cuperlo. Ma siccome gli emendamenti  - anche quelli della minoranza del Pd  -  dovevano ancora essere votati, Renzi ha convocato il consiglio dei ministri per autorizzare la richiesta del voto di fiducia. Una pallottola in canna che il premier ha voluto usare subito, alla ripresa delle votazioni in aula. Il ministro Maria Elena Boschi ha infatti chiesto il voto di fiducia sulla riforma elettorale scatenando la bagarre delle opposizioni. Alle 16 la conferenza dei capigruppo si riunisce per il nuovo calendario. Il premier Renzi era stato tentato dall'ipotesi di non chiedere la fiducia, ma evidentemente dalla sua opposizione interna non è arrivata una garanzia che nel segreto dell'urna non sarebbero stati tentati assalti alla legge. Come si sa in caso di sconfitta in aula sulla legge elettorale Renzi avrebbe subito rassegnato le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato e si sarebbe andati alle elezioni anticipate. Renzi, infatti, considera l'Italicum l'architrave su cui poggia la sua azione di governo. Una sconfitta non sarebbe stata solo un incidente di percorso ma una dichiarazione di guerra della minoranza. Del resto è chiaro dall'inizio che per l'opposizione interna del Pd quella dell'Italicum alla Camera è l'ultima occasione per tentare di rovesciare la leadership di Renzi. Ora l'Italicum diventerà il nuovo sistema elettorale, ma non  -  come Renzi aveva annunciato un anno fa  -  con il concorso di tutte le forze politiche. Anzi. E con il Pd spaccato irrimediabilmente tra la maggioranza che segue il segretario-premier e la minoranza erede della "vecchia ditta". GIANLUCA LUZI LR 28

 

 

 

 

Nona edizione del Premio Pietro Conti “Scrivere le migrazioni”

 

Scade il 31 luglio il termine per la presentazione degli elaborati. L'iniziativa promossa dalla Filef e dalla Regione Umbria in collaborazione con l'Istituto per la Storia dell'Umbria contemporanea e il Museo regionale dell'emigrazione

 

GUALDO TADINO – Si ripete quest'anno l'iniziativa del concorso “Scrivere le migrazioni”, premio promosso da Filef e Regione Umbria in collaborazione con l'Istituto per la Storia dell'Umbria contemporanea e il Museo regionale dell'emigrazione “Pietro Conti” a Gualdo Tadino per la conservazione della memoria e della storia dell'emigrazione italiana.

Due le sezioni di concorso: narrativa e memorialistica, avente ad oggetto racconti o descrizioni in forma letteraria, fatti, situazioni, stati d’animo ed esperienze di vita nel contesto migratorio, ovvero biografie, autobiografie che descrivano, con la precisione e i riferimenti dovuti, esperienze migratorie autenticamente vissute e realmente accadute; studi e ricerche con oggetto l’emigrazione italiana e l’immigrazione in Italia svolti in qualsiasi università, centro di ricerca ed istruzione superiore italiana o straniera o da singoli studiosi.

Può partecipare chiunque sia interessato al tema, residente in Italia o all'estero, con un elaborato inedito – massimo 55.000 caratteri - da inviarsi entri il 31 luglio 2015 alla Segreteria del Premio “PietroConti”, presso la Filef – Viale di Porta Tiburtina, n. 36 - 00185 Roma.

I premi ammontano complessivamente a 5.000 euro così ripartiti: Sezione narrativa/memorialistica 2.500 euro -1.500 al vincitore, 1.000 al secondo classificato; Sezione studi e ricerche 2.500 euro - 1.500 al vincitore, 1.000 al secondo classificato. Prevista anche la pubblicazione degli elaborati premiati e segnalati nel corso della cerimonia che si svolgerà come di consueto in Umbria.

Il premio ha cadenza biennale, per leggere il bando completo: http://comunicazioneinform.it/alla-nona-edizione-il-premio-pietro-conti-scrivere-le-migrazioni/. (Inform)

 

 

 

 

 

Primo maggio tra lavoro e migranti a Pozzallo. Mattarella: “Le priorità sono i giovani e il Sud”

 

Il corteo di Cigl, Cisl e Uil nei luoghi simbolo degli sbarchi. Camusso: «Combattiamo la paura del futuro creando nuovi posti». Il capo dello Stato: «Non ci rassegniamo»

 

Cgil, Cisl e Uil celebrano il Primo Maggio a Pozzallo, in provincia di Ragusa, uno dei porti simbolo per gli sbarchi in Sicilia. Una Festa per il lavoro e, quest’anno, anche per i migranti, accompagnata dallo slogan «La solidarietà fa la differenza». Per dire basta - è il filo comune negli interventi dei tre segretari generali, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo - alle tragedie, ai morti nel Mediterraneo, che non può essere un «cimitero». Secondo i sindacati serve voltare pagina anche nell’emergenza occupazione.  

 

In mattinata anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha partecipato alle celebrazioni per il Primo Maggio rendendo omaggio alle vittime degli incidenti sul lavoro, deponendo una corona di fiori al monumento in piazzale Giulio Pastore a Roma, sede dell’Inail.  

 

Poi ha parlato nel tradizionale appuntamento al Quirinale: «Il lavoro è la prima delle priorità, non ci rassegnamo e non ci scoraggiamo» ha spiegato in occasione della cerimonia dei Cavalieri del lavoro. «Non possiamo fare a meno dei giovani, devono entrare nel sistema da protagonisti» ponendo anche la questione meridionale come primaria per ridurre il divario Nord-sud e consentire uno sviluppo equo e sostenibile in Italia. «L’Italia ce la farà, tenendo alti i valori della democrazia» l’auspicio del capo dello Stato prima di augurare un «buon primo maggio a tutti».  

 

Ma il fronte dei sindacati è caldo, soprattutto contro il governo.?«C’é solo la propaganda di chi continua a dire che con un decreto si crea occupazione», dice dal palco il numero uno della Cgil, attaccando ancora una volta l’azione del governo, che peraltro continua a «dividere» i lavoratori, rimarca Camusso. Una propaganda «sui numeri: abbiamo passato tre mesi pensando di essere di fronte a chissà quale svolta epocale sull’occupazione, che arrivato il Jobs Act era cambiato tutto», invece «siete stati smentiti dai numeri reali, dalla disoccupazione in crescita», anche e soprattutto «tra i giovani», dice ancora riferendosi agli ultimi dati Istat sulla disoccupazione, salita a marzo al 13% ed al 43,1% tra i giovani. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, invece parlando in occasione della cerimonia per i Cavalieri del lavoro al Quirinale, insiste sottolineando che all’inizio dell’anno «i contratti a tempo indeterminato erano circa il 40% in più rispetto allo stesso periodo del 2014, in parte nuovi contratti». 

 

Ma sul terreno c’è anche il capitolo pensioni, dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il blocco della perequazione sugli assegni oltre tre volte il minimo: la legge Fornero «è la riforma previdenziale peggiore d’Europa: va rottamata», dice senza mezzi termini la numero uno della Cisl. Furlan sostiene che i 5 miliardi di euro (tanto vale la norma bocciata) si possono recuperare dalla lotta all’evasione ed alla corruzione. Anche Camusso ribadisce la necessità di «mettere mano» alla riforma Fornero. Questa è solo un esempio di «tutte le leggi sbagliate fatte in questi anni, da Monti a Renzi», aggiunge Barbagallo, scettico sulla destinazione del tesoretto da 1,6 miliardi trovato dal governo nelle pieghe del Def. «Il tesoretto è solo virtuale, per questo volevano darlo ai poveri», afferma ironicamente. 

 

La cerimonia di Pozzallo si è aperta con un minuto di silenzio chiesto alla piazza dal leader della Uil per «i morti nel Mediterraneo e in Nepal». E si è chiusa con il lancio in mare di una corona di fiori in memoria delle tante vittime, da parte dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. «Non basta chiudere le frontiere davanti alla fame ed alla morte. Noi vogliamo un’Europa del lavoro e della solidarietà, che sia motore della pace», scandisce Furlan. Parte subito all’attacco Matteo Salvini: «Pazzesco, questi sindacati sono una sciagura». LS 1

 

 

 

 

 

 

Progetto economico

 

In un’Italia che ansima per mancanza del necessario, dove sono aumentati gli sfratti per morosità e le inadempienze contrattuali, i meno “abbienti” potranno far conto sulle assicurazioni di Renzi su un 2016 senza rincari impositivi. Si penserà: meglio così che peggio. Può darsi; eppure i nostri dubbi sul “progetto” economico di Renzi ci accompagnano tuttora. Del resto, se i conti potrebbero tornare per una famiglia di due elementi, resteranno ancora da rivedere per la classica famiglia italiana di 3/4 persone, con figli in età scolare e, dove chi lavora, è uno solo.

 

 Se, poi, c’è anche un canone di locazione da pagare (il 23% delle famiglie italiane vive ancora in affitto), allora i conti continueranno a non quadrare. In economia spicciola, senza confondere il suo versante politico, quello che serve è il controllo dei prezzi dei generi più comuni al consumo. Insomma, ogni contenimento fiscale sarà neutralizzato, come riteniamo, da un equivalente aumento dei prezzi. Quindi, il “progetto” economico del nostro Primo Ministro si trasformerebbe in uno dei soliti “miraggi” all’italiana.

 

 Per rimettere in moto l’economia di base la ricetta è sempre la stessa: controllo dei prezzi dalla produzione al consumo. Con un minor carico fiscale tra i vari passaggi. Non c’è altra via per dare un poco d’ossigeno al portafogli degli italiani. O, meglio, alla maggioranza di questi. Dato che la “calmierazione” dei costi non troverebbe nessun consenso politico (chissà perché?), non resta che la verifica dei prezzi sui mercati nazionali.

 

Se le paghe, a parità di qualifica e di lavoro, restano contenute, lo dovrebbe essere anche il costo della vita. Sotto questo profilo, non c’è un Nord, un Centro e un Sud. C’è l’Italia. Punto e basta. Se L’attuale Esecutivo terrà conto, nei termini che riterrà più opportuni, di questa regoletta, allora scrivere di “progetto” economico avrebbe, forse, un senso più definito. La politica del lavoro resta, comunque, da gestire meglio. Anche se non soddisferà mai tutti.

 

Quando interessi pubblici e privati collidono, per annullare ogni vantaggioso effetto, è molto meglio impegnarsi sensatamente sulla riforma della Legge Elettorale; senza disperdere preziose energie mancando, poi, l’essenziale riscontro e non solo con l’Opposizione. Insomma, il “progetto” economico del nostro Primo Ministro ci sembra più un disegno politico, che di concreta realizzazione.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Expo, l’emozione di essere al centro del mondo

 

Un’avventura lunga sette anni nel segno dell’alimentazione  - di Elisabetta Soglio

 

Un’avventura lunga sette anni. Il 31 marzo 2008 a Parigi, l’Italia di ogni colore politico festeggiava unita l’aggiudicazione dell’Esposizione del 2015. E adesso ci siamo. Un’avventura macchiata da polemiche, ritardi, inchieste, scetticismi e proteste. Ma un’avventura che ha indubbiamente rimesso Milano e l’Italia al centro del mondo. Lo ha fatto partendo dal tema dell’alimentazione che è stato il segreto della vittoria di quella giornata francese. Piace parlare di cibo, perché il cibo racconta la storia di un popolo, esprime il suo modo di essere e tramanda le sue tradizioni. Il cibo è colorato, profumato e fonte di piacere. Il cibo è anche un problema per chi non ne ha, per chi ne consuma troppo, per chi non lo abbina ad un corretto stile di vita. Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita significa imparare i saperi e i sapori del mondo in una tavola planetaria ideale racchiusa nel milione di metri quadrati del sito espositivo. E significa interrogarsi su quale futuro avranno i nostri figli e su come sarà possibile superare le disuguaglianze fra ricchi e poveri. Forse per questo motivo intorno all’Expo si sono riunite le adesioni, i pensieri e le riflessioni di tante personalità: abbiamo ascoltato il richiamo accorato di Papa Francesco e visto le immagini poetiche di Ermanno Olmi; ci sono stati gli insegnamenti di scienziati come Umberto Veronesi e la testimonianza del Nobel Aung San Suu Kyi; c’è l’Onu che userà la Carta di Milano, eredità culturale di Expo, per ridefinire gli obiettivi del millennio nella campagna Fame Zero.

 

Ci sono tante donne, quelle riunite dall’entusiasmo e dalla caparbietà di Emma Bonino intorno al board di Women for Expo, a ripetere che la terra è madre e la mamma nutre il proprio figlio fin da quando lo ha in grembo. La nutrizione è femminile perché in molte civiltà del passato era la donna a garantire cibo alla propria famiglia e oggi ci sono, in alcuni Paesi in via di sviluppo, storie esemplari di donne che studiano nuove tecniche di agricoltura e creano cooperative di lavoro per dare slancio e speranza alla loro nazione. Queste non sono suggestioni. Questo è un messaggio che può diventare chiave di volta per trasformare l’evento da «fiera» a momento storico. Si parte dal cibo e si arriva all’acqua, alle nuove energie, all’agricoltura sostenibile, al rispetto dell’ambiente. Per questo motivo anche il Corriere ha cercato e cercherà di mettersi in gioco: partendo dall’idea che anche la buona informazione è cibo per la mente e cercando di approfondire con i contributi più ampi possibili, con inchieste e cronaca, questi temi. Come è legittimo avere dubbi sull’utilità di Expo, sui soldi spesi, sulle scelte fatte (le multinazionali a fianco dei contadini, ad esempio), così è legittimo avere fiducia. Pensare che l’orgoglio di novemila lavoratori che in queste ore stanno ancora facendo uno sforzo collettivo per arrivare in tempo e bene possa essere da esempio per tutti. Valutare che se il mondo crede all’Expo e fa a gara per aggiudicarsi le prossime edizioni, forse dovremmo crederci un po’ di più anche noi. Augurarsi che le proteste non diventino inutile violenza. Credere che magari quando si apriranno i cancelli un po’ ci stupiremo, vedremo qualcosa che ci emoziona e torneremo a casa un po’ più ricchi dentro. Sperare, almeno adesso, non ci costa nulla. CdS 30

 

 

 

 

 

Contraddizioni Expo

 

I No-Expo fanno scempio di Milano nel giorno della inaugurazione della vetrina che potrebbe rilanciare il Paese.

Qualcuno indossa maschere antigas, qualcun altro preferisce quella di Anonymous. Esplode il caos; auto e cassonetti a fuoco, molotov, sassaiole contro le forze dell'ordine, vetrine distrutte e banche prese d'assalto.

Il presidente Mattarella esprime la sua ferma condanna, ma intanto gli stranieri continuano a pensare ad un Paese diviso ed ingestibile, su cui è difficile scommettere.

Gli scontri e le violenze hanno scatenato critiche di Lega e M5S nei confronti del ministro dell'Interno. "Quello che è successo a Milano era altamente preannunciato e Alfano si dovrebbe dimettere. Mi auguro che qualche centinaio di balordi passi qualche settimana a San Vittore", ha detto il leader della Lega Nord Matteo Salvini, a Marina di Pisa.

Nessuno, neanche in questo caso, pensa di dover far quadrato e che è più importante l’immagine del Paese ai voti da raggranellare.

Alla inaugurazione, il coro canta l’inno d’Italia che ha la strofa “siam pronti alla morte” con “siam pronti alla vita”, che il premier  Matteo Renzi usa per aprire   ì il suo discorso. 

“Dimostriamo con l’Expo che l’Italia è orgogliosa delle sue radici, delle sue tradizioni. Il nostro vertiginoso passato ci invita a costruire e non soltanto a ricordare. Venite a scoprire che sapore ha l’Expo dell’Italia. Oggi inizia il domani! L’impresa più bella inizia oggi”. Sono in molti però a dubitarne.

Papa Francesco rivolge il suo invito ala comunità internazionale per “globalizzare la solidarietà”, ricordando la “Carta di Milano”, l’eredità immateriale della Expo, varata da Letizia Morati, allora sindaco della città, nel 2009, lanciando questo ambizioso progetto nato per rilanciare di un paio di punti il nostro Pil ed il sstema Paese, ma che si è sviluppato fra molte contraddizioni (sicurezza sul lavoro, garanzie per le maestranze) e sospette malversazioni.

Diritto al cibo sicuro e nutriente, contrasto degli sprechi, difesa del suolo, promozione dell'educazione alimentare, lotta al lavoro nero e minorile, sostegno del reddito, tutela della biodiversità investimenti nella ricerca, guerra alle frodi, energia pulita. Sono questi i 10 obiettivi contenuti nel manifesto tradotto in 19 lingue.

Ma a guardare gli sponsor vengono forti dubbi.

“Investire nella ricerca e in tecnologie con un rapporto nuovo tra pubblico e privato, favorire l’accesso all’energia pulita e lavorare per una sempre più corretta gestione delle cruciali risorse idriche, promuovere il riciclo e il riutilizzo, adottare azioni per la salvaguardia dell’ecosistema marino, proteggere con legislazioni adeguate il cibo da contraffazioni e frodi e contrastare il lavoro minorile e irregolare ancora drammaticamente diffuso”, dice la “Carta”, ma per quanto riguarda il cibo sano, la tutela del suolo, la lotta al lavoro nero e minorile, ci sono troppe contraddizioni interne all'evento.

Fa strano vedere tra gli sponsor marchi come Coca-Cola e McDonald's e scoprire che qust’ultima, vera artefice planetaria del cibo spazzatura,  rientra nel progetto Fare Futuro lanciato per sostenere l'agricoltura italiana con il patrocinio del ministero delle Politiche agricole, iniziativa   che si rivolge a imprenditori italiani con meno di 40 anni che hanno un progetto di innovazione e sostenibilità per la propria azienda, con  venti di loro che potranno rientrare tra i fornitori ufficiali di McDonald's per tre anni, ciò fornire materiale a chi si rende responsabile di obesità, malattie metaboliche e loro disastrose conseguenze.

L'aumento dell'obesità non èi un allarme solo per i Paesi industrializzati, ma anche per quelli in via di sviluppo e pertanto mi chiedo se sia stato opportuno, al di là dell'aspetto economico, accettare tra i main sponsor Coca-Cola e McDonlad's,  a meno che non si voglia nutrire il Pianeta a bocconi di BigMac.

Per non parlare poi della tutela del suolo, argomenti in cui sono patenti interne e sospette contraddizioni.

A  dimostrarlo è la contestata New Alliance, stretta nel 2012 dai Paesi del cosiddetto Primo mondo, ha come obiettivo sconfiggere la fame di 50 milioni di persone in Africa entro il 2020. Il problema è che si tratta di una partnership tra pubblico e privato che consegna di fatto lo sviluppo agricolo di 10 Stati del Continente nero a 180 aziende, molte delle quali multinazionali. L'investimento promesso è di 8 miliardi.

Si tratta però di neo-colonialismo mascherato, un semplice make up. Visto che le terre spesso vengono espropriate, arraffate ,praticamente gratis,  in Mozambico,  la concessione per 99 anni è pagata un dollaro l'ettaro a danno dei contadini locali.

Ancora una volta i paesi ricchi che depredano i poveri, sotto forme diverse ma non meno spoglianti.

C’è poi la questione dell’olio, con i dati che ci dicono che,  nel 2013,  1,9 milioni di tonnellate di olio sono arrivate in Unione europea da  aree di 700 mila ettari in Malesia e Indonesia.

Come scrive “Lettera 43”, parte di questo olio è acquistato da Eni che ha recentemente riconvertito la raffineria di Porto Marghera. Operativa dal mese di giugno 2014, con una capacità di circa 350 mila tonnellate all'anno di green diesel, la raffineria “utilizza oli vegetali di prima generazione (olio di palma), provenienti dall’Indonesia”, ha chiarito il gruppo aLettera43.it., sottolineando che “l’olio che oggi viene utilizzato è certificato secondo una o più norme volontarie approvate dalla Commissione europea”. In particolare, “tutte le norme vietano la coltivazione in zone di alta biodiversità come per esempio le aree ricoperte da foresta primaria». Il sistema di certificazione di bio-sostenibilità prevede inoltre che «ogni singola partita di prodotto acquistata debba essere dichiarata sostenibile ai sensi della direttiva europea 28/2009 e del d.l. attuativo 28/2011 dal fornitore stesso, che sia già stato a sua volta certificato tramite i suddetti sistemi di certificazione volontaria”.

Dunque è il fornitore che certifica la sostenibilità del prodotto.

L’olio di palma, estremamente tossico, è presente in molti prodotti alimentari italiani,  tra cui quelli a marchio Ferrero (altro sponsor Expo) e le  le patatine San Carlo il cui testimonial, tra mille polemiche, è Carlo Cracco, chef ambassador della manifestazione.

Per concludere il lavoro minorile, che si vorrebbe combattere mentre l’Eni, 30% di partecipazione statale, e sponsor dell’evento è accusata di land grabbing e sfruttamento. Carlo Di Stanislao, De.it.press 2

 

 

 

 

Fiscalità sulla casa: un nuovo servizio offerto dalla UIM ai pensionati iscritti all’AIRE

 

ROMA - Da tempo la UIM si sta interessando, tra l’altro, del problema della fiscalità della casa in Italia degli italiani all’estero. Da un lato, nel sollecitare il legislatore italiano a non discriminare gli emigrati - proprietari di una abitazione in Italia - rispetto a coloro che vivono stabilmente in Italia e, dall’altro, nell’aiutarli a far fronte ai loro obblighi fiscali (ieri l’ICI oggi l’IMU con la TASI e la TARI) resi difficoltosi da osservare in conseguenza delle distanze geografiche.

Attualmente la UIM, nei Paesi di maggiore presenza di comunità italiane, è, per esempio, impegnata in una diffusa campagna di informazione sulle novità introdotte da quest’anno (2015) dall’articolo 9/bis del Decreto Legge 28 marzo 2014, n. 47 (convertito dalla Legge 23 maggio 2014, n. 80) attraverso i media e con conferenze e riunioni organizzate dai propri circoli o dall’associazionismo italiano regionale e dalle stesse organizzazioni sindacali locali. Novità che, come noto, hanno finalmente riconosciuto come ”prima casa” l‘abitazione in Italia dei pensionati iscritti all’AIRE e quindi non più sottoposta al pagamento dell’IMU, mentre per la TASI (Tassa sui servizi indivisibili) e la TARI (Tassa sui rifiuti) questi stessi soggetti dovranno versare solo un terzo del dovuto. Nel contempo la UIM è pure intervenuta - sia nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Italiana (MAECI) nonché dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) - per avere i chiarimenti sugli adempimenti che devono osservare i pensionati iscritti all’AIRE per beneficiare di queste agevolazioni da parte dei loro Comuni in Italia.

Purtroppo, ad oggi, l’unico chiarimento giunto da parte del MEF a seguito di una interrogazione parlamentare del PD è stato che per “pensionato” si deve intendere chi è al beneficio di una pensione locale del Paese di emigrazione e che può essere di invalidità, superstiti o vecchiaia. Per il resto buio assoluto. Pertanto, ancora oggi, ci giungono notizie di emigrati che hanno contattato il loro Comune per avere conferma di queste agevolazioni e si sono sentiti rispondere di esserne all’oscuro e che, quindi dovranno versare anche per quest’anno l’IMU e l’intera quota per la TASI e la TARI.

Essendo, ormai, a meno di due mesi dalla scadenza del 15 giugno per il pagamento dell’acconto dell’ IMU – TASI – TARI, per evitare che i pensionati iscritti all’AIRE proprietari di una abitazione in Italia siano costretti – in molti Comuni – a dover pagare più del dovuto a causa della malaburocrazia, come UIM ci siamo attrezzati per aiutare tutti gli interessati a procurarsi la documentazione necessaria (visura catastale, attestazione pensionistica) per la richiesta all’ Ufficio Tributi dei loro Comuni dell’applicazione dei benefici previsti dalla succitata normativa.

Per avvalersi di questo nuovo servizio gli interessati potranno, pertanto, contattare un Circolo UIM oppure la sede dell’ITAL UIL più vicina dove vi troveranno un addetto della UIM preposto a questo scopo.

Mario Castellengo, Presidente nazionale UIM

 

 

 

 

Presentato al MEI il volume “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo”

 

La ricerca si prefigge di rintracciare i vitigni italiani nel mondo e di analizzare gli effetti del lavoro agricolo dei nostri migranti a livello paesaggistico e architettonico

 

ROMA – E’ stata presentato a Roma, al Museo dell’Emigrazione Italiana presso il Vittoriano, il libro, curato da Flavia Cristaldi e Delfina Licata, dal titolo “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo” (ed. Bruno Mondadori). Una ricerca, promossa dall’Università La Sapienza di Roma,  dalla Fondazione Migrantes e dalla Società Geografica Italiana, che si prefigge  di rintracciare i vitigni italiani nel mondo e di analizzare gli effetti della tradizione vinicola portata dai nostri emigranti sui nuovi territori di residenza a livello paesaggistico e architettonico. L’indagine, che spazia in 19 paesi, si avvale della competenza di geografi, sociologi, agronomi, winemakers, demografi, architetti e giornalisti, e offre al lettore storie ed aneddoti particolari sulla nostra emigrazione. Nel corso dell’incontro è stata anche presentata la mostra, curata da Sandra Leonardi dell’Università  “La Sapienza di Roma”, sul tema  “L’emigrazione italiana in un bicchier di vino. Tra viti, vini e culture”, composta con il materiale fotografico proveniente dalla ricerca.

L’incontro, coordinato dall’editorialista del Corriere della Sera Paolo Valentino, è stato aperto dalla lettura del messaggio inviato dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. “I risultati della ricerca – scrive il Presidente della Repubblica  - attestano il lavoro silenzioso e non sempre adeguatamente ricordato dei nostri emigranti. Sono stati milioni gli italiani che hanno lasciato il nostro Paese nei secoli scorsi a causa della miseria e della disperazione. Sono storie cariche di fatica e sofferenza, che hanno spesso trovato il riscatto grazie a coraggio, tenacia, creatività e competenza”. “Nel corso dei secoli le vecchie emigrazioni –  continua Mattarella dopo aver ricordato le grandi capacità tecniche ed imprenditoriali dei nostri agricoltori nel mondo  - hanno creato legami visibili e invisibili tra i cittadini italiani residenti all’estero e la madrepatria. Oggi a quei legami umani e culturali si aggiunge una notevole capacità di scambi commerciali e di nuove opportunità per il turismo in Italia. Anche il vino ha contribuito e contribuisce a tenere unito il nostro Paese al di là dei confini geografici e a fare grande il nome dell’Italia nel mondo”.

Ha poi preso la parola il direttore generale della Fondazione Migrantes Gian Carlo Perego che ha evidenziato come questo libro si fermi “a  considerare una condivisione di cura, cultura, coltura di un bene, la vite, e di un cibo, il vino, che l’emigrazione italiana ha favorito nel mondo”. “In questo momento l’Italia e gli italiani – ha aggiunto  Perego - stanno vivendo una nuova stagione di emigrazione, a causa della crisi economica e della disoccupazione che, nei giovani, ha raggiunto e superato il 42%: meno di 1 giovane su tre trova oggi lavoro in Italia. Non siamo ancora evidentemente ai numeri della grande diaspora di fine Ottocento inizi Novecento, ma sicuramente i numeri stanno costantemente crescendo, come emerge annualmente dal “Rapporto Italiani nel Mondo” e, guardando al panorama dei flussi migratori mondiali, ancora una volta gli italiani giocano, come in passato, un ruolo primario nel proporre nuove caratteristiche delle partenze dai paesi occidentali. Non più migrazioni solitarie, ma partenze di nuclei familiari e di donne che, sicuramente con numeri di poco inferiori a quelli degli uomini, si muovono alla ricerca di situazioni di vita soddisfacenti. La ricerca di un lavoro è la motivazione prioritaria della partenza che nasconde, però, un insieme complesso di desideri di realizzazione personale e lavorativa, la possibilità ai più negata di una progettualità che comprenda più sfere della vita”.

“Il volume che oggi presentiamo – ha proseguito Perego - nasce e si inserisce in questo quadro di riferimento rinnovato della emigrazione italiana e lo fa legando il passato e il presente, manifestando a pieno titolo quanto gli italiani siano stati fecondi nel proporre modelli di vita lontani dalla nazione di nascita, ma che ben si sono inseriti nei territori di emigrazione. Il sacrificio, il lavoro, il rispetto del territorio e della natura sono stati valori che si sono trasformati con e durante l’emigrazione, diventando altro a seguito del metissage tra luogo di partenza e luogo di arrivo. E così, - conclude Perego - il tralcio di vite gelosamente custodito nella valigia alla partenza, le bottiglie di vino scrupolosamente conservate nei numerosi viaggi, come testimonia, ad esempio nei suoi racconti di viaggio la Santa Francesca Saverio Cabrini patrona dei migranti, è diventato sapore e colore dell’Italia fuori dei confini nazionali, ma anche ricordo e testimonianza di valori familiari, di tradizioni passate di padre in figlio, di segreti messi in atto perché la terra risponda al lavoro nel modo migliore”.

A seguire è intervenuto Claudio Cerreti, vice presidente della Società Geografica italiana, che ha spiegato come la ricerca tenga insieme tre punti fondamentali per l’indagine geografica: l’emigrazione, il paesaggio e l’alimentazione. Dimensioni che hanno permesso ai ricercatori di rintracciare filiere migratorie e di distribuzione delle viti poco conosciute, ad esempio in Messico, Perù e  Sud Africa. Dopo aver ricordato lo sforzo compiuto dai nostri connazionali per riadattare la cultura agricola italiana a condizioni ambientali molto diverse da quelle d’origine, Cerreti ha anche sottolineato come le coltivazioni italiane abbiano svolto un ruolo molto importante per i paesaggi dei paesi di residenza. 

Dal canto suo Paolo Di Giovine, direttore del dipartimento di Scienze documentarie linguistico, filologiche e geografiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, che ha sottolineato come il termine migrazione derivi dal latino e ci accompagni da secoli con una tradizione costante. Più antico invece il termine linguistico che definisce il vino,  “vinum”,  che il latino ha preso in prestito da una cultura preesistente in Europa appartenente all’antico linguaggio usato dai popoli del Mediterraneo.

Ha poi preso la parola il coordinatore del dibattito Paolo Valentino che ha ricordato come nei primi anni 90’ esistesse nella società politica tedesca una realtà trasversale, una specie di “partito della Toscana” i cui membri erano legati dall’amore per questa regione italiana e in cui la conoscenza del vino aveva un ruolo fondamentale. Importati uomini politici che si batterono per l’immediato ingresso dell’Italia nell’euro. A seguire Flavia Cristaldi, curatrice della ricerca e docente di Geografia delle Migrazioni all’Università “La Sapienza” di Roma, ha rilevato come nella loro emigrazione i nostri connazionali  portarono nei nuovi paesi di residenza competenze, abilità, tecniche e alcune piante legate alla tradizione, come dimostrano i tanti platani trovarti in Brasile.  La Cristaldi ha poi ricordato come i contadini italiani, che hanno scelto di ricominciare da capo oltre i confini, siano riusciti a creare, attraverso il lavoro delle famiglie, villaggi e vigneti che abbracciano intere colline.

 L’altra curatrice della ricerca Delfina Licata, della Fondazione Migrantes, ha segnalato la presenza nel progetto di elementi costanti, come ad esempio la dedizione al lavoro dei  migranti, la capacità di fare rete attraverso un approccio multidisciplinare all’indagine e l’attenzione alle persone che nel libro si evidenzia attraverso i racconti di vita dei migranti. La Licata ha anche sottolineato come la storia migratoria dei nostri connazionali di ieri e di oggi possa far capire agli italiani l’importanza della vocazione all’accoglienza dello straniero, sopratutto in un momento difficile come quello odierno. “Rileggere l’emigrazione italiana – ha spiegato la ricercatrice della Migrantes - è ciò di cui si ha maggiormente bisogno, ma bisogna farlo attraverso lenti nuove e prospettive diverse… abbiamo raccontato l’impegno, la tenacia di donne e di uomini che mossi dalle motivazioni più varie  sono partiti alla volta dell’estero portando con loro ciò che di più prezioso avevano, la loro identità e la loro cultura, rappresentata da un tralcio di vite o da conoscenze secolari di come si costruisce un territorio e di come si produce un ottimo vino”.

Sandra Leonardi, dell’Università “La Sapienza”, si è invece soffermata sulla mostra fotografica da lei curata “L’emigrazione italiana in un bicchier di vino. Tra viti, vini e culture” che utilizza il materiale fotografico acquisto per la ricerca. “Queste immagini – ha spiegato la Leonardi – che sono documentarie rispetto alla ricerca, acquistano un valore particolare perché hanno la capacità di emozionare il visitatore. Un viaggio nel tempo e nello spazio che stimola i nostri ricordi personali delle migrazioni. Tutte queste storie testimoniano l’inventiva, l’ingegno, la caparbietà e l’amore di chi ha lasciato la madre patria ed è partito alla ricerca di un futuro migliore in una terra lontana e stranierà”. La Leonardi ha anche segnalato come la pubblicazione che accompagna la mostra sia dotata di “realtà aumentata”, ovvero di un’applicazione per il telefonino che consente di ottenere ulteriori informazioni multimediali.

Dopo la riflessione del winemaker  Roberto Cipresso, che ha ricordato le tante “emozioni” insite nei vini italiani e il contributo dato dai nostri coltivatori allo sviluppo economico e all’evoluzione paesaggistica dei paesi di residenza, Rando Devone, della Fondazione Fai – Cisl, ha evidenziato la centralità del lavoro in agricoltura e come questo rappresenti presidio sociale,  sicurezza alimentare, e salvaguardia  ambientale. Devone ha anche ricordato il lavoro dei tanti stranieri che, dopo aver acquisito le conoscenze tecniche in Italia, tornano al loro paese di origine dove producono degli ottimi vini. 

Ha poi preso la parola Fabio Porta, deputato del Pd eletto nella ripartizione America Meridionale e presidente del Comitato per gli italiani nel mondo e promozione del sistema paese, che ha segnalato come fra  pochi giorni si festeggeranno i 140 anni dell’emigrazione italiana nello stato brasiliano del Rio Grande do Sul, alla presenza del governatore di origini italiane, dell’ambasciatore italiano e dei rappresentanti delle grande case vinicole. Porta ha anche rilevato come a tutt’oggi le produzioni italiane nate dalle nostre comunità all’estero rappresentino un volano straordinario per l’uscita dalla crisi dell’Italia . “Recenti dati ci dicono – ha proseguito Porta – come oggi l’export italiano continui a tirare in maniera incredibile è che la differenza fra esportazioni ed importazioni, a netto di tutti i derivati del petrolio, sia di cento miliardi. Un differenziale straordinario in favore del nostro export che è segnato sicuramente dalla presenza dei nostri connazionali nel mondo”.  “Stiamo cercando di lavorare – ha aggiunto il deputato del Pd - con le associazioni, le Regioni e le Camere di Commercio all’estero al fine di valorizzare, anche nell’ambito dell’agroalimentare, questo connubio fra presenza italiana nel mondo, esportazioni e internazionalizzazione”. Porta ha poi ricordato sia la tragedia del transatlantico Sirio del 1906, dove sulla rotta per il Brasile persero la vita moltissimi migranti italiani simili dal punto di vista umano agli immigrati che oggi  muoiono nel Mediterraneo,  sia il progetto di legge presentato in Parlamento che si prefigge di introdurre nelle scuole italiane l’insegnamento multidisciplinare delle migrazioni, recuperando la memoria per favorire la comprensione dell’oggi. Porta ha infine segnalato la necessità di distinguere fra la contraffazione dei vini e la produzione dei vini realizzati dai connazionali all’estero con tecniche italiane.

L’incontro è stato concluso dal direttore generale del Maeci per gli Italiani nel Mondo e le Politiche Migratorie Cristina Ravaglia che ha rilevato come dal dibattito siano emersi diversi stimoli emotivi come “il concetto delle radici che porti in una terra nuova”, o le antichissime origini  linguistiche del vino che dal Mediterraneo si è sparso nel mondo. “C’è tanto lavoro che da sempre caratterizza l’emigrazione italiana nel mondo – ha affermato il direttore generale -  perché chi cerca il nuovo se in un nuovo luogo deve lavorare per il doppio della fatica. C’è poi anche il vino e la vite come identità che porti con te e che proietti in avanti per ritrovare te stesso in un altro posto”.

“I nostri emigranti nel mondo – ha proseguito la Ravaglia - hanno costituito e modificato con il loro stile di vita e il loro apporto il modo di essere dei Paesi che li hanno ospitati, e questo è importante per l’Italia perché la diffusione del modo di vivere italiano favorisce le nostre esportazioni” .  Il direttore generale ha inoltre segnalato la presenza in Crimea di un’emigrazione italiana poco conosciuta formata dai discendenti delle famiglie pugliesi che a metà dell’800 furono chiamate dallo Zar di Russia a coltivare queste terre dal clima mediterraneo. Famiglie che ancora oggi parlano la nostra lingua d’origine e sono interessate dallo studio dell’italiano. (Goffredo Morgia – Inform 29)

 

 

 

 

Regionali, liste chiuse. Polemica sull'esponente della Destra con De Luca

 

La corsa per le regionali adesso è davvero cominciata. Le ultime liste sono state depositate entro mezzogiorno di questo sabato semifestivo. E soprattutto nelle regioni meridionali, come spesso accade, la campagna si trasforma in una caccia al posto di lavoro (ancora) superpagato nei consigli.

Sette regioni e 1.066 comuni al voto il 31 maggio. In Puglia si è schierato ai nastri di partenza un truppone di quasi mille aspiranti consiglieri con ben sette candidati presidenti (sono 51 in corsa da governatori nelle sette regioni). In Campania fa discutere la campagna acquisti del pd De Luca: nelle sue liste anche l'ex capogruppo della Destra, che si fece fotografare sulla tomba di Mussolini. Proprio in Puglia si è consumata la frattura più pesante dentro il centrodestra forzista. Raffaele Fitto ha depositato in extremis la sua lista "Oltre" in sostegno a Francesco Schittulli e torna ad attaccare a testa bassa Berlusconi. Così anche Forza Italia conferma il sostegno ad Adriana Poli Bortone, spianando così la strada al pd Michele Emiliano. Ma il quadro è complesso anche nel veneto leghista, con la lista di Flavio Tosi che è in rotta col suo ex partito e col governatore uscente Luca Zaia, mentre la democratica Alessandra Moretti spera di approfittare della sfida fratricida. Il ministro Angelino Alfano sostiene che l'Ncd "sarà la vera sorpresa" di questa tornata, il premier Matteo Renzi sogna il cappotto, il Carroccio di Salvini di attestarsi come primo partito del centrodestra a discapito di Forza Italia e del suo leader distratto dalle cento trattative aperte sulle sue aziende.

E in questo clima, che è già da campagna elettorale, lunedì sera è previsto alla Camera il voto finale sull'Italicum. Le opposizioni sono tentate dall'ennesimo Avantino, ma il risultato - dopo le tre votazioni di fiducia - è già scritto. CARMELO LOPAPA  LR 3

 

 

 

 

 

Le novità

 

“Nessuna nuova, buona nuova”. Il detto, saggezza di un Popolo, è ben noto nella nostra Penisola. Ma, quando le “nuove” potrebbero esserci, è importante mettere un poco da parte i proverbi e tentare di fare un primo punto sul fronte socio-politico italiano alle porte dell’estate. E’ una necessità che riteniamo prioritaria proprio per non trovarci spiazzati sul fronte politico. Se da un lato, e giova rilevarlo, il quadro delle possibili alleanze è ancora tutto da chiarire, sembra che ci si muova per varare un piano, più articolato, delle riforme istituzionali; modifiche costituzionali comprese. Come sarà il prossimo Potere Legislativo non c’è ancora chiaro, ma sembra che il sistema”bicamerale” resti duro a morire. Forse, s’insisterà su un numero minore di parlamentari. Sull’Esecutivo, il riserbo è più che totale. Del resto, lo scollamento di strategie tra i partiti, che in Italia prosperano a tutto spiano, c’induce a presupporre un differente meccanismo elettorale più parco nei numeri ed esteso anche agli elettori italiani d’oltre confine. Meglio tardi che mai. Per altro, non s’evidenzia alcun partito capace di guidare un accordo in grado di reggere un’intera legislatura. Quando i “rossi” sono diventati “rosa” ed i “bianchi” hanno assunto una lieve sfumatura di “grigio”, di maggioranza governativa non è proprio il caso di scrivere. Forse, da noi manca la volontà d’essere originali o, in ogni caso, più propositivi che per il passato. La guida dei partiti non si dovrebbe ereditare; invece la figura dei “Delfini” è più reale che mai. Almeno, ci auguriamo che il nuovo Parlamento sia messo nelle condizioni d’operare in maniera più indipendente. Senza problemi di “conta” e di “franchi tiratori”. Ovviamente, il cambiamento andrà ad interessare anche altri istituti costituzionali. Se così dovesse essere, ne prenderemmo atto; già sicuri in una migliore gestione dello Stato. Ciò malgrado, non tutti i partiti sembrano in linea con i cambiamenti che, da ipotetici, potrebbero essere reali entro fine d’anno. Se gli accordi di programma non dovessero essere raggiunti nei tempi ragionevoli, potrebbero scattare anche referendum propositivi; assai importanti per valutare direttamente la volontà del popolo italiano. Mentre scriviamo, a poche settimane dall’estate, il quadro politico nazionale continua ad alterarsi o a mantenere posizioni atipiche per non sfiduciare la Squadra di Renzi. Non è detto che questo “non parlamentare”, finito il suo mandato, non si candidi quale esponente del suo partito. La Democrazia è una realtà preziosa che, però, ha da essere gestita con razionalità e con programmi ben chiari anche per l’economia del Paese. Certo è che l’istituto della delega, tanto caro ai nostri politici, sembra aver perduto d’importanza e questo è un altro segnale sul quale porremo la nostra attenzione nell’immediato futuro. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il Sel-Svizzera sulle elezioni Comites. Molti commenti fuori luogo

 

BASILEA - “Il dato saliente delle recenti elezioni dei COMITES non è certo il successo a valanga del Partito Democratico e delle sue liste-civetta”. Inizia così la riflessione sulle elezioni dei Comites appena concluse, che il Coordinamento svizzero di Sinistra Ecologia e Libertà affida alla sua newsletter.

“Ci sembrano fuori luogo ed in alcuni casi ridicole – si legge nel contributo di Sel Svizzera - le reazioni trionfalistiche di esponenti locali e di parlamentari del PD che esultano per le percentuali bulgare dei loro candidati. Il dato eclatante di questo voto è il crollo della partecipazione, che in alcune realtà della Svizzera fatica a raggiungere il 2% del potenziale elettorato. Questo è dovuto certo alla macchinosità del meccanismo di iscrizione alle liste elettorali, come pure al pasticcio combinato con il prolungamento dei tempi per le iscrizioni all’Albo degli elettori”.

“Ma – si riconosce – non possiamo non ragionare in termini più complessivi e su ragioni più di fondo: lo stato delle nostre associazioni, ormai invecchiate e spesso svuotate di iscritti e di iniziativa; la scarsa credibilità dei COMITES uscenti, che in molte realtà si sono acconciati ad una logica consociativa con le rappresentanze consolari (ad esempio essi sono stati di fatto silenti rispetto alle pesanti riduzioni dei servizi consolari!); la delega di molti problemi ai parlamentari eletti all’estero, con i quali i COMITES hanno istaurato un rapporto fiduciario e poco rivendicativo”.

Dunque, si chiede il partito, “cosa fare ora di fronte a questo dato che di fatto conferisce ai COMITES una legittimazione molto ridotta? Il nostro auspicio è che gli eletti, ai quali auguriamo comunque buon lavoro, abbiano consapevolezza di questi limiti e svolgano la loro funzione cercando quanto meno di allungare le antenne: ad esempio organizzando regolari audizioni con le variegate realtà organizzate e con le personalità che possono portare un contributo importante su tematiche specifiche. Ma dobbiamo forse metterci tutti insieme attorno ad un tavolo e iniziare a ragionare in termini critici e radicali su come riorganizzare la partecipazione e la rappresentanza degli italiani all’estero”.

“Ci auguriamo soprattutto – conclude Sel Svizzera – che il PD, che rappresenta la forza politica maggioritaria, non si senta, nella logica galoppante anche all’estero del Partito della Nazione, il titolare esclusivo di queste tematiche ed apra ad un confronto con tutte le forze politiche ed associative”. (aise 29) 

 

 

 

 

Personale a contratto soggetto IRPEF

 

Come noto, il personale a contratto soggetto IRPEF subisce annualmente il prelievo delle addizionali regionali e comunali in un’unica soluzione, peraltro anticipata, anziché diluita durante il corso dell’anno come accade per tutti i restanti contribuenti italiani.

 

Anche quest’anno, puntualmente nel mese di aprile, è avvenuto il mega-recupero per importi ulteriormente aumentati rispetto all’anno precedente, in perfetta sintonia con il trend di costante aumento delle tasse regionali e comunali. 

 

Gli importi sono letteralmente da capogiro: dai 400 Euro in su, fino ad arrivare in alcuni casi anche a 1.000 Euro.

 

L’entità di questi prelievi, concentrata su un unico mese,  è tale da mettere in grande difficoltà i dipendenti e le loro famiglie. Questa problematica sarebbe tuttavia arginabile, se gli importi fossero spalmati su 12 mensilità, come accade per i restanti contribuenti di tutta Italia. 

 

La CONFSAL UNSA Esteri, nel farsi portavoce del grave disagio dei propri assistiti, ha evidenziato questa criticità ai vertici della DGRI ed ha chiesto approfondimenti urgenti finalizzati all’individuazione di soluzioni utili,  al fine di consentire anche ai dipendenti a contratto soggetti IRPEF (vale a dire tutti i colleghi con contratto italiano e parte dei colleghi con contratto locale) di frazionare il pagamento delle addizionali sulle 12 mensilità.

 

Infine, la CONFSAL UNSA Esteri assicura ai propri iscritti, il cui reddito è sottoposto a tassazione in Italia, e che hanno beneficiato delle detrazioni per carichi di famiglia fino al dicembre 2014, il massimo interessamento, affinché questo beneficio venga esteso normativamente a tutti i residenti all’estero e non sia circoscritto ai Paesi UE. Purtroppo, il Governo Renzi da un lato sottopone i residenti all’estero al pagamento delle addizionali regionali e comunali, ma purtroppo continua negare il diritto alle detrazioni per carichi di famiglia! 

Consal Unsa Esteri

 

 

 

 

 

Dino Nardi (Uim): Rinnovo Comites, in Svizzera vince il partito delle donne

 

ZURIGO - Così dopo ben undici anni - e con sei anni di ritardo dovuto a ripetuti rinvii legati, soprattutto, a difficoltà finanziarie – in tutto il mondo vi è stato finalmente il rinnovo dei Comites, di questi Comitati degli italiani all’estero che rappresentano a livello di Circoscrizioni consolari le comunità italiane emigrate nei confronti delle autorità italiane e locali.

In Svizzera, dopo il dimagrimento che ha subito la rete consolare italiana in questi ultimi lustri, vi sono rimasti solo cinque Uffici consolari (la Cancelleria consolare a Berna, tre Consolati generali a Ginevra, Lugano e Zurigo; un Consolato a Basilea) con il risultato che il rinnovo dei Comites, in questa circostanza, vi è stato nelle Circoscrizioni consolari di questi cinque Uffici e, in aggiunta, su esplicita richiesta delle comunità italiane locali, un secondo Comites sia nella Circoscrizione del Consolato generale di Ginevra cioè a Losanna che in quella di Zurigo a San Gallo. Quindi in totale sette Comites, di cui cinque composti di dodici membri e due (Lugano e Zurigo) di diciotto membri dovendo rappresentare una comunità superiore a 100.000 persone. Un rinnovo che, purtroppo, ha visto una partecipazione al voto degli aventi diritto molto più bassa anche rispetto alle precedenti votazioni che, negli ultimi quindici anni, si sono tenute all’estero tra le comunità italiane e che già avevano raggiunto percentuali non eccelse. Una bassa partecipazione al voto che, in questa votazione, al di là di molte altre motivazioni sulle quali ci sarà occasione di ritornare a riflettere, è certamente dovuto soprattutto al nuovo sistema della preiscrizione - nell’Albo elettorale dei rispettivi Uffici consolari di riferimento - da parte degli elettori che intendevano partecipare alle elezioni dei Comites.

In queste ultime elezioni si deve, peraltro, notare come tra le/i candidate/i delle varie liste le elettrici e gli elettori abbiano privilegiato con le loro preferenze le donne come mai era accaduto in passato. Basti pensare, per esempio, che nei Comites di Ginevra e Losanna le tre uniche candidate donne che erano in lista sia a Ginevra che a Losanna sono risultate le prime elette in entrambi i Comites distanziando di molto il primo candidato uomo eletto al quarto posto; così pure nella lista di Berna ed in una delle due liste in lizza a Lugano ai primi tre posti si sono collocate ancora tre donne; una analoga vittoria delle donne si è avuta pure a Basilea dove, su tre liste, in due sono risultate le più votate; mentre a Zurigo, nella lista che ha vinto le elezioni di questo Comites (11 seggi su 18), le quattro candidate donne sono state tutte elette ed in una seconda lista su tre seggi ben due sono stato appannaggio di due candidate donne e, in una terza lista su due seggi ottenuti uno è ancora di una donna; nello stesso Comites di San Gallo vi saranno quattro donne ovvero tutte quelle che erano state candidate nelle due liste che si sono affrontate nelle elezioni. In poche parole si può benissimo affermare che in queste elezioni del 17 aprile per il rinnovo dei Comites in terra elvetica ha vinto il “Partito delle donne”!   Dino Nardi, Coordinatore Uim per l’Europa

 

 

 

 

 

 

Di Biagio (AP): dubbi sull’utilità dei Comites? L’avevamo detto

 

"All’indomani del disastroso risultato delle elezioni dei comites e dei leciti interrogativi che hanno posto, soprattutto se questi cominciano a popolare i media nazionali come in ultimo l’articolo di Chiellino su "Il sole 24 ore", sarebbe fin troppo facile dire “l’avevamo detto”. Ma è proprio così." lo dichiara in una nota il senatore Aldo Di Biagio

"Fin dallo scorso settembre avevamo detto che la configurazione della nuova disciplina in materia di rinnovo dei comites rischiava di delegittimarne il ruolo, ma la realtà si è rivelata molto meno clemente delle nostre previsioni."

"Fin dalle prime battute avevamo posto il problema di garantire il più possibile la partecipazione proprio in ragione dell’importanza riconosciuta alle elezioni, ma la palesemancanza di dialogo e di confronto tra le diverse voci ha decretato uno schiacciamento dell’interesse particolare sulla legittima visione generale della questione."

"E’ innegabile - continua Di Biagio - che sull’attuale e purtroppo fallimentare disciplina di composizione dei Comites abbiano influito posizioni estremamente personali tradotte in scelte legislativeinclini più a interessi particolari, quasi tentati dalla volontà di penalizzare gli altri."

"Il risultato? “procedure a dir poco complicate” come è sottolineato tra le righe de ilSole24ore che hanno reso praticamenteimpossibile l’esercizio del diritto di voto."

"Ma ritengo che ormai davanti alla palese debacle di aprile un bel mea culpa qualcuno dovrebbe farlo. Le valutazioni sulla dubbia utilità dei Comites sollevate dauna testata autorevole come "Il sole 24 ore" danno forma a quelli che erano i nostri più brutti “presagi”, perché veicolano chiaramente nell’opinione pubblica quell’immagine di rappresentanza degli italiani nel mondo che abbiamo sempre duramente combattuto. E la cosa che più deve far riflettere sta nel fatto che quella che è additata come “mancanza di interesse” verso i Comites non è dovuta all’indifferenza dei connazionali ma all’assenza di condizioni che permettano loro di poter votare"

"Davanti a tutto questo, qualcuno si prenda le proprie responsabilità, e si passi una mano per la coscienza, nel frattempo però si becchi un sentito ringraziamento per aver consentito questa immagine fallimentare del mondo dell’emigrazione." conclude il senatore eletto all'estero.  De.it.press

 

 

 

 

 

 

Il percorso dei migranti. Non basta sbarcare in Italia, poi comincia la corsa ad ostacoli

 

Dall'obbligo di prendere le impronte digitali alla domanda per il riconoscimento dello status di rifugiato. Il ruolo delle 40 Commissioni territoriali a cui è affidato il compito di concedere o meno una qualche forma di protezione internazionale. Il rebus della destinazione. I costi a carico dello Stato. Un terzo dell'accoglienza sulle spalle del mondo ecclesiale  - di Patrizia Caiffa

 

Volti spaesati e impauriti di giovani donne e uomini sopravvissuti a un naufragio. Dimessi e infreddoliti, subito dopo uno sbarco sulle coste italiane. Siamo abituati a vederli così, ma poi, cosa accade alle loro vite toccate dal dramma e sfiorate della morte? Qual è l’iter che li porta al riconoscimento di una protezione umanitaria e dove vanno? Come sono accolti? Una scheda per capire qual è il difficile percorso ad ostacoli che li aspetta in Italia.

 

Quante persone sbarcate? Tra gennaio e aprile 2015 gli arrivi sono stati 24mila (erano stati 20mila nel 2014). Per il 2015 sono stimati 200.000 arrivi. Nel 2014 sono sbarcate sulle coste italiane 170.100 persone (erano state 43mila nel 2013), il 90% in Sicilia, principalmente da Siria, Eritrea e Somalia, il 60% fuggiva da zone di guerra. I migranti arrivati via mare nel periodo 2006-2014 (Fonte: Guardian) sono stati 324.668 in Italia, 87.067 in Grecia, 39.771 in Spagna, 13.821 a Malta.

 

Qual è l’iter? Appena sbarcati in Italia ai migranti vengono prese le impronte digitali e inserite nel database Eurodac. Un passaggio non gradito perché la maggioranza vorrebbe raggiungere parenti e amici nei Paesi nord-europei. Purtroppo, per effetto della Convenzione di Dublino (secondo la quale si può chiedere asilo e stabilirsi solo nel primo Paese sicuro, e non andare altrove nell’Ue), se volessero andare all’estero sarebbero rimandati indietro. Una volta alloggiati, presentano la domanda alle Commissioni territoriali per chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato.

 

Le Commissioni territoriali. Nel 2008 erano 10, oggi sono state portate a 40. Ogni rifugiato racconta la sua storia ai membri della Commissione, che dovrà decidere se concedere o meno una qualche forma di protezione internazionale. L’attesa dovrebbe essere di 21 giorni, invece diventa di 6 mesi / 1 anno.

 

Dove sono accolti. Oltre all’accoglienza ordinaria, le Prefetture hanno dovuto identificare nuove strutture temporanee: palasport, alberghi, ex caserme o altri alloggi improvvisati chiamati Centri di accoglienza straordinaria (Cas), sia per adulti sia per gli oltre 11mila minori arrivati nel 2014. Poi ci sono i Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Infine, per i più fortunati, ci sono i centri del Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), un percorso più articolato che dovrebbe offrire al migrante anche l’apprendimento della lingua e l’inserimento sociale. Finora è stata casuale la destinazione nei diversi Centri.

 

Quanti sono oggi in accoglienza. Il numero di rifugiati accolti dall’Italia rimane modesto se comparato a quello di altri Paesi europei (la media europea è di 1,1 ogni mille). L’Italia accoglie un rifugiato ogni mille persone, ben al di sotto della Svezia (con più di 11 rifugiati ogni mille) e la Francia (3,5 ogni mille). Il ministero dell’Interno affida i migranti alle Prefetture in proporzione alla popolazione residente in ciascuna Regione. Attualmente sono accolti circa 81mila migranti, di cui 65.000 hanno presentato domanda di asilo politico, mentre gli altri non hanno status particolari (i minori ad esempio) o non hanno ancora fatto domanda. Sono soprattutto in Sicilia, Lazio, Puglia e Lombardia. Più della metà sono in 1.657 strutture temporanee (Cas). Altri sono nei 14 Cara/Cda e Cpsa, strutture che hanno dai 100 ai 1.000 posti. I più famosi sono il centro di Mineo a 50 km da Catania con 4.000 posti, Borgo Mezzanone (Fg), Castelnuovo di Porto (Roma), Crotone, Bari Palese. Strutture isolate dalle città, che sembrano pensate per tenere i richiedenti asilo lontano dagli italiani. Circa 30mila sono nel sistema Sprar, ma è necessario l’accordo con gli enti locali e alcune Regioni e Comuni non li vogliono ospitare. Su 8.000 Comuni, solo 4.500 hanno dato disponibilità.

 

Protezione internazionale in Italia. Nel 2013 sono state presentate 27mila domande. Oltre 25mila nei primi sei mesi del 2014. Il 64% proviene dall’Africa. Nel 2013 è stato accordato lo status di rifugiato (secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, chiunque sia perseguitato a motivo della sua razza, religione, cittadinanza, opinione politica o appartenenza ad un determinato gruppo sociale) al 13% dei richiedenti; il 24% ha ricevuto la protezione sussidiaria (riconosciuta a chi fugge da conflitti, il permesso dura 5 anni); il 24% ha ottenuto un permesso per motivi umanitari (accordato dal governo italiano). La mancanza di una legge organica sull’asilo provoca prassi difformi sul territorio nazionale, quali l’iscrizione al servizio sanitario, all’anagrafe, l’accesso ai servizi sociali, la possibilità di fare domanda per alloggi popolari o di inserirsi nel mondo del lavoro. Questo causa fenomeni di discriminazione e non favorisce l’integrazione dei rifugiati.

 

Quanto si spende. Ogni anno lo Stato spende in totale per l’accoglienza circa 700/800 milioni di euro, per il 2015 si annuncia una spesa intorno a 1 miliardo. Oggi per ogni richiedente asilo lo Stato versa agli enti gestori dei centri 35/40 euro al giorno, che assicurano vitto, alloggio, vestiti, corsi. Solo 2,5 euro al giorno vanno agli ospiti.

 

L’accoglienza nella rete ecclesiale. L’indotto dell’accoglienza gestito dalla Chiesa nelle diocesi ha visto passare nell’ultimo anno almeno 20mila persone, un terzo della capienza dell’intero sistema. Attualmente sono accolte nelle strutture ecclesiali 5.875 persone, in Lombardia, Campania e Triveneto. La diocesi che ne ospita di più è Teggiano-Policastro. Caritas e Arci sono le realtà che accolgono il più alto numero di profughi.

 

(Fonti principali: Caritas italiana, Ministero dell’Interno e Rapporto sulla protezione internazionale 2014)  sir 27

 

 

 

 

Migrazione

 

Nel vocabolario della lingua italiana si legge “Emigrazione”: flusso di genti da uno Stato a un altro per una serie di molteplici problemi. Lo stesso temine può identificare anche uno spostamento di cittadini all’interno del loro Paese. Ma quello che sta capitando esula da quest’ultima possibilità.

 Il termine, quindi, resta una definizione apparentemente asettica che, però, racchiude, oggi come ieri, drammi umani non sempre solo correlati alla ricerca di un lavoro. Dati i tempi, preferiamo scrivere di Migrazioni. Distinguendo, se del caso, le “Emigrazioni” dalle “Immigrazioni”. Anche se i seguiti finali cambiano di poco.

 In quest’ultimo decennio, l’Italia è terra di “esodo”. Il significato, però, si allontana dai termini che abbiamo esposto in apertura. L’Esodo è correlato alle guerre, ai genocidi al prevalere di una Fede su di un’altra. Insomma, senza tanti preamboli, le differenze ci sono e l’Italia è il Paese più esposto agli Esodi che, attraversi il Mediterraneo, interessano le coste a sud della Penisola.

 Ci sono, perciò, delle realtà che non è possibile trascurare e che, a ben riflettere, non dovrebbero essere confuse con le correlate posizioni politiche che continuano a “sbocciare” nel Bel Paese in materia. L’Asilo è un diritto che, però, ha da essere disciplinato da norme socio/umanitarie internazionali.

 L’Italia non può essere un “contenitore” di gente che ha bisogno di tutto. Il carico umanitario deve essere internazionale. Soprattutto a livello UE. Il Parlamento Europeo è nelle condizioni per proporre una serie di normative che consentano ai Migranti una sistemazione, temporanea o definitiva, nel Vecchio Continente. La nostra Penisola non ha i requisiti d’essere porto finale per un’Umanità che ha bisogno di tutto e che, ora, si trova in un Paese che può offrire ben poco anche ai suoi cittadini. A questo livello, ogni polemica è denaturata dal suo significato.

Ci sono, per di più, delle regole non scritte che, tuttavia, dovrebbero essere dettate dal buon senso. Quello che, secondo noi, sembra essere venuto meno.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Padiglione Italia. La grande finestra italiana sul mondo

 

MILANO - All’Expo di Milano il Padiglione Italia avrà il compito di comunicare al pubblico i valori e le eccellenze italiane. Il Padiglione Italia comprende il Palazzo Italia, quattro edifici sul Cardo e la Lake Arena, per un totale di 14.000 metri quadri.

Palazzo Italia è il cuore pulsante del Padiglione Italia: uno spazio vivo, creato per ospitare eventi al piano terra e spazi espositivi e di rappresentanza ai livelli superiori. L'edificio ospita al suo interno spazi istituzionali del Governo Italiano e le eccellenze del Made in Italy con un ristorante VIP al quarto piano e una terrazza panoramica. Un edificio tra i pochi a rimanere anche al termine dell'Expo e che vuole candidarsi ad essere un polo di innovazione e di progresso.

La sua attuale conformazione nasce dall'idea di rappresentare un enorme Vivaio di Energie Nuove che vuole raccontare il presente con un grande slancio verso il futuro.

Da qui nasce la mostra dell'identità italiana dove vengono esibite le 4 Potenze italiane in tutto il loro splendore.

Primo, “Il Saper Fare” con 21 personaggi che raccontano storie di italiani all'opera capaci di grandi imprese nei campi dell'arte e della manualità.

“La potenza della Bellezza” con 21 panorami e 21 bellezze architettoniche a raccontare il fascino dell'Italia.

“La potenza del Limite” è invece l'occasione per raccontare storie di successo realizzate in contesti al limite appunto, una qualità tipica dello spirito italiano, con un focus particolare sull'agricoltura e l'artigianato.

La quarta potenza italiana è quella del “Futuro” che viene rappresentato da un Vivaio con 21 piante rappresentative delle Regioni d'Italia.

L'ALBERO DELLA VITA

È il simbolo del Padiglione Italia, un'icona di femminilità e della sua forza di generare e di unire. Una struttura unica di acciaio e legno alta ben 37 metri visibile al centro del Lake Arena, ideata dal designer Marco Balich. All'interno del Palazzo Italia saranno visibili anche i mercati ortofrutticoli italiani grazie a una mostra interattiva.

Altra grande e originale attrazione sarà lo spazio a cura dell'Unione Italiana Ciechi in cui sperimentare la tragica bellezza della cecità attraverso un'esperienza da vivere totalmente al buio in un lungo spazio di 100 metri.

IL MADE IN ITALY E I SUOI VALORI NEL PROGETTO ARCHITETTONICO

Il Padiglione Italia vuole essere un luogo vivo, un punto di incontro in cui poter comunicare il Made in Italy in tutte le sue forme.

Proprio per questo anche gli elementi costruttivi dovevano necessariamente richiamare questi valori. Grande spazio quindi alle trasparenze del vetro e dei cristalli, un simbolo di dialogo e apertura verso il mondo.

Poi l'Energia, a simboleggiare l'energia dell'Italia ma anche il rispetto dell'ambiente. Palazzo Italia è infatti un edificio a impatto quasi zero grazie all'utilizzo di vetro fotovoltaico e alle proprietà fotocatalitiche del cemento utilizzato per l'involucro esterno, un cemento in grado di assorbire alcuni inquinanti presenti in atmosfera.

L'Acqua, la Natura e la Tecnologia sono gli altri elementi su cui ruota l'intero progetto nato per rappresentare una foresta urbana che racconta la storia delle eccellenze italiane proiettandole in un futuro dinamico e sostenibile.

GLI EDIFICI DEL CARDO

Sono gli spazi dedicati in particolare modo alle Regioni che possono esporre le loro eccellenze agricole, turistiche ed enogastronomiche attraverso i grandi spazi della biblioteca e del convivio.

Nel Cardo Sud-Ovest vengono spiegati i concetti di filiera corta e di sostenibilità dello sviluppo. Nel Cardo Nord-Est è invece il vino il grande protagonista con un Padiglione del Vino a cura di Vinitaly in cui degustazioni e percorsi sensoriali accompagnano i fortunati visitatori.

L'Unione Europea è ospitata sempre in questo spazio e si dedica a presentare uno degli alimenti cardine dell'alimentazione dell'uomo: il pane.

Gli spazi interni al Cardo sono invece ottimizzati per esporre altre eccellenze tipiche del Bel Paese quali gelato, pizza, birra, acqua minerale, caffè, latticini e salumi. (aise/dip) 

 

 

 

 

I pensionati italiani che possono chiedere l’esenzione dal pagamento dell’IMU per l’unica casa posseduta in Italia

 

ROMA -  La scadenza del 15 giugno prevista per il pagamento dell’IMU sulla casa si avvicina e per gli italiani che risiedono all’estero è ormai tempo di avere informazioni precise sui loro doveri fiscali e sulle novità  introdotte dall’art. 9/bis del Decreto Legge 28 marzo 2014 n. 47, convertito dalla Legge 23 maggio 2014, n. 80.

I pensionati residenti all’estero e regolarmente iscritti all’AIRE, che siano proprietari o usufruttuari di un’abitazione in Italia, purché non locata o data in comodato d’uso, a seguito di un emendamento dei parlamentari eletti all’estero del Senato, sono esentati dal pagamento dell’IMU e possono usufruire della riduzione dei due terzi dell’imposta prevista per la TASI (Tassa sui servizi indivisibili) e per la TARI (Tassa sui rifiuti). Poiché finora non è stato emesso un regolamento applicativo da parte del Ministero dell’economia e finanze per poter capire con precisione quali pensionati abbiano diritto all’agevolazione, quale documentazione esibire per usufruirne e se i comuni possano procedere autonomamente all’equiparazione dei residenti all’estero alla prima casa, noi parlamentari del PD estero abbiamo fatto al Governo un’interrogazione che sollecitava appunto tali chiarimenti.

La risposta che il Governo ha dato è basata su questi elementi: i pensionati iscritti all’AIRE che possono chiedere l’esenzione dal pagamento dell’IMU per l’unica casa posseduta in Italia sono quelli che ricevono una pensione (di vecchiaia, di invalidità o come superstiti) da parte di un ente previdenziale straniero; i comuni, a loro volta, perdono con la legge 80 la facoltà di equiparare l’abitazione dei residenti all’estero, anche non pensionati, all’abitazione principale, ma possono in autonomia stabilire un’agevolazione entro i limiti dello 0,3% dell’aliquota base.

In sostanza, i pensionati da un ente straniero possono fare al loro comune di riferimento la domanda di esenzione, attestando il loro status di pensionati e la loro iscrizione all’AIRE, e chiedere anche la prevista riduzione della TASI e della TARI. Per i pensionati iscritti all’AIRE che ricevono la loro pensione dall’INPS non c’è, allo stato, la stessa possibilità. Nello stesso tempo, i comuni (non molti, per la verità) che in passato avevano previsto l’equiparazione dell’abitazione degli emigrati alla prima casa, esente dall’IMU, non potranno farlo per il 2015, ma potranno stabilire una tariffa agevolata. Ogni persona interessata, quindi, dovrà verificare nel suo comune se questa agevolazione è stata deliberata e se è applicabile.

Per quanto ci riguarda come eletti all’estero del Partito Democratico, abbiamo preso atto di questo primo passo compiuto che apre un varco, anche in termini di principio, nella normativa fiscale sulla casa riguardante i cittadini italiani residenti all’estero. Nello stesso tempo, continueremo nel nostro impegno perché il beneficio sia esteso anche ai pensionati iscritti all’AIRE che ricevono una pensione italiana e perché i comuni possano riacquisire la loro piena autonomia impositiva, in modo da poter equiparare l’abitazione degli italiani iscritti all’AIRE alla prima abitazione, disponendo l’esenzione dal tributo. Francesca La Marca,

Deputata Pd della circoscrizione Estero

 

 

 

 

 

 

Emigranti 2.0: addio per sempre?

 

""Conoscere, scoprire, relazionarsi con un mondo che gli è stato servito global fin da giovanissimi". Queste, tra le tante, sono le parole di Enzo Riboni, che descrivono i cosiddetti "cervelli in fuga", espressione criticabile", come Riccardo Giumelli, autore di un articolo pubblicato da La Voce di New York, ricorda di aver già scritto.

Giumelli ha intervistato Riboni, autore del libro "Addio per sempre?", che al giornalista del quotidiano newyorkese diretto da Stefano Vaccara racconta chi sono gli emigranti 2.0, perché se ne sono andati dall'Italia e quale rapporto nutrono nei confronti del Paese d'origine.

"Enzo Riboni è giornalista del Corriere della Sera, dove tiene una rubrica dedicata proprio ai "Giovani all’estero". Recentemente ha pubblicato un interessantissimo libro "Addio per sempre? 101 storie di giovani all’estero", edito per IDE - Italic Digital Editions (versione cartacea 9,90 euro, quella ebook 2,99 euro). La prefazione è del sociologo Domenico De Masi. Ne abbiamo discusso cercando di sciogliere alcuni dubbi, perché il tema, di per sé, li pone fortemente.

Andarsene o restare? O, per usare le parole, di due bravi documentaristi, Gustav Hofer e Luca Ragazzi, "Italy love it or leave it". Non solo riflessioni, ma il racconto delle esperienze, in grado di darci risposte più certe.

Sono gli emigranti 2.0, la Generazione Y, oppure i Nativi digitali, o ancora i digitali globalizzati, incoraggiati da mamme lungimiranti e concordi nel far partire i propri figli. Potrà essere un "addio", un "arrivederci", un "a presto" o un semplice "ciao" all’Italia, sta di fatto che questi ragazzi hanno come orizzonte il mondo. E l’Italia? Mi è parsa come un libro sul "comodino", da sfogliare la sera prima di addormentarsi, per imparare a sognarla nuovamente. La realtà è altra cosa.

D. "Addio per sempre?" è un libro che racconta le storie di 101 ragazzi che se ne sono andati dall’Italia. Alla fine della lettura forse un punto esclamativo avrebbe raccontato meglio quanto descritto?

R. No, ho voluto far prevalere la speranza sul pessimismo, la possibilità sulla definitività. È vero che leggendo le vicende di questi ragazzi non se ne trae un quadro confortante riguardo alla probabilità di rientro in Italia. Nel libro infatti parto dalle storie pubblicate nella mia rubrica quindicinale sul Corriere Della Sera "Giovani all’estero" dal 2008 al 2015, ma dò una continuità intervistando nuovamente i protagonisti e aggiornando così tutte le situazioni fino al dicembre scorso. Ebbene, su 101, solo 9 ragazzi sono rientrati in Italia e di questi solo la metà perché ha trovato qui da noi un’interessante proposta lavorativa. Nonostante ciò molti giovani nei loro commenti sostengono di continuare a mantenere la speranza di poter rientrare in Italia dopo aver acquisito una sufficiente esperienza internazionale. Sta al nostro Paese trovare le vie per rilanciare l’occupazione qualificata e diventare polo di attrazione per i nostri expatriate e per i "cervelli" stranieri.

D. Chi sono i ragazzi di cui si parla?

R. Sono tutti laureati, spesso con master e dottorati in prestigiose università estere e hanno una marcia in più rispetto alla media in forza di volontà e impegno per riuscire. Rappresentano quindi un campione di espatriati molto particolare rispetto ai dati AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) che riguardano la totalità degli emigrati. Per farne un breve identikit: il 54% è composto da donne, un altrettanto 54% viene dal Nord Italia (28% dal Sud, 18% dal Centro); solo il 35% di loro si è trasferito in un Paese europeo (contro il 64% AIRE); la classifica dei Paesi vede in testa gli USA con il 19% (la metà a New York), seguiti dal 15% dell’Asia (8 su 10 in Cina), l’8% della Svizzera, il 5% dell’Oceania, il 2% della Francia e il 2% della Germania (in testa invece dopo l’UK nei dati AIRE). Ciò significa che i giovani di questo campione stanno puntando su Paesi più lontani i quali, pur comportando situazioni difficoltose e sfidanti, appaiono loro come potenzialmente più in grado di offrire chance di successo e di rapida carriera.

D. Questi ragazzi sono un’élite certamente, ma è giusto definire coloro che non partono, semplicemente come bamboccioni e mammoni? Parlando con molti ragazzi universitari stranieri in Italia mi è sembrato che vedessero così i propri colleghi italiani. Dall'altra parte i ragazzi italiani erano un po' risentiti per quello che consideravano uno stereotipo...

R. Concordo sul definirlo uno stereotipo. Qui non si tratta di mammoni e bamboccioni. L’atteggiamento dei giovani italiani è molto cambiato a partire dall’inizio della crisi nel 2008. Fino a pochi anni prima nessuno si voleva muovere, non dico all’estero, ma addirittura rifiutando posti di lavoro nella città o nella provincia vicina. Ora la maggior parte dei giovani si dichiara disponibile a trasferirsi all’estero per studio o lavoro. Persino l’atteggiamento delle mamme italiane è cambiato da "chiocce" a "global". Secondo un’indagine della Business School della Luiss, condotta su un campione di più di 11mila mamme con figli da 0 a 6 anni, l’80% ritiene che sia importante studiare e lavorare all’estero e il 93% si sentirebbe in colpa a trattenere in Italia un figlio deciso ad espatriare. Il problema è che non tutte le famiglie si possono sobbarcare gli oneri per far studiare o far trasferire all’estero un figlio per lavoro. Quindi non bamboccioni, ma limitati a muoversi dalle condizioni economiche e con solo i superbravi che possono contare su borse di studio sufficientemente generose.

D. Perché c’è la necessità di partire? È quasi un fatto esclusivamente economico, di prospettive professionali o c’è qualcos’altro?

R. Le ragioni per partire sono sostanzialmente sei: maggiori opportunità di lavoro, più stabilità (secondo Almalaurea a un anno dalla laurea solo il 34% dei giovani che lavorano in Italia ha un impiego fisso, mentre il neolaureato italiano all’estero è stabile nel 48% dei casi), più retribuzione (sempre secondo dati Almalaurea, a un anno dalla laurea, la retribuzione in Italia è pari a 1.003 euro netti al mese, all’estero 1.550), più meritocrazia, più carriera e più mobilità (all’estero più facile muoversi per lavoro estero su estero). Comunque molti dei giovani del mio campione sono espatriati anche per seguire una loro voglia di conoscere, scoprire, relazionarsi con un mondo che gli è stato servito global fin da giovanissimi.

D. Come percepiscono l’Italia questi ragazzi? Prevale la rabbia, il senso di colpa, l’indifferenza, il desiderio di fare la cosa giusta?

R. Il loro atteggiamento non è di disprezzo o di rifiuto verso il Paese d’origine, è invece molto pragmatico e realistico. "Allo stato attuale non ci sono le condizioni per ritornare", "In Italia non mi offrirebbero le chance di carriera e le retribuzioni che oggi ottengo qui", "In Italia non c’è meritocrazia, qui invece chi vale avanza, senza favoritismi e raccomandazioni". Sono solo alcune delle risposte che si ottengono quando si chiede loro cosa pensino dell’eventualità del ritorno a casa. Eppure molti vorrebbero tornare se solo l’Italia desse qualche garanzia in più e diventasse almeno un po’ concorrenziale con l’offerta estera. Come ci ricorda la nostalgica conclusione di uno di loro che oggi vive e lavora a New York: "Ammetto che mi piacerebbe tornare in Italia, perché mi mancano famiglia, amici e… il mio cane, ma per quanto mi riguarda i tempi non sono ancora maturi".

D. Ci può riassumere le storie newyorkesi? Sono vincenti, deludenti, felici?

R. C’è l’ex funzionario commerciale della Indesit, con tanto di MBA che si stanca, fa un corso di sommelier e trova un’ottima occasione per vendere vini italiani nella Grande Mela. C’è chi ha trovato lavoro nella comunicazione finanziaria e chi nei centri di ricerca del colosso AT&T. C’è la ragazza che lavora in una prestigiosa galleria d’arte e l’altra che opera nei backstage di grandi musical e c’è persino la giovanissima che lavora nella segreteria di Woody Allen. Nel complesso sono tutti felici della loro scelta, si sentono ben inseriti e ben accettati in quel crogiolo multietnico. Per ora nessuno ha in programma di tornare.

D. Cosa si sentirebbe di augurare a tutti coloro di cui ha scritto?

R. Un’esperienza molto ricca in qualunque luogo del globo si trovino ora e di non perdere mai la voglia di mettersi in gioco con sfide sempre più avventurose. Ma anche di non trascurare la prospettiva Italia puntando, dopo un congruo numero di anni, sulla ricerca di occasioni di lavoro italiane all’altezza delle capacità acquisite". (aise) 

 

 

 

Siglato un accordo tra Inas ed ente Bergamaschi nel mondo

 

Obiettivo la garanzia dei diritti previdenziali e socio-assistenziali dei cittadini bergamaschi residenti all’estero

 

ROMA – È stato siglato ieri a Roma un protocollo tra il patronato Inas Cils e l'ente Bergamaschi nel mondo che ha come obiettivo la garanzia dei diritti previdenziali e socio-assistenziali dei molti cittadini bergamaschi - oltre 43.000 - residenti all’estero e che fa seguito ad un'intesa sulla stessa materia attivata oltre 20 anni fa.

“Il senso di questa collaborazione - spiega il presidente dell’Inas, Antonino Sorgi, - risiede nella volontà di entrambe le parti di garantire assistenza, orientamento e tutela a chi emigra”.

“Dare continuità all’intesa del ’91 è importante per raggiungere questo obiettivo, anche perché – ha sottolineato Carlo Personeni, presidente dell’associazione Bergamaschi nel mondo – le esigenze dei migranti sono cambiate ed è fondamentale potersi affidare ad un aiuto competente come quello del patronato, quando si lavora e vive in un’altra nazione”.

“Il mutamento che ha interessato i fenomeni migratori negli ultimi anni – ha proseguito Personeni – è evidente nella provincia di Bergamo, dove oggi sono i giovani tra i 25 e i 40 anni, laureati e poliglotti, a partire per Paesi come il Brasile, l’Australia, la Gran Bretagna, la Svizzera e gli stessi Stati Uniti. Non bisogna poi dimenticare che vi è ancora una grande comunità di italiani anziani che necessita di assistenza”.

“È indispensabile – ha sottolineato Sorgi – che, nell’attività di assistenza, si tenga conto di tutte le esigenze in campo. Per rispondere adeguatamente alle necessità connesse alla portabilità dei diritti, a quella di orientarsi tra norme nazionali e internazionali, di accedere a servizi previdenziali e socio-assistenziali anche fuori dal proprio Paese, il patronato e l’ente, che opera per favorire l’integrazione degli italiani all’estero, uniscono le forze”.

Come ha spiegato Gianluca Lodetti, responsabile del Coordinamento Estero Inas, “il risultato di questa sinergia si concretizzerà attraverso l’assistenza che l’Inas fornirà nei propri numerosi sportelli all’estero ai cittadini bergamaschi, che verranno indirizzati presso le sedi del patronato, e attraverso momenti informativi congiunti sui temi socio-previdenziali”. (Inform 30)

 

 

 

 

Die Expo in Mailand. Hier ist keine Allegorie zu schief

 

Die Expo Mailand, die heute eröffnet, will den Planeten retten – mit einer gewaltigen Materialverschwendung. Und Rem Koolhaas hat im Süden der Stadt einen Campus mit einem goldenen Turm gestaltet, der in die Zukunft leuchtet. von Niklas Maak

 

Das chinesische Immobilienunternehmen Vanke lässt sich von Daniel Libeskind einen Pavillon in Form einer traditionellen Speisehalle bauen.

England ist fertig. Der Pavillon steht, und er soll, so wurde der Presse bei der Vorstellung erklärt, an einen „Beehive“, einen Bienenstock also, erinnern, wobei „beehive“ auch der Begriff für eine schwer auftoupierte Frisur ist, und vor allem so sieht der britische Pavillon aus: als stünden dem Haus die Haare zu Berge. Was wiederum ein ganz passendes symbolisches Bild für diese Weltausstellung in Mailand ist, die alles anders machen sollte als die Weltausstellungen vor ihr – keine eitlen Selbstdarstellungswettkämpfe der Nationen in Nationenpavillons, kein Eiffelturm, kein Atomium, kein „Die Welt von morgen“-Panorama wie 1967 auf der Expo in Montreal.

In Mailand soll es um eine drängende aktuelle Menschheitsfrage gehen, „Nutrire il pianeta, energia per la vita“, also „den Planeten ernähren, Energie für das Leben“ ist das Motto, und die Teilnehmer sollten irgendwie „Technologie, Innovation, Kultur, Tradition und Kreativität mit den Themen Ernährung und Essen verbinden“. Wie öfter in Italien (obwohl man in Deutschland, Stichwort Stuttgart 21, Flughafen Schönefeld und Elbphilharmonie, bitte mit Spott über in Schieflage geratende Großprojekte vorsichtig sein sollte) verbanden sich aber schon im Vorfeld die Themen Kultur, Tradition und Kreativität vor allem mit den Themen Mafia und Korruption. Im vergangenen Jahr wurde ein Korruptionsring ausgehoben, der die Ausschreibungen für die Expo kontrolliert und dafür ansehnliche Bestechungsgelder kassiert hatte. Danach ging es ohne Bestechungen, dafür aber auch sehr viel langsamer voran: Anfang April waren laut „La Repubblica“ erst neun Prozent der Pavillons fertig, und ein Ingenieur wurde mit den Worten zitiert, es bedürfe eines Wunders, damit der zentrale italienische Pavillon mit seiner die Luft reinigenden Hightech-Fassade fertig werde. Allein für die „Operation camouflage“, den Plan, die Baustellen zur Eröffnung mit großen Planen zu verhüllen, sollen jetzt drei Millionen Euro ausgegeben werden.

Materialverschwendungsorgie von epochalem Ausmaß

Doch das ist nicht das einzige Problem dieser Expo, bei der 140 Länder, Organisationen und Firmen Pavillons errichtet haben, die jeweils zwischen zehn und dreißig Millionen Euro kosten und nach dem 31. Oktober größtenteils abgerissen und verschrottet (vornehme, ökologisch korrekte Formulierung: „rückgebaut“) werden. Das Problem sind die Pavillons selber: schon deswegen, weil es schlecht nachvollziehbar ist, warum man ausgerechnet zum Thema, wie man Ressourcen schont und so die Grundlagen der Welternährung sichert, eine Materialverschwendungsorgie von epochalen Ausmaßen veranstaltet, bei der Reispflanzen, Landmaschinen, Kaffeebohnen und Apfelringe wie die Exponate einer Schmuckmesse in dramatisch verbogenen, parametrisch verzerrten Gebirgen aus Stahl, Holz und Glas mit Plastikverkleidung präsentiert werden. Aber auch sonst machen die Pavillons die Krise sichtbar, in der sich eine bestimmte Form von Gegenwartsarchitektur gerade befindet.

 

Mittagspause auf der Rampe zum deutschen Pavillon auf der Mailänder Expo

Ursprünglich war der Schweizer Architekt Jacques Herzog 2009 ins Planungsteam der Expo gebeten worden, das er aber schon zwei Jahre später wieder verließ. Die Expo sei peinlich und eine Geldverschwendung und eine verpasste Gelegenheit, das Format der Weltausstellung neu zu erfinden, zitiert das Magazin „Uncube“ den Architekten. Wie bloß die Nerven aller Beteiligten liegen, wurde klar, als der britische Botschafter in Italien in relativ unbritischer Deutlichkeit seinen Pavillon mit den abstehenden Haaren zu einem „Wunder des 21. Jahrhunderts mitten zwischen ein paar quadratischen Unsinnskisten“ erklärte, was die anderen Nationen auch prompt als ästhetische Kriegserklärung verstanden haben.

Ästhetische Verwellnessung politischer Phänomene

Im britischen Wunder des 21. Jahrhunderts erfährt man etwas über Bienen, dazu soll eine Mischung aus Musik und Bienengeräuschen eingespielt werden, und hier ist man schon beim ersten Problem dieser Form von Ausstellungskultur, der ästhetischen Verwellnessung von eigentlich politischen Phänomenen in einem „Parcours für alle Sinne“, in dem sich alles in einem undeutlichen Brummen aus dem Spa-Bereich der Globalisierung auflöst. Wo man schon beim Thema Bienen ist, darf man gespannt sein, ob die Gründe für das Bienensterben diskutiert werden – die Tatsache etwa, dass laut einer neuen Studie Bienen an sogenannten Neonicotinoiden, die ein Fünftel der weltweit eingesetzten Insektizide ausmachen, zugrunde gehen; dass der deutsche Hersteller Bayer beklagt, das Verbot der Insektizide in Europa bedeute für den Konzern einen Umsatzverlust von 80 Millionen Euro im Jahr, und zusammen mit dem schweizerischen Hersteller Syngenta im August 2013 eine Klage beim Europäischen Gerichtshof einlegte, um ein Verbot zu verhindern, wie der europäischen Verbund nationaler Wissenschaftsakademien mitteilt.

Solche und andere wirklich interessanten Fragen zu den Interessen der heimischen Industrie beim Thema Welternährung werden im Schweizer Pavillon so präzise nicht gestellt. Das Projekt heißt allen Ernstes „Confooderatio Helvetica“ (man hätte es gleich „Eidgenussschaft“ nennen können), es gibt vier Silos, in denen die Besucher Salz, Wasser, Kaffee und Apfelringe mitnehmen können, allerdings mitgeteilt bekommen, dass die Silos nicht nachgefüllt werden. Wer viel nimmt, lässt den nachfolgenden Besuchern also wenig übrig, was als pädagogisch wertvoll erachtet wird – so will man auf die Endlichkeit von Ressourcen hinweisen. Nun ja.

Und nebenan, der deutsche Pavillon? Das Beste, was man über ihn sagen kann, ist, dass die Hölzer der Rampenlandschaft am Ende zu Pellets verarbeitet werden. Man kann ihn also immerhin verheizen. Ansonsten erinnert er mit seinen segelartigen Elementen über einer Holzrampe an typische Event-Architekturen für Fachmessen: In solchen, einer eher betulichen Idee von Eleganz und Technizität folgenden Designo-Gebilden werden sonst neue Skischuhe oder koreanische SUVs vorgestellt. Um das Expo-Thema umzusetzen, ist keine Allegorie zu schief. Weil es um Nahrung geht, ist das zentrale Gestaltungselement des Pavillons die Pflanze, die als „Ideen-Keimling“ aus der Ausstellung an die Oberfläche wächst.

Keine Low-Tech-Lösungen in Sicht

Nicht nur Staaten, auch Unternehmen lassen sich Pavillons bauen, deren Preis und Form klarmachen, dass Staaten und andere politische Gebilde mit privaten Akteuren rechnen müssen, die oft mehr Macht haben als jene. So lässt sich das milliardenschwere chinesische Immobilienunternehmen Vanke von Daniel Libeskind einen Pavillon in Form eines traditionellen chinesischen Shitang, einer Speisehalle, bauen, die allerdings eher wie ein böser Pilz dasteht; die rötlichen, luftreinigenden Kacheln kurbeln sich so kompliziert in die Höhe, dass man nicht zuerst an die Einfachheit chinesischer Speisehallen denkt, sondern an die überkandidelten Wellness-und Spa-Bereiche chinesischer Luxushotels. Russland liefert eine Holzkonstruktion, laut Architekt Sergei Tchoban will man ein Gebäude schaffen, das „Russianness“ verkörpere – das Holz aus den russischen Wäldern solle an die Weiten des Landes erinnern.

Genau das ist das Problem: Kein Pavillon, der eine Low-Tech-Lösung vorführt, der zeigt, wie etwa die Zigtausende von Feldarbeitern untergebracht werden könnten; nur Gebäude, die den angeblichen Nationalcharakter vor Augen führen oder als Teehäuschen für die Happy Few auf einer Privatinsel im Indischen Ozean geeignet wäre.

Sicher werden, soweit man das im Staub der Milaneser Baustelle erkennen kann, einzelne Details schön und unterhaltsam sein, Brasiliens Halle etwa, in die eine gartengroße Riesenhängematte eingespannt ist, aber insgesamt sieht es in Mailand aus, als wenn die „Grüne Woche“ mit der Jahrestagung einer architektonischen Parametrismus-Sekte zusammengefallen sei. Das ist umso unverständlicher, als man einen Jacques Herzog im Team hatte, der die Weltausstellung als großen Suk, sozusagen als globalen Markt konzipiert hätte, auf dem nicht die einzelnen Formen, sondern der Inhalt im Zentrum gestanden hätte. So hätte aus der Expo etwas werden können, über das man Jahrzehnte später so gesprochen hätte wie über die Zukunftsschau 1967 im kanadischen Montreal mit ihrem Habitat-Wohnungsbau von Moshe Safdie und dem geodätischen Dom von Buckminster Fuller. An diesen utopischen Geist wird in Mailand nur noch ein Auto erinnern – der Alfa Romeo Montreal, der 1967 zur Weltausstellung vorgestellt wurde und der nicht weit von der Weltausstellung entfernt im Alfa-Romeo-Museum von Arese zu sehen sein wird, das im Juni eröffnet.

Das Gegenteil von parametrischen Schmuckdosen

Eine andere Eröffnung findet in Mailand am 9. Mai, kurz nach der Eröffnung der Weltausstellung statt: Am Largo Isarco im Süden der Stadt, wo das feine, sandsteinerne, nostalgische Kopfsteinpflaster-Mailand mit seinen alten ratternden Straßenbahnen und seinen mahagonidunklen Bars übergeht in eine Industriezone mit Autowerkstätten und Schrottverwertern, eröffnet die Fondazione Prada ein Bauensemble, das programmatisch das genaue Gegenteil der Aneinanderreihung von parametristischen Schmuckdosen auf der Expo ist – nämlich eine Art kleiner Stadt.

Rem Koolhaas hat die Gebäude auf dem Gelände einer alten Destillerie aus dem frühen 20. Jahrhundert renoviert und durch drei Bauten ergänzt: Einen kleinen Turm zu den Bahngleisen hin, in dem sich Ausstellungsräume befinden, ein Auditorium mit Kino, dessen Seitenwände sich wie die Seitenplanen eines LKWs auffalten lassen, und eine zweigeschossige Halle, in der die Eröffnungsausstellung mit antiken Skulpturen stattfinden wird. Die beiden Riegel sind so in den ehemals großen Innenhof der Anlage gestellt, dass sich eine kleine Stadt mit verschiedenen Räumen ergibt – langen Plätzen, halbüberdachten Loggien, intimeren Nischen und Gängen, die an die Gassensysteme einer italienischen Kleinstadt erinnern. Man könnte das, was Koolhaas gebaut hat, auch als eine Sammlung von Räumen beschreiben. Die Ausstellungshalle, die einen zentralen Hof besetzt und überdacht, erinnert an die Loggia del Mercato Nuovo in Florenz, jenen Markt, der im 16. Jahrhundert in Florenz als Umschlagplatz für Seide und andere Güter errichtet wurde. Von dieser Ausstellungshalle geht man durch einen freistehenden Bogen in eine kleinere, überdachte Loggia, aus der eine Enfilade durch kleine Ausstellungsräume in eine schiffswerftgroße alte Halle führt.

 

Vergoldete Altbauten

Die Fassade der neuen Ausstellungshalle – man darf nicht vergessen, dass man hier bei Prada ist, einer Expertin für interessante Oberflächen – besteht aus Glas und explodiertem Aluminium, was der Verkleidung etwas Poröses und Tiefes gibt, während als formaler Gegenpol einer der Altbauten komplett vergoldet wurde und glatt und schimmernd das Sonnenlicht reflektiert und alles, was in seiner Nähe steht, in einen goldenen Glanz taucht. Der Effekt dieses Aus-sich-heraus-Leuchtens ist erstaunlich – das Alte sieht neuer und fiktiver aus, der Neubau mit seinen explodierten Oberflächen porös, patiniert und rauh. Man kann aber jetzt schon vorhersagen, dass nicht alle den goldenen Turm und den Aluminiumriegel als formale Reflexion über Konservierung und Modernität lesen werden; wer das Projekt bewerben muss, wird den vergoldeten Altbau als leuchtende Einladung an die Stadt verkaufen, aber man kann die Stunden ab Eröffnung zählen, bis der Erste über das goldene Stöckchen springt und den senkrechten Goldbarren als obszönes Signal der Luxuswelt beschimpfen wird.

Ob es das oder etwas anderes sein wird, hängt aber vor allem von der Nutzung der Räume ab. Im Prinzip ist dieser Bau ein idealer Campus, in dem sich Forscher, Künstler, Studenten treffen und in kleine Studienräume zurückziehen könnten, Verschiedenes erprobt und aufgeführt werden könnte. Die Anlage entspricht dem, was das klassische, antike Museion im Gegensatz zum modernen Museum einmal war: kein Gebäude, in dem man ehrfürchtig an Kunstgegenständen wie vor sakralen Objekten entlangflaniert, sondern ein Stadtteil mit Tempeln, Arkaden, Plätzen, Bühnen und Labyrinthen, in denen Fremde, Geschichtenerzähler und Zauberer auftraten, ein Ort des Schauens und Handelns mehr als des Handels. Es ist bezeichnend, dass es keine öffentlichen Institutionen – Museen, Universitäten – sind, die heute Stätten bauen, die so genutzt werden könnten, und es ist schade, dass diese Räume bisher nur nach dem System „eine Skulptur pro Raum“ mit Kunst vollgestellt werden.

Man könnte, sollte sie auch anders nutzen; als eine Akademie oder eine Art Black Mountain College, als Forschungsstätte. Koolhaas hat in Mailand etwas gebaut, das beides werden kann: eine Festung für Gegenwartskunst und Arche Noah des teuren Kunstgeschmacks; oder eine offene Campusstadt. Von der Nutzung der Räume wird es auch abhängen, als was der goldene Turm in die Geschichte von Mailand eingehen wird. Fas 1

 

 

 

 

Krawalle überschatten die Expo-Eröffnung in Mailand

 

Schwere Krawalle haben am Freitag die Eröffnung der Weltausstellung in Mailand überschattet. Die Polizei ging mit Tränengas gegen Demonstranten vor, die während eines Protestzuges unter dem Motto "No Expo" Scheiben einwarfen sowie Autos und Mülltonnen anzündeten. Globalisierungsgegner, Umweltaktivisten, Studenten und Kritiker der europäischen Sparprogramme hatten den Widerstand gegen die Weltausstellung als Symbol für Verschwendung und Korruption angekündigt.

Die Ausschreitungen verwandelten Teile des Stadtzentrums der eleganten norditalienischen Stadt in ein Schlachtfeld. Wasserwerfer-Besatzungen mussten Brände löschen, darunter ein Feuer in einer Bankfiliale. Vermummte und mit Gasmasken ausgerüstete Demonstranten attackierten die Polizei und zündeten Rauchbomben. Mindestens zehn Menschen wurden festgenommen, etwa ebenso viele Polizisten wurden verletzt. Zu der Kundgebung des Bündnisses No Expo waren mehrere tausend Menschen gekommen.

Die rund 2,5 Milliarden Euro teure Expo in Mailand wurde von Korruptionsskandalen überschattet. Die Expo-Gegner prangern eine Verschwendung öffentlicher Mittel, die Ausbeutung von Arbeitern sowie das Sponsoring der Expo durch große Lebensmittelkonzerne, darunter die US-Imbisskette McDonald's.

Erste Besucher strömten bereits pünktlich um 10.00 Uhr auf das Gelände, um die etwa 80 Expo-Pavillons zu erkunden, wie Reporter der Nachrichtenagentur AFP berichteten. Mit Blick auf die Skandale und die Verzögerungen bei der Fertigstellung des Expo-Geländes sagte Italiens Regierungschef Matteo Renzi: "Sie haben gesagt, dass wir es niemals schaffen werden, aber heute ist die Expo Wirklichkeit." Nun beginne die Zukunft Italiens.

Papst Franziskus erinnerte in einer Video-Botschaft an den Hunger in der Welt und forderte eine "Globalisierung der Solidarität". Die Weltausstellung steht unter dem Motto "Feeding the planet, Energy for life" (Die Erde ernähren, Energie fürs Leben). Bis zuletzt wurde an den Expo-Pavillons und auf dem Gelände gearbeitet. Der Gastgeber Italien rechnet mit 20 Millionen Besuchern in den kommenden sechs Monaten. Zuletzt fand vor fünf Jahren in Shanghai eine Weltausstellung statt.

Kleine Pannen in mehreren Pavillons

Zu kleineren Pannen kam es in verschiedenen Pavillons: So konnte Belgien ausgerechnet am Eröffnungstag weder sein landestypisches Bier noch seine berühmten Pommes frites servieren. Das Bier lagere in einem 500 Meter entfernten Lager, das aus Sicherheitsgründen verschlossen sei, bedauerte der Restaurantmanager des Pavillons. Bangladesch konnte seine Ausstellung mangels Mitarbeitern erst gar nicht öffnen. Sz.de 1

 

 

 

 

Italiener und Franzosen retten über 3400 Flüchtlinge

 

Insgesamt 16 Schiffe haben unter Leitung der italienischen Marine über 3400 Flüchtlinge gerettet. Die Migranten wurden vor der libyschen Küste aufgenommen, zwei Schleuser festgenommen.

 

Im Mittelmeer sind erneut Tausende in Seenot geratene Flüchtlinge gerettet worden. Insgesamt seien 13 Boote entdeckt worden. Die meisten Flüchtlinge kamen aus Afrika und Syrien, berichtet die italienische Küstenwache.

 

Unter Leitung der italienischen Küstenwache sind am Samstag erneut mehr als 3400 Flüchtlinge aus dem Mittelmeer gerettet worden, die meisten vor der libyschen Küste. An den Einsätzen seien insgesamt 16 Schiffe beteiligt gewesen, teilte die Küstenwache am späten Abend mit. Die Flüchtlinge sollen nun zur italienischen Insel Lampedusa, nach Sizilien und Kalabrien gebracht werden.

Zu den 16 Schiffen gehörte auch das Patrouillenboot "Commandant Birot" der französischen Marine, das seit knapp zwei Wochen für den "Triton"-Einsatz unter Leitung der EU-Grenzschutzagentur Frontex unterwegs ist. Wie die Seepräfektur in der südfranzösischen Hafenstadt Toulon mitteilte, nahm es insgesamt 217 Menschen von drei Booten auf. Zwei mutmaßliche Schleuser wurden festgenommen.

Die italienische Fregatte "Bersagliere" nahm ihrerseits 778 Migranten auf, das italienische Patrouillenschiff "Vega" weitere 675 Migranten. An den Einsätzen waren zudem mehrere Schiffe der Küstenwache und des italienischen Zolls sowie zwei Schlepper und zwei Frachter beteiligt.

Im April starben 800 Menschen

Schleuserbanden machen sich das durch den Bürgerkrieg in Libyen entstandene Chaos zunutze, um immer mehr Migranten auf oft kaum seetüchtigen und überladenen Schiffen in Richtung Europa zu schicken. Allein in den ersten Monaten dieses Jahres kamen dabei im Mittelmeer mehr als 1750 Flüchtlinge ums Leben – 30 Mal mehr als im gleichen Zeitraum des Vorjahres.

Die bislang größte Katastrophe ereignete sich Ende April, als beim Untergang eines völlig überladenen Schiffes vor der Küste Libyens möglicherweise mehr als 800 Menschen starben.

Nach den Flüchtlingstragödien beschlossen die EU-Staats- und -Regierungschefs auf einem Sondergipfel Ende April, die Mittel für die "Triton"-Überwachungsmission zu verdreifachen. "Triton" hat seitdem statt drei rund neun Millionen Euro pro Monat zur Verfügung.

Neben der EU-Mission haben Ärzte ohne Grenzen und die auf Malta registrierte gemeinnützige Stiftung Migrant offshore aid station (Moas) ihren eigenen Rettungseinsatz ins Leben gerufen. Ihr Schiff "MV Phoenix" brach am Samstag von Malta aus zu einer sechsmonatigen Mission im Mittelmeer auf. Ausgerüstet ist das Schiff mit einer Drohne zur Ortung von in Seenot geratenen Booten. Bei einem ähnlichen zweimonatigen Einsatz war das Schiff im vergangenen Jahr an der Rettung von rund 3000 Menschen beteiligt gewesen.

DW/"Wir wollen nicht zurück, lieber sterben wir auf See"

Noch immer warten Millionen von Menschen auf die Überfahrt nach Europa. Nach dem schweren Flüchtlingsunglück im Mittelmeer ist die Politik der EU und Bundesregierung scharf in die Kritik geraten. N24/AFP/tho 3

 

 

 

 

Länder fordern vor Flüchtlingsgipfel mehr Geld vom Bund

 

Berlin - Die Länder fordern vor dem Flüchtlingsgipfel in der kommenden Woche vom Bund deutlich mehr Geld zur Deckung der steigenden Kosten der Flüchtlingsunterbringung.

"Der Bund zahlt bisher eine Milliarde Euro - er muss seine bisherigen Zahlungen mindestens verdoppeln", sagte Bayerns Finanzminister Markus Söder dem "Spiegel" vom Samstag. Bei Ländern und Kommunen sei die Schmerzgrenze erreicht. Zudem forderte der CSU-Politiker mehr Personal für das Bundesamt für Migration, das die Asylanträge bearbeitet. Unterstützung erhielt er vom niedersächsischen Ministerpräsidenten Stephan Weil. Er erwarte, dass der Bund für kurze Asylverfahren sorge und den Kommunen bei Unterbringung und Versorgung der Flüchtlingen finanziell stärker unter die Arme greife, sagte der SPD-Politiker der "Bild"-Zeitung.

Am kommenden Freitag wollen Kanzlerin Angela Merkel (CDU) und Wirtschaftsminister Sigmar Gabriel (SPD) mit Vertretern mehrerer Bundesländer über die Folgen des steigenden Flüchtlingszustroms beraten. Das Bundesamt für Migration erwartet für dieses Jahr 300.000 Asylanträge. Das wäre eine Zunahme um 50 Prozent im Vergleich zum Vorjahr. In den ersten drei Monaten 2015 haben sich die Asylzahlen im Vergleich zu 2014 jedoch verdoppelt. Reuters 3

 

 

 

 

Fehlende EU-Entwicklungshilfe verschärft die Flüchtlingskrise

 

Die chronische Unterentwicklung in vielen afrikanischen Ländern verschärft die Flüchtlingskrise, die sich an Europas Küsten abspielt. Dennoch senken die Mitgliedsstaaten die Entwicklungshilfe weiter. EurActiv Frankreich berichtet.

Vor zehn Tagen ertranken 900 Flüchtlinge beim Versuch das Mittelmeer zu überqueren. Daraufhin fand ein eilig einberufener Krisengipfel der EU-Staats- und Regierungschefs statt. Man einigte sich auf die verstärkte Überwachung der Mittelmeerküste der EU.

Eine Reform der EU-Asylpolitik wurde zur Seite geschoben – nachdem der Aktionsplan des Kommissionspräsidenten Jean-Claude Juncker keine Unterstützung fand.

Die Gipfelteilnehmer diskutierten eine verstärkte Überwachung des Mittelmeers und eine Reform der Einwanderungspolitik. Eines der dringendsten Probleme, die zur Flüchtlingskrise beitragen, kam allerdings nicht zur Sprache: Der Mangel an öffentlicher Entwicklungshilfe und an humanitärer Hilfe.

Französischen Diplomatenkreisen zufolge ist die Entwicklungsfrage einer der "tieferliegenden Gründe" hinter den Flüchtlingsströmen, die an der EU-Küste landen. "Die Situation in Libyen, in Syrien, in Eritrea und allgemeiner die Armut in Afrika, sind langfristige Themen, die nicht dabei helfen, die derzeitige Situation im Mittelmeer zu lösen", so ein Diplomat.

Die chronische Unterentwicklung und Instabilität dieser Regionen anzupacken sei ein unerlässlicher Teil bei der Lösung der Flüchtlingskrise, meinen viele Experten. "Die internationale Gemeinschaft muss ihre friedensbildenden Maßnahmen und Entwicklungsbemühungen in armen und unsicheren Ländern verstärken – ansonsten werden die Probleme in Verbindung mit Massenwanderungen nie eingedämmt, und schon gar nicht gelöst", sagt Alessandro Bechini von Oxfam Italien.

Der Druck wächst

Der Migrationsdruck an den EU-Außengrenzen wächst. Die EU-Grenzschutzagentur Frontex registrierte im vergangenen Jahr 278.000 illegale Grenzübertritte – zweieinhalb Mal mehr als noch 2013. Die große Mehrheit dieser Grenzübertritte kam nach Angaben des Hohen Flüchtlingskommissars der Vereinten Nationen (UNHCR) über das Mittelmeer.

Im Januar und Februar 2015 stieg die Zahl der illegalen Einwanderer, die vor allem aus Libyen übersetzten, im Mittelmeerraum noch einmal um 42 Prozent.

Der Zusammenbruch des libyschen Staates verursacht eine solche dramatische Zuspitzung der Lage. Die Situation dort verschlimmert sich noch zusätzlich durch den Zustrom vertriebener Menschen aus anderen Konfliktgebieten wie Syrien, dem Sudan, Eritrea und Somalia. Doch auch die chronische Unterentwicklung und Armut in Subsahara-Afrika trägt dazu bei.

Zwischen 2004 und 2014 gab die EU mehr als eine Milliarde Euro für über 400 Migrationsprojekte aus. Mehr als die Hälfte dieser Projekte war in Afrika.

Kürzungen der Entwicklungshilfe

Trotz dieser desolaten Lage halten die EU und ihre Mitgliedsstaaten ihre Entwicklungshilfeverpflichtungen gegenüber den ärmsten Ländern noch immer nicht ein. Viele sind immer noch weit von dem Ziel entfernt, 0,7 Prozent ihres Bruttonationaleinkommens (BNE) für Entwicklungsländer auszugeben.

Die Hilfsbeiträge der EU-Institutionen sind seit 2005 insgesamt gestiegen. Die EU-Entwicklungshilfe stieg von 3,2 Milliarden US-Dollar auf 4,5 Milliarden US-Dollar 2013. Doch diese Zahl täuscht über den tatsächlichen Verlauf der Entwicklungshilfe hinweg. Die Zahlen der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) weisen in eine andere Richtung. Demnach erreichten die Hilfszahlungen an Subsahara-Afrika 2008 ihren Höchststand und gingen seither zurück.

Der französische Entwicklungshilfehaushalt für Subsahara-Afrika fiel in diesem Zeitraum von 3,9 Milliarden Euro auf 2,1 Milliarden Euro. Diese Tendenz zeichnet sich auch für viele andere Geberländer ab. Insgesamt stiegen die Entwicklungshilfezahlungen der wichtigsten Geberländer nach OECD-Angaben zwischen 2000 und 2014 um 66 Prozent auf 135,2 Milliarden US-Dollar.

Die OECD-Zahlen zeigen auch den anhaltenden Rückgang der Hilfszahlungen an die am wenigsten entwickelten Länder. Zwischen 2010 und 2014 sanken sie von 45,7 Milliarden US-Dollar auf 37,8 Milliarden US-Dollar. Viele Flüchtlinge, die das Mittelmeer überqueren, stammen aus Ländern, die von diesem Rückgang direkt betroffen sind.

Eritrea ist ein besonders gutes Beispiel dafür. Unter den Flüchtlingen, die das Mittelmeer von Libyen aus nach Italien überqueren wollen, sind die Eritreer die zweigrößte Gruppe. Die EU-Entwicklungshilfe für Eritrea sank zwischen 2005 und 2013 von 226 Millionen Euro auf nur 14 Millionen Euro. Die politische Instabilität des Landes ist einer der Gründe, warum die EU 2011 ihre Hilfszahlungen für das Land aussetzte.

Europaparlament ruft zur Ordnung

Das Europaparlament drängt die Mitgliedsstaaten dazu, ihre Entwicklungsziele zu beachten. Sie sollten "ihre Verpflichtung, 0,7 Prozent ihres BNE der öffentlichen Entwicklungshilfe zu widmen nochmals bestätigen". Bis jetzt haben nur wenige Mitgliedsstaaten, darunter Schweden und das Vereinigte Königreich, dieses Ziel erreicht.

Das Parlament verlangte auch, den am wenigsten entwickelten Ländern einen größeren Hilfsanteil zukommen zu lassen – mindestens 0,2 Prozent des GNI entwickelter Länder. Doch man ist weit davon entfernt, dieses Ziel zu erreichen.

Cécile Barbière, Aus dem Englischen übersetzt von Alexander Bölle  EA 30

 

 

 

 

Rettung oder Überwachung? Die Aufgaben des EU-Einsatzes “Triton”

 

Sobald ein Notruf eingeht, reagiert Triton und hilft Flüchtlingen in Not. Das ist das Problem. Triton reagiert, sucht aber nicht aktiv nach in Not geratenen Schiffenen. Daran wird sich auch nach dem EU-Gipfel nichts ändern.  VON Isabel Guzmán

 

Seit dem 1. November 2014 patrouillieren Schiffe, Flugzeuge und Hubschrauber im Rahmen des EU-Einsatzes “Triton” in und über den Mittelmeergewässern südlich von Italien. Der “Triton”-Einsatz wird von der EU-Grenzschutzagentur Frontex mit Sitz in Warschau koordiniert. Die Ausrüstung und das Personal kommen hauptsächlich von einzelnen europäischen Ländern – Frontex selbst hat kaum Ressourcen dafür.

Mandats von Frontex, dessen vorrangige Aufgabe die “Grenzüberwachung” ist. Die Patrouillen suchen die Gebiete um die Grenzen nach verdächtigen Aktivitäten ab, die etwa mit Menschenschleusung, Drogenschmuggel oder Terrorismus zu tun haben könnten. In Ernstfällen informiert Frontex die zuständigen Behörden der Mittelmeeranrainer. Hintergrund ist, dass jedes Land, auch ein EU-Mitglied, den Schutz seiner Grenzen selbst verantwortet.

Auch die Notfallsysteme zur Rettung schiffbrüchiger Menschen liegen derzeit in nationaler Zuständigkeit. Das bedeutet nicht, dass “Triton” Menschen in Not ignoriert. “Sobald wir einen Notruf empfangen oder ein Boot in Seenot sehen, unterbrechen wir sämtliche anderen Aktivitäten”, unterstreicht Frontex-Sprecherin Ewa Moncure. Die Rettung von Menschen in Not wiegt laut internationalem Recht schwerer als alle anderen Aufgaben. Zwischen Anfang November und Anfang April war “Triton” nach Frontex-Angaben an der Rettung von rund 8.000 Menschen beteiligt.

Dennoch kritisieren Flüchtlingsrechtler, dass das Aufspüren und Retten Schiffbrüchiger nicht ausdrücklich zu den Kernaufgaben von “Triton” gehört. Denn in der Regel sucht “Triton” nicht proaktiv nach Schiffen in Not, sondern reagiert nur auf Notrufe, die von den italienischen Behörden oder den Schiffen selbst kommen. “Hätten wir mehr Flugzeuge und Hubschrauber, könnten wir unsere Arbeit etwas vorausschauender gestalten und schneller handeln”, sagt Moncure dazu. Das Frontex-Mandat bleibt indessen auch nach dem EU-Gipfel am Donnerstag dasselbe.

Das Einsatzgebiet von “Triton” ist zudem relativ begrenzt, auch wenn die Schiffe und Flugzeuge das vorgesehene 30-Seemeilen-Areal vor Italien immer wieder verlassen. Für Suchaktionen im großen Stil hätte Frontex gar nicht die Mittel. Die “Triton”-Schiffe können auch maximal einige Hundert Schiffbrüchige aufnehmen, während auf die großen Militärschiffe der eingestellten italienischen Operation “Mare Nostrum” mehrere Tausend Menschen passten.

Zudem teilt die Frontex-Spitze offenbar die Meinung all jener europäischen Regierungen, denen es vor allem um das Eindämmen von Flüchtlings- und Schleuserbewegungen geht. Intensive Such- und Rettungsaktivitäten nahe der libyschen Küste wären nur ein Anreiz für Schmugglerbanden, sagte Frontex-Direktor Fabrice Leggeri etwa dem britischen “Guardian”. Die Schmuggler würden ihrerseits “potenzielle irreguläre Migranten” zur Überfahrt ermutigen, da sie ihnen eine schnelle Rettung in Aussicht stellen könnten, so Leggeri.

(epd/mig 27)

 

 

 

 

Burundi: Flüchtlingsströme, aber kein Krieg

 

Flüchtlingsdramen gibt es auch innerhalb von Afrika, oft unbemerkt vom großen Weltinteresse. Beispiel Ruanda: Das kleine Land erlebt derzeit einen Ansturm von Flüchtlingen aus dem südlichen Nachbarland Burundi. Grund dafür ist, dass in Burundi Präsident Pierre Nkurunziza angekündigt hat, er wolle sich ein drittes Mal zur Wahl stellen. Das hat vor Hintergrund der innenpolitisch ohnehin schon aufgeheizten Stimmung zu Straßenprotesten und Unruhen mit bisher mindestens sechs Toten geführt. Allein am Wochenende sind laut UNO 5.000 Burunder ins Nachbarland geflüchtet.

Pater Emmanuel Ruba-gum-ya ist Generalsekretär der Caritas Ruanda; er berichtet im RV-Interview: „Ruanda hat die Flüchtlinge aufgenommen, ihnen etwas zu essen gegeben und sie in Übergangslager gebracht. Nach Regierungsangaben gibt es hier im Moment 20.400 Flüchtlinge aus Burundi. Die Polizei in Burundi hat jetzt die Grenze geschlossen, um die Menschen an der Flucht nach Ruanda zu hindern. Ich glaube allerdings nicht, dass die Demonstrationen in Burundi aufhören werden; die Leute haben den Präsidenten satt, sie werden weiter an verschiedenen Orten, in verschiedenen Regionen auf die Straße gehen, trotz der drohenden Gewalt durch Polizei und Militär. Wir gehen nicht davon aus, dass sich die Lage in Burundi bald zum Besseren wendet.“

Ruba-gum-ya geht vielmehr davon aus, dass die Gewalt in Burundi bis zum Wahltermin im Juni weitergehen wird. Und weil Teile der Armee mit den Anliegen der Demonstranten sympathisieren, könnte alles sogar noch viel schlimmer werden. Allerdings, eine Rückkehr zum Bürgerkrieg wie vor zehn Jahren schließt er doch aus:

„Nein nein – denn diesmal gibt es keinen Streit unter den verschiedenen Gruppen. Es geht um Opposition gegen die Regierung, nicht um ein Zerwürfnis unter den ethnischen Gruppen. Die internationale Gemeinschaft, vor allem Frankreich und Belgien, sollten versuchen, den Präsidenten davon zu überzeugen, dass er von sich aus seine Entscheidung aufgibt, sich noch einmal zur Wahl zu stellen.“

In den Übergangslagern will die Caritas Ruanda jetzt Stromkabel verlegen, damit die Flüchtlinge dort abends nicht im Dunkeln sitzen. Für Nahrungsmittelhilfe sorgt das UNO-Flüchtlingshilfswerk, zusammen mit anderen Verbänden. Die Regierung habe die Burunder als Flüchtlinge anerkannt, darum sei zunächst einmal für alles gesorgt, von einer humanitären Katastrophe sei keine Rede. Die größte Sorge bleibt, wie sich die Lage in Burundi weiter entwickeln wird.

(rv 29.04.2015 sk)

 

 

 

 

OECD-Bericht: Entwicklungshilfe in Konfliktstaaten braucht neuen Ansatz

 

Fast 1,5 Milliarden Menschen weltweit leben in Ländern, die von Konflikt, Fragilität und Gewalt gekennzeichnet sind. Gerade diese Staaten machen die wenigsten Fortschritte in der Entwicklung, mahnt ein neuer OECD-Bericht zu fragilen Staaten - und ruft zu einer neuen Herangehensweise an Entwicklungsmaßnahmen auf.

Die weltweite Armutsbekämpfung hat einen Schritt vorwärts gemacht. Das ist die positive Nachricht, die mit der näher rückenden Deadline für die Verwirklichung der Millenniums-Entwicklungsziele (MDG) verkündet werden kann.

In der Mehrzahl der fragilen und von Konflikten betroffenen Länder jedoch wurden die MDGs allerdings nicht erreicht. Damit, das zeigt nun der neue Bericht der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) "Aspekte der Fragilität 2015", rücken 50 Staaten weltweit immer mehr ins Abseits.

Fast 1,5 Milliarden Menschen – 20 Prozent der Weltbevölkerung – leben demnach in von Konflikt, Fragilität und Gewalt betroffenen Kontexten. Gerade diese Staaten aber haben in den vergangenen Jahrzehnten die wenigsten Fortschritte in der Entwicklung machen können – obwohl zum Beispiel 20 Prozent der Mittel von der Entwicklungsbank KfW vergangenes Jahr in eben jene Staaten flossen. Doch Fragilität und Gewalt, so die alarmierende Erkenntnis des Berichts, stellen ein massives Entwicklungshemmnis dar.

Mittel effizienter einsetzen

"Wir müssen uns mehr auf die Frage konzentrierten, wie viele Mittel für Entwicklungshilfe tatsächlich effizient genutzt werden", sagte der Direktor des OECD-Direktorats für Entwicklungszusammenarbeit (DCD), Jon Lomøy, in Berlin bei der Vorstellung des Berichts, der zur Entwicklung der neuen Entwicklungsagenda für den Zeitraum nach 2015 beitragen soll.

Armutsbekämpfung hänge entscheidend von den Fortschritten bei der Verringerung der Fragilität ab, so Lomøy. Die Förderung friedlicher und inklusiver Gesellschaften – und somit die Verringerung aller Formen von Gewalt, sei dafür eine Grundbedingung.

Der Bericht identifiziert 50 Länder, darunter 28 in Afrika, als fragile Staaten. "In den fragilen Staaten würde sich nach unseren Prognosen bis zum Jahr 2030 die Armut ballen", warnte OECD-Entwicklungsexpertin Jolanda Profos. Armut jedoch könne nachhaltig nur bekämpft werden, wenn ein Staat stabile Institutionen habe. Das zeige sich etwa an den Raten der Kinder, die in Entwicklungsländern die Grundschule besuchen. In den fragilen Staaten seien das nur zwölf Prozent der Kinder, in den anderen Entwicklungsländern liegt die Rate inzwischen aber bei rund der Hälfte der Kinder.

Konzentration auf Friedensförderung

"Unsere Hilfe muss politischer werden“, forderte Jürgen Zattler, Experte für europäische und multilaterale Entwicklungspolitik im Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (BMZ). Das heiße: mehr Fokus auf Friedens- und Staatsfördernde Maßnahmen und schnellere, flexiblere Instrumente zur Verhinderung von oder zum Eingriff bei Krisen.

Frieden und Stabilität haben sehr viel mit nachhaltiger Entwicklung zu tun, so Zattler. Bislang hätten zwei Drittel der fragilen Staaten zu wenig getan, um die MDGs zu erreichen.

Eine bekannte Schwierigkeit für Entwicklungshilfe in instabilen Staaten ist es, die Hilfen an die richtigen Stellen zu tragen, statt mit ihnen Fragilität weiter zu fördern, sagte Zattler. Die sorgfältige der Koordinierung der Geberländer mit lokalen Plattformen und multilateralen Organisationen sei darum unerlässlich, damit die Hilfen an der richtigen Stelle ankommen.

Flexibilität zur Erkennung von sich ändernden Konfliktlinien

Dass dieses Vorgehen ständige Flexibilität und engen Kontakt mit Experten vor Ort erfordere, stellte auch Susanne Wolfgarten von der Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ) heraus: "Konfliktlinien können sich rasant verändern und verlagern", so Wolfgarten. Sie zu verstehen sei jedoch enorm wichtig – erst dann sei gute und richtige Hilfe möglich.

Wichtig seien zudem Langzeitmaßnahmen, denn mit ihnen könne man selbst in fragilen Umgebungen auf lokaler Ebene nachhaltig viel verbessern.

Für Langzeithilfe plädierte auch Oliver Knabe vom Civil Peace Service. Langzeithilfe schaffe Vertrauen in der lokalen Bevölkerung – und dies wirke als ein Katalysator, der für Entwickelung nötig sei.

Der Bericht kommt zu dem Schluss, dass neue Instrumente und Maßnahmen nötig sind, um Entwicklung nachhaltig auch in instabilen Staaten zu fördern. In die Diskussion um die neuen nachhaltigen Entwicklungsziele müsse auch ein neues Verständnis der Rolle fließen, die die internationale Gemeinschaft in diesem Prozess spielen sollte und kann, betonte OECD-Experte Zattler. "Die Aspekte Frieden und Sicherheit haben bislang in den Millenniums-Entwicklungszielen zu wenig Beachtung gefunden."  Nicole Sagener, EurActiv 30

 

 

 

 

Dublin abschaffen

 

Rat für Migration erhebt schwere Vorwürfe gegen Bundesinnenministerium

Der Rat für Migration wirft dem Bundesinnenministerium vor, Vorschläge anderer Mitgliedsstaaten zur Schaffung von Fluchtwegen in die EU, ausgebremst zu haben. Das 10-Punkte-Programm nach der Flüchtlingskatastrophe sei ein Dokument der Hilflosigkeit.

 

Der Rat für Migration hat die Abschaffung des umstrittenen Dublin-Systems zur Verteilung von Flüchtlingen in der EU gefordert. Das Abkommen der Mitgliedsstaaten sei nach Erkenntnissen der Migrationsforschung gescheitert, kritisierte Ratsmitglied und Politikwissenschaftler Dietrich Thränhardt am Mittwoch in Berlin. Das System habe seinen Zweck nie erfüllt, Flüchtlinge in dem EU-Land festzuhalten, welches sie zuerst betreten haben. Hier sei ein europäischer Lastenausgleich notwendig, sagte der Forscher.

Mit Blick auf bis zu 200.000 zu erwartende Mittelmeerflüchtlinge im Sommer forderte der Rat eine Fokussierung auf die Seenotrettung. Migrationsforscher Vassilis Tsianos verlangte ein humanitäres Moratorium, das mit der Logik des Grenzschutzes breche und Fluchthilfe zur Priorität mache. Europa brauche eine Kultur des Willkommens im Mittelmeer- und im Schengenraum, sagte Tsianos.

Dokument der Hilflosigkeit

Außerdem forderte das Gremium eine Aufhebung der Visumspflicht für Flüchtlinge aus Bürgerkriegsländern wie Syrien, Eritrea oder Somalia. Diese könnten derzeit in Europa mit Anerkennungsquoten zwischen 80 und 90 Prozent rechnen, sagte die Migrationsforscherin und Ethnologin Sabine Hess. Es sei ein Unding, dass diese Menschen trotzdem auf den gefährlichen Weg über das Mittelmeer geschickt würden.

Das in der vergangenen Woche auf einem Sondergipfel der EU beschlossene Zehn-Punkte-Abkommen bezeichneten die Forscher als ein “Dokument der Hilflosigkeit Europas”. So sei die Mission “Triton” der Grenzschutzagentur Frontex trotz einer Verdreifachung ihrer Mittel “weiterhin auf Grenzabwehrmaßnahmen ausgerichtet.” Zudem beziehe sich nur einer der zehn Punkte auf die Seenotrettung.

Deutschland hat legale Wege blockiert

Heftige Kritik übten die Wissenschaftler an der Haltung des Bundesinnenministeriums. Thränhardt sagte, es sei offensichtlich, dass das Ministerium Vorschläge anderer Mitgliedsstaaten ausgebremst habe, direktere Einwanderungswege in die EU zu schaffen. Wenn das Ministerium seine “Politik des Nichtstuns” fortführe, gebe es keine Garantie, dass die positive Stimmung in der Bevölkerung anhalte, sich für Flüchtlinge zu engagieren.

Auch Hess kritisierte, die vielen Bootsflüchtlinge seien keine natürliche Erscheinung, sondern “das Produkt einer Verengung der Fluchtwege”. Die damalige schwedische EU-Flüchtlingskommissarin Cecilia Malmström habe schon im Jahr 2013 Vorschläge vorgelegt, das zu ändern. Diese seien aber “vor allem auf Drängen des Bundesinnenministeriums in der Schublade verschwunden”.

Der Rat für Migration wurde 1998 gegründet und hat seinen Sitz in Berlin. Ihm gehören Wissenschaftler aus ganz Deutschland an. (epd/mig 30)

 

 

 

 

Wider den Geist des Anwerbestopps

 

Kommentar von Volker Roßocha, Beauftragter des DGB Bundesvorstand für Migration

 

Braucht Deutschland ein neues Einwanderungsrecht? Seit CDU-Generalsekretär Peter Tauber Anfang des Jahres ein neues Einwanderungsgesetz forderte, wird diese Frage diskutiert. Aus Taubers eigenen Reihen wurde er massiv kritisiert. So erklärte Horst Seehofer schlichtweg, mit ihm als CSU-Vorsitzenden werde es kein Einwanderungsgesetz geben. Inzwischen aber hat die SPD-Bundestagsfraktion ein Eckpunktepapier vorgelegt. Die Sozialdemokraten gehen davon aus, dass die Zahl der Erwerbsfähigen in Deutschland in den nächsten 15 Jahren erheblich sinken und auch der Zuzug aus EU-Ländern nach Deutschland abnehmen wird. Die Wirtschaft argumentiert ähnlich und weist auf einen bereits jetzt vorhandenen Fachkräftemangel hin.

Unabhängig davon, ob die Analysen aus der Bevölkerungswissenschaft zutreffen – und davon, dass die Motive der Arbeitgeber von hohem Eigeninteresse zeugen – bedarf es einer grundlegenden Neuausrichtung des Einwanderungsrechts. Das Aufenthaltsgesetz, und vor allem die Praxis der zuständigen Behörden versprühen immer noch den Geist des Anwerbestopps des Jahres 1973 und seiner Ausnahmeregelungen.

Auch wegen teils undurchschaubarer Regelungen verharrt die Erwerbstätigenzuwanderung seit Jahren auf niedrigem Niveau. Besonders problematisch ist, dass das Aufenthaltsrecht keine Antwort auf die zunehmende Globalisierung der Arbeitsmärkte bietet und keinen Beitrag zur Verhinderung von Lohnbetrug und Ausbeutung im Rahmen von grenzüberschreitender Beschäftigung leistet.

Viele der bestehenden Regelungen im deutschen Recht basieren auf gemeinschaftlicher Rechtssetzung der Europäischen Union. Die wiederum ist entscheidend von den jeweiligen Bundesregierungen beeinflusst worden. Umso bedauerlicher ist, dass in der aktuellen Debatte der Anschein erweckt wird, ein neues Einwanderungsrecht könne national gestaltet werden.

Tatsächlich kann ein neues Einwanderungsrecht nur gestaltet werden, wenn das geltende EU-Recht konsequent umgesetzt wird, um die vorhandenen Möglichkeiten gerade bei der Erwerbstätigeneinwanderung zu nutzen. Das heißt aber nicht, dass es nicht auch der Veränderung des Europäischen Rechts bedürfe.

Im Zentrum eines neuen Einwanderungsrechts steht aus gewerkschaftlicher Sicht nicht eine möglichst hohe Zahl an Erwerbstätigen, die aus Nicht-EU-Ländern einwandern. Stattdessen geht es uns um eine sozial gerechte Einwanderungspolitik, die Flüchtlingen Schutz gewährt, die Beschäftigungsperspektiven von Inländern, gleich welcher Herkunft, sichert sowie die Interessen von Einwanderern und die langfristigen Entwicklungen am Arbeitsmarkt berücksichtigt.

Dazu müssen erstens Menschen, die vor Kriegen und Bürgerkriegen sowie wegen ethnischer, religiöser oder politischer Verfolgung fliehen müssen, als Flüchtlinge aufgenommen werden. Ihre gesellschaftlichen und ökonomischen Teilhabechancen müssen dabei durch sicheren Aufenthalt und Integrationsmaßnahmen verbessert werden.

Zweitens muss das Prinzip des gleichen Lohns für gleiche Arbeit am gleichen Ort für alle durchgesetzt werden: Für deutsche und ausländische Staatsangehörige, die bei einem inländischen Unternehmen beschäftigt sind, aber auch für Erwerbstätige, die von ihren Betrieben grenzüberschreitend entsandt werden. Obwohl die Zahl der Entsendungen aus Drittstaaten in den letzten Jahren angestiegen ist – und weiter ansteigen wird – werden die damit verbundenen migrationspolitischen Herausforderungen von vielen Innenpolitikerinnen und Innenpolitikern noch nicht erkannt.

Drittens muss gewährleistet sein, dass ein Aufenthaltsrecht auch bei einem längerfristigen Auslandsaufenthalt wegen einer Beschäftigung, einer Weiterbildung oder aus familiären Gründen nicht verlorengeht.

Zu den zentralen Vorschlägen der SPD-Fraktion gehört die Entwicklung eines flexiblen und nachfrageorientierten Punktesystems zur Einwanderung von Erwerbstätigen. Geprüft werden soll, welche Elemente bereits vorhandener Systeme (z.B. Kanada) für eine kriteriengeleitete Einwanderung übernommen werden können.

Erfahrungen anderer Länder können zwar genutzt, aber nicht übertragen werden. Zudem kann ein Punktesystem, mit dem Möglichkeiten der dauerhaften Einwanderung von Anfang an geschaffen wird, nur ein Baustein in einem neuen Einwanderungsrecht sein. Ebenso wichtig sind Perspektiven für qualifizierte Migrantinnen und Migranten und für Erwerbstätige, die aufgrund eines konkreten Beschäftigungsangebots, als Entsandte oder im Rahmen der zirkulären Migration einreisen.

Aufgrund der Erfahrungen mit dem Zuwanderungsgesetz und der in weiten Teilen der Bevölkerung immer noch vorhandenen Vorbehalte verbieten sich schnelle Entscheidungen. Ein neues Einwanderungsrecht kann nur entwickelt werden, wenn es eine breite Beteiligung von Migrantenorganisationen, Wirtschaft, Gewerkschaften und der Öffentlichkeit gibt.   Forum Migration Mai 2015

 

 

 

 

Das „Wunder von Lausanne“?

 

Die Einigung im iranischen Atomstreit stellt nicht jeden zufrieden. Doch sie ist besser als jede Alternative.

 

Militärische Muskelspiele und Säbelrasseln gelten nach wie vor als Ausweis von Stärke und entschlossener Politik. Die Diplomatie hingegen genießt nicht erst seit der Ukraine-Krise einen schlechten Ruf. In manchen (Journalisten-)Kreisen gehört es längst zum guten Ton, sich über die Schwäche der (meist europäischen) Vermittler lustig zu machen und sie als „machtlose Schwätzer“ zu verspotten. Dabei sind die Bilanzen der militärischen Interventionen der letzten Jahrzehnte nahezu ausnahmslos negativ. Sicher, die politische Verständigung über die Begrenzung des iranischen Atomprogramms wird erst zum Erfolg, wenn das Abkommen unter Dach und Fach ist. Doch zweifelsohne ist es ein wichtiger Etappensieg der internationalen Diplomatie.

Seit mehr als zwölf Jahren versuchen die fünf Veto-Mächte des UN-Sicherheitsrates und Deutschland – zunächst gegen den erbitterten Widerstand von George W. Bush – den Iran davon abzubringen, Atommacht zu werden. Fast genauso lange gab es parallel dazu auch auf parlamentarischer Ebene entsprechende Bemühungen und Initiativen.

Nach einem achttägigen Verhandlungsmarathon ist es Amerikanern, Iranern, Russen und Europäern am 2. April endlich gelungen, im schweizerischen Lausanne einen Kompromiss zu finden. Auch wenn nur wenige den wörtlichen Inhalt des Dokuments kennen, sind die darin vereinbarten Punkte wohl um einiges konkreter ausgefallen als selbst wohlmeinende Beobachter vorherzusagen gewagt hätten. Dies ist sicher auch ein Verdienst des iranischen Präsidenten Hassan Rohani und seines Außenministers Sarif, die den Obersten Führer Ali Chamenei offenbar dafür gewinnen konnten, die radikalen Gegner eines Atomdeals in die Schranken zu weisen und weitgehende Konzessionen zuzulassen.

So ist der Iran offenbar dazu bereit, sein Atomprogramm drastisch einzuschränken und zwei Drittel seiner fast 20.000 Zentrifugen zur Urananreicherung in den nächsten zehn Jahren abzubauen. Der Anreicherungsgrad soll von derzeit 20 Prozent auf rund 3,5 Prozent begrenzt werden. Diese Beschränkungen sollen sicherstellen, dass Iran – statt bisher zwei Monate – künftig mindestens ein Jahr brauchen würde, um genug Uran für einen atomaren Sprengsatz zu produzieren. Die Urananreicherung soll zudem auf die Anlage in Natans begrenzt werden. Auch der Weg zur Plutoniumbombe soll künftig verbaut werden. So stimmte Außenminister Sarif in Lausanne zu, den in Bau befindlichen Schwerwasserreaktor in Arak zu modifizieren und dauerhaft auf Technologie zur Wiederaufarbeitung abgebrannter Brennstäbe zur Plutoniumgewinnung zu verzichten.

Überhaupt sind in dem Abkommen bislang präzedenzlose Transparenz- und Überprüfungsmaßnahmen vereinbart worden. So verpflichtet sich Iran, das Zusatzprotokoll zum Atomwaffensperrvertrag wieder anzuwenden und gewährt den Inspektoren der Internationalen Atomenergiebehörde (IAEA) darüber hinausgehenden Zugang etwa zu den Produktionsstätten. Teheran hat zugestimmt, sein Atomprogramm in den kommenden 25 Jahren streng durch Beobachter der Internationalen Atomenergiebehörde (IAEA) überwachen zu lassen. So soll Teheran nicht nur das Zusatzprotokoll zum Nichtverbreitungsvertrag in Kraft setzen, welches weitgehende, auch unangemeldete Kontrollen durch die IAEA ermöglicht, sondern hat offenbar auch darüber hinausgehenden Transparenzverpflichtungen wie dem Zugang zu Uranminen und die Kontrolle der Abbaumenge durch die IAEA zugestimmt.

Im Gegenzug sollen schrittweise und unter strengen Auflagen die Wirtschaftssanktionen aufgehoben werden – das Waffenembargo bleibt weiterhin in Kraft. Dies hat allerdings die russische Regierung nicht daran gehindert, bereits jetzt die eingefrorene Lieferung von Raketenabwehrsystemen in Aussicht zu stellen.  Aber auch viele westliche und chinesische Firmen warten sehnsüchtig darauf, endlich wieder Zugang zum iranischen Markt zu erhalten.

 

Sanktionen: Und sie wirken doch!

Das Abkommen von Lausanne ist aus Erschöpfung und Ernüchterung geboren. Es ist aber auch ein Erfolg der internationalen Sanktionspolitik. Zwar ist der Iran trotz der jahrzehntelangen Sanktionen politisch derzeit der stabilste Staat der gesamten Region und hat sein Atomprogramm auf- und ausbauen können. Aber die iranische Wirtschaft liegt dennoch am Boden. Deswegen ist das Land dringend auf die Aufhebung der Sanktionen und den Wiederanschluss an die Weltwirtschaft angewiesen. Denn es nützt dem Iran nur wenig, wenn er zwar über zigtausende Zentrifugen verfügt, aber seiner in der Regel gut ausgebildeten und selbstbewussten Jugend keine Perspektive bieten kann. Es wäre deshalb naiv anzunehmen, dass der Sinneswandel in Teheran ohne die sich über die Jahre verschärfenden Sanktionen der Amerikaner und Europäer möglich gewesen wäre. Die Doppelstrategie, Sanktionen mit einem ernst gemeinten Angebot für Verhandlungen zu verknüpfen, ist aufgegangen. Acht Jahre Konfrontationspolitik des für seine antisemitischen Ausfälle und seine Brachialrhetorik bekannten Präsidenten Ahmadinedschad (2005–2013) haben das Land an den Rand des Ruins geführt. Insofern bewies Barack Obama Weitblick, als er bereits vor dem Machtwechsel in Teheran diskrete direkte Gespräche mit Iran initiierte und zuließ.

Sollten die Wirtschafts-, Finanz- und Öl-Sanktionen der Amerikaner und Europäer ausgesetzt werden, würde dies dem Land pro Jahr zweistellige Milliardenbeträge an US-Dollar bringen. Sollte Iran allerdings gegen das Abkommen verstoßen, würden diese automatisch wieder in Kraft treten. Auf den Straßen von Teheran feierten die Menschen jedenfalls zu Zehntausenden die Lausanner Einigung und haben keinen Zweifel daran gelassen, dass sie auf ein besseres Leben hoffen. Ein prosperierender Iran würde zweifelsohne in der Region noch mehr an Gewicht gewinnen als er ohnedies schon hat. Dies kann sowohl eine gute, als auch eine schlechte Nachricht sein – abhängig vom Blickwinkel und der Region.

Insofern kann man durchaus die These wagen, dass – neben Südafrika – auch der Iran (im Falle eines endgültigen Abkommens) als eines der wenigen Beispiele für eine erfolgreiche Sanktionspolitik gelten kann. Beide Fälle zeigen aber auch, dass diese einen langen Atem brauchen und stets kombiniert werden müssen mit substantiellen politischen Verhandlungen und Initiativen.

 

Kritiker und Saboteure

Erwartungsgemäß stieß die Lausanner Einigung nicht überall auf Wohlwollen. Gegner des Rahmenabkommen gibt es auf allen Seiten mehr als genug. Die iranischen Revolutionsgarden gehören ebenso dazu wie die republikanische Partei, die in beiden Häusern über eine Mehrheit verfügt und mit ihrer Nebenaußenpolitik drauf und dran ist, Amerikas Diplomatie an den Rand der Handlungsunfähigkeit zu bringen. Man kann nur hoffen, dass diese beispiellose Desavouierung eines amerikanischen Präsidenten bei einem wichtigen außenpolitischen Thema den Republikanern bei den nächsten Präsidentschaftswahlen 2016 auf die Füße fallen wird. Jedenfalls werden die Atomverhandlungen mit Iran in Form innenpolitischer Ränkespiele sowohl in Washington wie auch in Teheran weiter geführt. Auch Saudi-Arabien und Israel werden nichts unversucht lassen, um das Abkommen zu boykottieren.

Für Israels frisch wiedergewählten Ministerpräsidenten Netanjahu ist das Abkommen ein „Teufelspakt“. Er verweist – nicht zu Unrecht – auf Teherans Terror-Unterstützung. Und er wird auf seine republikanischen Verbündeten im Kongress hoffen. Darüber hinaus wirft er der Staatengemeinschaft „Appeasement-Politik“ gegenüber Teheran vor. Sie verschließe vor der aggressiven Politik Irans genauso die Augen wie einst gegenüber Nazideutschland. 

Dabei hat Benjamin Nethanjahu womöglich mit seinem Widerstand unfreiwillig zu dem Abkommen beigetragen. Vermutlich wäre es ohne israelischen Druck und Drohungen gar nicht zustande gekommen. Den Triumph eines Scheiterns allerdings wollte ihm wohl weder die iranische noch die amerikanische Seite gönnen. Denn Israel hat durch seine Fundamentalopposition zu jedem Kompromiss selbst seine besten Freunde verprellt. Die israelische Regierung sollte deshalb schon allein aus rationalem Eigennutz diesen Kurs nicht weiter sabotieren, sondern unterstützen.

Nicht nur in Israel und auf Seiten der US-Republikaner bestehen weiterhin grundsätzliche Differenzen darüber, ob ein Abkommen mit Iran die regionalen Spannungen reduziert oder eine Situation herbeiführt, die den Mittleren Osten weiter destabilisieren könnte. Viele Argumente der Kritiker und Gegner des Rahmenabkommens sind nicht ohne weiteres von der Hand zu weisen. In der Tat spielt Iran in der Region eine zwiespältige Rolle. Sie bleiben jedoch die entscheidende Antwort auf die Frage schuldig, was denn eigentlich die Alternativen wären. Ein Krieg gegen Iran? Die Fortsetzung oder Verschärfung der Sanktionen? Iran verfügt schon heute über das Wissen und ein Großteil des Potenzials, die Bombe zu bauen. Keine Sanktion der Welt könnte daran etwas ändern. Denn man kann Irans Nuklearanlagen zwar bombardieren, aber das Know-how zu ihrem Wiederaufbau bliebe dennoch in den Köpfen.

Deshalb würde ein vom UN-Sicherheitsrat abgesegnetes Abkommen natürlich  mehr Sicherheit gegenüber den iranischen Atommacht-Ambitionen bieten als der Jetztzustand, da es die – zumindest unmittelbare – Gefahr einer iranischen Atombombe erheblich mindern würde. Hingegen wäre ein präventiver Militärschlag, wie er in Israel immer wieder gefordert wird, ein weiterer Rückschritt für die Sicherheit und Stabilität im Nahen Osten.

 

Hoffnungsschimmer für Rüstungskontrolle und die NVV-Überprüfungskonferenz

Machen wir uns nichts vor. Auch nach Lausanne befinden sich Abrüstung und Rüstungskontrolle in einer tiefen Krise. Nicht zuletzt die Verletzung des Budapester Abkommens von 1994 war ein weiterer Rückschlag. In dem hatte Russland im Gegenzug für die Atomwaffenfreiheit der Ukraine (zusammen mit Großbritannien und den USA) deren territoriale Integrität garantiert. Die vorläufige Einigung über das iranische Atomprogram ist deshalb nicht mehr als ein kleiner Hoffnungsschimmer für die im nächsten Monat in New York stattfindende Überprüfungskonferenz des Atomwaffensperrvertrages. Immerhin zeigt das Abkommen, dass es prinzipiell möglich ist, einen Staat, der die Regeln verletzt hat, auch ohne regime change wieder auf die Grundlagen des Atomwaffensperrvertrages zurückzuführen.

Sollte Ende Juni tatsächlich ein Abkommen unterschrieben werden, wäre das auch ein Fortschritt für die nukleare Rüstungskontrolle und ein wichtiges Signal, dass die Nichtverbreitungspolitik noch am Leben ist. Vielleicht könnte es auch dazu beitragen, ein atomares Wettrüsten in Nahost zu verhindern. Dies ist auch der Hauptgrund, weshalb Russland, China und die USA zumindest hier eng zusammenarbeiten. Sie eint das gemeinsame Ziel, die Zahl der Nuklearmächte möglichst klein zu halten. Dies ändert freilich nichts an der Notwendigkeit einer Konferenz über eine von Massenvernichtungswaffen freie Zone im Nahen Osten, auf der es dann auch um die Frage der israelischen Atomwaffen gehen muss. Und Lausanne zeigt: Abrüstung und Rüstungskontrolle sind auch unter schwierigsten Bedingungen möglich. Ihre Zukunft hängt nicht von einer Strukturreform im Auswärtigen Amt ab, sondern vom politischen Willen der beteiligten Staatsführungen und ihrer Bereitschaft und Fähigkeit, Geduld und einen langen Atem aufzubringen. Sollte Russland bei der Umsetzung des Abkommens eine konstruktive Rolle spielen, könnte dies für sein Verhältnis zum Westen insgesamt positive Folgen haben. Denn auch in der Ukraine gibt es zur Diplomatie keine Alternative bzw. nur eine – und die heißt Krieg. 

 

Der Sieg des Realismus

Die Einigung von Lausanne lässt begründet auf ein umfassendes Abkommen hoffen, mit dem ehrlicherweise nur noch wenige gerechnet haben. Die diplomatische Lösung stellt naturgemäß nicht alle Seiten zufrieden. Sie ist aber grundsätzlich zu begrüßen – zumal wenn man sich vor Augen führt, welches die anderen Optionen sind. Kluge Außen- und Sicherheitspolitik kann sich nicht danach richten, was wünschenswert wäre, sondern was erreichbar ist. Dieser Realismus hat sich letztlich durchgesetzt – in Washington wie in Teheran.

Das Abkommen kann nicht nur dazu beitragen, die seit 1979 bestehende „Erbfeindschaft“ zwischen Teheran und Washington zu beenden. Es bietet den USA auch die Chance, ihre einseitige Abhängigkeit von Saudi-Arabien zu reduzieren. Die bedingungslose Unterstützung der USA für die saudische Autokratie hat den Hass der Dschihadisten auf den Westen mit erzeugt. Im besten Fall könnte ein besseres Verhältnis der USA zu Teheran und Riad dazu beitragen, die Stellvertreterkriege zwischen Schiiten und Sunniten in der Region einzudämmen. Obama kann sich jedenfalls im Falle einer Einigung auf die Fahnen schreiben, dass er nicht nur die jahrzehntelange Eiszeit mit Kuba beendet hat, sondern auch eine neue Ära in den Beziehungen zwischen den USA und dem Iran eingeläutet hat. Falls es gelingen sollte, das Abkommen von Lausanne mit Leben zu füllen, hat sich Barack Obama den Friedensnobelpreis nachträglich betrachtet vielleicht doch noch verdient.  Rolf Mützenich IPG 27

 

 

 

 

Umweltkonferenz: „Das Prinzip der Vorsorge anwenden“

 

Das Thema ist so wichtig, dass selbst UNO-Generalsekretär Ban Ki-Moon in den Vatikan gekommen war: Welche Rolle können die Religionen beim Schutz der Umwelt einnehmen? Am Dienstag tagte dazu im Vatikan eine hochrangig besetzte Konferenz unter dem Titel  „Die Erde schützen, die Menschheit würdigen. Die moralischen Dimensionen des Klimawandels und der nachhaltigen Menschlichkeit“. Der Schweizer Nobelpreisträger Werner Arber ist Präsident der Päpstlichen Akademie der Wissenschaften, einer der Ausrichter dieser Konferenz.

Wissenschaftlich sei es gar nicht so einfach, die Gründe für eines der wichtigsten Themen dieses Komplexes, nämlich den Klimawandel, eindeutig zuzuordnen, so Arber gegenüber Radio Vatikan. Deswegen sei dies eines der wichtigen Themen der Konferenz, die auch mit Blick auf die Weltklimakonferenz im November in Paris und mit Blick auf die kommende Enzyklika des Papstes zum Thema Umwelt und Schöpfung veranstaltet werde.

Man diskutiere zum Beispiel, welchen Anteil der Mensch am Klimawandel habe, naturwissenschaftlich sei die Frage nicht ganz eindeutig zu beantworten. „Meine Auffassung ist, dass es an uns ist, der Kirche zu sagen, dass es mehrere Quellen gibt und dass es nicht möglich ist, absolut genau zu sagen, welche dieser Quellen maßgeblich an der jetzigen Veränderung beteiligt sind.“ Es gebe Hoffnung auf eine Stabilisierung der Erwärmung auf niedrigerem Niveau als heute, Beweise dafür hätte man aber nicht, so Arber. „Es ist ehrlich zu sagen, dass es mehrere Quellen gibt, die das Klima auch längerfristig beeinflussen können. Und dann wendet man das Prinzip an, dass man in Vorsorge Maßnahmen trifft. Aber wir haben keine Garantie dafür, dass wenn keine Leute mehr mit dem Auto fahren, dass dann das Problem aus der Welt geschaffen ist.“

Das Prinzip der Vorsorge war bereits bei der Umweltkonferenz in Rio 1992 formuliert worden. Dort heißt es „Angesichts der Gefahr irreversibler Umweltschäden soll ein Mangel an vollständiger wissenschaftlicher Gewissheit nicht als Entschuldigung dafür dienen, Maßnahmen hinauszuzögern, die in sich selbst gerechtfertigt sind.“

Die Konferenz im Vatikan, die interreligiös und überkonfessionell angelegt ist, wird am Schluss eine gemeinsame Erklärung vorlegen. Dem Biologen Werner Arber ist klar, dass die meisten Teilnehmer davon überzeugt sind, dass CO2 die Hauptquelle für die Klimaerwärmung ist. Deswegen werde das Thema auch so ernst und manchmal emotional debattiert. „Es hat Einfluss auf die gesamte Menschheit, und im November findet in Paris eine politische Konferenz zu diesem Themenkreis statt. Mir wäre es lieb, wenn dazu dann schon eine Erklärung des Vatikan vorliegen würde. Zu sagen, dass die gesamte Nachhaltigkeit nur vom Klimawandel abhänge, ist aber komplett falsch.“ Zur Nachhaltigkeit gehört mehr als nur das eine Thema, so der Nobelpreisträger, und er erhoffe sich von der erwarteten Umwelt-Enzyklika des Papstes, dass dieser gesamte Komplex angesprochen wird. „Meine Hoffnung ist, dass er sagt, dass der Mensch das Prinzip der Vorsorge anwenden muss.“  (rv 28.04.)

 

 

 

Entwicklungsminister Müller kündigt neue Afrika-Strategie an

 

Als Konsequenz aus den Flüchtlingstragödien im Mittelmeer will Bundesentwicklungsminister Gerd Müller (CSU) die Hilfen für Afrika neu organisieren. Es müsse einen grundlegenden Wechsel in der Entwicklungspolitik geben.

Es werde Zeit, dass den afrikanischen Produzenten faire Preise gezahlt würden, sagte Müller in der "Welt am Sonntag". "Die Marktverhältnisse müssen sich ändern", forderte Müller.

Viel zu lange habe Europa den afrikanischen Kontinent mit ausgebeutet, kritisierte der CSU-Politiker. "Wir Europäer haben wertvolle Ressourcen zu Niedrigstpreisen bekommen und den Arbeitskräften Sklavenlöhne gezahlt. Auch auf dieser Ausbeutung gründen wir in Europa unseren Wohlstand", sagte der Minister.

Den Kurswechsel in der Afrika-Politik begründete Müller damit, dass mit einigen zusätzlichen Milliarden für die Entwicklungshilfe die Herausforderungen nicht bewältigt werden könnten. Die deutsche Wirtschaft könne "uns noch stärker dabei unterstützen, wenn es um das so wichtige Feld der beruflichen Ausbildung geht".

Auch die europäische Wirtschaft sei aufgefordert, stärker die Chancen des Kontinents zu nutzen und dort zu investieren. Internationale Konzerne müssten jetzt beweisen, dass sie ihr Geld von der Öl- bis zur Schokoladenproduktion nicht auf Kosten der Menschen am Anfang der Produktionskette verdienen.

Das "alte System vom reichen Europa und dem armen Afrika" habe keine Zukunft, sagte der Entwicklungsminister weiter. Deshalb müsse es einen grundlegenden Wechsel in der Entwicklungspolitik geben. Afrika müsse als gleichberechtigter Partner behandelt werden. Über den Markt könnten Milliardensummen in die afrikanischen Länder geleitet werden, "ohne dass es unseren Wohlstand in Europa schmälern würde".

Bei dem bislang tödlichsten Flüchtlingsunglück im Mittelmeer waren in der Nacht zu Sonntag etwa 800 Menschen ertrunken. Der Internationalen Organisation für Migration (IOM) zufolge ist die Zahl der Toten im Mittelmeer seit Jahresbeginn damit auf mehr als 1.750 gestiegen.  AFP/EA 27

 

 

 

 

„Tötungsroboter sind nicht unvermeidlich!“

 

Vier Fragen zu autonomen Waffensystemen an Friedensnobelpreisträgerin Jody Williams.

 

Für Ihren Einsatz gegen Landminen wurde Ihnen der Friedensnobelpreis verliehen. Nun haben Sie den Kampf gegen autonome Waffensysteme aufgenommen. Können Sie erklären, warum diese Systeme Ihnen solche Sorgen bereiten?

Ich halte es grundsätzlich für moralisch und ethisch verwerflich, wenn Menschen Waffen entwickeln oder erwerben, die andere Menschen selbsttätig ohne weiteres menschliches Zutun anvisieren und töten können. Solche Waffen wären ein Angriff auf die Menschenwürde und weder mit Kriegsvölkerrecht noch mit den Menschenrechten vereinbar. Sie würden eine „militärische Notwendigkeit“ schaffen, wo derzeit keine ist, weil es solche Waffen nicht gibt, und sie würden ein neues tödliches Wettrüsten nach sich ziehen.

Schon heute entwickeln Dutzende Länder autonome Waffensysteme. Sind sie angesichts des Sicherheitsdilemmas in den internationalen Beziehungen nicht fast schon unvermeidbar?

Wie ich schon auf der Konferenz der UN-Waffenkonvention Convention on Conventional Weapons (CCW) in Genf in der abschließenden Diskussion über Tötungsroboter sagte, ist die Behauptung, diese Waffensysteme seien unvermeidlich, ein Totschlagargument. Wenn etwas „unvermeidlich“ ist, heißt das, wir geben die Macht ab und lassen uns abstumpfen. Wenn etwas unvermeidlich ist, ist es sinnlos, etwas daran ändern zu wollen.

 

Wir von der Campaign to Stop Killer Robots stemmen uns entschieden gegen die Vorstellung, dass Menschen die Entscheidung über ihre eigene Zukunft nicht unter Kontrolle hätten. Wir bestreiten, dass Tötungsroboter unvermeidlich sind. Nur wenn rund um den Erdball die Gegner dieser Waffensysteme, die selbsttätig Menschen umbringen können, eben doch nachgeben und zulassen, dass das nicht unbedingt Unvermeidliche zur tödlichen und schrecklichen Realität wird, dann sind diese Waffen unvermeidbar. Wir lehnen nicht die Forschung und Entwicklung autonomer Technologien ab. Wir lehnen es ab, Entscheidungen über Leben und Tod an Maschinen zu delegieren.

Doch welche politischen Maßnahmen sind nötig, um das zu verhindern? Und was können wir dabei aus dem Kampf gegen Landminen lernen?

Auf der jüngsten CCW-Konferenz herrschte Einigkeit, dass die Kampagne gegen Tötungsroboter die treibende Kraft ist, um diese Waffen ins öffentliche Bewusstsein zu rücken und die internationale Debatte darüber in Gang zu bringen. Wenn die auf der Konferenz angestellten Überlegungen rasch und wirksam greifen sollen, muss die Kampagne ihre Arbeit weiterführen und ausdehnen, damit einzelne Staaten unilateral zu einem Verbot von Tötungsrobotern gelangen. Wir brauchen einen Kern von Ländern, die unsere Vision und unser Ziel teilen und das Thema bei anderen Regierungen vorbringen. Wie schon in den frühen Tagen der Landminenkampagne findet das Internationale Komitee des Roten Kreuzes immer klarere Worte zu tödlichen autonomen Waffen. Es käme uns allen zugute, wenn sich das Komitee, wie damals im Kampf um das Landminenverbot, auch der Kampagne gegen Tötungsroboter anschließen und ein Verbot fordern würde.

 

Wir müssen demnach die Partnerschaft aus Zivilgesellschaft, Staaten und internationalen Organisationen, die sich aus der Bewegung zum Landminenverbot entwickelt hat, stärken, um Tötungsroboter zu verbieten, ehe sie auf dem Schlachtfeld oder in der Polizeiarbeit zum Einsatz kommen. In der UN-Waffenkonvention ist so etwas bereits geschehen, als im Jahr 1995 blind machende Waffen vorsorglich verboten wurden. Das ist ein guter Präzedenzfall – wenn es schon einmal gelungen ist, kann es auch wieder gelingen.

Stephen Hawking, Bill Gates und andere haben jüngst vor den Risiken der Künstlichen Intelligenz gewarnt. In Deutschland diskutieren wir vor allem den Einsatz von Drohnen. Ist das das eigentliche Problem?

Mir ist bewusst, dass sich verschiedene Organisationen gegen bewaffnete Drohnen engagieren, doch unsere Arbeit in der Kampagne gegen Tötungsroboter strebt ein Verbot vollautomatischer Waffensysteme an, ehe sie Realität werden.

Drohnen sind ferngesteuerte Luftfahrzeuge, die quasi allein fliegen können, bei denen aber noch ein Mensch das Ziel auswählt und über den Angriff entscheidet. Wenn Tötungsroboter Realität werden, wäre an der Entscheidung, ein Ziel anzuvisieren und anzugreifen, kein Mensch mehr beteiligt. Die Waffe wäre, sobald sie auf den Weg gebracht würde, auf sich gestellt. Der Mensch würde das Töten anderer Menschen der Maschine überlassen. Viele sehen diese Maschinen als Teil eines größeren Ganzen, und unsere Aufgabe ist es, das zu verhindern.

Die Fragen stellte Michael Bröning. Jody Williams  IPG 27

 

 

 

 

Aktion gegen Menschenhandel: Im Alltag erkennen

 

Menschenhandel erkennen und ihm einen Riegel vorschieben – dafür hat sich in dieser Woche erneut der Heilige Stuhl zusammen mit anderen Religionsgemeinschaften stark gemacht: Ein am Mittwoch in Rom vorgestelltes Dokument des Vatikans und eines ökumenischen Netzwerkes gegen das Phänomen ruft zu einer stärkeren Sensibilisierung kirchlicher Organisationen auf nationaler Ebene auf. Das Papier „Geschaffen nach dem Ebenbild Gottes, gehandelt als Sklaven“ regt zudem mehr medizinische, psychologische und rechtliche Hilfe für Betroffene, kirchliche Lobbyarbeit und eine verbesserte Kooperation an.

Menschenhandel wird oftmals nicht als solcher erkannt, obwohl er sich sozusagen direkt vor unserer Haustür abspielt. Darauf verweist Schwester Gabriella Bottani, Verantwortliche des Netzwerkes des geweihten Lebens gegen den Menschenhandel. Im Interview mit Radio Vatikan nennt die Ordensfrau konkrete Beispiele: „Wir sehen hier etwa viele Flüchtlinge, die ankommen; das gehört zu den Nachrichten unserer Tage. Diese Menschen laufen sehr große Gefahr, von kriminellen Netzwerken ausgebeutet zu werden. Wir sehen das etwa in der Realität der Prostitution, der sexuellen Ausbeutung, erkennen aber in diesen Frauen, Jugendlichen und Kindern keine Opfer des Menschenhandels.“

„Weltweit Teil unseres Alltags“

Laut offiziellen Schätzungen gibt es weltweit 2,4 Millionen Opfer des Menschenhandels und der modernen Sklaverei. Kriminelle Organisationen verdienen an dem schmutzigen Geschäft jährlich bis zu 32 Milliarden Dollar. Und sie bleiben dabei weitgehend ungestört: Nur ein paar tausend Menschenhändler und Schlepper würden jährlich dingfest gemacht und verurteilt, heißt es in dem vom Vatikan und dem ökumenischen Netzwerk veröffentlichten Dokument. Schwester Bottani verweist auf einen weiteren Bereich, in den die moderne Sklaverei mit hineinspielt: „Wir kaufen ein Hemd zum Tiefpreis und fragen uns nicht: Wer hat das hergestellt? Wie kann man so was so billig erwerben? Das passiert, weil wir nicht sehen, dass dieses Produkt durch Sklavenarbeit gemacht entstanden ist. Das scheint uns fern, wir sehen das nicht, doch wenn wir ein wenig nachdenken würden, könnten wir es sehen: Diese Realität ist ganz nah bei uns, ist Teil unseres Alltags in allen Ländern der Welt.“

Mehr Sensibilität also ist gefordert, auch auf Seiten der Bürger und Verbraucher. Im Dokument des Päpstlichen Migrantenrates, des Dachverbandes „Caritas Internationalis“ und des ökumenischen Netzwerkes COATNET wird etwa dazu angehalten, Menschenhandel zum Thema in Bischofskonferenzen, Kirchenleitungen sowie in Pfarrgemeinden und Schulen zu machen. Dabei soll besonders der internationale Tag gegen Menschenhandel genutzt werden, der immer am 8. Februar begangen wird.  (rv/kna 30.04.)

 

 

 

 

Prognose. Einwanderung bremst Bevölkerungsrückgang in Deutschland nur leicht

 

Laut Statistischem Bundesamt wächst Deutschlands Bevökerung noch fünf bis sieben Jahre. Danach schrumpft sie aber deutlich. Schon im Jahr 2060 könnte die Einwohnerzahl nur noch 67,6 Millionen betragen – je nach Stärke der Einwanderung.

 

Weniger Kinder, mehr alte Menschen: In 45 Jahren werden in Deutschland deutlich weniger Menschen als heute leben. Wie aus einer am Dienstag vorgestellten Vorausberechnung des Statistischen Bundesamtes hervorgeht, wird die Einwohnerzahl im Jahr 2060 je nach Stärke der Einwanderung zwischen 67,6 und 73,1 Millionen betragen. Da künftig mit mehr Zuwanderern gerechnet wird, soll der Rückgang aber geringer als erwartet ausfallen. 2009 war das Bundesamt noch von 65 bis 70 Millionen Menschen ausgegangen.

 

Während die Zahl der Frauen und Männer im Erwerbsalter deutlich sinkt, steigt die Zahl der älteren Menschen den Berechnungen zufolge. Die Bevölkerung im Alter von 20 bis 65 Jahren wird bis 2060 auf 34 bis 38 Millionen Menschen schrumpfen, so dass dann mehr als 60 Menschen (verglichen mit 34 im Jahr 2013) im Rentenalter etwa 100 Personen im Erwerbsalter gegenüberstehen.

Bereits heute ist jeder Fünfte 65 Jahre oder älter. 2060 wird es jeder Dritte sein. Die Lebenserwartung soll bei Männern bei 85 Jahren liegen und bei Frauen bei 89 Jahren. Laut Prognose werde die Zahl der Gestorbenen die Zahl der Geborenen in den nächsten Jahren immer deutlicher übersteigen, sagte der Präsident des Bundesamtes, Roderich Egeler. Dies bedeute, dass bei gleichbleibender Geburtenrate etwa 500.000 mehr Menschen sterben werden, als Kinder auf die Welt kommen.

Diese Lücke könne nicht auf Dauer durch das Plus von Zuzügen gegenüber Fortzügen aus Deutschland geschlossen werden, ergänzte Egeler. So werde die Bevölkerungszahl von 80,8 Millionen Menschen im Jahr 2013 je nach Ausmaß der Einwanderung zwar noch fünf bis sieben Jahre steigen, anschließend jedoch abnehmen. Um die Bevölkerungszahl Deutschland nahezu konstant zu halten, müssten jährlich mindestens 450.000 Menschen zuwandern. Den Berechnungen zufolge wird sich die Einwanderung bei rund 130.000 Menschen pro Jahr einpendeln.

Özoguz fordert mehr Unterstützung

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), forderte mehr Unterstützung für Zuwanderer, damit sie “schnell arbeiten oder sich nachqualifizieren können”. Die Weiterentwicklung des Einwanderungslandes Deutschland gehöre auf der politischen Agenda ganz nach vorne, erklärte Özo?uz.

Die Zahl der Personen, die nach Deutschland kommen und langfristig bleiben, schwankt stetig. Für mehr Einwanderung sorgte zwischen 2011 und 2013 vor allem die Arbeitnehmerfreizügigkeit. Als Beispiel nannten die Wissenschaftler Polen. Zudem entschieden sich viele Menschen aus Südeuropa, nach Deutschland zu kommen. Grund für ihre Auswanderung ist vor allem die Wirtschafts- und Finanzkrise. Die Wissenschaftler gehen davon aus, dass auch die Einwanderung aus Bürgerkriegsländern wie Afghanistan oder Syrien anhalten wird, wenn sich die Lage vor Ort nicht stabilisiert.

Die Geburtenhäufigkeit wird mit 1,4 Kindern je Frau weiterhin niedrig bleiben. Die Statistiker gehen davon aus, dass das Gebäralter steigen wird. “Das biologische Zeitfenster der Frauen verschiebt sich”, sagte die Referentin im Referat für demografische Analysen im Bundesamt, Olga Pötzsch. Sie schließt nicht aus, dass familienpolitische Maßnahmen wie das Elterngeld oder der Ausbau von Kita-Plätzen kurzfristig für eine “Erholung” bei den Geburten gesorgt haben oder noch sorgen werden. Vor allem bei Frauen, die in den 70er Jahren geboren wurden, sei die Geburtenrate nicht zurückgegangen, sagte Pötzsch. MiG 29

 

 

 

 

Institut der deutschen Wirtschaft. Asyl und Arbeitsmigration sollen sich ergänzen

 

Das Institut der deutschen Wirtschaft stellt dem deutschen Asylrecht ein schlechtes Zeugnis aus. Dringend benötigte Qualifikationen würden kaum berücksichtigt. Kritik an der deutschen Asylpolitik kommt auch von den Grünen.

 

Angesichts steigender Flüchtlingszahlen fordert der Direktor des arbeitgebernahen Instituts der deutschen Wirtschaft, Michael Hüther, eine umfassende Reform des Asylrechts. “Die Flüchtlingsmigration könnte ein großes Potenzial für Arbeitsmigration darstellen – aber dafür müssten die Regeln geändert werden”, sagte Hüther der Tageszeitung Die Welt. Jeder fünfte Asylbewerber bringe einen Hochschulabschluss mit, jeder dritte habe eine Qualifikation, die der eines deutschen Facharbeiters entspreche.

 

Der Ökonom kritisierte, dass bislang Asyl und Arbeitsmigration zwei strikt getrennte Wege seien. Abgelehnte Asylbewerber müssten zunächst das Land verlassen, um dann einen anderen Aufenthaltstitel zu beantragen. Das gelte auch für Ingenieure und Facharbeiter aus Mangelberufen, deren Qualifikation am deutschen Arbeitsmarkt dringend benötigt werde und die als Arbeitsmigranten herkommen dürften, erläuterte Hüther.

Lebensfremd und unwürdig

“Doch die Vorstellung, dass ein Flüchtling wieder zurückkehrt, um dann in der Konsularabteilung der deutschen Botschaft einen anderen Aufenthaltstitel zu beantragen, ist lebensfremd”, sagte der Institutschef. “Und es ist unwürdig.” Weil fehlende Sprachkenntnisse eine große Hürde für die Integration seien, empfiehlt der IW-Chef zudem obligatorische Sprachkurse für alle Flüchtlinge. “Das ist in jedem Fall eine gute Investition.”

Für den innenpolitischen Sprecher der Grünen, Volker Beck, sind die Ausführungen des IW-Chefs “eine Klatsche für den Bundesinnenminister” Thomas de Maizière (CDU). Ihm bescheinigten die Experten “eine unverantwortliche Einwanderungspolitik”. Beck weiter: “Für die Herausforderungen des demografischen Wandels sind wir nicht gewappnet, denn auf Dauer können wir nicht auf einen starken Zuzug von Menschen aus anderen EU-Staaten setzen”. Sobald die Wirtschaftskrise überwunden sei, würden sich Zuzugs- und Wegzugszahlen austarieren.

Grüne: Mehr Transparenz

Beck fordert eine transparentere Arbeitsmigration, damit kleine und mittlere Unternehmen auf der Suche nach Fachkräften nicht scheitern. Für Menschen, die bereits im Inland sind, fordert der Grünen-Politiker einen erleichterten Zugang zum Arbeitsmarkt. “Dazu gehört auch, dass der Wechsel des aufenthaltsrechtlichen Status generell ermöglicht wird”, so Beck.

Bislang kann Asylbewerbern, Geduldeten, Studien- und Ausbildungsabbrechern keine Aufenthaltserlaubnis zum Zwecke der Arbeit erteilt werden, auch wenn sie ein Arbeitsangebot vorweisen können. Stattdessen werden sie zur Ausreise aufgefordert, um vom Ausland aus ein Visumsverfahren zu betreiben. “Das ist Schikane und verursacht unnötige Bürokratie”, erklärt Beck. (epd/mig 28)

 

 

 

Deutschland: Koalition will Flüchtlinge aus Syrien und Irak vorrangig aufnehmen

 

Die SPD fordert von der Koalition Korrekturen in der deutschen Flüchtlingspolitik. Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz, mahnte eine bessere ärztliche Betreuung von Asylbewerbern an. Die Koalition kündigte an, Menschen aus Syrien und Irak künftig vorrangig aufzunehmen.

Die SPD dringt auf grundlegende Korrekturen in der Flüchtlingspolitik sowohl auf EU-Ebene als auch in Deutschland. Die Bundesregierung müsse sich für eine Ausweitung des Einsatzgebiets der europäischen Mission "Triton" im Mittelmeer einsetzen, sagte SPD-Generalsekretärin Yasmin Fahimi am Montag in Berlin. Auf Verbesserungen für die medizinische Versorgung von Asylsuchenden in Deutschland drängte die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD).

Fahimi nannte es erneut "enttäuschend", dass sich die EU nicht auf eine Ausweitung des Einsatzgebiets ihrer Mission im Mittelmeer verständigt hatte. "Viele Flüchtlinge werden mit dieser Entscheidung auch weiterhin in Seenot geraten", sagte die SPD-Politikerin. Union und SPD hatten sich am Sonntagabend bei ihrer Koalitionsrunde in Berlin darauf verständigt, dass Deutschland sich an der auf EU-Ebene verabredeten verstärkten Seenotrettung im Mittelmeer beteiligen will. Auch beim stärkeren Kampf gegen Schlepperbanden seien deutsche Beiträge möglich. Generell soll es eine gerechtere Verteilung von Flüchtlingen in der EU geben.

Linke: Eklatante Versäumnisse Deutschlands

Für Deutschland soll bis zu dem am 8. Mai geplanten Flüchtlingsgipfel von Bund und Ländern eine neue Prognose für die 2015 zu erwartende Gesamtzahl der Asylbewerber erarbeitet werden. Zu den Flüchtlingen aus Krisengebieten wie Irak oder Syrien verständigten sich Union und SPD darauf, hier solle "eine Priorität bei der Aufnahme" liegen. Vize-Regierungssprecherin Christiane Wirtz hob hervor, dies seien alles Punkte, über die in der Bundesregierung Einigkeit bestehe. Linken-Parteichef Bernd Riexinger warf der Koalition in Berlin vor, "eklatante Versäumnisse beim Umgang mit Flüchtlingen" blieben "politisch bislang ohne Folgen".

Um Flüchtlinge in Deutschland medizinisch besser zu versorgen, drängte Özoguz auf die bundesweite Einführung von Chipkarten, die Flüchtlingen einen Arztbesuch ohne vorherige Beantragung eines Krankenscheins beim Sozialamt ermöglichen. Sie halte es "für einen guten Weg, wenn alle Bundesländer die in Bremen und Hamburg genutzte Chipkarte nach dem Bremer Modell einführen würden", erklärte Özoguz zum Auftakt der Bundeskonferenz der Integrationsbeauftragten des Bundes, der Länder und der Kommunen am Montag in Mainz. Sie wies darauf hin, dass Asylbewerber und Geduldete bislang in den ersten 15 Monaten ihres Aufenthalts von der regulären Gesundheitsversorgung ausgeschlossen seien.  EA/AFP/nsa 28

 

 

 

Manifest der Vielfalt. Einwanderung ist Teil der deutschen Kultur

 

Wir sind das Volk. Ja, auch wir sind das Volk. Die, die eingewandert sind, woher und aus welchen Gründen auch immer. Für immer. Und wenn wir zurückgehen in unsere Heimat, so zieht es uns nach Köln, Hamburg oder Stuttgart. VON Jérome de Vreé

 

“Wir sind das Volk” hallt es seit Wochen und Monaten von den Straßen der Bundesrepublik Deutschland. Was in den Jahren 1989/1990 der Ausdruck der Zivilbevölkerung mit Wunsch nach demokratischen Grundrechten wie Reisefreiheit, politische Mitbestimmung und zugleich die Beseitigung eines autokratischen Regimes war, wird heute von Menschen benutzt, deren Ideologie von islamophoben und rassistischen Ansichten geprägt ist. Was unter dem Deckmantel der demokratischen Meinungsfreiheit skandiert wird, betrübt und verängstigt die Menschen, die hier leben.

Sind die Migranten nicht Teil des Volkes? Hat die tägliche Arbeit, die sie leisten und die gesellschaftliche Teilhabe keinerlei Bedeutung für die deutsche Identität? Laut Zahlen des Statistischen Bundesamtes hat fast jede dritte Familie mit Kindern in Deutschland ausländische Wurzeln. Gehören diese Menschen nicht auch zum Volk?

Mein familiärer Hintergrund ist auf der väterlichen Seite Französisch und auf der mütterlichen Seite Polnisch/Ungarisch geprägt. Gehöre ich nicht auch zum Volk? Einwanderung hat es in der deutschen Geschichte schon seit Jahrhunderten gegeben und die deutsche Kultur maßgeblich beeinflusst.

Die Einwanderung nach Deutschland ist eine Bereicherung

Einwanderung nicht als Bestandteil der deutschen Kultur zu verstehen, ist aus meiner Sicht dadurch vollkommen realitäts- und geschichtsfremd. Ich betrachte die Migration nach Deutschland als eine Bereicherung, aus Gründen wie z.B. Fachkräftemangel, als auch die Möglichkeit, die eigene deutsche Identität vollkommen neu zu entdecken.

Was ist “Deutsch”? Noch heute herrschen bestimmte Meinungen in diesem Land vor, was zum “Deutschsein” dazu gehört. Und nicht selten beschränken sie sich auf einen deutschklingenden Namen, eine bestimmte Haar- und Augenfarbe und Religion. Das Rap Trio “Advanced Chemistry” hat es im Jahre 1992 sehr deutlich in seinem Lied “Fremd im eigenen Land” beschrieben, wo es heißt:

“Ist es so ungewöhnlich, wenn ein Afro-Deutscher seine Sprache spricht und nicht so blass ist im Gesicht? Das Problem sind die Ideen im System. Ein echter Deutscher muss auch richtig Deutsch aussehen. Blaue Augen, blondes Haar, keine Gefahr. Gab’s da nicht ne Zeit wo’s schon mal so war? Gehst du mal später zurück in deine Heimat? Wohin? Nach Heidelberg? Wo ich ein Heim hab? Nein du weißt, was ich mein…”

Ein Land definiert sich aus den Taten seines Volkes und ein Volk definiert sich aus den Menschen, die in diesem Land leben und es letztendlich zu diesem machen, egal welcher Hautfarbe, Religion oder welchem Geschlecht diese angehören. Diese Vielfalt ist es, die Deutschland ausmacht. Ich hoffe, dass diese Vielfalt eines Tages als fester Bestandteil der deutschen Identität wahrgenommen wird, denn auch “wir sind das Volk”. MiG 30

 

 

 

 

Holocaust-Höredition "Die Quellen sprechen". Zweite Staffel ab 8. Mai auf Bayern 2 und im Internet

 

Schauspieler und Zeitzeugen lesen Hunderte von Dokumenten zum Holocaust, verfasst von Tätern, Opfern und Beobachtern: Ab 8. Mai 2015 wird die zweite Staffel der dokumentarischen Höredition "Die Quellen sprechen. Die Verfolgung und Ermordung der europäischen Juden durch das nationalsozialistische Deutschland 1933 - 1945" auf Bayern 2 gesendet und auf der Webseite www.die-quellen-sprechen.de dauerhaft im Internet angeboten.

Neben der Lesung von Originalquellen, darunter Zeitungsberichte, Hilferufe, Verordnungen, Befehle, Privatbriefe und Tagebuchaufzeichnungen, erläutern Historiker die politischen Hintergründe und diskutieren Forschungsfragen. Zeitzeugen erzählen, was ihnen widerfuhr und wie sie überleben konnten.

 

Die vom Bayerischen Rundfunk (Redaktion Hörspiel und Medienkunst) in Kooperation mit dem Institut für Zeitgeschichte realisierte dokumentarische Höredition entsteht im Zeitraum von 2013 bis 2018 in mehreren Staffeln. Sie folgt einem aktuellen Forschungs- und Editionsprojekt: "Die Verfolgung und Ermordung der europäischen Juden durch das nationalsozialistische Deutschland 1933-1945". Die 16 Bände umfassende Quellenedition erscheint im Oldenbourg Verlag und gilt als die weltweit umfassendste Sammlung und wissenschaftliche Aufarbeitung von Dokumenten zur Judenverfolgung durch die Nationalsozialisten. Die Edition macht viele der Dokumente erstmals zugänglich.

 

"Die Quellen sprechen":

Sendungen auf Bayern 2 und Website www.die-quellen-sprechen.de

Die Sendungen auf Bayern 2 werden vom 8. bis 30. Mai 2015 immer freitags und samstags auf Bayern 2 ausgestrahlt. Im Mittelpunkt der Produktion "Die Quellen sprechen" stehen die Dokumente (samstags, 15.05 Uhr). Neben den Originalquellen umfasst die Höredition zwei Gesprächsreihen, in denen Historikerinnen und Historiker Forschungsergebnisse und Hintergründe zu diesen Texten erläutern. Außerdem berichten an der Produktion beteiligte jüdische Zeitzeugen im Interview, wie sie die Verfolgung erlebt und überlebt haben (in "hör!spielart.mix", freitags um 21.05 Uhr).

Die erste Staffel der Höredition wurde 2013 gesendet.

 

Die Webseite www.die-quellen-sprechen.de macht alle gelesenen Dokumente und die Gespräche mit Historikern und Zeitzeugen dauerhaft öffentlich zugänglich. Die gesprochenen Quellen werden ergänzt durch Kurzbiografien, Manuskripte und erweiterte Recherchemöglichkeiten.

 

"Die Quellen sprechen" wurde 2013 mit dem Wilhelm-Freiherr-von Pechmann-Preis der Evangelisch-Lutherischen Kirche in Bayern in der Kategorie Hörfunk ausgezeichnet. Der Preis fördert die Auseinandersetzung mit der Zeit des Nationalsozialismus.

 

Sendung in ARD-alpha

Am Samstag, 9. Mai 2015 sendet ARD-alpha in der Reihe "Denkzeit" um 22.30 Uhr "`Die Quellen sprechen`: Vom Antisemitismus zum Holocaust. Ein Gespräch über Erinnerung und neue Forschung", mit den Zeitzeuginnen Dr. Eva Umlauf und Dr. Charlotte Knobloch sowie den Mitherausgebern der Edition 'Judenverfolgung 1933-1945' Prof. Dr. Dieter Pohl und Dr. Susanne Heim. Moderation: Prof. Christoph Lindenmeyer.

Weitere Informationen: www.die-quellen-sprechen.de.  dip

 

 

 

 

Bundeskonferenz der Integrationsbeauftragten „Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft“

 

Zum Auftakt der Bundeskonferenz der Integrationsbeauftragten des Bundes, der Länder und der Kommunen am 27. und  28. April 2015 in Mainz erklärt die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Staatsministerin Aydan Özoguz

 

„Die Gesundheit ist das wohl wichtigste Gut für jeden einzelnen von uns. Aber nicht alle der 81 Millionen Menschen in unserem Land können gleichermaßen vom hohen Standard unseres Gesundheits- und Pflegewesens profitieren: Wir haben noch immer strukturelle Probleme bei der gesundheitlichen und

pflegerischen Versorgung von Menschen, die vor vielen Jahrzehnten einwanderten und ihren Nachkommen. Besonders viele Informationsdefizite lassen sich bei denjenigen feststellen, die erst kurz in unserem Land sind. Das hat häufig Auswirkungen auf Kinder, wenn ihre Eltern die Vorsorgeuntersuchungen nicht wahrnehmen. Das zentrale Thema, über das ich mich heute und morgen mit

den Integrationsbeauftragten der Länder und Kommunen austauschen werde, wird deshalb „Gesundheit und Pflege in der Einwanderungsgesellschaft“ sein.

 

Aktuell ist die Gesundheitsversorgung von Flüchtlingen ein drängendes Problem in den Gemeinden – auch wegen der weiterhin hohen Zahl von Asylbewerbern. Asylbewerber und Geduldete sind in den ersten 15 Monaten ihres Aufenthalts von der regulären Gesundheitsversorgung ausgeschlossen. In manchen Bundesländern erhalten Flüchtlinge nur eine minimale Notfallversorgung: Nicht selten bleiben Erkrankungen so unerkannt oder werden chronisch. Einzelne tragische Geschehnisse in Flüchtlingsunterkünften zeigen, dass dies zu schweren Schädigungen oder sogar zu Todesfällen führen kann. Das Problem ist, dass Verwaltungsangestellte im Vorwege entscheiden sollen, ob ein Arztbesuch

notwendig ist, dafür sind sie aber gar nicht ausgebildet. Daher halte ich es für einen guten Weg, wenn alle Bundesländer die in Bremen und Hamburg genutzte Chipkarte nach dem Bremer Modell einführen würden. Mit dieser Chipkarte können Asylbewerber zum Arzt gehen - und zwar ohne vorherige umständliche Beantragung eines Krankenscheins beim Sozialamt. Das ist human und unbürokratisch. Und die Praxis zeigt, dass sich mancherorts dadurch sogar Verwaltungskosten sparen lassen.

 

Aber auch bei der gesundheitlichen und pflegerischen Versorgung von Menschen mit Einwanderungsgeschichte, die schon länger in Deutschland leben, besteht Handlungsbedarf. So nehmen Menschen mit Einwanderungsbiografie seltener Präventionsangebote wie Vorsorgeuntersuchungen in Anspruch. Auch müssen wir uns fragen, ob unsere Gesundheitseinrichtungen (noch) zu unserer

Einwanderungsgesellschaft passen. Sind Deutschlands Krankenhäuser, Arztpraxen und ambulante Dienste allen gleichberechtigt zugänglich? Ärzte und Mitarbeiter müssen für den Umgang mit einer vielfältigen Patientenschaft sensibilisiert werden. Hier ist mehr interkulturelle Öffnung notwendig. Auch die Bereitstellung von Übersetzungen und Dolmetschleistungen trägt zur Verbesserung der Situation bei, denn mangelnde Sprachkenntnisse können zu Unter-, Über- oder Fehlversorgung führen. Dies kann zum einen schwerwiegende gesundheitliche Folgen für die Betroffenen haben, aber auch zu nachträglichen kostenintensiven Behandlungen führen, die unnötig unser Gesundheitssystem

belasten.

 

Handlungsbedarf besteht zudem im Pflegebereich: Es wird zukünftig mehr ältere Menschen mit Einwanderungsgeschichte geben, die auf kulturell sensible Angebote angewiesen sind. Häufig sind dieser Zielgruppe auch die Zugänge zu den Leistungen, z.B. zu den Pflegestufen gar nicht bekannt. Mehr und bessere Aufklärung ist hier erforderlich. Dies gilt im Übrigen für alle in unserer Gesellschaft – ob mit oder ohne Einwanderungsgeschichten.“ Pib 27

 

 

 

 

Studie: Jeder zweite Deutsche unzufrieden im Job

 

45 Prozent der Arbeitnehmer wollen wechseln - Mehr Gehalt, Abwechslung und Anerkennung gefordert - Unternehmen engagieren sich stärker sozial

 

Eschborn, 28. April 2015 - 49 Prozent der Arbeitnehmer in Deutschland

sind mit ihrem Job nicht zufrieden. Das sind vier Prozentpunkte mehr

als 2014. Die geringere Zufriedenheit gegenüber dem Vorjahr zeigt

sich in fast allen Bewertungskriterien, von den Arbeitszeiten über

Förderungsmöglichkeiten bis zur Vereinbarkeit von Beruf und Familie.

Zu diesen Ergebnissen kommt die repräsentative Studie

"Jobzufriedenheit 2015" der ManpowerGroup Deutschland. Im April

wurden hierfür 1.011 Deutsche ab 18 Jahren befragt.

 

Durch die steigende Unzufriedenheit im Job wächst die Bereitschaft,

sich beruflich umzuorientieren. 45 Prozent der Angestellten erwägen

derzeit, ihren Job in den nächsten zwölf Monaten zu wechseln. 2014

waren es nur 42 Prozent. Rund jeder vierte Arbeitnehmer sucht eine

Position, die besser bezahlt wird. Darüber hinaus geben der Wunsch

nach Abwechslung (14 Prozent) und mehr Anerkennung (13 Prozent)

häufig den Ausschlag, sich nach einer neuen Herausforderung

umzuschauen.

 

"Die Unternehmen sind gefordert, die Themen Wertschätzung und interne

Karriereplanung voranzutreiben, um Fachkräfte zu halten", sagt

Herwarth Brune, Geschäftsführer der ManpowerGroup Deutschland. Dass

der Aspekt Weiterentwicklung zu kurz kommt, zeigt ein anderes

Ergebnis: Nur noch 30 Prozent der Arbeitnehmer geben an, dass die

Mitarbeiter in ihrer Firma regelmäßig Weiterbildungen erhalten, das

sind sieben Prozentpunkte weniger als im Vorjahr. Auch kleine Gesten

der Wertschätzung, wie kostenloses Obst oder Süßigkeiten, wurden von

den Firmen offenbar reduziert. Gab es diese im letzten Jahr noch bei

einem Viertel der Unternehmen, liegt der Anteil jetzt nur noch bei

zwölf Prozent. Flexible Arbeitszeitmodelle werden ebenfalls weniger

angeboten (31 Prozent im Vergleich zu 39 Prozent im Vorjahr).

 

Hohe Belastung durch konjunkturellen Aufschwung

Für den Arbeitsmarktexperten hängen die Unzufriedenheit der

Belegschaft und die verschlechterten Rahmenbedingungen mit der

anziehenden Konjunktur zusammen. "Die Mitarbeiter müssen mehr

leisten, weil die Aufträge gestiegen sind - und es bleibt weniger

Freiraum für Maßnahmen der Mitarbeiterbindung, dabei sind diese

gerade in Zeiten hoher Auslastung wichtig", so Brune. Zwar suchen

viele Unternehmen gerade Personal. Allerdings vergehen von der Suche

bis zur Einstellung in der Regel einige Monate, so dass die

Entlastung in vielen Betrieben noch auf sich warten lässt. Das kann

dem Experten zufolge kurzfristig für mehr Unzufriedenheit sorgen, vor

allem wenn dann noch Kollegen vertreten werden müssen, etwa während

der Elternzeit. Hier können Personaldienstleister unterstützen.

 

Soziales Engagement der Unternehmen steigt

Jeder fünfte Arbeitnehmer attestiert seinem Unternehmen inzwischen

hohes Engagement für soziale Projekte oder Umweltschutz. Der Anteil

der Firmen mit CSR-Programm ist damit um zwei Prozent gestiegen.

"Soziales Engagement der Unternehmen ist gut und wichtig - doch

darüber sollten gute Arbeitsbedingungen für die eigenen Mitarbeiter

nicht in den Hintergrund geraten", sagt Manpower-Geschäftsführer

Herwarth Brune. "Sie sind das wertvollste Asset der Firmen, vor allem

vor dem Hintergrund des demografischen Wandels."

 

Über die Studie "Jobzufriedenheit 2015"

Die Studie "Jobzufriedenheit 2015" basiert auf einer Online-Befragung

unter 1.011 Deutschen ab 18 Jahren. Sie wurde im Auftrag der

ManpowerGroup Deutschland im April 2015 vom Marktforschungsinstitut

Toluna durchgeführt. Die Ergebnisse sind bevölkerungsrepräsentativ

hochgerechnet.

Mehr Informationen erhalten Sie unter http://www.manpowergroup.de. dip

 

 

 

 

 

Netzwerk Integration diskutiert über Islam in Deutschland. Die Pressestelle der CDU Deutschlands teilt mit:

 

Das Netzwerk Integration der CDU Deutschlands hat über die Zukunft des Islam in Deutschland diskutiert. Die Mitglieder des Netzwerkes sehen die Notwendigkeit, den islamischen Glaubensgemeinschaften analog zu den anderen Religionsgemeinschaften in Deutschland zu ermöglichen, dass sie den Status einer Körperschaft des öffentlichen Rechtes erlangen können. Zuständig sind hier die Länder. Wichtig ist auch der Ausbau des islamischen Religionsunterrichts an Schulen nach Artikel 7 Absatz 3 Grundgesetz sowie Verträge der Bundesländer mit muslimischen Verbänden, in denen Rechte und Pflichten festgehalten werden. Entscheidend sind hier nach Auffassung des Netzwerkes Best-Practice Beispiele, an denen sich andere Bundesländer orientieren können.

 

Die wichtige Arbeit der deutschen Hochschulen, an denen vier Lehrstühle für islamische Theologie eingerichtet wurden, müsse aus Mitteln des Bundes und der Länder weitergeführt, weiterentwickelt und erweitert werden. Denn die Ausbildung von Lehrern, Hochschullehrern und Imamen in Deutschland und in deutscher Sprache sei essenziell für die Vermittlung eines Islam, der mit unseren Grundwerten und der deutschen Lebenswirklichkeit übereinstimmt. Das Netzwerk ist der Überzeugung, dass hierfür auch die Muslime in Deutschland selbst Verantwortung übernehmen müssen.

 

Darüber hinaus fordert die Vorsitzende des Netzwerks Integration Cemile Giousouf: „Wir brauchen eine islamische Akademie in Deutschland, um einen innerislamischen theologischen Diskurs der Muslime in Deutschland anzustoßen. Vorbild können die christlichen Akademien bzw. die jüdische Akademie sein, die von den Religionen selbst organisiert werden. Hierzu sollten Schnittstellen entstehen, welche die Wissensproduktion der Universitäten enger mit den lebensweltlichen Fragen der Muslime in Deutschland verbinden. Diese Akademie könnte auch einen internationalen Austausch mit der islamischen Geistlichkeit in Europa und mit den islamisch geprägten Ländern ermöglichen.“

 

Ausdrücklich unterstützt das Netzwerk Integration darüber hinaus die vom Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) ins Leben gerufene bundesweite Beratungshotline “Radikalisierung” und deren Partner vor Ort. Im Bereich der Präventionsarbeit und der Deradikalisierung islamistisch radikalisierter Personen, insbesondere Jugendlicher und junger Erwachsene, fordert das Netzwerk eine Überführung erfolgreicher Projekte in die Regelstrukturen der Sozialarbeit. Zudem fordert das Netzwerk hier eine langfristige und gesicherte Finanzierung der bestehenden Projekte sowie eine stärkere Mitarbeit der muslimischen Organisationen zur Bekämpfung extremistischer Strömungen.

 

 

 

 

Deutsch als Fremdsprache. „Wir haben die Trendwende geschaft“

 

Das Interesse an Deutsch als Fremdsprache ist weiterhin sehr hoch. Das zeigt eine neue Studie. In China, Indien und Brasilien gibt es sogar einen deutlichen Aufwärtstrend. Johannes Ebert, Generalsekretär des Goethe-Instituts, und Heike Uhlig, Leiterin der Sprachabteilung, erklären, warum.

Herr Ebert, alle fünf Jahre erhebt das Netzwerk Deutsch, wie viele Menschen weltweit Deutsch lernen. Jetzt liegen die neuen Zahlen vor. Was sind die zentralen Erkenntnisse?

 

Ebert: Uns freut außerordentlich, dass in rund 60 Prozent aller befragten Länder die Nachfrage nach Deutsch gestiegen ist. Das betrifft vor allem Länder in Asien, Lateinamerika und Afrika. Insgesamt gesehen ist die Zahl mit 15,4 Millionen weltweit konstant geblieben, und damit ist es gelungen, den Rückgang seit 2000 zu stoppen. Das ist nicht selbstverständlich und zeigt zum einen, dass die Instrumente der Förderung von Deutsch als Fremdsprache Wirkung zeigen, und zum anderen, dass der Wirtschafts- und Studienstandort Deutschland attraktiv ist wie selten zuvor. Davon profitiert auch die deutsche Sprache. Die meisten Deutschlernerinnen und Deutschlerner gibt es nach wie vor in Europa, und die meisten – nämlich rund 13 Millionen – lernen Deutsch in der Schule.

 

Frau Uhlig, wie geht man bei einer so umfangreichen Studie denn überhaupt vor? 15,4 Millionen Deutschlerner weltweit, davon mehr als ein Drittel außerhalb Europas. Wie erfasst man eine so gigantische Datenmenge?

 

Uhlig: Hier arbeiten Goethe-Institut, DAAD, die Zentralstelle für das Auslandsschulwesen (ZfA) und das Auswärtige Amt im Netzwerk Deutsch sehr eng zusammen: Nachdem ein gemeinsam erstellter Fragebogen an die Auslandsvertretungen geschickt worden ist, beginnt die wirklich aufwändige Arbeit im lokalen Netzwerk Deutsch: Alle Mittlerorganisationen tragen gemeinsam offizielle Statistiken zusammen und recherchieren Angaben zum Schul-, Hochschul- und Erwachsenenbereich. Dafür gebührt allen Beteiligten großer Dank. In sehr vielen Ländern ist es nicht so einfach, diese Statistiken zu bekommen, oft gibt es sie auch gar nicht, so dass man auch mit begründeten Schätzungen arbeiten muss. Das ist dann in der vorliegenden Studie auch angegeben.

 

Und welche Rolle hat das Goethe-Institut beim Erstellen der Studie genau gespielt?

 

Uhlig: Seit Beginn dieser Erhebungen laufen die Fäden beim Goethe-Institut zusammen: Im lokalen Netzwerk sind es die Kolleginnen und Kollegen der Goethe-Institute, die die gesammelten Daten in den Fragebogen übertragen, diesen dann in die Zentrale schicken, Nachfragen beantworten. In der Zentrale laufen dann alle Daten zusammen, wir bereiten sie auf, vergleichen mit den Erhebungen aus den früheren Jahren und analysieren gemeinsam im Netzwerk Deutsch die Ergebnisse.

 

Die Erhebung gibt es nun seit 1985. Was hat sich seither geändert? Lassen sich Trends ablesen?

 

Ebert: Es gab in den Jahren 1995 bis 2000 einen enormen Anstieg der Deutschlernerzahlen. Das hatte mit der euphorischen Aufbruchstimmung nach dem Fall des Eisernen Vorhangs und der damit einhergehenden Westorientierung der ehemaligen Ostblockländer zu tun. Dann haben wir dort seit 2000 einen stetigen Rückgang beobachtet, der nun gestoppt scheint. Eine Trendwende also. Mit dem Fall des Eisernen Vorhangs hat aber auch Englisch in vielen Ländern Mittel- und Osteuropas enormen Zuwachs bekommen, so dass heute fast überall Deutsch als zweite oder auch als dritte Fremdsprache gelernt wird und nur noch vergleichsweise wenige Schulen Deutsch als erste Fremdsprache anbieten. In allen Jahren waren die Lernerzahlen im Schulbereich am höchsten, dies hat sich nicht geändert. Geändert hat sich oft das Angebot an Fremdsprachen an den Schulen, das ist vielfältiger geworden und damit auch der Konkurrenzdruck auf die deutsche Sprache.

 

Wie erklären Sie sich den Anstieg der Lernerzahlen zum Beispiel in Asien?

 

Ebert: Das hat zum einen mit der bereits erwähnten Attraktivität Deutschlands als Studien- und Wirtschaftsstandort zu tun, zum anderen aber auch mit der Ausstrahlung der Initiative Schulen: Partner der Zukunft. Insgesamt bilden insgesamt 1.800 PASCH-Schulen ein weltumfassendes Netzwerk. Mehr als 500 davon werden vom Goethe-Institut betreut, die Deutschen Auslandsschulen und die Schulen, die das Deutsche Sprachdiplom der Kultusministerkonferenz anbieten, von der ZfA. Vor allem in China und in Indien ist es gelungen, den Impuls, der von den PASCH-Schulen ausgeht, weiterzutragen. In anderen Ländern wurde Deutsch überhaupt erst mit PASCH eingeführt. Bleiben wir in China: 123 Schulen bieten dort inzwischen Deutsch als Unterrichtsfach an; gerade Schulleiter sind zunehmend an einer Internationalisierung ihrer Schulen interessiert, da fügt sich eine Aufnahme von Deutsch in die angebotenen Fächer natürlich gut ein. Auch in Indien wurde der Anstieg von Deutschlernern an Schulen durch zwei PASCH-Schulen ausgelöst, die den Impuls zur Einführung von Deutsch an inzwischen mehr als 700 Schulen geführt hat. Nach der Parlamentswahl in Indien 2014 hat dieses erfolgreiche Projekt einen Rückschlag erlitten, und das Goethe-Institut ist mit dem Auswärtigen Amt in intensiven Gesprächen mit der indischen Regierung, um wieder an die erreichten Erfolge anknüpfen zu können.

 

Die steigenden Zahlen in Ländern wie beispielsweise China, Indien, Brasilien, der Türkei und den Asean-Ländern steht ein weiterer Rückgang der Deutschlernerzahlen in der Russischen Föderation und den Ländern der ehemaligen Sowjetunion entgegen. Wie kommt das?

 

Ebert: Nun muss man erstmal sagen, dass 1,5 Millionen Deutschlernende in Russland durchaus eine große Zahl ist und in der Gemeinschaft Unabhängiger Staaten immerhin auch drei Millionen Menschen Deutsch lernen. Die Ursachen für den Rückgang sind vielfältig und auch nicht immer zu beeinflussen: demografische Faktoren, Bildungsreformen, Urbanisierungsprozesse, die zur Schließung von Schulen auf dem Land führen, Diversifizierung des Fremdsprachenangebots an den Schulen.

 

Uhlig: Deutsch hat in Russland ziemlich unangefochten den Status als zweite Fremdsprache in den Schulen, und den konnten wir in den letzten Jahren auch ausbauen. Das hat viel mit steter sprachpolitischer Überzeugungsarbeit zu tun; das zweijährige Projekt „Lern Deutsch“ hat hier eine große Rolle gespielt. Auch die Lernerzahlen an den Goethe-Instituten und Sprachlernzentren sind in den letzten Jahren gestiegen.

 

Absoluter Spitzenreiter ist Polen mit 2,3 Millionen Deutschlernenden. Wie engagiert sich das Goethe-Institut dort?

 

Uhlig: Deutsch lernen hat in Polen eine lange Tradition. Die Reformprozesse im polnischen Schulsystem haben die zweite Fremdsprache als Pflichtfremdsprache verankert, und davon hat vor allem Deutsch profitiert. Auch in Polen sind es vor allem die beruflichen Chancen, die man sich verspricht, die entscheidend bei der Wahl einer Fremdsprache sind. Dazu kommen die vielen Austauschprogramme, die es zwischen Polen und Deutschland gibt. Das Goethe-Institut konzentriert seine Bemühungen derzeit vor allem auf Lehrerfortbildungen und innovative Unterrichtsprojekte, um die Qualität der Deutschkenntnisse zu verbessern. db 28

 

 

 

 

SVR Jahresgutachten. “Ihre Renten werden von Zuwanderern bezahlt.”

 

Die Wissenschaftler des Sachverständigenrates für Migration loben deutsche Zuwanderungsregeln, fordern aber eine Reform des Asyl-Systems auf EU-Ebene, die bei Pro Asyl aber auf Kritik stößt. Integrationsbeauftragte Özo?uz fordert Einwanderungspolitik aus einem Gus.

 

Deutschland ist beim Thema Einwanderung nach Ansicht von Wissenschaftlern zum Vorreiter geworden. In seinem am Dienstag veröffentlichten Jahresgutachten bescheinigt der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration der Bundesrepublik ein “fortschrittliches migrationspolitisches Instrumentarium”.

Forderungen, kanadische oder US-amerikanische Regelungen zu übernehmen, seien von wenig Sachkenntnis geprägt, sagte die Vorsitzende des Rates, Christine Langenfeld, in Berlin. Deutschland brauche kein Punktesystem, betonte sie. Reformwillen fordern die Experten aber beim Thema Asyl – und schlagen freie Wohnortwahl für Flüchtlinge vor.

Selbstverständnis als Einwanderungsland festigen

Langenfeld lobte die deutschen Regelungen zur Anwerbung von Akademikern und Fachkräften in Ausbildungsberufen. Änderungsbedarf sieht sie allerdings bei der nach wie vor teils stockend verlaufenden Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse. Zudem bemängeln die Experten im Gutachten, dass die deutschen Zuwanderungsregeln zu wenig bekannt seien und fordern eine konsequente “rote Linie” der Politik. Das Selbstverständnis Deutschlands als Einwanderungsland müsse noch gefestigt werden.

Bei ihrem Plädoyer für mehr Einwanderer sehen sich die Wissenschaftler auch von den aktuellen Zahlen des Statistischen Bundesamtes bestätigt, nach denen Zuwanderung in der Lage ist, den Bevölkerungsrückgang in Deutschland zu bremsen. Der Bildungsforscher Wilfried Bos betonte, angesichts der demografischen Entwicklung sei Zuwanderung notwendig: “Ihre Renten werden von Zuwanderern bezahlt.”

Özo?uz: Einwanderungspolitik aus einem Guss

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), forderte vor dem Hintergrund des Gutachtens erneut ein Einwanderungsgesetz. “Deutschland ist als Einwanderungsland zwar besser als sein Ruf, aber es fehlt noch immer an einer stimmigen Einwanderungspolitik aus einem Guss, die von unserer Bevölkerung nachvollzogen werden kann”, sagte sie in Berlin.

Download: Das Jahresgutachten des Sachverständigenrates können Sie hier kostenlos herunterladen. Das Gutachten zieht einen internationalen Vergleich zwischen der Migrations- und Integrationspolitik Deutschlands und ausgewählten EU-Staaten sowie klassischen Einwanderungsländern wie Kanada und den USA.

Dabei sehen die Wissenschaftler in diesem Bereich selbst keine Notwendigkeit neuer Gesetze. Anders ist dies beim Thema Asyl: In kaum einen anderem Feld bestehe so offensichtlicher Handlungsbedarf, heißt es im Jahresgutachten mit Blick auf die Flüchtlingskatastrophen im Mittelmeer.

Sachverständige halten am Dublin-System fest

Die Sachverständigen plädieren dabei für den Erhalt des umstrittenen Dublin-Systems, nach dem der Ersteinreisestaat für Asylverfahren, Unterbringung und gegebenenfalls Abschiebung von Flüchtlingen zuständig ist. Die betroffenen EU-Grenzstaaten sollen aber finanzielle und logistische Hilfe dafür erhalten, dass sie einen großen Teil dieser gesamteuropäischen Aufgabe übernehmen, fordert der Rat.

Kombiniert werden soll das Dublin-System nach ihrem Vorschlag durch das Prinzip freier Wohnortwahl nach erfolgreichem Abschluss eines Asylverfahrens. Die Staaten in Südeuropa bekämen Gewissheit, dass anerkannte Flüchtlinge in den Westen und Norden Europas weiterwandern, argumentieren die Wissenschaftler. Die Länder im Norden bekämen im Gegenzug mehr Flüchtlinge, aber weniger Asylbewerber. Daneben fordert der Rat mehr gemeinsame Aufnahmeprogramme der EU für Bürgerkriegsflüchtlinge.

Pro Asyl und Linke kritisch

Die Flüchtlingsorganisation Pro Asyl reagierte skeptisch auf den Vorschlag der Wissenschaftler. Die Ersteinreisestaaten in Europa müssten dadurch unterstützt werden, dass Flüchtlinge aus Syrien, dem Irak und Afghanistan nach Deutschland durchreisen dürfen, sagte Geschäftsführer Günter Burkhardt dem Evangelischen Pressedienst. “Denn hier wollen sie berechtigterweise hin, weil hier oft ihre Angehörigen leben”, sagte er. In Bulgarien, Griechenland oder Ungarn sei es indes nicht möglich, kurzfristig in menschenrechtskonformer Weise Aufnahme und Asylverfahren zu organisieren.

Deutliche Kritik kommt von der Linkspartei. “Es ist keine gute Idee des Sachverständigenrats, am gescheiterten Dublin-System festhalten zu wollen”, erklärt Ulla Jelpke, innenpolitische Sprecherin der Bundestagsfraktion. Der Vorschlag des Sachverständigenrats habe erhebliche Nachteile und leide an “Realitätsferne”. Denn an den akuten Problemen werde sich dadurch nichts ändern. “Die Annahme gleicher und fairer Asyl-Mindeststandards in allen Ländern der EU war und ist – leider –eine Illusion”, so Jelpke. Außerdem habe das Modell des Sachverständigenrates einen weiteren offenkundigen Nachteil: “Sollen sich Schutzsuchende künftig zwei Mal neu einleben und die Sprache des jeweiligen Aufnahmelandes lernen müssen? Oder sollen sie die Zeit im Erstaufnahmeland als bloße Wartezeit betrachten und untätig bleiben, weil sie ohnehin eine Weiterwanderung in ein anderes Land der EU, nach der Anerkennung, planen?”, fragt Jelpke. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen zum Mai 2015

 

Vermieter und Verkäufer müssen in neuen Energieausweisen eine Effizienzklasse ausweisen. Benachteiligte junge Menschen können jetzt an ihrem betrieblichen Ausbildungsplatz gezielt gefördert werden. Diese und andere Neuregelungen gelten ab Mai 2015.

 

Energie. Immobilienanzeigen müssen Energiekennzahlen enthalten

Seit Mai 2014 müssen neu ausgestellte Energieausweise eine Effizienzklasse ausweisen. Die Skala reicht von "A+" ("energetisch sehr gut") bis "H" ("energetisch sehr schlecht"). Das gilt auch für Immobilienanzeigen: Kennzahlen zum Energieverbrauch des Gebäudes sind dort Pflicht.

Neu ab dem 1. Mai 2015 ist: Vermieter und Verkäufer, die sich nicht daran halten, handeln ordnungswidrig. Sie müssen mit einem Bußgeld von bis zu 15.000 Euro rechnen. Rechtsgrundlage ist die Novelle der Energieeinsparverordnung vom Mai 2014.

 

Arbeit. Die „Assistierte Ausbildung“ kommt

Mit der „Assistierten Ausbildung“ werden benachteiligte junge Menschen über ihre gesamte Ausbildungszeit an einem betrieblichen Ausbildungsplatz flexibel und individuell gefördert. Sie erhalten zum Beispiel Unterstützung beim Abbau von Sprach- und Bildungsdefiziten. Das hilft auch den Ausbildungsbetrieben. Agenturen für Arbeit und Jobcenter bieten die „Assistierte Ausbildung“

erstmals ab dem Ausbildungsjahr 2015/2016 an. Die gesetzliche Grundlage dafür tritt am 1. Mai 2015 in Kraft.

 

Ausbildungsbegleitende Hilfen

Wenn nötig, erhalten junge Menschen ausbildungsbegleitende Hilfen zur Aufnahme und zum erfolgreichen Abschluss einer Berufsausbildung. Auszubildende bekommen beispielsweise Unterstützung beim Abbau von Sprach- und Bildungsdefiziten. Es ist auch möglich, die Fachtheorie zu vertiefen.

Außerdem gibt es eine sozialpädagogische Begleitung. Die Regelung tritt am 1. Mai 2015 in Kraft.

 

Versicherungsfrei  im Programm „Soziale Teilhabe am Arbeitsmarkt“

Wer einer sozialversicherungspflichtigen Beschäftigung nachgeht, die vom Bundesprogramm „Soziale Teilhabe am Arbeitsmarkt“ gefördert wird, ist von Beiträgen zur Arbeitslosenversicherung befreit. Das Programm hat eine Laufzeit von drei Jahren und startet im Frühsommer 2015.

 

Gleichstellung. Die Frauenquote kommt

Mehr Frauen in Führungspositionen: Dafür soll das Gesetz zur Einführung einer Frauenquote in der Privatwirtschaft und im Öffentlichen Dienst sorgen, das nun in Kraft tritt. Ab 2016 müssen Großunternehmen und der Öffentliche Dienst die 30-prozentige Quote sukzessive einführen. Pib

 

 

 

 

 

ZdK-Präsident Glück begrüßt Gesetzentwurf zur Hospiz- und Palliativversorgung

 

Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) begrüßt ausdrücklich den heute vom Bundeskabinett verabschiedeten Gesetzentwurf zur Verbesserung der Hospiz- und Pallitativversorgung.

 

"Der Gesetzentwurf ist ein großer Schritt in die richtige Richtung. Er ist eine gute Grundlage für einen umfassenden Ausbau der verschiedenen Dienste wie Palliativmedizin, Palliativpflege und Hospizbegleitung im ganzen Land", so der Präsident des ZdK, Alois Glück. "Das Ziel muss sein, dass diese Hilfen und diese Begleitung über die entsprechenden ambulanten und stationären Dienste für alle Menschen in Deutschland zugänglich werden, die diese Unterstützung brauchen."

 

Da die meisten Menschen ihren letzten Lebensabschnitt vor allem in ihrem vertrauten sozialen Umfeld, in der Familie oder im Pflegeheim als Wohnort, verbringen wollten, sei ein entsprechender Ausbau der ambulanten Dienste und die Integration solcher Dienste in die Pflegeeinrichtungen ganz dringlich, forderte Alois Glück. "Hier entscheidet sich, ob es gelingt, die bisherigen Versorgungslücken flächendeckend zu schließen."

 

Die Bundespolitik könne dafür allerdings nur die rechtlichen und finanziellen Voraussetzungen schaffen. Damit im jeweiligen Lebensraum der Menschen diese Dienste zur Verfügung stünden, brauche es das entsprechende Engagement der Bürgerinnen und Bürger, der Sozialeinrichtungen und der Einrichtungen des Gesundheitswesens. "Deshalb ist der Ausbau der Hospiz- und Palliativversorgung eine wichtige Gemeinschaftsaufgabe der Politik und des bürgerschaftlichen Engagements", unterstreicht der ZdK-Präsident. Er kündigte an, dass sich das ZdK in dieser Aufgabe weiter mit Nachdruck engagieren wolle. ZdK 29

 

 

 

 

Frankfurt: Begegnung mit dem Autor Antonio Scurati

 

Eine Veranstaltung des Italienischen Generalkonsulats Frankfurt und des Italienischen Kulturinstituts Köln in Zusammenarbeit mit Enit Frankfurt , J.W. Goethe Universität (Italianistik) und Italiani in Deutschland  e.V. - Frankfurt

Donnerstag, 6. Mai 2015, 19.00 Uhr, ENIT, Barckhausstr.10, Frankfurt (U6/7 Haltestelle: Westend)

Eintritt: 6,- Euro / 4,- Euro für die Inhaber der CARTA AMICIZIA 2015 und Italianistikstudenten. Anmeldung per Email an: francoforte.culturale@esteri.it 

Begegnung mit dem Autor Antonio Scurati

Antonio Scurati stellt sein neues Buch „Il tempo migliore della nostra vita“ (Bompiani, 2015) vor.

Leone Ginzburg war ein Held der Widerstandsbewegung, der nie zu einer Waffe griff. In Il tempo migliore della nostra vita erzählt der Autor dessen wahre Geschichte, aber auch die seiner Großeltern Antonio und Peppino, Ida und Angela, einfache Menschen, die zu Beginn des Jahrhunderts geboren wurden und unter dem Faschismus und den Bomben des II. Weltkriegs lebten.

Antonio Scurati (Neapel, 1969) lehrt an dem IULM in Mailand und ist Mitglied des Forschungszentrums für Kriegs- und Gewaltsprachen. Er schreibt Leitartikel für „La Stampa” und hat zahlreiche Essays verfasst, darunter „Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale“ (2003, Finalist des Premio Viareggio).

Neben verschiedenen Aufsätzen hat Bompiani die neu bearbeitete Version seines Debüt-Romans „Il rumore sordo della battaglia“ (2006, Premio Fregene, Premio Chianciano) herausgebracht sowie die Romane „Il sopravvissuto“ (XLIII Premio Campiello), „Una storia romantica“ (2007, Premio SuperMondello), „Il Bambino che sognava la fine del mondo“, Finalist des Premio Strega 2009, „La seconda mezzanotte“ (2011) und „Il padre infedele“ (2013), ebenfalls Finalist des Premio Strega.  In deutscher Sprache sind „Das Kind, das vom Ende der Welt träumte“ (Rowohlt, 2010) und „Eine romantische Geschichte” (Rowohlt, 2012) erschienen.

IIC