WEBGIORNALE   11-24   MAGGIO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Ue, Italia e migranti. La risoluzione ‘umanitaria’ del Parlamento europeo  1

2.       Mattarella bacchetta l’Europa: “Cambiare rotta, serve meno egoismo su immigrazione e lavoro”  1

3.       Dopo il voto in gran bretagna. Tempo di ripensare l’Unione europea  1

4.       L’Expo di Milano: occasione da non perdere  2

5.       Parte la corsa per un posto al Cgie. Condecidono solo le Associazioni iscritte negli albi consolari 2

6.       Farnesina: l'esito delle votazioni. Ha votato validamente il 3,75 dell’elettorato  2

7.       Fermiamo il massacro. Basta morti nel Mediterraneo  2

8.       L'8 maggio dei tedeschi. Una memoria risanata  3

9.       Dal 22 al 25 maggio l’ottava edizione del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno  3

10.   Colloquio a Monaco di Baviera tra Debora Serracchiani (Friuli Venezia Giulia) e Horst Lorenz Seehofer (Baviera) 4

11.   Monaco di Baviera. L’Italia al dok.fest. Sulle tracce dell’Expo 2015 all‘IIC  4

12.   8 maggio 2015. Settantesimo anniversario della liberazione dal fascismo  5

13.   A Düsseldorf una conferenza della Dante Alighieri sulla situazione politica italiana  5

14.   L’avviso del Consolato Generale di Monaco di Baviera contro il lavoro in nero  5

15.   "Embodied Resilience": 12 artisti di scena all'Ambasciata italiana a Berlino  5

16.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  5

17.   Sabato 16 maggio a Kaufbeuren "Festa del lavoro italiano in Germania"  6

18.   Incontro con Carofliglio all’IIC di Colonia  6

19.   La Scuola Leonardo da Vinci di Monaco di Baviera  7

20.   "La riunificazione e ricostruzione economica e sociale dell’est della Germania"  7

21.   La politica di sicurezza in Italia e in Germania  7

22.   7 giorni di sciopero dei macchinisti in Germania  7

23.   Tagli alle imposte. Le scelte timide di Berlino  8

24.   I Berliner Philharmoniker in conclave: così l'orchestra più famosa sceglie il suo direttore  8

25.   Deputati Pd estero, dopo il rinnovo dei Comites affrontare la riforma della rappresentanza  8

26.   Le proposte della Cgil. Le elezioni dei Comites sono finite, ed ora?  9

27.   Ue, Italia e migrant. Il confronto tra angelici e spietati 9

28.   Fmi, Bm e G20. La tela lisa della cooperazione internazionale  10

29.   Per non peggiorare  11

30.   Expo 2015. La Carta di Milano e il diritto al cibo  11

31.   Gb, trionfo per Cameron: "Referendum su permanenza in Ue". Delusione Labour, Miliband lascia  12

32.   Ue, Italia e migranti. Il Consiglio europeo, di straordinario nulla  13

33.   L’impossibile  13

34.   Legge elettorale. Italicum, un vero spartiacque politico  14

35.   La stabilità  14

36.   Italicum. Un governo che si rafforza e l’assenza dell’opposizione  14

37.   Spezzare la solitudine delle nuove emigrazioni 14

38.   Australia, ecco i giovani «schiavi» italiani: undici ore a notte, a raccogliere cipolle nei campi 15

39.   Il carico fiscale  15

40.   Riforma elettorale, l’Italicum è legge  15

41.   Camera e Senato aboliscono i vitalizi ai parlamentari condannati 16

42.   Conti e previdenza. Ingiustizie e fragilità di un Paese  17

43.   La strada  17

44.   Vitalizi aboliti. Ma l'M5S non partecipa al voto  17

45.   “Un’altra strage nel canale di Sicilia, 40 morti”  17

46.   Ed i bisogni restate senza rappresentanza?  Per un soggetto collettivo che dia voce alle istanze degli italiani all’estero  18

47.   L'esempio inglese nel Paese  dell'Italicum   18

48.   Incertezze d’Italia  18

49.   Claudio Sorrentino (Cgil): Le strade della “nuova schiavitù”  19

50.   Renzi vince sull'Italicum, ma il dissenso dentro il Pd cresce  19

51.   Liste regionali. Le periferie dei partiti in polvere  19

52.   L’utopia del lavoro  19

53.   Grilloleaks, denuncia alla polizia postale. Nel M5S è tutti contro tutti 20

54.   Presentato al Senato il Dizionario delle Migrazioni italiane nel mondo  20

55.   Scuola, aule vuote e migliaia in piazza. Renzi: "Ascoltiamo la protesta"  20

56.   Riconoscimento valori 21

57.   Ipotesi di voto  21

58.   Cedu e G8 di Genova. La tortura non va in prescrizione  22

59.   Renzi e ritorno  22

60.   Rifiuto della storia. La vera guerra di civiltà è contro la memoria  22

61.   Eugenio Marino: “Nuovi Comites: significativi segnali di rinnovamento”  23

62.   Borse di studio del Governo italiano per studenti stranieri e italiani residenti all’estero. Il Bando scade il 13 maggio  24

63.   L’economia d’Italia  24

64.   Rinviata a giugno l’inaugurazione del museo dell’emigrazione lucana  24

 

 

1.       Für eine menschenwürdige Flüchtlingspolitik. Resolution des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) 25

2.       Flüchtlingspolitik. EU-Kommission will Quotensystem zur Verteilung von Flüchtlingen  25

3.       Mehr als 5.800 Flüchtlinge am Wochenende im Mittelmeer gerettet 25

4.       Gedenkstunde im Bundestag. 70 Jahre Kriegsende: Mahnung für alle Zeit 25

5.       Übers Meer in die Perspektivlosigkeit. Europa hat am Ende doch nichts gemacht 26

6.       Einwanderer auf Zeit. Was Europa vom Umgang mit mexikanischen Migranten in den USA lernen kann. 26

7.       Das System. Woran scheitert Flüchtlingsschutz eigentlich?  27

8.       Markt, Moral und 1. Mai. Die Arbeitsbedingungen des 19. Jahrhunderts müssen endlich auch in Entwicklungsländern enden. 28

9.       Notruf-Initiative. Mehr Tote Flüchtlinge im Mittelmeer zu erwarten  28

10.   "Berlin" und "Hessen" warten im Mittelmeer auf Auslaufbefehl 28

11.   Manifest der Vielfalt. Die Kinder von heute sind die Zukunft von morgen  29

12.   Johanna Wanka: "Bildung ist der erste Schritt aus der Armut"  29

13.   Das Ende des handelspolitischen Multilateralismus  29

14.   Machtkampf beim Front National: Marine Le Pen schickt Vater aufs Abstellgleis  30

15.   Ende eines Alptraums: Die Befreiung vom NS-Terror. 70 Jahre Kriegsende in Europa  30

16.   70 Jahre Kriegsende  31

17.   8. Mai 2015 - 70 Jahre nach der deutschen Kapitulation  31

18.   Bund erwartet offenbar doppelt so viele Asylbewerber wie 2014  31

19.   Denkmal für die ermordeten Juden Europas – Positive Bilanz zehn Jahre nach der Übergabe des Erinnerungsortes  31

20.   Nur Verlierer – oder doch Gewinner des Bahnstreiks? Warum die Lokführer gegen sich selber streiken  32

21.   ZdK-Präsident Alois Glück fordert umfassendes Konzept gegen Flüchtlingsnot 32

22.   Ismail Tipi fordert Betätigungsverbot für Salafisten  32

23.   Wird der digitale Binnenmarkt mehrsprachig sein?  33

24.   ZdK-Präsident Glück fordert Debatte über Grundlagen des Zusammenlebens  33

25.   Hilfe für Nepal: Erst Zelte, dann der Wiederaufbau  33

26.   Politisch motivierte Straftaten. Zahl rechter Gewalttaten um 23 Prozent gestiegen  34

27.   Biennale in Venedig: Vatikan zeigt drei Künstler 34

28.   Köln: Begegnung mit Francesco Carofiglio  34

 

 

 

Ue, Italia e migranti. La risoluzione ‘umanitaria’ del Parlamento europeo

 

La Risoluzione del Parlamento europeo del 29 aprile 2015 concernente le recenti tragedie del mare che si sono consumate nel Mediterraneo e le connesse politiche di migrazione e asilo Ue si caratterizza indubbiamente per il diverso approccio adottato rispetto alla formula ‘securitaria’ adoperata dal compatto Consiglio europeo straordinario del 23 aprile 2015.

 

Le differenti misure proposte per fronteggiare la particolare situazione di emergenza, nonché per ‘integrare’ le conclusioni del Consiglio europeo (indice straordinario di una solida convergenza ‘securitaria’), appaiono prima facie espressione della necessaria coesione per affrontare un fenomeno ineludibile del nostro tempo, quindi da sovraintendere con una visione senza dubbio più ampia, segnatamente condivisa per quanto concerne il delicato profilo dell’accoglienza.

 

Le misure proposte difatti non si concentrano, in modo caratteristico e massivo, sul rafforzamento della sorveglianza della frontiera marittima, sul contrasto alle reti dei trafficanti, sul contenimento dei flussi migratori illegali.

 

Integrare la visione ‘securitaria’

Tale visione accresce sensibilmente il campo (e il raggio) d’azione, esortando opportunamente una coordinata azione tesa a contemperare le esigenze di sicurezza (da notare infatti che il testo della risoluzione considera pure le implicazioni della propagazione “dell’IS e del Da’ish nelle regioni circostanti interessate da conflitti”, ossia una possibile ondata massiccia di migranti) con un concreto impegno all’accoglienza attraverso l’adozione di una serie di misure ispirate alla solidarietà e all’equa ripartizione dell’ “onere” (da intendersi in senso piuttosto ampio).

 

Emblematici di detta visione appaiono particolarmente alcune misure. Come l’estensione del raggio di azione e del mandato, inclusivo di interventi di ricerca e soccorso, dell’‘operazione Triton’.

 

È utile rammentare che l’operazione congiunta di sorveglianza Triton prevede l’“osservanza” della disciplina contenuta nel Regolamento (Ue) n. 656/2014.

 

Il paragrafo 1, lettera c) dell’art. 10 concerne proprio le situazioni di ricerca e soccorso regolate dall’art. 9, prevedendo una sorta di “procedura” da osservare che determina il luogo sicuro dello sbarco delle persone soccorse, ossia un luogo “in cui si ritiene che le operazioni di soccorso debbano concludersi e in cui la sicurezza per la vita dei sopravvissuti non è minacciata, dove possono essere soddisfatte le necessità umane di base e possono essere definite le modalità di trasporto dei sopravvissuti verso la destinazione successiva o finale tenendo conto della protezione dei loro diritti fondamentali nel rispetto del principio di non respingimento” (art. 2, n. 12), che lo Stato membro ospitante dell’operazione marittima (ossia, l’Italia) e gli Stati membri partecipanti sostanzialmente si impegnano a portare a compimento prontamente, adeguatamente.

 

Ci sono poi ulteriori “procedure” contemplate al paragrafo 1 di detto art. 10) nonché la predisposizione di una operazione marittima Ue, definita proprio umanitaria, corrispondente alla più che encomiabile operazione Mare Nostrum capace quindi di estendersi in alto mare, che dovrebbe ragionevolmente avvicendare l’‘operazione Triton’ (avrebbe senso, diversamente, prevedere una strategia basata su una sorta di doppio binario?).

 

E ancora l’opportunità di applicare (per la prima volta) la direttiva 2001/55/CE sulla protezione temporanea, oppure misure temporanee similari, secondo la disciplina di cui all’art. 78, par. 3 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, allo scopo naturalmente di fronteggiare un consistente afflusso di sfollati.

 

Inoltre la predeterminazione di una quota obbligatoria ai fini dell’assegnazione di richiedenti asilo tra gli Stati membri (tutti gli stati membri); l’incoraggiamento alle politiche riguardanti le partenze volontarie, conformemente al sistema di protezione dei diritti dei migranti e di accesso all’asilo (tale esortazione allude probabilmente agli indirizzi da seguire nel prossimo futuro contenuti nella comunicazione della Commissione sulla politica di rimpatrio Ue, del 28 marzo 2014); il contrasto tanto della tratta di esseri umani quanto dello smuggling di migranti “sia verso l’Unione europea che al suo interno, nonché contro le persone o i gruppi che sfruttano i migranti vulnerabili” attraverso sanzioni penali preferibilmente più rigorose, “garantendo nel contempo che le persone che prestano aiuto ai richiedenti asilo e alle imbarcazioni in pericolo non siano perseguite” (appare significativo evidenziare l’incisiva azione della magistratura italiana impegnata ormai da tempo nel contrasto al traffico di migranti.

 

Appare pertanto utile richiamare, nell’ambito di questo settore, una relazione molto interessante del Procuratore della Repubblica di Catania del 12 dicembre 2014, nel contesto di un incontro organizzato da Eurojust e dalla presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea).

 

Le misure proposte potrebbero dunque risultare efficaci per dare una risposta tempestiva alla significativa pressione migratoria del periodo, oltreché arginare la convergente deriva ‘securitaria’.  Giuseppe Licastro, AffInt 8

 

 

 

 

Mattarella bacchetta l’Europa: “Cambiare rotta, serve meno egoismo su immigrazione e lavoro”

 

Il capo dello Stato: «Più integrazione e meno austerità». La bozza Ue sui migranti: «Tutti gli Stati saranno obbligati ad accoglierli». Mogherini: «Ci si sveglia solo davanti ai morti»

 

In Europa bisogna «cambiare rotta». In materia di immigrazione e lavoro serve «meno egoismo» e le energie sono «penalizzate da un eccesso di austerità». Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, bacchetta i 28 dell’Unione e chiede un vigoroso cambio di direzione. L’occasione è la Festa dell’Europa nel 65 anniversario della dichiarazione di Robert Schuman. «L’egoismo - dice Mattarella - è al di fuori dai valori dell’Unione. Ci vuole meno egoismo per dare ai nostri giovani europei una prospettiva di lavoro», ma anche «meno egoismo per affrontare in modo positivo il dramma delle migrazioni» e «meno egoismo per svolgere un ruolo efficace di pace in Africa e nel Medio Oriente». «L’Europa - incalza - si fonda su grandi ideali, e di idealità ha bisogno per affrontare oggi le sfide globali. L’Europa non è soltanto un insieme di Stati che convivono nel medesimo continente».  

 

L’invito di Mattarella a cambiare rotta, nell’ottica di una maggiore solidarietà tra gli Stati membri, arriva a poche settimane (era il 18 aprile) dall’ecatombe di migranti al largo delle coste libiche, la più grave tragedia consumatasi nelle acque del Mediterraneo. Un episodio che per la prima volta ha ricompattato l’Europa, spingendo a un’assunzione di responsabilità anche Paesi che continuavano a considerare la questione dei migranti di esclusiva competenza italiana. La bozza della nuova Agenda della Commissione Ue, anticipata oggi da “la Repubblica”, prevede che tutti gli Stati membri siano obbligati ad accogliere i migranti e dà il via libera all’affondamento dei barconi.  

 

Una svolta umanitaria fortemente auspicata dal Colle, che invita l’Europa a ritrovare le proprie radici. «L’Europa si fonda su grandi ideali, e di idealità ha bisogno per affrontare oggi le sfide globali. L’Europa non è soltanto un insieme di Stati che convivono nel medesimo continente. Il 65° anniversario della dichiarazione di Robert Schuman è per tutti noi un’occasione di riflessione, e anche un monito, perché le responsabilità delle classi dirigenti di oggi non sono meno impegnative di quelle dell’immediato dopoguerra». 

 

Sul tema dell’immigrazione è intervenuta anche Federica Mogherini, alto rappresentante degli Affari esteri della Ue, che in occasione di un dialogo con i cittadini a Expo 2015, ha definito «vergognoso che l’Europa si sia svegliata solo di fronte alla morte». «Il mio dolore - ha aggiunto- è che ci sono voluti altri 900 morti per far sì che l’Europa si rendesse conto che questa questione debba essere assunta da tutta Europa e non solo da Lampedusa, dalla Sicilia o dall’Italia». Per questo, ha sottolineato, «dobbiamo fare in modo che i trafficanti siano fermati a terra» e bisogna fare in modo che l’accoglienza «sia una responsabilità europea».  LS 9

 

 

 

 

Dopo il voto in gran bretagna. Tempo di ripensare l’Unione europea

 

L’ Unione Europea non è una federazione e ciascuno dei suoi membri potrebbe conservare a lungo una parte della propria sovranità. Ma le loro elezioni non sono più esclusivamente nazionali. La sconfitta personale del leader indipendentista Nigel Farage (nonostante il 13% dei voti conquistati dal Ukip) lancia un segnale che verrà raccolto da tutti i partiti populisti del continente; e il mediocre risultato dei liberal-democratici di Nick Clegg parla, in particolare, ai liberali tedeschi. La vittoria dei conservatori ci concerne. David Cameron ha avuto il merito di mettere l’Europa al centro della campagna elettorale e non è sorprendente che il presidente della Commissione di Bruxelles sia stato il primo a indirizzargli un messaggio. Jean-Claude Juncker sa che una delle iniziative del primo ministro britannico, dopo la vittoria, sarà verosimilmente il tentativo di modificare lo status della Gran Bretagna nell’Unione Europea. In altre circostanze Londra avrebbe cercato di ritoccare qua e là, spesso con il benevolo aiuto di altri membri dell’Ue, le regole che non le piacciono.

Ma l’annuncio fatto negli scorsi mesi e la prospettiva di un referendum sull’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione, hanno il merito di rendere europeo ciò che rischiava di frantumarsi in una somma di pre-negoziati bilaterali. E ra ora. Quando è entrata nella Comunità, nel 1973, l’Inghilterra ha portato con sé le sue predilezioni liberiste e ha dato un forte contributo alla formazione del Mercato unico. Ma ha preteso un trattamento di favore per la politica agricola e si è spesso opposta a misure che avrebbero comportato una progressiva erosione delle sovranità nazionali. Non avevamo motivo di esserne sorpresi. Sapevamo che Londra, negli anni Cinquanta, aveva contrapposto al disegno europeo di Jean Monnet una grande zona di libero scambio, priva di ambizioni politiche. E non potevamo ignorare che cambiò la sua linea soltanto quando constatò che il suo progetto era fallito.

Venticinque anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino, quando venne in discussione la sorte dei «satelliti» dell’Urss, occorreva decidere se procedere subito all’allargamento dell’Unione o attendere che i vecchi membri collaudassero anzitutto le istituzioni create dal Trattato di Maastricht. La Gran Bretagna si batté per l’allargamento, vinse, ci costrinse ad accogliere in tempi relativamente brevi Paesi che venivano da esperienze molto diverse dalle nostre e guardavano a Washington, per il loro futuro, più di quanto guardassero a Bruxelles. La Gran Bretagna ottenne così due risultati: rese l’Unione meno omogenea e poté contare da allora sull’appoggio di tutti coloro che avevano cercato alloggio nell’Unione soprattutto per considerazioni economiche .

Oggi il quadro potrebbe cambiare. Quando comincerà il negoziato con Bruxelles sapremo con meglio quali siano le preferenze britanniche. Londra è pronta ad accettare che il Parlamento di Strasburgo abbia maggiori poteri? Che il rappresentante europeo per la Politica estera assomigli maggiormente a un ministro degli Esteri? Che il principio della libera circolazione delle persone, sia pure con le cautele imposte dalle minacce terroristiche, venga confermato? Il referendum, quando avrà luogo, sarà utile anche a noi. Sapremo finalmente se e quanto sia possibile contare sulla Gran Bretagna per il futuro dell’Europa. Non è escluso che da quel negoziato emerga la preferenza della società britannica per una sorta di Brexit, vale a dire la conservazione della propria eccezionalità . Ebbene, non sarà una rottura. Abbiamo troppo in comune per buttare via tutto ciò che ci unisce. Sergio Romano CdS 9

 

 

 

 

L’Expo di Milano: occasione da non perdere 

 

Da condannare invece severamente le violenze dei teppisti. Il cibo da condividere per nutrire il pianeta. Il buon esempio dei cittadini milanesi

 

  L’Expo della metropoli lombarda, voluta dall’allora sindaco, Letizia Moratti, segue quello di Shanghai nel 2010, dal quale però si distingue per le caratteristiche degli Stati ospitanti, nonché per le ambizioni, la finalità e l’ampiezza della organizzazione. La Cina, che voleva celebrare il successo economico del Paese divenuto secondo nel mondo per prosperità, per realizzarla demolì interi quartieri, onde ottenere un’area 5 volte più ampia di quella ambrosiana, poi visitata da 70 milioni di persone, in maggioranza cinesi, soprattutto agricoltori delle province interne appena urbanizzate. L’Expo di Milano, invece, vuole invitare Italiani e stranieri a riflettere sulla necessità di contribuire alla nutrizione della umanità che soffre la fame, per vincere la quale spesso deve emigrare, onde garantirle una vita migliore, materiale e spirituale.

  Questo è anche l’appello spesso rivolto da Papa Francesco e ripetuto il 1° maggio, giorno dell’inaugurazione dell’Expo. Il Pontefice, infatti, giudicandola una “grande sfida che Dio ci ha concesso, di non abusare dei frutti del giardino”, la definisce “una grande opportunità, per tutto il mondo, di comprendere quelli che sono gli eccessi del nostro Pianeta”, spesso indifferente ai milioni di “persone che soffrono”, perché non mangiano. E che potrebbero finalmente ottenere, grazie allo scopo della manifestazione, “pane, dignità e solidarietà”, nel rispetto di ogni essere umano e dell'ambiente. Non a caso la Santa Sede ha nominato Non di solo pane il proprio Padiglione, suddiviso in 4 parti: “un giardino da custodire; un cibo da condividere; un pasto che educa; un pane che rende presente Dio nel mondo”. Anche la Caritas Internazionale, nel suo spazio espositivo, invita, per combattere il dramma della fame, a “Dividere per Moltiplicare. Spezzare il pane”. 

   Sono 130 gli Stati che hanno accolto l’invito a partecipare e ad interpretare il tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, argomento vitale per l’intera popolazione mondiale, su cui ogni Paese, partendo dalla propria cultura e tradizioni nazionali, deve proporre soluzioni per porre rimedio alla mancanza di alimentazione vigente soprattutto in Africa e Medio Oriente, nonché spingere i visitatori a partecipare alla soluzione di tale questione, cruciale per le generazioni future.

  Tale progetto mette in immediata evidenza l’assurdità della manifestazione dei sinistrorsi che, nel giorno dell’inaugurazione dell’Expo (1° maggio), hanno messo a ferro e fuoco Milano per protestare contro i 160 milioni di euro spesi per realizzarne i diversi padiglioni. Dimostrando, così, di non aver capito le finalità dell’Esposizione che mira, appunto, ad aiutare i più poveri. Tutti, compresi i non pochi operai che vi hanno lavorato e che, magari, a causa della crisi che imperversa ancora in Italia, erano disoccupati. E ridare vita a molte imprese, quindi all’economia nazionale. I delinquenti italiani e stranieri che hanno sconquassato un quartiere di Milano sono stati definiti “teppistelli” dal Premier Renzi. Sarebbe stato più logico chiamarli criminali, visto che le automobili bruciate da loro appartenevano anche a lavoratori che se l'erano comprate con i loro risparmi. Falsi progressisti, i black bloc, vittime di un vuoto culturale e morale incolmabile, che hanno imbrattato le pareti e ferito una decina di poliziotti i quali, a detta di alcuni giornalisti, avevano avuto l’ordine di non sparare, neppure per difendersi. Senza rendersi conto che ciò avrebbe comportato una spesa notevole, a carico di Enti regionali, comunali e statali, nonché di molti cittadini, cui si aggiunge ora quella, non indifferente, della Magistratura che deve indagare. Follia, la loro, che merita quanto prima una condanna esemplare.

    Sorprende anche appurare che 650mila visitatori, in tre giorni abbiano consumato 800mila pasti, per un totale di quasi mille tonnellate di specialità gastronomiche e bevande consumate tra colazioni, pranzi, merende e cene, come rilevato dalla Coldiretti. D’accordo, parte degli introiti andrà a favore dei poveri del mondo; ma perdere tempo a tavola invece di visitare i padiglioni che possono aiutare a conoscere i diversi Stati del mondo mette in evidenza la superficialità di tanti visitatori.

  In compenso ha fatto molto piacere vedere che dipendenti dei bar e tanti cittadini milanesi si sono dati da fare per ripulire lo scempio di Milano, rimuovendo i detriti e cancellando le scritte che imbrattavano i muri. Dimostrando così che l'Italia, nonostante tutto e tutti, sa rimboccarsi le maniche. E tenere in vita il nostro Paese.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Parte la corsa per un posto al Cgie. Condecidono solo le Associazioni iscritte negli albi consolari

 

ROMA - Si sono chiusi giovedì 7 maggio i termini per le iscrizioni delle associazioni italiane all’estero nell’albo consolare, condizione indispensabile per partecipare alla prossima elezione del Cgie. Ma chi ha provveduto ad informare?

Né i Consolati, né i Parlamentari dell’estero, né altri organismi dell’emigrazione organizzata.

Dopo il rinnovo dei Comites, tocca al Consiglio generale che viene eletto, per ciascun Paese, da un’assemblea formata dai componenti dei Comites e da rappresentanti delle associazioni. Ma non tutte. Solo quelle iscritte all'Albo consolare.

L’iscrizione all’albo è prevista dal secondo comma dell’articolo 13 della legge istitutiva del Cgie – modificato dal D.P.R. 329/98, che recita: “le associazioni i cui rappresentanti possono essere designati come membri dell’Assemblea, devono essere iscritte in apposito registro presso la Rappresentanza diplomatica o consolare, da cui risultino la data di costituzione, le finalità statutarie, il capitale sociale e i nominativi dei rappresentanti legali. Esse devono essere operanti nel Paese da almeno 5 anni - art. 7, comma 1”.

L’articolo 14, invece, stabilisce che “nei Paesi in cui non sono costituiti i Comites, le associazioni delle comunità italiane ivi operanti da almeno cinque anni propongono, alla rispettiva Rappresentanza diplomatica, un numero di nominativi doppio di quello previsto nella tabella allegata alla presente legge per la scelta definitiva dei membri del CGIE assegnati a quel determinato Paese in conformità a quanto previsto dall’articolo 4, comma 4”.

L’assemblea che in ogni Paese eleggerà i propri consiglieri deve riunirsi “entro un termine di quattro mesi dall’insediamento dei comitati degli italiani all’estero ed è convocata dal Capo della Rappresentanza diplomatica con un preavviso di almeno venti giorni”.

Visto che il 7 maggio era l’ultimo giorno utile, molti consolati hanno fissato per questa data o per il giorno dopo il termine per le associazioni delle rispettive circoscrizioni, mentre in altre sedi il termine era già scaduto. Hanno almeno pubblicato sul proprio sito questa scadenza? Non pare.

Da tutte queste “dimenticanze”, consolari e delle istituzioni dell’emigrazione (Comites compresi), appare evidente in quale grande consoderazione sia tenuto lo Cgie. Questo non toglie che fra poco scatterà la corsa (o le allenaze) per piazzare i propri candidati in occasione delle assemble elettive convocate dale Ambasciate nei Paesi che hanno dirtto ad eleggere uno o più rappresentanti. (de.it.press)

 

 

 

 

Farnesina: l'esito delle votazioni. Ha votato validamente il 3,75 dell’elettorato

 

Dei  258.544 elettori che si sono registrati per il voto, 167.714 hanno fatto pervenire in tempo utile il plico elettorale al consolato di riferimento. 141.284 i voti validi (il 3,75% dell’elettorato)

 

ROMA - Le elezioni per la nomina dei membri dei Comites si sono regolarmente tenute il 17 aprile scorso. Le operazioni di voto - è detto in una nota della Farnesina -  hanno interessato 101 Comites in 38 Paesi. I dati conclusivi rivelano che su 3.747.341 elettori presenti negli elenchi del Ministero dell’Interno si  sono registrati per il voto 243.162 cittadini (6,5% del totale). A questi, vanno aggiunti 15.382 elettori che si sono manifestati pur senza essere compresi negli elenchi del Ministero dell’Interno e che sono stati ammessi al voto dopo i controlli effettuati dagli uffici consolari presso i rispettivi comuni italiani di iscrizione.

Del totale di 258.544 elettori registratisi per il voto, 167.714 (pari al 64,9%), hanno fatto pervenire in tempo utile il plico elettorale al consolato di riferimento, portando la partecipazione effettiva al 4,46% della platea degli aventi diritto.

I voti validi sono risultati essere 141.284, corrispondenti al 3,75% dell’elettorato. dip

 

 

 

 

Fermiamo il massacro. Basta morti nel Mediterraneo

 

Un lungo elenco di associazioni attive nel mondo del volontariato

internazionale ha reso pubblico in queste ore un appello alle

istituzioni per fermare le stragi nel Mediterraneo.

 

Le ultime decisioni delle Istituzioni europee sono un'operazione di

maquillage mal riuscita, che rischia di causare molte altre morti. E'

il massimo che i capi di Governo riuniti nel consiglio europeo

straordinario sull'immigrazione del 23 aprile sono stati capaci di

fare.

 

Fermare le stragi

Noi associazioni e reti di volontariato internazionale, attive nella

promozione della pace, il rispetto reciproco e i diritti umani,

lanciamo un appello alle Istituzioni nazionali ed internazionali per

cambiare la rotta delle politiche attuali sull'immigrazione, che

stanno causando la morte e la sofferenza di migliaia di persone.

Il 19 aprile scorso oltre 800 migranti sono morti nel canale di

Sicilia nel tentativo di raggiungere le coste dell'Europa. E' solo la

più grave delle numerose stragi che attraversano il Mediterraneo e che

testimoniano il fallimento delle politiche nazionali e comunitarie di

governo delle migrazioni: anni di chiusura delle frontiere, di

controllo dei mari, di respingimenti illegittimi, di detenzioni

arbitrarie, di violazioni dei diritti umani non hanno affatto fermato

gli arrivi dei migranti in Europa, pur essendo stati al centro

dell'impegno pubblico a livello politico, normativo e anche

finanziario.

Nei fatti, il più efficace strumento di lotta all'immigrazione

"irregolare" è la facilitazione dell'ingresso legale sul territorio

sia dei migranti economici che delle persone bisognose di protezione

internazionale. Nessuna legge può fermare chi rischia la propria vita

nel proprio paese e fugge da guerre e persecuzioni.

 

Il diritto di arrivare e di chiedere asilo

La "Fortezza" Europa mette a rischio ogni anno la vita di migliaia di

persone. E' indispensabile:

- facilitare l'ingresso "legale" nell'Unione Europea per motivi di

lavoro e di ricerca di lavoro;

- aprire immediatamente corridoi umanitari che consentano ai profughi

di giungere in Europa senza dover mettere a rischio la propria vita;

- varare un'operazione europea che abbia come unico obiettivo la

salvezza delle vite umane grazie alle attività di ricerca e soccorso

in mare;

- sospendere il Regolamento Dublino III e abolire l'obbligo di

presentare richiesta di asilo nel primo paese di arrivo;

- sospendere gli accordi esistenti con i paesi che non offrono

adeguate ed effettive garanzie del rispetto dei diritti umani;

- predisporre un programma di accoglienza dei profughi coordinato a

livello europeo destinandovi risorse adeguate.

 

La stipula di nuovi accordi con paesi terzi dovrebbe essere

subordinata alla garanzia del diritto di asilo, al divieto di

espulsioni collettive e all'impegno al rispetto del principio di

non-refoulement.

Noi associazioni attive nel movimento del volontariato internazionale,

riconoscendo i diritti umani per tutti e ripudiando qualsiasi forma di

intolleranza e discriminazione, non accettiamo che le politiche

nazionali ed europee causino la morte di migliaia di persone in cerca

di un futuro migliore.

Per questo lanciamo un appello alla comunità internazionale ed alle

istituzioni europee affinchè si agisca al più presto per cambiare

rotta.

L'appello è stato firmato da oltre 50 organizzazioni di tutto il mondo.

Per l'Italia, da Legambiente, Lunaria, Youth action for Peace,

Associazione InformaGiovani e IBO. De.it.press

 

 

 

 

L'8 maggio dei tedeschi. Una memoria risanata

 

Oggi è un giorno di festa e in molte città le commemorazioni registrano anche il suono delle campane. È patrimonio condiviso la presa di coscienza popolare dei terribili eventi bellici, in particolare della "Schuldfrage", la questione della colpa, sulla quale, a partire dal "processo Auschwitz" è cambiato, sia pure lentamente, l'atteggiamento generale - Angelo Paoluzi

 

Per la prima volta il discorso che l’8 maggio commemora al Bundestag l’anniversario, in questo caso il settantesimo, della fine della guerra e della sconfitta del nazismo è tenuto non da un rappresentante della politica ma da uno storico, Heinrich August Winkler. Autore di opere fondamentali, docente nelle più importanti università del suo Paese, è tenace avversario delle teorie del “riduzionismo”, spacciate da Ernst Nolde, circa le responsabilità della Germania nella tragedia europea, con analisi senza indulgenze sulle colpe del Terzo Reich nel carnaio della seconda guerra mondiale.

Un altro evento riguarda il cinema. Sta avendo successo in Germania e in Francia “Il labirinto del silenzio”, film di un esordiente regista italo-tedesco, Giulio Ricciarelli, premiato al festival di Toronto. È la storia di un giovane procuratore che ha demolito il muro dell’omertà quando, nel 1958, cominciò a indagare su un gruppo di aguzzini di Auschwitz. Saranno necessari anni, il sostegno del procuratore capo di Stoccarda, Fritz Bauer, vecchio antinazista, la collaborazione di uno sparuto manipolo di altri giudici per aprire nel 1963 il “processo Auschwitz” che portò alla condanna di 22 assassini, sino ad allora impuniti, con un enorme impatto sull’opinione pubblica. Fu detto: “In un solo colpo, il male ebbe un nome, un viso e un indirizzo”.

I due eventi si sposano con la commemorazione tedesca dell’8 maggio, ricordato in molte città con il suono delle campane, numerose manifestazioni, la giornata festiva e iniziative pubbliche. La cosa più importante è la presa di coscienza popolare di quegli eventi, in particolare della “Schuldfrage”, la questione della colpa, sulla quale, a partire dal “processo Auschwitz” è cambiato, sia pure lentamente, l’atteggiamento generale. Il cancelliere Ludwig Erhard non pronunciò la parola “colpa” nel discorso ufficiale del 1965 e venti anni dopo il presidente della Repubblica Richard von Weizsaecker alluse a quegli anni, sia pure severamente deplorandoli, come alla “fine di un percorso errato della storia tedesca”; oggi la Merkel, senza mezzi termini, invoca “la responsabilità eterna della Germania nella Shoa”.

Il merito principale va a una generazione di studiosi (fra i quali appunto Winkler) che dagli archivi ha tratto verità scomode, e a una stampa che ha popolarizzato quelle conoscenze, insieme con la memorialistica, le testimonianze dei martiri del nazismo, le inchieste interne dei vari ministeri. Da cui sono emerse situazioni, trascinatesi per anni nel dopoguerra, di complicità e omertà fra alti dirigenti compromessi con il nazismo. Diplomatici che hanno continuato le loro carriere nella nuova Germania erano reperti del regime, generali e ammiragli negli alti gradi della Bundeswehr “democratica” avevano condotto la “guerra sporca” di Hitler, giudici erano coestensori delle leggi liberticide e razziste del regime.

Nessuno di loro, con industriali, intellettuali, giornalisti complici del dodicennio nazista, si è mai giustificato. A differenza delle Chiese che hanno avuto il coraggio di riconoscere le loro responsabilità anche se durante i dodici anni del regime cattolici e protestanti avevano resistito alzando la voce quando potevano, al di là da ogni convenienza e sotto rischio, ribadendo il primato dei valori morali e della dignità dell’uomo, pagando con i loro martiri. Per prime le Chiese hanno espresso pubblicamente, subito dopo la fine del conflitto, la consapevolezza delle loro mancanze di coraggio e di testimonianza. Il 23 agosto del 1945 lo fece la Chiesa cattolica, con la Dichiarazione di Freysa dei vescovi, chiedendo perdono per le colpe proprie e di tutti; due mesi dopo i protestanti giunsero a conclusioni analoghe a quelle dell’episcopato cattolico. Nessun altro lo ha fatto; soltanto il lavoro degli storici permette di attribuire a ognuno il ruolo che ha effettivamente avuto.

Ma oggi c’è un elemento consolante: la consapevolezza di almeno una parte delle giovani generazioni sui valori della libertà e della dignità dell’uomo, come si deduce dalle inchieste e dai servizi che i media tedeschi hanno sfornato. Per tutti, la risposta di uno studente delle superiori: “L’8 maggio 1945 è una parte della mia identità tedesca, improntata dall’istruzione e dalla democrazia”. Sir 8

 

 

 

 

 

Dal 22 al 25 maggio l’ottava edizione del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno

 

Le luci della ribalta sui poeti ospiti del Festival. Valeria Marzoli 

 

Francoforte - Per gli appassionati di Poesia, al via l’ottava stagione del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno 2015 dal 22 al 25 maggio: saranno giorni di fervore poetico tra lesungen, forum, incontri e manifestazioni con gli autori del Festival: Franco Buffoni, Willem van Toorn, Carsten René Nielsen, Igor Rems, Jean Portante, Miriam van Hee, Eric Giebel, Barbara Zeizinger, Ute Dietl, Iris Welker-Sturm, Ataol Behramoglu e Tuncer Cücenoclu.

 

Tutto è pronto e non si sarebbe potuto scegliere luogo più idoneo di questa città dove aleggia l’ombra protettrice dell’incantevole  Goethe, come sede per ospitare il Festival Europeo della Poesia. 

Il 25 il Festival ospiterà la Turchia a cui dedicherà uno „Speciale Festival“ dove i poeti turchi Ataol Behramoglu e Tuncer Cücenoclu leggeranno alcuni loro componimenti.  Seguirà il dibattito l‘„Europa incontra la Turchia“ che sarà un momento di dialogo tra culture e ci fornirà una chiave di lettura per entrare nel mondo poetico turco.

 E ora lente d’ingrandimento sui poeti presenti al Festival.

Franco Buffoni (Gallarate 1948) Esordì come poeta nel 1978 su Paragone presentato da Giovanni Raboni.  Poeta, traduttore e professore ordinario di Critica Letteraria e Letterature Comparate.  Dal 1989 è direttore della rivista «Testo a fronte». Ha pubblicato:“Zamel” (2009),“Roma” (2009),“Poesie1975-2012” (2012)e”Jucci” (2014).

Carsten René Nielsen (Danimarca 1966)  autore di nove libri di poesia tra cui” Cirkle”r (Circles,1998), “Enogfyrre dyr”(Forty-One Animali, 2005) e “Husundersøgelser” (2008).  Ha ricevuto il Premio Michael Strunge Poesia e ha vinto diverse borse dalla “Fondazione Stato Danese per le Arti.”

Willeem Van Toorn ( Amsterdam 1935) Ha studiato Chimica e Letteratura Olandese. Dal 1959 ha pubblicato: “De rivier” (1999), “Poesie 1960-1997” (2001), “Haarlem Station” (2002), “Les très riches heures” ( 2003).Van Toorn ha tradotto Stefan Zweig e Franz Kafka dal tedesco; Updike e Doctorow dall'inglese; Franco Loi e Cesare Pavese dall'italiano. 

Miriam Van Hee (Gent 1952)  Per il suo debutto, la poesia Il pasto frugale (1978) ottenne il premio per la letteratura Oostvlaamse.  Ha pubblicato: “Interna Chambers e altre poesie” (1980), Oltre le montagne (1996). “Miriam Van Hee è la scoperta poetica degli ultimi anni "così è stata definita dal critico francese J. De Decker.

Jean Portante (Differdange 1950) Ha scritto romanzi, racconti, opere teatrali e soprattutto poesia: “L'étrange langue” (Editions Le Taillis Pré, 2002) ha vinto il premio Mallarmé in Francia nel 2003. I suoi ultimi libri sono: “En réalité” (Editions Phi 2008); “Après le Tremblement” (Editions Le Castor Astral, 2013).

Ataol Behramoglu (Istanbul 1942) Laureato presso l’Università di Ankara. Ha pubblicato: “Un giorno sicuramente”, “Poesie della Strada” e “Voglia, coraggio e fatica”; "Tra due fuochi" (1989), "Tears meccanici" (1990), "Poesia “ (1997).   Le sue opere sono apparse in numerose antologie europee.

Eric Giebel (Pirmasens 1965)  Ha studiato architettura, vive e lavora come scrittore e web designer a Darmstadt. Membro del Consiglio dell’Associazione degli Scrittori Tedeschi. Collabora con “La casa della letteratura” di Darmstadt. Uno tra i tanti  premi: “Literathurwettbeverb Stockstadt am Rhein” 2012.  

Barbara Zeizinger (Weinheim 1949) Vive e lavora a Darmstadt. Ha studiato letteratura tedesca , storia e italiano a Mannheim e Francoforte. Saggista e narratrice. E’ redattore della rivista culturale tedesca-polacca Zarys . Alcune sue opere: “Bildtort” ,  “Mitautorin mehrerer Reiseführer in Weststadt.

Igor Rems (Bar 1957). Poeta e pittore. Ha pubblicato: “Alle porte del regno celeste” nel 1996, “The River Wild” 1996, “Città” 1998,“Cieco nella luce” 2007. Ha ricevuto il premio letterario” Carta 2000” Belgrado; il “ Premio Internazionale di Poesia Naji Naaman” 2003. Tradotto in tedesco, inglese, polacco e macedone.

Tuncer Cüceno?lu (Çorum 1944) Poeta, drammaturgo, docente, traduttore.  Fa parte sia del Consiglio di Amministrazione dell’”Unione degli Scrittori Turchi” sia Direzione Generale dello “State Theatre”. Membro di “Pen Turchia Center”. Docente GAKS Alanya Dipartimento di Teatro dell'Università Internazionale. 

Utel Dietl (Erlangen 1963) Vive a Darmstadt. Ha compiuto studi di Psicologia e formazione come psicoterapeuta. Dal 2010 è Membro del Darmstadt Textwerkstatt, scrive poesie e prosa. Tra gli altri ha vinto il premio “Città della Letteratura Competition” 2012 e il premio “Mannheim Literature” 2014.

Iris Welker-Sturm (Mannheim 1949) Ha studiato tedesco e lingue romanze, psicologia della comunicazione e dell'arte. Insegnante di tedesco, francese, scrittura creativa. Cura la formazione degli insegnanti. Laurea in tedesco e Romance. Esperienza come Lehrerfortbildnerin.

Quindi accanto ai grandi poeti  della letteratura europea che con i loro versi riescono a dare forma alle emozioni più profonde ci saranno speciali esperienze culturali attraverso cui si potrà percepire e cogliere i vari mutamenti che attraversano l’universo poetico europeo. La grande energia creativa che il Festival proietta con la sua luce oltrepassa il momento presente per scrivere una pagina di cultura europea e certamente anche quest’edizione calamiterà  l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori. Inoltre ricordiamo il grande interesse che il Festival ha sempre saputo suscitare nelle passate edizioni come la medaglia della Presidenza della Repubblica Italiana (2011) conferita dal Presidente Giorgio Napolitano e la targa d’argento(2011) che il Comune di Napoli, nella persona del sindaco Rosa Russo Iervolino, ha voluto attribuirgli. Particolare riguardo alla manifestazione è stato riservato dal Comune di Francoforte infatti sia l’ex Sindaco Petra Roht la ospitò nel Plenarsaal Römer e sia l’attuale Sindaco, Peter Feldmann ha patrocinato l’ottava edizione. E’ da sottolineare che il Festival è promosso dal Giornale “Clic Donne 2000”, dal Comitato del Festival presieduto da Titos Patrikios, pietra focale della poesia greca, e dall’Associazione “Donne e Poesia Isabella Morra”. 

Come ogni anno per l’evento inaugurale ci saranno le specialità dolciarie dei “Fratelli Lauria” S.p.A della Basilicata che dal 2009, con le loro prelibatezze deliziano i palati dei presenti al Festival mentre per l’omaggio a Goethe sarà la volta dei gustosi torroncini del “La Provenzale” Di San Marco dei Cavoti di Benevento a portare un po’ del sapore dell’Italia in Germania. De.it.press

 

 

 

Colloquio a Monaco di Baviera tra Debora Serracchiani (Friuli Venezia Giulia) e Horst Lorenz Seehofer (Baviera)

 

Friuli Venezia Giulia e Baviera verso un Protocollo d'intesa per collaborazione in campo economico, trasporti,  ricerca e cultura. Seehofer a Roma a metà maggio, per incontri con il presidente della Repubblica Mattarella e i ministri Padovan e Gentiloni

 

Monaco di Baviera - Friuli Venezia Giulia e Baviera intendono stipulare un Protocollo d'intesa che consentirà di formalizzare la collaborazione tra le due realtà in campo economico, nei settori dei trasporti, della ricerca e della cultura, e che avrà come elemento centrale il possibile forte incremento dell'utilizzo del Porto di Trieste.

Lo hanno deciso il 6 maggio a Monaco di Baviera i due presidenti, Debora Serracchiani e Horst Lorenz Seehofer, che si sono incontrati presso la Cancelleria di Stato bavarese, decidendo di avviare subito un confronto bilaterale che partirà dall'organizzazione di un Forum tra esperti delle due Amministrazioni. Si è trattato del primo incontro ufficiale tra il presidente bavarese e un presidente di Regione italiana nella sede della Cancelleria di Stato.

La firma dell'Intesa – informa la Regione Friuli Venezia Giulia -  è prevista entro la fine dell'anno, a Trieste. La cooperazione prevede dunque il rafforzamento del ruolo del Porto di Trieste, che "per la Baviera è più vicino di Amburgo", ha detto Seehofer, e dei collegamenti intermodali con la capitale bavarese. Parallelamente le relazioni, che entrambi i presidenti hanno definito "di grande interesse", potranno svilupparsi nei settori dell'innovazione tecnologica e nell'agroalimentare.  Considerata la presenza sia in Friuli Venezia Giulia che in Baviera di numerosi e qualificati centri di ricerca e istituzioni scientifiche, è in sostanza l'innovazione tecnologica, finalizzata alla crescita economica, uno dei pilastri sui quali Serracchiani e Seehofer intendono concretizzare la cooperazione.

"Guardiamo con grande interesse - ha detto in proposito la presidente del Friuli Venezia Giulia - ai cluster bavaresi dell'innovazione, così come più in generale al modello tedesco di istruzione e formazione professionale, strettamente connesso alle realtà produttive".

Comune attenzione anche per l'agricoltura. "Siamo la regione capofila in Italia nel settore della ricerca e dello sviluppo per l'agroalimentare nell'ambito di EXPO Milano 2015", ha ricordato Serracchiani, ponendo inoltre l'accento sulla collaborazione già avviata tra le Regioni di montagna anche nel lattiero-caseario.

Nel corso del colloquio il presidente Seehofer, riferisce la nota della  Regione italiana- ha affrontato anche il tema dell'immigrazione, manifestando l'intenzione del Governo bavarese a fare la sua parte. "Si tratta - ha commentato Serracchiani - di un forte segnale politico, in quanto sentiamo questo problema come europeo e di certo non solo italiano".

"Fino ad ora non c'è mai stata un'intesa bilaterale fra Friuli Venezia Giulia e Baviera. Questa disponibilità rappresenta un momento atteso da anni dalla nostra regione, dal quale ci aspettiamo la formazione di un asse privilegiato con una regione tedesca che storicamente costituisce uno dei nostri più importanti hinterland, sul piano economico e culturale", ha commentato con soddisfazione la presidente Serracchiani.

Il presidente Seehofer sarà in Italia già a metà maggio, per incontrare a Roma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i ministri dell'Economia e delle Finanze Pier Carlo Padovan e degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni.

La visita lampo della Presidente Serracchiani é stato il primo passo di un percorso che rafforzerà il rapporto tra Italia e Germania, tra Friuli Venezia Giulia e Baviera e tra le realtà industriali e commerciali non solo di questa regione mittel-europa.

Ne è certa Daniela Di Benedetto, Presidente del Comites di Monaco di Baviera, dopo avere ascoltato le stesse parole della Presidente Debora Serracchiani, oggi a Monaco di Baviera: “Si tratta di una prima visita in Baviera alla quale seguirà la visita dello stesso Presidente bavarese Seehofer a Roma, che verrà ricevuto dallo stesso Capo di Stato Sergio Mattarella, ed altre mie visite in autunno.”

 

Daniela Di Benedetto ha illustrato brevemente alla presidente Serracchiani la complessità e le peculiarità della comunità italiana in Baviera: “La Baviera – così la Di Benedetto – oggi più che mai è una delle principali mete, forse la prima, non solo di tanti giovani e meno giovani italiani  in cerca di prima occupazione, ma anche e sempre più di professionisti e famiglie, commercianti ed imprenditori, delusi dal nostro Paese. Una consistente parte di questi arrivano oggi anche dal Nord Italia. Con tutte queste persone abbiamo il dovere di mantenere un filo diretto.” Di Benedetto ottiene quindi la promessa della presidente Serracchiani  incontrare questa comunità in uno dei prossimi incontri, forse già in autunno.

Si apre quindi la speranza di una attenzione rinnovata e più forte del nostro paese alle comunità migranti.

 

Un aspetto importante della visita è stato il ragionamento attorno alle infrastrutture. “Dall’ascolto dell’analisi attuale e dei progetti – conclude Di Benedetto – mi sento di poter affermare che sia opinione condivisa anche ai più alti livelli politici del nostro Paese che un investimento importante in infrastruttura, inquadrato in un piano di sviluppo industristriale non solo nazionale ma anche Europeo, possa rappresentare una spinta per l’economia europea e per lo sviluppo dell’intera macro-area.” (de.it.press)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. L’Italia al dok.fest. Sulle tracce dell’Expo 2015 all‘IIC

 

Monaco di Baviera – C‘è anche l’Italia al DOK.fest - 30° Festival internazionale dei film documentari di Monaco di Baviera, in corso fino a domenica 17 maggio in in undici diversi scenari della città.

La rassegna presenta film documentari d’artista sul grande schermo documentari provenienti da più di 40 Paesi. Molti sono, inoltre, i cineasti invitati a discutere del loro film con il pubblico di Monaco. Al centro dell’attenzione si trova, quest’anno, la Cina, mentre la mostra retrospettiva è dedicata ai lavori del cineasta israelita Avi Mograbi. Come negli anni passati, oltre alla proiezione dei film in gara, sono stati organizzati emozionanti eventi speciali, presentazioni open-air e una rassegna di Best-of-Oscar.

Per i più piccoli, i giovani e le scuole, DOK.education mette a disposizione alcuni film con trasmissioni e workshop pedagogici. Proprio durante il Dok.forum, presso la Hochschule für Fernsehen und Film di Monaco, esperti del settore si riuniscono per discutere della prospettiva narrativa nel documentario. Qui si tiene, inoltre, anche un avvincente festival cinematografico per le scuole, al quale anche quest’anno prende parte una scuola italiana, la ZeLIG School of Documentary, Television and New Media di Bolzano. Anche nel programma ufficiale del festival sono presentati diversi film italiani da non perdere!

Questi i film italiani in programma: "Il gesto delle mani" di Francesco Clerici (2015), in cui la creazione di una scultura viene tradotta in modo sensoriale e diretto nella forma cinematografica, e "Padrone e sotto" di Michele Cirigliano (2015), in cui il regista cerca di capire dove si confondono i limiti tra il gioco e la realtà.

 

"Sulle tracce di Expo Milano 2015. Un viaggio tra sviluppo solidale e sostenibilità ambientale: possibilità e ostacoli" è il tema del dibattito incentrato sul tema dell’Esposizione "Nutrire il pianeta, energia per la vita" che si terrà mercoledì 20 maggio, alle ore 18, all’Istituto Italiano di Cultura.

Alcuni esperti interverranno sulle sfide di oggi: fame nel mondo, desiderio di un’alimentazione sana, economia sostenibile ed energie alternative e rinnovabili.

La tavola rotonda, introdotta dai saluti di Giovanna Gruber, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, si svolgerà in lingua italiana e tedesca con traduzione simultanea.

Moderati da Jürgen Bergmann, responsabile della sezione sviluppo e politica di Mission EineWelt, prenderanno la parola: Diana Battaggia, direttrice di Unido ITPO - Ufficio per la Promozione Tecnologica e degli Investimenti presso le Nazioni Unite; Anton Hübl, consigliere ministeriale del Bayerisches Staatsministerium für Ernährung, Landwirtschaft und Forsten, Referat EU-Angelegenheiten und internationalen Zusammenarbeit; Francesco Pizzio, già direttore di ICS Unido Trieste; Eva-Maria Heerde-Hinojosa di Bischöfliches Hilfswerk Misereor; e Mauro Agnoletti dell’Università di Firenze, Dipartimento di Gestione dei Sistemi Agrari, Alimentari e Forestali – GESAAF.

Nell’occasione sarà anche inaugurata la mostra di Matteo Chincarini "Milano 1909-2015: evoluzione di una città", che sarà aperta al pubblico negli spazi dell’Istituto dal 20 maggio al 25 giugno. (dip) 

 

 

 

 

 

8 maggio 2015. Settantesimo anniversario della liberazione dal fascismo

 

 Una giornata con un forte significato storico, che invece non tutti riconoscono, sottovalutano o ignorano. Questo giorno al contrario deve essere una festa e anche un’occasione per riflettere su ciò che è successo, sulla rovina e distruzione che la guerra e il nazionalsocialismo hanno portato, sui 40 milioni di morti, sulle atrocità e le sofferenze che ha provocato.

É anche un’occasione per analizzare gli sviluppi attuali, le guerre e i conflitti armati in corso in tutto il mondo, il militarismo, in particolare da parte della Germania con la sua rinata autostima, i flussi migratori che ne sono la conseguenza e le migliaia di morti nel Mediterraneo. È un’occasione per reagire con fermezza contro le mobilitazioni sempre più violente e pericolose dei neofascisti, estremisti di destra e populisti che organizzano marce e manifestazioni in tutta Europa, che sfruttano la crisi per i loro biechi scopi e trovano simpatie in sempre più politici.

L’8 maggio invece in Germania é per la maggior parte dei politici una ricorrenza a cui non pensare, un giorno che nella memoria collettiva è rientrato come il giorno della sconfitta, della capitolazione. Non a caso la festa nazionale nella Germania occidentale è stata per decenni il 17 giugno, giorno di proteste nella ex-DDR contro l’allora governo, mentre oggi è l’anniversario della riunificazione delle due Germanie, ovvero dell’annessione della parte occidentale di quella dell’est.

Sarebbe nel frattempo opportuno da parte dei politici tedeschi, di confrontarsi lealmente con questo giorno e trarne le conseguenze. Purtroppo la realtà ne é ben lontana. Il presidente Gauck solo dopo continue pressioni da parte del governo Greco, sta accettando vagamente l’idea di risarcire la Grecia per gli immani danni subiti dall’occupazione nazista. La cancelliera Merkel approfitta dal canto suo della ricorrenza per un nuovo affronto verso la Russia, il Paese che dalla seconda guerra ha avuto i maggiori danni, sia in termini materiali che di perdita di vite umane. Invece di essere presente alla cerimonia ufficiale, andrà a Mosca il giorno dopo. Ciò conferma, al di là dei pretesti attuali, la linea di tutti questi anni. Mentre la ex-DDR, pur con tutti i suoi limiti, sull’antifascismo aveva fondato la sua ragione d’essere, la Germania Occidentale ha cercato in tutti i modi di dimenticare questo capitolo buio della sua storia.

A maggior ragione la ricorrenza dei 70 anni è un’occasione per ribadire il proprio antifascismo, l’antimilitarismo, la solidarietà con gli immigrati e i rifugiati politici. Venerdì a Stachus alle 17.00 c’è una manifestazione.

Tutti sono invitati calorosamente a partecipare!

Nie wieder Krieg! Nie wieder Faschismus!

Norma Mattarei, Caritas München

 

 

 

 

 

A Düsseldorf una conferenza della Dante Alighieri sulla situazione politica italiana

 

Düsseldorf -  “L’Italia torna ad esercitare un ruolo di grande rilievo in Europa e guadagna sempre maggiore credibilità, anche a livello internazionale. Il piano di riforme messo in cantiere sta già dando i primi risultati sul fronte della crescita economica, e si avverte un’inversione di tendenza”. Lo ha affermato Laura Garavini, dell’Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, nel corso di una conferenza sulla situazione politica italiana organizzata dalla Società Dante Alighieri di Duesseldorf. La deputata Pd, eletta nella ripartizione Europa, si è soffermata in particolare sulle riforme approvate nel corso degli ultimi mesi, rilevando come “la riforma del lavoro, della giustizia, della Pubblica Amministrazione e l’introduzione di reati contro la corruzione, come il voto di scambio, il falso in bilancio e l’autoriciclaggio, rendano il nostro Paese più moderno, più competitivo e più giusto. Se a questi importanti sviluppi aggiungiamo le altre due importanti riforme in dirittura d’arrivo, e cioè la riforma costituzionale e la nuova legge elettorale, allora si vede che siamo di fronte alla più grande azione di modernizzazione dell’Italia  dal dopoguerra in poi”.

“Per ridare una prospettiva alle giovani generazioni, per contrastare la disoccupazione e per rimettere in moto l’economia, il Governo si è mosso con convinzione anche sullo scacchiere internazionale - ha proseguito la deputata - è soprattutto grazie all’Italia che l’Europa ha mutato radicalmente il proprio approccio alla crisi economico/finanziaria,  spostando il baricentro dei propri interventi dall’austerità agli investimenti. Sia sul piano internazionale che su quello interno, non mancano resistenze alla spinta verso il cambiamento. Ma i primi riscontri che stiamo ottenendo dimostrano che siamo sulla strada giusta”. (dip)

 

 

 

 

L’avviso del Consolato Generale di Monaco di Baviera contro il lavoro in nero

 

Monaco di Baviera - Il Consolato Generale d’Italia di Monaco di Baviera avverte i connazionali in cerca di lavoro in Baviera del rischio che imprenditori poco rispettosi delle norme offrano occupazioni in nero senza il pagamento dei contributi previdenziali, senza assicurazione e senza la paga minima oraria di 8,50 euro. Il Consolato invita quindi i nostri connazionali ad accettare ogni offerta lavorativa solo in presenza di un regolare contratto da sottoporre in visione a persone esperte nel ramo. Il comunicato del Consolato, nel ricordare che vi è concorso di colpa da parte del lavoratore che accetta un lavoro in nero, segnala anche la necessità di acquisire, da parte dei nostri connazionali presenti in loco, almeno i rudimenti della lingua tedesca prima di avventurarsi in qualsiasi occupazione in Germania. Peraltro, prosegue la nota, l’altissima offerta di manodopera proveniente da altri Paesi sia europei, sia extra europei, non offre molte possibilità di buone remunerazioni. Il comunicato termina con l’invito ai nostri connazionali oggetto di sfruttamento a segnalare il caso all’Ufficio Affari Sociali del Consolato Generale di Monaco di Baviera al fine di ricevere informazioni su come tutelare i propri diritti. (com)   

 

 

 

 

"Embodied Resilience": 12 artisti di scena all'Ambasciata italiana a Berlino

 

Berlino - Palcoscenico d'eccezione per dodici artisti, italiani e internazionali, che hanno animato l'ambasciata italiana a Berlino dando vita alla serata "Embodied Resilience". Alternando azioni sceniche e installazioni attorno al tema della resilienza, gli artisti hanno interagito con la storia e la funzione del palazzo diplomatico attraverso un sapiente gioco di contaminazioni e provocazioni artistiche. Nei vari spazi dell'ambasciata si sono esibiti l'americana Kate Gilmore, i tedeschi Lisa Stertz, Ulrike Mohr, gli italiani Filippo Berta, Diego Cibelli, Cristian Chironi, Davide Anni, Mocellin e Pellegrini, insieme all'argentino Marcio Carvalho e ai romeni Anca Benera e Arnold Estefan.

L'iniziativa è stata co-organizzata dall'associazione culturale Peninsula, piattaforma interdisciplinare costituita da artisti, curatori, musicisti e designer italiani trasferitisi a Berlino nell'ultima decade e dedicata allo sviluppo di un dialogo costruttivo con la scena culturale locale. Come ha sottolineato l'ambasciatore italiano Pietro Benassi, da anni la rappresentanza diplomatica apre le sue porte alle contaminazioni e provocazioni artistiche, come nel caso del ciclo espositivo 'ITaliens', e intende continuare ad offrirsi quale vetrina di eccellenza promuovendo simili iniziative.

Tra il pubblico, molti i collezionisti e gli esperti del settore, gli artisti e i creativi, insieme a esponenti del mondo dell'economia e della politica, diplomatici e giornalisti, che hanno espresso grande apprezzamento per la serata. (de.it.press)

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Mare nostro  - Dopo l'ennesima ecatombe di profughi in fuga verso l'Europa la politica cerca soluzioni per tamponare l'emergenza. Intanto le tragedie nel Mediterraneo proseguono. Le storie dei protagonisti e tutti i nostri approfondimenti degli ultimi mesi, fra Italia e Germania.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/fluechtlinge866.html

 

I nuovi Comites  - In tutto il mondo gli italiani hanno votato per rinnovare 100 Comitati che li rappresenteranno nei paesi dove vivono. Ma la partecipazione al voto è stata bassa ovunque. Tutti gli approfondimenti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/dossiercomites100.html

 

Nel mirino (07.05.15) - I media tedeschi, l’opposizione, ma anche i partner di coalizione socialdemocratici attaccano la cancelliera da giorni: sapeva che l’NSA statunitense spiava aziende tedesche ed europee.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/bnd152.html

 

Il Sommo Poeta (07.05.15) - Dante Alighieri, padre della lingua italiana, compie 750 anni: l’Italia e il mondo

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/dantealighieri100.html

 

Gli anni al contrario (07.05.15) - Due giovani messinesi trascinati dall’idealismo del movimento del 77, delusi e risucchiati da una vita che non era quella sognata. L’autrice Nadia Terranova: “La mia generazione ha fallito più di loro”.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/nadiaterranova100.html

 

E Italicum sia (06.05.15) - Dopo l'ok da parte del Parlamento, l’Italicum ha superato l'esame anche al Quirinale dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha posto la sua firma alla legge.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/italicum108.html

 

Informazione mobile (06.05.15). Gli aeroporti possono essere dei labirinti ed è facile perdersi. Per questo, all'aeroporto di Colonia, c'é Silvio Anzalone.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/al_lavoro/anzalone100.html

 

Chi ha paura di Shakespeare? (06.05.15) - Il regista napoletano Alessandro De Vita porta in scena una rivisitazione del personaggio di Ofelia. Tra „non luoghi“ e allucinazioni, in cui si intrecciano la musica italiana, tedesca e balcanica.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/alessandrodevita100.html

 

La "buona" scuola (05.05.15) - In piazza oggi studenti, insegnanti, presidi e amministrativi per dire “no” ad una riforma che ritengono ingiusta ed inadeguata.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/schulreformitalien100.html

 

Antonio Scurati presenta a Colonia e a Francoforte il suo nuovo libro „Il tempo migliore della nostra vita“ (Bompiani, 2015).

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/antonioscurati100.html

 

Pensionati senza speranze (05.05.15) - Nel 2009 viene alla luce una colossale truffa ai danni di numerosi pensionati italiani in Svizzera. Artefice del raggiro l'allora presidente dell'INCA-CGIL di Zurigo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/incacgil100.html

 

L'Uomo di Altamura (05.05.15) - Gli scienziati sono riusciti ad estrarre il DNA dal fossile, confermando che si tratta di un Homo neanderthalensis.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/altamura100.html

 

Lo sciopero più lungo (04.05.15)

Il sindacato dei macchinisti ha indetto di nuovo uno sciopero, il più lungo nella storia della Deutsche Bahn AG. 127 ore solo sul trasporto passeggeri.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/streik718.html

 

Nel nome del pianoforte (04.05.15)

L'inventore del pianoforte è un italiano. Il 4 maggio 1655 nasceva Bartolomeo Cristofori, a lui dobbiamo la magia di questo strumento.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/klavier132.html

 

Primo maggio in musica (01.05.15) - "La solidarietà fa la differenza" il tema cui è dedicato il concertone 2015. Una quarantina gli artisti: Bluvertigo, J-Ax i più attesi. A Taranto il concerto "alternativo".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/erstermai114.html

 

In guerra con gli Schulz (01.05.15) - Antonio Milanese ha realizzato il sogno che inseguiva da anni: aprire un negozio dove vendere articoli d'abbigliamento e altre cose "sfiziose". Tutto sembrava filare liscio, poi però...

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/largo_ai_giovani/antoniomilanese100.html

 

Il lavoro che non c'è (30.04.15) - Un anno di "Garanzia Giovani": proposte scarse e non adatte ai NEET, giovani che non studiano né lavorano. E due anni di Rimaflow, fabbrica recuperata a Milano.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/garanziagiovani100.html

 

Il cuore reggae del Salento (30.04.15) - I Sud Sound System portano in Germania un sound trascinante e inconfondibile. È l'inizio del loro tour europeo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/sudsoundsystem100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html   RC/De.it.press

 

 

 

 

Sabato 16 maggio a Kaufbeuren "Festa del lavoro italiano in Germania"

 

In occasione del 60 Anniversario della firma dei contratti bilaterali italo-tedeschi per l'invio in Germania di manodopera italiana

Programma:

Ore 10:00, Galleria della "Sparkasse", nella centrale Kaiser Maximilianstrasse

Saluto ed inaugurazione della Festa

* Primo Borgomastro di Kaufbeuren, Stefan Bosse

* Console Generale d'Italia, Ministro Filippo Scammacca del Murgo

* Sindaco di Ferrara, città gemellata, Dr.Tiziano Tagliani

* Presidente ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso

Ore 11:00

Inaugurazione della mostra fotografica "Deutsche vita" ovvero "La testimonianza, le nuove sponde"

in collaborazione con il Presidente Antonino Tortorici - Consiglio degli stranieri di Memmingen (aperta dal 12.5.2015 al 23.5.2015)

Ore 11:00-14:00, Galleria Sparkasse

Programma di intrattenimento musicale con: FOLK-ACLI Kaufbeuren, Complesso "The Snaps", Gli "Oldies" di Mike Rizzo

Degustazione eno-gastronomica tipica italiana

Ore 14:00-17:00

"Pizza-Day" in solidarietà con i circa 200 profughi, richiedenti asilo

Organizzato dal Circolo ACLI Kaufbeuren-Marktoberdorf in collaborazione con la Pizzeria "La Pergola" e l'Associazione di volontari Asylkreis-Kaufbeuren, un forno a legna mobile sarà posizionato accanto al Kolping Bildungszentrum e agli ospiti intervenuti sarà offerta la pizza in un clima di festa ed accoglienza.

ORE 18:00-19:00, Sala Comunale di Kaufbeuren

Consegna dell'onorificenza di Ufficiale della "Stella d'Italia" al Primo Borgomastro di Kaufbeuren, Stefan Bosse

Il Console generale d'Italia Ministro Filippo Scammacca del Murgo consegna il riconoscimento al Primo Borgomastro - e tramite lui a tutta la cittadinanza di Kaufbeuren - per la generosa (€ 20.000,--) raccolta di offerte, promossa dalle ACLI, gestita dal Comune e consegnata al Sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, un paio d'anni fa, in occasione del terribile terremoto che aveva colpito la Cittá e la Regione.

Ore 20:00 (Entrata alle ore 19:00), Sala Comunale di Kaufbeuren

Musical "Di noi le terre - Volo di rondine"

Il Gruppo folclorico FOLK-ACLI, fondato nel 1988, attualmente composto dal 21 interpreti, presenta il suo nuovo musical liberamente tratto dalla novella di Giovanni Verga "Storia di una capinera". Danze e canti (17) con musiche dal vivo in due atti in dialetto siciliano con la figura di un narratore per la presentazione in italiano e tedesco.

Fine dello spettacolo ore 22,30. L'ingresso è gratuito. Le ACLI saranno liete di raccogliere offerte a favore delle vittime del terremoto in Nepal.

Organizzatori: ACLI Baviera e ACLI Kaufbeuren-Marktoberdorf

 

 

 

 

 

Incontro con Carofliglio all’IIC di Colonia

 

Colonia. Lunedì 18 maggio 2015, alle ore 19.00 , all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, incontro con Francesco Carofiglio. Francesco Carofiglio (Bari, 1964) è architetto, scrittore e illustratore. È autore di opere teatrali e, come attore, ha collaborato con Giorgio Albertazzi, Ugo Chiti, Gabriele Ferzetti, Torao Suzuki ed Egisto Marcucci.

Come sceneggiatore per il cinema e la televisione, è coautore della sceneggiatura del film „Il passato è una terra straniera“ (2007), con la regia di Daniele Vicari e vincitore del „Gran premio della Giuria“ al Festival di Miami. Dal 2002 al 2005 ha diretto la scuola di recitazione dell'Università degli Studi di Bari. I suoi cortometraggi hanno vinto numerosi premi nazionali e internazionali.

Ha pubblicato sette romanzi: „With or without you“, Rizzoli, 2005; „L'estate del cane nero“, Marsilio, 2008; „Ritorno nella valle degli angeli“, Marsilio, 2009; „Radiopirata“, Marsilio, 2011; „Wok“, Piemme, 2013; „La casa nel bosco“, con Gianrico Carofiglio, Rizzoli, 2014; „Voglio vivere una volta sola“, Piemme, 2014. Ingresso gratuito.  De.it.press

 

 

 

 

 

 

La Scuola Leonardo da Vinci di Monaco di Baviera

 

Dal discorso di saluto del presidente del Comites di Monaco di Baviera in occasione della visita ufficiale del Dott. Luca De Meo, board member AUDI il 5 maggio

 

Sono certa di non esagerare affermando che questa piccola ma importante realtà non avrebbe mai visto la luce se non grazie all’impegno incondizionato di alcuni appassionati e competenti concittadini, in prima linea la Dr.Mazzadi, e del nostro Console Generale, Min. Plen. Filippo Scammacca del Murgo.

Questa scuola nasce da un sogno: una scuola italo-tedesca per una comunità numerosa ed in crescita.  Nei primi anni del 2000 l’immigrazione italiana a Monaco torna infatti a crescere.  Nel 2007 si registra un saldo di arrivi di circa 450 unità per arrivare a quasi 2.600 nel 20131. Il trend attuale è di crescita ancora maggiore.

Ad aumentare è soprattutto l’immigrazione di donne e di interi nuclei familiari. È questa la vera novità rispetto all’emigrazione degli anni ’60 quando il boom degli arrivi fu un boom tutto al maschile, al quale solo molto dopo e diluite nel tempo, seguirono le famiglie.

In particolare, la popolazione migratoria italiana di Monaco è più varia delle altre comunità italiane in Germania per tipo di professionalità e formazione scolastica. Anche per questo il riconoscimento a tutti i livelli, non solo del titolo di studio italiano ma anche del bilinguismo come potenzialità di medio e lungo termine, deve e può rappresentare per la società bavarese una vera chiave di volta.

Sono molte le professionalità che la Baviera importa dall’Italia, in primis ingegneri, fisici, medici, ricercatori, e sono tanti i ragazzi nati o cresciuti in Baviera che troverebbero nel bilinguismo una marcia in più se solo questo venisse riconosciuto e adeguatamente accompagnato dalle strutture scolastiche pubbliche.

Sono profondamente convinta del vantaggio che questi riconoscimenti potrebbero avere sugli scambi industriali, professionali e commerciali tra Italia e Baviera, anche grazie all’accoglienza dei figli dei professionisti che arrivano già in età scolare dall’Italia seguendo le ragioni di lavoro dei genitori.

Sono convinta del fatto che una scuola come la Leonardo da Vinci possa rappresentare per l’intera comunità Bavarese, per approccio pedagogico e per l’infrastruttura legata all’offerta a tempo pieno, un prototipo di quella che potrebbe essere una scuola pubblica proiettata al futuro delle pari opportunità sociali, di genere e di provenienza culturale.

Per questo ringrazio in particolare Lei, Dott. De Meo, per l’attenzione sincera, presente e futura, per  questa piccola realtà che cresce e che aiuta a crescere i nostri figli, la nostra comunità, le nostre professionalità in Baviera.

Se ci crediamo, se lo vogliamo, se sapremo essere comunità stringendoci attorno ad un sogno, tutti insieme sapremo realizzarlo!

Come Presidente di questo Comites mi impegnerò in prima persona su questo punto e auguro a tutti voi, a tutti noi un ottimo lavoro.

Dr.Daniela Di Benedetto

Presidente Comites Monaco di Baviera

 

 

 

 

"La riunificazione e ricostruzione economica e sociale dell’est della Germania"

 

ROMA - I Länder federali di est e ovest hanno raggiunto una parità di standard di vita pressoché totale. Lo ha affermato tedesco Reinhard Schäfers, intervenendo oggi all’Accademia dei Lincei alla conferenza "La riunificazione e ricostruzione economica e sociale dell’est della Germania".

L’ambasciatore Schäfers ha sottolineato che, oltre alle "eccellenti infrastrutture e agli efficienti servizi pubblici", la quota di fondazione di imprese ad est è ormai uguale a quello dell’ovest.

L’Ambasciatore ha ricordato che a est la produttività del lavoro, dal 1991 al 2013, è salita dal 35% al 76% del livello occidentale. Anche per quanto riguarda il reddito pro-capite realmente disponibile, l’est ha veramente recuperato con valori dell’89% e addirittura del 92% per quanto concerne il livello delle pensioni.

Ricapitolando: le differenze regionali interne sono complessivamente minori sia rispetto ai tempi della Repubblica di Weimar che a confronto con molti altri grandi Paesi industrializzati.

Allo stesso tempo però, ha detto, "ci sono anche differenze significative, come ad esempio il tasso di disoccupazione ad est del 4% più alto che a ovest. Per i nuovi Länder federali, quindi, continua a esserci la necessità di recuperare".

L’Ambasciatore afferma che "il Governo tedesco anche in futuro continuerà a farsene carico, malgrado i costi ad oggi già enormi che, secondo numerosi istituti economici, giungono ad un importo complessivo stimato tra i 1500 e i 2000 miliardi di euro e che sono finora stati finanziati da tasse e altri trasferimenti".

L’Ambasciatore stesso ha ricordato ad esempio di pagare "ancora tutti i mesi un contributo di solidarietà, cioè una maggiorazione del 5,5% dell’imposta sui redditi dovuti".

"La riunificazione della Germania e dell’Europa sono fenomeni inseparabili", ha proseguito l’Ambasciatore convinto "circa l’impossibilità di separare il superamento della divisione della Germania dal superamento della divisione dell’Europa. Una Germania economicamente e politicamente forte – ha detto - non è percepita dai suoi vicini come una minaccia soprattutto se inserita in una struttura comune europea. E questa riflessione di base continua ad avere oggi la validità che aveva negli anni ‘50".

E pertanto, come sottolineato dall’Ambasciatore, nel 1990, quando è stato sancito espressamente l’inquadramento europeo dell’unità tedesca, non si è trattato di uno scambio diplomatico o politico, bensì della convinzione che questi due elementi fossero inscindibilmente collegati. (aise 7) 

 

 

 

 

La politica di sicurezza in Italia e in Germania

 

Vi segnaliamo il terzo e ultimo incontro del ciclo di seminari dedicato alla politica di sicurezza in Italia e in Germania: “Fondamentalismo islamico e crisi ucraina: Italia e Germania parlano la stessa lingua?”

L’incontro, in forma di tavola rotonda, riunirà diversi esperti del settore, i quali discuteranno sulle sfide attuali alla sicurezza che i due paesi devono affrontare.

In che cosa divergono le posizioni della Germania e dell'Italia verso la Russia nel conflitto ucraino? Qual è la risposta della Germania e dell’Italia alla minaccia del terrorismo islamico?

La tavola rotonda si terrà il 12 maggio 2015 presso Fandango Incontro, in Via dei Prefetti, 22 a Roma.

Parteciperanno alla discussione la Senatrice Emma Fattorini, Commissione Permanente Affari Esteri ed Emigrazione, Andreas Jacobs, NATO Defense College, Roma, Andrea Margelletti, Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.), Roma e Ciro Sbailò dell’Università degli Studi di Enna “Kore”. Modererà il giornalista Franco Venturini, Corriere della Sera.

Al tema della politica di sicurezza la Fondazione Konrad Adenauer e le Università LUMSA, UNINT e Unikore, in collaborazione con l’Osservatorio sulle relazioni tra Germania e Italia (OGI), dedicano un ciclo di convegni con l’obiettivo di individuare, attraverso un’analisi comparata di lungo periodo, i punti di snodo dei rapporti italo-tedeschi nell’ambito della sicurezza.

La tavola rotonda del 12 maggio si pone come momento conclusivo di un ciclo di seminari tenutisi il 16 marzo e il 13 aprile presso l’Università LUMSA, Roma.

Per consultare il programma dettagliato: http://www.kas.de/wf/doc/kas_15292-1442-24-30.pdf?150311101753.  KAS Roma

 

 

 

 

7 giorni di sciopero dei macchinisti in Germania

 

Un’altra crepa nel mito tedesco dopo i problemi di Lufthansa. Deutsche Bahn: “Quest’agitazione farà danno a tutta l’economia del Paese” - LUIGI GRASSIA

 

Dopo gli scioperi alla Lufthansa e le polemiche sulla sicurezza dei voli seguite alla tragedia dell’Airbus Germanwings, si apre un’altra crepa nel mito tedesco: il sindacato dei macchinisti Gdl ha indetto uno sciopero addirittura di sette giorni, a partire da domani. Motivo della protesta: la disputa con Deutsche Bahn (le Ferrovie dello Stato sulla paga e le ore di lavoro.  

 

Lo sciopero comincerà alle 15 per i treni merci e alle 14 di martedì per i servizi passeggeri. Il Gdl vuole un aumento del 5% degli stipendi e la riduzione della settimana lavorativa da 39 a 37 ore. Inoltre chiede il diritto di negoziare per conto di altri dipendenti, inclusi gli steward dei treni. La protesta proseguirà fino alle 9 del mattino di domenica 10 maggio.  

 

Deutsche Bahn risponde con una nota: “«Questo sciopero è del tutto inappropriato e oltre il limite. Il Gdl causerà un enorme danno ai passeggeri, a Deutsche Bahn e ai suoi dipendenti, e anche a tutta l’economia tedesca».  LS 4

 

 

 

 

 

Tagli alle imposte. Le scelte timide di Berlino

 

C he fare per metterci la crisi alle spalle e ricominciare a creare lavoro? Dobbiamo liberarci dal peso (e dai rischi) del debito pubblico o dobbiamo innanzitutto creare più domanda? La risposta non può essere che una: si devono fare entrambe le cose. Non è facile, ma è l’ unica via di uscita. E significa incoraggiare consumi e investimenti privati a scapito di quelli pubblici, in modo da far ripartire l’economia senza aumentare il debito.

 

È un problema europeo, non solo italiano. Nei 12 Paesi storici dell’euro il rapporto debito pubblico-Prodotto interno lordo (Pil) era, in media, il 67% nel 2007, l’anno prima della crisi. Oggi è vicino al 100%, con punte di 120 in Irlanda, 127 in Portogallo, 175 in Grecia e 135 in Italia. In realtà, dal punto di vista fiscale ci sono due gruppi di Paesi in Europa. A parte il caso specifico della Grecia, che già una volta, nel 2011, non ha rimborsato i suoi titoli, ci sono Paesi come Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda che solo quattro anni fa hanno rischiato una crisi del debito e devono tagliare urgentemente la spesa pubblica. Innanzitutto per poter ridurre le imposte, e poi perché i bassi tassi di interesse che ci sta regalando la Banca centrale europea non dureranno per sempre. In pochi giorni i tassi sui titoli decennali tedeschi sono saliti di circa mezzo punto e con essi, se pur marginalmente, lo spread sui titoli pubblici italiani, dai 90 punti di metà marzo ai 115 di venerdì scorso. L’ evidenza empirica dimostra che, soprattutto nei Paesi in cui la pressione fiscale è molto elevata, ridurre le tasse sul lavoro più che compensa i tagli di spesa, con conseguenze positive sulla crescita. Infatti, oltre agli effetti diretti sui consumi di un aumento dei salari al netto delle imposte, vanno calcolati anche gli aumenti di competitività grazie alla riduzione del costo del lavoro, e i maggiori profitti delle imprese che significano più investimenti privati.

 

Vi sono invece Paesi, in particolare la Germania, che data la situazione dei loro conti pubblici possono permettersi politiche espansive. Il debito pubblico tedesco, dopo essere salito dal 65 all’80% del Pil durante la crisi, è oggi ritornato vicino al 70% e dall’anno scorso i conti pubblici sono in attivo. La Germania può quindi permettersi una politica di bilancio più aggressiva, per esempio riducendo le imposte senza tagliare la spesa, se non addirittura aumentando un po’ gli investimenti pubblici. È ciò che ha detto nei giorni scorsi il ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble. Ma la dimensione della manovra annunciata da Berlino è minuscola: un miliardo e mezzo di tasse in meno, lo 0,05% del Pil, appena quanto basta per mantenere la pressione fiscale invariata compensando il «drenaggio fiscale», prodotto dalla combinazione fra aumento dei prezzi e progressività delle imposte. Pur avendo il merito di rompere il tabù tedesco che le tasse non si abbassano, questa manovra non avrà alcun effetto sulla domanda aggregata né tedesca né tanto meno europea.

 

Quando si fa loro notare che la Germania potrebbe permettersi di essere più ambiziosa, i tedeschi rispondono che la disoccupazione è scesa sotto il 5% e non c’è alcun bisogno di ulteriori politiche espansive. Vero. Ma un’espansione della domanda interna tedesca, creando un po’ di pressione sui prezzi (oggi l’inflazione è pressoché zero) ridurrebbe il surplus della bilancia commerciale - che ha raggiunto in maggio 23 miliardi di euro, un attivo pari a circa il 6% del Pil - aiutando le esportazioni degli altri Paesi dell’Unione monetaria. I tedeschi obiettano che questi squilibri non sono un problema loro: derivano dall’andamento insoddisfacente della produttività nei Paesi del Sud Europa e vanno risolti lì, non in Germania. Vero anche questo, ma se una riduzione del carico fiscale che pesa sui lavoratori tedeschi e consenta loro di spendere un po’ di più aiuta anche gli altri Paesi, a noi non pare un grosso sacrificio per la Germania.

Tuttavia non dobbiamo illuderci che i nostri problemi possano essere risolti da qualcun altro, nemmeno dalla potente Germania. L’effetto sul resto dell’area euro di una politica tedesca più espansiva e quindi di una riduzione del loro surplus commerciale andrebbe nella direzione giusta, ma non è il « deus ex machina ». Alla fine i problemi di competitività dei Paesi del Sud Europa si risolveranno solo con riforme nazionali. Alberto Alesina - Francesco Giavazzi   CdS 10

 

 

 

 

I Berliner Philharmoniker in conclave: così l'orchestra più famosa sceglie il suo direttore

 

Si vedranno lunedì, solo loro, in un luogo segreto. Né familiari né amici né amori potranno accompagnarli, e ognuno di loro dovrà garantire il totale isolamento dall'esterno: niente cellulari, né smartphone, beeper o tablet in tasca. Solo loro possono e devono scegliere il capo in totale autonomia da eletti, solo a loro dopo il voto segreto spetta chiamare il prescelto, e se lui rifiuta tutto il rito deve ricominciare.

 

Sembra che stiamo parlando degli Illuminati, o di qualche altra setta della letteratura contemporanea, invece no. I nostri eroi sono i mitici Berliner Philharmoniker. Lunedì prossimo, nessuno deve sapere dove, s'incontreranno come congiurati o carbonari da qualche parte a Berlino. Deporranno le preferenze in un'urna custodita da fiduciari giurati e vegliata da guardie del corpo. E dal risultato del loro voto segreto e sovrano uscirà l'erede di sir Simon Rattle. Contesa segreta, e insieme scontro aperto, tra rivali che non potrebbero essere più diversi l'uno dall'altro, per dati anagrafici, stile e persino presunto segno politico.

 

Lo chiamano già "il Conclave della Filarmonica": questa tradizione di autogoverno dei Berliner, ricorda Ulrich Amling sul Tagesspiegel, è unica nel mondo della musica. Nacque il lontano primo maggio 1882, all'inizio del massimo splendore della Germania del Kaiser, quando Berlino imperiale e cosmopolita inviava archeologi e traduttori dal greco antico e dall'arabo in tutto il mondo, e solo Londra rivaleggiava con lei come location di grandi musei e centro industriale globale. Più volte è stato duro: da quando i prescelti erano troppo deboli come Hermann Wolff, il primo di tutti, e dovettero essere sostituiti dopo pochi anni davanti a un pubblico deluso e in rivolta. Fino a quando, negli anni cupi del Reich Millenario, Goebbels, Goering, a volte Hitler in persona, vollero dire la loro, brutalmente. Anni cupi, quando Wilhelm Furtwaengler s'illuse di salvare l'autonomia dei Berliner firmando dichiarazioni di fedeltà e ribattezzandoli Reichsorchester, "orchestra del Reich". O più avanti, quando von Karajan fu il Maestro del miracolo economico, ma fin troppo segnato da memorie passate e dallo stile tremendamente autoritario.

 

Adesso, 70 anni dopo la disfatta hitleriana, nella Germania tornata unita, è più complesso che mai. I candidati più diversi, e di segno più incompatibile, si affrontano a duello per la successione al podio che fu di Karajan, Abbado e sir Simon. Dopo un italiano e un inglese, direbbe la logica come in Vaticano, ci rivorrebbe un tedesco. Ma Christian Thielemann, prussiano di ferro, allievo ultraortodosso di von Karajan, appare a molti troppo conservatore se non nazionalconservatore. Se poi stiamo a sentire i sondaggi nel pubblico, il favorito dei berlinesi è un altro: un terzo dei consensi vanno ad Andris Nelsons, baltico, appena 36enne, ora alla Boston Symphony Orchestra. Seguito a ruota dall'ancor più giovane venezuelano Gustavo Dudamel, guida attuale della Los Angeles Philarmonic Orchestra. Contro i due giovani non tedeschi, nei favori del pubblico il "teutonico" Thielemann è appena terzo. Seguito a ruota da Daniel Barenboim, poi dal 72enne Mariss Jansons, poi dai nostri Riccardo Chailly e Riccardo Muti.

 

Il pubblico berlinese, linfa vitale costitutiva dell'orchestra globale migliore del mondo, è insomma molto meno conservatore di quanto Thielemann speri. Ma la lotta è aperta, e a ogni ora che s'avvicina quel voto segreto sale la tensione. Un'ipotesi di compromesso sembra prendere piede, nei corridoi del Conclave della Filarmonica: in libera scelta segreta, ma in realtà concordata prima, i Philharmoniker sceglierebbero Barenboim  -  cosmopolita, ebreo, pacifista e progressista, e radicato berlinese  -  ma per un mandato solo. Per poi dare intanto al giovane ma già amato Dudamel e al suo rivale Andris Nelsons

 

un po' di tempo per maturare, e contendersi a loro volta la bacchetta, di Furtwaengler e von Karajan. Insomma, tempi duri per i presunti nazionalconservatori come è ritenuto Thielemann. Almeno nel mondo della musica in Germania se non altrove in Europa, meglio di niente. ANDREA TARQUINI LR 9

 

 

 

 

Deputati Pd estero, dopo il rinnovo dei Comites affrontare la riforma della rappresentanza

 

Dotare i Comites di poteri e risorse reali per renderli credibili e farli uscire dall’insignificanza e dal limbo in cui sono caduti

 

ROMA - Dopo la tornata elettorale di aprile, i COMITES si stanno reinsediando in ogni parte del mondo ricomponendo la rete di rappresentanza democratica della comunità italiana. A undici anni di distanza dall’ultima consultazione elettorale e nonostante i limiti e le contraddizioni che si sono manifestati nel procedimento elettorale - affermano in una nota i deputati del Pd eletti all’estero, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi -, questo è certamente un passaggio positivo e necessario, che consente di dare nuova linfa alla rappresentanza di base prevista dal nostro ordinamento. 

Se a breve, come non ci stanchiamo di sollecitare, si procederà a rinnovare anche il CGIE, con il contributo delle associazioni più significative, le nostre comunità potranno riavere organismi di rappresentanza rinnovati e pronti ad operare; nello stesso tempo, si determineranno le condizioni di normalità e agibilità democratica che più volte abbiamo indicato come il presupposto per una riforma complessiva dell’intero sistema.

Il rinnovo dei COMITES, comunque,ci consegna anche riflessioni e problemi che non è giusto accantonare, sui quali è opportuno aprire anzi una riflessione franca e onesta, evitando la tentazione di nascondere la polvere sotto il tappeto. A questo proposito, senza scendere in polemiche fin troppo facili, forse sarebbe il caso di evitare peana di vittoria, non sappiamo se più strumentali o patetici, di fronte alla serietà delle questioni che con il voto si sono evidenziate. Tutti, ma proprio tutti, siamo chiamati ad una lettura realistica di questa vicenda e ad esercitare una comune responsabilità verso gli italiani all’estero. 

La prima considerazione  - proseguono i deputati Pd eletti all’estero - riguarda la scarsa percentuale di iscritti nelle liste degli elettori rispetto agli aventi diritto e l’ancor più ridotto numero degli elettori effettivi, che l’invocato (e celebrato) spostamento dei termini per le iscrizioni non ha modificato in modo sostanziale. Anzi, l’incertezza sui termini e sulle procedure alla fine si è rivelata un fattore non secondario di disorientamento e di disaffezione. 

Per la prima volta è stato sperimentato il metodo della preiscrizione al voto per corrispondenza, che in ogni caso è stato adottato non in alternativa al libero voto per corrispondenza esercitato nel 2004, ma al voto elettronico nei seggi sancito da una legge in vigore. E’ il caso di riflettere attentamente su questo nuovo sistema. Quello che già si può dire, comunque, è che una tipologia così esigente sotto il profilo della partecipazione non può essere annunciata a qualche mese dalla scadenza elettorale e richiede un impegno e un investimento informativi molto più consistenti e prolungati rispetto a quello che si è avuto in questa occasione.

Non mancano, poi, questioni più profonde. La prima riguarda la convinzione che il COMITES possa costituire uno strumento utile per affrontare le problematiche delle comunità e favorirne il protagonismo. La verità è che questa consapevolezza e questa fiducia appartengono ad una cerchia molto ristretta di protagonisti della vita comunitaria, mentre gli altri o non conoscono a fondo l’esistenza di questo organismo e le possibilità di partecipare attivamente alla sua vita o se ne sono allontanati di fronte al progressivo svuotamento di risorse e di possibilità operative. Ne è un chiaro sintomo il limitato ricambio generazionale che è scaturito dalle urne e che dovrebbe indurre i nuovi organismi a riempire i propri programmi di lavoro di contenuti molto più incisivi e sentiti nell’ambito delle rispettive comunità. Il taglio poi di decine di circoscrizioni consolari, che ha diradato servizi e concreti riferimenti organizzativi, ha fatto il resto. E’ chiaro, dunque, che qualunque sia la prospettiva nella quale si intenda procedere per la loro riforma, il primo passo deve essere quello di dotarli di poteri e risorse reali per renderli credibili e farli uscire dall’insignificanza e dal limbo in cui sono caduti.

In termini più generali, la rappresentanza, nel suo complesso, risente criticamente di un problema più di fondo che riguarda l’appannamento dell’immagine del Paese e la perdita di capacità di attrazione dell’Italia a livello globale, che la crisi e le politiche di restrizione finanziaria hanno determinato. Gli italiani all’estero, di cittadinanza e d’origine, vivono in simbiosi con il riconoscimento e la credibilità internazionali del Paese d’origine; le difficoltà che si sono manifestate in questi anni non potevano non incidere sul rapporto con l’Italia. Anche la perdita di fiducia nella politica e nelle istituzioni si è riverberata oltre i confini nazionali. 

Si tratta, ora, di risalire la china, approfittando dei primi sintomi di ripresa che il Governo cerca di assecondare con tutte le sue forze e le sue capacità. Questo è possibile e realistico. Lo dimostra il successo del made in Italy e di tutte le iniziative che hanno una chiara impronta di qualità, ad iniziare da quelle culturali. La considerazione della comunità italiana nel mondo deve essere rigenerata e riorientata alla luce della nuova fase che si è aperta. Essa deve avere sempre di più, nelle normative, nei progetti di promozione e nelle iniziative di contatto e di scambio, un ruolo centrale e concreto nello sforzo di ricollocare il Sistema Italia nel mondo. La rappresentanza degli italiani all’estero è un aspetto di questa nuova impostazione, deve e può diventare una leva strategica di questo sforzo di proiezione internazionale dell’Italia, dal quale dipendono prospettive importanti per tutti noi. La sua riforma, dunque, oltre che rispondere a essenziali diritti di cittadinanza, deve tener conto della necessità di acquisire ruoli e poteri funzionali con questa strategia.

È aperto il cantiere della riforma costituzionale volta a rendere l’Italia più dinamica, più competitiva e più moderna. Nel giro di alcuni mesi sapremo quale approdo avrà avuto questo difficile ma necessario tentativo. Alla luce del suo esito e in coerenza con i suoi principi e la sua impostazione, ci confronteremo - concludono Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta, Tacconi - anche sulla riforma della nostra rappresentanza, sapendo non di sistemare un tassello secondario del nostro sistema democratico ma di dover imboccare una delle strade necessarie per tentare concretamente di cambiare verso all’Italia.  (Inform 5)

 

 

 

 

Le proposte della Cgil. Le elezioni dei Comites sono finite, ed ora?

 

ROMA - Sono passate solo due settimane dal voto del 17 aprile per il rinnovo delle rappresentanze degli italiani all'estero (Comites) e, a parte alcune critiche nel merito della limitata partecipazione e della sostanziale non rappresentatività degli organismi eletti, sembra sia passato un secolo e sia già stato tutto archiviato.

Il voto avrebbe dovuto dimostrare quanto fosse forte il bisogno di un livello di rappresentanza di base/territorio per i nostri cittadini emigrati ed anche che erano maturi i tempi per aprire una riflessione, tardiva ma non inutile, su quali dovessero essere le funzioni, strategiche ed organizzative, degli organismi che si andavano ad eleggere.

L'attenzione che i risultati, scarsi, hanno determinato è la logica conseguenza di un percorso le cui difficoltà molti, noi tra i tanti, avevano segnalato e del quale nessuno che abbia responsabilità e potere decisionale ha in alcun modo ascoltato.

La Cgil ha il diritto di ascriversi tra quelli che potrebbero dire: “ l'avevamo detto!”. Questo diritto deriva dal fatto che, in tempi non sospetti, abbiamo sollecitato e sostenuto con chiarezza, pur non condividendone le modalità, la necessità di partecipare al voto.

Anche le informazioni sul quanto si prevede per il rinnovo del Cgie (Consiglio generale degli italiani all'estero), anch'esse per soli addetti ai lavori, vanno nella direzione di una scarsa e/o inutile rappresentanza delle nostre comunità emigrate.

Forse non ci si rende conto che l'emigrazione italiana non è solo un fenomeno del passato? Forse non ci si rende conto che le migliaia di giovani che lasciano il nostro paese in cerca di “fortuna” in territori che percepiscono più interessanti per il loro futuro, hanno necessità che il loro paese, il paese di provenienza, non si dimentichi di loro?

Non è mai troppo tardi, diceva il maestro Manzi. Anche noi, insieme a lui, diciamo che il tempo per poter correggere il tiro rispetto ai risultati avuti non è scaduto. Non è ancora troppo tardi.

Certo, bisognerà mettersi di buona lena per riportare l'attenzione ai livelli che questa questione merita e, a nostro giudizio, bisognerà farlo con quella umiltà che spesso è stata la condizione prima per poter raggiungere risultati di qualità.

Non sentiamo la necessità di criticare i risultati, sentiamo forte il bisogno di leggere, in questi risultati, la voglia di essere presi in considerazione che i nostri emigrati hanno espresso.

E' la necessità di definire il come prenderli in considerazione che ci fa dire che il percorso potrebbe essere più semplice di quanto si possa immaginare. La condizione, necessaria ma non sufficiente per raggiungere tale scopo, è che tutti i soggetti interessati si convincano che questa partita va rigiocata, va giocata meglio ed in tempi da non rischiare davvero che tutto passi all'oblio.

Il percorso organizzativo potrebbe, ma questa è solo una pro-posta/vocazione, svolgersi in tre fasi: una prima fase di discussione che veda in prima fila, oltre al Governo, alle forze politiche e sociali, gli organismi eletti (Comites e Cgie) e che abbia come obbiettivo quello di definire le forme ed i contenuti (compiti e funzioni) della nuova rappresentanza che si vuole costituire.

La seconda fase dovrebbe essere quella della costruzione di una anagrafe elettorale così come previsto da molte ipotesi già fatte nel passato e delle quali si è tenuto poco conto. Nella stessa fase bisognerebbe definire, in modo più appropriato, le forme attraverso le quali si possono esprimere i voti, anche attraverso un sistema misto plichi/seggi.

La terza ed ultima fase, quella sulla quale veramente la classe dirigente del nostro paese deve dimostrare tutta la determinazione di cui è capace, è quella di indire nuove elezioni per le rappresentanze degli italiani all'estero.

I tempi di questo processo potrebbero essere brevi se si paragonano ad una legislatura o essere lunghi se si prende in considerazione il fatto che da dieci anni non si facevano elezioni e che quelle che si sono appena concluse non hanno dato i risultati sperati.

Due anni, questo è il tempo presumibile che ci vorrebbe per poter tornare a forme di rappresentanza che, come abbiamo detto nel passato, non dimentichino chi ha da tempo lasciato il proprio paese ed invece si faccia carico di chi si è appena apprestato a lasciarlo e di chi ancora lo farà nei prossimi anni.

Due anni, perché il periodo di discussione non dovrebbe superare i sei mesi al quale va aggiunto un anno, almeno, per poter permettere alle nostre comunità di iscriversi all'albo di quelli che sentono la necessità di esprimere il loro voto e sei mesi ancora per poter indire nuove elezioni.

Non ci sembra una cosa molto complicata. Noi ci crediamo ed è per questo continueremo a batterci perché questo si possa realizzare pronti, come lo siamo sempre stati, a confrontare le nostre idee con tutti ed anche a cambiarle, quando ci si dimostra che esse non sono proprio le migliori.

Claudio Sorrentino, responsabile Cgil Italiani nel mondo

 

 

 

 

Ue, Italia e migrant. Il confronto tra angelici e spietati

 

Come aveva chiesto l’Italia, si è finalmente riunito un Consiglio europeo straordinario sull’emergenza immigrati nel Mediterraneo. Puntualmente, la maggioranza dei media il cui peso è amplificato dalla voce della Chiesa grida al fallimento.

 

Che cos’è stato concluso a Bruxelles? In primo luogo di potenziare le operazioni comuni nel Mediterraneo con mezzi finanziari e navali adeguati e che potrebbero aumentare. Inoltre si lavorerà all’Onu e in altre sedi sulle misure più opportune per bloccare il traffico di esseri umani. Infine il problema della modifica delle disposizioni del regolamento di Dublino che attribuiscono al paese di primo ingresso l’esclusiva responsabilità dell’esame delle domande d’asilo è finalmente posto sul tappeto.

 

In sostanza, una decisione e due buone intenzioni: quanto basta per dichiarare fallimento? No, perché nemmeno in un mondo ideale il risultato avrebbe potuto essere diverso.

 

Non vi è dubbio che la coesione europea è necessaria per affrontare il problema. Tuttavia chi tuona contro l’insufficienza delle decisioni di Bruxelles e l’egoismo dell’Europa dimentica che siamo probabilmente il continente più aperto e sensibile ai mali del mondo: da noi la costruzione di un muro come quello che esiste in alcuni punti della frontiera fra gli Stati Uniti e il Messico non sarebbe possibile.

 

Consenso europeo e consensi nazionali

La verità è che gli europei non riescono ad accordarsi su una politica comune in materia d’immigrazione perché ogni paese è lacerato al suo interno e fatica a trovare un consenso nazionale su cosa fare di fronte a quella che potrebbe rivelarsi la più grande sfida alle nostre istituzioni democratiche e al nostro modello sociale. Le prime sono minacciate dalla crescita del populismo, il secondo dalla difficoltà di sopportare i costi dell’integrazione di masse di diseredati.

 

Sostenere che il problema di una politica europea si esaurisce negli egoismi nazionali, nella necessità di salvare le persone in pericolo e in una maggiore solidarietà nella ripartizione dell’accoglienza, è pura ipocrisia.

 

Osserviamo il dibattito italiano, che poi non è così diverso da quello che ha luogo altrove. La platea dei media è quasi interamente occupata da due scuole di pensiero. Gli angelici, che godono dell’attivo sostegno della Chiesa, sostengono che dobbiamo accoglierli tutti perché il fenomeno è ineluttabile, perché abbiamo bisogno di immigrati, per dovere morale e anche perché tutti i mali dei paesi da cui provengono questi disperati dipendono da colpe nostre, passate o presenti.

 

Poi ci sono gli spietati che pensano e a volte dicono: lasciateli annegare; noi comunque non li vogliamo. I primi dominano i media e si ritengono depositari di un’incontestata superiorità morale. I secondi, anche se meno loquaci sono altrettanto numerosi e sono mossi da istinti meno nobili ma altrettanto umani.

 

Entrambi sono incontaminati dal buon senso. Per fortuna i governi almeno quando non inseguono il populista di turno e, si spera, la maggioranza silenziosa, cercano di mantenere i piedi per terra; purtroppo faticano a coagulare il consenso intorno a soluzioni ragionevoli.

 

La pancia dell’opinione pubblica è cattiva consigliera; gli angelici di oggi possono facilmente diventare gli spietati di domani. Una politica coerente dovrebbe perseguire tre obiettivi, fra loro non necessariamente conciliabili; alcuni di essi, ma non tutti, dovrebbero essere di competenza europea.

 

Priorità: evitare le stragi in mare. Ma non solo

In primo luogo, bisogna evitare le stragi in mare. Ce lo impone il diritto internazionale, la morale e i nostri valori. Dobbiamo sapere che non sarà possibile evitare del tutto nuove tragedie, ma il dispositivo deciso a Bruxelles, anche se le regole d’ingaggio non sono chiare dovrebbe migliorare la situazione.

 

Una volta che le navi saranno in mare, è difficile pensare che rifiuteranno di esercitare anche una funzione umanitaria. Quindi salveremo molte più persone. Fin qui gli angelici hanno soddisfazione, ma entrano in campo gli spietati: limitarsi a salvarli, dicono, serve solo ad attirarne altri. L’osservazione non è priva di fondamento; non lo dice solo Salvini, ma anche alcuni governi europei che spietati necessariamente non sono.

 

Arriva quindi il secondo problema: cosa facciamo di quelli che abbiamo salvato, o che comunque riescono ad arrivare? Cambiare il regolamento di Dublino sarebbe un passo importante, ma difficile e meno risolutivo di quanto si pensa in Italia. Molti migranti attraversano il Mediterraneo con il sogno di andare nel Nord dell’Europa; ora Francia, Germania e altri Paesi del Nord accolgono già un numero di rifugiati superiore al nostro. Dalla Gran Bretagna nulla si può sperare almeno fino alle imminenti elezioni.

 

Infine, i Paesi dell’Est. La loro posizione è difficilmente sostenibile; approfittano più di tutti della libera circolazione all’interno dell’Unione e non possono quindi sottrarsi a questa diversa forma di solidarietà. Non sarà facile, perché sono tutti attraversati da forti correnti nazionaliste e a volte razziste, ma vanno convinti.

 

Per l’integrazione, più di una generazione

Tuttavia questa è solo una parte, forse nemmeno la più importante, del problema. Anche se si pervenisse a una ripartizione più equa, resterebbe il problema di cosa fare di quelli che sono destinati a restare sul territorio nazionale. È vero che nella nostra situazione demografica abbiamo bisogno di forze nuove. Tuttavia sarebbe disonesto negare che nella loro maggioranza, per formazione e cultura, questi non sono gli immigrati di cui avremmo bisogno: sono utilizzabili solo per lavori umili e a costante rischio di sfruttamento.

 

Ci vorrà forse più di una generazione perché l’integrazione raggiunga livelli accettabili. Bisogna però cominciare subito, con forme di assistenza, formazione linguistica e scolastica, soluzioni abitative che evitino la formazione di ghetti ancora peggiori di quelli che afflissero in passato le città americane e che già vediamo in alcune città europee.

 

In assenza di tutto ciò, è inevitabile che una parte di essi venga assorbita da varie forme di criminalità. Infine, molti di loro sono musulmani. Anche se la quasi totalità sono probabilmente estranei a fenomeni estremisti, più sono disperati più saranno vulnerabili alla propaganda jihadista. Oltre al problema dei ghetti, si pone quindi quello dei luoghi di culto, della selezione e formazione degli imam e delle prigioni che, come si è visto in Francia, sono luoghi privilegiati di reclutamento.

 

In teoria il nostro obbligo legale si limita a chi ha diritto all’asilo. Se l’esame delle domande prende troppo tempo e se gli interessati sono lasciati vagare per il territorio senza inquadramento e senza assistenza, il rifiuto diventa di fatto impossibile.

 

Il problema di chi aspira all’asilo

La sorte degli aspiranti all’asilo si confonde allora con quella di coloro, molto numerosi, che all’asilo non hanno diritto; se si può ragionevolmente presumere che l’asilo dovrebbe essere concesso a un siriano, un senegalese o chi viene dal Ghana con ogni probabilità non ne ha diritto.

 

Legalmente, le espulsioni richiedono una decisione di giustizia alla quale si può fare appello. Tuttavia, se la gestione dell’accoglienza è carente e la burocrazia e la giustizia troppo lente, i due gruppi di fatto si fondono. Prendere le impronte digitali di tutti è sicuramente una buona idea; è tra l’altro una ragionevole richiesta dei paesi che sembrano disposti a rivedere il regolamento di Dublino.

 

Ma, per vari motivi, molti immigrati si sottraggono ai controlli subito dopo gli sbarchi; altri limano o bruciano i polpastrelli. Se le procedure fossero ragionevolmente brevi, dovrebbe essere possibile immaginare luoghi di raccolta chiusi e protetti che non assomiglino agli ignobili lager che abbiamo visto in Italia e in altri paesi. Il problema è reso ancora più complicato perché in molti casi l’accoglienza è affidata a poteri locali, spesso privi di mezzi, inefficienti, o a volte politicamente ostili.

 

L’Italia è a questo proposito particolarmente in colpa e nessuno potrebbe accusare l’Europa per le nostre insufficienze. Le strutture d’accoglienza sono quasi inesistenti, spesso affidate solo al volontariato e alla carità privata, o peggio a strutture in teoria pubbliche, ma in mano alla criminalità e alla corruzione.

 

Ci accontentiamo di salvarli dal naufragio, ma poi non pensiamo nemmeno a curarli; come se un barcone che affonda fosse degno dell’apertura del telegiornale e ci induce alla pietà, mentre due disperati che si accoltellano in un ghetto hanno diritto solo a una notizia di cronaca e a una reazione di rigetto.

 

In molti paesi del nord è diffusa la convinzione che quella italiana non sia solo inefficienza, ma deliberato cinismo perché abbandoniamo coscientemente a loro stessi masse di poveracci nella giustificata speranza così si accelererà lo loro fuga verso il nord dell’Europa. Paradossalmente, a causa di inefficienze italiane e della volontà degli interessati, il regolamento di Dublino è comunque superato nei fatti.

 

Il problema più difficile: limitare i flussi

Infine il problema che si è rivelato più intrattabile. Legalmente, chi non ha diritto all’asilo, dovrebbe poter essere espulso a meno che il paese interessato decida di accoglierlo. La realtà è che, contrariamente agli Stati Uniti, nessun paese europeo e tanto meno l’Italia ha avuto successo nella politica di espulsione anche quando era legalmente giustificata.

 

È possibile fare meglio con buona pace degli angelici?Come si vede, una sana politica di accoglienza e di gestione degli arrivi è una sfida immane che comporterebbe la messa in opera d’ingenti risorse finanziarie, organizzative e culturali. Possiamo farlo per alcuni, ma certamente non per tutti. Quindi, bisogna assolutamente riuscire a limitare i flussi.

 

Se facciamo la guerra agli scafisti e alle organizzazioni cui appartengono, non è solo per combattere un crimine orrendo. Pensare che l’Europa sia in grado di assorbire ogni anno centinaia di migliaia di persone, forse molte di più, che vogliono attraversare il Mediterraneo è pura ipocrisia. Colpisce che siano proprio le associazioni di volontariato, che si prodigano con abnegazione nell’assistenza, a essere spesso in prima linea a chiedere ingressi illimitati e indiscriminati. Nessun governo europeo riuscirebbe a farsi eleggere su un simile programma.

 

Chi credesse che quello dell’accoglienza e della ripartizione dei rifugiati sia un problema insolubile, non ha ancora fatto i conti con la questione dei flussi e di come controllarli.

 

Il problema comincia in Libia. Le difficoltà logistiche e tecniche sono evidenti, ma i militari dovrebbero trovare le modalità più opportune; se non lo fanno, è perché ritengono a ragione di non avere la necessaria copertura politica.

 

È vero che le analogie sono spesso fuorvianti, ma ciò che avuto successo in Albania e nell’oceano indiano dovrebbe almeno fornire qualche indicazione. Poi ci sono ovviamente le difficoltà giuridiche. Se la Libia riuscirà ad avere un governo legittimo, riconosciuto dalla comunità internazionale e capace di esercitare un minimo di controllo sul territorio, una delle prime cose su cui si dovrebbe impegnare sarebbe di permetterci di fare quanto necessario per neutralizzare gli imbarchi.

 

Se invece la Libia è condannata a restare a lungo un failed state, le Nazioni Unite non potranno negarci la possibilità di difendere un interesse prioritario e legittimo. La conclusione del Consiglio europeo parla anche della necessità di accordi con i paesi di origine degli emigranti. È probabilmente la parte più velleitaria.

 

Le rotte di transito, in prevalenza attraverso il Sahara, non erano controllabili nemmeno quando c’erano le potenze coloniali; sono fin dall’antichità terreno d’elezione di bande di predoni dediti a ogni genere di traffico, compreso quello degli schiavi. L’idea di organizzare canali umanitari attraverso accordi con i paesi d’origine è particolarmente velleitaria.

 

Forse qualche accordo limitato si può concludere, per esempio per i rifugiati siriani in Turchia; per il resto, si tratta nella maggior parte dei casi di paesi in guerra, spesso corrotti, comunque inaffidabili; ci sono fondati sospetti che in alcuni casi siano i governi stessi a organizzare il traffico.

 

Del resto anche se alcuni corridoi umanitari potessero funzionare, le masse degli esclusi s’indirizzerebbero comunque verso i canali illegali. C’è anche l’ipocrisia suprema che dovrebbe mettere d’accordo angelici e spietati: un piano Marshall per l’Africa per far sì che lo sviluppo economico fermi la spinta alla fuga. Ottima idea, ma perché abbia effetto serve almeno una generazione. Inoltre proprio l’esperienza africana ci dice che la stabilità è un prerequisito per lo sviluppo; con paesi strutturalmente instabili e corrotti sarebbe come gettare soldi in un pozzo senza fondo.

 

Con buona pace degli angelici, degli spietati e della loro demagogia a buon mercato, l’opinione pubblica dovrebbe essere educata a una doppia dura realtà. Da un lato siamo destinati ad assorbire un numero importante di disperati e che quindi bisogna accettare di mobilitare le risorse necessarie per un’accoglienza umana e per la loro integrazione. Dall’altro, una politica basata unicamente su principi umanitari e di solidarietà non reggerebbe a lungo.

 

C’è un limite alla capacità di assorbimento di una società europea che sta faticosamente uscendo da una grande crisi, le cui finanze pubbliche sono esangui ed è attraversata da crescenti fenomeni di razzismo e xenofobia. È utile ricordare che nazioni come l’Olanda e i paesi scandinavi, bastioni della tolleranza, sono anche fra i più vulnerabili al successo elettorale di partiti populisti e xenofobi. Il fenomeno è però generale; parafrasando François Mitterrand, l’Europa non può essere la soluzione di tutta la miseria del mondo.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, AffInt

 

 

 

 

Fmi, Bm e G20. La tela lisa della cooperazione internazionale

 

Un senso di insoddisfazione e di incertezza si percepiva diffusamente a Washington a metà aprile sia nelle riunioni ufficiali del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale (Bm) e del Gruppo dei 20 (G20), sia nei numerosi eventi di contorno organizzati dai vari think tanks operanti nella capitale statunitense.

 

Insoddisfazione per gli andamenti non proprio brillanti dell'economia mondiale, ancora frenata dalla ‘eredità’ della crisi, da irrisolti squilibri interni ed esterni, da elevato indebitamento pubblico e privato, dal proliferare di conflitti geopolitici.

 

Incertezza per i dubbi crescenti sulla capacità delle politiche economiche finora perseguite di gestire i numerosi rischi che pesano sulle prospettive di crescita e di sviluppo sostenibile e sulla stabilità monetaria e finanziaria internazionale.

 

Disagio nei comunicati ufficiali

Questo disagio era percepibile anche tra le righe dei comunicati ufficiali, di solito improntati ad una certo ottimismo di maniera.

 

Nel comunicato dei ministri del Fmi si faceva esplicito riferimento alla insufficiente crescita del reddito potenziale nel medio temine, sia nei Paesi avanzati (compresi gli Sati Uniti) sia nelle economie emergenti (compresa la Cina), a causa di fattori come l'invecchiamento della popolazione, la bassa crescita della produttività totale e il basso volume di investimenti.

 

Da qui l'invito ad accompagnare le politiche macroeconomiche di sostegno alla crescita con riforme strutturali e con piani di investimenti pubblici per promuovere l'innovazione tecnologica e il rafforzamento del capitale umano.

 

Nel comunicato dei ministri e governatori del G20 si esprimeva forte preoccupazione per i rischi di instabilità finanziaria e dei tassi di cambio causati dalle politiche monetarie di "quantitative easing" adottate dai maggiori paesi senza tenere nel debito conto le ripercussioni sulle economie emergenti.

 

Per contro non si faceva quasi nessun riferimento agli ambiziosi obiettivi di crescita globale annunciati solo pochi mesi fa dalla presidenza australiana del G20 con il Piano d'Azione di Brisbane.

 

Incertezze sulle strategie da adottare

Ma è dai seminari informali in cui policy-makers ed economisti accademici hanno discusso le sfide dell'attuale congiuntura che sono emersi i maggiori segnali di incertezza sulle strategie da perseguire.

 

Un seminario pubblico organizzato dall’Fmi presso la George Washington University aveva per tema "Rethinking Macro Policies" e come sottotitolo "Progress or Confusion?".

 

Nel concludere due giorni di dibattiti cui hanno partecipato i più eminenti economisti del momento (tra cui Summers, Rogoff, Feldstein, Caballero, Shin, De Long), il capo del Dipartimento di Ricerca dell’Fmi Olivier Blanchard ha dovuto ammettere che s’è fatto un gran lavoro di analisi di "nuove" politiche macroeconomiche, ma che non s’è ancora individuato quale possa essere il punto di arrivo finale.

 

Non vi sono, in altre parole, certezze sulle concrete regole operative da adottare e sull'efficacia di strumenti innovativi come le politiche macroprudenziali per gestire casi di instabilità finanziaria sistemica, le politiche monetarie di "quantitative easing" per combattere i rischi di stagnazione e di deflazione, le politiche fiscali “growth-friendly" per conciliare la riduzione dei debiti pubblici con il sostegno alla crescita e all'occupazione e infine le stesse politiche di riforme strutturali per accrescere il potenziale di crescita delle economie.

 

Il consiglio era quindi di procedere con cautela, valutando accuratamente le distorsioni e i rischi che possono derivare dalle nuove strategie anticrisi. Non proprio incoraggiante.

 

Una tela sotto tensione

In questo contesto, la tela della cooperazione internazionale è apparsa sotto forte tensione e a rischio di sfilacciamento. I ‘tessitori’ che operano nell’Fmi, nella Banca mondiale, nel G20, continuano instancabili nello sforzo di ricucire gli strappi, ma le divergenze geopolitiche stanno avendo un impatto potenzialmente dirompente.

 

Se n’è avuta conferma nei seminari del Peterson Institute for International Economics e nei dibattiti del Re-inventing Bretton Woods Committee.

 

S’è avvertita sempre di più una netta differenziazione tra le posizioni dei paesi avanzati e delle economie emergenti su molti temi cruciali per la stabilità monetaria e finanziaria internazionale.

 

Ultimo oggetto di contesa sono da qualche anno le politiche monetarie espansive adottate da Stati Uniti, Giappone e Eurolandia che hanno fatto apprezzare le monete dei paesi emergenti, costringendoli a introdurre controlli sugli afflussi di capitale e a intervenire massicciamente sui mercati dei cambi per limitare le implicazioni negative per le loro esportazioni e i loro sistemi bancari.

 

In sostanza, i paesi del G7 sono accusati di "allentamento monetario competitivo" dai paesi emergenti e questi a loro volta sono accusati di "manipolazione dei tassi di cambio".

 

Due filosofie profondamente diverse

Sullo sfondo vi sono due filosofie profondamente diverse, con il G7 ancora favorevole ad un approccio per così dire "liberista", in cui ciascun paese persegue obiettivi nazionali con politiche economiche di impostazione nazionale, lasciando alla flessibilità dei cambi e alla mobilità dei capitali il compito di gestirne le ripercussioni internazionali.

 

I paesi emergenti, per contro, sono molto più favorevoli ad un approccio "interventista" e chiedono ora a gran voce un coordinamento internazionale delle politiche macroeconomiche per gestire i flussi speculativi di capitale e la volatilità dei tassi di cambio, il che sembra comunque un passo avanti - da verificare, peraltro - rispetto a precedenti rifiuti a "ribilanciare" le loro politiche interne per ridurre gli squilibri globali delle bilance dei pagamenti.

 

Ha contribuito a creare questo clima di conflittualità anche il persistente rifiuto del Congresso americano di ratificare l'accordo sulla riforma della governante dell’Fmi raggiunto nel 2010 e che avrebbe accresciuto il peso politico e il contributo finanziario dei paesi emergenti e della Cina in particolare.

 

Al Congresso fioriscono, invece, numerose iniziative volte a introdurre misure di rappresaglia commerciale o valutaria contro i paesi "manipolatori dei cambi" e a ostacolare i negoziati in corso sugli importanti accordi commerciali sul fronte Trans-Pacifico e Trans-Atlantico.

 

Non deve sorprendere quindi che la Cina porti avanti iniziative concorrenti al di fuori delle sedi tradizionali della cooperazione internazionale, come la creazione della Banca dei Brics o della Asian Infrastructure Investment Bank.

 

È semmai sorprendente che su quest'ultima proposta vi sia stata una spaccatura all'interno del G7, con gli Stati Uniti contrari ad accettare l'invito cinese a partecipare, accolto invece da Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia.

 

È tuttavia prematuro concludere che questo episodio sia l'inizio di una nuova assertività europea a livello internazionale. In realtà, nelle riunioni di Washington, gli europei erano quasi esclusivamente esponenti dei governi e delle banche centrali, assai impegnati a spiegare gli ultimi sviluppi della nostra ennesima crisi interna e poco inclini a valorizzare il ruolo potenziale dell’Ue sulla scena globale.

Fabrizio Saccomanni, Economista,  AffInt. 4

 

 

 

 

 

Per non peggiorare

 

La situazione italiana, in tutte le sue multiformi manifestazioni, resta delicata. L’Esecutivo Renzi continuerà a non avere vita facile e, forse, neppure troppo lunga. Se “regge” è per varare la nuova legge elettorale. Di fatto, il nostro Esecutivo si trova ancora alla presenza di una flessione del quadro economico e la stabilità politica potrebbe divenire precaria. Non è, quindi, possibile, almeno non ci appare sensato, fare delle previsioni sulla scadenza della Legislatura.

 

 Ci sono, del resto, ancora parecchi punti “nodali” che la Squadra del Presidente del Consiglio dovrà affrontare entro i prossimi mesi. Aspetti che vanno oltre la crisi economica e sembrano la premessa per rendere incontenibile una crisi politica. In altri termini, le argomentazioni atte al rilancio della nostra economia dovranno essere correlate a provvedimenti che non sono stati ancora presi a livello di partito. Almeno per ora, il Governo, con un Opposizione più coesa che per il passato, s’è limitato a dare corpo a un patto di stabilità che dovrebbe essere triennale. Intanto, il 2016 potrebbe registrare un Prodotto Interno Lordo positivo. PIL d+0.5% (per la prima volta negli ultimi tre anni). Fiscalmente, nonostante le assicurazioni, restiamo il Popolo tra i più tartassati d’Europa. Circa il 40% delle entrate, quando integralmente dichiarate, è costituito da imposte. Nella più favorevole delle ipotesi, il costo della vita dovrebbe lievitare del +2% rispetto a quest’anno.

 

 Non si può ipotizzare una politica più accomodante. Sul credito bancario, se ancora esiste, preferiamo stendere un velo d’oblio per non “sollecitare” le nostre tasche vuote. In altri termini, ci attendono altri sacrifici, altre rinunce, per tentare di favorire l’annunciata ripresa. Per salvare quello che ancora si può, si monitorerà la domanda interna. Pure con proposte d’investimento di capitale oltre l’Unione Europea. Altre possibilità proprio non ne vediamo.

 

 Solo con una politica economica più oculata, che tuteli i redditi sino a un certo imponibile e riducendo la disoccupazione (ora al 12.5%), sarebbe, forse, possibile favorire il rilancio del bilancio nazionale. Nei prossimi mesi, vedremo se il Governo dalle Larghe Intese (sempre più chiacchierate), riuscirà nell’intento di avvantaggiare il caso dell’Azienda Italia. Insomma, il Paese avrebbe bisogno di meno politica e più stabilità economia. Sarà la volta buona?

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Expo 2015. La Carta di Milano e il diritto al cibo

 

Il 1° maggio 2015, con l'inaugurazione di Expo Milano 2015, è aperta alla firma la Carta di Milano, che dovrebbe costituire l'eredità immateriale dell'esposizione universale.

 

Gli obiettivi sono ambiziosi: promuovere la realizzazione del diritto al cibo, combattere la denutrizione e garantire l’equo accesso al cibo per tutti. Ma qual è la natura della Carta? Si tratta davvero di un documento innovativo nel panorama globale, in particolare per quanto riguarda il suo punto centrale, il diritto al cibo?

 

Un testo non vincolante, ma essenzialmente morale

La Carta di Milano, come affermato dal Ministro dell’Agricoltura Martina, non si pone come "documento intergovernativo, ma come strumento di cittadinanza globale".

 

Non si tratta cioè di un trattato internazionale, soggetto alla ratifica degli Stati. La Carta sarà sottoscritta da individui, i quali assumono il personale impegno (di cittadini, membri della società civile, imprese) a contribuire alla realizzazione degli obiettivi indicati, anche sollecitando le istituzioni politiche nazionali e internazionali.

 

Ne consegue che la Carta non ha alcun valore vincolante e costituisce un testo di significato essenzialmente morale e politico.

 

Quindi, molto rumore per nulla? Sarebbe una conclusione affrettata (e forse ingenerosa). La scelta fatta appare dettata dalla consapevolezza che l'adozione di un trattato internazionale, ma anche di un documento intergovernativo non vincolante, avrebbe incontrato elevate difficoltà, quanto al negoziato dei contenuti e alla partecipazione degli Stati.

 

L'idea di proporre la Carta di Milano come strumento aperto alla firma degli individui (visitatori di Expo o via internet) va dunque salutata con favore. La scelta si pone in linea con una delle tendenze del diritto internazionale contemporaneo, che vede un ruolo sempre più incisivo della società civile internazionale nel promuovere lo sviluppo di norme o comportamenti virtuosi degli Stati.

 

Una qualche confusione può derivare dal fatto che il progetto della Carta di Milano si è venuto ad affiancare a quello per l'adozione di un “Protocollo di Milano”, promosso dal 2013 dalla Fondazione Barilla Cfn.

 

La Carta trae largamente ispirazione dal Protocollo, che figura tra i documenti di riferimento. Non è ben chiaro se il progetto di adozione del Protocollo di Milano,sempre nel quadro di Expo 2015, rimanga in piedi. Il risultato finale in questo caso parrebbe essere un vero e proprio trattato internazionale, come si evince dall'art. 8 (“entrata in vigore”) del documento del 3 aprile 2015.

 

In ogni caso, non si può fare a meno di rilevare che il testo del Protocollo attualmente disponibile - pur evidenziando aspetti di notevole interesse dal punto di vista sociologico, economico e politico - richiederebbe sul piano giuridico-formale un’accurata revisione.

 

Carta di Milano e Protocollo di Milano

Sul piano dei contenuti, la Carta di Milano prevede un’articolata serie di impegni volti all’obiettivo di un equo accesso al cibo, in materia di lotta agli sprechi alimentari, difesa del suolo e della biodiversità, educazione alimentare, sostegno degli agricoltori e delle piccole imprese.

 

Questo sulla base del riconoscimento del diritto al cibo come diritto umano fondamentale. La portata innovativa della Carta risiede naturalmente più nella declinazione di alcuni degli impegni per il conseguimento dell’obiettivo che non nella riaffermazione del diritto al cibo.

 

Anzi, a questo riguardo sarebbe stato preferibile un linguaggio più incisivo (“riteniamo debba -“should” nella versione inglese - essere considerato un diritto umano fondamentale”).

 

Sorprende poi la mancata citazione degli atti internazionali fondamentali in materia, in un testo fitto di riferimenti. Il diritto al cibo è riconosciuto a livello internazionale già a partire dalla Dichiarazione universale del 1948 (art. 25) e ha trovato piena espressione nell’art. 11 del Patto Onu sui diritti economici, sociali e culturali del 1966.

 

Le 164 parti di tale trattato riconoscono il diritto di ogni individuo ad un tenore di vita adeguato, che includa cibo sufficiente, e il diritto fondamentale alla libertà dalla fame.

 

Queste disposizioni sono rimaste per lungo tempo in una sorta di letargo. Da alcuni decenni, tuttavia, il diritto al cibo è stato posto al centro del dibattito internazionale riguardo alla lotta alla fame. Importanti in tal senso il Vertice mondiale sull’alimentazione della Fao del 1996 (e i relativi seguiti) e soprattutto, dal 2000, i lavori dei relatori speciali Onu sul diritto al cibo, che hanno contribuito a dare concretezza al diritto, rivolgendo osservazioni agli Stati riguardo a concrete violazioni.

 

Il diritto al cibo è poi affermato nelle costituzioni di un numero crescente di Stati e applicato in decisioni di corti nazionali (ad es. in India e Sudafrica). Dunque è da ritenere che si tratti di un diritto già pienamente vigente sul piano internazionale.

 

Questo nonostante la posizione degli Usa, che continuano ad affermare che, per gli Stati che non abbiamo concluso trattati in materia, esso costituirebbe una mera aspirazione etico-politica.

 

Fino al 2009, gli Usa hanno addirittura votato contro le annuali risoluzioni dell'Assemblea generale dell'Onu sul diritto al cibo. Negli ultimi anni, l'amministrazione Obama ha deciso di non opporsi all'adozione delle risoluzioni, ma il rappresentante Usa non perde l'occasione di ripetere che al diritto al cibo non corrisponde alcun obbligo internazionale.

Marco Gestri, Professore di diritto internazionale, AffInt

 

 

 

 

Gb, trionfo per Cameron: "Referendum su permanenza in Ue". Delusione Labour, Miliband lascia

 

Trionfo per i Conservatori di David Cameron nelle elezioni in Gran Bretagna. Ai Tories sono andati in tutto ben 331 seggi (+24 seggi rispetto al 2010), mentre i Laburisti si fermano a 232 seggi (-26). Un risultato che ribalta i sondaggi degli ultimi giorni che fotografavano una situazione di quasi assoluta parità tra i due partiti maggiori in termini percentuali. Tracollo per i Liberaldemocratici che conquistano appena 8 seggi, mentre gli scozzesi del Snp passano da 6 a 56 seggi. L'Ukip ottiene un solo seggio contro i 2 della passata legislatura.

Intorno alle 13.30 il premier conservatore è arrivato a Buckingham Palace per incontrare la regina Elisabetta e avviare l’iter per la formalizzazione del suo secondo mandato come primo ministro prima della formazione di un nuovo governo. "Credo fermamente che ci troviamo sul punto di realizzare qualcosa di speciale per il nostro Paese", ha detto Cameron dopo essere rientrato a Downing Street. "Ho sempre creduto di dover governare con rispetto", ha aggiunto il premier, impegnandosi a proseguire nel percorso di devolution per la Scozia, il Galles e l'Irlanda del Nord, sul quale "tutti i partiti" si erano espressi a favore nel precedente Parlamento.

Nel breve discorso Cameron ha confermato anche l'intenzione di voler indire un referendum sulla permanenza del Regno Unito nella Ue. "Faremo il referendum sul nostro futuro in Europa", ha detto riferendosi probabilmente al progetto iniziale di convocare la consultazione nel 2017.

Precedentemente Cameron aveva detto di sperare di governare per tutto il Regno Unito. "E' stata la vittoria più dolce di tutte", il primo commento del leader conservatore allo staff e agli attivisti del suo partito. Il premier ha poi sottolineato: "Hanno sbagliato i sondaggi ed hanno sbagliato gli opinionisti". Il Partito Conservatore costruirà sulle "fondamenta" della sicurezza economica nei prossimi cinque anni. La Gran Bretagna, ha aggiunto, "deve tenere" il referendum promesso sull'adesione all'Unione europea e "voglio fare in modo che ci siano buone scuole per tutti i nostri figli, indipendentemente dal luogo in cui vivono o dal loro retroterra". Il premier ha poi ricordato di volere "governare per tutti" e di "portare il nostro Paese insieme, il nostro Regno Unito insieme attuando il più rapidamente possibile la devolution che abbiamo promesso, concordata con altri Paesi, sia per il Galles che per la Scozia".

Miliband: responsabilità solo mia - Ha invece sofferto una "notte difficile e deludente" il leader britannico dei Laburisti, Ed Miliband che si è assunto la piena responsabilità per la sconfitta laburista e si è dimesso dalla guida del Partito, invocando "una nuova leadership". "Non è questo il discorso che avrei voluto pronunciare", ha detto Miliband all'inizio del suo intervento davanti allo staff e ai militanti laburisti nella sede londinese del partito, dicendosi dispiaciuto per i colleghi che avevano perso il proprio seggio parlamentare. "La Gran Bretagna -ha detto - ha bisogno di un Partito laburista forte ed è giunto il momento che qualcun altro ne assuma la leadership". Ora, ha aggiunto, è necessario un "dibattito aperto e onesto, senza ipocrisie" sul futuro del partito". Poi, in un passaggio sottolineato dagli applausi e dalle urla di incoraggiamento dei militanti, Miliband ha cercato di rincuorare i presenti affermando, "ci siamo rialzati in passato e lo faremo ancora in futuro".

Farage fuori da Parlamento si dimette - Il leader dell'Ukip Nigel Farage ha annunciato le sue dimissioni dopo la sconfitta nel collegio di South Thanet, conquistato dal candidato conservatore Craig MacKinlay. A Farage sono andati 16.026 voti, contro i 18.838 di MacKinlay. . "Una parte di me -ha detto- è delusa, l'altra è più felice di quanto non mi sia sentito da molti, molti anni". Il leader dell'Ukip ha criticato il sistema elettorale britannico che ha assegnato in Scozia quasi la totalità dei seggi all'Snp che ha ottenuto il 50% dei voti in quell'unica regione, lasciando invece al suo partito, terza forza politica a livello nazionale con tre milioni di voti, un solo seggio a Westminster. "Serve un'autentica e radicale riforma della politica", ha detto Farage.

Lascia anche Clegg - "Mi aspettavo che queste elezioni fossero eccezionalmente difficili per i Libdem", ha dichiarato Clegg. Ma, ha aggiunto, "evidentemente i risultati sono stati incommensurabilmente più devastanti e crudeli di quanto avrei mai potuto immaginare".

Sturgeon, non chiederemo un altro referendum - Le elezioni politiche non sono state un voto per l'indipendenza scozzese e l'eccellente risultato dello Scottish National Party non spingerà il partito a chiedere un altro referendum. Lo ha ribadito la leader dell'Snp Nicola Sturgeon, affermando di essere già stata al riguardo "molto, molto chiara durante la campagna elettorale" e di "non volersi rimangiare la parola". La Sturgeon, trionfatrice della notte elettorale, ha poi confessato alla Bbc di essere stata fiduciosa sul risultato, "ma di non avere mai immaginato 56 seggi". Quanto al tracollo dei Laburisti in Scozia, per la Sturgeon la colpa non può essere attribuita all'Snp, ma all'incapacità del Labour di battere i Conservatori.

Scozia elegge la più giovane parlamentare dal 1667 - Ha 20 anni la più giovane candidata eletta al parlamento britannico dal 1667: Mhairi Black, esponente del SNP, il partito nazionalista scozzese, ha avuto la meglio sull'esponente laburista Douglas Alexander nel collegio di Paisley and Renfrewshire.

Dopo 7 anni Boris Johnson torna in Parlamento - Il sindaco conservatore di Londra, Boris Johnson, torna in Parlamento dopo sette anni di assenza. Prima delle elezioni di ieri, Johnson, che si è aggiudicato il seggio di Uxbridge e South Ruislip, aveva spiegato di volere coniugare i suoi compiti di sindaco e membro del Parlamento per il prossimo anno. Visto da alcuni come il prossimo leader dei Conservatori, Johnson era stato in Parlamento dal 2001 al 2008.

La reazione Ue - Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, si congratula con leader conservatore britannico, David Cameron, per il successo alle elezioni di ieri. La Commissione, ha spiegato il portavoce di Juncker, "è pronta a lavorare costruttivamente con il nuovo governo britannico" ed esaminerà ogni richiesta del Regno Unito di modificare le relazioni con la Ue "in maniera amichevole e oggettiva", ma senza modificare i Trattati.

I numeri - Ai Tories sono andati in tutto ben 331 seggi (+24 seggi rispetto al 2010) con una percentuale di voto a livello nazionale del 36,9% (+0,8%). I Laburisti hanno ottenuto solamente 232 seggi (-26), pur vedendo aumentare lievemente (+1,5%) le proprie percentuali di voto al 30,4%. I voti per i Conservatori sono stati 11.334.920, circa due milioni in più rispetto ai 9.344.328 dei Laburisti. Il risultato definitivo dell'affluenza è del 66,1% degli aventi diritto. Il terzo partito a Westminster in termini di seggi è l'Snp, che ha ottenuto 56 deputati (+50), con il 4,7% (+3,1%) dei voti concentrati nella sola Scozia, pari a 1.454.436 votanti, circa la metà dell'elettorato scozzese. A livello nazionale la terza forza politica è invece l'Ukip con il 12,6% (+9,5%), pari a 3.881.129 voti, che tradotti in seggi hanno prodotto un unico deputato. L'Ukip, che per la prima volta riesce ad entrare a Westminster in occasione di un'elezione generale, compie comunque un passo indietro rispetto alla precedente legislatura dove, a seguito di due elezioni suppletive, era riuscito a conquistare due deputati. I risultati finali ribadiscono il tracollo dei Liberal democratici che ottengono appena 8 seggi (-49), con il 7,9% (-15,2%) dei consensi a livello nazionale, pari a 2.415.888 voti. Infine, a livello nazionale, i Verdi si sono aggiudicati un seggio, con il 3,8% dei consensi (+2,8%), pari a 1.157.613 voti.

L'analista di Open Europe - David Cameron ha trionfato alle elezioni in Gran Bretagna perché "i dati economici sono dalla sua parte" e la sua vittoria è positiva per l'Europa, perché accresce le possibilità di una permanenza di Londra nell'Ue. E' l'analisi, all'indomani del voto dal quale il leader conservatore è uscito forte di un successo totalmente imprevisto, fatta da Vincenzo Scarpetta, analista politico del think tank "Open Europe" con sedi a Londra e Bruxelles.

"Potrà sembrare paradossale, ma io credo che il suo successo sia positivo per l'Unione Europea", dice Scarpetta all'Adnkronos, ricostruendo le ragioni dell'ingresso dl Regno Unito nel club europeo. "Negli anni Settanta Londra entrò al termine di un ragionamento esclusivamente di carattere economico, l'elemento emotivo, quello della pace dopo la Seconda guerra mondiale, manca del tutto - ricorda - per cui l'Europa viene vista come eccessivamente invadente e distante. Ma non è che se avessero vinto i laburisti, le cose sarebbero state diverse, non è che i britannici sarebbero diventati eurofederalisti".

Anzi, prosegue l'analista nel suo ragionamento, "paradossalmente se avesse vinto il Labour sarebbe stato peggio, perché il problema del rapporto tra Londra e Bruxelles sarebbe stato solo rinviato: entro i prossimi cinque anni, la probabilità di un'uscita sarebbe stata più bassa, perché non avrebbero fatto il referendum, ma tra dieci sarebbe stata più alta, perché le riforme non si sarebbero fatte con la stessa forza con cui adesso può avviarle Cameron. Che, se avesse perso le elezioni, si sarebbe dimesso e sarebbe probabilmente stato sostituito da un leader conservatore più euroscettico". Adnkronos 8

 

 

 

 

Ue, Italia e migranti. Il Consiglio europeo, di straordinario nulla

 

Neanche l’orrore degli 850 migranti annegati nel naufragio avvenuto nella notte il 18 aprile nel Canale di Sicilia è bastato a far cambiare passo all’Europa. Per l’ennesima volta, a dispetto delle dichiarazioni e delle attese, la montagna ha partorito un topolino.

 

Il Consiglio europeo straordinario convocato il 23 aprile su richiesta del Governo italiano, per lanciare un piano coordinato per fronteggiare l’intensificazione degli arrivi di migranti dal Sud del Mediterraneo, ha concordato misure limitate, non risolutive e soprattutto già vecchie. Altro che game-changing. La dichiarazione rilasciata dopo ore di confronto tra i capi di governo è tra i risultati più ordinari e prevedibili raggiunti in anni di dibattiti comunitari sull’immigrazione.

 

“Rafforzare la presenza europea in mare. Lottare contro i trafficanti nel rispetto del diritto internazionale. Prevenire i flussi migratori illegali. Rafforzare la solidarietà e la responsabilità interne”. Un piano striminzito che ricalca senza fantasia quelli varati ciclicamente a partire dal 2005, anno in cui Frontex, l’agenzia per il controllo delle Frontiere esterne dell’Unione è diventata operativa. Che allora l’allerta fosse indirizzata ai flussi irregolari in partenza dall’Africa occidentale e diretti in Spagna conta poco. La sostanza resta la stessa.

 

Rafforzare il controllo delle frontiere esterne

Oggi come allora, il vertice europeo straordinario dedicato all'emergenza immigrazione non è riuscito ad immaginare altro intervento che quello legato al rafforzamento dei mezzi per potenziare il controllo delle frontiere esterne dell’Unione.

 

Tuttavia, se risorse aggiuntive per pattugliare le acque del Mediterraneo sono stati già assicurati da Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Croazia, Slovenia e Norvegia, manca, tra i 28, una visione comune sulle implicazioni umanitarie del rafforzamento delle operazioni Frontex, il cui mandato, ad oggi, resta invariato: non ‘ricerca e salvataggio’, ma mero pattugliamento delle frontiere esterne dell'Ue entro 30 miglia dalle coste.

 

Che la questione dei limiti territoriali del mandato continui a dividere l’Europa l’ha confermato anche la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Sono stata io a sollevare la questione della portata di Triton e dell'area di intervento e ho notato che c’è una comprensione molto diversa di quello che Triton può fare tra i vari Stati membri. Saranno gli esperti e i legali a valutare”.

 

Dichiarazione che la dice lunga sia sulle tempistiche necessarie ad un eventuale cambio di mandato, sia sulla paura di molte cancellerie ad avviare un’operazione di search and rescue europea che potrebbe trasformarsi in un fattore di attrazione per nuovi flussi irregolari.

 

Punto chiave, quest’ultimo, visto che gran parte degli stati membri non ha alcuna intenzione di accogliere nuovi migranti. Cameron, il premier britannico ha chiarito che l’intervento britannico ci sarà, a patto “che le persone salvate siano portate nel Paese sicuro più vicino, probabilmente in Italia, e che non chiedano asilo nel Regno Unito”.

 

Posizione condivisa da un manipolo crescente di governi, sempre più orientati a gestire la questione flussi irregolari fuori da casa propria, agendo lì dove migranti irregolari partono e transitano. Misura che prevede, come già prospettato dal processo di Khartoum, il sostegno a paesi di transito come Tunisia, Egitto, Sudan, Mali e Niger per il monitoraggio e il controllo delle frontiere e delle rotte, e il dispiegamento di ufficiali di collegamento europei nei paesi chiave per raccogliere informazioni sui flussi migratori, garantendo un coordinamento con le autorità nazionali e locali.

 

Nessun riferimento a vie alternative e sicure

Voci critiche ritengono che sarebbe questa la ragione dietro l’assenza di riferimenti al potenziamento delle vie alternative e sicure di accesso all’Europa. Misure esistenti e realizzabili, ha ribadito Christopher Hein del Consiglio Italiano Rifugiati, e che comprendono canali e visti umanitari, domande d’asilo da paesi terzi, un massivo programma di ricollocamento e re-insediamento.

 

Azioni, che ad oggi, restano bloccate dal malfunzionamento del sistema Dublino, rispetto alla cui ridefinizione anche il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker avrebbe voluto “un risultato più ambizioso”. Delusione comprensibile, considerato che le proposte del Consiglio per “rafforzare la solidarietà e la responsabilità interne” hanno soltanto evidenziato la necessità di “aumentare gli aiuti d'urgenza agli Stati membri in prima linea, considerando opzioni per l'organizzazione di una ricollocazione di emergenza fra tutti gli Stati membri su base volontaria”. Ossia a discrezione degli stati membri.

 

Su questo fronte, la stessa proposta di istituire un primo progetto pilota volontario in materia di re-insediamento in tutta l’Ue, rappresenta un risultato magro e sottodimensionato: sarebbero soltanto 5.000 i posti disponibili per le persone ammissibili alla protezione. Un’offerta visibilmente sproporzionata rispetto al numero di migranti forzati che cercano salvezza in Europa: 2.800 quelli soccorsi soltanto in quest’ultimo fine settimana al largo delle coste italiane. Cifra, che secondo IOM, porta a15.000 le persone arrivate via mare in Italia nel 2015.

 

La priorità assoluta “salvare vite umane” e la sua negazione

Se la priorità assoluta per l’avvio del Consiglio straordinario - per il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, - era evitare altre morti in mare, le conclusioni raggiunte rischiano di produrre il risultato inverso anche rispetto alla più mediatizzata delle proposte in tavola: la lotta senza se e senza ma ai trafficanti di esseri umani. Una guerra dichiarata chiudendo gli occhi sull’aspetto sostanziale del fenomeno, ossia la scelta volontaria del migrante nell’affidarsi ai trafficanti per potere schivare le restrizioni frontaliere e cercare riparo in Europa.

 

Diversamente dalla tratta di esseri umani che esclude la consensualità tra trafficato e trafficante, lo smuggling, il favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, rappresenta l’effetto collaterale più evidente delle politiche migratorie restrittive varate nell’ultimo decennio. Per Zeid Ra’ad Al Hussein, commissario Onu per i Diritti umani, proprio “la mancanza di canali regolari, e il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dell’Unione, ha costretto i migranti a rivolgersi ai gruppi criminali di trafficanti che operano lungo le frontiere meridionali d’Europa”.

 

Temi che si intrecciano con i piani concreti che verranno varati per debellare la rete criminale dei trafficanti e che sollevano questioni anche sul secondo effetto collaterale del contrasto all’immigrazione irregolare: lo spostamento delle rotte irregolari in aree frontaliere meno presidiate come quella che dalla Grecia transita attraverso i Balcani, regione, per ora fuori dai radar di intervento dell’Unione, e che secondo Frontex, tra gennaio e marzo 2015 ha già registrato 32.421 ingressi irregolari a fronte dei 10.237 registrati nel Mediterraneo centrale.

 

Ciò che sarà lo si vedrà in due appuntamenti decisivi. Quello del 13 maggio quando Dimitris Avramopolous, il commissario Ue all’Immigrazione, presenterà il nuovo piano quinquennale per l’immigrazione. E quello del 25 Giugno, quando, in un Consiglio che si annuncia rovente, i 28 dovranno mettere nero su bianco la road-map per trasformare le chiacchiere in azione.

Enza Roberta Petrillo, ricercatrice, AffInt 28

 

 

 

 

 

 

L’impossibile

 

Impraticabile. Se la politica italiana potesse essere meritevole di una stima, tale qualifica sarebbe la più appropriata. Per carità, il nostro non è un giudizio, ma solo un parere che, però, appare sempre meno personale.  I “mille giorni” di Renzi, ormai varati, sembrano un progetto inconcludente. Il Paese è ancora in crisi.

 Su questa realtà riteniamo, però, che non ci sia uniformità di vedute. Le differenze, non proprio marginali, si evidenziano nei modi proposti per garantire una continuità politica. L’Esecutivo porta avanti una tesi che si aggiorna in funzione delle “carenze”. Dai problemi economici sembra non sfuggire nessuno. Pur premettendo che, pochi, tali problemi non li hanno mai avuti. Così non è facile focalizzare la realtà nazionale senza mettere in ballo una politica faziosa e, comunque, priva d’originali presupposti per trovare delle sanatorie a una situazione sociale che sembra essere incontenibile nella sua evoluzione.

 Tra promettere e mantenere c’è un bilancio che non quadra. Neppure con le migliori prospettive già avanzate per il 2016. Le scelte, che non abbiamo mai visto ottimali, ora sono state fatte. Lo riconosciamo con la certezza di non essere i soli a provare la realtà di una situazione tanto imprevedibile.

 Dato che non siamo in grado di attribuire “colpe” o “ragioni”, non ci resta che esaminare ciò che servirebbe alla bisogna, ma non è stato ancora fatto. Per dare dinamicità all’economia, necessiterebbero interventi economici “protetti” da agevolazioni fiscali che proprio non ci sono. Nel Bel Paese si continua a confondere le “necessità” collettive con i “desiderata” dei singoli. Così, il quadro economico nazionale non potrà assestarsi nella maniera corretta. Lo Stato imprenditore continua a non convincerci, mentre l’iniziativa privata è penalizzata da gabelle che hanno un peso sulla produttività nazionale.

Se non si dovesse trovare un rimedio, che proprio non riusciamo a immaginare, l’Italia potrebbe trovarsi a subire una “recessione” che l’economia europea non sorreggerebbe. La questione è, e rimane, sul fronte delle giuste scelte politiche. Come a scrivere che l’attuale maggioranza potrebbe perdere di attendibilità. Lungi dal proporre un pessimismo di bassa lega, resta da prendere in esame, senza pregiudizi, il fronte politico che non ritiene sufficientemente “garantista” il disegno del Governo.

 Nell’incertezza, rimaniamo in posizione d’osservazione; senza assumere, per nostra scelta, posizioni “pro” o “contro” chi guida il Paese. Resta che se l’”impossibile” non troverà i presupposti per evolversi in “possibile”, la recessione falcidierà anche le più ottimistiche previsioni. Quelle che non abbiamo fatto, da subito, nostre. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Legge elettorale. Italicum, un vero spartiacque politico

 

La nuova legge elettorale è un successo controverso di Renzi. Approvarla a colpi di fiducia ne ha minato la legittimità. Ma il nuovo testo non è peggiore del Porcellum  - di Massimo Franco

 

È stata approvata la nuova legge elettorale, e questo è un merito che Matteo Renzi può ascriversi. La sua vittoria prescinde dal contenuto della riforma, che entrerà in vigore tra non prima di un anno e produrrà effetti ancora tutti da verificare. Anche dal punto di vista del metodo, l’Italicum ufficializza un successo controverso. Approvarlo senza nemmeno l’appoggio dell’intera maggioranza di governo, e con gli scanni dell’opposizione deserti, offre agli avversari un’arma per contestarne la legittimità; e crea un precedente nella storia parlamentare, del quale la sinistra si è assunta la responsabilità. Si tratta di un vero spartiacque, destinato a segnare il futuro della legislatura.

 

Verosimilmente non sarà ritenuto incostituzionale. E l’Italicum non è certo peggiore del Porcellum di cui prende il posto. Ma porta con sé il trauma della frattura dentro il Pd di cui Renzi è segretario, e forse ne produrrà altri. E pone il problema di una ricostruzione degli equilibri e degli spazi dell’opposizione, oggi ridotta ad un cumulo di macerie e di piccoli protagonismi che esaltano l’assenza di leadership: in primo luogo nel centrodestra che del sistema è stato a lungo il baricentro. L’idea che alle prossime elezioni si vada a un ballottaggio tra Pd renziano e Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo non è rassicurante. I l tramonto del berlusconismo, in particolare, lascia un vuoto che né la Lega estremista di Matteo Salvini, né la sinistra in versione «centrista» sono in grado di riempire del tutto. Sembra che esista solo il Pd, ma non può né deve durare: altrimenti vincerà non il bipolarismo bensì l’astensionismo. Dunque, per paradosso, l’Italicum dovrebbe accelerare la ricomposizione di un’area che sembrava rassegnata ai tempi lunghi e a convulsioni infinite. È comprensibile il trionfalismo col quale il premier elenca le doti, vere o presunte, della sua creatura: è uno strumento vincente. Eppure, bisogna prepararsi ad altri strappi di qui al passaggio della legge costituzionale che svuota il Senato, dopo l’estate: il secondo spartiacque.

 

In un futuro non lontano, non si può escludere nemmeno che si arrivi ad una disdetta dell’Italicum, cucito su misura per il vincitore di turno. Evoca infatti il passaggio troppo brusco da una fase che favoriva in modo inaccettabile le minoranze, ad una altrettanto discutibile di primato del governo. Renzi, tuttavia, ha l’aria di chi sente di avere ragione quasi «a prescindere». Le sue sfide, vissute dagli oppositori come provocazioni, stanno avendo successo perché sono figlie dell’immobilismo precedente. Vero o falso non importa: come tale è stato percepito. Può ringraziare il proprio partito, ridotto ad una falange spaventata e ubbidiente, con una minoranza interna esacerbata fin quasi al suicidio politico.

Onore a Renzi, dunque, per il coraggio e l’astuzia dimostrati in questi mesi. Ha capito che per una fetta di opinione pubblica non conta che cosa e come si cambia, ma il cambiamento in sé. E il voto europeo del 2014, con oltre il 40 per cento dei voti a favore del partito del presidente del Consiglio, è un surrogato abbagliante e potente di investitura popolare. Permette a Renzi di considerare l’Italicum come un prodotto anche di quei consensi, di un mandato indiretto ad andare avanti con le riforme: ad ogni costo. Passa in secondo piano l’accusa avversaria di prepararsi in realtà una vera investitura alle condizioni più vantaggiose.

Sarebbe ingiusto, tuttavia, attribuire a Renzi non solo meriti ma anche demeriti che non ha. Quanto accade è la conseguenza inevitabile degli errori altrui; e di una crisi del sistema politico, della quale il premier si sta rivelando un abile utilizzatore. Scaricargli addosso colpe e cattive intenzioni non basta a nascondere la pochezza dei suoi critici. I rischi di una dittatura allo stato nascente, dunque, vanno presi per quello che sono: frutti di una polemica velenosa, e di argomentazioni tardive. Il pericolo è un altro: che la narrativa sulle grandi riforme destinate a trainare la ripresa si riveli retorica; e che manchi un’opposizione degna di questo nome, in grado di contrastarla e di offrire un’alternativa. L’assioma renziano è che l’Italicum sarà uno dei volani dell’economia. C’è da sperare che abbia ragione: sebbene i dati, dispettosi, finora lo assecondino con un ritardo preoccupante. CdS 5

 

 

 

 

 

La stabilità

 

 Con l’ascesa di Renzi, avevamo azzardato qualche previsione sulle sorti d’Italia. Da subito, qualcuno si sarà domandato con quale logico nesso avessimo potuto allineare una previsione squisitamente politica con una prettamente economica. Oggi, tutto appare più chiaro. I cauti ottimismi sono sfumati. Ma non tutti. Per coloro che hanno ancora delle perplessità, valide o meno, non ci resta che tornare in argomento.

Un ritorno, a pochi mesi di distanza, che conferma la litigiosità del nostro Potere Legislativo. Di fatto, e nessuno lo nega, la stabilità politica non ha trovato vita facile in Parlamento. Mancando un’opposizione politica degna, Renzi ha avuto lo spazio per potersi muovere. I fatti non hanno ancora occupato il posto delle promesse. Ed è proprio a questo livello che il problema economico si fonde con quello politico. Certe decisioni dell’ultima ora non avrebbero potuto reggere senza il consenso di un Parlamento diviso dalle diatribe interne. Se il 2015 sarà ricordato come l’anno “anomalo” della politica nazionale, il prossimo sarà annoverato come quello delle “forzature”. Del resto, non abbiamo notato nei provvedimenti di questo nostro Esecutivo nessuno spunto atto a favorire il rilancio dell’economia. Perché ancora sacrifici?

 E’ questo l’interrogativo assai complesso che, in ogni caso, merita qualche riflessione. Dato che nulla andrà “meglio”, preoccupiamoci per evitare che s’elimini, almeno, il “peggio”. E’ sin troppo chiaro che i provvedimenti sulla normativa di stabilità non risolvono i problemi di Casa nostra. In alcuni casi, li complicheranno. Dopo qualche polemica, subito rientrata, il binomio economia/politica è tornato a separarsi. Il 2016, in ultima analisi, sarà un anno più difficile che quest’enigmatico 2015. Dato che segnali in positivo non se ne intravedono, è la realtà quotidiana a dare ragione alle nostre tesi. E Dio sa quanto vorremmo essere nel torto.

 Quello che maggiormente ci preoccupa è rappresentato dalle incertezze politiche che andranno ad aumentare il “disordine” sociale. A questo punto, che non consente incertezze, la coerenza è la migliore tesi che può farci essere meno critici. Saranno i prossimi mesi, in particolare l’autunno, a decidere se Ronzi sarà nelle condizioni di garantire, almeno per il 2016, un migliore stimolo alla ripresa economica. Adesso non è più solo una questione di stabilità politica, ma di coerenza. Come a scrivere che averci messo la “faccia” non è bastato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Italicum. Un governo che si rafforza e l’assenza dell’opposizione

 

Matteo Renzi è solo a metà strada per quanto riguarda il rinnovamento delle istituzioni. Se riuscirà a portare a termine l’impresa, si porrà un nuovo problema per l’Italia: la necessità di una minoranza che si faccia sentire e che possa puntare il dito sulla ripresa economica (che non c’è) - di Angelo Panebianco

 

Quanto durerà l’Italicum, la nuova legge elettorale? C’è la possibilità che duri fino al momento in cui un governo (quale che sia) si convinca di essere in procinto di perdere le elezioni successive. Quel tal governo, probabilmente, cercherebbe di cambiare il sistema elettorale per evitare la prevista sconfitta. Ed è possibile che il suddetto governo si faccia forza, per riuscire nell’ impresa, anche delle polemiche e delle aspre divisioni che hanno oggi accompagnato il varo della legge. Una legge, come è già stato rilevato da molti, che ha chiari e scuri: assicura la governabilità grazie al ballottaggio e al premio di maggioranza ma rischia anche, a causa della clausola di sbarramento del tre per cento, troppo bassa, di favorire la frammentazione delle opposizioni.

 

Renzi, comunque, ha fatto, in materia istituzionale, solo metà del cammino. La metà che manca, altrettanto impegnativa, riguarda la definitiva riforma del Senato. I suoi avversari possono ancora impallinarlo, bloccando quella riforma. In tal caso, la vittoria ottenuta da Renzi con l’Italicum sarebbe di fatto neutralizzata, annullata. È la ragione per cui continuo a ritenere sia stata sbagliata la rottura con Berlusconi. Si è persa la possibilità di disporre di una maggioranza ampia, sicura, confortevole, per riformare in tutta tranquillità il Parlamento. Se Renzi, però, batterà gli avversari anche sul Senato, allora potremo dire che, grazie al combinato disposto Italicum più fine del bicameralismo paritetico, egli avrà fatto davvero la «Grande Riforma» di cui si è parlato inutilmente per decenni, egli avrà cambiato su un punto decisivo l’impianto costituzionale: avrà tolto di mezzo quel meccanismo di «contrappesi senza pesi» (governi istituzionalmente deboli accerchiati da una pluralità di forti poteri di veto) costruito dai costituenti in coerenza con la propria allergia per i governi forti, per gli esecutivi che dominano i Parlamenti anziché esserne dominati.

Se le opposizioni non riusciranno a fermare Renzi neppure sul Senato, allora dovranno rifare molti conti. Nulla ha più successo del successo. Se Renzi vincerà su tutta la linea, nella stessa minoranza del Pd, oggi in rotta di collisione con il premier, ci saranno probabilmente ripensamenti e riposizionamenti. È persino possibile che certi suoi esponenti, a quel punto, scoprano improvvisamente di essere sempre stati («in fondo in fondo») renziani.

Ma anche le altre opposizioni dovranno, fra un’invettiva e l’altra, trovare il tempo per mettersi a pensare. L’Aventino, il fascismo. Ecco come si fa a banalizzare pagine serie e tragiche di storia patria: è sufficiente evocarle a sproposito. Non c’è nessun fascismo. E uscire dall’Aula al momento del voto per tenere compatto il proprio gruppo è del tutto legittimo ma non ha niente a che fare con l’Aventino. È proprio perché Renzi sta rafforzando, con le sue riforme, la posizione del governo all’interno del sistema politico che diventa necessaria, anzi vitale, l’emergere di una opposizione seria, non velleitaria.

Il rischio più grave che corre l’Italia in questa fase storica è di avere, al tempo stesso, un governo che si irrobustisce e un’opposizione che diventa sempre più debole, che si riduce a una confusa congrega di individui politicamente impotenti, agitatissimi e fastidiosamente urlanti proprio perché politicamente impotenti.

Se un’opposizione seria ci fosse, oppure si (ri)formasse, il premier dovrebbe avere timore: dopo un anno e mezzo di governo, infatti, ancora non si è vista una vigorosa ripresa dell’economia. Se avesse di fronte a sé una siffatta opposizione, Renzi dovrebbe cominciare a preoccuparsi. È proprio a questo, a preoccupare i governi, che servono le opposizioni serie. CdS 7

 

 

 

 

 

Spezzare la solitudine delle nuove emigrazioni

 

ROMA  - "Il Corriere della Sera di oggi pubblica con grande evidenza una corrispondenza da Brisbane sullo sfruttamento dei giovani che entrano in Australia con un visto di vacanze-lavoro. Si tratta di vicende riguardanti non pochi dei circa 150mila giovani che nel 2014 hanno usufruito di questo particolare visto, tra i quali circa 15mila italiani, vicende portate alla luce da un noto programma televisivo australiano". Così Marco Fedi, deputato Pd eletto all’estero interviene a commentare l’articolo pubblicato oggi su Il Corriere della Sera sullo sfruttamento dei giovani italiani in Australia.

"La decorrenza del visto, - spiega Fedi - come è noto, è di un anno e può essere prorogata di un altro anno a condizione che il lavoro si svolga per almeno tre mesi in zone rurali abbastanza disagiate. Nel programma si parla di prevaricazioni riguardanti l’orario e le condizioni di lavoro, di inadempienze e sfruttamento salariali e addirittura di abusi anche di carattere personale, resi possibili dalla necessità di ottenere un’attestazione delle prestazioni lavorative effettuate in zone rurali ai fini del prolungamento della permanenza nel Paese".

"Nella stessa corrispondenza – prosegue il deputato eletto all’estero - si riporta la testimonianza della presidente del Comites di Brisbane che afferma di avere ricevuto molte denunce dello stesso tenore e di avere constatato la reticenza degli interessati a denunciare l’accaduto, a causa del timore di dover lasciare il Paese.

Le autorità dello Stato del Victoria hanno aperto un’inchiesta sul caso e quelle federali hanno deciso che la permanenza "volontaria" nelle farm non sarà più una condizione per il rinnovo del visto vacanze-lavoro".

Nel suo intervento fedi dà "atto alle autorità australiane, dunque, di una capacità di reazione pronta e ci auguriamo efficace. Una decisione in linea con la richiesta formulata dalle rappresentanze di base. Insieme alla esigenza di una maggiore informazione al fine di inquadrare il visto vacanze-lavoro nel filone delle opportunità formative, di studio e lavoro, e non tra le scelte di vita legate alle migrazioni, per le quali esistono prassi, categorie di visti e procedure chiarissimi!".

"Si pone, tuttavia, - aggiunge - per noi italiani, che esprimiamo uno dei maggiori contingenti delle richieste di visti in Australia, il problema di cosa le nostre rappresentanze vogliano e possano fare per seguire, sostenere e tutelare i nuovi emigranti che lasciano il Paese in cerca del lavoro che non trovano in Patria".

Per Fedi "si tratta di una questione che evidentemente trascende le vicende portate alla luce in Australia e che riguarda la maggior parte dei Paesi verso i quali si dirigono i protagonisti delle nuove mobilità. A differenza di altre fasi emigratorie, quando gli accordi bilaterali incanalavano i flussi entro regole abbastanza definite, questa nuova emigrazione in larga misura si svolge in assenza dell’intervento pubblico e di sostegni operativi".

"Eppure, - argomenta - per quanto riguarda i giovani, il fenomeno ha raggiunto dimensioni allarmanti, che si attestano oltre la soglia delle centomila unità ufficialmente censite, nei fatti più alta almeno di un terzo".

"I consolati, - spiega Fedi - ridotti all’osso e oberati da impegni crescenti, si limitano a raccogliere richieste e proteste, a cose fatte. Gli stessi COMITES, dove ancora ci sono, intervengono per dare indicazioni e consigli se sono contattati dai nuovi arrivati, non avendo poteri e risorse per iniziative autonome".

"Il vero problema – sintetizza il deputato eletto all’estero - è dunque questo: come assumere urgentemente le nuove emigrazioni nelle politiche pubbliche sia dello Stato che delle Regioni. Solo a titolo di esempio, si potrebbero tentare alcune soluzioni, come creare un sistema di coordinamento dell’attività dei soggetti che operano nei luoghi di destinazione, (i patronati, le associazioni, gli istituti di rappresentanza), con l’obiettivo di costituire una rete di riferimento e di servizio; attivare nei consolati corsie preferenziali di contatto e dialogo con i nuovi migranti; organizzare un sistema permanente di informazione, articolato per area e per paese e istituire un portale pubblico interattivo a loro destinato, nel quale per ciascuna area indicare le regole di ingresso e di permanenza, le qualifiche professionali richieste, e altre cose di diretto interesse; aprire tavoli di collaborazione con le autorità dei paesi nei quali si dirigono i flussi più consistenti, e così via".

"Insomma, - conclude Marco Fedi - non possiamo attendere le corrispondenze dall’Australia o da qualche altra parte del mondo per giustificare un nostro ritardo e allontanare delle responsabilità precise di intervento che al nostro sistema pubblico toccano qui e ora". (aise 6) 

 

 

 

 

Australia, ecco i giovani «schiavi» italiani: undici ore a notte, a raccogliere cipolle nei campi

 

15 mila giovani italiani si trovano nel Paese con un visto di «Vacanza Lavoro» rinnovabile dopo un anno. Molti subiscono ricatti, abusi e perfino violenze sessuali - di Roberta Giaconi

 

BRISBANE. Oltre 15.000 giovani italiani si trovano attualmente in Australia con un visto temporaneo di «Vacanza Lavoro». Hanno meno di 31 anni e, spesso, una laurea in tasca.

 

Alla partenza, molti di loro neppure immaginano di rischiare condizioni di aperto sfruttamento, con orari di lavoro estenuanti, paghe misere, ricatti, vere e proprie truffe. Perlopiù finiscono nelle «farm», le aziende agricole dell’entroterra, a raccogliere per tre lunghi mesi patate, manghi, pomodori, uva.

 

L’ultima denuncia arriva da un programma televisivo australiano, «Four Corners», durante il quale diversi ragazzi inglesi e asiatici hanno raccontato storie degradanti di molestie, abusi verbali e persino violenze sessuali.

 

Gli italiani non sono esclusi da questa moderna «tratta». Ne sa qualcosa Mariangela Stagnitti, presidente del Comitato italiani all’estero di Brisbane. «In un solo anno ho raccolto 250 segnalazioni fatte da giovani italiani sulle condizioni che avevano trovato nelle “farm” australiane. Alcune erano terribili», spiega.

 

Due ragazze le hanno raccontato la loro odissea in un’azienda agricola che produceva cipolle rosse. Lavoravano dalle sette di sera alle sei di mattina, anche quando pioveva o faceva freddo. «Non potevano neanche andare in bagno, dovevano arrangiarsi sul posto», dice Stagnitti. Un ragazzo, invece, era stato mandato sul tetto a pulire una grondaia piena di foglie. «È scivolato ed è caduto giù, ferendosi gravemente. L’ospedale mi ha chiamata perché il datore di lavoro sosteneva che aveva fatto tutto di sua iniziativa».

 

Secondo i dati del dipartimento per l’Immigrazione, nel giugno dell’anno scorso in Australia c’erano più di 145.000 ragazzi con il visto «Vacanza Lavoro», oltre 11.000 dei quali italiani. E il nostro è uno dei Paesi da cui arriva anche il maggior numero di richieste per il rinnovo del visto per un secondo anno. Per ottenerlo, questi «immigrati temporanei» hanno bisogno di un documento che attesti che hanno lavorato per tre mesi nelle zone rurali dell’Australia. E questo li rende vulnerabili ai ricatti.

 

«Ho sentito di tutto», dice Stagnitti. «Alcuni datori di lavoro pagano meno di quanto era stato pattuito e, se qualcuno protesta, minacciano di non firmare il documento per il rinnovo del visto. Altri invece fanno bonifici regolari per sembrare in regola, ma poi obbligano i ragazzi a restituire i soldi in contanti. E poi ci sono i giovani che accettano, semplicemente, di pagare in cambio di una firma sul documento».

Non sono in molti a denunciare la situazione. «Quando mi chiedono cosa fare, io consiglio loro di non accettare quelle condizioni e di chiamare subito il dipartimento per l’Immigrazione, ma i ragazzi non lo fanno perché hanno paura di rimetterci. Tanti mi dicono che ormai sono abituati: anche in Italia, quando riuscivano a lavorare, lo facevano spesso in nero e sottopagati». Stagnitti alza le spalle. «La verità è che spesso questi giovani in Italia sono disoccupati, senza molte opzioni, per questo vengono a fare lavori che gli australiani non vogliono più fare».

Sulla scia della denuncia di «Four Corners», il governo dello stato di Victoria ha annunciato che darà il via a un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nelle «farm», con l’obiettivo di stroncare gli abusi e trovare nuove forme di regolamentazione che mettano fine allo sfruttamento.

 

Intanto, proprio nei giorni scorsi, il Dipartimento per l’Immigrazione ha deciso che il cosiddetto «WWOOFing», una forma di volontariato nelle azienda agricole in cambio di vitto e alloggio, non darà più la possibilità di fare domanda per il secondo anno di visto «Vacanza Lavoro».

«Nonostante la maggior parte degli operatori si sia comportata correttamente - si legge in un comunicato stampa - è inaccettabile che alcuni abbiano sfruttato lavoratori stranieri giovani e vulnerabili». CdS 6

 

 

 

 

Il carico fiscale

 

Indipendentemente dalle eventuali modifiche sui provvedimenti di natura fiscale, l’Italia non uscirà dalla crisi economico/sociale in tempi brevi. Lo avevamo scritto e, purtroppo, lo confermiamo. Solo nel 2018, nella più favorevole delle ipotesi, il Prodotto Nazionale Lordo (PIL) italiano andrà stabilmente in positivo (+08%).

 Conti alla mano, Renzi assicura che, durante il suo mandato, non ci saranno altre riduzioni della spesa sociale. Lo auguriamo, ma i segnali che già rileviamo c’inducono a essere meno possibilisti. Intanto, il carico fiscale resterà ancora sopra il 40% e senza tendenza a un futuro calo. Insomma, di “sconti” fiscali se ne vocifera molto; ma nulla di più. Quello che, invece, paiono assodati sono i tagli agli enti territoriali; con la promessa di un fondo di compensazione per le imposte locali che, dal prossimo anno, dovrebbero essere ridotte.

 Certo è che, pur con tante buone promesse, la crescita economica d’Italia è ancora frenata. Le previsioni di un PIUL positivo, ancora sotto l’unità, evidenzia sempre incertezza e scarsa elasticità operativa. L’obiettivo da conseguire, con meta “meno tasse” è, a nostro avviso, una pia illusione e il tempo ci darà ragione.

 Dopo un cauto riserbo, l’UE ha manifestato il suo apprezzamento circa l’impegno per il nostro programma di riforme socio/economiche; ma nulla di più. Nell’Unione Europea, a ben analizzare, ogni Stato è tenuto badare a se stesso senza il contributo degli altri. Lo è stato per il passato; lo sarà anche per il futuro. Lo stesso Ministero dell’Economia non si sofferma sugli “sconti fiscali” nazionali. Forse, perché non ci saranno.

 Con molta prudenza, qualche stima migliore la s’intravede nel 2018; quando il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi intorno all’11% dell’ipotetica forza lavoro. Nel concreto: un meno 1,5% dell’attuale. Ancora poco. Del resto, le forze sociali restano critiche e s’insiste sulla drastica riduzione della spesa pubblica che non favorisce l’inversione di tendenza finanziaria ipotizzata dall’Esecutivo Renzi.

 L’Italia economica ha ancora molti bilanci da focalizzare e spese superflue da eludere. Nelle parole, i politici, di qualsiasi tendenza, sono d’accordo. Nella pratica, le posizioni divergono; anche di parecchio. Il rischio d’essere “impopolari” cresce in modo esponenziale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Riforma elettorale, l’Italicum è legge

 

I sì sono 334, i voti contrari sono 61, gli astenuti 4. Bersani soddisfatto: «Dissenso ampio». Renzi: «l’Italia ha bisogno di chi non dice sempre no».

gli argomenti

 

Via libera dell’Aula della Camera all’Italicum, la riforma della legge elettorale voluta da Renzi che passa con 334 voti favorevoli e 61 contrari. Si tratta dell’ok definitivo: l’Italicum diventa legge. Al voto -a scrutinio segreto- non hanno preso parte le opposizioni: Fi, M5S, Lega Nord, FdI e Sel hanno infatti abbandonato l’Aula di Montecitorio in segno di protesta.

Chi ha votato

In particolare, su 310 deputati del Pd, 303 hanno partecipato al voto, 1 era in missione e 6 non hanno preso parte al voto finale sull’Italicum alla Camera: si tratta della prodiana Sandra Zampa, il bersaniano Davide Zoggia (che però è stato trattenuto a Venezia, altrimenti - secondo quanto sostiene la minoranza dem - avrebbe probabilmente votato contro), Giacomo Portas, Francesco Monaco, Michela Marzano e Francantonio Genovese. Tre gli astenuti del Pd: Marilena Fabbri, Antonella Incerti e Donata Lenzi. Di Area Popolare (Udc e Ncd) su 33 deputati, 30 hanno partecipato, 2 non hanno preso parte al voto e 1 era in missione. Di Forza Italia su 70 deputati, 1 ha partecipato al voto (si tratta di Francesco Saverio Romano, che lo ha dichiarato in Aula), 8 erano in missione e 61 non hanno partecipato alla votazione. Fedeli alla linea i 17 deputati della Lega Nord che non sono entrati in Aula, così come i 24 di Sel e i 90 del M5S (tranne 1 che era in missione).

 

Il premier Renzi era sicuro che la legge sarebbe passata («penso e spero che sarà approvata dal Parlamento italiano stasera», aveva detto in mattinata) e subito dopo l’ok lascia su Twitter un commento: «Impegno mantenuto, promessa rispettata. L’Italia ha bisogno di chi non dice sempre no. Avanti, con umiltà e coraggio. È #lavoltabuona». Anche il ministro Boschi esulta: «Ci hanno detto “non ce la farete mai”. Si erano sbagliati, ce l’abbiamo fatta! Coraggio Italia, è #lavoltabuona», ha scritto.

 

L’Aventino delle opposizioni

A Montecitorio i presenti sono stati 399, con votanti 395, astenuti 4, mentre la maggioranza richiesta era di 198. La strategia delle opposizioni si è definita nel pomeriggio. Alla fine Forza Italia ha chiesto il voto segreto e non ha partecipato al voto. Anche il M5s, dopo la decisione di voto segreto, ha deciso di uscire dall’Aula e dopo l’ok definitivo conferma l’appello al presidente della Repubblica affinché non firmi la legge elettorale. «Tra poco Mattarella si troverà questa legge sul tavolo, chiediamo di non firmarla perché è davvero una cattiva legge», ha detto Roberto Fico ai cronisti a Montecitorio. «Abbiamo deciso di non partecipare a questa giornata infausta per la democrazia parlamentare: non parteciperemo al voto finale» ha detto il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta che dopo il voto commenta: «Quella sull’Italicum è una vittoria di Pirro, una violenza al Parlamento, una bruttissima giornata per la democrazia nel nostro Paese». E anche Sel parla di «giornata drammatica per la democrazia». «La Lega è schifata perché mentre il paese soffre per la disoccupazione e continuano gli sbarchi di 6mila immigrati, il Pd si occupa di una legge elettorale per salvare il fondoschiena del signor Renzi» tuona il leader leghista Matteo Salvini. «È una legge che fa schifo, che allontana i cittadini e dà ancora più potere a partiti e alla casta. Noi diciamo il nostro no e speriamo, domani, di tornare a parlare di cose serie».

Bersani: «Opposizione abbastanza ampia»

L’approvazione dell’Italicum segna anche una nuova tappa nel dissenso interno al Pd dopo lo strappo dei 38 della settimana scorsa sulla fiducia. I «dissidenti» del Pd hanno infatti decido di restare in aula e votare contro la riforma. Alla fine i no sono stati 61 (un voto è però del «dissidente» di Forza Italia Romano che ha deciso di rimanere in Aula) . «Un dissenso abbastanza ampio, mi sembra di capire. Adesso, cosa fatta capo ha. C’è un dato politico, l’approvazione con i sessanta contrari», è infatti il commento a caldo di Pierluigi Bersani.

 

I voti contro

La maggioranza regge e approva in via definitiva l’Italicum. Ma nell’ultima votazione, avvenuta a scrutinio segreto, perde dunque qualche pezzo, precisamente 60 voti, fermandosi a quota 334. I voti contrari, infatti, sono stati 61, ma uno è il voto del «dissidente» di Forza Italia, Saverio Romano. Se, invece, si considerano i 352 sì alla prima fiducia sull’Italicum, la maggioranza rispetto a quelle votazioni «perde» 18 voti. Tuttavia, è da sottolineare la difficoltà di fare calcoli con il voto segreto e bisogna considerare le «assenze giustificate». Nel Pd, che parte da 310 deputati, fanno sapere che le assenze giustificate erano 7: in Aula 303 i deputati dem presenti. Sempre dai calcoli fatti dal Pd, i «dissidenti» interni si attestano tra i 40 e i 45. Cresce, quindi, di qualche unità il fronte della minoranza dem, rispetto ai 38 delle tre fiducie. Un calcolo che il Pd deduce alla luce dei tabultati e delle presenze e assenze nei vari gruppi della maggioranza: in Area Popolare 3 i voti mancanti (hanno votato in 30); nei Popolari per l’Italia hanno votato in 12 a fronte dei 13 deputati del gruppo; anche Scelta civica fa a meno di un voto, sui 25 deputati del gruppo. Considerando il voto contrario di un fittiano di FI (Saverio Romano), di diversi deputati del gruppo Misto (tra cui Fava, Corsaro e di Alternativa libera, gli ex grillini), per il Pd in tutto una quindicina. Era presente in Aula e ha votato, fanno sapere, Enrico Letta. Si sono astenuti nel Pd Marilena Fabbri, Antonella Incerti e Donata Lenzi. Non hanno invece partecipato al voto i due prodiani Sandra Zampa e Franco Monaco e i bersaniani Michela Marzano, Giacomo Portas e Davide Zoggia. Dal Pd fanno sapere che si tratta di tutte «assenze giustificate». «Può darsi che i voti contrari all’Italicum nel Pd siano stati un po’ più dei 38 iniziali - spiega il vice capogruppo Pd Ettore Rosato - ma sicuramente i numeri non sono quelli che dicevano». CdS 4

 

 

 

 

 

Camera e Senato aboliscono i vitalizi ai parlamentari condannati

 

Per condanne superiori ai due anni per reati di mafia, terrorismo e contro la Pubblica amministrazione. Boldrini: "Segnale forte di moralizzazione". Grillo: "C'è l'inghippo". La decisione presa dagli Uffici di presidenza. In mattinata scontro Sposetti-M5S

 

ROMA - Dopo una lunga discussione negli Uffici di Presidenza di Camera e Senato, riuniti dalle 14, è arrivata la decisione finale: deputati e senatori con condanne superiori a due anni per reati di mafia, terrorismo e contro la Pubblica amministrazione non riceveranno più l'assegno vitalizio.

 

Alla Camera hanno votato a favore Pd, Sel, Scelta Civica, Fratelli d'Italia e Lega. Non hanno partecipato al voto Forza Italia, M5S e Ap, anche se gli esponenti di Ncd e Udc, pur non partecipando al voto, sono rimasti in aula, mentre azzurri e pentastellati sono usciti fuori al momento del voto. Situazione più complicata al Senato, dove ancora non è stato raggiunto un accordo e i numeri nell'ufficio di presidenza sono più stretti.

 

E' stata necessario uno sforzo maggiore al Senato, dove i numeri nell'ufficio di presidenza sono più stretti. M5S e Gal (Grandi autonomie e Libertà) hanno votato contro, mentre Forza Italia ha abbandonato la riunione. A favore si sono espressi Pd, Sel, Lega.

 

Tra i reati ricompresi, quelli gravi come mafia e terrorismo, la maggioranza dei reati contro la Pubblica Amministrazione: peculato, concussione, violazione del segreto d'ufficio, ad eccezione del reato di abuso d'ufficio, che al contrario non è ricompreso. Per i reati minori, invece, perchè scatti la cessazione dell'erogazione del vitalizio, occorre che vi sia stata una "condanna definitiva con pene superiori a due anni di reclusione per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a sei anni".

 

Le disposizioni previste dalla delibera non si applicano in caso di riabilitazione del condannato. Le misure entreranno in vigore "il sessantesimo giorno successivo alla data della sua approvazione", quindi non prima di due mesi. Dunque, le misure saranno operative non prima di due mesi e la Camera svolgerà "degli accertamenti" caso per caso sulla sussistenza delle condizioni previste dalla delibera stessa. Le norme, viene specificato nel testo, non sono retroattive. Dunque, "per i deputati cessati dal mandato e già condannati in via definitiva, la cessazione dell'erogazione dei vitalizi decorre dal momento dell'entrata in vigore della presente deliberazione".

 

"A Montecitorio approvata la delibera per stop vitalizio agli ex deputati condannati per reati gravi. E' segnale forte di moralizzazione" ha scritto su twitter la presidente della Camera, Laura Boldrini. Poi spiega: "Non è giusto continuare a erogare denaro pubblico a quanti, con il loro comportamento, non hanno tenuto fede all'impegno di 'disciplina e onore' richiesto dalla Costituzione a chi ricopre cariche pubbliche. Sono queste le risposte che la buona politica deve ai tanti cittadini che esigono correttezza, rigore e onestà dai loro rappresentanti".

 

Ieri, in una dichiarazione congiunta, i presidenti di Camera e Senato avevano sottolineato la necessità di giungere quanto prima ad una decisione ("adesso è il tempo di decidere", le loro parole) e avevano accolto una delegazione di Libera e Gruppo Abele ( oggi in piazza Montecitorio) con 500mila firme pro-abolizione.

 

Sul tema si continua a discutere da tempo e più volte la seconda e la terza carica dello Stato hanno ribadito che per abolirli non è necessaria una legge. Una posizione però che non ha trovato l'accordo di tutte le forze parlamentari e sulla quale sono circolati anche dei dubbi giuridici legati ad eventuali "responsabilità individuali" in caso di ricorso dei condannati. Ipotesi però fugata da alcuni esperti di diritto parlamentare che escludono che deputati o senatori possano venire chiamati a rispondere personalmente della decisione che potrebbe essere presa oggi.

 

Botta e risposta M5S - Pd. "La legge fatta dal Pd per togliere i vitalizi noi non la voteremo mai perchè c'è l'inghippo. E domai i giornali scriveranno che Grillo è contro l'abolizione dei vitalizi", ha detto Beppe Grillo al sit-in organizzato dal Movimento Cinque Stelle a Piazza Montecitorio. "Sui vitalizi c'erano 250 milioni da risparmiare. Vanno tagliati e basta: no ai tagli solo a quelli che hanno una certa soglia", ha ribadito il leader M5S. Il Movimento avrebbe voluto il taglio di tutti i vitalizi erogati a parlamentari condannati e contesta la scelta della "sospensione temporanea" del vitalizio e non della sua "cancellazione definitiva". "I partiti hanno approvato un salvacondotto che legittima la concessione degli assegni d'oro a quasi tutti gli ex parlamentari con sentenza definitiva di colpevolezza, il frutto marcio di un'ignobile trattativa Stato-ladri che grida vendetta", scrive sul suo blog il segretario dell'Ufficio di Presidenza di Montecitorio, Riccardo Fraccaro del Movimento 5 Stelle.

 

"La nostra è una scelta di forte moralizzazione della funzione politica, che deve poter garantire la dignità del Parlamento e rafforzarne il patto di fiducia con i cittadini. Anche alla luce dei numerosi e non unanimi pareri di qualificati costituzionalisti, ribadiamo la nostra condivisione della proposta di delibera avanzata dai presidenti Grasso e Boldrini, al cui giudizio ci affidiamo per quanto concerne la costituzionalità e la legittimità del provvedimento", è la replica degli esponenti Pd dell'ufficio di presidenza della Camera del Partito democratico, Marina Sereni, Roberto Giachetti, Paolo Fontanelli, Anna Rossomando, Margherita Miotto, Caterina Pes, Valeria Valente, Giovanni Sanga.

 

Scontro Sposetti- M5S. L'abolizione continua a dividere gli schieramenti e i partiti. A cominciare dal Pd, come è emerso questa mattina in aula al Senato quando ha preso la parola il senatore Ugo Sposetti, storico tesoriere dei Ds, che ha voluto esprimere le propria perplessità: a suo giudizio non è un tema che possa essere affrontato dall'Ufficio di presidenza e ha messo in guardia dal tentativo di "lisciare l'antipolitica" in vista delle elezioni regionali.

 

Le affermazioni del senatore Pd hanno provocato l'immediata reazione dei Cinque Stelle, che hanno attaccato Sposetti ("E' un'indecenza" hanno urlato i senatori pentastellati). La presidente di turno del Senato Linda Lanzillotta ha dovuto richiamare i senatori Cinque Stelle insorti alle parole di Sposetti. Anche il capogruppo Pd Luigi Zanda ha preso le distanze dal'ex tesoriere: "Ha preso la parola a titolo personale. Il gruppo del Pd ritiene vadano osservate in modo assoluto le norme stabilite dai regolamenti parlamentari".

 

Intanto è in corso un incontro tra i membri dell'ufficio di Presidenza di Camera e Senato del M5S, Laura Bottici, Luigi Di Maio, Riccardo Fraccaro e Claudia Mannino con il presidente del Senato, Pietro Grasso. I parlamentari chiedono modifiche alla proposta di delibera. I Cinque Stelle ritengono la bozza di delibera "un compromesso al ribasso" e chiedono alcune modifiche, come includere nelle cause di abolizione del vitalizio anche chi è stato condannato per reati punibili con un massimo di pena di 4 anni (e non 6), oltre che per abuso d'ufficio e escludere la riabilitazione come causa di ripristino del vitalizio; infine escludere la reversibilità del vitalizio in caso di decesso.

 

Forza Italia e Area popolare contrari ad abolizione. In mattinata la Lega nord ha presentato una proposta di legge che non solo prevede l'abolizione dei vitalizi per gli ex parlamentari condannati in via definitiva per reati gravi, ma determina l'abolizione totale di qualunque tipo di vitalizio o di pensione per tutti i parlamentari, deputati e senatori, cessati dal mandato.

 

Contro l'ipotesi di revoca del vitalizio ai parlamentari condannati si è schierato anche Fabrizio Cicchitto di Area popolare: "La revoca dei vitalizi ai parlamentari condannati attraverso delibere degli Uffici di Presidenza delle Camere è una decisione grave e quanto meno di dubbia costituzionalità". Sulla stessa linea il forzista Francesco Nitto Palma, secondo il quale qualsiasi decisione deve essere presa attraverso una legge altrimenti, come ha sottolineato in una nota il partito, si rischia "la bocciatura della Consulta".  LR 7

 

 

 

 

Conti e previdenza. Ingiustizie e fragilità di un Paese

 

I l blocco delle pensioni, deciso dal governo Monti nel 2011, in piena emergenza finanziaria, non c’è più. Con la pubblicazione di ieri sulla Gazzetta Ufficiale acquista efficacia la sentenza 70 della Corte costituzionale che ha bocciato la misura che sterilizzava per il 2012-13 l’adeguamento all’inflazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo (1.217 euro netti). Significa, ha spiegato il presidente della Consulta, che la norma decisa dal governo Monti è cancellata. I circa 5 milioni e mezzo di pensionati colpiti hanno così il diritto di avere restituiti i soldi corrispondenti al mancato adeguamento, con gli interessi e la rivalutazione. Ma il governo, ha aggiunto Alessandro Criscuolo, può intervenire disciplinando per legge come si darà seguito alla sentenza.

È quello che l’esecutivo Renzi farà, per «minimizzare», come ha annunciato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, gli effetti della sentenza sul bilancio pubblico. Se il governo restituisse tutto a tutti, dovrebbe sborsare, secondo le ultime stime, 14 miliardi di euro per i rimborsi, che peseranno tutti sui conti del 2015, e prevedere una maggior spesa di 3,5 miliardi all’anno per le pensioni colpite (comprese le successive eventuali reversibilità).

Ma l’esecutivo non farà questo. Troverà, invece, un meccanismo per sborsare meno, probabilmente a danno dei pensionati con l’assegno più alto, confidando che, in caso di nuovo ricorso alla Corte, la norma non venga bocciata ancora. Gli effetti della sentenza, se onorati fino in fondo, riporterebbero i conti pubblici in zona emergenza. I l Documento di economia e finanza, licenziato dal governo prima della pronuncia della Consulta, contiene una previsione di deficit per il 2015 pari al 2,5% del Prodotto interno lordo. Basta dunque mezzo punto di Pil, cioè otto miliardi di euro, per sfondare il tetto del 3% e incorrere nella procedura europea d’infrazione. E questo sempre che, nei prossimi mesi, i tassi di interesse non aumentino, il dollaro non si rivaluti e il prezzo del petrolio non salga. Altrimenti, sarebbe sufficiente una manciata di miliardi per superare il 3%.

Le conseguenze della sentenza, quindi, ci ricordano che, nonostante si veda l’uscita dal tunnel della recessione, i conti pubblici dell’Italia restano fragili. È chiaro che i pensionati che prendono poco più di 1.200 euro al mese hanno subito un torto che va riparato, ma non dimentichiamoci che non siamo completamente fuori dall’emergenza che dettò questi tagli.

Questa vicenda è anche figlia di un meccanismo tortuoso da correggere, per evitare in futuro simili pasticci. Certo, la prima cosa che viene da dire è che i governi dovrebbero smetterla di far cassa con grossolani tagli sulle pensioni. Ma non c’è solo questo. La decisione del governo Monti risale al dicembre 2011 (decreto salva Italia). La prima questione di costituzionalità è stata promossa dal tribunale di Palermo il 6 novembre 2013. La sentenza della Corte è dunque arrivata un anno e mezzo dopo la prima istanza. E addirittura tre anni e mezzo dopo la legge. Sarebbe invece ragionevole disporre di una corsia d’urgenza per questo tipo di contenziosi.

La stessa Corte, poi, secondo indiscrezioni non smentite, si sarebbe divisa esattamente a metà sulla sentenza 70, sei giudici favorevoli alla incostituzionalità della norma e sei contrari, e la bocciatura sarebbe passata solo grazie al voto del presidente che vale doppio. Trasparenza vorrebbe che con una riforma si stabilisse la pubblicità dei verbali di discussione. Inoltre, ammesso che abbia senso che il governo possa riscrivere una norma di cui la Consulta ha deciso la cancellazione, non sarebbe il caso di sottoporre - solo per questa fattispecie - la norma riscritta al giudizio preventivo di costituzionalità della stessa Corte? Evitando così che il governo, qualsiasi governo, possa cadere nella tentazione di «provarci», di insistere, contando sul fatto che un’eventuale nuova sentenza arriverebbe dopo anni, magari inguaiando un governo diverso (un po’ quello che sta succedendo ora a Renzi che deve sanare la decisione di Monti)? Insomma, in un Paese che modernizza le sue istituzioni, si dovrà riflettere anche sulle procedure della stessa Corte.  Enrico Marro, CdS 8

 

 

 

 

La strada

 

Il termine è comune e noto a tutti. La “strada” rappresenta un percorso che, pur se non necessariamente, dovrebbe portare a una meta. Diverso significato concreto ha il termine se lo si ribalta sul fronte della politica nazionale. In quest’ipotesi, la “strada” sembra non essere tracciata per raggiungere una finalità.

 In quindici anni, l’Italia ha subito mutamenti significativi nella rappresentatività a tutti i livelli di potere. La “strada” italiana continua tra i limiti di una crisi economica che la rende inadeguatamente percorribile. Se è vero che non ci sono, al momento, altre scelte per modificarne il tracciato, è anche palese che da questo percorso, perennemente in salita, non se ne esca.

 Nessuno, anche il più ottimista, è più in grado di presentare differenti percorsi. I Partiti, col Nuovo Millennio, hanno cambiato pelle e, per conseguenza, anche i loro “ideali” che fecero propri nel secolo scorso. Ora il Parlamento, culla della Democrazia, resta un mercato. Le concretezze restano sempre marginali e le “grida” soffocano chi, forse, potrebbe ancora avere qualche buon principio da presentare.

 La questione “Maggioranza” e “Opposizione” continua a sfumare. Dato che il raziocinio dei numeri non corrisponde più a un’univocità d’obiettivi. Insomma, se l’”Opposizione” s’è dequalificata, la “Maggioranza” è sulla strada per seguirne le infauste sorti. La Penisola è sempre più in balia d’eventi esterni che, però, condizionano quelli interni. Ne risulta una realtà alterata nella quale non è facile, sotto il profilo dell’obiettività, distinguere il percorso principale da quelli secondari.

 Guidare un Paese, scosso da violenze teppistiche e provvedimenti temporanei, è deprimente; anche per noi che tentiamo di commentare i fatti del Bel Paese da ben oltre mezzo secolo. La nostra Costituzione Repubblicana è entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. In tempi recenti, già se ne sono aggiornati dei contenuti. Ora, dopo sessantasette anni di vita, ne saranno aggiornati altri.

 Tutto si adegua ai tempi; quindi, anche la nostra Costituzione. Quello che ci preoccupa è il profilo di tanti politici che sono emigrati da un partito a un altro. Non solo, ci siamo stupiti anche per la fine di formazioni politiche che, nel bene o nel male, sono state di riferimento per l’elettorato italiano. Le prossime consultazioni saranno differenti. Per ora, preferiamo sospendere la nostra riflessione; anche perché la “strada” da seguire potrebbe cambiare ancora. Non vorremmo “perderci”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Vitalizi aboliti. Ma l'M5S non partecipa al voto

 

Lo stop dell'ufficio di presidenza della Camera ai vitalizi per i parlamentari condannati a pene oltre i due anni non ha ricevuto nessun voto contrario, ma i Cinquestelle e Forza Italia non hanno partecipato al voto. Perché  -  dicono  -  ci voleva una legge e non bastava l'ufficio di presidenza. Anche il Senato, con qualche ora di ritardo rispetto alla Camera, ha votato lo stop che adesso è legge. Finisce così una questione che andava avanti da un bel po' accompagnata dallo sdegno dei grillini che alimenta l'indignazione popolare. Stupisce quindi la decisione del M5S di non partecipare al voto, e non si spiega se non con la temuta scomparsa di un forte argomento elettorale a loro favore. In effetti c'è una certa coincidenza tra l'abolizione dei vitalizi con la campagna elettorale per le regionali. Il Pd ha disinnescato una potenziale arma polemica contro di loro e sicuramente l'abolizione dei vitalizi diventerà uno dei temi della campagna elettorale assieme alla nuova legge elettorale. Anche i dati economici diffusi oggi dall'Istat danno un quadro che induce all'ottimismo. Niente di trascendentale, ma sicuramente una inversione di tendenza che significa uscita dalla crisi. Renzi con il ministro Padoan deve però risolvere un problema molto complicato, risultato della sentenza della Corte costituzionale sul blocco delle pensioni alte. La preoccupazione del governo è quella di ottemperare alla sentenza della Consulta senza però scassare i conti pubblici. Se si sfondasse il tetto del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil scatterebbe la procedura di infrazione per deficit eccessivo: un effetto che il governo Renzi vuole evitare ad ogni costo. In attesa che mercoledì prossimo i deputati del Pd eleggano il nuovo capogruppo, si misurano nel partito gli effetti dell'uscita di Pippo Civati. Renzi non è intervenuto in alcun modo e nessun esponente della minoranza ha seguito Civati fuori dal gruppo parlamentare e dal partito. Forse a sinistra del Pd si pensa a un cantiere politico aperto per convogliare quel che resta di Sel e gli eventuali fuoriusciti dal Pd, che però per adesso non ci sono. GIANLUCA LUZI  LR 7

 

 

 

 

“Un’altra strage nel canale di Sicilia, 40 morti”

 

Oltre 190 migranti sbarcati a Catania. La testimonianza dei sopravvissuti: «Decine di annegati prima dei soccorsi al gommone». Ancora sbarchi a Pozzallo: 369 nuovi arrive – di FABIO ALBANESE

 

CATANIA  - Un’altra strage si sarebbe consumata nel Canale di Sicilia. Lo raccontano alcuni dei migranti sbarcati nella notte da un mercantile nel porto di Catania. Sarebbero una quarantina le persone finite in acqua mentre erano a bordo di un gommone, morendo annegati. 

 

I sopravvissuti, 194 e tra loro due minori e diciotto donne, erano stati presi a bordo della portacontainer «Zaran» e sbarcati all’alba a Catania assieme a cinque cadaveri. Ai volontari di Save the children, che ha reso noto l’episodio, alcuni dei sopravvissuti hanno raccontato di un viaggio molto difficile su due gommoni. Sul primo c’erano 105 persone, tutte salve. Sull’altro erano in 197; ci sarebbe stato un incidente, forse un’esplosione, e il gommone si sarebbe sgonfiato, facendo finire in mare gli occupanti, una quarantina dei quali sarebbero morti annegati. I racconti sono adesso al vaglio della squadra mobile di Catania che sta indagando su delega della procura dopo l’apertura di un’inchiesta. 

 

Quello di Catania non è l’unico sbarco della giornata in Sicilia. A Pozzallo, nel Ragusano, sono arrivati in 369, sbarcati dalla nave Phoenix gestita da Medici senza frontiere e dall’organizzazione privata di salvataggio Moas. Ieri sempre a Pozzallo erano arrivati, sul rimorchiatore Asso 29, altri 870 migranti Tra loro anche tre scafisti arrestati stamattina dalla polizia di Ragusa. Altri tre scafisti sono stati fermati dalla Guardia di finanza a Lampedusa, dove erano sbarcati nelle scorse ore con un gruppo di 40 migranti.  LS 5

 

 

 

 

Ed i bisogni restate senza rappresentanza?  Per un soggetto collettivo che dia voce alle istanze degli italiani all’estero

 

Nella mondo reale degli italiani all’estero crescono bisogni che seguitano a non avere rappresentanza.

I dati di realtà non impattano da molto tempo  sul mondo della rappresentanza politica  che persegue la sua traiettoria fissando suoi  tempi  e  sue  priorità, più spesso presunte che vere, nelle quali spesso non ci riconosciamo.

Gli italiani nel mondo non rientrano tra le priorità e non sono neanche  a margine  di una delle pagine dell’agenda politica prossima.

Un amico, deputato eletto all’estero, alla fine dell’anno scorso ammoniva a non far coincidere strumentalmente la responsabilità della regressione della situazione con l’ingresso in parlamento degli eletti all’estero. Non v’è dubbio che così non sia accaduto.

Si può anche osservare che gli eletti all’estero  non sono stati- e non potevano essere (come da alcuni auspicato) una  realtà omogenea nella rappresentanza di interessi  e nella rivendicazione.

Quando ci  sì è voluti distinguere  promuovendo movimenti associativi ci si è rapidamente trasformati, come si è visto, in partito collocato a suo agio  nelle mutevoli alleanze  della seconda e terza repubblica.

I partiti italiani si sono collocati di fronte alla rete delle associazioni all’estero affermando una visione  della rappresentanza politica come sostitutiva delle altre, totalizzante ed in tal senso operando su un terreno di conservazione  che ha tolto forza alle associazioni  e ne ha bloccato o rallentato, laddove avviato,  il processo di rinnovamento. Quel processo lo abbiamo riavviato come associazioni con non poche difficoltà, in autonomia  avviando un percorso di rimessa in discussione del nostro modo di essere e di relazionarci, che, via via, è stato sempre più compreso e condiviso.

Gli ultimi lunghi anni del CGIE- in attesa di una riforma mai fatta-  sono emblematici di una crescente logica partitica  lungo la quale si è consumato un piccolo patrimonio di idee traghettato dalla Conferenza  mondiale degli italiani nel mondo e poi implementato. Si sono prodotte divisioni ed intese di schieramento partitico, incongrue se rapportate alla finalità di un organo consultivo che, alcuni, sbagliando,  miravano ad affermare come la componente(unitamente agli eletti ed ai comites) di una  avvenuta, esclusiva e completa rappresentanza degli italiani  all’estero.

 I comites, non rinnovati per lunghi anni, hanno visto scomparire molti fra i consolati di riferimento, ridursi il personale dei servizi consolari ed il sostegno economico per le attività. Sono cresciuti nel frattempo i comitati elettorali  e le diverse forme di sostegno organizzato dei partiti. In sé non certo un male se  contestualmente vi fosse stata la stessa agibilità anche per la rappresentanza sociale.

Tirando i bilanci della stagione parlamentare che è alle spalle, al netto di molti ordini del giorno, interpellanze parlamentari, proposte di legge presentate ma talora non sostenute neanche  nelle primissime fasi in commissione, resta poco se si guarda ai risultati. E’ certamente semplicistico ed ingeneroso caricare l’indifferenza e qualche volta l’ostilità verso le questioni degli italiani all’estero sugli eletti che non sono un corpo sociale indistinto ma una somma di identità diverse, di persone che in alcuni casi si sono impegnate nel rappresentare l’elettorato dell’estero, in altri hanno pensato al “primum vivere” nel partito, in altri ancora, purtroppo sono stati  esempi di trasformismo, di assenteismo vero e proprio o addirittura di malaffare.

E’ ai partiti in quanto tali, a quelli di governo in primo luogo, che si devono i modi ed i tempi, del recente rinnovo dei comites. Ne conosciamo gli esiti e ne conosciamo le cause d'ordine generale e specifiche. Appare surreale che il responsabile del PD mondo intervenendo a risultati resi noti ne faccia una sua puntigliosa elencazione senza al contempo riconoscere le responsabilità del governo e del partito che in parlamento ne ha votato tutti i provvedimenti. Le motivazioni sociologiche, i dati sull'astensionismo su base planetaria, la critica all''assenza di informazione ecc sono molto meno indicativi del richiamo che pure lo stesso  fa alla “ disaffezione a uno Stato che negli ultimi sette anni è apparso disinteressato nei confronti degli italiani nel mondo”. Il punto è proprio tutto lì nel giudizio che gli italiani all'estero hanno dato sui governi che si sono succeduti. Facile dire ora che è fatta, che si va avanti, che ci sarà un rilancio mentre il tema della rappresentanza o meno delle nostre comunità nei comites ora eletti, è quello che interroga tutti noi e che c’impone di evitare trionfalismi e appelli sbrigativi ad innovare mettendo mano solo a ritocchi normativi. Occorre aprire una discussione, occorre far decidere gli italiani all’estero, occorre riallargare la partecipazione  e non riproporre la ennesima scorciatoia della delega ai partiti. I risultati li conosciamo. Il mondo della politica dovrebbe democraticamente abituarsi a considerare alla pari la rappresentanza delle associazioni anziché usarle come taxi per consensi al partito, evitando anche di mettersi in concorrenza con le stesse attraverso liste-civetta. Anche gli stessi comites nel passato in non pochi casi sono stati condizionati da logiche elettoralistiche fino, in alcuni casi, alla alterazione del loro effettivo ruolo. I deputati pd eletti all'estero hanno affermato essere “ opportuno aprire anzi una riflessione franca e onesta, evitando la tentazione di nascondere la polvere sotto il tappeto.” Tale riflessione che ognuno intanto deve iniziare a fare al proprio interno, non si può pensare possa chiudersi, come gli stessi chiedono, “ se a breve, come non ci stanchiamo di sollecitare, si procederà a rinnovare anche il CGIE”. Ci vogliono i giusti tempi ed i giusti modi se si vuole contribuire a ricostruire dal basso la rappresentanza sociale dei bisogni che oggi non hanno rappresentanza e che il governo seguita ad ignorare.

Affermare che “ si tratta, ora, di risalire la china, approfittando dei primi sintomi di ripresa che il Governo cerca di assecondare con tutte le sue forze e le sue capacità” e dire che “la considerazione della comunità italiana nel mondo deve essere rigenerata e riorientata alla luce della nuova fase che si è aperta.” .serve solo a suscitare attese tanto irrealistiche quanto ininfluenti. Non è la mera propaganda  ciò che serve.

La severità del giudizio che si avanza, per chi come noi vuole rinnovare ed innovare, non fa tuttavia velo  sul dato che, pur nelle riscontrate difficoltà di diverso ordine, (“ i limiti e le contraddizioni che si sono manifestati nel procedimento elettorale” come hanno sottolineato i deputati pd dell’estero), l’avvenuta costituzione di comites, comunque, è da considerarsi potenzialmente un fatto positivo.

I comites, per il cui rinnovo ci siamo impegnati, ad una prima valutazione, in parte hanno confermato ed in parte hanno innovato, anche in senso generazionale, la loro composizione.

L’emergere di idee nuove, gli accenti critici ed autocritici che sono emersi, prima, durante dopo i risultati elettorali anche da quei contesti nei quali le liste sono state volute, promosse o sostenute con logiche di partito, evidenziano al mondo delle associazioni che si avviano allo svolgimento degli “Stati Generali dell’associazionismo degli italiani bel mondo” un terreno per l’apertura ad un confronto che puo' andare oltre le tradizionali, spesso fuorvianti tematiche di discussione.

Si intravedono alcuni oggettivi elementi di novità , vengono avanti volontà di confronto alle quali non saranno le associazioni a sottrarsi.

Una prospettiva più larga da condividere può essere definita ad iniziativa di tutti coloro che vogliono essere parte attiva dei cambiamenti dei quali le associazioni si sono fatte e si fanno protagoniste.

In una fase attuale in cui, anche per gli italiani all’estero, sistematicamente si riducono gli spazi della partecipazione democratica non si possono lasciare nei paesi di accoglienza oltre 4 milioni di connazionali e milioni di italodiscendenti  ad una lenta discesa carsica nei contesti di vita e di lavoro fino alla loro fisiologica scomparsa come comunità italiane. Proprio per questo, nei cambiamenti in atto, dobbiamo e vogliamo contribuire a far nascere - laddove ci sono le nostre comunità e non solo in Italia- una effettiva rappresentanza sociale, costituendo il Forum delle associazioni degli italiani nel mondo. Lo vogliamo fare in una contesto di rete nella quale associazioni e comites siano in dialogo permanente.

I comites, che le associazioni contribuiscono a far nascere, sono soggetti collettivi essenziali con loro spazi operativi ma anche realtà stimolanti e componente attiva del processo di cambiamento che deve accompagnare quanto di nuovo si muove nella nostra realtà di emigrazione.

Le percentuali di votanti rispetto agli aventi diritto, non registrati e registrati è un dato di cui abbiamo dovuto prendere atto. Ne conosciamo le cause e le responsabilità .

Il nostro sguardo tuttavia è rivolto al futuro.

I limiti attuali nella rappresentanza sono effetto di un disagio tra i giovani e meno giovani per l’effettivo abbandono del mondo dell’emigrazione ma possono anche determinare un forte elemento di spinta per condividere modalità di legittimazione della rappresentanza sociale che siano più forti e credibili.

C'è un disagio da parte di coloro che non si sentono rappresentati dallo Stato- apparato che si ritira, che riduce le diverse forme della sua presenza all’estero, che non ha posto mano ad una riforma del CGIE, che non ha pensato all’associazionismo degli italiani nel mondo nel momento di aprire in parlamento - come è avvenuto- una discussione sul più complessivo riordino delle diverse forme di associazionismo.

E' il momento di far valere come associazioni direttamente ed in autonomia i bisogni restati senza rappresentanza e di porre in essere un soggetto collettivo che dia voce alle istanze che altri hanno mostrato di non essere in grado di rappresentare in modo adeguato.

Rino Giuliani vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi

 

 

 

 

L'esempio inglese nel Paese  dell'Italicum

 

Lo spettacolo della democrazia è andato in scena in Inghilterra: elezioni come al solito in un solo giorno (feriale, per di più), risultato rapido, vincitore dalla Regina per l'incarico, sconfitti che si dimettono senza perdere tempo o accampare scuse. E nessuno che obietta sul fatto che l'Ukip con il 12 e passa per cento ha preso un solo seggio non avendo vinto in nessun collegio (maggioritario uninominale). Da noi qualcosa del genere sarebbe considerata una intollerabile manifestazione di autoritarismo muscolare da parte del vincitore. Forse con l'Italicum qualcosa cambierà, se non altro nella velocità, ma sicuramente non nel rituale della formazione del governo. A Renzi va dato atto che sta cercando da un paio d'anni di snellire il sistema politico italiano, malato di sclerosi. Ma non è facile: troppi interessi da toccare e incrostazioni da togliere di mezzo. E oggi infatti l'Italia fa i conti con le lentezze e l'ignavia del passato. Lasciamo perdere il grosso problema delle indicizzazioni delle pensioni bloccate dal governo Monti (l'Italia era rischio fallimento e per il governo di allora, che doveva salvare l'Italia dopo la fine del berlusconismo, probabilmente non c'era altra strada), ma c'è l'enorme mole delle riforme che non sono state fatte a pesare sulle spalle dei cittadini attraverso un debito pubblico mostruoso. Se le riforme fossero state fatte, prima, quando le hanno fatte gli altri paesi - ha detto oggi il premier -  ci sarebbero stati meno problemi. Prendiamo ad esempio il mercato del lavoro: l'Italia con il jobs act arriva dieci anni dopo la riforma del 2004 fatta in Germania. E i riflessi sulla disoccupazione sono sotto gli occhi di tutti. Gli Usa hanno un tasso di disoccupazione del 5,4 per cento, ma lì il jobs act italiano sarebbe considerato troppo vincolante e quindi eccessivo. Ora l'Europa sta dimostrando di aver capito la lezione dell'eccessivo rigore e si sta aprendo alla flessibilità. Ma se l'Italia non accelera sulle riforme non ci sarà nessuna possibilità di agganciare davvero la ripresa economica che è cominciata in tutta Europa. Anche da noi (produzione industriale più 1,5 per cento) ma meno che nei paesi che trainano l'Unione. Ora c'è l'abolizione del bicameralismo, condizione  -  secondo Renzi  -  per velocizzare i provvedimenti legislativi. La sinistra Pd si prepara a battaglia sognando la rivincita dell'Italicum.  GIANLUCA LUZI  LR 8

 

 

 

 

Incertezze d’Italia

 

Se ancora ci fosse il bisogno di ripeterlo, lo facciamo di buon grado: la situazione economica italiana è in decadimento e le prospettive per il futuro si sono fatte piccole. Questa è la realtà.  Anche chi ci segue dall’estero ne ha percepita la sensazione. Il processo involutivo sembra irrefrenabile e la nostra economia ha subito degli scossoni che hanno fatto cadere anche le più solide speranze di una ripresa in tempi ragionevolmente brevi. Il 2015, resta l’ennesimo banco di prova per un Esecutivo col “fiato corto”. Certo è che gli eventuali segnali per un futuro migliore dovrebbero avere una dimensione più concreta e meno speculativa.

 Lo scriviamo ben convinti che questo è l’aspetto meno facile della realtà per il futuro. L’emergenza non è finita. Né in Italia, né in Europa. Dato che le scelte restano poche, ora puntiamo sulla speranza; che è uno stato d’animo che potrebbe, se non altro, rinverdire alcune posizioni che il pessimismo motivato ci ha fatto dimenticare. Tra realtà e speranza, i confini non sono così bene definiti. Certo è che se si riuscisse ad offrire una dimensione più umana al crollo economico che ci sovrasta, forse, la realtà potrebbe essere meglio gestita. Del resto, l’Euro è solo una moneta ed i bilanci degli Stati sono tutti un’altra cosa. Comprendiamo che non è facile accettare quest’ottica che, però, ci sembra l’unica percorribile nell’attesa delle decisioni dei politici che, sino ad ora, hanno preferito defilarsi, lasciando a Renzi i compiti più onerosi dei provvedimenti che sono stati assunti. Meglio metterci il cuore in pace: ce ne saranno altri. L’Italia ha raggiunto l’acme della crisi. O se n’esce entro l’anno prossimo, con i primi segnali di ripresa, o dovremmo sopportare tempi assai peggiori.

 Dopo la salita, potrebbe esserci la discesa e una maggiore fiducia verso quelle Istituzioni che, però, non hanno ancora visto la luce. E’ inutile negarlo: le ingiustizie di questo sistema economico dipendono anche da molte variabili e vengono da lontano. Secondo noi, alla base della speculazione esistono motivi culturali, politici ed ideologici che hanno le loro origini nel secolo scorso. In questi anni, chi ci ha governato, in modo poco saggio, ha consentito il radicarsi di una situazione che avrebbe portato dove siamo. L’Italia e l’Europa non sono isole ed il mondo vive un’economia in differente evoluzione. Ce ne siamo resi conto tutti, ma si è preferito continuare per la strada degli interessi di cordata; lasciando agli italiani sempre meno “briciole” come mero contentino. Per recuperare quel poco di valido che ancora il presente ci può offrire, è indispensabile puntare al futuro. Certe “scelte” faranno bene alla Politica, non al Popolo Italiano. Oltre le “speranze”, non ci sono “certezze”. L’attuale Esecutivo è la prova dell’instabilità che stiamo vivendo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Claudio Sorrentino (Cgil): Le strade della “nuova schiavitù”

 

ROMA - Anche i nostri figli, che emigrano per trovare un futuro che il nostro paese da molto tempo ormai non è più in grado di offrirgli, incrociano sempre più spesso, nel loro percorso di crescita, le strade della schiavitù.

Lo apprendiamo dal Corriere della Sera di ieri e credo molti, al pari di noi, sono rimasti basiti perché non avremmo immaginato che nel “nuovo mondo”, nel mondo che spesso prendiamo ad esempio per indicare comunità in cui i principi del vivere civile sembravano essere un passo più avanti che da noi, accadessero tali cose.

Certo, nessuno vuole generalizzare e lungi da noi affermare che per situazioni che potrebbero essere “sporadiche” si tenda a criminalizzare un popolo.

Però, il luogo nel quale questo fenomeno si è manifestato non è certamente un luogo nascosto dalla visibilità delle persone e dello “Stato” ed anche il numero delle persone interessate è così alto che veramente non pensiamo che quanto succede possa passare inosservato.

E' la nuova schiavitù? E' la legge dell'uomo forte contro l'uomo debole?

La storia dei due secoli passati è piena di esempi di sfruttamento dell'uomo sull'uomo ma, nel tentativo di interpretarne le analogie e le differenze ed in questo senso contestualizzandole, quello

che veramente nel passato passava inosservato per i pochi mezzi di comunicazione ma anche per la poca attenzione che i governi, usciti dal conflitto mondiale, prestavano a questa questione oggi, nel 2015, è insopportabile.

Le analogie tra la vecchia emigrazione e la nuova vanno ricercate sicuramente lungo l'asse delle “aspettative” delle singole persone che migrano; trovare un lavoro, immaginarsi un futuro migliore, provare ad utilizzare al meglio la professionalità di cui spesso si è portatori, realizzarsi in sintesi.

Le differenze, invece, vanno anche ricercate in una caduta di interesse che il nostro paese, in particolare negli ultimi 15 anni, ha mostrato rispetto alle emigrazioni in particolare.

Potrebbe sembrare un paradosso ma, crediamo che quello che accade ha molto a che vedere con quale attenzione il governo ha trattato le questioni che riguardano le rappresentanze della comunità italiana all'estero.

Sempre in tema di analogie e differenze, le comunità emigrate, in particolare quelle emigrate nel periodo post-bellico, hanno avuto modo di essere aiutate da tanti soggetti, appartenenti alla sfera sociale, che hanno trovato nei paesi in cui si sono trasferite. Pensiamo alla Filef, alla Caritas, ai Patronati e a tante altre che in modo assolutamente gratuito sono state a loro disposizione.

Negli ultimi anni, i tagli alla rappresentanza diplomatica prima, i tagli al bilancio del Ministero degli Esteri per le attività in favore delle comunità emigrate, i tagli ai Patronati, le scelte fatte in tema di soggetti della rappresentanza (Comites e Cgie) e tanti altri tagli, tra i quali spiccano quelli per la lingua e la cultura, hanno determinato difficoltà nell'aiutare i processi di nuova emigrazione.

Sicuramente i nostri figli emigrano in modo molto diverso da come lo facevano gli italiani 50 anni fa. Una volta si emigrava in seguito ad un input di tipo familiare o amicale, nel senso che si veniva richiamati da qualcuno che lo aveva già fatto e che informava sulle occasioni di lavoro possibili.

Oggi, i ragazzi emigrano come singoli individui, spesso senza sapere cosa troveranno o, ancora più spesso, avendolo immaginato attraverso la consultazione dei network.

Forse sarebbe il caso di ripensare alle rappresentanze degli italiani nel mondo. Forse sarebbe più utile che nei tanti paesi in cui sono sparsi gli italiani, siano presenti, in modo totalmente volontario, altri connazionali che possano aiutare i giovani ad integrasi prima e meglio nella società di accoglienza ed anche, relativamente al fenomeno che ha dato spunto a questa riflessione, vigilare.

Dice un vecchio proverbio che chi si guarda le proprie cose non è chiamato ladro. E i nostri figli che lasciano il nostro paese, sono cose alle quali teniamo molto.

Proprio ieri, come Cgil, abbiamo avuto modo di affermare che, a conclusione del rinnovo delle rappresentanze all'estero, i Comites, in presenza di un risultato “scarso” nei numeri e nella partecipazione ma anche sul piano del riconoscimento, le forze politiche ed il Governo hanno il dovere di aprire un confronto con tutti i soggetti che appartengono a questa sfera di interessi per discutere e rendere poi operativo un nuovo sistema di rappresentanza che veda protagonisti primi tra essi quelli che sono emigrati, nel passato ma soprattutto quelli che emigrano oggi e lo faranno ancora di più domani.

Chi ha il dovere di farlo, ci rifletta perché è solo in questo modo che si possono evitare cose come quelle che sono accadute o, meglio, stanno accadendo, in paesi importanti come l'Australia.

Claudio Sorrentino, responsabile Cgil per Italiani nel mondo

 

 

 

 

Renzi vince sull'Italicum, ma il dissenso dentro il Pd cresce

 

Vinta la guerra dell'Italicum, adesso per Renzi comincia la conta dei danni collaterali. Prima di tutto il premier deve considerare come può ricucire con la minoranza del suo partito, soprattutto con quelli  -  i capi  -  che sono rimasti in aula e hanno votato contro la legge. Un atto ostile che ha fatto abbassare la quota dei consensi e conseguentemente ha allargato la soglia di chi è contro l'Italicum. Legge elettorale che passa a maggioranza, ma contraddice le intenzioni di un anno fa, cioè una riforma elettorale con il consenso di tutte le forze politiche. Le voci, smentite, di una offerta di Renzi a Cuperlo per la direzione dell'Unità, fanno capire che il segretario-premier si pone il problema di come riagganciare quella parte del suo partito che lo considera ancora (e adesso forse ancora di più) un corpo estraneo. Probabilmente sarà sulla riforma del Senato che si giocherà la trattativa per venire incontro alla sinistra del Pd. L'ostinazione e la determinazione con cui Renzi e Maria Elena Boschi hanno condotto la campagna dell'Italicum ha portato il premier e il ministro delle Riforme alla vittoria. Ma senza una ricomposizione del partito, la navigazione sulla riforma del Senato e sulle altre che seguiranno sarà molto accidentata. L'Italicum è legge, Renzi festeggia, ma i numeri dicono che la riforma è stata approvata con un numero di voti largamente inferiore alla maggioranza di governo. Non è un dato su cui Renzi può sorvolare. E' vero che l'opposizione sia di destra che di sinistra non si presenta in grado di minacciare la maggioranza di governo per chissà quanto tempo, ma gli smottamenti interni nel Pd potranno rappresentare un pericolo costante per il premier. A questo punto diventa decisiva l'economia perché ai continui appelli del premier all'ottimismo e alla ripresa devono fare riscontro i risultati, altrimenti la credibilità cadrà con molta velocità. La Ue, in base ai conti e alle previsioni, deve decidere se concedere all'Italia più flessibilità. Che significa possibilità di investimenti. Renzi ne ha bisogno per far ripartire l'economia e rilanciare l'occupazione che viaggia sempre su livelli drammatici. GIANLUCA LUZI LR 5

 

 

 

 

Liste regionali. Le periferie dei partiti in polvere

 

A l confronto del parco candidati alle prossime Amministrative, il campo di Agramante era coeso come una falange macedone. A sostegno di De Luca in Campania, per dire, ci sono gli amici di De Mita e quelli di Cosentino, i movimentisti di sinistra e il consigliere regionale di Storace, già pellegrino sulla tomba del Duce; se si considera che il candidato governatore rischia di essere sospeso appena eletto, si ha una vaga idea del disordine che regna nelle periferie del Pd; per tacere dello scontro in Liguria, dove la sinistra interna segue la corsa di Pastorino contro la renziana Paita come l’avanguardia del vagheggiato nuovo partito. Va detto però che a destra le divisioni sono ancora più profonde: dalla Puglia, dove Fitto fa le sue prove di scissione, al Veneto, dove Tosi già candidato premier della Lega si ritrova guastatore centrista.

Il risultato è la polverizzazione dei partiti. Ed è la crisi del bipolarismo, finora definito da Berlusconi: prima si stava con o contro di lui; adesso si gioca tutti contro tutti, o tutti con il giocatore che ha la palla, come nelle partite da bambini. Il disgelo postberlusconiano ha creato una situazione liquida, in cui i naufraghi trasmigrano verso il vincitore annunciato, pronti a rimettersi in viaggio verso altri lidi alla prima crisi o sentenza del Tar. Un curioso paradosso, proprio ora che la nuova legge elettorale rafforza il ruolo dei partiti, conferendo il premio di maggioranza alla lista più votata senza consentire apparentamenti al ballottaggio, e affidando in larga parte la scelta dei deputati ancora alle segreterie romane. Pure la leadership di Renzi, che si impone con le buone o con le cattive in Parlamento, in periferia arriva diluita, e non riesce a impedire pasticci come l’industriale berlusconiano che vince le primarie del Pd ad Agrigento o il ritorno a Enna di Miro Crisafulli, che di sé disse: «Se fossi di Forza Italia sarei già a Guantanamo».

Il punto è che nessuna norma e nessun leader può trasformare la politica italiana in ciò che dovrebbe essere, e non è: la rappresentanza degli interessi e dei territori, attraverso la selezione dei migliori, che si mettono al servizio della comunità. Oggi, tranne rare eccezioni, l’ultima cosa che viene in mente a un imprenditore di successo, a un giovane di talento, a un intellettuale dal curriculum internazionale è fare politica, occuparsi della cosa pubblica, e appunto candidarsi alle elezioni. I partiti non hanno mai avuto - per legge - tanto potere, e non sono mai stati - nella realtà - così poveri: di iscritti, di sezioni, di giornali; di ideologie (il che può anche non essere grave), e soprattutto di idee (il che è gravissimo). Renzi ogni tanto parla di una legge che attui la Carta costituzionale e garantisca il «metodo democratico» della partecipazione previsto dall’articolo 49. La sua minoranza interna obietta che non è certo Renzi il più indicato a guidare una simile riforma. Ma anziché battersi per il ritorno delle preferenze, permeabili alle clientele quando non alle mafie, il Pd nelle sue varie componenti e quel che rimane del centrodestra avrebbero l’interesse a disciplinare le primarie per legge, e a mettere un po’ d’ordine in una politica dove lontano dal centro del potere nessuno sembra rappresentare altri che non se stesso. Aldo Cazzullo, CdS 4

 

 

 

 

L’utopia del lavoro

 

Il problema dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro in Italia è sempre stato, per sua natura, assai complesso. Analizzare le varie cause che hanno implicato, ed implicano, un insufficiente assorbimento di nuove leve di lavoro non è semplice, ma non impossibile. Facendo riferimento allo scorso anno, circa 800.000 giovani (18/25 anni), in parte qualificati, non hanno trovato una qualunque occupazione. Se a questo numero si aggiungono i disoccupati, i cassintegrati ed egli esodati, la situazione si fa inquietante. Neppure Renzi, secondo noi, è riuscito a recuperare spazi occupazionali. Sembra di vivere in un altro mondo. Più del 20% dei nostri giovani non trova lavoro o, peggio, lo ha anche perduto. Nel problema della disoccupazione, in generale, non solo c’è da tener conto della nostra incerta espansione economica, ma anche di una certa disinformazione sul rapporto richiesta/offerta di lavoro.

 Pur allontanandosi il cambio generazionale, a causa della riforma previdenziale, il mercato è privo d’indiscusse figure professionali che potrebbero, invece, essere riscoperte. Sull’emergenza lavoro, a nostro avviso, manca ancora una più capillare informazione da parte degli imprenditori e degli aspiranti ad un’occupazione. Non è una questione d’intesa, ma di collaborazione. La programmazione del lavoro non sembra entrare nell’ottica della produttività nazionale. Ovviamente quella privata. Ne deriva che anche la riqualificazione professionale, dopo una certa età, appare inconcludente; se non apertamente rifiutata. Dopo la scuola dell’obbligo, che resta una realtà comune per tutti, oltre alla scuola media superiore, esistono i corsi di formazione professionale. La loro durata triennale, completamente gratuita, consente, se non la matematica certezza, una buona garanzia di trovare un’attività meno precaria. Non sarebbe male riscoprire, con tutte le dovute garanzie, anche l’apprendistato nel settore dell’artigianato e delle sue attività correlate. Il “pezzo di carta” conta sempre di meno e si può, in ogni caso, ottenerlo anche esercitando un’attività lavorativa retribuita.

 Essere occupati a sedici anni non è un disonore; piuttosto, potrebbe essere un incentivo a migliorare la propria posizione lavorativa nel futuro. Siamo entrati nel “secolo tecnologico”, ma abbiamo percorso poca strada. A questo livello, la buona volontà non basta. E'necessario fare molto di più e di meglio. Dovrebbero essere gli enti pubblici a fare più adeguatamente la loro parte. Non solo favorendo l’occupazione, a costi contenuti per il datore di lavoro, ma anche richiedendo una sorta di nuova normativa che contenga il fenomeno della disoccupazione a livelli meno patologici. Insomma, non resta che incentivare l’occupazione. Non c’è futuro per l’Italia, se mancano le possibilità occupazionali per gli italiani. Non esistono mestieri che i nostri giovani rifiutano a priori. E’ assurdo soli il pensarlo. Lavorare, oltre che un diritto è anche un dovere. Utile per noi e per gli altri. Senza un’occupazione, non è possibile fare progetti. E'assurdo pensare a formarsi una famiglia. Mancando una certa tranquillità economica, la vita perde molto della sua qualità e le demotivazioni aumentano. Il Governo ha da tener conto anche di queste riflessioni. Perché prima di pretendere, sarebbe d'uopo dare. Attenzione: i progetti politici a fondo perduto non favoriscono né l’Italia, né, tanto meno, gli italiani. Un appunto che indirizziamo a Renzi e alla sua Squadra. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Grilloleaks, denuncia alla polizia postale. Nel M5S è tutti contro tutti

 

Questa volta ai Cinquestelle la trasparenza non piace. La diffusione sul web del Grillo-leaks, la registrazione del tempestoso incontro del novembre scorso tra il capo del movimento e i dissidenti che erano andati ad incontrarlo nella sua villa al mare, ha provocato una reazione durissima: denuncia alla polizia postale e oscuramento del sito che diffondeva la registrazione. Non c'è bisogno di commentare un gesto di censura da parte di chi tuona contro l'opacità degli altri partiti politici e si batte per la più completa trasparenza. Per la verità la pratica dello streaming per le riunioni dei parlamentari è stata applicata solo quando si è trattato di mettere sulla graticola Bersani e altri politici del Pd. Andò bene (dal punto di vista Cinquestelle) con Bersani, ma non con Letta e tantomeno con Renzi. Adesso la registrazione del duro botta e risposta con i militanti è una specie di legge del contrappasso a cui Grillo reagisce con la denuncia e cercando di sminuire il tutto con una battuta. E dando appuntamento alla marcia Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza. Anche Renzi è in tour elettorale: prima Aosta poi Genova dove si reca per la seconda volta in pochi giorni per sostenere la candidata Raffaela Paita. La Liguria è una regione chiave per il successo o l'insuccesso delle elezioni del 31 maggio. Paita sfida Toti, ma non è tanto questo il motivo di apprensione principale per il Pd, quanto la candidatura del parlamentare civatiano Pastorino in polemica con il Pd renziano. Dopo l'uscita di Civati dal Pd sarà interessante misurare quanti voti farà perdere Pastorino a Paita. E se da questi voti dovesse dipendere una eventuale sconfitta della candidata del partito, le polemiche a seguire sarebbero feroci. Il premier non ha perso l'occasione per difendere il suo modo decisionista di governare e il voto di fiducia chiesto sull'Italicum: un rischio  -  ha detto  -  perché poteva andare male. La dimostrazione secondo Renzi del non attaccamento alla poltrona. di GIANLUCA LUZI, LR 9

 

 

 

 

Presentato al Senato il Dizionario delle Migrazioni italiane nel mondo

 

Claudio Micheloni: “Continuiamo a pensare che anche chi è emigrato all'estero fa parte della comunità nazionale e costituisce una risorsa per il Paese; che la nostra storia può essere utile all'Italia”.

 

ROMA – È stato presentato oggi nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato della Repubblica a Roma il Dizionario delle Migrazioni italiane nel mondo, iniziativa voluta dal presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato, Claudio Micheloni, eletto per il Pd nella ripartizione Europa, per sollecitare l'inserimento del tema nelle materie di insegnamento delle scuole italiane, componente importante della storia nazionale ma anche vettore di un sguardo più consapevole nei confronti dei flussi migratori attuali.

Aprendo i lavori, Micheloni ha ricordato come la promozione dell'insegnamento della storia dell'emigrazione italiana nella scuole fosse già stato inserito nelle linee programmatiche stilate con la costituzione al Senato del Comitato che oggi presiede e come sia “tema di cui ancora di più oggi avvertiamo l'urgenza, dopo alcuni anni di esperienza parlamentare”. Per Micheloni, infatti, “il problema che abbiamo oggi è che non vi è più memoria del fenomeno nel nostro Paese, mentre negli anni Settanta esso era una questione nazionale, di rilievo per l'economia – aggiunge – ed esisteva un dialogo tra persone, dentro e fuori i confini nazionali, che si sentivano di appartenere ad una comunità con lo stesso destino”. “Quando invece oggi solleviamo i temi che ci riguardano più strettamente in Parlamento veniamo guardati con stupore, ci si fa notare la fortuna che abbiamo di vivere all'estero. Saremo anche fortunati – aggiunge l'esponente democratico, - ma continuiamo a pensare che anche chi è emigrato all'estero fa parte della comunità nazionale e costituisce una risorsa per il Paese, nonostante questo sia termine sia stato grandemente abusato”. Per Micheloni la conseguenza di questa miopia nei confronti dell'emigrazione è “l'azzeramento delle politiche rivolte ai connazionali cui abbiamo assistito in questi anni”, una miopia che i parlamentari eletti all'estero cercano tuttavia di contrastare, anche – sottolinea il presidente del Comitato - con iniziative come quella di oggi. Annunciata inoltre per il 19 maggio prossimo un'audizione al Comitato del ministro dell'Istruzione Stefania Giannini, che, “prima di diventare ministro era membro del nostro Comitato – ricorda Micheloni – ed ha sempre dimostrato sensibilità alla questione di cui oggi parliamo”.

Presente anche il direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Maeci Cristina Ravaglia, che ha ribadito come sia importante “mantenere la memoria della nostra emigrazione in tutti i modi, a partire da quello simbolico, rappresentato – ha ricordato – dal Museo dell'emigrazione al Vittoriano, luogo che dimostra proprio come l'emigrazione sia componente fortissima della nostra identità nazionale”. Per Ravaglia inoltre si tratta di una storia che “ci aiuta ad essere più obiettivi con quanto succede oggi in Italia, con gli sbarchi che si susseguono sulle nostre coste”. “Non dobbiamo dimenticare il passato e cosa abbiamo vissuto, le storie di moltissimi connazionali che hanno ricominciato in nuovi Paesi da zero, a volte vivendo storie straordinarie che con piacere mi accorgo cominciano ad essere riproposte e ad attirare l'attenzione anche della nostra stampa nazionale – afferma Ravaglia, che si augura che opere come quella del Dizionario vengano adottate nelle scuole per meglio comprendere non solo la nostra storia, “ma anche una realtà nuova, quella del nostro Paese come terra di immigrazione”.

Ad illustrare il Dizionario Tiziana Grassi, direttore del progetto, che ha spiegato come l'idea sia nata dalla sua esperienza di servizio pubblico a favore delle collettività all'estero maturata come autrice a Rai International, un servizio che oggi prosegue con Rai Italia e con la promozione dell'informazione “di ritorno”, ossia la proposizione di programmi che vedono protagonisti i connazionali all'estero anche sulle reti nazionali (l'anno scorso su Rai Scuola, quest'anno – segnala Grassi, ringraziando l'attuale direttore Piero Corsini per l'iniziativa – su Rai Tre). “Il Dizionario, che si compone di 700 lemmi messi insieme in circa 6 anni di lavoro – prosegue la giornalista, - ha scopo divulgativo e scientifico, ma la sua ricchezza non può prescindere dal sostrato dato da una conoscenza diretta ed empatica del fenomeno, necessaria per un approfondimento della materia che pone al centro la persona e ripercorre il vissuto di 27 milioni di italiani attraverso un'ottica multidisciplinare”. Un'ottica che consente di cogliere alcune “costanti” dell'esperienza umana della migrazione, rappresentante da parole come solitudine, coraggio, spaesamento, resilienza, etc. “Non dobbiamo dimenticare che chi parte subisce tre lutti: il distacco della madre patria, il distacco dalla madre e dalla famiglia di origine e, infine, quello dalla lingua madre – afferma Grassi, che si augura il Dizionario possa divenire “strumento per alfabetizzare la coscienza collettiva, per riflettere su chi siamo, sulla nostra memoria e la nostra identità”. L'importanza della memoria come strumento che “vivifica il nostro presente” è stata richiamata anche da Concetta Mirisola, direttore generale dell'Istituto nazionale per la promozione della salute e delle popolazioni migranti e per il contrasto della povertà, che ha richiamato i grandi numeri dell'esodo nei primi del Novecento e le parole, i pregiudizi che spesso i giornali locali riportavano nei confronti dei nostri emigrati, espressioni – ha rilevato – molto simili ad alcuni discorsi che sentiamo risuonare oggi, sui migranti che arrivano sulle nostre coste o sugli stranieri che hanno deciso di vivere in Italia. Si è poi soffermata sull'attività dell'Istituto, che contrasta malattie determinate soprattutto dalla povertà e non invece epidemie più temute, come quelle di ebola, i cui casi – segnala – non sarebbero potuti approdare in Italia viste le difficili e spesso lunghe tempistiche della traversata per mare. L'Istituto poi, con mediatori culturali ed antropologi, “non si limita alla tutela della salute del migrante”, perchè “l'accoglienza ha al centro la cultura della persona e non quella dello scarto – conclude, citando le parole di Papa Francesco in proposito. Flavia Cristaldi, docente di Geografia delle migrazioni all'Università Sapienza di Roma, sottolinea il ruolo del territorio e le trasformazioni che esso subisce con le partenze – un depauperamento, nel caso di forza lavoro giovane, con l'abbandono delle campagne - e anche con gli arrivi, “perchè i connazionali spesso sono stati portatori di una sapienza preziosa, legata alla terra e alla coltivazione dei campi, che hanno cercato di riproporre nei luoghi in cui si sono trasferiti”. A testimonianza di ciò il testo “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo” curato dalla stessa Cristaldi e presentato alcuni giorni fa al Vittoriano (vedi http://comunicazioneinform.it/presentato-al-mei-il-volume-nel-solco-degli-emigranti-i-vitigni-italiani-alla-conquista-del-mondo/). Un tema, dunque, quello del territorio, strettamente legato alla storia dell'emigrazione e i cui diversi aspetti riflettono la poliedricità dell'argomento e andrebbero insegnati di pari passo con quest'ultimo. Altra curatrice del testo richiamato anche Delfina Licata, coordinatrice scientifica dl Dizionario, che ha segnalato il legame dell'opera con il Rapporto sugli Italiani nel mondo curato dalla Fondazione Migrantes, da lei stessa curato. “Il Rapporto nacque dall'idea di sensibilizzare, attraverso il racconto e l'analisi della presenza italiana all'estero, all'accoglienza nei confronti degli immigrati nel nostro Paese. Abbiamo però scoperto – rileva – una tale ricchezza dell'emigrazione italiana di cui ci stupiamo ad ogni nuova edizione”. Tra i tratti caratterizzanti il Dizionario Licata evidenzia la “coralità” del punto di vista ottenuta con la partecipazione di moltissimi studiosi alla stesura delle diverse voci, studiosi che “hanno messo in rete le loro competenze” contribuendo così alla “multidisciplinarietà” del volume. Una priorità, quella del coinvolgimento di un grande numero di studiosi, che ha arricchito il Dizionario ma reso estremamente difficile il lavoro di coordinamento del materiale, una sistemazione che anche rispetto ai lettori ha voluto conservare la sua pluralità, orientandosi su studiosi, specialisti della materia, studenti ma anche i protagonisti stessi di questa epopea migratoria in continuo divenire. L'apertura al futuro è infatti ciò che secondo Licata dimostra “la modernità dell'opera”: “anche quando il testo richiama e ripropone fatti, numeri, storie dell'Ottocento o di altri periodi storici, lo sguardo è sempre orientato all'oggi, alla comprensione dei fenomeni attuali, ad una traiettoria tesa all'approfondimento di ciò che sta avvenendo e allo stesso tempo aperta al futuro – afferma Licata, sottolineando anche come elemento imprescindibile del lavoro sia “l'apertura all'altro”. “Non ci si piò avvicinare realmente ad un fenomeno come quello delle migrazioni senza la sensibilità nei confronti dei protagonisti – conclude la coordinatrice, evidenziando così come si sia configurato “uno modo diverso di lavorare e di studiare” che si augura possa essere ben accolto dalle giovani generazioni. (Viviana Pansa – Inform 7)

 

 

 

 

Scuola, aule vuote e migliaia in piazza. Renzi: "Ascoltiamo la protesta"

 

La scuola scende in piazza contro la Buona Scuola. Cortei di studenti e sindacati uniti, che manifestano il loro dissenso al ddl di riforma della scuola del governo Renzi, in sette città: a Roma, Milano, Bari, Aosta, Catania, Cagliari e Palermo "Oggi ci sono tante persone che protestano per la scuola, noi ascoltiamo le proteste, è giusto condividere e parlare, entrare nel merito. Ma per la prima volta questo governo stanzia 3mld di euro nella scuola. Sono pochi? E quelli di prima quanti erano?", ha detto il premier Matteo Renzi da Bolzano. Il presidente del Consiglio è tornato sul varo dell'Italicum: "Finalmente la politica mantiene le promesse" .

A Roma - Oltre 100mila, secondo fonti della Cgil, i manifestanti che hanno preso parte al corteo di protesta terminato in piazza del Popolo: il lungo serpentone ha marciato a ritmo di tamburelli tra bandiere rosse della Flc Cgil, quelle azzurre della Uil e quelle della Cisl. In testa al corteo lo striscione unitario dei sindacati di categoria che hanno indetto la protesta con la scritta: "Sciopero generale, l'unione fa la forza". Tra gli altri striscioni: "I diritti si conquistano a spinta" e "Il Tasso contro la riforma". Molti i fazzoletti, portati al collo dai docenti, con la scritta "La buona scuola ci ha tolto la parola" e magliette bianche con la scritta "Il precariato nuoce gravemente". La "massiccia adesione" alla protesta è stata evidenziata dallo Snals-Confsal.

Al corteo capitolino anche la minoranza Pd: presente Stefano Fassina, convinto che la riforma vada cambiata "perché la scuola è un tassello fondamentale della democrazia del paese". Accanto a lui i leader di Cgil e Uil. Per Susanna Camusso questo governo "è senza argomenti" e "senza idea di come bisogna cambiare'' la scuola. "Valuteremo - ha aggiunto - gli esiti della manifestazione poi troveremo altre modalità per continuare la nostra lotta''. Carmelo Barbagallo parla della "più grande manifestazione che la scuola abbia mai fatto'' e in nome di "una scuola pubblica, libera e democratica", ha detto 'no' ai podestà: al contrario "c'è bisogno di presidi". Presente anche il leader della Fiom Maurizio Landini che ha detto: "Oggi il Paese sfiducia il governo''.

Blitz notturno verso il #5Maggio davanti al Miur - La firma dell’Unione degli Universitari e della Rete degli Studenti medi che dicono 'no' ai provvedimenti sulla Buona Scuola ribadendo "la totale contrarietà ai metodi che sono stati utilizzati da parte del Governo nella costruzione di questa riforma, gli stessi metodi che vorrebbero propinarci con la Buona Università".

"Con questo blitz all’alba della manifestazione del comparto scuola -hanno spiegato gli studenti - il 5 maggio abbiamo voluto rappresentare in modo ironico la realtà della Buona Scuola, una realtà che è tutt’altro che buona e ribadire, ancora una volta, che solo con noi studenti la Scuola può essere #buonaxdavvero".

Lo striscione al Pincio (altro blitz a Roma) dà il 'la' ai cortei - "La scuola e la democrazia sono #nellenostremani". Con il lancio dell'hashtag e di uno striscione calato dal Pincio è stata lanciata la mobilitazione odierna "in cui Renzi ci vedrà tutti uniti contro il ddl Buona Scuola", ha dichiarato Danilo Lampis, coordinatore Nazionale Unione degli Studenti, prima dell'inizio delle manifestazioni di piazza tra studenti, genitori, insegnati, personale Ata e tutta la cittadinanza.

A Palermo - Tra docenti, studenti ma anche cittadini, in migliaia hanno partecipato al corteo di Palermo, partito da piazza Marina e arrivato a piazza Verdi, davanti al teatro Massimo. Un gruppo di docenti, al termine del corteo ha occupato simbolicamente l'Assessorato comunale all'Istruzione di Palermo. A Catania, invece, il corteo da piazza Europa è arrivato fino a piazza Roma. 'Dalle Alpi a Lampedusa, la scuola non ci sta'; 'La buona scuola siamo noi'; 'la scuola statale e' patrimonio nazionale' si leggeva sugli striscioni del lungo corteo.

Diecimila persone, tra insegnanti e studenti, hanno sfilato a Torino: il lungo serpentone si è mosso da piazza Carlo Alberto, ha sostato sotto la sede del Miur sventolando palloncini colorati e intonando 'Bella ciao', poi si è mosso verso piazza Castello dove è terminata la manifestazione. L'adesione allo sciopero è stata intorno all'80% con punte dell'85%

Due i cortei a Bologna: quello dei Cobas partito da piazza XX Settembre e quello degli studenti medi partito da piazza San Francesco, che si sono uniti in via Indipendenza, per raggiungere piazza Maggiore. Circa un migliaio i partecipanti al serpentone. Nel mirino il premier Matteo Renzi, appellato tra l'altro come "puffarolo" e ritratto sui cartelli con le fattezze di Pinocchio. Tantissime le bandiere rosse dei Cobas, le pentole e le posate sbattute per fare rumore, qualche fumogeno, fischietti e striscioni contro il Governo e in difesa della scuola pubblica. Nel mirino in particolare il passaggio della riforma che modifica i poteri dei presidi.

Giannini: "Ddl proprio per tenere aperta la discussione" - "Da sette anni non ci si occupava di scuola per cambiarla", ha detto il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini, intervenendo a Mix24 su Radio24, rispondendo alla domanda su come mai da sette anni non si verificava uno sciopero con così larga adesione. E comunque, ha sottolineato il ministro, "abbiamo scelto lo strumento del disegno di legge proprio per tenere aperta la discussione".

Sulla funzione del preside che dovrebbe avere con la Buona Scuola, Giannini ha spiegato "che il dirigente scolastico deve assumere le funzioni di responsabilità che ogni leader educativo, questo è il preside di una scuola nel mondo, deve poter avere. A questo però facciamo corrispondere un accuratissimo sistema di valutazione, che è già partito, che non è legato solo a questo disegno di legge ma che finora non si era mai attuato perché la scuola italiana non è impostata su una modalità valutativa". Adnkronos 5

 

 

 

 

Riconoscimento valori     

 

Cannes scalda i motori e si prepara a far giustizia della scarsa attenzione alle donne anche nel cinema, a raccogliere le parole dure ed amarissime di Patricia Arquette durante gli ultimi Oscar e a valutare, come si deve, autrici ed attrici brave e marginalizzate.

Come scrive Gloria Satta su il Messaggero, la 68° edizione del Festival di Cannes, che parte il prossimo 13 maggio, fa largo alle donne ed anche se i registi continuano ad essere la maggioranza, quest’anno a tenere banco saranno le storie e i personaggi femminili protagonisti dei film più attesi, mentre il glamour verrà incarnato più che mai dalle attrici pronte a sfilare sul red carpet.

Al nuovo corso ”in rosa” va ascritta la presenza del colosso del lusso Kering guidato da François-Henri Pinault e fresco partner del Festival, che annuncia dieci incontri sul tema delle donne nel cinema e il premio Women in motion e l’apertura con il film  La Tête haute, diretto dalla regista, Emmanuelle Bercot, e che ha come protagonista Catherine Deneuve nel ruolo di un giudice dei minori. 

Altra grande settantenne presente Jane Fonda, che nel film in concorso di Paolo Sorrentino Youth-la giovinezza, interpreta una diva 81enne, arrivata da Hollywood per incontrare il famoso regista interpretato da Harvey Keitel in un’enorme sala da ballo arredata con candelabri e un tavolo da ping pong.

Più giovane di un decennio, nata nel 1953, al Festival più cinefilo del mondo ci sarà anche Isabelle Huppert, protagonista di ben tre film: Louder than Bombs, Valley of love, Asphalte, mentre l’altra sessantenne Isabella Rossellini, reduce dalle riprese di Joy accanto a Robert De Niro, presiederà la giuria del Certain Regard e parteciperà all’omaggio per il centenario della madre Ingrid Bergman, che campeggia sul manifesto del Festival.

Fuori concorso Natalie Portman porta il suo esordio alla regia: Une histoire d’amour et de tenèbres, da un romanzo di Amos Oz, in cui si è ritagliata il ruolo della madre dello scrittore.

Sempre fuori concorso la bravissima giapponese Naomi Kawase, mentre concorrono alla Palma D’Oro le due registe francesi : Valérie Donzelli (Marguerite & Julien) e la a Maïwenn (Mon roi).

Donne ancora al centro dei film italiani: quello già ricordato di Sorrentino, quello di Moretti dedicato alla madre alla sua versione al “femminile” ed infine Il Racconto dei racconti di Garrone ispirato alle favole seicentesce di Basile, con Salma Hayek che una regina disposta a tutto pur di avere un figlio, anche a mangiare il cuore sanguinante di un drago.

Anche Allen ci parla di donne e riconfermando Emma Stone come sua musa di oggi presenta in anteprima mondiale Irrational Man, storia di una l’allieva-confidente (e forse qualcosa di più) di una smarrito prof di filosofia interpretato da Joaquin Phoenix. Emily Blunt in Sicario fa una tostissima agente della Cia impegnata contro in narcos messicani, ma il film che farà certo più discutere è Much loved di Nabil Ayouch, su un gruppo di prostitute marocchine, assieme al documentario Amy, decicato a Amy Winehouse, già stato sconfessato dalla famiglia.

Se le donne reclamano il loro spazio nel mondo della celluloide, i docenti voglioni essee i veri protagonisti della scuola.

Ieri Renzi è stato contestato a Bologna da un gruppo di docenti, scontenti per il premier Il premier ha legato ancora una volta il DDL alle assunzioni.

C'è  un'atmosfera molto tesa attorno a questa delicata riforma che lui spera di far passare entro oggi e sempre a colpi di maggioranza.

"So che ci sono persone che mi vogliono contestare sulla scuola e sono pronto a incontrare chiunque ma libertà è rispondere con un sorriso a chi contesta e dire che non ci facciamo certo spaventare da tre fischi: abbiamo il compito di cambiare l'Italia e la cambieremo, di non mollare e non molleremo".; ha detto ieri Renzi al Festival de l’Unità di Bologna.

Intanto domani è stato confermato lo sciopero dei docenti in dissenso alla riforma, mentre nella VII Commissione Cultura alla Camera si votavano gli emendamenti che dovrebbero "correggere" alcune storture del disegno di legge: la questione del POF triennale, la riduzione dei poteri dei dirigenti-padroni e la scelta degli insegnanti.

 Ad essere stato accolto è un emendamento di Coscia che chiarisce che il POF diventa triennale con possibilità di ritocchi annuali. Un altro sembra limitare, seppur parzialmente, il potere dei dirigenti-padroni: a gestire il POF non sarà soltanto il preside, ma il Collegio dei Docenti per quanto riguarda l'elaborazione e il Consiglio d'Istituto per quanto riguarda l'approvazione. Fumata nera, invece, per quanto riguarda uno dei nodi più controversi, la possibilità da parte del Dirigenti Scolastici di scegliere gli insegnanti.

La ministra Giannini, responsabile della riforma,  ha definito "squadristi" i contestatori, mentre Renzi ha optato per l'ironia: va bene fischiare, ma, se la riforma della scuola non passa, ai docenti non resterà altro da fare che continuare a fischiare perché salteranno le 100mila assunzioni che sono da considerarsi contestuali all'intero impianto.

Un modo piuttosto ricattatorio che dimostra che il premier è piuttosto nervoso, anche perché i sindacati hanno risposto sottolineando come il premier perseveri in un atteggiamento antidemocratico e da "uomo solo al comando", come è accaduto con l'Italicum e il Jobs Act, senza ascoltare le critiche e le controproposte che arrivano dal basso e dalla società civile.

Scrive la Repubblica che L'idea che ha in mente Renzi è quella di rilanciare la scuola assegnando più potere ai dirigenti scolastici. Tra le competenze del capo d'istituto è prevista la compilazione del Piano triennale dell'offerta formativa della scuola  -  il documento politico-organizzativo dell'azione educativa  -  che svuota gli organi collegiali di importanti poteri deliberanti. Passa nelle mani del capo d'istituto la valutazione dei docenti neo immessi in ruolo e toccherà sempre al dirigente scolastico premiare, con un corrispettivo in denaro, gli insegnanti più bravi. Il preside dell'era Renzi potrà inoltre scegliere i docenti dagli albi territoriali in cui verranno piazzati i 100mila nuovi assunti e potrà "strappare" alle altre scuole i docenti migliori.

Ma la più parte dei docenti non si fida affatto delle qualità e della libertà di giudizio dei propri dirigenti e teme che nelle nuove modalità di finanziamento, nonostante la quota perequativa del 10 per cento prevista dal disegno di legge, si accentuino i divari tra scuole frequentate dalle élite e gli istituti ubicati in contesti disagiati.

Inoltre, come è noto, uno dei punti centrali riguarda l’edilizia scolastica, con un piano di spesa di 4 miliardi in quattro anni per riqualificare  36mila edifici non in regola.

Il governo non ha chiarito da dove prenderà questi soldi e intanto, dopo un anno di governo Renzi, soffitti ed infissi continuano a cadere.

Ancora, tra le polemiche di coloro che non vorrebbero che lo stato finanziasse neppure con un euro gli istituti privati, arriva la detraibilità delle spese sostenute per la frequenza delle scuole paritarie  -  dell'infanzia e del primo ciclo  -  con un tetto massimo di 400 euro ad alunno per anno. Uno scherzetto che costerà alla collettività 100 milioni di euro all'anno e si aggiungerà ai 472 milioni erogati ogni anno al sistema scolastico non statali.

Infine non sono chiari i criteri premianti e meritocratici per i docenti più attivi, efficaci e migliori e si teme, come sempre in Italia, che benefit e carriere siano decisi da amicizie e cordate, piuttosto che da meriti e valori.

C’è poi il problema della rivalutazione delle pensioni, con la Corte Costituzionale che si è detta contraria al blocco della rivalutazione delle pensioni voluto dal Governo Monti ed ha ha messo al lavoro i tecnici di palazzo Chigi. Secondo quanto scrive Il Corriere dell Sera, una delle ipotesi sarebbe quella di cominciare a rimborsare i pensionati con gli assegni più bassi, provvedendo più avanti per gli altri. Una sorta di rimborso a rate.

Il quotidiano di via Solferino parla anche di un piano del governo contro la povertà, una sorta di reddito di cittadinanza per chi è sotto la soglia degli 8.000 euro annui. Tuttavia, proprio la sentenza della Consulta, con le sue conseguenze economiche, rischia di far tramontare il piano prima ancora della sua nascita.

Non sarà semplice per il governo trovare i fondi necessari per attuare la riforma delle pensioni, a causa della sentenza numero 70 della Corte Costituzionale, che ha bocciato la norma della Legge Fornero che prevedeva il blocco delle indicizzazioni per le pensioni superiori a 2,8 volte l'assegno sociale (1.500 euro circa).

La decisione della Consulta potrebbe avere effetti disastrosi sulle casse pubbliche: il ministro dell'Economia Padoan non ha smentito ne confermato le voci circolate in questi giorni, che parlavano di un rimborso dovuto compreso, complessivamente, tra i 5 e i 10 miliardi di euro, spiegando di voler prima studiare dettagliatamente la situazione. 

Intanto l’Espresso fa il conto in tasca ai parlamentari e dimostra che questi, dall’inizio della Repubblica ad oggi, hanno decuplicato i loro stipendi in barba alla crisi e alle difficoltà del Paese (vedi: http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2014/05/21/news/cosi-i-parlamentari-sono-diventati-milionari-1.166241) .

Fra le altre cose, Questo aumento degli stipendi ha prodotto effetti a cascata anche sugli enti locali. Perché se gli eletti nelle Camere si sono agganciati ai magistrati di Cassazione, i consiglieri regionali hanno fatto altrettanto con i parlamentari. E ogni ritocco all’insù sancito dall'Istat è costato miliardi e miliardi di lire a tutta la collettività.  Carlo Di Stanislao, De.it.press 4

 

 

 

 

 

 

Ipotesi di voto

 

Il “voto” è un diritto democratico inalienabile. Per i Connazionali all’estero si è voluto dargli una fisionomia, da subito, superata.  Con la Legge 459/2001, la Democrazia nazionale ha fatto un piccolo passo avanti. Prima di quella normativa, il voto politico era gestibile dal territorio nazionale. I Connazionali all’estero, in occasione delle elezioni, potevano rientrare in Patria, a costi molto agevolati, per esercitare il loro diritto. Poi, si è ben pensato che il voto potesse essere esercitato direttamente dai Paesi ospiti. Sino a questo punto, nulla da eccepire. Lo Stato risparmiava denaro e l’elettore tempo. Se il voto dall’estero si fosse basato su questo enunciato, sarebbe stata una bella ed utile pensata. Ma non è stato così.

 

Per votare dai Paesi ospiti si è architettata una Circoscrizione Estero; divisa, poi, in quattro Ripartizioni Geografiche. Si è stabilito che i Candidabili nella Circoscrizione Estero fossero 18 (tra Deputati e Senatori) ed eleggibili “solo” dall’estero dai residenti nella Ripartizione Geografica d’effettiva appartenenza e per posta. Però, per gli italiani all’estero restava l’opportunità di votare in Patria. La legge prevede, infatti, che l’elettore residente oltre frontiera può rientrare nel territorio nazionale e votare, come nel secolo scorso, nella Circoscrizione della sezione elettorale d’appartenenza. Tuttavia per le “opzioni” nazionali i rimborsi economici di temporaneo rientro sono assai modesti. Ma non basta. Gli intenzionati a votare in Patria devono comunicarlo per iscritto al proprio Ufficio Consolare entro precise date e l’opzione è valida solo una volta. Il rinnovo automatico non è previsto.

 

 Con questo preambolo, si evince che cittadini italiani oltre frontiera votano, in definitiva, solo per candidati residenti nella loro Ripartizione Geografica all’estero. Dato che il voto in Patria implicherebbe una trasferta onerosa e burocraticamente macchinosa. Almeno sino ad ora, i Candidati all’estero fanno parte di cordate politiche nazionali nelle quali, in caso di voto favorevole, confluiscono. Dopo quattordici anni dal varo della Normativa Tremaglia, non c’è stato nessun “aggiornamento” per il voto politico dall’estero. Per tornare alla “normalità” dovrà, però, essere varata una nuova legge elettorale che consenta, tra l’altro, ai Connazionali, ovunque residenti, di votare, ma anche d’essere votati, nelle Circoscrizioni nazionali e non solo per posta. Il meglio sarebbe tramite il voto elettronico. Riassumendo: voto “attivo” e “passivo” universale. Quindi, potrebbe capitare che residenti nella Penisola votino per un candidato presente nella loro Circoscrizione ma residente all’estero, o viceversa. Siamo convinti che il voto “condizionato”sarà rivisto. Il Parlamento, che dibatte sul futuro dell’”Italicum”, dovrà tener conto della nostra rappresentatività  politica dall’estero. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Cedu e G8 di Genova. La tortura non va in prescrizione

 

La Corte europea dei diritti dell’uomo si era già occupata di alcuni aspetti del G8 svoltosi a Genova nel 2001. Sull’uccisione di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere, sul respingimento dal porto di Ancona di un gruppo di manifestanti greci e sulle zone della città precluse ai manifestanti, la Corte aveva dato ragione al Governo italiano.

 

Si attendeva dunque il suo intervento su quanto avvenne dopo il vertice, specialmente in occasione dell’irruzione delle forze dell’ordine nella Scuola Diaz-Pertini e poi nella caserma di Bolzaneto, ove furono recluse centinaia di persone.

 

Il 7 aprile scorso è arrivata la sentenza sul ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, che la sera del 21 luglio 2001 si trovava nella Scuola Diaz-Pertini (insieme ai manifestanti che il Comune aveva autorizzato a trascorrervi la notte).

 

Come emerge dagli atti giudiziari italiani, le autorità di polizia avevano deciso di perquisire la Diaz-Pertini alla ricerca di prove a carico di appartenenti ai cosiddetti “black block”, accusati di aver partecipato alle violenze verificatesi nei giorni precedenti.

 

L’operazione di polizia si trasformò tuttavia in un pestaggio brutale e indiscriminato. La Corte d’Appello di Genova ha parlato di comportamento crudele e sadico da parte degli agenti anti-sommossa, che utilizzarono anche manganelli non regolamentari.

 

Il ricorso a Strasburgo

Cestaro, che all’epoca aveva 62 anni, fu pestato in modo del tutto gratuito (dato che non aveva opposto resistenza e si trovava seduto a terra con le mani alzate) e riportò varie fratture e danni permanenti.

 

Per mascherare la brutalità dell’operazione furono fabbricate prove false a carico degli occupanti della Scuola, fatto per il quale sono stati poi condannati diversi funzionari di polizia.

 

Visto che i giudici italiani si erano già pronunciati e che la stessa Corte europea ha riconosciuto la “fermezza esemplare” della Corte d’Appello e della Corte di Cassazione, perché si è aggiunto l’intervento di Strasburgo?

 

Premesso che la Corte europea può essere adìta solo dopo l’esperimento dei meccanismi di tutela interni (se potenzialmente efficaci), occorre considerare due aspetti chiave della sentenza:

1) le violenze inflitte al ricorrente hanno costituito tortura (conclusione cui la Corte è giunta sulla base di una giurisprudenza molto articolata; peraltro la stessa Corte di Cassazione aveva già ammesso che le violenze all’interno della Diaz-Pertini potevano essere qualificate come “tortura” ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione europea);

2) gli agenti responsabili delle violenze subìte da Cestaro sono rimasti impuniti e questo per due motivi: la riprovevole assenza di cooperazione della Polizia al fine di identificare gli agenti responsabili (che avevano agito a volto coperto) e la mancanza di codici identificativi degli agenti. A ciò si aggiunge il fatto che i processi a carico dei (pochi) funzionari e agenti imputati per lesioni sono andati in prescrizione.

 

La prescrizione è dovuta in particolare all’assenza del reato di tortura nell’ordinamento italiano (tranne il Codice penale militare di guerra): i magistrati italiani hanno potuto applicare solo figure di reato - lesioni personali ancorché aggravate - soggette a prescrizione.

 

La tortura va contrastata seriamente

Il punto è che la tortura costituisce una violazione dei diritti umani così grave che lo Stato non può limitarsi a risarcire civilmente la vittima, come accaduto con Cestaro (che comunque a Strasburgo ha ottenuto altri 45.000 euro per il danno morale), ma deve sanzionare severamente i responsabili sia in sede penale che disciplinare.

 

La Corte, in sostanza, chiede all’Italia di introdurre il reato di tortura e di adottare un sistema di identificazione degli agenti in servizio di ordine pubblico (seppure con le cautele necessarie a tutelare la loro riservatezza).

 

A questo riguardo la Corte di Strasburgo non fa che riprendere gli obblighi già previsti dalla Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite (che l’Italia ratificò nel 1989) e ribaditi dall’omonimo Comitato (il coordinamento della Corte europea con gli strumenti delle Nazioni Unite e con il lavoro del Comitato europeo per la prevenzione della tortura è rimarchevole).

 

La Corte sollecita inoltre l’esclusione della prescrizione per gli atti di tortura: l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione neutralizza infatti la possibilità di sanzionare con la dovuta severità una violazione gravissima, che esige al contrario sanzioni certe e in grado quindi di svolgere anche una funzione deterrente. È chiaro che questo approccio potrebbe riguardare anche altre figure di reato corrispondenti a gravi violazioni dei diritti umani.

 

Prossimamente Strasburgo si pronuncerà sui ricorsi relativi alla vicenda della caserma di Bolzaneto. Vista anche la durezza con cui al riguardo si è già espressa la Corte di Cassazione, c’è da aspettarsi un’altra severa pronuncia da parte della Corte europea.

 

Dopo anni di inerzia il Parlamento italiano sembra finalmente intenzionato quantomeno a varare il reato di tortura (il testo - seppure perfettibile - appena approvato dalla Camera è ora in Senato) ed è biasimevole che l’Italia sia tuttora priva di un’autorità indipendente per la tutela dei diritti umani, chiamata a svolgere anche un fondamentale ruolo di impulso e di consulenza in casi come questo.

 

La materia è importante sia perché altri gravi episodi del genere, seppure su scala minore, hanno continuato a verificarsi, sia nell’interesse delle stesse forze dell’ordine.

 

Gli agenti di pubblica sicurezza svolgono un lavoro difficile (e malpagato) ma restano dei rappresentanti dello Stato e gli eccessi di una minoranza rischiano di guastarne l’immagine.

 

È anche una questione di professionalità, oltreché di umanità: come dimostrano le migliori esperienze europee, quanto più le forze dell’ordine sanno dar prova di misura nell’impiegare la forza (dunque ove realmente necessario e senza violenze gratuite), tanto più possono contare sulla fiducia e la solidarietà di una larga parte dell’opinione pubblica - che per l’Italia, ormai, è anche quella europea.

Antonio Bultrini, professore di Diritto Internazionale, AffInt

 

 

 

 

 

Renzi e ritorno

 

C’è “maretta” nell’Esecutivo Renzi. Il Segretario del PD, Capo dell’Esecutivo dal febbraio dello scorso anno e Primo Ministro più giovane della Repubblica, trova “resistenza” anche all’intermo del suo Partito. Insomma, pure nel Partito Democratico (PD) ci sono, almeno, due “correnti”. Chi non è più in sintonia è quella”minoritaria”.

 Comunque, non assoggettata alla volontà del Capo. Anche questa è Democrazia. Ma l’Italia non è nelle condizioni d’assistere ai “rimbrotti” politici di chi intende non allinearsi col suo Segretario e alla sua rappresentatività politica. In fibrillazione, di conseguenza, anche i partiti “alleati” di governo. L’opposizione, però, non ha ancora fatto “muro”.

 Dopo, circa, quattordici mesi di governo, Renzi dovrà fare i conti anche con certi suoi colleghi di partito. Questo è ciò che sembra e potrebbe, effettivamente, essere. Però, nel Bel Paese c’è da tracciare, giorno per giorno, la strada per uscire dalla crisi. Con i fatti e non con le parole o le percentuali che, obiettivamente, dicono poco a chi continua a non trovare lavoro in un Paese dove l’immigrazione è diventata un problema che, da sociale, ha assunto un seguito politico, per la verità, già ipotizzato.

 Da noi, si dovrebbe studiare il “percorso” e non pretendere di focalizzare subito la “meta”. In teoria sarebbe anche possibile; ma in pratica è tutt’altra cosa e una crisi politica, ora, non gioverebbe. Proprio con questa premessa, ci poniamo un quesito che, riteniamo, sia di tutti gli italiani. Quale alternativa potrebbe presentarsi?

 Un interrogativo abbinato a un numero elevato d’ipotesi. Ma le ipotesi, senza tesi chiare per tutti, non hanno molto senso. Solo, ci sembra, che servano a perdere altro tempo prezioso in un firmamento politico dove le “stelle”, tutte capaci di vita propria, hanno bisogno di pianeti per fermare un “sistema”.

 Ora, se Renzi è il male “minore”, saremmo curiosi di capire quale sarebbe quello “maggiore”. Confondere la concretezza non è possibile. Meglio, quindi, neppure provarci. Sarebbe un’altra perdita di preziose opportunità che da noi non sono mai state numerose. Prima della fine di questa stagione, un chiarimento dovrà pur esserci. Quello che assilla resta le mancanze d’alternative. Sempre che non s’intenda promuovere un “ripescaggio” politico dal passato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Rifiuto della storia. La vera guerra di civiltà è contro la memoria

 

Durante la seconda guerra mondiale, la Repubblica Sociale emise una serie, una bella serie, di francobolli che rappresentavano i monumenti italiani colpiti e totalmente o parzialmente distrutti dai bombardamenti alleati.

 

"Hostium rabies diruit", lo ha distrutto la rabbia del nemico, indicava la dicitura stampata sotto l'immagine; e mentre guardavi l'Abbazia di Montecassino o la Loggia della Mercanzia di Bologna eri travolto dall'emozione di riscontrare come cose insostituibili se ne fossero andate per sempre e con esse una parte della tua cultura, della tua storia, delle tue radici.

 

Ma quella era un’operazione propagandistica che sfruttava l’impatto degli importanti “danni collaterali” delle operazioni militari alleate, che non erano certo dirette a distruggere il patrimonio culturale e artistico italiano.

 

Ora i servizi televisivi girati in Siria ed in Mesopotamia o messi in circolazione dall'efficace macchina mediatica dell'Isis ci rimandano invece le immagini di come quella che fu una delle grandi culle della civiltà venga sconciata da devastazioni mirate, volute e condotte con inaudita ferocia da coloro che, dopo aver colpito l'uomo che non condivide le loro idee, si battono adesso anche contro un passato che non rispecchia il loro credo religioso.

 

La distruzione del passato

Spariscono così le meraviglie che ci avevano lasciato Sumeri, Accadi, Assiri, Babilonesi e decine e decine di altri popoli, mentre si vanificano duecentocinquanta anni di sforzi e di campagne archeologiche, di pazienti certosini restauri mirati a restituire alla umanità la bellezza del passato.

 

Si inorridisce alla vista delle stele, dei tori alati, delle statue ellenistiche scaraventate giù dai piedistalli, fatte a pezzi da impietose mazze ferrate, aggredite con le seghe elettriche.

 

Si trema al pensiero che queste distruzioni si sommano a quelle provocate dalla guerra, altrettanto atroci, per cui Aleppo, sogno cosmopolita levantino con il più bel suk del Medio Oriente, la cittadella su cui trovò rifugio padre Abramo, sulla via che conduceva da Ur dei Caldei alla Palestina, il quartiere armeno, l'imbalsamato e storico Hotel Baron: tutto ormai ridotto ad un cumulo di rovine.

 

Più o meno la fine che ha fatto il vicino Crack dei Cavalieri, fino a ieri la più impressionante e meglio conservata testimonianza della presenza dei Templari in Terra Santa. E Palmira, l'oasi di Zenobia, la sosta delle carovane del deserto, che fine ha fatto Palmira? È già stata distrutta o lo sarà magari domani, condannata a scontare a colpa di essere stata edificata da mani considerate idolatre?

 

Vedendo quanto avviene in questo centro della memoria e della civilizzazione si è travolti da una profonda tristezza. È questo ciò che dobbiamo aspettarci dai protagonisti della storia nell'anno 2015?

 

Un fanatismo arcaico

La tristezza diviene ancora più profonda allorché si considera come sia nostra almeno una parte della responsabilità di questi orrori quotidiani. Come abbiamo fatto a non accorgerci del mostro che stava crescendo lasciandolo libero di prosperare sino al punto di poter disporre, se non di un vero e proprio stato sovrano, perlomeno di una effettiva condizione di controllo su di un ampio territorio che egli ora riempie di vittime immolate come animali sgozzati su antichi altari e di vecchie pietre violentate?

 

Eppure sappiamo a quali estremi può portare il fanatismo religioso, specie se costruito su basi immutabilmente arcaiche. Ci sono volute centinaia di anni di guerre atroci perché noi stessi potessimo finalmente liberarci dalla tentazione di usare Dio come una bandiera e come la giustificazione delle peggiori atrocità.

 

Ce la prendevamo in genere più con gli esseri umani che con i monumenti, ma non sono certamente mancate del tutto le distruzioni, almeno nei primi secoli del cristianesimo trionfante.

 

I templi egizi portano ancora le tracce degli scalpelli degli zeloti che volevano cancellare i falsi dei ed ancora ci si chiede se l'incendio e la distruzione della grande Biblioteca di Alessandria non siano stati dovuti a mani cristiane, intenzionate a purgare il mondo da una scienza impura.

 

In tempi più recenti, a rinfrescarci la memoria su quanto poteva succedere quando l’arcaismo fondamentalista rimane privo di un efficace controllo, aveva provveduto l'episodio dei Budda di Bamiyan, dinamitati dai talibani in Afghanistan.

 

Neanche la - fortunatamente parziale - distruzione dell'insostituibile patrimonio librario medioevale di Timbuktu, la mitica città del Sahara dai palazzi e dalle moschee di fango, ci aveva allarmati a sufficienza, forse perché la reazione franco/ciadiana all'occupazione del centro abitato da parte di forze qaidiste era stata tanto rapida ed efficace da impedire che venissero provocati danni maggiori.

 

Né aveva risvegliato in tempo la nostra coscienza la locuzione Boko Haram, con cui si sono auto definiti gli estremisti islamici della Nigeria del Nord, che sancisce come "la cultura occidentale è proibita".

 

L’inerzia diviene complicità

Siamo rimasti inerti ed abbiamo ceduto tempo e spazio a quelle forze negative che ora vediamo all'opera, affaccendate a cancellare , a distruggere, a far sparire, come fanno coloro che pretendono di riscrivere la storia, trasformandola in un falso ad usum delphini.

 

La nostra responsabilità diviene più grave con la constatazione di come, fra gli iconoclasti del ventunesimo secolo, siano numerosi anche figli di questa nostra Europa, che non siamo stati capaci di educare ai valori profondi di una cultura che è anche accettazione del passato, orgoglio delle proprie multiformi radici e rispetto per la bellezza delle opere dell'uomo che sono - in questo caso e oltre ogni retorica - reale riflesso in questo mondo della immagine di Dio.

 

Lasciato agire indisturbato, questo cancro potrebbe cancellare progressivamente l'aspetto visibile delle nostre radici, trasformando un passato concreto ed una storia tangibile in qualcosa di astratto , fumoso, quasi leggendario.

 

Già adesso , a distanza di meno di cento anni, abbiamo persone e Stati interi capaci di negare i genocidi del ventesimo secolo. Cosa accadrà della "terra fra i due fiumi" e della influenza che essa ha esercitato sulle culture dei millenni successivi allorché l' ultimo toro alato sarà stato distrutto dalla motosega e l'ultima statua ellenistica sbriciolata in polvere di marmo per fare spazio ad una presunta eternità islamica?

 

Il tempo è sempre stato un fattore importante dell’azione , forse il più importante. In questo caso il tempo manca, l'urgenza è massima. Più attendiamo e più rovinosa ed irreversibile si farà la distruzione. Ci sono momenti in cui ci si può concedere il lusso di riflettere e di discutere prendendo tempo. Ce ne sono altri invece in cui la tempestività fa premio. Noi stiamo vivendo uno di quelli.

Giuseppe Cucchi, Generale,  AffInt. 8

 

 

 

 

Eugenio Marino: “Nuovi Comites: significativi segnali di rinnovamento”

 

Si sono chiuse con un risultato in chiaroscuro le elezioni per il rinnovo dei Comites, così come erano state aperte. Tralascio qui il pregresso perché è stato abbondantemente dibattuto e vengo subito alla fase che si apre, dopo una breve premessa che serve a fare il punto e capire da dove e come ripartire.

Intanto va ricordato che questi organismi, i cui componenti lavorano a titolo esclusivamente volontario, non si rinnovavano da undici anni: erano quindi logorati, soprattutto nei loro componenti più anziani.

Va poi aggiunto che nessun tipo di campagna di informazione seria, a parte gli spot su Rai Italia e la lettera del MAE, è stata fatta per ricordare il voto, la sua importanza e quella dei Comites e, soprattutto, per far conoscere liste e candidati: dato essenziale per chiedere a un cittadino che non conosce né l’istituzione né i candidati di esprimersi.

Occorre poi ricordare che il sistema di presentazione delle liste è sempre quello delle passate elezioni, mentre ciò che è cambiata è esclusivamente la facoltà di votare, che deve essere palesata dal cittadino attraverso l’iscrizione nell’elenco degli elettori (e a tutti era arrivata la lettera che lo spiegava).

Detto questo, passo alle considerazioni politiche. Gli iscritti all’elenco elettorale sono stati circa l’8% degli aventi diritto al voto. Bassa in termini assoluti. Tra questi, ha poi votato quasi il 65%, pari al 4,5% degli aventi diritto in base all’elenco AIRE. Questo ci dice innanzitutto una cosa: che non tutti quelli che si iscrivono e hanno voglia di partecipare e votare, alla fine votano, proprio perché probabilmente non conoscono liste, candidati o istituzione stessa, quindi non hanno informazione adeguata. E molti non si sono proprio iscritti per lo stesso motivo.

Inoltre, ai cittadini italiani era arrivata la comunicazione che si votava a dicembre e, dopo che le elezioni sono state rinviate, non è arrivata la comunicazione che si votava ad aprile.

Infine, dato non secondario, basta osservare i dati sull’affluenza alle principali competizioni elettorali di tutto il mondo (e italiane in particolare) per vedere che negli ultimi decenni la partecipazione elettorale, anche nelle competizioni più importanti, è in calo. Quindi il principale problema del calo dell’affluenza va ricercato in motivazioni politiche generali e di tutt’altra natura non nel ruolo dei Comites o nel sistema di voto con l’iscrizione. Seppure, chiaramente, questo sistema contribuisce ad abbassare l’affluenza e va quindi accompagnato da una politica seria di informazione e consenso.

Io il problema del calo di interesse lo individuo soprattutto nella disaffezione a uno Stato che negli ultimi sette anni è apparso disinteressato nei confronti degli italiani nel mondo; nella sfiducia derivante dalle politiche di tagli lineari nei servizi e nelle attività verso le comunità e i loro servizi; nel logoramento degli stessi Comites i quali, sfiancati da tre rinvii del voto, hanno quasi smesso di funzionare.

A questi motivi particolari, poi, aggiungo il dato più generale a cui facevo cenno: la sfiducia verso la classe politica. Una sfiducia che deriva soprattutto dal fatto che essa non è più percepita da molti come in grado di guidare e condizionare gli eventi e di portarci fuori in tempi ragionevoli dalle grandi crisi economiche che mordono a fondo nella carne viva delle persone.

Questi dati, questa sfiducia, sono verificabili a livello nazionale e globale dal 2006 in poi.

Ebbi modo di scriverlo già qualche mese fa e mi scuso se mi ripeto.

Nel 2006 votarono alle politiche italiane 39 milioni di italiani; nel 2008 scesero a 37; nel 2013 a 35.

Stesso calo alle europee: nel 2004 andarono alle urne 35 milioni di connazionali; nel 2009 scesero a 32; nel 2014 a 28.

Tra le nostre comunità all’estero, la prima volta del voto, nel 2006, votarono 1.053.864 italiani (il 38.93%).

Seguirono due anni di Governo Prodi nei quali si ottennero diversi risultati positivi almeno in termini di risorse verso le comunità, assistenza e lingua e cultura, tanto che, in leggera controtendenza rispetto al dato nazionale, nel 2008 gli elettori salirono leggermente a 1.155.411 (39.5%), circa mezzo punto in più. Nel 2013, dopo cinque anni di tagli, un disinteresse totale di chi governava e una forte crisi economica globale, nonostante si diffondesse sempre di più la conoscenza del voto all’estero, l’affluenza è precipitata a 1.103.898 votanti (31.5%, otto punti in meno rispetto al 2008 e in linea col dato generale in Italia e nel mondo).

Dunque, seppure parliamo delle elezioni più importanti e partecipate per un Paese, quelle di cui si parla tutti i giorni su tutti i mezzi di comunicazione di massa, osservo che la tendenza generale è, purtroppo, alla disaffezione, al calo della partecipazione, alla stanchezza.

Tendenza consolidata in tutte le “democrazie avanzate”, Stati Uniti compresi, dove dal 2004 al 2013 si è passati dalla partecipazione alle presidenziali intorno al 60% a quella del 2012 inferiore al 50% degli iscritti nelle liste elettorali (non degli aventi diritto, ma degli iscritti alle liste elettorali…). Alle elezioni congressuali di medio termine (sempre negli USA) il tasso scende intorno al 45%. Alle ultime amministrative di Roma, poi, nel 2013, ha partecipato al voto solo il 45% degli elettori e a quelle per le regionali in Emilia Romagna e Calabria del 2014 rispettivamente il 37,7% e il 43,8%.

E non è un caso se il New York Times, nel 1988, scriveva con lucida lungimiranza, che il “governo del popolo” (Government of the People) si stava trasformando in “Government of (half) the People”, cioè “Governo di (metà) del popolo”.

Non solo l’iscrizione all’elenco degli elettori all’estero, quindi, né la mancanza di conoscenza e informazione sui Comites né la disputa stancante sulla loro “utilità”, ma questa complessa articolazione di cause – e molto altro che qui non può essere approfondito per ragioni di spazio – determina il calo dell’affluenza. Calo che, sia chiaro, per me rappresenta un problema grave a cui porre rimedio, almeno parzialmente e per ciò che ci compete direttamente.

Come? Intanto facendo ciò che abbiamo sempre sostenuto, anche quando abbiamo deciso di indire le elezioni: cioè procedere innanzitutto a una riforma complessiva del sistema di rappresentanza all’estero che, partendo dal completamento del processo di riforma del metodo del sistema elettorale all’estero (per il quale siamo già intervenuti con l’iscrizione all’elenco elettorale e il voto degli Erasmus), continui con la riforma della legge 459 del 2001, dell’AIRE, del CGIE e, se necessario, dei Comites, tenendo presente la riforma del MAE, del sistema di internazionalizzazione e, soprattutto, quella costituzionale all’esame del Parlamento e inquadrando queste riforme in quell’alveo.

Poi, lavorando sull’informazione, in modo serio sia da parte della Rai che del sistema di comunicazione all’estero, a partire da quella che si farà con la riforma del sistema dell’editoria e dai consolati. Se saremo in grado di fare queste riforme guardando a ciò che succede sul piano generale, io credo che alle prossime elezioni l’affluenza aumenterà sensibilmente.

Inoltre, elemento non certo secondario proprio nel merito delle riforme, io credo che sia un bene che a discuterne vi siano Comites e CGIE composti da rappresentanti in gran parte nuovi, motivati e, in buona parte, espressione di quel mondo della recente emigrazione che fin qui non era rappresentato (e che deve ancora aprirsi). Basti guardare alle esperienze positive e significative, non solo dal punto di vista simbolico, di realtà e figure come quelle del Comites di Los Angeles, di Vienna, di Boston, San Paolo, Lussemburgo, Wellington e diversi altri dei quali daremo qui maggiore approfondimenti in futuro. Comites nei quali le migliori espressioni della recente emigrazione hanno saputo legarsi e conciliarsi con le migliori espressioni della emigrazione tradizionale in un contesto e una sintesi costruttivi di tradizione, rinnovamento e progressismo che tiene insieme quel senso di comunità di cui c’è bisogno. Questa rappresentanza, fresca, motivata, nuova, ampia, potrà discutere con maggiore consapevolezza, lucidità e sguardo al futuro di quanto non avrebbe potuto fare quella uscente che era stata portata allo stremo.

Insomma, se di riforme e di recupero di partecipazione si deve parlare, è bene farlo ora con chi ce l’ha messa tutta, in mezzo a tante difficoltà, per partecipare e per rappresentare gli italiani all’estero nei Comites. Sono stati pochi? Può darsi, ma sono sicuramente motivati, capaci e con lo sguardo rivolto in avanti, altrimenti non si sarebbero candidati né avrebbero votato. Ora lavorino per fare bene e coinvolgere i molti. Eugenio Marino, Pd Cittadini mel mondo

 

 

 

 

Borse di studio del Governo italiano per studenti stranieri e italiani residenti all’estero. Il Bando scade il 13 maggio

 

ROMA – Scade il prossimo 13 maggio il Bando a.a. 2015-2016 per Borse di studio offerte dal Governo italiano a studenti stranieri e italiani stabilmente residenti all’estero (bando integrale  alla pagina http://www.esteri.it/mae/resource/doc/2015/03/bando_a.a._2015-2016.pdf )

Le borse di studio  mirano a favorire la cooperazione culturale internazionale e la diffusione della conoscenza della lingua, della cultura e della scienza italiane, favorendo inoltre la proiezione del settore economico e tecnologico dell’Italia nel resto del mondo.

La lista dei Paesi stranieri i cui cittadini possono candidarsi è consultabile alla pagina “Borse di studio per stranieri e italiani residenti all’estero” del sito del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale: http://www.esteri.it/mae/it/ministero/servizi/stranieri/opportunita/borsestudio_stranieri.html 

Apposite borse di studio (denominate borse IRE) sono previste per gli italiani stabilmente residenti all’estero solo per i seguenti Paesi: Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Eritrea, Etiopia, Guatemala, Messico, Perù, Sud Africa, Tunisia, Uruguay e Venezuela.

Dalle borse IRE sono esclusi i dipendenti, di cittadinanza italiana, di Uffici della Pubblica Amministrazione italiana, nonché i loro familiari anche se residenti temporaneamente all’estero.

Le borse di studio sono offerte per svolgere programmi di studio, formazione e/o ricerca presso istituzioni italiane statali o legalmente riconosciute: l’elenco è disponibile sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) http://www.istruzione.it/web/universita/home

Il MAECI conferisce inoltre borse di studio a studenti stranieri impegnati in attività di studio previste da cosiddetti “Progetti Speciali” (si veda la specifica sezione riservata a tali progetti nella pagina http://www.esteri.it/mae/it/ministero/servizi/stranieri/opportunita/borsestudio_stranieri.html )

Le borse possono avere la durata di 3, 6 o 9 mesi. Per Corsi di aggiornamento/formazione per docenti di lingua italiana sono concesse borse per la sola durata di 1 mese. Decorrenza della borsa: non prima del 1 gennaio 2016. Termine della borsa: non oltre il 31 dicembre 2016. Nel quadro del “Trattato di Amicizia Italia-Libia” le borse per cittadini libici avranno una durata di 12 mesi con decorrenza dal 1 ottobre 2015.

Informazioni dettagliate riguardanti l’offerta di borse di studio potranno essere richieste alla Rappresentanza Italiana o all’Istituto Italiano di Cultura presenti nel Paese di provenienza del candidato (http://www.esteri.it/mae/it/ministero/laretediplomatica /). (Inform)

 

 

 

L’economia d’Italia

 

Non è facile comprendere l’attuale situazione economica nazionale. Infatti, nonostante le assicurazioni dell’Esecutivo Renzi, non sono ancora presenti presupposti che ci consentano d’evidenziare ottimistica previsione. Ci troviamo, infatti, alla presenza di una serie di condizioni recessive che, per la loro complessa natura, non sembrano superabili in tempi ragionevolmente contenuti. Qual è, allora, la realtà socio/economica del Bel Paese? Per chi vive nella Penisola, l’interrogativo rappresenta una preoccupazione che non è facile da accantonare. Per chi vive all’estero, è un enigma.

Infatti, la crisi italiana, che non è settoriale, coinvolge tutti gli economici. In quale tempo ci saranno segnali di miglioramento? Quando si tratta della materia, anche se a livello informale, si pensa subito a un complesso gioco di numeri che devono, quando lo possono, fare quadrare un bilancio.

 Risulta, però, che la grande Famiglia del Popolo Italiano è costretta ad affrontare un momento, ancora negativo, che rischia, pur non rinnegando un benevolo ottimismo, di aggravarsi ancora. La stasi produttiva, che è iniziata da almeno cinque anni, è aggravata e complicata da un quadro politico che, di fatto, non consente di modificare, nella sostanza, i problemi di casa nostra. Gli stessi raffronti con gli altri Paesi UE, soprattutto con quelli che hanno fondato l’Unione, ci trovano in svantaggio.

Né ci consola che Spagna e Portogallo si trovano, quasi, al nostro livello. Per la Grecia è tutt’altra storia. Con l’Era Renzi, anche il concetto di produttività è in trasformazione. La partecipazione statale alle imprese industriali non esiste più e i contributi pubblici languono. Le condizioni per una possibile ripresa potrebbero anche esserci; ma è necessario offrire concrete garanzie di stabilità per gli anni a venire.

 In definitiva, tornare a favorire gli investimenti. Ovviamente, con incentivi di defiscalizzazione ed agevolazioni previdenziali per l’occupazione. Secondo noi, questa resta la parte più difficile della manovra. Riequilibrare i conti non sarà impresa priva di rischi; soprattutto nel prossimo biennio. Per cambiare veramente, bisogna volerlo, ma anche poterlo. Non solo a parole. Dopo tante polemiche, tutte inutili, resta che gli errori degli altri rimangono in conto al Popolo italiano.

 Quando ci saranno tangibili segni di ripresa, anche col varo della nuova legge elettorale, e conseguente chiamata alle urne, l’economia potrebbe dare i primi segni in positivo (PIL in positivo non prima del 2016).

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Rinviata a giugno l’inaugurazione del museo dell’emigrazione lucana

 

POTENZA- L’inaugurazione del Museo dell’emigrazione di Lagopesole, programmata inizialmente per il 22 maggio prossimo (giornata dei lucani nel mondo), è stata spostata al 22 giugno a causa della concomitante campagna elettorale per le elezioni amministrative in Basilicata, "durante la quale sono in vigore una serie di limitazioni per la comunicazione pubblica e l’organizzazione di eventi (par condicio). Per lo stesso motivo sono state rinviate le manifestazioni già programmate per i cento anni della Grande Guerra".

Lo ha annunciato il presidente del Consiglio regionale, Piero Lacorazza, che ieri in Inghilterra ha incontrato il presidente della federazione dei lucani nel Regno Unito Donato Faretta e i presidenti delle associazioni dei lucani di Nottingham e di Epsom, Vincenzo Romano e Vincenzo Auletta. Nelle due città inglesi sono presenti da molto tempo comunità di lucani originarie di Accettura, Ripacandida e Maschito. (aise 4) 

 

 

 

 

Sicilia Mondo celebra con l’intera struttura la XIX Edizione della Giornata del Siciliano nel Mondo

 

Sicilia Mondo ha sensibilizzato i Presidenti delle Associazioni aderenti, i corrispondenti e l’intera struttura organizzativa con la seguente nota

 

Caro Presidente, caro corrispondente,

       Sicilia Mondo ripete, anche quest’anno, l’appuntamento con i corregionali che vivono nelle varie parti del mondo per celebrare la Giornata del Siciliano nel Mondo, nella 69° ricorrenza della Costituzione della Regione Siciliana, avvenuta il 15 Maggio 1946.

       E’ questa la XIX edizione che Sicilia Mondo ha istituzionalizzato con il largo consenso e la partecipazione dei corregionali, ovunque si trovino.

       Il tema di quest’anno si inquadra nel delicato momento di ripresa dell’Italia, anche in vista delle riforme istituzionali.

       Il tema prescelto per questo 2015 è “Rafforziamo anche noi la crescita dell’Italia promuovendo  il prodotto nazionale nel mercato globale”.

       La Giornata del Siciliano nel Mondo, come negli anni precedenti, vuole essere una festa  per la gioia di incontrarsi, di stare insieme e ripercorrere ricordi, valori e momenti magici di amicizia e di tradizioni della nostra terra. Ricordare la nascita della Regione ed il clima aggregante della sicilianità. Mai dimenticata.

       La Giornata ideale sarebbe quella del 15 Maggio ma può essere celebrata anche entro la fine del mese, secondo le varie esigenze delle Associazioni, con iniziative diverse e nella data più opportuna, con la partecipazione dell’intera comunità siciliana ed il coinvolgimento delle Istituzioni locali, quelle italiane, delle altre Associazioni regionali e della stampa.

       A Catania, la Giornata sarà  celebrata  Lunedì 18 Maggio, alle ore 17.30, presso il salone della Associazione di Via Renato Imbriani n° 253.

       Sicilia Mondo raccomanda alle Associazioni aderenti tutto l’impegno possibile per dare la massima visibilità alla Giornata, gratificando così l’aspettativa e l’orgoglio dei nostri corregionali.

       Ti prego, pertanto, di volermi informare sulla data della celebrazione e di trasmettere poi una breve relazione con foto.

       Auspicando che anche quest’anno si ripeta il successo straordinario degli anni precedenti, resto in attesa di leggerTi e Ti invio le più vive cordialità da estendere a tutti i soci. Azzia – Sicilia Mondo

 

 

 

 

 

Für eine menschenwürdige Flüchtlingspolitik. Resolution des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK)

 

In einer eigenen Resolution hat sich die Vollversammlung des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), für ein umfassendes Konzept der Bekämpfung der Flüchtlingsnot eingesetzt und Widerstand gegen jede Form der Fremdenfeindlichkeit eingefordert.

 

Das ZdK erklärt: "70 Jahre nach dem Ende des Zweiten Weltkrieges und den damit verbundenen schrecklichen Erfahrungen von Flucht und Vertreibung in Deutschland und Europa setzen sich die Mitglieder des Zentralkomitees der deutschen Katholiken für einen menschenwürdigen Umgang mit den Flüchtlingen unserer Tage ein.

Millionen von Menschen sind heute weltweit aus unterschiedlichen Gründen auf der Flucht. Tausende von ihnen sind schon auf dem Weg nach Europa im Mittelmeer ertrunken. Das christliche Gebot der Nächstenliebe und die europäischen Grundwerte, die auch eine Frucht der bitteren Erfahrungen des Zweiten Weltkrieges sind, verpflichten uns, Flüchtlinge zu retten und sie bei der Suche nach einer neuen Lebensperspektive zu unterstützen.

Dass Menschen ihre Heimat verlassen müssen, ist eine Realität unserer Zeit. Wir setzen uns für die Flüchtlinge bei uns wie auch in ihren Herkunfts- und Transitländern ein. Dabei richten wir unser Augenmerk besonders auf das Leid von schutzbedürftigen Kindern, Jugendlichen und Frauen. Ihre spezifischen Notlagen und Bedürfnisse tauchen in offiziellen Statistiken und Berichte nicht ausreichend auf. Ebenso ist uns bewusst, dass es vor allem die benachbarten Länder der Krisenregionen, wie z. B. der Libanon, sind, die die Hauptlast von Flucht und Vertreibung tragen.

Ein umfassendes europäisches Konzept für den Umgang mit der gegenwärtigen Flüchtlingssituation muss wirksame Rettungsprogramme, ein entschiedenes Vorgehen gegen Menschenhandel und verbrecherische Schleuser, die Verbesserung der Lebensperspektiven in den Herkunftsländern und auch die gerechte Verteilung zwischen den europäischen Staaten umfassen. Zu einer ernsthaften Bekämpfung von Fluchtursachen gehören nach unserer Überzeugung auch die Stärkung der Prinzipien einer guten Regierungsführung in den Heimatländern und die kritische Auseinandersetzung mit unserer eigenen Handelspolitik, den deutschen Waffenexporten und den klimatischen Auswirkungen unserer Wirtschafts- und Lebensweise.

Wir rufen dazu auf, die Themen Asyl und Migration, so unterschiedlich sie auch sind, in einem gemeinsamen Kontext und ohne Angst zu betrachten. Dies schließt auch eine Diskussion über die Notwendigkeit eines Einwanderungsgesetzes in Deutschland ein.

Dass es in unserem Land Anschläge auf Flüchtlingsunterkünfte und Aufrufe zu Ausgrenzung und Diskriminierung gibt und dass Menschen, die sich für Flüchtlinge einsetzen, beleidigt und bedroht werden, beschämt uns zutiefst. Solchen fremdenfeindlichen Tendenzen treten wir mit aller Entschiedenheit entgegen. Die Definition dessen, was christlich Werte bedeuten, überlassen wir nicht Populisten und Brandstiftern.

Wir sind dankbar dafür, dass viele Kirchengemeinden, christliche Organisationen und Einzelpersonen ein sichtbares Zeichen gegen Gewalt und Fremdenhass setzen, indem sie den Flüchtlingen beistehen. Dieses Engagement für die Fremden und Vertriebenen ist gelebtes Christsein."

Beschlossen durch die Vollversammlung am Samstag, dem 9. Mai 2015.

(de-it-press)

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. EU-Kommission will Quotensystem zur Verteilung von Flüchtlingen

 

EU-Kommissionspräsident Juncker will in der Flüchtlingsfrage von den EU-Ländern keine “Betroffenheitslyrik” mehr hören. Die Kommission werde ein Quotensystem vorschlagen. In der Sache blieb Juncker aber vage.

 

In der Debatte über eine andere Verteilung von Flüchtlingen in der Europäischen Union geht die EU-Kommission auf Konfrontationskurs zu den nationalen Regierungen. “Wir werden ein Quotensystem vorschlagen”, kündigte EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker vergangene Woche während einer Plenardebatte des Europaparlaments in Straßburg an. Einen entsprechenden Vorschlag werde seine Behörde am 13. Mai vorlegen, sagte Juncker. “Es kann nicht sein, dass wir die betroffenen Länder in dieser Frage alleine lassen.”

Nach den derzeitigen EU-Regeln ist grundsätzlich das Ersteinreiseland für die Ankömmlinge zuständig, also in vielen Fällen etwa Italien oder Griechenland. Etliche nördliche Staaten, etwa Großbritannien, Tschechien und die baltischen Länder, lehnen es bisher ab, daran etwas zu ändern. Auf ihrem Krisengipfel zur Flüchtlingspolitik in der vergangenen Woche hatten sich die 28 EU-Regierungen zwar im Grundsatz offen für eine Umverteilung gezeigt. Sie beließen es aber in ihrer Schlusserklärung bei vagen Formulierungen.

“Betroffenheitslyrik auf Dauer” wolle er nicht hören, rügte Juncker am Mittwoch in einer eindringlichen Rede. Er ließ indessen offen, ob ihm eine Umverteilung von Flüchtlingen vor dem Asylverfahren oder vielmehr eine Umsiedlung anerkannter Flüchtlinge vorschwebt. Auch zur Verbindlichkeit der Quote sagte er nichts. Eindeutiger äußerte sich das Europaparlament in einer Entschließung. Nach Ansicht der Parlamentarier soll schon die Zuständigkeit für Asylverfahren auf alle 28 Länder aufgeteilt werden. Nötig seien bindende Quoten für die Verteilung von Asylsuchenden, heißt es in der Resolution.

Die Abgeordneten forderten in dem Text auch, das Einsatzgebiet der EU-Seeoperation “Triton” auszuweiten und ihr ein eindeutiges Mandat für die Seenotrettung zu geben. Die EU-Kommission hält das Mandat indessen für ausreichend. Es sei eine Falschinformation, dass unter dem Mandat nur Rettung in Küstennähe möglich sei, unterstrich Juncker. “Dringend” müsse sich die EU indes mit Fragen der legalen Migration beschäftigen, verlangte er. “Wenn wir nicht, und sei es nur zur Hälfte, die Eingangstür öffnen, dann dürfen wir nicht darüber überrascht sein, dass die Unglücklichen dieser Welt durchs Fenster hineinkommen.”  (epd/mig 4)

 

 

 

 

Mehr als 5.800 Flüchtlinge am Wochenende im Mittelmeer gerettet

 

Bei Einsätzen im Mittelmeer haben europäische Schiffe am Wochenende mehr als 5.800 Flüchtlinge gerettet. Mindestens zehn Migranten überlebten die gefährliche Schifffahrt nicht.

Wie die italienische Küstenwache mitteilte, wurden am Samstag fast 3.700 Flüchtlinge gerettet und am Sonntag mehr als 2.100 weitere. Zehn Flüchtlinge konnten nur tot geborgen werden. Die libysche Küstenwache griff ihrerseits rund 500 Migranten auf und brachte sie Internierungslager.

Am Samstag wurden laut italienischer Küstenwache insgesamt 3.690 Flüchtlinge gerettet, die auf 17 Booten unterwegs waren. An den Einsätzen waren mehrere italienische Schiffe von Marine, Zoll und Küstenwache beteiligt sowie Schleppkähne, ein Frachter und ein französisches Marineschiff. Die ersten Flüchtlinge wurden in der Nacht zum Sonntag auf der Insel Lampedusa an Land gebracht, weitere trafen am Sonntag in Crotone in Kalabrien ein. Spätestens am Montag sollten weitere Migranten auf Sizilien eintreffen.

Bei 13 Einsätzen am Sonntag wurden zudem 2.152 Flüchtlinge in Sicherheit gebracht. Vier weitere Einsätze dauerten am Abend noch an. Laut Küstenwache überlebten mindestens zehn Migranten die gefährliche Schifffahrt nicht: Acht Leichen seien am Sonntag auf zwei verschiedenen Booten aufgefunden worden. Zwei Flüchtlinge seien ertrunken, als sie versucht hätten, zu den rettenden Schiffen zu gelangen. Keines der Boote habe aber Schiffbruch erlitten.

Am Sonntag nahm allein das italienische Marineschiff "Bettica" mehr als 570 Migranten von vier Booten auf. Das Schiff "MV Phaenix" der Organisation Ärzte ohne Grenzen und der Organisation Migrant Offshore Aid Station (Moas) rettete 369 Flüchtlinge. Das Schiff war am Sonntag in Malta in See gestochen.

Auf Lampedusa traf am Sonntagabend ein kleines Boot mit 50 Flüchtlingen ein. Die italienische Insel liegt nicht weit vom afrikanischen Kontinent entfernt, weshalb unzählige Flüchtlingsboote sie ansteuern.

Die libysche Küstenwache griff am Sonntag in Küstennähe rund 500 Flüchtlinge auf, die in fünf Booten in Richtung Europa gestartet waren. Nach Behördenangaben wurden sie an Land gebracht und mit Bussen zu Internierungslagern rund um die Küstenstadt Misrata gefahren. "Wir werden es wieder versuchen, zum zweiten und zum dritten Mal. Wir erreichen Europa oder wir sterben", sagte eine Frau, die ungenannt bleiben wollte.

Schleuser machen sich das durch den Bürgerkrieg in Libyen entstandene Chaos zunutze, um immer mehr Migranten auf oft kaum seetüchtigen und überladenen Schiffen in Richtung Europa zu schicken. Allein in den ersten Monaten dieses Jahres kamen dabei im Mittelmeer mehr als 1750 Flüchtlinge ums Leben - 30 Mal mehr als im gleichen Zeitraum des Vorjahrs.

Die bislang größte Katastrophe ereignete sich Ende April, als beim Untergang eines völlig überladenen Schiffs vor der Küste Libyens möglicherweise mehr als 800 Menschen starben. Insgesamt kamen allein im April mehr als 1.200 Menschen ums Leben.

Nach den Flüchtlingstragödien beschlossen die EU-Staats- und Regierungschefs auf einem Sondergipfel Ende April, die Mittel für die "Triton"-Überwachungsmission zu verdreifachen. "Triton", der Nachfolgeeinsatz der italienischen Seenotrettungsoperation "Mare Nostrum", hat seitdem statt drei rund neun Millionen Euro pro Monat zur Verfügung.

Die Zahl von 5.800 geretteten Flüchtlingen an zwei Tagen ist eine der höchsten Zahlen, aber kein Rekord: Erst am 12. und 13. April wurden insgesamt mehr als 6.600 Migranten aus dem Mittelmeer gerettet.  AFP/EA 4

 

 

 

 

Gedenkstunde im Bundestag. 70 Jahre Kriegsende: Mahnung für alle Zeit

 

Bundestag und Bundesrat haben in einer gemeinsamen Gedenkstunde an die Opfer des Nationalsozialismus erinnert. Der Historiker Winkler mahnte alle Deutschen, sich der Geschichte des Landes im Ganzen zu stellen. An der Gedenkstunde im Bundestag nahmen Kanzlerin Merkel und zahlreiche Kabinettsmitglieder teil.

 

Die Gedenkstunde im Bundestag eröffnete Bundestagspräsident Norbert Lammert. Der 8. Mai sei für den ganzen Kontinent ein Tag der Befreiung gewesen. "Er war aber kein Tag der deutschen Selbstbefreiung", betonte Lammert. "Unsere Gedanken und unser Respekt" gälten heute vor allem

denen, die "unter unvorstellbaren Verlusten die nationalsozialistische Terrorherrschaft beendet haben, sowohl in den Reihen der westlichen Alliierten als auch auf Seiten der Roten Armee", so der Bundestagspräsident.

"Würde jedes einzelnen Menschen achten"

Die Gedenkrede zum 70. Jahrestag hielt der Historiker Heinrich August Winkler. Er erinnerte an den Philosophen Ernst Cassirer, der Hitlers politische Karriere als "Triumph des Mythos über die Vernunft und diesen Triumph als Folge einer tiefen Krise" gedeutet hatte. Dieser Mythos sei immer da und warte auf seine Gelegenheit. Winkler ging auf "Ausbrüche der Fremdenfeindschaft" ein, wie

sie Deutschland in den letzten Monaten erlebt habe. Gerade angesichts "beklemmender Aktualität" mahnten die Worte Cassirers "die eigentliche Lehre der deutschen Geschichte der Jahre 1933 bis 1945 zu beherzigen: die Verpflichtung, unter allen Umständen die Unantastbarkeit der Würde jedes

einzelnen Menschen zu achten."

Laut Winkler hat der Sieg der Alliierten über Deutschland die Deutschen von sich selbst befreit. "Im Sinne der Chance, sich von politischen Verblendungen und von Traditionen zu lösen, die Deutschland von den westlichen Demokratien trennten."

Widerspruchsvolle deutsche Geschichte

 

Abgeschlossen sei die deutsche Auseinandersetzung mit der eigenen Vergangenheit nicht, "und sie werde es auch niemals sein". Jede Generation werde ihren Zugang zum Verständnis einer so widerspruchsvollen Geschichte wie der deutschen suchen. Zur Verantwortung für das eigene Land gehöre aber immer auch der Wille, sich der "Geschichte des Landes im Ganzen zu stellen. Das gelte

für alle Deutschen und für die, die sich entschlossen haben oder noch entschließen werden, Deutsche zu werden", betonte Winkler. "Unter eine solche Geschichte lässt sich kein Schlussstrich ziehen."

Als "deutsche Verpflichtungen" hob Winkler die besonderen Beziehungen zu Israel und die Solidarität mit Ländern hervor, die erst 1989/90 ihr Recht auf innere und äußere Selbstbestimmung wiedergewonnen haben.

Der 76-jährige gebürtige Ostpreuße Heinrich August Winkler ist emeritierter Professor der Humboldt-Universität zu Berlin, wo er von 1991 bis 2007 Ordinarius für Neuere und Neueste Geschichte war. Sein Forschungs- und Lehrschwerpunkt liegt vor allem auf der Geschichte der deutschen Arbeiterbewegung, der Weimarer Republik sowie auf der deutschen und internationalen Zeitgeschichte.

Zum Abschluss der Gedenkstunde betonte Bundesratspräsident Volker Bouffier, der 8. Mai 1945 verpflichte dazu, sich immer wieder deutlich zu machen, "dass in Deutschland kein Platz für diejenigen ist, die die Demokratie bekämpfen oder die Menschenrechte missachten."

Merkel in Dachau: "Erinnerung, die der Zukunft verpflichtet ist" Vergangenen Sonntag (03.05.2015) hatte Bundeskanzlerin Angela Merkel das ehemalige

Konzentrationslager Dachau besucht, um an seine Befreiung vor 70 Jahren zu erinnern und der Opfer zu gedenken. Dort betonte Merkel, die Erinnerung an die Gräueltaten des Nazi-Regimes sei eine Erinnerung, die der Zukunft verpflichtet sei. So dürften die Augen nicht vor antisemitischen Hassparolen und Übergriffen sowie terroristischen Anschlägen verschlossen werden. "Wir sind dazu

aufgerufen uns klar zu machen, dass jüdisches Leben Teil unserer Identität ist, dass Diskriminierung, Ausgrenzung und Antisemitismus bei uns keinen Platz haben dürfen, dass sie entschlossen und mit der ganzen Konsequenz rechtsstaatlicher Mittel bekämpft werden müssen", so die Kanzlerin.

In ihrem Video-Podcast vom vergangenen Samstag (02.05.2015) warnte Merkel davor, einen "Schlussstrich" ziehen zu wollen. Es gebe keinen Schlussstrich unter Geschichte. Das Begehen von Gedenktagen gehöre für sie unauflöslich mit kontinuierlicher Schulbildung und auch kontinuierlichen Möglichkeiten der Weiterbildung zusammen.

Steinmeier in Wolgograd: "Nie wieder"

Außenminister Frank-Walter Steinmeier hatte am Donnerstag (07.05.2015) die russische Millionenstadt Wolgograd (ehemals Stalingrad) besucht, wo er mit seinem Amtskollegen Sergej Lawrow des Endes des Zweiten Weltkrieges vor 70 Jahren gedachte. Steinmeier erklärte: "70 Jahre nach dem unermesslichen

Leid, das Deutsche über die Stadt gebracht haben, sind wir nicht mehr allein in der Erinnerung.

Russen, Deutsche und alle Völker Europas verbindet ein gemeinsames "Nie wieder" und eine gemeinsame Verantwortung für den Frieden in Europa."

Kulturstaatsministerin Monika Grütters äußerte sich am Donnerstag (07.05.2015) zu den Nazi-Verbrechen. Zum zehnjährigen Bestehen würdigte sie das Holocaustmahnmal in Berlin. Dem Denkmal für die ermordeten Juden Europas komme eine zentrale Bedeutung im Gedenken an das Unfassbare zu.

"Der Ort ist vor allem eines: Der Ort ist gut, er ist wichtig, er ist Teil von uns geworden. Und er nicht mehr wegzudenken." Im Vorfeld hatte Grütters erklärt: "Sechs Millionen Menschen wurden ermordet, allein weil sie Juden waren, unter ihnen 1,5 Millionen Kinder. Ihre Ermordung war ein gezielter Völkermord, an dieses Menschheitsverbrechen muss für alle Zukunft erinnert werden."      

            

Neue Erinnerungskultur durch Bundespräsident von Weizsäcker.  Zum 40. Jahrestag nannte der damalige Bundespräsident Richard von Weizsäcker den 8. Mai 1945 erstmalig einen "Tag der Befreiung". "Er hat uns alle befreit von dem menschenverachtenden System der nationalsozialistischen Gewaltherrschaft",

sagte von Weizsäcker am 8. Mai 1985. Mit diesem in seiner Rede enthaltenen Aspekt der Befreiung vom Nationalsozialismus prägte das deutsche Staatsoberhaupt eine Kernaussage der Erinnerungskultur in der Bundesrepublik Deutschland. Nach dem Fall der Mauer 1989 und der deutschen Wiedervereinigung im Jahr 1990 wurde diese Befreiung auch für den Osten Deutschlands und die Staaten jenseits des Eisernen Vorhangs zur Realität - fast ein halbes Jahrhundert nach Kriegsende. Pib 8

 

 

 

 

Übers Meer in die Perspektivlosigkeit. Europa hat am Ende doch nichts gemacht

 

Ahmed aus dem Niger wollte eigentlich in Libyen bleiben. Doch er musste nach Europa flüchten weil NATO-Truppen das Land bombardierten, um Gaddafi zu stürzen. Nun ist er in Berlin. Von Europa fühlt er sich im Stich gelassen. Ein “verrücktes” Leben. Von Johannes Süßmann

 

Die Entscheidung fällt im Sommer 2011. Auf die libysche Hauptstadt Tripolis regnen die Bomben der Nato-Truppen, um Diktator Gaddafi zu stürzen. Ahmed aus dem Niger weiß, dass er sein Leben riskiert. “Ich wollte nicht nach Europa”, sagt er. “Aber in Libyen wurde alles zerstört.” Also steigt er in ein Schlauchboot, zusammen mit 120 weiteren Flüchtlingen. Das Boot bietet gerade einmal Platz für 20. Sie fahren aufs Meer, es gibt Probleme mit dem Motor, immer wieder. Ahmeds Stimme stockt. “Natürlich ist das gefährlich”, sagt er. “Deswegen sterben ja so viele Tausend Menschen auf dem Mittelmeer.” Ahmed hat Glück. Nach 24 Stunden erreicht das Boot die italienische Insel Lampedusa.

Knapp vier Jahre ist das nun her, doch zu Ende ist Ahmeds Reise bis heute nicht. Vor rund neun Monaten kam der 27-Jährige nach Berlin. Seine geröteten Augen und die müde Stimme erzählen von Enttäuschung und Resignation. Er habe seine Geschichte schon so oft erzählt, sagt Ahmed. Geändert habe sich nichts. “Wir leben dieses verrückte Leben”, sagt er, stellvertretend für so viele Flüchtlinge. “Wir haben keine Rechte.”

Ahmed gehört zum Kreis der Flüchtlinge vom Kreuzberger Oranienplatz. Vor etwa einem Jahr wurde dort ein Protestcamp aufgelöst. Rund 100 Flüchtlinge fanden daraufhin Zuflucht in Berliner Kirchengemeinden, darunter Ahmed, der erst nach der Räumung nach Berlin gekommen war. Nun wohnt er zusammen mit zehn Gefährten in einer Wohnung in Berlin-Mitte.

Im Kirchenasyl ist Ahmed nicht, denn dazu müsste er sich in einem laufenden Asylverfahren befinden. “Wir schätzen, dass die Mehrheit der Leute vom Oranienplatz, von denen viele aus Lampedusa kamen, ihren Asylantrag damals in Italien gestellt haben”, sagt Rainer Sbrzesny von der Gemeinde am Weinberg. Rund 20 Flüchtlinge sind dort in Obhut und bekommen Nothilfe, wie Sbrzesny es nennt.

Viele der ersten Lampedusa-Ankömmlinge bekamen 2011 in Italien eine Aufenthaltserlaubnis, manche für sechs Monate, manche für mehrere Jahre. Dazu gab es einen Ausweis, mit dem sie sich drei Monate lang frei in Europa bewegen konnten. Zum Beispiel nach Berlin – wo sich der Senat nun aus formalen Gründen nicht zuständig fühlt. Wo die Flüchtlinge keine Unterkunft bekommen und keine Arbeitserlaubnis, und wo sie auf die Hilfe von Ehrenamtlichen angewiesen sind. Viele fahren regelmäßig zurück nach Italien, um sich den Ausweis verlängern zu lassen.

Ahmed lebte nach seiner Ankunft auf Lampedusa gut zweieinhalb Jahre in Italien. Über Sizilien kam er nach Rom, lebte monatelang auf der Straße. “Ohne Geld kann man in Italien nicht im Heim wohnen”, sagt er. Wegen der vielen Flüchtlinge sei es sehr schwierig gewesen, eine Unterkunft zu finden. Trotzdem ging Ahmed zur Schule, wollte Italienisch lernen. Durch kleine Jobs bekam er etwas Geld, zog mit einem Freund in eine kleine Wohnung. Als beide ihre Arbeit verlieren, müssen sie raus. “Ich musste etwas ändern, wollte ein neues Leben beginnen”, erzählt er. Also stieg er in den Bus und fuhr nach Deutschland.

Sein Heimatland hat Ahmed 2009 verlassen. Die Situation dort sei sehr schwierig, erzählt er. “Eigentlich haben wir viele Bodenschätze, Uran zum Beispiel.” Doch die würden von der ehemaligen Kolonialmacht Frankreich ausgebeutet, während die Bevölkerung Hunger leide. Hinzu komme eine korrupte Regierung und eine wachsende Zahl an Islamisten der Terrorgruppe Boko Haram, die von Süden über die Grenze zu Nigeria ins Land drängten. Ahmed ging ins Nachbarland Libyen, wo er sich mit Gelegenheitsjobs durchschlug. Bis die Bomben fielen.

“Ich habe nicht davon geträumt, hierher zu kommen”, sagt er. “Ich wollte einfach nur in Sicherheit sein.” Die Flüchtlinge seien nicht kriminell. Sie wollten einfach nur wie normale Bürger leben, ohne Diskriminierung. “Die Europäer haben schon so oft gesagt, dass sie etwas ändern möchten und es am Ende doch nicht gemacht”. Europa lasse sie im Stich. (epd/mig 6)

 

 

 

 

Einwanderer auf Zeit. Was Europa vom Umgang mit mexikanischen Migranten in den USA lernen kann.

 

El Alberto ist ein kleines Dorf in Zentralmexiko, umgeben von kakteenbewachsenen Hügeln, bewohnt von Otomí-Indígenas. Der Boden ist karg, die Äcker sind klein. Von der Landwirtschaft konnte man hier früher zwar überleben, aber nicht reich werden. Dann kam das Nordamerikanische Freihandelsabkommens (Nafta) im Jahr 1994 und mit ihm die subventionierten Agrarimporte aus den USA, mit denen die Kleinbauern nicht konkurrieren konnten. Die Auswanderung in die USA wurde zu einer Überlebensstrategie.

Das „Manna aus dem Norden“, im Fachjargon der Weltbank „Rimessen“ genannt, hat auch in El Alberto Spuren hinterlassen: dicke Pick-ups und Villen mit verspiegelten Fenstern – Monumente des sozialen Aufstiegs. Die meisten der Gebäude sind noch im Rohbau oder stehen leer. Sie sind geplant als Altersruhesitz. Denn die USA sind für die Migranten von El Alberto nur ein „vorübergehender Arbeitsplatz“. Nach drei, fünf oder auch acht Jahren kehren viele zurück. Vom Ersparten kaufen sie sich Taxis, machen Gemischtwarenläden auf oder beteiligen sich an dem Freizeitpark, den die mexikanische Regierung finanziert hat, und der von den Anwohnern genossenschaftlich betrieben wird.

 

Migrationsbilanz null – woran liegt’s?

El Alberto ist keine Ausnahme, wie Studien ergeben haben. Zwar leben rund 11,6 Millionen Mexikaner in den USA, doch die Migrationsbilanz zwischen Mexiko und den USA ist seit fast einem Jahrzehnt nahezu null. Zwischen 2005 und 2010 gingen laut einer Studie des Pew Research Center rund 1,3 Millionen Mexikaner illegal über die Grenze, während ebenso viele zurückkehrten. Wie kam es dazu? Carlos Heredia, Koordinator des Programms für US-Studien am Zentrum für Forschung und Lehre (CIDE) und Mitglied des Mexiko-Instituts am Woodrow Wilson Center, identifiziert eine Reihe von Gründen.

1)      Auswandern oder nicht ist eine persönliche Entscheidung, in die viele Faktoren einfließen – die Bildungs-und Aufstiegschancen im Heimatland ebenso wie die Tatsache, schon Verwandte in den USA zu haben, die Kosten für die Schlepper, das Alter (im Durchschnitt 26 Jahre), das Geschlecht (auf drei Männer kommt eine Frau) oder auch die Sicherheitslage im Heimatland und entlang der Transitroute. Dennoch stellten die Forscher fest, dass ein Element stärker wiegt als alle anderen: Der Migrationsfluss läuft parallel zur US-Konjunktur, denn für drei Viertel der Auswanderer ist die Aussicht auf (besser bezahlte) Jobs der Hauptgrund. Doch die gab es lange nicht. Gerade erst erholt sich die US-Konjunktur von der Finanzkrise. Ein Indikator dafür sind die Rimessen: Sie liegen noch immer deutlich unter dem Rekordniveau von 25 Milliarden US-Dollar im Jahr 2008. Erst Ende 2014 zeichnet sich wieder ein robustes Wachstum ab. Forscher erwarten deshalb ab diesem Jahr wieder eine Zunahme des Migrantenstroms.

2) Einen weiteren Grund sieht der Migrationsexperte in der Verschärfung der Grenzkontrollen und den Abschiebungen, die unter US-Präsident Barack Obama ein Rekordhoch erreicht haben. Offiziellen mexikanischen Statistiken zufolge werden jährlich 400.000 Mexikaner aus den USA abgeschoben – verbunden mit immensen sozialen Verwerfungen, Menschenrechtsverletzungen und persönlichen Dramen durch Familientrennungen. Dennoch gibt eine zunehmende Zahl – laut Pew zuletzt 20 Prozent – an, nicht in die USA zurückkehren zu wollen.

3) In dem Maße, in dem die illegale Auswanderung abgenommen hat, stieg die legale, wie der ehemalige mexikanische Außenminister Jorge Castañeda anmerkt. Im Jahr 2010 wurden demnach über eine halbe Million Zeitarbeitsvisa und 15.000 Aufenthaltsgenehmigungen an Mexikaner erteilt – so viel wie nie zuvor. Mit dieser Politik gelang es den USA, die Einwanderung zu steuern und besonders qualifizierte Arbeitskräfte wie Ingenieure anzulocken. Die legale Migration schafft bessere Kontrolle und mehr Mobilität. Außerdem, so Castañeda, hätten viele legal ansässige Mexikaner zwischen 2006 und 2010 angesichts der Zunahme der Fremdenfeindlichkeit in den USA nach den erforderlichen fünf Jahren legalen Aufenthalts die US-Staatsbürgerschaft angenommen. Das erleichtert den Familiennachzug und erspart den Angehörigen die komplizierte Bürokratie für Besuchsvisa.

4) Der vierte Grund ist vor allem regional zu bemerken und könnte langfristig ein Trend werden, sofern Mexikos Wirtschaftsreformen wirklich zum Tragen kommen: Aufstrebende Regionen wie die Bundesstaaten Guanajuato, Querétaro, Puebla und Estado de México sowie Teile von Jalisco, die das Rückgrat des Automobil- und Luftfahrtclusters bilden und in der Exportlandwirtschaft Erfolg haben, schicken nicht nur keine Migranten in die USA, sondern ziehen Binnenmigranten aus ganz Mexiko an. Ob sich dieser Trend ausweitet, hängt aber nicht nur von der Wirtschaftsentwicklung ab, sondern auch von der Demographie. Der abrupte Rückgang der Geburtenrate (mittlerweile 2,2 Kinder pro Frau) wird sich Forschern zufolge ab 2028 bemerkbar machen. „Dann wird Mexiko Arbeitskräfte aus Mittelamerika brauchen“, so Heredia. Zugleich werde aber die Auswanderung in die USA anhalten – vor allem vor dem Hintergrund der Familienzusammenführung.

 

Ein Vorbild für die EU?

Haben die USA also mit ihrer Mischung aus stärkeren Grenzkontrollen und regulierter Ausweitung der legalen Einwanderung ein Patentrezept gefunden? „Jein“, meint Heredia. Die Situation sei kaum mit der Europas vergleichbar, da die hauptsächlich asiatischen und lateinamerikanischen Migranten viel leichter in die USA zu integrieren seien als arabische oder afrikanische Migranten in Europa. Dennoch kann man aus der US-Mexiko-Nachbarschaft einige Schlussfolgerungen ziehen: Migration kann nicht verboten oder gestoppt, sondern nur verwaltet werden. Und zwar am besten mit einem langfristigen Blick für die Herausforderungen der Zukunft.

Experten sind sich einig: In den USA gibt es wie in Europa oder Japan keinen demographischen Bonus mehr. Der Kapitalismus aber braucht stetes Wachstum. Wollen die Volkswirtschaften also wettbewerbsfähig bleiben, ihr Wachstum aufrechterhalten und die Renten der älteren Generationen finanzieren, sind sie auf Einwanderer angewiesen. Langsam bahnt sich diese Einsicht ihren Weg in den USA. Nicht nur bei Unternehmern und Demokraten, sondern auch bei den Republikanern, die sich vor allem aus politischem Kalkül lange gegen Einwanderung sträubten: die Migranten gelten als natürliche Wählerklientel der Demokraten. Auch da scheinen die Dinge in Bewegung zu kommen. Unter den republikanischen Präsidentschaftsaspiranten befinden sich nun auch zwei, drei Hispanos. Doch im Vergleich zur Herausforderung einer innereuropäischen Abstimmung bei der Migrationspolitik dürfte die Konfrontation zwischen Republikanern und Demokraten in den USA ein Kinderspiel gewesen sein.

Von: Sandra Weiss  IPG 5

 

 

 

 

Das System. Woran scheitert Flüchtlingsschutz eigentlich?

 

Das Flüchtlingsschutzsystem steht vor großen Herausforderungen: wie wird geschützt, wer finanziert was und aus welchen Gründen? Ein Überblick, wie Flüchtlingsschutz international organisiert ist und woran es mangelt. Von Ulrike Krause - Von Ulrike Krause

 

Mitte April sanken zwei Schiffe, in denen ZwangsmigrantInnen versuchten, nach Europa zu kommen. Zwei Schiffe, von denen berichtet wurde. Die Medien reagierten mit einem lauten Aufschrei und die europäischen Regierungschefs mit einem 10-Punkte Plan, der auf Abschottung und Abschreckung sowie den Kampf gegen Schleuser setzt, aber menschen- und flüchtlingsrechtliche Verpflichtungen weitgehend außer Acht lässt. Langsam werden auch wissenschaftliche Stimmen lauter, die Kritik üben, andere Perspektiven aufzeigen und tatsächliche Handlungsmöglichkeiten hervorheben. So betonen Alexander Betts und Olaf Kleist die Relevanz des Comprehensive Plan of Action der 1980er Jahre als Handlungsansatz für die derzeitige Lage im Mittelmeer.

Die vielfältigen Diskussionen über Flüchtlinge und Handlungsansätze sind begrüßenswert, aber brauchten wir dafür so viele Tote? Es steht außer Frage, dass Hilfsstrukturen geschaffen und gestärkt werden müssen, um Flüchtlinge zu schützen. Es steht auch außer Frage, dass finanzielle Mittel sowie politischer Wille für diese Hilfsstrukturen notwendig sind und sein werden. Aber die derzeitigen Diskussionen auf politischer Ebene deuten nicht auf eben diesen Willen hin, die Strukturen auf menschenrechtlicher und menschenwürdiger Basis zu etablieren. Alexander Betts, Direktor des Refugee Studies Center, Universität Oxford sagte kürzlich in einem Interview:

“Die Syrienkrise setzt das gesamte humanitäre System an einen Scheideweg. Sie verlangt von uns, radikal zu überdenken, wie wir eine solch große Anzahl von Vertriebenen schützen und unterstützen.“ (übersetzt)

Dieses Zitat ist zentral für die derzeitige Situation, denn es zeigt, dass nicht nur Europa, sondern vor allem andere Länder eine Zunahme an Flüchtlingen erfahren. Darüber wird hierzulande aber deutlich weniger berichtet.

Weltweite Trends

Allein in der ersten Jahreshälfte von 2014 gab es laut UNHCR 4,3 Mio. neue Vertriebenen. Diese Situation ist durch Krisenherde geprägt, was vor allem dadurch verdeutlicht wird, dass die UN derzeit vier Länder als Level 3 Emergencies klassifiziert: Syrien, Irak, Südsudan und die Zentralafrikanische Republik (Mehr zu den Levels siehe Link). Bereits diese vier Länder ergeben ca. 17 Mio. Flüchtlinge und Binnenvertriebene, wobei Menschen weltweit in und aus 185 Ländern und Territorien fliehen. Insbesondere die Zahl der Binnenvertriebenen nimmt weiterhin weltweit zu: So beherbergt bspw. Afghanistan 829 300, Kolumbien mehr als 5,7 Mio., DR-Kongo knapp 3 Mio., Nigeria mehr als 1,2 Mio., Pakistan ca. 1,8 Mio., Sudan mehr als 3 Mio. und die Ukraine mehr als 1,2 Mio. Binnenvertriebene. Aber Binnenvertriebenen stehen nicht unter völkerrechtlichem, sondern nationalem Schutz.

Doch wo gehen die Menschen hin? Während Binnenvertriebene in ihren Heimatländer fliehen, überqueren Flüchtlinge Landesgrenzen. Allerdings flieht die überwiegende Mehrheit der Flüchtlinge in Nachbarländer und bleibt somit in ihren Herkunftsregionen. So sind bspw. die meisten syrische Flüchtlinge im Libanon, der Türkei und Jordanien, afghanische Flüchtlinge in Pakistan und im Iran, sowie südsudanesische und kongolesische Flüchtlinge in Uganda (UNHCR, S. 4-7).

Alexander Betts spricht in seinem oben genannten Zitat davon, dass sich das humanitäre System an einem Scheideweg befindet. Doch was bedeutet das?

Was funktioniert nicht und warum?

Das System: Trotz vielfältiger Hilfsmaßnahmen weltweit, die insbesondere durch UNHCR geleitet und unterstützt werden, konzentriert sich das Flüchtlingsschutzregime auf Flüchtlinge im Exil, was durch politische Eliten geleitet ist. Somit zeigt sich nicht nur, dass Personen erst dann geholfen wird, wenn sie vertrieben sind, traumatische Ereignisse durchlebten und im Exil ohne ihre Existenz überleben müssen, sondern auch dass die, die über die Hilfsgelder und somit Unterstützungsmöglichkeiten entscheiden, fernab von denen sind, die sie erhalten sollen. Das kreiert ein deutliches Machtgefälle und bedingt eine Rahmung, in der Entscheidungen für aber nicht mit Flüchtlingen gefällt werden.

Die Finanzen: Mit der Etablierung von UNHCR im Jahr 1950 wurde das Mandat im Statut so gerahmt, dass lediglich administrative Kosten durch das Sekretariat der UN laufend übernommen werden, während die tatsächliche Flüchtlingsarbeit ausschließlich durch freiwillige Beiträge (Kapitel III, Artikel 20) zu finanzieren ist. Das ist wahrscheinlich darin begründet, dass UNHCR eigentlich nicht operativ tätig sein sollte, was aber binnen kurzer Zeit nach der Etablierung nicht mehr ausreichte. In anderen Worten bedeutet das seither: UNHCR muss regelmäßig um Spenden bitten. Aber Situationen, die für Geber nicht attraktiv sind, bleiben oft unterfinanziert.

Kürzlich schrieb Jeff Crisp auf der Grundlage einer Ansprache des hohen Kommissars Antonio Gutierrez über eine neue Finanzierungsformel, die bemessene anstelle von freiwilligen Beiträgen in den Mittelpunkt stellt. Dieser neue Ansatz ist interessant, blieb aber bislang weitestgehend unberücksichtigt. Denn letztlich gibt die alte Finanzierungsformel den Gebern viel Macht, darüber zu entscheiden, wo Gelder hinfließen und wo nicht, was sicherlich auch mit geopolitischen Interessen im Zusammenhang steht.

Der Hilfsansatz und die Flüchtlingsdauer: Zu Recht ist die Flüchtlingshilfe als Not- und Soforthilfe klassifiziert, denn Menschen brauchen unmittelbar Unterstützung in humanitären Notlagen. Auf den ersten Blick wird allerdings nicht klar, dass Flüchtlinge einerseits zum großen Teil in Lagern untergebracht sind, in denen sie restriktive und limitierende Strukturen vorfinden. Andererseits halten die Flüchtlingssituationen zunehmend lang an, weil keine der drei dauerhaften Lösungen – Rückführung in das Heimatland, lokale Integration im Erstasylland oder Umsiedlung in ein Drittland – innerhalb kurzer Zeit nach der Flucht umsetzbar ist. Es entstehen Langzeitsituationen (engl. protracted refugee situations), deren durchschnittliche Dauer auf 20 Jahre geschätzt wird. Wenn das Bundesministerium für wirtschaftliche Entwicklung und Zusammenarbeit nun ankündigt, es wolle Fluchtursachen bekämpfen, dann ist das grundsätzlich progressiv und scheint alte exilorientierte Strukturen zu durchbrechen. Es besteht indes die Notwendigkeit, nicht nur neue Fluchtursachen anzugehen, sondern vor allem die Langzeitsituationen einzuschließen. Flüchtlinge sind nämlich lange im Exil, weil ihre Fluchtursachen nach wie vor bestehen.

Unabhängig davon reicht die Not- und Soforthilfe nicht aus. Wenn Flüchtlinge über Jahre und Jahrzehnte im Exil leben, brauchen sie mehr als Decken, Wasser und Nahrung. Sie brauchen Möglichkeiten für Entwicklung und Entfaltung. Aber: Nothilfe basiert auf kurzfristigen Projekten, während Langzeitsituationen mittelfristige Projekte bedürfen. Hier wäre wieder eine Reform von UNHCR’s Finanzierungssystem gefragt, damit diese Mittelfristigkeit ermöglicht wird. Jedoch sind Langzeitsituationen für viele Geber nicht attraktiv – wer will schon Flüchtlingssituationen finanzieren, die über Jahrzehnte andauern? Da die finanziellen Beiträge, Kooperationen und spezifische Unterstützungen von Lösungsansätzen (bspw. die Aufnahme von Flüchtlingen) auf freiwilliger Basis stattfindet, bleiben Handlungsräume stark begrenzt und Flüchtlinge oft die Leidtragenden. Darüber hinaus sind die meisten Flüchtlinge in Entwicklungsländern, die häufig instabile Strukturen aufweisen, sodass die Verbindung der Flüchtlingsarbeit mit der Entwicklungszusammenarbeit naheliegend ist. Dieser Gedanke ist nicht neu und wird seit den 1960er Jahren versucht umzusetzen – bislang leider recht erfolglos. Mit neuen Ansätzen und Kooperationen wird aber aktuell die Transition Solution Initiative plus umgesetzt, die auf Fortschritte hoffen lässt.

Flüchtlinge und ihre Umgebung: Das Team des Humanitarian Innovation Projekt (HIP) der Universität Oxford veröffentlichte 2014 einen Bericht, in dem sie u.a. belegen, dass sich Flüchtlinge wirtschaftlich in Asylländern engagieren, sie keine Lasten für die Länder darstellen, und vielfältigen Arbeiten nachgehen. Das Projekt basiert auf Fallstudien in Uganda, wo auch unser Forschungsprojekt „Genderbeziehungen im begrenzten Raum“ am Zentrum für Konfliktforschung der Universität Marburg arbeitet. Obgleich wir durchaus Abhängigkeitsstrukturen und vielfältige Herausforderungen für Flüchtlinge gesehen haben, so verdeutlicht der Bericht des HIP vor allem eines: Das System, was Flüchtlingsarbeit und -schutz rahmt, ist veraltet und überholungsbedürftig. Denn es geht zum Teil von Stereotypen aus und vernachlässigt neue Entwicklungen und innovative Ansätze. Trotz aktueller Ansätze, die hauptsächlich auf Resilienz setzen, muss mehr getan werden, denn auch das ist nichts Neues. Ähnliches wurde zuvor durch die Förderung der Selbstständigkeit angegangen.

Die Flüchtlinge: In den Medien, der Politik und der Flüchtlingsarbeit werden Flüchtlinge häufig als Opfer porträtiert. Diese Opferbetrachtung hielt auch im wissenschaftlichen Kontext lange an, wird aber mittlerweile zunehmend kritisiert. David Turton spitzte die Opferbetrachtung in einem Artikel wie folgt zu:

“[…] wir riskieren, sie als homogene Massen bedürftiger und passiver Opfer zu sehen. Aber die Wahrheit ist, dass es so etwas wie ‘die Flüchtlingserfahrung’ […] nicht gibt und daher ebenso wenig ‚die Flüchtlingsstimmen‘: es gibt nur die Erfahrungen und Stimmen von Flüchtlingen.“ (übersetzt, S. 7)

Wenn wir also von den oben dargestellten Millionen Flüchtlingen und Binnenvertriebenen sprechen, dann sollten wir uns vergegenwärtigen, dass hinter den Zahlen Millionen von Einzelpersonen mit individuellen Schicksalen stecken. Das bedeutet gleichwohl auch, dass all diese Personen nicht nur als Flüchtlinge betrachtet werden sollten, was ein durch die Politik, die Rechtssysteme und von uns allen oktroyiertes Konstrukt darstellt und Auswirkungen auf die In- und Exklusion hat, wie auch Albert Scherr und Sybille de la Rosa darlegen. Vielmehr sind sie Personen, die mit ihren Situationen und Limitierungen umgehen, oft nicht wissen, wie es weitergeht, und dennoch versuchen, sich neue Existenzen aufzubauen. Sie sind keine homogenen Massen, sondern ganz vielfältige Personen, deren Menschenrechte eingeschränkt werden. Es sind Personen mit Bedürfnissen und Forderungen, Wünschen und Potentialen. Das muss auch in der Flüchtlingsarbeit integriert werden, sodass Hilfsorganisationen nicht mehr Entscheidungen für sondern mit Flüchtlingen treffen, und sie sie partizipativ in Projekte involvieren.

Und nun?

Die globalen Entwicklungen zeigen deutlich, dass die internationale Gemeinschaft immense Schwierigkeiten mit den humanitären Herausforderungen der Gegenwart hat. Dies betrifft nicht nur neue Flüchtlingskrisen, sondern insbesondere auch Langzeitsituationen, in denen Vertriebene leben. So steht die internationale Gemeinschaft vor dem Scheideweg: entweder wird die derzeitige Politik des kurzfristigen Handelns weitergeführt, in der menschenunwürdige Tragödien bestehen bleiben, oder Entscheidungsträger führen das fort, was mit der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte 1948 begann: eine Politik umzusetzen, die

„in Anerkennung der angeborenen Würde und der gleichen und unveräußerlichen Rechte aller Mitglieder der Gemeinschaft der Menschen die Grundlage von Freiheit, Gerechtigkeit und Frieden in der Welt bildet“.

Eine solche Politik ist aber nicht gezeichnet von Abschreckung und Abschottung einer Festung Europas, von Ideen über Aufnahmelager in Nordafrika, von der Kriminalisierung von Schleusern, oder von der Klassifizierung von guten (wirtschaftlich relevanten) und anderen Flüchtlingen. Eine solche Politik ist vielmehr gezeichnet davon, dass Entscheidungsträger kritisch die Gegebenheiten und das bestehende System hinterfragen, Lücken und Herausforderungen ohne geopolitische Färbung identifizieren, und konstruktive Lösungen suchen und umsetzen. Eine solche Politik setzt die menschliche Sicherheit in den Mittelpunkt und ersucht Kooperationsmöglichkeiten. Letztlich ist eine solche Politik eine menschenrechtsbasierte Flüchtlingspolitik, die nicht weitere tausend Tote braucht, um zu reagieren. Sie wäre vielmehr proaktiv. MiGazin 5

 

 

 

 

Markt, Moral und 1. Mai. Die Arbeitsbedingungen des 19. Jahrhunderts müssen endlich auch in Entwicklungsländern enden.

 

Gute Arbeit kennt keine Grenzen. Der 1. Mai 2015 ist ein guter Anlass, um nicht nur in Deutschland, sondern auch international für menschenwürdige Arbeits- und Produktionsbedingungen zu kämpfen und die Rechte von Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern weltweit voranzubringen. 125 Jahre, nachdem das erste Mal Menschen für ihre Arbeitsrechte auf die Straße gegangen sind, ist es höchste Zeit für mehr Gerechtigkeit entlang der ganzen Wertschöpfungskette.

In vielen Entwicklungs- und Schwellenländern herrschen immer noch schwierige Arbeits- und Produktionsbedingungen: Existenzsichernde Löhne fehlen, die gesetzlichen Arbeitszeiten werden nicht eingehalten und die Arbeitsbedingungen etwa von Minenarbeitern gefährden die Gesundheit. Zum Teil kommt es noch immer zu Kinderarbeit und im schlimmsten Fall zu katastrophalen Unfällen wie zuletzt beim Einsturz der Textilfabriken in Rana Plaza in Bangladesch vor zwei Jahren.

Sicher, es ist die Aufgabe der Regierungen dieser Länder, für den Schutz der Arbeits- und Menschenrechte der Beschäftigten zu sorgen. Doch auch deutsche und internationale Unternehmen tragen im Rahmen ihrer Geschäftsbeziehungen mit Tochter- und Zulieferfirmen eine Mitverantwortung. Das gilt für viele Branchen wie beispielsweise Textilhersteller, Autozulieferer, Handelsketten, Tourismuskonzerne und rohstoffverarbeitende Firmen.

 

Das Parlament als Gesetzgeber ist gefordert

Wir als Entwicklungspolitiker der SPD-Bundestagsfraktion haben das Thema zu einem unserer Schwerpunkte dieser Legislaturperiode gemacht. Auf zwei großen Fraktionskonferenzen im Februar und März dieses Jahres haben wir die menschenrechtliche und soziale Verantwortung von Unternehmen und die europäische Verantwortung in einer globalen Welt thematisiert. Dabei haben wir mit Neven Mimica, dem neuen EU-Kommissar für internationale Zusammenarbeit und Entwicklung, sowie mit Vertretern aus Wirtschaft, Wissenschaft und Zivilgesellschaft diskutiert, welche Schritte eine Verbesserung der weltweiten Arbeits- und Produktionsbedingungen und mehr Transparenz in den Lieferketten fördern können.

Dabei geht es vor allem um die Frage, wie wir die bisherige freiwillige Selbstverpflichtung von Unternehmen weiterentwickeln hin zu verbindlichen Standards, die für alle gelten. Denn bei allen anstehenden Entscheidungen, sei es der staatlichen und privaten Wirtschafts- und Handelskooperation mit Entwicklungs- und Schwellenländern, den aktuellen EU-Richtlinien und Verordnungen zu Konfliktmineralien und CSR oder einem Textilsiegel zeigt sich: Das Parlament als Gesetzgeber ist gefordert, Vorgaben zu machen, damit soziale und menschenrechtliche Standards besser als bisher eingehalten werden.  

Auch in anderen europäischen Ländern wie in Frankreich oder in der Schweiz ist die Diskussion um eine gesetzliche Verankerung der Sorgfaltspflichten für Unternehmen in vollem Gange. Im Europäischen Jahr der Entwicklung wollen wir die Chance nutzen, das Thema „Gute Arbeit weltweit“ und die Frage der Wertschöpfungsketten auf die Agenda des G7-Gipfels unter deutscher Präsidentschaft zu setzen, um mit konkreten Initiativen unserem Ziel einer neuen globalen Partnerschaft näher zu kommen.

Erste, aber entscheidende Schritte haben wir bereits mit unserem vom Bundestag angenommenen Antrag „Gute Arbeit weltweit“ und dem Prozess zur Umsetzung der UN-Leitprinzipien für Wirtschaft und Menschenrechte getan. Es ist richtig und wichtig, dass die Bundesregierung unter Federführung des Auswärtigen Amtes begonnen hat, mit dem Nationalen Aktionsplan endlich einen Ordnungsrahmen für eine verbesserte Unternehmensverantwortung im Bereich des Menschenrechtsschutzes zu entwickeln. Die Sorgfaltspflicht von Unternehmen und die Konsequenzen bei Verstößen müssen klar definiert werden. Der Aufbau von Gewerkschaftsarbeit muss unterstützt werden, auch von den Unternehmen, die das als klare Voraussetzung von ihren Zulieferern einfordern. Verletzen Arbeitgeber oder Handelsunternehmen geltende Rechte, brauchen wir in den Produktionsländern künftig leichteren Zugang der Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer zu Kontakt- und Beschwerdestellen. Auf der Konferenz zur Entwicklungsfinanzierung der Vereinten Nationen, die im Juli in Addis Abeba stattfindet, muss in diesem Zusammenhang auch über die Themen Steuerverstöße und Steuergerechtigkeit gesprochen werden.

Zwei Jahre nach der schrecklichen Katastrophe in Rana Plaza ist es beschämend, dass der im Januar 2014 von der internationalen Arbeitsorganisation (ILO) und anderen eigens eingerichtete Entschädigungsfonds, aus dem die Opfer und Angehörige notwendige Hilfeleistungen erhalten sollten, noch immer nicht mit den erforderlichen Mitteln ausgestattet worden ist. Wir Entwicklungspolitiker der SPD-Bundestagsfraktion fordern die Unternehmen, die bislang ihre Zahlungen verweigert haben, auf, sich unverzüglich ihrer Verantwortung zu stellen und ihren Beitrag zu leisten.

Damit sich Rana Plaza niemals wiederholt, brauchen wir auch neue Instrumente. Arbeitsschutz fängt immer konkret vor Ort an: in den Fabriken. Die Initiative des Arbeitsministeriums gemeinsam mit dem Entwicklungsministerium für einen neuen Präventionsfonds, den Vision Zero Fund, weist einen Weg, wie zukünftig Arbeitsunfälle in den heute noch unsicheren Herstellerländern vermieden werden und wie wir helfen können, bessere und gezielte Arbeitsschutzmaßnahmen aufzubauen durch Brandschutzeinrichtungen, Arbeitsinspektionen oder auch den Aufbau einer Unfallversicherung.

Wir leben nicht mehr im 19. Jahrhundert der Kinderarbeit, Hungerlöhne und fehlender sozialer Sicherung auch hierzulande. Unser Glück ist es, dass Generationen vor uns für Arbeitnehmerrechte und Fortschritt gekämpft haben. Jetzt stehen wir in der Verantwortung, diese Errungenschaften weltweit voranzubringen. Denn gute Arbeit trägt zu einem wesentlichen Teil dazu bei, dass Menschen besser leben können. Der Tag der Arbeit am 1. Mai 2015 ist Feiertag und Auftrag zugleich: Packen wir es an!  Bärbel Kofler  IPG 29

 

 

 

 

Notruf-Initiative. Mehr Tote Flüchtlinge im Mittelmeer zu erwarten

 

Die Einrichtung von direkten Fährverbindungen zwischen Nordafrika und Europa sind nach Ansicht der Notruf-Organisation “Watch the Med” unerlässlich. Nötig seien sichere und legale Wege, sonst seien weitere Flüchtlingskatastrophen nur eine Frage der Zeit.  Von Christine Xuân Müller

 

Nach der jüngsten Flüchtlingskatastrophe im Mittelmeer mit fast 1.000 Todesopfern fordert die Organisation “Watch the Med” die Einrichtung direkter Fährverbindungen zwischen Nordafrika und Europa. “Es ist vorauszusehen, dass künftig weitere Tausende Flüchtlinge im Mittelmeer sterben werden, wenn sich am Zugangsweg nach Europa nichts ändert”, sagte Helmut Dietrich, Sprecher von “Watch the Med”, dem Evangelischen Pressedienst. Nach dem Zurückfahren der italienischen Seenotrettungsoperation “Mare Nostrum” im Herbst 2014 seien Flüchtlingskatastrophen wie am Wochenende unvermeidlich.

Fähren von privaten Reedereien könnten den regulären Transport von Flüchtlingen übernehmen. Diese Schiffe sollten dann zum Beispiel unter einer weißen Flagge fahren, die deutlich mache, dass sie zivil unterwegs seien. Nur über einen regulären und sicheren Zugangsweg könne das “massenhafte Sterben im Mittelmeer” beendet werden, sagte Dietrich.

Seit dem Ende von “Mare Nostrum” beschränkt sich die italienische Küstenwache auf die Seenotrettung in der Nähe der italienischen Küste. Diese arbeite gut, sei jedoch angesichts der hohen Zahl der Bootflüchtlinge “völlig überfordert”, sagte Dietrich. Er betonte, dass es seit Anfang April im Mittelmeer im Vergleich zu den Wintermonaten eine “völlig neue Situation” gebe. Aufgrund der wärmeren Jahreszeit und der Verschärfung der Krisen in Syrien, aber auch in Libyen, würden nun täglich Hunderte Menschen starten, um mit Booten von Nordafrika aus Europa zu erreichen.

Die Organisation “Watch the Med” betreibt seit der Einstellung von “Mare Nostrum” im Mittelmeer ein über Spenden finanziertes Alarm-Telefon für Noteinsätze im Mittelmeer. Europaweit engagieren sich dafür rund 100 Aktivisten, sie stellen rund um die Uhr einen Notruf-Telefondienst zur Verfügung. Sobald Notrufe von Flüchtlingen bei der Initiative eingehen, alarmiert diese den italienischen Seenotrettungsdienst und veröffentlicht den Notruf über Medien und soziale Netzwerke.

“Ohne das Alarm-Telefon wären in den vergangenen zehn Tagen einige hundert Menschen mehr ertrunken”, sagte Dietrich. Seit Anfang April habe “Watch the Med” teilweise mit bis zu zehn in Seenot geratenen Flüchtlingsbooten gleichzeitig Kontakt gehabt. Auf den täglich startenden Schlauchbooten, Holzbooten oder Fischkuttern befänden sich jeweils oft mehrere hundert Menschen.

Nötig seien sichere und legale Wege, um Zufluchtsorte zu erreichen, ohne sich in tödliche Gefahren begeben zu müssen, betonte Dietrich weiter. “Watch the Med” macht für die jüngste Flüchtlingskatastrophe die “mörderische Politik der EU” verantwortlich. Vor allem das Herunterfahren der Rettungsprogramme im Mittelmeer und “die Abschottungsoperation Triton-Frontex” seien die Ursachen dafür, dass die Zahl der Todesopfer unter den Flüchtlingen im Mittelmeer in den nächsten Monaten wieder steigen werde, warnt die Organisation. (epd/mig 4)

 

 

 

 

"Berlin" und "Hessen" warten im Mittelmeer auf Auslaufbefehl

 

Erst am Horn von Afrika, jetzt im Mittelmeer – die Bundeswehr-Marineschiffe "Berlin" und "Hessen" haben die Insel Kreta erreicht und stehen kurz vor ihrem Einsatz im Mittelmeer. Mit ihrer Hilfe soll die Seenotrettung von Flüchtlinge ausgebaut werden. Auf politischer Ebene gibt es allerdings noch Unstimmigkeiten.

Anderthalb Wochen nach dem EU-Beschluss zur Stärkung der Seenotrettung haben am Montag zwei deutsche Marineschiffe die griechische Insel Kreta erreicht. Die beiden Kriegsschiffe würden im Marinestützpunkt Souda auf der griechischen Insel mit Material und Personal bestückt, erklärte das Bundesverteidigungsministerium. Die italienische Marine brachte unterdessen tausende am Wochenende an Bord genommene Flüchtlinge an Land.

Bevor der Einsatz der beiden Marineschiffe beginnen kann, sind nach Angaben des Bundesverteidigungsministeriums noch Fragen mit der EU und zwischen den Ressorts in Berlin zu klären. Ein EU-Sondergipfel hatte am 23. April beschlossen, angesichts hunderter im Mittelmeer ertrunkener Menschen die Mittel für die europäische Seeüberwachungsmission "Triton" zu verdreifachen. "Triton" hat seitdem statt drei rund neun Millionen Euro pro Monat zur Verfügung. Bundeskanzlerin Angela Merkel hatte damals in Brüssel die beiden Schiffe zugesagt.

Der Einsatzgruppenversorger "Berlin" und die Fregatte "Hessen" waren bereits am Anti-Piraten-Einsatz "Atalanta" am Horn von Afrika beteiligt. Vom Golf von Aden aus gelangten sie über den Suezkanal und das Mittelmeer nach Kreta. Ab Mittwoch, spätestens Freitag sollen die Schiffe im Einsatzgebiet sein, wie das Verteidigungsministerium mitteilte. Ziel sei die "verbesserte Seenotrettung", aber es müsse noch geschaut werden, wie dieses Ziel am besten erreicht werden könne, sagte ein Sprecher des Innenministeriums. Auch Rechtsfragen seien noch ungeklärt.

Für den Einsatz nehmen die "Berlin" und die "Hessen" auf Kreta zehn Rettungsinseln, 450 Rettungswesten, tausend Decken, medizinisches Material und zusätzliche Verpflegung an Bord. Überdies sollen acht Ärzte an Bord gehen. Der Einsatzgruppenversorger kann bis zu 250, die Fregatte bis zu 100 Menschen aufnehmen.

Nach Angaben der italienischen Marine und Küstenwache wurden am Wochenende mehr als 5800 Flüchtlinge gerettet, 3700 am Samstag und 2100 am Sonntag. Mehr als 3000 von ihnen kamen am Montag auf den Inseln Sizilien und Lampedusa sowie in Kalabrien an. Darunter war auch ein Neugeborenes. Die Mutter hatte das Mädchen während des Marineeinsatzes zur Welt gebracht. Zehn Flüchtlinge konnten nur noch tot geborgen werden.

Die italienische Küstenwache hatte den "Triton"-Einsatz koordiniert. Frontex-Sprecherin Ewa Moncure sagte am Montag in Warschau: "Wir arbeiten daran, die Zahl der Boote und Flugzeuge zu erhöhen." Es werde allerdings noch etwas dauern, bis die Schiffe das Einsatzgebiet erreicht hätten.

In Libyen sind nach amtlichen Angaben etwa 7000 mehrheitlich aus Afrika stammende Migranten inhaftiert. Sie wurden von der libyschen Küstenwache nahe der Küste des nordafrikanischen Landes oder noch vor ihrer Einschiffung festgenommen. Untergebracht sind sie demnach in 16 Haftanstalten, unter anderem in der Region der Hauptstadt Tripolis. Der Verantwortliche für den Kampf gegen illegale Einwanderung, Mohammed Abdelsalam al-Kueiri, bat die Nachbarländer und Europa um Unterstützung bei der Rückbeförderung der Migranten in ihre Herkunftsländer.

Italien fordert von EU mehr Engagement in der Flüchtlingskrise

Angesichts der steigenden Flüchtlingszahlen hat die italienische Regierung von der EU indes mehr Engagement gefordert. Im April habe der EU-Sondergipfel zur Flüchtlingskrise "den europäischen Charakter des Problems der Flüchtlinge im Mittelmeer bestätigt, aber wir brauchen jetzt bedeutende Maßnahmen", sagte Italiens Außenminister Paolo Gentiloni nach Angaben seines Ministeriums in einem Telefonat mit dem für Flüchtlinge zuständigen EU-Kommissar Dimitris Avramopoulos.

"Insbesondere erwartet Italien nicht nur die Stärkung von Frontex, sondern auch ein außerordentliches wirtschaftliches Engagement der Europäischen Union, um dem dringenden Bedarf angesichts der Aufnahme von Flüchtlingen zu begegnen", sagte Gentiloni. Es müsse deutlich gemacht werden, dass "ein europäischer Notfall nicht weiter nur italienische Antworten haben kann".

EU-Kommission: Australien nicht unser Vorbild

Die EU will sich in ihrer Flüchtlingspolitik nicht am Vorbild Australiens orientieren und Flüchtlingsboote demzufolge nicht mit militärischen Mitteln zur Umkehr zwingen. Das australische Vorgehen könne "niemals ein Modell für uns sein", sagte eine Sprecherin der EU-Kommission am Montag in Brüssel. Europa setze auf das Prinzip der "Nicht-Zurückweisung". Die EU habe "keine Absicht, dies zu ändern".

Australiens Premier Tony Abbott hatte zuvor gesagt, es habe "auf offizieller Ebene" Kontakte zwischen Australien und Europa in der Flüchtlingsfrage geben. Er bezeichnete die australische Praxis als "Anschauungsunterricht, wie jeder das richtige tut", und forderte andere Länder auf, sich ein Beispiel an Australien zu nehmen. Die Kommissionssprecherin sagte dagegen, ihr seien keine Kontakte mit Australien in der Flüchtlingsfrage bekannt.

Abbotts konservative Regierung hatte nach ihrem Amtsantritt im September 2013 die Aktion "Sovereign Borders" (Souveräne Grenzen) gestartet. Seitdem fängt die australische Marine Bootsflüchtlinge systematisch ab und zwingt sie zur Umkehr, die meisten nach Indonesien. Nicht sofort zurückgeschickte Flüchtlinge werden in Aufnahmelager im Inselstaat Nauru und in Papua-Neuguinea gebracht. Selbst wenn ihre Asylanträge anerkannt werden, müssen sie in der Regel dort bleiben.

EA/AFP/dsa 5

 

 

 

 

 

Manifest der Vielfalt. Die Kinder von heute sind die Zukunft von morgen

 

Canan Ulufer, musste nach der Grundschule wie viele Gastarbeiterkinder auf die Hauptschule. Die Lehrer trauten ihr nicht zu, auf das Gymnasium zu gehen. In der Kolumne “Manifest für Vielfalt” fordert sie eine weltoffene und vorurteilsfreie Gesellschaft. Von Canan Ulufer

 

Als älteste Tochter einer Gastarbeiterfamilie wuchs ich in Hamburg auf. Ich musste aufgrund der institutionellen Diskriminierung, die in den 80er Jahren leider üblich war, nach der Grundschule wie viele Gastarbeiterkinder auf die Hauptschule. Die Lehrer trauten Kindern wie uns nicht zu, auf das Gymnasium zu gehen. Im Kindergarten waren es die Gastarbeiterkinder, die zur Adventszeit als letzte eine Tür öffnen durften.

Auf den Straßen wurden wir mit negativ konnotierten Stigmatisierungen wie “Kanaken” und “Türkenkinder” wüst beschimpft. Diese Erfahrungen und Erlebnisse haben dazu geführt, dass ich bereits sehr früh unterschiedlichen Diskriminierungen und Diffamierungen ausgesetzt war. Diese Erfahrungen haben mich motiviert, meinen Weg zu gehen.

Wenn Menschen miteinander in Kontakt treten, prallen manchmal Welten aufeinander. Es kommt vor, dass unterschiedliche Lebensentwürfe, Weltanschauungen, Kulturen, Religionen und Nationalitäten dem Gegenüber das Gefühl der Unsicherheit vermitteln. Es besteht die Notwendigkeit, die eigene Wahrnehmung gegenüber anderen Menschen zu stärken.

Daher ist ein fundiertes Wissen über unsere Mitmenschen und ein ausgeprägtes Empathieverhalten hinsichtlich der Interkulturalität und Interreligiosität meiner Meinung nach unabdingbar. Seit Jahrhunderten leben Menschen unterschiedlicher Religionen miteinander, doch noch nie zuvor war die Diskussion über die Religion so bedeutend und ausschlaggebend wie heute. Ein wichtiger Bestandteil dieser Diskussion ist der Generalverdacht muslimischen Migranten gegenüber.

Diese Verallgemeinerung ist Gift für die erfolgreiche Integration der Menschen mit Migrationshintergrund. Dabei wird allzu oft vergessen, dass bereits über drei Millionen Menschen islamischen Glaubens auf eine friedliche Art und Weise in Deutschland leben und arbeiten. Einige Familien sind seit über 50 Jahren hier, ohne dass von ihnen Konflikte und gewaltsame Attacken ausgehen.

Deshalb ist es für mich von enormer Bedeutung, ein Teil der hiesigen Gesellschaft zu sein und ich möchte meinen Beitrag leisten und alles dafür tun, damit aus dem Nebeneinander ein Miteinander und Füreinander entsteht. Ich bin bemüht, dies in meinem Beruf als Sozialpädagogin, Politikerin und als integrative Frau und Brückenbauerin umzusetzen, damit das Wir-Gefühl in unserer Gesellschaft uns im Alltag, im Beruf und im Privaten zusammen bringt.

Ich wäre heute nicht der Mensch, der ich bin, wenn meine Familie mich nicht unterstützt hätte. Wie hinter jedem Erfolg, gibt es die unsichtbaren Helden, die mit ihrer bedingungslosen Liebe, ihrem starken Mitgefühl und weitreichenden Engagement unseren Weg ebnen. Denn unsere Eltern und Familienangehörige wissen aus eigener Erfahrung, wie wichtig es ist, am gesellschaftlichen Leben zu partizipieren, um ein Teil der hiesigen Gesellschaft zu sein.

Es liegt womöglich daran, dass ich mich für Vielfalt nicht nur stark mache, sondern auch in meiner multiethnischen, multilingualen und multireligiösen Familie tagtäglich Vielfalt lebe. Ich stamme aus einer Familie, in der das Miteinander von unterschiedlichen Weltanschauungen, Religionen, Kulturen und Lebensentwürfen eine Selbstverständlichkeit darstellt und uns die Chance gibt, den Anderen in seiner Einzigartigkeit wahrzunehmen.

Der kulturelle Reichtum des Landes kann erst dann zu einem Gewinn werden, wenn man das Bewusstsein gewonnen hat, wie man die Energie und Kompetenzen dieser Reichhaltigkeit nutzen kann. Reagiert man allerdings nicht und sieht die Ansprüche der augenblicklichen Zeit nicht, so darf man sich nicht wundern, warum es Individuen in der Bundesrepublik gibt, die sich schon in jungen Jahren aufgegeben haben und sich von der urdeutschen Mehrheitsgesellschaft ausgeschlossen fühlen.

Für die positive Entwicklung und wichtige Konkurrenzfähig des Staates sind alle Mitglieder und Bürger bedeutend, demgemäß sollte niemand von ihnen vernachlässigt oder bereits von vornherein ausgeschlossen werden,” denn die Kinder von heute sind die Zukunft morgen.” Diesen Appell kann man nur durch Chancengleichheit im Land, mit einer vitalen Demokratie und gleichen Rechte für alle verwirklichen.

Vor diesem Hintergrund ist es unabdingbar, dass wir als plurale Gesellschaft die Andersartigkeit für unser Miteinander und für unsere gemeinsamen Ziele als eine grundlegende Bereicherung sehen. Wir müssen uns die Chance geben, unabhängig von Nationalität, Religion und Weltanschauung, uns weitestgehend ohne Ressentiments zu begegnen. Denn im “Wir” sind wir stark! MiG 7

 

 

 

 

Johanna Wanka: "Bildung ist der erste Schritt aus der Armut"

 

Bundesbildungsministerin Johanna Wanka will die deutsche G7-Präsidentschaft nutzen, um die Rolle der Bildung in der Entwicklungszusammenarbeit zu stärken. Im Interview mit Jugendbotschaftern der Kampagnenorganisation ONE spricht die CDU-Politikerin über die G7-Bildungsagenda, die Afrika-Strategie des Bildungsministeriums sowie über ihren Mut, unpopuläre Entscheidungen zu treffen.

Johanna Wanka leitet das Bundesministerium für Bildung und Forschung. Vor ihrem Wechsel in die Bundespolitik war die CDU-Politikerin Wissenschaftsministerin in Brandenburg und zuletzt Niedersachsen. Wanka hat die Jugendbotschafter Alina Morling, Christian Stärk und Hannes Thielsch von der Nichtregierungsorganisation "ONE" getroffen und über Entwicklungspolitik und den G7-Gipfel diskutiert.

Welchen Beitrag kann Bildung im Kampf gegen die globale Armut leisten?

Bildung ist der erste Schritt aus der Armut. Bildung und Wissen sind entscheidende Ressourcen fu?r die Entwicklung von Gesellschaften.

Die deutsche Entwicklungszusammenarbeit beschra?nkt sich nicht ausschließlich auf die Arbeit des Bundesentwicklungsministeriums – inwiefern ist auch das Bildungsministerium in die Entwicklungszusammenarbeit der Bundesrepublik eingebunden?

Das Bildungsministerium unterstu?tzt den Austausch von Wissenschaftlern und fo?rdert beispielsweise den Aufbau gemeinsamer Studienga?nge. Letztes Jahr haben wir beispielsweise gemeinsam mit afrikanischen Wissenschaftlern unsere Afrika-Strategie verabschiedet. Wir arbeiten seit 30 Jahren in Bildung und Forschung mit Afrika zusammen und haben viele gemeinsame Projekte auf den Weg gebracht. Dabei ist uns insbesondere der Austausch auf Augenho?he wichtig.

Was sind die Schwerpunkte dieser neuen Afrika-Strategie?

Schwerpunktthemen sind Erna?hrungssicherheit und nachhaltige Landwirtschaft, Gesundheit, Klimaforschung und auch berufliche Bildung. Im Bereich Gesundheit wird die Bedeutung von Bildung ha?ufig unterscha?tzt. Viele Krankheiten ko?nnen sich durch eine verbesserte Aufkla?rung u?ber Hygiene vermeiden lassen. Funktionierende Bildungs- und Wissenschaftssysteme sind aber auch ganz allgemein ein Katalysator fu?r Entwicklung. Gute Schul- und Hochschulbildung o?ffnen direkte Wege aus der Armutsfalle nicht nur fu?r einzelne, sondern fu?r viele.

Wenn sich die G7-Wissenschaftsminister am 8. und 9. Oktober 2015 treffen, werden auch Fragen der Gesundheit in Entwicklungsla?ndern eine Rolle spielen. Welche Mo?glichkeit sehen Sie, als Wissenschaftsministerin, zu einer verbesserten globalen Gesundheit beizutragen?

Die Konferenz der G7-Wissenschaftsminister wird sich besonders den Themen "vernachla?ssigte Tropenkrankheiten" und "antimikrobielle Resistenzen" widmen und der Frage, inwieweit der Staat hier steuernd eingreifen kann und sollte. Denn die Forschung der Privatwirtschaft in den Industrienationen richtet sich natu?rlich in erster Linie nach der Nachfrage in den Industrienationen. Deshalb muss der Staat hier Anreize schaffen, damit auch Forschung fu?r solche Ma?rkte, die wirtschaftlich weniger Interessant ist, betrieben wird. Aber auch hier ist der Austausch mit lokalen Experten zentral. So haben uns beispielsweise afrikanische Forscher darauf hingewiesen, dass Diabetes ein wachsendes Problem in Afrika darstellt und dementsprechend beru?cksichtigt werden muss.

Forschung per se ist ein Treiber fu?r Entwicklung. Das heißt, wir unterstu?tzen unsere Partner in den Entwicklungsla?ndern dabei, Forschung gerade zu Gesundheitsthemen selbst durchzufu?hren und Forschende selber auszubilden. Unser Ministerium hilft hier, etwa mit dem Aufbau von Forschungsnetzen fu?r Gesundheitsinnovationen in Subsahara-Afrika.

Die G7-Kampagne von ONE heißt "#Mut 2015 – Mit Mut Armut beenden". Was bedeutet das fu?r Sie perso?nlich? Wo mu?ssen Sie als Ministerin besonderen Mut beweisen?

Als Politikerin wird man ha?ufig auch sehr perso?nlich attackiert, da grundlegende Regeln der Ho?flichkeit fu?r uns nicht zu gelten scheinen. Deshalb kann man schon sagen, dass es besonderen Mut erfordert unpopula?re Entscheidungen zu treffen, von deren Notwendigkeit man aber u?berzeugt ist.  Hannes Thielsch, Christian Stärk, Alina Morling EA 8

 

 

 

 

Das Ende des handelspolitischen Multilateralismus

 

Mega-Abkommen wie TTIP und TPP flankieren einen neuen geostrategischen Großkonflikt. Die Folgen sind gefährlich.

In der Handelspolitik zeichnet sich seit einigen Jahren ein dramatischer Umbruch ab: Die Welthandelsorganisation (WTO) verliert an Gewicht. Dafür haben diskriminierende Präferenzabkommen wie TTIP und TPP als sogenannte Megaregionals Hochkonjunktur. Doch ist dieser Wandel der Handelspolitik mittel- und langfristig sinnvoll? Welchen Akteuren nutzt diese Neuausrichtung der Handelspolitik? Und wem schadet sie? Obwohl die TTIP-Debatte in Deutschland durchaus lebhaft verläuft, werden die Folgen für exportierende und importierende Unternehmen nicht hinreichend diskutiert. Die Gründe hierfür sind vielschichtig. Ein wesentliches Problem ist, dass viele Befürworter dieser so genannten Freihandelsabkommen die administrativen Konsequenzen unterschätzen.

 

Konstruktionsmängel der Megaregionals

Liberalisiert wird durch diese Abkommen nur der Handel zwischen den beteiligten Staaten. Zölle werden in der Regel vollständig abgebaut. Auf der Kostenseite stehen aber die Aufwendungen für die Dokumentation der Herkunft der zollfrei zu handelnden Waren. Exporteure müssen den Warenursprung in aufwendigen Verfahren dokumentieren. Denn nur Güter, die in der Präferenzhandelszone hergestellt wurden, können zollfrei gehandelt werden. Sind diese Dokumentationskosten höher als der zu entrichtende Zoll, sinkt der ökonomische Nutzen der Abkommen auf null.

Gerade für die in Deutschland so wichtigen mittelständischen Unternehmen ist dies eine beachtliche Hürde. Denn ein Hersteller, der etwa gelegentlich eine Werkzeugmaschine in die USA liefert, dürfte die Kosten für ein Ursprungszeugnis eher scheuen als ein global operierender Automobilkonzern. Die vermeintliche Liberalisierung des Handels könnte sich daher per Saldo als Maßnahme zur Stärkung von Großunternehmen und zur Schwächung des Wettbewerbs erwiesen.

Viele Präferenzabkommen, insbesondere die Megaregionals, tragen nur wenig zu einer Liberalisierung des Handels bei. Dafür aber können sie als protektionistische Instrumente gegen neue Konkurrenz dienen. Dieser Ansatz, Handelsliberalisierung nur mit denjenigen durchzuführen, die nicht allzu konkurrenzfähig sind, spielt insbesondere in der Obama-Regierung eine zentrale Rolle. Sie nennt als Ziel von TTIP freien und fairen Handel. Angestrebt wird der Ausschluss vermeintlich unfairer Wettbewerber. Aus gegenwärtiger Sicht der USA ist dies vor allem China. TTIP und TPP sind aus der Sicht Washingtons daher Instrumente, um handelspolitische Regulierung ohne China zu schaffen.

 

Diskriminierung kehrt zurück

Besonders schwer wiegen die politischen Nachteile der Megaregionals. Die Nachkriegshandelsordnung basierte auf dem zentralen Prinzip der Nicht-Diskriminierung von Ländern. So wurde die Diskriminierung von Staaten in der Meistbegünstigungsklausel, dem Art. 1 des GATT-Vertrages von 1947, ausgeschlossen. Zwei Länder, die eine Liberalisierung des Handels vereinbarten, mussten diese Maßnahmen allen anderen Ländern zugutekommen lassen. Nach den desaströsen Erfahrungen der 1930er Jahre, in denen der Welthandel drastisch zurückgegangen und protektionistische regionale Blöcke entstanden waren, wollten die Architekten der Nachkriegswirtschaftsordnung verhindern, dass Präferenzabkommen erneut den internationalen Handel prägen.

Heute wird häufig übersehen, dass nicht nur ökonomische, sondern vor allem politische Motive für dieses Diskriminierungsverbot sprachen. Denn Handelsregulierungen sollten nicht wie in den 1930er Jahren als außenpolitisches Instrument genutzt werden können. Die friedliche Zusammenarbeit aller (westlichen) Staaten sollte für politische Stabilität und Prosperität sorgen. Nach dem Zusammenbruch der UdSSR wurden die Volkswirtschaften des früheren Ostblocks erfolgreich in diese Architektur integriert. Nach langen Verhandlungen wurde 2012 auch Russland als 156. Mitgliedsland in die WTO aufgenommen.

Heute erscheinen diese politischen und ökonomischen Erfolgen gefährdet. Verantwortlich für diese Entwicklung sind aber nicht nur die Hindernisse in den Verhandlungen zur Doha-Runde der WTO, sondern auch die Rückkehr geopolitischer Strategien. Alle großen Mächte versuchen, in der Handelspolitik eigene Präferenzabkommen zu schaffen und konkurrieren miteinander um Macht und Einfluss. Deutlich wird die gerade bei den großen Abkommen – dem transatlantischen TTIP und dem transpazifischen TPP. Wichtige Akteure – China, Indien, Russland – sind von diesen Vorhaben ausgeschlossen. In der Folge ist das Interesse insbesondere Chinas an der Entwicklung eines eigenen, großen Handelsblocks gewachsen.

 

Wie reagiert China?

Die Handelspolitik ist also re-politisiert worden, und diese Entwicklung hat bemerkenswerte Folgen. China hat – wie zuvor die USA und die EU – seit dem Jahr 2000 mit Erfolg die Handelspolitik zur Durchsetzung von politischen Interessen genutzt. In Konkurrenz zu TPP propagiert Peking das „Regional Economic Partnership Agreement“ (RCEP), zu dem Australien, Japan und Neuseeland, nicht jedoch die USA und Russland gehören.

Selbstredend nutzt auch die Europäische Union seit Jahrzehnten die Außenwirtschaftspolitik, um Länder in allen Teilen der Welt ökonomisch und politisch enger an die EU zu binden. Die Europäische Union, die stets die Bedeutung einer multilateralen Ordnung für Entwicklungsländer betont, hat mit ihrer Handelspolitik wesentlich zur heutigen Misere der WTO beigetragen. Heute sind 35 Präferenzabkommen der EU in Kraft, über weitere 12 wird aktuell verhandelt.

 

Geopolitik und die Fragmentierung der Handelsordnung

Nicht nur in der Handelspolitik zeigen sich heute die Schwächen multilateraler Konzepte. Aber in der Handelspolitik hat dieser Zerfall des Multilateralismus besonders gravierende Folgen. Die WTO bot bislang auch Entwicklungsländern die Chance, die Weiterentwicklung handelspolitischer Regeln zu beeinflussen. Zwar gab es auch in der Vergangenheit immer wieder Kritik am vermeintlich zu geringen Einfluss dieser Länder, doch in den Megaregionals wird ihr Einfluss noch geringer ausfallen. Entwicklungsländer sind wie alle anderen Beobachter dazu verurteilt, passiv die Verhandlungen zu verfolgen.

Mit ökonomischen Interessen allein sind die handelspolitischen Großprojekte TTIP und TPP nicht zu erklären. Der zu erwartende Nutzen ist vermutlich geringer als häufig prognostiziert, weil der Wegfall der Zölle gerade im transatlantischen Handel nicht ins Gewicht fällt. Bestätigt hat dies im Juli 2014 der amerikanische EU-Botschafter Anthony L. Gardner. In einem Interview unterstrich Gardner, es gäbe http://www.euractiv.com/sections/trade-industry/us-ambassador-eu-anthony-l-gardner-beyond-growth-ttip-must-happenwichtige geostrategische Gründe für das transatlantische Abkommen.

 

Reaktionen der BRIC-Staaten

Es wäre ein Irrtum anzunehmen, die großen Freihandelsabkommen der USA und der EU würden keine Reaktionen hervorrufen. Sollten TTIP und TPP verwirklicht werden, ist mit Reaktionen vor allem der Schwellenländer zu rechnen. Die BRIC-Staaten werden der Fragmentierung der Welthandelsordnung nicht tatenlos zusehen, sondern eigene Großprojekte initiieren.

Schon heute zeigt sich, dass sich die BRIC-Staaten und der Westen voneinander entfernen. Jahrzehntelang glaubten Politiker in den westlichen OECD-Ländern, die übrige Welt, einschließlich Chinas und Russlands, würden über kurz oder lang die politischen und ökonomischen Konzepte des Westens übernehmen. Das erweist sich als Irrtum. Die Präsidenten Chinas und Russlands wenden sich vom Westen ab und verfolgen eigene Ziele. Die Welt erwachte aus dem postmodernen Traum einer von Konflikten freien, kooperierenden Staatengemeinschaft.

Die Unfähigkeit des Westens, wirtschaftliche und politische Modelle jenseits von Kapitalismus und Demokratie zu verstehen, erweist sich inzwischen als Belastung. Im autoritären Kapitalismus chinesischer oder russischer Prägung ist der westlichen liberalen Demokratie ein neuer Rivale erwachsen. Die heutige handelspolitische Antwort des Westens auf diese neue Konkurrenz heißt Ausschluss und Diskriminierung. Dies ist nicht nur eine unglückliche Entwicklung, sondern auch ein gefährlicher Rückschritt. Denn so wird ein neuer geostrategischer Großkonflikt handelspolitisch flankiert.

Heribert Dieter  IPG 4

 

 

 

 

 

Machtkampf beim Front National: Marine Le Pen schickt Vater aufs Abstellgleis

 

Auf das Betreiben seiner Tochter Marine Le Pen hat das Exekutivkomitee des Front National beschlossen, seinen Gründer Jean-Marie Le Pen zu suspendieren. Außerdem könnte ihm der Titel "Ehrenpräsident" aberkannt werden. Mit ein Grund dafür ist eine erneute Entgleisung des 87-jährigen Patriarchen.

Marine Le Pen, die Chefin des Front National (FN), könnte ihren eigenen Vater politisch zu Fall gebracht haben. Auf ihr Betreiben beschloss das FN-Exekutivkomitee am Montag, den Gründer und Noch-Ehrenpräsidenten des Front National, Jean-Marie Le Pen, von seiner Mitgliedschaft zu suspendieren. In einem Kommunique teilte das als Parteigericht tagende Gremium mit, dass in den nächsten drei Monaten ein außerordentlicher FN-Kongress darüber einberufen werde, auf dem auch über die Streichung seines Titels "Ehrenpräsident" entschieden werden soll.

Der Machtkampf zwischen der Parteichefin und ihrem Vater, von dem sie 2011 die Parteiführung übernommen hatte, hat damit eine spektakuläre vorläufige Zuspitzung erfahren. Der knapp 87-jährige Patriarch hatte ihn in den vergangene Wochen durch wiederholte politische Provokationen angeheizt und damit nach den Worten der Tochter der Partei großen Schaden zugefügt.

Anfang April hatte Jean-Marie Le Pen die Gaskammern der NS-Konzentrationslager erneut als ein "Detail" des Zweiten Weltkriegs abgetan und in einer rechtsradikalen Postille den wegen Kollaboration mit Nazi-Deutschland verurteilten Marschall Pétain in Schutz genommen. Auf Druck der FN-Chefin verzichtete der Parteigründer anschließend darauf, bei den Regionalwahlen im Dezember in der Region Provence-Alpes-Côte-d’Azur zu kandidieren. Die FN-Liste dort soll jetzt seine Enkelin Marion Maréchal-Le Pen, eine Nichte der Parteichefin, anführen.

Der Krach im Hause Le Pen schien damit beigelegt. Doch der alte Provokateur gab keine Ruhe. Am 1. Mai bestieg er bei der traditionellen FN-Kundgebung am Pariser Opernplatz die Tribüne und machte der FN-Chefin unter dem Beifall der 4000 Teilnehmer minutenlang das Mikrofon streitig. Für Marine Le Pen war damit der Moment gekommen, die Reißleine zu ziehen. "Ich glaube, er verträgt es einfach nicht, dass die Partei ohne ihn weiterexistiert und erfolgreich ist", kommentierte sie. Da sie die Verantwortung für eine Bewegung trage, "die eine Hoffnung für Frankreich" darstelle, müsse ein Weg gefunden werden, die Partei vor ihm zu schützen.

Marine Le Pen will die Partei "entdämonisieren"

Allerdings gehen in der Partei die Meinungen darüber auseinander, wie man den Provokateur am besten in die Schranken weisen kann. Vor der Sitzung des Exekutivkomitees forderte Marine Le Pen, ihr Vater müsse daran gehindert werden, sich im Namen der Partei zu äußern. Sie sieht durch seine Verbaleskapaden ihr Ziel gefährdet, die Partei zu "entdämonisieren" und breitere Wählerschichten zu erschließen. Ihr Stellvertreter Florian Philippot erklärte, alles sei möglich, "auch ein Parteiausschluss".

Auch Marine Le Pens Vize Florian Philippot hatte vor der Entscheidung einen Parteiausschluss ins Spiel gebracht. In der Sitzung des Exekutivkomitees, dem Jean-Marie Le Pen selbst ferngeblieben war, kam es mit der Suspendierung seiner Mitgliedschaft zu einem vorläufigen Ausschluss. Dass die Parteiführung es mit der Sanktion jedoch ernst meint, kommt mit der angestrebten Streichung der Ehrenpräsidentschaft aus den Parteistatuten zum Ausdruck.

Ob Marine Le Pen damit die ihr von ihrem Vater aufgebürdete Hypothek loswird, ist fraglich. Im Parteivolk stützt sich Jean-Marie Le Pen laut Umfragen auf eine beträchtliche Anhängerschaft, die ihm manche seiner Entgleisungen als Alterstorheit nachsieht. Dagegen hatte sich nur eine Minderheit von Parteigängern für einen milden Umgang mit Jean-Marie Le Pen ausgesprochen. Zu ihr gehört sein einstiger Gefolgsmann Bruno Gollnisch, der lange als politischer Kronprinz des Parteigründers galt. Die "Einheit unserer Bewegung" müsse gewahrt werden, sagte Gollnisch. Zu dieser Einheit soll nun die bevorstehende Parteiversammlung beitragen, die nach dem Willen von Marine Le Pen in eine grundlegende Erneuerung des Front National münden soll. Hans-Hagen Bremer Albrecht Meier TS/EurActiv 5

 

 

 

Ende eines Alptraums: Die Befreiung vom NS-Terror. 70 Jahre Kriegsende in Europa

 

Die Erinnerung an das Ende des Zweiten Weltkriegs und die Befreiung vom Nationalsozialismus  vor 70 Jahren ist im Gedenkjahr 2015 von zentraler Bedeutung.

 

In den letzten Monaten und Wochen vor dem Ende der Kampfhandlungen in Europa am 8. Mai 1945 befreiten alliierte Truppen die nationalsozialistischen Konzentrationslager. Von einem "unfassbaren Abgrund der Barbarei" sprach Bundespräsident Joachim Gauck, als er am Jahrestag der Befreiung des KZ Bergen-Belsen durch britische Soldaten an die unermessliche politische,

moralische, kulturelle und humanitäre Katastrophe durch den NS-Terror erinnerte.

"Gedenktage zu begehen, bedeutet ja, Wissen zu haben über die Geschichte", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel vor ihrem Besuch des KZ Dachau, dem ersten Konzentrationslager der Nationalsozialisten überhaupt. Auf der Gedenkveranstaltung zur Befreiung vor 70 Jahren gedachte die Kanzlerin gemeinsam mit Überlebenden und Soldaten der amerikanischen Armee der

Opfer des Nazi-Regimes.

"Es ist ein großes Glück, dass Menschen wie Sie bereit sind, uns Ihre Lebensgeschichte zu erzählen", betonte die Bundeskanzlerin. "Das unendliche Leid, das Deutschland in der Zeit des Nationalsozialismus über Sie gebracht hat, das entzieht sich ja im Grunde unserem Vorstellungsvermögen." Umso wichtiger seien die Berichte der Überlebenden: "Denn sie machen zumindest eine Annäherung an das Geschehene möglich", so Merkel. Die Stimmen der Überlebenden machten besonders der jungen Generation deutlich, wie wichtig es ist, die Erinnerung aufrecht zu halten.

"Deshalb gehören kontinuierliche Schulbildung, auch kontinuierliche Möglichkeiten der Weiterbildung und das Begehen von Gedenktagen für mich unauflöslich zusammen", erklärte die Kanzlerin in ihrem Video-Podcast. Sie warnte davor, einen Schlussstrich ziehen zu wollen. Es gebe keinen Schlussstrich unter Geschichte, so Merkel. Kulturstaatsministerin Monika Grütters stellt 2015 anlässlich der Gedenkveranstaltungen in den acht vom Bund dauerhaft geförderten KZ-Gedenkstätten Sondermittel in Höhe von 1,2 Millionen Euro zur Verfügung. Pib 6

 

 

 

 

70 Jahre Kriegsende

 

Heute vor 70 Jahren wurde das Konzentrationslager Mauthausen befreit. Aber Hitler regiert in den Köpfen, weit über die Kreise hinaus, die man gemeinhin hiermit assoziierte, auch wenn man damals schon dazu neigte, Täter zu Mitläufern zu machen. Von Sven Bensmann

 

Heute vor 70 Jahren, am 5. Mai 1945, wurde das Konzentrationslager Mauthausen, das größte auf dem Gebiet Österreichs, befreit. Am selben Tag kapitulierten Teile der Wehrmacht im Nordwesten, bedingungslos. Drei Tage später der Rest. Der eigentliche Kampf geht offenbar noch weiter. Denn Hitler regiert in den Köpfen, weit über die Kreise hinaus, die man gemeinhin hiermit assoziierte, auch wenn man damals schon dazu neigte, Täter zu Mitläufern zu machen. Nazis hatte es danach in CDU/CSU, die SPD und besonders auch in die sogenannte FDP gespült – die älteren werden sich an diese Partei noch erinnern können.

 

So bin ich wohl ein Soldat in einem Kampf, der längst beendet wurde. Um eine Schlacht zu schlagen auf einem Feld, dass sich nicht an Frontlinien findet. In dem dennoch die Kugeln noch immer nicht schweigen, noch immer Bomben explodieren und die braunen Horden ihre Lieder in Stadien und Märschen vor sich hin bellen.

Wir erleben, wie rechte Gruppen in Deutschland wieder sprießen; wir haben erlebt, wie Asylunterkünfte brennen, wie völkische Nationalisten in Dresden und ganz Deutschland demonstrieren; bourgeoise Spießer, die den Anschluss an rechtsextreme Neonazis suchen, etwas, das lange undenkbar war – so hatten gewisse Denkverbote durchaus ihren Sinn; wir haben den NSU morden und die AfD in die Landesparlamente einziehen sehen.

Und selbst da, wo man sie am wenigsten erwartet, findet man diese Grimasse des hässlichen Deutschen in der SPD, in der Tagesschau, und der dessen Namen man nicht nennt in den Charts und immer dann in der Umkleidekabine zu hören, wenn Deutschland gegen andere Länder auf dem grünen Rasen gekämpft hat – wie treffend. Und was sonst so in deutschen Fußballstadien so abgeht, davon will ich lieber schweigen. Dass Experten diese Stadien für den zentralen Ort halten, an dem Neonazis in Kontakt mit jungen Menschen kommen, ist Hinweis genug.

Und so ist es eine moralische Pflicht, nicht auf Tröglitz zu schauen und versonnen weiterzugehen, ohne Rostock oder Mölln eines Gedankens zu würdigen, Pegida in den Nachrichten zu sehen, ohne an Bücherverbrennungen zu denken, oder auf die AfD, ohne wie deren Sprecher Hans-Olaf Henkel jüngst festzustellen, dass diese Partei eben vielleicht doch nicht unbedingt die Speerspitze des Antifaschismus und Antirassismus in Deutschland ist.

Der moralische Imperativ, die deutsche Vergangenheit, eben nicht als bloßes Vergangensein zu begreifen, sondern als einen solchen Imperativ, diese auch zu begreifen und hieraus zu lernen, Rechtsterrorismus als Terrorismus und nicht als legitime Angst einer Gesellschaft, die vor großen Aufgaben steht, zu benennen; er ist die zentrale Lehre dieser deutschen Vergangenheit, und die Wurzel dieses unnötigen Kampfes. Eines Kampfes, der gegen die allgegenwärtige Dummheit geführt wird, der angenommen werden muss.

Ich wollte meinen Frieden mit der Welt.

Doch die Welt, sie wollte meinen Frieden nicht. MiG 5

 

 

 

 

8. Mai 2015 - 70 Jahre nach der deutschen Kapitulation

 

 

Am 8. Mai 1945 endete der Zweite Weltkrieg mit der bedingungslosen Kapitulation der deutschen Streitkräfte. Anlässlich des 70. Jahrestages stellt das am Center für Digitale Systeme (CeDiS) der Freien Universität Berlin angesiedelte Online-Archiv "Zwangsarbeit 1939-1945" einen neuen Kurzfilm mit Interviewausschnitten bereit. In dem 12-minütigen Videoclip erzählen drei Zeitzeuginnen, wie unterschiedlich sie die Befreiung erlebten: Zofia B. empfand bei der Ankunft der Amerikaner im KZ Zwodau große Erleichterung und Freude, Galina G. beschreibt die Befreiung durch die Rote Armee als "schlimmer als die Verschleppung von den Deutschen" und für Tosia S. war der Überlebenskampf nach Wiedererlangung ihrer Freiheit noch lange nicht vorbei.

Die Befreiung von der grausamen deutschen Herrschaft in den besetzten Ländern, aus den Vernichtungs- und Arbeitslagern, den Orten der Zwangsarbeit und der Verschleppung war ein komplexer und lang andauernder Prozess, der sehr unterschiedlich erlebt wurde. Die oft freudig begrüßten Soldaten der Roten Armee befreiten Osteuropa von den Deutschen, brachten aber auch seine Völker teilweise in erneute Bedrängnis. Nach Deutschland Verschleppte galten oftmals als Heimatverräter. Frauen litten insbesondere unter Vergewaltigungen und sexuell konnotierten Verratsvorwürfen. Viele Menschen mussten zwischen Exil und Heimkehr wählen oder feststellen, dass eine Rückkehr in die Heimat nicht möglich war. Entwurzelt konnten sie nur mühsam einen Neubeginn in der Fremde starten. Das Kriegsende und die Befreiung bedeuteten somit keineswegs immer das Ende einer schmerzlichen und entbehrungsreichen Zeit.

In vollständiger Länge sind die drei Interviews und knapp 600 weitere biografische Erinnerungsberichte im Online-Archiv "Zwangsarbeit 1939-1945" einsehbar. Dort stehen neben Audio- und Video-Interviews auch Transkripte, Übersetzungen, Inhaltsverzeichnisse und umfassende Recherchemöglichkeiten zur Verfügung. Sie werden ergänzt durch Lernmaterialien, eine Literaturdatenbank, Themenclips und Expertengespräche.

Themenfilm

www.zwangsarbeit-archiv.de/zwangsarbeit/ereignisse/befreiung

Online-Archiv www.zwangsarbeit-archiv.de/archiv/   dip 7

 

 

 

 

Bund erwartet offenbar doppelt so viele Asylbewerber wie 2014

 

Berlin - Die Zahl der Asylbewerber wird sich nach Einschätzung des Bundes in diesem Jahr im Vergleich zum Vorjahr wohl verdoppeln.

Wie die Nachrichtenagentur Reuters am Dienstag aus Koalitionskreisen erfuhr, geht die Regierung inzwischen von rund 400.000 Asylanträgen aus. Die neue Prognose des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge (BAMF) werde nicht wesentlich unter dieser Zahl liegen, habe Innenminister Thomas de Maiziere am Montagabend in kleiner Runde mit Fachpolitikern erläutert, sagte ein Insider. Das Ministerium wollte die Zahl nicht bestätigten.

Schon bei den 202.000 Asylanträgen im Jahr 2014 handelte es sich um die vierthöchste Zahl seit Bestehen der Bundesrepublik. Als Gründe für den Zustrom gelten unter anderem der Bürgerkrieg in Syrien und der Konflikt im Irak. Auch die Zeitung "Die Welt" hatte berichtet, die Prognose werde auf 400.000 Asylbewerber nach oben korrigiert.

Das BAMF war noch im Februar von 300.000 Asylbewerbern in diesem Jahr ausgegangen. Die Bundesländer, die teils mit 500.000 Anträgen rechnen, hatten dies als zu niedrig kritisiert. Sie fordern eine deutlich stärkere Unterstützung des Bundes bei der Unterbringung der Flüchtlinge. Dazu findet am Freitag im Kanzleramt ein Flüchtlingsgipfel statt. Das BAMF hatte angekündigt, seine Prognose in Abständen anzupassen.  (Reuters 5)

 

 

 

 

Denkmal für die ermordeten Juden Europas – Positive Bilanz zehn Jahre nach der Übergabe des Erinnerungsortes

 

Am 12. Mai 2015, jährt sich die Übergabe des Denkmals für die ermordeten Juden Europas an die Öffentlichkeit zum 10. Mal. Seit der Eröffnung im Mai 2005 besuchten über 4,5 Millionen Gäste die Ausstellung im unterirdisch gelegenen Ort der Information. Auch die stetig steigende Nachfrage der umfangreichen Bildungsangebote (2014: 2.500 Buchungen) unterstreicht die herausragende Akzeptanz des Denkmals.

 

Die Aktivitäten der zuständigen Bundesstiftung sind zur festen Größe in der Gedenk- und Kulturlandschaft Berlins, Deutschlands und Europas geworden: »Die Arbeit der vergangenen Jahre zeigt, auf welch unterschiedliche Art und Weise Erinnerungskultur – auch mit Bezügen zur Gegenwart – gelebt werden kann«, so Direktor Uwe Neumärker. So hat die Stiftung Denkmal für die ermordeten Juden Europas zum Beispiel attraktive Onlineangebote entwickelt, wie die Ausstellung »Du bist anders?« über Jugendliche in der Zeit des Nationalsozialismus, das Videoarchiv mit lebensgeschichtlichen Zeitzeugeninterviews »Sprechen trotz allem« und das Gedenkstättenportal zu Orten der Erinnerung in ganz Europa. Darüber hinaus veranstaltet die Stiftung regelmäßig Zeitzeugengespräche und gibt eine eigene Publikationsreihe mit den Erinnerungen von Holocaustüberlebenden heraus. Der im Jahr 2010 von der Stiftung unter dem Titel »Drang nach Leben« veröffentlichte Bericht der Zeitzeugin Sabina van der Linden-Wolanski erscheint anlässlich des zehnjährigen Bestehens des Denkmals erstmals als Hörbuch. Dagmar Manzel, mehrfach ausgezeichnete Schauspielerin und Sängerin, liest den Lebensbericht.

 

Neben dem Holocaust-Denkmal betreut die Stiftung seit 2008 das Denkmal für die im Nationalsozialismus verfolgten Homosexuellen, seit 2012 das Denkmal für die im Nationalsozialismus ermordeten Sinti und Roma Europas sowie seit 2014 den Gedenk- und Informationsort für die Opfer der nationalsozialistischen »Euthanasie«-Morde. Die Wanderausstellung »Was damals Recht war ... – Soldaten und Zivilisten vor Gerichten der Wehrmacht« informiert seit 2007 über Unrecht und Willkür der NS-Militärjustiz und war bisher bereits in 34 Städten in Deutschland und Österreich zu sehen. Denkmäler und Ausstellung sind Besuchermagneten.

 

Aufgabe der Stiftung bleibt es weiterhin, eine Lösung für die Risse im Beton der Stelen des Holocaust-Denkmals zu finden. Auf Antrag der Stiftung – vertreten durch die Senatsverwaltung für Stadtentwicklung – eröffnete das Landgericht Berlin am 18. Februar 2010 ein selbstständiges Beweisverfahren. Seit 2012 wird der Zustand des Stelenfeldes halbjährlich untersucht. Im Rahmen der Verkehrssicherheitspflicht wurden 44 Stelen mit Stahlmanschetten versehen. Besucher des Stelenfeldes waren und sind zu keinem Zeitpunkt gefährdet. In Bälde sollen als weiterer Schritt der Ursachenermittlung Temperaturuntersuchungen an ausgewählten Stelen für die Dauer eines Jahres erfolgen.  

Weitere Informationen unter

www.stiftung-denkmal.de; www.dubistanders.de; www.sprechentrotzallem.de; www.memorialmuseums.org.    Jenifer Stolz, dip

 

 

 

 

Nur Verlierer – oder doch Gewinner des Bahnstreiks? Warum die Lokführer gegen sich selber streiken

 

Die Pendler und Geschäftsreisenden haben scheinbar nur Ärger durch den Streik. Die Lokführer haben wenigstens frei. Aber das Streikgeld haben sie vorher selbst in die Kasse der Gewerkschaft eingezahlt. Es ist ihr eigenes Geld – für was geben sie es aus? Sind am Ende die Bahnkunden die lachenden Dritten?

 

Die Lokführer tragen den größten Schaden

Sie brauchen nicht nur mehr Gehalt, sondern sehr deutlich verbesserte Arbeitsbedingungen und eine Frühverrentung. Etwas mehr Lohn und weniger Wochenarbeitszeit reichen nämlich nicht. Anders als die Feuerwehr oder die Polizei haben sie nicht die Bedingungen, die für Schichtarbeiter dringend notwendig sind. Sie müssen nach der Gesetzeslage bis 67 arbeiten. Zudem beginnt ihre Schicht nicht zu einer bestimmten Zeit, sondern dann, wenn der Güter- oder der Nachtzug losfahren sollen. Das belastet die Gesundheit stärker, als wenn die Schicht immer zur gleichen Stunde beginnt. Was überhaupt nicht thematisiert wird: Die Lokführer sind die Hauptleidtragenden der hohen Selbstmordrate in Deutschland. Auch die Kirchen sollten ihre Sorge auf die Lokführer ausweiten. Denn anders als bei Straßenunfällen oder Selbstmorden in Wohnungen werden sie nicht von der Notfallseelsorge betreut. Sie bräuchten aber direkte Hilfe, damit sie mit dem Schock fertig werden.

 

Würden sie nur für sich selber streiken und nicht dafür, dass ihr Gewerkschaftschef die Mitgliederzahl durch die Schaffner vergrößern kann, wären sie viel durchschlagskräftiger. Man hört erstaunlich wenig darüber, dass die Mitgliederzahl der GDL steigt. Eigentlich müssten die Schaffner in Scharen zur GDL überlaufen. Wenn aber die Schaffner weiterhin bei der Eisenbahnergewerkschaft bleiben, dann schwächen die Lokführer ihre Position in zukünftigen Arbeitskämpfen. Sie sind nur so lange in der GDL stark, als diese möglichst für alle Mitglieder der Berufsgruppe sprechen kann. Mehr Schaffner in der GDL werden auf jeden Fall das Gewicht der Lokführer verringern.

 

Der Arbeitgeber wird Arbeitsplätze abbauen

Die nicht enden wollenden Streiks führen dazu, dass der Güterverkehr zwar weiter auf den Schienen der Bahn rollt. Aber er wird von anderen Bahnunternehmen abgewickelt. Das kann man an den Hauptstrecken des Güterverkehrs gerade während des Streiks beobachten. Es rollen erstaunlich viele Güterzüge, jedoch kaum ein Personenzug. Da im Regionalverkehr das Monopol der Bahn längst Geschichte ist, werden die Länder eher bereit sein, Konkurrenten der Bahn Verbindungen zu überlassen. Das hat für die Arbeitnehmer eine langfristig wirkende Konsequenz: Je mehr Arbeitgeber sich Anteile am Bahnverkehr sichern, desto geringer die Chancen der Lokführergewerkschaft.

 

Die Bahn wird als Unternehmen geschwächt

Hört man dem GDL-Vorsitzenden reden, dann scheint er davon auszugehen, dass er einen Monopolbetrieb bestreikt. Diesen schafft er aber mit den Streiks gerade weiter ab. Man stelle sich zum Vergleich vor, dass die Post so lange bestreikt würde. Die Konkurrenzunternehmen hätten ihr längst die Großkunden abgejagt. Das geht im Bahnverkehr nicht so schnell, aber die Streiks werden nicht aus dem Gedächtnis ausradiert werden. Welches Interesse haben die Lokführer daran, bei einem Unternehmen zu arbeiten, das Marktanteile abgeben muss?

 

Der Kampf zwischen DGB und Beamtenbund

Die EVG, die größere der Eisenbahngewerkschaften, agiert unter dem Dach des DGB, während die GDL sich unter das Dach der Beamtenbundes begeben hat. Dass der Beamtenbund die GDL auch finanziell unterstützt, um seine Mitgliederzahl auf Kosten des DGB zu erhöhen, gibt den Streiks noch einmal eine besondere Dynamik. Aber was haben die Lokführer davon?

 

Was will die Bahn erreichen?

Dass ein Gewerkschaftschef durch Streiks die Durchschlagskraft seiner Gruppe erhöhen will, kann man noch verstehen. Er hat als Funktionär nichts zu verlieren. Zudem ist er jeden Tag in den Medien präsent. Aber was die Bahn mit den wiederholten Streiks erreichen will, ist völlig unklar. Sie kann sich auf den Rückhalt sowohl des DGB wie der Regierung verlassen und in Ruhe auf eine gesetzliche Regelung warten. Die Politiker, die auf Landesebene den Regionalverkehr bestimmen, indem sie die Zugverbindungen an konkurrierende Unternehmen vergeben, müssen den Unmut der Bahnkunden in Rechnung stellen. Auf jeden Fall ist die Bahn als Unternehmen zusammen mit ihren Lokführern der Hauptverlierer, denn sie hat Vertrauen verloren.

 

Unfriede zwischen der Bahn und ihren Lokführern

Es bewährt sich die Erkenntnis: Partner, die nur zusammen Erfolg haben können, also das Unternehmen und seine Angestellten, können sich nicht so auseinanderdividieren lassen, dass ein Kompromiss nicht zu finden ist. Das aber genau besagt auf der einen Seite die Ablehnung eines Schlichters durch die GDL. Zum anderen müsste die Bahn ihre Interessen nicht auf dem Rücken der Pendler durchsetzen. Sie könnte in Ruhe auf die Politik warten. Die Hauptverantwortung trägt immer die Unternehmensleitung. Wenn die Lokführer gegen ihre eigenen Interessen trotzdem ihrer Gewerkschaft so deutlich die Stange halten, dann muss etwas im Argen liegen. Offensichtlich werden mit dem Streik Unzufriedenheiten deutlich, die die Unternehmensleitung zu lange hat schmoren lassen.

 

Die Gewinner sind die Bahnkunden

Im Moment scheint es so, dass die Bahnkunden die Hauptverlierer sind. Auf die Dauer werden die Streiks jedoch zu mehr Konkurrenz auf der Schiene führen. Die Frage, ob die Bankkunden tatschlich ein Monopolunternehmen brauchen, lässt sich klar mit Nein beantworten. Also streiken die Lokführer zwar gegen sich selbst, aber immerhin für mehr Konkurrenz auf der Schiene und damit für die, die wie der Autor, nicht mit dem Auto in Staus stehen wollen. Mit dem Streik im Mai 2015 wird sich Vieles ändern. Der Bahnvorstand, der psychologisch die Lokführer nicht für ein Einlenken gewinnen konnte,  hat die Zukunft des Unternehmens verspielt, aber genau das erreicht, was Bankkunden schon lange erwarten: Mehr Auswahlmöglichkeiten auf der Schiene – und damit mehr Pünktlichkeit und saubere Klos in den Regionalzügen.

 Eckhard Bieger S.J. kath.de-Redaktion

 

 

 

 

ZdK-Präsident Alois Glück fordert umfassendes Konzept gegen Flüchtlingsnot

 

Der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück, hat die Länder der Europäische Union aufgerufen, dringend ein einheitliches und umfassendes Konzept für den Umgang mit der gegenwärtigen Flüchtlingssituation zu entwickeln. Dieses Konzept müsse wirksame Rettungsprogramme, ein Vorgehen gegen Menschenhandel und verbrecherische Schleuser, die Schaffung von Lebensperspektiven in den Herkunftsländern wie auch eine gerechte Verteilung und die Förderung einer Willkommenskultur in den Aufnahmeländern umfassen.

"Nur so können Leben gerettet werden", unterstrich Alois Glück vor der Vollversammlung des ZdK am 8. Mai in Würzburg. "Die verheerenden Schiffsunglücke der letzten Wochen müssen ein Weckruf für uns alle sein. Für die Staaten, für die Politik und für die Bürgerinnen und Bürger einer Europäischen Union, die sich als Wertegemeinschaft versteht."

Die Europäische Union müsse als Zukunftsstrategie mit höchster Dringlichkeit eine gemeinsame Afrikapolitik entwickeln, forderte der ZdK-Präsident, "im eigenen Interesse und aus Solidarität mit den Menschen." Die Bevölkerung Afrikas werde sich nach den Prognosen bis 2050 verdoppeln. Der Altersdurchschnitt liege bei ca. 25 Jahren. Diese Menschen suchten und brauchten eine Zukunftsperspektive. "Europa kann sich hier nicht durch einen Zaun oder eine Mauer abkapseln. Wir müssen dazu beitragen, dass sich die Lebenschancen insbesondere der jungen Generation in den Herkunftsländern entscheidend verbessern."

Wichtigste Aufgabe der internationalen Staatengemeinschaft müsse es sein, dem organisierten Menschenhandel und den rücksichtslosen Schleusern, die den verzweifelten Menschen die riskante Überfahrt nach Europa verkauften und im Zweifel deren Tod in Kauf nähmen, den Nährboden zu entziehen, auch indem sie sich für die Stabilisierung der zusammengebrochenen staatlichen Ordnungen einsetzten.

Die Staaten Europas schließlich müssten bereit sein, mehr Flüchtlinge aufzunehmen und sie fair auf die Mitgliedsstaaten zu verteilen. Glück räumte ein, dass dies zu Vorbehalten und Ängsten führen könne. "Diese Ängste dürfen nicht verdrängt werden, sie dürfen aber auch nicht kultiviert und instrumentalisiert werden. Auch hier gilt: Angst ist ein wichtiger Signalgeber, aber die Angst darf uns nicht beherrschen und lähmen."

In diesem Zusammenhang forderte er Politik und Kirchen auf, ihre Führungsaufgabe wahrzunehmen und  sich für eine Willkommenskultur einzusetzen. Ausdrücklich lobte er die positive Entwicklung in Deutschland und das große Engagement zahlreicher kirchlicher Gruppen. ZdK 8

 

 

 

 

Ismail Tipi fordert Betätigungsverbot für Salafisten

 

Der Integrationsbeauftragte der CDU im hessischen Landtag, Ismail Tipi, hat ein Betätigungsverbot für Salafisten gefordert. „Wenn wir diese Lies-Aktion nicht von unseren Straßen verbannen, wenn wir diese Lies-Aktionen nicht verbieten und wenn wir nicht ein allgemeines Betätigungsverbot aussprechen, dann werden wir diese Salafisten hier in diesem Land nie kontrollieren können“, warnte Tipi gegenüber der Wochenzeitung Junge Freiheit.

 

Unterstützung bekam Tipi vom Vorsitzenden der CDU in Frankfurt am Main, Uwe Becker, der sich gegenüber der Jungen Freiheit für ein Verbot des Salafismus aussprach. „Inzwischen denke ich, daß man das nicht nur an konkreten Maßnahmen oder Aktivitäten festmachen muß, sondern den Salafismus generell verbieten sollte.“

 

Lesen Sie hier mehr: https://jungefreiheit.de/politik/deutschland/2015/cdu-politiker-fordern-betaetigungsverbot-fuer-salafisten/

Dr. Bastian Behrens, de.it.press

 

 

 

Wird der digitale Binnenmarkt mehrsprachig sein?

 

Die lettische EU-Ratspräsidentschaft veranstaltete in der vergangenen Woche einen Gipfel zum mehrsprachigen digitalen Binnenmarkt (DSM) in Riga – kurz bevor die EU-Kommission ihren lange erwarteten DSM-Plan vorstellen wird.

Der digitale Binnenmarkt ist die neue Flaggschiffstrategie der Kommission, soll die Digitale Agenda ersetzen und wird am Mittwoch vorgestellt.

Beim Gipfel in Riga beteuerten die Politiker ihre Unterstützung für Europas reiches Spracherbe und für eine Politik der Mehrsprachigkeit.

Doch die inhaltlichen Diskussionen fanden auf Expertenebene statt. Sprachforscher, Softwareexperten und Übersetzungsoffizielle steckten die Köpfe zusammen, um das Mehrsprachigkeitsrätsel der EU zu lösen.

Dazu gehörten Diskussionen über eine kostenlose EU-Übersetzungsbetreuung und ein Vergleich der Denkansätze verschiedener Medien zu Sprachen.

Die Redner in Riga zeigten, wie die europäische Industrie, die Medien, Regierungen und Dienstleister mehrsprachige Lösungen bereits umsetzen.

Einige äußerten sich besorgt über ein einsprachiges Internet, den Mangel an Sprachschnittstellen für nationale Inhalte, und die Abhängigkeit von einigen wenigen amerikanischen Anwendungen, wie dem vielkritisierten Google Translate.

Konzentriert sich der DSM ausreichend auf Sprachen?

Der digitale Binnenmarkt der Kommission, der im März skizziert wurde, enthält Pläne, die territorialen Urheberrechte für das Fernsehen, Filme und die Musik aufzulösen.

Dazu gehört auch das Anpacken des "Geoblocking": Medien- und Unterhaltungsrechte werden oft auf Länderbasis vergeben, was es illegal und schwierig macht, diese Inhalte außerhalb des lizensierten Landes zuzugreifen.

Die Redner auf dem Gipfel von Riga befürworteten genauso sehr die Bekämpfung des analogen "Sprachblocking" – bei der Menschen ohne Fremdsprachenkenntnisse keinen Zugang zu wichtigen Informationen haben.

Durch mangelnde Übersetzungsanstrengungen laufen kleinere Sprachen Gefahr, durch Englisch ersetzt zu werden, warnte Rebecca Petras von der Nichtregierungsorganisation (NGO) Translators Without Borders.

"Spricht man mit jemandem in einer Sprache, die er versteht, erfasst er das Gesagte mit seinem Verstand. Spricht man mit ihm in seiner Muttersprache, geht es ihm ins Herz", sagte Petras, Nelson Mandela zitierend.

Gegenüber EurActiv forderte der Cheforganisator des Rigaer Gipfels, die Sprachprobleme im Rahmen des DSM klarer anzugehen. Auch forderte er die Unterzeichnung eines offenen Briefes, den mehr als 3.600 Fachleute unterstützten.

Regierungsinformationen

Doch bei den EU-Bemühungen geht es nicht nur darum, Sprachen anzupreisen, sondern auch etwas für sie zu tun.

Marta Nagy-Rothengass leitet die Abteilung "Daten-Wertschöpfungskette" in der Generaldirektion CONNECT. Sie führt den automatischen EU-Übersetzungsdienst ein. CEF.AT (automatisierte Übersetzung) baut auf dem bestehenden internen MT@EC (Maschinelle Übersetzung bei der Europäischen Kommission) auf. Dabei geht es darum, den EU-Übersetzungswerkzeugen auch außerhalb zum Durchbruch zu verhelfen, im Wissen, dass menschliche Übersetzungen dem zunehmenden Arbeitsvolumen und den Budgetbeschränkungen nicht gerecht werden.

Die Kommissionbeamtin verdeutlichte auf EurActiv-Nachfrage den Umfang: "Dieses Projekt konzentriert sich zuerst auf grenzüberschreitende öffentliche Dienstleistungen, in der Hoffnung, gut aufgenommen zu werden. Wenn es ein Erfolg ist, dann könnte der Umfang auch auf den Privatsektor erweitert werden." Bei CEF.AT sei in dieser Phase kein Branding erforderlich.

Joao Rodrigues Frade ist in der Generaldirektion DIGIT, der IT-Abteilung der Kommission, für das CET-Projekt und die Architektur-Büro verantwortlich. Die geplante CET.AT-Einführung kombiniere die Bereitstellung von Dienstleistungen, Projektfinanzierung und die Beratung von Beamten der Mitgliedsstaaten, sowie die Aufnahme von Feedback.

Spyridon Pilos ist der Leiter des Bereichs Sprachanwendungen bei der Generaldirektion Übersetzungen der Kommission. Er zeigte, wie die die internen maschinellen Übersetzungsinstrumente vom anfänglichen Moses-Forschungsprojekt weiter wuchsen. Moses und das derzeitige MT@EC-Instrument Dokumente wie die europäische Gesetzgebung behandelt. CEF.AT wird auch Webseiten und generische Texte übersetzen, was technisch anders ist.

Er sehe nicht, dass diese EU-Dienste mit denen von privaten Unternehmen konkurrieren, sagte Jochen Hummel, der Vorsitzende der Branchengruppe LT-Innovate in einem Interview. Doch er hoffe auf eine zukünftige öffentlich-private Partnerschaft. Das sei eine Möglichkeit, einen Mehrwert zur grundlegenden öffentlichen Infrastruktur darzustellen.

Trotz großer Begeisterung unter den Übersetzern gab es auch kritische Rückmeldungen einiger Teilnehmer. "Die Erwartungen, die von EU-finanzierten Projekten über mehrsprachige Technologien geweckt werden, gehen durch die Decke. Aber ohne solide, zugrundeliegende Geschäftsmodelle ist ihr Dasein auf den finanzierten Zeitraum beschränkt", warnte Michelle Osella vom Istituto Mario Boella.

Privatsektor und Medien

Der Riga-Gipfel zur Mehrsprachigkeit zog auch eine Reihe Medienschaffender an – unter anderem von The Economist, The Guardian, Deutsche Welle and EurActiv – die ihre Vorgangsweise bei Sprachen verglichen, und Vorurteile über die angelsächsische Vernachlässigung von Fremdsprachen konterten.

Einsprachigkeit führe zu politischer Entrechtung, warnte Lan Greene von The Economist. Englisch – als angenommene lingua franca – werde von den meisten EU-Bürgern nicht verstanden. Schon im Mittelalter wären die lateinsprachigen Eliten von den Bevölkerung und ihrer Umgangssprache abgeschnitten gewesen. Die EU könne Lehren aus diesen vergangenen Erfahrungen ziehen.

Bei Deutsche Welle kümmert sich Peggy van der Kreeft als Innovationsmanagerin um Sprachen. Der deutsche Sender biete nicht nur viele Sprachkanäle so wie der BBC World Service, sondern geht auch mit automatisierten Übersetzungsprojekten um. Ein Beispiel sei die Unterstützung des Europaparlaments bei der Übersetzung eines Routineaustauschs wie Wahlergebnissen.

EurActiv-Gründer Christophe Leclercq erläuterte die Zwölf-Sprachen-Strategie des EurActiv-Netzwerks. Man habe Pionierarbeit geleistet, in dem man frühe Instrumente wie automatisierte Übersetzung mit menschlicher Nachbearbeitung kombiniert habe. Um die Arbeit der Übersetzer zu unterstützen, zusätzlich zur Lokalisierung durch Journalisten, nutzt das Netzwerk Übersetzungsspeicher, und könnte auf neuere Instrumente umsteigen. Entsprechende strategische Medienprojekte wurden initiiert, zum Beispiel der Vorschlag Innovation4Media, der die Medientransformation in Europa begleitet und auf #Media4EU aufbaut.

Das Rigaer Medienpanel wurde von Holly Young vom Guardian moderiert, welcher auf Englisch veröffentlicht. Young sagte, dass die Zeitung eine Serie mit "Argumenten für das Erlernen von Sprachen" machen werde.

EurActiv 5

 

 

 

 

ZdK-Präsident Glück fordert Debatte über Grundlagen des Zusammenlebens

 

Der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück, hat dazu aufgerufen, in Deutschland und in Europa neu über die eigenen normativen Grundlagen des Zusammenlebens nachzudenken.

"Vieles spricht dafür, dass sich jetzt langjährige Entwicklungen zu Krisen und notwendigen Entscheidungen verdichten. Unsicherheit und Ängste sind immer mehr spürbar. Mir scheint, wir müssen uns von der Hoffnung verabschieden, dass sich die Ideen der Freiheit, der Menschenrechte, des Rechtsstaats und der Demokratie bald nahezu weltweit verbreiten würden", so Alois Glück vor der Vollversammlung des ZdK am Freitag, dem 8. Mai in Würzburg. Dies werde deutlich, an der aggressiven Haltung Russlands im Konflikt um die Ukraine. Hier werde bewusst gegen die westlichen Werte argumentiert. In noch ganz anderer Weise handele es sich bei dem unfassbar menschenverachtenden islamistischen Terror von IS im Irak und in Syrien oder von Boko Haram in Nigeria,aber auch bei anderen radikalen Gruppen, um eine Kampfansage an diese westlichen Werte.

Es fällt uns schwer, die Werte, die wir durch die genannten Entwicklungen bedroht und verletzt sehen, selbstbewusst als ein Gegenprogramm zu profilieren", so Glück. " Wir erahnen, wir spüren diese Dimension der Veränderung und der Herausforderung, aber wir verdrängen sie."

Deshalb gelte es, konsequent Position zu beziehen, gegenüber all denjenigen, die gegen Flüchtlinge, Asylsuchende, Menschen aus anderen Ländern, Kulturkreisen und Religionen Stimmung machen. Und es müsse auch klar sein: Für Christen könnten Gruppierungen, die gegen diese Menschen Stimmung machen und Aktionen gegen sie planen, nie und nimmer ein politischer oder kirchlicher Partner sein – auch wenn sie noch so viele scheinbar christliche Werte propagierten und behaupteten, diese zu verteidigen. "Wir Christen aus der Mitte der Gesellschaft dürfen uns die Deutungshoheit über christliche Werte von niemandem wegnehmen lassen", forderte der ZdK-Präsident.

Gleichzeitig betonte er: "Die Normen und Regeln des Grundgesetzes stehen für das Zusammenleben über jedem religiösen Gesetz. Das gilt für die Muslime in unserem Land, es gilt natürlich auch für Christen und Angehörige anderer Religionen oder für Nichtreligiöse. Es gilt für das Zusammenleben auch dann, wenn es den eigenen persönlichen und religiösen Überzeugungen widerspricht. Dies ist die Konsequenz der vom Staat garantierten Religionsfreiheit und der Trennung von Religion und Staat. Sich darauf zu berufen, im Sinne eines "Verfassungspatriotismus", reicht aber für ein fruchtbares Zusammenleben noch nicht aus. Das Grundgesetz mobilisiert nicht die Menschen, es ist eine Angelegenheit des Verstandes und der Einsicht, aber keine Botschaft für die Herzen und für das Zusammenleben."

Nach Auffassung des Präsidenten des ZdK führt kein Weg daran vorbei, sich über Werte zu verständigen. "Wenn uns die "Wertegemeinschaft Europäische Union" etwas bedeutet, müssen wir das auch konkretisieren, müssen diese Werte beschreiben. Das sind alles Anfragen an uns selbst, unsere Arbeit. Es wäre unredlich, dies einfach der Politik als Aufgabe zuzuweisen und dann die kritischen Zuschauer zu spielen", so Alois Glück. ZdK 8

 

 

 

 

Hilfe für Nepal: Erst Zelte, dann der Wiederaufbau

 

400 Millionen US-Dollar an Soforthilfe erbittet die UNO für Nepal: So viel brauche es, um die grundsätzliche Infrastruktur nach dem Erdbeben wieder herzustellen. Acht Millionen Menschen seien betroffen, so Experten der Vereinten Nationen, 1,4 Millionen brauchen Lebensmittelhilfen. Die Regierung des Landes geht von über 10.000 Toten aus, die das Beben gefordert habe. Vor Ort helfen Regierungen wie China, Indien und Pakistan dem Land, aber natürlich auch viele internationale Hilfsorganisationen.

Für das katholische Hilfswerk Caritas International koordiniert Stefan Teplan den Einsatz mit. Das Domradio Köln hat ihn im Himalaya erreicht. Von dort berichtet er, was die Menschen dort wirklich brauchen. „Erstaunlicherweise zunächst nicht Lebensmittel oder Trinkwasser, wie wir das sonst aus Katastrophengebieten kennen. Damit sind sie derzeit noch relativ gut versorgt. So gut wie alle Menschen haben nach Zeltplanen nachgefragt. Sie müssen sich vorstellen, alle Menschen campen dort im Freien ohne ein Dach über dem Kopf, sind nachts der Kälte ausgesetzt, tagsüber dem immer wieder einsetzenden Regen und vor allem befürchten sie den Monsun, der Mitte Juni bis Ende Juni hier einsetzen soll. Wir haben einen Tag danach begonnen in diesen Bergregionen Zeltplanen zu verteilen und sind immer noch dabei.” Die Menschen klagten, dass die Regierung des Landes zu wenig tue oder nicht vorbereitet sei, berichtet Teplan.

Im Augenblick sei man noch mit der Nothilfe beschäftigt, Caritas International plant aber weit darüber hinaus. „Wir rechnen mit mehreren Jahren, wir haben Erfahrungen in solchen Katastrophenfällen, vor allem die psychosoziale Hilfe, die sehr notwendig ist, weil sehr viele Menschen sehr traumatisiert sind und das Wiederaufbauprogramm werden Jahre dauern. Wir werden in drei Phasen vorgehen: zunächst müssen wir Zeltplanen dringend vor dem Monsun für die Menschen bringen, dann werden wir stabilere Notunterkünfte bauen und gleichzeitig beginnt ein Wiederaufbau der Häuser, die die Menschen verloren haben. Das dauert erfahrungsgemäß mehrere Jahre.” (domradio 06.05.)

 

 

 

 

Politisch motivierte Straftaten. Zahl rechter Gewalttaten um 23 Prozent gestiegen

 

Die Zahl rechtsmotivierter Gewalttaten ist im vergangenen Jahr auf 1.029 angestiegen. Insgesamt wurden 32.700 politisch motivierte Straftaten registriert, mehr als die Hälfte davon mit rechtsextremen Hintergrund.

 

Die Zahl politisch motivierter Straftaten ist im vergangenen Jahr erneut gestiegen. Wie Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) am Mittwoch in Berlin mitteilte, registrierte die Polizei insgesamt 32.700 Straftaten. Das waren gut drei Prozent mehr als im Jahr 2013. Die Zahl der Gewalttaten in dem Bereich lag bei 3.368, ein Plus von rund 18 Prozent. Die Zahl der politisch motivierten Straftaten habe damit seit der Erfassung im Jahr 2001 einen absoluten Höchststand erreicht.

Als rechtsextrem motivierte Straftaten wurden dabei den Angaben zufolge 17.020 eingestuft. Die Zahl lag damit auf ähnlichem Niveau wie 2013. Die Zahl rechtsmotivierter Gewalttaten sei allerdings um rund 23 Prozent auf 1.029 gestiegen. Im Bereich linksextremer Straftaten registrierte die Polizei einen Rückgang um 6,5 Prozent auf 8.113. Linke Gewalttaten gab es der Statistik zufolge 1.664 – ähnlich viele wie im Jahr zuvor.

Die Zahl der Körperverletzungen ist den Angaben zufolge um 29 Prozent auf 2.285 gestiegen. Jeweils 40 Prozent davon wurden als rechts- und linksextrem motiviert eingestuft.

De Maizière sagte, die Zahlen stimmten ihn nachdenklich. Gerade fremdenfeindlich, antisemitisch sowie rassistisch motivierte Straftaten hätten zugenommen. Straftaten richteten sich gezielt gegen Kirchen, Synagogen und Moscheen. Diese Entwicklung müsse gestoppt werden. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Biennale in Venedig: Vatikan zeigt drei Künstler

 

Wie vor zwei Jahren wird auch in diesem Jahr der Vatikan bei der Biennale von Venedig vertreten sein. Wenn an diesem Samstag die Kunstausstellung eröffnen wird, kann man neben dem Pavillon Argentiniens und in der Nähe des Pavillons der Türkei den vatikanischen Beitrag unter dem Titel „Im Anfang … das Wort wurde Fleisch“ besuchen. Micol Forti ist Direktorin der Abteilung für Moderne Kunst der Vatikanischen Museen und Kuratorin des Pavillons des Vatikan. Sie erklärt gegenüber Radio Vatikan den Beitrag der Kirche, und zwar seien drei Künstler ausgewählt worden „Ein Künstler kommt aus Afrika, genauer aus Mozambique. Mário Macilau ist Fotograf. Monika Bravo ist Kolumbianerin und Elpida Hadzi-Valieva stammt aus Mazedonien. Diese drei kommen aus verschiedenen Kulturen und setzen sich mit dem Thema auseinander.“ Monika Bravo habe sich dabei auf das Wort konzentriert, auf das „Im Anfang war das Wort“, so Forti. In Zeitlupe würden auf Bildschirmen Bilder der Natur gezeigt, es sei wie ein Kaleidoskop, zu denen dann die Worte des Evangeliums in Beziehung gesetzt würden, die Anfänge der Schöpfung würden also beide – Natur und Wort Gottes – gezeigt.

„Im Zentrum hat Elpida Hadzi-Valieva eine riesengroße Skulptur errichtet, aus organischem Material, dort werden die Kulturen und der Glauben dargestellt, die in unserer Welt leben und die sich wie in einem großen Knoten in der Mitte der Installation treffen. Die Begegnung der Kulturen nimmt nichts weg, sondern bereichert die Identität.“ Hier ginge es um die Inkarnation, das Fleisch gewordene Wort, das Geschichte werde.

Dem Thema habe der Vatikan auch eine neutestamentliche Bibelstelle hinzu gefügt, und zwar den guten Samariter. Dem habe sich der Fotograf gewidmet, erklärt Forti. „Es geht um Straßenkinder, die auf der ganzen Welt, die ihre Familien und Schulen verlassen müssen und keine Bildung kennen, kein Spielen, und die dort leben, wo wir nicht hinschauen. Es sind neun sehr starke Fotografien, schwarzweiß und zwei Mal eineinhalb Meter groß. Wir wollen dort nicht hinschauen, nicht anhalten, wie es der Samariter getan hat.“

Den Dialog zwischen Kultur und Glauben neu zu beleben sei ein langer Weg, so Micol Forti. Es gehe darum, neue Verbindungen aufzubauen. Die Biennale sei dazu ein besonderer Ort. Es gehe nicht um liturgische Kunst, sondern um Experimente und Öffnungen, auch für andere Kulturen und die jüngeren Generationen. „Wir wollten ganz besonders in ferne Welten gehen, die kulturell und künstlerisch fremd sind“, so Forti. „So entsteht der Dialog, den wir aufbauen wollen.“

Das zeige sich auch in der Nachbarschaft, nicht weit entfernt sei zum Beispiel die Türkei vertreten, die einen türkischen Künstler armenischer Abstammung ausstelle. „Der Dialog, auch über die Aussagen des Papstes [über den Völkermord an den Armeniern], kann hier in der Begegnung wirklich stattfinden, der Künstler ist zu uns gekommen und wir haben lange gesprochen und diskutiert.“

Bereits ab diesem Dienstag können Journalisten die Ausstellung besuchen. Am 22. November endet die Biennale.  (rv 06.05.201)

 

 

 

 

Köln: Begegnung mit Francesco Carofiglio

 

Montag, 18. Mai 2015, 19.00 Uhr, im Institut (Universitätsstr. 81 * 50931 Köln) Begegnung mit Francesco Carofiglio. Francesco Carofiglio gibt einen Einblick in sein literarisches Werk. In italienischer und deutscher Sprache.

Francesco Carofiglio (Bari, 1964) ist Architekt, Schriftsteller und Illustrator. Er verfasst Theaterstücke und als Schauspieler arbeitete er mit Giorgio Albertazzi, Ugo Chiti, Gabriele Ferzetti, Torao Suzuki und Egisto Marcucci zusammen. Außerdem schreibt er Drehbücher für Film und Fernsehen.

Er war Co-Autor des Drehbuches für den Film „Il passato è una terra straniera“ (2007) unter der Regie von Daniele Vicari, der den „Großen Preis der Jury“ als bester Film auf dem Festival in Miami gewann. Von 2002 bis 2005 leitete er die Schauspielschule der Universität Bari. Seine Kurzfilme haben zahlreiche nationale und internationale Preise gewonnen.

Er hat sieben Romane veröffentlicht: „With or without you“ (Rizzoli, 2005), „L'estate del cane nero“ (Marsilio, 2008), „Ritorno nella valle degli angeli“ (Marsilio, 2009), „Radiopirata“ (Marsilio, 2011), „Wok“ (Piemme, 2013), „La casa nel bosco“ zusammen mit Gianrico Carofiglio (Rizzoli, 2014), „Voglio vivere una volta sola“ (Piemme, 2014). Eintritt frei.   IIC