WEBGIORNALE   6-12   LUGLIO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il caso Grecia e non solo. È urgente l'unione economica e monetaria  1

2.       Renzi dalla Merkel negli insoliti panni del mediatore Grexit 1

3.       La crisi greca. Renzi e l’asse strategico con Berlino per rinegoziare il rientro del deficit 1

4.       L’incontro di Berlino Renzi-Merkel 2

5.       Renzi dalla Merkel, mentre la destra tifa per Tsipras  2

6.       Grecia, Merkel: "Se fallisce l'euro, fallisce l'Europa". Atene non pagherà il Fmi 2

7.       La strategia di Berlino. Crisi Grecia, così la Merkel perde la battaglia (per vincere la guerra) 3

8.       Il premier a Berlino. Riforma Senato, Renzi: "Referendum nel 2016"  3

9.       Renzi a Berlino: “Un errore tagliare fuori la Russia”  4

10.   Renzi dalla Merkel ripropone la terza via contro la crisi 4

11.   Gli Stati generali dell'associazionismo italiano nel mondo  4

12.   Claudio Cumani e Daniela Di Benedetto nell'Integrationsrat Bavarese  5

13.   Opportunitaà di lavoro e formazione: all’IIC di Colonia la mobilità degli italiani nel Nerdreno-Westfalia  5

14.   Berlino: il 21 luglio l’Assemblea del Circolo PD  5

15.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  5

16.   Crisi Grecia, Monti: «Atene sbaglia ma Berlino stia attenta o scatenerà una rivolta degli spiriti»  6

17.   La circolare di Laura ai democratici in Europa  7

18.   Europa, Euro e dintorni. Una questione di sopravvivenza  7

19.   Paolo Gentiloni: "La grande sfida al terrorismo globale"  8

20.   L’ultimo filo spezzato  8

21.   Grecia, Tsipras: "Restiamo al tavolo del negoziato"  9

22.   Crisi greca. Non si vive di solo consenso  9

23.   UNHCR. Crisi nel Mediterraneo, primo semestre 2015: mai così alto il numero di migranti e rifugiati 9

24.   È ancora crisis  10

25.   Quanti Tsipras ci sono in Europa?  10

26.   Blitz antiterrorismo, 10 arresti. Anche familiari di italiana votata al jihad  10

27.   Ginevra: la giovane Italia all’estero che inventa  10

28.   Instabilità  11

29.   E' sempre allarme corruzione. Quell'alleanza rossonera pro Tsipras  11

30.   Paolo Gentiloni: “Il terrore si batte solo se uniti”  11

31.   L’Unità torna in edicola con l’enciclica del Papa a puntate  12

32.   Palermo arabo-normanna patrimonio mondiale dell'umanità  12

33.   Dibattito: la "libertà di panorama" dovrebbe essere introdotta ovunque in Europa?  13

34.   Stati Generali Associazionismo Italiani nel mondo. Gli interventi di parlamentari presenti all'apertura dei lavori 13

35.   Il doppio-senso, ovverossia un errore di segmentazione  13

36.   I migranti 14

37.   Grexit, Padoan rassicura gli italiani. M5S, Lega e Forza Italia tifano Tsipras  14

38.   Orvieto “Letteratura italiana nel mondo: nuove prospettive”  14

39.   Svolta dei giudici: De Luca si può insediare in Regione Campania  15

40.   Stati Generali dell’Associazionismo degli Italiani nel Mondo. Ravaglia: “Le istituzioni ci sono”  16

41.   Filippetti, Kyenge a Marino a Parigi: serve uno studio interdisciplinare delle migrazioni 16

42.   La politica  16

43.   Stati Generali dell’Associazionismo degli Italiani nel Mondo. Il dibattito conclusivo  17

44.   Il dubbio di Amleto che dilania noi e l'Europa  17

45.   Colora il Partenone  18

46.   Il nuovo corso dell’immigrazione nel Dossier Statistico Immigrazione 2015  18

47.   Nuovo Cgie? Peragine (Corriere PL) rilancia l’Upsim   19

48.   Democrazia pertecipativa  19

49.   A Roma il 9 luglio la presentazione del libro "Migranti e Territori. Lavoro diritti accoglienza”  19

50.   Manuela Lanzarin, neo assessore ai Flussi Migratori del Veneto  19

51.   Stati generali delle Associazioni italiane all’Estero. La tavora rotonda  20

52.   Docenti all'estero. Il sindacato chiede trasparenza nelle nomine  20

53.   Seconda edizione di "Apulia Attraction"  20

54.   Grazia Tredanari nominata coordinatrice dei Comites in Svizzera. 20

 

 

1.       Renzi in Berlin. Merkel: Wir bauen gemeinsam am Haus Europa  20

2.       137.000 Menschen fliehen über das Mittelmeer 21

3.       Flüchtlingsstrom nach Europa dramatisch angestiegen  21

4.       Italien: „Mittelmeer-Flüchtlinge brauchen mehr, nicht weniger Schutz"  21

5.       Gesetz zur Neubestimmung des Bleiberechts und der Aufenthaltsbeendigung  21

6.       Verbunden, umstritten und komplex – Warum Europa eine globale Strategie braucht 22

7.       Euro-Partner stoppen Gespräche mit Athen  22

8.       „Bleibt in Europa! Wir stehen an Eurer Seite.“ Offener Brief an das griechische Volk  23

9.       „Ein echtes Referendum wäre hilfreich“  23

10.   Umverteilung. EU-Regierungen schmieden Minimalkompromiss in Flüchtlingsfrage  23

11.   „Nicht nur das Recht, nein, auch die Pflicht zu Migrationsbeschränkung“  24

12.   Eurozone wappnet sich für Staatsbankrott Griechenlands  24

13.   EUD-Generalsekretär Moos zur aktuellen Lage in Griechenland: „Es bleibt nicht mehr viel Zeit, die Europäische Union zu retten“  24

14.   Bundestags-Rede zu Griechenland. Merkel: Stabilität der Eurozone erhalten  25

15.   Europa: Rechts- und Verantwortungsgemeinschaft. Griechenlandhilfe  25

16.   Das Ende der Obama-Doktrin  25

17.   Wie Varoufakis und die Eurogruppe auseinander gingen  26

18.   Mittelstandsforscher. Migrantenunternehmer haben es besonders schwer 26

19.   "Das Recht auf Freizügigkeit verloren"  26

20.   Vorurteile. Bei Türken bewerben sich nur Türken  27

21.   Arbeitsmarkt im Juni. Erwerbstätigkeit weiter gestiegen  27

22.   Spitzentreffen von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN und Zentralrat der Juden  27

23.   Streit um Ramadan-Logo. Muslimen bedauern Entfernung des Halbmonds  28

24.   ElterngeldPlus. Mehr Flexibilität für Eltern  28

25.   Zahl der Einbürgerungen gesunken  29

26.   „Der Rechtsextremismus wird immer gewaltbereiter“  29

27.   Arbeitsrechte lassen sich nicht teilen  29

28.   NRW. Minister Schneider: Sprachkenntnisse sind Voraussetzung für Integration in Arbeit 30

29.   Verfassungsschutzbericht.150 Angriffe auf Flüchtlingsunterkünfte im ersten Halbjahr 2015  30

30.   Merkel auf Deutschem Seniorentag: "Wissen älterer Menschen ist Gold wert"  30

31.   Studie zu studienbezogener Mobilität zeigt positive wirtschaftliche Effekte  30

32.   An der Grenze zur Sklaverei 31

33.   „Premio ENIT“ 2015  31

34.   Leonardo da Vinci-Ausstellung zieht von Hamburg nach Bochum   31

 

 

 

 

Il caso Grecia e non solo. È urgente l'unione economica e monetaria

 

Lo stare insieme solidale è il principio dell'integrazione comunitaria. Forse la decisione di "spalmare" le riforme in un piano graduale per un periodo di dieci anni non è sufficiente. Anche se molti attori europei sono consapevoli che così si creerebbero le condizioni per passare a un'unione politica federale e democratica - Di Thomas Jansen

 

Il momento è arrivato. I capi di Stato e di governo devono ricordarsi che la coesione dell’Unione europea, basata sulla solidarietà, è nel loro comune interesse, ma anche nell’interesse dei singoli Paesi. Dovrebbero fare tutto quanto in loro potere per rinnovarla e per renderla irreversibile attraverso una maggiore integrazione politica. Uno sguardo a quanto sta accadendo in Grecia dovrebbe richiamare la drammaticità della questione.

Nel frattempo i presidenti delle istituzioni europee - Parlamento, Consiglio, Commissione, Banca centrale - e l’Eurogruppo hanno presentato ai capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo del 25 giugno proposte condivise per l’ampliamento e il completamento dell’Unione economica e monetaria. Si tratta di un piano a fasi da realizzare nei prossimi dieci anni che creerebbe le condizioni per passare a un’unione politica federale e democratica.

Si tratta di una buona iniziativa, in contrasto con la tendenza che ha avuto il sopravvento negli ultimi dieci anni di attribuire alla disciplina comunitaria meno valore che agli interessi nazionali, assoldati all’egoismo a scapito della solidarietà. Questa tendenza si manifesta, tra l'altro, in una perdita di significato dei processi decisionali democratici e comunitari nel quadro delle istituzioni europee poiché dà la precedenza alla cooperazione diplomatica e intergovernativa e agli accordi tra i governi. Ciò contraddice profondamente lo spirito che ha connotato la fondazione della comunità europea.  

Il risultato è una negazione della solidarietà, che in questi giorni - in relazione al flusso di rifugiati provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente - si esprime soprattutto nella incapacità di accordarsi su una vera e propria politica europea migratoria e di asilo e della conseguente ripartizione di responsabilità e oneri.

Il rifiuto alla solidarietà si mostra anche se i singoli Stati membri dell’Unione monetaria europea infrangono a propria discrezione regole che sono irrinunciabili per il corretto funzionamento della moneta unica e che erano state concordate insieme.

Tuttavia, nella storia dell’integrazione non si era ancora mai verificato da parte del governo di uno Stato membro un attacco così violento alla solidarietà e a tutte le altre disposizioni generali e ai principi della politica di unificazione, come avvenuto con il comportamento dell’esecutivo greco in carica da gennaio. Nel corso degli ultimi cinque mesi, questo governo non ha perso occasione, in una miscela di cecità ideologica e arroganza nazionalista, di violare i comandamenti della correttezza e affidabilità nei confronti dei partner.

Le ragioni degli sviluppi negativi che foraggiano la crisi attuale sono naturalmente varie. Ad esempio, non si era riusciti prima dei grandi allargamenti geografici dell’Unione negli anni ‘90 e 2000 a occuparsi del consolidamento della coesione politica attraverso il rafforzamento dei sistemi istituzionali. A ciò va aggiunto il fatto che a questi allargamenti, che hanno riguardato Austria, Svezia, Finlandia, e poi Malta, Cipro e un gran  numero di Stati dell’Europa centro-orientale, si è arrivati troppo in fretta. Non tutti i candidati mostravano i requisiti necessari per un’appartenenza attiva e responsabile nell’Ue.

Particolarmente pesante è stato anche il fatto che alcuni Paesi membri che sarebbero stati in condizione e quindi vincolati all’idea comunitaria, si sono opposti alla introduzione della moneta unica. Ciò ha portato a una spaccatura all’interno dell’Unione che si è acuita nel tempo. Anche le altre disposizioni speciali che sono state concesse in particolare alla Gran Bretagna hanno agito contro la coesione della comunità.

Un ulteriore elemento che ha generato tensioni è stato l’errore di progettazione dell’unione monetaria, avviato senza che fosse collocato nel contesto di una unione economica e anche senza la cornice di una unione politica, che avrebbero reso possibili uno sviluppo uniforme nella zona euro. Per questo è così importante la citata iniziativa dei presidenti per lo sviluppo dell’Unione economica e monetaria. Tuttavia, la proposta di “spalmare” le riforme in un piano graduale per un periodo di dieci anni non è sufficiente. Rispetto alle esperienze attuali con la Grecia, non si prende in considerazione l’urgenza di completare l’Unione economica e monetaria per non parlare della necessità di costruire al più presto l’unione politica. - Sir Europa (Germania) 3

 

 

 

 

Renzi dalla Merkel negli insoliti panni del mediatore Grexit

 

Se fosse una piéce teatrale, ad Angela Merkel spetterebbe di diritto il ruolo della “dura”, dell’intransigente. Però siccome siamo nella più dura delle realtà e non nella finzione, occorre verificare bene se sia proprio questo il carattere della Cancelliera. Potrebbe non essere così. Anche se in queste ore frau Angela ha fatto mostra di considerare quello con Tsipras un capitolo chiuso: semmai sono altri – Juncker in testa – a condurre quella che sembra una trattativa disperata. “Stanotte a mezzanotte scade il programma – ha detto gelida  – io non conosco altri segnali concreti”.

E tuttavia la sorte ha voluto che proprio nella giornata di mercoledì Matteo Renzi possa avere con la Merkel un faccia a faccia che potrebbe rivelarsi molto utile. Il premier italiano non si lascia sfuggire l’0ccasione per comparire sulla scena proprio nelle ore più delicate di un match che non è neppure dato di capire bene se sia reale oppure immaginario.

Il premier italiano ha arato il terreno prima del confronto con la Cancelliera rifiutandosi di essere collocato fra quanti scaricano su Berlino le responsabilità per la gravità della situazione, mostrandosi tutt’altro che tenero con il premier greco: “Dare la colpa alla Germania di ciò che sta avvenendo alla Grecia è un comodo alibi che non corrisponde alla realtà. Può tirare su il morale, ma non tira su l’economia”, ha detto al Sole 24 Ore.

Certo, per tutte queste ore si sono rincorse le voci e le mezze notizie su una riapertura del negoziato fra Bruxelles e Atene. Riapertura? Diciamo pure che il filo, al di là delle polemiche, non si è mai spezzato veramente. E’ come nelle guerre: quante volte, dopo l’offensiva, è scattata la tregua? E così, è confermato che i contatti fra Juncker e Tsipras sono stati continui. E che il presidente della Commissione ha provato subito a mettere sul piatto un’offerta di svariati miliardi per evitare il sostanziale fallimento greco.

Tsipras – pressato da diversi ministri e dall’ala meno intransigente di Syriza – di fatto sta andando a vedere e anzi sta rilanciando chiedendo un terzo piano di salvataggio.

In una lettera ai vertici dell’Ue Tsipras ha chiesto un accordo di due anni con l’Esm (European Stability Mechanism, il fondo salva-Stati che si è attivato per Cipro o la ristrutturazione delle banche spagnole) per coprire le necessità finanziarie del suo paese e nel frattempo ristrutturare il debito. Si tratterebbe di coprire una trentina di miliardi di scadenze tra il 2015 e il 2017; in attesa di definire il nuovo meccanismo, inoltre, andrebbe esteso di qualche giorno l’attuale programma. “Il governo greco”, ha specificato Atene in un comunicato, “resta al tavolo delle trattative e continua a ricercare una soluzione percorribile per rimanere nell’euro”.

Ma il problema vero, ancora una volta, più che economico-finanziario sembra politico: fino a che punto Tsipras è disposto ad aprire sul serio il capitolo-riforme reclamato da Bruxelles e Francoforte? E fino a che punto i vertici europei sono disposti a dare un altro po’ di tempo ad Atene? E infine: quanto è grande, se esiste, la disponibilità di Berlino ad intervenire prima che la parola finale venga scritta con il referendum del 5 luglio?

E’ esattamente a quest’ultima domanda che Renzi prova a darsi una risposta nella sua visita nella capitale tedesca. Un Renzi, una volta tanto, nei panni del mediatore. L’U 30

 

 

 

 

 

 

La crisi greca. Renzi e l’asse strategico con Berlino per rinegoziare il rientro del deficit

 

L’obiettivo dei tagli alle tasse. S&P: la Grexit vi costa 11 miliardi di interessi in più - di Marco Galluzzo

 

ROMA Ci sono diverse ragioni per cui Renzi è al momento perfettamente allineato alla Merkel nella posizione sulla Grecia. Ha definito «un errore, un azzardo» la scelta del referendum adottata da Tsipras, ha dato mandato al ministro Padoan, nei negoziati degli scorsi giorni, al pari dei tedeschi, e forse anche una punta di più, di adottare una linea molto rigida nelle concessioni che Bruxelles è disposta ad offrire ad Atene.

Il piano politico è presto detto ed è stato condiviso con la Cancelliera due giorni fa, nell’incontro che il nostro premier ha avuto a Berlino: se il modo disinvolto con cui il governo ellenico, che ha cambiato posizione e negoziatori diverse volte, fosse premiato, alla fine sarebbe un pessimo esempio per quell’Europa delle regole di bilancio che l’Italia in prima fila rispetta e un assist formidabile a quelle forze antieuropee, da Podemos a Grillo, che nei Trattati fiscali dell’Unione europea hanno il loro primo obiettivo. Insomma, in qualche modo, di necessità virtù. «Se non vogliamo spingere Salvini e Podemos al 60% non ci sono alternative», è quello che raccontano a Palazzo Chigi.

 

I risvolti finanziari per l’Italia

Il piano finanziario, o economico, ha altri risvolti e riguarda direttamente le nostre finanze pubbliche. Ieri Standard & Poor’s ha detto che la Grexit farebbe aumentare i nostri interessi sul debito di 11 miliardi. Ora, è vero che un default greco causerebbe dei danni alla nostra economia, anche se ieri Renzi ha detto che «l’Italia non avrebbe problemi particolari», ma è anche vero che al momento esistono altre strade che vengono discusse fra Bruxelles, Berlino e le altre Capitali: l’auspicio condiviso a più livelli è infatti un insuccesso della chiamata alle urne del governo ellenico e una sostituzione di Tsipras con un esecutivo, magari tecnico, maggiormente responsabile verso le offerte sin qui girate ad Atene. Fra l’altro sempre ieri, lo stesso Renzi, ha affermato al Tg1 che dopo il referendum «la Grecia in ogni caso dovrà tornare al tavolo delle trattative e farà di tutto per arrivare ad un accordo».

In questo modo si avrebbe quell’«happy ending della telenovela », come l’ha definita senza nascondere il suo fastidio lo stesso Renzi, che consentirebbe, anche al nostro governo, di ricominciare a discutere di misure espansive. Misure che devono essere approvate da Bruxelles. E per le quali Renzi ha innanzitutto bisogno della Cancelliera, come si è visto anche sulla vicenda dei migranti, per la quale il premier ha pubblicamente ringraziato Angela, senza la quale la scorsa settimana probabilmente non si sarebbe superata la resistenza di Spagna e Paesi Baltici.

 

Il piano di Renzi

L’idea di Renzi, che ha condiviso con i suoi più stretti collaboratori, è quella di negoziare un diverso percorso di rientro del deficit, rinviando il pareggio di bilancio di almeno due anni: «Con le cifre attuali, l’anno prossimo deficit all’1,8 del Pil, e quello successivo allo 0,7, non siamo in grado di abbassare le tasse e questo non ha senso», continuano a Palazzo Chigi. Ecco perché Renzi a Berlino ha detto chiaro, davanti ad una platea istituzionale ed accademica, che «le regole attuali» del Fiscal compact «vanno bene per voi, ma non per noi».

Fra l’altro al momento, e la vicenda dei migranti l’ha dimostrato, il migliore alleato di Renzi in Europa è proprio la Cancelliera, che ancora una volta due giorni fa ha ricevuto da Renzi l’ennesima relazione dettagliata sulle riforme in corso in Italia e a sua volta non ha lesinato complimenti pubblici per il lavoro di Palazzo Chigi. Gli altri alleati, in questo momento, latitano: Parigi sulle quote ci ha chiuso le frontiere, la Spagna ha remato contro, i Paesi Baltici e quelli dell’Est hanno preso di mira gli obiettivi italiani anche come ritorsione per la posizione del nostro Paese verso Putin e le sanzioni economiche contro Mosca.

Insomma Renzi l’anno prossimo avrà bisogno di molti decimali in più di deficit per accompagnare e irrobustire la ripresa, e gli unici che hanno il potere di concedere «disco verde» si trovano a Berlino. CdS 3

 

 

 

 

 

 

L’incontro di Berlino Renzi-Merkel

 

Berlino - “Non posso competere con Firenze e gli incontri con vista sul David”. Angela Merkel fa gli onori di casa e accoglie Matteo Renzi a Berlino. Hanno parlato delle riforme in Italia, dell’emergenza migranti e, ovviamente, della crisi della Grecia.

Nella conferenza stampa congiunta, Merkel ribadisce l’importanza delle riforme avviate dal governo italiano, parla di un “programma molto ambizioso” e definisce “impressionante il modo in cui vanno avanti riforme come il Jobs act”. Insomma, le “prospettive di crescita” del nostro Paese sono “buone”, e andiamo “nella giusta direzione”.

Sul fronte profughi, la Cancelliera – molto più sintetica di Renzi – ricorda che il recente Conisglio Ue ha ribadito “la necessità della loro distribuzione” tra i diversi paesi e che i Ministeri dell’Interno italiano e tedesco sono in costante contatto per preparare il prossimo Consiglio Ue.

Quanto alla Grecia “io ribadito quanto detto nei giorni scorsi: le porte rimangono aperte, ma certamente c’è bisogno che la Grecia attui ampie riforme così da garantire una crescita sostenibile, così come hanno fatto altri Paesi”. Quindi, Merkel ringrazia “Matteo” per la sua “collaborazione”. “Anche se non ci vediamo spesso di persona, siamo in costante contatto”, conclude, a lavoro per “costruire una casa comune europea”.

Per Renzi quello a Berlino è stato “un giorno carico di onore”, iniziato alla Umboldt e proseguito con una visita alla Berlin Chemie, azienda tedesca con partecipazione italiana, e un incontro in Ambasciata.

“Sono molto contento del lavoro che stiamo facendo”, afferma Renzi, che definisce “significativo e importante” il rapporto con la Germania. “Angela è decisiva nel vertice di giovedì notte per trovare un punto sintesi sulla distribuzione dei profughi. Io ho detto e lo ripeto anche oggi che non è un problema per cui l’Italia chiede aiuto. Noi possiamo fare anche da soli, ma l’Ue non può permettersi che l’Italia faccia da sola. È un fatto di valori e di ideali non di numeri”.

Il premier italiano ringrazia anche “tutte le forze dell’ordine che lavorano nel Mediterraano” e in particolare quelle italiane “che oggi hanno condotto una grande operazione contro il terrorismo”.

Sulla Grecia, prosegue, “abbiamo parlato a lungo. Secondo me il referendum è un errore, ma rispetto come tutti la volontà del popolo greco”. Ciò che è “fondamentale” per Renzi è “cercare di far prevalere le ragioni del buon senso: per questo abbiamo cercato di trovare un punto di intesa. Vedremo cosa accadrà”. Certo, aggiunge, “non è pensabile di eliminare le baby pensioni in Italia per poi pagarle in Grecia, così come non è possibile combattere l’evasione nei nostri Paesi e poi non far pagare le tasse agli armatori greci”. In ogni caso, però, “credo che vada evitata l’idea di trasfomare il referendum in un derby tra qualche leader europeo e Tsipras. Non è così”, afferma, sicuro, il Premier italiano.

Quanto all’Italia, il Paese “è ripartito; un anno fa ero qui e avevamo una crescita negativa e record di disoccupati. Ora io non sono certo soddisfatto, ma le riforme sono partite, la data chiave sarà il giugno 2016 con il referendum costituzionale”. Grazie al Jobs act, poi, “oggi il lavoro è più flessibile in Italia che in Germnaia”, certo “c’è molto da fare, ma l’Italia è tornata in pista e ha voglia di correre più veloce di tutti”.

Quindi, un accenno ad Expo, con l’invito ufficiale alla Cancelliera: “è una grande occasione per riflettere sul futuro del pianeta. Sta andando benissimo”, chiosa Renzi, che ribadisce: “ci siamo rimessi in moto, ora serve una strategia, una visione per l’Ue basata più sulla crescita e meno sulla burocrazia”.

Le domande dei giornalisti sono tutte sulla Grecia, ma i due leader non si sbottonano: l’ipotesi si un passo indietro se il Governo Tsipras dovesse ritirare il referendum? “Oggi è mercoledì e domenica non è lontana”, dice caustica Merkel. “Non ho niente da aggiungere: prima vediamo come va il referendum e poi ne parliamo”. I rapporti personali con Tsipras, assicura la Cancelliera, “sono buoni. Non ho mai messo in discussione la sovranità di uno Stato, ma anche gli altri Paesi possono sviluppare le loro posizioni”.

Conclude Renzi: “io non l’avrei detto, ma non metterò bocca sul referendum del popolo greco”. Certo, potessimo andare avanti “si finirebbe di parlare solo di Grecia e avremmo tempo per discutere sull’economia di tutta l’Ue”. (aise 1) 

 

 

 

 

 

Renzi dalla Merkel, mentre la destra tifa per Tsipras

 

Matteo Renzi in calo di consensi è circondato da una inedita alleanza di estremi e antitetici che in nome dell'antieuropeismo e abbagliata dal miraggio di scardinare Palazzo Chigi, si trovano a dire le stesse cose. Se il burrascoso capogruppo di Forza Italia Brunetta dichiara di fare il tifo per Tsipras, vuol dire che la destra ha imboccato decisamente la strada del l'estremismo parolaio e incendiario che già si intravvedeva durante il ventennio berlusconiano nei momenti in cui l'ex Cavaliere non giocava a fare il moderato. Solo che a destra quel ruolo (di estremista incendiario lepenista) è saldamente occupato dal capo leghista Salvini che non ha alcuna intenzione di mollarlo: al massimo accetta comprimari subalterni. Ma si sa che per sopravvivere in questo momento Forza Italia si aggrappa anche a un ruolo di comprimario all'ombra del protagonista lombardo. La stranezza del tifo di Brunetta per Tsipras nasce dalla constatazione che l'alleanza ideologica contro l'Euro va oltre Salvini e con un ardito "giro della morte" di 360 gradi tocca il fronte opposto, cioè quello di Vendola, della sinistra estrema, passando per i Cinquestelle di Grillo. Un fronte composito che vede nelle difficoltà dell'Euro alla prova della sfida greca un modo per attaccare Renzi. È il premier, infatti, il vero obiettivo di questa mobilitazione variegata e improbabile. Renzi in effetti ha di che preoccuparsi della situazione in cui l'insolvenza greca sta cacciando l'Europa e di conseguenza l'Italia. Con la ripresa ancora gracile e i dati sull'occupazione così stentati, sarebbe il nostro Paese a dover subire più degli altri gli attacchi della speculazione finanziaria, se la Grecia dovesse uscire dall'Euro. Sia il presidente del consiglio che il ministro dell'economia Padoan assicurano che l'Italia è attrezzata per su pera re la tempesta. Ma di questo Renzi parlerà domani a Berlino con la Cancelliera Merkel, perché molto dipenderà dalle misure che Merkel è Draghi saranno disposti a mettere in campo per difendere l'Euro e di conseguenza l'Italia. GIANLUCA LUZI  LR 30

 

 

 

 

Grecia, Merkel: "Se fallisce l'euro, fallisce l'Europa". Atene non pagherà il Fmi

 

Il presidente Juncker si rivolge direttamente ai cittadini greci, attaccando il comportamento del governo ateniese: "Hanno vinto i tatticismi e i populismi, ma l'Eurozona non è una partita a poker". La Cancelliera apre a "trattative dopo il referendum". La Casa Bianca chiede di rinegoziare il debito - di GIULIANO BALESTRERI e RAFFAELE RICCIARDI

 

MILANO - Dopo il caos, gli appelli perché la crisi greca si risolva senza la rottura dell'Eurozona. Da Berlino e Bruxelles arrivano chiare voci nella direzione dell'unità della moneta europea, anche se non mancano le accuse al governo di Atene, responsabile - a detta dei creditori - dell'attuale situazione disperata. "Se l'euro fallisce, l'Europa fallisce", rilancia oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel, che auspica "un compromesso" tra il governo ellenico e i partner internazionali. "La prospettiva resta quella di un'Eurozona a 19 membri", fa eco il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, rigettando quindi l'idea di un ritorno alla dracma per l'economia greca. Anche i parlamentari europei si attivano e la conferenza dei capigruppo Ue approva a larghissima maggioranza la richiesta avanzata da Gianni Pittella a Jean Claude Juncker, di tenere nelle prossime ore un Eurosummit straordinario. Proposta "non convincente", per Angela Merkel. Anche Alexis Tsipras si muove per chiedere una proroga del programma di aiuti fino al referendum del 5 luglio, dopo il quale riprendere le trattative in base alla volontà del popolo greco.

 

"Sono molto rattristato dallo spettacolo che ha dato l'Europa sabato scorso", quando è saltato il tavolo di trattative tra Grecia e creditori e il premier ellenico, Alexis Tsipras, ha indetto la consultazione popolare sul pacchetto predisposto dai creditori: "Egoismi e giochi tattici e populisti hanno avuto la meglio". E' uno dei passaggi della conferenza stampa che lo stesso Juncker ha tenuto per raccontare la sua versione dell'avvitamento della crisi, in risposta al discorso che Tsipras ha tenuto ai suoi cittadini, annunciando il voto. "Voglio che l'Eurozona resti a 19 membri", ha aggiunto Juncker, "e che sia chiaro che nell'Eurozona non ci sono una democrazia contro 18 o 18 contro una". Ma Juncker non ha lesinato le critiche dirette al governo greco, reo di "aver rotto unilateralmente le trattative, spezzandole con una richiesta di referendum e spendendosi perché il popolo greco dica no" alla proposta di accordo.

 

Il presidente della Commissione ha voluto difendere il lavoro suo e del presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, dicendo che le critiche rivolte loro sono immeritate. "L'Eurozona non è una partita di poker, si perde o vince tutti quanti". Juncker ha elencato le concessioni - di metodo (ad esempio l'abbandono della Troika in favore del Brussels group) e merito (l'assenza di tagli a retribuzioni o pensioni nel pacchetto dei creditori) - fatte ad Alexis Tsipras, che però non le ha colte. "Abbiamo lavorato a un pacchetto socialmente più equo e mi aspettavo che anche il governo greco lavorasse in questa direzione", ha rinfacciato ancora a Syriza, ricordando poi che "loro stessi potrebbero presentare altre misure, purché i conti tornino". Rivolgendosi direttamente al popolo greco, ha ribadito che "nel nostro piano non c'era stupida austerità". I greci "devono sapere che la porta è ancora aperta, devono sapere la verità", ha spiegato invitando i "leader greci a prendersi le proprie responsabilità, come hanno fatto quelli irlandesi o portoghesi". Da parte dei creditori, "non ci saranno altre proposte, le abbiamo già fatte", ha aggiunto ancora svelando che - in caso di intesa - i partner erano pronti "a discutere misure sul debito e nuovi aiuti dall'autunno". Infine, l'appello a "votare sì" al referendum del prossimo 5 luglio: "Un 'no' al referendum, sarebbe un 'no all'Europa'". Concetto ribadito via Twitter dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che prospetta un "derby tra euro e dracma" alle urne, e non tra "Juncker e Tsipras".

 

In Germania, Merkel ha convocato tutti i capi di partito per fare il punto della situazione. "Il cancelliere continua a essere disponibile a colloqui con il premier greco, se questi lo desidera", ha spiegato il portavoce Steffen Seibert aggiungendo che Berlino "rispetterà l'esito del referendum" indetto dal Parlamento ateniese. La stessa Merkel ha poi sottolineato che "l'euro è più che una valuta" e che per la sua difesa ci vuole "solidarietà e responsabilità". Ancora, "l'Europa deve essere in grado di trovare un compromesso di fronte ad ogni sfida", ha spiegato dalla celebrazione dei 70 anni della Cdu. La leader tedesca ha ricordato che "la Grecia ha ricevuto un'offerta generosa", ma ad Atene "non c'era la volontà di un compromesso"; restano comunque aperte le porte per "trattative dopo il referendum". In Spagna, il ministro dell'Economia, Luis de Guindos, ha ribadito che il Paese è "blindato contro i rischi di contagio". Il presidente francese, Francois Hollande, invece, ha attaccato Tsipras: "Deploro la scelta di Atene e eravamo vicini a un accordo". Sulla stessa lunghezza d'onda anche i socialdemocratici tedeschi, secondo cui la scelta di tenere un referendum "è inaccettabile".

 

Anche il presidente del Parlamento Ue, Martin Schulz, si è appellato al "popolo greco perché voti 'sì' al referendum. Due ore fa mi ha chiamato Tsipras e ha detto che sottoporrà a quesito il documento proposto all'Eurogruppo del 25 giugno. Spero che il popolo voti a favore", ha detto. Il numero uno dell'Europarlamento ha chiesto di "fermare gli orologi" fra il momento in cui scade il programma di aiuti alla Grecia, domani sera, e il referendum di domenica prossima. Dal canto suo, il premier greco ha domandato una proroga di un mese al programma di aiuti "per poter svolgere il referendum in un clima calmo e positivo che consenta al popolo greco di prendere questa cruciale decisione senza pressioni esterne. I negoziati riprenderanno il 6 luglio, con l'obiettivo di raggiungere subito un accordo in linea con la decisione del popolo greco".

 

Le dichiarazioni dei massimi esponenti dell'Unione seguono una mattinata che si era tinta di giallo, in quel di Bruxelles. Il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, in un primo momento aveva annunciato che il presidente Juncker - che ieri ha pubblicato il piano proposto alla Grecia dai creditori internazionali - avrebbe fatto "alcune nuove proposte". A stretto giro, però, è arrivata la smentita ufficiale, poi confermata in conferenza stampa. Una dimostrazione del fatto che in Europa convivono due anime profondamente diverse: tra un lato le colombe, dall'altro i falchi del rigore, al lavoro - secondo diversi rumor - per far cadere il premier greco.

 

La speranza di fondo è che le parti si avvicinino il più possibile prima di domenica, ma nel frattempo i mercati crollano. "Siamo a pochi centimetri dall'intesa - ha detto ancora Moscovici - mi auguro che il governo sostenga il sì al referendum di domenica". Un'ipotesi che al momento pare irrealistica. Il premier Tsipras ha chiesto ai cittadini di affossare il piano dei creditori e ieri, dopo un duro attacco alla Bce che ha deciso di non aumentare la liquidità di emergenza alla banche greche, ha deciso di chiudere gli sportelli per 6 giorni e fermare le contrattazioni alla Borsa di Atene.

 

In campo è tornata direttamente anche la Casa Bianca: il segretario di Stato degli Usa, Jack Lew, ha chiesto di valutare con attenzione la ristrutturazione del debito greco, a patto che Atene prosegua sulla strada delle riforme. Un messaggio colto al volo dal Commissario Ue agli Affari economici, Moscovici, che gioca il ruolo della colomba: "Bisogna trovare un compromesso. La porta per il negoziato è aperta. Io sono per una Grecia riformata nell'Eurozona, senza austerità". Anche il presidente Usa, Barack Obama, è intervenuto telefonicamente con Hollande invitando la ripresa del dialogo.

 

La situazione nel Paese è drammatica. Con il via ai controlli sui capitali e un tetto di 60 euro sui prelievi ai bancomat (ma nessuna soglia per le carte emesse da banche straniere), la Grecia è in ginocchio e rischia di affossare l'intera Eurozona. Il ministro delle Finanza, Yanis Varoufakis si appella così ai governi "perché scongiurino il disastro", ma i partner europei non sembrano troppo preoccupati. In un'intervista al Corriere della Sera, il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan mostra tranquillità: "Non siamo nel 2011, le istituzioni hanno armi per combattere la speculazione. Non c'è nessun rischio per il debito italiano". Domani scade il termine ultimo per pagare al Fmi gli 1,6 miliardi dovuti per le rate di giugno, ma secondo un funzionario del governo di Atene citato dal Wall Street Journal il pagamento non avverrà. LR 29

 

 

 

 

 

 

La strategia di Berlino. Crisi Grecia, così la Merkel perde la battaglia (per vincere la guerra)

 

La cancelliera sacrifica la partita greca per superare un’altra prova: salvare l’Europa - di Danilo Taino

 

Berlino - Nel finale della partita greca, Angela Merkel ha scelto di sacrificare il breve termine per il lungo: non salvare necessariamente la Grecia rinnegando i principi ma cercare di proteggere l’euro. Decisione rischiosa: non si può sapere cosa abbia in serbo il futuro. Ma decisione in parte obbligata e potenzialmente saggia: l’evoluzione della realtà è spesso benigna per gli statisti pronti a perdere una battaglia per vincere la guerra.

La rottura delle trattative tra creditori e Atene è una sconfitta per la cancelliera, che per mesi ha cercato il compromesso. Non è riuscita a esercitare quella leadership che le chiedevano mezza Europa, la Washington di Barack Obama, politici e autorità economiche dall’Asia al Sudamerica. Non solo: se la crisi greca non sarà gestita con maestria dalla stessa signora Merkel e dall’Eurozona, potrebbe iniziare il tramonto dell’Unione europea come l’abbiamo conosciuta, quella uscita dalla Guerra fredda, modello di pace a espansione continua. La «ragazza» un tempo pupilla del «cancelliere della riunificazione» tedesca e dell’Europa unita, Helmut Kohl, passerebbe alla storia come la cancelliera della divisione del Vecchio Continente. In gioco c’è molto, per la leader e per l’intera Ue.

 

A questa situazione si è arrivati per più di un motivo. Frau Merkel voleva con determinazione un accordo con Atene. La sua convinzione-ritornello è sempre stata «se fallisce l’euro, fallisce l’Europa». Aveva però di fronte due ostacoli non indifferenti. Sul piano interno, una maggioranza dell’opinione pubblica tedesca contraria a dare nuovi aiuti alla Grecia in cambio di nulla; sostenuta da una larga maggioranza di parlamentari. Sul piano esterno, un gruppo nutrito di partner dell’Eurozona che non avrebbe mai accettato regali ad Atene: perché i sacrifici per rimettere in piedi le loro finanze pubbliche li avevano fatti, ad esempio Irlanda, Portogallo, Spagna, Lettonia; oppure perché con redditi pro capite (e salari minimi) più bassi di quelli greci, ad esempio la Slovacchia e la Lituania.

A questo si aggiungeva una crescente sfiducia nel governo greco di Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis, che conduceva le trattative in modo da convincere via via praticamente tutti in Europa che in realtà non volesse un accordo ma solo soldi. In questa cornice, fare la scelta di dare denaro ad Atene senza un programma di riforme avrebbe voluto dire non solo mettersi contro tutti, in Germania e in Europa: avrebbe significato soprattutto rimuovere la pietra angolare dell’Eurozona a 19 Paesi, cioè il fatto che l’unico modo per sperare di stare assieme in un’Unione monetaria è rispettarne le regole. Superata quella linea rossa, liberi tutti, qualsiasi cosa sarebbe potuta succedere. Lunedì ha spiegato che se l’Europa rinnegasse i suoi principi «anche solo momentaneamente, nel medio e lungo termine ne soffrirebbe i danni». Tra cercare di vincere una battaglia sbagliata e cercare di vincere una guerra giusta, la cancelliera ha scelto la seconda strada. E ha dunque modificato il paradigma: salvare l’euro per salvare l’Europa non comporta più l’obbligo di salvare Atene.

 

Il problema è che, in qualsiasi modo finisca, la campagna di Grecia ha lasciato sul terreno feriti. Un Paese nel caos. Enormi dubbi sulla capacità politica dei leader europei. La dimostrazione della fragilità dell’architettura su cui poggia l’Unione monetaria. Si dice che di solito la Ue non spreca le proprie crisi, le usa per andare avanti nell’integrazione. Come fare, anche in questo caso, non è un mistero. Sul tavolo dei governi è arrivato da pochi giorni un documento, il «Rapporto dei 5 presidenti», che propone quali misure prendere per rafforzare la governance dell’Eurozona e in quali fasi farlo. Lo hanno preparato Jean-Claude Juncker, Mario Draghi, Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem, Martin Schulz. È ambizioso: punta a una progressiva convergenza strutturale delle economie dell’euro, a un’unione economica, finanziaria, di bilancio e politica che in un decennio dovrebbe essere realizzata.

 

Finora, Frau Merkel non ha preso l’occasione di questo documento per cercare di rilanciare la credibilità dell’Europa di domani. L’aspettativa è che lo faccia forse già dalla settimana prossima: d’altra parte, il Rapporto e la riforma della Ue chiesta dalla Gran Bretagna sono le due occasioni che l’Europa ha per non finire, dopo la crisi greca, in un gomitolo di recriminazioni, accuse reciproche e chiusure ma di rilanciare una prospettiva. Strada impervia. Ma l’alternativa, per Frau Merkel, è passare alla storia come colei che disfece ciò che Kohl costruì. CdS 1

 

 

 

 

 

Il premier a Berlino. Riforma Senato, Renzi: "Referendum nel 2016"

 

Il premier a Berlino: "Italia di nuovo in pista". Merkel: "Piano riforme impressionante". Ed esorta la Grecia a seguire l'esempio

 

BERLINO -  "Non sono ancora completamente soddisfatto, ma le riforme sono ripartite. La data chiave è il giugno 2016. Puntiamo a fare il referendum nel giugno del 2016". Così il premier Matteo Renzi parlando, a Berlino, delle riforme costituzionali su cui deve riprendere l'esame in Senato, ha annunciato la possibile data del referendum. E proprio il piano di riforme messo in atto in Italia ha riscosso i complimenti della Merkel: il programma di riforme in Italia "è importante, impressionante, come il jobs act. Le prospettive per la crescita in Italia sono buone e la direzione è giusta", ha detto la cancelliera, che aveva usato parole simili già a marzo 2014, sempre rivolta a Renzi, e nel 2011, elogiando il lavoro del premier Mario Monti. Merkel, quindi, ha esortato la  Grecia a seguire l'esempio del nostro Paese: "Abbiamo la necessità che ampie riforme siano fatte in Grecia per arrivare ad una crescita sostenibile", ha detto.

 

Ma le riforme non sono state l'unico argomento affrontato dal presidente del Consiglio, nella conferenza stampa congiunta con Merkel, Renzi ha anche parlato della crisi greca, di immigrazione e terrorismo.

 

Riforme. L'Italia è sulla strada giusta per la ripresa: il premier Renzi è convinto che la direzione da seguire sia quella avviata: "L'Italia - ha detto - è ripartita rispetto a quando sono stato qui a marzo scorso: avevamo una crescita negativa, una disoccupazione al record storico e le riforme erano al palo". Ora, spiega Renzi, la situazione è diversa: "Dobbiamo essere capaci - ha aggiunto - di abbattere i muri della paura" e di "riportare la politica alla guida dell'Europa".  "L'Italia" economicamente "corre forte e l'obiettivo è quello di superare anche la Germania", ha detto il presidente del Consiglio.

 

Crisi greca. Al centro dell'attenzione, anche oggi, c'è la crisi greca.  "Lasciamo aperte le porte al colloquio con la Grecia, ma abbiamo bisogno che Atene realizzi le riforme per una crescita sostenibile come hanno fatti altri paesi europei",  ha insistito Merkel, secondo la quale "insieme possiamo costruire questa casa europea e cercare di tenere conto delle diverse posizioni". Una cosa è certa: la cancelliera ha un'idea ben precisa del referendum indetto per domenica prossima in Grecia e non intende compiere passi indietro: "Ho già chiarito la mia posizione e non ho nulla da aggiungere", ha detto, confermando che un accordo con Atene secondo Berlino potrà arrivare solo dopo il voto di domenica. "Oggi è mercoledì, domenica c'è il referendum. Riteniamo che prima debba aver luogo il referendum, se ci sarà qualche situazione nuova la valuteremo, ma per il momento non c'è nessuna situazione nuova". Nonostante la tensione, i contatti con il premier greco, proseguono: "A più riprese ho avuto contatti con Tsipras: il nostro rapporto personale non è danneggiato. Ogni stato sovrano ha diritto a prendere decisioni. Ma noi possiamo parlarci", ha sottolineato Merkel. Nessun problema, ha chiarito poi la cancelliera, con il presidente francese: "Non ci sono divergenze d'opinione con Hollande", che aveva auspicato un accordo prima del referendum di domenica.

 

Rispetto e buon senso. La consultazione popolare in Grecia è, per il premier italiano, un grande errore, "ma rispetto la volontà del popolo greco - ha detto -. Quello che è fondamentale è cercare di far prevalere le ragioni del buon senso. Non è pensabile che l'Europa fa la guerra all'evasione fiscale in tutto il mondo e poi non fa pagare le tasse agli armatori greci. Non bisogna trasformare il referendum in un derby tra qualche leader europeo e Tsipras". Poi ha aggiunto: "Penso e spero che nelle prossime, ore, giorni e settimane si possa risolvere" la situazione. "Appena finiremo di parlare dell'economia in Grecia, potremo finalmente parlare dell'economia in Europa. Questo discorso adesso purtroppo non lo facciamo perché parliamo di uno dei 28 Paesi membri. Vorrei che parlassimo anche degli altri 27", ha aggiunto il premier.

 

Terrorismo. La crisi della Grecia è, certamente, grave. Ma, ha insistito Renzi, ci sono altri motivi di preoccupazione: "Capisco l'attenzione per la situazione greca, ma sono un pochino più preoccupato per il terrorismo", ha detto il premier. "La vera questione in Europa è la crescita per tutti, non l'iva delle isole greche", ha aggiunto.

 

Immigrazione. Il premier italiano non ha mancato di fare riferimento al problema dell'immigrazione e al ruolo che l'Europa è chiamata a svolgere: "Oggi è un giorno carico di onore, parlare alla Humboldt è stato un onore straordinario. Ho visitato una azienda tedesca con la partecipazione italiana, sono molto contento del lavoro che stiamo ade sono con Angela Merkel: lei è stata decisiva per trovare un punto di caduta sui profughi", ha detto il presidente del consiglio. "Io ho detto e ripeto che l'Italia può fare da sola, ma l'Europa non può permettersi di lasciar far da sola l'Italia", ha aggiunto. Già questa mattina il premier italiano, parlando all'Università Humboldt di Berlino, aveva sottolineato la necessità di fare fronte al problema dell'immigrazione:  "Il Mediterraneo riesce a bruciare e affogare nello stesso tempo, sfidando le leggi della fisica che vorrebbero acqua e fuoco incompatibili. Ma sfidando soprattutto l'indifferenza di una comunità politica europea che si affaccia sul nord Africa facendo finta di non riconoscerne drammi e potenzialità".

 

Austerity. Non sono mancate, da parte del premier italiano, critiche all'austerity applicata dalla Ue: "La visione economica prospettata in questi 15 anni ha fatto fallire gli obiettivi di Lisbona - ha detto sempre a Humboldt -. L'europa come è stata pensata ha fallito", e ora serve "una terza via tra irresponsabilità e austerity: ora bisogna creare un'Europa che abbia il coraggio della crescita, e non solo il totem dell'austerity". L'austerity degli ultimi anni in Europa "non ha funzionato. Forse ha funzionato per la germania, non ha funzionato per l'Europa. Non è un problema dell'Italia, perché noi facciamo le riforme, e le stiamo facendo". LR 1

 

 

 

 

 

Renzi a Berlino: “Un errore tagliare fuori la Russia”

 

Nel suo discorso sul futuro dell’Europa, il premier interviene sui rapporti tra Mosca e Bruxelles: «Definire l’Europa come contraltare alla Russia è un errore politico, un crimine culturale, un falso storico». Di FABIO MARTINI

 

BERLINO - Con un discorso sul futuro dell’Europa, pieno di suggestioni e molto applaudito da docenti e studenti dell’Università Humboltdt, Matteo Renzi ha iniziato la sua giornata berlinese che culminerà nel pranzo con Angela Merkel, ma proprio nel suo “incipit” universitario il presidente del Consiglio ha inserito un passaggio significativo e inatteso. Parlando dei rapporti con la Russia, per sottolineare il suo dissenso dall’impostazione occidentale, Renzi ad un certo punto ha sostenuto che definire l’Europa come contraltare alla Russia «è un errore politico, un crimine culturale», «un falso storico». E poi, passando al piano strettamente politico ha affermato che «pensare di andare in guerra contro il terrorismo e lasciare fuori la Russia è errore strategico». E ancora: «Pensare all’Ue in funzione anti-Russia è un errore perché significa conoscere poco quel Paese ma anche non conoscere l’Europa». E dunque la Russia «è un nostro partner, che deve tornare nel consesso europeo». 

 

Certo, le cancellerie di tutta Europa conoscono la posizione di Matteo Renzi, che nella stretta relazione con la Russia di Putin ha dato il suo apporto più originale in politica estera, smarcandosi in modo plateale dagli Stati Uniti; certo anche alla Casa Bianca hanno preso (con rammarico) atto della posizione italiana sulle sanzioni, praticata ma mal digerita. Certo, Renzi è stato l’unico leader occidentale ad essere ricevuto al Cremlino nella stagione di massimo isolamento internazionale di Putin, a sua volta accolto con tutti gli onori all’Expo di Milano. Ma le esternazioni di Matteo Renzi, proprio nella capitale di un Paese che ha un rapporto bivalente con le sanzioni (predicazione rigorosa, attuazione talora opaca), rappresentano una sorpresa inattesa. LS 1

 

 

 

 

 

Renzi dalla Merkel ripropone la terza via contro la crisi

 

Renzi è a Berlino per un bilaterale programmato da tempo, ma che date le circostanze assume un significato molto importante. Prima di recarsi alla Cancelleria per incontrare Angela Merkel il premier italiano ha parlato alla Humboldt Universitat, la più antica della capitale e tra le più prestigiose della Germania. Di fronte ai ritratti dei grandi del pensiero che hanno insegnato alla Humboldt Renzi ha riproposto la sua "terza via" tra "irresponsabilità ed austerity" tanto più necessaria - secondo il presidente del consiglio - adesso che l'Europa avrà più che mai bisogno di ripensare se stessa dopo aver superato la tremenda prova del default greco. Ma l'Italia - aggiunge il capo del governo italiano - non si presenta a mani vuote quando chiede il passaggio dalla politica di austerità e rigore a quella di occupazione e crescita. L'Italia - dice Renzi - ha fatto le riforme e continua a farle come dimostrano il jobs act, la riforma della scuola, l'Italicum e la riforma costituzionale del Senato che dovrà essere approvata a Palazzo Madama prima della pausa estiva. Renzi si presenta alla Cancelleria con queste credenziali e con la certezza che la Bce di Mario Draghi metterà in campo tutte le armi contro la speculazione finanziaria nel caso in cui si dovesse scatenare contro l'Italia. Per di più, nonostante l'insistita richiesta di un cambiamento della politica economica europea nel senso della crescita, Renzi non si è schierato contro la Germania nella partita tra Unione Europea e Tsipras. Nonostante un vasto fronte internazionale, che comprende alcuni economisti di fama passando per tutti i partiti populisti europei e per la sinistra estrema e finendo ai partiti neonazisti europei, si sia schierato contro l'Europa e contro Berlino. A questo proposito c'è da registrare che domenica ad Atene in occasione del referendum accanto ai militanti di Syriza e ai neonazisti di Alba dorata, ci saranno anche Beppe Grillo con alcuni rappresentanti del M5S e diversi esponenti della sinistra italiana tra cui Vendola e Fassina. GIANLUCA LUZI  LR 1

 

 

 

 

 

Gli Stati generali dell'associazionismo italiano nel mondo

 

La relazione del Comitato organizzatore: “L'Associazionismo degli italiani all'estero, tra integrazione nuova emigrazione: diritti, partecipazione e rappresentanza sociale”

 

ROMA – Si sono aperti questa mattina presso il Centro congressi Frentani a Roma i lavori degli Stati generali dell'associazionismo italiano nel mondo, assemblea cui sono stati chiamati a partecipare i rappresentanti del mondo associativo legato agli italiani all'estero per dare il via ad un nuovo Forum capace di intercettarne istanze e mutamenti.

Ad aprire la mattinata Luigi Papais, già presidente della Consulta Nazionale dell'Emigrazione, che ha spiegato come l'iniziativa sia il frutto di un ripensamento globale determinato dai “profondi mutamenti avvenuti nel mondo dell'emigrazione e in quello delle associazioni”, ripensamento che ha portato con sè lo scioglimento della Consulta stessa, così da dare seguito al proposito di un rinnovamento completo delle modalità di interlocuzione del mondo associativo e dei suoi partecipanti. Si ricomincia dunque, dopo anni di crisi profonda, con “un percorso teso a dare un nuovo volto all'associazionismo italiano all'estero, recuperando nuove istanze e interlocutori – sottolinea Papais, che definisce questi Stati generali una “chiamata a raccolta” del mondo associativo consapevole da anni della necessità di un suo rinnovamento, ma anche dell'importanza di “non disperdere un patrimonio di associazioni e realtà” che ha accompagnato e accompagna ancora oggi, in forme nuove, i connazionali emigrati all'estero e che riunisce e coinvolge nel suo richiamo all'Italia i discendenti di italiani all'estero e coloro che amano a vario titolo il nostro Paese. A far emergere più prepotentemente questa necessità il profondo cambiamento subito dall'Italia in questi anni di crisi economica: da un lato il saldo negativo tra nascite e morti – quasi -100 mila nel 2014, un dato, segnala Papais, che ci riporta indietro sino ai tempi della Prima guerra mondiale e che ci pone interrogativi seri sulla sostenibilità, in primis economica, del nostro Paese - che non viene più colmato, come in passato, o lo è solo parzialmente, dall'arrivo di immigrati; dall'altro il “riemergere con forza dell'emigrazione in particolare dei giovani”, che sviluppano nuove modalità associative spesso non aventi alcun collegamento con quelle tradizionali e veicolate per lo più dai social media. “Le associazioni hanno e devono continuare ad avere una funzione nell'ambito di questa realtà, a condizione che sappiano rinnovarsi e stabilire legami con la nuova emigrazione – rileva Papais, tornando poi sull'importanza di non disperdere il collegamento con le nuove generazioni di italiani, gli italo-discendenti, il cui legame è spesso stato mantenuto grazie all'impegno delle associazioni regionali. “Duole constatare come lo Stato disattenda molte delle istanze degli italiani all'estero e in questi anni di crisi generale – egli rileva – il mondo dell'emigrazione è stato di certo uno dei più penalizzati”. Una penalizzazione che si è tradotta in ultimo nella bassa partecipazione registrata al rinnovo dei Comites, su cui ha pesato anche – sostiene Papais – l'assenza di un più diretto coinvolgimento del mondo associativo, che avrebbe potuto sensibilizzare i connazionali al voto, e che rischia ora di influire negativamente nel ripensamento di tutto il sistema di rappresentanza degli italiani all'estero. Richiamata la peculiarità dell'associazionismo, tutelato e promosso dalla nostra Costituzione, che “non ha fini commerciali, anche se può supportare questo tipo di finalità, né finalità politiche, ma nasce da principi di solidarietà” e le cui funzioni di sussidiarietà egli si augura vengano riconosciute nell'ambito della riforma del terzo settore attualmente al vaglio del Parlamento. Lo scopo degli Stati generali non è dunque, per Papais, “ripetere una Cne”, ma valorizzare a pieno il patrimonio del mondo associativo, in primis quello fatto di risorse umane e competenze acquisite, per sviluppare in primo luogo “progetti utili soprattutto ai nuovi emigrati”, affinché “si spostino con capacità e logistica necessarie” ad affrontare contesti nuovi e spesso non previsti. Per far fronte alla complessità di un mondo in mutamento e alle istanze emergenti è necessario che i diversi soggetti del mondo associativo si mettano insieme, creando non un solo forum, ma più forum, una struttura pluricentrica articolata ma in qualche modo unitaria e capace di dialogare e muoversi insieme per il raggiungimento di obiettivi comuni. Una struttura – conclude Papais – capace di dialogare con i nuovi mezzi di comunicazione e intercettare le esigenze della nuova emigrazione, pur nella consapevolezza che tale dimensione “non è esaustiva” e spesso non garantisce la continuità di soggetti e progetti messi in campo.

Tra i membri del Comitato promotore degli Stati generali anche Rodolfo Ricci, coordinatore nazionale della Filef (Federazione italiana dei lavoratori emigrati e famiglie), che sottolinea come siano state “200 le singole entità giuridiche che hanno sottoscritto il manifesto proposto in vista di quest'assemblea, realtà cui fanno riferimento oltre 1500 associazioni presenti in tutti i Paesi di emigrazione italiana, un terzo quindi delle 3.500 associazioni italiane all'estero recentemente censite dal Maeci”. Rileva come “uno degli assi portanti della nostra riflessione sia la rappresentanza sociale delle associazioni e come essa si rapporti alla politica in senso stretto”, una questione importante in un periodo di grandi cambiamenti, che non riguardano solo sistemi economici o il progetto europeo, ma gli elementi stessi della democrazia. Uno di essi è proprio “il ruolo e l'importanza che si attribuisce alla rappresentanza intermedia, che alcuni approcci ideologici vorrebbero trascurare per semplificare la governance, ma che invece per noi è elemento fondamentale – afferma Ricci, ribadendo come, in presenza di tagli alla risorse pubbliche, l'unico modo per articolare soluzioni sia quello, da parte della politica, di rapportasi “in modo continuativo” alla rappresentanza sociale. Dopo “anni di aggressione al sociale c'è un rapporto da ricostruire – rileva il coordinatore Filef, richiamando l'avvenuto “quasi azzeramento dei capitoli di spesa relativi alle politiche rivolte ai connazionali all'estero”, fatto, quest'ultimo, che non ha impedito però al mondo associativo di riorganizzarsi autonomamente intorno ai principi che da sempre lo contraddistinguono. L'Italia potrebbe così contare “sull'intelligenza diffusa e interculturale degli italiani all'estero anche sul fronte immigrazione in Italia”, per affrontare più saggiamente e in maniera meno strumentale le problematiche connesse a tale fenomeno.

Il sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali, Luigi Bobba, definisce importante l'impegno messo in campo con questi Stati generali di unificare in qualche modo il mondo associativo, di “fare rete ed evitare l'autoreferenzialità”. Richiama poi gli sviluppi dell'iter parlamentare sulla riforma del terzo settore, approvata in prima lettura alla Camera dei Deputati ed ora all'esame del Senato, orientata a stabilire un nuovo quadro legislativo entro cui far operare il settore associativo e volontario. Si è sofferma sulle difficoltà che colpiscono anche i nuovi flussi migratori in aumento (ricordati i 141 mila iscritti in più all'Aire nel periodo 2013-2014), come la riduzione di risorse alle politiche per gli italiani all'estero o la chiusura di sedi consolari dovuta alla riorganizzazione imposta dalla spending review e ha suggerisce come parziale risposta alle nuove istanze dei connazionali potrebbe derivare dalla riorganizzazione dei patronati italiani all'estero, una riqualificazione prevista nell'ultima legge di stabilità. “La nuova emigrazione è un fenomeno che andrebbe meglio approfondito e considerato – afferma Bobba, rilevando come la forte componente intellettuale della stessa causi uno sbilanciamento da correggere. “Vuol dire – afferma il sottosegretario – che il nostro Paese forma più capitale umano, con migliori competenze e capacità di innovazione, di quanto ne sappia assorbire e questa fuoriuscita è una perdita secca per la capacità innovativa del Paese, una dinamica cui dobbiamo dedicare più attenzione, non solo per favorire il rientro di questa componente, ma per fare in modo che essa possa apportare quel contributo alla nostra crescita che è in grado di dare e spesso desidera dare al Paese d'origine”.

Di seguito è intervenuta Ilaria Del Bianco, che ha illustrato la relazione del Comitato organizzatore dell'assemblea, intitolata “L'Associazionismo degli italiani all'estero, tra integrazione nuova emigrazione: diritti, partecipazione e rappresentanza sociale”. Nella relazione si ribadiscono gli intenti dell'iniziativa: “riflettere con attenzione sui complessi fenomeni e sulle caratteristiche che accompagnano la transizione dalla vecchia emigrazione ai nuovi protagonisti”, tra cui “un nuovo flusso migratorio dall'Italia che è il segno della crisi del nostro sistema produttivo, della mancanza di lavoro nel nostro Paese che porta così tanti giovani a cercare lavoro all'estero ripercorrendo, seppur con caratteristiche diverse, le strade già percorse in passato da milioni di italiani”. “L'obiettivo non è soltanto di aggiornare e rilanciare le ragioni di un impegno dell'associazionismo degli italiani all'estero, ma anche richiamare con forza l'attenzione delle istituzioni pubbliche, principalmente Stato e Regioni – prosegue Del Bianco, - che in questi ultimi anni hanno disatteso progetti e speranze maturate in una stagione ricca d'interazione, intelligenza e fattiva cooperazione, in particolare tra gli anni Novanta e l'inizio del secolo”. Richiamata la natura di “assemblea costituente” dell'iniziativa, da cui nascerà appunto il Forum soprarichiamato, “forma di rappresentanza sociale che non si ferma ai confini nazionali ma, recependo la pluralità delle esperienze territoriali, sia in grado di offrire modelli di partecipazione e aggregazione efficaci e rispondenti alle urgenze poste dai problemi che l'associazionismo italiano all'estero vive da anni”. Ancora una volta si evidenzia preoccupazione per il dato di partecipazione alle elezioni dei Comites, che “hanno certificato la voragine che si è aperta tra le rappresentanze democratiche e le comunità italiane emigrate”: “è difficile accettare che un organismo così importante sia stato eletto con una partecipazione media a livello mondiale del 4,46% della platea degli aventi diritto e da una percentuale di voti validi del 3,75% - afferma Del Bianco, richiamando il possibile non adeguato coinvolgimento delle associazioni e il progressivo spostamento dell'attenzione delle comunità sui problemi locali, anche per l'integrazione in loco dei connazionali. A pesare di più comunque – si afferma - sono stati i ripetuti rinvii del voto, la mancata riforma di Comites e Cgie, accanto al “sistema di voto farraginoso”: si tratta di “una bocciatura che ci auguriamo abbia fatto scattare almeno qualche campanello di allarme al Governo e in Parlamento, tale da spingere le istituzioni ad un cambio di rotta che smentisca quella sterile dietrologia che sosterebbe che tutte queste mancanze ed errori rispondano ad un progetto di definitiva cancellazione di quanto conquistato in termini di rappresentanza – aggiunge Del Bianco. Richiamata poi la riduzione del numero dei consiglieri del Cgie, che “seppur condivisibile, si è presentata come assurda per le modalità di assegnazione del numero dei componenti in ogni Paese”, configurando “un Cgie essenzialmente europeo, che forse consente di risparmiare qualcosa sui costi di gestione, ma all'interno del quale si sottovalutano in modo incomprensibile Paesi e aree fondamentali come gli Stati Uniti, l'Australia, le aree continentali e asiatica”. Una vicenda “in cui emergono ancora una volta – sottolinea la relazione – le responsabilità dei parlamentari eletti all'estero e del Cgie stesso”. A fronte dell'ingresso in Parlamento di parlamentari eletti all'estero “si è assistito, negli ultimi 7 anni, ad un gravissimo arretramento del rapporto tra lo Stato italiano e le collettività emigrate”, fatto che induce Del Bianco a sottolineare la “scarsa incisività di questa rappresentanza parlamentare”, cui si vanno ad aggiungere “rospi amari” come le chiusure di sedi consolari, tagli e mancanza di strategia nella promozione di lingua e cultura italiana all'estero, la cancellazione di bandi e progetti, l'arretramento su questo fronte anche delle Regioni, con “una diminuzione dell'intervenuto pubblico verso le collettività emigrate che si è ridotto in termini contabili in media di circa l'80%”. Vengono considerate in questo quadro anche le responsabilità dell'associazionismo, “quando ha tardato ad affrancarsi da varie subalternità, atteggiamenti strumentali, scarsa autonomia; quando ha confuso – aggiunge Del Bianco – la propria inderogabile funzione di rappresentanza e attivismo sociale, funzione che rappresenta la sua specifica mission, con forme spurie di adesione partitica o di acritica condiscendenza istituzionale”, o per forme organizzative che hanno tardato a cogliere modificazioni e novità che emergevano nei contesti locali. “Per riconquistare forza e slancio l'associazionismo deve riscoprire i suoi valori fondanti, la solidarietà come legame basilare tra le persone, il senso civico e di appartenenza, la responsabilità collettiva per una società più solidale e per la partecipazione democratica, l'apertura e la capacità di ascolto e di relazione, la disponibilità alla contaminazione interculturale, rifuggendo autoreferenzialità e presunzioni italocentriche o dal considerarsi depositario di una storia che invece appartiene a tutti, all'Italia e agli italiani all'estero e ai Paesi dove ci siamo insediati – prosegue Del Bianco, che torna sul patrimonio di conoscenze acquisite sul campo che dovrebbero essere valorizzate nella governance dei fenomeni migratori di cui l'Italia è oggi protagonista. “Come associazioni di uomini e donne che hanno conosciuto l'emigrazione – afferma - possiamo essere di stimolo e aiuto nei percorsi di integrazione, per la costruzione di ponti tra realtà diverse e la cooperazione tra Paesi”.

“Il Forum intende esprimere una rappresentanza unitaria di questo mondo sociale plurale che non può, per sua stessa natura, essere ricondotto né assimilabile a quello istituzionale e politico della rappresentanza Comites, Cgie e parlamentari. Esso si pone come soggettività autonoma e interlocutore critico di questi momenti – conclude Del Bianco, dopo essersi soffermata sulla necessità di integrare in esso le istanze della nuova emigrazione. Indicata di seguito la necessità di allargare il ventaglio degli interlocutori istituzionali, anche oltre l'Italia e la possibilità di articolare una progettualità comune con i Comites. Tra i primi passi da formalizzare, l'approvazione della forma statutaria, entro il prossimo autunno e l'articolazione di un primo programma d'azione condiviso.

Tra gli interventi di saluto anche quello di Maria Gemma Azuni, consigliera comunale, che ha portato i saluti del sindaco di Roma, mente Papais ha segnalato i saluti formulati all'iniziativa dalla presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini e della vice presidente del Senato, Valeria Fedeli. (Viviana Pansa – Inform 3)

 

 

 

 

 

Claudio Cumani e Daniela Di Benedetto nell'Integrationsrat Bavarese

 

Monaco di Baviera - Il sottosegretario bavarese all’integrazione, Martin Neumeyer, ha chiamato Claudio Cumani a far parte del Bayerischer Integrationsrat, il consiglio bavarese per l’integrazione.

Questa la motivazione indicata nella nomina: "Als langjähriger Vorsitzender des Comites - Monaco di Baviera haben Sie über ein Jahrzehnt die Integration der in Bayern lebenden Italiener und ihrer Familie unterstützt, geleitet und gefordert. Sicherlich nur wenige Personen haben einen so tiefen Einblick in die italienische Community. Auch wenn Sie nun nicht mehr als Vorsitzender des Comites fungieren, so freue ich mich, wenn Sie nun als verbandsunabhängiges Mitglied Ihr Wissen und Ihre Kompetenz in die Arbeit des Bayerischen Integrationsrates einbringen." ("Da presidente del Comites di Monaco per più di un decennio lei ha sostenuto, guidato e incoraggiato l’integrazione degli italiani che vivono in Baviera e delle loro famiglie. Certamente ci sono poche persone che conoscono così profondamente la comunità italiana. Anche se non è più presidente del Comites, mi piacerebbe se lei portasse la sua esperienza e la sua competenza nel lavoro del Bayerischer Integrationsrat in qualità di consigliere indipendente").

Con l’ingresso di Claudio Cumani sono ora due i rappresentanti della comunità italiana nel Bayerischer Integrationsrat. Del Consiglio faceva infatti già parte l'attuale presidente del Comites, Daniela Di Benedetto (che nell'Integrationsrat era stata nominata nel 2013 su indicazione della Commissione Scuola del passato Comites).

Claudio Cumani resta inoltre membro del "Runder Tisch zur Integration von Schülerinnen und Schülern mit Migrationshintergrund" del Ministero bavarese alla Pubblica Istruzione. A fare parte del "Runder Tisch" è stata ora chiamata anche Daniela Di Benedetto, in quanto nuova presidente del Comites. De.it.press

 

 

 

 

 

Opportunitaà di lavoro e formazione: all’IIC di Colonia la mobilità degli italiani nel Nerdreno-Westfalia

 

Colonia - Le opportunità di lavoro e di formazione per gli italiani che intendono trasferirsi in Nordreno-Vestfalia sono state presentate all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia, nel primo di una serie di appuntamenti sulla nuova mobilità degli italiani nel Land tedesco.

L'evento, organizzato dal Consolato Generale d'Italia insieme con il Com.It.Es., è stato realizzato in collaborazione con l'Agenzia del Lavoro di Colonia, autrice di una presentation ad hoc sulle opportunità di lavoro in Nordreno-Vestfalia. Ha concorso anche l'Handwerkskammer di Colonia, che ha delineato un quadro delle opportunità di formazione professionale nel settore dell'artigianato e presentato le iniziative volte all'inserimento di cittadini stranieri in progetti di apprendistato.

Ospite dell'incontro, una giovane connazionale che ha raccontato la sua personale esperienza di trasferimento nel Land, delle difficoltà dell'inizio ma anche delle opportunità trovate.

È stata presentata inoltre la pagina Facebook del Consolato guidato da Emilio Lolli che fornisce, a chi si è appena trasferito in Nordreno-Vestfalia o è in procinto di farlo, informazioni puntuali sulle prospettive d'inserimento nella società e nel mercato del lavoro locali. (dip1) 

 

 

 

 

 

Berlino: il 21 luglio l’Assemblea del Circolo PD

 

Berlino - Convocata da Piero Rumignani e Federico Quadrelli, presidente e segretario del Circolo PD di Berlino, si terrà il 21 luglio alle 19.00 l’Assemblea degli iscritti al Circolo.

Obiettivo principale, spiegano Quadrelli e Rumignani, è quello di approvare i Regolamenti ancora in attesa di introduzione incluso il processo decisionale d’urgenza e l’elezione delle cariche mancanti. L’Assemblea si terrà come il solito nella sede SPD di Berlino, in Müllerstrasse 163, Dorothea-Hirschfeld-Raum (DHR).

Questi i temi all’ordine del giorno: situazione tesseramento a cura della Presidenza; calendario attività del prossimo semestre a cura della Segreteria; approvazione da parte dell’Assemblea dei Regolamenti “Processi decisionali straordinario e d’urgenza del Circolo PD di Berlino e Brandeburgo” e “Regolamento per la presentazione delle candidature alla Segreteria del Circolo PD di Berlino e Brandeburgo”; Proposta per la circolazione delle informazioni nell’ambito del Circolo; elezione alle cariche di Vice-presidente e di Vice-segretario del Circolo; Rapporto sullo stato della cassa a cura della Tesoreria; varie ed eventuali.  (de.it.press 1) 

 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Premio Mercurio (02.07.15) - Il Premio 2015 dell'associazione economica italo-tedesca Mercurio è all’insegna della tecnologia e dell’innovazione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/mercurio-davino-100.html

 

Il giorno di E. T. (02.07.15) - Il 2 luglio si celebra la giornata mondiale degli Ufo. In concomitanza dell'incidente di Roswell nel Nuovo Messico nel 1947. Da allora milioni di avvistamenti

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/ufo-tag-100.html

 

Cade la terra (02.07.15)

Il racconto di Estella, unica abitante di un paese ormai abbandonato, riporta in vita gli antichi abitanti. Il romanzo di Carmen Pellegrino, candidato al Campiello.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/cade-terra-100.html

 

Jihadisti d'Italia (01.07.15)

Dieci persone arrestate nel corso di un'operazione contro il terrorismo islamico, quattro erano italiani. Bloccata una cellula jihadista anche a Roma.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/islam-italien-100.html

 

Una vita sui trampoli (01.07.15)

Il desiderio di Stefano Monico è di far sorridere la gente e soprattutto i bambini. Per farlo, dall'alto dei suoi trampoli, trasforma palloncini in animali. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/al_lavoro/trampoli-clown-100.html

 

Un cinema da scoprire (01.07.15) - Domenica e lunedì prossimi (6 e 7 luglio) si terrà a Düsseldorf un convegno sulle nuove tendenze del cinema italiano. Ne abbiamo parlato con l'organizzatrice, Sieglinde Borvitz.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/kinos-tendenzen-100.html

 

Odio omicida (30.06.15)

Tra il 1990 e il 2013 sarebbero 18 gli omicidi di matrice neonazista nel Brandeburgo. Il doppio di quanto dichiarato dalla polizia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/todesopferneonazi100.html

 

Per un secondo in più (30.06.15) - La giornata di oggi (30 giugno) viene allungata di un secondo. E qualcuno teme il default dei sistemi informatici.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/laengertag100.html

 

In cerca di lavoro (30.06.15) - Quali sono i primi passi da compiere quando si è alla ricerca di un'occupazione e in quali settori vi è più richiesta di manodopera? Un incontro a Colonia ha provato a dare alcune risposte.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/incercadilavoro100.html

 

Il Duomo di Milano (30.06.15) - Maestoso tempio della Cristianità, la cattedrale è anche il simbolo del capoluogo lombardo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/mailanderdom100.html

 

Sull'orlo del baratro (29.06.15)

Banche chiuse, contanti razionati e bus gratuiti. La Grecia si prepara ad affrontare la settimana più lunga in attesa del referendum sulle proposte UE.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/grexititalia100.html

 

Le cure invisibili (29.06.15)

Con questo servizio dedicato ai badanti familiari, trasmesso lo scorso dicembre da Radio Colonia, Alessandra Bartali si è aggiudicata il Premio speciale della giuria di qualità alla IX edizione de "L'anello debole" del Festival di Capodarco.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/familycaregivers100.html

 

Compromesso al ribasso (26.06.15)

Dopo una riunione fiume arriva l'accordo dell'Ue sulla ripartizione di 40mila migranti in due anni. Ma restano dubbi e questioni aperte.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/eu-gipfel-griechenland-migranten-100.html

 

Freital sulle barricate (26.06.15) - Continuano le tensioni nella cittadina sassone di Freital. Anche questa sera sono previste manifestazioni di protesta contro il centro d'accoglienza per richiedenti asilo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/freital-fluechtlinge-100.html

 

Mandami tanta vita (26.06.15)      

Lo scrittore Paolo di Paolo è in Germania per presentare il suo romanzo su Piero Gobetti. E ci ha raccontato perché questa figura lo ha ispirato.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/schriftsteller-paolo-di-paolo-104.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html  (RC/De.it.press)

 

 

 

 

 

Crisi Grecia, Monti: «Atene sbaglia ma Berlino stia attenta o scatenerà una rivolta degli spiriti»

 

«La responsabilità è della Grecia molto più che di Bruxelles e dopo il voto Tsipras ha dilapidato un patrimonio di simpatia» - di Aldo Cazzullo

 

 

Professor Monti, come va a finire?

«Il negoziato continua. È in evoluzione ora per ora. La posizione del governo greco, per quanto disordinata, sta cambiando: Atene è disposta ad accettare più cose di prima. E nell’Eurogruppo c’è una vasta disponibilità a riprendere in esame il dossier».

Ma la Merkel dice che bisogna aspettare il referendum.

«Il più rigido mi pare Schäuble».

Se lei dovesse scommettere, punterebbe sull’uscita della Grecia dall’euro, o contro?

«Il tentativo è offrire a Tsipras qualcosa di più, in modo da indurlo a passare dal no al sì al referendum. È possibile un accordo su basi diverse dal passato: meno privatizzazioni, meno disagio sociale, una lotta più forte all’evasione e alla corruzione. Tutti i sondaggi indicano che il sì è in rimonta. E che la grande maggioranza dei greci, tra il 70 e l’80%, non vuole il ritorno alla dracma. Io, oltre a un grande amore, ho una grande fiducia nel popolo greco».

Ma la Grecia non ha gravi responsabilità?

«Certo. Se la situazione è così complessa, la responsabilità è di Atene molto più che di Bruxelles: dei governi degli ultimi decenni, e anche di Tsipras e Varoufakis, che in pochi mesi con i loro comportamenti egocentrici hanno dilapidato il patrimonio di simpatia conquistato con la vittoria elettorale».

L’Europa però non ha certo dato prova di lungimiranza.

«Qui si fa confusione. La troika non vuol dire l’Europa. E non sono mai stato tanto convinto come ora di aver fatto bene a imporre all’Italia uno sforzo che ci ha evitato la troika».

È sicuro che valesse la pena fare sacrifici, senza veder migliorare le condizioni delle famiglie e delle imprese ?

«La troika significa umiliazione e politica neocoloniale. Noi l’abbiamo evitata. Nel novembre 2011 i tassi erano quasi all’8%. Oggi i tassi sono sotto controllo».

Grazie alla Bce di Draghi.

«Il presidente Draghi non avrebbe potuto fare quel che ha fatto, se l’Italia non avesse avviato le riforme strutturali, a cominciare da quella delle pensioni, e non avesse messo ordine nei conti. Sarebbe stato accusato di favorire il proprio Paese. È stato un lavoro di punta e di tacco: prima la Merkel, al consiglio europeo 2012, si persuade a dire che gli interventi di stabilizzazioni sono giustificati; poi viene il tacco della Bce, che avvia gli interventi».

Ma dove sono oggi i frutti dei sacrifici imposti dal suo governo, che hanno depresso l’economia?

«L’economia italiana cresce la metà rispetto ai Paesi dell’Eurogruppo da 15 anni. Non è stato il mio governo a deprimerla. Anzi, con le riforme che abbiamo avviato, proseguite dai miei successori, abbiamo posto le basi per la ripresa. Quelle cose non le abbiamo fatte perché ce le ha chieste l’Europa. Le abbiamo fatte nell’interesse e per la dignità dell’Italia. Le ricordo che siamo l’unico Paese dell’Europa del Sud, Francia compresa, a essere uscito dalla procedura d’infrazione».

Il partito di Berlusconi dà una versione molto diversa di quella svolta. Parla di una cospirazione internazionale per mettere lei al suo posto.

«Sono andato a riascoltarmi il videomessaggio di Berlusconi del 24 ottobre 2012. Dice testualmente che da questa sindrome rivelatasi paralizzante “siamo infine usciti con la scelta responsabile, fatta giusto un anno fa, con molta sofferenza ma con altrettanta consapevolezza, di affidare la guida provvisoria del Paese in attesa delle elezioni politiche al senatore e tecnico Mario Monti, espressione di un Paese che non ha mai voluto partecipare alla caccia alle streghe. Il presidente del Consiglio e i suoi collaboratori hanno fatto quel che hanno potuto, cioè molto...”».

Oggi c’è Renzi. Sta guidando o sta seguendo?

«Guidando?».

Professore, ci siamo capiti: l’Italia di Renzi ha un ruolo attivo, o va a rimorchio degli altri?

«Preferirei evitare di parlare di Renzi. Non ne ho titolo: non siedo ai tavoli della trattativa».

È il presidente del Consiglio. Avrà un’opinione su di lui.

«Posso dirle questo. Renzi ama ripetere che in Europa occorre meno burocrazia e più politica. È una frase di grande grossolanità. A quale politica si riferisce? Se politica significa andare ai vertici pensando solo agli interessi di casa propria, ai sondaggi, alle elezioni successive, allora di politica ce n’è fin troppa. Se i leader, e parlo in generale, si imprigionano nello schema delle 140 battute di un tweet, allora non sono leader, ma follower. Se pensano ai dibattiti tv, dove prevali se esprimi un concetto in dieci secondi, allora saranno i populisti a prevalere; perché in dieci secondi riesci a esprimere solo tesi populiste. Era anomalo che il consiglio europeo si occupasse soltanto delle crisi finanziarie, e non dei populismi nascenti. Ora la situazione è più pericolosa. Guai a privilegiare gli interessi nazionali. Serve un Kohl, capace di perdere le elezioni pur di salvare il disegno dell’euro, che i tedeschi non volevano».

Ora c’è la Merkel. Sta vincendo la partita? O la sta perdendo?

«La Merkel vince solo se tiene la Grecia dentro l’euro e favorisce l’accordo finale. Se invece si avesse la sensazione che la Merkel e Schäuble non hanno voluto l’accordo, in Europa ci sarebbe una rivolta degli spiriti, un tumulto delle anime: uno scenario drammatico, per l’Europa e per la Germania».

Appunto: se dall’euro la Grecia dovesse uscire, cosa accadrebbe?

«Come ha detto Draghi, sarebbe un’esperienza del tutto nuova per tutti. È difficile prevedere le reazioni dei mercati, se venisse meno la certezza dell’irreversibilità della moneta unica. Qualcuno potrebbe avere la tentazione di scommettere contro altri Paesi».

Contro l’Italia?

«No. Di questo sono certo: non sarebbe l’Italia l’anello debole della catena».

Quale allora?

«Spagna e Portogallo sono messe peggio di noi, che pure abbiamo un rapporto debito pubblico-Pil più alto. Ma pensiamo piuttosto a evitare questo scenario».

Resta il fatto che l’Europa non è stata all’altezza della situazione .

«Ma l’Europa non sta violando la democrazia greca, come non ha violato la democrazia italiana. Quelle che chiamiamo regole europee non sono fatte per il piacere di qualche burocrate, ma per i greci di domani, per gli italiani di domani; per impedire di continuare a fare debiti per stare meglio oggi, e fare poi stare molto peggio i nostri figli e nipoti. Sono certo che i greci lo comprenderanno, e daranno prova di aver compreso. E io conto di poter ripetere quel che dissi nell’estate 2011, e che ora mi viene rinfacciato».

Si riferisce al video, oggetto di ironie in Rete, in cui lei indica nella Grecia il maggior successo dell’euro?

«Lo dissi da Gad Lerner. E sono convinto che presto potrò rivendicarlo: senza il pungolo della moneta unica, la Grecia non si sarebbe mai messa sulla via delle riforme per sconfiggere la corruzione, il clientelismo, l’evasione fiscale, e rendere il proprio sistema economico moderno e competitivo. Lo stesso concetto, ovviamente in una scala e in una situazione diverse, vale per l’Italia. Se vogliamo la ripresa, quella vera, anche gli italiani devono cambiare i loro atteggiamenti».  CdS 2

 

 

 

 

 

La circolare di Laura ai democratici in Europa

 

Sono appena tornata da Berlino dove oggi Matteo Renzi ha incontrato la Merkel ed è intervenuto alla Humboldt-Universität sul futuro dell'Europa. Sono ore frenetiche che precedono il referendum in Grecia indetto dal Governo Tsipras. È la fine di una trattativa che si è trascinata per giorni, ma che forse non ha mai avuto una vera possibilità di successo. Era troppo grande la voglia ideologica del duo Tsipras-Varoufakis di sfidare tutto il resto d’Europa. La troika questa volta non c’entra. Il Governo greco ha trattato con il socialista Hollande, con un Governo tedesco sostenuto dalla SPD e con tanti altri rappresentanti della famiglia del PSE. Con l'abbandono del tavolo delle trattative Tripras e Varoufakis hanno dato uno schiaffo anche a tutti quelli che fino all'ultimo hanno provato a fare di tutto per aiutare la Grecia. Ad esempio il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, ed il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker.

 

Una proposta onesta alla Grecia

Non diamo spazio alle leggende metropolitane: la proposta che era stata fatta alla Grecia non metteva il Paese con le spalle al muro, anzi. Un esempio fra tanti: le pensioni non sarebbero state toccate. A nessun pensionato sarebbe stato tolto un centesimo, e questo nonostante la situazione finanziaria drammatica della Grecia. Invece è vero che si chiedeva di alzare la soglia dell’età pensionabile. Ma sinceramente non mi sembra un affronto chiedere di interrompere le baby pensioni in Grecia dopo che sono state abolite da tempo per i lavoratori nei Paesi creditori come l’Italia o la Germania. Così come non mi sembra un reato chiedere di abbassare le spese militari e di togliere le agevolazioni fiscali per i baroni dell’industria navale. Queste sono le proposte europee che il Governo greco ha rifiutato. In Europa abbiamo bisogno di farla finita con l’austerità, e abbiamo già avviato una svolta in questo senso anche grazie al Governo Renzi e al PSE. Ma non è che singoli governi possano giocare a poker con l'Europa, venendo meno alle regole comuni. Speriamo che domenica il popolo greco dia la risposta giusta, evitando una bancarotta che farebbe soffrire ancora di più la gente normale e sarebbe invece una manna per i miliardari greci che già da tempo hanno portato i loro soldi all’estero e non aspettano altro che comprare la Grecia a prezzi stracciati. Ne ha parlato anche l'amico Franco Garippo, sindacalista della Volkswagen, in una bella intervista da leggere sull'Unità. Una vittoria del No al referendum avrebbe delle ripercussioni negative per tutti in Europa. Ma sono ottimista sul fatto che, alla fine, l’Europa ne uscirà ancora più forte di prima.

 

Sul Mediterraneo un lavoro commovente  

Anche in questo mese abbiamo vissuto delle situazioni drammatiche nel Mediterraneo. L’arrivo di rifugiati non diminuisce. Per questo, su mio invito, insieme al Gruppo interparlamentare italo-tedesco, siamo andati in loco per confrontarci direttamente con la realtà dei rifugiati e con l’impegno straordinario di tanti italiani coinvolti nel lavoro di salvataggio e di aiuto. Abbiamo seguito da vicino le operazioni di soccorso ai rifugiati prestate dalla nostra Marina, sulla nave 'Fasan' ad esempio. Siamo stati nei centri Sprar di accoglienza, gestiti dal Comune di Catania, insieme a diverse organizzazioni sociali e cooperative di volontariato. E abbiamo parlato con esperti della Guardia Costiera, della Prefettura, delle autorità portuali, della Guardia di Finanza. Cioè con i protagonisti della prima accoglienza alle centinaia di migranti, che ogni giorno raggiungono le coste della Sicilia. Un aspetto ci ha particolarmente colpito, sia noi italiani che i colleghi tedeschi: nonostante siano costretti a lavorare in condizioni di emergenza, con ristrettezze economiche e scarsità di mezzi, i nostri operatori stanno svolgendo un lavoro inestimabile. Salvano vite umane, e, al contempo, sono capaci di mettere in campo una straordinaria umanità, che è impressionante e commovente.

 

Gli sbarchi di rifugiati in Sicilia: una questione europea

Al termine della nostra missione, durata quattro giorni, abbiamo stilato un documento congiunto di appello all'Europa: farsi carico dell'assistenza dei migranti, senza lasciare che siano solo pochi paesi di frontiera a dover affrontare da soli l'emergenza. Ne abbiamo parlato in un convegno alla Camera, con il Sottosegretario agli Esteri, Domenico Manzione, il Viceministro tedesco all'Europa, Michael Roth, ed i presidenti di organizzazioni internazionali per i rifugiati, UNHCR, CIR e IOM. E siamo giunti ad una conclusione condivisa: l'Europa deve finalmente porre tra le proprie priorità politiche la questione degli sbarchi dei rifugiati, approntando misure solidali in modo diffuso.

 

Superare Dublino, finalmente

Poco dopo qualcosa in Europa si è mosso. Finalmente sono stati superati i vincoli fissati a suo tempo con i cosiddetti “accordi di Dublino”, sottoscritti dai Governi Berlusconi-Bossi-Fini, che impongono che un rifugiato fino alla fine della sua procedura di richiesta d’asilo debba rimanere nel Paese in cui ha toccato per la prima volta il suolo europeo. Che questi accordi, accettati a suo tempo anche dalla Lega, penalizzino un Paese come l’Italia rispetto a Paesi come la Lituania o la Repubblica Ceca, per motivi geografici, è evidente. Con l’accordo raggiunto questo mese al Consiglio Europeo c’è finalmente la possibilità di distribuire almeno 40.000 rifugiati, in Europa, in due anni, fuori dai paesi di arrivo. É solo un primo passo, certo, ma è un passo nella direzione giusta, strappato dal nostro Governo, che non ha esitato ad alzare la voce, davanti al tentativo di numerosi paesi dell'Est, di sottrarsi ad un approccio solidale.  

 

Le Associazioni italiane a Ginevra: ponti fra passato e futuro

L’Europa non sta attraversando un periodo facile. Ma noi italiani all’estero viviamo l’Europa (che è più grande dell’Unione europea!) ogni giorno. E più che mai c’è bisogno di far crescere e di rinsaldare l’Europa dal basso. Un contributo importante lo danno le Associazioni di connazionali sparse per il continente. Si spendono affinché ciascun Paese non si rinchiuda nei rispettivi fortini, ma si apra alla ricchezza delle diverse culture ed identità. Tanti, soprattutto in Italia, non si rendono conto del lavoro paziente e quotidiano delle nostre realtà associative all’estero. E dimenticano che questo lavoro aiuta la nostra economia, perché esporta e promuove lo stile di vita italiano nel mondo. Inoltre offrono delle simpatiche occasioni per entrare in contatto con la cultura italiana. L’ho toccato con mano a Ginevra, al concerto organizzato dalla SAIG, la Società delle Associazioni italiane della città, e interpretato da due giovani talenti: il violinista Vincenzo Di Silvestro e la pianista Alessandra Lussi. Un vero motivo di orgoglio per la storia della nostra emigrazione e al contempo tanto entusiasmo e voglia di fare per il presente e per il futuro.

 

A Grenchen per parlare dell’attualità del Risorgimento

Oggi tanti giovani italiani vanno all’estero per scoprire nuovi orizzonti, per studiare e per fare nuove esperienze lavorative. Una volta c’erano anche altri motivi. Ad esempio un illustre  emigrato, Giuseppe Mazzini, si rifugiò in Svizzera come esiliato politico. Per rendere omaggio alla sua figura l'associazione BienSo di Grenchen, ha organizzato una bella mostra fotografica, sulla storia degli emigrati in quella stessa zona in cui Mazzini visse nel 1834, perseguitato dalle polizie di tutta Italia. Nella mia visita in Svizzera, questo mese, è stato un piacere vedere come la locale comunità italiana abbia ancora Mazzini nel cuore: le importanti manifestazioni proposte mirano a ricordare questo personaggio senza il quale il nostro Paese non sarebbe quello che è oggi. Nel mio discorso ho sottolineato come ancora oggi, in una prospettiva europea, sia necessario fare tesoro dell’esperienza di Mazzini. Perché fu proprio lui fra i primi a immaginare una Federazione di stati che vivono in pace e in democrazia. Proprio in questo periodo difficile vale la pena ribadire che l’Europa unita, nonostante tutte le difficoltà, ci ha regalato il periodo di pace più lungo della storia. Questo è un successo di cui dobbiamo far tesoro.

 

Il sindacato unitario: uno strumento nell'interesse dei lavoratori

Italia e Germania sono tra i primi cinque paesi industriali al mondo. E i rispettivi sindacati sono i più forti, a livello globale. Per questo, come Presidente dell’intergruppo parlamentare italo-tedesco ho raccolto i rappresentanti sindacali più importanti dei due Paesi intorno ad un tavolo per confrontarsi sul futuro dei sindacati in Europa. Oggi le grandi sfide poste dalla globalizzazione e dall'evolversi dei processi produttivi ci pongono di fronte alla domanda: quale sindacato può rispondere al meglio ai nuovi bisogni dei lavoratori, non solo a livello nazionale, ma anche a livello europeo. Perché c'è sempre più bisogno di giustizia sociale in Europa e di tutele sovranazionali. Ne abbiamo parlato a Berlino nella due giorni di lavoro sul 'Ruolo del sindacato per un'Europa più sociale', in cui abbiamo coinvolto oltre ai vertici dei sindacati italiani e tedeschi, il Sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, e quello al lavoro tedesco, Jörg Asmussen. Insieme ad Hartwig Erb, dell'IG Metall di Wolfsburg e al consigliere di fabbrica della Volkswagen, Franco Garippo, abbiamo visitato tutti i processi di produzione della VW e abbiamo toccato con mano cosa significa la co-partecipazione in Germania: la possibilità per il sindacato di co-decidere in materia di: ammontare degli stipendi, assunzioni, licenziamenti, prepensionamenti, coinvolgimento di stranieri per la formazione duale, occupazione femminile, mantenimento o apertura di nuove sedi aziendali, innovazione dei processi produttivi. I sindacati, ne sono convinta, giocano un ruolo fondamentale nel creare un'Europa più sociale. Laura Garavini

Ulteriori informazioni le trovate sul sito www.garavini.eu. (de.it.press)

 

 

 

 

 

 

 

Europa, Euro e dintorni. Una questione di sopravvivenza

 

Dice Angela Merkel che se fallisce l’euro, fallisce anche l’Europa. È vero. Ma è vero anche il contrario. Se fallisce la Ue, se viene cioè meno il patto politico sottoscritto a Roma nel 1957 per «un’unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa», non solo non si salva l’euro, ma va in pezzi l’unico piano di cui disponga il Vecchio Continente per sopravvivere nel nuovo mondo.

Eppure sta succedendo, proprio davanti ai nostri occhi. In una futura storia dei giorni che sconvolsero l’Europa, non ci sarà solo l’uscita (o la cacciata) della Grecia dall’Eurogruppo. Appena due giorni prima i leader avevano formalmente discusso dell’ipotesi che sia la Gran Bretagna, anche lì con un referendum, a lasciare la Ue; e il giorno prima ancora avevano concesso a Ungheria e Bulgaria, oltre che al Regno Unito, alla Danimarca e all’Irlanda, di uscire dall’Europa senza frontiere, chiudendole ai profughi che chiedono asilo.

Una vecchia metafora dice che il progetto europeo è come una bicicletta: se smetti di pedalare, cadi. A tenerla in equilibrio finora è stata la prassi «funzionalista» di Monnet e Schuman, un pezzo di integrazione alla volta, che se ne porta appresso un altro, e così via fino agli Stati Uniti d’Europa. Ma qui ormai nessuno pedala più, anzi: si va all’indietro. Come potrebbe reggere quel progetto all’uscita della Grecia? L’ Unione Europea è una storia di successo, o non è. È fatta per avere la fila di Paesi alla porta per entrare, come è accaduto in tutti questi anni, non può consentirsi le porte girevoli di chi arriva e di chi parte, diventare una associazione à la carte , una Onu in miniatura.

E poi: la Grecia è nei Balcani, e con i Balcani non si scherza, da lì è cominciata cent’anni fa quella guerra civile cui l’Europa ha solennemente annunciato di voler mettere fine unendosi. La Grecia è l’Oriente dell’Europa, confina geo-politicamente con la Russia. Perdere l’Ellade - dopo aver già perso la Turchia - sarebbe un nuovo scisma, perché passa di lì una linea di faglia storica, culturale, religiosa. È in Grecia che, dalla fondazione fino alla caduta di Costantinopoli, l’Impero bizantino ha tenuto in vita per mille anni il mito della «nuova Roma», e con esso l’aspirazione all’unità politica del continente.

Ma per «tenere» la Grecia, l’Europa non può più fare come sempre. Non può più sperare di resistere a dispetto, o a scapito, o all’insaputa della democrazia degli Stati-nazione. Il comportamento ai limiti dell’irresponsabile del governo greco le offre paradossalmente l’occasione per misurare la forza residua del suo progetto sul campo di battaglia della democrazia. Non a caso, contravvenendo a una regola ferrea che proibisce a Bruxelles di ingerirsi nelle vicende interne degli Stati, è stato proprio il capo della tecnocrazia non eletta della Commissione, l’impettito Jean-Claude Juncker, a rivolgersi direttamente al popolo greco affinché dica sì al referendum, e smentisca così la coppia scravattata Tsipras-Varoufakis. In cambio, gli fa eco Berlino, nuove trattative dopo il referendum; e forse, chissà, anche la ristrutturazione di un debito a detta di tutti non sostenibile, un ostacolo ormai insormontabile per qualsiasi nuovo inizio.

Ma è una tragica ironia della storia che, in questa sfida democratica senza precedenti con un Parlamento nazionale, il campione del progetto europeo finisca per essere proprio Juncker, certo non il volto più seducente da schierare contro i demagoghi di Atene. I leader dell’Europa devono capire che ormai esiste una «sfera pubblica» comune, un embrione di demos europeo, e che anche le loro sorti politiche si giocano sulle sorti dell’Unione. Né Renzi, né Hollande, e forse neanche Merkel, sopravvivrebbero a una sua dissoluzione. E del resto non è detto che l’immagine dei pensionati greci in fila davanti ai bancomat favorisca così tanto gli agitatori anti-euro, da Salvini a Le Pen, da Podemos a Fassina.

Disfare oggi l’Europa sarebbe un disastro storico. Ci vogliono leader capaci di dirlo ai loro popoli e al popolo greco, come Kohl ebbe la forza di fare prendendosi sulle spalle la Germania dell’Est, o come Mitterrand quando accorse tra la gente di Sarajevo assediata, o come Alexander Hamilton, che alla fine del Settecento firmò la pace tra gli Stati americani debitori e quelli creditori. Quando torna in campo la democrazia, è questione di leadership . Vediamo se l’Europa ce l’ha. di Antonio Polito, CdS 30

 

 

 

 

Paolo Gentiloni: "La grande sfida al terrorismo globale"

 

ROMA - Il venerdì nero con gli attacchi terroristici in Tunisia, Francia e Kuwait non nasce dall'ordine di attacco di una supercentrale terroristica. Non un comando unico ma un'unica crisi lega i diversi episodi e impone di fronteggiarli con un'ottica globale. Il che vale in particolare per l'Italia, che la geografia e la storia collocano al centro del teatro della crisi, il Mediterraneo. Non si è trattato di una fiammata improvvisa. Dal 7 gennaio al 26 giugno, le date scandiscono il ritmo degli attentati e del nostro sgomento. Un largo riconoscimento politico e culturale dell'ampiezza della sfida storica che affrontiamo è dunque sempre più necessario.

Quest'anno emerge con forza inusitata, nel Mediterraneo, la sfida di Daesh (Isis). Daesh controlla una parte importante del territorio di Iraq e Siria, e questa è una delle sue pericolose novità. L'altra è che si pensa anzitutto come attore mediatico ed in questo modo entra nelle nostre vite: è forte quando riesce a catturare l'attenzione, oltre che il territorio; è forte quando il suo "marchio" riesce a reclutare e a influenzare, quando i suoi "simboli" (tra cui il simbolo di Roma, che vuole toccarci direttamente) sanno impaurire e generare effetti politici e sociali. Anche per questo, la lotta contro Daesh richiede una strategia a più livelli, dove l'azione militare è certo decisiva, e ci vede impegnati su diversi fronti. Ma ad essa vanno affiancati strumenti di prevenzione e di contrasto in grado di incidere sulle nuove forme di reclutamento. Occorre un coinvolgimento sempre più stretto delle comunità musulmane sui nostri valori condivisi, contro il messaggio di intolleranza e di odio che giunge dal terrorismo. Inoltre, dobbiamo essere in grado di drenare le fonti di finanziamento di Daesh, attraverso una collaborazione internazionale di cui l'Italia è protagonista in quanto co-presidente del "Counter ISIL Finance Group".

Più in profondità, abbiamo bisogno di una bussola concettuale, che richiede una consapevolezza storica dell'equilibrio del potere e dei conflitti del Medio Oriente, oltre a un approccio multilaterale. Il cuore di questa bussola concettuale è il riconoscimento della sfida cruciale della questione mediterranea. Infatti, oggi il Mediterraneo rappresenta molto di più del confine meridionale dell'Europa. Sempre di più, è la frontiera di civiltà in cui si incontrano tre continenti, con implicazioni culturali, politiche e di sicurezza di un rilievo senza precedenti.

Il "primato" del Mediterraneo nella politica estera italiana è, anzitutto, un principio di realtà per un paese con 8000 chilometri di coste ed esposto nel suo vicinato ai focolai di instabilità, anche nelle loro implicazioni economiche ed energetiche. Consideriamo inoltre il Mediterraneo, in quanto crocevia delle crisi e delle opportunità del ventunesimo secolo, lo spazio in cui l'Europa può e deve fare un salto oltre gli egoismi, per superare la crisi più pericolosa degli ultimi anni, quella che ha minato la fiducia reciproca degli europei. Oggi la questione mediterranea si incarna in tre temi principali, che dimostrano questa centralità.

II primo riguarda il terrorismo e l'instabilità. Affrontiamo un "arco di crisi" molto vasto, che nella sua estensione dal Golfo della Guinea al Pakistan vede nel Mediterraneo diversi epicentri di instabilità, determinati in particolare dagli scontri interni alle comunità islamiche e dalla fragilità statuale, dopo il crollo di numerosi tra gli Stati-nazione emersi dalla disintegrazione degli imperi e dal processo di decolonizzazione, divenuti oggi Stati falliti o Stati fragili. Analizzando il Medio Oriente nel suo ultimo libro, Henry Kissinger sostiene che in nessun altro luogo la sfida dell'ordine internazionale sia più complessa. La fragilità degli Stati, la caratteristica più evidente dall'attuale mappa del Mediterraneo e dovuta anche alla scarsa lungimiranza dell'ultima fase interventista, è il più grande regalo per gli estremisti che vogliono sfruttare per il loro vantaggio i tribalismi e gli scontri interni. Per questo l'esigenza di stabilizzare le aree più sensibili attraverso soluzioni non estemporanee, ma ampiamente condivise, merita tutta la nostra attenzione. Avere a che fare con controparti legittimate e in grado di esercitare un'effettiva "capacità statuale" è, infatti, l'unico modo per affrontare i problemi comuni in modo duraturo e realistico. Questo aspetto riguarda in primo luogo la Libia, la cui stabilizzazione è determinante per la stabilità di tutta l'area mediterranea e per il nostro interesse nazionale. La nostra azione bilaterale e internazionale è focalizzata sull'ampia condivisione necessaria alla distruzione dell'economia criminale del traffico di esseri umani, che minaccia la sicurezza di tutta l'Europa, e sull'accordo politico unitario e di compromesso sul governo libico, che l'Italia è pronta a supportare con i suoi mezzi e con un ruolo da protagonista.

Libia, Siria, Iraq: Stati la cui stessa sopravvivenza è oggi messa in gioco. Affrontarne le crisi è importante quanto battersi per impedire che altri Stati precipitino nella spirale dell'instabilità. In primo luogo oggi la Tunisia, terra delle promesse mantenute della Primavera araba. E paesi come Libano e Giordania, soggetti a una pressione migratoria quasi insopportabile. Capacità statuale e ricostruzione istituzionale sono temi essenziali della politica estera del ventunesimo secolo: come ricordato recentemente da David Miliband, metà della popolazione mondiale che si trova in povertà estrema oggi (nel 2030 saranno i due terzi) vive in Stati privi della capacità e della legittimazione per proteggere i loro cittadini, che ricevono soltanto il 38% degli aiuti umanitari. Bisogna invertire questa tendenza, e aiutare per costruire capacità istituzionali. Un nuovo ordine mediterraneo, con un ampio coinvolgimento multilaterale, deve essere la prova di questo metodo.

La seconda grande sfida del Mediterraneo riguarda l'Africa, continente il cui potenziale di crescita è enorme e in cui l'Italia può e deve essere protagonista. Proprio noi, che con i Paesi dell'area mediterranea abbiamo straordinarie relazioni economiche -50 miliardi di interscambio, siamo il quarto partner dell'area dopo Usa, Germania e Cina - possiamo cogliere le potenzialità del Mediterraneo come piattaforma verso l'Africa.

Per troppo tempo, abbiamo considerato l'Africa una terra incognita. In questo secolo, abbiamo già visto un'Africa diversa, non solo per una crescita sostenuta (stimata al 4,5% nel 2015 e al 5% nel 2016) ma anche per lo sviluppo umano, per il ruolo svolto nelle istituzioni multilaterali, per l'impatto capillare della rivoluzione digitale attraverso la tecnologia mobile. La sfida di Expo 2015, "Nutrire il pianeta. Energia per la vita", sarà vinta soprattutto in Africa, e la realizzazione delle infrastrutture di cui l'Africa ha bisogno è un'opportunità per l'Europa e per l'Italia. Questo governo, fin dalle prime visite di Stato all'estero del presidente Renzi, ha considerato l'Africa una priorità economica e politica.

L'Africa, e in particolare l'Africa Sub-Sahariana, è al centro dell'azione italiana nella cooperazione internazionale per lo sviluppo, che sarà rafforzata nell'implementazione della legge n. 125/2014. E che rilanceremo con la partecipazione del Presidente del Consiglio al prossimo summit di Addis Abeba sul finanziamento dello sviluppo.

La terza grande sfida che affrontiamo nello scacchiere mediterraneo, e forse quella più delicata, riguarda l'immigrazione. I temi d'attualità sono le tragedie del mare, le liti europee sull'accoglienza e le crisi umanitarie che destabilizzano paesi chiave del bacino mediterraneo. Per affrontare la sfida, abbiamo bisogno di ragionare oltre la partigianeria politica e l'approssimazione: i flussi migratori continueranno a caratterizzare la politica mediterranea. Per le condizioni di miseria e di guerra in cui vivono vaste aree dell'Africa e del medioriente; e per via dello squilibrio tra le giovani popolazioni della sponda Sud e l'invecchiamento dell'Europa. Oggi, il 16% degli europei ha almeno 65 anni, nel 2050 sarà il 27% (e addirittura un terzo degli italiani). Chi pensa di avere una bacchetta magica, davanti a questi cambiamenti epocali, mente sapendo di mentire. Gli avvenimenti dell'ultima generazione dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo e dell'Africa, nonché le evoluzioni della prossima generazione, richiedono una mappa mentale radicalmente diversa. E proprio per questo richiedono un reale governo del fenomeno, attraverso una stretta cooperazione con i paesi di origine e di transito, e la massima consapevolezza politica dell'urgenza del problema. È una questione di lungimiranza. Negli ultimi mesi l'Italia, oltre a siglare importanti intese bilaterali, si è impegnata costantemente per rendere i partner europei sempre più consapevoli del fatto che l'immigrazione deve essere una responsabilità europea condivisa attraverso decisioni concrete che tocchino anche il contributo finanziario (come ci si attende da una superpotenza economica), non l'occasione per divisioni e veti reciproci. Dobbiamo ancora dimostrare un concreto "risveglio" europeo sulla questione, perché è proprio su questi temi che l'Europa esprime, o no, una natura di attore globale. E certo il balletto degli aggettivi sulla ricollocazione dei richiedenti asilo (Obbligatoria? Volontaria? Vincolante? Consensuale?) non è all'altezza della situazione. Trasmette l'immagine di un'Europa dimessa, ormai alla periferia della storia, abile a presidiare il passato e rassegnata a subire il presente. L'Italia non si rassegna, e se continuiamo a batterci per una dignitosa politica migratoria comune lo facciamo anzitutto per il futuro dell'Unione.

L'identità mediterranea dell'Europa, infatti, ci porta oltre i vecchi conflitti del continente e oltre le scorie della guerra fredda, costringendoci ad affrontare i rischi cruciali per le nostre società in un mondo nuovo, dal terrorismo alla fragilità statuale alla sostenibilità ambientale. Allo stesso tempo, il Mediterraneo e l'apertura all'Africa incarnano le opportunità della crescita e della sostenibilità del ventunesimo secolo: nell'energia, nella ricerca, nel commercio, nel capitale umano. Solo un nuovo ordine mediterraneo sarà in grado di portare la stabilità in tre continenti. Fernand Braudel scriveva nelle sue "Memorie del Mediterraneo": "Il Mediterraneo non si è mai rinchiuso nella propria storia, ma ne ha rapidamente superato i confini". Oggi il nostro mare continua a disegnare i confini di una nuova politica. Sta a noi italiani ed europei saperla a esprimere fino in fondo, vincendo la paura.

Paolo Gentiloni, Ministro degli Affari Esteri, L'Unità del 30 giugno

 

 

 

 

 

L’ultimo filo spezzato

 

Fine dei giochi. A meno di un colpo a sorpresa ad Atene - ad esempio la caduta del governo di sinistra - domenica prossima i greci voteranno. Nominalmente, sul programma di aiuti proposto dai creditori del Paese, in pratica sulla permanenza o meno della Repubblica ellenica nell’Unione monetaria. Ieri, il premier Alexis Tsipras ha spezzato anche l’ultimo filo che si pensava potesse portare a un compromesso: di notte ha mandato una lettera ai creditori per dire che accettava parte delle loro proposte, 15 ore dopo - prima di ricevere risposta - li accusava in televisione di «ricatto» al popolo greco. Schizofrenia da panico di chi ha perso il controllo della situazione. Oppure propaganda per cercare di convincere i greci a votare No. Probabilmente entrambe le cose.

Nelle intenzioni di Tsipras e del governo di Syriza, il referendum era l’opzione nucleare. La minaccia che avrebbe messo con le spalle al muro la Ue, la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale: nella convinzione che i pavidi rappresentanti del capitalismo davanti alla possibilità che un Paese esca dall’euro sarebbero crollati e avrebbero accettato di dare altro denaro alla Grecia in cambio di promesse generiche. Pur non essendo dei cuor di leone, i leader europei non sono invece stati i primi a sbattere le ciglia, nella partita a poker: ancora ieri hanno detto che la Grecia ha in mano il suo destino, rispetteranno le scelte dei cittadini. Angela Merkel ha chiarito che a questo punto la decisione è affidata al referendum e che comunque l’Europa è in grado di sostenerne qualsiasi esito.

Il calcolo di Tsipras e del suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, che si ritenevano in una posizione di rendita non attaccabile e vedevano nei creditori la voglia di cedere, si è rivelato sbagliato. Nel cosiddetto «game of chicken» - le due auto che corrono una contro l’altra per vedere chi scarta prima - i creditori hanno tenuto la strada, Atene ha curvato verso il referendum. E ha rivelato che nelle sue intenzioni non c’è mai stata l’opzione collaborativa. Soprattutto, è successo che, nel nome della democrazia, il governo di sinistra ha usato il popolo greco come un’arma, non per farlo esprimere sui suoi interessi ma per cercare di schierarlo contro gli avversari, che sarebbero rappresentanti del capitalismo europeo che ricatta i greci, come ama dire Tsipras. Convocando il referendum, più che dare la parola al popolo lo hanno chiamato a dare l’assalto al Palazzo d’Inverno dell’eurozona.

Non c’è niente di cui gioire. Come ha più volte detto ieri in Parlamento il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, c’è da essere tristi per il popolo greco. A questo punto, anche chi vorrebbe votare «no» domenica prossima per fare riprendere al Paese una sua sovranità dev’essere seriamente perplesso all’idea di restare poi con un governo che nella migliore delle ipotesi è irresponsabile e nella peggiore avventurista.

Resta il fatto che, qualunque sia il risultato del referendum di domenica prossima, l’eurozona e la Ue hanno due grandi responsabilità. La prima: fare in modo che Atene resti aggrappata all’Europa e che la popolazione greca sia aiutata a uscire al più presto dalle sofferenze in cui si trova. Non sarà facile ma è un obbligo del quale gli europei devono farsi carico. La seconda: garantire che la crisi greca, iniziata male e gestita peggio, sia la lezione che permette a tutta l’area euro, a 18 o a 19 membri, di cambiare e di costruire un’architettura solida e accettata dai cittadini. Altrettanto obbligatoria. Danilo Taino,  CdS 2

 

 

 

 

Grecia, Tsipras: "Restiamo al tavolo del negoziato"

 

Il premier greco accetterà tutte le condizioni posto sul tavolo dai creditori, chiedendo solo pochi e minimi cambiamenti. E' quanto rivela il "Financial Times", in possesso della lettera di due pagine che Alexis Tsipras ha inviato ieri sera a Bruxelles. La lettera è stata inviata ai vertici di Commissione europea, Fmi e Bce.

Fra le correzioni alla proposta dei creditori la lettera inviata a Bruxelles da Tsipras ai vertici di Commissione europea, Bce ed Fmi chiede di mantenere la riduzione del 30% dell'Iva sulle isole, rinviare di alcuni mesi le riforme sull'età pensionabile e mantenere una 'sovvenzione di solidarietà' per i pensionati poveri per un periodo più lungo di quanto proposto. Il governo greco è pronto ad accettare le proposte delle istituzioni con le correzioni indicate nella lettera "come parte dell'estensione del programma Efsf in scadenza e del nuovo programma Esm" per il quale una richiesta è stata presentata ieri.

Fra le misure di bilancio strutturali il governo di Atene chiede di aumentare gradualmente l'acconto dell'imposta sul reddito d'impresa individuale al 100% e il trattamento fiscale preferenziale per gli agricoltori entro la fine del 2017. Sulla spesa militare nella lettera si propone di ridurre il tetto delle spese militari per 200 milioni di euro nel 2016 e per 400 milioni nel 2017. Sul fronte delle pensioni la riforma del 2010 "sarà pienamente attuata", ma gli interventi del 2012 di riforma saranno rinviati fino a quando la nuova riforma legislativa sarà implementata nell'ottobre 2015.

Ue - "La Commissione europea sta valutando in via preliminare le richieste del governo greco e presenterà le proprie analisi all'Eurogruppo di oggi", ha detto il vicepresidente della Commissione europea con delega all'Euro, Valdis Dombrovskis, sull'ultima proposta del governo greco, rimandando all'incontro previsto alle 17.30 in conference call.

Gelo da Merkel e Schauble - "Non ci possono essere discussioni sul nuovo programma" per la Grecia "prima del referendum" fissato per domenica. Lo ha ribadito la cancelliera tedesca Angela Merkel, in un intervento davanti al Parlamento. "Adesso siamo forti, oggi gli altri 18 Paesi membri dell'eurozona non devono preoccuparsi per il contagio provocato dalle turbolenze greche", ha assicurato la cancelliera, sottolineando come l'Europa sia ora "più robusta".

La Grecia "chiarisca le sue posizioni", quanto è stato finora proposto "non è una base" per avviare discussioni serie. Così il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, in una conferenza stampa a Berlino, ha commentato gli ultimi sviluppi sulla crisi greca, con la lettera del premier di Atene. "Tutto questo - ha sottolineato - non costituisce una base per discutere misure serie. E' per questo che la Grecia deve anzitutto chiarire le sue posizioni su quello che vuole veramente e poi noi ne parleremo, in un contesto che è nettamente peggiorato". Secondo Schauble, per il quale non sarà possibile "tornare allo statu quo ante", ormai "le condizioni sono completamente cambiate, siamo in tutta un'altra situazione" rispetto a qualche giorno fa.

 

Atene "non ha pagato" il debito al Fondo Monetario Internazionale che era in scadenza il 30 giugno. A confermarlo è stato intanto Gerry Rice, direttore delle comunicazioni del Fmi, in una dichiarazione, rilasciata quando in Italia era appena scattata la mezzanotte, riguardo gli obblighi finanziari della Grecia al Fondo monetario internazionale. "Confermo che il pagamento (Dsp) da 1,2 miliardi di dollari (1,5 miliardi di euro circa) dovuto dalla Grecia al Fondo monetario internazionale oggi non è stato ricevuto" ha scritto Rice in una nota. "Abbiamo informato il nostro board esecutivo che la Grecia è ora in ritardo e può ricevere finanziamenti del Fmi solo una volta pagati gli arretrati" ha aggiunto. "Posso confermare anche che il Fmi ha ricevuto una richiesta dalle autorità elleniche per un'estensione di obbligo di rimborso della Grecia che andrà al Comitato esecutivo del Fmi a tempo debito" ha riferito ancora Rice.

Referendum - Al referendum di domenica, il 46% dei greci voterebbe 'no' alla proposta dei creditori per il salvataggio, contro il 37% dei sì. E' quanto emerge da un sondaggio condotto da ProRata per il giornale Efimerida, mentre continuano le trattative tra Atene e Bruxelles sulla base dell'ultima controproposta greca, che chiede un nuovo programma di salvataggio di due anni ed una riduzione del debito. Il sondaggio diffuso oggi segna tuttavia un aumento dei sì al piano ed un arretramento dei no, conseguenza della chiusura delle banche decisa dal governo domenica sera per impedire una fuga massiccia di capitali. Nei giorni scorsi, i 'no' erano al 57%, contro il 30% di 'sì'. Adnkronos 1

 

 

 

 

 

Crisi greca. Non si vive di solo consenso

 

L’ esito non può essere quello descritto dalla legge di Herbert Stein: se qualcosa non può andare avanti in eterno, si fermerà. E soprattutto non può essere una strategia, anche se in questi giorni di confronto tra Europa e Grecia è sembrata esserlo, da una parte e dall’altra.

 

Non può consolare che in 14 giorni siano stati convocati 7 Eurogruppi straordinari. L’ultimo per oggi. Anzi, proprio questo numero dà la misura di quanto si sia sottovalutata la situazione nei mesi scorsi. Il principio di responsabilità che dovrebbe guidare ogni persona in grado di prendere decisioni, soprattutto se queste producono effetti su popoli e nazioni, è stato continuamente violato.

È prevalsa l’idea che farsi male un pochino di meno del vicino potesse essere una buona via di uscita dallo stallo. Margaret Thatcher aveva forse una visione estrema dell’Europa, al punto di considerarla non un fine quanto un mezzo per assicurare proprietà e sicurezza ai suoi cittadini. Ma da qui a pensare che il pragmatismo non debba essere connaturato all’Europa ce ne passa.

 

Il fatto che un qualcuno, un Paese, contragga debiti e che metta in discussione la possibile restituzione non è solo la violazione di un contratto, ma quella di un principio sul quale si fonda gran parte del meccanismo economico: la fiducia. Questo era vero non soltanto da ieri, ma dal giorno dopo della vittoria di Tsipras. Da quel 25 gennaio scorso è stato chiaro che il nuovo governo di Syriza considerava quei debiti contratti dai precedenti esecutivi come un non impegno.

Ieri sera è arrivata così una nuova richiesta da Atene di estensione degli aiuti, un terzo salvataggio, mentre contemporaneamente il governo greco si avviava a non pagare gli 1,6 miliardi di euro di rimborso dovuti al Fondo monetario internazionale. Immediato è stato il no dell’Eurogruppo che attende per questa mattina una ulteriore proposta di Tsipras .

 

Ma, così come nei mesi scorsi, quello di ieri è apparso ancora una volta un rifiuto di maniera. Rituali tentativi di guadagnare tempo da ambo le parti. Come se non se ne fosse già perso abbastanza. E quasi che fosse per sempre scomparsa la sana abitudine di fermare gli orologi nelle trattative importanti in cerca di una soluzione senza la quale non si sarebbe usciti dalla stanza .

 

Si arriva in questo modo alle non scelte che alimentano l’incertezza. Quell’incertezza che è il tarlo che impedisce alle imprese che possono di investire, alle famiglie che ne hanno i mezzi di consumare. Che inceppa l’economia. Testimonianza di una politica che cerca sempre e solo il consenso e che quindi allontana decisioni che potrebbero essere impopolari. Scaricando, come nel caso greco, l’onere della decisione sui cittadini con un referendum.

 

Finisce per prevalere sulla concreta analisi dei costi e benefici, l’oscillare tra una visione contabile della vicenda e la completa assenza della comprensione che l’euro non è soltanto una moneta. A renderlo evidente è stata la manifestazione di migliaia di ateniesi che ieri sono andati in piazza per esprimere sotto una pioggia battente il proprio sì al piano di salvataggio europeo. Quei cittadini che nonostante le evidenti difficoltà nelle quali la Grecia si trova, pensano ancora all’Europa e alla moneta unica come quel sogno «realizzato» che aveva reso felice Carlo Azeglio Ciampi nel 2001. A quei cittadini e agli altri 500 milioni di europei servono risposte, non rinvii.  Daniele Manca, CdS 1

 

 

 

 

 

UNHCR. Crisi nel Mediterraneo, primo semestre 2015: mai così alto il numero di migranti e rifugiati

 

ROMA. In base alle conclusioni di un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) pubblicato oggi, la stragrande maggioranza delle 137.000 persone che hanno attraversato il Mediterraneo verso l’Europa durante i primi sei mesi del 2015 sono fuggiti da guerre, conflitti o persecuzioni. La crisi nel Mediterraneo è di conseguenza soprattutto una crisi di rifugiati. Un terzo degli uomini, donne e bambini che sono arrivati via mare in Italia o in Grecia provenivano dalla Siria, paese i cui cittadini sono quasi universalmente considerati rifugiati o beneficiari di altre forme di protezione. Il secondo e terzo dei principali paesi di provenienza sono l’Afghanistan e l’Eritrea. Anche in questo caso si tratta principalmente di potenziali rifugiati.

“Mentre l’Europa discute sulle soluzioni migliori per affrontare la crisi nel Mediterraneo, dobbiamo essere chiari: la maggior parte delle persone che arrivano via mare in Europa sono rifugiati, in cerca di protezione da guerre e persecuzioni”, ha dichiarato António Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per Rifugiati.

I dati ricevuti dalla Grecia, Italia, Malta e Spagna mostrano un aumento del 83 per cento nel numero di rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo da gennaio a giugno - 137.000 rispetto ai 75.000 dello stesso periodo dello scorso anno. Storicamente, gli attraversamenti del mare aumentano in modo significativo nella seconda metà dell’anno, in particolare durante i mesi estivi, è quindi logico aspettarsi che i numeri continuino a salire. Gli arrivi nella seconda metà del 2014, per esempio, sono stati quasi il doppio di quelli del primo semestre.

Il numero di morti in mare è salito a livelli record nel mese di aprile 2015, per poi calare drasticamente a maggio e giugno. Tra gennaio e marzo, 479 rifugiati e migranti sono annegati o scomparsi in mare, rispetto ai 15 nei primi tre mesi dell’anno precedente. Nel mese di aprile la situazione è peggiorata ulteriormente. In una serie di naufragi ravvicinati, una cifra mai raggiunta di 1.308 rifugiati e migranti sono annegati o scomparsi in mare in un solo mese (rispetto ai 42 di aprile 2014). Nel mese di maggio, il numero dei rifugiati e dei migranti annegati o dispersi in mare è sceso a 68, un quarto della cifra riscontrata solo un anno prima (226). La tendenza al ribasso continua nel mese di giugno, con solo 12 morti rispetto ai 305 nello stesso periodo del 2014.

“Il calo di morti in mare nel corso degli ultimi due mesi è incoraggiante; un segno che con la giusta politica, sostenuta da una risposta operativa efficace, è possibile salvare più vite in mare “, ha detto Guterres. “Ciò nonostante, dobbiamo restare vigili. Per le migliaia di rifugiati e migranti che continuano ad attraversare il Mediterraneo ogni settimana, i rischi rimangono molto reali”.

Il rapporto mostra che la rotta del Mediterraneo orientale, dalla Turchia verso la Grecia, ha ormai superato quella del Mediterraneo centrale (dal nord Africa verso l’Italia) come la principale fonte di arrivi via mare.

La maggior parte delle persone che arrivano in Grecia sono rifugiati siriani, molti dei quali erano in precedenza fuggiti nei paesi confinanti, come la Turchia e il Libano. Tuttavia,  dopo anni di crescente pressione e sostegno internazionale insufficiente, le economie e le infrastrutture di molti paesi che accolgono i rifugiati faticano a far fronte alla situazione e per i rifugiati è sempre più difficile trovare lavoro, alloggio, assistenza sanitaria e istruzione. Gli appelli umanitari continuano a non dare origine a finanziamenti adeguati e molti rifugiati non hanno altra scelta se non di affrontare altri spostamenti.

In Grecia, un sistema di accoglienza limitato a meno di 2.000 posti ha comportato condizioni inadeguate per i nuovi arrivati. Molti rifugiati e migranti continuano il loro viaggio attraversando l’Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia e la Serbia, e poi in Ungheria. Ogni giorno, una media di oltre 1.000 persone fanno ingresso nell’Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia dalla Grecia, a fronte di 200 persone solo poche settimane fa. Ci sono frequenti casi di abusi e violenze lungo il percorso da parte di trafficanti e reti criminali, così come una crescente chiusura delle frontiere.

“L’Europa ha una chiara responsabilità, che è quella di aiutare coloro che cercano protezione da guerre e persecuzioni”, ha detto Guterres. “Negare questa responsabilità equivale a minacciare le fondamenta stesse del sistema umanitario che l’Europa ha lavorato così duramente per costruire. I paesi europei devono fare la loro parte per rispondere alla crisi dei rifugiati, in patria e all’estero.”(Rapporto Unhcr al link : http://unhcr.org/medsea15/ ). (Inform 1)

 

 

 

 

 

 

È ancora crisis

 

I dati percentuali sono ch1ari. Il 2015 si finirà con una percentuale di disoccupazione superiore al 12%. Anche nel primo trimestre del prossimo anno, il valore non scenderà in modo efficace. Certo è che scrivere di percentuali non ha l’effetto sperato.

Insomma, dietro ad un numero, sempre a due cifre, ci sono migliaia d’italiani che non hanno un lavoro o, peggio, che l’hanno perduto. Si scrive, ed a ragione, che la "colpa” è della crisi economica che ha coinvolto il nostro Paese. Anche se non è il solo dell’area Mediterranea. Giacché”mal comune non è mezzo gaudio”, andiamo a verificare l’incremento della disoccupazione nel Bel Paese. I limiti d’età restano, però, una variabile che ha da essere considerata con attenzione.

 Da noi l’occupazione ufficiale non è stata mai piena. Però la percentuale dei senza lavoro ci ha accompagnato con cifre a un solo numero. Prima della Crisi (2008/2014), i senza lavoro erano il 5,8% della forza occupazionale nella Penisola. In sette anni, la percentuale è più che raddoppiata. In questo 2015, non è prevedibile un calo efficace della percentuale che abbiamo riportato. Come a scrivere che, in ogni caso, la percentuale resterà ancora a due numeri con effetti negativi sulla vita di parecchie famiglie italiane che, con molto pudore, tentato di tirare avanti senza indebitarsi più di tanto.

A questo punto, pur con le iniziative di quest’Esecutivo, la situazione resta complessa per la mancanza di fiducia negli investimenti nazionali. Il mercato dell’occupazione non può tenere conto delle situazioni politiche in evoluzione. Per investire in produttività è indispensabile avere una qualche certezza d’utilità. Invece, non solo si sono perduti posti di lavoro, ma anche strutture che potevano fornirli.

  In questo sistema tutto da rivedere, ci sono responsabilità recenti, ma anche remote. La politica ha avuto la sua parte e i Governi che si sono succeduti, senza elezioni, hanno fatto la loro parte. In economia non ci sono vie di mezzo. I compromessi, che possono essere adottati in politica, nulla possono sul fronte del lavoro. Lo abbiamo notato da subito. L’Ottimismo di Renzi non ci può conquistare.

 In sette anni, l’indice occupazionale è, progressivamente, calato. Ora sembra stabilizzato. Il che non significa ancora nulla se la percentuale di chi non ha lavoro resta a due cifre. D’illusioni non ce ne facciamo e non siamo intenzionati a proporle. Meglio essere obiettivi e far fronte a quanto è ancora possibile rimediare. Non sarà l’attuale Esecutivo, e questo Parlamento, a far uscire l’Italia dalla recessione.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Quanti Tsipras ci sono in Europa?

 

Fra il 1995 e il 2009, l’anno prima dell’inizio della crisi, il reddito pro capite medio dei cittadini greci è salito dal 47 al 71 per cento di quello dei cittadini tedeschi. Un avvicinamento straordinario, in realtà reso possibile da una altrettanto straordinaria accumulazione di debito, non molto diversa dall’esperienza italiana degli anni 80 (fortunatamente meno drammatica), che infatti finì con la crisi del 1992. Fra il 2010 ed oggi il rapporto fra i due redditi pro capite è tornato al livello del 1995: una caduta molto dolorosa, che si era vista solo durante la Grande Depressione degli anni Trenta, tuttavia inevitabile perché la ricchezza non la si conquista indebitandosi. Questo arretramento non è dovuto, come alcuni - ad esempio Grillo - sostengono, al peso degli interessi che in questi anni la Grecia è stata costretta a pagare sui suoi debiti. Come mostrano Ken Rogoff e Jeremy Bulow (www.vox.eu), dal 2010 al 2014 la Grecia ha continuato a ricevere dai Paesi europei, dalla Bce e dal Fondo monetario, un flusso netto positivo di aiuti, cioè più denaro di quanto dovesse pagarne in interessi sul suo debito estero. Solo quest’anno, dopo che Tsipras ha arrestato il pur timido processo di riforme, il flusso netto è diventato negativo. E con esso la crescita. Se i primi anni dell’aggiustamento sono stati particolarmente dolorosi - come lo sono in ogni famiglia che dopo un periodo di spese un po’ folli debba riabituarsi a non fare acquisti che eccedano il suo reddito - nel 2014 la Grecia aveva ricominciato, anche se lievemente, a crescere (+0,6 per cento). Quest’anno grazie alla cura Tsipras è tornata in recessione. Una domanda si ponevano ieri gli investitori, soprattutto i non europei. Ci sono altri Tsipras nei Paesi dell’euro? Lo sguardo va a due partiti che da tempo applaudono le politiche greche: Grillo in Italia e Podemos in Spagna, entrambi reduci da significativi risultati elettorali (i sindaci di Madrid e Barcellona sono stati eletti il mese scorso con i voti di Podemos). Da questa mattina il costo del nostro debito pubblico dipende da quanto credibile è l’impegno del governo ad attuare, dopo il Jobs act e con la medesima determinazione, quelle riforme senza le quali non ci può essere né crescita né occupazione. E senza le quali il Movimento 5 Stelle può solo rafforzarsi.  Francesco Giavazzi,  CdS 29

 

 

 

 

Blitz antiterrorismo, 10 arresti. Anche familiari di italiana votata al jihad

 

Vasta operazione della polizia contro il terrorismo internazionale. Numerosi gli arresti e le perquisizioni nelle province di Milano, Bergamo e Grosseto e in una cittadina dell'Albania. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa nei confronti di 10 persone accusate a vario titolo di associazione con finalità di terrorismo e di organizzazione del viaggio per finalità di terrorismo ma è stata eseguita solo per cinque di esse perché quattro delle persone colpite dal provvedimento sono in Siria e una in un altro paese arabo.

Le indagini condotte dalla sezione antiterrorismo della Digos di Milano hanno permesso di accertare che gli indagati fanno parte di due nuclei familiari, uno formato da cittadini italiani, l'altro composto da cittadini di nazionalità albanese residenti nella provincia grossetana. Il collante tra le due famiglie è rappresentato da una giovane coppia che si è unita in matrimonio nel mese di settembre, per poi partire alla volta della Siria.

L'attività investigativa, avviata lo scorso ottobre, coordinata dagli uomini della polizia di Stato della Direzione Centrale Polizia di Prevenzione, anche per i profili di collaborazione internazionale, ha riguardato in particolare la giovane donna della coppia, cittadina italiana, che subito dopo la conversione ha intrapreso un percorso di radicalizzazione che l'ha poi spinta a partire insieme al marito alla volta della Siria, per raggiungere lo Stato Islamico e partecipare al jihad. Le attività tecniche condotte dalla polizia hanno consentito di ricostruire il percorso seguito dalla giovane coppia per il raggiungimento della Siria.

 

La giovane italiana si chiama Maria Giulia Sergio, ha 28 anni ed è originaria di Torre del Greco. Si è convertita all'Islam nel 2009 con il nome di Fatima, dopo il matrimonio con un giovane marocchino. E' lei, ricostruiscono gli inquirenti, a convertirsi e a cercare in tutti i modi di partire per la Siria. Non ci riesce con il primo marito così cerca un secondo 'compagno' che come lei condivida le sue idee, disposto a partire e lo trova in un cittadino albanese.

L'uomo la raggiunge in Italia nel settembre scorso e i due si sposano subito. Quindi partono. Prima una tappa nel grossetano dove organizzano il viaggio in Siria insieme alla famiglia di lui. Poi ripartono verso l'ultima meta. E con il loro viaggio, per gli inquirenti milanesi "si apre uno scenario importante che ha consentito di fotografare come funzionano gli spostamenti, quali sono le regole, quali le tappe". Arrivati in Siria, Fatima resta a casa con la suocera e inizia un vero e proprio 'lavaggio del cervello' a genitori e parenti per convincerli ad intraprendere il medesimo percorso "perché è quello che chiede il Califfato".

Il marito viene subito smistato in un campo di addestramento in Iraq per sei settimane dal quale ne uscirà con il grado formale di muj?hid?n e prenderà parte in azioni sul territorio. Intanto la famiglia di Fatima si è convinta, raccontano ancora gli inquirenti, e lo confermano una serie di azioni: il padre si licenzia, riscuote la liquidazione, vende i mobili su Internet come consigliato dalla figlia, avvia le pratiche per il passaporto. Ma non partirà: lui come la moglie e la figlia sono stati arrestati questa mattina.

''Sono grato a tutti quegli uomini e quelle donne che ci hanno lavorato e felice dei risultati delle forze dell'intelligence''. E' quanto ha dichiarato il premier Matteo Renzi oggi a Berlino, in merito al blitz antiterrorismo compiuto oggi dalla Digos.

"Oggi è una giornata importante contro il terrorismo. Oggi le Forze di Polizia italiane e la Magistratura hanno duramente colpito cellule terroristiche presenti in Italia con due grandi operazioni, a Milano e a Roma", ha commentato il ministro dell'Interno, Angelino Alfano.

L'indagine della Digos è "il primo caso in Italia, uno dei primi a livello europeo, di un'indagine che riguarda l'organizzazione terroristica 'Stato Islamico'" ha affermato il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, nel corso di un incontro con la stampa organizzato in Questura a Milano. "Non emergono azioni specifiche" da attuare "in Italia da parte dello Stato Islamico" ha aggiunto il procuratore.

L'inchiesta milanese si è sviluppata anche grazie all'intercettazione e all'individuazione "del coordinatore dei foreign fighters" per conto dello Stato Islamico. "Abbiamo individuato - ha spiegato il procuratore Romanelli - un'utenza turca. E si è aperto uno scenario enorme che ha fornito uno spaccato sulle regole per arrivare lì: accorgimenti materiali, come ad esempio l'indicazione di non usare telefoni di ultima generazione ma solo telefoni di vecchio tipo, la necessità di procurarsi schede locali e buttare la scheda vecchia, o la regola di portarsi con sé una sola valigia senza eccessivo bagaglio". Nelle intercettazioni il presunto coordinatore viene indicato come "colui che vi farà entrare in Siria".

"Questa persona - ha spiegato ancora Romanelli - è una persona importante nello Stato Islamico e rivendica il ruolo di interlocutore con vari Paesi europei. Gestisce il profilo organizzativo ed è in grado di smistare tutte le persone in arrivo e dirigerle verso lo Stato Islamico. A ciascuno viene data una collocazione: gli uomini perlopiù vengono addestrati in campi militari mentre le donne restano a casa e svolgono un lavoro di indottrinamento". Adnkronos 1

 

 

 

 

 

Ginevra: la giovane Italia all’estero che inventa

 

Sono italiani gli inventori della ODO: la soluzione d’irrigazione intelligente più avanzata e sostenibile. Un meccanismo idraulico rivoluzionario che, non è solo giardinaggio intelligente, ma anche un movimento sociale per la sostenibilità idrica.

 

Lorenzo Torracca, Marco Puopolo e Carmine Noviello, sono i tre giovani italiani arrivati a questo successo, con due supervisori di punta quali il dott. Vittorio Palmieri, scienziato con una formazione in fisica delle alte energie e un esperto nello “scouting” di tecnologie innovative e nello sviluppo di aziende “early stage” e il dott. Antonio Gambardella, direttore della Fondazione Ginevrina per l’Innovazione Tecnologica (FONGIT).

One Drop One Solutions, start-up specializzata in soluzioni di giardinaggio intelligente ed innovativo, si unisce alla comunità Kickstarter alla ricerca di fondi per il suo ambizioso progetto: ODO. In quest’era di spreco e siccità, One Drop One ha intrapreso la missione di ridurre significativemente l’impatto dell’irrigazione domestica sulle riserve di acqua potabile del pianeta. Come risultato di anni di sviluppo tecnologico e creativo, possono finalmente presentare ODO: un sistema di irrigazione intelligente multi-valvole completamente autonomo, che permette il risparmio di oltre 7.000 litri di acqua all’anno, mantenendo i più alti standard di salute e bellezza per piante e fiori. Tale risparmio equivale a oltre il doppio di quello che la World Health Organization (WHO) indica come soglia minima necessaria per persona in una nazione in via di sviluppo.

 

Il prodotto ODO, di cosa si tratta?

Disegnato in Italia e progettato in Svizzera, ODO è un sistema composto da un controller, un gateway, sensori, irrigatori, e gestito tramite un’applicazione mobile. Grazie a 4 canali di irrigazione completamente indipendenti che possono essere dedicati a coltivazioni specifiche, può soddisfare ogni esigenza di giardinaggio. La trasmissione dei dati, aspetto chiave del prodotto, avviene grazie a un protocollo wireless proprietario a basso consumo in grado di raggiungere distanze fino a 5 volte maggiori rispetto al normale Wi-Fi, senza necessità di ripetitori all’esterno. Il sistema monitora costantemente le previsioni meteo tramite la connessione ai servizi cloud One Drop One e confronta le informazioni raccolte con le misurazioni del proprio sensore meteo integrato. ODO raccoglie dati dai sensori per migliorare l’efficienza d’irrigazione e monitorare lo stato di salute di fiori e piante. Può misurare temperatura e umidità dell’aria, pressione atmosferica, fertilità del suolo, umidità del terreno e luce ambientale. Questo vasto bagaglio tecnologico, permette ad ODO di sapere sempre quando e come irrigare: al momento giusto, con il minimo di acqua necessaria.

 

Alimentato da una cella solare ad alta efficienza, capace di produrre elettricità anche con luce diffusa o indoor, è completamente autonomo. ODO necessita esclusivamente di una normale connessione internet: nessuna spina o ricarica di batteria. E’ assolutamente flessibile, compatibile con ogni sistema d’irrigazione esistente e con i più comuni standard di tubi da giardino. L’app permette di configurare facilmente il sistema e di monitorare costantemente lo stato di salute del proprio giardino o terrazzo ovunque, grazie ad una connessione internet. Una volta configurato, il sistema riconosce automaticamente le necessità delle piante o fiori e definisce un profilo d’irrigazione dinamico che viene modificato costantemente in base alle condizioni di meteo e terreno. Grazie alle notifiche push è possibile ricevere inoltre avvertimenti importanti riguardo le proprie coltivazioni. Lo small bundle, composto da 1 controller, 1 sensore e 1 gateway, ha un prezzo di lancio di 199$ e sarà spedito a partire da Marzo 2016.

One Drop One Solutions:

ODO è un servizio offerto da One Drop One Solutions (Svizzera). L’azienda, guidata da un team di scienziati e imprenditori di alto livello (precedentemente CERN, CNR, Bocconi, Luiss e IED), si è specializzata nel concepire, progettare e produrre le soluzioni per il giardinaggio intelligente e sostenibile del futuro. Ogni giorno, il team One Drop One lavora insieme per raggiungere la visione condivisa di ridurre l’impatto dell’attività umana sulle riserve di acqua potabile del pianeta. Gli uffici One Drop One sono a Ginevra, Svizzera, e sono supportati dal prestigioso incubatore ed acceleratore di Start-up FONGIT del cantone di Ginevra.

 

La Fongit

Fondation Genevoise pour l’Innovaion Technologique (Fondazione Ginevrina per l’Innovazione Tecnologica) è una fondazione privata senza scopo di lucro, la cui missione è di sostenere gli imprenditori nella trasformazione di innovazioni e nuove tecnologie in business di successo capaci di autofinanziarsi e convogliare tale valore economico e sociale nella città di Ginevra, Svizzera. L’incubatore, patrocinato finanziariamente dal cantone di Ginevra e dalla Commissione Federale Svizzera per la Tecnologia e l’Innovazione, supporta al momento più di 45 imprese ad alto tasso di innovazione e sviluppo tecnologico.

Per maggiori informazioni: http://fongit.ch  (de.it.press)

 

 

 

 

 

Instabilità

 

L’inverno, 2015/2016, sarà ancora in salita. L’economia nazionale resta una sorvegliata speciale e le tensioni politiche non aiutano. L’anno prossimo presenterà un PIL di poco in positivo e una contrattura della richiesta a fronte di una potenziale lievitazione dell’offerta. La deflazione dovrebbe non superare il + 0,7 % in più rispetto a quest’anno e la competitività continuerà a essere surrogata dagli adeguamenti della “crisi”. Con questo quadro, non positivo ma reale, spicca anche la nostra deriva in Euro Zona. Con la moneta unica, le differenze si vedono e sono sempre evidenti. La stabilità dell’Euro, almeno per noi, non rappresenta la panacea a tutti i mali di un’economia alla deriva. Nella situazione mondiale, certamente, è l’estremo oriente ad avere la meglio. La supervalutazione dell’Euro nei confronti del Dollaro non ci favorisce. Non a caso, le esportazioni languono e le importazioni appaiono superiori alla reale bisogna.

Necessita cercare di verificare le vere cause di quest’Italia del malessere incastonata in un’Europa che intende giocare un ruolo meno limitato a livello mondiale. Il solo fatto che l’Euro Zona continui ad ampliarsi, forse senza reali garanzie per i nuovi entrati, la dice lunga su una serie di speculazioni nelle quali la nostra economia si trova invischiata senza apprezzabili vantaggi. Almeno al presente. Dopo unici anni dal varo dell’Euro, le prime somme non ci rendono giustizia. Nonostante l’inflazione a due cifre, stavamo meglio, in senso lato, nel secolo scorso. Chi rimpiange la Lira non è più una sparuta minoranza e c’è chi guarda alla Gran Bretagna come al Paese di una diversa Europa non legata, a doppio filo, alla cordata degli Stati che hanno adottato l’Euro come moneta nazionale. Per noi, è impensabile tornare indietro. Il difficile, però, è tirare avanti con la dignità di uno Stato tra i fondatori dell’Europa Unita. Non a caso, paghiamo di tasca nostra gli errori per una conversione Lira/Euro che avrebbe dovuto essere meglio negoziata. Magari in tempi più lunghi.

 L’importante, ora, è evitare di confondere la crisi politica con quell’economica. Le due realtà nazionali, pur coesistendo, hanno matrici assai differenti. Come differenti dovrebbero essere le “cure” per salvare capra e cavoli. Non è più possibile, né auspicabile, tornare agli accordi economici di settore che non tengono conto della globalizzazione di una situazione che può avere un suo peso solo se ribaltata a livello internazionale. L’incertezza è figlia della sfiducia e quest’ultima trova le sue origini nelle pastoie politiche che continuano ad avere l’onore della cronaca. E’ il sistema che ha da cambiare. Come e quando lo stabilirà il Popolo italiano attraverso un voto politico responsabile e supportato da una legge elettorale che non consenta più giochi di prestigio in un Paese dove le illusioni già hanno occupato uno spazio che va ben oltre le più ottimistiche anticipazioni. Quando abbiamo cominciato ad analizzare il binomio politico ed economia, il motto che andava per la maggiore era: ” Chi non chiede niente non vale niente”.Ora, potrebbe avere ancora una sua ragion d’essere. Anche se siamo consci che le parole non andranno a mutare la nostra realtà. Ravvisiamo, però, che da noi la crisi d’instabilità da perniciosa s’è fatta cronica e la povertà anche.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

E' sempre allarme corruzione. Quell'alleanza rossonera pro Tsipras

 

I sei arresti e l'indagine su un ex senatore del Pd riaprono la questione della corruzione e degli intrecci della politica con la grande criminalità, e se ci si mette l'inchiesta su Mafia Capitale, si capisce che il problema è lontanissimo da una soluzione e rimane tra i principali del Paese. Se non il principale. La vicenda riguarda ancora una volta una cooperativa e gli intrecci i con la camorra per la metanizzazione di un territorio campano. Ma lo stesso torbido rapporto si è verificato anche a Milano per l'Expo, e naturalmente nel Mezzogiorno per quasi tutte le opere pubbliche. Il magistrato Cantone ieri ha chiesto che non ci si fermi nell'opera di risanamento del Paese: servono leggi ancora più efficaci e serve che si applichino quelle esistenti. Ma troppe volte i partiti, anche quelli che fanno parte della maggioranza, si oppongono all'inasprimento delle pene per i reati dei "colletti bianchi". Come si è visto con Mafia Capitale, il malaffare intrecciato alla politica inquina le istituzioni locali e nazionali e scava un solco sempre più profondo tra i cittadini e la politica lasciando campo libero agli estremisti e all'antipolitica di destra e di sinistra. Anti politica e anti partiti - di destra e di sinistra - che in questi giorni sono all'opera eccitati dalla vicenda greca. L'alleanza rosso-nera in partenza per Atene ne è l'emblema e la manifestazione più evidente. Pezzi di sinistra radicale (anche del Pd), grillini, lepenisti, con il tifo a favore di Brunetta che però è stato richiamato all'ordine da Berlusconi: tutti uniti con Syriza e I neonazisti di Alba dorata contro Merkel, Germania, Euro, e naturalmente contro Renzi. Un "carrozzone" come lo ha definito Pippo Civati (che non andrà) che rappresenta perfettamente la confusione e il retroterra culturale degli "antisistema". Per questo il referendum greco assume una importanza capitale. Non solo per il destino dei greci, ma anche per la politica italiana ed europea, sottoposta all'attacco massiccio dei lepenisti del vecchio continente. GIANLUCA LUZI LR 3

 

 

 

 

Paolo Gentiloni: “Il terrore si batte solo se uniti”

 

ROMA A- «Il terrorismo si combatte uniti. Anche tra le forze politiche e lavorando con chi rappresenta oltre 1 milione e 200 mila musulmani italiani che hanno tutto l’interesse a isolare e sconfiggere le esigue minoranze fondamentaliste fiancheggiatrici del terrorismo». Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, analizza l’offensiva globale del terrore dalla Tunisia alla Somalia, dal Kuwait alla Francia, mentre si prepara a partire per Gerusalemme. Gli incontri domani con i palestinesi e martedì con gli israeliani «permetteranno – dice - di valutare le possibilità di ripresa d’un processo di pace. Se qualcuno considera oggi meno centrale il conflitto israelo-palestinese, commette un errore. Basti pensare al rischio che la mancanza di ripresa del negoziato consenta al fondamentalismo islamico d’impadronirsi della causa palestinese. Sarebbe un disastro».

Gli attentati in Francia mostrano lacune nell’antiterrorismo. Gli attentatori avevano precedenti ma non sono stati controllati. In Italia siamo più bravi, più fortunati, o non siamo un target?

«Il rischio riguarda tutti, non solo la Francia. Più che farci illusioni o fare i primi della classe, conviene moltiplicare gli sforzi per la sicurezza, confidando nella professionalità delle nostre forze dell’ordine e di intelligence.»

C’è il rischio di infiltrazioni terroristiche sui barconi di migranti?

«Non può essere escluso in teoria, anche se per ora non abbiamo avuto segnalazioni specifiche. Il numero degli arrivi è molto alto, non superiore però a quello del 2014. Il flusso migratorio non scomparirà, va gestito e regolato. Il gioco dell’allarmismo non fa bene al Paese.»

L’Europa non ci sta aiutando. Le quote sono naufragate. Che fare?

«Ci aspettiamo che l’Europa dia un contributo all’altezza della sua civiltà. Il balletto di aggettivi sulla ricollocazione dei migranti fra obbligatorio, volontario, vincolante e consensuale, non mi pare adeguato ai tempi. La decisione di condividere in 18 mesi l’accoglienza di 40mila richiedenti asilo arrivati in Italia e Grecia sarebbe un passo limitato, ma ad alto valore politico. Non fare neppure questo significherebbe negare qualsiasi ruolo all’Europa. L’Italia si sta battendo per evitarlo.»

Nel frattempo l’Isis attacca. In un giorno, attentati in 4 Paesi e un centinaio di morti…

«Non credo alla tesi di un comando unificato delle operazioni terroristiche, una centrale operativa che abbia ordinato un attacco coordinato. La nostra risposta dev’essere comunque all’altezza di una sfida globale».

Rafforzare sul terreno la coalizione anti-Isis?

«La coalizione può essere rafforzata. Non sono mancati i risultati: l’attacco di Daesh (Isis, ndr) a Kobane non è riuscito. Mi auguro che nelle prossime settimane sia possibile la ripresa di Ramadi, in Iraq. Nell’insieme, Daesh controlla meno territorio dello scorso autunno. L’Italia sta aiutando chi combatte sul terreno. Siamo la nazione leader nell’addestramento dei curdi a Erbil, in Iraq. Possiamo aiutare i curdi anche in Siria, a partire dal piano umanitario. Se vediamo la sfida nella sua globalità, non meno decisivi sono altri due fattori. Primo: scongiurare il sovrapporsi di due conflitti e due parallele minacce terroristiche, quella intra-sunnita di Daesh contro i governi e la stragrande maggioranza delle comunità sunnite, e quella tra sciiti e sunniti. Da questo punto di vista, è molto pericolosa la strage nella moschea di Kuwait City».

Il secondo fattore?

«La partita interna al mondo islamico tra Daesh e i governi arabi e i regimi islamici. Decisiva è la tenuta di un Paese in prima linea come la Tunisia. Dobbiamo avere gli occhi puntati sul Mediterraneo, uno sguardo che vuol dire aiutare i paesi in maggiore difficoltà, evitando che alle quattro aree di crisi in Iraq, Siria, Libia e Yemen se ne aggiungano altre. Il Mediterraneo per l’Italia non è solo storia e cultura, ma con Europa e Stati Uniti è una delle tre aree di scambio economico principali per noi. Noi siamo il quarto partner commerciale dei Paesi mediterranei dopo Stati Uniti, Germania e Cina, con un interscambio che si avvicina ai 50 miliardi ed è largamente in attivo».

La strage di Sousse è un colpo mortale per il turismo?

«l turismo tunisino nell’immediato subirà un colpo inevitabile. A maggior ragione deve valere il nostro sostegno, politico ed economico. La Tunisia è l’unico Paese che col suo pluralismo politico ha mantenuto le promesse della primavera araba, e il più bersagliato dalla minaccia fondamentalista. Minaccia a cui ha sempre reagito con decisione, prima con la messa fuori legge di Ansar al Sharia Tunisia, ora con la decisione senza precedenti del presidente Essebsi di chiudere alcune moschee ritenute luoghi di propaganda del terrorismo. Non tocca certo a noi giudicare le decisioni di Tunisi, ma dico forte e chiaro che l’Italia è al fianco della coraggiosa determinazione del presidente Essebsi contro il fondamentalismo. E non solo a parole.»

E come, in concreto?

«Dopo l’attentato al museo del Bardo, l’Italia ha deciso una parziale cancellazione del debito e avviato in tandem con la Francia progetti di cooperazione con le regioni tunisine, specie dell’interno. L’impegno va accelerato, e vanno conclusi alcuni grandi progetti come il cavo di collegamento tra Tunisia e Sicilia progettato da Terna e dalla società elettrica tunisina. E non solo. Dobbiamo aiutare altri Paesi esposti, come Giordania e Libano: il primo, oggetto di un attacco feroce da parte di Daesh quando fu bruciato vivo uno dei piloti della coalizione, entrambi poi soggetti a una pressione migratoria enorme in conseguenza della crisi siriana.»

Altro buco nero è la Libia. A che punto siamo con la risoluzione delle Nazioni Unite che dovrebbe autorizzare azioni mirate nei porti libici contro gli scafisti?

«C’è un atteggiamento positivo dei Paesi Europei e degli Stati Uniti, e uno costruttivo che ho verificato personalmente con i ministri degli Esteri e gli ambasciatori all’Onu di Russia e Cina. Il passaggio necessario resta però una richiesta da parte delle autorità libiche, collegato al processo negoziale in corso in Marocco. Se si arriva a un governo unitario, sarà più facile che vi sia una richiesta. Altrimenti, lavoreremo comunque per averla.»

Italia ed Europa affrontano non solo l’Isis, ma anche il durissimo negoziato sul debito greco. L’annuncio di Tsipras del referendum significa rottura?

«Interrompere i negoziati e indire un referendum è stato un grave azzardo di Tsipras. Incomprensibile, spero non irreparabile.»

Altra spina nel fianco, la vicenda dei marò che si trascina da quasi tre anni e mezzo. L’Italia ha imboccato la strada dell’arbitrato internazionale. Si può sperare, in attesa del verdetto, che Salvatore Girone rientri in Italia?

«L’intenzione di ricorrere all’arbitrato internazionale prevede come primo passaggio significativo la richiesta di misure provvisorie che noi faremo attorno a metà luglio, tecnicamente 15 giorni dopo la notifica. A quel punto si pronuncerà il tribunale, nel giro di alcune settimane. Chiederemo la permanenza di Massimiliano Latorre in Italia, e il rientro di Girone dall’India. La decisione su questa richiesta sarà la prima scelta importante che farà il tribunale.»

Marco Ventura, IM 28

 

 

 

 

 

L’Unità torna in edicola con l’enciclica del Papa a puntate

 

Il giornale pubblicherà le quasi duecento pagine del documento ecologista del Pontefice – di GIACOMO GALEAZZI

 

Da Gramsci e Togliatti a papa Francesco. Domani, in veste totalmente rinnovata anche graficamente, torna in edicola L’Unità. Nuovo assetto societario e uscita in 250 mila copie, ma soprattutto una novità che chiude per sempre l’epoca dei fronti contrapposti.  

 

Se nei romanzi di Giovanni Guareschi il sindaco comunista Peppone brandiva il giornale rosso contro il parroco Don Camillo, adesso il nuovo direttore Erasmo D’Angelis, giornalista con un passato in Rai e al Manifesto, annuncia che «inizieremo a pubblicare a puntate l’enciclica di Papa Francesco, che sta scuotendo le coscienze nel mondo: la commenterà il cardinale Peter Turkson, che ha curato il testo». Insomma sono lontani i tempi nei quali alla “buona stampa” cattolica si contrapponeva fieramente il quotidiano del Pci.  

 

Adesso, al contrario, l’Unità pubblicherà le quasi duecento pagine del documento ecologista del Pontefice e le farà commentare dal presidente del Pontificio Consiglio “giustizia e Pace”. Come dire, più ufficiale di Osservatore Romano e Avvenire. “È il concetto di ecologia integrale, il cuore dell’enciclica Laudato si”, spiega il porporato africano che per ammissione dello stesso Pontefice ha scritto la prima stesura del documento. Del resto è stato lui davanti ai giornalisti di tutto il mondo, oltre 300, durante la cerimonia in Vaticano di presentazione del testo. L’enciclica papale, la seconda dopo la Lumen fidei, scritta a quattro mani con Benedetto XVI, è il secondo documento bergogliano dopo l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - 192 pagine, sei capitoli, due preghiere finali) è uscita i in sei lingua (italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, polacco, arabo).  

 

Durante la conferenza stampa, Turkson, partendo dal concetto centrale, cioè un “paradigma in grado di articolare le relazioni fondamentali della persona con Dio, con se stessa, con gli altri esseri umani, con il creato”, ha spiegato che cosa significa “ecologia integrale” e come viene declinata nelle diverse parti dell’enciclica. In pratica si tratta di una visione nuova, (“La convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso”) che “ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita”. Ecco perché è in questa cornice che vanno collocati i diversi temi trattati da documento. Ad esempio, ha sottolineato il cardinale, “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita”. L’invito, infine, “a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso”.  

 

Il porporato ha anche parlato dell’atteggiamento complessivo dell’enciclica: “Papa Francesco riconosce che nel mondo si va diffondendo la sensibilità per l’ambiente e la preoccupazione per i danni che esso sta subendo. Tuttavia mantiene uno sguardo di fiduciosa speranza sulla possibilità di invertire la rotta”. Per questo, ha aggiunto, “egli fa suo il lamento del pianeta, maltrattato e saccheggiato”, i cui gemiti “si uniscono a quelli di tutti i poveri e tutti gli scartati del mondo, che il Papa invita ad ascoltare”. Il presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, rispondendo alle domande dei giornalisti ha poi detto che questa enciclica va nella linea dell’Humanae vitae, per quanto riguarda il no alla contraccezione, e ha usato una battuta di fronte all’obiezione dei ceti politici conservatori degli Usa, secondo cui, non essendo Francesco uno scienziato non dovrebbe parlare di cose scientifiche. “Neanche quei politici lo sono – ha fatto notare -. E dunque anche a loro dovrebbe essere impedito di parlarne”.  LS 29

 

 

 

 

Palermo arabo-normanna patrimonio mondiale dell'umanità

 

"Questo riconoscimento è un motivo d'orgoglio ed è una grande gioia per Palermo e i palermitani, ma anche per tutti i siciliani. L'inserimento dell'itinerario arabo normanno, nell'elenco dei siti Unesco che sono considerati patrimonio mondiale dell'umanità, con ben sette monumenti su nove a Palermo, è la conferma internazionale della bellezza e grandezza culturale, artistica e storica di questa città, patrimonio di tutti e di ciascuno e sarà certamente volano di sviluppo turistico e nuova economia per Palermo e per tutta la Sicilia".

 

È quanto afferma il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, presidente del Comitato di pilotaggio del sito "Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale" e capo della delegazione italiana presente a Bonn, appena appresa la notizia dell'inserimento del sito nella World Heritage List dell'Unesco.

 

"Esprimo la mia soddisfazione, a nome dell'intera Amministrazione comunale, che ha lavorato alacremente e per diversi mesi per raggiungere questo prezioso risultato - ha aggiunto il primo cittadino -. Continueremo ad impegnarci per proteggere e custodire questo patrimonio, affinché possa essere tramandato intatto alle generazioni future. Questo riconoscimento, se è possibile, è ancora più significativo e importante, proprio in un momento in cui il fondamentalismo islamico compie stragi e vorrebbe portarci ad uno scontro di civiltà, perché ci ricorda che culture e religioni diverse, come quella araba, normanna e bizantina, possono convivere insieme, influenzandosi e contaminandosi reciprocamente, così come accadeva nel passato, e così come accade oggi a Palermo, città della pace e del dialogo fra i popoli e dove lo scorso marzo abbiamo firmato la Carta di Palermo, al termine del convegno internazionale 'Io sono persona, dalla migrazione come sofferenza alla mobilità come diritto'. Le istituzioni comunitarie riflettano sul profondo messaggio che scaturisce da questa scelta dell'Unesco".

 

"È un riconoscimento alla storia e all'arte dell'isola, che può rappresentare una grande opportunità per le eccellenze produttive del territorio - afferma Aurelio Angelini, direttore dell'Unesco Sicilia - ma è anche il riconoscimento a un modello antesignano di convivenza tra popoli e religioni diverse. La Sicilia è sempre stata una terra che ha aperto le braccia allo straniero, al contrario di quei paesi che, oggi, si scontrano sulle quote di accoglienza e preferiscono ergere muri e steccati a chi fugge dalla guerra, dalla fame e dai disastri ambientali".

 

L'itinerario arabo-normanno, che ha avuto il riconoscimento Unesco, è costituito da nove monumenti, di cui sette solo a Palermo, come il Palazzo Reale con la cappella Palatina, la chiesa di San Giovanni degli Eremiti e quella di Santa Maria dell'Ammiraglio (nota come chiesa della Martorana), la chiesa di San Cataldo, la cattedrale di Palermo, il palazzo della Zisa, ponte dell'Ammiraglio. Gli ultimi due sono le cattedrali, con i rispettivi chiostri, di Cefalù e Monreale.

 

Fanno parte del Comitato di pilotaggio, che martedì si riunirà a Palermo per affrontare le tematiche legate al piano di gestione dei siti, i Comuni di Palermo, Monreale e Cefalù, l'Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell'Identità siciliana, la Fondazione Patrimonio Unesco Sicilia, la Fondazione Sicilia, la Fondazione Federico II, l'Assemblea regionale siciliana, il Ministero dei Beni e delle attività culturali del turismo, il Ministero dell'Interno fondo edifici di culto - prefettura di Palermo, le Arcidiocesi di Palermo, Monreale e Cefalù, l'Eparchia di Piana degli Albanesi.  Antonella Di Maggio, de.it.press 3

 

 

 

 

Dibattito: la "libertà di panorama" dovrebbe essere introdotta ovunque in Europa?

 

I cittadini europei dovrebbero avere il diritto di scattare foto di edifici pubblici e condividerle liberamente? E come proteggere i diritti d'autore? La cosiddetta "libertà di panorama" esiste già in alcuni Stati membri, ma gli europarlamentari stanno considerando se questa debba essere applicata ovunque. Abbiamo chiesto a due parlamentari di opinioni differenti perché sarebbe una buona o una cattiva idea.

 

Julia Reda, eurodeputata tedesca del gruppo Verdi/ALE, ha redatto un rapporto sulla proposta della Commissione per l'aggiornamento delle regole in materia di copyright. Secondo l'onorevole Reda: "Ci sono poche forze al mondo quale il desiderio delle persone di esprimere e condividere le proprie esperienze e pensieri attraverso la scrittura, le immagini o la musica".

 

"La libertà di panorama offre la possibilità di creare una vera e propria sfera pubblica che va a beneficio di tutti. Per essere accettati e per funzionare i copyright non devono solo proteggere delle opere, devono saper creare uno spazio artistico all'interno del quale gli europei possano esprimersi", ha aggiunto.

 

Di parere opposto il liberale Jean-Maria Cavada. L'eurodeputato francese ha infatti proposto un emendamento che prevede l'autorizzazione del titolare dei diritti d'autore per la riproduzione commerciale degli edifici pubblici.

 

"L'utilizzazione commerciale della riproduzione di opere d'arte che si trovano nello spazio pubblico va spesso a detrimento degli artisti, ma anche degli utilizzatori. Per questo motivo bisogna lasciare agli Stati membri la libertà di scegliere in base ai loro particolarismi culturali se attuare o no la libertà di panorama", ha dichiarato Cavada.

 

Per ora il suo emendamento è stato adottato dalla commissione per gli Affari giuridici, ma gli eurodeputati devono ancora esprimersi sulla questione durante la Plenaria della prossima settimana. Pe 2

 

 

 

 

Stati Generali Associazionismo Italiani nel mondo. Gli interventi di parlamentari presenti all'apertura dei lavori

 

Condivisione delle finalità dell'assemblea e disponibilità all'ascolto espresse dai deputati democratici Fabio Porta (ripartizione America meridionale), Gianni Farina (ripartizione Europa) e Marco Fedi (ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide)

 

ROMA – Nel corso della prima mattinata di lavori degli Stati generali dell'associazionismo degli italiani nel mondo sono intervenuti anche i deputati democratici Fabio Porta (ripartizione America meridionale), Gianni Farina (ripartizione Europa) e Marco Fedi (ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide).

Intervenuto per salutare i presenti, Fabio Porta, presidente del Comitato per gli italiani all'estero e la promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati, ha richiamato la sua esperienza nell'associazionismo e l'importanza di tale realtà per la politica e per la sua credibilità in particolare. “Forse non siamo stati in grado di collegare meglio la nostra attività a questo tessuto sociale tanto importante – ha detto, segnalando come l'assemblea oggi avviata sia già “un successo, raggiunto in un momento di grande difficoltà grazie alla vostra tenacia”. Richiamato il censimento delle associazioni di italiani all'estero recentemente avviato dal Maeci, e quello svolto in parallelo da alcune Regioni, iniziative che suggeriscono la ricchezza di questo mondo ma anche la sua complessità – complessità che suggerirebbe, fa notare Porta, l'opportunità di una preliminare consultazione sulla materia anche con i parlamentari eletti all'estero, e di non applicare a questo tipo di indagini criteri troppo stringenti, come il numero di componenti con passaporto italiano. “In realtà molto importanti, come il Sud America, l'associazionismo di cittadini italiani è solo una parte, forse la più ridotta – segnala, - del mondo associativo legato all'Italia e alla sua emigrazione. Noi e l'associazionismo italiano nel mondo dobbiamo essere rappresentanti di tutti, italiani e italici, dunque non solo di coloro che hanno passaporto italiano”.

“Le Regioni, che spesso mantengono forte il legame con le loro associazioni diffuse all'estero, e i patronati – prosegue il parlamentare - hanno costituito presidi insostituibili e ancora più indispensabili in questi anni che hanno visto la chiusura di sedi consolari, la mancanza di punti di riferimento certi e altre decisioni insensate come il ripetuto rinvio delle elezioni dei Comites”. Per Porta è dunque opportuno fare un'analisi di come si è trasformato il mondo associativo degli italiani all'estero “anche per offrire una base certa alla riforma del terzo settore che dovrà essere tradotta in operatività con la legge delega, con norme – aggiunge - che dovranno valorizzare e riconoscere la presenza dell'associazionismo italiano all'estero per questioni di rappresentanza ma anche per dare sostanza ad altre importanti iniziative, come l'internazionalizzazione del nostro Paese”. “Se è vero che le associazioni hanno finalità molto diverse da quelle commerciali, senza il loro supporto la presenza di Italia nel mondo e il rafforzamento dell'internazionalizzazione dell'Italia nel mondo sarebbe in qualche modo mutilata – afferma l'esponente democratico, aggiungendo poi l'opportunità di considerare anche gli aspetti positivi dell'autocritica e del processo in atto in questa realtà da qualche anno, un processo di ripensamento e riorganizzazione che ha rafforzato anche le esperienze positive. Sollecitato ancora una volta il dialogo con la nuova emigrazione e l'apertura agli strumenti di connessione più facilmente adottati da quest'ultima. Sul tema della rappresentanza, infine, il parlamentare condivide la preoccupazione espressa e l'analisi relativa alla bassa partecipazione al voto dei Comites, a suo avviso determinata dal susseguirsi dei rinvii del voto e al poco tempo e risorse associati al meccanismo dell'opzione, “meccanismo che è deleterio e può diventare pericoloso senza un'adeguata organizzazione e questo è il tema centrale su cui riflettere da oggi – conclude.

Gianni Farina definisce l'assemblea “un coraggioso tentativo di uscire da una situazione drammatica e dare nuovo slancio ad una storia che è dentro ciascuno di noi”. Segnala di condividere i contenuti della relazione del Comitato organizzatore e mostra di essere amareggiato per “la cecità della classe politica romana che non approfitta di una risorsa come la nostra emigrazione per superare i problemi di accoglienza e integrazione che oggi si pongono al nostro Paese”. Per Farina la “crisi profonda dell'associazionismo italiano nel mondo” si è espressa in ultimo nel dato della partecipazione al voto per i Comites, un dato che ritiene comunque debba essere ridimensionato considerando la percentuale di partecipazione alle elezioni politiche che è indice anche – in positivo - dell'avvenuta integrazione delle collettività nei Paesi di accoglienza. Critica inoltre il meccanismo dell'opzione, “inventato per far fallire l'interlocuzione con le nostre collettività”, vista la mancanza di informazione necessaria a garantire le condizioni per il suo successo. In ogni caso, ora che “il disastro c'è stato dobbiamo arricchire i Comites e valorizzarli il più possibile – aggiunge Farina, mentre segnala di non condividere la nuova suddivisione geografica dei consiglieri del Cgie, che vorrebbe fosse ripristinato come prima. “Nutrivo altre speranze nella nostra esperienza di parlamentari eletti all'estero, che oggi sono fallite. Abbiamo trovato colleghi sordi e muti, ma soprattutto non abbiamo saputo restare uniti e questa è la prospettiva che dobbiamo recuperare, quella dell'unità – conclude Farina.

Marco Fedi sottolinea invece come parlamentari e associazionismo abbiano ruoli e rispondano ad ambiti e istanze diverse, pur rilevando la necessità che esista tra loro dialogo e comunicazione. “Le associazioni radicate sul territorio, che tutelano diritti e interessi dei connazionali, stabiliscono rapporti proficui con le istituzioni dei Paesi in cui vivono, non hanno bisogno dell'assistenza dello Stato italiano, ma l'interlocuzione è necessaria e importante – rileva. Riconosce che i parlamentari eletti all'estero avrebbero probabilmente potuto fare di più ma ricorda anche le molte proposte formulate suggerendo questioni più volte richiamate, anche nel corso della mattinata - come l'insegnamento della storia dell'emigrazione italiane nelle scuole o l'osservatorio delle nuove mobilità, – per affrontare in modo innovativo le sfide delle migrazioni. Riconosce anche la necessità di procedere con una riforma di Comites e Cgie ma ritiene la proposta di riforma avanzata nella scorsa legislatura “largamente insufficiente”; tuttavia ribadisce come l'esito dell'ultimo rinnovo non sia imputabile all'inattività dei parlamentari eletti all'estero. “Seguirò queste giornate di lavoro e sono disponibile all'ascolto per costruire l'alternativa verso il futuro, possiamo farlo insieme- conclude Fedi, - ciascuno nel proprio ruolo”. (V. P. – Inform 3)

 

 

 

 

 

Il doppio-senso, ovverossia un errore di segmentazione

 

Quando mi scrivono, mi dicono: “Caro Luigi” oppure “Caro professore”.

Caro? Ma quando mai !? A meno che non intendano dire che “costo parecchio”.

Ma voi veramente pensate che la parola “caro” significhi ancora qualcosa, oggi, quando viene usata in apertura di uno scritto, o quando si parla con qualcuno?

O non è piuttosto una formula convenzionale per richiamare (o ingraziarsi) l’attenzione del destinatario prima di attivare una conversazione? Come quando, generalmente, diciamo: “Senti!”

Se è così, essa serve per aprire una comunicazione, o meglio, per stabilire in qualche modo il contatto prima di iniziarla. Rientra, perciò, in quella che si chiama “funzione fàtica della lingua”, secondo la classificazione di Roman Jakobson. Aprire e mantenere aperto il contatto.

Si tratta perciò di una convenzione. Appunto!

Non è escluso tuttavia che essa venga usata – ma in quanti casi? – con la sua più naturale connotazione affettiva; nelle comunicazioni confidenziali, tra chi veramente si vuole bene.

Ho conosciuto una persona che probabilmente aveva le stesse mie perplessità nell’accettare l’appellativo di “caro”, quando la apostrofavano. Ma non ne faceva un problema.

Semplicemente ad ogni “caro” rivoltogli, lui rispondeva con garbo, in maniera calcolata e diretta, quasi con “affettato” affetto:  “Pur caro! Per  me  tu sei  purcàro!”. [Purcaro , nella lingua napoletana è la forma corrispondente all’italiano porcaio. L’equivoco – o il doppio-senso – sta  nell’errore di segmentazione]. 

 

Ma allora che cos’è un errore di segmentazione?

Consideriamo un’espressione linguistica, un pezzo di comunicazione, un testo letterario; o come meglio volete chiamarlo? Noi, parlanti di una data lingua, la sperimentiamo essenzialmente come “suono”, in quanto essa viene prodotta dall’apparato di fonazione umana, o riprodotta da strumenti tecnologici in grado di ripetere voce, musica, rumori e suoni; quindi anche la parlata umana. Noi stessi, parlanti competenti (capaci cioè – secondo la sistemazione teorica che di questi fenomeni ci dà Noam Chomsky – di utilizzare nell’uso della lingua le due parti della grammatica che vanno sotto il nome di morfologia e sintassi) siamo in grado di “inventarla” (crearla in maniera originale) e di “esprimerla” (produrla in un contesto comunicativo). Ebbene quella espressione, prima di formularla e portarla all’esterno, il parlante la pensa. Ma – attenzione! – la pensa sempre in forma di “parole”. Cioè immaginando le parole col loro suono e il loro significato.

Una volta definito, questo nostro testo, sia esso nuovo o già esistente nella memoria o nella letteratura, possiamo anche fissarlo nella scrittura, attraverso dei segni grafici che tutti conosciamo. Almeno quelle persone che sanno leggere e scrivere.

Se adesso riflettiamo solo un attimo, ci rendiamo conto che la nostra espressione, nell’atto della sua produzione o riproduzione fonica, appare come una stringa continua di suoni Solo chi conosce quella data lingua (ne è competente, secondo Chomsky) riesce a distinguere, una per una, tutte le parole di quel testo linguistico. Se no essa continua ad essere una serie ininterrotta di suoni continui. Questa è la segmentazione: la capacità di riconoscere tutte le parole all’interno di una stringa continua (qual è in effetti il nostro modo di parlare). Diversa è la scrittura, in cui le parole appaiono opportunamente segmentate.

 

Forse, all’origine, anche la scrittura dovette apparire non-segmentata.

Quella stessa persona che a chi lo chiamava “caro”, rispondeva col “pur-caro”, insegnante di latino della nostra giovinezza, quando il latino si insegnava già a partire dalla scuola media, senza tanti preamboli ci metteva di fronte ai problemi della lingua creandoci delle situazioni reali. Per esempio, nel caso specifico, per farci capire che cosa fosse la segmentazione, ci chiedeva di tradurgli la seguente frase, (detta a voce): “Lustramilescarpe!”. La quale nella nostra mente si presentava (segmentata) così: “Lùstrami le scarpe !”. Ma, dato il nostro modesto livello di conoscenza della lingua latina, eravamo costretti a rispondergli che non eravamo in grado di tradurre in latino questa espressione italiana. La risposta – scontata! – evidentemente era attesa dall’insegnante, il quale ci richiamava ad una maggiore attenzione col dirci che la frase era un’espressione latina, e pertanto gliela dovevamo tradurre in lingua italiana. Ma come? Allora si verificava lo scompiglio nella classe; finché il buonuomo non ci scriveva, in maniera corretta, cioè opportunamente segmentata, la  frase sulla lavagna: “Lustra, miles, carpe”.

Vi ricordate l’oraziano “Carpe diem !” ? Ebbene le due frasi si corrispondono; e questa volta, al soldato (miles: vocativo) si dava la raccomandazione di “afferrare” (carpe! … imperativo ) i periodi di ferma militare (lustra, [i periodi di 5 anni corrispondente alla ferma di leva]).

In altre parole, il senso della frase nella sua corretta segmentazione era questo: “O soldato, affronta con serenità e con coraggio la ferma militare, i lustri.

 

Voglio concludere con una postilla per aggiungere una ulteriore informazione scientifica. La segmentazione del testo orale, che si rende evidente nella scrittura, è la riprova che anche nella ideazione delle argomentazioni pensate con la mente avviene mediante le singole parole, per cui possiamo dire tranquillamente che del codice-lingua “la parola è “unità” di segno. Cioè è l’elemento unitario portatore di un significato circoscritto. Di questo se ne occupa la semantica.

Luigi Casale

 

 

 

 

 

I migranti

 

Siamo presenti nel settore dell’informazione per i Connazionali all’estero dal gennaio del 1960. Oltre mezzo secolo di volontariato giornalistico è un periodo di tutto rispetto per considerare le fisiologiche difficoltà correlate ai cambi generazionali degli italiani che vivono oltre confine. Con non poche difficoltà, abbiamo cercato, in questi anni, di tener debito conto anche della posizione di chi, italiano per cittadinanza, è nato e sempre vissuto oltre confine. Una presa di coscienza che abbiamo accettato per mantenere la validità di questo nostro mezzo di comunicazione. La stampa italiana all’estero ha sempre cercato d’interpretare la vita della nostra numerosa Comunità nel mondo.

Siamo stati testimoni dei cambiamenti che si sono succeduti. Abbiamo assistito al progressivo calo della prima Generazione di Migranti, abbiamo salutato la nascita della seconda, terza e quarta.  Quest’ultima tutta nata all’estero; tranne che per cittadinanza. Essa, ora, rappresenta la vera protagonista delle nostre Comunità. E’ costituita da trentenni che hanno completato il loro ciclo formativo secondo le tradizioni del Paese ospite e sempre meno in linea con quelle italiane. In quest’ultimo decennio, la nostra Comunità sta vivendo una fase di complessa evoluzione. Soprattutto quella di quarta Generazione. Abbiamo rilevato, ma senza troppa meraviglia, che sta spegnendosi sempre più un certo modo di vivere all’italiana. La realtà che maggiormente interessa è quella del Paese di residenza ed il senso d’unità d’intenti è sempre più proteso verso questo ultimo.

Soprattutto, è venuto meno lo spirito di militanza ed appartenenza che ancora era eminente nelle precedenti tre Generazioni. La quarta preferisce essere spettatrice piuttosto che protagonista degli eventi che si succedono in Italia. “Sfumando”, anche, la nozione di Patria. Tutta la stampa diretta agli italiani all’estero ha risentito di quest’innegabile realtà. Se, infatti, s’osserva il panorama dell’informazione diretta alle Comunità nazionali oltre confine, lo “scollamento” è più che evidente. Anche per noi resta più difficile fare informazione di militanza. Così, da tempo, ci siamo adeguati alle nuove esigenze anche tramite una sorta di ridimensionamento interpretativo. Almeno, ci abbiamo provato.

 Del resto, quest’ultima Generazione ha adottato differenti vie d’informazione e nuove opinioni sui problemi di una “Patria” sempre più formale e lontana dalle reali aspirazioni. Allora, ci siamo anche chiesti se avesse ancora senso un’informazione di ritorno per la nostra Comunità nel mondo in generale. Nonostante le apparenze contrarie, riteniamo di si. Purché si torni a privilegiare la pluralità informativa. La realtà del Paese ospite, e la conseguente volontà d’integrazione, non hanno da essere trascurata. Ci mancherebbe altro. Essa può coesistere, però, con le prospettive di quell’italianità che dovrebbe andare oltre le Generazioni e nella quale ci siamo, da sempre, identificati.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Grexit, Padoan rassicura gli italiani. M5S, Lega e Forza Italia tifano Tsipras

 

Mentre il premier greco Alexis Tsipras va in televisione citando Roosevelt, "non c'è niente di cui aver paura se non la paura stessa", e chiedendo ai cittadini di dire no all'accordo con l'Europa al referendum di domenica prossima, la parola d'ordine che parte da Palazzo Chigi è: rassicurare. Per questo, Matteo Renzi manda al Tg1 Pier Carlo Padoan: "Se ci saranno shock sul mercato finanziario, cosa da non escludere  -  dice il ministro dell'Economia - questi shock saranno limitati e, in ogni caso, la Bce dispone di strumenti potentissimi per contrastarli". Ma "i fondamentali dell'economia italiana, sia in termini di crescita sia di finanza pubblica, sono molto più solidi". L'uscita della Grecia dall'euro è da scongiurare  -  dice in pratica Padoan  -  ma l'Italia è in grado di reggere l'urto. In più, accusa Tsipras di aver abbandonato unilateralmente il tavolo dell'Unione. E difende implicitamente la banca centrale guidata da Mario Draghi che, secondo il governo di Atene, sarebbe la causa della chiusura della borsa e delle banche di domani in Grecia.

Per Tsipras, nel nostro Paese, tifa un inedito fronte fatto di estrema sinistra, Movimento 5 Stelle, Lega e Fratelli d'Italia. Ma la situazione preoccupa ben al di là dei confini europei, tanto che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiamato Angela Merkel augurandosi che si arrivi a una soluzione che consenta alla Grecia "riforme e crescita all'interno dell'eurozona".

Di grossi problemi, però, il governo ne ha anche in casa. In Campania  -  dopo la sospensione del presidente Vincenzo De Luca per effetto della legge Severino  -  è slittata la seduta del consiglio regionale che avrebbe dovuto svolgersi domani. La regione resta senza una giunta e senza un governo, mentre le opposizioni raccolgono le firme per chiedere le dimissioni del neopresidente. ANNALISA CUZZOCREA,  LR 29  

 

 

 

Orvieto “Letteratura italiana nel mondo: nuove prospettive”

 

Termina oggi la tre giorni di riflessione organizzata dal Brooklyn College della City University e dalla Fordham University di New York.

L'apertura sabato 27 giugno con gli interventi di Peter Carravetta (Università di Stony Brook), Norberto Lombardi del Cgie su italofonia e strategie di promozione di lingua e cultura italiana nel mondo e Franca Sinopoli (Università Sapienza). Presentata in questa occasione l'antologia bilingue “Poets of the Italian Diaspora” curata da Giuseppe Perricone e Luigi Bonaffini

 

ORVIETO – Termina oggi ad Orvieto il convegno “Letteratura italiana nel mondo: nuove prospettive”, organizzato dal Brooklyn College della City University di New York e dalla Fordham University della Grande Mela e dedicato ai diversi aspetti della produzione letteraria della diaspora italiana all'estero.

In apertura, sabato 27 giugno, presso la Sala consiliare del Comune di Orvieto, anche i saluti del presidente del Consiglio comunale, Angelo Pettinacci e del sindaco della città, Giuseppe Germani, che hanno ribadito la vocazione internazionale e culturale della cittadina, vocazione – hanno rilevato - ben rappresentata da occasioni come questa tre giorni di riflessione cui partecipano tra i maggiori specialisti della letteratura di emigrazione, provenienti da diverse aree continentali e molteplici ambienti di studio. “Grazie per l'opportunità che date ad Orvieto, attraverso questo convegno, di vivere nel mondo – ha detto Germani, - proposito che la nostra amministrazione persegue coltivando costantemente i rapporti con altri Paesi”. Apprezzamento per l'apertura internazionale e l'accoglienza della città sono stati ribaditi dal moderatore della prima sessione di lavori, Paolo Valesio della Columbia University e da Giuseppe Perricone, della Fordham University, coordinatore dell'iniziativa insieme a Luigi Bonaffini, del Brooklyn College. Perricone e Bonaffini sono anche i curatori dell'antologia bilingue “Poets of the Italian Diaspora” presentata nella giornata di ieri, la raccolta più completa mai realizzata di espressioni poetiche in italiano in contesti di emigrazione.

Nella prima sessione di lavori anche l'intervento di Peter Carravetta dell'Università americana di Stony Brook, intitolato “Migrare necesse est” e che ha evidenziato come l'esperienza migratoria sia connaturata all'uomo. “L'uomo è da sempre homo viator e per questo dobbiamo andare oltre la nozione di radicamento. Siamo sempre soggetti in movimento, quello concreto, che indica lo spostamento da un luogo fisico ad un altro, ma anche quello astratto, del pensiero – ha affermato Carravetta, ricordando come si possa parlare oggi di 1 milione di soggetti migranti nel mondo, includendo anche coloro che si spostano all'interno di uno stesso Paese. Ha poi illustrato i diversi spostamenti di popoli nel corso della storia, segnalando come “l'identità esiste solo perchè esiste qualcuno che è differente da noi” e l'arbitrarietà dei percorsi con cui si ricostruisce il proprio passato, arbitrarietà che è alla base anche della costruzione degli Stati nazionali, che hanno innalzato confini e plasmato identità solo in questi ultimi secoli di storia. In questo modo egli suggerisce di andare oltre l'analisi semplicemente economica dei flussi migratori, perchè “il migrante è soggetto che ha coscienza, memoria e capacità di scegliere il proprio cammino”. Proprio la letteratura ci consente di comprendere queste dimensioni umane della migrazione, il rapporto di colui che si muove con la sua terra di origine, differente in base ai differenti contesti e circostanze in cui avviene la migrazione. Oltre alle dimensioni di sradicamento e spaesamento, la produzione letteraria ci consente di riflettere anche sulla “condizione umana al di là della frontiere e delle appartenenze culturali”- rileva Carravetta, - sulla “comune appartenenza alla terra e alla vita”.

“Italofonia nel mondo: radicamento, trasformazione, prospettive” il titolo dell'intervento di Norberto Lombardi del Comitato di presidenza del Consiglio generale degli italiani all'Estero, che ha evidenziato come un approccio non convenzionale sia necessario al “profondo cambiamento di fase che l’italofonia ha subito a livello mondiale”, “mutamento – rileva - che ha reso indifferibile una riorganizzazione, coerente con tale processo, del suo sistema di promozione e di organizzazione culturale e didattica”. Richiama poi alcuni dei canali attraverso cui è avvenuta “l'espansione della pratica e dello studio della nostra lingua nel mondo”: “la spinta delle diverse ondate emigratorie, che hanno reso l’Italia, dopo la Cina, il paese con il maggior numero di migranti reinsediati in altre aree del pianeta; il richiamo della cultura italiana di tradizione, che ha una particolare forza attrattiva in campi come la conoscenza della classicità, l’arte e la musica; l’apporto della Chiesa cattolica che ha favorito per lungo tempo, attraverso le funzioni religiose in italiano e la rete delle missioni all’estero, una legittimazione e una persistenza della nostra lingua a livello popolare; l’esperienza storica del colonialismo, i cui esiti sono stati ormai ridimensionati dal passare del tempo e contraddetti dai radicali mutamenti politico-culturali intervenuti in quelle realtà; la capacità espansiva del made in Italy che in breve tempo, soprattutto nei settori del design e del cibo, ha rafforzato le sue caratteristiche di modello culturale e di stile, imponendo universalmente anche un suo codice espressivo e identificativo”. A ciò si affianca “un sistema di sostegno e di promozione dell’italofonia che a sua volta si è strutturato nel tempo ed è il frutto di una prolungata sedimentazione di provvedimenti normativi, di misure organizzative e di esperienze costruite sul campo”, per una stima di “400/450.000 soggetti che hanno un contatto didattico con la lingua italiana, in strutture formative di diverso ordine e grado e a diversi livelli e qualità di apprendimento”. “Un complesso impianto di insegnamento, di natura pubblico-privata” che risente però della “forte riduzione della spesa pubblica, che sulle voci relative alla promozione della lingua e della cultura italiana all’estero ha inciso anche con percentuali superiori al 70% - segnala Lombardi, indicando quali altri elementi di criticità “una normativa vecchia e fuori dai tempi, concepita in termini sostanzialmente assistenziali verso gli emigrati e le loro famiglie in vista di un ritorno in Italia dopo una limitata presenza di lavoro all’estero” e la “disarticolazione e mancanza di coordinamento tra diverse azioni e soggetti, centrali e periferici” afferenti a questo impianto. Necessaria dunque “una riforma di sistema”, per far fronte ad un “sempre più serrato mercato globale delle lingue”, in cui – ricorda – strutture come il Goethe Institut, il Cervantes, l’Alliance Française, il British Council, sono ben più attrezzate di noi, e non solo finanziariamente, e perché la cultura oggi rappresenta un vero e proprio “asset strategico per il rilancio del Paese”, che deve “armonizzarsi con gli altri fattori di internazionalizzazione, quali, ad esempio, la valorizzazione dei beni culturali e ambientali, il turismo, la promozione commerciale, la cooperazione allo sviluppo, la collaborazione scientifica, ed altro ancora”. E non è solo compito degli addetti ai lavori, ma spetta alle classi dirigenti saper cogliere - dice Lombardi – l'opportunità della crisi per delineare tale nuova prospettiva.

Funzionale all'articolazione di tale rilancio della promozione della nostra lingua e cultura è in primo luogo l'individuazione dei soggetti cui essa è rivolta – i cosiddetti “italofoni praticanti e potenziali” - il cui “nucleo centrale può essere indicato nei 4,5 milioni di cittadini italiani residenti all’estero, distinguendo tuttavia coloro che sono partiti dall’Italia e hanno ripreso a partire da quelli che hanno recuperato la cittadinanza in base alle elastiche normative in vigore basate sullo jus sanguinis, che in genere – rileva Lombardi - hanno una dotazione linguistica molto limitata”. Altrettanti sono i “nuovi italofoni”, “gli stranieri insediati in Italia, la cui presenza nelle scuole di diverso grado ammonta ormai a circa 900.000 giovani”, cui si possono aggiungere “gli stranieri che avanzano una domanda linguistica di tipo professionale, essendo coinvolti in processi di decentramento produttivo” e “gli italodiscendenti, certamente l’area più vasta, dislocata in paesi di storica immigrazione, tra i quali vanno distinti coloro che sono lontani diverse generazioni dai primi emigrati, da considerare potenziali italofoni o italofoni di ritorno, da quelli che sono cresciuti in famiglie formatesi nel secondo dopoguerra, in possesso di una dotazione linguistica con forti connotazioni dialettali, indebolita per altro dall’uso corrente delle lingue locali”. Per le ultime generazioni si richiama inoltre “l'assidua frequentazione delle reti multimediali”, che consente di considerarli “terminali più aperti e diretti dell’offerta linguistica e culturale che circola in rete per iniziativa istituzionale e privata”. Infine, richiamati anche coloro che “sono attratti dall’Italia per la sua cultura e per la suggestione del modello di vita e di relazioni interpersonali degli italiani, che arrivano all’acquisizione della lingua per un processo di naturale simbiosi”. Si tratta quindi di “una platea variegata e segmentata” cui però l'offerta di cultura italiana deve guardare avendo “un indirizzo unitario” e proponendo “il volto di un’Italia moderna, dinamica e creativa, una cultura non solo del bello ma anche del nuovo”. Altro fattore da considerare è il protagonismo delle collettività, che non sono “semplici destinatarie di messaggi provenienti dall’Italia o al massimo oggetto di episodiche notazioni storiche e di costume”, ma “integrano le classi dirigenti dei loro paesi di residenza e sono protagonisti della vita culturale e civile di essi”. Lo sguardo che viene proposto deve quindi superare il “persistente vizio italocentrico e di unidirezionalità rispetto alle molteplici e spesso importanti espressioni culturali del cosiddetto mondo italico”, vizio che priva “la stessa società italiana di esperienze e impulsi di rinnovamento che possono venire da quelle realtà”. Un ragionamento che includerebbe quindi – come rilevato nel documento del gruppo di lavoro sull'italofonia formulato nel corso degli Stati generali della lingua italiana a Firenze - anche “la capacità di elaborare altre culture, di mettersi in relazione con altre lingue, di assimilare, trasformare e riproporre in italiano quello che altri elaborano e producono”.

Tali considerazioni fanno emergere implicazioni metodologiche utili ad un ripensamento della promozione dell'italiano all'estero, in base alle platee di riferimento: tra esse Lombardi cita l'integrazione dell'insegnamento dell'italiano nei sistemi formativi locali, l'assunzione di “metodologie e didattiche non assimilabili al canone dell’insegnamento di una lingua materna, ma propri di un insegnamento di una lingua straniera, anche quando ci si trovi a cospetto dei nuovi italofoni presenti nelle nostre scuole”, l'integrazione di percorsi formativi nello spazio europeo, l'avvio di un dialogo con i protagonisti delle “nuove mobilità” che “si orientano tendenzialmente verso permanenze di lunga durata o definitive sulla necessità di non disperdere, soprattutto per le successive generazioni, un patrimonio culturale e linguistico che ha comunque una notevole valenza in un’ottica interculturale”. Ulteriore tema di approfondimento anche “il ricorso a internet e alle risorse ad esso collegate”.

Tra le esigenze primarie della riforma di sistema da più parti sollecitata Lombardi richiama “quella di un maggior livello di coordinamento, finalizzato ad aumentare l’efficacia e la qualità degli interventi, evitando sovrapposizioni e dispersione di risorse” e “il superamento di un anacronistico centralismo che stride acutamente con il carattere poliedrico delle situazioni esistenti all’estero e non trova alcun riscontro nelle esperienze fatte dai nostri partner europei, fortemente impegnati nella competizione linguistica”. “I prossimi mesi – conclude Lombardi - saranno importanti per avere qualche risposta su queste questioni poiché nella riforma della scuola proposta dal Governo e all’attenzione del Parlamento vi è anche una delega all’esecutivo per la riorganizzazione del sistema scolastico e formativo operante all’estero”.

Si è soffermata invece su “La prospettiva transnazionale nello studio della letteratura italiana contemporanea: diaspore, canoni, storiografia” Franca Sinopoli, dell'Università Sapienza di Roma, che ha evidenziato come “il rapporto Italia-mondo, ossia la dimensione transnazionale della letteratura italiana” rappresenti “il recupero di un territorio che era prima considerato ai margini” da parte del mondo accademico. Un ambito in cui si delineano “appartenenze multiple a diversi contesti socio-culturali” che determinano un cambio di prospettiva rispetto a ciò che è stato definito dagli studiosi della materia “la tirannide del nazionale” o il paradigma centro-periferie. La messa in discussione di tali paradigmi lascia emergere un'identità di genere diverso, transnazionale, di appartenenze multiple che possono convivere un uno stesso individuo. Si tratta di applicare concetti prima trascurati ad un campo di studi che si arricchisce di nuovo materiale e nello stesso tempo dell'applicazione al materiale già conosciuto di categorie innovative, portatrici di nuove analisi e approfondimenti. (Viviana Pansa – Inform 29)

 

 

 

 

 

Svolta dei giudici: De Luca si può insediare in Regione Campania

 

Il governatore può nominare la giunta e partecipare al primo consiglio, il 9 luglio. "Oggi si ripristina il rispetto della volontà popolare" commenta a caldo De Luca. E il centrodestra attacca. "La Severino vale solo per Berlusconi" - di DARIO DEL PORTO e OTTAVIO LUCARELLI

 

Vincenzo De Luca si può insediare a Palazzo Santa Lucia e poi costituire la giunta regionale. La prima sezione civile ha congelato l'efficacia della sospensione disposta in base alla legge Severino in attesa della discussione del ricorso d'urgenza presentato da Lorenzo Lentini, Giuseppe Abbamonte e Antonio Brancaccio, legali del governatore.

 

"Oggi si ripristina il rispetto della volontà popolare" commenta a caldo De Luca.  "Nei prossimi mesi - aggiunge - sarà sempre più chiaro che la vecchia Campania dei luoghi comuni non esiste più. Arriverà presto, all'Italia intera, l'immagine di un'altra classe dirigente, fatta di dignità istituzionale, di concretezza operativa, di rigore spartano".

 

L'esordio di De Luca è con il Pci, nelle lotte agrarie al fianco dei contadini della provincia di Salerno. Alla fine degli anni '80 viene eletto segretario provinciale del Pci e nel 1990 entra nel consiglio comunale di Salerno

Vincenzo De Luca nasce in Basilicata 66 anni fa e si iscrive giovanissimo al partito comunista di Salerno. Le prime battaglie a fianco dei contadini, poi la segreteria provinciale del Pci, assessore, sindaco- sceriffo per quattro mandati, viceministro alle Infrastrutture (con doppio contestatissimo incarico). Alla poltrona di governatore della Campania prova ad arrivare nel 2010, ma viene sconfitto da Stefano Caldoro. Ci riprova cinque anni dopo e la spunta grazie a un accordo sul fil di lana con Ciriaco De Mita. Appoggiato dal premier Renzi, finisce nelle maglie della legge Severino, alla quale si oppone con ricorsi e pool di legali

 

De Luca assicura che "lavoreremo, a testa alta, per affrontare e risolvere i problemi e valorizzare in pieno le nostre potenzialità".

 

"Esprimo il mio rispetto per il Tribunale che ha affrontato una questione, anche inedita, con grande attenzione e profondità, e ringrazio i miei legali per la loro professionalità. Inoltre, rivolgo un saluto agli elettori campani che hanno scelto democraticamente a chi affidare il governo della Regione, e a cui riconfermo la mia gratitudine e il mio impegno". De Luca sembra non voler dimenticare nessuno.

 

"Ho rispettato e rispetterò rigorosamente tutte le leggi dello Stato -  conclude  - così come mi batterò a fondo per la difesa dello Stato di diritto e dei principi costituzionali: è necessario espellere dalla vita pubblica ladri e tangentisti, ma è altrettanto necessario tutelare a pieno, nella loro dignità e nel loro lavoro, quanti continuano ad assumersi responsabilità per cambiare il Paese, realizzare opere e creare lavoro.Ci batteremo perché la legge sia uguale per tutti, senza disparità tra amministratori locali ed esponenti politici nazionali, e affinché la "paura della firma" non paralizzi più l'Italia".

 

Si sblocca dunque il vuoto di potere che si era determinato dopo la proclamazione del nuovo presidente della Regione, sospeso prima dell'insediamento dell'esecutivo.De Luca può partecipare al primo Consiglio, nominare la giunta e firmare gli atti.

 

La decisione. La decisione è stata assunta con un provvedimento monocratico del presidente della sezione, Guglielmo Cioffi. Nel suo provvedimento il giudice Cioffi rileva: "come hanno esattamente rilevato il ricorrente e l'avvocatura dello Stato"  la sospensione "determinerebbe la necessità di ricorrere a nuove elezioni con conseguente vanificazione dell'intero risultato elettorale con indubbia lesione anche delle posizioni soggettive dei rimanenti eletti in consiglio". Il presidente Cioffi ha fissato per il 17 luglio la discussione collegiale assegnando il fascicolo al giudice relatore Anna Scognamiglio.

 

La prima seduta del consiglio. De Luca ha appreso la notizia mentre era a Roma nella sede del Pd nazionale. Intanto il consigliere anziano Rosetta D'Amelio, annuncia che si terrà il 9 luglio la seduta di insediamento del Consiglio regionale della Campania, inizialmente prevista il 29 giugno e poi slittata per le questioni legate alla sospensione del neo presidente. Domani o dopodomani partiranno i telegrammi di convocazione per gli eletti della x legislatura.

 

Il presidente del tribunale. "Con riferimento al ricorso ex articolo 700 del Codice di procedura civile promosso in via d'urgenza dal neo eletto governatore della Campania, Vincenzo De Luca, per la sospensiva del Decreto del presidente del consiglio dei ministri che ha disposto la sospensione del medesimo dalla indicata carica, come già avvenuto in precedente analoga circostanza - scrive in una nota il presidente del Tribunale di Napoli, Ettore Ferrara - atteso l'evidente rilievo mediatico assunto in questi giorni dalla questione e l'interesse pubblico sotteso comunico che con decreto 'inaudita altera parte' depositato oggi dal presidente della sezione competente a provvedere, il Tribunale ha sospeso provvisoriamente l'efficacia del provvedimento fissando per il giorno 17 luglio l'udienza dinanzi al Collegio per la comparizione delle parti e per la conferma, la modifica o la revoca del decreto stesso".

 

I legali di De Luca: "Siamo estremamente soddisfatti sia per il risultato favorevole che premia il successo democratico di Vincenzo De Luca, sia per i tempi celeri della giustizia ordinaria a fronte del riconoscimento della illegittimità della legge Severino", commenta l'avvocato Lorenzo Lentini, legale del governatore della Campania Vincenzo De Luca. "E' stata dimostrata - aggiunge- la fondatezza delle questioni di legittimità costituzionale della legge Severino".

 

Il sindaco di Napoli. "Buon lavoro al presidente De Luca e alla giunta che comporrà. Ora è il momento di mettersi al lavoro". Questo l'augurio del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, rivolto al neo governatore della Campania il cui ricorso è stato accolto dal Tribunale. Il sindaco - che a sua volta era stato sospeso in base alla Severino ed il cui ricorso è stato accettato dal Tribunale civile di Napoli - ha ribadito che l'Amministrazione comunale è "prontissima a collaborare con la Regione e le sue istituzioni nell'interesse della comunità". Il primo cittadino ha auspicato che "si possa instaurare un clima di lavoro buono e proficuo, indipendentemente dalle posizioni politiche".

 

Il centro destra: "La Severino vale solo per Belusconi".  Il senatore Maurizio Gasparri attacca subito su Twitter: "Napoli, per Berlusconi processi assurdi, per il pessimo De Luca tribunale fast food. E la chiamano giustizia".  E per Mariastella Gelmini, vice capogruppo vicario di Forza Italia alla Camera: "La sentenza con cui il Tar della Campania ha reintegrato il governatore Vincenzo De Luca è una nuova conferma, dopo la vicenda analoga del sindaco de Magistris, che l'unica e vera finalità della legge Severino era espellere il presidente Berlusconi dall'assemblea del Senato e impedirne la possibile ricandidatura. Una legge 'contra personam'". Anche Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio  twitta: "Decisione Tribunale Napoli riabilita Berlusconi, ma caso De Luca resta aperto. Sinistra giustizialista chieda scusa a Cav. Severino da cambiare!".

 

Il Pd. Si congratula l'europarlamentare Pd (lucano come De Luca) Gianni Pittella: "Finalmente De Luca può governare e cambiare in meglio la Campania. Una vittoria per tutti". "La decisione del Tribunale di Napoli riconsegna serenità ai cittadini della Campania. Al governatore Vincenzo De Luca, il compito di avviare velocemente la legislatura. Dopo una settimana di stucchevoli polemiche a distanza, partirà il nuovo corso anche del consiglio regionale". scrive  n una nota, il gruppo consiliare del Pd.

 

I Cinque Stelle. Il vice presidente alla Camera dei Deputati dei Cinque Stelle Luigi Di Maio, su Facebook scrive: "Inutile gridare vittoria su De Luca. Nei prossimi giorni e mesi ci saranno altre udienze - a partire da quella del 17 Luglio - nelle quali questo risultato potrebbe essere ribaltato. Senza parlare poi del giudizio della Corte Costituzionale che tra qualche mese potrebbe sospendere di nuovo De Luca e annullare i suoi atti di nomina. Non voglio tenere appeso ad una sentenza il destino della mia Regione. Non voglio tenere i miei concittadini su un'altalena giudiziaria. Soprattutto se per un capriccio del Pd. Liberiamoci di De Luca il prima possibile". E Valeria Ciarambino, consigliere regionale campano del Movimento Cinque Stelle, candidata alla presidenza della Regione alle elezioni del 31 maggio scorso: "La nostra sarà un'opposizione costruttiva e lo dimostriamo da subito. Nessun accanimento terapeutico, noi responsabilmente siamo chiamati a lavorare per la Campania".

 

La Lega. "Solo in Italia i condannati possono governare le Regioni", tuona il leader della Lega Matteo Salvini dall'Isola di Capo Rizzuto.

 

Sel. "La decisione del tribunale su De Luca? Mi permetto di non commentarla. C'è la miseria culturale che ha portato al referendum greco e c'è la miseria permanente del paradossale caso De Luca". E' la risposta del leader di Sel Nichi Vendola a chi gli chiede un commento sull'accoglimento del ricorso del governatore campano Vincenzo De Luca contro l'applicazione delle legge Severino. LR 2

 

 

 

 

 

Stati Generali dell’Associazionismo degli Italiani nel Mondo. Ravaglia: “Le istituzioni ci sono”

 

ROMA - “Le istituzioni ci sono, i colleghi hanno presidiato tutta la giornata di ieri perché al Mae e alla Direzione per gli Italiani nel Mondo consideriamo un’occasione da non perdere l’organizzazione di questo Forum”. Così l’Ambasciatore Cristina Ravaglia, a capo della Direzione Generale Italiani all’estero e Politiche Migratorie, ha voluto ribadire l’impegno del Mae per l’emigrazione intervenendo alla giornata conclusiva degli Stati Generali dell’Associazionismo degli Italiani nel Mondo.

L’Ambasciatore ha portato in particolare i saluti del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e del sottosegretario Mario Giro assenti per impegni istituzionali.

Il ministro Gentiloni ha fatto pervenire i suoi saluti all’assemblea costitutiva del forum e “i più sinceri complimenti per l’iniziativa degli Stati Generali, oggetto di grande attenzione per il Mae che ha sempre guardato all’emigrazione come una grande risorsa”.

“Siamo grati per il lavoro svolto dalle associazioni in tutti questi anni”, scrive il ministro degli Esteri. “Il mondo dell’associazionismo è naturale portatore di grandi valore sociali e di volontariato ed ha un ruolo chiave di legame con le collettività all’estero“.

Da parte del governo è “doveroso garantire al mondo dell’associazionismo libertà per svolgere in autonomia il proprio ruolo sempre in collegamento al mondo istituzionale“. Un’”impalcatura normativa che ha permesso alle associazioni di svolgere un continuo dialogo con comunità e istituzioni”.

“Auguro che da questi Stati Generali - conclude Gentiloni - si sviluppi una piattaforma capace di interpretare lo spirito del Manifesto depositato”.

Le parole del ministro sono state condivise fortemente dall’ambasciatore Ravaglia che ricordando “il ruolo dell’associazionismo” che “è davanti agli occhi di tutti” ha citato “la più antica associazione”, ovvero “la Congregazione Madonna della Neve costituita a Vienna e nell’800 le Società di Mutuo Soccorso che hanno sempre svolto un lavoro fondamentale”.

Per Ravaglia quella di oggi è “una grande occasione da sfruttare affinché costituisca il punto di svolta al di là della storia e di raccordo tra ciò che è stato e ciò che sarà, preservando sempre il carattere di libertà, autonomia e indipendenza voluto dall’associazionismo”.

Un’autonomia che ha garantito “la possibilità di attivare le giuste sinergie con gli uffici della nostra rete all’estero. Le associazioni hanno così avuto un ruolo fondamentale nell’assistenza e nei meccanismi di tutela delle comunità all’estero e devono poter contribuire anche in futuro”.

“Ma - ha aggiunto il direttore generale - non dobbiamo dimenticare che i flussi migratori sono ripresi, ed in modo diverso, sono cervelli in movimento, è una generazione figlia di Erasmus e dei voli low-cost, dove il movimento è facile e la spinta è la difficoltà di trovare una giusta collocazione professioneale in Italia”.

In questo nuovo quadro “il ritorno è sempre presente ma meno che nel passato e non più come obiettivo e prospettiva: si parte pensando che si resta se si sta bene: di questa mutata forma le associazioni devono tener conto e - ha detto - sono convinta che esse possano svolgere ancora un ruolo fondamentale”.

Per “diventare attrattivi e per dare un servizio”, nonostante “le risorse in calo” Ravaglia ha invitato a “modernizzarsi consapevoli che i servizi all’estero non sono della qualità che vorremmo ma cerchiamo di fare del nostro meglio”.

Quindi “le associazioni devono trovare un nuovo modo di agire perché - ha spiegato Ravaglia - le nuove dinamiche di emigrazione possano trovare una loro nuova forma, ma se tale aggiornamento non avvenisse sarebbe la fine dell’associazionismo perchè legato al calendario e il calendario ha le sue esigenze; l’associazionismo finirebbe per estinguersi; per questo bisogna pensare a qualcosa di nuovo che consideri l’emigrazione come risorsa e che diventi l’ottica secondo cui muoversi”.

In particolare, secondo il direttore generale DGIEPM l’”associazionismo deve poter contribuire a due obiettivi: la promozione del sistema paese e la promozione della lingua e cultura italiana”.

In tal senso, Ravaglia ha citato due spunti: il lavoro de “L’altra Italia” di Toronto “fondata da professionisti giunti in Canada con il desiderio di mantenere un legame con l’Italia, associazione che ha inventato l’Italian Contemporary Film Festival, unico festival che prevede la presentazione di film di cineasti di origini italiana”; e “l’attività benemerita del Friuli Venezia Giulia” “del prof Pilotto dell’Università di Trieste e del Mibac” che organizzano il Progetto Origini che prevede che “ragazzi di origini italiana nel mondo tra 25 e 35 anni vengano in Italia, in Fvg, per qualche mese e conoscano la terra di origine, le realtà associative e produttive della regione e ripartendo riportino con se questi legami”.

questi, ha concluso Ravaglia “sono spunti importanti su cui meditare”, tenuto presente che “le istituzioni ci sono e che siamo sempre pronti ad attivare quello che caso per caso può sempre servire allo scopo”. (s. del ferraro\aise 4) 

 

 

 

 

 

 

Filippetti, Kyenge a Marino a Parigi: serve uno studio interdisciplinare delle migrazioni

 

Bella e interessante serata di presentazione del libro “Andarsene sognando” di Eugenio Marino a Parigi  questo lunedì 29 giugno, alla quale hanno partecipato Aurélie Filippetti, deputato ed ex ministro della Cultura francese, e Cécile Kyenge, eurodeputato ed ex ministro dell’Integrazione, mentre ha moderato il dibattito Michele Canonica, Presidente della Dante Alighieri di Parigi.

L’iniziativa, organizzata dalla Società Dante Alighieri di Parigi su proposta dall’Associazione Democratici Parigi e del suo Segretario, Massimiliano picciani che ha aperto la serata, è stata un momento di importante approfondimento culturale e politico sul tema dell’emigrazione di ieri come di oggi, da e per l'Italia.

Si è parlato non solo di canzoni, di memoria storica e di emigrazione italiana, ma soprattutto di integrazione e della condizione dei migranti di ieri e oggi, con particolare attenzione alle posizioni di forte preoccupazione che il Circolo PD Parigi ha espresso giorni fa sull'emergenza a Ventimiglia.

La presenza di due donne come Kyenge e Filippetti, che incarnano l’esperienza personale e familiare dell’emigrazione e dell’integrazione piena, sociale, culturale e politica, ha permesso di affrontare in modo profondo e appassionato tutti questi temi.

È stato prezioso l'intervento  di Aurélie Filippetti che ha richiamato l'importanza del principio di laicità come antidoto alle pulsioni xenofobe, al fine di sormontare le divisioni culturali tra cittadini europei e migranti in arrivo, e la necessità di non smarrire un approccio umanitario, ricordando sempre che i migranti sono in primo luogo persone che fuggono da situazioni di guerra e disperazione. Non bisogna dimenticare, ha richiamato Filippetti, che essi hanno la scelta tra rischiare la morte nel loro Paese e tentare la fortuna in una traversata del mare, e continueranno a fuggire dalle loro case finché non vi saranno condizioni di vita dignitose. Inoltre, ha sottolineato l'importanza per l'Europa di affrontare il tema dell’immigrazione in modo unitario e senza egoismi nazionali, con un impegno forte in primo luogo di tutti i socialisti e democratici europei.

La impressionante la forza morale e il coraggio con la quale Cécile Kyenge continua le sue battaglie contro il razzismo in Italia, e contro lo sfruttamento delle risorse dei Paesi africani nel Parlamento europeo ci ha resi orgogliosi di averla con noi. A Cécile, che proprio per il suo coraggio è spesso oggetto di aggressioni ignobili, va tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà, e il nostro invito a continuare a battersi affinché l’italia e l’Europa diventino un luogo migliore, per i migranti e per noi. 

Molto interessante infine la proposta lanciata da Marino nel suo libro e nel dibattito e salutata molto positivamente oltre che rilanciata da Filippetti e Kyenge di introdurre l'insegnamento interdisciplinare della storia dell'emigrazione italiana nelle nostre scuole, per ricordare e prendere coscienza di cosa è stata l'emigrazione italiana nel passato e di come affrontare le nuove ondate migratorie che continueranno finché non ci sarà pace e sviluppo sull'altra sponda del Mediterraneo. De.it.press 2

 

 

 

 

La politica

 

Inizieremo queste nostre riflessioni con una domanda: che cos’è la politica? In sintesi essa s’identifica nella scienza per governare uno Stato. L’enunciazione, stringata ma esatta, non evidenzia, però, i contenuti reali di questa disciplina che coinvolge, uomini, idee e partiti. In definitiva, è la politica o, meglio, la sua gestione, a rendere possibile la vita di un Paese.

 L’Italia, ovviamente, non si discosta da questo enunciato. Da noi, in ogni caso, tale scienza s’è trasformata in poco più di un ventennio. Insomma, la Penisola, così come l’abbiamo conosciuta sino alla fine degli anni’90, ha subito una trasformazione imprevedibile sotto tutti gli aspetti. Alleanze e apparentamenti compresi. Per una buona metà della seconda parte del secolo scorso, il potere legislativo e, di conseguenza, quello esecutivo avevano origine da due tipi d’alleanza. Il “Centro/Destra” e il “Centro/Sinistra”. Quest’ultimo sbarcato anche nel nuovo millennio, ma con un’evoluzione che ne ha modificato le strategie e i piani operativi.

Oggi “Destra”, “Centro” e “Sinistra” hanno un significato relativo e la forza dei numeri vince su i concetti ideologici di una politica che ha sempre meno riferimento col passato dal quale, a torto o a ragione, ha avuto origine. I partiti “grandi” che, poi, erano anche “grandi partiti”, non esistono più. La “Destra” s’è trasformata in una palude di centro della quale riusciamo, sempre meno, a identificare i confini. Il “Centro” non esiste, in definitiva, più e la “Sinistra” ha ben poco di quella strategia di governo nata come”Compromesso Storico”.

 Tutta la politica ha subito una trasformazione che, però, ci guardiamo bene di definire evoluzione. Intanto, non ci sono più “grandi” partiti e le maggioranze di governo sono il frutto di compromessi “instabili”. E’ poco efficace, al punto in cui ci troviamo, tentare di focalizzare le strategie delle alleanze. Servirebbe a poco. Forse, anche le idee più chiare potrebbero tramontare. Certo è che se prima si poteva fare dei confronti e, di conseguenza, scegliere ciò che si riteneva il meglio, ora non è più possibile.

 O si prende ciò che c’è, o si rischia una “crisi”. Intanto, più di un quinquennio è trascorso senza elezioni politiche nazionali. I Governi, nel frattempo, si sono succeduti con criteri che non abbiamo mai compreso nella loro interezza. Poi, è stata la volta di Renzi. Un Sindaco, non parlamentare, che ha accettato di guidare l’Italia in uno dei suoi periodi più difficili.

Col tempo, abbiamo capito che la politica italana è sempre un rimedio meno valido per le necessità del Paese. Solo dopo una chiara analisi sul voto futuro, ogni riserva potrà essere sciolta. Anche se non con la certezza di salvare l’Italia dal suo degrado. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Stati Generali dell’Associazionismo degli Italiani nel Mondo. Il dibattito conclusivo

 

ROMA. Un dibattito animato e con numerosi protagonisti, che hanno voluto far sentire la propria voce, ha concluso oggi i lavori degli Stati Generali dell’Associazionismo degli Italiani nel Mondo.

Le discussioni, coordinate da Franco Dotolo, Fondazione Migrantes, hanno preso il via con l’intervento di Bruno Plutino, presidente Acli Svizzera che ha parlato di “vecchia e nuova emigrazione”, di “territori”, “società complessa”, “partecipazione alla vita sociale e civile”, della necessità di impegnarsi a “proteggere le forme democratiche di tale partecipazione: la democrazia oggi - ha detto - è messa a rischio dalla repressione, la solitudine, l’individualismo, una società dove l’associazionismo è un elemento fondamentale per guardare in avanti e dare un futuro alle nuove generazioni”.

Di crisi e associazionismo ha parlato Mimmo Guaragna, Filef Basilicata, spostando i riflettori sugli enti regionali, “vere essenze delle nostre associazioni”. Considerati “i tagli ai fondi - ha sottolineato - oggi le consulte regionali vanno ripensate andando oltre le stesse, le quali hanno un senso” se considerano “l’emigrazione di ieri e di oggi”, come “fenomeni connessi ma diversi”. “L’associazionismo - ha ribadito - è insostituibile, le nostre associazioni all’estero devo fare uno sforzo per restare in contatto con il le regioni di origine”: da qui la valorizzazione di regioni e consulte.

Per Gugliemo Bozzolini (Ecap Svizzera) “innovazione” “è il punto chiave e con il Forum vogliamo essere innovativi”. “L’emigrazione - ha ricordato - è una risorsa da tutelare e valorizzare: consideriamo che la nuova emigrazione italiana non ha la dimensione del ritorno perché all’estero si accumula capitale cognitivo che in Italia non può essere riutilizzato, a meno che - ha sollecitato - nel Paese non si faccia una vera riforma dell’università e del mondo educativo”.

“Le associazioni - ha concluso - devono partecipare alla vita politica del Paese, occuparsi dei problemi veri della società”.

Oscar de Bona, presidente dei Bellunesi nel Mondo, ha elogiato gli esempi della provincia di Trento e del Fvg e da ultimo del Veneto. Territori che “assegnano i soldi destinati alle attività di emigrazione direttamente alle associazioni regolarmente iscritte” bypassando l’intermediazione della regione.

De Bona ha poi sollecitato un maggior coordinamento a livello nazionale su scelte comuni operative, quale ad esempio quella sulla tassazione della seconda casa per gli italiani residenti all’estero.

Per la Uim, è intervenuto Dino Nardi (Svizzera) che ha parlato delle diverse “esigenze delle comunità emigrate anziane e di quelle più giovani”. “E’ evidente - ha detto - che la coabitazione tra il mondo tradizionale dell’emigrazione e questo nuovo mondo sia estremamente difficile perché essi vivono su due linee parallele che raramente si incontrano. Come associazionismo proviamo a far coincidere i due mondi e anche se non è semplice dobbiamo provare a fare massa critica come è avvenuto agli inizi degli anni ‘80 in Svizzera quando l’associazionismo italiano si costituì in Comitato Nazionale d’Intesa riuscendo a creare un organismo riconosciuto dalle autorità. Se riuscissimo anche oggi a fare ciò si potrebbe guadagnare l’autorevolezza che si aveva a quei tempi”.

Con uno sguardo rivolto invece al futuro, Peppino Abate (Aitef) ha auspicato la costituzione di “un nuovo associazionismo che esalti il volontariato, che sappia unire la tradizione e la modernità, fare tesoro di esperienze, elaborare proposte innovative credibili costruite con la collaborazione di tutti e che che tuteli veramente gli italiani ovunque essi siano”.

Da parte di Michele Scala (Colonia libera di Losanna) è venuta invece la “denuncia di un’ingiustizia”: “siamo stati cancellati dall’elenco delle associazioni - ha spieigato - perché abbiamo rifiutato di dare i nomi dei soci”.

Pronta la replica dell’Ambasciatore Cristina Ravaglia, a capo della Direzione Generale Italiani all’estero e Politiche Migratorie: “i nostri consoli hanno avuto istruzioni precise - ha risposto - in caso di associazioni che desiderano mantenere una riservatezza sugli associati le istruzioni erano che nessuna lista venisse depositata in Consolato ma fatta vedere dai responsabili dell’associazione al Console. C’è stato un malinteso”, ha concluso, assicurando massima disponibilità per chiarire.

Tra gli altri intervenuti: il prof. Giumelli, sociologo (Italicus, associazione in Venezuela) che ha parlato di italicità e di questo “primo social-network dedicato agli italici affinché siano protagonisti della cultura nel mondo”; l’ex vice presidente del Comites di Madrid (“spero che questo forum ci permetta di avere una presenza ancora più rilevante presso le autorità”); l’on. Menia (Ctim) che ha spaziato da temi già affrontati a quelli più attuali dell’emergenza migratoria nel Mediterraneo; Melo Cicala che citando la realtà di Washington ha ricordato l’importanza della lingua italiana nel mondo; Michele Consiglio che delle associazioni ha ricordato “le persone”.

“Siamo di fronte ad un grande cambiamento - ha detto - passiamo da un Coordinamento a un Forum. Questo nuovo contenitore però non deve avere soggetti vecchi. Dobbiamo rivedere le modalità e le ragioni della nostra presenza nel mondo: abbiamo la responsabilità di un patrimonio e non possiamo rimanere inchiodati a quello, dobbiamo diffonderlo, farlo conoscere”. Di fronte al “consumarsi dell’esperienza migratoria dobbiamo capire se siamo in grado di intercettare le nuove migrazioni; capaci di essere un soggetto che costruisce relazioni fra persone, in una dimensione identitaria e anche educativa”.

Saverio Polizzi (Mosca) ha portato l’esperienza di Sviluppo e Società e del Forum Russia-Italia, mentre Mangolini Giuseppe introduendo il tema Expo è poi tornato sul rapporto tra associazionismo e regioni.

Da parte di Maria Volas (Francia), insegnante universitaria di italiano nel nord della Francia la proposta “Le parole e le cose: parliamo dell’italiano” perché “l’italiano diventi la lingua dell’emigrazione, del Mediterraneo”.

Massimo Lucidi, presidente di Asmef, ha proposto dal canto suo l’iniziativa di una Giornata dell’emigrazione, mentre dalla Germania Mauro Bistolfi ha chiesto “una conferenza nazionale dell’emigrazione”.

Dario Locchi, presiede dei Giuliani nel Mondo, ha invece parlato dei giovani (“se non riusciamo a catturare l’attenzione dei giovani discendenti o di coloro che si allontanano dal Paese nella nuova emigrazione nostre associazioni sono destinate a scomparire”) e di doppia identità. Alla regione, ha detto, “chiediamo che una volta l’anno con legge regionale si dedichi una giornata agli emigrati; chiediamo il coinvolgimento delle associazioni nelle iniziative che la regione fa all’estero per gli emigrati; chiediamo l’istituzione di uno sportello telematico che consenta ai nostri emigrati di connettersi con regione per fare domande; e chiediamo sostegno alle iniziative per i giovani”.

Sono poi intervenuti: Marina Gabrieli, dottoranda a Tor Vergata e Massimo Angrisano (Filef Campania), il quale ha accolto come positiva l’odea di istituire il Forum dell’associazionismo degli italiani all’estero.

Infine, Roberto Volpini ha invitato i presenti ad approvare “il documento emerso da un seminario del 16 dicembre “Verso il forum delle associazioni familiari”, un documento di lavoro utile “alla legittimità di questa assemblea, che contiene e tiene in considerazione alcuni impegni e riflessioni comuni intorno all’impostazione del Forum. Sarà il documento - ha aggiunto - su cui costruiremo insieme il Patto associativo che costruirà il Forum e che insieme al Manifesto costituirà la base del costituendo forum”.

Su tale documento, ha spiegato ancora, “lavorerà un gruppo di lavoro, prima dell’insediamento del nuovo Cgie (che si costituirà in dicembre)”. Gruppo di lavoro “formato dal comitato organizzatore e almeno 10 espressioni associative territoriali in giro per il mondo che non facciano parte delle associazioni già presenti nel comitato”.

“Il passo successivo - ha concluso - sarà estendere il patto associativo e ragionare intorno alla forma statutaria del Forum, per stabilire regole affinché si crei un luogo partecipato di rappresentanza”.

Un progetto che, ottenuto il consenso dei presenti, chiuderà il suo percorso in autunno. (s. del feraro\aise 4) 

 

 

 

 

 

Il dubbio di Amleto che dilania noi e l'Europa

 

L'Unione non c'è e la disaffezione dei cittadini nei Paesi membri aumenta. Il che rende ancora più spinoso il problema. Per Renzi la sinistra coincide col cambiamento che si materializza con le sue riforme. Ma le cose non stanno così

di EUGENIO SCALFARI

 

Il massacro in Tunisia, gli attentati in Francia, le stragi negli Emirati, l'atteggiamento sempre più ambiguo della Turchia, la lotta tra sunniti e sciiti, il Califfato che prospera sul terrorismo dilagante, locale o etero-diretto, rendono più che mai attuale il dubbio di Amleto: essere o non essere. Ma chi deve porsi questa domanda?

 

Certamente — e per prima — deve porsela l'Europa. Mai come ora è il continente più ambito, meta d'una umanità povera e disperata, i "senzaterra" come l'ha definita Papa Francesco, ma diviso e disunito in una società globale dove tutti gli Stati che contano hanno dimensioni continentali: gli Stati Uniti d'America, la Cina, l'India, l'Indonesia, il Brasile, la Russia.

 

Di fronte a queste potenze gli Stati membri dell'Unione europea navigano ciascuno per conto proprio in un mare sempre più tempestoso. Ricordano, quegli staterelli, le barche cariche di migranti che quasi sempre affondano con il loro carico umano. È questa l'Europa? Purtroppo sì, è questa e l'abbiamo più volte ripetuto, ma il terrorismo crescente ha reso il tema dell'unità europea ancor più attuale.

 

Il nostro è il continente più ricco di antica ricchezza, tecnologicamente il più avanzato, più popoloso degli Usa, della Russia, del Brasile, ma privo di forza politica e paradossalmente deciso a non volerla acquisire, incapace di risolvere i problemi dell'immigrazione, incapace di riportare alla legalità e alla pacificazione un Paese come la Libia che è la nostra frontiera mediterranea, incapace di darsi una "governance" federale, in grado di affrontare i problemi che la società globale ci porrà in misura sempre più crescente.

 

Essere o non essere? Amleto scelse di non essere e fece la fine che Shakespeare ci racconta, noi europei stiamo facendo altrettanto e se non vi poniamo al più presto riparo faremo la stessa fine. E se ci domandiamo il perché di questo volontario nichilismo, la risposta è molto semplice: i nostri Stati confederati non vogliono federarsi perché le loro classi dirigenti politiche non sono disposte a cedere la loro sovranità. Aggiungo: neppure la "governance" europea è disposta a costruire un quadro istituzionale diverso da quello esistente. Basta osservare ciò che è accaduto nelle ultime settimane e negli ultimi giorni in occasione delle trattative sull'immigrazione, sul caso greco, sul caso ucraino. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione di Bruxelles, ha rimproverato il presidente del Consiglio dei capi di governo europei, il polacco Donald Tusk, che secondo lui era andato oltre le sue competenze. Il suddetto Tusk dal canto suo aveva appoggiato la tesi dei Paesi dell'Est europeo (tra i quali il suo paese, la Polonia) contro le quote sulla base delle quali ridistribuire l'immigrazione. Tusk sapeva che il tema delle quote stabilirebbe una equa ripartizione degli immigrati, ma il patriottismo di bandiera l'ha avuta vinta.

 

Questo episodio tuttavia dimostra che Tusk ha una carica priva di veri poteri presidenziali: è un polacco che si limita a presiedere il Consiglio dei capi dei governi e nulla più.

 

Quanto al caso greco, solo in queste ore le Autorità europee dimostrano fermezza che avrà come probabile soluzione il "default" di quel Paese. Se avessero potuto e voluto dimostrarlo tempestivamente, se la Grecia fosse stata come uno Stato americano nei confronti delle decisioni prese dalla Casa Bianca e dal Congresso, quello che sta accadendo non sarebbe accaduto. Anche la California è andata in fallimento ma è stato suo il problema di risanare le sue finanze che non incidono sul bilancio federale e sul debito sovrano degli Stati Uniti.

 

Insomma l'Europa non c'è e la disaffezione dei cittadini dei Paesi membri, i 28 dell'Ue e i 19 dell'eurozona, nei suoi confronti tende ad aumentare, il che rende ancora più spinoso il problema.

 

Se la Germania prendesse l'iniziativa, se le varie autorità europee si ponessero sulla stessa linea, se i governi nazionali accettassero il loro declassamento e la federazione con un suo regime necessariamente presidenziale, allora il finale shakespeariano sarebbe diverso. Ma temo che tutto ciò non accada. A meno che Draghi, usando i suoi strumenti economici, non ce la faccia.

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Il dubbio amletico riguarda anche l'Italia? Anche noi, la nostra classe politica, ci dobbiamo porre la domanda del " To be, or not to be " in casa nostra?

 

Purtroppo sì. In Europa dovevamo essere i primi a volere e a proporre gli Stati Uniti federati, ma in Italia ci dovevamo porre un problema più che mai sovrastante su tutti gli altri: noi siamo un Paese particolarmente anomalo, siamo il solo in tutta Europa dove il maggior partito  -  pur se in forte declino nei sondaggi attuali  -  è il centro dello schieramento politico. Una destra decente non c'è, la sinistra non c'è più. Ci sono gruppuscoli animati da buone intenzioni ma velleitari.

 

Renzi sostiene che la sinistra coincide con il cambiamento, il quale si materializza con le riforme. Lui le riforme le sta facendo mentre tutti gli altri governi precedenti (dice lui) non le fecero, quindi il cambiamento è in moto e questa è la sinistra. Forse ne è convinto e anche il suo "cerchio magico" è dello stesso avviso, ma le cose non stanno così. Riforme e cambiamento possono essere di sinistra, ma possono anche essere di destra o senza alcun segno che dia loro un colore politico.

 

Il "Jobs Act" per esempio non è di destra ma tantomeno di sinistra. Dà una prospettiva al precariato, ma concede alle imprese il licenziamento collettivo senza reintegro. La riforma del Senato nel testo finora approvata dalla Camera, diminuisce le prerogative del potere legislativo e aumenta enormemente quelle dell'esecutivo. È una riforma di sinistra? Affatto.

 

La riforma elettorale con un premio di maggioranza per chi ottiene il 40 per cento dei voti espressi è una riforma di sinistra? Proprio no. Nessuno ha mai dato un premio a chi non abbia raggiunto la maggioranza assoluta e anche di quest'ultima c'è il solo caso della cosiddetta legge truffa varata da De Gasperi nel 1953.

 

L'abuso delle leggi delega che vengono ormai proposte su tutti i temi e abbassano drasticamente i poteri del Parlamento, sono una prassi di sinistra? L'uso e l'abuso dei maxi-emendamenti è di sinistra? Venerdì scorso Michele Ainis sul "Corriere della Sera" ha citato un maxi-emendamento di 25mila parole e un articolo che aveva centinaia di commi con rinvii ad altri commi di altre leggi vigenti. Trasparenza? Zero.

 

Qualche giorno fa l'attuale sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, lamentava l'assenza di un concetto serio di sinistra. La stessa affermazione ha fatto più volte Laura Boldrini, presidente della Camera.

 

Nel frattempo le astensioni ammontano al 52 per cento e il Partito democratico renziano è sceso dal 41 al 32 per cento. Sono sondaggi, fotografie dell'oggi. Possono cambiare se cambierà la congiuntura economica. Ma la sinistra non c'entra con la congiuntura se essa avesse come esito sociale un aumento delle disuguaglianze. La vera sinistra o se volete la sinistra moderna è liberal-democratica, vuole maggior benessere per tutti ma eguaglianza nelle posizioni di partenza, come tante volte sostenne ai suoi tempi Luigi Einaudi. Se il cambiamento non è questo, la sinistra continuerà a non esserci e noi resteremo l'unico Paese governato dal centro. Una assai sgradevole prospettiva. Ricordate le parole di papa Francesco: "Ama il prossimo tuo un po' più di te stesso" e fatene tesoro.

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Sul caso De Luca, Renzi alla fine si è comportato come bisognava fare: ha sospeso De Luca prima ancora che si insediasse, nominasse la giunta e il suo vicepresidente. Insomma ha applicato il dettato della legge Severino. Molto bene. Vedremo adesso che cosa accadrà. Ci saranno ricorsi in quantità e alla fine spetterà al Tribunale di Napoli decidere. È probabile che si finisca con un commissario e nuove elezioni.

 

Il caso Marino è diverso ma in qualche modo analogo: Roma è diventata una città inguardabile e non può restare così. Il Pd renziano è largamente partecipe allo scandalo Mafia-Capitale. Il commissario del partito, Orfini, ha subìto minacce gravi da personaggi para-mafiosi ed è sotto scorta per tutelarlo. Fabrizio Barca e i suoi collaboratori volontari che hanno esaminato, su mandato della direzione del partito, l'attività dei circoli romani giudicandone alcuni buoni, altri mediocri ed altri pessimi, ricevono continuamente crescenti minacce dagli esponenti dei circoli che hanno ricevuto qualifica negativa e anziché correggersi manifestano desideri di vendetta.

 

Insomma resta la domanda: essere o non essere? Renzi fa quel che può ed è certamente bravo. Vende bene il suo prodotto. Ma se il prodotto non c'è o non è buono? In Italia e in Europa? Allora che faremo noi elettori quando le urne si apriranno e il popolo sovrano (?) dovrà scegliere? LR 28

 

 

 

 

 

Colora il Partenone

 

Colora il Partenone. Chi è costui che osa aggiungere qualcosa di suo ad un intoccabile pilastro della cultura occidentale? Ho sentito questa frase durante un’intervista fatta ad un docente della Università Bocconi a Milano, prima del concerto del pianista Lang Lang eseguito al Teatro degli Arcimboldi a Milano. Musiche di Chaikowski, Bach e Chopin in programma, Liszt nel bis, per un pubblico eterogeneo, vasto, certamente colto, abituato a concerti di alto livello. Applausi sentiti e prolungati, fiori per l’artista.

Mi è piaciuta questa frase colorita e significativa, descrive in poche in poche parole lo stile, il personalissimo modo di suonare di questo giovane cinese dal nome abbastanza strano, ma che si ricorda bene.

Vidi in TV una sua intervista fatta a Firenze in Piazza della Signoria, durante la quale gli fu chiesto come mai il suo nome fosse la ripetizione di due parole uguali. “Non lo è”, replicò, “le due parole in cinese sono diverse, appaiono uguali nella trascrizione degli alfabeti occidentali”. E proseguì cercando di spiegare che in cinese le due parole sono ben diverse nel suono, lo spiegò tentando di farlo capire in inglese, agli italiani. Impresa impossibile. E sorvolò con un bel sorriso divertito sul suo volto di ragazzo, espressivo, e vivacissimo. Possibilissimo invece, per Lang Lang comunicare con l’occidente attraverso il linguaggio musicale, nella interpretazione dei classici della musica occidentale.

Come dilettante amante della musica, provo a descrivere lo specifico del suo linguaggio musicale, tenendo conto del fatto che la critica professionale ha nei suoi confronti una bella dose di scetticismo e non lo include nella ristrettissima élite dei “Grandi Interpreti” del patrimonio musicale occidentale.

Mi pare di aver capito che Lang Lang interpreti i classici in modo del tutto personale rispetto alle interpretazioni tradizionali, ricorda per questo il fenomeno Glenn Gould. Lang Lang accelera i tempi, intensifica i forti ed i piani offrendo al pubblico qualcosa di diverso dal solito. Mostra una padronanza tecnica stupefacente, il suo suono è sempre limpido e pulito, anche nei momenti di maggiore intensità. Il che suscita stupore ed incanto, tanto maggiori se si osserva che spesso sul suo viso, mobile ed espressivo, compaiono espressioni che vivono e comunicano al pubblico i complessi sentimenti ed i significati impliciti nel testo. Sorride ed esprime, ad esempio, una straordinaria capacità di giocare e divertirsi eseguendo quei brani, sottolinea col viso le atmosfere sognanti, ed i momenti più intensi e pensosi dei testi che esegue. Sprigiona una forma di elettricità che giunge al pubblico, e stupisce ed emoziona. In breve, colora il Partenone. Efficace metafora della sua specificità.

Mi pare ovvio, che produca qualcosa di diverso. Come noi non comprenderemo mai la sua spiegazione della diversità di suono e significato della stessa parola ripetuta due volte nel suo nome, così lui non può sentire la nostra musica secondo le tradizioni consolidate dei nostri conservatori. Questa volta la Cina non manda in giro per il mondo merci colorate a prezzi bassissimi, non imita i prodotti made in Italy. Ci fa conoscere un giovane uomo, uno straordinario artista che costruisce ponti di dialogo e comprensione fra mondi tanto diversi. Emanuela Medoro, de.it.press 2

 

 

 

 

 

Il nuovo corso dell’immigrazione nel Dossier Statistico Immigrazione 2015

 

ROMA - È in fase di lavorazione il prossimo Dossier Statistico Immigrazione 2015, la cui presentazione è prevista in autunno. Permane la collaborazione con l’UNAR/Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali presso il Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e viene attivata quella con i redattori della rivista interreligiosa “Confronti”. Il Fondo Otto per Mille della Chiesa Valdese (Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste) contribuisce al finanziamento del Dossier.

I dati presi in considerazione nel nuovo Rapporto si riferiscono al 2014. Secondo il presidente di Idos, Ugo Melchionda, “si tratta di un anno particolare che ha visto aumentare i cittadini italiani residenti all’estero (4.637.000, 155.000 più dell’anno precedente), rispetto a quello dei cittadini stranieri residenti in Italia (5.014.000), aumentati solo di 92.000 unità”. Invece, nei due anni precedenti lo stock degli stranieri residenti in Italia era aumentato di diverse centinaia di migliaia e quello degli italiani residenti all’estero di 155.000 unità nel 2013 e di 141.000 nel 2012. È aumentato anche il numero degli italiani che durante l’anno si sono cancellati dai loro comuni per andare a risiedere all’estero (89.000 nel 2014).

Questi cambiamenti, che non mancheranno di richiamare l’attenzione degli Stati Generali dell’Associazionismo Italiano nel Mondo, convocati a Roma per il 3 e il 4 luglio, hanno alla loro origine diversi fattori. Anche il 2014, come quello precedente, è stato un anno privo di quote di ingresso di lavoratori dall’estero, ad esclusione delle poche migliaia previste per il settore stagionale o per la conversione di permessi di soggiorno già in vigore in nuovi permessi per motivi di lavoro. Sono continuate, invece, le domande di visti per ricongiungimento familiare (60.000), seppure in diminuzione rispetto al passato (76.000 nel 2013). Bisogna tenere conto anche dell’elevato numero di stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana: da 60.000 casi nel 2012 si è passati a 100.000 nel 2013 e a 130.000 nel 2014, a quanto pare in circa 4 casi su 10 riguardanti minori che hanno ricevuto la cittadinanza per trasmissione automatica dai genitori stranieri divenuti italiani e a diciottenni nati in Italia che hanno richiesto la cittadinanza.

La popolazione complessivamente residente in Italia alla fine del 2014 (60.796.000) è caratterizzata da un’età media diventata più elevata (44,4 anni) e dall’aumentata incidenza degli ultrasessantacinquenni (21,7%), superiore anche a quella che si riscontra tra gli italiani all’estero (19,9%). Inoltre, il consistente saldo negativo tra nuovi nati e morti (rispettivamente 503.000 e 598.000) trova un equivalente solo in quello degli anni 1917-1918, allora effetto della prima guerra mondiale. Gli immigrati costituiscono un parziale temperamento a questo processo di invecchiamento perché sono mediamente più giovani degli italiani, incidono per circa un sesto sulle nuove nascite (75.000 nuovi nati da entrambi i genitori stranieri nel 2014).

Un altro notevole cambiamento è riferibile all’impennata del numero di profughi (170.000), arrivati via mare dall’Africa e dall’Asia, seppure in buona parte interessati a raggiungere altri paesi esteri. In pratica, questi arrivi stanno sostituendo la politica delle quote in ingresso per motivi di lavoro. Si è di fronte a un vero e proprio fenomeno epocale, da riferire agli sconvolgimenti in atto nei paesi di origine e alla loro transizione demografica (in Africa, nel 2050, è previsto il raddoppio della popolazione fino a 2,4 miliardi di persone). Tale fenomeno, da un lato investe le responsabilità degli organi decisionali dell’UE e dei singoli Stati membri, e dall’altro rischia di far trascurare le prospettive di integrazione dei 5 milioni di immigrati già residenti in Italia e di favorire derive xenofobe.

Questi sono alcuni dei temi che verranno ampiamente sviluppati nel Dossier Statistico Immigrazione 2015.

Franco Pittau, che nel 1991 fu l’ideatore del Rapporto, continuerà per il 25° anno a fornire il suo contributo, occupandosi della parte dedicata alle singole regioni. Coordinatori del rapporto saranno Ugo Melchionda, nuovo presidente di IDOS, e Claudio Paravati, direttore della Rivista Confronti, mentre il direttore generale dell’UNAR, consigliere Marco De Giorgi, oltre a mettere a disposizione diversi esperti per trattare i temi riguardanti le discriminazioni, con la propria rete sarà di supporto alla presentazione del Dossier, in contemporanea in tutte le Regioni all’uscita dell’annuario e, quindi, in occasione degli eventi successivi: nel 2014 ne sono stati realizzati più di 170 con il concorso degli Enti locali e dell’associazionismo di ispirazione laica e religiosa. In 1

 

 

 

 

 

 

Nuovo Cgie? Peragine (Corriere PL) rilancia l’Upsim

 

BARI - Direttore del Corriere di Puglia e Lucania, Antonio Peragine dalle pagine del quotidiano online rilancia la sua proposta di costituire un Ufficio per le Politiche Sociali degli Italiani nel Mondo (UPSIM).

“Visto le ultime novità in merito alla distribuzione del CGIE e per non vanificare il lavoro sin qui svolto dalle diverse realtà degli italiani all’estero – scrive Peragine - se, per ipotesi, ci fosse concessa la possibilità d’offrire un nostro piccolo contributo al tema, potremmo proporre il varo di un Ufficio per le Politiche Sociali degli Italiani nel Mondo (UPSIM)”.

Secondo Peragine sarebbe “sempre opportuno considerare, con maggiore attenzione, l’incidenza che ogni provvedimento legislativo nazionale può avere nei confronti della nostra comunità oltre frontiera”.

“La nostra – aggiunge – è una proposta sensata che il giornale internazionale online Corrierepl.it, propone al Governo Italiano”.

Avendone la possibilità, cioè nell’ipotesi di trovare un interlocutore disponibile, “proporremmo di focalizzare la posizione socio/economica dei Connazionali nelle singole realtà che si sono venute a determinare nei Paesi ospiti. Ciò tramite i Comites, opportunamente riformati, per garantire un effettivo collegamento tra l’UPSIM e la Comunità italiana all’estero. Secondo il nostro modo di vedere, gli italiani nel mondo, che sono milioni, intendono partecipare alla vita della penisola in modo meno marginale; in pratica con gli stessi diritti e doveri dei residenti. In definitiva, l’UPSIM andrebbe a sostituire il CGIE e – spiega ancora Peragine – i suoi Membri dovrebbero essere tutti Connazionali residenti oltre frontiera ed eletti tramite i Comites (in rappresentanza proporzionale alle quattro ripartizioni geografiche elettorali)”.

“Il coordinamento d’ordinaria amministrazione – aggiunge – potrebbe essere, invece, fornito tramite alcuni funzionari statali (in rappresentanza di specifici ministeri)”. Sarebbe compito dell’organizzazione centrale “trovare pratica attuazione tramite gli stessi Comites capaci, in primo luogo, di tradurre in modo accessibile a tutti il linguaggio burocratico delle circolari e regolamenti di pertinenza. L’UPSIM, una volta avviato e collaudato, sarebbe anche prezioso per smistare certe attività che, ora, sono di competenza consolare. Per evitare, nei limiti della ragione, “contrasti di competenza”, saremmo per una struttura gerarchicamente indipendente dal Ministero degli Affari Esteri. Vale a dire, un Ufficio alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ipotizziamo, di conseguenza, una struttura “tecnica” non legata politicamente a nessuno, né partiti, patronati né associazioni”.

“L’UPSIM – scrive ancora Peragine – non andrebbe a funzionare per delega ministeriale, ma per mandato presidenziale. Questa nostra ipotesi non è nuova, l’avevamo già formulata al tramonto della Prima Repubblica e ripresentata recentemente. Non ci sono stati mai concreti riscontri. Quasi che la nostra posizione non presentasse soluzioni percorribili a prezzo, in sostanza, “zero”. Questa ipotesi, tuttavia, ci sembra ancora valida e, forse, più considerabile dato i tempi assai diversi da quelli del secolo scorso e del primo decennio del nuovo millennio”.

“Anche in questa fase di transizione, - ipotizza Peragine – se esistesse l’UPSIM, le problematiche degli italiani all’estero potrebbero essere ancora portate all’attenzione dell’Esecutivo e del Parlamento. Indipendentemente dalla sua conformazione. L’Ufficio, che ancora ci manca, consentirebbe una crescita, non solo politica, di chi vive oltre frontiera. Finita la fase dell’associazionismo assistenziale, potrebbero essere gli stessi eletti nella Circoscrizione Estero a far loro le nostre riflessione. L’epoca delle promesse mai mantenute è finito. Gli italiani nel mondo chiedono fatti concreti. Intorno a questa nostra ipotesi potrebbe svilupparsi un movimento d’opinione capace di superare anche quelle “incomprensioni” che ancora fanno comodo agli indecisi ed ai trasformisti”.

“È chiaro – conclude – che siamo disponibili ad un confronto con i parlamentar eletti all’estero e con tutti i partiti politici interessati alla nostra proposta”.

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Democrazia pertecipativa

 

Tutto in politica si può riconsiderare. Il principio che, invece, non potrà essere mai modificato è, e resta, la Democrazia partecipativa. Anche con la nuova legge elettorale, sarà sempre il cittadino a decidere chi governerà il nostro Paese. Pure se la Maggioranza di Governo resta problematica,

 Oggi, impropriamente, si parla e si scrive di una mancanza di democrazia diretta. Si dovrebbe, invece, approfondire il concetto di democrazia partecipativa. Del resto, la nostra Costituzione è assai chiara sotto questo profilo. Infatti, il cittadino, per le opportune vie, può chiedere al Parlamento d’elaborare provvedimenti normativi. Spetta, sempre, al Popolo sollecitare il Parlamento a elaborare provvedimenti urgenti e può, ancora, con i referendum, correggere le eventuali mancanze di norme.

 Di certo, gli italiani hanno un senso della politica operativa assai più sviluppato d’altri cittadini UE. I segnali li abbiamo avuti ed è meglio non dimenticarli. Tra i tanti, rammentiamo il più recente quando, per volontà popolare fu annulato il Premierato forte voluto dall’Esecutivo Bossi, Berlusconi, Fini. Eravamo nel 2006. Quindi, non più di nove anni fa.

Con gli stessi presupposti, la Corte Costituzionale bocciò il meccanismo elettorale noto come “Porcellum”. Aprendo la via alla nuova legge elettorale. Del resto, quanto abbiamo segnalato, non rappresenta che una sintesi della volontà popolare e della validità dei suoi contenuti che, poi, sono stati traghettati in Parlamento.

 Quindi, ancora una volta, e con l’esperienza d’oltre mezzo secolo d’analisi del nostro panorama politico, suggeriamo a chi ci legge, dentro e fuori i confini nazionali, di delegare meno e pretendere la partecipazione attiva sulle decisioni vitali per il Paese.

Il tempo non ci manca; anche se dubitiamo, per quanto premesso, che l’Esecutivo Renzi sia in grado di rimanere in carica, anche succedendo a se stesso, sino alla primavera dl 2018. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

A Roma il 9 luglio la presentazione del libro "Migranti e Territori. Lavoro diritti accoglienza”

 

ROMA - Sarà presentato a Roma giovedì 9 luglio alle 17 presso l’Istituto Luigi Sturzo, "Migranti e Territori. Lavoro diritti accoglienza", libro a cura di Marco Omizzolo e Pina Sodano (pp. 470, 20 euro).

Un incontro per promuovere una riflessione qualificata sui temi della diaspora, dell'accoglienza in Italia, del lavoro bracciantile dei migranti e sul diritto alla città. La presentazione del libro "Migranti e territori" (Ediesse editore) sarà l’occasione per avanzare proposte puntuali da parte di alcuni deputati chiamati ad intervenire, stimolati dalle osservazioni di esponenti dell'associazionismo e del sindacato.

"Migranti e territori" intende far emergere una concezione articolata, plurale e moderna dell’immigrazione in Italia, libera da pregiudizi, fondata su analisi rigorose e osservazioni stimolanti.

Un lavoro collettivo che offre una prospettiva originale orientata alla costruzione di una società includente, fondata su diritti realmente esigibili e il superamento di pregiudizi e derive xenofobe per la costruzione di una convivenza pacifica e democratica.

Sono previsti i saluti di Giovanni Dessì, Segretario Generale dell'Istituto Luigi Sturzo; coordina Ilaria Bonaccorsi, direttore di Left.

A seguire gli interventi degli autori dei saggi contenuti nel volume, in dialogo con alcuni deputati.

A colloquio con Emilio Drudi ("Ciò che mi spezza il cuore. Eritrea: dalla grande speranza alla grande delusione") l’On. Erasmo Palazzotto, deputato SEL e membro del Comitato parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione.

A Pina Sodano ("La famiglia palestinese in diaspora, Uno studio comparato tra Italia e Svezia") risponde l’On. Franco Bordo, deputato SEL e membro della Commissione agricoltura della Camera dei Deputati; a Simone Andreotti ("Dai centri d'accoglienza ad un sistema d'accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati") risponde l’On. Khalid Chaouki, deputato PD e membro del Comitato parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione.

A colloquio con Marco Omizzolo ("Il movimento bracciantile in Italia e il caso dei braccianti indiani in provincia di Latina dopati per lavorare come schiavi") c’è l’On. Davide Mattiello, deputato PD e membro della Commissione parlamentare antimafia, mentre a Carlo Colloca ("Il modello mediterraneo di immigrazione e il diritto alla città") risponde l’On. Ermete Realacci, deputato PD e Presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati.

Concludono: Chiara Garri, ricercatrice di Amnesty International Italia; Roberto Iovino, segreteria nazionale Flai Cgil; Marco Pacciotti, Forum Immigrazione Pd;

Mariarita Peca, coordinatrice progetti nazionali Medici per i Diritti Umani.

Il libro è una ricerca di docenti universitari, italiani e stranieri, ricercatori, giornalisti, funzionari pubblici e rappresentanti del Terzo settore sul fenomeno delle migrazioni contemporanee.

Tanti i temi affrontati: dal lavoro dei migranti ai diritti, dai servizi sociali all’accoglienza, dal modello mediterraneo di immigrazione alla diaspora palestinese e bangladese, dalla politica della mobilità alle primavere arabe. E ancora, la storia del bracciantato dei migranti in Italia, il dramma dei profughi eritrei e di quelli detenuti nelle carceri libiche, la condizione dei Rom e l’assistenza sanitaria prevista per gli immigrati presenti in Italia. Un lavoro di ricerca utile per comprendere meglio le migrazioni oggi e riconoscere diritti e giustizia a quanti vivono condizioni di emarginazione, fragilità sociale e sfruttamento.

Marco Omizzolo è sociologo, vicepresidente dell’associazione "In Migrazione Onlus", direttore di ISTISSS editore e corrispondente de Il Manifesto.

Pina Sodano è sociologa, arabista, attualmente ricercatrice presso il CeAS Centro di eccellenza Altiero Spinelli, per l’Europa dei popoli e la pace nel mondo.

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Manuela Lanzarin, neo assessore ai Flussi Migratori del Veneto

 

BELLUNO – l’Associazione Bellunesi nel Mondo augura buon lavoro a Manuela Lanzarin, neo assessore ai Flussi Migratori della Regione Veneto.

“Ci auguriamo che l’assessore Lanzarin possa essere presente alla nostra 50a Assemblea e alla Festa dei Bellunesi nel Mondo”, è l’auspicio  del presidente dell’Abm Oscar De Bona. “Di certo - aggiunge - auguro al nuovo assessore ai Flussi Migratori un buon lavoro confermando la totale collaborazione e disponibilità dell’Associazione Bellunesi nel Mondo che da cinquant’anni presta il proprio servizio per il bene degli emigranti di ieri, di oggi e di domani”.

Nata a Bassano del Grappa nel 1971 Manuela Lanzarin risiede a Rosà, a pochi chilometri da Bassano nella frazione di S.Pietro. Diplomata alla scuola superiore interpreti e traduttori di Vicenza in inglese e tedesco ha lavorato nell'area commerciale estera dell'azienda di famiglia nel settore della ceramica, professione che ha abbandonato dal 2002 al 2012 quando ha assunto la carica di Primo cittadino di Rosà. Nel maggio 2012 ha terminato i suoi dieci anni di mandato proseguendo però il lavoro nel ruolo di vicesindaco. (Inform)

 

 

 

 

 

 

Stati generali delle Associazioni italiane all’Estero. La tavora rotonda

 

ROMA - Con una tavola rotonda moderata da Franco Narducci è terminata oggi pomeriggio la prima giornata dei lavori degli Stati generali delle Associazioni italiane all’Estero. Hanno portato il loro contributo Gianni Bottalico (presidente Fai-Acli), Pietro Barbieri (portavoce Forum del terzo Settore), monsignor Giancarlo Perego (direttore Migrantes), Luca Jahier (presidente 3° gruppo C.e.s.e.) e Rino Giuliani (Vicepresidente Istituto Santi e membro del comitato promotore).

Nel mezzo degli interventi, Narducci prende la parola per una breve comunicazione della Farnesina, rivolta a quanti hanno lamentato l’assenza del Ministero, “presente ai lavori di oggi con i consiglieri Devita e Davitoli, e domani con il Direttore generale Cristina Ravaglia che porterà anche il messaggio del Ministro Gentiloni”.

Ma torniamo ai lavori. Per Bottalico le associazioni devono “capire quale ruolo abbiamo” e “chi rappresentiamo, quali interessi? Non possiamo raccontare un mondo che non c’è più, sarebbe la nostra morte. Spero che il Forum delle associazioni colga opportunità di riflettere su come dovremo essere”. Due le sue indicazioni: puntare su “identità di servizio e forte iniziativa politica, da recuperare nelle nostre associazioni”. Per Bottalico occorre “alzare il livello di politicità, perché le sfide sono politiche. Chi rappresentiamo si riconosce in noi se difendiamo i loro diritti”.

“La nostra presenza sul territorio”, ha aggiunto riferendosi alla rete capillare di diverse associazioni, e dei patronati in primo luogo, “è un valore, certo. Ma la nostra deve essere una presenza non solo di servizio ma anche di rappresentanza. Il patronato ha una storia e un valore anche politico oltre che di servizio, di tutela di diritti. Spero – ha concluso – che il Forum sappia dare fortemente e responsabilmente un apporto di novità e cambiamento”.

Portavoce del Forum del terzo Settore, Pietro Barbieri ha ricordato che “un Forum è un modo per far rete tra associazioni. Oggi il mondo è diventato sempre più individuale; diventa difficile anche per la politica” perché “niente viene affrontato con la logica collettiva. Le associazioni, invece, hanno in sé il valore dello stare insieme”. Quindi il Forum delle associazioni “deve propugnare la cultura del noi. Non buttiamo a mare tutto: le critiche sono giuste, ma devono contenere speranza, cioè qualcosa che ci fa guardare al futuro”. “Quale è l’indirizzo del cambiamento? Per me – ha osservato – l’unica risposta è il benessere delle persone”.

A questo devono lavorare le associazioni, consapevoli che “la rappresentanza inizia dai territori, cioè dove vivono le persone e nascono i bisogni; se il Forum ci sarà, - il consiglio di Barbieri – che sia articolato dal territorio verso i l centro e non viceversa. Mai perdere contatto col territorio e con ciò che esprime. Cercate di essere più autonomi possibili dalla politica e dall’economia, autofinanziatevi perché la libertà è il valore più grande che può avere un’associazioni di associazioni per dire la sua”.

Di Migrantes e Missioni Cattoliche ha parlato monsignor Perego che ha invitato tutti a “non perdere di vista l’esperienza dei giovani in emigrazione”. Quattro le parole chiave indicate dal direttore della Migrantes: Rappresentanza, cittadinanza, tutela dei lavoratori, integrazione.

La rappresentanza “deve essere anche rappresentativa”; la cittadinanza “deve superare concetti segnati da un nazionalismo”; la “mobilità mette a rischio i diritti dei lavoratori”, quindi “la loro tutela rimane un tema centrale. De Gasperi nel ‘53 invitava l’Europa a lavorare per la giustizia sociale, e richiamava la moralità internazionale”. Quanto all’integrazione “è un processo di partecipazione e non di separazione dal territorio”.

“Come Chiesa – ha aggiunto - viviamo nelle differenti realtà del mondo: quest’anno abbiamo inviato 30 giovani sacerdoti all’estero, non succedeva dal ‘50, per vivere dentro e non a lato delle comunità ecclesiali”.

Perego ha quindi elencato “le battaglie del forum” che ha sintetizzato in tre “no” e tre “sì”.

“No allo strabismo nella lettura dell’emigrazione: vogliamo diritti per i nostri migranti e non ne diamo agli immigrati in Italia; no al ritorno dei nazionalismi e no all’integrazione schiacciata sull’assimilazione, serve il meticciato”. Le battaglie del sì: “sì ad un’ Europa fondata sullo scambio e sulla capacità dell’emigrazione come elemento che aiuta a tenere insieme la “casa comune”, cioè ad una politica dell’emigrazione comune, non nazionalistica; sì alla rappresentanza carica di esigenze del territorio; sì alla cittadinanza che si allarga e sia capace di estendere libertà, fraternità e uguaglianza”.

All’intervento di Luca Jahier, che ha richiamato il concetto di “convergenza tra territori ed economie”, è seguito quello di Rino Giuliani che, da membro del Comitato organizzatore, ha rivendicato la volontà delle associazioni di “rinnovarsi e mettersi in discussione”.

“Autonomia, pluralismo e tutela sociale sono le nostre linee guida, come ha sottolineato Del Bianco stamane. Abbiamo superato la fase critica che frastagliava il mondo delle associazioni”, ha sottolineato più volte Giuliani. “Gli Stati generali nascono proprio perché siamo consapevoli dei nostri limiti e della necessità di cambiare col mondo che cambia”.

“È ormai concluso il nostro lungo percorso di crisi e assestamento: il Forum serve appunto a creare coesione con chi ci vuole stare, con delle regole precise. Non siamo più al punto di 5 anni fa, siamo andati avanti. Noi non siamo contro la politica - precisa, pur ricordando che nessuno in tre legislature ha perorato la causa, chiedendo la calendarizzazione della proposta-Narducci sulle associazioni – vogliamo continuare il nostro progetto con chi ci sta, come indichiamo nel Manifesto e come ribadito nella relazione di Ilaria Del Bianco. Il Forum – ha concluso – nasce per associazioni autonome e in grado di far sentire la propria voce”. (m.c.\aise 3) 

 

 

 

 

Docenti all'estero. Il sindacato chiede trasparenza nelle nomine

 

ROMA - Proseguono le operazioni di nomina dei docenti all'estero. La FLC della CGIL ha inviato oggi una lettera al Ministero degli esteri per chiedere che vengano “indicati in modo esplicito i criteri utilizzati per far esprimere ai docenti le preferenze relative alle sedi, nel rispetto dell'ordine di graduatoria - alcuni docenti sono presenti in più di una - e tenendo presente l'esigenza di far ripartire l'attività scolastica all'estero nel miglior modo possibile”.

Per il sindacato “è importante che siano resi pubblici i meccanismi già di per se molto complicati che portano all'assegnazione dei docenti alle varie sedi, poichè l'incrocio tra la presenza di molti docenti su più codici funzione e su diverse aree linguistiche rende macchinosa la procedura”.

Per questo, chiarisce la FLC CGIL, “abbiamo chiesto pubblicità del calendario delle operazioni di nomina, in modo da poter essere presenti durante lo svolgimento delle stesse. La nostra richiesta ufficiale al Maeci, nel rispetto di chi sta svolgendo operazioni così complesse, è nel segno di garantire correttezza e trasparenza”. Concludendo, il sindacato “sollecita anche la rapida pubblicazione delle graduatorie rettificate che si trovano ancora in posizione di stand by”.

(aise 2)

 

 

 

 

Seconda edizione di "Apulia Attraction"

 

Si comunica che i termini per aderire alla seconda edizione di "Apulia Attraction", iniziativa di informazione, promozione e attrazione investimenti, rivolta a manager ed imprenditori di origine pugliese residenti all'estero, promossa dal Servizio Internazionalizzazione della Regione Puglia in collaborazione con le Associazioni e le Federazioni dei Pugliesi nel Mondo iscritte all'Albo regionale,  sono stati prorogati al 6 luglio 2015.

 

La Regione Puglia cerca 15 manager ed imprenditori esteri, di origine pugliese, operanti nel settore agroalimentare o del turismo sostenibile per la partecipazione alla seconda edizione di "Apulia Attraction".

Gli operatori selezionati saranno invitati a partecipare agli incontri previsti nell'ambito del progetto prima in Puglia e poi a Milano, dal 24 al 28 agosto 2015. Il programma prevede visite aziendali in Puglia, networking meeting, incontri b2b con imprese pugliesi e la visita ufficiale ad Expo 2015. Tutti i costi di viaggio e alloggio saranno a carico della Regione Puglia.

C'è tempo fino a lunedì 6 luglio per candidarsi a partecipare ad Apulia Attraction inviando direttamente la propria candidatura via email a internazionalizzazione.pugliasviluppo@pec.rupar.puglia.it 

Per conoscere tutte le condizioni e i requisiti richiesti scarica il bando "Apulia Attraction II" sul sito web http://pugliesinelmondo.regione.puglia.it

Apulia Attraction è un'iniziativa a valere sull'Azione 6.3.1. del P.O. FESR Puglia 2007 - 2013 "Interventi per la valorizzazione delle opportunità localizzative in Puglia".  http://pugliesinelmondo.regione.puglia.it. dip

 

 

 

 

 

Grazia Tredanari nominata coordinatrice dei Comites in Svizzera.

 

LOSANNA - Grazia Tredanari è stata nominata coordinatrice dei Comites in Svizzera.

Come è noto, lo scorso 17 aprile 2015, dopo circa undici anni, sono stati rinnovati i Comites. Le diciassette rappresentanze esistenti in Svizzera son state ridotte a sette: Comites di Berna, Comites di Basilea, Comites di Ginevra, Comites di Losanna, Comites di Lugano, Comites di San Gallo, Comites di Zurigo.

Il 27 giugno i neo-presidenti della Svizzera, su invito dell’Ambasciata, si sono riuniti presso la Casa d'Italia per eleggere il proprio coordinatore, alla presenza del Primo Consigliere, Matteo Romitelli.

Nella nuova funzione di coordinatrice è stata eletta Grazia Tredanari, presidente del Comites Losanna. Alla riunione hanno partecipato anche i consiglieri del CGIE, il cui mandato è in scadenza nella seconda decade di settembre.

I presidenti dei Comites in Svizzera "invitano le associazioni italiane, che si sono preventivamente registrate presso i Consolati per partecipare all’assemblea per il rinnovo del Consiglio Generale degli Italiani dll’Estero, di rinviare la documentazione completa dei nominativi richiesti entro il 4 luglio". (aise 2) 

 

 

 

 

 

 

Renzi in Berlin. Merkel: Wir bauen gemeinsam am Haus Europa

 

Die Kanzlerin hat die italienischen Reformen ausdrücklich gelobt. Was die Wachstumsperspektiven angehe, "stimmt die Richtung", sagte sie beim Besuch von Ministerpräsident Renzi. Sie sprachen sich für eine gerechte Verteilung von Flüchtlingen in Europa aus.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel äußerte sich nach dem Gespräch mit Matteo Renzi im Kanzleramt sehr anerkennend über die Fortschritte bei den institutionellen Reformen und in der Arbeitsmarktpolitik Italiens. Der italienische Ministerpräsident habe einen sehr ambitionierten Plan verfolgt. Es sei

beeindruckend, wie die Dinge jetzt umgesetzt seien. Sehe man sich die italienischen Wachstumsperspektiven an, so müsse man sagen "stimmt die Richtung".

Für eine gerechte Verteilung von Flüchtlingen

Merkel und Renzi tauschten sich bei ihrem Treffen auch über den Umgang mit Flüchtlingen in Europa aus. Die Bundeskanzlerin wies darauf hin, dass Deutschland und Italien eine faire Verteilung der Flüchtlinge in den europäischen Ländern wünschten. Beim Europäischen Rat vergangene Woche hätten beide Länder diese Position vertreten.

Griechenland: Türen für Gespräche bleiben offen

Mit Blick auf Griechenland betonte die Kanzlerin erneut: "Wir sind uns einig: Die Gesprächstüren werden offen bleiben." Wichtig seien umfassende Reformen in Griechenland, aus denen nachhaltiges Wachstum resultiere. "So wie das auch in anderen Ländern der Fall ist, die bereits ein solches Programm durchlaufen haben", erklärte die Kanzlerin.

Im Bundestag hatte Merkel zuvor betont, dass über neue Hilfen für Griechenland erst nach dem Referendum am Sonntag verhandelt werden könne. Darauf habe sich die Bundesregierung verständigt. "Die Tür für Verhandlungen war immer offen und bleibt immer offen", so Merkel weiter. Das sei man den Menschen in Griechenland und Europa schuldig.

Enge Zusammenarbeit in Europa

Abschließend bedankte sich Merkel für die "sehr enge Zusammenarbeit" mit Italien. "Ich glaube, dass wir gemeinsam an unserem Haus Europa bauen", sagte sie. Auch wenn es mal Widerstände innerhalb der EU gäbe - wie in der Flüchtlingsfrage - "so muss man einfach das dicke Brett bohren und versuchen,

gemeinsame Antworten zu finden." Pib 1

 

 

 

137.000 Menschen fliehen über das Mittelmeer

 

Rund 137.000 Menschen sind seit Jahresbeginn über das Mittelmeer nach Europa geflohen – ein Anstieg von 83 Prozent. Die große Mehrheit von ihnen hat Anspruch auf Asyl, erklärt der UN-Flüchtlingskommissar.

Etwa 137.000 Migranten sind nach UN-Angaben seit Jahresbeginn über das Mittelmeer nach Europa geflohen. Im Vergleich zum Vorjahreszeitraum sei die Zahl der an den europäischen Küsten eintreffenden Flüchtlinge um 83 Prozent gestiegen, teilte das UN-Flüchtlingshilfswerk (UNHCR) am Mittwoch in Genf mit.

1.867 Menschen kamen in diesem Jahr bereits bei der Überfahrt über das Mittelmeer ums Leben, davon allein 1.308 im April.

"Europa erlebt eine maritime Flüchtlingskrise von historischem Ausmaß", teilte das UNHCR mit. Mit den warmen Sommermonaten dürfte die Zahl der Flüchtlinge überdies weiter steigen, die die gefährliche Überfahrt über das Meer wagen.

Die meisten der Migranten seien wegen Kriegen, Konflikten und Verfolgung auf der Flucht, hieß es von den Vereinten Nationen. UN-Flüchtlingskommissar António Guterres erklärte, bei den meisten Flüchtlingen handle es sich nicht um Wirtschaftsflüchtlinge. Ein Drittel der in Italien und Griechenland angekommenen Menschen seien Flüchtlinge aus dem Bürgerkriegsland Syrien.

EU-Hilfen für Ungarn

Das Mittelmeer ist nicht die einzige Route für Migranten nach Europa. Auch Ungarn war in den vergangenen Monaten mit steigenden Flüchtlingszahlen konfrontiert. Die EU-Kommission hat Budapest nun finanzielle Hilfe und die Entsendung von Experten zugesagt. Der EU-Kommissar für Migration, Dimitris Avramopoulos, sagte am Dienstag in der ungarischen Hauptstadt, dafür seien knapp acht Milliarden Euro vorgesehen.

Avramopoulos, der sich nach einer Unterredung mit dem ungarischen Außenminister Peter Szijjarto äußerte, bezeichnete Ungarn als "Frontstaat", der ebenso "unter Druck" stehe wie Italien und Griechenland. Europa werde Mitgliedsländer, die Frontstaaten seien, "immer unterstützen".

Ungarn sieht sich seit einiger Zeit mit der Ankunft zehntausender Flüchtlinge konfrontiert. Die meisten von ihnen kommen aus Syrien, Afghanistan und dem Irak, aber auch aus dem Kosovo. Sie erreichen Ungarn meist über das Nachbarland Serbien und wollen anschließend oft weiter nach Deutschland, Österreich oder in nordeuropäische Länder.

Während 2012 rund 2.000 Flüchtlinge nach Ungarn kamen, waren es nach amtlichen Angaben zwischen dem 1. Januar und dem 22. Juni dieses Jahres bereits mehr als 60.000 Menschen. Mitte Juni hatte Budapest angekündigt, einen vier Meter hohen Zaun entlang der Grenze zu Serbien errichten zu wollen.

Die rechtskonservative ungarische Regierung unter Viktor Orbán sorgte mit ihrer Flüchtlingspolitik wiederholt für Schlagzeilen. So schickte sie ihren Bürgern einen Fragebogen zu, in dem Einwanderer mit Terrorismus in Verbindung gebracht wurden.

Der stellvertretende Vorsitzende der EU-Kommission, Frans Timmermans, sagte, die Aktion sei "bösartig und falsch" und fördere "Vorurteile gegen Fremde".

AFP/das/EA 1

 

 

 

 

Flüchtlingsstrom nach Europa dramatisch angestiegen

 

Washington/Berlin - Das UN-Flüchtlingshilfswerks UNHCR schlägt Alarm: Die Zahl der über das Mittelmeer nach Europa strebenden Flüchtlinge stieg in der ersten Jahreshälfte um über 80 Prozent im Vergleich zum Vorjahreszeitraum.

Insgesamt seien 2015 bereits mehr als 135.000 Hilfesuchende erfasst worden, teilte das UNHCR am Mittwoch in Washington mit. In Berlin kritisierte der italienische Ministerpräsident Matteo Renzi die mangelnde Bereitschaft in der EU zur Aufnahme der Flüchtlinge.

Das UNHCR rechnet mit einem weiteren Anschwellen des Flüchtlingsstroms. Die meisten Flüchtlinge kämen aus dem Bürgerkriegsland Syrien. Insgesamt 44.000 Syrer hätten auf dem Seeweg Europa erreicht. Bei der zweit- und drittgrößten Gruppe handele es sich um Flüchtlinge aus Eritrea und Afghanistan. Auf dem Weg über das Mittelmeer kamen nach UN-Schätzungen im Mai allein in diesem Jahr 1800 Menschen ums Leben. Die meisten Hilfesuchenden starten die Überfahrt nach Europa von nordafrikanischen Küsten in häufig kaum seetauglichen Booten.

RENZI NENNT EU-GIPFEL "FESTIVAL DER EGOISTEN"

Mit Blick auf die zunächst gescheiterte Regelung für verbindliche Quoten zur Verteilung von Flüchtlingen in der Europäischen Union sagte Renzi, der EU-Gipfel vergangene Woche sei ein "Festival der Egoisten" gewesen. "Es ist eine lächerliche Diskussion, die hier abläuft." Italien ist ein Hauptziel der Flüchtlinge. In Brüssel hatten sich die EU-Staaten lediglich darauf verständigt, auf freiwilliger Basis 40.000 bereits in Italien und Griechenland aufgenommene Flüchtlinge auf die anderen Mitgliedstaaten zu verteilen. Vor allem die osteuropäischen EU-Staaten sprachen sich gegen verbindliche Quoten aus.

Renzi lehnte eine Wiedereinführung von Grenzkontrollen im Schengen-Raum entschieden ab. Dies hatten vor allem rechtspopulistische Politiker in EU-Staaten gefordert, um damit unter anderem die illegalen Einwanderer zu stoppen. In dem Schengener Abkommen, dem die meisten europäischen Staaten beigetreten sind, ist die Abschaffung der einst üblichen stationären Kontrollen an den Binnengrenzübergängen geregelt. Zuletzt hatte Dänemark angekündigt, wieder Grenzkontrollen einzuführen. (Reuters 1)

 

 

 

 

Italien: „Mittelmeer-Flüchtlinge brauchen mehr, nicht weniger Schutz"

 

Die neuen Daten des UNO-Flüchtlingshilfswerk UNHCR über die Lage der Mittelmeer-Flüchtlinge bestätigen, dass es mehr internationalen Schutz für diese Menschen braucht. Das sagt der italienische Priester Giancarlo Perego, Leiter der bischöflichen Stiftung „Migrantes“. Die Mehrheit der Menschen, die in den ersten sechs Monaten des Jahres unter Lebensgefahr auf Booten in Europa ankommen, haben Recht auf Asyl, heißt es in der Erhebung. Allein ein Drittel von ihnen komme aus Syrien.

„Die Daten legen uns auch nahe, auf bestimmte Ausdrücke endlich zu verzichten: Wörter wie klandestin, illegal, Abschiebung. Mir scheint eines ganz klar aus diesen Daten hervorzugehen: Einrichtungen und Instrumente zur Aufnahme und zum Schutz dieser Menschen sind zu fördern. Die Daten, die Italien betreffen, erinnern uns vor allem auch daran, dass 4.000 Menschen aus Nigeria angekommen sind – da ist eine echte politisch-religiöse Verfolgung im Gang.“

Giancarlo Perego hält sich soeben in der litauischen Hauptstadt Vilnius auf, wo eine Konferenz mit Bischöfen stattfindet, die in ihren Orskirchen für Migration zuständig sind. (rv 02.07.)

 

 

 

 

Gesetz zur Neubestimmung des Bleiberechts und der Aufenthaltsbeendigung

 

Zur heutigen Beratung des Gesetzes zur Neubestimmung des Bleiberechts und der Aufenthaltsbeendigung teilt die Beauftragte für Migration, Flüchtlinge und Integration, Staatsministerin Aydan Özo?uz mit:

 

„Das Gesetz bringt für Tausende seit Jahren geduldete Ausländerinnen und Ausländer endlich die Perspektive auf einen rechtmäßigen humanitären Aufenthalt. Damit endet für viele Geduldete und ihre Familien, die längst ihre Heimat hier gefunden haben, eine jahrelange Unsicherheit. Mit dem

stichtagsunabhängigen Bleiberecht beenden wir den unerträglichen Zustand der Kettenduldungen und eröffnen den Betroffenen die Chance, einen unbefristeten Aufenthaltstitel zu erhalten.

Für jugendliche und heranwachsende Geduldete, die eine qualifizierte Berufsausbildung aufnehmen wollen, haben wir für die Dauer der Ausbildung Schutz vor Abschiebung erreicht. Im Falle eines erfolgreichen Ausbildungsabschlusses können sie dann eine Aufenthaltserlaubnis erhalten und damit in Deutschland bleiben. Gleichwohl sind aber gera-de für junge Geduldete noch einige rechtliche Verbesserungen durchzusetzen.

Natürlich werden uns auch die neuen Regelungen zur Abschiebungshaft und die mit dem Gesetz ebenfalls erfolgte Überarbeitung der Ausweisungsbestimmungen weiterhin beschäftigen. Hier haben wir uns nach langen, mitunter auch zähen Verhandlungen, auf tragfähige Kompromisse einigen können, die erkennbar die europarechtlichen Entwicklungen aufnehmen.

Darüber hinaus freue ich mich, dass wir die Familienzusammenführung zu subsidiär Geschützten erleichtern. Ich habe seit langem gefordert, Opfer von Folter oder von willkürlicher Gewalt im Rahmen eines bewaffneten Konflikts wie anerkannte Flüchtlinge nach der Genfer Flüchtlingskonvention zu behandeln. Dem wurde nun endlich durch eine gesetzliche Änderung und eine Übergangsregelung gefolgt.

Beim Ehegattennachzug wird die viel zu enge und unionsrechtswidrige Regelung zum Nachweis einfacher deutscher Sprachkenntnisse vor der Einreise geändert. Damit nimmt der Deutsche Bundestag Argumente aus der Rechtsprechung des Europäischen Gerichtshofes in Luxemburg auf. Der Gerichtshof hatte

deutlich gemacht, dass die Genehmigung der Familienzusammenführung die europäische Grundregel sein muss. Erkennbare Härtefälle müssen deshalb bereits bei der Beantragung des Visums berücksichtigt werden, um einer unnötig langen Trennung der Eheleute entgegenzuwirken.“ Pib 2

 

 

 

 

 

Verbunden, umstritten und komplex – Warum Europa eine globale Strategie braucht

 

EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini hat den Auftrag, eine "globale Strategie der EU für Außen- und Sicherheitspolitik" zu erarbeiten. Die fünf Direktoren der European Think Tanks Group meinen, dass die Strategie über sicherheitspolitische Erwägungen hinausgehen und von den Mitgliedsstaaten unterstützt werden muss.

Eines der wichtigsten, aber kaum beachteten, Ergebnisse des Europäischen Rates von vergangener Woche war der Auftrag an die Außenbeauftragte der EU, Federica Mogherini, eine "globale Strategie der EU für Außen- und Sicherheitspolitik" zu erarbeiten. Zu sehr stehen die Griechenland-Krise, der Streit über Einwanderung und die Forderung des Vereinigten Königreichs, die Bedingungen seiner EU-Mitgliedschaft neu zu verhandeln, im medialen Vordergrund.

Diese Ratsentscheidung gibt der früheren italienischen Außenministerin das Mandat, einen neuen Weg in der Außen- und Sicherheitspolitik zu beschreiten. Es ist jedoch ein mit Steinen übersäter Weg, den Frau Mogherini mit gemischten Gefühlen betrachten muss. In vielen Bereichen baut sich Druck auf – durch Russland im Osten, Instabilität im Nahen Osten, gescheiterte Staaten in Afrika und durch globale Bedrohungen wie den Klimawandel.

Gleichzeitig wirken Europas unterschiedliche Interessen und Fähigkeiten immer wieder als Hemmnis für gemeinsames Handeln. Die Migrationskrise bietet ein perfektes Beispiel. Einige Länder sind nicht bereit, mehr Einwanderer aufzunehmen. Andere Länder beklagen, dass illegale Einwanderung den Druck auf ihre Gesellschaft stärker erhöht als die aktuellen Flüchtlingsströme. Wieder andere sagen, dass das Problem durch Entwicklungszusammenarbeit und humanitärer Hilfe an der Wurzel angepackt werden muss. Bestenfalls kann gesagt werden, dass ein kleiner Schritt getan ist. Es braucht aber noch Zeit, bis eine gemeinsame Position entsteht, die diesen Namen verdient.

Tatsache ist, dass der Europäische Rat sieben Jahre nach der EU-Finanzkrise immer noch in Uneinigkeit verharrt. Seine Position ist bei miteinander verknüpften Themen widersprüchlich. Er verdeutlicht damit einmal mehr, dass Europas Strategie für langfristige Sicherheit und Wohlstand eine konzertierte Aktion über das gesamte Spektrum der EU-Innen- und Außenpolitiken erfordert – von der Handels-, Finanz-, Energie-, Klima und Entwicklungspolitik bis zur Sicherheits- und Verteidigungspolitik. Die großen Herausforderungen, vor denen Europa steht, verlangen gemeinsames Handeln auf europäischer Ebene und regelmäßige Überprüfungen der Strategie.

EU-Politik ist nicht immer so beschwerlich. Die EU hat vor Kurzem Sanktionen gegen Russland verhängt und bekräftigt. Sie hat in Gesprächen mit dem Iran gut zusammengearbeitet und sich auf eine einigermaßen ambitionierte Position zum Klimawandel verständigt. Man kann also etwas erreichen. Welche Lehren sollten die EU und ihre Mitgliedsstaaten ziehen?

Erstens müssen sie sich klar sein, dass eine globale Strategie für Europa einen wirklich integrierten Ansatz erfordert. Zum Beispiel können die tieferen Ursachen von illegaler Einwanderung und Flüchtlingsströmen nicht allein mit einem sicherheitsorientierten Ansatz angegangen werden, der aus Mauern und Marineoperationen besteht. Ohne die richtige Mischung aus EU-Instrumenten und Partnerschaften wird Europa weiterhin Brandbekämpfung mit wenig Hoffnung auf Problemlösung betreiben. Als European Think Tanks Group haben wir in dem im September 2015 veröffentlichten Bericht "Unser gemeinsames Interesse" erklärt, dass die neue europäische Globalstrategie in ihrem Streben und ihrer Sprache integriert und strategisch sein muss und daher die interne EU-Politik mit den Bereichen des äußeren Handelns verknüpft.

Zweitens sollten sich die EU und ihre Mitgliedsstaaten konsequent der Herausforderungen (und Möglichkeiten) annehmen, die eindeutig gemeinsames Handeln auf europäischer Ebene verlangen. Obwohl die Europäische Sicherheitsstrategie von 2003 versuchte, über einen sicherheitsorientierten Ansatz hinauszugehen, konzentrierte sie sich auf äußere Bedrohungen und zeigte wenig Gespür für die gemeinsame Verantwortung für die Welt, ihre Ressourcen und ihre Menschen.

Europa ist in der Welt aufgrund seines integrierten, präventiven und langfristigen Werteansatzes bei globalen öffentlichen Gütern, seines geteilten Wohlstandes und seiner Prosperität weiterhin ein globaler Machtfaktor. Es sind diese Werte, von der die Zukunft der EU abhängt.

Wir erwarten daher, dass die nächste EU-Strategie die Post-2015-Agenda mit ihren neuen, universellen Zielen nachhaltiger Entwicklung, den Sustainable Development Goals (SDGs), die voraussichtlich im September 2015 von der Generalversammlung der Vereinten Nationen verabschiedet werden, widerspiegelt. Die EU sollte gleichermaßen eine Bestandsaufnahme bei ihren internen Versäumnissen und jenen vor ihrer Haustür vornehmen. In "Unserem gemeinsamen Interesse" heben wir die Notwendigkeit für die EU hervor, zu einem Wachstumsmodell des 21. Jahrhunderts beizutragen, das verantwortlichen Handel und die Koordinierung der Finanzpolitik betont.

Drittens wird es eine wesentliche Herausforderung für die globale EU-Strategie sein, Prioritäten zu setzen, indem eine handhabbare Zahl von Themen identifiziert wird, zu denen die EU Wesentliches beitragen kann. Erfolg in einigen Bereichen könnte die öffentliche Meinung und die politische Führung dazu bringen, die nächste Runde gemeinsamen EU-Handelns zu unterstützen. Zu diesen Prioritäten muss weiterhin die europäische Führungsrolle in der Klimapolitik gehören, legale Einwanderung muss erleichtert werden und die EU muss sich der schwachen, fragilen oder gescheiterten Staaten in ihrer Nachbarschaft annehmen.

Die Europäische Union steht vor harten und folgenschweren Entscheidungen im In- und Ausland. Der Ausgang der schweren Krise in Griechenland wird weitreichende Folgen haben, auch auf der internationalen Bühne. Wir unterschätzen nicht die Schwerstarbeit, die von Federica Mogherini, den EU-Institutionen und den Mitgliedsstaaten geleistet werden muss, um einen Wandel zu erreichen. Doch wir fordern die politische Führung Europas auf, neue Entschlossenheit zu zeigen, um sich den Herausforderungen, vor denen Europa steht, in Umfang und Tragweite – gemeinsam – zu stellen.

Ewald Wermuth, European Centre for Development Policy Management (ECDPM)

Giovanni Grevi, Fundacion para las Relaciones Internacionales y el Dialogo Exterior (FRIDE)

Dirk Messner, German Development Institute / Deutsches Institut für Entwicklungspolitik (DIE)

Teresa Ribera, Institute for Sustainable Development and International Relations (IDDRI)

Kevin Watkins, Overseas Development Institute (ODI) EA 3

 

 

 

 

Euro-Partner stoppen Gespräche mit Athen

 

Erst nach dem geplanten griechischen Referendum am kommenden Sonntag wollen die Länder der Euro-Zone weitere Gespräche mit Griechenland führen. Derweil wirbt die Regierung in Athen für ein "Nein" gegen die Reformpläne der Gläubiger.

Die Euro-Partner wollen erst nach dem Referendum am Sonntag weitere Gespräche mit Griechenland führen. Wie die Bundesregierung lehnte auch die Eurogruppe unter ihrem Vorsitzenden Jeroen Dijsselbloem Verhandlungen bis dahin ab. "Es wird in den kommenden Tagen keine weiteren Gespräche geben, nicht in der Eurogruppe und auch nicht zwischen der griechischen Seite und den Institutionen über Vorschläge oder finanzielle Vereinbarungen", sagte Dijsselbloem am Mittwochabend nach einer Telefonkonferenz der Euro-Finanzminister.

Als Grund nannte er die politische Situation, ausgelöst durch die griechische Ablehnung der Reformvorschläge der Institutionen von EU-Kommission, Internationalem Währungsfonds (IWF) und Europäischer Zentralbank (EZB), das Ansetzen des Referendums und die Empfehlung der Athener Regierung, mit "Nein" zu stimmen. Die jüngsten Reformvorschläge der griechischen Seite habe man zur Kenntnis genommen, sagte Dijsselbloem knapp.

Auch EU-Ratspräsident Donald Tusk empfahl per Kurznachrichtendienst Twitter, das Referendum abzuwarten. EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker schloss sich der Meinung bei einem Vortrag in der Fraktion der Europäischen Volkspartei (EVP) laut Teilnehmern an. Bundeskanzlerin Angela Merkel hatte möglichen Bemühungen um eine Lösung des Reformstreits vor der Volksbefragung bereits im Bundestag eine Absage erteilt: "Vor dem Referendum kann über kein neues Hilfsprogramm verhandelt werden". Lediglich Frankreichs Staatspräsident Francois Hollande sagte, er hoffe auf eine Einigung nach Möglichkeit noch vor dem Referendum. Griechenland im Euro zu halten, sei die Pflicht der Griechen, aber auch aller anderen.

Referendum: Tsipras wirbt für "Nein"

Die Regierung in Athen will am Sonntag das Volk über eine Fortsetzung der Reformpolitik entscheiden lassen. Premierminister Alexis Tsipras sagte in einer Fernsehansprache, ein "Nein" gegen die Gläubigerpläne sei "ein entscheidender Schritt für ein besseres Abkommen" mit den Kreditgebern. Nach dem Sonntag wolle er die Verhandlungen mit den Geldgebern fortsetzen. "Das 'Nein' bedeutet keinen Bruch mit Europa, sondern eine Rückkehr zu einem Europa der Werte."

Der griechische Finanzminister Yanis Varoufakis sagte im griechischen Fernsehen, er erwarte eine Einigung mit den Gläubigern kurz nach dem Referendum. "Griechenland ist im Euro und wird es bleiben", sagte er. Laut einer Umfrage vom Mittwoch liegen die Nein-Sager mit 46 Prozent derzeit vor den Befürwortern des Gläubiger-Angebots mit 37 Prozent. 17 Prozent der Befragten waren noch unentschieden.

Nur EZB hält Gendhahn Richtung Griechenland offen

Seit Mittwoch 00.00 Uhr steht das seit 2010 vom Kapitalmarkt abgeschnittene Griechenland ohne Geldquellen da. Nach dem Auslaufen des Hilfsprogramms besteht keine rechtliche Basis mehr für neue Milliardenhilfen. Weil Athen außerdem als erstes Industrieland überhaupt eine Kreditrate an den IWF von 1,6 Milliarden Euro nicht zurückzahlte, kann auch der Fonds nichts mehr überweisen. Allein die EZB hält jetzt noch die griechischen Banken am Leben - kippen sie, würde die griechische Wirtschaft zusammenbrechen.

Die Lage sei "tottraurig", sagte Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble. Die Schuld gab er allein der griechischen Regierung. Seit ihrem Amtsantritt Ende Januar sei die wirtschaftliche Lage jeden Tag schlechter geworden. Was sie wolle, sei unklar.

Kanzlerin Merkel gab sich vor dem Bundestag indes gelassen: "Es sind turbulente Tage, es geht auch tatsächlich um viel, die Welt schaut auf uns", sagte sie: "Aber die Zukunft Europas steht nicht auf dem Spiel." Die anderen 18 Eurostaaten müssten keine Katastrophe mehr fürchten.

Weil das zweite Hellas-Hilfsprogramm ausgelaufen ist, käme aus Sicht der Bundesregierung nur ein drittes Hilfsprogramm in Frage - unter den scharfen Regeln des Euro-Stabilisierungsfonds ESM und nach umfangreichen Verhandlungen.

Um die Banken vor einem Zusammenbruch zu bewahren, hatte die Regierung in Athen am Montag Auszahlungsbeschränkungen erlassen. Papst Franziskus mahnte die Regierungen zu verantwortungsvollem Handeln. Die Menschenwürde müsse im Zentrum stehen. EZB-Chef Mario Draghi zufolge war soziale Fairness das leitende Ziel der Reformvorschläge.

Tsipras hatte den Verhandlern von EU-Kommission, IWF und EZB einen weiteren Brief mit Sparvorschlägen übermittelt. Schäuble monierte, der Inhalt sorge nicht für mehr Klarheit. Tsipras bot in dem Schreiben an, die Verteidigungsausgaben 2016 um 200 Millionen und 2017 um 400 Millionen Euro zu kürzen. Dagegen teilte sein Büro mit, es habe nie Pläne für derartige Kürzungen gegeben und es werde sie auch nicht geben.

Die Mitteilung des Büros war offenbar eine Reaktion auf griechische Medienberichte, wonach der kleinere Koalitionspartner von Tsipras' Syriza-Bewegung unter Verteidigungsminister Panos Kammenos verärgert auf die in Aussicht gestellten Streichungen reagiert hat. EurActiv 2

 

 

 

 

„Bleibt in Europa! Wir stehen an Eurer Seite.“ Offener Brief an das griechische Volk

 

Zwei Tage vor dem schicksalhaften Referendum in Griechenland wendet sich die Europäische Bewegung mit einem eindringlichen Appell an die Wahlberechtigten:

„Bleibt in Europa und wir werden nicht ruhen, bis unsere gemeinsame Währung wieder ein Garant für Wohlstand ist, statt für Austerität zu stehen. Bis Reformen stärker sind als Sparkurse. Bis Verantwortungsgefühl mit Einheit belohnt wird. Bis Solidarität über Ökonomie gestellt wird. Ihr habt die Chance, Eure Zukunft zurückzufordern, Euch für Europa zu entscheiden. Unser Europa. Zusammen werden wir diese Krise beenden.“

Der offene Brief ist unterzeichnet von Vorstandsmitgliedern zahlreicher Europäischer Bewegungen in verschiedenen Ländern, darunter EBD-Präsident Dr. Rainer Wend.

Der Brief im Wortlaut:

Offener Brief an das griechische Volk (English original version below)

Liebe Freundinnen und Freunde,

Ihr steht vor der wichtigsten Entscheidung der neueren Geschichte Eures Landes. Bis jetzt haben wir es unseren Politikern überlassen, Eure Krise wie eine mathematische Gleichung zu lösen. Wir haben linken und rechten Populisten erlaubt, mit ihrer Rhetorik einen Keil zwischen uns zu treiben.

Wir haben zu lange geschwiegen. Jetzt nicht mehr.

Jetzt ist die Zeit gekommen, Eure Stimme zu erheben. Jetzt, da Politiker gescheitert sind und Technokraten versagt haben liegt es an Euch, dem griechischen Volk, über Euer Schicksal zu entscheiden.

Wir stehen an Eurer Seite und tragen die Bürde Eurer Entscheidung mit. Es wird Zeit, dass wir unsere Stimmen vereinen und unser Europa der Bürger zurückfordern.

Eure Entscheidung ist von höchster Tragweite. Für Euch, Eure Familien und Euer Land. Aber auch für unser Europa als Ganzes.

Unsere Herausforderungen sind gemeinsame, ebenso wie unser Schicksal ein gemeinsames ist. Selbst wenn die Zeiten hart sind, in denen wir leben – es gibt mehr Vereinendes als Trennendes zwischen uns.

Bleibt in Europa und wir werden nicht ruhen, bis unsere gemeinsame Währung wieder ein Garant für Wohlstand ist, statt für Austerität zu stehen. Bis Reformen stärker sind als Sparkurse. Bis Verantwortungsgefühl mit Einheit belohnt wird. Bis Solidarität über Ökonomie gestellt wird.

Ihr habt die Chance, Eure Zukunft zurückzufordern, Euch für Europa zu entscheiden. Unser Europa. Zusammen werden wir diese Krise beenden.

Unterzeichner: 

Jo Leinen MdEP, Präsident der Europäischen Bewegung International

Dr. Rainer Wend, Präsident der Europäischen Bewegung Deutschland

Petros Fassoulas, Generalsekretär der Europäischen Bewegung International

Daniel Correa, Citizens for Europe und Mitglied im Vorstand der Europäischen Bewegung International

Frédéric Vallier, Vizepräsident der Europäischen Bewegung International und Generalsekretär des Council of European Municipalities and Regionen

Elmar Brok MdEP, Präsident der Union Europäischer Föderalisten

Pauline Gessant, Präsidentin der Jungen Europäischen Föderalisten

Pier Virgilio Dastoli, Präsident der Europäischen Bewegung Italien

Maja Bobic, Generalsekretärin der Europäischen Bewegung Serbien und Mitglied im Vorstand der Europäischen Bewegung International

Eva Paunova MdEP, Vizepräsidentin der Europäischen Bewegung International

Jean-Marie Beaupuy, Mitglied im Vorstand der Europäischen Bewegung International

Olivier Hinnekens, Mitglied im Vorstand der Europäischen Bewegung International

Claudia Muttin, Mitglied im Vorstand der Europäischen Bewegung International

Katja Tuokko, Mitglied im Vorstand der Europäischen Bewegung International

Christian Wenning, Mitglied im Vorstand der Europäischen Bewegung International

und weitere Unterzeichnerinnen und Unterzeichner aus den Europäischen Bewegungen in verschiedenen Ländern: Die Liste der Unterstützer wird hier weiter ergänzt. De.it.press 3

 

 

 

 

 

„Ein echtes Referendum wäre hilfreich“

 

Fünf Antworten von Nicole und Christos Katsioulis in Athen zur geplanten Volksabstimmung in Griechenland.

 

In Griechenland sind alle Banken geschlossen; das Land geht auf ein Referendum zu. Wie haben Sie die letzten Tage erlebt?

Die letzten Tage und Wochen sind geprägt von Unsicherheit und Angst, aber auch Frust und Wut. Diese Verhandlungen ziehen sich nun seit Monaten. Wir durften deshalb schon viele „Tage der Entscheidung“ erleben und mussten zusehen, wie sie verstrichen, ohne dass wirklich etwas passierte.

Gemeinhin herrschte in Griechenland bislang stets die Überzeugung, dass alles am Ende gut ausgehen werde. Nicht, weil das Vertrauen in die Regierung so groß war, sondern eher das Vertrauen zu Europa und dessen Fähigkeit, auch abweichende Positionen zu integrieren. Das ist jetzt offensichtlich kaum mehr möglich. In den eher regierungsnahen Kreisen machen sich Frust und Wut breit, sie sehen den Schwarzen Peter eindeutig in Brüssel und Berlin. Bei denjenigen, die skeptischer gegenüber Tsipras waren, stellt man Enttäuschung und auch Sorge fest: Sorge um die europäische Zukunft des Landes und Enttäuschung über das Versagen beider Seiten in den Verhandlungen. Dass diese ganze Szenerie nun auch noch vor geschlossenen Banken stattfindet, und sich die Sorge um Knappheit von Medikamenten oder Benzin verbreitet, heizt die Stimmung zusätzlich an.

Vorsichtig ausgedrückt sind die Reaktionen auf das angekündigte Referendum durchwachsen. Wie wird es in Griechenland diskutiert?

Momentan ist Griechenland ein gespaltenes Land. Ein Teil der Presse macht den Lesern deutlich: Es geht tatsächlich um die Entscheidung, ob das Land in der Eurozone bleiben soll. Das ist jedoch die eher regierungskritische Presse. Die Mehrheit ist weiterhin im Lager der Regierung verankert. Syriza ist es gelungen, mediale Dominanz zu erlangen. Die Wahrnehmung der Bürger ist von der Weltsicht Syrizas geprägt.

Teile der Bevölkerung scheinen zu glauben, sie könnten tatsächlich das Reformpaket ablehnen, dann gestärkt an den Verhandlungstisch zurückkehren und weiterhin Mitglied in der Eurozone bleiben. Ein Teil der Bevölkerung freut sich über das Referendum, weil es ihnen – so glauben sie – die Chance gibt, sich aktiv in die Verhandlung einzubringen und ihren Frust gegenüber den Gläubigern zu artikulieren.

Wird es denn überhaupt möglich sein, ein rechtlich belastbares Referendum in der Kürze der Zeit durchzuführen?

Verwaltungstechnisch wird das sicherlich schwierig. Es muss ja innerhalb von einer Woche organisatorisch auf die Beine gestellt werden, und verursacht natürlich auch Kosten - etwa 110 Millionen Euro. Dennoch halten wir das für machbar – die griechische Verwaltung ist meist dann besonders gut, wenn es darum geht, kurzfristig Dinge zu improvisieren.

Rechtlich ist das Referendum umstritten, denn eigentlich darf in Griechenland über fiskalische Maßnahmen kein Referendum durchgeführt werden. Allerdings erlaubt die Verfassung die Volksbefragung bei Angelegenheiten von nationaler Bedeutung. Indem Tsipras diese Frage – nicht ganz zu Unrecht – dazu stilisiert, bewegt er sich vermutlich noch halbwegs auf dem Boden der Verfassung. Aber diese rechtlichen Bedenken spielen aktuell kaum mehr eine Rolle, das ist jetzt vor allem eine politische Frage.

Was ist der Schritt von Tsipras denn jetzt – Husarenstreich oder Verzweiflungstat?

Die Referendumsidee ist eine Mischung aus beidem. Es ist einerseits eine Idee, die aus der Verzweiflung geboren ist, weil man keinen anderen Ausweg mehr gesehen hat. Andererseits ist es aber auch ein Husarenstreich, weil so etwas durchaus ein gamechanger sein kann. Denn ein Referendum wäre ja durchaus wünschenswert, auch aus Perspektive der anderen Seite. Die Idee einer Volksabstimmung zu der Frage "Euro ja oder nein!“ gab es ja schon 2011. Damals hat sich der Referendumsvorschlag von Papandreou nicht durchgesetzt. Die Geschichte zeigt, dass diese wichtige Entscheidung des griechischen Volkes noch immer aussteht. Daher empfinden wir die Durchführung eines echten Referendums als hilfreich.

Allerdings ergibt sich ein Paradox, wenn Tsipras die Bevölkerung auffordert, das Reformpapier abzulehnen: Stimmt die Regierung für den Kurs der Regierung, endet es höchstwahrscheinlich in einem Grexit. Stimmt die Bevölkerung gegen Tsipras, müsste dieser eine Politik umsetzen, von der er selbst behauptet, sie sei „erpresserisch“ und „erniedrigend“ für das griechische Volk. Eine griechische Regierung, die eine Politik umsetzt, die sie für falsch hält: Das ist eigentlich nicht vorstellbar. Neuwahlen wären vermutlich die Folge.

Auf Twitter verkündete Tsipras gestern, ein griechisches Nein würde seine Verhandlungsposition stärken. Ist das eine realistische Einschätzung?

Das glauben wir nicht. Die griechische Regierung geht derzeit davon aus, dass sie nach einem Nein der Bevölkerung weiterverhandeln wird. Bei Tsipras und Syriza besteht anscheinend noch die Hoffnung, dass eine Ablehnung des „Rettungsrings aus Blei“ von Seiten der griechischen Bevölkerung die Gläubiger wieder an den Verhandlungstisch zurück bringt. Diese Hoffnung ist aus unserer Sicht unbegründet.

Martin Schulz hat deutlich gemacht: Die griechischen Bürgerinnen und Bürger haben – sollte es tatsächlich zu einem Referendum kommen – eine letzte Chance, Tsipras zum Einlenken zu bewegen. Diese Einschätzung teilen auch viele Bürgerinnen und Bürger. Es gibt erste Berichte von einer Initiative der Bürgermeister von Athen und Thessaloniki zur Gründung eines nationalen Komitees zum Ja im Referendum. Demnach sollen 50 Persönlichkeiten den Bürgern die Auswirkungen eines Grexit erklären und sie zu einem Ja zum Euro und zum Verbleib Griechenlands in der Eurozone ermuntern. Die Parteien ND, PASOK und To Potami unterstützen die Initiative.

Nicole Katsioulis, Christos Katsioulis  IPG 29

 

 

 

 

 

Umverteilung. EU-Regierungen schmieden Minimalkompromiss in Flüchtlingsfrage

 

EU-Länder haben sich auf eine Umverteilung von Flüchtlingen in Europa geeinigt. Zu mehr als einem Minimalkompromiss reichte es aber nicht. 40.000 Flüchtlinge sollen bis 2017 umgesiedelt werden. Deutschland will 8.000 Schutzbedürftige aufnehmen.

 

Die Staats- und Regierungschefs der EU haben sich nach einer hitzigen Debatte auf eine freiwillige Umverteilung von Flüchtlingen in Europa geeinigt. Bei ihrem Gipfeltreffen in Brüssel schmiedeten die Regierungen in der Nacht zum Freitag einen Minimalkompromiss in der heiklen Frage. Bis 2017 sollen insgesamt 40.000 Flüchtlinge von Italien und Griechenland aus in andere EU-Länder umgesiedelt werden. Deutschland könnte etwa 20 Prozent dieser Schutzsuchenden – also rund 8.000 Menschen – aufnehmen, wie ein Sprecher des Bundesinnenministeriums am Freitag in Berlin erläuterte.

20.000 Schutzbedürftige will die EU außerdem direkt aus Krisengebieten einfliegen, etwa aus Lagern rund um Syrien. Mit ihren Beschlüssen orientieren sich die Regierungen an Vorschlägen der EU-Kommission von Ende Mai. Allerdings vereinbarte der Gipfel keinen verbindlichen Verteilschlüssel für Flüchtlinge, wie ihn der EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker gefordert hatte. Geplant sei eine „Umverteilung auf freiwilliger Basis, an der sich aber alle Mitgliedsstaaten beteiligen wollen“, erläuterte Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) nach den Beratungen.

Die Innenminister der Staaten sollen nun bis Ende Juli gemeinsam klären, wer wie viele Menschen aufnimmt. Ausnahmen will die EU im Fall der östlichen Länder Ungarn und Bulgarien akzeptieren. Ungarn verzeichnet derzeit gemessen an seiner Einwohnerzahl schon hohe Flüchtlingszahlen. Die Regierung in Budapest hatte in den letzten Tagen mit drastischen Worten klargemacht, dass die Kapazitäten dort erschöpft seien. Auch Bulgarien, das ärmste Land der EU, muss sich nicht zusätzlich engagieren. Wegen besonderer Vertragsklauseln mit der EU können sich auf Wunsch auch Großbritannien, Irland und Dänemark ausklinken.

Pro Asyl: völlig unzureichend

Entsprechend enttäuscht bewerteten Flüchtlingsrechtler die Beschlüsse des EU-Gipfels. Angesichts der hohen Flüchtlingszahlen im Mittelmeerraum sei die Reaktion der EU „völlig unzureichend“, kritisierte der Geschäftsführer der Organisation „Pro Asyl“, Günter Burkhardt, in Frankfurt am Main. „Der Druck auf die EU-Grenzstaaten, ihre Grenzen zu Bollwerken gegen Schutzbedürftige auszubauen, wächst“, warnte er. Er verwies dabei auch darauf, dass die EU die Abschottungs-Komponente ihrer Politik weiter ausbauen wolle, etwa mittels konsequenterer Abschiebungen.

Kritik kam auch von grünen und linken Europaparlamentariern. Hingegen unterstrich Kanzlerin Merkel, die Europäische Union habe angesichts der Flüchtlingskrise „eine Riesenaufgabe“ vor sich. Es handele sich wohl um „die größte Herausforderung, die ich in meiner Amtszeit bezüglich der Europäischen Union gesehen habe“, sagte die Kanzlerin nach den stundenlangen Beratungen. Laut Medienberichten hatte vor allem der italienische Regierungschef Matteo Renzi in der Gipfeldebatte zeitweise die Geduld verloren und anderen Regierungschefs fehlende Solidarität vorgeworfen. (epd/mig 29)

 

 

 

 

 

„Nicht nur das Recht, nein, auch die Pflicht zu Migrationsbeschränkung“

 

Paul Collier: Warum wir Einwanderung neu regeln müssen. Siedler Verlag.

Aus dem Englischen von Klaus-Dieter Schmidt.

Warum eigentlich gibt es keine Pflichtlektüre für Politiker? Dieses Buch ist Pflicht für alle, die sich sinnstiftend zum Thema Migration äußern wollen. Paul Collier, eigentlich Paul Hellenschmidt, ist ein Zuwanderer aus Deutschland, der sich mittlerweile in Großbritannien integriert hat. Collier untersucht dreifach, wie Zuwanderung wirkt – in den Aufnahmegesellschaften, bei den Migranten und in den Herkunftsgesellschaften.

In dieser Komplexität, Klarheit und Transparenz ist das bisher noch nirgendwo sonst geschildert worden. Immer wieder kommt Collier zu Einsichten, die neues Denken ermöglichen. Immer wieder geht er seinen wunderbar klar argumentierten Weg zwischen den Argumenten der Skylla der rechten Gegner von Zuwanderung und der Charybdis der linken Befürworter einer unbegrenzten Zuwanderung.

Collier zeigt, wie Abwanderung und Zuwanderung wirklich wirken, und dass Zuwanderung, anders als viele denken, nicht nur ökonomisch, sondern auch sozial positiv wirkt. Bis zu einem gewissen Umfang regt sie auch die Herkunftsgesellschaften an, durch Bildungsmotivation der Bleibenden und die finanziellen Rückflüsse in die Herkunftsländer. Collier deutet unsere entwicklungspolitischen Ausgaben quasi als Rückfluss an die Herkunftsländer und wie eine Steuer auf die Bildungsinvestitionen, die die Herkunftsländer für ihre Migranten ausgegeben haben.

Aber Collier zeigt genauso klar, wie sich ungesteuerte Zuwanderung für alle negativ auswirkt: Für die Aufnahmegesellschaften, die ihre über Jahrhunderte entwickelten Bindungskräfte verlieren, weil sie bei einem Zuviel an Zuwanderung die Menschen nicht mehr absorbieren und integrieren können. Aber ebenso für die Zuwanderer. Sie können ihre Identität verlieren. Und Herkunftsländer wie Haiti oder Mali verlieren durch die Abwanderung ihr Zukunftspotential. So empfiehlt Collier eine neue, andere, bessere, nachhaltige Politik für Zuwanderung, die für alle jenseits falscher Romantik ihre positive Wirkung dauerhaft entfalten kann.

Es geht um einen Umfang neuer Zuwanderer,  der aus der Integration und der Absorptionsquote berechnet wird. Deshalb soll gerade nicht vorrangig Familienmitgliedern den Nachzug in die Migration eröffnet werden, sondern Menschen, die anhand von klaren Kriterien ermittelt worden sind. Gerade weil Zuwanderung im richtigen Umfang alle zu Gewinnern werden lässt, braucht es einen auf der Grundlage des heutigen Forschungsstandes ermittelten Umfanges von Migration.

Wer das Buch liest, gewinnt den Eindruck, dass ein scheinbar unlösbares Problem, für das es nur willkürliche Lösungen zu geben scheint, durchaus lösbar ist. Es besteht kein Anlass für Alarmismus oder Panik. Auf der Grundlage der Analyse von Collier kann vielmehr allen an Migration Beteiligten Gerechtigkeit wiederfahren. Man lernt bei ihm, wie und weshalb grundlegende Errungenschaften unserer modernen westlichen Zielgesellschaften in Gefahr geraten, wenn die Diversität einen kritischen Punkt überschreiten.

Das Buch ist deshalb so gut zu lesen, weil es ohne Schärfe oder Häme auf die bekannten (Vor)Urteile eingeht. Diese werden untersucht, gestärkt, wo sie zutreffen und überwunden, wo sie eben nur Vorurteil sind.

Das Buch ist dabei von einem geschrieben, der bisher vor allem die Situation der ärmsten Milliarde von Menschen untersucht hat und daher auch deren Interessen bedenkt. Es zeigt, wie eine neu ausgehandelte Migrationspolitik zu einer Unterstützung für die Entwicklungspolitik werden kann, und warum es nicht nur ein Recht auf Migrationsbeschränkung gibt, sondern auch eine Pflicht. Collier  plädiert daher weder für eine offene noch für eine geschlossene, sondern für eine angelehnte Tür. Dabei zeigt er auf, wie man sie sinnvoll, für alle transparent, nachvollziehbar anlehnen  kann.

Das Buch schließt die Lücke, die es sieht. Daher sollte es jeder lesen, der sich nicht als Diskutant oder, noch schlimmer, als verantwortlicher politischer Entscheider in dieser Lücke ertappen lassen will.

Zwei Dinge wundern, ja ärgern mich letztlich dann doch. Wenn alles so logisch ist, wie er es überzeugend darstellt, warum ist für ihn dann der in den Zuwanderungsgesellschaften erreichte Stand der Entwicklung, vor allem der gesellschaftlichen Kohäsion, nur eine „zufällige Konstellation“? Da macht er es sich zu einfach.

Und zugleich lässt er, der auf wundervolle Weise kein Tabu gelten lässt, dann doch eine wichtige Frage unberührbar als Tabu bestehen: Die Frage, warum Staaten wie Dubai und Abu Dhabi, Katar oder Saudi Arabien, Menschen aus Bangladesch oder Pakistan nur als Gastarbeiter für ihr Ölgeld ausnutzen, obwohl sie doch wie sie zur weltweiten Umma der muslimischen Gemeinschaft gehören. Wir als westliche Gesellschaften hingegen ermöglichen ihnen hingegen trotz aller kultureller Unterschiede als Zuwanderern den vollen Rechtekatalog von Bürgern. Und dass, obwohl sie sich oft lieber in Parallelgesellschaften organisieren oder eben von uns so überfordert fühlen, dass sie zu Terroristen werden und unsere Werte bekämpfen. Steffen Reiche  IPG 30

 

 

 

 

Eurozone wappnet sich für Staatsbankrott Griechenlands

 

Die Eurozone dreht Griechenland den Geldhahn zu und wappnet sich für einen drohenden Bankrott des Landes. Die Euro-Staaten würden "alles tun", um "jede denkbare Ansteckungsgefahr zu bekämpfen", sagt Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble.

Bei einem Sondertreffen in Brüssel lehnten die Euro-Finanzminister am Samstag eine Verlängerung des am 30. Juni auslaufenden Hilfsprogramms für Athen ab. Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble (CDU) prophezeite Griechenland deswegen "akute Schwierigkeiten". Die Euro-Staaten würden aber "alles tun", um "jede denkbare Ansteckungsgefahr zu bekämpfen".

"Das Programm läuft Dienstagnacht aus" - dieser Satz von Eurogruppen-Chef Jeroen Dijsselbloem schien das Schicksal Griechenlands zu besiegeln. Denn ohne weitere Finanzhilfen kann Griechenland am Dienstag fällige Kredite an den Internationalen Währungsfonds (IWF) in Höhe von 1,5 Millionen Euro nicht begleichen, damit droht die Pleite.

Die Euro-Finanzminister wiesen am Samstag aber einen Antrag Griechenlands zurück, das Hilfsprogramm über den 30. Juni hinaus zu verlängern. Als Grund nannte Dijsselbloem die Ablehnung der neuesten Gläubiger-Vorschläge durch die griechische Regierung und das von Athen überraschend angesetzte Referendum zu den Bedingungen der Gläubiger. Athen habe den Verhandlungsprozess "abgebrochen", dabei hätten die Gläubiger ein "Maximum an Flexibilität" gezeigt.

Mit der Ankündigung eines Referendums über die Gläubiger-Vorschläge hatte der griechische Regierungschef Alexis Tsipras zuvor die Euro-Staaten brüskiert. Denn die Volksbefragung ist erst für den 5. Juli geplant - eine Einigung hätte aber spätestens bis zum 30. Juni gefunden werden müssen.

Griechenland habe den "Verhandlungstisch" verlassen, konstatierte Schäuble bei seiner Ankunft im Ratsgebäude in Brüssel. Es gebe daher "keine Grundlage mehr" für weitere Verhandlungen. Auch andere Euro-Finanzminister zeigten sich erbost über das Vorgehen der griechischen Regierung. Bei der folgenden Sitzung beschlossen sie das Ende des Hilfsprogramms für Athen.

Ohne frisches Geld steuert Griechenland auf einen Bankrott zu, letztlich droht der Austritt aus dem Euroraum. Die Folgen wären unabsehbar.

Die Finanzminister der Euro-Staaten - mit Ausnahme des griechischen Ressortchefs Giannis Varoufakis - berieten deswegen am Samstagabend auch über die Konsequenzen der Entscheidung, die Hilfen einzustellen. Sie stünden jetzt "bereit, alles Notwendige zu tun, um die finanzielle Stabilität des Eurogebiets sicherzustellen", erklärten sie danach.

Griechenland forderten sie auf, Maßnahmen zur Stabilisierung seines Finanzsystems zu treffen. Die Gläubiger-Institutionen - Europäische Zentralbank (EZB), EU-Kommission und IWF - stünden für "technische Unterstützung" zur Verfügung, hieß es.

Befürchtet wird unter anderem ein außer Kontrolle geratender Ansturm der Griechen auf die Banken des Landes, um ihr Geld in Sicherheit zu bringen. Ohne weitere Notkredite der EZB müsste die griechische Regierung Kapitalverkehrskontrollen einführen, um einen Zusammenbruch des heimischen Bankensektors zu verhindern.

Es habe zuletzt hohe Abhebungen bei den griechischen Banken gegeben und dies habe sich am Samstag "noch einmal dramatisch zugespitzt", mahnte Schäuble. Er betonte gleichzeitig, die Eurozone sei inzwischen deutlich besser gegen Ansteckungsrisiken gewappnet, wie es sie zu Beginn der Finanzkrise gegeben habe.

Der EZB-Gouverneursrat dürfte am Sonntag über das weitere Vorgehen beraten. Aus Verhandlungskreisen in Brüssel verlautete, die Zentralbank werde dabei die sogenannten ELA-Kredite einstellen, mit denen sie bisher den griechischen Bankensektor stützte.

Mit Blick auf ein drohendes Euro-Aus für Griechenland sagte Schäuble: "Griechenland bleibt Mitglied der Eurozone." Dijsselbloem fügte hinzu, die "Tür" für Verhandlungen sei nach wie vor geöffnet.

Varoufakis sagte, seine Regierung werde "bis zum letzten Moment am Dienstag kämpfen", um noch eine Vereinbarung mit den Gläubigern zu erzielen. Zugleich kritisierte er seine Euro-Kollegen scharf: Deren Entscheidung werde "sicherlich die Glaubwürdigkeit der Eurogruppe als demokratische Union beschädigen".

Das griechische Parlament wollte noch am Samstagabend über das Abhalten des Referendums abstimmen. Tsipras machte deutlich, trotz der Entscheidung der Eurogruppe an den Plänen festzuhalten. EA/AFP,  29

 

 

 

 

 

EUD-Generalsekretär Moos zur aktuellen Lage in Griechenland: „Es bleibt nicht mehr viel Zeit, die Europäische Union zu retten“

 

„Jetzt steht alles auf dem Spiel“, sagt Europa-Union Generalsekretär Christian Moos mit Blick auf die dramatische Zuspitzung der Eurokrise. Es gehe um mehr als den Verbleib oder das Ausscheiden Griechenlands aus der Währungsunion. „Niemand weiß genau, welche Folgen ein Grexit für die Eurozone und Europa insgesamt hätte. Fest steht nur, dass er inzwischen sehr wahrscheinlich geworden ist.“ Moos befürchtet, dass Griechenland im Chaos versinkt, wenn nicht doch noch eine Lösung dieser Krise gefunden wird. "Ein EU-Mitglied als failing state würde die Gemeinschaft zerreißen", zeigt sich Moos überzeugt.

„Es bleibt die Hoffnung, dass der Zusammenbruch bis Sonntag vermieden wird und die Griechen dann für das Angebot der Institutionen stimmen.“ Die griechische Regierung müsse in diesem Fall zurücktreten, sofort eine kooperationsbereite Allparteienregierung gebildet und eine Neuwahl angesetzt werden.

Aber auch der Rest Europas stehe in der Verantwortung. „Die Währungsunion muss dringend auch eine soziale Perspektive bekommen, weil die Katastrophe sonst nur vertagt ist“, so Moos.

Der Europa-Union Generalsekretär fordert eine weitere Vertiefung der Währungsunion. „Auf absehbare Zeit wird es nicht möglich sein, die Verträge zu reformieren. Deshalb muss eine Avantgarde vorangehen und den Weg der verstärkten Zusammenarbeit beschreiten. Zwischenzeitlich müssen die Mitgliedstaaten im Rat zur Gemeinschaftsmethode zurückkehren und im Rahmen der großen Möglichkeiten, die der Vertrag von Lissabon bietet, endlich wieder Entscheidungen auch gegen Minderheiten durchsetzen.“

Das britische Referendum dürfe dafür kein Hinderungsgrund sein. Sonst drohe bis Ende 2017 Stillstand. "Die Briten müssen Teil der EU bleiben. Wenn sie es aber unbedingt wünschen, sollten sie durch eine Protokollerklärung in die Nachhut der Gemeinschaft entlassen werden. Es bleibt nicht mehr viel Zeit, die Europäische Union zu retten. Denn um deren Überleben geht es jetzt." Dip 29

 

 

 

 

 

Bundestags-Rede zu Griechenland. Merkel: Stabilität der Eurozone erhalten

 

Die Stabilität der Eurozone dürfe keine Schaden nehmen. Die Tür für Gespräche mit der griechischen Regierung bleibe aber weiter offen, betonte Merkel in ihrer Bundestags-Rede.

 

In ihrer Rede betonte Kanzlerin Merkel, dass über neue Hilfen für Griechenland erst nach dem Referendum am Sonntag verhandelt werden könne. Darauf habe sich die Bundesregierung verständigt.

"Die Tür für Verhandlungen war immer offen und bleibt immer offen", so Merkel weiter. Das sei man den Menschen in Griechenland und Europa schuldig.

Es sei selbstverständlich das Recht der griechischen Regierung, ein Referendum abzuhalten. Es sei aber auch das gute Recht der anderen 18 Länder der Eurozone, eine angemessene Haltung zu entwickeln und festzulegen.

"Ich sage klipp und klar: Ein guter Europäer ist nicht der, der eine Einigung um jeden Preis sucht.

Ein guter Europäer ist vielmehr der, der die europäischen Verträge und das jeweilige nationale Recht achtet und auf diese Weise hilft, dass die Stabilität der Eurozone keinen Schaden nimmt." 

"Europa ist stark"

Nach den vielen Reformen der letzten Jahre wie dem ESM, dem Fiskalpakt und der Bankenunion sei Europa erheblich robuster geworden und könne die weitere Entwicklung abwarten. "Europa ist stark", so Merkel, "viel stärker, als vor fünf Jahren, zu Beginn der europäischen Staatsschuldenkrise." Die heutige Lage sei ohne Zweifel eine große Herausforderung für uns; für die Menschen in Griechenland sei sie eine Qual.

Dabei gehe es nicht um Summen von 400 Millionen oder 1,2 Milliarden Euro, sondern um den Erhalt Europas als Rechts- und Verantwortungsgemeinschaft. In einer solchen Gemeinschaft müsse man den Willen zum Kompromiss haben. Aber es gehe nicht um Kompromisse um jeden Preis. In einem tragfähigen

Kompromiss müssten die Vorteile die Nachteile überwiegen.

Zukunft Europas steht nicht auf dem Spiel

Trotz der großen Herausforderung stehe die Zukunft Europas nicht auf dem Spiel. Aber die Welt schaue auf Europa. Merkel betonte abschließend noch einmal die Werte der Europäischen Union, die sie in der Welt zur Geltung bringen müsse. Europa müsse nach der Überwindung der Staatsschuldenkrise stärker sein als vorher.

Das Hilfsprogramm für Griechenland ist am 30. Juni ausgelaufen. Athen hatte die Verhandlungen mit der Eurogruppe über eine Verlängerung der Hilfen am 27. Juni  abgebrochen. In einem Referendum am 5. Juli will die griechische Regierung das Volk über das letzte Angebot der Gläubiger (IWF, EZB und

Europäische Kommission) abstimmen lassen. Den zum 30. Juni fälligen Kredit des IWF in Höhe von 1.6 Milliarden Euro konnte Griechenland nicht tilgen. Die griechische Regierung hat für die Woche bis zum 5. Juli die Banken geschlossen und Kapitalverkehrskontrollen eingeführt. Pib 1

 

 

 

 

 

 

Europa: Rechts- und Verantwortungsgemeinschaft. Griechenlandhilfe

 

Über neue Hilfen für Griechenland kann erst nach dem Referendum am 5. Juli verhandelt werden. Das erklärte Bundeskanzlerin Angela Merkel heute vor dem Deutschen Bundestag. Merkel sagte: "Die Tür für Verhandlungen war immer offen und bleibt immer offen.“

Die griechische Regierung hatte die Verhandlungen mit der Eurogruppe über ein außerordentlich großzügiges Programmangebot zur Verlängerung des zweiten Hilfsprogramms am 27. Juni abgebrochen. Die Entscheidung der griechischen Regierung, ein Referendum für den 5. Juli anzusetzen, hatte diese Verhandlungen beendet. Das zweite Hilfsprogramm, getragen vom Internationalen Währungsfonds, Europäischer Zentralbank und Europäischer Kommission, lief am 30. Juni aus. Griechenland erhält daraus keine Auszahlungen mehr.

Stabilität der Eurozone bewahren

„Ich will nicht, dass wir irgendwie durch die Krise kommen. Ich will, dass Europa gestärkt aus der Krise herauskommt“, so die Bundeskanzlerin. Dabei gehe es um den Erhalt Europas als Rechts- und Verantwortungsgemeinschaft. In einer solchen Gemeinschaft müsse man den Willen zum Kompromiss haben. Ein Kompromiss könne eingegangen werden, wenn die Vorteile die Nachteile

überwögen. Ein guter Europäer sei der, der die europäischen Verträge und das jeweilige nationale Recht achte und auf diese Weise helfe, dass die Stabilität der Eurozone keinen Schaden nehme.

Bundeswirtschaftsminister Sigmar Gabriel erklärte, es sei ein „Skandal“, dass eine „angeblich linke Regierung“ tatenlos zuschaue, wie täglich eine Milliarde Euro ins Ausland geschafft werde. Für dieses Geld würden unter anderem die Arbeitnehmer in Deutschland bürgen.

Hilfe zur Selbsthilfe

Das Wesen der europäischen und internationalen Hilfen für Griechenland ist Hilfe zur Selbsthilfe. Das Auszahlen von Finanzmitteln ohne ein gemeinsames Verständnis über den weiteren Weg Griechenlands wäre unverantwortlich gegenüber den Bürgern aller anderen europäischen Staaten. Griechenland könne nicht ohne massive strukturelle Anstrengungen in der Währungsunion bleiben, so Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble.

Die durch die gewährte finanzielle Solidarität gewonnene Zeit hätte die griechische Regierung intensiv nutzen müssen: um die griechische Wirtschaft wettbewerbsfähiger, den griechischen Staat handlungsfähiger und das griechische Sozialsystem leistungsfähiger und gerechter zu machen. Pib 1

 

 

 

 

 

Das Ende der Obama-Doktrin

 

Die USA dürften bald wieder stärker militärisch in regionale Konflikte eingreifen. Damit kommt auch Berlin unter Zugzwang.

 

Amerika erscheint vielen heute als eine überforderte Supermacht. Das Narrativ lautet dabei in etwa so: Unter dem Druck einer in Irak und Afghanistan kriegsmüde gewordenen Gesellschaft, geplagt durch eine präzedenzlose innenpolitische Polarisierung in Washington und erzwungen durch schrumpfende finanzielle Mittel, müssen die USA ihr sicherheitspolitisches Engagement in der Welt reduzieren. Die „Obama-Doktrin“, die im Kern gekennzeichnet ist durch eine große Skepsis gegenüber den Möglichkeiten militärischer Interventionen, wäre aus dieser Sicht mehr als nur die Programmatik des aktuell amtierenden US-Präsidenten.

Eine genauere Betrachtung der Rahmenbedingungen amerikanischer Sicherheits- und Verteidigungspolitik deutet allerdings in die gegenteilige Richtung. Vieles spricht dafür, dass die USA in Zukunft wieder stärker auch militärisch in weltweite Konflikte eingreifen werden, unabhängig davon, wer nach 2016 in das Weiße Haus einzieht. Dies wird auch für Deutschland und die anderen europäischen NATO-Partner Folgen haben.

 

Außen- und sicherheitspolitische Rahmenbedingungen

Ein wesentlicher Treiber dieser Entwicklungen sind die veränderten äußeren Rahmenbedingungen. Sie sind vom Osten der Ukraine, über den Mittleren Osten bis nach Ostasien durch die gleichzeitige Zunahme und Vertiefung sicherheitspolitischer Krisen gekennzeichnet, die häufig eine Kombination innerstaatlicher und internationaler Konflikte darstellen. Dabei lässt sich trefflich über Ausgangspunkt und Ursachen dieser Krisen streiten. Klar ist jedoch, dass sie die USA als globale Ordnungsmacht herausfordern.

Dies schlägt sich bereits heute in der amerikanischen Sicherheits- und Verteidigungspolitik nieder. Noch zu Beginn seiner Präsidentschaft brandmarkte Barack Obama die Militarisierung der Afrikapolitik seines Amtsvorgängers George W. Bush. Die gegenwärtige Administration sah sich dann allerdings selbst nicht in der Lage, diesen Kurs zu verlassen. 2014 war das US-Militär in mindestens 20 afrikanischen Ländern militärisch präsent, wenn auch zumeist im Rahmen eines wenig transparenten „leichten Fußabdrucks“.

Die USA halten zwar weiterhin an ihrem Ziel fest, bis Ende 2016 den Einsatz amerikanischer Truppen in Afghanistan weitgehend zu beenden und auf eine minimale Präsenz von nur noch 1000 Soldaten zu reduzieren. Die prekäre Sicherheitslage zwang die Obama-Administration jedoch bereits dazu, ihre Pläne am Hindukusch zu modifizieren. So soll die Zahl der US-Truppen bis Jahresende nicht von knapp über 10 000 auf 5000 halbiert werden, sondern zunächst auf dem aktuellen Niveau verharren.

In Irak und Syrien zeichnet sich gleichfalls ein zunehmendes Niveau militärischen Eingreifens ab. Nachdem die USA Ende 2011 alle ihrer Kampftruppen aus dem Irak abgezogen haben, veranlasst sie der Vormarsch des „Islamischen Staates“ wieder zu einer partiellen Rückkehr in das Land (mit etwa 3500 Spezialkräften bzw. Militärberatern, deren Entsendung für 2015 geplant ist). Angesichts des russischen Vorgehens im Osten Europas, des sich verschärfenden Hegemonialkonflikts zwischen dem Iran und seinen arabischen Nachbarn und der Machtdemonstrationen Chinas im Südchinesischen Meer haben die USA ihr verteidigungspolitisches Engagement in diesen Weltregionen bekräftigt und teilweise – siehe insbesondere Europa – wieder ausgebaut.

 

Größere innenpolitische Spielräume als weithin gedacht

Gleichzeitig sind die innenpolitischen Rahmenbedingungen der US-Sicherheits- und Verteidigungspolitik keineswegs so restriktiv wie dies sowohl die Befürworter als auch die Gegner eines Rückzugs der USA aus ihrer weltpolitischen Rolle (retrenchment) oft darstellen. Die „Kriegsmüdigkeit“ der amerikanischen Bevölkerung wird in der Regel an Meinungsumfragen abgelesen, deren Ergebnisse jedoch oft ambivalent sind. So zeigen beispielsweise jüngere Umfragen des Pew Research Center zwar, dass eine große Mehrheit der Amerikaner fordert, die USA mögen sich in erster Linie auf die nationalen Probleme konzentrieren. Gleichzeitig meint eine Mehrheit der Befragten aber auch, dass Präsident Obama in der Außen- und Sicherheitspolitik nicht „hart genug“ agiere. Unabhängig von der Aussagekraft demoskopischer Daten können einzelne Ereignisse, wie die öffentliche Enthauptung des US-Journalisten James Foley im August 2014, in relativ kurzer Zeit Umschwünge in der öffentlichen Debatte auslösen. Schließlich haben amerikanische Präsidenten stets die Möglichkeit, aktiv öffentliche Unterstützung für ihre jeweiligen sicherheitspolitischen Entscheidungen einzuwerben. Dieser rally 'round the flag-Effekt ließ sich im Zusammenhang zahlreicher Militärinterventionen der USA seit dem Ende des Kalten Krieges beobachten.

Ein zweiter innenpolitischer Faktor ist die Polarisierung zwischen Demokraten und Republikanern. Sie ist ein längerfristiges Phänomen, das sich allerdings in den letzten vier, fünf Jahren erheblich verstärkt und zu Regierungsblockaden geführt hat. Die inhaltliche Entfremdung zwischen beiden Parteien im amerikanischen Kongress sowie zwischen dem Präsidenten und der Legislative spiegelt sich vor allem in innen- und gesellschaftspolitischen Themenfeldern wider. Die Außen-, Sicherheits- und Verteidigungspolitik ist davon wesentlich weniger direkt betroffen.

Die Haushaltskürzungen im Verteidigungsetat werden innerhalb und außerhalb der USA meist als ein dritter innenpolitischer Faktor gesehen, der das Handeln der USA in der Welt stark einschränkt und weiter einschränken wird. Tatsächlich wirken die Einschnitte der letzten vier Jahre gemessen an den Höhenflügen der Militärausgaben von 2002 bis 2010 sehr groß. Über einen längeren Zeitraum betrachtet bleiben die (absoluten) Ausgaben für die Verteidigung jedoch auf einem historischen Höchststand. 2014 gaben die USA inflationsbereinigt noch immer mehr Geld für ihre nationale Verteidigung aus als in fast jedem anderen Jahr zwischen 1948 und 2001. In der Gesamtschau hat der amerikanische Präsident also weiterhin recht weitreichende innenpolitische und finanzielle Handlungsspielräume, um auf sicherheitspolitische Herausforderungen zu reagieren.

 

Präsidentschaftswahlen 2016: Das Spektrum wird interventionistischer

Auch die ersten Ausläufer des Präsidentschaftswahlkampfes 2016 deuten auf eine neuerliche Hinwendung zu einem robusteren Interventionismus der USA hin. Bereits jetzt nehmen Fragen der „nationalen Sicherheit“ ungewöhnlich viel Raum in den Debatten ein. Die Positionen der erklärten und noch-nicht-erklärten Präsidentschaftskandidaten zu Fragen wie Afghanistan, Kampf gegen den „Islamischen Staat“, Jemen, Haltung gegenüber China und Russland und Höhe des Verteidigungshaushalts variieren. Fast alle republikanischen Anwärter haben jedoch in den letzten Monaten einen „Rechtsruck“ vollzogen und profilieren sich als verteidigungspolitische Hardliner. Auch die bislang bei weitem aussichtsreichste demokratische Kandidatin, Hillary Clinton, gilt als „Falke“.

Am Ende werden sich die Positionen sicher noch verschieben. Es ist nicht ungewöhnlich, dass Republikaner in der frühen Phase des Vorwahlkampfes stärker nach rechts tendieren – zumal wenn das Feld der Kandidaten so überfüllt ist wie jetzt –, während sich demokratische Anwärter insbesondere in wirtschaftlichen und gesellschaftspolitischen Fragen nach Links orientieren. Innenpolitische Unterstützung für eine großangelegte militärische Aufstandsbekämpfung wie in Irak bis 2011 und Afghanistan bis 2014 wird es absehbar nicht mehr geben. Das spiegelt sich auch darin wider, wie sehr der Umgang mit der Irak-Intervention George W. Bushs die Debatte in Amerika noch immer belastet. Dessen ungeachtet zeichnet sich aber ab, dass das innenpolitische Spektrum in den USA in Zukunft wieder stärker interventionistisch geprägt sein wird. Die Obama-Doktrin wird die nächsten Präsidentschaftswahlen wohl nicht überleben.

Diese Entwicklung hat auch Folgen für Deutschland und die anderen europäischen NATO-Partner. Die vergangenen zwei Dekaden haben gezeigt, dass sicherheits- und verteidigungspolitische Entscheidungen in Washington oft weitreichende Auswirkungen darauf haben, wann, wie und wo die Bundeswehr zum Einsatz kommt. In Berlin ist zuletzt häufiger die Erwartung zu hören, Deutschland engagiere sich besonders stark für die verteidigungspolitische Rückversicherung osteuropäischer NATO-Partner gegenüber russischem Gebaren und könne deshalb in Zukunft mehr Zurückhaltung bei internationalem Krisenmanagement „out-of-area“ walten lassen. Diese Erwartung könnte sich bald als illusorisch erweisen.  Marco Overhaus  IPG 24

 

 

 

 

 

Wie Varoufakis und die Eurogruppe auseinander gingen

 

Der Finanzminister Griechenlands, Yanis Varoufakis, verließ im Brüsseler EU-Ratsgebäude die Sondersitzung der Eurogruppe. Laut mehreren Teilnehmern ging er mit einem Lächeln. "Es war verstörend, dass jemand, der gerade eine Entscheidung gegen sein Land getroffen hat, nicht am Boden zerstört ist, sondern grinst", sagte ein EU-Vertreter.

Varoufakis beendete seine Teilnahme an der Eurogruppe nach Angaben des Vorsitzenden Jeroen Dijsselbloem auf eigenen Wunsch. Der Grieche hatte keine Zustimmung von den anderen 18 Finanzministern der Eurozone erhalten, das bis Dienstag laufende Hilfsprogramm zu verlängern, damit Griechenland am 5. Juli über das Reformpaket der internationalen Geldgeber abstimmen kann. Die Konsequenzen daraus wurden am Sonntag bereits erkennbar: Varoufakis selbst stellte in einem BBC-Interview die Einführung von Kapitalverkehrskontrollen und die Schließung der griechischen Banken am Montag in Aussicht – Maßnahmen, die von der griechischen Regierung noch am Samstag abgelehnt worden waren. Zum ersten Mal steht ein Land der Eurozone unmittelbar vor der Staatspleite.

Der ohnehin schon an Dramatik nicht arme Schuldenstreit mit Griechenland war am Freitag und Samstag auf einen Showdown in Brüssel zugelaufen – allerdings mit einem anderen Finale, als sich die europäischen Verantwortlichen außerhalb Athens vorgestellt hatten. Aus den Fugen geriet die Lage am Freitagabend durch die Fernsehansprache des griechischen Ministerpräsidenten Alexis Tsipras und seiner Ankündigung einer Volksabstimmung. Zu der Zeit saßen Vertreter der drei Institutionen von EU-Kommission, Internationalem Währungsfonds (IWF) und Europäischer Zentralbank (EZB) in Brüssel mit Unterhändlern der griechischen Regierung zusammen und berieten nach Angaben der Kommission ein neues Reformpaket, das der Eurogruppe am Samstag zur Entscheidung vorgelegt werden sollte. Darin waren auch weitere Zugeständnisse an die griechische Seite enthalten – so etwa der Vorschlag, den umstrittenen Mehrwertsteuersatz für Hotels auf 13 statt 23 Prozent abzusenken.

Referendums-Nachricht platzt in die Runde

Doch dann platzte die Nachricht von der Ankündigung des Referendums in die Runde. Die griechischen Unterhändler beendeten daraufhin nach Angaben der EU-Kommission die Gespräche. Zur gleichen Zeit saß Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble nach eigenem Bekunden vor dem Fernseher und verfolgte die Verlängerung im Viertelfinalspiel Deutschland gegen Frankreich bei der Frauen-Fußball-WM. "Die griechische Weigerung, die Verhandlungen fortzuführen, hat alle überrascht und es war nicht unsere Entscheidung, den Prozess abzubrechen", sagte Schäuble am Samstag. Ein Vertreter der Eurozone wurde noch deutlicher: "Tsipras hat es verbockt. Wir haben alles Mögliche getan. Sie haben entschieden, die Sache platzen zu lassen." Und mit dem Hinweis auf die neuen, verbesserten Reformvorschläge ergänzte der mit den Verhandlungen Vertraute: "Wir waren so nah dran, es so zu verkaufen, dass sie (die griechische Regierung) es auch hätte verkaufen können."

Die Ankündigung des Referendums ließ all diese Pläne für eine Einigung hinfällig werden. So begann am Samstag die Sondersitzung der Eurogruppe in Brüssel unter völlig neuen Vorzeichen. Der slowakische Finanzminister Peter Kazimir unkte vor deren Beginn, er erwarte bei dem Treffen weitere Vorlesungen von Varoufakis. Und der finnische Finanzminister Alexander Stubb gab unumwunden die Stoßrichtung vor, dass nämlich "Plan B" zu "Plan A" werden müsse - also die Vorbereitungen auf eine Staatspleite Griechenlands beginnen sollten.

In der Sitzung schlug der französische Finanzminister Michel Sapin laut Teilnehmern zunächst vor, über die Bitte Athens um Verlängerung des Hilfsprogramms zumindest zu diskutieren. Doch das sei auf wenig Zustimmung der anderen Kollegen gestoßen. "Was mit diesem Vorschlag eines Referendums verbunden ist und verstanden wird, haben wir auch in intensiven Diskussionen mit unserem griechischen Kollegen nicht richtig verstehen können", sagte Schäuble später. Als klar war, dass Varoufakis mit seinem Ansinnen keinen Erfolg haben würde, wurde nach Angaben von Teilnehmern über die Erklärung gesprochen, die im Anschluss an das Treffen veröffentlicht werden sollte.

Varoufakis habe Aufklärung verlangt, ob die Eurogruppe ohne Zustimmung eines Mitglieds des Gremiums eine solche Erklärung überhaupt veröffentlichen dürfe. Der juristische Dienst des Rates habe daraufhin mitgeteilt, dass dies sehr wohl möglich sei, da die Eurogruppe eine informelle, zwischenstaatliche Veranstaltung sei und anders als etwa der Europäische Rat keine gemeinsamen, rechtlich verbindlichen Schlussfolgerungen, sondern nur Erklärungen abgebe. Damit war das Tischtuch zwischen Varoufakis und seinen 18 Kollegen vollends zerschnitten.

Trotz der Dramatik schlug die Stimmung im Raum um, nachdem Varoufakis den Raum verlassen hatte, berichteten Teilnehmer. EZB-Chef Mario Draghi habe den Scherz gemacht, dass nun zumindest die Institutionen wieder als "Troika" bezeichnet werden dürften. Und der Minister eines baltischen Staates habe die Situation mit einer Scheidung verglichen: Man sei zwar am Boden zerstört, aber zugleich auch erleichtert, dass es vorbei sei. Die Erklärung der Eurogruppe und das spätere Statement der 18 noch anwesenden Minister wurde jeweils mit der Fußnote versehen, dass der Text ohne den griechischen Vertreter verabschiedet wurde. Ea/rtr, 29

 

 

 

 

Mittelstandsforscher. Migrantenunternehmer haben es besonders schwer

 

Ausländische Selbstständige haben es in Deutschland deutlich schwerer als ihre deutschen Konkurrenten: Schwierigkeiten bei der Kreditaufnahme oder der Kampf gegen Vorurteile bei der Personalgewinnung oder bei der Kundenaqkuise verzerren den Wettbewerb. Experten schlagen Alarm.  VON Matthias Klein

 

Unternehmer mit ausländischen Wurzeln treffen in Deutschland nach den Worten des Mittelstandsforschers René Leicht noch immer auf besondere Hindernisse. „Sie sind in mehrfacher Hinsicht gegenüber deutschen Konkurrenten benachteiligt“, sagte Leicht dem Evangelischen Pressedienst. Die deutsche Gesellschaft diskriminiere Migrantenunternehmer.

Für Gründer sei es grundsätzlich schwieriger, von Banken einen Kredit zu bekommen. Zudem hätten die selbstständigen Migranten mit Vorbehalten der Kunden zu kämpfen, vor allem die hochqualifizierten, erläuterte Leicht, der das Thema am Institut für Mittelstandsforschung der Universität Mannheim erforscht: „Türkische Rechtsanwälte verdienen kaum an deutschen Klienten. Sie sind häufig stärker als gewünscht auf türkischstämmige Kunden angewiesen.“ Für nicht-akademische Betriebe wie beispielsweise Lebensmittelläden, Restaurants oder Friseure sei das hingegen weniger ein Problem.

Fachkräftemangel trifft Migranten

Generell sei es für Migrantenunternehmer besonders schwierig, Fachkräfte zu gewinnen. Kandidaten deutscher Herkunft würden sich seltener auf ihre Stellenausschreibungen bewerben. „Und selbst Migranten haben Vorbehalte gegenüber Migrantenbetrieben“, sagt Leicht. „Sie fürchten, dass es für ihre Karriere nicht förderlich ist, in einem solchen Unternehmen zu arbeiten.“ In den vergangenen Jahren habe sich das Problem verschärft: „In Zeiten des Fachkräftemangels ist die Gefahr groß, dass die Migrantenunternehmer diese Nachteile noch weniger als bislang kompensieren können.“

Für den Ausbildungsmarkt seien die Unternehmer mit ausländischen Wurzeln aber besonders wichtig: „Migrantenbetriebe geben Ausländern und Jugendlichen mit niedrigen Schulabschlüssen überproportional häufig die Chance, eine Ausbildung zu absolvieren“, erklärte Leicht. „Und das wird immer wichtiger, weil immer weniger Betriebe in Deutschland überhaupt ausbilden.“

Migrantenunternehmer scheiterten nicht öfter als deutsche Gründer mit ihrer Geschäftsidee. „Und wenn jemand selbstständig tätig ist, ist sein Einkommen höher als das eines Angestellten“, sagt Leicht. Das sei über alle Ethnien hinweg zu beobachten. (epd/mig 1)

 

 

 

 

"Das Recht auf Freizügigkeit verloren"

 

Es war ein Angriff auf den Kern der Europäischen Union: Im Herbst letzten Jahres änderte die Bundesregierung das Aufenthaltsrecht für EU-Bürger. Seitdem kann ausgewiesen werden, wer länger als sechs Monate einen Job sucht. Die entsprechende Änderung des Freizügigkeitsgesetzes trat im Dezember in Kraft, jetzt beginnen die Ausländerbehörden von der Regelung Gebrauch zu machen. Eine der Betroffenen ist die junge Spanierin Milena L*.

In Murcia hatte die heute 31-jährige Kunstgeschichte und Kulturmanagement studiert. Doch Jobs in dem Bereich sind in Spanien dünn gesät. Sechs Jahre arbeitete sie bei einer Hausverwaltung, dann entschied L.: Sie will versuchen, in Deutschland einen Job zu finden „der was mit meinem Studium zu tun hat“, sagt sie. Im Oktober 2013 zog sie nach Berlin, an der Hartnackschule belegte sie einen Deutschkurs, drei Stunden am Tag, fünf Tage die Woche, sieben Monate lang – „selbst bezahlt“, sagt sie. Die meiste Zeit lebte sie von Ersparnissen, dann suchte sie sich einen Job als Küchenhilfe in einem Restaurant in Charlottenburg, später als Kellnerin im Stadtteil Schöneberg. Fünf Monate arbeitete sie dort, ihre Arbeitgeber zahlten Mindestlohn und Sozialabgaben.

Die Suche nach einem Job im Kulturbereich war schwierig, doch die Stadt gefiel ihr. Sie wollte bleiben, zur Not mit einer anderen Arbeit. Im Frühjahr entschied sie, es als Erzieherin zu versuchen. „Es gibt eine Kita, bei der ich anfangen könnte“, sagt L. Ausbildungsbeginn ist im Oktober. Um sich auf diese vorzubereiten, muss die junge Frau einen Kurs machen. Die Ersparnisse waren aufgebraucht, die Stunden, die sie nebenher im Café arbeiten kann, reichten nicht mehr. Am 5. März stellte sie erstmals einen Antrag auf Hartz IV. „Eine Überbrückung bis zum Beginn der Ausbildung“, sagt L.

Das Jobcenter lehnte den Antrag bald darauf ab. Dafür bekam L. am 17. April Post von der Ausländerbehörde in Berlin. Er „beabsichtige, die Feststellung zu treffen, dass Sie Ihr Recht auf Freizügigkeit in der BRD verloren haben“, schrieb ihr der Sachbearbeiter. Sie habe beim Jobcenter angegeben, kein Einkommen zu haben. Als Rechtsgrundlage für diese Entscheidung nannte er die Paragrafen 5 und 2 des Freizügigkeitsgesetzes – just jene Bestimmungen, die im vergangenen Jahr auf Druck der CSU verschärft worden waren. Dort heißt es nun: Freizügigkeitsberechtigt sind „Unionsbürger, die sich zur Arbeitssuche aufhalten, für bis zu sechs Monate und darüber hinaus nur, solange sie nachweisen können, dass sie weiterhin Arbeit suchen und begründete Aussicht haben, eingestellt zu werden.”

Vor den EU-Wahlen im Mai 2014 hatte die Partei eine Kampagne gegen EU-Einwanderer aus Südosteuropa gestartet, die angeblich nur nach Deutschland kämen, um Sozialleistungen zu kassieren. Obwohl es hierfür keinerlei empirische Belege gab, setzte sie sich in der Koalition mit CDU und SPD durch. L. bekam vier Wochen Zeit, sich zur Sache zu äußern. Ihr Anwalt legte der Ausländerbehörde dar, dass sie sehr wohl erwerbstätig sei und im Herbst eine Ausbildung beginne. „Ich will auf jeden Fall in Deutschland bleiben“, sagt sie. Eine Antwort hat sie bis Redaktionsschluss noch nicht erhalten.

*Der Name wurde geändert.   Forum Migration Juli

 

 

 

 

 

Vorurteile. Bei Türken bewerben sich nur Türken

 

Nicht nur türkische Arbeitnehmer müssen bei der Jobsuche gegen Vorurteile ankämpfen, auch türkische Unternehmer sind davon betroffen bei der Suche nach gutem Personal. Özlem Avc? und Mustafa Baklan haben es trotzdem geschafft.

Von Matthias Klein

 

Wenn Özlem Avcq eine Stellenanzeige aufgibt, dann lässt sie ihren Namen weg. Sie nennt in der Anzeige den Namen ihres Mannes. Der ist Deutscher und hat seinen Nachnamen behalten. „Wenn ich meinen Namen angegeben habe, dann haben sich keine Deutschen beworben“, berichtet die Zahnärztin. „Das hat mich geärgert.“

Dabei gehören Migrantenbetriebe zum Alltag in Deutschland. Jeder sechste Unternehmer hat laut einer Studie des Instituts für Mittelstandsforschung der Universität Mannheim ausländische Wurzeln. Die Zahl selbstständiger Migranten hat sich in den vergangenen 25 Jahren annähernd verdreifacht. Rund 2,2 Millionen Menschen sind bei ihnen angestellt.

„Vom typischen Migrantenunternehmer kann man gar nicht sprechen. Dafür sind die Betriebe zu unterschiedlich“, erläutert René Leicht vom Institut für Mittelstandsforschung. Die Geschichte beginnt in den 70er Jahren: Weil es immer weniger Jobs für Geringqualifizierte gibt, machen sich Gastarbeiter selbstständig. Zunächst sind es Italiener und Griechen. Sie gründen vor allem Restaurants oder Lebensmittelgeschäfte.

Diese neuen Gastarbeiter-Betriebe brauchen Zulieferer – eine Marktchance. Mustafa Baklan war 1972 als 16-Jähriger aus der Türkei nach Mannheim gekommen. Eigentlich wollte er studieren, Geld für die teuren Sprachkurse hatte er aber nicht. Jahrelang schuftete er in einem Großmarkt. 1993 gründete er mit drei Brüdern den Großhandel Baktat. Mit den Banken habe es wegen Krediten keine Probleme gegeben, sagt Baklan.

In der Türkei produzierten sie Lebensmittel-Konserven nach europäischen Standards. Oliven, Weinblätter, Fertiggerichte: „Damit hatten wir Erfolg“, erzählt Inhaber Baklan. Heute gehören zwölf Unternehmen mit 1.500 Mitarbeitern zur Baktat-Gruppe. Das Sortiment umfasst 3.000 Produkte. „Mein Motto ist: Türkische Flexibilität und deutsche Disziplin“, sagt Baklan.

Die Verbindung der alten mit der neuen Heimat sei für einige Migrantenunternehmer das Erfolgsrezept gewesen, erklärt der Soziologe Leicht. „Sie waren in Deutschland heimisch geworden, konnten aber ihre Netzwerke im Herkunftsland nutzen.“ Inzwischen hätten sich die Migrantenunternehmer erneut verändert: Nun gebe es unter ihnen auch viele Akademiker. Dies habe zwei Gründe, sagt Leicht. Viele Migranten der zweiten Generation hätten anders als ihre Eltern einen Hochschulabschluss. Außerdem seien in den vergangenen Jahren viele Akademiker eingewandert.

Die Eltern der Zahnärztin Özlem Avc? kamen in den 60er Jahren aus der Türkei nach Deutschland. Sie wuchs im Frankfurter Vorort Bergen-Enkheim auf. „Ich war die einzige Türkin in meinem Abiturjahrgang“, erzählt Avc?. Nach dem Studium machte sie sich vor siebeneinhalb Jahren mit einer Praxis in der Frankfurter Innenstadt selbstständig. „Freunde sagten: Du kannst durch deine Herkunft besonders gut Türken behandeln,“ berichtet Avc?. Viele Patienten kämen tatsächlich genau deswegen. „Vielleicht denken Türken, ich könne sie besonders gut verstehen. Türkische Frauen sind wirklich sehr schmerzempfindlich“, sagt die Zahnärztin und lacht.

Während bei Lebensmittelhändlern oder Friseuren die Herkunft für die Kunden eine immer geringere Rolle spiele, sei diese bei wissensintensiven Dienstleistungen weiter wichtig, sagt Forscher Leicht. Die Vorurteile ärgern Avc?: „Wenn ein deutscher Kollege und ich Notdienst haben, kommen zu mir nur die Ausländer. Das finde ich schade.“ Für Migrantenunternehmer sei es zudem besonders schwierig, Fachkräfte zu gewinnen, sagt Leicht: „Viele deutsche Bewerber haben Vorbehalte.“ Mustafa Baklan hat schon früh deutsche Mitarbeiter eingestellt, zum Beispiel im Rechnungswesen. Manche seien zunächst skeptisch gewesen, erzählt er.

Dabei werde die Zahl der Migrantenunternehmen in den kommenden Jahren weiter steigen, prognostiziert Forscher Leicht. „Durch die Globalisierung werden immer mehr Geschäftsbeziehungen international. Da gibt es viele Chancen für Migranten.“ (epd/mig 2)

 

 

 

 

Arbeitsmarkt im Juni. Erwerbstätigkeit weiter gestiegen

 

Die gute Entwicklung auf dem Arbeitsmarkt setzt sich fort: Von Mai auf Juni hat sich die Zahl der Arbeitslosen um 51.000 auf gut 2,7 Millionen verringert. Im Mai waren 42,8 Millionen Menschen erwerbstätig. Arbeitskräfte werden gesucht.

 

"Die Lage auf dem Arbeitsmarkt ist weiter gut. Die Zahlen aus Nürnberg zeichnen ein stabiles und robustes Bild: Die Arbeitslosigkeit liegt deutlich unter dem Vorjahreswert", kommentierte Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles die aktuellen Arbeitsmarktdaten. Nahles stellt weiter fest: "Wirtschaft und Arbeitsmarkt sind kräftig und schultern den Mindestlohn ohne Mühe."

Die Arbeitslosenquote hat sich gegenüber dem Vormonat um 0,1 Prozent auf 6,2 Prozent verringert. Saisonbereinigt – also unter Berücksichtigung der jahreszeitlich bedingten Schwankungen – waren im Juni 1.000 Menschen weniger arbeitslos als im Mai. 

Arbeitslosigkeit leicht gesunken

Gegenüber dem Vorjahr waren 122.000 Menschen weniger arbeitslos gemeldet. Im Durchschnitt der letzten drei Jahre ist die Arbeitslosigkeit im Juni um 56.000 gesunken. Auch die Unterbeschäftigung hat sich verringert. In dieser Statistik werden alle Teilnehmerinnen und Teilnehmer in Maßnahmen der Bundesagentur für Arbeit und kurzfristig arbeitsunfähige Menschen gezählt. Danach waren im Juni 2015 gut 3.569.000 Menschen unterbeschäftigt. Das sind 177.000

weniger als vor einem Jahr.

 

Mehr Menschen sozialversicherungspflichtig beschäftigt

Das Statistische Bundesamt hat ermittelt, dass im Mai rund 42,8 Millionen Menschen erwerbstätig waren. Das waren 206.000 mehr als vor einem Jahr.

Im April 2015 waren 30,58 Millionen Menschen sozialversicherungspflichtig beschäftigt, so die Hochrechnung der Bundesagentur für Arbeit. Saisonbereinigt waren das 31.000 Erwerbstätige mehr als im März. "Die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung ist nach vorläufigen Angaben im April im Vergleich zum Vorjahresmonat um über eine halbe Million angestiegen," zeigte sich Nahles zufrieden.

 

Unternehmen suchen Arbeitskräfte und Auszubildende

Im Juni waren 572.000 offene Arbeitsstellen bei der Bundesagentur für Arbeit gemeldet, 78.000 mehr als vor einem Jahr. Besonders gesucht sind Arbeitskräfte in den Berufsfeldern Metallerzeugung, Verkauf sowie Verkehr und Logistik. Es folgen Berufe in Mechatronik, Energie- und Elektrotechnik, Maschinen- und Fahrzeugtechnik und Gesundheitsberufe.

Rund 470.000 Ausbildungsstellen waren bei der Bundesagentur für Arbeit gemeldet worden, 3.000 mehr als im vorigen Jahr. Die Bewerberzahl von 486.000 Jugendlichen übersteigt bundesweit nur noch leicht die Zahl der Stellenmeldungen. Rechnerisch halten sich Angebot und Nachfrage die Waage, doch regionale, fachliche und qualifikatorische Anforderungen sind nicht immer ausgeglichen.

Kaum Zuwachs im Bereich der Grundsicherung

Im Juni haben rund 4.4 Millionen Menschen Grundsicherung (Arbeitslosengeld II) bezogen. Im Vergleich zum Juni 2014 waren dies rund 6.000 mehr. 8,2 Prozent der in Deutschland lebenden Menschen im erwerbsfähigen Alter waren hilfebedürftig.

Zurückgegangen ist die Zahl derjenigen, die Grundsicherung für Arbeitsuchende (Hartz IV) beziehen. Bei den Jobcentern waren 1.929.000 Menschen arbeitslos gemeldet, 36.000 weniger als vor einem Jahr. Tatsächlich ist ein Großteil der Arbeitslosengeld II-Bezieher nicht arbeitslos, sondern sie sind mindestens 15 Wochenstunden erwerbstätig, müssen aber ihr Einkommen aufstocken. Andere betreuen kleine Kinder, pflegen Angehörige pflegen oder befinden sich noch in der Ausbildung.

Die Bundesarbeitsministerin begrüßte den Rückgang der so genannten "Aufstocker"- erwerbstätige Personen, die zusätzlich zu ihrem Erwerbseinkommen Hartz IV erhalten: deren Zahl habe im Februar

deutlich unter der des Vorjahresmonats gelegen. Pib 30

 

 

 

 

Spitzentreffen von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN und Zentralrat der Juden

 

Der Bundesvorstand von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN und das Präsidium des

Zentralrats der Juden in Deutschland sind am Mittwochnachmittag in der

Parteizentrale von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN zu einem Spitzengespräch

zusammengetroffen. In einem vertrauensvollen und konstruktiven

anderthalbstündigen Gespräch tauschten sich beide Seiten über aktuelle

Themen wie den steigenden Antisemitismus und die Sicherheit jüdischer

Gemeinden sowie die Altersarmut jüdischer Zuwanderer aus. Daneben wurde

auch über Einwanderungspolitik, Gedenkkultur, die Vermittlung der Shoa

im Schulunterricht sowie Religionspolitik und die Hochschule für

Jüdische Studien in Heidelberg gesprochen. Ebenfalls Thema waren die

steigende Zahl von Anschlägen auf Asylbewerberunterkünfte und

Fremdenfeindlichkeit.

 

Die Vertreter des Zentralrats der Juden und von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN

waren sich darin einig, dass Antisemitismus in allen Erscheinungsformen

und allen gesellschaftlichen Gruppen inakzeptabel ist. Die Bekämpfung

von Judenfeindlichkeit sei Aufgabe der gesamten Gesellschaft, betonten

die Gesprächsteilnehmer.

 

Dazu erklären Simone Peter und Cem Özdemir, Bundesvorsitzende von

BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN:

 

„Wenn in Deutschland antisemitische und rassistische Gewalttaten wieder

zunehmen und rechtspopulistische Parolen auf unseren Straßen hemmungslos

gerufen werden, muss uns das alarmieren und zur Tat aufrufen. Politik

und Zivilgesellschaft müssen eng zusammenarbeiten, um sich dieser

menschenfeindlichen Bedrohung unserer Demokratie entgegenzustellen. Der

Zentralrat der Juden in Deutschland ist für uns Grüne dabei ein

zentraler Partner. Gemeinsam setzen wir uns dafür ein, dass das

Einwanderungsland Deutschland friedlich, weltoffen und sicher bleibt.“

 

„Es ist sehr erfreulich, dass BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN bei vielen Themen an

der Seite der jüdischen Gemeinschaft stehen“, ergänzte der Präsident des

Zentralrats der Juden in Deutschland, Dr. Josef Schuster. „Mit unseren

Anliegen sind wir in dem Gespräch auf offene Ohren gestoßen. Diese

Solidarität wissen wir sehr zu schätzen.“

 

An dem Gespräch nahmen von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN die beiden

Bundesvorsitzenden Simone Peter und Cem Özdemir sowie die Vorsitzende

der Bundestagsfraktion, Katrin Göring-Eckardt, der innen- und

religionspolitische Sprecher der Bundestagsfraktion, Volker Beck,

Bettina Jarasch, Mitglied des Bundesvorstands, Benedikt Mayer,

Bundesschatzmeister, und Sergey Lagodinsky, Mitglied der

Parteikommission „Weltanschauungen, Religionsgemeinschaften und Staat“,

teil. Von Seiten des Zentralrats waren neben dem Präsidenten Dr. Josef

Schuster der Vizepräsident Abraham Lehrer sowie die Präsidiumsmitglieder

Milena Rosenzweig-Winter, Hanna Sperling und Barbara Traub vertreten.

Buendnis 90/Die Gruenen

 

 

 

 

 

Streit um Ramadan-Logo. Muslimen bedauern Entfernung des Halbmonds

 

Ein Ramadan-Logo auf dem Fernsehschirm war Zuschauern des Bayerischen Rundfunks offenbar zu viel. Nach zahlreichen Protesten entfernte der Sender das Logo. Muslime bedauern die Entscheidung.

 

Der Bayerische Rundfunk hat für die Zeit des muslimischen Fastenmonats vom 18. Juni bis zum 19. Juli als erste deutsche Fernsehanstalt einen Themenschwerpunkt zum Ramadan gesetzt. Dazu gehören Spielfilme, Dokumentationen, Diskussionssendungen und Beiträge in Magazinen sowie ein Internet-Dossier.

Während der Schwerpunkt-Sendungen blendete der Sender zunächst rechts oben in der Ecke ein eigens kreiertes Logo mit einer Mondsichel und dem Schriftzug Ramadan ein. Nachdem das Logo mehrere Stunden lang zu sehen gewesen war, hagelte es Kritik und Beschimpfungen unter anderem auf der Facebook-Seite des Bayerischen Rundfunks. Schließlich entschied sich der Sender, das Logo nicht mehr zu verwenden.

Der Programmbeauftragte Bönte sagte dem epd, zahlreiche Menschen hätten sich wegen des Logos irritiert beim Zuschauertelefon des Bayerischen Rundfunks gemeldet. Dabei habe sich herausgestellt, dass viele Zuschauer die Mondsichel als politisches Symbol für den Islam interpretierten und nicht als Zeichen für den Ramadan, der sich ja nach dem Mond richte, sagte er. Zudem hätten viele gedacht, dass das Logo den ganzen Tag lang verwendet würde.

Muslime bedauern Entscheidung

Schließlich habe er sich dafür entschieden, das Logo zu entfernen: „Ich wollte die Luft rausnehmen aus der Diskussion und vor allem die Inhalte der Sendungen wieder in den Mittelpunkt rücken.“ Es wäre wohl klüger gewesen, fügte Bönte selbstkritisch hinzu, bei dem Logo „gleich deutlich zu machen, dass es sich um einen Themenschwerpunkt handelt“.

Nurhan Soykan, Sprecherin des Koordinationsrates der Muslime, bedauerte die Entscheidung. Sie hätte sich aber auch gewünscht, dass sich mehr Muslime in der Diskussion über das Logo zu Wort gemeldet hätten. Denn grundsätzlich trage ein solcher Sendeschwerpunkt dazu bei, „dass Muslime zur Normalität werden“, sagte sie.

Der Kritik, der Sender sei eingeknickt, widersprach Bönte. Davon könnte man sprechen,“wenn wir das Programm nicht weiter senden würden“. Doch sei „nur das Logo rausgenommen worden, inhaltlich ändert sich rein gar nichts“.

(epd/mig 29)

 

 

 

 

 

ElterngeldPlus. Mehr Flexibilität für Eltern

 

Ab 1. Juli gibt es das neue ElterngeldPlus. Eltern, deren Kinder ab diesem Datum geboren werden, haben jetzt mehr Wahlfreiheit beim Elterngeld. Sie können Teilzeitarbeit und Elterngeld besser kombinieren und den Bezug des Elterngeldes dadurch verlängern.

 

Das neue ElterngeldPlus bedeutet für viele Väter und Mütter eine entscheidende Verbesserung: Zukünftig bekommen Eltern, die Teilzeit arbeiten während sie Elterngeld beziehen, doppelt so lange ElterngeldPlus.

Elterngeldbezug wird verlängert

Mit der Neuregelung können so aus 12 Monaten 24 Monate werden: Wenn beide Eltern Teilzeit arbeiten, verbrauchen sie damit nur einen Elterngeldmonat anstatt bisher zwei Monate. Das Gesetz gilt für Eltern, deren Kinder ab dem 1. Juli 2015 geboren werden.

Bisher kann ein Elternteil höchstens 12 Monate Elterngeld bekommen. Eltern, die bisher zugleich Teilzeit gearbeitet haben, hatten einen Nachteil: Mit der Rückkehr in den Beruf verloren sie einen Teil des Elterngeldanspruchs; sie bekamen weniger als diejenigen, die ganz aus dem Beruf ausstiegen. 

Unterstützung für Paare und Alleinerziehende

Die bisherige Regelung der Partnermonate bleibt erhalten: Eltern haben gemeinsam Anspruch auf zwei zusätzliche Monate, wenn nicht nur ein Elternteil sein Erwerbseinkommen nach der Geburt reduziert.

Einen besonderen Bonus erhalten künftig Eltern, die gleichzeitig ihre Arbeitszeit reduzieren, um mehr Zeit für die Familie zu haben: Arbeiten beide Elternteile für mindestens vier aufeinanderfolgende Monate zwischen 25 und 30 Stunden, erhalten sie jeweils vier zusätzliche Monate ElterngeldPlus.

Für alleinerziehende Elternteile ist gewährleistet, dass sie die Erweiterung der

Elterngeldregelungen in gleichem Maße nutzen können wie Paare.

Mit dem neuen Elterngeldrechner mit Planer können Mütter und Väter ihre Elternzeit genau planen und berechnen, wie sie Elterngeld, ElterngeldPlus und Partnerschaftsbonus miteinander kombinieren können.

Flexiblere Elternzeit - mehr Zeit für Kinder

Der Bundesregierung ist es wichtig, dass Familien genügend Freiraum haben, um füreinander zu sorgen. Deshalb wird der Anspruch auf Elternzeit stärker auf die konkreten Bedürfnisse von Eltern und Kindern zugeschnitten.

Die Möglichkeit, Elternzeit auf einen Zeitraum zwischen dem dritten und dem achten Geburtstag eines Kindes zu übertragen, wird von bisher 12 auf bis zu 24 Monate ausgeweitet. Für Eltern wird es damit leichter, sich beispielsweise zur Einschulung mehr Zeit für ihr Kind zu nehmen.

Zwillinge oder Mehrlinge

Eltern von Zwillingen oder Mehrlingen haben pro Geburt nur Anspruch auf einmal Elterngeld. Da diese Eltern nach der Geburt aber einen deutlich höheren Aufwand haben, erhalten sie für jedes Mehrlingsgeschwisterkind einen Zuschlag von 300 Euro.

Das Elterngeld wurde 2007 eingeführt. Es fängt den Einkommenswegfall auf, der für Eltern durch die Geburt eines Kindes entsteht. Das Elterngeld erleichtert es Vätern und Müttern, ihre berufliche Arbeit zu unterbrechen oder einzuschränken, um nach der Geburt ihres Kindes mehr Zeit für die Betreuung zu haben. Seit Einführung des Elterngeldes machen verstärkt auch Väter hiervon Gebrauch.

Lag die Väterbeteiligung im Jahr 2008 noch bei 21 Prozent, so waren es 2014 schon gut 32 Prozent. Pib 30

 

 

 

 

 

Zahl der Einbürgerungen gesunken

 

Knapp über 100.000 Menschen sind im vergangenen Jahr eingebürgert worden – etwas weniger als im Jahr davor. Den größten Rückgang an Einbürgerungen verzeichnete Nordrhein-Westfalen. Unter Türken und Ukrainern war der Rückgang ebenfalls am größten.

 

Im vergangenen Jahr sind in Deutschland rund 108.000 Ausländer eingebürgert worden. Das waren etwa 3,5 Prozent weniger als im Jahr zuvor und zwei Prozent weniger als im Durchschnitt der letzten zehn Jahre, wie das Statistische Bundesamt am Montag in Wiesbaden mitteilte. Die meisten Eingebürgerten stammten 2014 aus der Türkei (22.500), Polen (5.900), Kroatien (3.900) und dem Kosovo (3.500).

Die Entwicklung innerhalb Deutschlands verlief wie schon in den Jahren zuvor uneinheitlich. Den größten Zuwachs an Einbürgerungen verzeichnete Baden-Württemberg: Dort erhielten 740 Migranten mehr einen deutschen Pass als 2013. In Nordrhein-Westfalen sank die Zahl der Einbürgerungen dagegen am deutlichsten, nämlich um 2.000.

Wie das Statistische Bundesamt weiter mitteilte, wurden im vergangenen Jahr 12,3 Prozent mehr EU-Bürger eingebürgert als 2013. Der stärkste Zuwachs wurde dabei bei Kroaten registriert (plus 124 Prozent). Indes erhielten deutlich weniger Ukrainer einen deutschen Pass als im Vorjahr (30,8 Prozent), bei den Türken wurde ein Rückgang von 19,7 Prozent registriert.

Für die migrationspolitische Sprecherin der Linksfraktion ist das ein Beleg, wie türkische Migranten diskriminiert werden. Bei ihnen wurde die Mehrstaatigkeit nur zu 17,1 Prozent akzeptiert, bei allen anderen Staatsangehörigen lag der Wert im Schnitt hingegen bei 63,2 Prozent. „Der Zwang, die bisherige Staatsangehörigkeit aufgeben zu müssen, ist das Haupthindernis bei der Einbürgerung. Um die beschämend niedrigen Einbürgerungszahlen wirksam steigern zu können, muss vor allem die Mehrstaatigkeit bei Einbürgerungen grundsätzlich ermöglicht werden“, so Da?delen. Dass die Einbürgerungszahlen insbesondere bei türkischen Staatsangehörigen zurückgegangen seien, sei vor diesem Hintergrund kein Wunder.

„Genauso erklärt sich übrigens auch der drastische Anstieg bei kroatischen Staatsangehörigen“, erklärt die Linkspolitikerin weiter. Seitdem Kroatien Mitglied der EU ist, d.h. seit Mitte 2013, dürfen die kroatischen Staatsangehörigen ihren alten Pass bei Einbürgerungen behalten. Im Jahr 2014 wurde diese Regel erstmalig voll wirksam. (epd/mig 30)

 

 

 

 

„Der Rechtsextremismus wird immer gewaltbereiter“

 

 Zum aktuellen Verfassungsschutzbericht erklärt SPD-Generalsekretärin Yasmin Fahimi:  „Der Verfassungsbericht ist alarmierend: Immer mehr Übergriffe auf Asylbewerber, immer mehr Anschläge auf Flüchtlingsheime, immer mehr gewaltbereite Rechtsextremisten. Mit der Anfang dieses Jahres aufgeflogenen Gruppe „Oldschool Society“ (OSS) hat es erneut eine rechtsterroristische Gruppe in Deutschland gegeben. Und das, was wir in diesem Jahr schon an Gewalt und Anschlägen erlebt haben zeigt: Der gefährliche Trend setzt sich fort.“

 

Es braucht eine stärkere Kultur des Widerspruchs in unserem Land. Es darf nicht dabei bleiben, dass sich immer wieder dieselben gegen die gesellschaftlichen Brandstifter und Menschenfeinde zur Wehr setzen. Wer schweigt, wenn Hass und Hetze gegen Schwache betrieben werden, der lässt zu, dass sich die Hemmschwelle der Nazis weiter senkt.

 

Der Verfassungsschutzbericht zeigt, wie wichtig und richtig es ist, hier die aktive Zivilgesellschaft zu unterstützen. Dank der konsequenten Arbeit von Manuela Schwesig gibt es mit dem Förderprogramm „Demokratie leben“ hierfür endlich auch wieder ein leistungsfähiges Instrument. Für uns Sozialdemokratinnen und Sozialdemokraten ist der Kampf gegen neue und alte Nazis eine gesamtgesellschaftliche Aufgabe.“ Dip 30

 

 

 

 

 

Arbeitsrechte lassen sich nicht teilen

 

Kommentar von Frank Bsirske, ver.di-Vorsitzender

 

„Arbeitsrechte gelten für alle Beschäftigten“ – unabhängig vom Aufenthaltsstatus: Dieses Credo hat sich ver.di mit dem Bundeskongress 2003 klar auf die Fahne geschrieben. Damals schilderten lateinamerikanische Hausarbeiterinnen ohne gesicherten Aufenthaltsstatus den ver.di-Delegierten ihre von Ausbeutung und Unsicherheit geprägte Situation in Deutschland: Oftmals wurde ihr Lohn einbehalten, Überstunden nicht bezahlt und eine eigene Lebensgestaltung durch Arbeitgeber weit gehend unmöglich gemacht. Deutlich wurde, dass die Durchsetzung von Rechten ohne Aufenthaltsund Arbeitserlaubnis individuell nur sehr schwer zu erreichen ist und betroffene Migrantinnen und Migranten oft schlechte Arbeitsbedingungen hinnehmen müssen.

 

Die Gewerkschaften stehen damals wie heute vor der Herausforderung, auf die Einhaltung grundlegender Arbeits- und Menschenrechte für alle Beschäftigten zu drängen – ob sie nun deutsche Staatsbürger, schon vor langen Jahren zugewandert oder gerade erst angekommen sind. Faire Rechte im Arbeitsleben lassen sich nicht teilen. Es gilt eine Abwärtsspirale bei den Arbeits- und Sozialstandards und damit einhergehende Diskriminierungen zu verhindern. Lohn- und Sozialdumping verschlechtern am Ende die Lebensbedingungen aller Menschen, die auf Erwerbsarbeit angewiesen sind. In diesem Sinne ist die gewerkschaftliche Solidarität mit Zugewanderten – seien sie nun mit oder ohne Papiere hier – nicht allein von humanitären Gesichtspunkten geprägt. Es geht auch um wohl verstandene Interessen der hier schon lange Ansässigen und nicht zuletzt auch um die der Gewerkschaftsmitglieder.

 

Mit der Gründung und Aufrechterhaltung des so genannten Kumpelvereins und erst recht mit der Schaffung von Beratungsstellen haben die Gewerkschaften Wichtiges geleistet. Zu nennen sind die Beratungsstellen für faire Mobilität innerhalb der EU und die mittlerweile vier Beratungsstellen für Menschen ohne Papiere, mit denen ver.di gewerkschaftliches Neuland betreten hat. Durchaus mit Erfolg: So konnte 2008 beispielsweise eine peruanische Hausangestellte ohne Papiere, die rund um die Uhr den Haushalt einer reichen Reederfamilie versorgte, vor dem Arbeitsgericht in Hamburg als ver.di-Mitglied ihren ausstehenden Lohn von mehreren zehntausend Euro erstreiten.

 

Die Probleme haben sich nicht nur durch die Finanzund Wirtschaftskrise, die insbesondere in Südeuropa tiefe Spuren hinterlassen hat, verstärkt. Auch die Verwerfungen und Bürgerkriege im Nahen Osten und Nordafrika haben im Zusammenspiel mit der ausgebliebenen sozialen Ausgestaltung der Globalisierung zu einem Zuwachs an Flüchtlingen nach Europa geführt. Im letzten Jahr stellten allein in Deutschland rund 170.000 Menschen einen Erstantrag auf Asyl. Aufgrund der Situation in den Herkunftsländern ist die Wahrscheinlichkeit groß, dass viele dieser Menschen für einen langen Zeitraum oder dauerhaft in Deutschland bleiben werden, hier arbeiten und leben wollen.

 

Die vielfältigen Problemlagen haben mittlerweile bis hinein in die Politik zu einem klaren Perspektivwechsel geführt: Statt Abschottung vom Alltagsleben und vom Arbeitsmarkt, statt langfristiger Arbeitsverbote für Flüchtlinge und Asylsuchende hat der Gesetzgeber durch die Verkürzung der so genannten Wartezeit das Arbeitsverbot für Asylsuchende auf drei Monate verkürzt. Und die Bundesagentur für Arbeit kann seit 2014 mit verschiedenen Programmen eine frühzeitigere Arbeitsmarktintegration bereits während laufender Asylverfahren unterstützen.

 

Das ist aus gewerkschaftlicher Perspektive ausdrücklich zu begrüßen. Die stärkere Öffnung des so genannten formellen Arbeitsmarkts für Flüchtlinge hilft, illegalen Beschäftigungsformen, Lohndumping, Ausbeutung und Menschenhandel entgegenzutreten.

 

Damit allein ist es nicht getan. Ebenso begrüßenswert sind Integrationsmaßnahmen wie die Finanzierung von Sprachförderung, mit der die angestrebte ökonomische und soziale Teilhabe von Flüchtlingen verbessert werden kann.

 

Aber auch sichere Aufenthaltsbedingungen gehören dazu. Neuere Studien zeigen, dass fehlende Bleibeperspektiven das größte Hindernis für Unternehmen sind, Flüchtlingen die Chance für ein Beschäftigungsverhältnis zu geben.

 

Nicht zuletzt sind die Neuankommenden – seien sie nun mit oder ohne Papiere hier – selbst gefragt. Auch für sie gilt, dass sie zur Durchsetzung ihrer Interessen im Arbeitsleben bei den Gewerkschaften an der richtigen Adresse sind. An uns liegt es, sie auf die Möglichkeit der Mitgliedschaft aufmerksam zu machen und dazu einzuladen.  Forum Migration, Juli

 

 

 

 

 

NRW. Minister Schneider: Sprachkenntnisse sind Voraussetzung für Integration in Arbeit

 

Land fördert Basissprachkurse zur Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen mit 1,7 Millionen Euro

 

Die Landesregierung unterstützt Flüchtlinge frühzeitig beim Erlernen der deutschen Sprache, um ihre Chancen am Arbeitsmarkt zu verbessern: In 17 Modellregionen können jetzt Basissprachkurse gefördert werden, die den Weg zur Arbeitsmarktintegration ebnen. Das Land stellt dafür 1,7 Millionen Euro aus Mitteln des Europäischen Sozialfonds zur Verfügung.

 

„Viele Flüchtlinge, die zu uns kommen, sind gut qualifiziert und hoch motiviert, sich hier ein selbstbestimmtes Leben aufzubauen. Es ist gut, dass sie jetzt schon nach drei Monaten arbeiten dürfen“, sagte Arbeits- und Integrationsminister Guntram Schneider. „Grundlage jeder Integration in Arbeit ist aber die Verständigung in deutscher Sprache.“ Mit der Förderung von Basissprachkursen schließe das Land übergangsweise eine Lücke, bis die Flüchtlinge an den regulären Integrationskursen des Bundes teilnehmen können.

 

Mit dem Modellvorhaben setzt das Arbeits- und Integrationsministerium ein Ergebnis des ersten Flüchtlingsgipfels NRW um: Asylbewerberinnen und Asylbewerbern die sprachlichen Grundvoraussetzungen zur frühzeitigen Arbeitsmarktintegration zu vermitteln.

 

Sprachkurs- und Weiterbildungsträger sowie Volkshochschulen in den 17 Modellregionen sind aufgerufen worden, sich zur Teilnahme an dem Projekt „Basissprachkurse zur Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen“ zu bewerben. Derzeit läuft das Antragsverfahren. Die ersten Kurse können schon nach den Sommerferien starten. Insgesamt können etwa 2.000 Flüchtlinge an den Sprachkursen teilnehmen.

 

Modellregionen des Projekts sind die Arbeitsagenturbezirke Aachen-Düren, Ahlen-Münster, Bielefeld, Bonn, Bochum, Coesfeld, Detmold, Dortmund, Düsseldorf, Duisburg, Gelsenkirchen, Hagen, Iserlohn, Köln, Recklinghausen, Rheine und Solingen-Wuppertal. Hier werden das bundesweite Modellprojekt „Early Intervention – Modellprojekt zur frühzeitigen Arbeitsmarktintegration von Asylbewerberinnen und Asylbewerbern“ beziehungsweise der NRW-Ableger „Early Intervention NRW+“ durchgeführt. Die im Rahmen von „Early Intervention“ tätigen Vermittlungsfachkräfte für die Arbeitsmarktintegration bieten die Voraussetzung für ein Gelingen des Modellprojekts.

Weitere Informationen unter www.arbeit.nrw.de.   dip 2

 

 

 

 

 

Verfassungsschutzbericht.150 Angriffe auf Flüchtlingsunterkünfte im ersten Halbjahr 2015

 

150 Angriffe auf Flüchtlingsunterkünfte gab es im ersten Halbjahr 2015. Das ist fast so viel im gesamten Jahr davor. Auch die Zahl der rechtsextremen Gewalttaten ist deutlich gestiegen. Das geht aus dem aktuellen Verfasssungsschutzbericht hervor.

 

Die Angriffe auf Flüchtlingsunterkünfte in Deutschland nehmen weiter zu. Allein im ersten Halbjahr 2015 habe es rund 150 Straftaten gegen Asylunterkünfte gegeben, sagte Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) bei der Vorstellung des Verfassungsschutzberichtes für 2014 am Dienstag in Berlin. Im vergangenen Jahr zählten die Behörden insgesamt 170 Angriffe, 2013 noch 55.

Der Verfassungsschutzbericht bestätigt damit einen Trend, der durch Brandanschläge im fränkischen Vorra, sachsen-anhaltischen Tröglitz und zuletzt in Meißen und Lübeck Schlagzeilen machte. In diesen Orten wurde in Gebäuden Feuer gelegt, bevor Flüchtlinge dort einziehen sollten. Weil sie noch nicht bewohnt waren, wurde dabei niemand verletzt.

Angesichts der hohen Zahl von rechtsextremistisch motivierten Gewalttaten müsse man aber im Blick haben, dass die Gefahr für Sachbeschädigungen „weitergeht zu Körperverletzung oder noch schlimmeren Straftaten“, sagte der Präsident des Bundesamts für Verfassungsschutz, Hans-Georg Maaßen.

Die Zahl der rechtsextremen Gewalttaten ist seinem Jahresbericht zufolge um rund 24 Prozent auf 990 gestiegen. Die Zahl fremdenfeindlicher Gewalttaten erreichte mit 512 einen Höchststand seit Einführung der Zählweise im Jahr 2001. Das Personenpotenzial entwickelte sich den Angaben zufolge leicht rückläufig, von 21.700 im Jahr 2013 auf 21.000 im vergangenen Jahr. „Dennoch kein Grund zur Entwarnung“, betonte de Maizière. Die Bereitschaft zu Gewalt und Militanz in der Szene sei unverändert hoch. Jeder zweite Rechtsextremist werde als gewaltorientiert eingeschätzt.

Mit Blick auf die Angriffe aus Asylunterkünfte forderte de Maizière, „klare Kante“ zu zeigen. „Rechtsextremistische Übergriffe sind geeignet, in den betroffenen Kommunen ein Klima der Angst und der Einschüchterung zu erzeugen“, sagte der Minister. Es dürfe kein stilles Einverständnis mit solchen Taten geben. „Jeder dieser Angriffe ist ein Angriff auf den Rechtssaat, auf jeden Bürger dieses Landes“, sagte de Maizière.

Man könne nicht leugnen, dass „eine gewisse Aggressivität“ in den ostdeutschen Ländern höher sei als in westdeutschen, sagte de Maizière mit Blick auf Freital, wo seit rund einer Woche „Pegida“-Sympathisanten gegen eine Flüchtlingsunterkunft demonstrieren, und seinen Wahlkreis Meißen, wo am Wochenende eine bezugsfertige Asylunterkunft in Brand gesteckt wurde. Dennoch nahm er Meißen in Schutz: Es habe dort bislang keine Proteste, sondern eine große Aufnahmebereitschaft der Einwohner gegeben. Der Anschlag werfe ein falsches Licht auf die Stadt.

Als weitere große Herausforderung nannte de Maizière den Islamismus. Laut Verfassungsschutzbericht ist die Zahl der Salafisten 2014 auf 7.000 gestiegen. Im Jahr zuvor ging der Verfassungsschutz von 5.500, 2012 von 4.500 Anhängern aus. Maaßen sprach von derzeit 7.500 Salafisten in der Bundesrepublik. Seinen Angaben zufolge hat der Verfassungsschutz diesen Arbeitsbereich erweitert, unter anderem ein eigenes Referat für die sogenannten Syrien-Rückkehrer gebildet.

Im Bereich Linksextremismus lag die Zahl der Gewalttaten den Angaben zufolge bei 995 und ist damit gesunken (2013: 1.110). Das Personenpotenzial ging leicht um 500 auf 27.200 zurück. (epd/mig 1)

 

 

 

 

 

Merkel auf Deutschem Seniorentag: "Wissen älterer Menschen ist Gold wert"

 

Ein Zeichen für mehr Gemeinschaft und Miteinander will der 11. Deutsche Seniorentag setzen. "Seniorinnen und Senioren werden gebraucht", erklärte die Bundeskanzlerin zur Eröffnung. Das vielfältige ehrenamtliche Engagement der Senioren sei wichtig für die Gemeinschaft. Die Kanzlerin hat die Schirmherrschaft für den Seniorentag.

 

Die Erfahrung älterer Menschen sei unverzichtbar, erklärte Bundeskanzlerin Angela Merkel in ihrer Rede auf dem Seniorentag in Frankfurt am Main. "Ihr Wissen und der Erfahrungsschatz sind einfach Gold wert, nicht nur für ihr eigenes Leben und ihre Generation, sondern auch für unsere gesamte Gesellschaft." Eine Gesellschaft könne nur menschlich sein, wenn sie alle Generationen ernst nehme.

Der Deutsche Seniorentag findet alle drei Jahre statt. Unter dem Motto "Gemeinsam in die Zukunft!"

hat die Bundesarbeitsgemeinschaft der Senioren-Organisationen in diesem Jahr nach Frankfurt am Main eingeladen. In etwa 100 Workshops, Foren und weiteren Veranstaltungen beschäftigen sich die Teilnehmer damit, wie Menschen unterschiedlicher Generationen, Herkunft, aber auch Religionszugehörigkeit harmonisch zusammenleben können.

 

Auf der begleitenden Messe SenNova geht es um die praktischen Aspekte: Hier zeigen Aussteller Dienstleistungen und Produkte, die das Leben im Alter angenehmer machen. Die Bundesregierung beteiligt sich ebenfalls - mit Ständen und in diversen Foren und Workshops.

Offen für Neues bleiben

Seniorinnen und Senioren sollten sich auf Neues einlassen, wie die Möglichkeiten der digitalen Medien, forderte Merkel. "Denn wer sich bei Zeiten digitale Fähigkeiten erwirbt, hat es im Alter einfacher. Man kann heute schon so vieles machen, zum Beispiel Einkäufe bestellen. Man muss nicht immer zur Apotheke gehen oder selber einkaufen. Aber ohne die aktive Nutzung der digitalen Medien

ist das schwieriger. Das Digitale ist nun wirklich nicht alles, kann aber ein gutes Mittel zum einfacheren Leben im Alter sein."

Auch auf Veränderungen im Berufsleben ging Merkel ein. Sie erinnerte daran, dass Unternehmen davon profitieren, wenn sie auf erfahrene Fachkräfte bauen können: "Wir haben in der Geschichte der Bundesrepublik Deutschland Zeiten gehabt, in denen in unverantwortlicher Weise das beiseite gelegt wurde, was so wichtig ist, nämlich die Erfahrung der Älteren. Man hat nur in Schnelligkeit gedacht, hat gesagt, dass die Jüngeren schneller sind, hat aber vergessen, dass die Älteren bereits die Abkürzungen kennen. Der knappe Schwung der Routine ist durch nichts zu ersetzen."

Vorurteile überwinden

Bundesseniorenministerin Manuela Schwesig forderte dazu auf, Vorurteile zu überwinden: "Das Altwerden ändert sich, und damit müssen sich auch die Bilder ändern, die wir uns vom Altwerden machen", sagte sie. Das beste Mittel gegen Vorurteile über das Alter oder über die Jugend sei, miteinander zu reden. "Gegenseitiges Verständnis zwischen den Generationen ist unverzichtbar für

den Zusammenhalt der Gesellschaft", betonte die Ministerin.

Am Rande der Veranstaltung zeichnete Schwesig die Gewinner des Karikaturenwettbewerbs "Schluss mit Lustig?" aus. In vier Themenbereichen haben sich zahlreiche Teilnehmer humorvoll mit dem Thema Alter auseinandergesetzt. Zwölf der 950 eingereichten Beiträge wurden ausgezeichnet. Pib 2

 

 

 

 

Studie zu studienbezogener Mobilität zeigt positive wirtschaftliche Effekte

 

Bonn. Deutschland ist ein attraktiver Studienstandort, an den es immer mehr Studierende aus der ganzen Welt zieht. Dass davon das Land auch finanziell profitiert, zeigt eine Studie des Deutschen Akademischen Austauschdienstes (DAAD). Allein während der Zeit ihres Aufenthalts generieren die öffentlichen Nettoinvestitionen von 27 Millionen Euro Steigerungen der Bruttowertschöpfung um 292 Millionen Euro sowie mehr als 3.100 neue Arbeitsplätze. Die Studie wurde mit Mitteln des Bundesministeriums für Bildung und Forschung und der Europäischen Kommission finanziert.

 

„Deutschland profitiert von dem ausgezeichneten Ruf seiner Hochschulen. Ausländische Studierende sind in mehrfacher Hinsicht eine Bereicherung für unsere Gesellschaft“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel. Dass mit den positiven langfristigen Impulsen von ausländischen Studierenden auf die deutschen Hochschulen und die Wirtschaft auch positive finanzielle Effekte verbunden sind, zeigt eine Studie des DAAD.

 

Demnach generieren die jährlichen Nettoinvestitionen von rund 27 Millionen Euro während der Gastaufenthalte Steigerungen der Bruttowertschöpfung um 292 Millionen Euro sowie mehr als 3.100 neue Arbeitsplätze. Wenn nur knapp zwei Prozent dieser Studierenden nach ihrem Abschluss für die Aufnahme einer Erwerbstätigkeit nach Deutschland zurückkehren, werden die öffentlichen Bildungsinvestitionen vollständig gedeckt. Dies ist angesichts der seit Jahren steigenden Zahlen von ausländischen Studierenden an deutschen Hochschulen eine besonders erfreuliche Botschaft. Aufgrund der Befragung von Studierenden kann davon ausgegangen werden, dass mehr als ca. ein Viertel der ausländischen Studierenden einen Verbleib in Deutschland nach Studienabschluss in Betracht zieht, bei den Studierenden, die einen Abschluss in Deutschland anstreben sind es mehr als die Hälfte.

Die Berechnungen der Studie „Ökonomische, unternehmensrelevante und hochschulbezogene Effekte der Credit Mobility ausländischer Studierender für Deutschland“ beruhen auf einer soliden Informationsbasis, für die in allen Punkten eher konservative Schätzungen (geringere Rückkehrwahrscheinlichkeit, Konsumausgaben dieses Personenkreises und nachweisbare Ausgaben der öffentlichen Hand) zugrunde gelegt wurden. Die entsprechend ermittelten Beträge sind als Mindesteinnahmen und -ausgaben zu betrachten.

Die aus Mitteln des Bundesministeriums für Bildung und Forschung und der Europäischen Kommission finanzierte Studie ist unter diesem Link abrufbar veröffentlicht: http://eu.daad.de/effekte_der_credit_mobility_2014

Hintergrund

Bereits 2013 ließ die Nationale Agentur für EU-Hochschulzusammenarbeit im DAAD von Prognos untersuchen, welche finanziellen Effekte ein Vollstudium (Degree Mobility) von ausländischen Studierenden auf das Gastland ausübt. Die festgestellten positiven Effekte (Konsumausgaben, Steuereinnahmen und Beschäftigungseffekte) sowie die seit Jahren steigenden Zahlen von ausländischen Studierenden waren Anlass, 2014 von der CHE Consult GmbH untersuchen zu lassen, welche Effekte befristete Aufenthalte (Credit Mobility) hervorrufen. Die Studie „Ökonomische, unternehmensrelevante und hochschulbezogene Effekte der Credit Mobility ausländischer Studierender für Deutschland“ beleuchtet nun volkwirtschaftliche sowie unternehmens- und hochschulbezogene Effekte.

Im Allgemeinen kann zwischen zwei Typen ausländischer Studierender unterschieden werden:

-        Studierenden, die beabsichtigen, ihren Studienabschluss in Deutschland zu absolvieren (Degree Mobility, DM),

-        Studierenden, die nur ein Teilstudium oder ein studienbezogenes Praktikum in Deutschland absolvieren und beabsichtigen, ihren Abschluss in ihrem Heimatland zu machen (Credit Mobility, CM).

 Die Studie beschäftigt sich mit den durch die zweite Gruppe hervorgerufenen Effekten und schließt auch ausländische Studierende ein, die in Deutschland ein studienbezogenes Praktikum absolvieren. daad

 

 

 

 

An der Grenze zur Sklaverei

 

In Branchen wie dem Hotel- oder Baugewerbe werden Arbeitskräfte in der EU häufig besonders schwer ausgebeutet. Teils arbeiten sie für Löhne von nur einem Euro pro Stunde, mehr als zwölf Stunden am Tag oder sieben Tage in der Woche. Das ergab eine neue Studie der EU-Grundrechteagentur.

Darin ist von „krimineller Ausbeutung von Arbeitskräften“ die Rede. Betroffen seien auch Landwirtschaft, Hausarbeit und verarbeitendes Gewerbe. Die Täter trügen dabei nur ein geringes Risiko, strafrechtlich verfolgt zu werden oder die Opfer entschädigen zu müssen. Oft hätten die Betroffenen Angst, Anzeige zu erstatten, weil sie ihre Arbeit verlieren könnten.

Der Direktor der Grundrechteagentur, Constantinos Manolopoulos, forderte die EU-Staaten zum Handeln auf. „Die Ausbeutung von Arbeitskräften, die durch ihre wirtschaftlichen und sozialen Verhältnisse gezwungen sind, sich auf unwürdige Arbeitsbedingungen einzulassen, ist nicht akzeptabel“, sagte er. Es handele sich um ein „endemisches Problem“. Die EU-Mitgliedstaaten müssen sich für ein „Klima der Null-Toleranz“ gegenüber schweren Formen der Ausbeutung von Arbeitskräften einsetzen.

Dem schloss sich die IG Bau an. Dass Menschen in Deutschland und anderen EU-Ländern ausgebeutet würden, sei „beschämend“, sagte Robert Feiger, Bundesvorsitzender der IG BAU, zu der Studie.

Die Grundrechteagentur hatte die Arbeitssituation von Einwanderern und EU-Bürgern untersucht, die innerhalb Europas umziehen. Dabei stieß sie auf teils undurchsichtige Beschäftigungskonstruktionen: So sei beispielsweise ein Pole auf einer deutschen Baustelle zugleich beim Generalunternehmer und einem Subunternehmen beschäftigt gewesen. „Es war eine Herausforderung, in diesem Fall herauszufinden, wer für ausstehende Bezahlung verantwortlich war.“ Manolopoulos forderte ein wirksames und hinreichend ausgestattetes EU-weites System von Arbeitsplatzkontrollen. Betroffene müssten besseren Zugang zum Recht erhalten, nationale Behörden sollten sie ermutigen, Anzeigen zu erstatten und von ihren Erfahrungen zu berichten. In einem Zertifizierungssystem sollten Produkte von Unternehmen, die die Rechte ihrer Arbeiterinnen und Arbeiter achten, ausgezeichnet werden.

Studie der Europäischen Grundrechteagentur „Schwere Formen der Arbeitsausbeutung“: http://bit.ly/1cXTR1y.   Forum Migration Juli

 

 

 

 

 

„Premio ENIT“ 2015

 

Nach unserem 20jährigen Jubiläum im letzten Jahr möchten wir auch dieses Jahr den Wettbewerb „Premio ENIT“ fortführen und unseren Preis für die besten Beiträge über das Reiseland Italien in fünf verschiedenen Kategorien vergeben:

 

 Buch: Reiseführer und Bildbände

 Zeitschrift: Italien - Reisespecials

 Multimedia: Apps, Podcasts, Online-Reiseführer, audiovisuelle Guides

 Film: TV-Reisesendungen

 Travel Blogs: Italien-Reiseberichte

 

An unserem Wettbewerb können alle Autoren teilnehmen, deren Beiträge über Italien in deutscher Sprache in den oben genannten Kategorien zwischen Juni 2014 und Juni 2015 veröffentlicht bzw. ausgestrahlt wurden.

 

Zu den wichtigsten Bewertungskriterien gehören Informationsgehalt und Stil, Qualität der Bilder und des Layout, Innovation und Nutzerfreundlichkeit.

 

Bedingung für die Teilnahme ist, dass die Beiträge zwischen Juni 2014 und Juni 2015 erschienen sind und bis spätestens 10. Juli 2015 im ENIT–Büro Frankfurt vorliegen. Bitte senden Sie Ihre Wettbewerbsbeiträge mit dem Betreff “Premio ENIT 2015“  an folgende Post-/Mail-Adresse:

 

Italienische Zentrale für Tourismus ENIT

Kommunikation & Marketing

Barckhausstraße 10

60325 Frankfurt am Main

Email: presse.frankfurt@enit.it

 

Die Jury setzt sich u.a. aus Vertretern von ENIT, dem italienischen Generalkonsulat und dem italienischen Kulturinstitut Frankfurt zusammen.

 

Die besten deutschsprachigen Medien-Beiträge über das Reiseland Italien werden anlässlich der Internationalen Frankfurter Buchmesse im Rahmen der feierlichen Preisverleihung am Dienstag, 13. Oktober 2015 ausgezeichnet. Mit dem Premio ENIT möchten wir Reiseredakteure und -autoren sowie Travel Blogger für ihre ansprechenden und lebendigen Italienberichte ehren. enit

 

 

 

 

 

Leonardo da Vinci-Ausstellung zieht von Hamburg nach Bochum

 

Eine Ausstellung über die Ausnahmepersönlichkeit der Renaissance regt zum Mitdenken an.

 

Die Wanderausstellung über das Universalgenie Leonardo da Vinci, die bereits in Bremen, Berlin und Hamburg zahlreiche Besucher begeisterte, eröffnet am 24. Juli im Kortumhaus in Bochum ihre Tore.

 

Die Mona Lisa, wer kennt es nicht das berühmte Lächeln der geheimnisvollen Dame. Es ist eines der berühmtesten Gemälde der Welt, das Original hängt unter strengsten Sicherheitsmaßnahmen im Louvre in Paris. Doch Leonardo da Vinci gilt nicht nur ihretwegen immer noch als einer der rätselhaftesten Universalgelehrten. Er verblüfft mit seinen Aufzeichnungen in Spiegelschrift sowie seinen genialen Konstruktionen und Studien die Fachwelt bis heute. Dieser faszinierenden Persönlichkeit widmet sich diese große, multimediale Ausstellung. In besonderer Art und Weise bildet sie den atemberaubenden Aufstieg und das an Wendungen reiche Leben Leonardos sowie das ganze Spektrum seiner Errungenschaften ab. Es handelt sich bei dieser Ausstellung um die bislang größte „Hommage“ an Leonardo da Vinci. Sie präsentiert Leonardo als Kind seiner Zeit, thematisiert aber auch die niemals stillbare Neugier des frühreifen Genies, das auf fast allen Wissensgebieten brillierte und dabei immer wieder über den Erkenntnishorizont seiner Epoche hinauswuchs.

 

Eine solch umfassende Ausstellung über Leonardos Leben und Wirken hat es in Europa noch nicht gegeben. Gezeigt und erläutert werden Leonardos naturwissenschaftliche Untersuchungen, seine technischen Erfindungen, literarischen und wissenschaftlichen Schriften, architektonischen Planungen sowie seine Zeichnungen und Gemälde. Wer hier jedoch beige Museumstafeln mit langen Texten und schwarz-weiß Zeichnungen erwartet, liegt eindeutig falsch.

 

Das Konzept legt einen Fokus auf Interaktion und die Verbindung zwischen damaliger Technik und neusten Forschungsergebnissen. Die Erfindungen des alten Meisters sind zum ersten Mal in Originalgröße nachgebaut und ausgestellt, Vorträge und Sonderveranstaltungen öffnen allen Interessierten noch mal ganz neue Blicke auf den Künstler und Wissenschaftler und wer sich schon vorher auf den Ausstellungsbesuch vorbereiten möchte, dem steht ausführliches Informationsmaterial unter www.davinciausstellung.de zur Verfügung.

24. Juli – 17. Januar 2016 im Kortumhaus in Bochum.

Weitere Informationen unter:  www.davinciausstellung.de und der kostenfreien

Telefonnummer 0800 – 33 33 313.  (de.it.press)