WEBGIORNALE   13-19   LUGLIO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Tornano in Europa i vecchi muri della vergogna: oggi servono per fermare i migranti 1

2.       Migranti, la Ue verso l'accordo: "Sì alle quote di accoglienza"  1

3.       Il Cairo, bomba al consolato italiano morto poliziotto, rivendicazione Isis  1

4.       Da Calais all'Ungheria: l'Europa dei muri 2

5.       La scelta impossibile di Merkel. Rompere col partito o con l’Europa  2

6.       Grecia, scontro Schäuble-Draghi 2

7.       Ultimatum dell'Eurogruppo alla Grecia: "Negoziato sospeso finché non fate le riforme"  3

8.       È evidente che Berlino vuole la Grexit. Ora vediamo se l’Europa esiste  3

9.       La Grecia spezza l'egemonia tedesca: l'Europa dei falchi è in crisi 4

10.   Le ragioni (smarrite) della Ue  4

11.   Ue: piano credibile o Grexit. Schaeuble: "Taglio del debito vietato dai Trattati"  4

12.   Il PE approva stanziamenti extra per 69,6 milioni di euro per aiutare a fronteggiare l'immigrazione  5

13.   È online la nuova pagina web del Com.It.Es di Monaco di Baviera. 5

14.   COFFI FESTIVAL A BERLINO: LA CULTURA ITALIANA ATTRAVERSO L’ARTE  5

15.   In visita di commiato a Kempten il console di Monaco di Baviera Filippo Scammacca del Murgo  5

16.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  6

17.   Sicilia Mondo a sostegno della mostra fotografica “Sulle oscure tracce della mafia” delle Acli Baviera  6

18.   Tra Böblingen (Stoccarda) e Alba (Cuneo) 30 anni di gemellaggio  7

19.   Paolo Gentiloni: “La colpa è di Atene, non dei tedeschi. Ora però va evitata l’uscita dalla Ue  7

20.   Il Webgiornale  7

21.   Volpini: Cercheremo di costituire il Forum delle associazioni degli Italiani nel mondo  7

22.   Il labirinto ellenico  8

23.   “Tsipras non ha un piano”, adesso Bruxelles aspetta le richieste della Grecia  9

24.   La Grecia dopo il voto. Grecia, titoli di Stato e liquidità. La Bce al bivio per evitare il caos  9

25.   Il futuro della Grecia: il dibattito al Parlamento Europeo con il Primo ministro greco Alexis Tsipras  9

26.   Grecia, la lezione che non va sprecata  10

27.   Vent’anni dopo Srebrenica. Tragedia globale, sconfitta per il mondo  10

28.   Il panorama politico  10

29.   Una mossa per evitare il peggio  11

30.   Renzi alle prese con l'effetto Grecia  11

31.   Inps: in Italia 15 milioni di poveri 11

32.   Scuola, la riforma arriva in porto. Ma adesso Renzi cambia l'agenda  12

33.   Stati Generali Associazionismo Estero. Il dibattito su lavoro, integrazione, diritti, partecipazione, rappresentanza, mobilità e nuovi flussi 12

34.   Infanzia, al Senato gli stati generali delle adozioni internazionali 13

35.   La Buona Scuola aiuterà i ragazzi? Analisi di una riforma controversa  13

36.   Erasmus+: sempre più student italiani in partenza per l’estero  13

37.   Renzi alle prese con le spaccature nel Pd  14

38.   La bella gioventù svizzera  14

39.   Il jobs act non basta. Un’agenda per crescere davvero  14

40.   Associazionismo politico  15

41.   Senato e scuola, due scogli per Renzi 15

42.   Scuola, via libera alla riforma. Renzi: 100mila assunzioni, più merito e autonomia  15

43.   Gianluca Lodetti (Inas) fa il punto su nuova emigrazione, patronati e associazionismo  15

44.   Regressione linguistica. L’italiano dimenticato  16

45.   Stati Generali Associazionismo Estero. Il dibattito sugli obiettivi dell'Assemblea e sulla relazione del Comitato organizzatore  16

46.   PE. Governo societario: i deputati votano per rafforzare la trasparenza fiscale  16

47.   Un appello delle Acli al Parlamento europeo  17

48.   Pensioni. La Cgil boccia la riforma Boeri 17

49.   Il profilo  17

50.   Compravendita senatori, Berlusconi e Lavitola condannati a tre anni 18

51.   Dino Nardi (Uim): Importazione-esportazione di valuta  18

52.   Nella Costituzione le ragioni di una Sinistra non subalterna a Destra e populismo  18

53.   Gentiloni: le associazioni una risorsa chiave per mantenere vivi i legami fra il nostro paese e le collettività italiane all’estero  19

54.   IMU all’estero: il Presidente dell’Anci risponde a Micheloni 19

55.   Dal 24 al 26 luglio a Porcia (Pordenone) il 38esimo raduno annuale dei Pordenonesi nel Mondo  19

56.   Pd Cittadini nel Mondo: online il nuovo numero  19

57.   Sabato 18 luglio a Belluno 50ma Assemblea annuale dell’Associazione Bellunesi nel Mondo  20

 

 

1.       Ägypten. Anschlag auf italienisches Konsulat in Kairo  20

2.       Lübeck. Die erste Schule mit dem Fach Italienisch  20

3.       Flüchtlinge. EU streitet über Flüchtlingsfrage  20

4.       Von der Leyen fordert "langen Atem" bei Flüchtlings-Einsatz  21

5.       61,31 Prozent der Griechen sagen "Nein“: EU-Krisendiplomatie läuft auf Hochtouren  21

6.       Ein OXI gegen das Euro-Establishment. Es ist Zeit für Kompromisse und verbale Abrüstung. 21

7.       Ökonomen fordern von Merkel Ja zu Schuldenschnitt für Athen  22

8.       Geld ist ein Götze. Griechenland braucht die richtige Hilfe, Kredite erzeugen nur Hass  22

9.       Griechenland nach dem Referendum. Seibert: Keine Basis für neues Hilfsprogramm   23

10.   Athen geht mit Reformliste Schritt auf Gläubiger zu  23

11.   TTIP-Abstimmung im EU-Parlament: Zustimmung unter Vorbehalten  23

12.   „Die EU sollte neokolonialen Strukturen entgegenwirken“  23

13.   Flüchtlingskrise: Türkischer Ex-Präsident macht Europa schwere Vorwürfe  24

14.   OECD-Studie. Migrantenkinder haben große Jobprobleme  24

15.   AfD steht nach Sieg von Nationalkonservativen vor Spaltung  24

16.   Wenig Licht, viel Schatten. Parlament beschließt Asyl-Reform   24

17.   Generali Versicherungen. Finanzielle Absicherung von Unternehmern gezielt verbessert 25

18.   EU scheitert vorerst bei Verteilung von Flüchtlingen  25

19.   Schulanfang 2015: Lernen leicht gemacht! 26

20.   Studie. Wirtschaft profitiert von ausländischen Studenten  26

21.   Heilquelle Nordenau und was dahinter steckt 26

22.   Gutachten. Generelles Kopftuchverbot an Schulen verfassungswidrig  26

23.   Bis zu 20 Prozent Kraftstoff sparen  27

 

 

 

 

Tornano in Europa i vecchi muri della vergogna: oggi servono per fermare i migranti

 

La storia si ripete ed il richiamo  ai corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico in questo caso è più mai che pertinente. Dopo l’abbattimento dei i vecchi muri “della vergogna”, primo fra tutti quello di Berlino il 09.11.1989, che suggellò la definitiva caduta del comunismo e restituiva ai berlinesi la  libertà e il diritto di circolare e di ricongiungersi con i propri famigliari, l’Europa torna a sperimentare barriere ed aree d’isolamento questa volta destinate e fermare i migranti, dalla Manica all’Ungheria, ricorrendo a strutture metalliche o pianificando veri e propri argini murari. Ci ha lasciati molto perplessi il fatto che il Parlamento ungherese abbia deciso  di costruire un muro alto ben 4 metri e lungo ben 175 chilometri alla  frontiera con la Serbia per impedire l’ingresso nel Paese dei migranti; il muro sarà pattugliato notte e giorno dai soldati ungheresi; la notizia è stata diffusa  nello stesso momento in cui è scoppiata una violenta reazione, l’ennesima per la cronaca, che ha creato ore di caos e lutti a Calais presso l’ingresso dell’Eurotunnel franco-britannico, dove un migrante è morto in circostanze poco chiare durante l’ennesimo disperato tentativo di attraversarlo clandestinamente. In questa che può essere considerata una vera e propria  strettoia di transito, facilmente controllabile, le autorità francesi e britanniche hanno deciso lo scorso settembre di erigere ugualmente nuove barriere dal valore tristemente simbolico. Il dramma di Calais si trascina ormai da tante, troppe settimane con proteste e violente agitazioni quotidiane e con incursioni disperate nell’area costiera del capoluogo settentrionale francese, dove la Manica è osservata quotidianamente con un sospiro dalle circa tremila anime ammassate nella “giungla”; termine coniato per identificare la moltitudine di accampamenti di fortuna popolati da migranti e profughi d’origine soprattutto africana (eritrei, etiopi, sudanesi, egiziani) e asiatica (siriani e afgani), esposti all’insicurezza e spesso privi finanche di facili accessi all’acqua; il problema sembra ancora lontano  da una soluzione; lo stesso dicasi per i migranti che da oltre un mese vivono sugli scogli nei pressi di Ventimiglia ed ai quali la gendarmeria francese impedisce l’ingresso in Francia. Nella notte fra venerdì e sabato scorso, circa 150 migranti della “giungla” hanno tentato d’irrompere a più riprese in una sezione del tunnel; sono scattati subito i blitz e le reazioni per bloccarli, con ricadute anche sulla circolazione di treni ed auto. Per prevenire nuove incursioni, un accordo franco-britannico siglato a settembre prevede di rafforzare le recinzioni esistenti nell’area portuale e di costruire una nuova barriera lungo la principale strada d’accesso.  Una logica simile ha spinto, come dicevamo, una maggioranza di 151 parlamentari ungheresi (contro 41 contrari) ad approvare il progetto del nuovo muro alla frontiera con la Serbia, giustificato in questi termini da Sandor Pinter, ministro dell’Interno nel governo del premier conservatore Viktor Orban: “L’Ungheria deve affrontare la più grande ondata di migranti della sua storia. La sua capacità di accoglienza è superata del 130%.  In proposito, secondo una stima ufficiale, il Paese è stato raggiunto quest’anno da 67mila migranti e rifugiati. Inoltre, nel quadro di una più ampia revisione delle regole interne sull’immigrazione, l’Ungheria ha varato ulteriori misure restrittive sul diritto d’asilo”. Una decisone criticata subito dall’Onu ma che non ha prodotto alcun tipo di ripensamento e di risultato. L’impressione è che tanto l’Unione Europea quanto l’ONU sulla questione dei migranti siano ormai entrati nel pallone; la mancanza di una strategia unitaria, l’ostruzionismo di molti paesi europei più propensi ai respingimenti che all’accoglienza impediscono all’Europa di raggiungere sul piano politico una intesa per affrontare con razionalità ma soprattutto con spirito umanitario un esodo biblico dettato da una pluralità di ragioni molte delle quali  condivisibili e meritevoli di accoglimento ed altre che richiederebbero verifiche più severe per identificare i militanti dell’isis che giungono in Europa in incognito con i barconi dei migranti; per identificare coloro che si fingono migranti ma solo per sottrarsi alla giustizia  nei paesi d’origine; per fermare la delinquenza  organizzata come quella albanese che riesce a piazzare in tutta Europa incredibili quantità di droghe ed altro. Gli sbarchi ed i morti intanto non si fermano, sempre ieri, nell’Egeo, fra le isole greche di Farmakonisi e Agathonisi, e di Creta non lontano dalla costa turca, sono scattate le drammatiche operazioni per soccorrere in mare decine di migranti che occupavano due diversi  natanti naufragati; secondo l’OIM ( Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) la quasi totalità degli sbarchi in Italia viene dalla Libia, mentre siriani e afghani puntano sulla Grecia partendo dalla Turchia ed hanno trasformato le isole greche ed in particolare l’isola di Lesbo in una “ nuova Lampedusa”. Alla metà di giugno secondo le stime dell’ UNHCR, un totale di 103 mila persone sono sbarcate in Europa: 54 mila in Italia, 48 mila in Grecia, 920 in Spagna, e 91 a Malta. Il fenomeno è serio e complesso ma non si risolve sparando sui barconi, l’Europa ha varato il Piano Frontex si tratta di modificarlo ed integrarlo in modo da trasformare una azione di sorveglianza e di monitoraggio in una azione finalizzata ad assistere e soccorrere in mare quanti per le più diverse ragioni desiderano venire in Europa, fermo restando che la regolamentazione dei flussi in arrivo e la loro redistribuzione nelle diverse Nazioni europee dei deve essere negoziata con l’Unione Europea e con i Paesi  dai quali provengono i migranti; è in quelle Nazioni che l’Europa, l’ONU e gli altri Organismi Internazionali devono lavorare con più determinazione sul piano diplomatico, della  cooperazione e della solidarietà internazionale per creare le condizioni necessarie che convincano i migranti a restare nelle terre natie; vanno create strutture abitative, sanitarie, scuole, scuole di formazione, aziende agricole, imprese, strutture ed infrastrutture e quant’altro si renda necessario per il conseguimento del predetto obiettivo; l’appello va rivolto  agli Stati desiderosi di investire ed agli imprenditori coraggiosi ed illuminati pronti a sponsorizzare un grande progetto umanitario che certamente consentirà il raggiungimento di  obiettivi etici ed economici di grande rilevanza; la Comunità Internazionale, le Nazioni devono farsi carico di incentivare e sostenere questo Progetto. La Federazione Italiana Lavoratori Emigranti si attiverà per sostenere, grazie anche alla collaborazione con il .quotidiano internazionale on line “ Il Corriere di Puglia e Lucania, questo progetto presso tutte  le Nazioni Europee per verificarne la disponibilità in concreto. Abbiamo  ascoltato tante, veramente tante testimonianze dalle quali è emerso un  dato veramente sconvolgente, la stragrande maggioranza dei migranti lasciano in lacrime la loro terra ed affermano che se ci fossero le condizioni resterebbero nei luoghi natii.

Giacomo Marcario, Presidente della Federazione Italiana Lavoratori Emigranti

 

 

 

 

 

Migranti, la Ue verso l'accordo: "Sì alle quote di accoglienza"

 

La strada verso un accordo completo sull'immigrazione ancora non è conclusa, ma è aperta: al vertice informale di Lussemburgo i ministri degli Interni hanno concordato un primo "via libera" alla redistribuzione dei profughi sui paesi dell'Unione, rinviando però l'accordo definitivo al un nuovo incontro, previsto per il 20 luglio.

 

Che l'emergenza sia conclamata non lo dimostrano solo gli allarmi dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati  -  che anche ieri ha chiesto "una risposta forte dall'Europa"  -  o le grida d'aiuto delle Organizzazioni non governative: lo dimostra prima di tutto la cronaca, con lo stillicidio di tragedie del mare.

 

Anche ieri i mezzi della Guardia costiera sono intervenuti in soccorso di quattro gommoni, uno dei quali semi affondato, 40 miglia a nord della costa libica. I militari italiani sono riusciti a portare in salvo 393 persone, ma hanno contato almeno dodici vittime. Un altro gommone è stato intercettato dalle motovedette a poca distanza da Lampedusa: a bordo c'erano 106 migranti, che sono stati portati in salvo.

 

Per i primi soccorsi il ruolo della Marina è insostituibile, anche Amnesty International sottolinea che "le operazioni di ricerca e soccorso stanno salvando migliaia di vite" e parla di "marcata diminuzione del numero dei morti in mare". Ma su quello che succede "dopo" serve un'intesa globale europea. Germania e Francia danno l'esempio: Berlino ha accettato di accogliere 12100 fra rifugiati e richiedenti asilo, compresi novemila oggi ospiti delle strutture italiane o greche. Anche Parigi ha aperto le sue porte e accoglierà circa novemila persone, fra cui 6752 già presenti in Italia o Grecia.

 

Gli altri Paesi, invece, per ora non hanno comunicato la loro disponibilità, ma il percorso è avviato. Anzi, a sentire il ministro lussemburghese degli Esteri e dell'Immigrazione Jean Asselborn, che presiedeva la riunione, "siamo vicini all'obiettivo" e il 20 luglio "saranno necessarie solo due o tre ore" per definire gli ultimi dettagli dell'accordo finale. Per i reinsediamenti, sottolinea Asselborn "c'è un'eccedenza di offerte". In più l'Unione ha incassato anche la disponibilità di tre Paesi extra-Ue: Svizzera, Liechtestein e Norvegia, che hanno espresso l'intenzione di dare una mano. Soddisfatto anche Angelino Alfano: il ministro italiano ha parlato di "prima prova di un principio di solidarietà europea", definendo quello di ieri "un passo avanti significativo", in vista anche di un meccanismo di emergenza permanente per il ricollocamento dei profughi.

 

Prima dell'accordo totale, però, l'Ue dovrà vincere le perplessità di Paesi come Spagna e Austria, che al vertice di Lussemburgo hanno "frenato" e per ora non hanno comunicato quanti rifugiati sono disposte ad accogliere. Ancora più dura è la posizione della Slovacchia, che si è espressa apertamente contro il sistema dell'accoglienza su base volontaria. GIAMPAOLO CADALANU, LR 10

 

 

 

 

 

Il Cairo, bomba al consolato italiano morto poliziotto, rivendicazione Isis

 

Non ci sono connazionali coinvolti. Almeno nove feriti. Gentiloni: atto «contro di noi». Mattarella: «Vile attentato». Il Califfato su Twitter: detonazione, opera nostra

 

Era proprio l'Italia l'obiettivo dell'autobomba riempita con 250 chili di tritolo che alle 6,30 di sabato è esplosa con un comando a distanza sotto il consolato italiano al Cairo, danneggiando gravemente la sede diplomatica e causando la morte di un poliziotto egiziano e il ferimento di almeno nove persone, tra i quali tre bambini. Non ci sono italiani coinvolti nell'esplosione e fonti della sicurezza egiziana precisano che finora non è arrivata alcuna rivendicazione ma il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha confermato che si è trattato di «un attacco diretto all'Italia». L’Isis rivendica l’attentato, riferisce il Site sul suo profilo Twitter. «Grazie a Dio i soldati dello Stato Islamico - è il testo della rivendicazione - sono riusciti a far esplodere un’autobomba parcheggiata che conteneva 450 kg di esplosivo contro il consolato italiano nel centro del Cairo», Non solo. Il Califfato invita i musulmani «a stare lontani da questi obiettivi legittimi per gli attacchi dei combattenti». Il comunicato - la cui autenticità è impossibile da verificare al momento - con la data di sabato non è firmato dalla sigla «Wilayat del Sinai» (ovvero «Provincia del Sinai», il nuovo nome del gruppo Ansar Bayt al-Maqdis da quando ha giurato fedeltà all’Is), ma bensì dallo «Stato Islamico - Egitto».

L’ambasciatore italiano: «Saldatura tra gruppi jihad»

Riguardo alla rivendicazione dell’Isis, l’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari ha osservato che se fosse confermata proverebbe la «saldatura» che sta emergendo tra jihadisti del Daesh e gruppi fondamentalisti egiziani. «La minaccia si è diffusa nel Paese e anche al Cairo», ha aggiunto Massari, spiegando che l’attacco ha dimostrato come obiettivo dei terroristi non siano solo le forze di sicurezza egiziane, ma anche la presenza internazionale. «L’unico modo per combattere» il terrorismo «è la solidarietà tra Paesi amici e Paesi della regione», ha sottolineato il diplomatico.

L’ordigno ha distrutto una parte della facciata sulla via Al-Galaa e fatto crollare l'ala di sinistra del consolato, un palazzo color rosso pompeiano con due alte colonne bianche all’ingresso. Gentiloni ha definito l'atto «un tentativo di intimidazione, un attacco contro la nostra presenza internazionale, ma anche un attacco diretto all'Italia impegnata in prima linea nel contrasto al terrorismo».

Renzi: «Italia non lascerà solo l'Egitto»

La procura generale del Cairo per ora non esclude che l'attacco fosse indirizzato contro il giudice Ahmed al-Fuddaly, considerato vicino al presidente Al-Sisi. L'azione odierna arriva infatti a poco più di una settimana dall'assassinio del procuratore capo Hisham Barakat. Matteo Renzi segue in prima persona gli sviluppi dell'attentato del Cairo. Il premier ha sentito per telefono Al-Sisi: «L'Italia sa che quella contro il terrorismo è una sfida enorme che segna in profondità la storia del nostro tempo. Non lasceremo solo l'Egitto: Italia ed Egitto sono e saranno sempre insieme nella lotta contro il terrorismo», fa sapere in una nota Palazzo Chigi

Un morto e alcuni feriti

L’esplosione si è verificata alle 6.30 (ora locale e italiana), quando il consolato era chiuso. Il portavoce del ministero della Salute egiziano ha riferito che la vittima è un poliziotto e che tra i nove feriti - ricoverati con contusioni e bruciature - ci sono tre ragazzini tra gli 11 e i 13 anni di una stessa famiglia. Il ministero dell'Interno aggiunge che due feriti sono poliziotti. Lo scoppio ha distrutto le tubature dell'acqua allagando la zona, un'arteria molto trafficata che collega piazza Ramses con il centro della capitale egiziana. Danneggiate anche la scuola italiana e la società Dante Alighieri che hanno sede nell'edificio consolare. Molti danni anche all'ufficio visti, nell'ufficio del console e in quelli della segreteria.

Farnesina

Fonti del ministero degli Esteri hanno reso noto che l'Unità di crisi si è subito attivata e il personale diplomatico italiano nella metropoli egiziana, in contatto con le autorità locali, si è prontamente recato sul luogo dell'esplosione per verificare direttamente la situazione così come il governatore del Cairo. Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha chiamato Gentiloni e ha «condannato l'attacco terroristico avvenuto davanti al consolato italiano. L'Egitto farà ogni sforzo con tutti i Paesi del mondo, inclusa l'Italia, per sradicare ed eliminare il terrorismo», ha detto Shoukry. Gentiloni ha ribadito «la rinnovata determinazione dell'Italia» a combattere il terrorismo e l'Isis in particolare. «L'Italia risponderà con fermezza e senza allarmismi», ha concluso il capo della diplomazia italiana. CdS 11

 

 

 

 

Da Calais all'Ungheria: l'Europa dei muri  

 

Milano - Dopo il sogno di abbattere i vecchi muri “della vergogna”, l’Europa torna a sperimentare barriere ed aree d’isolamento per migranti, dalla Manica all’Ungheria, ricorrendo a strutture metalliche o pianificando veri e propri argini murari. Ieri, il varo presso il Parlamento ungherese del progetto di un muro alto 4 metri lungo ben 175 chilometri di frontiera con la Serbia è giunto in corrispondenza di nuove ore di caos e lutto a Calais presso l’ingresso dell’Eurotunnel franco-britannico, dove un migrante è morto in circostanze poco chiare durante l’ennesimo tentativo disperato di traversata clandestina. Era riuscito a salire su una navetta merci diretta in Gran Bretagna, secondo la versione estremamente frammentaria fornita dalla società Eurotunnel. In quest’altra strettoia europea di transito, le autorità francesi e britanniche hanno deciso lo scorso settembre di erigere nuove barriere dal fosco valore simbolico. Il dramma di Calais ha preso la scia di giorni d’agitazione e altre incursioni disperate nell’area costiera del capoluogo settentrionale francese, dove la Manica è osservata quotidianamente con un sospiro dalle circa 3mila anime ammassate nella “giungla”. È questo il controverso nome corrente dato alla folla d’accampamenti di fortuna popolati da migranti e profughi d’origine soprattutto africana (eritrei, etiopi, sudanesi, egiziani) e asiatica (siriani e afgani), esposti all’insicurezza e spesso privi di facili accessi all’acqua.

Nella notte fra venerdì e sabato scorso, circa 150 di loro avevano cercato d’irrompere a più riprese in una sezione del tunnel. E negli ultimi giorni, a singhiozzo, sono proseguiti i blitz e le reazioni per bloccarli, con ricadute anche sulla circolazione di treni ed auto, com’è avvenuto pure ieri. Per prevenire nuove incursioni, un accordo franco-britannico siglato a settembre prevede di rafforzare le recinzioni esistenti nell’area portuale e di costruire una nuova barriera lungo la principale strada d’accesso. Una logica simile ha spinto ieri una maggioranza di 151 parlamentari ungheresi (contro 41 contrari) ad approvare il progetto del nuovo muro alla frontiera con la Serbia, giustificato in questi termini da Sandor Pinter, ministro dell’Interno nel governo del premier conservatore Viktor Orban: «L’Ungheria deve affrontare la più grande ondata di migranti della sua storia. La sua capacità di accoglienza è superata del 130%». In proposito, secondo una stima ufficiale, il Paese è stato raggiunto quest’anno da 67mila migranti e rifugiati. Inoltre, nel quadro di una più ampia revisione delle regole interne sull’immigrazione, l’Ungheria ha varato pure misure più restrittive sul diritto d’asilo. Saranno cancellate automaticamente le richieste dei migranti che lasceranno per oltre 48 ore senza autorizzazione la residenza designata dalle autorità ungheresi. Un’opzione criticata subito dall’Onu. Sempre ieri, nell’Egeo, fra le isole greche di Farmakonisi e Agathonisi, non lontano dalla costa turca, sono scattate le drammatiche operazioni di soccorso in mare di decine di migranti che occupavano un natante naufragato. Le autorità hanno segnalato almeno 17 dispersi Daniele Zappalà, Avvenire 8

 

 

 

 

 

La scelta impossibile di Merkel. Rompere col partito o con l’Europa

 

Qualsiasi strada imbocchi, la cancelliera dovrà poi giocare la carta del futuro della Ue. La minaccia di uscita dalla Ue della Gran Bretagna apre un altro rischio esistenziale - di Danilo Taino

 

BERLINO In quasi dieci anni di governo, Angela Merkel non è mai stata in una posizione difficile come quella in cui si trova oggi. La proposta che, secondo la Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung , il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble avrebbe fatto alla riunione dell’Eurogruppo - cioè la sospensione di Atene dall’euro per cinque anni a meno di garanzie reali a fronte di prestiti - è il segno delle decisioni draconiane alle quali è di fronte il governo di Berlino. Il problema è che, qualsiasi orientamento prenda, la cancelliera finirà con il perdere qualcosa sul piano interno o su quello europeo. Oppure su entrambi.

 

In queste ore, però, c’è di più della situazione strettamente ellenica a metterla in difficoltà. Si tratta di una questione apparentemente meno immediata ma ancora più rilevante: il futuro dell’Unione Europea e il ruolo della Germania nel disegnarlo.

Già in questo weekend, Frau Merkel ha di fronte due scelte inconciliabili. A Berlino, il suo partito, la Cdu, è estremamente scettico nei confronti di un nuovo piano di aiuti, il terzo in cinque anni, alla Grecia. Se ci sarà, andrà presentato in Parlamento. Numerosi deputati cristiano-democratici sono però restii a votarlo: non credono che, qualsiasi cosa firmi, il governo di Atene poi lo metta in pratica. Non si fidano. E Schäuble riflette pienamente questa sfiducia.

Se ciò nonostante la cancelliera lo approverà, per farlo passare al Bundestag dovrà probabilmente ricorrere ai voti dell’alleato di governo, la Spd, e delle opposizioni, i Verdi e la Linke. Ma se il partito, del quale finora è stata regina indiscussa, le votasse contro in misura massiccia, la sua posizione ne subirebbe un colpo duro. Dalle conseguenze non prevedibili. Se poi il programma greco dovesse avere tra i contrari Schäuble - che gode di enorme prestigio e seguito nel partito e fuori - la situazione della cancelliera diventerebbe difficile da sostenere.

Se invece dovesse schierarsi con le posizioni sostenute ieri dal suo ministro delle Finanze e con chi ritiene che la soluzione migliore per Atene e soprattutto per l’euro sia l’uscita della Grecia dalla moneta unica, Merkel rischierebbe rotture nella Ue, soprattutto con Parigi, e con gli Stati Uniti. Sarebbe accusata di scegliere una strada avventurista, che non si sa dove porti. Un capo di governo della Germania postbellica ha sempre l’unità dell’Europa tra le priorità e la signora Merkel del tenere uniti gli europei ha fatto una strategia, dalla gestione della crisi ucraina all’approccio alla questione dei migranti. Fare una svolta a «U», ora, sarebbe un passo di rilevanza enorme.

La cancelliera ha in genere una grande capacità di analisi. È famosa per procedere prendendo in considerazione tutti i dati di un problema e decidere solo dopo essersi fatta un’opinione che a quel punto non abbandona. Nella vicenda greca degli ultimi mesi, di fronte al modo di muoversi «non ortodosso» del governo di Syriza, non ha però mai dato l’impressione di sapere affrontare come al solito gli «stop and go» di Alexis Tsipras e di Yanis Varoufakis. Spiazzata da un modo di fare che nelle ultime settimane l’ha portata a passare dall’obiettivo della mediazione a pensare - come da tempo pensa Schäuble - che non ci sia alcuno spazio di accordo per mancanza di volontà greca, ai dubbi di stanotte.

Questa perdita del dominio dell’iniziativa politica l’ha frenata, ora si trova dietro la curva, superata da altri. E non solo dal suo ministro. Qualsiasi strada scelga, soprattutto se dovesse prevalere quella che porta alla Grexit, sarà obbligata a giocare poi la carta del futuro della Ue, cioè di una riforma sia dell’eurozona che dell’Europa a 28: per spostare in avanti il terreno di confronto.

La crisi greca ha colpito al cuore l’architettura dell’euro; e la minaccia di uscita dalla Ue della Gran Bretagna apre un altro rischio esistenziale per il Vecchio Continente. La cancelliera può sperare di uscire dai guai in cui è finita mostrando leadership di fronte a queste sfide.

 

C’è però un ostacolo serio. La Francia di François Hollande si è mossa. E il risultato è qualcosa di più dell’allentamento del rapporto Berlino-Parigi che si è visto nell’ultima parte della crisi greca, quando il governo tedesco si è irrigidito e quello francese ha invece fatto il mediatore fino al punto di guidare la mano di Alexis Tsipras nella scrittura del suo piano di aiuti.

A Berlino si sospetta che Hollande voglia evitare che l’uscita di Atene dall’euro apra un varco per una riforma forte dell’eurozona. Una riforma che avverrebbe sulle linee della Germania, cioè di una maggiore integrazione non solo di bilancio ma anche delle riforme strutturali e in prospettiva del governo europeo. Sarebbe un’Europa sempre più tedesca, che Parigi non vuole. Meglio dunque la scelta conservatrice, dal punto di vista di Hollande: continuare con Atene come si è fatto per cinque anni, anche a costo di un nuovo programma di aiuti che difficilmente sarà risolutivo per la Grecia; l’importante è non creare il caso, la Grexit, che costringa a fare riforme «merkeliane».

Per recuperare l’iniziativa, Frau Merkel potrà cercare di fare avanzare comunque un’agenda di cambiamento. Ma una riforma dell’eurozona e della Ue contro Parigi è qualcosa che nessuno ha ancora immaginato. È così che l’Europa cammina verso il proprio futuro. CdS 12

 

 

 

 

 

 

Grecia, scontro Schäuble-Draghi

 

Il tedesco chiude a ogni possibilità di accordo con i greci: la palla passa a Merkel

Crisi greca, cancellato il vertice dei capi di governo. TONIA MASTROBUONI

 

BRUXELLES  - Le voci di corridoio avevano pronosticato una fine della riunione nel cuore della notte, alle due o le tre. Poco dopo la mezzanotte, invece, l’annuncio: ci si riaggiorna alle undici di stamane. Niente conferenza stampa, solo dichiarazioni all’uscita dell’Eurogruppo. E voci. La prima, Jeroem Dijsselbloem avrebbe interrotto la riunione perché il clima si stava surriscaldando tra due protagonisti della trattativa sulla Grecia. Mentre il presidente della Bce, Mario Draghi, stava spiegando un dettaglio sul debito ellenico, Wolfgang Schäuble lo avrebbe interrotto sibilando «non sono stupido». Gelo, poi la mossa di Dijsselbloem per stemperare la tensione: «riaggiorniamoci a domani». Liberi tutti. 

 

La strada è di nuovo in salita, per Alexis Tsipras. La posizione del ministro delle Finanze tedesco non è mai stata così dura. Da mesi Schäuble è ormai convinto che l’Eurozona sarebbe più forte senza l’eterno problema greco. Una fonte presenta alla riunione riassume: «il ministro delle Finanze ellenico Tsakalotos ha detto di sì a quasi tutte le nostre richieste, ma l’impressione è che si sarebbe potuto tagliare una gamba, e per il tedesco non sarebbe stato abbastanza». Il guardiano dei conti è arrivato alla riunione con una granata esplosa anche sui media internazionali a metà del pomeriggio di ieri. Una paginetta anticipata ad arte dalla versione domenicale del quotidiano di riferimento dei conservatori Faz che riportava due scenari sulla Grecia: il primo con «miglioramento» e una «rapida» implementazione delle misure, accompagnato dalla richiesta di trasferire 50 miliardi di beni in un fondo di garanzia, per poi venderli e abbattere il debito. Il secondo scenario, un’uscita dall’euro di «almeno» cinque anni accompagnata da una ristrutturazione del debito. 

 

Secondo una fonte presente all’incontro, Schäuble ha presentato la paginetta, il «position paper» degli uomini del suo ministero, solo nella prima parte, accennando ai 50 miliardi, ma non la seconda, quella che include una «Grexit» a tempo. Reazioni dai colleghi? «Zero», secondo la fonte. Il tedesco avrebbe presentato anche un quadro terrificante dei conti greci: il governo Tsipras avrebbe creato nel caos negoziale degli ultimi sei mesi 40 miliardi di fabbisogno finanziario in più; l’economia è di nuovo in profonda recessione, il debito ormai insostenibile. Berlino vuole sforzi ulteriori, rispetto a quelli proposti da Atene. 

 

Il ministro delle Finanze, tuttavia, pur essendo più estremista dei suoi colleghi, non è solo, nella diffidenza a riaprire un negoziato con Atene. Con lui ci sono i «soliti» olandesi, finlandesi, austriaci, alcuni Paesi est europei, ma anche il Portogallo. La ministra delle Finanze Albuquerque avrebbe sbottato, ad un certo punto, che i greci «stanno chiedendo un terzo pacchetto che da solo vale quanto tutto il piano di salvataggio nostro», secondo i calcoli più recenti circa 74 miliardi di euro. «Vogliamo garanzie», avrebbe aggiunto. 

 

È sempre più evidente che Schäuble ha ormai chiuso la porta a qualsiasi possibilità di salvare Atene. Possibile che l’Eurogruppo di oggi si chiuda senza un accordo. L’ultima speranza, perché la Grecia possa ricevere nuovi aiuti, è Angela Merkel. Oggi pomeriggio la cancelliera arriva per una riunione dei capi di Stato e di governo dell’area euro, il Consiglio europeo è stato disdetto stamane. Tra i due la tensione è alle stelle da tempo, sul dossier greco. Merkel vorrebbe trovare una soluzione, nonostante il partito le si stia rivoltando contro.  

 

La strategia di Schäuble, al più tardi da ieri, è chiara: scaricare sulla cancelliera la responsabilità dell’eventuale salvataggio greco. Il partito conservatore è in rivolta, molti parlamentari cristianodemocratici minacciano di non votare il pacchetto. E dai sondaggi sta emergendo anche una maggioranza dei tedeschi a favore di una Grexit. Tanto che ultimamente anche il partner di governo, il vicecancelliere socialdemocratico Sigmar Gabriel, si è distinto per toni ultimativi sulla Grecia. Nel suo partito, però, la maggioranza è ancora a favore di una soluzione positiva.  

 

L’eventuale riapertura delle trattative, che secondo i pronostici potrebbe intanto chiedere ad Atene di approvare un pacchetto di riforme, prima di concedere un solo euro, avverrebbe in una situazione quasi disperata, per i greci. Le banche sono chiuse da due settimane e al collasso; secondo varie fonti possono ancora resistere, questa settimana, ma è chiaro che le banche non riapriranno <per un bel po’ di tempo>. In ogni caso, se si riaprisse ufficialmente il negoziato, in teoria la Bce potrebbe aiutare con liquidità di emergenza.  

 

Anche la situazione politica in Grecia non è facile, dettaglio che non facilita il negoziato con i tedeschi, ossessionati dalla stabilità politica: Tsipras ha perso la sua maggioranza, nel voto di venerdì notte che gli ha dato il mandato per rinegoziare con i creditori. Ieri a Tsakalotos è stata espressa durante l’Eurogruppo la preoccupazione che le riforme possano incagliarsi in Parlamento, lui avrebbe risposto: «non abbiamo mai approvato nulla con una maggioranza ampia come quella di venerdì». Vero, ma il mandato non sarebbe passato, senza i voti dell’opposizione. Le voci ora parlano di «maggioranze diverse» per il tour de force delle riforme di Tsipras, che includano una fetta dell’opposizione e si liberino dell’ala più radicale del partito. LS 12

 

 

 

 

Ultimatum dell'Eurogruppo alla Grecia: "Negoziato sospeso finché non fate le riforme"

 

Trattative sempre più in salita. Padoan: "L'ostacolo più grande è la mancanza di fiducia". In calendario l'Eurosummit a 19 previsto nel pomeriggio. Eurogruppo sospeso per tensioni fra Schaeuble e Draghi. Renzi: "Impensabile Europa senza Atene" - di PIERA MATTEUCCI

 

MILANO - Non si allenta la tensione sulla crisi greca. Dopo l'interruzione della riunione dell'Eurogruppo di ieri, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk ha cancellato il summit Ue a 28 (quello allargato a tutti i Paesi europei). Lo ha comunicato lo stesso Tusk su Twitter. Tusk ha appena visto il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, che l'ha aggiornato sugli ultimi sviluppi dell'Eurogruppo (composto dai ministri dell'Economia e delle Finanze degli stati membri dell'Unione europea che hanno adottato l'euro) riniziato alle 11. Alle 16 rimane in calendario l'Eurosummit a 19, vale a dire il vertice dei capi di Stato e di governo dell'Eurozona, composta dai Paesi che hanno riconosciuto l’euro come propria valuta ufficiale. "Ho cancellato #Euco oggi. #Eurosummit inizierà alle 16 e andrà avanti fin quando concluderemo le discussioni sulla #Grecia", si legge nel tweet.

 

"Non posso immaginare un'Europa senza Grecia": il premier italiano, Matteo Renzi, così ha parlato in un'intervista ad Al Jazeera, secondo le anticipazioni lanciate via Twitter dall'intervistatrice Barbara Serra. "Sarebbe un'Europa senza importanti valori e senza un certo stile di vita. Penso però che stiamo spingendo il governo greco nella giusta direzione perché non possiamo obbligare i cittadini italiani, francesi a fare le riforme e poi dare il messaggio che questo è fondamentale per noi, ma non per la Grecia". Secondo il premier italiano, non esiste rischio di contagio per l'Italia come è "impossibile fare un referendum in Italia sull'Euro. Ma la maggioranza assoluta della gente in Italia è a favore dell'Euro. Non contro. Nel 2016 avremo un referendum per accettare o non accettare le riforme promosse dal mio governo. Sono molto fiducioso sul fatto che vinceremo. Questo sarà il luogo in cui la gente potrà arrivare al vero consenso o non consenso sulla nostra volontà politica".

 

L'emergenza, ora, è la Grecia, per la quale un accordo è ancora lontano: "Il maggiore ostacolo a un accordo è la carenza di fiducia. Le nuove posizioni del governo greco sono molto più costruttive e concrete, questo è un bene perché purtroppo abbiamo perso cinque mesi in modo inconcludente", ha detto il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, secondo il quale ci sono le condizioni per avviare i negoziati su un nuovo piano di aiuti.

 

Negoziato difficile. Il compromesso sembra essere sempre più difficile. "La discussione è complicata, è improbabile che riceveremo oggi il mandato a negoziare", ha detto il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis entrando all'Eurogruppo. La riunione dei ministri "potrà solo preparare l'Eurosummit dove ci saranno altre discussioni", ha aggiunto. "Ho ancora molti dubbi, la strada per la definizione delle condizionalità è molto difficile", è il parere del ministro delle Finanze finlandese Alexander Stubb, che ha spiegato che si sta provando a definire le condizioni che Atene dovrà rispettare per ottenere gli aiuti, ma sulla lista delle riforme che deve compiere prima dell'ok non c'è ancora consenso. Ma per il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, "se la Grecia rafforza le riforme a medio termine e vota subito delle misure forti per migliorare il Paese, ci sono le basi per avviare il negoziato". Non è così ottimista il ministro delle Finanze austriaco, Hans Jörg Schelling: "Sono sempre ottimista, ma è un negoziato molto molto difficile, perché ci sono molti punti di disaccordo nell'Eurogruppo e tra l'Eurogruppo e la Grecia". LR 12

 

 

 

 

 

È evidente che Berlino vuole la Grexit. Ora vediamo se l’Europa esiste

 

O arriva una forte presa di posizione da parte di tutti i leader per rilanciare il progetto comunitario, o l’Europa dovrà fronteggiare presto il rischio concreto di una ‘’Euxit’’. Qualcosa di molto peggio di una semplice uscita di un paese dalle gabbie dell’Eurozona e che potrebbe assomigliare al disfacimento della ex Jugoslavia.

Ora che la trattativa a Bruxelles ha cominciato a prendere una brutta piega e i rischi di Grexit sono ancora concreti, fin quando almeno non si pronunceranno domani i (divisi) 28 capi di governo, si può dire che nelle ultime ore si è fatto molto rumore per nulla.

Qualcuno vuole Atene fuori dall’euro e quel qualcuno non è solo a Berlino (che sembrerebbe preferire una Grexit di cinque anni) ma in tutti i paesi che i sacrifici li hanno fatti davvero o comunque non li vogliono fare per gli altri.

In fondo basta ragionare per capire che la toppa non coprirà mai il buco senza una svolta nelle politiche europee. E questo lo sanno bene Merkel e Schauble, che proprio per questo si rifiutano di cancellare parte del debito della penisola: sarebbe un precedente pericoloso e un’ammissione implicita di essere diventati la grande Germania grazie al favore del ’53 in cui fu cancellato il 60% degli oneri di guerra al paese dei lander.

Meglio provare a buttare tutto a mare. Le altre soluzioni senza tagliadebito a poco servono. A nulla servirà chiedere altri 13 miliardi di euro in sacrifici ai greci per permettergli di coltivare l’illusione (o meglio la finzione) di poter ripagare il debito giunto a quasi il doppio della ricchezza nazionale.

A nulla sembra servito il referendum con la vittoria del No se poi nei fatti anche nell’esecutivo di Tsipras e nel parlamento ellenico governa il movimento del Si.

A nulla servirà concedere altri prestiti da oltre 70 miliardi di euro (tra fondo salva-Stati e FMI) se poi non si taglierà parte degli oltre 300 miliardi di debiti che soverchiano l’economia della penisola. Si preferisce, salvo smentite che sarebbero benefiche per tutti, garantire ai tedeschi la possibilità di continuare a tenere nel proprio bilancio federale un credito verso la Grecia di 60 miliardi di euro, sapendo che esso è di fatto una sofferenza inesigibile. Ammesso che ormai basti alla cancelliera e ai suoi elettori, viste le notizie negative che arrivano dall’Eurogruppo.

Si va avanti così, passando dalla tragedia delle persone che da due settimane non sanno se nelle loro banche serrate ci siano ancora i soldi risparmiati, alla farsa dei tutori dei conti europei che fingono di non sapere che Atene senza un condono debitorio dentro questo euro non si risolleverà mai.

O forse lo sanno troppo bene in Germania e per questo vogliono bocciare il piano Tsipras sul debito e l’intera sua manovra. In questo contesto è meglio pensare a cosa andrà fatto da lunedì, a prescindere dall’esito della trattativa finale tra creditori e debitori, che a quanto pare è ancora tutta da scrivere a poco più di 24 ore dalla riapertura dei mercati. L’Europa dovrà infatti fronteggiare presto il rischio concreto di una ‘’Euxit’’. Qualcosa di molto peggio di una semplice uscita di un paese dalle gabbie dell’Eurozona e che potrebbe assomigliare al disfacimento della ex Jugoslavia.

Il lunghissimo braccio di ferro tra il governo Tsipras e l’establishment di Berlino e Bruxelles rappresenta infatti il primo passo verso una rivisitazione di tutti i rapporti di forza nel Vecchio Continente.

Per questo, approfittando del momento, occorre rilanciare il progetto comunitario partendo da tre mosse obbligate. Innanzitutto a dover preoccupare i vari Jean Claude Juncker, Merkel e Hollande è il livello politico che sembra traballare di nuovo come nel 2012. A prescindere dalla qualità del quesito e dalla scelta di indire il referendum greco (il No è passato per poco più di tre milioni di voti a favore), è inevitabile attendersi scelte analoghe in altri paesi, visto che si sta stabilendo il principio dell’autodeterminazione economica e fiscale dei popoli dell’Ue.

Potrebbe toccare alla Francia, dove Marine Le Pen ha annunciato una consultazione in tal senso per il 2017, qualora dovesse vincere le presidenziali, possibilità non del tutto remota. La bionda figlia di Jean Marie, è stata chiara in una delle sue ultime interviste. ‘’Se dovessi vincere la corsa all’Eliseo la mia prima misura sarebbe di rendere il potere al popolo perché sarei stata mandata li’ per questo.

Andrei quindi dall’Unione Europea con una domanda precisa: o voi ridate al popolo francese la sua sovranità sul piano monetario, la sua libertà territoriale, la sua libertà legislativa economica o domanderei al popolo francese di uscire dall’Ue. Perché non accetto che il mio popolo sia un popolo schiavo’’, ha scandito la leader del Front National.

Parimenti, non è da escludere una vittoria dei No al referendum che la Gran Bretagna di David Cameron vuole indire per lo stesso anno, questa volta per uscire semplicemente dall’Unione. Potrebbe essere alla fine un’operazione positiva che sbloccherebbe il grande potere di veto che esercita Londra su tutte le materie che le fanno venire l’orticaria, ma rappresenterebbe comunque un esito molto pericoloso per la tenuta di tutta l’architrave comunitaria. Al punto in cui siamo, questo tipo di crepe possono far saltare tutta la diga.

Se passerà la linea in cui l’attuale Unione manterrà lo status di semplice Confederazione, con i guardiani dei conti unici registi delle vicende altrui, senza fare il passo decisivo verso una vera Federazione di Stati con una moneta, un tesoro e un esercito, sarà molto semplice trovare argomenti contro l’euro piuttosto che a favore. Negli ultimi sette anni la situazione economica, la disoccupazione e il livello di indebitamento degli Stati è peggiorato ovunque (Germania compresa, per quanto riguarda l’indebitamento statale).

Restare insieme semplicemente per viaggiare senza passaporto e con le stesse banconote in tasca non sarà uno spot di successo.

Più passa il tempo in questa terra di incertezza senza una forte presa di posizione da parte di tutti i leader e più difficile sarà convincere coloro che si fanno infatuare dai diffusi neo-nazionalismi che stare insieme è l’unica garanzia per non sprofondare di nuovo nell’orrore di un conflitto. La tentazione di tornare alla sovranità monetaria come già accade in Svezia, Polonia, Ungheria, Bulgaria, paesi che peraltro se la passano meglio, sarà

difficilmente arginabile.

Il secondo piano da affrontare subito, è una grande Conferenza dei paesi dell’Eurozona, gravati da oltre 5.000 miliardi di euro di nuovo indebitamento. Se l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa è appunto quello di giungere ad una Federazione, deve tornare sul tavolo la proposta, non più procastinabile, della condivisione del debito di tutti i paesi sopra il 60% del Pil, lanciando finalmente gli Eurobond con un unico soggetto emittente, un solo Tesoro con un ministro responsabile e dai pieni poteri. Tanti problemi nascono oggi dal fatto che le capitali emettono bond sovrani in una moneta che di fatto non controllano.

Terzo step per disincagliare la nave e tornare allo spirito dei suoi padri fondatori, è quello di rimettere mano alle leggi e ai Trattati. E non solo quelli economici, come il Fiscal Compact, che rappresenta un regolamento decisamente pro-ciclico. L’Europa necessita di una vera Carta Suprema, perché è del tutto palese che 300 milioni di cittadini vedono rappresentate nelle scelte politiche dei propri governi più le istanze delle istituzioni finanziarie che quelle delle persone.

Non basta aver fatto confluire parti del gigantesco e claudicante Trattato per una Costituzione d’Europa firmato a Roma nel 2004 e abbandonato nel 2005 per lo stop (guarda caso) di alcuni referendum  azionali, nel Trattato di Lisbona del 2007. Tutte le legislazioni nazionali sono ormai influenzate grandemente dal diritto comunitario per quanto riguarda le materie economiche come per i diritti fondamentali dell’individuo, ma manca una definitiva consacrazione che non si può trovare nei commi sparpagliati di una direttiva.

Serve coraggio, lo stesso che si è avuto pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Altrimenti la lezione ateniese non sarà servita a nulla.

Giampaolo Squarcina/Roberto Sommella   L’U 11

 

 

 

 

 

La Grecia spezza l'egemonia tedesca: l'Europa dei falchi è in crisi

 

I mercati predittivi sono i siti di scommesse in cui le quote si determinano a seconda delle scelte che fanno gli scommettitori. Sulle elezioni americane, su quelle inglesi, sugli ultimi Oscar, siti come Betfair hanno dato indicazioni molto più puntuali dei normali sondaggi. Sul referendum greco, solo l'1,8 per cento degli scommettitori puntava sulla vittoria dei Sì. Ma due su tre fra quelli che rischiano i propri soldi scommette anche che la Grecia, a fine 2015, sarà ancora nell'euro. E' il piano C, quello a cui il ministro delle Finanze tedesco, Schaeuble, e tutti coloro che in Europa subiscono l'egemonia della Germania non volevano pensare e che ora si materializza: Tsipras trionfante in patria e ben deciso a restare nell'Eurozona, tanto da sacrificare anche Varoufakis. L'intransigenza che, secondo gli osservatori neutrali, come gli anglosassoni, e lo stesso Fmi, hanno mostrato soprattutto i tedeschi ha condotto, dunque, Eurolandia a strangolarsi in una serie di nodi intricati, a prima vista inestricabili.

 

Nell'immediato, tutto è nelle mani di Draghi che deve decidere se tenere in piedi o no le banche greche, fornendo la liquidità di emergenza, senza la quale l'uscita dall'euro sarebbe inevitabile. E' difficile, tuttavia, pensare che la Bce si carichi di una decisione che, soprattutto dopo il mandato popolare di domenica, ha un valore eminentemente politico. Come assolutamente politica - nonostante i tentativi di darle una veste tecnica, con le pagelle sulle riforme - è tutta questa

 

storia greca. Tre Nobel americani per l'economia  - Paul Krugman, Joe Stiglitz, Robert Shiller - si sono dichiarati convinti di avere assistito ad una cospirazione del centrodestra europeo (la maggioranza dei governi di Eurolandia è di centrodestra) per delegittimare ed estromettere il centrosinistra di Tsipras e la sua pretesa di ridiscutere i dogmi dell'austerità. Operazione neanche esaurita, se sono vere le voci di un estremo tentativo di spingere il presidente della Repubblica greco a non firmare i decreti di Tsipras e costringerlo alle dimissioni, in quello che sarebbe un vero e proprio golpe.

 

Fantapolitica? Può essere. Gli economisti, come è noto, poco capiscono di politica. Ma che si appoggia su tre dati di fatto. Non è vero che i greci non vogliono le riforme. Ne hanno fatto di pesantissime in questi anni di crisi. Non è vero che non le voglia Tsipras. Le distanze fra Atene e Bruxelles, raccontano le cronache, sono minime: poche centinaia di milioni di euro, come entità degli interventi. Il nodo è il debito preesistente. Accettare di tagliarlo o dilazionarlo assicurerebbe l'accordo con Atene. Il Fmi ci sta. Il paradosso di questa storia (in termini economici) è che anche Berlino non lo esclude, ma pretende, prima anche solo di discuterne, che Tsipras applichi fino in fondo la ricetta dell'austerità, anche se non funziona.

 

L'idea è che solo se tutti applicano fino in fondo le regole, ci sarà sufficiente fiducia perché l'integrazione europea vada avanti. Eppure, questa è la vera, grande vittima politica di quest'ultima concitata settimana di politica europea. Gli ultimi progetti in discussione ruotano tutti intorno ad un più stretto, occhiuto controllo di Bruxelles e delle autorità europee sulla politica economica dei singoli paesi, come contraltare ad una maggiore solidarietà finanziaria, eurobond compresi. Si è parlato anche di una commissione per la competitività che, in ultima analisi, dovrebbe dare il via libera o meno ad aumenti salariali nei contratti. Dopo la rivolta dell'elettorato greco, chi se la sente, in Europa, di affidare a Schaeuble e all'ortodossia tedesca, all'insegna di una ideologia neoliberista, un potere simile? Che rifiuta anche di ammettere di poter sbagliare - come, certificano i tecnici del Fmi, nel caso greco - conti e ricette? MAURIZIO RICCI, LR 6

 

 

 

 

 

Le ragioni (smarrite) della Ue

 

Il diffondersi del timore «che l’euro non sia irreversibile». È questo che dal precipitare della crisi greca teme il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, più che gli effetti sui nostri conti pubblici. «Non irreversibile». È un termine che evoca scenari inquietanti, ben oltre le implicazioni dell’eventuale uscita della Grecia dalla moneta unica. Perché se l’euro fosse davvero «non irreversibile», potrebbe mai esserlo la stessa Unione Europea?

 

Per quanto si stenti ancora a prenderne coscienza, c’è questo in ballo nella partita fra Atene, Francoforte e gli altri Paesi dell’eurozona. E la sensazione che si stia giocando con il fuoco sulla pelle dell’Europa è sempre più netta. L’ escalation dei toni con cui Alexis Tsipras prefigura per domenica una scelta senza ritorno, dopo aver rivendicato nei giorni scorsi addirittura il pagamento dei danni della Seconda guerra mondiale, e di rimando il gelo di Berlino spargono un odore sinistro. Lo stesso odore che aveva ammorbato il Continente per secoli e secoli, ed è per non sentirlo più che i padri fondatori avevano fatto nascere la Comunità europea. Decretando che le ragioni per stare insieme in pace sono immensamente più numerose e importanti di quelle che avevano insanguinato fino ad allora l’Europa. R agioni ora smarrite nell’insorgere degli egoismi nazionali: come quelli di certi Paesi ex comunisti inondati di contributi europei che però sbattono la porta in faccia a un migliaio di rifugiati. Oppure soffocate da regole che rendono l’Europa una camicia di forza insopportabile. O di più, schiacciate da un rigore dei conti pubblici sacrosanto, ma la cui applicazione pratica non prevede il buonsenso. Con il risultato che basterebbe una scintilla per mandare in fumo tutto. Tsipras ci pensa?

 

L’abisso che sembra adesso dividere dall’Europa anche i più europeisti ha certo molti colpevoli. Il principale però è l’ignoranza. Dalla nascita della Cee sono trascorsi 58 anni, e ben 23 da quando c’è l’Unione. Esiste anche una bandiera: per legge campeggia sulla facciata degli edifici pubblici. Ma quanti cittadini europei sanno che cosa davvero rappresenta?

 

Prendiamo l’Italia. Non c’è una legge che imponga nelle scuole l’insegnamento della storia e delle istituzioni dell’Unione. Solo due mesi fa il dipartimento delle politiche europee ha firmato con il ministero dell’Istruzione, il Parlamento di Strasburgo e la commissione Ue un «accordo di programma» per istituire «un partenariato strategico allo scopo di garantire nelle scuole italiane l’Educazione civica europea». Bene. Ma l’orizzonte per colmare finalmente la lacuna non è vicino: il governo «spera» nel 2020. D’altra parte, dice Palazzo Chigi, «molti docenti sono digiuni di nozioni basilari sull’Ue e quindi non riescono a inserire unità didattiche ad essa relative nelle loro programmazioni».

 

Dovremo dunque attendere cinque anni perché i nostri figli (o forse i loro) imparino che cosa sono il Parlamento e la Commissione europea? Ma soprattutto perché è nata l’Unione (mai più guerre in casa nostra!) e qual è la nostra storia? Cinque anni, e il mondo cambia in 5 giorni. Ci fosse stata la volontà di farlo, si sarebbe introdotto da tempo l’insegnamento di Istituzioni e Storia d’Europa. Magari con una delle tante riforme della scuola: utilizzate invece per demolire i programmi e risolvere i problemi dei professori anziché quelli degli studenti.  Sergio Rizzo CdS 9

 

 

 

 

 

 

Ue: piano credibile o Grexit. Schaeuble: "Taglio del debito vietato dai Trattati"

 

Una Grexit "non può essere esclusa se non viene ricostruita la fiduca e senza un piano di riforme credibile". E' il monito che è arrivato dal vicepresidente della Commissione europea con delega all'Euro, Valdis Dombrovskis, entrando all'Eurogruppo. L'uscita della Grecia dall'euro "non è il nostro obiettivo e lavoriamo per un accordo", ma, ha aggiunto, il Paese ha di fronte "sfide immense e immediate. Serve una chiara e credibile strategia per ritornare alla stabilità finanziaria e alla crescita. Molto dipenderà da cosa presenterà il governo greco, abbiamo bisogno di ricostruire la fiducia fra le nostre democrazie".

Anche il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, ha fatto sentire la sua voce entrando alla riunione dell'Eurogruppo. "Chiunque abbia familiarità con i Trattati europei sa che un taglio del debito cade sotto il divieto di salvataggio" ha detto Schaeuble rispondendo a chi gli chiedeva se fosse possibile una ristrutturazione del debito greco. Il ministro tedesco delle Finanze ha ricordato che il programma di salvataggio della Grecia "è scaduto da una settimana e dopo il referendum aspettiamo le nuove proposte. Il governo greco ha combattuto per non avere un programma, ma senza non possiamo aiutare la Grecia all'interno dell'eurozona".

Ad assicurare che comunque la Commissione europea "sta lavorando per riaprire i negoziati con la Grecia" è stato il presidente dell'esecutivo Ue, Jean-Claude Juncker, durante la sua audizione al Parlamento europeo a Strasburgo dopo la vittoria del 'no' al referendum in Grecia. L'Unione europea "è sempre il luogo del compromesso. E questo è l'obiettivo della Commissione europea", ha aggiunto sottolineando che l'opzione di una Grexit, l'uscita della Grecia dall'area euro, "deve essere evitata. Io sono contrario e cercherò fino alla fine di evitarla". "La Grecia è una grande nazione e buttarla fuori dall'area euro o dalle Ue non è una cosa che vogliamo o dovremmo volere. Ma ora dobbiamo affrontare la situazione", ha detto ancora Juncker.

"L'Unione europea e la Commissione sono pronte a fare di tutto per arrivare in un arco di tempo ragionevole a un accordo" con la Grecia, ha affermato inoltre Juncker durante l'audizione. Anche se subito dopo ha però raffreddato le aspettative che si possa arrivare a un'intesa sul piano di riforme di Atene già all'Eurogruppo e all'Eurosummit di oggi. "Dobbiamo trovare una soluzione e oggi cerchiamo di mettere ordine, di ristabilire la fiducia, di riaprire il dialogo e di comprendere le posizioni reciproche".

Tutte le 19 democrazie dell'area euro meritano lo stesso rispetto e "nessuna vale più delle altre", ha sottolineato il presidente della Commissione Ue. Occuparsi della situazione greca non deve voler dire "dimenticare le condizioni e la realtà quotidiani dei cittadini degli altri Paesi europei. Anche negli altri Paesi c'è una disoccupazione elevata, salari minimi inferiori a quelli greci e livelli di vita più bassi. Bisogna guardare tutta la realtà e non farsi tentare dalla demagogia e dal populismo". Per questo, ha continuato, "faremo di tutto per aiutare i cittadini greci, di cui molti si trovano in miseria, ma senza dimenticare il resto d'Europa". "Oggi non troveremo una soluzione", ha ribadito Juncker, che ha definito "inaccetabile che la Commissione sia stata definita terroristica dalle autorità greche. Non è questa l'Europa che vogliamo".

Dijsselbloem: "Situazione difficile, speriamo in proposte credibili" - La situazione delle trattative dopo la vittoria del 'no' al referendum in Grecia è "molto difficile. Aspettiamo le nuove proposte del governo greco. Speriamo che ci siano, vediamo se sono credibili e se c'è una via d'uscita". Così il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, entrando alla riunione dei ministri delle Finanze. "Faremo tutto quanto sarà necessario per difendere la stabilità dell'area euro" ha detto Dijsselbloem, che ha avuto un incontro bilaterale con il neo ministro greco delle Finanze, Euclid Tsakalotos.

Secondo il giornale tedesco Süddeutsche Zeitung, che ha potuto visionare il documento, la nuova proposta greca all'Eurogruppo è sostanzialmente simile al cosiddetto 'Piano Juncker', rifiutato dai cittadini nel referendum di domenica. Nella nuova proposta, il governo di Alexis Tsipras manterrebbe gli sgravi fiscali per le isole e lascerebbe l'Iva per i ristoranti al 13%. Inoltre, vi sarebbero dei tagli limitati alle spese per la difesa. Intanto su Twitter la corrispondente da Bruxelles del quotidiano greco Kathimerini, Eleni Varvitsiotis, ha scritto che la delegazione greca si è presentata all'Eurogruppo di oggi senza nuove proposte. Le nuove richieste e proposte di Atene, ha scritto la giornalista, verranno presentate domani.

Padoan: "Spirito costruttivo per arrivare ad accordo" - L'Italia arriva all'Eurogruppo sulla Grecia, ha spiegato il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, "con spirito costruttivo per cercare di trovare un accordo. Naturalmente molto dipende da come si porrà il governo greco e spero che si ponga con spirito costruttivo. Staremo a sentire le richieste specifiche e gli impegni che la Grecia si vuole prendere", ha aggiunto.

Valls: "Uscita da zona euro sarebbe rischio per economia mondiale" - La Francia è "convinta" che non si possa correre "il rischio di un'uscita della Grecia dalla zona euro". Lo ha affermato il primo ministro francese Manuel Valls, intervistato da Rtl, sottolineando come l'eventuale uscita della Grecia avrebbe delle conseguenze sulla "crescita e l'economia mondiale". La Francia, ha assicurato Valls, "fa e farà di tutto perché la Grecia resti nella zona euro". "Le basi di un accordo" per il salvataggio finanziario della Grecia "esistono", ha aggiunto il premier francese, assicurando che per la Francia non ci sono "tabù" sulla ristrutturazione del debito pubblico greco. In merito alla riunione di ieri tra il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Merkel, Valls ha ricordato le parole dell'incontro: "Solidarietà e responsabilità". I due leader, ha detto il premier, "hanno avuto delle parole forti" e hanno mostrato la loro "solidarietà". Adnkronos 7

 

 

 

 

Il PE approva stanziamenti extra per 69,6 milioni di euro per aiutare a fronteggiare l'immigrazione

 

Le tre agenzie che si occupano della gestione dei flussi migratori verso l'UE e due fondi UE per le politiche di migrazione otterranno, per quest'anno, extra 69,6 milioni di euro per personale supplementare e altre spese, dopo che martedì il Parlamento ha approvato la proposta della Commissione. Il Parlamento, sulla scia delle tragedie dello scorso aprile che sono costate la vita a circa 1.200 migranti, aveva richiesto fondi più cospicui.

Il Parlamento ha preso atto che anche questo aumento del finanziamento e del personale potrebbe non essere sufficiente a soddisfare le esigenze reali della gestione dei flussi migratori nel bacino del Mediterraneo, per non parlare della possibile futura migrazione dall'Ucraina.

L'aumento del bilancio di 75,7 milioni di euro in impegni e di 69,6 milioni di euro in pagamenti sarà finanziato in gran parte con i fondi precedentemente previsti per il sistema di navigazione satellitare europeo Galileo, che gli eurodeputati desiderano ricostituire nel 2016.

In seguito all’approvazione del Parlamento, l’agenzia per il controllo delle frontiere FRONTEX riceverà 26,8 milioni, triplicando così i fondi disponibili per le operazioni Triton e Poseidon.

L'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo e l'Ufficio europeo di polizia (Europol) saranno dotati di più personale, mentre le due principali fonti di finanziamento legate all’immigrazione – il fondo per l'asilo e l'integrazione degli stranieri (AMIF) e il fondo per gli affari interni (ISF) - riceveranno ulteriori stanziamenti di impegno pari a 57 milioni di euro (45,6 milioni in stanziamenti di pagamento) e 5 milioni di euro (4 milioni di euro in stanziamenti di pagamento) rispettivamente.

I ministri dell'UE hanno approvato gli aumenti il 19 giugno scorso. La Plenaria ha adottato il provvedimento con 592 voti a favore, 75 contrari e 41 astensioni. Pe 7

 

 

 

 

È online la nuova pagina web del Com.It.Es di Monaco di Baviera.

 

La pagina, raggiungibile al già noto link, http://www.comites-monaco.de, rappresenta la nostra esclusiva piattaforma di comunicazione digitale e consente a qualunque utente di accedere a molti nuovi servizi, alcuni dei quali già attivi, altri in corso di definizione.

 

Da un lato la nuova pagina fornisce tutti gli elementi necessari a conoscere il nuovo Comitato degli Italiani all’Estero di Monaco di Baviera, attraverso i profili dei suoi consiglieri e gli strumenti di contatto. D’altro canto permetterà ai concittadini di conoscere il lavoro delle commissioni ed i relativi progetti.

 

Allo stesso tempo, il sito preserva tutta la parte legislativa relativa alla costituzione dell'organo democraticamente eletto, la pubblicità di documenti e verbali, già presente nella vecchia pagina.

 

L’utente potrà seguire online il calendario degli incontri e l’orario di ricevimento del Sig. Antonio Bosi, responsabile del nostro sportello al cittadino. Il calendario verrà costantemente aggiornato e mano a mano verrà creato un glossario dei temi più richiesti da parte dei concittadini. Verrà inoltre offerta la possibilità di rilasciare anche ufficialmente feedback, che in realtà già ci raggiungono e che ci aiutano ad esservi più vicini.

 

Il sito web sincronizza gli aggiornamenti  di stato della nostra pagina Facebook.

È nostra intenzione usare il sito web quale piattaforma di informazione, coesione e crescita della Comunità, anche attraverso lo strumento di servizi soggetti a registrazione volontaria, per permettere una più stretta collaborazione - qualora lo si desideri - e di sondaggi. Questi ultimi ci permetteranno di  aprire ulteriormente un orecchio già volto alla Comunità.

 

Preghiamo quindi tutti i concittadini e gli operatori del settore informazione di contribuire a dare maggiore visibilità al sito del Comites ed appropriarvi del vostro Comites interagendo con esso e seguendolo in ogni suo passo.

Il Com.It.Es. ringrazia Rolando Madonna per l’ideazione, il design e la realizzazione – a titolo rigorosamente gratuito - del progetto.

Daniela Di Benedetto, Presidente del Comites di Monaco di Baviera

 

 

Presidente del Comites di Monaco di Baviera

daniela.dibenedetto@comites-monaco.de

 

 

 

 

COFFI FESTIVAL A BERLINO: LA CULTURA ITALIANA ATTRAVERSO L’ARTE

08/07/2015 - 17:42

 

BERLINO - “Il COFFI italian Film & Art Festival è in partenza e inaugurerà la sua seconda edizione giovedì 9 luglio con un aperitivo nella suggestiva location del Willner Brauerei Berlin, un ex birrificio ripulito per l’occasione. L’arredamento e la decorazione del sito sono stati appositamente realizzati, la scorsa settimana, dal progettificio Plinto proveniente da Torino, mentre il Trio A-Lab sta completando la parete esterna dell’ex birrificio con degli affreschi”. A riportare la notizia è “IlMitte.com”, quotidiano online che a Berlino ha come caporedattore Mattia Grigolo.

“Per quattro giorni COFFI Festival trasformerà lo spazio de Willner Brauerei Berlin in una piazza italiana. Si annuncia una variegata offerta culturale di cinema, arte, teatro, musica, moda, street art e workshops; il programma presenta attività per ogni età, ed in particolare la giornata di domenica sarà dedicata ai bambini. Inoltre diverse Start-up creative e culturali avranno la possibilità di presentarsi alla comunità e creare un ulteriore network.

Il Coffi Festival si svolge ogni anno, dal 2004, nella città di Salerno e l’anno scorso è stato esportato anche a Berlino, riscontrando un buon successo. L’intento è quello di presentare all’estero, ed in particolare in Germania, la cultura italiana vista attraverso i film e le arti quali il teatro, la musica, con un occhio di riguardo alla tradizione dello Stivale.

Una caratteristica speciale di quest’anno: invece del biglietto di ingresso, ci sarà quello di uscita. Ogni visitatore deciderà per se stesso quanto pagare nel momento in cui lasciare il sito del festival, questo anche per dare un costo all’esperienza secondo il gusto personale.

Potete consultare il programma completo direttamente dal sito ufficiale”. (aise 8)

 

 

 

 

In visita di commiato a Kempten il console di Monaco di Baviera Filippo Scammacca del Murgo

 

Il 5 Luglio scorso il Console Generale d'Italia in Baviera, Dr. Filippo Scammacca del Murgo e dell'Agnone, rispondendo all'invito del Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, Dr. Fernando A. Grasso, si è recato in questa città, già antica colonia romana, per accomiatarsi dagli amici, collaboratori e connazionali della zona e da alcune personalità della ridente Metropoli dell'Algovia. In questa occasione ha partecipato anche ad una Cerimonia Ecumenica tenuta a conclusione della festa della città, svoltasi quest'anno dal 3 al 5 Luglio.

La visita del Diplomatico ha avuto inizio con la partecipazione alla S. Messa officiata dal Decano, Dr. B. Ehler  nella Basilica di St Lorenz. Celebrazione alla quale ha assistito insieme al  Dr. F. A. Grasso. Al termine della Funzione il Prelato, dopo aver presentato agli ospiti alcuni dei suoi più stretti collaboratori, tra cui il Cappellano e un giovane chierichetto italiano, ha mostrato loro, con grande compiacimento,  i tesori della Basilica. 

Quindi il Decano, il Console Generale e il Corrispondente Consolare, attraversando la zona pedonale della città si sono avviati alla volta  della città vecchia, sede del Palazzo Comunale, della Chiesa Luterana di St. Mang e dell'omonima piazza, dove si sono incontrati con i Rappresentanti di alcune Chiese Evangeliche, a cominciare dal Decano J. Dittmar, prima dell'inizio della cerimonia ecumenica, che, davanti a un numeroso pubblico, ha visto la partecipazione attiva di alcuni gruppi giovanili delle Chiese Cristiane e dei loro Pastori presenti.

Nel corso della mattinata il Ministro Scammacca e il Dr. Grasso non hanno mancato di fare anche una visita al gelatiere italiano Adriano Colle e Signora, titolari dell'Eiscafe Venezia  che, molto volentieri hanno mostrato il loro laboratorio e la loro produzione più volte premiata e apprezzata dalla Cancelliera Merkel.

Successivamente il Barone Scammacca, e i Coniugi Grasso  si sono incontrati con i Commendatori A. Tortorici, Corrispondente Consolare per la zona di Memmingen e C. Macaluso, Presidente delle ACLI Baviera e rispettive Consorti e, insieme ai due Decani Ehler e Dittmar, hanno preso parte  al pranzo organizzato da Grasso nel noto Ristorante Lagune, condotto in modo impeccabile dalla Famiglia Leocata da più di un quarto di secolo.

Gustosissimo il pranzo, a cominciare da deliziosi spaghettini ai frutti mare e linguine al pomodoro, continuando  con gamberoni e calamari alla griglia che non finivano più; il tutto accompagnato da una freschissima insalata mista e fragrante pane di produzione propria. E veramente all'altezza della situazione anche il vino della casa e così pure la festosa atmosfera  instauratasi per l'affabilità dei Leocata nei confronti degli ospiti, alcuni dei quali assidui frequentatori e, non da  ultimo, dal fatto che il 5 Luglio è anche il Compleanno di Grasso. Ricorrenza di cui il Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, Grasso, non aveva fatto partecipi gli invitati sino a metà del pranzo.

Poi è venuto il momento dei complimenti ai Ristoratori Angela, Cettina e Dino Leocata e dei commiati, e da parte dei due Decani, che dovevano andar via a causa di altri impegni, e di quello particolarmente sentito da parte del Ministro Scammacca, dato che anche lui voleva raggiungere Monaco nel primo pomeriggio, anche perché si sta preparando alla sua Missione in Africa nel ruolo di Ambasciatore d'Italia in Zambia, Botswana e  Malawi. A questo proposto il Ministro  ha dichiarato più volte, e anche in questa occasione nuovamente  ribadito,  che questi quattro anni trascorsi in Baviera sono stati tra i più belli della sua vita, anche a motivo dell'ambiente e dei collaboratori interni e esterni trovati a cominciare dai presenti alla festa.

Quindi i Coniugi Macaluso e Tortorici hanno concluso l'allegro pomeriggio dai Grasso un'altra piacevole oretta passata tra un brindisi e qualche pasta, anche per festeggiare degnamente i 72 anni del padrone di casa.  Fernando A. Grasso

 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

La bolla cinese (09.07.15)

Panico per il crollo delle borse cinesi. Una crisi che segue un'impennata finanziaria vertiginosa. Ai nostri microfoni un esperto da Shanghai per un'analisi e la testimonianza di un broker per capire il mondo della finanza dal suo interno.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/finanzkrise-china-100.html

 

Fare ricerca in Italia (09.07.15) - Divisi tra il desiderio di tornare e le chance offerte loro dalle università straniere, gli scienziati italiani vivono spesso un conflitto interiore. Ma ci sono anche ricercatori stranieri che scelgono l'Italia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/wissenschaftlerinnen-100.html

 

Kachupa (09.07.15) - Sono in quattro e si fanno chiamare come un piatto dell’isola di Capo Verde, sono i Kachupa, band piemontese che nasce dalla strada e che di strada ne sta facendo tanta.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/kachupa102.html

 

Spiati ad oltranza (08.07.15) - Quanta della nostra libertà dobbiamo sacrificare per la lotta al terrorismo? I giudici di Karlsruhe esaminano il provvedimento che permette alla polizia di spiare i cittadini.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/abhor-bka-gesetzt100.html

 

La fucina delle parole (08.07.15)

L'italiano di Berlino Federico Prandi si è proposto di creare 100 parole tedesche in 100 giorni e ne è nato un vocabolario ironico e sgace della nostra vita quotidiana.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/woerter-kreativ-100.html

 

Scatto libero (08.07.15) - Pagare per un selfie turistico postato sui social network? Se ne sta occupando il Parlamento europeo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/in_rete/foto-panorama100.html

 

Alternative populiste (07.07.15)- Frauke Petry è la nuova leader di Alternative für Deutschland. Una scelta che lascia intravedere una ulteriore virata a destra.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/afd-petry100.html

 

Il piccolo teatrino Amburgese (07.07.15)

Far divertire i bambini e incoraggiarli ad usare la lingua italiana. Questa l'idea che ha fatto nascere nella città anseatica una nuova compagnia teatrale di marionette.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/kasperlteather-hamburg-100.html

 

La panchina intelligente (07.07.15) - Parla italiano un elemento di arredo urbano che si trasforma in seduta multifunzionale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/bank-garten-intelligent100.html

 

Cosa accade ora? (06.07.15)

Tsakalotos subentra a Varoufakis, dimessosi a sorpresa questa mattina. Dopo il referendum, Atene divisa tra orgoglio e paura per il futuro.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/griechenland-athen-europa-100.html

 

La ricerca italiana per la Grecia (03.07.15)

Si intitola così la lettera aperta in solidarietà del popolo greco firmata da nomi illustri dell'università italiana e anche da numerosi altri ricercatori e docenti

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/uni-professoren-100.html

 

Che caldo che fa! (03.07.15) - Ondata di calore su tutta l'Europa. Punte di 40 gradi in Italia ma anche in Germania. Come difenderci? Ne parliamo con un'esperta del ministero della Sanità.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/hitze-deutschland-100.html

 

Cultura viva (03.07.15) - A meno di due anni dalla sua apertura il MUSE, Museo delle Scienze di Trento, ha già superato il milione di visitatori ed è diventato un fattore di sviluppo economico per la città.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/wissenschaftsmuseum-trient-102.html

 

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html RC/De.it.press

 

 

 

 

 

 

 

Sicilia Mondo a sostegno della mostra fotografica “Sulle oscure tracce della mafia” delle Acli Baviera

 

      Nell’ambito del comune impegno ed amicizia con le Acli regionali della Baviera, Sicilia Mondo, con la presente, intende sensibilizzare  le Associazioni, i delegati e gli amici a sostenere la iniziativa che propone la mostra fotografica “Sulle oscure tracce della mafia” che avrà luogo  dal 17 luglio al 4 ottobre p.v.,  presso la galleria d’arte di Kaufbeuren.

      La mostra si ripromette di far conoscere, attraverso la raccolta di foto e documenti inediti ed eccezionali, lo scenario di un evento nefasto di cocente attualità, su un tema che deve essere conosciuto in tutta la sua  devastante storia. 

      Conoscere questa realtà per riflettere affinché non abbia più a ripetersi.

      A tal uopo Sicilia Mondo trascrive, di seguito, la nota che l’ottimo Carmine Macaluso, Presidente  delle ACLI Baviera, ha rimesso a Sicilia Mondo.

“Carissimi, desidero riportare l'attenzione sulla mostra di affermati fotografi sul tema "Sulle oscure tracce della mafia" che dal 17 luglio 2015 al 04 ottobre 2015 sará ospitata nella galleria d'arte di Kaufbeuren, Spital Tor 2.

Tommaso Bonaventura, Alessandro Imbriaco,Fabio Severo presentano una straordinaria ricerca ed una significativa documentazione che ha impegnato gli Artisti lungo  tre  anni di lavoro sul fenomeno della criminalità organizzata in Italia. La raccolta mostra nella sua cruda realtà, attraverso immagini supportate da opportune didascalie, un fenomeno che ha attraversato nei decenni trascorsi il tessuto sociale di un intero Paese, invisibile ma presente, contro cui oggi, piú che mai, é necessaria la massima trasparenza. La mostra riporta momenti drammatici  e deflagranti delle sanguinose azioni mafiose ed i volti di coloro che a prezzo della stessa vita l'hanno affrontata e combattuta. Proprio le vittime della mafia richiamano questi momenti di autentica attualità quali la mostra rappresenta,una testimonianza che equivale per le nuove generazioni ad un impegno civile di costante, vigile, imbarattabile contrapposizione alla criminalità, per l'esaltazione del valori vincolanti della Costituzione della Repubblica italiana.

L'inaugurazione ufficiale della mostra é prevista  il 16 luglio 2015 dalle ore 19.00 alle ore 21.30.

Tutti gli ospiti che avranno segnalato la loro partecipazione ricevono l'apposita cartolina/invito approntata per l'occasione.

L'inaugurazione sará allietata dal gruppo musicale "Quergestreift"

Si é, inoltre, approntato un opuscolo guida di circa 50 pagine che allego alla comunicazione.

Sono previsti durante l'arco di tempo della mostra tavole rotonde sul tema, podio di discussione e visite guidate anche per scolaresche.

É possibile richiede sulla manifestazione anche materiale illustrativo in lingua italiana”. SM

 

 

 

 

 

Tra Böblingen (Stoccarda) e Alba (Cuneo) 30 anni di gemellaggio

 

Stoccarda- Lo scorso fine settimana la città di Boeblingen, nei pressi di Stoccarda, ha festeggiato il 30° anniversario del gemellaggio stipulato nel 1985 con la città di Alba in provincia di Cuneo.

Alla manifestazione hanno partecipato: una delegazione della città di Alba, una delegazione della città di Bergama/ Turchia e una delegazione della famiglia Albeisa di Alba, associazione che ogni due anni cura la manifestazione "Kulinarische Genuesse" (per tre giorni vengono presentati i prodotti tipici della zona, come il tartufo bianco, i vini e le pietanze).

Sia il sindaco di Boeblingen che i colleghi delle città gemellate hanno evidenziato "i vantaggi di gemellaggi, scambi culturali, scambi per i giovani con le scuole, iniziative sportive, olimpiadi giovanili, scambi con i cori e con varie associazioni e altri", precisando "che tutto ciò contribuisce fortemente a promuovere la pace tra i popoli".

In questo spirito, la responsabile dell’ERAPLE di Stoccarda (ente regionale Acli per i problemi dei lavoratori della Regione Friuli Venezia Giulia) cav. Franca Brollo ha consegnato il vino della pace della cantina di Cormons alle autorità intervenute.

Durante i festeggiamenti è stato ricordato il contributo dell’associazione famiglia Albeisa di Alba "che dal 1991 con la sua manifestazione "Kulinarische Genuesse", molto apprezzata dal pubblico di Boeblingen, ha svolto e svolge un ruolo importante in questo gemellaggio.

I visitatori hanno l’opportunità per tre giorni di conoscere i prodotti del Piemonte, risvegliando così la curiosità di voler conoscere questi luoghi: i gemellaggi diventano così anche promotori di turismo".

Oltre alla città di Alba, Boeblingen è gemellata dal 1956 con Pontoise/Francia, Geelen/Olanda dal 1962, Bergama/Turchia dal 1967, Glenrothes/Scozia dal 1971, Krems/Austria dal 1972 e Soemmerda/Thuringa, ex DDR, gemmellagio stipulato a pochi mesi distanti dal crollo del muro di Berlino nel 1988.

Boeblingen può vantare infine 2 città gemellate riconosciute come bene culturale dell’UNESCO: Alba (Italia) e Bergama (Turchia). (aise 6) 

 

 

 

 

Paolo Gentiloni: “La colpa è di Atene, non dei tedeschi. Ora però va evitata l’uscita dalla Ue

 

«La situazione non si è risolta con la vittoria dei No al referendum greco: capisco gli elettori di Syriza quando festeggiano, un po’ meno i tifosi italiani. Il voto ha stabilito che Tsipras gode del sostegno della maggioranza dei greci. Ma questa non è la soluzione. Ora Grecia e Ue si pongano un obiettivo politico: evitare l’uscita di Atene con un piano sostenibile di riforme e rientro dal debito. Ed è questa la battaglia che farà oggi l’Italia. La vittoria politica di Tsipras lo renderà più forte per muoversi in questa direzione? Me lo auguro. Tocca a lui fare il primo passo». Lo dice in un intervista al nostro giornale il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.

 

Qual è il rischio più grosso che stiamo correndo?

 «Quello della totale inadeguatezza politica dell’Europa, quello di rispondere ai problemi semplicemente con l’applicazione di parametri numerici. Non dobbiamo sottovalutare la gravità specifica del problema greco, ma questo si risolve solo se l’Ue ritrova un orizzonte politico: sappiamo bene che la Grecia è fuori dai parametri e non per colpa dei tedeschi cattivi, ma per responsabilità delle leadership che si sono succedute ad Atene negli ultimi 15/20 anni. La Bce ha preso le sue decisioni, che non sono di competenza della politica. Ma i governi non possono scaricare il peso delle scelte sulle spalle per quanto robuste del governatore. La politica non può rinunciare al suo ruolo».

Perché tenere la Grecia nell’Unione è importante?

 «Non ci sono solo ragioni culturali, sentimentali, storiche, ma anche forti argomenti geopolitici. La prospettiva della cosiddetta Grexit non può essere valutata solo dal punto di vista contabile, ma anche da quello strategico: alleanze internazionali, collocazione nel Mediterraneo. La Grecia è stata snodo decisivo delle scelte europee dopo la Seconda guerra mondiale. Che rimanga un Paese dell’Ue e della Nato non può essere elemento secondario della nostra valutazione. E dico questo senza alcuna giustificazione delle scelte fatte (o non fatte) da Atene in questi ultimi mesi. Ma un conto è criticarle, un altro è minimizzare in un’ottica riduttiva e miope gli scenari di una fuoriuscita».

E l’argomento secondo cui un’eurozona senza la Grecia sarebbe più omogenea e forte, mentre Atene potrebbe continuare a far parte dell’Unione?

 «Penso che oggi rimettere insieme i cocci dopo l’azzardo del referendum sia difficile, ma penso anche che dobbiamo puntare a un accordo, piuttosto che a scenari inediti e densi di rischi. Temo che chi li persegue faccia un po’ da apprendista stregone».

Il referendum ha ridato voce ai populisti, europei e nostrani. Quelli che lei definisce i tifosi italiani del referendum tornano da Atene in cuor loro rafforzati.

«Non accetto che la dimensione di politica interna sia determinante, perché se lo facessi dovrei rispondere come una parte dell’establishment europeo e cioè: caro Tsipras, hai voluto il no, ora gestisciti le conseguenze, così evitiamo il contagio e l’impressione che il populismo paghi. Non ho alcuna indulgenza verso Syriza. Ma qui parliamo del destino di milioni di persone e di un Paese strategico per la storia e la geografia europea. Non c’è alcuna lezione da impartire, del tipo Tsipras va punito perché così ne educhiamo molti anche in casa nostra. Sono occhiali domestici deformanti».

Grillo dice che il referendum ha quantomeno permesso ai cittadini di esprimersi.

 «Si, ma su cosa? Qui non si trattava di accogliere o rifiutare un’intesa. In questo caso, mi sembra che l’unico obiettivo fosse di dimostrare che il governo greco aveva il sostegno della maggioranza del popolo. Non mi unisco al coro degli entusiasti. Era una scelta contro l’Europa e l’euro? I leader greci hanno detto di no e li prendo in parola. Per questo mi aspetto da loro proposte nuove».

È mancata la leadership tedesca? Der Spiegel ha definito la cancelliera Merkel come una «signora delle macerie».

 «Non possiamo lamentare un eccesso di ruolo della Germania e poi invocarne una maggiore leadership. L’Europa è un grande progetto, di cui Berlino è parte importante. Ma se c’è stata un’assenza in questi mesi, sulla vicenda greca e non solo, penso sia stata quella generale dell’Europa. È difficile arrivare a un’intesa sulla Grecia se non si profila un’altra Unione, responsabile, solidale, più integrata, capace di porre il tema della crescita in cima alle sue priorità».

Ma oggi è realistico darsi obiettivi ambiziosi, una prospettiva federalista per esempio, o bisogna avanzare lungo i sentieri possibili?

 «È necessario porsi obiettivi più ambiziosi. I sentieri seguiti finora non hanno permesso di risolvere alcun problema. Abbiamo discusso per un mese sulla differenza tra obbligatorio, volontario, vincolante e consensuale. Sto parlando della ricollocazione dei migranti, problema significativo ma tutto sommato circoscritto, la cui soluzione non è stata certo aiutata da brutte immagini ai confini interni tra Paesi europei. Abbiamo davanti la prospettiva del confronto sulla possibile uscita del Regno Unito dalla Ue, la sfida del terrorismo e dell’instabilità nel Mediterraneo. Possiamo proseguire con un’Europa debole e tecnocratica, che decide in base a parametri e regolamenti, mentre fatica a prendere decisioni politiche?».

Ieri c’è stato un vertice franco-tedesco. Passa sempre e solo da lì ogni rilancio?

 «Con tutto il rispetto per la collaborazione franco-tedesca, che nel caso dell’Ucraina ha prodotto risultati positivi, assolutamente no. Le decisioni in Europa si prendono oggi, non nei vertici bilaterali. E l’Italia nell’ultimo anno ha contribuito a portare a Bruxelles il confronto politico sull’economia e sull’immigrazione. Ma per uscire dal surplace, cioè dallo stallo, occorrono risultati più importanti. L’Italia farà la sua parte, ma io me lo aspetto da tutti quei Paesi e da quei cittadini europei per i quali è chiaro che un’Europa ferma oggi è destinata a fallire». Paolo Valentino CdS 7

 

 

 

 

 

Il Webgiornale

 

Dalla nostra presenza in questo settimanale internazionale “on-line”, ci siamo proposti una linea informativa obiettiva e, politicamente, mai di parte. Ben consci che facendo nostro questo sistema, non avremmo destato “antipatie” da parte di nessuno. Al massimo qualche critica che interpretiamo come “segnale” d’essere letti.

 Il giornalismo d’informazione non è mai remunerativo. Diverso è quello d’opinione. Quello, che per una serie d’opportunità, abbiamo, da subito, accantonato. Una posizione che portiamo avanti da cinquantacinque anni.

 Da questa linea, ci siamo proposti di non scantonare mai. In tutta coscienza, riteniamo d’aver mantenuto fede al nostro progetto. Ora, però, gradiremmo conoscere l’opinione di chi ci segue. Andando oltre le nostre “impressioni” che sono individuali. I Lettori del Webgiornale dovrebbero farci conoscere il loro punto di vista. Nel modo tradizionale e, se possibile, accompagnato da qualche suggerimento per migliorare la nostra esposizione dei fatti che capitano in Italia e nel mondo e che interessano gli italiani “altrove”.

 Proprio per una lunga esperienza sul fronte dell’informazione, siamo per la “nuda”notizia. Con l’accorgimento di lasciare a chi la legge la possibilità di commentarla e farsi un’opinione. Come a scrivere che non intendiamo dare un“giudizio”, ma lo sollecitiamo da parte di chi legge. Ci premeva chiarire questo concetto. Ora lo abbiamo fatto. I Lettori hanno lo spazio per l’esposizione dei loro punti di vista. Un’iniziativa che potrebbe fornirci anche proposte migliorative nei nostri intenti. L’invito è valido dopo la breve “stasi” estiva della testata.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Volpini: Cercheremo di costituire il Forum delle associazioni degli Italiani nel mondo

 

Ravaglia: “Le associazioni devono trovare un nuovo modo di operare e di agire”

 

ROMA - “Il ruolo storico delle associazioni degli italiani nel mondo nelle attività di assistenza e di inserimento dei connazionali emigrati nei paesi di accoglienza è davanti agli occhi di tutti, ma mi fa piacere ricordare che la più antica delle associazioni italiane nel mondo è la Congregazione Italiana Madonna della Neve costituita a Vienna nel 1775 e che nell’800 nacquero le società di mutuo soccorso nel mondo. Associazioni , la prima fu fondata a Rio De Janeiro nel 1854, che hanno svolto un ruolo fondamentale”. Il direttore generale per gli Italiani all’estero del Mae Cristina Ravaglia ha aperto così il suo intervento all’assemblea degli Stati Generali dell’Associazionismo degli Italiani nel Mondo svoltisi a Roma. Un incontro che per la Ravaglia “è importante e rappresenta una grande occasione”, un vero e proprio “punto di svolta e di raccordo fra quello che è stato e quello che dovrebbe essere e diventare”. 

“E’ fondamentale però - ha aggiunto il direttore generale - preservare il carattere di libertà, autonomia e indipendenza che è tipico del fenomeno associativo e che rappresenta la ricchezza in tutte le forme di aggregazione. Nella nostra esperienza questa autonomia ha garantito, attraverso la flessibilità delle forme associative, dei fini e dei contesti di aggregazione, la possibilità di attivare le giuste sinergie con gli uffici della nostra rete all’estero. Le associazioni nel mondo - ha aggiunto la Ravaglia - hanno svolto e svolgono ancora un ruolo fondamentale nell’assistenza e nella partecipazione nei meccanismi istituzionali che si sono creati e che si sono succeduti e sovrapposti come i Comites , il Cgie e gli eletti all’estero. Quindi hanno contribuito e devono poter contribuire ancora. Non dobbiamo però dimenticare – ha precisato - che i flussi migratori sono ripresi. E’ una migrazione diversa dal passato che più che una “fuga di cervelli” vede dei “cervelli in movimento”. Una generazione figlia di Erasmus che è spinta in moltissimi casi verso l’estero, non in tutti credo, dalle difficoltà a trovare una giusta collocazione professionale o lavorativa in Italia. Però chi parte ora è diverso da chi partiva 50 anni fa, l’idea del ritorno in Italia è sempre presente, ma non un vero e proprio obiettivo. Si pensa che se le cose vanno bene si può rimanere all’estero. Ecco, di questo cambiamento debbono tenere conto le associazioni  che in questa mutata forma possono svolgere all’estero un ruolo fondamentale”.

La Ravaglia ha poi evidenziato come la rete all’estero del Maeci e le associazioni abbiano l’obiettivo comune di fornire servizi migliori ai nostri connazionali nel mondo, divenendo sempre più attrattivi e modernizzando l’offerta. Per il direttore generale le associazioni “devono trovare un nuovo modo di operare e di agire, perché le dinamiche dei nuovi flussi migratori possano trovare un punto di riferimento e affiancarsi a quelle che invece sono le forme tradizionali di emigrazione. Ma se questo non avvenisse – ha spiegato - sarebbe la fine dell’associazionismo, che si avviterebbe su se stesso e si estinguerebbe, Bisogna dunque pensare qualcosa di nuovo e bisogna pensarlo perché l’emigrazione è una risorsa”.

Dopo aver ricordato che l’associazionismo italiano all’estero deve poter contribuire  alla promozione nel mondo del nostro Sistema Paese e della lingua e della cultura italiana, il direttore generale ha segnalato due esempi postivi realizzati da alcuni sodalizi italiani all’estero:  l’Italian Contemporary Film Festival, organizzato dall’associazione L’Altra Italia di Toronto - l’unico festival al mondo che prevede la presentazione di film di cineasti di origine italiana- e il progetto “Origini” realizzato in Friuli Venezia Giulia dalla MIB School of Management  di Trieste. Un’iniziativa, giunta alla quindicesima edizione, che, grazie alla collaborazione delle associazioni degli emigrati del Friuli Venezia Giulia, prevede una permanenza di qualche mese in questa regione di ragazzi di origine italiana tra i 25 e 35 anni. Professionisti che vengono in Italia per conoscere la terra  d’origine dei propri genitori e le realtà associative e produttive della regione.

Il dibattito è stato aperto da Bruno Plutino (Acli Svizzera) che ha sottolineato l’esigenza di proteggere, promuovere e consolidare le formule democratiche di partecipazione in un’epoca in cui la democrazia è molto a rischio e l’individualismo dilaga. Secondo Plutino le associazioni devono muoversi ed aprirsi ai giovani per  rilanciare un nuovo umanesimo nelle nostre comunità. Dal canto suo Mimmo Guaragna (Filef Basilicata) ha auspicato un ripensamento e una valorizzazione delle consulte regionali, tenendo conto dei problemi connessi all’emigrazione di ieri e all’immigrazione oggi. Guaragna  si è anche soffermato sulle difficoltà connesse al coinvolgimento delle nuova emigrazioni.

Fra gli altri interventi segnaliamo quello di Guglielmo Bozzolini (Ecap – Svizzera) che ha auspicato, per la costituzione del Forum, di un rinnovamento del linguaggio con cui si affrontano i temi dell’emigrazione nel dibattito politico culturale nei vari paesi di residenza e anche in Italia. “Spesso – ha aggiunto Bozzolini - si parla delle migrazioni  come una malattia, ma in realtà le migrazioni sono una risorsa”. Secondo Bozzolini inoltre la nuova emigrazione italiana, a differenza del passato, non ha una dimensione del ritorno.

Ha poi preso la parola Oscar De Bona (Associazione Bellunesi nel Mondo) che ha ricordato come in Friuli Venezia Giulia da anni le risorse volte a promuovere contatti con le comunità all’estero siano direttamente assegnate per specifici progetti alle associazioni competenti.  Da De Bona è stato inoltre sollecitato un incontro, da parte dei rappresentanti del Forum , con l’Anci e la Conferenze delle Regioni al fine di presentare l’iniziativa e promuovere nuovi progetti. “Ormai da decenni – ha ricordato De Bona - il Governo italiano e le istituzioni regionali non riescono  a comprendere le potenzialità presenti nelle nostre comunità nel mondo. Uomini e donne che comprano italiano anche se costa di più, aiutando così la nostra economia”.

“Nonostante le nuove generazioni che oggi si recano all’estero trovino gli stessi problemi del passato – ha spiegato Dino Nardi della Uim – la coabitazione tra il mondo tradizionale dell’emigrazione e quello nuovo è estremamente complessa. Sono due mondi che vivono in linee parallele e che raramente si incontrano. Nonostante queste difficoltà, dobbiamo però provare a coinvolgere questi mondi dell’emigrazione magari tornando  a fare massa critica con le nostre associazioni …Con il nuovo Forum potremo infatti avere l’autorevolezza necessaria”. Ricordate da Nardi anche le difficoltà connesse alla mancata applicazione da parte dei comuni delle esenzioni fiscali sulla casa in Italia dei nostri pensionati all’estero. 

E’ stata poi la volta di Peppino Abbati (Aitef) che ha sottolineato la necessità di un Forum che sappia unire la tradizione e la modernità, elaborando una proposta innovativa e credibile costruita con la collaborazione di tutti. Una grande associazione unitaria e alternativa che sostenga gli italiani ovunque. Dal canto suo Michele Scala (Associazione Colonia Libera Italiana di Losanna) ha lamentato la cancellazione del proprio sodalizio dall’elenco delle associazioni del consolato di Ginevra per non aver potuto presentare, a causa dei divieti della legge svizzera, la lista dei propri soci al consolato. Scala ha anche sottolineato come la scarsa affluenza alle elezioni dei Comites abbia di fatto sancito una frattura fra l’emigrazione e rappresentanza.   In sede di replica il direttore generale Ravaglia ha ricordato la presenza di precise disposizioni ai consoli volte a far sì, nei casi in cui le associazioni debbano mantenere la riservatezza degli elenchi dei propri soci, che basti per la verifica la semplice visualizzazione da parte del console della lista dei soci, evitando cosi il deposito presso l’ufficio consolare della medesima lista.

Dopo l’intervento del sociologo Giumelli (Associazione Italicos – Venezuela)  che si è soffermato sulla creazione di un social-network  che si prefigge di sviluppare la rete dell’italianità e di fare degli italici dei protagonisti della cultura italiana nel mondo, Gianni Garbati (Circolo Sardo Madrid) ha ricordato come il Comites di Madrid dopo tanti rinvii delle elezioni abbia chiuso per anzianità e stanchezza.  “Spero – ha aggiunto Garbati – che questo Forum delle associazioni ci permetta di avere una presenza ancora più rilevante presso le autorità, vorremmo essere messi allo stesso livello Comites ed essere riconosciuti anche all’estero”. Ha poi preso la parola del segretario generale del Ctim Roberto Menia che ha parlato della connessione tra la tradizione dell’emigrazione italiana e nuovi aspetti del fenomeno, come ad esempio la fuga dei cervelli, i giovani italiani all’estero, la lingua, la competitività, il sistema Italia. “A chi oggi lascia l’Italia – ha affermato Menia - dobbiamo chiedere di conservare la loro identità … Bisogna capire – ha aggiunto Menia - cosa oggi rappresentano i Comites, cosa si farà dei nuovi Comites e del Cgie. Vi sono molti fattori in gioco: le nuove sfide della mobilità e della conoscenza, le diverse istanze che portano i nuovi emigranti, il colloquio con le vecchie generazioni, la competitività del sistema Italia e quale patrimonio  rappresentino le collettività. E’ dunque necessario che questo mondo si interroghi sulle forme della rappresentanza sulla sua capacità di incidere, di connettersi e interconnettersi con l’Italia ufficiale, avendo coscienza di essere importanti perché la nazione è una sola e l’italianità è una sola a qualunque latitudine del mondo”.  

Dal canto suo Melo Cicala (Washington) ha ricordato sia l’importanza della promozione della lingua italiana all’estero, sia il fondamentale contributo  dell’associazionismo per il superamento dei problemi affrontati dagli italiani all’estero nei paesi ospitanti.

Michele Consiglio (Acli) ha invece sottolineato la necessità, anche alla luce della nascita del nuovo Forum che potrà formulare proposte politiche, di rivedere e rifondare le ragioni della presenza dell’associazionismo nel mondo, evitando di rimanere ancorati al passato. Per Consiglio bisogna capire se l’associazionismo è grado di intercettare le nuove migrazioni ma anche le tante presenze all’estero che sono interessate all’Italia. Da Consiglio stata inoltre auspicata l’applicazione del principio della massima trasparenza e autonomia sia nel Forum delle associazioni che nell’attività dei patronati, strutture che vanno difese.  

Fra i numerosi interventi segnaliamo quello di Vitali Maria Volan, insegnante universitaria di italiano nel nord della Francia, che ha chiesto di adottare l’italiano come lingua del Mediterraneo e della nuova emigrazione. Dal canto suo il presidente dell’ Asmef Salvo Iavarone ha ricordato come da anni la Regione Campania non stanzi più fondi per le politiche d’emigrazione. Un vuoto che l’Asmef ha cercato di colmare con le sue iniziative, come ad esempio la Giornata dell’Emigrazione organizzata dall’associazione da 10 anni. Dopo la riflessione di Mario Bistolfi che ha auspicato la convocazione di una nuova conferenza nazionale dell’emigrazione,  il presidente dell’associazione Giuliani nel Mondo Dario Locchi  ha sottolineato l’esigenza di catturare l’attenzione della giovani generazioni italiane che oggi si recano all’estero attraverso la creazione di opportunità per le loro professioni e per il loro futuro. Locchi ha poi annunciato che nel prossimo mese di ottobre si svolgeranno  gli Stati Generali dei corregionali all’estero del Friuli Venezia Giulia. I Giuliani nel Mondo hanno inoltre chiesto  al Consiglio regionale di dedicare,   attraverso una specifica legge, una seduta solenne all’anno agli emigrati del Friuli Venezia Giulia. Anche Locchi ha sollecitato la realizzazione di una Conferenza nazionale sull’emigrazione. Massimo Anglisano (Filef Campania) ha invece auspicato un rinnovato protagonismo delle associazioni e il recupero del rapporto con l’immigrazione degli stranieri in Italia.

 Al termine del dibattito Roberto Volpini, membro del Comitato promotore, ha spiegato come questo incontro rappresenti sia una tappa di arrivo che di partenza e ha invitato l’assemblea a esprimere un parere sul documento, emerso dal seminario del 16 dicembre 2014, dal titolo “Verso il Forum delle Associazioni degli Italiani nel Mondo”. Un testo contenente riflessioni comuni sulle impostazioni del Forum non solo dal punto di vista strutturale ma anche dal punto di vista dei contenuti. “Su questo documento – ha precisato Volpini - costruiremo insieme il patto associativo che costituirà la base del Forum… Non abbiamo l’intenzione – ha continuato Volpini – di creare un contenitore  dove mettere un vecchio passato riverniciato con un nuovo inesistente. Il tentativo che abbiamo fatto con questa iniziativa è quello di rimescolare le carte, di andare a vedere,  se è vero come è vero che non è in crisi l’associazionismo, ma è in crisi la rappresentanza e non solo degli italiani all’estero, ma anche della società civile che non riesce più ad esprimere capacità politica”.

Volpini ha poi annunciato che si cercherà di arrivare alla costituzione del Forum prima dell’insediamento del nuovo Cgie che dovrebbe avere luogo a dicembre, dopo le riunioni degli Intercomites, previste per il 21 e 22 settembre, che eleggeranno i consiglieri del nuovo Cgie. Il gruppo di lavoro che opererà in questi mesi sarà formato dai membri del comitato organizzatore a cui si aggiungeranno almeno 10 rappresentanti di espressioni associative territoriali presenti nel mondo che non facciano già parte delle associazioni presenti nel Comitato . “Il gruppo di lavoro,  - ha spiegato Volpini - in cui si cercherà il coinvolgimento anche delle recenti forme associative della nuova emigrazione, avrà il compito di stendere il Patto associativo e comincerà a ragionare intorno alla forma statutaria del Forum che necessita anche di regole”. (G.M.-Inform 6)

 

 

 

 

 

Il labirinto ellenico

 

«Scriviamo la storia»: dalla Spagna degli anni ‘30 alla Grecia del 2015. Atene ha consumato il più grande strappo nel lungo percorso dell’integrazione europea. di Federico Fubini

 

S ventolano le bandiere del No nella notte di piazza Syntagma e su almeno uno slogan di quei manifesti chiunque sarà d’accordo: graphoume istorìa , «scriviamo la storia». Dopo cinque anni di agonia, la Grecia di Alexis Tsipras ha consumato il più grande strappo nella storia di 65 anni di integrazione europea. Da stamattina il premier greco dovrà fare i conti con le sue promesse che, entro poche ore, rischiano di rivelarsi altrettante menzogne: aveva detto che l’accordo con il resto d’Europa ora sarebbe stato più facile, che la Grecia sarebbe rimasta nell’euro e le banche avrebbero riaperto domani. Non è certo che gli elettori manterranno l’ordine pubblico, quando scopriranno di avere a che fare con l’ennesimo demagogo.

La Grecia ora è più sola e entra in un capitolo nuovo, del tutto imprevedibile. Ma riletta ora, in un’Atene lacerata, c’è un’altra pagina di storia che all’improvviso appare, perversamente, l’atto fondante di questa Unione Europea: la guerra di Spagna. Fu quello il primo episodio in cui migliaia di ragazzi da tanti Paesi accorsero a schierarsi nella guerra ideologica di uno solo.

La Grecia di oggi non è la Spagna degli Anni 30, se non altro perché per fortuna non è teatro di una guerra. E ppure un’occhiata ai voli delle compagnie a basso costo che servono Atene da Roma o Madrid, qualche dubbio lo dà: fa sospettare che la battaglia (politica) per la Grecia abbia una posta più vasta del futuro del Paese o anche solo della moneta unica, e che l’Europa fatichi terribilmente a liberarsi dei dèmoni della sua storia. In questi giorni la capitale greca è diventata la meta di migliaia di militanti e tifosi della politica accorsi a partecipare, respirare l’aria, sostenere Tsipras. Il pellegrinaggio di Beppe Grillo è solo il caso più chiassoso di un fenomeno di per sé tutt’altro che negativo. Da tempo l’Europa è politica interna. Il referendum consumato ieri sera però segna un salto di qualità e spiega in parte perché ci sentiamo tutti piombati in questo labirinto ellenico. Il dramma della Grecia si è scaricato sugli altri Paesi con una potenza emotiva senza precedenti, ma in Italia e in Spagna più che altrove perché in questi Paesi il No ha riscosso il sostegno più forte: quello di M5S e di Podemos.

Al netto del tragico radicalismo di Tsipras, è questa ramificazione europea che contribuisce a spiegare perché l’accordo con Atene è stato impossibile. Guidati dalla Germania, i creditori hanno cercato di sanzionare la condotta irresponsabile della Grecia anche per fermare il contagio della sua politica anti-sistema. L’inflessibilità era intesa anche come messaggio agli elettori di altri Paesi. Atene è diventata un simbolo così potente che pochi si sono accorti che nel frattempo il suo governo stava cambiando natura: da forza di sinistra, a partito della nazione tutto «dignità», intimidazioni ai poteri indipendenti e ammiccamenti al ruolo dell’esercito per mantenere l’ordine. Ora la Grecia si è auto-imposta la sua sanzione. Ma se Angela Merkel pensa che l’ulteriore disastro sociale che aspetta quel Paese raffreddi le forze anti-sistema altrove, rischia nuove delusioni.

Non si gestisce l’euro con le sanzioni esemplari. All’alienazione degli elettori che si sentono privati dei diritti economici, si risponde con un’integrazione non più solo monetaria ma politica e più attenta al dolore degli esclusi. Tsipras ha scelto il salto nel buio. A maggiore ragione chi è più forte in Europa adesso deve far prova di forza tranquilla e maggiore senso di responsabilità: spetta ai leader di oggi dimostrare che l’Europa è più forte dei suoi dèmoni di ieri. CdS 6

 

 

 

 

“Tsipras non ha un piano”, adesso Bruxelles aspetta le richieste della Grecia

 

Merkel: mancano ancora le basi per negoziare. L’Ue non esclude l’ipotesi Grexit. Allarme Fmi: rischi anche per l’Italia. Un’altra giornata nera per le Borse: Milano perde quasi il 3% - di MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES  - «Aspettiamo una richiesta formale di prestito Esm (che come anticipato da La Stampa dovrebbe essere di 30 miliardi, ndr) da Atene. Poi valuteremo le condizioni». Sono le parole del presidente di Jeroen Dijsselbloem al termine dell’Eurogruppo. La richiesta potrebbe arrivare già nella giornata di oggi. Il dubbio, adesso, è di cosa parleranno Merkel, Hollande e Tsipras nella riunione di oggi. Intanto il premier greco ha annunciato che domani sarà a Strasburgo (alle 9.30) e parlerà davanti al Parlamento europeo. Si aspettano dunque risposte dal vertice straordinario che vedrà il confronto tra Angele Merkel, François Hollande e Alexis Tsipras. La cancelliera è stata categorica: «Mancano ancora le basi per negoziare. Non abbiamo settimane ma giorni per trovare un accordo con la Grecia».  

 NESSUNA PROPOSTA DA ATENE  

Arrivando alla riunione dei ministri economici dell’Eurozona, Pierre Moscovici ha invece affermato di attendersi da greci «proposte concrete, complete e credibili». Sarà rimasto deluso di scoprire, una volta iniziato il vertice, che Euclid Tsakalotos era sbarcato in città senza un documento, senza una struttura di riforme precisa da offrire in cambio dei soldi di cui Atene ha bisogno per non fallire. «Hanno detto che ci sarà domani», ha spiegato una fonte.  

LA RICHIESTA DI 30 MILIARDI  

E’ un pessimo inizio, tanto brutto da assomigliare a una fine. Il ministro tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha detto chiaramente che «senza proposte non si può trovare una soluzione greca all’interno dell’Eurozona». A sentire lui, Tsipras ha un piedi fuori dal club della moneta unica. Vorrebbe un prestito da 30 miliardi per due anni e, in attesa, un prestito ponte. Non lo avrà senza condizioni. Se l’Eurogruppo dirà fra poche ore ai leader dell’Eurosummit che non c’è nulla sul tavolo, potrebbe alzarsi il sipario sull’ultimo atto. «Sono razionalmente preoccupato ed emotivamente speranzoso», ha confessato un addetto ai lavori. Il quale, oltretutto, comincia nutrire il dubbio che l’uscita dall’euro sia quello che Tsipras voleva: in caso contrario, avrebbe potuto chiudere da tempo. Stasera sapremo. 

JUNCKER: DIPENDE TUTTO DA TSIPRAS  

Juncker dalla sua ha lanciato un messaggio chiaro: «C’è chi di nascosto punta sull’uscita della Grecia. In Europa non esistono risposte facili. La commissione Ue farà in modo che riprendano i negoziati». Ma è duro anche con Atene. È stato un «grave errore» quello di lasciare il negoziato dieci giorni fa, torna a ribadire, e tocca il tasto del sarcasmo sottolineando di «non aver capito la domanda» del referendum, perché i greci hanno «votato “no” ad un testo che non è più sul tavolo. Ora un eventuale accordo dipende da Tsipras», ha aggiunto.  

I “FALCHI DELL’EUROZONA” DICONO DI NO  

In queste ore i veri nemici di Atene, le forze che «lavorano segretamente all’uscita della Grecia dall’euro», per citare quanto affermato da Juncker, non sono i tedeschi ma i Paesi della nuova Europa che, entrati nell’unione monetaria al prezzo di grandi sacrifici, non accettano che vengano fatti sconti a una nazione che considerano indisciplinata. «È assolutamente impossibile per noi», ha affermato il ministro delle Finanze slovacco Kazimir, «la situazione è arrivata a un punto nel quale un accordo percorribile è possibile solo a un livello politico altissimo, sono molto scettico che oggi possa essere trovato un accordo». Contro una riduzione del valore nominale del debito greco anche Alexander Stubb, ministro delle Finanze islandese. «I lettoni non capiscono i greci», è invece la dichiarazione di Janis Reirs, ministro delle Finanze di Riga, che, a chi gli chiedeva se Tsipras fosse da ritenere affidabile ha replicato: «È difficile per me rispondere ma, ad ogni modo, avrei difficoltà a fidarmi di Varoufakis». Più conciliante Rimantas Sadzuis, responsabile delle Finanze della vicina Lituania: «In politica c’è sempre spazio per un compromesso; la Grexit per noi non è un’opzione ma la Grecia deve applicare le riforme».  

LA BORSA DI ATENE RESTA CHIUSA  

È stata un’altra giornata nera per i mercati. La piazza peggiore è stata Milano, che ha perso il 3%. La Borsa di Atene resterà invece chiusa fino all’8 luglio. Parigi e Lisbona hanno ceduto il 2,3%, Francoforte e Madrid l’1,9%.  LS 7

 

 

 

 

 

La Grecia dopo il voto. Grecia, titoli di Stato e liquidità. La Bce al bivio per evitare il caos

 

Atene ha chiesto di avere più fondi di emergenza Il rischio. Gli istituti ellenici alla riapertura rischiano il crollo sui mercati senza l’aiuto della Bce - di Danilo Taino

 

Berlino. Europa mobilitata, già da ieri sera, per affrontare la ricaduta della massiccia vittoria del No ad Atene. Oggi, Angela Merkel vola a Parigi per discuterne con François Hollande. In prima linea, operativa, sarà però da subito la Banca centrale europea, le cui decisioni, nelle prossime ore, saranno essenziali per capire a cosa Atene e l’eurozona vanno incontro. L’istituzione guidata da Mario Draghi è di fronte a una scelta delicatissima, un momento della verità. La prima cosa che dovrà decidere è se continuare a dare liquidità di emergenza, attraverso il programma Ela, agli istituti di credito greci. Al momento, il tetto massimo già erogato, 89 miliardi, è congelato e le banche elleniche - chiuse anche oggi - hanno detto di avere in cassa denaro per arrivare forse a stasera, calcolando i 60 euro giornalieri che i cittadini possono prelevare ai bancomat. La Banca di Grecia avrebbe chiesto ieri alla Bce di aumentare il tetto di sei miliardi.

 

Il consiglio dei Governatori della Banca centrale europea - che si riunirà oggi - potrebbe decidere di lasciarlo al livello a cui è, il che significherebbe non dare altro denaro alla Grecia e potrebbe chiedere la restituzione degli 89 miliardi o di parte. Infatti, la banca di Francoforte non può fornire liquidità d’emergenza se un Paese è fuori da un programma di aiuti concordato: Atene ne è uscita il 30 giugno scorso. In ambienti vicini alla Bce si dice che, forse, sarebbe possibile erogare alle banche greche una piccola somma per non farle crollare immediatamente. Non è però detto: nel consiglio dei Governatori ci saranno probabilmente opposizioni a una scelta del genere, che comunque potrebbe funzionare solo per qualche giorno.

Al di là della liquidità d’emergenza, la situazione del sistema bancario greco è infatti disastrosa per un altro motivo, che potrebbe essere quello che fa scattare il crollo del sistema e l’uscita della Grecia dall’euro. Gli istituti di credito ellenici vanno ricapitalizzati: il loro capitale è in buona parte costituito da titoli pubblici greci, che però sono andati in default la settimana scorsa. In queste condizioni, non possono funzionare. Raccogliere denaro sui mercati non è pensabile. La Bce non può fare nulla. L’unica possibilità sarebbe una ricapitalizzazione con denaro stampato dalla banca centrale greca fuori dal sistema euro: a quel punto però non si tratterebbe di euro ma di un’altra valuta, nazionale. Sarebbe l’inizio della Grexit. Più che uno scenario, questo è l’ostacolo maggiore che Alexis Tsipras si trova di fronte oggi. Tanto che il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis ha tenuto un meeting con i vertici delle maggiori banche.

Nei prossimi giorni e settimane, dunque, ci sarà probabilmente un nuovo braccio di ferro tra Atene ed eurozona, soprattutto per fare in modo che la responsabilità dell’uscita della Grecia dall’euro sia addossata all’una o agli altri. Ammesso che le cose si possano trascinare fino ad allora, la data decisiva sarà comunque il 20 luglio, quando vengono a scadenza più di quattro miliardi di obbligazioni che la Grecia ha con la Bce: non si vede chi possa dare ad Atene il denaro per onorarle. Sperare che lo facciano gli europei è irrealistico (e propagandistico), anche se Tsipras e Varoufakis dicono il contrario.

L’incontro tra Merkel e Hollande ha invece l’obiettivo di gettare le basi per presentare un fronte unito dell’eurozona nei prossimi giorni. Durante la trattative con Atene, la cancelliera tedesca e il presidente francese hanno tenuto tutto sommato la stessa linea. Nei giorni scorsi, però, hanno avuto posizioni diverse: cercheranno di riconciliarle. Aspettarsi che i due leader parlino di aiuti umanitari (esterni a salvataggi formali) diretti alla popolazione greca è possibile. La chiave sarà però vedere il grado di durezza che terranno con il governo greco: i francesi sono aperturisti, ma la vittoria schiacciante del No è letta da molti politici europei, soprattutto in Germania ma non solo, come la conferma che i greci le riforme non le faranno per anni a venire. CdS 6

 

 

 

 

Il futuro della Grecia: il dibattito al Parlamento Europeo con il Primo ministro greco Alexis Tsipras

 

L'8 luglio la crisi greca è stata al centro di un acceso dibattito tra gli europarlamentari e il Primo ministro greco Alexis Tsipras. Alcuni deputati europei l'hanno criticato di non aver presentato nessuna proposta concreta all'Eurosummit del 7 luglio, mentre altri deputati gli hanno chiesto apertamente di far uscire la Grecia dalla zona Euro.

 

Il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha aperto il dibattito dicendo: "Stiamo correndo contro il tempo. Non sono qui per commentare le ragioni del referendum greco. Ciascuno ha le sue opinioni. Dobbiamo passare alla fase successiva".

 

Anche il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker è intervenuto nel dibattito: "La risposta alla crisi greca sta nel rafforzamento dell'Unione economica e monetaria".

 

"La crisi greca è la semplice manifestazione dell'inabilità della zona Euro a trovare una soluzione a lungo termine", ha dichiarato il Primo ministro greco Alexis Tsipras. "Il problema è che l'aiuto finanziario dell'UE ha beneficiato solo le banche e non la popolazione greca. Per questo motivo i cittadini greci non possono più sopportare il peso dei vari programmi di austerità", ha aggiunto Tsipras.

 

Il leader del Gruppo del Partito popolare, il tedesco Manfred Weber, ha apertamente criticato Tsipras per l'assenza di proposte concrete durante l'Eurosummit del 7 luglio: "Lei non fa altro che provocare, noi cerchiamo un compromesso. Lei cerca il fallimento, noi il successo. Lei non ama l'Europa, noi sì". "Lei sta mentendo au suoi cittadini", ha poi aggiunto.

 

"Ci sono le condizioni per un accordo", ha affermato il Presidente del Gruppo dei Socialisti e Democratici, Gianni Pittella. "Ora è compito del governo greco trovare le riforme che possano incentivare l'occupazione, combattere la corruzione e l'evasione fiscale. Queste misure non sono necessarie perché lo chiede l'Europa, ma perché beneficeranno la Grecia sul lungo periodo. Inoltre penso sia anche giusto parlare di ristrutturazione del debito", ha aggiunto Pittella.

 

Il polacco Ryszard Legutko del Gruppo dei Conservatori ha chiesto ai suoi colleghi del Parlamento europeo: "Chi e cosa stiamo cercando di salvare? L'Unione monetaria? La Grecia? La credibilità del governo greco? I creditori? La reputazione di Angela Merkel? O l'infallibilità dell'Unione?"

 

"Stiamo scivolando verso il Grexit", ha ammonito il liberale belga Guy Verhofstadt. "Ma negli ultimi mesi non stiamo solo scivolando, stiamo correndo!".

 

Gabriele Zimmer del Gruppo GUE/NGL ha commentato: "Bisogna rispettare il voto dei cittadini greci e trovare una soluzione sostenibile".

 

L'europarlamentare tedesca Rebecca Harms del Gruppo dei Verdi/ALE ha chiesto al Primo ministro greco di presentare delle misure concrete e di non limitarsi alle dichiarazioni.

 

L'inglese Nigel Farage (EFDD) ha ancora una volta criticato l'introduzione dell'Euro mentre la francese Marine Le Pen (ENF) ha dichiarato: "L'Euro e l'austerità sono due gemelli siamesi".

 

L'eurodeputato greco Eleftherios  Synadinos del Gruppo dei Non-iscritti ha sostenuto che il popolo greco sarà in grado di esistere e sopravvivere anche al di fuori della zona Euro.

 

Le conclusioni del dibattito

Alla fine del dibattito il Primo ministro greco ha ancora preso la parola sostenendo che a dispetto di quanto sotenuto da alcuni parlamentari la Grecia haavanzato delle proposte concrete. Ha anche ricordato l'annullamento del 60% del debito tedesco nel 1953, aggiungendo: "Certe volte la più grande legge di tutte le leggi umane è la giustizia per gli esseri umani".

 

Il Presidente Juncker ha dichiarato: "È stato un errore lasciare il tavolo dei negoziati. Avremmo probabilmente trovato un compromesso". Mentre il Presidente Tusk ha commentato così la fine del dibattito: "Dobbiamo essere uniti, non perché l'idea di un'inità è una bella idea, ma perché è indispensabile per fare delle scelte. Questo non è solo l'ultimo campanello d'allarme per la Grecia, ma per l'Europa intera". PE 9

 

 

 

 

 

Grecia, la lezione che non va sprecata

 

Il referendum e lo scontro che ne è seguito hanno reso tutto più difficile -

di Danilo Taino, corrispondente da Berlino

 

La tentazione sarebbe sostenere che il referendum di domenica scorsa in Grecia è stato irrilevante. La vittoria è stata schiacciante per i No ma ha prodotto il risultato per il quale hanno votato i Sì: Alexis Tsipras ha presentato ai creditori una proposta quasi identica a quella che aveva invitato gli elettori a rifiutare. Sarebbe però parziale fermarsi a questo. Il referendum e la successiva kolotoumba di Tsipras - così chiamano i greci la capriola - sono stati devastanti dal punto di vista economico e potrebbero rivelarsi un errore fatale dal punto di vista politico.

Sui mercati si fanno calcoli di ogni genere, in queste ore. Uno - sviluppato per esempio da Hugo Dixon di «BreakingViews» - stima che le scorse due settimane abbiano distrutto il 4% del Prodotto interno lordo greco e peggiorato il deficit pubblico del 2% del Pil: la chiusura delle banche, decisa in conseguenza della convocazione del referendum, ha congelato l’economia. Visti su tempi un po’ più lunghi, gli effetti della stagione di Syriza al governo sono questi: a novembre, prima delle elezioni del 25 gennaio, il Fondo monetario internazionale prevedeva che la Grecia sarebbe cresciuta quest’anno del 2,9%; ora, i calcoli che vanno per la maggiore indicano una caduta del Pil nel 2015 del 3%; 6 punti percentuali in meno. Atene è tornata alla casella di partenza, ma con un’economia che a fine anno scorso dava segni di ripresa e oggi è in netta recessione. Sul piano politico, la convocazione e la gestione del referendum hanno avuto due effetti. Innanzitutto, hanno molto irritato gli altri 18 Paesi dell’eurozona: se nel mezzo di una trattativa cerchi la prova di forza, significa che non vuoi più essere un partner ma un avversario - è stato il ragionamento di molti, in Germania ma non solo. Sul piano interno, l’inutilità della mobilitazione di domenica scorsa presenterà il conto, piuttosto prima che poi probabilmente.

Il referendum e lo scontro che ne è seguito hanno reso tutto più difficile. Riaprire le banche sarà un’impresa, in qualsiasi modo vadano i vertici dei prossimi giorni per decidere un nuovo piano di aiuti ad Atene o la sua uscita dalla moneta unica: anche nel caso di un accordo, avrebbero bisogno di un’immediata e massiccia immissione di liquidità da parte della Banca centrale europea per rispondere alla domanda dei cittadini tenuti a 60 euro al giorno per due settimane. I controlli sui movimenti di capitale resteranno probabilmente a lungo, fino a che la situazione non si sarà stabilizzata. Il costo di rimettere sulle proprie gambe l’economia ellenica e di riportare i conti pubblici sotto controllo è a questo punto molto maggiore di quello che era anche solo tre settimane fa. Infine, la sfiducia dei membri dell’eurozona nei confronti del governo greco è così alta che, anche di fronte al programma più rigido immaginabile, molti politici, soprattutto nel partito di Angela Merkel, sono convinti che comunque Tsipras non rispetterà gli impegni: ragione per la quale non sarà facile convincerli a sostenere un accordo e un alleggerimento del debito ellenico.

Niente, dunque, in questo weekend di vertici è scontato. Niente, però, è perduto, qualsiasi esito si profili. Anzi. «Mai permettere che una buona crisi vada sprecata» - dicono gli anglosassoni. Per quanto il referendum greco sia stato una sventura, è ormai storia passata: l’Europa ha vissuto una grande lezione, in qualsiasi caso non la può sprecare. CdS 11

 

 

 

 

 

 

Vent’anni dopo Srebrenica. Tragedia globale, sconfitta per il mondo

 

A vent’anni dal massacro, il mondo si interroga ancora sulle responsabilità. Oltre 8mila morti furono il prezzo della realpolitik occidentale?

Vent’anni dopo il massacro di Srebrenica, in cui persero la vita più di 8mila bosniaci musulmani, la comunità internazionale si interroga ancora su come sia stato possibile permettere che questa tragedia avvenisse. Capi di Stato, presidente, ministri e decine di leader di Paesi e organizzazioni internazionali hanno preso parte, in Bosnia, alla commemorazione del genocidio e reso omaggio alle vittime trucidate dalle milizie serbo-bosniache di Ratko Mladic.

“Un genocidio – ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini, giunta a Sarajevo nella giornata di venerdì – la cui responsabilità ricade su tutta la comunità internazionale”. Alla commemorazione hanno preso parte protagonisti della scena politica internazionale di oggi e dell’epoca, dal premier serbo Aleksandar Vucic a Bill Clinton, da Madeleine Albright a Federica Mogherini.

Anche chi non c’era ha fatto sentire la propria voce. Il presidente americano Barack Obama invita tutti a chiamare la tragedia di Srebrenica con il proprio nome: un genocidio, “una macchia sulla nostra coscienza collettiva. Una tragedia che dobbiamo commemorare, ma dalla quale dobbiamo anche imparare”. Gli fa eco il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi: “A poche centinaia di chilometri dalle nostre case, parole come pulizia etnica e genocidio che speravamo rimanessero solo nei ricordi drammatici dei nostri nonni erano di nuovo atrocemente realtà in Bosnia. In questi giorni la commemorazione del massacro di Srebrenica ha un peso maggiore: ci obbliga a ricordare i valori fondanti dell’Europa e a rinnovare l’impegno a costruire un luogo di pace e di futuro per i nostri figli”.

“Quella tragedia – ha sottolineato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon – peserà per sempre sulla coscienza del mondo. L’Onu, fondata per prevenire i crimini, non è riuscita a salvaguardare la vita di vittime innocenti che cercavano protezione: il segretariato, il Consiglio di sicurezza e tutti i Paesi membri condividono la responsabilità”. Dopo la caduta della città ‘area protetta’ dell’Onu, mentre migliaia di prigionieri venivano barbaramente uccisi, le Nazioni Unite non fecero nulla per impedirlo e il comandante del battaglione olandese, Thom Karremans, immortalato dalle telecamere, brindava con Mladic alla “brillante operazione militare” per la conquista di Srebrenica.

Quella tragedia ha pesato per anni come un macigno sui caschi blu olandesi, molti dei quali 20 anni dopo soffrono ancora di sindrome da stress postraumatico. Nel 2002 il governo olandese di Wim Kok presentò le dimissioni dopo che l’Istituto per la documentazione di guerra riconobbe la responsabilità dei politici e dei caschi blu olandesi nel non aver saputo impedire il massacro. Nel 2013 un verdetto della Corte suprema dei Paesi Bassi ha confermato la responsabilità dell’Olanda nella causa intentata dall’ex interprete del battaglione olandese, Hasan Nuhanovic, per la morte del padre e del fratello, e di un altro uomo, Rizo Mustafic, costretti dai caschi blu a lasciare la base olandese e praticamente consegnati ai carnefici.

Secondo il domenicale britannico The Observer, sulla base di alcuni documenti recentemente declassificati, emergono gravissime responsabilità anche dei governi dell’epoca di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna e delle stesse Nazioni Unite, che in nome della ‘realpolitik’ di fatto preferirono non irritare i serbi pur di raggiungere un accordo di pace, come avvenne puntualmente 4 mesi dopo, nel novembre del 1995, a Dayton. L’U 11

 

 

 

 

 

Il panorama politico

 

Col prossimo autunno, l’Esecutivo Renzi potrebbe affrontare la sua prima vera verifica politica. Evitare tale passaggio sembra improbabile. Dal punto di vista numerico, con la maggioranza parlamentare che consente la vita a questo Governo, i conti tornerebbero. Però, si sono andate a sviluppare tensioni d’ordine programmatico che il Capo dell’Esecutivo non ha potuto evitare; pur col suo ostentato ottimismo che comincia a essere meno apprezzato.

 

Nel prossimo semestre, se non ci saranno segnali utili per la ripresa socio/produttiva del Paese, anche Renzi dovrà rendere conto all’eterogenea Maggioranza parlamentare che sostiene il suo Esecutivo. Resta, questa, una circostanza necessaria che presenta non pochi interrogativi logistici su i suoi sviluppi. Il problema rimane la “maggioranza”. Soprattutto al Senato, basterebbe un contenuto travaso di consensi per mettere in crisi l’attuale alleanza; tanto eterogenea da non consentire previsioni serie sugli eventuali aggiornamenti.

 

 Prima del periodo feriale, azzardiamo alcune nostre dubbi sull’evoluzione strategica dell’Esecutivo. Del resto, i nodi verranno al pettine. Non a caso, Renzi ha assunto una posizione assai più cauta nei confronti degli alleati. Il rischio di fine Legislatura non è tanto inverosimile e, di conseguenza, il Capo dell’Esecutivo temporeggia limitandosi a quegli interventi improrogabili per non “perdere la faccia”. Le inquietudini potrebbero concretarsi con l’alleato di Centro/Destra (NCD) che, tra l’altro, ha evidenziato impazienza per la scarsa considerazione delle sue proposte operative; soprattutto in ambito emergenza profughi.

 

Per ora, la sensazione di “crisi” resta sospesa nel vuoto degli sviluppi di una situazione interna che ancora lontana dall’essere focalizzata. Certo è che Renzi oggi ha meno incentivi per garantire la continuità di un Esecutivo che ha dato segni d’insofferenza forse sottovalutati. Col prossimo autunno, vedremo come si andranno a sviluppare gli eventi.

 

Proprio per la precarietà della situazione, non esprimiamo un nostro parere univoco sulle sorti del Governo. Però, questo ce lo concediamo, il 2016 potrebbe salutare un Renzi II modificato nelle alleanze; se non nei programmi. Insomma, l’agonia d’Italia potrebbe continuare anche per l’anno prossimo. Sempre nell’attesa di nuove elezioni politiche che stentano a essere preposte.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Una mossa per evitare il peggio

 

I leader europei, tra i quali bisogna comprendere fino a prova contraria anche Alexis Tsipras, si trovano di fronte a quello che Immanuel Kant avrebbe definito un imperativo categorico: salvare la Grecia senza dannare l’Europa. Salvare la Grecia è ciò che hanno chiesto a gran voce gli elettori nel referendum di Atene, una vera e propria irruzione della democrazia diretta nella sofisticata architettura inter-governativa dell’Unione.

 

Ma Merkel e Hollande hanno ragione quando ricordano che la democrazia esiste anche negli altri 18 Paesi dell’euro, e che nessuno di questi può essere costretto ad accettare una soluzione che spazzi via le regole su cui si regge il condominio, così mettendo l’Europa nelle mani di ogni demagogo che volesse agitare la bandiera del ricatto nazionalista.

 

Stretti in questo paradosso, mai così vicini all’abisso, barcollanti come novelli sonnambuli, i leader dell’Unione sembrano però essersi fermati ieri a un passo dall’irreparabile. Ha cominciato il governo Tsipras, offrendo al resto dell’Europa le dimissioni (o il licenziamento) dell’eroe simbolo della rivolta greca. L a notizia che Varoufakis non sarà più al tavolo del negoziato è talmente buona per i fautori di un compromesso che ha perfino rallentato la caduta dei mercati, evitando che si trasformasse in panico (ed è stata accolta con entusiasmo anche dall’agente letterario del ministro-star, il quale ha subito cominciato a far circolare estratti del suo ultimo libro). Alla notizia greca ha fatto seguito il pronunciamento dell’asse franco-tedesco che, pur essendo sempre più tedesco e meno franco, ha adottato la parola d’ordine delle «porte aperte». Considerando che l’ultima volta a sbattere la porta era stato il governo greco, lasciando la trattativa e convocando il referendum, è un passo avanti.

 

Infine è arrivato il segnale del Fondo Monetario, che si è dichiarato disposto ad «aiutare la Grecia» se gli sarà proposto un piano di rientro; una posizione che sembra fatta apposta per assecondare le pressioni dell’amministrazione Obama, ansiosa di mettere pace tra gli europei e di evitare una nuova turbolenza sull’economia globale. Ma il peggio non è affatto evitato. Il tempo scorre inesorabile. Le scelte del governo greco, seppure sostenute dall’elettorato, comportano che le banche resteranno chiuse per altri due giorni e chissà fino a quando, agli sgoccioli di liquidità. Tra tredici giorni appena scade la rata di 3 miliardi e mezzo che la Grecia deve alla Bce, e se non sarà rimborsata Draghi non potrà più prestare soldi a chi non ha garanzie da offrire. Resta poi intatto l’enorme problema del debito greco: tagliarlo, o anche ristrutturarlo, sarebbe vitale per Tsipras ma potrebbe essere letale per Merkel, che non saprebbe come spiegarlo ai tedeschi (anche loro votano).

 

In definitiva si è tornati, solo in condizioni un po’ peggiori, allo stallo di una settimana fa, che poi era lo stallo di una settimana prima e di quella prima ancora. La Grecia è stata nella sua storia la patria della razionalità classica, ma anche della tortuosità levantina. Sarà bene che prevalga la prima. L’onere della mossa iniziale tocca al suo governo, che se l’è conquistato con il plebiscito ottenuto da Tsipras. Speriamo che sia una mossa saggia. Antonio Polito CdS 7

 

 

 

 

Renzi alle prese con l'effetto Grecia

 

E adesso per Renzi si fa ancora più difficile. Politicamente soprattutto, perché dal punto di vista economico-finanziario forse l'Italia può considerarsi in una zona di sicurezza nonostante sia quasi in fondo alle classifiche europee, molto lontana da Germania e Francia per quanto riguarda due aspetti fondamentali per misurare la solidità di una economia: occupazione e debito pubblico. Le riforme del governo Renzi, con gli applausi delle Cancellerie, mettono il nostro Paese sulla strada del risanamento e della crescita e quindi la situazione è molto diversa dal drammatico autunno del 2011 quando il default venne sfiorato nel l'agonia del governo Berlusconi. Lo dimostra anche il fatto che la Borsa di Milano è si maglia nera in Europa, ma sostanzialmente le perdite sono molto più contenute di quanto anche i trader delle banche di affari si aspettassero. E lo spread ha tenuto su valori non troppo allarmanti. Il problema per Renzi e di politica interna. L'Internazionale anti-Euro accorsa ad Atene per festeggiare Tsipras e la vittoria del No comprende tutti i nemici giurati del presidente del consiglio. Quelli delle opposizioni di destra e di sinistra non sono una novità, ma quelli che provengono dalle file stesse del Pd sono una minaccia molto più concreta per il premier. Renzi nelle ultime settimane aveva portato la linea del suo governo molto più vicino alla Merkel e molto più lontano da Tsipras e quindi la sconfitta del Si nel referendum viene percepita come una sconfitta della sua politica e una vittoria dei suoi nemici. Tra cui si riaffaccia sulla scena anche D'Alema che attacca Berlino e indirettamente Renzi. Si vedrà subito quanto pesa l'effetto Grecia sulla politica italiana: domani comincia il commissione il cammino della riforma del Senato. Favorevoli e contrari sono in perfetta parità, il voto della minoranza Pd sarà determinante per Renzi e per la riforma. GIANLUCA LUZI  LR 6

 

 

 

 

 

Inps: in Italia 15 milioni di poveri

 

ROMA - È stato presentato oggi nella sala della Regina a Montecitorio il Rapporto annuale dell'Inps. Alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, il Presidente dell’Istituto, Tito Boeri, ha sciorinato cifre e mostrato tabelle e, attraverso esse, fotografato lo stato del Paese e della suo sistema previdenziale.

In questa occasione, Boeri ha pure accennato alla riforma del sistema pensionistico che, ha detto, dovrebbe basarsi su 5 punti: flessibilità sostenibile; una rete di protezione sociale dai 55 anni in su; l'unificazione del pagamento delle pensioni; armonizzazione dei tassi di rendimento; nuove opportunità di versamenti.

Quello che emerge dal Rapporto è “un paese in forte difficoltà economica e sociale. La crisi ha inciso maggiormente sulle fasce già deboli della popolazione aggravandone ulteriormente la povertà e peggiorando in modo significativo le loro condizioni di vita. Il 10% più povero della popolazione ha sperimentato, tra il 2008 e il 2013, una contrazione reale del proprio reddito vicino al 30%, una riduzione molto più accentuata rispetto a quella sperimentata dal resto della popolazione. Negli stessi anni la quota totale di persone povere è aumentata di sette punti percentuali fino a raggiungere il 25% della popolazione, ovvero 15 milioni di persone”.

Allo stesso tempo, “la diseguaglianza dei redditi è cresciuta a tassi sostenuti, con un incremento dell’indice relativo pari al 39% tra il 2008 e il 2013 (da 0,21 nel 2008 a 0,32 nel 2013). In Italia, la crisi iniziata nel 2008 ha provocato un forte e prolungato aumento della disoccupazione e un generalizzato impoverimento reale della popolazione attiva. Dal 2008 al 2014 il numero di occupati si è ridotto di oltre 800.000 unità e, nello stesso periodo, il numero delle persone in cerca di occupazione è aumentato di oltre 1,5 milioni”.

Anche il tessuto imprenditoriale ha risentito dell’attuale congiuntura economica: infatti, rileva l’Inps, “anche nel 2014 la media annua del numero complessivo delle imprese registra una flessione del 2,8% rispetto all’anno precedente”.

I servizi erogati

Nel corso degli ultimi anni, l’Istituto ha potenziato l’offerta di servizi on-line, volendo coniugare efficienza amministrativa e qualità delle prestazioni. Nel 2014, il sito web istituzionale ha registrato complessivamente 550 milioni di accessi (1,5 milioni in media al giorno), 5,4 miliardi di pagine consultate (15 milioni in media al giorno); 42.634 pagine web disponibili sul sito; 16 milioni di PIN rilasciati agli utenti registrati. È attivo sul sito istituzionale il “Portale dei pagamenti”, che consente di effettuare on-line, in aggiunta agli altri canali, i pagamenti.

Nel 2014 sono state effettuate 4,5 milioni di operazioni di pagamento, per un importo complessivo di 1.758 milioni di euro.

Per l’erogazione dei servizi, l’Inps si avvale della collaborazione di CAF, Patronati e Consulenti del lavoro.

Nel 2014 i servizi on-line erogati tramite CAF sono stati 3,5 milioni, mentre quelli dei Patronati 54 milioni.

Nel 2014 la spesa sostenuta dall’Inps per i servizi erogati tramite i CAF è stata di 56 milioni di euro mentre per i Patronati 338 milioni di euro.

Le pensioni

Le uscite per prestazioni istituzionali per l’anno 2014 ammontano a 303,4 miliardi di euro di cui 268,8 miliardi per prestazioni pensionistiche e 34,6 miliardi per prestazioni economiche aventi carattere temporaneo (dati di pre-consuntivo 2014).

L’Inps mette in pagamento ogni mese complessivamente quasi 21 milioni di pensioni a favore di circa 15,6 milioni di beneficiari di cui oltre 7,2 milioni (46,4%) di uomini e 8,4 milioni di donne (53,6%).

L’Istituto eroga sia prestazioni pensionistiche di natura previdenziale (Invalidità, Vecchiaia, Superstiti - IVS) che assistenziale.

Le prestazioni pensionistiche, che ammontano ad un totale di quasi 17,2 milioni di trattamenti (pari all’82,2% di tutte le prestazioni in essere), traggono il loro fondamento da un rapporto assicurativo obbligatorio e sono finanziate prevalentemente con i contributi versati dai lavoratori e dai datori di lavoro. Le prestazioni di natura assistenziale, invece (essenzialmente pensioni e assegni sociali e provvidenze economiche di invalidità civile), ammontano a oltre 3,7 milioni di trattamenti (pari al 17,8% delle prestazioni in essere) e non sono basate su un rapporto assicurativo ma si configurano come interventi dello stato sociale, con onere, quindi, integralmente a carico dello Stato.

Il 72,5% dei pensionati percepisce una sola pensione per un valore medio mensile di 1.240 euro lordi (risultanti dalla media di 916 euro per le donne e 1.536 euro per gli uomini).

Il restante 27,5% cumula due o più pensioni raggiungendo in media 1.541 euro lordi al mese (1.443 euro le donne e 1.759 euro gli uomini).

Tra i beneficiari di una sola pensione gli uomini sono il 52,3%, mentre i beneficiari di due o più pensioni sono in maggioranza donne (69,1%). Nella ripartizione dei redditi pensionistici per classe di importo, si rileva che il 42,5% dei soggetti (pari a oltre 6,6 milioni) assorbe circa il 18,9% della spesa annua complessiva per un totale di oltre 50 miliardi di euro, ricevendo una o più prestazioni inferiori, in media, a 700 euro lordi mensili.

Tra questi il 12,1%, pari a 1,9 milioni, è al di sotto dei 300 euro. Circa 3,6 milioni di pensionati, pari a circa il 23,5% del totale, ricevono una prestazione compresa tra 1.000 e 1.500 euro e assorbono circa il 22% della spesa pensionistica annua (59 miliardi), mentre un ulteriore 17,2% di beneficiari (circa 2,7 milioni di pensionati) percepisce redditi compresi tra 1.500 e 2.000 euro mensili, pari al 22,2% della spesa totale .

Circa il 12,2% (pari a 1,9 milioni) dei beneficiari percepisce un trattamento tra i 2.000 e i 3.000 euro lordi assorbendo il 21,7% della spesa lorda complessiva, per un totale di oltre 58 miliardi di euro. Infine, sono 724.250 soggetti, pari al 4,6% del totale dei pensionati Inps, a percepire pensioni oltre 3.000 euro mensili, per una media mensile di 4.336 euro lordi. Queste prestazioni hanno un costo pari a 41 miliardi l’anno e assorbono il 15,2% della spesa totale.

L’analisi in ottica di genere fa emergere la concentrazione delle donne nelle classi di importo più basse ed una progressiva riduzione del peso delle donne al crescere delle classi di importo (oltre i 3.000 euro solo un pensionato su quattro è donna).

Nell’analizzare le prestazioni erogate si osserva un considerevole divario fra generi: mentre il 79,5% delle pensioni di anzianità sono erogate a uomini, che percepiscono un importo medio di 1.678 euro lordi mensili, alle donne va l’88,2% di tutte le pensioni ai superstiti in pagamento, per un valore di 622 euro medi mensili, e il 63,2% delle pensioni di vecchiaia pari in media a 605 euro mensili lordi.

L’età media di ingresso al pensionamento di anzianità/anticipata è di 61,3 anni (60,7 nel 2013), mentre per le nuove pensioni di vecchiaia l’età media dei titolari alla decorrenza è di 65,3 anni (64,6 nel 2013). Anche in questo caso gli importi medi mensili delle pensioni dirette erogate alle donne si presentano in linea generale più bassi dei corrispondenti valori maschili.

Le prestazioni assistenziali

Le prestazioni di natura assistenziale erogate dall’Inps (principalmente pensioni e assegni sociali e provvidenze economiche di invalidità civile) essendo prive di una base contributiva sono integralmente a carico dallo Stato e rappresentano, come già detto, circa il 17,8% del totale degli assegni Inps in pagamento (il restante 82,2% è costituito da pensioni previdenziali connesse al versamento di contributi).

I trattamenti di natura assistenziale in essere al 31 dicembre 2014 sono un totale di 3.731.626 (+1,6% rispetto al 2013 - 3.674.367), per un valore medio mensile di 418, destinati in maggioranza alle donne (61,4%). Nell’ambito delle prestazioni assistenziali, il 22,7% è costituito da pensioni e assegni sociali, erogati a favore di cittadini italiani residenti, ultra 65enni e sprovvisti di redditi minimi.

I trattamenti al 31 dicembre 2014 sono in totale 845.824 (+1,2% sul 2013) con un importo medio mensile di 419 euro. Quasi il 47% delle erogazioni si concentra nelle regioni meridionali.

Al 31 dicembre 2014 le prestazioni agli invalidi civili sono in tutto 2.885.802 (per circa il 73% costituite da indennità); l’importo medio mensile è di 418 euro.

I flussi finanziari

Il flusso finanziario complessivo annuo nel 2014 è risultato pari a 881 miliardi di euro (somma tra entrate pari a 436,6 miliardi e uscite pari a 444,4 miliardi), valore che supera la metà del Pil Italiano. La gestione finanziaria di competenza evidenzia un saldo negativo di 7,87 miliardi di euro. La situazione patrimoniale dell’Inps a fine esercizio 2014 rileva un miglioramento del patrimonio netto di circa 9 miliardi di euro che beneficia degli effetti della Legge n. 147/2013, con cui è stato disposto il ripianamento dei debiti verso lo Stato dell’ex Inpdap per 21.698 milioni, al netto del risultato economico negativo dell’esercizio pari a 12.774 milioni.

Per effetto del disavanzo finanziario sopra indicato, l’avanzo di amministrazione del 2014 passa da 43,9 miliardi a 36 miliardi.

Nel triennio 2012-2014 l’Inps ha effettuato riduzioni e contenimenti di spesa, con relativi riversamenti al bilancio dello Stato, per un totale di 1.398,9 milioni di euro. In particolare, solo per effetto delle più recenti disposizioni legislative (Legge n. 183/2011, n. 214/2011, n. 92/2012, n. 135/2012, n. 228/2012 e n. 89/2014), nell’esercizio 2014 gli stanziamenti di bilancio per le spese di funzionamento, hanno subito riduzioni per un ammontare pari a 545,9 milioni di euro. Sommando ai 545,9 milioni di euro ulteriori 75,6 milioni di risparmi previsti da disposizioni legislative previgenti al 2011 ma incidenti sul 2014, il risparmio dell’Inps, a titolo di economie sulle spese dell’Istituto, raggiunge i 621,5 milioni di euro per il solo 2014. (aise 8) 

 

 

 

 

 

Scuola, la riforma arriva in porto. Ma adesso Renzi cambia l'agenda

 

La riforma della scuola targata Renzi-Giannini è legge, tra gli schiamazzi delle opposizioni che sono arrivate ad inalberare cartelli con scritto "giù le mani dai bambini" e professoresse indignate per il fatto che ai presidi definiti "sceriffi" verrà dato il potere di giudicare il lavoro dei docenti in servizio nei propri istituti. Ma soprattutto la riforma che in linguaggio renziano si chiama #labuonascuola è stata approvata con pochi voti, solo 277 a favore, con molte assenze e una vistosa - come al solito - spaccatura nel Pd. Cinque deputati del Pd hanno votato contro, una ventina non hanno votato, tra cui Bersani, Cuperlo e Speranza. Anche Bindi ma risultava in missione. D'Attorre ha annunciato che nelle prossime settimane deciderà se seguire Fassina e Civati o continuare nel Pd. Insomma Renzi continua a portare a casa le riforme che aveva in programma, ma allargando sempre di più il fossato che divide la sua maggioranza dalla sinistra di provenienza Ds. Ma sulla riforma del Senato il presidente del consiglio ha dovuto frenare per non andare incontro a una frattura insanabile. Così, invece di chiuderla prima della pausa estiva come avrebbe voluto, Renzi è costretto a rinviare la riforma del Senato a settembre. A favore della riforma della scuola hanno votato anche quattro parlamentari di Forza Italia verdiniani. Il patto del Nazareno non resuscita, ma sono voti in grado di aumentare che potranno risultare utilissimi al premier quando si voteranno altri provvedimenti sgraditi dalla minoranza Pd, cioè praticamente tutti quelli che ha in programma Renzi. Berlusconi - all'opposizione - è sempre più assente dalla scena politica, è sempre più presente su quella giudiziaria. La condanna a tre anni del Tribunale di Napoli per la compravendita del senatore De Gregorio che nel 2008 provoco la caduta di Prodi è la certificazione dell'inquinamento della vita democratica di questo paese. Il processo con ogni probabilità andrà in prescrizione a novembre, ma la condanna in primo grado è una macchia gravissima per l'ex presidente del consiglio. Che domani sarà a Bari per testimoniare al processo sulle escort. Mentre sullo sfondo lo aspetta il processo con l'accusa di corruzione delle Olgettine che sarebbero state pagate per anni per non testimoniare sulle "cene eleganti". GIANLUCA LUZI   LR 9

 

 

 

 

 

 

Stati Generali Associazionismo Estero. Il dibattito su lavoro, integrazione, diritti, partecipazione, rappresentanza, mobilità e nuovi flussi

 

Gli interventi di Franco Narducci (Unaie), del sociologo Massimo Campedelli , di Gianni Rosas (ILO), Sebastiano Ceschi (Cespi), Gianni Bottalico (Fai –Acli), Enzo Costa (Forum del terzo settore), Gian Carlo Perego (Migrantes),  Luca Jahier (CESE) e Rino Giuliani (Istituto Fernando Santi)

 

ROMA – Nel corso degli Stati Generali dell’Associazionismo degli Italiani nel Mondo, svoltisi a Roma, ha avuto luogo  un dibattito, coordinato da Franco Narducci (Unaie), sul tema “Lavoro e integrazione, diritti, partecipazione e rappresentanza, mobilità e nuovi flussi”.

Nel suo intervento introduttivo Narducci ha segnalato come negli ultimi anni in Svizzera, a causa della crisi nei paesi confinanti, siano aumentati i lavoratori frontalieri fra cui si contano quasi 67.000 italiani. Un fenomeno a cui si affianca una ripresa complessiva del fenomeno migratorio dall’Italia, che orami non riguarda solo i ricercatori e i professionisti ma semplici lavoratori e intere famiglie italiane. Un contesto difficile che alcuni Comites stanno cercando di affrontare attraverso l’istituzione di servizi di consulenza gratuita.

Di fronte a questi cambiamenti, che di fatto ripropongono problematiche migratorie che parevano superate, secondo Narducci la vecchia emigrazione deve mettere al servizio dei giovani che si recano all’estero la propria esperienza,

“Insomma – ha spiegato Narducci – dobbiamo confrontarci con cambiamenti che fino a pochi anni fa non erano pensabili, per questo occorre che tutte le forze vive del’associazionismo rilancino il senso dell’impegno del volontariato e dello stare assieme per costruire e affrontare i problemi  e credo che questa sia un po’ la bandiera di questo Forum che sta per nascere… Da questa assemblea – ha aggiunto - deve ripartire il protagonismo dell’associazionismo di ieri e di oggi”.

Dal canto suo il sociologo Massimo Campedelli  ha sottolineato la necessità, anche a fronte delle esigenze della nuova emigrazione, di cambiare in questa fase di transizione il paradigma delle associazioni affinché l’esperienza dell’associazionismo e del suo andare in giro per il mondo diventi un patrimonio del paese nel suo insieme. Per Campedelli la creazione del Forum delle associazioni italiane nel mondo potrebbe sia prestare attenzione all’espansione dei diritti del lavoro, sia rappresentare uno strumento di monitoraggio dell’attuale disallineamento fra diritti di cittadinanza e diritti umani. Per quanto riguarda la rappresentanza Cambelli ha poi evidenziato l’esigenza di compiere uno sforzo culturale che consenta la Forum di dare voce, facendo capire quanto è cambiato il mondo, all’emigrazione storica, alla nuova emigrazione e ai discendenti nati all’estero.

Ha poi preso la parola Gianni Rosas, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che ha parlato dell’importanza di assicurare anche a chi emigra in altri paesi i diritti al lavoro e alla cittadinanza. Rosas ha anche segnalato come a tutt’oggi nel mondo il problema  non sia solo la disoccupazione,  ma anche quello dei tanti lavoratori che pur avendo un’occupazione guadagnano meno di due dollari al giorno e quindi vivono in povertà (139 milioni). Dopo aver ricordato che le associazioni italiane nel mondo hanno svolto un ruolo chiave per l’accesso alle informazioni di tutela dei migranti, Rosas ha evidenziato la necessità  di politiche per l’integrazione e l’impiego che permettano ai migranti di accedere  a occupazioni dignitose e di eque misure di gestione delle migrazioni regolari. “Una piattaforma che unisca il mondo dell’associazionismo degli italiani all’estero – ha concluso Rosas riferendosi al Forum - sarà strumentale al miglioramento delle condizioni dei nostri cittadini che lavorano all’estero”.

A seguire è intervenuto Sebastiano Ceschi del Cespi che ha parlato del fenomeno della presenza in diverse nazioni di migranti che oggi hanno legami in più luoghi grazie alla facilità negli spostamenti e di come molte comunità immigrate, nonostante il desidero di integrarsi,  mantengano una propria identità e un canale privilegiato con la società d’origine .

Ceschi ha poi segnalato la possibilità di creare delle sinergie fra l’associazionismo immigrato e quello degli italiani all’estero ad esempio nel campo dei ricongiungimenti familiari per immigrati che vengono in Italia dall’America Latina o nell’ambito del reinserimento dei nostri emigranti che tornano in Italia.  

Ha poi preso la parola il presidente del Comitato del Senato per le questioni degli italiani all’estero Claudio Micheloni che ha subito affrontato la questione della scarsa affluenza alle elezioni dei Comites. “Con una partecipazione tra il 3 e il 4%  degli aventi diritto mi sembra il momento ideale per aprire questa riflessione. Non si possono affrontare questi dati con solo delle spiegazioni tecniche, io credo che la questione sia più complicata e vi sia il problema della nostra rappresentanza. Il risultato elettorale – ha aggiunto il senatore del Pd - non è una sorpresa, nel Comitato noi abbiamo detto e scritto delibere su questo punto dichiarando che era un disastro annunciato, abbiamo anche tentato di chiedere la revoca del decreto di convocazione delle elezioni e per chi non lo sapesse a titolo personale ho aperto una procedura con la magistratura per ottenere l’annullamento di quel decreto che andrà in Consiglio di Stato”. Secondo Micheloni non  si tratta però solo di un problema organizzativo, ma di disaffezione dei nostri connazionali verso i Comites, strutture che invece per il senatore sono utili, in primo luogo per l’aiuto sul territorio che danno agli eletti della circoscrizione Estero. Quindi per Micheloni i Comites vanno difesi facendo però capire alle collettività all’estero che questi organismi di rappresentanza possono svolgere anche un’attività diversa e migliore da quella odierna.  

Micheloni ha anche sottolineato la necessità che le associazioni trovino il modo di dare risposte concrete alle esigenze della nuova emigrazione, lanciando iniziative interessanti per i giovani e lasciando in mano ai nuovi arrivati le strutture associative. Un cambio generazionale da portare avanti però evitando la strumentalizzazione delle associazioni da parte di chi coloro interessati per motivi di potere ad accedere al Cgie o ai Comites. Dopo aver richiesto regole precise per il nuovo Forum delle associazioni che permettano di accertare nella trasparenza la veridicità delle sigle aderenti all’iniziativa, Micheloni ha ricordato come nel 2011 il Cgie e i deputati del Pd bloccarono una riforma dei Comites già approvata al Senato che non era perfetta ma rappresentava un passo in avanti per la rappresentanza degli italiani all’estero. Per quanto poi riguarda la possibilità di coinvolgere i  patronati nell’erogazione dei servizi consolari per rispondere alla riduzione delle sedi della nostra rete diplomatica, il senatore del Pd ha ricordato che una legge in tal senso già esiste e vada solo applicata.   “Il Comitato da me presieduto – ha precisato Micheloni - sta svolgendo un’indagine conoscitiva sui patronati. Riteniamo che i patronati siano necessari e indispensabili per noi all’estero , ma sappiamo bene che nella politica molti pensano di chiuderli in Italia e nel mondo. Ma siccome noi crediamo che questi servizi siano importanti allora i patronati la smettano di fare altre cose, perché il loro lavoro è solo quello del servizio.. Non più quindi possibili fughe in avanti o il far finta che non vi siano problemi”.

Dal canto suo Gianni Bottalico , presidente Fai –Acli, ha sottolineato l’impegno delle Acli nella lotta alla povertà. Un tema che, per Bottalico, rappresenta un tema centrale non solo in Italia ma anche in Europa e nel mondo. Bottalico, dopo aver lanciato un appello ai parlamentari affinché il Trattato transatlantico tra Stati Uniti ed Unione Europea venga modificato evitando così il rischio di cancellazione di importanti  tutele dei lavoratori e dei cittadini, ha ricordato come i patronati non possano essere relegati in una semplice lettura di servizio, ma abbiano anche un valore altamente politico rappresentato da un elemento di terzietà e di tutela dei diritti. “Noi insieme ai sindacati – ha spiegato Bottalico - stiamo facendo una battaglia affinché i patronati vengano riformati e non siano cancellati. Questa battaglia va portata avanti non solo per i servizi erogati, ma perché i patronati rappresentano oggi un punto di riferimento per chi ha bisogno, soprattutto in questo momento in cui assistiamo ad una forte riduzione dei consolati”. Bottalico ha poi segnalato l’esigenza di compiere un salto di qualità nella costruzione del Forum per evitare il rischio “di costruire una cosa un po’ vecchia”.

Enzo Costa, rappresentante del Forum del terzo settore, si è invece soffermato sui rischi connessi ad un mondo che ha dimenticato la cultura del noi e sta diventando sempre più indifferente ed individualista. Per Costa in un contesto, dove anche chi ha un lavoro è spesso povero, il mondo dell’associazionismo è importante perché ha in se il valore della socializzazione e dello stare insieme. Costa ha inoltre segnalato l’esigenza sia di ricostruire una società a dimensione delle persone, sia di realizzare un forum associativo articolato sul territorio, rispettoso delle persone e autonomo dalla politica.

Secondo il direttore generale della Migrantes Gian Carlo Perego è invece importante “non perdere di vista l’esperienza che i giovani stanno facendo in emigrazione che rappresenta un valore aggiunto in questa stagione migratoria dell’oggi”. Per quanto riguarda la rappresentanza  Perego ha inoltre spiegato come a tutt’oggi la rappresentatività sia debole anche nel mondo dell’associazionismo e non solo nel mondo della politica. Dopo aver richiamato la necessità di superare nella dimensione europea e globale alcuni concetti di cittadinanza  segnati da una sorta di nazionalismo, Perego ha evidenziato come oggi, mentre crescono le migrazioni di tipo economico, la mobilità  metta a rischio diritti fondamentali dei lavoratori che andranno tutelati. Perego ha poi ricordato come l’integrazione dei migranti si realizzi in un processo di partecipazione e non di separazione dal territorio di arrivo ed ha segnalato il recente invio di giovani sacerdoti all’estero anche nell’ottica di un rinnovamento delle nostre comunità.

Per mons. Perego dal nuovo Forum dell’associazionismo dovrebbero poi uscire alcuni no e altrettanti sì.  “Il primo no – precisa il direttore generale della Migrantes – riguarda  una sorta di strabismo che oggi rischiamo di avere nella lettura dei fenomeni migratori. Leggiamo con un occhio l’emigrazione, dove affermiamo la tutela dei diritti, mentre dall’altro nel nostro paese assistiamo ad un grave sfruttamento lavorativo degli immigrati… Un secondo no – prosegue Perego - è quello contro il ritorno dei nazionalismi, con una grave penalizzazione dell’emigrazione italiana che significa la non tutela dei nostri giovani che vanno all’estero. Vi è poi il no ad una integrazione schiacciata sulla assimilazione, perché oggi è importante creare insieme una nuova forma di meticciato, per non perdere la ricchezza culturale e per creare legami diversi e forme nuove di scambi. Un primo sì – continua  Perego – è quello ad una Europa fondata sulla capacità dell’emigrazione di essere l’elemento che punta a tenere insieme questa casa comune fino ad oggi tenuta insieme dai mercati e dalla moneta unica… Un secondo sì è quello ad una rappresentanza che sia carica delle esigenze del territorio, che sia rappresentativa ed interpreti le necessità di tutti, anche dei bambini, dei ragazzi, degli anziani e dei giovani.. Infine- conclude Perego -  un sì ad una cittadinanza che si allarghi e sia capace di estendere il principio di uguaglianza, libertà e di fraternità”.

Luca Jahier, del Comitato economico dello sviluppo europeo (CESE), ha spiegato come l’attuale crisi dell’Ue rischi di  mettere in discussione questo importante progetto di pace progresso e integrazione. Un’Europa, quella attuale, che è messa in difficoltà dalla gestione dei flussi migratori e che sta cominciando a rimettere in discussione anche uno dei punti cardini dell’Unione come la libera circolazione dei lavoratori nell’Ue.  

Dopo la puntualizzazione di Franco Narducci che ha ricordato la costante presenza all’incontro di funzionari del Maeci,  Rino Giuliani, vice presidente dell’Istituto Fernando Santi , ha spiegato come l’associazionismo italiano nel mondo sia

pronto a rinnovarsi e a mettersi in discussione, tenendo conto del difficile momento di regressione di importanti valori promossi dalle stesse associazioni. Dopo aver ricordato che emigrazione e immigrazione rappresentano i medesimi volti della stessa medaglia , Giuliani ha sottolineato la necessità che il Forum porti avanti i principi della giustizia sociale in un contesto di piena autonomia e pluralismo  “non in contrapposizione – precisa  - al mondo della politica, ma semplicemente attraverso la registrazione dei propri spazi”. “La nostra iniziativa del Forum – prosegue Giuliani che ricorda come la rappresentanza piramidale di Comites, Cgie e parlamentari della circoscrizione Estero non abbia di fatto funzionato - non è nostalgica. Noi siamo partiti da una critica dei limiti di un mondo che cambiava, dell’esigenza di raccordarci alla comunicazione nuova, cercando di capire quale ruolo potessero svolgere le associazioni dentro una relazione di aiuto, che va dal mutualismo al solidarismo,  elementi che fanno parete della storia della nostra emigrazione, aggiornati alla dimensione dei nostri tempi”. Giuliani ha anche evidenziato la necessità di rivalorizzare il ruolo dei patronati con l’attribuzione di maggiori competenze.

Da segnalare infine l’intervento di Cocuzza, rappresentante di un’associazione Franco italiana per la salvaguardia e la promozione degli interessi degli italiani residenti all’estero, che ha posto in evidenza come le pesanti imposte locali sulla casa e su altri servizi rappresentino un’anomalia italiana e finiscano per allontanare dall’Italia tanti connazionali nel che posseggono un’abitazione nella terrà d’origine. (Inform 6)

 

 

 

 

 

Infanzia, al Senato gli stati generali delle adozioni internazionali

 

"Nell'ambito delle adozioni internazionali deve cambiare la cultura di gestione e l'approccio al problema". Così il Sen. Aldo Di Biagio (Ap) aprendo la conferenza "Adozioni internazionali: quale riforma?" svoltasi oggi al Senato.  La questione delle adozioni  "deve entrare a far parte del Welfare stesso.  E il governo se ne deve fare carico". Ha sottolineato Di Biagio, che al termine dell'incontro ha  annunciato assieme ad altri parlamentari l’iniziativa di un prossimo tavolo tecnico per addetti ai lavori. Per la Sen. Rosetta Enzo Blundo (M5s) l'eccesso di burocrazia "è la causa principale del calo delle adozioni e dello scoraggiamento delle famiglie" che si trovano sempre più spesso "imbrigliate in percorsi tortuosi e spesso inconcludenti". La senatrice pentastellata ha poi evidenziato come l'attuale doppio incarico " della presidente della Cai, rappresenti un conflitto che si traduce in un accentramento”.  Carlo Giovanardi (Ap) si espresso in termini di totale illegalità "dell'attuale gestione delle adozioni internazionali" , in cui risalta una certa mercificazione delle adozioni. Occorre infine - ha sottolineato- recuperare il rapporto tra istituzioni, famiglie  e territorio , ma sempre "nel pieno rispetto delle normative vigenti".  Il Sen. Maurizio Romani ha posto l'accento sulla necessità di "ascoltare molto di più le famiglie  e le associazioni, in un approccio gestionale trasparente, coordinato da linee guida rigorose e puntuali".  Per il Sen Collina (Pd): "non si deve cercare il bambino adatto alla famiglia ma la famiglia adatta a quel bambino. Senza discriminazioni né mercificazioni”. Secondo Marco Griffini,  presidente dell'Aibi, appare prioritario "colmare le distanze tra le famiglie e tutto il sistema delle adozioni". La famiglia adottiva, – ha evidenziato – “è una risorsa preziosa per l’intera società”. Per Anna Guerrieri , presidente di Genitori si diventa, “occorre un sistema e un modello unico di riferiemneto per tutta la gestione delle adozioni internazionali e le famiglie”. La Dr.ssa Melita Cavallo, presidente del Tribunale dei minori di Roma, ha segnalato l’importante dato sull’aumento “dei bambini considerati “special needs” spesso a insaputa delle stesse coppie”. Da questo e dalle procedure troppo farraginose nasce – ha spiegato - la “chiusura dei genitori verso l’esterno con relativa  sfiducia verso gli enti che rappresentano l’Italia”. In uno scenario in cui il nostro Paese riscuote sempre credibilità agli occhi degli Stati di residenza dei bambini da adottare” – ha concluso Cavallo.  Annamaria Colella, direttore Arai ha invece denunciato le “condizioni disumane in cui versano molti dei bambini in attesa di adozione”, sottolineando come le maggiori carenze da colmare siano quelle della fase post-adottiva dove “i genitori si sentono completamente abbandonati e non tutelati”. Monya Ferritti, presidente di Care, la “Cai da due anni non fornisce più alcun dato sullo stato delle adozioni”, spostando poi l’accento sulla frequente mancanza corrispondenza tra i dati forniti sui bambini e le reali condizioni di questi.  Pietro Ardizzi, portavoce di Oltreladozione, ha ravvisato soprattutto “nella gestione degli ultimi tre governi il fallimento del sistema adottivo italiano”, dove io pesanti tagli hanno “penalizzato fortemente le risorse indispensabili a tutti i soggetti delle adozioni”. Gianfranco Arnoletti, presidente del Cifa, ha infine sottolineato l’urgenza di “ un confronto fattivo e continuativo tra enti , istituzioni e famiglie”. L’incontro, che ha visto una numerosa partecipazione di enti, associazioni, genitori adottivi e rappresentanti del mondo delle adozioni, ha aperto un dibattito costruttivo che vuole essere solo uno step di un vivo percorso fattivo e continuativo verso il miglioramento del sistema adottivo italiano. Dip 8

 

 

 

 

 

La Buona Scuola aiuterà i ragazzi? Analisi di una riforma controversa

 

Quando, a settembre dell’anno scorso, il presidente del Consiglio Matteo Renzi lanciò il suo progetto di riforma del sistema di istruzione con una consultazione aperta a tutti, la Buona Scuola sapeva davvero di buono. Come non rallegrarsi tutti, a partire dalle famiglie, che dopo anni di tagli pesantissimi (dal 2007 al 2012 nessun settore della Pubblica amministrazione ha dato tanto quanto la scuola: fuori un insegnante su dieci, un’emorragia da oltre 75 mila prof), finalmente un governo invertisse la rotta tornando a scommettere sul capitale umano? Come non festeggiare l’immissione in ruolo di 100 mila supplenti altrimenti condannati alla lotteria delle assegnazioni a scuole ogni anno diverse, con una pesante ricaduta sugli apprendimenti dei nostri ragazzi? Eppure ieri erano davvero in pochi a festeggiare in Aula e soprattutto fuori. Contrarie le opposizioni, assenti 24 deputati pd (ma quella è una partita politica che poco ha a che fare con la scuola), sulle barricate sindacati, docenti e studenti che già promettono un autunno caldissimo di ricorsi in tribunale, scioperi e occupazioni.

Che cosa è successo da settembre a oggi se anche Renzi è stato costretto a fare autocritica e a riconoscere che ci dev’essere stato un difetto di comunicazione? Principalmente due cose: in primo luogo il governo non si è reso conto che per sanare un’ingiustizia ne creava un’altra. Stabilizzare tutti e solo i precari storici (che da anni giacevano nei gironi infernali delle graduatorie provinciali tanto da avere nel frattempo rinunciato a insegnare), significava tagliare fuori altre decine di migliaia di supplenti delle graduatorie di istituto che invece, giorno dopo giorno, danno un contributo fondamentale al funzionamento delle nostre scuole.

Poi, e qui forse ha prevalso davvero un difetto di comunicazione, c’è stata l’invenzione della figura del preside-manager o preside-sindaco, subito ribattezzato da sindacati e insegnanti preside-sceriffo (addirittura preside-faraone per i più immaginifici). A lui, in una prima versione del Ddl poi corretta in seguito alle proteste, era attribuito potere di vita o di morte sui prof: lui li assumeva, lui li licenziava, lui li premiava a proprio insindacabile giudizio. Poi si è corsi ai ripari spiegando che no, non avrebbe deciso tutto da solo: che tutte queste decisioni sarebbero state prese d’accordo con gli organi collegiali della scuola, insegnanti, genitori e perfino studenti. E qui di nuovo i professori sono insorti: ma siamo matti? farci giudicare dagli studenti? Non bastano già i continui falli di reazione dei genitori, sempre pronti a intervenire in difesa dei figli? Il fatto è che ormai si era rotto il meccanismo di fiducia fra le parti necessario per portare avanti quel processo di valutazione di cui pure la scuola italiana avrebbe tanto bisogno. Lo sciopero unitario dello scorso 5 maggio che ha portato in piazza quasi 700 mila docenti, è un capolavoro al contrario del governo, che è riuscito a ricompattare tutte le sigle facendo saltare la linea di demarcazione fino a quel momento nettissima fra responsabili e contrari a tutti i costi. Non a caso il movimento di opposizione alla Buona Scuola ha tracimato in un boicottaggio senza precedenti delle prove Invalsi che, dopo anni di false partenze e barricate, faticosamente stavano diventando una consuetudine tutto sommato accettata nelle nostre scuole.

Ma la cosa più grave è che nel braccio di ferro fra governo da un parte e sindacati, professori e studenti dall’altra, ci si è completamente dimenticati della sola cosa che davvero importasse: i ragazzi e i loro bisogni. Anche le ultime rilevazioni Invalsi confermano impietosamente il quadro di un Paese profondamente diviso: con i ragazzi settentrionali che rivaleggiano con i campioni del Nord Europa e quelli del Sud condannati a competere con i coetanei kazakhi. E mentre la Buona Scuola promette di potenziare, anche con buone intenzioni e buone ragioni, Arte, Musica e Discipline Motorie (per non parlare delle lingue e del digitale), i nostri figli continuano ad arrancare in Matematica e in Italiano. E i sette insegnanti in più che il ddl promette a ogni scuola rischiano di non essere quelli giusti per recuperare il gap dal momento che, solo per fare un esempio, i prof di matematica alle medie (ovvero proprio in quel segmento nel quale inizia ad allargarsi la forbice fra Nord e Sud per poi consolidarsi inesorabilmente alle superiori) scarseggiano nelle graduatorie provinciali. O più precisamente: abbondano al Sud (record a Napoli, con 241 docenti iscritti - dati 2014 - segue Catania con 190 e Palermo con 165) e sono quasi esaurite al Nord (1 iscritto a Asti, Cremona e Mantova, 19 a Torino, 31 a Milano).

E così a settembre si preannuncia il caos: decine di migliaia di docenti accetteranno naturalmente il ruolo anche fuori dalla propria provincia perché al posto fisso non si può dire di no. Ma, trattandosi nella maggioranza dei casi di donne di mezza età, è naturale che, passato il primo anno di prova con i suoi 180 giorni di presenze obbligatorie, cercheranno di trovare il modo per tornare a casa. E nel frattempo si moltiplicheranno i certificati di malattia. E mentre a una metà degli assunti verrà assegnata una cattedra (fra posti vacanti e disponibili e turnover si parla di circa 45 mila prof), tutti gli altri (circa 55 mila) entreranno a far parte di quell’organico dell’autonomia che, nelle intenzioni, è destinato al compito sacrosanto di potenziare l’offerta formativa, ma in questa prima fase rischia di servire soprattutto a tappare i buchi. Maestre delle elementari verranno mandate a fare supplenze alle medie e viceversa. Con un danno materiale evidente per bambini e ragazzi (nel primo caso rischiano di mancare le competenze didattiche e nel secondo quelle pedagogiche). E un danno morale per i malcapitati prof che si troveranno ancor più delegittimati del solito davanti alla classe. Per non parlare dei poveri presidi che in molti casi già si trovano a gestire tre o quattro scuole diverse più quelle in reggenza e sulle cui spalle verrà rovesciato il rebus di far coincidere i bisogni della scuola con il capitale umano messo a disposizione da questa tornata di assunzioni.

Ma poiché ormai la Buona Scuola è legge, conviene pensare positivo. E riconoscere che, pur con tutte le sue imperfezioni, il Ddl renziano rappresenta un investimento sul futuro senza precedenti (1 miliardo nel 2015, tre a regime). E rimboccarsi le maniche per farlo funzionare in modo che, a regime, anche se ci vorranno anni, esso serva davvero a dare gambe a quell’autonomia scolastica che è legge ormai da più di quindici anni, ma è rimasta lettera morta anche per la cronica mancanza di mezzi (fin troppo facile ricordare, come ha fatto oggi l’onorevole pd Simona Malpezzi di fronte alle proteste dell’opposizione, che almeno con i soldi in più messi dal governo i genitori non dovranno più portare la carta igienica a scuola). Si tratta, insomma, di scommettere sulle ambizioni più alte di questo Ddl che vorrebbe ripensare la scuola non più solo come centro di erogazione di lezioni frontali ma come luogo di confronto e miglioramento continuo dove il preside, forte della sua squadra di docenti, scommette per esempio sul potenziamento dello spagnolo (che è ormai diventato la seconda lingua più parlata del mondo), destina alcuni prof al recupero degli studenti in difficoltà e altri all’orientamento scolastico facendo da ponte fra scuola e lavoro e scuola e università. Al governo a questo punto l’onere, nella fase di scrittura del testo unico e delle deleghe, di migliorare il disegno di legge per farlo davvero camminare, se non volare. Come ha detto saggiamente l’ex ministro Luigi Berlinguer, padre della legge sull’autonomia: «Facile tirar fuori l’olio dall’ulivo. Questa è piuttosto una legge olivastro, ci vuole la testa dura. Mettiamo alla prova questo testo. Diamo l’opportunità di verificarlo alle associazioni e ai docenti. Se in itinere emergessero nodi o l’intero impianto che non va, si può sempre modificare».  CdS 10

 

 

 

 

 

 

Erasmus+: sempre più student italiani in partenza per l’estero

 

ROMA - Fino a oggi, mercoledì 8 luglio, Roma ospita i principali rappresentanti delle università italiane per l’incontro annuale Erasmus+ organizzato dall’Agenzia nazionale Erasmus+ INDIRE e rivolto all’istruzione superiore.

La due giorni romana è dedicata alle principali novità introdotte dal Programma Erasmus+: si fa il punto sulla mobilità per studio e tirocinio in Europa e nel resto mondo e si parla degli strumenti per gestire al meglio la mobilità internazionale: la nuova Guida ECTS e l’ECHE, Erasmus Charter for Higher Education, condizione necessaria per partecipare al programma e necessaria per il monitoraggio da parte dell’Agenzia Nazionale, che deve valutare l’applicazione dei principi da parte degli istituti.

Il primo semestre 2015 è stato segnato da un grandissimo interesse degli atenei italiani per l’Erasmus oltre i confini europei; la nuova misura che consentirà a studenti e docenti universitari europei di realizzare un periodo di studio o docenza nei cinque Continenti e allo stesso tempo le università in Europa apriranno le porte alla mobilità e alla cooperazione con Paesi dal resto mondo. Le candidature hanno superato 4 volte il budget a disposizione dell’Agenzia nazionale Erasmus+ Indire, che per il prossimo anno è di oltre 11 milioni e 650 mila euro.

L’area del mondo che ha suscitato maggiore interesse da parte degli atenei italiani è stata l’America Latina (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Uruguay, Venezuela).

Arriveranno principalmente dai Paesi del Mediterraneo meridionale (Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria, Tunisia) studenti e docenti che realizzeranno periodi di studio o docenza negli atenei italiani o tirocini in imprese italiane.

In crescita i tirocini (+20% rispetto all’anno scorso): saranno oltre 5mila gli studenti Erasmus+ che nel 2015/16 partiranno per placement in imprese europee. L’incremento è dovuto all’ingresso degli ITS Istituti Tecnici Superiori fra le organizzazioni che possono partecipare alle attività Erasmus+ nell’ambito Università.

Nel complesso saranno 233 gli istituti di istruzione superiore italiani coinvolti e l’impegno finanziario dell’Agenzia Nazionale Erasmus+ INDIRE per sostenere periodi di studio, insegnamento e tirocinio di studenti e docenti universitari supererà i 53 milioni di euro. erasmusplus.it

L’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa ha 90 anni di storia ed è il più antico istituto di ricerca del Ministero dell’Istruzione. L’Ente è il punto di riferimento per la ricerca educativa. È impegnato nella promozione dei processi di innovazione nella scuola: sviluppando nuovi modelli didattici, sperimentando l’utilizzo delle nuove tecnologie nei percorsi formativi, ridefinendo il rapporto tra spazi e tempi dell’apprendimento e dell’insegnamento. Inoltre, INDIRE è l'Agenzia italiana del programma Erasmus+ per gli ambiti Scuola, Università ed Educazione degli adulti. (aise 8) 

 

 

 

 

Renzi alle prese con le spaccature nel Pd

 

185 mila nuove assunzioni a maggio e una produzione industriale record dal 2011 mettono di buon umore il premier Renzi e costituiscono un ulteriore segnale che la politica del governo sembra funzionare. La ripresa è ancora debole - come ammette lo stesso presidente del consiglio - ma c'è e si vede. Il jobs act comincia a produrre i suoi effetti e con l'assunzione dei centomila precari, da settembre anche la scuola darà una mano all'aumento dell'occupazione stabile. Sono tutte buone notizie, a cui da domenica potrebbe aggiungersi quella della soluzione del default greco, importante per l'Italia perché ci toglierebbe dalla scomoda posizione di anello debole dell'euro zona e di conseguenza esposti alla speculazione finanziaria.

Ma alle buone notizie che derivano dall'azione di governo, Renzi non può aggiungere le buone notizie sul fronte politico. Anzi, le numerose defezioni di deputati del suo partito nella votazione sulla riforma della scuola, testimoniano che il Pd è sempre spaccato. Insanabilmente spaccato. E che la minoranza di sinistra di derivazione diessina è irriducibilmente contraria alla maggioranza renziana e al segretario-premier. Da qui al congresso del 2017 molte cose possono cambiare, alcuni potrebbero uscire dal partito come già hanno fatto Civati e Fassina (D'Attorre ha già detto che ci sta pensando), altri potrebbero decidere di stare magari in posizione critica ma collaborando con il segretario.

Per questo, però, c'è bisogno che Renzi riesca a dividere la sinistra e finora non c'è riuscito. È vero che Orlando e Martina, entrambi ministri, collaborano lealmente con Renzi. Ma l'ex capogruppo Speranza, considerato fino alle dimissioni il capofila dell'ala critica ma dialogante, ora è allineato. Con i duri e puri della pattuglia di Bersani. Insomma Renzi ha bisogno di ripristinare quanto prima il metodo che porto Mattarella al Quirinale, se vuole affrontare l'autunno con meno problemi di quanti ne ha avuti in primavera. Considerando che fra nemmeno un anno ci saranno le fondamentali elezioni nelle grandi città. A meno che Renzi non voglia approfittare degli smottamenti che stanno avvenendo a destra per favorire un "mini Nazareno". Quei quattro deputati di Verdini che hanno votato con la maggioranza sulla scuola potrebbero essere solo l'inizio di un fenomeno più vasto. E magari incoraggiato nell'ombra proprio da Berlusconi che ormai vede la scena a destra sempre più occupata dal capo leghista Salvini. GIANLUCA LUZI  LR 10

 

 

 

 

La bella gioventù svizzera

 

BERNA - In genere, l’espressione «la bella gioventù» fa pensare a un’epoca passata, che il tempo ha provveduto a ripulire dagli aspetti negativi, per esaltare la spensieratezza, la gioia di vivere, le prime amicizie di un’infanzia e una giovinezza vissute senza (grandi) problemi. Spesso, ma non sempre, questa espressione fa riferimento a una precisa classe sociale, la borghesia, che voleva e poteva assicurare alle nuove generazioni uno sviluppo felice e senza difficoltà almeno materiali. La bella gioventù aveva un (facile) accesso non solo ai divertimenti e all’esercizio di molti sport, ma anche alla formazione, alla cultura in generale e al mondo del lavoro.

Amarezza e sfiducia

Oggi la stessa espressione è utilizzata spesso con un filo di amarezza per esprimere il disagio e la sfiducia che nutrono moltissimi giovani in alcune società europee rispetto al loro futuro e al futuro dei loro Paesi. I protagonisti del film spagnolo di Jaime Rosales, Hermosa juventud, presentato l’anno scorso al festival di Cannes, sono tipici rappresentanti di una gioventù senza illusioni e sfiduciata: una giovane coppia di ventenni, innamorati e desiderosi di farsi strada, devono lottare per sopravvivere. Il Manifesto commentava: «La bella gioventù affonda nell’Europa precaria».

Il solo dato sulla disoccupazione giovanile (attorno al 40%) in alcuni Paesi europei, Italia compresa, dà l’idea dell’atteggiamento che possono avere i giovani oggi nei confronti del loro futuro lavorativo, reddituale e pensionistico, ma anche della politica e delle istituzioni in generale.

La Svizzera fa eccezione

In questo panorama che comprende parecchi Stati europei, la Svizzera sembra fare eccezione: i segnali positivi provenienti dal mondo giovanile prevalgono nettamente sugli aspetti negativi. I giovani residenti in Svizzera sono generalmente ottimisti e valutano positivamente le istituzioni. Forse perché vivono in un contesto economicamente più favorevole, essi si mostrano, contrariamente ai giovani di altri Paesi europei, molto positivi rispetto al proprio futuro professionale.

E’ quanto emerge da un’inchiesta condotta recentemente su scala nazionale tra i giovani diciassettenni. Pur osservando divergenze inevitabili in un Paese plurilingue e multiculturale, è impressionante la convergenza di opinioni su alcune questioni fondamentali e rispetto alle sfide politiche della Svizzera.

«Attaccati alla Svizzera a prescindere dalla loro nazionalità - si legge in un comunicato della Commissione federale per l’infanzia e la gioventù, che ha commissionato l’inchiesta - i giovani diciassettenni dimostrano di avere molta fiducia nelle istituzioni (scuola, Consiglio federale, polizia) e il 91 per cento è fiducioso di ottenere la formazione professionale scelta».

In Svizzera, inoltre, non si osserva alcuna rottura generazionale tra giovani e adulti: le opinioni dei giovani non divergono significativamente da quelle del resto della popolazione, salvo su qualche punto. Per esempio, se il mondo degli adulti ritiene la disoccupazione il maggior problema della Svizzera (pur avendo un tasso di disoccupati bassissimo), tra i diciassettenni solo i ticinesi la pensano allo stesso modo, mentre per un quinto dei giovani il maggior problema è l’immigrazione.

Fiducia nelle istituzioni

La fiducia nella capacità della scuola di offrire una formazione solida e un futuro professionale degno di questo nome non è solo un importante riconoscimento da parte dei diretti interessati della validità dell’istituzione scolastica svizzera, ma anche un forte segnale di ottimismo di una generazione di giovani che può guardare con fiducia al proprio futuro, ma anche al futuro di questo Paese confrontato con alcuni temi scottanti quali i rapporti con l’Unione europea (UE) e l’immigrazione.

Anche su questi ultimi temi la convergenza dei giovani che hanno partecipato all’inchiesta è impressionante: ben il 77 per cento dei diciassettenni è contro l’adesione all’UE, sebbene il 66 per cento consideri la libera circolazione delle persone un bene per la Svizzera. Quanto agli immigrati, circa il 60 per cento dei giovani interpellati ritiene che gli immigrati costituiscano una risorsa per l’economia e un arricchimento per la società.

Investire maggiormente nella formazione

Da un’altra inchiesta sui giovani quindicenni risulta ancora un aspetto positivo della gioventù svizzera: essa è complessivamente più serena di dieci anni fa e ha sempre meno a che fare con la giustizia. Il consumo di alcool, tabacco e cannabis si è più che dimezzato, i furti sono calati notevolmente, come pure le aggressioni e altri reati.

Sarebbe interessante, a questo punto, poter confrontare i dati svizzeri con quelli di altri Paesi, per esempio dell’Italia, ma sarebbe comunque ancor più confortante sapere che ovunque in Europa si comincia a investire maggiormente, anzi prioritariamente, sui giovani e sulla formazione. Giovanni Longu

 

 

 

 

 

Il jobs act non basta. Un’agenda per crescere davvero

 

La cosiddetta «austerità», quell’ordine teutonico che secondo i critici più accesi la Germania avrebbe imposto a tutta l’Europa, è fin qui andata incontro a due diverse obiezioni. La prima è quella di tipo greco (almeno fino all’attuale, apparente, rinsavimento di Tsipras) e si sostanzia nella rivendicazione del diritto di espandere ad libitum la spesa pubblica. È il senso, l’unico possibile, delle polemiche contro l’austerità dei vari ammiratori europei (italiani inclusi) dell’attuale governo greco. La seconda obiezione è quella di chi chiede più margini allo scopo di fare politiche pro sviluppo (che significa, prima di tutto, tagliare le tasse là dove sia vigente un regime di tasse alte). È sperabile che sia questo, e non altro, ciò che intende il primo ministro italiano quando, come ha ripetutamente fatto in queste settimane, dichiara la sua insoddisfazione per la politica di austerità.

In realtà, non ci sarebbe nemmeno bisogno di chiedere una revisione delle politiche europee per innestare la marcia dello sviluppo se si avesse la forza per ridurre significativamente la spesa pubblica, al fine di ricavarne le risorse necessarie per diminuire la pressione fiscale. Ma poiché quella forza il governo italiano non la possiede (abbiamo visto che fine ha fatto la spending review) non resta che cercare a Bruxelles l’allentamento dei vincoli che è necessario per tagliare le tasse. Renzi è in difficoltà. I segnali di ripresa economica ci sono ma sono ancora troppo timidi. Egli rischia, tra pochi mesi, di concludere il suo secondo anno come capo di governo senza che ci sia stato un serio rilancio economico. Il Jobs act è stato un ottimo provvedimento ma da solo non basta. Possiamo immaginare una specie di «triangolo delle Bermude»: i Paesi che si trovano al suo interno, che non riescono a uscirne, non hanno possibilità di sperimentare un forte sviluppo. Il primo lato del triangolo è costituito da un regime di tasse alte; il secondo lato, da una estesissima area di intermediazione pubblica; il terzo lato, infine, da una cultura anti-impresa che permea l’amministrazione e la giurisdizione. Se così è, agire soltanto sul primo lato del triangolo (abbassare le tasse), ancorché necessario, non è sufficiente per rimettere in moto lo sviluppo. Bisogna anche agire sugli altri due lati, e qui le resistenze, sia politiche che culturali, possono essere fortissime: così forti da far considerare, al confronto, le proteste sindacali per la riforma della scuola come una timida, composta, e solo accennata, manifestazione di dissenso.

Ridurre l’area dell’intermediazione pubblica, abnormemente cresciuta nell’ultimo trentennio, è difficilissimo (e difatti, fino ad ora, non si sono visti segnali significativi che vadano in quella direzione). Ridurre la «presa» dello Stato centrale, nonché dei poteri locali, sull’economia non è soltanto una questione di contrazione della spesa. Implica anche un cambiamento nei meccanismi di regolazione pubblica, significa mettere le mani su un sistema normativo soffocante i cui controlli sulle attività dei cittadini, non soltanto economiche in senso stretto, hanno portato zero vantaggi in termini di lotta alla devianza (ogni giorno nascono nuove inchieste giudiziarie, come e più di prima) ma anche costi economici, palesi e occulti, assai alti. Si noti che se non si agisce su questo versante, se non si riduce la presenza dello Stato nella vita economica e sociale, allora anche ogni eventuale contrazione del peso fiscale non potrà che essere temporanea: presto o tardi, le necessità di finanziamento di un vorace sistema pubblico, centrale e locale, torneranno a imporsi esigendo, di nuovo, più tasse.

Il terzo lato del triangolo riguarda la cultura anti-impresa prevalente nell’amministrazione e nella giurisdizione. Qui le cose sono ancora più difficili: una mentalità anti-impresa e, al fondo, anticapitalistica, si è incistata nel corso degli anni in gangli vitali degli apparati dello Stato ed è difficile contrastarla anche perché essa può contare sul sostegno di parti importanti dell’opinione pubblica. Prendendo lo spunto dal sequestro giudiziario degli impianti di Fincantieri a Monfalcone e ricordando il grande pasticcio dell’Ilva di Taranto, Dario Di Vico ( Corriere , 1° luglio) ha innescato un salutare dibattito, che fortunatamente continua, sui rapporti fra magistratura e impresa. Di Vico ricordava che nei casi di sequestro si manifesta sempre un «asse culturale» tra la magistratura e le anime più radicali del sindacalismo. Per fortuna, il dibattito ha mostrato che ci sono magistrati consapevoli dei danni colossali per l’economia nazionale che certe azioni delle procure (ma anche, possiamo aggiungere, certe sentenze dei Tar) possono comportare. E tuttavia non è facile rimediare.

Non è facile fare in modo che i rischi di impresa siano in Italia uguali a quelli che si corrono negli altri Paesi occidentali. Non è facile impedire che, dalla sera alla mattina, azioni di sequestro mandino a gambe all’aria imprese che, senza quell’intervento, continuerebbero a competere con successo nel mercato. Difficile far nascere imprese, e anche attrarre investitori, dove la burocrazia esercita le sue consuete, tradizionali, angherie e dove, soprattutto, la libertà di impresa non è affatto garantita, dove un improvviso provvedimento di sequestro (per via giudiziaria come per via amministrativa) può condurre facilmente al fallimento.

Siamo al centro del triangolo ed è per questo che non possiamo crescere più di tanto. Chiunque riuscisse a trascinarci fuori di lì meriterebbe eterna gratitudine. di Angelo Panebianco CdS 12

 

 

 

 

 

 

Associazionismo politico

 

Nel caos politico italiano, che si riflette, purtroppo, anche a livello UE, se dall’interno manca, palesemente, la volontà di cambiare, resta la realtà della nostra numerosa comunità d’oltre frontiera che, pur non avendo attivamente contribuito al marasma politico nazionale, ne ha sofferto, e ne soffre, le tangibili conseguenze.

 Dopo oltre mezzo secolo d’impegno pubblicistico al servizio dei Connazionali all’estero, ci slamo resi conti che solo dando corpo a una sorta d’associazionismo politico partecipativo si potrebbe tentare di ritrovare la “via” italiana in Europa e nel mondo. Premesso che anche la Democrazia è una cura che ha da essere presa a piccole dosi e concretamente assimilata, riteniamo che la nostra riflessione, in apertura, sia percorribile e compatibile con i seguiti che ci serberà questa Terza Repubblica nata nell’incertezza politica dei tempi.

 Quello che è da esaltare, per meglio farlo intendere, è la “partecipazione” di tutti gli italiani, ovunque residenti, al varo di un polo politico di partenza univoco che consenta di rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale, che limitano la presa di coscienza per una Democrazia che ha da essere difesa nel pieno rispetto della personalità umana e con la partecipazione di tutti all’organizzazione politica della Penisola.

 Quindi, siamo per un nuovo progetto che tenga ben conto che dietro il Paese c’è un Popolo con tutte le sue necessità e il diritto a introdurre una novella democrazia partecipativa. Nei modi e nei termini che potranno essere dibattuti in questa fase di “limbo” politico dove contano solo i “numeri” per garantire quella che s’identifica nella maggioranza di Governo. Non basta, a nostro avviso, delegare altri per la tutela dei nostri diritti. Ci vuole una più diretta e consapevole partecipazione.

 Con le finalità che saremo in grado d’evidenziare al momento di proporre il varo di un Associazionismo Socio/Politico Partecipativo. Cioè un movimento d’opinione che potrebbe, però, evolversi in un Partito impostato su quei parametri che abbiamo, in questo nostro primo intervento, sommariamente menzionato. Lasciamo ai Lettori lo spazio per un franco confronto. Questa volta, finalmente, per dimostrare d’”Essere”, più che “Sembrare”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Senato e scuola, due scogli per Renzi

 

Mentre il premier Matteo Renzi - a colpi di slide e slogan sui gufi - catechizza i suoi parlamentari sul modo di stare in TV, tra Camera e Senato si preparano trabocchetti per far saltare almeno i nervi al governo, se non proprio il governo stesso. Alla Camera si comincia domani a votare la riforma della scuola, mentre a Palazzo Madama è di scena la fase finale della riforma del Senato, l'architrave istituzionale che toglie di mezzo il bicameralismo perfetto. Ringalluzzite dal successo del No di Tsipras al referendum greco, le opposizioni menano fendenti all'impazzata contro la maggioranza renziana e a colpi di migliaia di emendamenti cercano di provocare la valanga. L'effetto è sicuramente quello di ritardare i tempi di approvazione delle riforme. E si sa quanto per Renzi la velocità sia fondamentale all'immagine che vuole dare della sua politica e della sua azione di governo. Risultato: il presidente del consiglio avrebbe voluto andare in vacanza con la riforma del Senato conclusa e invece dovrà aspettare, se va bene, settembre. Mentre la riforma della scuola - dopo le barricate a Palazzo Madama - vede i professori ancora sul piede di guerra, spalleggiati dalla pattuglia di parlamentari della sinistra (quelli usciti dal Pd ma anche alcuni rimasti dentro il Pd) che preparano le trappole con cui disseminare il cammino del governo. Sullo sfondo c'è la crisi dellEuropa alle prese con il dramma greco e con la prospettiva da non escludere di una uscita di Atene dall'Euro. A guidare la politica europea nell'emergenza ci sono Merkel e Hollande. Più rigida la prima, più possibilista il secondo. Renzi non appare più di tanto quasi volesse lasciare la scena alla Francia nel ruolo della "colomba". Del resto subito prima del referendum il premier italiano ha virato decisamente verso Berlino salvo riportarsi su posizioni più abituali dopo la vittoria del No. Del resto - in caso di uscita della Grecia e di conseguenti tempeste finanziarie - l'Italia rischia di diventare ancora una volta come in passato l'anello debole fra le grandi nazioni dell'Euro e quindi Renzi ha bisogno di tutto l'appoggio sia della Germania che della Francia. Ma questo lo espone ancora di più agli attacchi delle opposizioni sia esterne (Salvini e Grillo in testa) che interne al Pd che gli chiedono un maggiore sostegno al governo Tsipras. GIANLUCA LUZI  LR 7

 

 

 

 

Scuola, via libera alla riforma. Renzi: 100mila assunzioni, più merito e autonomia

 

"Centomila assunzioni, più merito, più autonomia. #labuonascuola è legge". Lo scrive il premier Matteo Renzi su Twitter a proposito dell'approvazione definitiva della 'Buona scuola', che da oggi è legge.

Dopo il disco verde del Senato, anche la Camera ha detto sì al ddl con 277 voti favorevoli, 173 contrari e 4 astenuti. Tra le novità, 100mila assunzioni e più autonomia, ecco la riforma in 12 punti (GUARDA).

Da minoranza Pd 5 no e 24 assenti al voto - Tra i no cinque quelli di deputati della minoranza dem: Alfredo D'Attorre, Angelo Capodicasa, Vincenzo Folino, Carlo Galli e Giuseppe Zappulla. Mentre, secondo i calcoli della stessa minoranza dem, sono 24-25 i deputati non presenti in aula al momento del voto per ragioni 'politiche'. Tra questi, Roberto Speranza, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi.

Mentre l'Aula della Camera approvava in via definitiva il provvedimento, da piazza Montecitorio si è levato il coro dei docenti e dei sindacati che protestano al grido di 'vergogna, vergogna'.

Giannini: ''Supplentite addio'' - Dimenticate la "supplentite". A settembre, la scuola inizierà regolarmente, come non avveniva da decenni, ha commentato il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini. "E' evidente - ha assicurato - che l'anno scolastico comincerà regolarmente, anche se abbiamo davanti un'operazione di enorme complessità come è la procedura per l'assunzione di 100.000 insegnanti".

Cartelli da Lega e Sel - Un via libera che è arrivato dopo una mattinata di tensione in aula, con ripetuti richiami del presidente Roberto Giachetti e una breve sospensione della seduta, per la protesta di Lega Nord e Sel che hanno esposto dei cartelli contro il ddl.

Nel mirino dei leghisti, che hanno sventolato cartelli con la scritta 'giù le mani dai bambini', la ''possibilità di introdurre la cultura gender nelle nostre scuole - ha detto il deputato Stefano Borghesi - È inaccettabile che si tenti di far passare subdolamente questa norma che spalanca le porte delle nostre scuole alla cultura gender''.

Cartelli anche da parte dei parlamentari del partito di Nichi Vendola: i colori della bandiera greca -bianco e blu- e la scritta 'Oxi alla 'buona scuola' di Renzi'.

M5S legge art.3 della Costituzione - Proteste anche dal M5S. Al termine dell'intervento del deputato Gianluca Vacca, i grillini si sono alzati in piedi leggendo tutti insieme l'articolo 3 della Costituzione, nonostante i richiami di Giachetti. "Questo è lo spirito democratico che avete - li ha rimproverati il presidente di turno - questo è il vostro modo di essere democratici, è bene si conosca". Con la riforma della scuola "state assassinando la scuola pubblica", ha accusato Vacca durante la dichiarazione di voto, prima di dare il via alla protesta. "Ci avete sempre sbattuto la porta in faccia", ha rimproverato il grillino al governo accusandolo di essersi fatto la riforma da solo per "una scuola a vostra immagine a somiglianza" per una scuola in cui "la corruzione trova terreno fertile" e in cui "uno solo comanda", dove "ci saranno le scuole da ricchi e per tutti gli altri briciole. Obbedire e corrompere sin da piccoli, questo è il vostro insegnamento", ha concludo accusando i membri della maggioranza di essere gli "odierni assassini della scuola pubblica".

Faraone: 'Cambiamento rivoluzionario' - Altri i toni del sottosegretario all’Istruzione, Davide Faraone. “La Buona Scuola è legge. Da settembre nelle aule italiane si verificherà un cambiamento rivoluzionario. Avremo istituti veramente autonomi grazie all’investimento di risorse economiche e professionali. Oggi è stato premiato l’impegno di questi mesi del governo e del Parlamento per approvare rapidamente questa legge. Nell’interesse degli studenti, obiettivo principale di questo provvedimento”, ha commentato Faraone. "Il percorso della Buona Scuola si è concluso in Parlamento. Ma il bello - ha detto ancora - deve ancora cominciare nelle scuole. Andiamo avanti per il futuro dei nostri ragazzi. Che poi è anche il nostro". Adnkronos 9

 

 

 

 

Gianluca Lodetti (Inas) fa il punto su nuova emigrazione, patronati e associazionismo

 

“Per noi patronati fornire tutele e servizi innovativi alle nuove emigrazioni significa entrare in relazione sinergica con la realtà dell’associazionismo. Occorre una riforma del sistema e dell’organizzazione dei patronati, perché questa istituzione può continuare a dare un grande valore aggiunto all’emigrazione”

 

ROMA – Il monitoraggio dei grandi flussi migratori che caratterizzano il mondo è sempre molto complesso e questo perché la mobilità umana è legata a numerosi fattori storici, economici ed umanitari che spesso si sovrappongono fra loro. Per l’emigrazione italiana, che dopo anni di relativa quiescenza oggi sta riprendendo vigore, l’analisi potrebbe sembrare meno complessa, ma in realtà questo fenomeno non è di facile comprensione. Chi sono gli oltre 90.000 giovani che annualmente lasciano l’Italia? Ricercatori, studenti o solo uomini e donne in cerca di occupazione e nuove opportunità lavorative. Probabilmente tutte queste ipotesi sono attendibili, anche se risulta difficile comprendere dove finisce la proiezione internazionale dei nostri ricercatori ed inizia l’esodo di chi cerca solo opportunità di lavoro.  Quello che invece appare certo è che questo nuovo e variegato fenomeno migratorio rappresenta una sfida e una spinta al rinnovamento per quanti all’estero, rete diplomatico - consolare, associazioni e patronati, si occupano delle esigenze dei nostri connazionali. Per queste ragioni il tema delle nuove emigrazioni è stato al centro del dibattito degli Stati Generali dell’Associazionismo italiano nel mondo. Al margine di questo incontro, svoltosi in questi giorni a Roma,  abbiamo cercato di approfondire questa tematica con Gianluca Lodetti, responsabile del Coordinamento Esteri del Patronato Inas.

Gli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo rappresentano una tappa importante del processo evolutivo dei nostri sodalizi all’estero. Come giudica questa iniziativa?   

Riteniamo questo evento molto importante. L’associazionismo si vuole in qualche modo rimettere in discussione. Vuole trovare nuove forme per intercettare anche la nuova emigrazione che caratterizza la nostra epoca. Noi come patronati prestiamo attenzione ad iniziative come queste, ci sembra fondamentale in questo momento ascoltare i bisogni e le esigenze che vengono da questo mondo.

Gran parte del dibattito degli Stati Generali è stato focalizzato sulla nuova emigrazione italiana. Un fenomeno in ascesa che rappresenta una sfida per l’associazionismo degli italiani all’etero. Cosa pensa di questo nuova realtà?      

La questione delle nuove generazione e delle nuove emigrazioni è fondamentale. Come è stato anche ricordato nel corso del dibattito è un fenomeno generale che va anche al di là dell’emigrazione italiana e che riguarda molti paesi che stanno affrontando anche un trasfrontalierato molto forte. L’emigrazione è ormai un fenomeno globale lo conosciamo da molti anni. Per quanto riguarda la realtà italiana, è importante studiare bene questo fenomeno, anche per superare i luoghi comuni. Per anni abbiamo parlato di un’emigrazione nuova che era fatta solo di “cervelli” e ricercatori. Questa è un’emigrazione che esiste e che bisogna assolutamente,assistere, monitorare e tutelare. Oggi però ci accorgiamo che l’emigrazione italiana, figlia di una crisi che è arrivata qualche anno fa, presenta caratteristiche diversificate, essendo composta anche di lavoro sotto qualificato, di nuova e micro imprenditoria, oltre che di persone che cercano ovviamente di andare avanti nella loro condizione professionale cogliendo all’estero opportunità di lavoro che non trovano qui in Italia. Quindi noi siamo fortemente interessati a focalizzare nuove attività che riguardano le nuove emigrazioni, ecco perché seguiamo con attenzione questo dibattito.

Alla luce di questa rinnovata sfida migratoria come si sviluppa il rapporto fra il mondo del’associazionismo e quello dei patronati?

Anche in questa chiave di lettura questo rapporto è fondamentale, perché l’associazionismo rinnovato deve porsi i problemi delle nuove emigrazioni, e noi patronati dobbiamo comprendere, come comprendiamo, che non riusciamo oggi ad intercettare queste nuove migrazioni, quindi ci troviamo dalla stessa parte della barricata. Per noi patronati riuscire a fornire quelle  nuove tutele e  quei servizi che le nuove emigrazioni ricercano significa entrare anche in relazione sinergica con la realtà dell’associazionismo.

Da tempo si parla di una possibile riforma dei patronati. Nel corso del dibattito in Assemblea il senatore Micheloni ha sottolineato l’assoluta utilità dei patronati, ma ha anche segnalato come queste strutture non siano esenti da colpe e il rischio che possano venire eliminate. Cosa pensa in proposito?  

Noi, parlo per l’Inas, siamo sempre stati favorevoli ad una operazione di riforma del nostro sistema. Riteniamo che l’opera che è stata avviata anche attraverso la legge di stabilità di ristrutturazione del sistema patronati rappresenti un’occasione importante, bisogna però evitare fughe in avanti. Alcuni, come ha detto anche il Senatore Micheloni, vogliono eliminare il sistema dei patronati,  Non bisogna arrivare a questo. Quello che occorre fare è invece una riforma del sistema e dell’organizzazione, perché l’istituzione del patronato è importante e può continuare a dare un grande valore aggiunto all’emigrazione. Bisogna che le istituzioni facciano il loro lavoro di vigilanza  guardando con attenzione al mondo  dei patronati per evitare che ci siano storture, problemi che finiscono per nuocere in primo luogo ai patronati che fanno bene il loro lavoro.

(G. M. –Inform 7) 

 

 

 

 

Regressione linguistica. L’italiano dimenticato

 

Parole sbagliate, verbi usati male. La lingua si disimpara a partire dalle medie e la tendenza verso il basso prosegue fino all’università. Tutti gli errori (anche) degli adulti - di Paolo Di Stefano

 

Qualche settimana fa il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa ha annunciato di voler avviare, per l’anno prossimo, una serie di corsi di grammatica italiana per i propri studenti. Come mai? Perché la competenza della lingua, indispensabile alle professioni forensi, va calando in modo vertiginoso. È noto, secondo i famosi (o famigerati) rilevamenti Invalsi, che la gran parte degli studenti che escono dalle scuole superiori non sa scrivere, manca dei fondamenti testuali, grammaticali, lessicali, sintattici: dopo le scuole medie, si disimpara l’italiano, e la tendenza verso il basso continua negli anni dell’università e poi in età adulta. Un fenomeno di regressione, il cui primato europeo spetta all’Italia, come ha dimostrato un anno fa anche la ricerca internazionale Piaac ( Programme for the International Assessment of Adult Competencies ). Dunque, c’è poco da meravigliarsi se l’editoria si attrezza per rimediare all’analfabetismo di ritorno che concerne il leggere e lo scrivere, oltre al far di conto.

In questa linea si inserisce l’esigenza di riproporre un vecchio manuale voluto nel 1954 da Adriano Olivetti per le dattilografe, Piccola guida di ortografia (pubblicato ora da Apice libri), a cura di due grandi studiosi come Bruno Migliorini e Gianfranco Folena. E, dopo l’uscita del pamphlet semiserio di Andrea De Benedetti La situazione è grammatica (Einaudi), il nuovo saggio del linguista Vittorio Coletti, Grammatica dell’italiano adulto (Il Mulino). Non un vero e proprio prontuario, ma un libro più articolato che segnala e affronta, analizzandone le ragioni anche storiche, i dubbi e le tante eccezioni che mettono in difficoltà parlanti e scriventi. Non solo l’eterna questione del congiuntivo, che sembra in via di estinzione da quando è nato, ma ben altro. La pronuncia e la grafia: perché scuola e non squola , le doppie z , la d eufonica («ed ecco»), gli accenti e gli apostrofi ( perché e qual è ), la punteggiatura, vera piaga scolastica... I plurali dei nomi composti (lo sapete il plurale di girocollo e di pescespada ?) e dei tanti forestierismi; il mistero dei doppi plurali ( braccia , bracci ) e quello dei plurali dei nomi in -io ( principio ); le sottigliezze che fanno litigare su ciliegie o ciliege (una regoletta malefica vuole la i per i sostantivi che al singolare terminano in -cia e -gia ).

Poi ancora il genere dei pronomi personali: gli / le la cui distinzione va rispettata almeno nello scritto; la spinosa diatriba sul femminile nelle professioni, per esempio presidente e vigile , che dovrebbero ormai valere per i due generi, e delle forme non ancora accettate da tutti, come sindaca e ministra . Le sfumature di significato che riguardano la posizione di certi aggettivi (non è la stessa cosa dire «un pover’uomo» e «un uomo povero», ma forse neanche «un amico caro» e «un caro amico»); il codesto in disarmo, sostituito da quello ; le ambiguità da evitarsi («il fratello dell’amico di Carlo che è arrivato ieri»); l’invasività del pronome ci ; il piuttosto che usato a sproposito in luogo di oppure ; così come assolutamente , diventato un avverbio passe-partout (positivo o negativo). Il grande capitolo dei verbi, compresi i dubbi sugli ausiliari con il verbo servile («è dovuto partire» e non «ha dovuto partire»). E il lessico, con l’eccesso di usi stranieri: delle 305 parole nuove entrate nell’uso tra il 2000 e il 2013, ben 124 sono puri anglismi, spesso sostituibili da forme italiane perfettamente omologhe ( Jobs Act , spending review ...).

Ma quel che conta più delle regole e delle eccezioni, si sa, è la sensibilità verso i registri da utilizzare in rapporto alla situazione testuale: in certe condizioni l’uso del congiuntivo è d’obbligo, in altre si può soprassedere. Evviva dunque le grammatiche come quella di Coletti (leggibile da tutti e non prescrittiva), anche se la responsabilità maggiore per rimediare alle lacune linguistiche, che sono poi lacune cognitive e sociali, dovrebbe spettare alla scuola e all’università. Le riforme finora hanno voluto guardare altrove, inglese e internet su tutto, raramente affrontando le carenze del parlato e della scritto nella lingua madre. Ma il paradosso è che la vera emergenza è la lingua italiana: sarebbe utile affiancare la storia della letteratura nei licei con lo studio continuo della lingua; sarebbe indispensabile una formazione ad hoc per gli insegnanti, eccetera. Perché la situazione è davvero grammatica, e c’è poco da ridere. CdS 6

 

 

 

 

 

 

Stati Generali Associazionismo Estero. Il dibattito sugli obiettivi dell'Assemblea e sulla relazione del Comitato organizzatore

 

ROMA – Numerosi gli interventi che hanno seguito la relazione “L’Associazionismo degli italiani all’estero, tra integrazione nuova emigrazione: diritti, partecipazione e rappresentanza sociale”, contributo di apertura dell'assemblea degli Stati generali dell'associazionismo italiano nel mondo con cui il Comitato organizzatore ha espresso gli obiettivi dell'iniziativa (vedi http://comunicazioneinform.it/la-relazione-del-comitato-organizzatore-lassociazionismo-degli-italiani-allestero-tra-integrazione-nuova-emigrazione-diritti-partecipazione-e-rappresentanza-sociale/).

Pietro Lunetto dell'associazione La comune del Belgio, sodalizio nato dalla nuova emigrazione, ha auspicato che il Forum che si sta per costituire possa elaborare soluzioni collettive e concrete alle problematiche che emergono in particolare con i nuovi flussi. Tra le attività messe in campo dall'associazione che egli rappresenta, azioni di mutuo soccorso per coloro che giungono in Belgio e uno sportello di informazioni per l'orientamento, iniziativa in rete divenuta poi punto informativo fisico. Auspicato anche il legame con la problematiche dell'immigrazione in Italia.

Per le Regioni è intervenuta Silvia Bartolini del coordinamento delle Consulte regionali dell'emigrazione, cui fanno riferimento – ha rilevato – oltre 3000 sodalizi. L'auspicio formulato è che il Forum rappresenti un'occasione per superare la fragilità dei singoli protagonisti del mondo dell'emigrazione, debolezza che non ha consentito una più efficace risposta ai tagli di risorse avvenuti. “Nonostante tutti i tagli e le difficoltà – ha aggiunto – siamo ancora qui e vogliamo fare un passo avanti. Per farlo però occorre superare il senso di inferiorità che spesso ci affligge e ci autolimita – prosegue Bartolini, precisando come il rilancio del Paese su scala internazionale non posa prescindere dall'appoggio e dalla presenza delle collettività italiane all'estero. Sollecita infine anche il Ministero dello sviluppo economico a coinvolgere le collettività nella promozione di eccellenze e territori. Appoggio completo al contributo del Comitato organizzatore viene espresso da Mario Bartocci, presidente della Fais, Federazione delle associazioni italiane in Svezia, mente Carmelo Lucera, presidente di un'associazione di promozione culturale dedicata alla Magna Grecia, si sofferma sul difficile momento attraversato dall'Europa e dalla Grecia in particolare, sollecitando la socializzazione di proposte e provvedimenti che riguardano l'emigrazione e un maggior coinvolgimento delle associazioni in eventi promozionali come Expo 2015. Sulla necessità di autodeterminazione e l'indipendenza dalle forze politiche insiste Francesco Raco della Filef di Sydney, mentre Tiziana Grassi, giornalista esperta di emigrazione, presente in rappresentanza dell'Aitef, sottolinea come l'assemblea di questi giorni sia un nuovo “punto di partenza” dell'associazionismo degli italiani nel mondo, che deve sempre più coinvolgere gli “80 milioni di italo-discendenti che hanno un bisogno di italianità fortissimo e meritano un'attenzione autentica”. Sull'importanza dell'autonomia del mondo associativo si sofferma anche Giuseppe Bartolotta della Uim di Colonia, che segnala come ricorrano quest'anno i 60 anni degli accordi per lo scambio di manodopera italiana firmati con la Germania. Infine, Ugo Melchionda, presidente del Centro studi e ricerche Idos, segnala come il saldo tra nuovi ingressi in Italia ed emigrazione sia oggi negativo – 155 mila italiani che emigrano a fronte di 91mila nuovi immigrati in Italia, – dato che induce a riflettere sul rischio che il nostro Paese divenga “un Paese di serie b, non più capace di attrarre intelligenze, competenze e innovazione”. Rileva anche come le problematiche più sentite dalle associazioni di immigrati in Italia siano analoghe a quelle che si presentano tra gli italiani all'estero: l'esigenza di mantenere un contatto con la lingua e la cultura dei Paesi di origine, anche per le generazioni più giovani, e la soluzione di problematiche concrete. Suggerisce che le imprese di stranieri in Italia – numero in crescita, a differenza di ciò che avviene per le imprese italiane – potrebbero promuovere ulteriormente gli interscambi e lo sviluppo dei Paesi di origine. (V. P. – Inform 6)

 

 

 

 

PE. Governo societario: i deputati votano per rafforzare la trasparenza fiscale

 

Le grandi imprese e le società quotate dovrebbero divulgare informazioni in merito ai profitti realizzati, alle imposte pagate sugli utili e alle sovvenzioni pubbliche ricevute per ogni paese dove sono presenti, secondo il progetto legislativo su trasparenza e impegno a lungo termine degli azionisti approvato dal Parlamento mercoledì. Il testo prevede inoltre che i soci votino almeno ogni tre anni la politica retributiva dei manager.

 

"Il voto è un importante passo avanti al fine di indirizzare, nel lungo termine, le imprese e gli investitori verso un processo decisionale orientato e garantire una maggiore trasparenza nel governo delle imprese europee e l'impegno degli investitori istituzionali e dei gestori patrimoniali", ha dichiarato il relatore, Sergio Cofferati (S&D, IT), dopo il voto.

 

"Il testo approvato contiene importanti strumenti per la lotta contro l'evasione e l’elusione fiscale, in particolare l’obbligo d'informazione Paese per Paese, affinché le multinazionali dichiarino pubblicamente le tasse che pagano in ogni Paese nel quale operano. Non possiamo perdere quest'opportunità, specialmente dopo Luxleaks e gli altri scandali", ha concluso.

 

Nuovo requisito di trasparenza fiscale paese per paese

 

I deputati hanno inserito nel progetto legislativo l'obbligo per le grandi imprese di pubblicare, paese per paese, le informazioni su profitti o perdite prima della tassazione, le imposte sugli utili o sulle perdite e i finanziamenti pubblici ricevuti. Dovrebbero essere tenuti a farlo, inoltre, anche gli enti pubblici d'interesse, incluse le società quotate e le compagnie di assicurazione, nonché le società designate dagli Stati membri come enti di interesse pubblico.

 

Poteri degli azionisti sulla retribuzione dei manager

 

Il Parlamento ha approvato le regole che consentono all'assemblea generale degli azionisti di votare almeno ogni tre anni la politica di remunerazione degli amministratori di una società quotata. Tuttavia, agli Stati membri è lasciata la possibilità di decidere se tale voto sia vincolante oppure consultivo.

 

Il testo approvato prevede inoltre norme che obbligano le aziende a spiegare come la loro politica sulla retribuzione degli amministratori contribuisca agli interessi a lungo termine della società e a impostare criteri chiari per l'assegnazione di compensi fissi e variabili, compresi tutti i bonus e i benefici. Il valore delle azioni non dovrebbe avere un ruolo dominante nei criteri di rendimento finanziari e la retribuzione basata su azioni non dovrebbe rappresentare la parte più significativa della retribuzione variabile degli amministratori.

 

Prossime tappe

 

Il testo, cosi come emendato dal Parlamento, è stato approvato con 556 voti favorevoli, 67 contrari e 80 astensioni. I deputati hanno inoltre deciso di non chiudere la prima lettura e avviare colloqui informali con gli Stati membri per cercare un accordo sulla versione finale della normativa.

 

Contesto

 

La proposta di revisione della direttiva dei diritti degli azionisti, che mira ad aumentare la trasparenza e incoraggiare la partecipazione a lungo termine, contiene disposizioni per garantire che le società quotate possano identificare i loro azionisti e regole di trasparenza per i consulenti in materia di voto (che forniscono raccomandazioni per il voto), gestori attivi, investitori istituzionali, come i fondi pensione e le compagnie di assicurazione. Comprende, inoltre, disposizioni per aumentare la trasparenza e l'influenza degli azionisti per le operazioni con "parti correlate" (ad esempio, tra una società e il suo managment, amministratori, azionisti di controllo o imprese dello stesso gruppo).

 

Secondo la Commissione europea, solo 13 Stati membri attualmente danno agli azionisti una "voce in capitolo sulla retribuzione", attraverso un voto sulla politica di remunerazione degli amministratori e/o tramite una relazione. Solo 15 Stati membri richiedono la divulgazione della politica retributiva e 11 richiedono la divulgazione delle retribuzioni individuali degli amministratori. PE 8

 

 

 

 

 

Un appello delle Acli al Parlamento europeo

 

Bottalico: l'Europa trovi il coraggio e la dignità di respingere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip)

 

ROM - “Le Acli si uniscono alle moltissime organizzazioni della società civile in Europa che chiedono di bocciare il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) – afferma Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli. - Nell'imminenza del voto del Parlamento europeo, le Acli rivolgono un appello a tutti gli eurodeputati, a cominciare da quelli italiani, a votare una risoluzione che impegni la Commissione Europea ad interrompere i negoziati sul Ttip in quanto non corrispondenti agli interessi europei, ed in ogni caso a prendere una posizione chiara e non equivoca per escludere l’Isds, il famigerato meccanismo di risoluzione delle controversie tra stati e multinazionali,  definitivamente dal negoziato, nel malaugurato caso che la trattativa dovesse proseguire.

La stipula del Trattato  transatlantico – prosegue Bottalico - farebbe cadere le tutele per i lavoratori, per la salute dei cittadini, per l'ambiente e sancirebbe la fine della sovranità giuridica dell'Ue e degli Stati membri,  e con ciò la fine del progetto di integrazione europea, riducendo il Vecchio Continente ad una colonia indifesa contro le scorrerie delle multinazionali e della speculazione finanziaria, proprio nel momento in cui, invece, si avverte la necessità di una Europa più unita ed autonoma.

Nel mondo multipolare di questo 21° secolo gli interessi dell'Europa risultano sempre più divergenti da quelli dell'altra sponda dell'Atlantico. Noi europei abbiamo bisogno della pace in Europa e nel Mediterraneo e non di uno stato di conflitto permanente. Per noi è strategica la cooperazione euro-asiatica e con il blocco dei Paesi emergenti, che domani nella città di Ufa, la capitale della repubblica russa della Baschiria, riuniscono i loro sistemi di alleanze, quello politico, i Brics e quello militare, la Sco, l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione.

Una Europa capace di muoversi con autorevolezza su scala globale, - conclude Bottalico - non può accettare un così profondo asservimento agli interessi finanziari e geopolitici d'oltreoceano e pertanto deve trovare il coraggio e la dignità di respingere il Ttip”. (Inform 8)

 

 

 

 

 

 

Pensioni. La Cgil boccia la riforma Boeri

 

ROMA - Una rete di protezione sociale per gli ultra-cinquantacinquenni, l'unificazione delle posizioni assicurative, l'armonizzazione dei tassi di rendimento, flessibilità sostenibile e, infine, versamenti contributivi aggiuntivi per chi sta già percependo un trattamento previdenziale. Sono questi i cinque punti cardine della proposta di riforma che il presidente dell'Inps, Tito Boeri, ha illustrato questa mattina nella relazione annuale dell'Istituto, alla presenza delle massime autorità dello stato.

Un’ipotesi che il presidente dell'Inps dichiara di aver sottoposto al Governo, ma che sta già registrando le prime reazioni negative da parte delle organizzazioni sindacali.

Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso definisce ""sbagliata" la proposta di una riforma del sistema previdenziale che preveda la flessibilità in uscita utilizzando il sistema contributivo. Utilizzare il sistema proposto da Boeri vuol dire abbassare del 30-35% le pensioni più povere".

Critiche analoghe giungono anche dall’Inca Cgil che considera inaccettabile il passaggio della relazione dedicato ai rapporti dell'Istituto previdenziale con i patronati, laddove si afferma di voler "porre fine a quella logica di sostituibilità fra Inps e centri esterni (patronati, caf, consulenti del lavoro) spesso localizzati a pochi metri dalle nostre sedi, che in non pochi casi ha disorientato la nostra clientela, rinviata per la soluzione dei problemi al di fuori dell'Inps, oltre che da un servizio all'altro".

"La logica della sostituibilità, come la chiama Boeri – spiega Fulvia Colombini, del collegio di presidenza dell'Inca - è in realtà la logica di quei milioni di cittadini che si rivolgono alle nostre strutture per avere quell'assistenza gratuita che l'Inps non è in grado di svolgere".

"Ricordiamo al presidente Boeri – chiarisce Colombini - che se queste persone dovessero rivolgersi all'Istituto da lui presieduto, dovrebbe prevedere l'assunzione di circa 100 mila persone. Cosa che di questi tempi non vedo realizzabile".

"Sottolineo inoltre – aggiunge - che in tutti questi anni di crisi, la rete dei patronati ha contribuito ad assicurare i diritti previdenziali e socio assistenziali con un personale che complessivamente non raggiunge le 15 mila unità, a fronte di una sforbiciata del Fondo patronati ministeriale di 35 milioni di euro deciso nell'ultima legge di Stabilità".

"La realtà è ben altra – conclude Colombini -,in un contesto in cui si cerca in ogni modo di cancellare diritti e tutele con un certo cinismo nel nome dell'austerità – i patronati rappresentano l'ultimo pezzo di welfare gratuito sopravvissuto". (aise) 

 

 

 

 

 

 

Il profilo

 

Entro l’anno prossimo, probabilmente, si potrebbe tornare alle urne; con una nuova legge elettorale. Ora è quasi certo. Gli italiani, ovunque residenti, saranno chiamati a esprimere il loro voto politico per l’Italia del dopo Renzi. Sino a questo punto, tutto appare nell’ordinaria normalità o quasi.

Anche le incoerenze della legge 459/2001, sempre che non sia cassata, saranno modificate nei contenuti e nei metodi d’applicazione.  Facciamo, poi, riferimento ai lavoratori di mare e dell’aria impegnati nelle loro attività durante i giorni riservati al voto. La legge non tiene conto del diritto di questi cittadini elettori solo perché non è previsto. Non sono iscrivibili nell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’estero (AIRE) né, alla luce dei fatti, potranno essere equiparati ai nostri militari in missione di Pace in tante contrade del mondo che, giustamente, mantengono il diritto di voto.

Questi lavoratori, pur essendo stabilmente residenti in Italia, pur operando su vettori nazionali (navi e aeromobili), non possono esercitare il loro diritto/dovere perché non c’è legge che lo contempli e, quindi, lo consenta. Il loro status, anche in caso di modifica della legge elettorale, non è neppure accennato nelle varie proposte già depositate nelle Commissioni Parlamentari.

In definitiva, centinaia di voti potrebbero non essere espressi per un vuoto normativo pur se, da anni, lo abbiamo segnalato a chi compete. Le assicurazioni non sono mancate. Le promesse neppure. Anche se ci abbiamo fatto poco conto. Resta che chi è in volo o in alto mare potrà partecipare solo “in pectore” alle prossime consultazioni politiche d’Italia. Come per il passato. Nonostante un progresso informatico che potrebbe ovviare al problema. Basti rammentare il voto elettronico che, tra l’altro, dovrebbe essere esteso a tutti gli aventi diritto d’oltre frontiera. Come già capita in altri Paesi. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Compravendita senatori, Berlusconi e Lavitola condannati a tre anni

 

Compravendita di senatori, Silvio Berlusconi condannato. La prima sezione penale del tribunale di Napoli ha inflitto all'ex premier la pena di tre anni per il reato di corruzione.

 

Con la stessa accusa è stato condannato l'ex direttore del editore dell'Avanti Valter Lavitola. Il verdetto è stato emesso dal collegio presieduto dal giudice Serena Corleto. Accolta dunque la tesi della Procura, rappresentata dal procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli con i pm Henry John Woodcock, Fabrizio Vanorio e Alessandro Milita.

 

Berlusconi è accusato di aver pagato tra il 2006 e il 2008 attraverso Valter Lavitola l'ex senatore Sergio De Gregorio, eletto con Italia dei Valori, poi passato con il centrodestra, con l'obiettivo di sabotare il governo Prodi nell'ambito della cosiddetta "Operazione libertà". Operazione che, aveva detto il pm Piscitelli nella sua requisitoria, ha rappresentato nella ricostruzione della procura un "colossale investimento economico diretto ad ottenere l'unico risultato che interessava all'uomo Berlusconi, ossessionato solo dalla volontà di mandare a casa Prodi e prenderne il posto".

 

L'ex premier è difeso dagli avvocati Michele Cerabona e Niccolò Ghedini, mentre gli avvocati Franco Coppi e Bruno La Rosa hanno assistito Forza Italia. La difesa ha insistito più volte sull'argomento della insindacabilità dei voti dei parlamentari, a novembre, il reato di corruzione sarà prescritto. Ieri Berlusconi aveva ritirato l'istanza con la quale aveva chiesto alla giunta per le immunità della Camera di ritenere coperti da immunità parlamentare i fatto al centro del processo.

 

Dopo la lettura del verdetto questo il commento dell'avvocato difensore Ghedini: "Con Berlusconi ci aspettiamo sempre il peggio anche se ero convinto dovessero assolverlo in appello ci daranno ragione, la prescrizione è ormai un atto acquisito, avverrà il sei novembre". DARIO DEL PORTO Lr 9

 

 

 

 

 

 

Dino Nardi (Uim): Importazione-esportazione di valuta

 

ZURIGO - È periodo di ferie estive ed alcuni emigrati hanno contattato i circoli della UIM in Svizzera per sapere se, anche rientrando in Italia, vi siano delle regole per importarvi del denaro in contante. Questo è effettivamente un tema di grande attualità ed interesse poiché, in questo periodo, sono molti gli emigrati che si recano in ferie in Italia ma è un argomento che deve sempre interessare tutti (si sia italiani o meno) quando si va in Italia o, comunque, in generale, quando si attraversa una frontiera da un Paese all’altro. Come informa l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli tutti i viaggiatori che entrano nel territorio dell’UE o ne escono con una somma in contanti pari o superiore a € 10.000 sono tenuti a dichiararla alle autorità doganali. Ciò premesso, queste sono le regole vigenti in Italia e nell’Unione Europea (anche se poi in alcuni Stati membri vigono disposizioni nazionali specifiche in materia di controllo e di dichiarazioni per i movimenti intracomunitari di denaro contante che vengono applicate in aggiunta alla normativa comunitaria). Il trasporto al seguito del viaggiatore di denaro contante o di valori assimilati (come, per esempio, obbligazioni, azioni, traveller’s cheques) è libero per importi complessivi inferiori a € 10.000. È invece necessario compilare una dichiarazione da sottoscrivere e depositare esclusivamente presso gli uffici doganali al momento dell’entrata nello Stato o in uscita dallo stesso, quando si trasportano somme pari o superiori a € 10.000 . La misura si applica a tutti i movimenti da e verso Paesi extracomunitari. La mancata dichiarazione costituisce violazione della normativa valutaria e comporta:

- Per le movimentazioni di denaro contante con eccedenza sino a euro 10.000: il sequestro amministrativo nella misura del 30% di tale eccedenza e l’applicazione di una sanzione amministrativa dal 10% al 30% dell’importo eccedente il limite;

- Per le movimentazioni di denaro contante con eccedenza superiore a euro 10.000: il sequestro amministrativo nella misura del 50% di tale eccedenza e l’applicazione di una sanzione amministrativa dal 30% al 50% dell’importo eccedente il limite.

La sanzione, che è irrogata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze sulla base del verbale di constatazione e sequestro redatto presso l’Ufficio doganale di controllo, è applicata con un importo minimo pari a € 300. Alla conclusione del procedimento sanzionatorio l’importo sequestrato, nell’eventuale misura eccedente le sanzioni applicate, è restituito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, agli aventi diritto che ne facciano richiesta entro cinque anni dalla data del sequestro . Nei casi previsti il trasgressore può richiedere di essere ammesso al beneficio dell’oblazione che consente l’estinzione dell’illecito mediante pagamento in misura ridotta da effettuarsi:

- Immediatamente presso l’Ufficio doganale, di una somma pari al 5% dell’importo eccedente il limite fissato, qualora l’eccedenza non sia superiore a € 10.000 e pari al 15% dell’eccedenza se compresa tra € 10.000 e € 40.000, con un importo minimo di 200 euro;

- Entro dieci giorni dalla violazione mediante esecuzione del pagamento nella misura dovuta, a favore del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Con l’ammissione al beneficio dell’oblazione, con pagamento immediato presso l’Ufficio doganale della somma dovuta, si evita la misura del sequestro amministrativo. Tuttavia l’accesso al beneficio dell’oblazione è precluso in presenza di una delle seguenti condizioni:

- Importo eccedenze superiore a € 40.000;

- Fruizione del medesimo beneficio nei 5 anni precedenti la constatazione della violazione.  Dino Nardi, Coordinatore europeo Uim

 

 

 

 

 

Nella Costituzione le ragioni di una Sinistra non subalterna a Destra e populismo

 

Premesso che penso che con la Grecia sia stato commesso un errore gravissimo già molto tempo fa, mi pare che questa vicenda sia il classico esempio di un caso in cui due torti non fanno una ragione.

Sono state un errore la rigidità e l’inflessibilità economica che hanno spinto la Grecia nell’angolo in cui si trova oggi; è stato un errore la mancanza di coraggio dei socialisti europei del PSE, troppo concentrati anch’essi sulle questioni nazionali; è stato un errore quello di Tsipras e i suoi di indire un referendum (anche se poi il risultato potrebbe – e me lo auguro davvero – scuotere positivamente l’Europa).

E sbaglia chi oggi parla di “sovranità nazionale”, di “ripristino della democrazia” e di “sovranità del popolo”. Povero popolo, quanto sei strattonato!

È vero, gli stati sono sovrani, come è sovrano il popolo che si esprime democraticamente. Ma attenzione, proprio la sovranità dei singoli stati europei e le decisioni a livello europeo tra singoli stati e in assenza di un governo federale hanno portato alla situazione attuale, nella quale i più forti hanno la meglio.

Alla sovranità degli stati e alle decisioni dei singoli governi nazionali sulla situazione greca ed europea, non credo si dovesse rispondere con la sovranità del popolo greco attraverso un referendum. Perché?

Perché si tratta di materia sovranazionale ed europea, dove vi sono altre sovranità nazionali e altri popoli sovrani. Cosa succederebbe, infatti, se Merkel e Hollande indicessero nei loro paesi lo stesso referendum greco, chiedendo ai loro concittadini se si deve accettare quel compromesso che i greci hanno bocciato e i loro popoli rispondessero con un “si”?

Altri due popoli sovrani, di due stati sovrani dell’Europa, avrebbero detto il contrario (e con egoismo…) di quanto ha detto il popolo greco. Non sarebbe anche quella sovranità popolare e democrazia? Dunque…? In assenza di un unico Governo europeo bisognerebbe andare a una mediazione tra governi europei: esattamente ciò che è stato fatto (bene o male) fino alla vigilia del referendum.

E poi, oggi – soprattutto come Sinistra – siamo felici perché è il popolo che si è espresso contro “questa Europa”: “il popolo è sovrano”, “la Grecia ha ripristinato la democrazia” ecc..

Bene, ma teniamo anche conto che altri popoli (quello francese, quello olandese), attraverso i referendum nazionali, qualche anno fa hanno bocciato il Trattato per una Costituzione europea, regalandoci “questa Europa” di stati nazionali in contrapposizione e dove la parte del leone la fanno i più forti.

Dunque, non è con risposte nazionali, con referendum nazionali, che si risolvono i problemi sovranazionali ed europei: non lo è stato qualche anno fa con la Costituzione europea e non lo è oggi col referendum greco. Ma proprio con la cessione della sovranità nazionale e, fino a quando non c’è quella, con la politica e la mediazione al rialzo tra i governi.

Non è un caso, infatti, se la nostra Costituzione, “la più bella del mondo” diciamo sempre e giustamente a Sinistra, nell’art. 75 non ammette il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

I padri costituenti tifavano per la Politica, con la P maiuscola.

Mi preoccupavo quando Francia e Olanda indicevano referendum “emotivi” sulla Costituzione europea (e soprattutto mi preoccupavo quando la Sinistra di Francia e Olanda tifava per il “no” a quella Costituzione) e mi preoccupo oggi. Mi auguro, comunque, che il voto di Atene venga colto per quello che è: non un ‘no’ all’Europa o all’Euro, ma un’occasione per costruire finalmente un’altra Europa, un’Europa politica con un unico governo federale.

Ancora una volta, quindi, preferisco guardare alla nostra Costituzione anche per ritrovare le ragioni di una Sinistra (di un PD di Sinistra) che, nel duello Merkel-Tsipras, non faccia il tifo per la forza di uno Stato nazionale (la Germania) che si impone sugli altri o per la debolezza di un altro Stato nazionale (la Grecia) che come reazione alla forza usa il populismo.

Vorrei una Sinistra non subalterna culturalmente né a Merkel né a Grillo. Da questi due errori, non arrivano soluzioni giuste per la Grecia e si sfascia l’Europa, soprattutto quella che dobbiamo ancora costruire.

La Sinistra, deve essere quella che sa assumersi la responsabilità (e ha la forza per farlo) di una scelta politica che non sia dettata solo da esigenze di bilancio o da interessi nazionali e di parte. Deve essere quella che si fa promotrice di un nuovo ideale europeo.

Così come è stato fatto per l’euro, serve almeno un gruppo di Paesi promotori che sottoscriva accordi di governi sovranazionali prima degli altri, senza rifare l’errore che fecero le sinistre che governarono l’Europa negli anni ’90, da Blayr a Scrhoeder. Ma dov’è, in Europa, questa Sinistra? È in Italia, in Francia, nel PSE? Dove? Eugenio Marino, http://eugeniomarino.blogspot.com

 

 

 

 

 

 

 

Gentiloni: le associazioni una risorsa chiave per mantenere vivi i legami fra il nostro paese e le collettività italiane all’estero

 

ROMA - “In occasione dell’apertura dei lavori di questa assemblea desidero far pervenire i miei saluti ed i più sinceri complimenti per l’iniziativa. Gli Stati Generali per l’associazionismo sono oggetto di grande attenzione per il ministero degli Affari Esteri che ha sempre guardato il mondo dell’associazionismo come ad una risorsa per le nostre collettività all’estero e per il sistema paese nel suo complesso.”Inizia così il messaggio del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, letto dal direttore generale per gli Italiani all’estero Cristina Ravaglia.

“Siamo grati al mondo dell’associazionismo per il lavoro svolto in questi anni. La sua funzione di integrazione e di sostegno all’azione dello Stato nell’assistenza ai nostri connazionali all’estero , resta esempio encomiabile di impegno civile e di coesione sociale e di italianità. Non si può dimenticare che il mondo dell’associazionismo è per sua definizione naturale portatore di grandi valori sociali, su tutti quello del volontariato. Le associazioni - prosegue il ministro - sono inoltre una risorsa chiave per mantenere vivi i legami, il rapporto di reciproca interconnessione fra il nostro paese e le collettività italiane all’estero. In questo senso è doveroso riconoscere il grande merito di aver garantito al mondo delle associazioni la libertà di azione necessaria per svolgere in piena autonomia e indipendenza il proprio ruolo, allo stesso tempo di averlo voluto legare strutturalmente al meccanismo istituzionale che caratterizzano gli organi di rappresentanza delle nostre comunità all’estero. Questa impalcatura normativa ha consentito al mondo dell’associazionismo di trasformarsi in attore fondamentale e dinamico protagonista nel processo di identificazione delle esigenze delle collettività in un rapporto di continuo rapporto e dialogo con le istituzioni”.

“Auguro a questa assemblea - conclude Gentiloni - di poter costituire il primo passo verso lo sviluppo di una piattaforma capace di interpretare al meglio lo spirito e i propositi del manifesto degli Stati Generali”. (Inform 6)

 

 

 

 

 

IMU all’estero: il Presidente dell’Anci risponde a Micheloni

 

ROMA - Presidente dell’Anci, associazione che riunisce i Comuni italiani, Piero Fassino – che è anche sindaco di Torino – ha risposto alla lettera con cui il senatore Pd Claudio Micheloni – il 31 marzo scorso – gli chiedeva un parere circa la possibilità che i pensionati italiani all’estero potessere autocertificare tale loro status per ottenere dai comuni italiani l’esenzione dall’Imu.

Ora, a poco più di 3 mesi, Fassino risponde che la soluzione proposta da Micheloni è “auspicabile”.

Nella lettera, datata 2 luglio, Fassino scrive di “condividere le questioni da lei rappresentate in ordine alle difficoltà di natura documentale cui i cittadini italiani residenti all’estero incorrono all’atto del riconoscimento delle agevolazioni previste dall’articolo 9bis del dl 47/2914”.

In particolare – continua Fassino – per quanto concerne la certificazione dello stato di pensionamento, condizione necessaria per avvalersi delle agevolazioni summenzionate, riteniamo del tutto condivisibile la sua richiesta di poter consentire ai nostri concittadini residenti all’estero di avalersi di una semplice autocertificazione.

Oltre ad essere auspicabile per le ragioni da lei esposte – aggiunge Fassino – tale possibilità appare esplicitamente consentita dall’articolo 46 frl DPR445/2000 ai sensi del quale tra gli stati, le qualità personali e i fatti comprovabili con dichiarazione sostitutiva figura anche la qualità di pèensionato e non si ravvisano ostacoli di sorta per l’applicazione di tale facilitazione ai cittadini italiani non residenti destinatari del beneficio.

Quindi, conclude Fassino, “è nostra intenzione inviare una comunicazione rivolta a tutti i Comuni italiani tesa ad incoraggiare la richiesta, da parte loro, di una semplice autocertificazione”. (aise 6) 

 

 

 

 

 

 

Dal 24 al 26 luglio a Porcia (Pordenone) il 38esimo raduno annuale dei Pordenonesi nel Mondo

 

In programma due mostre fotografiche, il convegno “Eccellenze pordenonesi nel mondo, la parola ai protagonisti. Idee e proposte a sostegno della nuova emigrazione”e la consegna del premio “Odorico”

 

PORDENONE - Sarà Porcia ad ospitare quest’anno la 38esima edizione del raduno dei Pordenonesi nel Mondo. L’iniziativa, organizzata come di consuetudine dall’Ente friulano per l’assistenza sociale e culturale degli Emigranti (Efasce) presieduta da Michele Bernardon, con il sostegno della Regione, Provincia di Pordenone e Fondazione CRUP, richiama ogni anno in un diverso comune della Destra Tagliamento qualche migliaio di corregionali di diverse generazioni provenienti da tutti e cinque i contenti. In ogni occasione si dibatte un tema che li vede protagonisti e partecipi ad un confronto aperto con le istituzioni.

La manifestazione si articolerà in tre giornate. Si comincerà venerdì 24 luglio nella sala consiliare del municipio con l’accoglienza e il saluto di benvenuto alle delegazioni estere da parte del sindaco di Porcia Giuseppe Gaiarin. A ciò farà seguito l’inaugurazione di due mostre fotografiche “Mattmark 1965-2015 - Tragedia nella Montagna” allestita per la ricorrenza dei 50 anni della sciagura in cui persero la vita 56 lavoratori italiani di cui 3 friulani e “Storie d’Emigrazione Città di Porcia”. Il giorno successivo sarà invece dedicato al convegno che, ad ogni edizione, propone un tema di riflessione diverso. Dopo la “Grande Guerra” dello scorso anno, sabato 25 luglio , all’auditorium Diemoz, l’attenzione sarà focalizzata su coloro che vivono in prima persona l’emigrazione. Come tema del convegno si è scelto infatti “Eccellenze pordenonesi nel mondo, la parola ai protagonisti. Idee e proposte a sostegno della nuova emigrazione”. Al convegno hanno assicurato la propria presenza il presidente dell’Unione Nazionale delle Associazioni degli Immigrati e degli Emigrati (Unaie) Franco Narducci, nonché il vicepresidente della giunta regionale Sergio Bolzonello. I tre giorni di raduno si chiuderanno domenica 26 con la Messa solenne nella chiesa parrocchiale di S.Giorgio celebrata dal Vescovo di Concordia-Pordenone, mons. Giuseppe Pellegrini. Sempre domenica, alle 12 a ore villa Correr-Dolfin il presidente della Provincia Claudio Pedrotti consegnerà il premio “Odorico da Pordenone” ad un nostro corregionale che si è distinto all’estero, il cui nome verrà reso noto nei prossimi giorni.

“Per il 2015 – spiega il presidente dell’Eface Michele Bernardon – abbiamo voluto dare al convegno questo taglio con l’obiettivo di far parlare ed ascoltare chi vive in prima persona una nuova esperienza in terra straniera. L’Efasce e le istituzioni presenti si metteranno in fase di ascolto, per sentire dalla viva voce dei protagonisti quali siano le loro esigenze e quindi cogliere i suggerimenti per dare risposte adeguate al mondo dell’emigrazione friulana nel mondo. Dobbiamo tenere conto – prosegue Bernardon  - che sono cambiati i tempi così come le esigenze di chi lascia la nostra terra o di quanti vivono all’estero da qualche generazione. Pertanto diventa compito imprescindibile di una istituzione quale la nostra, che si occupa di emigrazione friulana, tarare le proprie azioni sulla base delle nuove esigenze. Se così non fosse, si rischierebbe di diventare anacronistici, perpetuando iniziative e azioni “fuori dal tempo”. (Inform 8)

 

 

 

 

 

Pd Cittadini nel Mondo: online il nuovo numero

 

È in rete il nuovo numero di “Pd – Cittadini nel Mondo”, notiziario del Partito democratico per gli italiani all’estero.

Ad aprire questo numero “Italici: prendiamo coscienza della nostre potenzialità” di Cesare Saccani.

Seguono le pagine dedicate al Pd Mondo con le proposte dei Circoli esteri sulla forma-partito e le riflessioni del Pd parigino sui migranti.

Spazio anche ai deputati Pd eletti all’estero e alle loro iniziative alla Camera e al Senato.

In “Analisi e commenti” sono pubblicati “Un pezzo di vera Italia sta a nord delle Alpi” di R. Martinoni; “Quel pensiero che non fa dormire tanti emigrati: le tasse!” di D. Nardi; “Ciao PD? No grazie” di R. Serra; “Argentina: riparte la sinistra democratica” di G.Puricelli e R.Gentili; “Italia-America Latina: Oltre la cultura e il ‘Made in Italy’, quale impegno dell’Italia per lo sviluppo tecnologico” di D.Antenucci; “L’Italia un paese libero e civile grazie anche agli italiani in Svizzera” di M.Schiavone; “L’immigrazione contemporanea italiana negli USA” di S.Gaudio.

Alle pagine dedicate agli appuntamenti promossi dai circoli nel mondo, seguono la rubrica di Carla Ciarlantini-Krick “Oltre il bordo del piatto”, questo mese dedicata alla scuola, e “Qui New York” di Silvana Mangione. (aise) 

 

 

 

 

 

Sabato 18 luglio a Belluno 50ma Assemblea annuale dell’Associazione Bellunesi nel Mondo

 

A Domegge di Cadore domenica 19 luglio la Festa dei Bellunesi nel Mondo

 

ROMA - Si svolgerà sabato 18 luglio presso la Sala Bianchi di Belluno in Viale Fantuzzi, con inizio alle ore 15, la 50^ Assemblea annuale dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. L’intervento delle autorità è programmato alle ore 16.

“Saranno esposti i nostri problemi e proposte - annuncia il presidente Oscar De Bona - in particolare con l’ascolto della voce degli emigranti. Il giorno successivo, domenica 19 luglio, a Domegge di Cadore, con inizio alle ore 9.30 celebreremo invece la Festa dei Bellunesi nel Mondo. Dino Meneghin sarà il nostro ospite d'onore”.

La Festa sarà un momento di incontro, amicizia, memoria e allegria.

Il programma prevede alle  ore 9.30 il raduno presso il centro di Domegge di Cadore. Seguirà il corteo con il gonfalone ABM e i gagliardetti delle Famiglie fino alla chiesa arcipretale, dove alle ore 10.30 la Santa Messa sarà concelebrata dal Vescovo di Belluno-Feltre mons. Giuseppe Andrich. Seguiranno i discorsi delle autorità e dalle ore 12.15 sistemazione sotto il tendone allestito nella piazza principale Domegge per il pranzo aperto a tutti.

Il pomeriggio sarà possibile visitare il paese di Domegge con i suoi cortili e diverse bancherelle. Inoltre ci sarà la musica del duo “IDEA 2” e l’esibizione del Soccorso Alpino. In via Roma si potrà visitare la mostra fotografica “Mattmark. Tragedia nella montagna”. Per la sera la Proloco ha predisposto una serie di intrattenimenti come il concerto della “Fisorchestra Rossini”. Ci sarà anche la processione del Carmine.  (Inform 8)

 

 

 

 

 

Ägypten. Anschlag auf italienisches Konsulat in Kairo

 

Bei einem Anschlag auf das italienische Konsulat in Kairo kommt ein Mensch ums Leben. Das Gebäude in der Innenstadt wird bei der Explosion schwer beschädigt.

 

KAIRO –   Bei einem Anschlag auf das italienische Konsulat in der ägyptischen Hauptstadt Kairo ist am Samstagmorgen ein Zivilist getötet worden. Neun weitere Menschen wurden bei der Explosion der Autobombe in der Innenstadt verletzt, das Gebäude wurde schwer beschädigt, wie das Gesundheitsministerium mitteilte. Italiens Außenminister Paolo Gentiloni verurteilte den Anschlag - der erste auf eine diplomatische Vertretung in Ägypten seit dem Umsturz vor zwei Jahren.

 

Ein Sprecher des Gesundheitsministeriums sagte der Nachrichtenagentur AFP, unter den Verletzten seien auch mehrere Polizisten. Ersten Erkenntnissen zufolge wurde der Anschlag mit einer Autobombe verübt. Die Fassade des Konsulats, das zur Tatzeit um 06.30 Uhr geschlossen war, wurde teilweise zerstört. Wrackteile eines Autos lagen über der Straße verteilt, ein Rohrbruch sorgte für eine Überschwemmung.

Gentiloni erklärte, sein Land werde sich "nicht einschüchtern" lassen durch die Gewalt. Es habe keine italienischen Opfer gegeben, sagte der Außenminister. Italiens Ministerpräsident Matteo Renzi telefonierte mit Ägyptens Präsidenten Abdel Fattah al-Sisi und versicherte ihm seine Unterstützung "im Kampf gegen Terrorismus und Fanatismus", wie sein Büro mitteilte.

Es war der erste Anschlag auf eine diplomatische Vertretung in Ägypten seit dem Sturz des islamistischen Präsidenten Mohammed Mursi durch das Militär vor zwei Jahren. Diplomaten hatten kürzlich aber gesagt, sie seien gewarnt worden, dass die Gefahr von Anschlägen zunehme. Seit dem Sturz Mursis verüben bewaffnete Islamisten immer wieder Anschläge auf die Sicherheitskräfte, bei denen hunderte Polizisten und Soldaten getötet wurden.

Die Gewalt konzentriert sich vor allem auf den Norden der Sinai-Halbinsel, doch gab es auch wiederholt in Kairo und den Städten des Nil-Deltas Anschläge. Ende Juni wurde in Kairo bei einem Bombenanschlag der ägyptische Generalstaatsanwalt Hischam Barakat getötet. Al-Sisi kündigte daraufhin eine Verschärfung der Sicherheitsgesetze ein. Anfang Juli gab es auf der Sinai-Halbinsel heftige Gefechte zwischen Sicherheitskräften und Dschihadistengruppen.

Die Islamisten bezeichnen die Anschläge als Vergeltung für das harte Vorgehen der Regierung gegen die Mursi-Anhänger. Im Zuge der Kampagne wurden seit Juli 2013 mindestens 1400 Menschen getötet. Die islamistische Muslimbruderschaft wurde im Dezember 2013 verboten, tausende ihrer Mitglieder inhaftiert und hunderte Anhänger in umstrittenen Massenprozessen zum Tode verurteilt, darunter auch Mursi selbst und der geistliche Führer der Bewegung, Mohammed Badie. (afp/FR 11)

 

 

 

 

 

Lübeck. Die erste Schule mit dem Fach Italienisch

 

Katholische Johannes-Prassek-Schule in Lübeck übernimmt Vorreiterrolle in Schleswig-Holstein.

 

St. Lorenz Süd. Die noch sehr junge katholische Johannes-Prassek-Schule, die im Schuljahr 2011/12 in freier Trägerschaft in Lübeck mit dem Unterricht begann, setzt ein Zeichen: Als erste Grundschule in Schleswig-Holstein soll bereits im kommenden Schuljahr Italienisch als Unterrichtsfach auf freiwilliger Basis angeboten werden. Die Privatschule, in der Schüler von der ersten Klasse an Englisch lernen, hat jetzt schon eine beeindruckende Erfolgsgeschichte. Die Zahl der Eltern, die für ihre Kinder Bildung und Erziehung auf Grundlage des christlichen Menschenbildes wünscht, steigt beständig. 88 Schüler aller Konfessionen zählte die katholische Grundschule im vorigen Jahr, derzeit sind es 110 Schüler in sieben Klassen und vier Klassenstufen, darunter auch vier muslimische Kinder, deren Eltern Interesse an einer „fundierten Werteerziehung“ haben. Im kommenden Schuljahr 2015/16 steigt die Schülerzahl auf 128.

Noch befindet sich die Johannes- Prassek-Schule unter dem Dach der Luther-Schule an der Moislinger Allee. Doch wenn alles klappt, kann bereits im kommenden Jahr mit dem Bau eines eigenen, sechs Millionen Euro teuren, Schulgebäudes begonnen werden — für 200 Schüler in acht Klassen in der Nähe des Behördenhochhauses an der Ecke Possehlstraße/Welsbachstraße. Der Bauantrag soll nach Aussage von Schulleiter Bernhard Baumanns Anfang 2016 gestellt werden. Und: Nur Grundschule will die private Bildungsstätte auf Dauer nicht bleiben. Baumanns: „Wir wollen in Lübeck eine weiterführende Schule werden.“

Die Idee, Italienisch als Fach einzuführen, stößt schon jetzt auf große Resonanz, kaum dass sie bekannt wurde. Begeistert von dem Projekt ist Tony Màzzaro, Leiter des Italienischen Bildungsinstituts in Stuttgart, Dörthe Klahn-Noll, Vorstandsmitglied der Deutsch-Italienischen Gesellschaft in Lübeck, und Guiseppe Mari, Vorsitzender des Italienischen Zentrums Lübeck. Gemeinsam mit der künftigen Italienisch-Lehrerin Francesca Ylenia besuchten die drei Vertreter dieser Organisationen die Johannes-Prassek-Schule, um das Unterrichtsfach „Italienisch“ auf den Weg zu bringen. Zwei Lerngruppen mit jeweils zwölf Schülern der Klassenstufen eins und zwei und drei und vier sollen zum Start gebildet werden.

Finanziert wird das anspruchsvolle Vorhaben vom italienischen Staat. Warum? Tony Màzzaros Antwort ist glasklar: „Es ist ärgerlich, dass eine Weltkultursprache wie Italienisch ins Abseits gestellt wird.“ Sein Traum: „Italienisch muss zur Begegnungsprache der Kulturen werden.“ Dass die Kinder Probleme beim Erlernen dieser Sprache haben, ist für Màzzaro unvorstellbar: „Kinder sind wie Schwämme, sie saugen alles auf.“ Man müsse ihnen die Sprache nur spielerisch beibringen. Bernhard Baumanns unterstreicht das: „Erst sprechen die Kinder nur ein paar Brocken, dann entwickelt sich die Sprache Schritt für Schritt.“ Die Einführung zweier Italienisch-Lerngruppen wird auch von Dörthe Klahn-Noll und Guiseppe Mari „sehr begrüßt“. Die Johannes-Prassek-Schule übernehme in Schleswig-Holstein eine Vorreiterrolle. Das italienische Bildungsinstitut will dafür Sorge tragen, dass die Schüler in Lübeck auch über die 4. Klasse hinaus weiter Italienisch lernen können. Mazzaro: „Wir setzen uns dafür ein, dass weiterführende Schulen Italienisch als AG anbieten. Bislang gibt es in Lübeck nämlich keine Schule, die diese Sprache als Unterrichtsfach hat.

Schulleiter Bernhard Baumanns ist „sehr gespannt, was sich aus dieser Idee entwickeln wird.“ Aber er ist optimistisch: „Ich sehe eine Chance. Wir beginnen mit kleinen Schritten, aber mit einer Perspektive.“ Andere Schulen hätten Interesse an einer Kooperation signalisiert. Noch vor den Schulferien wird die Johannes-Prassek-Schule die Eltern schriftlich über das Sprachprojekt informieren.

Denn loslegen will Tony Mazzaro, wenn es nach ihm geht, „sofort“.

Bernostiftung

Träger der privaten Johannes-Prassek-Schule ist die katholische Bernostiftung für Schule und Erziehung in Mecklenburg und Schleswig-Holstein, die mehrere Bildungseinrichtungen in diesen beiden Bundesländern unterhält. Auch die sechs Millionen Euro für das neue Lübecker Schulgebäude werden von der Stiftung, die ihren Sitz in Schwerin hat, finanziert.

Neun Lehrer unterrichten derzeit an der Johannes-Prassek-Schule. Die Privatschule ist für Eltern erschwinglich. Sie zahlen ein Schulgeld von maximal 50 Euro im Monat. Die Schule vergibt Stipendien, die das Schulgeld auf fünf Euro im Monat drücken können. Torsten Teichmann, inonline 7

 

 

 

 

Flüchtlinge. EU streitet über Flüchtlingsfrage

 

Die EU-Innenminister haben sich vorgenommen, 40 000 Flüchtlinge zu verteilen. Jetzt drohen sie das selbstgesteckte Ziel zu verfehlen, eine Abgeordnete der Grünen nennt die Verhandlungen "enttäuschend".  Von PETER RIESBECK

 

BRÜSSEL/LUXEMBURG –  Bundesinnenminister Thomas De Maizière wählte große Worte. Von einer „historischen Herausforderung“, sprach er am Donnerstag vor dem Treffen mit den EU-Kollegen in Luxemburg. Die Herausforderung war groß, ebenso wie der Anspruch: 40 000 Flüchtlinge, die in Griechenland und Italien ausharren, wollen die EU-Staaten auf die Länder verteilen. Als Zeichen einer europäischen Solidarität. Aber bis zum späten Nachmittag sah es so aus, als würde das Ziel verfehlt. Nach Angaben von EU-Diplomaten verpassten die Angebote der Länder das selbst gesteckte Ziel um zehntausend Flüchtlinge.

„Das wäre enttäuschend“, sagte die Grünen-Europaabgeordnete Ska Keller der FR. Sie ist Berichterstatterin des Parlaments zur Flüchtlingspolitik und fügte hinzu: „Die Staats- und Regierungschefs der EU haben sich auf ihrem Gipfel im Juni verpflichtet, 40 000 Flüchtlinge aus Italien und Griechenland in der EU per Quote zu verteilen. Sollte dies nicht gelingen, wäre das ein fatales Signal für die Glaubwürdigkeit der Politik.“ Und so arbeiteten die luxemburgischen Gastgeber fieberhaft an einem Kompromiss. Luxemburg übernahm zum 1. Juli den rotierenden Vorsitz der EU-Staaten. Und steckte sich ein ehrgeiziges Ziel: Bis Ende Juli soll der Asylkompromiss stehen.

„Ich bin nicht sicher, dass wir das Ziel total erreichen, aber wir kommen in eine sehr akzeptable Nähe“, sagte der zuständige luxemburgische Minister Jean Asselborn. Immerhin gab es Bewegung. So signalisierte Tschechien, ein Kritiker der Quote, die Bereitschaft 1500 Flüchtlinge aufzunehmen. Deutschland, das derzeit gemeinsam mit Schweden rund 45 Prozent der Asylbewerber aufnimmt und das die Quote deshalb unterstützt, will 8400 Asylbewerber aufnehmen.

Von einer „breiten Unterstützung“, sprach ein Kommissionssprecher am Donnerstag. Das ist leicht beschönigend. Nach der jüngsten Flüchtlingskatastrophe auf dem Mittelmeer im April hatten die EU-Staaten eine Kurswende beschlossen. Die EU-Kommission präsentierte im Mai ihren Vorschlag: 20 000 Flüchtlinge in Drittstaaten außerhalb der EU, etwa aus Syrien, sollten ein Visum erhalten, um ihnen die gefährliche Überfahrt übers Mittelmeer zu ersparen (Resettlement). Zudem sollten Griechenland und Italien entlastet werden. Von dort sollten 40 000 Flüchtlinge auf die EU-Staaten verteilt werden (Relocation). Per verpflichtender Quote.

Aber es regte sich Widerstand, vor allem aus Osteuropa. So wurde auf dem Juni-Gipfel der Staats- und Regierungschefs heftig gestritten. Die Quote blieb, aber sie wurde freiwillig. Um wenigstens das Verfahren zu retten. Nun drohte aber auch die Freiwilligkeit zu scheitern.

Griechen sehr hilfsbereit

Dabei ist die Lage dramatisch. Etwa in Griechenland. Allein in der ersten Jahreshälfte sind dort 78 000 Flüchtlinge gestrandet, das sind mehr als sechs Mal so viele wie im Vergleichszeitraum des Vorjahres. Das von der Staatspleite bedrohte Land könne die steigende Zahl von Migranten nicht mehr bewältigen, warnte das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR. „Es treten auch Engpässe bei der Versorgung mit Lebensmitteln und Wasser auf“, so UNHCR-Sprecherin Laura Padoan.

Derweil berichtete die Menschenrechtsorganisation Amnesty International (AI) über eine große Hilfsbereitschaft der griechischen Bevölkerung gegenüber den Flüchtlingen. „Gerade auf den Inseln in der Ägäis ist die Hilfsbereitschaft in der Bevölkerung enorm“, berichtete AI-Expertin Lia Gogou und: „Die Bewohner kaufen Medikamente und andere Hilfsgüter. Sie tun das, was die Behörden nicht schaffen.“ (mit epd) FR 9

 

 

 

 

Von der Leyen fordert "langen Atem" bei Flüchtlings-Einsatz

 

Ein Ende des Einsatzes der Bundeswehr zur Rettung von Flüchtlingen im Mittelmeer ist nach den Worten von Bundesverteidigungsministerin Ursula von der Leyen nicht absehbar.

"Wir brauchen einen langen Atem", sagte von der Leyen am Samstag bei einem Besuch deutscher Soldaten im sizilianischen Catania. Europa dürfe eine "humanitäre Katastrophe" nicht zulassen, mahnte sie.

Es wird erwartet, dass die Zahl der Flüchtlinge, die auf überfüllten Booten über das Mittelmeer in die EU fliehen, die in den kommenden Sommermonaten weiter ansteigt.

Neben der unmittelbaren Rettung gehe es auch darum, Schleuserbanden und Fluchtursachen zu bekämpfen, sagte die Ministerin. "Es ist mit Seenotrettung alleine nicht getan."

Der Rettungseinsatz der Marine auf See sei auch dazu da, "dass er der Politik Zeit schafft, um die nötigen politischen Maßnahmen zu ergreifen". Dazu gehöre es, bei der UNO und mit der zersplitterten Staatsführung in Libyen, von wo aus die meisten Flüchtlingsboote starten, die Voraussetzung für eine Ausweitung der EU-Mission Eunavfor Med zu schaffen. Eunavfor Med wurde vor zwei Wochen gestartet und soll vor allem Schleuser bekämpfen.

An Bord der Fregatte "Schleswig-Holstein", die vor der sizilianischen Hafenstadt Catania ankert, dankte von der Leyen den Soldaten der Bundeswehr für ihren Einsatz bei der Rettung von Flüchtlingen aus Seenot. Sie habe "Respekt und Hochachtung" für ihre Arbeit.

Zugleich mahnte von der Leyen "Solidarität" in Europa in der Flüchtlingsfrage an. Dies könne "nur funktionieren, wenn wir Lasten gemeinsam teilen und gemeinsam Verantwortung übernehmen", sagte die Ministerin.

In Europa wird derzeit erbittert um die Aufnahme der Flüchtlinge gerungen, die vor allem über das Mittelmeer, aber auch über den Balkan in die EU kommen. Aber auch an der Mission Eunavfor Med beteiligen sich bislang neben den beiden Bundeswehr-Schiffen "Schleswig-Holstein" und "Werra" nur zwei italienische Schiffe. EA/AFP, 6

 

 

 

 

 

61,31 Prozent der Griechen sagen "Nein“: EU-Krisendiplomatie läuft auf Hochtouren

 

Nach dem klaren Nein der Griechen im Referendum über die Forderungen der internationalen Gläubiger ringt Europa nun um eine gemeinsame Linie im Umgang mit dem Krisenland.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) berät sich am Montagabend mit Frankreichs Staatschef François Hollande in Paris, für Dienstagabend wurde ein Sondergipfel der Eurostaaten einberufen. Laut offiziellem Endergebnis hatten am Sonntag 61,31 Prozent der Griechen mit Nein gestimmt.

Nur 38,69 Prozent der Griechen billigten die Forderungen der Gläubiger, wie Montagfrüh mitgeteilt wurde. Die Wahlbeteiligung bei der Volksabstimmung erreichte 62,5 Prozent. Auf dem Athener Syntagma-Platz feierten rund 6000 Menschen das Ergebnis.

Die EU muss nun klären, wie sie mit diesem überraschend klaren Votum umgeht. Zu Wochenbeginn wird die Krisendiplomatie daher auf Hochtouren kommen. EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker begann noch in der Nacht, die Staats- und Regierungschefs "der anderen 18 Eurozonen-Mitglieder sowie die Spitzen der EU-Institutionen" zu konsultieren, wie in Brüssel mitgeteilt wurde. Als erste Reaktion erklärte die Kommission lediglich, sie "respektiere" das Votum der Griechen.

Für Montagmorgen verabredete Juncker sich mit dem Chef der Europäischen Zentralbank (EZB), Mario Draghi, und Eurogruppenchef Jeroen Dijsselbloem zu einer Telefonkonferenz. Am Montag kommen außerdem die Finanz-Staatssekretäre der Euroländer zu einer Krisensitzung zusammen, wie aus EU-Quellen verlautete. Auch der EZB-Rat tage am Montag, hatte Österreichs Zentralbank-Chef Ewald Nowotny am Freitag angekündigt.

Am Montagabend treffen sich dann Merkel und Hollande. Der griechische Regierungschef Alexis Tsipras telefonierte nach griechischen Regierungsangaben rund eine Stunde nach Veröffentlichung der Teilergebnisse mit Hollande über eine Wiederbelebung der Verhandlungen.

EU-Ratspräsident Donald Tusk setzte für Dienstagabend 18.00 Uhr einen Sondergipfel der Staats- und Regierungschefs der Eurozone an, um über die "Situation nach dem Referendum in Griechenland" zu beraten. Dafür hatten sich zuvor Merkel und Hollande ausgesprochen. Zur Vorbereitung des Gipfels treffen sich am Dienstag die Euro-Finanzminister, wie Dijsselbloems Sprecher mitteilte.

Dijsselbloem erklärte, das Ergebnis des Referendums "sei sehr bedauerlich für die Zukunft Griechenlands". Für eine Erholung der griechischen Wirtschaft seien "schwierige Maßnahmen und Reformen unvermeidbar".

Tsipras sagte am Sonntagabend in einer Fernsehansprache, ab Montag werde die Regierung "die griechische Schuldenlast auf den Verhandlungstisch" legen. Die Regierung sei bereit zu "lebensfähigen Reformen, die von der Gesellschaft angenommen werden". Zugleich betonte Tsipras, dass der Ausgang des Referendums keinen Bruch mit Europa bedeute. Sein Finanzminister Giannis Varoufakis sagte, Athen werde den Geldgebern nun die "Hand der Kooperation" ausstrecken.

Das Ergebnis des Referendums ist ein Schlag für eine Reihe von EU-Spitzenpolitikern, die bis zuletzt für eine Annahme der Gläubigervorschläge geworben und das Referendum zu einer Abstimmung über einen Verbleib Griechenlands in der Eurozone erklärt hatten. Der slowakische Finanzminister Peter Kazimir schrieb im Internetdienst Twitter, der Grexit sei nun ein "realistisches Szenario".

EU-Parlamentspräsident Martin Schulz (SPD) forderte, spätestens bei dem Sondergipfel der Euro-Länder am Dienstagabend müsse eine humanitäres Hilfsprogramm für Griechenland diskutiert werden. Die einfachen Menschen in Griechenland dürften nicht den Preis für die Notlage zahlen, in die sie ihre Regierung gebracht habe, sagte Schulz in der Nacht zum Montag in einer Videobotschaft.

Außerdem müsse die Regierung in Athen nun schnell konstruktive Vorschläge zur Beilegung der Krise vorlegen. Eine baldige Öffnung der seit einer Woche geschlossenen griechischen Banken bezeichnete Schulz als "gefährlich".

Einer von von Schulz' Stellvertretern, der FDP-Politiker Alexander Graf Lambsdorff (FDP), forderte als Konsequenz aus dem Referendum den Ausschluss Griechenands aus der Eurozone. "Jetzt ist der Zeitpunkt für den Grexit gekommen", sagte Lambsdorff der "Welt" (Montagsausgabe). Merkel müsse Hollande in Paris dazu bewegen, dass er die gemeinsame Organisation eines Grexit unterstütze.  AFP/EA, 6

 

 

 

 

Ein OXI gegen das Euro-Establishment. Es ist Zeit für Kompromisse und verbale Abrüstung.

 

Wenn sich der Staub, den das griechische Referendum aufgewirbelt hat, nun legt, wird der Blick wieder frei für die ökonomische Krise, in der sich die Eurozone nun schon seit fünf Jahren befindet. Die eine oder andere Fata Morgana einer scheinbar einfachen Lösung – Austerität als Erfolgskonzept oder Grexit – wird sich in Luft auflösen. Nach dem wahlkampfartigen Getöse der vergangenen Wochen kann der nun wieder ungetrübte Blick die verbliebenen politischen Handlungsoptionen erkennen, die richtig ausgewählt zur Überwindung der Kalamitäten führen können.

Dazu bedarf es zunächst der verbalen Abrüstung. Die Regierung von Alexis Tsipras hat unerfahren, unberechenbar und diplomatisch ungeschickt bis unverschämt gehandelt. Was seit ihrem Amtsantritt den staunenden Bürgerinnen und Bürgern Europas auf dem Brüsseler Parkett vorgeführt wurde, war immerhin nicht Standard, doch eine vernünftige neue Choreographie ließ sich leider auch nicht erkennen. Dass der Abschlussball abgebrochen werden musste, nachdem sich die Finanzminister der Eurozonenländer gegenseitig auf den Füßen herumgetrampelt sind, kann jedoch nicht allein Ex-Finanzminister Yanis Varoufakis unkonventionellem Auftreten in die Schuhe geschoben werden. „It takes two to tango“ – taktstockschwingend am Rand stehend und mit unverhohlener Vorfreude auf ein halsbrecherisches Stolpern der griechischen Regierung zu hoffen, ergibt keinen Pas de deux.

 

Warum gibt der Klügere nicht nach?

Die Vehemenz der politischen und moralischen Verurteilung des in höchster Eskalationsstufe angekündigten Referendums in Griechenland über das von Gläubigerseite vorgelegte letzte Angebot zur Verlängerung des zweiten Kredit- und Sparauflagenprogramms ist mehr als erstaunlich. Hatte nicht vor wenigen Wochen der deutsche Finanzminister Wolfgang Schäuble als primus inter pares der Euro-Finanzminister ein solches Referendum explizit gefordert? Sobald die Volksbefragung in Griechenland im Raum stand, kippten Argumentation und Verhalten von Vertretern der übrigen Eurogruppenländer ins Irrationale: Varoufakis wurde kurzerhand vor die Tür gesetzt, jegliche weitere Gesprächsbitte der Griechen beleidigt verweigert und emsig an der Legende eines generösen Angebots gestrickt. Der Schaum vor dem Mund einiger deutscher Politiker und Journalisten, die in der deutschen Öffentlichkeit längst diskreditierte Syriza-Regierung „zum Teufel zu jagen“ und als Alternativoption einen Grexit als Ende mit Schrecken zu verherrlichen, steht Deutschland nicht gut zu Gesicht. Es ist die Abkehr vom Prinzip europäischer Kooperation hin zu einem unwürdigen Schauspiel der Konfrontation aus innen- und machtpolitischen Erwägungen. Während die einen zu feige sind, sich mit guten Argumenten gegen eine des Kasus überdrüssige deutsche Bevölkerung zu stellen, scheinen bei anderen Motive deutscher Besserwisser- und Zuchtmeisterei durch. Vom Klügeren, der nachgibt und so die Spielregeln der Eurozone auf lange Sicht mitbestimmt, kann man wahrlich nicht sprechen.

Das klare griechische OXI bei der Volksbefragung bietet sich den Gläubigern Griechenlands argumentativ nicht als ausschlachtungsfähiges Argument eines Votums gegen die europäische Idee an. Zwar wurde diese Stilisierung im Vorfeld angestrebt, doch die Entscheidung der griechischen Bürgerinnen und Bürger richtet sich nicht gegen Europa, die EU oder den Euro, sondern gegen die Weiterführung der immer gleichen, immer gleich hilflosen Austeritätspolitik. Breit angelegte Volksbeschimpfung oder Ignoranz gegenüber dem Ergebnis des Referendums sind vielleicht kurzzeitig verkaufsfähig, unter demokratischen Gesichtspunkten aber nicht nachhaltig. Der kluge Schachzug von Alexis Tsipras, trotz Bestätigung seiner politischen Linie seinen in Brüssel ungeliebten Finanzminister zurückzuziehen, eröffnet nun ein neues Fenster für Verhandlungen um ein drittes Hilfspaket.

 

Streit um zwei grundverschiedene Wirtschaftsparadigmen

Dabei sind die Vertreter der übrigen Eurostaaten gut beraten, aus ihren Käfigen technokratischer Richtig- und Wichtigkeit auszubrechen. Angeblich unpolitische Zwangsläufigkeiten hätten uns in die aktuell vertrackte Lage geführt, wird gern behauptet. Nur die Zustimmung zu noch größeren Opfern könne die Austeritätspolitik zum Erfolg führen, das sei alternativlos und daher auch nicht verhandelbar. In Wirklichkeit ist der Konflikt zwischen Griechenland und dem Euro-Establishment hoch politisch. Ausgetragen wird ein Streit um zwei grundverschiedene Wirtschaftsparadigmen: Die deutsche Bundesregierung führt das Lager derer an, die über angebotsseitige Maßnahmen zur Wettbewerbssteigerung, über die innere Abwertung infolge von Ausgabenkürzungen und Flexibilisierungen die Krisenländer gesunden möchten. Die griechische Regierung fordert dagegen mit Verweis auf die Dysfunktionalität des verordneten Merkantilismus eine Konzentration auf die Stabilisierung der Nachfrage als Voraussetzung für Wirtschaftswachstum.

Kein Krisenstaat der Eurozone hat mehr Kürzungen bei öffentlichen Investitionen, Sozialausgaben und Renten durchgeführt als Griechenland. Doch in fünf Jahren hat dies zum Zusammenbruch der Wirtschaftskreisläufe und zur Explosion der Staatsverschuldung geführt. Es gibt auch keine Erfolgsgeschichten aus anderen Krisenstaaten zu berichten, anhand derer man die Griechen über die behaupteten Segnungen der Austerität Mores lehren könnte: Wer – Dank seiner europäischen Partner – so starke Einbrüche des Bruttoinlandsprodukts infolge der Kürzungslogik hinnehmen musste wie Portugal und Spanien, der wächst konjunkturell bedingt irgendwann auch wieder ein bisschen. Von einem wirtschaftlichen Aufschwung kann in diesen Ländern angesichts stagnierender Industrieproduktion und sich nur zögerlich veränderndem Einzelhandel kaum die Rede sein. Genauso wenig übrigens wie von einem gerade in deutschen Medien herbeifabuliertem Aufschwung in Griechenland im vergangenen Jahr, der nur durch den Antritt der Regierung Tsipras gestoppt worden sein soll.

 

Suche nach dem kategorischen Imperativ europäischer Konsenskultur

Nicht nur ökonomisch, auch politisch ist die Austeritätspolitik krachend gescheitert. Die ungeliebte Regierung in Athen ist eine Folge dieses Scheiterns. Die griechische Bevölkerung wehrte sich zu Recht gegen eine einseitige Lastenverteilung, gegen eine kontraproduktive Wirtschaftspolitik, die man in Europa seit Heinrich Brünings Experimenten Anfang der 1930er Jahre für überwunden glaubte. Die Syriza-Partei entstammt dem Schoß der so oft beschworenen Alternativlosigkeit dieser falschen Rezeptur gegen die Krise und der politischen Unfähigkeit, die Defizite der Währungsunion im Ganzen zu beheben. Die griechischen Geister, vor denen das Euro-Establishment heute erschauert, hat es sehenden Auges selbst herbeigerufen.

Wie geht es weiter? Der Internationale Währungsfonds hat sowohl die Unterschätzung der negativen Wirkungen der zu streng konditionierten Kredithilfe als auch die Notwendigkeit einer Umstrukturierung der Staatsverschuldung in Griechenland eingeräumt. In einem dritten Hilfspaket wird er sehr wahrscheinlich nicht mehr an Bord der Gläubiger sein, zu weit hat er sein Statut bereits gedehnt. Die Europäische Zentralbank muss nach dem Urteil des Europäischen Gerichtshofs die Politik der Rettungsschirme ohnehin verlassen. Europäische Kommission und die Euro-Finanzminister werden sich mit der gestärkt aus dem Referendum hervorgegangenen Regierung Tsipras nun auf ein neuartiges Paket verständigen müssen. Die Tür für Verhandlungen geschlossen zu lassen, wäre ein Sieg der ideologisch verbrämten Unvernunft; auf technokratische Details zu bestehen, wäre eine Bankrotterklärung der politischen Gestaltungsfähigkeit. Den kategorischen Imperativ europäischer Konsenskultur findet man allerdings nur, wenn man vom hohen Ross der national gefärbten Rechthaberei absteigt. Das große Ganze eines Überlebens der Eurozone im Blick zu behalten, einen für beide Seiten gesichtswahrenden Kompromiss zwischen Angebots- und Nachfragelogik und eine gerechte Lastenteilung zu erzielen, wird nicht einfach, ist aber nicht unmöglich. Dann klappt’s vielleicht auch wieder mit dem Tango in Brüssel.  Björn Hacker  IPG 6

 

 

 

 

 

 

Ökonomen fordern von Merkel Ja zu Schuldenschnitt für Athen

 

Renommierte Ökonomen haben Bundeskanzlerin Angela Merkel in einem eindringlichen offenen Brief aufgerufen, einem Schuldenschnitt für Griechenland zuzustimmen, um eine Existenzkrise der gesamten EU zu verhindern.

Die Sparauflagen, die Griechenland in den vergangenen Jahren von seinen internationalen Gläubigern gemacht worden seien, hätten das Land nur weiter in eine wirtschaftliche Depression getrieben, kritisierten Thomas Piketty, Jeffrey Sachs, der frühere Staatssekretär im Bundeswirtschaftsministerium, Heiner Flassbeck, und zwei weitere Wirtschaftswissenschaftler in dem Schreiben, das am Dienstag vom Magazin "The Nation" im Internet veröffentlicht wurde.

"Die verschriebene Medizin hat den Patienten ausbluten lassen, aber nicht von der Krankheit geheilt", bilanzierten Piketty und seine Kollegen. Die Gläubiger müssten daher "eine Kurskorrektur in Betracht ziehen, um ein weiteres Desaster zu verhindern und Griechenland in die Lage zu versetzen, in der Eurozone zu bleiben. Das Land brauche insbesondere eine "wesentliche Verringerung" seiner Schuldenlast.

Die Ökonomen kritisierten, dass von Griechenland derzeit Reformen verlangt würden, ohne dem Euro-Land einen Schuldenschnitt zu gewähren. "Zur Zeit wird die griechische Regierung aufgefordert, eine Waffe an ihren Kopf zu halten und abzudrücken", hieß es in dem offenen Brief. "Traurigerweise wird die Kugel nicht nur Griechenlands Zukunft in Europa töten", warnten die Ökonomen. "Der Kollateralschaden wird die Eurozone als einen Leuchtturm der Hoffnung, Demokratie und des Wohlstands töten."

"Unsere Botschaft an Kanzlerin Merkel ist klar: Wir rufen dazu auf, diese entscheidende Führungsentscheidung für Griechenland und Deutschland und auch für die Welt zu übernehmen", schrieben die Experten. "Die Geschichte wird Sie für ihre Taten in dieser Woche in Erinnerung behalten", hieß es an Merkels Adresse.

Der französische Wirtschaftswissenschaftler Piketty machte sich mit seiner Forschung über Einkommensunterschiede einen Namen, Sachs arbeitet an der Columbia University. Zu den Unterzeichnern des Appells zählen außerdem der Harvard-Ökonom Dani Rodrik, Simon Wren-Lewis von der Oxford University und Flassbeck.

Merkel hatte am Dienstagabend nach dem Sondergipfel der Euro-Länder in Brüssel gesagt, ein Schuldenschnitt, also ein teilweiser Schuldenerlass, für Griechenland komme "nicht in Frage". Dies sei nach EU-Recht verboten. Nach Artikel 125 des Vertrages über die Arbeitsweise der Europäischen Union (AEUV) dürfen grundsätzlich weder die EU noch Mitgliedstaaten für Schulden eines anderen Mitgliedslandes haften.

Ende Juni war das zweite Hilfsprogramm für Griechenland ausgelaufen, nachdem sich Athen mit den internationalen Geldgebern nicht auf Spar- und Reformvorgaben einigen konnte. Bei einem Referendum am Sonntag sprachen sich in Griechenland dann mehr als 61 Prozent der Teilnehmer gegen die bisherigen Gläubigervorschläge aus. Die Lage im Land ist dramatisch, es droht der finanzielle und wirtschaftliche Kollaps. Dies könnte auch zu einem Aus für die Mitgliedschaft Griechenlands im Euro führen. Athen setzt auf neue Hilfen des Euro-Rettungsfonds ESM.   EA/AFP, 8

 

 

 

 

 

Geld ist ein Götze. Griechenland braucht die richtige Hilfe, Kredite erzeugen nur Hass

 

Syriza, ein Kunstwort für “Koalition der radikalen Linken“, will Europa aus der Umklammerung des Geldes befreien, spricht aber über nichts anderes als das Geld. Es gibt zwar wohltönende Aussagen über die Würde des griechischen Volkes, den Geist von Europa, die Wiederherstellung der Demokratie, aber gesprochen wird trotzdem nur über Geld. Es haben allein die Finanzminister miteinander geredet. Auch wenn Ministerpräsident Tsipras aufgetreten ist, ging es nur um Geld. Selbst die antikapitalistische Regierung braucht zuerst einmal Kapital, um dann den Kapitalismus zu überwinden. Offensichtlich sind sich die Antikapitalisten mit den Kapitalisten darin einig, dass das Geld die entscheidende Macht ist. Ist das Geld etwa mit der Abschaffung Gottes an dessen Stelle getreten?   

 

Die göttliche Eigenschaft des Geldes

In Zeiten des Goldes wurden die Götterstatuen mit Gold überzogen. Solange Geld aus Gold und Silber bestand, gab es nur so viel Geld, wie diese Edelmetalle geschürft wurden. Erst als den Gold- und Silbermünzen Eisen u.a. häufiger vorkommende Metalle beigemischt wurden, konnte man das Zahlungsmittel ausweiten. Mit dem gedruckten Geld und dann der Einführung von Konten waren der Vermehrung des Geldes keine Grenzen gesetzt. Da nicht nur eine Zentralbank, sondern jede Bank einem Konto beliebig viel Geld “gutschreiben” kann, ist es dem Menschen möglich, etwas zu bewerkstelligen, was eigentlich eine göttliche Eigenschaft ist: Aus dem Vollen schöpfen, ohne dass der Topf leer wird. Seit die Meere leer gefischt sind und immer mehr Acker- und Weideland zur Wüste wird, hat sich der Mensch ein neues Reservoir “geschaffen”, das nicht zu versiegen scheint: die Geld-Quelle. Wer an die Machbarkeit glaubt, der wird auf beliebige Geldvermehrung setzen. Da sich Kapitalisten wie Linke darin einig sind, dass der Mensch “machen” kann, alle anderen Ressourcen aber begrenzt sind, scheint das Geld die Macht zu sein, mit der er die Erde verwandeln kann. Dieses Schauspiel wurde über Wochen inszeniert. Die EZB hat auch in gewisser Weise mitgespielt, indem sie den griechischen Banken immer wieder neues Geld auf deren Konten “gutgeschrieben” hat. Diese ELA-Kredite, Emergency Liquiditiy Assistance, waren deshalb zuletzt dringend notwendig, weil viele Griechen Ihre Euro-Bestände auf Konten bei ausländischen Banken überwiesen hatten.

  

Die Euro-Gruppe als Spielverderber

Wenn es wirklich demokratisch zuginge, müsste jeder freie Bürger, aber zumindest jeder freie Staat, die Geldquelle anzapfen können. Dieses müsste umso mehr erlaubt sein, da die Quelle ja unbegrenzt fließt. Aber offensichtlich gibt es Hände, die den Hahn zudrehen können. Das wirkmächtige Wasser fließt dann nicht so, wie es sollte. Diesen Testlauf macht gerade die griechische Bevölkerung  mit. Die Hähne, nämlich die Bankautomaten, geben den Stoff nicht mehr frei. Da aus der Sicht der meisten Griechen die Finanzminister der nordeuropäischen Länder den Südländern das belebende Elixier nicht mehr geben wollen, muss man sie zwingen, den Geldstrom in die Automaten griechischer Banken wieder freizugeben. Aber sind es Dijsselbloem und seine Kollegen, die die übermenschliche Macht des Geldes blockieren?

 

Der Geldgott hat auch eine strafende Seite

In der Rhetorik des abgetretenen griechischen Geld-Priesters Varoufakis wird die Menschenwürde der Griechen durch das Schuldenkorsett abgewürgt, das die Kreditgeber Griechenland übergestülpt haben. Aber wenn das Geld schon als die nie versiegende Lebenskraft des modernen Lebens inszeniert wird, dann muss man ihm auch die anderen göttlichen Eigenschaften zuschreiben. Es geht nicht nur um Macht, unerschöpfliche Lebenskraft, um schiere Potenz. Damit das Geld dem Menschen tatsächlich nicht nur gutgeschrieben wird, sondern auch “gut tut”, müsste die neue Gottheit auch Verständnis für die menschlichen Schwächen haben, zu “Barmherzigkeit” fähig sein. Das Kapital zeigt jedoch nur eine Fratze, wenn ein Kredit fällig wird. Wie eine antike Gottheit verlangt es Unterwerfung und auch Opfer. Der Baals-Gott,

mit dem sich das jüdische Volk auseinandersetzen musste, hat sogar Menschen-Opfer gefordert, damit die Gottheit Fruchtbarkeit zuteilt. Es ist natürlich einfach, den Finanzministern der Eurogruppe die Maske der strafenden Gottheit aufzusetzen. Aber ist es nicht das Geld selbst, das strafend zuschlägt, wenn man ihm übermenschliche Kräfte gibt. Denn es ist eine bloß menschliche Kreatur. Wie alles Menschliche ist es begrenzt. Yanis Varoufakis, da er bereits 1961 geboren wurde, hätte beim Besuch eines kommunistischen Landes die Grenzen des Geldes beobachten können. Es gab genug Geld, aber kaum etwas dafür zum Kaufen. Wegen der festgesetzten Preise hätten die Bewohner der kommunistischen Welt sich für ihr Geld Vieles “leisten” können – wenn es denn die Autos, Fernseher, Telefonanschlüsse gegeben hätte und man in Italien oder Spanien hätte Urlaub machen dürfen. Wenn die “Koalition der radikalen Linken” ihr Konzept einer Staatswirtschaft umsetzen wird, dann wird es eine Planwirtschaft und mit ihr Devisenbewirtschaftung und Importbeschränkungen geben.

 

Wie alles vom Menschen Geschaffene ist auch das Geld herzlos. Deshalb hält es die Menschen gefangen. Die Propheten des Alten Israel sind mit ihrer Kritik an dem Fruchtbarkeitsgottheit “Baal” aktuell. Dass Tipras und Varoufakis Unglückspropheten sind, soll kurz aufgewiesen werden.

 

Wer die Menschen ans Geld bindet, lenkt sie ins Unheil

Außerhalb Griechenlands ist den meisten klar, dass die Abhängigkeit der Menschen von immer mehr Krediten auf die Griechen zurückschlägt. Trotzdem haben sie geglaubt, mit Schuldenhalbierung und neuen, zinsgünstigen Krediten, das rettende Ufer zu erreichen. Kredite müssen aber zurückgezahlt werden, auch wenn sie für Medikamente und Armenspeisungen verwandt werden. Kredite schlagen, wenn sie fällig werden, sogar noch tiefere Wunden. Sie nehmen den Menschen nicht nur das, was sie zum Leben brauchen. Sie nehmen noch den Elan. Für die Griechen ist es absehbar, dass sie mit einer Generation die Schuldenlast nicht entscheidend senken können, sondern ihren Kindern und Enkeln eine riesige Last hinterlassen. Die religiösen Vorbehalte gegen das Geld sind nicht nur spiritueller Natur. Geld macht unzufrieden, besonders wenn man glaubt, es stehe einem mehr zu als man in der Hand hat. Geld unterstützt, solange man es ausgeben kann, die Selbstzufriedenheit. Das Leben in die Hand zu nehmen, es verantwortungsvoll zu gestalten, dazu motiviert Geld nicht. Das jetzt 6 Monate andauernde Reden über das Geld hat die Hoffnungsperspektiven der Griechen nur noch mehr verdüstert. Statt hoffnungsgetragenen Aufbrüchen hört man nur Klagen. Die Solidarität der Reichen ist noch mehr verflogen. Ihre Euros haben sie längst aus dem Land geschafft. Der neuen Regierung und ihrer parlamentarischen Mehrheit fehlt die Kraft zu Reformen. Es sind alle Merkmale der Falschpropheten erfüllt: den Menschen ist ihre Lebensfreude genommen, sie fühlen sich abhängig statt frei, die Lasten sind nicht weniger, sondern mehr geworden.

 

Das Pferd von vorne aufzäumen: Der Realitätsgehalt der Sozialenzykliken

Griechenland ist ein großer volkswirtschaftlicher Testlauf. Er zeigt: Geldprobleme sind nicht mit Geld zu heilen. Ein Staat, eine Völkergemeinschaft, die sich wie die EU auf Geld gründet, erodiert. In seiner Sozial-Enzyklika „Caritas in Veritate“ hat Benedikt XVI. die Wirtschaft in drei Ebenen beschrieben. Die oberste Ebene ist die auf Gewinn ausgerichtete Wirtschaft. Sie braucht die Non-Profit-Unternehmen, um nicht aus dem Ruder zu laufen. Dann hat er eine noch tiefere Ebene eingeführt, nämlich die des Schenkens. Die Wirtschaft beginnt also nicht mit dem Gedanken an den Profit, sondern dass ich von dem etwas zurückgeben soll, was mir geschenkt wurde – das Leben, meine Begabungen, das Know how, das andere in mir entwickelt haben, die Zeit, die mir zur Verfügung steht. Diese Prinzipien könnte man leicht auf die Griechen anwenden. Für die Nordländer wäre es noch gewinnbringender, sie würden die Prinzipien selbst zum Einsatz bringen:

-    Den Griechen Hoffnung und Glauben an sich selbst schenken

-    Die Erfahrungen mit erfolgreichem Wirtschaften weitergeben

-    Mit griechischen Unternehmen kooperieren

-    Schulungen und Weiterbildung anbieten

Die großen Sozialverbände könnten den Non-Profit-Bereich entwickeln. Denn erst eine funktionierende Non-Profit-Wirtschaft bildet die Basis, dass der Profitbereich stabil funktioniert. Zudem verhindert ein ausgebauter Non-Profit-Bereich, dass die einseitige Orientierung der Wirtschaftskräfte am Profit für die Gesamtgesellschaft destruktiv wird.

 

Deutschland und Österreich könnten ihre Erfahrungen mit Genossenschaften exportieren. Und warum installiert der deutsche Finanzminister nicht Raiffeisenbanken in Griechenland, stattet sie mit genügend Kapital aus und verankert in der Satzung, dass die reichen Griechen gehindert werden, ihr Geld ins Ausland zu transferieren.

 

So lange Europa nur Kredite gibt, handelt es sich nur Hass ein. Denn so wohltuend sich ein Kredit am Beginn anfühlt, so viel Druck erzeugt er, wenn er fällig wird. Es ist viel für Europa zu tun, will man die Griechen nicht ihren Lügenpropheten überlassen. Eckhard Bieger S.J., kath.de 10

 

 

 

 

Griechenland nach dem Referendum. Seibert: Keine Basis für neues Hilfsprogramm

 

"Angesichts der gestrigen Entscheidung der griechischen Bürger gibt es zurzeit nicht die Voraussetzungen, um in Verhandlungen für ein neues Hilfsprogramm einzutreten." Dies erklärte Regierungssprecher Seibert vor der Presse in Berlin.

 

Die Bundesregierung nehme das Votum des griechischen Volkes zur Kenntnis und respektiere es, sagte Regierungssprecher Steffen Seibert. Das Ergebnis der Volksabstimmung sei eine Absage an den Grundsatz für europäische Hilfen, nach der Solidarität und Eigenanstrengungen untrennbar verbunden seien. Die Bundesregierung bekenne sich weiter zu diesem Grundsatz. Man bleibe aber natürlich gesprächsbereit: "Die Tür für Gespräche bleibt immer offen", so Seibert.

Griechische Regierung ist am Zug

Zu Spekulationen über einen "Grexit" sagte Seibert, "Griechenland ist in der Eurozone." Allerdings liege es an der griechischen Regierung, so zu handeln, dass das auch so bleiben könne. Es komme nun darauf an, "welche Vorschläge die griechische Regierung auf den Tisch legt".

Man werde nun den für Dienstag anberaumten Sondergipfel der Staats- und Regierungschefs der Eurozone in Brüssel abwarten. Heute Abend wird Bundeskanzlerin Angela Merkel in Paris mit dem französischen Präsidenten François Hollande die neue Situation besprechen.

Schuldenschnitt kein Thema

Nach Darstellung des Bundesfinanzministeriums ist ein Schuldenschnitt weiterhin kein Thema. Die deutsche Position habe sich überhaupt nicht verändert, sagte der Sprecher des Ministeriums Martin Jäger. Er wies darauf hin, dass nach dem jetzt geltenden ESM-Vertrag ein mehrstufiges Verfahren für ein neues Hilfsprogramm für Griechenland erforderlich sei. Dazu gehöre auch die Zustimmung des

Plenums des Deutschen Bundestags.

Hilfe für die griechische Bevölkerung

Seibert stellte deutsche Unterstützung für die griechische Bevölkerung in Aussicht. Man werden erkunden, welche Möglichkeiten es gebe, den Griechen zu helfen. Pib 6

 

 

 

 

 

Athen geht mit Reformliste Schritt auf Gläubiger zu

 

Athen/Brüssel/Berlin - Mit seiner Reformliste hat Griechenland die Tür für eine Einigung im Schuldenstreit wieder aufgestoßen.

Die Vorschläge der griechischen Regierung für Mehreinnahmen und Einsparungen wurden am Freitag in der Euro-Zone als Signal einer Annäherung gewertet. Frankreichs Präsident Francois Hollande sprach von ernsthaften und glaubwürdigen Vorschlägen. Die Bundesregierung hielt sich mit einer Bewertung allerdings noch zurück. Griechenlands Ministerpräsident Alexis Tsipras sicherte sich für seinen Vorstoß den Rückhalt eines Teils der Opposition. Die Eurogruppe will nun am Samstag entscheiden, ob die Maßnahmen ausreichen, um über ein neues Hilfspaket im Rahmen des Euro-Rettungsfonds ESM zu verhandeln. Dafür müsste in der kommenden Woche der Bundestag in einer Sondersitzung grünes Licht geben.

Eurogruppen-Chef Jeroen Dijsselbloem schürte Hoffnungen auf eine Einigung beim Treffen der Euro-Finanzminister am Samstag und beim EU-Sondergipfel am Sonntag, indem er von einer "großen Entscheidung" sprach, die bevorstehe. Das Bundesfinanzministerium hielt sich bedeckt. Der Ausgang des Treffens sei völlig offen, sagte ein Sprecher. Für eine Restrukturierung der Schulden gebe es sehr wenig Spielraum. Die von Griechenland geforderte Erleichterung beim Schuldendienst dürfte daher ein Knackpunkt sein.

Mit Steuererhöhungen und einer Rentenreform will Griechenland die Gläubiger zu weiteren Milliardenhilfen bewegen - und eine Staatspleite in letzter Minute abwenden. Pünktlich vor Ablauf eines Ultimatums schickte die Regierung in Athen am Donnerstagabend ihre Pläne an die Geldgeber. Vorgesehen ist demnach etwa, Reeder höher zu belasten und Steuervergünstigungen für Inseln zu streichen. Im Gegenzug verlangt Griechenland 53,5 Milliarden Euro an Hilfen, um bis 2018 seine Schulden bedienen zu können.

Für das hoch verschuldete Land wurden seit 2010 bereits zwei Rettungspakete im Volumen von 240 Milliarden Euro geschnürt. Die Reformen und Sparmaßnahmen sollen die Wirtschaft wettbewerbsfähiger machen und den Haushalt sanieren. Allerdings ist die Wirtschaftskraft in den vergangenen Jahren um ein Viertel eingebrochen. Die Arbeitslosigkeit liegt bei über 25 Prozent.

Die Börsen reagierten positiv auf die mögliche Wende in dem zähen Streit. Aktienkurse und der Euro legten deutlich zu.

Aus der Unions-Fraktion wurden aber Vorbehalte laut. "Entweder die griechische Regierung trickst ihr eigenes Volk aus oder wieder mal uns", sagte Vizefraktionschef Hans-Peter Friedrich (CSU) im Deutschlandfunk. Sein SPD-Kollege Axel Schäfer sieht dagegen gute Chancen für eine Umsetzung der Vorschläge. "Es ist ein ganz wichtiger Schritt nach vorne, der aber längst hätte gemacht werden können", sagte er Reuters. Angeliki Koutantou und Michele Kambas (Reuters 11)

 

 

 

 

TTIP-Abstimmung im EU-Parlament: Zustimmung unter Vorbehalten

 

Im zweiten Anlauf hat sich das Europaparlament am Mittwoch grundsätzlich für den Abschluss des umstrittenen Freihandelsabkommens TTIP zwischen EU und den USA ausgesprochen. Der Entschluss fordert jedoch grundlegende Korrekturen des Investorenschutzes.

Im Mittelpunkt der Kontroverse steht die bisher übliche Schiedsgerichtsbarkeit - bekannt unter dem Kürzel ISDS - die Investoren schützen soll. Kritiker befürchten ein Aushöhlen demokratischer Standards, wenn private Schiedsstellen über Klagen etwa gegen neue Umwelt- oder Sozialauflagen in der EU entscheiden können. Die EU-Kommission hat bereits eine Modernisierung angekündigt, vielen Kritikern geht das aber nicht weit genug.

In seiner Entschließung fordert das Parlament nun, "das ISDS-System durch ein neues System zu ersetzen". Dieses solle "demokratischen Prinzipien" unterliegen und die Fälle von unabhängigen Richtern öffentlich verhandelt werden. Auch eine Berufungsinstanz wird gefordert. Ferner wird das Prinzip festgeschrieben, dass "private Interessen öffentliche politische Ziele nicht unterhöhlen können". Ein Änderungsantrag, mit dem ein klares Verbot der privaten Schiedsstellen gefordert werden sollte, fand hingegen keine Mehrheit.

Ohne Zustimmung der EU-Volksvertretung können Verträge der Europäischen Union mit Drittstaaten nicht in Kraft treten. Verhandelt wird das Abkommen durch die EU-Kommission bereits seit zwei Jahren mit Washington.

Die Abstimmung wurde zudem von einem Streit um die Geschäftsordnung überschattet. Parlamentarier der Grünen warfen dem Präsidenten der Volksvertretung, Martin Schulz (SPD), vor, die Geschäftsordnung nicht richtig anzuwenden. Dabei ging es just um die Abstimmung über den heiklen Punkt der Schiedsgerichte. AFP/Ea,  9

 

 

 

 

„Die EU sollte neokolonialen Strukturen entgegenwirken“

 

Fünf Fragen an Klaus Barthel zu den europäischen Beziehungen zu Lateinamerika.

 

Mitte Juni fand in Brüssel der achte Gipfel von Staats- und Regierungschefs aus Europa, Lateinamerika und der Karibik statt. Welche Botschaft ging von dem Gipfel aus? Und: Sind solche Großevents heute noch geeignet, um den biregionalen Beziehungen neue Impulse zu verleihen?

Dieser Gipfel war überlagert von Problemen, die innerhalb beider Regionen bestehen. Gerade diese Schwierigkeiten könnten aber zu Katalysatoren für die biregionale Kooperation werden, wenn man sie nicht isoliert betrachtet, sondern in die richtigen Zusammenhänge stellt.

Nachdem sich in Lateinamerika und der Karibik das Regionalbewusstsein und die Kooperation deutlich verstärkt haben, sollten die EU-Mitgliedstaaten die Chancen sehen, die sich daraus ergeben. Es bedeutet keine Missachtung der beschlossenen Kooperationsprojekte, wenn man fragt, weshalb etwa in der Frage der Reform des IWF oder des Staatsinsolvenzrechts nichts vorangeht.

Regelmäßig betonen Entscheidungsträger „die gemeinsamen Werte und Interessen Lateinamerikas und Europas“. Ist das mittlerweile eine Floskel oder trägt diese Beschreibung auch heute noch?

Die „gemeinsamen Werte“ verkommen zur Phrase, wenn man sie nicht mit gemeinsamen Sichtweisen, Strategien und vor allem gemeinsamem Handeln unterlegt. Beide Seiten sollten jeweils für sich überprüfen, wo auf der Welt sie geeignete Partner mit mehr Gemeinsamkeiten finden.

Welche konkreten gemeinsamen Zukunftsthemen können die strategische Partnerschaft zwischen den beiden Regionen denn wiederbeleben?

Diese Zukunftsthemen stehen auf der Tagesordnung: Regulierung der Finanzmächte einschließlich des Insolvenzrechts für Staaten, Kampf gegen Steuerflucht und Steuerhinterziehung, wirksame Klimapolitik, neue Wege in der Drogenpolitik, und nicht zuletzt eine Welthandelsordnung, die nicht Marktmacht schützt, sondern gute Arbeit und Lebensqualität fördert.

China hat seine Präsenz in Lateinamerika deutlich ausgeweitet. Was kann die Europäische Union den lateinamerikanischen Partnern heute noch an Mehrwert bieten?

Hier sieht man, dass Lücken gefüllt werden, die andere offen lassen. Das zeigt sich am Beispiel USA-Kuba. Die EU sollte selbstkritisch und sich selbst beschränkend neuen Abhängigkeiten und neokolonialen Strukturen entgegenwirken. Lateinamerika sieht seinen Mehrwert nicht in der alten Nehmer-Beziehung gegenüber europäischen Gebern. Wir dürfen also nicht nur von gleicher Augenhöhe und gemeinsamen Interessen reden, sondern wir müssen es leben.

Handel ist ein Kernbestandteil in den Beziehungen zwischen den beiden Regionen. Zahlreiche Länder in Lateinamerika befürchten, dass ihnen das Freihandelsabkommen TTIP zwischen den USA und der EU wirtschaftlich zum Nachteil gereicht. Welche Folgen könnten TTIP für Lateinamerika haben und wie kann die EU diesen Befürchtungen entgegentreten?

TIPP und andere bilaterale Abkommen bergen die Gefahr neuer Blockbildungen und Ausgrenzungen. Der jetzt beschrittene Weg, das eine bilaterale Abkommen mit einer Vielzahl weiterer bilateraler Abkommen zu ergänzen, geht sich zwar schneller und einfacher, führt aber in eine Zersplitterung und damit in eine Sackgasse. Wir müssen in einen multilateralen Dialog über fairen (nicht: freien) Welthandel eintreten, der politische, soziale und ökologische Ziele verfolgt. Dieser Dialog muss allen offenstehen, die sich auf gemeinsame Ziele verständigen können, und muss zu verbindlichen Regeln führen. Klaus Barthel IPG 6

 

 

 

 

Flüchtlingskrise: Türkischer Ex-Präsident macht Europa schwere Vorwürfe

 

Angesichts der wachsenden Flüchtlingsströme aus Syrien und anderen Konfliktregionenen hat Abdullah Gül die Einwanderungspolitik der EU scharf kritisiert. Zudem reagierte der frühere türkische Staatschef mit Unverständnis auf die Tatsache, dass die EU offenbar kein großes Interesse mehr habe, die Türkei aufzunehmen.

"Man hört oft, dass Europa ein globaler Akteur sein will. Dann muss es sich auch wie ein globaler Akteur verhalten", sagte Gül der "Süddeutschen Zeitung". Im Nahen Osten würden Staaten wie Syrien, der Irak und Jemen zerfallen und sich selbst zerstören, dort spielten sich "unendlich viele menschliche Dramen" vor den Augen der Weltöffentlichkeit ab.

Angesichts dieser "Schande der Menschheit" könne die EU nicht länger so tun, als ginge sie das nicht viel an, forderte Gül. "Europa muss hier zeigen, dass es Verantwortung übernimmt, hilft, Flüchtlinge aufnimmt." Europa müsse langfristig denken, müsse sich fragen, was es in 50 Jahren sein wolle, betonte Gül. "Nur wer jetzt agiert, wird dann stark sein." Wer jetzt nicht handele, werde früher oder später selbst von den Problemen getroffen, das zeigten die Flüchtlingsströme deutlich.

Die EU-Staaten streiten seit Wochen über eine gerechtere Verteilung von Flüchtlingen. Insbesondere wegen des Bürgerkriegs in Syrien ist die Zahl der Menschen, die in Europa Zuflucht suchen, massiv gestiegen. Die Türkei hat seit Beginn des Bürgerkriegs vor mehr als vier Jahren bereits mehr als zwei Millionen Syrer aufgenommen.

Mit Kritik und Unverständnis reagierte Gül auch auf die Tatsache, dass die EU offenbar kein großes Interesse mehr habe, die Türkei aufzunehmen. "Ich bedauere besonders, dass die EU in der Türkei keinen strategischen Gewinn, keinen zentralen Partner sieht", sagte der türkische Ex-Präsident der "SZ". Er halte dies "für einen schweren Fehler".

"Eine EU mit einem islamischen Mitgliedsland - das würde großen Widerhall auf der ganzen Welt finden", warb der Politiker, der nach dem Ende seiner Amtszeit wieder in die regierende AKP eingetreten ist. Eine EU-Mitgliedschaft der Türkei wäre aus seiner Sicht "eine großartige Botschaft und in der krisenhaften Situation unserer Zeit eine historische Leistung".

Sorgen bereitet Gül der Konflikt des Westens mit Russland. Die Annexion der Krim durch Russland sei ein großes Problem; inzwischen gäbe es die schärfsten Spannungen seit dem Fall der Mauer. "Man muss von einem Zweiten Kalten Krieg sprechen", urteilte Gül. Er warnte davor, zu hart zu reagieren: "Man sollte Entschlossenheit zeigen, aber nicht provozieren, nicht dauernd neue Vorwürfe machen." Außerdem stelle sich die Frage, ob "Wirtschaftssanktionen das bringen, was man sich erhofft".  Ea/AFP, 8

 

 

 

 

 

OECD-Studie. Migrantenkinder haben große Jobprobleme

 

Europaweit sind Migrantenkinder deutlich höher von Arbeitslosigkeit betroffen als Einheimische. In Deutschland klafft ebenfalls eine riesige Lücke – auch bei gebildeten Hochschulabsolventen. Laut OECD ist Diskriminierung die Ursache und die Nichtöffnung des öffentlichen Dienstes.

 

Junge Menschen mit ausländischen Eltern haben in Deutschland und den übrigen EU-Ländern noch immer große Schwierigkeiten auf dem Arbeitsmarkt. Das geht aus einer Untersuchung hervor, die die Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) am Donnerstag vergangener Woche in Paris und Berlin vorstellte. Demnach liegt die Jugendarbeitslosigkeit unter Einwandererkindern in Deutschland derzeit bei 15 Prozent. Bei jungen Menschen ohne Migrationshintergrund ist sie nur halb so hoch. Europaweit liegt die Arbeitslosigkeit bei 20 Prozent für Migrantenkinder und 14 Prozent für Einheimische.

 „Die Länder machen nicht genug Fortschritte darin, Einwanderern und ihren Kindern bei der Integration zu helfen“, unterstrich OECD-Generalsekretär Angel Gurría. Die Jobschwierigkeiten vieler im Inland geborener Einwandererkinder haben laut OECD mit einem niedrigen Bildungsgrad und schlechteren Startchancen, aber auch mit Diskriminierung zu tun. In Deutschland habe sich das Gefälle zwischen jungen Menschen mit und ohne Migrationshintergrund seit dem Beginn der Wirtschaftskrise 2008 verschärft, so die OECD-Experten.

Auch die Einwanderer selber haben es auf dem Arbeitsmarkt nicht leicht. So seien Migranten mit Hochschulabschluss in Europa öfters arbeitslos als einheimische Akademiker, berichtet die OECD. Diejenigen mit Job seien häufig überqualifiziert und schlecht bezahlt – gerade, wenn sie im Ausland studiert hätten. „42 Prozent der hochqualifizierten Einwanderer mit ausländischem Abschluss haben Jobs, für die ein niedrigerer Bildungsgrad ausreichen würde“, erläutern die Pariser Experten.

Von einer besseren Integrationspolitik würden nicht nur die Migranten selbst, sondern auch die Wirtschaft und die Gesellschaft des Aufnahmelandes profitieren, betonte Gurría. Für Deutschland empfehlen die OECD-Fachleute unter anderem, mehr jungen Menschen mit Migrationshintergrund im öffentlichen Sektor eine Chance zu bieten. „In anderen Ländern wirkt dieser Sektor als starker Motor für Integration“, erläutern sie. (epd/mig 6)

 

 

 

 

AfD steht nach Sieg von Nationalkonservativen vor Spaltung

 

Die Unterstützer des von ihm initiierten Vereins "Weckruf 2015" müssten jetzt entscheiden, ob die AfD noch ihre politische Heimat sei, kündigte der abgewählte Parteichef am Sonntag in Essen an. Lucke unterlag bei der Vorstandswahl mit 38 Prozent klar der Vertreterin des nationalkonservativen Flügels. Für Petry stimmten 60 Prozent der rund 3500 Parteitagsteilnehmer. Die 40-Jährige forderte die Auflösung des liberalen Weckrufs und will die Partei nach rechts steuern.

Es könne sein, dass die AfD eine Rolle wie die rechtsextreme Partei Front National in Frankreich einnehmen werde, sagte Lucke, der für den wirtschaftsliberalen Flügel steht. Denkbar sei, dass die Weckruf-Unterstützer kollektiv aus der AfD austräten. Seinen eigenen Austritt bezeichnete er als "nicht unwahrscheinlich". Zudem gibt es im liberalen Flügel Überlegungen, eine konkurrierende Partei zu gründen.

Die AfD hat nach Parteiangaben rund 23.000 Mitglieder, der Weckruf nach eigenen Angaben gut 4.000 Anhänger. Bereits in Essen zeigten sich Abwanderungen: Nach Petrys Angaben erschienen am Sonntag rund 2.000 Parteimitglieder in der Gruga-Halle und damit 1.500 weniger als am Vortag.

Auf dem Parteitag herrschten teilweise tumultartige Zustände. Lucke wurde mit Buh-Rufen niedergeschrien. Das Parteitagspräsidium musste mehrfach zur Ruhe mahnen. Besonders als Lucke vor Vorurteilen gegen den Islam warnte, steigerte sich die Wut vieler Teilnehmer in offene Aggression und "Lucke raus"-Rufen. Der Ökonomie-Professor wies darauf hin, dass über zwei Millionen Muslime in Deutschland lebten und fragte, ob dieser Teil der Bevölkerung ausgegrenzt werden sollte.

Petry erklärte dagegen unter dem Jubel, der Islam vertrete ein Staatsverständnis, das in Mitteleuropa völlig fremd und mit dem Grundgesetz unvereinbar sei. Die sächsische Landeschefin forderte: "Wenn wir uns weiterentwickeln wollen, müssen wir uns überlegen, wie wir das bewerkstelligen wollen." Mit Blick auf die islamkritischen Pegida-Proteste erklärte sie, auch wenn man nicht alle Forderungen teile, seien es diese Bürger, "für die wir primär Politik machen wollen". Als Beispiel nannte sie eine Russland-freundlichere Außenpolitik oder eine Begrenzung der Zuwanderung. Petry wird Ende des Jahres automatisch alleinige AfD-Vorsitzende. Bis dahin steht ihr der ebenfalls in Essen gewählte Jörg Meuthen zur Seite. Außerhalb der Partei war der Wirtschaftswissenschaftler aus Baden-Württemberg bisher fast unbekannt.  Rtr/Ea, 6

 

 

 

 

 

Wenig Licht, viel Schatten. Parlament beschließt Asyl-Reform

 

Wer sich gut integriert hat, soll in Zukunft in Deutschland bleiben dürfen. Bis zu 30.000 Menschen sollen laut Vorlage von dieser Regelung profitieren können. Die vom Bundestag beschlossene Reform sieht aber auch schnellere Abschiebungen vor, was deutliche Kritik hervorruft.

 

Mit den Stimmen von Union und SPD hat der Bundestag am Donnerstagabend Änderungen im Bleibe- und Ausweisungsrecht für Ausländer beschlossen. Das Gesetzpaket von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) sieht vor, gut integrierten Ausländern, die seit langem nur aufgrund einer Duldung in Deutschland leben, ein dauerhaftes Aufenthaltsrecht zu geben. Davon könnten bis zu 30.000 Menschen profitieren. Auf der anderen Seite ändert das Gesetz Regeln der Ausweisung und Abschiebung, um das Zurückschicken von Ausländern, die keine Bleibeperspektive haben, besser durchsetzen zu können. Bei den Oppositionsfraktionen von Grünen und Linken stieß dies auf heftige Kritik.

Es müsse klarer unterschieden werden zwischen denjenigen, die Anspruch auf Schutz in Deutschland haben und denjenigen, für die dies nicht gelte, verteidigte de Maizière sein Paket. Andernfalls gefährde man die Bereitschaft zur Aufnahme von Flüchtlingen in Deutschland. Die Linken-Abgeordnete Ulla Jelpke bezeichnete die Änderungen bei der Abschiebung als „beschämend“. Das Gesetz geize mit Verbesserungen und sei maßlos bei Verschärfungen.

Grüne kritisieren Grundrechtseingriffe

Der Innenpolitiker der Grünen, Volker Beck, warf der Koalition vor, der Entwurf enthalte „allerlei Haft, viele Grundrechtseingriffe“. Änderungs- und ein Entschließungsantrag der Opposition wurden in namentlichen Abstimmungen abgelehnt.

Das neue, stichtagsunabhängige Bleiberecht sieht vor, dass Erwachsene, die seit mindestens acht Jahren in Deutschland leben, gut deutsch sprechen und ihren Lebensunterhalt selbst sichern können, einen Aufenthaltstitel erhalten. Haben sie minderjährige Kinder, gilt eine Frist von sechs Jahren. Für Jugendliche wird die Frist auf vier Jahre herabgesetzt.

Kein Aufenthaltserlaubnis für Azubis

Durch Änderungen bei der Aufenthaltsbeendigung erhofft sich das Bundesinnenministerium eine bessere Durchsetzbarkeit von Ausweisungen und Abschiebungen. Unter anderem wird ein neuer Abschiebegewahrsam eingeführt, der bis zu vier Tagen vom Richter angeordnet werden kann, wenn sich ein Ausländer „schuldhaft“ der Ausweisung entzogen hat. Zudem werden Wiedereinreisesperren eingeführt, die vor allem auf Asylbewerber aus sogenannten sicheren Herkunftsländern zielen. Dazu zählen einige Balkanstaaten, aus denen viele Flüchtlinge nach Deutschland kommen.

Diese Verschärfungen gehen der Opposition zu weit. Linke und Grüne kritisierten zudem, dass die von Ländern und Wirtschaft geforderte Aufenthaltserlaubnis für junge Flüchtlinge für die Dauer einer Ausbildung nicht umgesetzt wurde. Das Gesetz stellt nur die derzeitige Rechtslage klar, die nach Ansicht des Innenministeriums ausreichend ist. Demnach ist eine Duldung für die Zeit der Ausbildung möglich. Sie liegt aber zunächst im Ermessen der Behörden. Außerdem hatte die Opposition einen Verzicht auf Deutschkenntnisse beim Ehegattennachzug gefordert. Durch eine Härteklausel im Gesetz hält das Bundesinnenministerium weiter daran fest.

Größter Kritikpunkt: Fluchtgefahr

Einer der größten Kritikpunkte am Gesetz ist die Definition von Fluchtgefahr, die eine Inhaftierung von Flüchtlingen rechtfertigt. Laut Gesetz gehört dazu das Täuschen über die Identität oder das Aufwenden großer Geldbeträge für Schleuser. „Mit dieser Regelung kann theoretisch der Großteil der Flüchtlinge mit Dublin-Verfahren in Haft genommen werden“, kritisierte die Flüchtlingsorganisation Pro Asyl. Das Innenministerium hält dagegen, die Definition von Fluchtgefahr sei durch Europarecht notwendig geworden. Eine Ausweitung der Haft sei weder geplant noch erwünscht.

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), lobte insbesondere die Änderungen im Bleiberecht. Gerade für junge Geduldete seien aber noch einige rechtliche Verbesserungen durchzsuetzen, ergänzte sie mit Blick auf eine Aufenthaltsregelung für Azubis. (epd/mig 6)

 

 

 

 

 

Generali Versicherungen. Finanzielle Absicherung von Unternehmern gezielt verbessert

 

München - Unternehmer benötigen für ihre finanzielle Absicherung

leistungsstarke Firmenkundenversicherungen. Doch die

Herausforderungen ändern sich stetig, damit steigen auch die

Ansprüche an Versicherungen. Um ihren Firmenkunden auch weiterhin

optimalen Schutz bieten zu können, haben die Generali Versicherungen

zum 1. Juli neue Produkte für die gewerbliche Gebäude-, Inhalts-

sowie Glasversicherung auf den Markt gebracht.

 

Die neuen Versicherungslösungen warten mit einigen

Leistungsverbesserungen auf: Ein Beispiel hierfür ist die erweiterte

Neuwertentschädigung, auch bekannt als "Goldene Regel". Mit ihr

erhalten Unternehmer bei einem Schaden - auch wenn der Zeitwert unter

40 Prozent des Neuwertes liegt - den Neuwert als Entschädigung. "Über

eine Reihe wichtiger pauschaler Einschlüsse bieten wir eine sehr

umfassende und gleichzeitig einfache Absicherung vieler Risiken an.

Die Leistungen sind natürlich bei Bedarf flexibel auf individuelle

Anforderungen unserer Kunden anpassbar", erläutert Dr. Monika

Sebold-Bender, Vorstand Komposit und Schaden der Generali

Versicherungen.

 

Die Verbesserung der gewerblichen Gebäude-, Inhalts- sowie

Glasversicherung ist ein Teil der Neuaufstellung der Generali

Versicherungen im Bereich der Firmenkunden: 2016 wird das Unternehmen

eine überarbeitete Betriebshaftpflichtversicherung auf den Markt

bringen. Auch das Bündelprodukt Generali Gewerbe wird weiter

optimiert. "Den Geschäftsbereich Firmenkunden sehen die Generali

Versicherungen als ein zentrales Wachstumsfeld. Mit den

Produktverbesserungen wollen wir unseren Firmenkunden noch besseren

Schutz bieten und uns im diesem Geschäftsfeld nachhaltig

positionieren", erklärt Sebold-Bender.

 

Sämtliche Informationen zu den neuen Firmenkundenprodukten der

Generali Versicherungen finden sich im Internet unter

https://www.generali.de/firmenkunden/ dip

 

 

 

 

EU scheitert vorerst bei Verteilung von Flüchtlingen

 

Europa streitet weiter über die Flüchtlingsfrage: Die EU-Innenminister haben sich am Donnerstag noch nicht vollständig auf die geplante Verteilung von 60.000 Flüchtlingen verständigen können. Deutschland bietet derweil die Aufnahme von 12.100 Menschen an.

Im Streit um die Verteilung von insgesamt 60.000 Flüchtlingen schaffen die EU-Länder ihr Ziel vorerst nicht. Wie Luxemburgs Einwanderungsminister Jean Asselborn am Donnerstag nach einem Treffen der EU-Innenminister in Brüssel sagte, wurde zwar eine Einigung zur Aufnahme von 20.000 Flüchtlingen aus Konfliktgebieten erreicht. Bei der Umverteilung von 40.000 Menschen, die sich bereits in Europa befinden, fehlten aber noch Zusagen von Ländern.

"Für die Umsiedlung sind wir noch nicht am Ziel", sagte auch Bundesinnenminister Thomas de Maizière am Donnerstag. "Einige Staaten wollen sich erst in den nächsten Tagen festlegen, mit anderen Staaten werden wir sicher noch Gespräche führen."

Deutschland sei bereit, insgesamt 12.100 Menschen aufzunehmen, erklärte de Maizière. Dies betreffe 9.000 Flüchtlinge, die sich schon in den überlasteten EU-Hauptankunftsländern Italien und Griechenland befinden, und 3.100 Menschen aus Flüchtlingslagern in Konfliktregionen. Frankreichs Innenminister Bernard Cazeneuve sagte die Aufnahme von insgesamt 9.100 Flüchtlingen zu.

Die Staats- und Regierungschefs hatten auf ihrem Gipfel Ende Juni die Verteilung der 60.000 Flüchtlinge auf alle EU-Staaten beschlossen. Der Versuch, dies über verbindliche Quoten zu erreichen, scheiterte insbesondere am Widerstand Großbritanniens und mehrerer osteuropäischer Staaten. Die EU setzte deshalb auf freiwillige Zusagen aller Mitgliedstaaten bis Ende Juli. Asselborn, dessen Land derzeit die EU-Ratspräsidentschaft innehat, sprach von einer "schwierigen Debatte".

Die EU-Innenminister hätten nun beschlossen, am 20. Juli in Brüssel bei einem außerordentlichen Treffen einen neuen Anlauf zu nehmen, um die geplante Verteilung vollständig zu erreichen. Bei der Aufnahme der Menschen aus Konfliktgebieten liege die Zahl jetzt schon "bei weitem" über den angestrebten 20.000, auch weil sich Nicht-EU-Länder wie die Schweiz beteiligt hätten, sagte Asselborn weiter.

De Maizière: "Es gibt kein Ausweichen mehr"

Bei der Umverteilung aus Italien und Griechenland seien die Minister gleichfalls "nicht weit vom Ziel entfernt". Es habe kein Land gegeben, "das sich der Solidarität verweigert hat." Diplomaten hatten am Nachmittag gesagt, Spanien und Österreich hätten zunächst keine Zahlen für eine Beteiligung nennen wollen. Dies wurde aber nicht offiziell bestätigt.

De Maizière sagte, einige Länder fürchteten, dass durch die Zusagen ein Sogeffekt entstehe, der weiter Flüchtlinge nach Europa bringe. Auch die Frage der Sekundärmigration sei in der Diskussion wichtig gewesen - also ob die Menschen dann auch in den Ländern bleiben, in die sie verteilt werden, und nicht in andere EU-Staaten weiterreisen. De Maizière betonte, nach dem Beschluss der Staats- und Regierungschefs gebe es aber "jetzt kein Ausweichen mehr".

EA/FP/dsa, 10

 

 

 

 

 

Schulanfang 2015: Lernen leicht gemacht!

 

Nach den langen Sommerferien strömen über acht Millionen Schüler in den nächsten Wochen wieder zurück in ihre Klassenzimmer. Damit Mathe, Deutsch und Co. gut klappen, ist für sie eine gesunde Ernährung besonders wichtig. Geheimtipp: Wer sein Zimmer bei den Hausaufgaben mit natürlichen Zitrusdüften besprüht, kann sich besser konzentrieren! Expertin Dr. Heidi Braunewell von der  Reformhaus-Fachakademie in Oberursel sagt, wie Lernen zum Kinderspiel wird.

 

1. Ein ordentliches Frühstück setzt Energie frei und macht leistungsfähiger. Denn das Gehirn braucht nach dem Aufstehen Eiweiß und Kohlenhydrate, um auf Betriebstemperatur zu kommen. Im Eiweiß ist die Aminosäure Tryptophan enthalten, die am besten zusammen mit gesunder Süße (zum Beispiel Müsli mit Obst oder Ahornsirup) ins Gehirn gelangt und dort in unser Wohlfühlhormon Serotonin umgewandelt werden kann. Bananen enthalten das „Lernhormon“ sogar direkt.

 

2. Keine Lust auf Wurststulle? Eltern können stattdessen gesunde Leckereien mit auf den Schulweg geben. Pünktlich zum Schulstart gibt es in den teilnehmenden Reformhäusern für Vor- und Grundschulkinder die „Bio-Schul-Box“ mit der Maus. Sie enthält einen Bio-Rotbäckchen-Saft, HOLO Bio-Hirsebällchen, Wow!bab-Bio-Getreidemix-Riegel, leckere Bio-Weinbeeren sowie einen köstlichen Bio-Bananen-Snack von Lihn. Eine Frontseiten der Box, die Spaß macht: Den Deckel ziert die wissbegierige Maus aus der gleichnamigen Fernsehsendung. Mit der enthaltenen Kresse-Saat können die ABC-Schützen spielend leicht ihre eigenen Kräuter anbauen und damit ihr Schulbrot mit wertvollen Vitalstoffen anreichern.

 

3. Wissenschaftliche Studien belegen, dass ätherische Öle nicht nur für gute Laune sorgen, sondern auch die Konzentrationsfähigkeit erhöhen. Die naturreinen Duftmischungen mit Inhaltsstoffen der Zitrus-Familie machen wach und aufmerksam, wenn es nachmittags noch an der nötigen Motivation fürs Erledigen der Hausaufgaben fehlt. In den Reformhäusern sind hierfür beispielsweise die Primavera Duftmischung und das BioAirspray „Leichter lernen“ erhältlich.

 

4. Die Pause war wieder zu kurz, der Kopf wird schwer? Das Gehirn hat keine Speicher und braucht deshalb alle zwanzig Minuten Flüssigkeit. Wer eine gesunde Alternative und Abwechslung zum Mineralwasser sucht, kann zum Beispiel mit dem Rotbäckchen-Saft wichtige Nährstoffe aufnehmen, die das Gehirn zusätzlich auf Trab bringen.

 

5. Gut gelaunt, auch wenn der Schultag wieder so lang ist? Wer gesund nascht, bleibt auch in der sechsten Stunde noch aufnahmefähig. Schokoriegel geben jedoch keine nachhaltige Energie, zu viel davon macht dick – Studien zufolge hat heute fast jedes sechste Schulkind Übergewicht. Eltern sollten also vorbeugen und Naschereien wählen, in welchen eine ausgewogene Mischung aus Eiweiß, Ballaststoffen, Kalzium und Eisen enthalten ist. Ein leckeres „Ranzenmüsli“ kann zum Beispiel aus Hirsebällchen mit Bio-Weinbeeren bestehen. Letztere liegen auch der Bio-Brotbox bei, die jährlich zu Schulbeginn an Schulanfänger verteilt wird und bei der Reformhaus® ein wesentlicher Partner ist. Fehler! Hyperlink-Referenz ungültig.>

 

Dr. Heidi Braunewell: Dipl. Biologin, lebt mit ihrer Familie in Butzbach. Frau Braunewell arbeitet als Seminarleiterin an der Akademie gesundes Leben der Stiftung Reformhaus-Fachakademie. Sie promovierte über Arzneipflanzen, ihr besonderes Engagement gilt der Naturheilkunde und ganzheitlichen Gesundheit. Mit ihrer Tochter zusammen ist sie mehrfache Weltmeisterin im Sport Stacking, einer hochkonzentrativen Sportart. Als Buchautorin ist sie in Fernsehsendungen und Rundfunkinterviews als Expertin gefragt. Seit 1994 arbeitet und unterrichtet sie an der Stiftung Reformhaus-Fachakademie sowie der Akademie gesundes Leben in Oberursel.

Dort können an Ernährung Interessierte Kurse buchen. Die Ausbildung „Ernährungsberater für Kinder“ richtet sich an alle, die Kindern Gesundheit und Lebensfreude vermitteln möchten. Dazu zählen Eltern, denen die gesunde Entwicklung ihrer Kinder am Herzen liegt. Auch Erzieher, Lehrer, Gesundheitsberater, medizinische Fachangestellte und Krankenschwestern nutzen die Ausbildung, um das Thema "Gesunde Kinder-Ernährung" in Kindergärten, Schulen und Vereinen aufzugreifen. http://www.akademie-gesundes-leben.de/AUSB-ErnBer/ausbildungernaehrungsberaterfuerkinder.php

Über Reformhaus

 

 

 

 

Studie. Wirtschaft profitiert von ausländischen Studenten

 

Ausländische Studenten haben einen positiven Effekt auf die Wirtschaft in Deutschland. Zwar kostet jeder Student den Fiskus Geld, diese werden aber schon nach kurzer Zeit gedeckt. Das zeigt eine aktuelle Studie des Deutschen Akademischen Austauschdienstes.

 

Die deutsche Wirtschaft profitiert einer Studie zufolge von ausländischen Studierenden. Selbst wenn diese nur einen kleinen Teil ihres Studiums in Deutschland absolvierten, habe dies positive kurz- und langfristige Effekte, teilte der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) am Donnerstag in Bonn mit. Für die von der EU und dem Bundesforschungsministerium mitfinanzierte Studie untersuchte die CHE Consult GmbH im Auftrag des DAAD die Auswirkungen von kurzen Studien- oder Praktikumsaufenthalten in Deutschland auf öffentliche Haushalte und die Volkswirtschaft.

Für ausländische Studenten entstehen der Untersuchung zufolge öffentliche Nettoinvestitionen in Höhe von 27 Millionen Euro. Dazu gehören etwa die Kosten für Studienplätze und Förderungen wie Erasmus-Stipendien. Diese Ausgaben der öffentlichen Hand würden aber bereits während des Studienaufenthalts fast durch die öffentlichen Einnahmen gedeckt, die sich aus dem Konsum der jungen Menschen in Deutschland ergeben – beispielsweise durch die gezahlte Mehrwertsteuer.

Wenn nur knapp zwei Prozent der ausländischen Gaststudenten, die ihren Abschluss nicht in Deutschland machen, später zum Arbeiten zurückkehren, sind den Berechnungen zufolge die öffentlichen Bildungsinvestitionen bereits vollständig gedeckt. Tatsächlich könne aber davon ausgegangen werden, dass rund ein Viertel der jungen Menschen nach ihrem Studium in Betracht ziehe, in Deutschland zu arbeiten, erklärte der DAAD. Für die öffentlichen Haushalte entsteht demnach je nach Berechnungsgrundlage ein positiver Gesamtsaldo zwischen 181 und 245 Millionen Euro. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Heilquelle Nordenau und was dahinter steckt

Heinsberg - Unter Heilwasser versteht man bekanntlich Wasser, das medizinisch nachweisbar Krankheiten vorbeugt, lindern oder sie sogar heilen kann. Sie verfügen über besondere chemische oder physikalische Eigenschaften. Je nach Eigenschaft hat es eine positive Wirkung die physiologisch eingrenzbar ist. Schon die Römer wussten um die gesunde Wirkung von besonderen Heilquellen. In Europa geben es Hunderte und in Deutschland sind auch viele Quellen bekannt. Eine aber ist ganz unterschiedlich. Diese Art Quelle gibt es nur noch in Tlacote ( Mexiko) und Hita Tenryosui in Japan. Nach der Entdeckung 1992 sind hunderte von Fällen bekannt, in denen Schmerzlinderung und Heilungen bei Augenprobleme, Hautkrankheiten, Bluthochdruck, Magenerkrankungen und sogar Krebs berichtet wurden. Seit Jahren beobachtet der Allgemeinmediziner Dr Hussels aus Dorlar verschiedene Krankheitsverläufe in Zusammenhang mit dem Stollen. Der Arzt Dr. Steinbrück ( Frankfurt/Main) und der orstansässige Arzt Dr Gadek führten erste Untersuchungen durch. Der japanische Molekularbiologe Prof,. Shirahata ließ sich tausende Liter des Wassers aus Nordenau schicken und forschte dort in seinem Labor, Die Studie ist inzwischen auch in englisch einsehbar.

515 Patienten wurden untersucht. Bei allen Krankheiten kam es zu positiven Veränderungen.

Der Hauptgrund liegt in der Beschaffenheit des Wassers. Das Wasser wird durch die Mineralien und die magnetische Eigenschaft des Bodens so umstrukturiert, dass es ionisierten molekularen Wasserstoff bildet, welcher hohe antioxodantische Eigenschaften aufweist. Und Antioxidantien sind die Jäger der freien Radikalen. Freie Radikale sind nachweislich die Ursache für die vielen Erkrankungen.

Inzwischen ist es möglich, diese positiven heilenden Eigenschaften des Wasserstoffs – welcher inzwischen in mehr als 400 Studien und fast 80 Krankheiten bewiesen wurde – den Menschen zugänglich zu machen ohne nach Nordenau zu fahren und sich dort das Wasser zu holen oder es sich schicken zu lassen, denn der heilende Wasserstoff ist sehr reaktiv und hält sich nicht lange, ausser es ist in Spezialverfahren und in speziellen Verpackungen länger haltbar gemacht worden.

Man kann dieses wasserstoffreiche Wasser selbst herstellen, wenn man einen elektrischen Ionisator findet, welcher in der Lage ist, dieses wasserstoffreiche Wasser zu erstellen oder mineralische Wasseroptimierer. Auch Brausen mit einer speziellen Mineralienmischung können dieses Wasser erzeugen, welche durch die Haut aufgenommenwird. Aber Obacht: Nicht jedes Produkt, welches dies durch einen ORP Wert(OxidationsReduktionsPotential) verspricht, erzeugt auch molekularen Wasserstoff. Einige Produkte, die halten, was sie versprechen, haben die Unternehmensenergethiker Europe gefunden und geben dies gerne weiter.

GA 9

 

 

 

 

 

Gutachten. Generelles Kopftuchverbot an Schulen verfassungswidrig

 

Einem Gutachten zufolge verstößt das Berliner Neutralitätsgesetz gegen die Verfassung. Darin ist ein pauschales Verbot verankert, das Lehrern das tragen religiöser Kleidung untersagt. Laut Bundesverfassungsgericht sind pauschale Kopftuchverbote aber unzulässig.

 

Das Berliner Neutralitätsgesetz soll laut einem Gutachten des Wissenschaftlichen Parlamentsdienstes des Abgeordnetenhauses in Teilen verfassungswidrig sein. Als Konsequenz würden die Gutachter empfehlen, das Neutralitätsgesetz zu ändern, berichtete der Rundfunk Berlin-Brandenburg am Mittwoch. Das Gutachten, das dem Sender vorliege, sei im Auftrag der SPD-Fraktion im Berliner Abgeordnetenhaus angefertigt worden.

Demnach ist das Berliner Neutralitätsgesetz mit der jüngsten Rechtsprechung des Bundesverfassungsgerichts nicht vereinbar. Die derzeitige Regelung des Gesetzes enthalte ein pauschales Verbot für Lehrkräfte, religiöse Symbole und Kleidung im Unterricht zu tragen. Ein Kopftuchverbot sei jedoch nur verfassungskonform, wenn durch das Tragen dieser Kopfbedeckung der Schulfrieden konkret gestört werde, so die Gutachter. Die Annahme einer abstrakten Gefährdung des Schulfriedens halten sie für nicht ausreichend.

Die Berliner Innenverwaltung erklärte am Mittwoch auf Anfrage, die Überprüfung des Neutralitätsgesetzes dauere weiter an. Bislang sei noch kein Ende abzusehen, sagte ein Sprecher dem Evangelischen Pressedienst.

Das Bundesverfassungsgericht hatte im März am Beispiel zweier muslimischer Pädagoginnen aus Nordrhein-Westfalen ein pauschales Kopftuchverbot für unzulässig erklärt. Künftig müsse dafür eine konkrete Gefahr für Neutralität und Schulfrieden nachgewiesen werden.

In Berlin gilt seit zehn Jahren ein weitgehendes Verbot religiöser Symbole in Teilen des Öffentlichen Dienstes. Das Neutralitätsgesetz gilt für Beamte bei Gericht, im Justizvollzug, bei der Polizei sowie für Lehrer. Es verbietet unter anderem das Tragen von „auffallenden religiös oder weltanschaulich geprägten Kleidungsstücken“. (epd/mig 9)

 

 

 

 

Bis zu 20 Prozent Kraftstoff sparen

 

Autos haben ein größeres Sparpotenzial, als die meisten denken. Die Fahrer müssen allerdings ihren Teil dazu beitragen. Mit unseren Tipps können Sie Sprit und Geld sparen:

* Drehzahlen niedrig halten:

Flott beschleunigen, möglichst rasch die Gänge hochschalten und dann mit niedrigen Drehzahlen die gewählte Geschwindigkeit beibehalten. Selbst im Stadtverkehr kann man im 5. Gang noch gut mitschwimmen. Schalten Sie erst dann zurück, wenn der Motor ruckelt oder kein Gas mehr annimmt.

* Vorausschauend fahren:

Jedes Bremsen vergeudet Energie. Nutzen Sie daher so lange wie möglich die Motorbremswirkung. Im "Schiebebetrieb", beim Heranrollen an eine Ampel, nicht den Gang herausnehmen. Die meisten Autos sind mit einer Schubabschaltung ausgerüstet, welche die Kraftstoffzufuhr in dieser Situation absperrt.

* Kurze Strecken meiden:

Bei kaltem Motor verbraucht das Auto am meisten. Um rund zu laufen, benötigt zumindest der Ottomotor in der Warmlaufphase ein "fetteres" Gemisch als nach längerer Laufzeit, also mit deutlich höherem Kraftstoffanteil. Die Folge können hochgerechnet bis zu 30 Liter Verbrauch je 100 Kilometer sein. Bei Kurzstrecken von ein paar Kilometern also lieber aufs Fahrrad umsteigen oder mehrere Einzelfahrten kombinieren.

* Im Leerlauf Motor aus:

Wer keine Start-Stopp-Automatik hat, kann auch selbst am Schlüssel drehen. Bei Wartezeiten von mehr als 20 Sekunden lohnt es sich, den Motor auszuschalten. An Bahnübergängen ist dies sogar vorgeschrieben. In der Summe spart man so 0,5 bis 1 Liter pro Stunde.

* Verbraucher ausschalten:

Weil das Auto seinen Strom selbst erzeugen muss, kosten viele eingeschaltete Verbraucher Sprit. Die heizbare Heckscheibe zieht zum Beispiel 185 Watt und sollte – wenn die Scheibe frei ist – gleich wieder abgeschaltet werden. Das Radio kommt auf 20 Watt, die Lüftung auf 170. Faustregel: 100 Watt erfordern rund 0,1 Liter/100 Kilometer. Aber: Nie an der Beleuchtung und damit an der Sicherheit sparen!

* Gewicht reduzieren:

Ob Straßenatlas, Getränkekisten oder Kleinkram aller Art: Nicht benötigte Utensilien spazieren zu fahren, heißt mehr Gewicht und kostet Kraftstoff. Also am besten alles raus, was Sie nicht brauchen. 100 Kilo Zusatzlast ergeben rund 0,3 Liter Mehrverbrauch. Auch Dachträger, Dachboxen und Fahrrad-Kupplungsträger erhöhen den Verbrauch signifikant. Bei Nichtgebrauch also runter damit.

* Richtiger Luftdruck:

Zu wenig Luft erhöht den Verbrauch. Schon 0,2 bar weniger sorgen für einen größeren Rollwiderstand und somit für unnötigen Mehrverbrauch (ca. 1 Prozent) sowie Verschleiß. Der Reifen-Luftdruck sollte regelmäßig kontrolliert werden. Eine leichte Erhöhung des vom Fahrzeughersteller empfohlenen Reifenluftdrucks um max. 0,2 Bar für jeden Beladungszustand ist möglich, sofern dies in der Bedienungsanleitung beschrieben ist. Das spart zusätzlich Kraftstoff.

* Spritpreis-App:

Was hilft der effizienteste Fahrstil, wenn die Tankstelle am Ende Wucherpreise verlangt? Um die Spritpreise der Anbieter in Ihrer Nähe vergleichen zu können, gibt es die Spritpreis-App, die die aktuellen Preise anzeigt. So lässt sich auf einen Blick die günstigste Tankstelle finden. Die App kann für Smartphones mit Android-Betriebssystem und für Apple-Geräte kostenlos heruntergeladen werden.

* ADAC Spritspartraining:

Unter der Anleitung erfahrener Trainer lässt sich im ADAC Spritspartraining die eigene Fahrweise optimieren. Ob in Ihrer Gegend eine solche Schulung angeboten wird, erfahren Sie über Ihren Regionalclub: www.adac.de/regional  adac 9