WEBGIORNALE   8-14   GIUGNO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Immigrazione. Arrivano le quote della ripartizione in Europa  1

2.       Per Francia e Germania i migranti irregolari devono essere espulsi prontamente  1

3.       Governatori del Nord contro immigrati: "Stop ai nuovi arrivi". Renzi: "Basta demagogia e scaricabarile"  1

4.       Rapporto immigrazione. Ottica rovesciata: sono i migranti a sviluppare l’Italia  2

5.       Migranti, attori di sviluppo, presentato il XXIV Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes  3

6.       Sviluppo, l’Anno Europeo. Liberare il gigante e renderlo solidale  3

7.       Immigrati: un dramma ancora irrisolto  3

8.       Crimini e quote. I migranti, paradosso italiano  4

9.       I passi falsi 4

10.   La Baviera dà il benvenuto al presidente del Consiglio Renzi 4

11.   Il pasticcio tedesco dello spionaggio con gli americani 5

12.   Dietro le quinte del G7 in Baviera, Obama in ritardo come sempre  5

13.   Via al G7, Juncker: “Grexit? Non faccio miracoli”. Renzi: “Tsipras deve fare le riforme”  5

14.   Cronaca del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno (22-25 maggio 2015) 6

15.   Novità a Berlino: il murale realizzato dall’artista foggiano Agostino Iacurci 6

16.   Gli studenti dell’Italo Svevo di Colonia all’Expo di Milano. Quando l'EXPO diventa speranza  7

17.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  7

18.   Al cinema con Freud. Ciclo di film: “Prendi iniziativa!” a Francoforte  8

19.   Doppia personale all’IIC di Colonia: quella di Lucilla Restelli e Pietro Moroni 8

20.   Al Consolato di Colonia il 23 giugno serata informativa sula “Nuova Mobilità degli Italiani in Nordreno-Vestfalia”  8

21.   A Monaco di Baviera conferenza su “Food Design. Il cibo come etica”, il 10 giugno  8

22.   Dante all’IIC di Colonia il 10 giugno  9

23.   I numeri dei i Connazionali all’estero  9

24.   Francia e Germania contro i criteri di distribuzione degli immigrati in Europa  9

25.   Migrazioni, la mappa e gli identikit dei 5 milioni di stranieri in Italia  9

26.   Duemila migranti in salvo nel Canale di Sicilia, altri tremila alla deriva: appello del ministro inglese  10

27.   Migliaia di migranti alla deriva nel Mediterraneo  10

28.   Spagna e Polonia. Ue, nuovo allarme consenso  10

29.   Senza l'Europa federata saremo una pedina sulla scacchiera  11

30.   Europa politica! 12

31.   La terza rivoluzione industriale. Profitti senza lavoro nell’era digitale  12

32.   Le promesse  13

33.   Mutazioni. Se la destra non è più la casa dei moderati 13

34.   Dietro l’astensionismo. "La gente pensa che la politica non possa fare nulla"  13

35.   Stato e criminalità. Questioni nazionali (non locali) 14

36.   Parere favorevole della Commissione Esteri alla previsione di spesa 2015 per Dante ed enti a carattere internazionale  14

37.   Mafia capitale ora l'inchiesta entra nel governo  14

38.   La politica del rinnovamento  15

39.   La politica in vendita  e gli anticorpi necessari 15

40.   Regionali: 5 a 2 per il centrosinistra  15

41.   Regionali 2015: De Luca in Campania, Toti conquista la Liguria  16

42.   La “syndrome spagnola”. Addio al bipolarismo, più forti (anche da noi) i partiti antisistema  16

43.   Per chi suonano le due campane  16

44.   Il consenso  17

45.   La scossa di Roma e i tormenti del Pd sulle riforme  17

46.   Dopo le regionali. Gli alleati che servono a un leader 17

47.   Il Lega-forzismo che soffia a destra  18

48.   Una sconfitta…senza vincitori! 18

49.   Evoluzione?  18

50.   E con l’Italicum oggi sarebbe una sfida politica-antipolitica  19

51.   Marco Fedi (Pd): 2 Giugno, una festa di rinascita, di libertà e di pace  19

52.   Il Pd è un ring. De Luca querela Bindi, Burlando contro Cofferati 19

53.   Mafia capitale, 44 nuovi arresti 19

54.   Semantica storica: feria e festa  20

55.   Il miraggio  20

56.   La politica in vendita e gli anticorpi necessari 20

57.   Riunita l’assemblea generale dell’Efasce, Ente friulano per l’assistenza sociale e culturale degli emigranti 21

58.   Ginevra. La Rappresentanza  Permanente d’Italia presso le Organizzazioni Internazionali e il Consolato celebrano la Festa della Repubblica  21

59.   A Roma il 3 e 4 luglio l'assemblea degli Stati Generali dell'associazionismo degli italiani nel mondo  22

60.   La Bartolini lascia Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo  22

61.   Marco Fedi e Fabio Porta (Pd): “Sull’Imu ci aspettiamo una interpretazione estensiva delle Finanze”  22

62.   Dall’Inps un nuovo portale per la rete consolare che fornisce servizi per i pensionati italiani all’estero  22

 

 

1.       Italien: Renzi stolpert bei Regionalwahlen  22

2.       Italien: Salvini will der neue Berlusconi werden  23

3.       D/Italien: Erinnerung an Massaker von Sant´Anna  23

4.       Italienische Küste. Erneut 4000 Flüchtlinge aus Seenot gerettet 23

5.       Deutsch – Italienische Woche. Italien präsentiert sich facettenreich im Herzen Frankfurts  24

6.       Schriftsteller Giorgio Falco und Fotografin Sabrina Ragucci am 8. Juni zu Gast an der Freien Universität Berlin  24

7.       Wissen. Der jährlich zelebrierte G-7-Gipfel entstand aus einem Kamingespräch  24

8.       Juncker: "Kommission wird ihre Migrationsagenda nicht ändern"  24

9.       Forscher: Migrationspolitik besser als ihr Ruf 25

10.   Gemeinsame deutsche Geschichten? Erinnerungs-Interkultur in der Einwanderungsgesellschaft. 25

11.   Auslandseinsätze der Bundeswehr. Mandatsverlängerungen beschlossen  25

12.   Griechenland-Rettung abermals vertagt 26

13.   EU-Verteilungsschlüssel in der Kritik. Deutschland und Frankreich wollen EU-Flüchtlingsquote drücken  26

14.   Arbeitsmarkt Sofortprogramm für Flüchtlinge gefordert 27

15.   Flüchtlingspolitik. Zivile Handelsschiffe retten zehn Mal mehr Flüchtlinge als Frontex  27

16.   Ostukraine: Folter, willkürliche Tötungen, Hunger 27

17.   Einer der wichtigsten Konflikte seit der Nachkriegszeit 28

18.   Bundesverwaltungsgericht. Einbürgerung nur bei gesichertem Lebensunterhalt 28

19.   Auswanderung. Warum die Besten Deutschland verlassen  28

20.   Enwicklungsminister: “Das sind keine Wirtschaftsflüchtlinge. Das sind Elends-, Hunger-, und Notflüchtlinge.”  29

21.   „Die Polarisierung ist spürbar“  29

22.   Migrationsstudie. Pflegebranche tut sich schwer mit Suche nach Fachkräften im Ausland  29

23.   Parlamentswahlen in der Türkei. Bilanz: Wahlbeteiligung der Türken in Europa überrascht 30

24.   Umfrage: Ansehen der EU in Deutschland schwindet 30

25.   Arbeitsmarkt. Gute Entwicklung setzt sich fort 30

26.   EU-Kommission leitet Verfahren gegen Pkw-Maut ein  31

27.   Leberleiden oft unbemerkt: Eine kranke Leber schmerzt nicht. Früherkennung kann Transplantation vermeiden  31

28.   Frankfurt. Im Kino mit Freud. Filmzyklus: “Prendi iniziativa!”  31

29.   Köln. Dante – die neun Kreise der Hölle der Göttlichen Komödie  32

 

 

 

Immigrazione. Arrivano le quote della ripartizione in Europa

 

La Commissione Europea vuole imporre delle “quote” obbligatorie agli stati membri per dividersi con maggiore solidarietà i rifugiati, per far fronte alla situazione di emergenza nei paesi di “prima linea”, in particolare in Italia: il sistema della relocation è proposto da Bruxelles nell’Agenda europea sull’immigrazione, approvata dal collegio dei commissari, con qualche anticipo rispetto al previsto.

“L’immigrazione è responsabilità condivisa di tutti gli Stati membri e tutti gli Stati membri sono chiamati ora a raccogliere questa sfida storica”: così Federica Mogherini – Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione Europea - commentava la nuova Agenda europea sulla immigrazione, presentata dalla Commissione Europea.

Un ottimo lavoro di quadra dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, del Vicepresidente Frans Timmermans e del Commissario per l’Immigrazione Dimitris Avramopoulos; ciò che appare e sembra esserci è una vera e propria svolta nel segno di una maggiore solidarietà e responsabilità condivisa rispetto a quelle che sembravano le premesse emerse dal Consiglio Europeo del 23 aprile u.s.

La nuova Agenda sull’immigrazione tratta di un programma ambizioso con strategie a breve e lungo tempo basato su quattro pilastri:

1. ridurre gli incentivi all’immigrazione irregolare;

2. aumentare la sicurezza delle frontiere esterne europee;

3. realizzare un sistema europeo comune di asilo efficace;

4. elaborare una nuova politica migratoria legale.

5. L’obiettivo è quello di cambiare l’approccio al problema dell’immigrazione, riconoscere la dimensione europea del fenomeno e la necessità di interventi strutturali oltre le soluzioni meramente emergenziali.

Innanzitutto si triplicano i fondi alla missione Triton: dovrà svolgere non solo un ruolo centrale nel rimpatrio, ma anche e soprattutto nelle operazioni di salvataggio di vite umane, compito non altrettanto potenziato fino ad ora. Triton ed Europol dovranno poi collaborare per smantellare la rete di trafficanti: già lunedì 18 maggio nel Consiglio dei Ministri degli Esteri si è discusso in merito all’adozione di provvedimenti di sicurezza e difesa.

Federica Mogherini ha però sciolto ogni dubbio: non ci saranno interventi a terra in Libia, ma operazioni di intelligence mirata, per colpire le navi sospette, cercando di non compromettere la vita dei migranti. Si è anche sottolineata la necessità di coordinare meglio il controllo alle frontiere esterne e non è esclusa la formazione di una guardia costiera europea, finanziata con mezzi e risorse di tutti gli Stati. Ma i punti più importanti e più discussi dell’Agenda sono quelli che riguardano le questioni del ricollocamento- nodo quote e del reinsediamento dei migranti.

Entro fine anno sarà approvato un piano per mettere in atto il cosiddetto sistema di risposta di emergenza, previsto all’articolo 78 TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), ma fino ad ora mai stato attivato: si cercherà di stabilire delle quote di migranti con diritto di asilo per ciascun Paese membro in base a criteri come PIL, popolazione, tasso di disoccupazione, numero di rifugiati già a carico dello Stato.

La Commissione Juncker ha deciso di chiamare gli Stati ad una responsabilità condivisa, ma, com’era prevedibile, non tutti sembrano d’accordo: il Regno Unito potrà beneficiare della clausola opt-oute e non farà parte della distribuzione delle quote, mentre Ungheria, Polonia, Lituania, Slovacchia e Repubblica Ceca già si sono schierati contro ad una politica di redistribuzione.

Entro fine maggio verranno reinsediati in Europa circa 20.000 rifugiati che si trovano ora nei campi profughi di Paesi terzi come Giordania e Turchia. Per questo è stato stanziato un finanziamento di 50 milioni di euro e anche in questo caso la redistribuzione avverrà in base ad un sistema di percentuali per ogni Stato.

Altra questione centrale è quella relativa al sistema comune di asilo politico: la Commissione non ha nascosto l’inefficacia delle previsioni del regolamento Dublino III. Nell’immediato intanto si velocizzeranno le procedure di rimpatrio dei migrati irregolari e verranno inviati nei Paesi di confine degli agenti dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo che dovranno aiutare gli Stati a smaltire le tante richieste, troppo spesso rimaste inascoltate.

Ma soprattutto nel 2016 si metterà in discussione il funzionamento del sistema Dublino: chi ottiene il diritto di asilo dallo Stato di primo approdo dovrebbe godere di uno status giuridico comune in tutti i Paesi membri e si parlerà così di asilante europeo, con pari diritti in tutta Europa. Infine, è previsto un maggiore impegno nella cooperazione con gli Stati terzi di origine e di transito: verranno inviati dei funzionari di collegamento nei Paesi chiave, perché, come ha detto Federica Mogherini, non è pensabile affrontare il problema senza indagarne le cause profonde, dalla povertà all’instabilità per le guerre e la crisi in Libano e Siria.

Gli impegni (e gli ostacoli) sono tanti, ma la Commissione è decisa a portare avanti il suo programma, spalleggiata da Paesi come Italia, Francia e Germania. Sono state fissate scadenze precise e gli Stati membri non possono più rimandare l’assunzione delle loro reciproche responsabilità.

Certo è che per salvarsi l’anima di fronte alla vergogna dei morti nel Mediterraneo, Bruxelles presenta un testo di «raccomandazione» agli stati membri, che dovrà però ancora passare il vaglio del voto del Consiglio (a maggioranza qualificata) ed essere discussa all’Europarlamento.

Le reticenze sono forti. La proposta di Bruxelles contiene non solo un incitamento a definire una politica di asilo comune (resettlement) e l’ipotesi per il 2016 di una revisione del regolamento di Dublino (che obbliga il paese di arrivo ad esaminare la domanda d’asilo), ma si concentra anche sulla lotta all’immigrazione clandestina, la guerra ai trafficanti e la securizzazione delle frontiere esterne.

Con il vertice a Malta, con i paesi di origine della migrazione e quelli di transito, per affrontare le cause della decisione di emigrare e la repressione dei traffici di esseri umani, per la prima volta si è preso atto che della crisi epocale che investe il Mediterraneo e che può essere affrontata solo se tutti i paesi europei agiscono insieme. Il punto fondamentale è che questa nuova politica deve essere messa in atto da subito e non si possono più avere esitazioni; ed anche se alcuni paesi possono rifiutarsi di accogliere i profughi, il documento verrà comunque adottato.   Pierluigi Vignola,  CdI giugno

 

 

 

 

 

 

Per Francia e Germania i migranti irregolari devono essere espulsi prontamente

 

Per i due Stati membri: il meccanismo di trasferimento temporaneo a livello europeo per i richiedenti asilo deve essere “temporaneo ed eccezionale”

Di Marco Zatterin

 

Bruxelles - Francia e Germania frenano sull’Agenda dell’Immigrazione proposta dalla Commissione Ue e sulle possibilità che l’Italia possa godere di una solidarietà diffusa e ampliata nel gestire gli oneri del dramma delle Migrazioni nel Mediterraneo. 

 

Un comunicato congiunto firmato da Berlino e Parigi diffuso stamane afferma che il meccanismo di trasferimento temporaneo a livello europeo per i richiedenti asilo in stato di bisogno protezione manifesta, deve essere “temporaneo ed eccezionale e deve essere parte di un approccio globale in materia di migrazione”. Ha un tono propositivo, ma per l’esecutivo Ue è una doccia fredda. 

 

Delle cosiddette “quote di redistribuzione obbligatorie” – che a Bruxelles, però, nessuno chiama ufficialmente così – le due capitali contestano anche la formula di ripartizione e auspicano che “si tenga maggiormente conto degli sforzi già compiuti dagli Stati membri”. Il progetto, come noto, prevede la distribuzione di 40 mila migranti aventi diritto di protezione (24 mila dall’Italia, 16 dalla Grecia) sulla base di criteri legati a pil, popolazione, occupazione. 

 

Allo stesso modo, il comunicato sottolinea che “le regole di Dublino dovrebbero continuare a prevalere” perché “siamo fortemente legati a queste intese perché sono parte integrante dell’equilibrio nell’area Schengen”. Un problema per l’Italia, visto che i patti stabiliscono la regola del “porto vicino più sicuro”, dunque che debba essere l’Italia ad effettuare tutte le procedure di identificazione e accoglienza. 

  

E’ una scelta di cautela, quella franco tedesca. E pure politica, ragionata alla luce dell’onda euroscettica e populista crescente. Comunque, non priva di un qualche tono di sfiducia nei confronti dei controlli fatti dagli italiani: “La solidarietà è possibile solo se tutti gli Stati membri di primo ingresso responsabili per le frontiere esterne dell’Unione europea prendano, con il sostegno del bilancio europeo, tutte le misure giuridiche e finanziarie per rafforzare la sorveglianza delle frontiere esterne”. 

 

Secondo francesi e tedeschi, “i migranti che arrivano nel paese di primo ingresso devono essere indirizzati ai centri di attesa (”hot spot”), in prossimità dei luoghi di sbarco”. Li si procederà, con il sostegno dell’Ufficio europeo per l’asilo, all’identificazione e la registrazione dei migranti in base alle normative europee. Alcuni dei richiedenti asilo in evidente necessità di protezione saranno quindi trasferiti in altri Stati membri, in base a una chiave di ripartizione concordata. I migranti irregolari devono espulsi prontamente”.  

 

Al di là di questo, Francia e Germania invitano a “trovare il modo per limitare la migrazione secondaria che potrebbe mettere a repentaglio la nostra intenzione di realizzare una distribuzione equilibrata dei richiedenti asilo in chiara necessità di protezione”. 

 

Come? “Chiediamo che siano messe atto, in tutta l’Ue, le misure nel quadro del meccanismo di controllo post-liberalizzazione dei visti con i Balcani occidentali. Gli abusi evidenti in questo settore non devono creare oneri eccessivi per i sistemi di asilo degli Stati o destabilizzante. E’ quindi essenziale fornire all’Unione di meccanismi di monitoraggio e valutazione solida, nonché di sospensione temporanea della liberalizzazione dei visti - in caso di necessità urgente”. 

 

I ministri degli Interni dell’Unione faranno il punto sulla proposta della Commissione la prossima settimana. Il Team Juncker ha chiaramente buttato il cuore oltre l’ostacolo. Francia e Germania hanno rimesso l’ostacolo davanti al cuore con un pragmatismo che non porta lontanissimo. L’Italia, che aveva saluto con favore l’Agenda di Bruxelles, non gradirà il nuovo posizionamento di Parigi e Berlino. Sarà una battaglia dura. In cui rischia di perdere soprattutto l’Europa. Almeno quella di chi la vuole solidale. LS 2

 

 

 

 

 

Governatori del Nord contro immigrati: "Stop ai nuovi arrivi". Renzi: "Basta demagogia e scaricabarile"

 

Maroni diffida i sindaci lombardi dall'accogliere altri arrivi: "Altrimenti subiranno conseguenze". Toti: "Non accoglieremo altri migranti". Zaia: "Esodo biblico, basta". E il premier replica: "Anche colpa loro, aiutino qualcuno di loro ha scritto regole che non funzionano". Chiamparino: "Posizione illeggitima". Fassino: "Inaccettabile"

 

"Ho deciso di scrivere una lettera ai Prefetti per diffidarli dal portare qui in Lombardia nuovi clandestini e ho deciso di scrivere ai sindaci per dirgli di rifiutarsi di prenderli, mentre ai sindaci che dovessero accoglierli ridurremo i trasferimenti regionali, come disincentivo, perché non devono farlo e chi lo fa, violando la legge, subirà questa conseguenza". La minaccia lanciata da Roberto Maroni agli amministratori lombardi ha aperto il fronte dei no dei governatori del Nord sull'emergenza migranti. Ma allo stop di Maroni ai migranti replica il premier Matteo Renzi chi auspica da parte dei Governatori del nord un "atteggiamento istituzionale" anche perché aggiunge "qualcuno di loro era al governo quando si sono scritte le regole che non stanno funzionando". L'Italia, ha accusato Renzi, "ha scelto una strategia, e Maroni dovrebbe saperlo, che ha portato agli accordi di Dublino e alle attuali regole che non sono capaci di dare soluzioni, perchè lasciano l'Italia da sola". E poi l'invito: "mi piacerebbe che tutti riconoscessero che il problema dell'immigrazione è una sfida di tutto il paese e cercassero di aiutare a risolvere il problema invece di lucrare mezzo voto. Noi siamo disponibili a cercare una soluzione anche con chi fa demagogia". E aggiunge: "Le risposte sull'emergenza" immigrati arrivate fino a qui dall'Unione Europea "sono giudicate dall'Italia largamente insufficienti".

 

Maroni: "Taglieremo i fondi i ai sindaci che accolgono migranti"

Alle parole di Maroni (che ha lanciato anche un sondaggio su Twitter per interpellare i cittadini sulle gestione degli arrivi) hanno fatto eco quelle di Luca Zaia al Corriere Della Sera: "Siamo alla follia, con un governo inadeguato che sui documenti ufficiali ci invita a gestire 'la fase acuta' dell'immigrazione. Quando invece sappiamo tutti che non è acuta, è cronica". Il governatore del Veneto ha poi aggiunto: "Smettiamola con l'illusione di poter sopportare e gestire un esodo biblico", precisando che "le vite umane si salvano, senza se e senza ma, non si discute". Però "In Veneto abbiamo 514 mila immigrati regolari, pari a quasi l'undici per cento della popolazione. Di questi, 42 mila non hanno un lavoro. Insieme a Emilia Romagna e Lombardia siamo i più accoglienti. Basta".

 

Al coro si è aggiunto anche il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti: "Noi non accoglieremo altri migranti come fanno Lombardia, Veneto e Valle d'Aosta ha dichiarato ai microfoni di Sky Tg24 -  il provvedimento di Maroni di oggi è legittimo. Io non lo posso ancora fare perchè non sono ancora in carica".

 

Intanto nelle ultime ore sono sbarcati tra Palermo e Trapani oltre 1.400 migranti. Nei porti delle due città siciliane sono arrivate le navi tedesche con 860 e 548 persone. Secondo l'Unhcr, "Nelle ultime ore sono arrivate dieci richieste di aiuto dai telefoni satellitari". Ieri i mezzi della guardia costiera hanno raggiunto 15 imbarcazioni.

 

Il quotidiano inglese Guardian, citando come fonte il comandante della Hms Bulwark, la grande nave d'assalto anfibio della Royal Navy impegnata nell'opera di salvataggio nel Mediterraneo, scrive oggi che In Libia ci sarebbero "tra 450.000 e 500.000 migranti" che attendono il momento di prendere il largo su carrette del mare alla volta dell'Europa.

 

L'iniziativa di Maroni ha suscitato immediate reazioni nel mondo politico. Il vice ministro dell'Interno, Filippo Bubbico (Pd), ha definito "Illeggittimo" l'intervento del presidente lombardo: "Il problema dobbiamo risolverlo alla radice: bloccare le partenze. Ma fino a quando le partenze ci sono, sino a quando le persone rischiano di morire in mare noi abbiamo il dovere di salvarle e di aiutarle".

 

Per Piero Fassino, sindaco di Torino e presidente Anci, "non è nei poteri di un presidente di regione decidere quale politica di accoglienza di profughi persegue il nostro paese. Tanto meno è accettabile che si minaccino in modo ritorsivo, e illegalmente, riduzioni di risorse ai comuni che ospitano profughi".

 

"Mi sembra evidente la strumentalità politica di Maroni sull'immigrazione e forse bisognerebbe avvertirlo che la campagna elettorale è finita", afferma il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino, sottolineando che "un'eventuale interruzione dei trasferimenti ai Comuni sarebbe oggetto di innumerevoli ricorsi".

 

Sulla stessa lunghezza d'onda il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini.

Giusi Nicolini: ''Raccapricciante, Comuni reagiscano''

Maurizio Landini definisce "barbaro" il modo con il quale si sta discutendo e affrontando il tema dell'immigrazione. "Non si può adottare una logica di condominio - ha detto a margine dell'assemblea della Coesione sociale - chiudere la porta del condominio e risolvere il problema".

 

Migranti, Landini: "Stop Maroni? Modo barbaro di affrontare problema"

 

Il capogruppo dei deputati di Sel Arturo Scotto ha affidato la sua replica a Twitter ."Maroni ricatta i sindaci della Lombardia con metodi mafiosi. Niente trasferimenti ai comuni lombardi che accolgono immigrati. Il governo intervenga".

 

Sempre su Twitter,  la senatrice Anna Maria Bernini, vice presidente vicario di Forza Italia a Palazzo Madama, ha scritto:"Sos sbarchi in Italia è reale. 500.000 in arrivo da libia. Quote migranti ue: virtuali. Urge blocco navale subito. #Renzi+coraggio-chiacchiere".

 

Intervenendo a L'Intervista di Maria Latella, a proposito della questione migranti, il leader della Lega Nord Matteo Salvini ha commentato: "Chiuderei l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) che non serve a un accidente, se non a Boldrini e ai suoi successori".  LR 7

 

 

 

 

Rapporto immigrazione. Ottica rovesciata: sono i migranti a sviluppare l’Italia

 

Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, e Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana presentano il 24° rapporto. Emerge il protagonismo, come "attori di sviluppo", di quanti scelgono il nostro Paese per costruirsi un futuro. La denuncia: "La storia dell’immigrazione italiana è caratterizzata da una continua e costante interpretazione negativa ed emergenziale del fenomeno" – di Gianni Borsa

 

Ribaltare la prospettiva per vedere i migranti come “attori di sviluppo”. È quanto invitano a fare nell’introduzione del nuovo “Rapporto immigrazione Caritas e Migrantes”, monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, e monsignor Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana: la presentazione del 24° rapporto avviene oggi, a Milano (ore 11) presso il Conference Center di Expo, nell’ambito di un convegno intitolato “I migranti e il cibo. Dallo sfruttamento lavorativo all’imprenditoria etnica”. Vi prendono parte, fra gli altri, il neo presidente di Caritas Italiana, cardinale Francesco Montenegro, e il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino.

 

Persone attive e propositive. L’ampio documento muove da una riflessione di Perego e Soddu sul profilo e il ruolo dei migranti che giungono in Europa partendo da Paesi lontani e per le più svariate ragioni: dalla ricerca di un lavoro alla prospettiva di fuggire da guerre e povertà assoluta. Delinea poi una panoramica dei flussi migratori nel contesto internazionale ed europeo, per focalizzarsi subito dopo sulla realtà italiana, certamente quella più esposta agli arrivi da Africa e Medio Oriente segnati da fame, sottosviluppo, instabilità politica, conflitti (leggasi Isis), persecuzioni etniche e religiose. Il Rapporto, specificano gli stessi Perego e Soddu, guarda però il migrante come a una “persona attiva e propositiva” in grado di “contribuire allo sviluppo del Paese” di approdo. “Il più delle volte si sente parlare e si descrivono i migranti come ‘quelli che chiedono’, ‘gente a cui dare’, poiché ‘in stato di bisogno’. Dall’esperienza maturata in tanti anni di servizio”, Caritas e Migrantes hanno invece “voluto invertire la prospettiva e raccontare quanto l’Italia e gli italiani ricevono dai migranti che hanno scelto o continuano a scegliere il territorio italiano come meta di emigrazione”.

 

Dalla storia all’oggi. È chiaro che la chiave di lettura offerta dai direttori di Caritas e Migrantes non piacerà - o addirittura dispiacerà - a molti: soprattutto politici, ma anche giornalisti e tantissimi comuni cittadini che hanno fatto della presenza straniera un’ossessione, una fobìa che si autoalimenta, oppure una scusa per scaricare su altri le proprie, anche legittime, rivendicazioni (a partire dalla mancanza di lavoro). Perego e Soddu infatti riconoscono: “La storia dell’immigrazione italiana è caratterizzata da una continua e costante interpretazione negativa ed emergenziale del fenomeno, come a rifiutare gli ultimi quarant’anni di storia nazionale che è stata scritta inevitabilmente insieme ai migranti, divenuti ormai parte integrante e strutturale dei territori, demograficamente attiva, economicamente produttiva, culturalmente vivace e religiosamente significativa, indispensabile al futuro di un Paese altrimenti destinato a spegnersi inesorabilmente”. Inutile peraltro negare che i fenomeni migratori, siano essi “in entrata” come “in uscita”, generino problemi o novità non sempre positive, spalancando semmai la doppia prospettiva del rifiuto-chiusura nel Paese di destinazione, oppure la linea diametralmente opposta dell’integrazione, benché complessa e mai scevra da ostacoli, da parte della società che accoglie. Del resto è questo il leitmotiv degli attuali, non di rado incoerenti tentativi di costruire una politica migratoria comune a livello di Unione europea.

 

I numeri. Ma quante sono le persone che, nel mondo, vivono in un Paese diverso da quello d’origine? Nel Rapporto, steso utilizzando dati nazionali, europei e provenienti dall’Onu, si chiarisce che a fine 2013 erano ben 232 milioni, mentre nel 1990 la cifra si assestava a 154 milioni. Questo considerando solo le migrazioni per così dire “regolari”, ovvero omettendo i migranti “senza documenti”, che dovrebbero essere non meno del 10-15% sul totale dei flussi internazionali. Una parte significativa della popolazione del pianeta è dunque in movimento, soprattutto con una direttrice Sud-Nord. I 10 Paesi che accolgono il maggior numero di migranti sono - con qualche sorpresa - Stati Uniti, Federazione russa, Germania, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Regno Unito, Francia, Canada, Australia, Spagna. L’Italia si assesta all’11° posto, con i suoi 5 milioni di “ospiti”, pari all’8% della popolazione complessiva. L’Ue nel suo insieme accoglie invece 35 milioni di migranti su 500 milioni di cittadini.

 

Nel Belpaese. Il Rapporto Caritas-Migrantes mette quindi in luce il contesto italiano, soffermandosi ad analizzare le nazionalità estere maggiormente presenti nella penisola (Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina…), le famiglie straniere, i matrimoni fra immigrati e quelli “misti” (in netta crescita), la realtà anagrafica degli immigrati, che sono per lo più giovani (con migliaia di minori non accompagnati) e per metà donne. Puntuale anche l’analisi delle attività professionali svolte dagli immigrati (almeno di quei 2,5 milioni che un lavoro lo hanno trovato): dai servizi personali - con in testa le “badanti” - agli alberghi-ristorazione, fino all’edilizia e all’agricoltura. Un ulteriore capitolo sarebbe in questo caso da aprire rispetto allo sfruttamento e al lavoro nero in cui molto spesso cadono gli immigrati, un male endemico dell’economia tricolore. Altri focus si concentrano sulla “scuola multietnica”, sui “nuovi cittadini”, su “reati e carcere”, forse uno dei settori in cui stereotipi e pregiudizi si moltiplicano con maggiore facilità. Ulteriori capitoli del Rapporto, infine, sono dedicati al quadro geopolitico “tra crisi e migranti”, al “cibo come occasione di sviluppo” con curiosi approfondimenti sulle città italiane “tra kebab e bietole cinesi”, all’intercultura alimentare e alle “buone maniere religiose di stare a tavola”. Sir 4

 

 

 

 

Migranti, attori di sviluppo, presentato il XXIV Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes

 

Montenegro : “Aprire le porte all’altro, fare memoria di noi migranti”

 

MILANO – “Migranti, attori di sviluppo”, è il titolo del XXIV Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes presentato oggi a Milano presso il Conference Center di Expo 2015.

“Il Rapporto è dedicato all’Expo 2015, un avvenimento che, per quanto discusso, ha da sempre tracciato un forte solco nella storia come occasione di celebrazione dei traguardi scientifici raggiunti dall’uomo e di condivisione delle conoscenze tra i popoli tenendo ben presente la valorizzazione della dignità umana”, spiegano nell'introduzione mons. Gian Carlo Perego direttore generale della Fondazione Migrantes, e mons. Francesco Soddu direttore di Caritas Italiana

“Questo Rapporto Immigrazione – grazie all’ausilio di studiosi ed esperti delle tematiche migratorie di diverse discipline e accademie italiane – descrive la situazione della mobilità internazionale e nazionale, per poi soffermarsi, nella specifica sezione dedicata all’Expo Milano 2015, su due argomenti: il cibo come causa delle migrazioni e il cibo come occasione di sviluppo, nella consapevolezza che a volte basta solo cambiare prospettiva per essere sensibilizzati diversamente alle problematiche sociali”, spiegano ancora i due direttori.

La presentazione è avvenuta nell'ambito del convegno “I migranti e il cibo. Dallo sfruttamento lavorativo all'imprenditoria etnica”. Nel testo vengono analizzati i dati ufficiali assieme a quelli raccolti dai servizi Caritas, le variabili sociali ed economiche, gli impatti dell'immigrazione in un contesto che vede nel migrante un attore di sviluppo per settori che sarebbero in cirsi senza l'apporto di manodopera straniera. Dallo scenario globale si passa ad approfondimenti rispetto alle singole regioni italiane.

Alla presentazione sono intervenuti il neo presidente di Caritas Italiana mons.  Francesco Montenegro, e il segretario generale della Cei mons. Nunzio Galantino.

“Mi tornano in mente – ha detto mons. Montenegro - le foto in bianco e nero dei primi del Novecento, delle grandi figure della Chiesa italiana che hanno parlato di emigrazione italiana. Mi riferisco, in particolare, a Scalabrini, Bonomelli, la Cabrini figure esemplari a cui noi operatori della mobilità facciamo costante riferimento declinando i carismi di queste tre figure alla nostra prassi quotidiana. Sono certamente cambiati i tempi da allora, ma ricordo nel convegno di presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo a ottobre scorso, durante la mia Presidenza alla Fondazione Migrantes, che abbiamo riflettuto su quali fossero i temi dei discorsi che la Chiesa italiana ha storicamente portato alle edizioni delle Esposizioni Universali dalla fine dell’Ottocento. Ne è emersa l’attualità del pensiero, la profonda necessità di essere calati nella realtà migratoria e di conoscere il mondo migratorio in tutti i suoi aspetti”.

“Io vengo – ha ricordato mons. Montenegro - da una terra di emigrazione, la Sicilia, lo era ieri e lo è ancora oggi a seguito delle difficoltà che tutti sappiamo e viviamo in questo momento in Italia. Ma vengo – ha aggiunto da una terra che oggi accoglie chi sfida il mare per trovare un futuro, un’isola che da sempre è ponte che lega l’Europa all’Africa”.“L’Italia – ha sottolineato - è storicamente un crocevia di culture. Oggi con 5 milioni di immigrati lo è ancora di più. Un tessuto sociale ricco e variegato che si è andato strutturando nel tempo assumendo caratteristiche uniche rispetto ad altri paesi. Lo leggiamo nelle pagine del Rapporto Immigrazione: la presenza non italiana è diventata parte integrante e indispensabile per i nostri territori, ma ancora una volta la grande sfida è culturale. Viviamo nella pratica l’accoglienza, ma siamo continuamente bombardati da messaggi distorti, di cattiveria e negatività per cui ciò che poi si fa nella pratica finisce coll’essere negato dal pensiero”.

“Abbiamo letto  spesso – ha proseguito Montenegro - varie “ricette per l’integrazione”. L’Italia probabilmente non ha una sua ricetta, ma le diverse regioni, i diversi comuni, le tante città italiane hanno realizzato proprie ricette per cui la convivenza serena e pacifica è possibile e perpetrata. Non nego i problemi, sarebbe sciocco da parte mia. Ancora una volta mi torna utile parlare della mia terra. La “povera” Sicilia, dove per povera intendo proprio la carenza di risorse e opportunità che ha portato, e porta ancora oggi, a tante partenze ma che continua costantemente a dividere il poco con gli altri, ad aprire le porte all’altro per un bicchiere di acqua e un pezzo di pane. Questo lo si fa non solo per dovere cristiano, ma soprattutto per altruismo, perché oggi in chi arriva il siciliano vede se stesso che andava e questo continuo ricordo, il fare memoria di noi migranti, non è una scusa o uno scacco storico, ma la profonda consapevolezza che la storia non può e non deve fare gli stessi errori”.

Occorre “cercare, nell’era delle migrazioni e della globalizzazione, di superare le difficoltà alla luce della globalizzazione della economia, della politica e della cultura” ha detto ancora  il presidente della Cartitas , ricordando che “più volte è stata richiamata l’Europa ai suoi doveri, più volte si è chiesto a voce alta ai paesi membri di collaborare all’accoglienza, di confrontarci sulle buone prassi portate avanti e sulle opportunità sviluppate. Non perché oggi parliamo dei richiedenti asilo o della protezione internazionale, ma perché oggi parlare di immigrazione in Italia significa parlare anche di questo”.

Il segretario generale della Cei mons. Nunzio Galantino ha rammentato che “stiamo vivendo un’epoca caratterizzata da massicci movimenti migratori. Un gran numero di persone, che aumenta di giorno in giorno, lascia i luoghi d’origine e intraprende il rischioso “viaggio della speranza” alla ricerca di condizioni di vita più umane”. “Stiamo parlando di un fenomeno globale, causato da molteplici fattori; un fenomeno che indubbiamente comporta diverse problematiche (anche molto complesse), ma che, con altrettanta certezza, può rappresentare, se ben “orientato” nel suo svolgersi, un’importante risorsa per la crescita umana, sociale, economica e culturale dei popoli” ha detto mons. Galantino . Che a conclusione del suo intervento ha  richiamato parole di  papa Francesco:  “Esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!” E ai migranti e  rifugiati: “Voi avete un posto speciale nel cuore della Chiesa, e la aiutate ad allargare le dimensioni del suo cuore per manifestare la sua maternità verso l’intera famiglia umana. Non perdete la vostra fiducia e la vostra speranza!”

“Continuiamo, dunque, tutti insieme a collaborare con generosità e responsabilità, perché anche le nostre città possano essere delle “belle città”, nel senso inteso da Francesco, dei luoghi di vita comune, cioè, dove qualunque essere umano in difficoltà possa trovare le condizioni per conservare la fiducia e la speranza in una vita migliore” ha esortato mons. Galantino. (Inform 4)

 

 

 

 

 

 

Sviluppo, l’Anno Europeo. Liberare il gigante e renderlo solidale

 

Possono i colonizzatori di ieri essere oggi i sostenitori dello sviluppo dei popoli che hanno sfruttato? Il passato non si cancella, ma non ci si può neppure condannare all'irrilevanza o all'impotenza collettiva. Nella promozione della dignità umana sta la ragion d'essere dell'Unione europea. Necessario un "guizzo morale" - Paolo Bustaffa

 

“Aiutare i Paesi in via di sviluppo di tutto il mondo a costruire società pacifiche e prospere non è solo una questione di equità, ma contribuirà anche a un mondo più sicuro”. È sostanzialmente questo l’obiettivo del 2015, Anno europeo dedicato all’azione esterna dell’Ue e al ruolo dell’Europa nel mondo.

Eurobarometro attesta che oltre l’80% dei cittadini Ue considera importanti gli aiuti allo sviluppo, il 60% pensa che andrebbero accresciuti e i due terzi ritengono che la lotta alla povertà deve essere una priorità dell’Ue. Evidente il richiamo alla responsabilità dell’Unione europea per il futuro dell’umanità. A questo proposito non sarebbe fuori luogo non tanto un accenno storico quanto una ripartenza politica dalla Dichiarazione Schuman che all’idea di solidarietà faceva immediatamente seguire il riferimento all’Africa.

Purtroppo, però, si è perso tempo. Lo ricorda Anthony Giddens, nel libro “Potente e turbolenta”, con una riflessione sul passato coloniale dell’Europa “che non si seppellisce così facilmente”. Scrive il sociologo inglese: “Gli sforzi dell’Ue per fare da arbitro nel Medio Oriente si pongono nettamente in contraddizione con il fatto che i semi dei conflitti radicati in quella regione sono stati sparsi in gran parte dagli stessi europei”.

Possono i colonizzatori di ieri essere oggi i sostenitori dello sviluppo dei popoli che hanno sfruttato? Il passato non si cancella, ma non può fare dell’Europa “il gigante incatenato” dagli egoismi come titola Martin Schulz il suo libro sul domani del Vecchio Continente. Il presidente dell’Europarlamento, dopo aver scritto che noi europei, pur avendo ricevuto nel 2012 il Premio Nobel, “non siamo stati in grado di anticipare la crisi umanitaria e migratoria che sarebbe arrivata dall’Africa e dal Medio Oriente”, aggiunge che “la mancanza di Europa ha avuto un prezzo altissimo” e solo con “un vero e proprio governo europeo scelto e controllato dal Parlamento” è possibile liberare il gigante e renderlo solidale.

Non ci sono scorciatoie per raggiungere gli obiettivi dello sviluppo del millennio, che prevedono l’eliminazione della povertà e lo sviluppo sostenibile, e neppure è possibile arrivarci senza una cultura e una politica che si alzino in quota perché la presenza europea nel mondo non sia il triste segno della globalizzazione dell’indifferenza.

L’Anno europeo per lo sviluppo è anche un’occasione per rafforzare azioni concrete in sintonia con Expo 2015 (nutrire il pianeta, diritto al cibo, lotta allo spreco…). Occorre però realismo e non senso di impotenza a fronte delle tragedie umane che hanno i nomi di fame, guerra, sfruttamento, inquinamento, catastrofe naturale.

L’Europa non può tergiversare e neppure trasformarsi nel Godot di Samuel Beckett. Sylvie Goulard e Mario Monti in “La democrazia in Europa” scrivono: “Sarebbe un’Europa più grande e rispettata quella che sapesse regalare al mondo una prospettiva diversa dall’accettazione rassegnata dell’impotenza collettiva. I nostri partner mondiali si attendono dall’Europa un guizzo morale di questo tipo”.

In questo guizzo morale si inserisce la questione ambientale anche in vista della XXI Conferenza delle Parti (Cop 21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre 2015. L’obiettivo della Conferenza è di concludere, per la prima volta in oltre 20 anni di mediazione da parte delle Nazioni Unite, un accordo vincolante e universale sul clima, accettato da tutte le nazioni.

L’Europa, ricorda al riguardo Martin Schulz, “è stata in passato la prima regione al mondo a inquinare il pianeta: oggi abbiamo il compito di concepire un ordine mondiale post-materialistico. Un ordine mondiale che trovi l’armonia di economia ed ecologia, che sappia preservare le condizioni naturali in cui è nata la vita e perlomeno arginare il cambiamento climatico”.

Se questo progetto, unito a quello dello sviluppo, vuole avere significato e prospettiva occorre restituire il primato alla dignità della persona. La Chiesa cattolica non si è mai stancata di ricordarlo anche nel suo “dialogo strutturato” con le Istituzioni Ue che è un bussare instancabile alla coscienza dei legislatori, dei governanti, dell’opinione pubblica. In questa prospettiva si pone anche la Caritas europea con un forte impegno per la globalizzazione della solidarietà.

Lo stesso Papa Francesco, che si accinge a offrire un’enciclica sulle questioni economiche e ambientali, nel prendere la parola il 25 novembre 2014 davanti al Parlamento europeo, dice: “Non si può tollerare che milioni di persone nel mondo muoiano di fame mentre tonnellate di derrate alimentari vengono scartate ogni giorno dalle nostre tavole. Inoltre, rispettare la natura ci ricorda che l’uomo stesso è parte fondamentale di essa”. È nella promozione e nella tutela della dignità della persona che sta la ragione politica d’essere dell’Unione europea. Qui è il guizzo morale atteso dal resto del mondo. Sir 4

 

 

 

 

 

Immigrati: un dramma ancora irrisolto

 

Un’ecatombe che continua. A spese soprattutto di Italia e Grecia. Mentre l’EU fa orecchie da mercante e gli egoismi nazionali prevalgono 

 

  Il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha approfittato della sua visita a Londra di qualche giorno fa per ricordare le tragedie del mare ed esprimere il suo “rammarico” per “il ritardo con cui la macchina europea si è messa in moto”. Anche il Papa, nel corso dell'udienza ai partecipanti all'incontro promosso da Scienza & Vita, ha definito “un attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel Canale di Sicilia”. Il Card. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, ha aggiunto che “non è umano” il sistema della ripartizione dei rifugiati tra i Paesi della Ue.

  Giorni fa la Commissione europea, riunita a Bruxelles su richiesta di Matteo Renzi, ha approvato una nuova politica che prevede la distribuzione degli immigrati nei Paesi dell’UE. In teoria, la Francia dovrebbe accoglierne il 14,17%, l’Italia l’11,84%, la Spagna il 9,10%, la Polonia il 5,64% e via elencando. Decisione siglata dal Presidente Jean-Claude Juncker, cui è seguita subito dopo l’opposizione di Francia, Spagna, Ungheria, Inghilterra ed altri, che accettano, a parole, la quota di 24 mila persone da accogliere, però suddivisa in due anni e solo se i profughi provengono da Siria ed Eritrea, in quanto godono del regime di protezione previsto da 75% degli Stati membri. E riguarderà solamente i nuovi arrivi: ne consegue che - se nel corso della riunione dei capi di Stato e di Governo fissata per il 26 giugno, arriverà il via libera alla proposta - la possibilità di smistamento riguarderà esclusivamente chi atterra in Italia a luglio. Come dire che non potrà essere trasferito in un altro Stato nessuno fra gli stranieri già sbarcati in Italia dove, in 5 mesi, ne sono arrivati 41.470, 2.790 dei quali dalla Siria ed il 7% dall’Eritrea. Con la conseguenza che tocca alla Penisola - in particolare a Sicilia, Puglia, Campania e Lazio, dove i centri di raccolta sono già stracolmi - continuare a sistemare, nei centri di accoglienza e nelle strutture private messe a disposizione dalle Prefetture, gli stranieri già arrivati. Con il costo di 9 milioni al mese che, come sempre, ricade sui contribuenti.

  Ovvio che l’Italia cerchi di rivedere i criteri di distribuzione, onde poter contare sull’appoggio europeo in caso di nuove ondate. Aiuto tutt’altro che scontato, visto che, dopo la contrarietà espressa da Parigi e Madrid, nella bozza non si parla più di quote, ma di ridistribuzione, come aveva chiesto il Presidente francese, François Hollande. Come dire che, contrariamente a quanto affermato dalla vice presidente dell’esecutivo Ue, Federica Mogherini, l’Unione Europea, non ha affatto capito l’urgenza di una risposta globale alle complesse problematiche dovute alla continua immigrazione. Del resto, prima delle elezioni europee, l’edicolista del Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia, aveva individuato i motivi per i quali l’UE avrebbe continuato “a fare orecchie da mercante alle ripetute, sempre più pressanti, richieste avanzate da vari Paesi mediterranei suoi membri, e innanzi tutto dall’Italia” che vorrebbero, per far fronte all’imponenza dell’immigrazione, “una politica comune fatta di un aiuto in mare ad opera di navi di tutte le marine europee, di distribuzione concertata degli immigrati nell’intero territorio dell’Unione e, soprattutto, di effettiva condivisione delle spese sempre più ingenti richieste dal meccanismo dell’accoglienza”.

  Il motivo principale di tale riluttanza deriva dal fatto che, nell’imminenza della consultazione elettorale, i Governi europei si erano resi conto di quanto fossero diffusi negli elettori i timori legati alla sempre più ampia presenza di immigrati. Per cui, un po’ ovunque, ma soprattutto nei Paesi del Nord-Ovest, stava conquistando consensi, nelle classi medie ed operaie che soffrivano a causa della crisi e del mutamento etnico e linguistico, la propaganda di chi, a destra ed a sinistra, stimolava contro chi fuggiva, per motivi politici o economici, dall’Africa o dall’Asia. E spingeva, quindi, a non accettarli. Il che, secondo Galli Della Loggia, aveva fatto diventare “un sussurro impercettibile la sollecitudine per i diritti dell’uomo, che risuona con toni così alti quando viene proclamata a Bruxelles o a Strasburgo”. Tanto da convincere che l’Italia, la Grecia e la Spagna si devono arrangiare da sole, perché, “se decine di migliaia di immigrati si accalcano sulle coste africane e asiatiche per entrare in quei Paesi, non sono cose che riguardano l’Ue”.

  Gli egoismi nazionali hanno spinto, sì, a triplicare la dotazione di fondi per Triton, ad aumentare le imbarcazioni, gli aerei e gli elicotteri da mandare nel sud del Mediterraneo, ma niente di più. L’Europa, ancora una volta, si è girata dall’altra parte. Perché sa bene solo imporre regole e chiedere soldi. Che, non a caso, qualcuno, in Italia, suggerisce di non dare più. Forse non del tutto a torto.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Crimini e quote. I migranti, paradosso italiano

 

Immaginate di essere Cameron, il premier britannico, che ha il referendum sull’Europa a breve. O Rajoy, il suo collega spagnolo, che ha le elezioni a novembre. Oppure Hollande, bocciato nei sondaggi da 8 francesi su 10; o il suo primo ministro Valls, che ogni volta non sa se ritroverà la poltrona. O sua maestà Merkel, che tra tante debolezze rischia il delirio di onnipotenza. Vi è appena arrivata dall’Italia l’ennesima richiesta di aiuto sull’immigrazione: navi da impiegare nel Mediterraneo, quote di africani e siriani da accogliere, denari da spendere. E nello stesso momento vi è arrivata la rassegna stampa con le notizie dalla capitale italiana sulla banda bipartisan — destra e sinistra in società — che dall’immigrazione trae la sua ricchezza.

Le intercettazioni tradotte dal romanesco perdono un po’ di virulenza linguistica, ma il quadro è chiaro: la politica dell’accoglienza in Italia è in mano (anche) ad avanzi di galera, che si fanno pagare due euro al giorno preferibilmente in nero per ogni migrante, che possono scendere a un euro se i migranti sono almeno cento; tanto le cifre variano a piacimento, perché di nessuno viene registrata l’identità; non sono persone, sono numeri su cui speculare. Che figura ci facciamo? Quale Paese è un Paese che finisce sui giornali del mondo con notizie così? Con quale credibilità possiamo chiedere soccorso all’Europa? Come non capire che in questo modo forniamo un alibi perfetto agli egoismi delle altre nazioni?

Intendiamoci: l’Europa non ha la coscienza pulita. Di fatto i Paesi confinanti con l’Italia hanno sospeso gli accordi di Schengen, e gli stranieri sbarcati a Lampedusa e in Puglia vengono bloccati a Ventimiglia e al Brennero; per tacere della nuova emergenza, i profughi in arrivo sulla frontiera orientale. Di fronte a un evento destinato a segnare la nostra epoca, la risposta europea è fiacca e meschina.

Cameron offre navi per salvare i naufraghi — che vanno salvati sempre, s’intende — purché finiscano tutti in Italia. Hollande e Valls ricordano il vecchio Arafat, che all’estero parlava di pace in inglese e a casa rinfocolava le folle in arabo: quando vengono in Italia si profondono in assicurazioni e promesse, subito dimenticate al rientro in patria. Il governo fa bene a protestare e a insistere: sull’immigrazione si gioca popolarità e credibilità. Ma vicende come quelle di «Mafia Capitale» indeboliscono l’intero Paese. Nessuno scandalo potrà far dimenticare l’umanità degli abitanti di Lampedusa, il gran lavoro dei marinai e degli altri uomini in divisa, la generosità dei volontari, la mobilitazione del mondo cattolico. Ma non basta limitarsi a dire che chi ha sbagliato deve finire in galera. È un sistema politico che dev’essere rifondato, all’insegna della legalità e dell’efficienza.

Fino a quando l’Italia sarà la terra della corruzione e dell’impunità del male, sarà sempre l’anello debole dell’Europa. Per contare qualcosa nella comunità internazionale non bastano la fantasia, l’estro, la bellezza, il genio; occorre anche un po’ di onestà. Gli altri europei non sono meno corrotti di noi per natura (come dimostra la penosa vicenda Fifa); sono soltanto più rigorosi con la corruzione. E non mancheranno di rinfacciarcelo. Aldo Cazzullo, CdS 6

 

 

 

 

  

I passi falsi

 

Sembra che Renzi riesca a rimanere al suo posto. Lo scriviamo con imparzialità. Forse, le riforme necessarie per il Paese si faranno. Almeno così risulterebbe. Il PD non è tutto favorevole al suo Segretario, ma la Squadra del Primo Ministro tira avanti. Intorno a lui ci sono solo “gregari”. Dopo il varo della legge elettorale, operativa non prima del prossimo anno, Renzi ha ancora tempo per articolare gli interventi di politica interna essenziali al Paese.

In atmosfera”riformista”, l’Italia si prepara a un sobrio periodo feriale. Il Parlamento, invece, dovrebbe continuare a lavorare. Vedremo. Certo è che, con l’autunno, le incertezze della Penisola ci saranno ancora tutte. Se è vero che l’Esecutivo ha perduto parte della sua popolarità, non ci sembra opportuno ipotizzare come sarà la politica del Paese dopo le elezioni che, secondo Renzi, non saranno prima del 2018.

I traguardi da raggiungere restano, comunque, lontani e non esiste per questo Governo una “naturale” scadenza. Se bastassero i segnali di buona volontà, tutto sarebbe nella norma. Di fatto, però, mancano le concretezze per una Penisola migliore. Come già abbiamo scritto, quando la politica s’incontra con i problemi economici gli effetti possono, nella migliore delle ipotesi, apparire inconcludenti. Sono gli studi statistici nazionali, confrontati con quelli degli altri Paesi UE, a darci ragione.

 Recuperare il tempo perduto non è facile e, sotto molti aspetti, anche inattuabile. Così, anche le decisioni governative potrebbero non essere sempre in armonia con le necessità del Paese e rimediare agli errori dei politici precedenti non sempre è possibile. Il polo dei “moderati” s’è frantumato proprio per le indecisioni dei suoi vertici. Tanto che non sono pochi i politici che sono emigrati in altra”famiglia” o nel gruppo parlamentare misto. Certo è che ci sarà un "dopo” Renzi. E’ nella logica degli eventi di una democrazia coerente alle sue origini.

 A questo punto, non importa quando gli italiani potranno tornare al voto; ciò che preme è che la delega della quale Il Capo del Governo s’è fatto carico conduca, veramente, a una situazione evolutiva meno sofferta. Ci sono delle realtà italiane che sembrano immutabili e altre meno usuali. L’incontro tra questi modi di gestire la politica, almeno in questo ultimi otto anni, ha determinato la regressione economica che non è esatto definire solo “crisi”. Tant’è che anche Renzi ha da tenere coesa la squadra che s'è scelta per evitare quei passi falsi che determinerebbero la fine del suo incarico di governo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

La Baviera dà il benvenuto al presidente del Consiglio Renzi

 

Monaco di Baviera - Il 7 e 8 giugno 2015 il mondo intero è ospite della Baviera. I capi di Stato e di governo dei Paesi del G7 si incontrano, presso il castello di Elmau, per affrontare temi fondamentali di portata globale. Lo Stato libero di Baviera accoglie gli ospiti con un’iniziativa particolare: tra sabato 30 maggio e venerdì 5 giugno il celebre castello di Neuschwanstein risplendeva ogni giorno nei colori della bandiera di uno dei paesi membri del G7. Martedì due giugno è toccato all’Italia.

Il castello di Neuschwanstein risplende nei colori della bandiera italiana

In Baviera l’ospitalità viene prima di tutto, e lo dimostra anche la proiezione “Welcome dahoam” (“Benvenuti a casa”) in occasione del summit G7. L’illuminazione dell’intera facciata del castello di Neuschwanstein martedì sera  era dedicata all’Italia. Per trenta minuti il tricolore italiano ha decorato il fronte della residenza da favola del re Ludwig II.

Il ministro di Stato bavarese Marcel Huber ha dichiarato: “Siamo felici di accogliere in Baviera il Presidente del Consiglio Renzi. Anche noi siamo convinti che il futuro si possa affrontare al meglio solo collaborando con i partner internazionali. Con la proiezione delle bandiere nazionali su uno dei più celebri simboli dello stato bavarese intendiamo sottolineare che i capi di Stato e di governo dei paesi membri del G7 sono i benvenuti”. Il ministro delle Finanze bavarese Markus Söder, responsabile dell’Amministrazione Bavarese dei Castelli, è molto soddisfatto dell’iniziativa e dichiara: “Neuschwanstein è il castello più famoso al mondo, dunque perfetto per il G7.”

Il sito web www.welcomedahoam.com è ora online. Dal 26 maggio scorso è online anche il nuovo sito http://www.welcomedahoam.com/it/, che offre un’inconsueta panoramica della Baviera, i suoi abitanti, il futuro, l’ambiente naturale e le tradizioni. “La Baviera è un paese cosmopolita che considera la diversità un punto di forza, e durante le giornate del summit lo dimostreremo“, ha dichiarato infine il ministro Huber. La Baviera ha fatto pervenire a tutti i corrispondenti esteri un volume dedicato per l’occasione a Land, con la presentazione delle città, dei luoghi e delle tradizioni più tipiche della regione.

(dip)

 

 

 

 

 

 

Il pasticcio tedesco dello spionaggio con gli americani

 

Germania - Merkel, Angela Merkel. Agente 007 con licenza di spionaggio al servizio degli americani, mentre la Spd resta a guardare e perde l’ultimo treno per sottrarsi al suo comando

Siamo nel 2013. In piena campagna elettorale per il rinnovo del Bundestag, salta fuori che il servizio segreto americano NSA tiene la Germania sotto stretto controllo, con i più spietati mezzi dello spionaggio internazionale.

Per intenderci, si tratta degli stessi mezzi adottati contro russi, palestinesi, iraniani e contro tutti i potenziali nemici degli interessi americani. Dai documenti pubblicati da Ed Snowden -quel ragazzo che ha avuto il coraggio dell’incoscienza, spiattellando in rete tutti i perversi meccanismi dei servizi segreti inglesi e statunitensi- sembra che addirittura il cellulare della stessa Cancelliera Merkel fosse stato dalla mattina alla sera sotto il controllo americano. La cosa disturba molto l’opinione pubblica tedesca, che chiede una linea ferma contro potenziali spioni in casa propria.

Partono le smentite. Gli americani sono amici.

Se spionaggio c’è stato, è solo responsabilità di qualche 007, che ha superato le sue competenze. Il Governo tedesco manda una delegazione a Washington per sistemare la faccenda. La delegazione torna e il Governo annuncia, in piena campagna elettorale, che è tutto a posto. La parola d’ordine è “No Spy”. Niente più spionaggio tra amici e alleati. Ora è saltato fuori che a posto non c’era un bel niente. Che la delegazione tedesca tornò a Berlino solo con una blanda assicurazione dei servizi segreti americani di volerla smettere con lo spionaggio in Germania, a condizione che (e qui casca l’asino) fossero impartite le relative disposizioni da parte politica. Disposizioni americane che però non erano mai state date ai propri 007, mentre il Governo tedesco si affrettava a rassicurare il proprio popolo con l’esistenza di un accordo che non c’era mai stato.

Nel frattempo la Cancelliera vinceva le elezioni e guidava il nuovo governo con l’alleato/avversario di sempre che è la SPD. Fine dell’episodio. Dell’Episodio, ma non certo dell’intera storia. La storia, infatti, continua e diventa un vero e proprio romanzo stile Ian Fleming ai tempi di Sean Connery. È saltato fuori che dopo lo scompiglio del 2013, in cui la Cancelliera faceva diramare la falsa notizia di un accordo con gli americani “No Spy”, in realtà il servizio segreto americano NSA non solo continua a spiare tutto e tutti sul territorio tedesco ma lo fa addirittura servendosi del servizio di spionaggio tedesco BND, il Bundesnachrichtendienst.

Gli americani avrebbero fornito alle spie tedesche un vero e proprio catalogo di persone e di settori da sottoporre a stretti controlli. Gli americani dicono ai tedeschi, per esempio, fammi sapere tutto quello che avviene in casa tua intorno alla produzione di tubi per i cessi, perché questi tubi potrebbero essere inseriti in centrali nucleari iraniane. Ed ecco che i tedeschi mettono sotto controllo telefoni, fax, sms e forse piazzano pure qualche microspia nella camera da letto del titolare di quella ditta tedesca che, innocuamente, produce in Germania tubi per i cessi. I tedeschi, a questo punto, spiano i tedeschi, secondo criteri e secondo interessi esclusivamente americani.

Ora sorge la domanda - e se la sta ponendo una commissione d’inchiesta al Bundestag, il Parlamento tedesco-: questa procedura non lede i diritti garantiti ai cittadini in Germania dalla propria Costituzione? Questa collaborazione tra servizi americani e spionaggio tedesco avviene con l’accordo della Cancelleria Federale, che è l’organismo di controllo dei servizi segreti tedeschi? La Cancelliera Federale Angela Merkel tollera che i propri connazionali siano spiati dagli americani, con la complicità di quel servizio segreto che in realtà dovrebbe proteggerli da ingerenze straniere?

La commissione d’inchiesta parlamentare chiede la pubblicazione dell’elenco dei settori e delle persone sottoposte allo spionaggio americano. Il Governo tedesco si oppone. Niente catalogo, ne va di mezzo la sicurezza nazionale. Ma c’è da chiedersi: la sicurezza nazionale tedesca o quella americana?

Insomma, un vero pasticcio.

L’opposizione dei Verdi e dei Linke scalpita. Anche la FDP, i liberali, approfittano del momento per scuotere il trono della Merkel. E la SPD? I socialdemocratici, come sempre nell’ultimo decennio, hanno perso il treno. Protestano, s’indignano, poi gettano la spugna con gran dignità, restando attaccati alla gonnella della Cancelliera Merkel. Non si accorgono, però, che se non alzano ora la testa, non resteranno più attaccati a quella gonnella, ma passeranno sotto il tacco della CDU, che con gran piacere lo schiaccerà fino a spremere dalla SPD quell’ultimo residuo di etica socialdemocratica che le è rimasto nelle vene. Aldo Magnavacca, CdI giugno

 

 

 

 

Dietro le quinte del G7 in Baviera, Obama in ritardo come sempre

 

Il presidente americano arriva con l’auto blindata, apprezza il coro alpino e gira i tavoli per fare i selfie - di Massimo Gaggi

 

KRUN (Alpi bavaresi) – In maniche di camicia sotto un sole più balneare che alpino a mangiare pretzel e weisswurst, i classici salsiccioni bianchi, e a bere birra con Angela Merkel e la gente del luogo, quasi tutta in costume bavarese, Barack Obama ha iniziato la quarta visita in Germania della sua presidenza da Krun: un villaggio a due passi dalla stazione sciistica di Garmish e dal castello di Elmau dove è appena iniziato il G-7, il vertice annuale dei sette Grandi. O, meglio, ex grandi, visto che Usa, Germania, Italia, Giappone, Gran Bretagna, Francia e Canada, che quando si riunì il primo G-7 a Rambouillet, 40 anni fa, rappresentavano il grosso dell’economia mondiale, oggi “valgono” appena un terzo del Pil del Pianeta.

 

Il ritardo di Obama - Obama, mai puntualissimo, stavolta si è superato: più di mezz’ora di ritardo. Forse perché tutti sono arrivati in elicottero (anche noi giornalisti) salvo lui. Niente “Beast”: al posto della berlina superblindata, un SUV nero, altrettanto corazzato. Nell’attesa la cancelliera ha gironzolato tra i tavoli dove si serviva birra in bicchieri da mezzo litro fin dalle 8 del mattino e ha conversato coi locali. Quando è arrivato Obama, gli ha lasciato subito la parola per stringere i tempi: “Tanto la sottoscritta la sentite tutti i giorni”. Barack si è scusato del ritardo col sindaco del quale ha poi storpiato dal palco il nome facendo ridere tutto il Paese (si chiama Schwarzenberger, ma lui l’ha pronunciato, più o meno, Schwarzenegger).

Giro dei tavoli per i selfie - Nel breve discorso, tra i complimenti ai suonatori di corni alpini che lo avevano accolto (“il miglior concerto della mia vita”) e la richiesta di tenere la riunione del G-7 all’aperto, su un prato, visto il tempo splendido (“ma mi sa che ci sarà da negoziare con la security”) Obama non ha dimenticato la politica e i temi del vertice, a cominciare dall’Ucraina dove è ripresa l’offensiva dei ribelli. Una situazione che richiede, ha detto, una risposta ferma dell’Occidente all’atteggiamento aggressivo della Russia. Poi giro dei tavoli, “selfie” coi locali, immancabile incontro con bimbette in costume e incursione a sorpresa nel casotto di legno della mescita della birra. Poi di corsa a Elmau a discutere di Ucraina, euromissili, Grecia, euro, ricette per rivitalizzare le economie, “global warming”. CdS 7

 

 

 

 

Via al G7, Juncker: “Grexit? Non faccio miracoli”. Renzi: “Tsipras deve fare le riforme”

All’avvio del summit il gelo di Bruxelles con Atene. Tusk vuole la linea dura con Mosca - La Grecia insegna che in Europa serve una leadership più forte – di Tonia Mastrobuoni

 

ELMAU (GERMANIA) - «Certo che ci sarà una deadline», un’ultima data oltre la quale la Grecia rischia lo scenario peggiore, se non avrà raggiunto un accordo con i creditori. Jean-Claude Juncker, per mesi mediatore paziente e spesso “colomba” nel difficile negoziato con Atene, ha scelto da due giorni i panni del “falco”. Alla prima, importante conferenza stampa del G7, il presidente della Commissione europea ha accusato il premier ellenico Tsipras di distorcere le proposte avanzate dalla triplice dei creditori - Bce, Ue e Fmi - e lo ha esortato a formulare rapidamente una nuova proposta per riavviare le trattative.  

 

Senza nascondere la sua irritazione per le ultime mosse di Tsipras, che ha definito venerdì al Parlamento greco le richieste dei creditori «assurde», il lussemburghese ha scandito davanti ai cronisti che «per rimanere amici bisogna rispettare un minimo i ruoli». E anche Renzi è tornato a dire che l’ipotesi di un’uscita della Grecia dall’euro «sarebbe un errore economico e geopolitico» aggiungendo però che «il governo Tsipras» deve capire «che le riforme vanno fatte». Il premier italiano si è poi detto «totalmente in linea con la posizione degli Stati Uniti su come sostenere la crescita attraverso gli investimenti».  

 

Dopo l’incontro della scorsa settimana a Bruxelles tra Juncker e Tsipras per favorire un’intesa (un tete-a-tete arrivato dopo il super vertice berlinese del primo giugno Merkel-Hollande-Draghi-Lagarde per ravviare in extremis il negoziato) sono due gli strappi del il leader di Syriza che hanno irritato Juncker. Oltre alle parole pronunciate in Parlamento - anche per tenere a bada la fronda crescente dell’ala sinistra del suo partito - la decisione unilaterale di Atene di non pagare la rata da 310 milioni dovuta entro venerdì scorso al Fmi e di cumulare anche le altre tre in un’unico esborso da 1,6 miliardi da onorare a fine mese.  

 

Quando Tsipras ha tentato di chiamare Juncker ieri, il presidente della Commissione europea si è rifiutato di alzare la cornetta. Stamane ha detto che la Grexit non è opzione ma «non posso tirare fuori un coniglio da un cilindro per evitarla». Intanto, però, Tsipras ha chiamato ieri anche Angela Merkel ed è riuscito a strappare un nuovo vertice di emergenza. Anche Juncker ha confermato che a margine del summit tra la Ue e il Sudamerica previsto mercoledì prossimo, Merkel, Hollande, Juncker tenteranno di trovare la quadra con il premier greco. 

 

All’avvio del G7, è già chiaro che la crisi di Atene sarà al centro della scena, insieme a quella ucraina. Stamane il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha detto che le sanzioni contro la Russia non soltanto dovranno essere confermate, per i prossimi sei mesi, ma che bisognerebbe anche riflettere sull’opportunità di rafforzarle: «Se si vuole iniziare un dibattito sulle sanzioni», ha detto l’ex premier polacco, «la discussione può soltanto essere in direzione di un’inasprimento delle sanzioni». Il summit in Baviera deve servire, ha sottolineato, «per confermare la politica delle sanzioni». Ma la presenza del premier iracheno al-Abadi domani al castello di Elmau segnala quale sarà l’altro, grande tema del summit: la lotta contro Isis. E la padrona di casa, Merkel vuole parlare anche di clima e favorire un’accelerazione dell’accordo transatlantico Ttip. 

 

ECCO I TEMI CALDI SUL TAVOLO DEL G7 

UCRAINA - Missili, tensione tra Usa e Russia  

Il G7 si apre all’ombra del grande assente: il numero otto. Dopo il recente inasprimento dei combattimenti tra separatisti russi e l’esercito ucraino, il tema dei rapporti con la Russia è balzato in cima all’agenda del summit di Elmau. L’Osce presenta rapporti sempre più inquietanti sulla situazione nella parte orientale del Paese, il presidente ucraino Poroshenko ha detto che il pericolo di un’invasione russa «non è mai stata così concreto». Sui missili cresce la tensione Washington-Mosca. Nonostante le ritrosìe della padrona di casa, Angela Merkel, che ha preparato un menu fitto di argomenti un po’ meno controversi, Obama spingerà perché l’Ue mantenga la linea dura e decida un prolungamento delle sanzioni. Finora la necessaria unanimità è intatta, ma la visita di Putin in Italia, prevista per la prossima settimana, sta mettendo in agitazione qualcuno. Qualche giornale straniero ha ricominciato a chiamarci istericamente «l’anello debole» della Ue. E in Grecia Tsipras ha ricominciato a flirtare apertamente con Putin.  

 

GRECIA - Washington sollecita un’intesa  

Il basso profilo sulla Grecia l’aveva azzardato già Wolfgang Schäuble, padrone di casa del G7 finanziario di fine maggio, provando a ridurre al minimo il tempo dedicato al più esplosivo dossier europeo della crisi. Ma il suo omologo americano Jack Lew era arrivato a Dresda ruggendo contro l’Europa, chiedendo un’accelerazione nei negoziati. Poi Angela Merkel ha convocato un vertice ai massimi livelli per imprimere una svolta alle trattative. Ma lo sblocco è durato poche ore. Finito sotto pressioni dell’ala sinistra del suo partito, il premier greco sembra ormai irrigidito sulla sua posizione. Alla vigilia di Elmau, ha conquistato la ribalta annunciando che non avrebbe pagato la rata di venerdì da 310 milioni al Fmi e che rimborserà anche le altre tre, per un totale di 1,6 miliardi, a fine mese. Ieri sera la notizia di un nuovo vertice, il 10, tra Merkel, Hollande e Tsipras a Bruxelles. Intanto il tempo alla data del rischio default, fine giugno, scorre. E Obama teme che un nuovo caso europeo possa vanificare la flebile ripresa in corso. 

 

SORVEGLIANZA - Sul dossier Nsa litigano gli alleati  

Stamane, Angela Merkel inviterà Barack Obama ad assistere ad uno spettacolo bavarese a Krün, caratteristico villaggio alpino vicino al castello di Elmau. Possibile che parlino della Nsa, impossibile che lo ammettano pubblicamente. La cancelliera ha detto già che non ne parlerà. Eppure, la sistematica attività di spionaggio in Europa da parte dei servizi di sicurezza americani ha fatto riemergere in Germania una forte diffidenza antiamericana. Soprattutto dopo il recente salto di qualità reso noto da alcuni giornali: a soli 100 chilometri da Elmau, nella base di Bad Aibling, la Nsa collaborava con i servizi tedeschi Bnd e spiava alleati francesi e comunitari, persino aziende strategiche. Il Bundestag sta litigando da mesi col governo perché gli obiettivi siano resi pubblici. Certo, Obama porta in dote una riforma del Nsa che ha ricevuto persino il plauso di Snowden. Ma da qui a far dimenticare i titoloni che sparavano sul cellulare della cancelliera spiato dagli americani ce ne passa.  

 

ISIS - Il tabù dell’intervento contro i terroristi  

La minaccia del terrorismo islamico sarà uno dei temi portanti del G7, sia dal punto di vista geopolitico sia dal punto di vista interno, dunque della gestione dei jihadisti che agiscono nei Paesi più avanzati, e in particolare in quelli europei. Lunedì, nel secondo giorno dei lavori, i Sette grandi accoglieranno a Elmau anche il primo ministro iracheno Haidar al-Abadi. Di recente, dopo la caduta di Ramadi, al-Abadi aveva replicato duramente al segretario alla Difesa americano Ashton Carter, che lo aveva accusato di impegnarsi troppo poco nella difesa dall’avanzata di Isis. D’altra parte, i dubbi crescenti sulla scarsa efficacia dei raid aerei sui territori del califfato imporranno una riflessione. Se gli attacchi aerei o le armi fornite agli iracheni non bastano, è possibile che si discuta anche dell’opportunità di un intervento di terra. Un’ipotesi che nessuno vuole, al tavolo dei Sette Grandi, ma a Washington qualcuno ha già cominciato a fare pressioni su Obama perché invece si ponga il problema.  

 

AMBIANTE E COMMERCIO - Lotta alla CO2 e trattato Usa-Ue  

Otto anni fa la battezzarono «la cancelliera ambientalista», dopo il vertice di Heiligendamm in cui Bush junior ammise per la prima volta la possibilità che i cambiamenti climatici fossero influenzati dall’intervento umano. Ora la Kanzlerin insieme a Hollande ha annunciato di voler raggiungere al vertice di autunno a Parigi sul clima un’intesa vincolante perché il riscaldamento globale non superi i due gradi. Tra i Sette, i due grandi «peccatori» restano il Giappone, che non ha reso noti gli obiettivi sulla tutela ambientale, e il Canada che ha escluso dai suoi il settore super inquinante delle sabbie bituminose. A Elmau, Merkel e Obama saranno unitissimi, infine, sull’accordo di apertura commerciale transatlantica Ttip. Entrambi vogliono un’accelerazione, nonostante la cancelliera affronti forti resistenze nell’opinione pubblica e Obama l’opposizione di chi teme in patria le ricadute occupazionali di un’altra intesa commerciale in fieri, quello con i Paesi asiatici. LS 7

 

 

 

Cronaca del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno (22-25 maggio 2015)

 

Francoforte - Ci vorrebbe la penna di Camilla Cederna o di Enzo Biagi, cronisti di razza, per raccontare questi cinque giorni all’insegna della Poesia a Francoforte sul Meno che, ancora una volta è stata pronta ad accogliere il consueto appuntamento di maggio la cui apertura si è tenuta nel Salone dell’Hotel Excelsior-Monopol il 22maggio.

Tra saluti ufficiali di Marcella Continanza e di Titos Patrikios, grande assente, ma il suo “saluto” è stato letto in inglese, tedesco, e italiano si è dato il via all’ottava stagione del Festival della Poesia Europea con i poeti Eric Giebel, Miriam van hee, Willem Van Toorn,  Carsten René Nielsen, Barbara Zeizinger, Ute Dietl, Igor Rems, Jean Portante e  Iris Welker-Sturm.

Sono intervenuti il poeta tedesco Eric Giebel e Licia Linardi, direttrice del Corriere d’Italia.

Tra gli ospiti presenti sono stati notati la poeta Barbara Höhfeld, Diego Villena, direttore dell’Istituto Cervantes di Francoforte, la dott.ssa Rosa Liguori, il dott. Wolfgang Schaffstein.

Poi, come da tradizione, sono stati offerti i “dolcetti” della Basilicata dei Flli Laurieri, ottimi i frollini al cioccolati e al limone ma anche i cantucci alle mandorle. Tra congratulazioni e incontri ci si è trasferiti nella sede della Goethe Università dove si sono svolte le prime letture poetiche coordinate dalla dott.ssa Laurette Artois.

Protagonisti: Miriam van hee, Willem Van Toorn e Barbara Zeizinger che hanno conquistato il pubblico non solo con i loro versi ma anche avendo discusso In maniera interessante sul ruolo della poesia in Europa.

Arte della traduzione. Ecco l’imperativo su cui si è fondato il forum che è stato tenuto il 23, ore 15,30, nella libreria Internazionale Südseite.  Tre i poeti traduttori: Willem van Toorn, Miriam Van hee, Jean Portante che hanno raccontato con stili e linguaggi diversi il loro lavoro di traduzione. Grazie alla poesia si ritrova il sentimento di abitare davvero la lingua ma per questo stesso motivo, poiché la poesia è poesia, essa in un certo modo rende la traduzione piuttosto impossibile. Eppure, come diceva Jacqueline Risset, esiste un desiderio di traduzione. L’emozione delle parole trattate dal poeta in un altro idioma, suscita in un poeta un desiderio di prolungamento, di esplorare questa emozione, di comprenderla rilanciandola. Barbara Höhfeld, moderatrice, ha seguito il fil rouge del tema affrontato e risultato utile per le conversazioni con i poeti e il pubblico.

Le opere invitano ad esplorare l’iter dei poeti: i loro paesaggi dell’anima, l’indagine sulla poetica dell’oggetto esibita in maniera struggente o con ironia. Così, la “lesunngen” bilingue di Carsten René Nielesn, Ute Dietl, Jean Portante, Igor Rems, Iris Welker Sturm al Museo Storico, presentata dalla dott.ssa Cristina Giaimo. Evento che si è aperto con il saluto del Sindaco Peter Feldmann letto dalla poeta Barbara Höhfeld. I Poeti Eric Giebel e Barbara Zeizinger hanno reso omaggio ai loro colleghi invitati alla serata rileggendo i loro testi in tedesco.

Una matineé racé per l’omaggio a Goethe: un giardino fiorito en plen air nella casa-museo di Goethe che ha ospitato l’evento allestito appunto nel giardino, cornice scenografica perfetta. A presentare il libro “Hommage a Goethe” di Marcella Continanza la dott.ssa Laurette Artois e in un mosaico di voci e di lingue, come in un cerchio magico, i poeti del Festival 2015 a cui si è aggiunto il poeta Diego Vilverde  Villena per la traduzione spagnola di Jordi Virallonga e per la versione olandese curata da Willem van Toorn, Laurette Artois.

“Com’è dolce il giardino/ dove il sole va oltre…” così la lady del Festival, Marcella Continanza fotografata con i “suoi” poeti, capelli frisée e vestito Armani, ultimava l’omaggio a Goethe. Versi come quadri dipinti in un laboratorio aulico, prendono forma le immagini degli orologi, della scacchiera per capire il segreto del labirinto. Il sole ha acceso il colore del giardino e dei fiori, spiccano sui tavoli il libro sulla cui copertina c’è la foto di Goethe, l’invito raffinato e il giallo dorato dei sacchetti dei “croccantini” de “La Provenzale” di San Marco dei Cavoti (BN). Questo “omaggio a Goethe” così particolare, innovativo, è stato il fiore all’occhiello del Festival e diventa di buon auspicio a significare che il Festival ha un DNA che lo farà durare nel tempo.

Anche la performance al Palmengarten è stato un omaggio a Goethe, la lesung corale dei poeti accanto all’albero del Ginko, albero-icona. L’alchimia della formula condensa un progetto artistico che si fonde nel paesaggio naturale, combinando l’esperienza creativa alla tematica “Poesia e Natura”. Piacevole la sosta a Villa Leonardi caffè-ristorante, molto noto agli intellettuali, immerso nel verde del  Palmengarten dove si è continuato a discutere.

Ultima lesung, il 25 maggio quella di Eric Giebel che è ospite del Festival per la seconda volta. Nel salone dell’Hotel Excelsior-Monopol è stato un incontro denso di emozioni e di saperi. I suoi testi  inediti nel percorso di ricerca sono stati accolti come dono per il Festival e ha confermato  la natura generosa di Eric che l’ha voluto offrire per primo al pubblico del Festival e vissuto come momento di valorizzazione di quel vivere in relazione che è la cifra distintiva del Festival. La poesia “Polline”, dedicata a Marcella, è stata come condividere con lei una ulteriore tappa del Festival. Che è stato un bel Festival, così detto da tutti e mi piace rubare una frase di una collega tedesca: “Il battello della Poesia Europea di Francoforte ha una capitana coraggiosa e una ciurma valorosa e continua a battere bandiera blu.”

Inoltre, giri per la città, degustazioni della gastronomia locale nei caffè-ristoranti, visiti ai Musei e nei luoghi storici della città. Francoforte è molto piaciuta ai poeti e ritornerebbero volentieri. Nielsen addirittura ha voluto scoprirla da solo per concentrarsi e avere un rapporto diretto con la città. Maria Lucchini, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Novità a Berlino: il murale realizzato dall’artista foggiano Agostino Iacurci

 

BERLINO - “Io ho una passione personale per la street art e, nel mio piccolo, ho avuto modo di confrontarmi a più riprese con questa forma di espressione artistica, di grande impatto comunicativo e capace di riqualificare soprattutto le aree più suburbane delle metropoli. Uso il termine “riqualificazione” e “arte” sebbene di recente, confrontandomi su un social network, abbia constatato come non tutti la pensino alla stessa maniera. Nello specifico, ho “assistito” a una discussione, tra italiani, che ruotava attorno a una freschissima acquisizione per Berlino: il murale realizzato dall’artista foggiano Agostino Iacurci”. A scriverne è Nora Cavaccini, che firma questo articolo per “Il Mitte”, quotidiano online di Berlino.

“Il 23 Maggio scorso, infatti, nei pressi di Moritzplatz – luogo berlinese centrale ma dal “carattere” periferico – è stata affrescata un’intera parete di 280 metri quadri.

L’edificio coinvolto si trova sulla Prinzenstraße e, precisamente, è quello che affaccia sul parcheggio di Robben & Wientjes, la nota catena berlinese di noleggio auto.

Il murale ha una storia particolare: nasce nell’ambito della campagna “We are creative in Puglia”, un progetto su iniziativa di Pugliapromozione, l’agenzia regionale del turismo. L’intento è quello di promuovere la cultura della Regione Puglia proprio a partire dalla creatività degli artisti locali e, al tempo stesso, rappresenta un omaggio alla capitale tedesca per l’anniversario dei 25 anni dalla caduta del muro, e dei 10 dalla proclamazione UNESCO come città del Design.

A realizzare il murale, si diceva, è stato lo street artist Agostino Iacurci.

Classe ’86, originario di Foggia ma romano di adozione, Iacurci vanta già importanti collaborazioni, anche all’estero.

Nel 2009, ad esempio, ha completato un lavoro per la Saba School a Western Saharawi e, nel 2011, ha preso parte al progetto “Rebibbia sul muro”, realizzando, insieme ai detenuti, tre murales all’interno della zona di massima sicurezza del carcere di Roma. È stato inoltre attivo presso il Campus dell’Università Besançon e selezionato per rappresentare l’Italia al “Le Tour 13? di Parigi.

Nel panorama degli street artists, Iacurci si contraddistingue per l’uso di ampie campiture di colore, per la chiarezza, l’equilibrio e la sintesi delle forme. Figure semplici, geometriche, eppure evocative. Nell’alternanza di pieni e di vuoti, nell’equilibrio scenico, nei contrasti cromatici, Iacurci rintraccia i suoi mezzi per dare vita a figure umane oniriche, misteriose; personaggi talvolta inquieti e come sospesi nel tempo.

Non diversamente, anche il murale berlinese rivela queste caratteristiche di stile.

Sull’edificio presso Moritzplatz si confrontano due volti che, nell’intenzione dell’autore, divengono simbolo dell’incontro tra culture differenti ma simili, là, proprio al confine tra l’Est e l’Ovest della città.

Sul retro di questi due profili spicca l’immagine dell’ulivo, che richiama alla mente la Puglia (la regione da cui Iacurci proviene e che sostiene economicamente l’iniziativa), ma che è anche un simbolo di pace e speranza, qui ravvisato nell’incontro armonioso tra realtà differenti.

Un confronto che si genera a partire da un muro e il muro si impone nell’immaginario collettivo di questa città come superficie che, da emblema della divisione, può trovare nuovi significati, diventare uno spazio aperto al dialogo, alla cultura, all’immaginazione.

Sotto il plumbeo cielo berlinese, il murale richiama poi i colori e la creatività della Puglia, una terra ricca di cultura e purtroppo anche di problematiche, eppure sempre capace di grandi scommesse e sorprendente vitalità.

L’iniziativa promossa della Regione Puglia e il lavoro che ne è scaturito sono degni di nota.

Il team ha raccontato anche dell’entusiasmo dei cittadini durante i giorni dell’allestimento quando, in quel crocevia vero e proprio che è Moritzplatz, tante persone, di età e nazionalità diverse, si sono affollate per vedere Iacurci all’opera e saperne di più del progetto.

“Sehr schöne”, ha sussurrato una vecchia signora al marito, mentre una ragazza italiana, ci hanno detto, ha trovato in questa iniziativa un ulteriore spunto per il suo dottorato di ricerca.

Dopo il triste oscuramento dei murales di Blu (per suo volere e a seguito dei fenomeni di gentrificazione), è significativo aver colmato un vuoto (anche di colore) nel panorama della street art italiana a Berlino.

Pur se in minoranza, stupiscono dunque quelle voci di dissenso cui si faceva riferimento all’inizio di questo articolo. Un dissenso che, forse, è da mettere in relazione con la resistenza ad accettare che la street art sia ormai diventata una forma importante di espressione della cultura odierna, al punto da trovare finanziamenti e sostegno anche a fronte dell’ambito illegale in cui è stata sempre relegata.

Forse invece è un dissenso, tutto italiano, legato all’abitudine a confrontarsi con politiche spesso poco trasparenti, di modo che ogni iniziativa, anche quella più sana, può generare talvolta sospetto e diffidenza. Forse.

Ma questa, comunque, è un’altra storia”. (aise 1) 

 

 

 

 

 

Gli studenti dell’Italo Svevo di Colonia all’Expo di Milano. Quando l'EXPO diventa speranza

 

Gli studenti del Liceo linguistico Italo Svevo di Colonia visitano l’Expo di Milano. Le ragazze e i ragazzi del liceo erano un po’ sconcertati dalla quantità e diversità dei media utilizzati per comunicare un solo concetto: L’EXPO vi aspetta! di  Maurizio Libbi

 

“Sinceramente, prima di arrivare all’Expo non sapevo cosa aspettarmi. A Milano facevano pubblicità dappertutto: in Piazza Duomo con le bandiere, addirittura nei Bar con le bustine dello zucchero...“ Mara, ma non solo lei, era un po‘ sconcertata dalla quantità e diversità dei media utilizzati per comunicare, in fondo, un solo concetto: l’EXPO vi aspetta. Ma nonostante l’insistenza e la quantità delle informazioni fornite, non prendeva forma un vero paesaggio dell’EXPO, il tutto rimaneva un po’ nebuloso. La maggior parte delle ragazze e dei ragazzi del gruppo non riusciva a immaginare come sarebbe stato questo posto strano dove si ritrovavano tanti paesi diversi per presentare se stessi sotto il motto del “cibo per il mondo”. Poi la corsa in metropolitana, la massa di gente che si riversava come un fiume in piena verso gli ingressi… “Quando siamo entrati nell’Expo ero molto sorpresa - dice Mara - non me lo aspettavo affatto così: non è grande, è gigante, è bellissimo…“

Ma facciamo un passo indietro. Intanto, il gruppo su menzionato è formato da ragazze e ragazzi del Liceo Linguistico Italo Svevo di Colonia (l’unica scuola superiore italiana in Germania). Il gruppo è misto, vi appartengono alunne e alunni del quarto e quinto anno. Tutti hanno avuto nel programma di studio la tematica della nutrizione: sotto il profilo biologico, della salute ed etico. Inoltre le alunne e gli alunni del quarto anno hanno partecipato a un concorso per le scuole, indetto dal ministero italiano nell’ambito dell’EXPO, ed hanno presentato un lavoro a titolo “Alles Bio oder was? Italia e Germania a confronto”. Cosa c’era quindi di più logico, che andare in visita all’EXPO, toccarlo con mano e sentirsi parte attiva del progetto complessivo?

Così si decide di partire per Milano – e inizia l’odissea dei biglietti. Un’organizzazione a dir poco deprimente: la prenotazione dei biglietti a costo ridotto per le scuole si fa attraverso il sito dell’EXPO, ma l’operatore che si sarebbe dovuto mettere in contatto per definire il pagamento non si fa sentire. Al telefono nessuno è in grado di dare indicazioni utili. Poi, due giorni prima della partenza, ecco la geniale comunicazione: andate direttamente alla cassa e vedete un po’ voi... Mille grazie, Italia nostra. Per fortuna alla cassa c’è un’operatrice in gamba che ci fa i biglietti con un bel sorriso, così possiamo entrare.

Ma l’areale dell’EXPO è enorme, una città. Da dove iniziare?

 

“L’atmosfera era emozionante, nel senso che trovarsi in mezzo a culture così diverse in un solo posto era una sensazione straordinaria e soprattutto unica, - confessa Elisabetta - così mi sono lasciata guidare da quello che vedevo e sentivo, perché ogni posto offriva qualcosa di trascinante a modo suo: colori, odori, gusti…” La prima impressione, entrando, non è solo positiva. Un’occhiata panoramica ci lascia un po’ inorridire: le insegne più evidenti sono quelle delle grandi ditte, delle multinazionali… ma il motto dell’EXPO non era „Feeding the Planet, Energy for Life“? E che c’entrano con questo i vari McDonald’s, Eataly, CocaCola e simili?

OK, forse abbiamo una visione un po’ troppo purista della cosa, la realtà è che purtroppo senza questi sponsor l’EXPO probabilmente non sarebbe possibile. Comunque, passato il piccolo shock delle insegne, ecco che iniziano le prime esperienze. I padiglioni sono diversissimi tra loro, sia nel concetto che nella realizzazione architettonica. Alcuni sono sobri e di semplice fattura, si nota subito che si tratta di paesi che non hanno lunga esperienza (o se volete non abbastanza soldi) di presenze in fiere internazionali. Altri sono enormi e complicati. E qui le strade si dividono. Il padiglione dell’Italia è uno dei più grandi e dei più deludenti. L’architettura esterna e la massa di gente che cerca di entrare (per accedere si fa una fila di quasi due ore) porta le aspettative alle stelle. Poi, la realtà: la stanza dei personaggi che raccontano il loro contributo al mondo dell’alimentazione è informativa, ci sono un paio di belle stanze a specchio, qualche paesaggio interessante con piante aromatiche, ma in complesso l’enorme quantità di scale e corridoi spogli fa scuotere la testa.

Molto diverso, invece, il padiglione della Germania. Anche qui, per accedervi, occorre molta pazienza, ma le aspettative vengono poi addirittura sopraffatte dalla realtà. “Ci hanno dato una specie di Tablet, facilissimo da usare, si poteva scegliere la lingua, e ci guidava durante il percorso. Ci hanno spiegato - racconta Denise - cos’è importante per preservare l’ambiente, per esempio la sostenibilità dei sistemi idrici, la rotazione delle colture e quello a cui dovremmo stare attenti per la nostra spesa quotidiana. Abbiamo imparato tantissimo e ci siamo pure divertiti!” Alcuni padiglioni usano il sistema della fila continua, così si entra velocemente. Per esempio quello dell’Iran, che crea un’atmosfera d’incanto giocando sugli odori di migliaia di piante aromatiche. In altri le complesse video sculture raccontano storie d’integrazione sociale e di lotta per una produzione agricola sostenibile.

Altri stand sono dedicati a tematiche specifiche, come quello della Gran Bretagna, che mette in primo piano l’operato delle api offrendo dei veri e propri percorsi da sperimentare. Alcuni paesi si concentrano sulla presentazione di se stessi, con più o meno successo. Per esempio la Spagna, pur offrendo un percorso abbastanza interessante attraverso la propria cultura agroalimentare, spende ben poche parole sul concetto di biologico e di sostenibilità delle produzioni. Mentre altri padiglioni sono invece dei veri concentrati di emozioni, come fa rilevare Elisabetta: “Quando entravo nelle costruzioni di questi stati, pensavo davvero di essere nel loro paese e vedevo la loro cultura.” Ma l’EXPO non è solo esposizione, ci sono gli eventi e gli show, come quello dell’Albero della vita. Questa l’esperienza Gianluca: “Lo show, che si ripete durante tutta la giornata, arriva al culmine in serata: la sincronia delle luci, della musica e dei giochi d’acqua è perfetta. È come se l’albero riunisse in se tutte le nazioni e desse la speranza di un mondo migliore. In quel momento non esistevano più problemi, c’era solo quell’unico, fantastico pensiero che raccoglieva tante speranze.”

L’Expo come polo di speranze per l’umanità? Forse un’aspettativa un po’ troppo grande, ma chissà. In ogni caso l’esperienza per le ragazze e per i ragazzi dell’Italo Svevo è stata sicuramente positiva. “Quello che mi ha colpito di più in generale - riassume Elisabetta - è che pur provenendo da paesi completamente diversi, si è creato un senso dello stare insieme, dello scoprire insieme in una maniera semplice e armoniosa. Secondo me è sano sapersi aprire e poter confrontare la propria cultura e le proprie tradizioni con quelle degli altri. Così ampliamo anche la nostra conoscenza personale del mondo e quindi di noi stessi.” CdI giugno

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Mafia Capitale: Atto II (04.06.15) - Ancora una maxi retata dei carabinieri del Ros tra Lazio, Abruzzo e Sicilia: 44 arresti e 21 indagati anche per associazione mafiosa. Affari su migranti e centri di accoglienza, ma non solo

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/mafiacapitale100.html

 

Affari e democrazia (04.06.15) - Un accordo miliardario conclude la visita del presidente egiziano in Germania Abdel Fattah al-Sisi. Ma le polemiche sulla mancata democrazia nel paese delle piramidi non si placano.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/alsisi106.html

 

Il regno degli amici (04.06.15) - L’estate del 1982 per un gruppo di amici coincide con la fine dell’età dell’innocenza e l’inizio improvviso della maturità. L’ultimo e intenso romanzo di Raul Montanari.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/montanari100.html

 

La settimana della sostenibilità (03.06.15)

Si celebra in tutta Europa. In Germania grande attenzione da parte di media ed opinione pubblica, l'Italia nonostante l'Expo la snobba

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/nachhaltigkheit100.html

 

Segnali di vita (03.06.15) - Scende la disoccupazione in Italia mentre l'Ocse promuove il jobs act di Renzi. Ma in Europa siamo il fanalino di coda.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/arbeitnehmerzahl100.html

 

Ricordando Jannacci (03.06.15) - Cantava la Milano della gente comune, mescolando ad arte la canzone popolare al cabaret. Per suo figlio Paolo era un amico, tanto che ha imparato a chiamarlo "papà" solo dopo la sua morte.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/jannacci100.html

 

Le mani sapienti di Michela (03.06.15) - Michela De Siano fa la massaggiatrice e le basta un minuto per capire qual è il problema di chi ha di fronte. Perché il massaggio non riguarda solo i muscoli, ma conivolge l'intera persona.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/al_lavoro/masseurin100.html

 

La lista dei delatori (02.06.15)

La comunità ebraica di Roma pubblica i nomi degli informatori che favorirono le deportazioni. Furono singoli cittadini ma anche bande.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/informatoren100.html

 

La giungla dell’apprendistato (02.06.15) - Test a tappeto, candidature cestinate e colloqui che non arrivano. Trovare un posto di apprendistato in Germania è diventato sempre più difficile. Soprattutto per gli stranieri.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/ausbildungsmodell100.html

 

I giovani e la Grande Guerra (02.06.15)

Una delegazione di maturandi del Liceo linguistico "Italo Svevo" di Colonia ha incontrato a Roma altri coetanei per parlare della prima guerra mondiale. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/grandeguerra100.html

 

Mina e Studio Uno (02.06.15)

I primi anni della carriera di una delle più grandi voci della musica leggera italiana. Come la televisione lanciò la "Tigre di Cremona".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/mina102.html

 

Regioni al voto (01.06.15)

Finisce 5 a2: il Pd tiene in Toscana, Umbria, Marche e Puglia e conquista la Campania, ma perde la Liguria. Trionfo della Lega in Veneto.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/regionalwahlen100.html

 

La lista degli "impresentabili" (29.05.15) - La Commissione parlamentare antimafia, alla vigilia delle elezioni regionali, ha rivelato i nomi dei candidati coinvolti in procedimenti giudiziari. Sono 4 in Puglia e 13 in Campania.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/antimafiakommission100.html

 

Ricordi di guerra (29.05.15)

Carlo Orelli era uno degli ultimi superstiti della prima guerra mondiale. È morto nel 2005, ma ci ha lasciato una testimonianza tragica.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/carloorelli100.html

 

Lo spreco è reato (29.05.15) - In Francia arriva una legge sullo spreco alimentare. I grandi supermercati non potranno gettare nella spazzatura l'invenduto ancora utilizzabile. Slow Food esulta.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/lebensmittelverschwendung126.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

 

Expo 2015  - Un primo sguardo ai padiglioni con la nostra galleria fotografica. Perché il primo maggio, nonostante le difficoltà e le polemiche della vigilia, si è aperta l'Esposizione universale di Milano.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/expo122.html

 

Mare nostro  - Le storie dei protagonisti e tutti i nostri approfondimenti degli ultimi mesi, fra Italia e Germania.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/fluechtlinge866.html  RC,de.it.press

 

 

 

 

Al cinema con Freud. Ciclo di film: “Prendi iniziativa!” a Francoforte

 

Francoforte. Ideato e promosso da Elisabetta Passinetti, psicoanalista, e Antonella Desini, critico cinematografico, in collaborazione con Consolato Generale d’Italia Francoforte, IIC Colonia, Instituto Cervantes Frankfurt e associazione “Italiani in Deutschland e.V.”

 

Martedì 09 giugno 2015: ore 18.30 (Entrata - Einlass) – inizio film (Vorführungsbeginn), ore 19.00, presso Sala eventi Instituto Cervantes Frankfurt, Staufenstr.1, Francoforte (U 6/7 fermata metro: Alte Oper) - Introduzione e discussione con Elisabetta Passinetti e Antonella Desini.

 

Entrata: donazione  per copertura spese di organizzazione evento: 5,00 Euro (Euro 3,00 per possessori Carta amicizia e studenti dell'Università J.W. Goethe) 

E-mail di conferma  a : francoforte.culturale@esteri.it.

 

L’intrepido, (2013) un film di Gianni Amelio – Versione originale con sottotitoli in tedesco

 

Antonio Pane è un uomo sulla cinquantina, senza lavoro fisso, che svolge a Milano l’attività del rimpiazzatore. Pur di non restare tutto il giorno senza far niente e senza una meta, egli sostituisce, infatti, altre persone, a volte per qualche ora, altre volte per giornate intere. Lo vediamo quindi lavorare come muratore, condurre tramvai, consegnare pizze a domicilio, stirare in una sartoria oppure smistare e poi congelare pesce al Mercato Ittico di Milano. Antonio è contento delle varie occupazioni che gli vengono proposte, infatti ogni giorno si alza e si fa la barba, per farsi trovare pronto a svolgere il lavoro che gli potranno offrire.

Questo film tratta con discrezione il tema della dignità e l’importanza di lavorare, pur precariamente. Infatti, anche se non sempre si ritrova a fare quello che può essere considerato il lavoro dei propri sogni, le varie attività che svolge durante la giornata, permettono al protagonista di  volgere lo sguardo da un’altra parte, rispetto alla paura e alla tristezza, spesso avvertita appena sveglio, e quindi di mettersi nella condizione di poter trarre soddisfazione o realizzazione da esse. 

Iic, dip

 

 

 

 

Doppia personale all’IIC di Colonia: quella di Lucilla Restelli e Pietro Moroni

 

Colonia - L'Istituto Italiano di Cultura di Colonia accoglie, per la prima volta, una doppia personale: quella di Lucilla Restelli e Pietro Moroni, due artisti accomunati dall'origine lombarda e dalla formazione all'Accademia di Brera, ma con percorsi ben distinti nelle tematiche affrontate e nelle tecniche prescelte.

"Forme e colori" è il titolo della personale di Moroni, che si affianca all’altra di Restelli "Indizi di rime imperfette". Entrambe saranno inaugurate giovedì 18 giugno, alle ore 19, negli spazi dell’Istituto, dove saranno aperte al pubblico per tutta l’estate, sino al 26 agosto con ingresso libero.

La scelta del curatore, Giovanni Cerri, di giustapporre le passioni michelangiolesche e manieristiche di Moroni e il suo dinamismo cromatico all'approdo informale di Restelli, che si arricchisce di spessore e rilievi materici, è dunque la migliore chiave di lettura per approfondire, attraverso il contrasto apparente e le analogie, le familiarità e le similitudini nascoste, aspetti meno evidenti della ricerca di queste due personalità che bene illustrano realizzazioni diverse del nostro ricco e fertile panorama artistico contemporaneo. (aise 2) 

 

 

 

 

 

Al Consolato di Colonia il 23 giugno serata informativa sula “Nuova Mobilità degli Italiani in Nordreno-Vestfalia”

 

Durante l’incontro sarà anche presentata la nuova pagina Facebook del consolato italiano dedicata ai connazionali che intendono cercare un’occupazione in NRV

 

COLONIA – Il Consolato Generale d’Italia e il Comites di Colonia organizzano una serata informativa sul tema “Nuova Mobilità degli Italiani in Nordreno-Vestfalia”. L’incontro, sulle opportunità di lavoro in NRV, si terrà alle ore 17 del 23 giugno presso  la sala Petrarca del Consolato Generale d’Italia a Colonia (Universitätsstr. 81, angolo Danteweg, 50931 Colonia).

La serata sarà aperta dagli indirizzi di saluto del console generale d’Italia, Emilio Lolli e del presidente del Comites Silvio Vallecoccia. A seguire la presentazione, predisposta dall’Agenzia del Lavoro di Colonia, sul tema “Il mercato del lavoro in Germania – Focus su Colonia e Nordreno-Vestfalia” e la testimonianza di Giovanna La Caprara che parlerà del trasferimento in Germania per lavoro. Avrà poi luogo la presentazione, predisposta dalla Camera dell’Artigianato di Colonia  su “La formazione professionale nell’artigianato”. Il tema sarà illustrato da Roberto Lepore, specialista per la formazione della Camera dell’Artigianato di Colonia. L’incontro si concluderà con la presentazione della nuova pagina Facebook del Consolato Generale d’Italia dedicata agli italiani che intendono cercare un’occupazione in Nordreno-Vestfalia. (Inform 3)

 

 

 

 

A Monaco di Baviera conferenza su “Food Design. Il cibo come etica”, il 10 giugno

 

Monaco di Baviera - "Food Design. Il cibo come etica, espressione, accusa, necessità, forma" è il tema della conferenza che Giovanni Ottonello terrà mercoledì 10 giugno, alle ore 19, all’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera.

La conferenza, che si svolgerà in lingua italiana e tedesca con traduzione simultanea, è stata organizzata in occasione dell’Expo di Milano che ha per tema "Nutrire il pianeta, Energia per la vita". Un’occasione unica per tornare a discutere a livello globale del nostro rapporto con il cibo e mettere in evidenza le contraddizioni esistenti tra coloro che abusano e sperperano e coloro che soffrono la fame e spesso non hanno voce per rivendicare quanto gli spetta! Il cibo diventa una metafora della vita, uno stile di vita, un’ossessione, una condivisione o un rifiuto, ma anche guerra, arte, morte, moda...

La conferenza, ad ingresso libero, verterà inizialmente sull’esposizione mondiale di Milano, per poi esaminare tutti i campi della creatività e capire come gli artisti hanno interpretato la loro relazione con il cibo attraverso i media.

L’evento di Monaco è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura, insieme a IED-Istituto Europeo del Design Milano, Forum Italia, Camera di Commercio Italo-Tedesca e Società Dante Alighieri di Norimberga. aise 2

 

 

 

 

 

Dante all’IIC di Colonia il 10 giugno

 

A Colonia, mercoledì 10 giugno 2015, ore 19.00, in Istituto (Universitätsstr. 81), Dante – i nove cerchi dell’inferno,  recital di Burkhard Wolk, in lingua tedesca.

 

Scrittore e attore, Burkhard Wolk recita brani dall’“Inferno“, nell’ambito di uno spettacolo multimediale. L’itinerario fino al lago ghiacciato di Lucifero è illustrato con immagini proiettate su due schermi, con commento musicale, attraverso la raffigurazione dei cerchi infernali e degli incontri di Dante, così come sono state divulgate dalla storia dell’arte.

L’autore ha recentemente presentato la prima lettura completa della Divina Commedia in lingua tedesca nella traduzione di Karl Witte.  

Una manifestazione dell'Associazione degli Amici dell’Istituto. Ingresso gratuito.

Iic

 

 

 

 

 

I numeri dei i Connazionali all’estero

 

Secondo i dati più recenti, i Connazionali all’estero sono 4.051.000. Il 57% è residente in Europa (2.309.070). Nelle Americhe, c’è fa fare un distinguo. Il 17% vive negli Stati Uniti, Canada compreso, ed il restante 25% è presente nell’America Centrale e Meridionale. In Africa, siamo presenti con l’1,3%, in Oceania col 3,8% ed in Asia, ultima nostra frontiera, gli italiani sono solo lo 0,6%. Questo sotto il profilo percentuale. Andando nello specifico, la distribuzione europea della nostra gente determina una classifica ben chiara e determinata. La Comunità più numerosa vive in Germania con oltre 580.000 presenze. Subito dopo, troviamo la Svizzera con oltre 500.000 italiani (frontalieri esclusi).

 In Francia siamo 385.000. Più di 300.000 nel Regno Unito. Il rimanente vive in tutti gli altri Stati europei. Quindi, è nel Vecchio Continente la nostra Umanità più numerosa. Anche in Patria, il flusso migratorio, quando era considerato ancora tale, appare diverso. La prima regione sul fronte dell’Emigrazione resta la Sicilia; seguita da Calabria, Puglia e Campania. Al nord, nelle prime posizioni, Lombardia e Veneto. Ciò sotto un profilo conoscitivo generale. Gli aventi diritto al voto sono poco più di 3.280.000. Con una netta prevalenza per la Circoscrizione Europa. Almeno secondo l’attuale normativa.

Tutto questo preambolo ha lo scopo di focalizzare la “forza” politica che potrebbe assumere, se non dispersa, la nostra Comunità nel mondo. Basterebbe solo la realtà d’Europa per determinare un “peso” espressivo sulla formazione del futuro Parlamento nazionale. Purtroppo, com’è noto, la percentuale dei votanti all’estero resta sconfortante.

 I motivi sono complessi e, in ogni modo, di non facile identificazione. Certamente, se esistesse un Partito per gli Italiani d’oltre confine senza apparentamenti, come ora accade, con le formazioni politiche nazionali, la percentuale dei votanti, forse, potrebbe anche incrementarsi. Con nuova sensibilità per lo status, oggi sono marginalmente congetturato, di una Grande Comunità oltre frontiera capace di ribaltare nella politica nazionale l’esperienza maturata sotto altre realtà e bandiere.

 La nuova legge elettorale dovrebbe modificare il concetto di “partecipazione” e “rappresentatività” degli italiani nel mondo. Con l’augurio che questa sia una percorribile certezza.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Francia e Germania contro i criteri di distribuzione degli immigrati in Europa

 

BRUXELLES  - “Continuano le critiche al piano della Commissione per la redistribuzione dei migranti tra i Paesi europei. Questa volta a esprimere perplessità sono due pezzi da novanta: Francia e Germania. I ministri dell’Interno dei due Paesi, Bernard Cazeneuve e Thomas de Maizière, hanno scritto una nota congiunta in cui affermano di essere sì “disposti a esaminare la proposta della Commissione su un meccanismo temporaneo di rilocalizzazione” di rifugiati, ma di ritenere però che nella versione attuale la proposta non raggiunga ancora “l’equilibrio” necessario tra “responsabilità e solidarietà””. È quanto si legge su “Eunews”, quotidiano online diretto a Bruxelles da Lorenzo Robustelli.

“I due ministri accettano l’idea di un “meccanismo temporaneo di rilocalizzazione su scala europea per i richiedenti asilo in manifesto bisogno di protezione, secondo un criterio di ripartizione condiviso ed equo”, ma pongono alcune condizioni. Innanzitutto chiedono che si prendano di più in considerazione “gli sforzi già compiuti dagli Stati membri in materia di protezione internazionale e di altre forme di assistenza”. A loro avviso serve maggiore equilibrio tra “due principi di uguale importanza: responsabilità e solidarietà”, con in particolare un impegno per sollecitare i Paesi di primo accesso a “rafforzare la sorveglianza delle frontiere esterne”. I ministri hanno anche sottolineato che si dovrà trattare di un sistema “temporaneo ed eccezionale”, che “si inserisca in un approccio globale sulle migrazioni”.

Il criterio di redistribuzione proposto dalla Commissione prende in considerazione Pil e popolazione di ogni Stato, che pesano ciascuno per il 40%, mentre disoccupazione e sforzi già effettuati in materia di immigrazione pesano solo il 10% ciascuno. In questo modo si darebbero forti oneri a Germania e Francia che, secondo Bruxelles, dovrebbero essere i due Paesi ad accogliere il maggior numero di migranti: rispettivamente 8.763 e 6.752.

La Commissione preferisce però vedere il bicchiere mezzo pieno e così si “rallegria del fatto che Francia e Germania abbiano una posizione comune sulla nostra proposta ricollocazione” dei rifugiati, ha spiegato la portavoce Natasha Bertaud secondo cui “è normale e non ci sorprende che ci sia la volontà di discutere i criteri di ripartizione, era una cosa attesa”. Per chiarire meglio come questi criteri verranno approvati, ha concluso la portavoce “bisogna aspettare il 15 e 16 giugno”, al Consiglio Affai Interni, quando “si discuteranno più in dettaglio i diversi elementi””. (aise 1) 

 

 

 

 

Migrazioni, la mappa e gli identikit dei 5 milioni di stranieri in Italia

 

I "nuovi italiani" sono operai, studenti, imprenditori, intere famiglie. L'ultima fotografia arriva dal XXIV rapporto di Caritas e Migrantes, che prova a illuminare anche i lati oscuri del fenomeno. Secondo il dipartimento Onu per gli Affari economici e sociali,  232 milioni di persone nel mondo vivono in un Paese diverso da quello d'origine - di VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA  -  Un esercito di operai, studenti, imprenditori, famiglie lavora e vive nel nostro Paese. Sono i "nuovi italiani": i 5milioni di immigranti residenti nello stivale. Fondazioni e ricercatori ne tracciano continui identikit. L'ultima fotografia arriva dal XXIV rapporto immigrazione di Caritas e Migrantes, che prova a illuminare anche i lati oscuri delle migrazioni.  

 

I flussi mondiali. Secondo il dipartimento Onu per gli Affari economici e sociali, nel 2013 circa 232 milioni di persone nel mondo vivono in un Paese diverso da quello d'origine. È molto probabile che questo dato non tenga conto dei migranti senza documenti. Stando all'Organizzazione internazionale delle migrazioni, la quota dei migranti irregolari sul totale dei flussi internazionali ammonterebbe al 10-15%. Quanto all'Europa, il numero totale di stranieri residenti al 1 gennaio 2013 è di 34,9 milioni di persone, pari all'8,4% del totale della popolazione.

 

I "nuovi italiani". Alla luce delle stime Istat per inizio 2015, gli stranieri residenti in Italia arrivino a quota 5 milioni 73mila, rappresentando l'8,3% della popolazione totale. Guardando alle nazionalità, si conferma la netta prevalenza di quella romena (22%), seguita da albanese (10,1%) e marocchina (9,2%). Entrando nel dettaglio delle presenze territoriali, in tre regioni del Nord e una del Centro è concentrato il 57% dell'intera popolazione straniera: si tratta di Lombardia (22,9%), Lazio (12,5%), Emilia-Romagna (10,9%) e Veneto (10,5%).

 

Matrimoni e famiglie. Nel 2013 sono state celebrate 26.080 nozze con almeno uno sposo straniero, il 13,4% del totale dei matrimoni, una quota in leggera flessione rispetto all'anno precedente. Le famiglie con almeno un componente straniero sono 1.828.338 e costituiscono il 7,4% del totale.

 

Operai e imprenditori. Al primo semestre 2014 risultano 2.441.251 occupati stranieri (che costituiscono l'11% del totale degli occupati), di cui 1.627.725 non-Ue e 813.526 comunitari. Rispetto al primo semestre 2013, a fronte di una lieve diminuzione generale dell'occupazione (-0,1%), per gli stranieri la tendenza è positiva, con un aumento del 3,5% degli occupati extra-Ue e del 4,6% di quelli Ue. Cosa fanno? Sono impiegati nel settore dei servizi collettivi e personali (39,3% sul totale degli occupati nel settore), degli alberghi e ristoranti (19,2%), delle costruzioni (18,0%), dell'agricoltura (17,1%), dell'industria in senso stretto (10,5%) e del trasporto (10,3%). Non è tutto. Gli stranieri in Italia, nel corso del 2014, hanno prodotto l'8,8% della ricchezza nazionale, per una cifra complessiva di oltre 123 miliardi di euro. Secondo i dati Unioncamere, le imprese di cittadini non comunitari al 31 dicembre 2013 sono 315.891: un aumento rispetto al 2012 del 4,5%.

 

Alunni e cittadini. Nell'anno scolastico 2013/2014, gli alunni stranieri nelle scuole italiane sono 802.785 (di cui 415.182 nati in Italia), che corrisponde a un aumento, rispetto all'anno scolastico precedente, del 2,1%. Sempre più cittadini: le acquisizioni di cittadinanza nel 2012 sono aumentate rispetto all'anno precedente del 16,4% (65.383). Le province con il maggior numero di acquisizioni sono Milano, Roma, Brescia, Torino e Vicenza.

 

Crimini e detenuti. Dal 2000 al 2011, le denunce nei confronti di stranieri sono aumentate di ben il 339,7%, passando da 64.479 a 283.508, mentre il corrispondente aumento dei detenuti si riduce al 55,1% (da 15.582 a 24.174). Ma attenzione: "Riconsiderando l'aumento degli ingressi in carcere degli stranieri  -  si legge sul rapporto Caritas  -  questi dipendono dalla loro permanenza in Italia senza permesso di soggiorno e dalla non ottemperanza al decreto di espulsione da parte dei giudici, punita con una pena detentiva da uno a 5 anni.

 

Etichettati per tratti somatici. Come è stato rilevato in alcune indagini sui fermi da parte della polizia, si attiva un etichettamento degli stranieri per via dei tratti somatici, con una probabilità di fermo per identificazione da parte della polizia che risulterebbe dieci volte superiore a quella che riguarda gli italiani". Quanto agli altri reati, i dati mostrano che la maggiore incidenza degli stranieri si osserva sui detenuti per reati connessi alla prostituzione (77,9%). LR 4

 

 

 

 

Duemila migranti in salvo nel Canale di Sicilia, altri tremila alla deriva: appello del ministro inglese

 

La nave dei coniugi Catrambone insieme con altri mezzi ha soccorso duemila profughi. Altri barconi sono alla deriva e diverse navi si stanno dirigendo alla ricerca delle imbarcazioni. In Libia rapiti dall'Is 86 migranti eritrei cristiani. Il ministro della Difesa inglese sulla nave Bulmark chiama le altre marine: "E' necessario che vengano qui ad aiutare". Stamattina due scafisti arrestati a Pozzallo

 

Duemila persone sono state salvate nel Canale di Sicilia da questa mattina grazie all'intervento delle navi militari e della nave Moas Phoenix dei coniugi Catrambone, condotto insieme a navi italiane, tedesche e irlandesi. Dei duemila migranti salvati 372 sono stati accolti a bordo della nave privata che batte il Mediterraneo alla ricerca di barconi. La nave Vega della Marina militare italiana ha tratto in salvo 316 immigrati, poco prima il pattugliatore "Driade" era intervenuta a favore di un barcone con 560 persone, tra cui molti bimbi e donne, sette delle quali in gravidanza. In mattinata, i mezzi delle forze armate ne avevano presi a bordo ulteriori 300. E non sono questi i soli intervento di salvataggio compiuti oggi tra Nordafrica e Sicilia, dove sono alla deriva una quindicina di barconi con almeno tremila profughi a bordo. A darne notizia anche Skynews, secondo cui la nave della Royal Navy HMS Bulwark sta facendo rotta, assieme ad altre unità europee, verso la Libia "a tutta velocità" per prendere parte all'operazione di salvataggio. A bordo della Bulwark c'è il ministro della Difesa, Michael Fallon. La notizia è stata confermata dalla portavoce dell'Unhcr, Carlotta Sami, secondo la quale le imbarcazioni sono tra 13 e 15 e i migranti almeno 3 mila.

 

Ma i profughi che si avventurano nei viaggi della speranza devono fare i conti non solo con il mare. Dalla Libia giunge la notizia che l'Is ha rapito 86 migranti eritrei cristiani mentre erano in viaggio verso Tripoli. Lo sostiene la direttrice della ong svedese Eritrean Initiative on Refugee Meron Estefanos, che ha parlato con alcuni migranti che sono riusciti a fuggire. I jihadisti hanno separato i cristiani dai migranti musulmani e hanno lasciato questi ultimi liberi. I migranti si trovavano a bordo di un automezzo guidato da trafficanti di esseri umani quando sono stati fermati dai jihadisti. Tra gli 86 rapiti figurano anche 12 donne e bambini. Secondo quanto dichiarato da Estefanos, i migranti sono stati sottoposti a una sorta di 'test' sul Corano per provare chi era musulmano e chi no. Chi non ha saputo rispondere alle domande dei miliziani dell'Isis è stato portato via.

 

La situazione in mare resta ad alto rischio. "E' necessario - ha detto il ministro Fallon parlando dalla nave Bulwark - che in tempi brevi altre navi da altre marine europee vengano qui ad aiutare. Dobbiamo condividere più informazioni di intelligence, capire chi è responsabile del traffico di esseri umani e come fanno i quattrini e quindi spazzare via le organizzazioni criminali coinvolte". Fallon ha poi messo in guardia che l'ondata migratoria potrebbe assumere una dimensione colossale "se l'Europa non si mette d'accordo e inizia ad affrontare il problema alla radice".  Londra ha messo ha disposizione di recente la Bulwark per le operazioni di soccorso dei migranti nel Mediterraneo, ma il governo Cameron ha ripetutamente sottolineato che le persone salvate non saranno accolte in Gran Bretagna, bensì sbarcate in Italia o in Grecia.

 

Questa mattina gli agenti della squadra mobile della questura di Ragusa, in collaborazione con carabinieri e guardia di finanza, hanno inoltre fermato due presunti scafisti per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Si tratta del tunisino Ali Alkaebi, 45 anni, e del gambiano Khan Ousman, 18 anni. Il primo avrebbe condotto una piccola barca con 11 migranti tunisini, Ousman un gommone con a bordo 116 centro-africani (72 uomini, 8 donne e 36 minori provenienti dal Centro Africa). Entrambe le imbarcazioni provenivano dalle cost nord africane. I migranti, soccorsi in mare dalla nave "Fenice" della Marina militare, sono stati tutti tratti in salvo e condotti al porto di Pozzallo, nel ragusano.

 

Gli stessi migranti, che hanno riferito di aver pagato mediamente 1.000 dollari a testa per la traversata, hanno spiegato che gli accordi con gli organizzatori prevedevano l'approdo su una piccola spiaggia del trapanese. Un errore di rotta li ha invece portati in prossimità di Ragusa. Alkaebi e Ousman si trovano ora nel carcere di Ragusa, a disposizione dell'autorità giudiziaria. Gli 11 tunisini saranno respinti e riportati nel loro Paese con un provvedimento del questore. È la prima volta che si registra una traversata con così pochi migranti, strategia che secondo gli investigatori sarebbe attuata per eludere i controlli. I migranti hanno riferito di aver pagato mediamente 1.000 dollari l'uomo. Gli organizzatori avrebbero incassato circa 130.000 dollari.

 

Intanto un allarme arriva dal quotidiano britannico Guardian. In Libia ci sono "tra 450.000 e 500.000 migranti" che attendono il momento di prendere il largo su carrette del mare alla volta dell'Europa. E' quanto ha affermato il capitano di vascello Nick Cooke-Priest,

comandante della Hms Bulwark, la grande nave d'assalto anfibio della Royal Navy impegnata nell'opera di salvataggio nel Mediterraneo. Il comandante dell'unità racconta anche, trattenendo a stento l'ira, quanto appreso dai sopravvissuti: a molti di loro i trafficanti hanno detto di rovesciare la barca e a gettarsi in acqua non appena avvistata una nave da guerra, per essere così esseri salvati. Anche se poi molti non sanno nuotare e affogano. LR 6

 

 

 

 

 

Migliaia di migranti alla deriva nel Mediterraneo

 

Operazioni di salvataggio a largo delle coste libiche e nel canale di Sicilia. L’allarme del ministro Uk dalla nave: rischio di un’ondata colossale

In migliaia alla deriva sulla rotta dei disperati. Scatta l’ennesima giornata di emergenza al largo della Libia dove - secondo la Marina britannica - fino a 15 barconi, ciascuno con a bordo decine o centinaia di migranti, sono in queste ore in balia del mare. 

L’annuncio arriva dalla HMS Bulwark, l’unità della Royal Navy che il governo di David Cameron ha messo a disposizione di recente nell’ambito della missione europea Triton nel Mediterraneo. E a bordo della quale c’è proprio oggi il ministro della Difesa britannico, Michael Fallon.  

 

IN AZIONE ANCHE LA MARINA  - La Bulwark, come altre unità di Paesi Ue, Italia inclusa, sta facendo rotta verso la Libia «a tutta velocità» per i soccorsi, riporta SkyNews. Mentre altre fonti parlano di una serie di azioni di salvataggio contemporanee, più che di una singola maxi-operazione. 

 

“MEZZO MILIONE SULLE COSTE LIBICHE”   - Ma che siano state individuate una quindicina di carrette del mare con a bordo in totale circa 3000 persone lo conferma via twitter anche Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, che riferisce dell’intervento della Marina e della Guardia costiera italiane, fra le altre. Mentre una fonte dell’intelligence di Londra citata dai media accredita la stima di «migliaia di migranti» in pericolo e rilancia l’allarme su possibili ulteriori partenze imminenti, indicando in almeno «mezzo milione» le persone radunate sulle coste libiche in attesa di nuovi imbarchi. 

 

SALVATAGGI ANCHE NEL CANALE DI SICILIA   - Il capo del “settore centrale” della Guardia costiera della Libia, colonnello Reda Issa, riferisce dal canto sua all’ANnsa che unità militari italiane e tedesche hanno già portato a termine nelle ultime ore il salvataggio di oltre 200 persone. 

Intanto la Marina militare italiana è impegnata in un’ennesima azione di soccorso anche nel canale di Sicilia, dove la nave Driade ha avviato il recupero di 560 migranti, tra cui donne e bambini, a bordo di un’imbarcazione in difficoltà arrivata più vicino alle nostre coste, mentre la nave Vega ha tratto in salvo 316 persone. 

 

IL MINISTRO UK: “GLI ALTRI PAESI VENGANO AD AIUTARE”  

Dalla Bulwark, il ministro britannico Fallon invoca che anche «altre marine europee vengano nel Mediterraneo ad aiutare». «Dobbiamo condividere più informazioni di intelligence, capire chi è responsabile del traffico di esseri umani, come costoro facciano i quattrini e quindi spazzare via le organizzazioni criminali coinvolte», insiste Fallon dai microfoni di Skynews, mettendo in guardia dal rischio che l’ondata migratoria possa assumere una dimensione colossale «se l’Europa non si metterà d’accordo per affrontare il problema alla radice». 

Proprio Londra, d’altronde, si è già chiamata fuori da ogni ipotesi di ripartizione di quote di migranti. E lo stesso governo Cameron ha ripetutamente sottolineato che le persone salvate non saranno accolte in Gran Bretagna bensì sbarcate in Italia, in Grecia o in altri Paesi rivieraschi. 

 

VERSO QUOTA 50MILA   - Non si fermano, dunque, gli sbarchi. Il totale dei migranti arrivati nel 2015 si avvicina ormai a quota 50mila (sono oltre 47mila). Mercoledì il ministero dell’Interno, alle prese con il problema accoglienza, ha chiesto ai prefetti un nuovo sforzo: servono 7.500 posti in breve tempo. La circolare del ministero è indirizzata in particolare alle regioni del Nord e del Centro che sono «in debito» rispetto alle quote da accogliere. Ma dai governatori leghisti di Lombardia e Veneto è arrivato oggi un netto “no”. 

 

SISTEMA D’ACCOGLIENZA IN CRISI   - Il sistema di accoglienza è in sofferenza: quasi 90mila sono gli stranieri ospitati e gli arrivi concentrati in pochi giorni rischiano di farlo saltare. Per questo dal Viminale è partita una nuova circolare ai prefetti: escluse Sicilia e Lazio che sopportano il maggior peso dell’ospitalità. La strategia è quella di distribuire gli stranieri in maniera equilibrata su tutto il territorio nazionale, a piccoli numeri. La “stella polare” seguita nello smistamento è quella del piano sottoscritto insieme alle Regioni nel giugno dello scorso anno: un modello matematico che tiene conto della grandezza della regione, del numero di abitanti e del Pil. Parametri che indicherebbero la Lombardia come la destinataria del maggior numero di migranti: 1.517 unità ogni 10mila migranti, 788 per il Veneto.  LS 6

 

 

 

 

Spagna e Polonia. Ue, nuovo allarme consenso

 

Il risultato di Podemos in Spagna, le elezioni presidenziali polacche con la vittoria di Andrzej Duda, candidato di Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwosc), il trionfo di David Cameron in Gran Bretagna e la continua lotta politica di Syryza in Grecia costituiscono senza dubbio una sorta di grosso scheletro nell’armadio che mina la legittimità di Bruxelles.

 

Tuttavia, se l’insoddisfazione nei confronti dell’Unione e il desiderio di cambiamento caratterizzano tutti e quattro i Paesi in questione, la progettualità politica espressa dai rispettivi partiti non è allineata.

 

Cameron chiede meno Europa politica e più mercato comune e, forte dell’onda euroscettica, è in viaggio verso le capitali europee per ottenere il consenso degli Stati membri a una revisione dei trattati.

 

Tsipras, invece, vorrebbe un’Europa diversa e possibilmente meno austera, che consenta ad Atene di investire nel sistema di welfare e sull’economia reale. Ma cosa vogliono i leader di Diritto e Giustizia e di Podemos?

 

Diritto e Giustizia: un tradizionale euroscetticismo

Andrzej Duda, vincitore delle elezioni presidenziali grazie al 51,55 % ottenuto al secondo turno delle presidenziali del 24 maggio, inizierà il suo mandato il 6 agosto, in coincidenza con la fine di quello di Bronis?aw Komorowski.

 

Già europarlamentare, Duda si prepara a spianare la strada per una vittoria del suo partito, Diritto e Giustizia, alle elezioni legislative previste per ottobre. Diritto e Giustizia si colloca a destra del sistema politico polacco. Con forti posizioni nazionaliste, di conservatorismo, e tendenzialmente populiste, il partito del neo-presidente eletto ha costantemente ribadito la necessità di dare precedenza agli interessi nazionali rispetto a quelli europei.

 

Lo stesso Duda si è più volte espresso criticamente nei confronti non solo della gestione politico-economica da parte delle istituzioni europee o dell’euro, ma anche nei riguardi del processo di integrazione nel suo complesso, colpevole di avere privato la Polonia di parte della sua sovranità.

 

In un momento economico contraddistinto dalla crescita, l’euroscetticismo si giustifica con il nazionalismo. Economicamente il partito sostiene posizioni anti-liberali, più vicine al protezionismo e al patriottismo economico che all’integrazione.

 

Con 18 seggi nel Parlamento europeo (19 se consideriamo il seggio di Destra della Repubblica), Diritto e Giustizia si configura come la componente numericamente più rilevante, insieme al Partito Conservatore britannico, del gruppo parlamentare dei Conservatori e Riformisti Europei.

 

Non a caso, presenta posizioni che sono quelle del più tradizionale euroscetticismo, risultato della cultura nazionalista avversa alla cessione di poteri al livello sovranazionale. Questo non è un fenomeno nuovo, ma vecchio quanto lo stesso processo di integrazione europea.

 

Podemos sulla scia dell’eurocriticismo

Un’altra novità, forse più annunciata, del mese di maggio, è stato il grande successo di Podemos alle elezioni amministrative spagnole. Nonostante il Partito Popolare e il Partito Socialista Operaio Spagnolo restino le prime due forze del paese, la grande crescita di Podemos ha difatti messo fine al bipolarismo che ha contraddistinto la Spagna dalla fine del franchismo.

 

Il partito dei post-indignatos, guidato da Pablo Iglesias, ha un programma che si inspira ai principi della democrazia partecipativa e mira al cambiamento del sistema politico spagnolo per curarlo dai mali della corruzione e dell’inefficienza.

 

Il partito, di chiare tendenze populiste, si scaglia contro la classe politica dirigente, colpevole di avere messo in ginocchio il Paese con politiche distanti dagli interessi reali della popolazione.

 

Al piano di rivalsa cittadina e democratica si aggiunge una progettualità tipicamente di sinistra, irrorata di ispirazione socialista rivolta soprattutto al rilancio dell’economia e alla lotta alla disoccupazione attraverso un nuovo sistema-paese.

 

In ambito europeo, con i suoi 5 eurodeputati aderenti al gruppo di Sinistra Unitaria Europea - Sinistra Verde Nordica, in cui rientra anche Syriza, Podemos si inserisce prepotentemente nel calderone dell’eurocriticismo.

 

La sua critica è rivolta all’establishment europeo e riguarda prevalentemente due aspetti: primo, la scellerata gestione della crisi improntata al rigido rispetto dell’austerity e responsabile di un generale peggioramento delle condizioni sociali; secondo, l’adozione di un sistema decisionale contraddistinto dalla carenza di democraticità e dall’incapacità di rispondere alle esigenze dei cittadini.

 

Il partito che sta sconvolgendo la politica spagnola, non può essere definito anti-europeista, ma piuttosto critico nei confronti dell’attuale classe dirigente europea.

 

Un differente peso politico

Nonostante il diverso peso politico dovuto al fatto che sia Podemos che Diritto e Giustizia sono ancora distanti dall’ottenere la guida del governo, e nonostante un diverso atteggiamento nei confronti delle istituzioni europee, le recenti vittorie dei movimenti euroscettici ed eurocritici in Polonia e Spagna sono un ulteriore segnale di allarme della crisi del consenso europeista.

 

Segnale che ancora una volta non deve essere sottovalutato. C’è infatti necessità di dialogare con queste formazioni anti-europee, soprattutto con le loro ali eurocritiche, che spingono al cambiamento ma non alla distruzione del progetto europeo.

 

Il rischio è infatti, che forze anti-europee, come il partito dei Tories guidato da Cameron, strumentalizzino la necessità di cambiamento per ottenere uno smantellamento del progetto europeo ad uso e consumo nazionale.

Eleonora Poli, ricercatrice dello IAI, e Stefano Pioppi, stagista IAI. AffInt 1

 

 

 

 

 

Senza l'Europa federata saremo una pedina sulla scacchiera

 

Se l'Unione si trasformasse in Stati Uniti Europei, avrebbe qualche possibilità di essere addirittura la Regina del gioco; ma se rimane una Confederazione, ogni Paese sarà una pedina, Germania compresa. E l'Italia sarà tra quelle più deboli. Il piano di Renzi non punta sulla federazione di Stati. Vuole solo l'accordo sulla crescita e sull'immigrazione - di EUGENIO SCALFARI

 

Le elezioni regionali, la scarsissima affluenza degli elettori alle urne, in particolare il Pd in quanto partito e senza le liste d'appoggio ai singoli candidati sceso dal 41 per cento delle europee al 24,9 per cento, mentre il solo partito che ha guadagnato, oltre 250 mila voti, è la Lega di Salvini; la vittoria 5 a 2 del Partito democratico: sono tutti fatti molti rilevanti ai quali vanno aggiunti i disegni di legge sulla scuola e sulla Rai che dovranno affrontare altre contestazioni e - per converso - le discrete notizie che provengono dalle cifre sull'occupazione, peraltro molto fragili e ancora passibili di variazione, sia al miglioramento sia al peggioramento. Ma il primo vero tema da esaminare è quel che avviene nella politica dell'Unione europea della quale l'Italia non è soltanto un Paese membro ma molto di più. L'Italia è anzitutto un Paese fondatore della Comunità europea. Poi, dal 1999, cioè dalla sua nascita, fa parte della moneta comune e quindi dei 19 Paesi dell'Eurozona, azionisti anche della Banca centrale. Infine -  debolezza e forza allo stesso tempo - abbiamo il terzo debito pubblico del mondo dopo il Giappone e gli Usa. Debolezza economica, è evidente, ma con la forza di ricatto politico eventualmente da giocare. Perciò l'Europa è il tema numero uno tra i tanti che affliggono la società globale nella quale ormai tutto il mondo vive. La società globale pone delle regole, che non sono scritte in nessun trattato ma scolpite nei fatti che sono molto più importanti: i trattati si possono cambiare, i fatti no.

 

E sono questi: la tecnologia ha creato la globalizzazione, l'emergere di grandi potenze di struttura continentale ha dato alla globalizzazione una nuova forma politica. Questo è quanto accaduto negli ultimi trent'anni e quanto ancora avviene con crescente velocità. Tra poco, quei Paesi che non avranno assunto una forma politica di dimensioni continentali diventeranno politicamente irrilevanti. Camperanno lo stesso ma con la forma delle pedine nel gioco degli scacchi: le pedine si muovono soltanto d'un passo alla volta, sempre in una direzione e mai all'indietro, mentre tra loro e spesso contro di loro volteggiano cavalli, alfieri, torri e la Regina che si muove quando e come vuole in tutte le direzioni.

 

L'Europa, se si trasformasse in Stati Uniti Europei, diventerebbe a dir poco una torre con qualche possibilità d'essere addirittura la Regina del gioco; ma se rimane come adesso una confederazione di Stati sovrani e soltanto nazionali, ciascuno di loro sarà una pedina, Germania compresa. È inutile dire che tra quelle pedine noi siamo la più debole esclusi Cipro, Malta e la Grecia. Visto che abbiamo un governo che punta sul cambiamento, non spetterebbe ad esso d'esser quello che batte il pugno sul tavolo per ottenerlo? A me sembrava d'aver creduto che il documento presentato e notificato da Renzi a tutte le Autorità europee la scorsa settimana contenesse e indicasse questa politica e ne avevo fatto le lodi al suo estensore. A me Renzi non è molto simpatico, vedo in lui una vena autoritaria che mi desta molte preoccupazioni, ma quando fa un passo positivo credo di essere abbastanza onesto da segnalarlo politicamente e a volte mi inorgoglisce pensare che abbia accettato i miei consigli. Presuntuoso? Forse un po'? Me ne scuso.

 

Comunque, le mie lodi a Renzi domenica scorsa erano sbagliate, il suo documento all'Europa non puntava affatto sulla federazione degli Stati; voleva l'accordo europeo sulla crescita e sull'immigrazione. La crescita l'aveva già ottenuta sotto forma di flessibilità ma limitata in modo da non incrementare il debito e sempre condizionata agli impegni dovuti al "fiscal compact" cioè alla stabilizzazione del deficit e al pareggio strutturale del bilancio. Quanto all'immigrazione la risposta sostanzialmente è stata negativa. Di Stati Uniti d'Europa Renzi non aveva affatto parlato, anzi....

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Nel frattempo c'è stato un incontro e un documento comune della Merkel con Hollande su vari e importanti temi: la crescita economica, l'Ucraina, la Gran Bretagna, il rapporto con gli Usa, gli interventi monetari della Bce. E soprattutto il rapporto Francia-Germania di fronte ai movimenti anti-europei e anti-euro, attivi in quasi tutti i Paesi europei e soprattutto in Francia e in Italia. È troppo pensare che, almeno per quanto riguarda Hollande, il vero motivo di questo incontro a due fosse quello di riproporre l'esistenza operativa del direttorio europeo Francia-Germania che negli ultimi cinque o sei anni si era alquanto attenuato se non addirittura spento sotto i colpi della più grave e lunga crisi economica dal 1929 ad oggi? Dell'incontro Merkel-Hollande e dei suoi contenuti il nostro giornale aveva dato per primo la notizia con un'intera pagina di Andrea Bonanni; successivamente ci furono notizie ulteriori sui contenuti e i relativi commenti. Il caso greco e la politica verso l'Europa dell'euro da parte del conservatore inglese Cameron ebbero il loro rilievo da prima scena, insieme agli accordi americani con l'Iran e al prezzo del petrolio. Il direttorio franco-tedesco chiamò a consulto la Commissione di Bruxelles, Draghi e il presidente dell'Eurozona. La Lagarde fu presente come consulente "esterno". Renzi non fu chiamato, evidentemente l'Italia è oggetto e non soggetto di questi vertici. Il motivo c'è: l'Italia vorrebbe cose che le autorità europee non sono disposte a concedere. In Libia ci hanno conferito il comando militare delle operazioni, per ora tuttavia quel comando serve ad evitare coinvolgimenti militari sulla terraferma e ad impedire che i barconi carichi di immigrati escano dalle acque territoriali libiche. Non è granché. Quanto alle quote di immigrati da distribuire in Europa, appare molto difficile progredire: gran parte degli Stati europei (Francia, Spagna, Olanda, Germania, Gran Bretagna) hanno già molti più immigrati dei nostri e noi del resto non riusciamo neppure a ridistribuire tra il nostro Sud e il nostro Nord gli immigrati che affollano la Sicilia e la Calabria. E questo è quanto.

 

Ma voglio qui ricordare l'ultimo appello che Giorgio Napolitano lanciò al Parlamento e agli italiani alla vigilia delle sue dimissioni. Tra le varie esortazioni che inviava al governo e al Paese c'era quella dell'Unione europea da trasformare in una federazione politica, come del resto prevede il trattato di Lisbona che da alcuni anni giace tuttavia ineseguito. Napolitano insisteva a metterlo in opera, ma finora quell'esortazione non ha avuto nessun seguito. C'è soltanto Draghi che opera in quella direzione ma i suoi strumenti sono soltanto monetari. Spingere il pesante treno europeo in quella direzione trasformando lo strumento monetario in impulso politico non è un compito facile. È la Merkel che bisognerebbe coinvolgere, riconoscendone l'egemonia. La cancelliera ondeggia: una parte di lei vorrebbe gli Stati Uniti Europei sotto la guida tedesca, un'altra parte si ritrae; l'egemonia di fatto è più facile da sopportare (l'egemonia pesa, è una responsabilità angosciante) perché può più facilmente cambiare direzione.

 

Questa è la situazione e qui l'Italia, se volesse battere il pugno veramente su quel tavolo, avrebbe la forza di farlo e troverebbe forse anche degli alleati. Ma Renzi evidentemente non se la sente perché forse non comprende il problema. O meglio, lo comprende perfettamente ma non si sposa col suo punto di vista. Gli Stati Uniti Europei declassano gli Stati nazionali, che quindi non cessano di esistere ma dentro un livello d'autonomia limitato, come avviene tra un Texas, un Ohio o una California e il potere federale di Washington e della Casa Bianca. Renzi non vuole questo. È uno che conta molto in casa propria fino a quando l'Europa sarà un condominio dove ciascuno dei condomini dice la sua. Pensare che sia lui a battere quel pugno su quel tavolo affinché il trattato di Lisbona sia portato avanti con decisa volontà politica è pura illusione. La settimana scorsa mi ero illuso ma, l'ho già detto, avevo commesso un grave errore.

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Il nostro presidente del Consiglio, che ieri mattina è venuto a Genova al Festival delle Idee di Repubblica per un dibattito con il nostro direttore, ha dinanzi a sé un percorso abbastanza accidentato: la riforma costituzionale del Senato, la legge elettorale, la riforma della scuola, quella della Rai e "last but not least" quella sui partiti. Sono tutte di grande importanza, specie quest'ultima, ma non è singolare che non vi sia in agenda nessuna legge che riguardi l'economia, come invece Draghi va da tempo predicando?

 

Sul Senato ho infinite volte espresso il mio parere: è opportuno togliere al Senato la facoltà di esprimere la fiducia al governo riservandola alla sola Camera dei deputati. Il Senato però dovrebbe avere, insieme ma separatamente dalla Camera, il compito di controllare l'attività della pubblica amministrazione, governo compreso, oltreché rappresentare e vigilare sul comportamento delle Regioni. Ma Renzi questa riforma non la farà. La minoranza di sinistra del Pd dovrebbe battersi su questo punto, perché esso è essenziale per la democrazia italiana.

 

Sulla scuola, Renzi cercherà un accordo e probabilmente ne rinvierà la discussione. Si concentrerà piuttosto sulla riforma della Rai per abolire la pessima legge Gasparri ed anche per esercitare il controllo effettivo della più grande azienda della cultura e dell'informazione italiana. Ma il disegno di legge che desta la maggiore preoccupazione è quello che deve organizzare, come la Costituzione prevede, la vita interna dei partiti. Il principio, per quanto è filtrato dalle segrete stanze di Palazzo Chigi, riguarda i criteri che dovrebbero presiedere tutti gli organi che fanno capo allo Stato di diritto. I partiti sono nati per raccogliere il consenso degli elettori, hanno quindi un compito di estrema importanza nella vita politica e i criteri sono tre: quello della maggioranza, quello della rappresentatività e quello della integrità morale dei singoli candidati alle elezioni di qualunque grado e specie. Dalle "segrete stanze" emergono voci che privilegiano il criterio maggioritario, obbligando la minoranza ad obbedire dopo essersi espressa ed ascoltata. Quanto all'integrità individuale prevarrebbe il principio garantista come infatti sta avvenendo per quanto riguarda un sottosegretario alfaniano sotto inchiesta della Procura di Roma e come sta altresì avvenendo con il caso De Luca. Sul finanziamento dei partiti sembra invece che i pareri siano controversi anche all'interno del governo. Il disegno di legge sui partiti è molto preoccupante anche per il fatto che la legge si applica, una volta che sia stata approvata dal Parlamento, a tutti i partiti escludendo quelli organizzati come movimenti. La sua importanza deriva però soprattutto dal fatto che è studiato su misura per il Partito democratico che, sulla base della sua attuale consistenza, è il maggior partito centrista che esista in Europa. In tutti gli altri Paesi europei esiste lo schieramento bipartitico e la maggioranza può spostarsi dalla sinistra alla destra o viceversa. Al centro c'è solo talvolta un piccolo partito o comunque un piccolo gruppo di elettori, ma non esiste esempio di un grande partito collocato al centro, con alle ali una poltiglia o poco più.

 

Se quindi il Pd sarà congegnato per dare la prevalenza all'attuale gruppo dirigente renziano, quel gruppo avrebbe l'inamovibilità per molto tempo. Non a caso Renzi affermò qualche giorno fa che avrebbe governato fino al 2023. Nove anni di governo. Poi tornerà a vita privata. Che faticaccia!

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Due parole sul caso De Luca, sul quale è intervenuto recentemente l'avvocato Gianluigi Pellegrino che ha ottenuto la recente ordinanza della Corte di Cassazione a sezioni unite. De Luca tra pochi giorni sarà proclamato governatore della Campania e con lui saranno proclamati i consiglieri regionali eletti dall'ufficio elettorale della Corte d'Appello di Napoli. A quel punto deve scattare la sospensione di De Luca in base alla legge Severino, tanto più che il codice penale prevede che "qualora l'atto di sospensione dovesse tardare provocando un favore ad altri, il reato di abuso di ufficio graverà sull'autorità che ha ritardato di compierlo". Nel nostro caso l'abuso d'ufficio graverebbe sul presidente del Consiglio, con le conseguenze che possono risultarne. Questo è il caso De Luca. La procedura è chiarissima. Ne vedremo i seguiti. LR 7

 

 

 

 

 

 

Europa politica!

 

“In Europa ci vuole meno burocrazia e più politica” dichiara il Presidente Renzi. E’ una verità che riguarda l’EU e tutti gli Stati, da molto tempo sono cadute le ideologie i valori ed i partiti difficilmente svolgono un’azione chiara!

Nonostante le premesse alla vigilia del semestre a guida Italiana non è

iniziato il percorso verso la costituzione degli “Stati uniti d’Europa”.

E’ un peccato non accelerare i tempi per realizzare una Unione politica.

Inutile aggregare altri Stati che non credono nell’Europa federale, non servano Stati che frenano l’unità, la crescita, lo sviluppo.

Meglio costruire grandi aggregazioni capaci di competere e vincere!

Una Europa coesa e portatrice di valori ed ideologie!

La società specie quella Italiana soffre per la mancanza dei valori; il “porcellum” ha creato danni incalcolabili!

Infatti da allora rappresentanti del popolo in Parlamento e nelle Istituzioni non vengono da un’esperienza di partito, quasi sempre imprenditori che facevano di tutto per conquistare una candidatura …. o altro … Oggi subiamo gli effetti dell’assenza politica e partitica, molti l’espressione di una classe lontana dalla Comunità, non attenta ai bisogni dei Cittadini.

E’ ora di cambiare! Mentalità e modo di operare!

Non è più sopportabile la disattenzione, immoralità, il disinteresse l’ignoranza, l’irresponsabilità ….

Bisogna presto cambiare! In Italia ed in Europa!

Bisogna costruire una Europa politica già indicata nel manifesto di Ventotene.

Abbiamo sprecato tanti anni. Dobbiamo recuperare il tempo perso ed iniziare un nuovo cammino.

Non può essere fermato questo processo se vogliamo crescere e se vogliamo costruire un futuro per i giovani.

Dobbiamo accantonare compromessi e faticose trattative,

E’ ora di realizzare un’Europa politica federale. C’è bisogno urgente di una Europa più federale più politica, con Stati disposti a cedere parte di sovranità!

 

E’ l’unica risposta per sconfiggere gli euroscettici! Ritornare a fare politica!

Solo così si potrà costruire una nuova Europa ed una nuova classe politica.

Debellare il marcio, la corruzione, il malaffare, l’impreparazione!

Insieme per creare una nuova Europa che ascolti i bisogni dell’intera Comunità ed operi per affrontarli e risolverli!  Giuseppe Abbati

 

 

 

 

 

La terza rivoluzione industriale. Profitti senza lavoro nell’era digitale

 

Apple quest’anno può guadagnare 88 miliardi di euro occupando 92.600 persone mentre negli Anni 60 General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di ricavi dando un salario a 600.000 dipendenti - di Roberto Sommella

 

Per uscire dallo sboom economico europeo occorre interrogarsi sugli effetti che la Terza rivoluzione industriale, quella della rete, ha prodotto nel Vecchio continente. L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra lavoro e capitale, ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari. È in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi a famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web.

Illustr. Conc

Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha presentato un incremento del 5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Pil è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro Paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. Secondo i dati Ocse, fino al 13% del valore generato dalle aziende potrebbe essere attribuito alle virtù taumaturgiche della rete, mentre il settore ha assorbito il 50% di tutte le operazioni di venture capital già nel 2011.

Accontentarsi quindi nel 2015 di una crescita europea di poco più dell’1% significa in sostanza mettere in conto la saturazione di un intero sistema, perché chi può spendere non incrementa le sue spese e chi non ha questa possibilità è ormai fuori dall’area dei consumi: alla marea dei senza lavoro dovranno quindi pensarci i governi con i loro claudicanti sistemi di welfare piuttosto che le imprese. E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa e Stati Uniti. In primo luogo, nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale. Per Eurostat, il dato medio di questo esercito sulla popolazione complessiva comunitaria è salito dal 24,3 del 2011 al 24,5% del 2013 nell’Ue, con picchi in Portogallo (27,5% contro il 24,9% del 2011), Spagna (27,3% contro 24,7%), Italia (28,4% contro 24,7%), Irlanda (29,5% contro 25,7%), Grecia (35,7% contro 27,6%). Persino nel Regno Unito, che cresce meglio di tanti altri Paesi, le persone che stanno cadendo nel baratro dell’inconsistenza reddituale sono passate dal 22% del totale al 24,8%. Fatta eccezione per Francia, Germania e Austria, dove questo indice è pressoché stabile tra il 18 e il 20%, si fa fatica a capire come i consumi possano aumentare quando un europeo su quattro deve essere sostenuto per portare avanti un’esistenza dignitosa non avendo di fatto capacità reddituale. E si spiega così anche il fatto che la Banca centrale europea dia quasi per scontata un’endemica disoccupazione del 10% nel 2017.

Servirebbe uno scatto epocale innovativo di cui non se ne vede l’ombra. E non è detto che basti. Anche dall’altra parte dell’oceano proprio la Terza rivoluzione industriale — dopo quella della fabbrica e dei microprocessori — comincia a lasciare sul campo parecchie vittime. Secondo due ricercatori dell’Università di Oxford, nel giro di una ventina d’anni il 47% dei posti di lavoro rientrerà nella categoria «ad alto rischio», cioè sarà potenzialmente automatizzabile. E sono in molti a sostenere che questa computerizzazione dei livelli produttivi in futuro comporterà la sostituzione soprattutto dei lavori meno specializzati e a basso salario, mentre quelli più specializzati e ad alto reddito se la caveranno decisamente meglio. Non deve perciò stupire se l’indice S&P 500 della borsa di New York sia salito in un anno del 20% mentre i salari sono cresciuti solo del 2. Gli effetti della dematerializzazione di molti processi industriali negli Stati Uniti e la nuova era di Internet che rende possibile la marginalità a costo zero — tanto decantata da Jeremy Rifkin — alla fine rischiano di mettere ancora più a repentaglio i poveri aumentando invece la solidità dei più ricchi.

Un esempio su tutti può spiegare questo fenomeno. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni Sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di ricavi dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. Questa è la prova che il capitale si è sostituito sempre più al lavoro e che per produrre ricchezza il denaro ha bisogno di meno individui. Ma sono proprio i consumi individuali a far crescere le economie mature come quella europea, che in più non ha ancora del tutto intercettato la rivoluzione del web e forse mai lo farà.  CdS 4

 

 

 

 

 

Le promesse

 

Per tutti, la promessa rappresenta un impegno morale di dire, o fare, operazioni d’altrui utilità. Il termine, ben noto, assume un differente aspetto quando è utiulizzato in politica. Quella italiana in particolare. Con la premessa, sempre più ovvia, che “promettere” non significa, necessariamente, mantenere. E’ una realtà, tra la speranza e l’oblio, che viviamo nel quotidiano e della quale non siamo mai in grado di trovare una giustificazione che “regga”.

Con l’estate, Renzi sembra non rallentare le sue strategie per dare speranza agli italiani. Indubbiamente, qualche fatto concreto s’è realizzato e altri, pur nel loro piccolo, lo sarà prima di fine d’anno. Ma ciò che veramente ci serve rappresenta una realtà troppo complessa perché consenta di trarre soluzioni sicure.

 In una penisola dove la percentuale dei disoccupati è sempre di due cifre, mentre negli altri Paesi Ue, si ferma a una sola, c’è poco da essere ottimisti. Solo nel realismo, che abbiamo, da sempre, cercato di seguire, è possibile trarre delle previsioni attendibili sul futuro prossimo nazionale.

 La teoria del “fare poco, ma farlo bene” era valida nel secolo scorso. Nel Nuovo Millennio non è più possibile far conto su valori che, nel concreto, non hanno soluzione di continuità. L’equità sociale non può dipendere solo dalle promesse. Indipendentemente da chi le faccia.

Nello sviluppo degli eventi socio/economici italiani ci sono delle variabili che, proprio parchè tali, non rendono giustizia a tanti fatti che ci amareggiano e ci fanno riflettere. Molti di più che per il passato. Ed ecco che ritorna in campo il concetto di “promessa”. Nei termini che abbiamo evidenziato in apertura di questa riflessione.

 E’ proprio nell’incertezza politica che potrebbero arenarsi anche le “promesse” migliori. Non per mancanza di buona volontà, quindi, ma di collaborazione tra una Maggioranza parlamentare in fase d’”emigrazione” e una Minoranza che sembra seguirne l’incerta dinamica. Ne consegue che non è più possibile far conto sulle “promesse”, quamdo le stesse esulano, sempre di più, dalle azioni di quelli che le hanno formulate. Le operazioni d’altrui utilità, tanto per essere più chiari, sono più di facciata che di sostanza e, al momento, non accontentano nessuno. L’attuale stallo politico, che ha origini da meglio focalizzare, resta l’incognita di un sistema nato dall’emergenza e che continua ad esistere nelle stesse condizioni.

 Ancora una volta, ci ripromettiamo di dare spazio a chi intende esprimere il suo pensiero in merito. Perché le “promesse” sono state fatte al Popolo italiano che ha diritto, in attesa di provvidenziali elezioni politiche generali, di dire anche la sua.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Mutazioni. Se la destra non è più la casa dei moderati

 

Difficile trovare a breve un federatore che sappia mettere assieme le diverse anime. Oggi la Lega di Salvini, vincitrice delle Regionali, si presenta come la variante italiana del Front National di Marine Le Pen - di Paolo Franchi

 

Forse non sarà ancora a lungo così. Ma intanto il voto delle Regionali segnala una realtà che, alla vigilia, quando si discuteva solo dell’entità del cappotto che il Pd avrebbe inflitto agli avversari, non era affatto scontata. Il centrodestra così come lo abbiamo conosciuto per vent’anni e passa non c’è più, e su questo non ci piove. La destra, però, è sopravvissuta al declino di Silvio Berlusconi, per via del successo ancora largamente da indagare della Lega, si capisce; ma anche perché (a dimostrazione del fatto che negli orientamenti politici e negli stessi comportamenti di voto c’è ancora qualcosa di più profondo e radicato di quanto immaginino tanti strateghi da farmacia travestiti da grandi comunicatori) i suoi elettori cosiddetti moderati si sono rivelati sordi ai richiami del «partito della nazione» renziano, qualsiasi cosa esso sia.

Più precisamente. Di destre ne sono sopravvissute varie, alcune (Forza Italia, i seguaci di Angelino Alfano) per il rotto della cuffia, altre (la Lega) trionfalmente. Si tratta di forze molto diverse, in certi casi addirittura antagonistiche tra loro: tutto sta a capire se saranno in grado di trovare chi sia capace di federarle e di dare loro qualcosa di simile a una piattaforma comune, senza di che il processo di disintegrazione, tamponato a sorpresa nelle elezioni regionali, si riaprirebbe irreversibilmente.

Ci riuscì, vent’anni fa, Berlusconi, creando ex novo tra le macerie di Tangentopoli un partito, il suo, e stringendo alleanza con due destre tra loro incompatibili, la Lega al Nord e il Movimento sociale (non ancora Alleanza nazionale) al Sud. Ma i miracoli non si ripetono a piacimento e, soprattutto, i Berlusconi non si trovano sotto un cavolo. Di un possibile federatore non si intravedono, a l momento, l e fattezze. E il solo vero leader su quella piazza, Matteo Salvini, unico vincitore accertato di questa tornata elettorale, tutto può e vuole fare fuorché federare uomini e partiti cui al massimo riserva, nei suoi disegni, il compito dei portatori d’acqua. Tanto più adesso che la Lega è fragorosamente fuoriuscita dalla sua originaria dimensione nordista, si rappresenta, ed è rappresentata, come la variante italiana di madame Le Pen; e, rispetto alla presidente del Front National, ha pure il vantaggio di non trovarsi di fronte alcun Sarkozy in grado di sbarrargli il passo cavalcando i suoi cavalli di battaglia per contendergli sul campo gli elettori.

Di qui al giorno delle elezioni politiche, specie se si arriverà al 2018, possono naturalmente succedere, in Italia e fuori, tante cose. È difficile, però, immaginarne qualcuna in grado, a destra, di tagliare l’erba sotto i piedi alla Lega e di ridare fiato a un centrodestra inteso a qualsiasi titolo come la «Casa dei moderati», non fosse altro perché dei «moderati », chiunque essi siano, si sono da un pezzo smarrite le tracce. Così che oggi è lecito supporre che, in assenza di clamorose novità, a contendersi il ruolo di competitor di Renzi nel ballottaggio, se al ballottaggio si andrà, saranno Salvini (o una destra comunque fortemente «salvinizzata ») e il Movimento 5 Stelle: due forze politicamente agli antipodi, almeno all’apparenza, ma entrambe dichiaratamente e risolutamente antisistema, che per vie molto diverse sono state capaci prima di guadagnare la scena, poi di insediarvisi in forma stabile (sempre che la parola stabilità abbia ancora un senso).

Non è necessario essere particolarmente maliziosi per immaginare che a Renzi una simile prospettiva non dispiacerebbe poi troppo: con avversari di questo tipo, che per loro natura coalizzano contro se stessi un fronte assai più ampio di quello che riescono a mettere insieme, può supporre, il Partito democratico si ritroverebbe in partenza la vittoria in tasca, magari superando il muro del quaranta per cento già al primo turno, anche se la sua prova al governo si rivelasse inferiore alle promesse e alle attese, se i suoi problemi di identità e i suoi aspri contrasti interni rimanessero irrisolti. Se davvero facesse questo ragionamento un po’ cinico, o più semplicemente se fosse questo il suo retropensiero, non ci sarebbe poi da indignarsi o da dargli torto in via pregiudiziale. Ma da consigliargli, del tutto spassionatamente, di stare molto attento, sì.

Perché viviamo un tempo in cui per mille motivi ciò che ieri era scontato non lo è più, e anche in politica leggi a lungo considerate bronzee rischiano di finire in frantumi. In fondo, dovrebbe essere Renzi il primo a saperlo: se non fosse così, non sarebbe il leader del Pd e il capo del governo. CdS 5

 

 

 

 

 

 

Dietro l’astensionismo. "La gente pensa che la politica non possa fare nulla"

 

Giovanni Guzzetta, docente di diritto costituzionale all'Università di Roma Tor Vergata: "Fino a venti-trenta anni fa la politica era concepita e vissuta come un'esperienza totalizzante, oggi invece, allineandoci alle grandi democrazie occidentali, si ha un rapporto più pragmatico: cioè si vive la politica come qualcosa che possa essere utile". Altrimenti... diserta le urne - Luigi Crimella

 

Dopo le elezioni regionali, con il notevole sommovimento politico prodotto, da più parti ci si interroga su cosa potrà succedere con l’ “Italicum”. Per cogliere gli aspetti istituzionali di come un sistema elettorale possa influenzare l’atteggiamento degli elettori, abbiamo intervistato il professor Giovanni Guzzetta, docente di diritto costituzionale all’Università di Roma Tor Vergata.

 

Alle elezioni regionali di pochi giorni fa ha dominato l'astensionismo. Cosa significa in termini istituzionali?

“Quando si registrano fenomeni così rilevanti, realisticamente bisogna considerare un concorso di cause. Per le recenti elezioni regionali in cui l’astensione ha raggiunto un picco, forse l’elettorato ha ritenuto che non ci fosse in palio qualcosa di veramente rilevante. La percezione sulla Regione è di un ente abbastanza screditato, che drena risorse, anche ‘lontano’ dai cittadini. Non come i sindaci che invece sono sentiti come ‘vicini’. In più non c’è in gioco il governo nazionale”.

 

L’elettorato a suo avviso ha quindi elaborato una diversa visione della politica?

“Fino a venti-trenta anni fa la politica era concepita e vissuta come un’esperienza totalizzante, oggi invece, allineandoci alle grandi democrazie occidentali, si ha un rapporto più pragmatico: cioè si vive la politica come qualcosa che possa essere utile”.

 

Questa tendenza si lega forse anche al progressivo spostamento dal sistema proporzionale verso quello maggioritario?

“Non credo sia questione del sistema elettorale, che del resto per le regionali è variamente connotato con una certa prevalenza del proporzionale. Direi invece che la politica si è ‘laicizzata’, che è meno ideologica che nel passato e il suo scarso rendimento, con una crisi economica che non finisce e la sensazione che chiunque ci sia al governo in realtà non riesca a fare granché, abbia diffuso la convinzione che il sistema politico nel suo insieme non sia particolarmente rimarchevole. E quindi che si possa non votare, tanto non cambia granché”.

 

Cosa dobbiamo aspettarci con l’introduzione dell’ “Italicum”?

“Il nostro Paese aspira a fare riforme istituzionali da 50 anni. Di fronte a questa terribile inconcludenza, il fatto che ci sia finalmente una riforma che sta per andare in porto suscita un oggettivo interesse. Personalmente ritengo che il nuovo Senato poteva essere costruito con un collegamento più diretto coi cittadini. Basterebbe fare in modo che divengano senatori i consiglieri regionali più votati. A parte qualche ‘clausola-trappola’ che dovrebbe essere meglio approfondita, mi pare comunque che lo sforzo ci sia stato. Quindi è bene dare corso quanto prima alla riforma”.

 

Non ritiene eccessivo il premio di maggioranza previsto col 54% dei posti al partito vincitore del ballottaggio?

“Personalmente io sarei per un sistema all’inglese (maggioritario con collegi uninominali, ndr) che è tutt’altra cosa dal nostro. La questione fondamentale è se si vuole che i cittadini possano, col loro voto, determinare una maggioranza stabile. Qualcosa del nostro ‘Italicum’ potrebbe essere cambiata, ad esempio secondo alcuni sarebbe preferibile la coalizione piuttosto che una lista unica. Però il principio di fondo è che la ‘più grande minoranza’ del Paese per quella legislatura ottiene il potere di governare. Questa è la logica dei sistemi maggioritari, giustificata dall’esigenza di assicurare la governabilità”.

 

Tra il 50% di astenuti, in un paese "cattolico" come il nostro, è pensabile che ci sia un’alta percentuale di cattolici astensionisti. Che significa questo?

“Qualunque sistema politico è compatibile con un’eventuale rappresentanza ispirata a valori religiosi. Non vedo pertanto un problema istituzionale. Piuttosto ritengo che ci sia un certo indebolimento della riflessione culturale dei cattolici sulla politica”.

 

È una situazione rimediabile, o è la fine del cattolicesimo sociale?

“La tendenza odierna è alla competizione tra e per le istituzioni. Negli Usa e in Francia si compete per la presidenza. Dentro questa competizione tutte le culture politiche hanno un ruolo, ma oggi ci vuole inventiva e creatività sociale per sfondare”.

Ma, alla fine, questa astensione cosa vuole dire secondo lei?

“Io la interpreto come il disperato tentativo di comunicare al sistema politico la delusione, il disgusto o semplicemente il disinteresse. La gente pensa che la politica non possa fare molto per loro. Mi rendo conto che è un discorso pessimistico. Ma non riesco a individuare altri argomenti, se non questa disaffezione”. Sir 5

 

 

 

 

 

Stato e criminalità. Questioni nazionali (non locali)

 

L a questione romana, riesplosa nei giorni scorsi, è solo la spia di una malattia più grave: il vuoto politico amministrativo della gestione capitolina (quella in carica ormai da un biennio e quella precedente) e la debolezza delle classi dirigenti locali. I sintomi sono la città in stato di abbandono, l’incuria per ogni servizio essenziale (a partire dalla manutenzione delle strade, delle piazze, del verde pubblico), l’incapacità gestionale, l’assenza di rispetto per l’interesse collettivo, l’abuso delle risorse pubbliche, la carenza di guida e di controlli, cui conseguono disamore dei cittadini per Roma e scoraggiamento delle persone serie ed oneste che lavorano nelle amministrazioni locali. Ma non basta sciogliere questa amministrazione e tornare alle urne, perché la questione riguarda l’intera nazione.

 

I segnali di corruzione che stanno emergendo mostrano la straordinaria galassia che sta alla base del malaffare (enti pubblici di vario genere, società, consorzi, fondazioni, municipi, cooperative, appaltatori di pubblici servizi), le reti sulle quali lo sfruttamento privato di risorse pubbliche corre (dominate dalla indistinzione tra amministrazione e politica locale, clan privati e funzionari pubblici), il coinvolgimento delle burocrazie nella corruzione. Questo accade per scarsa capacità di leadership politico-gestionale e assenza di una solida amministrazione capitolina: secondo molti osservatori, è una finzione giuridica che a Roma vi siano un Comune e un sindaco, tanto grande è l’incuria per gli interessi della collettività romana. O ra le indagini della Procura faranno il loro corso. Ma non ci si può illudere che esse possano risolvere il problema che sta alla base della questione, le cui cause risalgono alla pochezza delle amministrazioni, allo strapotere del consiglio comunale e alle sue troppe interferenze con la gestione amministrativa e con l’uso delle risorse finanziarie, ai grandi e piccoli abusi (questi ultimi peggiori dei primi, perché penetrano nella società, abituano anche i cittadini a corrompere il vigile urbano perché non multi le auto in sosta abusiva dinanzi a un negozio), a politici-affaristi, a burocrati scelti per l’appartenenza o la fedeltà politica e non per il loro merito, a mediatori e mestieranti, al sottobosco della cosiddetta politica locale, alla criminalità. Questo sistema corrotto richiede un’opera risanatrice più grande, richiede che lo Stato si accolli temporaneamente questo compito e ridia alla nazione una capitale non infetta.

 

La questione romana è questione nazionale, come ha ben capito il partito di maggioranza quando ha nominato il suo presidente commissario straordinario della federazione di Roma. Ora si completi l’opera. La nazione dia un segno della sua presenza. Lo Stato assuma il compito temporaneo di ridare a Roma una amministrazione. Gli strumenti non mancano. Si può commissariare il Comune. Oppure approvare una legge speciale, temporanea, che dia un nuovo assetto a Roma, per la durata della cura. Nell’amministrazione dello Stato, nel ministero dell’Interno e in quello dell’Economia e della finanza, e persino nelle strutture capitoline, non mancano le persone adatte a liquidare superfetazioni amministrative, a ridare una struttura, a ridisegnare procedure, in modo che Roma diventi una capitale di cui l’Italia non si debba vergognare.

Annamaria Cancellieri ha scritto nel suo libro di memorie che, nominata commissario del Comune di Bologna, si dedicò subito a due compiti: ascoltare gli amministrati, e curare l’amministrazione, girando persino nelle strade e segnalando le buche. I romani e i tanti italiani e stranieri che visitano Roma sanno che di questo c’è bisogno nella Capitale. Sabino Cassese CdS 7

 

 

 

 

Parere favorevole della Commissione Esteri alla previsione di spesa 2015 per Dante ed enti a carattere internazionale

 

ROMA - La Commissione Esteri della Camera ha espresso parere favorevole sullo stato di previsione della spesa del Maeci  per l’anno 2015, relativo a contributi ad enti, istituti, associazioni, fondazioni ed altri organismi. Nel parere si ribadisce in primo luogo l’esigenza di riformare la legge n.?948/1982 al fine di acquisire maggiore trasparenza sui criteri che regolano l’erogazione di contributi pubblici a favore di specifici enti a carattere internazionalistico sottoposti alla vigilanza del Maeci e per promuovere meccanismi premiali a sostegno di programmi e progetti meritori nel campo della ricerca, dell’informazione e della formazione nel settore della politica estera e dello sviluppo dei rapporti internazionali. Nel testo si registra anche sia la complessiva riduzione dei contributi straordinari, sia l’incremento dello stanziamento complessivo a favore della Società Dante Alighieri. Un aumento “in linea con l’obiettivo prioritario di promozione della diffusione e della conoscenza della lingua e della cultura italiane nel mondo nel quadro dell’azione di internazionalizzazione del sistema Paese,. In questo contesto si auspica inoltre il  “potenziamento della rete di comunicazione anche virtuale della Dante” e la “razionalizzazione dei comitati presenti all’estero”. Nel parere si prende infine atto “della prosecuzione del processo finalizzato alla sospensione del contributo a favore dell’Ipalmo”.

Nel corso della seduta il provvedimento è stato illustrato da Andrea Manciulli (Pd) che ha ricordato come i destinatari dei contributi siano gli enti che svolgano attività di studio, ricerca e formazione nel campo della politica estera o di promozione e sviluppo dei rapporti internazionali, a condizione che operino sulla base di una programmazione triennale e dispongano delle attrezzature idonee per lo svolgimento delle attività programmate.  Manciulli ha inoltre precisato come i finanziamenti, previsti dal capitolo di spesa n. 1163 del Maeci (Missione:  “Italia in Europa e nel mondo”)  prevedano contributi ordinari agli enti internazionalisti, individuati con cadenza triennale con un apposito decreto del ministro degli Esteri, e contributi straordinari a favore di singole iniziative di particolare interesse e per l’esecuzione di programmi straordinari.  A queste due voci si aggiunge il contributo alla Società Dante Alighieri, ente morale preposto alla promozione della lingua e della cultura italiane.

Per quanto riguarda i contenuti del provvedimento il relatore ha poi evidenziato come il nuovo schema di decreto ministeriale non apporti modificazioni di particolare rilievo: i contributi ordinari continuano ad attestarsi, come nell’anno 2014, a 594.300 euro mentre si registra una certa riduzione dei contributi straordinari che scendono da 233.000 circa a 208.000 euro circa. L’entità complessiva delle erogazioni, questa volta comprensiva anche delle risorse assegnate alla Società Dante Alighieri, fissata dalla legge di stabilità per il 2015,  è quindi pari a 1.402.108 euro, con un decremento di 21.921 euro rispetto all’anno scorso, integralmente riconducibile ad una riduzione dei contributi a progetto. Più nel dettaglio, nel quadro dei finanziamenti ordinari, lo schema prevede un incremento per il CeSPI (da 42.000 a 46.000 euro) e per il “Comitato Atlantico” (da 12.200 euro a 20.000 euro) nonché per il “Forum per i problemi della pace e dello sviluppo” (da 7.700 euro a 17.500 euro), così come auspicato nei pareri resi dalle Commissioni Esteri dei due rami del Parlamento nel dicembre scorso. Riduzioni, dell’ordine di mille euro, sono disposte per il “Centro studi americani”, il “Centro italiano Pace Medio Oriente”, il “Circolo di studi diplomatici”, il “Consiglio italiano per il Movimento europeo”, “l’Archivio Disarmo”, la “Fondazione Magna Carta”, “l’Istituto internazionale di diritto umanitario”, la “Fondazione Basso”. Confermato in questo ambito il finanziamento di 600.000 euro per la Società Dante Alighieri.

Dal Manciulli è stata anche sottolineata la necessità, con l’approssimarsi del termine dell’attuale  triennio di programmazione, di porre mano ad una vasta riforma della disciplina del settore che tenga conto della qualità raggiunta da alcune istituzioni di ricerca, come lo IAI e l’ISPI, testimoniata da indici internazionali come il “Global Go To Think Tank” dell’Università della Pennsylvania e che proficuamente contribuiscono all’istruttoria parlamentare sui provvedimenti e sulle situazioni di scenario nell’ambito dell’Osservatorio di politica internazionale. Dal relatore è stata altresì evidenziata l’urgenza di intervenire legislativamente a favore della Società Dante Alighieri, per rafforzarne la compagine organizzativa ed il ruolo di centro di diffusione e promozione della nostra lingua e  cultura all’estero, al pari di altre analoghe istituzioni straniere, come il Goethe Institut o il British Council.

Su questo punto il sottosegretario agli Esteri Mario Giro ha ribadito la piena disponibilità del Governo ad un serio e rigoroso lavoro di revisione della materia, da condursi in sinergia con il Parlamento, da avviare anche in occasione dell’esame della prossima legge di stabilità nell’obiettivo prioritario di conseguire un  duplice risultato:  da una parte, la riduzione della spesa, e dall’altra il miglioramento dell’efficienza di tali enti. Ha poi preso la parola la deputata Maria Edera Spadoni (M5S) che ha suggerito una riduzione dei Comitati della Dante Alighieri al fine di utilizzare al meglio gli stanziamenti pubblici forniti a questo ente .  Su questo argomento è intervento anche Mario Marazziti (PI-CD) che ha spiegato come il finanziamento pubblico di 600.000 euro per la Dante sia slegato dal numero dei comitati, essendo queste strutture all’estero perfettamente autonome.  Da Marazziti è stata inoltre rilevato come il contributo alla Dante Alighieri, per quanto rilevante, sia stato già tagliato negli anni scorsi del 20% . E’ poi preso la parola  Guglielmo Picchi (FI), eletto nella ripartizione Europa, che ha auspicato l’individuazione di  una strategia complessiva per la diffusione della nostra lingua nel mondo. Per quanto riguarda i Comitati della Dante Picchi ha fatto presente come questi si autofinanziano e  non ricevano denaro pubblico. Sul contenuto del provvedimento nel suo complesso Picchi ha preannunciato l’astensione del suo gruppo.

Dopo l’intervento di Mariano Rabino (SCpI) che ha chiesto al Governo di riprendere l’erogazione del finanziamento alla rivista “Affari esteri”dell’AISPE, Eleonora Cimbro  (Pd) ha auspicato per la Dante Alighieri  maggior appoggio e tutela anche a livello legislativo e ha chiesto, al fine di acquisire dati e approfondire questa materia,  la messa in calendario di un’audizione con i vertici della Società. Vincenzo Amendola (Pd) pur condividendo le valutazioni della Cimbro, ha però evidenziato la necessità, a fronte della scarsezza delle risorse pubbliche, di distribuire questi finanziamenti, magari in misura maggiore ma in modo mirato, sulla base di progetti e di una valutazione sull’efficacia delle attività svolte. (Inform 5)

 

 

 

 

 

Mafia capitale ora l'inchiesta entra nel governo

 

Lui  -  il sottosegretario dell'Ncd Castiglione  -  dice di essere innocente e di non saperne nulla. Ma resta il fatto che l'inchiesta su Mafia Capitale bis è arrivata fin dentro il governo. Ma anche se non fosse arrivata fin lì sarebbe comunque una bomba atomica, nonostante sia un sequel della prima puntata quando furono arrestati Carminati, Buzzi e decine tra politici, faccendieri e funzionari comunali e regionali. Una bomba atomica perché l'inchiesta della magistratura arriva a sfiorare uomini (già dimessi) vicinissimi al sindaco Marino e al Governatore Zingaretti e quindi l'accusa di aver dormito e di non essersi accorti delle ruberie dei loro collaboratori diventa un'arma distruttiva e a portata di mano per le due forze antipartiti che stanno soffiando sul fuoco. Infatti Lega e Cinquestelle non fanno che ripetere al sindaco e al presidente della regione che se ne devono andare. Per la verità glielo dice anche Brunetta, ma le accuse di Forza Italia sono un po' velleitarie dal momento che lo scandalo investe in pieno anche loro (Tredicine e Gramazio sono due nomi di rango della destra capitolina e nazionale). Renzi promette pulizia e pugno di ferro contro i corrotti. In effetti il Pd già da mesi ha commissariato con Orfini il Pd di Roma che si era rivelato un colabrodo in cui usciva ed entrava di tutto. Ma per l'opinione pubblica l'effetto è pessimo ugualmente. Tutti ricordano la prima fase dell'inchiesta, con gli spettacolari arresti di Carminati e Buzzi. Ma come fa la gente normale a capire che questi reati di cui si parla adesso riguardano il periodo precedente e non il successivo? La morale comune è che tutti hanno continuato a rubare. Ecco perché gli attacchi dell'antipolitica hanno così successo. E meno male che questi nuovi arresti sono arrivati solo dopo le elezioni regionali, altrimenti l'astensionismo  -  già oltre il livello di guardia  -  sarebbe stato oltre il 50 per cento. E' probabile che a Renzi non basti tenersi fuori dalla polemica come se non lo riguardasse. E' vero che il suo Pd non c'entra niente, ma il potere che ha accentrato nella sue mani: premier e segretario di partito, lo obbliga a caricarsi di una responsabilità in più: fare piazza pulita. Sul serio e in gran fretta.  GIANLUCA LUZI  LR 5

 

 

 

 

 

 

La politica del rinnovamento

 

La primavera è al crepuscolo. Sarà ricordata, con amarezza, dalla maggioranza degli italiani. La crisi economica ha falcidiato le poche riserve di chi vive nel Bel Paese. Ma non solo quelle. Le rivendicazioni interne al PD non garantiscono un bel nulla per il Paese. I mesi che ci aspettano, però, non saranno meno preoccupanti. L’involuzione nazionale ci prepara a un 2016 carico di tensioni sociali e di dubbi politici. Se andasse in porto la nuova legge elettorale, almeno, i giochi di potere potrebbero essere meno sfacciati.

 Eppure, secondo alcuni, i problemi del Paese resterebbero irrisolti. Invece, la nuova normativa, diminuendo anche il numero dei partiti e dei parlamentari, sarebbe una mano santa. Almeno nella misura in cui prevalga l’onestà su gli interessi personali o di casta. A tutt’oggi, la discussione politica resta di facciata; col ricatto della “fiducia”. L’importante è che sia eliminato, in modo definitivo, questo sistema elettorale “misto” che non soddisfa nessuno, ma fa comodo a tutti. I politici dovrebbero assumersi più specifiche responsabilità. Anche nei confronti dei milioni d’elettori italiani all’estero. Con una premessa: chi vive oltre confine ha da ragionare con i propri mezzi ed evitare, nei limiti della logica, di fare riferimento ai partiti nazionali. Formazioni che hanno dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, la loro inettitudine. Ci sembra sempre più insostenibile una Ripartizione Estero alla quale fanno capo uomini che, poi, se eletti, andranno a fare numero nei partiti nazionali già in essere in Patria.

 Le problematiche degli italiani all’estero, per evidenti ragioni, sono differenti da quelle dei residenti nel Bel Paese. Quindi, se esistesse un partito degli italiani nel mondo, ci sarebbe maggiore chiarezza al momento del voto. A ben pensare, anche se chi vive oltre frontiera ha ottiche assai diverse tra i vari mondi dell’Emigrazione ( vedi Europa e Stati d’oltre Atlantico), i candidati al Parlamento nazionale potrebbero essere “pescati” tra aspiranti anche nel territorio della Repubblica. Se non altro, s’andrebbe ad eliminare la ghettizzazione di posizioni parlamentari che, in concreto, hanno dimostrato di contare sempre poco. La Riforma Elettorale, nella sua complessità, ha da tenere conto di queste nostre riflessioni. Basti considerare l’impossibilità d’agire, pure sul fronte fiscale/immobiliare, dei Parlamentari venuti da “lontano”. L’epoca delle caste, poteva anche avere un senso, che non abbiamo mai condiviso. Oggi, però, è tramontata.

 Ci sono diverse priorità da mettere in campo e chi scrive non le ha mai sottovalutate. Le scuse dei politici non bastano più. Forse, non sono bastate mai. La prossima Legislatura dovrà nascere da un rinnovato sistema elettorale nel quale chi vive all’estero possa decidere sulle questioni nazionali senza dover fare riferimento, per necessità più che per convinzione, solo sui partiti nazionali. Una formazione politica dall’estero, se ben gestita, sarebbe una potenzialità alternativa di tutto rispetto.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

La politica in vendita  e gli anticorpi necessari

 

C’erano amministratori che cercavano «il guadagno» dal loro asservimento e funzionari disposti a vendere i loro servizi alla cricca criminale in cambio di soldi o dell’assunzione di un parente stretto: in tempi di crisi anche un posto di lavoro può essere usato come prezzo pagato dal malaffare - di Giovanni Bianconi

 

La prima trama del «Mondo di mezzo» raccontava di un gruppo di persone, qualificato come «associazione mafiosa», che utilizzava la corruzione come strumento di pressione e di conquista del tessuto amministrativo di Roma; ipotesi confermata dalla Corte di cassazione, per la quale è già stato fissato un processo che comincerà all’inizio di novembre. Ora si apre un nuovo capitolo, che racconta un altro pezzo dell’imbroglio pianificato a tavolino: il sistema corruttivo è risultato talmente diffuso ed esteso, autoalimentato e condizionante, da diventare esso stesso una sottospecie di mafia. Dal punto di vista culturale e della mentalità che contiene in sé, prima ancora che sul piano penale. Per via dei comportamenti che impone, e del metodo anche intimidatorio — in forme dirette o indirette — sul quale si fonda.

Nelle nuove carte scoperte dalla Procura di Roma c’è un esempio di «fecondazione in vitro di una corruzione da asservimento» (così la definiscono i pubblici ministeri) svelata dalle parole di un consigliere comunale della maggioranza che sembra quasi offrirsi a Salvatore Buzzi come amministratore in vendita. Dopo aver discusso di ciò che bisognava fare, il «re delle cooperative» lo rassicura: «Poi ti ricambio, non ti preoccupare… siamo riconoscenti ». E l’amministratore locale aderisce volentieri, dando per scontato che così vadano le cose: «Sì, lo so… come vi rapportate di solito coi consiglieri… C’è il guadagno, no? La percentuale». Un sistema già rodato, insomma, al quale ci si adegua con la prospettiva di guadagnare qualcosa mettendosi a disposizione per favorire accordi e spartizioni che poco o nulla hanno a che fare con il buongoverno di una città.

Poi c’è l’aspetto legato a metodi di convincimento più tradizionali ma sempre efficaci, come quello narrato in una conversazione con Massimo Carminati in cui Buzzi parla di un funzionario che notoriamente «piglia i soldi», quindi «andiamocelo a comprà». E Carminati spiega che per rimuovere possibili ostacoli frapposti da qualche impiegato non ci sono che due strade: «O si caccia o si compra… se si compra è meglio».

Infine ecco l’intercettazione dove si fa valere il passato e il presente di personaggi che — secondo l’impostazione dell’accusa — costituiva il «capitale criminale» dell’organizzazione infiltratasi in ogni ganglio dell’amministrazione. «I consiglieri comunali devono stare ai nostri ordini» perché io «te pago», afferma Buzzi. Con un’aggiunta significativa: «E se non rispetti gli accordi, tu lo sai chi sono io? Lo sai da dove vengo?». A quel punto Carminati evoca il dovere del «rispetto», e il suo socio vanta la «grandissima credibilità» conquistata sul campo con simili sistemi.

Così è stata comprata e inquinata la politica nella capitale d’Italia, cancellando ogni distinzione tra destra, centro e sinistra. Anche attraverso veri e propri ricatti come quelli confessati da un altro indagato: «Ho dovuto fare una trattativa un po’ sgradevole con questi qua…».

Si tratta di intercettazioni, certo, e come tali sono state trattate dagli inquirenti secondo le regole del garantismo: le semplici parole registrate dalle microspie non bastarono, sei mesi fa, ad arrestare persone che all’epoca furono solo inquisite; oggi sono finite in carcere, o ai domiciliari, sulla base dei riscontri cercati e trovati dagli investigatori del Ros: dal denaro effettivamente versato (quando i crediti non sono stati onorati in contanti, come qualcuno degli indagati ha preteso e ottenuto) alle assunzioni di parenti e altre persone appositamente segnalate; in tempi di crisi anche un posto di lavoro può trasformarsi nel prezzo della corruzione. Tuttavia anche in questo caso vale la regola del buon senso, e al di là delle necessarie verifiche per dare consistenza alle frasi intercettate, è difficile immaginare che dei soci in affari millantino situazioni inesistenti quando discutono tra loro di lavoro; indipendentemente dal fatto che siano complici nella commissione di eventuali reati.

Per questo, prima delle prevedibili strumentalizzazioni e di tornare a polemizzare se si tratta di vera mafia oppure no, se le accuse resteranno quelle già confermate dalla Cassazione o saranno derubricate, sarebbe utile che la politica — romana e non solo — ne prendesse atto una volta per tutte. E trovasse soluzioni adeguate. Senza rifugiarsi — come fa di solito — dietro i necessari accertamenti giudiziari, aspettare la celebrazione dei vari gradi di giudizio o le conclusioni del prefetto sull’esistenza o meno delle condizioni formali per lo scioglimento di un consiglio comunale. Il marcio emerso finora è sufficiente a destare il giusto allarme e a prendere le contromisure necessarie. Nella speranza che per una volta si dimostrino efficaci. CdS 5

 

 

 

 

 

Regionali: 5 a 2 per il centrosinistra

 

Roma - È finita 5-2 per il centrosinistra, che strappa la Campania al centrodestra conservando la Puglia, le Marche, la Toscana e anche l’Umbria dopo uno spoglio dall’esito incerto, mentre Toti a sorpresa vince in Liguria e Zaia resta il dominus incontrastato del Veneto, lasciando le briciole ai contendenti e superando il 50% dei consensi. Sconfitta pesante per il centrosinistra, con Alessandra Moretti che si attesta intorno al 22% mentre il sindaco di Verona Flavio Tosi non impensierisce il candidato di Lega e Fi. In Liguria, invece, Raffaella Paita (centrosinistra) si attesta al 27,84%, pagando la presenza a sinistra di Luca Pastorino (9,41%) mentre Giovanni Toti (34,44%) ne approfitta e assicura la Liguria al centrodestra, grazie soprattutto all’ottimo risultato della Lega. Nella Regione di Grillo, la pentastellata Alice Salvatore guadagna un buon 24,84%, a testimonianza – un po’ ovunque – di un accresciuto radicamento territoriale del M5S. Scendendo dal nord al sud dello Stivale, a sorridere qui è il centrosinistra che con Michele Emiliano stravince in Puglia (47,1% contro un centrodestra frammentato) e con l’“impresentabile” (secondo la lista della Commissione antimafia) Vincenzo De Luca che con il 41% si prende la rivincita rispetto alle regionali del 2010 su Stefano Caldoro, fermo al 38%. A urne ancora calde, però, si riapre subito un’altra partita nel nome della legge Severino: la candidata M5S alla Regione Valeria Ciarambino ha annunciato infatti di aver già “presentato un esposto contro De Luca alla Procura della Repubblica, indirizzato anche al presidente del Consiglio e al ministro dell’Interno, completo di dossier sul neogovernatore”, aggiungendo: “Vigileremo affinché De Luca venga sospeso e non gli venga concesso di nominare un vicepresidente. Su questa battaglia saremo attentissimi”.Nelle Regioni centrali che andavano al voto, il centrosinistra si riafferma nettamente in Toscana con Enrico Rossi (48%) e con Luca Ceriscioli (41%, a distanza siderale gli altri sfidanti) mentre in Umbria Catiuscia Marini (42,7%) si riconferma ma distanzia di poco il candidato del centrodestra, il sindaco di Assisi Claudio Ricci (39,27%). Nelle cosiddette regioni rosse del centro Italia si segnala lo “sconfinamento” ormai divenuto realtà della Lega Nord, che prende il 13,99% in Umbria, il 16,6% in Toscana e il 13,02% nelle Marche: secondo le analisi dell’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna (focalizzate sul numero assoluto di voti) la Lega Nord è l’unico grande partito che aumenta i propri consensi, ricevendone un numero pari a oltre il doppio di quelli delle elezioni politiche del 2013 (+109,4%). “Renzi, stiamo arrivando” scrive su Twitter il leader della Lega Matteo Salvini, che dati alla mano si candida autorevolmente ad essere lo sfidante di Renzi nel campo del centrodestra. Esulta anche Beppe Grillo sul suo blog: “Noi non eravamo in queste sette regioni, ora ci siamo. Non possiamo che essere contenti nella nostra corsa verso il nostro sogno della democrazia diretta, dove i cittadini contano veramente”. “Il M5S – sottolinea ancora Grillo - è la seconda, quasi la prima, forza del Paese. Andiamo avanti, andremo sempre meglio”. Da Forza Italia, il capogruppo alla Camera Renato Brunetta sottolinea che “il centrodestra se unito è vincente, dappertutto” mentre “Renzi è finito, il renzismo è finito, la spinta propulsiva delle europee non c’è più”. In effetti, il Pd tiene rispetto alle regionali del 2010 e alle politiche del 2013 ma registra un netto arretramento rispetto alle europee del 2014, quelle del famoso 41%. Mentre il premier Matteo Renzi è in Afghanistan, a difendere la linea della maggioranza ci pensa la vicesegretaria Debora Serracchiani: “Cinque regioni su due è un ottimo risultato - spiega la governatrice del Friuli Venezia Giulia -. Non è un esame su Matteo Renzi né sul governo. Siamo ancora più determinati a portare avanti le riforme fino al 2018”. Dalla minoranza Pd, però, in un’intervista al Corriere della Sera, Gianni Cuperlo sottolinea: “Colpiscono l’astensione mai così alta e le conseguenze delle divisioni a sinistra. Serve una riflessione seria, che deve partire da Renzi”. D’altronde, le acque si erano già agitate poche ore prima del voto con la lista degli “impresentabili” stilata dalla Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi. Più in generale, dopo l’alta astensione registrata domenica, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia al Quirinale per il 2 giugno sottolinea che “le discussioni, la dialettica anche acuta, sono preziose, ma le liti esasperate creano sfiducia, contribuiscono a creare sfiducia e allontanano la partecipazione dei cittadini”. 9colonne 2

 

 

 

 

 

Regionali 2015: De Luca in Campania, Toti conquista la Liguria

 

Il Pd si conferma in Toscana con Rossi e nelle Marche con Ceriscioli, successo in Puglia di Emiliano e della Marini in Umbria (risicato). M5S primo partito in tre regioni. Boom del Carroccio che supera Forza Italia. Affluenza si ferma al 52% (calo di 11 punti)

 

Alla fine il risultato è 5 a 2, con il centrosinstra che tiene Toscana, Umbria, Marche e Puglia e conquista, con Vincenzo De Luca, la Campania: Ma perde la Liguria dove ad uscire vincitore dalle urne è il forzista Giovanni Toti, mentre in Veneto si conferma il leghista Luca Zaia che sfiora il 50% delle preferenze nonostante lo strappo di Tosi.

Un risultato, visto anche il netto calo dei voti del Pd che dal 40% delle ultime europee scende al 24%, che non è certo una vittoria per il premier Matteo Renzi che ora, ancor di più, dovrà fare i conti con la minoranza interna al suo partito, concedendo magari qualcosa sul terreno della riforma costituzionale. Premier che sottolinearà certamente come il Liguria si sia perso, però, proprio a causa delle divisioni. Sommando ai voti della sconfitta candidata Pd Raffaella Paita quelli del candidato civatiano Pastorino, il centrosinistra avrebbe infatti potuto superare il centrodestra.

In Campania il candidato del Pd, Vincenzo De Luca - secondo gli ultimi dati - vince le elezioni con quasi il 40 per cento. Ha un vantaggio di quasi tre punti su Stefano Caldoro, governatore uscente in quota centrodestra. Al terzo posto, Valeria Ciarambino (M5S). Ma per l'ex sindaco di Salerno ('impresentabile' secondo la lista nera stilata dalla commissione Antimafia) ora si apre la partita della possibile decadenza legata alla legge Severino.

In Liguria Giovanni Toti - con l'appoggio dell'intero centrodestra - strappa la Regione al centrosinistra, diviso e in preda a rancori e recriminazioni. Toti ottiene il 34,4 per cento; Raffaella Paita si ferma intorno al 27,8%; Alice Salvatore, Movimento5Stelle, sfiora il 25 per cento chiudendo al 24,8% mentre il candidato civatiano Luca Pastorino si ferma al 9,41%. Una vittoria, quella ligure, che fa sorridere Silvio Berlusconi che, se a livello nazionale ha visto finire Forza Italia sotto la Lega, piazza al governo della rossa Liguria un suo uomo.

In Toscana il governatore uscente Enrico Rossi (Pd) ha superato il 40% necessario ad assicurarsi la vittoria al primo turno, conquistando 48 per cento. Al secondo posto Claudio Borghi, candidato della Lega Nord, intorno al 20 per cento.

In Umbria, dopo un testa testa iniziale, si conferma governatrice Catiuscia Marini, candidata del Pd, con il 42,8% dei consensi. Ricci, candidato del centrodestra, ottiene però un risultato ottimo e al di sopra delle attese in una regione tradizionalmente 'rossa' come l'Umbria ottenendo il 39,3% delle preferenze. Andrea Liberati, del M5S, è terzo al 14,3%. 

?In Veneto avanti Luca Zaia che doppia, con il 47%, la candidata Pd Alessandra Moretti ferma al 23%, mentre Flavio Tosi conquista il 13,6%.

In Puglia Michele Emiliano è al 44,7%, doppia Antonella Laricchia del M5S che si attesta al 21,3%. Francesco Schittulli al 18,7%. La candidata di FI Adriana Poli Bortone è al 13,2%.

Nelle Marche, il candidato del centrosinistra Luca Ceriscioli vince con il 41.1% delle preferenze. Al secondo posto Gianni Maggi (M5S) col 21,8 seguito da Francesco Acquaroli (centrodestra) al 18.9% e soltanto al quarto posto Gian Mario Spacca, governatore uscente, eletto nel 2010 col Partito democratico e oggi di nuovo in corsa per il suo terzo mandato con l'appoggio di Forza Italia. A lui appena il 14.2% dei voti.

Crollo affluenza

Altro dato è il crollo  dell’affluenza: è stata del 52.2%, in calo di oltre dieci punti rispetto alle precedenti omologhe (64,1%), quando si votò in due giorni. Il dato migliore in Veneto con il 57,2 per cento. Maglia nera a Marche e Toscana sotto la soglia del 50. 

Pd primo partito, M5S si rafforza

A livello nazionale il Partito Democratico si attesta al 23,7%, secondo partito il Movimento 5 Stelle al 18,4%.  . Poi Lega Nord al 12,5%. Quarto partito Forza Italia al 10,7%, Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale invece al 4,2%. Il M5S esce quindi rafforzato dalle urne, primo partito in tre regioni: Liguria, Campania e Puglia. Cresce anche la Lega non solo in Veneto con Zaia ma anche nelle regioni del centro: in Toscana il suo candidato Borghi è secondo, in Umbria conquista il 15%.  (Rai News 24 del 1 giugno)

 

 

 

 

 

 

La “syndrome spagnola”. Addio al bipolarismo, più forti (anche da noi) i partiti antisistema

 

La tendenza è visibile in tutta Europa: circa un quarto di coloro che si recano alle urne danno la loro preferenza a movimenti il cui nemico è l’intero scenario istituzionale e la cui rabbia è radicale Protesta e rifiuto Se lo scorso anno Matteo Renzi sembrava aver oscurato per sempre l’anomalia di Grillo, oggi l’alternanza tradizionale soffre, il nemico sembra essere la politica. L’astensionismo continua a crescere - di Pierluigi Battista

 

Oramai in Europa lo schema politico-elettorale prevede il tre, non più il due. L’Italia era entrata faticosamente nell’era del bipolarismo: una volta vinceva il centrosinistra, un’altra il centrodestra, al governo nazionale, nelle Regioni, nei Comuni. Ora si deve adattare al tripolarismo, all’emergere prepotente e stabile di forze antisistema, o eurofobiche, o di protesta organizzata, o alternative ai partiti tradizionali. In questa tornata elettorale, la prevalenza del tre è ritornata con grande evidenza. Se l’anno scorso l’astro di Matteo Renzi sembrava aver oscurato per sempre l’anomalia di Beppe Grillo, stavolta è il bipolarismo a dover ingoiare il Maalox. L’alternanza tradizionale soffre. Le forze antisistema tornano a gioire.

Poi, ovviamente, si va per oscillazioni e andirivieni. Ma la tendenza appare netta: oramai c’è una parte del popolo europeo che va a votare che ha rotto definitivamente con lo schema mentale del bipolarismo. È una parte che più o meno si attesta al 25 per cento, un quarto dell’elettorato che decide di andare a votare. Poi c’è la marea dell’astensionismo. Oramai siamo stabilmente sotto al 50 per cento di partecipazione elettorale, anche in regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana dove la fila ai seggi era lo spettacolo più consueto. Difficile conteggiare quei non-voti come forme di espressione antisistema? Ma allora come decifrare questo fenomeno così massiccio e nuovo di rifiuto, disgusto, indifferenza, sfiducia che si manifesta in una volontà così corale di astensione?

 

Qui siamo ancora nel nebuloso e nell’opinabile. Ma i voti effettivamente espressi nelle elezioni in tutta Europa dicono che quel 25 per cento è oramai su un’altra galassia mentale rispetto agli imperativi del bipolarismo. In Spagna un movimento come Podemos conquista Barcellona e smantella le basi elettorali del Psoe, e anche il suo omologo «liberale», il movimento dei Ciudadanos, esprime un’insofferenza di tenore analogo nei confronti del Partito popolare. In Francia Marine Le Pen porta il suo Fronte Nazionale stabilmente sopra il 20 per cento, ben al di sopra delle percentuali, peraltro cospicue, raggiunte da suo padre, oramai ripudiato, Jean-Marie. In Inghilterra, con un sistema di voto proporzionale come quello fissato nelle Europee, l’Ukip di Nigel Farage ha sfiorato addirittura il 30 per cento e il suo recente flop nelle elezioni politiche è pur sempre gratificato da un 16 per cento, una percentuale che oramai un tradizionale partito a vocazione maggioritaria come Forza Italia si può soltanto sognare. In Olanda, il fenomeno è analogo. Un po’ più contenuto è in Germania, dove comunque la sinistra socialdemocratica se la deve vedere con la concorrenza della Linke, mentre a destra l’«Alternativa per la Germania» rappresenta, con la sua intransigente linea anti-euro, un pungolo sempre molto fastidioso per Angela Merkel. In Italia, dove non ci facciamo mai mancare qualche esagerazione, di forze antisistema, eurofobiche, antipolitiche, ne abbiamo addirittura due: il Movimento 5 Stelle, che ha rivelato un radicamento che va anche al di là dell’identificazione con il leader Grillo, e la Lega di Salvini, che oramai sta cannibalizzando ciò che resta del centrodestra.

 

Ovviamente non c’è nulla di lineare in questo fenomeno. Intanto, nel momento delle elezioni decisive per la formazione dei governi nazionali, soltanto Tsipras in Grecia è riuscito a strappare la maggioranza dei voti. Poi non vanno sottovalutati arretramenti e controtendenze, come in Francia, dove Nicolas Sarkozy ha di recente inflitto una memorabile lezione a Marine Le Pen. Inoltre si tratta di movimenti litigiosi e settari, che per esempio nel Parlamento europeo riescono molto di rado a trovare momenti di unità. Ma le elezioni di domenica dimostrano che questa era di antipolitica può contare su un 25 per cento di voti che nelle consultazioni locali, Comuni e Regioni, possono modificare radicalmente lo scenario: il 20 per cento della Lega in Toscana, il voto massiccio alla candidata del Movimento 5 Stelle in Liguria stanno lì a dimostrarlo. È un’area che si è oramai psicologicamente e politicamente affrancata dagli imperativi del «voto utile», che oramai sembra sorda alla logica del male minore, al richiamo di schieramento, alla battaglia da condurre insieme contro un nemico comune. Adesso il nemico è la «politica» di cui il bipolarismo tradizionale è stato l’espressione ordinata e stabile. Una variabile diventata permanente nel nostro panorama politico, altro che voti in libera uscita destinati a ritornare all’ovile. È la logica dell’ovile, oramai, che non funziona più. CdS 2

 

 

 

 

Per chi suonano le due campane

 

Il Pd, per la irriducibile mancanza di legittimazione reciproca tra Renzi e la sua sinistra, ha disperso un patrimonio politico. Nel frattempo crescono Grillo e Salvini - di EZIO MAURO

 

Dietro la mappa rossa dell'Italia che lascia tre sole Regioni alla destra, e dietro la vittoria numerica di domenica per 5 a 2, c'è una sconfitta politica per il Pd di Matteo Renzi. Prima di tutto perché una destra scompaginata e divisa è riuscita comunque a mantenere le posizioni di cinque anni fa, con due successi netti e un profilo fortemente competitivo in Campania e persino in Umbria, segnalando che anche le Regioni rosse possono diventare contendibili. Poi perché il trionfo di Zaia sulla Moretti in Veneto e la conquista della Liguria da parte di Toti segnalano che l'innamoramento del Nord per il centrosinistra alle elezioni europee in realtà era solo un flirt. Aggiungiamo che la destra ha cambiato driver e al sole spento di Berlusconi, un leader ridotto ai minimi termini, si è sostituita la stella lepeniana di Salvini, con la forza d'urto del collezionista di paure e inquietudini crescenti nel grande tinello italiano, davanti all'universalismo senza governo.

 

Lì di fianco, nel territorio senza insegne dell'antipolitica, il Movimento 5 Stelle conferma la sua presa sul malcontento e sul risentimento, ma con un embrione di classe dirigente che sta prendendo volto e coraggio, in una crescente autonomia tecnico-parlamentare dalle liturgie web-autoritarie di Grillo. A un anno dal trionfo renziano alle Europee, oggi il secondo e il terzo partito italiano sono forze anti euro e anti sistema stabilmente insediate nell'elettorato e nel meccanismo istituzionale che contestano. Quelle elezioni europee del 40 per cento sembrano molto lontane. Il deperimento nei numeri e nelle percentuali del Pd lo rende oggi un vincitore barcollante e incerto, con le cifre di un'astensione selvaggia che evidenziano la crepa aperta tra il Pd, Renzi e la pubblica opinione.

 

È ancora forte l'investimento di fiducia nel leader rottamatore, nella convinzione che sia oggi l'unica vera leva di cambiamento per la politica nazionale. Ma il crinale che divide la retorica della rottamazione dalla predicazione dell'antipolitica è sempre stato molto stretto, e coltivando la prima si rischia di annaffiare la seconda. Così, specialmente al Sud, le vittorie del Pd portano il volto di due leader della sinistra populista come Emiliano e De Luca, super-sceriffi abili e diversamente disinvolti, insediati dal voto come potenze sempre più autonome da tutto, dalle regole, dalla distinzione tra destra e sinistra, dal Pd e naturalmente da Renzi. Ce n'è abbastanza per ballare politicamente, altro che fotografarsi davanti alla Playstation dopo la lettura dei risultati, per trasmettere agli elettori un segnale di tranquillità da oratorio, che è invece un segnale del nulla, senza significato e dunque inquietante come tutte le false sicurezze. Bisognava forse pensare, l'altra sera, che c'era un popolo disperso che davanti ai siti e alle tv si interrogava sul destino di questo Paese alla fine di una transizione eterna, e persino sul destino della sinistra, ritenendola lo strumento politico più adatto a gestire la fuoruscita dalla crisi, coniugando opportunità e equità.

 

Qui sta il nodo che tiene insieme lo stop elettorale per Renzi e le chance per il futuro. Col voto delle europee, con la debolezza degli avversari, con il credito renziano per il cambiamento, il Pd poteva profilarsi non solo come il partito di maggioranza relativa ma come la spina dorsale del sistema politico-istituzionale. E infatti il capolavoro dell'elezione di Sergio Mattarella aveva confermato il Pd nel ruolo di player centrale e indiscusso. Invece di capitalizzare questo risultato, con un patto interno al partito per affrontare una stagione forte di riforme condivise in Italia e in Europa, si è disperso un patrimonio politico, gettando al vento un'opportunità straordinaria. Ciò è avvenuto per una ragione ben più profonda del conflitto verticale tra Renzi e la sua sinistra, andato in scena pubblicamente ogni giorno. La ragione è culturale e sta racchiusa in una mancanza permanente e irriducibile di legittimazione reciproca. La minoranza considera Renzi un abusivo, non un Papa straniero ma il capo di un manipolo di invasori alieni, mentre è evidente che il premier ha legittimamente conquistato il partito così come legittimamente aveva perso le primarie contro Bersani. Questo atteggiamento porta al paradosso, per alcuni, di preferire una sconfitta del leader a una vittoria del partito. Dall'altro lato, Renzi in questi mesi ha diffidato più della sua sinistra interna che della destra berlusconiana, dimenticando che quella è una cultura e una classe dirigente fondatrice del Pd, dunque indispensabile alla sua storia, alle sue ragioni e al suo futuro. In realtà a ben guardare si contrappongono due logiche fortemente minoritarie: quella di una sinistra che fa gioco di interdizione invece di pensare in grande, nel campo aperto, parlando al Paese attraverso il Pd e aiutando-sfidando il premier con la forza delle idee del riformismo occidentale, non con il rimpiattino che trasforma ogni proposta del governo in una trincea d'opposizione; e quella del segretario del più grande partito italiano che incredibilmente si riduce a guidare solo la sua metà di stretta osservanza e si accontenta di comandarlo invece di rappresentarlo. Con il risultato di pensare a vincere più che a cambiare il Pd, soprattutto nel Mezzogiorno, dove si è lasciata marcire una situazione inconcepibile dal punto di vista della legittimità del capolista e della legalità di molti candidati impresentabili: favorendo infine la scomunica mai vista in Occidente di un capolista da parte della Commissione Antimafia a poche ore dal voto, con un'irritualità democratica che sa di guerriglia esportata dal partito alle istituzioni, come ha spiegato qui Roberto Saviano.

 

Si tratta infine, com'è evidente, di sciogliere quel nodo concettuale e culturale che stringe il Pd. È chiaro che la sinistra oggi deve cambiare, e infatti ha ottenuto il miglior risultato di sempre su una promessa di cambiamento, con un leader che la incarna. Ma per arrivare dove, come, e con chi? Se il partito della nazione vuol dire che l'albero e il fusto cresciuti saldamente nel campo della sinistra sanno prolungare le fronde fino al centro, allora è ciò che si aspettava da sempre, ciò che hanno fatto Mitterrand, Blair e anche Hollande parlando e convincendo ceti e interessi di centro in nome dell'identità risolta e sicura di una sinistra moderna, europea, occidentale, che vuole governare. Se invece il partito della nazione è il partito della sostituzione, con un trapianto centrista che soppianta i rami nati e cresciuti a sinistra, allora diventa un'altra cosa, e lascia sguarnita una parte rilevante e indispensabile del campo e di conseguenza del corpo elettorale, cambiando la natura dell'insieme. Le responsabilità del voto di domenica e della notte elettorale agitata del Pd sono di tutta una classe dirigente non all'altezza delle occasioni che la fase offriva, e che forse sono già svanite. Ma naturalmente la responsabilità maggiore sta al capo di quel partito, che ha oggi un enorme potere essendo anche capo del governo. Per continuare fino al 2018 c'è bisogno non solo del premier, ma anche del segretario del Pd, che spesso latita, e che invece deve imparare a usare lo strumento-partito nell'interesse del Paese. Per andare a votare, poi, c'è bisogno dell'intero Pd, capace di ritrovarsi comunità, all'interno e con i suoi elettori. Solo così si potrà coniugare il cambiamento con la responsabilità. Anche perché fuori, intanto, prospera una doppia alternativa radicale. Dopo vent'anni di berlusconismo, non saranno né il moderatismo, né il moderno conservatorismo europeo, tantomeno il liberalismo ad ereditare il guanto di sfida lasciato ormai cadere dall'ex Cavaliere, ma l'estremismo che forza le porte del sistema e dell'Europa. Le due campane di Grillo e Salvini hanno lo stesso rintocco, e suona per noi.  LR 2

 

 

 

 

 

 Il consenso

 

Lo avevamo scritto subito. Il Governo Renzi non avrebbe potuto favorire cambiamenti, efficaci, sul fronte socio/politico nazionale. E’ bastato poco più di un anno di questo Esecutivo per farci comprendere che la vita nella Penisola non sarebbe cambiata con prospettive migliori.

 Le riforme, magari, ci saranno, ma la mancanza di un leale dialogo politico potrebbe rendere vano ogni ragionevole compromesso. Tra le carte in gioco oggi si sente la mancanza d’equità. Per ora, il Governo può ancora contare su una certa fiducia del nostro Potere Legislativo. Ma il disagio non è più minimizzabile e, con un prodotto interno lordo (PIL) ancora a “zero”e l’indice della disoccupazione che non cala, c’è poco da sperare. L’Italia sta pagando a caro prezzo il ciclo di trasformazione che dovrebbe farle superare il deficit economico.

 Sul fronte sociale il fermento non sfugge più neppure all’osservatore meno accorto. Il Parlamento s’è diviso, almeno questa è l’impressione, sulla riforma della legge elettorale. Meglio essere chiari da subito; anche per evitare interpretazioni di comodo che ci si rivolterebbero contro.

 Se si dovesse votare entro l’anno prossimo, il rischio d’implosione potrebbe vanificare i sacrifici che la Squadra ha stabilito per il Popolo italiano. Le prospettive non sono neppure chiare nell’Esecutivo che dei politici ha bisogno per evitare d’uscire dalla porta di servizio. Questa sì che sarebbe una sciagura. E’ proprio questo timore che ci ha allertato per tentare di chiarire quale sarà la linea di Renzi nel secondo semestre di questo 2015. Per ora, non ci sono premesse che possano farci intravedere una posizione meno traballante per la nostra economia.

 Le “esternazioni”non sono l’unica scelta per evitare “compromessi” sempre meno accettabili. Basta, infatti, uscire dal guscio nazionale per comprendere come siamo messi male. Meglio che la Legislatura, anche se molto formale, resista sino alla fine dell’anno. Il 2016, dicono, potrebbe essere l’anno del rinnovamento.

L’Esecutivo dovrà assumersi l’impegno, ovviamente non solo politico, per ridare fiducia al Paese nello spirito del cambiamento. La tesi di “tutti contro tutto” potrà piacere a livello discorsivo, ma la realtà italiana non è, certamente, quella. Insomma, non è tanto una questione di “maggioranza” o di “opposizione” che ci angustia.

 Siamo alla ricerca di volti nuovi con idee differenti per uscire dal tunnel della crisi. L’importante è, però, iniziare a intuire qualche segno di progressivo accomodamento. Dopo la parentesi Renzi, la Penisola sarà più spartana, ma, almeno, scevra da quel complesso di concause che l’hanno portato sull’orlo della rovina. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La scossa di Roma e i tormenti del Pd sulle riforme

 

Un nuovo scossone agita il Pd dopo il voto di domenica scorsa. E’ vero che la nuova ondata di arresti di Mafia Capitale coinvolge anche la destra, ed è altrettanto vero che il commissario Orfini e il sindaco Marino – mesi fa - subito dopo i primi arresti hanno proceduto a una operazione di pulizia, ma essendo il Pd il partito al governo nella Capitale, è chiaro che gli attacchi politici si concentrano di più contro i democratici, con richieste di dimissioni che arrivano dalla Lega e dai 5 Stelle. E’ un periodo movimentato per Renzi e la sua maggioranza, conseguenza dei risultati delle Regionali. Il Pd stenta a digerire i veleni delle accuse della minoranza sugli “impresentabili” e solo perché fra dieci giorni ci saranno i ballottaggi, c’è una battuta d’arresto nelle polemiche. Ma lunedì sera è prevista la Direzione proprio per esaminare i risultati di domenica scorsa, e quella sarà l’occasione per fare chiarezza. Intanto si sta muovendo la diplomazia interna per fare in modo che lunedì sera la Direzione non si trasformi in una sanguinosa resa dei conti. Il presidente del partito Orfini, alcuni ministri come Orlando e Martina, di estrazione “vecchia ditta”, il governatore della Toscana Rossi, fino a qualche mese fa avversario agguerrito di Renzi, si stanno adoprando con dichiarazioni e atti politici affinchè la sinistra rinunci al proposito di cercare la spallata contro il segretario-premier approfittando delle due riforme chiave – quella della scuola e quella costituzionale – che aspettano l’approvazione a Palazzo Madama. Al Senato, infatti, la maggioranza renziana ha i numeri contati, situazione aggravata dal passaggio di due senatori popolari all’opposizione. Renzi sarebbe intenzionato ad andare avanti con le riforme, ma non con la solita irruenza, in modo da avere più tempo per convincere la sinistra. Gli appelli dei “pontieri” vanno tutti nella stessa direzione: un appello alla sinistra a smetterla con la delegittimazione continua del segretario Renzi in favore del riconoscimento della sua leadership. Da qui passa la possibilità di una tregua duratura nel Pd per arrivare alla fine della legislatura. Oltre che naturalmente da ciò che sta succedendo a destra dove l’esplosione di Forza Italia continua. L’economia sta dando riscontri positivi alle riforme: il jobs act comincia a funzionare, la Confindustria parla di dati oltre le attese. GIANLUCA LUZI  LR 4

 

 

 

 

 

Dopo le regionali. Gli alleati che servono a un leader

 

Anche dopo le Regionali, Renzi resta il dominus della politica italiana. Non era scontato. Nella notte elettorale è stato a soli sessantacinquemila voti dalla sconfitta. È la distanza che separa in Campania De Luca da Caldoro. Avesse perso anche a Napoli, oltre che a Genova e in Veneto, oggi racconteremmo un’altra storia. Forse adesso è più chiaro perché il premier ha sfidato la logica e la legge per sostenere il candidato-condannato: in realtà era lui ad aver bisogno di De Luca.

Così la partita è finita con un pareggio, una Regione persa e una presa, tutto sommato non male per uno che governa da un anno e mezzo. Renzi era abituato a levitare nei sondaggi come il guru del film di Sorrentino. Il voto di domenica lo ha riportato con i piedi per terra, ma senza farlo sbattere.

È scomparso invece nelle urne il Partito della Nazione, come era stato definito il Pd renziano, che un anno fa alle Europee prendeva il 40% e che ambiva a ereditare i voti berlusconiani in libera uscita. È stato sostituito dal solito Pd, fatto di baronie locali al Sud e di stagionati mandarini nelle regioni rosse. Più ancora che in Liguria, il progetto di sfondamento al centro esce sconfitto dal Veneto, dove il Pd torna all’irrilevanza dei tempi diessini, schiacciato dalla Lega e mangiucchiato dai centristi di Tosi. E lì non si può neanche dare la colpa alla minoranza interna. Se si fosse già chiusa la finestra di opportunità apertasi appena un anno fa nella Valle Padana, cuore politico e sociale del moderatismo italiano, il nuovo partito di Renzi sarebbe già vecchio.

Tutto ciò chiama in causa il problema delle alleanze, politiche e sociali. Il percorso di riforme avviato dal governo deve proseguire, non è certo meno necessario. Ma per riprendere il passo, forse il premier dovrà rinunciare a qualche tifoso per cominciare a farsi qualche alleato. La solitudine del leader è una condizione quasi inevitabile, ma il riformismo dall’alto è un errore già visto. La ricerca spesso deliberata dello scontro con i corpi intermedi non ha dato stavolta i frutti sperati. Così si rischia di pagare il prezzo più alto proprio quando si ha più ragione, come sulla scuola.

Paradossalmente Renzi potrebbe essere aiutato in questa maturazione da un altro effetto del voto regionale. Il secondo posto, il ruolo cioè di potenziale sfidante al ballottaggio dell’Italicum, non è andato ai Cinque Stelle, nonostante l’ottimo risultato, ma a un centrodestra che nessuno sa esattamente cosa sia e da chi possa essere guidato, ma tutti hanno capito che esiste e che quando è unito, anche alla bell’e meglio, è ancora in grado di vincere, come in Liguria. Per il premier è una buona notizia, può aiutarlo a evitare peccati di orgoglio. Un’opposizione competitiva fa bene ai governi. Sta a Renzi sfruttare al meglio il tempo, non breve, che ci vorrà prima che diventi una reale alternativa. Antonio Polito

CdS 2

 

 

 

 

 

Il Lega-forzismo che soffia a destra

 

Mappe. Rovesciati per la prima volta i rapporti di forza tra Salvini e Berlusconi. Ma per imporsi davvero al leader padano manca un traguardo ancora lontano: fare breccia nel Sud - di ILVO DIAMANTI

 

Non è semplice e neppure scontato leggere in chiave politica nazionale quest'elezione regionale. Anche perché si è svolta in sette Regioni. Meno di metà di quelle a statuto ordinario. Eppure è inevitabile. In Italia ogni elezione diventa un test sulla salute del governo e dell'opposizione. Tanto più in questa occasione, un anno dopo le elezioni europee che avevano sancito il successo di Renzi e del suo partito. Il Pd di Renzi. Il PdR. Difficile, dunque, non usare questo voto per misurare, appunto, il consenso verso Renzi e il PdR. Ma anche e anzitutto per capire cosa sia avvenuto, cosa stia capitando: dopo Berlusconi. Non solo a Renzi. Ma soprattutto al Centro-Destra. Dove, dalla fine del 2013, il declino di Silvio Berlusconi è stato accompagnato, in parte compensato, dalla "nuova" Lega di Matteo Salvini. Il leader che ha sicuramente innovato l'immagine e l'identità del partito. Rilanciandolo. Sui media.

 

Lo ha chiarito bene anche il voto regionale di domenica. In modo particolarmente chiaro. La Lega di Salvini. Unico partito ad aver davvero guadagnato consensi, negli ultimi 2 anni. Come ha rilevato una puntuale analisi dell'Istituto Cattaneo di Bologna (condotta da Gianluca Passarelli e Filippo Tronconi). Lo stesso M5s ha, infatti, perduto oltre metà dei voti, rispetto alle elezioni politiche del 2013 (in valori assoluti: quasi 2 milioni). E 4 su 10 rispetto alle elezioni europee del 2014. Al contrario, la Lega di Salvini ha più che raddoppiato i voti ottenuti nel 2013 e li ha aumentati del 50% rispetto alle europee di un anno fa. Se consideriamo le sette Regioni al voto, la Lega è, infatti, salita dal 2,9% nel 2013 al 5% nel 2014, per sfiorare il 15% alle elezioni regionali di domenica scorsa. Che, tuttavia, diventa il 18%, se si esclude la Campania, dove non era presente.

Va chiarito che queste stime considerano anche il risultato ottenuto dalle liste personali. In questo caso e soprattutto, dalla Lista Zaia. Il governatore del Veneto, rieletto con una sorta di plebiscito. Questa evoluzione, meglio, questa risalita improvvisa, ha prodotto conseguenze politiche difficili da prevedere. Ma destinate, anzitutto, a modificare le strategie e le relazioni nel Centrodestra. Come si è già detto: la Lega di Salvini è già "oltre" Berlusconi. L'ha superato decisamente, in termini di voti assoluti e in percentuale. Oggi, infatti, nelle Regioni dove si è votato, Forza Italia è indietro, di un punto, rispetto alla Lega. Un anno fa i rapporti di forza erano nettamente diversi. Visto che FI superava il 17%. Tre volte più della Lega, quindi. Naturalmente, il crollo di FI è stato, almeno in parte, rallentato e compensato dall'elezione di Giovanni Toti in Liguria. Dove, però, FI ha ottenuto circa il 13%. E dunque poco più della metà dei voti della Lega (20%). Nonostante il ruolo trainante del governatore eletto. Ma la Lega ha superato FI quasi dovunque. Nel Centro-Nord. Nelle Marche, in Toscana, in Umbria. Oltre che, ovviamente, in Veneto. Dove ha superato il 40%, insieme alla Lista Zaia. Che da sola ha intercettato il 23%. Mentre FI si è "fermata" (letteralmente) al 6%.

 

Da ciò la tentazione di ri-definire questo bacino elettorale, particolarmente ampio nel Lombardo-Veneto. "Padano" e, al tempo stesso, anticentralista. Meglio: antistatalista. In coabitazione e transizione continua fra Lega e Forza Italia. Edmondo Berselli l'aveva denominato, con il suo linguaggio suggestivo, "forza-leghismo". Ma oggi, visti i diversi rapporti di forza tra i due elementi semantici e politici, è, forse, più utile rovesciare il binomio. Meglio chiamarlo, cioè, "Lega-forzismo". Matteo Salvini, non per caso, ha chiarito subito che si candida come "alternativa di governo". Come dimostra questo voto, è lui "il leader del Centrodestra". Un messaggio rivolto, anzitutto, a Berlusconi, che "sa leggere i numeri". Da ciò la sfida finale a Berlusconi e a Renzi. Perché Salvini si considera "oltre" Berlusconi. L'unico, vero avversario, l'unica vera alternativa a Renzi. E se si guardano i risultati delle elezioni di domenica, si tratta di una sfida fondata. Perché il bacino elettorale dei diversi candidati di Centro-destra supera il 40% dei voti validi. E risulterebbe, dunque, competitivo. Anche in ambito nazionale. Per questa ragione, d'altronde, Salvini ha innovato profondamente l'identità e l'offerta del suo partito. Ha spostato, apertamente e decisamente, il partito oltre la Padania. Ha, cioè, messo fra parentesi il linguaggio autonomista e, tanto più, secessionista. Per contro, ha accentuato i messaggi e le rivendicazioni (non solo verbali) contro la "minaccia" globale. Contro gli stranieri, che sbarcano sulle nostre coste. Contro l'Unione e la moneta europea.

 

Salvini, come si è già detto in altre, precedenti occasioni, ha "lepenizzato" la Lega. L'ha spinta sulla via della Destra (anti) europea. E lo ha ribadito, attraverso l'alleanza (esclusiva) con i Fratelli d'Italia. In Toscana e nelle Marche. Questo percorso ha pagato, fino ad oggi. Ma lascia aperte alcune incognite. Alcuni problemi. Il primo riguarda la capacità effettiva di conquistare anche il Sud. Comunque, di radicarsi oltre la Padania  -  e le regioni rosse. Dove è penetrata da tempo. D'altronde, la Lega ha una parentela stretta con i partiti della Sinistra storica. Per modello organizzativo, radicamento locale, nelle classi popolari e nei ceti medi autonomi. Tuttavia, la "marcia nel Sud" sembra ancora difficile e lunga. Oltre che in Campania, dove ha rinunciato a presentarsi, la Lega ha ottenuto consensi limitati anche in Puglia (poco più del 2%). E nei comuni dove si è votato domenica (in attesa di conoscere i risultati del voto in Sicilia) è andato anche peggio. Per esempio, ad Andria: 2,6%, a Chieti: 2%. A Matera: 0,6%. Peraltro, il Centrodestra, come hanno sottolineato alcuni leader, diventa competitivo quando è "unito". Ma la proposta politica, insieme al linguaggio e allo stile comunicativo di Salvini, appare molto "esclusiva". E, dunque, difficilmente in grado di raccogliere e coalizzare soggetti ed elettori diversi. E moderati. Così il vento del Lega-forzismo soffia forte, verso destra. Ma non è detto che, così, possa raggiungere  -  e conquistare  -  Roma. LR 2

 

 

 

 

 

Una sconfitta…senza vincitori!

 

Un risultato evidente: non ha votato la metà degli Italiani, non per recarsi al mare o per pigrizia … sono delusi, amareggiati, scontenti,… in difficoltà!

Hanno dimenticato che votare è un dovere! Alcuni hanno dimostrato il dissenso votando per protesta, altri contro il partito che ha governato! Molti hanno votato una scheda nulla!

Una grande sconfitta per la democrazia! Una pesante sconfitta per i Partiti! Vincitori? nessuno! Un risultato che deve fare pensare, riflettere per correre ai ripari.

Come invogliare a votare? I partiti devono ritornare a fare politica!

Bisogna coinvolgere i Cittadini alle scelte per farli partecipare!

Farli sentire che contano, veramente! Non basta convocare un’assemblea pochi giorni prima del voto … è necessario che siano informati, sempre e non solo!

Prima i Cittadini venivano consultati periodicamente oggi solo di rado.

Bisogna tornare all’agorà! L’innovazione ci aiuta, le nuove tecnologie consentono di informare i Cittadini che stando a casa seguono e possono dare delle risposte ed inoltrare proposte.

Riprendere il dialogo ed il confronto, riscoprire il piacere di fare politica, di tornare tra la gente, discutere con i lavoratori, impegnarsi quotidianamente, conoscere i problemi e trovare le soluzioni.

Emarginare chi fa politica per difendere solo i propri interessi ed invogliare i giovani ad entrare nei Partiti!

Con l’innovazione introdurre il voto elettronico! Potranno votare,così, tutti anche quelli che sono all’estero e potranno essere consultati sui più importanti temi!

La riforma delle Istituzione è la grande occasione per affrontare queste questioni e coinvolgere i Cittadini alle scelte. E’ importante farle presto e bene!

Un dato: non riescono le attuali aggregazioni, personali o di gruppi di potere a convincere gli elettori!

I partiti, quindi, devono riprendere il ruolo assegnato dalla Costituzione!

Un grande compito, quindi, può assolverlo l’Aiccre che lavora per una nuova Europa più politica più federale e per dare vita quanto prima “Gli Stati uniti d’Europa”, un tema di grande rilevanza politica che va perseguito con il coinvolgimento dei giovani, Cittadini, Istituzioni ed i Partiti

Per uscire dalla crisi l’AICCRE deve mobilitare i Soci a chiedere la nascita delle macroregioni del Mediterraneo, indurli a costituire i Gect, ad impiegare i finanziamenti diretti della Commissione UE, strumenti indispensabili, finora, utilizzati in parte, per uscire dalla crisi e per rispondere ai bisogni della Comunità!

Grandi progetti che I Cittadini vogliono conoscere e vedere concretizzati non credono più alle parole ed alle promesse! Grandi progetti e innovazione per dare un futuro ai giovani!  Giuseppe Abbati

 

 

 

 

 

Evoluzione?

 

In modo del tutto differente, continuano le manovre politiche per tentare di garantire una certa governabilità nel Bel Paese. Berlusconi è tornato, a modo suo, in campo; anche se, ufficiosamente, non n’era mai uscito. Non con messaggi improvvisati ma, certamente, con l’impressione di voler dialogare.

 Allo stato attuale, non è facile individuare chi potrebbe governare e chi, invece, avrebbe un ruolo d’opposizione. Sono punti “asettici” che non ci convincono. Chi è “contro” Renzi esca allo scoperto; anche per evitare che altri lo anticipino nei tempi. Insomma, il Presidente del Consiglio non sembra cercare nuovi alleati. Cerca di non perdere gli attuali.

 Forse, intende rifondare un Partito proteso al futuro, ma senza rinunciare a certe aperture col passato. Non ci sono più i presupposti di “scavalcamento” che preoccupavano il centro/sinistra alla fine degli anni’ 90. Oggi, su una realtà possiamo contare ed è quella di un centro allargato. Vale a dire non proprio diviso “diviso” tra destra e sinistra.

 Questo nell’immediato fronte politico. Differente è il nostro sentore se si ragiona a medio termine. Scontato che la prossima Legislatura è ancora tutta da focalizzare, riteniamo che non ci sarà più un “braccio di forza” tra chi intende governare il Paese e chi l’ha governato. Nomi nuovi non ce ne sono ed i vecchi non godono più della fiducia dell’elettorato. Non solo per la rovinosa caduta economica della Repubblica, ma anche per i chiari segnali d’opportunismo che tutti i partiti non riescono più a nascondere.

 Anche Berlusconi si è reso conto che i tempi sono cambiati; anche per lui. Gli uomini del Partito Democratico (PD) si trovano, ora, in condizioni più favorevoli, ci sono alleanze con partiti che, per la loro natura, non avrebbero avuto la possibilità d’entrare nella stanza dei bottoni. Tra i meno compromessi, ci potrebbero essere gli uomini “nuovi” spasmodicamente ricercati a destra e a sinistra.

 Il centro, per ora, rimane in una posizione di parziale sudditanza. Tutto dipenderà dalla reazione di Renzi e dal PD. A nostro avviso, l’importante è che l’Italia sia messa nelle condizioni di riprendersi senza altri traumi. Anche perché, ma non è la prima volta che lo scriviamo, siamo stanchi di promesse disattese, di programmi non rispettati, della mancanza di possibili alleanze nel nome della stabilità. Ma, soprattutto, siamo amareggiati per la scarsa considerazione politica per i nostri Connazionali oltre confine. Quasi che i milioni d’italiani nel mondo non costituiscano parte integrale dell’organizzazione sociale nazionale. Vivere altrove non è una colpa e se le radici italiane ci sono non possono essere minimizzate.

 Le responsabilità politiche non pagano se non al momento del voto. Su quest’assioma non ci sono dubbi, né alternative. Dato che dal 2007 non si è riusciti a conservare ciò che necessitava, saranno in grado di farlo altri contendenti? Un interrogativo che ci siamo posti e che poniamo a chi ci segue. La Penisola non ha bisogno di nuovi espedienti, né di programmi impercorribili.

 Tornare alla fiducia resta un’impresa che, purtroppo, non troverà preparato il Parlamento, né il suo Esecutivo. Anche perché, con la nuova legge elettorale, il “gioco” delle parti resta ancora improponibile. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

E con l’Italicum oggi sarebbe una sfida politica-antipolitica

 

E se si fosse votato per le politiche? Primo partito Pd, secondo Cinque stelle. Nessuno dei due oltre il 40 per cento. Dunque, come previsto dall’Italicum, ballottaggio. Renzi contro Grillo; o meglio Renzi contro il candidato premier dei grillini che in questo momento sarebbe stato con ogni probabilità Luigi De Maio. Politica contro anti-politica? Partito classico contro partito liquido-partecipativo-digitale-virtuale? Diciamo politica tradizionale contro politica «nuova», sistema contro anti-sistema. Ma anche rottamatore contro rottamatori: il primo – Renzi – della vecchia gerarchia.  

 

Il secondo – i grillini – dell’intero sistema politico, nelle sue forme e nei suoi uomini.  

Fantapolitica? Sì. È sempre giusto premettere che un voto locale così parziale non si può proiettare banalmente sul nazionale, che solo dodici mesi fa le europee raccontavano tutta un’altra storia col Pd oltre il 40 e i Cinque Stelle dispersi. Però non si può fare a meno di cogliere dentro questo voto ligure da laboratorio politico una singolare rappresentazione di tutte le questioni del momento. Pd: la spinta propulsiva di Renzi rallenta e perde a sinistra. Berlusconi: apparente vittoria per l’affermazione di Toti, in realtà partito ai minimi che si salva solo grazie alla Lega. Salvini: è il vero vincitore (addirittura trionfatore in Veneto) ovunque, ma non in grado di contendere la premiership se non si impossessa di tutto il centrodestra. Cinque Stelle: ovunque secondo partito, come nel 2013, segno di un radicamento che si sta consolidando e di una politica riconosciuta. Altri, a cominciare da Alfano: non pervenuti. 

 

L’Italicum, cioé il sistema elettorale con cui voteremo alle prossime politiche, è stato immaginato e costruito per recepire e consolidare un sistema tendenzialmente bipolare, dove fossero cioè due partiti a sfidarsi. Destra contro sinistra, nello schema classico. Berlusconi contro Renzi, nel sistema calato dentro la dimensione italiana che ha preso la forma (conservata fino all’elezione di Mattarella al Quirinale) del patto del Nazareno. Renzi immaginava cioè che l’avversario sarebbe stato ancora Berlusconi e quest’ultimo ha pensato di mimare la sfida, accreditandosi così come garante del sistema mettendo davanti all’interesse politico del centrodestra quello del suo potere privato (si chiama conflitto di interesse anche quando si è all’opposizione). Lo schema è ora saltato e il gioco politico da tripolare che era diventato nel 2013 con l’exploit grillino, viste le divisioni del centro destra, sta diventando tendenzialmente bipolare: Pd-Cinque stelle.  

 

Proseguendo nel nostro percorso di fantapolitica arriviamo così al possibile ballottaggio per la sfida del governo, un inedito in Italia che però fa assomigliare tanto il sistema a quello francese, il più emblematico dei modelli a doppio turno. Là ci si sta preparando alle presidenziali 2017 dove si dà per scontato che Marine Le Pen sarà al ballottaggio e si scommette se a sfidarla sarà un Hollande redivivo o un Sarkozy rabbioso revanscista. Finora il riflesso repubblicano anti-Le Pen ha sempre funzionato portando elettori di sinistra a votare per la destra nel secondo turno e viceversa. Ma qui – pur considerando che tra Le Pen e i Cinque stelle non c’è parentela – per chi voterebbero i moderati delusi del primo turno? E il 50 per cento ormai cronico di astenuti, molti dei quali non vanno a votare in odio alla «politica», di fronte alla possibilità di ghigliottinare la politica tradizionale come si comporterebbero? Se la locomotiva Renzi perde velocità si aprono scenari imprevedibili. È già accaduto a Parma con l’elezione del sindaco grillino Pizzarotti; può succedere a Roma con l’elezione del «sindaco d’Italia».  CESARE MARTINETTI  LS 2

 

 

 

 

 

Marco Fedi (Pd): 2 Giugno, una festa di rinascita, di libertà e di pace

 

Pace, lavoro, democrazia. Non sono parole rituali o slogan abusati, ma la sostanza ideale e politica di questa festa della Repubblica. 

I primi sintomi di ripresa dell’Italia, dopo anni di crisi durissima, incominciano a manifestarsi.

Il Governo Renzi cerca di consolidarli con alcune riforme mirate e con il sostegno all’internazionalizzazione del Paese, che è stato il vero traino di questi anni difficili, grazie alla forza del made in Italy e all’apporto delle comunità italiane nel mondo. Si sta cercando, inoltre, di superare il sistema del bicameralismo perfetto per rendere l’Italia più veloce, più concorrenziale, più adeguata ai tempi.

L’impegno è che i “nuovi migranti” italiani, che si rivolgono anche verso l’Australia, partano sempre meno per necessità e sempre più per scelta, per cogliere le opportunità di conoscenza e di vita che la globalizzazione consente.

La Repubblica è nelle sue radici più profonde lavoro e sviluppo, ma anche pace, sicurezza, libertà. Quella libertà che è rinata dalle macerie e dai lutti di una guerra, dal sacrificio dei soldati che hanno dato la loro vita per sconfiggere il fascismo e il nazismo, dalla lotta di liberazione e dalla Resistenza. Il centenario della prima guerra mondiale, che si sta celebrando, ci aiuta a capire quanto essenziale sia il valore della pace per la vita dei popoli e delle persone e quanto necessaria sia la cooperazione internazionale per poterlo inverare e salvaguardare.

L’equilibrio internazionale, oggi, è minacciato soprattutto dalle distanze delle condizioni di vita tra i popoli e dal terrorismo. L’Italia è allo stesso tempo testimone e approdo della disperata fuga di milioni di persone dalla fame e dalla guerra. Sta facendo grandi sforzi di solidarietà umana e di responsabilità, ma è troppo sola di fronte ad un compito immane. La miope Europa, ma anche le altre maggiori potenze mondiali devono comprendere che sull’aridità e sul cinismo non nasce il futuro e, soprattutto, che sono in gioco le sorti geopolitiche di intere aree del pianeta. C’è, tuttavia, un obiettivo che viene prima di tutti gli altri: la sicurezza contro il terrorismo internazionale. Sono minacciati la vita delle persone, la libertà, un modello di democrazia fatto di rispetto interculturale e interreligioso. Cooperare per resistere a queste forze violente e distruttrici significa salvaguardare la vita di quelli che verranno dopo di noi e le condizioni di civiltà nelle quali le comunità dovranno realizzare il loro sviluppo. Significa rispondere al messaggio profondo della nostra Repubblica democratica, fondata sulla pace, sulla libertà e sul lavoro.

Marco Fedi, Deputato eletto all’estero per il Pd

 

 

 

 

 

Il Pd è un ring. De Luca querela Bindi, Burlando contro Cofferati

 

IL Pd è un ring. All'indomani dei risultati delle amministrative, gli scambi d'accuse e le polemiche si sono trasformate in un atto concreto: Vincenzo De Luca, il neo presidente della Regione Campania, candidato dem, è andato in Questura a denunciare Rosy Bindi per diffamazione, attentato ai diritti politici e abuso d'ufficio. L'aveva detto e l'ha fatto. Bindi, presidente della commissione Antimafia, leader della sinistra dem, aveva inserito De Luca nella lista degli "impresentabili". Lei pensava non ci sarebbero state denunce e contrattacca: "Pretendo che il Pd mi faccia le scuse per il linciaggio a cui sono stata sottoposta. Un risarcimento che chiederò in sede istituzionale e di partito". Era stata accusata da Renzi di avere usato la commissione per una resa dei conti interna al Pd. La questione dei rapporti nel partito tiene banco. Lunedì prossimo una direzione al Nazareno sarà l'ennesima resa dei conti, ma affronterà anche l'analisi di un voto per 7 Regioni e centinaia di Comuni che ha visto la vittoria dell'astensionismo e del populismo leghista.

 E a gettare altra benzina sul fuoco è Claudio Burlando, l'ex "governatore" della Liguria e grande sponsor della sconfitta candidata del centrosinistra Raffaella Paita: "La chiave della sconfitta ligure sta nell'ambizione di Cofferati - accusa - Quando ha perso le primarie non ha accettato il risultato dicendo cose tremende dei garanti. Se ne è andato e ha candidato Pastorino. Abbiamo regalato una regione per una ambizione, costruire un'alternativa a Renzi". Comunque, dal Nazareno ribadiscono la soddisfazione per il risultato del 5 a 2 Regioni per il centrosinistra. La ministra Maria Elena Boschi parla di "una conferma dal voto che la nostra guida è più salda". Replica il capogruppo forzista Renato Brunetta: "Renzi, game over! Questa tornata elettorale segna la fine irreversibile del renzismo come corsa irresistibile a prendersi tutto". Nella giornata del 2 giugno, festa della Repubblica, il capo dello Stato Sergio Mattarella invita alla coesione e alla solidarietà sociale. La presidente della Camera, Laura Boldrini indica il grande rischio dell'astensionismo: "È la cosa più terribile".  GIOVANNA CASADIO   LR 2

 

 

 

 

Mafia capitale, 44 nuovi arresti

 

Nuovo blitz dei carabinieri contro mafia capitale /Video 1-2- 3 - 4: dalle prime ore di questa mattina i carabinieri hanno eseguito, nelle province di Roma, Rieti, Frosinone, L’Aquila, Catania ed Enna, un’ordinanza di custodia cautelare, emessa su richiesta della procura distrettuale antimafia di Roma, nei confronti di 44 indagati a vario titolo, per associazione di tipo mafioso, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori e altri reati. Sono in corso perquisizioni a carico di altre 21 persone indagate per gli stessi reati.

OPERAZIONE 'MONDO DI MEZZO 2' - I provvedimenti, che riguardano gli sviluppi delle indagini condotte dal Ros nei confronti del sodalizio mafioso che faceva capo a Massimo Carminati, "hanno confermato l’esistenza - spiegano gli investigatori - di una struttura mafiosa operante nella capitale, cerniera tra ambiti criminali ed esponenti degli ambienti politici, amministrativi ed imprenditoriali locali".

Le indagini condotte nell'ambito dell'operazione 'Mondo di mezzo 2' hanno documentato, tra l’altro, "il ramificato sistema corruttivo finalizzato a favorire un cartello d’imprese, non solo riconducibili al sodalizio, interessato alla gestione dei centri di accoglienza e ai consistenti finanziamenti pubblici connessi ai flussi migratori".

GLI ARRESTATI - C'è anche Luca Gramazio tra le 44 persone arrestate dai carabinieri. Le indagini, coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia della capitale, hanno, tra l'altro, consentito di documentare la partecipazione Gramazio "all'associazione mafiosa, in qualità di esponente della parte politica che interagiva, secondo uno schema tripartito, con la componente imprenditoriale e quella propriamente criminale", spiegano gli investigatori.

Dapprima "nella carica di capogruppo Pdl al Consiglio di Roma Capitale ed in seguito quale capogruppo Pdl (poi Fi) presso il Consiglio Regionale del Lazio, sfruttando la propria appartenenza ai suddetti organi amministrativi e la conseguente capacità di influenza nell'ambiente istituzionale, poneva in essere -viene rilevato- condotte strumentali al conseguimento degli scopi del sodalizio".

Tra i 44 destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare figurano i nomi di Mirko Coratti, ex presidente dell'Assemblea capitolina e quello di Daniele Ozzimo, ex assessore alla Casa del Campidoglio. Ai domiciliari invece sono finiti tra gli altri il consigliere comunale Giordano Tredicine e l'ex presidente del X municipio Andrea Tassone.

Ci sono poi Angelo Scozzafava, ex direttore del quinto dipartimento Promozione dei Servizi Sociali e della salute del Comune di Roma, e Franco Figurelli, della segreteria di Mirko Coratti.

Questo l'elenco completo dei destinatari della custodia cautelare in carcere: Massimo Carminati, Salvatore Buzzi, Carlo Maria Guarany, Claudio Caldarelli, Nadia Cerrito, Paolo Di Ninno, già detenuti; Claudio Bolla; Massimo Caprari; Mirko Coratti; Antonio Esposito; Francesco Ferrara; Emilio Gammuto; Luca Gramazio; Michele Nacamulli; Daniele Ozzimo; Angelo Scozzafava; Franco Figurelli; Pierpaolo Pedetti; Fabrizio Franco Testa. Sono 25 le persone finite ai domiciliari. Tra loro anche Daniele Pulcini.

LE INDAGINI - Gli approfondimenti nei confronti di Luca Odevaine, "i cui contatti con Buzzi erano emersi in relazione al coinvolgimento delle relative imprese nella gestione dell'emergenza immigrati, hanno confermato l'articolato meccanismo corruttivo facente capo allo stesso Odevaine che, in qualità di appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull'accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, è risultato in grado di ritagliarsi aree di influenza crescenti nello specifico settore".

Le indagini dei carabinieri hanno permesso di "documentare come Luca Odevaine fosse in grado di garantire consistenti benefici economici ad un 'cartello d'imprese' interessate alla gestione dei centri di accoglienza, determinando l'esclusione di imprese concorrenti dall'aggiudicazione dei relativi appalti".

I provvedimenti scaturiscono dalla prosecuzione delle indagini avviate nel 2012 dal Ros, sotto la direzione della Procura della Repubblica di Roma, che il 2 dicembre scorso "avevano consentito un primo intervento nei confronti dell'organizzazione mafiosa facente capo a Massimo Carminati, con l'esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare a carico di 37 indagati per associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, corruzione, turbativa d'asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio ed altri reati, con l'aggravante delle modalità mafiose e per essere l'associazione armata".

In questa nuova fase sono stati quindi acquisiti "ulteriori elementi in ordine all'esercizio del metodo mafioso da parte del sodalizio, confermato anche dalle testimonianze rese da diversi imprenditori vittime". È stata "acclarata, inoltre, la centralità, nelle complessive dinamiche dell'organizzazione mafiosa diretta da Carminati, di Salvatore Buzzi, riferimento di una rete di cooperative sociali che si sono assicurate, nel tempo, mediante pratiche corruttive e rapporti collusivi, numerosi appalti e finanziamenti della Regione Lazio, del Comune di Roma e delle aziende municipalizzate".

"GRAMAZIO COLLEGAMENTO TRA ORGANIZZAZIONE E ISTITUZIONI"- "Luca Gramazio, prima consigliere comunale al Comune di Roma poi Consigliere Regionale alla Regione Lazio - si legge nell'ordinanza sulla fase due di Mafia Capitale firmata dal gip di Roma Flavia Costantini - pone al servizio dell'organizzazione le sue qualità istituzionali, svolge una funzione di collegamento tra l'organizzazione la politica e le istituzioni, elabora, insieme a Testa, Buzzi e Carminati, le strategie di penetrazione della Pubblica Amministrazione, interviene, direttamente e indirettamente nei diversi settori della Pubblica Amministrazione di interesse dell'associazione".

"A TASSONE 30MILA EURO" - Dall'ordinanza emerge poi che Mafia capitale avrebbe versato, attraverso un intermediario, "somme di denaro non inferiori a 30.000 euro" all'ex presidente del Municipio X Andrea Tassone. Secondo il gip, "in concorso tra loro, Carminati, Testa e Buzzi, previo concerto, erogavano a Tassone, Presidente del X municipio, attraverso un suo intermediario" per "la sua funzione e perché costui ponesse in essere atti contrari ai doveri del suo ufficio, in violazione dei doveri d'imparzialità della pubblica amministrazione".

"A ODEVAINE 20MILA EURO AL MESE PER FAVORIRE LA CASCINA" - Luca Odevaine "riceveva da Cammisa, Ferrara, Menolascina e Parabita la promessa di una retribuzione di 10.000 euro mensili, aumentata a euro 20.000 mensili dopo l'aggiudicazione del bando di gara del 7 aprile 2014", per favorire il gruppo La Cascina nella gestione dell'emergenza profughi, si legge nell'ordinanza, che ha però rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti di Odevaine, indagato nell'ambito della fase due dell'inchiesta Mafia capitale.

"OZZIMO 'AL SERVIZIO' DI BUZZI" - L'ex assessore delle giunta Marino Ozzimo, che si era dimesso proprio in seguito alla prima fase dell'inchiesta mondo di mezzo, avrebbe ricevuto dal sistema mafia capitale "una costante erogazione di utilità a contenuto patrimoniale", comprendente un'assunzione e, "nel maggio 2013, l'erogazione di 20.000 euro, formalmente qualificati come contributo elettorale- da parte di Buzzi che agiva in accordo con Carminati", si legge nell'ordinanza firmata dal gip di Roma, secondo cui "Ozzimo nella sua qualità prima di consigliere capitolino e vicepresidente della Commissione Politiche Sociali e membro della Commissione Lavori Pubblici, Scuola e Sanità, poi, dal 2013, anche nella sua qualità di assessore al comune di Roma, poneva a servizio di Buzzi la sua funzione".

PERQUISIZIONI IN UFFICI DI CATANIA E AL CARA DI MINEO - La Procura di Catania rende noto come "molteplici perquisizioni" sono in corso in alcuni uffici della provincia di Catania, tra cui quelli del Consorzio 'Sol Calatino - Società Cooperativa Sociale', inserito nell'Ati che si occupa delle gestione dei servizi all'interno del Cara di Mineo, e della Provincia Regionale di Catania. Attività condotte nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti per l'affidamento dei servizi al Cara di Mineo.

"L'attività di indagine - si legge nella nota della Procura etnea - è finalizzata a verificare se gli appalti per la gestione del Cara siano stati strutturati dal soggetto attuatore al fine di favorire l'Ati condotta dalla cooperativa catanese Sisifo, così come emerso anche nelle indagini della Procura di Roma, con la quale è costante il coordinamento delle indagini".

IL COMMENTO DI ZINGARETTI - In una nota il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti dichiara: ''Dalla Procura un lavoro importante e utile per fare chiarezza e rafforzare la legalità nella Pubblica Amministrazione. Da parte nostra, in Regione, in questi due anni, abbiamo fatto di tutto per governare bene, rafforzando la legalità e la trasparenza. Andremo avanti così, sempre più determinati''. Adnkronos 4

 

 

 

 

 

Semantica storica: feria e festa

 

A volte ci si chiede come succeda che parole che significano una certa cosa, alla distanza poi vadano a significare una cosa diversa, contraria e, addirittura, opposta. Dipende forse dalle parole? Certamente, no! Dipende dal comportamento dei parlanti, e, se vogliamo, dalle modalità con cui si formano nella nostra testa i significati delle parole che usiamo, e da come essi si modificano a mano a mano che noi parlanti le usiamo.

Se per la prima parte della risposta entra in gioco la psicologia, cioè il funzionamento della nostra mente nella dinamica dell’apprendimento della lingua, per la seconda parte invece ci soccorre la semantica storica (o diacronica come si preferisce dire oggi), una scienza squisitamente linguistica, che studia cioè i meccanismi di formazione e di trasformazione del significato, quali ne siano le cause.

Oggi nella lingua italiana abbiamo due parole: feria e festa, le quali, data la loro origine latina, se non sono proprio sinonimi almeno sono molto vicine per significato. Nel nostro conversare quotidiano la feria – o meglio le ferie – sono le giornate di vacanza dal lavoro; mentre le feste sono giornate particolari, di celebrazione o di commemorazione, legate generalmente a ricorrenze o religiose o patriottiche; comunque per chi lavora sono ugualmente giorni di vacanza dal lavoro. Fin qui, considerata la loro origine (che cercheremo di vedere meglio nel dettaglio, seppure nei limiti modesti delle finalità divulgative che ci siamo assegnate), non dovremmo avere difficoltà a riconoscerle come sinonimi.

Ma allora perché gli aggettivi da esse derivati sono di segno opposto? Visto che i giorni feriali sono giornate lavorative e i giorni festivi sono giornate di riposo (detti anche non-lavorativi).

Anche la debole opposizione che esiste oggi tra feria e festa che le vorrebbe specializzate, una per il versante civile e l’altra per quello religioso, non regge, se solo andiamo leggermente all’indietro nel processo logico-semantico che ne giustifica l’uso moderno. Infatti, se il ferragosto è la banalizzazione del nome di un’antica festività romana (Feriae Augustae) vediamo bene come con la parola feriae si indicava proprio una festività popolare di origine religiosa. Inoltre non dobbiamo dimenticare che l’uso di feria si è diffuso in ambiente cristiano per indicare il nome dei giorni della settimana, da feria prima (domenica) a feria sexta (venerdì), non potendosi accettare di nominare i giorni con riferimento agli dei pagani.

Secondo questo uso feria significava proprio festa (religiosa). E solo col trascorrere del tempo, opponendosi il termine feria all’altro con cui veniva chiamata la domenica (dies festa; e successivamente dies dominica), le due parole andarono a significare proprio quello che diciamo oggi con le parole: feriale e festivo. Intendendo con feriale “giornata normale”, e con festiva “giornata particolare”.

Concludo, ora come promesso, con un breve accenno alle radici latine delle due parole. Il Benveniste (Vedi: Emile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee – Ed. italiana: Torino 1976) le fa risalire all’antica parola latina fas (= è lecito) da cui derivano i primi composti fastus (=giorno fausto: in cui si può rendere giustizia) e festus (=giorno festivo, gioioso). E anche nefastus (=interdetto dalla religione) e infestus (=ostile).

A fas si oppone ne-fas (= non lecito). Entrambe si ricollegherebbero al verbo for, faris; fatus sum; fari (= dire). Tutte queste parole appartengono alla sfera lessicale (l’insieme delle parole) del diritto divino . Della stessa famiglia fa parte fanum (= tempio): ricostruito da fas+nom, da cui verrebbe fes-na e fesiae che dà feriae (=feste). Luigi Casale, dip

 

 

 

 

 

Il miraggio

 

Lungi dalle nostre intenzioni innescare moti polemici sulla crisi occupazionale italiana, qualche considerazione, in merito, ci sentiamo in diritto, e dovere, di poterla formulare. Tenuto conto che il numero, e le percentuali, dei licenziati, disoccupati e affini, non è in calo. Fanno fede le percentuali. La media, ufficializzata è del 13%. Come a scrivere, per chiarezza, che 13 famiglie su 100 non ha più un reddito accertabile e vive come può; cioè alla giornata.

 Se si escludono i minori alla ricerca di una prima occupazione, dietro la mancanza di lavoro ci sono cittadini, elettori, che potrebbero fondare il Partito dei Disoccupati d’Italia. La nostra, per chiarezza, non vuole essere una provocazione. Ma una semplice, quanto onesta, riflessione. Disperati, e senza prospettive per il futuro, la politica potrebbe essere una strada da battere, dati i numeri, con un probabile riscontro positivo. Tant’è che le stesse Forze Sociali si sono rese conto del reale scollamento tra mondo del lavoro e partiti. Non importa se di Maggioranza o d’Opposizione. Il Governo, con molta facciata, si esprime con formule che irritano chi gli ex lavoratori che dovrebbe, in qualche modo, tutelare.

 Anche tra gli Onorevoli, pur dello stesso partito, le tensioni, ora, si sono fatte palpabili e riteniamo che, col 2016, il “bubbone” andrà a scoppiare con effetti imprevedibili a fronte di un’economia in agonia apparentemente irreversibile. Tutti vorrebbero “cambiare”. Il difficile è stabilire il “come” ed il “quando”. Renzi non arretra, l’Opposizione incalza ed anche nella Maggioranza si rilevano segni di cedimento strutturale. Il Parlamento è attivo; ma non nel modo come lo intendiamo noi. Le critiche costano poco; soprattutto quando non sono suffragate da risultati coerenti alla bisogna.

 Insistere con un progetto di Centro/Sinistra, quando frange del Centro/Destra si sono fatte propositive, non ci sembra la strategia migliore per evitare una caduta di “tono” sui fatti di casa nostra. Se, per assurdo, le varie anime di chi anela a un’occupazione si fondessero all’unisono, col varo di un nuovo Movimento d’Opinione. Le previsioni sarebbero lampanti. Il partito dei Disoccupati d’Italia sarebbe tra quelli in posizione ottimale.

 Per ora, è solo fantapolitica; ma sino a quando? Sopravvivere è una necessità. Anche se il consumismo nazionale è precipitato ai minimi termini. La deflazione, se mancano i liquidi, aiuta poco e non tutti. Non basta vendere di più ed a prezzo più basso per garantire una più omogenea distribuzione del necessario. C’è, infatti, chi comprerà di più con la stessa somma e chi continuerà a privarsi di tutto per mancanza di moneta. La situazione nazionale è questa. Non ci devono trarre in inganno le “ostentazioni” che, purtroppo, ancora ci sono.

 Gli ultimi fuochi si stanno spegnendo e il nostro Primo Ministro l’ha ben capito. Solo col 2017, a detta di chi ritiene di “sapere, ” il Prodotto Interno Lordo (PIL) dovrebbe tornare in area positiva (max. +1,5%). Anche se fosse, è meglio non rallegrarci perché la “mini” ripresa si andrà a sviluppare a macchia di leopardo. Il detto “chi tutto e chi niente” ci accompagnerà ancora anche dopo Renzi.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La politica in vendita e gli anticorpi necessari

 

C’erano amministratori che cercavano «il guadagno» dal loro asservimento e funzionari disposti a vendere i loro servizi alla cricca criminale in cambio di soldi o dell’assunzione di un parente stretto: in tempi di crisi anche un posto di lavoro può essere usato come prezzo pagato dal malaffare - di Giovanni Bianconi

 

La prima trama del «Mondo di mezzo» raccontava di un gruppo di persone, qualificato come «associazione mafiosa», che utilizzava la corruzione come strumento di pressione e di conquista del tessuto amministrativo di Roma; ipotesi confermata dalla Corte di cassazione, per la quale è già stato fissato un processo che comincerà all’inizio di novembre. Ora si apre un nuovo capitolo, che racconta un altro pezzo dell’imbroglio pianificato a tavolino: il sistema corruttivo è risultato talmente diffuso ed esteso, autoalimentato e condizionante, da diventare esso stesso una sottospecie di mafia. Dal punto di vista culturale e della mentalità che contiene in sé, prima ancora che sul piano penale. Per via dei comportamenti che impone, e del metodo anche intimidatorio — in forme dirette o indirette — sul quale si fonda.

Nelle nuove carte scoperte dalla Procura di Roma c’è un esempio di «fecondazione in vitro di una corruzione da asservimento» (così la definiscono i pubblici ministeri) svelata dalle parole di un consigliere comunale della maggioranza che sembra quasi offrirsi a Salvatore Buzzi come amministratore in vendita. Dopo aver discusso di ciò che bisognava fare, il «re delle cooperative» lo rassicura: «Poi ti ricambio, non ti preoccupare… siamo riconoscenti ». E l’amministratore locale aderisce volentieri, dando per scontato che così vadano le cose: «Sì, lo so… come vi rapportate di solito coi consiglieri… C’è il guadagno, no? La percentuale». Un sistema già rodato, insomma, al quale ci si adegua con la prospettiva di guadagnare qualcosa mettendosi a disposizione per favorire accordi e spartizioni che poco o nulla hanno a che fare con il buongoverno di una città.

Poi c’è l’aspetto legato a metodi di convincimento più tradizionali ma sempre efficaci, come quello narrato in una conversazione con Massimo Carminati in cui Buzzi parla di un funzionario che notoriamente «piglia i soldi», quindi «andiamocelo a comprà». E Carminati spiega che per rimuovere possibili ostacoli frapposti da qualche impiegato non ci sono che due strade: «O si caccia o si compra… se si compra è meglio».

Infine ecco l’intercettazione dove si fa valere il passato e il presente di personaggi che — secondo l’impostazione dell’accusa — costituiva il «capitale criminale» dell’organizzazione infiltratasi in ogni ganglio dell’amministrazione. «I consiglieri comunali devono stare ai nostri ordini» perché io «te pago», afferma Buzzi. Con un’aggiunta significativa: «E se non rispetti gli accordi, tu lo sai chi sono io? Lo sai da dove vengo?». A quel punto Carminati evoca il dovere del «rispetto», e il suo socio vanta la «grandissima credibilità» conquistata sul campo con simili sistemi.

Così è stata comprata e inquinata la politica nella capitale d’Italia, cancellando ogni distinzione tra destra, centro e sinistra. Anche attraverso veri e propri ricatti come quelli confessati da un altro indagato: «Ho dovuto fare una trattativa un po’ sgradevole con questi qua…».

Si tratta di intercettazioni, certo, e come tali sono state trattate dagli inquirenti secondo le regole del garantismo: le semplici parole registrate dalle microspie non bastarono, sei mesi fa, ad arrestare persone che all’epoca furono solo inquisite; oggi sono finite in carcere, o ai domiciliari, sulla base dei riscontri cercati e trovati dagli investigatori del Ros: dal denaro effettivamente versato (quando i crediti non sono stati onorati in contanti, come qualcuno degli indagati ha preteso e ottenuto) alle assunzioni di parenti e altre persone appositamente segnalate; in tempi di crisi anche un posto di lavoro può trasformarsi nel prezzo della corruzione. Tuttavia anche in questo caso vale la regola del buon senso, e al di là delle necessarie verifiche per dare consistenza alle frasi intercettate, è difficile immaginare che dei soci in affari millantino situazioni inesistenti quando discutono tra loro di lavoro; indipendentemente dal fatto che siano complici nella commissione di eventuali reati.

Per questo, prima delle prevedibili strumentalizzazioni e di tornare a polemizzare se si tratta di vera mafia oppure no, se le accuse resteranno quelle già confermate dalla Cassazione o saranno derubricate, sarebbe utile che la politica — romana e non solo — ne prendesse atto una volta per tutte. E trovasse soluzioni adeguate. Senza rifugiarsi — come fa di solito — dietro i necessari accertamenti giudiziari, aspettare la celebrazione dei vari gradi di giudizio o le conclusioni del prefetto sull’esistenza o meno delle condizioni formali per lo scioglimento di un consiglio comunale. Il marcio emerso finora è sufficiente a destare il giusto allarme e a prendere le contromisure necessarie. Nella speranza che per una volta si dimostrino efficaci. CdS 5

 

 

 

 

 

 

Riunita l’assemblea generale dell’Efasce, Ente friulano per l’assistenza sociale e culturale degli emigranti

 

Fra le linee guida emerse dall’incontro emigrazione, più collaborazione con gli altri enti e gestione oculata delle risorse. Bernardon: “Un esempio concreto il soggiorno a luglio dei nostri giovani discendenti”

 

PORDENONE - Maggiore collaborazione con gli altri enti di corregionali all’estero nella stesura di progetti comuni, ma anche compartecipazione alle spese per quanti prendono parte alle iniziative organizzate dall’Ente e un occhio attento al ricambio generazionale. Sono queste solo alcune delle linee guida per il 2015 che l’assemblea generale ordinaria dei soci dell’Ente friulano per l’assistenza sociale e culturale degli emigranti (Efasce) ha approvato all’unanimità su proposta del presidente Michele Bernardon e condiviso con le istituzioni locali. Alla presenza del vicario del Vescovo Don Basilio Danelon e degli altri enti sostenitori dell'Efasce, quali Camera di Commercio, Regione Friuli Venezia Giulia, Provincia, Fondazione Crup e Comuni di Pordenone e Cordenons, l’ente ha gettato le basi sulle quali verrà costruita l’attività dell’anno in corso.

Uno dei punti qualificanti, che ha trovato grande assenso dei presenti, - precisa la nota dell’Eface - è stata la condivisione dei progetti tra le associazioni di corregionali presenti in Friuli Venezia Giulia. “Da diversi anni – ha spiegato il presidente dell’Ente Bernardon – l’Efasce persegue l’obiettivo di collaborare con gli altri enti del Friuli Venezia Giulia che si occupano di emigrazione Un primo risultato in questa direzione è stata l’organizzazione di un soggiorno culturale per i discendenti dei nostri emigranti in programma il prossimo mese di luglio. In quell’occasione l’associazione Giuliani nel Mondo, l’Unione Emigranti Sloveni e l’Ente Regionale Acli per i problemi dei lavoratori emigrati hanno unito le proprie forze per rinsaldare nei giovani partecipanti il senso di appartenenza alla comunità regionale”. Una collaborazione, questa, - prosegue il comunicato - che rappresenta una mano tesa verso un arricchimento e un valore aggiunto per tutti i corregionali, a prescindere dall'associazione di appartenenza.

Altro tema di confronto è stato quello relativo alle risorse che, con il passare degli anni, si sono sempre più assottigliate. “Il 2014 che abbiamo lasciato alle spalle – ha detto Bernardon - si può ritenere un anno tutto sommato positivo. Nonostante una sensibile riduzione dei contributi ricevuti rispetto agli anni precedenti (31% in meno rispetto al 2013) siamo riusciti, con una gestione oculata, a portare a termine tutte le iniziative messe in programma. In questo senso la collaborazione con gli altri enti diventa una tappa imprescindibile del nostro percorso; fare massa critica e compiere economie di scala diventa un obbligo al quale non ci si potrà più sottrarre”.

Quindi il ricambio generazionale, - spiega la nota - per il quale diventa necessario adottare misure propedeutiche all’inserimento dei giovani corregionali nell’attività dei Segretariati territoriali. “Per questo – ha detto Bernanrdon - cerchiamo di dare priorità alle iniziative che, pur senza trascurare gli emigranti ‘storici’, puntano al coinvolgimento dei loro discendenti”.

Per quanto riguarda i prossimi appuntamenti, nell’agenda di Efasce ci sono due importanti scadenze. La prima è quella di fine luglio in occasione dell’annuale raduno dei pordenonesi nel mondo in una località del Friuli Occidentale. L’altra, invece, a metà ottobre, in occasione degli Stati generali dell’emigrazione, organizzati dalla Regione. “In quell'occasione spiega il presidente dell’Efasce – anche il nostro ente porterà il proprio contributo per rinforzare e rilanciare l’attività di tutti coloro che operano a favore dei nostri corregionali nel mondo”. (Inform 5)

 

 

 

 

 

Ginevra. La Rappresentanza  Permanente d’Italia presso le Organizzazioni Internazionali e il Consolato celebrano la Festa della Repubblica

 

La solennità della ricorrenza è sempre legata al significato di un momento storico per la nostra Patria. Anche se non sono passate le “Frecce tricolori” sopra i cieli ginevrini lasciando la scia della Bandiera d’Italia, i nostri rappresentanti istituzionali, hanno saputo creare il clima perfetto realizzando l’evento della Festa della Repubblica, dove l’italianità ha prevalso sebbene variegata, con la partecipazione dei numerosi invitati.

 

La Svizzera e Ginevra, entrambe sedi di importanti comunità italiane e la seconda anche di  numerose organizzazioni internazionali, sono state anch’esse testimoni dell’orgoglio e del senso di appartenenza che accomuna Autorità e cittadini, anche se distanti dalla madrepatria. Tale testimonianza è stata offerta alla comunità internazionale, alle Autorità ospiti e alla comunità italiana, a tutte le rappresentanze presenti.

 

Per il terzo anno consecutivo, il pomeriggio del 2 giugno il Museo d’Arte e Storia di Ginevra è stato teatro del ricevimento offerto dall’Ambasciatore Maurizio Serra, Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite e altre Organizzazioni Internazionali, l’Ambasciatore Vinicio Mati, Rappresentante Permanente presso la Conferenza del Disarmo e il Console Generale d’Italia a Ginevra, Andrea Bertozzi, in occasione della Festa della Repubblica.

 

Il vasto cortile del Museo era affollato da autorità politiche e amministrative federali, cantonali e municipali del territorio di giurisdizione del Consolato, da rappresentanti della collettività italiana e da autorità consolari di altri Paesi, tutti intenti a degustare i numerosi prodotti della gastronomia italiana serviti in abbondanza sui tavoli del buffet. Tra gli invitati spiccavano anche diverse uniformi svizzere e italiane. Parterre costituito dai diversi addetti ai lavori, dai diplomatici e funzionari internazionali di diverse nazioni e parecchi Ambasciatori venuti a testimoniare l’amicizia dei rispettivi paesi per l’Italia e a manifestare la loro personale stima e considerazione per i rappresentanti italiani  e per i diplomatici italiani con i quali quotidianamente condividono battaglie o si confrontano per la diversa posizione sulle varie tematiche sul tappeto. Presenti numerosi italiani rappresentanti delle varie professioni che si distinguono giornalmente,  dell’associazionismo, del sociale ed altri connazionali che hanno inerenza a rappresentare l’Italia nel Cantone di Ginevra. Ad arricchire questa platea già gremita, la presenza di molti membri dei neo eletti dei due Com.It.Es. della Circoscrizione Consolare ginevrina, Ginevra e VD/FR, rispettivamente rappresentati dai presidenti Andrea Pappalardo e Grazia Tredanari.

 

Ma in termini di accoglienza anche la Svizzera è seconda a pochi. Ne è stata dimostrazione l’accoglienza offerta negli anni e che ha rafforzato la significativa presenza italiana a Ginevra. Emigranti in Svizzera da lungo tempo e totalmente assimilati agli autoctoni, i loro discendenti, italiani di recente immigrazione, connazionali temporaneamente presenti sul suolo della Confederazione, tutti accumunati dall’orgoglio di rappresentare, nella diversità delle rispettive situazioni, le molteplici facce dell’italianità all’estero. Orgoglio esaltato dalla consapevolezza dell’elevata qualità del loro lavoro testimoniato in pafticolare da alcune presenze di eccellenza. I numerosi ospiti intervenuti in rappresentanza di tutte le componenti del mondo internazionale ginevrino, delle Autorità cittadine, cantonali, della comunità e del mondo scientifico italiano, hanno goduto di un menu ricco e variegato, in perfetto “Italian style”, in un’atmosfera conviviale e distesa.

 

L’evento del 2 Giugno 2015, si è concluso con l’evidente e giustificata soddisfazione degli organizzatori per l’ottima riuscita della manifestazione, con il rinnovato orgoglio per l’unanime riconoscimento, da parte di tutti i partecipanti, del determinante contributo offerto dall’Italia al progresso scientifico, tecnologico, culturale e morale della comunità, con la serena  consapevolezza che l’Italia  e gli Italiani sapranno continuare ad affrontare, con ruolo di protagonisti, le sfide presenti e future ai valori fondamentali della civiltà.

 

Da parte nostra partecipare alla Festa del 2 Giugno, specialmente all’estero, si rivela sempre un momento d’orgoglio. Anche in questa occasione i nostri rappresentanti diplomatici e consolari non sono venuti meno alla grande tradizione italiana della buona ospitalità e hanno rafforzato l’immagine della grandezza culturale della nostra Italia all’estero. W l’Italia e gli italiani.

Di Carmelo Vaccaro per la “Pagina di Zurigo” e “La Notizia di Ginevra”

 

 

 

 

 

 

 

 

A Roma il 3 e 4 luglio l'assemblea degli Stati Generali dell'associazionismo degli italiani nel mondo

 

ROMA – Si svolgerà il 3 e 4 luglio presso il Centro congressi Frentani di Roma (Via dei Frentani 4) l'assemblea degli Stati Generali dell'associazionismo degli italiani nel mondo, intitolato “Verso un Forum delle associazioni degli italiani nel mondo”.

L'apertura è prevista venerdì 3 alle ore 10.30 con la prima sessione di lavori presieduta da Luigi Papais, presidente della Consulta Nazionale dell'Emigrazione, e Rodolfo Ricci, coordinatore nazionale della Filfef, entrambi membri del Comitato promotore dell'assemblea, cui seguirà la relazione introduttiva “L’associazionismo degli italiani all’estero, tra integrazione e nuova emigrazione: diritti, partecipazione e rappresentanza sociale” di Ilaria del Bianco del Comitato organizzatore. Alle ore 11.30 sono previsti indirizzi di saluto e apertura del dibattito. La sessione pomeridiana comprende una seconda sessione, con inizio alle ore 15 e intitolata “Lavoro e integrazione, diritti, partecipazione e rappresentanza, mobilità e nuovi flussi”, presieduta da Franco Narducci, presidente Unaie, anch'egli membro del Comitato promotore, e con i contributi alla discussione del sociologo Massimo Campedelli (Diritti, partecipazione, rappresentanza), di Gianni Rosas, direttore dell'Ilo (su Lavoro e integrazione) e di Sebastiano Ceschi del Cespi (su Mobilità e nuovi flussi). Seguirà alle ore 16 una tavola rotonda moderata da Franco Siddi dell’Esecutivo Internazionale Giornalisti e Giangi Cretti, presidente della Fusie, con il sottosegretario al Ministero del Lavoro Luigi Bobba, Pietro Barbieri, portavoce del Forum del Terzo Settore, Gianni Bottalico, presidente Fai-Acli, Rino Giuliani del Comitato promotore, Luca Jahier, presidente 3° gruppo C.E.S.E. e mons. Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes. Alle ore 17.30 prevista la ripresa del dibattito e interventi.

Sabato 4 luglio la terza sessione dei lavori, con inizio alle 9.30, sarà presieduta da Franco Dotolo e Roberto Volpini del Comitato promotore, con un dibattito cui seguiranno alle 10.30 gli interventi di Claudio Micheloni, presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato, Fabio Porta, presidente dell'omologo Comitato presente alla Camera dei Deputati, Elio Carozza, segretario generale del Cgie e il sottosegretario agli Esteri Mario Giro. Dopo un dibattito, alle ore 13 è prevista la presentazione del patto associativo del Forum delle Associazioni degli italiani nel mondo e la nomina del gruppo di lavoro costituente, gruppo che si riunirà nel pomeriggio, alle 15.30. La chiusura dei lavori è prevista alle ore 17.

Sono stati invitati ad intervenire anche il sindaco di Roma Ignazio Marino, la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, il vice presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino.

Oltre che ribadire il ruolo dell'associazionismo degli italiani nel mondo, l'assemblea intende attraverso il Forum da costituirsi dare rappresentanza sociale ai bisogni concreti emergenti dalla nuova emigrazione e difficilmente intercettati dal modello associativo più tradizionale. (Inform 3)

 

 

 

 

 

 

La Bartolini lascia Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo

 

BOLOGNA - "In questi quasi nove anni ho vissuto "una vita in più", piena di straordinarie conoscenze e di un forte arricchimento personale. Sono felice di poter dire che mi sono ammalata veramente di "italianità all’estero" e spero di non guarirne più". Così ha scritto la Presidente della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo ai consultori uscenti ed ai Presidenti delle Associazioni di emiliano-romagnoli all’estero nelle lettere di saluto inviate lo scorso 28 maggio, ultimo giorno del suo mandato.

Dopo aver illustrato le principali novità della legge approvata qualche giorno prima dall’Assemblea legislativa, la Presidente ha ringraziato per la collaborazione ricevuta e per quanto imparato dall’incontro con le realtà degli italiani all’estero e con le diverse storie di emigrazione. Ai Presidenti ha raccomandato caldamente "di non interrompere mail il filo di comunicazione con la nostra bella Regione che amate e che ha bisogno del vostro sostegno e ora più che mail del rapporto con voi, soprattutto adesso che tanti giovani hanno ricominciato ad andare per il mondo".

Silvia Bartolini e la Consulta da lei guidata rimarranno in carica per concludere procedimenti iniziati fino all’elezione del nuovo Presidente della Consulta, elezione che dovrà avvenire, ad opera dell’Assemblea regionale, entro il prossimo settembre. (aise 1) 

 

 

 

 

Marco Fedi e Fabio Porta (Pd): “Sull’Imu ci aspettiamo una interpretazione estensiva delle Finanze”

 

ROMA - “Il ministero delle Finanze con la circolare che sarà emanata nei prossimi giorni deve indicare che l’esenzione dall’IMU sarà concessa non solo ai titolari di pensione estera ma anche ai titolari di pensione in convenzione internazionale titolari di pro-rata italiano. Ci aspettiamo quindi che il Ministero accolga le nostre richieste che interessano potenzialmente circa 320.000 pensionati italiani iscritti all’AIRE”. E’ quanto affermano in una nota i deputati eletti all’estero per il Pd Marco Fedi e Fabio Porta.

I due deputati auspicano inoltre “che il ministero includa tra gli esenti anche i titolari di pensione in convenzione i quali non sono ancora diventati titolari di pensione estera: sarebbe un segnale di logica e buon senso”, mentre si dichiarano “assolutamente avversi all’intenzione del ministero di escludere dall’esenzione dall’IMU i titolari di sola pensione italiana residenti all’estero (che sono circa 50.000) perché riteniamo che il legislatore con la legge n. 80 del 2014 intendeva esentare dall’IMU tutti i pensionati italiani residenti all’estero e non creare una discriminazione così palese e ingiusta tra pensionati”.

“Siamo intenzionati quindi – nel caso in cui le nostre richieste fossero accolte solo parzialmente – a continuare ed intensificare il nostro impegno politico e legislativo per trovare una soluzione equa alle legittime aspettative  dei nostri connazionali pensionati i quali in questi giorni attraverso i loro rappresentanti - noi eletti all’estero ma anche Comites e Associazioni - si rivolgono a Governo e Parlamento chiedendo risposte giuste e costruttive. L’attesa circolare  - concludono Fedi e Porta - dovrà inoltre precisare che i pensionati esenti dall’IMU saranno tenuti a pagare solo un terzo delle imposte TARI e TASI”. (Inform)

 

 

 

 

 

Dall’Inps un nuovo portale per la rete consolare che fornisce servizi per i pensionati italiani all’estero

 

Tramite il portale gli operatori consolari potranno consultare l’archivio dei titolari di pensione, comunicare variazioni anagrafiche e eventuali cambiamenti delle coordinate bancarie per l’accredito della pensione

 

ROMA - L’Inps ha messo a punto per i consolato italiani un nuovo portale telematico dei servizi, in applicazione della Convenzione siglata il 20 giugno 2012 con il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci), che prevede diverse iniziative dirette ad intensificare i rapporti di collaborazione fra le due istituzioni, semplificando le procedure per migliorare il servizio all’utenza.

In tale ottica, Inps e Maeci, aprono sperimentalmente il nuovo portale dei servizi ad un numero significativo di rappresentanze diplomatiche individuate in base alla consistenza della comunità di pensionati residenti nella circoscrizione di competenza ed alla quantità di richieste che pervengono all’Inps.

Tramite il portale gli operatori dei consolati possono garantire ai cittadini italiani all’estero i seguenti servizi: archivio pensioni, per consultare l’archivio dei titolari di pensione; variazioni anagrafiche, per comunicare variazioni inerenti lo stato di famiglia, cambi di residenza, decessi, etc.; variazione coordinate bancarie, per comunicare la variazione delle coordinate bancarie per l’accredito della pensione. Il servizio è dedicato ai consolati italiani di Argentina, Belgio, Brasile, Canada, Francia, Germania, Nicaragua, Stati Uniti, Sud Africa, Svizzera, Thailandia, Uruguay, Venezuela.

 L’applicativo è accessibile attraverso il percorso “Servizi Online > Per tipologia di utente > Enti pubblici e previdenziali > Servizi per i consolati”. Per accedervi è necessario il Pin rilasciato dall’Inps, che le ambasciate e i consolati potranno richiedere via Pec alla Direzione Centrale Sistemi Informativi e Tecnologici – Area Sicurezza ICT, secondo le modalità che verranno loro comunicate dal Maeci. (Inform)

 

 

 

 

Italien: Renzi stolpert bei Regionalwahlen

 

Bei den italienischen Regionalwahlen vom Sonntag musste Ministerpräsident Matteo Renzi einen Dämpfer hinnehmen. Das Ergebnis für sein Mitte-Links-Bündnis Partito Democratico fiel schwächer aus als erwartet. Die rechtsradikale Lega Nord und die populistische Fünf-Sterne-Bewegung können sich hingegen feiern lassen.

 

Die Regionalwahlen waren der wichtigste Test für den Ministerpräsidenten Matteo Renzi seit den Europawahlen im vergangenen Jahr. 22 Millionen Italiener waren zur Stimmabgabe aufgerufen. Die Hochrechnungen zeigten einen klaren Vorsprung für die Mitte-Links-Kandidaten in den zentralen Regionen Toskana und Marken sowie in der süditalienischen Region Apulien.

Die linke Mitte führte auch etwas knapper in der Region Kampanien rund um Neapel und in Umbrien – einer ihrer traditionellen Hochburgen.

Doch in der nordwestlichen Region Ligurien musste der 40-jährige Ministerpräsident wohl eine Niederlage hinnehmen. Ligurien geht sehr wahrscheinlich an die rechte Mitte. Ein linker Anti-Renzi-Kandidat sorgte dort für eine Teilung der Stimmen für die linke Mitte.

In Venetien triumphiert die europaskeptische Lega Nord. Sie wird die Macht in dieser nordöstlichen Hochburg wohl behalten. Auch außerhalb ihrer Heimatbasis konnte der Vorsitzende Matteo Salvini Unterstützung für die Partei gewinnen.

Hochrechnungen des Gesamtergebnisses in den sieben Regionen zeigen: Renzis Partito Democratico (PD) ist die stärkste Partei mit 22,6 Prozent der Stimmen. Die Fünf-Sterne-Bewegung kommt demnach auf 19,6 Prozent, die Lega Nord auf 12,9 Prozent und Forza Italia auf 10,3 Prozent. Die Endergebnisse werden im Laufe des Montags erwartet.

Direkte Vergleiche zwischen den Europawahlen und den Regionalwahlen hinken wegen der unterschiedlichen Wählerschaft. Dennoch zeigt der Trend für den PD deutlich nach unten. Bei den Europawahlen kam die Partei noch auf den Rekordwert von 41 Prozent.

Meinungsumfragen, die in Italien eine eher schlechte Bilanz aufweisen, hatten dem PD einen deutlich größeren Vorsprung auf die anderen Parteien prognostiziert.

Die regionalen Wahlen haben keine direkten Auswirkungen auf die nationale Politik. Die Ergebnisse sind jedoch eine ernüchternde Warnung fü Renzi. Denn vor ihm liegen Monate mit schwierigen Reformverhandlungen im Parlament.

Die Fünf-Sterne-Bewegung des früheren Komiker Beppe Grillo soll den größten Stimmanteil einer Einzelpartei in Ligurien, Kampanien und Apulien geholt haben, und folgt direkt auf Parteienzusammenschlüsse.

"Das ist ein überwältigendes Ergebnis", erklärte der stellvertretende Partei-Sprecher und einer der bekanntesten jungen Politik der Fünf-Sterne-Bewegung Luigi Di Maio gegenüber dem Fernsehsender RAI.

Die Lega Nord festigte ihren Status als größte Mitte-Rechts-Partei. Sie löst damit die Forza Italia ab, die Partei des ehemaligen Ministerpräsidenten Silvio Berlusconi. Sie unterstreicht die Stärke der Anti-System-Parteien in der drittgrößten Volkswirtschaft der Euro-Zone.

"Renzi und seine Regierung sollten die Anti-Politik Grillos besiegen und das machen sie nicht", so Renato Brunetta, der Fraktionsvorsitzende Forza Italias.

Skandale

Renzis Regierung brauchte ein überzeugendes Wahlergebnis. So sollte der Schwung für Arbeits-, Bildungs-, und Verfassungsreformen aufrechterhalten bleiben. Die Reformbemühungen stoßen bei den Gewerkschaften, der Opposition und dem linken Flügel des PD auf Widerstand.

Doch erst am Freitag brachen die internen Spannungen des PD auf. Der Anti-Mafia-Ausschuss des Parlaments veröffentlichte die Namen von 16 Kandidaten für die Regionalwahlen, die der Korruption oder Verbindungen zur organisierten Kriminalität verdächtigt werden.

Der bei weitem bekannteste dieser "impresentabili" – der nicht präsentierbaren Kandidaten ist Vincenzo De Luca, Renzis Kandidat für die Präsidentschaft im süditalienischen Kampanien.

De Luca könnte den bisherigen Ergebnissen zufolge trotzdem gewinnen. Doch die Wut über seine Kandidatur könnte den PD landesweit geschwächt haben.

Das starke Aufkommen der Fünf-Sterne-Bewegung, einer europaskeptischen Partei, wiederholt den Erfolg der spanischen Anti-Sparmaßnahmen-Partei Podemos. Diese hatte bei den Regionalwahlen in Spanien im vergangenen Wochende großen Erfolg. Die Lega Nord profitierte wahrscheinlich von der Reaktion auf die noch nie da gewesenen Zahlen von Flüchtlingen aus Afrika und dem Nahen Osten, die im vergangenen Jahr an Italiens Küsten landeten.

Aus dem Englischen übersetzt von Alexander Bölle, EurActiv.com with Reuters

 

 

 

 

Italien: Salvini will der neue Berlusconi werden

 

In Italien beginnen die Reformmaßnahmen der Regierung Renzi langsam zu greifen, aber der Applaus der Wähler bleibt aus. Das regierende Mitte-Links Bündnis Partito Democratico konnte bei den Kommunalwahlen zwar seine Position einigermaßen behaupten, musste aber auch einige empfindliche Dämpfer hinnehmen.

 

In Italien hat das regierende Mitte-Links Bündnis Partito Democratico bei den Kommunalwahlen seine Position einigermaßen behaupten können. Es musste aber auch einige schmerzliche Einsichten hinnehmen - und vor allem zur Kenntnis nehmen, das rechts von der Mitte mit der Lega Nord ein beachtlicher Gegner heranwächst. Berlusconi's Stern ist allerdings wohl endgültig im Verglühen.

Ministerpräsident Matteo Renzi spielte jetzt zwar die Bedeutung der am Sonntag abgehaltenen Regional- und Kommunalwahlen herunter, doch war ihm bereits im Vorfeld des Wahltages die Anspannung anzusehen. Es waren zwar nur in sieben von 20 Regionen Wahlgänge angesetzt und 22 von 60 Millionen Bürger zur Stimmabgabe aufgerufen, aber es handelte sich doch um den ersten großen Stimmungstest für den "Wirbelwind", wie Renzi aufgrund seines Auftretens und Agierens gerne genannt wird.

Viele Regionen votierten für Renzis PD

An sich scheint sich am europäischen Stiefel eine stabile politische Situation einzustellen, die Garant für einen Reformkurs ist und so manche Kummerfalten in den besorgten Gesichtern der EU-Wächter auflösen lässt. Auf den ersten Blick waren es auch die Kandidaten von Renzis linksbürgerlicher Demokratischer Partei (PD), die sich in fünf der insgesamt sieben Regionen erfolgreich behaupten konnten. Konkret sind dies die Toskana, Umbrien, die Marken, in Apulien und Kampanien. Niederlagen musste Renzis PD in den norditalienischen Regionen Ligurien und Venetien einstecken. Schmerzlich ist der Verlust der Top-Position in Ligurien, einst eine sichere Bank für Mitte-links, wo sich just der Kandidat von der ansonsten in Talfahrt befindlichen Berlusconis Mitte-Rechts-Partei Forza Italia den ersten Platz sichern konnte. Grund dafür waren freilich in erster Linie parteiinterne Rivalitäten innerhalb der PD. Einen problematischen Sieg fuhr die PD in Kampanien ein.

Hier gewann mit Vincenzo De Luca ein zwar in der Bevölkerung sehr populärer aber auch skandalumwitterter Politiker die Wahl. De Luca ist bereits wegen Amtsmissbrauchs zu einem Jahr Haft verurteilt worden. Kurz vor dem Wahltag setzte ihn die Anti-Mafia-Kommission des Parlaments auch noch auf eine Schwarze Liste. Er könnte wegen seiner Justizprobleme schon demnächst zum Rücktritt gezwungen werden. Für Renzi eine peinliche Situation, die freilich zeigt, wie schwierig es in Italien trotz aller guten Vorsätze und einer entschlossen agierenden Justiz noch immer ist, für saubere Verhältnisse in den politischen Reihen zu sorgen.

Lega Nord verdrängt Forza Italia

Dass in Venetien Renzis Parteibündnis eine Niederlage einstecken musste, wurde zwar erwartet, widerspiegelt aber auch einen neuen Trend. So reüssierte hier der amtierende Regionspräsident, ein Spitzenpolitiker der rechtspopulistischen Lega Nord. Darüber hinaus konnte die Lega Nord auch in den anderen Regionen Stimmengewinne erzielen und ist offenbar dabei, sich als zweite starke politische Bewegung zu etablieren. Haben doch die Wahlen gezeigt, dass der kontinuierliche Niedergang der Forza Italia anhält. Zwar blieb Ex-Premier Silvio Berlusconi aufgrund vereinzelter Wahlerfolge ein von seinem Lager befürchtetes totales Wahldebakel erspart, trotzdem befindet sich seine Partei im freien Fall und erreichte oft nur noch einstellige Prozentsätze. Bereits mehrere Abgeordnete wollen sich daher Berlusconis einstigem Vertrauten und heutigem Erzrivalen Raffaele Fitto anschließen, der kürzlich im Streit die Forza Italia verlassen hatte.

Der Erfolg der Lega Nord veranlasste deren Chef, Matteo Salvini,beim Vorliegen der Wahlergebnisse sein nächstes Ziel zu formulieren: "Die Regionalwahlen haben gezeigt, dass man das Mitte-rechts-Lager neu aufbauen kann; zu diesem Zweck werde ich mit allen reden". Salvani will in die Fußstapfen von Berlzsconi treten. In Brüssel dürfte sich die Begeisterung darüber in Grenzen halten, ist doch die Lega Nord eine Ausländer-, EU- und Eurokritische Bewegung. Als Vorbilder und Partner nennt Salvini auch auf Anhieb die österreichische FPÖ und die französische Front National. Herbert Vytiska (Rom), EA

 

 

 

 

D/Italien: Erinnerung an Massaker von Sant´Anna

 

Italien hat am Dienstag seinen Nationalfeiertag gefeiert und damit das Ende von Monarchie und Diktatur. Die Feierlichkeiten, die in dem toskanischen Bergdorf Sant'Anna di Stazzema stattfanden, hatten allerdings einen anderen Anlass. Dort wurde an die 560 Männer, Frauen und Kinder erinnert, die am 12. August 1944 von Angehörigen einer SS-Division ermordet wurden. Die Aufarbeitung des Massakars von Sant'Anna di Stazzema ist nach wie vor ein sehr schwieriges Thema. 

Maurizio Verona ist empört. Der Bürgermeister Stazzemas kann es kaum fassen, dass über siebzig Jahre nach dem furchtbaren Geschehen in Sant' Anna vergangene Woche das letzte Strafverfahren gegen einen mutmaßlichen Beteiligten eingestellt worden ist. „Ich bin abermals fassungslos, weil unsere Hinterbliebenen, unsere Opfer nicht die Genugtuung erhalten, die Namen der Kriminellen zu erfahren, die hier Frauen, Alte und Kinder ermordet haben“, sagte Verona der italienischen Nachrichtenagentur Ansa. Die Staatsanwaltschaft Hamburg hatte vergangene Woche das letzte Verfahren beendet, weil der Beschuldigte, heute 93 Jahre alt, gesundheitlich einem Prozess nicht hätte folgen können. Das heißt: Keiner der an dem Massaker Beteiligten ist für seine Taten in Deutschland jemals belangt worden.

Gerechtigkeit wird es für die viele Ermordeten in Sant'Anna also nicht mehr geben, sagt der baden-württembergische Kultusminister Andreas Stoch. „Ich glaube, es war heute ganz wichtig, durch meine Anwesenheit zu zeigen, dass wir jenseits der juristischen Aufarbeitung die Menschen hier unterstützen wollen. Dass wir auf diesen schrecklichen Erlebnissen aufbauend die Hoffnung haben, dass wir in Freundschaft und Frieden gemeinsam die Zukunft gestalten können.“

Stoch war im Auftrag der baden-württembergischen Landesregierung nach Sant' Anna gereist, um eine Geldspende zu übergeben. Sie soll dazu beitragen, den zentralen Ort des Gedenkens zu erhalten und zu gestalten. Eine weitere Geldspende kommt aus dem deutsch-italienischen Zukunftsfonds. Mit den 56.000 Euro, die Vertreter des Auswärtigen Amtes mitbrachten, soll die Sanierung der Kapelle unterstützt werden. Diese hätte bereits am 7. März eingeweiht werden sollen; doch kurz zuvor hatte ein Orkan sie stark beschädigt.

Nochmals Baden-Württembergs Kultusminister Andreas Stoch: „Mich hat heute sehr beeindruckt, Überlebende zu treffen, die damals als kleine Kinder zum Glück diesen schrecklichen Mordanschlägen entkommen sind. Und dabei war es sehr, sehr bewegend zu hören, dass gerade diese Menschen sagen: Wir müssen aus diesen Geschehnissen die richtigen Lehren für die Zukunft ziehen. Ich habe keine Wut auf die Generation heute, und auch keine Wut auf die Entscheidungsträger heute gespürt. So schrecklich und so sinnlos der Tod damals war, so wichtig ist es heute, dass diese Menschen uns Mahnung sind, dass wir gemeinsam es schaffen, diese Menschen zu ehren und ihre Erinnerung hochzuhalten.“

In das Dorf in der italienischen Provinz Lucca hatten sich 1944 viele Zivilisten geflüchtet. Angehörige einer SS-Division hatten – die genauen Umstände sind bis heute nicht geklärt – 560 Menschen erschossen, darunter mindestens 107 Kinder.

Die strafrechtliche Aufarbeitung gestaltete sich schwierig. Akten, die die Alliierten angelegt hatten, waren lange verschwunden, bis sie Mitte der 1990er Jahre in der Procura Militare Generale in Rom in einem Stahlschrank entdeckt wurden. Dieser erhielt später den Namen „Schrank der Schande“. Im Jahr 2005 verurteilte ein Militärgericht in La Spezia neun Beschuldigte in Abwesenheit zu lebenslangen Haftstrafen, die aus rechtlichen Gründen in Deutschland aber nicht vollzogen werden konnten.

„Für uns bleiben diese Menschen Verbrecher. Wir werden diese Geschichte immer weiter erzählen, auch wenn es ohne richtige Gerechtigkeit keine richtige Wahrheit gibt“, sagte Stazzemas Bürgermeister Verona.

Aus Sant'Anna di Stazzema – Michael Hermann für Radio Vatikan. (rv 03.06.)

 

 

 

 

Italienische Küste. Erneut 4000 Flüchtlinge aus Seenot gerettet

 

Die Seenotrettung, an der auch die Bundeswehr beteiligt ist, hat rund 4000 Flüchtlinge im Mittelmeer geborgen, darunter 145 Kinder. Seit Anfang des Jahres wurden damit bald 50.000 Menschen gerettet.

Bei einer groß angelegten Rettungsaktion im Mittelmeer sind am Wochenende fast 4000 Flüchtlinge aus Seenot gerettet worden. Die Zahl der in diesem Jahr in Italien ankommenden Flüchtlinge könnte damit schon in Kürze die Marke von 50.000 überschreiten. Mehrere italienische Regionen äußerten sich vor diesem Hintergrund kritisch zu den Neuankömmlingen, weil sie fürchten, die damit verbundenen Herausforderungen nicht mehr schultern zu können.

An der gemeinsamen Rettungsaktion waren Schiffe der Bundeswehr, der italienischen, irischen und britischen Marine sowie einer Nichtregierungsorganisation beteiligt. Allein am Samstag wurden vor der libyschen Küste fast 3500 Flüchtlinge aufgenommen. Insgesamt 15 Flüchtlingsboote – sechs davon Schlauchboote – waren dort am Morgen in Seenot geraten.

Alle 3480 Menschen konnten nach Angaben der italienischen Küstenwache gerettet werden. Die verlassenen Boote wurden der Bundeswehr zufolge "als Schifffahrtshindernis eingestuft und zerstört".

Allein 145 Kinder an Bord

Die Fregatte "Hessen" und der Versorger "Berlin" nahmen 1411 Menschen aus vier Booten auf, darunter 145 Kinder, wie die Bundeswehr mitteilte. Die Rettungsaktion wurde zunächst von der in Malta ansässigen Stiftung Seenotrettung (Migrant Offshore Aid Station – MOAS) koordiniert, die mit dem Schiff "Phoenix" vor Ort war.

Am Sonntag griff die britische Marine nach eigenen Angaben in den Gewässern zwischen Libyen und Italien weitere 500 Flüchtlinge in Seenot auf. Hinweise auf Todesopfer hatten die Behörden nicht. Die italienische Marine fand auf einem Boot aber sieben Schwangere, die in Krankenhäuser gebracht werden sollten.

Mit den geretteten Flüchtlingen vom Wochenende könnte die Zahl derer, die seit Jahresbeginn nach der Fahrt über das Mittelmeer Italien erreichten, schon am Montag auf mehr als 50.000 steigen. Nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration kamen bis Mitte Mai fast 1800 Menschen bei der gefährlichen Überfahrt ums Leben.

Italien beherbergt landesweit derzeit bereits rund 84.000 Flüchtlinge, die Aufenthaltszentren sind völlig überfüllt, die Behörden arbeiten am Limit.

Der Präsident der norditalienischen Region Lombardei, Roberto Maroni, sagte dazu am Sonntag, er werde am Montag die Bürgermeister und Präfekten seiner Region dazu auffordern, keine "illegalen Flüchtlinge" mehr aufzunehmen. Die Regierung in Rom verteilt die Flüchtlinge auf die einzelnen Regionen.

Der neugewählte Präsident der nordwestlichen Küstenregion Ligurien, Giovanni Toti, äußerte sich ähnlich kritisch. "Ich habe es bereits gesagt: Wir werden keine weiteren Migranten aufnehmen und die Lombardei, Venetien und das Aostatal werden es uns gleichtun."

Der rechtsgerichtete Präsident von Venetien, Luca Zaia, sprach mit Bezug auf seine Region von einer "tickenden Zeitbombe". Die sozialen Spannungen in der Region, zu der auch Venedig gehört, seien immens.

Mit einer Militärmission will die Europäische Union künftig das Schleusen von Flüchtlingen über das Mittelmeer unterbinden. Die EU-Länder hatten im Mai den Plan gebilligt, mit einem Marineeinsatz gegen Schlepperbanden vorzugehen. In einer ersten Stufe sollen Schiffe und Überwachungsflugzeuge Informationen über die Schleusernetze sammeln. Für ein militärisches Vorgehen gegen Schlepperboote hofft die EU auf ein Mandat der Vereinten Nationen. AFP/ott/DW 7

 

 

 

 

Deutsch – Italienische Woche. Italien präsentiert sich facettenreich im Herzen Frankfurts

 

Zum siebenten Mal findet die Deutsch-Italienische Woche an der Hauptwache in Frankfurt am Main statt, bei der zahlreiche Aussteller italienische Produkte anbieten und italienisches Flair in die Bankenstadt bringen. Anders als in den vorigen Jahren findet die Veranstaltung bereits im Frühsommer statt, und zwar vom 6. bis 14. Juni.  

Besucher können an den 9 Tagen italienische Spezialitäten und Wein probieren, traditionelle Handwerkskunst erwerben und sich am Stand der Italienischen Institutionen bei ENIT über den nächsten Italienurlaub informieren. Auf der Bühne werden wieder italienische Musik und Künstler für gute Stimmung sorgen. 

Die Deutsch – Italienische Woche wird vom CityForum Pro Frankfurt organisiert und von der Italienischen Handelskammer und der Italienischen Zentrale für Tourismus unterstützt.

Weitere Informationen: www.frankfurt-tourismus.de.  dip

 

 

 

 

Schriftsteller Giorgio Falco und Fotografin Sabrina Ragucci am 8. Juni zu Gast an der Freien Universität Berlin

 

Berlini. Der Schriftsteller Giorgio Falco und die Fotografin Sabrina Ragucci aus Italien sind am 8. Juni 2015 zu Gast an der Freien Universität Berlin. Vor dem Hintergrund ihres gemeinsamen Werkes Condominio Oltremare (2014), in dem Text und Fotografien zwei aufeinander bezogene, aber doch eigenständige Geschichten erzählen, werden sie über die besondere Verbindung von Text und Bild sprechen und mit dem Publikums diskutieren. Die Veranstaltung findet in italienischer Sprache statt, sie ist öffentlich, der Eintritt ist frei. Veranstalter ist das Italienzentrum der Freien Universität Berlin.

Giorgio Falcos erster Roman Pausa Caffè erschien im Jahr 2004 beim Verlag Sironi und erreicht die Endrunde des renommierten Literaturpreises Premio Chiara. Das bisher bekannteste Werk von Giorgio Falco, La gemella H (Einaudi, 2014), gewann insgesamt sechs Literaturpreise und wurde für drei andere bis in die Endrunde nominiert. Bei Laterza erschien in diesem Jahr Sottofondo italiano, eine Reflexion über die Fremdbestimmtheit des Arbeits- und Familienlebens, des gesellschaftlichen Miteinanders und der Sprache, die immer mehr zu medialen Slogans und zu einem endlosen "Immer-Schon-Gesagten" zu verkommen scheint.

Zeit und Ort: Montag, 8. Juni 2015, um 18.15 Uhr

Freie Universität Berlin, Seminarzentrum Raum L 113, Habelschwerdter Allee 45, 14195 Berlin. U-Bahnhof Dahlem-Dorf oder Thielplatz (U3). Dip 5

 

 

 

 

Wissen. Der jährlich zelebrierte G-7-Gipfel entstand aus einem Kamingespräch

 

1975 trafen sich erstmals die Staats- und Regierungschefs von sechs großen Industrieländern. Ihre Beschlüsse sind unverbindlich, stellen aber wichtige Weichen für die Weltwirtschaft, der zunehmend maßgebliche Faktor für globale Migrationsbewegungen. Von Elvira Treffinger

 

Am 7. und 8. Juni treffen sich auf Schloss Elmau in Oberbayern die Staats- und Regierungschefs der sieben führenden Industrienationen zum G-7-Gipfel. Themen des informellen Treffens hinter verschlossenen Türen sind alljährlich die Weltwirtschaft sowie zentrale Fragen der Außen-, Sicherheits- und Entwicklungspolitik. Die “Gruppe der Sieben” will dabei Konsens erreichen.

Die G-7 umfasst die USA, Kanada, Italien, Frankreich, Deutschland, Großbritannien und Japan. Sie wird oft als Club der Reichen und Mächtigen kritisiert, der ohne Legitimation die Geschicke der ganzen Welt lenken wolle. Deshalb sind Gegendemonstrationen und strengste Sicherheitsvorkehrungen bei den Gipfeln an der Tagesordnung.

Die G-7-Staaten repräsentieren rund ein Zehntel der Weltbevölkerung und zwei Drittel des globalen Vermögens. Der Anteil ihrer Wirtschaftskraft sinkt angesichts des Aufstiegs von Schwellenländern wie Indien und China. 2014 verfügten die G-7-Länder über 45 Prozent des globalen Produktionspotenzials (gemessen in Kaufkraftparitäten). Sie bestreiten knapp die Hälfte des Welthandels und zahlen drei Viertel der weltweiten Entwicklungshilfe. Die USA, Großbritannien und Frankreich sind zudem ständige Mitglieder des Weltsicherheitsrates.

Was als Kamingespräch begann, wurde zu einem festen Großereignis der Weltpolitik: 1975 trafen sich wegen der Öl- und Finanzkrise erstmals die Staats- und Regierungschefs von sechs großen Industrieländern im Schloss Rambouillet südwestlich von Paris, noch ohne Kanada und Russland. Die Initiative ging vom damaligen französischen Präsidenten Valéry Giscard d’Estaing und Bundeskanzler Helmut Schmidt (SPD) aus. 1976 wurde Kanada aufgenommen.

Russland kam 1998 hinzu (G-8), wurde aber nach der Annexion der Krim 2014 bis auf weiteres ausgeschlossen. Deutschland übernahm deshalb bereits im Juni 2014 den Vorsitz, der für 2015 vorgesehen war. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) ist nun Gastgeberin in Elmau. Jeder Staats- und Regierungschef wird bei dem Gipfel von nur einem persönlichen Beauftragten begleitet, dem sogenannten Sherpa, der nach der Bergwelt benannt ist. Merkels Sherpa ist aktuell ihr wirtschafts- und finanzpolitischer Berater, Lars-Hendrik Röller.

Die G-7 kommen ohne feste Organisation aus. Ihre Beschlüsse sind unverbindlich, stellen aber wichtige Weichen für die Weltwirtschaft und die Weltpolitik. 1999 in Köln wurde ein Schuldenerlass für die ärmsten Länder vereinbart, 2005 im schottischen Gleneagles eine Erhöhung der Entwicklungshilfe.

Auch die Gründung des Globalen Aids-Fonds 2002 ging auf die G-7 zurück. Als Siebener-Runde treffen sich regelmäßig die Finanzminister und Notenbankchefs, aber auch Minister anderer Ressorts. Die EU ist bei den Gipfeln als Beobachter vertreten, als Gäste werden afrikanische Präsidenten eingeladen.

Immer wieder rief der in luxuriöser Umgebung und strenger Abschottung tagende Gipfel heftige Proteste hervor. 2001 wurde in Genua ein Demonstrant von der Polizei erschossen. Der Europäische Menschenrechtsgerichtshof verurteilte Italien inzwischen wegen brutaler Polizeigewalt. Der Gipfel 2005 in Gleneagles wurde von Terroranschlägen in London überschattet. (epd/mig 5)

 

 

 

 

Juncker: "Kommission wird ihre Migrationsagenda nicht ändern"

 

Trotz des Widerstands aus einigen Mitgliedsstaaten will Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker die Vorschläge für ein faireres Verteilungssystem in der EU nicht ändern. Das gab er bei der Eröffnungsveranstaltung zu den Europäischen Entwicklungstagen bekannt. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Bei der Eröffnungszeremonie der Europäischen Entwicklungstage (EDD) betonte Jean-Claude Juncker die Verantwortung der EU gegenüber dem Rest der Welt.

"Es geht nicht um Wohltätigkeit, es geht um Partnerschaft zum gegenseitigen Nutzen. Wir müssen die Idee einer bipolaren Welt zurückweisen, bei der ein Teil Fortschritte macht und der andere stagniert. Ein Mensch geht mit leerem Magen zu Bett, und ein Drittel der Stadtbevölkerung lebt in Slums – das ist nicht akzeptabel", erklärte er.

Diese Situation müsse sich ändern, denn sie trage zur Instabilität bei, so der Kommissionspräsident. "Die Probleme derer, die unterentwickelt sind, sind auch unsere Probleme", sagte er.

Mehrere EU-Mitgliedsstaaten geben weniger Öffentliche Entwicklungshilfe (ODA) – für Juncker ein Skandal. Der Kommissionspräsident griff aber sein Heimatland Luxemburg als Positivbeispiel heraus. Als er junger Minister war habe die luxemburgische ODA bei 0,17 Prozent gelegen, jetzt läge sie bei über einem Prozent. Er sei froh, dass der luxemburgische Premier Xavier Bettel seinen Weg fortsetze.

Trotz der Krise sollten die Mitgliedsstaaten ihre ODA-Zahlen korrigieren und erhöhen, so Juncker. Alle Bemühungen seien vergeblich, wenn die Menschenrechte vernachlässigt würden.

"Deshalb schlug die Kommission vor kurzem eine Europäische Agenda für Migration vor. Ich stelle fest, dass der Enthusiasmus unter den Mitgliedsstaaten über den Vorschlag zur Lastenteilung nicht groß ist, aber die Kommission wird ihre Ideen zu legaler und illegaler Migration nicht verändern", sagte Juncker.

Der luxemburgische Ministerpräsident Bettel sprach ebenfalls. Luxemburg wird in der zweiten Jahreshälfte 2015 die EU-Ratspräsidentschaft übernehmen. Er stützte die Aussagen seines Landmanns und Vorgängers.

Er sei "geschockt" von den jüngsten Entwicklungen, sagte Bettel.

"Sich vorzustellen, dass es ein Vergnügen für die Menschen ist, ihre Heimatländer zu verlassen und das Risiko auf sich zu nehmen, im Mittelmeer zu ertrinken. Diese Menschen verlassen ihre Länder, weil sie keine Perspektive haben, sie (suchen Freiheit) von Tod und Krieg. Und in Europa sagen einige Länder, jetzt, wo wir über Quoten sprechen: 'Ich will sie nicht.' Ich bitte diese Staats –und Regierungschefs, die Würde wiederherzustellen. Wir können nicht über Zukunft, wir können nicht über Würde sprechen. Wenn menschliche Perspektiven Stimmkalkulationen im Rat überlassen werden, fordere ich jeden Regierungschef auf, seine Verantwortung anzunehmen und sie zu zeigen."

Der Kommissionsvorschlag muss vom Rat mit einer qualifizierten Mehrheit angenommen werden, nach einer Beratung mit dem Europaparlament. Mitgliedsstaaten, die sich an dem Vorschlag nicht beteiligen wollen, stimmen nicht ab. Das Vereinigte Königreich und Irland haben "opt-ins" im Bereich Justiz und Inneres. Das bedeutet, sie nehmen nur daran teil, wenn sie wollen. Dänemark hingegen wird mit seinem "opt-out" nicht daran teilnehmen.

Georgi Gotev. Aus dem Englischen übersetzt von Alexander Bölle  EA 5

 

 

 

 

Forscher: Migrationspolitik besser als ihr Ruf

 

Deutschland ist beim Thema Einwanderung nach Ansicht des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR) zum Vorreiter geworden.

In ihrem neuen Jahresgutachten bescheinigen die Wissenschaftler der Bundesrepublik in vielen Bereichen des Migrationsmanagements und der Integrationsförderung nicht nur aufgeholt zu haben, sondern sich mittlerweile „in die Riege der fortschrittlichen Einwanderungsländer einzureihen“. Die Linkspartei übte scharfe Kritik an dem Gutachten.

 

Die Vorsitzende des Gremiums, die Göttinger Juristin Christine Langenfeld, lobte die deutschen Regelungen zur Anwerbung von Akademikern und Fachkräften in Ausbildungsberufen. Nachbesserungsbedarf sieht sie bei der nach wie vor teils stockend verlaufenden Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse. Zudem bemängeln die Expertinnen und Experten, dass die deutschen Zuwanderungsregeln zu wenig bekannt seien. Das Selbstverständnis Deutschlands als Einwanderungsland müsse noch gefestigt werden. Es sei bedauerlich, dass die Blue Card zur Hochqualifiziertenmigration zwar in Deutschland ein Erfolg, in Europa aber „ein Flop“ sei, heißt es in der Studie. Mehr als neun von zehn in Europa vergebenen Blue Cards stammen aus Deutschland.

 

Der Bildungsforscher Wilfried Bos sagte bei der Vorstellung des Gutachtens, angesichts der demografischen Entwicklung sei Zuwanderung notwendig: „Ihre Renten werden von Zuwanderern bezahlt.“

 

In kaum einem anderen Feld bestehe so offensichtlicher Handlungsbedarf wie beim Asylrecht, schrieb der SVR mit Blick auf die Flüchtlingskatastrophen im Mittelmeer. Er plädierte für den Erhalt des Dublin- Systems, nach dem der Ersteinreisestaat für Asylverfahren, Unterbringung und gegebenenfalls Abschiebung von Flüchtlingen zuständig ist. Die betroffenen EU-Grenzstaaten sollen aber finanzielle und logistische Hilfe dafür erhalten, dass sie einen großen Teil dieser gesamteuropäischen Aufgabe übernehmen, fordert der Rat. Kombiniert werden soll das Dublin- System nach ihrem Vorschlag durch das Prinzip freier Wohnortwahl nach erfolgreichem Abschluss eines Asylverfahrens.

 

Die SVR-Forscher verlangten dies gerade nicht, die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD), forderte jedoch nach der Vorstellung des Gutachtens erneut ein Einwanderungsgesetz. „Deutschland ist als Einwanderungsland zwar besser als sein Ruf, aber es fehlt noch immer an einer stimmigen Einwanderungspolitik aus einem Guss, die von unserer Bevölkerung nachvollzogen werden kann“, sagte sie.

 

Der SVR habe nach dem Abgang von Klaus Bade als Vorsitzenden „den kritischen Sachverstand weit gehend eingebüßt“, hieß es bei der Linken-Bundestagsfraktion. Schon zuvor habe sich die neue Vorsitzende Christine Langenfeld als „Befürworterin der menschenrechtswidrigen Sprachtests beim Ehegattennachzug hervorgetan“. Es sei unverständlich, dass der SVR fordere, dass die in der Praxis ohnehin nahezu unwirksame neue Härtefallregelung „auf echte Härtefälle beschränkt bleiben“ solle. „Es verschlägt einem die Sprache, wenn unabhängige WissenschaftlerInnen einer ohnehin restriktiven Bürokratie die strenge Handhabung einer menschenrechts- und EU-rechtswidrigen Regelung, die tausende Ehegatten nach sozial selektiven Kriterien brutal voneinander trennt – anempfehlen“, kommentierte die Fraktion.

 

Nicht viel besser kam der Alternativ-Vorschlag des SVR zum Dublin-System an: „Allenfalls ‚sach-‚ aber nicht menschenverständig“, so die Linke. Die Abgeordnete Ulla Jelpke sagte, der SVR-Vorschlag, eine Freizügigkeitsregelung erst nach der Asyl-Anerkennung vorzusehen, habe „erhebliche Nachteile und leidet an Realitätsferne“. An den akuten Problemen des jetzigen Systems werde sich dadurch nichts ändern, Flüchtlinge würden weiterhin in dem EULand um Zuflucht nachsuchen, in dem Verwandte von ihnen leben, die sie unterstützen können oder dessen Sprache sie sprechen. „Sie werden weiterhin versuchen, aus überforderten Erstaufnahmeländern, wie Griechenland oder Italien, und den häufig menschenrechtswidrigen Aufnahmebedingungen dort zu entkommen“, so Jelpke. Die Annahme gleicher und fairer Asyl-Mindeststandards in allen Ländern der EU war und ist „leider eine Illusion“.   Forum Migration Juni 

 

 

 

 

 

Gemeinsame deutsche Geschichten? Erinnerungs-Interkultur in der Einwanderungsgesellschaft.

 

Wie kann die Erinnerungskultur den Realitäten der Einwanderungsgesellschaft gerecht werden? Und wie können wir zu einer Auseinandersetzung mit der deutschen Kolonialgeschichte kommen? Von Ulle Schauws, kulturpolitische Sprecherin der Grünen im Bundestag.

 

Für einen verantwortungsvollen Umgang Deutschlands mit dem millionenfachen Massenmord der Nationalsozialisten und für die Aufarbeitung des bisher noch “weißen Flecks” der deutschen Kolonialgeschichte brauchen wir eine lebendige, sich kontinuierlich erneuernde und vielfältige Erinnerungs-Interkultur. Nicht nur, aber vor allem auch, um den immer wiederkehrenden “Tendenzen zu einem Schlussstrich” oder auch Banalisierungsversuchen konsequent entgegenzutreten.

Studien zeigen uns seit Jahren, dass antisemitische und menschenfeindliche Einstellungen in Deutschland bis weit in die Mitte der Gesellschaft hinein verbreitet sind. Die Einwanderungsgesellschaft ist in Deutschland längst gelebte Realität, eine gemeinsame deutsche Erinnerungs-Interkultur und eine Auseinandersetzung mit dem deutschen Kolonialismus leider noch nicht.

Wie also kann die Erinnerungskultur den Realitäten der Einwanderungsgesellschaft gerecht werden? Und wie können wir endlich zu einer Auseinandersetzung mit der deutschen Kolonialgeschichte kommen und dabei die Perspektiven der Kolonialisierten angemessen einbeziehen? Das sind wichtige aktuelle Fragen und Herausforderungen, an denen wir gemeinsam mit allen Beteiligten arbeiten wollen und auf die wir gemeinsam Antworten finden sollten.

Multiperspektivität ermöglichen und Konflikte gemeinsam aushalten

In deutschen Klassenzimmern und bei Gedenkstättenfahrten treffen bereits jeden Tag vielfältige Geschichten und Erinnerungen an Unrecht, Verfolgung und Ermordung aufeinander, aber auch unterschiedlichste Tätergeschichten. Um mögliche Opfer- bzw. Täterkonkurrenzen zu vermeiden und der gelebten Vielfalt an Geschichten gerecht zu werden, brauchen wir eine multiperspektivische Geschichtspädagogik. Das Trainieren von Perspektivwechseln oder auch das Aushalten von Unterschieden und Konflikten sind wichtige Lernziele auf dem Weg zu einem kritischen Geschichtsbewusstsein in der Einwanderungsgesellschaft.

Es geht also um eine Öffnung und Erweiterung der bisherigen Erinnerungen und Geschichtsvermittlung hin zu einer Erinnerungs-Interkultur – und zwar für alle. Mit einer Sonderpädagogik für Menschen mit Migrantionsgeschichte kann diese Horizonterweiterung nicht gelingen. Erinnerung darf kein Mittel zur “Grenzkontrolle” von Migrantinnen und Migranten und kein “Integrationssiegel” sein. Die Auseinandersetzung mit den Nachwirkungen des Nationalsozialismus ist keinesfalls abgeschlossen und Erinnerungskulturen sind grundsätzlich brüchig. Sie müssen deshalb kontinuierlich zusammen neu erkämpft und demokratisch ausgehandelt werden.

Antisemitische Einstellungen in Deutschland müssen in ihrer gesamten strukturellen Bandbreite thematisiert werde. Dafür brauchen wir jeweils passende pädagogische Konzepte. Erinnerungskultur darf aber nicht dazu benutzt werden, einzelne Gesellschaftsgruppen zu stigmatisieren. Es geht vielmehr darum, Rassismus und Antisemitismus gemeinsam zu analysieren und zu bekämpfen.

In der postmigrantischen Gesellschaft verknüpfen und vermischen sich unterschiedliche Geschichten und Perspektiven. Aufpassen müssen wir allerdings, dass die unterschiedlichen Erinnerungen weder dazu führen, dass die millionenfachen Massenmorde des Nationalsozialismus relativiert werden, noch andere Opfergeschichten trivialisiert. LehrerInnenn und PädagogInnen müssen deshalb auf diese komplizierte Gemengelage gut vorbereitet werden, um die jeweiligen Geschichten und Perspektiven entsprechend kontextualisieren zu können.

Damit ein gemeinsames postmigrantisches Erinnerungsnarrativ entstehen kann, brauchen wir öffentliche Debatten und Auseinandersetzungen über die bestehende Vielfalt von Opfererfahrungen und Perspektiven in der Einwanderungsgesellschaft. Das kann nicht allein durch offizielle Gedenkakte, die von oben staatlich verordnet werden geschehen, sondern muss das Ergebnis demokratischer Auseinandersetzungen sein. Eine entscheidende Rolle spielen dabei zivilgesellschaftliche Initiativen. Auch die kritische Aufarbeitung des Nationalsozialismus wurde von der Zivilgesellschaft gegen den Staat erkämpft, denn Erinnerungskulturen sind immer auch “Kämpfe um historische Wahrheiten”.

Kolonialzeit selbstkritisch aufarbeiten und Wissen vermitteln

Postkolonialismus heißt auch anzuerkennen, dass der Kolonialismus in unseren Köpfen weiterlebt. Denn der Kolonialismus hat nicht nur die kolonisierten Länder verändert, sondern auch die Kolonisatoren. Bis heute prägen einerseits kolonialistische Bilder unser Denken, andererseits sind ganze Wissensbestände von den Kolonialmächten ausgelöscht worden. Eine ernstgemeinte Auseinandersetzung mit der eigenen Kolonialgeschichte hat in Deutschland noch nicht stattgefunden, sie wurde bisher weitgehend verdrängt. Die Geschichten und Perspektiven der kolonisierten Länder müssen wir endlich im öffentlichen Raum aber auch in Schulen und in der außerschulischen Bildungsarbeit sichtbar machen und vermitteln. Ergänzend zu einer kritischen Aufarbeitung ist auch eine “psychologische Wiedergutmachung” gegenüber den kolonialisierten Ländern notwendig.

Vor allem zivilgesellschaftliche Akteure haben bisher die Debatten um Raubgüter, Schulbücher und die Umbenennung von Straßennamen erkämpft und vorangetrieben. Eine ernstgemeinte Aufarbeitung braucht aber neben engagierten postkolonialen Initiativen auch politisches Engagement und die Unterstützung öffentlicher Institutionen. Und sie kann nur im Rahmen eines gleichberechtigten Dialogs mit den Nachfahren der Kolonisierten in Deutschland erfolgen.

Auch hier stehen wir vor der Aufgabe, die Kolonialgeschichte aufzuarbeiten, ohne die millionenfachen Massenmorde des Nationalsozialismus in Frage zu stellen. Wir brauchen eine doppelte Perspektive, mit der sowohl die Kontinuitäten kolonialer als auch nationalsozialistischer Welt- und Selbstbilder in den Blick genommen aber auch unterschieden werden können. MiG 1

 

 

 

 

Auslandseinsätze der Bundeswehr. Mandatsverlängerungen beschlossen

 

Deutsche Soldaten werden weiterhin im Kosovo, in Mali und vor den Küsten des Libanon eingesetzt. Das Kabinett hat beschlossen, die drei Mandate für die Auslandseinsätze zu verlängern. Der Bundestag muss den Anträgen noch zustimmen.

 

Schon seit Mitte 1999 ist die Bundeswehr im Kosovo. Der Einsatz bei Kosovo Force (KFOR) soll unverändert fortgesetzt werden. Auch an der Unifil-Mission im Libanon und am Minusma-Einsatz in Mali werden sich deutsche Soldaten weiter beteiligen.

Stabile Lage im Kosovo

Die Mission in der Republik Kosovo soll unverändert fortgesetzt werden, maximal 1.850 Soldatinnen und Soldaten werden eingesetzt. Die Lage im Land ist grundsätzlich ruhig und stabil. Das Konfliktpotential im kosovo-serbisch dominierten Norden ist allerdings weiter hoch. Um für ein sicheres und stabiles Umfeld zu sorgen, bleibt die internationale Truppenpräsenz daher weiter

erforderlich.

Das Bundestagsmandat zur Beteiligung bewaffneter deutscher Streitkräfte ist grundsätzlich unbefristet. Dennoch wird die Bundesregierung dem Deutschen Bundestag die Verlängerung des Mandats zur Zustimmung vorlegen.

Beziehungen zwischen Serbien und Kosovo

Im April 2013 beschlossen Serbien und Kosovo eine Normalisierungsvereinbarung. Sie sieht vor, serbische Parallelstrukturen - insbesondere im Norden Kosovos - Schritt für Schritt aufzulösen und in kosovarische Strukturen zu überführen. Ziel ist ein einheitlicher Rechtsraum in ganz Kosovo. Bei der Umsetzung des Abkommens wurden bereits wichtige Erfolge erzielt. Solange aber die Beziehungen beider Länder noch nicht nachhaltig stabil sind, ist es notwendig, dass Kfor-Kräfte den Prozess eng

begleiten.

Entwicklungszusammenarbeit mit Kosovo

Seit 1999 läuft auch die Entwicklungszusammenarbeit mit Kosovo. Die deutsche Hilfen von bisher mehr als 480 Millionen Euro tragen erheblich zum sozialen und wirtschaftlichen Aufbau des Landes bei.

Für 2015 sind Hilfen von 25,5 Millionen Euro geplant, um das Energienetz des Landes auszubauen und die  Abwasser-  und Abfallentsorgung zu verbessern.

Unifil vor den Küsten des Libanon

Auch an der  VN-geführten Mission Unifil werden sich weiter bewaffnete deutsche Streitkräfte beteiligen. Das Kabinett hat beschlossen, bis zum 30. Juni 2016 unverändert bis zu 300 Soldatinnen und Soldaten vor den Küsten des Libanon einzusetzen.

Aufgabe: Grenzschutz des Libanon

Die seeseitigen Grenzen des Libanon sollen gesichert werden. Rüstungsgüter und sonstiges Wehrmaterial nur mit Zustimmung der libanesischen Regierung ins Land kommen. Daneben werden eigene Fähigkeiten der libanesischen Marine aufgebaut. Der Libanon soll seine Grenzen eigenverantwortlich

sichern können.

Die Mission Unifil leistet einen wichtigen Beitrag zur Normalisierung der Beziehungen zwischen Israel und Libanon. Auch international wird  Unifil von allen Seiten als Stabilitätsanker in der Region anerkannt. Israel wie Libanon  schätzen das deutsche Engagement und legen ausdrücklich Wert

auf eine Fortsetzung.

Flüchtlinge werden im Libanon aufgenommen

Durch den Syrienkonflikt und die unverändert anhaltenden Flüchtlingsströme ist die Sicherheit im Libanon weiterhin stark gefährdet. Zudem nimmt die Bedrohung durch die Terrormiliz Islamischer Staat in der Region weiter zu. Für diese wachsenden Herausforderungen brauch Libanon auch weiter

internationale Unterstützung.

Damit der Libanon den Zustrom der vielen Flüchtlinge bewältigen kann, hat Deutschland das Land seit 2012 mit rund 247 Millionen Euro unterstützt. Davon sind etwa 59 Millionen Euro humanitäre Hilfe durch das Auswärtige Amt und 188 Millionen Euro entwicklungsorientierte Übergangshilfe durch das BMZ.

Mehr als eine Million Menschen haben im Libanon Zuflucht gefunden. Damit hat das Land - im Verhältnis zu seiner Bevölkerungsgröße - weltweit die meisten Flüchtlinge aufgenommen.

Auch Mali-Mission verlängert

Das Kabinett hat auch beschlossen, das Mandat für die Beteiligung bewaffneter deutscher Streitkräfte an Minusma zu verlängern. Mali soll in die Lage versetzt werden, selbst Sicherheit und staatliche Souveränität aufrecht zu erhalten. Das Mandat wird bis zum 30. Juni 2016 verlängert bei einer unveränderten personellen Stärke von bis zu 150 Soldatinnen und Soldaten.

Schritte zur Stabilisierung

Der für eine nachhaltige Stabilisierung in Mali entscheidende politische Prozess hat Fortschritte gemacht. Unter Leitung Algeriens wurde ein Friedensabkommen erarbeitet, das zwar von der Regierung, nicht aber von allen beteiligten Gruppen unterzeichnet wurde. Zur Stabilisierung der Sicherheitslage und des politischen Prozesses über den künftigen Status Nord-Malis ist die Mission

weiterhin nötig. Sie unterstützt auch den wichtigen Zugang für humanitäre Akteure im Land.

Der Einsatz ist Teil eines umfassenden Engagements der Bundesregierung für Mali im Rahmen eines vernetzten Ansatzes. Dazu zählen Krisenpräventionsmittel und Entwicklungszusammenarbeit. Dazu kommt das Ausstattungshilfeprogramm und die Ausbildung von Polizei und Sicherheitskräften im Rahmen der

EU- und VN-Missionen. Pib 3

 

 

 

 

Griechenland-Rettung abermals vertagt

 

Griechenland bekommt mehr Zeit zur Begleichung seiner Milliardenschulden an den Internationalen Währungsfonds: Der IWF gewährte der Regierung in Athen Aufschub für eine eigentlich am Freitag fällige Kredittranche in Höhe von 300 Millionen Euro.

Trotz Aussicht auf gelockerte Zügel und zusätzliche Finanzhilfe hat Griechenlands Regierungschef Alexis Tsipras im Schuldenstreit mit den Euro-Ländern noch nicht eingelenkt: Einige Reformforderungen der Gläubiger seien weiter inakzeptabel, sagte er am Donnerstag nach einem Treffen mit EU-Kommissionschef Jean-Claude Juncker in Brüssel. Der begann umgehend mit den Vorbereitungen für ein nächstes Treffen in den kommenden Tagen, womöglich schon am Freitag.

Um mehr Zeit zu gewinnen, überweist Griechenland eine eigentlich am Freitag fällige Rate von 300 Millionen Euro beim Internationalen Währungsfonds (IWF) zunächst nicht. Der Währungsfonds bestätigte am Donnerstagabend, er sei von Athen informiert worden, dass die vier Juni-Raten auf einen Schlag beglichen würden. Die Gesamtsumme von 1,6 Milliarden Euro sei nun "am 30. Juni fällig", erklärte der IWF in Washington. Diese Möglichkeit wurde Ende der 70er Jahre geschaffen, aber bislang nur ein einziges Mal - von Sambia in den 80er Jahren - genutzt.

Juncker hatte am Mittwoch bis spät in die Nacht vier Stunden mit Tsipras beraten, er bezeichnete das Gespräch als "sportlich". Eurogruppenchef Jeroen Dijsselbloem, der mit am Tisch saß, sprach von einem "sehr guten Treffen". IWF-Chefin Christine Lagarde erklärte aus Washington, die Geldgeber hätten eine "bedeutende Flexibilität" gezeigt. So wollen sie Athen einen deutlich geringeren Primärüberschuss - das Haushaltssaldo ohne Schuldendienst - abverlangen, als ursprünglich vereinbart, wie Tsipras selbst anerkannte.

Dennoch gehen dem griechischen Regierungschef die Zugeständnisse nicht weit genug. Es gebe weiter Punkte, "die niemand als Diskussionsgrundlage betrachten kann", bilanzierte er, und nannte insbesondere die verlangten Kürzungen bei niedrigen Renten oder eine Erhöhung der Mehrwertsteuer für Strom. Ergebnis der Dreierrunde sei daher aus seiner Sicht, dass sein eigener Vorschlag "der realistische Vorschlag auf dem Tisch bleibt".

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), die am Donnerstag mit Juncker telefonierte, signalisierte keine weitere Kompromissbereitschaft. "Wir von unserer Seite sind guten Willens, aber der gute Wille allein reicht nicht. Zum Schluss muss die Rechnung aufgehen", sagte sie "RTL Aktuell". Die Arbeit müsse beschleunigt werden, denn das Programm laufe am 30. Juni aus.

7,2 Milliarden Euro liegen noch in dem Programm für Athen bereit. Weil auch dies kaum für den ganzen Sommer reichen würde und ein drittes Hilfspaket kaum rechtzeitig geschnürt und beschlossen werden könnte, wollen die Euro-Länder Athen Medienberichten zufolge mit einer Bankenreserve unter die Arme greifen. 10,9 Milliarden Euro liegen demnach bereit, um griechische Geldinstitute zu rekapitalisieren. Es werde erwogen, den Betrag umzuwidmen, damit der griechische Staat damit seine Schulden begleichen könne, berichteten das "Handelsblatt" und die "Welt" (Freitagsausgaben).

Athen fordert eine solche Umwidmung schon seit Monaten. "Noch ist nichts entschieden", zitierte die "Welt" aus Verhandlungskreisen. Sollten sich Athen und seine Gläubiger darauf einigen und auch die Euro-Gruppe einverstanden sein, müsste darüber noch der Bundestag abstimmen, denn dann würde das Programm verändert.

Das Ringen geht also weiter. "Meine griechischen Freunde hindern mich daran, normalen Schlaf zu finden", klagte Juncker am Donnerstagnachmittag. Nach nur drei Stunden Schlaf in der Nacht zum Donnerstag sei er "erschöpft". Doch werde sich daran in den kommenden Tagen voraussichtlich nichts ändern.

In Brüsseler EU-Kreisen wurde nicht ausgeschlossen, dass Tsipras, Juncker und Dijsselbloem schon am Freitagabend erneut zusammensitzen. Dann müsste sich Tsipras aber beeilen: Er hat für Freitag um 17.00 Uhr (MESZ) sein Parlament einberufen, um es über den Stand der Verhandlungen zu informieren. Eine Abstimmung in Athen ist aber nicht geplant.  EA/AFP/rtr 5

 

 

 

 

EU-Verteilungsschlüssel in der Kritik. Deutschland und Frankreich wollen EU-Flüchtlingsquote drücken

 

Als Reaktion auf hunderte Tote auf dem Mittelmeer beschloss die EU einen neuen Verteilungsschlüssel. Danach sollen Flüchtlinge gerechter innerhalb der EU-verteilt werden. Deutschland und Frankreich beschweren sich nun. Grüne und Linke kritisieren die Innenminister beider Länder.

 

Deutschland und Frankreich wollen weniger Flüchtlinge aufnehmen, als im derzeit geplanten EU-Verteilschlüssel für schutzsuchende Menschen vorgesehen ist. Nötig sei ein “abgestimmter und gerechter” Schlüssel, begründeten Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) und sein französischer Amtskollege Bernard Cazeneuve am Montag in einer gemeinsamen Erklärung ihren Standpunkt. Die Minister verlangen unter anderem, dass das EU-System stärker berücksichtigen solle, wieviele Flüchtlinge ein Land bereits aufgenommen habe.

 

Die EU-Kommission in Brüssel hatte in der vergangenen Woche Vorschläge für eine Umverteilung gemacht, um die Außengrenzländer Italien und Griechenland zu entlasten. Zunächst möchte die Kommission 40.000 Syrer und Eritreer auf Europa verteilen. Deutschland soll laut dem Verteilschlüssel rund 22 Prozent, Frankreich rund 17 Prozent der Menschen aufnehmen. Die Zahl der schon in den Ländern lebenden Flüchtlinge hat die EU-Kommission bei der Berechnung der einzelnen Beiträge zwar berücksichtigt, aber nicht sehr stark gewichtet. Ein größeres Gewicht kommt der Wirtschaftsleistung und der Bevölkerungsgröße eines Landes zu.

Zeitlich befristete Ausnahme

Die beiden Minister betonten auch, dass das geplante Verteilverfahren “zeitlich befristet und eine Ausnahme bleiben” solle. Bisher enthalte der Kommissionsvorschlag noch “kein ausgewogenes Verhältnis” zwischen Solidarität und Verantwortung, kritisierten die Ressortchefs. Sie verlangten, dass die Außengrenzländer ihrer Pflicht zur Grenzüberwachung noch stärker nachkommen sollten.

Unter anderem sollten ankommende Migranten in “Wartezentren oder Hotspots” nahe der Ankunftsorte gebracht werden. Dort sollten die Menschen “zügig erfasst, überprüft und in das richtige Verfahren überführt werden”. Einige Asylsuchende sollten dann auf andere Länder verteilt, irreguläre Migranten ohne Anspruch auf Schutz hingegen schnell abgeschoben werden, schrieben de Maizière und Cazeneuve.

Linke kritisiert Abschreckung und Abschottung

Bei der Opposition stößt das Schreiben des deutschen und französischen Innenministers auf Kritik. Die innenpolitische Sprechering der Linksfraktion, Ulla Jelpke: “Die Krokodilstränen über Hunderte im Mittelmeer ertrunkene Flüchtlinge sind kaum getrocknet, da schlägt Bundesinnenminister Thomas de Maizère schon in die Kerbe der Abschreckung”. Jetzt gingen die Innenminister wieder zur Tagesordnung über und das heiße vor allem Abschottung und Abschiebung.

Noch im April 2015 hatte de Maizière in einer Bundestagsdebatte davon gesprochen, dass Europa sich nicht abschotten und man nicht einfach zur Tagesordnung übergehen dürfe. “Genau das scheint jetzt aber zu geschehen. Die Innenminister wollen ‘hartnäckig’ am Dublin-System festhalten”, so Jelkpe weiter. Die Linkspolitikerin befürchtet, dass eine quotenmäßige Verteilung nur als zeitlich begrenzte Ausnahme zur Entlastung der Hauptaufnahmeländer geben wird. Längerfristig wolle man die Schutzsuchenden aber in Hotspots auffangen und dort mit Hilfe eines schnellen Abfertigungssystems in “gute” und “schlechte” Flüchtlinge sortieren.

Grüne: zynisch und humanitär unverantwortlich

Luise Amtsberg, Sprecherin für Flüchtlingspolitik bei den Grünen, wirft de Maizière vor, “eine Chance vertan” zu haben. “Er hätte seine Amtskollegen davon überzeugen können, wie notwendig mehr europäische Solidarität bei der Aufnahme von Flüchtlingen ist.” Stattdessen hätten der deutsche und französische Innenminister eine “klare als Absage an das von der EU-Kommission vorgeschlagene Umsiedlungsprogramm von Flüchtlingen aus Italien und Griechenland” abgegeben.

“Warte- und Abschiebezentren vor Ort ist nicht nur absolut zynisch, sondern angesichts der mangelnden Aufnahme- und Versorgungskapazitäten für ankommende Flüchtlinge in Sizilien oder auf den griechischen Inseln auch humanitär unverantwortlich”, so Amtsberg. (epd/mig 3)

 

 

 

 

Arbeitsmarkt Sofortprogramm für Flüchtlinge gefordert

 

Die Arbeitsagentur macht Druck: Um die gute Lage am Arbeitsmarkt für Asylbewerber zu nutzen, braucht es nicht nur Geld. Arbeitsministerin Nahles signalisiert Entgegenkommen. von Sven Astheimer

 

Folge des Aufschwungs: Offene Stellen sollen Zuwanderer besetzen.

Die Lage am deutschen Arbeitsmarkt bleibt positiv. Im abgelaufenen Monat sank die Zahl der gemeldeten Arbeitslosen um 81.000 auf 2,76 Millionen. Das ist der niedrigste Mai-Wert seit Anfang der neunziger Jahre. Zwar sprach Frank-Jürgen Weise, der Vorstandsvorsitzende der Bundesagentur für Arbeit, am Dienstag in Nürnberg von der üblichen Frühjahrsbelebung als ein Grund für die gute Entwicklung. Dennoch ergab sich auch um diese Saisoneffekte bereinigt noch ein leichter Rückgang um 6000. Die Unterbeschäftigung, die auch Arbeitslose in Weiterbildungsmaßnahmen umfasst und damit ehrlicher Auskunft gibt, sank ebenfalls leicht um 3000 auf 3,63 Millionen.

Zuversichtlich stimmte den Behördenleiter aber vor allem der hohe Arbeitskräftebedarf der Unternehmen. Die Zahl der gemeldeten offenen Stellen stieg auf 557.000. Gesucht werden vor allem Fachkräfte für Metall- und Elektronikberufe sowie den Verkauf, auch Gesundheitsberufe und Logistikqualifikationen sind gefragt. Die hohe Nachfrage hat die Erwerbstätigkeit im April auf 42,65 Millionen getrieben, wie das Statistische Bundesamt bekannt gab. Das waren 208.000 mehr als ein Jahr zuvor. Die größte Teilgruppe der sozialversichert Beschäftigten legte im März auf 30,47 Millionen zu, das waren fast 540.000 mehr im Vorjahresvergleich. „Der Beschäftigungsaufbau dürfte anhalten“, schlussfolgerte Weise.

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Schon heute können die Stellen allerdings oft nicht mehr mit den offiziellen Arbeitslosen besetzt werden, weil häufig die Qualifikationen der Bewerber nicht zum geforderten Profil passen. Neue Beschäftigte kommen meist aus der „Stillen Reserve“ – etwa Berufsrückkehrerinnen nach Familienzeiten – oder aus der Zuwanderung. Eine derzeit rasche wachsende Gruppe stellen dabei die Flüchtlinge und Asylbewerber dar.

Arbeitsagentur warnt vor Vermittlungsengpass bei Flüchtlingen

Die Führung der Arbeitsagentur warnt nun vor einem Vermittlungsengpass bei Flüchtlingen und fordert deshalb mehr Geld vom Bund für Mitarbeiter und Arbeitsmarktpolitik. Vorstandsmitglied Heinrich Alt sprach davon, dass in diesem Jahr noch rund 200.000 weitere Flüchtlinge von den Jobcentern betreut werden müssten – zuzüglich der schon heute vorhandenen 360.000 Zuwanderer. „Bislang dürfen wir viele Maßnahmen aber erst ergreifen, wenn sich die Person 48 Monate in Deutschland aufgehalten hat“, erklärt Alt. Dazu gehörten etwa das Bafög oder die Ausbildungsförderung. Zwar habe der Bundestag beschlossen, diese Frist zur Mitte des kommenden Jahres auf 15 Monate zu verkürzen. Die Arbeitsagentur würde jedoch eine Senkung auf sechs Monate begrüßen, die schon früher einsetzt, sagte Alt. Nach einem halben Jahr müsse der Status des Flüchtlings geklärt sein, um mit einer Integration in den Arbeitsmarkt beginnen zu können.

Außerdem warnte er vor Bearbeitungsengpässen. Die ebenfalls in Nürnberg ansässige Schwesterbehörde BAMF (Bundesamt für Migration und Flüchtlinge) erhalte 1000 neue Mitarbeiter zur Bewältigung der Asylverfahren – für das Gesamtjahr werden bis zu 450.000 Asylanträge erwartet. Wenn die Verfahren vom BAMF künftig schneller bearbeitet würden, müssten auch die Jobcenter den Ansturm bewältigen können, fordert Alt. Dafür seien geschätzt ebenfalls 1000 Mitarbeiter in den Jobcentern und 150 Millionen Euro für Arbeitsmarktpolitik nötig. „Der Bund steht jetzt in der Verantwortung, auch bei den Jobcentern Vorsorge zu treffen“, mahnte Alt ungewöhnlich deutlich.

Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles (SPD) signalisierte in Berlin Entgegenkommen. Angesichts steigender Flüchtlingszahlen brauche man ein eigenständiges Flüchtlingsprogramm, sagte die Sozialdemokratin. „Insbesondere müssen mehr finanzielle Mittel her für berufsbezogene Sprachkurse und Eingliederung in Arbeit.“ Auf konkrete Summen und einen Zeitrahmen für das Programm ging sie nicht ein. Nahles’ Parteifreundin, die rheinlandpfälzische Ministerpräsidentin Malu Dreyer forderte, die Integrationskurse des Bundes zu öffnen für Asylbewerber mit großen Chancen, im Land zu bleiben. Dies beschleunige den Spracherwerb.

Behördenmanager Alt ging auch auf die Qualifikation der Flüchtlinge ein und sprach von einer „Riesenspreizung“. Die Eingliederungschancen von einem traumatischen Analphabeten aus dem Irak unterschieden sich naturgemäß erheblich von denen eines syrischen Arztes. Die Arbeitsagentur hat schon in einem Pilotprojekt in mehreren großen Städten die Früherkennung von Arbeitsmarktpotentialen von Flüchtlingen erprobt.  Faz 2

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Zivile Handelsschiffe retten zehn Mal mehr Flüchtlinge als Frontex

 

Rund 19.000 Menschen haben zivile Handelsschiffe sei November 2014 vor der libyschen Küste gerettet. EU-Schiffe haben im selben Zeitraum nur 1.700 Menschenleben retten können. Die Linke fordert wirksame Rettungsprogramme.

 

Zwischen November 2014 und Ende April 2014 waren zivile Handelsschiffe in internationalen Gewässern vor der libyschen Küste an der Rettung von insgesamt 18.963 Menschen in Seenot beteiligt. EU-Schiffe der Frontex-Operation “Triton” hingegen waren nur bei der Rettung von 1.710 Menschen zugegen. Das geht aus einer Antwort der Bundesregierung auf eine parlamentarische Anfrage der Linksfraktion hervor.

Wie die Bundesregierung außerdem mitteilt, waren bei allen Rettungsaktionen vor der libyschen Küste Handelsschiffe beteiligt, in einem Drittel der Fälle (34%) retteten sie alleine, in 57% der Fälle gemeinsam mit nationalen Booten der Küstenwache oder Marine und nur in 9% der Fälle mit Unterstützung von Frontex-Schiffen der EU.

“Die Zahlen belegen eindrücklich, wie dringend und überfällig die Mandatserweiterung von Frontex zur Rettung von Flüchtlingen im Mittelmeer bis hin an die libyschen Küstengewässer ist”, kommentiert Ulla Jelpke, innenpolitische Sprecherin der Linksfraktion die Zahlen. Die Entscheidung, die Rettungsoperation “mare nostrum” einzustellen, sei unverantwortlich gewesen und habe schon zu viele Menschenleben gekostet. “Hierfür tragen die EU und insbesondere auch Deutschland die Verantwortung”, so die Linkspolitikerin weiter.

Es sei unverantwortlich, die Seenotrettung den zivilen Handelsschiffen zu überlassen. Diese seien für die Rettung von oft Hunderten von Menschen nicht ausgestattet, ökonomische Zwänge übten zudem einen indirekten Druck auf die Reedereien aus, im Zweifelsfall einer Seenotrettung aus dem Wege zu gehen. “Erforderlich ist deshalb die unverzügliche Bereitstellung einer effektiven Seenotrettung in EU-Verantwortung. Dies kann so aber nicht unter dem derzeitigen Frontex-Mandat laufen, welches als zentrales Ziel gerade nicht die Rettung von Menschenleben, sondern nur die möglichst effektive Grenzsicherung hat”, kritisiert Jelpke.

Die Linspolitikerin bemängelt, dass Schutzsuchende angesichts der Abschottungspolitik der EU weiterhin gezwungen sind, sich auf gefährliche Fluchtwege und in die Hände von Schleusern zu begeben. Deshalb müssten Asylsuchende die Möglichkeit der legalen und sicheren Einreise in die EU erhalten. Jelpke: “Nur so kann auch den Schleusern die Geschäftsgrundlage entzogen werden.” MiG 1

 

 

 

Ostukraine: Folter, willkürliche Tötungen, Hunger

 

Über 6.500 Tote hat es seit April 2014 in der Ostukraine gegeben: Diese Zahl nannten am Montag die Vereinten Nationen. In dem UNO-Bericht wird auch auf die „unmenschliche Situation“ im Donbass hingewiesen: in denen von Separatisten kontrollierten Gebieten gebe es Folter und „willkürliche Tötungen“. Aus Moskau kommen dazu neue Drohungen; falls nötig, werde Russland auch mit Nuklearwaffen reagieren. Dies gelte insbesondere auf der Krim, so eine Kreml-Note.

Das Oberhaupt der mit Rom unierten griechisch-katholischen Kirche der Ukraine, Swjatoslaw Schewtschuk, ruft deshalb dazu auf, wieder einen Weg zur Friedenslösung zu suchen. Man müsse vor allem an die über zwei Millionen Flüchtlinge aus der Kriegsregion denken, so der Großerzbischof von Kiew im Gespräch mit Radio Vatikan. „Im Donbass gibt es Zonen, die von russischen Truppen kontrolliert werden, und jeden Tag werden da schwere Waffen hintransportiert. Was mich persönlich schockiert, ist die Zahl: In den vergangenen Monaten wurden über 700 Panzer aus Russland dorthin verlegt. Ich frage mich, weshalb? Es gab doch das Abkommen von Minsk, dann müssten doch alle daran interessiert sein, so viele Menschenleben zu retten wie möglich - und mit Panzern rettet man sicherlich nicht Menschenleben. Wir haben stattdessen die schlimmste humanitäre Katastrophe in Osteuropa seit dem Zweiten Weltkrieg.“

Auch die katholische Kirche leide konkret unter der Aggression und Kriegssituation, so Schewtschuk. Im Donbass gibt es 12 griechisch-katholische Pfarreien. Die meisten Priester seien dort geblieben, obwohl sie bedroht und angegriffen würden. Da es derzeit keine römisch-katholischen Priester im Donbass gibt, kümmern sich Schewtschuks Priester auch um die Katholiken des lateinischen Ritus.

„Die besetzten Gebiete werden von verschiedenen Banden kontrolliert, die zum Teil auch gegeneinander kämpfen. Deshalb ist es auch sehr schwierig, dorthin zu reisen. Ich frage mich deshalb, weshalb die Separatisten-Führer nichts unternehmen, damit Priester dorthin reisen können. Ich glaube, das liegt daran, dass sie Angst vor Priestern haben, die auch Nahrung und Hilfe bringen könnten. Viele Menschen im Donbass sterben nicht wegen der Waffen, sondern weil niemand ihnen Nahrung bringt.“ Deshalb sehe er die Rolle der Kirche nicht als „politischen Faktor“, sondern als „Hoffnungsbringer“, so der Großerzbischof.

(rv 02.06.)

 

 

 

 

Einer der wichtigsten Konflikte seit der Nachkriegszeit

 

Kommentar von Anetta Kahane, Vorsitzende der Amadeu Antonio Stiftung

 

Der Verfassungsschutz berichtet stolz, eine Neonazigruppe mit dem Namen „Oldschool Society“ aufgespürt zu haben, die dabei war Terroranschläge vorzubereiten. Die Festgenommenen sollen Sprengstoff in Wohnungen versteckt haben. Und da die Mitglieder der Gruppe „kurz vor dem Durchdrehen“ gewesen seien, hätte die Polizei die Nazis bei Razzien verhaftet. Das ist ganz gewiss ein Erfolg – einer der nach dem Desaster mit dem NSU dringend notwendig war. Der Nationalsozialistische Untergrund konnte mehr als ein Jahrzehnt ungestört morden und da die Opfer Einwanderer waren, versagten die Ermittlungen so katastrophal, dass dies eine Staatskrise auslöste. Nun der Erfolg mit der Oldschool Society. Heißt das, jetzt ist alles wieder im Lot mit der Bekämpfung des Rechtsextremismus?

 

Wer gegen Nazis ist, so heißt es, sollte ein NPDVerbot unterstützen. Die gewalttätigen Angriffe von Rechtsextremisten auf Teilnehmer einer Kundgebung von Gewerkschaften und Antifas am 1. Mai mit mehreren Verletzten in Weimar und Saalfeld hat die Debatte erneut angefacht. Nach der Selbstenttarnung des NSU war das zweite Verbotsverfahren gegen die NPD in Angriff genommen worden, gerade so, als wäre es mit einer verbotenen NPD zu den Morden an zehn Menschen nicht gekommen. Und nun überfallen Nazis die Kundgebungen zum 1. Mai und gleich fällt einigen das NPD Verbot wieder ein. NPD-Verbot, Rechtsterrorismus, Verfassungsschutz – das sind die Punkte, um die sich die Politik immer wieder dreht. Doch reicht das aus?

 

In den letzten Monaten wurde durch flüchtlingsfeindliche Bewegungen wie Pegida und ihre Ableger sowie zahlreiche Angriffe auf Flüchtlinge und deren Unterkünfte sichtbar, dass es bei den hasserfüllten Ressentiments nicht um die NPD geht. Es geht nicht einmal um Neonazis. Es sind die ganz normalen Bürger, die sich hier positionieren. Entweder sie schreien Parolen gegen das demokratische System und freuen sich über brennende Flüchtlingsunterkünfte oder sie stehen auf der anderen Seite und sind über solches Handeln zutiefst empört und stellen sich schützend und helfend vor die Flüchtlinge. Die Gesellschaft, die Menschen vor Ort tragen einen der wichtigsten Konflikte seit der Nachkriegszeit aus. Und dieser Konflikt hat mit der Zukunft Deutschlands zu tun. Wie wollen und wie können wir in der globalisierten Welt leben, heißt die Frage. Ist es möglich – oder richtig – sich vom Rest der Welt abzuschotten und nur die Vorteile der Globalisierung zu genießen, deren Nachteile aber auszusperren? Sind die sozialen Gefälle zwischen dem weißen Europa und dem nicht-weißen Rest der Welt nur durch unüberwindbare Grenzen zu halten?

 

Die Antwort: ganz sicher nicht. Wir werden mit Flüchtlingen und Einwanderern leben. Und wir wären gut beraten, dieses Zusammenleben zu gestalten. Dass sich in der Gesellschaft dieser Konflikt spiegelt ist gut, denn ohne diesen Konflikt durchzustehen wird es nicht gehen. Doch ebenso wichtig ist es, dass die Politik handelt. Da reicht es nicht, die NPD verbieten zu wollen und nicht auch den Verfassungsschutz zu reformieren, was noch immer nicht ausreichend geschehen ist. Da reicht es ebenso wenig, sich mit dem Fang einer vermeintlichen Terrorgruppe zu brüsten, anstatt systematisch Rassismus in Deutschland zu bekämpfen. Denn den gibt es nicht nur im fernen Amerika, auf das so gern mit dem Finger gezeigt wird. Auch Deutschland hat hier ein riesiges Defizit. Die Vereinten Nationen haben in Genf hierzu einige deutliche Worte gesagt (siehe Seite 3). Deutschland hat die Antirassismus-Konvention zwar unterschrieben, hält sie aber bei Weitem nicht ein. Es ist nach wie vor sehr weit davon entfernt, hier eine gerechte und gleichwertige Behandlung aller seiner Bürger zu gewährleisten.

 

Was dazu getan werden müsste, ist längst bekannt. Neben einer weiteren Klärung des Staatsbürgerschaftsrechts braucht es vor allem eine strikte Kontrolle aller staatlichen Handlungsfelder von der Polizei bis zur Schule. Wer hier rassistisch handelt, sollte vom demokratischen Rechtsstaat zur Verantwortung gezogen werden. Die strukturellen und finanziellen Voraussetzungen hierfür hat die Politik zur Verfügung zu stellen. Dazu bedarf es eines politischen Willens, eines klaren Blicks auf die Zukunft und auf den Zustand im Lande.

Wir, die zivile Gesellschaft sind an der Stelle der Politik sogar ein Stück voraus, wenn wir es schaffen, uns gegen die hasserfüllten, rückwärtsgewandten und rassistischen Feinde der offenen Gesellschaft durchzusetzen. Wir fordern mehr als nur ein bisschen NPD-Verbot, das nichts bewirkt, aber viel Lärm macht, mehr als nur den Erfolg einer Razzia gegen eine Nazigruppe, mehr als leere Worte über die tollen Veränderungen beim Verfassungsschutz. Damit lassen wir uns nicht abspeisen. Deshalb lautet unser Auftrag an die Politik: Lasst nicht die Flüchtlinge ertrinken, sondern macht Deutschland endlich zu einem Einwanderungsland, das diesen Namen auch verdient! Forum Migration Juni 2015

 

 

 

 

Bundesverwaltungsgericht. Einbürgerung nur bei gesichertem Lebensunterhalt

 

Wer keinen Anspruch auf Einbürgerung hat, muss nicht nur seinen eigenen Lebensunterhalt sicher können, sondern auch den der im Ausland lebenden Familie. Bei einer Ermessenseinbürgerung könnten höhere Anforderungen gestellt werden, entschied das Bundesverwaltungericht.

 

Ausländer ohne Rechtsanspruch auf die deutsche Staatsbürgerschaft können nur dann eingebürgert werden, wenn sie genug Geld verdienen. Bewerber für eine solche Ermessenseinbürgerung müssten dabei auch den Lebensunterhalt ihrer im Ausland lebenden Familie sichern können, urteilte das Bundesverwaltungsgericht in Leipzig am Donnerstag. Bei einem Rechtsanspruch auf Einbürgerung gelten andere Regelungen. (AZ: BVerwG 1 C 23.14)

Kläger in dem Verfahren war ein 1972 geborener Mann, der 1997 erstmals in die Bundesrepublik eingereist ist und seit 2009 über eine Niederlassungserlaubnis verfügt. Seit 2003 ist der Mann den Angaben zufolge mit einer Jordanierin verheiratet, die mit den gemeinsamen drei Kindern in Jordanien lebt. Seinen Antrag auf eine Ermessenseinbürgerung von 2009 lehnte die Einbürgerungsbehörde in München ab, weil der Kläger seit seiner Einreise Geringverdiener sei und bei einem Nachzug seiner Familie deren Lebensunterhalt nicht werde decken können.

Die bayerischen Verwaltungsgerichte urteilten, bei der Prognose künftiger Lebensunterhaltssicherung dürften nur die bereits in Deutschland lebenden unterhaltsberechtigten Angehörigen berücksichtigt werden. Weitere Angehörige dürften nur miteinbezogen werden, wenn sich deren Nachzugsabsicht konkret abzeichne.

Das wies das Bundesverwaltungsgericht nun zurück. Die Einbürgerungsvoraussetzung, den Lebensunterhalt der Angehörigen sichern zu können, sei umfassend und nicht auf in Deutschland lebende Angehörige beschränkt. Für den Erwerb der Staatsbürgerschaft müssten an die wirtschaftliche Integration der Antragsteller erhöhte Anforderungen gestellt werden, wenn kein Rechtsanspruch auf Einbürgerung bestehe. Damit solle auch einem künftigen Bezug steuerfinanzierter Sozialleistungen vorgebeugt werden. (epd/mig 1)

 

 

 

 

Auswanderung. Warum die Besten Deutschland verlassen

 

Rund 140.000 Auswanderer verlassen jedes Jahr Deutschland, besonders Akademiker und Führungskräfte. Doch viele kehren auch zurück – mit neuen Kompetenzen und Kontakten. Von Stefan von Borstel

 

Sie sind jung, gut ausgebildet und wollen Karriere machen. Rund 140.000 Auswanderer verlassen jedes Jahr Deutschland, weil sie mit ihrem Leben hier unzufrieden sind. Insgesamt lebten 2011 rund 3,4 Millionen deutsche Auswanderer in einem anderen Industrieland, berichtet die Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) in einem Report über die deutschen "Talente im Ausland". Deutschland ist nicht nur das zweitgrößte Einwanderungsland innerhalb der OECD, sondern auch eines der Hauptherkunftsländer für Auswanderer, stellen die Pariser Forscher fest.

Allerdings wurde der Aufwärtstrend bei den Fortzügen 2008 unterbrochen, seitdem habe sich die Zahl der Fortzüge auf hohem Niveau stabilisiert. "Seit der Finanzkrise dürfte es für potenzielle Auswanderer attraktiver geworden sein, in Deutschland zu bleiben", vermutet die OECD. Auch der deutliche Rückgang der Arbeitslosigkeit in Deutschland dürfte den Trend zur Auswanderung gebremst haben.

Dennoch ist Deutschland immer noch das fünftwichtigste Herkunftsland von Auswanderern, nach Mexiko, Großbritannien, China und Indien. 90 Prozent der deutschen Auswanderer zieht es in nur zwölf OECD-Länder. An der Spitze liegen die USA mit 1,1 Millionen deutschen Emigranten. Mit großem Abstand folgen Großbritannien und die Schweiz mit jeweils 270.000 Zuwanderern aus Deutschland. Beliebte Zielländer sind auch Frankreich, Spanien und Italien mit jeweils rund 200.000 Deutschen.

50.000 Auswanderer haben einen Doktortitel

Das Bildungsniveau der Auswanderer ist nach den Erkenntnissen der OECD hoch und in den vergangenen Jahren sogar noch gestiegen. Offenbar verlassen die Besten das Land, die hierzulande in Zeiten des Fachkräftemangels dringend gebraucht würden. 1,4 Millionen haben Abitur und/oder eine Berufsausbildung, weitere 1,2 Millionen können ein abgeschlossenes Studium vorweisen. Vor allem durch den hohen Anteil an gut ausgebildeten Frauen stieg die Zahl der hoch qualifizierten Emigranten im vergangenen Jahrzehnt um 40 Prozent. Allein in der Schweiz hat sich die Zahl der hoch qualifizierten Deutschen zwischen 2001 und 2011 auf 150.000 verdoppelt. Fast 50.000 Auswanderer haben sogar einen Doktortitel.

Einen Grund zur Sorge sieht Studienautor Friedrich Poeschel in den hohen Abwanderungszahlen dennoch nicht. "Das ist keine Abstimmung gegen Deutschland mit den Füßen." Die starke Auswanderung sei eher Ausdruck der zunehmenden Internationalisierung Deutschlands und der starken Exportorientierung der deutschen Wirtschaft. Für diese These spricht auch, dass in den vergangenen Jahren nicht die klassischen Auswanderungsländer in Übersee wie die USA oder Kanada Hauptziele der Auswanderer waren, sondern Länder des Europäischen Binnenmarktes und Haupthandelspartner wie die Schweiz, Österreich und die Niederlande. Zwischen 2001 und 2013 gingen dreimal so viele Deutsche in europäische wie in nicht europäische OECD-Länder.

Viele Zuwanderer kehren nach einer gewissen Zeit auch wieder zurück – mit neuen Kompetenzen und Kontakten. Auswanderer würden oft als Verlust für ein Land betrachtet, sie könnten aber auch eine wichtige Rolle bei der Förderung des Handels und der wirtschaftlichen Entwicklung spielen, sagt OECD-Experte Poeschel.

Oft mit Fähigkeiten, die in Deutschland fehlen

Angesichts des hohen Bildungsniveaus überrascht es nicht, dass Berufe mit hohem Qualifikationsniveau unter den deutschen Auswanderern im Vergleich zu den in Deutschland Beschäftigten überrepräsentiert sind. Insbesondere außerhalb Europas nehmen deutsche Auswanderer oft Führungsaufgaben wahr, schreibt die OECD. In Europa, vor allem in der Schweiz, Großbritannien und Österreich, sind viele Auswanderer in Berufen tätig, bei denen in Deutschland Engpässe bestehen, wie Ingenieur-, Gesundheits- und Betreuungsberufe. Hochschullehrer und Wissenschaftler leben häufig in den USA, der Schweiz und Kanada.

Den Grundstein für ein mögliches Leben im Ausland legen Deutsche häufig schon nach der Schule. Kein anderes OECD-Land entsendet so viele Studenten ins Ausland wie Deutschland. Zwischen 2010 und 2012 stieg die Zahl der deutschen Studenten in den OECD-Ländern um 14 Prozent auf 140.000. Die Zielländer sind in erster Linie Österreich, die Niederlande, Großbritannien und die Schweiz. 30 Prozent der deutschen Studenten im Ausland studieren Mathematik, Naturwissenschaften, medizinische Fächer oder Ingenieurwissenschaften.

Die Auswanderer sind ehrgeizig: Als Hauptgrund für den Wegzug aus Deutschland nennen sie Karriereerwägungen, erst danach folgen familiäre Gründe. Bei den Rückkehrern ist es umgekehrt: Oft ziehen sie der Familie wegen wieder zurück in die alte Heimat und nicht wegen der Karriere. Laut Umfragen tragen sich 15 Prozent der Deutschen mit dem Gedanken auszuwandern, unter den Arbeitslosen ist es sogar jeder Dritte. Doch nur die wenigsten von ihnen setzen diese Absicht auch schließlich in die Tat um. Auffallend ist, dass die auswanderungswilligen Deutschen mit ihrem Leben weniger zufrieden sind als ihre Landsleute ohne Auswanderungsabsicht. Nach der Auswanderung steigt die Zufriedenheit zwar an, erreicht aber nicht das Niveau derjenigen, die in der Heimat geblieben sind. DW 2

 

 

 

 

Enwicklungsminister: “Das sind keine Wirtschaftsflüchtlinge. Das sind Elends-, Hunger-, und Notflüchtlinge.”

 

“Auf dem Balkan gibt es keinen Grund für politische Verfolgung”, sagt Entwicklungsminister Müller nach seinem Kosovo- und Serbienbesuch. Ein Roma-Lager bezeichnet er allerdings als ein “Schandfleck mitten in Europa”. Man könn es den Menschen nicht verdenken, dass die Menschen flüchten. VON Thomas Schiller, Tanja Tricarico

 

Trotz der prekären Lage vor allem für die Gruppe der Roma hält Bundesentwicklungsminister Gerd Müller (CSU) Serbien und Kosovo für sichere Herkunftsländer. “Auf dem Balkan gibt es keinen Grund für politische Verfolgung”, sagte Müller dem Evangelischen Pressedienst. Das müsse man den Menschen vor Ort klarmachen und ihnen sagen, dass sie in Deutschland keine Chance auf Asyl hätten. Müller zufolge kommen rund 60 Prozent der Asylbewerber in Deutschland aus den Balkanstaaten, mehr als 99 Prozent der Asylanträge werden abgelehnt.

Der CSU-Politiker äußerte sich im Anschluss an einen Besuch im Kosovo und in Serbien. Im serbischen Belgrad hatte Müller auch ein Roma-Lager besucht. “Dieses Lager ist ein Schandfleck mitten in Europa”, sagte Müller. Es gebe kein Wasser, die Menschen hausten in Verschlägen, und es gebe kaum Nahrungsmittel. “Man kann es den Menschen nicht verdenken, dass sie einen Ausweg aus einem ausweglosen Leben suchen”, sagte Müller: “Das sind keine Wirtschaftsflüchtlinge. Das sind Elends-, Hunger-, und Notflüchtlinge.”

Sein Ministerium will künftig verstärkt mit den Behörden vor Ort zusammenarbeiten und mehr Perspektiven für die Menschen schaffen. Vor allem den Kindern müsse man es ermöglichen, in die Schule zu gehen, sagte Müller. “Sie müssen aus dem Teufelskreis ihrer Eltern, den sie über Generationen gelebt haben, herauskommen.” Dies werde nicht für alle gelingen. Aber viele würden dieses Leben nicht mehr wollen, betonte der Minister.

Mit Blick auf die Debatte um die Aufnahme von Flüchtlingen etwa aus Syrien in der EU forderte Müller eine differenzierte Betrachtung. “Es handelt sich um Menschen, die einen brutalen Krieg überlebt haben”, sagte der Minister: “Hier ist die Solidarität der Europäischen Union gefragt. Wir sind eine Wertegemeinschaft, die Europa unter Beweis stellen sollte.” Im Moment werde die EU ihrer moralischen Verpflichtung nicht gerecht, sagte der Minister. Müller bezog sich dabei auch auf die Weigerung Großbritanniens, mehr Flüchtlinge aufzunehmen.

Zudem plädierte der Entwicklungsminister dafür, dass die EU schnell Verhandlungen etwa mit Libyen aufnimmt. Tausende Flüchtlinge würden dort auf eine lebensgefährliche Überfahrt nach Europa warten, sagte Müller. Dort müsse die EU schnell handeln. Trotz der gewaltsamen Auseinandersetzungen und der unterschiedlichen politischen Strömungen in Libyen müssten Gespräche mit den Gruppierungen aufgenommen werden. “Es gibt keine Alternative dazu, als in die Herkunfts- und Transitstaaten zu investieren”, sagte Müller.

Der CSU-Politiker unterstützte erneut die von Brüssel angestrebte Quotenregelung zur Aufnahme von Flüchtlingen, um eine bessere Verteilung in der EU zu ermöglichen. Zudem bekräftigte er seine Forderung nach einem Sonderfonds in Höhe von zehn Milliarden Euro für die Versorgung der Flüchtlinge aber auch zur Bekämpfung der Fluchtursachen in den Herkunfts- und Transitstaaten. Müller zufolge kann das Geld aus bereits vorhandenen EU-Töpfen organisiert werden. (epd/mig 2)

 

 

 

 

„Die Polarisierung ist spürbar“

 

Interview mit Kai Venohr, Rechtsextremismusexperte beim DGB Bildungswerk, Vorstand des gewerkschaftlichen Vereins „Mach meinen Kumpel nicht an!“

Forum Migration: Herr Venohr, gewaltsame Übergriffe gegen Migranten nehmen zu. Gibt es Parallelen zur Situation in den neunziger Jahren?

Kai Venohr: Tatsächlich gibt es Ausschreitungen, Fackelmärsche und bereits mehrere Brandanschläge. Das erinnert an die Pogromstimmung nach der Wende. Politisch ist die Situation heute aber eine andere als in den Neunzigern.

 

Inwiefern?

Damals haben Politik und Medien eine „Das Boot ist voll“-Debatte geführt. „Die Brandstifter sitzen in Bonn“ war damals ein geflügeltes Wort. Da hat es seither ein Umdenken gegeben, auch die Bundesregierung hat sich deutlicher gegen Ausgrenzung positioniert.

 

Woran liegt das?

Da spielen auch klare wirtschaftliche Interessen eine Rolle. Man sorgt sich stärker darum, wie Deutschland im Ausland dasteht – auch vor dem Hintergrund der Fachkräftedebatte. Allerdings hat bei Pegida auch die Zivilgesellschaft hart dagegengehalten, es gibt anders, als in den 1990ern, auch in der Fläche viel Solidarität mit den Flüchtlingen aus der Bevölkerung.

 

Es gibt in der Migrationsdebatte eine Polarisierung zu den Rändern. Ist das in den Betrieben spürbar?

Ja, etwa wenn uns muslimische Kolleginnen und Kollegen berichten, dass sie sich für den IS rechtfertigen müssen. In manchen Branchen ist die Lohnkonkurrenz ein großes Problem. Auch wenn es hier keine Krise gibt, ist die Angst davor trotzdem da. Dann wird ein Unterschied aufgemacht zwischen neu zugezogenen und alteingesessenen Migranten: ‚Der Mehmet ist ja ganz in Ordnung, aber die Rumänen ...‘. Dann trifft der Rassismus die Wanderarbeiter mit den wirklich schlechten Verträgen. Vertrauensleute der Gewerkschaften und Betriebsräte müssen dagegenhalten.

 

Und was können die tun?

Die Entsendeten gelten oft als Menschen, die bei Sub-Sub-Unternehmern unter Vertrag stehen. Aus dieser Rolle muss man sie holen und klarmachen, dass es sich um ganz normale Kolleginnen und Kollegen handelt, die integriert gehören. Kollegen müssen sich dafür schulen lassen, gegen Rassismus und Rechtsextremismus im Betrieb vorzugehen.   Forum Migration, Juni

 

 

 

 

 

Migrationsstudie. Pflegebranche tut sich schwer mit Suche nach Fachkräften im Ausland

 

Deutsche Unternehmen fremdeln noch immer mit der gezielten Ansprache ausländischer Fachkräfte. Zu stark wirkt die Logik des Anwerbestopps nach: Seit den 1970ern ist qualifizierte Zuwanderung zwar erlaubt, wurde aber kaum aktiv ermöglicht. Genau das jedoch wäre heute notwendig, zeigt eine aktuelle Studie.

 

Selbst wenn es Unternehmen an Fachkräften mangelt, tun sie sich schwer, gezielt Arbeitnehmer aus dem Ausland für sich zu gewinnen. Das zeigt eine Studie der Bertelsmann Stiftung am Beispiel der Pflegebranche. Kaum ein anderer Wirtschaftszweig in Deutschland hat derart große Schwierigkeiten, qualifiziertes Personal zu finden. 61 Prozent der Pflegeeinrichtungen haben Vakanzen, durchschnittlich sind dort 4,3 Stellen unbesetzt. Trotzdem, so das Ergebnis einer Unternehmensbefragung, hat bislang nur ein Sechstel der Pflegebetriebe versucht, Fachkräfte im Ausland zu rekrutieren.

Für die repräsentative Studie befragte das Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW) knapp 600 Arbeitgeber. Drei von vier Pflegeeinrichtungen, die vakante Stellen haben, bezeichnen demnach die Suche nach geeigneten Fachkräften als schwierig. Trotzdem nimmt die Rekrutierung aus dem Ausland den letzten Platz ein unter den Strategien, mit denen die Pflegebranche diesem Arbeitskräftemangel begegnet. Gerade einmal 16 Prozent der Einrichtungen wählen diesen Weg. Lieber werben die Unternehmen Personal von der Konkurrenz ab (20 Prozent) oder versuchen, den Krankenstand abzusenken (83 Prozent).

Zu aufwendig, zu teuer, zu hohe rechtliche Hürden

“An der Pflegebranche wird deutlich, wie weit Deutschland von einer gezielten und am Arbeitsmarkt orientierten Einwanderungspolitik entfernt ist”, sagte Jörg Dräger, Vorstand der Bertelsmann Stiftung. Denn trotz aller Personalknappheit ist für 59 Prozent der Pflegebetriebe ohne Erfahrung mit Rekrutierung aus dem Ausland dies auch künftig keine Option: Zu aufwendig, zu teuer, zu hohe rechtliche Hürden, lauten die Begründungen. 83 Prozent der befragten Unternehmen mit Rekrutierungserfahrung stießen bei ihrer internationalen Fachkräftegewinnung auf bürokratische Hemmnisse, 67 Prozent auf Probleme bei der Anerkennung von Qualifikationen. 60 Prozent hatten Schwierigkeiten mit der Einwanderungserlaubnis für Drittstaatler.

Deshalb wünschen sich die Unternehmen einen Abbau rechtlicher Hürden (67 Prozent), bessere Angebote an Sprach- und Integrationskursen (87 Prozent) und mehr Informationsmöglichkeiten über Bewerber (73 Prozent). Insbesondere kleine und mittlere Unternehmen benötigen Unterstützung. Die Studie zeigt: Je größer das Unternehmen und je professioneller seine Personalabteilung, desto mehr Arbeitskräfte aus dem Ausland gewinnt es. Kaum aktiv sind vor allem die ambulanten Pflegedienste, von denen nur jeder zehnte in den vergangenen drei Jahren Rekrutierungsversuche im Ausland unternommen hat. Dagegen war jede fünfte stationäre Krankenpflegeeinrichtung und Altenpflegeeinrichtung aktiv, um international zu rekrutieren.

Das Land, in dem die deutschen Pflegebetriebe in den vergangenen drei Jahren am häufigsten Arbeitskräfte gesucht haben, ist Spanien. Dort waren 61 Prozent aller Unternehmen mit internationaler Rekrutierungserfahrung aktiv. Dahinter folgen Polen (19 Prozent), Kroatien (16 Prozent), Rumänien (14 Prozent), Italien (13 Prozent) und Griechenland (12 Prozent). Bei den wenigen Unternehmen, die auch Rekrutierungsversuche außerhalb der Europäischen Union unternommen haben, verteilen sich die Aktivitäten vor allem auf osteuropäische Länder (Bosnien Herzegowina, Ukraine, Russland, Moldawien) und asiatische Länder (China, Philippinen, Vietnam).

Hohe Zufriedenheit mit aus dem Ausland rekrutierten Fachkräften

Pflegeeinrichtungen, die Mitarbeiter aus dem Ausland eingestellt haben, ziehen mehrheitlich ein positives Fazit. 60 Prozent der Unternehmen sind mit diesen Pflegefachkräften zufrieden oder sehr zufrieden. Positiv bewerten die Unternehmen bei den aus dem Ausland eingestellten Mitarbeitern vor allem die Einsatzbereitschaft. 48 Prozent der Betriebe schätzen diese höher ein als bei ihren deutschen Mitarbeitern. Deutlich schlechter beurteilen die Personalverantwortlichen die Praxiserfahrung der Migranten. 53 Prozent der Unternehmen sagen, sie sei niedriger als die ihrer übrigen Mitarbeiter.

“Angesichts der demographischen Entwicklung mit höherem Pflegebedarf und geringerem Angebot an Arbeitskräften ist die gezielte Gewinnung von Fachkräften aus dem Ausland unverzichtbar”, sagte Dräger. Mehr qualifizierte Einwanderung entbinde die Pflegebranche allerdings nicht davon, Bezahlung, Arbeitsbelastung und Image zu verbessern. Hilfreich für eine erfolgreiche Anwerbung aus dem Ausland seien bessere Informationen für Unternehmen, ein bundesweit einheitliches Verfahren bei der Berufsanerkennung von Pflegefachkräften sowie einfachere und transparentere Zuwanderungsregeln. Um interessierten Arbeitgebern mehr Sicherheit zu geben, bedürfe es effizienter Stellenbörsen und der Zertifizierung von Personaldienstleistern. MiG 2

 

 

 

 

Parlamentswahlen in der Türkei. Bilanz: Wahlbeteiligung der Türken in Europa überrascht

 

Seit Sonntagabend sind die Wahllokale für im Ausland lebende Türken geschlossen. Mit 46,4% war die Wahlbeteiligung im internationalen Vergleich außergewöhnlich hoch.

Seit Sonntagabend sind die Wahlurnen in Europa für Auslandstürken, die sich an den bevorstehenden Parlamentswahlen in der Türkei beteiligen wollen, geschlossen. An den Wahlen haben von insgesamt 2,8 Mio. Wahlberechtigten in Europa diesmal stolze 1,3 Mio. teilgenommen. Das sind knapp 40% mehr als vorigem Jahr und zeigt ein hohes Maß an Interesse der außerhalb der türkischen Grenzen lebenden Staatsangehörigen.

Die Urnen in Deutschland, Österreich, Belgien, Dänemark, Frankreich, Schweiz, Norwegen, Bulgarien, in den Niederlanden, Italien, Mazedonien, Griechenland sowie in Schweden sind seit Sonntag 19:00 Uhr geschlossen. Gewählt wurde in den einzelnen Ländern in Zeiträumen zwischen einem und 23 Tagen. Nach inoffiziellen Ergebnissen sind 1 027 241 Wähler zu den Urnen gegangen, einschließlich der bei den Zollbehörden abgegebenen Stimmen.

Somit haben sich 46,4% der Auslandstürken an den Wahlen beteiligt. Im Vergleich zur Situation bei den letztjährigen Präsidentschaftswahlen, wo Auslandstürken erstmals am Urnengang teilnehmen konnten und 8,3% der Wahlberechtigten von ihrem Stimmrecht Gebrauch machten, ist das ein Plus von 38,1%. Wer von den außerhalb der türkischen Grenzen lebenden Staatsbürgern jetzt noch wählen will, muss sich zu einer von 33 Zollbehörden begeben. Dafür bleibt noch bis einschließlich 7. Juni um 17:00 Uhr Zeit.

42% Wahlbeteiligung in Deutschland

Die Wahlen in Deutschland fanden in den zuvor vom Generalkonsulat festgelegten 13 Städten statt. 24 Tage dauerte der Wahlmarathon. Von insgesamt 1 404 987 Wahlberechtigten in Deutschland nahm knapp ein Drittel auf diesem Wege an den Wahlen teil. Somit gaben 535 000 ihre Stimmen in den Wahllokalen ab. 60 000 Wahlzettel kamen zusätzlich von den Zollämtern.

Damit erreichte Deutschland die 600 000er Grenze und eine Beteiligung von umgerechnet 42,3 % Wahlbeteiligung. Dieser Wert liegt erheblich über der Wahlbeteiligung von Auslandsdeutschen und –österreichern, die mittels Briefwahl an den Parlamentswahlen ihrer Heimatländer teilnehmen dürfen und bei denen die Beteiligung die 10%-Marke selten überschreitet. Unter Auslandsamerikanern beteiligen sich nur 6-7% an Wahlen in den USA, lediglich bei Angehörigen der Streitkräfte ist die Beteiligung hoch. Von den britischen Staatsangehörigen im Ausland lassen sich dem Blog „Votes for Expat Brits“ zufolge gar nur 0,6% für die Wahlen in ihrem Heimatland registrieren. Im europäischen Vergleich gelingt es nur Frankreich, wo 40% der außerhalb der eigenen Grenzen lebenden Staatsbürger in die Wahllisten eingetragen sind, seine Bürger in ähnlich hohem Maße zu mobilisieren.

„Nichtsdestotrotz haben wir ein gutes Ergebnis erzielt“

Der türkische Generalkonsul Berlins, Ahmet Ba?ar ?en, äußerte sich zu den Wahlen in Europa folgendermaßen: „Über 1 Mio. Türken sind wählen gegangen. Sicherlich kann man die Wahlbeteiligung steigern. Ich hoffe, dass in der Zukunft mehr türkische Bürger wählen gehen. Wir wünschen uns eine Wahlbeteiligung von 70 bis 80%. In Bezug auf die Unerfahrenheit angesichts des Wählens im Ausland und der geringen politische Partizipation unserer türkischen Bürger haben wir nichtsdestotrotz ein gutes Ergebnis erzielt.“

Stimmen werden heute in die Türkei verschickt

Der Generalkonsul Kölns, Hüseyin Engin Emre, erläuterte das weitere Schicksal der Wahlzettel. „Die Wahlzettel in den einzelnen Wahllokalen werden bis zum 2. Juni in einem gesicherten Raum aufbewahrt. Dann werden diese mit einem Flugzeug in die Türkei geflogen. Vertreter der politischen Parteien, Mitglieder der hohen Wahlausschusses (YSK) und ein Kurier des Ministeriums werden im Flugzeug die Stimmen beaufsichtigen. Die Wahlzettel kommen dann in die Auslandwahlkreisbehörde in der Türkei, wo sie am 7. Juni geöffnet und zusammen mit den Stimmzetteln aus der Türkei ausgezählt werden.“ Dtj 3

 

 

 

 

 

Umfrage: Ansehen der EU in Deutschland schwindet

 

Das Image der EU in Deutschland wird immer schlechter. Das belegt eine aktuelle Umfrage des Pew Research Centers. In vielen anderen europäischen Ländern steigt die Zustimmung hingegen.

Die Meinung der Deutschen zur Europäischen Union hat sich einer Umfrage zufolge verschlechtert. Während das EU-Ansehen etwa in Frankreich, Großbritannien und Polen stabil blieb und sich zum Teil sogar verbesserte, ging es in Deutschland auf 58 Prozent von 66 Prozent im Jahr davor zurück, hieß es in einer am Mittwoch veröffentlichten Studie des US-Instituts Pew Research Center.

In Frankreich lag die Rate bei 55 Prozent, in Großbritannien bei 51 und in Polen bei 72 Prozent. In Spanien stieg der Wert von 46 auf 64 Prozent und in Italien von 50 auf 63 Prozent.

Insgesamt hatten der Studie zufolge in den sechs größten EU-Staaten, in denen 80 Prozent der Bürger der Union wohnten, 61 Prozent der Befragten ein positives Bild von der EU, nach 53 Prozent 2014 und 52 Prozent im Jahr 2013. Der Zustimmung zum Euro nahm in Frankreich, Spanien und Italien zu und verharrte in Deutschland bei 72 Prozent.

Mehrheit der Briten für EU-Verbleib

In Großbritannien hätten laut Pew derzeit die Befürworter eines Verbleibs in der EU die Mehrheit. 55 Prozent der Befragten erklärten, entsprechend abzustimmen, 36 Prozent wollten gegen einen Verbleib stimmen. 2013 kamen beide Lager noch auf je 46 Prozent. Premierminister David Cameron will bis Ende 2017 ein Referendum über die Frage abhalten.

Das Pew Research Center hat am Telefon oder persönlich mehr als 6.000 Erwachsene in Großbritannien, Deutschland, Frankreich, Italien, Polen und Spanien zu ihrer Meinung zur EU und zum Euro befragt.

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Arbeitsmarkt. Gute Entwicklung setzt sich fort

 

Seit 2012 steigt die Zahl der Erwerbstätigen in Deutschland kontinuierlich - auf rund 42,6 Millionen im April. Die Zahl der Arbeitslosen ist erneut leicht gesunken. Betriebe suchen nach Fachkräften.

 

Bei der Vorstellung der aktuellen Zahlen hob Bundesarbeitsministerin Nahles die gute Entwicklung am Arbeitsmarkt hervor: "Trotz des kühlen Frühjahrs ist die Beschäftigung voll auf Betriebstemperatur, die Erwerbstätigkeit steigt weiter. Besonders bemerkenswert ist, dass vor allem die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung kräftig zulegt."

Mehr Menschen erwerbstätig

Das Statistische Bundesamt hat die Zahl der Erwerbstätigen für den April berechnet. Danach sind in Deutschland 42,65 Millionen Menschen in Arbeit. Im Vergleich zum März sind dies 21.000 mehr. Gegenüber 2014 sind damit 208.000 Menschen zusätzlich erwerbstätig.

Auch die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung ist weiter gewachsen. Nach der Hochrechnung der Bundesagentur für Arbeit hat sie von Februar auf März um 78.000 Arbeitsverhältnisse zugenommen. Insgesamt sind 30,47 Millionen Menschen sozialversicherungspflichtig beschäftigt. Das sind 537.000

mehr als vor einem Jahr.

 

"Die rechtlichen und organisatorischen Rahmenbedingungen für den Arbeitsmarkt stimmen. Die Zahlen aus Nürnberg bestätigen unsere Politik. Sie zeigen uns zugleich aber auch, wo die großen Herausforderungen für die Zukunft liegen," sagte Nahles. "Eine davon wird zweifelsfrei die Digitalisierung sein, denn sie verändert Arbeit und Arbeitsmarkt. Ich will, dass nicht allein technische Fragen, sondern dass dabei die Menschen im Mittelpunkt stehen: Die Frage ist: Wie können wir Flexibilität ermöglichen und dabei zugleich die Interessen und Rechte der Arbeitnehmer sichern?

Das ist ein Kernziel von "Arbeiten 4.0" und ich bin mir sicher: Das geht!"

Arbeitskräfte gesuchtBetriebe suchen neue Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter. Im Mai waren 557.000 offene Arbeitsstellen bei der Bundesagentur für Arbeit gemeldet. Gegenüber dem vorigen Jahr ist das ein Zuwachs von

75.000 freien Stellen, gegenüber dem vorigen Monat ein Plus von 9.000.Besonders gefragt sind zurzeit Arbeitskräfte in den Berufsfeldern Metallerzeugung, Mechatronik, Energie- und Elektrotechnik sowie Verkauf. Es folgen Berufe in Verkehr und Logistik, Maschinen- und Fahrzeugtechnik und Gesundheitsberufe. Die Nachfrage nach Arbeitskräften in Deutschland steigt

damit seit einigen Monaten.

"Obwohl sich das Wirtschaftswachstum zuletzt etwas abgeschwächt hat, entwickelt sich der Arbeitsmarkt weiterhin günstig", sagte Frank-Jürgen Weise, Vorstandsvorsitzender der Bundesagentur für Arbeit, anlässlich der monatlichen Pressekonferenz.

Ausbildungsmarkt

Der Ausbildungsmarkt ist noch in Bewegung. Momentan haben sich seit Oktober 2014 rund 464.000 Bewerber bei der Ausbildungsvermittlung gemeldet, die für den Herbst 2015 eine duale Ausbildung anstreben. Das sind rund 10.000 weniger als im Vorjahreszeitraum.

Die Zahl der gemeldeten betrieblichen Ausbildungsplätze liegt, mit einem Plus von 2.500, leicht über dem Vorjahr bei 454.000 Ausbildungsstellen. Damit übersteigt die Zahl der Bewerber die Zahl der gemeldeten Berufsausbildungsstellen leicht. Allerdings können voraussichtlich nicht alle

regionalen, berufsfachlichen und qualifikatorischen Anforderungen in einen vollständigen Ausgleich gebracht werden.

Weniger Arbeitslose

Die Zahl der arbeitslosen Menschen hat sich von April auf Mai um 81.000 auf 2.762.000 verringert. Damit hat sich die Arbeitslosenquote um 0,2 Prozentpunkte auf 6,3 Prozent verringert. Gegenüber dem Vorjahr waren 120.000 Menschen weniger arbeitslos gemeldet. Im Durchschnitt der letzten drei Jahre ist die Arbeitslosigkeit im Mai um 84.000 oder drei Prozent gesunken.

Im Bereich der Arbeitslosenversicherung (SGB III) waren im Mai 815.000 Menschen arbeitslos gemeldet. Insgesamt 797.000 Personen erhielten im Mai 2015 Arbeitslosengeld. Im Vergleich zum Mai 2014 haben 2015 rund 77.000 Menschen weniger arbeitslos gemeldet.

 

Mehr Bezieher von Hartz IV

Demgegenüber ist die Zahl der Bezieher von Arbeitslosengeld II in der Grundsicherung für Arbeitsuchende (Hartz IV) leicht angestiegen. Im Mai bekamen 4.429.000 Millionen Menschen Leistungen zur Grundsicherung, rund 3.000 mehr als vor einem Jahr.

8,3 Prozent der in Deutschland lebenden Menschen im erwerbsfähigen Alter sind hilfebedürftig. In der Grundsicherung für Arbeitsuchende waren 1.946.000 Menschen arbeitslos gemeldet, 43.000 weniger als vor einem Jahr. Ein Großteil der Arbeitslosengeld II-Bezieher ist nicht arbeitslos. Das liegt daran, dass diese Personen mindestens 15 Wochenstunden erwerbstätig sind, kleine Kinder betreuen, Angehörige pflegen oder sich noch in der Ausbildung befinden.

Flüchtlinge brauchen ChancenNahles warb für die Integration von Flüchtlingen in Ausbildung und Beruf: "Angesichts steigender Flüchtlingszahlen müssen wir sicherstellen, dass wir diese Menschen schnell in Arbeit und Ausbildung bringen, damit sie sich eine eigene Existenz aufbauen können. Dafür brauchen wir ein

eigenständiges Bundesprogramm", sagte Nahles, "Insbesondere müssen mehr finanzielle Mittel her für berufsbezogene Sprachkurse und Eingliederung in Arbeit. Denn Arbeit ist auch der Schlüssel zu gesellschaftlicher Integration, deshalb wollen wir diese Menschen von Anfang an unterstützen und

ihnen ein eigenständiges Leben ermöglichen." Pib 2

 

 

 

 

EU-Kommission leitet Verfahren gegen Pkw-Maut ein

  

Bundesverkehrsminister Alexander Dobrindt muss eine Niederlage im Streit um seine Pkw-Maut einstecken: Die EU-Kommission eröffnet ein Vertragsverletzungsverfahren gegen sein kürzlich verabschiedetes Gesetz. Die Grünen glauben an einen Erfolg für Brüssel und raten Bundespräsident Joachim Gauck, die Maut zu stoppen.

Die EU-Kommission wird rechtlich gegen die auch in Deutschland umstrittene Pkw-Maut vorgehen. Man habe "erhebliche Zweifel", dass das Gesetz das Prinzip der Nicht-Diskriminierung von

 

Ausländern erfülle, sagte EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker der "Süddeutschen Zeitung".

"Diese Zweifel muss die Kommission als Hüterin der Verträge nun in einem Vertragsverletzungsverfahren klären, wenn nötig vor dem Europäischen Gerichtshof." Die Nicht-Diskriminierung sei ein fundamentales Vertragsprinzip, so Juncker.

In Deutschland hatte die Maut Anfang Mai mit dem Bundesrat die letzte parlamentarische Hürde genommen. Das Vorhaben ist umstritten, da unter dem Strich nur Ausländer die Gebühr zahlen müssen. Die Abgabe soll auf Autobahnen und Bundesstraßen erhoben werden. Deutsche Fahrzeughalter müssen automatisch eine Jahresvignette kaufen, die im Schnitt 74 Euro kosten wird. Sie werden aber in gleicher Höhe über die Kfz-Steuer entlastet.

Dobrindt weist Kritik aus Brüssel zurück

Bundesverkehrsminister Alexander Dobrindt hat die Kritik der EU-Kommission am seinem Maut-Gesetz zurückgewiesen. Die deutsche Regelung sei EU-rechtskonform, teilte er am Montag in Berlin mit. "Falls es aus Brüssel dazu Bemerkungen gibt, sollte die Kommission detailliert sagen, was ihr an den Gesetzen nicht gefällt", forderte der CSU-Politiker. Pauschal-Kritik aus Brüssel sei nicht akzeptabel. Es sei auch nicht nachvollziehbar, warum die Einführung einer Pkw-Maut in Deutschland nicht möglich sein solle, während fast überall in Europa Mautgebühren bereits Realität seien.

Die Grünen gehen hingegen davon aus, dass die EU-Kommission mit ihrem Vertragsverletzungsverfahren Erfolg haben wird. "Der Europäische Gerichtshof wird das Gesetz kippen", sagte ihre Verkehrspolitikerin Valerie Wilms in der "Welt" voraus. Dann werde Dobrindt als der Minister in die Geschichte eingehen, "der die Maut nicht für Ausländer, sondern für alle eingeführt hat». Es sehe fast so aus, als ob es Dobrindt bewusst darauf abgesehen habe. "Das Maut-Gesetz ist ein Rechtsbruch mit Ansage."

Der Vorsitzende des Verkehrsausschusses im Europäischen Parlament hat Bundespräsident Joachim Gauck nahegelegt, das umstrittene Gesetz zur Pkw-Maut nicht zu unterschreiben. Gauck muss sich überlegen, ob er die Ausländermaut unterschreibt, die der Rechtsdienst des Deutschen Bundestags als europarechtswidrig eingestuft hat», sagte Grünen-Politiker Michael Cramer der "Neuen Osnabrücker Zeitung". "Dieser Irrsinn muss gestopt werden", sagte Cramer. Das Ziel der Maut sei "das Abzocken ausländischer Fahrer".

Auch aus anderen Mitgliedsstaaten kommt seit Monaten Kritik an den Mautplänen Deutschlands. Vor allem das Nachbarland Österreich hatte sich bei der EU-Kommission massiv über die Abgabe beschwert und die Brüsseler Behörde zum Eingreifen aufgefordert, weil sie darin eine unfaire Belastung ihrer eigenen Bürger sieht.

Die Maut soll nach den Plänen Dobrindts gleichermaßen von allen Autofahrern erhoben werden, deutsche Fahrzeughalter sollen demnach allerdings in gleichem Umfang später bei der Kfz-Steuer entlastet werden.

Da EU-Vertragsverletzungsverfahren meist länger als ein Jahr dauern, wird damit gerechnet, dass die Bundesregierung an ihrem Plan der Einführung der Maut 2016 festhält.   AFP/rtr/EA 2

 

 

 

 

Leberleiden oft unbemerkt: Eine kranke Leber schmerzt nicht. Früherkennung kann Transplantation vermeiden

 

Hannover - Tausende Menschen warten in Deutschland jedes Jahr darauf, durch eine Organspende ein neues Leben geschenkt zu bekommen. 2014 hofften rund 1.300 Menschen in Deutschland auf eine neue Leber. Die Deutsche Leberstiftung empfiehlt, die Gesundheit des Organs kontrollieren zu lassen, um Erkrankungen frühzeitig erkennen und irreparable Schäden vermeiden zu können. Am 6. Juni 2015 ist der „Tag der Organspende“ unter dem Motto „Richtig. Wichtig. Lebenswichtig."

 

Über 3.000 Menschen in Deutschland wurde im letzten Jahr durch Organspenden die Chance auf ein neues Leben geschenkt. Davon wurden über 770 Lebern transplantiert, weil die eigene durch Vergiftung, Infektion, Autoimmunerkrankung oder Stoffwechselstörung dauerhaft geschädigt war. „Im Idealfall wird eine Lebertransplantation gar nicht erst nötig für einen Patienten“ sagt Prof. Dr. Michael Manns, Vorstandsvorsitzender der Deutschen Leberstiftung, „viele Erkrankungen können behandelt und so eine Lebertransplantation vermieden werden.“ Regelmäßige Kontrollen der Leberwerte beim Hausarzt ließen Erkrankungen frühzeitig erkennen und damit behandeln.

Die Zahl der Organtransplantationen ist, wie in den Vorjahren, rückläufig: Während die Zahl der benötigten Organe steigt, sinkt die Anzahl der zur Verfügung stehenden Spenderorgane. Die Stiftung Eurotransplant teilt Spenderorgane Patienten in acht europäischen Ländern zu. Ihren Erhebungen zufolge ist die Leber derzeit auf Platz drei der am häufigsten für Organspenden benötigten Organe in Deutschland, nach Herz und Nieren.

Egbert Trowe, Vorsitzender der Lebertransplantierten Deutschlands e. V., hat ein Spenderorgan: „Ich habe meine Leber vor zwölf Jahren erhalten, als ich dringend ein neues Organ brauchte. Meine Leber war durch eine unerkannte Virushepatitis geschädigt und arbeitete nicht mehr. Ich bin meinem Spender bis heute sehr dankbar, denn ohne eine neue Leber hätte ich nicht überlebt.“

Seit knapp drei Jahren gilt für die Organspende die sogenannte Entscheidungslösung. Sie sieht vor, dass jeder Mensch sich mit dem Thema Organspende auseinandersetzen und eine selbstbestimmte Entscheidung treffen sollte. Diese kann in einem Organspendeausweis dokumentiert werden.

Die Leber leidet stumm

Schädigungen der Leber durch Alkohol oder Medikamente sowie Übergewicht sind Risiken, die oft durch einen gesunden Lebensstil, fettarme Ernährung und regelmäßige Bewegung minimiert werden können. Andere Erkrankungen der Leber, wie Infektionen mit den Hepatitisviren B oder C, Stoffwechselstörungen oder Autoimmunerkrankungen verlaufen oft unbemerkt, denn sie verursachen kaum Beschwerden. Kontrollen helfen, diese Erkrankungen rechtzeitig zu erkennen und zu behandeln. Schon eine routinemäßige Blutuntersuchung beim Hausarzt deckt etwaige Unregelmäßigkeiten der Leberenzyme (Gamma-GT, GOT, GPT), Cholesterin- und Eiweißwerte auf und ermöglicht die rechtzeitige Behandlung.

Die Leber spielt eine zentrale Rolle im gesamten Stoffwechsel

Die Leber entgiftet nicht nur das Blut, sondern nimmt auch eine zentrale Rolle im Stoffwechsel ein. Sie verwertet und speichert wichtige Nährstoffe und stellt lebenswichtige Eiweiße (zum Beispiel Blutgerinnungsfaktoren) her. Ist die Leber nachhaltig geschädigt, kann nur eine neue Leber, durch eine Organspende, das Leben des Patienten retten. Durch den heutigen Stand der Wissenschaft haben Empfänger einer Spenderleber gute Überlebenschancen: Wirkt der Patient aktiv an seiner Gesundung mit, kann er laut dem Bundesamt für Gesundheitsinformation und Verbraucherschutz von einer Lebenserwartung ausgehen, die der eines gesunden Menschen gleicht.

Die Deutsche Leberstiftung

Die Deutsche Leberstiftung befasst sich mit der Leber, Lebererkrankungen und ihren Behandlungen. Sie hat das Ziel, die Patientenversorgung durch Forschungsförderung und eigene wissenschaftliche Projekte zu verbessern. Durch intensive Öffentlichkeitsarbeit steigert die Stiftung die öffentliche Wahrnehmung für Lebererkrankungen, damit diese früher erkannt und geheilt werden können. Die Deutsche Leberstiftung bietet außerdem Information und Beratung für Betroffene und Angehörige sowie für Ärzte und Apotheker in medizinischen Fragen. Weitere Informationen: www.deutsche-leberstiftung.de.

BUCHTIPP: „Das Leber-Buch“ der Deutschen Leberstiftung informiert umfassend und allgemeinverständlich über die Leber, Lebererkrankungen, ihre Diagnosen und Therapien: ISBN 978-3-89993-642-1, € 16,95: www.deutsche-leberstiftung.de/Leber-Buch. GA 4

 

 

 

 

 

Frankfurt. Im Kino mit Freud. Filmzyklus: “Prendi iniziativa!”

 

Organisiert und gefördert von Elisabetta Passinetti, Psychoanalytikerin, und Antonella Desini, Filmkritikerin, in Zusammenarbeit mit dem Italienischen Generalkonsulat Frankfurt, dem Italienischen Kulturinstitut in Köln, dem Instituto Cervantes Frankfurt und dem Verein “Italiani in Deutschland e.V.”

 

Dienstag, 09. Juni 2015, 18.30 Uhr (Einlass) – (Vorführungsbeginn), 19.00 Uhr, Veranstaltungsort: Instituto Carvantes Frankfurt, Staufenstr.1, Frankfurt (Straßenbahnhaltestelle U6/7 Alte Oper) -  Einführung und Diskussion: Elisabetta Passinetti und Antonella Desini.

 

Eintritt: Spenden zur Kostendeckung der Veranstaltung erwünscht - 5,00 Euro (bzw. 3,00 Euro Für Carta amicizia Inhaber und Studierende an der J.W. Goethe Univresität). Anmeldung per Email an: francoforte.culturale@esteri.it

 

Die Leichtigkeit des Glücklichseins (2013), ein Film von Gianni Amelio – Originalfassung mit deutschen Untertiteln

 

Antonio Pane ist um die fünfzig, ohne feste Arbeit und arbeitet in Mailand als Ersatzmann. Um nicht den ganzen Tag ohne ein Ziel zu vertrödeln, springt er für andere Personen ein, mal für ein paar Stunden, manchmal für ganze Tage. Man sieht ihn als Maurer arbeiten, Straßenbahn fahren, Pizza ausliefern, in einer Schneiderei bügeln und Fisch auf dem Fischmarkt in Mailand sortieren und einfrieren. Antonio ist mit den verschiedenen Beschäftigungen zufrieden, die ihm angeboten werden, er steht jeden Morgen auf und rasiert sich, um für die Arbeit bereit zu sein, die sich für ihn ergibt.

Dieser Film thematisiert mit Feingefühl, wie wichtig es ist, seine Würde zu behalten und eine Arbeit zu haben, auch wenn sie nur befristet ist. Nicht immer findet der Protagonist das, was man als seinen Traumberuf bezeichnen würde. Aber die verschiedenen Beschäftigungen, denen er während des Tages nachgeht, ermöglichen es ihm, Zufriedenheit und Erfüllung zu finden und nicht in Angst und Trostlosigkeit zu versinken.  iic

 

 

 

 

Köln. Dante – die neun Kreise der Hölle der Göttlichen Komödie

 

Köln.  Mittwoch, 10. Juni 2015, 19.00 Uhr, im Institut, Dante – die neun Kreise der Hölle der Göttlichen Komödie. Rezitation von Burkhard Wolk

 

Der Autor und Sprecher rezitiert aus der „Hölle“, dem ersten Teil der Göttlichen Komödie im Rahmen einer Multimediashow. Die Stationen bis hinunter zum Eissee des Luzifer werden auf zwei Leinwänden illustriert und musikalisch unterlegt. Wir erleben bildliche Darstellungen der Höllenkreise und der Erlebnisse Dantes, wie sie in der Kunstgeschichte verarbeitet wurden.

Der Autor hat übrigens kürzlich die erste deutsche Gesamteinsprechung der „Göttlichen Komödie“ in der Übersetzung von Karl Witte vorgelegt.

Eine Veranstaltung der Freunde des Italienischen Kulturinstituts Köln e.V.

Eintritt frei. iic