WEBGIORNALE   29   GIUGNO – 5 LUGLIO   2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Vertice Ue, compromesso nella notte: 40mila migranti distribuiti in 2 anni 1

2.       Ecco il compromesso dell’Europa sui migranti 1

3.       Il nodo migranti grana per Renzi 1

4.       Le proposte per la Ue. L’europeista riluttante e i suoi amici 2

5.       Migranti, così si ferma l’esodo dall'Africa  2

6.       Il nuovo Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Firmato il decreto  3

7.       Convegno sabato 4 luglio a Stoccarda sulla nuova emigrazione italiana in Germania  3

8.       Conferenza dei Direttori degli IIC. La seconda giornata dedicata al ruolo degli IIC nella promozione dell'Italia contemporanea  4

9.       “La cultura del caffè in Italia” all’IIC di Amburgo  4

10.   A Saarlouis un incontro di amicizia  per far conoscere il Lazio con le sue bellezze ed i suoi prodotti 5

11.   Alcune delle prossime manifestazioni a Monaco di Baviera d’dintorni 5

12.   Baden Wuerttemberg, Manifestazione a Stoccarda organizzata dal Maie Germania  7

13.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  7

14.   A Kaufbeuren mostra sul tema: "Sulle oscure tracce della mafia" (17.07.-04.10.2015) 8

15.   Migranti. Bruxelles approva la missione navale. Mogherini: UE contri i trafficanti 8

16.   Migranti, dietrofront Ungheria su stop a richiedenti asilo  8

17.   Interventi. Immigrati o profughi? La confusione continua  8

18.   Conferenza dei Direttori degli degli IIC. Il dibattito della prima giornata all’Università per Stranieri di Perugia  9

19.   Migranti, Tusk: “Non c’è consenso tra gli Stati dell’Ue sulle quote obbligatorie”  9

20.   Richiedenti asilo. Una nota del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) 10

21.   EURES: combattere la disoccupazione attraverso la mobilità professionale  10

22.   La riforma di Eurolandia: sussidi comuni, un Tesoro europeo e conti pubblici sani 10

23.   Berès: "Le misure per affrontare la crisi non sono sempre state quelle giuste"  11

24.   Aiutare la ripresa economica: il Parlamento approva il Piano Juncker 11

25.   L’attentato in Francia e noi che continuiamo a far finta di niente  12

26.   Yemen senza tregua. Le fazioni litigano, gli jihadisti avanzano  12

27.   Gentiloni al Consiglio Affari Esteri: “La missione navale Ue contro i trafficanti di essere umani è un primo passo e un tassello dell'iniziativa europea”  13

28.   La chiarezza  13

29.   In Italia la qualità della vita è più importante dei consumi 13

30.   Stupore e cura per il cibo. Fermiamo noi il grande spreco  13

31.   Proteggere le vite umane e non i confini: ordine del giorno delle Acli in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato  14

32.   Migranti, nuova sfida dell'Ungheria: "Sospenderemo norme sul diritto di asilo"  14

33.   Imu: chi paga e chi no. Chiarimenti sull'IMU per gli italiani all'estero  14

34.   Il rinnovamento  15

35.   Renzi: "Da noi solo i rifugiati". Ma restano divisioni con governatori del Nord  15

36.   Il macigno di Roma sulla strada di Renzi 15

37.   Le buone regole del mercato- Lo Stato investitore che può far male alla nostra economia  15

38.   Scuola banco di prova per il governo Pd, acque agitate  16

39.   Presentata “Roma-Italia. Dimensioni transcontinentali dell'immigrazione”  16

40.   Sergio Scicchitano vince la causa: Silvio Berlusconi pagherà più di 90 mila euro ad Antonio Di Pietro  16

41.   Credibilità  17

42.   Questioni morali al Solstizio d’Estaste  17

43.   Sicilia Mondo invita le Associazioni e la intera struttura a celebrare la Giornata mondiale del Rifugiato  18

44.   Il sottosegretario Mario Giro sulla promozione della lingua e cultura italiana nel mondo  18

45.   La Conferenza dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo  18

46.   Innovazione tecnologica. Fattore vincente e motore per lo sviluppo  19

47.   Futuro d’Italia  20

48.   Lagopesole, presentato il Museo dell’Emigrazione lucana  20

49.   Ginevra. La festa della musica spalanca le porte all'estate tra concerti e vernissage. Anche la SAIG alla kermesse musicale  20

50.   Varata la legge regionale di riordino per i rapporti con i molisani nel mondo  21

51.   Commissione UE. Concorso fotografico “Europa nella mia regione”  21

 

 

1.       EU-Gipfel beschließt Verteilung von 60.000 Flüchtlingen  21

2.       Weltflüchtlingstag vorbei. EU beginnt Militäreinsatz gegen Schleuser 21

3.       EU-Operation gegen Schlepper Gewagte Mission  22

4.       Streit. EU-Kommission beharrt auf Umverteilung von Flüchtlingen  22

5.       EU-Flüchtlingsquoten vom Tisch  22

6.       Ungarn setzt EU-Abkommen zur Rücknahme von Flüchtlingen aus  23

7.       Dublin-Abkommen: Ungarns Rückzug vom Rückzug  23

8.       Die Implosion des Nahen Ostens. Warum der sunnitisch-schiitische Gegensatz zwar einiges, aber nicht alles erklärt 23

9.       Cameron präsentiert EU-Reformvorschläge beim Gipfel-Dinner 24

10.   Welthungerhilfe im Krisenmodus: "Wir sind da, wo die Politik versagt"  25

11.   Luxemburgs Außenminister: Kaum Chancen für TTIP in diesem Jahr 25

12.   Populistischer Triumph im Norden. Nach Norwegen und Finnland siegt die Rechte nun auch in Dänemark  25

13.   Lancet-Studie: Klimawandel vernichtet 50 Jahre Fortschritt für Gesundheit und Entwicklung  26

14.   Ukraine-Krise. Arbeit an Friedenslösung forcieren  27

15.   Pkw-Maut: Nun rudert Dobrindt also doch zurück! 27

16.   „Terror ist in Wahrheit wirkungslos“  27

17.   Fachkräftemangel. Interkulturelles Onboarding – Tipps für die Mitarbeiterfindung  28

18.   Verwaltungsgericht Braunschweig. Keine Namensänderung – auch nicht bei möglicher Diskriminierung  28

19.   Amtsgericht Köln entscheidet. Ist das Abhängen rechtsextremer Wahl-Plakate strafbar?  28

20.   Fachkräftemangel: Deutsche Wirtschaft muss Aufträge ablehnen  28

21.   Kinospot zum Wiedervereinigungsjubiläum. 25 Jahre Freiheit und Einheit 29

22.   Erst Ausland, dann neuer Job  30

23.   Kranke Mütter – kranke Kinder?  30

24.   Vier Jahre Energiewende - 72 Prozent der Deutschen halten am Atom-Ausstieg fest 30

25.   Checkliste für die Sommerreise  30

26.   Vortrag von Frau Maria Falcone in München  31

 

 

 

 

Vertice Ue, compromesso nella notte: 40mila migranti distribuiti in 2 anni

 

Il premier italiano duro durante il Consiglio europeo a Bruxelles: "Solidarietà o perdiamo tempo. Se non siete d'accordo sui 40mila da accogliere non siete degni di chiamarvi Europa". Poi, dopo la mediazione: "Si poteva fare di più, ma è un primo passo" – di ALBERTO D'ARGENIO

 

BRUXELLES - Si litiga furiosamente a Bruxelles sul piano europeo per ripartire tra i Ventotto 40mila migranti sbarcati in Italia e Grecia e altri 20mila rifugiati nei campi Unhcr in Africa. I governi dell'Europa orientale fanno blocco, cercano di affondare il pacchetto chiamato a far crescere politicamente l'Unione nel nome della solidarietà. Matteo Renzi, insieme ad Angela Merkel e François Hollande, è durissimo contro il blocco dell'Est guidato da Polonia, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma va in scena anche uno scontro istituzionale ai massimi livelli con un inedito litigio tra il numero uno della Commissione ed autore del piano, Jean Claude Juncker, e il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk. Alla fine, intorno alle due e mezza del mattino, la fumata bianca. Arriva un compromesso che Renzi commenta così: "Si poteva fare di più, ma è un primo passo e sono contento che l'Europa riconosca che il problema della migrazione è di tutti". Ma la drammaticità del negoziato viene confermata da un diplomatico di lungo corso secondo il quale "lo spirito di questo vertice è stato uno dei peggiori che si siano vissuti da decenni".

 

A causa della discussione sulla Grecia il dossier immigrazione slitta di un paio d'ore e viene affrontato dai leader a cena. Sono circa le otto di giovedì sera quando scatta l'agguato del fronte dell'Est. Nei giorni scorsi, proprio per venire incontro alle perplessità di Spagna, Francia e dell'ex blocco sovietico, gli sherpa avevano diluito alcuni passaggi del piano. Lo schema prevedeva di far approvare il meccanismo a luglio dai ministri degli Interni, che avrebbero cambiato i criteri per le quote di ripartizione tra i singoli paesi per venire incontro a chi, come la Spagna, già fa molto sul fronte accoglienza. E poi far sparire le quote obbligatorie sostituendole con una formula che avrebbe evitato il precedente giuridico sgradito ad Est senza tuttavia cambiare la sostanza del piano, che sarebbe rimasto di fatto vincolante per tutti.

 

Nelle previsioni della vigilia questo maquillage lessicale avrebbe permesso al testo di passare, ma a inizio cena si è capito che le cose non sarebbero andate così. Prima il no secco dei paesi dell'Est. Poi il colpo di scena: l'ex premier polacco Tusk  -  così raccontavano diverse delegazioni -  tradisce la neutralità richiesta dal suo ruolo di presidente del Consiglio europeo e si schiera apertamente con la fronda orientale sposando la causa della volontarietà. Facendo infuriare Juncker. Un gravissimo scontro istituzionale tra Consiglio e Commissione al termine del quale il lussemburghese apostrofa il collega: "La tua posizione è oltre le tue competenze, io vado avanti da solo". Allusione al fatto che la proposta avanzata a maggio da Bruxelles può comunque passare a maggioranza dei governi.

 

Anche la Merkel e Hollande sono furiosi. Renzi con toni pacati è durissimo nei contenuti: "Se non siete d'accordo con 40mila migranti non siete degni di chiamarvi Europa. Se questa è la vostra idea di Europa tenetevela pure, o c'è solidarietà o non fateci perdere tempo". Il fronte dell'Est non vuole alcuna forma di obbligo, nemmeno implicito, sulla ripartizione dei migranti. I toni di voce sono sempre più alti, vola qualche parola pesante. Anche il "ministro degli Esteri" dell'Unione, Federica Mogherini, interviene dicendo che "se non siamo capaci di dividerci i migranti non siamo la grande Europa che può negoziare in giro per il mondo".

 

Intorno alle undici di sera, terminato il dessert, la riunione viene sospesa per una trentina di minuti in modo da raffreddare gli animi e gli sherpa di Tusk tirano fuori una nuova bozza. "Inaccettabile", scandiscono Renzi, Juncker e la Merkel tornando al tavolo negoziale. Le ex quote sono su base puramente volontaria e il meccanismo deve passare per consenso: significa depotenziarne del tutto la base giuridica e non permettere a luglio ai ministri degli Interni la minaccia della prova di forza del voto a maggioranza per superare la minoranza di blocco. Il che spiega l'irritazione di Juncker, che aveva fiutato la trappola. Renzi risponde a un durissimo intervento della presidente lituana Dalia Grybauskaite: "Non accetto questa discussione meschina ed egoista, o fate un gesto anche simbolico o l'Italia può permettersi di fare da sola, è l'Europa che non può permetterselo".   

 

Lo scontro si protrae nella notte. Alla fine arriva il compromesso. Bizantino. I ninistri degli Interni a luglio decideranno a maggioranza qualificata la ripartizione dei 40mila, ma le quote per paese saranno riscritte da Commissione e presidenza del Consiglio Ue e verranno adottate per consenso. Salta la volontarietà scritta esplicitamente ma c'è un richiamo alle conclusioni del summit del 23 aprile, quello convocato dopo la strage di 900 migranti nel Canale di Sicilia, nelle quali si parlava di volontarietà. "Però si sono impegnati tutti a starci", spiega una fonte europea. Tranne Ungheria e Bulgaria, che hanno ottenuto di sfilarsi dal meccanismo come Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca che possono farlo grazie allo storico opt out su Schengen e migrazione. Il via libera arriverà dai ministri il 9 luglio e il meccanismo sarà operativo dopo l'estate. Almeno questa è la speranza che si respirava in questa calda notte di Bruxelles.   LR 26

 

 

 

 

 

Ecco il compromesso dell’Europa sui migranti

 

In esclusiva la bozza dell’accordo del vertice Ue: “Aiuteremo Italia e Grecia, sì alla redistribuzione di 40mila persone verso altri Stati, ma sulle quote decidono i governi” – di MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES  - Sì ai quarantamila migranti da redistribuire, ma saranno gli stati dell’Unione europea a decidere come spartirseli, entro luglio. Ecco il compromesso a dodici stelle possibile sui migranti, la ricetta per chiudere le polemiche sull’obbligatorietà della ripartizione chiesta alle capitali dalla Commissione Ue e sgradita a metà dei governi dell’Unione, la soluzione con cui si spera di salvare la faccia dell’Europa solidale, incrinata dalle divisioni e dalle incertezze davanti alla tragedia dei morti nel Mediterraneo.  

 

La bozza di conclusioni del vertice europeo in programma a Bruxelles giovedì e venerdì, di cui La Stampa ha ottenuto una copia, scrive che gli stati membri «approvano la redistribuzione per due anni da Italia e Grecia verso gli altri stati membri di 40 mila persone che abbiano evidente bisogno di protezione temporanea».  

 

Allo stesso tempo, chiedono al Consiglio, cioè al conclave dei governi nazionali, «la rapida adozione di una decisione che istituisca il meccanismo temporaneo ed eccezionale» proposto dal Team Juncker e stabiliscono che «tutti gli Stati membri concorderanno, entro la fine del mese di luglio, sulla distribuzione di queste persone». 

 

Chiaro, no? L’Europa sceglie di dare un aiuto iniziale ai paesi di prima linea, la Grecia e l’Italia, ma rifiuta che “le quote” (che nessuno chiama ufficialmente così) siano determinate dalla Commissione o da altre istituzioni. Per questo si impegnano a definirle i governi, con una forma di riallocazione coordinata che assomiglia molto a una “obbligatorietà volontaria”. In pratica, si scioglie il nodo senza creare un precedente di diktat, e si passa il messaggio che sono gli stati ad avere l’ultima parola e non le istituzioni. 

 

Alla prova dei fatti, il risultato concreto è lo stesso: Italia e Grecia saranno aiutate.

Quello che manca è un impegno vero a ripetere l’operazione in futuro, dunque ad costruire una vera politica dell’Immigrazione comune con regole automatiche in caso di crisi. Per questo, ci vorranno ancora discussioni e parecchio tempo. 

 

Nel testo - che rispecchia l’orientamento del Consiglio Interni di giovedì scorso e che, naturalmente, potrebbe subire modifiche nei prossimi quattro giorni che ci separano dall’ultimo minuto del summit europeo - si chiede anche «la creazione di zone di frontiera e servizi strutturati negli stati in prima linea» con il sostegno attivo di esperti di altre capitali, dell’ufficio per l’Asilo, di Frontex e Europol in modo da «garantire la rapida identificazione, la registrazione e la presa delle impronte digitali dei migranti». Sono gli “hotspots” in cui va concentrata l’azione di ricevimento, i centri in cui assicurare che le procedure di identificazione e controllo siano complete. Il governo Renzi ha offerto una sede in Sicilia. Non sarà l’unica, probabilmente. Ad ogni buon conto, la bozza rileva come il Consiglio approva «la fornitura immediata di assistenza finanziaria rafforzata» a Italia e Grecia per «contribuire ad alleviare i costi per la ricezione e il trattamento delle domande di protezione temporanea». 

 

Oltre a questo, i Ventotto sono chiamati ad accogliere «il principio secondo cui tutti gli Stati membri parteciperanno al reinsediamento di 20.000 sfollati in evidente bisogno di protezione internazionale». Anche qui cade l’idea, originariamente intavolata dalla Commissione, si stabilire un meccanismo obbligatorio di ripartizione. E anche qui, i governi dovrebbero impegnarsi a decidere loro come distribuirli volontariamente. 

 

Se il vertice europeo adotterà questa linea, il via libera potrebbe venire dalla riunione dei ministri degli Interni Ue in programma a Lussemburgo il 9 luglio. L’entrata in vigore sarebbe rapida e, per l’Italia, avrebbe effetto retroattivo sino al 15 aprile. Un passo avanti. Piccolo, ma sempre meglio che niente e, comunque, qualcosa su cui si potrà provare a costruire altro. Per i tempi di emergenza e magari anche no.  LS 22

 

 

 

 

 

Il nodo migranti grana per Renzi

 

Per sperare che la soluzione del governo italiano sul problema degli immigrati abbia qualche speranza di successo, sarebbe indispensabile che il Paese fosse unito nell'affrontare l'emergenza, dimostrando così all'Europa che l'Italia è in grado di organizzare al meglio questa gigantesca operazione di accoglienza e selezione che si annuncia nell'immediato futuro. Ma così non è, anzi. Come si è visto nell'incontro a Palazzo Chigi tra Renzi e i rappresentanti di Regioni e Comuni, i governatori leghisti hanno continuato a recitare il loro copione come se la campagna elettorale continuasse all'infinito. Ed è precisamente questo lo scopo di Maroni, Zaia (il presunto moderato) e del forzista Toti che per essere accettato dalla compagnia deve dimostrare di essere ancora più refrattario degli altri all'accoglienza. Quando il governatore del Veneto incita i prefetti a non rispondere al telefono al governo, è una istigazione alla disobbedienza rivolta non tanto ai prefetti ma a quell'elettorato che premia le posizioni xenofobe. Appunto come se si fosse in campagna elettorale permanente.

Con queste premesse sarà difficile mettere in pratica il piano concordato tra Renzi e l'Europa che stasera e domani sarà sancito a Bruxelles. Il piano prevede che sarà l'Italia a selezionare tra chi ha diritto allo status di rifugiato (soprattutto siriani ed eritrei) e chi si può definire migrante economico e quindi può essere rimpatriato. È un deciso cambio di linea annunciato dallo stesso Renzi alla Camera quando ha detto che per la sinistra non deve essere un tabù parlare di rimpatri. In effetti finora la prassi italiana non distingueva tra chi fuggiva dalle guerre e chi sbarcava per cercare una condizione di vita migliore. Adesso invece questa differenza c'è. L'Europa, come ha detto ieri il premier inglese Cameron, si aspetta una maggiore efficienza italiana nello schedare gli immigrati e per farlo c'è bisogno di centri in grado di accoglierli degnamente e di pratiche burocratiche snelle. I rimpatri dovranno essere assicurati da voli charter pagati dalla Ue. Basta pensare alla difficoltà nelle identificazioni per capire quanto sarà difficile mettere in pratica questo piano. Senza contare che anche per i rifugiati gli altri paesi europei continueranno a non volere le proprie quote, nonostante Juncker assicuri il contrario.  GIANLUCA LUZI LR 25

 

 

 

 

 

Le proposte per la Ue. L’europeista riluttante e i suoi amici

 

Il rapporto dei cinque presidenti (Consiglio europeo, Commissione di Bruxelles, Eurogruppo, Parlamento di Strasburgo, Banca centrale europea) è quanto di meglio l’Ue abbia prodotto negli ultimi anni. È stato commissionato dai capi di Stato e di governo. Sarà all’ordine del giorno del prossimo vertice. Come ha ricordato Giuseppe Sarcina sul Corriere di lunedì, il rapporto si propone obiettivi utili e ambiziosi. Attribuisce alla Commissione il compito di vigilare sulla competitività dei singoli membri e quindi sul loro mercato del lavoro. Rafforza i vincoli comunitari destinati a evitare le scandalose deviazioni di cui siamo stati spettatori in Grecia e altrove. Vuole che le presidenze dei singoli semestri obbediscano a un’agenda di priorità discussa con il Parlamento. Prevede un meccanismo comune per l’assorbimento degli choc che potrebbe essere affidato al Fondo europeo per gli investimenti strategici. Propone il completamento dell’Unione bancaria nel giro di due anni e l’adozione di uno schema comune per l’assicurazione dei depositi bancari.

Sappiamo per esperienza quale potrebbe essere la sorte del rapporto. Vi è il rischio, come in altre occasioni, che si smarrisca nel labirinto dei litigiosi negoziati fra gli Stati membri e che i suoi obiettivi slittino da un anno all’altro. È sempre possibile che venga costretto ad accettare correzioni e amputazioni che ridurrebbero considerevolmente le sue ambizioni e speranze. Eppure questo «rapporto dei cinque» ha caratteristiche che giustificano qualche speranza. Da qualche anno ormai l’Europa sembra condannata a fare logoranti battaglie di retroguardia. Una buona parte del nostro tempo è impiegata a inseguire il peccatore o il dissidente di turno per correggere i suoi errori, appagare le sue richieste o trattenerlo nella grande famiglia. È comprensibile. Vogliamo dimostrare al mondo e ai mercati che siamo in grado di preservare l’unità, vogliamo evitare che il fallimento di un negoziato susciti scetticismo e sfiducia nell’opinione pubblica europea e internazionale. Ma dovremmo avere compreso, ormai, che ogni negoziato, nella migliore delle ipotesi, è destinato a concludersi con un compromesso. Non sempre i compromessi sono utili e virtuosi. In molte circostanze convincono altri partner che ogni regola può essere tagliata, come un abito sul corpo del cliente. Non è questo, forse, il desiderio della Gran Bretagna o, per ragioni completamente diverse, della Grecia di Tsipras e dell’Ungheria di Viktor Orban? Non è questa la speranza di tutti i movimenti euroscettici che crescono come funghi nella società europea e di cui si servono tutti coloro che vorrebbero sottrarsi a qualche regola dell’Unione?

Se non vogliamo che questo accada, è ora di cambiare strategia. Anziché corteggiare l’amico riluttante, è ora di dirgli con chiarezza che da questa crisi si esce soltanto con una maggiore integrazione. La cancelliera tedesca e il suo ministro delle Finanze lo hanno già lasciato intendere in alcune occasioni con cenni e proposte che meritavano maggiore attenzione. Il rapporto dei cinque presidenti contiene idee che possono disegnare una costruzione europea finalmente unitaria. Sarà allora più facile, tra l’altro, impostare una comune politica estera.

Questo non significa che i Paesi dell’eurozona debbano necessariamente divorziare dagli altri membri dell’Unione. Quanto più decisamente avremo imboccato la strada dell’integrazione tanto più facile sarà concludere con gli altri partner accordi di comune interesse soprattutto in materia di mercato unico. Ma chi vorrà restare nell’Unione dovrà comprendere che possono farne parte soltanto coloro che condividono le sue ambizioni e i suoi ideali. Sergio Romano CdS 23

 

 

 

 

 

Migranti, così si ferma l’esodo dall'Africa

 

Bastano pochi euro per creare lavoro in Africa e rallentare il flusso. Perché a nessuno piace emigrare. Ma i rari progetti italiani vengono chiusi dall’Europa. Mentre Parigi e Londra sfruttano le risorse dei Paesi che erano loro colonie. Però respingono i profughi - di Fabrizio Gatti da Niamey (Niger)

 

L’alternativa all’emigrazione in Europa, al caos umanitario, ma anche all’idea di bombardare i barconi in Libia, costa davvero poco. Con venticinquemila euro, a Sud del deserto del Sahara si possono creare venti posti di lavoro. Con i 746 milioni consumati dall’Italia per l’emergenza sbarchi nel 2014, daremmo un’attività duratura a 597 mila persone.

 

Con i due miliardi e 288 milioni spesi dal nostro governo negli ultimi quattro anni, avremmo potuto far lavorare un milione e 830 mila uomini e donne. E garantire una ricaduta positiva sulle loro famiglie per un totale di dodici milioni e ottocentomila persone. In altre parole, con un investimento di 180 euro per persona in Africa e un progetto decente, e soprattutto gestito dai beneficiari, potremmo alla fine fermare al via gran parte degli emigranti in cerca di lavoro. Destinando così l’accoglienza in Europa a quanti chiedono asilo o protezione umanitaria perché davvero in fuga da guerre o dittature: come siriani, eritrei e somali. Il successo dell’esperimento è tutto qui, nel caldo torrido di Makalondi, sulla strada nazionale che dal Burkina Faso porta a Niamey, la capitale del Niger.

 

Un successo talmente a buon mercato che proprio in questi giorni il progetto, avviato nel 2012 dall’associazione piemontese “Terre solidali” e dall’Università di Torino, verrà chiuso e archiviato dall’Unione Europea. Non è una bocciatura. Funziona proprio così. Bruxelles ci mette il 75 per cento dei soldi necessari, gli altri bisogna trovarseli. Poi però i risultati devono essere raggiunti e rendicontati all’Ue in appena tre-quattro anni, in modo che il commissario di turno possa appropriarsi di cifre e applausi nel corso del mandato. L’Europa industriale sta depauperando il continente da secoli, ma noi pretendiamo che gli africani si rimettano in piedi nel giro di trentasei-quarantotto mesi. Con questi cappi al collo, qualunque Sergio Marchionne troverebbe più conveniente e capitalistico pagarsi il viaggio sul barcone.

 

Ridotta al caos la Libia, quello del Niger è il primo governo che si incontra a Sud di Lampedusa. Dovremmo chiederci perché negli ultimi quindici anni, da quando l’Africa ha cominciato a sbarcare, i progetti efficaci come quello di Makalondi siano rimasti una rara eccezione. E la risposta non è difficile da trovare. Eccola in bella mostra sotto i 47 gradi all’ombra del piazzale dell’aeroporto internazionale di Niamey. A sinistra, dalla pancia di un gigantesco aereo da trasporto, l’esercito di Parigi sta scaricando armi, container e mezzi per l’operazione militare “Barkhane” che dalla scorsa estate attraversa Ciad, Niger e Mali.

 

A destra, è parcheggiata la flotta di aeroplani noleggiati dalle organizzazioni che partecipano alla globalizzazione umanitaria: Nazioni Unite, Programma alimentare mondiale, Organizzazione mondiale della sanità. Il bastone e la carota, con cui il mondo ricco ha sempre dominato. È immorale che in queste ore, lassù alla frontiera di Mentone, sia proprio la Francia a impedire la libera circolazione di persone, come accade in occasione di gravi fatti di criminalità. Come se fossimo noi italiani i criminali, per aver scelto di portare soccorso in mare e ridurre il numero dei morti.

 

Mentre lo stesso governo di Parigi continua a produrre instabilità, povertà e profughi con i suoi piani strategici a sud del Sahara. In questi ultimi drammatici mesi, l’Unione Europea era forse troppo scossa dal massacro di “Charlie Hebdo” per rendersene conto. Ma visti da qui, i responsabili del caos dal 2011 in poi non sono certo le migliaia di persone sbarcate. E nemmeno gli italiani che le hanno soccorse. La voce è quella di Jean-Pierre Chevènement, già ministro francese della Difesa e dell’Interno, in un’intervista a “Le Figaro”: «Nel 2011 noi abbiamo distrutto la Libia... sotto la guida di Sarkozy. Abbiamo violato la risoluzione delle Nazioni Unite, che ci dava il diritto di proteggere la popolazione di Bengasi, e ci siamo spinti fino al cambiamento del regime».

 

Di fronte al disastro umanitario, il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, è altrettanto diretto: «Bisogna che francesi, americani e britannici vadano in prima linea a riparare i danni che hanno provocato», dice al quotidiano “Le Parisien”: «Che ci assicurino le service après-vente», il servizio post-vendita, aggiunge con ironia il presidente nigerino. Per ora, però, il servizio offerto dal governo socialista di Manuel Valls sono i gendarmi alla frontiera meridionale. E l’ordine perentorio: «I migranti non passano, se ne devono occupare gli italiani». Posizione in sintonia con il collega britannico David Cameron, che sulla proposta di trasferire almeno quarantamila rifugiati da Italia e Grecia, si rifiuta di accogliere un solo straniero al di là della Manica.

 

Makalondi, municipio rurale di ottantamila abitanti appena oltre la frontiera, è il primo cartello del Niger lungo la rotta percorsa ogni mese da almeno diecimila ragazzi e poche ragazze che da tutta la regione del Sahel, da Gambia, Senegal, Mali, Niger e Nigeria, continuano a salire verso la Libia e l’Europa. Fino a vent’anni fa questa era una regione semiarida di alberi d’alto fusto. Ora è una distesa di sabbia, cespugli e arbusti. La costante riduzione delle piogge e la necessità di energia hanno aperto il paesaggio al deserto. La capitale brucia per cucinare mille tonnellate di legna al giorno e nel giro di pochi anni hanno tagliato anche gli alberi di Makalondi.

 

I venticinquemila euro del progetto italiano sono stati affidati a un’associazione di donne che ha scelto in autonomia come investirli: hanno aperto un laboratorio alimentato a energia solare per la trasformazione e la vendita di cereali e per la produzione di mangimi animali macinati dagli scarti dell’agricoltura. Non è stato facile, all’inizio. «I progetti di cooperazione decentrata della Regione Piemonte andavano molto bene», racconta Stefano Bechis, ricercatore del dipartimento di Economia e ingegneria agraria (Deiafa) dell’Università di Torino: «Finché è arrivata la giunta Bresso che li ha resi più difficili da gestire. E infine il presidente leghista Cota, che da una parte diceva che gli africani vanno aiutati a casa loro e dall’altra chiudeva la cooperazione regionale decentrata. Come volesse aiutare gli africani chiudendo la cooperazione, è un mistero di quella mente eccelsa dell’ex governatore».

 

Il progetto per il laboratorio però è sopravvissuto ai cambi di rotta della Lega grazie all’approvazione di Bruxelles, all’autofinanziamento e a una donazione della Valle d’Aosta. Ed ecco Catherine Yonli Banyoua, 38 anni, la responsabile, e Madan Terigaba, 42, la tesoriera della piccola impresa, sedute a confezionare pacchi di cuscus con altre sette donne. «Fino a tre anni fa qui non c’era più raccolto», spiega Catherine, «il progetto ha riportato lavoro e cibo. Abbiamo clienti che rivendono i prodotti in Ghana. Siamo solo donne perché la trasformazione del raccolto la fanno le donne. Agli uomini toccano i lavori pesanti». Nessuno ha parenti saliti sui barconi? «No», sorride lei, «nessuna di queste famiglie ha intenzione di andare in Europa. Se c’è lavoro, nessuno si muove». Ousseini Adamou, 46 anni, e Paolo Giglio, 62, partito da Ivrea per l’Africa quarantadue anni fa, hanno seguito la formazione del personale e l’avviamento.

 

I venticinquemila euro iniziali sono serviti anche per l’acquisto di pannelli solari e batterie cinesi, più a buon mercato. Raccontano che da gennaio 2014 il laboratorio è autonomo, non riceve più soldi. Le donne trasformano e confezionano sei quintali di prodotti al mese: miglio, cuscus, farina di grano, bevande a base di cereali. E incassano ciascuna uno stipendio di 30mila franchi, quasi 46 euro. Metà viene impiegata per vivere, metà depositata sul conto dell’impresa per la manutenzione dei due congelatori e la sostituzione delle batterie tra tre anni. «Hanno già risparmiato tre milioni di franchi», rivela Paolo Giglio, «sono quattromila 500 euro. Avere quella somma a Makalondi è un grande successo. Non servono costose campagne decise altrove. Occorrono progetti su misura, scelti da chi ne beneficerà. Come hanno fatto le donne di Makalondi. Da anni arrivano da tutto il mondo laureati in diritti umani, antropologia, macroeconomia. Costano tanto e combinano poco. Abbiamo bisogno che ci mandino artigiani, falegnami, fabbri, agricoltori che insegnino il mestiere. Ci vorrebbero tante scuole professionali, come quelle dei salesiani che negli anni Sessanta hanno contribuito a formare gli operai del nostro boom economico».

 

Tra i progetti a misura di famiglia ce n’è un altro realizzato dall’associazione “Terre solidali” nella zona di Niamey e dalla Ong “Bambini del deserto” di Modena ad Agadez, la porta del Sahara, passaggio obbligato verso la Libia e l’Europa. Si basa sull’intuizione di uno studente di agronomia dell’università di Perugia, Aaron Aboussey Mpacko, 23 anni. Aaron, nato in Camerun e stroncato da un infarto durante una partita di calcio, stava studiando una soluzione che riducesse la distruzione delle foreste per ricavare legna da ardere. Ha così costruito un prototipo semplificato di stufa a gassificazione. Dopo la morte del ragazzo, Stefano Bechis dall’Università di Torino e Paolo Giglio da Niamey hanno portato avanti l’idea.

 

Oggi 350 famiglie del Niger usano abitualmente stufe Aaron in grado di fornire la stessa energia per cucinare, riducendo però il consumo di legna del 75 per cento. Sono grandi quanto un bidone, larghe poco più di una pentola e sono state costruite da tre fabbri nella bolgia del mercato di Katako, il cuore popolare della capitale.

 

Il processo di gassificazione non brucia legno, ma estrae gas dalla biomassa dei pellet ricavati dalla macinatura di scarti agricoli ed eventualmente da altra legna. E come residuo fornisce il 30 per cento del peso in carbone vegetale, riutilizzabile in stufe tradizionali oppure come concime. Secondo lo studio dell’Università di Torino, con questo sistema l’attuale fabbisogno annuo di legna in tutto il Sahel basterebbe per quattro anni. Si creerebbero posti di lavoro per la produzione e la commercializzazione delle stufe e del pellet. E si ridurrebbero le malattie respiratorie di donne e bambini poiché la fiamma non produce fumi.

 

Il passo successivo prevede la piantumazione di alberi, sfruttando il bosco per stabilizzare il suolo e coltivare cereali nella penombra. «Soltanto con la potatura dei rami di cinquanta ettari si potrebbe dare energia a 500 famiglie», spiega Giglio. Si tratta di energia a prezzi accessibili. Costruire una stufa Aaron in Niger richiede 24 euro. Ma grazie a una parte del milione e 100 mila euro finanziati dall’Ue per una rete di interventi, sono state finora vendute a circa 6 euro. «L’Unione Europea ci ha dato fiducia. Con il progetto “Niger Energie” un migliaio di persone delle fasce più deboli mangia in modo adeguato», spiega Laura Alunno, presidente di “Terre solidali”, «e diffonde un modello socioeconomico che si basa sull’associazionismo e sul rafforzamento delle capacità locali. Siamo consapevoli che questi progetti sono una goccia nel mare. L’Africa ha bisogno di infrastrutture e di vendere al miglior offerente le proprie risorse. Se all’Africa venisse data questa opportunità, l’emigrazione si fermerebbe».

 

La tensione senza precedenti tra governi europei in questi giorni fa assomigliare l’Unione di Jean-Claude Juncker alla fallimentare Società delle Nazioni che accompagnò il pianeta alla Seconda guerra mondiale. Sullo sfondo, il piano militare per bombardare i pescherecci libici potrebbe essere approvato a fine giugno e aprire il Mediterraneo a ulteriori sconvolgimenti.

 

Non abbiamo nemmeno capito che tutto questo non servirà a nulla se chi parte ha la determinazione di Ebrima Sey, 32 anni, in viaggio con l’idea di trovare un lavoro ovunque in Europa. Il suo obiettivo è sfamare la moglie e il figlio Wally, 2 anni, rimasti ad aspettare a Serekunda, la principale città del Gambia. È partito da 34 giorni e alle tre del pomeriggio scende alla stazione degli autobus a Niamey. Con Ebrima, ecco altri 76 emigranti di Gambia, Senegal, Mali, tutti con l’intenzione di andare in Libia. E poi in Italia. Ebrima indossa la maglia della nazionale francese, numero di Zidane sulla schiena e un solo zainetto come bagaglio, il flacone di shampoo, l’asciugamano, le ciabatte di gomma, il diploma dell’istituto tecnico per “saldatori metalmeccanici” e il certificato della polizia di Banjul da cui risulta che è libero da denunce e condanne.

 

Lui è certo che gli serviranno in Europa. «Sono partito», racconta, «perché mia moglie mi chiedeva soldi per comprare cibo e io senza un lavoro stabile non ne avevo». Come paga il viaggio? «Ho venduto il mio motorino e ho un numero di telefono per chiamare chi mi manda i soldi. È mio cugino». Come lo rimborserà? «Quando lavorerò in Italia, lo rimborserò». Ha conoscenti già sbarcati in Italia? «Conosco nove gambiani già arrivati in Italia». Ha paura dei pericoli del deserto? «No». Sa che c’è una guerra in Libia? «Sì». Non ha paura di essere sequestrato o ucciso in Libia? «No». Ha saputo delle migliaia di morti annegati tra la Libia e l’Italia? «Sì, avevo un piccolo computer. L’ho visto su YouTube». Non ha paura che possa capitare anche a lei? «No, non ho paura perché ho fede. So che Dio mi guiderà».

 

La sua sicurezza vacilla solo sulle informazioni pratiche del viaggio. In quanti giorni si aspetta di arrivare in Italia? «Tre, quattro settimane», risponde Sey con eccessivo ottimismo. Quanto pensa di pagare per arrivare in Europa? «Duecento, trecento euro». I libici chiedono milleseicento dollari americani per attraversare il mare. «Per arrivare in Italia?», domanda lui. Sì. «Non lo sapevo». Guarda a lungo nel vuoto. «Però in Libia potrò lavorare per mettere da parte i soldi», dice subito dopo. E quando si aspetta di rivedere suo figlio? Davanti a obiettivi così forti come il sostegno alla propria famiglia, i sentimenti vengono pigiati in fondo al cuore dagli imperativi che la mente si impone. La domanda è involontariamente intima. Gli occhi di Ebrima cominciano a luccicare. Poi esplodono come il crollo di una diga in un pianto inconsolabile. Stanotte che doveva essere l’ultima, prima di raggiungere il deserto, ha parlato al telefono con sua moglie. E sfinito, sdraiato su un tappeto di plastica della stazione, si è addormentato con il cellulare in mano. Gliel’hanno rubato con tutti i contatti registrati in memoria per continuare il viaggio.

 

Il Gambia, 172esimo Paese su 187 per indice di sviluppo, nel 2014 ha dato all’Italia 8.556 richiedenti asilo. Quest’anno sono 3.115 i connazionali di Ebrima già arrivati: il sesto gruppo dopo Eritrea, Mali, Nigeria, Somalia, Siria e davanti a Senegal e Sudan. Il presidente del Gambia, Yahyah Jammeh, un ex militare al potere dal 1994, ha fatto parlare di sé un mese fa promettendo di tagliare la gola ai giovani che si dichiarano gay. L’Unione Europea, che l’ha sostenuto nel suo piano di privatizzazioni da fare invidia a Henry Ford, sei mesi fa gli ha tolto i finanziamenti. Il disastro economico all’inseguimento di una crescita squilibrata del Pil, che nel 2014 era al 4,6 per cento, è arrivato quest’anno con un meno 1,4. Come sempre, paga il popolo.

 

Probabilmente nelle prossime settimane vi spalmerete sulla pelle il biossido di titanio estratto a tonnellate dalle sabbie del Gambia: è la protezione bianca contenuta nelle creme solari. Stiamo parlando del più piccolo Stato dell’Africa continentale: un milione 970 mila abitanti appena, compresi i minori sotto i 15 anni che sono il 46 per cento. Gli adulti in Gambia parlano quasi tutti inglese.

 

Non perché si siano iscritti al British Institute per corrispondenza. Ebrima Sey e i suoi connazionali lo parlano perché fino al 1965, un anno prima della nascita dell’attuale premier David Cameron, il Gambia era parte del Regno Unito. Con le dovute proporzioni, la stessa storia si ripete in Mali: colonia francese fino al 1960, 176esima posizione per indice di sviluppo, Paese ora spaccato in due dopo che la Francia è intervenuta per fermare le milizie di Al Qaeda e ha consegnato il Nord a un’altra fazione di terroristi tuareg. E si ripete in Niger: colonia di Parigi fino al 1960, abitanti raddoppiati in quindici anni fino agli attuali 19 milioni 268 mila, il Paese all’ultimo posto nel mondo per l’indice di sviluppo umano, nonostante l’uranio nigerino estratto a costi irrisori dall’azienda statale francese Areva. L’uranio che parte da qui accende un terzo dell’energia elettrica prodotta in Francia: un ospedale su tre, un treno su tre, un’industria su tre, una lampadina su tre. Mentre in Niger il 93 per cento degli abitanti non ha accesso all’elettricità. E anche dove c’è, spesso non arriva.

 

Stanotte, come ieri notte, la temperatura martella le tempie. Sembra di vivere nella “Febbre” di Wallace Shawn. L’aria si appiccica al sudore. Un amico medico dell’Ospedale nazionale rivela che quando manca la corrente e i ventilatori appesi ai soffitti si fermano, tra gli anziani e i bambini ricoverati si muore a grappoli. Muoiono di caldo, di complicazioni. Anche adesso, dice il medico, nell’ennesima notte di questa capitale senza luce. Nelle stesse, identiche ore in cui a Parigi il presidente François Hollande dichiara che la fuga da questo inferno, dove ancora si parla francese, è un problema che non lo riguarda. LR 22

 

 

 

 

 

Il nuovo Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Firmato il decreto

 

ROMA - Il ministro degli Esteri ha firmato il decreto al quale è annessa la tabella di ripartizione dei componenti del CGIE tra i diversi Paesi. Nonostante le pressanti richieste del CGIE e le nostre sollecitazioni a trovare soluzioni più equilibrate - affermano i deputati Pd eletti all’estero, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi -  il decreto, ai fini dell’attribuzione dei rappresentanti, conferma il criterio dei residenti all’estero iscritti all’AIRE come esclusivo riferimento dell’attribuzione dei seggi.

Alla luce di tale orientamento, i 43 componenti eletti del CGIE sono ripartiti in questo modo: 24 in Europa, 1 in Africa, 3 in Nord e Centro America, 14 in Sud America e 1 in Australia. E’ una soluzione che, come abbiamo detto in ripetute occasioni, non ci trova d’accordo perché non tiene conto dell’esigenza di dare una maggiore rappresentatività alle aree che hanno un gran numero di oriundi e penalizza le comunità minori, che pure sono significative nel panorama della nostra emigrazione. La tabella che era alla base dell’uscente CGIE, opportunamente riplasmata sul minor numero di componenti, avrebbe potuto rappresentare una buona base di mediazione ispirata dal buon senso.

Continuiamo a non comprendere - scrivono i sei deputati del Partito democratico - perché la proposta che il sottosegretario Giro ci ha fatto pervenire il 28 aprile, che era più o meno in linea con queste esigenze, una proposta alla quale il PD e il gruppo degli eletti all’estero ha dato una risposta positiva,si sia improvvisamente dissolta. Abbiamo sempre agito con lealtà e responsabilità verso il Governo e il titolare della delega per gli italiani nel mondo, ma è bene che di fronte a cittadini residenti all’estero ognuno si assuma le sue responsabilità.

In ogni caso, non resteremo a piangere sul latte versato. Queste contraddizioni nella gestione delle politiche emigratorie e, in particolare sulla gestione, degli istituti di rappresentanza, su cui pesa come un macigno lo spirito conservativo della Farnesina, rendono ancora più necessaria l’apertura di una fase di riorganizzazione generale della rappresentanza, anche alla luce degli indirizzi di riforma costituzionale che a breve ritorneranno all’attenzione del Parlamento. Ripristinata la normalità democratica degli organismi di rappresentanza, sospesa da un decennio, non c’è altro da fare - concludono Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi - che riaprire il confronto, in dialogo proprio con i nuovi organismi, sul nuovo assetto da dare alla rappresentanza alla luce delle trasformazioni avvenute in questi anni.

Anche per l’on. Fucsia FitzGerald Nissoli la nuova distribuzione dei consiglieri è insoddisfacente. “Una soluzione che all’evidenza del buon senso non risulta accettabile! Mi chiedo: Come si fa, se si vuole veramente promuovere in maniera sinergica il nostro Sistema Paese, ad assegnare ad un’area altamente rappresentativa dell’emigrazione italiana e dell’eccellenza italiana nel mondo solo 3 consiglieri? Non ho parole!”, esclama la deputata eletta in Nord e Centro America, aggiungendo: “Credo che bisognerà fare una riflessione seria sull’operato del Governo in materia di emigrazione”. Dip 25

 

 

 

 

 

Convegno sabato 4 luglio a Stoccarda sulla nuova emigrazione italiana in Germania

 

Stoccarda - Le ACLI Baden-Württemberg, da sempre attente agli sviluppi e avvenimenti che interessano la nostra società e comunità sia in emigrazione che in Italia, hanno programmato un convegno su un tema di grande attualità ed importanza che sta interessando la comunità italiana emigrata in Germania.

Il convegno dal titolo “Nuova emigrazione in Germania: aspettative, successi, delusioni, sfruttamento … Chi sono i nuovi emigrati in Germania? Cosa fanno? Quali impieghi?”, si svolgerà sabato 4 luglio alle ore 17,30 a Stoccarda presso Treffpunkt Rotebühlplatz, Theodor- Bäuerle-Saal, B0.01 -

Relatrice del convegno sarà la Dott.ssa Edith Pichler dell’Università di Potsdam.

“Con la Dott.ssa Pichler – scrive nell’invito Giuseppe Tabbì Presidente ACLI BW - vogliamo analizzare e discutere la situazione della nuova emigrazione. Sono tutti cervelli in fuga? Quanti sono e cosa fanno i nuovi immigrati? Quale possibilità d’integrazione hanno? Quale politica d’accoglienza da parte delle istituzioni italiane e tedesche? Nel trattare quest’ultimo aspetto è nostra intenzione presentare le esperienze di diverse istituzioni che sono coinvolte nel “sistema di buona accoglienza” e discutere sull’efficacia degli interventi“. 

Per trattare questo aspetto della tematica sono stati invitati il Welcome Center Stuttgart, il CIANE (centro Informazione ACLI Nuova Emigrazione), le Comunità Cattoliche, il CET e il Consolato Generale d’Italia. De.it.press

 

 

 

 

 

Conferenza dei Direttori degli IIC. La seconda giornata dedicata al ruolo degli IIC nella promozione dell'Italia contemporanea

 

In apertura gli indirizzi di saluto del segretario generale della Farnesina, Michele Valensise, del ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni e del ministro dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini. Poi gli interventi moderati dal sottosegretario agli Esteri Mario Giro seguiti dal confronti con i direttori

 

ROMA – Si è aperta questa mattina nella Sala delle Conferenze internazionali della Farnesina la seconda giornata di lavori della Conferenza dei direttori degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo, incentrata sul tema del ruolo degli IIC nella promozione dell'Italia contemporanea. Una riflessione su come cambia l'attività degli Istituti insieme alle nuove strategie di promozione del nostro Paese all'estero, e su come coniugare nuove esigenze – di promozione economica e comunicazione delle eccellenze di oggi, in particolare – con nuovi scenari globali e accresciute domande culturali. Da un lato, dunque, l'attività prettamente culturale degli IIC, che – è stato ribadito più volte - non deve essere snaturata, a confronto con nuove esigenze di carattere economico, di promozione del made in Italy e del turismo culturale, in un contesto di riorganizzazione della rete e risorse limitate.

Ad accogliere i partecipanti il segretario generale della Farnesina, Michele Valensise, che ha ricordato come per il Maeci la diplomazia culturale sia compito che riveste importanza analoga alla diplomazia economica, ritenendo di “buon auspicio” lo svolgimento di questa conferenza nell'anno in cui cominciano ad intravedersi i primi segnali di ripresa economica (l'ultima conferenza si era svolta invece nel 2008, anno di inizio della lunga crisi economica). Ha quindi rilevato l'importanza dell'attività svolta dagli IIC, “strumenti che assicurano la massima apertura dell'Italia nel mondo, ancora più importanti – ha sottolineato – in un momento in cui sembra invece prevalere una spinta alla chiusura”, e ribadito come il compito svolto e richiesto agli Istituti sia “enorme”, perché “l'apprezzamento riscontrato dal brand Italia nel mondo è in aumento”. Tra i compiti richiamati, la promozione di lingua e cultura italiana all'estero, la comunicazione del valore aggiunto creato dal nostro Paese anche in campi come la scienza, la tecnologia e l'innovazione e l'incremento dei flussi turistici; obiettivi non facili e spesso perseguiti “con esiguità di risorse e personale”, dovuta a vincoli di spesa e riorganizzazione del Ministero che accrescono l'apprezzamento per “l'impegno reso in non facili condizioni”. Valensise si augura comunque, “pur essendo realistici”, che le risorse destinate alla promozione culturale possano aumentare in futuro, per un rinnovato impegno del governo su questi fronti e “in sinergia con il sistema economico italiano”, viste le ricadute che tale promozione assicura. Il segretario generale segnala anche i progressi realizzati in quest'ultima fase dagli IIC, che vanno da una maggiore trasparenza dei bilanci, ad una omologazione delle procedure a beneficio di una maggiore efficienza, sino alla digitalizzazione e alla modernizzazione delle strutture. A riprova di tale digitalizzazione, il nuovo sito degli IIC presentato proprio in questa occasione, in cui sono integrati link e contenuti provenienti da ciascun Istituto.

A sottolineare la simpatia e l'apprezzamento di cui gode il nostro Paese all'estero è il ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, che ne identifica la base in un “mix di tradizione, storia e cultura, cui si affianca la funzione da noi svolta coerentemente negli ultimi 70 anni, e associata alla nostra vocazione convintamente europeista, ossia quella della capacità di aprire ponti nelle direzioni più diverse”. L'Italia non si pone come obiettivo la “costruzione di aree di influenza e non ha – aggiunge Gentiloni – un'agenda politica nascosta: la nostra capacità è quella di costruire ponti, tessere relazioni, cercare di mantenere un dialogo e prevenire i conflitti, questa è la caratteristica della nostra politica estera che ha rafforzato la nostra reputazione, oltre alla nostra cultura e alle nostre tradizioni”. “A questi pilastri maturati nel corso del tempo oggi si aggiunge un miglioramento della situazione economica contingente, che fa in modo che l'Italia sia interlocutore dei discorsi sulla crisi e non imputato per la grave condizione in cui si trova, anche se – ammette il ministro – rimane ancora molto da fare”. Richiamati alcuni degli accordi recentemente stipulati per rispondere alla “domanda di cultura italiana” nel mondo, come quello con il Messico, la Cina, il Kenya – il ministro richiama in particolare un progetto di borse di studio avviato proprio all'indomani della strage compiuta nell'Università di Garissa – o gli Emirati Arabi, e, infine, l'area mediterranea: “il futuro della nostra presenza sullo scenario internazionale, in cui – dice Gentiloni - si giocano partite di significato globale e in cui rientrano anche quesiti sulla conservazione e tutela del patrimonio artistico e culturale di tutta l'umanità”. “Abbiamo un patrimonio e un prodotto culturale ricchissimo, una potenzialità – afferma ancora Gentiloni – che ha bisogno però di un grande lavoro di promozione, specie in quei Paesi che non sono già legati a noi attraverso un'eredità acquisita, come quella dovuta alla presenza di collettività di connazionali che più immediatamente sentono la forza attrattiva della nostra lingua e cultura”. Il ministro assicura inoltre la “sensibilità del governo” all'incremento della dotazione di risorse nei settori della cultura e ribadisce come il Paese “sia attrezzato a questa nuova competizione globale, una sfida – conclude – il cui esito non è scontato e che richiede l'impegno, la dedizione e la competenza di tutti voi”.

Anche il ministro dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, evidenzia come il governo sia consapevole che turismo e cultura siano “due fattori straordinari di crescita del nostro Paese”. Ribadisce inoltre come “ci siamo quasi seduti sul nostro grande patrimonio culturale, legato al passato, e non abbiamo investito su talenti, nuove industrie culturali e creatività”, gap che ora deve essere colmato attraverso la collaborazione dei diversi ministeri, come appunto il Mibact, il Miur e il Maeci. Evidenzia come vi siano nel nostro Paese “molti problemi, ma anche tante eccellenze che non vengono messe in luce o comunicate”, a partire dalle competenze nel settore della tutela del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico che il Mibact intende promuovere e valorizzare ora con percorsi di formazione che coinvolgano anche studenti e Paesi stranieri. Per Franceschini questo è uno dei settori “in cui l'Italia può svolgere un ruolo di guida”, ruolo che potrà essere delineato anche a partire dall'incontro che il Ministero sta organizzando il 31 luglio e il 1° agosto, nell'ambito di Expo Milano 2015, con tutti i ministri della cultura del mondo, cui hanno già aderito – fa sapere Franceschini – 60 Paesi. “È italiana anche l'idea dei caschi blu della cultura, un'iniziativa per tutelare e proteggere i luoghi di cultura dalle conseguenze dei conflitti – conclude il ministro, sottolineando la valenza simbolica e universale del patrimonio culturale.

A seguire una serie di interventi moderati dal sottosegretario agli Esteri Mario Giro, preceduti dallo spot dell'Agenzia Ice sull'eccellenza italiana che capovolge molti degli stereotipi spesso associati al nostro Paese all'estero. Silvia Costa, presidente della Commissione cultura del Parlamento europeo, segnala l'impegno di assemblea e Commissione da lei presieduta in particolare per far comprendere la centralità dell'investimento su questo settore e sul patrimonio culturale, cui l'Europa dedicherà probabilmente il 2018. “L'Europa ha bisogno di cultura e pensiero italiano, per un nuovo umanesimo e per progredire nel dialogo interculturale – afferma Costa, annunciando anche una comunicazione europea sulla diplomazia culturale prevista nel prossimo autunno. Segnala inoltre come la Commissione stia approfondendo temi relativi alla documentazione del patrimonio culturale e al contrasto del traffico illegale di opere d'arte e come sia sua intenzione affrontare anche temi connessi all'editoria e alla lettura, mentre oggi prevale l'interesse per l'audiovisivo. Sollecita inoltre gli IIC a lavorare in sinergia con la rete degli istituti culturali europei (Eunic) perchè “il vettore strategico per lo sviluppo è sempre culturale”.

Traccia un bilancio di attività e impegni degli 81 IIC presenti in tutto il mondo il direttore generale per la Promozione del sistema Paese del Maeci, Andrea Meloni, sottolineando le esigenze crescenti cui sono chiamati a far fronte gli Istituti attraverso una rete che è sì capillare ma lascia ancora scoperte aree del mondo importanti o destinate a diventarlo, come l'Africa, l'Asia o i Paesi del Golfo. Tra i rami di attività cita la promozione del turismo culturale, l'appoggio ai vari settori della ricerca italiana, l'internazionalizzazione delle Università. “Sino ad oggi abbiamo lavorato per una sempre maggiore integrazione della rete dal punto di vista amministrativo e contabile, per porre le basi per nuove forme e modalità di comunicazione e continuiamo a lavorare sistematicamente – aggiunge Meloni – per una consultazione di tutti gli attori pubblici e privati attivi nel settore culturale, per la promozione del turismo culturale, anche attraverso una maggiore integrazione tra IIC ed Enit, e per la comunicazione di eventi che possano incrementare questo tipo di turismo”. Richiamata in ultimo la campagna di comunicazione messa in campo per il rinnovo del Museo egizio di Torino e l'impegno anche sul fronte della promozione di settori che coniugano più strettamente istanze culturali e commerciali – ad esempio le iniziative sul design – anche se – ribadisce il direttore generale - “gli IIC non devono diventare luoghi di promozione commerciale”. Segnala poi “i nuovi cantieri su cui abbiamo intenzione di lavorare”: la comunicazione, coinvolgendo esperti per l'articolazione di piani strategici pluriennali; la valutazione delle attività svolte con un'analisi del loro impatto sulla promozione culturale del Paese; un impegno accresciuto nel settore dell'aggiornamento e della formazione del personale.

Sull'importanza di comunicare meglio e di più i casi di eccellenza culturale italiana nel mondo insiste anche il segretario generale del Mibact, Antonia Pasqua Recchia, che si sofferma poi sul contributo in termini di innovazione e creatività dell'Italia di oggi, torna sul nostro ruolo di leadership nella conservazione e tutela del patrimonio culturale, in cui la stessa innovazione svolge un ruolo importante, e sottolinea l'importanza di fare sinergia investendo sulla capillarità della rete degli IIC. Marco Mancini, capo dipartimento per l'Università, l'alta formazione artistica, musicale e coreutica del Miur, parla di una fase di rinnovata collaborazione tra i ministeri e segnala in particolare il lavoro che si sta compiendo sul fronte della promozione della lingua e cultura italiana all'estero, lavoro cui hanno dato una spinta decisiva gli Stati generali della lingua italiana a Firenze. Richiama in particolare l'importanza di Erasmus+, la funzione svolta dalle Università per la proiezione dell'Italia all'estero e i passi compiuti per giungere all'istituzione di una classe di concorso per l'insegnamento della lingua italiana come lingua straniera e per promuovere tale insegnamento anche attraverso ricercatori o laureandi interessati a partecipare all'iniziativa di “servizio civile linguistico”. Sulla necessità di alimentare l'internazionalizzazione delle Università italiane attraverso l'attrazione di studenti stranieri si sofferma il presidente della Crui, Stefano Paleari, che chiede agli IIC di favorire questo tipo di scambi così come ritiene debba essere incentivata la “circolazione dei cervelli, piuttosto che il loro rientro”, perché “coloro che svolgono attività di studio e ricerca all'estero sono ambasciatori della conoscenza che possono valorizzare, mettendosi in luce nei rispettivi campi di specializzazione, il nostro Paese”. Il presidente dell'Agenzia Ice Riccardo Monti sollecita gli Istituti ad un lavoro proattivo con gli uffici Ice all'estero, fautori – afferma - di una strategia di “contaminazione” della promozione dell'Italia nel mondo, che associa aspetti culturali a finalità commerciali, amplificandone le ricadute. Cita per esempio alcuni eventi legati a settori quali la moda o l'agroalimentare in cui è stata adottata tale strategia promozionale e sollecita l'attrazione di investimenti stranieri nel settore culturale.

Il presidente della Fondazione Biennale di Venezia, Paolo Baratta, rileva come la cultura non sia solo stile di vita – aspetto su cui molto ha investito la promozione culturale e commerciale dell'Italia nel mondo – ma anche conoscere, ricercare e sapere, elementi essenziali in un mondo sempre più competitivo e caratterizzato dall'arretramento di ruolo e risorse dello Stato. “Per essere attrattivi, tuttavia, occorre dimostrarsi aperti, curiosi e interessati a ciò che accade negli altri Paesi e dotarsi di strutture che dimostrino questo interesse. Solo così nasce lo scambio, il terreno di confronto necessario allo sviluppo di una diplomazia culturale – afferma Baratta. E l'attenzione verso l'altro è proprio ciò che contraddistingue l'attività del Maxxi, come segnala la presidente della Fondazione del Museo di arte contemporanea di Roma, Giovanna Melandri, illustrando le iniziative recentemente messe in campo e dedicate all'approfondimento di realtà dei Paesi del Mediterraneo. “Il Maxxi sta costruendo una rete di amici del Museo che possano aiutarci nelle iniziative, nella loro diffusione e promozione – afferma, invitando i presenti a concorrere all'allargamento di questa rete.

Il vice presidente di Confindustria, Alessandro Laterza, suggerisce una riduzione delle strutture fisiche degli IIC, che a suo parere potrebbe essere funzionale ad un ampliamento dell'attività, attraverso un impiego diverso del personale. Condivide il carattere eminentemente culturale delle attività degli Istituti e suggerisce di coniugare la cultura con il saper fare, attraverso iniziative volte a far conoscere, magari attraverso archivi e musei d'impresa, “il saper fare italiano nella scienza e nella manifattura”, oppure evidenziando ambiti, come il design, in cui vi è uno stretto nesso tra bellezza e funzionalità. Per la promozione del turismo culturale sollecita invece un maggior coordinamento con le Regioni e una sinergia con l'Enit capace di stimolare un interesse che vada oltre “il triangolo Roma, Firenze e Venezia”. “L'importante è capire quali sono gli obiettivi strategici ed avere una direzione forte a livello centrale, che tenga conto dell'autonomia delle strutture e delle capacità, potenzialità e interessi e livello locale – afferma Laterza, che segnala positive collaborazioni della casa editrice con gli IIC di Londra e Berlino in particolare.

Alle sollecitazioni risponde il sottosegretario Giro, che spiega come, sebbene sia vero che la rete degli IIC è eurocentrica, la recente chiusura di 6 Istituti non sia stata effettuata “con soddisfazione”, perché “nella pubblica amministrazione non è automatico che a meno strutture finiscano per corrispondere più persone nelle sedi rimaste”. La strategia è quindi “difendere quello che c'è e valorizzarlo”, anche modificando e reinventando le attività degli IIC: solo dopo aver creato sinergie e migliorato la strategia di promozione culturale sarà possibile – afferma il sottosegretario – chiedere più risorse. “Non dobbiamo essere timidi e puristi – afferma Giro, sollecitando nuove iniziative, nuove interlocuzioni e più impegno sul fronte comunicazione, specie su ciò che funziona e coinvolgendo i media stranieri. Sollecita inoltre più impegno sul fronte della traduzione e della diffusione dei libri italiani all'estero, una nuova strategia di promozione del turismo culturale che coinvolga l'Enit, in fase di rinnovamento, un maggior coordinamento per far conoscere tutte le possibilità di studio nelle Università e nei centri di ricerca di eccellenza italiani, con iniziative mirate. (Viviana Pansa – Inform 26)

 

 

 

 

“La cultura del caffè in Italia” all’IIC di Amburgo

 

AMBURGO - In occasione di EXPO 2015 Milano, l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ha organizzato il 23 giugno una conferenza con presentazione powerpoint dal titolo “Oronero, la cultura del caffè in Italia”. La conferenza è stata tenuta in tedesco da Roberto Ubbidiente, Docente presso la Humboldt Universität di Berlino.

Ubbidiente esplora la cultura italiana del caffè e ne illustra lo sviluppo storico tra economia, società, teatro, letteratura, arte e musica.

L’“origine” del caffè è avvolta dal mito. Dalla Turchia, dove si diffuse già nel XV secolo, questa esotica bevanda ha conquistato il gusto degli europei e dal XVII secolo fa parte delle loro abitudini culinarie.

L’Italia ha dato un contributo significativo all’evoluzione della cultura del caffè europea, visto che l’espresso e il cappuccino sono in tutto il mondo la rappresentazione più diffusa dell’“oro nero”. Dopo la conferenza ha avuto luogo una degustazione di Caffè Illy. (aise 22) 

 

 

 

 

 

A Saarlouis un incontro di amicizia  per far conoscere il Lazio con le sue bellezze ed i suoi prodotti

 

Sabato 20 giugno nella Merhzwechhalle Picard del Comune di Saarlouis con una grande partecipazione di pubblico  si è svolto l'evento promosso da Istituto Fernando Santi e Cooperativa ELP per mettere in contatto e rendere più vicine due comunità, quella della Saar e quella del Lazio. “Un incontro  di amicizia – è stato sottolineato da Rino Giuliani  vicepresidente dell'Istituto, che è anche occasione per far conoscere, il Lazio, con un territorio da sempre curato dai suoi abitanti e con una storia ininterrotta che evidenzia bellezze paesaggistiche, culturali ed architettoniche che tutti possono poter condividere.”

Al buon esito dell'iniziativa hanno contribuito  i componenti del Comites Saar , peraltro presenti all'incontro, Patrizio Maci, Francesco Cirino, Carmela Cumbo Malgioglio, Salvatore Russello, Maria Giuseppina Grillo Alcaro, Rosina Calcagno e Giuseppe D'Auria. Paritcolarmente  preziosa la collaborazione di Michele Cicerone del Comune di Saarlouis.

Numerose le associazioni e sodalizi italiani che si sono impegnati a promuovere l'evento e che sono intervenuti. Tra questi l'associazione "Teatro Popolare cittá di Merzig" con il suo  presidente Giuseppe D'Auria, il CO.AS.SC.IT./SAAR con il suo coordinatore-amministratore  Rolando Pettinari, l'associazione "Famiglia Siciliana Saarlouis", con il suo segretario Vincenzo Profeta, il  Gruppo Folk Siciliano/Saarlouis, con Salvatore Russello del comitato direttivo, il Comitato Consultivo per l'Integrazione/SAAR, con il suo coordinatore Patrizio Maci , l'associazione sportiva "Stella Sud/Saarlouis" con il suo  presidente Giuseppe Infantino, l'associazione "Circolo Italo-Tedesco per l'Amicizia/Saarlouis", con il suo presidente  Luisa Cascino ,l'associazione "Circolo Italo-Siciliano per l'Amicizia/Sulzbach, con la sua presidente Signora Elfriede Nikodemus,  sempre molto vicina  alla nostra comunità,Gioacchino Di Bernardo, membro dell' Istituto Fernando Santi" /SAAR.

Nella preparazione dell'evento Mimmo Scandariato e Roberto Vezzoso dell'Istituto Fernando Santi.

L'incontro è stato aperto dal presidente del Comites Giovanni Di Rosa che nel suo intervento di saluto ha evidenziato l'interesse della comunità italiana e più in generale di quella del Saarland  ai fini che ci si propone con l'iniziativa. Di Rosa ha anche affermato come da sempre  tutto quello che è italiano suscita interesse ed è molto apprezzato a partire dai  prodotti di eccellenza che l'Italia produce. Oggi – ha aggiunto Di Rosa-si parla del Lazio  con numerosi amici che da sempre apprezzano lo stile di vita italiano.

Di Rosa nel suo intervento di apertura ha portato ai presenti i saluti  della Reggente del Consolato Generale d'Italia di Francoforte sul Meno, Francesca Romana Facchini; della Direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, Adriana Cuffaro; del Sindaco (Oberbürgermeister) della cittá di Saarlouis, Roland Henz;  del Presidente della Provincia di Saarlouis, Patrick Lauer.

Per la Cooperativa ELP è intervenuto il suo presidente Emanuele De Luca il quale  ha ricordato che ELP è una cooperativa di giovani, i cui componenti hanno un'età che non supera i 35 anni.

 De Luca ha poi indicato in modo chiaro le ragioni di un impegno che vuol andare  oltre  l'evento in svolgimento. “La nostra intenzione- ha detto De Luca-  è di aprire un percorso insieme al comites ed a quanti siano convintamente disponibili perché si possa definire ed avviare in Saarland  un “Punto permanente Lazio ” in grado di potersi avvalere di giovani adeguatamente preparati, nel quale e dal quale  sviluppare una programmazione di attività ,finanziariamente sostenibili,  che mettano “a portata di mano” degli abitanti del Saarland il Lazio con le sue bellezze ed i suoi prodotti “

Rino Giuliani chiudendo gli interventi che hanno aperto “l'incontro di amicizia”  ha ricordato come “ per perseguire e raggiungere questo obiettivo, condiviso con la Coop ELP, è essenziale l’interlocuzione ed il confronto di idee con le istituzioni locali del Saarland. L' idea progettuale, che si vuole concretizzare, - ha concluso Giuliani-  ha un retroterra italiano di professionalità, di istituzioni e di operatori attenti, si avvale di qualità riconosciute e consolidate che mirano all’eccellenza. Tutto questo crediamo sia una buona base di partenza per suscitare energie e per realizzare collaborazioni in Saarland”.

L'evento si è chiuso con una degustazione di vini  e piatti preparati sul posto con prodotti di eccellenza del Lazio.  (santinews 23)

 

 

 

 

 

 

Alcune delle prossime manifestazioni a Monaco di Baviera d’dintorni

 

* fino al 4 ottobre, di domenica, alle ore 12:00, c/o Asamkirche Maria de Viktoria (Neubaustr. 1 1/2, Ingolstadt) Rassegna: "Orgelmatinee um Zwölf"

Ingresso libero. Il programma è disponibile all'indirizzo: www.ingolstadt.de (sotto "Kultur&Freizeit", "Konzerte & Musik", "Orgelmusik"). Organizza: Kulturamt der Stadt Ingolstadt in collaborazione con IIC e Sparkasse Ingolstadt

 

dal 25 giugno al 4 luglio, München "Filmfest München"

In programma anche 7 film italiani: Il racconto dei racconti (Matteo Garrone), Meraviglioso Boccaccio (Paolo e Vittorio Taviani), Mediterranea (Jonas Carpignano), Anime Nere (Francesco Munzi), Latin Lover (Cristina Comencini), Pasolini (Abel Ferrara), Hungry Hearts (Saverio Costanzo), 

Programma completo: www.filmfest-muenchen.de/de/programm

Organizza: Internationale Münchner Filmwochen GmbH

 

* martedì 30 giugno, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* martedì 30 giugno, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Modelli empirici di educazione alla legalità" con Maria Falcone. Saluti: Giovanna Gruber (Direttore dell'Istituto Italiano di Cultura) e Andreas Zwerger (Direttore Ministeriale del Ministero Bavarese della Giustizia)

Introduzioni: Thomas Weith (Pubblico Ministero, Monaco di Baviera) e Ernst Wirth (Dirigente Superiore della polizia giudiziaria bavarese)

Modera: Hans Woller (Institut für Zeitgeschichte München)

In lingua italiana e tedesca con traduzione simultanea

Proiezione del film documentario "Per Falcone" (Italia, 36 min., in lingua originale con sottotitoli in inglese, RAI Educational production)

Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria su: www.iicmonaco.esteri.it/Veranstaltungen o stampa.iicmonaco@esteri.it o Tel. 089-74632132. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, Institut für Italienische Philologie der Ludwig-Maximilians-Universität München e Georg-von-Vollmar-Akademie e.V.

 

* mercoledì 1 luglio, ore 16-00-20:00, c/o Binario11 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Tag der Offenen Tür". Informazioni e brevi corsi di fisarmonica, voce, italiano con Barbara Wolf (M.A. Univ. Bologna). Organizza: Binario11

 

* mercoledì 1 luglio, ore 18:00, c/o Ludwig-Maximilians-Universität München, Aula S007 (Schellingstr. 3, München) 'Ndrangeta - La "mafia del nord" e la sua espansione oggi con la Dott.ssa Martina Panzarasa (Università degli Studi di Milano). In lingua italiana. Ingresso gratuito. Organizza: Fachschaft dell'Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München

 

* mercoledì 1 luglio, ore 20:30, c/o Kunstakkademie, Salon (Akkademiestr. 1, München) Concerto dei "Madrelingua" Mediterran Rock, Funkyraggey Rockadelic di Luciano Florio & Co. Ingresso gratuito

 

* giovedì 2 luglio, ore 18:00, c/o Istituto di Filologia italiana LMU, Aula 007 (Schellingstr. 3, München) Nell'ambito del Ciclo di letture in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri" Alberto Casadei (Pisa): "Interpretazioni plausibili (e non) del Veltro di Dante". In lingua italiana

Ingresso gratuito. Organizza: Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* sabato 4 luglio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus (Kreuzstr. 12, Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 4 luglio, ore 10:00-19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Giornata degli artisti italiani in Baviera"

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* sabato 4 luglio, ore 15:00-17:00, c/o MVHS, Trafo (Nymphenburgerstr. 171 a, München) "Italiane Italiani. Storia e società negli ultimi cento anni"

5a e ultima puntata (1992 - 2012). Crisi finanziaria e crisi politica. 'Mani pulite'. Fine della Prima Repubblica. Il 'berlusconismo': corrotti e corruttori, la privatizzazione dello Stato italiano, pubblicità/apparenza e realtà. L'immagine della donna. Durante la pausa, caffè e dolci. A cura di Paolo Gatti

Ingresso: € 8,- Organizza: Münchner Volkshochschule

 

* domenica 5 luglio, ore 16:00, c/o Chiesa dei Francescani (Ingolstadt)

S. Messa in lingua italiana

 

* domenica 5 luglio, ore 17:00, c/o casa parrocchiale del Duomo (Kupferstr. 30, Ingolstadt) Riunione dell'Associazione "Italclub Ingolstadt e.V."

Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* martedì 7 luglio, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* martedì 7 luglio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Nell'ambito della Rassegna cinematografica "Von Italien aus in die Welt - Die italienische Oper" "Cavalleria Rusticana" Opera di Pietro Mascagni Unitel 1981, 70 min., versione originale con sottotitoli in tedesco

"Pagliacci" Opera di Ruggiero Leoncavallo Unitel 1982, 71 min., versione originale con sottotitoli in Tedesco. Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* martedì 7 luglio, ore 20:00, c/o Pasinger Fabrik (August-Exter-Str. 1, München)

Concerto del "Roma Termini Jazz Quartet" Con Alessandro De Santis, Davide Roberts, Markus Wagner, Christos Asonitis. Organizza: Pasinger Fabrik GmbH

 

* mercoledì 8 luglio, ore 19:30, c/o Allerheiligen Hofkirche, Residenz (Residenzstr. 1, München) Concerto: "Vivaldi a Venezia" Maurice Steger e i solisti de L'Accademia giocosa. Ingresso: da 15,- a 59,- euro più tasse

Organizzat: KLANGWORK, n collaborazione con IIC e Forum Italia e.V.

 

* giovedì 9 luglio, ore 18:00-22:00, nei vari consolati a München (anche quello italiano) "Lange Nacht der Konsulate"

Programma al Consolato italiano (M&uouml;hlstr. 3):

o 18:00 Bühnenaufführung der Leonardo-da-Vinci-Schule, München

o 18:15 Autorenlesung aus dem Roman "Quasi Arzilli", Simona Morani

o 19:15 Theateraufführung "Mambo italiano", Matteo Chincarini

o 19:30 Musik Rezital, Music Studio Amadeus München

o 20:30 Theateraufführung "Cinema italiano"

o 20:45 Italienische Live-Musik

o Kulinarische Köstlichkeiten aus Italien. Programma generale: www.italianieuropei.de/06-17-Lange_Nacht.pdf. Ingresso gratuito.

Organizzatori: Bayerische Staatskanzlei e Consolati a Monaco di Baviera

 

* giovedì 9 luglio, ore 18:00, c/o Istituto di Filologia italiana LMU, Aula 007 (Schellingstr. 3, München) nell'ambito del Ciclo di letture in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri" Thomas Ricklin "... ed in sul fonte / del mio battesmo prenderò 'l cappello" (Par. xxv, 8f.). In lingua tedesca

Ingresso gratuito. Organizza: Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* giovedì 9 - domenica 12 luglio, Gilching Festa Italiana Gilching

Programma:

o giovedì 9 luglio, Hotel-Gasthof Schützenhaus (Talhofstr. 22, Gilching)

19:30: Begrüßung der Gäste aus Cecina mit Livemusik von Diego d'Adri

o venerdì 10 luglio, Am Markt Gilching

16:00: Beginn Markttreiben

16:30-17:15: Goaßlschnalzer vom Guichinger Brauchtum

17:00: Offizielle Eröffnung des Marktes mit Grußwort des Schirmherrn Bgm. Manfred Walter

17:30-18:15: Spielmanns- und Fanfarenzug "Edelweiß" Gilching

18:30-19:15: Steffis Dance Center Alling

20:00-24:00: Livemusik "Gabriele Ricci"

o sabato 11 luglio, Am Markt Gilching

14:00: Beginn Markttreiben

14:30-16:00: Tanzschule Nothaft Gilching

16:00-16:15: Helferkreis Asyl. Gemeinsam trommeln für ein Miteinander

16:30-17:15: Tae Kwon Do Center Gilching

17:30-19:30: Blaskapelle Gilching mit modernen Rhythmen

20:00-24:00: Livemusik "Antoine Noah Band"

o domenica 12 luglio, Am Markt Gilching

11:00: Beginn Markttreiben

11:00-13:00: Frühschoppen mit Blaskapelle Gilching und mit Weißwurst-Frühstück

12:00: Kindertanzgruppe der Burschenschaft Geisenbrunn

14:30-16:00: Tanzschule Nothaft Gilching

16:00-16:15: Helferkreis Asyl. Gemeinsam trommeln für ein Miteinander

17:30-17:45: Kindertanzgruppe von Guichinger Brauchtum

18:00-22:00: Livemusik "Gianni Quarta"

Organizza: Verein zur Förderung der Partnerschaft Cecina-Gilching e.V.

 

* venerdì 10 luglio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito.

Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

* sabato 11 luglio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus (Kreuzstr. 12, Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 11 luglio, ore 11:00, c/o Caritas (Landwehrstr. 26, München)

Film: "La ricerca della felicità" (Regia Gabriele Muccino, USA 2006, 117 min)

Cercare la propria strada nel lavoro e non solo. Si prega di prenotare c/o: pomue@gmx.net. Ingresso libero. Organizza: Pomü (un ponte tra Prato e München) in collaborazione con Caritas München

 

* domenica 12 luglio, ore 11:00, c/o Landsbergerstr. 234, München

Mostreremo ai bambini come si fa il gelato artigianale

Ore 12:30, Leopoldstr. 52a: Tutti insieme alla Gelateria Gino per un gelato e non solo... Ore 14:30, Englischer Garten, Kleinhesseloher See, lato Sud-Ovest: Partita di calcio tutti insieme. Max 20 persone. E' necessaria la prenotazione c/o: pomue@gmx.net. Ingresso libero. Organizza: Pomü (un ponte tra Prato e München) in collaborazione con Caritas München

 

* domenica 12 luglio, ore 16:00, c/o Heilig-Geist-Kirche (Bahnhofpl. 1, Eichstätt)

S. Messa in lingua italiana

 

* martedì 14 luglio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Nell'ambito della Rassegna cinematografica "Von Italien aus in die Welt - Die italienische Oper" "Turandot" Opera di Giacomo Puccini

Unitel/Palau de les Arts "Reina Sofia" Valencia 2008, 124 min., versione originale con sottotitoli in Tedesco. Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* giovedì 16 luglio, ore 18:00, c/o Istituto di Filologia italiana LMU, Aula 007 (Schellingstr. 3, München) Nell'ambito del Ciclo di letture in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri" Robert Stockhammer: "Dante, Galilei, Durs Grünbein: Die Kartierung der Hölle". In lingua tedesca

Ingresso gratuito. Organizza: Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* venerdì 17 luglio, ore 16:00-17:00, c/o Stadtbücherei (Hallstr. 2-4, Ingolstadt)

Laboratori di italiano per bambini Letture e giochi in italiano

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* venerdì 17 luglio, ore 20:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* venerdì 17 luglio, ore 20:00, c/o Studio Italiano (Franz-Joseph-Str. 48, München) "Quasi arzilli" Simona Morani presenta il suo nuovo romanzo "Quasi arzilli" (Giunti, 2015). Ingresso gratuito. Organizza: Studio Italiano

 

* sabato 18 luglio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus (Kreuzstr. 12, Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

 

* sabato 18 luglio, ore 18:00, c/o Libreria ItalLIBRI (Nordenstr. 19, München)

"Quasi arzilli" Simona Morani presenta il suo nuovo romanzo "Quasi arzilli" (Giunti, 2015). Ingresso gratuito. Organizza: Libreria ItalLIBRI

 

* martedì 21 luglio, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* martedì 21 luglio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Nell'ambito della Rassegna cinematografica "Von Italien aus in die Welt - Die italienische Oper" "Tosca" Opera di Giacomo Puccini

Unitel/Fondazione Arena di Verona 2006, 118 min., versione originale con sottotitoli in Tedesco. Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* mercoledì 22 luglio, ore 19:00, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg). Assemblea annuale e festa dell'associazione. Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* sabato 25 luglio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus (Kreuzstr. 12, Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

Claudio Cumani, de.it.press 

 

 

 

 

 

Baden Wuerttemberg, Manifestazione a Stoccarda organizzata dal Maie Germania

 

Un incontro per la comunità italo tedesca presente da più di 60 anni a Schorndorf Con il sostegno dell’associazione Federico II di Svevia e del patronato Epas

 

STOCCARDA - Si è tenuto il 20 giugno scorso a Stoccarda un evento organizzato dal Maie Germania. Si è trattato di un incontro per la comunità italo tedesca presente, da più di 60 anni, nel territorio della regione del Baden Wuerttemberg, precisamente a Schorndorf: una comunità – evidenzia il Maie in una nota -  che si è perfettamente inserita nel contesto socio-culturale locale, mantenendo sempre viva la tradizione e la cultura della propria terra d’origine. Alla manifestazione, che prevedeva un incontro sportivo, uno spettacolo musicale e di danza tradizionale e una mostra d’arte di Lucio La Cascia, era presente tutto lo staff del Maie del Baden Wuerttemberg, ossia Walter Chiappetra, Giosuè Giuseppe, Massimo Filippelli, Riccardo Scavone, Anna Maria Castiello, Matteo Silvestri, la dirigente del Maie Europa, Anna Mastrogiacomo e alcune autorità italiane e locali, tra cui la vice console, dott.ssa Sollazzo, il primo sindac o di Schorndorf, Edgar Hemmerich, il parlamentare regionale Claus Paal e il presidente della Cdu di Schorndorf, Ingo Sombrutzki.

“Un evento all’insegna dell’amicizia italo- tedesca  per condividere arte e cultura,  con musica dal vivo, a cura di Claudio Cammarota & Gianluca Giordano e Ivan Morgillo, e l'esibizione del gruppo folk Le Stelle del Sud”, ha  dichiarato una soddisfatta Anna Mastrogiacomo che ha aperto la manifestazione portando, alle oltre 500 persone presenti, i saluti del presente del Maie, on. Ricardo Merlo e del coordinatore Europeo, Gian Luigi Ferretti.“Abbiamo desiderato così celebrare, i 60 anni di lavoro e rispetto reciproco che unisce le  nostre collettività”.

Anna Maria Castiello nel  suo intervento ha sottolineato l'importante lavoro che si svolge in questa regione  con il Movimento Associativo “l’unico sempre vicino ai nostri connazionali”,  suscitando molto interesse tra i presenti.

“L’evento organizzato dal Maie con il sostegno dell'associazione Federico II, del patronato Epas e la partecipazione di esponenti politici locali,  è stato il nostro modo per inaugurare la bella stagione, insieme ai nostri connazionali, che venuti in Germania in cerca di lavoro in questa regione  hanno messo radici  e costruito nuove famiglie - ha poi concluso la dirigente del Maie Mastrogiacomo -  Il Maie è sempre accanto a loro e, in grande armonia con la comunità tedesca, preserva l’identità italiana”. (Inform 26)

 

 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Venti di guerra fredda (25.06.15). Nato e Usa rafforzano la loro presenza militare ai confini con la Russia, sale la tensione e riaffiorano scenari del passato.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/nato-russland-102.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/speciale102.html

 

Ungheria vs UE (25.06.15) - Insieme all’Italia ed alla Grecia, l’Ungheria rappresenta una delle porte d’ingresso scelte dai migranti per l’accesso in Europa. E questo accesso è sempre più ostacolato.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/ungarn-migranten-100.html

 

Luca il creativo (25.06.15)

Luca Renna in Italia ha lavorato, tra l'altro, come ghostwriter. Ora in Germania cerca un nuovo inizio e vuole scrivere libri che portino la sua firma.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/largo_ai_giovani/luca-renna-100.html

 

La Berlino nascosta (25.06.15) - Zuleika Munizza ha fondato il progetto "Berlino Explorer", che offre a singoli e gruppi visite e tour insoliti, al di fuori dei consueti circuiti turistici. Ci è venuta a trovare in studio.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/berlino-explorer-100.html

 

Vergognati Europa (24.06.15) - È emergenza profughi in Grecia, un paese già in ginocchio ed ora costretto ad affrontare impreparato tragedie più grandi della propria. La voce di Medici senza frontiere.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/griechenland-fluechtlinge-100.html

 

Per una buona scuola (24.06.15) - "Piazza Affari Tedesco" è il progetto con cui il Goethe Institut italiano promuove gemellaggi fra scuole superiori italiane e aziende, offrendo un esempio di buona scuola.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/goethe-buonascuola-100.html

 

Lo scandalo della carne equina (24.06.15)

Due anni fa dilagava in tutta Europa lo scandalo della carne di cavallo spacciata come carne bovina. E oggi, possiamo stare tranquilli?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/la_nostra_storia/pferdefleisch-italien-100.html

 

Folktrip (24.06.15)

È il nome di un progetto radiofonico che si occupa di musica tradizionale e popolare, e che mette l'accento sui temi dell'identità e dell'emigrazione italiana.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/folktrip-100.html

 

Nel nome del dialogo (23.06.15) - Il papa, a Torino, ha chiesto scusa ai Valdesi per quanto fatto contro di loro dai cattolici. È un’apertura storica. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/waldenser100.html

 

Uniti nel calcio (23.06.15)

La squadra "US Figli d’Italia 09" scende in campo da alcuni anni ad Hannover. Una realtà sportiva nata con l'aiuto del Comites: italiana, ma non solo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/figliditalia100.html

 

Il labirinto della Masone (23.06.15) - Uno straordinario parco culturale che appena inaugurato è diventato subito un'attrazione turistica del Parmense.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/masonelabyrinth100.html

 

La timida riforma (22.06.15) - È stato presentato oggi il progetto di riforma UE, che prevede cambiamenti dell’Unione economica e monetaria.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/eureform104.html

 

Parità di genere (22.06.15) - La Commissione Femm del Parlamento europeo si batte per la promozione e la tutela dei diritti della donna nell'Unione europea. Ancora molte le battaglie da vincere.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/eufrauenquote100.html

 

Incubo bancarotta (19.06.15) - La crisi greca ci riporta all'Argentina e all'Islanda, entrambi i paesi si sono ritrovati a dichiarare fallimento. Entrambi hanno messo a punto modelli che hanno permesso, seppur in parte, la ripresa.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/argentinien194.html

 

Solidarietà per la Grecia (19.06.15) - Non tutti i tedeschi appoggiano le politiche di austerità di Merkel e Schäuble. Domani (20.06) a Berlino la sinistra tedesca, ed europea, dimostrerà al motto di: "We are the crisis".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/deutschelinke100.html

 

Vedere i sorci verdi (19.06.15) - Lo diciamo di qualcuno o qualcosa talmente straordinario da incutere sgomento e indurre a crederci vittime di una allucinazione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/parole_in_liberta/gruenemaeuse100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html. RC/De.it.press

 

 

 

 

 

A Kaufbeuren mostra sul tema: "Sulle oscure tracce della mafia" (17.07.-04.10.2015)

 

Desidero riportare l'attenzione sulla mostra di affermati fotografi sul tema "Sulle oscure tracce della mafia" che dal 17 luglio 2015 al 04 ottobre 2015 sará ospitata nella galleria d'arte di Kaufbeuren, Spital Tor 2.

Tommaso Bonaventura, Alessandro Imbriaco, Fabio Severo presentano una straordinaria ricerca ed una significativa documentazione

che ha impegnato gli Artisti lungo  tre  anni di lavoro sul fenomeno della criminalitá organizzata in Italia. La raccolta mostra nella sua cruda realtá, attraverso immagini supportate da opportune didascalie, un fenomeno che ha attraversato nei decenni trascorsi il tessuto sociale di un intero Paese,invisibile ma presente, contro cui oggi ,piú che mai, é necessaria la massima trasparenza .La mostra riporta momenti drammatici  e deflagranti delle sanguinose azioni mafiose ed i volti di coloro che a prezzo della stessa vita l'hanno affrontata e combattuta. Proprio le vittime della mafia richiamano questi momenti di autentica attualitá quali la mostra rappresenta, una testimonianza che equivale per le nuove generazioni ad un impegno civile di costante , vigile, imbarattabile contrapposizione alla criminalitá , per l'esaltazione del valori vincolanti della Costituzione della Repubblica italiana.

L'inaugurazione ufficiale della mostra é prevista  il 16 lugio 2015 dalle ore 19,00 alle ore 21,30.

Tutti gli Ospiti che avranno segnalato la loro partecipazione ricevono l'apposita cartolina/invito approntata per l'occasione.

L'inaugurazione sará allietata dal gruppo musicale "Quergestreift"

Si é, inoltre, approntato un opuscolo guida di circa 50 pagine che allego alla comunicazione. É possibile richiede sulla manifestazione anche materiale illustrativo in lingua italiana.

Il Presidente ACLI Baviera Comm.Carmine Macaluso

 

 

 

 

 

Migranti. Bruxelles approva la missione navale. Mogherini: UE contri i trafficanti

 

BRUXELLES - "La missione navale contro il traffico di migranti nel Mediterraneo, appena approvata dal Consiglio dei ministri degli Esteri dell'Unione europea, non ha come target i migranti, ma quelli che fanno soldi sulle loro vite". Così l'alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini annunciando l'accordo dei Ventotto a Lussemburgo, in base al quale verranno inviati nel Mediterraneo cinque navi da guerra, due sottomarini, tre aerei di pattuglia marittima, due droni e tre elicotteri. Tutto per fermare i trafficanti.

"Il lancio della prima fase della missione navale europea EuNavFor contro i trafficanti è stato approvato ufficialmente dai ministri degli esteri come “punto A” senza discussione e all'unanimità", ha aggiunto Mogherini, ricordando che "l'obiettivo sono i trafficanti, non i migranti.

“È la prima volta che l'Unione europea affronta il tema dell'immigrazione seriamente e con una decisione presa all'unanimità meno di due mesi dopo che il Consiglio europeo ci ha incaricati di varare la missione soprattutto per salvare vite", ha osservato soddisfatta Mogherini, secondo cui “l'Ue non ha mai preso così seriamente il tema dell'immigrazione come sta facendo adesso. Con questa operazione, colpiamo il business model di quelli che beneficiano della miseria dei migranti. Ma questa è solo parte di una strategia più ampia, che comprende la cooperazione con i nostri partner in Africa, in particolare nella regione del Sahel, ed il lavoro con l'Organizzazione internazionale per le migrazioni e l'Unhcr”.

“Come Ue – ha concluso - siamo determinati a contribuire a salvare vite, a smantellare le reti dei trafficanti di essere umani e ad affrontare la cause profonde della migrazione". (aise 22) 

 

 

 

 

Migranti, dietrofront Ungheria su stop a richiedenti asilo

 

La comunicazione ufficiale: "Nessuna sospensione all'applicazione di alcuna norma comunitaria". Il governo magiaro ieri aveva annunciato unilateralmente la sospensione della Convenzione di Dublino

 

BUDAPEST -  L'Ungheria, dopo le pressioni dell'Ue e dell'Austria, fa retromarcia sulla decisione di sospendere gli accordi di "Dublino III" sui richiedenti asilo. Il ministro degli esteri, Peter Szijjarto, ha discusso della questione con l'omologo austriaco Sebastian Kurz e lo ha informato che "l'Ungheria non ha sospeso nessuna norma dell'Unione europea". L'Ungheria ha annunciato ieri la sospensione unilaterale della normativa che regola le richieste di asilo nell'Unione europea, invocando la "protezione degli interessi ungheresi". La normativa sospesa a titolo provvisorio da Budapest dispone delle richieste d'asilo in Europa e stabilisce che queste debbano essere esaminate nel paese Ue dove per primo arriva il migrante. In base alla norma, se il richiedente di asilo lascia il paese d'arrivo, deve esservi riportato. Concretamente la sospensione del trattato avrebbe permesso di rifiutare che siano riportate in Ungheria persone provenienti dal paese e arrestate altrove, ad esempio in Austria o Germania.

 

Pressing dell'Austria. Oggi il governo austriaco aveva bollato la sospensione come "inaccettabile" e aveva minacciato Budapest di "conseguenze". Poi aveva convocato l'ambasciatore ungherese per chiedere spiegazioni ufficiali. L'Austria aveva anche chiesto alla Commissione Ue di verificare se l'annunciata decisione ungherese di ieri avesse potuto costituire una violazione dei Trattati Ue.

 

Tensione crescente. Il governo nazionalconservatore di Budapest, la settimana scorsa aveva deciso di blindare con una specie di muro di reticolato d'acciaio alto 4 metri i 175 chilometri della frontiera con la Serbia per arginare l'ondata di ingressi illegali.

 

Ue a Ungheria: "Misure controproducenti". Decisa la condanna della Ue alle misure prese dall'Ungheria: gli interventi unilaterali contro l'immigrazione, come quella di sospendere l'applicazione del Regolamento di Dublino sui richiedenti asilo o di innalzare un muro contro l'accesso dei migranti "non portano risultati e rischiano di essere controproducenti", ha detto un alto funzionario europeo alla vigilia del vertice Ue dei capi di Stato e di governo che domani pomeriggio affronterà il tema della gestione dei

flussi migratori.

 

Caos Calais. Intanto il premier britannico, David Cameron, è tornato a parlare della situazione di Calais, condannando come "totalmente inaccettabili" loe scene degli ultimi giorni, con un numero sempre crescente di immigrati che tentano di entrare illegalmente in Gran Bretagna nascondendosi nei camion in attesa al porto francese. Londra, ha assicurato, si impegnerà per aumentare la sicurezza alla frontiera e lavorerà con le altre nazioni europee per "mettere fine al problema all'origine, per rompere il legame tra salire su una barca e stabilirsi in Europa". "Vogliamo vedere migranti meglio schedati, ma francamente molto di questo bisogna che sia fatto in Italia, dove arrivano, piuttosto che in Francia", ha aggiunto.

"Dobbiamo fare di più per assicurare che la Gran Bretagna sia un posto meno facile per i clandestini per arrivare e lavorare", ha sostenuto Cameron, sottolineando che non ha senso per Londra e Parigi di "puntarsi il dito contro reciprocamente". LR 24

 

 

 

 

 

Interventi. Immigrati o profughi? La confusione continua

 

La questione dei profughi in fuga dai teatri di guerra e dalle regioni in cui la fame e la miseria uccidono non meno delle guerre rischia di diventare ingestibile, soprattutto in Italia, anche perché le idee al riguardo sono molto confuse e senza prospettive. Lo si vede anche dalla terminologia utilizzata in Italia persino negli interventi ufficiali. Si parla indifferentemente di “migranti”, “profughi”, “richiedenti asilo”, “persone che scappano dalla guerra”, di “emergenza umanitaria”, ecc. e non si parla mai delle fasi successive a quella della prima accoglienza.

Confusione deleteria

Trovo anzitutto deleteria la confusione terminologica. Finché si continua a parlare di migranti ci sarà sempre qualcuno che obietterà che in questo momento in Italia non ce n’è bisogno perché “non c’è lavoro nemmeno per gli italiani”, “non si possono privilegiare gli extracomunitari rispetto ai cittadini disoccupati”, «”no Stato non può garantire vitto e alloggio gratis a chi riesce a metter piede in Italia, quando ci sono tanti italiani sfrattati, senza alloggio, senza reddito, che vivono in stato di povertà, costretti ad affollare le mense della Caritas” e altre obiezioni simili.

Spesso poi, si sa, dalle parole si passa ai fatti e i “migranti” vengono respinti, isolati, emarginati, trattati come gli appestati di una volta, sfruttati, ma anche assoldati dalla malavita e dal crimine organizzato. Questo in Italia. A livello europeo si va anche oltre. Qualche Stato, come l’Ungheria, pensa di blindare le frontiere con muri alti quattro metri, altri Paesi intensificano i controlli alle frontiere bloccando chi non ha i documenti in regola, sorvegliano giorno e notte valichi un tempo non presidiati, dichiarano chiaro e tondo che “non possono” accogliere altri profughi perché ne hanno fin troppi.

È la prova provata che non si tratta di “migranti” nel senso abituale del termine. Tanto più che gli emigrati/immigrati sono quasi sempre “chiamati” e impiegati in attività lavorative per le quali la forza lavoro indigena è insufficiente, mentre i “migranti” che approdano a Lampedusa o sono soccorsi in mare nessuno li ha chiamati, anche se sono in cerca di un’occupazione.

Meglio chiamarli “profughi”

Gli emigrati/immigrati per motivi di lavoro, inoltre, sono assicurati, ogni Stato richiedente cerca di trattenerli, almeno finché c’è il lavoro, garantisce loro gli stessi diritti degli indigeni, e cerca di integrarli nella società in cui vivono. Quali Stati europei, invece, sono disposti a garantire ai “migranti” gli stessi diritti dei propri cittadini, a dare loro la possibilità di accedere liberamente al mercato del lavoro e, soprattutto, a integrarli? Quale Stato europeo ha adottato nei loro confronti una politica d’integrazione?

Ritengo pertanto preferibile non chiamarli più “migranti” nel senso di “emigrati/immigrati”, ma di chiamarli “profughi”, “richiedenti asilo”, “bisognosi”. Quanti cercano di fuggire dalle guerre, quanti fuggono perché perseguitati e minacciati di morte, ma anche quanti cercano di sfuggire alla miseria, micidiale talvolta non meno della guerra, sono e vanno considerasti “profughi”. In quanto tali hanno il sacrosanto diritto di essere accolti e l’Italia e gli altri Paesi europei hanno l’obbligo fondato sul diritto internazionale e sul diritto umanitario di accoglierli.

So che le obiezioni al riguardo sono tante e non di poco conto (non sono tutti bisognosi, non fuggono tutti dalla guerra, non sono tutti perseguitati, molti sono clandestini, ecc.), ma almeno in un primo tempo non si può derogare al dovere dell’accoglienza e della solidarietà umana. I bisognosi (e i profughi sono tutti in linea generale bisognosi) vanno rifocillati, vestiti, curati, sistemati in alloggi decenti, rispettati come persone.

Polemica insensata di Salvini

Almeno in questa prima fase nemmeno Matteo Salvini dovrebbe avere niente da ridire, per cui non capisco la sua polemica col papa Francesco, reo di aver chiesto ai credenti di pregare “per tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio lontano dalla loro terra, che cercano una casa dove poter vivere senza timore, perché siano sempre rispettati nella loro dignità” e di chiedere perdono “per le istituzioni e le persone che chiudono le loro porte a gente che cerca una famiglia, che cerca di essere custodita”. Non era forse nel suo diritto farlo? Oltretutto il contesto era chiaro: egli parlava a pochi giorni dalla ricorrenza della “Giornata mondiale del rifugiato” (sabato 20 giugno). Parlava di “rifugiati” e di profughi, di “migrazioni forzate”, non di emigrati e immigrati volontari e tantomeno di clandestini.

Il politico Salvini, invece, avrebbe tutto il diritto e persino il dovere di criticare il governo italiano e l’Europa sull’assenza di politiche per il dopo la prima accoglienza; ma nemmeno lui sembra avere idee chiare e proposte condivisibili. Non le ha perché è, a mio parere, come molti altri politici e benpensanti europei, un rappresentante di una vecchia politica conservatrice e miope, che s’illude di poter conservare ancora a lungo i privilegi acquisiti non sempre in modo lecito (si pensi al colonialismo, alle speculazioni finanziarie, all’impiego sconsiderato delle risorse, ecc.) e di abbandonare al loro destino quanti aspirano a un po’ più di benessere e di sicurezza.

Salvini, come del resto molti altri politici italiani ed europei, sembra non accorgersi che il mondo sta cambiando inesorabilmente, che le risorse mondiali si andranno necessariamente ridistribuendo e che sarebbe un disastro culturale e umano se ciò avvenisse senza un minimo di umanità, di solidarietà e di fratellanza. Giovanni Longu

 

 

 

 

 

Conferenza dei Direttori degli degli IIC. Il dibattito della prima giornata all’Università per Stranieri di Perugia

 

Si è parlato della promozione della lingua e la cultura italiana verso il mondo

Giro : “Se l’Italia è una grande potenza culturale inconsapevole, il nostro compito è quello di interpretare il volto nuovo del paese e di declinarlo nel mondo.

Riccardi (Dante): “C’è una grande domanda di italiano e d’Italia all’estero”

 

PERUGIA – La prima giornata della Conferenza dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo, svoltasi presso l’Università per Stranieri di Perugia, è stata dedicata al tema “La lingua e la cultura italiana verso il mondo”.

L’incontro è stato aperto dal rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, Giovanni Paciullo che ha sottolineato come la città di Perugia attraverso questo evento “viva e rinnovi la propria dimensione internazionale, il suo essere mosaico di culture diverse, storico luogo di transiti ed arrivi, di incroci e di contaminazioni. Oggi qui una memoria, un patrimonio di materiali e di relazioni si muovono per tracciare un percorso coniugando radici ed arte… L’italiano – ha aggiunto - è oggi lingua della cultura, ma anche soprattutto lingua dell’integrazione. Per quanti non appartengono più al tempo che ha contato fin qui i loro giorni – ha concluso Paciullo - dobbiamo essere il litorale di una speranza, lanciare loro la cima dell’approdo di una lingua e di una cultura”. E’ poi intervenuto il sindaco di Perugia, Andrea Romizi che ha ricordato l’importanza degli Istituti Italiani di Cultura per la proiezione nel mondo del nostro sistema paese. “L’ambizione della città di Perugia  – ha proseguito Romizi - è quella di caratterizzarci sempre di più nel panorama italiano per questa nostra attitudine culturale e linguistica”.  

A seguire ha preso la parola il sottosegretario agli Esteri e alla Cooperazione Internazionale Mario Giro “E’la prima volta dopo otto anni – ha ricordato il sottosegretario - che si riuniscono i direttori degli Istituti Italiani di Cultura. Questo è un segnale che vogliamo dare per indicare un nuovo inizio. Il Governo vuole occuparsi della lingua e della cultura all’estero nel quadro della internazionalizzazione del nostro paese. In altre parole, visto che esiste un programma di internazionalizzazione della nostra economia , che ha tutta una serie di obiettivi da raggiungere, deve esistere un programma dell’esecutivo per la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero”.

“Lo scorso anno – ha proseguito Giro - grazie agli Stati Generali sulla lingua italiana, abbiamo posto all’attenzione del  paese la questione della cultura e della sua promozione all’estero. Questo ci ha permesso ad esempio di evitare un ulteriore taglio di un milione e mezzo alle risorse per gli Istituti di cultura. In prospettiva abbiamo l’ambizione di aprire nuovi Istituti in estremo Oriente e nell’Asia centrale e di sfruttare la flessibilità della rete al fine di avere addetti culturali anche  in aree dove non vi sono nostri Istituti di cultura Vi è inoltre la sfida di riuscire a bandire un concorso per reintegrare circa 25 o trenta posti che andrebbero perduti, perché oltre al problema delle risorse, vi è anche quello delle risorse umane”.

Giro ha poi sottolineato come la missione più attuale degli Istituti di Cultura sia quella di essere dei catalizzatori per la promozione della nostra cultura all’estero, intendendo per cultura tutto ciò che a che fare con lo stile italiano e il nostro modo di vivere. “Non si tratta di snaturasi – ha spiegato Giro - ma di diventare snodi vitali. Di compiere quell’internazionalizzazione del paese e della cultura che serve anche a noi per sprovincializzarsi, dopo tanti anni di introversione”. Il sottosegretario ha poi rilevato come nell’ambito del gruppo consultivo per la promozione della lingua e della cultura italiana siano state affrontate varie questioni: i  messaggi chiave da inviare  l’immagine che vogliamo trasmettere, quali siano gli stereotipi da contrastare e come realizzare una programmazione che metta insieme scienza, cultura, lingua università e impresa, attrazione degli studenti, in pratica tutto ciò che è Italia. Un’ibridazione fra vari aspetti che è già presente nella programmazione dell’anno dell’Italia per l’America Latina

“Bisogna offrire – ha precisato Giro -  un’immagine dell’Italia non scontata, centrata sugli ambiti tradizionali della cultura e dell’arte, ma anche su altri aspetti che sono sempre espressioni culturali, come la lingua , la scienza, la ricerca, l’università, i giovani e il modo di fare impresa. L’Italia è un paese che ha un grande patrimonio, ma ha anche un futuro”.

Il sottosegretario ha inoltre evidenziato la necessità di un sistema unico di certificazione della lingua e di una nuova forma giuridica di insegnamento della nostra lingua all’estero, più flessibile ed efficace, che coinvolga i privati. Una formula che, certificata dal pubblico, sia di qualità e consenta di intercettare la domanda che esiste e che va connessa con l’offerta. “Se l’Italia – ha concluso Giro - è una grande potenza culturale inconsapevole, il nostro compito è quello di interpretare il volto nuovo del paese e di declinarlo in ogni Paese del mondo, sta a noi rendere l’opinione pubblica consapevole di tutto questo”.

Dal canto suo il presidente della Dante Alighieri Andrea Riccardi, dopo aver ricordato gli oltre 400 comitati della Società sparsi nel mondo, ha sottolineato come,  proprio mentre si stanno aprendo nuove opportunità culturali ricche di sfide, il taglio delle risorse pubbliche costringa ad una riduzione degli impegni. Riccardi ha anche evidenziato come negli ultimi anni 20 anni l’Italia si stata ripiegata su se stessa rinunciando ad un ripensamento della propria identità nel nuovo mondo globale. Un ripiegamento a cui gli Istituti Italiani di Cultura hanno cercato di porre rimedio anche attraverso l’inventività. Una mancanza di visione, quella dell’Italia , che, secondo Riccardi, ha permesso al nostro paese di affrontare la questione dell’immigrazione solo in  maniera emergenziale e non strutturale , mancando una legge sulla cittadinanza e il rilancio della lingua italiana come strumento di integrazione.        

“C’è bisogno di ripensare l’Italia nel mondo. – ha affermato Riccardi – C’è una grande domanda di italiano e d’Italia all’estero, ma questa eredità non è destinata a durare per sempre se non la incrementiamo sin d’ora, è necessaria quindi una buona offerta di italiano. Dobbiamo lavorare – ha continuato il presidente della Dante - sui motivi di attrazione verso l’Italia: da una parte abbiamo ‘l’italnostagia’ con è il vasto mondo degli italiani all’estero, ma questa non può essere l’unica nota.  Quello che ci interessa, ma è molto variegato, è il grande spazio di investimento ‘dell’italsimpatia’, ovvero quelle persone che studiano l’italiano perche interessati a tutto quello che è Italia. Un catalogo di motivazioni molte vaste: il prodotto italiano, la qualità, il cibo, la cultura, il buon vivere, l’arte, la storia, il turismo, il calcio, le televisioni, la rete della chiesa cattolica che parla italiano e i legami personali. E’ sul patrimonio ‘dell’italsimpatia’ che dobbiamo lavorare”.

E’ poi intervenuta la scrittrice Dacia Maraini che ha sottolineato come gli italiani amino poco la loro lingua e siano affascinato dai termini stranieri. “Eppure – ha rilevato la scrittrice - la nostra lingua è amata e rispettata all’estero, una cosa che sorprende prima di tutti noi stessi. Se gli italiani avessero amato e diffuso di più la propria lingua in Argentina, - ha poi aggiunto la Maraini - oggi in questo paese si  parlerebbe italiano. Molti di questi atteggiamenti si capiscono, soprattutto se si pensa che la prima emigrazione è stata povera e spesso analfabeta ed ha vissuto la preoccupazione di chi doveva integrarsi, avendo la necessità  di appropriarsi della lingua del datore di lavoro. Ma oggi che tutto questo è cambiato, come mai allora  ancora trascuriamo la nostra identità linguistica? Siamo così accaniti nel riconoscersi in una vittoria sportiva, ma rimaniamo indifferenti di fronte alle sorti di un linguaggio quotidiano. Dimentichiamo che l’identità di un paese sta prima di tutto nella sua lingua perché questa contiene una memoria storica incancellabile”. “Oggi – ha proseguito la Maraini -  la nostra lingua  è colma di termini stranieri , credo quindi che la protezione della lingua italiana nelle sue forme più creative e originali sia da considerarsi parte di una politica culturale da portar avanti con coraggio e determinazione” . La scrittrice ha infine segnalato come oggi l’emigrazione italiana, composta da giovani acculturati più consapevoli e meno  preoccupati dell’integrazione nel nuovo paese residenza, siano molto interessati a conservare l’italiano .

Da ricordare anche l’intervento del direttore generale della Fondazione Triennale di Milano Andrea Cancellato che ha parlato della ventunesima edizione dell’Esposizione, in programma dopo una lunga pausa per il 2016, che sarà dedicata al tema “Design after Design”. Cancellato ha evidenziato lo strategico ruolo dell’Italia per quanto riguarda il mondo della progettazione ed ha annunciato  lo svolgimento  a Milano, in occasione dell’Esposizione del 2016, della terza conferenza delle biennali e delle triennali nel mondo.  

Dopo le riflessioni  del presidente onorario dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia Bruno Cagli,  che ha parlato del lungo primato dell’italiano nel mondo della musica e del bel canto ed ha ricordato il contributo data dalla nostra lingua “dolce e sonora” anche all’unità nazionale già all’inizio dell’800,  l’imprenditore Brunello Cucinelli ha sottolineato come, nonostante la crisi, l’Italia possa vivere un momento di rinascita spirituale, civile, etica, religiosa ed economica. Per Cucinelli in un mondo, ancora affascinato dal nostro paese, l’Italia deve ricominciare a credere in se stessa.

Il dibattito è stato concluso dal direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese Andrea Meloni che ha rilevato come il ministero sia impegnato ad attuare, con il medesimo metodo di lavoro partecipativo che coinvolge tutte le strutture interessate, le conclusioni degli Stati Generali della lingua e cultura italiana svoltisi a Firenze lo scorso anno.

Meloni si è poi soffermato sull’attività svolta sia del gruppo di lavoro consultivo per la lingua e la cultura italiana , che vanta rappresentanti al massimo livello del Maeci, del Mibac e del Miur, sia del Cliq, una struttura formata da esponenti della  Dante Alighieri e di tre importanti università italiane che si prefigge di andare sempre  più avanti nell’armonizzazione della certificazione linguistica e che in realtà, secondo Meloni, svolge anche un ruolo di consulenza per tutto quello che riguarda l’insegnamento della lingua all’estero.

 “Agli Stati Generali – ha poi ricordato Meloni annunciando lo svolgimento di importanti appuntamenti  - si era parlato di un 1 milioni e 400.000  studenti di italiano nel mondo, ma i dati non erano disaggregati in base alla tipologia e al livello dello studio portato avanti . Il primo obiettivo che ci siamo posti è stato quindi quello di  renderle leggibili e spiegare queste cifre. A fine 2015 presenteremo in uno specifico evento queste stime dettagliate e sulla base di queste creeremo un Osservatorio sulla lingua italiana che faccia il punto sulla situazione e dia indicazioni sulle azioni da realizzare su basi concrete. Cercheremo inoltre di sapere perché le persone studiano l’italiano. A fine 2016 vi sarà poi un evento più grande ed impegnativo ”.

Il direttore generale ha anche segnalato il buono stato di avanzamento dei lavori per la creazione del “portale dei portali”, Un sito in cui verranno concentrate tutte le informazioni necessarie per chi è interessato all’apprendimento della lingua italiana. Sul portale, che avrà un punto di ingresso per tutti i siti più importanti  che già esistono come ad esempio quello della Dante o delle università , verranno inoltre poste le risultanze dei vari censimenti e saranno fornite informazioni ai docenti di italiano, sia italiani che stranieri, su cosa fare e dove possano essere impiegati.  Per quanto riguarda la formazione Meloni ha inoltre annunciato come, al fine di dare maggiore competenza gli insegnati , si stia lavorando per consolidare una iniziativa già in corso da due anni che prevede l’invio all’estero di neo laureati per l’insegnamento di italiano presso corsi inseriti direttamente nelle scuole locali. Una iniziativa che da quest’anno verrà replicata presso 23 università straniere che hanno già dato la loro adesione al progetto. Meloni ha anche ricordato sia il bando realizzato con la Presidenza del consiglio per coloro che vogliono fare il servizio civile all’estero insegnando l’italiano, sia la destinazione di una significativa parte delle borse di studio governative al perfezionamento in Italia, presso università specializzate, di insegnanti stranieri. (Goffredo Morgia – Inform 26)

 

 

 

 

 

Migranti, Tusk: “Non c’è consenso tra gli Stati dell’Ue sulle quote obbligatorie”

 

Il presidente del Consiglio europeo: il meccanismo volontario è credibile soltanto con significativi e precisi impegni entro la fine di luglio

«Non c’è consenso tra gli Stati membri sulle quote obbligatorie di migranti»: lo scrive il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, su Twitter. «Il meccanismo volontario è credibile soltanto con significativi e precisi impegni entro la fine di luglio», aggiunge.  

 

«Non ho dubbi che ci vorrà molto tempo per costruire un nuovo consenso europeo sull’immigrazione», osserva Tusk in alcune osservazioni in vista del Consiglio Europeo di oggi e domani. «Ma prima e innanzitutto, abbiamo bisogno di contenere l’immigrazione illegale e questa dovrebbe essere la nostra priorità». 

 

Oggi, prosegue Tusk, «mi aspetto che il Consiglio Europeo mandi un forte messaggio. Tutti coloro che non sono persone legittimamente in cerca di asilo non avranno garanzie di poter stare in Europa. Solo con questo messaggio possiamo compiere progressi reali sulla riallocazione da Italia e Grecia». 

 

«Oggi non c’è consenso tra gli Stati membri sulle quote obbligatorie di migranti», prosegue il presidente del Consiglio Europeo. «Ma allo stesso tempo lo schema volontario non può essere una scusa per non fare nulla. Posso capire coloro che vogliono questo meccanismo volontario ma saranno credibili solo se forniranno precisi e significativi impegni per la fine di luglio al più tardi, poiché solidarietà senza sacrifici è pura ipocrisia. Ora non abbiamo bisogno di vuote dichiarazioni, ma solo di azioni e numeri», conclude Tusk.  

 

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si dice «molto ottimista che l’Italia possa riuscire insieme a far sentire la propria voce» al Consiglio Ue dei capi di Stato e di governo. «Se sarò soddisfatto o meno lo vedremo alla fine del vertice», ha aggiunto. Per Renzi «quello che credo che sia importante è che finalmente questo tema non è più soltanto dell’Italia o del Mediterraneo, ma è un tema che riguarda davvero tutta l’Europa. Ora si tratta di vedere come sarà concluso l’accordo tra i Paesi membri e vediamo se possiamo essere soddisfatti alla fine». Secondo il presidente del Consiglio, «fino a oggi è stato fatto un buon lavoro. Ovviamente per l’Italia e gli italiani non è soltanto in questo palazzo, il lavoro è anche nella gestione quotidiana a casa nostra».  LS 25

 

 

 

 

 

 

Richiedenti asilo. Una nota del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR)

 

Il Consiglio Europeo prenda decisioni coraggiose per affrontare la crisi del sistema asilo - Aprire vie legali e superare il fallimentare Sistema Dublino

 

ROMA - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), insieme all’on. Mario Marazziti, ha presentato ieri delle proposte concrete per il superamento dell’attuale crisi del diritto d’asilo e della protezione internazionale dei rifugiati in Italia e in Europa. “Crediamo che l’Europa debba muoversi su due binari: rafforzare e introdurre forme di ingresso protetto, da una parte, superare il sistema Dublino, dall’altra”.

 “Non siamo ottimisti sugli esiti del Consiglio Europeo. L’unica cosa su cui sembra che ci sia accordo è l’operazione “Eunafvor-Med”per il contrasto ai trafficanti, con l’intento dichiarato di evitare le morti in mare, ma con la conseguenza concreta di impedire gli arrivi dei profughi. E queste persone che alternative avranno alle carceri libiche? Se le misure di contrasto ai trafficanti di persone non verranno affiancate da misure di ingresso regolare, si rischia di costruire un altro muro, di condannare i richiedenti asilo, i rifugiati e i migranti presenti in Libia ad essere esposti ad ogni tipo di violenza e negazione di diritti elementari, senza avere scampo. In questo modo non si produrrà altro che l’utilizzo di nuove rotte più lunghe e ancor più pericolose per raggiungere il nostro continente” dichiara Christopher Hein, direttore del CIR.

Il CIR, nell’ambito dell’iniziativa “Ponti Non Muri”, finanziata della Fondazione UNIPOL, con  Unipol Gruppo Finanziario, promuove a tutti i livelli misure che offrono concrete alternative alle persona in fuga. A termine molte breve chiediamo che vengano fortemente potenziati i programmi di reinsediamento, programmi di ammissione umanitaria e sponsorizzazione di ingressi da parte di familiari residenti, gruppi di cittadini e associazioni. La cifra proposta nell’Agenda europea immigrazione di 20mila posti di reinsediamento su base volontaria per tutti i Paesi europei è del tutto insufficiente. Nel 2014, solo 7.268 rifugiati sono stati reinsediati in Europa. Nello stesso anno, gli Stati Uniti hanno reinsediato 73.011 rifugiati, l’Australia ne ha reinsediati 11.570 e il Canada 12.277 (dati UNHCR). Deve anche essere introdotta una deroga dall'obbligo del visto o agevolazioni per ottenere un visto in favore di persone provenienti da aree di conflitto e di persecuzioni.

Queste misure non comportano una modifica della legislazione in vigore, ma piuttosto un’applicazione delle norme esistenti orientata verso la protezione. L'Unione Europea dovrebbe infine adottare linee guida, al fine di armonizzare le modalità di ciascuno Stato membro circa il rilascio di visti umanitari con validità territoriale limitata. Nella revisione del Codice europeo sui visti deve essere introdotta la possibilità di emettere visti di protezione. In una seconda fase, gli Stati membri devono introdurre o re-introdurre schemi nazionali di ingresso protetto per  richiedenti asilo nei loro paesi di origine e per coloro che non riescono ad ottenere protezione nei paesi terzi di primo approdo o di transito. Infine chiediamo in una terza fase che la Commissione proponga una Direttiva sulle procedure di ingresso protetto (PEP) da introdurre in tutti gli Stati membri, in uno spirito di condivisione delle responsabilità tra i Paesi dell'Unione europea ai sensi dell'articolo 80 del Trattato di Lisbona.

“Una road map che abbiamo definito aiuterebbe anche a ridurre notevolmente i movimenti irregolari di richiedenti asilo all’interno dell’Unione Europea, ripartendo più efficacemente all’interno del territorio europeo la responsabilità dell’accoglienza dei rifugiati tra tutti gli Stati membri” conclude Hein.

La proposta di legge organica sul diritto d’asilo depositata dall’on. Marazziti pochi giorni fa alla Camera dei Deputati contiene degli strumenti efficaci per ridurre il rischio di morire nel mare: un programma nazionale di reinsediamento e la possibilità di presentare domanda d’asilo alle nostre ambasciate dai paesi di origine e di transito. Siamo convinti che l’Italia debba fare un primo passo per poi promuovere queste soluzioni a livello comunitario.

Se da una parte il problema dell’arrivo in Europa dei profughi preoccupa moltissimo, dall’altra il Consiglio Europeo deve essere in grado di dare risposte credibili a quanti sono arrivati nel nostro continente.

“Il balletto delle cifre sulla possibile ricollocazione di un numero esiguo di rifugiati non fa bene alla credibilità dell’Europa, così come le nuove frontiere che si sono rialzate tra l’Italia e i Paesi del Nord. Le limitazioni alla libertà di circolazione rappresentano ferite aperte che denunciano una degenerazione di un sistema asilo che al momento evidentemente non funziona. Le quote, se approvate, potranno aiutare l’Italia e la Grecia a defaticare un sistema d’asilo in affanno, ma non risolveranno i problemi dei rifugiati che, spostati come pacchi postali, cercheranno comunque di arrivare alla loro meta. Noi crediamo che l’unica concreta possibilità sia superare il “Sistema Dublino”, ormai miseramente fallito. Per questa ragione promuoviamo la creazione di uno “status di rifugiato europeo” attraverso il mutuo riconoscimento delle decisioni positive che permetterebbe ai rifugiati, una volta riconosciuti tali, di scegliere il Paese Europeo in cui stabilirsi. Se l’Europa vuole essere credibile deve poter dare delle risposte dignitose alle esigenze dei rifugiati” dichiara Roberto Zaccaria, presidente del CIR. Inform 26

 

 

 

 

 

EURES: combattere la disoccupazione attraverso la mobilità professionale

 

In Europa, mentre in alcuni stati i tassi di disoccupazione sono molto elevati, in altri le opportunità professionali non mancano, eppure la mobilità professionale all'interno dell'Unione europea è relativamente bassa. Martedì 23 giugno la commissione per l'Occupazione voterà il progetto di relazione sulla proposta di regolamento relativo a una rete europea di servizi per l'impiego (EURES), all'accesso dei lavoratori ai servizi di mobilità e ad una maggiore integrazione dei mercati del lavoro.

 

La mobilità interna all'Unione europea è relativamente bassa:

* Mobilità annua all'interno dell'UE a 27 stati: 0.29%. Mentre, in Australia: 1,5% (tra 8 stati); negli Stati Uniti: 2,4% (tra 50 stati) (Fonte: OCSE, marzo 2012).

* Solamente 7,4 milioni (3,1%) di lavoratori europei su un totale di circa 241 milioni sono professionalmente attivi in un altro Stato membro.

 

Quali sono le ragioni di questa assenza di mobilità? Una scarsa conoscenza delle lingue e la difficoltà a trovare un lavoro.

 

L'obiettivo del nuovo regolamento è quello di migliorare la rete EURES:

* Una più grande scelta di offerte di lavoro a livello europeo;

* Un migliore abbinamento tra offerte di lavoro e curriculum;

* Uno scambio più completo e aggiornato tra Stati membri per quanto riguarda le carenze e le eccedenze di manodopera;

* L'inserimento di stage e tirocini nelle offerte di lavoro.

 

EURES è stato istituito nel 1993 ed è una rete di cooperazione coordinata dalla Commissione che mira a facilitare la libera circolazione dei lavoratori all'interno dello Spazio economico europeo (Svizzera compresa). I suoi obiettivi principali sono quelli di informare e consigliare i lavoratori sulle opportunità di lavoro in altri Stati membri e aiutare i datori di lavoro che intendono assumere dei lavoratori in altri paesi dell'UE.

 

Così si è espresso sulla riforma il relatore del Parlamento, l'europarlamentare tedesco del centro-destra Heinz K. Becker: "Il successo di EURES dipenderà dall'integrazione nella rete di servizi di collocamento efficaci sia pubblici che privati in tutti gli Stati membri. Inoltre un'intensiva e mirata comunicazione degli Stati membri e della Commissione verso i cittadini europei garantirà una maggiore visibilità della rete. In questo senso gli Stati membri hanno una responsabilità particolare."

Infatti la politica del mercato del lavoro e tutte le misure di sostegno ad essa legate restano una competenza degli Stati membri. eu

 

 

 

 

 

La riforma di Eurolandia: sussidi comuni, un Tesoro europeo e conti pubblici sani

 

Il progetto finale per il rilancio dell'area è stato messo a punto dai quattro presidenti dell'Unione, Draghi, Juncker, Tusk e Dijsselbloem e verrà presentato oggi ai capi di Stato e di governo. Ecco l'anticipazione - di ALBERTO D'ARGENIO

 

ROMA. In una settimana i capi di Stato e di governo si giocano il futuro dell'euro e dei suoi 330 milioni di cittadini. Oggi il summit d'emergenza sulla Grecia mentre giovedì e venerdì i leader europei torneranno a Bruxelles per il normale vertice di inizio estate. Doveva essere quella l'occasione per presentare il rapporto dei 4 presidenti sulla nuova governance dell'euro. Ma la sua approvazione viene anticipata a oggi, per mostrare ai mercati che Eurolandia va avanti e si rinforza anche nel caso di eventuale default greco. In 25 pagine Draghi (Bce), Juncker (Commissione), Tusk (Consiglio) e Dijsselbloem (Eurogruppo) disegnano il nuovo governo della moneta unica. Il testo non piacerà a tutti i premier, per alcuni potrebbe essere poco ambizioso, ma comunque introduce diverse innovazioni nella catena di comando di Eurolandia e dovrebbe essere approvato.

 

Road map di dieci anni

Nei prossimi 10 anni i capi delle istituzioni Ue vogliono ammodernare l'euro agendo su 4 pilastri: Unione Economica, Unione Finanziaria, Unione Fiscale e Unione Politica. È prevista una road map per portare a termine la ristrutturazione della divisa comune con tre diverse tappe. Il primo "stage" parte dal primo luglio 2015 e si chiude il 30 giugno 2017. Si prevede una manutenzione "senza cambiare i trattati". Per le due tappe successive nulla viene specificato, lasciando aperta la possibilità di modificarli. Il secondo stage parte dal primo luglio 2017 mentre il terzo si chiuderà nel 2025. Quest'ultimo non prevede però azioni specifiche con i 4 presidenti che si limitano a scrivere: "Quando le due tappe precedenti saranno completate l'eurozona sarà stabile, prospera e attrattiva per gli altri paesi che volessero entrarci ". Dunque un nocciolo duro, quello dell'euro, che va avanti, un'Unione più blanda per gli altri che possono però raggiungere i pionieri.

La filosofia è tedesca, riforme e conti a posto e poi solidarietà con una crescente cessione di sovranità: "I governi dovranno accettare una crescente condivisione delle decisioni sui loro bilanci e sulle loro politiche economiche. Un successo nella convergenza economica e nell'integrazione finanziaria apre la strada ad alcuni gradi di condivisione dei rischi".

 

Unione economica

Lo stage 1 di questo primo pilastro prevede la creazione di un Euro area System of Competitiveness Authorities. In ogni stato membro nascerà un'autorità indipendente che "dovrà controllare che i salari evolvano in linea con la produttività e valutare i progressi delle riforme ". La Commissione terrà in considerazione le loro conclusioni per scrivere le indicazioni ai singoli governi e valutare se mettere un Paese sotto procedura per deficit eccessivo o per squilibri macroeconomici.

Proprio la procedura per squilibri macroeconomici - finora mai azionata - dovrà essere usata di frequente anche "per incoraggiare le riforme strutturali ". Dunque "forzando" i governi ad agire (è un commissariamento che prevede anche sanzioni). Se questo passaggio è rivolto ai governi restii a fare riforme impopolari, il paragrafo successivo parla alla Germania: la procedura sarà lanciata "anche contro chi accumula surplus di bilancio senza stimolare la domanda interna". In questa fase di "convergenza" c'è l'impegno ad accompagnare riforme e risanamento con "una politica sociale da Tripla A".

 

Nello Stage 2 dell'Unione economica si legge: "Nel medio periodo il processo di convergenza per rendere più resistente l'euro deve diventare più vincolante concordando una serie di standard di alto livello definiti nella legislazione europea che ogni governo dovrà raggiungere. La sovranità sarà condivisa, ci saranno decisioni forti a livello di area euro e di singoli paesi. Gli standard comuni riguarderanno mercato del lavoro, competitività, ambiente economico, pubblica amministrazione e politica fiscale. Le procedure per squilibri macroeconomici potrebbero esser usate non solo come strumento per prevenire e correggere squilibri, ma anche per spingere le riforme verso gli standard comuni ". Dunque una stretta ancora più potente sulle riforme ma dal 2017 "chi centrerà gli obiettivi potrà accedere al Meccanismo per l'assorbimento degli shock". Dovrebbe essere un nuovo bilancio comune della zona euro pensato per aiutare i governi a reagire a ondate di disoccupazione in caso di crisi.

 

Unione Finanziaria

Lo stage 1 prevede il completamento dell'Unione bancaria per rendere gli istituti di credito più forti e garantire i risparmiatori in caso di shock sistemici. Nascerà poi una Unione dei capitali (Capital Markets Union) che assicuri "fonti di finanziamento diversificate per le aziende rispetto al credito bancario e dia una maggiore integrazione ai mercati finanziari ".

 

Unione Fiscale

Punta a garantire conti pubblici in ordine. Stage 1: "L'attuale governance deve essere rinforzata con la creazione di un European Fiscal Board che darà una valutazione indipendente sulla qualità dei bilanci nazionali ". Stage 2: "Per muovere verso una vera Unione Fiscale serve un sistema di stabilizzatori comuni (ammortizzatori sociali, ndr) per reagire agli shock". Come anticipato sull'Unione economica, potranno accedervi i paesi che avranno fatto le riforme .

 

Unione politica

Prevede di aumentare il ruolo del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali nelle decisioni di politica economica di Bruxelles. Si doterà l'Eurogruppo di un presidente a tempo pieno (non più un ministro in carica). Infine rispetto alle prime bozze non è più prevista la trasformazione del Fondo salva- Stati in un Fondo monetario europeo (ci si limita a dire che , insieme al Fiscal Compact, sarà incorporato nel diritto comunitario). C'è però una novità nello stage 2, dunque dal 2017: la creazione di un ministero delle Finanze europeo: "Il Patto di Stabilità resta l'ancora per la stabilità e la fiducia nelle nostre regole di bilancio. Ma una vera Unione Fiscale richiede una condivisione maggiore delle decisioni di politica di bilancio. Questo non significa centralizzare tutti gli aspetti della politica sulle entrate e sulle uscite, i governi continueranno a decidere sulle tasse e sull'allocazione delle poste di spesa

ma con l'evoluzione della zona euro sempre più decisioni dovranno essere prese collettivamente e per questo sarà necessario creare un Tesoro dell'eurozona". Una cessione di sovranità che darà sempre più peso a Bruxelles nelle decisioni economiche. LR 22

 

 

 

 

 

Berès: "Le misure per affrontare la crisi non sono sempre state quelle giuste"

 

La risoluzione del Parlamento sulla valutazione della governance economica europea sarà discussa e votata nella sessione plenaria di mercoledì 24 giugno. La relatrice, la socialista francese Pervenche Berès, ci ha spiegato in un'intervista come ci sia una netta divisione tra due campi, quelli che credono che la governance economica non funzioni e quelli che sostengono che le regole non siano state applicate correttamente.

 

La Plenaria del Parlamento europeo sarà trasmessa dal vivo sul nostro sito Internet a partire dalle 14:00 (CET). La relazione dell'onorevole Berès è il quarto punto all'ordine del giorno. Dopo esser stata approvata, la risoluzione contribuirà al dibattito del Consiglio europeo del 25-26 giugno dove verrà discusso il futuro della governance economica dell'area Euro.

 

Le riforme e le azioni intraprese in Europa dopo la crisi economica e finanziaria hanno dato i loro frutti? Cosa non è stato fatto?

 

La crisi ci ha costretto a fare degli sforzi considerabili. Li abbiamo fatti sempre nella buona direzione? Non credo. Certo, hanno permesso di risolvere alcuni problemi nel breve periodo, ma non costituiscono certo il completamento dell'Unione economica e monetaria.

 

In che maniera le politiche di austerità hanno influenzato i risultati elettorali in diversi paesi europei facendo perdere molti seggi ai partiti tradizionali e favorendo i nuovi arrivati?

 

Ci sono quelli che dicono che le regole legate alla governance economica europea non hanno funzionato e che hanno prodotto solo austerità. Ma ci sono anche quelli che sostengono che le regole non sono state applicate correttamente. Tra queste due visioni vi è una totale mancanza di fiducia.

 

La sfida è quella di trovare il modo di convincere tutti quanti che certe cose vanno cambiate. Infatti alcune regole che abbiamo messo in atto non hanno fatto altro che produrre austerità, deflazione e disoccupazione. Dobbiamo dunque cambiarle.

 

Credo che il fatto che Jean-Claude Juncker sia stato costretto fin dall'inizio del suo mandato a lanciare un piano di investimenti sia semplicemente il riconoscimento che c'è qualcosa che non funziona nel sistema di governance economica europea.

 

I creditori internazionali con le loro richieste rischiano di spingere la Grecia verso il default e fuori dalla zona Euro?

 

Non sono un indovino, quindi non so come andranno a finire le negoziazioni. Quello che so è che abbiamo perso un sacco di tempo e il mio più grande desiderio è che la Grecia rimanga nella zona Euro. Detto questo, entrambe le parti devono venirsi incontro.

 

In che maniera i parlamenti potrebbero essere maggiormente coinvolti nel Semestre europeo?

 

Sulla questione della governance economica europea abbiamo assolutamente bisogno di rafforzare il ruolo del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali. È necessario che all'inizio del ciclo del Semestre il Parlamento europeo sia pienamente coinvolto nell'analisi della situazione economica nella zona Euro. Sia per quanto riguarda la diagnosi che per le linee guida. Eu 23

 

 

 

 

 

 

 

 Aiutare la ripresa economica: il Parlamento approva il Piano Juncker

Tornata Comunicati stampa - Affari economici e monetari ? 25-06-2015 - 09:59

 

 Investire in infrastrutture per crescita e occupazione - copyright © European Union 2015 – EC

Il piano d’investimenti per €315 miliardi, annunciato dalla Commissione europea in novembre per incoraggiare il finanziamento di investimenti vitali per l’Europa, ha ottenuto il voto favorevole dei deputati europei. Durante i negoziati col Consiglio, il Parlamento ha modificato la struttura di finanziamento del Fondo, ottenuto voce in capitolo nella scelta della leadership e rafforzato il controllo democratico sul suo funzionamento.

 

Il Parlamento ha approvato le regole sul fondo investimenti con 464 voti a favore, 131 contrari e 19 astensioni. Il voto segna la fine di un processo legislativo rapido.

 

Minori tagli a ricerca e reti

Il Parlamento ha cercato di migliorare la struttura finanziaria del fondo di garanzia del piano, le regole di governance del fondo stesso, le sue modalità di lavoro e aumentato il controllo democratico. I risultati principali sono stati:

 

* il ridimensionamento dei tagli nei programmi al programma di ricerca e innovazione "Orizzonte 2020" e il Meccanismo per collegare l'Europa (CEF - per collegare reti digitali, energia e trasporti in Europa) di 1 miliardo di euro. Orizzonte 2020 e CEF, due delle tre fonti di finanziamento per la garanzia comunitaria che sosterrà il piano, ora contribuiranno con, rispettivamente, 2,2 miliardi e 2,8 miliardi di euro, vale a dire 500 milioni di euro in meno di quanto inizialmente proposto,

 

* la garanzia che il miliardo di euro recuperato sarà finanziato con i margini di bilancio inutilizzati nel 2014 e 2015,

 

* ottenere il diritto per il Parlamento di approvare la nomina del direttore generale e vice direttore del fondo per gli investimenti,

 

* la pubblicazione dell'elenco dei progetti approvati, e

 

* l’introduzione di una serie di criteri e di obiettivi per selezionare i progetti e un elenco per garantire che quelli selezionati siano in linea con le priorità generali dell'Unione.

 

Per tuti i dettagli sull’accordo, si può consultare la nota di approfondimento, in inglese.

 

Dichiarazioni dei relatori

Il relatore della commissione per i bilanci, José Manuel Fernandes (PPE, PT), ha detto: "Il Piano Juncker è uno strumento innovativo che fornirà un'accelerazione importante agli investimenti in Europa. 240 miliardi di euro del Piano saranno stanziati in investimenti e 75 miliardi andranno all'ossatura della nostra economia: le piccole e medie imprese, che forniscono i due terzi dei posti di lavoro del settore privato e rappresentano 99% delle imprese in Europa. I politici non creano posti di lavoro, ma possiamo essere utili a coloro che lo fanno".

 

Il relatore della commissione per i problemi economici e monetari, Udo Bullmann (S&D, DE), ha detto: "Il Parlamento europeo ha aperto la strada agli investimenti, che sono necessari con urgenza in Europa. Abbiamo fatto sì che l'UE investa nella modernizzazione della sua economia, invece di volgere lo sguardo al passato. Per la prima volta, questi investimenti saranno esplicitamente riconosciuti nel quadro del Patto di stabilità e crescita, invece di essere penalizzati dal Patto stesso. Abbiamo, inoltre, messo fine alla politica di occultamento, le responsabilità sono chiaramente assegnate e il Parlamento europeo è democraticamente coinvolto nella nomina del direttore generale".

 

Prossime tappe

Ora che il Parlamento ha approvato le norme, il Consiglio dei ministri deve fare altrettanto. Il Consiglio aveva confermato l’accordo provvisorio con il Palamento il 9 giugno scorso e dovrebbe presto dare il suo consenso con procedura scritta. Una volta ciò avvenuto, il regolamento del Piano Juncker entrerà in vigore all'inizio del mese di luglio e il Fondo dovrebbe essere pienamente operativo entro settembre.

 

Contesto

Presentato lo scorso novembre, il Piano Juncker mira a creare un Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI), finanziato dalla Banca europea per gli investimenti (BEI) con 5 miliardi di euro e un Fondo di garanzia con 16 miliardi di euro. Quest'ultimo fondo dovrebbe essere finanziato con 8 miliardi dal bilancio UE, che saranno utilizzati dalla BEI in caso di una richiesta di garanzia. Il Parlamento e il Consiglio hanno raggiunto un compromesso sulla proposta originale della Commissione grazie a otto incontri informali (triloghi) che si sono tenuti dal 20 aprile al 4 giugno. PE 25

 

 

 

 

 

L’attentato in Francia e noi che continuiamo a far finta di niente

 

Gli attacchi si susseguono, ma l’Occidente preferisce dimenticare se non rimuovere - Subentrano altre emergenze, ma i terroristi tornano. E torneranno dopo Lione - di Pierluigi Battista

 

Quella testa decapitata a Lione è il messaggio: stiamo arrivando, la nostra guerra vi sta raggiungendo, non dimenticatevi di noi. E invece succede sempre così. Compiono il massacro di Charlie Hebdo, uccidono nel supermercato kosher di Parigi, si fanno oceaniche manifestazioni, e poi ci dimentichiamo. Rimuoviamo. Facciamo finta di niente. Prendiamo le immagini dell’orrore dell’Isis come qualcosa di esotico e lontano. Sgozzano e tagliano le teste di poveri esseri umani con indosso una tunica arancione? Raccapricciante, ma lontano. Annegano uomini in catene per farli morire in modo atroce? Tremendo, ma lontano. Collegano esplosivi sul corpo dei prigionieri per farli a pezzi in diretta televisiva? Orrendo, ma lontano.

E invece no, non è lontano, è vicinissimo. È in Europa. È a Lione. Così come gli jihadisti non li teniamo a distanza. Ma li cresciamo qui, e si rivoltano contro i valori che loro considerano frutto del peccato. Ma facciamo finta di niente. I governi passano oltre. Altre emergenze soppiantano l’impegno comune contro questo terrorismo feroce, pervasivo, sfrontato, compiuto da combattenti che non esitano a immolarsi per portare a termine la loro guerra santa. Ma loro tornano. E Lione non sarà l’ultima tappa. E adesso ci preoccuperemo per i vessilli neri che sventolano vicino a noi. Ma poi cercheremo di allontanarli da noi. Questo si chiama esorcismo, non politica. Si chiama non vedere la sfida cruenta che ci è stata rivolta. E finché i governi europei non se ne accorgeranno, finché l’opinione pubblica penserà che, in fondo, se hanno massacrato i vignettisti di Charlie Hebdo, è perché «se la sono cercata», quella testa decapitata a Lione avrà raggiunto l’effetto: seminare la paura. C’è ancora tempo, pochissimo, per non farla finire così. CdS 26

 

 

 

 

 

Yemen senza tregua. Le fazioni litigano, gli jihadisti avanzano

 

Nessuna tregua umanitaria. Dopo cinque giorni di negoziati separati a Ginevra, il governo yemenita (prima riparato ad Aden, poi in Arabia Saudita) e i miliziani sciiti (gli huthi del movimento Ansarullah più il General People's Congress, Gpc, dell'ex presidente Saleh), che controllano la capitale Sana'a, non hanno raggiunto alcun accordo.

 

Oman e Stati Uniti avevano convinto le parti a incontrarsi in Svizzera, sotto la regia del nuovo inviato dell'Onu, il mauritano Ismail Ahmed: il Sultanato aveva giocato il tradizionale, discreto ruolo di facilitatore, ospitando incontri informali tra gli attori yemeniti, cui avevano partecipato anche diplomatici di Washington.

 

Il presidente ad interim Abdu Rabu Mansur Hadi aveva dichiarato che l’obiettivo dei colloqui di Ginevra non sarebbe stata la “riconciliazione”, ma l’attuazione della risoluzione 2216 dell’Onu (ritiro dei miliziani sciiti dai territori occupati e consegna delle armi); Ansarullah e Gpc, invece, chiedevano, come precondizione per la tregua, lo stop dei bombardamenti della coalizione a guida saudita.

 

Il logoramento saudita

Prima dell'appuntamento svizzero, come prevedibile, i bombardamenti e i combattimenti fra milizie si sono intensificati. Infatti, sia l’alleanza huthi-Saleh che i filo-governativi volevano sedersi al tavolo negoziale da una posizione di maggior forza possibile, anche perché gli equilibri sul campo non sono stati alterati dall’intervento militare.

 

Per Riad, dopo tre mesi di raid, il bilancio è davvero preoccupante: persino l'annuncio della distruzione dell'arsenale balistico in mano agli insorti si è rivelato perlomeno inesatto, dal momento che due Patriot sauditi hanno dovuto intercettare un missile Scud partito dallo Yemen (probabilmente da militari vicini a Saleh) e diretto contro la base saudita di Khamis Mushait (Jizan).

 

I fronti del conflitto sono ora principalmente tre: il confine saudita - con la regione di Najran sotto crescente pressione huthi -, la capitale Sana’a e il triangolo centromeridionale Aden-Taiz-Bayda, dove prosegue la guerriglia tra le fazioni.

 

La debolezza di Hadi

Nessun attore partitico e/o tribale sembra disporre della forza politica necessaria per far rispettare, sul campo, qualsiasi accordo di tregua possa essere raggiunto in futuro: cresce lo scollamento fra le leadership politico-tribali e le milizie sul territorio.

 

E la frantumazione dell'esercito amplifica la privatizzazione della violenza. Le forze che osteggiano le milizie sciite non sostengono necessariamente il presidente Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale ma sempre più debole, specie agli occhi di chi combatte sul campo.

 

Per esempio, il partito Islah (Fratelli musulmani e parte dei salafiti), ora appoggiato anche dall'Arabia Saudita, parteggia - insieme a molti comitati popolari di uomini in armi - per il ritorno in patria del presidente e del governo, così come il partito salafita Rashad (guidato dal controverso Abd al-Wahhab al-Humayqani, presente a Ginevra nonostante compaia nella lista nera del terrorismo Usa). Il Movimento Meridionale (Al-Hirak), anch'esso in lotta contro gli huthi, ha invece come fine ultimo l'autonomia/indipendenza del sud dal resto dello Yemen.

 

Al-Qaeda e ‘Stato islamico’

Una cellula yemenita del sedicente Stato islamico (Is) ha rivendicato due nuovi attentati con autobombe a Sana'a (17 e 20 giugno), dopo quello che a marzo costò la vita ad almeno 140 fedeli in preghiera: il bilancio è di oltre trenta vittime, colpite fra moschee e uffici di Ansarullah.

 

Approfittando del vuoto di sicurezza, al-Qaeda nella Penisola arabica (Aqap) e l’affiliata Ansar al-Sharia stanno guadagnando terreno e consenso popolare nel sud del Paese combinando la lotta alle milizie sciite con la fornitura di servizi primari in zone da tempo inaccessibili per le istituzioni centrali.

 

Non sono però da escludere tensioni fra jihadisti e tribù sunnite locali: nella città di Mukalla, capoluogo dell’Hadramout, i qaidisti hanno vietato la produzione e il consumo della foglia euforizzante del qat, tradizionale fenomeno di costume nonché fonte primaria di sostentamento finanziario per i clan dell’area.

 

Dopo che un drone Usa ha ucciso il leader di Aqap Nasser al-Wahishi, sarà interessante osservare la dialettica fra la nuova guida di Aqap e il ‘califfato’ di al-Baghdadi, da cui la branca yemenita di al-Qaeda si è finora tenuta distante.

 

Crisi umanitaria

Tre mesi di blocco aereo e navale hanno aggravato la già seria condizione umanitaria: lo Yemen, dipendente per il 90% dalle importazioni alimentari, vive una cronica crisi idrica. E i flussi migratori stanno mutando: chi riesce a scappare dalla repubblica arabica raggiunge Gibuti (ultimo rifugio del Corno d’Africa) o addirittura la Somalia, ovvero il Paese da cui si fuggiva - fino a poco tempo fa - per raggiungere Sana’a.

 

L’Arabia Saudita ha dispiegato almeno 2100 soldati senegalesi in patria, con l’obiettivo di liberare nuove truppe per il confine. Il conflitto politico-territoriale dello Yemen, tra fasi di alta e bassa intensità, durerà ancora a lungo, soprattutto se Arabia Saudita e Iran, ormai coinvolti nella contesa, proseguiranno il loro “gioco a somma zero” regionale.  Eleonora Ardemagni, AffInt 23

 

 

 

 

 

Gentiloni al Consiglio Affari Esteri: “La missione navale Ue contro i trafficanti di essere umani è un primo passo e un tassello dell'iniziativa europea”

 

LUSSEMBURGO - Il ministro Paolo Gentiloni, al Consiglio Affari Esteri Ue a Lussemburgo, afferma che la missione navale Ue (EuNavFor) contro i trafficanti di essere umani è un primo passo e un tassello dell'iniziativa europea e sottolinea come fondamentale che nel vertice del 25 e 26 si arrivi ad un accordo 'vincolante' sulla ricollocazione dei profughi.

I passi successivi

I passi successivi della missione sono collegati alle decisioni di una risoluzione delle Nazioni Unite, ma è comunque importante per l'Italia (che 'ha avuto un ruolo di spinta' perché la decisione di far partire la missione navale è nata "dal vertice straordinario di due mesi fa proposto dall'Italia') che EuNavFor abbia un comando italiano. Gentiloni sottolinea, inoltre, che l'iniziativa europea deve svilupparsi nei prossimi giorni ed è fondamentale che si arrivi, giovedì e venerdì, ad un'intesa anche più generale in particolare sulla ricollocazione dei migranti che hanno diritto alla protezione internazionale.

‘Solidarietà vincolante’

Nel vertice, aggiunge il ministro, 'bisogna arrivare ad un'intesa che metta nero su bianco l'impegno alla solidarietà vincolante sulla ricollocazione dei migranti perché la solidarietà non può essere un 'optional', deve essere un impegno per la Ue'. Gentiloni si mostra poi fiducioso che ci sia margine per convincere i paesi riluttanti: 'Penso che il negoziato in queste settimane abbia creato le premesse per arrivare ad un'intesa giovedì e venerdì, ma vediamo: bisognerà lavorarci nei prossimi giorni'. (Inform 22)

 

 

 

 

 

La chiarezza

 

Il 2015 terminerà con tutte quelle perplessità delle quali abbiamo avuto sentore già nell’anno precedente. Certo è che sarà ricordato come l’anno dei cambiamenti. Di sicuro c’è che i mesi che seguiranno non saranno meno ardui di quelli che ci siamo lasciati alle spalle. Le finalità restano le stesse: limitare le spese e tamponare l’incertezza economica generale. Il tutto a fronte di una Legge Elettorale sofferta e contrastata. Evidentemente, dalla crisi si può uscire, però, con un valido programma d’investimenti. Forse, si riuscirà a tutelare il potere d’acquisto interno; però senza risolutiva soluzione dei mali peggiori di casa nostra. Per quest’anno, ma le previsioni economiche non sono mai buona scienza, c’è da aspettarci una successiva lievitazione dei prezzi e delle imposte. Come a scrivere che, anche nel 2016, dovremo ancora far fronte a una maggiorazione di spese dell’1, 2% rispetto all’anno attuale e con un PIL di poco superiore allo”0”. A conti fatti, Renzi non riuscirà a invertire la tendenza ai rincari. Tanto che in Italia si continuerà a consumare di meno ed a tralasciare il superfluo che, prima, non era considerato tale. Sembra un controsenso: gli istituti di credito italiani traboccano di liquidità, ma nessuno è propenso a promuovere investimenti; anche a media scadenza. Chi ancora si può permettere certi “lussi” sarà maggiormente controllato ed i “furbi” nazionali, che non sono pochi, dovranno affrontare, finalmente, tempi difficili. Alla fine, l’evasione fiscale sarà meglio combattuta. Siamo parecchio indebitati, ma i sacrifici non appaiono equamente distribuiti. Non è una questione aritmetica, ma di buon senso sociale. Tutti dobbiamo mangiare, tutti dobbiamo far fronte alle utenze domestiche ed agli impegni economici nei confronti di terzi. Su queste asserzioni non ci sono dubbi o incertezze. Però, si dovrebbero garantire dei “minimi” sotto dei quali i prezzi potrebbero essere “politici” e non gravati da imposizioni della più varia natura. Se il Governo intende rivedere la politica dei redditi, dovrebbe proporre al Parlamento il varo di una sorta di “novella” scala mobile che preveda, almeno, che una parte del salario sia agganciata al costo della vita. Ciò anche tenuto conto che anche le pensioni non hanno avuto incrementi con le finalità delle quali abbiamo scritto e il “bonus” d’agosto è tutto da verificare. In Italia di crisi si muore. Ma non solo nel senso figurato del termine. Solo l’anno prossimo, vedremo se i conti torneranno a quadrare. I nostri dubbi, però, ci sono sempre tutti. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

In Italia la qualità della vita è più importante dei consumi

 

Secondo la ricerca di Community Media Research per “La Stampa” il 70% della popolazione è attenta a equilibrio e sostenibilità del progresso – di DANIELE MARINI

 

Viviamo una metamorfosi inconsapevole, una stagione segnata da trasformazioni sociali ed economiche radicali. Ciò nonostante, fatichiamo a comprenderne la portata reale. Siamo immersi in un «presente continuo» generato dalle nuove tecnologie che fondono passato e futuro in qualcosa che appare tutto contemporaneo. Senza rendercene conto, stiamo riscrivendo i paradigmi dello sviluppo. L’occasione di Expo sotto questo profilo è emblematica. Una molteplicità di Paesi espone non solo architetture o cibi, ma le idee di progresso che li connotano. Un’evoluzione diversa da quella che ha originato le nostre società, e che ancora fatichiamo a prefigurare in modo compiuto. Quel che è certo, è che non è più destinata a una crescita lineare e progressiva, ma molteplice e multidimensionale; non può più contare su una disponibilità illimitata di risorse e deve immaginarsi più equa e sostenibile.  

 

Diversi progressi  

Tutto ciò, all’interno di un quadro complicato dal fatto che alcune parti (minoritarie) del globo hanno già conosciuto lo sviluppo industriale, mentre altre (maggioritarie) si stanno affacciando in questi anni. Proprio per questi motivi, le teorie sul progresso stanno conoscendo rivisitazioni profonde. Studiosi come Senn, Attali, Latouche propongono prospettive diverse per lo sviluppo, passando dal considerare fondamentali la crescita delle capabilities individuali, fino all’idea di una decrescita felice. La stessa misura della ricchezza di una nazione, attraverso il Prodotto interno lordo (Pil) è da anni messa in discussione e si cercano nuovi indicatori. Di considerare come la ricchezza non sia solo frutto della produzione materiale, ma anche della salute, dell’istruzione, del benessere psico-fisico di una popolazione. LS 22

 

 

 

 

 

Stupore e cura per il cibo. Fermiamo noi il grande spreco

 

I dati ci dicono che gli italiani sprecano 149 chili di cibo a testa all’anno

di Susanna Tamaro

 

Ormai da tempo sui giornali veniamo informati, con cifre sempre più impressionanti, sull’inarrestabile scandalo dello spreco alimentare. Ogni anno nel mondo, ci viene ripetuto, vengono gettati miliardi di tonnellate di cibo. Dopo reiterati inviti e appelli, pare che finalmente anche le istituzioni del nostro Paese stiano cominciando a porre in atto delle modifiche legislative per permettere al cibo invenduto di venir equamente redistribuito. Ma un fenomeno forse più inquietante avviene tra le mura domestiche. I dati ci dicono che gli italiani sprecano 149 chili di cibo a testa all’anno, un po’ meno della media europea, che è di 180 kg. Cibo che dal frigorifero o dalla dispensa vola direttamente nella spazzatura.

Per le persone della mia generazione, quelle nate negli anni Cinquanta, è molto difficile capire come possa accadere. Cresciuti da genitori e nonni sopravvissuti a due guerre, incalzati dagli occhi sgranati e dai ventri deformi dei bambini del Biafra, siamo stati forse l’ultima generazione educata anche con la coercizione a non lasciare nulla sul piatto. Il «mi piace», «non mi piace», non era contemplato. Il cibo era considerato comunque una benedizione e nessuno di noi si sarebbe sognato di gettare anche solo mezzo panino nella spazzatura. Ma poi, in tempi rapidissimi, le cose sono drammaticamente cambiate. Il discrimine non sono stati più gli sguardi disperati degli affamati d’Africa, ma l’assoluta arbitrarietà dei gusti sempre più difficili e sofisticati di intere generazioni, le quali, ignare della fatica, dei sacrifici e del lavoro che sta a monte di ogni prodotto alimentare, hanno iniziato a considerare il cibo una merce pari alle altre, da accumulare ed eliminare secondo i propri capricci. Si ritiene che sia compito esclusivo dei Grandi della terra, delle organizzazioni e della politica risolvere questo scandalo.

Fino a poco tempo fa, erano rare le persone che si sentivano responsabili di questa deriva suicida. Produrre cibo e gettarlo vuole dire, oltre allo spreco economico, consumare le materie prime - l’acqua soprattutto. Materie che non hanno il dono dell’illimitatezza. Da dove cominciare dunque per invertire la rotta? La Francia sta varando delle leggi per punire le aziende che sprecano. Ma è davvero la punizione la via per uscire da questo impasse, in un Paese come il nostro che ha impiegato ben 21 anni per approvare la legge sui crimini ambientali? Penso piuttosto che, per modificare l’orizzonte, sia necessario come sempre iniziare dalla persona. E questo vuol dire impegnarsi a tappeto in tutte le scuole. I bambini sono straordinariamente aperti e pronti a recepire questo tipo di educazione, che per altro viene già fatto in molte realtà scolastiche, basandosi sull’entusiasmo e la passione dei singoli insegnanti.

Perché non prevedere, dunque, che i ministeri dell’Agricoltura, dell’Ambiente e dell’Istruzione comincino a parlarsi in modo agile e preparino in tempi brevi, anzi brevissimi, un piano nazionale di educazione alimentare? Tutte le scuole, dov’è possibile, dovrebbero aderire al progetto «Un orto per ogni scuola», perché coltivare cibo fa capire ai bambini quanta fatica e attenzione siano necessarie per produrre nutrimento. E oltre a ciò, permetterebbe loro di accedere a una categoria molto negata di questi tempi, quella dello stupore. «Oh, da quel seme così piccolo è venuta fuori una zucca così grande!». In un mondo in cui tutto è ovvio, tutto è riproducibile e ripetibile, lo stupore è il vero antidoto alla sciatteria imperante. Infatti solo la meraviglia rende preziose le cose, strappandole alla cupa routine del consumo di massa.  CdS 23

 

 

 

 

 

 

Proteggere le vite umane e non i confini: ordine del giorno delle Acli in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato

 

ROMA - L’Assemblea straordinaria delle Acli e il Consiglio nazionale riuniti a Roma nei giorni 20 e 21 giugno 2015, dopo un approfondito dibattito sui temi in discussione e un’analisi sulla difficile situazione europea e italiana relativa agli sbarchi di cittadini stranieri, preso atto:

della inadeguatezza delle politiche europee a fronte di migliaia di bambini, donne e uomini che quotidianamente cercano di raggiungere l’Europa scappando da persecuzioni e guerre;

che da gennaio 2015 sono già 1700 i morti recuperati nel mediterraneo che da luogo di incontro di civiltà e culture si sta trasformando in una culla di morte;

fa sue le proposte contenute nel documento “ Fermiamo le stragi subito! L’Europa nasce e muore nel Mediterraneo ” condiviso e firmato da 50 associazioni e sindacati e, nell’occasione della Giornata mondiale del rifugiato, approva il seguente ordine del giorno:

- Si rispetti il trattato di Schengen consentendo ai cittadini di origine straniera di attraversare in sicurezza il confine di Ventimiglia in questo ore divenuto teatro di soprusi e violenze;

rafforzi subito l’Unione europea un programma di ricerca e salvataggio in tutta l’area del Mediterraneo;

- ritiri l’Unione europea immediatamente ogni ipotesi di intervento armato contro i barconi che, oltre a non avere alcuna legittimità, come ribadito dal Segretario dell'ONU Ban Ki-Moon, rischia di produrre solo altri morti e alimentare ulteriori conflitti;

- si aprano subito canali umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo, unico modo realistico per evitare i viaggi della morte e combattere gli scafisti. Si attivi contestualmente la Direttiva 55/2001, garantendo così uno strumento europeo di protezione che consenta la gestione dei flussi straordinari e la circolazione dei profughi nell’UE.

- si sospenda il regolamento Dublino e si consenta ai profughi di scegliere il Paese dove andare sostenendo economicamente, con un fondo europeo ad hoc, l’accoglienza in quei Paesi sulla base della distribuzione dei profughi. Ciò nella prospettiva di arrivare presto ad un sistema europeo unico d’asilo e accoglienza condiviso da tutti i Paesi membri.

- in attesa di un sistema unico europeo, si metta in campo, in tutti i Paesi membri, un sistema stabile d’accoglienza, unitario e diffuso, per piccoli gruppi, chiudendo definitivamente la stagione dell’emergenza permanente e dei grandi centri, che ha prodotto e produce corruzione e malaffare. Un sistema pubblico che metta al centro la dignità delle persone, con il coinvolgimento dei territori, dei comuni, con soggetti competenti, procedure trasparenti e controlli indipendenti;

- si intervenga nelle tante aree di crisi per trovare soluzioni di pace, senza alimentare ulteriori guerre, o sostenere nuovi e vecchi dittatori, promuovendo concretamente i processi di composizione dei conflitti e le transizioni democratiche, la difesa civile e non armata, le azioni nonviolente, i corpi civili di pace, il dialogo tra le diverse comunità;

- si sospendano accordi – come i processi di Rabat e di Khartoum - con governi che non rispettano i diritti umani e le libertà, bloccando subito le forniture di armamenti.

- si programmino interventi di Cooperazione per lo sviluppo locale sostenibile nelle zone più povere, dove lo spopolamento e la migrazione sono endemici e non si consenta alle multinazionali di usare per interessi privati i programmi europei di aiuto allo sviluppo;

- si sostenga un grande piano di investimenti pubblici per l'economia di pace, per il lavoro dignitoso e per la riconversione ecologica;

- di sostenga la rinegoziazione dei debiti pubblici ed annullamento dei debiti pubblici non esigibili o prodotti da accordi e gestioni clientelari o di corruzione.

Acli 22

 

 

 

 

 

Migranti, nuova sfida dell'Ungheria: "Sospenderemo norme sul diritto di asilo"

 

L'annuncio: "Via il regolamento di Dublino 3 a tempo indeterminato, la nostra barca è colma". L'ira di Bruxelles: "Attendiamo chiarimenti" – di ANDREA TARQUINI

 

BERLINO - Sale il tono dello scontro tra l'Ungheria di Viktor Orbàn e il resto dell'Unione europea. Il governo nazionalconservatore di Budapest, dopo la decisione della settimana scorsa di blindare con una specie di muro di reticolato d'acciaio alto 4 metri i 175 chilometri della frontiera con la Serbia per arginare l'ondata di ingressi illegali, ha annunciato che sospenderà unilateralmente a tempo indeterminato l'applicazione dell'accordo chiamato 'Regolamento Dublino 3'. Si tratta di intese chiave a livello comunitario che regolano con comportamenti comuni dei 28 membri della Ue l'atteggiamento delle autorità nazionali d'ogni paese membro verso i rifugiati.

 

"La barca è colma, per ragioni tecniche sospenderemo il regolamento Dublino 3 a tempo indeterminato, finché le strutture non saranno state adeguate", ha detto il portavoce governativo e ascoltatissimo consigliere del premier, Zoltàn Kovàcs, parlando col quotidiano austriaco La Presse.

 

Ciò vuol dire anche che Budapest non accoglierà più i richiedenti asilo già registrati come tali in altri Stati membri dell'Unione. Immediate, e dure, le reazioni di Bruxelles: secondo la Commissione l'Ungheria è in dovere di fornire subito spiegazioni. "Esigiamo un chiarimento immediato", ha detto il massimo organo dell'unione, guidato dal presidente Jean-Claude Juncker.

 

"Il sistema di gestione del problema dei rifugiati è sovraccarico", ha continuato Kovàcs, aggiungendo: "La situazione ha portato il nostro paese ad assumersi un ruolo che è al di sopra delle proprie dimensioni e delle proprie forze". Il numero di ingressi illegali nel territorio magiaro negli ultimi tempi è aumentato in modo spaventoso negli ultimi anni: dai 2.000 nel 2012, ai 43.000 l'anno scorso, a ben 60.000 dal primo gennaio al 22 giugno del 2015.

 

La maggioranza dei migranti viene dall'Africa o dal Medio Oriente, e punta a raggiungere, attraverso l'Ungheria, il territorio austriaco per poi restarci o continuare il viaggio clandestino o meno verso la Germania o i paesi scandinavi. Anche la ministro dell'Interno del governo di grosse Koalition (socialdemocratici col cancelliere Feymann alleati dei cristianopopolari, cioè democristiani), Johanna Mikl-Leitner, ha protestato per la decisione di Budapest. "Chi vuole restare nell'Europa di Schengen (delle frontiere aperte senza controlli di documenti, ndr) deve rispettare tutte le regole di Schengen", ha detto, "e questo vuol dire mantenere in vigore il regolamento di Dublino in tutti i paesi che aderiscono a Schengen".

 

Il 17 scorso il governo ungherese aveva annunciato appunto la costruzione di una barriera di quatro metri  -  "il Muro di Orbàn", l'hanno subito ribattezzata i media europei e mondiali col ricordo amaro del passato, del 1989 quando proprio l'Ungheria lasciando fuggire i tedeschi dell'est dal suo territorio nel mondo libero aprì la prima breccia nel Muro tedesco-orientale  -  per blindare il confine serbo. Passano infatti dalla Serbia la maggioranza di quei 60mila

illegali, e Budapest accusa più o meno implicitamente Belgrado di non far nulla per controllare la marea umana. Nel frattempo secondo recenti sondaggi crescono nell'opinione pubblica magiara sentimenti xenofobi e ostili e paura diffusa verso gli extracomunitari.  LR 23

 

 

 

 

 

 

Imu: chi paga e chi no. Chiarimenti sull'IMU per gli italiani all'estero

 

"Dal 2015 i pensionati italiani residenti all'estero che percepiscono una pensione straniera, sono esonerati dal pagamento dell'IMU sul primo immobile di proprietà, posseduto in Italia. Cioè non la devono pagare ed è del tutto ininfluente quale tipo di pensione straniera percepiscono (pensione di vecchiaia, pensione di invalidità, pensione di reversibilità o altro). È ininfluente anche il luogo in Italia in cui si trova l'immobile di proprietà: può trovarsi anche in una località diversa da quella di iscrizione Aire." Lo ha detto Laura Garavini, componente dell'Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, in risposta ai quesiti inviatigli da numerosi connazionali, sulla base di una risposta ricevuta dal MEF a un preciso quesito posto dai Deputati PD eletti all'estero, precisando:

 

"Continuo a ricevere domande da tanti connazionali e mi preme precisare ulteriormente alcuni dettagli, anche se la data di pagamento dell'Imu era il 16 giugno scorso. Se si prende solo ed unicamente una pensione italiana, pur risiedendo all'estero, i connazionali non avranno diritto all'esonero, nonostante siano pensionati. Tutti coloro che non sono ancora pensionati sono invece tenuti a pagare l'IMU sulla proprietà in Italia, come se fosse seconda casa, anche nel caso in cui sia l'unico immobile posseduto."

 

"Mi arriva la segnalazione di Comuni che, ignari della nuova legislazione, chiedono comunque il pagamento dell'Imu anche a chi ne è esonerato oppure, viceversa, esonerano contribuenti, anche se non presentano i requisiti stabiliti dalla legge. Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati da parte delle amministrazioni locali e suggerisco ai connazionali di fare valere i propri diritti". De.it.press 26

 

 

 

 

 

Il rinnovamento

 

Nella realtà nazionale non c’è posto per i compromessi e le costrizioni. Lo abbiamo sempre scritto che fare politica non è fare diplomazia. Ci sono dei rischi da correre, anche perché non sempre l’idea si sposa con l’azione. Il passato è passato e non tornerà più. L’Italia può uscire, con dignità, da questa fase negativa; figlia della speculazione e d’interventi dissennati. Insomma, superate le “sceneggiate” nazionali, i botta e risposta da taverna, c’è bisogno di una politica “nuova” che superi le barriere della precarietà.  Basta con le promesse mai mantenute, basta con gli attacchi che non consentono sbocco all’inventiva. Dopo tanto “limbo”, oggi si sono condizioni per sperare in meglio.

 Tramontate le “cordate”, vincerà chi saprà offrire agli italiani nuovi e razionali incentivi. La crisi non è finita, ma può essere, gioco forza, scomposta. Sulla scena politica italiana è in atto una trasformazione che porterà innegabili sviluppi anche nel quotidiano.  Il Bel Paese avrà dall’Europa la fiducia che saprà meritarsi. Giorno, per giorno, con la consapevolezza che un cambiamento è in atto. Per la carità, non intendiamo rinnegare globalmente il nostro passato, perché qualche idea valida c'è stata, ma sono mancati gli uomini capaci di portarla a buon fine. Oggi l’abbiamo capito tutti.

 Le “chiamate” dell’ultima ora, non potevano salvare l’Italia. Se non altro, la lezione è servita. Gli italiani torneranno a decidere del loro futuro, senza raffronti col passato. Dopo tanti impedimenti, si è compreso che l’onestà, nelle sue variegate manifestazioni, è una carta che si può sempre giocare e, se non si bara, può essere ampiamente vincente. Anche da noi, si è capito che più che su i partiti c’è da puntare sugli uomini. Sono state anche le crisi d’identità a condizionare l’evoluzione del Paese. L’emergenza, pur se ancora c’è, dovrà rientrare. Dopo la torchiatura fiscale, i sacrifici immotivati, la superficialità di chi ha avuto sempre tutto, senza offrire mai nulla, l’Italia si avvia a quel rinnovamento che poteva essere varato già agli inizi di questo nuovo Millennio.

 Per andare oltre, ci vogliono idee e, soprattutto, uomini capaci di concretarle. La discontinuità, in ogni caso, non dovrà pesare sulle spalle del cittadino. Solo la “buona fede”, almeno in questo caso, non sarà sufficiente. Del resto, i Partiti nazionali sono anche troppi. Frazionare il potere non giova e la frantumazione delle strategie è stata una delle concause che ci hanno portato sull’orlo dell’abisso. L’emergenza, purtroppo, non è finita; ora Renzi sembra intenzionato a contrastarla; cambiando, necessariamente, le regole del gioco politico. Entro l’anno, se ne dovrebbero apprezzare i primi effetti.

 Ogni cedimento ci farebbe tornare indietro e l’UE non resterebbe a guardare. L’Italia avrà la fiducia che saprà conquistarsi. All’interno ed all’estero. Nulla di più. Chi tenterà di non osteggiare l’incoerenza, scomparirà dall’affollato firmamento politico del Paese. Con buona pace di tutti; anche dei più scettici. Quelli che, purtroppo, non mancano mai. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Renzi: "Da noi solo i rifugiati". Ma restano divisioni con governatori del Nord

 

"I richiedenti asilo si accolgono, i migranti economici vengano rimpatriati". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel corso del vertice a Palazzo Chigi con i presidenti delle Regioni sull'emergenza migranti.

"Rinfacciarsi il passato, vedi Dublino II, non porta a niente", ha scandito il premier secondo quanto si è appreso, ma sul tema dei migranti c'è anche un altro modo di procedere, quello "di provare insieme a risolvere un problema". Ha sottolineato Renzi: "Per noi gli immigrati in mezzo al mare si salvano" e "siamo orgogliosi e grati per quello che ha fatto l'Italia". Però è indispensabile "condivisione in Europa" e sotto questo profilo "più il Paese è compatto meglio è".

Nel corso del suo intervento il presidente del Consiglio ha ribadito il concetto che "la Sicilia è frontiera non solo d'Italia ma d'Europa", di un'Europa che "finalmente riconosce il problema" e quindi "si apre una finestra di opportunità". In ogni caso in tema di accoglienza "ci vogliono soluzioni che rispondano a requisiti etici e a criteri di ragionevolezza", per cui "i richiedenti asilo si accolgono, i migranti economici vengano rimpatriati". "Siamo un Paese serio - ha rimarcato Renzi - solido, la cui risposta sul tema dell'immigrazione deve essere condivisa e congiunta". E, arrivando al vertice a Bruxelles, Renzi si è detto "molto ottimista che l'Italia possa riuscire insieme a far sentire la propria voce" al Consiglio Ue dei capi di Stato e di governo.

Restano però divisioni con i governatori del Nord. Arrivando a Palazzo Chigi per l'incontro sull'immigrazione, il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha invitato i prefetti a "ribellarsi ?e rispettare le istanze dei territori, rappresentare nel mio caso i veneti fino in fondo, e non rispondere neanche più al telefono al governo".

All'inizio del vertice, c'è stato un siparietto tra Renzi e Zaia, con il premier che ha chiamato il presidente del Veneto "compagno Zaia".

Al termine dell'incontro, Zaia ha ribadito: "Da parte nostra continuiamo a dire no. Dal vertice di oggi non sono emerse grosse novità, ci aspettavamo di sentire di avere relazioni internazionali forti per aprire nuovi campi per la prima accoglienza direttamente in Africa e risolvere il problema alla fonte". Zaia contesta "l'approccio nel dire che a causa della Lombardia e del Veneto l'Italia è meno forte in Europa. Io penso che le polemiche di mafia capitale abbiano indebolito il governo sul fronte della trattativa europea, al di là di questo il nostro intento è aiutare gli immigrati a casa loro".

Per il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, quello a Palazzo Chigi è stato "un incontro assolutamente deludente, nessuna novità, nessuna nuova proposta, nessuna soluzione ai problemi che ho posto. Un incontro inutile".

"E' positivo che questa riunione sia stata convocata - ha affermato dal canto suo il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti - ma non possiamo definirla soddisfacente. Renzi ha detto che ci relazionerà dopo il Consiglio europeo. Il tema, dal nostro punto di vista, resta quello dell'esecutività dei rimpatri e la questione dei flussi: c'è molto da fare". Toti ha precisato che sul cosiddetto piano B "non ci sono dettagli".

Si è trattato invece di un "incontro positivo" per il presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino. "Abbiamo ribadito le nostre posizioni a cominciare dalla necessità di accorciare i tempi per le persone che chiedono asilo - ha spiegato - Abbiamo dato la disponibilità a costruire insieme gli hub regionali e abbiamo già fatto avere al Viminale alcune disponibilità".

"Noi abbiamo ribadito l'impegno dei Comuni a concorrere, insieme alle Regioni, all'emergenza: quando c'è un'emergenza bisogna gestirla - ha detto il presidente dell'Anci, Piero Fassino - I Comuni hanno dato un contributo significativo e siamo disposti a continuare".

E secondo Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, "il governo italiano è più forte perché ha avuto la grande disponibilità di Regioni e Anci nel fare la propria parte".

Il governatore Rosario Crocetta ha sollevato la questione del "problema economico serio" che si trova ad affrontare la Regione siciliana. "Ci sobbarchiamo dei costi della sanità e i Comuni hanno il problema dei minori non accompagnati - ha rimarcato - Si parta dall'unità del Paese, non si può dire al Nord non li vogliamo perché danneggiano il turismo. Noi abbiamo migliaia di sbarchi, il turismo lo danneggia l'esasperazione che si fa di queste cose".

Al termine della riunione alcuni governatori hanno riferito che un nuovo incontro tra le autonomie locali e il governo sull'immigrazione ci sarà tra una quindicina di giorni.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, ha commentato così l'incontro di oggi: "Oggi abbiamo chiesto e abbiamo trovato un largo consenso fra enti locali e regioni per una gestione coordinata di questa emergenza". Quindi ha sottolineato: "Vogliamo in Italia e in Europa migranti che hanno reale diritto di asilo".

Intanto, stando a quanto emerge a Bruxelles, per la redistribuzione dei migranti l'Italia e la Grecia dovranno aspettare ancora mesi. Oggi il Consiglio europeo dovrebbe dare il via libera all'agenda per l'immigrazione. Entro luglio, sotto la presidenza lussemburghese, che "è molto impegnata" su questo tema, dovrebbero essere approvati tutti gli aspetti tecnici, come la creazione degli hotspot dove identificare i migranti, spiegano fonti Ue. Il passaggio successivo è il via libera del Parlamento europeo, tra settembre e ottobre, cui dovrà seguire tutta la fase logistica, con la creazione delle strutture necessarie. Adnkronos 25

 

 

 

 

 

Il macigno di Roma sulla strada di Renzi

 

Stretto fra l'emergenza immigrati e il pericolo di una bancarotta greca che rischierebbe di travolgere anche l'Italia, Matteo Renzi deve dedicare parte del suo tempo anche al quadro politico italiano che si è manifestato con chiarezza nelle ultime elezioni amministrative, perse politicamente dal Pd del segretario-premier. Una situazione complicata, resa ancora più tormentata dalla situazione di Roma, assai lontana dall'essere risolta. Sia sul piano giudiziario che su quello politico. Il quadro generale è molto diverso da quello che si era immaginato prima del voto. Intanto non è vero che la destra non c'è più. È vero che si è compiuto il tramonto dei vecchi leader di un ventennio: Bossi e Berlusconi. Ma non è vero che l'elettorato di destra ha cambiato bandiera solo perché dall'altra parte c'è Renzi. Come ha sostenuto Piero Ignazi su Repubblica di oggi, l'elettorato di destra si è rifugiato nell'astensionismo o tutt'al più tra i cinque stelle che offrono un campionario di argomenti molto più in linea con il sentimento della destra che non della sinistra, soprattutto per quanto riguarda la chiusura all'immigrazione e all'uscita dall'euro, argomento a cui le fasce più deboli e anziane (che guardano a destra) sono particolarmente sensibili. Come dimostra il successo dell'altro campione del populismo, cioè Salvini. Il Centro, terreno del supposto sfondamento di Renzi, è poca cosa, numericamente e ideologicamente. I moderati tendono piuttosto ad accodarsi alla destra che non a confluire nella sinistra. A Renzi quindi spetta adesso il compito davvero improbo di riconquistare terreno a sinistra e di svegliare l'elettorato che si è "addormentato" nell'astensionismo. L'annunciato ritorno al Renzi 1 è questo. Ma a questo punto non basta più il rottamatore, serve il leader che sappia infondere fiducia e ottimismo. Ma non quello declamatorio, bensì quello basato sui fatti concreti. A cominciare dalla rinascita di Roma. GIANLUCA LUZI  LR 22

 

 

 

 

 

Le buone regole del mercato- Lo Stato investitore che può far male alla nostra economia

 

I nuovi vertici della Cdp devono guardarsi dalla tentazione di sostituirsi ai privati. Serve una buona regolamentazione dei mercati, non ci serve un’altra Iri - di Francesco Giavazzi

 

Il governo ha giustamente deciso di esercitare i propri diritti di azionista quasi totalitario della Cassa depositi e prestiti e sostituirne i vertici con nuovi amministratori. Bene, ora però deve spiegare cosa vuole che essi facciano, cioè dare loro un mandato preciso. Oggi la Cassa può investire solo in imprese sane, e questo le ha consentito di opporsi alle sollecitazioni della politica che chiedeva interventi a prescindere dalla redditività economica. Ma non si capisce a cosa serva un’istituzione pubblica che può fare solo le stesse cose che farebbe un investitore privato. Se questa è la logica - e sono conscio del rischio di consentire che la Cassa finanzi aziende in difficoltà - meglio privatizzarla e usare quanto si ricava per abbattere il debito pubblico.

L’intervento diretto dello Stato nell’attività economica è giustificato solo in presenza di «fallimenti del mercato», cioè situazioni in cui il mercato, lasciato a se stesso, non riesce ad utilizzare le risorse in modo efficiente. Quindi via subito da alberghi, società di ingegneria, consorzi della carne, attività nelle quali la Cassa oggi investe attraverso un fondo «strategico». Via anche dalle start-up. Il compito dello Stato non è finanziare nuove idee. Per questo esistono investitori abbastanza bravi, almeno osservando quanto accade nella Silicon Valley. Compito dello Stato è creare le condizioni per cui costoro investano di più in Italia, ad esempio con norme che facilitino l’innovazione anziché proteggere le rendite che sono messe in pericolo da nuovi servizi e nuovi prodotti (vedi il caso Uber). A lcune innovazioni nascono dalla ricerca a scopi militari, ad esempio le nuove batterie per i telefoni cellulari, nate dall’esigenza di dare più autonomia ai soldati americani che combattevano nel deserto. Ma questa ricerca richiede un’adeguata spesa militare, non la proprietà pubblica delle imprese che producono armamenti o batterie. E la spesa militare va assegnata alle imprese migliori: se la si usa per proteggere campioni nazionali è più probabile che finisca in corruzione anziché in buona ricerca.

La Cassa ha investimenti importanti in alcune reti: elettriche, del gas, forse fra poco anche nella banda larga. Perché queste reti devono essere pubbliche? Di che cosa abbiamo paura? Che il Fondo sovrano di Singapore, che sarebbe interessato ad acquistarle, smonti i tralicci elettrici e li sposti in Asia? Lo Stato ha un compito diverso. Creare autorità di regolamentazione forti e indipendenti affinché quelle reti non si trasformino in rendite monopolistiche per chi le possiede. E far sì che le regole siano certe. Il pasticcio delle autostrade, dove lo Stato modifica le regole ex-post danneggiando i concessionari, e poi li compensa allungando le loro concessioni senza metterle a gara, è un esempio di regolamentazione incerta che crea rendite monopolistiche. Insomma, i fallimenti del mercato, laddove esistono, si correggono con buona regolamentazione, non con la proprietà pubblica.

Allora che fare della Cassa? Alcuni propongono di utilizzarla per risolvere il problema dei crediti che le banche non riescono a fasi rimborsare, almeno non per intero. In Italia sono circa 350 miliardi di euro che costituiscono un ostacolo alla concessione di nuovi prestiti. Ma anche qui la soluzione è intervenire modificando le regole, non metterli a carico dello Stato. Esistono investitori specializzati nel recupero crediti: li acquistano dalle banche e poi si occupano di riscuoterli. Il problema è che il prezzo che oggi offrono, in Italia, è stracciato. E lo è perché, diversamente da altri Paesi, in Italia escutere una garanzia richiede tempi biblici, e questo deprime il prezzo di quei crediti. Cambiamo le norme, ad esempio creando sezioni specializzate dei tribunali civili, e il problema dei crediti incagliati si risolverà da solo. Un esempio di «fallimento del mercato» è talvolta il credito alle piccole imprese quando l’imprenditore non ha sufficienti garanzie. La soluzione ovvia sarebbe cambiare la mentalità delle nostre banche, ma questo richiede tempo. Nel frattempo si può creare un fondo di garanzia pubblico - questo sì potrebbe essere finanziato dalla Cassa - che affianchi le garanzie portate dalle imprese. Un esperimento del ministero per lo Sviluppo economico ha dato buoni risultati, ma si può fare molto di più. Anche in questo caso si tratta di garanzie, non di proprietà pubblica.

Un altro esempio, in verità raro, è il caso di un’impresa che subisce uno shock temporaneo e rischia di fallire perché nessun investitore è disposto ad acquisirla. Se il problema è temporaneo, investitori interessati a «salvarla» ce ne sono perché in quel momento acquisirla costa poco. Se non se ne presentano è perché forse il problema dell’impresa è strutturale, non temporaneo. Ma talvolta succede. È il caso della Chrysler: se non fosse intervenuto il governo di Washington sarebbe fallita distruggendo conoscenze e capitale umano. Innanzitutto non bisogna dimenticare che ciò accadde nel momento peggiore della recessione più profonda degli ultimi 80 anni, quindi non è un caso frequente. Inoltre, se si volesse cambiare lo statuto della Cassa per consentirle di intervenire in aziende in difficoltà, è importante che la proprietà pubblica sia limitata nel tempo. Obama cominciò a vendere azioni della Chrysler già sei mesi dopo averle acquisite e uscì completamente dopo 30 mesi. Se non si mettono limiti di tempo vincolanti c’è il rischio che queste imprese restino pubbliche per sempre.

Infine c’è un caso interessante di fallimento «politico», non del mercato. È il caso delle liberalizzazioni. Aprire un mercato a imprese nuove e più efficienti spesso significa ridurre la rendita di chi già opera in quel mercato perché la regolamentazione, inevitabilmente, crea delle rendite. È il caso di Uber contro i taxi. Ma poiché l’opposizione all’eliminazione di una rendita è comprensibilmente fortissima, liberalizzare è spesso impossibile. Si tratta di un fallimento «politico» perché la politica dovrebbe capire che i benefici della liberalizzazione sono così grandi che meritano l’investimento necessario per compensare, almeno in parte, chi perde la propria rendita. Forse alla Cassa si potrebbe assegnare il compito di costituire un fondo di garanzia per i «rentiers». Charles Wyplosz e Jacques Delpla ( La fin des privilèges : Payer pour réformer , Parigi 2007) raccontano come nel 1868 l’imperatore del Giappone, volendo liberalizzare il Paese, emise un prestito internazionale per compensare i samurai che obbligava a rinunciare ai loro privilegi. Alcuni samurai usarono il compenso ricevuto per aprire attività industriali e talvolta divennero imprenditori di successo.

Insomma, per avviare un nuovo corso della Cassa non basta cambiare gli amministratori. Occorre chiarirsi le idee sui compiti che le si vogliono assegnare. I quali non possono consistere in fare ciò che farebbe (meglio) un investitore privato. E questo deve deciderlo la politica, non è una cosa che può essere delegata ai nuovi amministratori per bravi che siano. CdS 22

 

 

 

 

 

Scuola banco di prova per il governo Pd, acque agitate

 

La decisione di chiedere il voto di fiducia sulla riforma della scuola ha sicuramente una motivazione pratica, dettata dal calendario, perché l'assunzione in pianta stabile di centomila precari della scuola entro settembre è legata al calendario. E sotto il peso di tremila emendamenti delle opposizioni (esterne ma anche interna al Pd) le assunzioni sarebbero slittate di almeno un anno. Ma c'è anche una valutazione squisitamente politica nella richiesta del voto di fiducia. La riforma della scuola si vota al Senato, ramo del Parlamento in cui i numeri per la maggioranza sono molto stretti, a rischio bocciatura. La fiducia dunque, si trasforma in un vero banco di prova per il governo Renzi che attraversa il momento più difficile della sua esistenza. Scontato il no delle opposizioni, l'attenzione sarà concentrata sulla minoranza del Pd che è in gran parte contraria alla riforma di Renzi. L'annuncio di Stefano Fassina di lasciare il Pd, fatto proprio alla vigilia della fiducia e in una manifestazione di partito, drammatizza il momento. Fassina è l'antagonista più irriducibile di Renzi sia come segretario che come premier. Il suo è un nome molto più pesante di quello di Civati negli equilibri del Pd. Adesso bisognerà vedere quanti lo seguiranno e quanti decideranno di continuare una battaglia di sinistra rimanendo all'interno del partito. Domani sera a Palazzo Madama si comincerà a capire. Renzi intanto è alle prese con il problema De Luca. Il presidente del consiglio sta per cambiare la legge Severino in modo da sospendere il nuovo governatore della Campania ma solo dopo il suo insediamento e la trasmissione dei poteri al suo vice. Questo per evitare la paralisi della Regione Campania. Ma naturalmente è una decisione politica che si deve poggiare su basi giuridiche difendibili dalle critiche e da eventuali azioni della magistratura. Per questo il premier chiede pareri giuridici prima di mettere mano alla legge. Intanto il Pd salva il sottosegretario Castiglione di Ncd, coinvolto nell'inchiesta di Mafia Capitale. In questo momento Renzi non può avere contro il piccolo partito di Alfano. GIANLUCA LUZI  LR 24

 

 

 

 

 

Presentata “Roma-Italia. Dimensioni transcontinentali dell'immigrazione”

 

Un'analisi dei gruppi nazionali di immigrati più numerosi presenti nella capitale, dei loro percorsi di inserimento e dei legami che mantengono con i Paesi di origine promossa dall’Istituto di Studi Politici San Pio V e curata dal Centro studi e ricerche Idos

 

ROMA – E’ stata presentata nel pomeriggio di oggi a Roma la ricerca “Roma-Italia. Dimensioni transcontinentali dell'immigrazione”, un'analisi dei gruppi nazionali di immigrati più numerosi presenti nella capitale, dei loro percorsi di inserimento e dei legami che mantengono con i Paesi di origine promossa dall’Istituto di Studi Politici San Pio V e curata dal Centro studi e ricerche Idos.

La ricerca, pubblicata come numero monografico 1-2/ 2015 della rivista “Affari Sociali Internazionali – Nuova Serie” e coordinata da Maria Paola Nanni con il supporto del corpo redazionale di Idos, evidenzia come l'area romana giochi un ruolo di assoluto rilievo nel panorama dell'immigrazione italiana, con oltre 500mila cittadini stranieri residenti nell’intera città metropolitana, pari a oltre un decimo del totale nazionale, dei quali oltre 350mila nel comune di Roma capitale. Le loro provenienze e caratteristiche sono tra le più diverse e, nell’insieme, attestano un insediamento sempre più stabile e radicato sul territorio.

Sono state prescelte, per ciascun continente di origine dei migranti, le due collettività più numerose tra i residenti stranieri nel comune di Roma capitale, senza tener conto della distinzione tra cittadini comunitari e cittadini di paesi terzi: romeni e ucraini per l’Europa, egiziani e marocchini per l’Africa, filippini e bangladesi per l’Asia, peruviani ed ecuadoriani per l’America Latina. Di ciascun gruppo viene presentato un ritratto a tutto tondo, che unisce l’analisi dei dati statistici più aggiornati alla ricostruzione dell’evoluzione storica dell’insediamento, con specifica attenzione ai percorsi di inserimento sociale e lavorativo nell’area romana, messi a fuoco anche grazie all’ascolto di testimoni privilegiati rappresentanti delle collettività stesse. Il tutto, con una prospettiva di ampio respiro che, seppure centrata sul territorio romano, resta aperta tanto alla dimensione nazionale che all’esplorazione dei rapporti con i paesi di origine.

Le riflessioni che ne derivano sono in larga misura estendibili anche ad altre collettività immigrate e aiutano a ricomporre un quadro unitario di Roma come città internazionale. Si individuano, inoltre, chiavi di lettura unificanti rispetto ai vari continenti: per l’Europa (le cui presenze sono quantificate nel comune di Roma nel 2014 in 148.139, il 41,9%), la vicinanza e l’appartenenza allo stesso processo di integrazione continentale; per l’Africa (quasi 42mila presenze, l'11,9%), l’obiettivo dello sviluppo e della cooperazione; per l’Asia (circa 123mila presenze, il 34,8%), l’avvicinamento a quello che sarà il fulcro dell’economia mondiale; per l’America (quasi 40mila, l'11,3%), continente che ha accolto nei due secoli precedenti flussi massicci di italiani, la memoria di un passato che costituisce un sussidio per meglio affrontare i temi più attuali della mobilità internazionale.

I cambiamenti intervenuti nell’ultimo decennio, in particolare, hanno visto triplicare la presenza di cittadini immigrati nell’area romana, come anche nella Regione Lazio. In questo quadro, alcune collettività sono cresciute di più rispetto alla media, come i bangladesi (oltre 31mila, aumentati di oltre 8 volte nel Comune di Roma tra il 2004 e il 2014), gli ucraini (circa 13mila, quasi 7 volte di più) e i romeni (circa 76mila, 5 volte di più). I filippini e i bangladesi, inoltre, si distinguono per una concentrazione nel comune di Roma particolarmente spiccata (oltre 1 su 4 rispetto all’insieme dei connazionali residenti in Italia e oltre 9 su 10 rispetto a quelli presenti nel Lazio, a fonte di una media relativa all’intera presenza straniera di 6 su 10).

Riassumendo i cambiamenti intervenuti, Ugo Melchionda, presidente di Idos, sottolinea che “il potere di attrazione di Roma è rimasto pressoché intatto, nonostante la crisi, anche perché i servizi alla persona e il commercio trainato dalla vocazione turistica della capitale sono stati ‘settori rifugio’ per i lavoratori migranti”.

In questa ricerca, in cui Roma si staglia sempre più come un ‘laboratorio del futuro’, che indica in anticipo quali saranno i prossimi scenari dell’Italia, la società appare sollecitata a configurarsi sempre più come internazionale, interculturale, interreligiosa e imprenditoriale, assicurando nello stesso tempo l’inte(g)razione, la coesione sociale e lo sviluppo. È questo l’obiettivo che il presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V, Antonio Iodice, sottolinea con forza nella sua prefazione, in cui si sofferma su “lo scarto tra impegno e indifferenza, tra responsabilità e inazione, tra approfondimento e superficialità” e sottolinea che “le statistiche indicano un percorso di condivisione e di dialogo”, particolarmente utile per proteggersi dalle “raffiche di vento del populismo e della xenofobia”. (Inform 23)

 

 

 

 

 

Sergio Scicchitano vince la causa: Silvio Berlusconi pagherà più di 90 mila euro ad Antonio Di Pietro

 

Laureato grazie ai Servizi Segreti? No, no è vero. Il Tribunale 

di Roma ha accertato la verità dei fatti relativi alla presunta 

laurea falsa di Antonio di Pietro segnando, dopo oltre 7 anni 

di battaglie giudiziarie, un nuovo grande successo legale 

del Prof. Avv. Sergio Scicchitano

 

I fatti risalgono al 10 aprile 2008 quando, durante la trasmissione televisiva «Porta a Porta» condotta da Bruno Vespa, Silvio Berlusconi aveva messo in dubbio la veridicità della laurea dell'ex pm Antonio Di Pietro. Ora la sentenza 13516/2015 del Tribunale di Roma ha definito l'annosa questione e Silvio Berlusconi dovrà risarcire Antonio Di Pietro con oltre 90 mila euro, di cui 75 mila a titolo di risarcimento e 15.350 per compensi legali ed esborsi di legge.

Il procedimento, pendente dal 2008 presso il Tribunale Civile di Roma, si inserisce in un contesto di più ampio respiro che ha visto contrapposti Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi relativamente alle dichiarazioni rese da quest'ultimo sulla presunta laurea falsa di Antonio Di Pietro. I giudizi incardinati sono tre ed hanno avuto vicende ed esiti differenti, dopo essere passati perfino per la Corte Costituzionale.

Come sostenuto dal Prof. Avv. Sergio Scicchitano (www.studioscicchitano.it), era evidente che le parole pronunciate durante la trasmissione «Porta a Porta» da Silvio Berlusconi, poiché esauritesi nella sfera di una competizione elettorale, non fossero finalizzate all'attività tipica del parlamentare. A tale riguardo la Corte Costituzionale, decidendo sul conflitto di attribuzione sollevato dai giudici, aveva annullato la delibera con cui la Camera dei Deputati aveva dichiarato che le frasi di Silvio Berlusconi, allora deputato e candidato premier, fossero insindacabili in base all'articolo 68 della Costituzione.

«Sono estremamente soddisfatto perché finalmente, dopo oltre 7 anni di battaglie giudiziarie, il Tribunale di Roma ha accertato la verità dei fatti confermando, come da noi sostenuto, che le dichiarazioni di Silvio Berlusconi sono lesive dell'onore e del decoro dell'allora leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro» commenta l'avvocato Scicchitano.

Certo la battaglia è durata oltre 7 anni. Ma ora il Prof. Avv. Sergio Scicchitano ha vinto e si ritiene pienamente soddisfatto: «la verità finalmente è emersa». A stabilirla è stata proprio la Prima Sezione Civile del Tribunale di Roma. De.it.press 26

 

 

 

 

 

Credibilità

 

Il secondo semestre 2015 sarà solo un transito per dare il via a quella svolta socio/politica della quale in Paese ha bisogno. L’affossamento economico continua e, col prossimo anno, non sarà altrimenti. In questi mesi ai vecchi problemi d’Italia se ne sono aggiunti dei nuovi. Nel semestre che ci separa da fine anno, i Partiti, quelli che intendono contare, saranno impegnati nel dimostrare quanto valgono. Nel Bel Paese, la situazione resta complessa anche perché non s’è evidenziata la volontà di modificarla. Neppure con la politica dei piccoli passi.

 Come, del resto, abbiamo sempre ipotizzato. Neppure le Forze Sociali, nelle quali avevamo posto, in un primo tempo, la nostra fiducia, si sono dimostrate impotenti nei confronti del degrado nazionale. Tante esternazioni; ma pochi fatti. Le proposte di Renzi, pur se interessanti, non possono fare “miracoli”. La crisi si presenta in tutte le sue sfaccettature. Senza soluzioni percorribili a medio termine. I “nodi” politici, a questo punto, restano relegati in secondo piano e rimane da focalizzare un sistema che può ridare fiducia agli investimenti e una ritrovata dignità al lavoro.

Le insufficienze nel Bel Paese sono, da tempo, note. Ora è maturato il tempo per chiedere al Popolo italiano quale strada può essere la migliore per continuare un cammino che, almeno per i prossimi anni, resterà ancora in salita. A questo punto, siamo scettici sulle ipotesi di mediazione tra politici ed imprenditori. Anche fuori dei confini nazionali non mancano le speculazioni ed i dictat che tanto negativamente influiscono sulla nostra economia sofferente. Ci sembra evidente che, al momento, è meglio muoverci per essere propositivi anche nel Vecchio Continente.

 L’attuale crisi a “tempo indeterminato” ci ha affossato ed ha, sin troppo, dimostrato che non sempre “cambiare” significa “migliorare”. L’impalcatura dell’Euro, per noi, è nata stretta e ce la dobbiamo tenere; con tutte le conseguenze “pre” ed “ante” crisi. Con certezza, la buona volontà non basta più per meritare fiducia e l’arte dell’arrangiarsi è stata superata dagli eventi. Ciò che rimane del 2015 avrà valenza solo se sarà il primo, di una serie d’anni, di sostanziale “mutamento”.

Non intravediamo, però, una classe politica “preparata” negli uomini e nelle idee. Per il futuro, quindi, meno sacrifici e nuove prove di attendibilità sia interna, che internazionale. Chi non se la sente ha tutto il tempo per ritirarsi. Non lo rimpiangeremo. Anche il nostro attuale Primo Ministro dialoga anche con chi preferisce non “sentire”. Sempre peggio, poi, capita nei confronti di chi non vuole”vedere”. Anche Renzi dovrà fare i conti con una classe politica la cui matrice trova collazione assai prima della sua venuta alla ribalta.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Questioni morali al Solstizio d’Estaste

 

Siamo un paese corrotto e che non sa uscire dalla corruzione. Ce lo dicono i fatti antichi (Tangentopoli) e più recenti: il Mose, l’Expo, Roma Capitale.

Ma, soprattutto, ce lo dice l’atteggiamento che ciascuno porta nel suo quotidiano, la prassi che ci riguarda tutti di trovare scorciatoie, di eludere i controlli, di contravvenire alle regole e pensare al proprio tornaconto.

Forse aveva ragione Montanelli: “governare l’Italia non è difficile, è inutile”. Per questo le cose non cambiano col variare dei governi e destra e sinistra continuano a dare l’impressione di mettere in campo solo slogan e promesse, senza provocare nessun reale cambiamento.

Più che di politici avremmo bisogno di alchimisti in grado di trasmutare la nostra indole profonda portata al favore, alla raccomandazione, alla bustarella e all’inganno.

L’avvertimento di D’Azeglio è rimasto un buon proposito e quanto diceva di noi il Boccaccio nel suo Decamerone resta una assoluta verità: italiani sono coloro che vivono in Italia e che hanno fra loro in comune solo l’assenza totale della idea di cittadinanza.

Ciascuno cerca per sé la scorciatoia più comoda, salvo poi criticare tutti gli altri se fanno la medesima cosa.

Non amo in alcun modo i 5 Stelle, ma do ragione a odi Battista nel suo recente discorso a Renzi (o contro Renzi), ricorda che siamo non solo corrotti, ma intrisi di razzismo e xenofobia, nonostante ci professiamo cristiani e ci vantiamo di essere sede papale da sempre.

Non occorreva certo aspettare il meritorio studio di Fabrizio Barca per scoprire che cosa sia diventato il maggiore partito della sinistra e non occorrevano le repliche dei dirigenti di tale partito per scoprire che la corruzione dilaga ovunque e non ha colore politico.

In questo inizio d’estate, in attesa di quella magica notte (quella di S. Giovanni, il 24) che fu chiamata “porta degli uomini”, leggo con crescente amarezza l’analisi che “Il Sole 24 Ore” fa sulle difficoltà di Matteo Renzi, sotto assedio del cambiamento del clima politico in Europa, con il rafforzamento dei partiti anti-Buxelles, anti-euro e anti-immigrati, fenomeni che riguardano quasi tutti i Paesi europei, senza distinzioni fra Nord e Sud, fra Est e Ovest, fra ricchi e poveri, grandi e piccoli.

Sugli immigrati, Renzi non pare aver capito che i problemi sollevati dalla destra “xenofoba e razzista”, che sono essenzialmente problemi di sicurezza, rispetto delle regole, decoro, sono problemi reali, chiaramente avvertiti dalla maggior parte degli italiani. In questo, Renzi si è rivelato molto simile ai suoi predecessori progressisti, che sui temi della sicurezza hanno sempre balbettato, prigionieri dell’etica. Detto per inciso, il tasso di criminalità degli stranieri è circa 5 volte quello degli italiani, segno che l’allarme delle persone comuni è in linea con la realtà.

Ma se dico questo passo per un reazionario destrorso, una che la prossima volta voterà Salvini, uno che, nonostante le sue più radicate ed antiche convinzioni, sarà guardato con sospetto anche in famiglia.

Sabato, ì presso la Città dell'Altra Economia (nell'ex Mattatoio), a Roma, si è detto che anche il viaggio di chi si è sottratto alla  morte e alla persecuzione nei paesi di origine o alle sevizie dei trafficanti di uomini, oggi trova le porte sbarrate di un continente incapace con le proprie istituzioni di affrontare un'emergenza.

E si è aggiunto che, contro l'elementare diritto alla protezione di chi chiede asilo e rifugio si rovesciano parole e atti di una campagna di paura e rancore che incentiva il razzismo e la xenofobia.

Ed io ho pensato che tutto questo è avvenuto anche perché sui migranti che sbarcano sulle nostre coste si è attivata una rete di corruzione e malaffare che li ha resi due volte vittime: del risentimento di chi vivendo il disagio delle nostre periferie finisce per farne il capro espiatorio delle proprie paure e di chi ne ricava l'alibi per negare ogni forma di accoglienza e protezione.

Ed ho anche pensato, dolorosamente, che non è volgendo altrove lo sguardo o illudendosi di rimanere al riparo delle frontiere d'Europa che si interromperà la fuga dall'incendio che divampa dal Medio Oriente all'Africa sub sahariana fino alle coste del nord Africa. Perché il terribile anno trascorso dall'ultimo 20 di giugno, è destinato a peggiorare un bilancio di morti, disastri umanitari, lacerazioni e conflitti.

Non mi genera minore amarezza  il ritorno in grande stile del movimento anti-casta, alimentato dalla deprimente catena di scandali e inchieste che, per l’ennesima volta, ha colpito la politica italiana, coinvolgendo in pieno il partito del premier.

La tristezza deriva, come dicevo, dal constatare che nessuno ha il coraggio di farsi un esame di coscienza e dire che, come al solito, abbiamo una classe che ci rispecchia, che siamo scelta e meritata.

La realtà del nostro paese, ammesso che si possa parlarne in termini di unità, contiene un dato macroscopico di cui si tende a non parlare: la resistenza sorda ad ogni cambiamento, sostenuta da innato gattopardismo e dalla tendenza furba e scaltra del superamento dell’aggiramento delle regole con ogni possibile mezzo.

A Torino, il Papa, lì giunto per  l'ostensione della Sindone, si è rivolto ai giovani e ha raccomandato loro di “vivere, non vivacchiare”.

Ma per far questo, ricordando anche l’insegnamento di Don Bosco di cui si celebra il bicentenario della nascita, occorre avere una forte tensione morale, quella stessa che oggi più che mai ci difetta, singolarmente.

Pochi giorni fa, stroncato da un infarto, è morto Fouad Allam, un uomo che, da intellettuale e da politico, ha sempre mostrato una tensione morale volta alla ricerca di un modo di vivere capace di rispettare le esigenze altrui e diverse secondo regole ve leggi condivise.

Figlio dell’Algeria in cui il padre si armava per andare a combattere in Israele e il potere attizzava la rabbia popolare contro la Francia ex ma per sempre occupante, era noi e loro insieme, intellettuale raffinato, musulmano, amico d’Israele, della Francia e dell’islam che veramente sostiene la pace.

 Per questo viveva braccato dalle minacce. Ma non ha mai smesso di parlare. L’ha fatto fino all’ultimo con un corso universitario a Parigi, il suo ultimo libro “Il jihadista della porta accanto”, le infinite conversazioni con gli amici ad arrovellarsi sulle sorti di noi e di loro. 

L’ha fatto con una vita esemplare, senza scorciatoie e sotterfugi, anche quando è stato politico, con La Margherita prima e l’Ulivo, poi.

“Siamo in guerra” aveva ha detto meno di un mese fa dal palco del Salone del Libro di Torino davanti a tanta gente, la sala piena come quando a raccontare sono studiosi che usano il cervello senza dimenticare il cuore.

E non parlava di noi e loro, occidente e medioriente, cristiani e musulmani, parlava di tutti gli uomini ancora animati da tensione morale.

Persone come lui ci ricordano che l’Italia non sta attraversando solo un periodo di difficoltà economica e finanziaria, ma, soprattutto, ha smarrito quella tensione definita in passato da un grande uomo politico "questione morale".

Una questione che ci riguarda tutti, che ci impone singolarmente grande senso di responsabilità, da cui non ci si può sottrarre e di cui si deve rispondere in primo luogo a se stessi. Carlo Di Stanislao, de.it.press

 

 

 

 

 

Sicilia Mondo invita le Associazioni e la intera struttura a celebrare la Giornata mondiale del Rifugiato

     

      Il Consiglio Direttivo di Sicilia Mondo, nella seduta di Giovedì 18 Giugno, ha approvato la relazione del Presidente Azzia che conteneva, tra l’altro,  la circolare n° 4 relativa alla Giornata Mondiale del Rifugiato posta all’ordine del giorno.

      “Sicilia Mondo vuole dare testimonianza alla Giornata Mondiale del Rifugiato, sensibilizzando le Associazioni e l’intera struttura a ricordare un dramma epico di grande attualità in tutte le latitudini del mondo.

      La Giornata ricorda una tragedia immane che si consuma sotto i nostri occhi e richiama la nostra sensibilità ma anche il dovere  del  soccorso, della solidarietà e della fratellanza.

      Milioni di persone, spesso intere famiglie, sono costrette a lasciare la propria casa per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni, alle violenze ed agli eccidi di intere popolazioni, alla ricerca disperata  del diritto alla vita, alla libertà ed alla dignità umana.

      Il rapporto annuale  dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ci dice che alla fine del 2014 sono stati 59,5 milioni le persone  che hanno lasciato le loro case, rispetto ai 51,2 milioni del 2013 ed ai 37,5 di dieci anni fa. Addirittura la popolazione di un’intera Nazione.

      Nel solo 2014  ci sono stati 13.900.000 nuovi migranti forzati. Più della metà composta da bambini.

      Il numero dei migranti forzati in Europa,  a fine 2014, ha raggiunto quota 6,7 milioni rispetto ai 4,4  milioni del 2013. Addirittura una autentica escalation  gli inizi di questo 2015, mentre resta imprevedibile ed allarmante la previsione della seconda parte dell’anno.

      Non meno preoccupanti i dati che ci arrivano sulle persone in fuga  negli altri continenti.

      Emblematico il grido di dolore di Papa Francesco: “Preghiamo per tanti fratelli e sorelle  che cercano rifugio lontano dalla loro terra,  che cercano una casa   dove poter vivere  senza timore,  perché siano sempre rispettati nella loro dignità”. Ha quindi incoraggiato l’opera di quanti portano loro un aiuto con l’invito a chiedere “perdono per le persone e le Istituzioni che chiudono la porta a questa gente che cerca una famiglia, che cerca di essere custodita”. Auspicando che la comunità internazionale “agisca in maniera  concorde ed efficace  per prevenire le cause delle migrazioni forzate”.

      Mentre il mondo galleggia e rinvia ogni decisione voltando lo sguardo dall’altra parte, il Governo italiano si sta impegnando con generosità oltre le sue effettive possibilità.

      Certamente un atteggiamento esemplare di civiltà italica, di sensibilità umana ma anche di una lungimiranza politica in un mondo piuttosto miope.

      Anche l’Europa tergiversa mettendo a rischio la faticosa costruzione  di un continente veramente unito e solidale, capace di gestire il moto di una domanda di diritto alla vita ed alla libertà che viene dai continenti meno sviluppati.

      Sicilia Mondo confida che anche le Associazioni ed i corregionali che vivono nelle varie parti del mondo diano testimonianza con quella sensibilità che appartiene al nostro dna isolano.

      Ma è indispensabile che la tragedia dei rifugiati entri nel modo di vivere della nostra quotidianità partendo dal basso, a cominciare dall’insegnamento nelle scuole, per diventare cultura solidale nei confronti dell’altro, nella convinzione che chi viene da fuori porta sempre la ricchezza della sua identità e il patrimonio culturale di origine.

      La Sicilia ci dà l’orgoglio di avere confermato la sua tradizionale, atavica accoglienza mobilitandosi con grande generosità e mettendo spesso a disposizione anche le proprie abitazioni.

      In attesa di una breve relazione sull’attività svolta, Ti prego gradire le più vive cordialità. Azzia Presidente.” Sicilia Mondo

 

 

 

 

 

 

Il sottosegretario Mario Giro sulla promozione della lingua e cultura italiana nel mondo

 

PERUGIA- Si sono aperti, presso l’Università per Stranieri di Perugia, i lavori della Conferenza dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Più di 70 direttori hanno preso parte a questo importante appuntamento che proseguirà domani e venerdì 26 giugno alla Farnesina. 

Al margine della Conferenza abbiamo incontrato il sottosegretario agli Esteri e alla Cooperazione Internazionale  Mario Giro con cui abbiamo approfondito alcuni aspetti della promozione lingua e della cultura italiana all’estero.

 “Se esiste un piano di internazionalizzazione dell’economia italiana- ci ha spiegato Giro - deve esistere anche un parallelo piano per l’internazionalizzazione della cultura, anche perché lingua e cultura rappresentano un business.  Abbiamo un esempio di questo con i corsi tenuti dagli Istituti Italiani di Cultura.  Una cosa differente – ha proseguito il sottosegretario  - è mettere insieme, al fine di promuoverlo nel mondo, tutto quello che caratterizza l’Italia. Il nostro Paese non è infatti soltanto l’eccellenza dei disegni di Leonardo, ma è anche cinema e modo di fare impresa. Quando mi sono recato in Messico – ha ricordato Giro - il ministro della cultura messicano mi ha chiesto perché da 15 anni il cinema italiano non distribuisce più i suoi film in America latina. Una forma di cultura molto facile da esportare. Quando sono tornato a Roma ho chiamato la Rai, Medusa e Anica e gli ho posto il quesito del ministro messicano. Loro mi hanno spiegato che la distribuzione dei nostri film in America latina comporta dei guadagni ridotti, al contrario delle coproduzioni a cui sarebbero interessati. A questo punto ho proposto loro di portare avanti entrambi le cose che adesso cominciamo a realizzare. Questo significa ibridare il tutto, perché tutto è cultura italiana, anche il modo di fare impresa”.

“Il ruolo dei connazionali nel mondo  – ha poi affermato il sottosegretario rispondendo alla nostra domanda sul contributo degli italiani all’estero al rilancio della lingua italiana - è stato molto importante perché in questi anni siamo stati rappresentanti all’estero dalle imprese e dagli italiani nel mondo. Ma bisogna anche tenere conto del fatto che i nostri connazionali sono cambiati. Oggi vi sono nuovi italiani all’estero. Pensate che si sono formate comunità italiane di ricercatori in paesi  come la Norvegia e la Danimarca.  Tutto questo viene definito in maniera errata dalla stampa come ‘fuga di cervelli’, in realtà ci troviamo di fronte ad una circolazione di ‘cervelli’. Noi infatti dovremo divenire sempre più attrattivi per i ricercatori stranieri che comunque già vengono in Italia presso i nostri poli di eccellenza, ad esempio quelli di fisica e astrofisica. Ricercatori che parlano italiano e che sono in giro per il mondo”. (G.M.-Inform 25)

 

 

 

 

 

La Conferenza dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo

 

PERUGIA - Fu fondata nel 1925, un anno prima che nascessero gli Istituti Italiani di Cultura, e prima ancora della rete diplomatico-culturale ha portato avanti "l'alta missione di promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo". Non è un caso dunque che sia stata l'Università per Stranieri di Perugia ad ospitare, per la prima volta dopo ben otto anni, la Conferenza dei Direttori degli Istituti Italiani dei Cultura nel Mondo. A loro ed ai vertici del Ministero degli Affari Esteri questa mattina ha dato il proprio "orgoglioso" benvenuto il rettore Giovanni Paciullo, seguito dal sindaco Andrea Romizi.

Quindi la parola è passata al sottosegretario agli Affari Esteri, Mario Giro, che ha moderato la prima sessione deella conferenza, un momento di riflessione teorica e progettazione concreta volte al potenziamento del ruolo della lingua e della cultura italiana, primari strumenti di promozione dell'identità nazionale nel mondo.

Rivolgendo un "ringraziamento non retorico" alla Stranieri di Perugia per la "gentile e appassionata insistenza" ad inaugurare nell'Ateneo la conferenza – domani e venerdì i lavori proseguiranno a Roma, presso la Farnesina -, Giro ha parlato della tre-giorni come del "segnale di un nuovo inizio", ovvero di una nuova attenzione da parte del governo italiano verso la promozione del Sistema Paese. Se esiste infatti un programma di governo per il rilancio dell'economia, ha sostenuto Giro, deve esisterne anche uno dedicato alla cultura e questa Conferenza, dopo gli Stati Generali dell'ottobre scorso, sarà per il sottosegretario una nuova occasione di "massimo confronto possibile" sulla questione.

"È necessario riunirci per guardarci negli occhi, sviluppare idee e trovare soluzioni", ha detto Mario Giro, annunciando future aperture in zone nuove e strategiche, come il Medio oriente, e l'inserimento di addetti culturali laddove non vi siano Istituti. Ma non basta. Serve definire, oltre ai "Paesi chiave", anche quale sia la missione degli IIC, che non devo essere più "isolati", bensì "mettersi in rete". Ciò, ha precisato Giro, non vuol dire che debbano "snaturalizzarsi", quanto piuttosto far da "catalizzatori culturali", raccogliendo attorno a sé "tutto ciò che ha a che fare con la nostra cultura e il nostro stile" e puntando così, "dopo anni di introversione", alla internazionalizzazione del Sistema Paese. Un processo che, ha ammesso Giro, "talvolta è già iniziato" attraverso contatti con privati, sponsorizzazioni ed azioni comuni, ma che deve diventare prassi a favore della nostra "reputazione".

Servono, certo, delle "priorità" definite, dei "messaggi chiave che tutti possano usare"; e serve "risvegliare risorme umane, intellettuali e finanziarie", come pure puntare "una nuova forma giuridica di insegnamento della lingua italiana all'estero con un'unica certificazione" e "connettere domanda e offerta".

Poi, rivolgendosi direttamente ai direttori presenti in sala, Giro ha detto: "non sottovalutate il vostro lavoro e continuate a sperare. La lingua e la cultura costituiscono un forte strumento di attrazione che porta con sé un bagaglio relazionale, spesso sottovalutato". Dunque il suo invito ad "interpretare il volto nuovo dell'Italia e declinarlo in ogni Paese", perché la "cultura è il vero perno della nostra internazionalizzazione".

"Colmare il divorzio tra Paese e cultura: questa", ha concluso Mario Giro, "è la nostra sfida".

È d'accordo Andrea Riccardi per il quale "l'Italia è stata malata dell'assenza di una visione". Per il neo presidente della Società Dante Alighieri, negli ultimi 25 anni la "instabilità politica" ha causato una "introversione del Paese" su sè stesso. Mentre nel mondo globalizzato "tutte le identità devono ristrutturarsi nei confronti di orizzonti sconfinati in cui i popoli competono, scambiano e si parlano", in Italia si è assistito ad uno "spaesamento" e alla assenza di rilancio".

In questo contesto, troppo a lungo "gli IIC si sono sentiti avamposti trascurati ed hanno supplito, spesso con creatività, alla mancanza di risorse" e di "impegno".

"Abbiamo perso anni preziosi", ma ora è il momento di "ripensare l'identità italiana nel mondo globale", ha detto Riccardi. La domanda di italiano ancora c'è ed è forte – secondo i dati MAECI sono circa 1,4 milioni gli studenti di italiano nel mondo -, ma "non sarà eterna" e, se non le si fornirà adeguata risposta, rischierà di logorarsi e deperire, schiacciata tra la "concorrenza" e la "scarsa offerta".

Come intervenire? Riccardi ancora una volta condivide con il sottosegretario Giro l'idea di "formule innovative", che facciano leva su due realtà distinte: da un lato la "italnostalgia", legata ai connazionali emigrati all'estero; dall'altro la "italsimpatia", ovvero il carattere elettivo verso tutto ciò che sa di italiano, dall'arte all'enogastronomia, dal design al calcio allo stile di vita. "Le note dell'italsimpatia sono tante ed è su queste che dobbiamo lavorare", ha detto il presidente della Dante, nella consapevolezza, ha aggiunto, che quello italiano è percepito come un "mondo non aggressivo", ma fatto di "valori umanistici", un "mondo bello e gentile".

Ecco, per Andrea Riccardi deve iniziare "una nuova stagione di estroversione dell'Italia", che punti sui "valori in un Paese di cui il mondo ha bisogno".

"La politica deve accompagnare questo processo", perchè ad oggi, ha concluso Riccardi, "scontiamo la mancanza di un sistema" capace di unire "i pezzi" di Italia che ne costituiscono tutti insieme l'identità.

Gli Istituti Italiani di Cultura sono parte integraqnte di questo sistema, ma sono stati "isolati". A denunciarlo un'amica degli IIC – Giro l'ha definita "madrina e difensora", di sicuro una loro grande frequentatrice e attiva collaboratrice -, Dacia Maraini. La scrittrice, che prese parte anche alla due-giorni fiorentina degli Stati Generali della Lingua Italiana nel mondo, non smette di stigmatizzare l'uso improprio ed inutile degli inglesismi nella nostra lingua. "Oggi siamo indifferenti alle sorti del linguaggio quotidiano, scrigno di storie e identità di un popolo" e lo siamo più in patria che all'estero, dove invece "sta nascendo un'Italia diffusa, più colta e consapevole", composta dalla nuova emigrazione "che vuole conservare il proprio italiano".

Anche per loro "gli Istituti Italiani di Cultura fanno cose straordinarie, senza mezzi e senza aiuto", mentre avrebbero bisogno del sostegno della politica. Dunque "tagli sì", ha detto Maraini, "ma agli sprechi, non agli investimenti", specie se si tratta di "scuola, lingua e ricerca", perché senza "non andremo da nessuna parte".

Ha concluso il primo giro di interventi Andrea Cancellato, direttore generale della Fondazione Triennale di Milano, che ha colto la tribuna odierna come occasione per annunciare la riapertura, dopo vent'anni, della Triennale. La 21^ Esposizione "XXI Secolo. Design after design" si terrà nel 2016 ed Ambasciate ed Istituti Italiani di Cultura sono chiamati a contribuire a portare il mondo a Milano.

Dal design alla musica: è stato Bruno Cagli, presidente onorario dell'Accademia di Santa Cecilia, a parlare de "l'italiano come lingua del bel canto" e come tale riconosciuta sin dal Rinascimento. Oggi questo primato è a rischio, ma "se il bel canto potesse rinascere sarebbe una grande opportunità per l'Italia" tutta.

A parlare invece del fil rouge che lega lingua e cultura all'economia è stato chiamato l'imprenditore Brunello Cucinelli, che, pur febbricitante, non è voluto mancare a Perugia. "Il mondo intero è affascinato da noi e dai nostri valori, dalla nostra dignità morale ed economica". Il suo invito è stato dunque quello di "tornare a credere in noi".

Ha chiuso la sessione inaugurale della Conferenza il direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del MAECI, Andrea Meloni, che ai presenti ha illustrato lo stato dell'arte dopo gli Stati Generali della lingua italiana nel mondo. "Un'esperienza veramente fondante", l'ha definita lo stesso Meloni, sia per "il percorso inusuale che ha coinvolto tutti" sia per "le conclusioni operative concrete" che ne sono scaturite.

Intanto, ha spiegato, ci si è dotati di "nuove strutture, snelle ma molto valide", come il gruppo di lavoro consultivo di MAECI, MiBAC e MIUR e la certificazione Cliq, che ha messo a sistema quella della Dante Alighieri e di alcune prestigiose realtà universitarie italiane (Roma Tre e le Università per Stranieri di Siena e Perugia).

Meloni ha poi annunciato l'intenzione, entro la fine dell'anno, di rendere "intellegibili" i dati sullo studio della lingua italiana nel mondo presentati a Firenze – 1,4 milioni di studenti, ma a vari e assai diversi livelli -, per fornire cifre più dettagliate e creare un Osservatorio permanente sulla lingua italiana nel mondo, che sia utile a definire quali azioni realizzare. C'è poi la volontà di creare un "portale dei portali", che funga da "punto di ingresso" per altri siti Internet – dalla Dante alla Crusca -, ma che aiuti anche gli stranieri ad orientarsi nell'offerta dell'insegnamento dell'italiano e contemporaneamente possa essere uno "strumento utile per i docenti".

Quanto agli insegnanti e alle loro qualifiche, il direttore generale della Farnesina ha spiegato che si sta "lavorando su quattro fronti": per consolidare insieme al MIUR il progetto di inserimento dei neolaureati nei corsi degli enti gestori inseriti nelle scuole locali; per allargare tale progetto alle Università straniere, lasciando a quelle italiane la selezione dei neolaureati; con un bando della Presidenza del Consiglio che consenta di svolgere il servizio civile all'estero insegnando l'italiano nelle Università straniere; ed infine con borse di studio governative destinate al perfezionamento in Italia di docenti stranieri provenienti da Università estere.

Meloni ha dovuto registrare "progressi più lenti" su altri fronti, come l'insegnamento a distanza ed i curriculum da adottare nei diversi Paesi. Ma il lavoro continua e nel 2016 si terrà una nuova riunione degli Stati Generali.

Oggi intanto Andrea Meloni ha voluto ringraziare i direttori degli Istituti Italiani di Cultura: "sono consapevole di quanto il vostro lavoro sia complicato e pieno di insidie, sul piano giuridico, ma è importante tenere alti gli standard di qualità". Infine un appello a "dedicarsi ancora di più a coltivare il rapporto con le università". Andrea Meloni è infatti "preoccupato sul futuro delle cattedre di italianistica nelle università straniere": resistono, ma ormai "sono sotto assedio". E la Farnesina fa ancora una volta affidamento sulla sua rete diplomatica e culturale per scongiurarne la fine.

I lavori a Palazzo Gallenga sono proseguiti nel pomeriggio con una serie di seminari di lavoro a porte chiuse. Domani tutti alla Farnesina e ci sarà anche il ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni. (raffaella aronica\aise) 

 

 

 

 

 

 

Innovazione tecnologica. Fattore vincente e motore per lo sviluppo

 

Nel mercato globale la competizione continua a crescere ed accelerare. Aumenta la domanda soprattutto grazie ai mercati in ascesa e aumenta l’offerta soprattutto grazie ai nuovi produttori. Nei settori ad elevata tecnologia permangono forti barriere all’ingresso, ma riescono solo a rallentare e selezionare l’arrivo di nuovi concorrenti, non ad impedirlo.

 

L’arrivo di nuovi concorrenti

Su quest’ultimo fronte giocano molteplici fattori:

 

1) La globalizzazione comporta un maggiore e più facile trasferimento delle conoscenze (comprese le tecnologie) e delle persone (comprese quelle ad elevata istruzione), anche grazie alla maggiore facilità di comunicazione e movimento.

 

2) L’innovazione tecnologica di prodotto e di processo lascia ampio spazio all’intervento umano sia direttamente sia attraverso il supporto informatico e, quindi, non sempre è richiesta la presenza di massicci investimenti fissi.

 

3) L’acquisto di prodotti ad elevata tecnologia è condizionato al trasferimento di capacità tecnologiche e industriali. Che questo avvenga per ragioni politiche o anche economiche è, da questo punto di vista, irrilevante. E che si tratti di centrali atomiche o di impianti per l’energia o di velivoli, elicotteri, navi militari o aerei passeggeri (solo per citare i casi più conosciuti), lo è altrettanto.

 

4) Le nuove potenze regionali spingono per entrare in questi settori perché importanti per la loro crescita (in ragione dell’effetto trainante), perché prestigiosi (il caso più eclatante è quello spaziale), perché fondamentali ai fini della loro sicurezza e difesa.

 

5) I Paesi più industrializzati limitano solo parzialmente i trasferimenti tecnologici (prodotti militari altamente sofisticati) soprattutto per la necessità di trovare nuovi mercati di sbocco per prodotti sempre più avanzati e costosi che i loro mercati interni non sono in grado di mantenere.

Solo gli Stati Uniti fanno eccezione a questa regola e, anche per questo, riescono a controllare meglio i trasferimenti tecnologici. La Russia è molto più disinvolta, come gli stessi Paesi europei, soprattutto in questo periodo di crisi o basso sviluppo economico e di taglio delle spese militari.

 

Nella competizione globale l’innovazione tecnologica è uno dei fattori vincenti ed è riconosciuta da tutti come il motore dello sviluppo.

 

Innovazione di prodotto e di processo, una valanga

L’opinione pubblica vede quasi esclusivamente e inevitabilmente l’innovazione di prodotto che permea la vita quotidiana. E questo vale ormai in tutto il mondo, escluse le sole aree ad altissima povertà.

 

Ma, in realtà, è ancora più importante l’innovazione di processo perché ne rappresenta la premessa, coinvolge tutti i settori (compresi quelli dove i prodotti apparentemente restano gli stessi e non sono considerati sofisticati) ed è completamente trasversale.

 

Anche per queste ragioni in tutti i paesi l’innovazione tecnologica è sostenuta direttamente o indirettamente dai governi, poco importa se attraverso politiche fiscali, della ricerca, della formazione, disponibilità di finanziamenti, realizzazione di infrastrutture, centri e istituti di ricerca.

 

Fra tutti gli altri, il settore forse più supportato è quello dell’aerospazio, sicurezza e difesa perché aggiunge alla componente tecnologica e industriale una caratteristica unica ed essenziale, quella della tutela e della difesa del proprio sistema-paese.

 

L’innovazione tecnologica assomiglia, in positivo, ad una valanga: aumenta continuamente la sua velocità e trova nuova energia nella sua corsa (e, simbolicamente, travolge ogni ostacolo): bisogna, quindi, starci davanti e anticiparne l’evoluzione, correndo come e, se possibile, più degli altri, se si vuole rimanere nel gruppo di testa o, per lo meno, non restare troppo distaccati: alle spalle si ingrossa e si avvicina il gruppo degli inseguitori.

 

Il caso Italia: ritardi e limiti

L’Italia costituisce un caso originale. È entrata in ritardo, rispetto ai Paesi concorrenti, nei settori ad elevata tecnologia. Ma le ridotte dimensioni del mercato nazionale e la dispersione dei finanziamenti pubblici su troppi fronti, hanno finito con il limitare il “tasso di sopravvivenza” delle nostre capacità di innovazione. Il risultato è che oggi, fra i pochi settori sopravvissuti, il principale è rappresentato dall’aerospazio, sicurezza e difesa.

 

Qui lo Stato italiano ha, oltre tutto, una doppia responsabilità: è, come tutti gli altri, “regolatore” del mercato, principale acquirente, sostenitore dell’export, finanziatore della ricerca tecnologica, ma è fra i pochi ad essere anche l’azionista di riferimento dei principali gruppi industriali nazionali, Finmeccanica e Fincantieri.

 

Il problema è che questa seconda funzione si estrinseca quasi esclusivamente con la nomina dei suoi vertici e non con la definizione e coerente attuazione di una politica di settore, anche a causa della mancanza di una cabina di regia che raccolga e superi le diverse competenze e gelosie ministeriali.

 

Questa azione di guida risulta ancora più importante di fronte all’integrazione del mercato europeo e all’inevitabile ripresa del processo di razionalizzazione e ristrutturazione dell’industria europea. Decidere dove vogliamo restare, dove possiamo accettare di essere interdipendenti coi partner europei, dove dobbiamo abbandonare il campo, è una responsabilità del Governo che non può essere elusa o delegata.

 

Coerenza con il Libro Bianco

Non a caso il recente Libro Bianco della Difesa prevede una collaborazione interministeriale volta a rafforzare le nostre capacità tecnologiche e industriali attraverso l’elaborazione di un Piano, mantenuto periodicamente aggiornato, che individui le attività strategiche nel campo della difesa e della sicurezza, anche tenendo conto delle potenziali applicazioni duali delle relative tecnologie.

 

Primo obiettivo da perseguire è, quindi, scegliere dove vogliano restare. Là dobbiamo, però, crescere perché non abbiamo alternative. Non possiamo stare fermi: o andiamo avanti o andiamo indietro.

 

Dobbiamo, però, essere coerenti. Se si definisce un’attività strategica per il Paese, bisogna conseguentemente concentrarvi le energie e le risorse disponibili e non disperderle a pioggia su troppi fronti. Ma bisogna anche assicurare un livello minimo di finanziamenti, stabili nel tempo, senza i quali è inutile cercare di attuare una politica di settore.

 

Anche di questo si parlerà nel Convegno che lo IAI in collaborazione con Avio Aero organizza il primo luglio su “Sviluppo e innovazione nei settori a elevata tecnologia”.  Michele Nones, AffInt 25

 

 

 

 

 

Futuro d’Italia

 

E’ insensato, almeno dal nostro punto di vista, fare delle previsioni economiche sul futuro del Bel Paese. Indubbiamente, la situazione, definita “preoccupante”, resta ancora tale. Lo stesso Renzi s’è reso conto che i problemi non sono solo politici. I “debiti” d’Italia, interni e internazionali, hanno da essere onorati o, almeno, ridimensionati.

 Il Capo del Governo intende, però, ottemperare a un impegno che altri gli hanno lasciato in eredità. Con l’aggiunta d’alcune sue mosse già discutibili dall’inizio mandato. Saranno, quindi, ancora gli italiani a provvedere alla “salvezza” della Nazionale. Accanto al degrado economico, c’impressiona la linea politica del Paese; proprio perché ancora relegata in panchina. Eppure, Il Presidente del Consiglio ha evidenziato un “ottimismo” che non riusciamo a condividere. Mentre in Parlamento si discute di riforme, ci si è accorti che il piatto continua a”piangere”.

 La stretta economica non s’è allentata. Le stesse Forze Sociali non hanno ancora assunto una linea d’intervento univoca. Segno, evidente, di perplessità.  I prezzi non calano e, indipendentemente dalle motivazioni, i consumi continuano a contrarsi. Azioni e reazioni sono evidenti per tutti. Da alcune nostre proiezioni, in ogni modo verificabili, le difficoltà nelle quali si trovano le piccole e medie imprese raggiungeranno, se la tendenza resterà l’attuale, la fase critica di non ritorno entro il prossimo autunno.

 Il pessimismo ha lasciato spazio al realismo. La disoccupazione, di conseguenza, potrebbe aumentare già dal 2016. Nella vita quotidiana, i segnali della recessione si notano nella contrazione delle spese. Sulle autostrade, il traffico automobilistico, nel primo semestre del corrente anno, è stato del 12% inferiore se paragonato a quello del corrispondente semestre del 2014. Le “ferie” si ridurranno; e non tutti ne usufruiranno. Siamo dell’avviso che la situazione economica decadrà ancora a vantaggio, se così si può scrivere, di un minor debito internazionale.

 Renzi ha preso il timone d’Italia, quando già eravamo approdati tra i Paesi “poveri” d’Europa. I suoi “mille giorni” non potevano risolvere; com’era logico. Non resta che seguitare sul fronte dei sacrifici. Sempre che si riesca a motivarli e sopportarli. L’importante è che non siano a fondo perduto. Attenzione, però, a non tirare troppo la corda: il futuro d’Italia potrebbe risentirne e l’attuale Esecutivo ne seguirebbe le sorti. Giorgio Brignola, de.i.press

 

 

 

 

 

 

Lagopesole, presentato il Museo dell’Emigrazione lucana

 

LEGOPESOLE  - Uno spazio espositivo sul tema dell’emigrazione, con particolare riguardo ai temi del viaggio e dell’insediamento, con l’utilizzo di strumenti multimediali, installazioni interattive e arti visive. E’ il “Museo dell’Emigrazione lucana” allestito nel Castello di Federico II a Lagopesole, dove ha sede il Centro di documentazione Nino Calice, su iniziativa della Regione Basilicata e della Commissione regionale dei lucani nel mondo.

L’iniziativa è stata presentata oggi in anteprima nel corso di una manifestazione alla quale hanno partecipato i presidenti della Giunta e del Consiglio regionale, Marcello Pittella e Piero Lacorazza, il sindaco di Avigliano Vito Summa, il presidente della Crlm Nicola Benedetto, il presidente emerito dei lucani nel mondo Rocco Curcio, il direttore del Museo del Mare e delle Migrazioni di Genova, Pierangelo Campodonico, gli ex presidenti del Crle Pietro Simonetti e Antonio Di Sanza. Presenti all’incontro anche otto giovani rappresentanti delle associazioni dei lucani nel mondo, i componenti dell'esecutivo della Crlm e i rappresentanti della famiglia Calice.

Lo spazio espositivo è strutturato in quattro sale, ognuna descrittiva di una tappa di questo interessante viaggio. La prima, “La Regione Basilicata”, ha al suo centro un ‘carretto’, oggetto che porta con sé la memoria del 1902, anno del viaggio del primo ministro Zanardelli in Basilicata. Qui è stato pensato un excursus storico sulla situazione della regione all’epoca delle grandi migrazioni: La vita campestre, le condizioni di povertà della gente ed i pochi mezzi di sostegno.

La seconda sala, “Il mondo nuovo”, contiene pannelli espositivi con raffigurazioni dal mondo intero: Londra, Parigi, New York e Pechino, mescolate a manifesti d’epoca e a miti come la torre di Babele. Presente il Globo terrestre che riporta quelle traiettorie migratorie che dalla Basilicata si dipanano a raggiera verso nuovi stati e continenti e la ‘macchina del Mondo nuovo’, vecchio strumento ottico, ricostruito, che permetteva la visione di realtà planetarie all’epoca ritenute fantastiche, in una visione edulcorata che affascinava lo spettatore. Nella stessa sala la ricostruzione di un vagone d’epoca. Il treno era il mezzo con il quale molti emigranti, dal Sud, riuscirono a raggiungere l’Europa o i grandi porti italiani per poi imbarcarsi verso le Americhe. Sul fondo del treno sono proiettati filmati di approfondimento in loop, che descrivono la partenza degli emigranti.

Continuando nel percorso ci si imbatte nella terza sala intitolata “La bussola del viaggio”. Attraverso proiezioni a parete vengono ricreate le atmosfere del viaggio in nave: l’arrivo al porto di New York, scene di naufragio e la cabina / dormitorio. Oltre a visioni e suoni si ricreano odori di mare, attraverso diffusioni di essenze, aumentando il grado di immedesimazione del visitatore con l’atmosfera del viaggio per nave.

L’ultima sala è la “Ellis Island”. Dopo il viaggio il visitatore ripercorre un passaggio obbligato, dove i tubolari che simulano i divisori del centro di Ellis Island lo indirizzano lungo la parete d’esposizione sul tema dell’arrivo. Al termine del passaggio sono posizionati tre schermi touch screen in cui delle applicazioni riproducono quei test che gli americani facevano agli emigrati per consentire l’accesso al paese. Passata la ‘frontiera’ una catasta di valigie diviene installazione per raccontare delle storie particolari di emigrati.

Qui altri due importanti momenti: “L’esposizione” e “Mi son fatto signore”. Nella prima parte sono appesi alle capriate numerosi teli che raccontano l’insediamento degli emigranti sul suolo straniero. I temi sono quelli dell’integrazione, del lavoro, del successo di alcuni e del fallimento di altri oltre che delle grandi tragedie che hanno segnato diversi italiani nel mondo.

Al termine del percorso museale, dopo aver vissuto l’esperienza del popolo lucano migrato all’estero, il visitatore ha la possibilità di fare una foto ricordo. Una grande scatola contiene una serie di fotografie con i buchi dove poter infilare la faccia. I pannelli scorrono su binari e danno la possibilità di scelta tra diverse immagini. Si sdrammatizzano così i duri temi trattati nel museo e il fruitore potrà calarsi in prima persona in coloro che ‘si sono fatti signori’ migrando in altre terre. (Inform 22)

 

 

 

 

 

Ginevra. La festa della musica spalanca le porte all'estate tra concerti e vernissage. Anche la SAIG alla kermesse musicale

 

Con la grande Festa della Musica Europea si dà il benvenuto alla nuova stagione estiva 2015: una grande manifestazione a carattere popolare, svolta in numerose città europee con concerti dall'ingresso gratuito, o ad un costo accessibile a tutti, intrattenuta nel mese di Giugno di ogni anno per celebrare il solstizio d'estate, accogliendo così ogni musicista.

Requisito essenziale? Desiderare di esibirsi di fronte al grande pubblico.

 

In occasione della festività, che ha visto la musica come protagonista, la SAIG, Società delle Associazioni Italiane di Ginevra, ha voluto salutare anch'essa la stagione primaverile, per dare il suo benvenuto a quella estiva, con l' organizzazione di un magnifico Vernissage prima ed un Concerto di piano e violino dopo.

 

Dopo il successo del 2014, per il concerto al Victoria Hall, la collaborazione tra la SAIG e la Città di Ginevra si è rivelata, ancora una volta, vincente. Di fatti, due eventi hanno caratterizzato il fine settimana della festa della musica a Ginevra: una mostra di pittori italiani all’estero e un Concerto per piano e violino eseguito dai maestri Alessandra Lussi e Vincenzo Di Silvestro.

 

L' esposizione si è tenuta nei giorni 19, 20 e 21 Giugno scorso presso la Salle communale di Plainpalais: un evento a cui ha lavorato la SAIG con il Dipartimento della Cultura e dello Sport della città di Ginevra, che ha riscosso un rilevante successo, lo stesso che, ancora una volta, conferma e rafforza la stessa collaborazione.

 

La città ginevrina, per la prima volta, è stata così sede di esposizione delle opere d'arte di pittori italiani residenti in Italia e all'estero. Artisti per diletto, non pittori professionisti, eppure le loro tele hanno, sin da subito, catturato l'anima dei loro osservatori.

Un'unica rassegna, una mostra che porta con sè alcuni aspetti della figura del cittadino italiano trasferitosi all'estero. Quell'italiano che, oltre all'affetto per il tricolore, la professionalità in campo lavorativo, evolutosi nella cultura o in altre forme di espressione artistica, porta la sua idea di pittura, seppur dilettantistica, oltre i confini.

 

Vi hanno partecipato artisti  come Carmelo Margarone proveniente dalla Germania, Antonio Salerno dall'Italia, Tino Rosano da Losanna, Ilaria di Resta da Ginevra e le tele dell'artista, scomparso alcuni anni fa, Antonio Ilona da Basilea. A rappresentare l’arte dilettante ginevrina, l’organizzazione ha invitato l’artista, Jacqueline Losmaz.

 

La serata, inoltre, di Sabato 20 Giugno, non finisce qui. La stessa organizzazione, infatti, fedele alla sua "scaletta" da palcoscenico, ha presentato a suon di applausi il gran concerto per Piano e Violino.

Un turbinìo di bellissime emozioni, più di quanto si possa immaginare, regalate dal Maestro di violino, Vincenzo Di Silvestro, fortemente richiesto per l'occasione sulla scia del grande successo riscosso con l'esibizione tenutasi lo scorso anno al Victoria Hall e che lo ha visto violinista solista nell'esecuzione della colonna sonora della celebre pellicola cinematografica dal titolo "Schindler's list". Questa volta, però, un duetto. Infatti, ad accompagnarlo è stato il Maestro di piano, Alessandra Lussi.

I due artisti hanno così eseguito opere singolari: da "Romanza in fa" di Beethoven, alla "Danza ungherese n.5" di Brahms, volendo citarne alcune, a "Il postino" premio come miglior colonna sonora dell'omonimo film, all'inconfondibile colonna sonora del premio Oscar "La vita è bella" e, per concludere, a grande richiesta, alcuni accenni dei successi eseguiti, nello scorso concerto, dal noto violinista.

 

In platea, tra il pubblico presente, i due Parlamentari eletti dalla circoscrizione europea, l'onorevole Laura Garavina e l'onorevole Gianni Farina, ques'ultimo conosciuto nel Cantone per essere stato presente negli ultimi eventi, svolti dalla SAIG inerente al flusso migratorio di italiani nella città di Ginevra, come l'inaugurazione di alcuni monumenti ed altri importanti manifestazioni.

 

A coordinare il grand evenements e la gestione dei premi, il Coordinatore della SAIG, Carmelo Vaccaro, il quale, insieme a Marzia Del Zotto in veste di assistente, ha chiamato così sul palcoscenico il Consigliere Amministrativo della città di Vernier, Pierre Ronget che, insieme ad alcuni dei presidenti della stessa Società, quali Francesco Decicco, Vice-presidente dell’Associazione Calabresi Ginevra, Oliviero Bisacchi, Presidente del Club Forza Cesena, Marica Mazzotti, Presidente dell’Associazione Emiliano-Romagnoli, Menotti Bacci, Presidente dell’Associazione Lucchesi nel Mondo e Antonio Scarlino, Presidente dell’Associazione Regionale Pugliese, hanno premiato con una grande targa dai bordi del suo velluto blu, i pittori, concedendo, inoltre, un omaggio floreale alle donne partecipanti, da parte del Coordinatore.

 

Gli onorevoli, Laura Garavina e Gianni Farina, hanno poi consegnato il premio, firmato SAIG, ai musicisti Di Silvestro e Lussi, facendo poi dono anche loro dell'illustre medaglia commemorativa della Camera dei Deputati.

 

Il celebre violinista Vincenzo Di Silvestro, inoltre, ha ricambiato regalando una copia del suo ultimo lavoro discografico "Invisibile la felicità" ai presidenti della SAIG e alle personalità presenti, di cui uno dei brani, estrapolato dallo stesso disco, "Domani è domenica" è già molto noto.

 

La SAIG ha ben pensato di concludere i due eventi, la mostra d'arte ed il gran concerto, rispettivamente con un aperitivo per il primo ed un sontuoso buffet per il secondo.

Gli ospiti, infatti, hanno potuto così gustare e assaporare le tante prelibatezze preparate dalla collabratrice della Società, Incoronata Ferro.

 

La SAIG, infine, ringrazia Riccardo Gagliardi, partner della stessa, a cui si deve la bellezza dei reportage fotografici e della galleria video che ben incorniciano tutti gli eventi svolti. Antonella Chiarolanza                                                                                                                   

 

 

 

 

 

 

Varata la legge regionale di riordino per i rapporti con i molisani nel mondo

 

Petraroia: “Si apre una nuova fase di attenzione e valorizzazione dei legami con le nostre comunità in Italia e all’estero” - Il 6 dicembre Giornata dell’Emigrazione Molisana nel Mondo

 

CAMPOBASSO –Il 6 dicembre sarà la Giornata dell'Emigrazione Molisana nel Mondo. La Giornata sarà dedicata alla memoria di padre Giuseppe Tedeschi, vittima della dittatura in Argentina. E’ tra le misure della legge approvata dal Consiglio regionale nei giorni scorsi che riordina la vecchia normativa riguardante i rapporti con i corregionali nel mondo sulla base di “quanto deliberato dalla Consulta dei Molisani nel Mondo e del Consiglio dei Giovani Molisani nel Mondo che, all'unanimità il 4 luglio 2014, licenziarono con parere positivo la proposta di riordino,confermando gli impegni assunti nei confronti di tutte le Associazioni e Federazioni organizzate e strutturate da Roma a Melbourne al resto del mondo”, evidenzia Michele Petraroia, vice presidente della Giunta con delega ai Molisani nel mondo. Con la nuova legge regionale di riordino per i rapporti con i molisani nel mondo si apre, sottolinea , “una nuova fase di attenzione e valorizzazione dei legami con le nostre comunità in Italia e all'estero” .

Con la nuova normativa sarà, continua Petraroia, “più semplice costruire opportunità di partenariato e di scambi sociali, economici, culturali, turistici, scolastici ed imprenditoriali con la galassia dei Molisani nel Mondo con indiscutibili vantaggi per le nostre comunità locali che potranno beneficiare dell'apporto affettivo di migliaia di corregionali sparsi a livello nazionale, in Europa e in ogni continente”.

In particolare, spiega il vice presidente della Giunta regionale , la legge adottata prevede: 1)Arricchimento nei contenuti inerenti la tipologia degli interventi a favore dei molisani presenti nel territorio nazionale ed estero; 2)Unificazione della disciplina riguardante le associazioni e federazioni presenti in Molise, nel territorio nazionale ed estero; 3)Nuove disposizioni sulla composizione e funzionamento del Consiglio dei Molisani nel Mondo; 4)Previsione di una componente giovanile all'interno del Consiglio dei Molisani nel Mondo e conseguente eliminazione del Consiglio Giovani in linea con le disposizioni di leggi nazionali sulla spending review; 5)Introduzione del Comitato esecutivo all'interno del Consiglio dei Molisani nel Mondo quale Organismo con funzioni di iniziativa, consultiva e attuativa; 6)Disposizioni per snellire e accelerare la procedura di approvazione del Piano triennale e annuale con l'introduzione di termini per l'acquisizione del parere della Commissione Consiliare e dell'approvazione da parte del Consiglio Regionale; 7) Istituzione della Giornatadell'Emigrazione Molisana nel Mondo il 6 dicembre in memoria di Padre Giuseppe Tedeschi; 8)Introduzione di politiche per favorire la mobilità giovanile finalizzata al miglioramento della propria formazione didattica, culturale e professionale.(Inform 23)

 

 

 

 

 

Commissione UE. Concorso fotografico “Europa nella mia regione”

 

BRUXELLES - La Commissione europea ha indetto il concorso fotografico “Europa nella mia regione”, con il quale invita gli utenti di facebook a documentare con una fotografia un progetto finanziato da fondi UE nella loro regione e a condividerlo.

Il concorso mira a sottolineare l'importanza che i progetti finanziati dall'UE hanno nella vita delle comunità locali.

Al concorso possono partecipare tutti i residenti europei e tutti i residenti in un paese in fase di preadesione (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia, e Turchia).

Per partecipare al concorso è necessario caricare la propria foto sull'applicazione “Europe in My Region” sulla pagina facebook della Commissione Europea. Ogni partecipante può caricare un massimo di tre foto dal 22 giugno al 28 di agosto 2015 (h. 12.00).

Le foto devono provenire da uno dei paesi membri (o in fase di preadesione) dell'UE e devono contenere da qualche parte nella foto la bandiera dell'UE e le informazioni sui finanziamenti (placca, cartellone, banner, etc.).

Il voto popolare avrà luogo dal 31 agosto all'8 di settembre e si concluderà con la selezione delle 100 fotografie più votate.

I tre vincitori saranno selezionati da una giuria internazionale di professionisti, indipendenti dalla Commissione europea.

Ogni vincitore riceverà in premio un viaggio di due notti per due persone a Bruxelles durante la 13esima Settimana europea delle regioni e città.

L'evento avrà luogo tra il 12 ed il 15 ottobre 2015. La data esatta della cerimonia di premiazione sarà comunicata ai vincitori. (Per maggiori informazioni sul concorso ‘Europe in my region’: https://www.facebook.com/EuropeanCommission/app_386310531430573 ) (Inform 25)

 

 

 

 

 

 

EU-Gipfel beschließt Verteilung von 60.000 Flüchtlingen

 

Für EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker sind es "bescheidende Ambitionen": Die EU will 60.000 Flüchtlinge innerhalb der Staaten verteilen - allerdings auf freiwilliger Basis.

 

Die EU will 60.000 Flüchtlinge auf alle 28 Mitgliedstaaten verteilen - allerdings nur auf freiwilliger Basis.

Auf diesen Kompromiss einigte sich der EU-Gipfel nach Angaben von Bundeskanzlerin Angela Merkel am Freitagmorgen nach stundenlangen Debatten. Damit setzten sich die osteuropäischen Staaten durch, die die von der EU-Kommission geforderte verbindliche Quote vehement abgelehnt hatten. Die Diskussion in der Runde der 28 Staats- und Regierungschefs war nach Teilnehmerangaben sehr heftig, vor allem der italienische Ministerpräsident Matteo Renzi hatte den Osteuropäern mangelnde Solidarität vorgeworfen. Bundeskanzlerin Angela Merkel bezeichnete den Umgang mit der Flüchtlingsfrage als die größte europapolitische Herausforderung ihrer Amtszeit.

Wie von der EU-Kommission vorgeschlagen, sollen 40.000 Flüchtlinge umverteilt werden, die sich derzeit schon in Italien und Griechenland befinden. Diese beiden Staaten nehmen die meisten der über das Mittelmeer kommenden Flüchtlinge auf. Merkel betonte, dass zusätzlich 20.000 Bürgerkriegsflüchtlinge auf die EU-Staaten verteilt werden sollten, die noch nicht in der EU seien. Dabei dürfte es vor allem um Syrien-Flüchtlinge gehen. Alle EU-Staaten hätten zugesagt, sich an der Aufnahme zu beteiligen.

Allerdings gibt es zumindest drei Ausnahmen: Großbritannien muss sich wegen eines "Opt-Out" ohnehin nicht an der Verteilung beteiligen. Auf dem EU-Gipfel wurde zudem entschieden, dass Ungarn und Bulgarien keine zusätzlichen Flüchtlinge aufnehmen müssen. Merkel bezeichnete Ungarn als das EU-Land, das in diesem Jahr ohnehin schon die meisten Flüchtlinge pro Kopf der Bevölkerung aufnehmen musste. Bulgarien dagegen gehört zu den ärmsten EU-Mitgliedstaaten.

EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker äußerte sich nach dem ersten Gipfeltag enttäuscht, dass der Kommissionsvorschlag mit Quoten abgelehnt worden war. Nun habe man nur "bescheidende Ambitionen" gezeigt. "Wir müssen schauen, ob das System funktioniert", sagte er mit Blick auf die nun vereinbarte Freiwilligkeit. EU-Ratspräsident Donald Tusk hatte schon vor dem Gipfel gemahnt, dass die EU-Staaten bis Ende Juli Angebote machen sollten, wie viele Flüchtlinge sie aufnehmen wollten. "Wir brauchen Solidarität mit den Frontstaaten", sagte Tusk am Freitagmorgen.

Seit Jahresbeginn sind bereits weit über 100.000 Flüchtlinge allein über das Mittelmeer in die EU gekommen. Angesichts einer hohen Zahl von Toten durch gekenterte Schiffe hatten die EU-Regierungen im April ein Konzept beschlossen, das neben einer verstärkten Seenotrettung auch den Kampf gegen Schleuser und Aufbauhilfen in Afrika vorsieht, um die Ursachen für die Auswanderung zu bekämpfen. EurActiv.de, nsa mit rtr, 26

 

 

 

 

 

Weltflüchtlingstag vorbei. EU beginnt Militäreinsatz gegen Schleuser

 

Kaum ist der Weltflüchtlingstag vorbei, beginnt die EU mit ihrem geplanten Militäreinsatz gegen Schleuserbanden im Mittelmeer. Kritiker befürchten einer Verschärfung der Notlage von Flüchtlingen. EU-Minister wiederum versichern die Einhaltung humanitärer Rechte.

 

Die Europäische Union hat offiziell mit der Aufklärungsphase ihres geplanten Militäreinsatzes gegen Schleuserbanden im Mittelmeer begonnen. Mit Hilfe von Schiffen, Flugzeugen und Drohnen wollen sich die 28 Länder einen Überblick darüber verschaffen, wo im südlichen Mittelmeerraum die Schleppernetzwerke operieren. Es gehe zunächst um “Überwachung und Auswertung”, unterstrich die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini während eines EU-Ministertreffens am Montag in Luxemburg. Über ein militärisches Vorgehen gegen die Boote und andere Besitztümer der Schleuser werde zu einem späteren Zeitpunkt entschieden, sagte sie.

Die EU wolle mit “Überwachungs- und Kontrollaktivitäten” beginnen, erläuterte Bundesaußenminister Frank-Walter Steinmeier (SPD), der gemeinsam mit seinen EU-Amtskollegen einstimmig den Beginn der Phase eins beschlossen hatte. Deutschland will sich mit der Fregatte “Schleswig-Holstein” und dem Tender “Werra” an der Operation beteiligen. Beide Schiffe befinden sich bereits im Mittelmeer, wo sie mit der Rettung schiffbrüchiger Menschen beauftragt sind.

Militäreinsatz ist Reaktion auf Flüchtlingstragödie

Der EU-Einsatz ist eine Reaktion auf die Flüchtlingstragödie vor Libyen im April. Beim Untergang eines überfüllten Fischkutters waren mehr als 800 Menschen ertrunken. Die EU wolle das Geschäftsmodell derjenigen zerstören, die aus der Misere anderer Menschen Profit zögen, sagte die Italienerin Mogherini. Der Einsatz müsse aber Teil einer breiteren Strategie werden. So wolle Europa auch Menschenleben retten, eng mit afrikanischen Ländern zusammenarbeiten und die Ursachen der Auswanderung angehen.

In der noch nicht beschlossenen Phase zwei der Operation könnte es laut Mogherini darum gehen, “verdächtige Schiffe zu beschlagnahmen”. In der Phase drei schließlich wolle die EU “Schiffe beseitigen, vorzugsweise vor der Benutzung”, sowie Schleuser und Menschenhändler verhaften. Der Startzeitpunkt dieser Etappen hänge auch von einem UN-Mandat und der Zustimmung der betroffenen Küstenländer ab, unterstrich Mogherini. Ob und wann die EU vom UN-Sicherheitsrat und dem krisengeschüttelten Transitland Libyen grünes Licht erhält, ist laut Diplomaten weiter unklar.

Rettung von Menschen nicht erwähnt

Die EU-Minister versichern in ihrem Beschluss, dass das humanitäre Recht und die Menschenrechte jederzeit eingehalten würden. Trotzdem zogen die Militärpläne auch am Montag wieder heftige Kritik auf sich. “Ein Militäreinsatz gegen Schleuser im Mittelmeer wird keine Menschenleben retten, sondern die Notlage der Flüchtlinge weiter verschärfen”, sagte etwa die innenpolitische Sprecherin der Linken im Berliner Bundestag, Ulla Jelpke. “Flüchtlinge werden so gezwungen, auf noch kleinere Boote und noch gefährlichere Fluchtrouten auszuweichen, während die Preise für die Fluchthilfe weiter in die Höhe getrieben werden.”

Die Rettung schiffbrüchiger Menschen ist in dem Mandat des Eunavfor-Einsatzes nicht ausdrücklich erwähnt. In internen EU-Papieren ist lediglich formuliert, dass gemäß internationaler Abkommen alle Einsatzkräfte die Pflicht zur Seenotrettung haben. Sie müssen allen Menschen zu Hilfe kommen, die “Gefahr laufen, verloren zu gehen, oder in irgendeiner Art von Not sind”.

Strässer: absolut falscher Ansatz

Sehr kritisch äußerte sich auch der Menschenrechtsbeauftragte der Bundesregierung, Christoph Strässer. Eine militärische Auseinandersetzung sei der absolut falsche Ansatz, sagte der SPD-Politiker in Berlin. Er wolle sich nicht vorstellen, was passieren könne, wenn die Boote mit Flüchtlingen an Bord beschossen werden. Strässer forderte stattdessen eine Seenotrettung, die “ihren Namen verdient”.

Steinmeier unterstrich hingegen, dass auch die “humanitäre Dimension” des Themas Flucht berücksichtigt werde. So bekämen die Türkei und Griechenland laut jüngsten Beschlüssen jeweils eine halbe Million Euro, damit dort mit Hilfe des UN-Flüchtlingshilfswerkes UNHCR Flüchtlinge versorgt werden könnten. Um Seenotrettung kümmere sich die EU bereits intensiv. Von hoher Bedeutung seien auch die internationalen Bemühungen um die Stabilisierung Libyens, sagte der Außenminister.  (epd/mig 23)

 

 

 

 

 

EU-Operation gegen Schlepper Gewagte Mission

 

Europa beginnt seinen Militär-Einsatz gegen Schlepper am Mittelmeer. Ob die Operation etwas bringt, weiß niemand. Und selbst ein Erfolg der Mission birgt hohe Risiken. Kommentar von Daniel Brössler

 

Vielleicht sollte Federica Mogherini nichts so sehr fürchten wie den Erfolg. Was, wenn die von der EU-Außenbeauftragten vorangetriebene Anti-Schleuser-Operation tatsächlich bald über die nun von den Außenministern beschlossene Aufklärungsmission hinauswächst? Was, wenn Schleuserboote zerstört und dabei unabsichtlich Flüchtlinge verletzt oder gar getötet werden? Es wäre erstaunlich, verfolgten die kriminellen Schleuserbanden nicht genau dieses Ziel. Die EU stünde am Pranger und der Fortsetzung des zynisches Schleppergeschäfts wenig im Wege.

Das ist nur eines der möglichen Risiken. Dynamisch und entschlossen hat Mogherini in Rekordzeit eine EU-Operation auf den Weg gebracht, die ihr selbst in vielfältiger Weise gefährlich werden könnte. Das gilt auch für den gar nicht so unwahrscheinlichen Fall, dass die Mission Eunavfor-Med zwar begonnen wird, aber nie wirklich zündet. Die Außenminister haben zunächst nur die erste Phase genehmigt, die der Aufklärung dient.

Die Europäische Union will gegen Schlepper vorgehen. Für einen Militäreinsatz braucht es aber die Zustimmung der Regierung in Libyen. Nur wer regiert das Land?

Der eigentliche Sinn der Operation soll es sein, die Verfolgung der Schleuser in internationalen wie libyschen Gewässern aufzunehmen, ihre Boote zu zerstören und ihre Netzwerke zu zerschlagen. Zwar weiß fast jeder in der EU, dass kurzfristig die Rettung von Menschenleben Priorität haben muss und langfristig nur sichere Wege für Asylsuchende und die Bekämpfung der Fluchtursachen Erfolg versprechen. Mittelfristig aber ist die von allen EU-Staaten gewünschte Reduzierung der Flüchtlingszahlen nicht zu erreichen, wenn nicht auch die Schleuser-Netzwerke unter Druck gesetzt werden. Wobei auffällt, dass die Forderung nach Härte dort besonders laut ist, wo die Bereitschaft zur Aufnahme von Flüchtlingen besonders klein ist.

Die EU ist in ihren Mitteln nicht frei

Fest steht: In ihren Mitteln ist die EU nicht frei. Wenn sie zu Gewalt greifen will, benötigt sie ein Mandat der Vereinten Nationen. Will sie in libyschen Hoheitsgewässern operieren, braucht sie die Zustimmung einer libyschen Regierung, die nicht nur international anerkannt ist, sondern auch über Autorität in dem bürgerkriegsgeplagten Land verfügt. Daraus ergibt sich das Dilemma der EU: Besteht sie auf korrekten Rechtsgrundlagen, kann es sein, dass die soeben gestartete Operation nie ans Ziel gelangt. Nimmt sie es indes mit dem Völkerrecht nicht ganz genau, verliert sie an Ansehen und trägt potenziell zu jenem Chaos bei, das sie bekämpfen will.

Das Vorhaben der EU ist ehrbar und sinnvoll: Boote von Schlepperbanden im Mittelmeer sollen zerstört werden. Doch wie will man diese rechtzeitig erkennen? Helfen sollen da nicht nur Satelliten.

Das alles macht einen Erfolg unwahrscheinlich, aber nicht unmöglich. Nicht ausgeschlossen ist, dass es doch noch gelingt, im UN-Sicherheitsrat den Widerstand von Russland und anderen gegen eine Resolution zu überwinden. Möglich auch, dass die Bemühungen der UN und der EU um eine libysche Einheitsregierung endlich Früchte tragen. Eine vorsichtige und Opfer unter Flüchtlingen vermeidende Operation könnte sich dann doch noch als effektiv erweisen.

Eines aber kann sie in keinem Fall: die EU-Staaten ihrer Verantwortung entheben, bei der Aufnahme von Flüchtlingen Solidarität walten zu lassen. SZ 23

 

 

 

 

 

Streit. EU-Kommission beharrt auf Umverteilung von Flüchtlingen

 

Italien und Griechenland sind überfordert mit der Aufnahme von Flüchtlingen. Die EU-Kommission schlägt vor, die Menschen innerhalb Europas nach Wirtschaftskraft und Größe zu verteilen. Das stößt in Ungarn und in weiteren Ländern auf Widerstand.

 

Die EU-Kommission wirbt trotz des heftigen Widerstands aus Ungarn und anderen Ländern weiter für eine Umverteilung von Flüchtlingen in Europa. „Unser Vorschlag ist moralisch richtig, und er ist im Interesse aller“, sagte die Vizepräsidentin der EU-Kommission, Kristalina Georgiewa, am Mittwoch in Brüssel. Die EU-Kommission hatte im Mai vorgeschlagen, zunächst 40.000 Flüchtlinge über die EU zu verteilen, um damit die Mittelmeerländer Italien und Griechenland zu entlasten.

Die übrigen EU-Länder sollen gemäß ihrer Wirtschaftskraft und ihrer Größe aus diesem Kontingent Menschen aufnehmen. Zugleich sollen sie auch all jene Flüchtlinge zurücknehmen, die durch ihr Gebiet hindurch in andere europäische Länder gereist sind. Gegen solche Regeln sträubt sich insbesondere der konservative ungarische Ministerpräsident Viktor Orbán. Seine Regierung hatte am Dienstagabend angekündigt, überhaupt keine Flüchtlinge mehr zurückzunehmen, da das ungarische Asylsystem bereits überlastet sei.

Im Moment bleiben rund 80 Prozent aller Flüchtlinge nur für kurze Zeit in dem südöstlichen EU-Land – was nach dem Willen Orbáns auch so bleiben soll. Die Regierung Österreichs, das an Ungarn angrenzt, hatte auf Orbáns Ankündigung mit scharfem Protest reagiert. Die EU-Kommission müsse ein Vertragsverletzungsverfahren gegen Ungarn einleiten, verlangte der österreichische Außenminister Sebastian Kurz laut der Zeitung Der Standard. Er bezog sich auf die sogenannte Dublin-III-Verordnung der EU, nach der bereits heute dasjenige Land für das Asylverfahren zuständig ist, das ein Flüchtling als erstes betreten hat. (epd/mig 25)

 

 

 

 

EU-Flüchtlingsquoten vom Tisch

 

Die Gegner einer Umverteilung von Flüchtlingen in Europa über verbindliche Quoten haben sich offenbar durchgesetzt: Laut EU-Diplomaten soll das System nur noch auf Freiwilligkeit basieren. Die EU-Grentschutzagentur Frontex soll indes für schnellere Abschiebungen sorgen.

Der am Donnerstag beginnende EU-Gipfel hält zwar daran fest, 40.000 Migranten aus Italien und Griechenland auf andere Mitgliedstaaten zu verteilen, gibt aber keine Pflicht zur Teilnahme vor, wie aus dem Entwurf für das Treffen hervorgeht. Gleichzeitig wollen die Staats- und Regierungschefs schnellere Abschiebungen illegaler Einwanderer fordern.

"Die Vorstellung, dass Brüssel Quoten auferlegen könnte, funktioniert nicht", sagte ein hochrangiger EU-Diplomat. "Es hat niemals eine Mehrheit hinter verbindlichen Quoten gegeben". Der EU-Gipfel werde eine Umverteilung deshalb nur auf freiwilliger Basis fordern. Das heiße aber nicht, dass die Mitgliedstaaten nicht in der Verantwortung stünden.

Die EU-Kommission hatte die Verteilung über verbindliche Quoten angesichts der dramatischen Lage in Italien und Griechenland vorgeschlagen. Dort kamen in diesem Jahr schon mehr als 100.000 Flüchtlinge über das Mittelmeer an. Die Kommissionspläne stießen jedoch bei Großbritannien und einer Reihe von Ländern in Osteuropa auf Ablehnung. Viele befürchten eine dauerhafte Aufweichung der Dublin-Regeln, wonach Flüchtlinge einen Asylantrag in dem EU-Land stellen müssen, wo sie zuerst europäischen Boden betreten haben.

Die Verteilung der 40.000 Migranten solle über zwei Jahre erfolgen und nur Flüchtlinge betreffen, bei denen es "eine klare Notwendigkeit vorübergehenden Schutzes" gebe, heißt es nun im Entwurf für den EU-Gipfel am Donnerstag und Freitag, der mehreren Medien vorlag. Wirtschaftsflüchtlinge sind damit von der Verteilung ausgeschlossen.

Betont wird auch, dass es sich um einen "vorübergehenden und außerordentlichen" Schritt handelt. Wie verteilt wird, soll bis Ende Juli beschlossen werden. Die Kommission will dennoch weiter für die Quote kämpfen: "Wir halten an unserem Vorschlag fest", sagte die stellvertretende EU-Kommissionspräsidentin Kristalina Georgieva.

Die EU-Staats- und Regierungschefs wollen sich nach dem Entwurf auch zu dem Grundsatz bekennen, dass "sich alle Mitgliedstaaten an der Umsiedlung von 20.000 Vertriebenen beteiligen, bei denen es eine klare Notwendigkeit internationalen Schutzes gibt". Dies war gleichfalls von der EU-Kommission vorgeschlagen worden und würde anerkannte Flüchtlinge in Lagern etwa rund um Syrien betreffen.

Gestärkter Grenzschutz

Gleichzeitig sollen Hauptankunftsländer wie Italien und Griechenland stärker unterstützt werden, um ankommende Flüchtlinge zu registrieren. Dazu sollen Experten aus anderen Mitgliedstaaten sowie der EU-Asylbehörde EASO, der Grenzagentur Frontex und von Europol abgestellt werden. Ziel sei es, in sogenannten Hotspots die schnelle Identifizierung, Registrierung und die Abnahme von Fingerabdrücken zu ermöglichen. Die EU will damit verhindern, dass Flüchtlinge aus Südeuropa illegal in nördliche Länder wie Deutschland weiterreisen und das Dublin-Prinzip unterlaufen wird.

Ein weiterer Teil des Schlussfolgerungsentwurfs verlangt schnellere Abschiebungen illegaler Einwanderer und Anreize für Transit- und Herkunftsländer, Flüchtlinge wieder aufzunehmen. Dabei setzt die EU auch auf das Instrument der Entwicklungszusammenarbeit. Nach einem "Mehr für mehr"-Prinzip sollen die Länder etwa in Afrika belohnt werden, die mit der EU dabei zusammenarbeiten. "Instrumente der Entwicklungspolitik sollten den örtlichen Aufbau von Fähigkeiten verstärken, darunter die Grenzkontrolle, Asyl, Vorgehen gegen Schmuggel und Reintegration", heißt es in dem Entwurf.

Die EU-Staaten ihrerseits sollen die geltende Rückführungsrichtlinie "vollständig anwenden". Dabei sollen Abschiebungsbeschlüsse im Computersystem des Schengenraums gespeichert werden, damit erneut zurückkehrende Flüchtlinge schnell erkannt werden. Die EU-Kommission wird aufgefordert, bis Juli vorzuschlagen, wie die Grenzagentur Frontex Hauptankunftsländer bei der Rückführung unterstützen kann. Frontex koordiniert und finanziert zwar schon jetzt Abschiebungen für die Mitgliedstaaten, kann diese aber nicht selbst einleiten. Die Kommission will dies nun ändern.

"Verrat an Europas Werten"

In einem Gastbeitrag für EurActiv.de fordert die SPD-Europaabgeordnete Birgit Sippel die EU-Länder auf, das Quotensystem bis Ende Juli einzuführen. "Es ist Zeit, dass die Mitgliedstaaten die Verantwortung für die bei uns Schutz suchenden Menschen solidarisch untereinander aufteilen", schreibt sie. Die Vorschläge der EU-Kommission seien ein "kleiner, allererster Schritt", betrachte man die hohe Zahl von Flüchtlingen, die über das Mittelmeer nach Europa gelangen.

Die Flüchtlingsorganisation PRO ASYL kritisierte das Tauziehen der EU-Institutionen um das Quotenmodell. "Die EU-Staaten leisten sich seit Wochen eine absurde Debatte, die selbst bei Realisierung in keinster Weise den Notstand beheben und den berechtigten Interessen von Flüchtlingen gerecht werden würden." Angesichts der marginalen Zahlen wirft PRO ASYL den EU-Staaten "einen Verrat an Europas Werten" vor, der zum Zerfall führen könne.

"Europa darf kein Europa der Zäune werden, wo jeder Staat versucht, die Verantwortung für Flüchtlinge abzuschieben", kritisiert Günter Burkhardt, Geschäftsführer von PRO ASYL. EA/AFP/dsa, 25

 

 

 

 

Ungarn setzt EU-Abkommen zur Rücknahme von Flüchtlingen aus

 

Ungarn hat ein wichtiges EU-Abkommen zur Aufnahme von Flüchtlingen einseitig ausgesetzt. "Das Boot ist voll", sagt Regierungssprecher Zoltan Kovacs.

Die Rücknahme von Flüchtlingen auf der Grundlage der Dublin-III-Verordnung wurde am Dienstag für unbestimmte Zeit außer Kraft gesetzt, wie die Regierung in Budapest mitteilte. Die EU-Kommission verlangte von Ungarn eine "sofortige Klarstellung" dazu. Nach dem Dublin-Abkommen ist das Land für das Asylverfahren zuständig, in dem ein Flüchtling zuerst EU-Boden betreten hat.

"Das Boot ist voll", sagte der ungarische Regierungssprecher Zoltan Kovacs der österreichischen Zeitung "Die Presse" und dem ungarischen Internetportal "Index". Die rechtskonservative Regierung unter Ministerpräsident Viktor Orban müsse "ungarische Interessen und die Bevölkerung schützen", erklärte er zur Begründung. Die Aufnahmezentren im Land seien überfüllt.

Nach den Äußerungen von Kovacs erklärte die ungarische Regierung, die Dublin-III-Regeln würden "auf unbestimmte Zeit" aus "technischen Grünen" ausgesetzt. Budapest will damit Flüchtlinge nun nicht mehr zurücknehmen, wenn sie nach ihrer Ankunft im Ungarn anschließend in andere EU-Staaten wie Deutschland, Österreich oder Tschechien weitergereist sind. Orbans Regierung hält Ungarn angesichts steigender Flüchtlingszahlen für überlastet und sieht sich nicht in der Lage, die Herausforderungen zu stemmen.

In der vergangenen Woche hatte Ungarn bereits angekündigt, einen vier Meter hohen Zaun entlang der Grenze zu Serbien errichten zu wollen. Die Regierung in Budapest begründete dies mit dem steigenden Zustrom von Flüchtlingen. Dabei handelt es sich vor allem um Syrer, Iraker und Afghanen, die aus dem Nicht-EU-Land Serbien nach Ungarn kommen.

Während 2012 rund 2000 Flüchtlinge nach Ungarn kamen, waren es nach offiziellen Angaben zwischen dem 1. Januar und dem 22. Juni dieses Jahres bereits mehr als 60.000 Menschen. Die allermeisten Flüchtlinge kamen dabei über Serbien ins Land. Ungarn hat mit Serbien eine 175 Kilometer lange Grenze. Viele der Flüchtlinge wollen anschließend weiter nach Deutschland, Österreich oder in die nordeuropäischen Länder.

Brüssel kritisierte die Ankündigung aus Ungarn. Die EU-Kommission habe die ungarischen Behörden kontaktiert und Gründe für das Aussetzen des Abkommens gefordert, erklärte eine Sprecherin. Die Dublin-Regeln sähen keine Suspendierung vor. Daher müsse Budapest die EU umgehend "über die Art und das Ausmaß" der genannten technischen Gründe informieren.

Auch aus Österreich, das von der Entscheidung des Nachbarlandes besonders betroffen ist, kam Kritik. "Wer weiterhin ein Europa ohne Grenzen haben will, muss die Schengen-Regeln einhalten", sagte Innenministerin Johanna Mikl-Leitner der Nachrichtenagentur APA. "Das heißt natürlich auch an der Dublin-Regel festzuhalten." EurActiv/AFP, 24

 

 

 

 

Dublin-Abkommen: Ungarns Rückzug vom Rückzug

 

Nur einen Tag nach der angekündigten Aussetzung eines EU-Abkommens zur Aufnahme von Flüchtlingen hat die ungarische Regierung unter internationalem Druck eine Kehrtwende vollzogen.

Die Regierung Ungarns vollzieht eine 360°-Wendung in der Flüchtlingspolitik: Noch am Dienstag kündigte sie an, das sogenannte Dublin-III-Abkommen zur Aufnahme von Flüchtlingen "auf unbestimmte Zeit" außer Kraft zu setzen. Jetzt hat sie den Rückzug des EU-Flüchtlingsabkommens dementiert. Es werde keine Bestimmung der EU ausgesetzt, erklärte das Außenministerium am Mittwoch in Budapest. Ungarns vorherige Ankündigung, das sogenannte Dublin-III-Abkommen "auf unbestimmte Zeit" außer Kraft zu setzen, hatte in Brüssel, Berlin und Wien Entrüstung ausgelöst.

Ungarns Außenminister Peter Szijjarto habe seinen österreichischen Kollegen Sebastian Kurz darüber informiert, dass sein Land "keine Bestimmung der Europäischen Union aussetzen wird", hieß es in einer Erklärung aus Budapest. Er bitte das Nachbarland Österreich lediglich um mehr "Geduld", bevor weitere Flüchtlinge nach Ungarn abgeschoben würden. Ähnlich äußerte sich die rechtskonservative Regierung von Ministerpräsident Viktor Orban im Parlament. Ungarn respektiere das Dublin-III-Abkommen, habe aber derzeit keine Kapazitäten, um weitere Flüchtlinge aufzunehmen.

Am Dienstag hatte die Regierung mit ihrer Ankündigung, das sogenannte Dublin-III-Abkommen "auf unbestimmte Zeit" außer Kraft zu setzen, für Empörung in Europa gesorgt. Ungarn sieht sich seit einiger Zeit mit der Ankunft zehntausender Flüchtlinge konfrontiert; die meisten von ihnen kommen über Serbien ins Land und wollen anschließend weiter nach Deutschland, Österreich oder in die nordeuropäischen Länder. Gemäß dem Dublin-Abkommen ist dasjenige Land für das Asylverfahren zuständig, in dem ein Flüchtling zuerst EU-Boden betreten hat.

Die Ankündigung Ungarns, das Dublin-Abkommen auszusetzen, rief heftigen Protest in Europa hervor. Die EU-Kommission verlangte eine "sofortige Klarstellung". Auch die Bundesregierung drang auf Erklärungen der ungarischen Regierung. Ein Sprecher des Auswärtigen Amts erklärte, der ungarische Botschafter Jozsef Czukor werde noch am Mittwoch zu Gesprächen im Außenministerium erwartet. Auch das Bundesinnenministerium wollte das Gespräch mit dem Botschafter suchen.

Nach Informationen der "Neuen Osnabrücker Zeitung" hatte das Bundesinnenministerium in einer ersten Bewertung des ungarischen Vorstoßes vom Dienstag vor einem schweren Schaden für die Dublin-III-Verordnung und das Schengen-Abkommen gewarnt. Auch Österreichs Außenminister Kurz erklärte, sein Land könne eine Aussetzung des Dublin-III-Abkommens durch Ungarn nicht tolerieren. In einem Telefonat mit seinem ungarischen Kollegen Szijjarto kritisierte er einen solchen Schritt als "inakzeptabel".

Italiens Regierungschef Matteo Renzi forderte unterdessen in einem Gastbeitrag für die Zeitung "La Stampa" angesichts der Flüchtlingskrise im Mittelmeer erneut "Solidarität und Verantwortung" Europas mit seinem Land statt "Egoismus und Angst". Andernfalls laufe Europa Gefahr, "dass die Idee Europas abhanden kommt". Seit Jahresanfang kamen bereits mehr als 60.000 Flüchtlinge über das Mittelmeer nach Italien.

Für Großbritannien kündigte Einwanderungsminister James Brokenshire in der BBC an, sein werde Land die Kontrollen für Einreisende in Dover verschärfen und eine Task Force gegen Menschenschmuggler bilden. Derzeit kampieren rund 3.000 Migranten nahe dem französischen Calais am Ärmelkanal, was zu Spannungen zwischen London und Paris führt. Die Flüchtlingskrise ist ein zentrales Thema des EU-Gipfels am Donnerstag und Freitag in Brüssel.

AFP/dsa/EA,  25

 

 

 

 

 

Die Implosion des Nahen Ostens. Warum der sunnitisch-schiitische Gegensatz zwar einiges, aber nicht alles erklärt

 

Die Lage im Nahen und Mittleren Osten wird immer unübersichtlicher. Ob der Vormarsch des „Islamischen Staates“ gestoppt oder zurückgedrängt werden kann, steht in den Sternen. Der Irak und Syrien versinken im Bürgerkrieg aller gegen aller, und auch die gesamtstaatliche Existenz von Libyen und dem Jemen stehen auf dem Spiel. Die Konfliktparteien, die jeweiligen Gegner und wechselnden Bündnispartner lassen sich kaum noch auseinanderhalten. Entsprechend wächst die Neigung, über jeden dieser Konflikte die Folie des sunnitisch-schiitischen Gegensatzes zu legen. Doch damit macht man es sich zu einfach. Dieser erklärt zwar einiges, aber bei weitem nicht alles. Denn nur auf den ersten Blick tobt im Nahen Osten ein „Krieg der Religionen“. Darüber hinaus geht es auch hier um politische, ökonomische, ethnische und konfessionelle Machtfragen.

 

Kein neuer Dreißigjähriger Krieg

Es ist inzwischen en Vogue geworden, in Bezug auf die Kriege im Nahen und Mittleren Osten die Analogie zum katholisch-protestantischen Gemetzel des 17. Jahrhunderts, dem Dreißigjährigen Krieg, zu ziehen. Es gibt in der Tat einige Parallelen. So ist beiden Kriegen gemeinsam, dass nicht nur Staaten, sondern auch „Warlords“ (wie Wallenstein), verfeindete Stämme und freiflottierende Milizen als Akteure auftreten. Auch die Kriege im Irak und in Syrien sind weitgehend “privatisiert“. Religiöse, tribale und ethnische Milizen bestimmen das Kriegsgeschehen. In Syrien ist Präsident Assad in den letzten beiden Jahren de facto zu einem „Warlord“ geschrumpft, der ohne die Verstärkung durch schiitische Truppen aus dem Libanon und dem Iran vermutlich schon längst nicht mehr in Damaskus säße.

Hinzu kommen wechselnde Allianzen, die sich aber eben nicht durch den religiösen Gegensatz erklären lassen. Bereits im Dreißigjährigen Krieg ging es nicht nur um Religion, sondern um die Hegemonie im Heiligen Römischen Reich Deutscher Nation und damit in Europa. Auch in den sunnitisch-schiitischen Kriegen unserer Tage geht es nur scheinbar um Religion – tatsächlich aber – wie so oft in der Geschichte der Menschheit – um Macht und Vormacht einzelner Staaten.

 

Der sunnitisch-schiitische Gegensatz

Die muslimische Gemeinschaft spaltete sich bekanntlich bereits im siebten Jahrhundert im Streit über die Nachfolge des Propheten Mohammed. Auch wenn der Konflikt somit historisch tief verwurzelt und jederzeit instrumentalisierbar ist, spricht dennoch einiges dagegen, den sunnitisch-schiitischen Gegensatz als unüberwindbare Konstante zu sehen. Denn keine der historischen und gegenwärtigen Auseinandersetzungen zwischen Sunna und Schia lässt sich allein auf den religiösen Gegensatz reduzieren. Immer spielen auch politische Faktoren, soziale Unterschiede, das Verhältnis von Mehrheit und Minderheit, außenpolitische Bündnisse, regionale Rivalitäten und ethnische Differenzen eine wichtige Rolle. Die sunnitisch-schiitische Konfliktkonstellation im Nahen Osten hat somit eine national-politische, eine religiöse und eine außenpolitische Dimension, die auch mit dem Hegemoniestreben der beiden jeweiligen Vormächte Saudi-Arabien und Iran zusammenhängt.

Der jordanische König Abdallah II. prägte in einem Interview mit der Washington Post im Dezember 2004 erstmalig den Begriff des „Schiitischen Halbmondes“, der von Iran ausgehend die Schiiten im Irak, das (alawitisch-)schiitisch dominierte syrische Regime und die libanesische Hisbollah, aber auch die (eigentlich sunnitische) Hamas umfasse und das sunnitisch arabische Kernland bedrohe. Diesem „schiitischen Halbmond“ setzen einige Experten wiederum das "sunnitische Dreieck" mit der Türkei, Saudi-Arabien und Ägypten entgegen, die, trotz vieler unterschiedlicher Interessen, das gemeinsame Ziel verfolgen, den Einfluss des Iran in der Region zurückzudrängen. Angefacht wird der sunnitisch-schiitische Gegensatz durch religiöse Monopolansprüche. Der Anspruch, den „wahren Islam“ zu vertreten, schließt einen toleranten Umgang mit abweichenden Interpretationen und Riten aus.

 

Die Kriegsschauplätze Irak, Syrien und Libyen

Es lohnt sich deshalb in Erinnerung zu rufen, dass in Syrien und Libyen die Kriege aufgrund von zivilen Protesten gegen die Diktaturen von Gaddafi und Assad begannen. Religiöse oder konfessionelle Faktoren spielten dabei ursprünglich keine oder nur eine geringe Rolle. Mittlerweile haben sich jedoch die Bürgerkriege in einen Flächenbrand verwandelt, in dem die Grenzen zwischen den beiden Ländern durch den Aufstieg des sunnitischen IS-Kalifats faktisch beseitigt sind. Salafistische und dschihadistische Milizen wie der „Islamische Staat“ stellen in ihrem globalen Anspruch eine ernsthafte Gefahr für den Nahen Osten, aber auch für „den Westen“ dar. Und sie bedrohen mittlerweile auch jene Staaten, die sie aus ideologischen, konfessionellen oder machttaktischen Überlegungen gefördert haben. Dies gilt vor allem für die saudische Monarchie, die der „IS“ unmittelbar herausfordert, indem er die „Befreiung“ der Heiligen Stätten in Mekka und Medina propagiert. In einigen privaten Zirkeln der Golfmonarchien genießt der „Islamische Staat“ bereits viele Sympathien, ebenso wie in anderen sunnitischen Ländern wie Jordanien, der Türkei, Ägypten und Tunesien.

Auch der syrische Präsident ließ den „Islamischen Staat“ gewähren, solange die Dschihadisten im Kampf gegen die anderen Bürgerkriegsgruppen den militärisch-politischen Widerstand gegen Damaskus schwächten. Bis heute deutet wenig auf eine direkte Konfrontation hin. Denn Assad ist inzwischen fast völlig abhängig von der militärischen Unterstützung durch den Iran und die libanesische Hisbollah. Er räumt seine letzten Stellungen im Osten des Landes ohne größeren Widerstand und konzentriert sich offenbar auf die Absicherung eines alawitisch dominierten Rumpfstaates im Westen des Landes.

Die Türkei wiederum, der radikalste Assad-Gegner in der Region, fürchtet die Kurden, die sich mit Erfolg gegen die Dschihadisten wehren und ihre Einflussgebiete ausdehnen. Nicht zuletzt aufgrund der gewaltigen Flüchtlingsströme werden die übrigen Staaten der Region unweigerlich in diesen schiitisch-sunnitischen Kampf hineingezogen. Allein aus Syrien sind an die vier Millionen Menschen geflohen: 1,8 Millionen davon in die Türkei, die anderen in den Libanon, nach Jordanien, in den Irak und nach Ägypten.

Auch „der Westen“ trägt eine Mitverantwortung. So veränderten der im Zuge des Irakkrieges von 2003 erfolgte Sturz Saddam Husseins und die radikale Entfernung der politischen und Verwaltungseliten des alten Regimes (Baath-Partei) sowie die Bildung einer rein schiitischen, pro-iranischen Regierung im Irak unter Nuri Al-Maliki die Kräftekonstellation im Nahen Osten grundlegend. Darüber hinaus haben der US-Verwalter Paul Bremer und die Regierung Maliki im Umgang mit den verschiedenen Bevölkerungsgruppen kapitale Fehler begangen, einen erheblichen Teil der Sunniten gegen sich aufgebracht und damit dem „Islamischen Staat“ das Geschäft erheblich erleichtert. Im Irak scheinen nur wenige politisch Verantwortliche dies mittlerweile einzusehen. Die neue Regierung unter Haidar al-Abadi setzt sich immerhin für eine stärkere politische und ökonomische Partizipation der Kurden und sunnitischen Araber ein. Dies sind positive Signale, die aber mit politischem Inhalt gefüllt werden müssen.

 

Die Instrumentalisierung des sunnitisch-schiitischen Gegensatzes durch Saudi-Arabien und Iran

Das wahhabitische saudische Königshaus und der Iran stehen sich seit der Islamischen Revolution in einem bis heute andauernden Machtkampf gegenüber, der auch konfessionelle Züge trägt. Während Saudi-Arabien den Status Quo der ölreichen Monarchien verteidigt und sich politisch und militärisch im Lager des Westens verortet, versteht sich Iran als Speerspitze des Widerstands gegen die US-Dominanz im Nahen Osten und den Staat Israel und unterstützt deshalb ebenso die schiitisch-libanesische Hisbollah wie die sunnitische palästinensische Hamas.

Die Herrscherfamilie al-Saud folgt den puristischen Lehren der wahhabitischen Geistlichkeit, ist also selbst ein religiöser Staat – allerdings einer mit viel Geld. Das Land hat weltweit die islamische Mission unterstützt und dabei oft genug islamistische Gruppen und Banden aufgebaut, u. a. die Attentäter von 9/11. Es fürchtet den Dschihadismus und fördert ihn gleichzeitig, verbunden mit dem frommen Wunsch, dass er sich nicht gegen die eigene Herrschaftsdynastie richten möge. Riad begnügte sich in der Vergangenheit weitgehend damit, befreundete Staaten und Gruppen finanziell zu unterstützen und sah für die Sicherheit der Region die USA als zuständig an. Seit einigen Jahren jedoch wird es selbst militärisch aktiv und geht an mehreren Fronten in die Offensive. Bereits 2011 halfen saudische Truppen, den schiitischen Protest in Bahrein niederzuschlagen. Im Süden führt das Königreich gegen die schiitischen Huthi-Rebellen im Jemen-Krieg und beschleunigt damit den Zerfall des ohnehin ärmsten Landes der arabischen Welt und dessen Abgleiten in die Anarchie. Im Norden betreibt es den Sturz des syrischen Regimes. Vor allem der neue König Salman scheint mit seiner neuen Regierung im Inneren wie im Äußeren die Politik der Vorgängerregierung nicht nur fortführen, sondern sogar weiter radikalisieren zu wollen.

Damit will man dem Umstand Rechnung tragen, dass der Gegenspieler im Kampf um die Hegemonie in der Region, die schiitische Mullah-Herrschaft in Teheran, in den zurückliegenden Jahren stark an Einfluss gewonnen hat. So hat die amerikanische Intervention im Irak 2003 vom Iran unterstützte Repräsentanten der schiitischen Mehrheitsbevölkerung an die Macht gebracht. Für den Iran ist die Unterstützung der schiitischen Glaubensbrüder in Bagdad nicht nur eine politische Selbstverständlichkeit, sondern Teil ihrer Strategie zu Ausbau und Festigung ihres regionalen Einflusses.

Die USA wiederum haben sich aus der Region zurückgezogen und sind in erster Linie auf ein prinzipiell lobenswertes Nuklearabkommen mit dem Iran fixiert. Dies hat in Riad zu tiefem Misstrauen gegenüber der amerikanischen Position geführt. Saudi-Arabien droht jedoch weiter in die Defensive zu geraten und die politische Kontrolle über seine „Stellvertreterkriege“ zu verlieren. Der von ihm mitfinanzierte Bürgerkrieg in Syrien ist ihm ebenso entglitten wie seine Versuche, die sunnitischen Stämme im Irak gegen den „Islamischen Staat“ zu einen. Und auch im Jemen haben die mit den Iranern alliierten Huthi-Milizen den Machtkampf vorerst für sich entschieden.

Umringt von Kriegen und Krisenherden fühlen sich die Herrscher in Riad existenziell bedroht. Keiner weiß, wie viele Saudis tatsächlich mit dem „Islamischen Staat“ und dessen radikaler Ideologie sympathisieren, die sich im Übrigen nur unwesentlich von der saudischen Staatsdoktrin des Wahhabismus unterscheidet. Nun rächt sich, dass das saudische Königshaus jeden Konflikt in der Region primär unter dem iranisch-saudischen Machtkampf betrachtet. Die damit verbundene Sorge, dass sich der „schiitische Halbmond“ in einen Vollmond verwandeln könnte, führt dazu, dass der Aufschwung radikaler islamistischer Gruppen in Stellvertreterkriegen aller Art billigend in Kauf genommen wird. Die Hoffnung, dass die gemeinsame Bedrohung des außer Kontrolle geratenen „Islamischen Staats“ zu einer Annäherung zwischen Saudi-Arabien und Iran und zu einer Entschärfung des Sunna-Schia-Gegensatzes und damit der meisten regionalen Konflikte führen könnte, hat sich leider bisher nicht erfüllt.

 

Schnelle Lösungen sind nicht in Sicht

Die Implosion des Nahen und Mittleren Ostens geht unvermindert weiter. In einer Region, in der der instrumentalisierte sunnitisch-schiitische Großkonflikt seit vielen Jahren von allen Seiten als Rechtfertigung für Terror und Gewalt instrumentalisiert wird, sind schnelle Lösungen nicht in Sicht – ebenso wenig wie lokale Partner, die diese Länder stabilisieren könnten. Besonders hoffnungslos stellt sich die Lage im Jemen und in Syrien dar. In Syrien kann ein politischer Prozess erst in Gang kommen, wenn sich Assad nicht länger an die Macht klammert.

Der „Arabische Frühling“ von Tunesien bis Bahrain begann 2010 als Rebellion gegen machthungrige Despoten und ihre räuberischen Clans. Tatsache ist, dass sowohl Sunniten wie Schiiten bei der Schaffung moderner Staaten versagt haben. Und dies ist nur teilweise die Schuld des kolonialen Erbes oder des sogenannten großen amerikanischen und des kleinen israelischen „Satans“. Zusammen mit den enormen wirtschaftlichen Problemen, der extrem hohen Jugendarbeitslosigkeit verbunden mit einer exorbitanten Geburtenrate und den humanitären Flüchtlingskatastrophen ist daraus ein gefährlicher Cocktail entstanden, der die gesamte Region immer tiefer ins Chaos zu ziehen droht.

Die gesamte Region benötigt dringend eine neue Vision. Doch gerade die sunnitischen Machthaber am Golf versagen vor dieser Herausforderung, ja sie schüren die interkonfessionellen Spannungen zugunsten des eigenen Machterhalts sogar selbst noch kräftig an. Sie sind, wie das sprichwörtliche Kaninchen, auf ihren großen schiitischen Rivalen Iran fixiert und fürchten sich zugleich vor dem Unruhepotenzial ihrer eigenen Bevölkerungen.

Der „Islamische Staat“ ist auch deshalb so erfolgreich, weil er gekonnt auf der Klaviatur der interkonfessionellen Gegensätze spielt und sich die Schwäche legitimer und funktionierender Staatlichkeit in der Region zunutze macht. Seine wichtigste Lebensversicherung bleibt der eskalierende Machtkampf zwischen dem Iran und Saudi-Arabien. Syrien, Irak, Libyen, Jemen: Ein arabischer Staat nach dem anderen scheitert an religiös, ethnisch oder tribal aufgeladenen Machtkonflikten. In solchen sich auflösenden Staaten haben wiederum der „Islamische Staat“ und andere Terrorgruppen leichtes Spiel.

Ziel des Westens muss es deshalb sein, im Nahen und Mittleren Osten den Aufbau legitimer und funktionierender staatlicher Strukturen zu unterstützen, auch unter Inkaufnahme einer Verschiebung der fast hundert Jahre alten Sykes-Picot-Grenzlinien. Und er sollte sich von der „Peter Scholl-Latour-Vorstellung“ verabschieden, die religiös und ethnisch heterogenen Staaten des Nahen Ostens ließen sich nur mit der harten Hand eines Diktators oder eines korrupten Herrscherhauses führen. Wohin dies führt, haben wir an den Regimen von Saddam Hussein, Assad und den arabischen Monarchien gesehen. Diese Aufgabe wird voraussichtlich Jahrzehnte in Anspruch nehmen und immer wieder durch Rückschläge gekennzeichnet und bedroht sein. Denn die Alternative des Nahen und Mittleren Ostens heißt nicht sunnitischer oder schiitischer Islam, sondern Unterdrückung oder Selbstbestimmung.  Rolf Mützenich IPG 22

 

 

 

 

 

 

Cameron präsentiert EU-Reformvorschläge beim Gipfel-Dinner

 

Der britische Premierminister David Cameron wird seinen Amtskollegen eine Liste von Forderungen für die Neuverhandlungen der britischen EU-Mitgliedschaft vorlegen – und zwar beim Abendessen des Gipfels des Europäischen Rates am Donnerstag. EurActiv Frankreich berichtet.

 

David Camerons Europa-Tour, bei der er die britischen Forderungen für eine Reform der EU vortrug, trägt bereits erste Früchte. Die EU-Partner aus den anderen 27 Mitgliedsstaaten erlauben ihm, seine Pläne beim Abendessen des EU-Gipfels am Donnerstag vorzutragen. Dieses Zeitfenster zeigt, wie ernst die anderen Staats- und Regierungschefs die Bedenken der britischen Regierung nehmen.

Mangelndes Vertrauen

Die gerade wiedergewählte konservative Regierung hat der eigenen Bevölkerung versprochen, bis zum Jahresende ein Gesetz für ein Referendums über den EU-Verbleib des Vereinigten Königreichs zu organisieren. Dieses Gesetz wird die genaue Referendumsfrage festlegen. Auch die Organisation des Konsultationsverfahrens wird damit organisiert.

Doch das PR-Budget der Regierung sowie ihre eigene Haltung zum Ergebnis des Referendums müssen noch festgesetzt werden.

David Cameron wird für ein "Ja" zur EU-Mitgliedschaft kämpfen. Doch nur, wenn die Neuverhandlungen erfolgreich sind. "Die Öffentlichkeit in Großbritannien hat kein Vertrauen in die EU, und wir müssen es wiederherstellen", so britische Regierungskreise gegenüber EurActiv.

Wettbewerbsfähigkeit, Fairness, Einwanderung und Souveränität

Seine Forderungen konzentrieren sich auf vier Hauptthemen. Das erste ist die Wettbewerbsfähigkeit. Dabei geht es um eine Reihe von Aspekte, die bereits im Bericht der fünf Präsidenten zur Steuerung der Wirtschafts- und Währungsunion (WWU) auftauchen. Die Stärkung des Binnenmarkts ist für das Vereinigte Königreich die wichtigste Priorität in diesem Bereich. Der Binnenmarkt ist auch der einzige Bereich, in dem die Briten eine Vertiefung der EU-Integration wollen.

Die zweite britische Baustelle ist das Thema Gerechtigkeit oder "Fairness", die zwischen der Euro-Zone und den anderen EU-Mitgliedern geschaffen werden soll. Darin zeigt sich eine der größten britischen Ängste: Die systematische Überstimmung bei wirtschaftlichen Fragen durch die 19 Staaten der Euro-Zone.

"Wir haben Lösungen als Teil der Bankenunion gefunden, beispielsweise. Beim einheitlichen Bankenabwicklungsmechanismus (SRM) bestanden wir auf der doppelten Stimmabgabe und einer Zwei-Drittel-Mehrheit. Das ermöglicht uns ein Mitspracherecht", so britische Regierungskreise.

Einwanderung ist die dritte und möglicherweise problematischste Priorität für David Cameron.

Das Vereinigte Königreich betrachtet Einwanderung anders als der Rest der EU. Für die Briten ist zuallererst die EU-Binnenmigration ein Problem. Das gilt besonders für Einwanderer aus den östlichen Mitgliedsstaaten.

"Wir müssen sicherstellen, dass die Sozialsysteme nicht zu befremdlichen Situation führen, zum Beispiel überqualifizierte junge Menschen, die hierher kommen, um in Bars zu arbeiten, nur weil die sozialen Bedingungen im Vereinigten Königreich besser sind", so diplomatische Kreise.

Doch die Optionen für das Vereinigte Königreich, dieses Problem zu lösen, sind sehr begrenzt. Denn die anderen Mitgliedsstaaten sind nicht bereit, das Prinzip der Freizügigkeit zu gefährden.

Prinzip der immer engeren Union aufgeben

David Cameron will außerdem ein "Opt-out" aus der Verpflichtung zu einer “immer engeren Union”. Das Vereinigte Königreich unterzeichnete dieses Prinzip mit dem Vertrag von Lissabon. Doch seither hat es seine Meinung geändert. "Wir stimmen der Idee eines mehrstufigen Europa nicht mehr länger zu, das annimmt, wir sollten alle in dieselbe Richtung gehen, aber in unterschiedlichen Geschwindigkeiten", so britische Regierungskreise.

Der französische Präsident François Hollande hat im Gegensatz zu seinem Amtsvorgänger Nicolas Sarkozy ein offenes Ohr für diese letzte Forderung. Bis jetzt brachte er keine großen Einwände vor. "Wir sind bereit, es den EU-Mitgliedern zu ermöglichen, sich in unterschiedlichem Maße vorwärts zu bewegen, wie die Staaten außerhalb der Euro-Zone." Mittelfristig scheint Frankreich im Gegensatz zu Deutschland der Möglichkeit einer Vertragsänderung also nicht im Wege zu stehen.

Auch London hofft darauf, dass der Gedanke einer Vertragsänderung innerhalb der EU nicht mehr verteufelt wird. Für die Briten wäre eine Vertragsänderung nichts besonders Radikales.

Das Referendum wird nach Angaben der britischen Regierung irgendwann zwischen Mai 2016 und Ende 2017 abgehalten.

EurActiv, Aline Robert, übersetzt von Alexander Bölle,  25

 

 

 

 

 

Welthungerhilfe im Krisenmodus: "Wir sind da, wo die Politik versagt"

 

Kriege in Syrien, dem Südsudan und in der Zentralafrikanischen Republik stellen NGOs der klassischen Entwicklungszusammenarbeit vor neuen Herausforderungen. Die deutsche Welthungerhilfe beklagt das Versagen der Politik und greift zu unkonventionellen Maßnahmen.

Die deutsche Welthungerhilfe operiert im Krisenmodus: Weltweit nimmt die Intensität bewaffneter Konflikte zu, Der Kampf gegen Hunger findet unter immer erschwerteren Bedingungen statt.

"Die Zahl der Menschen, die auf humanitäre Hilfe angewiesen sind, hat im letzten Jahr einen traurigen Rekord erreicht", erklärt Welthungerhilfe-Präsidentin Bärbel Dieckmann am Dienstag bei der Vorstellung des Jahresberichtes 2014 in Berlin. "Wir müssen immer stärker dort einspringen, wo die Politik versagt hat."

Die Welthungerhilfe hat ihr Engagement im vorigen Jahr deutlich ausgeweitet, die meisten Hilfsgelder flossen dabei in Länder wie Syrien, den Südsudan oder die Zentralafrikanische Republik – dort wo Bürgerkriege verheerende Hungerkatastophen mit sich bringen.

Insgesamt stiegen die finanziellen Aufwendungen für Auslandsprojekte von rund 140 Millionen Euro im Jahr 2013 auf mehr als 180 Millionen Euro. Der Großteil des Geldes stammt von öffentlichen Gebern, darunter das Auswärtige Amt, das Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (BMZ) und die Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW).

Latenter Notstand in Syrien

Syrien ist erstmals das Land mit der höchsten Projektförderung. "Die Zustände in Syrien sind mit den Trümmerbergen in Deutschland nach dem Zweiten Weltkrieg zu vergleichen", erklärt Dieckmann. Allein die Türkei habe bereits zwei Millionen Flüchtlinge aufgenommen – die Hälfte von ihnen sei unter 18 Jahre alt.

Die Welthungerhilfe habe die Flüchtlinge in der Türkei und in Nordirak mit Nahrungsmitteln, Hilfspaketen für den kalten Winter, Öfen, Zelten sowie Gebäudeisolationen untersützt, so Dieckmann.

In Syrien selbst könne die Welthungerhilfe nicht mehr eigenständig agieren und auch nicht mit anderen internationalen Helfern zusammenarbeiten – zu gefährlich sei die Lage in dem Land. Stattdessen koordiniere die Hilfsorganisation ihre Arbeit von der Türkei aus in enger Kooperation mit syrischen NGOs, so unterstützt sie etwa elf provisorische Schulen in Aleppo.

"Die Herausforderungen in Syrien sind im Vergleich zu den Vorjahren wegen der fragilen Sicherheitslage noch einmal schwieriger geworden. Wir wissen manchnal nicht genau, in welche Hände unsere Hilfsgüter geraten", beklagt Dieckmann. "Die Katastrophe in Syrien wird uns noch Jahre begleiten".

"Überlebenshilfe" im Südsudan

Auch die Opfer anderer bewaffneter Auseinandersetzungen wie im Südsudan oder in der Zentralafrikanischen Republik erhielten massive Unterstützung durch die Welthungerhilfe. "Es gibt weltweit immer mehr Flüchtlinge, die ihre Heimat verlassen müssen und ihre Existenzgrundlage verlieren", sagt Dieckmann. Die Welthungerhilfe leiste vielerorts "Überlebenshilfe".

Kämpfe im Südsudan haben seit Dezember 2013 insgesamt 2,1 Millionen Menschen in die Flucht getrieben, davon etwa 550.000 in die Nachbarländer. Derzeit sind etwa 650.000 Flüchtlinge ohne jede humanitäre Unterstützung, weil Hilfsorganisationen zum Rückzug gezwungen wurden.

Schnelle Mobilisierung durch Krisenreaktionsstab

Die Welthungerhilfe sucht wie andere NGOs der klassischen Entwicklungszusammenarbeit nach neuen Antworten auf die vermehrten Konflitkherde auf der Welt. Zwar fuße ihre Arbeit weiterhin auf die langfristig angelegte Entwicklungszusammenarbeit. Doch zunehmend wende die Welthungerhilfe sich der humanitären Nothilfe zu, erklärt Till Wahnbaeck, Vorstandsvorsitzender der Welthungerhilfe.

In Reaktion auf die immer gewalttätigeren kriegerischen Konflikte auf der Welt hat die Welthungerhilfe im vergangenen Jahr einen eigenen Krisenreaktionsstab eingerichtet. "Wir haben eine neue Truppe ins Leben gerufen, die nichts anderes macht, als sich auf Krisen vorzubereiten. Das ist ein Mobilisierungswerkzeug, das uns ermöglicht, umgehend auf aktuelle Konflikte zu reagieren und einzugreifen", so Wahnbaeck.

Auch in der öffentlichen Darstellung positioniert sich die Welthungerhilfe laut Wahnbaeck zunehmend als schneller Helfer in der Not. Und das sei bitter nötig: Hungersnöte stünden in den Ländern, in denen bewaffnete Konflikte herrschen, an der Tagesordnung. "Wer mir vor vier Jahren erzählt hätte, dass wir heute Hunger in Syrien bekämpfen müssen, dem hätte ich nicht geglaubt", erklärt Bärbel Dieckmann.

Auch andere Organisationen im Krisenmodus

Bereits vor Monaten beklagte die Kinderhilfsorganisation World Vision angesichts der vielen Konflikte in der Welt, sich in einem permanenten Krisenmodus zu befinden. Von der Bundesregierung und der EU forderte sie einen Paradigmen-Wechsel im Bereich der Friedenspolitik. Das Thema Frieden wird voraussichtlich auch in den Zielen für nachhaltige Entwicklung (SDGs) unter Ziel 16 aufgenommen werden.

"Wir müssen in Deutschland, Europa, aber auch international den Fokus auf konsequente Friedensförderung setzen", erklärte Ekkehard Forberg von World Vision. "Konflikte müssen in einem frühen Stadium erkannt werden und bereits zu diesem Zeitpunkt sollten Mediatoren und Experten entsandt werden, die zwischen den Konfliktparteien vermitteln können. Friedenspolitik braucht einen vorausschauenden Ansatz."

World Vision fordert auch mehr Geld für präventive Maßnahmen. Recherchen hätten gezeigt, dass Investitionen in präventive Maßnahmen zur Konfliktvermeidung mehr als 60 mal billiger sind, als Interventionen nach einem Konflikt, so die Hilfsorganisation.

Entwicklungs-Erfolge durch "Good Governance"

Neben etlichen Schreckensmeldungen stecken in dem Jahresbericht der Welthungerhilfe auch positive Nachrichten. "In ganzen Regionen geht es aufwärts", sagt Bärbel Dieckmann. "In allen Ländern Lateinamerika hat es in den vergangenen Jahren eine positive Entwicklung gegeben, unterstützt durch intelligente staatliche Sozialprogramme, wie etwa in Bolivien. Auch asiatische Länder wie Malaysia, Vietnam und Sri Lanka haben riesige Schritte nach vorne gemacht."

Weniger rosig sehe es hingegen in Subsahara-Afrika aus, dort hätten Bürgerkriege und Dürrekatastrophen Länder wie Mali, Südsudan und Simbabwe meilenweit zurückgeworfen, so Dieckmann.

In der Regel gehe es gerade solchen Ländern gut, wo eine gute Regierungsführung und stabilen politischen Rahmenbedingungen herrschten, sagt die Welthungerhilfe-Chefin. "Wir als Hilfsorganisation müssen uns eingestehen, dass wir Konflikte nicht lösen können, am Ende ist die Politik gefragt."

Background

Laut dem aktuellen Global Peace Index des Institute for Economics and Peace hat die Intensität bewaffneter Konflikte dramatisch zugenommen, mit einer 3,5-fachen Erhöhung der Anzahl an Todesopfern in Konflikten weltweit, von 49.000 im Jahr 2010 auf 180.000 im Jahr 2014.

Mit Blick auf solche Zahlen fordern Experten eine stärkere Verzahnung der Entwicklungszusammenarbeit und der humanitären Hilfe. Die EU beteuert, sich dieser Forderung anzunehmen. Seit 2010 gibt es jedoch zwei getrennte Abteilungen in der EU-Kommission. Christos Stylianides ist EU-Kommissar für humanitäre Hilfe und Krisenschutz. Ihm untertseht das Europäische Amt für humanitäre Hilfe (ECHO). Neven Mimica ist EU-Entwicklungskommissar, er ist verantwortlich für die Generaldirektion Internationale Zusammenarbeit und Entwicklung (DG DEVCO).  Dario Sarmadi, EurActiv 24

 

 

 

 

 

Luxemburgs Außenminister: Kaum Chancen für TTIP in diesem Jahr

 

Die Chancen für einen Abschluss der Verhandlungen über ein Transatlantisches Freihandels- und Investitionsabkommen (TTIP) zwischen der EU und den USA noch in diesem Jahr bewertet der luxemburgische Außenminister Jean Asselborn skeptisch.

Die Chancen für einen Abschluss der Verhandlungen über das Transatlantische Freihandels- und Investitionsabkommen (TTIP) zwischen der EU und den USA noch in diesem Jahr sinken offenbar weiter. "Ich sehe weder in der Substanz noch im Prozess eine Chance, dass unter luxemburgischer Präsidentschaft die TTIP-Verhandlungen abgeschlossen werden", sagte der luxemburgische Außenminister Jean Asselborn der "Süddeutschen Zeitung". Luxemburg übernimmt am 1. Juli für ein halbes Jahr turnusgemäß für ein halbes Jahr die EU-Präsidentschaft.

In den Verhandlungen sei bisher noch kein wichtiger Punkt geklärt worden, kritisierte der Sozialdemokrat Asselborn. Entscheidend sei etwa, dass die USA und ihre Bundesstaaten öffentliche Ausschreibungen für Anbieter aus der EU öffneten. Die umstrittenen Schiedsgerichte kämen nur infrage, wenn sie öffentlich tagten, es eine Berufungsinstanz gebe und sie mit Richtern statt mit Rechtsanwälten besetzt würden, forderte Asselborn in der "SZ". Grundsätzlich müssten die EU-Standards bei Verbraucherschutz und öffentlichem Dienst gewahrt bleiben.

"Ich bin nicht bereit, für TTIP zu sterben", sagte Asselborn der "SZ". Er verwies dabei auch auf die Vorbehalte in EU-Parlament und US-Kongress gegen das Abkommen.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) und andere Staats- und Regierungschefs hatten einen Abschluss der Verhandlungen noch in diesem Jahr als Ziel genannt. Die bisher in TTIP vorgesehenen privaten Schiedsgerichte zählen zu den größten Streitpunkten in den Verhandlungen über das Freihandelsabkommen. Die TTIP-Gegner befürchten, dass Konzerne dort unter Berufung auf das Abkommen Schadenersatz für unliebsame Gesetze verlangen und so indirekt Druck auf Regierungen ausüben könnten. Solche Schiedsgerichte finden sich schon jetzt in vielen Handelsabkommen.  AFP/rtr/dto, 22

 

 

 

 

 

Populistischer Triumph im Norden. Nach Norwegen und Finnland siegt die Rechte nun auch in Dänemark

 

Die Meinungsforscher hatten mal wieder ein Kopf an Kopf Rennen prognostiziert. Doch am Ende war das Ergebnis deutlich: Der bürgerliche blaue Block Dänemarks kam auf 90 Sitze. Die Sozialdemokraten von Helle Thorning-Schmidt brachten es mit 26,3 Prozent zwar auf 47 Sitze und wurden damit stärkste Fraktion, doch der rote Block der Mitte-Links-Parteien kam nur auf 85 Mandate. Noch am Wahlabend kündigte Thorning-Schmidt daher ihren Rücktritt sowohl als Ministerpräsidentin wie als Parteichefin an. Damit dürfte der bisherige Oppositionsführer Lars Løkke Ramussen von der liberal-konservativen Partei Venstre der nächste Ministerpräsident Dänemarks werden.

Seinen Sieg hat er allein den großen Gewinnen der rechtspopulistischen Dänischen Volkspartei (DF) zu verdanken. Sie erhielt 21,1 Prozent und wurde damit zur zweitstärksten Kraft des Landes. Venstre kam nur auf 19,5 Prozent. Im roten Block dagegen hatten die Sozialdemokraten zugelegt, doch ihr bisheriger sozialliberaler Koalitionspartner (Radikale Venstre) büßte die Hälfte seiner Sitze ein. Zudem hatte sich der rote Block mit der Gründung der neuen Partei Alternative noch mehr aufgesplittert.

 

Der neue starke Mann Dänemarks

Der mit einer guten Portion Sozialpopulismus gemischte Anti-Immigrations- und Anti-EU-Kurs der DF hat die Partei seit 1995 zur nun stärksten Kraft im konservativen Lager gemacht. Nicht der designierte neue Ministerpräsident Rasmussen, sondern Volksparteichef Kristian Thulesen Dahl (45) gilt daher als neue starke Figur im Land. Dabei hatte der wortgewandte Familienvater der DF seit seiner Amtsübernahme 2012 zu einem neuen, weicheren Profil verholfen: Ein weniger radikaler Ton, mehr Präsenz bei sozialen Themen und Marginalisierung der extremen Elemente in seiner Partei. Mit diesem strategischen Schwenk hatten schon populistische Führungsfiguren in den nordischen Nachbarstaaten Erfolg gehabt. Waren die Nordics früher mit ihrem beispielhaften sozialen wie offenen Gesellschaftsmodell Vorreiter, so mischen sich zusehends nationale Töne in den Diskurs. Wohlfahrt ja, aber eben nur für Dänen, Schweden, Norweger oder Finnen.

Das Land steht nun vor schwierigen Koalitionsverhandlungen. Denn das Wort vom „blauen Block“ verschleiert die Differenzen im bürgerlichen Lager: Rasmussens Venstre gilt traditionell als proeuropäischste Kraft, während für die DF eine EU-skeptische Haltung zweites Standbein ist. Die Wiedereinführung der Grenzkontrollen hat die DF als Eingangsbedingung für die Aufnahme von Koalitionsverhandlungen aufgestellt. Umgekehrt sieht es bei den staatlichen Sozialausgaben aus. Hier will die Volkspartei wesentlich spendabler sein als Venstre oder gar die Liberale Allianz.

Im Vorfeld hatte der DF-Chef angekündigt, nicht unbedingt eine direkte Regierungsbeteiligung anstreben zu wollen. Die politischen Ziele seiner Partei ließen sich durch eine parlamentarische Unterstützung oder eben Verweigerung viel effektiver umsetzen, meinte er. Nicht von ungefähr hatte die DF von 2001 bis 2011 den Venstre-Ministerpräsidenten im Folketing gestützt und erfolgreich für verschärfte Einwanderungs- und Asylregeln Druck gemacht. Mit dieser Taktik hatte auch die Bedeutung der DF von Wahl zu Wahl zugenommen. Nach einer ersten, erfolglosen Gesprächsrunde über das Wochenende stehen die Zeichen denn auch eher auf ein Minderheitskabinett. Für Dänemark wäre das kein ungewöhnliches Modell.

Wie immer die Regierung letztlich aussieht, der britische Premierminister David Cameron wird in Zukunft bei der Debatte um die Verfasstheit der Europäischen Union auf die neue Regierung zählen können. Die zaghaften Pläne der alten sozialliberalen Regierung, einige der bestehenden opt-outs in neuerlichen Referenden zu revidieren, gehören der Vergangenheit an.

Bei aller EU-Skepsis steht die direkte Anbindung der dänischen Krone an den Euro jedoch nicht zur Disposition. Mit einem abrupten Schwenk à la Schweiz ist nicht zu rechnen. Über alle Parteigrenzen hinweg besteht Einigkeit, dass das Exportland vom billigen Euro profitiert. Mehr noch: Sie garantiert ein niedriges Zinsniveau. In einem Land, in dem Immobilien fast ohne Eigenmittel erworben werden können und die Privatverschuldung bei 238 Prozent des BIP liegt (2012, D: 108), sind steigende Kreditzinsen politisches Gift.

 

Sozialdemokratische Wunden

Bei ihren Parteifreunden stand die bisherige Ministerpräsidentin Thorning-Schmidt in der Kritik, zumal ihre Umfrageergebnisse schon kurz nach dem überraschenden Wahlerfolg in die Knie gegangen waren. Der Vorwurf des Wortbruches nicht eingelöster Wahlversprechen und steigende Arbeitslosigkeit hatten ihr heftig zugesetzt. Viele Dänen hätten sie nach den Europawahlen gerne auf den Posten des Ratsvorsitzenden weggelobt.

Dagegen hat sie gegen Ende ihrer Ära dann doch eine gute Figur gemacht. In Umfragen profitierte sie vom Amtsbonus und galt im Vergleich zu Rasmussen als die bessere Kandidatin für das Amt der Ministerpräsidentin. Im Nachgang zum Kopenhagener Terroranschlag hatte sie sich über Parteigrenzen hinweg Respekt erworben. Der vorgezogene Wahltermin war mit Verkündigung des Endes der wirtschaftlichen Rezession und der Ausbaupläne für Bildung und Wohlfahrt taktisch gut gewählt. Das Wählerpotential der SDP scheint mit den guten 25 Prozent ausgeschöpft.

Von den beiden zentralen Wahlkampfthemen Wohlfahrt und Immigration dominierte zuletzt letzteres – und spielte in die Hände der Rechtspopulisten. Die dänischen Sozialdemokraten hatten schon seit geraumer Zeit einen harten Ton bei Einwanderungsfragen angeschlagen und damit nicht zuletzt bei den sozialdemokratischen Nachbarn aus Schweden für Stirnrunzeln gesorgt.

Doch richtig ist auch, dass auch die schwedischen Freunde noch keine Antwort auf die Herausforderung gefunden haben, die so in die Hände der Rechtspopulisten spielt. Der Segen des nordischen Modells ist für den einzelnen Bürger zentral an die Integration in den Arbeitsmarkt gebunden. Arbeit ist der Dreh- und Angelpunkt sowohl für die Integration des Einzelnen als auch für die Wahrnehmung des gesellschaftlichen Diskurs über die Immigrationsfrage. Umfragen wie Fakten zeigen, dass in allen nordischen Ländern zwischen Anspruch und Realität eine erhebliche Lücke klafft.

Mit Mette Frederiksen (37) steht die Nachfolgerin für den Parteivorsitz bereit und soll schon auf einem Sonderparteitag Ende Juni aufs Schild gehoben werden. Die Afrikanistin war in den vergangenen vier Jahren zunächst Arbeits- und später Justizministerin. Schon im Vorfeld der beiden letztjährigen Parteitage hatten viele sie vergeblich zu einer Kampfkandidatur gegen Helle aufgefordert und sich davon einen Linksschwenk mit mehr beschäftigungs- und sozialstaatlichen Impulsen erhofft.

Dabei hängt das dänische Modell mehr noch als in den anderen nordischen Ländern ohnehin mehr vom Konsens der Sozialpartner ab, als von politischer Regulierung und gesetzlicher Verankerung. Zentral ist die Organisations- und Handlungsmacht der Gewerkschaften, die es bislang verstanden haben, über tarifvertragliche wie andere Einigungsmodi mit den Arbeitgebern das Arbeits- und Sozialmodell zu prägen. Beide halten den Staat da gerne heraus.

Das spiegelt sich auch in einer Studie von Sozialwissenschaftlern der Universität Kopenhagen. Die Studie hat über vier Jahre hinweg formelle und informelle Netzwerke von Personen in Machtpositionen untersucht, um die „wahre“ Machtelite hinter öffentlichen Positionen zu erforschen. Dänemark wird demnach von 423 Leuten gelenkt, von denen mehr als die Hälfte aus dem privaten Sektor und aus den Arbeitgeberverbänden stammen. Politiker tauchen mit Helle Thorning-Schmidt (Platz 204), Lars Løkke Rasmussen (143) oder dem (sozialdemokratischen) Kopenhagener Bürgermeister Frank Jensen (104) eher unter „ferner liefen“ auf. Dagegen stehen mit dem Vorsitzenden der Metallgewerkschaften Thorkild E. Jensen (bis 2012) auf Platz eins und der Vorsitzenden der Angestelltengewerkschaft FTF Bente Sorgenfrey auf Platz drei zwei zentrale Gewerkschaftsvertreter unter den Top 10. Auch das unterstreicht die Rolle der Gewerkschaften für die Ausgestaltung des nordischen Modells – noch.

Gero Maaß IPG 22

 

 

 

 

 

Lancet-Studie: Klimawandel vernichtet 50 Jahre Fortschritt für Gesundheit und Entwicklung

 

Eine internationale Forschergruppe schlägt in der Fachzeitschrift "The Lancet" Alarm: Der Klimawandel könnte jahrzehntelange Bemühungen in den Bereichen Gesundheit und Entwicklungszusammenarbeit zerstören. Ein ambitionierter Kampf gegen die Erderwärmung böte hingegen die größte Chance dieses Jahrhunderts für das Wohlergehen der Menschheit.

Eine breite Allianz von Forschern und Politikberatern warnt die Weltgemeinschaft vor den katastrophalen Folgen des Klimawandels für die menschliche Gesundheit. Sollte die Politik nicht umgehend einen ambitionierten Aktionsplan verabschieden, würde der Klimawandel die Errungenschaften der vergangenen 50 Jahre zunichte machen, schreibt die Lancet-Kommision 2015 zu den gesundheitlichen Folgen des Klimawandels in ihrem Bericht für die Fachzeitschrift "The Lancet" am Dienstag.

Der Kampf gegen den Klimawandel würde hingegen einen enormen Fortschritt für die globale Gesundheit des 21. Jahrhunderts mit sich bringen, erklären die Experten.

"Klimawandel ist eine schwere Krankheit, ein medizinischer Notfall. Deshalb müssen wir dagegen einen Notfall-Plan entwickeln", sagt Hugh Montgomery, Direktor des University College London (UCL) Institute for Human Health and Performance und Ko-Vorsitzender der Lancet-Kommission.

"Kein Arzt würde ein jährlich immer wiederkehrende Hin und Her, eine Diskussion über die Ursachen und Folgen einer so schweren Krankheit hinnehmen, ohne durchzugreifen. Aber genau so sieht die Reaktion der Weltgemeinschaft auf den Klimawandel aus", sagt Montgomery.

Durch den Klimawandel würden extreme Wetterlagen vermehrt auftreten, insbesondere Hitzewellen, Überschwemmungen, extreme Dürreperioden und Stürme, erklärt die Gruppe aus chinesischen und europäischen Wissenschaftlern und Politikexperten.

Die Kosten für die Gesundheit umfassen laut dem Bericht die Luftverschmutzung, veränderte Muster von infektiösen Krankheiten, Gefahren für die Enrährungssicherheit, Mangelernährung, eine höhere Zahl von Flüchtlingsströmen und kriegerische Konflikte.

Doch die Studie zeigt auch eine positive Seite auf: So ist der Kampf gegen den Klimawandel sogar gewinnbringend für die globalen Gesundheitssysteme. Würde die Welt weniger fossile Energien verbrennen, würde dies zu weniger Atemwegserkrankungen, weniger Feinstaub, weniger Fettleibigkeit, zu weniger Herzinfarkten und weniger Diabetes-Erkrankungen führen.

Die EU-Kommission sieht das ähnlich: Ihren Berechnungen zufolge könnte der Kampf gegen den Klimawandel ab 2050 bis zu 38 Millliarden Euro jährlich bringen – allein durch die sinkenden Zahl der Todesfälle durch die Luftverschmutzung.

"Der Bericht zeigt klar die Win-win-Situation, die sich durch Klimaschutz für die Gesundheit ergibt", sagt Peter Liese, Europaabgeordneter und Mitglied im Ausschuss für Umweltschutz, Volksgesundheit und Lebensmittelsicherheit. "Diesen Schub für die öffentliche Gesundheit gibt es aber nur, wenn ehrgeizige Klimaziele umgesetzt werden. Die Lancet-Empfehlungen sind daher Ansporn an die Staatengemeinschaft, ihre CO2-Reduktionsverpflichtungen für die Klimaverhandlungen in Paris Ende dieses Jahres zu erhöhen."

Internationaler Klima-Deal unabdingbar

Die Lancet-Studie fordert die internationale Gemeinschaft auf, einen ambitionierten globalen Aktionsplan hin zu einer CO2-ärmeren Welt zu verabschieden. Ein solcher Deal müsse sicherstellen, dass die menschliche Gesundheit geschützt wird, besonders in den armen Ländern des globalen Südens, die am stärksten vom Klimawandel betroffen sind.

Die internationalen Staats- und Regierungschefs kommen im November in Paris zur UN-Klimakonferenz (COP21) zusammen. Ihr Ziel: Die Erderwärmung durch gezielte Maßnahmen unter zwei Grad zu halten.

"Die Vorteile für die menschliche Gesundheit durch den Kampf gegen den Klimawandel sollte ein viel prominenterer Teil der öffentlichen Diskussion werden", fordert Génon Jensen, Chef der NGO Healt and Environment Alliance (HEAL). "Mit dem aktuellen Bericht haben Spitzenpolitiker nun belastbare Fakten für eine ambitionierten Klimapolitik."

"Kohlekraftwerke sind eine Bedrohnung fürs Klima und die Gesundheit, denn sie stoßen nicht nur große Mengen CO2 aus, sondern auch tausende Tonnen Luftschadstoffe", sagt Jensens Stellvertrterin Anne Stauffer. "Für die Bundesregierung ist der Lancet-Report ein weiteres Signal, den Ausstieg aus der Kohlekraft voranzutreiben, die durch Luftverschmutzung für mehrere Tausend vorzeitige Todesfälle sowie hohe Gesundheitskosten hierzulande verantwortlich ist." Die Klimaabgabe sei dafür ein erster wichtiger Schritt.

Die Lancet-Kommission fordert in ihrem Bericht eine neue, unabhängige Institution im Kampf gegen den Klimawandel. Sie soll die Auswirkungen der Erderwärmung auf die menschliche Gesundheit überwachen und dokumentieren. "Unsere Gesundheitssystem und die Gesundheitsforschung haben in den vergangenen Jahrzehnten enorme Fortschritte gemacht. Der Klimawandel droht diese Errungenschaften zunichte zu machen", so Anthony Costello, Ko-Vorsitzender der Lancet-Kommission.

"Unsere Analyse zeigt klar: Der Kampf gegen den Klimawandel nutzt auch der menschlichen Gesundheit", so Costello weiter. "Ja, man muss sogar sagen: Der Kampf gegen den Klimawandel ist die größte Chance für die menschliche Gesundheit, die wir und unsere unsere kommenden Generationen überhaupt haben." James Crisp, dsa/EA, 23

 

 

 

 

 

 

 

Ukraine-Krise. Arbeit an Friedenslösung forcieren

 

Eine belastbare Waffenruhe bleibt vorrangig bei der Umsetzung der Minsker Vereinbarungen. Das erklärte Außenminister Steinmeier am Rande des Treffens mit seinen Ministerkollegen aus Russland, der Ukraine und Frankreich in Paris. Die militärische Eskalation in der Ostukraine dürfe nicht außer Kontrolle geraten.

 

Außenminister Frank-Walter Steinmeier beklagte die steigende Anzahl von Verletzungen des Waffenstillstandes in der Ostukraine. Die Ministerrunde habe sich jedoch "nicht sehr lange mit der Frage beschäftigt, wer für die Verletzungen des Waffenstillstands verantwortlich ist, sondern wir haben nach Möglichkeiten gesucht, wie man die Gesamtsituation wieder entschärfen kann", so

Steinmeier nach dem Treffen im Normandie-Format. Es war die sechste Gesprächsrunde mit den Ministern Sergej Lawrow, Pawlo Klimkin und Laurent Fabius seit Juli 2014.

Am 6. Juni 2014 traf sich Bundeskanzlerin Angela Merkel mit Wladimir Putin, Petro Poroschenko und François Hollande am Rande des Weltkriegs-Gedenkens in der Normandie. Es war die erste Begegnung der Staatschefs Russlands und der Ukraine seit Beginn der Krise. Seither werden Treffen mit Beteiligten der vier Länder "Normandie-Format" genannt.

Waffenstillstand an Brennpunkten sichern

Die militärische Lage rund um den seit Monaten heftig umkämpften Ort Schirokine an der Kontaktlinie stand im Zentrum der über vierstündigen Beratungen. Daran nahm auch der Leiter der OSZE Special Monitoring Mission in der Ukraine Apakan teil. Mit ihm diskutierten die Minister den Vorschlag,

einen lokalen Waffenstillstand in Schirokine zu vereinbaren. Dieser könne dann auch als Beispielfall für die Region, etwa für Mariupol, gelten. Ob dies in der Region Zustimmung finde, müsse die OSZE klären.

Alle Minister hätten sich dazu bekannt, hier als Teillösung "eine Situation zu schaffen, in der es einen belastbaren Waffenstillstand gibt", sagte der Sprecher des Auswärtigen Amtes, Martin Schäfer, in der Regierungspressekonferenz am Mittwoch.

"Diese Diskussionen waren hier und da durchaus kontrovers." Sie seien auch geprägt von "manchen, auch in wichtigen Fragen existierenden Meinungsverschiedenheiten zwischen Kiew und Moskau über die

Art und Weise, wie man jetzt konkret auf dem Weg der Umsetzung von Minsk voranschreitet", stellte Schäfer fest.

Arbeitsgruppen mit konkreten Aufgaben

"Mit vereinten Kräften" sei es dem deutschen und französischen Außenminister jedoch "gelungen, ein paar ganz konkrete Themen auf die Tagesordnung zu setzen." Mit Hilfe der trilateralen Kontaktgruppe und den darunter angesiedelten Arbeitsgruppen ließen sich hier möglicherweise in kurzer Zeit Fortschritte erzielen.

Die trilaterale Kontaktgruppe setzt sich aus Vertretern von OSZE, der Ukraine und Russland zusammen.Laut Steinmeier habe es etwa "leichte Fortschritte" gegeben in der Arbeitsgruppe Wirtschaft und wirtschaftlicher Wiederaufbau, die sich mit den Fragen beschäftigt: Können Verkehrsverbindungen

wiederhergestellt werden? Kann beschädigte technische Infrastruktur wieder repariert werden? Zur Diskussion stünden die Wiederherstellung von zerstörten Brücken und die Reparatur beschädigter Wasserleitungen. Hier seien "zwei oder drei Projekte diskutiert worden, bei der man möglicherweise durch Kooperation zwischen der Ukraine und Russland, den Vertretern der Donbass-Region und Staaten wie Deutschland weiterkommen kann", so der Minister.

An diesen konkreten Umsetzungsvorschlägen müssten alle Seiten "erkennen, dass es Sinn macht, zusammenzuarbeiten, weil es Mehrwert für alle bringt", ergänzte Schäfer. Keine Fortschritte habe es dagegen bei den Themen humanitäre Hilfe und Gefangenenaustausch gegeben. Auch bei Fragen zum politischen Prozess, wie der Reform der ukrainischen Verfassung und dem Sonderstatusgesetz sowie

der Abhaltung von Wahlen in den Separatistengebieten, gebe es noch keine Lösung.

Minsker Vereinbarungen einzige Grundlage

Steinmeier betonte nach Ende der Beratungen in Paris: "Alle sind der Meinung, es gibt kein anderes Dokument als die Minsker Vereinbarungen, auf das man sich gemeinsam beziehen kann. Deshalb haben sich alle Parteien deutlich dazu bekannt." Dies gelte auch für den ukrainischen und den russischen

Außenminister.

Alle hätten "die Defizite bei der Umsetzung benannt und unterstrichen, das nachzuholen, was in der Vergangenheit versäumt worden ist." Der deutsche Außenminister bilanzierte: "Ich unterstelle, dass dort, wo einiges versäumt worden ist, der Ehrgeiz bei den Konfliktparteien vorhanden sein wird, um

entsprechend aufzuholen."

Laut Außenamtssprecher sei "ganz wichtig", dass sowohl Kiew als auch Moskau "hier auf Kurs bleiben und sich dazu bekennen, was auf dem Gipfeltreffen unter Beteiligung der Bundeskanzlerin und des französischen Präsidenten in der Nacht vom 11. auf den 12. Februar entscheiden und beschlossen worden ist". Dies sei "gewissermaßen als ein Fahrplan in Richtung politische Lösung für die Krise

in der Ostukraine", erinnerte Schäfer. Pib 24

 

 

 

 

 

Pkw-Maut: Nun rudert Dobrindt also doch zurück!

 

Den Ausgang des Vertragsverletzungsverfahrens der EU-Kommission gegen den deutschen Alleingang in Sachen Maut will Alexander Dobrindt abwarten. Heißt de facto: Die deutsche Mautlösung ist vom Tisch, die EU-weit einheitliche Maut wird kommen.

Diese Hängepartie hätten uns Horst Seehofer und sein Adlatus Dobrindt wahrhaft ersparen können, und damit als positiven Nebeneffekt den deutschen Steuerzahlern auch viel Geld für monatelang an den Mautgesetzen arbeitende Beamte, sowie hoch bezahlte Politiker in Bundestag und Bundesrat.

Auch Bundespräsident Joachim Gauck hätte, dem Wohl des deutschen Volkes verpflichtet, dieses Gesetz nie unterschreiben dürfen. War doch das Vertragsverletzungsverfahren der EU-Kommission spätestens seit Herbst letzten Jahres absehbar, und seit Februar dieses Jahres auch klar, dass es in wenigen Jahren eine EU-weit einheitliche Pkw-Maut geben wird, an deren Rahmen sich dann auch Deutschland zu halten hat!

Bereits im März hatten bekanntlich die Staatschefs der EU-Staaten, kurz danach auch die Wirtschafts- und Umweltminister das Konzept der EU-Kommission bestätigt, das zur Reduzierung der CO2-Emissionen aus dem Verkehrssektor die Einführung einer EU-weiten elektronischen Maut mit ökologischer Lenkungswirkung vorsieht, also in die richtige Richtung geht. Anfang Juni, fast zeitgleich mit Gaucks Unterschrift unter das unsinnige deutsche Maut-Gesetz, haben dem auch die Vorsitzenden der Ausschüsse im Europäischen Parlament zugestimmt; die Annahme im Plenum ist damit nur noch eine Formsache.

Und damit auch eine Zeitfrage: Denn die Kommission hat am 18. Juni nur die erste Stufe des Vertragsverletzungsverfahrens eingeleitet (Mahnschreiben). Nach der Antwort des Mitgliedstaates folgt eine zweite Prüfung, und falls erforderlich die zweite Stufe des Verfahrens (Begründete Stellungnahme). Erst wenn die Antwort des Mitgliedstaates darauf wieder unzureichend ausfällt, kann die Kommission als „Hüterin der Verträge“ den Gerichtshof anrufen. Aber bis es dazu kommt, ist vermutlich die Bundestagswahl 2017 verstrichen und Alexander Dobrindt mit seiner Maut Geschichte, und wir haben die einzig sinnvolle, weil EU-einheitliche Lösung! Claus Mayr EA 22

 

 

 

 

 

„Terror ist in Wahrheit wirkungslos“

 

Vier Antworten von Page Fortna von der Columbia University zu einem überschätzen Phänomen.

 

Sie haben jüngst eine Studie zur Wirkung von Terrorismus veröffentlicht und kommen zu dem Schluss, dass Terror im Großen und Ganzen nicht zum Erfolg führt. Wie sind Sie zu diesem Ergebnis gelangt?

Ich habe terroristische Rebellengruppen mit ansonsten ähnlichen Gruppen verglichen, die auf terroristische Aktionen verzichten. Die meisten Terrorismusstudien untersuchen ausschließlich terroristische Organisationen, nicht aber andere Gruppen, die auf den Einsatz terroristischer Mittel verzichtet haben. Sie können daher nur schwer feststellen, ob Terror wirkt. In meiner Studie verwende ich Informationen zu allen Rebellengruppen, die zwischen 1989 und 2004 an ausgemachten Bürgerkriegen beteiligt waren. Das waren insgesamt 104 Gruppen. Um ihren Erfolg zu messen, untersuche ich den Ausgang des Krieges, und zwar nicht die taktischen oder kurzfristigen Erfolge, sondern die Frage, ob die Gruppe ihre Ziele teilweise oder vollständig erreicht hat.

Das jeweilige Ergebnis betrachte ich auf einer Skala: Das für die Rebellen beste Ergebnis ist ein klarer Sieg, das zweitbeste eine Verhandlungslösung, die ihnen Zugeständnisse bringt. Das schlechteste Ergebnis aus ihrer Perspektive ist die Niederlage – also der Sieg der Regierung. Das zweitschlechteste ein Krieg, der im Sande verläuft, in dem sie zwar nicht vernichtend geschlagen werden, aber auch nicht sonderlich aktiv sind. In der Mitte dieser Skala befinden sich fortdauernde Kriege, in denen die Rebellenorganisation überlebt, aber keins der politischen Ziele, für die sie in den Kampf gezogen ist, erreicht hat. Mithilfe statistischer Instrumente habe ich eruiert, ob terroristische Rebellengruppen auf dieser Skala besser abschneiden als nichtterroristische Gruppen. Dabei habe ich eine Reihe weiterer Faktoren bereinigt, die Einfluss darauf haben könnten, ob eine Gruppe terroristische Mittel einsetzt und wie der Krieg ausgeht. Zum Beispiel, wie stark die Rebellenmiliz im Verhältnis ist, wie extrem ihre Ziele sind und so weiter.

Dabei habe ich festgestellt, dass terroristische Aktionen die Wahrscheinlichkeit eines klaren Rebellensieges erheblich senken. In keinem einzigen der untersuchten Fälle haben die terroristischen Rebellen gesiegt. Dasselbe gilt für eine Verhandlungslösung. Terroristische Rebellen haben also eine geringere Wahrscheinlichkeit, ein erfolgreiches Ergebnis zu erzielen.

Warum bedienen sich Terroristen dann dennoch dieser Taktik?

Gute Frage. Ironisch könnte ich antworten, dass sie meine Studie noch nicht gelesen haben. Da in der Literatur zum Terrorismus die Ansicht überwiegt, dass Terror wirkt, halten ihn Rebellen möglicherweise für effektiver als er ist. Eine ernsthafte Antwort wäre der Hinweis auf ein anderes Ergebnis meiner Studie: Bürgerkriege, in denen terroristische Mittel zum Einsatz kommen, dauern viel länger als andere. Terror sichert Rebellenorganisationen offenbar das Überleben.

Die Rebellengruppen stecken somit in der Zwickmühle, dass die terroristischen Aktionen, die sie am Leben halten, auf Kosten ihrer politischen Ziele gehen. Mitten in einem Krieg können organisatorische Zwänge schwerer wiegen als die ursprünglichen politischen Ziele der Gruppe.

Trotzdem ist es mir angesichts dieser Ineffektivität ein Rätsel, warum Rebellen Terror einsetzen. Derzeit erforsche ich, warum sich die einen Rebellengruppen terroristischer Mittel bedienen und andere nicht.

Welche Schlüsse würden Sie aus Ihrer Studie für den aktuellen Kampf gegen Boko Haram, den IS und andere ziehen?

Die wichtigste Lektion lautet, dass wir die Macht und die Siegchancen terroristischer Gruppen wie IS und Boko Haram nicht überschätzen sollten. Gruppen wie diese erzielen mit ihren terroristischen Anschlägen viel Aufmerksamkeit und verbreiten natürlich Angst und Schrecken, aber ihre Erfolge leiten sich nicht aus dem Terror ab. Die jüngsten militärischen Erfolge feierte der IS trotz, nicht wegen seinen terroristischen Aktivitäten. Die Erfolge der letzten Zeit hatten sie, weil sie nicht etwa Zivilisten, sondern ihre Gegner, also die Streitkräfte der Regierung und andere Milizen, mit konventionellen Mitteln angriffen. Politische Erfolge, die sich im Rückhalt in der Bevölkerung ausdrücken, hängen damit zusammen, dass die Menschen sie als Vertreter sunnitischer Interessen wahrnehmen. Doch auch diese Erfolge haben sie nicht wegen, sondern trotz wahlloser Angriffe auf Zivilisten erzielt.

Eine Gruppe sunnitischer Aufständischer, die auf terroristische Mittel verzichtet, würde, wie meine Studie zeigt, mit größerer Wahrscheinlichkeit den Sieg oder Verhandlungserfolge erzielen als eine terroristisch agierende Gruppe wie der IS. Ähnlich kann man im Fall Boko Haram argumentieren: Seine willkürlichen Angriffe sind beängstigend, aber nicht effektiv. Eine weitere Erkenntnis aus meiner Studie lautet jedoch, dass sich solche Kriege sehr wahrscheinlich lange hinziehen. Wir werden also diese Gruppen wohl lange nicht loswerden, sollten jedoch die Wahrscheinlichkeit, dass sie ihre wichtigsten politischen Ziele erreichen, nicht zu hoch ansetzen. Das heißt, wir sollten uns durch das Feindbild Terrorismus nicht dazu verleiten lassen, ihr militärisches Leistungsvermögen zu überschätzen.

Welche Reaktionen haben Sie bislang auf die zentralen Ergebnisse Ihrer Studie erhalten?

Ehe die Studie in der Zeitschrift International Organization erschien, kam Feedback vor allem von anderen Forschern auf Konferenzen und Gastlesungen an Universitäten. Das waren zum einen Fragen dazu, warum Rebellengruppen Terror einsetzen, wenn er nicht wirksam ist, und zum anderen Vorschläge für eine Erweiterung der Studie. Nun, da der Aufsatz erschienen ist, wird er erfreulicherweise auch von Mainstream-Medien aufgegriffen.

Ich glaube, für viele sind die Ergebnisse nachvollziehbar, denn in einem Bürgerkrieg wird ja zum großen Teil darum „gekämpft“, Legitimität zu erlangen oder, wie man so schön sagt, »Herz und Verstand der Bevölkerung zu gewinnen«. Und dafür ist Terrorismus schlecht geeignet. Andere sind von den zentralen Ergebnissen meiner Studie überrascht, denn uns wird ja gebetsmühlenartig die Gefährlichkeit des Terrorismus vor Augen geführt, und daraus könnte man leicht schließen, dass er effektiv wäre. Doch wenn man terroristische Gruppen mit ähnlichen Gruppen vergleicht, die keine terroristischen Mittel einsetzen, wird deutlich, wie wirkungslos er in Wahrheit ist. Page Fortna  IPG

 

 

 

 

 

Fachkräftemangel. Interkulturelles Onboarding – Tipps für die Mitarbeiterfindung

 

Die deutsche Wirtschaft benötigt ausländische Fachkräfte. Doch mit der Anwerbung allein ist es nicht getan. Die Fachkräfte benötigen nach ihrer Einwanderung Unterstützung, etwa bei der Wohnungssuche oder bei Behördengängen. Dieses interkulturelle Onboarding ist mitunter Aufgabe der Unternehmen.

 

Angesicht eines immer gravierender werdenden Fachkräftemangels, sind deutsche Unternehmen zunehmend stärker auf aus dem Ausland stammende Arbeitskräfte angewiesen. Viele Arbeitgeber tendieren daher verstärkt dazu, in Deutschland lebende ausländische Fachkräfte anzuwerben oder sich gleich direkt im Ausland umzuschauen. Da es ein Unternehmen in verschiedener Hinsicht bereichert, setzen deutsche Arbeitgeber auch auf Führungsebene auf internationales Personal. Diese als Impatriates bezeichnete Arbeitnehmer beleben Unternehmen häufig mit neuen Ideen und Herangehensweisen, bringen interkulturelle Kompetenzen ein und erleichtern den Zugang zu im Ausland gelegenen Absatzmärkten.

Warum interkulturelles Onboarding immer wichtiger wird

Damit ein ausländischer Arbeitnehmer sein volles Potential abrufen kann, ist es wichtig, dass er sich in einem Unternehmen wohlfühlt und voll integriert ist. Während der Eingewöhnungsphase gilt es, ihn möglichst schnell mit wichtigen Arbeitsabläufen, den neuen Kollegen und innerhalb des Unternehmens zu befolgenden Verhaltensregeln vertraut zu machen.

Nachhaltig betriebenes interkulturelles Onboarding deckt jedoch nicht nur den Bereich des Arbeitsplatzes ab, sondern erstreckt sich auch auf andere wichtige Felder des Lebens. So ist es ratsam, das Unternehmen aus dem Ausland stammende Mitarbeiter beispielsweise auch beim Abschließen von Versicherungen, dem Finden einer Wohnung oder bei Behördengängen beratend unterstützen. Zwar lässt sich auf beruflicher Ebene vieles auf Englisch regeln, eine echte Integration ist in vielen Fällen aber nur dann möglich, wenn ein ausländischer Mitarbeiter dazu in der Lage ist, mit den neuen Kollegen auf Deutsch zu kommunizieren.

Ein Unternehmen sollte es daher nicht versäumen, einen aus dem Ausland stammenden Mitarbeiter durch entsprechende Sprachkurse zu unterstützen. Viele ausländische Arbeitskräfte beenden ihr Engagement in Deutschland, weil es ihrer Familie schwer fällt, sich in einen für sie fremden Kulturkreis einzugewöhnen. Es ist daher von großer Bedeutung, dass im Rahmen des interkulturellen Onboardings die Belange der gesamten Familie berücksichtigt werden. Neben der Hilfe beim Finden von Betreuungsangeboten und einer für den Nachwuchs geeigneten Schule, sollte dabei auch erörtert werden, welche beruflichen Perspektiven für den Ehepartner vorhanden sind. Da sich der für die Integration des Mitarbeiters betriebene zeitliche und finanzielle Aufwand nur dann rentiert. wenn dieser langfristig im Betrieb verbleibt, ist es wichtig, dass ihm seitens des Unternehmens auch nach der Eingewöhnungsphase ein kompetenter Ansprechpartner zur Verfügung gestellt wird.

Talentmangement-Software erhöht die Chancen geeignete Mitarbeiter im Ausland zu finden

Bei der Anwerbung von aus dem Ausland stammenden Arbeitnehmern setzen viele Unternehmen mittlerweile auf professionelle Talentmanagement-Software. Da es auf diese Weise möglich ist, Talente zielgerichtet aufzuspüren und zu Bewerbungsgesprächen einzuladen, kann der kompetente Gebrauch einer derartigen Software wichtige Wettbewerbsvorteile gegenüber konkurrierenden Unternehmen verschaffen. Eine Talentmangement-Software ermöglicht es Unternehmen, sich gegenüber potentiellen Bewerbern zu präsentieren, das Aufgabenspektrum zu umreißen und die Kollegen vorzustellen. Auf diese Weise kann das Onboarding der Kandidaten schon vor der eigentlichen Bewerbung beginnen. MiG 22

 

 

 

 

Verwaltungsgericht Braunschweig. Keine Namensänderung – auch nicht bei möglicher Diskriminierung

 

Klingt ein Name ausländisch, ist das noch kein Grund für eine Namensänderung. So entschied das Verwaltungsgericht Braunschweig im Fall einer türkisch-deutschen Familie. Sie hatten argumentiert, ihre Kinder seien in der Schule aufgrund des Namens diskriminiert worden.

 

Ein ausländisch klingender Nachname rechtfertigt keine Namensänderung. Das gilt auch dann, wenn der Namen möglicherweise zu Diskriminierungen führt. So jedenfalls argumentierte eine türkisch-deutsche Familie vor dem Verwaltungsgericht Braunschweig. Aufgrund ihres ausländischen Namens seien die Kinder in der Schule ein Jahr vom Schulbesuch zurückgestellt worden. Zudem sei ihnen Sprachförderbedarf attestiert worden, obwohl in der Familie überhaupt kein Türkisch gesprochen werde.

Das Standesamt hatte den Antrag der Familie, vom türkischen Familiennamen des Vaters auf den deutschen Namen der Mutter wechseln zu dürfen, abgelehnt. Das Gericht sah es ähnlich. Die Argumente reichten nicht für eine Namensänderung. Eine schwerwiegende Beeinträchtigung habe die Familie nicht vortragen können. Ein Name, der lediglich ausländisch klinge, sei noch kein Grund für eine Änderung. Es gelte der Grundsatz der Namenskontinuität. (hs 24)

 

 

 

 

 

Amtsgericht Köln entscheidet. Ist das Abhängen rechtsextremer Wahl-Plakate strafbar?

 

Aktivisten hatten ausländerfeindliche „Pro Köln“-Plakate abgehangen, sie der Polizei übergeben und Strafanzeige wegen Volksverhetzung erstattet. Die Staatsanwaltschaft wiederum erstattete Anzeige gegen die Aktivisten wegen Sachbeschädigung von 40 Kabelbindern. Heute wird verhandelt.

Formularende

Das Amtsgericht Köln verhandelt am Mittwoch im Rechtsstreit um das Abhängen von Wahlplakaten der rechtsextremen Splitterpartei „Pro Köln“. Der Mitbegründer des Vereins „Rom“ zur Unterstützung von Sinti und Roma, Kurt Holl, wehrt sich gegen eine vom Gericht verhängte zweijährige Bewährungsauflage. (AZ: 528 Cs 243/15)

Wie Holl selbst schildert, hatte er im vergangenen Jahr vor der Europawahl zusammen mit Mitstreitern in Köln Wahlplakate von „Pro Köln“ abgehängt. Die Plakate übergaben sie unbeschädigt der Polizei und stellten Strafanzeige. Nach Ansicht der Aktivisten sind die Aussagen auf den Wahlplakaten wie „Wut im Bauch? Lass es raus!“ und „Bürgermut stoppt Asylantenflut“ volksverhetzend und rufen indirekt zu Gewalt auf.

Dieser Argumentation folgte die Staatsanwaltschaft nicht. Sie stellte das Strafverfahren gegen „Pro Köln“ ein und verwies auf verschiedene Interpretationsmöglichkeiten der Parolen. Stattdessen erstattete die Staatsanwaltschaft Anzeige gegen Holl und seine Mitstreiter wegen der Sachbeschädigung von 40 Kabelbindern. Die Aktivisten wurden nach eigenen Angaben per Strafbefehl aufgefordert, an die Kölner Tafel zu spenden und erhielten vom Amtsgericht zusätzliche Bewährungsauflagen. Dagegen legte Holl Einspruch ein, weswegen es am Mittwoch zur Gerichtsverhandlung kommt. (epd/mig 24)

 

 

 

 

 

Fachkräftemangel: Deutsche Wirtschaft muss Aufträge ablehnen

 

- Jedes zweite Unternehmen kann Kundenwünsche nicht mehr erfüllen

- Für jede zehnte Firma ist es schwieriger als 2014, Stellen zu

Besetzen - Akademisierung erschwert Facharbeitersuche

 

Eschborn  - 46 Prozent der Unternehmen in Deutschland

leiden unter akutem Fachkräftemangel. Das sind sechs Prozentpunkte

mehr als 2014. Jeder zehnte Personalmanager meldet zudem, dass es im

Vergleich zum Vorjahr deutlich schwieriger geworden ist, Stellen zu

besetzen. Bei jedem zweiten Unternehmen führte die Personallücke

bereits dazu, dass Aufträge abgelehnt werden mussten. Das ergibt die

Studie "Fachkräftemangel 2015" des Personaldienstleisters

ManpowerGroup.

 

Die Anzahl der Unternehmen, die Probleme mit der Besetzung offener

Stellen haben, ist in diesem Jahr so hoch wie seit 2006 nicht mehr.

Erste Auswirkungen des Fachkräftemangels zeichnen sich bereits ab: 58

Prozent der Firmen können Aufträge nicht mehr annehmen, weil die

nötigen Spezialisten fehlen. Mehr als 40 Prozent sind nach eigenen

Angaben weniger wettbewerbsfähig und innovativ. Eine von zehn Firmen

spürt den Fachkräftemangel in diesem Jahr bereits deutlich stärker

als noch vor zwölf Monaten. "Der Arbeitsmarkt hält mit dem

wirtschaftlichen Aufschwung im Land nicht mehr Schritt", sagt

Herwarth Brune, Vorsitzender der Geschäftsführung der ManpowerGroup

Deutschland. "Um künftiges Wirtschaftswachstum nicht zu gefährden,

braucht es neue Ideen, wie wir Menschen in Arbeit bringen. Das

Einstellen von Flüchtlingen sollte beispielsweise erleichtert

werden."

 

Handwerker-Knick und Manager-Mangel halten an

Facharbeiter und Handwerker sind echte Engpassberufe, sowohl in

Deutschland als auch weltweit. Zudem gehen den Unternehmen die

Manager aus. "Eine ganze Generation der Babyboomer steht vor dem

Ruhestand. Diese Lücke müssen die Arbeitgeber füllen, beispielsweise

durch gezielte Nachwuchsprogramme", sagt

ManpowerGroup-Deutschland-Chef Herwarth Brune. Äußerst schwierig

gestaltet sich auch die Suche nach IT-Fachkräften. In kaum einem

anderen Industrieland sind Technikspezialisten derart schwer zu

finden. "Es besteht dringend Handlungsbedarf, wenn deutsche

Unternehmen eine Vorreiterstellung beim Megatrend Industrie 4.0

einnehmen wollen. Es lohnt sich zum Beispiel, Arbeitnehmer intern für

die neuen Anforderungen zu qualifizieren, statt eingleisig nach den

perfekten Spezialisten zu suchen", so Brune.

 

Ranking der am schwierigsten zu besetzenden Positionen 2015 in

Deutschland

1.  Facharbeiter/Handwerker

2.  Manager und Executives

3.  Techniker

4.  IT-Fachkräfte

5.  Ingenieure

6.  Finanz- und Rechnungswesen

7.  Vertriebsmitarbeiter

8.  Vertriebsleiter

9.  Fahrer

10. Ärzte und medizinische Berufe (kein Pflegepersonal)

 

Fachkräftelücke im Ausland nicht so spürbar wie in Deutschland

In anderen Ländern Europas ist die Situation am Arbeitsmarkt

entspannter. Häufig ist die Nachfrage nach Fachkräften geringer. In

Irland haben beispielsweise nur elf Prozent der Firmen Probleme,

offene Stellen zu besetzen. In Großbritannien und den Niederlanden

(beide 14 Prozent) findet der Großteil der Arbeitgeber ebenfalls

genügend Personal. Nur in einigen osteuropäischen Ländern wie

Rumänien und Bulgarien sowie auch Griechenland ist es für Unternehmen

noch schwieriger als hierzulande, für bestimmte Positionen Menschen

mit geeigneten Qualifikationen zu finden.

Hintergrundinformation

 

ManpowerGroup hat im ersten Quartal 2015 mehr als 41.700

Personalverantwortliche in 42 Ländern befragt, ob sie Schwierigkeiten

haben, Stellen zu besetzen, und welche Berufsgruppen am schwersten zu

finden sind. Die Unternehmen wurden außerdem über die Gründe und die

Auswirkungen des Fachkräftemangels interviewt und sollten angeben, ob

und welche Maßnahmen sie treffen, um dem Fachkräftemangel

entgegenzuwirken.  ManpowerGroup 23

 

 

 

 

 

 

Kinospot zum Wiedervereinigungsjubiläum. 25 Jahre Freiheit und Einheit

 

Die Bundesregierung zeigt zum 25. Jahrestag der deutschen Wiedervereinigung bundesweit einen Kinospot. Für rund drei Wochen ist der 60-Sekunden-Film ab dem 25. Juni in 1.001 Kinos zu sehen. Produzent Nico Hofmann und  Regisseur Nico Kreis regen mit ihrem Spot zum Nachdenken an.

 

"25 Jahre sind vergangen, seitdem ich das Licht der Welt erblickte", sagt die Stimme einer jungen Frau zu Beginn des Spots aus dem Off. Kurze Bildsequenzen und schnelle Schnitte vermitteln, wie vielfältig Deutschland und seine Menschen sind. Am Ende wird klar, wer gemeint ist, wenn die Stimme

sagt: "Ich bin ein Geschenk, ein Geschenk an jeden von euch!"

 

Hofmann: Denkanstöße setzen

Hergestellt hat den 60-sekündigen Spot der UFA FICTION-Produzent Nico Hofmann. Regie führte ein ehemaliger Student Hofmanns an der Filmakademie Baden-Württemberg, der 26-jährige Nico Kreis. Gedreht wurde unter anderem auf Rügen sowie in Dresden, Stuttgart und Berlin. Nico Hofmann hat sich wie kein anderer Produzent mit seinen Filmen der jüngsten deutschen Geschichte gewidmet. Zu seiner Filmografie gehören unter anderem die Filme "Dresden", "Die Flucht", "Der Turm", "Unsere Mütter, unsere Väter", "Bornholmer Straße" und "Nackt unter Wölfen".

"Ich habe mich sehr über diese Aufgabe gefreut, denn 25 Jahre Deutsche Einheit sind auch für mich persönlich ein bedeutender Anlass", sagt Nico Hofmann. "Zu diesem Thema einen Kinospot zu kreieren, ist eine besondere Herausforderung: Ein 60-sekündiger Spot ist etwas völlig anderes als ein 90-minütiger Spielfilm – zumal es darum ging, binnen einer Minute Denkanstöße zu setzen. Ich bin

mit dem Resultat sehr glücklich."

"Was bedeutet Deutsche Einheit für mich?"

Für den jungen Regisseur Kreis ist der Kinospot ein sehr persönliches Werk geworden. "Ich habe mich gefragt, was die Deutsche Einheit für mich, der die Wiedervereinigung nicht wirklich miterlebt hat, bedeutet." Unheimlich viele Menschen hätten für diese Einigung gekämpft, für seine Generation sei

sie wie ein Geschenk, mit dem man mittlerweile fast selbstverständlich lebe, so Kreis.

Dieser Film ist für den Regisseur in die Zukunft gerichtet und soll zugleich wieder Bewusstsein für dieses einmalige historische Ereignis schaffen. Nico Kreis hat sein Studium an der Filmakademie Baden-Württemberg 2015 mit dem Diplom für Werbefilmregie abgeschlossen und sich bereits 2013 mit

dem Gewinn des deutschen Werbefilmpreises in der Branche einen Namen gemacht.

Breites Informationsangebot

Im Rahmen des "Sommerkinos" am Bundespresseamt wird Regierungssprecher Steffen Seibert am Freitag, dem 17. Juli, um 21:20 Uhr mit  Nico Hofmann und Nico Kreis ein Gespräch führen. Anschließend steht Hofmanns Film "Der Turm" auf dem Programm. Vom 16. bis 31. Juli präsentiert das Bundespresseamt

sechs bekannte Spielfilme. Sie alle beschäftigen sich mit dem jahrzehntelang geteilten Deutschland und dem Ende der Teilung. Den Auftakt macht der Filmklassiker "Eins, Zwei, Drei" von Billy Wilder mit James Cagney, Horst Buchholz und Liselotte Pulver. Außerdem im Programm: "Good Bye, Lenin!",

"Das Leben der Anderen", "Barbara" und "Die Legende von Paul und Paula".

Die Bundesregierung ist zum 25. Jahrestag der Wiedervereinigung Deutschlands mit einem vielfältigen Angebot unterwegs: Dazu gehört auch die multimediale Ausstellung "Deutschlandreise", die bereits seit Ende März auf Tour ist und bis zum 3. Oktober bundesweit an 20 Stationen Halt macht. Ein breites Angebot im Internet sowie Broschüren runden die Palette ab. Pib 22

 

 

 

 

 

Erst Ausland, dann neuer Job

 

Auslandserfahrungen steigern Job- und Ausbildungschancen. Zu diesem Ergebnis kommt der Bildungsbericht 2015 der Bundesregierung. Gerade arbeitsmarktferne Jugendliche und junge Erwachsene profitieren von EU-weiten Austauschprogrammen, teilt VoluNation, das Expertenportal für weltweite Freiwilligenarbeit, mit. Rund zwei Drittel aller Teilnehmer konnten innerhalb eines halben Jahres nach der Rückkehr eine Beschäftigung oder einen Aus- bzw. Weiterbildungsplatz nachweisen. Die meisten von ihnen waren vor dem Auslandsaufenthalt durchschnittlich 12 Monate lang arbeitslos.

 

Die Zahl junger Menschen mit Auslandserfahrung nimmt in Deutschland zu. Das Bundesinstitut für Bevölkerungsforschung schätzt, dass mittlerweile 10% der 18- bis 33-Jährigen Auslandserfahrungen in Schule, Ausbildung oder Studium gesammelt haben, deutlich mehr als in höheren Altersgruppen. Unter Kindern von akademisch gebildeten Eltern ist der Anteil mehr als doppelt so hoch wie bei Nicht-Akademikern. Ein zweijähriges Pilotprojekt soll seit dem Frühjahr dafür sorgen, dass auch junge Menschen mit begrenzten ökonomischen und sozialen Möglichkeiten bessere Chancen erhalten, einen Freiwilligendienst in einem EU-Land zu leisten. Gefördert wird das Projekt u.a. von der EU, Vereinen und Stiftungen. Sechs Staaten beteiligen sich an dem Projekt.

 

Neben Studenten zieht es auch Azubis zunehmend ins EU-Ausland. Fast 18.000 nahmen 2014 an einem Austausch teil. Mit weitem Abstand ist Großbritannien das beliebteste Zielland vor Spanien und Frankreich. Bis 2020 sollen nach den Plänen der Bundesregierung 10% aller Auszubildenden und Berufsfachschüler einen Auslandsaufenthalt absolvieren, derzeit sind es rund 4%.

 

Umgekehrt ist auch die Zahl der ausländischen Jugendlichen, die sich in Deutschland im Handwerk ausbilden lassen, Ende 2014 auf 26.000 gestiegen. Das sind rund 2% mehr als 10 Jahre zuvor. Die meisten fanden einen Ausbildungsplatz in der Region Stuttgart. Dip 23

 

 

 

 

 

Kranke Mütter – kranke Kinder?

 

Müttergenesungswerk: Zwei Drittel aller Kinder in Mutter-Kind-Kuren sind

behandlungsbedürftigBerlin, 23. Juni 2015 - Von rund 50.000 Müttern, die 2014 an einer Mutter-Kind-Kurmaßnahme im Müttergenesungswerk teilgenommen haben, leiden über 80 Prozent unter Erschöpfungszuständen bis hin zum Burn-out. Von ihren rund 72.000 mitreisenden Kindern sind zwei Drittel ebenfalls behandlungsbedürftig. Dies zeigt der aktuelle Datenreport des Müttergenesungswerkes (MGW) bei der heutigen Jahrespressekonferenz. ExpertInnen im MGW sind sich einig: Viele Mütter stehen nach wie vor als Hauptverantwortliche für Familienarbeit in einer permanenten Überlastungssituation mit Zeitstress und hohem Erwartungsdruck. Die Krankheiten von Kindern stehen oft in Verbindung mit belastenden Familiensituationen.

Bei den Kindern nehmen insbesondere Atemwegserkrankungen (26 Prozent) und psychische Störungen (23 Prozent), beispielsweise Verhaltensauffälligkeiten, emotionale Störungen oder ADHS zu. Hinzu kommen oft krankmachende Familiensituationen (18 Prozent) wie Trennung und Trauer oder auch Gewalterfahrungen.

„Mütter sind durch die Vielzahl der Anforderungen und Erwartungen stark überlastet. Sie stehen unter Stress. Das ständige Hin und Her zwischen Kindern, Haushalt und Beruf ist zu einem Bermudadreieck für Mütter geworden, in dem ihre eigenen Bedürfnisse verloren gehen, sie werden krank. Die Folge ist die Schwächung des sozialen Systems ‚Familie‘ und damit auch der Kinder“, erläuterte die Kuratoriumsvorsitzende Dagmar Ziegler, MdB. „Die Kurmaßnahmen im Müttergenesungswerk setzen genau hier an: Die Stärkung des Systems Familie über die Mutter wirkt auch positiv auf die Gesundheit der Kinder.“

Anne Schilling, Geschäftsführerin des MGW ergänzte: „Das ganzheitliche und mütterspezifische Konzept der Kurmaßnahmen des Müttergenesungswerkes berücksichtigt die Mutter-Kind-Beziehung. Wir wissen, dass die Behandlung von Müttern und Kindern Wechselwirkungen vorweisen und einen direkten Bezug zur Gesundheit von Kindern haben. Die individuelle Erarbeitung von alltagstauglichen Strategien während der Kur, um krankmachende Faktoren zu minimieren sowie die Nachsorgeangebote wirken nachhaltig auf Mutter und Kind.“

Udo Wankelmuth, Geschäftsführer des ITZ Caritas-Haus Feldberg, erläuterte die Praxis in den Kliniken: „Neben eigenen Behandlungen für Kinder ist die Stärkung der Mutter-Kind-Beziehung mit therapeutischer Unterstützung wichtig, um das Vertrauen zu festigen, das aktive gemeinsame Erleben neu zu entdecken und die Erziehungskompetenz zu stärken.“ GA 23

 

 

 

 

Vier Jahre Energiewende - 72 Prozent der Deutschen halten am Atom-Ausstieg fest

 

Holzminden - Der Bundestag hat vor vier Jahren (30. Juni 2011) den Atomausstieg beschlossen. Aktuell sind 72 Prozent der Bundesbürger mit dem Ende der Kernenergie einverstanden. Das ist ein leichtes Plus gegenüber dem Vorjahr (68 Prozent). Gleichzeitig wünscht sich die Mehrheit der Deutschen, die Energiewende zu beschleunigen (61 Prozent). Das sind Ergebnisse des Stiebel Eltron Energie-Trendmonitors 2015, für den 2.000 Bundesbürger  bevölkerungsrepräsentativ befragt wurden.

Bei den Maßnahmen zur Umsetzung der Energiewende stehen die „Erneuerbaren“ hoch im Kurs - gut jeder zweite Bundesbürger setzt auf Investitionen in Solaranlagen, Wärmepumpen und in die Gebäudedämmung. Besonders Mieter sprechen sich für den verstärkten Einsatz erneuerbarer Energien aus. 56 Prozent wünschen sich im Zuge der privaten Energiewende den Einbau einer Wärmepumpe – bei den Eigentümern sind es 49 Prozent.

„Die deutlich verschärften Richtwerte der Energieeinsparverordnung (EnEV) für den Neubau ab Januar 2016 lassen sich praktisch nur noch mit erneuerbaren Energien einhalten“, sagt Rudolf Sonnemann, Geschäftsführer des Haus- und Systemtechnikherstellers Stiebel Eltron. „Mit effizienten Luft- und Erdreichwärmepumpen kann man die Energiesparverordnung sogar um bis zu zwanzig Prozent unterbieten. Bei Verwendung von Heizungsanlagen mit fossilen Energieträger wie Öl oder Gas wird es dagegen immer schwerer, die Anforderungen der Verordnung überhaupt zu erfüllen.“

Das Ende fossiler Energieträger halten auch die Bundesbürger für eines der wichtigsten Ziele der Energiewende. Inzwischen befürworten 80 Prozent, dem Klimawandel durch einen Verzicht auf fossile Energie mit CO2-Einsparungen entgegenzuwirken. Im Vorjahr waren es noch 76 Prozent. Allerdings wünschen sich die privaten Haushalte für ihre persönliche Rolle bei der Energiewende eine deutlich aktivere Hilfestellung durch die Politik: Nicht einmal jeder Fünfte hält das staatliche Fördersystem für vorbildlich transparent und ist mit der staatlichen Unterstützung zufrieden. Ein erster Schritt in die richtige Richtung ist getan: Seit April ist das neue Marktanreizprogramm zur Förderung der erneuerbaren Energien (MAP) in Kraft, es gelten also neue Förderbedingungen für den Einbau von Wärmepumpen. „Endlich wird deren Einsatz auch im Neubau wieder gefördert, und im Bestand sind die Fördersummen speziell für effiziente Erdreichwärmepumpen massiv angehoben worden: Wer sich jetzt für den Einbau eines solchen neuen Gerätes entscheidet, kann mehrere Tausend  Euro Förderung erhalten“, informiert Sonnemann. Stiebel Eltron

 

 

 

 

 

Checkliste für die Sommerreise

 

Damit Ihr Urlaub nicht endet bevor er richtig anfängt, sollten Sie frühzeitig mit der Planung beginnen. Mit den ADAC-Tipps sind Sie auf der sicheren Seite. 

 

Reisedokumente überprüfen: 

* Prüfen Sie rechtzeitig vor Beginn des Urlaubs, ob Ihr Ausweis und Reisepass noch gültig sind und ob ein Visum benötigt wird. Sollten die Dokumente nicht mehr gültig sein, dauert es im Normalfall drei bis vier Wochen, bis Sie einen neuen Personalausweis erhalten; beim Reisepass dauert es vier bis sechs Wochen. 

* In dringenden Fällen kann ein Express-Antrag für den Reisepass gestellt werden. Ist es bereits zu spät, gibt es als Alternative einen vorläufigen Reisepass. Dieser wird allerdings nicht in allen Ländern akzeptiert.

Reisen mit dem Auto: 

* Prüfen Sie vor der Fahrt in den Urlaub den Zustand der Batterie, den Reifendruck und den Ölstand. Besonders bei langen Strecken sollten Sie auch die Klimaanlage, die Bremsen und die Wischblätter checken.

* Innerhalb der EU empfehlen wir die "Grüne Versicherungskarte", erhältlich bei allen Kfz-Versicherern. 

* Besorgen Sie Ihre Mautkarte oder Vignette vorab. So sparen Sie sich einen Zwischenstopp auf dem Weg zu Ihrem Reiseziel. Häufig können Sie diese auch online bestellen. 

* Urlauber, die im außereuropäischen Ausland mobil bleiben möchten, sollten unbedingt einen internationalen Führerschein mitnehmen. In vielen Ländern ist er sogar Pflicht.

Reiseapotheke mitnehmen: 

* Bei Medikamenten - insbesondere bei starken Beruhigungs- und Schmerzmitteln oder Spritzen - sollten Sie klären, ob Sie sie ins Urlaubsland einführen dürfen. Wir empfehlen, sich dafür ein Attest in englischer Sprache ausstellen zu lassen. Darin sollte stehen, warum und in welcher Dosierung Sie das Mittel einnehmen müssen.

* Bei Reisen außerhalb Europas: Erkundigen Sie sich bei Ihrem Arzt, ob spezielle Impfungen nötig sind.

 

Weitere Informationen zur Reisevorbereitung finden Sie unter www.adac.de/reisecheckliste. Ausführliche Informationen zum Reiseziel und Info-Bausteine, die sich flexibel für das entsprechende Reiseziel kombinieren lassen, finden ADAC-Mitglieder im ADAC TourSet. Dazu gehört auch die individuelle Streckenempfehlung vom Start- bis zum Urlaubsort. adac

 

 

 

 

Vortrag von Frau Maria Falcone in München

 

Wir freuen uns, Ihnen den Vortrag von Frau Maria Falcone »Empirische Modelle der Erziehung zur Legalität« ankündigen zu können, der am Dienstag, den 30. Juni, um 19 Uhr, in unserem Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Str. 8, München stattfinden wird.

Giovanni Falcone war ein italienischer Richter, der aktiv im Kampf gegen Cosa Nostra war und der dem Attentat von Capaci 1992 zum Opfer fiel.

Herr Andreas Zwerger (Leitender Ministerialrat, Bayerisches Staatsministerium der Justiz), Thomas Weith (Oberstaatsanwalt als Hauptabteilungsleiter, Staatsanwaltschaft München I) und Ernst Wirth (Kriminaloberrat, Bayerisches Landeskriminalamt) werden auch anwesend sein.

Die Moderation übernimmt Hans Woller, Institut für Zeitgeschichte München.

Hiermit erhalten Sie alle Informationen über die Veranstaltung.

Maria Cristina Salati, IIC