WEBGIORNALE  22-28   GIUGNO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Immigrazione. Emergenza e respingimenti in alto mare  1

2.       Italia e Francia si incontrano a Expo. "Migranti problema Ue". Renzi: "No isterie ed egoismi"  1

3.       La valutazione. I connazionali oltre confine  2

4.       Deputati Pd dell’Estero: Non lasciar cadere la possibilità di una più equilibrata  rappresentatività del CGIE  2

5.       Esonero IMU anche per titolari di pensione in convenzione internazionale  2

6.       In vigore dal 17 agosto 2015 il Certificato successorio europeo, nuovo strumento di “diritto uniforme”  3

7.       Migranti, da Cameron risorse ma no a quote. Ungheria: muro anti-flussi a confine con Serbia  3

8.       Gentiloni: "I Paesi del no sono poco lungimiranti". I flussi migratori cambiano, sbagliato opporsi al piano Juncker 3

9.       Retorica e illusioni. La politica che manca all’Europa  4

10.   Summit a Lussemburgo: quote vincolanti per tutti 4

11.   Berlino. Garavini apre il convegno il "Ruolo del Sindacato per un'Europa più sociale"  4

12.   Germania, terra promessa?  5

13.   Il Lazio a Saarlouis: una iniziativa di Istituto Fernando Santi e Cooperativa ELP  5

14.   Düsseldorf. 125 aziende italiane alla fiera internazionale della fonderia (Gifa, 16-20 giugno) 5

15.   Martedì  23 giugno all’IIC di Colonia la conferenza “La nuova mobilità degli italiani in Nordreno-Vestfalia”  5

16.   Riunito a Darmstadt il Club Forza Silvio Germania: messaggio di saluto di Vittorio Pessina (Fi) 6

17.   Martedì 30 giugno Maria Falcone all’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera  6

18.   Sindacati a confronto. Radio Colonia/WDR intervista Susanna Camusso  6

19.   Francoforte. La poetica delle cose brevi. Intervista a Miriam van Hee ospitata dal “Festival della Poesia Europea” (22-26.5.15) 6

20.   Undici antiquari tedeschi alla BIAF - Biennale Internazionale dell'Antiquariato di Firenze (6.9.-4.10.15) 7

21.   Festa della Repubblica a Monaco di Baviera. Il saluto della presidente del Comites  7

22.   Mers, prima vittima in Germania. Ora l’Europa teme il contagio  7

23.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  7

24.   Festa della Repubblica a Monaco di Baviera  8

25.   Il sindaco di Francoforte Peter Feldmann incontra la comunità italiana  8

26.   Gli hacker attaccano il sistema del parlamento tedesco usando una falsa mail della Merkel 9

27.   Parigi: "I migranti non passano, se ne occupi l'Italia"  9

28.   Focsiv e Cidse sull’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco  9

29.   Immigrazione: “Debole contraente, debole risultato”  10

30.   Un'inchiesta sulla nuova migrazione italiana in Belgio  10

31.   Senza sosta i massacri dell’Isis  10

32.   La Corte Ue salva la Bce: il piano anti spread non viola la legge  11

33.   Diplomazia, sanzioni e manovre. Nato, Ue e Russia alla prova  11

34.   Sognando gli Stati Uniti d'Europa nel paese dei ciechi 12

35.   Danimarca e Ungheria, l’onda populista che avanza in Europa  13

36.   "La mia Europa non c'è più". Eugenio Scalfari intervista Romano Prodi 13

37.   Gli Usa visti dall’Italia. La partita Clinton / Bush  13

38.   Dalla scuola a Grexit, le emergenze del premier 13

39.   La svolta che Renzi deve fare  14

40.   Giornata mondiale del rifugiato. Pubblicato dall’UNHCR il nuovo rapporto annuale sui rifugiati Global Trends  14

41.   Aria di crisi?  15

42.   Amministrative 2015. Troppi silenzi sull’astensione  15

43.   Interrogazione del Sen. Aldo Di Biagio sulle problematiche lavorative dei funzionari italiani presso l'Ufficio Europeo Brevetti 15

44.   Andiamo a quel Paese fuori dall’Italia: prima canadese per Ficarra e Picone  16

45.   Londra, migrante nascosto nel carrello di un Boeing precipita sul tetto di un negozio  16

46.   Punti di vista  16

47.   Scatto sulla scuola per allontanare l'effetto-palude  16

48.   Dopo il voto alle amministrative. Certezze perdute e illusioni 16

49.   Renzi: "Me ne vado se perdo il congresso nel 2017 o le elezioni"  17

50.   Dalla scuola a Grexit le emergenze del premier 17

51.   Interrogazione sulla situazione drammatica della rete consolare  17

52.   La necessità  17

53.   Renzi vuol tornare alle origini, ma è scontro nel Pd  18

54.   Se l’immigrazione diventa la leva per scalare il Comune di Milano  18

55.   Benefici fiscali sulla casa per pensionati emigrati. Un’Italia, 8.047 comuni e tanta confusione  18

56.   Il ministro dell'Interno Angelino Alfano sulle iniziative in sede europea volte a far fronte all'emergenza dei migranti 18

57.   Migranti, tensione per lo sgombero a Ventimiglia  19

58.   Seconda edizione del progetto di informazione, promozione e attrazione investimenti promosso dalla Regione Puglia  19

59.   Premio internazionale Pugliesi nel Mondo 2015  19

60.   Formazione degli studenti all’estero, convenzione tra MAE  e Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale  20

 

 

1.       "Festung Europa" kostet EU-Ländern Milliarden  20

2.       Für eine Reform der Weltorganisation  20

3.       Bange Hoffnung. Wie afrikanische Flüchtlinge auf Sizilien ankommen  21

4.       Ungarn will Flüchtlinge mit Vier-Meter-Zaun abhalten  21

5.       Rechtsextreme gründen Fraktion im EU-Parlament 22

6.       „Völlig falsch eingeschätzt“. Ein Grexit könnte genau so teuer werden wie der Zusammenbruch der Lehman Brothers  22

7.       Euro-Gipfel soll am Montag Griechenland-Krise lösen  22

8.       Drohende Staatspleite. Oettinger warnt vor "Notstandsgebiet" Griechenland  23

9.       Rom und Paris streiten wegen gestrandeter Flüchtlinge  23

10.   Streit um US-Freihandelsabkommen: Obama will die zweite Chance  23

11.   Asylrecht. Wer nicht ertrinkt, wird eingesperrt 24

12.   Berlin und Paris warnen vor Ende der Freizügigkeit in Europa  24

13.   Staatenbericht. Wenn die Vereinten Nationen von Rassismus sprechen – und Deutschland nicht 24

14.   „Gewalt fängt nicht erst beim Schlagen an“  25

15.   Aydan Özoguz: Flüchtlinge müssen unsere Unterstützung bekommen  25

16.   Tauber: Vertriebenen-Gedenktag ist wichtiges Zeichen  25

17.   Flüchtlingspolitik. Hilfe für Flüchtlinge in Deutschland  26

18.   Humanitäre Verantwortung übernehmen. Einreise von syrischen Flüchtlingen vereinfachen  26

19.   Bilanz zum Weltflüchtlingstag. Flüchtlingszahlen höher als nach dem Zweiten Weltkrieg  26

20.   Rechtspopulismus, Neoliberalismus und die Weite Russlands  27

21.   Gedenktag für Vertriebene: Gauck mahnt Deutsche zu mehr Offenheit für Flüchtlinge  27

22.   Studie. Armutsrisiko von Migranten sinkt 27

23.   Regierungserklärung zum Europäischen Rat. Europa vor großen Herausforderungen  28

24.   Dobrindt verschiebt voraussichtlich Einführung von Pkw-Maut 28

25.   Merkel beim Deutschen Fürsorgetag. Chancen auf Teilhabe vergrößern  28

26.   Mehr als zwei Millionen Studierende und Wissenschaftler konnten schon mit dem DAAD im Ausland studieren und forschen  29

27.   Hilfe statt Abschottung: Situation von Flüchtlingen in Marokko verbessern  29

28.   Bundesweite Aktion aller Krankenhäuser. Mittwoch, 24.Juni 2015, 13:00-13:10 Uhr 30

29.   Bundesweite Regelung. Mindestlohn bei Geld- und Wertdiensten  30

30.   ver.di. Gewerkschaft fordert mehr Gehalt für Lehrer an Integrationskursen  30

31.   Eigenheim, Glück allein. Interhyp-Wohntraumstudie: Das Zuhause als glücksstiftender Faktor 30

 

 

 

Immigrazione. Emergenza e respingimenti in alto mare

 

In questi giorni la pressione immigratoria proveniente dalla Libia e diretta verso le nostre coste è aumentata e si levano le voci più disparate. Talune di chiaro sapore razzista, altre allarmistiche per il timore del diffondersi di epidemie. Alla confusione non sfuggono i rimedi proposti che vanno dal blocco navale all’uso delle armi per attuare i respingimenti.

 

Per far fronte all’ondata migratoria si propone una ripartizione tra gli Stati dell’Unione europea (Ue), che viene puntualmente respinta, nonostante quanto stabilito dalla Commissione europea. Si evoca allora un piano B, non meglio identificato, o si auspica il soccorso della comunità internazionale, ritenuta responsabile dell’intervento in Libia, come se l’Italia, pur di malavoglia, non fosse stata in prima fila nell’impresa contro Gheddafi.

 

Chiarimenti necessari

Cechiamo di metter ordine. Il blocco navale è un non senso. È una misura di guerra e costituisce aggressione, qualora non sia invocabile la legittima difesa. Il che non è. Tranne che non si voglia classificare l’esodo dalla Libia come una forma di attacco armato. L’unico precedente, subito sconfessato, fu la massa dei rifugiati provenienti dal Bangladesh, invocato dall’India per intervenire in quel territorio allora facente parte del Pakistan (1971).

 

Quanto alla solidarietà europea, i nostri governanti farebbero bene a ricordare ai loro partner il regolamento 656/2014, in materia di gestione delle frontiere marittime, che stabilisce testualmente che le politiche dell’immigrazione e dell’asilo dovrebbero essere governate dal principio di solidarietà e dall’equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri.

 

In terzo luogo occorre chiaramente distinguere tra migranti per motivi economici e rifugiati, cioè di persone che fuggono dal paese di residenza per timore che la loro vita o libertà siano minacciate a causa della razza, religione, nazionalità o appartenenza a un certo gruppo sociale o opinioni politiche. Come si vede una condizione sufficientemente ristretta, che implica l’effettivo timore di una persecuzione.

 

Cosa fare

Sono ammissibili misure di interdizione, cioè di respingimento dei barconi in alto mare?

 

Australia e Stati Uniti, che sono vincolati come gli Stati Ue dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati, rispondono affermativamente, poiché a loro parere la Convenzione obbliga al non respingimento solo se il richiedente asilo si trova nel territorio dello stato e non il alto mare. La Corte Suprema australiana ha riaffermato questo principio in una recente sentenza del 28 gennaio 2015.

 

Questa interpretazione presta il fianco a molte obiezioni dopo la sentenza Hirsi (2012), in cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per aver ricondotto in Libia un gruppo di profughi somali ed eritrei dopo averli soccorsi ed imbarcati su una nave da guerra. È vero che si potrebbe impedire alle imbarcazioni cariche di migranti/profughi di proseguire ed obbligarle ad invertire la rotta, senza alcun contatto con la nave da guerra. Ma questo potrebbe mettere in pericolo il barcone e comportare la perdita di vite umane.

 

L’Ue è vincolata dalle norme sull’asilo sia nel Trattato sul funzionamento dell’Ue sia nella Carta dei diritti fondamentali, che peraltro non specificano la loro applicabilità in alto mare. Anche il citato Regolamento 656/2014 impone il rispetto di tutta una serie di obblighi internazionali tra cui la salvaguardia della vita umana in mare e dello status di rifugiato, incluso il principio di non respingimento.

 

Tutti questi motivi sconsigliano la trasformazione della missione Triton da una mera missione di sorveglianza in una missione di interdizione.

 

EunavforMed

Per il momento le speranze restano appese alla missione EunavforMed, adottata nell’ambito Pesce deliberata con Decisione 2015/778 del Consiglio dell’Ue, che dovrebbe comportare una presenza (armata) sulle coste libiche. Il pensiero va alla Missione Atlanta e dei successi conseguiti nella lotta alla pirateria, ma i nodi da risolvere nel caso libico sono molto più complessi, poiché non si tratta solo di operare in mare.

 

Per ora è stata disegnata solo la fase 1 dell’operazione Eunavfor, che prevede solo la pianificazione, ma non le fasi 2 e 3, le più impegnative, che dovrebbero comportare il sequestro dei natanti e lo smantellamento della rete dei trafficanti. Per rendere operativa la missione si attende luce verde da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds). Occorrerà vederne il contenuto, sempre che sia effettivamente adottata e che qualche membro permanente (vedi Russia) non ponga i bastoni tra le ruote.

 

Ma è giuridicamente possibile attuare la missione Eunavfor( o altra di simile portata) senza l’autorizzazione del Cds?. Si, se c’è il consenso dell’avente diritto, cioè del Governo di Tobruk, quello riconosciuto dalla comunità internazionale. Inoltre si potrebbe operare, solo ai fini su accennati, anche il riconoscimento del Governo di Tripoli, come entità insurrezionale. Dal territorio sotto il suo controllo ha origine, infatti,una buona parte dei traffici.

 

Obiettivi più ambiziosi sono difficilmente conseguibili. Ad esempio, per evitare di essere accusati di violare l’obbligo di non respingimento, occorrerebbe istituire dei centri in Libia in cui fare lo screening dei richiedenti asilo e collocare in appositi campi profughi coloro che hanno diritto allo status di rifugiato, qualora non si voglia ospitarli nei paesi europei. Ma un tale obiettivo diventa ingestibile in una situazione di caos e guerra civile, che rischierebbe di coinvolgere di nuovo gli europei dopo il passo falso del 2011.  Natalino Ronzitti, AffInt 15

 

 

 

 

Italia e Francia si incontrano a Expo. "Migranti problema Ue". Renzi: "No isterie ed egoismi"

 

Il premier: "Immigrazione non riguarda solo Italia o Francia, è una questione europea". E ribadisce il "piano b": "Di fronte a un atteggiamento non solidale, l'Italia è pronta a fare da sola". Il presidente francese: "I rimpatri spettano alla Ue". I due leader auspicano un accordo con la Grecia al più presto

 

MILANO - Dopo i giorni delle frizioni a distanza tra Roma e Parigi e del braccio di ferro alla frontiera di Ventimiglia per il respingimento francese dei migranti intenzionati a lasciare l'Italia per proseguire oltralpe il loro viaggio della speranza in Europa, Matteo Renzi e Francois Hollande sciolgono ogni tensione incontrandosi a Expo nella giornata dedicata al padiglione francese. Nel momento in cui il padrone di casa Renzi si è trovato di fronte l'ospite Hollande è scattato un emblematico abbraccio, cui sono seguite le parole.

 

"Sul caso di Ventimiglia non c'è mai stata tensione tra Italia e Francia". Matteo Renzi ha subito voluto assicurare che le relazioni di Roma e Parigi godono di ottima salute anche sulla questione dei migranti. "Talvolta - ha detto Renzi - la tensione scatta per le dichiarazioni di qualche ministro italiano o francese. Ma è la normalità di un fidanzamento di lungo corso. Non è un problema italiano o francese, ma un problema europeo". "I rimpatri vanno fatti con mezzi europei", gli ha fatto eco il presidente francese, Francois Hollande, durante la conferenza stampa in occasione della sua visita a Milano per Expo 2015. Secondo Hollande "non è compito dell'Italia assumersi da sola questa missione".

 

Dopo il giro istituzionale fra i padiglioni, i due hanno quindi dato il via a Palazzo Italia all'incontro bilaterale. Fra i temi all'ordine del giorno, in particolare, quello dei migranti, come aveva già annunciato ieri il premier, ma anche la crisi greca.

 

I migranti. "In Europa" sul tema dei migranti "deve prevalere un binomio di solidarietà e responsabilità. No alle isterie: in Italia il numero di migranti è lo stesso dello scorso anno. Ma contemporaneamente 'no' ad egoismi di nessun genere", ha detto Renzi, nella conferenza stampa milanese. "Il Consiglio europeo potrà dare una mano per risolvere il problema dell'immigrazione. Non è un problema italiano o francese, ma un problema europeo - ha sottolineato ancora una volta Renzi -. Il problema non è solo a Ventimiglia, ma in molte parti dell'Ue". Hollande in sintonia. Anche per il presidente francese "non spetta all'Italia assumersi da sola la missione dei rimpatri" degli immigrati clandestini, ma "possono essere coinvolti altri Paesi". Per questo, ha chiarito Hollande, sarà la Ue a stabilire cosa dovrà essere fatto.

 

Avendo accanto il presidente francese, Renzi ha poi confermato che l'Italia, in caso di un atteggiamento non solidale da parte dell'Ue in materia di immigrazione, è "pronta al piano b, ha la possibilità di organizzarsi da sola". L'adozione o meno del "piano b", ha proseguito il premier senza entrare nel dettaglio, "non dipende da me. In tutti i momenti di discussione ho detto che quello dell'immigrazione non è il problema di un solo Paese e che un Paese da solo non può affrontare il problema". "Conosco - ha spiegato il capo del governo - i problemi del trattato Dublino 2, ci sono responsabilità e regole per i Paesi dove i migranti arrivano per la prima volta in Europa" e su cui la Francia basa i suoi respingimenti alla frontiera di Ventimiglia. "Ma quella dell'immigrazione - ha ribadito Renzi - è una problematica globale, enorme, che nei prossimi mesi sarà nelle agende europee. Siamo insieme o da soli? Non è un problema di dati e di cifre ma di approccio, perché finora l'Italia ha fatto da sola. Oggi è importante dare un messaggio insieme e sono contento perché la posizione di Hollande è rispettosa delle regole di Dublino, ma anche del fatto che si tratta di una questione storica".

 

La sintesi la fa il sindaco di Milano Giuliano Pisapia: "Il colloquio tra Renzi e Hollande rappresenta un invito forte a dire che non è possibile che la Francia chiuda le frontiere e che dobbiamo essere alleati in Europa per risolvere il problema epocale dell'immigrazione. Una questione cara anche al Santo Padre che ha chiesto di vedere i migranti come vittime".

 

La questione greca. Sulla questione della Grecia, Renzi e Hollande hanno detto di puntare a "un accordo al più presto", come ha spiegato il presidente francese, auspicio che precede di poche ore l'Eurosummit  di lunedì a Bruxelles e il Consiglio europeo di giovedì, che avranno al centro proprio la crisi ellenica. "Non c'è più tempo da perdere", ha rimarcato Hollande, che a margine della visita a Expo ha partecipato a una videoconferenza con il premier greco Tsipras e la cancelliera tedesca Angela Merkel, "ogni secondo ha la sua importanza", per questo i "negoziati e le discussioni devono andare avanti perché si possa arrivare a un accordo" affinché le istituzioni internazionali "possano far valere alcuni principi", e affinché "la Grecia possa ottenere i finanziamenti". Ottimista Renzi: "Siamo convinti che sia possibile una soluzione che consenta alla Grecia di continuare a far parte dell'euro. Su questo stiamo lavorando tutti. Ma lo sforzo deve essere reciproco, anche la Grecia deve collaborare".

 

Accanto al premier Renzi, a Milano c'era anche il ministro dell'Agricoltura Maurizio Martina, che ha la delega all'Expo. Accanto a Hollande, il collega francese di Martina, Stephan Le Foll, il ministro degli Esteri Laurent Fabius e il ministro dell'Ambiente Ségolène Royal, su cui si rincorrono voci di un possibile passaggio allo stand Nutella, in segno di distensione dopo le polemiche scatenate dalle sue dichiarazioni sui danni allmbiente derivanti dall'uso dell'olio di palma. Fra le personalità presenti, anche Umberto Eco che ha partecipato al pranzo con il premier e il presidente francese, e l'attrice francese Carole Bouquet, alla sua seconda visita a Expo.

 

Tocco finale alle baguette prima che vengano infornate. Il presidente Francois Hollande, a Expo per la Giornata della Francia, si è improvvisato fornaio nel padiglione del suo Paese. Dopo aver sistemato le pagnotte pronte per la cottura, ha atteso che uscissero dal forno per assaggiarle in compagnia del premier Matteo Renzi

 

Lo spreco alimentare. "Francia e Italia protagoniste assolute. Hanno il compito di rendere più gentile, bello e appassionato questo scorcio di tempo che stiamo vivendo", ha detto Renzi dopo l'incontro. Hollande ha firmato al Palazzo Italia di Expo la Carta di Milano, il documento contenente una serie di impegni contro lo spreco alimentare e per la lotta alla fame, che possono firmare anche i visitatori dell'esposizione e che sarà consegnato al segretario dell'Onu Ban Ki-Moon il 16 ottobre. Si tratta dell'eredità che Expo intende lasciare dopo la conclusione della manifestazione il cui tema è 'Nutrire il Pianeta, energia per la vita'.

 

Hollande ha annunciato che la Francia si candiderà  a una prossima esposizione universale. "Trarremo ispirazione da questo successo per la nostra candidatura. Ci avete fatto un regalo consentendoci di inaugurare il padiglione francese nel giorno più lungo dell'anno in modo da avere qualche secondo in più per vantare le nostre eccellenze". Dopo il vertice con Renzi e la conferenza stampa congiunta, Hollande è tornato nel Padiglione francese dove ha ringraziato tutti e si è fermato a stringere la mano a diversi visitatori prima di lasciare l'esposizione. LR 21

 

 

 

 

La valutazione. I connazionali oltre confine

 

Quasi quattro milioni. Questo numero non è la soluzione di un problema. E’ il problema. Rappresenta il numero dei Connazionali che vivono oltre confine. La maggioranza in Europa. Quando si scrive d’italiani all’estero, e non si fa mai a sufficienza, s’inserisco nel contesto aspetti economici, etnici e politici. Mancano, però, concreti segnali d’interventi specifici che, invece, sarebbero necessari. Indubbiamente, anche la nostra Emigrazione ha mutato, e ora auspicabile, le sue motivazioni. Oggi, gli italiani all’estero sono maestranze qualificate e ben preparate per assumere uno specifico inserimento nel Paese ospite. Anche il profilo burocratico, che è stato per lungo tempo una spina nel fianco ai numerosi flussi migratori, si è obiettivamente evoluto. Soprattutto in UE. I tempi delle valigie di cartone e dei treni della speranza fanno parte di periodi arcaici correlati al flusso di genere umano dentro e fuori i confini d’Europa. Però, anche se l’Emigrazione si è modernizzata, essa resta ancora presente e richiede una più diretta attenzione.  Gli italiani all’estero, che prima erano una “risorsa”, oggi sono sin troppo considerati un “peso”. Pur se l’Italia non è più il Paese dei “Passaporti Rossi”, i nostri Connazionali all’estero, dovrebbero essere maggiormente garantiti in Patria. Il Bel Paese, anche nella funesta crisi socio/economica che lo ha impoverito, dovrebbe adoperarsi per mantenere la loro cultura e favorire le loro aspirazioni; soprattutto all’interno dei confini nazionali. Dopo aver riconosciuto il diritto di voto politico, attivo e passivo, e quello referendario, ci sono ancora troppi aspetti della realtà nazionale che non prevedono la fattiva partecipazione degli italiani che vivono altrove. Se non fosse sufficientemente chiaro, sono le maestranze più qualificate a lasciare, magari con contratto di lavoro in tasca, la Penisola. Secondo la “ National Science Foundation”, in questi ultimi cinque anni, sono stati centinaia gli ingegneri, con le più disparate specializzazioni, che hanno fatto rotta per il Nuovo Mondo. Quindi, l’Italia continua a perdere personale più che qualificato e resta campo di lavoro per i cittadini extracomunitari che, per motivi della nostra atipica crisi economica, hanno sempre maggiore difficoltà nel reperire un’occupazione stabile ed una sistemazione per le loro famiglie. Il problema del lavoro, da qualunque aspetto si consideri, resta di difficile soluzione. I cicli produttivi industriali sono rallentati e i tempi migliori sembrano non arrivare. L’Italia potrebbe essere considerata come una grande realtà per tutti. Se fosse bene amministrata, potrebbe dare utili non indifferenti. Ipotesi ancor più percorribile proprio per la presenza di un’UE che dovrebbe avere comuni interessi da tutelare. Per tentare d’andare oltre la crisi, che non è solo nazionale, si dovrebbe puntare ad attività a largo respiro. Con una duplice finalità: migliori investimenti territoriali di tipo comunitario e freno dell’Emigrazione specialistica oltre Atlantico. Il problema, ben lo comprendiamo, è assai complesso, ma merita una soluzione. Ora più proponibile che per il passato. La ripresa non è dietro l’angolo, ma è anche prevedibile che vi si possa collocare. Se fossimo realmente convinti che i problemi d’Italia possano essere anche quelli d’Europa, la crisi interna del Paese andrebbe a segnare il passo. Invece, nonostante le apparenze, esiste sempre un complesso di Paesi UE che “dirigono” l’economia ed altri che, purtroppo, la subiscono. L’Italia è tra questi.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Deputati Pd dell’Estero: Non lasciar cadere la possibilità di una più equilibrata  rappresentatività del CGIE

 

ROMA - Dopo alcune settimane di intenso confronto sui criteri di distribuzione territoriale dei componenti del nuovo CGIE - un dibattito che si era sviluppato nel Comitato di Presidenza dello stesso organismo e in uno scambio di opinioni tra gli eletti all'estero e il titolare della delega per gli italiani nel mondo - il silenzio è caduto sull'intera vicenda. La questione, nonostante la sua valenza di ordine democratico e le attese della maggior parte delle nostre comunità all'estero, è stata derubricata a ordinario adempimento amministrativo. Affidato all'esclusiva competenza dei funzionari della Farnesina, essi sono ormai impegnati nella convocazione delle assemblee elettorali.

Per chiarezza e per evitare strumentalizzazioni di ogni tipo, è bene partire dai fatti. Il CGIE si era pronunciato da tempo a favore di una distribuzione che salvaguardasse l'articolata rappresentatività dei Paesi già presenti dell'organismo in scadenza. Il Decreto 24 aprile 2014, N. 66, convertito nella legge 23 giugno 2014, n. 89, ha fissato come criterio esclusivo di attribuzione dei seggi ai diversi Paesi quello del numero di iscritti all'AIRE.

La mancanza di una tabella di accompagnamento che rendesse esplicita la distribuzione territoriale

e, probabilmente, una qualche sottovalutazione delle implicazioni concrete di quel criterio hanno portato ad un'ipotesi francamente inaccettabile. Quando i funzionari del MAECI hanno finalmente presentato al Consiglio di presidenza del CGIE la tabella di distribuzione, è apparso chiaro che essa si discostava sensibilmente da quella del precedente organismo. La Presidenza del CGIE, a larga maggioranza, ha chiesto la modifica del criterio e della tabella, vincendo le iniziali resistenze di funzionari e Sottosegretario.

Lo stesso titolare della delega, a seguito di diverse sollecitazioni, tra le quali quelle insistenti del PD, ha chiesto ai parlamentari eletti all'estero un parere su una diversa ipotesi, che teneva conto di queste osservazioni. Il nocciolo della questione era, e resta, quello di conciliare il criterio dell'iscrizione all'AIRE, che adottato in modo esclusivo creerebbe un'eccessiva distorsione della rappresentanza a favore delle maggiori comunità e aree continentali, con un criterio più elastico di rappresentatività, capace di rappresentare anche il mondo degli italo discendenti e di dare voce a comunità più ridotte ma significative. In ogni caso non limitando l'articolazione della distribuzione assicurata finora.

A questa proposta, che il Sottosegretario ci ha fatto pervenire in data 28 aprile 2015, abbiamo dato il nostro assenso, con qualche sporadica osservazione di natura ancora più elastica ed estensiva rispetto alle indicazioni pervenute. Notizie informali hanno successivamente fatto intendere che l'ipotesi di modifica della legge 89/2014 sarebbe stata abbandonata. Le ragioni addotte sarebbero legate alla difficoltà di adottare lo strumento del decreto legge e al fatto che non sarebbe stata raggiunta un'unanimità di vedute sulla soluzione. Sul primo punto ci permettiamo di osservare che forse sarebbe stato meglio verificare la disponibilità ad adottare un decreto legge prima di mettere in giro una proposta destinata a destare attese diffuse. Sul secondo ci sembra francamente originale l'idea che la preventiva unanimità possa essere la condizione dell'adozione di un atto di governo, che dovrebbe rispondere invece ad esclusive ragioni di opportunità.

In ogni caso, ciò che importa veramente è l'immediato futuro. Poiché l'amministrazione ha chiesto un parere formale per introdurre una deroga al DPR 329/98, che fissa in 4 mesi dall'insediamento dei COMITES la data di convocazione delle assemblee elettorali di paese, si colga questa occasione per valutare la possibilità di adottare una diversa tabella di distribuzione dei seggi.

Per quanto ci riguarda, esprimiamo, non solo a titolo personale ma anche di gruppo e di partito, la nostra piena disponibilità a concorrere a questo risultato, anche mediante la ricerca di una corsia preferenziale a livello parlamentare per eventuali provvedimenti che si ritenessero necessari.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi, Deputati Pd della circoscrizione Estero, de.it.press 16

 

 

 

 

 

Esonero IMU anche per titolari di pensione in convenzione internazionale

 

In seguito alla richiesta di chiarimento da parte dei senatori del Collegio Estero sull'interpretazione dell'articolo 9-bis, comma 1, del decreto legge 28 marzo 2014, n. 476 (inerente l'IMU sulle unità immobiliari possedute dai pensionati italiani residenti all'estero), il Vice-Ministro Enrico Morando interviene con una nota sul punto riguardante la tipologia di pensionato da esonerare.

Il Vice-Ministro ribadisce ciò che i senatori  sostenevano sin dall'inizio, vale a dire che l'esonero va esteso anche ai titolari di pensione in convenzione internazionale, poiché detta tipologia di pensione va considerata per entrambe le componenti a carico dei due Stati una pensione a tutti gli effetti. La nota precisa, inoltre, che se il Paese estero che eroga la pensione (“autonoma” o in totalizzazione) è anche il Paese di residenza del soggetto, il beneficio in questione si applica; se invece il pensionato risiede in un Paese estero diverso da quello che eroga la sua pensione, non si applica (ad es. il pensionato che ha una pensione italo-statunitense e risiede in Canada), trattandosi di una norma di deroga e, quindi, eccezionale, va interpretata restrittivamente.

I senatori del Collegio Estero restano, tuttavia, ancora in attesa di una risposta da parte del Vice-Ministro Morando su un altro punto fatto presente nella richiesta di chiarimento, che riguarda la facoltà o meno dei Comuni di assimilare ad abitazione principale l'unità immobiliare posseduta da cittadini italiani residenti all'estero non pensionati. Secondo i senatori, l'articolo 9-bis, contrariamente a quanto affermato dal sottosegretario Zanetti, fu concepito come emendamento aggiuntivo e non sostitutivo della normativa vigente, in virtù della quale erano proprio i Comuni a stabilire, nell'ambito della propria potestà regolamentare, se tali unità immobiliari fossero da considerare abitazione principale o meno.

I senatori del Collegio Estero annunciano, infine, che nella prossima finanziaria cercheranno di risolvere il problema del mancato esonero per il pensionato  residente in un Paese estero diverso da quello che eroga la sua pensione. Claudio Micheloni

 

 

 

 

 

 

In vigore dal 17 agosto 2015 il Certificato successorio europeo, nuovo strumento di “diritto uniforme”

 

ROMA  - Entra in vigore il prossimo 17 agosto il Certificato successorio europeo, nuovo strumento di “diritto uniforme”, mediante il quale eredi, legatari, esecutori testamentari o amministratori dell’eredità potranno fare valere all’estero, senza necessità di compiere in loco ulteriori atti formali - apostille o legalizzazione - la loro qualità e i connessi diritti, poteri e facoltà.

Il CSE è rilasciato dai notai per essere utilizzato in un altro Stato membro, ma produce effetti anche nello Stato membro le cui autorità lo hanno rilasciato.

I notai potranno rilasciare il CSE a partire dal 17 agosto, per le successioni aperte a partire da tale data.

È possibile richiedere il rilascio del CSE a qualsiasi notaio italiano (senza limiti di competenza territoriale legata al luogo dell’apertura della successione e/o della situazione dei beni ereditari) in tre diversi casi.

Il primo: se la residenza abituale o cittadinanza del defunto è in Italia al momento della morte, o nel caso in cui non siano trascorsi più di 5 anni tra il momento del cambiamento di tale residenza e la richiesta del CSE.

Il secondo: se il defunto ha optato per la legge italiana in quanto legge della cittadinanza al momento della scelta o al momento della morte.

Il terzo: in presenza di un collegamento sufficiente dell’Italia con la successione e in assenza di altra autorità competente.

Come spiega l’avvocato Valeria Cianciolo su “Professione giustizia”, “molte sono le ragioni che giustificano la creazione di un certificato successorio europeo. Da un lato sta la libera circolazione delle persone, la quale sollecita i singoli ad acquistare beni - per esigenze abitative, per necessità lavorative o imprenditoriali, per finalità di investimento, per vocazioni turistiche - in Stati diversi rispetto al Paese di cui sono cittadini ed anche rispetto al Paese in cui sono abitualmente residenti”.

D'altro lato, “sta la frequente unitarietà dello statuto successorio, giacché la successione per morte è spesso regolata da un'unica legge - che può essere quella di cittadinanza o quella del luogo di residenza o quella individuata liberamente dal testatore -, indipendentemente rispetto alla collocazione materiale dei beni che compongono il patrimonio relitto, la quale rileva soltanto in alcuni ordinamenti, come quelli francese ed inglese, dove si distingue anzitutto fra statuto dei beni immobili e statuto dei beni mobili”.

Dunque, spiega l’avvocato, “la combinazione di questi due elementi - titolarità di una pluralità di beni in capo ad unico soggetto, ma posti in Paesi diversi, e tendenziale unicità delle regole di devoluzione ereditaria - ha reso sempre più rilevante il fenomeno delle cosiddette successioni transfrontaliere, dove si combinano - anche su piani diversi: dalla legge che regola il

titolo dell'acquisto alla legge che regola i modi dell'acquisto - elementi frutto di sistemi giuridici diversi”.

Al tempo stesso, ricorda, “le successioni transfrontaliere hanno reso ancora più evidente la necessità di tutelare il traffico giuridico, quando esso abbia per oggetto beni caduti in successione - non soltanto immobili, ma anche partecipazioni societarie o crediti, ad esempio verso aziende bancarie - impregiudicato restando lo strumento di tutela dell'affidamento dei terzi, anch'esso variabile da ordinamento ad ordinamento. Può, in effetti, risultare difficile per l'acquirente da chi si dichiara successore avere la necessaria sicurezza circa la legittimazione a disporre dell'alienante, ove questi sia erede o legatario rispetto all'originario titolare”. (aise 16) 

 

 

 

 

Migranti, da Cameron risorse ma no a quote. Ungheria: muro anti-flussi a confine con Serbia

 

Il premier britannico metterà a disposizione dell'Italia uomini e sostegno "per collaborare con i servizi segreti in Sicilia". Renzi: "Il problema non è solo nostro, Regno Unito è d'accordo"

 

ROMA - Il premier britannico, David Cameron, ha detto che per fermare il traffico dei migranti dalla sponda sud del Mediterraneo serve "un approccio globale" e che il Regno Unito metterà a disposizione dell'Italia "uomini e risorse" per collaborare con i servizi segreti italiani in Sicilia.

 

Intervenuto dopo un bilaterale a Expo 2015 con il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, Cameron ha affermato: "C'è bisogno di un approccio globale, ci vuole un nuovo governo in Libia che dia la caccia alle gang criminali, un approccio globale per lavorare con voi, con i vostri servizi di intelligence in Sicilia, dove noi metteremo gente e risorse per cercare di rompere il collegamento" fra immigrati e scafisti.

 

A margine dell'incontro, Renzi ha dichiarato che con il Regno Unito "c'è condivisione" sul fatto che quello dei migranti "non è un problema solo italiano. Ci sono posizioni anche diverse sulle scelte da adottare e che adotteremo nel prossimo Consiglio europeo. Le modalità con le quali affronteremo questo tema sono oggetto di discussione in queste ore partendo dalla prima necessità che è affrontare il problema in africa". Il capo del governo ha infine sottolineato che "c'è convergenza con Cameron" sul fatto che "l'Africa non sia considerata un continente di 'serie b' dalla comunità internazionale".

 

Contestualmente, in una lettera congiunta, i ministri degli Esteri di Italia, Francia e Germania, inviata all'Alto Commissario per gli Affari europei, Federica Mogherini, propongono una "politica della migrazione esterna più attiva e inclusiva".

 

Intanto, l'Ungheria fa sapere che presto costruirà una recinzione alta 4 metri lungo l'intero il confine con la Serbia per arginare il flusso di immigrati clandestini. Lo annuncia il ministro degli Esteri, Peter Szijjarto.

 

"L'immigrazione è uno dei problemi più gravi per l'Unione europea di oggi", ha detto Szijjarto durante una conferenza stampa. "I paesi dell'Ue cercano una soluzione ... ma l'Ungheria non può permettersi di aspettare più a lungo. Stiamo parlando di un tratto di confine lungo 175 km (110 miglia), la cui chiusura fisica potrà essere realizzata con una recinzione alta quattro metri. Il ministro dell'Interno ha ricevuto l'ordine di costruirla".

 

La scorsa settimana il premier conservatore ungherese Viktor Orban aveva annunciato che avrebbe chiuso il confine per limitare l'accesso degli immigrati e dei richidenti asilo nel paese. Nel 2014 l'Ungheria ha accolto più rifugiati pro capite di qualsiasi altro paese Ue, Svezia esclusa: più di 43mila dai 2mila del 2012.

L'annuncio del ministro degli esteri: l'Ungheria costruirà di una barriera alta 4 metri lungo la frontiera con la Serbia, per un tracciato di 175 chilometri. Lo scopo dichiarato è quello di bloccare il flusso crescente di migranti lungo la cosiddetta 'rotta dei Balcani' verso l'Europa occidentale

 

"I lavori preparatori per la chiusura devono essere terminati entro mercoledì prossimo", ha sottolineato il ministro degli Esteri, aggiungendo che "naturalmente informeremo i nostri colleghi serbi sui dettagli" in una riunione prevista per il 1° luglio. Szijjarto ha aggiunto che la barriera non violerà alcun accordo internazionale, annunciando che il governo terrà incontri di alto livello con la Serbia per discutere il progetto. Secondo l'ufficio immigrazione ungherese, quest'anno circa 57mila persone sono entrate illegalmente nel Paese, poco più delle 43mila di tutto lo scorso anno. Tra loro molti afghani, siriani e pakistani.

 

Più a sud, la Bulgaria ha già fatto qualcosa di analogo, costruendo una barriera lungo il confine con la Turchia, con lo stesso obiettivo. Il governo è stato più volte oggetto di polemiche, dentro e fuori il suo Paese, per l'approccio nei confronti dei migranti. Tra i vari motivi, la dichiarazione di Orban che ha definito i piani del blocco europeo per gestire i flussi "al confine con la follia".

 

Per quanto riguarda invece il rispetto da parte dell'Italia degli accordi di Schengen la Questura di Udine ha comunicato che "e' destituita da ogni fondamento" l'ipotesi di un ripristino delle frontiere e la sospensione di Schengen al confine italo-austriaco di Tarvisio, scelte che non competono alle autorita' provinciali di pubblica sicurezza". La notizia sarebbe stata diffusa da numerosi siti web. "Da oggi - ha precisato la Questura - e' partito solo un rafforzamento dei controlli al valico italo-austriaco, resi ancor piu' capillari e serrati lungo le reti autostradali e ferroviaria, grazie anche ai rinforzi inviati dal dipartimento di pubblica sicurezza come effetto dell'incontro tenutosi la scorsa settimana a Roma con il capo della Polizia. Sono operativi una ventina di uomini in piu' da oggi fino a che saranno cessate le esigenze". LR 17

 

 

 

 

 

 

Gentiloni: "I Paesi del no sono poco lungimiranti". I flussi migratori cambiano, sbagliato opporsi al piano Juncker

 

«Tutta questa resistenza al piano Immigrazione della Commissione europea mi sembra poco lungimirante». Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è sempre stato prudente, evitando trionfalismi anche quando - a metà maggio - l'Italia avrebbe potuto rivendicare come un successo l'aver trasformato il dossier immigrazione in qualcosa di europeo e condiviso. I numeri in fondo, 24 mila «ricollocamenti» in Europa in due anni a fronte di 57 mila ingressi in Italia nel solo 2015, invitano al realismo: non sarà certo il piano della Commissione a risolvere come con un colpo di «bacchetta magica» ogni guaio. Ma avverte Gentiloni, «un rinvio sarebbe soprattutto un segnale di impotenza dell'Unione Europea».

Signor ministro, si era partiti alla grande fra accordi e intese più o meno vincolanti sull'ospitalità dei profughi; sui finanziamenti, sulle fotosegnalazioni, sulla redistribuzione. Poi fra distinguo e sfumature diventate sempre più marcate, il piano si è annacquato. Come finirà?

«Credo che il negoziato sia aperto, i Paesi membri dialogano, i rapporti di forza non sono peggiorati rispetto all'inizio, i contrari alla proposta della Commissione, che noi abbiamo sempre sostenuto, sono sempre i soliti. Io mi auguro solo che l'esecutivo Ue non faccia passi indietro sul suo piano».

Che sensazioni ha?

«Negli incontri che ho avuto negli ultimi dieci giorni con i vertici Ue, con il Commissario per l'immigrazione Avramopoulos e il vicepresidente Timmermans oltreché Federica Mogherini, ho avuto conferme che terranno fermo il piano, ovvero la proposta di redistribuzione di una parte dei richiedenti asilo tra i diversi Paesi».

Ha lamentato che servirebbero però più soldi per i Paesi maggiormente coinvolti.

«Servono più risorse per chi come noi o la Grecia è in prima linea nell'accoglienza. Sessanta milioni di euro non è un impegno sufficiente, sono davvero pochi per la prima superpotenza economica del mondo».

La bozza del vertice Ue contiene il rimpatrio dei migranti, quelli che arrivano per motivazioni economiche, sia pur mascherato dietro un linguaggio più formale. È una soluzione?

«Non c'è una singola misura che risolve la questione. Neanche i rimpatri».

Perché?

«Anzitutto i procedimenti di espulsione sono individuali, poi bisogna avere come controparte dei governi stabili»

Un po' macchinoso come meccanismo...

«Sa cosa? Sento soluzioni fantasiose quando si parla di migranti: facciamo campi in Libia, respingiamoli in mare, mettiamoli tutti su un'isola. Gente che soffia sul fuoco e dipinge la situazione attuale come se un'orda di terroristi ci avesse invaso e portato epidemie; questo tipo di agitazione non aiuta e non si addice a chi ha responsabilità istituzionali. Verso chi fugge da guerre e dittature devono valere i principi elementari di umanità. Il che non vuol dire, ovviamente, trasformare le nostre piazze in centri di accoglienza».

Mettiamo in fila ministro allora queste misure utili ad affrontare il fenomeno migratorio alla radice.

«Stiamo lavorando con le agenzie Onu per trattenere i migranti nei Paesi in cui transitano; bisogna stringere accordi con i governi per impedire che vi siano partenze. E in questo senso abbiamo vecchie e nuove intese con Tunisia, Egitto, Turchia e Gambia; bisogna affrontare il nodo dei conflitti in corso come Libia, Siria, Eritrea. ma bisogna dire la verità: con l'immigrazione faremo i conti per anni. Non scompare per miracolo, va gestita e regolarizzata. La vera soluzione, l'unica, è una gestione globale, complessiva. Allora la proposta della Commissione non è la bacchetta magica, ma è una prima risposta».

Sui trasferimenti obbligatori non rischia di saltare tutto?

«Prenda la situazione nel Nord-Est dell'Europa»

Non ci sono mica sbarchi lì...

«No, ma i flussi mutano. Oggi la Grecia è più coinvolta dell'Italia ad esempio. E chi è in grado di prevedere che con la crisi in atto - ad esempio in Ucraina - non ci si troverà dinanzi, e mi auguro ovviamente di no, in futuro a un'emergenza? E allora che faranno quei Paesi che oggi sono contrari alle quote obbligatorie? Chiederanno una ripartizione? Rimanere pregiudizialmente ostili alla bozza della Commissione Ue è segno di mancanza di lungimiranza»

Intanto la polizia francese sbarra l'ingresso agli immigrati al confine di Ventimiglia. Ma non c'è il Trattato di Schengen?

«Le regole valgono per tutti, anche Schengen. Basta con lo scaricabarile».

Alberto Simoni, LS 14

 

 

 

 

 

Retorica e illusioni. La politica che manca all’Europa

 

Da decenni, con un’accelerazione dopo il varo della moneta unica, tanti invocano l’integrazione politica come panacea dei mali d’Europa. C’è del giusto. Non appare sostenibile la moneta unica in assenza di una «sintesi politica», di un sistema di governo. Semplice buon senso. In questi ragionamenti, però, c’è sempre stato anche qualcosa di poco convincente. Non è chiaro se chi invoca l’integrazione politica si renda pienamente conto delle implicazioni. Si ha l’impressione che molti la immaginino come una specie di assemblea di quartiere «in grande», nella quale si formano disciplinate maggioranze che decidono sulle proposte della giunta di quartiere su come ripartire oneri e vantaggi. Non c’è mai stato niente di più «spoliticizzato» della concezione della politica prevalente in quei commenti. Per ragioni che attengono alla storia dell’integrazione europea, l’idea di politica che vi è stata appiccicata sopra è quella che poteva inventarsi (con l’interessata complicità dei governi) un club di tecnocrati convinti che le decisioni che contano dovessero essere prese all’interno del club medesimo: gente educata e preparata che pacatamente discute del bene comune. Il popolo, poi, null’altro avrebbe dovuto fare che avallare le lungimiranti decisioni.

Niente di più lontano da ciò che la politica è: conflitti di potere in cui si consumano ambizioni personali e di gruppo, e scontri frontali, e spesso feroci, fra contrapposte visioni di ciò che è collettivamente bene o male. L a politica, quella vera, si fonda sul principio dell’inclusione e dell’esclusione sulla base di criteri predefiniti (tu sei dentro e tu sei fuori) e ha un rapporto intimo, e inesorabile, con l’uso della forza. C’è una spiegazione del perché la concezione della politica prevalente sia stata quella del suddetto club di tecnocrati. Era l’idea di politica propria di un’Europa che non contava politicamente più nulla.

Quando l’integrazione europea mosse i primi passi, negli anni Cinquanta, e ancora nei decenni successivi, l’Europa era divisa fra sfere di influenza, dipendeva dalle superpotenze. È parte della retorica europeista la bugia secondo cui gli europei decisero di mettersi insieme perché non volevano più farsi la guerra come era avvenuto per secoli. Invece, gli europei si misero insieme perché non potevano più farsi la guerra: non erano più il centro del mondo, ora dipendevano dagli americani e dai russi. Poiché la politica (in quel suo aspetto fondamentale che riguarda le decisioni su guerra e pace e sull’uso della coercizione) era competenza delle superpotenze, poiché l’Europa era ormai solo spettatrice delle gare di potenza, ne derivò una concezione irrealistica, distorta, di ciò che avrebbe significato, nei decenni a venire, unificarla politicamente.

Ora le illusioni dovrebbero essere cadute. Se era comprensibile fino a qualche anno fa che si pensasse all’integrazione nei termini sopra descritti, adesso che la politica, quella vera, è venuta a cercarci, diventa colpevole insistere.

Altro che Grecia. Che fare con la Russia o con le popolazioni in movimento dall’Africa e dal Medio Oriente, o con lo tsunami dell’estremismo islamico? Che fare insomma con i grandi nodi geopolitici?

Sulla Russia, ad esempio, gli europei hanno adottato una posizione comune (le sanzioni) ma una parte di loro la subisce, si è dovuta inchinare di malavoglia a ciò che resta della leadership americana. Ma quella parte d’Europa è anche pronta, se potrà, ad accordarsi con lo zar delle Russie. Ma una cosa è dire che della collaborazione dei russi abbiamo bisogno (per esempio, in Medio Oriente), una cosa diversa è aspettare l’occasione per normalizzare i rapporti con loro fingendo che, dall’occupazione della Crimea in poi, nulla sia successo. Che razza d’Europa hanno in mente coloro che, ragionando solo di esportazioni e importazioni, pensano sia possibile una rinnovata partnership con Putin alle condizioni di quest’ultimo? È il solito vuoto, il solito «nulla politico», di cui in Europa esistono fior di cultori e specialisti.

Sull’immigrazione si è scatenata una competizione di stampo nazionalista fra i Paesi europei. Renzi, nell’intervista di ieri al “Corriere”, ha sostenuto con ragione che dobbiamo battere i pugni in Europa e che lo stiamo facendo. Ma è un fatto che i vari governi europei, pronti a lasciare l’Italia nelle peste, non sono «cattivi», sono pressati da opinioni pubbliche che pretendono argini contro i flussi migratori. E in democrazia, ciò che vogliono le opinioni pubbliche è «legge» per i governi. Nulla meglio dell’incapacità di elaborare una politica comune dell’immigrazione illustra quanto ingenue siano sempre state le idee prevalenti sulla «integrazione politica».

C’è qualcosa che si può fare? Sì, ma occorre tempo. Si elimini per sempre, quando si parla di Europa, qualunque riferimento alla parola «Stato» o simili: non ci sarà mai nessuno Stato europeo e genera crisi di rigetto il solo accennarvi. Come la Lega anseatica, la confederazione di città mercantili tedesche del tardo Medio Evo, abbiamo bisogno di mettere in comune poche cose e dobbiamo spiegarlo bene agli europei: niente superstato, niente scavalcamento (se non per il poco che è indispensabile) delle democrazie nazionali, solo un ristretto insieme di decisioni comuni per fronteggiare le più insidiose sfide esterne.

Abbiamo effettivamente bisogno di politica. Ma anche di sapere di che cosa stiamo parlando. Angelo Panebianco, CdS 15

 

 

 

 

 

Summit a Lussemburgo: quote vincolanti per tutti

 

Parigi e Berlino sono favorevoli alla proposta della Commissione europea di ridistribuzione dei richiedenti asilo. Il ministro degli Interni Angelino Alfano: “C’è un buon clima, è importante che per la prima volta si sia affrontato il tema del superamento di Dublino”.

 

«Occorre trovare una soluzione per aiutare i Paesi europei in prima linea ad affrontare la gestione dei flussi migratori». Lo ha detto il ministro degli Interni della Lettonia, Rihards Kozlovskis, presidente di turno del Consiglio Ue Affari interni, in corso a Lussemburgo, che si è definito «fiducioso» sulla possibilità di arrivare a un compromesso. «È la prima volta che i ministri discutono su come prevenire ulteriori morti in mare a aiutare i Paesi di primo arrivo. Potremo fornire le nostre linee guida in vista dei vertice europeo dei capi di Stato e di governo del 25 e 26 giugno».  

 

Francia e Germania sono favorevoli alla proposta della Commissione europea di ridistribuzione dei richiedenti asilo, così come alla creazione di centri per il transito di chi fa domanda di asilo gestiti e finanziati dall’Ue. Lo hanno affermato i rispettivi ministri dell’Interno, Bernard Cazeneuve e Thomas de Maiziere, in conferenza stampa congiunta a Lussemburgo per il Consiglio Affari Interni dell’Ue. Hanno sottolineato che tutto ciò va accompagnato da una responsabilità condivisa.Parlando della discussione al Consiglio Ue sull’immigrazione il ministro Angelino Alfano parla di «un buon clima». «Abbiamo giudicato un primo passo questa Agenda della Commissione, sia per la rottura del muro di Dublino, che i rimpatri. Abbiamo ottenuto alcune cose molto positive, ed «in alcuni casi aperture significative». «Sui numeri dei migranti da redistribuire - ha poi aggiunto il ministro dell’Interno - bisogna discutere ancora, ma abbiamo chiesto ed ottenuto che le quote del meccanismo di ricollocamento siano vincolanti per tutti e credo sia molto importante che per la prima volta si sia affrontato il tema del superamento di Dublino. C’è una consapevolezza diffusa che oggi Dublino non funziona più e questo è essenziale». LS 16

 

Giuristi immigrazione: "Permesso temporaneo? Una 'furbata', ma legittima"

L'ipotesi di un permesso temporaneo per consentire ai migranti arrivati in Italia di spostarsi liberamente in area Schengen "è una 'furbata' ma legittima, e rientra nella logica dello scaricabarile che i paesi europei come Francia, Germania, Austria e anche Svizzera, che rientra in area Schengen, stanno adottando" nella gestione dei picchi emergenziali dell'immigrazione. Lo dice all'Adnkronos la vicepresidente dell'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione, Nazzarena Zorzella, secondo cui "tutti i paesi stanno di fatto sospendendo Schengen, ma l'Italia è nel suo pieno diritto di concedere uno status giuridico, seppur temporaneo, a chi non ne ha. Al momento la prima esigenza, dal nostro punto di vista, è quello di rendere 'visibili' queste persone, che al momento dell'arrivo in Italia non lo sono".

Ma è un "escamotage temporaneo, perché la priorità successiva dovrebbe essere quella di rendere stabile il loro status giuridico". La scelta di dotare i migranti di un permesso temporaneo "è stata già fatta durante la primavera araba e poi nel 2012, durante Mare Nostrum -sottolinea Zorzella-. Ma poi c'è il meccanismo infernale del regolamento di Dublino, che prevede la responsabilità del paese d'arrivo nella valutazione della domanda d'asilo. Il migrante è certo libero di circolare in area Schengen, ma poi dovrebbe tornare in Italia per essere valutato. Noi riteniamo importante la salvaguardia della posizione giuridica di queste persone, ma è comprensibile che lo Stato italiano voglia reagire al blocco degli altri paesi consentendo una documentazione, anche se temporanea, che vanifichi giuridicamente il blocco". Adnkronos 16

 

 

 

 

 

Berlino. Garavini apre il convegno il "Ruolo del Sindacato per un'Europa più sociale"

 

Berlino. "In un mondo in movimento le risposte nazionali non bastano più. Anche dal punto di vista sociale, l'estrema mobilità dei lavoratori e i processi di globalizzazione fanno sì che sia necessario individuare risposte comuni, capaci di garantire tutele sempre più universali." 

Lo ha detto Laura Garavini, componente dell'Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera dei Deputati, aprendo il convegno "Il ruolo del Sindacato per un'Europa più sociale", da lei organizzato insieme al Gruppo interparlamentare di amicizia di parte tedesca, presso l'Ambasciata d'Italia a Berlino, venerdì scorso.

Al dibattito sono intervenuti i segretari generali di CGIL e UIL, Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo, come pure Giuseppe Farina, della Segreteria generale della CISL. 

Da parte tedesca è intervenuto il Segretario generale della Confederazione dei sindacati tedeschi (DGB), Reiner Hoffmann e Michael Riffel, del Consiglio di sorveglianza della Volkswagen A.G.. 

I lavori, introdotti dall'Ambasciatore Pietro Benassi e dal saluto del Sottosegretario tedesco al lavoro, Jörg Asmussen, sono stati conclusi dal Sottosegretario all'economia, Pier Paolo Baretta, che si è augurato che l'iniziativa possa trovare proseguio in Italia. L'evento è stato 

moderato da Bernd Hüttemann, Segretario generale della Europäische Bewegung e da Piervirgilio Dastoli, Presidente del Movimento Europeo.

"I sindacati" ha concluso Laura Garavini "rimangono un pilastro portante del sistema sociale di un paese ed un elemento fondamentale per garantire che nelle nostre società ci sia sicurezza sociale e benessere per tutti. Oggi i sindacati sono chiamati ad affrontare nuove sfide: contribuire all'armonizzazione dei sistemi di welfare nel processo di integrazione europea - e promuovere una cultura delle relazioni industriali il più possibile condivisa, in cui produttività ed etica aziendale siano un obiettivo comune, al di là delle frontiere dei singoli paesi. Da questo punto di vista il modello tedesco di Sindacato unitario, che mira ad evitare che ci sia concorrenza tra lavoratori, è particolarmente illuminante" de.it.press 15

 

 

 

 

 

Germania, terra promessa?

 

Berlino  - "Che la Germania sia diventato un Paese di immigrazione, tra le mete più ambite d’Europa, non è una novità. Pochi anni sono serviti a smentire quanto dichiarato da Helmut Kohl nel 1991: "Deutschland ist kein Einwanderungsland" (La Germania non è un paese di immigrazione)". Si apre così l’articolo a firma di Sibylla Pace, pubblicato sul portale di informazione bilingue ildeutschitalia.com, nel quale l’autrice, a fronte di sempre più persone che decidono di spostarsi in Germania, si domanda se la locomotiva d’Europa riservi loro veramente ciò che si aspettano.

"Secondo l’ultimo rapporto sulla migrazione, pubblicato nel gennaio 2015 dal Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Ministero Federale per i Movimenti Migratori e per i Rifugiati), nel 2013 l’immigrazione in Germania è cresciuta del 13% rispetto all’anno precedente. Per il 58% si tratta di un flusso migratorio proveniente da altri Paesi europei, in primis la vicina Polonia, ma in costante aumento sono anche gli arrivi di rumeni, bulgari, croati, soprattutto in seguito al loro ingresso nell’Unione Europea - nel 2007 per i primi due Stati, nel 2013 per l’ultimo. Anche l’immigrazione da Spagna e Italia ha subito una crescita notevole negli ultimi anni, senza contare l’aumento del 70% rispetto al 2012 dei richiedenti asilo.

Ma quali sono le condizioni economiche dei migranti in terra tedesca?

Come scrive il sociologo tedesco Roland Verwiebe in un suo articolo del novembre 2014, la situazione economica degli immigrati in Germania negli ultimi anni ha subito un notevole peggioramento. Numerose ricerche condotte negli anni passati hanno del resto confermato come i migranti siano soggetti a fattori di rischio molto alto, legati alla loro situazione sociale, spesso precaria. Verwiebe rimanda al concetto di "Auflösung der migrantischen Mittelschicht" - la disgregazione del ceto medio dei migranti - a favore di un ingrossamento delle fila dei più poveri. Tendenza quest’ultima molto più limitata tra i cittadini di nazionalità tedesca.

Uno studio dell’Institut für Bildung und Berufsforschung (Istituto di Ricerca per l’Educazione e per il Lavoro) ha inoltre posto l’attenzione sulla disuguaglianza degli stipendi di uomini tedeschi e non tedeschi, presi in considerazione negli anni 2000 e 2008. All’inizio del nuovo millennio, solo il 64% degli stipendi stranieri – al momento del loro ingresso nel mondo del lavoro – era equivalente allo stipendio medio dei lavoratori tedeschi; otto anni più tardi, la quota raggiungeva appena il 72%. Tuttavia, nell’arco di otto anni, gli stipendi degli stranieri sono aumentati del 20%, quelli dei tedeschi solo dell’8%.

Grosse differenze sono però da notare nella distribuzione del reddito a seconda del Paese di provenienza dei migranti. Ad esempio, per i francesi l’aumento dello stipendio negli anni successivi all’ingresso nel mercato del lavoro tedesco è più alto rispetto a quello che si vedono assegnare turchi, serbi, montenegrini e portoghesi. Persone provenienti da Austria, Olanda, Gran Bretagna e Stati Uniti guadagnano fin da subito di più dei tedeschi, visto che spesso arrivano già in veste di specialisti del proprio settore. Del resto, l’ingresso in Germania a lavoratori altamente qualificati è stato negli ultimi anni molto incentivato, come afferma Thomas Liebig dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Il motivo è da ricercare anche nei dati che danno il Paese di Angela Merkel al secondo posto per il tasso più basso di natalità e al primo per la popolazione mediamente più vecchia d’Europa.

Secondo uno studio tuttora in atto sulla "Analisi a lungo termine dei nuovi movimenti migratori a scopo lavorativo" condotto dall’associazione Minor e in cui tuttavia il campione degli intervistati si limita a 768 persone tra spagnoli e italiani, gli immigrati italiani in Germania guadagnano leggermente meglio che in Italia: a 2000 euro al mese arrivava in Italia solo l’11,4% degli intervistati, mentre in Germania è il 25,8%.

Ciononostante, se il 74% degli intervistati aveva in Italia uno stipendio massimo di 1500 euro al mese, in Germania la quota scende al 60,2% e ancora un consistente 30% degli intervistati guadagna un massimo di 1000 euro al mese.

A ricevere gli stipendi più bassi sono soprattutto i giovani compresi tra i 18-25 anni: il 95% di loro guadagna un massimo di 2000 euro; tra i 26-35enni la percentuale scende al 74.4%, per arrivare al 44,8% tra i 36-45enni. Da una prospettiva italiana, cifre poi non così irrisorie". (aise 15) 

 

 

 

 

Il Lazio a Saarlouis: una iniziativa di Istituto Fernando Santi e Cooperativa ELP

 

Il 29 giugno prossimo alle ore 11,00 si terrà in Saarlouis presso Merhzwechhalle Picard, in Picarder 1, un primo evento mirato a far meglio conoscere la Regione Lazio con il suo patrimonio culturale ,storico e produttivo.

L’iniziativa, particolarmente rivolta ai giovani, è promossa dall’Istituto Fernando Santi in collaborazione con ELP, ”dove agricoltura e cultura hanno la stessa radice”, una cooperativa di giovani impegnata a far riscoprire e valorizzare il territorio del Lazio con i suoi prodotti di eccellenza.

“Si tratta di un incontro di amicizia-ha sottolineato Rino Giuliani vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi, nel corso del quale stare insieme, volutamente fuori dagli schemi consueti, per far conoscere, per ascoltare, per gustare insieme prodotti di eccellenza del Lazio e per fare un brindisi di augurio per un futuro prossimo di crescita per la nostra Italia e per tutta l'Europa.”

E’ prevista la partecipazione delle istituzioni comunali, di operatori italiani e tedeschi e delle associazioni italiane del Saarland.

L’incontro sarà introdotto dai saluti del presidente del Comites Giovanni Di Rosa, di Rino Giuliani vicepresidente dell’Istituto F Santi e da Emanuele De Luca della cooperativa ELP che svilupperà il tema del rapporto fra agricoltura e cultura.

(santinews)

 

 

 

 

Düsseldorf. 125 aziende italiane alla fiera internazionale della fonderia (Gifa, 16-20 giugno)

 

Düsseldorf. La 13ma edizione di GIFA, fiera internazionale della fonderia, ha aperto i suoi battenti a Düsseldorf, dal 16 al 20 giugno. Know-how for Foundries: Innovation from Italy è stato il motto della collettiva ICE/AMAFOND di quest’anno.

Tale slogan sottolinea il successo delle aziende italiane operanti nell’industria delle macchine/impianti e dei prodotti per fonderia. Nel 2014, infatti, il comparto ha fatturato circa 1.3 miliardi di euro, di cui 900 milioni (70%) sono stati destinati all´export in ogni parte del mondo.

Il numero degli addetti nel suddetto settore è di oltre 6.500 unità e di ulteriori 10.000 lavoratori impiegati nei settori connessi all'industria delle macchine/impianti e dei prodotti per fonderia.

Come in occasione delle edizioni precedenti, gli espositori italiani hanno rappresentato anche quest’anno il maggior contingente di espositori stranieri, con 125 aziende, secondo solo al gruppo degli espositori tedeschi. Circa un terzo (42) delle aziende espositrici italiane erano presenti in fiera nel quadro della partecipazione collettiva organizzata dalla sede di Roma dell'ICE - Agenzia per la promozione all’estero e l´Internazionalizzazione delle imprese italiane e

dall’ufficio ICE di Berlino, in collaborazione con l’Associazione di categoria, AMAFOND, presso I seguenti padiglioni: Padiglione 11, Info Desk A24-3, area espositiva ca. 500 mq, 10 aziende partecipanti; Padiglione 16, Info Desk F16, area espositiva ca. 1.000 mq, 32 aziende partecipanti.

Nel corso delle giornate espositive le aziende italiane hanno presentato ad un pubblico internazionale le proprie innovazioni tecnologiche e produttive “Made in Italy” nel settore della fonderia.

La stampa specializzata tedesca ed internazionale è stata accolta nella zona “meeting” (Piazza) per scambi informali con i rappresentanti dell’ICE e di AMAFOND.

Con la presenza alla GIFA del proprio staff della Sezione Industria, l’ICE-Agenzia, Ufficio di Berlino, ha messo a disposizione dei visitatori tedeschi ed internazionali e di tutti i produttori italiani le proprie informazioni sul mercato tedesco e sull'offerta italiana. Il team ha fornito, inoltre, la necessaria consulenza tecnica, commerciale e strategica per un'efficace azione di marketing a

favore delle macchine e attrezzature per fonderia italiane in Germania e per una stabile presenza in loco. F.C. De.it.press 21

 

 

 

 

 

Martedì  23 giugno all’IIC di Colonia la conferenza “La nuova mobilità degli italiani in Nordreno-Vestfalia”

 

Colonia - Martedì 23 giugno, alle 17.00, si terrà all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia la conferenza dal titolo “La nuova mobilità degli italiani in Nordreno-Vestfalia”.

Promossa dal Consolato generale, in collaborazione con il Comites, alla conferenza verranno illustrati il rapporto dell’Agenzia del Lavoro di Colonia sulle principali prospettive occupazionali nel Land e, da parte della locale Handwerkskammer, le diverse opportunità di formazione professionale nel settore dell’artigianato.

Sono inoltre previste la testimonianza di una connazionale che racconterà la sua personale esperienza di trasferimento dall’Italia al Nordreno-Vestfalia alla ricerca di lavoro e il lancio della pagina Facebook del Consolato Generale d’Italia a Colonia, interamente dedicata alla nuova mobilità degli italiani in NRV.

Dopo i saluti del Console Generale d’Italia, Emilio Lolli, del Presidente del Comites, Silvio Vallecoccia, l’Agenzia del Lavoro di Colonia presenterà “Il mercato del lavoro in Germania – Focus su Colonia e Nordreno-Vestfalia”.

“Trasferirsi in Germania per lavoro” sarà la testimonianza di Giovanna La Caprara, mentre “La formazione professionale nell’artigianato” sarà il tema della presentazione della Camera dell’Artigianato di Colonia curata da Roberto Lepore, Specialista per la formazione della Camera dell’Artigianato di Colonia. (dip 18) 

 

 

 

 

Riunito a Darmstadt il Club Forza Silvio Germania: messaggio di saluto di Vittorio Pessina (Fi)

 

Darmstadt. Venerdì 12 giugno si è tenuto a Darmstadt un incontro del Club Forza Silvio Germania, organizzato e promosso da Vito Fagiolino. Vittorio Pessina, senatore azzurro responsabile degli italiani all’estero per Forza Italia, ha inviato un messaggio di saluto a coloro che hanno partecipato all’incontro. Tra l’altro scrive: “Mi fa molto piacere scoprire dalla lettura del vostro Odg che un membro del Comites di Francoforte sarà presente alla riunione. I Comites, infatti, restano comunque quelle istituzioni che sul territorio rappresentano la comunità e che fanno da anello di congiunzione tra i connazionali e le istituzioni diplomatiche italiane.

Abbiamo visto tutti – continua - quanto poco appeal abbiano i Comitati presso gli italiani nel mondo: alle ultime elezioni hanno votato in pochissimi. Le elezioni Comites sono state un flop totale, anche per colpa di una cattiva organizzazione da parte della Farnesina e di un governo targato Pd. Abbiamo già analizzato nei giorni scorsi le ragioni di quanto accaduto, ma qui vorrei ribadire il mio giudizio sui Comites: o si riformano sostanzialmente, attribuendo loro maggiori poteri e allo stesso tempo maggiori responsabilità, oppure saranno destinati prima o poi a scomparire. Forza Italia si impegna a fare in modo che la tanto decantata riforma sui Comites possa presto diventare realtà.

 

Vi siete proposti di parlare di web, e quindi di comunicazione. Questo è un punto che mi sta molto a cuore: una corretta e costante informazione è fondamentale per raggiungere il più alto numero possibile di connazionali, che spesso, soprattutto all'estero, fanno fatica a seguire quanto accade nel mondo della politica. Ecco quindi che vi invito ad essere presenti sui social network e ad intervenire periodicamente anche sui siti e sulle agenzie che si dedicano all’informazione per gli italiani residenti oltre confine. Comunicare le proprie iniziative, commentare tutto quando concerne l’universo degli italiani nel mondo, intervenire pubblicamente in difesa degli interessi dei nostri connazionali è davvero qualcosa che dà una marcia in più al vostro e al nostro lavoro. Proprio per questo il Coordinamento degli Italiani all’Estero di Forza Italia che ho l’onore di rappresentare sarà sempre più presente sui giornali nazionali e ancor di più sulla stampa d’emigrazione, e chiedo anche a voi di fare lo stesso, nei limiti delle vostre possibilità.

Rinnovando il mio augurio di buon lavoro al Club Forza Silvio Germania – conclude Pessina - voglio ricordarvi anche che il Paese in cui voi siete residenti è molto importante a livello politico ed elettorale, dato che conta il numero più cospicuo di connazionali residenti”.  De.it.press 16

                                                                                                                                                                              

 

 

Martedì 30 giugno Maria Falcone all’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Un ospite d’eccezione ci sarà martedì 30 giugno, alle ore 19, all’Istituto Italiano di Cultura di Monaco, dove Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia Giovanni Falcone, terrà la conferenza "Modelli empirici di educazione alla legalità".

L’incontro, che si svolgerà in lingua italiana e tedesca con traduzione simultanea, sarà moderato da Hans Woller dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera.

Nell’occasione si terrà anche la proiezione del film-documentario "Per Falcone" (Italia, 36 min.), una produzione RAI Educational, che sarà presentato in lingua originale con sottotitoli in inglese.

Giovanni Falcone, magistrato italiano, simbolo e testimonianza della lotta alla mafia, fu vittima della strage di Capaci nel 1992. Le inchieste condotte da Falcone e dal pool antimafia di Palermo negli anni Ottanta chiarirono, per la prima volta, la struttura, l’organizzazione interna e i codici di Cosa nostra.

Maria Falcone è sorella di Giovanni Falcone. Per anni insegnante di Diritto negli istituti superiori, è presidente della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, il cui scopo primario è promuovere la cultura della legalità nella società e nei giovani in particolare, attraverso attività culturali, di studio e di ricerca che favoriscano lo sviluppo di una coscienza antimafiosa.

L’incontro di Monaco, che sarà ad ingresso libero con prenotazione obbligatoria, è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura, insieme a Forum Italia, Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, Istituto di filologia italiana dell'Università Ludwig-Maximilian di Monaco e Georg-von-Vollmar-Akademie. Dip 18 

 

 

 

 

Sindacati a confronto. Radio Colonia/WDR intervista Susanna Camusso

 

Primo incontro a Berlino fra il sindacato tedesco e quelli italiani. Obiettivo: la difesa della politica del lavoro in Europa. L'intervista a Susanna Camusso per Radio Colonia/WDR.

 

Italia e Germania hanno una lunga tradizione sindacale e vantano le associazioni di categoria più grandi in Europa. Seppur nella diversità, il sindacato tedesco (DGB) e quelli italiani (Cgil, Cisl e Uil) nell'incontro tenutosi venerdì 12 giugno a Berlino hanno scambiato le loro esperienze in questi anni di crisi in Europa nel tentativo di definire una strategia per il futuro.

 

La sfida di una politica del lavoro in Europa, ha detto Susanna Camusso, segretaria generale della Cigl, al microfono di Paola Fabbri (Radio Colonia/WDR), deve mirare a uniformare gli standard di qualità del lavoro ed evitare che tra i paesi europei ci sia dumping, ossia la corsa al ribasso del costo del lavoro.

 

Per ascoltare l'intervista a Susanna Camusso:

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/gewerkschaften104.html

 

Radio Colonia è il magazine italiano del Westdeutscher Rundfunk (WDR), che va in onda dal lunedì al venerdì dalle 19 alle 20 sulle frequenze di Funhaus Europa.

Ed è ascoltabile sul sito www.funkhauseuropa.de in streaming, podcast, loop. RC

 

 

 

 

 

 

Francoforte. La poetica delle cose brevi. Intervista a Miriam van Hee ospitata dal “Festival della Poesia Europea” (22-26.5.15)

 

Esponente di spicco della cultura fiamminga: Miriam van Hee è senz’altro una figura centrale della poesia nel panorama della cultura fiamminga. La sua poetica è costellata di immagini evanescenti, di parole sussurrate che esplorano il labile confine tra vita e morte, tra luce e ombra: “di rilevare i movimenti causati dal vento,/ dalla luce, dal tempo, dalle cose brevi...”

Le sue poesie sono sorprendentemente dirette, concise e accessibili. Il suo stile discreto è vicino al linguaggio parlato tuttavia nascondono una tensione palpabile capace di esplorare le complessità dell’animo umano. Scrive di sentimenti, senza cadere nella trappola del sentimentalismo perché i suoi versi riescono a esprimere malinconia e nostalgia, aspettativa e delusione, l'indecisione e l'incertezza. 

 

Lei cerca di venire a patti con il mondo mentre il lettore immagina se stesso al sicuro nel suo mondo ma questa fragile illusione viene spesso improvvisamente, dissolta.

“Miriam Van Hee è la scoperta poetica degli ultimi anni ", ha scritto il famoso autore e critico francese Jacques De Decker in "Magazine littéraire”.

Miriam Van Hee (Gent 1952) Poeta, traduttore e slavista. Per il suo debutto la poesia “ Il pasto frugale” (1978) ha ottenuto il premio per la letteratura Oostvlaamse. Ha pubblicato le collezioni “Interna Chambers e altre poesie” (1980), “Snowbound” , “Oltre le montagne” (1996 Premio Cultura Poesia della Comunità fiamminga), “Il rapporto tra i giorni. Poesie 1978-1996”. Attualmente è uno dei più amati poeti dei Paesi Bassi e delle Fiandre. E’ traduttore della grande poeta russa Anna Achmatova.

 

1 Com’è avvenuto il suo incontro con la poesia e quali i poeti e quali sono state le letture più significative per la sua formazione?

Ho incontrato la poesia soprattutto a scuola. Metà della mia classe iniziò a scrivere versi, ma solo io ho continuato ancora, perché nella mia vita riuscire ad esprimermi attraverso la poesia è la cosa più importante. Ho letto molta poesia francese, Jacques Prévert, Paul Eluard, poeta maledetto. Ho studiato russo e la conoscenza della letteratura russa è stata per me una grande ricchezza. Ma anche i poeti olandesi come Lodeizen, Achterberg e Kopland sono stati grandi esempi in diversi periodi della mia vita.

 

2 Qual è il filo conduttore che unisce le sue opere?

I temi della mia poesia sono la natura, la terra, il paesaggio, l'uomo nel cambiamento. Comunque spesso un velo malinconico unisce le mie poesie.

 

3 Donne violentate. Donne uccise. Spose bambine. Donne vendute. Donne soggiogate, ma le parole possono essere delle armi. Quanto è importante la sua poesia come “voce” delle donne, come strumento di rivendicazione dei nostri diritti?

Ovviamente, queste cose non mi lasciano indifferente ma non sono necessariamente oggetto della mia poesia. Io credo che la poesia possa far pensare. Dovrebbe porre domande piuttosto che dare risposte. Mi è capitato di scrivere sui gulag dopo aver letto su quest’argomento o sulla storia degli ebrei in Europa dopo aver visitato la Polonia. Il mio compito non è quello di dare commenti politici, io sono un poeta e devo fare del mio meglio per scrivere buone poesie.

 

4 La sua poesia è lieve, parla di luce, di “cose brevi” eppure riesce a cogliere l’essenza vera della vita. Ci parli un po’ della sua poesia.

Scrivo soprattutto sui temi della famiglia, della natura, della città e della provincia. Cerco di catturare i momenti di cambiamento (nelle stagioni, nelle emozioni umane, nei paesaggi). Durante i miei viaggi (scrivo spesso trovandomi all'estero) mi piace comporre versi ma non sono descrizioni di questi posti, quanto piuttosto è un modo per rivedere e definire le mie terre, le mie inclinazioni. Nella scrittura, riesco a conoscere me stessa.

 

5 Viviamo in un mondo in cui il potere economico sovrasta e spesso schiaccia la vita degli uomini. Allora qual è il ruolo della poesia nella società contemporanea?

La poesia e l'arte, in generale, non possono forse salvare il mondo, ma possono aiutare a capire a fondo l'uomo e il mondo. Ogni opera d'arte deve essere in grado di esprimere cose sul nostro universo interiore che non si possono dire in un altro modo.

 

6 La letteratura e più in generale la poesia, non trova grandi spazi nei mezzi di comunicazione. Pensa che il “Festival della Poesia Europea” possa essere un valido punto di riferimento culturale?

Sì, assolutamente. Penso che le persone hanno un bisogno di sostegno spirituale, di Poesia e in questo il “Festival della Poesia Europea” svolge un compito davvero meritevole.

Chiudiamo con questa poesia di Miriam van Hee: Fiabe

Era dietro di te/ ma non ero/ il vento era spietato, freddo/ pensato terra in fiabe dove/ che commettono errori diventa/ albero o di pietra/ ma non credevo nelle favole:/Credeva nelle stazioni in giorni/ e le notti in una sola volta, mai, mai/ Stavo andando a trovare/ C'era un vuoto che sarebbe riempito/ un subside vento, e poi/ il sole, che come un proiettore/ Vorrei andare lungo pendii. Valeria Marzoli

De.it.press

 

 

 

 

 

Undici antiquari tedeschi alla BIAF - Biennale Internazionale dell'Antiquariato di Firenze (6.9.-4.10.15)

 

Firenze  - Undici antiquari tedeschi esporranno alla BIAF - Biennale Internazionale dell'Antiquariato di Firenze. A darne notizia è Fabrizio Moretti, Segretario Generale di BIAF, sottolineando l'intento di “rendere sempre più internazionale la mostra” – giunta alla 29esima edizione – in programma dal 26 settembre al 4 ottobre 2015.

L’accordo è stato siglato con la fiera HIGHLIGHTS di Monaco di Baviera. Le gallerie partecipanti sono Katrin Bellinger Kunsthandel, London/ Munich; Bernheimer Colnaghi, London/Munich; Heribert Tenschert Antiquariat Bibermühle, Ramsen; Blumka Gallery, New York; Julius Böhler Kunsthandlung, Starnberg; Europäische Skulpturen Dr. Rainer Jungbauer, Straubing; Kunkel Fine Art, Munich; Kunstkammer Georg Laue, London/Munich; Gertrud Rudigier, Munich; Thomas Salis, Salzburg; e Wienerroither & Kohlbacher, Vienna.

In base all’accordo, la prossima edizione di HIGHLIGHTS, che si terrà a Monaco di Baviera dal 28 ottobre al 1 novembre 2015, ospiterà una selezione degli antiquari italiani presenti alla BIAF. (aise 15) 

 

 

 

 

 

Festa della Repubblica a Monaco di Baviera. Il saluto della presidente del Comites

 

Gentile Ministro Scammacca del Murgo, Sehr geehrter Herr Staatssekretär Eisenreich, gentiele Console Onorario di Norimberga Kreuz, gentili autorità, cari Colleghi dei neoeletti Comites di Monaco e di Norimberga, cari rappresentanti delle associazioni, cari connazionali tutti, liebe Schüler der bilinguale Schule in München,

Ich freue mich sehr hier heute bei der Feier der italienischen Republik als neugewählte Frau Präsindent des Comitees in München Sie begrüßen zu dürfen.

Da poco abbiamo festeggiato i 70 anni dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale e ricordato con cordoglio il 100° anniversario dall’inizio della prima guerra mondiale.

Ricordare queste date oggi, tenere viva la memoria dei passaggi che hanno segnato la storia del mondo, dell’Europa, del nostro Paese deve servire soprattutto a noi che la guerra non l’abbiamo vissuta, a noi, che oggi abbiamo il diritto ed il dovere di scegliere i nostri rappresentanti a ricordarci che la pace, la democrazia, la possibilità di partecipare per tutti, uomini e donne, non sono mai scontati. Non lo sono sempre stati nei nostri Paesi, non lo sono tutt’oggi in molti Paesi del mondo.

I nostri Comites si sono insediati da poco più di un mese e non posso non sottolineare a fronte di quale bassa partecipazione al voto.

Potrei elencare diverse ragioni e chiavi di lettura di questa bassa partecipazione ma non è la sede adatta ad un’analisi di questo tipo. Ciò che mi preme sottolineare oggi è che nonostante ciò tutti i Comites eletti hanno ricevuto un mandato elettorale democratico e legittimo. Semmai a maggior ragione, proprio alla luce di questi dati abbiamo il dovere di tornare a fare Comunità, rafforzare il valore della coesione sociale, della partecipazione alla vita democratica esprimendo il proprio voto ma anche informandosi, esponendosi ed impegnandosi in prima persona.

Il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha lanciato un messaggio importante proprio nel giorno del compleanno della nostra Repubblica. Ha detto così:

“Le liti esasperate creano sfiducia e allontano dalla partecipazione i cittadini e, senza un’adeguata partecipazione dei cittadini, la democrazia si impoverisce molto”. Fine della citazione.

Ogni cittadino é chiamato a partecipare secondo coscienza e seguendo le proprie piú intime convinzioni, secondo principi egualitari e di trasparenza.

Ciascuno di noi é chiamato a fare Comunità. Contribuire a rafforzare, FAR NASCERE lo spitito di Comunità tra gli Italiani di questa circoscrizione consolare é il primo impegno che desidero prendere qui di fronte a tutti voi. Abbiamo già cominciato a lavorare in questo senso, come Comites, organizzando alcune delle nostre riunioni laddove i cittadini si riuniscono. La prima riunione ha avuto luogo a Karlsfeld presso la sede delle ACLI. In quella occasione abbiamo voluto introdurre una novità: aprirci e dare la parola ai coincittadini. È stato un momento bello e utile di confronto, lo ripeteremo certamente in futuro.

Il messaggio di coesione del nostro Presidente può essere letto anche in chiave Europea. L’Europa unita, pacifica e democratica è un sogno che ha cominciato a muovere i propri primi passi dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Questa Europa va difesa e protetta da tutti, ciascuno secondo le proprie capacità e nel compimento del proprio ruolo. È una Europa delle regioni, delle identità locali che si integrano e si rafforzano a vicenda, si arricchiscono attraverso una facilità di scambi economici, culturali, migratori senza uguali nella storia del nostro continente.

Oggi più che mai dobbiamo dare un significato profondo proprio alla parola integrazione, riconoscendo in essa non più una paventata necessità di rinunciare a proprie caratteristiche identitarie quanto piuttosto riconoscerle per farne dono, arrichire gli altri arricchendo se stessi del valore aggiunto delle diversità, del confronto, della crescita, della reciproca accettazione, della tolleranza, dell’apertura all’altro.

In questo senso invito ciascuno di noi ad approfittare di questa bella occasione per conoscerci meglio, fare rete e parlare di comunità e progetti futuri.

Un esempio dal recente passato è certamente la bella festa di strada che abbiamo, insieme, realizzato, grazie all’impulso fondamentale del Console Scammacca, lavorando senza sosta per mesi, con fatica ma anche divertendoci, poco meno di un anno fa. È stata una occasione che ha fatto squadra e che molti di noi sperano di potere riproporre in futuro perchè la comunità si rafforzi e si apra.

Dr.Daniela Di Benedetto, Presidente del Com.It.Es di Monaco di Baviera (de.it.press)

 

 

 

 

Mers, prima vittima in Germania. Ora l’Europa teme il contagio

 

Ora anche l’Europa teme il contagio da Mers. Un 65enne è morto in Germania per una malattia polmonare conseguente all’infezione da Sindrome Respiratoria del Medio Oriente, un coronavirus «cugino» della Sars che ha già causato 19 vittime in Corea del Sud (154 contagiati, 17 guariti). L’uomo aveva probabilmente contratto il virus a febbraio durante una visita ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, ed è deceduto in un ospedale della Bassa Sassonia il 6 giugno a causa di complicazioni legate alla Mers. Il suo, come precisa il Centro Europeo per la Prevenzione e Controllo delle Malattie di Stoccolma, è il primo caso mortale di Mers nell’Unione Europea quest’anno. Un altro caso si era registrato nella seconda metà del 2014. «Il fatto che questo paziente sia morto non cambia la nostra valutazione del rischio per l’Europa, che rimane basso», ha commentato il portavoce Romit Jain.

La malattia contratta negli Emirati Arabi

Il 65enne si era recato nel mese di febbraio negli Emirati Arabi, dove - secondo le autorità sanitarie tedesche - ha probabilmente contratto il virus durante una visita in un mercato di animali. La Mers, infatti, sembra venga trasmessa dai cammelli e, non a caso, era stata identificata per la prima volta nel 2012 in Arabia Saudita. L’uomo è stato ricoverato e posto in quarantena nell’ospedale della città di Ostercappeln, nella Bassa Sassonia. È riuscito a superare l’infezione ma, poco dopo, ha sviluppato la malattia polmonare che lo ha condotto alla morte.

Controlli su 200 persone

Le autorità sanitarie tedesche assicurano che le persone venute in contatto col paziente non hanno contratto il virus. «Abbiamo condotto esami su 200 persone e nessuna è risultata positiva alla Mers», ha reso noto il ministro della Sanità della Bassa Sassonia, Cornelia Rundt. «L’esempio della Corea del Sud indica, tragicamente, che una gestione coordinata di questo tipo è assolutamente cruciale», ha sottolineato. In Corea i casi di contagio -finora- ammontano a 154 ma quasi la metà si sono tutti sviluppati in un unico ospedale, il Samsung Medical Centre di Seul, dove le autorità hanno tardato ad applicare le necessarie misure di isolamento dei malati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Mers ha un tasso di mortalità di circa il 35%; al momento non esiste vaccino.

La diffusione della Mers

Dal 2012 ad oggi si sono registrati nel mondo 1.076 casi di infezione da coronavirus Mers, con 426 decessi: il microrganismo è considerato un “cugino” più letale ma meno contagioso del virus responsabile della Sars, che nel 2003 aveva causato oltre 800 morti in tutto il mondo. CdS 16

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Finalmente! (18.06.15) - È la reazione di Alex Zanotelli, padre comboniano, all'enclicica "Laudato si'" pubblicata oggi da papa Francesco su ecologia e società. Stupito e soddisfatto anche l'ambientalista Jacopo Fo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/enzyklika102.html

 

Enrico Cerea, detto Chicco (18.06.15) - Chicco Cerea è lo chef trestellato del ristorante “Da Vittorio”, di Brusaporto, alle porte di Bergamo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tavola/cerea100.html

 

L'olio che fa male (17.06.15) - Archiviato il caso Ferrero, il problema sulla sostenibilità dell’olio di palma resta. Il grasso vegetale è responsabile della drastica riduzione delle foreste in Indonesia e Malesia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/palmoel114.html

 

Bovino (17.06.15)

Bovino è un comune di 3.600 abitanti della provincia di Foggia, in Puglia. Il borgo si trova all’interno di un territorio collinare e racchiude notevoli tesori.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/scopri_l_italia/bovino100.html

 

EvoGlob (17.06.15) - Il loro nome nasce dalla fusione delle parole "evoluzione" e "globale". I componenti della band sono 5 giovani italiani residenti in NRW che dedicano alla musica ogni loro momento libero.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/evoglob100.html

 

Sacra o non sacra? (17.06.15) - La sindone, esposta in questi giorni a Torino, attira milioni di fedeli e curiosi da tutto il mondo. L'immagine del telo sarebbe quella di Gesù: ma la sua autenticità va ancora dimostrata.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/leichentuch100.html

 

Il contrattacco di Renzi (16.06.15) - Il vertice in Lussemburgo si chiude. Ma si fa sempre più concreto il “piano B” del premier. Critiche per la violenza usata nello sgombero dei presidi dei migranti a Ventimiglia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/migranten140.html

 

Accoglienza senza paura (16.06.15) - A Dortmund stanno arrivando centinaia di rifugiati e molti di loro vengono ospitati nel quartiere nord della città, una zona che ha già una quota altissima di stranieri.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/dortmund558.html

 

Comites: si parte (16.06.15) - I neoeletti presidenti dei Comitati per gli Italiani all'Estero (Com.It.Es) si sono incontrati a Berlino per discutere con l'Ambasciata delle priorità per gli italiani in Germania.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/comites122.html

 

Il re dell'apnea (16.05.15)

Enzo Maiorca: l'uomo che sfidò le leggi degli studiosi, secondo i quali era impossibile per il corpo umano resistere a 50 metri di profondità.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/maiorca100.html

 

Binario morto (15.06.15) - Ancora niente di fatto sulla crisi greca. Atene chiede un taglio del debito, la Troika la riforma delle pensioni.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/griechenland808.html

 

La rivoluzione scarica (15.06.15) - Costi elevati, batterie che si consumano in fretta, centri di ricarica inesistenti. Le auto elettriche sono ancora un flop. Ma il governo Merkel vuole portarle a un milione entro il 2020.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/elektroauto182.html

 

Sindacati a confronto (12.06.15) - Primo incontro a Berlino fra il sindacato tedesco e quelli italiani. Obiettivo: la difesa della politica del lavoro in Europa.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/gewerkschaften104.html

 

Aspettando il Giubileo (12.06.15) - Tra sei mesi la capitale sarà invasa da milioni tra turisti e pellegrini per il Giubileo. Per prevenire nuovi casi di corruzione il governo vorrebbe nominare un commissario straordinario.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/rom120.html

 

Il castello ritrovato (12.06.15)

Franco Stella, l'architetto che segue la ricostruzione dello "Stadtschloss" di Berlino, festeggia con noi il completamento del tetto dell'edificio.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/francostella100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html.  RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Festa della Repubblica a Monaco di Baviera

 

Numerosissimi gli intervenuti alla Festa della Repubblica che,  giovedì 11 giugno 2015, accettando l'invito del Console Generale d'Italia, Ministro Plenipotenziario, Dr. Filippo Scammacca del Murgo e dell'Agnone e della sua gentile Consorte Martina, hanno affollato il parco del Consolato Generale d'Italia di Monaco di Baviera, accolti molto cordialmente dalla Famiglia Scammacca e dai loro più stretti Collaboratori, sotto un cielo  leggermente nuvoloso.

Quest'anno, come ha sottolineato il Ministro nel suo discorso, subito dopo aver porto i saluti alle autorità presenti, a cominciare dal Segretario di Stato G. Eisenreich, per continuare con: la Vicepresidente del Parlamento Bavarese I. Aures, il Primo Borgomastro di Freisig T. Eschenbacher, la Presidente della Comunità Ebraica Dr.ssa C. Knobloch, l'Arciprete del Patriarcato Ecumenico M. Apostolos, i Colleghi dei Corpi Consolari in Baviera, il Consigliere Ministeriale A. Rühmayr, il Capo della Polizia Dr. W. Schmiedbauer e il Presidente del Tribunale Amministrativo di Monaco F. Weilbacher, e terminando con gli altri ospiti e collaboratori presenti, non ha mancato di sottolineare che quest'incontro rivestiva per lui e per la sua famiglia anche un significato particolare, dato che, presto, partirà per l'Africa nel ruolo di Ambasciatore d'Italia in Zambia, Botswana e Malawi.

Ripercorrendo poi gli anni passati, il Console Generale ha ricordato con piacere molti degli eventi ai quali ha avuto modo di partecipare e ha sottolineato, soprattutto, la fattiva collaborazione con il governo bavarese, con l'amministrazione della città e con i cittadini di Monaco e della Baviera. Avvenimenti, circostanze, che hanno contraddistinto i più di quattro anni della sua missione in questo Land. Anni da lui e dalla sua famiglia trascorsi in modo proficuo e meraviglioso; ricordando a questo proposito la grande Festa di Piazza del 2014, da lui organizzata con il patrocinio della città  e in collaborazione con altri enti e aziende locali e italiane e la realizzazione della Scuola Bilingue Leonardo da Vinci. E  non tralasciando di accennare agli  scambi di vario genere, che legano l'Italia alla Germania e alla Baviera in particolare: dall'economia alla medicina, dalla ricerca alla cultura. 

Infine, il Ministro, dopo un  accenno all'EXPO 2015, all'attuale situazione italiana per la quale si è dichiarato abbastanza ottimista, è passato ai ringraziamenti alle persone ed aziende  che hanno contribuito  al successo della festa, cominciando con le Ditte: Farnetani, Rana, Cariano, Montana, Friulana, Andretta, Ceste, e continuando con: Cantina di Soave, Comunità S. Patrignano, Landshuter Brauhaus, Casa del Caffè Vergnano, Amaro Lucano, Sampellegrino e terminando con l'invito ai presenti di prendere con sé i volantini del Consorzio Lago di Garda e dell'EXpo di Milano.  Dopo aver ringraziato infine gli alunni della Leonardo da Vinci e gli Artisti Laura Cannarozzo e Note di Quarta per i loro contributi musicali e i presenti per l'attenzione dimostrata e dopo aver augurato un buon proseguimento del pomeriggio, ha passato la parola al Segretario di Stato G. Eisenreich.

Questi, nel suo discorso, dopo aver espresso i suoi sentiti auguri per la Festa della Repubblica, ha salutato gli ospiti a nome del Presidente Horst Seehofer e di tutto il Governo Bavarese; a cominciare dal Ministro e Consorte e continuando con le autorità e con gli altri ospiti presenti. E ricordando in particolare i punti che uniscono l'Italia e la Germania, l'Italia e la Baviera, non tralasciando alcuni momenti storici in comune, e senza dimenticare di parlare degli stretti rapporti commerciali e turistici, e delle varie cooperazioni di vario carattere, che intercorrono tra i nostri Paesi,  ribadendo quanto appena esposto dal Ministro e, come spesso viene ripetuto dai nostri partner bavaresi, ormai da molti anni e in tutte le occasioni, ha chiamato Monaco die nodrlichste Stadt Itlaliens.

Subito dopo, il Console Generale, annunciando brevemente i risultati delle recenti elezioni dei Comites di Monaco e di Norimberga, ha presentato le due nuove Presidenti, che ha anche invitato a prendere la parola.

Nei loro discorsi, sia la Presidente D. Di Benedetto (Monaco), sia la Presidente A. Ciliberto (Norimberga), dopo aver ringraziato le persone che hanno dato loro la loro fiducia e tutti i connazionali che hanno aderito alle consultazioni, hanno esposto in forma sintetica quanto intendono fare nei prossimi mesi, con  l'aiuto di tutti.

Un altro momento importante è stato anche la consegna di due onorificenze dell'Ordine della Stella d'Italia a due connazionali particolarmente distintisí e di alcuni diplomi d'onore ad imprenditori di Landshut.

Nel frattempo era stato aperto il ricchissimo e variegato buffet, a cominciare da una porchetta che porchetta non poteva essere chiamata data la sua ragguardevole mole, e continuando con arancine, tramezzini, stuzzichini di vario genere, linguine, tortellini, polpettine, in tutte le salse, melanzane alla parmigiana,  e, per finire, con polpette vegetali per la gioia dei numerosi vegetariani e non. E anche con le bevande l'amministrazione, sostenuta validamente dagli sponsor, si è fatta onore, con vini di diverse qualità, birra alla spina, molto gradita sia dagli amici bavaresi, sia dagli ospiti italiani e di altre nazionalità. Il tutto accompagnato da eccellenti espressi, digestivi e gelati di ottima fattura.

Il ricevimento, quest'anno, è stato rallegrato anche da un paio di esibizioni degli alunni della Scuola Bilingue Leonardo da Vinci e di alcuni ballerini acrobatici, e dalla band Note di Quarta, tant'è che qualcuno dei presenti ha anche accennato qualche passo di danza.

La festa si è protratta sino al tardo pomeriggio in un clima di sana allegria in cui, oltre ad un proficuo scambio di idee e di informazioni, si sono rinsaldate vecchie amicizie e se ne sono intessute di nuove. Fernando A. Grasso, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Il sindaco di Francoforte Peter Feldmann incontra la comunità italiana

 

Domenica 28 giugno alle ore 11,00 il sindaco di Francoforte Peter Feldmann sarà ospite nel centro Pro Seniore Sole sì, soli no” che si trova nella Aßlarerstr. 3, centro raggiungibile facilmente con la metropolitana, U1, U3 e U 8, fermata Zeilweg.

 

Sarà un’occasione per conoscerlo ma anche per scambiare opinioni, anche critiche, e rivolgergli domande. Siete tutti invitati e vi ricordo che noi dobbiamo essere parte attiva nella vita politica della città di Francoforte.

 

Il Dott. Vincenzo Mancuso, socio onorario del progetto “Sole sì, soli no, il venerdì 12 giugno è stato ospite presso il Centro e ha riferito sulle malattie coronarie e come prevenirle. È stata una discussione vivacissima e

molti connazionali hanno posto domande molto pertinenti.

 

Sono alle porte due appuntamenti importantissimi. A novembre si rinnoverà la consulta degli stranieri “KAV” e poi a marzo del 2016 ci saranno le elezioni comunali.

 

Brillante preparerà di nuovo una lista per la consulta, Wir in Frankfurt WIF, e si incontrerà martedì 7 luglio negli uffici della Europa Liste per presentare i candidati. Chi avesse interesse è benvenuto.

 

A marzo del prossimo anno ci saranno poi le elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale. Anche per questo appuntamento Wir in Frankfurt presenterà la propria lista. Per avere voce in capitolo bisogna partecipare alle elezioni. “Solo in questo modo è possibile contribuire in prima persona a risolvere i nostri problemi e a migliorare la nostra situazione in tutti i campi della vita sociale”, sostiene Brillante. De.it.press 19

 

 

 

 

 

Gli hacker attaccano il sistema del parlamento tedesco usando una falsa mail della Merkel

 

Secondo il ministro dell’Interno, Thomas De Maizière, il virus può essere partito solo da servizi segreti stranieri, forse russi – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - La mail che ha infettato gravemente il sistema informatico del Bundestag era difficile da ignorare, per i parlamentari e i funzionari del parlamento tedesco. L’emittente era una certa Angela Merkel e invitava i destinatari a partecipare ad una teleconferenza. 

 

Gli esperti sostengono che la mail di inizio maggio era facilmente decifrabile, ad uno sguardo attento. Ma qualcuno ci è cascato e ha cliccato sul link della presunta teleconferenza, contagiando il proprio computer con un virus micidiale che si è diffuso velocemente nell’intera rete del Bundestag. Il virus, peraltro, pare abbia colpito anche il computer parlamentare della cancelliera. 

 

Il danno del più grave attacco informatico della storia ad un’istituzione tedesca sta costringendo Berlino a intraprendere misure drastiche: l’ipotesi più accreditata è un azzeramento dell’intera rete, ma è un’operazione che potrebbe richiedere addirittura uno o due anni.  

 

Gli indizi di un cyber attacco così in grande stile puntano tutti su servizi segreti o comunque su uno Stato. Anche secondo il ministro dell’Interno, Thomas De Maizière, il virus può essere partito solo da servizi segreti stranieri. E il principale indiziato, secondo alcuni, è la Russia.  LS 16

 

 

 

 

 

Parigi: "I migranti non passano, se ne occupi l'Italia"

 

Decine di africani, in prevalenza eritrei, sono affluiti con i treni della notte nella città ligure al confine con la Francia, nella speranza di passare la frontiera, bloccata dalla gendarmeria d'Oltralpe.

Alcuni sono radunati in zona stazione, dove le Ferrovie dello Stato tengono aperta anche di notte l'area servizi e sono stati allestiti wc chimici e cabine doccia, altri si trovano nei pressi di Ponte San Lodovico.

"Quantificare il loro numero - spiega Lorenzo Semeraro della Croce Rossa locale - è complicato, perché si spostano. Io sono qui dalla prima sera in cui è iniziato il problema e mi sembra che si aggiungano sempre nuovi volti ma non vi siano partenze. Ieri sera abbiamo distribuito 500 pasti in stazione e alla frontiera hanno contato circa 150 persone, quindi il totale dovrebbe aggirarsi sui 650 migranti, per adesso. Noi cerchiamo di convincere le persone rimaste alla frontiera a spostarsi qua in stazione, per poter dare loro la giusta assistenza, distribuzione di pasti caldi, merendine, acqua e bevande in generale".

Sulle polemiche tra Roma e Parigi è intervenuto il ministro degli Interni francese Bernard Cazeneuve. I controlli della gendarmeria francese oltre il confine di Ventimiglia si spiegano con la volontà di "far applicare le regole europee di Schengen e Dublino" ha detto Cazeneuve, aggiungendo che i migranti che si trovano al confine italo-francese "non hanno il diritto di passare e l'Italia che deve farsene carico". "Questa è la legge europea", ha rimarcato in un'intervista all'emittente Bfmtv, riferendosi alle regole di Dublino II, secondo cui è il primo Paese di accoglienza quello che deve farsi carico dei richiedenti asilo. Il ministro ha poi ricordato: "Dall'inizio dell'anno abbiamo avuto ottomila passaggi al confine e in seimila sono stati rimandati in Italia".

Il responsabile degli Interni francese ha anche sottolineato che "il fenomeno migratorio dinanzi al quale ci troviamo è di un'ampiezza senza precedenti rispetto agli anni passati". "I migranti dall'Africa occidentale, migranti economici irregolari - ha continuato - devono essere respinti alla frontiera. E poi ci sono quelli che sono considerati rifugiati, dei quali dobbiamo esaminare la loro domanda d'asilo", per questo serve "una politica europea di accoglienza".

Cazeneuve ha chiarito che la frontiera italo-francese a Ventimiglia "non è chiusa", semplicemente la Francia sta effettuando controlli per far rispettare le regole europee secondo cui i migranti registrati in Italia devono essere "riammessi" in quel Paese. "Non c'è alcun blocco delle frontiere - ha scandito - perché noi siamo uno spazio aperto, c'è semplicemente il rispetto, al confine franco-italiano, delle regole di Schengen e Dublino".

Il ministro ha poi ricordato che "dall'inizio dell'anno sono arrivati in Grecia 50mila migranti, 50mila migranti sono arrivati in Italia... Si tratta di migranti economici irregolari, che provengono dall'Africa dell'ovest e che sono in fuga non per ragioni collegate alle persecuzioni, ma alla volontà di vivere meglio in Europa. Noi non li possiamo accogliere, bisogna che siano riportati alla frontiera, che ritornino in Africa".

Una portavoce della Commissione europea ha riferito che il commissario Ue agli Affari interni, Dimitris Avramopoulos, inconterà i ministri degli Interni di Italia, Francia e Germania a margine del Consiglio Ue di domani a Lussemburgo che si occuperà principalmente di immigrazione.

La Commissione europea sta verificando con Francia e Austria il rispetto delle regole di Schengen dopo che numerosi migranti sono stati bloccati al confine con l'Italia. "Siamo in contatto con tutte le autorità nazionali francesi e austriache per verificare qual è la situazione sul terreno. Tutti gli Stati membri devono rispettare gli accordi di Schengen e il sistema comune di asilo", ha rimarcato la portavoce dell'esecutivo Ue, aggiungendo che la Commissione europea "non è a conoscenza di piani B" dell'Italia per la gestione dell'immigrazione.

Coordinatore Baobab: in 400 in centro Tiburtina, più di 80 bambini - Daniel Zagghay, coordinatore del Baobab, spiega la situazione nella struttura di via Cupa a Roma che da giorni ospita i 'transitanti' eritrei e etiopi. "La notte scorsa abbiamo dato ospitalità a 410 persone, la metà rispetto a tre giorni fa. Più di 80 i bambini - dice all'Adnkronos - Ieri sono partite circa 150 persone e ne sono arrivate una quarantina, un numero basso rispetto ai giorni precedenti. Questa mattina gli arrivi sono stati solo quattro".

Anche la notte scorsa qualcuno ha dormito fuori dalla struttura, lungo via Tiburtina. "Erano circa una ventina - racconta - e abbiamo cercato di indirizzarli verso la Croce Rossa ma erano stanchi e già dormivano. Oggi cercheremo di prevenire questa situazione".

"Stiamo continuando a distribuire pasti. In questi giorni è arrivato di tutto: tantissime persone sono venute a portare nel centro cibo, vestiario. Al momento - dice ancora Zagghay - quello che serve è soprattutto cibo, vestiti per bambini, prodotti per l'igiene personale e per la pulizia degli ambienti. E i volontari sono i benvenuti anche per organizzare gli aiuti che arrivano, per distribuirli". Adnkronos 15

 

 

 

 

 

Focsiv e Cidse sull’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco

 

Cambiare stili di vita e modello di sviluppo per salvare sorella Terra. Il 28 giugno a Roma marcia su “Una Terra. Una Famiglia Umana”

 

ROMA - FOCSIV con CIDSE accoglie e diffonde l’appello e l’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco per una solidarietà globale per combattere il cambiamento climatico e la disuguaglianza.

Un forte e urgente appello di Papa Francesco - è detto in un comunicato - affinché i politici, le imprese, la finanza, le comunità, le persone agiscano per far fronte al cambiamento climatico e all’ingiustizia sociale. Accogliamo l’Enciclica Laudato Si sulla cura della casa comune, il cui approccio aperto e dal basso sostiene un dialogo con tutte le persone di buona volontà per identificare soluzioni all’attuale crisi ecologica e alle disuguaglianze sociali.

Il lavoro di molte organizzazioni della società civile per la giustizia sociale e inter-generazionale è sottolineato nell’Enciclica. Così come il messaggio di speranza che ci dà forza e ci motiva a fare di più.

L’Enciclica evidenza la mancanza di un avanzamento negli accordi della comunità internazionale e nella trasformazione del modello di sviluppo, che non fa che aggravare la crisi ecologica. “La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente” Gli interessi economici e finanziari focalizzati sul profitto nel breve periodo, sullo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, conducono al degrado ambientale, ad esacerbare l’ingiustizia sociale, al fallimento della buona politica. La soluzione non sta in questo tipo di mercato perverso.

Comunque il Papa considera che vi sono grandi opportunità di trasformazione sociale per affrontare la crisi del clima. Esse sono state disattese nonostante la crisi finanziaria, ma ora devono essere colte. Secondo l’Enciclica il clima è un bene comune di tutti e per tutti, e l’ingiustizia ambientale e sociale vanno di pari passo e sono strettamente connesse. “Non possiamo non fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia  nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare il grido della terra quanto quello dei poveri”. Papa Francesco ci esorta a porre i più poveri al centro, non sono responsabili delle terribili conseguenze del cambiamenti climatico sulle loro vite e non hanno accesso alle risorse necessarie per reagire.

I messaggi dell’Enciclica sono pienamente condivisi da FOCSIV e CIDSE, e sostengono il nostro impegno per la giustizia climatica. Il presidente di CIDSE, Heinz Hodl, afferma che “Molte comunità nel mondo con cui lavoriamo, come nella regione Amazzonica, sono perseguite nella loro lotta per difendere il creato e i loro diritti contro i megaprogetti. Questi cosiddetti progetti di sviluppo di estrazione di carbone, di piantagione di monocolture, di dighe idroelettriche, sono emblematici di come pochi potenti profittano di un modello di crescita fondato sui combustibili fossili e sullo sfruttamento intensivo delle risorse. Dobbiamo urgentemente combattere queste pratiche distruttive, disinvestendo dai combustibili fossili, e ridirigendo gli investimenti verso energie sostenibili e accessibili da tutti”

L’Enciclica inoltre rafforza lo spirito di trasformazione e il ripensare lo sviluppo che caratterizza la riflessione e l’azione di CIDSE e FOCSIV. Esso deve essere fondato sul principio del bene comune, della dignità della persona umana, e richiede un’acquisizione di responsabilità su tutti i livelli, da quello internazionale a quello nazionale, locale e personale. A livello personale l’Enciclica chiede un cambiamento nello stile di vita, affinché sia semplice e sobrio, atto di amore verso il pianeta e tutti i fratelli.

La tempistica dell’uscita dell’Enciclica è molto importante perché il 2015 rappresenta un anno determinante per l’azione della comunità internazionale e per il futuro della Terra. In luglio si terrà la Conferenza di Addis Abeba sulla finanza per lo sviluppo, in settembre l’ONU adotterà i nuovi obiettivi del millennio per lo sviluppo sostenibile, e in dicembre la Conferenza sul cambio climatico (COP21) a Parigi negozierà i nuovi limiti da porre all’emissione dei gas serra per fermare e di ridurre il riscaldamento del pianeta. Il segretario generale di CIDSE, Bernd Nilles, afferma che: “I prossimi mesi saranno critici per l’adozione di decisioni sullo sviluppo e per la custodia della Terra. Speriamo che i politici ascoltino i forti messaggi dell’Enciclica e che gli incontri internazionali pongano l’interesse comune al primo posto in modo da fare la differenza”.

A sua volta il presidente di FOCSIV, Gianfranco Cattai, esprime l’auspicio che “il governo italiano e l’Europa facciano la loro parte in modo responsabile e concreto. L’urgenza della crisi sociale e ambientale necessita di una risposta coraggiosa e forte. Purtroppo le notizie quotidiane ci mostrano una grande mancanza di solidarietà a tutti i livelli. Questo ci preoccupa molto. Nostro compito è ridare speranza, rilanciare la cultura della solidarietà e della responsabilità comune con azioni efficaci nella società e per la salvaguardia dell’ambiente. Iniziando col cambiare innanzitutto noi stessi e le nostre comunità, come ci chiede Papa Francesco, in modo da essere più forti nel confronto con la nostra società e con i nostri politici italiani ed europei. Tutti i soci FOCSIV sono impegnati in quest’opera e sono convinti che sia necessario fare di più assieme, con le comunità locali e del Sud”

“Per questo - così termina la nota di FOCSIV e CIDSE - invitiamo tutti a partecipare alla Marcia del 28 giugno a Roma su “Una Terra. Una Famiglia Umana” che partirà da Piazza Farnese dalle 9 di mattina fino a Piazza San Pietro, dove alle ore 12 verremo salutati da Papa Francesco. È ora di tornare sulla piazza, di partecipare, di far sentire la nostra voce in modo gioioso e con speranza per un mondo più giusto, solidale e in pace con la natura.” (Inform 18)

 

 

 

 

 

Immigrazione: “Debole contraente, debole risultato”

 

BRUXELLES - “Debole contraente, debole risultato. Diciamoci la verità: la questione dei migranti abbandonati a Italia e Grecia probabilmente non sarebbe la stessa se la Germania avesse un’appendice nel Mediterraneo e lì sbarcassero le donne e gli uomini che fuggono dalle guerre e dalla misera del Sud del Mondo. Ne abbiamo una prova questi scientifica, anzi più d’una. Non serve neanche cercare negli archivi, basta andare a memoria, o guardare il presente”. Inizia così l’editoriale che Lorenzo Robustelli pubblica su “Eunews”, quotidiano online che dirige a Bruxelles.

“Chi ricorda l’unificazione della Germania, nel 1990 ricorda forse meno che, già prima, il marco tedesco, moneta fondamentale per tutta l’economia europea, subì un notevole scossone quando, il primo luglio, si decise che la moneta dell’Ovest e quella dell’Est avrebbero avuto lo stesso valore (quello del marco di Bonn, ovviamente). Poi, dopo neanche un mese il Paese si riunificò e l’Est, oramai parte della potente Germania, entrò ovviamente anche nell’Unione europea. Erano forse i più ricchi, quei tedeschi, di tutto l’ex impero sovietico, ma erano senza dubbio una “banda di straccioni” se paragonati agli altri cittadini dell’Unione, nella quale era ancora lontana l’adesione di altri Paesi dell’ex Blocco.

Sì, poi ci fu lo scambio con l’euro, ma intanto l’Unione europea mostrò la solidarietà necessaria a realizzare quel grande progetto di pacificazione per la quale (anche) era nata. Il discorso poi andò avanti, sfruttando una certa debolezza della nuova Russia pian piano l’Unione si arricchì di nuovi membri, e nel 2004 ci fu, il grande ingresso di altri dieci paesi dell’Est, che fossero pezzi dell’ex unione sovietica o “satelliti”. I motivi della scelta furono molti: uno dei principali era che questi Paesi chiedevano di entrare, volevano affrancarsi dal peso storico del Blocco sovietico, in molti casi, tornare all’Occidente ai quale erano culturalmente sempre appartenuti. Però questo non poteva piacere alla Russia, che perdeva ampie zone di influenza e che prima o poi sarebbe tornata ad essere una grande potenza e avrebbe fatto sentire il suo peso.

Infatti l’Orso ha dormito per anni ma non ha dimenticato. Ci sono state varie zampate fino a quella davvero grave, inaccettabile per l’Occidente: la presa della Crimea. La protesta dell’Unione è stata ridicola, confusi e scarsi aiuti all’Ucraina, minacce di carta e poi un bel po’ di sanzioni economiche e personali.

Sanzioni che sono state volute in particolare da chi? Dai Paesi dell’ex Blocco ora aderenti all’Unione. Paesi molto importanti per la Germania (ancora) in particolare. L’Italia e la Grecia, guarda il caso, sono le capofila esplicite di un gruppo, probabilmente esiguo, che invece queste sanzioni le digerisce mal volentieri. Ma le applicano con lealtà e diligenza, pur mostrando la loro insofferenza ad ogni occasione. Matteo Renzi che non va all’importante (anche se poco fruttuoso) vertice tra Ue e America Latina, dove erano presenti invece ad esempio Angela Merkel e François Hollande, per ricevere invece in pompa magna Vladimir Putin all’Expo di Milano è un messaggio di una chiarezza cristallina.

La solidarietà in Europa non esiste. Esiste la legge del più forte che, attorno a se, riesce a coagulare l’interesse di altri. Può essere interesse commerciale, può essere interesse ad avere una fettina di qualche altra torta, può essere l’interesse (e questo è il caso dell’Italia e della Grecia) a che per lo meno si socchiudano gli occhi davanti ai loro problemi interni.

Che fare? (Tanto per restare in chiave russa). C’è poco spazio di manovra per Roma e Atene, per le quali, tutto sommato, il problema dei migranti sino ad oggi non è stato vissuto dai governi come prioritario rispetto ai problemi dell’economia. Ora lo potrebbe diventare, ma elezioni alle porte non ce ne sono, e dunque da quel punto di vista c’è un po’ di tempo per gestirlo, e si rischiano nuovi rinvii o “scaricabarili”. Risultato: c’è un’urgenza di fatto alla quale non fa seguito un inquadramento generale del problema e la sua gestione resta improvvisata. Ammettiamo invece che ora si intenda davvero risolvere la questione.

Il primo punto è applicare le leggi e dunque schedare tutti quelli che chiedono l’asilo. Certo, questo vuol dire mettersi nelle condizioni di doverli accogliere, in base alle regole di Dublino sull’Asilo, ma almeno nessuno potrà dire che noi siamo i primi a non rispettare le regole. Poi si dovrà creare dei centri dove accoglierli in maniera dignitosa, e su questo sarà possibile avere qualche aiuto economico d all’Unione. Poi bisognerà davvero iniziare a dare la protezione a che ne ha diritto, e in questo l’Italia è molto indietro rispetto ad altri Paesi europei.

A quel punto, quando le regole saranno state rispettate e i numeri saranno chiari a tutti, allora si potrà tentare di imporre all’Unione un percorso di condivisione dello sforzo. Non è detto che abbia successo, ma almeno la questione sarà stata posta su basi sane, evitando dannose prove di forza “fisica” alle quali sembra che il governo italiano voglia ricorrere ad esempio non facendo attraccare le navi “straniere” che hanno salvato dei migranti. Questa sarebbe sì una risposta improvvisata e probabilmente dannosa, almeno per i migranti”. (aise 16)

 

 

 

 

Un'inchiesta sulla nuova migrazione italiana in Belgio

 

I dati dell'analisi realizzata da “la Comune del Belgio” e presentati nei giorni scorsi in una conferenza organizzata in collaborazione con l'IIC

 

BRUXELLES – La Comune del Belgio, progetto di integrazione dei migranti italiani in Belgio, segnala i risultati di un'inchiesta svolta in quest'ambito nel 2014 su 500 giovani italiani recentemente emigrati in Belgio, presentati nel corso della conferenza “Frontiere Europa – La nuova migrazione italiana in Belgio: nuove rotte, confini e diritti” organizzata nei giorni scorsi in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles.

Dei nuovi italiani arrivati in Belgio – si legge nella nota diffusa in proposito, - il 47.7% ha tra i 30 e i 45 anni, il 45.2% ha meno di 30 anni e il 7.1% ha più di 45 anni, dato che evidenzia come la nuova emigrazione non sia un fenomeno esclusivamente giovanile. Il 59.2% lavora, il 15.9% cerca lavoro e il 19.5% è arrivato in Belgio per studiare. Per due terzi del campione intervistato non si tratta della prima esperienza all’estero. Coloro che già lavorano, poi, sono in ampia maggioranza (76%) qualificati e la stragrande maggioranza (81.3%) è soddisfatta di un lavoro che corrisponde alle proprie qualifiche. Ancora oggi, le persone si muovono per lavoro (84%). L’inchiesta mostra quanto l’involuzione dei rapporti di lavoro in Italia e la ricerca di un percorso professionale stabile, retribuito a sufficienza e con coperture sociali, giochi un ruolo fondamentale. Il 75% degli intervistati lavorava già in Italia, ma era occupato con un contratto atipico/precario (32%), a tempo determinato (23%), o addirittura in nero (11%) o con partita iva (3%).

Anche l’83% di coloro che stanno cercando lavoro in Belgio lavorava in Italia, con un lavoro in nero (26.3%), contratti atipici/precari (26.3%), partita iva (2.6%) o a tempo determinato (21%). Il 75.7% di chi cerca lavoro lo accetterebbe anche non in linea con il titolo di studio – emerge dall'inchiesta, che registra anche come il 25% della nuova migrazione sia costituita da persone senza un alto livello di scolarizzazione. Infine, solo 1/3 del totale risulta essere iscritto all’Aire e solo 2 su 10 credono che faranno ritorno in Italia.

Jean-Michel Lafleur dell'Università di Liegi ha chiarito nel corso della conferenza come “gli italiani in Belgio sono ancora la prima nazionalità presente e che, per effetto della crisi economica, la percentuale annua di italiani in ingresso è aumentata di circa il 94% dal 2011”. All’evento hanno partecipato in qualità di relatori anche Anne Morelli dell’Università Libera di Bruxelles (ULB) e Costanza Margiotta dell’Universita di Padova, insieme ai rappresentanti di associazioni italiane e belga, Teresa Butera del Casi-Uo, Andrea Malpassi dell’Inca-Cgil, Pietro Lunetto della la Filef Belgio Nuova Migrazione e Francesca Simeoni di Piola Libri. Tutte le organizzazioni ed associazioni partecipanti si sono dette disponibili a continuare questo percorso conoscitivo sulla emigrazione italiana.

Con forza, è anche emersa la richiesta di impegno alle istituzioni italiane, alle realtà sindacali e associative. Impegno – si legge nella nota de La Comune del Belgio - rispetto a cittadini italiani ancora vittime di discriminazioni, di un accesso differenziale ai diritti rispetto agli autoctoni, e di un generalizzato abbassamento della soglia dei diritti nel paese d’origine, che spinge a migrazioni non volontarie. Ma, “oltre a battersi per il diritto a avere diritti - conclude La Comune del Belgio, - è necessario che le forze sociali e progressiste riconoscano la sfida collettiva, politica e sociale, e facciano propria la battaglia per una Europa sociale forte e armonizzata, poiché senza di essa il cittadino torna ad essere isolato, solo e per questo debole. I cittadini dell’Ue e i loro familiari, nonché i cittadini di paesi terzi, continuano ad oggi a non essere protetti”. Per informazioni sul progetto: http://www.lacomunedelbelgio.eu/. (Inform 15)

 

 

 

 

 

Senza sosta i massacri dell’Isis

 

In nome di Allah uccide e distrugge o obbliga alla conversione.  I terroristi in aumento anche in Occidente. Che fa poco per bloccarli

 

  Nonostante qualcuno pensi che l’Isis non sia pericoloso più di tanto, la realtà è ben diversa, a stare a quanto si appura quotidianamente. Il che dovrebbe spingere l’Occidente a controllarlo e a combatterlo con maggior decisione. Perché, come ha affermato a maggio il 72enne generale libico, Khalifa Haftar, “i terroristi islamici sono una minaccia per tutta l'umanità e non combattono solo qui in Libia. Voi Italiani dovete capire che i miei nemici sono anche i vostri”. Combattendoli difendo anche voi Italiani». In effetti sta tentando di liberare la Libia dalla coalizione islamista al potere a Tripoli e dalle formazioni terroristiche di Ansar Sharia, convinto che “chiunque impiega armi e violenza per imporre un'ideologia ed usa la religione per giustificare i propri atti è un terrorista. E va combattuto». 

  Necessaria, quindi, la battaglia per frenare le violenze e le persecuzioni ai danni dei Cristiani, degli Ebrei e di quei Musulmani che non interpretano in termini dispotici e brutali la Sharja. Come, invece, fanno gli jihadisti che, il mese scorso, a stare a quanto riferito l'Osservatorio nazionale per i diritti umani,  a Palmira (cittadina siriana di 50mila abitanti, patrimonio dell'Unesco per le sue rovine romane) hanno ucciso, in pubblico, 400 persone, quasi tutti donne e bambini, oltre a 20 soldati sciiti. Omicidi compiuti anche a Ramadi, cuore dell'Irak sannita, benché sia impossibile conoscere il numero esatto delle esecuzioni. Evidentemente tante, se il premier siriano, Wael Al Halqi, le ha giudicate “massacro orribile”, ha accusato i governi di Arabia Saudita, Qatar e Turchia di dare sostegno agli estremisti ed invocato un aiuto internazionale più efficace. 

  In effetti, ciò dovrebbe spingere la comunità occidentale ad intervenire, essendo ormai troppi gli stermini e gli orrori messi in atto in nome di Allah: donne lapidate o rivendute come schiave; bimbe stuprate ed uccise; “eretici” sgozzati o crocifissi; drogati o alcolizzati incatenati e frustrati in pubblico; musicisti bastonati e strumenti musicali distrutti; omosessuali lanciati dai tetti, ragazzini massacrati a mitragliate per aver sostenuto la nazionale di calcio; adultere o presunte tali violentate in pubblico e poi uccise; sacerdoti sequestrati ed incarcerati; hotel frequentati da occidentali distrutti. Pare che, in quattro giorni, siano state uccise 464 persone solo nei territori siriani.

  Omicidi che avvengono anche in alter parti dell’Africa ed ora pure in Libia che, secondo il comandante delle forze armate del governo di Tobruk,  Khalifa Haftar, “per i terroristi, è solo il punto di partenza per mettere un piede in Europa”. Un'infiltrazione nel nostro continente che “avverrà in due tappe. La prima è già evidente. Molti terroristi si stanno movendo sulla scia dei migranti che attraversano il Mediterraneo... La Libia si trasformerà nella loro testa di ponte. La useranno per entrare in Italia ed allargare la sfida a tutta l'Europa”. Una minaccia da non sottovalutare in quanto l’Isis appare in rapida espansione. Tanto da rendere insufficiente la strategia di guerra concepita dalla Casa Bianca.

  Il Califfato oggi è troppo forte ed esteso per essere abbattuto solo con incursioni aeree. Per sconfiggerlo è necessaria un'offensiva di terra, come hanno fatto le milizie curde entrate a Kobane dopo aver sconfitto l’Isis nella battaglia di Tel Abyad, città sul confine turco da cui passavano uomini e rifornimenti dei terroristi che vi avevano riversato centinaia di combattenti. I curdi, popolazione indoeuropea prevalentemente musulmana sannita, assicurano che “se c’è lo chiederanno le popolazioni locali combatteremo l’Isis fino a spazzarlo via da tutta la Siria”. Ciò che dovrebbe fare l’Occidente, tenendo conto che non tutti i Musulmani disprezzano l’Isis, a giudicare da quanto risultato da un’indagine di al Jazeera (televisione araba seguita da circa 40 milioni di persone), secondo la quale risulterebbe che l'81% degli intervistati rispondono sì alla domanda: “Appoggiate le vittorie che organizza lo Stato islamico in Irak e in Siria?”. Come dire che decapitazioni, stupri, rapimenti, fucilazioni di massa non hanno suscitato orrore in chi ritiene che l’Isis potrebbe garantire quel successo, mai più ottenuto dopo la caduta dell'impero ottomano, cui aspirano il 90% dei Palestinesi e degli Iracheni, il 74% degli Egiziani. Senza contare che anche nell'ex Jugoslavia aumenta l'estremismo islamico: sembra, infatti, che in Bosnia sventolino gli stessi vessilli dei miliziani di Al Qaida che combattono in Siria; che dal Kosovo partano centinaia di volontari per la guerra santa; che in Macedonia siano stati uccisi 14 miliziani ed 8 poliziotti.

  Non a caso l’Onu afferma: “Avanti così e vincerà l'Isis”, riferendosi al fallimento della strategia bellica basata sui raid aerei messi in atto da Obama. C’è il rischio della distruzione di Israele sognata e invocata da tanti Musulmani in Medio Oriente. E dell’uccisione dei Cristiani, in Asia ed Africa già fatti fuori ed ora minacciati in Europa e soprattutto in Italia, a cominciare dal Papa.

Egidio Todeschini, de.it.press 20

 

 

 

 

La Corte Ue salva la Bce: il piano anti spread non viola la legge

 

La Corte accoglie la linea dell'avvocato generale: "Il programma di acquisto di titoli di Stato è compatibile con il diritto dell'Unione, non eccede le attribuzioni Bce di politica monetaria e non viola il divieto di finanziamento degli Stati membri"

 

MILANO -  L'euro può tirare un sospiro si sollievo. Mentre è iniziato il conto alla rovescia per il futuro della Grecia, la Corte di Giustizia della Ue ha salvato il programma Omt (Outright monetary transactions) lanciato nel settembre 2012 dalla Bce contro gli attacchi alla moneta unica. "Il programma di acquisto di titoli di Stato - scrive la Corte - è compatibile con il diritto dell'Unione, non eccede le attribuzioni Bce di politica monetaria e non viola il divieto di finanziamento degli Stati membri".

 

La Corte si è pronunciata su una serie di ricorsi presentati presso la Corte costituzionale federale tedesca che mettevano in dubbio il contributo fornito dalla Deutsche Bundesbank (Banca centrale federale tedesca) all'attuazione del programma Omt, nonché "l'asserita inerzia del governo federale e della camera bassa del Parlamento federale (Bundestag) dinanzi a questo programma".

 

Secondo i ricorrenti, "il programma Omt, da un lato, non rientra nel mandato della BCE e viola il divieto di finanziamento monetario degli Stati membri della zona euro e, dall'altro, viola il principio di democrazia sancito nella Legge fondamentale tedesca (Grundgesetz) e pregiudica, in tal modo, l'identità costituzionale tedesca".

 

Ma "la Corte risponde che i Trattati dell'Unione autorizzano il Sistema europeo di banche centrali (Sebc) ad adottare un programma come il programma Omt", e "constata che l'Omt, alla luce dei suoi obiettivi e dei mezzi previsti per raggiungerli, rientra nella politica monetaria e dunque nelle attribuzioni del Sebc". Infine, "mirando a preservare un'adeguata trasmissione della politica monetaria, il suddetto programma è, al tempo stesso, idoneo a preservare l'unicità di tale politica e a contribuire all'obiettivo principale di quest'ultima, che è il mantenimento della stabilità dei prezzi".

 

La Corte ha quindi accolto la linea dell'avvocato generale che si era espresso a favore della Bce lo scorso 14 gennaio che aveva visto la luce dopo la frase di Mario Draghi "faremo tutto quello che è necessario" per salvare l'euro. Di fatto si tratta della promessa di acquistare senza limiti titoli di Stato a breve termine di Paesi dell'Eurozona in difficoltà macroeconomica, a patto di sottostare a un programma di risanamento sotto l'egida del meccanismo europeao di stabilità. Dopo il lancio, l'Omt non è mai stato effettivamente attivato, ma il semplice annuncio era stato sufficiente ad abbattere gli spread sui titoli di Stato di economie come Italia e Spagna, che in quel periodo erano tornati ad allargarsi pericolosamente a causa delle tensioni legate alla crisi greca, rischiando di spingere questi Paesi verso l'insolvenza.

 

L'anno successivo il 'piano anti-spread' era stato però portato di fronte alla Corte di Karlsruhe, il supremo tribunale tedesco, da 35mila cittadini tedeschi (tra cui politici e accademici) perchè ne fosse valutata la compatibilità con le leggi di Berlino. I giudici di Karlsruhe, chiamati in causa in quanto il programma poteva pesare sulle tasche dei contribuenti tedeschi, avevano stabilito l'anno scorso che il piano 'Omt' trascendeva il mandato della Bce ma avevano deciso di rimandare la questione alla Corte di Giustizia Ue, che nel suo pronunciamento ha avvertito che "l'acquisto di bond sovrani sul mercato secondario non deve avere un effetto equivalente a quello di un acquisto diretto sul mercato primario" e che "nel momento in cui la Bce acquista bond sovrani sul mercato secondari, devono essere garantiti meccanismi di salvaguardia sufficienti ad assicurare che non si contravvenga al divieto di finanziamento monetario ai governi", come previsto dal trattato.

I giudici di Karlsruhe non hanno però certo finito di dare grattacapi all'Eurotower. Solo alcuni giorni fa alcuni legali tedeschi hanno infatti presentato ricorso alla

Consulta teutonica contro il piano di 'quantitative easing' che, a differenza del mai utilizzato programma 'Omt', è in corso a pieno regime. LR 16

 

 

 

 

 

Diplomazia, sanzioni e manovre. Nato, Ue e Russia alla prova

 

La visita di Vladimir Putin in Italia ha riportato l’attenzione sulle tensioni esistenti tra Occidente e Russia, in particolare a causa della crisi in Ucraina e delle conseguenti misure economiche e militari adottate da Ue, Usa e Nato.

 

La tregua basata sul cessate il fuoco in Ucraina siglato tra le parti a Minsk lo scorso 15 febbraio - i cosiddetti “Accordi di Minsk 2” - si è rivelata fragile, dal momento che le violenze e gli scontri sono ripresi in diverse occasioni.

 

Il presidente Putin continua a negare il sostegno militare della Russia ai separatisti. Tuttavia sono recenti le notizie di un rafforzamento della presenza di truppe e armamenti provenienti da Mosca nelle repubbliche separatiste.

 

Dall’altro lato del fronte che taglia in due l’Ucraina orientale, le parole del presidente ucraino Petro Poroshenko sono tutt’altro che rassicuranti: ha affermato, infatti, che la guerra finirà solo nel momento in cui Kiev si riprenderà la Crimea.

 

La crisi non è ovviamente solo tra l’Ucraina e la Russia, ma tra quest’ultima ed i Paesi occidentali, come testimoniato dalle conclusioni dell’ultimo G7 in Germania in cui si è ventilata l’ipotesi di prolungare ed inasprire le sanzioni economiche a Mosca in caso di violazione degli accordi di Minsk 2, nonché dalle recenti ipotesi sullo sviluppo di sistemi missilistici americani e russi in Europa.

 

In questo contesto, il ruolo della Nato è particolarmente importante e delicato: si tratta infatti di rassicurare gli Stati membri dell’Alleanza che si sentono minacciati dalla Russia e di creare una deterrenza contro ulteriori azioni aggressive russe, senza però portare ad una escalation di misure militari slegata da un dialogo strategico tra Occidente e Federazione russa - dialogo necessario se si vuole ricostruire una architettura di sicurezza regionale in Europa.

 

Il Readiness Action Plan in azione

All’ultimo vertice Nato del 2014 è stato adottato il Readiness Action Plan, la cui “punta di lancia”consiste in una forza di reazione ancora più rapida della già esistente Response Force dell’Alleanza, comprendente truppe di terra con il supporto di forze speciali, aeree e navali.

 

La realizzazione di questa “punta di lancia” prevede anche la presenza di postazioni di comando e controllo, pre-posizionamento di rifornimenti ed equipaggiamenti nel fianco orientale dell’Alleanza, tramite contingenti posizionati a rotazione nei Paesi membri dell’Est Europa.

 

Negli ultimi mesi si sono tenute numerose esercitazioni militari in questa regione, con la partecipazione delle forze americane insieme a quelle di Paesi partner come Svezia e Finlandia.

 

Anche Germania, Danimarca e Regno Unito prevedono di contribuire significativamente con le loro truppe alle attività previste nei Paesi Baltici. Ciononostante Estonia, Lettonia e Lituania, insieme alla Polonia, hanno espresso preoccupazione per la possibilità di azioni russe nel loro territorio auspicando, per questo motivo, una presenza permanente di truppe Nato che potrebbe essere discussa nel prossimo vertice dell’Alleanza in calendario a Varsavia a luglio 2016.

 

Tale azione, però, rappresenterebbe una violazione del Funding Act on Mutual Relations tra Nato-Russia del 1997, atto a sua volta violato dalla Russia con l’annessione della Crimea.

 

L’Unione fa la forza?

La risposta Nato non si concretizza solo nel Readiness Action Plan. Di fronte ai ministri degli Esteri dei Paesi alleati riunitisi lo scorso maggio in Turchia l’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Ue Federica Mogherini e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg hanno affermato la loro volontà di rafforzare la cooperazione contro le azioni russe, in particolare nel contrasto alle azioni di “guerra ibrida”.

 

Con l’espressione “guerra ibrida” ci si riferisce a una combinazione di tecniche di guerra tradizionale, attacchi cibernetici, propaganda, misure economiche e/o sugli approvvigionamenti energetici. Proprio per questo, secondo alcuni analisti, la risposta militare elaborata sinora da parte Nato potrebbe rivelarsi insufficiente se non addirittura inappropriata a rispondere a tale minaccia “ibrida”.

 

La questione è, quindi, non solo se si stia facendo abbastanza, ma se la strategia sia quella giusta. Lo stesso Stoltenberg ha affermato che l’Alleanza deve adattarsi ai cambiamenti in corso nel contesto di sicurezza internazionale.

 

D’altra parte, alcune azioni di guerra ibrida si pongono al limite della “sfera di competenza” Nato: resta da chiarire, infatti, se attacchi cyber rientrino nell’ambito dell’art. 5 del Trattato di Washington che regola la difesa collettiva dei Paesi membri dell’Alleanza, affermando che un attacco armato contro uno o più di essi è considerato come un attacco diretto contro tutte le parti le quali sono, quindi, chiamate a fornire assistenza.

 

Questa presa di coscienza e la rinnovata volontà di cooperazione tra Nato e Ue potrebbero essere il primo passo verso una risposta più elaborata e coordinata, che unisca le capacità di un’alleanza militare come la Nato al comprehensive approach dell’Ue.

 

Di certo, per la Nato come per l’Ue, l’imperativo è legare le proprie azioni (e dichiarazioni) a una strategia verso la Russia, che parta dalla necessità di tenere aperto il dialogo, evitando quindi un pericoloso muro contro muro ed un ulteriore aggravarsi della situazione, per puntare ad una soluzione della crisi apertasi in Europa col conflitto in Ucraina. Paola Tessari, Alessandro Marrone, AffInt 16

 

 

 

 

 

Sognando gli Stati Uniti d'Europa nel paese dei ciechi

 

Ho letto con vivo interesse sulle pagine culturali del nostro giornale di venerdì scorso alcuni appunti inediti dello scrittore portoghese José Saramago che ho sempre considerato uno dei più importanti e geniali del secolo scorso. In qualche modo somiglia ad un altro suo conterraneo, Fernando Pessoa; sono due visionari che colgono il nucleo fondamentale del Novecento, un secolo dove le contraddizioni tipiche della nostra specie raggiunsero un'intensità difficile da riscontrare in altre epoche.

 

Negli appunti inediti Saramago spiega come è nato il "Saggio sulla lucidità" e perché ha voluto che i protagonisti fossero gli stessi personaggi di "Cecità", romanzo scritto nove anni prima. Un Paese immaginario è chiamato al voto ma nel giorno di quelle elezioni infuria senza tregua un terribile maltempo, fulmini e saette in un cielo nero, inondazioni, vento tempestoso. Tutti chiusi in casa  -  pensa la voce parlante dell'autore  -  mentre la radio che è nella mani dei po-tenti, dominatori del Paese in questione, esorta gli elettori a recarsi comunque nelle cabine elettorali per compiere il loro dovere civico, che è poi quello di dare una apparenza democratica al partito che ha in mano tutto il potere. E gli elettori obbediscono, escono dalle case e faticosamente vanno alle urne a votare. Il risultato è del tutto inatteso: salvo qualche centinaio tra potenti e loro collaboratori, tutti gli altri hanno votato scheda bianca, ciascuno credendo d'essere il solo a farlo e abbattendo in questo modo il potere dei dominatori.

 

Mi ha molto colpito perché somiglia terribilmente a quanto accaduto nelle "regionali" di pochi giorni fa e rischia di diventare una crescente tendenza degli elettori italiani. Sono ciechi? Sono lucidi? I potenti di oggi si rendono conto di quanto è accaduto e può ripetersi aumentando sempre di più e sempre peggio? Ne stanno ricercando le cause?

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Cerchiamo anche noi le cause. Il primo tema da affrontare è l'Europa. Noi siamo in Europa, i nostri principali problemi riguardano l'Europa e la nostra presenza, il nostro ruolo, le nostre capacità di proposta, il nostro sguardo lungo sul futuro di questo continente nella società globale che ci circonda. Alcuni giorni fa il nostro ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, scrisse un articolo su Repubblica con un titolo molto significativo: "Così cambiamo il governo dell'Ue". Sullo stesso tema Padoan dette poi alcune interviste ad altri giornali e talk show televisivi. La tesi era chiara: "È necessario un livello crescente di integrazione fiscale basata su un bilancio comune, componente essenziale di qualunque unione monetaria. In una unione monetaria è necessario consolidare la condivisione dei rischi. È vero che nel lungo termine la costruzione di istituzioni più ambiziose potrebbe richiedere una modifica dei Trattati, tuttavia le regole vigenti consentono già oggi di istituire un fondo contro la disoccupazione e un budget dell'Eurozona con finalità diverse dal budget della Ue già esistente". Queste proposte mi hanno molto incuriosito: senza dirlo esplicitamente, secondo me indicano come obiettivo ultimo gli Stati Uniti d'Europa, probabilmente limitato ai Paesi membri dell'Eurozona e ad altri che volessero comunque entrarvi pur mantenendo, almeno in una prima fase, una moneta propria.

 

Per meglio chiarire gli obiettivi di Padoan ho avuto con lui una lunga conversazione dalla quale sono emersi esplicitamente i seguenti punti: Paodan ritiene che uno Stato europeo federato sia indispensabile in una società globale; ritiene che quest'obiettivo abbia bisogno, per esser costruito, di un periodo di alcuni anni che deve però essere avviato subito; gli Stati membri della Ue hanno già effettuato alcune cessioni di sovranità (per esempio il Fiscal Compact) ma ancora insufficienti: bisogna farne altre e non solo economiche ma anche politiche; per esempio è impensabile che la Bce non abbia un unico interlocutore politico, come è sempre avvenuto in tutti gli Stati. Questa lacuna va colmata. La Bce non può rispondere ai ministri dell'Economia di 19 Paesi, è necessario un ministro del Tesoro unico che rappresenti politicamente l'intera Eurozona.

 

Ho chiesto a Padoan se aveva concordato con il presidente del Consiglio questi suoi pensieri. Mi ha risposto che quando ritiene opportuno rendere pubbliche le sue idee non consulta nessuno, dice e scrive quello che pensa.Infine gli ho chiesto chi è secondo lui la personalità più impegnata nel suo stesso senso, ammesso che vi sia. La risposta è stata: Mario Draghi. Il presidente della Bce sta ponendo le basi di un'Unione monetaria ben più consistente di quella che esiste attualmente e i risultati li vedremo già nel 2016 e sempre più, fin quando le economie dei Paesi europei saranno arrivate a un tale punto di integrazione che il salto politico diventerà inevitabile e quasi automatico. Non c'è il pericolo  -  ho obiettato  -  che i capi di governo dei Paesi dell'Ue, consapevoli dell'inevitabilità della Federazione europea, ne intralcino il percorso? Il rischio c'è, mi ha risposto, ma contro la realtà è molto difficile opporsi. Solo movimenti antieuropei e che si dichiarano apertamente tali possono bloccare la dinamica europeista, soprattutto disaffezionando i popoli nei confronti dell'Europa. Questo rischio deve essere sgominato.

 

Personalmente mi auguro che Padoan abbia ragione ed è inutile dire che su Draghi la penso esattamente come lui, ma vedo però il pericolo che una ripresa di nazionalismo non antieuropeo ma fermo alla Confederazione, non sia da sottovalutare. Ne avevo parlato di recente in un'intervista sull'Espresso con Romano Prodi. Aveva idee esattamente identiche a quelle di Padoan ma era più preoccupato di lui sui "confederali" e sul loro "nazionalismo".

 

La risposta determinante ha un solo nome: la Germania di Angela Merkel. Vuole gli Stati Uniti d'Europa? Io credo di sì, anche perché il Paese con maggiore peso politico in una Federazione sarebbe il suo. Ma i tedeschi, la maggioranza del popolo tedesco, vuole l'Europa federata? Per quanto consta a me, direi di no. Il popolo tedesco è in gran parte autoreferenziale. È convinto  -  sbagliando  -  che la Germania non sarebbe irrilevante in una società globale e navigherebbe nelle acque della globalità anche da sola. Sbagliano, ma ne sono convinti. L'Europa confederale gli va benissimo, ma non più di questo.

 

Riuscirà la Merkel a convincerli? Questo è l'interrogativo del prossimo futuro. La vera e fondata speranza è che Draghi incastri le tessere di questo complicatissimo mosaico fino a costruire il disegno che noi ci auguriamo. Bisognerebbe che gli europei e gli italiani consapevoli rileggessero la storia di Abramo Lincoln e della guerra americana di secessione. Sarebbe una lettura molto istruttiva e dovrebbero rileggere anche il discorso di Winston Churchill a Zurigo del 1946, appena vinta l'ultima guerra mondiale. L'ho ricordato più volte quel discorso e lo ricordo di nuovo: sosteneva che l'Inghilterra aveva solo due strade dinanzi a sé: entrare a far parte degli Stati Uniti d'America o promuovere gli Stati Uniti d'Europa. E in qualche caso la moneta comune sarebbe stata la sterlina, la lingua ufficiale l'inglese, l'istituzione finanziaria principale la City. Chissà se Cameron se l'è riletto quel discorso e chissà se Tony Blair non faccia il "mea culpa". Sbagliarono tutti in Inghilterra, conservatori e laburisti.

 

Concludo questo paragrafo citando alcuni passi molto significativi del discorso tenuto all'Accademia americana di Berlino il 17 di questo mese per il conferimento del Premio Kissinger. Eccoli: "Ho dedicato sempre più le mie energie e così continuerò a fare fino a quando la piena unificazione dell'Europa sarà compiuta sulla base di libertà, democrazia e pacifica cooperazione. Il mondo di questi ultimi anni è cambiato radicalmente; esso appare molto diverso dalle aspettative ottimistiche seguite alla fine della Guerra fredda. Questa situazione può essere affrontata solo con l'integrazione europea e la coesione transatlantica, a condizione che l'Europa diventi un attivo partecipante alla costruzione di un nuovo ordine mondiale piuttosto che consumare se stessa nelle proprie problematiche interne. È questo il messaggio che dobbiamo trasmettere ai cittadini e ai leader di oggi". Non si poteva dir meglio, carissimo Giorgio Napolitano.

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Ci sono molte altre questioni da esaminare ma dedicherò ad esse poche righe perché nei prossimi giorni saranno chiuse in un modo o nell'altro e noi la sfera di cristallo per leggere il futuro non l'abbiamo. La Grecia: entro fine mese la va o la spacca. Personalmente scommetto che si risolverà. Ma è appunto una scommessa.

 

La riforma del Senato. Anche qui: si farà subito o sarà rinviata? Scommetto che si farà subito questa pessima riforma e questa purtroppo è una scommessa persa in partenza perché la cosiddetta dissidenza interna del Pd non è un diamante che non si spezza.

 

La "buona scuola" si farà con alcune concessioni di basso profilo, ma il folto popolo dei docenti resterà con l'amaro in bocca e se ne vedranno i riflessi elettorali.

La riforma della Rai. Su questo punto Renzi ha detto cose giuste sulle funzioni di servizio pubblico della principale azienda culturale del nostro Paese. Cose giuste che dipendono però da chi sarà la persona prescelta per guidare culturalmente quell'azienda.

 

La Cassa depositi e prestiti. Renzi ne ha cambiato la gestione e il profilo. Gli è costato molta fatica perché le resistenze erano plurime, ma alla fine l'ha avuta vinta, compensando in vario modo le vecchie cariche e mettendo al loro posto persone competenti e di riguardo. Ma c'è un punto che è stato alquanto trascurato: la Eurostat che è l'istituzione europea cui è affidata la vigilanza su alcuni mutamenti che avvengono nelle istituzioni economiche dei Paesi membri, sta seguendo con severa attenzione quanto accade e soprattutto accadrà nella nuova Cassa depositi e prestiti. Se si rivelerà una agenzia che interviene di dritto e di rovescio al salvataggio di aziende decotte, l'Eurostat agirà per far rientrare la Cassa nel pubblico bilancio dal quale da tempo è stata tirata fuori. I debiti della Cassa diventeranno in tal modo debito pubblico. Le dimensioni minime di questo ipotetico evento sono di 100 miliardi di euro ma possono essere anche assai maggiori. Qualora si verificasse sarebbe una vera catastrofe finanziaria con ripercussioni assai serie sulla nostra economia.

 

Infine: i sondaggi del nostro Ilvo Diamanti e del suo istituto, pubblicati venerdì sul nostro giornale, sono assai preoccupanti per il Pd: è passato dal 41 per cento delle europee dell'anno scorso al 32, mentre Salvini è al 14, Forza Italia è anch'essa al 14 e i Cinquestelle al 26. Nel frattempo aumenta l'astensione. Perché? Perché la sinistra di governo non c'è più e i lavoratori che inclusi gli autonomi, le famiglie e l'indotto, sono milioni e milioni, non sono per niente contenti. Fanno lucidamente quello che Saramago aveva previsto nel suo romanzo.

 

Post scriptum. A proposito di Rai, sere fa ho visto, anzi rivisto dopo anni ed anni, nell'ultima puntata di Fabio Fazio "Che tempo che fa" Renzo Arbore in "Quelli della notte". Un godimento e sapete perché? Perché Arbore è stato il vero grande innovatore della televisione. "Quelli della notte" e prima alla radio "Alto Gradimento" e poi in tv le sue altre trasmissioni, sono state un'innovazione continua, uno scenario volutamente senza copione e  -  come Renzo diceva  -  con un finale sconclusionato. L'uomo è sconclusionato nel senso che è pieno di contraddizioni. Non si riesce a cancellarle quelle contraddizioni perché è impossibile, ma bisogna esserne consapevoli perché solo così vengono tenute a freno e possono diventare un fatto esteticamente apprezzabile. Dall'etica all'estetica, diceva Arbore. Ma se non c'è né etica e neppure estetica, allora sì, è un guaio molto serio. LR 21

 

 

 

 

Danimarca e Ungheria, l’onda populista che avanza in Europa

 

Budapest dimentica l’agosto dell’89 quando istituì il primo campo profughi per accogliere i tedeschi dell’Est. Le elezioni danesi, appena concluse, sono state fortemente condizionate dal tema dell’ostilità ai migrant- di Massimo Nava

 

A ll’indomani dell’annuncio, da parte dell’Ungheria, di un piano per costruire una barriera per arrestare l’immigrazione, un’altra barriera - non fisica, ma di forte significato politico - salta fuori dalle urne in Danimarca, con l’affermazione del Partito del popolo, un nuovo segnale del seguito di movimenti populisti in tutto il Vecchio Continente. Il fatto che ciò avvenga nei Paesi ricchi e di solida tradizione democratica come in quelli in difficoltà economiche conferma che la paura dell’«invasione», reale o percepita, è parte del nostro vissuto e condiziona l’agenda politica delle nostre democrazie. L’immagine simbolo dei profughi aggrappati agli scogli di Ventimiglia resta confinata nel pietismo senza seguito. Quasi rimossa.

I mig ranti, respinti fisicamente o dalla politica condizionata, hanno un terribile nemico, la mancanza di memoria storica, di riferimenti al passato che potrebbero favorire una valutazione meno emotiva dei fenomeni.

 

Da 26 anni, gli ungheresi ricordano «il giorno dell’accoglienza». Era il 14 agosto del 1989, quando venne allestito il primo «campo profughi» per migliaia di tedeschi dell’Est in fuga dal regime della Rdt, la Germania comunista. In poche settimane, ne arrivarono decine di migliaia che si sarebbero riversati nella Germania occidentale. Qui, all’accoglienza, si sommava la solidarietà attiva di offerte di lavoro e ospitalità. Tre mesi prima, il 2 maggio, le autorità ungheresi, con il beneplacito di Mosca, avevano deciso di aprire la Cortina di Ferro, i 350 chilometri di filo spinato e campi minati che separavano il Paese dal mondo libero. Si abbattevano le statue dei gerarchi e ricompariva quella di Sissi, l’imperatrice d’Austria, a simboleggiare un ideale romantico di appartenenza al cuore dell’Europa.

Quella decisione fu storicamente più significativa dell’abbattimento del Muro di Berlino, perché la gloriosa notte del 9 novembre fu la conseguenza logica dello sgretolamento di un sistema.

 

Sarebbe utile un bagno di memoria oggi, nel momento in cui l’Ungheria europea decide di alzare un nuovo Muro per respingere le migrazioni dai Balcani e in sostanza rinchiudersi, in una spirale di nazionalismo ideologico sparso a piene mai dai suoi nuovi leader. È fondamentale che se ne ricordino ungheresi e danesi, e con loro le generazioni di europei nate dopo il Muro. Certo, l’esercizio della memoria non risolve i problemi dei nostri giorni né moltiplica i centri di accoglienza. Ma dovrebbe stimolare un sussulto di responsabilità e coraggio, rispetto al rimpallo di polemiche e rifiuti a ogni livello, dall’Europa fino ai più piccoli municipi.

Allora, nessuno in Europa era spaventato dall’«invasione», mentre la grande maggioranza accarezzava un sogno di libertà e un ideale di Continente riunificato nella democrazia, con istituzioni comuni e una stessa moneta. Gli «invasori» erano in parte disperati, molti si lasciavano dietro tutto, ma venivano accolti. Vien da chiedersi, forse perché erano bianchi, di religione cattolica o ortodossa? O forse che la fuga da un regime comunista meriti più solidarietà che la fuga dalla fame e dalla guerra?

 

Allora non si facevano troppi calcoli economici sul costo dell’«invasione» e, se si facevano, si guardava anche al tornaconto dei nuovi mercati. Un leader lungimirante come il cancelliere Helmut Kohl decise di colpo che il marco dell’Ovest valeva un marco dell’Est, un cambio economicamente folle, ma con enormi conseguenze storiche. La riunificazione tedesca, la nuova Europa, l’euro.

Oggi la lungimiranza è venuta meno. L’agenda della politica è dettata dalla paura dei movimenti xenofobi, dal rigurgito nazionalista, dai calcoli contabili che ostacolano persino decisioni al ribasso. L’atteggiamento verso le migrazioni è speculare alla gestione tentennante e senza sbocco della crisi greca: narrazione contabile, senza vedere il rischio catastrofico della Grexit.

 

La rappresentanza «politica» della solidarietà e della società civile, peraltro ancora capace di forti slanci, sembra lasciata a Papa Francesco. Il ricatto populista sul contingente impedisce di osservare con maggiore consapevolezza il medio periodo, ossia i flussi demografici, il «bisogno» di più immigrazione per garantire il nostro modello di sviluppo.

Certamente i danesi non costruiranno barriere fisiche come gli ungheresi. Ma hanno già cominciato ad alzare nuovi steccati culturali, sociali e politici. Del resto, senza che nessuno l’abbia notificato, il modello Schengen è stato abbattuto a Ventimiglia. CdS 19

 

 

 

 

"La mia Europa non c'è più". Eugenio Scalfari intervista Romano Prodi

 

L’emergenza profughi. Gli egoismi nazionali. La crisi dell’Unione. E poi il terrorismo, la Libia, lo sviluppo dell’Africa, la Cina. La storia, il presente e le prospettive future nell’intervista all'ex presidente del Consiglio

«La Germania c'è, l'Europa no». La crisi dell'Unione europea, incapace di far fronte all'emergenza immigrazione, divisa fra stati sempre più egoisti. E poi la tragedia libica, il terrorismo, lo sviluppo dell'Africa, il ruolo della Cina e della Russia.

 

Stimolato dalle domande di Eugenio Scalfari, Romano Prodi analizza le grandi questioni aperte sulla scena mondiale. La prospettiva di un'Europa federale, sempre più unita, è sempre più lontana.

 

«La classe economica – dice Prodi - è ancora protezionista. Ogni governo ha il suo potere di veto. I politici di ogni nazione non vogliono essere declassati. La Francia è ostile alla federazione, per non parlare della Gran Bretagna».

 

E l'Italia? «Non la vuole, come e più degli altri. Un'assenza evidente di visione politica». La situazione della Germania è più complessa e oscilla tra la tentazione di guidare un'Europa unita e quella di fare da sola. «Il popolo tedesco è molto autoreferenziale. È convinto che anche in una società globale la Germania avrà il suo ruolo. Ma arriverà un momento in cui Angela Merkel dovrà varcare il suo Rubicone. Speriamo che avvenga».

 

L'emergenza immigrati può essere affrontata secondo Prodi solo riportando la legalità in Libia. E sconfiggendo il califfato. «Ma è necessaria una decisione del Consiglio di sicurezza dell'Onu. E quindi l'impegno delle tre grandi potenze: Usa, Russia e Cina. Un loro intervento con l'appoggio locale di Tunisia, Algeria, Marocco, sarebbe decisivo. L'Europa dovrebbe distribuire l'accoglienza». Una eventualità molto difficile. «Che comporterebbe una soluzione equa della crisi ucraina. E un passo avanti della federazione europa. Difficile, ma altra strada non c'è». LR on 19

 

 

 

 

 

Gli Usa visti dall’Italia. La partita Clinton / Bush

 

Parecchie lettere circolari diffuse da “Hillary for America” sottolineano una richiesta speciale: “Se sei dalla mia parte, vuoi versare 1 dollaro, subito, per aiutare a costruire la nostra campagna dal basso verso l’alto?” La richiesta di immediata offerta minima serve per capire quanti cittadini americani sono disposti a seguirla in questo viaggio verso la Casa Bianca, faticoso e lungo, iniziato un anno e mezzo prima delle votazioni finali che si terranno nel novembre 2016.

Il viaggio di Hillary è incominciato su un bel prato di New York, con un discorso letto con precisione ad un folto pubblico che sventolava bandierine, interrotto da frequenti applausi, il più intenso per i matrimoni fra persone dello stesso sesso.

Hillary ha parlato di sé in linea femminile, citando la mamma come radice del suo pensiero, prima da bambina e poi nel corso della sua vita politica. Mia madre mi diceva: “La vita non riguarda solo te, ma quello che tu fai con ciò che accade intorno a te…” Non ricorda il padre, e poco il celebre marito con cui è già stata alla Casa Bianca per otto anni come First Lady. E rivolgendosi alle giovani donne di oggi, lancia un messaggio particolare, degno di essere ricordato: “Se io divento Presidente, significa che voi potrete diventare tutto quello che volete”. Aggiungo al messaggio, un buon matrimonio può essere utile, per le donne, ed anche per gli uomini.

Per quanto riguarda il futuro, un futuro in cui l’America dovrà combattere parecchio per mantenere il suo ruolo leader nel mondo, ha rivolto il suo pensiero alla figlia ed ai bambini, per cui ha promesso speciali attenzione alle scuole per l’infanzia, considerato che il talento nasce dappertutto, ma che per svilupparsi ha bisogno delle giuste opportunità.

Scherza Hillary sulla sua età, “non sono la più giovane aspirante alla Casa Bianca, ma sono la donna più giovane aspirante… E poi, non sbiancherò i capelli una volta presidente, perché li tingo già da tanto tempo”. Scherza sì, ma nello stesso tempo si rivolge all’ elettorato ricordando il diritto dell’esercizio di voto, ed anche offrendo loro un qualcosa per cui votare. Per questo sintetizza i valori storici del suo partito, relativi alla crescita delle classi medie, al benessere diffuso per tutti ed alla diminuzione delle diseguaglianze, anche con opportuno uso della tassazione. Quanto alla leadership, ovvero all’esercizio del potere politico, Hillary usa due parole, perseveranza e scelte difficili.

Da parte repubblicana, ecco, poche ore fa l’annuncio ufficiale della candidatura di Jeb Bush, governatore della Florida, che si presenta con moglie e figli. Cercando di sbiadire la memoria del padre e dell’ingombrante fratello, non mette il cognome sul suo logo, ma solo il nome ed un grosso punto esclamativo, quasi ad esprimere meraviglia per la sua proposta.

Per ora, insomma si annuncia una partita accanita fra due dinastie, quella più recente dei Clinton, e quella più antica dei Bush, proveniente dai petrodollari del Texas. Chissà che cosa succederà durante le primarie dei due partiti. Pochissimi i rivali di Hillary, più numerosi quelli di Jeb. Emanuela Medoro, De.it.press 15

 

 

 

 

 

 

Dalla scuola a Grexit, le emergenze del premier

 

Ieri il presidente del consiglio, parlando con i deputati del suo partito, ha ammesso che sta vivendo il periodo più difficile della legislatura. Si riferiva non solo alla sconfitta elettorale in Liguria, a Venezia e in Sicilia. Ma anche, verosimilmente, alle due grandi emergenze che deve affrontare il suo governo: i migranti e lo scandalo della corruzione irrefrenabile. A queste due emergenze se ne potrebbe presto aggiungere un'altra, che ha un nome ormai entrato nel gergo dell'informazione: Grexit. Cioè la bancarotta di Atene con la conseguente fuoriuscita dall'euro. Mancano poche ore all'eventualità che questo spettro si manifesti con conseguenze potenzialmente devastanti. In primo luogo per l'Italia la cui economia e ancora talmente fragile che il nostro paese sarebbe il primo ad essere investito dalla speculazione. Lo spread che schizza oltre quota 160 e gli interessi che decollano, sono solo le avvisaglie di ciò che potrebbe succedere se Tsipras e le istituzioni finanziarie a cui la Grecia deve restituire i prestiti ricevuti negli ultimi anni dovessero rompere definitivamente. Naturalmente tutti sperano che questo non accada e che le dichiarazioni di guerra del governo di Atene siano solo propaganda politica, ma il Grexit non si può escludere e Palazzo Chigi starà sicuramente riflettendo con il ministro dell'Economia su un piano di difesa nel caso di tempesta valutaria. Ma anche senza bisogno di una eventualità del genere la situazione per il governo è allarmante. Su molti fronti. Quello della scuola, per esempio: la riforma prevede l'assunzione di centomila precari. Ma se la riforma verrà seppellita dalle migliaia di emendamenti presentati dalle opposizioni e dalla minoranza di sinistra del Pd, la riforma sarà rimandata e i precari resteranno senza lavoro. Roma è investita in piano dalla tempesta di Mafia Capitale e il sindaco Marino traballa. Il premier gli ha dato una settimana di tempo per dare una decisa sterzata al Campidoglio e dimostrare di saper governare. Il sindaco resiste, ma l'avvertimento di Renzi è suonato come un preavviso di sfratto. Nel Pd si aprirà un altro fronte caldissimo e quelli che sei mesi fa avrebbero voluto cacciare Marino si trasformeranno in suoi paladini per attaccare Renzi. GIANLUCA LUZI

 LR 18

 

 

 

 

La svolta che Renzi deve fare

 

Dopo la battuta d’arresto elettorale il problema che Renzi ha davanti è chiaro: capire il segnale proveniente dalle urne e cambiare - di Ernesto Galli Della Loggia

 

Dopo la battuta d’arresto elettorale il problema che Renzi ha davanti è chiaro: capire il segnale proveniente dalle urne e cambiare. Verosimilmente solo così potrà superare con successo lo scoglio delle prossime elezioni politiche (quando ci saranno), senza di che, egli lo sa bene, la sua carriera politica sarebbe virtualmente finita. Cambiare, dunque. E infatti pare che egli abbia detto «Tornerò a fare Renzi», cioè, sembra di capire, tornerò ad essere quello che nel giro di un anno, di slancio e senza fare compromessi, conquistò a suo tempo la segreteria del Pd e il governo del Paese.

Non è detto, però, che proprio questa sia la ricetta giusta. Il cattivo risultato elettorale del Pd sta a indicare, infatti, che forse proprio quel Renzi lì, quel personaggio e quei modi che hanno funzionato egregiamente nella fase della conquista del potere - un aspetto simpaticamente spigliato, capacità di trovare formule sintetiche per comunicare, una diversità accattivante rispetto al resto della classe politica, un piglio sbrigativo - quel personaggio e quei modi, dicevo, risultano forse assai meno utili quando si tratta di governare (non sarebbe del resto la prima volta). Si può ragionevolmente dubitare, ad esempio, che tuittare in misura frenetica o frequentare i talk show di ogni risma affidando i propri messaggi politici a Barbara D’Urso sia il modo migliore per sostenere l’azione di governo.

Insomma, ciò che in questo anno al presidente del Consiglio non è riuscito troppo bene è il passaggio dal Renzi outsider «fiorentino» al Renzi «italiano» di Palazzo Chigi. Non è solo una questione di forma. Si prenda per esempio il caso della «squadra», dei suoi collaboratori più vicini. In questo caso specialmente sarebbe stato forse necessario un salto di qualità tra i due Renzi. Un salto di qualità che invece non sembra esserci stato. Peccato, perché gli uomini politici di rango, quelli che un Paese deve augurarsi di avere alla propria testa, si distinguono anche, se non specialmente, per questo aspetto: per il fatto di circondarsi di persone di valore, pur sapendo che all’occasione persone simili parlano fuori dai denti, potranno contraddirli. Ma le persone di valore sono preziose anche perciò: perché non si limitano solo ad obbedire. In politica come altrove la fedeltà è un’ottima cosa, infatti, purché però faccia rima con sincerità. Egualmente sarebbe meglio che coloro che in televisione parlano a nome del presidente del Consiglio, ne sostengono la causa, si sforzassero di farlo con maggiore capacità argomentativa, con minore ricorso a frasi fatte e a slogan che dopo un po’ mostrano la corda.

Collaboratori capaci, tratti da ambienti diversi, di solide competenze, servono a conoscere e a risolvere i problemi, a immaginare soluzioni adeguate, a essere il centro motore di una forte azione di governo, a produrre consenso. Servono a mantenere aperti canali di comunicazione con tutta la società italiana nelle sue mille e complesse articolazioni; e non soltanto con gli ambienti dell’industria e della finanza, nell’idea (sbagliata) che siano questi i soli ambienti che contano.

Ma da un presidente del Consiglio come Renzi l’opinione pubblica si aspettava soprattutto la novità dei contenuti. Sarebbe ingiusto dire che tali contenuti siano mancati. Alcune riforme significative sono state approvate (penso al Jobs act soprattutto) o messe in cantiere, anche se in alcuni casi tra i più significativi (ad esempio la riforma del Senato o quella della scuola) queste stesse riforme sono apparse prive di una sufficiente ispirazione di principio portata avanti con decisione e coerenza. Ma il punto decisivo, a me pare, è che questi contenuti non sono mai riusciti a saldarsi in un vero discorso al Paese e sul Paese: a trasformarsi cioè in un vero discorso politico in grado di suscitare nel pubblico quel senso di identificazione che diviene consenso elettorale.

Da questo suo giovane presidente del Consiglio spregiudicato e così pieno di vita l’Italia si aspettava sì dei fatti, delle iniziative concrete, ma anche qualcosa di simile, io credo, a un bilancio e a un esame di coscienza: le sole cose da cui è possibile che prenda avvio quel «nuovo inizio» di cui abbiamo bisogno. Di cui il Paese sa nel suo intimo di aver bisogno. Esso avrebbe voluto capire dalla sua voce perché ci troviamo nella situazione in cui ci troviamo, in che cosa abbiamo sbagliato, in che cosa possiamo sperare. Voleva sentire un discorso serio, alto, magari anche drammatico, ma che non fosse fatto solo di richiami all’ottimismo. Un discorso che evocasse il senso di un cammino da intraprendere, che indicasse una prospettiva in cui credere.

Da tempo, infatti, è come se avessimo perso il filo della nostra storia, dopo tutto una storia non indegna. Abbiamo bisogno di ritrovarlo: e alla fine un compito del genere solo la politica può assolverlo. Nel pieno di una stagione difficile l’Italia voleva, e vuole, una guida. Matteo Renzi ha oggi le carte in mano per esserlo più di qualunque altro: ma deve liberarsi di molte scorie e paradossalmente crederci di più. Con più consapevolezza, più autorevolezza, orizzonti più larghi. CdS 21

 

 

 

 

Giornata mondiale del rifugiato. Pubblicato dall’UNHCR il nuovo rapporto annuale sui rifugiati Global Trends

 

Sono quasi 60 milioni le persone costrette a fuggire dalle loro case in tutto il mondo. più della metà dei rifugiati a livello mondiale sono bambini. Cresce il numero dei migranti forzati in Europa (+51%) che raggiunge quota 6,7 milioni

 

ROMA - Le migrazioni forzate su scala mondiale provocate da guerre, conflitti e persecuzioni hanno raggiunto i massimi livelli registrati sinora e i numeri sono in rapida accelerazione. È quanto emerge dal Rapporto annuale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), pubblicato oggi.

Il nuovo rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends riporta una forte escalation del numero di persone costrette a fuggire dalle loro case, con 59,5 milioni di migranti forzati alla fine del 2014 rispetto ai 51,2 milioni di un anno prima e ai 37,5 milioni di dieci anni fa. L’incremento rispetto al 2013 è stato il più alto mai registrato in un solo anno.

L’accelerazione principale è iniziata nei primi mesi del 2011, quando è scoppiata la guerra in Siria, diventata la principale causa di migrazione forzata a livello mondiale. Nel 2014, ogni giorno 42.500 persone in media sono diventate rifugiate, richiedenti asilo o sfollati interni, dato che corrisponde a un aumento di quattro volte in soli quattro anni. In tutto il mondo, una persona ogni 122 è attualmente un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo. Se i 59,5 migranti forzati nel mondo componessero una nazione, sarebbe la  ventiquattresima al mondo per numero di abitanti.

“Siamo di fronte ad un cambio di paradigma, a un incontrollato piano inclinato in un’epoca in cui la scala delle migrazioni forzate, così come le necessarie risposte, fanno chiaramente sembrare insignificante qualsiasi cosa vista prima”, ha dichiarato il commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati António Guterres. “È terrificante che da un lato coloro che fanno scoppiare i conflitti risultino sempre più impuniti, e dall’altro sembra esserci apparentemente una totale incapacità da parte della comunità internazionale a lavorare insieme per fermare le guerre e costruire e mantenere la pace”.

Il Rapporto dell'UNHCR mostra come in tutte le regioni il numero di rifugiati e sfollati interni sia in aumento. Negli ultimi cinque anni, sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan). Solo poche di queste crisi possono dirsi risolte e la maggior parte di esse continuano a generare nuovi esodi forzati. Nel 2014 solamente 126.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nei loro paesi d’origine, il numero più basso in 31 anni.

Nel frattempo, durano da decenni le condizioni di instabilità e conflitto in Afghanistan, Somalia e in altri paesi, e ciò implica che milioni di persone provenienti da questi luoghi continuano a spostarsi o, come si verifica sempre più spesso, rimangono confinate per anni nelle periferie della società, nella paralizzante incertezza di essere degli sfollati interni o dei rifugiati a lungo termine. Tra le conseguenze più recenti e ben visibili dei conflitti in corso nel mondo e delle terribili sofferenze che provocano può essere indicata la drammatica crescita del numero di rifugiati che per cercare sicurezza intraprendono pericolosi viaggi in mare, nel Mediterraneo, nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso, oltre che nel sud est asiatico.

Il rapporto dell’UNHCR Global trends mostra come nel solo 2014 vi siano stati 13.900.000 nuovi migranti forzati,  quattro volte il numero del 2010. A livello mondiale si sono contati 19,5 milioni di rifugiati (rispetto ai 16,7 milioni del 2013), 38,2 milioni di sfollati all’interno del proprio paese (rispetto ai 33,3 milioni del 2013) e 1,8 milioni di persone in attesa dell’esito delle domande di asilo (contro i 1,2 milioni del 2013). Il dato più allarmante è che più della metà dei rifugiati a livello mondiale sono bambini.

“A causa delle enormi carenze di finanziamenti e degli ampi divari nel regime globale per la protezione delle vittime di guerra, molte persone bisognose di compassione, aiuto e rifugio vengono abbandonate a loro stesse”, ha dichiarato Guterres. “In un’era di esodi forzati di massa senza precedenti, abbiamo bisogno di una risposta umanitaria senza precedenti e di un rinnovato impegno globale in favore della tolleranza e della protezione delle persone in fuga da conflitti e persecuzioni”.

A livello globale la Siria è il paese da cui ha origine il maggior numero sia di sfollati interni (7,6 milioni) che di rifugiati (3.880.000 alla fine del 2014). L’Afghanistan (2.590.000) e la Somalia (1,1 milioni) si classificano al secondo e al terzo posto.

Anche nel contesto di una forte crescita nel numero di migranti forzati, la distribuzione globale dei rifugiati resta fortemente sbilanciata verso le nazioni meno ricche, mentre le più ricche risultano interessate in misura inferiore. Quasi 9 rifugiati su 10 (86 per cento) si trovavano in regioni e paesi considerati economicamente meno sviluppati. Più di un quarto di tutti i rifugiati erano collocati in paesi che si trovavano classificati nella lista delle Nazioni Meno Sviluppate, compilata dalle Nazioni Unite.

Il conflitto in Ucraina, il numero record di 219.000 attraversamenti del Mediterraneo e la consistente presenza di rifugiati siriani in Turchia - che ha portato la Turchia a diventare nel 2014 il principale paese di accoglienza di rifugiati al mondo, con 1,59 milioni di rifugiati siriani presenti alla fine dell’anno – hanno attirato l’attenzione del pubblico, sia in termini positivi che negativi, sulle questioni relative ai rifugiati. Nell’Unione Europea, i paesi che hanno ricevuto il maggior numero di domande di asilo sono stati la Germania e la Svezia. Nel complesso, a fine anno il numero di migranti forzati in Europa ha raggiunto quota 6,7 milioni, rispetto ai 4,4 milioni alla fine del 2013, con la percentuale più elevate registrate tra i siriani presenti in Turchia e gli ucraini nella Federazione Russa.

L’intensa sofferenza provocata dalla guerra di Siria, con 7,6 milioni di sfollati interni e 3.880.000 rifugiati nella regione circostante e non solo, ha già da sola reso il Medio Oriente l’area geografica da cui ha origine e che allo stesso tempo ospita il maggior numero di migranti forzati nel mondo. Ad aggiungersi all’allarmante crisi siriana, va considerato il nuovo esodo interno di almeno 2,6 milioni di persone in Iraq, che ha portato a 3,6 milioni il totale di sfollati interni alla fine del 2014, cui vanno a sommarsi 309.000 nuovi rifugiati in Libia.

Anche se spesso trascurati, numerosi conflitti in Africa, tra cui la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan, la Somalia, la Nigeria, la Repubblica Democratica del Congo e altri, hanno nel loro insieme provocato un enorme numero di migranti forzati nel corso del 2014, su una scala solo leggermente inferiore rispetto al Medio Oriente. Complessivamente, in Africa sub-sahariana si sono contati 3,7 milioni di rifugiati e 11,4 milioni di sfollati interni, 4,5 milioni dei quali nuovi sfollati nel 2014. L’incremento complessivo del 17 per cento è stato calcolato escludendo la Nigeria, considerata come anomalia dal punto di vista statistico, dal momento che nel corso del 2014 è cambiata la metodologia per il conteggio degli sfollati interni. L'Etiopia ha sostituito il Kenya come più grande paese di accoglienza di rifugiati in Africa, classificandosi il quinto a livello mondiale.

Da tempo una delle principali regioni di origine di migranti forzati a livello mondiale, il numero di rifugiati e sfollati interni in Asia è cresciuto del 31% nel 2014, raggiungendo la cifra di 9 milioni di persone. L’Afghanistan, in precedenza il principale produttore al mondo di rifugiati, ha ceduto il triste primato alla Siria. Nel 2014 si è anche assistito a continue migrazioni forzate in e dal Myanmar, compresi i Rohingya in fuga dallo stato di Rakhine e nelle regioni di Kachin e di Northern Shan. L’Iran e il Pakistan continuano ad essere due tra i primi quattro paesi che accolgono rifugiati a livello mondiale.

Anche nelle Americhe si è assistito a un incremento delle migrazioni forzate. Nel corso dell’anno il numero di rifugiati colombiani è sceso da 360.300 a 36.300, anche se ciò è avvenuto principalmente a causa di una revisione del numero di rifugiati segnalati dal Venezuela. La Colombia ha continuato, tuttavia, ad avere una delle più grandi popolazioni di sfollati interni del mondo, stimata in circa 6 milioni di persone, con 137.000 nuovi sfollati interni colombiani durante l'anno. L’aumento del numero di persone in fuga dalla violenza delle bande o da altre forme di persecuzione in America centrale ha anche provocato un incremento di 36.800 unità (pari al 44 per cento) nelle domande d'asilo presentate negli Stati Uniti rispetto al 2013. (Inform 18)

 

 

 

 

Aria di crisi?

 

La “Crisi” politica potrebbe essere nell’aria. Le motivazioni, per ora non molto articolate. Però, c’interessano. L’Esecutivo Renzi non ci ha convinto più di tanto; anche perché nato da un compromesso troppo anomalo. Mentre si tenta di dibattere sull’Italia che sarà, la cobelligeranza governativa resta critica. Si torna a paventare la possibilità d’elezioni anticipate. Intanto, l’economia nazionale langue e la recessione sembra non aver limiti. Non ci sono segnali in positivo neppure da chi non ha aderito a quest’Esecutivo. Senza pretendere d’offrire ottimistiche previsioni, preferiamo essere realisti e guardare oltre. A decidere sarà il PD . Per l’NCD, le riserve non mancano. Quindi, Diavolo e Acqua Santa torneranno alla ribalta. Non tanto sui programmi, che sarebbero quelli che premono, ma sul destino parlamentare di chi dovrebbe occupare il posto del Leader d’opposizione. Anche se in modo poco consono a un Governo d’emergenza, i contrasti si sono fatti evidenti e, forse, anche inaccessibili. Il confronto elettorale, quando ci sarà, potrebbe non modificare gli equilibri politici. Al punto in cui siamo, fatto i debiti conti, non intravediamo patti “sicuri”. Senza eccedere nel pessimismo, possiamo confermare che le questioni irrisolte nella Penisola ci sono sempre tutte. Anzi, con l’autunno potrebbero anche aumentare. Nessuno, al momento, se la sente di “correre” da solo. Il traguardo elettorale, politicamente, è lontano e gli sgambetti restano sempre possibili; anzi, probabili. Con la scusa della “discontinuità”, abbiamo perso attendibilità all’interno ed all’estero. Il PD ha evidenziato nuove”correnti” e il NCD rimane fedele, almeno ufficialmente, ad Alfano. Gli impegni, che Renzi ha fatto suoi, potrebbero saltare per mancanza d’accordi. Se questa Legislatura già “zoppica”, non ci resta che prenderne atto. Del resto, mancando ancora concreti solleciti per i cambiamenti, che riteniamo necessari, le scelte restano proprio poche. Oltre alle “stonature”, non intravediamo nulla di veramente confortante sul fronte politico nazionale. Sopra dei “pro” e dei “contro”, restano irrisolti, vitali problemi nazionali dei quali avevamo, da tempo, accentrato la nostra attenzione. A nostro avviso, sarebbe necessario, con l’umiltà d’altri tempi, ritornare a riprendere contatti con la base politica e dare maggiore valenza anche agli elettori dall’estero. Non avendo “seminato”prima, è inutile pretendere di “raccogliere” dopo. Non basta più il “coraggio” di un compromesso dell’ultima ora. Soffocati da un regime impositivo che non ha eguali in UE, non ci resta che tentare di voltare pagina. Dopo il varo della Terza Repubblica, non pensavamo di riprecipitare nel baratro delle promesse disattese e dei compromessi di comodo. Meglio, quindi, guardare al futuro senza temere di ritrovarci in situazioni già vissute. Anche la strategia dei piccoli passi è fallita. La “perfezione” non è di questo mondo; tanto meno lo è dove i poteri si scontrano. Con questa riflessione, spicciola ma sentita, l’aria di crisi ha preso il posto della buona volontà per evitarla. Tra “probabilità” e “possibilità”, il passo potrebbe essere breve. A Renzi non resterebbe, poi, che prenderne atto col tracollo della sua instabile alleanza. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Amministrative 2015. Troppi silenzi sull’astensione

 

Già alle politiche del 2013 chi non ha votato faceva parte del primo partito. Ma di questo fenomeno non sembra preoccuparsi nessuno. Spesso commettendo un errore  -  di Michele Ainis

 

Uno vince, l’altro perde. Ma c’è un partito che a ogni elezione si gonfia: il non partito del non voto. I numeri dell’astensionismo elettorale ormai surclassano la Dc dei tempi d’oro, pur senza ottenerne in cambio seggi e ministeri. Difatti alle Politiche del 2013 gli astenuti erano già il primo partito, con 11 milioni di tessere fantasma. Alle Europee del 2014 l’affluenza si è fermata al 58%, in calo di 8 punti rispetto alle consultazioni precedenti. Alle Regionali del 2015 un altro salto all’indietro: 54%, ma sotto la metà degli elettori in Toscana e nelle Marche. Infine i ballottaggi delle Comunali, con il sorpasso degli astenuti (53%) sui votanti.

 

Questo fenomeno cade per lo più sotto silenzio. Qualche dichiarazione preoccupata, qualche pensoso monito quando si chiudono le urne; ma tre ore dopo i partiti sono già impegnati nella conta degli sconfitti e dei vincenti. È un errore, perché qualsiasi maggioranza rappresenta ormai una minoranza. Ed è miope la rimozione del problema. Vero, gli astensionisti non determinano il risultato elettorale. Però se l’onda diventa una marea, significa che esprime un sentimento: d’indifferenza, nel migliore dei casi; d’avversione, nel peggiore. E il sentimento dai partiti si riversa sulle stesse istituzioni, le sommerge come durante un’alluvione.

La questione, dunque, interroga la democrazia, anzi la pone davanti a un paradosso. Perché la democrazia è un sistema dove si contano le teste, invece di tagliarle. Il suo fondamento sta nella regola di maggioranza. E allora la democrazia entra in contraddizione con se stessa, quando nega agli astenuti ogni influenza, benché essi siano la maggioranza del corpo elettorale. Di più: tradisce la propria vocazione. Perché la democrazia è inclusiva, accoglie pure le opinioni radicali. Tuttavia con il popolo degli astenuti diventa esclusiva, respingente. Anche a costo di rinchiudersi in una casa vuota: la democrazia disabitata.

 

C’è modo di riannodare questo filo? Non imponendo l’obbligo del voto. Funzionava così nel dopoguerra, quando gli astensionisti dovevano giustificarsi presso il sindaco, e per sovrapprezzo beccavano una nota nel certificato di buona condotta; ma il rimedio sarebbe peggiore del male, offenderebbe i principi liberali. Non è una buona soluzione nemmeno quella escogitata in Francia nel 1919: se non vota almeno la metà del corpo elettorale, le elezioni si ripetono. Con questi chiari di luna, rischieremmo di votare ogni domenica. Però la via d’uscita c’è, e oltretutto procurerebbe un risparmio di poltrone. Va alle urne il 50% degli elettori? Allora dimezzo il numero dei parlamentari. E ne dimezzo altresì le competenze, trasferendole ai Comuni, se per avventura il voto cittadino risulta più attraente di quello nazionale. In caso contrario apro ai referendum sulle decisioni del sindaco, per supplire alla sua scarsa legittimazione.

Un’idea bislacca? Fino a un certo punto. Nella Repubblica di Weimar si guadagnava un seggio ogni 60 mila voti validi; e il medesimo sistema fu riproposto in Austria nel 1970. Anche in Italia, fino al 1963, le Camere esponevano numeri variabili in base alla popolazione complessiva; mentre c’è tutt’oggi un quorum per la validità dei referendum. L’alternativa, d’altronde, è una democrazia senza linfa vitale, perché il non voto ne sta essiccando le radici. Per salvarla da se stessa, qui e ora, serve un lampo di fantasia istituzionale.

CdS 18

 

 

 

 

Interrogazione del Sen. Aldo Di Biagio sulle problematiche lavorative dei funzionari italiani presso l'Ufficio Europeo Brevetti

 

Ai Ministri del lavoro, dello sviluppo economico e degli affari esteri,

per sapere, premesso che l’ Ufficio Europeo Brevetti (UEB) un'organizzazione intergovernativa instaurata il 7 ottobre 1977 sulla base dell'Convenzione di Monaco sul brevetto europeo firmata a Monaco di Baviera nel 1973 e sottoscritta anche dal Governo Italiano,

presso l'Ufficio Europeo Brevetti lavorano stabilmente circa 500 funzionari italiani, con diversi inquadramenti professionali,

risulta all'interrogante che negli ultimi anni si sono registrati dei comportamenti da parte della dirigenza dell'Ufficio Europeo Brevetti che sembrerebbero configurarsi come lesivi dei diritti dei lavoratori;

in particolare, stando a quanto risulta all'interrogante, nel corso degli ultimi cinque anni gli obiettivi da raggiungere, in termine di livelli di produzione, richiesti al personale dipendente sono stati progressivamente incrementati del 30%: con particolare riferimento all'anno 2015 l'obiettivo si attesta intorno ad un incremento del 50%, in base alla griglia salariale del grado rivestito dal lavoratore;

secondo i dati a disposizione dell'interrogante, finché non è stato raggiunta la produzione richiesta al personale sembrerebbero essere applicate misure di controllo lesive dei diritti dei lavoratori, quali, a titolo di esempio, l'obbligo di segnalazione della propria presenza sul luogo di lavoro, in entrata ed uscita, tramite mail al Direttore e all'Ufficio del Personale, nonché l'impossibilità di registrare le ore di straordinario o chiederne il recupero, escludendo di fatto anche il legittimo diritto a chiedere giornate di ferie non retribuite per accudire i figli minori o special leave,

nell'ambito del rinnovato piano di obiettivi di cui in premessa, risulta all'interrogante che in caso di mancato raggiungimento del target di produzione richiesto, il funzionario direttamente coinvolto viene appositamente convocato dall'Ufficio Personale a cui viene intimato il raggiungimento dello stesso entro una data limite, qualora, anche in questo secondo caso non dovesse essere rispettata la data limite, è previsto il deferimento al Consiglio di disciplina, con proposta di degradazione e, eventualmente, di pensionamento anticipato per scarso rendimento,

a quanto risulta all'interrogante si sarebbero già verificati alcuni casi in cui, pur non sussistendo gli estremi della retrocessione di grado, da parte del Consiglio di disciplina, sta sarebbe avvenuta ugualmente d'impulso del Presidente dell'Ufficio, pertanto in deroga al regolamento vigente e legittimando un comportamento discrezionale dal profilo di dubbia legittimità;

nell'ambito lavorativo dell'Ufficio Europeo Brevetti si sarebbe venuto a creare un clima di sospetto e di timore, anche a causa della costituzione nelle strutture interne di due Unità di investigazione, rispettivamente presso l'Ufficio del Presidente e del Personale, coordinato da un Ufficiale superiore proveniente, stando ai dati a disposizione, dalle strutture dell'Intelligence francese.

in questo contesto si innesterebbero anche le presunte minacce e intimidazioni rivolte ai rappresentanti sindacali dei dipendenti, come nel caso specifico della Presidente del Sindacato, retrocessa dal ruolo A4 ad A3, in ragione della posizione assunta a tutela dei lavoratori;

infine lo scorso 29 aprile in occasione della visita del Capo della Delegazione italiana Prof. Masi, ai partecipanti l'incontro è stata contestata la presenza perchè non era stato preventimente chiesto il permesso di partecipazione ai rispettivi Direttori con la precisa indicazione degli argomenti che sarebbero stati trattati durante l'incontro medesimo-:

se il Ministro interrogato sia a conoscenza di questa grave situazione cui si trovano sottoposti i funzionari italiani presso L'Ufficio Europeo Brevetti;

se tali fatti corrispondano al vero quali provvedimenti intenda intraprendere al fine di tutelare i diritti dei lavoratori italiani presso Ufficio Europeo Brevetti;

se in ragione della sussistenza, nell'ambito delle dinamiche afferenti il rapporto tra la Dirigenza ed i lavoratori dell' Ufficio Europeo Brevetti, di una palese contravvenzione delle più elementari norme vigenti a livello europeo afferenti la disciplina del rispetto del lavoratore sul luogo del lavoro non si ritenga opportuno predisporre, nei limiti della propria competenza, un'ispezione al fine della verifica degli elementi descritti in premessa. Aldo Di Biagio, de.it.press

 

 

 

 

Andiamo a quel Paese fuori dall’Italia: prima canadese per Ficarra e Picone

 

Il film scelto dall’ICFF: proiettato a Toronto, Montreal e Vaughan.

La comunità italiana ed in particolare siciliana all’estero ‘abbraccia’ il duo comico

 

TORONTO – ‘Andiamo a quel Paese’ e perché no fuori dall’Italia. Il film di Ficarra e Picone per la prima volta in assoluto varca i confini nazionali e approda oltreoceano, in Canada. Prima assoluta al Festival del Cinema italiano contemporaneo giunto quest’anno alla sua quarta edizione e che promuove nel Nord America il meglio del cinema nostrano nel mondo. Standing ovation per il duo comico accolto e amatissimo dalla comunità italiana ed in particolare dai tantissimi siciliani residenti in Canada. Tra cui molti natii di Rosolini il paesino dove hanno girato e che nel film prende il nome di fantasia di Monteforte.

 

“Vogliamo ringraziare tutti – hanno detto scherzando quasi increduli in occasione della proiezione prima nel prestigioso Palazzo del Toronto International Film Festival, al Colossus Theatre di Vaughan e alla Cinemateque Quebecoise con l’Istituto italiano di Cultura di Montreal – perché ci avete fatto sentire come se fossimo in Canada”.

 

Non si ferma così la corsa di “Andiamo a quel Paese” che dopo il successo al box office italiano e aver chiuso il Festival di Roma, ora viene scelto e premiato dall’ICFF e conquista così anche il Nord America. “Ai tanti canadesi che ancora non ci sono stati – hanno detto – consigliamo di venire nella nostra terra, di visitare Siracusa, Modica e Scicli, un angolo  di Sicilia  e  d’Italia  meraviglioso”.   Sempre  che  non siano Ficarra e Picone a tornare a visitare per primi il Canada magari per un film. “Perché no – hanno detto rispondendo alle domande del pubblico -. Abbiamo sempre raccontato delle cose che conosciamo e di quelle che viviamo. Non ci siamo mai confrontati con altre realtà come quella canadese o degli italiani all’ estero che stiamo vivendo per la prima volta in questi giorni e abbiamo trovato straordinaria”. “Pensate – ha aggiunto Ficarra scherzando – che ora grazie a me Picone sta conoscendo il mondo, prima di incontrarmi il posto più lontano dov’era stato era Termini Imerese”.

 

L’ICFF - La quarta edizione del Festival del Cinema Contemporaneo (ICFF) si tiene dall’11 al 19 giugno 2015, nel mese dedicato in Canada al Patrimonio italiano. Il Festival presenta una ‘collezione’ internazionale di lungometraggi, documentari e cortometraggi, tra anteprime, proiezioni anticipate e film indipendenti. Le proiezioni sono arricchite dalla presenza di registi, attori, scrittori, accademici e altri relatori esperti del settore che partecipano a sessioni di domande e risposte a fine proiezione.

 

ICFF è generosamente supportato da diversi sponsor. Tra i principali: The Ritz-Carlton Toronto, Castlepoint and Green for Life Environmental inc.It. Tra i principali partner: TIFF, Cineplex, Cinematheque Quebecoise, Cinema Guzzo, Cinema Cartier, Ambasciata d'Italia, Consolato d'Italia a Toronto e Montreal, Istituto Italiano di Cultura, Italian Trade Commission, L'Altra Italia.

Per ulteriori informazioni: www.icff.ca. Marina Cappitti, Rosanna Bonura

 

 

 

 

 

 

Londra, migrante nascosto nel carrello di un Boeing precipita sul tetto di un negozio

 

Oltre dodicimila chilometri nascosti nel vano del carrello di un Boeing della British Airways. Un viaggio della speranza al limite della resistenza e finito in tragedia per due migranti africani: uno, trovato morto sul tetto di un negozio a Richmond, quartiere a sudovest di Londra, caduto mentre il velivolo era in fase di atterraggio all'aeroporto di Heathrow e l'altro che lotta tra la vita e la morte in un ospedale della zona, in gravi condizioni. I due uomini si erano nascosti nel volo della British Airways partito ieri sera da Johannesburg e atterrato, dopo undici ore, all'aeroporto di Heathrow. Undici ore passate nella stiva del Boeing 747 all'insaputa di tutti, aggrappati al carrello di atterraggio, esposti agli agenti atmosferici delle alte quote, alla mancanza di ossigeno e alle temperature che, in altitudine, scendono in picchiata.

A spiegare esattamente la causa della morte dell'uomo precipitato sul tetto dell'edificio di Richmond, fanno sapere da Scotland Yard, sarà "l'autopsia prevista dalle indagini in corso, che mirano anche a stabilire la sua identità". Sconosciuta, come quella del suo più fortunato compagno di viaggio, un "giovane tra i 25 e i 30 anni", hanno reso noto dal quartier generale della polizia Metropolitana, "trasferito in un ospedale nella zona ovest della città, dove è stato ricoverato in gravi condizioni". "Stiamo lavorando con la polizia e le autorità di Johannesburg per accertare la dinamica del fatto", ha dichiarato un portavoce della British Airways, definendo l'episodio un "caso raro".

Un caso poco frequente eppure non isolato. Perché quello dei due migranti partiti alle 19:48 di ieri dall'aeroporto di Johannesburg è l'ultimo di una serie di viaggi della speranza finiti in tragedia. Nel settembre del 2012, il 26enne Jose Matada era stato trovato morto a Mortlake street, ancora Londra ovest, caduto dal carrello di atterraggio del volo che lo avrebbe portato all'aeroporto di Heathrow dall'Angola. In quel caso, aveva stabilito l'indagine aperta dalle autorità, il 26enne originario del Monzambico "era già morto o prossimo alla morte" al momento della caduta, avendo affrontato un viaggio di dodici ore esposto a temperature scese fino a -60 gradi centigradi. Adnkronos 19

 

 

 

 

 

 

Punti di vista

 

In politica ciascuno è libero d’avere un su modo di pensare sul governo delle necessità comuni. Con quest’assunto non ci sono limiti nell’elaborare nuovi sviluppi socio/economici della realtà italiana. E’ è proprio su questa linea che continuiamo a muoverci per dare, come anche ricevere, notizie sul fronte politico nazionale.

 Dato che, però, nessuno è ”perfetto”, non è detto che le nostre tesi siano più valide di quelle d’altri. Quello che abbiamo, da subito, fatto nostro è una sorta di giornalismo alla britannica. Quello che fornisce informazioni; lasciando agli opinionisti il compito di commentarle. Quindi, uno stesso evento può apparire con diversi profili. Dipende, principalmente, da com’è affrontato e presentato.

 Tenuto conto dello spirito di questo settimanale internazionale, riteniamo che il giornalismo d’informazione lasci aperte le porte per ogni successivo contributo d’opinione. L’importante, secondo noi, è che l’informazione sia completa e corretta. Il commento, invece, può assumere diversi orientamenti.

 Chi legge, poi, è libero di farsi una sua idea su quanto appreso e confrontarla, se del caso, con chi si occupa di giornalismo d’opinione. Del resto, non è detto che “informazione” e “opinione” non siano in grado d’essere frutto di una stessa penna. Basta evitare, e questo è più difficile, d’essere di parte.

 Nei nostri cinquantacinque anni d’impegno sul fronte dell’informazione, pur mutando, più volte, il panorama politico italiano, siamo rimasti fedeli all’informazione. Ovviamente senza fermarci all’aspetto “fotografico”dei fatti. Ogni argomento, a nostro avviso, ha da essere presentato al Lettore nel modo migliore per consentirgli d’elaborare una propria opinione. In questo modo, si apre il grande spazio del confronto e del dibattito.

Insomma, ogni punto di vista assume un suo peculiare valore in funzione dello scopo per il quale s’è assunto. Da qui l’importanza del giornalismo d’informazione. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Scatto sulla scuola per allontanare l'effetto-palude

 

Il governo cerca di stringere i tempi sulla riforma della scuola per arrivare alla conclusione entro la fine di giugno, massimo i primi di luglio, e dare un deciso segnale di vitalità e concretezza. Sono in ballo - tra l'altro - le centomila assunzioni dei precari e l'approvazione della riforma sarebbe la prova - secondo il premier - della ritrovata spinta propulsiva che è mancata negli ultimi mesi e che è costata - secondo l'analisi del presidente del consiglio - la sconfitta nelle elezioni regionali e nei ballottaggi di domenica scorsa. Ecco perché la riunione a Palazzo Chigi di questa mattina segna il ritorno del premier al Renzi 1. Ci sono però di mezzo le opposizioni e i loro tremila emendamenti che avevano costretto il premier ad annunciare in TV il rinvio di un anno della riforma. E non sfugge a nessuno che al di là degli aspetti di contenuto di questi emendamenti, almeno per quanto riguarda la sinistra del Pd, c'è il tentativo di rallentare e se possibile di annullare la riforma di Renzi. È un copione che si ripete per ogni atto del governo e ha come scopo finale quello di logorare il premier e alla fine farlo cadere. Ma senza i voti della sinistra la riforma (così come quella fondamentale del Senato) non vanno da nessuna parte, ed ecco quindi che dalla riunione di stamattina è partito un appello all'opposizione di limitare gli emendamenti per approvare la riforma della scuola entro la prossima settimana a Palazzo Madama e a Montecitorio la settimana successiva. Se l'opposizione non aderirà all'invito il governo chiederà la fiducia su un maxi emendamento. GIANLUCA LUZI LR 19

 

 

 

 

Dopo il voto alle amministrative. Certezze perdute e illusioni

 

La sfida al Pd, al suo 40,8 per cento conquistato alle Europee, sembrava impossibile. Cosa ha fatto cambiare il vento così rapidamente? di Luciano Fontana

 

I ballottaggi nei Comuni e il risultato nelle sette Regioni che hanno votato quindici giorni fa consegnano un panorama politico nuovo. È accaduto qualcosa che era molto difficile prevedere nei mesi in cui si discuteva in Parlamento di nuova legge elettorale e riforme costituzionali. La sfida al Pd, al suo 40,8 per cento conquistato alle Europee, sembrava impossibile: per l’opposizione di centrodestra e per ogni altra.

Cosa ha fatto cambiare il vento così rapidamente? Perché il centrosinistra ha perso Regioni storiche come la Liguria, ha sofferto in Umbria, è stato sconfitto in Veneto, ha abdicato in città come Venezia, Arezzo ed Enna? Perché, soprattutto, la guida del Paese è tornata improvvisamente «contendibile» da parte di un’opposizione ancora molto frammentata e venata da pulsioni antieuropee e populiste?

 

Un primo elemento di riflessione riguarda direttamente il Pd, la sua strategia, il suo radicamento nel territorio. Matteo Renzi è un solista determinato, che in pochi mesi ha cambiato l’agenda politica, i programmi e il profilo del partito a livello nazionale. Ne ha fatto qualcosa di completamente diverso rispetto alla «ditta» di Pier Luigi Bersani sconfitta nelle elezioni del 2013. Ma i titolari della «ditta», piegati con qualche difficoltà al centro, dominano ancora a livello locale. Hanno imposto, quasi dappertutto, i loro candidati alle primarie (dove vincono spesso personaggi legati solo ai militanti o collezionisti di interessi e voti), hanno presentato le stesse politiche e gli stessi vecchi volti ripetutamente respinti dagli elettori. La vicenda di Casson a Venezia esemplifica perfettamente questa situazione: un candidato della sinistra interna, un ex magistrato a un passo dall’uscita dal Pd, vince le primarie, imposta la campagna elettorale sul tema del Mose e delle inchieste che hanno travolto l’ex sindaco Orsoni. Punta tutto sul passato, senza un messaggio rivolto all’intera città, scegliendo più di escludere che di includere i cittadini che non si riconoscono nella sua parte politica. Con il risultato di non riuscire nemmeno ad attrarre il voto dei grillini, teoricamente i più vicini alla sua impostazione. È bastato uno sfidante con un volto nuovo, capace di infondere entusiasmo nel destino della città, aperto addirittura alle parole d’ordine renziane, per infliggere ai democratici una sconfitta bruciante.

 

Le primarie (lo ha scritto Antonio Polito sul nostro giornale) selezionano spesso una classe dirigente ostile a un programma riformatore capace di superare gli antichi recinti della sinistra. Gli apparati locali sono dominati dai signori delle tessere, quando non da personaggi coinvolti in inchieste giudiziarie che dimostrano la permeabilità del partito alla corruzione. La conquista di ceti produttivi, liberali e moderati, essenziali per la ridefinizione del profilo del Pd, è ridiventata un’impresa molto difficile. Se Renzi vuole restare, come ha dichiarato, alla guida del Paese fino al 2018 dovrà rapidamente (accanto al varo di misure su questioni cruciali come l’immigrazione e il rilancio dell’economia) porsi la questione di costruire un partito e una classe dirigente all’altezza del compito.

 

Le difficoltà del Pd non devono però generare illusioni nell’opposizione. Forse la fase dell’irrilevanza è passata, ma la definizione di una proposta politica, di un’alleanza e di una guida competitiva non si vedono ancora all’orizzonte. Le parole d’ordine della Lega possono far crescere il bottino elettorale, facendo leva sulle paure giustificate degli italiani, ma difficilmente costituiscono una piattaforma alternativa di governo. L’affermazione di esponenti nuovi del centrodestra, che riescono a competere per il governo delle città e delle Regioni, è un primo segnale nel deserto degli ultimi anni. Ma sarà tutto inutile se, anche da queste parti, non si aprirà una vera lotta per una leadership fondata sul merito, sui programmi e sull’indicazione di una proposta di governo per il Paese. CdS 16

 

 

 

 

Renzi: "Me ne vado se perdo il congresso nel 2017 o le elezioni"

 

Il prossimo congresso del Pd è nel 2017, vado a casa quando perdo le elezioni al governo o il congresso. Non ho neanche preso la residenza qui, piego due camicie e vado via. Ma sono stato tanto ad ascoltare, se parlo sempre delle cose delle correnti del Pd vengo a noia non a me stesso ma agli italiani".

In serata il premier interviene a 'Porta a porta', ribadendo inoltre il concetto espresso sulle primarie: "Per me è importante che quanto si tratta di scegliere i candidati - spiega Renzi - per la guida del Paese siano i cittadini a scegliere, ma in alcune città e regioni le primarie non hanno funzionato".

A Roma "chi è in grado di governare governi, se no vadano a casa. Deciderà il Pd romano con la coalizione, tra l'altro Orfini sta facendo un lavoro bellissimo", ha detto poi parlando della situazione del Campidoglio.

Questo è "il momento più difficile della legislatura, che finirà nel 2018". E' il momento "più difficile e affascinante", che "fa venire i brividi", aveva detto in giornata Renzi, parlando all'Assemblea del gruppo Pd. Per l'analisi del voto amministrativo in ogni caso "vale quanto detto in Direzione", oggi "si parla solo del capogruppo". E definisce la candidatura di Ettore Rosato a capogruppo alla Camera "di continuità"

Ettore Rosato "ha fatto bene fino ad oggi e farà bene da capogruppo", ha poi sottolineato Renzi che ha anche rivolto un "grazie" al capogruppo dimissionario Roberto Speranza, "anche se non ho condiviso la scelta di dimettersi".

Adnkronos 16

 

 

 

 

 

Dalla scuola a Grexit le emergenze del premier

 

Ieri il presidente del consiglio, parlando con i deputati del suo partito, ha ammesso che sta vivendo il periodo più difficile della legislatura. Si riferiva non solo alla sconfitta elettorale in Liguria, a Venezia e in Sicilia. Ma anche, verosimilmente, alle due grandi emergenze che deve affrontare il suo governo: i migranti e lo scandalo della corruzione irrefrenabile. A queste due emergenze se ne potrebbe presto aggiungere un'altra, che ha un nome ormai entrato nel gergo dell'informazione: Grexit. Cioè la bancarotta di Atene con la conseguente fuoriuscita dall'euro. Mancano poche ore all'eventualità che questo spettro si manifesti con conseguenze potenzialmente devastanti. In primo luogo per l'Italia la cui economia e ancora talmente fragile che il nostro paese sarebbe il primo ad essere investito dalla speculazione. Lo spread che schizza oltre quota 160 e gli interessi che decollano, sono solo le avvisaglie di ciò che potrebbe succedere se Tsipras e le istituzioni finanziarie a cui la Grecia deve restituire i prestiti ricevuti negli ultimi anni dovessero rompere definitivamente. Naturalmente tutti sperano che questo non accada e che le dichiarazioni di guerra del governo di Atene siano solo propaganda politica, ma il Grexit non si può escludere e Palazzo Chigi starà sicuramente riflettendo con il ministro dell'Economia su un piano di difesa nel caso di tempesta valutaria. Ma anche senza bisogno di una eventualità del genere la situazione per il governo è allarmante. Su molti fronti. Quello della scuola, per esempio: la riforma prevede l'assunzione di centomila precari. Ma se la riforma verrà seppellita dalle migliaia di emendamenti presentati dalle opposizioni e dalla minoranza di sinistra del Pd, la riforma sarà rimandata e i precari resteranno senza lavoro. Roma è investita in piano dalla tempesta di Mafia Capitale e il sindaco Marino traballa. Il premier gli ha dato una settimana di tempo per dare una decisa sterzata al Campidoglio e dimostrare di saper governare. Il sindaco resiste, ma l'avvertimento di Renzi è suonato come un preavviso di sfratto. Nel Pd si aprirà un altro fronte caldissimo e quelli che sei mesi fa avrebbero voluto cacciare Marino si trasformeranno in suoi paladini per attaccare Renzi. GIANLUCA LUZI

 LR 17

 

 

 

 

Interrogazione sulla situazione drammatica della rete consolare

 

E' stata presentata in Commissione Affari Esteri del Senato un'interrogazione urgente rivolta al Ministro Paolo Gentiloni sulla situazione drammatica in cui versa la rete consolare, a prima firma del senatore Claudio Micheloni, Presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero, e sottoscritta dagli altri senatori eletti nelle circoscrizioni estere: Renato Turano, Francesco Giacobbe, Aldo Di Biagio, Fausto Guilherme Longo e Claudio Zin.

Nell'interrogazione si chiede di sapere quali urgenti iniziative il Ministro Gentiloni intenda adottare per dar seguito agli impegni assunti con l'Ordine Del Giorno  G 100  approvato un anno fa, nella seduta del 28 maggio 2014, in cui si impegnava il Governo:

 a presentare alle Commissioni parlamentari competenti un piano di riorientamento della rete e dei servizi diplomatico-consolari seguendo le direttive contenute nella legge sulla revisione della spesa in invarianza dei servizi, del rapporto della Commissione spending review del Ministero degli affari esteri nel 2012 e delle linee indicate dal programma di lavoro del commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli;

ad approntare in tempi rapidi, nelle sedi oggetto di provvedimenti di chiusura, anche sulla base di un confronto con le istituzioni locali, strumenti leggeri alternativi di presenza culturale e di erogazione dei servizi consolari;

a pianificare politiche per il rilancio dell'azione degli Istituti italiani di cultura, anche mediante la razionalizzazione dell'uso delle risorse attraverso la revisione delle spese di funzionamento, valutando l'opportunità di un razionale utilizzo di personale a contratto locale, e a utilizzare la massima trasparenza nella procedura di scelta dei direttori e delle altre posizioni negli Istituti italiani di cultura, al fine di evitare il verificarsi di abusi nella selezione nonché nello svolgimento delle funzioni;

a garantire la maggiore trasparenza nella gestione degli Istituti italiani di cultura, favorendo l'adozione di misure volte a facilitare la consultazione da parte dei cittadini dei bilanci certificati; a indicare analiticamente, per ogni singolo intervento di riduzione o riorientamento della rete estera del Ministero, i risparmi che si prevede di conseguire.

Provvedimenti che il Senato intende affrontare in modo deciso per poter garantire ai cittadini italiani residenti all'estero e a quelli in mobilità l'adeguata tutela e i necessari servizi di cui hanno bisogno. Sen. Claudio Micheloni

 

 

 

 

 

La necessità

 

Anche questa volta, proviamo a offrire un parere realistico sulle vicende italiane; ma non per far prevalere nostri convincimenti. Ce ne guarderemmo bene. Chi ha avuto la pazienza di seguirci, soprattutto tra le colonne di questo foglio, c’è testimone. Le nostre sono sempre state considerazioni propositive. Così, anche in questo caso, non svicoleremo dai nostri principi.

In questo 2015 non è facile fornire notizie confortanti sul fronte politico. L’Esecutivo Renzi ha spiazzato tutti. Anche i politici più scaltri. In ultima analisi, ci si continua a muovere per tentare di stabilizzare l’economia nazionale. Della sua ripresa, se e quando ci sarà, tratteremo in seguito. Ciò che, invece, è da affrontare restano i contenuti politici della nuova legge elettorale. Quest’obiettivo, di stretta pertinenza parlamentare, sembra non essere evidenziato. Mentre i “silenzi”d’alcuni hanno creato anche reazioni in negativo che non progettavamo neppure con la fantasia. Anche fuori dei confini nazionali, dove la passione politica per i fatti del Bel Paese non è mai stata “agitata”.

 Questa realtà, che nessuno, prevedeva, potrebbe, però, essere presupposto per non raggiungere un fine. Torniamo, quindi, a chiedere un impegno per non vanificare i buoni propositi con i quali si aprì la Legislatura che si regge su una fiducia parlamentare “relativa”. I Partiti dovrebbero mettere in campo le loro strategie per garantire il progredire della Repubblica. Si sente, ovviamente, la necessità di cambiamento. La riforma che ipotizziamo dovrebbe andare oltre le attuali logiche che, per il recente passato, sono state condizionate dalla nascita di nuovi partiti e per il conseguente ridimensionamento di altri. Senza preconcetti, ma facendo tesoro degli errori di questi primi anni di Terza Repubblica, ci sono altre vie da percorrere.

 Il nostro fronte politico, dopo la scissione dei gradi partiti d’Italia, dovrebbe trovare una nuova ragion d’essere. Se la normativa elettorale sarà operativa entro il 2016, si potrebbe tornare, poi, a votare per una Repubblica nuova; fondata sui principi più inderogabili della nostra Costituzione e monda da tutti quei compromessi che stanno gravando sulla nostra esistenza in questi anni del Nuovo Millennio. Una volta varata la normativa sul voto, chi intende entrare in lizza faccia un passo avanti e si muova per garantire i diritti di tutti gli italiani. Pure di quelli che vivono lontano dalla Penisola.

 Chi si dovesse sentire demotivato, e non lo scriviamo a caso, potrebbe farsi più in là. Come a scrivere che chi conta oggi, domani potrebbe non contare più. Il tempo della “necessità” che si fa “virtù” ne ha più per poco. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Renzi vuol tornare alle origini, ma è scontro nel Pd

 

Renzi vuole tornare al renzismo originario, quello della rottamazione, quello che lo ha portato al trionfo delle seconde primarie (le prime le perse contro Bersani) e poi al 41 per cento delle Europee. Il segretario-premier ha individuato le ragioni della sconfitta elettorale, prima delle regionali e poi dei ballottaggi di domenica scorsa, nelle mediazioni con la sinistra del partito. Insomma nel Renzi 2, per questo vuole tornare al Renzi 1. È esattamente l'opposto del l'analisi che fanno gli esponenti della minoranza di sinistra del Pd, convinti che le ragioni della sconfitta risiedano invece nella riforma della scuola e nella riforma della legge elettorale. In poche parole - secondo la sinistra - la sconfitta sarebbe colpa dell'abbandono da parte del premier dell'anima di sinistra dell'elettorato democratico. E pensare che - sempre per la sinistra - alla luce della sconfitta Renzi si sarebbe convinto ad adottare in futuro il "metodo Mattarella" come sistema di governo. Renzi non sembra disposto alle mediazioni che chiede la sinistra del Pd, anzi, al contrario vuole trasformare il partito di cui è segretario in qualcosa di molto diverso, anzi di diametralmente opposto a quello che vorrebbero i suoi avversari interni. Si profila quindi l'ennesimo scontro, anzi probabilmente una guerra finale che non prevede armistizi. Sarebbe un grosso guaio per la sinistra. Il problema per Renzi è che per portare a casa le due riforme che lo aspettano in questi giorni al Senato, la scuola e la riforma del Senato, ha assoluto bisogno dei voti della sinistra. Per prima cosa il segretario-premier vuole abolire l'uso indiscriminato e sregolato delle primarie, strumento che in molti casi ha portato alla candidatura di esponenti di rottura che poi non riuscivano a conquistare i voti del centro indispensabili per vincere. Casson a Venezia ne è un esempio chiaro. Ma al contrario Pisapia a Milano è risultato vincente. Tutto il Pd è chiamato a confrontarsi se vuole affrontare le imminenti elezioni di Milano, Torino e Napoli con la prospettiva di vincerle.

GIANLUCA LUZI,  LR 16

 

 

 

 

Se l’immigrazione diventa la leva per scalare il Comune di Milano

 

Il disagio degli impiegati pubblici, da sempre bacino del Pd, e dei quartieri popolari. In questa fase i dem sono in sintonia con la cosiddetta galassia delle competenze - di Dario Di Vico

 

Spulciando negli annali si scopre che il risultato di Alessandra Moretti (22,7%) in Veneto è inferiore alla sconfitta del Fronte Popolare che nel ’48 si fermò al 23,9%. La giornalista Alessandra Carini ha scritto che, visti i candidati, il Pd avrebbe perso anche contro Topo Gigio. Le analisi sono così feroci perché solo sei mesi fa il partito di Matteo Renzi esaltava la raggiunta «contendibilità» del Veneto e il premier validava quest’analisi con una presenza costante nelle fabbriche e nelle assemblee confindustriali. Eppure anche stavolta la sinistra ha segnato il passo in una terra che resta ostile e che sembra respingerla antropologicamente. La lista degli errori è lunghissima e le distanze tra centrodestra e Pd appaiono così larghe che anche un candidato più testato, come il sindaco di Vicenza Achille Variati, avrebbe perso comunque. Consumato il flop c’è poco da fare se non costruire un’opposizione di buon senso al governatore Luca Zaia, che ha promesso un secondo mandato più interventista del primo dipanatosi all’insegna del quieta non movere.

Ma l’onda della débâcle veneta si proietta già sul prossimo e più importante confronto del Nord, la scelta nel 2016 del sindaco di Milano. Fino a qualche settimana fa c’era la convinzione che il vincitore delle primarie Pd avrebbe avuto la strada spianata, ora invece è spuntata la paura perché il ciclo del renzismo vittorioso si è arrestato e in parallelo sono salite le quotazioni del milanese Matteo Salvini. Va da sé che la composizione sociale milanese è assai diversa da quella veneta e il Pd è in questo momento il partito in sintonia con le trasformazioni di un corpo sociale che, superate le vecchie classi, può essere mappato solo per grandi aggregati. Scemato il ruolo della borghesia economico-finanziaria è la grande galassia delle competenze a ricoprire in città un ruolo guida e a rilanciare l’idea di una Milano capace di scalare le graduatorie europee.

Una galassia che ha come esponenti di punta le archistar, i grandi medici, il top della consulenza d’industria e persino gli chef e che è molto esigente sulle policy ovvero le scelte concrete. Non si accontenta di sentir pronunciare ogni due frasi la parola «innovazione», cerca soluzioni vere per problemi veri. Il terziario moderno ha però anche una sua faccia in ombra, quella che corrisponde alle migliaia di freelance attratti dalla modernità di Milano e che scontano ogni giorno la contraddizione di possedere alto capitale umano e basso reddito.

Con questi mondi il Pd dialoga e la Leopoldina dello scorso sabato allo Spazio Ansaldo ne è stata la riprova. Dialoga mostrando rispetto per le competenze, incoraggiando i professionisti a partita Iva, facendo proprie tutte le nuove culture come lo sharing , il movimento dei coworking oppure le social street che operano su Facebook come nuovi comitati di quartiere. Accanto ai nuovi segmenti il centrosinistra milanese ha anche un radicamento tradizionale in un altro grande aggregato cittadino: l’impiego pubblico della scuola/università, degli ospedali, degli enti locali e delle municipalizzate. È un popolo che con il renzismo ha un rapporto conflittuale e alle parole d’ordine verticali sulle sfide di Milano 2020 preferisce un lessico più bersaniano, teso a ribadire i valori orizzontali e coesivi della sinistra. Eppure pur potendo in teoria il Pd sommare ceti innovativi e tradizionali la partita del consenso a Milano è aperta. La sfida viene dal basso, dalla geografia sociale del degrado urbano. Milano è una città cosmopolita che non ha vissuto contrapposizioni radicali all’immigrazione, ha cercato di metabolizzare i nuovi arrivati come aveva fatto negli anni 60.

Ci sono però segnali di slittamento di questa mentalità e il terreno più delicato dove si manifestano è la condivisione dei servizi. Vale per alcune linee del trasporto urbano di superficie, per la metro nelle ore del dopocena, vale per le scuole dove il numero dei bambini italiani e stranieri è in equilibrio. Vale certamente per la sicurezza. In tutti questi casi quando la gestione pubblica non riesce ad evitare cadute di qualità il milanese le vive come segno di una retrocessione e finisce per reclamare una differenza tra sé e gli stranieri che non vede più. Non è un rifiuto dell’accoglienza quanto una misurazione severa dei costi della solidarietà. È ovvio che elettoralmente si tratta di un terreno fertile per la nuova Lega di Salvini e un test lo abbiamo già avuto con la propaganda delle ruspe.

Il rischio per il Pd è di vedere sconfitta la retorica dell’innovazione da un centrodestra monotematico che punta sull’immigrazione come tallone d’Achille del renzismo meneghino. E che una volta aggregato il disagio dei quartieri popolari più esposti parta da questa base per conquistare l’elettorato moderato e fare bingo. CdS 20

 

 

 

 

Benefici fiscali sulla casa per pensionati emigrati. Un’Italia, 8.047 comuni e tanta confusione

 

ZURIGO - Come noto ai più tra le comunità italiane emigrate - grazie essenzialmente all’impegno profuso dall’Unione degli Italiani nel Mondo (UIM) e dal patronato ITAL UIL nella diffusione dell’informazione, oltre che nell’offrire un servizio di assistenza ai pensionati interessati - con l’articolo 9 bis del Decreto Legge 28 marzo 2014, n. 47 convertito con modificazioni dalla Legge 23 maggio 2014, n. 80 (in G.U. 27 maggio 2014, n.121), i pensionati italiani iscritti all’AIRE titolari di una pensione locale, dal corrente anno (2015), non devono più versare l’IMU su un’unica unità immobiliare posseduta (o in usufrutto) in Italia essendo stata loro riconosciuta “abitazione principale” a condizione che la stessa non sia data in locazione, mentre per la TASI e la TARI devono pagare solo un terzo del dovuto.

Tuttavia da mesi - prima, come UIM e, poi, anche con un’interrogazione parlamentare da parte dell’on.le Fabio Porta, presidente del Comitato permanente per gli italiani all'estero e la promozione del Sistema Paese della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati - sono stati sollecitati sia il MEF che l’ANCI a svolgere opera di informazione dei Comuni italiani ed a chiarire, con un Regolamento, i diversi aspetti applicativi della stessa legge che si presta a varie interpretazioni.  

Purtroppo ad oggi, alla vigilia della scadenza del termine  (16 giugno) per il pagamento dell’acconto per l’IMU e la TASI, sia il MEF che l’ANCI stanno brillando per il loro silenzio. Così che molti Comuni italiani stanno interpretando la legge succitata non sempre in modo univoco ed altri stanno, addirittura, negandone l’esistenza a quei pensionati emigrati che ne hanno chiesto l’applicazione!

Ancora una volta siamo, pertanto, in presenza della solita confusione creata dalle istituzioni e dalla burocrazia italiane nei confronti dei cittadini con l’aggravante che, in questo caso, si tratta di persone anziane e che vivono all’estero per cui diventa difficile per loro, se non impossibile, mettersi a discutere o avviare un contenzioso a distanza con dei funzionari comunali per far valere un diritto fissato da una legge dello Stato se non affidandosi, appunto, alla UIM al patronato ITAL UIL   e, tramite quest’ultimi, ad un CAF UILl.

Una confusione incredibile che poteva benissimo essere evitata se pensiamo che l’articolo 9 bis del Decreto Legge 24 marzo 2014, n. 47 - pur applicabile dal 2015 - è conosciuto da ben oltre un anno e che, quindi, da parte sia del MEF che dell’ANCI, ci sarebbe stato tutto il tempo per diffonderne il tenore e per emanare un suo Regolamento applicativo a beneficio degli 8.047 Comuni italiani. Peccato che tutto ciò non sia stato fatto, ma sarebbe comunque sempre utile se avvenisse, anche perché chissà quanti pensionati iscritti all’AIRE e proprietari di un’abitazione in Italia sono ancora all’oscuro di questa norma che li riguarda! Grazie per l’attenzione e cordiali saluti.

Dino Nardi, Coordinatore UIM Europa

 

 

 

 

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano sulle iniziative in sede europea volte a far fronte all'emergenza dei migranti

 

“La riallocazione di profughi non può avvenire su base volontaria, ma deve essere vincolante. È indispensabile rimpatriare, con l'aiuto dell'Europa, i migranti economici che non hanno bisogno di protezione umanitaria”

 

ROMA – Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha risposto ieri alla Camera dei Deputati ad un'interrogazione relativa agli intendimenti del Governo su iniziative in sede europea per far fronte all'emergenza dei migranti, anche alla luce della situazione in atto nell'area di Ventimiglia, presentata dagli esponenti di Forza Italia Renato Brunetta e Laura Ravetto.

Nell'illustrare l'interrogazione Ravetto segnala le criticità emerse in particolare alla frontiera con la Francia con il ripristino dei controlli per impedire il passaggio dei migranti a Ventimiglia e chiede quali azioni siano state intraprese dal Governo italiano in proposito. Chiede inoltre quali siano stati gli esiti degli incontri avuti in Lussemburgo con i ministri dell'Interno francese e tedesco e come si intenda procedere per ottenere una “compartecipazione europea” non solo per quanto riguarda l'accoglienza dei profughi, ma anche per azioni di rimpatrio e accordi di riammissione.

Il ministro Alfano ha ricordato innanzitutto come “l'agenda Juncker sull'immigrazione sia nata da un Consiglio europeo straordinario, nato dopo l'ultima strage e voluto fortemente da questo Governo” e come i passi necessari al suo sviluppo, cui ha concorso anche l'incontro soprarichiamato in Lussemburgo, termineranno a breve. “La partita si chiuderà entro luglio – fa sapere il ministro - con “l'incontro, come prevede peraltro la procedura, al Consiglio europeo con i Capi di Stato e di Governo”, fissato a fine mese. Per Alfano l'indicazione di “tempi certi per la realizzazione dell'agenzia” è dunque “un primo risultato” raggiunto.

“Secondo risultato: si comincia a rompere il muro di Dublino – afferma il ministro, riferendosi alla vicenda della annunciata riallocazione di 24 mila profughi in due anni nei diversi Stati dell'Unione Europea, cifra “che non ci rende del tutto soddisfatti – ammette – e su cui continueremo a lavorare”.

“Terzo risultato: abbiamo ottenuto un riconoscimento diffuso sul fatto che Dublino è superato. Quel regolamento, che ha avuto due aggiornamenti e io – ricorda Alfano - ne ho sottoscritto uno che lo rendeva più elastico, è figlio di un altro tempo, ormai, della storia e dobbiamo prenderne atto tutti che non possiamo rimanere in modo miope legati a quel regolamento”. Per il ministro inoltre “il meccanismo della riallocazione non deve e non può avvenire su base volontaria, ma deve essere vincolante”.

“L'altro pilastro dell'agenda Juncker, sul quale noi puntiamo molto, è quello dei rimpatri; è la chiave di volta. Se noi dobbiamo distinguere i migranti economici da quelli che hanno bisogno di protezione umanitaria, è indispensabile – dice Alfano - rimpatriare i migranti economici che non hanno bisogno di protezione umanitaria. Per rimpatriarli, li dobbiamo identificare e trattenere in luoghi da cui poi vanno fatti ripartire. Ed è indispensabile in questo senso che sia l'Europa protagonista di politiche di riammissione e di accordi di riammissione, ed è al tempo stesso indispensabile che la procedura venga fortemente avallata a livello europeo”. Per il ministro dunque gli hot spots, i luoghi che dovrebbero identificare, registrare e fotosegnalare i migranti in arrivo – in cui dovrebbero collaborare agenti di polizia di frontiera, esperti di Frontex, Europol e Easo - “devono essere dei centri sui quali interviene anche finanziariamente l'Europa”.

“Una grande democrazia, la più grande area di democrazia al mondo come l'Europa, non può immaginare di non affrontare il tema delle frontiere e il tema delle migrazioni. Noi abbiamo un protagonismo che non avevamo mai avuto su questo argomento. Stiamo ottenendo dei risultati, non sono esattamente tutti quelli che noi avremmo voluto avere, speriamo – conclude il ministro - che al vertice dei Capi di Stato e di Governo si possa completare positivamente questo quadro di risultati”. (Inform 18)

 

 

 

 

Migranti, tensione per lo sgombero a Ventimiglia

 

Sgombero ad alta tensione dei migranti che da qualche giorno stazionavano davanti alla frontiera italo-francese di ponte San Ludovico a Ventimiglia (Imperia), bloccati dalla gendarmeria francese che impedisce loro l'ingresso in Francia (Foto). I migranti sono stati fatti salire su un automezzo della Croce Rossa e trasportati nella stazione ferroviaria dove è stato allestito un servizio di prima accoglienza. Alcuni sono rimasti sulla scogliera nei pressi di ponte San Ludovico.

Le operazioni sono iniziate intorno alle 7.30 di questa mattina. Le forze dell'ordine hanno prima sgomberato i migranti che dormivano nelle aiuole nei pressi di ponte San Ludovico, poi quelli accampati da alcuni giorni sugli scogli. Si sono avuti momenti di tensione, alcuni stranieri che rifiutavano di trasferirsi sono stati portati via di peso.

La situazione che si è creata a Ventimiglia alla frontiera fra Italia e Francia "è un pugno in faccia all'Europa ed è la prova che i migranti non vengono in Italia per stare in Italia, ma per andare in Europa", ha detto il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, impegnato al Consiglio Ue Affari internii. "E' dalla scena di Ventimiglia che tutti devono trarre insegnamento. Io credo che quella scena sia stata un pugno negli occhi a chi non vuole vedere", ha continuato. Sull'emergenza immigrazione, insomma, "l'Europa faccia l'Europa" di cui bisogna "evitare la bancarotta": "in ballo c'è il diritto alla libera circolazione dei cittadini". La gestione dell'immigrazione, ha sottolineato il ministro, è "il tema su cui l'Europa vince o perde. Non c'è pareggio". "In ballo c'è il diritto alla libera circolazione, la politica comune di asilo europea, il principio di responsabilità e il principio di solidarietà", ha spiegato il ministro.

L'Italia, ha detto poi Alfano, non ha mai proposto di rilasciare ai profughi permessi temporanei per viaggiare in Europa. "Noi non abbiamo proposto questi permessi di tre mesi. Si è trattato di indiscrezioni giornalistiche", ha spiegato aggiungendo di aver riscontrato un buon clima al Consiglio Ue degli Affari interni centrato sull'immigrazione e "in alcuni casi significative aperture". Ma sui numeri per la distribuzione dei richiedenti asilo "sarà necessario discutere ancora".

I rimpatri degli immigrati irregolari sono "la chiave di volta" di tutto il sistema europeo sulla gestione dei flussi migratori, ha poi aggiunto Alfano. "Il sistema di rimpatrio deve essere sempre di più un sistema europeo, che renda più efficace tutta la procedura. Non escludiamo missioni congiunte in Africa per farci dare una mano d'aiuto", ha spiegato. Alfano ha sottolineato che gli hotspot, i centri di riconoscimento dei richiedenti asilo da istituire in Italia, "si gestiscono bene se c'è un meccanismo di rimpatrio che funziona. Se il meccanismo non funziona, salta tutto il sistema. Chi avrà diritto all'asilo potrà restare in Europa e la Ue sta lavorando alla redistribuzione. Ma il punto essenziale è che chi non ha diritto all'asilo deve essere rimpatriato. Questa è la chiave di volta del sistema". Il ministro ha spiegato che "se funziona questo, noi potremo gestire al meglio un fenomeno che non si risolve con uno schiocco di dita. Ma se non funziona, sarà un problema".

Dal canto suo la Germania si è detta "pronta ad aiutare in modo massiccio" Italia e Grecia nella gestione dell'immigrazione, ma in cambio chiede "responsabilità", ha detto il ministro tedesco degli Interni, Thomas de Maizière, al termine di un incontro ristretto a Lussemburgo con Alfano e il collega francese, Bernard Cazeneuve, e il commissario Ue all'Immigrazione Dimitris Avramopoulos. In particolare la Germania sottolinea la necessità "di rimpatriare gli immigrati economici che non hanno diritto all'asilo identificati negli hotspot e di ridistribuire i rifugiati. Spero che sia una strada percorribile -ha aggiunto- se non oggi, almeno nel medio termine".

Il Lussemburgo, paese che sarà prossimo presidente di turno del Consiglio dell'Unione europea, punta a chiudere l'accordo sulla redistribuzione dei richiedenti asilo nella Ue entro la fine di luglio, come ha indicato Jean Asselborn, ministro degli Esteri e dell'Immigrazione del Lussemburgo.

"Noi inizieremo il primo luglio e sarei molto contento se potessimo trovare una soluzione entro il 31 luglio. Non escludo" un accordo, "se lo spirito emerso oggi continua al vertice del 25 e 26 luglio e all'informale del 9 luglio". Asselborn ha avvertito che "bisogna lavorare, il Coreper deve mettere tutto insieme. E sotto la nostra presidenza abbiamo previsto un Coreper il 28 luglio, che forse è l'ultima occasione per un accordo" prima dell'estate. Adnkronos 16

 

 

 

 

Seconda edizione del progetto di informazione, promozione e attrazione investimenti promosso dalla Regione Puglia

 

“Apulia Attraction”, per imprenditori e manager pugliesi nel mondo

Il 29 giugno è il temine per la presentazione delle candidature

 

BARI –Seconda edizione di “Apulia Attraction”, progetto di informazione, promozione e attrazione investimenti, rivolto a manager ed imprenditori, di origine pugliese, residenti all'estero

Il progetto è promosso dal Servizio Internazionalizzazione - Ufficio Pugliesi nel Mondo della Regione Puglia, in collaborazione con le Associazioni e le Federazioni dei Pugliesi nel Mondo presenti nei principali Paesi esteri riconosciute dalla Regione Puglia e iscritte all'Albo regionale, e attuato da Puglia Sviluppo S.p.A.(soggetto attuatore per la gestione degli interventi previsti dall'Azione 6.3.1. del P.O. FESR Puglia 2007 – 2013 “Interventi per la valorizzazione delle opportunità localizzative in Puglia”).

C'è tempo fino a lunedì 29 giugno per candidarsi a partecipare ad Apulia Attraction ,inviando direttamente la propria candidatura via email a internazionalizzazione.pugliasviluppo@pec.rupar.puglia.it .

Per conoscere tutte le condizioni e i requisiti si veda  il bando integrale “Apulia Attraction 2”, completo dei relativi moduli per la presentazione delle istanze alla pagina http://www.sistema.puglia.it/portal/page/portal/SistemaPuglia/info?id=9F571DC5C8FFE9BB .

Quest'anno in occasione della partecipazione istituzionale della Regione Puglia all'Esposizione Universale di Milano Expo 2015 "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita", il più grande evento mai realizzato sull'alimentazione e la nutrizione, i settori di riferimento di Apulia Attraction saranno l'agroalimentare ed il turismo sostenibile.

A partire da lunedì 24 agosto 2015, gli operatori esteri di origine pugliese selezionati parteciperanno in Puglia ad incontri di presentazione del sistema economico pugliese (con l'intervento dei rappresentanti delle principali agenzie regionali e del sistema imprenditoriale) e visite aziendali presso alcune delle imprese più rappresentative sul territorio pugliese, sia in termini di crescita che in termini di best practice.

Poi, da giovedì 27 agosto , gli imprenditori parteciperanno a Milano ad una serie di incontri business-to-business con una selezione di aziende agroalimentari ed operatori turistici pugliesi che rappresenteranno l'eccellenza produttiva regionale nell'ambito delle attività "Fuori Expo" della Regione Puglia e della rete pugliese dei Gruppi di Azione Locale (GAL). Seguiranno la visita ufficiale della delegazione presso il padiglione istituzionale della Regione Puglia ad Expo e la partecipazione all'evento conclusivo del Progetto Pugliesi nel Mondo di cui la Regione Puglia e la rete pugliese dei GAL sono partner. I costi relativi alla partecipazione dei candidati selezionati (biglietti aerei, sistemazione alberghiera, trasferimenti in loco) saranno a carico della Regione Puglia. L’Ufficio Pugliesi nel Mondo invita le Associazioni di corregionali  a mobilitarsi per diffondere tra gli imprenditori pugliesi nel mondo questa opportunità offerta dalla Regione Puglia. Per richiedere maggiori informazioni scrivere a comunicazione.pugliesinelmondo@regione.puglia.it. (Inform 17)

 

 

 

 

Premio internazionale Pugliesi nel Mondo 2015

 

Si svolgerà a Bari, 12 dicembre 2015 alle ore 10.00, presso la Multisala Showville la VII Edizione del Premio Internazionale Pugliesi nel Mondo, organizzata dall'Associazione Internazionale Pugliesi nel Mondo. Il premio, nato nel 2008, ha l’obiettivo di valorizzare e premiare le eccellenze pugliesi e le aziende che si sono distinte nel settore economico, imprenditoriale, culturale e sociale valorizzando il brand Puglia nel mondo. E’ una manifestazione ad ampio respiro internazionale, che intende rappresentare anche un momento di incontro e di riflessione negli ambiti artistici, letterari e musicali tra i corregionali, uniti da un forte legame con la terra d’origine. L’associazione promotrice, vanta migliaia di iscritti e sezioni locali in città italiane ed estere: una vera e propria rete di professionisti, imprese e realtà economiche, un luogo virtuale interattivo dove incontrarsi, conoscersi, fare "networking" e condividere contatti, competenze e opportunità.Punto di riferimento per tutti i pugliesi che, pur vivendo in altre regioni italiane ed estere, mantengono un legame fecondo con la propria terra d’origine, diventando, nel contempo, ambasciatori di Puglia e cittadini a pieno titolo nei Paesi che li ospitano.

L'Associazione, che ha sede a Gioia del Colle, attraverso la sua attività intende promuovere una cultura di solidarietà e assolvere al ruolo di segnalare le opportunità che la regione offre con particolare riferimento alle nuove generazioni di giovani italiani all'estero.

L’evento è stato organizzato a Bari per 4 edizioni (dal 2008 al 2011). Nel 2013 si è tenuto nella città di Taranto, nel 2014 a Bitonto per tornare nuovamente nel capoluogo barese in questa edizione 2015, anche per celebrare la nascita della Città Metropolitana.

PREMIO EDIZIONE 2015

Questa edizione ha già raccolto due importanti sponsorship tecniche:

* il Cinema Multisala Showville, sede del Premio 2015, (un luogo di incontro, formazione ed informazione culturale, già sede di prestigiosi eventi e rassegne internazionali nonchè cinema teatro dotato delle più sofisticate tecnologie)

* e l’Agenzia di Comunicazione Studio 9/Italia, (una realtà del territorio che da più di 40 anni opera al fianco di aziende e istituzioni pugliesi)

due realtà imprenditoriali che hanno a cuore la propria regione e che aggiungeranno “valore” all’edizione di quest’anno.

Ma siamo solo all’inizio: per questa edizione ci aspettiamo la partecipazione al Premio di tutte le imprese che si sentono legate alla Puglia dal loro DNA e che considerano la Regione come loro patrimonio identitario da difendere e valorizzare in tutto il mondo.

Categorie dei premi 2015

Premi di categoria:

* 1. Premio Arte & VideoArte (gallerie e artisti)

* 2. Premio Architettura (studi di architettura e architetti)

* 3. Premio Design & Arredamento (imprese arr./ designers)

* 4. Premio Cinema (imprese e professionisti)

* 5. Premio Fotografia (fotografi)

* 6. Premio Spettacolo (imprese dello spettacolo)

* 7. Premio Teatro (imprese e attori/registi teatrali)

* 8. Premio Danza (talenti della danza)

* 9. Premio Musica (autori e interpreti musicali, gruppi music.)

* 10. Premio Editoria (editori e scrittori)

* 11. Premio Informazione (media e giornalisti)

* 12. Premio Ambiente & Sostenibilità (imprese)

* 13. Premio No Profit (realtà no profit e volontari)

* 14. Premio In Rosa (imprese “rosa”)

* 15. Premio Sport (professionisti dello sport)

* 16. Premio Innovazione (imprese innovative e ricercatori)

* 17. Premio Moda (imprese e stilisti)

* 18. Premio Istituzioni (realtà pubbliche e loro rappresentanti)

* 19. Premio Scienza (ricercatori scientifici)

* 20. Premio Medicina (medici e ricercatori)

* 21. Premio Agroalimentare (imprese)

* 22. Premio Ristorazione (imprese)

* 23. Premio Turismo (imprese di promozione turistica)

Premi assoluti:

* 24. Premio 2.0 (deciso dagli utenti della rete) (trasversale)

* 25. Premio Pugliese nel Mondo 2015 (trasversale)

Per informazioni: Segreteria Associazione Internazionale Pugliesi nel Mondo)

Telefax 0803433383 - 3498836622 email: info@puglianelmondo.com

Roberta Dispoto (Studio 9 Italia), Responsabile Comunicazione Premio

Tel: 335 694 1785 email: robertadispoto@studio9italia.com

www.puglianelmondo.com,  www.youngapulians.net.   De.it.press

 

 

 

 

Formazione degli studenti all’estero, convenzione tra MAE  e Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

 

Dal prossimo autunno gli studenti della Sioi potranno effettuare tirocini curricolari presso Ambasciate e Consolati italiani

 

ROMA -  La formazione in ambito internazionale è al centro dell’intesa firmata alla Farnesina tra il Ministero degli Esteri e la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI). Il segretario generale del Ministero degli Esteri Michele Valensise e il presidente della SIOI Franco Frattini hanno sottoscritto una convenzione che consentirà dal prossimo autunno agli studenti della Sioi di effettuare tirocini curricolari presso Ambasciate o Consolati italiani.

L’intesa segue quella già conclusa tra MAECI, MIUR e Fondazione CRUI l’11 giugno, che offre la stessa opportunità agli studenti delle università italiane che aderiranno all’iniziativa (v. Inform http://comunicazioneinform.it/oggi-alla-farnesina-la-firma-di-una-convenzione-sui-tirocini-curriculari-degli-studenti-presso-le-sedi-diplomatiche-allestero/ ).

“Il nuovo programma di tirocini presso le nostre sedi all’estero darà agli studenti della SIOI la possibilità di partecipare alle attività dei nostri uffici. È una qualificante esperienza formativa, a beneficio in particolare di quanti aspirano a intraprendere la carriera diplomatica o a lavorare nelle organizzazioni internazionali” ha sottolineato l’ambasciatore Valensise.

“Sono certo che dopo aver seguito un percorso di formazione in SIOI, i nostri giovani sapranno cogliere con entusiasmo le opportunità di toccare con mano il mondo delle relazioni internazionali. Grazie a questa Convenzione i giovani disporranno di interessanti potenzialità di approfondimento e di crescita” ha affermato il presidente Franco Frattini. (Inform 16)

 

 

 

 

 

"Festung Europa" kostet EU-Ländern Milliarden

 

Für Grenzschutzmaßnahmen und Rückführungen haben Europas Staaten in den vergangenen 15 Jahren mehr als zwölf Milliarden Euro ausgegeben. Doch aktuelle Zahlen der Journalisten-Vereinigung Migrants' Files belegen auch das lukrative Milliarden-Geschäft der Schlepperbanden – auf Kosten der Flüchtlinge.

Die europäischen Staaten haben für die Rückführung von Flüchtlingen in ihre Heimatländer seit dem Jahr 2000 rund 11,3 Milliarden Euro ausgegeben, für die gezielte Sicherung der Grenzen gegen illegale Einwanderung weitere 1,6 Milliarden.

Dies sind zentrale Ergebnisse einer umfassenden Studie über die Kosten der "Festung Europa", die am Donnerstag in 16 Ländern veröffentlicht wurde. Die Autoren von der Journalisten-Vereinigung Migrants' Files haben nach eigenen Angaben erstmals eine finanzielle Bilanz über den Umgang von 31 europäischen Staaten mit der Flüchtlingsproblematik für den Zeitraum 2000 bis 2015 vorzulegen.

Die 28 EU-Staaten, Norwegen, Island und die Schweiz bezahlten der Studie zufolge innerhalb von 15 Jahren insgesamt 11,3 Milliarden Euro für die Rückführung und Abschiebung von illegalen Flüchtlingen. Weitere 1,6 Milliarden Euro seien in Grenzschutzmaßnahmen geflossen. Die Migranten zahlten den Berechnungen zufolge mehr als 15,7 Milliarden Euro an Schleuser, um auf den europäischen Kontinent zu gelangen.

Für die Rückführung von Flüchtlingen fallen demnach durchschnittlich 4.000 Euro an, die Hälfte davon für den Transport. Die Studie listet auch die Kosten besonders bekannter Grenzschutzmaßnahmen auf: Für die Zaunanlagen, mit denen die spanischen Exklaven Ceuta und Melilla von Marokko abgeschottet werden, würden jährlich zehn Millionen Euro ausgegeben, für die Abriegelung der griechischen Grenze zur Türkei gut sieben Millionen Euro pro Jahr.

Im vergangenen Jahr stellten in der Europäischen Union 600.000 Migranten Asyl-Anträge. In diesem Jahr kamen in den ersten fünf Monaten mehr als 100.000 Menschen über das Mittelmeer nach Europa. Nach den Erhebungen der Internationalen Organisation für Migration (IOM) ertranken bei dem Versuch der Mittelmeer-Überquerung 1865 Menschen.

EU-Kritik an ungarischen Grenzplänen

Derweil hat die ungarische Regierung die Schließung der 175 Kilometer langen Grenze zu Serbien angeordnet. Die Grenze soll mit einem vier Meter hohen Zaun abgeriegelt werden. Mit Befremden hat die EU-Kommission auf den Plan n reagiert. "Die Kommission fördert den Einsatz von Zäunen nicht", sagte Kommissionssprecherin Natasha Bertaud am Donnerstag in Brüssel.

Erst "jüngst" seien in Europa Grenzbefestigungen niedergerissen worden, fügte Bertaud unter Hinweis auf den Fall des Eisernen Vorhangs 1989 hinzu. "Wir sollten sie nicht wieder errichten."

Ungarns Außenminister Peter Szijjarto hatte mit Blick auf Sperranlagen an der griechisch-türkischen und an der bulgarisch-türkischen Grenze sowie der an Grenze um die spanischen Exklaven Ceuta und Melilla in Marokko gesagt, andere Staaten hätten ähnliche Lösungen beschlossen. Die EU-Kommissionssprecherin sagte, Brüssel habe es abgelehnt, derartige Grenzanlagen zu finanzieren.

EA/AFP/dsa,  19

 

 

 

 

Für eine Reform der Weltorganisation

 

Die Vereinten Nationen bleiben das vielversprechendste Rahmenwerk für transnationale Herausforderungen. Doch sie werden ihrer Aufgabe nicht gerecht.

 

Auf der Münchner Sicherheitskonferenz im Februar sprach Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen über Deutschlands Führungsbereitschaft auf der internationalen Bühne. Während die deutsche Regierung sich so manches Mal nur zögerlich im Bereich der internationalen Sicherheit engagiert, wächst in der deutschen Bevölkerung die Erkenntnis, dass ihr Land eine große Verantwortung in der Welt trägt. Deutsche Soldaten trugen zum Wiederaufbau Afghanistans bei und Angela Merkel übernahm unlängst eine Führungsrolle in der Ukraine-Krise.

Allerdings trägt Deutschland natürlich nicht allein die Verantwortung, den dringendsten Herausforderungen für Sicherheit und Gerechtigkeit unserer Zeit zu begegnen. Klimawandel, grenzübergreifende Wirtschaftskrisen, Cyberangriffe und nicht zuletzt die zunehmenden Gräueltaten transnationaler terroristischer Gruppen wie dem IS im Nahen und Mittleren Osten sowie Boko Haram in Nigeria unterstreichen, dass diese Probleme unmöglich von einem Land allein bekämpft werden können. Vielmehr müssen die Staaten in aller Welt erkennen, dass diese Krisen nur gemeinsam mit anderen Ländern und internationalen Organisationen sowie immer häufiger auch mit einer Reihe neuer Nichtregierungsakteure zu bewältigen sind.

 

Die Vereinten Nationen, die nach wie vor das vielversprechendste multilaterale Rahmenwerk für den Umgang mit den heutigen transnationalen Herausforderungen sind, werden ihrer Aufgabe derzeit nicht gerecht. Zwei deutliche Beispiele dafür sind die Unfähigkeit des Sicherheitsrats, in den anhaltenden Krisen in der Ukraine und in Syrien sinnvoller und entschiedener zu agieren.

Ich hatte das Glück, mein Land, Nigeria, bei den Vereinten Nationen vertreten zu dürfen. Die UNO ist keine perfekte Organisation. Sie hat sich aber in der Vergangenheit entwickelt und müsste dies auch weiterhin tun, um die Herausforderungen unserer Zeit in Angriff zu nehmen. Der 70. Geburtstag der Organisation wird zweifellos mit vielen Reformvorschlägen einhergehen. Die UN-Strukturen zur Friedenskonsolidierung und ihre Friedenseinsätze werden offiziell auf den Prüfstand gestellt; andere Gruppierungen versuchen mit der Herausgabe von Berichten die Verhandlungen im Vorfeld des im September stattfindenden UN-Weltgipfels zu beeinflussen. Insgesamt müssen die Anstrengungen zur Reform der Weltorganisation jedoch verstärkt werden.

Wie die Geschichte uns lehrt, werden allerdings viele der Vorschläge aus unterschiedlichen Gründen im Sande verlaufen: Entweder sind sie auf ein unrealistisches Zukunftsbild zugeschnitten, aus organisatorischen Gründen nicht umsetzbar oder zu umstritten für konstruktive multilaterale Verhandlungen. Zudem gehen die Vorschläge häufig nicht mit strategischen Vorschlägen für ihre Umsetzung einher. Ohne eine solche Strategie, und ohne die Bereitschaft, sich über einen längeren Zeitraum für diese Reformen stark zu machen, besteht die Gefahr, dass sie in Vergessenheit geraten und von anderen Ereignissen überrollt werden. Wir reden hier von Reformvorschlägen für die Global-Governance-Architektur, die darauf abzielen, die Weltorganisation besser aufzustellen, damit sie weltweit nicht nur für Sicherheit, sondern auch für Gerechtigkeit sorgen kann. Um sicherzustellen, dass diesen Vorschlägen die ihnen gebührende Aufmerksamkeit zuteilwird, bedarf es unbedingt einer umfassenden und politisch durchsetzbaren Reformstrategie, die sich vergangene Erfahrungen zunutze macht und auf ihnen aufbaut.

 

Die UN braucht große Visionen...

Für manch einen hat die Formulierung »politisch durchsetzbar« gelegentlich die Bedeutung, den Fokus auf den kleinsten gemeinsamen Nenner zu richten. Dieser Ansatz ist jedoch unzureichend für die jetzt nötige systemische Erneuerung. An dieser Stelle sei Sergio Vieira de Mello zitiert, der großartige UN-Beauftragte für humanitäre Angelegenheiten und Menschenrechte: »Wenn wir nicht nach dem strategisch Unerreichbarem streben, laufen wir Gefahr, uns auf Mittelmäßigkeit zu einigen«. Eine Reformstrategie sollte immer danach trachten, das »Richtige« mit dem »Machbaren« zu kombinieren.

Man könnte sich jedoch die Frage stellen, wie ein Ansatz des kleinsten gemeinsamen Nenners überhaupt zu vermeiden ist. Anders gefragt: »Wie kommen wir von hier nach da?« Die Commission on Global Security, Justice & Governance, für die ich gern neben der früheren US-Außenministerin Madeleine Albright den Co-Vorsitz übernommen habe, hält die Bildung von »intelligenten Koalitionen« für ein wichtiges Element und einen effektiven Ansatz zur Reform von UNO und Global Governance. Wenn sich in intelligenter Macht die Verbindung traditioneller und nichttraditioneller Mittel widerspiegelt, um über Staatsgrenzen hinweg Einfluss zu nehmen, dann beinhaltet der Begriff »intelligente Koalitionen« die kreative Zusammenarbeit von traditionellen (staatlichen) und nichttraditionellen (Nichtregierungs-)Akteuren, um auf globaler Ebene einen progressiven systemischen Wandel herbeizuführen.

Die schnelle Annahme und Ratifizierung des Römischen Status des Internationalen Strafgerichtshofs und die Unterzeichnung des Abkommens zum Verbot von Landminen sind Beispiele dafür, wie Koalitionen staatlicher und nichtstaatlicher Akteure gemeinsam auf eine erfolgreiche Global-Governance-Reform hinarbeiten können. Beide Verträge wurden von einer Koalition aus NROs und gleichgesinnten Staaten – sowohl aus der Nord- als auch der Südhalbkugel – zuwege gebracht. Da sie eine für die neue Ära internationaler Beziehungen angemessene Form der Diplomatie repräsentieren, werden die intelligenten Koalitionen auch weiterhin den Kern jeder erfolgreichen Reformstrategie bilden.

Die intelligenten Koalitionen zeichnen sich durch einige wichtige Charakteristiken aus. Zum einen müssen die wichtigsten Stakeholder der Koalition so früh wie möglich einen konstruktiven politischen Dialog aufnehmen. Dabei sollten sie die einzigartigen Fachkenntnisse und Fähigkeiten der einzelnen Akteure anerkennen. Auch wenn NROs die Regierungen moralisch zu einer Zusammenarbeit zwingen können, liegt die Entscheidungsmacht, tatsächlich Reformen einzuführen, letztendlich bei den Staaten. Um das Potenzial intelligenter Koalitionen zu maximieren, ist es wichtig, die Ideen, Netzwerke, Ressourcen und Führungsqualitäten aller beitragenden Akteure sorgfältig einzuschätzen, auszubauen und nutzbar zu machen.

 

...und eine Politik der kleinen Schritte

Zweitens ist es wichtig, bei den Reformideen, wenn möglich, zunächst von einer größeren Vision Abstand zu nehmen und erst einmal kleinere, machbarere, themenspezifische Pakete zu schnüren. Schon ein geringfügiger Wandel in der Erzählung kann wesentlich dazu beitragen, Unterstützung zu mobilisieren und die jahrelange Abwehrhaltung bestimmter Akteure zu durchbrechen. Drittens können die Formulierung und Mobilisierung politischer Unterstützung für klar festgelegte, schnell zu erreichende Zwischenetappen einen unaufhaltbaren Schneeballeffekt auslösen, der zur Realisierung weitgehenderer und ehrgeizigerer Reformziele führen kann. Normative Änderungen können unwillige Regierungen dazu zwingen, zweitbeste Lösungen zu akzeptieren, die möglicherweise die Grundlage für weitere Veränderungen bilden. Eine sorgfältige Überwachung und Messung des Fortschritts sorgt dafür, dass die verschiedenen Akteure am Ball bleiben und die Aufmerksamkeit für ein Problem groß genug ist, wenn es zu Rückschlägen kommt.

Die verschiedenen Vorschläge für eine Reform der Vereinten Nationen, die in diesem 70. Jahr ihres Bestehens so zahlreich eingehen, könnten die Weichen stellen für eine »Weltkonferenz zu Globalen Institutionen«, die im Jahr 2020 zum 75. Geburtstag der Organisation stattfinden könnte. So eine Konferenz würde die wichtigsten Stakeholder zusammenbringen, die wichtigsten anstehenden Fragen in den Mittelpunkt rücken und organisationsübergreifende Themen herausarbeiten. Mit mehreren Vorbereitungskomitees, die weit im Vorfeld Schlüsselthemen erörtern, könnte die Konferenz zu wesentlichen Reformen der Global-Governance-Architektur führen, die idealerweise über die Ziele und Auswirkungen des UN-Weltgipfels von 2005 hinausgehen.

Mit institutioneller Unterstützung vom Hague Institute for Global Justice und Stimson Center stellt die Commission on Global Security, Justice & Governance ihren Bericht mit dem Titel Confronting the Crisis of Global Governance am 16. Juni 2015 im Friedenspalast vor, dem Sitz des Internationalen Strafgerichtshofs in Den Haag. Die Kommission hält eine erfolgreiche Reformstrategie für ein wesentliches Element im Streben nach Sicherheit und Gerechtigkeit. Die Förderung von globaler Gerechtigkeit und Sicherheit als zusammengehörigen Aspekten, um globale Institutionen neu zu beleben, bezieht nicht nur Regierungen mit ein, sondern auch kritische regionale Organisationen, Städte und lokale Behörden, die Wirtschaftswelt und die Zivilgesellschaft. Wir laden Partner aus aller Welt ein, sich an den Bemühungen zur Verwirklichung einer Vision von Gerechtigkeit und Sicherheit für alle zu beteiligen.

Deutschland hat als führendes Land in Europa und als wichtige und international gehörte Stimme nicht nur die Verantwortung, einen Beitrag zu dieser Vision zu leisten, sondern auch die Durchsetzungskraft, Expertise und die Fähigkeiten dazu. Wir freuen uns auf eine weitere engagierte Zusammenarbeit mit der Regierung und den Bürgern Deutschlands in neu gebildeten intelligenten Koalitionen, die gemeinsam auf die Realisierung einer globalen Sicherheit und Gerechtigkeit für alle hinarbeiten.  Ibrahim A. Gambari IPG 16

 

 

 

 

Bange Hoffnung. Wie afrikanische Flüchtlinge auf Sizilien ankommen

 

In Schlangen gehen die Menschen aus Somalia, Eritrea, Mali oder Gambia von Bord des Schiffes und setzen erstmals ihren Fuß auf europäischen Boden. Ihre bange Erwartung trifft auf ein reges Treiben an der Anlegestelle. Der logistische Aufwand ist enorm. Von Ingo Lehnick

 

Der Notruf erreicht die italienische Küstenwache am Morgen um 8 Uhr: Vier Schlauchboote mit afrikanischen Flüchtlingen sind gut 30 Seemeilen vor der libyschen Küste in Not geraten. Bis zum Abend können alle gerettet werden. 454 Menschen nimmt die Guardia Costiera an Bord ihres Schiffes “CP 940?, darunter ein drei Monate altes Baby. Die Afrikaner werden in den sizilianischen Hafen Pozzallo gebracht, wo sie am nächsten Tag eintreffen. Die aufwendige Prozedur der Erstaufnahme läuft an.

 

In Schlangen gehen die Menschen aus Somalia, Eritrea, Mali oder Gambia von Bord des Schiffes und setzen erstmals ihren Fuß auf europäischen Boden. Viele haben in Libyen lange auf ihre Überfahrt gewartet und wirken gezeichnet von den Strapazen und der Gewalt, die sie erlebt haben.

Ihre bange Erwartung trifft auf ein reges Treiben an der Anlegestelle. Die schlichte Kleidung der dunkelhäutigen Flüchtlinge steht in starkem Kontrast zu den weißen Schutzanzügen der Ärzte und den Uniformen von Polizei und Küstenwache. Aber auch Hilfsorganisationen und kirchliche Gruppen sind beteiligt. Das erprobte Zusammenspiel der beteiligten Helfer wirkt unaufgeregt und routiniert. Es überwiegen freundliche Gesten und Gesichter.

Der logistische Aufwand ist enorm. Die Asylsuchenden werden bereits auf dem Schiff medizinisch untersucht, vor allem um Menschen mit ansteckenden Krankheiten von anderen zu trennen. Danach folgen weitere Medizin-Checks. Allein 30 Ärzte sind beteiligt. Einige Verletzte werden mit Krankenwagen zur Behandlung gebracht. Ein besonderes Augenmerk liegt auf Schwangeren, Familien und Minderjährigen, die ohne Angehörige reisen.

Einer der Neuankömmlinge ist Marvellous Igbinomwanhin. Der Nigerianer, der drei auffällige Narben im Gesicht hat, sagt, er sei 25 Jahre alt. Er sei Elektriker und hoffe auf ein besseres Leben, sagt er mit unsicherem Blick in die Halle des Aufnahmelagers, die mit Matratzen ausgelegt ist. In seiner Heimat gebe es kaum eine Zukunft für junge Leute. “Ich will, dass meine Familie stolz auf mich ist.”

Was ihn in der unbekannten Umgebung erwartet, weiß Igbinomwanhin nicht. Auch über seine Erlebnisse auf dem langen Weg nach Europa spricht er nur vage. Er ist zunächst einmal froh, es hierher geschafft zu haben. Andere wirken geradezu euphorisch. Das ändere sich meist nach ein paar Tagen, sagen Experten. Dann zeige sich, wie traumatisiert viele seien.

Die Helfer müssen entscheiden, wer ins örtliche Erstaufnahmelager gebracht wird und wem eine längere Busreise in eine andere Stadt zugemutet werden kann. Das Lager in Pozzallo sei mit den riesigen Flüchtlingszahlen hoffnungslos überfordert, sagt die Vizepräfektin der sizilianischen Provinz Ragusa, Rosanna Mallemi, die an diesem Tag selbst in den Hafen gekommen ist. Eigentlich könnten in Pozzallo nur 200 Menschen für einige Tage aufgenommen werden, manchmal seien es aber auch 500.

Zusammen mit Mallemi besucht auch eine Gruppe von nordrhein-westfälischen Politikern und Vertretern der evangelischen Kirchen im Rheinland und in Westfalen den Hafen. Sie machen sich in dieser Woche ein Bild von der Flüchtlingssituation in Italien.

Eigentlich sollen die Menschen nur einige Tage in den Erstaufnahmelagern bleiben. Doch die steigenden Flüchtlingszahlen überfordern immer wieder die Möglichkeiten, so dass manche auch Wochen oder gar Monate in den Lagern ausharren. Auf Lampedusa ist die Erstaufnahmeeinrichtung für bis zu 380 Menschen ausgelegt, es waren aber auch schon 1.600 Afrikaner dort untergebracht.

Der Präfekt von Ragusa, Annunziato Vardè, spricht von einer komplexen und schwierigen Herausforderung. Im gesamten letzten Jahr seien 28.000 Flüchtlinge in Pozzallo angekommen, zurzeit seien es allein in dem Hafen der 20.000-Einwohner-Stadt mitunter mehr als 1.000 am Tag. Italien brauche die Unterstützung aller europäischen Staaten, fordert Vardè. Die bisherige EU-Regelung, nach der das Erstaufnahme-Land für das Asylverfahren zuständig ist, sei jedenfalls gescheitert. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Ungarn will Flüchtlinge mit Vier-Meter-Zaun abhalten

 

Wegen der großen Zahl von Flüchtlingen will Ungarn die Grenze zu Serbien mit einem vier Meter hohen Drahtzaun abriegeln.

* Die Zahl der Flüchtlinge, die nach Ungarn kommen, ist im vergangenen Jahr stark gestiegen.

* Die rechts-nationale Regierung will zudem ihre Befugnisse erweitern, beliebige Staaten als "sichere Drittstaaten" einzustufen, darunter Serbien. Flüchtlinge könnten sie dann in diese Länder zurückschicken.

"Schutz vor dem Einwanderungsdruck"

Mit einem vier Meter hohen Drahtzaun will Ungarns rechts-nationale Regierung die 175 Kilometer lange Grenze zum südlichen Nachbarland Serbien für Migranten dichtmachen. "Die Regierung hat Innenminister Sándor Pintér angewiesen, bis zum kommenden Mittwoch die Abriegelung der ungarisch-serbischen Grenze vorzubereiten", sagte Außenminister Péter Szijjártó. "Die Regierung ist dazu entschlossen, Ungarn und die ungarischen Menschen vor dem Einwanderungsdruck zu schützen", fügte er hinzu.

"Diese Entscheidung bricht keine internationalen Verträge", sagte Szijjártó. Andere Staaten hätten ebensolche Lösungen beschlossen. Regierungschef Viktor Orbán hatte bereits in der vergangenen Woche angedeutet, dass eine Schließung der Grenze bevorstehen könnte. "Wir halten es nicht für richtig, dass sie uns die Flüchtlinge schicken, sie müssen auf serbischem Gebiet aufgehalten werden", hatte Orbán im staatlichen Rundfunk gesagt.

Regierung will Serbien als "sicheren Drittstaat" einstufen

Das ungarische Parlament erörterte am selben Tag den von der Regierungspartei Fidesz eingebrachten Entwurf einer Novelle des Asylgesetzes. Dieser würde die Regierung dazu ermächtigen, beliebige Länder, darunter auch Serbien, als "sichere Drittstaaten" einzustufen, womit von dort eintreffende Schutzsuchende wieder in die betreffenden Staaten abgeschoben werden könnten.

Im vergangenen Jahr trafen in Ungarn etwa 43000 Flüchtlinge ein, 2012 waren es nur 2000. In diesem Jahr nahm die Zahl der Flüchtlinge weiter zu. Bislang waren es bereits etwa 54000, vor der Entscheidung über die Grenzschließung sagten die Prognosen für das Gesamtjahr 130 000 eintreffende Flüchtlinge voraus.

Durchgangsstaion in Richtung Westeuropa

Ungarn ist eines der Transitländer für die Flüchtlingsströme aus Nahost und Afrika in den Westen Europas. Migranten, die in Ungarn aufgegriffen werden, wollen in der Regel nicht in Ungarn bleiben, sondern nutzen das Land nur als Durchgangsstation in Richtung Westeuropa. Dennoch hatte Orbán zuletzt eine aufwendige Plakat-Kampagne mit ausländerfeindlichen Losungen gestartet. Kritiker werfen Orbán deshalb Populismus vor.  AFP/pamu/sz  17

 

 

 

 

Rechtsextreme gründen Fraktion im EU-Parlament

 

Rechtspopulistische und rechtsextreme Abgeordnete im Europaparlament bündeln die Kräfte: Die Chefin des französischen Front National, Marine Le Pen, hat am Dienstag die neue Fraktion "Europa der Nationen und der Freiheiten" vorgestellt.

Ein Jahr nach den Europawahlen schließen sich Rechtsextreme und Rechtspopulisten im EU-Parlament zu einer Fraktion zusammen. Die Vorsitzende der französischen Front National (FN), Marine Le Pen, verkündete am Dienstag in Brüssel die Gründung der Fraktion "Europa der Nationen und der Freiheiten". Die Bildung einer Fraktion war vor einem Jahr gescheitert, weil nicht wie vorgeschrieben Abgeordnete aus mindestens sieben Ländern zusammenkamen.

Seit den Europawahlen im Mai 2014 arbeitetet der Front National, die niederländische Partei für die Freiheit (PVV) des Rechtspopulisten Geert Wilders, die Lega Nord aus Italien, die FPÖ aus Österreich und der Vlaams Belang aus Belgien im Europaparlament eng zusammen. Sie eint ihre Ablehnung der Zuwanderung und des Euro. Für die Bildung einer Fraktion fehlten aber bislang Abgeordnete aus zwei weiteren Ländern. Die zweite Bedingung für eine Fraktions-Gründung - mindestens 25 Abgeordnete - erfüllten die Rechten dagegen bereits vor einem Jahr.

Nun konnte Le Pen drei Abgeordnete aus Großbritannien und Polen vorstellen, die sich der neuen Fraktion anschließen: Die Britin Janice Atkinson, die im März von der EU-feindlichen britischen Ukip ausgeschlossen wurde, sowie die polnischen Abgeordneten Michal Marusik und Stanislaw Zoltek. Diese hätten inzwischen "klar" mit dem Gründer der rechtsextremen polnischen KNP, Janusz Korwin-Mikke, gebrochen.

Korwin-Mikke werden antisemitische Äußerungen zugeschrieben, das Wahlrecht für Frauen lehnt er ab. Le Pen und Wilders hatten nicht gemeinsam mit der KNP eine Fraktion bilden wollen

Bereits nach den Europawahlen im Mai hatte der Front National mit anderen rechtsextremen EU-Abgeordneten eine Fraktion bilden wollen. Es gelang aber nicht, wie vorgeschrieben Abgeordnete aus mindestens sieben EU-Ländern zu finden. Im Herbst 2014 gründete Le Pen dann die europäische Partei "Bewegung für ein Europa der Nationen und Freiheiten" und hat seitdem Zugang zu EU-Fördergeldern.

EU-Gelder in Höhe von 17,5 Millionen Euro

Durch eine Fraktion bekommen die Rechtsextremen und Rechtspopulisten nicht nur eine stärkere Öffentlichkeit, etwa durch mögliche Vorsitze in Ausschüssen oder Unterausschüssen. Sie können auch mit Zuschüssen in Millionenhöhe rechnen.

Der Think Tank "Open Europe" hat die finanziellen Vorteile einer rechtsextremen EP-Fraktion mit 38 Mitgliedern untersucht. Demnach erhält die Fraktion:

* einen jährlichen Zuschuss von 2,97 Millionen Euro

* einen Zuschuss für eine Europäischen Parteifamilie, die mit der Fraktion verbunden ist und

* einen Zuschuss für eine Stiftung, die mit der Fraktion verbunden ist über insgesamt jährlich 4,44 Millionen Euro.

Für die restliche Legislaturperiode berechnet "Open Europe" einen EU-Zuschuss von insgesamt 17,5 Millionen Euro.

"Das ist ein historischer Tag", sagte Atkinson am Dienstag. "Wir sind sieben Länder, die gegen die EU-Kommission vereint sind."

Jean-Marie Le Pen nicht Mitglied der Fraktion

Der neuen Fraktion nicht angehören wird Le Pens Vater, der Front-National-Gründer Jean-Marie Le Pen, mit dem seine Tochter gebrochen hat. Hintergrund sind wiederholte antisemitische Äußerungen des 86-Jährigen. Marine Le Pen sieht dadurch ihren politischen Kurs gefährdet, der Front National mit einer Abkehr von offen antisemitischen und rassistischen Parolen ein respektableres Image zu geben und so neue Wähler zu gewinnen.

Auf ihr Betreiben wurde die Parteimitgliedschaft des Parteigründers ausgesetzt, der Titel des Front-National-Ehrenpräsidenten soll ihm entzogen werden.

Der Front National war bei der Europawahl im vergangenen Jahr mit rund 25 Prozent stärkste Partei in Frankreich geworden und konnte 23 Abgeordnete in die europäische Volksvertretung schicken.

In einem Exklusiv-Interview mit EurActiv hatte der EU-Abgeordnete Jan Philipp Albrecht vor einer "Professionalisierung" und einer "neuen und gefährlichen Qualität des europäischen Rechtsextremismus" gewarnt – auch im Europaparlament. Von den "großen Parteien" verlangte der Grünen-Politiker, "sich gegen die menschenverachtenden Inhalte der [rechtsradikalen] Parteien entgegenzustellen und alternative Konzepte zu entwickeln". EurActiv 16

 

 

 

 

 

„Völlig falsch eingeschätzt“. Ein Grexit könnte genau so teuer werden wie der Zusammenbruch der Lehman Brothers

 

Die Staats- und Regierungschefs der Europäischen Union spielen weiterhin ein Spiel mit dem Feuer mit der griechischen Regierung. Griechenland ist seinen Gläubigern auf deutlich mehr als halbem Weg entgegengekommen. Doch Deutschland und die übrigen Gläubiger Griechenlands verlangen nach wie vor, dass das Land sich zu einem Programm verpflichtet, das sich bereits als Fehlschlag erwiesen hat und von dem nur wenige Ökonomen je glaubten, dass es umgesetzt werden könnte, würde oder sollte.

Der Umschwung bei Griechenlands Haushaltslage von einem hohen Primärdefizit zu einem Überschuss was eine nahezu beispiellose Entwicklung; die Forderung jedoch, das Land müsse einen Primärüberschuss von 4,5 Prozent vom BIP erreichen, war durch nichts zu rechtfertigen. Leider hatte die griechische Regierung zu dem Zeitpunkt, zu dem die „Troika“ – die Europäische Kommission, die Europäische Zentralbank und der Internationale Währungsfonds – diese unverantwortliche Forderung erstmals in das internationale Finanzprogramm für Griechenland aufnahm, keine andere Wahl, als ihr nachzugeben.

Die Torheit, dieses Programm weiter zu verfolgen, ist angesichts des 25-prozentigen Rückgangs beim BIP, den Griechenland seit Beginn der Krise durchgemacht hat, besonders schwerwiegend. Die Troika hat die gesamtwirtschaftlichen Auswirkungen des von ihr verhängten Programms völlig falsch eingeschätzt. Laut den von ihr veröffentlichten Prognosen war sie überzeugt, dass sich durch Lohnsenkungen und die Akzeptanz weiterer Austeritätsmaßnahmen die griechischen Exporte erhöhen würden und die Volkswirtschaft rasch wieder wachsen würde. Sie war zudem der Überzeugung, dass die erste Schuldenumstrukturierung zu einem tragfähigen Schuldenniveau führen würde.

Die Troika hat mit ihren Prognosen wiederholt danebengelegen, und zwar nicht nur ein bisschen, sondern um enorme Summen. Die griechischen Wähler taten Recht daran, einen Kurswechsel zu verlangen, und ihre Regierung hat Recht, wenn sie sich weigert, sich zu einem zutiefst fehlerhaften Programm zu verpflichten.

Allerdings besteht durchaus Raum für eine Übereinkunft: Griechenland hat seine Bereitschaft erklärt, fortdauernde Reformen zu unternehmen, und hat Europas Hilfe bei der Umsetzung einiger davon begrüßt. Ein gewisses Maß an Realismus seitens der Gläubiger Griechenlands darüber, was möglich ist, und über die gesamtwirtschaftlichen Folgen der unterschiedlichen Finanz- und Strukturreformen könnte die Grundlage für eine Vereinbarung bilden, die nicht nur Griechenland, sondern Gesamteuropa nützen würde.

Einigen in Europa, insbesondere in Deutschland, scheint ein Austritt Griechenlands aus der Eurozone egal zu sein. Der Markt, so behaupten sie, habe einen derartigen Bruch bereits „eingepreist“. Manche suggerieren sogar, dass dies gut wäre für die Währungsunion.

Ich bin der Meinung, dass derartige Ansichten sowohl die derzeitigen als auch die künftigen Risiken deutlich unterschätzen. Ein ähnliches Maß an Gleichgültigkeit war in den USA vor dem Zusammenbruch von Lehman Brothers im September 2008 zu erkennen. Die Anfälligkeit der US-amerikanischen Banken war damals lange bekannt – zumindest seit dem Konkurs von Bear Stearns im vorangegangenen März. Doch angesichts des Mangels an Transparenz (teilweise bedingt durch Schwächen bei der Regulierung) waren sowohl Märkten wie Politikern die Verknüpfungen zwischen den Finanzinstituten nicht vollumfänglich bewusst.

Tatsächlich sind im weltweiten Finanzsystem die Nachbeben des Zusammenbruchs von Lehman Brothers noch immer zu spüren. Und die Banken sind noch immer nicht transparent und damit Risiken ausgesetzt. Wir kennen den vollen Umfang der Verknüpfungen zwischen den Finanzinstituten, einschließlich jener, die aus intransparenten Derivaten und CDS herrühren, noch immer nicht.

In Europa sind einige Folgen der unzureichenden Regulierung und des fehlerhaften Designs der Eurozone selbst bereits erkennbar. Wir wissen, dass die Struktur der Eurozone Divergenz und nicht Konvergenz fördert: Wenn Kapital und besonders fähige Arbeitnehmer die Krisenländer verlassen, nimmt deren Fähigkeit zur Rückzahlung ihrer Schulden ab. Die Folgen der nächsten Krise verstärken sich angesichts der Erkenntnis der Märkte, dass in der Struktur des Euros eine Abwärtsspirale angelegt ist, und eine nächste Krise ist unvermeidlich: Sie ist ein natürliches Merkmal des Kapitalismus.

EZB-Präsident Mario Draghis Schwindel – in Form seiner Erklärung aus dem Jahr 2012, dass die Währungshüter tun würden, „was immer nötig ist“, um den Euro zu erhalten –, hat bisher funktioniert. Doch das Wissen, dass der Euro keine verbindliche Verpflichtung zwischen seinen Mitgliedern darstellt, wird es sehr viel unwahrscheinlicher machen, dass es beim nächsten Mal wieder funktioniert. Die Anleiherenditen könnten in die Höhe schießen, und alle Zusicherungen der EZB und der europäischen Regierungen würden dann nicht ausreichen, um sie von ihrem stratosphärischen Niveau herunterzuholen – weil die Welt nun weiß, dass sie eben nicht tun werden, „was immer nötig ist“. Wie das Beispiel Griechenland gezeigt hat, werden sie nur das tun, was eine kurzsichtige Wahlkampfpolitik verlangt.

Die wichtigste Folge, so meine Befürchtung, ist die Abschwächung der europäischen Solidarität. Der Euro sollte sie stärken. Stattdessen hatte er die gegenteilige Wirkung.

Insbesondere angesichts der bereits derart deutlichen geopolitischen Instabilität liegt es nicht im europäischen (oder globalen) Interesse, ein Land an der europäischen Peripherie von seinen Nachbarn zu entfremden. Im benachbarten Nahen Osten herrscht Chaos; der Westen versucht, ein erneut aggressives Russland in die Schranken zu weisen; und China – schon jetzt die weltgrößte Quelle von Ersparnissen, das größte Handelsland und die größte Volkswirtschaft insgesamt (nach Kaufkraftparität) – ist dabei, den Westen mit neuen wirtschaftlichen und strategischen Realitäten zu konfrontieren. Dies ist nicht die Zeit für Uneinigkeit in Europa.

Als sie den Euro schufen, betrachteten sich Europas Regierungen als Visionäre. Sie dachten, dass sie über die kurzfristigen Anforderungen hinausblickten, mit denen politische Führer gewöhnlich überwiegend beschäftigt sind.

Unglücklicherweise reichte ihr wirtschaftliches Verständnis nicht annähernd an ihren Ehrgeiz heran, und die Politik des Augenblicks ließ die Schaffung eines institutionellen Rahmens, der es dem Euro vielleicht ermöglicht hätte, wie vorgesehen zu funktionieren, nicht zu. Obwohl die Gemeinschaftswährung nie dagewesenen Wohlstand bringen sollte, fällt es schwer, im Zeitraum vor der Krise einen wesentlichen positiven Effekt für die Eurozone als Ganze zu erkennen. In der Zeit danach waren die negativen Auswirkungen enorm.

Die Zukunft Europas und des Euros hängt nun davon ab, ob die politischen Führer der Eurozone ein Minimum an wirtschaftlichem Verständnis mit einem visionären Sinn und mit der Sorge für europäische Solidarität verbinden können. Wir dürften die Antwort auf diese existenzielle Frage ab den nächsten Wochen herausfinden.   Joseph E. Stiglitz  IPG 15

 

 

 

 

Euro-Gipfel soll am Montag Griechenland-Krise lösen

 

Nur eine Woche vor der möglichen Pleite Griechenlands sollen die Staats- und Regierungschefs der Euro-Zone den Schuldenstreit am Montag auf einem Sondergipfel lösen. EU-Ratspräsident Donald Tusk berief das Treffen auf höchster Ebene ein, nachdem Beratungen der Euro-Finanzminister in Luxemburg am Donnerstagabend kein Ergebnis brachten.

Die Zeit drängt: Insidern zufolge ist sich die Europäische Zentralbank (EZB) wegen des anhaltenden Abflusses von Kundengeldern nicht mehr sicher, ob die griechischen Banken am Montag noch öffnen können. Bundeskanzlerin Angela Merkel hält eine Einigung im Schuldenstreit mit Griechenland in letzter Minute für möglich, beharrt aber auf Reformzusagen aus Athen.

Eine solche Einigung ist nach Angaben von Eurogruppenchef Jeroen Dijsselbloem aber weiterhin nicht in Sicht. Die griechische Seite habe zu wenige Vorschläge für Maßnahmen auf den Tisch gelegt, die verlässlich und ernsthaft genug seien, sagte Dijsselbloem dem Treffen der Euro-Finanzminister in Luxemburg. IWF-Chefin Christine Lagarde betonte, dass die Gläubiger bereits vernünftige Angebote unterbreitet und dabei frühere Bedingungen abgemildert hätten. Derzeit gebe es zuwenig Dialog. "Das Drängendste ist, dass wir einen Dialog mit Erwachsenen im Raum wiederherstellen", fügte Lagarde hinzu. Sie hatte ebenso wie der griechische Finanzminister Yanis Varoufakis an der Sitzung teilgenommen. Varoufakis warnte, dass man sich gefährlich einer Gefühlslage annähere, die "einen Unfall hinnimmt". Er kritisierte, dass bei den Verhandlungen der Euro-Gruppe allein die griechische Seite zur Verantwortung gezogen werden sollte.

Bei der Sitzung fragte Dijsselbloem Insidern zufolge EZB-Ratsmiglied Benoit Coeure, ob die griechischen Banken am Freitag öffnen könnten. Coeure habe geantwortet: "Morgen ja. Montag - ich weiß es nicht." Wegen des ungelösten Schuldenstreits und der drohenden Staatspleite bringen immer mehr Griechen ihr Geld in Sicherheit. Bankenkreisen zufolge zogen die griechischen Kunden allein zwischen Montag und Mittwoch rund zwei Milliarden Euro von ihren Konten ab.

Griechenland droht am 30. Juni das Geld auszugehen, wenn das aktuelle Hilfsprogramm endet. Zu dem Zeitpunkt werden auch Zahlungen an den IWF in Höhe von 1,6 Milliarden Euro fällig. Laut Dijsselbloem ist es undenkbar, dass vor dem 30. Juni eine mögliche Vereinbarung mit Griechenland umgesetzt wird und eine Auszahlung an das Land erfolgt. Sollte es zu einer Vereinbarung kommen, müsste das aktuelle Hilfsprogramm verlängert werden, um Zeit für die Auszahlung zu gewinnen, sagte der Niederländer. Der Euro-Sondergipfel soll am Montag um 19.00 Uhr MESZ in Brüssel beginnen.

Im Bundestag hatte Merkel auf die Einhaltung des Prinzips Hilfe bei Gegenleistung gepocht. Griechenland sei bereits auf einem guten Weg gewesen, Reformen seien aber immer wieder verschleppt worden. Regierungschef Alexis Tsipras lehnte weitere Einschnitte in das Rentensystem jedoch strikt ab, das einen Großteil der Staatsfinanzen beansprucht. Die Regierung in Athen steht bei ihnen mit rund 240 Milliarden Euro in der Kreide. Allein Deutschland bürgt für gut 50 Milliarden Euro. Hinzu kommt der Anteil an der Absicherung der Hilfen der Europäischen Zentralbank (EZB) und des IWF. In seinem Jahresbericht merkte der Euro-Rettungsfonds ESM an, dass die griechischen Schulden tragfähig seien, da der Staat bis 2023 nur minimale Rückzahlungen leisten müsse.  Ea/rtr,  19

 

 

 

 

Drohende Staatspleite. Oettinger warnt vor "Notstandsgebiet" Griechenland

 

Für den Fall eines Scheiterns der Verhandlungen zwischen Athen und den Geldgebern hat EU-Kommissar Günther Oettinger ein Schreckensszenario gemalt. Wenn sich die griechische Regierung bei der Forderung der internationalen Gläubiger nach weiteren Rentenkürzungen nicht bewege und in die Staatspleite rutsche, drohe das Land am 1. Juli ein "Notstandsgebiet" zu werden, warnte Oettinger in Berlin.

Griechenland werde im Falle der Pleite mit erheblichen Probleme bei den Pflichtaufgaben Energieversorgung, innere Sicherheit und Gesundheit zu kämpfen haben. Daher forderte der ehemalige Ministerpräsident von Baden-Württemberg, parallel zu den Verhandlungen auch einen Notfallplan zu erarbeiten.

Der heute für Digitales zuständige EU-Kommissar betonte aber: "Im Vordergrund bleibt unser Angebot, Griechenland in der Eurozone zu halten." Der europäische Steuerzahler könne aber nicht die griechischen Renten bezahlen. Griechenlands Regierungschef Alexis Tsipras hatte das Beharren auf weitere Kürzungen der Renten zuvor erneut kritisiert. Hinter der Forderung könne man nur politische Absichten erkennen. Aufgrund der Unvereinbarkeit der Positionen waren die Gespräche am Sonntag abgebrochen werden.

Nachdem Tsipras daraufhin angekündigt hatte, jetzt geduldig auf "realistischere Forderungen" der Institutionen warten zu wollen, scheint die griechische Regierung jetzt doch zu Zugeständnissen bereit. Sie habe die Vorgabe der Gläubiger akzeptiert, in diesem Jahr einen Primärüberschuss von einem Prozent zu erreichen. Das hatte eine Sprecherin der EU-Kommission mitgeteilt. Der Primärüberschuss ist der Überschuss des Haushalts, in dem Tilgungen und Zinsen für Schulden nicht mit eingerechnet werden.

Bislang hatte Athen auf einem Primärüberschuss-Ziel von 0,75 Prozent beharrt, was dem Land geringere Einsparungen abverlangen würde.

Auch andere deutsche Politiker meldeten sich zum Thema Griechenland zu Wort und kritisierten die Haltung Griechenlands.

CDU-Vize Volker Bouffier sagte: "Wir dürfen uns auch nicht zum Affen machen." Die Regierungsparteien in Athen, die seiner Ansicht nach mit NPD und Linken in Deutschland zu vergleichen seien, hätten den Wählern unrealistische Versprechen gemacht. "Das ist schlimm für die griechische Bevölkerung, aber es kann nicht sein, dass die europäische Bevölkerung (...) für völlig verrückte Dinge bezahlt."

Auch die stellvertretende CDU-Vorsitzende Julia Klöckner sagte: "Solidarität ja, aber wir sind nicht blöd." Kreditgeber könnten nicht auf Dauer zahlen, ohne dass die Kreditnehmer Reformen einleiteten. "Irgendwann wird es ein Ende geben müssen, wenn Griechenland sich nicht bewegt. (...) Ich glaube, Griechenland pokert zu hoch." Dpa/to 15

 

 

 

 

Rom und Paris streiten wegen gestrandeter Flüchtlinge

 

Der Umgang mit Flüchtlingen in Europa sorgt weiter für erhitzte Gemüter. Frankreich und Italien stritten am Montag über an der Grenze zwischen beiden Ländern gestrandete Flüchtlinge. Der italienische Innenminister Angelino Alfano nannte das französische Vorgehen einen "Schlag ins Gesicht Europas".

Über die Flüchtlings-Verteilung will Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) am Dienstag mit Vertretern der EU-Kommission, Frankreichs und Italiens beraten.

An der Grenze zwischen Italien und Frankreich sitzen etwa 200 Flüchtlinge fest. Die aus Afrika stammenden Flüchtlinge hatten sich nach Angaben des Roten Kreuzes seit Donnerstag an dem Grenzübergang zwischen Ventimiglia und Menton aufgehalten. Französische Gendarmen sagten, sie hätten Anweisungen, die Migranten nicht über die Grenze zu lassen. Normalerweise gibt es im Schengenraum keine Grenzkontrollen. Wegen des G7-Gipfels im bayerischen Elmau waren aber wieder vorübergehend Kontrollen eingeführt worden. Dutzende der Flüchtlinge wollen weiter für eine Einreise nach Frankreich kämpfen.

Italiens Innenminister Alfano sah in dem Fall eine Bestätigung der italienischen Forderung nach einer Aufnahme von mehr Flüchtlingen in anderen europäischen Ländern. "Das ist der Beweis, dass sie nicht in Italien bleiben wollen", sagte Alfano am Montag im öffentlich-rechtlichen Fernsehsender Rai3. "Sie wollen nach Europa und betrachten unser Land als Transitland."

Der französische Innenminister Bernard Cazeneuve forderte dagegen, dass die europäischen Regelungen respektiert werden müssten. Einmal in Italien registrierte Flüchtlinge müssten dort wieder aufgenommen werden, sagte er den Sendern BFMTV und RMC. "Sie haben die Grenze nicht zu überschreiten und sie müssen von Italien aufgenommen werden."

Italiens Regierungschef Matteo Renzi warf Cazeneuve daraufhin vor, mit seinem Vorgehen verstoße der Innenminister gegen den Grundsatz, dass "die Europäer sich gemeinsam um das Problem der Einwanderer kümmern müssen".

Bereits am Sonntag hatte Renzi mehr Solidarität von den EU-Mitgliedstaaten bei der Aufnahme von Flüchtlingen verlangt. Sollte Italien nicht mehr Unterstützung erhalten, "haben wir einen Plan B vorbereitet, unter dem in erster Linie Europa zu leiden hätte", warnte er in der Zeitung "Corriere della Sera", ohne Details zu nennen.

Nach Angaben von italienischen Medien könnte damit gemeint sein, befristete Aufenthaltsgenehmigungen an Flüchtlinge auszugeben, was ihnen dann erlauben würde, in andere europäische Länder zu reisen. Italien könnte demnach auch die Schiffe anderer Länder im Mittelmeer, die dort Flüchtlinge retten, nicht mehr in italienischen Häfen anlegen lassen.

Renzi sagte indes am Montag, "Plan B" bedeute, dass Italien "alles allein macht". "Das wäre keine Niederlage für Italien, sondern für Europa." Eine Sprecherin der EU-Kommission forderte eine schnelle Entscheidung zu den Plänen, 40.000 Flüchtlinge aus den Hauptankunftsländern Italien und Griechenland über Quoten auf andere EU-Länder zu verteilen.

Der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge, Zeid Ra'ad Al Hussein, rief die EU derweil dazu auf, deutlich mehr Flüchtlinge aufzunehmen. Europa habe die Kapazität, eine Million Flüchtlinge unterzubringen, sagte er in Genf. Die Menschenrechtsorganisation Amnesty International kritisierte derweil, die internationale Gemeinschaft habe bei der Flüchtlingskrise "auf beschämende Weise versagt".  EA 16

 

 

 

 

Streit um US-Freihandelsabkommen: Obama will die zweite Chance

 

Nach der Abstimmungsniederlage von US-Präsident Barack Obama geht das Ringen um das Freihandelsabkommen mit dem Pazifik-Raum (TTP) in die zweite Runde. Doch der Widerstand aus den eigenen Reihen ist weiter groß. Das Ergebnis der kommenden Abstimmung ist wegweisend – auch für das umstrittene TTIP-Freihandelsabkommen mit der EU.

US-Präsident Barack Obama hat die Abgeordneten im Repräsentantenhaus am Wochenende aufgefordert, seiner Handelspolitik eine zweite Chance zu geben. Er pries die Trans-Pacific Partnership (TTP) als zukunftsweisend und versprach ausreichenden Schutz für amerikanische Arbeitnehmer. Doch die Furcht vor dem Verlust von Jobs in den USA ist groß und löst gerade unter Obamas Demokraten Widerstand gegen TTP aus.

Für Obama ist die Vereinbarung mit Pazifikanrainern wie Japan eines der wichtigsten wirtschaftspolitischen Projekte seiner verbleibenden 18 Monate im Amt. Doch nicht nur deshalb war die Schlappe im Repräsentantenhaus für ihn besonders schmerzhaft. Schließlich war es ein Schulterschluss von Republikanern mit Abgeordneten aus Obamas demokratischem Lager, der das Gesetz vorerst stoppte. Dabei votierten die beiden rivalisierenden Lager aus zum Teil unterschiedlichen Gründen heraus gemeinsam gegen das aus zwei Teilen bestehende Gesetz.

Das Repräsentantenhaus votierte dank der großen Unterstützung in den Reihen der oppositionellen Republikaner zwar knapp für die sogenannte Trade Promotion Authority (TPA). Kurz zuvor hatte aber eine breite Mehrheit von Demokraten und Republikanern gegen ein Hilfsprogramm für US-Arbeitnehmer gestimmt, die von Jobverlagerungen ins Ausland betroffen sind. Weil beide Maßnahmen miteinander verknüpft sind, hängt das TPA-Gesetz nun im Repräsentantenhaus fest. Vielen Kritikern - vor allem unter Obamas Demokraten - gingen die Maßnahmen nicht weit genug. Nicht wenige Republikaner sehen dagegen solche arbeitsmarktpolitischen Maßnahmen grundsätzlich kritisch.

Das Weiße Haus und die Führung der Republikaner im Kongress treten in seltener Einigkeit für mehr Freihandel ein. Insbesondere im linken Flügel der Demokraten stoßen die Pläne aber auf Ablehnung. Kritiker befürchten, dass in den USA angesiedelte Jobs in Länder mit niedrigen Löhnen verlagert werden. Außerdem treibt einige Abgeordnete die Sorge um, die Unterstützung der Gewerkschaften für ihre Wiederwahl zu verlieren.

Obama hatte sich zwar am Freitagmorgen mit demokratischen Abgeordneten getroffen, um sie von seiner Freihandelsagenda zu überzeugen. Doch die Worte des Präsidenten, der in weniger als zwei Jahren aus dem Amt scheidet, hatten offenbar nicht genug Gewicht. Sogar die demokratische Fraktionsvorsitzende Nancy Pelosi gab ihre Ablehnung zu Protokoll. "Was auch immer das Abkommen mit anderen Ländern angeht, wir wollen einen besseren Deal für die amerikanischen Arbeiter."

Das Gesetz würde es Obama ermöglichen, Freihandelsabkommen ohne Querschüsse aus dem Kongress auszuhandeln und dem Parlament zu einer einfachen Abstimmung vorzulegen. Einzelne Abgeordnete könnten das Vertragswerk dann nicht mehr mit Anträgen nachträglich ändern oder mit Verfahrenstricks aufhalten.

Neue Abstimmung schon Dienstag möglich

Schon am Dienstag könnte jedoch erneut abgestimmt werden, hieß es im Lager der Republikaner. Bis dahin müsse Obama widerspenstige Demokraten mit ins Boot holen. Der Präsident betonte, er werde TTP nicht aufgeben. Es sei vor allem im Sinne von Arbeitnehmern – und Arbeitgebern. Nur mit ausgehandelten Freihandelsabkommen könnten US-Unternehmen "in Amerika gefertigte Waren in den Rest der Welt verkaufen".

Obamas Sprecher Josh Earnest wertete die Abstimmung als "weiteres Missgeschick" im Gesetzgebungsverfahren und zeigte sich zuversichtlich, dass am Ende eine Mehrheit stehen werde.

Wie auch beim geplanten Freihandelsabkommen zwischen der EU und den USA führen Befürworter des Pazifik-Pakts die Hoffnung auf Konjunktur- und Beschäftigungsimpulse an, Kritiker warnen dagegen vor Stellenabbau in den USA.

In der EU fürchten Gegner des Transatlantischen Bündnisses TTIP ebenfalls den Verlust von Arbeitsplätzen sowie von Souveränität in der Gesetzgebung. Bei TTIP lösen zudem nicht zuletzt auch Zweifel an Standards im Verbraucher- und Umweltschutz Widerstand aus.

Das Hauptaugenmerk Washingtons liegt derzeit jedoch auf den Gesprächen über das Pazifik-Abkommen, die deutlich weiter fortgeschritten sind als die TTIP-Verhandlungen. Der geplanten Pazifik-Freihandelszone sollen neben den USA elf Länder angehören: Australien, Brunei, Chile, Japan, Kanada, Malaysia, Mexiko, Neuseeland, Peru, Singapur und Vietnam. Obamas Regierung hofft auf einen Abschluss bis Jahresende. EurActiv 15

 

 

 

 

Asylrecht. Wer nicht ertrinkt, wird eingesperrt

 

Derzeit wird über ein neues Asyl-Gesetz debattiert. Der Entwurf sieht einige Verbesserungen für Asylbewerber vor. Den positiven Regelungen stehen aber gravierende Einschnitte gegenüber. Von Rejane Herwig.

 

Erleichterungen bei der Bleiberechtsregelung für Geduldete, spezielle Regelungen für Jugendliche Geflüchtete, leichtere Anerkennung von Abschlüssen und ein schnellerer Zugang zum Arbeitsmarkt. Diese Punkte gehören zu den positiven Teilen des gerade im Bundestag verhandelten “Gesetzes zur Neubestimmung des Bleiberechts und der Aufenthaltsbeendigung”.

Diesen positiven Regelungen stehen gravierende Einschnitte gegenüber. Es hätte wohl auch niemand erwartet, dass die Union so vielen positiven Regelungen zustimmen würde ohne einen horrenden Preis dafür zu verlangen. Nicht nur an den Außengrenzen Europas, sondern auch an denen Deutschlands werden die Mauern fleißig weiter hochgezogen. Direkt vor unserer Nase wird die Diskriminierung Schutzsuchender vom Westbalkan rechtlich zementiert, es wird ein Flüchtlingsinhaftierungsprogramm beschlossen.

Bereits im Herbst 2014 wurde mit der Einstufung von Serbien, Bosnien-Herzegowina und Mazedonien als sogenannte “sichere Herkunftsländer” ein weiterer Schritt zur Entrechtung von Geflüchteten getan. Schutzsuchende aus diesen Ländern können ohne Überprüfung, pauschal abgeschoben werden. Denkt man das neue Gesetz und seine Auswirkungen zu Ende, ist es an Perfidität kaum zu übertreffen.

Niemand kann abstreiten, dass Roma in diesen Ländern sehr stark diskriminiert werden; sie werden an Orten ghettoisiert, wo es teilweise kein Wasser gibt, wo es keine Elektrizität gibt, sie werden verfolgt und bedroht. Fliehen sie von dort und kommen nach Deutschland werden sie pauschal abgelehnt. Mit dem neuen Gesetz soll für sie eine sofortige Wiedereinreisesperren verhängt werden. Dies bedeutet nicht nur, dass sie nicht mehr nach Deutschland einreisen können, sondern vielmehr, dass sie auf Grund des Schengenabkommens nicht mehr in die Europäische Union einreisen können.

Ein Blick auf die Landkarte zeigt, dass diese Länder hauptsächlich von europäischen Staaten umgeben sind. Kroatien, Ungarn, Rumänien, Bulgarien, Griechenland auf der einen, Montenegro und Albanien und die Seegrenzen zur EU auf der anderen Seite. Wer also über diese pauschale Regelung in Deutschland abgelehnt wurde kann diese kleine Region weder auf dem Land- noch auf dem Seeweg verlassen. In eben dieser Region, aus der sie wegen starker Diskriminierung flohen, sind sie dann faktisch gefangen.

Für alle anderen die in Deutschland Schutz suchen, beinhaltet dieses Gesetz eine massive Ausweitung von Haftgründen. „Wer nicht ertrinkt, wird eingesperrt!“ lautet der Titel der Kampagne des Bündnis Asylrechtsverschärfung-stoppen.

Personen, deren Asylanträge abgelehnt wurden, was nicht generell wegen einer grundlosen Flucht passiert, sondern weil diese nicht als Asylgründe anerkannt sind, können in Zukunft noch leichter inhaftiert werden. Selbiges gilt auch für jene, die wegen der EU weiten Dublin-Regelung in die Zuständigkeit eines anderer Staates fallen. Obwohl die Inhaftierung von Geflüchteten grundlegend der Genfer Flüchtlingskonvention widerspricht, ist sie bereits gängige Praxis, soll nun aber noch ausgeweitet werden.

Auch Asylbewerber, die “erhebliche Geldbeträge” für ihre Flucht aufwanden, sogenannte “Schlepper” bezahlten um in einer Nussschale das Mittelmeer zu überqueren, müssen zukünftig mit Gefängnis rechnen. Darüber hinaus bietet die Vernichtung von Identitätspapieren, genauso wie die Verschleierung von Fluchtwegen und die Unstimmigkeit von Angaben eine Grundlage für Inhaftierungen. Laut Gesetzgeber alles Anhaltspunkte für “Fluchtgefahr” – zynischer hätte man es kaum formulieren können. Denn mit dieser Regelung können praktisch alle Flüchtlinge eingesperrt werden. Das ist ein massiver Einschnitt in das, was vom Asylrecht nach zwei vorangegangenen Asylkompromissen noch übrig geblieben ist.

Bleibt zu hoffen, dass die Abgeordneten der Asylrechtsverschärfung ein klares “Nein” entgegenstellen. MiG 19

 

 

 

 

Berlin und Paris warnen vor Ende der Freizügigkeit in Europa

 

Der Streit um Quoten für Flüchtlinge hält an: Die EU-Innenminister haben sich nicht auf ein verpflichtendes Verteilungssystem auf alle Mitgliedsstaaten einigen können. Nun warnen Deutschland und Frankreich vor einem Ende des freien Schengen-Verkehrs. Österreich will derweil die EU-Grentschutzagentur Frontex mit einem eigenen Mandat für Abschiebungen ausstatten.

Europa bleibt in der Flüchtlingsfrage gespalten: Die EU-Innenminister haben sich am Dienstag nicht auf eine Verteilung von Migranten auf alle EU-Staaten einigen können. Bundesinnenminister Thomas de Maizière sah aber Bewegung in den verhärteten Fronten. Der Streit wird auch den EU-Gipfel kommende Woche beschäftigen.

Die EU-Innenminister berieten über den Vorschlag der EU-Kommission, 40.000 Flüchtlinge aus den Mittelmeerländern Italien und Griechenland über Quoten auf andere EU-Staaten zu verteilen. Auch wenn noch keine Entscheidung dazu fiel, gilt die Durchsetzung verpflichtender Quoten inzwischen als aussichtslos, weil das bei einer Reihe von Ländern aus Mittel- und Osteuropa auf Widerstand stößt.

"Es gibt noch kein Ergebnis", sagte de Maizière, "aber es gibt die gemeinsame Überzeugung, dass wir sehr bald eine gemeinsame Lösung brauchen". Er habe von den skeptischen Staaten aus Mittel- und Osteuropa "zum ersten Mal sehr konstruktive Beiträge gehört". "Sie gehen dahin, dass diese Staaten sich durchaus vorstellen können, sich zu beteiligen, aber auf freiwilliger Basis."

EU-Innenkommissar Dimitris Avramopoulos verteidigte seinen Vorschlag verpflichtender Quoten. Die Vergangenheit habe gezeigt, dass dies freiwillig "nicht funktioniert". Er hoffe nun, dass der EU-Gipfel Fortschritte bringe und sei "sehr optimistisch, dass wir eine endgültige Einigung vor Ende Juli haben werden".

De Maizière und sein französischer Kollege Bernard Cazeneuve warnten bei dem Treffen vor einem Ende der über das Schengenabkommen garantierte Freizügigkeit in Europa. Er wolle "keine systematischen Grenzkontrollen wieder einführen", sagte de Maizière. Wenn aber Länder ihre Verpflichtungen aus dem europäischen Asylrecht nicht erfüllten, könne dies zum "Ende von freiem Verkehr in Europa" führen. "Jeder muss sich der Gefahr bewusst sein."

Nach den Schengenregeln darf es keine systematischen Grenzkontrollen geben. Die EU-Asylregeln sehen gleichzeitig vor, dass Flüchtlinge dort ihren Asylantrag stellen müssen, wo sie zuerst europäischen Boden betreten. Italien wird immer wieder vorgeworfen, die ankommenden Bootsflüchtlinge nicht zu registrieren und so ihre Weiterreise in andere europäische Länder zu ermöglichen. Deutschland und Frankreich sind dabei unter den Hauptzielländern.

Paris und Rom hatten sich in den vergangenen Tagen einen Schlagabtausch geliefert, nachdem etwa 200 Flüchtlinge von Italien aus nicht über die Grenze nach Frankreich reisen durften. Der italienische Innenminister Angelino Alfano sagte in Luxemburg, der Vorfall sei "ein Schlag ins Gesicht Europas".

"Hot Spots" sollen in Italien über Flüchtlinge entscheiden

Überraschend nahm Alfano dann an einer Pressekonferenz mit de Maizière und Cazeneuve teil. Italien sagte grundsätzlich zu, Flüchtlinge an sogenannten Hotspots zu registrieren und Wirtschaftsflüchtlinge abzuschieben. Cazeneuve sagte, diese müssten "umgehend" in ihre Heimat zurückgebracht werden. Offene Fragen sollen nun geklärt werden. Italien will insbesondere Unterstützung bei den kostspieligen Abschiebeflügen, etwa durch die EU-Grenzagentur Frontex.

Auch Österreich sprach sich für eine schnelle Abschiebung von Wirtschaftsflüchtlingen aus. Innenministerin Johanna Mikl-Leitner sagte, notwendig sei eine Ausweitung des Frontex-Mandats. "In Zukunft soll Frontex derartige Rückführungen auch selbst initiieren können." Abschiebungen sind bisher nationale Angelegenheit. Frontex koordiniert und finanziert zwar gemeinsame Rückführungen der EU-Mitgliedstaaten, leitet diese aber nicht selbst ein.

Nach Angaben des lettischen Innenministers Rihards Kozlovskis, dessen Land die EU-Ratspräsidentschaft innehat, wurde über das Abschiebungsthema alleine zwei Stunden lang diskutiert. EA 17

 

 

 

 

Staatenbericht. Wenn die Vereinten Nationen von Rassismus sprechen – und Deutschland nicht

 

Im Mai wurde die Anti-Rassismus-Politik Deutschlands durch die internationale Gemeinschaft umfassend beleuchtet. Die Bundesregierung hatte dem Anti-Rassismus-Ausschuss der Vereinten Nationen in Genf ihren turnusgemäßen Staatenbericht zur Umsetzung des internationalen Übereinkommens gegen rassistische Diskriminierung vorgelegt. Obwohl der Ausschuss diesbezüglich auf akute gesellschaftliche Problemlagen hingewiesen hat, fristet das Übereinkommen auch fast ein halbes Jahrhundert nach dessen Unterzeichnung in Deutschland ein Schattendasein. Was hat das Schweigen über die Anti-Rassismus-Konvention hierzulande mit dem allgemeinen gesellschaftlichen Schweigen über Rassismus zu tun? Ein Kommentar. Von Ellen Kollender

 

Der Anti-Rassismus-Ausschuss der Vereinten Nationen tauchte erstmals im Frühjahr 2013 prominent in den deutschen Medien auf. Der Türkische Bund hatte beim Ausschuss Beschwerde eingereicht, nachdem sich Thilo Sarrazin in einem Interview in der Kulturzeitung “Lettre International” verächtlich über Menschen mit türkischem und arabischem Migrationshintergrund geäußert hatte. Die Berliner Staatsanwaltschaft hatte das Verfahren gegen den ehemaligen SPD-Finanzsenator zuvor eingestellt, da sie seine Worte als freie Meinungsäußerung wertete. Der UN-Ausschuss sah dies anders. Er ließ keinen Zweifel daran, dass die Aussagen Sarrazins rassistisch waren. Die Ausübung des Rechts auf freie Meinungsäußerung habe Grenzen, hieß es. Zu diesen Grenzen gehöre insbesondere die Verbreitung rassistischen Gedankenguts.

Dass Staat und Behörden sich in Deutschland schwer damit tun, Tatbestände als rassistisch einzuordnen, ist spätestens seit der Aufdeckung der rechtsextremistisch motivierten Mordserie des “Nationalsozialistischen Untergrundes” (NSU) einer breiten Öffentlichkeit bekannt. Auch darüber hinaus sind viele Betroffene von rassistischer Gewalt und Anfeindungen mit dem Nichteinschreiten deutscher Institutionen tagtäglich konfrontiert. So mahnt der UN-Ausschuss in seinem aktuellen Bericht die Verankerung eines effektiven Rechtsschutzes gegen rassistische Hassreden wiederholt deutlich an.

Internationales Übereinkommen zur Beseitigung jeder Form von Rassendiskriminierung Deutschland ist einer von 177 Staaten, die das Übereinkom- men seit dessen Inkrafttreten 1969 unterzeichnet haben. Dieses verbietet staatliche Diskriminierung und verpflichtet die Vertragsstaaten zur Bekämpfung rassistischer Hassreden sowie der Diskrimi- nierung von Einzelpersonen. In regelmäßigen Abständen müssen die Staaten einen Bericht zur Durchführung des Übereinkommens dem Anti-Rassismus-Ausschuss (CERD) der Vereinten Nationen vorlegen, der anschließend Empfehlungen an die Staaten ausspricht. Zivilgesellschaft- liche Organisationen können eigene Informationen in das Prüfverfahren einbringen. Im diesjährigen Verfahren reichten sieben Organisationen und Initiativen entsprechende Berichte ein. Der UN-Aus- schuss ist darüber hinaus für Individualbeschwerdeverfahren zuständig, bei denen Einzel- personen oder Gruppen Beschwerde aufgrund rassistischer Diskriminierung einlegen können, wenn im Vertragsstaat bereits alle rechtlichen Möglichkeiten ausgeschöpft wurden. Die Entscheidungen des Ausschusses sind völker- rechtlich verpflichtend, jedoch nicht rechtlich bindend und sehen dementsprechend keine Sanktionsmöglichkeiten vor.

Wie kommt es zu der unterschiedlichen Auslegung aktueller Phänomene in Bezug auf Rassismus? Eine Antwort liegt im diffusen und verkürzten Rassismusverständnis, das in Deutschland vorherrscht. Dass der Begriff hierzulande vielfach gemieden wird, liegt unter anderem daran, dass mit Rassismus vor allem die Verbrechen des Nationalsozialismus assoziiert werden. Auf gegenwärtige Zustände angewendet erscheint der Begriff daher häufig als unpassend und emotional zu aufgeladen. Stattdessen werden Ausdrücke wie Xenophobie, Fremden- oder Ausländerfeindlichkeit verwendet. Diese Bezeichnungen sind jedoch aus mehreren Gründen problematisch: “Ausländerfeindlichkeit” blendet aus, dass sich die “Feindlichkeit” nicht nur gegen “Ausländer” richtet, sondern auch gegen bestimmte “Inländer” beziehungsweise deutsche Staatsbürger, denen aufgrund ihres Aussehens ein Migrationshintergrund zugeschrieben wird. Mit dem Begriff “Fremdenfeindlichkeit” wird den Betroffenen unterstellt, sie seien “Fremde”. Sie werden mit dieser Bezeichnung als “Andere” einem gesellschaftlichen “Wir” gegenübergestellt. Ihre vermeintliche Andersheit erscheint dann als quasi natürliche Ursache beziehungsweise Voraussetzung von Feindlichkeit, die darüber zugleich als ein primär individuelles Einstellungsproblem verharmlost wird. Strukturelle, gesellschaftliche und historische Zusammenhänge als Nährboden von Rassismus bleiben bei diesen Begriffsdefinitionen außen vor.

Sicher tut Deutschland gut daran – auch aufgrund seiner besonderen Historie des Rassismus, die sich nicht nur aus dem Nationalsozialismus, sondern auch aus dem Kolonialismus speist – einen sensiblen Umgang mit dem Begriff der “Rassendiskriminierung”, wie es bei den Vereinten Nationen in der deutschen Übersetzung heißt, zu suchen. Schließlich suggeriert der Begriff eine Diskriminierung aufgrund von “Rasse”, die es aber bekanntlich nicht gibt. “Rassismus schafft Rasse und nicht umgekehrt”, heißt es im Staatenbericht. Diese Überzeugung ist eine genauso wichtige Erkenntnis wie die darin verankerte Betonung der Bundesregierung, dass sie “Theorien, mit denen versucht wird, die Existenz verschiedener menschlicher Rassen zu belegen, ausdrücklich zurückweist”.

Allerdings reicht eine Kritik am Begriff der “Rasse” nicht aus, um komplexe gesellschaftliche Verhältnisse angemessen zu analysieren und zu bewerten. Hierzu braucht es, wie vom Anti-Rassismus-Ausschuss gefordert, eine gesellschaftlich wie institutionell geteilte Definition von Rassismus. Diese muss gerade auch gegenwärtigen Argumentationen gerecht werden, die meist ohne den Verweis auf “Rassen” respektive biologische Merkmale auskommen und stattdessen auf Differenzannahmen aufgrund von Merkmalen wie “Religion” oder “Kultur” basieren. Diese Merkmale werden in der Diskussion jedoch häufig gleichsam als undurchlässig und quasi-natürlich konstruiert und schließlich als Legitimationen gesellschaftlicher Dominanz- und Ungleichheitsverhältnisse herangezogen. Eine solch “weite” Rassismusdefinition, die seit einigen Jahren unter der Bezeichnung des “Neo- oder Kultur-Rassismus” Eingang in die Forschung gefunden hat, sensibilisiert dafür, dass rassistische Argumentationsmuster heute versteckter auftreten und sich so Ausdruck und Akzeptanz in der Mitte der Gesellschaft verschaffen.

Zur Rassismus-Auffassung des UN-Ausschusses gehört auch, dass sie Rassismus nicht als individuelle Eigenschaft verbucht, sondern als gesamtgesellschaftlichen Diskurs, der sich auch durch die staatlichen Institutionen zieht. Die kritischen Fragen des UN-Ausschusses, denen sich die Bundesregierung stellen musste, zielten deshalb vor allem auf Aspekte eines institutionell verankerten Rassismus in Deutschland ab: Warum sind rassistische institutionelle Praktiken wie polizeiliche Personenkontrollen nach äußerlichen Merkmalen, sogenanntes “Racial Profiling”, in Deutschland noch immer präsent? Warum deckt das Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz Diskriminierung durch öffentliche Behörden nur unzureichend ab? Wie kommt es, dass die Anti-Rassismus-Konvention in der deutschen Rechtspraxis so gut wie keine Rolle spielt?

Auch zivilgesellschaftliche Organisationen wie das Deutsche Institut für Menschenrechte merken an: Gesetzliche Änderungen, nach denen rassistische oder sonstige menschenverachtende Motive bei der Strafzumessung künftig stärker berücksichtigt werden sollen, können nur Wirkung entfalten, wenn sie “von polizeilichen und staatsanwaltschaftlichen Dienstvorschriften und Richtlinien sowie durch gezielte Fortbildungen von Polizei und Justiz flankiert werden”. Dass dies noch nicht der Fall ist, darauf weist der Anti-Rassismus-Ausschuss der UN in seinem Abschlussbericht ausdrücklich hin. Damit gelingt ihm eine wichtige Perspektiverweiterung auf gegenwärtige Formen von Rassismus. Er sensibilisiert zugleich für dessen indirekte wie institutionelle Erscheinungsformen außerhalb des rechtsextremistischen Rands und fordert Staat und Gesellschaft auf, auch in Deutschland künftig deutlicher über Rassismus zu sprechen. MiG 18

 

 

 

 

 

„Gewalt fängt nicht erst beim Schlagen an“

 

Berlin - Welttag gegen Misshandlungen alter Menschen: Zentrum für Qualität in der Pflege (ZQP) veröffentlicht Themenreport „Gewaltprävention in der Pflege“

Auf das Problem der Gewalt im Verborgenen wird heute am Welttag gegen Diskriminierung und Misshandlung alter Menschen in bundesweiten Veranstaltungen aufmerksam gemacht. Auch in der Pflege sind gewalttätige oder aggressive Handlungen keine Seltenheit, wie der aktuelle ZQP-Themenreport „Gewaltprävention in der Pflege“ verdeutlicht. In einer dem Report zugrunde liegenden repräsentativen Umfrage gab ein Drittel der Befragten mit Pflegeerfahrung an, sich schon mindestens einmal unangemessen gegenüber einem Pflegebedürftigen verhalten zu haben. Der Untersuchung zufolge fehlt es vor allem an gesellschaftlichem Problembewusstsein: Danach gefragt, in welchen Bereichen dringender Verbesserungsbedarf bei der Versorgung pflegebedürftiger Menschen besteht, nannten nur 18 Prozent der Bundesbürger den Schutz vor Gewalt und Aggression. Gegenüber der besonders gefährdeten Gruppe der Demenzkranken hielten es sogar nur zehn Prozent der Befragten für notwendig, Gewalt aktiv vorzubeugen.

„Gewalt fängt nicht erst beim Schlagen an. Misshandlung alter und pflegebedürftiger Menschen kann viele Gesichter haben“, erklärt Dr. Ralf Suhr, Vorstandsvorsitzender der Stiftung Zentrum für Qualität in der Pflege (ZQP). Dazu gehörten neben körperlicher Gewalt oder verbal aggressivem Verhalten ebenso die Missachtung der Intimsphäre, finanzielle Ausbeutungen, Einschränkungen der Entscheidungs- und Bewegungsfreiheit aber vor allem auch Vernachlässigungen. „Um dem komplexen Phänomen gerecht zu werden, bedarf es zuallererst einer umfassenden und differenzierten Aufklärung. Viele Krisenfälle könnten vermieden werden, wenn die Beteiligten das notwendige Wissen hätten“, so Suhr.

Vor diesem Hintergrund ist der neue Themenreport auch ein Praxishandbuch, das maßgeblich zur Vermeidung von Gewalt in der Pflege beitragen kann. Denn die Schrift bietet neben aktuellen Forschungsergebnissen auch praxisnahe Handlungsempfehlungen zum Umgang mit problematischen Pflegesituationen sowie Hinweise zu konkreten Unterstützungs- und Entlastungsangeboten. Ein besonderer Schwerpunkt liegt hierbei auf freiheitsentziehenden Maßnahmen. Mit der Freiheitsbeschränkung eines pflegebedürftigen Menschen erfolgt ein massiver Eingriff in seine persönlichen Rechte, der in den allermeisten Fällen vermeidbar wäre. Im ZQP-Report werden häufige Ursachen, aber auch alternative Lösungen zu freiheitsentziehenden Maßnahmen aufgezeigt.

Zudem berichten Experten aus Wissenschaft und Praxis über typische Erscheinungsformen problematischen Verhaltens und zeigen Wege auf, wie sich Gewaltpotenziale im Pflegealltag reduzieren lassen. Die Schrift richtet sich an alle Beteiligten in der Pflege ? professionelle Fachkräfte, pflegende Angehörige aber auch pflegebedürftige Menschen. Gefördert wurde der Themenreport durch das Bundesfamilienministerium (BMFSFJ).

Die Stiftung leistet durch ihre Forschungsarbeit vielfältige Beiträge zur Gewaltprävention in der Pflege. Neben der Publikation von Fachinformationen führt sie gezielt Aufklärungs- und Schulungsveranstaltungen durch. Für Rat- und Hilfesuchende hat das ZQP darüber hinaus ein umfassendes Internetportal zur Gewaltprävention in der Pflege entwickelt, das spezielle Informationen für den akuten Notfall bereithält (www.pflege-gewalt.de). Ga 15

 

 

 

 

 

Aydan Özoguz: Flüchtlinge müssen unsere Unterstützung bekommen

 

 Anlässlich des Internationalen Weltflüchtlingstag am 20. Juni 2015 erklärt die stellvertretende SPD-Vorsitzende Aydan Özoguz:

 

Wer aus seiner Heimat vor Krieg, Bürgerkrieg und Verfolgung flieht, muss Schutz bei uns finden und unsere Unterstützung bekommen. Die Vereinten Nationen haben den 20. Juni zum internationalen Gedenktag für Flüchtlinge ausgerufen. Weltweit sind aktuell fast 60 Millionen Menschen auf der Flucht. Innerhalb des letzten Jahres ist ihre Zahl so hoch gestiegen wie niemals zuvor.

 

Ein Teil von ihnen sucht auch in Europa Schutz und Zuflucht. Umso empörender ist es, dass jetzt auch noch die ungarische Regierung einen vier Meter hohen Zaun an der Grenze zu Serbien errichten will, um Flüchtlinge abzuwehren. Ausgerechnet Ungarn, das als erstes Land vor 25 Jahren den Eisernen Vorhang geöffnet hatte. Das ist nicht das solidarische und menschliche Europa, für das wir stehen!

 

Die schweren Flüchtlingsunglücke im Mittelmeer haben uns doch vielmehr auf tragische Weise klar gemacht, dass wir endlich ein Umdenken in der europäischen Flüchtlingspolitik brauchen. Dublin ist gescheitert. An seine Stelle muss jetzt ein neues dynamisches europäisches Aufnahmekonzept treten mit humanen Bedingungen und fairen Anerkennungsverfahren in allen EU-Ländern - und keine neuen Zäune.

 

Deutschland ist hier gefordert, aber nicht überfordert, wenn Bund, Länder und Kommunen gemeinsam handeln. Die Verdopplung der finanziellen Hilfen des Bundes ist ein wichtiger Schritt. Wenn wir es ernst meinen mit den Menschen, die zu uns kommen, dann brauchen wir eine reguläre Gesundheitsversorgung für Asylbewerber und verlässliche und dauerhafte Möglichkeiten eine Ausbildung zu absolvieren.

 

Hunger und extreme Armut, Krieg und Vertreibung sind die Hauptursachen, die zur Flucht zwingen. Die Menschen brauchen in ihrer Heimat eine Perspektive, deshalb ist mehr Engagement gegen die Fluchtursachen nötiger denn je. Die Herkunfts- und Transitstaaten müssen stabilisiert und entwickelt werden. Das ist nicht nur eine Aufgabe der Außen- und Sicherheitspolitik, auch die Wirtschafts-, Handels-, Agrar-, Entwicklungs- oder Einwanderungspolitik ist hier gefordert. Spd 19

 

 

 

 

Tauber: Vertriebenen-Gedenktag ist wichtiges Zeichen

 

Anlässlich des „Gedenktags für die Opfer von Flucht und Vertreibung“, der in diesem Jahr erstmals begangen wird, erklärt der Generalsekretär der CDU Deutschlands, Dr. Peter Tauber:

 

Am 20. Juni findet erstmals der „Gedenktag für die Opfer von Flucht und Vertreibung“ statt. Es ist ein wichtiges Zeichen, dass mit einem bundesweiten Gedenktag an das Leid der deutschen Heimatvertriebenen erinnert wird. Millionen Deutsche wurden nach dem Zweiten Weltkrieg vertrieben und zwangsumgesiedelt; sie mussten fliehen und ihre Heimat hinter sich lassen. Hunderttausende starben in Folge von Flucht und Vertreibung. In einer großen Gemeinschaftsleistung wurden die Heimatvertriebenen in die Gesellschaft der jungen Bundesrepublik aufgenommen. Nicht überall waren sie gleichermaßen willkommen. Oftmals wurden sie als Fremde betrachtet. Davon ließen sie sich aber nicht abhalten. Mit großem Einsatz und Eifer brachten sie sich ein. Tatkräftig arbeiteten die Heimatvertriebenen am Aufbau des zerstörten Landes mit und ermöglichten damit auch das Wirtschaftswunder.

 

Ganz bewusst findet der „Gedenktag für die Opfer von Flucht und Vertreibung“ am gleichen Datum wie der Weltflüchtlingstag der Vereinten Nationen statt. Denn noch immer sind Flucht und Vertreibung in vielen Regionen dieser Welt grausame Realität. Wir müssen uns immer wieder aufs Neue dafür einsetzen, Vertreibung weltweit zu ächten und Brücken zwischen verschiedenen Völkern zu bauen. Gerade wir Deutschen haben diese Lehre aus unserer Geschichte gezogen.

 

Der „Gedenktag für die Opfer von Flucht und Vertreibung“ ist seit vielen Jahren eine Forderung der CDU Deutschlands gewesen. Dass wir ihn nun erstmals begehen können, macht deutlich: Die Union sieht sich an der Seite der Heimatvertriebenen. Viele, die nach 1945 ihre angestammte Heimat verlassen mussten, konnten in unseren Reihen eine politische Heimat finden und damit die Geschicke unseres Landes entscheidend mitprägen. Im Zuge des Gedenktages tun wir gut daran, auch der Leistung der Vertriebenen beim Aufbau der Bundesrepublik zu erinnern. Cdu 19

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Hilfe für Flüchtlinge in Deutschland

 

Zuwanderung und steigende Asylantragszahlen stellen Bund, Länder und Gemeinden derzeit vor große Herausforderungen. Die Bundeskanzlerin und die Regierungschefs der Länder haben gestern (18. Juni) eine Reihe von Maßnahmen beschlossen, um auf nationaler Ebene die hohen Flüchtlingszahlen besser zu bewältigen.

 

Bund und Länder haben sich bei ihrem Treffen auf einen Aktionsplan verständigt. So sollen Asylverfahren beschleunigt und Bestandsverfahren abgebaut werden. In vielen Bereichen soll es dafür mehr Personal geben. Außerdem beschlossen die Kanzlerin und die Regierungschefs Maßnahmen zu Integration und Sprachförderung von Asylsuchenden mit guter Bleibeperspektive.

"Diejenigen, die eine gute Bleibeperspektive haben, sollen schnell wirklich integriert werden", erklärte Merkel.

Die Bundesregierung wird ihre Hilfe für die Länder und Kommunen weiter verstärken. Der Bund werde eine Vielzahl von Maßnahmen ergreifen, genauso wie die Länder, kündigte Merkel an. Vor allen Dingen werde der Bund seine Finanzhilfen für dieses Jahr verdoppeln: Statt 500 Millionen Euro, wie bislang zugesagt, werde er nun eine Milliarde zur Verfügung stellen. Das Geld soll

die steigenden Lasten abfangen, die Ländern und Kommunen durch Asylbewerber und Flüchtlinge entstehen.

Auch auf europäischer Ebene setzt sich der Bund für Verbesserungen für offensichtlich schutzbedürftige Asylbewerber und für eine gerechtere Lastenverteilung ein. In ihrer Regierungserklärung hat die Bundeskanzlerin gestern (18. Juni) die Agenda des nächsten Europäischen Rates umrissen: "Migrationspolitik, der Kampf gegen den internationalen

Terrorismus, die Lage in der Ukraine und die Reformen in der EU sind die zentralen Themen." Europa stehe vor enormen inneren und äußeren Herausforderungen, sagte sie im Bundestag.

 

Allgemein – Daten, Zahlen, Fakten

Webseite Asyl und Flüchtlingsschutz des Bundesinnenministeriums

Mehr http://www.bmi.bund.de/DE/Themen/Migration-Integration/Asyl-Fluechtlingsschutz/asyl-fluechtlingsschutz_node.html 

 

Asyl- und Flüchtlingspolitik in Deutschland, mehr

http://www.bmi.bund.de/DE/Themen/Migration-Integration/Asyl-Fluechtlingsschutz/Asyl-Fluechtlingspolitik/asyl-fluechtlingspolitik_node.html

 

10. Bericht über die Lage der Ausländerinnen und Ausländer in Deutschland mehrhttp://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/IB/Artikel/Allgemein/2014-10-29-10-lagebericht.html

 

Migrationsbericht 2013 mehr http://www.bmi.bund.de/SharedDocs/Downloads/DE/Broschueren/2014/migrationsbericht_2013_de.html?nn=3315850

 

Aktuell – Deutsche Flüchtlingspolitik

Bund verdoppelt Finanzhilfen, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2015/06/2015-06-18-spitzentreffen-im-kanzleramt.html

 

Erleichterungen für Asylbewerber, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/10/2014-10-29-verbesserungen-fuer-asylbewerber-beschlossen.html

 

Willkommen bei Freunden: Bundesprogramm für junge Flüchtlinge, mehr

http://www.bmfsfj.de/BMFSFJ/Freiwilliges-Engagement/Willkommen-bei-Freunden/willkommen-bei-freunden.html

 

Sichere Herkunftsstaaten, mehr

http://www.bmi.bund.de/SharedDocs/Pressemitteilungen/DE/2014/11/gesetz-sichere-herkunftsstaaten.html

 

Bleiberecht nach acht Jahren Aufenthalt, mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2014/12/2014-12-03-kabinett-bleiberecht.html    pib 19

 

 

 

 

Humanitäre Verantwortung übernehmen. Einreise von syrischen Flüchtlingen vereinfachen

 

Zum Weltflüchtlingstag am 20. Juni erklärt Simone Peter,

Bundesvorsitzende von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN:

 

"Über 60 Millionen Flüchtlinge zählt das UNHCR derzeit, ein globales

Drama unfassbaren Ausmaßes. Gerade mit Blick auf den syrischen

Bürgerkrieg vor den Toren Europas, ist mehr denn je eine couragierte und

beherzte Flüchtlingspolitik gefragt. Bundesregierung und EU müssen

deshalb ihre Anstrengungen verstärken, um der Notlage in und um Syrien

gerecht zu werden.

 

Angesichts der oft unbefriedigenden Zustände in den deutschen

Auslandsvertretungen rund um Syrien, bedarf es einer massiven

personellen und finanziellen Aufstockung vor Ort. Nur so kann eine

Visaerteilung zur Einreise und zum Schutz von Flüchtlingen gewährleistet

werden. Die ohnehin schon viel zu geringen Aufnahmekontingente können

derzeit nicht ausgeschöpft werden.

 

Im Sinne einer humanen Flüchtlingspolitik muss auch der Familiennachzug

nach Deutschland stark vereinfacht werden. Verpflichtungserklärungen für

syrische Familienangehörige gehören dringend auf den Prüfstand. Es ist

schlicht unmenschlich, von Krieg und Flucht betroffenen Familien solch

hohe bürokratische Hürden in den Weg zu stellen.

 

Bundesinnenminister de Maizière lehnt derzeit nicht nur eine

Vereinfachung der Familienzusammenführung ab, er sträubt sich auch gegen

eine humane Auslegung der geltenden Regelungen. So bleibt vielen

Flüchtlingen nur die mörderische Überfahrt über das Mittelmehr, auch

wenn hierzulande schon Mütter, Väter und Kinder warten."

von Buendnis 90/Die Gruenen 19

 

 

 

 

Bilanz zum Weltflüchtlingstag. Flüchtlingszahlen höher als nach dem Zweiten Weltkrieg

 

Selbst nach dem zweiten Weltkrieg war die Zahl der Flüchtlinge weltweit nicht so hoch. Rund 59,5 Millionen Menschen waren Ende 2014 auf der Flucht. Das ist die bittere Bilanz der Vereinten Nationen zum Weltflüchtlingstag.

 

Die Zahl der Flüchtlinge weltweit ist wegen kriegerischer Konflikte auf einen neuen Höchststand gestiegen. Rund 59,5 Millionen Menschen waren Ende 2014 auf der Flucht, wie das Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR) am Donnerstag in Genf mitteilte. Das waren 8,3 Millionen mehr als im Jahr davor. Nie zuvor war eine höhere Zahl an Flüchtlingen erfasst worden, nicht einmal nach dem Zweiten Weltkrieg. Der Bericht zum Weltflüchtlingstag am 20. Juni trägt den Titel “Welt im Krieg”.

Danach war der Anstieg der weltweiten Flüchtlingszahl 2014 stärker als je zuvor. Ende 2013 waren noch 51,2 Millionen Flüchtlinge registriert gewesen. Der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge, António Guterres, nannte als Grund für die starke Zunahme die Konflikte und Kriege wie in Syrien, im Südsudan und in der Ukraine. Nach seiner Prognose könnte sich die globale Flüchtlingskrise sogar noch verschlimmern.

Im Jahr 2014 sind dem Bericht zufolge jeden Tag im Durchschnitt 42.500 Menschen vor Gewalt und Unterdrückung geflohen. Innerhalb von vier Jahren hat sich diese Zahl somit vervierfacht. Der frühere portugiesische Premierminister Guterres beklagte, dass viele Politiker und Warlords, die für die Kriege verantwortlich seien, straffrei ausgingen. Zudem sei die internationale Gemeinschaft völlig unfähig, die Konflikte zu beenden.

Guterres forderte von der Staatengemeinschaft mehr Hilfen für Flüchtlinge. Das UNHCR und andere humanitäre Organisationen kämpften mit Geldnot, weil es an finanzieller Unterstützung fehle, kritisierte er.

Viele Kinder auf der Flucht

Von den rund 60 Millionen Flüchtlingen waren Ende 2014 etwa ein Drittel aus ihren Ländern geflohen. Von den 19,5 Millionen Menschen war die Hälfte Kinder. Mehr als 38 Millionen Menschen suchten als Flüchtlinge im eigenen Land irgendwo Schutz. Die Zahl der Asylbewerber beziffert das UNHCR mit 1,8 Millionen.

Die meisten Flüchtlinge kamen Ende 2014 aus Syrien, es waren rund 3,9 Millionen Menschen. Die überwiegende Mehrzahl von ihnen fand in Nachbarländern Zuflucht. Dahinter folgen Afghanistan mit 2,6 Millionen geflohenen Menschen und Somalia mit 1,1 Millionen. Syrien war Ende 2014 auch dasjenige Land mit den meisten Binnenflüchtlingen im Land: Es waren 7,6 Millionen.

Die Türkei beherbergte Ende 2014 fast 1,6 Millionen Flüchtlinge und war damit das Land mit der größten Flüchtlingsbevölkerung. Dahinter folgten Pakistan mit 1,5 Millionen Geflohenen und der Libanon, wo fast 1,2 Millionen Flüchtlinge eine Bleibe fanden. (epd/mig 19)

 

 

 

 

 

Rechtspopulismus, Neoliberalismus und die Weite Russlands

 

Drei Lektüre-Empfehlungen von Ernst Hillebrand. Eine Gefahr für die Demokratie?

 

Zunächst ein Hinweis in gleichsam eigener Sache: Dieser Tage ist im Dietz-Verlag das von mir herausgegebene Buch „Rechtspopulismus in Europa – Gefahr für die Demokratie?“ erschienen. Die Autoren stammen aus einer Vielzahl europäischer Länder. Der Band enthält Porträts der wichtigsten rechtspopulistischen Parteien in West- und Osteuropa sowie eine Reihe von Beiträgen, die erörtern, wie die etablierten politischen Kräfte auf die populistische Herausforderung reagieren sollten. Diese Herausforderung stellt sich nicht zuletzt auch für die Sozialdemokratie: Rechtspopulistische Parteien ziehen zunehmend das Milieu der „kleinen Leute“ an, das über lange Jahrzehnte die Wählerbasis der Parteien der linken Mitte war. Einfache Antworten auf dieses Problem gibt es mit Sicherheit nicht. Aber es ist auch nicht alles verloren: Der Rechtspopulismus kann, trotz all seiner aktuellen Erfolge, immer noch eingehegt und gestoppt werden. Seine Erfolge basieren kaum auf eigener ideologischer Überzeugungskraft und gesellschaftlicher Verankerung. Sie basieren vielmehr darauf, dass die etablierten Parteien ihm viel zu viele Themen und Probleme gleichsam politisch überlassen haben. Dies könnte man ändern.

Die neue Ordnung auf dem alten Kontinent

Sind die postkommunistischen Transitionsländer die Blaupause für das, was dem Süden Europas heute bevorsteht? Im Kern ist das die zentrale These von Philipp Thers Buch „Die neue Ordnung auf dem alten Kontinent“. Das Buch hat zu Recht eine Vielzahl von positiven Rezensionen erhalten; es stand auch auf der Short-List des Preises des politischen Buchs der Friedrich-Ebert-Stiftung. Das Interessante ist Thers umfassender Blick: Er betrachtet nicht nur das postkommunistische Osteuropa, sondern versucht, die wirtschaftliche Entwicklung ganz Europas im Zeitalter des Neoliberalismus zusammen zu sehen. Dies macht er sine ira et studio: Die Anpassungszwänge werden ebenso nüchtern geschildert wie die Resultate, die ja keineswegs einheitlich sind, sondern sowohl Erfolge wie Misserfolge hervorbrachten. Und die – das haben die Wahlen in Polen vor kurzem wieder deutlich gemacht – von den Menschen sehr unterschiedlich wahrgenommen und bewertet werden. Auch dies verliert Ther nicht aus dem Blick: Dass es eine Makro- und eine Mikrowirklichkeit gibt, und die Dinge, je nach Perspektive, sehr unterschiedlich aussehen können. Die These, dass die postkommunistischen Transformationsländer gleichsam die Experimentierstuben einer Wirtschafts- und Gesellschaftspolitik waren, die jetzt, im Zuge der Eurokrise auch die „alten Ordnungen“ West- und Südeuropas erreicht (und unter das Joch neoliberal inspirierter Anpassungsstrategien zwingt), ist durchaus überzeugend. Deutschland, so Ther, sei hier als unmittelbarer Nachbar des postkommunistischen Raums einfach zehn Jahr früher unter Zugzwang gekommen. Wer verstehen will, was in Osteuropa in der Vergangenheit passierte und in Südeuropa gerade beginnt, ist mit Thers Buch exzellent bedient.

Eine Parabel über das heutige Russland

Der Geist lebt nicht vom Graubrot des Sachbuches allein. Die Ukraine-Krise und das Verhalten Russlands verlangen nach Nachdenken über dieses schwer verständliche Land. Also wurde der (viel zu lange) im Bücherschrank schlummernde „Schneesturm“ Vladimir Sorokins herausgezogen, in der Hoffnung, Erhellendes über das heutige Russland und seine Mentalität zu erfahren. Eine kluge Entscheidung: Es handelt sich bei „Der Schneesturm“ um ein ganz phantastisches Buch, besonders allen „Russlandverstehern“ dringend ans Herz gelegt. Schon rein formal ist es ein Triumph: Topos, Sprache und Format sind perfekt an die großen Novellen der russischen Literatur des 19. Jahrhunderts angelehnt. Aber „Der Schneesturm“ spielt nicht im 19. Jahrhundert, sondern in einer nicht definierten Zwischenzeit. Irgendwann in der Zukunft, obwohl viele Details das Russlands Turgenjews, Gogols oder Tolstois evozieren. Die Hauptfigur ist ein Arzt, der trotz Schneesturms ein abgelegenes Dorf erreichen will. Seine Gegenfigur ist der Fahrer bzw. Kutscher des Gefährts, das er anheuert: der „Krächz“, ein einfacher, gutwilliger Mann, Symbolfigur des duldsamen Volkes, das von den Eliten in die Bredouille gebracht wird. Die Kutsche verliert im dichten Schneesturm den Weg. Seltsame Dinge passieren. Es gibt Technik, aber sie ist anders. Das Land ist weit, menschenarm und unregiert. „Der Schneesturm“ ist eine brillante Parabel über ein Russland, das an seinen obstinaten Eliten leidet und sich in einem geographischen, technologischen und zivilisatorischen Zwischenraum zu verlieren droht. Am Ende sammeln die Chinesen die Reste auf.  Ernst Hillebrand IPG 15

 

 

 

 

Gedenktag für Vertriebene: Gauck mahnt Deutsche zu mehr Offenheit für Flüchtlinge 

 

Zum ersten Gedenktag für Opfer von Flucht und Vertreibung hat Joachim Gauck Europa ins Gewissen geredet: Es sei moralische Pflicht, Flüchtlinge vor dem Tod im Mittelmeer zu schützen. Gerade die Deutschen sollten sich um Verständnis bemühen.

Mehr als 70 Jahre nach dem Ende des Zweiten Weltkriegs hat Bundespräsident Joachim Gauck die Deutschen aufgefordert, aus der bitteren Erfahrung mit Flucht und Vertreibung von damals heraus großherziger gegenüber heutigen Flüchtlingen zu sein. "Ich wünschte, die Erinnerung an die geflüchteten und vertriebenen Menschen von damals könnte unser Verständnis für geflüchtete und vertriebene Menschen von heute vertiefen", sagte Gauck am Samstag bei der zentralen Gedenkfeier im Historischen Museum in Berlin.

"Wir stehen vor einer großen Herausforderung, einer Herausforderung von neuer Art und neuer Dimension", sagte Gauck. Es sollte eine selbstverständliche moralische Pflicht aller Staaten Europas sein, Flüchtlinge vor dem Tod im Mittelmeer zu retten und Menschen eine sichere Zuflucht zu gewähren. "Einen derartigen Schutz halte ich nicht für verhandelbar", betonte Gauck. Dies sei so lange verpflichtend, bis diese Menschen gefahrlos in ihre Heimat zurückkehren oder hierzulande oder anderswo sicher leben könnten.

Bei der Gedenkrede zog Gauck explizit eine Verbindungslinie zwischen den deutschen Flüchtlingen vor sieben Jahrzehnten und den heutigen Flüchtlingen, die über das Mittelmeer oder auf dem Landweg in die EU kommen wollen. "Auf eine ganz existenzielle Weise gehören sie nämlich zusammen - die Schicksale von damals und die Schicksale von heute", sagte das Staatsoberhaupt laut vorab verbreitetem Redetext.

Umgekehrt könne "die Auseinandersetzung mit den Entwurzelten von heute unsere Empathie mit den Entwurzelten von damals fördern". Gauck erinnerte an das furchtbare Leid von Millionen deutschen Kriegsflüchtlingen zum Beispiel aus Ostpreußen, Pommern, Böhmen, Schlesien und Mähren - ein Albtraum aus Erschöpfung, eisiger Kälte, Wehrlosigkeit, Vergewaltigung und Tod. Oft spürten Heimatvertriebene eine lebenslange Wunde, ihr Kummer sei lange zu wenig beachtet worden.

So viele Menschen entwurzelt wie seit 70 Jahren nicht

Heimatverlust sei weitgehend als vermeintlich zwangsläufige Strafe für deutsche Verbrechen akzeptiert worden, kritisierte Gauck. So wie anfangs das Leid von Deutschen die deutsche Schuld übertönen sollte, sei dann im Bewusstsein der Schuld jedes Mitgefühl für Opfer verloren gegangen. Insgesamt hätten am Ende des Zweiten Weltkriegs zwölf bis 14 Millionen Deutsche durch Flucht und Vertreibung ihre Heimat verloren. Die Bevölkerung in beiden Teilen Deutschlands sei um nahezu 20 Prozent gewachsen.

"Das sollten wir uns gerade heute wieder bewusst machen: Flucht und Vertreibung verändern nicht nur das Leben der Aufgenommenen, sondern auch das Leben der Aufnehmenden", sagte Gauck. Er rief die Bundesbürger auf, "Offenheit für das Leid des Anderen" zu zeigen. Dies führe zu Verständnis und Nähe. "Daran sollten wir auch heute denken, wenn in unserem Ort, in unserem Stadtteil oder in unserer Nachbarschaft Fremde einquartiert werden, die des Schutzes bedürfen." Noch nie seit dem Ende des Zweiten Weltkriegs seien so viele Menschen entwurzelt gewesen.

Rund 25.000 Menschen sind nach Schätzungen in den vergangenen 15 Jahren im Mittelmeer ums Leben gekommen. Im aktuellen SPIEGEL kritisiert EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker scharf die Flüchtlingspolitik der EU-Staats- und Regierungschefs. (Lesen Sie hier die ganze Geschichte im neuen SPIEGEL.)

"Es reicht nicht, abends vor den Fernsehschirmen zu weinen, wenn Menschen im Mittelmeer ertrinken, und am nächsten Morgen im Rat eine Gedenkminute abzuhalten", sagte Juncker. dpa/AFP/DS 20

 

 

 

 

 

Studie. Armutsrisiko von Migranten sinkt

 

Migranten sind immer seltener von Armut betroffen. Das gilt allerdings nicht für neu Eingewanderte. Das Armutsrisiko ist bei ihnen mehr als doppelt so hoch. Wie aus einer aktuellen Studie hervorgeht, wächst die Kluft zwischen Arm und Reich in Deutschland.

 

In Migrantenhaushalten ist das Armutsrisiko im Laufe der letzten Jahre gesunken. Das gilt allerdings nur für Migranten, die schon länger in Deutschland leben. Neu Eingewanderte hingegen sind deutlich höher von Armut betroffen. Das geht aus einer am Mittwoch veröffentlichte Studie des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW) in Berlin hervor.

Danach liegt das Armutsrisiko für in Deutschland geborene Migranten bei knapp über 13 Prozent. Bei Neueinwanderern hingegen ist diese Quote mehr als doppelt so hoch (etwa 27 Prozent). Hauptursächlich für diesen Unterschied sind neben der Migrationsgeschichte auch unterschiedliche Verfahren bei der Anerkennung von im Ausland erworbenen Bildungsabschlüssen.

Kluft zwischen arm und reich wächst

Insgesamt ist die Kaufkraft der Haushalte in Deutschland ist von 2000 bis 2012 um durchschnittlich fünf Prozent gestiegen. Gleichzeitig ist die Kluft zwischen Arm und Reich im vergangenen Jahrzehnt gewachsen. So sind Einkommen der oberen zehn Prozent zwischen 2000 und 2012 um mehr als 15 Prozent gestiegen, in den mittleren Einkommensgruppen blieben sie dagegen fast unverändert. Die unteren 40 Prozent haben real sogar bis zu vier Prozent weniger als noch zur Jahrtausendwende. Bis 2005 ist die Ungleichheit der verfügbaren Haushaltseinkommen der DIW-Studie zufolge deutlich gestiegen, seitdem liegt sie auf diesem Niveau.

Info: Als einkommensarm bzw. von Armut bedroht gilt, wer weniger als 60 Prozent des Medianeinkommens hat (im Jahr 2012 netto 949 Euro pro Monat für einen Einpersonenhaushalt). Das verfügbare Einkommen setzt sich hauptsächlich aus dem Markteinkommen (Erwerbseinkommen plus Kapitaleinkommen), Renten und Pensionen sowie staatlichen Transferleistungen abzüglich Steuern und Sozialbeiträgen zusammen. Weitere Einzelheiten zur Studie finden Sie hier.

Arbeit schützt vor Armut nicht

Zum Armutsrisiko in Deutschland stellen die Wissenschaftler fest: “Unsere Ergebnisse zeigen, dass inzwischen auch mehr Erwerbstätige von Armut bedroht sind.” Dies gelte vor allem für Berufseinsteiger im Alter von 25 bis 35 Jahren, von denen fast jeder Fünfte weniger als 949 Euro pro Monat zur Verfügung hat. Für Alleinlebende ist die Armutsrisikoquote in dieser Altersgruppe sogar von rund 27 Prozent im Jahr 2000 auf etwa 39 Prozent im Jahr 2012 gestiegen. Ein Grund dafür seien die oft niedrigen Arbeitseinkommen von Berufsanfängern, insbesondere bei atypischen Beschäftigungsverhältnissen.

In Ostdeutschland sind nach DIW-Berechnungen 20 Prozent der Bevölkerung von Armut bedroht – und das, obwohl die Arbeitslosigkeit deutlich zurückgegangen ist. Das höchste Armutsrisiko in Deutschland haben die 18- bis 25-Jährigen. Ihr Risiko lag im Jahr 2012 mit rund 21 Prozent weit über dem Durchschnitt von etwa 14 Prozent (mehr als elf Millionen Personen) der Gesamtbevölkerung. “Mehr als die Hälfte dieser Personengruppe absolviert allerdings eine Ausbildung oder ein Studium. Die meisten leben in dieser Zeit unterhalb der Armutsrisikoschwelle”, so die Autoren der Studie. Die Ausbildung zahle sich jedoch im späteren Berufsleben aus. (epd/mig 18)

 

 

 

 

 

Regierungserklärung zum Europäischen Rat. Europa vor großen Herausforderungen

 

Die Migrationspolitik, der Kampf gegen den internationalen Terror, die Ukrainekrise und EU-Reformen - das sind zentrale Themen des Europäischen Rates am 25. und 26. Juni. Europa stehe vor enormen inneren und äußeren Herausforderungen, sagte die Bundeskanzlerin in einer Regierungserklärung.

 

"In der EU stehen wir vor enormen inneren wie äußeren Herausforderungen, die alle mehr oder weniger gleichzeitig bewältigt werden müssen", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel in ihrer Regierungserklärung vor dem bevorstehenden Europäischen Rat in Brüssel.

"Alles tun, um Menschenleben zu retten"

Ein wichtiges Thema ist die Migrations- und Flüchtlingspolitik. Seit Jahresbeginn hätten rund 100.000 Flüchtlinge den Versuch unternommen, über das Mittelmeer nach Europa zu fliehen. "Die Tragödien, die sich dabei abspielen, machen uns alle immer wieder zutiefst betroffen", sagte Merkel. Es müsse "alles, aber wirklich alles"  getan werden, um Menschenleben zu retten.

"Deutschland ist weiterhin bereit, seinen Beitrag zu leisten", so die Kanzlerin. Von den EU-Staaten forderte sie die Bereitschaft, sich an einer gerechten Verteilung der Flüchtlinge in Europa zu beteiligen. Es könne nicht sein, dass die Mehrheit der Flüchtlinge nur von einer Handvoll von Mitgliedstaaten aufgenommen werde, sagte Merkel. "Solidarität und Verantwortung müssen Hand in Hand gehen."

Die Kanzlerin lobte ausdrücklich den Einsatz der zwei deutschen Marineschiffe, die innerhalb weniger Wochen rund 4.000 Menschen aus akuter Seenot gerettet haben.

Maßnahmen gegen den internationalen Terror

Die Anschläge in Paris im Frühjahr dieses Jahres hätten einmal mehr vor Augen geführt, wie der internationale Terrorismus die Sicherheit in Europa gefährde, sagte Merkel. In Brüssel werde man daher über den Schutz der Bürger, Maßnahmen gegen Radikalisierung und die Zusammenarbeit mit den

internationalen Partnern sprechen.

"Wir müssen sicherstellen, dass die innere und die äußere Dimension der europäischen Sicherheitspolitik sinnvoll ineinander greifen", sagte Merkel. "Deshalb wollen wir beim Europäischen Rat nicht nur eine neue Strategie zur inneren Sicherheit beschließen. Wir werden auch eine Bestandsaufnahme der gemeinsamen Sicherheits- und Verteidigungspolitik vornehmen."

Das sicherheitspolitische Umfeld habe sich in den vergangenen Jahren stark verändert. "Unverändert große Sorge bereitet uns die Lage in der Ukraine", sagte Merkel. Sie sei aber überzeugt, dass dieser Konflikt nur politisch gelöst werden könne. Das Minsker Maßnahmenpaket bilde hier den Rahmen.

Strukturreformen in Europa

Die Bundeskanzlerin verteidigte die deutsch-französischen Pläne, die Zusammenarbeit in der Euro-Zone bis 2017 nur schrittweise auszubauen. Deutschland und Frankreich wollten gemeinsam dafür werben, bei der Weiterentwicklung der Währungsunion zunächst die Maßnahmen anzugehen, die im Rahmen bestehender EU-Verträge umgesetzt werden könnten.

Es sei ein erster Schritt, wenn länderspezifische Empfehlungen inzwischen konkreter seien. "Weitere Schritte können und müssen jedoch folgen." Die wirtschaftspolitische Koordinierung müsse auf diejenigen Politikbereiche konzentriert werden, die für ein Funktionieren der Wirtschafts- und

Währungsunion entscheidend seien.

Nötig sei auch ein qualitativ neuer Prozess zwischen der europäischen Ebene und Mitgliedstaaten. Übergreifendes Ziel von Deutschland und Frankreich sei, Wettbewerb, Wachstum und Beschäftigung möglichst schnell weiter zu stärken.

Griechische Schuldenkrise kein Thema Auch wenn die griechische Schuldenkrise beim Europäischen Rat "kein Thema" sei, griff die Kanzlerin dies in ihrer Regierungserklärung kurz auf. "Es bleibt dabei: Die Bemühungen Deutschlands sind darauf gerichtet, dass Griechenland in der Eurozone bleibt." Merkel betonte aber auch, dass nun die griechische Regierung am Zug sei: "Wenn die politisch Verantwortlichen in Griechenland diesen Willen aufbringen, ist eine Einigung mit den drei Institutionen immer noch möglich."

Griechenland habe in den vergangenen fünf Jahren ein beispielloses Maß europäischer Solidarität erfahren, so die Kanzlerin. Spanien, Irland und Portugal hätten ihre Hilfsprogramme erfolgreich abgeschlossen und stünden wieder auf eigenen Beinen. Auch Zypern sei auf gutem Weg. "Diese Länder haben ihre Chancen genutzt." Auch Griechenland sei auf einem gutem Weg gewesen, habe aber Reformen immer wieder verschleppt.

Die Staats- und Regierungschefs der 28 EU-Mitgliedstaaten treffen sich mindestens zweimal pro Halbjahr zum Europäischen Rat in Brüssel. Den Vorsitz bei den Tagungen führt der Präsident des Europäischen Rates. Mit dabei ist auch der Präsident der Europäischen Kommission.

Der Europäische Rat legt die allgemeinen politischen Zielvorstellungen und Prioritäten der EU fest. Er gehört nicht zu den Gesetzgebungsorganen der EU. Soweit nicht anders geregelt, entscheidet der Europäische Rat in der Regel im Konsens. Pib 18

 

 

 

 

Dobrindt verschiebt voraussichtlich Einführung von Pkw-Maut

 

Wegen des bevorstehenden Vertragverletzungsverfahrens der EU-Kommission gegen die deutsche Pkw-Maut wird Bundesverkehrsminister Alexander Dobrindt die Einführung der Maut voraussichtlich verschieben.

Er werde "eine Gerichtsentscheidung abwarten", sagte Dobrindt der "Bild"-Zeitung (Donnerstagsausgabe). Ein Start der Pkw-Maut kommendes Jahr sei damit nicht mehr möglich. Zuvor war aus EU-Kreisen verlautet, dass die EU-Kommission am Donnerstag ein Vertragsverletzungsverfahren einleitet.

"Mit der Eröffnung eines Vertragsverletzungs-Verfahrens bremst die EU-Kommission die Umsetzung der Infrastrukturabgabe", sagte Dobrindt der "Bild". "Wir verhalten uns rechtsstaatlich und werden eine Gerichtsentscheidung abwarten", fügte der CSU-Politiker hinzu. Die Einführung der Pkw-Maut im Laufe des Jahres 2016 sei damit nicht mehr möglich.

Wegen des schwebenden Verfahrens und der damit verbundenen Rechtsunsicherheit sei eine Ausschreibung für die Betreiberfirmen der Maut nicht möglich, schrieb die "Bild". Dobrindt kündigte demnach an, er werde die Vorbereitungen für die Einführung jedoch wie geplant weiter vorantreiben. Schließlich habe die Bundesregierung "eindeutig nachgewiesen, dass die Maut-Gesetze EU-konform" seien. Nach einem Urteil des Europäischen Gerichtshofs könnten dann Suche und Auswahl eines Betreibers erfolgen, um die Infrastrukturabgabe umzusetzen. "Die Pkw-Maut wird kommen", zeigte sich der Minister überzeugt.

"Von unserem Kurs, mehr Gerechtigkeit auf der Straße zu schaffen, lassen wir uns nicht abbringen", sagte Dobrindt der "Bild". Eine Benachteiligung ausländischer Autofahrer gebe es nicht. "Alle zahlen die Infrastrukturabgabe, alle werden gleich behandelt, unabhängig von der Staatsangehörigkeit."

"Dabei vermeiden wir Doppelbelastungen für diejenigen, die sich heute schon an der Finanzierung unserer Straßen beteiligen", fügte der Minister mit Blick auf die zeitgleich geplante Senkung der Kfz-Steuer für Autofahrer in Deutschland hinzu. Außerdem gehe es "um einen Mehrwert für alle Autofahrer: Jeder Euro, den wir zusätzlich einnehmen, investieren wir direkt wieder in moderne Straßen", sagte der Minister zu.

Die Steuersenkung sei "allein unsere Entscheidung, das geht Brüssel nichts an", bekräftigte Dobrindt in der "Bild". Mit der EU-Kommission wolle er "eine harte Auseinandersetzung führen". Am Ende werde der Europäische Gerichtshof entscheiden.

Am Mittwoch war aus EU-Kreisen verlautet, dass die EU-Kommission wegen der Pkw-Maut gegen Deutschland ein Vertragsverletzungsverfahren einleiten wird. Für Donnerstag ist demnach die "offizielle Bestätigung durch die Übermittlung des Mahnschreibens an die deutsche Ständige Vertretung in Brüssel" geplant. Die Bundesregierung hat dann acht Wochen Zeit, darauf zu antworten. Werden die Bedenken nicht ausgeräumt, käme es voraussichtlich zu einer Klage der Kommission gegen Deutschland vor dem Europäischen Gerichtshof.

In den vergangenen Monaten hatte die EU-Kommission immer wieder ihre Bedenken gegen die deutschen Mautpläne geäußert. Sie fürchtet eine Benachteiligung ausländischer Autofahrer. Ein förmliches Vertragsverletzungsverfahren war aber nicht möglich, solange die deutschen Gesetze nicht ausgefertigt waren. Sie wurden vergangene Woche von Bundespräsident Joachim Gauck unterzeichnet, womit der Weg für ein Verfahren frei wurde.

Die Bundesregierung will inländische Autofahrer durch Gegenleistungen bei der Kfz-Steuer für die Einführung der Maut entschädigen. Deshalb besteht das Paket aus zwei Gesetzen - eines zur Regelung der Maut und eines für Änderungen bei der Kfz-Steuer.

Tatsächlich liegen die Steuern weitgehend in der Hand der EU-Staaten. Durch die Kombination der beiden Gesetze würde die Maut allerdings faktisch vor allem Kfz-Halter aus dem Ausland treffen. Deshalb ist das Projekt so umstritten. Die EU-Kommission vermutet einen Verstoß gegen das Prinzip der Nicht-Diskriminierung. Es ist ein fester Grundsatz der EU-Verträge, dass kein Bürger aufgrund seiner Staatsangehörigkeit Nachteile haben darf.  EA/AFP,  18

 

 

 

 

Merkel beim Deutschen Fürsorgetag. Chancen auf Teilhabe vergrößern

 

Digitalisierung, demografischer Wandel und Zuwanderung verändern das Leben der Menschen in Deutschland. Darauf müsse die Gesellschaft reagieren und die Chancen auf Teilhabe gleichmäßiger verteilen, forderte Bundeskanzlerin Merkel auf dem Deutschen Fürsorgetag.

 

"Wir sollten das, was wir haben, nicht gering schätzen, aber wir sollten auch nicht übersehen, dass die Teilhabechancen in unserer Gesellschaft nicht gleichmäßig verteilt sind", sagte Bundeskanzlerin Merkel auf dem Deutschen Fürsorgetag. Menschen mit Behinderung, Ältere, Zuwanderer oder auch Menschen ohne Schulabschluss oder Berufsausbildung blieben manchmal außen vor. Es gelte, ihnen eine bessere Teilhabe an der Gesellschaft zu ermöglichen, mahnte Merkel.

Denn die zentrale Frage eines Landes sei zu jedem Zeitpunkt, wie der Zusammenhalt der Gesellschaft erhalten werden könne. Die Teilhabechancen gerade auch für die Schwächeren zu verbessern, könne aber nur ein Gemeinschaftswerk der gesamten Gesellschaft sein, betonte Merkel.

Der Deutsche Fürsorgetag gilt als wichtigste Veranstaltung der Wohlfahrtspflege in Deutschland. Die Themenpalette ist breit gefächert: Es geht um konkrete Hilfe für Flüchtlinge in den Gemeinden, um Schulsozialarbeit, die Integration von Behinderten oder Gestaltungsmöglichkeiten in der Altenpflege. Nahezu jeder Bereich des Sozialen wird diskutiert. Rund 2.000 Interessierte haben sich

in diesem Jahr angemeldet.

Bildungschancen für Zuwanderer verbessern

Eine große Aufgabe sei die Integration von Menschen mit Migrationshintergrund. Noch hätten sie weniger Schul- und Berufsabschlüsse. Da mittlerweile ein Drittel der Kinder und Jugendlichen unter 15 Jahren in Deutschland ausländische Wurzeln habe, müsse hier unbedingt etwas geschehen, so die Kanzlerin.  

"Wir brauchen mehr Lehrerinnen und Lehrer mit Migrationshintergrund, und wir brauchen mehr Menschen in der öffentlichen Verwaltung mit Migrationshintergrund", so Merkel. Deutschkenntnisse seien das A

und O für die gesellschaftliche Teilhabe, denn man wisse, dass "Deutschkenntnisse und Bildungsabschlüsse aufs Engste zusammenhängen."

Die derzeit hohen Zahlen an Flüchtlingen wollen Bund, Ländern und Kommunen als "Verantwortungsgemeinschaft" schultern. "Wir müssen sehen, dass diejenigen, die ein berechtigtes Schutzbedürfnis haben, diesen Schutz bei uns auch wirklich bekommen. Wir müssen aber auch aussprechen, dass diejenigen, die dieses Schutzbedürfnis nicht haben, gesagt bekommen, dass sie unser Land wieder verlassen müssen", machte Merkel deutlich.

Antworten auf Alterung der Gesellschaft gesucht

Ein weiteres zentrales Problem sei die Alterung der Gesellschaft. Wenn man wolle, dass die Menschen bis zum regulären Renteneintrittsalter arbeiten, müsse die Gesellschaft auch die Bedingungen dafür schaffen, beispielsweise bei Arbeitsplatzausstattung und  Arbeitszeitgestaltung. Vor allem aber müsse man der älteren Generation "ein klares Signal" geben, dass auch Berufs- und Lebenserfahrung in der Berufswelt viel bedeuteten.

Was die "Härten des Alters" – Krankheit, Gebrechlichkeit und Pflegebedürftigkeit – betreffe, so kämen auf allen Ebenen immer größere Herausforderungen auf uns zu. Altersgerechtes Wohnen, Mobilität, Infrastruktur und Gesundheitsversorgung ? all das habe sehr viel mit Teilhabe zu tun. "Unsere Städte und Gemeinden sind noch nicht auf diesen demografischen Wandel vorbereitet", ist Merkel überzeugt.

Man bereite derzeit Gesetze vor, um die Versorgung mit Ärzten und Fachärzten im ländlichen Raum zu verbessern. Allerdings sei das "alles andere als ein Selbstläufer", so die Kanzlerin.

Auch im Pflegebereich werde es noch in dieser Legislaturperiode Änderungen geben. So sollen die Pflegeleistungen verbessert und auch Raum für eine bessere Bezahlung der Pflegekräfte gegeben werden. Auch der Pflegebegriff müsse überarbeitet worden, um insbesondere die Demenzkranken besser ins System integrieren zu können.

Mehr Bürgerbeteiligung erwünscht

Eine bereits viel gelebte Form der Teilhabe sei das bürgerschaftliche Engagement. Mehr als jeder Dritte in Deutschland sei ehrenamtlich aktiv. "Darüber können wir sehr froh sein", denn das mache Deutschland noch stärker, betonte Merkel. Man müsse sich fragen, wie man noch mehr Menschen ermutigen könne, diesen Schritt zu gehen. Dafür brauche es flexible, niedrigschwellige Angebote und Anlaufstellen.

Aber auch in der Politik gehe es um "moderne Formen von Teilhabe", so Merkel. Menschen zu motivieren, sich stärker an demokratischen Prozessen zu beteiligen, sei ein Grund für den Bürgerdialog der Bundesregierung. Jeder sei eingeladen, an einer der zahlreichen Veranstaltungen im ganzen Land teilzunehmen und seine Vorstellungen von einer guten Lebensqualität in Deutschland einzubringen. "Wir wollen uns als Bundesregierung daran orientieren, was wir aus dem Gespräch mit

den Bürgerinnen und Bürgern gelernt haben", versprach Merkel.

Alle drei Jahre veranstaltet der Deutsche Verein für öffentliche und private Fürsorge e.V. den Deutschen Fürsorgetag, das Familienministerium unterstützt den Tag. Das Motto in diesem Jahr - "Teilhaben und Teil sein". Neben einem Fachkongress gibt es auch einen "Markt der Möglichkeiten" mit Ausstellern aus der Sozialwirtschaft und den Wohlfahrtsverbänden. Pib 18

 

 

 

 

 

Mehr als zwei Millionen Studierende und Wissenschaftler konnten schon mit dem DAAD im Ausland studieren und forschen

 

Bonn, 17.6.2015. Gegründet als private Initiative eines Heidelberger Studenten, hat sich der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) zur weltweit größten Förderorganisation für den wissenschaftlichen Austausch entwickelt. Alleine 2014 konnte er Auslandsaufenthalte von 72.862 deutschen und 48.254 ausländischen Studierenden und Wissenschaftlern fördern. Seit seiner Gründung hat sich der DAAD von einer reinen Stipendienorganisation zu einer Internationalisierungsagentur der deutschen Hochschulen und zum Think-Tank für Wissenschaftskooperationen entwickelt. Dafür hat er ein weltweites Netzwerk von 71 Außenstellen und Informationszentren aufgebaut.

 

Außenminister Frank-Walter Steinmeier erklärte anlässlich des Festaktes zum 90. Geburtstag des DAAD in Berlin: „Mit 13 Stipendien fing alles an. Vor 90 Jahren legte der Student Carl Joachim Friedrich damit den Grundstein für die Arbeit des DAAD, für eine einmalige Erfolgsgeschichte. Der DAAD hat seitdem rund zwei Millionen Akademiker aus aller Welt gefördert. Das kann sich wahrlich sehen lassen! Menschen, die sich vielleicht niemals begegnen würden, geschweige denn Freundschaften schließen, kommen über DAAD zusammen, sie haben die Möglichkeit, politische und kulturelle Gräben zu überwinden und Brückenbauer für ihre Länder zu sein. Gerade in Krisenzeiten, wo oft Sprachlosigkeit dominiert, Kompromiss und Dialog als Schwäche gesehen werden, brauchen wir diese Form der wissenschaftlichen und kulturellen Zusammenarbeit mehr denn je, damit menschliche Verbindungen nicht abreißen. Der DAAD spielt hier eine  unersetzliche Rolle. Zum Jubiläum gratuliere ich herzlich!“

 

Jüngstes Beispiel ist das Stipendienprogramm für syrische Flüchtlinge, welches der DAAD 2014 mit Mitteln des Auswärtigen Amts auf den Weg gebracht hat, um Studierenden aus Syrien eine Zukunftsperspektive zu bieten und ihnen zu ermöglichen, sich später am Wiederaufbau ihres Landes zu beteiligen. Dabei hat das Programm Modellcharakter: Baden-Württemberg und Nordrhein-Westfalen haben mit dem DAAD ebenfalls Stipendienprogramme für syrische Flüchtlinge aufgelegt.

 

„Unsere Arbeit ist mehr als Bildungspolitik. In Zeiten von Krisen und Konflikten ist die akademische Kooperation oft eine der wenigen Möglichkeiten für den Dialog zwischen den Zivilgesellschaften. Sie ist ein Beitrag zu Völkerverständigung und Friedensbildung. Das ist besonders wichtig für Entwicklungs-, Transformations- und Krisenländer“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

 

DAAD stärkt Deutschland als Wissenschaftsstandort

Wissenschaftspolitisch hat der DAAD ganz wesentlich zur Internationalisierung von Forschung und Lehre an den deutschen Hochschulen und damit auch zur Attraktivität des Wissenschaftsstandortes beigetragen. „Unsere Hochschulen sind internationaler als je zuvor. Aktuell studieren in Deutschland mehr als 300.000 Studierende aus der ganzen Welt und jeder zehnte Wissenschaftler kommt aus dem Ausland. Auf diesem Erfolg dürfen wir uns nicht ausruhen, denn der globale Wettbewerb um international mobile Studierende nimmt zu. Kein Land kann es sich leisten, sich dieser Entwicklung zu entziehen“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

 

Dabei bietet der DAAD neben Stipendien mit Unterstützung des Bundesministeriums für Bildung und Forschung breit angelegte Mobilitätsprogramme und strukturelle Förderprogramme. Das Spektrum der Angebote für internationale Hochschulkooperationen reicht von gemeinsamen Studiengängen, Doppelabschlussprogrammen, strategischen Partnerschaften und der Bildung von Netzwerken bis hin zu Gründungen deutscher Hochschulen im Ausland. Weltweit sind mittlerweile mehr als 20.000 Studierende an deutschen Hochschulen im Ausland eingeschrieben.

 

Seit 1987 ist der DAAD Nationale Agentur für das Erasmus-Programm der EU. In der Zeit wurden rund 3,3 Millionen Studierende europaweit gefördert, darunter über 480.000 deutsche Studierende. Die neue Programmgeneration von Erasmus+ ist Anfang 2014 mit einem Budget in Höhe von rund 14,8 Mrd. Euro gestartet. Allein für den Hochschulbereich vergibt der DAAD für den Zeitraum von 2014 bis 2020 4,9 Milliarden €.

 

„Die Zahlen sprechen für den Erfolg unserer Arbeit. Deutschland ist heute nach den USA und Großbritannien beliebtestes Gastland für ausländische Studierende. Wir freuen uns darauf, die Herausforderungen des globalen Wettbewerbs auch zukünftig zu meistern. 90 Jahre DAAD sind fast ein Jahrhundert an internationaler Erfahrung und hochschulpolitischer Expertise, die wir unseren Partnern an Hochschulen und in der Politik verstärkt zur Verfügung stellen möchten. Das hat der DAAD in seiner Strategie 2020 beschlossen, die unsere Arbeit für den Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD)  dip

 

 

 

 

Hilfe statt Abschottung: Situation von Flüchtlingen in Marokko verbessern

 

Nach einem Treffen mit dem marokkanischen Minister für Migration, Anis

Birou, im Rahmen ihrer flüchtlingspolitischen Reise nach Marokko,

erklärt Simone Peter, Bundesvorsitzende von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN:

 

„Noch immer verharren tausende Flüchtlinge in provisorischen Zeltlagern

rund um die spanischen Enklaven Ceuta und Melilla und im Grenzgebiet zu

Algerien. Humanitäre Hilfe statt Abschottung muss das Gebot der Stunde

sein. Angesichts der jüngsten Flüchtlingsdramen muss es darum gehen,

Wege zu finden, das Sterben im Mittelmeer zu stoppen. Die Wahrung der

Menschenrechte hat dabei oberste Priorität.

 

Die marokkanische Flüchtlings- und Migrationspolitik hat im Jahr 2013

einen Paradigmenwechsel erfahren, der die Verbesserung der Situation von

Flüchtlingen im Land zum Ziel hat. Die Erteilung von rund 20.000

Aufenthaltstiteln für Migrantinnen und Migranten kann aber nur ein

erster Schritt der neuen Migrationsstrategie sein. Insbesondere die

Situation von Frauen und Kindern auf der Flucht muss stärker in den

Blick genommen werden.

Die marokkanische Zivilgesellschaft kann bei der Bekämpfung von

Menschenhandel und dem Zugang von Flüchtlingen zum Bildungs- und

Gesundheitssystem einen wichtigen Beitrag. Die Arbeit von

Hilfsorganisationen im Land sollte deshalb nicht von staatlicher Seite

behindert werden.“ Buendnis 90/Die Gruenen

 

 

 

 

Bundesweite Aktion aller Krankenhäuser. Mittwoch, 24.Juni 2015, 13:00-13:10 Uhr

 

Nach einem  Personal-Check der Gewerkschaft ver.di fehlen an den Krankenhäusern insgesamt 162 000 Kolleginnen und Kollegen. Jetzt wollen wir genauso viele Menschen vor die Krankenhäuser stellen. Überall zur gleichen Zeit um 13:00 Uhr.

Denn es schlägt 13! Eine Kette lebendigen Protestes von der Nordsee bis in die Bayrischen Alpen.

 

Beschäftigte machen für 10 Minuten den Personalnotstand sichtbar. Die größte Krankenhausdemo Deutschlands  genau an dem Tag, an dem sich die Gesundheitsminister zu einer Konferenz in Bad Dürkheim treffen werden.

Diesmal demonstrieren wir nicht in Berlin, weil wir unsere Patient/innen nicht alleine lassen. Dafür laden wir auch diese ein, am 24. Juni mitzumachen.

 

Der Pflegenotstand ist da. Wir können die Pausenzeiten nicht einhalten, wir kommen aus unserem freien Tag zur Arbeit. Es gibt oft nur Notbesetzungen, Zeit für die Patient/innen fehlt, die Arbeit kann nicht bewältigt werden.

Die Beschäftigten in fast allen Krankenhäusern können nicht mehr!

 

Die Personaldecke ist in allen Bereichen dünn und brüchig.

70 000 sind es in der Pflege, 162 000 Vollzeitstellen insgesamt, die bundesweit in den Krankenhäusern fehlen.

Unsere Aktion soll den Personalmangel sichtbar und begreifbar machen

Ver.di fordert eine Personalbemessung und kein lahmes Pflegeförderprogramm, welches gerade mal eine Pflegestelle mehr pro Krankenhaus bringt

Deswegen macht alle mit. Vertrauensleute Klinik GG

 

 

 

 

Bundesweite Regelung. Mindestlohn bei Geld- und Wertdiensten

 

Ab 1. Juli gelten erstmals für Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer bei Geld- und Wertdiensten bundesweit allgemeinverbindliche Mindestlöhne. Das hat das Bundeskabinett beschlossen. Die neuen Regeln betreffen auch Betriebe und Beschäftigte, die nicht tariflich gebunden sind.

 

Bei den Geld- und Wertdienstleistungen sind rund 11.000 Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer beschäftigt. Das Bundeskabinett hat nun die Verordnung für Beschäftigte in den Geld- und Wertdiensten beschlossen.

Je nach Region und Tätigkeit sind unterschiedliche Entgeltuntergrenzen festgelegt. Alle Mindestlöhne in dieser Branche liegen oberhalb des gesetzlichen Mindestlohns von 8,50 Euro brutto pro Zeitstunde.

Mindestlöhne über der gesetzlichen Untergrenze

Für stationäre Dienstleistungen (Geldbearbeitung) liegt der Mindestlohn zwischen 9,06 Euro im Bereich Ost (mit Berlin) und 12,56 Euro in den Bundesländern Bayern, Hessen und Nordrhein-Westfalen. Er erhöht sich am 1. Januar 2016 auf 9,33 Euro im Bereich Ost (mit Berlin) und 12,92 Euro in Nordrhein-Westfalen, Bayern und Hessen.

Für mobile Dienstleistungen (Geld- und Werttransporte) liegt der Mindeststundenlohn zwischen 10,92 Euro (11,24 Euro ab 1.1.2016) im Bereich Ost (mit Berlin) und 15,29 Euro (15,73 Euro ab 1.1.2016) in Nordrhein-Westfalen. Die Verordnung tritt am 1. Juli 2015 in Kraft und gilt bis zum 31.Dezember 2016.

Erstmals bundesweite Regelung

Im Koalitionsvertrag war vorgesehen, das Arbeitnehmerentsendegesetz für weitere Branchen zu öffnen. Damit sollen bundesweit geltende Branchenregelungen für Mindestlöhne ermöglicht werden. Für die

Geld- und Wertdienste existierte bislang keine eigene Verordnung über zwingende Arbeitsbedingungen.

Sie waren Bestandteil der Sicherheitsdienstleistungen.

Eine entsprechende Verordnung für Sicherheitsdienstleistungen lief jedoch im Dezember 2013 aus. Daher haben die Tarifpartner - Ver.di für die Gewerkschaftsseite und der Bundesverband Deutsche Geld- und Wertdienste für die Arbeitgeberseite - für ihre Branche eigene Mindestlöhne ausgehandelt.

 

Damit diese flächendeckend gezahlt werden, haben die Tarifpartner gemeinsam beim Bundesministerium für Arbeit und Soziales beantragt, ihren Bundeslohntarifvertrag für Geld- und Wertdienste für allgemeinverbindlich erklären zu lassen. So sind alle in- und ausländischen Arbeitgeber gleichermaßen verpflichtet, ihren in Deutschland beschäftigten Arbeitnehmern die in der Verordnung festgesetzten Mindeststundenlöhne zu zahlen.

Der gesetzliche Mindestlohn gilt

In Deutschland gilt seit dem 1. Januar 2015 der gesetzliche Mindestlohn von 8,50 Euro brutto je Zeitstunde. Mindestlöhne unterhalb des gesetzlichen Mindestlohns sind bis längstens 31. Dezember 2016 erlaubt.

Aktuell gelten in 17 Branchen mit gut 4,6 Millionen Beschäftigten Mindestlöhne. Die Bundesregierung hat sie gemäß Arbeitnehmerentsendegesetz, Arbeitnehmerüberlassungsgesetz oder Tarifvertragsgesetz für allgemeinverbindlich erklärt. So kann der individuellen Situation der jeweiligen Branchen Rechnung getragen werden. Die meisten dieser Branchenmindestlöhne liegen über dem gesetzlichen Mindestlohn.

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/_Anlagen/2015/06/2015-06-16-uebersicht-mindestloehne.pdf?__blob=publicationFile.   pib 17

 

 

 

 

ver.di. Gewerkschaft fordert mehr Gehalt für Lehrer an Integrationskursen

 

Die Dienstleistungsgewerkschaft ver.di fordert ein deutlich höheres Gehalt für Lehrer an Integrationskursen. Auf die niedrige Bezahlung der Lehrer will die Gewerkschaft mit einer Proteskundgebung aufmerksam machen.

 

Die Dienstleistungsgewerkschaft ver.di fordert ein deutlich höheres Gehalt für Volkshochschullehrer, die Integrationskurse für Flüchtlinge und Migranten geben. Die Lehrkräfte übernehmen wichtige integrative Aufgaben auch jenseits des Sprachunterrichtes, die bislang nicht angemessen vergütet werden, erklärte ver.di am Montag. Die Gewerkschaft kündigte zugleich eine Protestkundgebung für Mittwoch vor dem Haus des Deutschen Gewerkschaftsbundes Berlin-Brandenburg in Berlin-Schöneberg an.

In dem Gebäude findet zur gleichen Zeit eine Tagung statt, bei der Bildungsvertreter über die Zukunft der Integrationskurse für Zuwanderer diskutieren. Erwartet werden unter anderem die Präsidentin des Deutschen Volkshochschul-Verbandes, Rita Süssmuth, sowie die Vorsitzende der Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft, Marlis Tepe.

Verkleidet als alte und arme Menschen wollen die Lehrkräfte nach verdi-Angaben auf ihre drohende Altersarmut und Unterbezahlung aufmerksam machen. Ver.di fordert den Angaben zufolge einen Tarifvertrag, wonach eine Unterrichtseinheit mit 60 Euro vergütet werden sollte. (epd/mig 17)

 

 

 

Eigenheim, Glück allein. Interhyp-Wohntraumstudie: Das Zuhause als glücksstiftender Faktor

 

München. Die eigenen vier Wände machen Menschen glücklich und die Entscheidung für Wohneigentum ist ein Entschluss, der selten bereut wird. Dies zeigt die Interhyp-Wohntraumstudie, für die mehr als 2.000 Deutsche danach befragt worden sind, wie ihre Wohnwünsche aussehen und wie sie den Immobilienkauf im Nachhinein bewerten. „Die Studie zeigt, dass der Erwerb von Wohneigentum für viele Menschen ein sehr emotionales Thema ist, das über Rationalität und Wirtschaftlichkeitserwägungen weit hinausgeht“, erklärt Michiel Goris, Vorstandsvorsitzender der Interhyp AG, Deutschlands größtem Vermittler privater Baufinanzierungen. Und fügt hinzu: „Die meisten unserer Kunden suchen nicht nur eine Immobilie, sondern ein Zuhause.“

 

80 Prozent der Bundesbürger träumen vom eigenen Heim und dieser Traum hält offenbar, was er verspricht, auch wenn er in Erfüllung gegangen ist: So geben 93 Prozent aller Eigentümer an, mit der Entscheidung für die eigene Immobilie zufrieden und glücklich zu sein.

 

Subjektive Glücksmomente

In welchen Situationen sich der Immobilienerwerb am schönsten anfühlt, ist individuell verschieden: Am häufigsten wird der Einzug genannt (26 Prozent), aber auch der Moment der Fertigstellung bleibt einigen Häuslebauern angenehm in Erinnerung (8 Prozent). Überdies ist das Ausmaß des Wohnglücks regional verschieden: Die zufriedensten Immobilienbesitzer findet man in München (97 Prozent), dicht gefolgt von Berlin (95 Prozent). Am „unzufriedensten“ unter den großen und mittleren Städten in Deutschland sind die Eigentümer in Köln mit 74 Prozent sowie die Hamburger und Frankfurter mit jeweils 79 Prozent.

 

Glückskiller

Befragt nach negativen Erfahrungen im Zusammenhang mit ihrem Wohneigentum geben neun Prozent der Befragten die finanzielle Belastung oder zu hohe, unkalkulierbare Nebenkosten an. Fünf Prozent erinnern sich an einen Wasserschaden und jeweils zwei Prozent mussten eine Verzögerung der Fertigstellung oder sogar die Pleite der Baufirma erleben.

 

Während gegen einen Wasserrohrbruch oder die Insolvenz des Vertragspartners natürlich niemand gefeit ist, kann man den finanzierungsbedingten Problemen schon vorab aktiv begegnen: „Eine professionelle Planung der Finanzierung, welche von einer soliden Haushaltsrechnung ausgeht und auf die persönliche Lebenssituation des Kunden zugeschnitten ist, kann die meisten kreditbedingten Unliebsamkeiten von vornherein ausschließen. Eine individuell passende Finanzierungslösung sollte Kreditnehmern genügend Freiheit und finanziellen Spielraum für geplante und ungeplante Investitionen und Anschaffungen lassen“, erklärt der Interhyp-Chef. Interhyp