WEBGIORNALE   15-21   GIUGNO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       I compiti che l’Europa deve fare. Il nuovo patto confederale per far ripartire l’Unione  1

2.       Renzi sull’emergenza migranti: “Piano B se l’Ue non ci ascolterà”  1

3.       Migranti, Nord contro Sud. Conflitti di solidarietà  1

4.       Profughi 2

5.       Emergenze. L’ondata di migranti che divide gli italiani 2

6.       Immigrazione. Avramopoulos: l’Italia non è sola, l’Agenda è un test per l’Europa  2

7.       Emergenza migranti. Il buon cuore da solo non basterà  3

8.       Parlamento tedesco sotto attacco hacker da mesi. La firma è russa?  3

9.       Insediato il nuovo Intercomites Germania. Tommaso Conte è il nuovo coordinatore  3

10.   Sogni italiani a Berlino  3

11.   A Stoccarda, assemblea Ital Germania e.v. e aggiornamento degli operatori del Patronato Ital-Uil 4

12.   A Kaufbeuren (Baviera) celebrato il 60° della firma dei contratti bilaterali sulla manodopera italiana in Germania  4

13.   Sindacati a confronto. Primo incontro a Berlino fra il sindacato tedesco e quelli italiani 4

14.   A Kiel la tredicesima edizione del Festival del Romanzo d’Esordio  4

15.   Berlino ha ricordato il maestro Abbado ad un anno dalla morte  4

16.   Confronto fra i leader sindacali tedeschi e italiani 5

17.   Acli: la chiusura di Maroni ai migranti non aiuta l’Italia  5

18.   Camera. L’audizione informale dei Patronati del Cepa sulla firma della Convenzione con il Maeci 5

19.   Cambiamenti climatici: da Kyoto a Parigi 6

20.   Rincorsa Lega-Fi e sugli immigrati è caos istituzionale  6

21.   L’audizione dei rappresentanti del Comitato promotore degli “Stati generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo”  6

22.   La questione russa. Italia e Putin, la fermezza senza muri del presidente Obama  7

23.   La strategia perdente di non decidere  7

24.   Migranti, Renzi: «Battaglia forte in Europa ma è pronto un piano B»  7

25.   Area euro-mediterranea. Sicurezza alimentare e urbanizzazione: le sfide  8

26.   Per rinnovare  9

27.   Cacicchi e scandali. La palude del localismo politico  9

28.   Migranti, sciopero della fame e sit-in a Ventimiglia. Sgomberata stazione di Milano  9

29.   Il coraggio di guardare la realtà  10

30.   Andrea Riccardi: Stimolare l’estroversione italiana nel mondo globale e accrescere l’italofonia  10

31.   Interrogazione su situazione drammatica in cui versa la rete consolare  10

32.   Hillary Clinton e l’esercizio del diritto di voto  11

33.   Arresto Azzollini e riforma scuola scogli per il governo  11

34.   Italia che cambia  11

35.   Il sondaggio che ci accusa: siamo i più razzisti d'Europa  12

36.   Expo, lo spreco di cibo costa 2.060 miliardi nel mondo. Oltre 8 in Italia  12

37.   L'incrocio di scandali ed emergenze che preoccupa Renzi 12

38.   Tosi (sindaco a Verona): “Salvini, fanfarone e Capitan fracassa”  12

39.   Entro il 16 giugno il pagamento dell’acconto dell’imposta municipale sugli immobili e della tassa sui servizi 12

40.   Una città libera per tutti I migrant 13

41.   Migranti, Zaia ai prefetti del Veneto: "Via dalle località turistiche o stagione a rischio"  13

42.   Italianità  13

43.   Dino Nardi (Uim Europa): Quel pensiero che non fa dormire tanti emigrati: le tasse! 14

44.   Interventi. Mario Castellengo (UIM): “L’utilità del patronato all’estero? Provare per credere!”  14

45.   PD. Ripensiamo la forma-partito: le proposte degli Italiani e delle Italiane nel Mondo  14

46.   Premio Internazionale Pugliesi nel Mondo, VII edizione il 12 dicembre a Bari 14

47.   Associazione Piemontesi nel Mondo. A Frossasco Festa del Piemonte 2015  15

 

 

1.       Italien: Migranten sind eine Ressource  15

2.       EU-Flüchtlingspolitik. De Maizière sagt Aufnahme weiterer Flüchtlinge nach EU-Quote zu  15

3.       Bund sagt Ländern für Flüchtlinge mehr Geld zu  15

4.       Abschluss des G7-Gipfels. Gemeinsame Werte verbinden  16

5.       Klimaschutz gegen Welthunger: Kritik am "lauwarmen" Deal von Elmau  16

6.       G7 bekräftigt Sanktionspolitik gegen Russland  16

7.       „Institutionelle Nötigung zum Dialog“  17

8.       UNHCR. Zahl der Bootsflüchtlinge auf dem Mittelmeer steigt auf das Doppelte  17

9.       Protest gegen ausländerfeindliche Plakate in Ungarn  17

10.   Türken erteilen Erdogans Machtplänen eine Abfuhr 18

11.   „Rote Karte für Erdogan“. Vier Antworten zu den Wahlen in der Türkei von Felix Schmidt in Istanbul. 18

12.   AKP im Ausland stärker als in der Türkei 18

13.   PEN-Zentrum Deutschland erhält Europa-Lilie 2015. Negativpreis für Alternative für Deutschland (AfD) 19

14.   Studie. Unternehmen stellen zu wenige ausländische Akademiker an  19

15.   Ausländische Studierende. Deutschland gelingt es nicht, Fachkräfte zu halten  19

16.   Wahlergebnisse Türkei. So haben Türken in Deutschland gewählt 20

17.   Nur jede 6. Bundesfreiwilligendienst-Stelle besetzt 20

18.   Wie sich Vorurteile in unser Gehirn meißeln und wie wir sie wieder loswerden  20

19.   Manpower Arbeitsmarktbarometer: Unternehmen planen Einstellungen im dritten Quartal - Ostdeutschland holt auf 21

20.   Vielfalt macht uns stärker! Mehr Beschäftigung von Akademikerinnen und Akademikern mit ausländischen Wurzeln  22

21.   Hessen. Urteil des VGH zu Führerschein für Asylbewerber ohne Papiere  22

22.   Geisterspiel in Split. Hakenkreuz-Skandal bei Kroatien gegen Italien  22

 

 

 

 

 

I compiti che l’Europa deve fare. Il nuovo patto confederale per far ripartire l’Unione

 

Né con te né senza di te: forse si può riassumere così l’attuale atteggiamento della maggioranza degli europei verso l’Unione: da un lato, c’è l’insofferenza per ciò che l’Unione europea è, per i suoi vistosi limiti e difetti; dall’altro lato, c’è il timore di ciò che potrebbe capitarci se l’Unione improvvisamente si disgregasse. Vero, ci sono anche quelli che hanno tradotto l’insofferenza per l’Unione in un programma d’azione antieuropeo, che pensano che dell’Unione possiamo fare a meno, persone che seguono movimenti politici che rivendicano il ritorno alle sovranità nazionali. Sono tanti in Europa, forse anche in crescita, ma sono ancora lontani, secondo i sondaggi, dall’essere maggioranza. Più o meno oscuramente, tanti europei, comunque, comprendono che in un mondo di colossi non si compete mantenendo le «taglie», demografiche, economiche e politiche, dei vecchi Stati europei: sarebbe come se (accadde di frequente ai tempi della colonizzazione europea) piccole tribù con archi e frecce si scontrassero contro grandi eserciti dotati di cannoni e mitragliatrici.

Persino Marine Le Pen non riesce a essere convincente quando rivendica il ritorno alla sovranità, nonostante che ella stia parlando della Francia, dello Stato-nazione meglio strutturato e organizzato che la storia europea abbia espresso. Figurarsi poi quando la rivendicazione di ritorno alla sovranità è invocata dai movimenti antieuropeisti vocianti all’interno delle «pulci», gli staterelli europei. O anche dell’Italia, che pulce non è: la Lega di Matteo Salvini, ad esempio, che contrasta l’euro e invoca il ritorno alla sovranità, non fa i conti con la cronica debolezza dello Stato-nazione italiano. Se il protezionismo economico (statal-nazionale) invocato dai movimenti anti-euro è insostenibile per tutti, nel caso italiano ci sono anche buone ragioni geopolitiche per evitare il «faccio da sola, grazie»: hanno a che fare con le turbolenze mediterranee. Se bastasse sigillare le frontiere per tenersi al riparo dai guai, allora vivremmo da un pezzo in un mondo stabile e pacifico.

Se dunque, quando si parla di Europa, il «senza di te» non è praticabile, bisogna però anche aggiungere che una sorte migliore non arride al «con te», checché ne pensino certi europeisti un po’ acritici. Ha ragione Francesco Giavazzi (Corriere, 5 giugno): ma come è possibile che, mentre nel mondo accade di tutto, l’Europa, da cinque anni, sia inchiodata a parlare quasi esclusivamente di Grecia? Per giunta, occupandosene in un modo che oscilla fra l’ipocrita e il patetico: pretendendo dai greci una modernizzazione dell’economia (proposte «assurde», ribadisce l’ineffabile primo ministro Tsipras), che la società greca, a maggioranza, non ha mai avuto intenzione di fare? Forse è il caso di dire basta e cominciare a parlar d’altro.

Giavazzi ritiene che se proprio vogliamo tener dentro una Grecia che ha scelto di non modernizzarsi pagandone (noi europei) il prezzo, dovremmo farlo solo per ragioni geopolitiche, essendo quello un Paese cerniera fra Europa e Medio Oriente. In teoria, Giavazzi ha ragione. In pratica, questa Europa, in virtù della sua storia pregressa, ha sviluppato una particolare sordità di fronte alle più stringenti necessità geopolitiche. Come dimostra anche la sua incapacità di creare una politica comune dell’immigrazione.

Contrariamente a quanto si aspettava l’europeismo tradizionale, l’integrazione economica non è stata affatto un viatico o un facilitatore dell’integrazione politica. La prova sta nella rinascita dei nazionalismi e nel condizionamento che essi esercitano su tutte le classi politiche europee. Servirebbe un nuovo «patto europeo» da proporre alle opinioni pubbliche con la giusta enfasi ma senza fumosità e ipocrisie, fondato sulla chiarezza dei propositi. Insieme a uomini politici dotati di coraggio e di visione. Servirebbe un nuovo patto perché quello su cui è stata edificata l’Europa in oltre mezzo secolo si è irreparabilmente usurato, e fare finta che non sia così rischia di portarla alla distruzione. Occorre che agli europei venga offerta la possibilità di dare vita a un accordo confederale (come ce ne sono stati tanti nella storia del mondo): si mettono in comune poche cose cruciali (moneta, controllo dei confini mediante la regolamentazione dei flussi, trattati internazionali), senza troppa retorica, per ragioni di pura convenienza, convincendo le opinioni pubbliche che i Paesi europei, andando ciascuno per suo conto, non potrebbero fronteggiare le dure condizioni della competizione internazionale. Si lascia contemporaneamente la gestione di tutto il resto ai singoli Stati, nel rispetto di identità antiche, forgiate dalla storia, non cancellabili con un burocratico tratto di penna. Sarebbe anche necessario un nuovo trattato per riorganizzare la macchina dell’Unione, per ridefinirne compiti e funzioni. Persino Angela Merkel, persona prudente ma politica di razza, dovrà prima o poi capire che occorre un salto di qualità.

C’è stato un tempo in cui l’Europa aveva un tale prestigio che poteva «vendere» qualunque cosa a chiunque. Allora, ad esempio, avrebbe potuto persino far credere a tanti che uno come l’attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, fosse un «grande leader europeo». Quell’epoca è finita. Prima lo si capisce e prima diventerà possibile inventarsi una nuova offerta politica. Angelo Panebianco, CdS 8

 

 

 

 

Renzi sull’emergenza migranti: “Piano B se l’Ue non ci ascolterà”

 

Il premier accelera, convoca le Regioni e si prepara all’incontro Cameron-Hollande

 

Matteo Renzi cerca una via d’uscita di fronte alla nuova emergenza profughi. Nel momento in cui la Francia chiude Ventimiglia e a Roma viene allestita una tendopoli, riaccendendo le polemiche da parte delle opposizioni, il premier decide di convocare le Regioni e fa sapere che gli incontri in agenda con il numero uno inglese David Cameron e il primo ministro Francois Hollande, previsti rispettivamente il 17 e il 21 giugno all’Expo, avranno anche l’immigrazione fra i temi sul tavolo. Anche perché proprio con la Francia rischia di innescarsi - se non un caso diplomatico - certamente un periodo di tensioni che rischiano di superare la striscia di confine di Ventimiglia. Se l’Europa non ci ascolta sui migranti, l’Italia «ha un piano B». Matteo Renzi in un’intervista al Corriere della Sera, ribadisce che il governo italiano «vuole lavorare fino all’ultimo per dare una risposta europea. Per questo vedrà nei prossimi giorni Hollande e Cameron e riparlerà con Juncker e Merkel».  

 

Due i punti chiave da risolvere: quello relativo alle quote, vale a dire alla redistribuzione dei richiedenti asilo, e quello delle risorse. I profughi - ribadisce la vicesegretaria del Pd Deborah Serracchiani - «non sono un problema italiano» e l’Unione europea e e gli Stati membri sono colpevoli di un «atteggiamento miope» che non fa altro che «favorire gli estremismi». È ora, incalza il Pd, che aprano «gli occhi e intervengano subito, e concretamente». A partire dalla necessità di mettere in campo più fondi: «60 milioni - mette infatti in chiaro il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni - non sono un impegno sufficiente». 

 

In vista del prossimo vertice europeo, previsto per il 25 e il 26 giugno, il governo è pronto dunque a battersi, assicura il responsabile della Farnesina, «per una cosa che serve all’Italia ma che soprattutto serve all’Europa per avere un ruolo politico e una coscienza sul tema dell’immigrazione». Il che vuol dire, spiega Serracchiani, che «faremo una forte, decisa, pressione affinché passi l’unica linea che serve: redistribuzione e selezione tra profughi di guerra e migranti `economici´». Un passaggio quest’ultimo, che insieme ad un’accelerazione sul fronte dell’identificazione dei migranti, andrebbe incontro ad alcune delle richieste che arrivano da Oltralpe. 

 

Il governo, d’altro canto, ha sempre saputo che il negoziato sarebbe stato difficile, ma «lavoriamo - dice il sottosegretario con delega all’Ue Sandro Gozi - perché tutti i punti dell’agenda immigrazione vengano accettati al vertice europeo di fine giugno». Anche perché i tempi sono ristretti: «Bisognerà lavorare molto nelle prossime settimane - assicura sempre Gozi - perché a luglio la redistribuzione deve partire». E se è vero, chiosa Gentiloni, che la proposta della Commissione Ue per fronteggiare l’emergenza immigrazione «non è una bacchetta magica» è vero che “se l’Europa non fa almeno questo passo sarà una sconfitta terribile”.

LS 14

 

 

 

 

 

Migranti, Nord contro Sud. Conflitti di solidarietà

 

Parigi e Londra fanno muro nei confronti di Italia e Grecia. E da noi le città settentrionali non vogliono sopportare tutto il peso degli arrivi. Ovunque si sente dire che «la soluzione è altrove». Ritornano gli interessi nazionali, senza prospettiva - di Massimo Nava

 

Ripensando l’evangelica metafora della cruna dell’ago, non è semplicistico constatare che benessere ed egoismo vadano a braccetto e che la solidarietà stia diventando merce rara. In Italia e in Europa. È emblematico l’atteggiamento nei confronti dei migranti, il desolante scaricabarile fra Regioni, sindaci, governi e capitali europee, come se le immani tragedie di questi mesi non fossero avvenute o non avessero insegnato nulla.

La convergenza d’interessi dei cittadini e di sensibilità politiche di vario colore mette in conflitto regioni ricche del Nord e regioni povere del Sud, senza considerare, oltre tutto, che proprio il Sud sopporta il peso maggiore degli sbarchi quotidiani. Al tempo stesso, la pur discutibile proposta delle quote di accoglienza ha messo in conflitto Paesi più bisognosi di solidarietà (Italia, Grecia) e molti Paesi dell’Europa del Nord che hanno respinto la proposta o l’hanno lasciata annegare fra distinguo e rinvii a Bruxelles. Schengen è una foglia di fico su ideali di libera circolazione contraddetti da chiusure di frontiere e controlli ossessivi. Sui treni per Parigi o per Vienna, la polizia controlla e respinge. Nella Francia socialista, si assiste a sgomberi forzati di accampamenti improvvisati. La Gran Bretagna si chiude e si arrocca.

Nessuno può nascondersi la dimensione del problema, l’impossibilità di accogliere tutti e di farlo in modo decente, la lotta contro il tempo per trovare spazi, centri, contromisure politiche, diplomatiche, militari. Ma è triste che ovunque si senta dire che la «soluzione» è altrove: nei Paesi di provenienza, all’Onu, nel Paese con il Pil più alto o con la disoccupazione più bassa, nella Regione X o nel villaggio Y. Altrove, basta che non sia nel mio giardino.

Si potrebbe concludere che i migranti hanno più possibilità di accoglienza fra i poveri o nelle aree meno progredite? La risposta è più complicata. Sulle chiusure del Nord pesano preoccupazioni e insicurezze dei ceti più deboli, più esposti alla convivenza con i nuovi arrivati e a una tragica competizione su prestazioni e servizi, che condizionano la rappresentanza politica a tutti i livelli, dal municipio al parlamento di Strasburgo. Ma di questo passo risulta vincente la versione più subdola e raffinata del populismo che assomiglia molto alla democrazia del sondaggio e dei talk show. È quel populismo che paralizza decisioni coraggiose e lungimiranti assunzioni di responsabilità, che non ha nemmeno bisogno di tribuni spregiudicati, che si alimenta con la paura delle prossime elezioni. Con il paradosso che il populismo dei vari Front National diventa l’alibi e la misura dell’azione politica.

L’egoismo del Nord ricco, soprattutto della Germania, e la paura del nuovo populismo sono riscontrabili anche nel modo in cui si lascia la Grecia sull’orlo del burrone con un occhio, più che al sostenibile conto del salvataggio , a i contraccolpi dell’opinione pubblica, «drogata» dalla narrazione a senso unico sull’allegra finanza di Atene e sul dovere morale di pagare i debiti, anche a costo di fare morire il debitore. In questo caso, la solidarietà, fondamento di molte costituzioni e della stessa Europa, c’entra poco con la necessità dei «compiti a casa», delle riforme strutturali, dei parametri di Maastricht, (violati, in passato, proprio dai Paesi ricchi). Conta di più l’interesse nazionale, senza memoria e senza prospettiva. Lo stesso interesse che spinge lontano la Gran Bretagna e che, di questo passo, farà implodere l’Europa. CdS 12

 

 

 

 

 

Profughi

 

Ci siamo ormai abituati a giudicare i fatti del Medio Oriente solo attraverso il prisma dei successi (rari) e degli insuccessi (più frequenti) nello scontro militare con l’Isis. Ma sul terreno, in Siria, Iraq e altri Paesi, si combatte anche un’altra battaglia, non meno cruenta e non meno importante per la strategia generale dell’Isis o di chi gli si oppone: quella dei profughi.

In Siria, l’Isis (soprattutto), Al Nusra e le altre formazioni armate che combattono il regime di Assad e sono più o meno legate all’estremismo islamico hanno ormai conquistato tutta la regione del Nord che confina con la Turchia. Questo significa che i profughi interni non hanno più speranza di poter fuggire in Turchia, e molte meno possibilità di prima di ricevere aiuti attraverso il confine turco, visto che il regime di Erdogan parteggia apertamente per Isis e compagni.

Questa situazione “militare” ha, ovviamente, un costo umano (le sofferenze della gente sballottata dalla guerra) ma anche un significato strategico. È inevitabile che i siriani profughi si riversino, a questo punto, verso Sud, cioè verso il Libano, mettendo a rischio la stabilità di questo Paese. In Libano si è già vicini al tracollo, con un milione e 200 mila profughi su quattro milioni di abitanti, e il Governo ha cercato di mettere un freno agli ingressi imponendo ai siriani in fuga un visto di entrata. È facile capire che cosa potrebbe succedere in Libano (con grande soddisfazione dell’Isis, che infatti cerca di incentivare questo processo) se alle sue frontiere si presentasse un nuovo, improvviso flusso di profughi. Che sono in gran parte sunniti, in un Paese dove la maggioranza è sciita ma la minoranza sunnita è già corposa.

Qualcosa di simile sta succedendo in Iraq con i rifugiati interni. È nota la situazione del Kurdistan, dove due milioni di rifugiati sono stati in qualche modo accolti da una popolazione di sei milioni di persone. Ma dopo la battaglia di Ramadi, grossa città dell’Iraq centrale conquistata dalle milizie del califfato islamico, un’onda di disperati si è riversata sulla capitale Baghdad. Quasi 200 mila persone, è stato calcolato. E anche in questo caso, le autorità hanno cercato di frenare il flusso imponendo ai rifugiati in arrivo la presentazione di una “raccomandazione”, di garanzia da parte di qualcuno già residente in città.

Anche in questo caso, la questione umanitaria, gravissima, nasconde una crepa politica potenzialmente devastante. Perché al Governo, in Iraq, ci sono gli sciiti, mentre i profughi di Ramadi sono sunniti. È chiaro che un provvedimento come quello può solo peggiorare i rapporti tra sunniti e sciiti iracheni. E lo stato pessimo di quei rapporti è una delle cause che spiegano, tra l’altro, anche i successi dell’Isis.

Qualcosa di analogo avviene in Libia. È noto che le milizie islamiste traggono corposi guadagni dal traffico di esseri umani. Ma è ormai evidente che questo traffico, oltre che una fonte di finanziamento, sta diventando uno strumento di pressione politica nei confronti dell’Europa (con l’Italia in prima linea), costretta comunque sulla difensiva da un flusso migratorio che non si riesce a interrompere ma che resta difficile da gestire. I profughi, insomma, sono diventati un’altra arma nelle mani dei terroristi.  Fulvio Scaglione, Fgp 9

 

 

 

 

Emergenze. L’ondata di migranti che divide gli italiani

 

Anche esponenti locali del centrosinistra sulla questione dell’accoglienza si appellano all’«abbiamo già dato» pronunciato da destra. Mentre le posizioni dei partiti convergono aumenta la spaccatura tra un Sud sotto pressione e il Nord

di Goffredo Buccini

 

La faglia s’allarga. Da politica, rischia di diventare territoriale e sociale, attestandosi lungo rancori sedimentati tra due Italie. Già così distanti per qualità di servizi e sanità, trasporti e infrastrutture, Nord e Sud s’allontanano ora sull’ultima e più cruda emergenza: i migranti. Che al Sud sbarcano (e in gran parte restano) e al Nord andranno sempre più verso ponti levatoi alzati.

 

La «rivolta» contro Roma e i suoi prefetti, avviata dal presidente Maroni e subito appoggiata dai presidenti Zaia e Toti - asse del nuovo centrodestra in Lombardia, Veneto e Liguria dopo il voto del 31 maggio - sta cambiando segno. Ha trovato sponda tra i sindaci (o candidati sindaci) «nordisti» del Pd. Felice Casson a Venezia, il nome più famoso. Ma anche Achille Variati a Vicenza, che stigmatizzava le manifestazioni della destra xenofoba fino a poco tempo fa. E ancora decine di primi cittadini «riluttanti» all’accoglienza, secondo l’ufficio immigrazione di quella Toscana che, nell’emergenza degli sbarchi del 2011, si distinse per generosità. Il linguaggio cambia («non siamo il Paese di Bengodi», tuona Variati), sfumando di giorno in giorno le differenze tra destra e sinistra di fronte a un’opinione pubblica inferocita.

 

Casson è sotto ballottaggio e dunque il suo monito, «Venezia ha già dato», può risentire dell’effetto pre-elettorale. Ma apparirebbe ormai piuttosto miope ridurre questo vento del Nord a mera tattica, ai calcoli di Matteo Salvini per mettere nell’angolo l’altro Matteo, Renzi. Come pure sembrerebbe puerile derubricarlo a un tentativo di Maroni di distogliere l’attenzione da una fastidiosa inchiesta milanese per presunti favori a una giovane collaboratrice. I toni inseguono un sentimento popolare. Perfino Debora Serracchiani, vice di Renzi nel Pd, parlando da presidente del Friuli ammonisce: «Si scordino che prendiamo nella nostra Regione gli immigrati che loro non vogliono».

Nei territori il malessere è forse più profondo di quanto percepito a lungo nei palazzi della politica (i bivacchi dei migranti alla stazione di Milano bastano a capirlo), chi deve cercare consenso non può più prescinderne. E non aiuta certo scoprire ora che l’Europa prende ancora tempo, che il famoso piano per ricollocare 24 mila profughi (con annesso principio di divisione in quote tra gli Stati europei) va slittando a settembre: che in sostanza siamo soli come sempre mentre l’estate incombe con nuovi sbarchi.

 

Nella solitudine i toni si alzano, accentuando fin troppo le connotazioni identitarie. In assenza di un’idea politica forte, o anche di un’idea qualsiasi che appaia risolutiva, l’identità più marcata diventa geografica. Sicché a Maroni che grida alla «ritorsione contro il Nord» s’oppone Angelino Alfano, evidentemente qui non solo nella veste di ministro degli Interni, che denuncia «l’odio contro il Sud». Un bello studio della Fondazione Moressa di Mestre sul «rischio banlieue » nelle nostre periferie ci ha offerto tempo fa una spiegazione sorprendente eppure ragionevole di questo diverso approccio tra le due Italie verso l’impatto dei migranti: il rischio massimo è a Bologna, il minimo a Reggio Calabria; per paradosso, le città più depresse ammortizzano più facilmente i nuovi venuti, assorbendoli verso il basso; dove più alti sono invece reddito e qualità dei servizi, più larga diventa la distanza con gli stranieri e più marcato il pericolo di una loro ghettizzazione.

I numeri da fronteggiare, per il momento, sono meno allarmanti di come vengono raccontati. Se il Guardian ipotizza mezzo milione di profughi pronti a imbarcarsi in Nord Africa, gli arrivi l’anno scorso furono 219 mila in tutta Europa (statisticamente, mezzo migrante ogni mille europei) e quest’anno siamo in linea, con 103 mila. Come insegna Trilussa, tuttavia, la statistica non sempre aiuta: nel 2014, 170 mila arrivi toccarono a noi. Torniamo dunque sempre al punto di partenza, la solitudine dell’Italia.

 

Non è difficile capire, però, che, proprio perché soli, dovremmo essere coesi, mettere fine alla gazzarra di questi giorni: il rischio che qualche testa bacata assalti un pullman che porta i migranti al Nord non è così teorico. Se poi saremo davvero, nel medio periodo, la prima linea di una biblica riallocazione dei popoli inseguiti da guerre e carestie, dovremo imparare qualcosa di nuovo: a stare assieme tra noi. Lungi dal cavalcare il disagio, la politica dovrebbe indicarcene la via. Per dare risposte - ferme o solidali che siano, ma serie - a chi viene da tanto lontano, è indispensabile cominciare a capirsi tra una valle bergamasca e una spiaggia siciliana. CdS 11

 

 

 

 

 

Immigrazione. Avramopoulos: l’Italia non è sola, l’Agenda è un test per l’Europa

 

BRUXELLES - ““La mia presenza qui vuole essere un messaggio forte: in questo difficile momento e con questa pressione così forte sul sistema dell’accoglienza” dei migranti, “l’Italia non è sola”. Il commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos, incontrando a Roma il ministro dell’Interno Angelino Alfano, conferma che “la Commissione e l’Europa tutta intendono aiutare” il nostro Paese. A tal proposito, annuncia che “43 esperti europei di asilo arriveranno in Italia per lavorare con le autorità sul posto”. Ma il vero sostegno dovrà arrivare dall’Agenda europea per le migrazioni. Sarà “un test” per l’Ue, sostiene Avramopoulos, promettendo che non ci sarà “alcun passo indietro” sulla proposta della Commissione che deve essere discussa e approvata dal Consiglio europeo, dove pure ci sono resistenze da parte di alcuni governi”. È quanto si legge su “Eunews”, quotidiano online diretto a Bruxelles da Lorenzo Robustelli.

“Per vincerle, Avramopoulos richiama gli Stati membri alla solidarietà, e ricorda loro che “la forte pressione che oggi debbono subire Italia e Grecia può, un domani, estendersi ad altri paesi”. Tuttavia, aggiunge, “se il reinsediamento e la ricollocazione dei migranti funzionerà, sarà importante per il futuro” dell’Unione.

Per Alfano, “è importante essere riusciti a rompere il muro di Dublino” chiamando i partner europei ad accogliere una parte del flusso migratorio. Secondo il ministro, “non è solo il Paese di primo ingresso a doversi far carico dei migranti” – come è attualmente previsto dal regolamento di Dublino – ma il meccanismo contenuto nell’Agenda è comunque insufficiente, perché “è difficile immaginare che siano solo 24 mila gli eritrei e i siriani da allocare in altri Paesi, e che questa possa essere la cifra giusta in due anni”.

In effetti, il numero di profughi sbarcati sulle coste italiane ha già superato i 55 mila da inizio anno (oltre duemila sono arrivati solo ieri), 8 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2014. Di questi, poco meno di 15 mila provengono dall’Eritrea o dalla Siria. Se il flusso dovesse proseguire con questo ritmo – è cruciale capire cosa accadrà nei prossimi mesi, quando l’estate garantirà le condizioni meteo più favorevoli per la traversata del Mediterraneo – alla fine del 2015 il numero di migranti a cui prestare assistenza potrebbe aggirarsi attorno ai 130 mila. E’ una cifra ben inferiore ai milioni di rifugiati nei campi profughi di Libano e Giordania, ad esempio, ma sufficiente a mettere in crisi il sistema dell’accoglienza italiano, sul quale in queste ore si sta sviluppando uno scontro tra regioni e governo.

Sono quelle guidate da Lega e Forza Italia a opporsi al meccanismo di redistribuzione su base regionale, che è gestito dal Viminale con l’ausilio dei prefetti. Il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, è arrivato a minacciare un taglio dei trasferimenti di risorse ai comuni che dovessero accogliere i migranti inviati dalle prefetture. Una posizione condivisa da suo collega di Partito Luca Zaia, riconfermato alla guida del Veneto, e dal neo eletto presidente della Liguria Giovanni Toti.

Dal G7 in Germania, Renzi li invita a “recuperare il buonsenso” perché, sottolinea, “è difficile andare in Europa e dire agli altri Paesi: accoglieteli voi” i richiedenti asilo, se le nostre Regioni non sono le prime a farlo. È questo il ragionamento del Premier, il quale precisa poi che ripartire su base regionale i migranti è “il metodo Maroni”, dal momento che era lo stesso governatore lombardo a ricoprire il ruolo di ministro dell’interno quando fu studiato questo sistema.

Il capo dell’esecutivo dichiara poi di aver già anticipato con alcuni colleghi, durante la 2 giorni tedesca, la discussione sull’Agenda europea per le migrazioni che sarà sul tavolo al Consiglio del 25 e 26 giugno. Lì “cercheremo di portare a casa risultati”, annuncia Renzi, il quale dice di aver spiegato “a Juncker, Hollande, Cameron, Merkel” che “questo piano di 24 mila posti è insuffciente” per l’Italia, e dunque “c’è la necessità di fare di più””. (aise 8) 

 

 

 

 

 

Emergenza migranti. Il buon cuore da solo non basterà

 

Se vogliamo aiutare i razzisti, siamo sulla strada giusta. Lasciamo che le stazioni diventino bivacchi, che i parchi si trasformino in dormitori, che le periferie siano trappole per poveri di ogni nazionalità. Chiudiamoci nei nostri appartamenti con l’aria condizionata in attesa di spostarci nella casa al mare. Ma dovremo uscirne, prima o poi.

Il degrado porta degrado, la bellezza di una città provoca orgoglio e regala voglia di fare. Milano, agghindata per l’Expo, sta riscoprendo questo piacere. Un piacere che non è legato a una classe sociale, a un’etnia, a un’età. Andate in piazza Duomo, una di queste sere, passeggiate nella Galleria ripulita: il decoro non è la consolazione dei superficiali, è la ricompensa degli onesti.

Altri Paesi, prima di noi, si sono trovati davanti a un’ondata migratoria eccezionale. Ma pochi, forse nessuno, l’ha affrontata con altrettanta, litigiosa superficialità. Chi dovrebbe definire la questione con parole chiare non lo fa. Non un governo deluso dai partner internazionali e preoccupato dalle imboscate parlamentari, con un ministro dell’Interno frastornato dalle vicende giudiziarie del partito; non i tanti dirigenti regionali incapaci di vedere un metro oltre il confine. I sondaggi dicono che cresce il consenso dell’opposizione di destra. Che non c’è. Pensate se ci fosse. L a forza politica più agile, nell’attuale confusione, appare la Lega. L’attivismo televisivo di Matteo Salvini è formidabile, il suo cinismo stupefacente. Ma non nuovo.

Sono molte le formazioni che, nell’Unione Europea, hanno sfruttato la paura davanti all’immigrazione incontrollata per guadagnare posizioni: è successo in Francia e in Olanda, in Svezia e in Gran Bretagna. Sta succedendo in Polonia. Accadrà in Italia, e potrebbe rivelarsi più insidioso. Davanti all’Africa sta la Sicilia, non il Sussex o la Slesia.

Davanti a fenomeni di questa portata, non basta lamentarsi, protestare, auspicare, invocare. Occorre trovare l’equilibrio tra il buon cuore e il buon senso.

Il buon cuore, da solo, non basta. Le ondate umane che si rovesciano sull’Italia non si possono affrontare solo con gli inviti alla calma. Alle molte brave persone - in politica e nella società, nelle associazioni e nella Chiesa - che chiedono solo d’essere generosi, vien da dire: fin dove? Qual è il limite delle nostre città, delle nostre finanze, delle nostre emozioni? Certo è vergognoso che il nome d’una malattia diventi l’ultima forma di insulto televisivo («Che ti venga la scabbia!»). Di sicuro l’emergenza sanitaria cresce. Parlate con qualsiasi medico informato, ve lo confermerà. Ma il buon senso, in certe bocche, diventa egoismo e ferocia. Non dimentichiamolo: tra i migranti molti sono profughi e scappano da guerre e persecuzioni, come gli eritrei e i siriani. Non possiamo accoglierli tutti, ma in Europa possiamo accoglierne molti. Per gli altri, si provi a organizzare zone protette in Africa e in Medio Oriente, con l’aiuto dell’Onu, che quest’anno compie 70 anni. Cerchi di meritarsi i festeggiamenti.

La discussione sull’immigrazione, nelle ultime settimane, ha assunto toni lugubri: quelli che piacciono agli estremisti e non aiutano a trovare soluzioni. Chi invoca «rispetto e regole», ormai, viene deriso. Scusate, qual è l’alternativa? Regole senza rispetto? Così trasformiamo l’Italia in un campo di detenzione. Rispetto senza regole? Così diventiamo retorici e incoerenti: due aggettivi che, da tempo, sono la nostra zavorra.

Siamo il Paese delle mezze verità. E a furia di mezze verità, se non stiamo attenti, arriveremo al disastro completo. Beppe Severgnini, CdS 13

 

 

 

 

 

Parlamento tedesco sotto attacco hacker da mesi. La firma è russa?

 

Scaricati miliardi di dati da 20 mila computer, compresi quelli degli eletti al Bundestag - TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - Il Bundestag è sotto attacco, e da mesi. Qualcuno è riuscito a penetrare nel sistema informatico del Parlamento tedesco scaricando miliardi di dati dai suoi circa 20mila computer, accedendo anche a quelli dei parlamentari. È il cyber attacco più pesante della storia a un’istituzione tedesca. I servizi a protezione della costituzione e il servizio di difesa del sistema informatico del Bundestag sono convinti che un attacco del genere possa soltanto essere partito da un Paese, o da servizi segreti stranieri. E secondo un’indiscrezione della Dpa, tutti gli indizi punterebbero verso la Russia. 

 

Il capo della protezione della costituzione, Hans-Georg Maassen ha confermato che l’attacco potrebbe arrivare da «servizi segreti di un altro Paese». Non ha voluto confermare i sospetti su un’operazione russa, ma ha aggiunto che «i cyber attacchi dei servizi segreti russi sono molto sofisticati e ci preoccupano».  

Oltretutto, da quando i tecnici del Bundestag hanno fatto - per caso - questa sconcertante scoperta, l’8 maggio scorso, non sono ancora riusciti a fermare l’attacco degli ignoti hacker. Adesso stanno pensando di azzerare l’intero sistema informatico della Camera bassa tedesca. Thomas Oppermann, capogruppo Spd, si è detto «molto preoccupato», soprattutto «perché ancora non sappiamo come fermare questo virus»> ha detto a N24.  LS 11

 

 

 

 

Insediato il nuovo Intercomites Germania. Tommaso Conte è il nuovo coordinatore

 

Berlino - Il Comitato dei presidenti Comites Germania si è riunito giovedì 4 giugno per la prima volta dopo l’esito delle nuove elezioni a Berlino e ha eletto all’unanimità come nuovo coordinatore dell’Intercomites Germania il presidente di Stoccarda, dott. Tommaso Conte.

Sono stati inoltre eletti nel Coordinamento l’avv. Simonetta Donà presidente di Berlino, Marilena Rossi presidente di Dortmund, il dott. Giuseppe Scigliano presidente di Hannover e Angela Ciliberto presidente di Norimberga.

Sono state costituite infine le seguenti Commissioni lavoro: Servizi consolari, responsabile Calogero Ferro, presidente di Francoforte; Scuola e Cultura, responsabile Tommaso Conte, presidente di Stoccarda; Assistenza, Previdenza e Nuova emigrazione, responsabile Paolo Brullo presidente di Wolfsburg. (Inform)

 

 

 

 

Sogni italiani a Berlino

 

BERLINO - “All’inizio c’è una traccia di muro. Poi un corpo. Inquieto, comincia a dimenarsi. Pare non trovare pace, nella tuta che lo imprigiona e che lo rende simile a un manichino senza volto. Striscia lungo il confine del muro di Berlino, si strappa lembi di tessuto fino a lasciare liberi prima gli occhi, poi un pezzo di pelle, infine tutto il corpo. Nudo, si ritrova a camminare tra gli alberi. A un senso di soffocamento segue una sensazione diriappacificazione con l’ambiente circostante”. A scrivere Sibilla Pace che firma questo articolo per ildeutschitalia.com, magazine online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“Quella di Petra Fantozzi, in mostra dal 31 maggio al “Museum Europäischer Kulturen” (Museo delle Culture Europee) è una delle sei opere di otto donne italiane, attive in diversi ambiti artistici, esposte nel quadro della mostra “Erfüllbare Träume? Italiennerinnen in Berlin” (Sogni realizzabili? Italiane a Berlino). La mostra è stata organizzata dalle tante donne di Rete Donne Berlino – un’associazione di donne italiane residenti nella capita tedesca - sotto il coordinamento di Lisa Mazzi e Tania Tonelli e grazie ai finanziamenti del Preußischer Kulturbesitz, Ente statale a cui fanno capo i musei di Berlino, appoggiato dall’Istituto Italiano di Cultura.

Figlia di madre ungherese e padre italiano, Petra Fantozzi è cresciuta a cavallo di due mondi – all’epoca della sua infanzia si chiamavano blocchi. Ha vissuto l’estraniamento di essere mezza ungherese in Italia, ma anche la difficoltà di essere straniera a Berlino agli inizi degli anni 2000 quando ancora, come afferma lei stessa, per far veramente parte del tessuto cittadino “il tedesco lo dovevi imparare sul serio”.

E se le modalità e i motivi per emigrare sono cambiati – non solo rispetto alla migrazione degli anni Cinquanta e Sessanta, ma addirittura rispetto a dieci anni fa – la costante degli spostamenti verso la Germania è rimasta una certezza nel corso degli anni.

Quella italiana è infatti – come ribadito da Aldo Venturelli, direttore dell’Istituto di Cultura Italiano, nel suo discorso in occasione dell’inaugurazione – la comunità europea più grande presente sul suolo tedesco. Venturelli ha poi ricordato come quest’anno si celebri il 60esimo anniversario dell’accordo bilaterale sull’emigrazione tra Germania e Italia.

La mostra si dipana lungo il percorso della collezione permanente del museo, fondendosi con gli oggetti della tradizione folklorica europea. In mezzo ai tanti vestiti tradizionali passerebbe quasi inosservata la creazione di Francesca Amata, se non fosse per il suo aspetto un po’ trasgressivo: il vestito dell’artigiana italiana è stato fatto usando una tecnica antica – quella dell’uncinetto a forcella – sulla base di un cartamodello. Si tratta di tecniche diverse che nel lavoro di Francesca Amata vengono a incrociarsi facendosi simbolo, come lei afferma, dell’incontro tra culture. La trasversalità nel tempo e nello spazio sono temi a lei cari. “L’intreccio del tessuto, come anche l’uso di tecniche antiche per produrre oggetti moderni, rappresenta per me l’unione simbolica tra culture. Un intreccio che ha sempre portato a un arricchimento personale”.

Gondole, carri siciliani e vestiti tradizionali sembrano quasi entrare in dialogo con le opere delle “sognatrici italiane”. Alle pareti, pannelli esplicativi – parte integrante del percorso museale – si interrogano sull’esistenza di una identità europea, sui confini, sul bisogno di superarli, sul radicamento nei luoghi. Come affermato daLisa Mazzi, presidente dell’associazione Rete Donne Berlino, “non poteva esserci un posto più adatto per questa mostra. All’inizio c’è stato un po’ di timore a intervenire in questo ambiente predefinito. Ma siamo poi riuscite a creare un’armonia tra le opere presentate e quelle della collezione, segno questo che insieme si riesce sempre a raggiungere maggiori risultati”.

“Femina migrans” si chiama l’opera di Daniela Spoto, una giovane illustratrice sarda: si tratta di tre stampe digitali in cui viene rappresentata una ipotetica evoluzione delle reazioni al fenomeno migratorio in tre epoche differenti (1800, 2000, 2090). Costante delle illustrazioni è un carretto siciliano che la femmina migrante rappresentata porta sempre con sé. Forse un portafortuna? O una metafora per il sempiterno legame con le tradizioni della terra d’origine? O semplicemente un oggetto caro?

Che ci siano alcuni oggetti da cui è impossibile separarsi lo sanno bene le dieci donne ritratte da Ornella Orlandini e su cui Elena Giampaoli ne ha curato i testi delle interviste. In altrettante scatole di plexiglass, accanto alle loro foto si possono vedere alcuni degli oggetti che hanno portato con sé dall’Italia: foto, libri, gioielli, ricordi di viaggi, taccuini. Sono storie comuni, e non per questo meno interessanti, di dieci persone che hanno deciso di lasciare – a età differenti – le loro città di origine per iniziare una nuova vita in una metropoli spesso percepita come più vivibile e accogliente.

È invece il risultato di un laboratorio svolto con bambini italo tedeschi il “presepe mischmasch” di Eloisa Guarracino e Sara Di Pede, con il sostegno di Rachelina Giordano. Sulla scia della tradizione del presepe napoletano in cui a Gesù, Giuseppe e Maria si aggiungono sempre personaggi dell’attualità – dalla politica al mondo dello spettacolo – i bambini sono stati invitati a costruire un presepe arricchito di figure tratte dalle fiabe italiane e tedesche.

L’ultima opera in senso spaziale è l’installazione di Giulia Filippi: due parti di mondo raffigurate su due cuori separati, uniti però tra di loro da fili rossi. La giovane artista vicentina ha trovato nella Capitale tedesca la culla di una “idea di libertà, mentale ed espressiva, di uguaglianza sociale e di pacifica convivenza” e si auspica che sia questo un modello esportabile a tutto il mondo. Un sogno, speriamo, realizzabile.

La mostra potrà essere visitata fino al 28 marzo 2016 e sarà accompagnato da un ricco calendario di eventi, workshop, visite guidate con Lisa Mazzi e Giovanna Tonelli”. (aise 4) 

 

 

 

 

A Stoccarda, assemblea Ital Germania e.v. e aggiornamento degli operatori del Patronato Ital-Uil

 

STOCCARDA - Si tenuta a Stoccarda l'assemblea dell’Associazione ITAL Germania e.v., che ha riunito i rappresentanti dei venticinque uffici operativi e dei molti altri recapiti ubicati sul territorio tedesco.

L'assemblea, aperta dalla relazione di Gianfranco Segoloni, il quale ha sottolineato l'impegno sociale degli operatori Ital e il servizio reso con dedizione e costanza ai cittadini, è stata caratterizzata dagli interventi degli operatori del patronato della Uil. Il dibattito, ricco di analisi e proposte, è stato incentrato sulla necessità di impostare una piattaforma di caratterizzazione sociale dell'Ital in Germania con immediato riferimento alle politiche dei servizi e dell'emigrazione da sottoporre al Governo e al Parlamento Italiano, che, ormai, da tempo è refrattario alle esigenze degli Italiani all'estero e al nuovo e continuo flusso dei giovani che espatriano.

Gli interventi di Angelo Mattone, segretario generale della UIM, di Anna Ginanneschi e di Mariapia Raiele, dell’Area Internazionale dell'Ital Nazionale, incentrati, rispettivamente sull'analisi dell'attività svolta e dei prestigiosi obiettivi raggiunti dall'Ital Germania, sul sistema pensionistico italiano e sulla missione della UIM, hanno preceduto le conclusioni del presidente Mario Castellengo il quale ha dimostrato, ai sessanta operatori presenti all'assemblea, grande apprezzamento per il lavoro volto a soddisfare le esigenze dei ceti deboli e meno protetti, indicando obiettivi e traguardi per l'anno in corso.

Le conclusioni di Castellengo sono state incentrate sull'esigenza di creare in Germania, a cominciare dal lavoro della UIM, un fronte compatto di alleanze, che siano in grado di muovere l'attenzione del Governo e del Parlamento Nazionale e Europeo, sulle esigenze di fornire protezione sociale agli emigranti, pensionati e giovani.

Alla fine dei lavori si è riunito il comitato di gestione, presieduto da Gianfranco Segoloni, il quale ha proposto per l'elezione alla presidenza dell'Associazione Ital Germania e.v., Marilena Rossi, affiancandola come vice presidente e tesoriere, nel rapporto di continuità, mentre come secondo vice presidente è stato eletto Pietro Soro. Dip 11

 

 

 

 

A Kaufbeuren (Baviera) celebrato il 60° della firma dei contratti bilaterali sulla manodopera italiana in Germania

 

      Le ACLI Baviera, la mitica organizzazione socio-culturale  che ha scritto  gli ultimi 60 anni di storia della immigrazione italiana in Baviera, unitamente al Circolo ACLI di  Kaufbeuren-Marktoberdorf hanno celebrato la “Festa del Lavoro Italiano in Germania” per ricordare il 60° Anniversario della firma dei contratti bilaterali per la prima manodopera italiana arrivata in Germania negli anni ’50.

      La celebrazione, promossa da Carmine Macaluso, Presidente regionale delle ACLI,  svoltasi nel  Comune di Kaufbeuren,  ha assunto la dimensione di un autentico evento straordinario per  il coinvolgimento dei personaggi illustri che la hanno presenziata  e per la larga partecipazione di invitati.

      La manifestazione, partita in mattinata con l’incontro  nei locali della  Kreis und Stadtsparkasse, con l’intervento del suo Presidente  W. Nusser, ha poi seguito il percorso del programma con gli interventi  del Primo Borgomastro S. Bosse che ha lodato il lavoro degli italiani, il loro contributo allo sviluppo della città e la preziosa attività delle Acli al servizio della comunità italiana.

      E’ stata poi la  volta del Console Generale d’Italia di Monaco di Baviera, nonché Ministro Plenipotenziario,  F. Scammacca del Murgo e dell’Agnone. L’alto funzionario ha ribadito i risultati eccellenti della pacifica convivenza  tra le molte etnie presenti nella società bavarese, elogiando  l’impegno prezioso delle ACLI al servizio della società e la simpatia che esprime il Gruppo Folk-ACLI, espressione esemplare del folklore siciliano.

      Altro intervento interessante è stato quello del Sindaco del Comune di Ferrara  T. Tagliani che ha sottolineato come l’odierno incontro rafforzi i legami di gemellaggio con la città di Kaufbeuren, dichiarandosi felice del conferimento  al Borgomastro Bosse per la solidarietà dimostrata dal Comune di  Kaufbeuren nei confronti del Comune di Ferrara.

      Carmine Macaluso ha concluso i lavori della mattinata affermando che la celebrazione  della storica ricorrenza del 60° Anniversario della firma dei contratti bilaterali per la prima manodopera italiana in Germania, è stato un punto di svolta estremamente positivo per la crescita sociale ed economica della comunità italiana nella società bavarese.

      Macaluso, a chiusura della mattinata, dopo aver ringraziato gli illustri ospiti, ha raccomandato di visitare la mostra fotografica da lui realizzata con il  Presidente del Consiglio Consultivo e Corrispondente Consolare di Memmingen  Comm. A. Tortorici, contenuta anche in un opuscolo come memoria storica di tantissimi connazionali presenti che hanno fatto la storia dell’emigrazione italiana.

      I lavori sono stati allietati dal Gruppo Folk-ACLI, dal complesso The Snaps e dagli Oldies che hanno dato un tocco  di vivacità ed estrosità musicale tutta italiana.

      Il momento magico della celebrazione è avvenuto alle ore 18.00, nella sala Comunale, con il conferimento dell’Onorificenza della Stella d’Italia al Primo Borgomastro Bosse il quale si è dichiarato lieto di ricevere,  anche a nome del Comune, l’importante riconoscimento.

      Dopo il rinfresco è stato presentato il Musical  Di Noi le terre-Storia di una Capinera. Un tuffo di sentimenti nel passato, ricordi di vita vissuta, di gioie e tante nostalgie che ha coinvolto ed emozionato i presenti. Coinvolgenti i quadretti  magistralmente presentati dai bravissimi componenti il Gruppo Folk-ACLI.

      Carmine Macaluso ma anche il Console e il Borgomastro non hanno mancato di sottolineare  il valore storico della firma dei contratti bilaterali ma anche i risultati positivi dell’incontro tra culture diverse nella comunità bavarese, una società moderna, plurale, tra le più avanzate a livello mondiale. sm

 

 

 

 

Sindacati a confronto. Primo incontro a Berlino fra il sindacato tedesco e quelli italiani

 

Obiettivo: la difesa della politica del lavoro in Europa. L'intervista a Susanna Camusso per Radio Colonia/WDR

 

Italia e Germania hanno una lunga tradizione sindacale e vantano le associazioni di categoria più grandi in Europa. Seppur nella diversità, il sindacato tedesco (DGB) e quelli italiani (Cgil, Cisl e Uil) nell'incontro tenutosi venerdì 12 giugno a Berlino hanno scambiato le loro esperienze in questi anni di crisi in Europa nel tentativo di definire una strategia per il futuro.

 

La sfida di una politica del lavoro in Europa, ha detto Susanna Camusso, segretaria generale della Cigl, al microfono di Paola Fabbri (Radio Colonia/WDR), deve mirare a uniformare gli standard di qualità del lavoro ed evitare che tra i paesi europei ci sia dumping, ossia la corsa al ribasso del costo del lavoro.

 

Per ascoltare l'intervista a Susanna Camusso:

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/gewerkschaften104.html

 

Radio Colonia è il magazine italiano del Westdeutscher Rundfunk (WDR), che va in onda dal lunedì al venerdì dalle 19 alle 20 sulle frequenze di Funhaus Europa.

Ed è ascoltabile sul sito www.funkhauseuropa.de in streaming, podcast, loop.

De.it.press

 

 

 

 

A Kiel la tredicesima edizione del Festival del Romanzo d’Esordio

 

Ospiti per l'Italia Ester Armanino, autrice di “Storia naturale di una famiglia” pubblicato nel 2011 da Einaudi, e l'editor Angela Rastelli. La proposta dell'IIC di Amburgo, che collabora con la manifestazione

 

AMBURGO – È stato presentato nei giorni scorsi alla Biblioteca dell'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo il libro “Storia naturale di una famiglia”, primo romanzo della genovese Ester Armanino edito nel 2011 da Einaudi. Insieme a lei l'editor della casa editrice Angela Rastelli.

L'IIC ha proposto il romanzo per la tredicesima edizione del Festival del Romanzo d’Esordio svoltosi a Kiel alla fine di maggio e organizzato dalla Casa delle letterature dello Schleswig-Holstein e dall'Istituto Francese di Kiel, una quattro giorni che ogni anno coinvolge 10 giovani autori e le case editrici che pubblicano il loro romanzo d'esordio.

Il romanzo è un'opera di formazione in cui la protagonista, l'adolescente Bianca, racconta la storia della sua famiglia e il suo disfacimento osservando personaggi e avvenimenti al microscopio, come un entomologo osserva il mondo degli insetti.

Tra gli eventi proposti nel corso del Festival, cui collabora l'IIC, una tavola rotonda dal titolo “Programma di viaggio per i romanzi. Incentivi istituzionali per la letteratura in Europa”, in cui ogni istituzione partecipante ha fornito al pubblico di addetti ai lavori informazioni sulle modalità di promozione della letteratura al di fuori del proprio Paese. Cristina Di Giorgio, addetta responsabile dell’IIC di Amburgo, ha fornito informazioni sulle attività delle diverse istituzioni che si occupano della promozione e della divulgazione del libro italiano (Maeci, Mibac, Centro per il Libro e la Lettura, Dipartimento dell'Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Aie e Salone Internazionale del Libro di Torino), soffermandosi in particolare sulle modalità di accesso agli incentivi e premi per la traduzione curati dalla Direzione Generale Sistema Paese del Maeci e ai Premi alla traduzione curati dalla DGBIC del Mibac. Presentato anche il portale web Booksinitaly.it.

Si sono inoltre svolti – informa la nota diffusa dall'IIC in proposito - incontri con gli studenti di filologia della locale Università, con cui si sono affrontati temi legati alle letture, alla letteratura italiana, la scrittura creativa e il mondo letterario italiano contemporaneo.

Tra gli ospiti del Festival nelle passate edizioni, Gianrico Carofiglio (2004), Antonella Lattanzi (2011) e Marco Magini (2014). (Inform)

 

 

 

 

 

Berlino ha ricordato il maestro Abbado ad un anno dalla morte

 

Berlino - Berlino ha ricordato affettuosamente il maestro Abbado ad un anno dalla sua morte. E lo ha fatto nel corso di una preziosa serata all’Istituto Italiano di Cultura, come riporta un articolo a firma di Flavia Fratini e Guido Mori pubblicato sul portale de ildeutschitalia.com, giornale on line bilingue diretto da Alessandro Brogani e rivolto tanto agli italiani in Germania quanto ai lettori di lingua tedesca interessati all’Italia.

"Claudio Abbado fu chiamato a dirigere l’orchestra dei Berliner Philarmoniker l’8 ottobre 1989. Il 9 novembre cadeva il muro tra le due Berlino. Il documentario proiettato all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, "Abbado in Berlin – The first year", rende testimonianza dell’unicità del rapporto tra il maestro milanese e l’ensemble berlinese durante il primo periodo della loro collaborazione. Un incontro eccezionale tra l’unica orchestra al mondo che elegge il proprio direttore per votazione democratica (segreta) e un uomo di eccezionale talento e grandissima sensibilità musicale.

Il documentario, dimenticato da tempo, è stato riscoperto grazie ad un colpo di fortuna: la giornalista ed esperta di musica classica Corina Kolbe si è lasciata incuriosire da un filmato a lei sconosciuto in vendita ad un’asta virtuale. Dal visionarlo e comprenderne l’importanza, all’adoperarsi per renderlo accessibile al grande pubblico il passo è stato breve: la Sony Music ha concesso il permesso di proiettare il film, che da un Laser Disc è stato dalla signora Kolbe fatto riversare privatamente in formato digitale. Questa è la versione che è stata proiettata in occasione della manifestazione all’Istituto (con sottotitoli in tedesco). Il mastertape originale è stato ritrovato negli archivi della ZDF.

Le prime scene riguardano l’elezione e il viaggio di Abbado verso la capitale divisa. La troupe lo seguì fin dal momento del suo arrivo attraverso le diverse e delicate tappe di avvicinamento tra direttore e artisti: dopo la burrascosa crisi che aveva segnato l’ultimo decennio di collaborazione tra Karajan e i Berliner, il maestro ereditava una situazione piuttosto spinosa. Inoltre, per un’eccezionale congiuntura astrale, si trovò a dover gestire contemporaneamente l’agguerrita critica musicale, l’orchestra e un momento storico assolutamente eccezionale. La caduta del muro infatti puntò tutti i riflettori sul neodirettore.

Il ritratto che emerge dalla pellicola è quello di uomo poco loquace, ma di polso fermo e grande carisma. Dal suo sguardo traspare la massima concentrazione richiesta durante le prove e la prima; la spossatezza successiva e il sollievo ne sono la prova più evidente.

Se il documentario ha forse il difetto di contrapporre in maniera troppo schematica un umanissimo Abbado ad un dispotico Karajan, Alessandro Cappone, membro dei Philarmoniker dal 1980, ha tenuto a riabilitare la figura del suo primo direttore d’orchestra, da lui ricordato come persona comprensiva e poco altezzosa: "Karajan si fermava a parlare anche con l’ultimo degli uscieri". La figura pubblica del direttore e l’uomo non spesso coincidono. Il pubblico si aspetta quasi una divinità inattaccabile e infallibile, un leader. Abbado, figura fortemente democratica e antifascista, la cui biografia fu plasmata dalla guerra mondiale e civile italiana, era atteso quasi come l’antitesi a Karajan, un democratico dopo un dittatore; all’epoca, intervistati, diversi componenti dell’orchestra si espressero in toni simili. Eva-Maria Tomasi, anche lei presente alla proiezione e nell’orchestra dal 1990, ci ha descritto invece come Abbado fosse, sì, primus inter pares, ma assolutamente inamovibile nelle proprie posizioni. Sì comprensivo, ma molto fermo in ciò che voleva e come lo voleva.

Il video getta inoltre luce sul decisivo ruolo svolto da Abbado al momento della definitiva emancipazione dell’orchestra, quando questa ottenne un nuovo contratto in cui la si definiva esplicitamente paritaria, da un punto di vista decisionale, al direttore e all’intendente. "Moralmente fu decisivo", dice Frau Tomasi. Il neodirettore si fece inoltre promotore di un’opera di democratizzazione della musica classica che andò ben oltre le dinamiche interne dell’orchestra. Una delle sue più grandi preoccupazioni fu quella di portare la musica ai giovani e i giovani alla musica. Il segmento del film dedicato alla talentuosissima pianista Siiri Schütz, la quale, cresciuta a Berlino Est ottiene un’audizione con il maestro a soli 15 anni, è forse una delle scene più toccanti, in cui il maestro mostra il suo lato più mite, più umano. D’altronde Schütz, la quale ha preso parte alla Podiumsdiskussion in chiusura, conferma quest’impressione aggiungendo che ad Abbado la legò un rapporto di mentorship e amicizia durato fino alla sua morte.

Da noi intervistato al termine del confronto, Alessandro Capone ha precisato un punto a lui particolarmente caro, quello dell’educazione dei giovani e dell’importanza di spingere i giovani alla musica fin dall’infanzia. "La Germania è in questo campo meglio preparata, ma ultimamente intravedo un generale peggioramento. In Italia ho domandato ad alcuni miei parenti se si facesse educazione musicale a scuola e mi hanno guardato quasi con stupore. Inoltre, allo stato di crisi che si crede di contrastare effettuando tagli nella cultura, si aggiunge il differente approccio all’arte e alla musica, percepito a Berlino come patrimonio di tutti e non come divertimento d’Elite. La signora Merkel, quando ci fa visita, si ferma a parlare con noi dopo lo spettacolo e insiste per fare la coda per il biglietto. In Italia l’atmosfera è diversa e spesso si assiste a ritardi delle manifestazioni, perché delle autorità si sono attardate altrove".

Grazie agli sforzi di Claudio Abbado sono state inoltre allacciate relazioni con enti e fondazioni, che hanno consentito di ampliare il pubblico dell’orchestra ed aumentarne prestigio e importanza sociale. Claudio Abbado non è stato solo un gigante della musica, ma anche un uomo di vasta cultura, impegnato politicamente e socialmente. Nelle sue convinzioni la musica classica era un prezioso mezzo di comunicazione culturale, un patrimonio da condividere al di là di classe e censo, spezzando quella tradizione elitaria che per secoli ha reso il concerto appannaggio esclusivo prima dell’aristocrazia e poi dell’alta borghesia". (aise 10) 

 

 

 

 

Confronto fra i leader sindacali tedeschi e italiani

 

Laura Garavini, presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia Italia Germania, presentando il convegno 'Il ruolo del sindacato per un’Europa più sociale', ha dichiarato:  “Sono convinta che i sindacati abbiano un ruolo centrale per il futuro dell’Italia, ma anche per il futuro dell’Europa. Hanno un'importante funzione per la salvaguardia dell'occupazione, come pure nei processi di modernizzazione del mondo del lavoro. Nella ricerca delle migliori strategie può essere utile guardare oltre i confini di casa propria. Ecco perché ho promosso l’incontro fra i massimi vertici dei sindacati italiani e tedeschi. A Berlino si tiene un dibattito aperto su questioni di attualità, ad esempio: come intervengono i Sindacati nei processi di armonizzazione dei sistemi sociali e quali sono le loro priorità? Oppure: quali sono le conseguenze per l'organizzazione dei Sindacati, rispetto alla sempre più intensa messa in rete dell'economia a livello europeo? All'ordine del giorno anche un confronto tra le singole esperienze sindacali a livello nazionale: ad esempio il sindacato unitario che, se in Germania è una consolidata realtà di successo da diversi decenni, in Italia è invece oggetto di recente scontro politico. Ulteriore quesito affrontato al convegno sarà il ruolo del Sindacato per un'attiva politica industriale in Europa e quali diritti partecipativi dei lavoratori vanno preservati.

L'iniziativa, promossa in collaborazione con il Movimento Europeo italiano e tedesco, si è tenuta con il patrocinio dell'Ambasciata italiana nei locali della stessa, in via Hiroshima, alle ore 10 di venerdì 12 giugno.

Al dibattito hanno preso parte i segretari generali di CGIL e UIL, Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo, come pure Giuseppe Farina, della Segreteria generale della CISL. Da parte tedesca era presente il loro omologo, il Segretario generale della Confederazione dei sindacati tedeschi (DGB), Reiner Hoffmann ed il Consigliere d’amministrazione da parte sindacale della Volkswagen, Bernd Osterloh.

I lavori sono stati conclusi dal Sottosegretario italiano all'economia, Pier Paolo Baretta, e dal Sottosegretario al lavoro del Governo tedesco, Joerg Asmussen.

"Prima del convegno," ha concluso Laura Garavini, "siamo stati ospiti dell'IG Metall, presso la sede centrale della fabbrica Volkswagen, nella città di Wolfsburg, così da conoscere da vicino le implicazioni sindacali nella conduzione aziendale. Teoria e prassi: per conoscere da vicino come produttività ed etica aziendale in Germania siano obiettivi comuni di economia e sindacato".  Dip 14

 

 

 

 

Acli: la chiusura di Maroni ai migranti non aiuta l’Italia

 

Roma- “Le incoerenze ed i comportamenti ondivaghi, le contrapposizioni ideologiche e diseducative, di chiaro stampo elettoralistico, non concorrono a sostenere gli sforzi politico-diplomatici tesi ad affrontare nel modo migliore e pacifico, il grave problema delle migrazioni”. É netto il dissenso delle Acli, espresso in un documento della Direzione nazionale riunita oggi a Roma, dalle dichiarazioni del presidente della regione Lombardia, Roberto Maroni, già ministro dell’Interno e del welfare, esponente di primo piano della Lega, sulla chiusura all'accoglienza dei migranti.

“Le Acli sollecitano il Governo italiano – si legge nel documento - ad affrontare questa gravissima crisi umanitaria attivando una coerente ed efficace politica di intervento in cui legalità e fermezza, condivisione e solidarietà, continuità al posto della logica dell'emergenza, facciano da supporto e premio al generoso sforzo profuso nei salvataggi e da coerente sostegno alle reiterate sollecitazioni alla refrattarie istituzioni internazionali”.

“Di fronte a questa inaudita emergenza umanitaria – ha detto Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli, nel suo intervento alla Direzione - si deve giungere in Europa ad una maggiore condivisione dell'accoglienza e non possono tirarsi indietro proprio quei Paesi che hanno responsabilità dirette sulle cause che costringono centinaia di migliaia di profughi a fuggire, per come questi Stati hanno agito in Libia o per come agiscono sulla situazione della Siria. Se poi questo atteggiamento di chiusura verso profughi e rifugiati viene rafforzato da iniziative improvvide come quella del presidente della Lombardia Maroni, e degli altri presidenti di regione che lo seguono, questo non aiuta l'Italia ed il governo a portare gli altri Paesi europei su posizioni di maggiore solidarietà”.

“Anche per questo le Acli – ha annunciato Bottalico - danno la loro adesione il prossimo 20 giugno, in occasione della Giornata internazionale del rifugiato, alla manifestazione in piazza a Roma, insieme a molte altre associazioni per chiedere all'Italia e all'Unione Europea un vero cambio di passo delle politiche di accoglienza,per proteggere le persone e salvare vite umane”.

Nel corso della Direzione, la prima dopo l'incontro delle Acli con Papa Francesco del 23 maggio scorso in occasione del loro settantesimo anniversario, le Acli si sono interrogate sull'invito del Papa a cercare nei contesti in cui operano una “risposta sollecita e vigorosa contro questo sistema economico mondiale dove al centro non ci sono l’uomo e la donna: c’è un idolo, il dio-denaro” e ad essere “fedeli ai poveri”. Nell'udienza Papa Francesco aveva esortato le Acli “a fare da coordinamento e da motore dell’Alleanza contro la povertà”, il cartello di oltre trenta organismi che propone il Reddito di inclusione sociale (Reis) come strumento per la lotta alla povertà assoluta. (aise 9) 

 

 

 

 

 

Camera. L’audizione informale dei Patronati del Cepa sulla firma della Convenzione con il Maeci

 

Riunito il Comitato permanente sugli italiani nel mondo e promozione del sistema paese - Porta: “Riteniamo che i tempi siano maturi per arrivare alla formalizzazione di questo accordo Dare vita quanto prima ad un tavolo di lavoro dove con patronati si possa definire un testo condiviso sulla convenzione”.

 

ROMA – Si è svolta ieri alla Camera dei Deputati, presso Comitato permanente sugli italiani nel mondo e promozione del sistema paese, l’audizione informale di una delegazione del Cepa. Sono intervenuti Gilberto De Santis, presidente pro tempore del Cepa e presidente del Patronato Ital Uil, Fabrizio Benvignati  (Acli), Gianluca Lodetti (Inas) e Andrea Malpassi (Inca – Cgil). Presenti all’incontro , oltre al presidente del Comitato Fabio Porta, anche i deputati del Pd Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini e Francesca La Marca. Al centro del dibattito la Convenzione tra il Maeci e i Patronati, delineata da tempo nelle linee essenziali ma non ancora sottoscritta dalle parti. Per saperne di più sui contenuti dell’audizione, che probabilmente sarà presto seguita da un ulteriore incontro di approfondimento con le altre organizzazioni di patronato, abbiamo raggiunto telefonicamente il presidente del Comitato Fabio Porta .

“Sul tema della convenzione fra patronati e Maeci – ci ha spiegato Porta - come Comitato riteniamo che i tempi siano maturi per arrivare alla formalizzazione di questo accordo previsto dalla legge di riforma dei patronati del 2001, ma mai  attuato. In pratica non si è dato seguito a quanto previsto nell’articolo 11.

D’altro canto – ha continuato Porta –la legge di stabilità per il 2015, sia pure in un quadro di riduzione dei finanziamenti,  ha ridefinito il ruolo dei patronati e per la prima volta ha individuato, tra i criteri di legittimità per l’accesso ai finanziamenti, quello di una soglia minima e significativa di presenza all’estero di queste istituzioni e quindi il rafforzamento delle loro strutture. In questo ambito bisogna poi considerare il fenomeno, ormai consolidato negli ultimi anni,  della nuova emigrazione italiana che appare sempre più consistente e anche ramificata dal punto di vista territoriale, Una realtà che, insieme alla progressiva riduzione delle rete consolare, ha evidenziato ancora di più la necessità della presenza dei patronati nel mondo”.

Per quanto riguarda gli interventi dei rappresentanti dei patronati Porta ha spiegato come da questi sia stata sottolineata la diversificazione della loro presenza e la specificità del loro ruolo, nonché il fatto che negli ultimi anni non sia diminuita, ma semmai aumentata la richiesta di accesso a questi servizi. “Oggi i patronati – ha precisato il presidente del Comitato  - non si occupano soltanto di materia previdenziale , ma anche di sanità, delle politiche abitative, dello studio e in generale di tutto il rapporto con le pubbliche amministrazioni italiane e straniere”.

Porta ha poi segnalato come i parlamentari presenti alla riunione abbiano condiviso la necessità di rafforzare il rapporto con i patronati per quanto riguarda i servizi per gli italiani all’estero e quindi anche la l’esigenza di arrivare allo strumento formale e operativo della convenzione con il Maeci .

 “L’audizione si è conclusa – ha aggiunto Porta - con degli specifici impegni. In particolare, in qualità di presidente del Comitato, mi sono impegnato a sollecitare il Governo, alla luce della posizione comune emersa , a dare vita quanto prima ad un tavolo di lavoro dove insieme ai patronati si possa definire un testo sul quale poi convergere relativo alla convenzione  fra Maeci e Patronati. In secondo luogo, accogliendo una richiesta del Cepa, mi sono impegnato a ringraziare personalmente la presidente della Camera Boldrini che giorni fa a San paolo aveva avuto modo di incontrare alcuni rappresentanti dei patronati esprimendo loro apprezzamento per il grande lavoro svolto a sostegno e difesa dei nostri connazionali, ma anche in favore della nuova emigrazione all’estero. E in terzo luogo come Comitato ci siamo dati un impegno comune, anche questo su invito del Cepa, ha organizzare nei prossimi mesi, presso la Camera dei Deputati, un convegno a livello internazionale sulle caratteristiche della nuova presenza italiana all’estero e sulla necessità di avere una rete di servizi sul territorio che tenga conto di questo importante strumenti che sono i patronati. Un’iniziativa a cui ovviamente saranno invitati i rappresentanti del nuovo Cgie, del  Maeci, del Ministero del Lavoro , dell’inps e di tutti i soggetti che a vario titolo hanno un ruolo in questo settore”. 

Porta ha infine segnalato che il previsto contro in programma per domani fra il Comitato per gli italiani all’estero della Camera e una delegazione di parlamentari della Romania, volto ad approfondire le politiche per gli italiani in Romania e per i rumeni in Italia, è stata rinviata a data da destinarsi. (G.M. –Inform 10)

 

 

 

 

 

Cambiamenti climatici: da Kyoto a Parigi

 

Attraverso una raccomandazione che sarà votata in giugno, il PE voterà l'emendamento di Doha sul Protocollo di Kyoto e la sua ratifica entro la fine del 2015. Il relatore Elisabetta Gardini (PPE, Italia) sottolinea che il secondo periodo d'impegno è sostenuto dai principali paesi dell'UE e ricorda che l'UE e i suoi Stati membri stanno già attuando una riduzione del 20% delle emissioni entro il 2020. Segui la discussione sul cambiamento climatico martedì 9 giugno e il voto mercoledì 10.

 

La Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) del 1992 ha cercato di limitare l'aumento della temperatura globale, ma già nel 1995 è stato chiaro che l'accordo sarebbe stato insufficiente. Di conseguenza, i paesi del mondo intero hanno lanciato i negoziati per rafforzare la risposta globale al cambiamento climatico e, nel 1997, hanno adottato il Protocollo di Kyoto.

 

Il Protocollo di Kyoto richiede l'impegno dei paesi sviluppati per la riduzione delle emissioni di almeno il 18% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020.

 

In seguito al fallimento del vertice sul clima di Copenaghen del 2009, è stato adottato nel 2012 l'emendamento di Doha al protocollo di Kyoto. Esso includeva l'introduzione del periodo relativo al "secondo impegno" 2013-2020, con obiettivi altrettanto ambiziosi.

 

Nel Dicembre 2014, a Lima, gli esperti, specialisti e parlamentari si sono riuniti per negoziare un testo che possa sostituire il protocollo di Kyoto. Le conclusioni verranno tirate durante la Conferenza sul clima di Parigi, nel dicembre 2015. Il Parlamento ha partecipato alla conferenza di Lima, con una delegazione di 12 deputati.

 

I colloqui preliminari sui cambiamenti climatici hanno luogo alla Conferenza di Bonn, dall'1 all'11 giugno. Il nuovo accordo sarà adottato in occasione della conferenza sul clima di Parigi nel mese di dicembre 2015 e attuato dal 2020. Pe 8

 

 

 

 

Rincorsa Lega-Fi e sugli immigrati è caos istituzionale

 

E’ uno scontro istituzionale senza precedenti quello innescato dal Governatore della Lombardia Maroni a cui si sono accodati Zaia e Toti, neogovernatori di Veneto e Liguria. Il fronte della destra ha dichiarato guerra a un organo dello Stato: le Prefetture, intimando anche ai sindaci di non accogliere le quote di migranti decise dal governo. E’ ovviamente una mostruosità giuridica perché i presidenti di regione non hanno alcuna competenza né potere sulle prefetture che sono un organo statale. Ed è anche un controsenso perché le norme sulle quote furono decise già da Maroni quando era ministro dell’Interno di Berlusconi. Ma ciò che qui interessa è la valenza politica del gesto di Maroni. Si tratta di una dichiarazione di guerra che segue le elezioni regionali vinte dalla destra in Veneto e in Liguria e nello stesso tempo cerca di proseguire la campagna elettorale su un tema classico della destra: la paura e la xenofobia. Non stupisce più di tanto che anche il sedicente “moderato” Toti (Forza Italia) si sia allineato alla dichiarazione di guerra della Lega. Toti è stato eletto in Liguria grazie al combinato disposto di due elementi: i voti dispersi dal candidato dell’estrema sinistra Pastorino e i voti della Lega, senza i quali Toti sarebbe arrivato al quarto posto. D’ora in poi quindi – vista la situazione sempre più disgregata di Forza Italia – assisteremo a uno scavalcamento a destra fra Lega e Forza Italia, con quest’ultima terrorizzata dall’idea di essere lasciata da sola da Salvini. Il braccio di ferro tra Viminale e Palazzo Chigi da una parte e Governatori di destra dall’altra è destinato a continuare anche nei prossimi giorni. Intanto torna in primo piano il Pd. Stasera Renzi – tornato dal G7 in Baviera – parlerà alla Direzione che dovrà esaminare il risultato del voto di domenica scora, mentre domenica prossima si svolgeranno i ballottaggi per i Comuni. Le previsioni dicono che il segretario farà un discorso distensivo verso la minoranza di sinistra, almeno quella “dialogante”. Per ritrovare l’unità del partito, il segretario potrebbe considerare la possibilità di cambiare qualcosa sia sulla scuola che sulla riforma del Senato. Tutte e due le riforme sono a Palazzo Madama, dove Renzi dispone di una maggioranza di voti molto stretta. GIANLUCA LUZI LR 8

 

 

 

 

L’audizione dei rappresentanti del Comitato promotore degli “Stati generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo”

 

Riunito il Comitato per le questioni degli italiani all’estero - Fra gli interventi quelli del presidente del Comitato Micheloni, dei senatori Giacobbe (Pd), Zin (Maie), Dalla Tor (Ap), Turano (Pd), e dei rappresentanti dell’associazionismo Volpini (Acli); Ricci (Filef), Papais (Cne) e Dotolo (Migrantes)

 

ROMA – Procede al Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato l'indagine conoscitiva sulla valorizzazione del reciproco contributo economico, culturale e civile tra il nostro Paese e le comunità italiane all'estero, che, in vista dell'assemblea degli Stati generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo prevista a Roma il 3 e 4 luglio prossimi (vedi anche http://comunicazioneinform.it/a-roma-il-3-e-4-luglio-lassemblea-degli-stati-generali-dellassociazionismo-degli-italiani-nel-mondo/), ha organizzato oggi un’audizione con alcuni rappresentanti del Comitato promotore dell’assemblea.

Nel corso dell’audizione sono stati richiamati i contenuti che verranno approfonditi in quella sede – in cui sono previsti anche gli interventi di membri dei due Comitati parlamentari che si occupano delle questioni dei connazionali all’estero – e il manifesto che costituisce la base cui cui si sviluppa l'iniziativa.

In particolare il vice segretario generale del Cgie Roberto Volpini (Acli) ha assicurato come l’associazionismo non sia un mondo in crisi, crisi che coinvolge piuttosto la rappresentanza dell’associazionismo, “così come tutte la rappresentanza nel nostro Paese”, e testimoniata in ultimo dal dato di partecipazione registrato alle ultime elezioni dei Comites. Obiettivo dell’assemblea sarà la costituzione di un Forum sul modello di quello esistente per le associazioni del terzo settore, passo auspicato per giungere al “riconoscimento dell’associazionismo all’estero al pari di quello delle associazioni che operano in Italia”. Un riconoscimento che passa anche attraverso l’ascolto e la tutela della complessità che contraddistingue le numerosissime associazioni cui fanno riferimento i connazionali all’estero, incluse quelle nate con il riprendere dei flussi migratori, specie giovanili, richiamati da Rodolfo Ricci della Filef (Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie) e quantificati in una stima superiore di “3 o 4 volte” i dati registrati dall’Aire. Una realtà – afferma Ricci - che sta sfuggendo e perdendo progressivamente il legame con la madrepatria. Di una tappa per guardare al futuro dell’associazionismo italiano all’estero parla anche il presidente della Cne (Consulta nazionale dell'Emigrazione) Luigi Papais (Ucemi), che sottolinea come non vada disperso il patrimonio maturato nel corso della storia dell’emigrazione italiana.

Di seguito sono intervenuti alcuni senatori facenti parte del Comitato. In particolare Francesco Giacobbe (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) che ha rimarcato la sua preoccupazione per la bassa partecipazione registrata alle ultime elezioni dei Comites – il dato complessivo dei votanti è stato quantificato nel 2,7% degli aventi diritto – dovuta a suo avviso alle procedure adottate per l'esercizio di voto – l'introduzione della necessità di iscriversi ad un apposito elenco per ricevere il plico elettorale – e all’incapacità di suscitare l'interesse necessario a stimolare la partecipazione al voto. Egli ha ricordato come in Australia, visto l’alto grado di integrazione raggiunto dalla collettività, gli aderenti alle associazioni italiane siano “al 95% persone non aventi passaporto italiano” le cui esigenze di mantenere un legame con l'Italia sono in primo luogo quelle di tipo culturale, piuttosto che ragioni di aggregazione sociale, prevalenti nel passato. “La cultura italiana è ciò che stimola l'interesse di figli e nipoti di italiani – ribadisce, chiedendo che il programma dell'assemblea possa tener conto anche di questo aspetto. “Una più approfondita riflessione va fatta anche, da parte dell'Italia prima di tutto – aggiunge, - su cosa significhino oggi i nuovi flussi migratori, sulle motivazioni che sono alla base dell'attuale processo di mobilità, processo molto diverso da quello del passato – ribadisce.

Mario Dalla Tor (Ap) segnala l’importanza del mondo associativo italiano all'estero, risorsa su cui occorre “massimizzare lo sforzo per una sinergia che dia risposte vere alle gente”, concertazione ancora più indispensabile in un quadro di riduzione di risorse e su cui auspica il Forum che l'assemblea di popone di istituire possa formulare delle proposte “che possano essere di aiuto a tutti noi”. Analogamente a Giacobbe, Dalla Tor esprime preoccupazione per il dato di affluenza registrato alle elezioni dei Comites, mentre il presidente del Comitato, Claudio Micheloni, annuncia la sua intenzione di svolgere una nuova riunione sui documenti preparati in vista degli Stati generali, così da poter formulare un intervento “di contenuto” in quella sede.

Per Renato Turano (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale) il mancato coinvolgimento delle giovani generazioni è dovuto anche alla perdita della lingua italiana, “non promossa in modo adeguato dal nostro Paese” e all'assenza di programmi più vicini ad esse, che le possano coinvolgere nel mondo associativo. “Eppure essi avvertono un forte legame con le loro origini, un senso patriottico che invece è assente in Italia – afferma Turano, secondo il quale è necessario sensibilizzare i giovani italiani residenti entro i confini nazionali sull'importanza di mantenere tali legami e puntare su iniziative che utilizzino internet per stabilire “un ponte e il coinvolgimento progressivo dei giovani”, diffondendo anche la conoscenza di quelli che sono gli organismi di rappresentanza come Comites e Cgie.

Claudio Zin (Maie, ripartizione America meridionale) segnala l’importanza di “unificare il mondo associativo italiano all'estero con un percorso efficace che contribuisca anche al rafforzamento della rappresentanza”. Concorda sulla necessità di utilizzare i nuovi strumenti di comunicazione, come internet o i social network per coinvolgere i giovani e lavorare su “alternative realistiche per raggiungere una rappresentanza logica, effettiva e utile alle collettività”.

Micheloni si augura che l’iniziativa degli Stati generali possa contraddistinguersi per “un linguaggio di verità”, che possa essere momento di riflessione sulla rappresentanza dei connazionali residenti all'estero, quanto mai necessario dopo l'interruzione del percorso parlamentare di riforma del sistema avvenuta nel 2011, interruzione che a suo avviso non gioverà per esempio alla prossima elezione del Cgie, che vedrà ridotto il numero dei suoi consiglieri. Tale riduzione, infatti, secondo il presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero, in assenza di una riforma delle sue competenze, finirà con il minarne le capacità rappresentative. Micheloni sollecita inoltre una riflessione più approfondita sul riconoscimento delle associazioni italiane all’estero, sulla necessità e i limiti dell’utilizzo dello strumento informatico e chiede infine quali siano i rapporti delle associazioni rappresentate con i Comites. “Siamo consapevoli che la crisi di rappresentanza non sia limitata ai Comites – conclude, ribadendo tuttavia il rischio che la percentuale di partecipazione alle ultime elezioni possa essere usata per screditare l’insieme della rappresentanza. Una “manovra” che riuscirà se non si sarà trasmessa “l’importanza che la collettività residente all'estero riveste per il Paese”, compito che egli riconosce essere responsabilità dei parlamentari eletti nella circoscrizione Estero.

Alle sollecitazioni di Micheloni risponde Roberto Volpini, che ricorda come l'iniziativa sia “la tappa di un cammino ma anche una ripartenza” per il mondo associativo e spiega come le scelta dei temi in discussione – lavoro, mobilità e diritti di cittadinanza – sia stata determinata da limiti di tempo e risorse che non consentono di affrontare le tante questioni su cui si muove la realtà coinvolta nell'iniziativa di luglio. Richiama inoltre i “pilastri” su cui essa si basa: “il rispetto dell'autonomia e del pluralismo del mondo associativo”, pluralismo di istanze di cui i rapporti con i Comites, i consolati o altri istituti di rappresentanza costituiscono solo una parte. Gli organizzatori vogliono dunque evidenziare come il mondo associativo sia così variegato da non poter trovare rappresentanza e interlocuzione unicamente con la Direzione generale per gli italiani all'estero del Maeci e come tale complessità abbia determinato il carattere “aperto” del confronto organizzato tra poche settimane. “Il nostro obiettivo non è la costituzione di un Forum nazionale – spiega Volpini – ma la creazione di forum in diversi Paesi che possano raccogliere tutte le realtà presenti in quelle aree”, un modo quindi per salvaguardare il pluralismo delle singole associazioni, abbracciarne la complessità ma garantire allo stesso tempo un coordinamento delle diverse istanze.

Anche Ricci evidenzia legittimità ed autonomia del mondo associativo, le cui diverse realtà – dice - non è detto ritengano necessario trovare rappresentanza a livello istituzionale, nel rapporto con i Comites o il Cgie. “Nel mondo ci sono molto organizzazioni nate dalla nuova emigrazione che sviluppano significative forme di autotutela o mutuo soccorso e magari non hanno collegamenti con le associazioni più tradizionali – continua Ricci – e il mondo associativo, a prescindere dalla crisi attraversa da alcuni suoi settori, è vivo e continuerà a vivere a lungo”. Proprio per cogliere la ricchezza e la complessità di questo mondo è necessario “ascoltare ciò che esso ha da dire – afferma il coordinatore Filef – e non farvi riferimento applicandovi paradigmi che vengono dall'Italia”.

Papais ribadisce come in realtà internet sia stato usato per diffondere il programma dell'iniziativa e coinvolgere in essa i sodalizi presenti all'estero e mette in guardia da una sopravvalutazione del contatto stabilito attraverso lo strumento informatico, che in alcuni casi rischia di essere estemporaneo. “È vero che internet può dare risposte efficaci su aspetti pratici e logistici di vita quotidiana – afferma – ma le associazione storiche rimangono e tentano di ripartire”. Papais ribadisce, al di là del riconoscimento da parte delle istituzioni italiane al mondo associativo, “che continuerà ad operare in ogni caso”, l'importanza di garantire rappresentanza agli oltre 4 milioni di connazionali residenti all'estero.

Infine, Franco Dotolo della Migrantes sottolinea come un segno di attenzione da parte dei Comitati parlamentari che si occupano più direttamente delle questioni dei connazionali all'estero potrebbe essere la calendarizzazione del disegno di legge che riguarda anche le associazioni all’estero (n.383) e che al momento giace in Parlamento. (Inform 9)

 

 

 

 

 

 

La questione russa. Italia e Putin, la fermezza senza muri del presidente Obama

 

C’è sempre una certa preoccupazione perché Putin continua a cercare di dividere gli alleati occidentali, ma ora Obama mostra di comprendere le ragioni dell’Italia, rassicurato dal fatto che Renzi garantisce il rispetto delle sanzioni e il ministro degli Esteri Gentiloni, che in passato aveva ipotizzato un allentamento di queste misure, di recente è parso assai più severo con Mosca.

Del resto lo stesso Renzi, pur accogliendo Putin a Milano, ha parlato apertamente davanti a lui di divergenze con la Russia e ha confermato che le sanzioni proseguiranno se gli accordi di Minsk continueranno a essere violati. Certo, l’accoglienza riservata a Putin non ha fatto piacere: in qualche modo rompe l’isolamento al quale l’Occidente ha cercato di condannare il leader del Cremlino. Ma Renzi aveva spiegato fin dalla sua visita alla Casa Bianca, due mesi fa, di avere bisogno di margini di manovra più ampi di quelli di altri alleati: perché all’Expo sono invitati tutti i leader, anche quello russo; per l’intensità dei rapporti commerciali e delle forniture di energia tra Italia e Russia; e perché il nostro Paese ha bisogno di dialogare con Mosca e di assicurarsi la sua collaborazione anche su altri fronti diplomatici, a cominciare dalla Libia: all’Onu, ad esempio, è soprattutto la Russia a bloccare la risoluzione che dovrebbe autorizzare un limitato uso della forza contro i trafficanti di uomini.

Alla fine la Casa Bianca prende atto del fatto che si è trattato essenzialmente della visita a un’esposizione internazionale, mentre Obama, pur contrario a ogni allentamento della tensione sul Cremlino, mostra di comprendere le esigenze politiche italiane. Del resto lui stesso ha più volte ribadito la necessità, anche per gli Usa, di mantenere comunque un dialogo aperto con la Russia sulle altre questioni - dal nucleare iraniano alla Siria, alla lotta contro il terrorismo - sulle quali Mosca ha un peso rilevante. CdS 12

 

 

 

 

 

La strategia perdente di non decidere

 

L’Unione Europea ha una storia fatta di alti e bassi, di progressi improvvisi e di paralisi inquietanti. E’ però probabilmente impossibile trovare, nella sua ormai lunga esistenza, un periodo come l’attuale, di mancanza di visioni, di inazione pressoché totale, di inerzia di fronte a problemi urgenti.  

 

Sono almeno quattro le sfide importanti alle quali Bruxelles non sta rispondendo. La prima è quella dell’Ucraina: presi singolarmente, i leader europei usano sempre buone parole con i russi e non sembrano calorosi sostenitori dell’Ucraina. Quando però si trovano al G7 - come è successo qualche giorno fa - le parole si fanno dure, forse per la persuasione americana, le sanzioni rimangono e anzi se ne minaccia l’inasprimento. E si tratta di provvedimenti che vanno in due direzioni. 

 

Fanno sicuramente male all’economia russa ma costringono l’Unione Europea, in particolare Germania e Italia, a rinunciare a una quota non piccolissima di esportazioni e di posti di lavoro.  

 

La seconda sfida senza risposta riguarda la Grecia. Il settimanale tedesco «Der Spiegel» ha contato, tra febbraio e i primi di giugno, ben otto dichiarazioni di leader europei - dal presidente del Parlamento Europeo, Martin Schultz, al cancelliere tedesco Angela Merkel - secondo i quali «il tempo era scaduto». I greci, però, si comportano come se il tempo non scadesse mai e rinviano il pagamento dei debiti. Il Fondo Monetario ha smesso di negoziare con Atene e l’Europa sta a guardare, come paralizzata, mentre il governo greco continua a spendere come prima.  

 

La terza sfida viene dai flussi migratori. Anche qui si assiste a una paralisi europea, interrotta solo da accordi su base volontaria, come se si dovesse affrontare un’alluvione o un’altra catastrofe naturale. In realtà siamo di fronte alla rottura di un equilibrio demografico ed economico, a un insieme di situazioni che richiedono una visione lungimirante: anche se la calma e la pace in Libia e in Siria tornassero domani, le migrazioni continuerebbero, coinvolgendo un’Europa che non sa formulare alcuna politica.  

 

I segnali di tensione non si registrano solo in Italia. Centinaia di migliaia di migranti sono entrati in Germania, molti dei quali clandestini; a Vienna, gli uffici pubblici non ce la fanno a tener dietro alle pratiche di asilo politico; a Parigi - e non solo a Milano e a Roma - migranti che non sanno dove andare si rifugiano in edifici abbandonati, nei parchi pubblici e nelle stazioni. A decine di migliaia continuano ad approdare ogni anno persino in Gran Bretagna, pur geograficamente isolata e distante. Per Bruxelles, tutto questo potrebbe quasi non esistere: alle difficoltà organizzative e amministrative fa purtroppo riscontro la mancanza di una risposta politica. Nessuno sembra avere non già un piano ma neppure un’idea. 

 

La quarta sfida viene dagli Stati Uniti, i quali premono perché l’Unione Europea firmi con loro la Ttip, una «partnership» economico-commerciale che va ben al di là di un normale trattato doganale, analoga a quella che stanno proponendo al Giappone e ad altri Paesi asiatici. Giovedì scorso, il Parlamento europeo ha deciso di rinviare la decisione, in mezzo a segnali di forte tensione e di spaccatura, soprattutto nel gruppo socialista. Sulla Ttip si può discutere, anzi è doveroso farlo, essendo un tema complesso, controverso con contenuti ancora ampiamente modificabili. Eppure anche in questo caso, non si discute, non si decide, si rinvia. 

Dalle questioni strategiche al commercio, dalle migrazioni ai debiti greci, il rinvio è diventato la norma. E l’effetto è stato immediatamente evidente: pressoché tutte le prove elettorali europee di questa primavera hanno fatto registrare un aumento - talora inaspettato come in Spagna e Polonia - dei consensi agli «euroscettici». L’unica istituzione europea che si salva da quest’inazione è la Banca Centrale: il suo grattacielo di Francoforte può sembrare una torre d’avorio, ma di fatto gli uomini della Bce hanno dimostrato il coraggio di imbracciare il «bazooka» monetario, in grado di immettere liquidità nell’economia, assicurando almeno un modesto rimbalzo produttivo. C’è però un limite a quello che possono fare i banchieri centrali. Con la Commissione, il Parlamento privi di una visione del futuro e di una vera volontà di agire, l’Europa non potrà andar lontano. MARIO DEAGLIO  LS 13

 

 

 

 

 

Migranti, Renzi: «Battaglia forte in Europa ma è pronto un piano B»

 

Il premier sull’Italia: «È un buon momento. Noi fino al 2018 ma il Pd non teme il voto». Su Marino: «Lo rispetto ma non si può sottovalutare il messaggio che arriva da Roma» - di Maria Teresa Meli

 

Presidente Renzi è un momento complicato per l'Italia.

«No, è un bel momento, con buona pace dei gufi e dei profeti di sventura. L'occupazione sale di 200 mila unità. La crescita ha di nuovo il segno più, i consumi segnano un risveglio. Veniamo da un G7 dove non eravamo più il problema, ma parte della soluzione. La fame di Italia nel mondo tira l'export come non mai. E l'Expo che doveva essere un disastro annunciato è un fiore all'occhiello. Potrei proseguire con esempi di tutti i tipi. Eppure il dibattito politico interno è incartato solo sulle cose che non vanno. Sembra che una parte della classe dirigente di questo Paese non viva senza ricorrere alla paura. Del diverso, dell'immigrazione, del futuro. Ma noi abbiamo scommesso sul coraggio, non sulla paura, e dunque avanti tutta».

Bè, l'immigrazione è una vera e propria emergenza.

«Guai a sottovalutarla. È un tema grave e - diciamolo chiaro - le risposte che l'Europa sta dando sono insufficienti. Redistribuire solo 24 mila persone è quasi una provocazione».

Ma se la Ue non vi ascolterà è vero che adotterete una linea più dura sull'immigrazione?

«Nei prossimi giorni ci giochiamo molto dell'identità europea e la nostra voce si farà sentire forte perché è la voce di un Paese fondatore. Se il consiglio europeo sceglierà la solidarietà, bene. Se non lo farà, abbiamo pronto il piano B. Ma sarebbe una ferita innanzitutto per l'Europa. Vogliamo lavorare fino all'ultimo per dare una risposta europea. Per questo vedrò nei prossimi giorni Hollande e Cameron e riparlerò con Juncker e Merkel. In Europa va cambiato il principio sancito da Dublino II e votato convintamente da chi oggi protesta contro il nostro governo. La comunità internazionale è responsabile di ciò che accade in Libia in ragione dell'intervento di 4 anni fa e della scarsa attenzione successivamente dedicata al tema. Se la Libia non trova un assetto istituzionale, diventa la calamita per fanatici e terroristi e dunque ci stiamo giocando una partita di portata storica. La vogliamo affrontare con la serietà di un Paese che è una potenza mondiale o inseguendo chi fa tweet sulla scabbia e propone di sparare al primo che passa? Torniamo al buon senso».

Si riferisce a Salvini, presidente?

«Certo che mi riferisco a lui. Strillare di epidemie significa procurare allarmismo ma tutti i report medici dicono che non è così. Se volessimo fare polemica, potremmo criticare il fatto che la Lega a Strasburgo ha votato contro la proposta di aiutare l'Italia ridistribuendo le quote di immigrati: il colmo! Ma non è tempo di divisione: ieri ho chiamato Zaia e Maroni. Ho offerto e chiesto collaborazione istituzionale».

Intanto la Francia respinge i profughi e le Regioni non li vogliono.

«La situazione è tesa, ma i numeri sono appena più alti dello scorso anno: al 13 giugno 2014 avevamo accolto 53.827 persone. Al 13 giugno 2015 siamo a 57.167. Numeri sostanzialmente simili. Senza contare che le persone che sono ferme nelle stazioni hanno un biglietto per lasciare l'Italia: il blocco di qualche giorno di Schengen li sta tenendo fermi qui, ma per loro non è l'Italia la destinazione. Il tempo della campagna elettorale è finito: noi stiamo aprendo un fronte in Europa difficilissimo, mi piacerebbe che l'intero sistema istituzionale - compresi i governatori leghisti - facesse il tifo per l'Italia. Quando vado all'Expo vedo cittadini di tutto il mondo arrivare entusiasti e felici di Milano, dell'Italia. Apro i siti e sembra che Milano sia il sobborgo di una megalopoli malata. Gridare al lupo ti fa ottenere un voto in più, ma quando i quotidiani internazionali mettono in discussione la tenuta del sistema turistico come accaduto ieri, ci rendiamo conto che stiamo facendo danno all'Italia? Il problema c'è. Ma quando vedo iniettare nel dibattito pubblico dosi di terrore verbale, temo la reazione istintiva, di pancia. In economia possiamo rilanciare solo se le aziende, i risparmiatori, gli investitori vivono una fiducia che è ben giustificata dalle riforme in atto. E nella vita di tutti i giorni abbiamo necessità di tornare a credere nelle istituzioni».

Squinzi si lamenta perché l'Italia è esclusa dai vertici europei sulla Grecia.

«Rispetto la sua posizione. Ma a quei vertici non vado. Non è un problema di inviti, visto che Tsipras mi ha più volte chiesto di partecipare. Solo che noi abbiamo una cultura europeista per cui i problemi si affrontano nelle sedi istituzionali, non nei caminetti. Alexis si è affidato alla Merkel e a quelli che hanno seguito la sua campagna elettorale spunta un sorriso, visto ciò che diceva allora. Ma se questo è ciò che vuole la Grecia, ok. Solo che l'Italia partecipa ai vertici istituzionali, non a quelli informali. Per spiegare ai greci che non possiamo pagare le baby pensioni a loro dopo aver fatto tanta fatica per toglierle agli italiani non serve una riunione. Tutti noi vogliamo la Grecia nell'Euro, ma devono volerlo anche loro: noi siamo pronti a dare una mano. È maturo il momento della svolta economica per l'Europa, puntando più sulla crescita che sull'austerità. Ma per arrivarci occorre aver completato il percorso delle riforme strutturali, a cominciare dalle nostre».

Voterete sì all'arresto di Azzollini?

«Leggeremo le carte. Se emergerà il fumus persecutionis voteremo contro l'arresto. Se tutto sarà in linea con la Costituzione e con le leggi, voteremo a favore dell'arresto, come abbiamo fatto anche con i nostri. Gli sconti si fanno nei negozi, non in Parlamento».

Quando sospenderà De Luca?

«Sulla Severino faremo ciò che prevede la legge, senza interventi ad personam. Esiste una contraddizione, perché de Magistris e De Luca sono nella stessa situazione, non si capisce perché uno dovrebbe essere sospeso e l'altro no. Vedremo le decisioni dei giudici. Nel frattempo sto dialogando con De Luca sui dossier più importanti, a cominciare dalla nomina del commissario di Bagnoli che andrà in cdm venerdì assieme ad alcuni decreti fiscali e molto altro».

Dopo il suo incontro con Putin come sono i rapporti con gli Usa?

«Ottimi. Obama ha più volte espresso apprezzamento per le riforme italiane che al G7 ha definito "coraggiose". Sull'economia gli americani sono punto di riferimento: più crescita, meno austerity. Sulla Libia, sono gli unici che hanno chiara la situazione e ci stanno fornendo tutto il supporto come noi facciamo con loro altrove. Sulla Russia abbiamo discusso in amicizia soprattutto nel vertice alla Casa Bianca, condividendo anche le sfumature. Il G7 è uscito con una posizione condivisa: si dia corso integralmente agli accordi di Minsk 2. Lo stesso Putin si è detto favorevole. Adesso lavoriamo per passare dalle parole ai fatti».

Se l'inchiesta romana dovesse decapitare altri vertici del Pd in giunta e in consiglio comunale continuerete a dire «o Marino o morte»?

«Ho rispetto per Ignazio Marino. Non possiamo però sottovalutare il messaggio che viene da Roma. Ci sono due questioni differenti. Sul piano giuridico aspettiamo le carte, ma personalmente non vedo elementi per sciogliere il Comune per mafia. Non si tratta solo di una questione mediatica internazionale, ma di un giudizio basato su quello che ad ora abbiamo letto. Se - come credo - la questione scioglimento per mafia non esiste, dovremo affrontare politicamente (in sede Pd) la questione Roma. Il partito va rifondato come ha iniziato a fare bene Orfini. Migliaia di ragazzi vogliono fare politica in quella città e un Pd capitolino profondamente ripensato può accoglierli, valorizzarli, esaltarli. Possiamo studiare una grande campagna sui circoli, come propone lo studio di Barca. Possiamo inventarci il modello organizzativo del partito del nuovo secolo, prendendo dal male di questa situazione il bene. Il governo è pronto a fare la propria parte ma è finito il tempo in cui si davano i soldi a Roma capitale con leggerezza. Se decideremo di andare avanti lo faremo solo se convinti, non per paura di perdere il Comune. Dobbiamo cambiare l'Italia e l'Europa, possiamo aver paura di Di Battista o dei delfini di Alemanno? Il mio Pd non può mai aver paura delle elezioni. Mai. Altrimenti diventa come gli altri».

Ma veramente crede di arrivare fino al 2018 con i numeri del Senato?

«Al Senato i numeri sono più solidi del passato. Credo che la maggioranza dei parlamentari non voglia interrompere questo percorso di riforme. Il mio governo oggettivamente ha fatto in 15 mesi cose ferme da anni: riforma elettorale, Jobs act, il pacchetto di interventi sulla giustizia. E siamo in pista su riforma costituzionale, diritti e terzo settore, pubblica amministrazione, fisco. Gli interventi economici, dagli 80 euro al taglio Irap del costo del lavoro, hanno rilanciato l'economia italiana. Gli investitori internazionali tornano a credere in noi. Vorrei essere chiaro: si può sempre fare di più. E cercheremo di farlo. Se poi deputati e senatori si sono stancati di noi, basta togliere la fiducia delle Camere e vediamo chi prenderà quella dei cittadini. Ma non vedo praticabile questo scenario: a mio giudizio la legislatura andrà avanti fino al 2018».

Sta per cambiare i vertici della Cdp?

«Bassanini e Gorno Tempini hanno fatto un buon lavoro. Nelle prossime ore decideremo le nuove tappe. Cassa depositi e prestiti è strategica per il futuro del nostro Paese e ci sono tutte le condizioni per fare un ulteriore passo in avanti».

Non la imbarazza sapere che Buzzi ha finanziato alcune sue iniziative? Restituirà quei soldi?

«La fondazione Open restituisce in automatico i denari ricevuti da realtà discusse. Il Pd ha uno statuto diverso. Ma troverà la strada per restituirli. Quello di cui sono fiero invece è il meccanismo all'americana che stiamo mettendo in atto per finanziare la politica. Superato il finanziamento pubblico, siamo l'unico partito che non ha licenziato il personale, ricorrendo a una seria spending e aumentando donazioni liberali e trasparenti. Meglio così che i diamanti in Tanzania o le lauree a Tirana del Trota, mi creda».

Non le sembra che sia cambiato il vento nei suoi confronti?

«Mi chiedono di inventarmi qualche colpo a effetto. Ma dopo anni di immobilismo in Italia l'unico colpo a effetto che può fare il capo del governo è governare quotidianamente con serietà e responsabilità. Il tasso di attuazione dei decreti è salito al 65%, tutti i dossier procedono, le aziende pubbliche, a partire da Eni, Enel e Finmeccanica, dopo il cambio dei vertici viaggiano più spedite. Certo se il Jobs act lo avessero fatto quelli di prima, oggi staremmo meglio. Se si fosse fatta prima la legge elettorale, avremmo un sistema più stabile. Se avessero già fatto la riforma costituzionale non impiegheremmo mesi per approvare una legge. Chiunque può passare il tempo a piangere e rimpiangere. Ma noi siamo diversi da chi ci ha preceduto. Non vogliamo trovare alibi, ma trovare soluzioni. Ora dobbiamo continuare sulla strada delle riforme, più decisi che mai. Ma la prima riforma, strutturale, è restituire orgoglio all'Italia e fiducia agli italiani. E in questo clima questa è la sfida più difficile. Però è anche la più bella. Dopo quindici mesi di governo sono più convinto di prima che il nostro Paese tornerà a guidare l'Europa. A noi toccherà sudare e lavorare molto. I nostri figli però staranno meglio di noi. Questo è il vero motivo per cui facciamo politica. Non per godere della rendita del passato, ma per costruire una speranza per il domani».  CdS 14

 

 

 

 

 

 

Area euro-mediterranea. Sicurezza alimentare e urbanizzazione: le sfide

 

Negli ultimi anni, la sicurezza alimentare intesa come possibilità di accesso fisico ed economico per tutte le persone in ogni momento “ad una quantità di cibo sufficiente, sicuro e nutriente per soddisfare le loro esigenze dietetiche e preferenze alimentari per una vita attiva e sana" (Fao, 1996) è divenuta una sfida particolarmente pressante nell’ambito delle relazioni euro-mediterranee.

 

A livello regionale (ma anche globale), le sempre più frequenti crisi alimentari, dovute a fattori climatici ma anche a evidenti fallimenti di governance, sono oggi più che mai fonte di instabilità socio-politica: la dipendenza dalle importazioni di derrate alimentari, soprattutto cereali, e la crescente volatilità dei prezzi in questo settore sono certamente da ascrivere tra le cause che hanno contribuito a scatenare la cosiddetta ‘Primavera araba’.

 

Urbanizzazione crescente

Un aspetto fino ad oggi poco discusso riguarda le implicazioni, in termini di sicurezza alimentare, della tendenza ormai osservabile a livello mondiale verso la crescita delle città in termini geografici e demografici.

 

Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, ben il 66% della popolazione mondiale vive oggi in aree urbane - un dato ancor più rilevante se si pensa che, soltanto negli anni ‘50 del secolo scorso, le proporzioni della popolazione rurale e urbana erano invertite.

 

Si pone dunque il problema di come garantire la sicurezza alimentare in città che crescono velocemente e spesso in assenza di politiche in grado di assicurarne lo sviluppo in maniera armonica ed inclusiva.

 

L’intero bacino del Mediterraneo è oggi caratterizzato, come molte altre aree del mondo, da un rapido processo di urbanizzazione. Tuttavia, si osservano delle divergenze notevoli tra la sponda nord e quella sud del Mediterraneo in materia di governance locale della sicurezza alimentare.

 

A fronte di una maggiore vulnerabilità in tale ambito, nei Paesi del Mediterraneo meridionale il contributo delle autorità locali alla formulazione e implementazione di policy politiche a favore della sicurezza alimentare a livello urbano - il cosiddetto approccio territoriale - è molto limitato, in virtù di una lunga e diffusa tradizione di accentramento amministrativo.

 

Tuttavia, i tempi sembrano oggi maturi perché tale tendenza si inverta e le città assumano un ruolo centrale nell’ottica di un approfondimento dei legami euro-mediterranei sulle questioni di sviluppo sostenibile.

 

Iniziative per realizzazione politiche alimentari

Vi sono peraltro stati negli ultimi anni alcuni segnali incoraggianti, come ad esempio la convention, sponsorizzata dall’Arab Urban Development Institute e dal Center for Mediterranean Integration della Banca Mondiale, che ha riunito a Rabat nel 2013 i sindaci ed i ministri dell’amministrazione urbana e locale dei Paesi Mena per discutere questioni di governance urbana.

 

Un impulso fondamentale in tale direzione è stato fornito negli ultimi mesi anche dall’Esposizione Universale di Milano, volano di sensibilizzazione sulle tematiche dell’alimentazione.

 

Nel settembre 2014 la città che ospita Expo ha infatti dato il via ai lavori dello Urban Food Policy Pact, un percorso di riflessione globale e partecipata sulla realizzazione di politiche alimentari urbane sane, eque e sostenibili.

 

L’iniziativa milanese - forte della collaborazione di 46 città di tutto il mondo, rappresentative di 150 milioni di abitanti, e di un Comitato scientifico con istituzioni quali Commissione Europea e Fao - si è concretizzata in un documento in cui impegni di natura politica sono affiancati da raccomandazioni tecniche.

 

Una vasta adesione al Patto da parte dei Sindaci delle città mediterranee potrebbe così contribuire al processo di rafforzamento delle prerogative urbane nella regione e a una conferma della validità dell’approccio territoriale alla sicurezza alimentare.

 

Si tratta di dinamiche che trovano un’utile sponda nelle iniziative di altri protagonisti nel grande dibattito promosso dall’Esposizione Universale. È il caso di Feeding Knowledge, progetto internazionale di ricerca sulla sicurezza alimentare promosso dal Politecnico di Milano e dall’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari (Ciheam-Iamb), tra i cui obiettivi figura la creazione dello Euro-Mediterranean Centre of Knowledge for Food Security.

 

Completa la scena il Milan Center for Food Law and Politics, centro di documentazione e studio sulle norme e sulle politiche pubbliche in materia di alimentazione, coinvolto nelle due realtà sopra descritte e promotore di un’analisi comparata sulle politiche alimentari urbane e sull’attuazione del diritto al cibo nei Paesi del Mediterraneo.

 

L’approccio territoriale alle politiche alimentari, nei suoi aspetti pratici e teorici, sembra quindi delinearsi come l’eredità feconda del dibattito internazionale lanciato da Expo. Una dinamica che, se accolta, potrà fornire valide risposte alle sfide della sicurezza alimentare delle città mediterranee, rafforzando al tempo stesso i legami tra le sponde del Bacino.

Lorenzo Kihlgren Grandi, Cecilia Emma Sottilotta  AffInt. 8

 

 

 

 

 

Per rinnovare

 

Certamente abbiamo le nostre idee. Ma non ci siamo mai illusi che siano le migliori. Però, il Paese proprio delle “migliori” avrebbe bisogno per uscire da una situazione, francamente, irrazionale. E’ un’esigenza irrevocabile. Ora, pur non essendo nostro costume fare delle anticipazioni, ci sentiamo nella condizione d’esprimere le nostre opinioni. Per conoscere anche quelle degli altri. Agli uomini di partito, di tutti gli schieramenti, chiediamo onestà, ma pure umiltà.

Onestà nel tentare di fare del loro meglio per questa Penisola. Umiltà nel riconoscere, in tempo, gli errori. Ciò partendo dal presupposto che la “rotta” può mutare proprio strada facendo. Il fine resta la governabilità nazionale. Il “colore” non conta più. Meglio evitare, da subito, le mediazioni e le polemiche di corridoio. Nelle condizioni in cui siamo, non è prevedibile, infatti, un cambiamento efficace. Andare avanti nell’incertezza non giova a nessuno. Anche perché una modifica dovrà pur verificarsi. Non tanto per il desiderio di sperimentare nuove forme di governo, ma per evitare lo sgretolamento istituzionale di questo Paese. Per dare fiducia a un Popolo, politicamente maturo, è necessario un Potere Legislativo rinnovato nella sua composizione, nei numeri e più attento alle necessità sociali.

 Dopo tanti “esperimenti”, ora serve la “normalità”. Quella normalità che da troppo tempo ci manca e che rende insicuro anche il nostro status d’europei. Non ci sono più baluardi da difendere. Né opposti estremismi da bilanciare. Se d’aspetti sfavorevoli si deve parlare, se ne parli con cognizione di causa. Non ci sono le condizioni per sopportare i “bisticci” di bottega. Non siamo “profeti”, né ci sentiamo in grado d’esprimere giudizi avventati. Il rinnovamento, se e quando ci sarà, dovrebbe partire da una piattaforma più coesa.

 Oltre Renzi non ci deve essere il “deserto”. Senza un timoniere valido ed una rotta prestabilita, la nave Italia non approderà da nessuna parte. Lo scriviamo convinti che questa non è solo una sensazione. In un Paese dove l’incertezza è consuetudine, il silenzio, figlio del compatimento, non avrebbe più senso. L’innovazione, pur con tutte le probabili difficoltà di percorso, ci sarà. Dopo un intermezzo politico, che solo la Storia potrà giudicare, è maturato il tempo per andare oltre. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Cacicchi e scandali. La palude del localismo politico

 

Più di venticinque anni fa Umberto Bossi, allora unico parlamentare della Lega, mi provocò dicendo che insieme (lui scopritore del localismo politico, ed io cultore del localismo economico) avremmo insieme potuto fare grandi cose. Non se ne fece nulla, considerati anche i troppi diversi nostri circuiti mentali; ma quella provocazione era intelligente, partiva dalla previsione che senza una loro intensa integrazione i due localismi sarebbero andati ognuno per proprio conto, perdendo ogni ambizione e disegno di sistema; e che a pagarne il prezzo sarebbe stato il localismo politico, progressivamente prigioniero delle sue dinamiche di ripiegamento territoriale e di egoismo localistico.

 

Non c’è dubbio infatti che il localismo economico, quello esploso negli anni Settanta e Ottanta nelle nostre tante vitali periferie (Prato, Valenza Po, Biella, Sassuolo, Montebelluna, Carpi, Fermo, ecc.) ha saputo lucidamente evolversi strutturandosi via via in distretti, in patti e contratti di filiera, in strategie complessive di «area vasta»; superando con tenacia qualche difficoltà, e qualche ubriacatura di successo, e tenendo sempre il rapporto fra lavoro e rischio imprenditoriale a funzionare da sistema nervoso di tutti i soggetti e comportamenti collettivi.

 

La stessa cosa non è avvenuta nel localismo politico, che sapeva di partire da microlocalità ma che pensava al federalismo come istituzionale condensazione dei frammentatissimi interessi locali. F inito il sogno del federalismo i territori sono stati lasciati alla loro singola dinamica, senza neppure più i vincoli di appartenenza politica, partitica, ideologica che nei decenni precedenti li avevano tenuti collegati alla dimensione nazionale. Il localismo politico è diventato ed è oggi la palude di tutti i problemi e di tutte le pulsioni squisitamente territoriali e localistiche, espresse peraltro in termini dialettali e vernacolari, spesso beceri. Nascono i «cacicchi»; si formano cordate di gestione puramente clientelare; si governa per pacchetti di voti; si decidono flussi di risorse (dai fondi europei al finanziamento di un welfare sempre più comunitario) calibrati sul potere delle clientele locali; la stessa spesa istituzionale (per il funzionamento degli organi statutari) viene asservita a mediocri giuochi di localismo associato. Non c’è nessuna tensione di responsabilità verso i problemi esterni agli intrecci di potere localistico; ed alla fine non è esagerato dire che il localismo politico sta uccidendo la politica: sia quella operante localmente, sia quella nazionale se è vero che oggi in tante regioni del Paese i partiti non esistono più, si appiattiscono alle regole affaristiche (e/o elettorali) dei potenti circuiti locali.

Occorre quindi non lasciare il localismo politico a macerarsi in dinamiche tutte regressive, e a far marcire la vita politica nel suo complesso. Ed è la politica nazionale che deve darsi carico del problema, perché è proprio lei che rischia di essere la grande vittima del trionfo di un localismo politico sapiente e furbo, sfrontatamente sicuro che la politica nazionale non può in questo caso usare l’arma «assoluta» della verticalizzazione delle decisioni e dei poteri (riusciva a Giolitti ed ai suoi prefetti ma non sembra un esempio da seguire). Bisogna allora avere l’umiltà di ripartire dai «fondamentali» della politica, in particolare dal rilancio dei meccanismi e dei soggetti di rap-presentanza degli interessi e delle identità collettive. Non è richiamo alla moda, di questi tempi, ma sempre meglio che restare prigionieri degli scandali sui cacicchi e delle lotte al calor bianco sulla destinazione dei migranti. Giuseppe De Rita, CdS 11

 

 

 

 

Migranti, sciopero della fame e sit-in a Ventimiglia. Sgomberata stazione di Milano

 

Al confine con la Francia prosegue il blocco di un centinaio di persone. Il sindaco: "Siamo in emergenza". A Milano in centinaia fuori dalla Stazione Centrale. Nella Capitale ancora tesa la situazione nella zona Tiburtina

 

VENTIMIGLIA -  È ancora emergenza immigrati in Italia. A Ventimiglia, dove i gendarmi francesi bloccano l'accesso in Francia, diverse decine di migranti sono da due giorni accampati alla frontiera franco-italiana in attesa di attraversare il confine. Stamani hanno ripreso il sit-in a qualche decina di metri dalla frontiera francese, minacciando seppur pacificamente di bloccare il traffico. Sono in gran parte etiopi, sudanesi, anche siriani e vogliono entrare in Francia. Il sit-in è ripreso stamane alle 8. Su un enorme cartello c'è scritto in inglese: 'We need to pass', dobbiamo poter passare; su un altro "We need freedom", abbiamo bisogno di libertà. Secondo un giornalista di France 2 sul posto, alcuni stranieri hanno cominciato uno sciopero della fame e rifiutano il cibo. Qualcuno ha raccontato di esser riuscito a entrare in Francia, ma che alla stazione di Mentone è stato riportato indietro in Italia.

 

Secondo una fonte della Croce Rossa, rimasto sul posto fino a tarda notte, i migranti nella notte hanno dovuto cercare rifugio a causa dei temporali: "Hanno dormito sotto i ponti, nelle gallerie tra la frontiera e il centro città. Poi sono tornati". A Ventimiglia sono state allestite strutture all'aria aperta per fornire il primo soccorso sanitario: docce e servizi igienici. Organizzazioni umanitarie distribuiscono cibo e acqua, ma gli uomini (non le donne e i bambini) stamane l'hanno rifiutato. Negli ultimi sette giorni, ha detto venerdì il prefetto Adolphe Colrat, nelle Alpi Marittime è stato fermato un numero record di migranti, 1.439, dei quali 1.097 sono stati rispediti in Italia. Secondo il prefetto, la pressione migratoria alla frontiera franco-italiana conosce da qualche giorno un picco superiore alle settimane record del 2014.

 

"Siamo in emergenza", denuncia il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano. "Si tratta di 180-200 immigrati - spiega il primo cittadino - che si trovano tra la zona della stazione e il centro cittadino. Ci sono anche famiglie con bambini. La situazione è delicata e sta diventando un caso diplomatico perché un gruppo di migranti, mostrando il biglietto del treno Nizza-Parigi, dice di essere stato prelevato a Nizza e riportato a Ventimiglia".

 

La tensione non si allenta a Milano, dove da giorni 250 migranti tutte le notti dormono tra i rifiuti. È all'esterno della Stazione centrale che si sta concentrando il disagio dei rifugiati e anche dei volontari che cercano di aiutarli. Dopo la chiusura dei due grandi mezzanini operata nella notte dalle forze dell'ordine, i profughi stazionano all'esterno, appena fuori dall'ingresso, nella cosiddetta Galleria delle carrozze, in una situazione di evidente disordine e disorganizzazione. E cresce anche la preoccupazione per l'allarme scabbia.

 

A Roma, nei pressi della stazione Tiburtina, dove giovedì la polizia era intervenuta per identificare e sgomberare i migranti che da giorni stazionano in strada, anche ieri si è ripetuta la stessa cosa. E, mentre il governatore del Veneto, Luca Zaia, scrive ai prefetti della sua Regione, invitandoli a mandare via subito tutti i profughi attualmente collocati in tutte le località turistiche del Veneto e a evitare nuove allocazioni, nella polemica politica entra anche Beppe Grillo, che sul suo blog propone di modificare "in fretta" il regolamento di Dublino e uscire "temporaneamente" da Schengen.

 

Si è trasformato in un'assemblea stanziale in piazza dell'Unità, a Bologna, il corteo regionale organizzato dal Coordinamento migranti che nel pomeriggio avrebbe dovuto avviarsi verso i palazzi della Regione Emilia-Romagna, in viale Aldo Moro. La sfilata non è più partita sia per l'esiguo numero di partecipanti (un centinaio di persone, tra immigrati, rappresentanti del Coordinamento e delle altre associazioni attive a Bologna e nelle province di Modena, Forlì e Rimini) sia perché il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, "ci ha promesso - hanno fatto sapere alcuni organizzatori - che riceverà una nostra delegazione venerdì 19 giugno, alle 13". La manifestazione era stata promossa per "rivendicare un permesso di soggiorno europeo della durata minima di due anni, senza condizioni per far fronte alla precarietà e alla crisi economica, oltre che alla crescente discrezionalità applicata da questure, prefetture e amministrazioni cittadine".

LR 13

 

 

 

 

 

Il coraggio di guardare la realtà

 

Viviamo in un’epoca di semplificazioni assolute, di esagerazioni dettate dalla pancia e di tragica mancanza di buon senso. Un’epoca in cui manca la memoria ma ancor più la razionalità, non si tiene più conto di numeri, proporzioni e contesti. Non si capisce che la complessità non si affronta e non si risolve con i proclami ma con un lavoro faticoso in cui l’egoismo dei singoli (siano essi Stati, Regioni o Comuni) rischia di essere letale.  

 

Lo scorso anno sono arrivati dal mare 170 mila migranti (nei primi cinque mesi e mezzo del 2015 sono 56 mila) e questo ha avuto il potere di destabilizzare un’Unione europea di ben 500 milioni di persone e di mettere in scena un vero e proprio psicodramma. Significa che gli arrivi sono pari a uno ogni 3000 abitanti, ma ogni nazione si è chiusa a riccio, interpretando a suo favore le regole e chiudendo a singhiozzo le frontiere. 

 

Negli ultimi tre anni in Turchia, nazione con 75 milioni di cittadini, i rifugiati arrivati dalla Siria e dall’Iraq sono stati oltre due milioni: uno ogni 35 abitanti. Duecentomila sono arrivati in pochi mesi solo dall’area di Kobane per sfuggire all’offensiva dell’Isis. I turchi per gestire una migrazione di queste proporzioni stanno spendendo 6 miliardi di dollari l’anno a cui - ci racconta oggi l’ambasciatore di Ankara in Italia - la comunità internazionale collabora con soli 400 milioni. Ma non è il solo esempio della nostra miopia: in Libano si sono rifugiati 2 milioni di siriani, una cifra immensa e spaventosa se si tiene conto che i libanesi sono solo 4 milioni. E’ come se da noi italiani si scaricassero 30 milioni di rifugiati…  

 

Tutto questo non diminuisce di certo il disagio, i problemi e i rischi che gli italiani devono affrontare e non ci rassicura, ma forse può aiutarci ad avere una visione più oggettiva di quello che sta accadendo. Tutto questo dovrebbe invece spingere tutti a mettere in atto politiche nuove che abbiano come obiettivo quello di cercare di gestire i flussi e, per quanto possibile, di rallentarli, agendo in Nord Africa, procedendo anche con le espulsioni, garantendo sicurezza e legalità.  

 

L’Europa ha cominciato a discutere un piano di rimpatri per coloro che non hanno i requisiti per restare come rifugiati ma latita nel definire quote di accoglienza. Se la prima è una strada che andrà necessariamente percorsa, non può però prescindere dalla realtà quotidiana degli sbarchi e della necessaria accoglienza.  

Ci preoccupiamo della sicurezza e delle questioni igienico-sanitarie? Bene, allora non abbandoniamo la gente in mezzo alla strada, sotto i ponti o nelle stazioni. È un discorso che vale per i Paesi della Ue come per le regioni: lo scarica-barile non migliora la situazione serve solo a fare propaganda politica. 

 

E quei barconi che arrivano ogni giorno non possono essere l’alibi per un racconto della realtà completamente emotivo e slegato dalla verità. Quando si parla di tassi di criminalità, di pirati della strada o di stazioni insicure si fa bene a pretendere più severità e un maggiore controllo del territorio, ma non raccontiamoci che prima vivevamo nel Paese delle fate. Lo dicono le statistiche ma anche la memoria. 

 

Le bande di stranieri che fanno le rapine nelle case sono un’emergenza? Vanno affrontate con più forze dell’ordine nelle nostre province, ma non fingiamo di non ricordare anni di malavita italiana o la drammatica stagione dei rapimenti. «Investono la gente ubriachi e drogati!». Guardate ai fatti di cronaca, ai pirati della strada, e nella maggioranza dei casi troverete rispettabili padri di famiglia italiani o i loro figli. Chi ha ucciso un quindicenne a Monza a marzo e poi è scappato non era un rom ma un quarantenne brianzolo con un’Audi. 

 

«Sono pericolosi ed efferati!». Olindo e Rosa non sono musulmani, Yara non pare sia stata uccisa da un albanese e la cronaca quotidiana è piena zeppa di delinquenti italiani. Le stazioni oggi ci fanno paura? Ce ne accorgiamo perché sono luoghi più belli e puliti di quanto non lo fossero 10 o 20 anni fa, con i negozi, i bar, i ristoranti e allora lo notiamo. A me la Stazione Centrale di Milano o Roma Termini facevano molta più paura vent’anni fa, piene di tossici e spacciatori.  

 

Questi sono i problemi della nostra epoca, migrazioni dovute a guerre, estremismo, miseria, fame e cambiamenti climatici. Non possiamo pensare di arrenderci o soccombere ma nemmeno di nascondere il problema o scaricarlo sul vicino, bisogna avere il coraggio di essere adulti, chiamare tutti alle responsabilità e chiamare le cose con il loro nome. Costruire percorsi virtuosi (di accoglienza, studio, rispetto delle regole per chi ha i requisiti) e insieme meccanismi di rimpatrio e di aiuto ai Paesi da cui partono, ma evitare di voltare la testa dall’altra parte regalando migliaia di disperati al lavoro nero e alla criminalità organizzata. MARIO CALABRESI  LS 14

 

 

 

 

 

Andrea Riccardi: Stimolare l’estroversione italiana nel mondo globale e accrescere l’italofonia

 

Il nuovo presidente della Società Dante Alighieri rilancia l’idea di una rete mondiale di “italsimpatia” e italofilia

 

ROMA - "La patria non è tutta dentro i confini materiali dello Stato". Ricordando lo storico appello del 1889, su cui la Dante fonda fin da allora la propria missione, il neo presidente Andrea Riccardi ha presieduto il suo primo Consiglio centrale della Società Dante Alighieri. Nel suo intervento egli ha delineato gli obiettivi per una politica di rilancio della lingua italiana nel mondo.

“La Dante - come tutte le istituzioni culturali del nostro Paese - ha conosciuto nei due decenni trascorsi una stagione non facile, proprio per la costante riduzione dell'appoggio e del finanziamento dello Stato” - ha dichiarato il presidente nel suo discorso - aggiungendo che " c'è stato uno spaesamento e un indebolimento di istituzioni come la nostra che operavano su campi internazionali e nazionali consolidati. È lo spaesamento più generale indotto nella politica e nella vita quotidiana dai mutamenti radicali degli ultimi due decenni. Il processo di globalizzazione ha gettato la società italiana in un orizzonte senza frontiere, con nuove competizioni e sfide... Tuttavia, proprio negli anni 90, la politica italiana ha attraversato una lunga e complessa transizione, con fenomeni di ripiegamento, che non hanno certo favorito l'ambientazione del nostro Paese sugli scenari del mondo, anzi hanno favorito l'introversione.”

“La frontiera della lingua, del suo insegnamento, della simpatia per l'Italia e l'italianità - ha proseguito il Presidente - hanno registrato subito questo delicato fenomeno. Hanno sofferto e soffrono di questa introversione. La nostra attività si colloca proprio nella prospettiva dell'estroversione italiana". Riccardi non ha dubbi: sono l'italofonia e l'italsimpatia gli obiettivi su cui puntare per stimolare meglio l'estroversione italiana nel mondo globale.

La discussione ha visto, tra gli altri, gli interventi del Sottosegretario agli Esteri Mario Giro, del direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Mae Andrea Meloni, del cice presidente Paolo Peluffo, di Francesco Sisinni e di Lucio Caracciolo. In sintonia con il pensiero del presidente Riccardi, Peluffo e Caracciolo hanno proposto i “moltiplicatori” di uno sviluppo della italofonia e italofilia. La Dante, come ha affermato il Direttore di Limes, potrebbe puntare sui nuovi giovani per promuovere un progetto che vedrebbe gli studenti italiani residenti all’estero precettati perché diventino delle “antenne” in loco e con loro creare dei club. (Inform 8)

 

 

 

 

 

 

Interrogazione su situazione drammatica in cui versa la rete consolare

 

E' stata presentata in Commissione Affari Esteri del Senato un'interrogazione urgente rivolta al Ministro Paolo Gentiloni sulla situazione drammatica in cui versa la rete consolare, a prima firma del senatore Claudio Micheloni, Presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero, e sottoscritta dagli altri senatori eletti nelle circoscrizioni estere: Renato Turano, Francesco Giacobbe, Aldo Di Biagio, Fausto Guilherme Longo e Claudio Zin.

Nell'interrogazione si chiede di sapere quali urgenti iniziative il Ministro Gentiloni intenda adottare per dar seguito agli impegni assunti con l'Ordine Del Giorno  G 100  approvato un anno fa, nella seduta del 28 maggio 2014, in cui si impegnava il Governo:

 a presentare alle Commissioni parlamentari competenti un piano di riorientamento della rete e dei servizi diplomatico-consolari seguendo le direttive contenute nella legge sulla revisione della spesa in invarianza dei servizi, del rapporto della Commissione spending review del Ministero degli affari esteri nel 2012 e delle linee indicate dal programma di lavoro del commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli;

ad approntare in tempi rapidi, nelle sedi oggetto di provvedimenti di chiusura, anche sulla base di un confronto con le istituzioni locali, strumenti leggeri alternativi di presenza culturale e di erogazione dei servizi consolari;

a pianificare politiche per il rilancio dell'azione degli Istituti italiani di cultura, anche mediante la razionalizzazione dell'uso delle risorse attraverso la revisione delle spese di funzionamento, valutando l'opportunità di un razionale utilizzo di personale a contratto locale, e a utilizzare la massima trasparenza nella procedura di scelta dei direttori e delle altre posizioni negli Istituti italiani di cultura, al fine di evitare il verificarsi di abusi nella selezione nonché nello svolgimento delle funzioni;

a garantire la maggiore trasparenza nella gestione degli Istituti italiani di cultura, favorendo l'adozione di misure volte a facilitare la consultazione da parte dei cittadini dei bilanci certificati; a indicare analiticamente, per ogni singolo intervento di riduzione o riorientamento della rete estera del Ministero, i risparmi che si prevede di conseguire.

Provvedimenti che il Senato intende affrontare in modo deciso per poter garantire ai cittadini italiani residenti all'estero e a quelli in mobilità l'adeguata tutela e i necessari servizi di cui hanno bisogno.

 

L'interrogazione sulla rete consolare in commissione III al Ministro degli Affari Esteri. Premesso che:

l'Italia è attualmente rappresentata nel mondo attraverso strutture consolari e ambasciate che svolgono un ruolo fondamentale per la cooperazione politica, la promozione delle relazioni economiche, la cooperazione allo sviluppo, la cooperazione culturale e scientifica, nonché per i servizi resi ai cittadini italiani, in mobilità e residenti all'estero;

nonostante le considerevoli riduzioni di risorse economiche degli ultimi, tali strutture hanno continuato, nella gran parte dei casi a svolgere i compiti ad esse affidati con immutata lena, perizia e dedizione;

i tagli operati negli ultimi anni sul bilancio complessivo del MAECI- fatti salvi capitoli di spesa notoriamente difficili da modificare - hanno comportato lo smantellamento e la chiusura delle sedi consolari all'estero, strumenti essenziali ai fini della proiezione internazionale del nostro Paese e della tutela dovuta ai nostri concittadini all'estero;

rilevato che:

in data 28 maggio 2014 il Senato, in sede di discussione della mozione, n° 1-00187 (testo 2), alla presenza del vice ministro Pistelli, ha approvato con 168 voti favorevoli, 28 contrari e 9 astenuti, l’ODG G 100 con impegnava il Governo :

1) a presentare alle Commissioni parlamentari competenti un piano di riorientamento della rete e dei servizi diplomatico-consolari seguendo le direttive contenute nella legge sulla revisione della spesa in invarianza dei servizi, del rapporto della Commissione spending review del Ministero degli affari esteri nel 2012 e delle linee indicate dal programma di lavoro del commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli;

2) ad approntare in tempi rapidi, nelle sedi oggetto di provvedimenti di chiusura, anche sulla base di un confronto con le istituzioni locali, strumenti leggeri alternativi di presenza culturale e di erogazione dei servizi consolari;

3) a pianificare politiche per il rilancio dell'azione degli Istituti italiani di cultura, anche attraverso la razionalizzazione dell'uso delle risorse attraverso la revisione delle spese di funzionamento, valutando l'opportunità di un razionale utilizzo di personale a contratto locale, e a utilizzare la massima trasparenza nella procedura di scelta dei direttori e delle altre posizioni negli Istituti

italiani di cultura, al fine di evitare il verificarsi di abusi nella selezione nonché nello svolgimento delle funzioni;

4) a garantire la maggiore trasparenza nella gestione degli Istituti italiani di cultura, favorendo l'adozione di misure volte a facilitare la consultazione da parte dei cittadini dei bilanci certificati;

5) a indicare analiticamente, per ogni singolo intervento di riduzione o riorientamento della rete estera del Ministero, i risparmi che si prevede di conseguire;

successivamente all’approvazione del succitato ODG, con spirito di collaborazione e di proattività, dopo aver rilevato la disponibilità da parte di alcuni Stati Esteri e delle Comunità a concedere a titolo gratuito l'utilizzo di alcuni locali pubblici dove allocare gli uffici consolari, dopo un'attenta analisi della situazione per il contenimento dei costi sono state formulate al viceministro Pistelli alcune soluzioni per consentire l'apertura degli uffici consolari di cui discute;

considerato che;

ad oltre un anno dall'approvazione del succitato ODG il Ministero degli Affari Esteri non solo non ha ancora formulato il nuovo piano riorientamento della rete e dei servizi diplomatico-consolari, ma ha continuato inesorabilmente ad adottare provvedimenti fortemente penalizzanti nei confronti di circa il 50 per cento delle nostre strutture all'estero, proprio in un momento di forte intensificazione di nuovi flussi di mobilità e di emigrazione degli italiani a cui lo Stato deve garantire tutela e servizi di supporto;

appaiono, inoltre, disattese anche le proposte avanzate dal Senato di ridurre la diplomazia in quei Paesi dove attualmente è necessario garantire solo i servizi alla Comunità e alle imprese italiane per destinarla, debitamente formata, a quelle aree del Mondo di potenziale sviluppo della presenza politica ed economica italiana;

si chiede di sapere:

quali urgenti iniziative il Ministro in indirizzo intenda adottare per dar seguito agli impegni assunti con l'approvazione dell'ODG G 100 approvato nella seduta del 28 maggio 2014 e richiamato in premessa per poter garantire ai cittadini italiani residenti all'estero e a quelli in mobilità la necessaria tutela e i necessari servizi di cui hanno bisogno.

Micheloni, Turano, Giacobbe, Di Biagio, Longo F., Zin (de.it.press 11)

 

 

 

 

 

 

Hillary Clinton e l’esercizio del diritto di voto

 

Dalla campagna elettorale di Hillary Clinton ci giunge oggi qualche notizia illuminante sulla cultura dell’America di oggi.

Incomincio dalla registrazione nelle liste elettorali. Recenti nella nostra memoria le lunghissime file di neri che andavano a iscriversi nei registri elettorali per esercitare il diritto di voto per la prima volta nella storia delle loro famiglie, spinti dalla campagna elettorale del primo nero che aspirava alla Casa Bianca. Oggi Hillary spinge avanti questo punto, lei vuole che tutti i cittadini di ogni stato dell’unione debbano essere automaticamente registrati negli elenchi dei votanti al raggiungimento de diciottesimo anno di età, salvo il caso in cui essi non manifestino esplicitamente la volontà di rinunciare a tale diritto.

Quanto al concreto esercizio di questo diritto, da citare l’opera del Reverendo Martin Luther King negli anni ’60 del secolo scorso a Selma, Alabama. Fu luogo di ben noto impegno per l’esercizio del diritto di voto, un diritto garantito a tutti da leggi federali, ma di fatto negato ai neri da mille ostacoli pratici inventati da una burocrazia bianca spietatamente razzista, che spegneva nel sangue manifestazioni pacifiche. Martin Luther King, ideatore e guida delle marce pacifiche dei neri in difesa del libero esercizio del diritto di voto, fu barbaramente trucidato.

In ricordo di quel sangue versato più di mezzo secolo fa in difesa di un diritto fondamentale, riporto una lettera circolare e del materiale pubblicato su facebook a cura di Hillary for America.

 

Amici, Oggi in Texas l’idea del diritto di voto per tutti, fondamentale per la democrazia, è purtroppo ben lungi dall’essere realizzata. Il diritto di voto è sotto attacco, specialmente per i giovani, i poveri e la gente di colore. In Texas per esercitare il diritto di voto si può usare il porto d’armi, ma non è sufficiente la carta d’identità da studente. Questa disparità non è casuale. Facciamo sapere che non accetteremo questa brutale ferita al diritto di voto.

La nostra nazione ha una lunga storia di uomini e donne coraggiosi che hanno combattuto per allargare l’accesso alle urne. Non possiamo permettere che queste battaglie siano vanificate da funzionari pubblici che agiscono per paura o per interessi personali. Agire in modo che per gli americani sia difficile andare a votare è semplicemente sbagliato e contrario a valori condivisi. Se anche voi vi sentite offesi, aggiungete il vostro nome a favore del diritto di voto per tutti.

La lettera si chiude con il solito appello a donare da un minimo di 5 dollari ad un massimo di 2700, a sostegno di questa battaglia. Noto che rispetto alle campagne del Presidente Barack Obama, il limite massimo per questo tipo di donazioni è aumentato di 200 dollari.

Per fare la donazione è necessario dichiarare che si è cittadini americani. Ricordo che in risposta a queste insistenti richieste, durante la prima campagna di Barack Obama qualcuno dell’Aquila raccolse dei soldi e li mandò come richiesto. Pochi mesi dopo l’elezione del presidente l’assegno tornò indietro, danaro non dovuto. L’America che mi piace tanto.

Dunque, in casa democratica c’è un leader riconosciuto e accettato. Quanto al Partito Repubblicano, la stampa nazionale riporta che a tutt’oggi ci sono ben 26 aspiranti alla nomination del partito per concorrere all’elezione finale per la Casa Bianca, senza contare il ricchissimo mormone Mitt Romney, che, sconfitto da Barack Obama nel 2012, per ora dichiara di non essere interessato a questa competizione. Decisamente troppi ed in feroce competizione fra di loro, non solo per motivi, diciamo così, ideologici o politici, ma anche per l’accaparramento dei sostanziosi fondi che piovono da varie parti destinati alla campagna elettorale. Aspettiamo che emerga qualcuno in grado di vedersela, infine, con Hillary Clinton. Emanuela Medoro, de.it.press 6

 

 

 

 

Arresto Azzollini e riforma scuola scogli per il governo

 

Lunedì prossimo la commissione Istruzione del Senato comincerà a votare gli emendamenti al disegno di legge sulla buonascuola, la riforma di Renzi e Giannini che ha scatenato le più aspre proteste di professori e sindacati. Martedì la Giunta per le Immunità, sempre del Senato, comincerà ad esaminare e a votare sulla richiesta di arresto del senatore Azzollini, accusato per il crack di una casa di cura in Puglia. Questa è la decisione presa dalla presidenza della stessa Giunta: un calendario a tambur battente per arrivare al voto in aula entro la fine di giugno. Azzollini è il presidente della commissione Bilancio, sempre di Palazzo Madama, che deve esaminare gli emendamenti alla riforma della scuola. Insomma un corto circuito infernale in grado di mandare in tilt i precari equilibri della maggioranza che al Senato può contare su pochi voti di margine. Tutto può saltare per aria perché il presidente del Pd Orfini (che è anche commissario del Pd romano) ha già annunciato che il suo partito voterà a favore della richiesta di arresto per Azzolini. Immediata l’indignazione del partito dell’accusato, l’Ncd di Alfano, che fa parte della maggioranza. Si ricorderà che la settimana scorsa due senatori del centro hanno lasciato la maggioranza per passare all’opposizione. Se ora anche altri dell’Ncd dovessero votare contro il governo per protesta contro il Pd, per Renzi le cose si metterebbero male, in zona pericolo. Naturalmente Alfano non ha alcuna voglia di lasciare la maggioranza e il Viminale, ma per quanto tempo il ministro dell’Interno sarà in grado di tenere i suoi che scalpitano e accusano il loro leader di sudditanza al Pd? La questione dell’accoglienza ai migranti ha messo il Ncd in opposizione frontale alla politica aggressiva della Lega e della destra. Che rimane molto suggestiva per l’elettorato di centro che guarda a destra dell’Ncd. Renzi si muove su un terreno accidentato, insidiosissimo. Non solo per le possibili imboscate sulla scuola della sua minoranza interna. Ma soprattutto perché lo scandalo di Mafia Capitale sta stringendo d’assedio il sindaco Marino e anche il Pd. Che si chiede se l’inchiesta ha raggiunto il suo limite massimo o ci saranno altri capitoli e altri coinvolgimenti. In questo caso la difesa eretta attorno al sindaco Marino potrebbe non reggere più. GIANLUCA LUZI   LR 11

 

 

 

 

 

Italia che cambia

 

Certamente non è sfuggito a nessuno che l’Italia, ed il modo d’essere italiani, non è più quello del secolo scorso. Il Paese, gioco forza, ha subito profonde trasformazioni. Soprattutto sotto il profilo socio/economico. Non riconoscerlo potrebbe rappresentare un grossolano errore. Anche perché il nostro futuro dipenderà pure dagli eventi del recente passato. Il nuovo secolo, come il nuovo Millennio, ci ha trovato differenti. Addirittura anche i meno interessati hanno da riconoscere che non siamo più gli stessi. Su questa nostra sensazione, che non è isolata, andranno ad incolonnarsi tutti quei provvedimenti che auspichiamo dal Governo Renzi. Di fatto, però, la storia potrebbe ripresentarsi con tematiche più affini al passato di quanto si potrebbe immaginare. Era il 1992, quando crollava l’impalcatura della Prima Repubblica. Un sistema che aveva resistito per quarantasei anni, in poco più di dodici mesi, è tramontato. Con tutte le conseguenze che non hanno risparmiato nessuno. Poi, è stata varata la Seconda. Finita in modo non migliore. Ora è la Terza che è alle “corde”. L’importante è aver registrato la profonda mutazione. Con l’estinzione d’alcuni partiti e la nascita di altri. Quelli che non sono cambiati sono i nostri politici. Al momento, però, nessuno appare “vincente” per le consultazioni elettorali che si dovrebbero tenere dopo la riforma della legge elettorale. Certamente prima dell’ipotizzato 2018. E’ indispensabile, comunque, ritrovare lo spirito per andare avanti. Magari ricercando altri valori, altri parametri, per dare un significato meno difficile a questa incertezza per il futuro. Pur senza mobilitare le teorie del Federalismo, è più credibile tornare a ragionare sulle autonomie territoriali. Pur se ancora con dei distinguo, siamo anche chiamati a condividere i destini di un’UE in fase di progressiva espansione. Nel prossimo decennio, il processo di trasformazione nazionale sarà completato. Con una forte coerenza e con le idee chiare, lo sviluppo del Paese riprenderà. Ci vuole pazienza e costanza. Dalla crisi non si esce con le promesse, ma con i fatti. Basta, del resto, verificare i “passi” dell’attuale Esecutivo per accoglierlo.  Le scelte che contano, però, sono ancora dietro l’angolo. La politica, ovviamente quella rinnovata, potrà giocare un ruolo decisivo per riavviare il volano della ripresa. Di fatto, l’Italia è, certamente, uno Stato più europeo che nel secolo scorso. Tenendo, però, conto che i contrasti tra il vecchio ed il nuovo dovrebbero essere meglio esaminati. Intanto, il Bel Paese, chiaramente non solo per inerzia, continua la strada del cambiamento. Il problema è che gli uomini di partito, che molti sono gli stessi di ieri, continuano ad essere privi di quell’originalità necessaria per promuovere e consolidare il mutamento. Se questa maggioranza, che tiene unita la “sinistra”, con una buona parte della “destra”, riuscirà a mantenere la connessione, l’Italia potrebbe ritrovare un equilibrio meno precario e, indubbiamente, più coerente con i tempi in graduale evoluzione. Tuttavia, il nostro realismo non lascerà il posto né all’ottimismo renziano, né al pessimismo dei Partiti fuori ”campo”.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Il sondaggio che ci accusa: siamo i più razzisti d'Europa

 

Gli zingari sembrano concentrare su di sé il massimo dell'ostilità e diffidenza in Europa. Sono considerati, come emerge da un sondaggio dell'istituto americano Pew, un corpo estraneo nel cuore dell'Europa da una forte minoranza, superiore al 30%, di inglesi, tedeschi e spagnoli, dal 48% dei polacchi, dal 60% dei francesi e dall'86% degli italiani.

A

ll'estremo opposto sta l'altra minoranza pure tradizionalmente europea e oggetto di storiche persecuzioni, gli ebrei. Anche loro, tuttavia, in Paesi come Polonia e Italia sono considerati con diffidenza e ostilità da minoranze non trascurabili, rispettivamente dal 28 e 21% della popolazione.

 

I musulmani occupano una posizione intermedia nella sfiducia suscitata tra gli autoctoni, ma con fortissime differenze da Paese a Paese. Come per gli zingari, sono gli italiani a manifestare in maggiore misura ostilità e diffidenza, seguiti dai polacchi. In entrambi i Paesi l'ostilità è ampiamente maggioritaria. Viceversa i tedeschi, che pure ospitano la piú ampia popolazione musulmana in Europa fuori dalla Turchia, presentano, con i francesi (che pure avevano sperimentato l'assassinio dei giornalisti di Charlie Hebdo poco prima dello svolgimento dell'indagine Pew), percentuali molto piú contenute di ostilità: 24%, anche se piú ampie di quella, 19%, riscontrata tra gli inglesi.

 

Dall'indagine Pew gli italiani emergono di gran lunga piú ostili alle minoranze dei cittadini degli altri cinque Paesi oggetto di indagine. Cio è solo in parte spiegabile con la presenza di una destra che ha fatto della narrazione razzista un proprio elemento identificante. In tutti i Paesi vi è un nesso statisticamente significativo tra orientamento politico di destra e ostilità verso le minoranze etnico- religiose. Ma in Italia sembra tracimare al di là delle simpatie politiche. LR 14

 

 

 

 

 

Expo, lo spreco di cibo costa 2.060 miliardi nel mondo. Oltre 8 in Italia

 

Lo spreco di cibo - dal residuo in campo alla produzione e distribuzione allo spreco domestico - vale nel mondo circa 2.060 miliardi di euro, in Italia lo spreco domestico vale lo 0,5% del nostro Pil, oltre 8 miliardi di euro. È quanto emerge in 'Primo non sprecare', nel Parco Biodiversità di Expo, tappa della campagna 'Un anno contro lo spreco 2015' di Last Minute Market. All'indomani della giornata mondiale dell'Ambiente, secondo gli ultimi dati dell'Osservatorio nazionale Waste Watcher (Last Minute Market con Swg) presentati all'Esposizione universale per un italiano su due la parola cibo è sinonimo di piacere e quattro italiani su cinque (77%) insegnano ai loro figli a non sprecare il cibo, eppure si spreca il 45% della frutta e verdura, il 30% del pesce e il 20% della carne, mentre 10 milioni di italiani vivono e si alimentano in condizioni di povertà. Ogni settimana vengono buttati nella spazzatura di ogni casa una media di due etti di cibo ancora buono: quasi un chilo al mese.

Nella lotta allo spreco l'educazione alimentare è la parola chiave. "Lo spreco del cibo - spiega il sottosegretario all'Ambiente Barbara Degani - deve essere assolutamente combattuto e bisogna insegnare a non sprecare". In questo senso "va fatta un'azione capillare nelle famiglie perché lo spreco maggiore si ha nel frigo di casa". Parole condivide dall'agroeconomista e fondatore di Last Minute Market, Andrea Segrè: "Si spreca ancora molto, ma la tendenza allo spreco diminuisce: non sappiamo se è colpa della crisi, per cui tutti siamo più attenti, o anche l'effetto della battaglia, della lotta che abbiamo messo in campo in questi anni". E aggiunge: "dovremmo fare uno scatto, fare prevenzione contro lo spreco alimentare e ambientale perché prevenire è meglio che punire".

Gli ultimi dati dell'osservatorio rilevano progressi nella cultura ambientale del Paese: il rispetto dell'ambiente è 'una necessità' per un italiano su due (52%) ed è 'un valore' per il 38% degli intervistati. Sicuramente per i vincitori della sesta edizione della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti che ha visto l’Italia primeggiare tra tutti i 27 paesi partecipanti con 5.643 azioni realizzate. Premiazione alternata da un evento di showcooking dello chef Nicola Salvini che ha preparato piatti con cibo di recupero. Scelta non casuale: la lotta allo spreco alimentare è stato il tema centrale dell’edizione Serr 2014 ed è tra i temi cruciali della Carta di Milano che sarà consegnata il prossimo 16 ottobre - Giornata mondiale dell'alimentazione - al sottosegretario generale Onu Ban Ki Moon. Adnkronos 6

 

 

 

 

L'incrocio di scandali ed emergenze che preoccupa Renzi

 

E' come se si fosse concentrata in un solo periodo  -  questo  -  tutta una serie di vicende ognuna delle quali è in grado di far tremare un governo. C'è la crisi, alla base di tutto. Ma poi l'emergenza migranti sempre più drammatica con le immagini che si vedono in questi giorni nelle stazioni di Milano, Roma Tiburtina, Ventimiglia. E poi c'è l'inchiesta su Mafia Capitale. E lo scandalo della clinica pugliese che ha portato alla richiesta di arresto di un sottosegretario dell'Ncd. E l'Europa che ha deciso come era prevedibile che i profughi devono rimanere in Italia (e in Grecia) perché loro non ne vogliono sapere di prenderseli. Ma è soprattutto Mafia Capitale a mettere in ansia il governo. Renzi ovviamente non c'entra niente con i protagonisti della megaruberia e del sistema di corruzione onnipresente nella Capitale. E così anche il sindaco Marino della cui onestà nessuno dubita, nemmeno i suoi avversari politici. Il problema è il Pd romano, commissariato dal presidente democratico Orfini, ma forse non ancora del tutto ripulito. La guerra per bande all'interno del Pd sta portando il partito al disastro e probabilmente alla fine dell'esperienza del sindaco Marino. Ormai il suggerimento a dimettersi è costante e non viene solo dalle opposizioni. Formalmente il Pd nega di volere le dimissioni del sindaco, ma certo è che la decisione di Renzi di commissariare il Giubileo e affidarlo al prefetto Gabrielli, ex capo della Protezione civile, è un palese atto di sfiducia nei confronti di Marino che infatti è andato su tutte le furie. E' come se Renzi avesse preso atto e dichiarato che la macchina del governo di Roma  -  al di là e ferma restando l'assoluta onestà del sindaco  -  non fornisce le garanzie di poter gestire un evento eccezionale come l'afflusso di milioni di pellegrini durante l'Anno santo. In poche parole non c'è la certezza che qualcuno non avrebbe rubato ancora o fatto affari all'ombra del Giubileo. A questo punto, o l'inchiesta di Mafia Capitale è al culmine e Roma potrà ripartire dopo aver fatto pulizia, oppure, se l'inchiesta avrà altri capitoli nelle prossime settimane e mesi, sarà inevitabile il commissariamento. L'effetto nel mondo di un commissariamento per mafia della Capitale sarebbe disastroso. Ecco perché anche da Palazzo Chigi si consiglia al sindaco di dimettersi prima che questo accada. GIANLUCA LUZI, LR 13

 

 

 

 

Tosi (sindaco a Verona): “Salvini, fanfarone e Capitan fracassa”

 

"Salvini fanfarone e Capitan fracassa mi dispiace che Maroni lo imiti. Minaccia di Maroni ai comuni illegittima e impercorribile. Berlusconi-Salvini? Così il centrodestra non ha prospettiva. Senza il tema dell’immigrazione, a Salvini non resta nulla”. Lo ha detto il sindaco di Verona Flavio Tosi ai microfoni della trasmissione "Ho scelto Cusano", condotta da Gianluca Fabi, su Radio Cusano Campus, emittente dell'Università Niccolò Cusano.

"Salvini minaccia di occupare prefetture? Se è in grado di farlo è bene, se no la smettesse di fare il fanfarone e Capitan Fracassa -ha affermato Tosi-. Fino ad ora quelle di Salvini sono solo fanfaronate, sparate, non c’è nulla di concreto. Mi dispiace che Maroni gli vada dietro, perché secondo me è stato il miglior ministro degli interni degli ultimi anni. Ma ora si fa mettere le parole in bocca da Salvini. Le sue sono minacce al vento, senza atti concreti. Sono solo grida manzoniane che non portano da nessuna parte. La sparata di Maroni si inserisce nel solco delle sparate per ottenere consenso elettorale. Salvini ha fatto una campagna elettorale solo sugli sbarchi. Senza il tema dell’immigrazione a Salvini non resta nulla. Se la prospettiva del centrodestra è un'alleanza Berlusconi-Salvini, non c’è prospettiva. Matteo Renzi ha una filosofia di governo e la sta portando avanti, dall’altra parte per essere credibile devi avere un’altra filosofia di governo. Salvini invece sta portando avanti populismo e demagogia di estrema destra e se l’alternativa a Renzi è Salvini, Renzi governerà tutta la vita".

"A luglio -ha spiegato Tosi- nella conferenza stato-regioni si è discusso come disporre i clandestini provenienti dal Nord Africa, e tutte le regioni si sono accordate col governo per la spartizione su tutto il territorio nazionale. La Regione Lombardia, se fosse stata contraria, avrebbe dovuto dire 'no'. La minaccia di Maroni ai sindaci è impercorribile, perché gran parte dell’ospitalità non fa capo ai sindaci ma ad accordi diretti tra la prefettura e i vari soggetti che ospitano i migranti. Ed è una minaccia anche illegittima perché la regione non può togliere i soldi ai comuni che servono per il trasporto pubblico e i servizi sociali, il Tar smonterebbe sul nascere un provvedimento del genere". 

 

 

 

 

Entro il 16 giugno il pagamento dell’acconto dell’imposta municipale sugli immobili e della tassa sui servizi

 

Confermata l’esenzione Imu per le abitazioni principali non di lusso, ma la Tasi non perdona. Niente bollettini precompilati, bisogna ricorrere al fai da te. Per la prima rata valgono le regole 2014 - Corrado Fenici e Stefano Poggi Longostrevi

 

Meno otto. Martedì 16 scade il termine per versare l’acconto 2015 di Imu e Tasi, le due imposte immobiliari locali che pesano in modo deciso sulle tasche dei contribuenti. Questa volta si presentano insieme all’appuntamento con l’acconto ed è giusto che sia così, visto che la base imponibile è la stessa, così come analogo è il percorso di calcolo (vedi schema a fianco). Le rate di giugno, sia dell’Imu, sia della Tasi, vanno calcolate con le regole del 2014: a dicembre si farà il conguaglio in base alle aliquote che il comune deciderà di applicare per il 2015: per farlo ha tempo fino al 28 ottobre.

Se gli immobili sono stati posseduti per l’intero anno sia nel 2014, sia nel 2015, e non ci sono state variazioni nel proprio patrimonio immobiliare (acquisti, vendite, successioni), nè è cambiata la modalità di utilizzo, come acconto di Imu e Tasi basterà versare il 50% di quanto corrisposto complessivamente l’anno scorso.

Ma le due imposte presentano anche qualche importante differenza: l’abitazione principale — quella dove si dimora e si risiede anagraficamente, le due circostanze devono coesistere — e le relative pertinenze non pagano l’Imu, mentre sono sempre soggette alla Tasi. Gli altri immobili, spesso, sono colpiti da entrambe, anche se alcuni comuni hanno saggiamente deciso di applicare solo la Tasi sull’abitazione principale e solo l’Imu sugli altri fabbricati.

Date

Le scadenze per il pagamento della Tasi sono state uniformate a quelle in vigore da anni per l’Imu; prima rata entro il 16 giugno e la seconda entro il 16 dicembre. Come ricordato l’acconto si versa in base alle aliquote ed eventuali detrazioni in vigore per il 2014. Questa regola è applicabile a entrambe le imposte.

Attenzione. Se il Comune ha deliberato la riduzione delle aliquote Tasi per il 2015 (o l’azzeramento come avvenuto a Segrate), il contribuente può già utilizzare la nuova delibera per pagare un importo inferiore, come precisato dall’Ifel con comunicato dell’8 maggio.

Il valore dell’immobile ai fini Imu — e Tasi — si calcola partendo dalla rendita catastale rivalutata del 5% che va moltiplicata per un coefficiente variabile in base alla tipologia dell’immobile: 160 per i fabbricati abitativi, 80 per gli uffici, 55 per i negozi.

Chi paga la Tasi

La tassa è dovuta dai proprietari — sia persone fisiche sia società — di immobili situati sul territorio italiano, nonché da tutti coloro che su di essi sono titolari di un diritto reale di godimento. Ad esempio l’usufruttuario o chi ha un diritto d’abitazione (come quello del coniuge superstite), di uso, di enfiteusi e di superficie. Per gli immobili in leasing, le imposte sono dovute dall’utilizzatore. Per quelli in multiproprietà, la paga direttamente l’amministratore. In caso di separazione legale o divorzio, l’unico titolare degli obblighi tributari è il coniuge a cui è stato assegnato l’immobile, anche se non ne è proprietario. Dato che si tratta dell’abitazione principale, l’immobile sarà esente da Imu e soggetto alla Tasi. I soggetti passivi delle due imposte sono i medesimi.

A differenza dell’Imu, in caso di immobile locato o dato in comodato per oltre 6 mesi nell’anno, l’occupante (locatario o comodatario) deve versare anche lui con F24 o bollettino postale una parte della Tasi, nella misura stabilita dal Comune nel proprio regolamento (dal 10% al 30% del totale).

Quali immobili

La Tasi si paga su tutti i fabbricati, compresa l’abitazione principale e relative pertinenze, e sulle aree edificabili. Sono esclusi i terreni agricoli, nonché gli orticelli. Non conta l’uso a cui è adibito l’immobile. Il valore si calcola con gli stessi moltiplicatori Imu (vedi schema).

Le aliquote per le singole tipologie di immobili sono stabilite dal Comune. Sull’abitazione principale, non essendoci l’Imu, si paga «solo» la Tasi con aliquota che può arrivare al massimo al 3,3 per mille, o 0,33%. Mentre sugli altri immobili la somma complessiva delle aliquote Imu e Tasi non può superare l’1,14%.

Non c’è più la detrazione fissa di 200 euro prevista in passato dalla legge nazionale per l’Imu sull’abitazione principale, ma il singolo comune può stabilire specifici sconti. Il Comune può anche deliberare eventuali esenzioni o riduzioni della Tasi per abitazioni con unico occupante, locali ad uso stagionale e per l’abitazione degli italiani residenti all’estero. CdS 8

 

 

 

 

Una città libera per tutti I migrant

 

La ormai biblica questione profughi non può più essere gestita nell’ambito delle attuali politiche di accoglienza. Non è più accettabile né sotto il profilo economico, né sotto quello sociale, né umanitario, né, tanto meno, per quel che riguarda la sicurezza. Il mondo intero attende e pretende risposte e soluzioni.

 

È evidente che il numero dei soggetti coinvolti impone la costituzione di un luogo protetto da forze internazionali (sotto l’egida dell’ONU) nel quale convogliare tutti i richiedenti asilo; luogo da individuare su suolo africano e nel quale effettuare gli investimenti necessari ad avviare proprio lì il necessario processo di sviluppo economico che porti alla stabilizzazione  vera e stabile dell’intera area nordafricana.

 

Non ci sarà mai pace senza sviluppo economico e senza una occupazione lavorativa per le moltitudini di giovani delle aree coinvolte dalle guerre.

 

Dobbiamo operare per fondare una grande area sicura e libera dove edificare una città e una economia con la determinante collaborazione dei migranti che spesso sono portatori di competenze e mestieri che nelle attuali condizioni non possono mettere a frutto. Una grande Terra Promessa che immagino in riva al Mediterraneo, in terra libica, in zona adesso deserta e disabitata dove la voglia di pace e di crescita economica ed umana abbia risposte efficaci e soddisfacenti tanto da contagiare in bene anche le aree vicine.

 

Lo sviluppo economico in Africa è l’unica risposta efficace alle lusinghe della guerra e dei facili guadagni in danari e potere che le armi promettono.

 

In questa nuova Città Libera ed Aperta l’Italia sarà chiamata a svolgere un ruolo di primo piano assieme ai partner europei e a tutti i membri dell’ONU che vorranno contribuire trasformando un enorme e crescente costo per le proprie finanze pubbliche e per la propria economia in una irripetibile opportunità di crescita.

 

I migranti già su suolo europeo e quelli futuri troveranno finalmente una possibile nuova patria sicura e tranquilla dove prosperare senza dover dipendere da elargizioni o elemosine piccole o grandi. Né saranno più rinchiusi in piccoli spazi isolati o vagare in cerca di chissà cosa.

 

I costi di questo progetto sarebbero di gran lunga più modesti di quelli che stiamo sopportando e comunque quella comunità utilizzerebbe una propria moneta priva di convertibilità esterna in modo da non coinvolgere le politiche monetarie ed economiche di nessuno.

 

Anche i conati di razzismo e i crescenti estremismi che stanno pericolosamente condizionando le politiche occidentali nonché le numerose critiche che queste stanno suscitando troveranno una risposta efficace. Se riusciremo a dare ai migranti la speranza che attendono avremo dato un poco di fiducia in più a tutti noi. Canio Trione, corrierepl

 

 

 

 

Migranti, Zaia ai prefetti del Veneto: "Via dalle località turistiche o stagione a rischio"

 

Via subito tutti i profughi che sono attualmente collocati in tutte le località turistiche del Veneto e basta nuove allocazioni. E’ questo il senso di una lettera ufficiale inviata oggi dal Presidente della Regione del Veneto Luca Zaia a tutti i prefetti del Veneto, nella quale si fa portavoce "degli allarmi, dei timori e degli appelli" a lui rivolti da Sindaci, cittadini e imprenditori del turismo Veneto, che "vedono minacciato il buon esito della stagione estiva dall’invio di profughi, già avvenuto in varie località".

“Gli annunci delle ultime ore, che individuano strutture ricettive e turistiche, oltre ad immobili di privati cittadini, nelle zone del litorale veneto e del bacino termale euganeo quali sedi in cui allocare gli ultimi arrivi di immigrati, seguiti da episodi di vero e proprio ‘scarico’, avvenuti recentemente nel trevigiano e nella zona dei Colli nel padovano, stanno facendo montare la protesta delle comunità locali, dei Sindaci dei Comuni minacciati e degli operatori turistici", scrive Zaia, ricordando che il Veneto è la prima Regione turistica d’Italia e la sesta d’Europa, con 63 milioni di presenze (pari al 15% del volume nazionale), con 17 miliardi di fatturato annuo compreso l’indotto, con 420 mila occupati nel settore, e con un contributo dell’8% all’intero Prodotto Interno Lordo Regionale.

Sul tema interviene il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervistato da 'Agorà'. "Ci sono persone che fuggono dalla fame e cercano un lavoro in Europa. Ma il problema dei rifugiati è 'altro' e non si discute: bisogna dare asilo a chi fugge dalle persecuzioni e dalla guerra. E come si può dire: ‘lì sì, da noi no?’ E’ una aberrazione”.

“Nel nostro Paese si sono logorati i valori della solidarietà - denuncia il presidente emerito - Adesso, in qualche modo, ritorna in questione anche il tema dell’unità nazionale, dell’unità dello Stato perché, insomma, non può un qualsiasi presidente di Regione dare direttive ai prefetti e ai sindaci”. Adnkronos 12

 

 

 

 

Italianità

 

Dal 1890 al 1996 (dopo il Trattato di Schengen, la circolazione di persone è libera in UE), ben 28 milioni d’italiani hanno lasciato, per necessità, il Bel Paese. Siamo, ormai, alla Quarta Generazione di nostri Connazionali nel mondo. Con i figli ed i nipoti nati all’estero, il loro numero ha superato i 60 milioni; anche se coloro che hanno mantenuto la nostra cittadinanza sono poco meno di 4 milioni. Una percentuale inferiore al 7%. Per anni, poco considerati in Patria, molti nostri Emigrati hanno creduto, col riconoscimento del loro diritto di voto, politico e referendario, dai Paesi ospiti, che il loro profilo d’italianità si sarebbe ristabilito. Non è stato così. Se l’andazzo continuerà come lo conosciamo, non muterà neppure per il futuro. Per gli italiani oltre confine, non esistono diritti acquisiti in Patria e la loro rappresentatività a livello normativo è ancora tutta da avvalorare. Data l’attuale situazione nazionale, gli “Onorevoli” eletti nella Circoscrizione Estero hanno dovuto frenare i loro, già limitati, interventi. Neppure i recenti provvedimenti dell’Esecutivo Renzi hanno tenuto in considerazione le loro necessità, le loro preoccupazioni ed il loro oggettivo isolamento per le cose di pertinenza della Penisola. Certo è che, dopo tanti sacrifici, la nostra Comunità nel mondo è riuscita ad inserirsi. Pur con quattro Generazioni, gli italiani all’estero sono restati, “ufficialmente”, pochi. L’integrazione è riuscita a fornire una nuova dimensione di vita nei Paesi ospiti. Tant'è che molti hanno cambiato cittadinanza e per chi ha mantenuto quell’italiana, al voto nazionale non manifesta particolare interesse.  (vedi le basse percentuali dei votanti all’estero). Eppure, limitandoci al Vecchio Continente, gli italiani sono più di due milioni. Molti sono figli, se non nipoti, di chi, negli anni’ 50/60, si era  recato al lavoro nelle miniere con contratti di “scambio”( braccia per carbone). Le Americhe erano lontane, ma l’Europa era vicina e le sue frontiere s’aprivano alla nostra gente che chiedeva solo pane e lavoro. La dignità sarebbe venuta dopo. Rammentiamo, con profonda amarezza, le scritte che apparivano in certi locali pubblici dell’Europa: “Divieto d’ingresso agli italiani”. Tutto, ora, sembra lontano. Eppure è storia di ieri. Oggi impensabile, ma che ha segnato una Generazione. Ora, in UE, i problemi si sono modificati, pur essendo presenti ancora tutti. E’ di scena il Parlamento Europeo, la moneta unica, La Banca Centrale, ma i nazionalismi, anche in questo 2015, hanno il sopravvento sul concetto di tutela dei problemi socio/economici del Vecchio Continente. L’apprezzamento per chi ha conservato la cittadinanza d’origine, è indiscutibile, ma è anche inconfutabile. La posizione d’italiano all’estero non dovrebbe essere equiparata ai residenti nella penisola unicamente al momento del pagamento d’imposte e contributi e, tanto per non cambiare, del voto. Ai Connazionali nel mondo spetta un trattamento più consono al loro stato. Ma quando? E come? Sono interrogativi che non sono stati mai risolti; perché mai affrontati. Quelli che scarseggiano restano i “fatti” irrisolti. Lo scriviamo perché la Squadra del Dott. Renzi se ne faccia parte diligente. L’Italianità non è un termine vago e indistinto; ma una realtà che potrà essere di vantaggio anche per il Paese d’origine.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Dino Nardi (Uim Europa): Quel pensiero che non fa dormire tanti emigrati: le tasse!

 

“La Uim e l’Ital Uil impegnati anche sui problemi fiscali degli emigrati”

 

ZURIGO - Mentre nel passato la questione principe dibattuta in emigrazione dagli italiani era la “pensione”, da qualche tempo sia nei circoli che nelle associazioni l’argomento più discusso è diventato quello delle tasse. Ovvero gli obblighi fiscali che si hanno in Italia e nel Paese di emigrazione sulle pensioni percepite oppure sulla proprietà di un bene immobile. In particolare nella Confederazione Elvetica dove questi argomenti avrebbero dovuto interessare gli italiani in Svizzera fin dal 1976, quando entrò in vigore la Convenzione italo-svizzera per evitare le doppie imposizioni fiscali, ma che sono diventati di grande attualità per l’emigrazione italiana, prima, con l’introduzione in Italia dell’ICI, poi, dell’IMU e della TASI e, parallelamente, con l’entrata in vigore in Svizzera della mini amnistia fiscale del 2010. Infine, con un crescendo di attenzione (preoccupazione?), dopo i nuovi accordi fiscali firmati dalla Confederazione in questo scorcio di 2015: il 23 febbraio con l’Italia (accordo che ha rinnovato quello del 1976) ed il 27 maggio con l’ Unione Europea.

Obblighi fiscali che interessano, appunto, i titolari di una pensione oppure i proprietari di beni immobili e che sono, ormai, oggetto di conferenze settimanali organizzate in ogni Cantone elvetico (le più recenti a Kreuzlingen/TG dal PD, a Zugo dalla UIM, a Bremgarten/AG dall’AITEF, a Frauenfeld/TG dalla UIM, a Solothurn dall’UNITRE, a Pratteln/BL dalla UIM, a Dübendorf/ZH dalla Colonia Libera Italiana ed ancora questo fine settimana a Zurigo dal Circolo Sardo ed a Marbach/SG ancora dalla UIM) e che vedono impegnati, come relatori, dirigenti ed esperti della stessa UIM e del patronato ITAL UIL. Cioè le due organizzazioni che per prime si sono attivate, da un lato, per informare le comunità italiane – e non solo in Svizzera – sui loro obblighi fiscali e, dall’altro, per permettere agli interessati di poter far fronte ai loro obblighi tramite la collaborazione dei CAF UIL in Italia o di poter avvalersi dei benefici sull’IMU-TASI-TARI previsti dalla normativa entrata in vigore in Italia dall’anno corrente e, paradossalmente, ancora ignorata da moltissimi comuni italiani. Ma in queste conferenze (vuoi per rispondere a domande dei presenti o confidando nel passa parola tra emigrati ed ex emigrati) si forniscono informazioni relative anche agli obblighi fiscali che riguardano gli ex emigrati italiani rientrati in Italia e, soprattutto, i titolari di una pensione del sistema previdenziale pubblico elvetico (AVS-AI) che, non sempre, sanno che sulle loro rendite – versate in Italia dalla Cassa AVS svizzera per il tramite della Banca Popolare di Sondrio o delle Poste Italiane – vi è un prelievo fiscale del 5% a beneficio del fisco italiano effettuato da questi due istituti, come sostituti d’imposta, e che quindi tali redditi non devono più essere dichiarati al fisco italiano.

Dino Nardi, Coordinatore Uim Europa

 

 

 

 

 

Interventi. Mario Castellengo (UIM): “L’utilità del patronato all’estero? Provare per credere!”

 

ROMA - È ormai un classico che, periodicamente, vi sia qualche voce che – perfino in emigrazione – si alzi per criticare la presenza dei patronati all’estero o, addirittura, metta in dubbio l’utilità della loro presenza fuori dei confini nazionali.

Alcune volte ciò avviene in modo strumentale come, per esempio, in occasione di elezioni politiche italiane, oppure di quelle dei Comites o del Cgie come sta avvenendo di questi tempi. Altre volte, per pura ignoranza del servizio svolto in emigrazione da queste strutture, da parte di quanti, per appartenenza a ceti sociali privilegiati, dispongono di legali o commercialisti di fiducia naturalmente a pagamento. Ma quello che più è inaccettabile è la messa in discussione dei patronati all’estero da parte di coloro che svolgono un ruolo dirigenziale nell’Amministrazione Pubblica o di Parlamentari che mai hanno vissuto un’esperienza migratoria e quindi non conoscono nel dettaglio quali siano i bisogni delle nostre Comunità emigrate.

I bisogni fondamentali dei nostri connazionali all’estero sono di essere informati ed aggiornati sull’evolversi delle varie normative italiane ed internazionali e di essere tutelati nei loro diritti socio-previdenziali e non solo (basterebbe frequentare le sale d’attesa delle sedi dei patronati per rendersene conto).

Oggi, come ieri, se non di più, in conseguenza non solo dei nuovi flussi migratori che hanno ripreso a lasciare l’Italia per trovare delle opportunità di lavoro all’estero, ma soprattutto perché nel mondo – a seguito della “cura dimagrante” a cui è stata sottoposta la rete consolare italiana negli ultimi anni – i patronati sono rimasti gli unici presidi a tutela e assistenza degli Italiani all’estero in molte aree geografiche a forte presenza di emigrazione. Provare per credere!

Mario Castellengo, Presidente UIM

 

 

 

 

PD. Ripensiamo la forma-partito: le proposte degli Italiani e delle Italiane nel Mondo

 

Documento del PD all’estero pubblicato il 5 giugno e inviato al Responsabile Italiani nel Mondo Eugenio Marino e al responsabile Organizzazione Lorenzo Guerini, in vista dell’incontro di lunedì 8 giugno della segreteria nazionale del PD. Pubblichiamo qui sotto l'introduzione, il documento completo al link http://www.partitodemocratico.it/allegati/Ripensiamo_la_forma_partito_05062015.pdf

 

Meno di un decennio fa fondavamo il Partito Democratico, ma l'Italia, nel frattempo, ha vissuto mutamenti sociali che non sembrano essere solo marginali o temporanei. L'impatto della crisi economico-finanziaria, una più forte percezione dell'importanza dei meccanismi decisionali comunitari, nuove forme di interazione tra cittadini e politica: tali fenomeni hanno anche cambiato le aspettative di partecipazione e inclusione ai processi democratici. La disaffezione per la politica degli italiani e delle italiane negli ultimi anni e` cresciuta, con un aumento dell’astensionismo e una riduzione del coinvolgimento nella vita politica.

Alcune intuizioni che sono alla base del Partito Democratico (le primarie, innanzitutto) tracciano certamente una pista per venire incontro al mutamento necessario nella partecipazione politica. Occorre ora comprendere, anche rielaborando e valorizzando il senso dell'adesione al PSE, come fare in modo che il PD sia veramente un partito capace di promuovere e governare il cambiamento nei decenni a venire, e che sia in grado di analizzare, anticipare e accompagnare l'evoluzione dei bisogni sociali e delle forme della politica. 

 

Per rispondere a queste sfide, il PD deve riscoprire, come afferma l’ultimo rapporto Censis, la funzione collettiva di “rispecchiamento e orientamento della società, come arte di guida e non coazione di comando”, sempre più necessaria in un Paese frammentato e in crisi, in cui emergono eccellenze e dinamismi virtuosi. L’impressione è che questa fotografia di alta varianza all’interno del Paese corrisponda anche alla situazione interna al Partito Democratico sul territorio. Ma senza l’aiuto e la mobilitazione dal basso dei cittadini e delle cittadine, queste sfide non possono essere vinte: riteniamo che la risposta a questi fenomeni sia una maggiore partecipazione all’interno dei partiti stessi. Occorre dare a cittadini e iscritti voce in capitolo: esperienze come le consultazioni di iscritti e militanti mostrano che essi sono pronti a rispondere con impegno a queste sollecitazioni. Non solo perché portino voti, ma affinché´ possano assicurarsi che il partito produca programmi, politiche e uomini adeguati a governare il Paese nel loro interesse. Che e` la ragione per cui in tanti ci siamo iscritti al Partito Democratico. (Seguono le firme dei circoli pd all’estero) de.it.press

 

 

 

 

Premio Internazionale Pugliesi nel Mondo, VII edizione il 12 dicembre a Bari

 

GIOIA DEL COLLE (Bari) – La  VII edizione del Premio Internazionale Pugliesi nel Mondo, organizzata dall'Associazione Internazionale Pugliesi nel Mondo, si svolgerà a Bari il prossimo 12 dicembre  alle ore 10.00, presso la Multisala Showville.

Il premio, nato nel 2008, ha l’obiettivo di valorizzare e premiare le eccellenze pugliesi e le aziende che si sono distinte nel settore economico, imprenditoriale, culturale e sociale valorizzando il brand Puglia nel mondo. E’ una manifestazione di respiro internazionale, “che intende rappresentare – sottolineano dall’Associazione -  anche un momento di incontro e di riflessione negli ambiti artistici, letterari e musicali tra i corregionali, uniti da un forte legame con la terra d’origine. L’associazione promotrice, vanta migliaia di iscritti e sezioni locali in città italiane ed estere: una vera e propria rete di professionisti, imprese e realtà economiche, un luogo virtuale interattivo dove incontrarsi, conoscersi, fare "networking" e condividere contatti, competenze e opportunità.Punto di riferimento per tutti i pugliesi che, pur vivendo in altre regioni italiane ed estere, mantengono un legame fecondo con la propria terra d’origine, diventando, nel contempo, ambasciatori di Puglia e cittadini a pieno titolo nei Paesi che li ospitano”.

L'Associazione, che ha sede a Gioia del Colle, attraverso la sua attività intende “promuovere una cultura di solidarietà e assolvere al ruolo di segnalare le opportunità che la regione offre con particolare riferimento alle nuove generazioni di giovani italiani all'estero”.

L’evento è stato organizzato a Bari per 4 edizioni (dal 2008 al 2011). Nel 2013 si è tenuto nella città di Taranto, nel 2014 a Bitonto per tornare nuovamente nel capoluogo barese in questa edizione 2015, anche per celebrare la nascita della Città Metropolitana.

Categorie dei premi 2015. Premi di categoria: Premio Arte & VideoArte (gallerie e artisti),  Premio Architettura (studi di architettura e architetti),  Premio Design & Arredamento (imprese arr./ designers),  Premio Cinema (imprese e professionisti),  Premio Fotografia (fotografi),  Premio Spettacolo (imprese dello spettacolo),  Premio Teatro (imprese e attori/registi teatrali), Premio Danza (talenti della danza), Premio Musica (autori e interpreti musicali, gruppi music.), Premio Editoria (editori e scrittori), Premio Informazione (media e giornalisti), Premio Ambiente & Sostenibilità (imprese), Premio No Profit (realtà no profit e volontari), Premio In Rosa (imprese “rosa”), Premio Sport (professionisti dello sport), Premio Innovazione (imprese innovative e ricercatori), Premio Moda (imprese e stilisti), Premio Istituzioni (realtà pubbliche e loro rappresentanti), Premio Scienza (ricercatori scientifici), Premio Medicina (medici e ricercatori), Premio Agroalimentare (imprese). Premio Ristorazione (imprese),Premio Turismo (imprese di promozione turistica). Premi assoluti:  Premio 2.0 (deciso dagli utenti della rete) (trasversale), Premio Pugliese nel Mondo 2015 (trasversale). (per tutte informazioni: http://www.puglianelmondo.com/index.aspx?idnews=256&type=news&lang=ITA&idpagina=256). (Inform)

 

 

 

 

 

Associazione Piemontesi nel Mondo. A Frossasco Festa del Piemonte 2015

 

TORINO - Molto intensa, sia come numero di partecipanti che come emozioni vissute, è stata la Festa del Piemonte di sabato 30 maggio a Frossasco, presso il Museo Regionale dell’Emigrazione piemontese nel mondo. Erano presenti piemontesi provenienti da dieci nazioni (Argentina,Australia, Austria, Cile, Cina, Francia, India, Pakistan, Stati Uniti, Sudafrica) e molti corregionali impegnati a vario titolo a favore del Piemonte e della piemontesità.

Con applauditi intervalli musicali del Duo dell’Associazione Piemontesi nel mondo, composto dal prof. Fabio Banchio al pianoforte e dal Maestro Luca Zanetti alla fisarmonica, la Presidenza dell’Associazione ha premiato come “Piemontesi protagonisti” quattro persone con esperienze diverse, percorsi di vita diversi, nelle quali sono stati rilevati i tratti caratterizzanti che l’Associazione si propone : dare rilievo al nome del Piemonte nel mondo, portare con orgoglio la matrice piemontese, conservare e coltivare la forza delle radici in termini di valori sociali e culturali.

Ecco i loro nomi : Carla BRIGANDO, nata a Torino, affermata imprenditrice negli scambi italo-cileni, per anni attivamente impegnata nell'associazionismo piemontese di Santiago del Cile. Maria Teresa GIAICOLETTI, emigrata da Avigliana (prov. Torino) in Sudafrica, insegnante ed operatrice nel sociale nei difficili anni dell'apartheid, scrittrice di memorie familiari storico-sociali. Adriano ZUBLENA, avvocato vercellese, divenuto in Cina punto di riferimento legale per il mondo imprenditoriale e istituzionale italiano, fondatore dell'Associazione Piemontesi nel Mondo-Cina e promotore di cultura e tradizioni italiane. E infine, con una punta di orgoglio è stato assegnato il premio alla più giovane piemontese mai premiata, di origine frossaschese : Ilaria MARTINATTO, affermata nel settore della cooperazione internazionale ONU annoverando, nonostante la giovane età, numerose esperienze e responsabilità in diversi Paesi fra le zone più critiche del pianeta (Mozambico, Tailandia, Malawi), attualmente a Quetta, capoluogo del Balochistan, un regione del Pakistan al confine dell’Afghanistan, come responsabile dell’ufficio provinciale del World Food Programme (agenzia delle Nazioni Unite).

Ilaria era presente con la sua famiglia (il papà, la mamma insegnante della Scuola Primaria di Frossasco, il fratello Andrea nostro valido collaboratore) e ha conquistato e commosso tutto il pubblico raccontando con molta semplicità, con parole realistiche e toccanti, alcuni aspetti della sua esperienza di “giovane emigrata”, di emigrata di concetto alle prese con la realtà di un terzo mondo dove oltre alla miseria e alle difficoltà regnano analfabetismo, maschilismo, scontri religiosi ed etnici, terrorismo.

I quattro premiati sono stati iscritti nell’Albo d’oro aperto dal 1984, insieme ad oltre 120 premiati, tra cui docenti,scrittori, artisti, giornalisti, storici, accademici, medici, ambasciatori, ministri, parlamentari, imprenditori, artigiani, sacerdoti, missionari, pastori, nunzi apostolici e semplici uomini e donne attivamente impegnati nell’associazionismo e nel volontariato sociale.

Sono stati inoltre conferiti 16 attestati di merito: 8 a piemontesi residenti all’estero (Ballario Graciela Susana di Rafaela, prov. Santa Fe-Argentina; Bianco Jean-Philippe di Aix en Provence-Francia; De Venezia Maria di San Francisco-California-Stati Uniti; Ferrero Maddalena Susmita di Auroville-India; Merletti Mario di Hohenems-Austria; Ribba Gaston di San Francisco-prov.Cordoba-Argentina; Vignazia Ida di Città del Capo-Sudafrica; Giraudo Turina Mara di Point Vernon-prov.Queensland-Australia); 6 ad autori di libri di recente pubblicazione (Vincenti Silvio - “I Vincenti” e la migrazione”; Valla Giuseppina – “Non ti fermare sul ponte!”; Neberti Gianni e Frusso Patrizia – “Quattro vite per un ideale – Storia di una famiglia a servizio dell'Italia”; Fuso Alda – “Dalla Piana alla Pampa : un esodo lontano... quasi una favola!”; Bottin Candido - “Pianura – dove tutto ebbe inizio”; Bertello Ugo – “Piemonte – Argentina – andata e ritorno”; infine 2 a stretti collaboratori dell’Associazione per importanti attività svolte negli ultimi mesi (Spolverato Sergio per il rifacimento del sito dell’Associazione; Tesio Giuseppe per la realizzazione delle mostre “I Piemontesi nel mondo e la loro storia postale” e “Corrispondenza dal fronte.

Luciana Genero - Piemontesi nel mondo

 

 

 

 

 

Italien: Migranten sind eine Ressource

 

Die Aufnahme von Flüchtlingen in Italien, dem ersten Ankunftsland für viele Menschen, die über das Mittelmeer nach Europa kommen, sorgt für eine neue Welle der Polemik in dem Land. Italien wurde von EU-Seite mehr Unterstützung zugesagt, doch im Norden Italiens machen Politiker nach wie vor gegen eine Aufnahme von Migranten mobil. Zu ihnen gehört etwa der Präsident der Region Lombardei, Roberto Maroni, der Anfang dieser Woche drohte, Gemeinden Gelder zu streichen, sollten sie Migranten aufnehmen.

Gianfranco Perego, Direktor der Stiftung „Migrantes“, beklagt, dass sich alle Blicke nur auf Fragen von Sicherheit und Immigration richten. Dabei hätten die Menschen, die nach Europa kämen, sehr viel zu bieten. „Fünf Millionen Menschen, von denen die Hälfte Arbeitskräfte sind, und eine Million Kinder, 800.000 gehen bei uns zur Schule, sind eine große und wichtige wirtschaftliche Ressource. Wir in Italien brauchen zum Beispiel 100.000 Altenpfleger jedes Jahr, da geht es um wichtige Dinge.“

„Migrantes“ und die italienische Caritas haben gerade ihren Flüchtlingsbericht vorgestellt, in dem auch betont wird, dass die Flüchtlinge und Einwanderer zwar zum Bruttosozialprodukt beitragen, aber alle nur auf vergleichbar niedrigem sozialem Niveau. „Das bedeutet, dass man den Ungleichheiten noch nicht genügend Aufmerksamkeit schenkt, dem Recht auf einen freien Tag, auf gleiche Bezahlung, auf Arbeitssicherheit“, so Perego. Einwanderung müsse auch schulische Aspekte umfassen, in denen es um die Grundrechte der Arbeiter und ihrer Familien gehe.

300.000 Menschen seien seit 2011 nach Italien gekommen, 80.000 von ihnen lebten derzeit noch im Land. Diese Menschen lebten aber in weniger als 500 aller Gemeinden des Landes, so Perego. Dieses Netzwerk müsse ausgebaut werden, jede Gemeinde müsse sich beteiligen. Im Augenblick würden Grundrechte geschwächt. Dass Italien nur 80.000 Flüchtlinge aufgenommen habe, sei eine Schande, verglichen etwa mit dem Libanon, der drei Millionen aufgenommen habe: „Das sind genauso viele Menschen, wie im Land selbst leben, und das während des Krieges, in sehr schwierigen Umständen. Hier wird mit zweierlei Maß gemessen, hier müssen wir mehr Solidarität in unserem Land aber auch in der Welt schaffen.“  (rv 09)

 

 

 

 

EU-Flüchtlingspolitik. De Maizière sagt Aufnahme weiterer Flüchtlinge nach EU-Quote zu

 

Innenminister de Maizière ist zur Aufnahme weiterer Flüchtlinge nach den Plänen der EU-Kommission bereit. Das umstrittene Dublin-Abkommen müsse man nachdenken. Viele Alternativen dazu gebe es aber nicht. VON Corinna Buschow, Thomas Schiller

 

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) ist zur Aufnahme weiterer Flüchtlinge nach den Plänen der EU-Kommission bereit. In einem Gespräch mit dem Evangelischen Pressedienst sagte er eine deutsche Beteiligung an dem kürzlich vorgeschlagenen Programm zu: “Wir würden uns an der Aufnahme beteiligen, welche Verteilquote auch immer gilt.” Er betonte aber auch, Ziel bleibe eine europäische Lösung. Einige Länder wie Großbritannien und Polen haben sich gegen Pläne für eine andere Verteilung von Flüchtlingen in Europa ausgesprochen, weil sie dann mehr aufnehmen müssten.

Nach einem Entwurf von EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos will die Kommission 20.000 Menschen aus Krisenregionen wie dem Nahen Osten über ein sogenanntes Resettlementprogramm nach Europa bringen. Zudem sollen 40.000 Flüchtlinge von Italien und Griechenland aus in andere Staaten umgesiedelt werden.

Der Innenminister betonte, das europäische Asylsystem nach dem Dublin-Akommen sei geltendes Recht, darauf müsse man bestehen. “Die Akzeptanz bröckelt aber”, räumte er ein. Deswegen sei es richtig, über Verbesserungen und neue Wege nachzudenken. “Wir brauchen eine europäische Lösung mit Blick auf Drittstaaten, Transitstaaten, Lebensrettung, Schlepperbekämpfung sowie Aufnahme und Verteilung”, sagte er. Ohne diese sei auf Dauer die EU-Freizügigkeit nach dem Schengener Abkommen gefährdet.

Es gebe nicht viele Alternativen zu Dublin, ergänzte de Maizière. Für ein freies Wahlrecht im Zugang nach Europa und innerhalb Europas werde es keine Mehrheit in der EU und Deutschland geben. Daneben gebe es den Vorschlag der Verteilung. “Den unterstütze ich”, sagte de Maizière. Die jetzigen Dublin-Kritiker müssten sich dann aber auch klar machen, dass eine Verteilung durch- und umgesetzt werden müsse. “Ich möchte dann nicht die gleichen Argumente gegen die Durchsetzung der Verteilung hören, die jetzt gegen Dublin vorgetragen werden”, sagte er. (epd/mig 9)

 

 

 

 

Bund sagt Ländern für Flüchtlinge mehr Geld zu

 

Berlin - Der Bund verspricht den Ländern mehr Geld zur Bewältigung des Flüchtlingszustroms, bleibt aber weit hinter ihren Milliardenforderungen zurück.

Bundeskanzlerin Angela Merkel hob am Freitag hervor, dass Flüchtlinge in ihre Heimatländer zurückkehren müssten, wenn sie nicht schutzbedürftig seien. Bei einem Spitzentreffen mit den Regierungschefs der 16 Länder wurde vereinbart, dass der Bund seine pauschale Hilfe auf eine Milliarde Euro verdoppelt. Die tatsächlichen Kosten bezifferte Baden-Württembergs Ministerpräsident Winfried Kretschmann (Grüne) auf sieben Milliarden Euro. Dennoch begrüßte er es als "wichtigen Durchbruch", dass der Bund sich ab 2016 strukturell an den Kosten beteiligen will. Über die Höhe soll im Herbst nach Vorschlägen einer Arbeitsgruppe entschieden werden.

Bei dem fast dreistündigen Treffen der Kanzlerin und mehrerer Bundesminister mit den Ministerpräsidenten am Donnerstagabend wurde betont, dass sie sich gemeinsam in der Verantwortung sähen. "Wir haben gesagt, wir stehen hier alle in einer Verantwortungsgemeinschaft", sagte Merkel am Freitag.

Details etwa für schnellere Asylverfahren und Abschiebungen, für einen schnelleren Zugang zu Sprachkursen und Jobs wollen Merkel und die Ministerpräsidenten bei ihrem halbjährlichen Treffen am kommenden Donnerstag beschließen. Dann soll auch eine Arbeitsgruppe eingesetzt werden, die bis Herbst Vorschläge zum strukturellen Kostenanteil des Bundes ab 2016 ausarbeitet. Zur Entlastung der Länder in diesem Jahr wird die für 2016 vereinbarte zweite Rate der Pauschalhilfen vorgezogen, wodurch sich die Bundeshilfe auf eine Milliarde Euro erhöht.

Die rheinland-pfälzische Ministerpräsidentin Malu Dreyer äußerte die Hoffnung, dass die für 2015 zugesagte Hilfe noch etwas höher ausfällt. Eine Möglichkeit sei, dass der Bund auch die Kosten für Kinder und Jugendliche übernehme, die ohne jede Begleitung nach Deutschland kämen, sagte die SPD-Politikerin. Die Kosten beziffern die Länder auf etwa 240 Millionen Euro.

 

Schleswig-Holsteins Ministerpräsident Torsten Albig (SPD) sagte, Länder und Kommunen trügen etwa 95 Prozent der Kosten für Asylbewerber, der Bund fünf Prozent. "Das entspricht nicht einer Verantwortungsgemeinschaft", sagte Albig Reuters. Thüringens Ministerpräsident Bodo Ramelow (Die Linke) sagte: "Ganz klar reichen die Finanzmittel, die jetzt als Sofortmaßnahme angekündigt sind, überhaupt noch nicht aus." 2015 werden etwa 450.000 Asylbewerber erwartet, doppelt so viele wie 2014. (Reuters 12)

 

 

 

 

 

Abschluss des G7-Gipfels. Gemeinsame Werte verbinden

 

Das Treffen der G7 in Schloss Elmau hat Kanzlerin Merkel als sehr konzentriert und produktiv bezeichnet. "G7 – das ist eine Verantwortungsgemeinschaft", sagte sie. Ein Ergebnis ist das klare Bekenntnis, den weltweiten Temperaturanstieg unter zwei Grad zu halten.

 

Das Treffen der G7 in Schloss Elmau habe nochmal gezeigt, dass die G7-Staaten mehr verbinde als Wohlstand und Wirtschaftskraft, sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel auf der Pressekonferenz nach Abschluss des Gipfels. Die G7 teilten gemeinsame Werte wie Freiheit, Demokratie und Menschenrechte.

Dazu zählten Themen wie Rechtsstaatlichkeit, Wahrung des Völkerrechts und der territorialen Integrität. Die G7 sei deshalb eine Verantwortungsgemeinschaft, betonte Merkel.

In ihrer Abschlusserklärung bekennen sich die Staats- und Regierungschefs der G7 zu gemeinsamen Werten der Freiheit und Demokratie, zu Rechtsstaatlichkeit und Menschenrechten sowie zur Förderung von Frieden und Sicherheit. Besonders angesichts der weltweiten Krisen seien die G7 geeint in ihrem

 Bekenntnis, Freiheit, Souveränität und territoriale Unversehrtheit zu wahren.

Wichtige Entscheidungen in diesem Jahr "Wir wollen ein werte- und regelbasiertes Wirtschaftssystem und wir wollen die Globalisierung

gemeinsam im Sinne dieser Werte gestalten", so die Kanzlerin weiter. Die G7 sei dieser Herausforderung bei ihrem Treffen durch zahlreiche Beschlüsse gerecht geworden.

Merkel verwies auf die Entscheidungen, die in diesem Jahr zu wichtigen internationalen Fragen getroffen würden: Die Verabschiedung der neuen Entwicklungsziele im Herbst auf der UN-Vollversammlung und die Klimakonferenz in Paris. "Wir haben deshalb internationale Klimafragen,

Entwicklungspolitik, Stärkung von Frauen und Gesundheitsfragen in den Fokus der Agenda gesetzt -  neben den klassischen G7-Themen", erklärte Merkel.

Auf dem Weg zur Klimakonferenz in Paris

Die G7 will die Erderwärmung begrenzen. "Es gab ein klares Bekenntnis zum Zwei-Grad-Ziel", sagte Merkel. Die G7-Länder hätten sich eindeutig für verbindliche Schadstoffreduktionsziele verständigt, die bei der Welt-Klimakonferenz im Dezember in Paris vereinbart werden sollten. Die G7 strebten im Übrigen im Laufe dieses Jahrhunderts eine Dekarbonisierung an. Dies würde praktisch einen Abschied von den "schmutzigen" kohlestoffhaltigen Energieträgern, wie beispielsweise der Kohle, bedeuten.

Diplomatische Lösung für die Ukraine

Die G7 hat sich auch intensiv mit außenpolitischen Themen befasst. Einigkeit habe beim Thema Ukraine geherrscht, so Merkel. "Wir verurteilen einvernehmlich die völkerrechtswidrige Annexion der Krim." Der Konflikt im Osten der Ukraine könne nur diplomatisch gelöst werden - auf der Grundlage

der Vereinbarung von Minsk.

Die Aufhebung von Sanktionen sei an die Umsetzung des Abkommens von Minsk gebunden. Die G7 sei auch bereit - falls erforderlich, die Sanktionen zu verschärfen, so Merkel. Aber man wolle alles daran setzen, den politischen Prozess von Minsk voranzubringen. Die G7 will die Ukraine bei ihrem

Reformprozess unterstützen - etwa beim Kampf gegen Korruption.

Unterstützung im Kampf gegen Terrorismus

Ein Schwerpunkt der Beratungen nahmen die Themen Naher und Mittlerer Osten sowie Afrika ein. Mit den Präsidenten Nigerias und Tunesiens sowie dem Ministerpräsidenten des Irak habe die G7 über die Bekämpfung des Terrorismus gesprochen, sagte Merkel. Die G7 ist sich einig, dass im Kampf gegen

Boko Haram oder IS ein inklusives Vorgehen in den Ländern erforderlich sei. "Religiöse Minderheiten und Mehrheiten müssen zusammenarbeiten." Pib 8

 

 

 

 

Klimaschutz gegen Welthunger: Kritik am "lauwarmen" Deal von Elmau

 

Die G7-Länder haben sich unerwartet auf ein verbindliches Zwei-Grad-Ziel zur Begrenzung der Erderwärmung geeinigt. Wie das funktionieren soll, ist Kritikern jedoch schleierhaft – besonders mit Blick auf den weltweiten Kohle-Boom, der laut einer aktuellen Oxfam-Studie dem globalen Süden Milliarden kostet.

Angela Merkel hat es geschafft: Trotz akuter Krisen in der Ukraine und der Eurozone hat die Bundeskanzlerin auf dem G7-Gipfel auf Schloss Elmau den Klimaschutz zum zentralen Thema gemacht. In der Abschlusserklärung vom Montag einigten sich die Staats- und Regierungschef der G7-Länder auf ein verbindliches Zwei-Grad-Ziel zur Begrenzung der Erderwärmung. Laut Merkel wollen die Industriestaaten vor Ablauf des Jahrhunderts den Ausstoß von Treibhausgasen auf Null reduzieren.

Alle G7-Länder werden zur UN-Klimaschutzkonferenz im Dezember in Paris Verpflichtungen für eigene Klimabeiträge abgeben. Die G7-Länder wollen laut Abschusserklärung zumindest darauf dringen, dass bis 2050 eine Treibhausgas-Reduktion im oberen Bereich von 40 bis 70 Prozent erfolgt.

Ein Fonds für Klimaschutz in Entwicklungsländern, der von 2020 an jährlich mit 100 Milliarden US-Dollar aus öffentlichen und privaten Mitteln gefüllt werden soll, ist auf dem Gipfel ebenfalls beschlossen worden. Plus das Ziel, erneuerbare Energien auch in Entwicklungsländern zu fördern: "Wir machen die Energiewende in Afrika möglich. Die G7 investieren in eine erneuerbare Energiekapazität, die zehn großen Kohlekraftwerken entsprechen würde," erklärt Bundesentwicklungsminister Gerd Müller.

"Der Gipfel sendet ein starkes Signal für ein erfolgreiches Klimaabkommen Ende des Jahres in Paris", lobt Christoph Bals von der NGO Germanwatch.

Kampf gegen Hunger: Oxfam dringt auf Kohleausstieg

Der Entwicklungsorganisation Oxfam reichen die Zusagen hingegen nicht aus. "Wollen die G7 ihre Beschlüsse in die Tat umsetzen, müssen sie müssen konkrete Maßnahmen ergreifen – etwa unverzüglich den Ausstieg aus der klimaschädlichen Kohle einleiten", fordert Oxfam-Klimaschutzexperte Jan Kowalzig.

Eine aktuelle Studie von Oxfam zeigt die verheerenden Folgen der Kohlekraft für die globale Hungerbekämpfung auf. Ohne eine baldige Kehrtwende würden allein die Emissionen aus Kohlekraftwerken der G7-Staaten am Ende des Jahrhunderts für Klimaschäden und Anpassungskosten an den Klimawandel in Höhe von rund 40 Milliarden Euro jährlich verantwortlich sein. Ab 2080 fallen dem Bericht zufolge jährlich sieben Millionen Tonnen Nahrungsmittel den Emissionen aus G7-Kohlekraftwerken zum Opfer. Die Oxfam-Studie geht davon aus, dass die Erderwärmung um drei bis vier Grad steigt.

Blickt man auf die bisherigen Entwicklungen scheint dieses Szenario einzutreten: Fünf der sieben reichsten Länder der Welt – Deutschland, Großbritannien, Italien, Japan und Frankreich – verbrannten 2013 laut der Studie 16 Prozent mehr Kohle als 2009 – während die Entwicklungsländer ihre Treibhausgas-Emissionen reduzierten. Die ärmeren Länder des globalen Südens sind den verheerenden Folgen des Klimawandels, darunter extreme Wetterschwankungen, der Anstieg des Meeresspiegels und Ernteausfälle, besonders ausgesetzt. Über 77 Prozent der klimabedingten Todesfälle und 98 Prozent der vom Klimawandel am meisten betroffenen Menschen leben in Entwicklungsländern, heißt es in dem Oxfam-Bericht.

Die Verbindung zwischen Klimaschutz und Ernährungssicherung haben die Vereinten Nationen erkannt. So will die Weltgemeinschaft im September auf der UN-Vollversammlung neue, nachhaltige Entwicklungsziele beschließen. Die SDGs sollen die "Millenniums-Ziele" ersetzen, die 2000 von den Vereinten Nationen beschlossen wurden und 2015 auslaufen. Zu den neuen Zielen soll neben dem Kampf gegen extremen Hunger und die Förderung guter Regierungsführung auch der Kampf aller Staaten gegen den Klimawandel gehören – denn nur so ließe sich Armut und Hunger auf der Welt nachhaltig beseitigen.

Aktuell jedoch würden die Vorschläge der G7-Staaten über ihre eigenen Verpflichtungen zur Reduzierung klimaschädlicher Treibhausgase im künftigen Klimaabkommen hinten und vorne nicht ausreichen, meint Oxfam-Experte Kowalzig. "Mit diesem lauwarmen Gipfel-Ergebnis wird der Kampf immer schwieriger, wenn nicht sogar unmöglich."

Der erste Glaubwürdigkeitstest für die Bundesregierung beim Klimaschutz erfolgt in den kommenden Tagen: Dann wird das Kabinett über die umstrittene Klimaabgabe für Kohlekraftwerke entscheiden. Wegen des Widerstands der Energiekonzerne und der Gewerkschaften droht die Abgabe jedoch aufzuweichen – wenn nicht sogar zu kippen. Für Christoph Bals von Germanwatch ist klar: "Die Kanzlerin muss endlich Farbe bekennen."  Dario Sarmadi, EurActiv 9

 

 

 

 

G7 bekräftigt Sanktionspolitik gegen Russland

 

Vom G7-Gipfel soll nach Angaben von Bundeskanzlerin Angela Merkel ein klares Signal Richtung Russland ausgehen. Angesichts der in der vergangenen Woche wieder aufgeflammten Kämpfe in der Ostukraine wird das Verhalten gegenüber Russland nach Angaben von EU-Diplomaten einen wichtigen Stellenwert der Beratungen einnehmen.

In einem Fernsehinterview sagte Merkel als Gastgeberin des Treffens im bayerischen Elmau, die Regierung in Moskau habe eine Lockerung der verhängten EU-Sanktionen selbst in der Hand. Die Sanktionen könnten erst fallen, wenn das Minsker Friedensabkommen umgesetzt werde, sagte sie am Abend des ersten Gipfeltages in der ZDF-Sendung "Berlin direkt". US-Präsident Barack Obama, der britische Premierminister David Cameron und EU-Ratspräsident Donald Tusk hatten zuvor Kritik an der russischen Ukraine-Politik geäußert.

An dem zweitägigen G7-Treffen nehmen die Staats- und Regierungschefs der USA, Deutschlands, Frankreichs, Großbritanniens, Italiens, Kanadas und Japans sowie die Präsidenten von EU-Kommission und EU-Rat teil. In der ersten Arbeitssitzung standen am Sonntagnachmittag Fragen der Weltwirtschaft auf der Tagesordnung. Dabei haben die Europäer nach Angaben Merkels über die Verhandlungen mit Griechenland informiert. EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker hatte die Regierung in Athen zuvor gewarnt, dass die Zeit für eine Rettung des hoch verschuldeten Euro-Landes abläuft.

Am Abend ist im G7-Kreis eine Diskussion über außenpolitische Krisenherde geplant. Neben der Lage in der Ukraine soll es dabei um den Kampf gegen die radikal-islamischen Milizen IS und Boro Haram gehen. Bei dem Gipfel stehen zudem verstärkte Anstrengungen der Industriestaaten zum Klimaschutz sowie für eine bessere Gesundheitsversorgung in den Entwicklungsländern auf der Tagesordnung.

Angesichts der in der vergangenen Woche wieder aufgeflammten Kämpfe in der Ostukraine wird das Verhalten gegenüber Russland nach Angaben von EU-Diplomaten einen wichtigen Stellenwert der Beratungen einnehmen. "Ich gehe davon aus, dass wir ein geschlossenes Signal hier abgeben werden", sagte Merkel mit Blick auf die am Montag erwartete G7-Abschlusserklärung. EU-Ratspräsident Donald Tusk brachte sogar eine Verschärfung der Sanktionen gegen Russland ins Gespräch - was allerdings nach Angaben aus Delegationskreisen kein Thema sein wird. Die EU will auf ihrem Gipfel Ende Juni die im Zusammenhang mit der Ukraine-Krise verhängten EU-Sanktionen gegen Russland erst einmal bis Jahresende verlängern. Russland wird von den USA und der EU vorgeworfen, für die Kämpfe in der Ostukraine durch die Unterstützung der prorussischen Rebellen mitverantwortlich zu sein. Der russische Präsident Wladimir Putin war deshalb bereits 2014 nicht mehr zu den G8-Treffen eingeladen worden, weshalb diese nun wieder G7 heißen.

Obama und Bundeskanzlerin Angela Merkel hatten vor Beginn des G7-Gipfels in einem bilateralen Treffen in dem Ort Krün zunächst die transatlantische Partnerschaft und vor allem die engen Beziehungen zwischen den USA und Deutschland betont. Beide Regierungen hätten derzeit in allen großen außenpolitische Themen sehr ähnliche Meinungen, sagte der US-Präsident. Die Kanzlerin unterstrich die Notwendigkeit einer engen Zusammenarbeit "trotz mancher Meinungsverschiedenheiten". In dem folgenden bilateralen Gespräch wurde nach Angaben Merkels nicht über die Selektorenliste des US-Geheimdienstes NSA gesprochen. Der Bundesnachrichtendienst soll mit diesen Selektoren Ziele in Europa für die NSA ausspioniert haben. Dafür gebe es andere Gesprächsebenen, sagte Merkel. Sie will vor der Sommerpause entscheiden, ob die Selektorenliste dem Bundestag vorgelegt wird.

Anders als vor dem G7-Treffen befürchtet blieben die Demonstrationen gegen den Gipfel bis Sonntagabend weitgehend friedlich. Hunderte Demonstranten protestierten während des Tages am Zaun vor Schloss Elmau. Sprecher der G7-Gegner warfen den Sicherheitskräften vor, das Demonstrationsrecht einzuschränken. Bei Zusammenstößen mit der Polizei am Vortag seien mindestens 60 Demonstranten durch Pfefferspray und einige auch durch Schlagstöcke verletzt worden. Bereits am Vortag hatten Tausende Menschen weitgehend friedlich in Garmisch gegen den Gipfel demonstriert, der von einem Großaufgebot von 17.000 Polizisten aus dem gesamten Bundesgebiet abgesichert wird.  Rtr/EA 8

 

 

 

 

 

„Institutionelle Nötigung zum Dialog“

 

Eine Weltdemokratie sieht anders aus. Doch das Ende zwischenstaatlicher Kriege ist nicht zuletzt den Vereinten Nationen zu verdanken.

 

„Die Vereinten Nationen haben versagt“ – diesen Satz liest man häufig. Selten sagen seine Autoren, was sie eigentlich mit UN meinen: den Generalsekretär, das Sekretariat, eine bestimmte Abteilung, den Sicherheitsrat, die Vollversammlung, eine Unterorganisation? Hinter dem Sammelbegriff „UN“ kann sich alles Mögliche verbergen.

Die UN sind eigentlich nur in Gestalt des Generalsekretärs und des von ihm geführten Sekretariats ein weltpolitischer Akteur aus eigener Kraft. Und auch in dieser Eigenschaft sind sie von den Mitgliedsstaaten abhängig, nicht zuletzt durch deren haushaltliche Entscheidungsmacht. Ein energischer Generalsekretär kann Mahner und Normunternehmer sein; wenn er indes vom Willen der Mitgliedsstaaten – vor allem der mächtigen  – zu sehr abweicht, wird er schnell gebremst.

Ansonsten können die UN durch den Sicherheitsrat kollektiver Akteur sein – das setzt entsprechende Mehrheitsverhältnisse (9 Stimmen von 15) und die Einstimmigkeit unter den ständigen Mitgliedern voraus. Seine stärksten Instrumente – Sanktionen und militärische Aktionen – kann der Sicherheitsrat  nur einsetzen, wenn die großen Fünf sich einig sind. Bei Uneinigkeit können die UN nicht wirksam handeln – auch wenn es wehtut, Blutbädern wie in Syrien tatenlos zuzuschauen.

Bevor man das Veto pauschal verurteilt, muss man sich seines Sinnes erinnern: Es soll verhindern, dass eine Mehrheit des Sicherheitsrats gegen die vitalen Interessen einer Großmacht den Gewalteinsatz beschließt. Es folgt der Intention, dem großen Krieg vorzubeugen. Im Dilemma zwischen Konfliktrisiko und Untätigkeit haben sich die Gründer der UN für die zweite Alternative als geringeres Übel entschieden. In einer Zeit, in der nuklear bewaffnete Großmächte Elefanten im Porzellanladen spielen könnten, war das weise.

 

Nötigung zum Reden

In 70 Jahren haben die UN ein Forum geboten, in dem die Mächtigen dieser Welt sprechen konnten, statt aufeinander zu schießen. Die völkerrechtlich eingefasste Idee, Konflikte ohne Gewalt zu behandeln, ist keineswegs durchgehend befolgt worden. Der Sicherheitsrat stellte aber gewissermaßen eine institutionelle Nötigung zum Reden dar – dieser Umstand hat dazu beigetragen, dass nunmehr zwei Generationen ohne Großmachtkrieg leben durften.

Der Sicherheitsrat spielt seine Rolle als Konfliktmanager und Friedensstifter durchaus erfolgreich, wenn sich die Fünf einig und hinreichend viele Mitglieder handlungsbereit sind. Unter den zahlreichen Friedensmissionen nach dem Kalten Krieg halfen viele, gewaltsame Konflikte zu beenden und den Frieden zu befestigen. Angesichts der Fixierung der Medien auf Blut, Schweiß und Tränen verliert man diese Erfolge leicht aus den Augen.

Die UN fungieren auch als Normproduzenten. Die Regelsetzung für Staatenverhalten hat seinen Ursprung  oft in den UN. So hat die weltweite Pflicht, keine Exporte zu genehmigen, die bei der Produktion von Massenvernichtungswaffen dienen könnten, der Sicherheitsrat mit der Resolution 1540 (2004) begründet. Die Schutzverantwortung (Responsibility to Protect) verdankt sich einer Entschließung des Vollversammlungsgipfels von 2005. Die Leitvorstellung der „humanitären Sicherheit“ hat ihren Ursprung im UN-Entwicklungsprogramm (1994).

Die UN sind eine deliberative Arena, vor allem die Vollversammlung. Obgleich ihre Sitzungen durch Gewohnheit und über Jahre kontinuierliche Agenden vieler Mitgliedsstaaten ritualisiert sind, ist sie doch Ort des Austausches zwischen allen Teilen der Welt über Probleme, die es zu lösen gibt – und über mögliche Lösungswege. Aus dieser Forumsfunktion heraus entwickelt die Vollversammlung häufig Verhandlungsgremien, die dann in den Modus der Normsetzung wechseln, wie etwa bei Kleinwaffen.

Schließlich sind die UN Dienstleister. Spektakulär wird diese Funktion vom Peacekeeping-Department verkörpert. Aber auch andere Abteilungen und die Unterorganisationen erbringen Leistungen für die Mitgliedschaft. Der Service des Umweltprogramms, des Entwicklungsprogramms  oder der Weltgesundheitsorganisation (WHO)  ist für die Entwicklungsländer hochwichtig. Wie bei privaten Dienstleistern ist nicht alles Gold, was glänzt – die WHO hat sich in der Ebola-Krise nicht mit Ruhm bedeckt. Aber der UN-Apparat hat sich insgesamt als lernfähig erwiesen.

Eines sind die UN gewiss nicht: eine  Weltdemokratie. Auch das zählt zu den Flausen, die Missverständnisse und falsche Erwartungen schaffen. Demokratie, Volksherrschaft also, würde ein „Weltvolk“ verlangen. Davon sind wir weit entfernt. Die UN sind eine Staatenorganisation. Die Staaten werden von Regierungen vertreten, von denen ein wachsender Anteil demokratisch gewählt ist, ein erheblicher Anteil aus formal demokratischen Staaten mit Demokratiedefizit besteht, und der Rest von hartgesottenen Autokraten regiert wird.  Aus dieser Mixtur lässt sich kein demokratisches Gebilde schaffen, auch wenn jeder Staat in der Vollversammlung eine Stimme hat.

Überzogene Erwartungen an die UN sind Ergebnis eines weltpolitischen Zeitgeistes, der glauben machen will, der Staat verliere seine Bedeutung, und „Global Governance“ entfalte sich im fröhlichen Durcheinander von Internationalen Organisationen, Großkonzernen, Nichtregierungsorganisationen und Staaten. Das sind luftige Flausen, die vor allem im akademischen Milieu und unter den sich selbst leicht überschätzenden Nichtregierungsorganisationen zuhause sind. Wo es um Krieg und Frieden sowie um verbindliche Regelungen geht, geben die (funktionierenden) Staaten die Richtung an – und manche haben an Handlungsfähigkeit sogar gewonnen, wie die Rede von den „aufstrebenden Staaten“ zeigt.

In dieser Staatenwelt besteht ein enormes Gewaltpotential. Dass Stephen Pinker, Arthur Goldstein und andere dennoch zeigen konnten, dass das globale Gewaltniveau messbar sinkt und der zwischenstaatliche Krieg eine aussterbende Institution zu bilden scheint, ist nicht zuletzt dem Wirken der UN zu danken. Hätten wir sie nicht, müssten wir sie erfinden.  Harald Müller  IPG 8

 

 

 

 

 

UNHCR. Zahl der Bootsflüchtlinge auf dem Mittelmeer steigt auf das Doppelte

 

Von Januar bis Mai 2015 haben fast doppelt so viele Flüchtlinge das Mittelmeer überquert wie in den ersten fünf Monaten des Vorjahres. Das Flüchtlingshilfswerk UNHCR fordert von der EU mehr Hilfe für Griechenland, um die Herausforderung zu bewältigen.

 

In den ersten fünf Monaten dieses Jahres haben fast doppelt so viele Flüchtlinge und Migranten das Mittelmeer in Richtung Europa überquert wie in den ersten fünf Monaten 2014. Von Januar bis Ende Mai 2015 hätten sich knapp 90.000 verzweifelte Menschen auf die gefährliche Reise gemacht, teilte das Flüchtlingshilfswerk UNHCR am Freitag in Genf mit. Von Januar bis Mai 2014 seien es nur 49.000 Menschen gewesen.

In Italien seien in diesem Jahr bislang mit 46.500 die meisten Bootsflüchtlinge und Migranten an Land gegangen, es folgten Griechenland mit 42.000 sowie Spanien und Malta mit deutlich geringeren Zahlen. Die Menschen flüchteten laut UNHCR aus Afrika und asiatischen Ländern wie Syrien, um Armut, Unterdrückung und Krieg zu entkommen. Rund 1.850 von ihnen seien in diesem Jahr bei der Passage auf seeuntüchtigen Schlepper-Booten ums Leben gekommen oder würden vermisst. Die meisten von ihnen seien ertrunken.

UN fordert mehr Hilfe

Das UNHCR forderte von der EU mehr Hilfe für Griechenland, um die Flüchtlingskrise zu bewältigen. In dem EU-Land, das von einer schweren Finanz- und Wirtschaftskrise geschüttelt wird, seien in den ersten fünf Monaten 2015 etwa sechs Mal so viele Bootsflüchtlinge und Migranten angekommen wie im Vergleichszeitraum 2014.

Das UNHCR stocke seine Hilfe für Griechenland auf, vor allem auf den ostägäischen Inseln werde das UNHCR-Personal erhöht. Auf den Inseln seien in den vergangenen Wochen pro Tag im Durchschnitt 600 Menschen, von der Türkei kommend, gelandet. (epd/mig 8)

 

 

 

 

 

Protest gegen ausländerfeindliche Plakate in Ungarn

 

Mit einer Plakatkampagne macht die rechtskonservative Regierung von Ministerpräsident Viktor Orbán mobil gegen Migranten. Oppositionelle wollen die "Hassplakate" nach und nach zerstören – und nehmen dafür harte Strafen in Kauf.

Eine ausländerfeindliche Plakatkampagne der rechtskonservativen ungarischen Regierung hat eine Kontroverse ausgelöst. Der Vorsitzende der kleinen liberalen Oppositionspartei Zusammen (Egyutt), Viktor Szigetvari, gab zu, einige der Plakate beschmiert zu haben. "Wir werden nicht aufhören, die Hassplakate verschwinden zu lassen", sagte er. Am Sonntag waren sechs Mitglieder seiner Partei wegen Verunstaltung von Plakaten festgenommen worden, sie wurden inzwischen wieder freigelassen.

In sozialen Medien machten sich viele Internetnutzer über die Kampagne lustig. Auf einigen der Plakate, die seit kurzem in der Hauptstadt Budapest hängen, steht der Satz: "Wenn Du nach Ungarn kommst, kannst Du den Ungarn nicht die Jobs wegnehmen." Auf anderen steht: "Wenn Du nach Ungarn kommst, musst Du unsere Kultur respektieren."

Die Plakate sind Teil einer Anti-Einwanderungs-Kampagne, mit der die Regierung von Ministerpräsident Viktor Orbán auf einen starken Anstieg der Asylbewerberzahlen reagiert. Im vergangenen Jahr hatte es in Ungarn 43.000 Asylbewerber gegeben, während es 2012 noch 2.000 waren.

Ein einflussreicher Abgeordneter von Orbans Fidesz-Partei, Antal Rogan, kündigte am Sonntag Pläne der Regierung an, die südlichen Landesgrenzen zu schließen, um Asylbewerber an der Einreise zu hindern. "Wir arbeiten an einem Gesetz, das Menschen an der Ankunft aus sicheren Ländern hindert, politisches Asyl in Ungarn zu beantragen", sagte Rogan. Die Flüchtlinge könnten dies in Serbien oder Griechenland tun.

Europarat geißelt Politik gegen Flüchtlinge und Roma

Der Europarat kritisiert Ungarn wegen seines Umgangs mit Flüchtlingen sowie Roma. Obendrein tadelte der Ausschuss gegen Rassismus und Intoleranz (ECRI) eine in Ungarn gängige öffentliche rassistische Hetze. Das geht aus einem Bericht hervor, den der Europarat am Dienstag veröffentlicht hat.

Demnach lebten in Ungarn rund 22 Prozent der Asylsuchenden in geschlossenen Lagern unter harten Bedigungen und würden von den Bewachern misshandelt, heißt es. Zudem hätten sie kaum Zugang zu Rechtswanwälten und Hilfsorganisationen.

ECRI hatte seine Analyse bereits Mitte Dezember 2014 abgeschlossen. Nicht erwähnt wurde darin die 2015 begonnene Propagandakampagne gegen Flüchtlinge. Zu viele Roma-Kinder würden im Schulunterricht diskriminiert, die Erwachsenen seien auf dem Arbeitsmarkt benachteiligt und hätten nur schwer Zugang zu Sozialwohnungen, schrieb ECRI. Positiv sei, dass

 

Ungarn landesweit 20 «Berater für Gleichbehandlung» einsetze und dass es nun eine Spezialeinheit der Polizei zum Kampf gegen rassistisch motivierte Straftaten gebe.

Zu wenig unternehme Ungarn allerdings gegen öffentliche Hetzreden gegen Roma, Juden und Homosexuelle, die aus Kreisen jeder politischen Couleur kämen, heißt es.  AFP/dsa 9

 

 

 

 

Türken erteilen Erdogans Machtplänen eine Abfuhr

 

Die türkischen Wähler haben dem Plan von Staatspräsident Recep Tayyip Erdogan zur Ausweitung seiner Machtbefugnisse eine klare Absage erteilt. Erdogans Partei AKP verfehlte am Sonntag das Ziel einer verfassungsändernden Zwei-Drittel-Mehrheit und kann künftig erstmals seit über einem Jahrzehnt auch nicht mehr allein regieren.

Ob die AKP einen Koalitionspartner findet, blieb am Wahlabend offen: Von den drei anderen ins Parlament eingezogenen Parteien kamen zunächst ablehnende Signale.

Ein ranghoher AKP-Funktionär brachte die Möglichkeit einer Minderheitsregierung verbunden mit baldigen Neuwahlen ins Gespräch. Die türkische Lira brach um bis zu fünf Prozent auf ein Rekordtief zum Dollar ein. Investoren hatten gehofft, die AKP könne ihre Mehrheit im Parlament verteidigen und damit die Unwägbarkeiten einer Koalitionsregierung vermeiden.

Nach Auszählung nahezu aller Stimmen kam Erdogans islamisch-konservative Partei für Gerechtigkeit und Aufschwung (AKP) auf 40,8 (2011: 49,8) Prozent, die Republikanische Volkspartei (CHP) auf etwa 25 (26,0) und die rechte Partei der Nationalistischen Bewegung (MHP) auf etwa 16 (13,0) Prozent. Ins Parlament kommt zudem die erstmals angetretene pro-kurdische HDP, die 13 Prozent der Stimmen bekam.

Ministerpräsident Ahmet Davuto?lu sagte am Sonntagabend vor Anhängern seiner Partei, die AKP sei die klare Gewinnerin der Wahl. Man werde nun alles tun, um zu verhindern, dass die Stabilität der Türkei schaden nehme. Auch die anderen Parteien sollten sich ihrer Verantwortung bewusst sein. Auch sollte dort niemand versuchen, eine verlorene Wahl zu einem Sieg umzudeuten.

Die MHP, von vielen Beobachtern als wahrscheinlichster AKP-Partner eingestuft, äußerte sich aber ablehnend. Der Wahlausgang sei "der Anfang von Ende" der AKP, sagte Parteichef Devlet Bahceli. Sollte die AKP weder mit der CHP noch mit der HDP koalieren können, müsse es Neuwahlen geben. Haluk Koc, Sprecher der CHP, schloss eine Allianz mit der AKP am Sonntagabend aber ebenso aus wie der Co-Sprecher der HDP, Selahattin Demirtas. Die Diskussion über eine Ausweitung der Rechte des Präsidenten und eine Diktatur seien nun beendet und der Wahlausgang sei ein Sieg für jene, die eine pluralistische und zivile neue Verfassung wollten.

Erdogan und Davuto?lu hatten die Wahl zu einem Richtungsentscheid ausgerufen: entweder stimme man für eine "neue Türkei" oder für eine Rückkehr in alte Zeiten, die von nur kurzlebigen Regierungen, wirtschaftlicher Instabilität und Militärputschen geprägt gewesen seien. Der teils hart gegen seine Gegner vorgehende Erdo?an wollte dazu das politische System des Landes grundlegend verändern, indem der Präsident deutlich mehr Macht bekommt - ähnlich wie in den USA. Dafür wäre aber eine Verfassungsänderung nötig, die nur mit eine Zweidrittelmehrheit im Parlament oder einem Votum des Volkes möglich ist. Bislang hat der Präsident vor allem repräsentative Befugnisse, wobei Erdo?an nach Einschätzung der Opposition bereits jetzt seine Kompetenzen weit überschreitet. In Umfragen hatte sich aber vor der Wahl bereits angedeutet, dass Erdogan sein Ziel verfehlen wird.

Die rasch wachsende Wirtschaft der Türkei hatte jahrelang viel Geld aus dem Ausland angezogen. Zuletzt schwächelte die Konjunktur jedoch und die Lira sackte angesichts des unklaren Wahlausgangs seit Jahresbeginn um rund 15 Prozent ab. Für das laufende Jahr hat die Regierung ein Wirtschaftswachstum von vier Prozent vorausgesagt, für die darauf folgenden Jahre von jeweils mindestens fünf Prozent. 2014 waren es 2,9 Prozent. Die Türkei kämpft mit hohen Lebensmittelpreisen und dem Verfall der heimischen Währung. Erdo?an hat die Notenbank daher wiederholt zur Senkung der Zinsen aufgefordert.  Rtr/ea 8

 

 

 

 

 

„Rote Karte für Erdogan“. Vier Antworten zu den Wahlen in der Türkei von Felix Schmidt in Istanbul.

 

Die Türkei hat gewählt. Wie ist das relativ deutliche Ergebnis zu erklären?

Ersten Beobachtungen zufolge sind AKP-Wähler vor allem zur HDP und zur MHP abgewandert. Die nationalistische und religiöse Rhetorik, die den AKP-Wahlkampf beherrschte scheint vor allem darauf gezielt zu haben, die MHP-Wähler zu halten. Von Kommentatoren wird das Wahlergebnis aber auch als rote Karte für Erdogan verstanden. Immerhin hat der entgegen seinem Amtseid als unparteiischer Staatspräsident einen Parallelwahlkampf geführt. Die Ausgrenzung der Gründergeneration der Partei, Verschwendungs- und Korruptionsvorwürfe sowie das Vorgehen gegen kritische Medien und die Gülen-Bewegung werden als weitere Faktoren benannt, die den Nimbus der Unbesiegbarkeit der AKP beschädigt haben. Trotzdem bleibt die AKP nach wie vor in allen Landesteilen eine bestimmende Kraft. Analysen werden zeigen, dass sie in allen Provinzen entweder stärkste oder zweitstärkste Partei ist.

Zwei bestimmende Faktoren waren vermutlich der Prozess zur friedlichen Lösung des Kurden-Konflikts und die 10prozentige Sperrklausel für den Einzug ins Parlament. Die Reduzierung des Friedensprozesses auf den Appell an die PKK, die Waffen niederzulegen, war angesichts der geweckten Erwartungen nicht plausibel und bot auch keine Hoffnung auf Erfolg. Die 10prozentige Sperrklausel und die Berechnung, dass bei einem Scheitern die AKP nahe an die Grenze von 330 Mandaten, gelangen würde, haben der HDP Leihstimmen von allen Parteien eingebracht – insbesondere jedoch von der AKP. Bekanntlich hätte sich mit einer solchen Mehrheit eine Verfassungsänderung mit Bestätigung durch ein Referendum verwirklichen lassen. 

Für die HDP ergibt sich nach der Wahl die Herausforderung von einer Kurden-Partei zu einer linken Volkspartei zu werden. Es ist ihr gelungen, insbesondere in den Großstädten neben kurdischen auch linke und liberale Wähler für sich zu gewinnen. Die nächste Zeit wird zeigen, ob es ihr auch gelingen wird, diese zu halten.

Können die Wahlen abschließend als frei und fair bezeichnet werden?

Zumindest drei Gesichtspunkte machen es schwer, von einer Wahl zu sprechen, bei der alle Parteien die gleichen Chancen hatten. Zunächst waren die Ressourcen für den Wahlkampf sehr ungleich verteilt. Sowohl auf nationaler Ebene als auch in einigen Kommunen wurden von den Amtsinhabern öffentliche Mittel zugunsten der AKP zweckentfremdet. Andere Parteien wurden daran gehindert, ihren Wahlkampf zu führen. Hinzu kommt, dass der Wahlkampf von zahlreichen physischen Angriffen überschattet wurde.

Ein besonderes Problem stellte die Intervention von Staatspräsident Erdo?an in den Wahlkampf dar. Anträge der Oppositionspartei beim Hohen Wahlrat, die Kundgebungen Erdogans zu unterbinden oder wenigstens ihre Übertragung in Radio und Fernsehen zu untersagen, wurden mit Verweis auf die Immunität abgelehnt. Eine Klage vor dem Verfassungsgericht wurde vor der Wahl nicht entschieden.

Problematisch war auch, dass die AKP im großen Umfang staatliche Ressourcen für ihren Wahlkampf nutzte. Insbesondere die im ganzen Land mit Ministerbeteiligung durchgeführten feierlichen Eröffnungen, zu denen mehrfach Beschäftigte des öffentlichen Dienstes sowie Schulklassen abgeordnet wurden, sind mehrfach von den Oppositionsparteien gerügt worden. Dies gilt auch für die zahlreichen Veranstaltungen, die Staatspräsident Erdo?an durchführte, obgleich es ihm sein Amtseid verbot, sich in den Wahlkampf einzubringen.

Zu Behinderungen des Wahlkampfes kam es auch auf kommunaler Ebene. Beispielsweise wurde die Stadtreinigung eingesetzt, um Wahlplakate anderer Parteien zu entfernen. In Erzurum erhielt die CHP in der Schlussphase des Wahlkampfes über zwei Wochen hinweg keine Genehmigung, ihren Wahlstand an zentralen Plätzen der Stadt aufzubauen. Ebenfalls in Erzurum wurde nur wenige Tage vor der Wahl eine HDP-Kundgebung angegriffen. Es kam allein bei dieser Kundgebung zu 200 Verletzten und schweren Sachbeschädigungen.

Auch andernorts kam es während des Wahlkampfes zu zahlreichen gewalttätigen Angriffen auf Wahlbüros und -veranstaltungen. Häufigstes Ziel solcher Angriffe war die HDP. Hier wird die Zahl der bekannt gewordenen Angriffe mit mehr als 100 angegeben. Besonderes Aufsehen erregten die Bombenanschläge auf die Wahlkampfbüros der HDP in Adana und Mersin im Mai, bei denen nur durch glückliche Umstände niemand getötet wurde. Zwei Explosionen, bei denen zehn Menschen verletzt wurden, verhinderten die Schlusskundgebung der Partei in Diyarbak?r. Der größte Teil der Angriffe wurde vor der Wahl nicht aufgeklärt.

Wie geht es nun in Sachen Regierungsbildung weiter?

Das Wahlergebnis bietet keine klaren Mehrheiten für eine Regierungsbildung. Die AKP verfügt erstmals seit ihrer Gründung und ihrem Regierungsantritt 2002 nicht mehr über eine absolute Mehrheit. Doch Koalitionsregierungen sind angesichts ihrer Leistung in den 1990er Jahren äußerst unpopulär. Angesichts der hohen politischen Polarisierung im Land birgt zudem jedes rechnerisch mögliche Bündnis die Gefahr für alle beteiligten Parteien, ihre jeweilige Wählerbasis zu verprellen.

Denkbar ist vor diesem Hintergrund zunächst eine von mindestens einer der Oppositionsparteien geduldete Minderheits- oder Übergangsregierung der AKP. Das allerdings dürfte in vorgezogene Neuwahlen führen. Ein zweites Szenario sieht eine AKP-geführte Koalitionsregierung vor. Die MHP und die HDP haben einer solchen Option am Wahlabend jedoch eine Absage erteilt. Angesichts der Feindschaft der Wählerbasis von AKP und CHP erscheint auch diese Koalitionsvariante als wenig wahrscheinlich.

Das dritte Szenario wäre eine Vereinigung der bisherigen Opposition. Hier hat die MHP einer Koalition ebenfalls eine Absage erteilt. Es ist jedoch nicht ausgeschlossen, dass eine CHP-HDP Koalition ausreichende Unterstützung für eine Tolerierung erhält. Doch auch hier böte eine schwache parlamentarische Mehrheit sowie die hohe politische Differenz der Partner nur geringe Aussicht auf Bestand. Ziel eines solchen Bündnisses könnte jedoch sein, eine AKP-geführte Übergangsregierung zu vermeiden.

Was für Folgen dürfte das Wahlergebnis auf die Arbeit des Parlaments insgesamt haben?

Unabhängig von der Regierungsbildung wird das neue Parlament eine deutlich stärkere Position gegenüber Regierung und Staatspräsident haben als zuvor. Das Fehlen einer absoluten Mehrheit macht es erforderlich, Kompromisse zu schließen und dies würde dem Parlament neue Bedeutung verleihen. Zudem verfügt das neue Parlament über die Möglichkeit auf gesetzgeberischem Wege den Handlungsspielraum von Staatspräsident Erdo?an zu beschneiden.

Zu den bemerkenswerten Einzelheiten des Wahlergebnisses gehört nicht nur, das mit 96 Frauen ihre Repräsentation im Parlament um 17 Abgeordnete gestiegen ist. Gleichwohl bleibt ihr Anteil weiterhin unter einem Fünftel der Abgeordneten. Zum ersten Mal seit Jahrzehnten sind drei Armenier im Parlament, ein bedeutender Teil der Volksvertreter sieht ihrer ersten Amtszeit entgegen.

Felix Schmidt  IPG 9

 

 

 

 

 

AKP im Ausland stärker als in der Türkei

 

Unter den im Ausland lebenden Türken blieb die AKP deutlich vorne, wobei sie in Deutschland und Österreich weit über 50 Prozent erreichen konnte. Auch die HDP ist im Ausland stärker als in der Türkei.

Unter den im Ausland lebenden Türken konnte die Adalet ve Kalk?nma Partisi (Partei für Gerechtigkeit und Entwicklung; AKP) eine deutliche Mehrheit halten. In 55 Ländern der Erde konnten dort ansässige Türken von ihrem Wahlrecht Gebrauch machen und von diesen gaben 49,95 Prozent der Regierungspartei ihre Stimme.

Auf dem zweiten Platz landete die prokurdische Halklar?n Demokratik Partisi (Demokratische Partei der Völker; HDP), die von 20,41 Prozent der im Ausland lebenden Türken die Stimme bekam und damit wesentlich über ihrem Ergebnis in der Türkei selbst lag. Vor allem im westlichen Ausland, wo die PKK-nahe Partei medial einen enormen Rückenwind zu verzeichnen hatte, konnte die HDP hohe Stimmenanteile verbuchen.

Die Cumhuriyet Halk Partisi (Republikanische Volkspartei; CHP) kam hingegen nur auf 17,04 Prozent. Auch die Milliyetçi Hareket Partisi (Partei der Nationalen Bewegung; MHP) schnitt mit 9,25 Prozent weit unterdurchschnittlich ab.

64,18 % in Österreich

Zu den Hochburgen der AKP gehörten unter anderem Österreich und Deutschland. In Österreich kam die Partei des Premierministers Ahmet Davutolu auf 64,18 Prozent, ein ähnlich hoher Anteil wie in den Niederlanden (64,23) oder Belgien (62,93).

Auch in Deutschland schnitt die AKP mit 53,63 Prozent überdurchschnittlich ab. Berücksichtigt man dazu noch die 50,65 Prozent in Frankreich und die immerhin 44 Prozent in Australien, die 42,7 Prozent in Norwegen und die 42,10 Prozent in Dänemark, lässt sich eine interessante Korrelation dahingehend feststellen, dass die AKP offenbar dort ihre stärksten Ergebnisse hat, wo der islamfeindliche Diskurs in der Öffentlichkeit, der Politik und den Medien besonders dominant ist.

Die CHP gewann unter den nur in Ländern mit zahlenmäßig kleinen türkischen Communitys, der prestigeträchtigste Erfolg war dabei wohl der Sieg in den USA, wo etwas mehr als 17 000 Türken gewählt hatten und 44,32 Prozent davon die Partei Kemal K?l?çdaro?lus. Auch in der Russischen Föderation, in Kasachstan, in China, in Südafrika oder Neuseeland lag die CHP voran. In den Golfmonarchien Katar, Oman und Vereinigte Arabische Emirate lag die CHP sogar über 50 Prozent – allerdings bei einer eher geringen Wähleranzahl.

HDP erzielt 59,2 Prozent in Großbritannien

Die HDP konnte ihren beachtlichsten Erfolg unter im Ausland lebenden Türken in Großbritannien feiern. Dort gingen 23 837 Türken zur Wahl und 59,2 Prozent davon gaben der prokurdischen Partei ihre Stimme. Auch unter mehr als 35 000 in der Schweiz wohnhaften Türken lag die HDP mit 47,51 Prozent voran. Zu den weiteren Ländern, in denen die HDP stimmenstärkste Partei wurde, gehören Kanada, Polen, Italien, die Ukraine, Schweden und Finnland (57,8 Prozent).

Die MHP konnte ihre besten Ergebnisse unter anderem in China (24,57%) und Kasachstan (18,17%) erzielen, auch in Turkmenistan und Usbekistan blieb die größere Partei innerhalb der Idealistenbewegung über 15%. In den zahlenmäßig starken türkischen Communitys gelang jedoch nur selten ein zweistelliges Ergebnis.

Einen Achtungserfolg konnte die Saadet-Partei immerhin im Sudan, im Iran und in Saudi Arabien verbuchen: Sie kam unter den dortigen Türken immerhin auf mehr als 3 Prozent der Stimmen, im Sudan sogar auf 5,41. Dtj 11

 

 

 

 

 

PEN-Zentrum Deutschland erhält Europa-Lilie 2015. Negativpreis für Alternative für Deutschland (AfD)

 

Das PEN-Zentrum Deutschland wird Träger der Europa-Lilie für die herausragendste europapolitische Leistung im Jahr 2015. Die Hauptstadtgruppe Europa-Professionell der überparteilichen Europa-Union Deutschland würdigt die Schriftstellervereinigung für ihren Aufruf „Schutz in Europa“, in dem sie ein gemeinsames, menschenwürdiges Asylrecht in der Europäischen Union fordert.

 

Die Europa-Distel für den größten europapolitischen Fauxpas des Jahres geht 2015 an die Alternative für Deutschland. Verdient hat die AfD sich diesen Preis durch ihre europaskeptische und dabei hochgradig populistische Politik, die weder Deutschland noch Europa nutzt, jedoch maßgeblich dazu beiträgt, ausländerfeindliche und rechtslastige Strömungen wie PEGIDA deutschlandweit salonfähig zu machen.

 

Die Europa-Lilie für bürgerschaftliches Engagement erhält in diesem Jahr das Projekt „Die gewollte Donau – The wanted Danuba“, mit dem in außergewöhnlicher Form Bürger und Bürgerinnen in der Donauregion grenzüberschreitend ein Zeichen für Völkerverständigung und Zusammenarbeit in Europa setzen.

 

Auf Augenhöhe und anschaulich aus eigener Erfahrung für Europa zu begeistern ist das Credo der EuroPeers in Bonn. Mit der Europa-Lilie für europäische Jugendarbeit möchte Europa-Professionell das Engagement dieser Jugendlichen würdigen. (Weitere Informationen zu den Preisträgern anbei.)

 

Europa-Professionell ist ein Netzwerk überzeugter Europäerinnen und Europäer, die sich hauptberuflich mit europäischen Themen beschäftigen. Seit 2011 vergibt es die Europapreise in vier Kategorien. Aus zahlreichen Vorschlägen wurden im Rahmen einer öffentlichen und deutschlandweiten Online-Abstimmung, an der sich viele interessierte Bürgerinnen und Bürger beteiligten, die Sieger der Europapreise 2015 ermittelt.

Die öffentliche Preisverleihung wird in der zweiten Jahreshälfte stattfinden. Medienpartner ist Euractiv.de. eud 8

 

 

 

 

Studie. Unternehmen stellen zu wenige ausländische Akademiker an

 

Weniger als die Hälfte aller ausländischen Studenten bleiben nach Abschluss des Studiums in Deutschland. Auf der anderen Seite zieht es deutsche Studenten immer seltener ins Ausland. Das sind Befunde einer aktuellen Untersuchung.

 

Deutschland nutzt zu wenig das Arbeitsmarktpotenzial ausländischer Studierender: An den Hochschulen im Land gibt es zwar immer mehr junge Menschen mit ausländischen Wurzeln. Doch 41 Prozent von ihnen brechen das Studium wieder ab, von den erfolgreichen Absolventen bleiben nach Studienabschluss nur rund 44 Prozent in Deutschland. Dies sind die zentralen Ergebnisse des “Hochschul-Bildungs-Reports 2020“, dessen jüngste Ausgabe der Stifterverband McKinsey vergangene Woche in Berlin vorgestellt haben.

“Diese Zahlen sind alarmierend, denn für jedes zweite Unternehmen in Deutschland sind ausländische Studierende mittlerweile wichtig, um den eigenen Fachkräftebedarf zu decken, Tendenz steigend”, erläuterte McKinsey-Direktor Jürgen Schröder die Ergebnisse einer für den Report erstellten repräsentativen Umfrage unter 230 Unternehmen in Deutschland.

Ausländische Studenten müssen bleiben

Nach Berechnungen von Stifterverband und McKinsey könnten bei gleich bleibenden Bildungsausgaben dem deutschen Arbeitsmarkt jährlich rund 10.000 Fachkräfte mehr zur Verfügung stehen. Dazu müssten die Studienabbruchquoten auf das Niveau der deutschen Studienanfänger (also auf weniger als 30%) gesenkt und die Verbleibquoten für alle Ausländer auf das Niveau von EU-Ausländern in Deutschland (52%) gesteigert werden.

“Deutschland ist ein Bildungstransitland. Wir investieren viel Geld in ausländische Studierende, tun aber zu wenig, um diese erfolgreich zum Studienabschluss zu führen und sie zum Verbleib in Deutschland zu motivieren”, sagte Volker Meyer-Guckel, der stellvertretende Generalsekretär des Stifterverbands. Der Handlungsbedarf sei dringend, da aktuellen Prognosen zufolge 2025 vier von zehn Studienanfängern einen ausländischen Pass haben werden.

Immer weniger gehen ins Ausland

“Deutsche Hochschulen sind bereits jetzt ein wichtiges Zuwanderungsinstrument”, sagte Volker Meyer-Guckel. Notwendig sei nun, sie zum Baustein einer gemeinsamen Zuwanderungsstrategie von Bund und Ländern weiterzuentwickeln, die sich auch an den Bedarfen des Arbeitsmarkts ausrichtet. Gelingen könne dies durch ein neues Finanzierungsmodell, mit dem der Bund Hochschulen dauerhafte Anreize für eine qualitätsorientierte Gewinnung ausländischer Studierender und einen erfolgreichen Studienabschluss setzt.

Deutsche Studierende zieht es immer seltener in die Ferne

Die Studie von Stifterverband und McKinsey zeigt auch: Während die Zahl der ausländischen Studierenden an deutschen Hochschulen kontinuierlich steigt, stagniert die Zahl der deutschen Studierenden, die für ihr Studium auch ins Ausland gehen, seit Jahren bei rund 6%. Der Anteil der Studierenden mit Auslandspraktikum ging sogar von 17 auf 13% zurück.

Hinzu kommt: Bei den deutschen Studierenden sind die Nachbarländer beliebter als ferne Ziele. Der Anteil von Österreich, Schweiz und Benelux stieg seit 2001 von 28 auf zuletzt 54%. “Nichts gegen ein Studium in diesen teilweise deutschsprachigen Ländern”, sagte McKinsey-Direktor Jürgen Schröder. “Aber Fakt ist, dass deutsche Studierende dort wahrscheinlich nicht in dem Maße die Fähigkeiten erlernen, die global aufgestellte Unternehmen auf außereuropäischen Märkten benötigen.”

Unternehmen sollen sich mehr beteiligen

Unternehmen sollten sich in Anbetracht dieser Zahlen nach Einschätzung von Stifterverband und McKinsey stärker am Ausbau berufsvorbereitender Auslandsaufenthalte, insbesondere Praktika, beteiligen und enger mit Hochschulen kooperieren. Wichtig seien auch im Curriculum fest verankerte Mobilitätsfenster, um Auslandsaufenthalte auch ohne zeitliche Verlängerung der Regelstudienzeit zu ermöglichen.

Zu oft scheitert das Auslandsstudium immer noch an finanziellen Hürden. Jürgen Schröder: “Junge Menschen aus bildungsfernen Schichten studieren nicht nur generell seltener, sie gehen auch deutlich seltener für ein Studium ins Ausland.” Nur jeder zehnte Studierende mit bildungsfernem Hintergrund habe sich für ein Auslandsstudium entschieden – im Gegensatz zu jedem sechsten Studierenden aus bildungsnahen Familien.

Angesichts dieser Zahlen schlagen Stifterverband und McKinsey eine “Auslandsgarantie” vor. Damit könne der Bund sicherstellen, dass ein Auslandsstudium nicht am Geldbeutel der Eltern scheitere. Konkret sollte dafür das Auslands-BAföG durchweg in Form von Zuschüssen und nicht mehr mittels Darlehen zur Verfügung gestellt werden und nach dem Vorbild von EU-Förderungen wie ERASMUS regional angepasste Fördersätze haben. (etb 8)

 

 

 

 

Ausländische Studierende. Deutschland gelingt es nicht, Fachkräfte zu halten

 

Ausländische Studierende an deutschen Hochschulen gelten als Idealzuwanderer. Zwar möchte ein Großteil von ihnen in Deutschland bleiben, doch zu viele scheitern am Einstieg in den deutschen Arbeitsmarkt – mangels Netzwerke, Erfahrung und Deutschkenntnissen.

 

Ausländische Studierende an deutschen Hochschulen gelten als ‘Fachkräfte von morgen': sie sind nach ihrem Abschluss hoch qualifiziert, verfügen zum Teil über gute Sprachkenntnisse und sind mit dem Land vertraut. Doch es gelingt immer noch nicht ausreichend, diese Hochqualifizierten nach ihrem Abschluss für den deutschen Arbeitsmarkt zu gewinnen. Dabei wollen mehr als zwei Drittel der internationalen Absolventen gerne erste Arbeitserfahrungen in Deutschland sammeln.

“Beim Berufseinstieg stehen internationale Absolventen vor höheren Hürden als einheimische Studierende. Das zeigt sich beispielsweise in einer überdurchschnittlich langen Jobsuche. So sind 30 Prozent der internationalen Absolventen, die in Deutschland bleiben, ein Jahr nach Abschluss noch auf Arbeitssuche”, sagte Dr. Cornelia Schu, Direktorin des SVR-Forschungsbereichs bei der Vorstellung der Studie, die von der Stiftung Mercator und dem Stifterverband für die Deutsche Wissenschaft gefördert wurde.

“Die Hürden, an denen internationale Absolventen beim Berufseinstieg scheitern, sind fehlende berufliche Netzwerke und Erfahrungen auf dem deutschen Arbeitsmarkt, aber auch unzureichende Deutschkenntnisse”, sagte Schu. “Viele benötigen intensive Unterstützung bei der Jobsuche, finden an ihrem Hochschulstandort aber nur lückenhafte Angebote vor, die zudem häufig zu spät einsetzen.”

Unternehmen müssen spezielle Angebote entwickeln

Die Studie untersucht erstmals international vergleichend die Unterstützungsangebote und –strukturen für den Berufseinstieg internationaler Studierender in Deutschland, Kanada, den Niederlanden und Schweden. “Für jedes zweite Unternehmen in Deutschland sind ausländische Hochschulabsolventen heute schon wichtig, um den eigenen Fachkräftebedarf zu decken”, sagte Dr. Volker Meyer-Guckel, stellvertretender Generalsekretär des Stifterverbandes. “Und die Nachfrage wird weiter steigen.

Insbesondere kleine und mittelständische Unternehmen sollten mit geeigneten Maßnahmen schon in der Studienphase Netzwerke zu ausländischen Studierenden aufbauen und Praxisangebote speziell für diese Zielgruppe entwickeln.” Dr. Felix Streiter, Leiter des Bereichs Wissenschaft der Stiftung Mercator, erklärte: “Deutschland braucht seine internationalen Hochschulabsolventen. Sie gut in die deutsche Gesellschaft und Arbeitswelt zu integrieren, ist eine gemeinsame Aufgabe von Hochschulen, Kommunen und Unternehmen.”

Zu wenig Personal in Deutschland

In Deutschland, so die Studie, scheitert ein nachhaltiges Unterstützungsangebot vor allem an der dünnen Personaldecke der Serviceeinrichtungen an den Hochschulen: In Deutschland betreut ein Mitarbeiter des Career Service durchschnittlich etwa 7.300 Studierende. Bei den International Offices ist ein Mitarbeiter im Durchschnitt für etwa 2.100 Studierende zuständig. Eine intensive Betreuung ist so kaum möglich. Kanada und Schweden sind zumindest beim Career Service besser aufgestellt:

Kanada hat einen Personalschlüssel von etwa 1 : 3.000, in Schweden liegt er bei etwa 1 : 5.000. Während in den Niederlanden die Angebote der Career Services zu einem sehr frühen Zeitpunkt einsetzen, beginnen sie in Deutschland meist erst zum Ende des Studiums und enden in vier von zehn Fällen deutlich vor dem Ende der 18-monatigen Suchphase.

Nur Großunternehmen aktiv

An der Schnittstelle zwischen Studium und Beruf spielen neben den Hochschulen auch Unternehmen, die kommunale Politik und die Arbeitsagenturen eine Rolle. In Deutschland rekrutieren bislang vor allem Großunternehmen und Forschungseinrichtungen aktiv in dieser international begehrten Zielgruppe. Kleinere Unternehmen nutzen diese Chance der Personalgewinnung – anders als in Kanada – bislang so gut wie gar nicht. Und auch die Großunternehmen sind nach Einschätzung der Hochschulen an jedem zweiten Hochschulstandort wenig oder nicht aktiv.

Die kommunale Politik in Deutschland geht zum Teil bereits aktiv auf internationale Absolventen zu: An vier von zehn Hochschulstandorten bestehen Initiativen, um internationale Absolventen in der Region zu halten, vor allem in Kooperation mit den örtlichen Arbeitsagenturen.

Bleiberegelungen aktiv bewerben

Wie die Studie zeigt, gibt es zwar an einzelnen Hochschulstandorten rege Aktivitäten der Beteiligten, doch es fehlt ein kooperatives Übergangsmanagement, d. h. eine systematische Zusammenarbeit zwischen Hochschulen, Arbeitgebern, Ausländerbehörden, Kommunalpolitik und regionalen Mittlerorganisationen. “Um internationalen Absolventen den Einstieg in die Arbeitswelt zu erleichtern, müssen Hochschulen, Unternehmen, Politik und Behörden enger zusammenarbeiten. Wir müssen weg vom Silo-Denken, wo jeder nur seinen Bereich im Blick hat. Was wir brauchen, ist ein regionales Übergangsmanagement, bei dem alle Beteiligten an einem Strang ziehen. Davon würden auch die einheimischen Absolventen profitieren”, lautete das Fazit von Dr. Cornelia Schu.

Als weitere Handlungsempfehlungen nannte sie eine nachhaltige Finanzierung der Unterstützungsangebote an Hochschulen durch Bund und Länder; Hochschulen sollten in die Lage versetzt werden, bedarfsgerechte Angebote dauerhaft bereitzustellen. Politik und Verwaltung sollten Deutschlands absolventenfreundliche Bleiberegelungen aktiv bewerben. Die Kommunen, die in der Regel ein langfristiges Interesse daran haben, die internationalen Studierenden als ‘Fachkräfte von morgen’ zu binden, sollten im regionalen Übergangsmanagement die Rolle des Koordinators wahrnehmen. Die Zahlen sprechen für sich: Wenn die derzeitige Entwicklung anhält, werden zwischen 2015 und 2020 knapp 240.000 internationale Studierende einen deutschen Abschluss erwerben. (mig/sv 10)

 

 

 

 

 

Wahlergebnisse Türkei. So haben Türken in Deutschland gewählt

 

Gut jeder dritte wahlberechtigte Türke in Deutschland ist bei den türkischen Parlamentswahlen an die Wahlurnen gegangen. Mehr als jeder Zweite wählte die AKP. Vier Kandidaten aus Deutschland schafften den Sprung ins türkische Parlament.

 

Türken in Deutschland haben mehrheitlich die AKP (Partei für Gerechtigkeit und Aufschwung) gewählt. Die Partei von Staatspräsident Recep Tayyip Erdogan konnte 54 Prozent der Wähler für sich gewinnen. Als zweitstärkste Kraft ging die kurdisch geprägte “Demokratische Partei der Völker” (HDP) aus den in Deutschland aufgestellten Wahlurnen hervor (17,5 Prozent), es folgen die säkularistisch-nationalistische “Rebuplikanische-Volkspartei” (CHP) mit 16 Prozent sowie die “Nationalistische Bewegungspartei” (MHP) mit knapp 10 Prozent. Die Wahlbeteiligung lag in Deutschland bei etwa 34 Prozent. Damit gaben 480.000 der rund 1,4 Mio. Wahlberechtigten ihre Stimme ab. Sie machten rund 1 Prozent aller Stimmen aus.

Am besten schnitt die AKP an den Wahlurnen in Münster, Essen und Düsseldorf ab mit 60 Prozent und mehr. In den Wahllokalen in Berlin, Nürnberg, Frankfurt und Hannover erreichte die AKP mit jeweils etwa 45 Prozent die schlechtesten Wahlergebnisse. Die HDP konnte in Hannover, Mainz, Frankfurt, Berlin und Hamburg mit jeweils knapp über 20 Prozent ihre besten Wahlergebnisse erzielen. Unterstützt wurde die HDP während des Wahlkampfes in Deutschland von den Grünen und der Linkspartei. Die HDP gilt als politischer Arm der auch in Deutschland verbotenen Terrororganisation “PKK”.

Vier Abgeordnete aus Deutschland

Auch die Alevitische Gemeinde Deutschland e.V. (AABF) unterstützte die HDP. Im Gegenzug wurden aktive und ehemalige Funktionäre für die Wahl aufgestellt. Turgut Öker etwa, Ehrenvorsitzender und ehemaliger Bundesvorsitzender der AABF, der auch enge Kontakte zu deutschen Parteien und zur Bundesregierung besitzt, hat es geschafft. Auch die aus dem niedersächsischen Cellle stammende Feleknas Uca zog ins Parlament ein. Sie wurde im Jahr 2012 im Zuge von Terrorermittlungen in der Türkei verhaftet und nach Deutschland abgeschoben. Ein weiterer Abgeordneter für die HDP aus Deutschland ist Ziya Pir. Der Wirtschaftsfachmann war zuvor stellvertretender Vorsitzender der Union Europäisch-Türkischer Demokraten (UETD), die als Lobby-Organisation der AK Partei zählt.

Für die AK Partei zieht der Kölner Jurist Mustafa Yenerolu, der aus Istanbul aufgestellt wurde, in die türkische Nationalversammlung. Yenerolu war zuvor stellvertretender Vorsitzender und Generalsekretär der Islamischen Gemeinschaft Milli Görü? (IGMG).

AKP verliert absolute Mehrheit

Trotz der guten Ergebnisse in Deutschland verlor die AKP die Mehrheit. Im Vergleich zu den Wahlen aus dem Jahr 2011 büßte die AKP rund 9 Prozent ein und fiel auf knapp 41 Prozent. Mit diesem Ergebnis wird sie nicht mehr alleine regieren können. Zweitstärkste Kraft im türkischen Parlament ist weiterhin die CHP mit 25 Prozent (- 1 Prozent), es folgt die MHP mit 16 Prozent. Erstmals ins Parlament eingezogen ist die HDP mit 13 Prozent.

Bei diesen Parlamentswahlen wurden erstmals Wahlurnen im Ausland aufgestellt. In Deutschland wurden 13 Wahllokale eingerichtet. (bk/yb 9)

 

 

 

 

Nur jede 6. Bundesfreiwilligendienst-Stelle besetzt

 

Schlechte Aussichten für Vereine und Verbände: Die Hoffnung auf einen Freiwilligen wird von Tag zu Tag kleiner. Gerade einmal jeder sechste Einsatzplatz im Bundesfreiwilligendienst kann besetzt werden, dennoch werden ständig neue Plätze vom zuständigen Bundesamt genehmigt. Aktuell sind es schon ca. 220.000 anerkannte Stellen, obwohl das Geld nur für 36.000 reicht, teilt das Bewerberportal www.Bufdi.EU mit. Damit können lediglich 16% der anerkannten Stellen auch wirklich besetzt werden.

 

Jedes Jahr stellt der Bundestag dem BFD 167 Millionen Euro zur Verfügung. Um alle Einsatzplätze zu belegen, sind jedoch mehr als ein Milliarde Euro erforderlich, wie am Rande der BFD-Beiratssitzung bekannt wurde. Doch auf eine Etat-Erhöhung braucht der Zivildienst-Nachfolger nicht zu hoffen. Die Finanzexperten der großen Koalition sollen sich darin einig sein, dass eine Erhöhung nicht auf der Tagesordnung steht. Auch in einem im Frühjahr vorgestellten Positionspapier der SPD-Bundestagsfraktion sucht man die Forderung nach mehr BFD-Mitteln vergeblich.  Dabei ist die Zahl der Einsatzplätze seit dem Aussetzen des Zivildienstes und der Einführung des Bundesfreiwilligendienstes stetig gewachsen.

 

Im vergangenen Monat gab es im Bundesfreiwilligendienst die wenigsten aktiven Freiwilligen seit fast 2 Jahren. Der Abwärtstrend macht sich besonders bei den älteren Teilnehmern bemerkbar. So haben letztes Jahr über 50% weniger ältere Freiwillige teilgenommen als im Vorjahr. Da der Bundesfreiwilligendienst allen Altersgruppen offen stehen soll, ist dies ein sehr trauriges Ergebnis.

 

Der Bundesfreiwilligendienst wurde 2011 als Ersatz für den Zivildienst ins Leben gerufen. Verwaltet wird der BFD vom Bundesamt für Familie und zivilgesellschaftliche Aufgaben, das dem Familienministerium unterstellt ist.

Einsatzstellen, welche aktuell Bewerber suchen, finden Sie hier:

http://www.bufdi.eu/jobs/ . Weitere Zahlen stehen auf Bufdi.EU zur Einsicht bereit: http://www.bufdi.eu/presse/zahlen/  pib 9

 

 

 

 

 

Wie sich Vorurteile in unser Gehirn meißeln und wie wir sie wieder loswerden

 

Destin und sein kleiner Sohn machen einen ungewöhnlichen Selbst-Test und finden heraus, wie sich bestimmte Automatismen im menschlichen Gehirn festsetzen – genauso wie Vorurteile.

 

Auf einen ungewöhnlichen Test lässt sich Destin ein. Er soll mit einem Fahrrad fahren, der nach rechts fährt, wenn das Lenkrad nach links geschwenkt wird und umgekehrt. Erst nach acht Monaten täglichen Übens und Hinfallens gelingt es ihm, das Fahrrad zu fahren. In seinem Video beschreibt er, wie es sich anfühlt. Er müsse sich sehr konzentrieren, um nicht hinzufallen. Es sei so, als sei in seinem Gehirn ein Schalter umgelegt worden – von heute auf Morgen. Aber schon bei der kleinsten Ablenkung, schalte sein Gehirn wieder um und er falle hin.

Destin geht einen Schritt weiter. Er bittet seinen kleinen Sohn, ein ähnliches Fahrrad zu fahren. Der kleine Junge fällt hin, wie sein Vater anfangs. Allerdings braucht der Junge nur zwei Wochen, wofür sein Vater acht Monate gebraucht hat. Destin meint, dass das Gehirn seines Sohnes noch so flexibel ist, dass er schneller neue Automatismen entwickeln kann.

In einem weiteren Schritt testet Destin, ob er nun das “normale” Fahrradfahren verlernt hat. Er nimmt ein ganz gewöhnliches Fahrrad und es passiert, was offenbar passieren muss: Er fällt hin. Sein Gehirn scheint sich so an das “verkehrte” Fahrradfahren gewöhnt zu haben, dass er tatsächlich und buchstäblich das Fahrradfahren verlernt hat. Es dauert aber nicht lange, bis sein Gehirn zum Altbekannten umschwenkt.

Destins Fazit: So wie das Gehirn am altbekannten Fahrradfahren festhält, so hält es auch an Vorurteilen fest. Je länger man mit diesen Vorurteilen lebt, desto schwieriger ist es, diese wieder loszuwerden. “Also seid vorsichtig, wie ihr Dinge interpretiert”, so Destin in seinem Video. Die gute Nachricht ist: Ja, es ist möglich, Vorurteile loszuwerden. Und je früher wir damit beginnen, desto einfacher ist es. (hs 11)

 

 

 

 

Manpower Arbeitsmarktbarometer: Unternehmen planen Einstellungen im dritten Quartal - Ostdeutschland holt auf

 

- Süden zeigt die geringste Einstellungsbereitschaft seit 2009

- Die besten Jobaussichten gibt es im Finanzsektor

- Aufwärtstrend in Europa, Frankreich überwindet Tief durch starke

Luftfahrt

 

Eschborn, 9. Juni 2015 - Europas Jobmotor läuft auch im Sommer 2015

zuverlässig. Die Zahl der Erwerbstätigen ist in Deutschland so hoch

wie noch nie - und es wird auch im dritten Quartal weiter

eingestellt, wie das Manpower Arbeitsmarktbarometer zeigt. Der

saisonbereinigte Netto-Beschäftigungsausblick liegt zum fünften Mal

in Folge bei +5 Punkten. Der Studie zufolge planen acht Prozent der

deutschen Unternehmen Neueinstellungen. Ein Beschäftigungs-zuwachs

wird vor allem in Ostdeutschland erwartet, Unternehmen im Süden

zeigen dagegen die geringste Einstellungsbereitschaft seit Ende 2009.

Im europäischen Vergleich weisen bis auf Italien alle Länder einen

positiven Beschäftigungsausblick auf.

 

Die Studienergebnisse kompakt als Video und Infografik finden Sie

über diesen Link: www.manpower.de/index.php?id=2254

 

Die Zahl der Erwerbstätigen in Deutschland ist mit 42,5 Millionen

Menschen so hoch wie nie zuvor - und wie die quartalsweise

erscheinende Manpower-Studie zeigt, bleibt die

Beschäftigungssituation auch in den Sommermonaten stabil. Acht

Prozent der 1.000 hierzulande befragten Arbeitgeber planen

Neueinstellungen bis Ende August, nur zwei Prozent rechnen mit

Entlassungen. In sieben von neun untersuchten Wirtschaftssektoren und

allen Regionen Deutschlands wollen mehr Arbeitgeber einstellen als

entlassen. Übergreifend halten 88 Prozent der Unternehmen ihre

Belegschaft auf gleichbleibendem Niveau. "Die deutschen Unternehmen

blicken zuversichtlich auf die kommenden Monate, etwa jeder zwölfte

Arbeitgeber will im Sommer einstellen", sagt Herwarth Brune,

Vorsitzender der Geschäftsführung der ManpowerGroup Deutschland. "Vor

dem Hintergrund, dass wir aktuell die niedrigste Arbeitslosenquote

seit 14 Jahren haben, wird der Fachkräftemangel für viele Unternehmen

jetzt akut", prognostiziert der Deutschland-Chef der Workforce

Solutions Company.

 

Süden zeigt schwächste Einstellungsbereitschaft seit 2009

Dabei gibt es regionale Unterschiede: In den als wirtschaftsstark

bekannten südlichen Bundesländern Baden-Württemberg und Bayern ist

die Einstellungsbereitschaft deutlich gesunken. Der saisonal

bereinigte Saldo fällt im Süden von +6 im Vorquartal auf nur noch +1

Punkt im dritten Quartal und damit den geringsten Wert seit 2009.

Hier sind mit fünf Prozent auch die meisten Entlassungen geplant. 

Dagegen verläuft die Entwicklung in Ostdeutschland und Berlin

positiv: In der Hauptstadt steigt der Saldo von +2 im Vorquartal auf

+7 Punkte. Jede zehnte Firma plant Neueinstellungen, keine einzige

Entlassungen. Auch die Arbeitgeber in den übrigen ostdeutschen

Bundesländern rechnen mit Spitzenwerten für diesen Sommer. Im

gesamten Osten steigt der Saldo innerhalb eines Quartals von +2 auf

+5. Auch im Vergleich zum Vorjahr lag er noch bei +1. Auch im

Ruhrgebiet sind die Unternehmen einstellungsfreudiger als im Süden,

die Region verbessert sich von +2 auf +6 Punkte - und das, obwohl

sich die Aussichten im Bergbau von +8 auf -8 Punkte verschlechtert

haben. Auch im öffentlichen Bereich sinkt der saisonbereinigte

Netto-Beschäftigungsausblick von +6 Punkte auf +1 Punkt. Eine leichte

Eintrübung um 1 Punkt gibt es auch in der Landwirtschaft. In allen

anderen sechs untersuchten Wirtschaftszweigen sind die Aussichten

stabil oder haben sich verbessert.

 

Gute Jobaussichten bei Dienstleistern und Logistik

Die besten Jobaussichten für die kommenden Monate gibt es bei Banken,

Versicherungen und unternehmensnahen Dienstleistungen. Hier kletterte

der Saldo von +8 wieder auf starke +11 Punkte. "Die guten

Konjunkturaussichten kommen dem Finanzsektor zugute, denn die

Unternehmen tätigen wieder mehr Investitionen", sagt ManpowerGroup

Deutschland Chef Herwarth Brune. Auch der Bereich Verkehr und

Telekommunikation, zu dem etwa die Bereiche Personentransport,

Zustelldienste, Touristik und Mobilfunkanbieter zählen, bleibt stark.

Der Saldo liegt dort wie im zweiten Quartal bei +10 Punkten und damit

dem stärksten Wert seit Ende 2012. Vor einem Jahr lag der Wert noch

bei +2.

 

EU-Arbeitsmärkte profitieren von der Finanzpolitik der EZB

Auch in anderen europäischen Ländern folgen auf positive

Konjunktursignale Neueinstellungen. "Die EZB-Politik zeigt Wirkung in

Europa. In 23 von 24 untersuchten Ländern der Region Europa,

Mittlerer Osten und Afrika, kurz EMEA sind mehr Neueinstellungen als

Entlassungen geplant", so Brune. So steigt der

Netto-Beschäftigungsausblick in Frankreich von +1 wieder auf +4

Punkte an. Vor allem in der Luftfahrtindustrie sind Fachkräfte wieder

stärker gefragt. Damit scheint die Tiefpunktphase der letzten drei

Jahre nach einem Ausreißer im zweiten Quartal mit nur +1 Punkt nun

doch beendet zu sein. Große Sprünge beim Wachstum trauen Ökonomen dem

Nachbarland jedoch noch nicht zu - ein zweiter europäischer Jobmotor

ist damit nicht in Sicht.

 

Europas Sorgenkind bleibt Italien, das einzige Land mit einem

negativen Netto-Beschäftigungsausblick, und das seit nunmehr fünf

Jahren in Folge. Mit einem Saldo von nur noch -4 Punkten ist aber

auch hier ein leichter Aufwärtstrend festzustellen. Zum Vergleich: Im

zweiten Quartal lag der Wert noch bei -6, Ende 2013 sogar bei -14

Punkten. Griechenland schwächelt nach einer Erholung im zweiten

Quartal leicht, hier fällt der Netto-Beschäftigungsausblick von +10

auf +7. Auch Spanien fällt erneut auf +1 Prozent zurück nach +4

Prozent im zweiten Quartal. "Wenn Deutschland Europas Konjunkturmotor

und Innovationstreiber bleiben will, müssen die Unternehmen dringend

weitere Fachkräfte gewinnen", sagt Herwarth Brune. "Aus den

Nachbarländern werden bei einer Erholung der gesamteuropäischen

Wirtschaft weniger Arbeitskräfte nach Deutschland kommen - umso

wichtiger ist der Blick über europäische Grenzen hinaus."

 

Detaillierte Ergebnisse des Manpower Arbeitsmarktbarometers für alle

teilnehmenden Länder inklusive einer Infografik sind abrufbar unter h

ttps://www.manpower.de/neuigkeiten/studien-und-research/arbeitsmarktb

arometer/.  Manpower 9

 

 

 

 

 

 

Vielfalt macht uns stärker! Mehr Beschäftigung von Akademikerinnen und Akademikern mit ausländischen Wurzeln

 

Nordrhein-Westfalens Integrationsminister Guntram Schneider rief anlässlich des dritten Deutschen Diversity-Tages Unternehmen, Medien und öffentliche Institutionen auf, mehr Vielfalt in ihrer Beschäftigungsstrategie zuzulassen. Als Gastredner an der Uni Duisburg-Essen appellierte er, junge Akademikerinnen und Akademiker mit ausländischen Wurzeln seien stärker als bisher zu beschäftigen. Es sei fatal, wenn - wie im vorgestellten Report des Sachverständigenrates deutscher Stiftungen für Integration und Migration - festgestellt würde, dass diese Migrantinnen und Migranten auf dem Arbeitsmarkt nach wie vor benachteiligt seien, trotz ihrer hohen Qualifikationen, ihrer Kenntnisse von Land und Sprache und ihrer internationalen Kompetenzen.

 

„Durch ihre Vielsprachigkeit, ihre Kommunikationskompetenzen und ihre fachlichen Fertigkeiten sind sie Brückenbauer zu andern Ländern, Kulturen und Wirtschaftsräumen“, so Schneider, der zugleich Arbeitsminister in seinem Bundesland ist. Das stärke die nordrhein-westfälische Wirtschaft, den sozialen Zusammenhalt und wirke motivierend für die jüngeren Generationen. „Der Aufstieg hochqualifizierter Migrantinnen und Migranten in Verantwortungs- und Führungspositionen hat auch Vorbild-charakter für die nachwachsende Generation von hier lebenden Kindern mit Einwanderungsbiographie“, sagte Schneider. „Vielfalt macht uns alle stärker; Einfalt nur schwächer“, so der Minister.

 

Vor allem die Medien könnten hier helfen, diese Vielfalt sichtbarer, hörbarer und nachlesbar zu machen: „Ein Bundesland, dessen Bevölkerung sich zu fast 30 Prozent aus Familien mit Einwanderungsgeschichte zusammensetzt, muss diese Potentiale erkennen und heben. Medien können dabei Motor sein, wenn sie Redaktionen, Moderationsjobs und Führungspositionen verstärkt mit Hochqualifizierten aus den Migrantencommunitys besetzen und die sprachliche Vielfalt in unserem Land auch programmlich stärken.“

 

Die Landesregierung hat bei ihrer letzten Erhebung ermittelt, über 12 Prozent ihrer eigenen Beschäftigten hätten Wurzeln im Ausland. Zur weiteren Förderung von Vielfalt im Land wirbt das Integrationsministerium mit seiner Landesinitiative „Vielfalt verbindet. Interkulturelle Öffnung als Erfolgsfaktor“ um Partnerinnen und Partner. Bereits unterzeichnet haben die Vereinbarung der Landessportbund, der Westdeutsche Rundfunk, der Landschaftsverband Rheinland, der Landesverband der Volkshochschulen NRW, der Paritätische Wohlfahrtsverband in NRW, die Bezirksregierung Arnsberg, die Städte Duisburg, Gelsenkirchen und Solingen sowie die Städtekooperation des Ruhrgebiets „Integration. Interkommunal“ und die Kreisverwaltungen Soest und Lippe, außerdem: die Jobcenter Dortmund, Duisburg und Städteregion Aachen, die Polizei Dortmund und Gelsenkirchen, das Multikulturelle Forum in Lünen und der Caritas Verband für den Kreis Unna. 11

 

 

 

 

 

Hessen. Urteil des VGH zu Führerschein für Asylbewerber ohne Papiere

 

Landesausländerbeirat begrüßt richtungsweisendes Urteil

Umgehende Änderung der Hessischen Fahrerlaubnisverordnung verlangt

 

Der Landesausländerbeirat hat die heutige Entscheidung des Hessischen Verwaltungsgerichtshofs, einen Asylbewerber zur Führerscheinprüfung zuzulassen, auch wenn er keine Identitätspapiere hat, begrüßt.

 

„Mit dem Urteil  gewinnen wir alle: die Flüchtlinge, die Wirtschaft und die Steuerzahler“, sagte Enis Gülegen, Vorsitzender der agah, dazu heute in Wiesbaden.

 

„Die Wirtschaft sucht vielerorts händeringend Arbeitskräfte. Der Führerschein ist in vielen Jobs ein Muss.  In ländlichen Gegenden Hessen kann man die Arbeitsstelle oft nur mit dem Auto erreichen. Die Flüchtlinge ohne Papiere sind nun endlich nicht mehr zum Nichtstun verurteilt und können ihren Lebensunterhalt aus eigener Kraft bestreiten und entlasten damit die öffentlichen Haushalte. Zusammengefasst: Eine win-win-win Situation.“

 

Das Urteil des VGH bestätige die Uraltforderung des Landesausländerbeirates, endlich mit der lebens- und sachfremden Verhinderung des Führerscheinerwerbs von Menschen ohne Identitätsnachweise aufzuräumen. Gülegen: „Die Hessische Landesregierung ist jetzt aufgefordert, die Hessische Führerscheinverordnung umgehend zu ändern.“  Agah

 

 

 

 

 

Geisterspiel in Split. Hakenkreuz-Skandal bei Kroatien gegen Italien

 

Nach dem Geisterspiel in Split drohen dem kroatischen Fußballverband wegen eines in den Rasen eingebrannten Hakenkreuzes erneut Konsequenzen. Sogar der Ausschluss von der EM 2016 ist möglich.

 

Sie sind unbelehrbar. Nachdem kroatische Fans bereits Ende März bei der Partie gegen Norwegen aufgrund von rassistischen Gesängen negativ aufgefallen waren und das EM-Qualifikationsspiel ihrer Nationalmannschaft gegen Italien deshalb am Freitagabend auf Anordnung des europäischen Fußballverbandes Uefa unter Ausschluss der Öffentlichkeit stattfinden musste, gibt es einen neuen Eklat.

Beim 1:1 in Split war ein Hakenkreuz auf dem Rasen des Stadions zu erkennen. Mitarbeiter versuchten in der Halbzeit erfolglos, das Symbol zu entfernen. Der neuerliche Vorfall wird nun ein Nachspiel für die Kroaten haben. Noch ist aber unklar, wer hinter dem Eklat steckt. Die Italiener hatten den Vorfall umgehend der Uefa gemeldet. Der italienische Verband FIGC reagierte empört. "Es handelt sich um eine schandhafte Geste, wir werden beim kroatischen Verband protestieren", sagte FIGC-Präsident Carlo Tavecchio.

"Wir verurteilen und bedauern diesen Vorfall"

Der kroatische Fußballverband HNS äußerte sich inzwischen zu den Geschehnissen. "Wir entschuldigen uns bei allen Fans, die das Spiel im Fernsehen verfolgt haben, bei beiden Mannschaften und unseren Gästen aus Italien", sagte HNS-Sprecher Tomislav Pacak. Und weiter: "Soweit wir bisher informiert sind, wurde eine chemische Substanz zwischen 24 und 48 Stunden vor dem Spiel auf den Rasen aufgetragen, damit das Symbol während der Partie zu sehen ist." Der HNS, so heißt es, hat die Uefa bereits in Kenntnis gesetzt und auch die Polizei eingeschaltet, um den Fall aufzuklären. Die Polizei nahm Medienberichten zufolge bereits Ermittlungen wegen des Vorfalls auf und sicherte Stücke der Spielfläche als Beweismittel

 

"Wir verurteilen und bedauern den Vorfall zutiefst. Das war Sabotage und ein krimineller Akt. Dies ist eine Schande für den kroatischen Fußball und das ganze Land", sagte Pacak nach der Partie. In der Halbzeit hatten Stadionmitarbeiter versucht, das Hakenkreuz zu entfernen.

Nach den neuerlichen Vorfällen fürchten die Kroaten nun noch härtere Sanktionen bis hin zum Ausschluss von der EM 2016 in Frankreich. "Der Unsinn von ein paar Idioten kostet uns die EM", vermutete die Zeitung "24Sata". Sportlich indes sind die Kroaten durch das 1:1 gegen die Italiener weiter auf EM-Kurs. Sie führen die Gruppe H mit zwei Punkten Vorsprung vor dem viermaligen Weltmeister an.

Der ehemalige Bundesligaprofi Mario Mandzukic prägte das Spiel aus sportlicher Sicht. In der 7. Minute verschoss er einen Foulelfmeter, ehe er vier Minuten später zur Führung für die Kroaten traf. Vor der Halbzeitpause verursachte der Angreifer von Atletico Madrid dann noch einen Elfmeter, den Antonio Candreva für die Italiener zum Ausgleich nutzte (36.). dpa/sid/LaGa/dw 13