WEBGIORNALE   1-7   GIUGNO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Mattarella: sull’emergenza immigrazione solo ora l'Europa inizia a sviluppare una politica comune  1

2.       Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: “Migranti, in gioco il futuro della Ue”  1

3.       Ma Bruxelles deve cambiare strategia  2

4.       L’Ue allarga Triton: “Ricerca e soccorso” fino a 138 miglia  3

5.       Il Cir sulle decisioni della Commissione Europea in materia di asilo e di salvataggio in mare  3

6.       La mafia in Germania. Intervista a Nando Dalla Chiesa  4

7.       Conferito a Laura Garavini il titolo di Commendatore della Repubblica Federale Tedesca  5

8.       Acli-Baviera: "Memoria é debito inestinguibile"  6

9.       La “Lunga Notte” ad Amburgo dei Consolati e degli Istituti di Cultura  6

10.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 6

11.   Lars Castellucci e Laura Garavini a conclusione della missione parlamentare di amicizia italo tedesca in Italia  9

12.   La sottosegretaria Bellanova sull’incontro con il Gruppo interparlamentare italo-tedesco sui temi del lavoro e dell’immigrazione  9

13.   Giornate amburghesi del Graphic Novel con l'autore italiano Manuele Fior al Literaturhaus di Amburgo  9

14.   Bielefeld. La Garavini ha tenuto il discorso conclusivo della Summer School italo-tedesca all’Università  10

15.   Il 5-6 giugno al Pepper Theater di Monaco di Baviera: spettacolo di Chincarini 10

16.   Amburgo. Il 3 giugno all’IIC Hathor Plectrum Quartet di Bari in concerto  10

17.   All’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo la conferenza “Expo Milano 2015  11

18.   Kiel. Tenuto il Festival Europeo del Romanzo d'Esordio. L’autrice Ester Armanino questa sera all’IIC  11

19.   Interrogazione parlamentare sulla chiusura del Consolato a Saarbrücken  11

20.   Disastro Germanwings, Ue verso procedura contro la Germania  12

21.   Con la casa, siamo più ricchi dei tedeschi 12

22.   Perchè gli italiani ricominciano ad emigrare  13

23.   La circolare della Garavini ai democratici in Europa  14

24.   Amministrative Spagna: Podemos prende Barcellona e Madrid, il Pp è primo partito ma in netto calo  16

25.   Il pendolo polacco. Un’oscillazione pericolosa tra europeismo e nazionalismo  16

26.   Il salvataggio. I troppi equivoci su Atene  17

27.   Immigrazione, Ue: vanno ricollocati in altri Paesi 40mila profughi da Italia e Grecia  18

28.   La fame nel mondo scende sotto gli 800 milioni di persone  18

29.   Qui New York. Miopia, obliterazione o razzismo selettivo?  19

30.   Migranti: prime misure concrete dela Commissione UE  20

31.   Verranno ricollocati solo 40mila profughi. E gli altri 85mila?  20

32.   Le prospettive  21

33.   Democratici e regole. L’autogol giudiziario dei politici. Il problema delle liste  21

34.   Le elezioni regionali e il bisogno urgente di un PD che riavvicini cittadini e politica  21

35.   Interrogazione  parlamentare. “Potenziare le missioni dei ‘funzionari itineranti’ e ampliare le funzioni degli uffici consolari onorari”  22

36.   Mezza italia al voto. Segnali dalle urne. I rischi per leader e partiti 23

37.   Il confronto  24

38.   I venti anti-Europa soffiano anche sul test regionali 24

39.   Traffico di clandestine. L'Europa colpisca il favoreggiamento dell'immigrazione  24

40.   La Fifa? È cosa loro! 25

41.   Le ultime polemiche e il tentative di mettere al riparo il governo  25

42.   Comites e dintorni. È tempo di lavorare con convinzione come Comunità  26

43.   Il nuovo corso  26

44.   Berlusconi fissa la soglia di sopravvivenza  26

45.   L'ascensore sociale funziona al contrario: ora il ceto medio si sente classe operaia  27

46.   Emilia Romagna: approvata la Nuova Consulta per i corregionali nel mondo  27

47.   Il peggio è da venire  28

48.   Regionali, duello Berlusconi-Salvini sull'immigrazione. Renzi: "Con noi torna la speranza"  28

49.   Sindacati e imprese. Le buone pratiche da seguire  29

50.   Regionali, 17 'impresentabili' e c'è anche De Luca  29

51.   Esplode il caso De Luca, renziani contro la Bindi 29

52.   Nuova legge elettorale. Come  30

53.   Riforme. Se la scuola trascura i suoi «clienti»  30

54.   Divorzio, in vigore la nuova legge: da 6 a 12 mesi per dirsi addio  31

55.   Delusione per le scelte dal sapore nazionalista. Cannes, la sconfitta degli italiani 31

56.   L’esodo  31

57.   Youth, memorie ed immaginazione  32

58.   Toscana: Borse Mario Olla, bando per progetti formativi a favore dei giovani toscani nel mondo. Entro il 20 giugno  32

59.   IMU: la Basilicata si impegna per i suoi emigrati 32

60.   All'Expo di Milano “I migranti e il cibo. Dallo sfruttamento lavorativo all'imprenditoria etnica”  33

61.   Pubblicazioni. Una esperienza migratoria  33

62.   Nuova Tessera dell'Associazione Internazionale "Pugliesi nel Mondo"  33

63.   Carmelo Vaccaro (SAIG): Basta litigi nei Comites eletti in Svizzera  33

64.   Celebrata a Catania  la XIX edizione della “Giornata del Siciliano nel mondo”. I 90 anni del Presidente Azzia  34

65.   Invito alle associazioni ad aderire agli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo  35

 

 

1.       EU-Kommission. Deutschland soll rund 9.000 Flüchtlinge nehmen  35

2.       Jesuiten-Flüchtlingsdienst: „EU-Quote viel zu niedrig“  35

3.       Frontex rettet etwa 4000 Flüchtlinge im Mittelmeer 36

4.       Referendum über EU-Austritt: Cameron schließt Millionen EU-Ausländer aus  36

5.       Tod im Mittemeer. Die italienische Flucht nach vorn  37

6.       Italien. Na bitte, geht doch! 37

7.       Deutschland in Turin. Giovanni di Lorenzo im Interview. „Der fehlerlose Mensch ist eine Utopie“  38

8.       Regionalwahlen in Italien. Der Traum von Normalität und Ordnung  39

9.       Zehn Milliarden Euro für Flüchtlinge  40

10.   Erstmals erforscht. Tote Bootsflüchtlinge bleiben meist unbekannt 40

11.   Merkel und Cameron betonen Reformbedarf der EU  41

12.   Flüchtlinge? Nicht der Rede wert...Afrikanische Medien berichten kaum über die Dramen im Mittelmeer. 41

13.   Bulgarien, Griechenland und Türkei kämpfen gemeinsam gegen irreguläre Migranten  42

14.   Zuwanderung. Diese Frau sagt, wer in Deutschland Asyl erhält 42

15.   EU-Minister verabschieden sich langfristig von 0,7-Prozent-Ziel 43

16.   FAO: Welthunger sinkt, Initiativen sollen steigen  44

17.   Die Logik des Barbarismus. Wie der „IS“ seinen Herrschaftsbereich mit Pragmatismus und Flexibilität ausweitet. 44

18.   Neuer Präsident Duda: Polen rückt nach Rechts  45

19.   Integration. Es ist die Sprache, stupid! 46

20.   Manifest der Vielfalt. Ausländer rein: Wie uns Integration gelingen kann  46

21.   Start-ups. Migranten haben mehr Mut zum Gründen als Deutsche  47

22.   „Vielfalt verbindet“ – Jobcenter und Polizei in Dortmund schließen Partnervereinbarung mit dem Land NRW   48

23.   Gut leben in Deutschland. Im Dialog mit der Bundeskanzlerin  48

24.   Niedrigste Geburtenrate weltweit - Demografischer Abwärtstrend gefährdet 49

25.   Diskiminierung von Ausländern? EU plant offenbar Klage gegen Pkw-Maut 49

26.   Was ist neu? Neuregelungen zum Juni 2015  49

27.   SPD-Konferenz „Verantwortungsvolle Flüchtlingspolitik“ mit Sigmar Gabriel 50

 

 

 

Mattarella: sull’emergenza immigrazione solo ora l'Europa inizia a sviluppare una politica comune

 

LONDRA - La gestione della crisi migratoria costituisce “un’urgenza epocale per le dimensioni del fenomeno e per la sua drammaticità, su cui l’Europa sta solo adesso iniziando a sviluppare una politica comune”. Ad affermarlo è stato ieri il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Matterella nel discorso alla London School of Economics di Londra sottolineando il “grande rammarico” legato “al ritardo con cui la macchina europea si è messa in moto. Troppi morti, purtroppo, sono stati necessari per risvegliare la nostra coscienza collettiva”.

Per Mattarella occorre interrogarsi, sulle ragioni di fondo dei fenomeni all'origine di una situazione che appare senza precedenti, se “non risalendo alla situazione dei profughi immediatamente successiva alla conclusione della Seconda guerra mondiale ed ai biblici movimenti di popolazione indotti dai processi di indipendenza di alcuni Paesi. Solo così le soluzioni e le politiche da mettere in atto potranno essere lungimiranti”.

In questa crisi “sono in gioco – ha spiegato il capo dello Stato - innanzitutto i nostri valori, quelli che ci hanno consentito, per la prima volta da secoli, di vivere per quasi 60 anni in un orizzonte di pace, libertà, democrazia e sviluppo sociale ed economico. Valori dei quali molti migranti che bussano alle nostre porte, non hanno mai potuto godere. La politica dell'accoglienza diventa così una sorta di specchio nel quale troviamo riflessa proprio la luce di tali valori, se essi, come io fortemente credo, costituiscono ancora la pietra d'angolo della nostra società”.

L'Europa – ha affermato il capo dello Stato - è “un ideale. Un sistema di valori basato sulla pace tra le sue nazioni, sulle libertà e sul rispetto dei diritti dei cittadini. E' l'essere punto di riferimento di questi valori che la indica come approdo per i tanti che fuggono dai loro Paesi, vittime di guerre, persecuzioni etniche e religiose, delle carestie e del sottosviluppo. E' questo che fa la differenza: l'affermazione dei principi dello Stato di diritto ha condotto il continente europeo ad essere la più grande area di democrazia mai esistita ed a propagare nei Paesi circonvicini l'obiettivo di raggiungere questi standard. La sua capacità di includere costituisce un modello sicuramente più efficace per affermare il valore della democrazia di quanto non lo siano velleitarie, ricorrenti, tentazioni di esportarla con interventi militari. La crisi migratoria ci interroga, inoltre, sia sulla mancata risoluzione dei grandi problemi che affliggono Paesi e popoli che vivono non lontano dalle nostre frontiere sia sulla nostra capacità di dare, insieme, risposte coerenti. Ed è proprio dall'area mediterranea che, in questo momento, giungono le minacce più pericolose per la nostra stabilità, minacce che necessitano di un'Europa forte e coesa in grado di parlare - ma soprattutto di agire – con una sola voce”. Per Matterella “alcuni passi sono stati compiuti in queste ultime settimane nella giusta direzione. Ci aspettiamo che queste decisioni si trasformino in normative concrete, sperabilmente incisive”, anche perché «la contrapposizione tradizionale tra le politiche intergovernative e la spinta comunitaria mostra tutta la sua sterilità” e “occorre evitare di guardare a possibili evoluzioni solo dal punto di vista dei ‘ritorni’, dei benefici a livello nazionale”.

Solo attraverso un “bilanciamento” tra iniziative di brevissimo termine e di più lungo respiro l'Unione Europea potrà infatti “essere all'altezza di un fenomeno, quello migratorio, che, come altre volte nella storia dell'umanità potrebbe raggiungere dimensioni epocali. Una incisiva politica estera dell'Unione, che sappia proseguire e potenziare le iniziative di stabilizzazione e pace in Africa e Medio Oriente, che promuova lo sviluppo in queste aree di confine, è la condizione essenziale da rispettare”. Raffaele Iaria, Migrantes on. 29

 

 

 

 

Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: “Migranti, in gioco il futuro della Ue”

 

ROMA - «È un buon inizio. Ma ora parte una trattativa delicata, complessa e piena di incognite». Paolo Gentiloni dopo una notte di trattative e di contatti con l’Europa, sceglie la linea del realismo. «La proposta della Commissione europea sull’immigrazione non va scambiata per una decisione finale. È un passo positivo, si fissa un principio nuovo. Ora però tocca agli stati membri. E sappiamo bene quanto siano forti le resistenze anche di Paesi importanti».

È mattina presto e il ministro degli esteri, chiuso nel suo ufficio alla Farnesina, aspetta l’ufficializzazione di una decisione che già conosce  e sposta l’obiettivo al vertice dei ministri degli Interni fissato per metà giugno. É quello il momento chiave. E in quella sede che l'Europa dovrà battere un colpo e dimostrare di avere «lungimiranza e consapevolezza della drammaticità del fenomeno immigrazione». È lì che si «dovrà dire a maggioranza sì alla condivisione delle quote di immigrati».

Perché questi dubbi?

Niente dubbi: oggi bene, poi vedremo. Conosco le resistenze all'idea che l'Unione europea possa imporre delle quote di accoglienza ai singoli Paesi. Ma ora parte il negoziato, ora comincia la partita vera.

Come giudica le timidezze di Francia e Spagna?

Non giudico, discuto con loro. E penso che un no di Francia e Spagna sarebbe francamente sorprendente. Sono due grandi democrazie con tradizioni di apertura e di diritti: come possono pensare di bloccare una scelta di condivisione europea solo perché questa comporta di accogliere seimila e quattromila migranti?

Un no dei 28 sarebbe un colpo duro per l'Italia?

Per l'Italia non è la frontiera del Piave: questa decisione è più importante per l'Europa che per noi. Sarò chiaro: la proposta della Commissione e un sì dei 28 non risolve il problema immigrazione, ma certo è un antidoto per la crisi di coscienza dell'Unione.

Ministro si spieghi.

 L'Unione prima di aiutare l'Italia, aiuta se stessa a essere Europa. Dire sì alla condivisione delle quote, significa passare, in questo campo, da una stagione dominata dagli egoismi e dalla dittatura dei regolamenti a un'altra stagione dove si reagisce insieme alle sfide politiche.

E allora qual è il messaggio all'Europa?

 Uno: l'egoismo rischia di far fallire un grande progetto. Due: il risveglio di coscienza europea non può esaurirsi in poche settimane. Tre: su immigrati e accoglienza l'Europa è chiamata a un contributo quasi simbolico, stiamo parlando di appena i110 per cento degli immigrati che arrivano sulle nostre coste. Numeri piccoli, ma una scelta che conta moltissimo.

Meno del 10 per cento?

 I numeri sono numeri: l'anno scorso sono arrivati 170mila immigrati e la proposta della Commissione parla di ricollocarne  per l'Italia 24 mila in due anni. Significa 12 mila l'anno: meno del 10 per cento.

 La proposta vale solo per gli immigrati arrivati da aprile. Ai quasi 100 mila immigrati arrivati prima e che sono in Italia pensa solo l'Italia? E ha la forza per farlo?

L'anno scorso abbiamo accolto 170mila immigrati, possiamo accoglierli anche quest'anno. Ma sarà dura, il sistema dell'accoglienza pesa sulla nostra finanza pubblica e l'Europa anche su questo può dare risposte e condividere responsabilità.

Chiederete più fondi?

 L'Europa è una super potenza. Nel suo bilancio dare un contributo di alcune centinaia di milioni ai Paesi impegnati in prima fila nell'accoglienza non creerebbe certo una voragine. E anche questo sarà un metro di misura di quanto si voglia rispondere all'emergenza considerandola europea e non solo italiana e greca.

 Bruxelles stanzia 60 milioni; l'Italia solo per il 2015 ne ha messi più di 800.

L'Europa fa bene a rivendicare il fatto che i fondi per Frontex siano stati triplicati, ma dobbiamo essere tutti consapevoli che abbiamo triplicato un investimento da tre milioni al mese. Oggi la Ue spende per Frontex nove milioni al mese, sono poco più di cento milioni ogni anno. Oggi non basta più. Oggi il contributo ai Paesi impegnati da protagonisti sul versante immigrazione può essere nell'ordine delle centinaia di milioni, non delle decine. Anche perché - insisto - siamo di fronte a una questione europea e la risposta non può essere solo italiana e greca.

C'è una soluzione al dramma immigrazione?

La soluzione consiste nel gestire e regolare il fenomeno senza drammi. Chi immagina di cancellare il flusso migratorio tra Africa e Europa dimostra di non conoscere il mondo. Le tendenze demografiche e le distanze economiche ci dicono che le migrazioni dall'Africa all'Europa ci accompagneranno peri prossimi anni. La sfida è intervenire sulle cause, è ridurre il flusso, è regolarizzarlo. Guai a illudere gli italiani che il fenomeno migratorio si possa risolvere bloccando i barconi e ributtando in mare migliaia di persone disperate che fuggono da guerre e povertà.

Il d tempo gioca a nostro favore?

Con il tempo il divario economico tra Africa e Europa diminuirà e questo sarà il motore di una riduzione dei flussi. Vent'anni fa parlavamo di boat people oggi non più. Abbiamo vissuto la stagione dell'immigrazione tra le due sponde dell'Adriatico, oggi non riempiamo più lo stadio di Bari di immigrati albanesi. La stabilità di un'area e la crescita economica porta a governare il fenomeno.

Ci crede davvero?

 Le cose cambiano con i processi storici. Qualche giorno fa il ministro degli Esteri messicano mi spiegava come i flussi di transito al confine tra Usa e Messico siano oggi a saldo zero: tanti escono e tanti tornano. E questo non succede perché gli Stati Uniti hanno alzato mura invalicabili, ma perché sono cambiate le condizioni economiche del Messico che oggi vive una stagione di imponente crescita economica. Ma ora mi faccia sottolineare ancora un punto: l'immigrazione ha dei riflessi positivi, gli immigrati sono una risorsa. Perché ci sono lavori che italiani non vogliono più fare e perché i soldi che i lavoratori-immigrati mandano nei loro Paesi sono un modo per far fare a quei Paesi un passettino avanti.

Immagino Salvini...

 Ognuno potrò fare la propaganda anti-immigrati che crede; è una moneta che in questi mesi circola in Europa. Ma un governo come il nostro non la spende, non la usa, non la trasforma in moneta da campagna elettorale.

A quando una decisione Onu sul contra - sto agli scafisti?

 Le dinamiche al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non sono rapide e non sono semplici, ma noi stiamo lavorando su un testo che verrà presentato dalla Gran Bretagna. I contatti con russi, cinesi, europei e americani sono continui e questo lavoro potrà portare a un risultato positivo.

II 2 giugno va in scena a Parigi il vertice dei ministri degli Esteri della coalizione anti Is: i terroristi si fermano con le armi?

La risposta militare è in corso: la coalizione interviene con raid aerei, non con militari sul terreno. Stiamo combattendo il terrorismo, ma anche facendo i conti con le conseguenze della stagione dell'interventismo americano. Fine anni Novanta, George W. Bush. Quella stagione ha portato a vittorie militari, alla deposizione di tiranni, ma anche alla distruzione di qualsiasi struttura, anche politica, in quei Paesi. Il saldo non può essere considerato positivo.

Quale può essere il piano che prenderà forma a Parigi? Quale la strategia?

 L'Iraq che vuole vincere l'Is non può puntare solo sulle milizie sciite; deve lavorare perché al loro fianco si schierino l'esercito regolare, le comunità sunnite e i curdi. Se diventa una guerra tra milizie sciite e Is il rischio è regalare ai terroristi il consenso della comunità sunnita irachena e questo sarebbe un drammatico errore. Allora ecco la sfida di Parigi: moltiplicare gli aiuti al governo di Baghdad e moltiplicare il pressing affinché coinvolga sunniti e curdi.

Terrorismo e cristiani perseguitati sono le due facce di un dramma e il mondo sembra non capirlo.

L'Italia c'è e i ripetuti appelli di Papa Francesco hanno risvegliato le coscienze. Ma anche su questo abbiamo il dovere di essere onesti, di dire la verità fino in fondo: l'emergenza è ancora Iì. In Iraq e in Siria c'è una situazione complicata, l'Is avanza e la reazione è timida. E, intanto, le comunità cristiane più disperse e più piccole vivono un dramma forse irrisolvibile: sarà terribilmente difficile ricucire le ferite, ridare un futuro a chi ha perso una casa e una terra. Quelle comunità vanno seguite, aiutate, consapevoli che anche una vittoria militare sull'Is non basterà per ridar loro automaticamente un futuro. Solo una pace stabile può ridare serenità ai cristiani d'Oriente la cui presenza è vitale per l'avvenire della regione. Arturo Celletti, Avvenire 28 maggio

 

 

 

 

Ma Bruxelles deve cambiare strategia

 

La Grecia ha ribadito che non pagherà le prossime rate del debito. Cresce il pericolo di insolvenza. L’Ue non è riuscita a spiazzare i ricatti di Atene con un atteggiamento innovativo, portando la trattativa sui piani di sviluppo di lungo periodo, senza i quali la politica greca non vede i vantaggi di riforme e austerità. Bruxelles non ha forza unitaria e autorevole. Ha attivismo controverso, potere incoerente. Ha cocciutamente bocciato una riforma per ridurre l’evasione Iva in Italia, ma non può combattere l’elusione fiscale di tutt’Europa uniformando la tassazione sulle società e la finanza. Ha deciso la distribuzione per quote degli immigrati nei Paesi membri ed è stata subito smentita addirittura dalla Francia, che può minacciare di richiudere le frontiere. 

 

L’integrazione europea vive uno strano momento. Da un lato non se n’è mai sentito maggior bisogno: per la crisi greca e per quella ucraina, per le migrazioni, il terrorismo, le tragedie mediorientali, i traumi della concorrenza globale. Dall’altro non sono mai stati così intensi la disaffezione per l’Ue, il ritorno al nazionalismo, la tentazione di rispondere alle sfide chiudendosi invece di unirsi.  

Il momento è strano anche perché l’integrazione ha fatto progressi negli ultimi anni, proprio quando è stata più criticata, sia dagli anti-europeisti che dagli europeisti insoddisfatti. Fondi in comune per salvare dal fallimento alcuni Paesi, flessibilità nel disciplinare le finanze pubbliche, nuovi ruoli della Bce, Parlamento più potente ed eletto indicando anche il presidente della Commissione. Eppure molti pensano che l’Ue sia burocrazia inutile, unione monetaria artificiosa, austerità fiscale controproducente. 

 

Perché finisca il disordine di questo strano momento e l’Europa non denudi, disfacendosi, la debolezza dei suoi membri, occorre un salto di qualità nell’integrazione. Un salto concreto e ben visibile dall’opinione pubblica. C’è l’occasione: il Consiglio Europeo di giugno ha in agenda la ripresa del progetto di rafforzamento del governo dell’eurozona. Ma c’è il rischio di sprecare l’occasione, in almeno quattro modi.  

 

Primo: acuire le tensioni che dividono, sul piano economico, soprattutto il nord dal sud dell’Ue e, su questioni più politico-strategiche, l’est dall’ovest. Se si bisticcia non si accelera l’unità. Secondo: esaurirsi nell’affrontare convulsamente l’emergenza, dalla Grecia all’immigrazione. Senza accelerare l’integrazione le soluzioni di emergenza rimangono fragili. Terzo: insistere nell’idea che l’Europa si fa con piccoli passi, soprattutto economici, che i salti sono utopici o pericolosi. In realtà i prossimi passi di integrazione economica, compresa la possibilità di gestire meglio casi come quello greco, richiedono sforzi schiettamente politici. Quarto: aver paura di cambiare i Trattati, di finire in litigi dilanianti. 

 

Ma per uscire dall’impasse in cui si trova oggi l’Ue serve proprio una schietta riapertura della discussione sui Trattati, su cosa vuole diventare l’Ue nel lungo periodo, su quali poteri gli Stati nazionali vogliono cedere a Bruxelles, su come dare legittimazione democratica a un governo europeo più potente. Rimandare queste scelte fa arretrare l’integrazione e dà ragione a chi la combatte o non la crede possibile.  

 

E’ auspicabile che il Consiglio di giugno vinca ogni timidezza e, accanto a decisioni specifiche e possibili con Trattati invariati, dia avvio alla Conferenza Intergovernativa necessaria per la loro riforma. Una Conferenza di alto profilo, con un’agenda iniziale ampia e generale, che potrebbe durare anche un paio d’anni e costituire la sede progettuale di un’Europa che sa comunicare anche mediaticamente i suoi sforzi e le sue ragioni di integrazione a chi finora la considera inetta o dannosa.  

 

Nell’agenda della Conferenza dovrà esserci anche l’evoluzione della differenza fra area dell’euro e resto dell’Ue. Un’eurozona più integrata, anche politicamente, mentre al suo esterno le cose potranno andare in senso opposto, fino a ridurre l’obiettivo a quello di un mercato comune. Ciò chiarirà il rapporto col Regno Unito ed eliminerà gli equivoci che generano tensioni fra Bruxelles e Paesi come la Polonia, l’Ungheria, la stessa Grecia. Chi sceglierà di rimanere nell’euro saprà che si lavora solidali per lo sviluppo, su molti fronti e senza frontiere.  

 

La goffaggine della trattativa con Atene è solo una delle molte ragioni per volere un’Ue più intenta a discutere con trasparenza il suo futuro, alzando la qualità del dibattito con cui oggi è trattata dall’opinione pubblica. Sarebbe bello vederla subito così dopo il Consiglio di giugno, magari con l’Italia in prima fila nel vincere ogni altrui esitazione a tentare il salto di qualità. Franco Bruni  LS 25

 

 

 

 

 

 

L’Ue allarga Triton: “Ricerca e soccorso” fino a 138 miglia

 

Via libera del collegio dei commissari europei all’Agenda sui migranti. Garantiti 100 milioni l’anno alla missione di ricerca e salvataggio – Marco Zatterin

 

BRUXELLES - Triton raggiunge Mare Nostrum e ne diventa la copia in salsa europea. Non solo avrà la stessa dote finanziaria (100 milioni l’anno), ma Frontex - l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere comuni - ha annunciato ieri l’estensione sino a 138 miglia dell’area operativa della missione di «Search & Rescue» nel Mediterraneo. Vi parteciperanno tre aerei, sei navi d’altura, dodici pattugliatori, due elicotteri e quindici team di esperti provenienti da tutta Europa, meno che da Ungheria, Slovacchia e Bulgaria. In giugno la Commissione verserà il primo assegno da 26,5 milioni, mentre sarà creata una base operativa nella Trinacria che coordinerà gli sforzi delle nostre autorità con Europol, Eurojust e l’Ufficio per l’Asilo. 

 

Oggi è arrivato anche il via libera del collegio dei commissari alla parte operativa dell’Agenda per l’Immigrazione, strategia che - ammette con onestà e pragmatismo Federica Mogherini, alto rappresentante europeo per la Politica estera, «non è perfetta, ma rispetto a quello che c’è oggi è sicuramente una rivoluzione». In effetti è l’inizio di una politica comune che mancava. Rafforza Triton, imposta un’operazione navale nel Mediterraneo, e in prospettiva punta a rivedere le regole «di Dublino», che impongono il principio del porto più vicino per l’accoglienza dei ripescati. 

 

1 - Il piano introduce un meccanismo che obbliga gli Stati ad assorbire «pro quota» i migranti sbarcati in Grecia e Italia, a patto che abbiano diritto alla protezione. Ne prenderanno 40 mila - 24 mila da noi e 16 mila dai centri ellenici - il che non cambia le cose, ma segna un precedente rilevante. Lo schema potrebbe essere in vigore da luglio, per due anni, con l’auspicio che venga sostituito da un meccanismo permanente. Riguarderà chi ha diritto di tutela e asilo. I clandestini che andranno respinti.  

 

2 - Saranno accolti i cittadini dei Paesi da quali viene riconosciuto il diritto di asilo in almeno il 75% dei casi, siriani ed eritrei, soprattutto. Per avviare la distribuzione, entro un mese dall’approvazione del provvedimento, l’Italia dovrà inviare a Bruxelles una strategia mirata e calendarizzata per sull’accoglienza dei migranti. La Germania alleggerirà i nostri centri raccolta di 5258 unità, la Francia ne prenderà 4053. I contrarissimi lituani ne avranno 302, i furiosi ungheresi 496. 

 

3 - Ci saranno controlli sull’operato di Grecia e Italia. I due paesi dovranno scrivere un rapporto trimestrale sull’attuazione degli impegni. In caso di irregolarità - ad esempio nell’identificazione e nella redazione del profilo - il meccanismo potrà essere sospeso. Il testo in esame stamane, ricorda che la presenza delle impronte digitali è condizione indispensabile per concedere la protezione e partecipare alla riallocazione.  

 

4 - Oggi comincia l’esame politico. Dopo il via libero del collegio dei commissari, la proposta passa ora al Parlamento europeo. Servirà a testare gli umori contrari (Parigi e Budapest) e scettici (spagnoli e belgi). Tornata decisiva il 15 giugno, con la riunione dei ministri degli Interni Ue. L’intera manovra dovrà poi passare a vertice del 25-26 giugno. L’obiettivo è passare dalle ai fatti con luglio. Sempre che i governi riescano a tenere fede alle tante promesse di solidarietà. LS 27

 

 

 

 

Il Cir sulle decisioni della Commissione Europea in materia di asilo e di salvataggio in mare

 

“Passi avanti nella giusta direzione. Le istituzioni europee percorrano con più coraggio la strada per aprire canali di ingresso legali e per dare una risposta effettiva alle crescenti necessità di protezione”

 

ROMA - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati accoglie con moderata soddisfazione le proposte approvate oggi dalla Commissione Europea in materia di asilo e di salvataggio in mare, che traducono in possibili azioni alcune delle richieste che le associazioni di tutela italiane ed europee hanno richiesto negli ultimi mesi. Lo afferma in una nota il Cir . In primo luogo - prosegue il comunicato - è assai rilevante l’estensione del mandato territoriale e della capacità finanziaria delle missioni Triton e Poseidon realizzate da Frontex. “Una delle richieste più pressanti nel corso di questi mesi – ricorda  il direttore del Cir Christopher Hein - è stata la ripresa della missione Mare Nostrum in chiave Europea. Con l’ampliamento delle missioni di Frontex oggi definito, che prevede la stessa copertura geografica di Mare Nostrum e una dotazione finanziaria che è minimo la stessa, e con la chiara esplicitazione della funzione di search and rescue  tra i compiti prioritari della missione europea dobbiamo dire che è stato raggiunto un importante obiettivo per ridurre il rischio di morti in mare”.

“Per quanto riguarda, invece, il tema delle ‘quote’ obbligatorie – prosegue Hein - sulla base delle quali devono essere ridistribuiti i richiedenti asilo in chiaro bisogno di protezione internazionale che arrivano in Grecia e in Italia, ci sono diverse prospettive attraverso le quali guardare a questo sistema: quella europea, quella italiana e quella del richiedente asilo. Dal punto di vista europeo, questa introduzione sembra essere la prima vera deroga del Sistema Dublino e da questa prospettiva è di importanza fondamentale. Per l’Italia, la possibilità di trasferire 24.000 richiedenti asilo in 2 anni può aiutare a decongestionare un sistema in affaticamento, sia per quanto riguarda l’accoglienza che l’analisi delle domande d’asilo. Invece dal punto di vista dei richiedenti asilo temiamo che questo sistema non sia utile. Se nello stabilire i Paesi verso cui dovranno essere trasferiti non si prenderanno seriamente in considerazione i loro legami familiari, culturali e le loro potenzialità di integrazione, crediamo che questi trasferimenti si concluderanno in un fallimento. Dopo poco tempo gli stessi rifugiati cominceranno ad andare verso altri paesi dell’Unione, accrescendo ancor di più i movimenti secondari. Crediamo che i 6mila euro a persona che l’Unione Europea prevede per gli Stati che prenderanno in carico i richiedenti asilo, debbano essere utilizzati per strutturare dei credibili programmi di integrazione. Il Cir vede, inoltre, con perplessità il fatto che la selezione dei richiedenti asilo da trasferire avvenga in base alla loro nazionalità , solo siriani ed eritrei, quando il quadro internazionale di protezione parte sempre dalla situazione individuale e non da quella dei gruppi nazionali. Infine, altra introduzione positiva, il programma di reinsediamento per 20mila rifugiati. Lascia però perplessi - conclude Christopher Hein  - sia il numero francamente troppo piccolo previsto, sia l’adesione degli Stati membri su base volontaria. Questo è un primo passo, anche se piccolo, nella giusta direzione. Chiediamo ora che le istituzioni europee percorrano con più coraggio la strada per aprire canali di ingresso legali per dare una risposta effettiva alle crescenti necessità di protezione: dovrebbero essere fortemente potenziati i programmi di reinsediamento, attivati programmi di ammissione umanitaria e di sponsorship, creati i presupposti per poter richiedere asilo dai paesi di origine e di transito”. (Inform 27)

 

 

 

 

La mafia in Germania. Intervista a Nando Dalla Chiesa

 

Berlino  - "Il rapporto dell’Ufficio di polizia criminale federale (BKA) che è stato presentato nell’ottobre dello scorso anno ha riscontrato un aumento della criminalità organizzata in Germania. Sebbene gli omicidi di mafia a Duisburg nel 2007 avevano suscitato grande attenzione mediatica, il tema in generale è poco presente nel dibattito politico e nei media, anche se la ricerca cooperativa sulla mafia in Germania, tra WDR/Der Spiegel e la Funke Mediengruppe, ha presentato risultati inquietanti. Le attività della mafia in Germania vengono sottovalutate, le loro modalità d’azione sono poco conosciute e, nell’opinione pubblica, la mafia è ancora percepita come un fenomeno del sud d’Italia. Per questo motivo i mafiosi possono agire indisturbati, anche per la ragione che mancano gli strumenti legali per intervenire in modo efficace". Per sollecitare il dibattito e meglio comprendere il fenomeno criminale in terra tedesca Katja Scheel ha intervistato Nando dalla Chiesa, figlio del noto generale Alberto dalla Chiesa, ucciso dalla mafia, oggi politico e attivista contro la mafia. L’articolo, che riportiamo di seguito, è stato pubblicato oggi sulla home page del portale di informazione bilingue ildeutschitalia.com, diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

"La Germania è obbligata ad implementare la direttiva 2014/42 del Parlamento Europeo sul "congelamento e confisca dei beni proventi da reato" entro l’ottobre del 2016. Su questa materia si è anche concluso un accordo nel contratto di coalizione tra CDU/CSU e SPD che prevede l’inversione dell’onere di prova. Ma l’anno scorso, il portavoce per la politica interna della frazione CDU-CSU nel Bundestag nonché la commissaria federale per le droghe (CSU), hanno richiesto al Ministero di Giustizia (SPD) di metterlo in atto più celermente. Adesso, dal primo gennaio, un gruppo di lavoro all’interno del Ministero, si sta occupando del tema, analizzando le varie problematiche. Si sottolinea il dialogo con esperti del campo. Vengono presi in considerazione anche i codici penali stranieri. In base a tutto ciò, una bozza di legge sarà presto presentata.

Il sociologo e attivista antimafia italiano Nando dalla Chiesa (politico, autore, attivista antimafia, figlio del generale Alberto dalla Chiesa, ucciso dalla Mafia. Insegna sociologia della criminalità organizzata all’università di Milano) considera la Germania il Paese europeo più a rischio d’infiltrazione mafiosa.

 

Gli abbiamo posto alcune domande.

D. Signor dalla Chiesa, lei insegna sociologia della criminalità organizzata all’università di Milano. Come può contruibuire una prospettiva sociologica alla comprensione migliore della mafia?

R. Può contribuire perché la mafia non è una organizzazione criminale e basta. Non è una normale organizzazione criminale, ma ha radici sociali, ha rapporti con le culture e gli ambienti circostanti, ha rapporti con la politica, sta dentro la storia dell’Italia e ha un peso nella storia dell’Italia. Quindi la sociologia serve a spiegare questi rapporti.

D. La Germania viene vista come il Paese più infiltrato dalla mafia in Europa. Come si puo spiegare questo?

R. Si spiega con il fatto che la Germania è un Paese dove c’è stata molta emigrazione italiana nei paesi del sud; è un Paese molto ricco che offre molte opportunità ed è naturalmente vicino all’Italia. Ed è dentro la EU da sempre. Quindi anche gli scambi sono piu facili, i movimenti di persone o di capitali sono più naturali. Ma soprattutto c’è questa vecchia radice di migrazione verso la Germania occidentale, che ha poi consentito la costituzione di nuclei di organizzazioni mafiose ben protette, ben nascoste dentro l’immigrazione. Ad esempio ci sono delle attività come le pizzerie e non è strano che ci siano dove ci sono tanti immigrati che vengono da quella Regione. Peró le pizzerie vengono aperte dalla ‘ndrangheta, la quale se le apre, lo fa con degli obettivi particolari e finiscono in mezzo alle altre pizzerie, quindi non è una ragione di preoccupazione.

D. Questo vale anche per la Germania dell’Ovest?

R. Certo è l’origine storica dei molti legami, delle molte reti che si sono stabilite tra i paesi sopratutto dell’Aspromonte, dello Ionio, della Calabria e le aree industriali o minerarie della Germania dell’Ovest. Con la Germania dell’Est il capitolo si è aperto dopo la caduta del Muro e, quindi, con l’intuizione delle organizzazioni mafiose che ci sarebbe stato un terreno ideale per investire i propri capitali, senza controlli politici, col bisogno di questi capitali e con disordine sociale che si sarebbe generato con la crisi di un potere politico così granitico. E hanno visto giusto: i loro capitali sono stati accolti, ce n’era bisogno, non avevano concorrenza; e sono riusciti ad imporsi abbastanza velocemente con dei meccanismi già sperimentati. Qui sono proprio due fasi. Tant’è che nell’Est arrivano anche clan della provincia di Cosenza che non erano una forza storica, anzi sono diventati forti in Germania.

D. Quale importanza ha il paese d’origine di questi clan?

R. Ha un’importanza decisiva, perché la loro forza sta proprio nella compattezza che nasce dalla condivisione dell’origine geografica, è dire poco: è un’origine di vita, di famiglie, di culture, di rapporti di parentela. Senza il paese di provenienza un’organizzazione mafiosa, soprattutto di origine calabrese, sarebbe molto più debole. Il paese dà la forza, ecco… il riferimento al paese, anche quando il paese è molto piccolo, con una popolazione di 3-4mila abitanti.

D. Lei sta parlando della ‘ndrangheta, la criminalità organizzata dalla Calabria. Si dice che è l’organizzazione più potente e che sia ben radicata anche nel Nord dell’Italia adesso. Quali sono le loro caratteristiche principali?

R. Sono una fortissima coesione interna, un riferimento a valori ancestrali, antichi, che vengono anche trasferiti sul piano religioso, delle immagini religiose più che con Cosa Nostra o con la Camorra. E una capacità di amministrare la violenza, la saggezza nell’uso della violenza, una capacità di costruire forze economiche facendo lavori di basso profilo e una forte tendenza alla conquista del territorio, cioè una vocazione colonialista.

D. Ma di solito qui non si parla di attività economiche di basso profilo. Si parla di miliardi di capitali dal traffico con la droga; tutto questo è una percezione errata?

R. Il traffico di droga è l’attività illegale. Le attività legali che vengono svolte, magari anche riciclando, sono invece in genere di basso profilo. Sono quelle che non richiedono delle competenze tecniche, economiche particolari, professionali particolari per cui basta prendere un camion, oppure organizzare una cooperativa di catering, oppure una pizzeria o una cooperativa di facchinaggio, di pulizie. Queste attività legali che vengono svolte oppure fornire una protezione ad una discoteca. Non ci vuole molto. Basta saper usare la forza fisica, o l’intimidazione fisica.

D. Si possono identificare analogie tra la loro strategia di conquista nel Nord dell’Italia e in Germania?

R. Sì, i meccanismi sono gli stessi. Sono stati sperimentati lungamente, c’è una sapienza della conquista coloniale, perché si può partire in modi diversi, ma si sa, quando si è partiti in un certo modo, che cosa bisogna fare, poi, per allargarsi. E c’è una grande capacità di costruire relazioni con il mondo esterno. È una contraddizione che è una loro forza: essere un mondo chiuso, ma con moltissime relazioni; cioè essere anche molto aperto, chiuso al proprio interno e aperto verso l’esterno.

D. Vuol dire che in Germania sono persone ben integrate nella comunità locale?

R. Sì. Conoscono in tutti gli ambienti le persone a cui rivolgersi: in ambiente dell’Amministrazione, delle professioni della politica, delle banche, dei servizi. È una loro capacità: studiare gli ambienti di cui hanno bisogno, poi scegliere le persone, oppure far inserire in quegli ambienti le persone che sono loro più vicino". Katja Scheel,  ildeutschitalia (aise 28) 

 

 

 

 

Conferito a Laura Garavini il titolo di Commendatore della Repubblica Federale Tedesca

 

Per il suo impegno per l’Europa e contro la criminalità organizzata

 

"È una grande europeista e una straordinaria costruttrice di ponti tra l’Italia e la Germania". Con queste parole il Vice Ministro all'Europa, Michael Roth, ha consegnato a Laura Garavini giovedì 28 maggio il titolo di Commendatore della Repubblica Federale Tedesca, “das Grosse Bundesverdienstkreuz”, attribuito alla deputata PD dal Presidente della Repubblica Joachim Gauck.

 

Nella laudatio pronunciata nella Residenza dell'Ambasciatore tedesco a Roma, il Viceministro Roth ha sottolineato l’impegno di Laura Garavini per un'Europa più solidale, il suo lavoro per un rapporto d’amicizia fra Italia e Germania e anche il suo impegno contro la criminalità organizzata in Europa. “È un’amica fidata e una coraggiosa donna politica che ha veramente a cuore l’Europa. Soprattutto nei momenti difficili tra Italia e Germania è stata una paziente traduttrice e una saggia analista”, ha detto il Vice Ministro all’Europa tedesco.

 

Laura Garavini nel suo discorso si è detta convinta che i problemi in Europa si risolvono solo insieme e con comprensione reciproca: “Insieme dobbiamo creare un'Europa più solidale. L’attuale crisi si supera solo in modo solidale”. I movimenti populistici anti-europei che crescono in tutti i Paesi europei non saranno in grado di garantire un futuro migliore alle prossime generazioni. “Dobbiamo diffondere con una voce ancora più forte il messaggio che l’Europa non è il problema, ma che l’Europa è la soluzione”, ha ribadito Laura Garavini alla presenza di numerosi rappresentanti italiani e tedeschi dal mondo della politica e della cultura.

Laura Garavini fa parte dell’Ufficio di Presidenza del gruppo del Partito Democratico alla Camera con delega all'Europa. È stata coordinatrice del Comitato "Lotta alla criminalità mafiosa su base europea e internazionale" in occasione del Semestre di presidenza italiana dell'Unione europea. Prima del suo ingresso in Parlamento ha vissuto in Germania dove ha fondato l’associazione per la legalità “Mafia? Nein Danke!”

 

Originaria di Vignola, in provincia di Modena, sposata e mamma di una figlia sedicenne, Laura Garavini si definisce una "europea italiana". Laureatasi con lode in Scienze politiche a Bologna, ha lavorato all’Università di Kiel ed è stata responsabile di un progetto del Governo tedesco per l’integrazione e la qualificazione professionale di giovani italiani. Oggi capogruppo del PD in Commissione Antimafia.

"Fiera delle sue radici semplici" e contadine, nel 1989 Laura Garavini si trasferisce all’estero. Il muro di Berlino è appena caduto e l’Europa offre un orizzonte allargato. Nel 2000 diventa responsabile di Patronato a Berlino e promuove, in collaborazione con il Consolato e con gli Uffici del lavoro tedesco, consulenze per la ricerca di un’occupazione e per la formazione lavorativa degli italiani a Berlino, una città che in quegli anni vive un livello di disoccupazione molto alto. Dal 2004 è anche dirigente della UIM-Unione Italiani nel Mondo.

Nell’agosto del 2007, subito dopo l´attentato della ‘ndrangheta a Duisburg, dà vita all’iniziativa "Mafia? Nein, danke!", che, sul modello di "Addiopizzo", aiuta ristoratori e piccoli imprenditori italiani in Germania a denunciare intimidazioni di stampo mafioso: così vengono arrestati a Berlino due taglieggiatori. Le autorità tedesche apprezzano il lavoro dell’associazione fondata da Laura Garavini e segnalano "Mafia? Nein danke!" ad Eurojust, come un buon esempio di impegno della società civile in Europa.

Nell’aprile del 2008 si candida con il Partito Democratico alle elezioni politiche per la circoscrizione estero in Europa e risulta in Germania la più votata, con 25.070 preferenze. Nel 2013 viene rieletta con 37.813 voti, di nuovo il miglior risultato fra i candidate dalla Germania.

Laura Garavini è una degli artefici del codice etico antimafia per le liste pulite. Alcune delle sue proposte di legge sono state recepite in importanti provvedimenti approvati nel corso del Governo Monti, in particolare la legge sull’incandidabilità dei condannati e contro la corruzione. È stata tra i primi firmatari delle leggi per l’abolizione del vitalizio dei parlamentari, per l’introduzione delle quote rosa nei consigli di amministrazione delle grandi società per azioni, per la previsione di agevolazioni fiscali per gli italiani che rientrano in Italia (la legge "Controesodo") e per gli aiuti alle vittime delle stragi nazifasciste.

Nel marzo 2014 è diventata coordinatrice del Comitato "Lotta alla criminalità mafiosa su base europea e internazionale" in occasione del Semestre di presidenza italiana dell’Unione europea.

 

Recentemente la parlamentare PD è stata in missione in Sicilia con l’intergruppo di amicizia italo-tedesco, di cui è presidente. “Sia i colleghi tedeschi che italiani sono rimasti molto impressionati dalla professionalità degli uomini della nostra Marina e dell'Aereonautica, impegnati nelle operazioni di soccorso in mare ai migranti. E la cosa che più ci ha colpito è anche una profonda umanità e rispetto della dignità di ogni singolo cittadino. Voglio esprimere, a nome di tutta la delegazione, la nostra riconoscenza non solo per l'accoglienza a bordo che ci hanno riservato, ma soprattutto per lo straordinario lavoro che svolgono quotidianamente. A tutti i componenti dell'equipaggio un grazie sentito”.  Lo ha detto Laura Garavini a bordo della nave Fasan della Marina Militare durante un pattugliamento nel Mar Mediterraneo. La visita alla Nave Fasan ha fatto parte del programma della missione in Sicilia dell’Intergruppo, che si è svolta congiuntamente alla missione dell’omologo intergruppo tedesco-italiano del Parlamento tedesco, guidato dall’On. Lars Castellucci.

 

La deputata PD ha aggiunto: “Il nostro Paese ha fatto tanto per salvare la vita a un grandissimo numero di profughi. E continua a fare tanto. Ora però serve un segnale chiaro di condivisione delle responsabilità da parte dell’Europa. Faccio mie le parole del collega Castellucci: gli altri stati membri europei devono fare di più. Bisogna al più presto costituire un sistema di quote, che preveda in modo proporzionale per ogni Paese membro  il compito di accogliere una parte dei tantissimi profughi che sbarcano nel Mediterraneo”.

A Catania la delegazione ha incontrato il Sindaco della città, Enzo Bianco, ha visitato un centro di accoglienza per profughi e ha condotto un briefing con le autorità di polizia e la Prefetto. Hanno fatto parte della delegazione italo-tedesca i parlamentari di diversi gruppi politici: Marian Wendt, Lisa Paus, Ronja Schmitt, Stephan Meyr, Matthias Schmidt, Francesco Molinari, Florian Kronbichler, Alberto Bombassei, Luis Orellana. De.it.press

 

 

 

 

 

 

Acli-Baviera: "Memoria é debito inestinguibile"

 

In un’Europa moderna, unita da forti vincoli politici ed economici,in processi d’integrazione sempre più coinvolgenti, l’inviolabilità della dignità umana, la democrazia   pienamente vissuta,la tolleranza e la solidarietà restano valori quotidianamente da riconquistare,così come,proprio oggi,le atrocità ed ingiustizie, le violenze e le guerre, il fondamentalismo terrorista islamico, rappresentino monito e pietra angolare dell'impegno della societá civile a fornire adeguate soluzioni ai flussi di profughi che da quelle regioni disastrate cercano un'alternativa di  esistenza che non si confronti con la morte. L'incontro che le ACLI, a Roma, hanno celebrato con il Santo Padre Papa Francesco, nelle scorse ore, ha riaffermato il senso vivo della nostra Associazione, un umile, laborioso servizio  ai valori della vita.

Le ACLI Baviera ricordano in questo percorso d’identità collettiva l'anneversario, il 23°, dell’assassinio dei Giudici Falcone e Borsellino, caduti per mano della mafia nella lotta per l’affermazione della giustizia e della società civile.

Anche se oggi non vi è tra noi quel moto d’indignazione di allora,siamo convinti che il ricordo del dolore non si sia assopito e che le tracce di tanta inverosimile viltà non siano cancellate. Le ACLI Baviera desiderano contribuire a rendere questa memoria responsabilità comune, diffusa e popolare, perché radicata nei cuori degli uomini di buona volontà. Se gelosamente conservata sarà capace di generare nuova passione umana e civile per alimentare una speranza condivisibile. Ma la memoria interpella anche il ruolo delle Istituzioni, perché ad esse è affidato precipuamente il compito di sostenere e forse anticipare la memoria collettiva di una Comunità,nei loro gesti vi è una valenza pedagogica fondamentale. La memoria costituisce il debito inestinguibile da pagare verso questi Eroi e Martiri della democrazia.Essa non ci rende prigionieri del passato,se riappropriarsi del ricordo del patire e delle speranze spezzate spinge ad impegnarsi oggi per una nuova stagione di libertà e liberazione.

Carmine Macaluso, Acli-Baviera

 

 

 

 

 

La “Lunga Notte” ad Amburgo dei Consolati e degli Istituti di Cultura

 

Organizzata dal Senato della città Anseatica nell’ambito della Settimana Europea

Porte aperte all’Istituto Italiano di Cultura che ha accolto il pubblico con un ricco programma

 

Amburgo - Sono state più di trecento le persone che hanno visitato giovedì 21 maggio, l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, che ha partecipato alla “Lunga notte dei Consolati”, giornata di “porte aperte” organizzata dal Senato della Città Libera ed Anseatica nell’ambito della “Settimana Europea”. All’iniziativa, giunta alla quarta edizione, hanno preso parte 25 Consolati e 6 Istituti Culturali, che dalle 18.00 alle 22.00 hanno aperto le loro “porte” al pubblico amburghese, dandogli la possibilità di conoscere sia le attività svolte quotidianamente, come ad esempio i servizi consolari, sia offrendogli un viaggio culturale e culinario all’interno del proprio Paese. Il pubblico ha avuto la possibilità di ascoltare concerti, di guardare mostre e film, di partecipare a conferenze o a discussioni ed anche a danze folcloristiche come nel Consolato messicano e indonesiano, visitare mercatini artigianali ed assaggiare specialità culinarie come le tortillas messicane, le tapas spagnole o la birra della Namibia.

L’Istituto Italiano di Cultura, per la prima volta in collaborazione con il Consolato Onorario che ha iniziato la sua attività il 15 settembre 2014, ha accolto il numeroso pubblico con un programma ricco e variegato: l’inaugurazione della mostra “Tracce dantesche”, ricezione dell’Inferno di Dante nell’opera di due tra i più significativi illustratori italiani contemporanei, Lorenzo Mattotti e Emiliano Ponzi (organizzata in collaborazione con l’IIC di Berlino), i tre intermezzi musicali, uno ogni ora, con il pianista Andrea Merlo e il soprano Tamara Smyrnova e la degustazione dei vini della Cantina Possessioni della famiglia Serego Alighieri, eredi del Sommo Poeta, offerti con stuzzichini dal Consolato Onorario. La serata è stata inoltre sostenuta da Illy caffè, che ha offerto i suoi prodotti nelle tazzine create appositamente per Expo Milano 2015.

Le più di trecento persone entrate all’Istituto Italiano di Cultura, tra cui personalità come Horst-Michael Pelikahn, Assessore alla Cultura della Città di Amburgo, Uwe Ram, direttore del dipartimento della cooperazione internazionale del Senato di Amburgo, Henrik Lesaar, direttore dell’ufficio per le politiche europee del Senato di Amburgo, diversi Consoli e rappresentanti dei Consolati e degli Istituti culturali presenti ad Amburgo, hanno passeggiato negli spazi della sede dell’Istituto, una villa costruita nel 1911 nel quartiere Rotherbaum, hanno visitato il caffè letterario e la biblioteca, con i suoi 12.000 volumi, hanno ricevuto informazioni sui corsi di lingua italiana offerti dall’Associazione “Amici dell’Istituto Italiano di Cultura”, hanno giocato con la “Ruota della fortuna italiana” e in generale hanno ricevuto informazioni sulle attività dell’Istituto e del Consolato Onorario di Amburgo.

La giornata delle porte aperte ha riscosso un grande successo, riportato anche dalla stampa locale: la NDR (Norddeutscher Rundfunk) e l’Hamburger Abendblatt hanno dedicato ampio spazio all’evento. Beatrice Virendi, Inform 26

 

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 7 giugno 2015, c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) Mostra archeologica "Die Griechen in Italien"

Organizza: Staatliche Antikensammlungen

 

* fino al 25 giugno 2015, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Mostra fotografica di Matteo Chincarini: "Milano 1909-2015: evoluzione di una città" Organizzatori: IIC e Forum Italia e.V.

 

* fino al 4 ottobre, di domenica, alle ore 12:00, c/o Asamkirche Maria de Viktoria (Neubaustr. 1 1/2, Ingolstadt) Rassegna: "Orgelmatinee um Zwölf". Ingresso libero. Il programma è disponibile all'indirizzo: www.ingolstadt.de (sotto "Kultur&Freizeit", "Konzerte & Musik", "Orgelmusik"). Organizza: Kulturamt der Stadt Ingolstadt in collaborazione con IIC e Sparkasse Ingolstadt

 

* venerdì 5 e sabato 6 giugno, ore 20:00, c/o Pepper Theater (Thomas-Dehler-Str. 12, München) "Mambo Italiano" Scritto e diretto da Matteo Chincarini

Con Nicola Santangelo, Matteo Chincarini, Marco Artina, Alice Sbabo, Giuseppe Francavilla, Ulrico Peckelsen, Luana Bianco,Giacomo Tipusi, Andrea Bombardi, Larissa si Genio e Luca Ghezzi. "Un varietà musicale, divertente e colorato che descrive un lungo viaggio tra le bellezze e le eccellenze italiane"

Organizzatori: Neuperlach Zentrum München e Binario11

 

* martedì 9 giugno, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München). Nell'ambito della Rassegna cinematografica "Von Italien aus in die Welt - Die italienische Oper" "Don Pasquale" Opera di Gaetano Donizetti

Unitel 2013, 134 min., versione originale con sottotitoli in tedesco

Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* mercoledì 10 giugno, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München). Nell'ambito di Expo Milano 2015 Giovanni Ottonello: "Food Design. Il cibo come etica, espressione, accusa, necessità, forma"

In lingua italiana e tedesca con traduzione simultanea. Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria su: www.iicmonaco.esteri.it/Veranstaltungen o stampa.iicmonaco@esteri.it o Tel. 089-74632132. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, IED-Istituto Europeo del Design Milano, Forum Italia e.V., Camera di Commercio Italo-Tedesca e Società Dante Alighieri di Norimberga e.V.

 

* mercoledì 10 giugno, ore 20:00, c/o Residenztheater (Max-Joseph-Platz 1, München) "Michele singt, Paolo Conte nicht" con Michele Cuciuffo

"Er verbindet sublim Jazz mit Tango, Zirkusmusik, Blues und den Schlager, und in seiner Stimme will man baden, bis die Welt untergeht: Paolo Conte, der berühmteste unter den italienischen Cantautori, wuchs im Krieg mit den Jazzplatten vom Schwarzmarkt auf, war Anwalt und Musiker auf Kreuzfahrtschiffen, komponierte für Adriano Celentano den unvergänglichen Song "Azzurro", veröffentlichte mehr als 30 Alben - und malen kann er auch."

Ingresso: € 15,- / 10,- Organizza: Residenztheater

 

* giovedì 11 giugno, ore 11:00, c/o Siebold-Gymnasium (Rennwegerring 11, Würzburg). Nell'ambito di Expo Milano 2015 Giovanni Ottonello: "Food Design. Il cibo come etica, espressione, accusa, necessità, forma". Ingresso gratuito

Organizzatori: TIC Circolo culturale italo-tedesco, Istituto Italiano di Cultura, IED-Istituto Europeo del Design di Milano, Würzburger Dolmetscherschule (WDS), Istituto di filologia moderna - Romanistica dell'Università di Würzburg e Siebold-Gymnasium Würzburg

 

* giovedì 11 giugno, ore 18:00, c/o Istituto di Filologia italiana LMU, Aula 007 (Schellingstr. 3, München). Nell'ambito del Ciclo di letture in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri" Lektüreübung mit Präsentation II: "L'Inferno" (Cecilia Mussini, Giulia Lombardi, Isabel von Ehrlich)

In lingua tedesca. Ingresso gratuito.

Organizza: Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* giovedì 11 giugno, ore 18:00, c/o Holzersaal der Sommerresidenz, Katholische Universität Eichstätt (Ostenstr. 26, Eichstätt) Conferenza e concerto: "Musik bei Dante - Musik nach Dante" Musica e differenza nella Commedia di Dante.

Conferenza del Prof. Florian Mehltretter (Ludwig-Maximilians-Universität München) Franz Liszt: "Après une lecture de Dante". Al pianoforte: Jonas Bodensohn (Katholische Universität Eichstätt-Ingolstadt). Ingresso libero

Organizzatori: Prof. Barbara Kuhn (Lehrstuhl für Romanische Literaturwissenschaft I Katholische Universität Eichstätt-Ingolstadt) in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* giovedì 11 giugno, ore 20:00, c/o Würzburger Dolmetscherschule (Paradeplatz 4, Würzburg). Nell'ambito di Expo Milano 2015 Giovanni Ottonello: "Food Design. Il cibo come etica, espressione, accusa, necessità, forma". Ingresso gratuito. Organizzatori: TIC Circolo culturale italo-tedesco, Istituto Italiano di Cultura, IED-Istituto Europeo del Design di Milano, Würzburger Dolmetscherschule (WDS), Istituto di filologia moderna - Romanistica dell'Università di Würzburg e Siebold-Gymnasium Würzburg

 

* giovedì 11 giugno - venerdì 19 giugno, Würzburg - diversi luoghi "Dante zeigt Gefühle - I sentimenti di Dante" - Studientage des Neuphilologisches Instituts / Romanistik - Giornate di studio dell'Istituto di Filologia moderna / Romanistica

Organizzatori: Neuphilologisches Institut, Romanische Philologie der Universitàt Würzburg in cooperazione con "Teatro in cerca e.V." e la Dante Alighieri di Würzburg e in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* venerdì 12 giugno, ore 16:00, c/o Sammlung Schack (Prinzregentenstr. 9, München) Visita guidata in italiano con la dott.ssa Miranda Alberti

Costo: € 10,- (non è compreso il biglietto d'ingresso). Minimo 8 partecipanti

Per informazioni e iscrizioni: corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* venerdì 12 giugno, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea". "Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito. Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491. Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

* venerdì 12 giugno, ore 19:30, c/o Heilig-Geist-Haus (Hans-Sachs-Platz 2, Nürnberg). Nell'ambito di Expo Milano 2015 Giovanni Ottonello: "Food Design. Il cibo come etica, espressione, accusa, necessità, forma". Ingresso: € 4,-

Organizzatori: Società Dante Alighieri di Norimberga e.V., Istituto Italiano di Cultura, IED-Istituto Europeo del Design Milano, Forum Italia e.V. e Camera di Commercio Italo-Tedesca

 

* sabato 13 giugno, ore 11:00, c/o Caritas (Landwehrstr. 26, München)

Film: "Tra le nuvole" (Regia Jason Reitman, USA 2009, 109 min)

Un film delicato sul mondo del lavoro. Si prega di prenotare c/o: pomue@gmx.net. Ingresso libero. Organizza: Pomü (un ponte tra Prato e München) in collaborazione con Caritas München

 

* sabato 13 giugno, ore:19:30, c/o Haus Augustinus (Georgenstr. 14a, Augsburg)

"Michele Fenati in concerto: Cantautori degli anni 70/80". Ingresso: € 10,-

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* domenica 14 giugno, ore 11:00, c/o Caritas (Landwehrstr. 26, München)

L'Avv. Santonocito-Pluta spiegherà la professione dell'avvocato

simulando con le/i ragazze/i un processo. Seguirà una passeggiata tra i tribunali di Monaco. Consigliato per ragazze/i sopra i 10 anni. Max 20 persone

E' necessaria la prenotazione c/o: pomue@gmx.net. Ingresso libero. Organizza: Pomü (un ponte tra Prato e München) in collaborazione con Caritas München

 

* martedì 16 giugno, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München). Nell'ambito della Rassegna cinematografica "Von Italien aus in die Welt - Die italienische Oper" "La Traviata" Opera di Giuseppe Verdi

Unitel/Fondazione Arena di Verona 2011, 132 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* mercoledì 17 giugno, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Giuseppe Culicchia, Tutti giù per terra remixed, Mondadori 2014 - "Anti-presentazione". "I classici momenti dell'incontro con l'autore vengono interrotti e sovvertiti dalla comicità esilarante di Federica Mafucci, che interpreta Franca, una bizzarra spettatrice seduta in prima fila che si improvvisa presentatrice. Gag, equivoci, parodie e assurde incomprensioni con l'autore trasformano quel sorriso amaro in fragorose risate senza distogliere l'attenzione dalla narrazione". Ingresso libero - si prega di prenotare allo 089/ 74632132, oppure stampa.iicmonaco@esteri.it

Organizza: Libreria ItalLIBRI, Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V.

 

* giovedì 18 giugno, ore 18:00, c/o Istituto di Filologia italiana LMU, Aula 007 (Schellingstr. 3, München). Nell'ambito del Ciclo di letture in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri" Susanne Lepsius: "Universalmonarch oder Papst - Zur Rolle von Gesetzgebung, Rechtsprechung und Rechtswissenschaft im Einheitsdenken Dankes"

In lingua tedesca. Ingresso gratuito.

Organizza: Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* giovedì 18 giugno, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München). Nell'ambito di Expo Milano 2015 Massimiliano Fuksas: "The future is now?". Modera: Achim Dannenberg. In lingua italiana e tedesca con traduzione simultanea. Ingresso libero - si prega di prenotare allo 089/ 74632132, oppure stampa.iicmonaco@esteri.it. Organizza: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V. e Bayerische Architektenkammer

 

* giovedì 18 giugno, ore 19:00, c/o Otto-Friedrich-Universität Bamberg, Aula U7/01.05 (An der Universität 7, Bamberg) Giuseppe Culicchia, Tutti giù per terra remixed, Mondadori 2014 - "Anti-presentazione". Ingresso libero

Organizza: Sprachenzentrum der Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg, Otto-Friedrich-Universität Bamberg, in collaborazione con IIC, Forum Italia e.V., Libreria ItalLibri e Christian-Ernst-Gymnasium Erlangen

 

* giovedì 18 giugno, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "Il mistero di Dante" (Regia: Luis Nero, Italia, 2014)

Ingresso: € 3,00 (soci) - 6,00 (non soci)

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* venerdì 19 giugno, ore 19:00, c/o "Da Maria" (Heimeranstr. 51, München)

Pizza sociale per i soci e i collaboratori di rinascita e.V. e di rinascita flash

E' indispensabile la prenotazione: info@rinascita.de. Organizza: rinascita e.V.

 

* venerdì 19 giugno, ore 19:00, c/o Christian-Ernst-Gymnasium (Langenmarckplatz 2, Erlangen) Giuseppe Culicchia, Tutti giù per terra remixed, Mondadori 2014 - "Anti-presentazione". Ingresso libero. Organizzatori: Sprachenzentrum der Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg, Otto-Friedrich-Universität Bamberg, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Libreria ItalLibri e Christian-Ernst-Gymnasium Erlangen

 

* sabato 20 giugno, ore 8:30-17:30, c/o Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg, Institut für Romanistik (Bismarckstr. 1, Erlangen)

Seminario di aggiornamento per insegnanti di italiano "Ricchezza verbale: vocabolari, enciclopedie, dizionari come strumenti didattici"

Referenti: Ludwig Fesenmeier, Vincenzo Lo Cascio, Philipp Volk, Antonio Bentivoglio. Organizza: Institut für Romanistik/Department Anglistik/Amerikanistik und Romanistik der Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg, in collaborazione con Universität Regensburg - Institut für Romanistik, Consolato Generale d'Italia di Monaco di Baviera, Istituto Italiano di Cultura, Staatsinstitut für Schulqualität und Bildungsforschung (ISB)

 

* sabato 20 giugno, ore 15:00, c/o Libreria ItalLIBRI (Nordendstr. 19, München)

Per la rassegna "Pomeriggi per bambini dagli 8-11 anni" "L'avventura di Dante"

"Festeggiamo insieme il 750 compleanno di Dante Alighieri e del suo fantastico viaggio dalle profondità della terra fino ai cieli, accompagnato da creature mostruose ed angeliche". Testo: "La divina avventura" di Cerni/Gambino, Coccolebooks 2014. Ingresso libero - si prega di prenotare allo 089/ 27299441, oppure itallibri@t-online.de. Organizza: Libreria ItalLIBRI

 

* martedì 23 giugno, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) nell'ambito della Rassegna cinematografica "Von Italien aus in die Welt - Die italienische Oper" "Norma" opera di Vincenzo Bellini

Unitel/Bayerisches Staatsoper/Bayerischer Rundfunk 2006, 155 min., versione originale con sottotitoli in tedesco. Ingresso gratuito. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., UNITEL Classica e Rossini Opera Festival

 

* mercoledì 24 giugno, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr. 10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "Sedotta ed abbandonata" (Regia: Pietro Germi, con Stefania Sandrelli, Saro Urzì, Lando Buzzanca, 1964, 125 min.)

 

* giovedì 25 giugno, ore 18:00, c/o Katholische Akademie Bayern (Mandlstraße 23, München) Dante trifft Albert Ostermaier. Notte dell'arte - in occasione del 750anniversario della nascita di Dante Alighieri. Lettura di e con Albert Ostermaier con propri testi su Dante. In lingua tedesca. Ingresso: € 19,-

Organizza: Katholische Akademie Bayern in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* giovedì 25 giugno, ore 18:00, c/o Istituto di Filologia italiana LMU, Aula 007 (Schellingstr. 3, München) nell'ambito del Ciclo di letture in occasione del 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri" Marc-Aeilko Aris: "Dante und die Erfindung der lateinischen Sprache". In lingua tedesca. Ingresso gratuito.

Organizza: Istituto di Filologia Italiana della Ludwig-Maximilians-Universität München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* venerdì 26 giugno, ore:19:30, c/o VHS Augsburg, stanza 103 (Willy-Brandt-Platz 3a, Augsburg) "Augsburg e l'Italia. Aspetti di Italianit&agrav; nella storia della musica augustana di fine Rinascimento". Conferenza del musicologo Francesco Pezzi Ingresso: € 3,00 (soci) - 6,00 (non soci)

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* sabato 27 giugno, ore 11:00-13:00, c/o Bürgerhaus Pfersee (Stadtberger Str. 17, Augsburg) "Facciamo due chiacchiere". Tema: Un libro per l'estate. Conduce: Filippo Romeo. Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* domenica 28 giugno, ore 11:00, c/o Haarstudio Furore (Notburgastr. 4, München) La signora Dinatale coinvolgerà i bambini nel proprio lavoro di parrucchiera. Seguirà una passeggiata a Nymphenburg. Max 20 persone

E' necessaria la prenotazione c/o: pomue@gmx.net. Ingresso libero

Organizza: Pomü (un ponte tra Prato e München) in collaborazione con Caritas München

 

* martedì 30 giugno, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Modelli empirici di educazione alla legalità" con Maria Falcone. Modera: Hans Woller (Institut für Zeitgeschichte München)

In lingua italiana e tedesca con traduzione simultanea

Proiezione del film documentario "Per Falcone"

(Italia, 36 min., in lingua originale con sottotitoli in inglese, RAI Educational production). Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria su: www.iicmonaco.esteri.it/Veranstaltungen o stampa.iicmonaco@esteri.it o Tel. 089-74632132. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, Institut für Italienische Philologie der Ludwig-Maximilians-Universität München e Georg-von-Vollmar-Akademie e.V.

(Claudio Cumani, de.it.press)

 

 

 

 

 

Lars Castellucci e Laura Garavini a conclusione della missione parlamentare di amicizia italo tedesca in Italia

 

I due presidenti delle delegazioni di amicizia italo tedesca, Laura Garavini e Lars Castellucci, in una dichiarazione congiunta, definiscono particolarmente riuscita la missione della delegazione a Catania, Lampedusa e Roma. La missione, tenutasi in una quattro giorni di lavoro avente ad oggetto le politiche migratorie, è un prezioso contributo al rafforzamento dei reciproci rapporti di amicizia tra i due parlamenti: "Siamo molto contenti della sintonia di vedute di entrambi le delegazioni anche alla luce delle grandi sfide in materia di immigrazione: Italia e Germania sono due precursori sia di una politica migratoria umanitaria sia per un efficace contrasto alle cause dei fenomeni migratori e alla criminalità organizzata".

 

Le due delegazioni hanno concluso i loro lavori con una comune presa di posizione: "Esortiamo con forza le nostre colleghe e i nostri colleghi nei ventisei Paesi partner dell’Unione Europea ad acconsentire all’approvazione di una ripartizione solidale dei rifugiati in Europa, così come proposto dalla Commissione Europea.

Dobbiamo ridurre gli stimoli ad abbandonare i Paesi di provenienza. Per questo richiediamo ampi sforzi per contrastare i motivi che sono alla radice dell’abbandono del proprio Paese di provenienza. Questo perché cooperazione economica ed allo sviluppo, sforzi di politica estera volti alla stabilizzazione politica, diritti umani e azioni decise contro la criminalità organizzata sono tutte questioni fra loro strettamente legate.

Appoggiamo inoltre le proposte di rafforzamento di un contingente europeo che sia in grado di garantire ai rifugiati siriani una via più sicura di attraversamento del Mediterraneo".

On. Laura Garavini (Presidente), Prof. Dr. Lars Castellucci MdB (Vorsitzender), On. Alberto Bombassei, On. Florian Kronbichler, Stephan Mayer MdB, Sen. Francesco Molinari, Sen. Luis Alberto Orellana, Lisa Paus MdB, Matthias Schmidt MdB, Ronja Schmitt MdB, Marian Wendt MdB

 

Dichiarazione in tedesco:

Die beiden Vorsitzenden der Deutsch-Italienischen Parlamentiergruppe, Lars Castellucci und Laura Garavini, bewerten in einer gemeinsamen Erklärung die Delegationsreise zur Flüchtlingspolitik als überaus gelungen und Beitrag zur Vertiefung der beiderseitigen Beziehungen. "Wir freuen über eine große Übereinstimmung der Delegationen unserer beiden Länder angesichts der großen Herausforderungen im Bereich der Migration: Deutschland und Italien sind Vorreiter sowohl einer humanen Flüchtlingspolitik als auch eines engagierten Einsatzes zur Bekämpfung von Fluchtursachen und organisierter Kriminalität."

Gemeinsame Erklärung der Mitglieder am Ende der Tagung. "Das Recht zu überwachen. Die Pflicht zu schützen":

 

"Wir fordern unsere Kolleginnen und Kollegen in den 26 europäischen Partnerländern nachdrücklich auf, einer solidarischen Verteilung der Flüchtlinge in Europa zuzustimmen, wie es die Europäische Kommission vorgeschlagen hat.

 

Wir müssen Anreize verringern, die Herkunftsländer zu verlassen. Dazu fordern wir umfassende Anstrengungen, Fluchtursachen zu bekämpfen, indem Entwicklungs- und wirtschaftliche Zusammenarbeit, außenpolitische Bemühungen zur politischen Stabilisierung, Menschenrechtsfragen und entschiedenes Vorgehen gegen organisierte Kriminalität Hand in Hand gehen.

 

Wir unterstützen die Vorschläge für ein größeres europäisches Kontingent, um syrischen Flüchtlingen einen sicheren Weg über das Meer zu ermöglichen.

De.it.press 28

 

 

 

 

La sottosegretaria Bellanova sull’incontro con il Gruppo interparlamentare italo-tedesco sui temi del lavoro e dell’immigrazione

 

ROMA - La sottosegretaria Teresa Bellanova ha incontrato ieri, nella sede di Via Fornovo del ministero del Lavoro, il gruppo interparlamentare italo – tedesco, presieduto dai deputati Laura Garavini per l’Italia –  eletta con il Pd nella ripartizione Europa - e Lars Castellucci per la Germania, per un confronto sui temi del lavoro e dell’immigrazione.

“L’arrivo di tanti migranti – ha affermato la Bellanova - ci pone di fronte ai limiti del nostro modello sociale, economico e di welfare, e di come riusciamo a preservarne le sue fondamenta, basate sull’inclusione. L’Italia non è la meta dei migranti ma è la porta d’ingresso per l’Europa. Certo non possiamo aprire le porte senza regole, ma neanche possiamo chiuderle per paura. L’Europa deve aprirsi ad un nuovo confronto, meno ipocrita e più coraggioso, per trovare, tutti i paesi insieme, le misure necessarie a governare il fenomeno”.  

La sottosegretaria è poi intervenuta in merito alla riforma del mercato del lavoro: “Chi ha seguito il dibattito sul Jobs act ne ha avuto un’idea distorta, dovuta alla focalizzazione del dibattito sull’articolo 18. Le deleghe, invece, sono cinque, e puntano ad un riassetto complessivo del mercato del lavoro per renderlo più inclusivo e più flessibile e, contemporaneamente, estendere le tutele anche a chi oggi non ce l’ha. La riforma degli ammortizzatori sociali va in questa direzione. L’obiettivo è costruire uno strumento di reale sostegno al reddito per tutti, anche ai collaboratori, ad esempio, con la Dis. Col., e non sia più un sostegno per aziende che già non producono più. Pensiamo a nuovi Ammortizzatori, che durino il tempo utile a trovare un nuovo impiego: per questo, nel complesso della delega, sono ripensate fortemente le politiche attive. In un Paese in cui il lavoro, in gran misura, si trova per via amicale o parentale, l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per l’occupazione ha l’obiettivo di cambiare il passo delle abitudini distorte e improduttive del mercato del lavoro, che creano esclusione e disuguaglianza”.

“Certo, - ha concluso Bellanova - le novità introdotte andranno testate e verificate nei loro effetti, ma non possiamo, per paura di sbagliare, consegnarci all’immobilismo. Il mercato del lavoro non si rimette in moto per via legislativa, ma solo se, con l’ausilio di nuove e buone norme, facciamo ripartire lo sviluppo. Questa è la nostra sfida. E credo sia una sfida italiana ma anche europea.  Abbiamo il dovere di dare delle risposte a quei giovani che troppo spesso abbiamo lasciato ai margini: che 500mila giovani si siano rimessi in gioco con la Garanzia Giovani, è un segnale importante, dopo anni di sfiducia”.

Inform 29

 

 

 

 

 

Giornate amburghesi del Graphic Novel con l'autore italiano Manuele Fior al Literaturhaus di Amburgo

 

Amburgo - La quarta edizione della rassegna 'Hamburger Graphic Novel Tage', organizzata dalla Literaturhaus di Amburgo si è aperta lo scorso 18 maggio con la presentazione dell'autore italiano Manuele Fior e dello svizzero Matthias Gnehm: due artisti 'analitici', come li ha definiti il moderatore della serata Christian Gasser.

La manifestazione, organizzata in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, la Fondazione Mara e Holger Cassens e l'Assessorato alla Cultura della città di Amburgo, si è svolta  presso la Casa delle Letterature di fronte ad un vasto pubblico di rinomati fumettisti e studenti dell’Accademia delle Arti figurative, oltre ai tanti curiosi interessati. La serata si è aperta con il saluto del direttore della Casa delle Letterature, Dr. Rainer Moritz, che ha dato il benvenuto ai relatori e agli ospiti in sala e che ha ringraziato soprattutto l’Istituto Italiano di Cultura che – oltre a collaborare da quattro anni all’organizzazione dell’evento – suggerisce artisti italiani di grande talento e fama.

I due autori sono stati introdotti da Andreas Platthaus, giornalista tedesco, caporedattore del Feuilleton del Frankfurter Allgemeinen Zeitung ed esperto di Comics, che ha spiegato al pubblico le caratteristiche artistiche di entrambi gli autori presentati. Successivamente, Christian Gasser, scrittore e giornalista, ha intervistato Fior e Gnehm sulla loro formazione, le loro opere e i loro progetti futuri.

Manuele Fior, laureato in architettura, collabora con The New Yorker, Le Monde, Vanity Fair, La Repubblica e ha pubblicato numerosi libri sia in Italia che in Francia. Nel 2011 con la Graphic Novel "Cinquemila chilometri al secondo" ha vinto il Premio Fauve d'or al festival internazionale di Angouleme. Presso la Casa delle Letterature di Amburgo, Fior ha presentato soprattutto la sua ultima opera, "L'intervista", già tradotta in tedesco per Avant-Verlag.

Al termine i due autori hanno risposto alle numerose domande del pubblico.

Il successo di questa iniziativa, giunta ormai alla quarta edizione, dimostra come anche in Germania il genere del Graphic Novel sia in netta ascesa e come gli artisti italiani siano particolarmente apprezzati. Dip 25

 

 

 

 

Bielefeld. La Garavini ha tenuto il discorso conclusivo della Summer School italo-tedesca all’Università

 

Bielefeld. “In tutta Europa una schiera di movimenti populistici si sta guadagnando la simpatia di larghe fette dell’opinione pubblica. E` un segnale allarmante, dal momento che cresce l’astensionismo e contemporaneamente diminuisce in modo consistente l’impegno dei cittadini nei partiti tradizionali. A questa generale crisi di fiducia verso la democrazia e le sue istituzioni si può e si deve reagire offrendo ai cittadini più voce in capitolo, sia sul piano della politica interna che su quello della politica europea. L’Italia sta muovendo passi importanti in questa direzione: sul piano interno siamo giunti all’approvazione della nuova legge elettorale -che rende più diretta la scelta dei candidati. Sul piano europeo, sono sempre di più i Paesi che condividono l'esigenza di riformare le istituzioni dell’Unione, per renderle meno burocratiche e più vicine alle aspettative della gente”. Lo ha affermato Laura Garavini, componente dell’Ufficio di Presidenza del PD alla Camera, nel suo intervento dal titolo “Osare più partecipazione. Una ricetta contro la crisi di fiducia nelle democrazie europee”, tenuto all’Università di Bielefeld, a conclusione dell'anno universitario.

 

Il discorso ha segnato anche la conclusione della Summer School del Master binazionale in Storia, promosso e coordinato dal Professor Vito Gironda, dell'Università di Bielefeld, in stretta collaborazione con l’Università di Bologna. "Il progetto binazionale BiBog" ha sottolineato la Garavini "merita di essere conosciuto e preso ad esempio da altre facoltà. Una delle sfide delle Università del futuro è proprio la loro capacità di internazionalizzarsi e di offrire percorsi di studio riconosciuti in più paesi". Alla lezione della parlamentare PD, oltre agli studenti e al corpo docente ha assistito anche il Rettore dell’Università, Prof. Gerhard Sagerer. De.it.press 27

 

 

 

 

Il 5-6 giugno al Pepper Theater di Monaco di Baviera: spettacolo di Chincarini

 

Uno scrittore sfortunato, un’assistente eccentrica e un lungo sogno, questo è Mambo Italiano, un varietà musicale, divertente e colorato che descrive un lungo viaggio tra le bellezze e le eccellenze italiane.

Lo spettacolo, che andrà in scena venerdì 5 e sabato 6 giugno 2015 alle ore 20

al Pepper Theater di Monaco di Baviera (Neuperlach Zentrum München)

è stato scritto e diretto da Matteo Chincarini

con l’intento di creare un varietà con balli, coreografie, costumi e luci per portare in scena il bello dell’Italia descrivendola in modo positivo e divertente. 

Nicola Santangelo, protagonista dello show, interpreta uno scrittore sfortunato alla ricerca dell’idea per un nuovo libro di successo, quando, addormentandosi, si ritrova in un lungo sogno in viaggio tra le caratteristiche delle principali città d’Italia come Roma, Venezia, Milano, Napoli e Rimini.

A far da spalla a questo buffo personaggio ci penserà la Signorina Buonasera, personaggio femminile inventato e interpretato da Matteo Chincarini che ruoterà intorno a questo sogno con coreografie e pezzi ballati che renderanno lo spettacolo molto dinamico e divertente.

Il cast artistico e tecnico è composto da Marco Artina, Alice Sbabo, Giuseppe Francavilla, Ulrico Peckelsen, Luana Bianco, Giacomo Tipusi, Andrea Bombardi, Larissa si Genio e Luca Ghezzi. dip

 

 

 

 

 

Amburgo. Il 3 giugno all’IIC Hathor Plectrum Quartet di Bari in concerto

 

Amburgo - Nell’ambito della rassegna Focus Puglia mercoledì 3 giugno alle ore 19.00 si esibirà all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo il Hathor Plectrum Quartet di Bari.

L’Ensemble a plettro nasce nel 2007, con l'intento di studiare ed eseguire il ricco repertorio originale per strumenti a plettro, fra cui le Sonate barocche, opere ottocentesche della scuola strumentale italiana e tedesca, canzoni popolari napoletane, colonne sonore, fino alla musica moderna e contemporanea, il tutto attraverso una ricerca timbrica che si sposi felicemente con la cristallina sonorità degli strumenti.

Il Quartetto è formato da Antonio Schiavone (mandolino), Roberto Bascià (mandolino), Fulvio S. D'Abramo (mandòla) e Vito Mannarini (chitarra).

L'ensemble – che si è formato presso il Conservatorio "Niccolò Piccinni" di Bari - ha partecipato a numerosi e prestigiosi concorsi, classificandosi sempre ai primi posti (fra cui il "Valeria Martina" di Massafra, il "San Nicola giovani" di Bari, il "Don Vincenzo Vitti" di Castellana Grotte, il "Pietro Argento" di Gioia del Colle, il "Rodolfo Valentino" di Castellaneta, il"MusicaItalia" di Barletta, “Terra degli Imperiali” Francavilla Fontana). Il repertorio prevedebrani classici, come il concerto grosso di Vivaldi, ma anche tarantelle, colonne sonore di film e classici brani napoletani.

Hathor Plectrum Quartet si esibirà inoltre il 30 maggio a Hannover, il 31 maggio a Braunschweig, il 1° giugno a Wolfsburg e il 2 giugno a Kiel.

L’evento è stato organizzato in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia in Hannover, l’Agenzia Consolare italiana di Wolfsburg e la Società Dante Alighieri di Kiel.

L’entrata è libera. Per  prenotare telefonare allo 040 / 39 99 91 30, o scrivere una email a iicamburgo@esteri.it.  (Inform 29)

 

 

 

 

All’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo la conferenza “Expo Milano 2015

 

Uno sguardo sull’architettura dell’esposizione universale” - L’incontro si è svolto nell’ambito dell’Architektur Sommer di Amburgo

 

AMBURGO - Mercoledì 20 maggio si è svolta la conferenza “Expo Milano 2015 - Uno sguardo sull’architettura dell’esposizione universale”, tenuta dall'Architetto Franco Tagliabue, docente del Politecnico di Milano. La conferenza si è svolta presso la biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ed ha registrato il tutto esaurito. La conferenza è stata inserita nell’ambito dell'Architektur Sommer di Amburgo, iniziativa cittadina giunta quest’anno alla ottava edizione, che prevede da maggio a fine luglio più di 200 manifestazioni in vari luoghi della città. Il tema scelto dall’Istituto Italiano di Cultura per rappresentare l’Italia in questa importante rassegna è stata l’architettura e il piano urbano di Expo Milano 2015, evidenziando in particolare le peculiarità di questa edizione dell’Esposizione Universale: l’architettura leggera, ecosostenibile e con materiali riciclabili dei padiglioni dei paesi partecipanti, chiamati dalla società Expo a rispondere al tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la vita” e i nove Cluster tematici che offrono visibilità anche ai Paesi non rappresentati con un padiglione nazionale. La conferenza è stata tenuta dall’Architetto Franco Tagliabue, dello studio ifDesign di Milano, docente alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e responsabile, con Alessandro

Rocca, del Cluster cereali e tuberi della Expo Milano.

L’intervento di Tagliabue è stato preceduto da un’introduzione di Veronica Scortecci, architetto di Milano residente ad Amburgo, che con l’ausilio di immagini ha illustrato al pubblico l’area espositiva, organizzata lungo un cardo e un decumano di classica memoria, gli spazi pubblici e l’inserimento dell’area Expo nel tessuto cittadino di Milano.

I due architetti sono stati presentati al pubblico presente in sala, per la maggior parte tedesco, che ha appreso la notizia dalla stampa locale, dalla direttrice dell’Istituto Cristina Di Giorgio.

L’esposizione di Franco Tagliabue, supportata da numerose immagini, si è divisa in due parti: nella prima l’architetto ha mostrato la risposta architettonica di alcuni paesi partecipanti al tema dell’Expo, mostrando immagini degli interni e degli esterni dei padiglioni, con le loro installazioni e mostre. Nella seconda parte Tagliabue si è soffermato sui cluster che, svincolati dalle appartenenze nazionali e raggruppando i paesi secondo filiere alimentari e tematiche, rappresentano gli spazi più originali di questa manifestazione. Nella conclusione, Franco Tagliabue ha descritto in modo più approfondito il cluster di cui è responsabile. Prendendo spunto dall’architettura, la conferenza ha inoltre offerto un’analisi più ampia di Expo Milano: i suoi obiettivi, gli investimenti finanziari e gli eventi esterni all’Area Expo, come il Padiglione Arts & Food realizzato alla Triennale di Milano. Il pubblico tedesco in sala ha potuto apprezzare le relazioni degli oratori grazie alla traduzione simultanea eseguita da Johannes Hampel.

La conferenza è stata ripetuta il giorno seguente presso la Società Dante Alighieri di Lubecca che ha organizzato nel mese di giugno un viaggio per i propri soci proprio alla Expo di Milano. Questo Istituto ha in programma per il prossimo mese di giugno, altre due iniziative dedicate alla Expo: il 23 giugno il professor Roberto Ubbidiente terrà una conferenza sul caffè, tema di uno dei nove cluster, mentre il 26 giugno lo chef siciliano Davide D'Arcamo parlerà della cucina biologica. Inform 26

 

 

 

 

Kiel. Tenuto il Festival Europeo del Romanzo d'Esordio. L’autrice Ester Armanino questa sera all’IIC

 

Amburgo - Si è aperto il 28 maggio 2015 alle ore 19 presso la Casa della Letteratura di Kiel (Literaturhaus Schleswig-Holstein, Schwanenweg 13, - 24105 Kiel), il festival europeo del Romanzo d’Esordio, giunto quest’anno alla sua XIII edizione. Il festival, organizzato dalla Casa della Letteratura di Kiel in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo e l’Università CAU di Kiel, è un luogo di incontro, di scambio di esperienze letterarie e uno spunto per future pubblicazioni. Partecipano autrici ed autori esordienti che provengono da una decina di Paesi europei, e i cui romanzi sono attualmente disponibili solo in lingua originale.

Il festival si è aperto con una grande festa della lettura alla Casa della Letteratura di Kiel, a cui hanno partecipato tutte le autrici e gli autori: dalle 19 alle 23 sono stati letti brani in lingua originale dei vari romanzi e presentate le loro prime traduzioni.

Per l'Italia ha partecipato al festival la giovane autrice Ester Armanino, con il suo sorprendente romanzo d'esordio “Storia naturale di una famiglia”. Quando non capisce il mondo degli adulti, Bianca lo osserva a occhi spalancati come sotto la lente di un microscopio. Lo sguardo analitico di una entomologa la aiuta a ordinare e capire le sue osservazioni di crisi, miseria e crudeltà.

Lunedì 1° giugno alle ore 19 la scrittrice Ester Armanino presenterà all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo il suo romanzo d’esordio “Storia naturale di una famiglia”, nel quale racconta in un modo tutto suo il difficile percorso per diventare adulti. L’incontro sarà in lingua italiana e tedesca e moderato dalla dott.ssa Francesca Bravi dell’Università CAU di Kiel. L’evento è stato organizzato in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Amburgo.

L’entrata è libera. Si prega di prenotare telefonando allo 040 / 39 99 91 30, o scrivendo una email a iicamburgo@esteri.it. dip

 

 

 

 

 

 

Interrogazione parlamentare sulla chiusura del Consolato a Saarbrücken

 

Interrogazione a risposta scritta. Al ministero degli affari esteri, per sapere, premesso che: In ragione del piano di riorganizzazione avviato dal Maeci a decorrere dal 2008, nel settembre 2010 il Consolato d’Italia in Saarbrücken è stato oggetto di chiusura e nel contempo è stata predisposta l’apertura di uno Sportello consolare nella capitale della Saar, collegato al Consolato Generale d’Italia in Francoforte sul Meno;

risulta all'interrogante che presso il suddetto Sportello consolare siano stati operativi 4 impiegati con contratto regolato dalla legge italiana di cui tre con mansioni esecutive e uno con mansioni ausiliari;

il numero di detti impiegati si riduceva a due nel mese di luglio 2012, a seguito del collocamento a riposo dell’impiegato con mansioni ausiliarie e a seguito del congedo per malattia, fino a scioglimento del contratto, di altra unità esecutiva;

i servizi venivano pertanto svolti dalle restanti due unità a favore di un bacino d’utenza di circa 33.000 connazionali di cui 23.000 residenti nella Saar e ulteriori 10.000 iscritti AIRE delle zone limitrofe del Land Palatinato;

risulta all'interrogante che i suddetti servizi consistenti nell’accettazione di domande di passaporto con prelievo dei dati biometrici, domande e consegne delle carte d’identità, trascrizione degli atti di stato civile, certificazioni, autenticazioni, assistenza sociale recavano incasso medio annuo per percezioni consolari di circa 110.000 Euro;

vale la pena segnalare che i costi per affitto e oneri accesso per detto Sportello ammontavano ad Euro 14.400 annui;

malgrado la sussistenza di un netto bilancio positivo dell’unità amministrativa, il MAECI ha disposto la imponeva la chiusura in data 31 luglio 2014;

a seguito di detta chiusura i connazionali del Saarland e delle zone limitrofe del Palatinato venivano e sono tuttora confrontati con gravi disagi per la fruizione dei servizi statali resi dal Consolato Generale in Francoforte sul Meno, con trasferte che sfiorano i 400 Km in andata e ritorno per un qualsiasi servizio consolare.

Risulta all'interrogante che il Consolato Generale d’Italia in Francoforte sul Meno a decorrere dal 9 febbraio 2015 ha istruita una presenza consolare con cadenza quindicinale in Saarbrücken, ospitata in un vano di ridotte dimensioni, messo a disposizione dal locatore del Comites di Saarbrücken. L'operatività di siffatta presenza ha comportato significative criticità, sotto il profilo dell'immagine del luogo entro cui le attività ed i servizi venivano erogati nonché sotto il profilo della sicurezza essendo privo di qualsiasi attrezzatura per la sicurezza degli addetti ai lavori e degli utenti;

I media tedeschi hanno sottolineato l'inadeguatezza del suddetto servizio attirando per altro lo sguardo dell’opinione pubblica sulla critica immagine arrecata al nostro Paese dalla gestione di tale servizio;

vale la pena sottolineare che risulta all'interrogante che le citate missioni quindicinali aggraverebbero altresì il bilancio dello Sato con oneri che si aggirano attorno ai mille Euro mensili ed Il distacco quindicinale dalla sede centrale di Francoforte sul meno di un funzionario delegato, un autista e due coadiutori crea anche uno sbilancio dei carichi di lavoro ai restanti impiegati in sede;

Tenuto conto che,

con lettera del 24 giugno 2014 la Governatrice del Saarland, Signora Annegreth Kramp-Karrenbauer offriva al MAECI locali gratuiti, privi di oneri per canone di locazione, siti nel complesso della Cancelleria di Stato di Saarbrücken, “Staatskanzlei”, completamente arredati e immediatamente agibili;

con dichiarazione resa il 5 agosto al Comitato del Senato per le Questioni degli Italiani all’Estero, il Vice Ministro degli Affari Esteri affermava “Ho personalmente già accolto favorevolmente l’offerta di spazi gratuiti ad esempio di Saarbrücken e la Farnesina sta definendo con le autorità locali le intese per poter usufruire di tale interessante ed innovativa proposta che permetterà di assicurare alle collettività italiane in loco un ulteriore strumento leggero di offerta consolare, con presenza snella di personale MAE”;

malgrado l'attenzione e l'interesse, ad oggi, però, nessuno ha disposto il prelievo delle chiavi messe a disposizione dalla massima Autorità del Land Saar per mettere i connazionali del posto nelle condizioni di poter fruire dei servizi consolari espletati con presenza snella ma fissa di impiegati del MAE;

la Cancelleria di Stato di Saarbrücken non ha peraltro mai imposto condizioni per una presenza consolare stabile nella propria capitale Saarbrücken, come la nomina di un Console Onorario o altri limiti formali, avendo già accettato di buon grado e per oltre quattro anni la presenza di uno Sportello Consolare sul proprio territorio;

l'attuale piano operativo del MAECI rappresentato dall’invio quindicinale di funzionari itineranti, sta assumendo dei costi importanti, a fronte della richiesta della stessa Cancelleria di Stato di voler operare a favore dei nostri connazionali senza necessità di nomina di un Console Onorario o di altre formali adempienze:

quali siano i motivi che impediscono la riattivazione dello sportello consolare in Saarbrücken mediante la ricollocazione in sede dei due impiegati a contratto, già ivi stanziati, accogliendo l'offerta dei locali messi a disposizione dalla” Staatskanzlei”, in attuazione dell’impegno preso dal Vice Ministro degli Affari Esteri “di assicurare alle collettività italiane in loco un ulteriore strumento leggero di offerta consolare, con presenza snella di personale MAE”.

Di Biagio e Micheloni, de.it.press 29

 

 

 

 

Disastro Germanwings, Ue verso procedura contro la Germania

 

Secondo la Welt la Commissione europea potrebbe citare Berlino per violazione trattati in materia di controlli idoneità piloti già a giugno

 

Sul caso del disastro Germanwings, l'aereo precipitato sulle Alpi francesi a fine marzo e costato la vita a 150 persone, la Commissione Ue potrebbe aprire, già a giugno, una procedura per violazione dei trattati europei contro la Germania, a causa di mancanze nei controlli dell’idoneità al volo dei piloti. Lo scrive il quotidiano tedesco di Welt. I timori per la dell'Easa, l'agenzia per la sicurezza aerea, erano già stati manifestati in novembre.

I test sul copilota

Il copilota era il tedesco Andreas Lubitz, 27 anni, originario di Montabaur, in Renania, in forza alla Lufthansa dal settembre 2013 con 630 ore di volo. Si era formato nelle migliori scuole di pilotaggio di Brema in Germania e di Phoenix negli Stati Uniti. Nel 2009 aveva sospeso per circa 11 mesi l'addestramento a causa di una grave depressione e tendenze suicide. Cds 30

 

 

 

 

Con la casa, siamo più ricchi dei tedeschi

 

La crisi e la caduta dei redditi hanno cambiato la percezione. Ma se si considerano anche gli immobili, il patrimonio degli italiani è il più alto dell’eurozona – Alessandro Barbera

 

La crisi e la caduta dei redditi hanno cambiato la percezione degli italiani. E così - lo raccontava nei giorni scorsi Ilvo Diamanti - quello che una volta era il ceto medio ormai si sente parte della classe operaia. Poi escono indagini come quella dell’Istat e, al netto di un impercettibile scostamento dei numeri, dietro la patina dei luoghi comuni si fa spazio una verità diversa. 

 

Ad esempio: quanto, nel pensare alla propria «ricchezza» gli italiani considerano il valore della casa in cui abitano? Alle nostre latitudini spesso - soprattutto i meno giovani - danno per scontato di possedere il tetto sotto al quale si vive. Altrove - basti andare in Germania o in Gran Bretagna - non lo è altrettanto. Negli anni più difficili della crisi, quando l’Italia è stata sull’orlo del baratro e si è dibattuto di quanto meritassimo il sostegno europeo, la Bundesbank e gli ambienti più conservatori di Berlino lo vollero sottolineare. Così nel 2013, per iniziativa del centro studi della Banca centrale europea, furono comparati i redditi e i patrimoni dei 15 Paesi dell’area euro.  

 

Nella classifica dei redditi per nucleo familiare - costruita su dati raccolti fra il 2010 e il 2011 - gli italiani risultano al nono posto con 34.344 euro annui e un indice di povertà sopra la media. La media dell’eurozona è di 37.843 euro, i tedeschi stanno diecimila euro sopra l’Italia (43.531 euro per famiglia), i francesi a 36.918 euro e solo le famiglie spagnole si piazzano dietro alle italiane a 31.329 euro. La classifica si capovolge passando dal reddito al patrimonio netto: Italia e Spagna svettano con 108.700 euro, in Francia la ricchezza è di 104.100 euro, in Germania di 95.500, persino al di sotto della media dell’area euro, 99.400 euro. Questi numeri saranno oggetto di ampio dibattito fra gli studiosi. C’è chi contestò ad esempio che i prezzi delle case non sono comparabili, e che per questa ragione una giovane coppia italiana fa ancora più fatica di una tedesca a comprare la prima casa: non una attenuante, ma una aggravante.  

 

Non fu l’opinione della Bundesbank, la quale considerò quei numeri la prova statistica di un Paese ricco di ricchezze private e di debiti pubblici, e dunque un ottimo argomento a favore di una patrimoniale sulla ricchezza. Quella patrimoniale - anche se soft - si materializzò con la reintroduzione dell’Imu sulla prima casa. La politica spesso parla di casa solo per sancirne la presunta intangibilità, ma per i più giovani è solo un miraggio. Il miraggio di una ricchezza che a loro è negata. LS 27

 

 

 

 

Perchè gli italiani ricominciano ad emigrare

 

ROMA - "Come molti italiani e italiane, sono nipote di un emigrato". Esordisce così Valentina Pigmei, giornalista che firma un lungo reportage pubblicato sulla versione on line della prestigiosa rivista "Internazionale".

"Da bambina", scrove Pigmei nell’articolo che riportiamo di seguito, "mi domandavo sempre perché quel nonno misterioso se ne fosse andato a lavorare all’estero, non riuscivo a immaginarlo in quel Paese del Sud America: non l’avevo mai conosciuto. Sapevo solo che negli anni cinquanta lui e il fratello avevano lasciato il loro negozio da barbiere ed erano andati a cercare fortuna altrove. Perché se n’erano andati dall’Italia se avevano un lavoro? Come potevano aver abbandonato mogli e figli? La ragione che spinge un emigrante a emigrare è sempre la stessa: la costruzione di un futuro, per sé e per i suoi figli. Gli emigranti sono persone che barattano il loro presente, lasciano sicurezze, famiglia, patria. Pazzi? Disperati? Non necessariamente.

Dal nostro Paese sono partite varie ondate migratorie, la prima tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento, la seconda negli anni trenta e un’altra negli anni cinquanta. Per un totale che oscilla tra i 26 e i 29 milioni di partenze, dal 1896 al 1973: quello italiano è stato il più grande esodo della storia moderna.

L’ultima ondata migratoria è cominciata nel 2007-2008, in coincidenza con la crisi economica e finanziaria. Secondo Delfina Licata, curatrice del Rapporto italiani nel mondo 2014 redatto dalla fondazione Migrantes, oggi "partono anche i "talenti semplici", quelli che mettono a disposizione le loro capacità intellettive e operative al servizio di qualunque paese che li valorizzi come persone e lavoratori. Quello che fa la differenza, dicono molti emigrati, è la meritocrazia: ciò che l’Italia non ha saputo dare loro".

Se fino a qualche tempo fa l’attenzione dei mezzi d’informazione si è concentrata quasi esclusivamente su professionisti laureati e ricercatori, i cosiddetti "cervelli in fuga", oggi c’è un nuovo picco di crescita degli espatri e l’emigrazione è diventata più varia: per la maggior parte se ne vanno ancora gli "altamente qualificati" soprattutto in Asia, ma oggi emigrano anche semplici "braccia in fuga". Inoltre, la gente ha cominciato a emigrare anche e soprattutto dalle regioni del nord, come Lombardia ed Emilia-Romagna, non solo dal sud. Infine, rispetto a qualche anno fa, partono anche nuclei familiari, non solo singole persone.

Secondo i dati raccolti da Migrantes (sulla base dei dati dell’Anagrafe italiani residenti all’estero, Aire) nel 2014 sono emigrate 90mila persone. Ma il dato è in continua crescita. Nella storia, i Paesi con più oriundi italiani sono, nell’ordine, Brasile, Argentina e Stati Uniti. Oggi non è cambiato moltissimo, anche se l’Asia sta emergendo tra le destinazioni dove si riscontrano le variazioni più interessanti per gli anni 2013-2014: l’Italia continua a guardare a oriente e, in particolar modo, alla Cina (+876 persone), a Singapore (+458), alla Thailandia (+391) e al Giappone (+295).

Oggi emigrare è più facile di un tempo, ci sono guide, ebook, siti internet che aiutano a orientarsi nei vari Paesi di destinazione

Naturalmente questi dati non tengono conto degli expat o delle mobilità precarie, chi lavora all’estero per esempio solo per una parte dell’anno. A volte emigrati ed expat sono sinonimi, ma di solito questi ultimi partono con maggiori sicurezze: hanno un lavoro all’estero proposto dal datore di lavoro italiano, vivono in abitazioni pagate dall’azienda – o dall’ambasciata o dal ministero – e partono normalmente con un progetto di ritorno. In ogni caso, "temporaneo" e "definitivo" sono aggettivi che è meglio non usare nel campo dell’emigrazione: persone che pensano di andarsene per sempre possono tornare e altre che, invece, immaginano il loro percorso migratorio come temporaneo possono installarsi all’estero.

Mio nonno emigrò in Venezuela nel 1953 lasciando in Italia la moglie e i due figli. Tornò in Italia solo nel 1985, 32 anni dopo, malato e ormai incapace di parlare la lingua italiana. Morì l’anno successivo. Queste emigrazioni che dividono in due le famiglie esistono ancora purtroppo: l’esodo di "badanti" dall’Europa dell’est, quasi sempre sole, con i figli abbandonati, sono storie dolorose. Come si sa, molte di loro finiscono per rimanere nel Paese straniero, preferendo far emigrare anche i figli e magari lasciando in patria mariti indolenti e violenti. Questo è il caso di Lilia Bicec che lo ha raccontato in "Miei cari figli, vi scrivo", lettura obbligatoria per chiunque voglia capire cosa significhi emigrare per una donna.

Oggi emigrare è più facile di un tempo, ci sono guide, ebook, siti internet che aiutano a districarsi tra le norme burocratiche dei vari Paesi di destinazione. Dal 1990 esiste l’Aire: per avere informazioni dettagliate su come prendere la residenza all’estero basta leggere qui.

Aldo Mencaraglia, blogger di Italiansinfuga, che con 400mila contatti al mese è il riferimento principale per chi vuole emigrare, ha scritto anche una piccola guida, È facile cambiare vita se sai come farlo (BUR).

Per Mencaraglia, emigrato a Londra e poi in Australia da una decina d’anni, l’ondata migratoria attuale è "agevolata dai costi inferiori di trasferimento e dalla facilità di comunicazione". Riguardo le mete più lontane rimane difficile e costoso andare prima in perlustrazione, come succedeva in passato quando a partire erano prima maschi singoli poi raggiunti dalle proprie famiglie. In due delle storie che ho raccolto, le donne hanno raggiunto i mariti solo in seguito e in Paesi a loro totalmente sconosciuti.

Emigrazione trasversale

"Il modo di emigrare degli italiani negli ultimi tempi è di sicuro cambiato. Mentre prima della crisi l’emigrazione era vista più come un modo per soddisfare una curiosità verso l’estero oppure come obiettivo primario per migliorare la propria conoscenza della lingua straniera, adesso è dettata spessissimo dalla disperazione". Mencaraglia raccoglie da anni storie di emigrati, oltre a dare consigli diretti a chi gli scrive. "Purtroppo questa disperazione non aiuta a fare scelte che ottimizzino il successo del trasferimento. Va anche detto che ci sono tanti italiani che, dopo aver tentato la strada dell’espatrio, tornano".

Anche Vivere all’estero di Francesca Prandstraller, docente alla Bocconi di organizzazione e risorse umane, offre una "relocation di successo" per "un’emigrazione di qualità". Ma oggi ci sono anche guide differenziate per singolo Paese. O per professione, come Doctors in fuga, per i medici che cercano lavoro all’estero.

C’è un’intera collana di ebook edita da Latitudine 40 in collaborazione con il sito Voglioviverecosì, che con 250mila visite mensili è l’altro riferimento online per gli italiani in fuga: Vado a vivere in Canada, Vado a vivere in Australia, Vado a vivere alle Canarie e così via.

Presto arriverà anche Vado a vivere in Brasile di Stefano Gentile, 50 anni, laurea in economia, emigrato in Brasile. Gentile ha deciso di aprire una piccola organizzazione che fornisce tutto l’appoggio necessario per chi vuole trasferirsi o anche solo investire da queste parti. "Nel frattempo ho aperto anche un ristorante. In Brasile è più facile iniziare un’attività: ci sono meno pastoie burocratiche e l’agenzia delle entrate non fa la caccia alle streghe".

Per un italiano in Germania ci sarà sempre lavoro in cucina, anche se non sa la lingua

Da gennaio 2015 è in funzione www.t-island.eu che offre un servizio personalizzato di coaching, mentoring e supporto a chi è in Italia e vuole un’opportunità lontano da casa. Il sito è curato da Alberto Forchielli e Stefano Carpigiani, due "guru" del settore. Scritta da Forchielli e Carpigiani, uscirà a settembre per Sperling & Kupfer la guida definitiva per il potenziale emigrante: "Oggi l’emigrazione è trasversale", dice Carpigiani. "Il motto sembra essere: chiunque può, dove riesce, non appena possibile. E le motivazioni, che sono delle più disparate, tendono però sempre più ad avere una connotazione diversa rispetto al passato. Cresce il sentimento di delusione verso un paese che non ha dato opportunità di crearsi un futuro. Dal mio punto di vista, chi se ne va lo fa perché è in cerca di un sistema più meritocratico".

Ma come sono, nella pratica, le storie delle famiglie neoemigrate o in procinto di partire? Ne ho raccolte quattro. Sono storie di coraggio e lungimiranza, non tanto diverse in fondo da quella di mio nonno che da bambina rifiutavo di comprendere e dei milioni di emigrati del passato "in bianco e nero".

Peppe e Alessandra, emigrati in Germania

Peppe è nato a Bari e per anni ha vissuto in Umbria facendo molti mestieri diversi, tra cui il produttore di zafferano. Alessandra è umbra di genitori romani, in Italia ha fatto le pulizie in nero. Hanno entrambi 32 anni e quattro figli di dodici, sette, tre e un anno. Con una famiglia così numerosa, a Gubbio, dove la crisi è stata particolarmente acuta, era un po’ dura.

Dal settembre del 2104 vivono a Diefflen, un paesino vicino alla Foresta Nera, a due ore da Bruxelles e dalla Francia. Peppe e Alessandra sono raggianti: "Stiamo benissimo", mi dicono dallo schermo di Skype. Peppe non ha perso l’ironia e dice che a lui non interessa imparare il tedesco, tanto fa il cuoco: "Per un italiano in Germania ci sarà sempre lavoro in cucina, anche se non sa la lingua!". Al Porto Cervo, il ristorante dove lavora, Peppe è responsabile di una parte della cucina e guadagna 1.600 euro al mese.

"Il comune però ci aiuta perché Alessandra non ha ancora un lavoro. Le pagano un corso di tedesco di sei mesi, dopo il quale il comune proporrà un mestiere per lei. Le faranno tre proposte: se le rifiuta tutte e tre, smetteranno di aiutarla". L’aiuto consiste in un bonus di quasi 900 euro mensili per i quattro figli, l’affitto della casa, la benzina e l’asilo per il piccolo tutti a spese del comune. "Coi tedeschi funziona così: se stai alle loro regole ti danno una mano, sennò sei fuori". Alessandra ha faticato un po’ all’inizio, ma ora parla già bene ed è contenta: "Quando sono arrivata ho provato un senso di vuoto. Un silenzio per le strade. Comunque, la gente è gentile, non c’è razzismo". Quando chiedo a Peppe se torneranno a vivere in Italia mi dice sorridendo: "No, non torneremo mai più". E poi, serio, aggiunge: "Non vedevo futuro in Italia. Qui lo vedo".

Ilaria e Adam, da poco emigrati negli Stati Uniti

Ilaria è appena tornata dalla scuola materna, dove ha accompagnato il figlio di sei anni. A Los Angeles sono le nove del mattino. La voce è già squillante. Ilaria fa la fisioterapista, aveva un buon lavoro in Italia anche se non pagato benissimo. Con il marito Adam vivevano a Torgiano, vicino a Perugia. Adam fa il cameraman e durante i periodi in cui lavora per la tv, si è reinventato come montatore fotovoltaico, ovvero monta pannelli solari. Hanno entrambi 36 anni.

Adam ha la cittadinanza statunitense perché è nato e ha vissuto tutta la sua infanzia negli Stati Uniti. Ilaria non aveva mai messo piede negli Stati Uniti prima di trasferirsi nel febbraio scorso e, come mi racconta, per sempre. Negli ultimi anni li ho sentiti spesso dire che vorrebbero mollare tutto e andare: sono stanchi di sopravvivere, vogliono provare a vivere. Dal febbraio scorso vivono a North Hollywood, provvisoriamente a casa della nonna di lui, ma con l’idea di fare presto un piccolo mutuo e comprare casa. Adam ha il sogno di aprire un locale italiano, ma è ancora presto, per ora si dà da fare come pannellista, pagato il doppio esatto che a Perugia.

Ilaria deve fare la conversione del titolo di fisioterapista e poi potrà esercitare il suo lavoro. "Non vedo l’ora, qui il mio mestiere è molto ben pagato: trenta, anche cinquanta dollari all’ora, contro i dieci euro che prendevo a Perugia. Nel frattempo penso che cercherò di fare le pulizie da qualche parte… Qui fai tutto più volentieri. Perché? Perché ti pagano il giusto". Certo, in California il costo della vita è più alto e solo le spese per fare i documenti per lei e il bambino, compreso l’avvocato, sono stati un bell’investimento. "Ma noi volevamo fare un salto di qualità e lo stiamo facendo".

Glauco, 50 anni, emigrato a Panama, momentaneamente solo

A quasi 50 anni Glauco, ingegnere elettronico e consulente informatico, decide di cambiare vita. È a Panamá City da qualche mese, ha aperto una società e sta mettendo a punto il trasferimento della moglie e dei tre figli a settembre. A Roma lavorava, ma in modo "sempre meno gratificante e ancor meno remunerativo".

"Un libero professionista nel mio settore riesce a mettere in tasca circa il 30-35 per cento di quello che fattura, però figura come uno che guadagna un sacco. Con moglie e tre figli a carico, sono arrivato a lavorare anche 14-16 ore al giorno, perdendo la possibilità di studiare, cosa fondamentale per un libero professionista. E senza arrivare a fine mese. Mia moglie è laureata in biologia molecolare con un dottorato, dopo qualche anno nella ricerca, oggi è disoccupata. Negli ultimi otto, nove anni io e mia moglie siamo stati letteralmente demoliti, in primis dallo stato. Abbiamo anche aperto una società insieme pensando di poter costruire qualcosa, ma ci hanno fatto passare qualunque fantasia: se studi a fondo le implicazioni, emerge chiaramente che o evadi o niente. Purtroppo io non ne sono proprio capace. In sostanza, in Italia in questo momento ti tassano anche la voglia di fare. Ho capito che mi ero stressato a sufficienza e che avevo fatto respirare questo stress anche a moglie e figli. E poi i figli, appunto… ho pensato al loro futuro: tra dieci anni i miei figli saranno in età universitaria o lavorativa. Non gli auguro per nessuna ragione di trovarsi lì in Italia".

Glauco mi racconta che da quando è arrivato a Panamá la voglia di fare gli è tornata, ha avuto più incontri professionali qui in poche settimane che in Italia negli ultimi dieci anni. "Anche solo per l’effetto positivo sul morale e sull’energia, farò di tutto per non tornare indietro".

Maurizio, emigrato in India e tornato in Italia. Ancora per poco

Economista e piccolo imprenditore pescarese, Maurizio, 48 anni, moglie ricercatrice e due figli di 11 e 9 anni, ha lavorato per anni con enti privati e pubblici a Roma e ha insegnato all’università. Dopo varie delusioni e difficoltà, è proprio un suo laureando a dargli l’idea di aprire una start up in India. Nel 2008 Maurizio fonda una società di software a Bangalore, insieme a un suo studente, ma rimane in Italia a procurare lavoro per la società indiana. Qualche anno dopo lo contatta una società svizzera che produce antivirus e, vista la sua esperienza internazionale, gli propone di trasferirsi in India e lavorare per loro. È il 2012.

"Il lavoro andava bene, ma sapevo che non sarei riuscito a portare la mia famiglia in India, con i cobra che ti entrano in casa! Facevo il pendolare, tornavo ogni due mesi, ma era dura. Il mio progetto era quello di spostare la famiglia a Singapore, dove la mia società aveva un’altra sede e fare da pendolare tra lì e Bangalore. Fatturavamo quattro volte quello che fatturava la holding. Purtroppo poi sono tornato in Italia l’anno successivo. Ora lavoro per pagare le bollette, ma non ho più entusiasmo".

Maurizio vorrebbe emigrare in Svizzera o in Danimarca e sta sondando il terreno. L’esperienza in India è stata fondamentale: "Anche se là c’è un casino pazzesco e può succedere tutto e il contrario di tutto, ci sono possibilità. Qui è tutto statico. A me sembra che l’Italia stia selezionando al contrario: invece di valorizzare quelli che sanno di più, valorizza quelli che non sanno. E che rubano"". (aise 25) 

 

 

 

 

La circolare della Garavini ai democratici in Europa

 

Appena salito al Governo, Berlusconi l'aveva abolito. Adesso, quattordici anni dopo, lo abbiamo reintrodotto: il reato di falso in bilancio, uno dei migliori strumenti per contrastare la corruzione. Perché è attraverso questo espediente che dai bilanci aziendali venivano creati i fondi neri per pagare le bustarelle. E insieme al falso in bilancio abbiamo già approvato anche la legge anticorruzione con cui si introducono pene severe contro corrotti e corruttori. Si prevedono inoltre tutta una serie di misure per combattere questo cancro, che fino ad oggi ha reso l'Italia il malato più grave di tutta l'Europa. È una legge preziosa, che non solo produrrà effetti virtuosi su tutto il Sistema Paese, ma che ci consente anche di riacquistare credibilità, a livello internazionale e presso i cittadini.

 

La scuola al centro della politica italiana

La Buona Scuola. Una riforma attorno alla quale ci sono state tante polemiche e sulla quale si è detto di tutto, senza entrare nei contenuti. Io, invece, vorrei parlare proprio di quelli. Per fare capire perché abbiamo votato questa riforma, che è stata discussa per mesi sul territorio, con iniziative in tutta Italia, e tramite un'apposita piattaforma su internet. Ritengo fondamentale che con la Buona Scuola finalmente si introduca l'obbligo di formazione professionale per gli insegnanti e si stanzino 40 milioni per finanziarla. Fino ad oggi la formazione dei docenti era un optional, lasciato alla buona volontà di pochi. Ulteriori 100 milioni di euro vengono messi a disposizione per introdurre anche in Italia la formazione duale: quell'esperienza di alternanza scuola lavoro che, in altri paesi, ha rappresentato negli anni uno straordinario strumento per la crescita economica e per il contrasto alla disoccupazione giovanile. La Buona Scuola combatte anche il precariato. Non solo vengono assunti 100.000 insegnanti precari a tempo indeterminato, entro il 2015. Ulteriori 60.000 posti saranno messi a concorso così da assumere ulteriori docenti, già abilitati - tramite concorso - in modo da garantire che vengano assunti i migliori. Vengono poi stanziati 4 miliardi (!) per ristrutturazioni di edilizia scolastica, così da mettere in sicurezza edifici scolastici pericolanti. Era proprio ora che un Governo facesse sul serio anche su questo argomento. Si introducono sistemi di valutazione e di controllo, sia sugli insegnanti che sui direttori didattici allo scopo di favorire la qualità ed il miglioramento dell'offerta formativa. Essere bravi, verrà premiato. Insomma una riforma radicale, con cui la scuola torna ad essere al centro delle priorità del Paese. Una scuola attenta ai bisogni dei ragazzi e delle famiglie e che mira a formare studenti che siano in grado di vincere la sfida dei tempi moderni. E, all'interno del progetto, il Governo si è impegnato ad emanare a breve/medio termine anche una riforma organica dell'insegnamento della lingua e cultura italiana all'estero.

 

L’Italia riparte

La stagione delle riforme fa sì che da qualche tempo nel nostro Paese si stia respirando un’aria diversa: dopo anni di crisi e decenni in cui l'Italia sembrava uscita dal radar dei Grandi, guardiamo di nuovo con ottimismo al futuro. Il Paese sta finalmente uscendo dalla recessione. E i dati confermano questo ottimismo: nei primi quattro mesi dell'anno, ad esempio, oltre 350.000 aziende hanno assunto personale a tempo indeterminato; inoltre il livello di ordinativi del settore industriale ha riscontrato un incremento del 5,6%. Sono dati tendenziali che indicano una vera inversione di rotta, rispetto alla drammatica crisi degli anni scorsi. Ne ho parlato a Düsseldorf, ospite della Società Dante Alighieri, in una sala piena di connazionali e di cittadini molto interessati all’attuale situazione politica italiana.

 

Dall’Europa finalmente una strategia politica sull'immigrazione

In una comunità di stati come quella europea, prevedere che il salvataggio e l’accoglienza di centinaia di migliaia di naufraghi debbano essere gestiti solamente da uno o pochi paesi è un assurdo. Anzi, è la vera negazione dei valori comuni alla base dell’EU. Adesso l’Italia finalmente é riuscita a fare breccia in quel muro di indifferenza che molti stati membri tendono ad alzare, quando si parla di condivisione di responsabilità nell’emergenza profughi. Con l’accordo raggiunto nei giorni scorsi a Bruxelles, vengono stanziati più mezzi per il soccorso ai rifugiati in mare e dovrebbe venire istituito un sistema di quote, così che ogni Paese dell'Ue si prenda cura di un certo numero di profughi o di richiedenti asilo. L'emergenza immigrazione non può essere lasciata a pochi paesi di prossimità. È un fenomeno di cui l'Europa tutta deve farsi carico, in modo solidale. Lo abbiamo dichiarato in modo congiunto, insieme al mio omologo, il Presidente dell’intergruppo di amicizia italo-tedesco al Bundestag, Lars Castellucci in un appello ripreso dall'Huffington Post. E questa settimana saremo impegnati insieme in Sicilia, in missione, per toccare da vicino la realtà dei soccorsi in mare, predisposti dalla nostra Marina militare. Per potere dire, con cognizione di causa, che l'Europa non può voltarsi dall'altra parte, lasciando morire affogate migliaia di persone.

 

A Monaco per parlare dei Comites: auguri ai nuovi Presidenti!

Non ci sono mai state così tante donne Presidenti di Comites. Non mancano volti nuovi, giovani, studenti e lavoratori fra i nuovi eletti. E’ un bel risultato, effetto delle elezioni dello scorso aprile. Ne ho parlato a Monaco, con tanti iscritti e simpatizzanti del locale Circolo PD, persone piene di passione, che è sempre un grande piacere reincontrare. Un rinnovo, quello dei Comites, che gli italiani all’estero stavano aspettando da tanto, troppo tempo e che proprio il PD è riuscito a concretizzare. Ma dobbiamo anche ammettere che non tutto è andato come volevamo: l’affluenza è stata bassissima. Complice: un’informazione insufficiente, un sistema - quello dell'inversione dell'opzione - ben sperimentato in altri paesi, ma mai adottato prima in Italia e, non da ultimo, il fatto che il rinnovo dei Comites, dopo essere stato bloccato per anni dai Governi Berlusconi, è stato ulteriormente rinviato, anche dopo avere fissato la data delle elezioni. È chiaro che poi tante persone smettono di prendere sul serio questo organismo. A tutti coloro che hanno votato va un ringraziamento sincero. Ne è valsa la pena, di votare. Perché non si poteva andare avanti con consiglieri eletti più di dieci anni fa, molti dei quali demotivati. È positivo che i Comites si siano arricchiti dell’esperienza e delle competenze di tante categorie di italiani all’estero, anche quelle che finora erano poco o quasi per niente rappresentate in questi preziosi organi di rappresentanza di base. Non resta che fare gli auguri di buon lavoro ai nuovi consiglieri e ai Presidenti di Comites, che, mi preme ricordarlo, esercitano il loro incarico a titolo completamente gratuito. A loro un grazie sincero.  

 

Con l’Italicum una democrazia più efficiente

La sera delle elezioni sarà chiaro chi ha vinto e chi ha perso. Questo è uno dei punti centrali della riforma elettorale appena approvata definitivamente. L’Italicum metterà anche fine all’epoca dei Governi ballerini. Negli ultimi settant'anni abbiamo avuto quasi settanta Governi in Italia: mediamente uno all'anno. Finalmente, anche a costo di una dura battaglia politica all’interno dello stesso PD, abbiamo portato a casa un risultato importante. Con questa legge dalle urne uscirà sempre un Governo dotato di una maggioranza idonea a rispettare gli impegni assunti in campagna elettorale. Certo, anche su questa riforma ci sono state tante polemiche. Ma con alcune enormi contraddizioni politiche. Una parte dell’opposizione, ad esempio, dopo avere approvato all'unanimità l’Italicum al Senato, ha fatto ostruzionismo alla Camera. Altri colleghi che si erano sempre espressi contro le preferenze sono andati sulle barricate per difenderne l'aumento. Per farla breve: alla fine non contavano più i contenuti, ma altri ragionamenti. Per questo, dopo anni di discussioni, abbiamo votato una legge che è stata elaborata volutamente insieme all’opposizione (che alla fine si è sfilata, ma per altri motivi). È una legge che evita che in futuro si sia obbligati a stringere coalizioni con alleati innaturali, solo allo scopo di raggiungere una maggioranza sufficiente per governare. Se un Governo non manterrà gli impegni assunti, sarà solo colpa sua e non si potrà più imputare la colpa al partitino di turno o al gruppetto di deputati o senatori, che riuscivano fino ad oggi a condizionare il Governo in quanto ago della bilancia. Per altre grandi democrazie europee è la prassi da sempre. Finalmente adesso potremo farci l’abitudine anche noi.

 

Educare alla cittadinanza: un convegno a Montecitorio

Se sullo stanziamento di fondi per i profughi l’Europa dovrebbe guardare all’Italia come a un modello, il nostro Paese può trarre ispirazione dall’esperienza di altri partner europei in molti altri campi. Ad esempio per modernizzare il sistema della scuola e dell’università. E’ un tema sul quale sto concentrando la mia azione politica da diverso tempo ormai. E’ importante, infatti, offrire al più presto ai nostri giovani la possibilità di iniziare un’esperienza lavorativa già durante il percorso di studio e proprio a integrazione di questo. Si tratta del famoso “sistema duale”, che viene praticato in Germania da decenni, con ottimi risultati sul piano dell’occupazione e della specializzazione lavorativa dei giovani. Proprio dell’utilità del modello formativo tedesco abbiamo parlato nel corso di un’iniziativa dell’Intergruppo parlamentare di amicizia italo-tedesco. In particolare, il collega Giampaolo Galli ha presentato la ricerca che ha condotto insieme ad un team di studiosi sul successo economico della Germania anche in tempi di grave crisi economica. Un successo dovuto in buona parte a investimenti mirati nel campo dell’istruzione e della ricerca. E' quanto stiamo iniziando a fare anche in Italia. La 'buona scuola' è solo il primo passo in questa direzione.

 

A Colonia a festeggiare i 70 anni della Liberazione

Un’Italia migliore la si costruisce guardando non solo al futuro, ma anche al passato. Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. È stato particolarmente toccante festeggiare fra gli italiani all’estero questa data fondamentale per la nostra democrazia. E trovo che sia davvero prezioso che l’Anpi, l’Associazione Partigiani d’Italia, operi anche fuori dai confini nazionali. E' una realtà consolidata in Belgio, in Svizzera. E si è costituita di recente anche in Germania. Non è un caso: erano all’estero molti degli antifascisti fuggiti alla repressione del regime, ed erano all’estero, nei lager nazisti, molti degli ebrei italiani strappati alle loro case dall’antisemitismo nazifascista. Come pure i soldati italiani che rifiutarono di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò e che proprio per questo furono deportati in Germania. La testimonianza drammatica di tutti questi uomini e donne ci dice che  la democrazia non è qualcosa che si possa dare per acquisito una volta per tutte. I tempi cambiano, ma le ideologie violente non smettono di attecchire, magari in forme diverse. Per questo non bisogna mai abbassare la guardia, in modo da evitare che movimenti antidemocratici guadagnino nuovamente terreno nel nostro Paese. Tanta gratitudine e apprezzamento va a tutti coloro che, attraverso l'Anpi, portano avanti i valori e la memoria della Resistenza, anche all'estero. Ad esempio Filippo Giuffrida, in Belgio e Lucia Beccarelli e Alfredo Vernazzani in Germania. On Laura Garavini, de.it.press 25

 

 

 

 

 

Amministrative Spagna: Podemos prende Barcellona e Madrid, il Pp è primo partito ma in netto calo

 

MADRID - Il duello tra la "vecchia" e la "nuova" politica in Spagna è appena iniziato, ma dai risultati di queste amministrative il quadro è chiaro:  le forze emerse dal basso, Podemos e Ciudadanos, entrano da protagoniste nelle istituzioni locali, il primo importante test in vista delle elezioni politiche di novembre.

 

A Madrid è stato un testa a testa fra Podemos e il Partito popolare: i popolari di Esperanza Aguirre hanno ottenuto la maggioranza dei seggi  mentre a Barcellona, la lista Barcelona in Comu formata attorno a Podemos della candidata sindaco Ada Colau arriva prima,11 seggi davanti a quella del sindaco uscente nazionalista catalano Xavier Trias con 10 seggi.

Sono risultati che fanno dichiarare al leader di Podemos, Pablo Iglesias: "Il risultato delle elezioni di oggi "segna l'inizio della fine del bipartitismo in Spagna. Pp e Psoe hanno registrato uno dei peggiori risultati della loro storia" e "il cambiamento ora è irreversibile". Alle politiche di novembre Podemos, ha annunciato, "sfiderà il Pp" per il governo del paese.

 

Riguardo le "battaglie" di Madrid e Barcellona, i numeri sono comunque di importanza relativa nella corsa per il controllo delle due più grandi città: in assenza di maggioranza assoluta, le liste dovranno cercare di formare coalizioni. Una situazione che dovrebbe avvantaggiare Podemos, che potrebbe contare sull'appoggio del Psoe e di Ciudadanos. E quindi prendere quasi "algebricamente" Madrid dopo Barcellona. Sarebbe il trionfo strategico del leader Pablo Iglesias e della sua mossa: aderire a coalizioni più ampie e aprire all'elettorato moderato in vista delle politiche e del vero assalto al potere.

 

Gli spagnoli sono andati alle urne per rinnovare 8.122 municipalità oltre che per assegnare i seggi nei parlamenti di 13 delle 17 regioni del Paese. Quattro anni fa il Pp aveva ottenuto la maggioranza assoluta in otto regioni, oggi lo scenario è diverso. Con la necessità per il Pp di scendere a patti con altre forze politiche. Potrebbe rivelarsi ago della bilancia l'altro "partito del nuovo", Ciudadanos, su posizioni liberal-alternative. Il movimento di Albert Rivera sarebbe pronto a trattative sia con il Pp sia con Podemos e Psoe per il governo in molte città e regioni del Paese. Quanto alle comunali, quattro anni fa il Partito popolare e il principale partito di opposizione di allora, i socialisti del Psoe, avevano ottenuto insieme il 65% dei voti. Bacino di consenso decisamente ridotto oggi alle urne, con gli exit poll accreditano le due forze politiche tradizionali di un complessivo 53%.

 

Buono il dato sull'affluenza, che alle ore 18 era in leggero aumento, di quasi mezzo punto percentuale rispetto alle precedenti elezioni amministrative e regionali del 2011. I votanti sono stati il 49,79% degli aventi diritto, contro il 49,19% nel 2011, secondo i dati diffusi dal ministero degli interni di Madrid.

LR 25

 

 

 

 

 

 

Il pendolo polacco. Un’oscillazione pericolosa tra europeismo e nazionalismo

 

La settimana è cominciata decisamente male per l’Unione europea (Ue). Dopo l’affermazione di Podemos alle elezioni amministrative in Spagna e il braccio di ferro sempre più serrato con Atene, brutte notizie giungono anche dal fronte centro-orientale.

 

Le elezioni presidenziali polacche hanno registrato infatti la vittoria di Andrzej Duda, esponente del partito della destra ultra-nazionalista Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwo?? - PiS) che ha ottenuto il 51,55 per cento dei voti contro il 48,45 per cento del presidente uscente Bronislaw Komorowski, sostenuto dal partito di governo Piattaforma Civica (Platforma Obywatelska - PO).

 

La vittoria del PiS potrebbe comportare delle ripercussioni tanto sul piano interno che esterno. Da un lato, c’è il rischio che la sua elezione possa favorire l’affermazione del PiS nelle (ben più decisive) elezioni parlamentari che si terranno in autunno. Dall’altro lato, un ritorno degli ultra-nazionalisti potrebbe avere delle implicazioni sull’agenda europea del paese.

 

Rischio di “Orbanizacja”?

L’elezione di Duda ha colto di sorpresa numerosi analisti ed osservatori. La rielezione di Komorowski era infatti data per scontata. La Polonia continua ad essere una delle economie più dinamiche all’interno dell’Ue con un Pil che dovrebbe crescere di oltre il 3% anche nel 2015.

 

Come si spiega allora la vittoria di Duda? Occorre sottolineare che la tornata elettorale ha mostrato la classica divisione est-ovest, con il PiS a prevalere nelle regioni povere e rurali orientali e il PO del premier EwaKopacz in quelle più ricche a Occidente.

 

A favore del neo-presidente hanno giocato non solo l’età (Duda ha 43 anni ed è il primo presidente che non ha partecipato alle lotte di Solidarno?? degli Anni 80), ma soprattutto un programma populista, basato sulla riduzione dell’età pensionabile, il taglio delle tasse per le piccole e medie imprese e sulla “Repolonizacja” di banche e media, sulla falsariga di quanto fatto da Viktor Orban in Ungheria. Emblematica in tal senso l’affermazione del leader del PiS Kaczy?ski che ha detto “portiamo Budapest a Varsavia”.

 

Ripercussioni sul piano europeo

Il revanscismo populista e nazionalista di Duda potrebbe portare nel lungo termine a un cambio di rotta nella politica estera del Paese. Il rischio più grande è che un futuro governo a maggioranza PiS possa spingere la Polonia a voltare le spalle all’Ue.

 

Mentre il PO di Donald Tusk ha fatto del multilateralismo europeo e della relazione strategica con Berlino e Parigi i cardini della sua politica estera, il PiS di Kaczy?ski privilegia i rapporti con gli Stati Uniti in ottica non solo anti-russa, ma anche euro-scettica.

 

In quest’ottica, un ritorno del nazionalismo in Polonia potrebbe ad esempio vanificare i tentativi di creare un’Unione energetica, visto che Duda ha escluso ogni politica di de-carbonizzazione del paese - una delle priorità dell’Energy Union Package pubblicato lo scorso febbraio su iniziativa forte dello stesso Tusk.

 

L’Ue potrebbe poi perdere il sostegno di un attore geopolitico e militare fondamentale nell’Europa centro-orientale, con conseguenze potenzialmente pericolose nell’ottica delle relazioni con la Federazione russa.

 

Un ritorno della russofobia isterica che aveva contraddistinto la presidenza Kaczy?ski non solo renderebbe difficile mantenere un dialogo costruttivo con il Cremlino, ma potrebbe addirittura aumentare il rischio di un confronto militare con Mosca.

 

Rischio di un nuovo isolamento

Forse è ancora troppo presto per lanciare allarmismi. Per il momento non ci saranno grossi cambiamenti nella politica interna ed estera polacche. Il presidente della Repubblica svolge un ruolo di rappresentanza e non può mettere il veto a provvedimenti di natura economica e fiscale.

 

Ciò che preoccupa maggiormente è però l’impatto che questo voto può avere nelle elezioni parlamentari previste in autunno. Nella migliore delle ipotesi, si profila l’emergere del fenomeno della cosiddetta “anatra zoppa”, con un presidente del PiS e un premier espressione del PO.

 

Non è però da escludere che l’elezione di Duda dia un’ulteriore spinta al PiS di Kaczy?ski. Il pericolo che il Paese scivoli di nuovo in un nazionalismo esasperato è quindi assai concreto. Ciò potrebbe minare seriamente l’immagine della Polonia nell’Ue.

 

Negli ultimi anni il Paese ha investito molto per ricostruire la sua credibilità presso le varie capitali europee. La politica europeista di Varsavia ha prodotto diversi successi, dal mantenimento dell’interesse verso i paesi del Partenariato orientale, al fervente sostegno verso le sanzioni contro Mosca, fino alla nomina di Donald Tusk a presidente del Consiglio europeo. Un ritorno dei fantasmi del passato è un rischio che il Paese non può assolutamente correre.

Daniele Fattibene, Assistente alla ricerca presso il programma Sicurezza e Difesa dello IAI. AffInt

 

 

 

 

 

Il salvataggio. I troppi equivoci su Atene

 

Domenica il ministro dell’Interno greco Voutsis annunciava che il suo governo non avrebbe pagato i soldi dovuti al Fondo monetario Internazionale (Fmi) in giugno. Lunedì sera la smentita: «Atene farà ogni sforzo per onorare i suoi debiti». Questo è solo l’ultimo episodio nel confuso susseguirsi di annunci e precisazioni che accompagnano le trattative in corso tra il governo greco e i partner europei. Se non fosse una tragedia, questo continuo flusso di notizie difficilmente interpretabili potrebbe bene essere descritto dalla commedia di Shakespeare Much ado about nothing («Molto rumore per nulla»): pettegolezzi, annunci, voci e chiacchiere che portano i protagonisti a false mosse e a una sequenza di errori. La commedia shakespeariana ha un lieto fine, sarebbe potuta andare altrimenti.

Come nel caso della Grecia, si rimane fino all’ultimo in bilico tra il lieto fine e l’esito tragico. Il testo si insegna nelle scuole come una riflessione sull’onore, la vergogna e la politica. Riflessione più che mai urgente per tutte le parti in causa anche per il caso greco. Dopo quattro mesi di incertezza ed errori da ogni parte, i negoziati tra Atene e la troika (comunque la si voglia chiamare adesso) sembrano ora focalizzarsi esclusivamente su aspetti di bilancio, volti a un accordo dell’ultimo minuto che eviti il peggio ma che non garantisce alcuna sostenibilità di lungo periodo. Non c’è tempo, né volontà politica per cercare di costruire un percorso con un orizzonte non immediato, basato sulla coerenza tra un programma riformatore e la sostenibilità di bilancio. Si stanno ripetendo gli errori del passato. È probabile (ma assolutamente non certo) che, nonostante la confusione di messaggi, la Grecia pagherà il Fmi alla prossima scadenza - si tratta di pochi soldi - e che ci si ritrovi alla fine di giugno senza un incidente maggiore. A quel punto è probabile che si arrivi a un accordo per ottenere l’esborso della ultima tranche prevista dal secondo programma di aiuti o, ancora più probabile, che per arrivarci si prenderà ancora un po’ di tempo e si andrà a nuove elezioni. Ancora tempo perso per la ripresa, ancora incertezza e possibilità di incidenti di percorso.

Ma anche se lo scenario più roseo si materializzasse - cioè un accordo pieno sul secondo programma - questa non sarà certo la fine della saga greca. La Grecia avrà bisogno di un terzo programma di aiuti. Questo dovrebbe idealmente essere basato su buoni principi, che evitino il disastro dei primi due. E paradossalmente sembra che ormai in Europa ci sia un consenso su quali siano questi principi. Per esempio, bisogna evitare che le riforme - necessarie - siano pro-cicliche, cioè limitino la capacità di spesa dei cittadini quando l’economia è in recessione. Anche l’Ocse sostiene sia meglio cominciare prima dalle riforme meno socialmente divisive: dal mercato dei prodotti alla riforma dello Stato, al sistema giudiziario ma comunque non dal lavoro. Inoltre, ormai sono molti a dire che non si può imporre un surplus primario irrealistico che finisca, come è avvenuto nel passato, per strozzare l’economia. Ma se su questi principi di base c’è un largo consenso, quale è la difficolta a formulare un nuovo programma o meglio a costruire il ponte tra un accordo sulla chiusura del secondo e la formulazione del terzo? I problemi sono due. Primo, non è chiaro se il governo greco e l’Europa abbiano lo spazio politico e quindi la volontà di farlo. Secondo, anche se lo avessero, non è chiaro se la Grecia sia capace, pur condividendolo, di metterlo in pratica. Ma la condivisione sul contenuto del programma e la capacità di attuarlo sono due condizioni essenziali per la sua credibilità e il suo successo.

Se nessuna delle parti in causa, come sembra, sarà capace di partire da questa osservazione essenziale e quindi di prendere la leadership del negoziato, si aprono due scenari alternativi. Il primo è che si continui come nel passato: negoziati infiniti su aspetti esclusivamente di bilancio e un susseguirsi di accordi dell’ultimo secondo per continuare a sopravvivere e non creare un incidente costoso per l’Unione. La Grecia, secondo questo scenario, vivrebbe ai margini dell’Unione, un po’ sussidiata e un po’ depauperizzata. Il secondo è che la Grecia vada in default , fallisca ed esca dall’euro. Con quest’ultima opzione non è realistico pensare che ciò che l’Europa le ha prestato sia restituito nella sua interezza. Sperare in una restituzione del 50% è fin troppo ottimista. Ma se è cosi l’Italia, terzo Paese creditore di Atene, tornerebbe a essere a rischio e per l’Unione si riaprirebbe il problema di come far fronte alla sostenibilità del debito sovrano senza un intervento massiccio della Banca entrale europea. Facendo vacillare quel fragile consenso così faticosamente costruito. Lucrezia Reichlin

CdS 26

 

 

 

 

Immigrazione, Ue: vanno ricollocati in altri Paesi 40mila profughi da Italia e Grecia

 

Per il nostro Paese si tratta di 24mila tra siriani ed eritrei arrivati dopo il 15 aprile 2015. La proposta della Commissione dovrà passare al vaglio del Consiglio. Avramopoulos: "Non proponiamo quote"

 

BRUXELLES - Quarantamila tra siriani ed eritrei arrivati dopo il 15 aprile 2015 saranno ricollocati nei prossimi due anni. Il trasferimento avverrà dall'Italia (24mila) e dalla Grecia (16mila) in altri Stati membri sulla base di una serie di parametri. Questa la proposta della Commissione europea sui migranti. Proposta che ora dovrà passare al Consiglio (maggioranza qualificata) sentito il Parlamento.

 

Si tratta di una ripartizione obbligatoria delle persone alle quali è stato riconosciuto il diritto a godere della protezione internazionale, ma Regno Unito e Irlanda hanno la possibilità di partecipare solo se lo vorranno (hanno già indicato che non parteciperanno) mentre la Danimarca gode del diritto di non partecipare. L'esecutivo presieduto da Jean-Claude Juncker ha proposto anche un regime di insediamento (resettlement) con una raccomandazione agli Stati che potrebbe coinvolgere 20mila persone in due anni. Si tratta delle persone che godendo del riconoscimento del diritto di asilo si trovano attualmente nei vari campi profughi in nordafrica. La decisione politica finale sarà presa dai capi di Stato e di governo della Ue nel vertice di giugno tra meno di un mese.

 

Il criterio di distribuzione tra gli Stati membri viene calcolato tenendo conto della dimensione della popolazione (pesa per il 40%), il Pil (40%), il numero degli applicanti per il riconoscimento del diritto di asilo (10%), il tasso di disoccupazione (10%). Per il ricollocamento, il bilancio europeo fornirà un finanziamento extra di 240 milioni, gli Stati riceveranno 6000 euro per ogni persona coinvolta. Per il resettlement dei ventimila profughi il bilancio Ue finanzierà l'operazione per gli Stati che vi parteciperanno con altri 50 milioni di euro nel periodo 2015-2016.

 

La Commissione Ue ha proposto anche un piano di azione per contrastare la tratta dei migranti che include la formazione di una lista delle navi sospette; cooperazione e scambio di informazioni con le istituzioni finanziarie, con i fornitori di servizi internet e social media per rintracciare e rimuovere la rete online attraverso viene organizzata la tratta. Poi la Commissione ha definito il quadro operativo per prendere le impronte ai nuovi arrivati che richiedono asilo: squadre europee dell'ufficio europeo per l'asilo, di Frontex ed Europol lavoreranno sul terreno (quindi anche in Italia) per accelerare il lavoro di identificazione e registrazione dei migranti, valutare quelli che si trovano nella necessità di protezione internazionale.

 

Infine la Commissione ha lanciato la consultazione sulla carta blu, per migliorarne l'operatività e permettere alle persone qualificate di lavorare nella Ue. Attualmente la carta blu europea è scarsamente utilizzata. La proposta della Commissione, che non mancherà di suscitare polemiche e divisioni tra i governi, si fonda sul riconoscimento dell'esistenza di una emergenza europea e internazionale il cui peso sta ricadendo principalmente su due Paesi (Italia e Grecia).

 

"Globalmente ci sono stati commenti positivi sull'agenda per l'immigrazione, ma anche punti fraintesi: noi non proponiamo di stabilire quote. Quota è una parola che non ci piace e non abbiamo mai usato", così il commissario Ue all'Immigrazione Dimitris Avramopoulos, spiegando che lo schema propone una solidarietà minima, per Stato.

 

Sulla raccolta delle impronte, intanto, lo stesso Avramopoulos sottolinea: "Monitoreremo Italia, Grecia e altri Stati membri", insistendo poi sull'importanza del "rispetto delle regole" da parte di tutti i Paesi.

 

A intervenire sulla questione è poi il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, che considera positiva la proposta della Commissione. Come ha detto parlando al Parlamento europeo in sessione plenaria a Bruxelles, per Ban Ki-Moon si tratta di "un passo nella direzione giusta": per questo, il segretario generale delle Nazioni unite invita "i Ventotto ad accettare questa riforma" perché solo "con un'empatica condivisione degli oneri e delle responsabilità si potranno affrontare i flussi sempre più numerosi di migranti". Parlando al termine

di un incontro con il presidente Juncker, sempre a Bruxelles, Ban Ki-moon ha ribadito la sua "preoccupazione" riguardo alla scelta di distruggere i barconi dei trafficanti: "Ci sono forse metodi migliori" per affrontare la questione, ha detto. LR 27

 

 

 

 

 

La fame nel mondo scende sotto gli 800 milioni di persone

 

Presentato a Roma l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulla fame. Nei Paesi in via di sviluppo la denutrizione è quasi dimezzata e riguarda il 12,9 per cento della popolazione. L’obiettivo resta arrivare a zero - STEFANO RIZZATO

 

Era una soglia simbolica, ma non solo. Ed è stata infranta. Il numero complessivo delle persone che soffrono la fame nel mondo scende sotto quota 800 milioni e si attesta a 795 milioni: ben 216 milioni in meno rispetto al biennio 1990-92 , come si legge nell’ultima edizione del rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla fame (Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2015 - SOFI). Ma resta ancora molto da fare sulla strada che porta alla fame zero. Soprattutto nell’Africa sub-sahariana, dove resta denutrito il 23,3 per cento della popolazione. 

 

Obiettivi raggiunti in 72 Paesi su 129  

Nei paesi in via di sviluppo, la prevalenza della denutrizione è scesa al 12,9 per cento della popolazione, in calo dal 23,3 del 2000. Gli obiettivi fissati a inizio millennio dall’Onu sono stati raggiunti in 72 su 129 Paesi monitorati. Per 29 Stati è arrivato un traguardo ancora più ambizioso, quello di dimezzare il numero totale delle persone denutrite tra il 1996 e il 2015. “Un risultato che ci dimostra che è possibile eliminare questa piaga nel corso della nostra esistenza”, ha commentato il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva. “Dobbiamo essere la generazione Fame Zero”. 

 

Investire nelle zone rurali  

“Se vogliamo veramente creare un mondo libero dalla povertà e dalla fame, allora dobbiamo fare degli investimenti nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo e avere una crescita equilibrata per tre miliardi di persone”, ha aggiunto il presidente dell’IFAD, Kanayo F. Nwanze. Tra i pericoli ci sono quelli che vengono dai cambiamenti climatici: eventi meteorologici estremi e calamità naturali hanno contribuito a ostacolare il progresso dei Paesi in via di sviluppo, insieme ai conflitti e all’instabilità politica ed economica. 

 

Una crescita a più velocità  

I progressi più veloci sono stati fatti in Asia orientale, ma grandi passi in avanti ci sono stati anche in America Latina e nei Caraibi, dove la percentuale di persone che soffrono la fame è scesa dal 1990 a oggi è scesa dal 14,7 per cento al 5,5. L’Africa sub-sahariana resta la regione con la più alta prevalenza di denutrizione al mondo - 23,2 per cento della popolazione - vale a dire quasi una persona su quattro. In Nord Africa si è vicini a debellare le forme più gravi di insicurezza alimentare, con la prevalenza di denutrizione al di sotto del 5 per cento, ma il nuovo motivo di preoccupazione è per la qualità del cibo, con sovrappeso e obesità in aumento. 

Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2015 è disponibile on-line. LS 27

 

 

 

 

 

Qui New York. Miopia, obliterazione o razzismo selettivo?

 

Come quasi tutti gli italiani a New York sono orgogliosissima del fatto che RAI TV e giornali citino ad ogni piè sospinto il nostro splendido Sindaco di origini italiane. Il suo recente giro in Iowa (che apre la serie delle primarie presidenziali), Wisconsin, Nebraska, cui stanno seguendo Washington, D.C. e California, per presentare un programma progressista in 13 punti fa presagire – come ho scritto parecchio tempo fa, in epoca non sospetta – che magari ha un mezzo pensierino di partire alla scalata della Casa Bianca. I repubblicani terrorizzati sono partiti al contrattacco, con la candidatura di Carly Fiorina, già CEO della Hewlett Packard e prima donna in USA a guidare una delle 20 principali industrie di Fortune 500, considerata sia l’antidoto a Hillary Clinton che la risposta “italiana” a de Blasio. Peccato che Cara Carleton Sneed sia di puro sangue britannico e che il cognome italiano lo abbia acquisito con le seconde nozze a un certo Frank Fiorina, alto dirigente della AT&T, che ha rinunciato alla propria carriera per sostenere quella di lei. Non ancora soddisfatta, la destra USA sta descrivendo Hillary e de Blasio come pericolosi marxisti-leninisti, nostalgici della Rivoluzione di ottobre, ringalluzziti dall’apertura obamiana al governo di Cuba. Sono felice che si parli del “Bill” primo cittadino di New York e ancora più felice sarei se finalmente riuscissimo ad avere un Presidente democratico, italo-americano, vale a dire “oriundo” italiano. Forse soltanto una vittoria di questo genere potrebbe riaprire il dialogo fra la nostra diaspora migratoria e quella che un tempo si chiamava aulicamente “madre Patria”. L’Italia appare molto confusa in proposito in questo momento. I boatos dei grillini e dei leghisti hanno inquinato e stravolto la capacità di analisi e di pensiero di molti. Gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero sono stati messi in grave pericolo ad ogni livello, dalle Associazioni Nazionali, alle Consulte dell’Emigrazione a Com.It.Es. e CGIE. Le procedure di demolizione sono tanto sottili e poco apparenti quanto efficaci. Si sottovaluta il lavoro delle Associazioni, che sono state costrette a pubblicare un Manifesto politico e convocare i propri Stati Generali. Si snaturano le Consulte dell’Emigrazione, come sta avvenendo in Emilia Romagna, dove è in atto un formidabile salto indietro ad un passato che abbiamo combattuto duramente per cambiare. Nata a Cento di Ferrara a genitori pugliesi (e quindi “oriunda” pugliese) e cresciuta a Bologna, sono stata Consultrice ER per due mandati ai tempi in cui un serio dibattito sul valore della presenza all’estero dei corregionali non era considerato inutile o solamente cuoristico. Tanto per fare una battuta l’avanzata del tortellino e della mortadella nel mondo si deve agli emigrati ER che li hanno fatti conoscere e hanno insegnato a mangiarli. La Ferrari, meraviglioso simbolo dell’italianità insieme alle altre due “F”: Food and Fashion (cibo e moda) non viene collegata alla Regione, che ha ancora bisogno di dare riconoscibilità al proprio marchio “Made in the ER”. In quel periodo lavorammo per far riformare la legge istitutiva, togliendo la Consulta dal patrocinio del Consiglio regionale per incardinarla nella Giunta, facendola diventare uno dei principali meccanismi di penetrazione nei mercati esteri commerciali, turistici, linguistici e culturali. Pretendemmo anche di avere un Presidente a tempo pieno, perché avevamo vissuto sulla nostra pelle la difficoltà di operare con la presidenza di un Consigliere o un Assessore regionale. Anche il migliore eletto deve occuparsi prima di tutto delle questioni del suo elettorato locale, non può dedicarsi interamente, giorno dopo giorno ai contatti in cinque continenti divisi da 24 fusi orari. Fra parentesi, chi parla di fare riunioni, soltanto per via telematica, non si rende conto che quando a Bologna sono le 9 del mattino nel continente americano sono le 3 di notte al nord e in parte del sud e in Australia sono le 6 del pomeriggio. Ma quando a Montreal e in mezza America latina sono le 9 del mattino in Australia è mezzanotte. Bisognerebbe documentarsi sui fatti prima di lanciare facili slogan inneggianti al risparmio, dimenticandosi che i Consultori, ovunque nel mondo fanno puro volontariato e che il tanto vituperato “gettone di presenza” nel caso della Consulta ER ammontava al massimo a €32, sì, trentadue Euro. Con il riposizionare la Consulta fra le braccia non di uno solo, ma di tre Consiglieri regionali (due di maggioranza e uno di opposizione), torneremo ad un passato in cui l’approccio era più cognitivo che costruttivo e le missioni di partenti dall’Italia (molto più numerose in base al manuale Cercelli e perciò molto più costose) erano indirizzate verso iniziative di grande valore sentimentale e di rivisitazione dei ricordi, ma di poco costrutto concreto. Chi è già impegnato nel lavoro legislativo e di partito non può realisticamente dedicarsi alla quotidiana, capillare opera di riconduzione delle comunità, tanto diverse quanto lo sono i Paesi di residenza, a progetti utili prima di tutto alla Regione. Proprio a quest’ultimo fine la Consulta aveva invece come riferimento la Giunta Regionale e stava in contatto costante e diretto con i funzionari competenti per l’internazionalizzazione. Erano nati progetti diretti ai giovani come le Antenne dell’ER nel campo del turismo e Boomerang che consentiva loro di fare stage nelle imprese e cooperative partecipanti, con il risultato che sono diventati in gran parte agenti all’estero delle ditte ospitanti. Miopia? Certamente sì, non politica, anzi, dato che la dichiarata cancellazione dei costi rientra nelle tendenze attuali. Miopia invece nel senso delle politiche di sostegno alla globalizzazione della Regione, perché in realtà si risparmia soltanto lo stipendio di un Presidente a tempo pieno, davvero minimo se paragonato agli onorari di manager, grand commis e dirigenti pubblici di lungo corso, perché i funzionari addetti rimangono gli stessi e probabilmente i costi aumenteranno di gran lunga perché bisognerà pur fare un giro del mondo per conoscere le 111 associazioni registrate e ovviamente dovrà farlo l’intera Presidenza, dei tre Consiglieri. Ultima nota: la Consulta, per definizione e per legge, è organismo consultivo del Consiglio regionale. Con la nuova legge il Consiglio regionale consulterà se stesso.

All’attacco alle Consulte si aggiunge la delegittimazione dei Com.It.Es. attraverso l’opzione per la registrazione a votare. Intendiamoci: io sono d’accordissimo sull’opzione, che soddisfa la necessità di avere un elettorato attivo finalmente certo all’estero e non dipendente dalle decisioni dei Comuni di iscrivere o non iscrivere all’AIRE i cittadini non più residenti in Italia. Ma non si può procedere a cambiare le regole e le scadenze più di una volta nel giro di pochi mesi, sotto elezione, se non ci si può basare su un’informazione puntuale e capillare ovunque. Perfino in Paesi europei grandi come un fazzoletto, che si possono girare in un fine settimana comunicando porta a porta, i risultati non sono stati percentualmente eccezionali. Bocche piene di parole di apertura ai giovani della nuova emigrazione e alle donne, ma nessuna comprensione dei tempi necessari a far conoscere i meccanismi della partecipazione e gli organismi della rappresentanza. Obliterazione? Parlerei piuttosto di usa e getta. Agli occhi di alcuni che non conoscono l’importanza dei Com.It.Es. nel mantenere vivo l’interesse per l’Italia nella rete allargata dei compatrioti e evidentemente non sono più utili. Si è deciso di obliterarli, come i biglietti del treno, che servono una sola volta, poi si gettano. Ma noi non siamo d’accordo. E ancora meno siamo d’accordo sulla inesorabile marcia che intende minimizzare la presenza degli oriundi, annullarne il peso politico e finanziario, escluderne la partecipazione. Come? Attraverso l’emanazione amministrativa di regole restrittive dei dettami delle leggi, fissando come condizione sine qua non per l’inserimento delle associazioni negli elenchi consolari un numero prefissato di soci cittadini italiani all’interno di ciascuna di esse, a prescindere dal lavoro che hanno svolto e stanno svolgendo, dal tempo trascorso dalla loro fondazione, dalla loro legittima registrazione negli albi regionali. Che cos’è questo? Protezione della superiorità del cittadino italico sul meticciato dei discendenti magari nati da matrimonio misto con cittadini stranieri? Ambizione alla ricostituzione della purezza della razza italiana all’estero? Razzismo selettivo? Ovviamente sto scherzando o forse no. Come se questo non bastasse, l’ultimo assalto alla diligenza nasce dalla ridistribuzione dei Consiglieri del CGIE in base rigidamente al numero di iscritti all’AIRE nei continenti, negando come criteri aggiuntivi e correttivi le distanze territoriali, l’apporto commerciale dei diversi Paesi, l’appartenenza di essi ad organismi come il G7 e il G20, il numero degli “oriundi”. Se questa follia sciovinistica sarà confermata, ne nascerà un Consiglio generale degli Espatriati nell’Unione Europea, che non hanno perciò bisogno di permessi di immigrazione e possono a stento pretendere di continuare a chiamare se stessi emigrati. O mi sbaglio?

Concludo usando come esempio una realtà che conosco benissimo. Da anni vado ripetendo come un disco rotto che gli Stati Uniti sono il laboratorio fondamentale per capire quello che avviene nel mondo dell’emigrazione e quanto l’Italia non se ne renda conto. La nostra popolazione italo-italiana, italo-americana, americo-italiana contiene tutti i passaggi, le idiosincrasie, le dicotomie, le proiezioni nel futuro che di solito non sono presenti contemporaneamente e nello stesso modo in molti altri Paesi. Da decenni siamo ricettacolo di quella che è stata chiamata fuga di cervelli, poi, con eufemismi crescenti: mobilità, nuova emigrazione, movimento di ricercatori, i quali si affiancano alle prime generazioni stanziali della fine del secondo dopoguerra e ai discendenti veri di terze e quarte generazioni, sempre più interessati all’Italia nella strenua ricerca di un’identità cui risalire, visto che quella cosiddetta americana si sta sfilacciando e annega lentamente nel maelstrom della massiccia invasione ispanofona dal sud del continente e di quella orientale da Pacifico. Per colpa della negazione ingiustificata e perciò inaccettabile degli “oriundi”, tutta questa enorme ricchezza di tessuto italiano e di origine italiana andrà perduta in USA e dovunque altro fuori dall’Europa, ma forse anche lì. I latini si chiedevano cui prodest? A chi giova? All’Italia certamente no.

Silvana Mangione, Vice Segretario Generale del CGIE

 

 

 

 

 

 

Migranti: prime misure concrete dela Commissione UE

 

BRUXELLES  - Due settimane dopo la presentazione dell’agenda europea in materia di migrazioni, la Commissione Ue passa dalle parole ai fatti ed adotta una prima serie di misure concrete per rispondere all’emergenza attuale.

Il piano prevede: la proposta di ricorrere, per la prima volta, al meccanismo di intervento di urgenza previsto all’articolo 78 del Trattato di Funzionamento dell’Ue.

Questa norma permetterà di assitere l’Italia e la Grecia: un totale di 40mila persone che hanno bisogno di protezione internazionale dovranno essere ricollocate, in partenza dall’Italia e dalla Grecia verso altri Paesi membri sulla base di una ripartizione che sarà valida per i prossimi due anni.

Il piano prevede una raccomandazione che invita i Paesi membri ad accogliere per un periodo di due anni, secondo una chiave di ripartizione, 20mila persone provenienti da Paesi terzi in necessità di aiuto internazionale.

L’Ue prevede inoltre un piano d’azione europeo che definisca misure concrete per prevenire e combattere il traffico dei migranti.

Vengono poi introdotte delle linee direttrici dei servizi della Commissione per facilitare il rilievo sistematico delle impronte digitali dei richiedenti asilo e dei nuovi arrivati, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali.

La normativa include anche una consultazione pubblica sul fututo della "Carta Blu" il cui obiettivo è permettere ai profughi dei Paesi terzi di lavorare nei Paesi Ue più facilmente, al momento poco usata.

La riunione Ue di oggi ha anche fatto il punto della situazione sull’operazione rinforzata Tritone, coordinata dall’agenzia Frontex. Il nuovo piano operativo estende la zona geografica di Tritone fino ai limiti della zona di ricerca e salvataggio maltese, in modo da inglobare la zona dell'antica operazione "Mare Nostrum" condotta dall’'Italia. (aise 27) 

 

 

 

 

Verranno ricollocati solo 40mila profughi. E gli altri 85mila?

 

È la domanda che si fanno gli operatori italiani in prima linea nell’accoglienza. Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes: "Ci auguriamo che a metà giugno ci sia una riflessione più complessiva e si arrivi alla revisione del Regolamento di Dublino". Valerio Pedroni della Fondazione Somaschi ritiene che occorra "rivedere" e "riqualificare" le procedure per il riconoscimento dell’asilo

Gianni Borsa e Patrizia Caiffa

 

“Salvare rapidamente delle vite umane e assicurare alle persone che hanno bisogno di asilo una protezione nell’Ue, che si trovino in mare, sul territorio Ue o anche in un Paese terzo”. Federica Mogherini, Alto rappresentante Ue per la politica estera, ha spiegato così l’obiettivo complessivo delle misure sulle migrazioni che la Commissione ha delineato oggi, completando l’Agenda delineata il 13 maggio scorso. Molteplici le azioni proposte, sulle quali deve pronunciarsi il Consiglio dei ministri dell’Unione il 15-16 giugno, alla luce del parere del Parlamento europeo. La materia è complessa, tanto che richiederà per alcuni aspetti l’intervento del Consiglio europeo del 25-26 giugno.

 

40 mila profughi da ricollocare. I documenti resi noti a Bruxelles comprendono anzitutto un meccanismo di ricollocazione di 40mila profughi provenienti da Italia e Grecia (i due Paesi più esposti sul versante dell’accoglienza profughi) e giunti in questi Paesi dopo il 15 aprile di quest’anno. Tale meccanismo di intervento urgente, in applicazione dell’articolo 78 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, viene applicato per la prima volta in assoluto. La ricollocazione riguarderà in linea preminente persone cui è riconosciuto il diritto di protezione internazionale provenienti da Eritrea e Siria. La Commissione ha anche definito il numero di persone che spetterà a ciascuno dei 23 Stati Ue che partecipano al “meccanismo obbligatorio” (ne sono esclusi ovviamente Italia e Grecia, nonché Regno Unito, Irlanda e Danimarca che godono della clausola opt-out). I criteri per la ripartizione sono quattro: Pil, popolazione totale, disoccupazione, numero di richiedenti asilo in quello Stato. Per fare alcuni esempi, la Germania dovrebbe farsi carico di 8.763 persone, la Francia 6.752, la Polonia 2.659, l’Ungheria 827 in tutto. Per ogni persona ospitata il Paese d’accoglienza riceverà 6 mila euro. Sempre oggi la Commissione ha messo a punto altri aspetti dell’Agenda per le migrazioni: la reinstallazione di 20mila persone provenienti da Paesi terzi di cui è riconosciuta l’urgenza di protezione internazionale; il piano d’azione contro il traffico di migranti; le linee direttrici per il rilevamento delle impronte digitali di tutti i migranti in arrivo in Europa; una consultazione pubblica sulla “carta blu” per facilitare le immigrazioni di personale altamente qualificato.

 

Scontento e preoccupazione tra gli operatori. Tra chi si occupa dell’accoglienza dei migranti c’è però scontento e preoccupazione abbastanza unanime nei confronti della proposta Ue. Secondo monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, le quote previste non affrontano ancora il problema “in maniera condivisa e risolutiva”, mentre la scelta di trasferire soprattutto eritrei e siriani è “discriminatoria” nei confronti dei richiedenti asilo e riguarda solo “il 30% di chi arriva sulle coste del Mediterraneo”. È auspicabile quindi “una riforma del Regolamento di Dublino”. “L’Europa - osserva monsignor Perego - non ha ancora intenzione di rivedere il trattato di Dublino 3 e quindi di affrontare in maniera complessiva la questione dei richiedenti asilo e di coloro che attraversano il Mediterraneo”. Il direttore di Migrantes giudica “positiva” l’estensione delle operazioni di controllo e salvataggio dalle 30 miglia attuali alle 138 miglia dalle coste italiane. Negativo è invece il ricollocamento di sole 40mila persone, di cui 24mila dall’Italia, che però “non riguarda gli 85mila già presenti nelle nostre strutture, quindi non risolve il problema attuale ma lo rimanda nei prossimi due anni, senza conoscere quale sarà il flusso di persone previsto e senza tener conto che potrebbero cambiare le rotte, anche via terra”. “Sappiamo già che oltre 50mila persone hanno attraversato il confine tra Turchia e Grecia - fa notare -. Questo rimetterebbe tutto in discussione. Ci auguriamo che a metà giugno ci sia una riflessione più complessiva e si arrivi alla revisione del Regolamento di Dublino”.

 

L’esperienza sul campo. “La nostra esperienza si colloca nei territori, nasce, per così dire, dal basso. Siamo infatti in prima linea per l’accoglienza dei profughi”: Valerio Pedroni è coordinatore dell’area Milano e hinterland della Fondazione Somaschi onlus. Racconta di concreti percorsi di integrazione in comuni dell’area lombarda. “Noi vediamo che se si realizza un impegno congiunto tra pubblico e privato, tra società civile - cooperative, fondazioni, volontariato - ed ente locale, queste persone non creano problemi e possono addirittura diventare una risorsa per lo stesso territorio”. A Pedroni non mancano gli esempi, fra cui gli incontri tra profughi e classi scolastiche, con i quali i ragazzi vengono a conoscenza della realtà delle migrazioni di massa, della povertà e della mancanza di libertà e di diritti in tanti Paesi del mondo. “Sono opportunità di arricchimento”, di reciproca conoscenza, di scambio culturale; “l’accoglienza diventa anche fattore di coesione sociale”. Pedroni ritiene però che occorra al contempo “rivedere” e “riqualificare” le procedure per il riconoscimento dell’asilo, anche per evitare che i migranti “finiscano alla fine nelle mani della criminalità o del lavoro nero”. Infine un giudizio sul fatto che alcuni grandi Paesi europei si vogliano sottrarre all’accoglienza dei profughi giunti in Italia e Grecia: “In Europa occorre uno sforzo congiunto cui nessuno si può sottrarre”. Sir 27

 

 

 

 

Le prospettive

 

In Italia è meglio evitare di fare delle previsioni politiche. Non servirebbe. Ci sono, infatti, troppe “variabili” che, come tali, andrebbero a inficiare anche il più ragionevole dei pronostici. Meglio, di conseguenza, essere aggiornati sui fatti; ma dopo che sono maturati. Se le previsioni sono impossibili, non lo sono le analisi.

 Dopo i risultati delle consultazioni elettorali che andranno a interessare sette Regioni d’Italia, potremmo essere nelle condizioni di presentare una comparazione tra risultati locali e proiezioni politiche in campo nazionale. Intanto, nonostante le sensazioni, le elezioni nazionali generali restano ancora lontane.

 Il programma di Renzi, appena tracciato, dovrà essere esaminato nella sua evoluzione per chiarire, se del caso, eventuali “inciampi” di percorso. Perché, tanto per rammentarlo, nessuno è perfetto e, in politica, la volontà del singolo non sempre è in armonia con quella della coalizione che consente la governabilità del Paese. Insomma, l’”armonia” di questo esecutivo è da verificare mese pere mese; qualche volta, anche più spesso.

 Senza lasciarci distrarre da eventi che non ci coinvolgono, ma che ci colgono impreparati, preferiamo monitorare la situazione socio/economica di un Pese che sembra essere in “convalescenza”; ma col rischio, imprevedibile, d’altre ricadute. L’esperienza ci ha insegnato a evitare gli ottimismi; anche quelli, più apparentemente, giustificati. Per nostra indole, preferiamo essere realisti; magari con una “sfumatura"di pessimismo quando può servire.

 Il nostro Paese ha ancora molta da poter offrire; ma anche molto da dover ricevere. I vincoli comunitari non ci sono mai piaciuti. L’Italia è un Paese ospitale. Male sarebbe, però, se fosse considerato anche troppo “permissivo”. Non solo sul fronte dell’immigrazione; ma anche su come gestire una fitta umanità che, da una sponda martoriata del Mediterraneo, crede di trovare sull’altra una realtà meno compromessa.

 La speranza è uno stato psicologico normale. La sua concretizzazione, invece, dipende da parecchi fattori. Non ultimi quelli correlati al territorio e alle risorse. Ogni altra stima non ha pregio ed è meglio non confondere ciò che si potrebbe fare, con quello che si deve. E’ sul fronte delle prospettive umanitarie che l’UE ha da rapportarsi. Resta, questa, una prova fondamentale per dare valenza a una realtà che è da affrontare uniti. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Democratici e regole. L’autogol giudiziario dei politici. Il problema delle liste

 

Segnali dalle urne I rischi per leader e partiti - «Voterei De Luca per doverismo Prima o poi ritornerà il nostro Pd» -  di Michele Ainis

 

U na volta c’erano gli eletti; ma ormai sono di più i reietti. Perché i gironi infernali si moltiplicano, come i peccati via via elencati dalle leggi. Peccati dei sindaci o dei parlamentari, dei governatori o dei ministri. Ciascuno distinto dall’altro, come le categorie dei peccatori: ineleggibili, incompatibili, incandidabili, infine impresentabili. Ma di questo passo succederà che non si presenteranno al voto gli elettori.

È l’autogol della politica, specialità di cui fu campione lo stopper Niccolai. Loro sperano di guadagnare credito sottoponendosi all’analisi del sangue; invece ottengono discredito. Un po’ perché nelle vene della politica italiana circola ancora qualche litro di sangue infetto. Un po’ perché la cattiva politica degli ultimi vent’anni ha allevato un vampiro, che di sangue non ne avrà mai abbastanza. E allora puoi anche decidere, per esempio, di togliere il vitalizio agli ex parlamentari condannati (delibera del 7 maggio); quel vampiro obietterà che avresti dovuto togliergli la vita, non il vitalizio.

Non che la questione morale sia un affare secondario. È importante, eccome. Non per nulla la Costituzione (articoli 48 e 54) pretende la dignità e l’onorabilità di chi ricopra un ufficio pubblico elettivo. Ma i politici hanno trasformato la questione morale in una questione strumentale. Usandola cioè per mollare uno sgambetto all’avversario, per risolvere beghe di partito. Opponendo all’uso politico della giustizia l’uso giudiziario della politica. E in ultimo forgiando un guazzabuglio di norme contrastanti. Sicché parlamentari e ministri precipitano all’inferno dopo una sentenza definitiva di condanna. Gli amministratori locali dopo una condanna in primo grado. Ma all’Antimafia basta il rinvio a giudizio per dichiararti «impresentabile».

Ecco, gli impresentabili. Nell’autunno scorso la commissione parlamentare Antimafia approvò un codice di autoregolamentazione. Allora tutti d’accordo, mentre adesso abbondano i pentiti. D’altronde pure questo è un film già visto: ne sa qualcosa Berlusconi, che votò la legge Severino salvo poi rimetterci il seggio in Parlamento. Quanto al codice dell’Antimafia, chi lo viola non rischia alcuna sanzione. Dunque non è un codice, è una chiacchiera. Però i partiti chiacchierati devono spiegare all’opinione pubblica perché hanno scelto il candidato impresentabile (articolo 3). Difficile farlo, quando la lista nera viene infiocchettata a due giorni dal voto. Ma è anche difficile sorprendersi se l’Antimafia la redige, dal momento che quest’obbligo deriva dal codice medesimo (articolo 4). Eppure dal Pd monta un coro di reazioni stupefatte. Noi, invece, non ci sorprendiamo più di nulla. Nemmeno che l’imputato principale (De Luca) minacci di denunziare il proprio giudice (Bindi). Comunque la si giri, per il suo partito quella candidatura è un autogol: l’ennesimo.

C’è modo di mettere a partito la testa dei partiti? Sì che c’è, ed è pure un modo semplice. Basterebbe unificare i troppi rivoli di questo fiume normativo, dettando la stessa regola per chiunque chieda il nostro voto alle elezioni, dal Senato al Consiglio comunale. E servirebbe inoltre una legge sulle primarie, dove ciascuno fa come gli pare. Un’altra legge sui partiti, che la Costituzione reclama invano da 67 anni. Sulle lobby, quale esiste negli Usa da 69 anni. Servirebbe, in breve, una cornice di norme generali, concise, e possibilmente chiare. Dopo di che i politici facciano politica, lasciando la giustizia ai giudici. Anche perché, quando si pretende di fare due mestieri, per solito si procura un doppio danno. CdS 31

 

 

 

 

Le elezioni regionali e il bisogno urgente di un PD che riavvicini cittadini e politica

 

Siamo ormai a pochi giorni dalle elezioni regionali.

Un appuntamento elettorale importante (si vota in grandi regioni come la Campania, il Veneto e la Puglia, tra le altre) a cui però il Paese arriva senza emozioni particolari, se non poche. E non perché i candidati (governatori e consiglieri) non siano figure interessanti. Ma perché se c’è una cosa evidente in questo 2015, questa è il basso livello di energia cinetica (non quella potenziale) che si riscontra nella società, attorno alla politica e alle istituzioni, sia a Roma che nei territori. E pure a Brussels, in verità.

E questo non per colpa di qualcuno in particolare, ma proprio della nuova fase storica che viviamo. In lenta uscita da quasi un decennio di crisi severa, la cittadinanza si ritrova infatti nuda a leccarsi le profonde ferite subite in silenzio e percepisce una cristallizzazione delle distanze raggiunte, tra centri e periferie, in una lenta “jobless recovery” in divenire. Per comprenderlo bastano gli ultimi dati del Mezzogiorno, in cui da un lato alcuni osservatori commentano come positiva la “decelerazione della discesa del PIL” in realtà che hanno perso fino a un quarto di ricchezza totale, mentre Istat parla di effetti di ”isteresi” e ci dice che il tasso di occupazione è sceso al 42%. O quelli nazionali che vedono una crescita del PIL 2015 intorno allo 0.5% accompagnata da una disoccupazione stabile se non leggermente in salita, in un Paese con ormai più di un milione di genitori disoccupati.

Non c’è più tempo per aspettare, perché la sensazione è che la popolazione abbia già scontato questo cambiamento di fase e per questo ridimensionato il ruolo della politica e delle istituzioni a forme di “governance” e non più di “government” del Paese. E se questo fosse vero, nei prossimi mesi e anni si apriranno problemi seri, ancora più di quelli sinora visti. Perché un Paese in cui le istituzioni sono già state declassate per ruolo e importanza, è un luogo diverso da quello in cui abbiamo vissuto nei decenni passati. Esso diviene uno spazio di relazioni mute tra cittadini e classe dirigente, pubblica e privata. In cui il singolo prova a giocarsi la partita da sé, sapendo di non poter trovare supporto vero altrove se non nella propria cerchia più o meno estesa di relazioni.

E questo in un momento storico in cui le nuove piazze costruite rapidamente e senza un disegno condiviso nel decennio scorso, i “social network”, stan venendo fuori con tutti i loro limiti intrinseci: luoghi di accesso e scambio di informazioni, difficilmente traducibili in progettualità e valore aggiunto condiviso da parti ampie di società e cittadinanza. Dando un po’ a tutti la certezza di essere entrati in una epoca nuova. Quella in cui, appunto, mentre sembra di essere tutti più connessi e quindi più ricchi, nei fatti si è più isolati e poveri, di risorse e di idee. E questo soprattutto nella relazione con le istituzioni, la cui prossimità elettronica è tanto grande quanto lo è la loro lontananza effettiva.

Ed è allora con una domanda che la politica, in Italia principalmente il Partito Democratico, deve fare i conti: come si torna a convincere un cittadino disilluso e povero che le istituzioni sono ancora un valore aggiunto effettivo per il governo del cambiamento, che finora sembra essersi imposto senza particolari mediazioni, se non quella scarsa e intangibile della rete?

Dopo queste elezioni che probabilmente e sperabilmente lo vedranno vincente un po’ in tutta Italia, all’interno di un suo percorso di auto – riforma, il grande partito di governo dovrà affrontare seriamente il tema portandolo al centro del dibattito nazionale ma anche europeo. O il rischio è che a medio termine il suo ruolo sarà rivisto a ribasso. Con ulteriori effetti a cascata sul ruolo della politica nella società liquida e accelerata. Perché ad oggi il Partito Democratico rimane la sola speranza di questo Paese. Massimo Preziuso, www.innovatorieuropei.org  27

 

 

 

 

 

 

Interrogazione  parlamentare. “Potenziare le missioni dei ‘funzionari itineranti’ e ampliare le funzioni degli uffici consolari onorari”

 

ROMA -  “Per corrispondere con efficacia ai diritti e ai bisogni dei nostri connazionali all’estero è necessario potenziare le ‘presenze consolari’ nelle città recentemente private di una rappresentanza consolare e istituire nuovi consolati onorari ampliandone contestualmente le funzioni”. E’ quanto afferma Alessio Tacconi,deputato Pd  della circoscrizione Estero, che sull’argomento ha presentato in Commissione Esteri  un’interrogazione al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo  Gentiloni . Gli altri firmatari dell’interrogazione sono i colleghi Pd eletti all’estero Gianni Farina,Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta.

L’on. Tacconi prende lo spunto da un servizio del tabloid inglese ‘The Telegraph’ del 25 maggio 2015 che riporta i dati diffusi dall’Ufficio per l’Immigrazione Britannico secondo il quale nel corso del 2014 e i primi mesi del 2015 sarebbero state oltre 641.000 le persone che si sono recate oltre Manica per cercare fortuna, molte provenienti dai paesi europei, di cui ben 16.000 dall’Italia, che si piazza così all’ottavo posto in questa speciale classifica per paese di provenienza. “Gli stessi dati ISTAT – sottolinea Tacconi - riportano una differenza, al netto delle cancellazioni, di 13.922 nuove iscrizioni AIRE al 1° gennaio 2014 rispetto al 1°gennaio 2013, cifre, quindi, in linea con quelle diffuse dagli Uffici Britannici”.

“Tutto ciò – prosegue il deputato - avviene proprio a ridosso del ‘riorientamento’ della rete consolare che ha portato recentemente alla soppressione di molte sedi consolari, come – per restare in Gran Bretagna- il Consolato di Bedford  nel giugno del 2008 e lo Sportello Consolare di Manchester  a luglio del 2014, chiusure che, contrariamente a quanto dispone la vigente normativa, hanno privato di ogni servizio vasti bacini di utenza, senza peraltro incidere significativamente sull’obiettivo primario di revisione e contenimento della spesa.  Le iniziative fin qui adottate, come ad esempio le presenze consolari da parte di addetti delle ‘sedi riceventi’, non sempre sono state all’altezza delle aspettative degli utenti sia per la sporadicità delle missioni itineranti, sia per la numerosa affluenza di pubblico, sia, forse, per le limitazioni dei compiti assegnati ai suddetti funzionari. Sono stati anche aperti –continua il deputato - alcuni uffici consolari onorari i cui decreti istitutivi, però, ne fanno troppo spesso dei semplici passacarte per la ricezione e la trasmissione di pratiche agli Uffici Consolari di prima categoria (consoli di carriera). I connazionali chiedono a gran voce – significativa a tale proposito la mozione presentata il 26 maggio in seno al Comites di Londra – che ai consoli onorari possano essere concesse tutte le funzioni relative alle autenticazioni di firma, di vidimazione, certificazioni, ecc. Del resto la vigente normativa, a cominciare dalla Convenzione di Vienna fino ad arrivare alle istruzioni operative emanate dal competente Ministero degli esteri e della cooperazione internazionale già prevede queste funzioni in capo ai consoli onorari, salvo poi limitarle con appositi decreti. Il potenziamento dei consolati onorari, da molti auspicato, potrà almeno in parte sopperire alle inevitabili contrazioni dei servizi all’utenza conseguenti alla soppressione di sedi consolari di prima categoria”

“Chiediamo perciò al ministro – conclude l’on. Tacconi – quali siano state le criticità rilevate in questa fase di attuazione del “servizio consolare itinerante” e quali le iniziative per porvi rimedio e potenziarne l’efficacia e, parallelamente, allargare l’ambito delle funzioni dei consoli onorari per corrispondere alle aspettative dei nostri connazionali all’estero”.

Di seguito il testo dell’interrogazione al ministro Gentiloni

“Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale

Premesso che

Negli ultimi anni si è registrato un massiccio flusso di emigrazione che fa ricordare quello del secondo dopoguerra. L’attuale congiuntura economica fa prevedere che il fenomeno, lungi dall’arrestarsi, tenderà a intensificarsi con un numero di persone, specialmente giovani, che saranno spinte a lasciare il nostro Paese per cercare oltre confine il lavoro che qui manca.

Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) del Ministero dell’Interno al 1° gennaio 2013 registrava un aumento in valore assoluto di 131.170 iscrizioni rispetto al primo gennaio 2012, mentre si contano oltre 141.000 iscrizioni nel corso del 2013.

Sebbene si tratti di dati che non danno piena contezza dell’entità del fenomeno migratorio, sia perché comprendono le iscrizioni per nascita o per matrimonio, sia, soprattutto, perché non tutti i migranti si iscrivono all’AIRE, essi danno comunque un’idea dell’ampiezza e della drammaticità del fenomeno.

L’edizione del 25 maggio 2015 del tabloid inglese The Telegraph riporta i dati diffusi dall’Ufficio per l’Immigrazione Britannico secondo il quale nel corso del 2014 e i primi mesi del 2015 sarebbero state oltre 641.000 le persone che si sono recate oltre Manica per cercare fortuna, molte provenienti dai paesi europei, di cui ben 16.000 dall’Italia, che si piazza all’ottavo posto in questa speciale classifica per paese di provenienza.

Per la sola Gran Bretagna gli stessi dati ISTAT riportano una differenza, al netto delle cancellazioni, di 13.922 nuove iscrizioni AIRE al 1° gennaio 2014 rispetto al 1°gennaio 2013.

Nell’ambito delle varie fasi di spending review abbiamo assistito negli ultimi anni a un progressivo assottigliamento delle risorse destinate ai connazionali all’estero, in particolare agli interventi per la lingua e la cultura italiane, all’assistenza, all’informazione e alla formazione.

Le recenti soppressioni di alcuni Uffici consolari (quali ad esempio – per rimanere in Gran Bretagna – il vice consolato di Bedford chiuso il 30 giugno 2008 o lo sportello consolare di Manchester, chiuso il 31 luglio 2014), contrariamente a quanto dispone la vigente normativa, hanno privato di ogni servizio vasti bacini di utenza, senza peraltro che le soppressioni in parola abbiano inciso significativamente sull’obiettivo primario di revisione e contenimento della spesa.

L’Ambasciata e il Consolato d’Italia a Londra, con l’istituzione di uno sportello opportunamente chiamato “Primo Approdo”, hanno messo in cantiere lodevoli iniziative, soprattutto informative, per dare risposte concrete alle esigenze dei nostri giovani migranti, per aiutarli a orientarsi nel nuovo Paese e a districarsi tra le mille difficoltà che, inevitabilmente, la nuova realtà pone alla vita giornaliera.

Sono state sperimentate, non sempre con successo, presenze settimanali di personale delle “sedi riceventi” per il disbrigo di pratiche per le quali è prevista la presenza degli utenti – quali la rilevazione delle impronte digitali, l’acquisizione della firma digitale per il rilascio del passaporto, la consegna delle carte di identità, gli atti notarili ecc. – o istituiti uffici consolari onorari, come a Bedford, Cardiff, Birmingham e Liverpool nell’ottobre del 2014 e Manchester nel corrente mese di maggio.

Ritenuto tuttavia che l’intensificarsi dei suaccennati flussi migratori impone una più capillare presenza sul territorio e una maggiore vicinanza delle istituzioni alle nostre collettività con l’offerta di servizi consolari accessibili a tutti, anche nelle zone più periferiche rispetto alla cintura londinese (come Manchester, Leeds, Liverpool, ecc.) che maggiormente attraggono persone in cerca di lavoro o per motivi di studio.

Quali sono le difficoltà finora riscontrate e cosa intenda fare il Governo per potenziare l’istituto della presenza consolare e le funzioni degli uffici consolari onorari, come da più parti ripetutamente richiesto, soprattutto in quei Paesi e in quelle città - non solo del Regno Unito -  dove maggiore è la consistenza delle nostre collettività e dei nuovi flussi migratori per corrispondere con efficacia ai diritti e ai bisogni dei nostri connazionali”. (Inform 28)

 

 

 

 

 

Mezza italia al voto. Segnali dalle urne. I rischi per leader e partiti

 

L’incognita del secondo posto e dell’alternanza. Per il premier il primo vero esame come uomo di governo - di Antonio Polito

 

Dice Matteo Renzi che quello di oggi non è un test politico sul governo. Lo diceva anche per le Europee, ma poi le vinse così bene che ha cambiato idea e ci ha campato sopra per un anno. Se stasera si aggiudicherà il match sei a uno, come è probabile, accadrà lo stesso: userà il successo come un test politico.

Ciò che in realtà il premier intende dire è che se anche le cose andassero male, se pure perdesse la Liguria o la Campania, il governo è al riparo, e tutto andrebbe avanti così com’è, per stato di necessità. Questo è infatti un Parlamento senza alternative che non siano le elezioni. Dunque il discorso sugli effetti generali del voto regionale potrebbe chiudersi qui: non ce ne saranno.

E però la politica non è solo governo e non è solo oggi. Ci sono scenari più di fondo che queste elezioni possono aprire. Eccone alcuni.

La fine dell’innocenza

Per la prima volta il premier si presenta agli elettori come un uomo di governo, che si porta dunque sulle spalle il peso, talvolta impopolare, di decisioni che hanno colpito interessi di categoria, ma senza portare ancora l’alloro di chi ha sconfitto la crisi e ha dato lavoro ai giovani. Insegnanti, pensionati e dipendenti pubblici, veri e propri pilastri della coalizione sociale della sinistra, specialmente in regioni anziane come la Liguria o stataliste come la Campania, potrebbero cogliere l’occasione per «avvertire» il governo.

Ma la vera macchia sul cavallo bianco di Renzi è il caso De Luca. Lasciando che l’ex sindaco di Salerno si candidasse, il premier ha sfidato la legge. E non una legge qualsiasi, ma quella con cui il suo partito fece fuori dal Senato Silvio Berlusconi (fu il giovane Renzi a pronunciare, in quella occasione, il suo «game over»). E sfidare la legge, magari sperando poi di aggirarla o aggiustarla, non è esattamente una prova da «statista». Questa vicenda avrà un suo costo. Forse non tanto in Campania, ma di certo nell’elettorato più «moralista» del Pd al Nord: tra l’elogio di Giuliano Ferrara, che saluta in De Luca un nuovo campione di resistenza alle leggi, e l’oltraggio di Roberto Saviano, cui invece ricorda Gomorra, preferiranno il secondo.

 

Sette in corsa, nessun rottamato

Se lo statista soffre, anche il rottamatore non se la passa tanto bene. I sette candidati del Pd alla guida delle sette Regioni al voto erano tutti, nessuno escluso, dalla parte di Bersani e contro Renzi alle primarie. Alcuni sono tuttora molto indigesti al leader: da Rossi, suo nemico storico in Toscana, a Emiliano, platealmente evitato in campagna elettorale. Il giovane rottamatore stavolta ha scelto l’usato sicuro, non ha avuto la forza o il coraggio di aprire guerre locali, e ora si ritrova senza una classe dirigente alternativa. Ha scelto l’appeasement e ha avuto in cambio un forte appannamento dell’immagine del suo PdR (Partito di Renzi), non più così smagliante come ai tempi del 40 per cento delle Europee.

I 5 Stelle e la medaglia d’argento

Forse la vera domanda di queste Regionali è: chi arriverà secondo. Chi dimostrerà di poter arrivare al ballottaggio alle prossime elezioni con l’Italicum. Stanotte sapremo se il potenziale sfidante sarà il nuovo Movimento 5 Stelle visto in questa campagna elettorale, depurato da Grillo e affidato alla troika. Renzi sedusse l’intero sistema politico promettendo un anno e mezzo fa di prosciugare il mare dell’antipolitica. Ma se le Regionali confermeranno le percentuali pentastellate più o meno dov’erano un anno e mezzo fa, si potrebbe parlare di missione fallita. Il bipolarismo italiano, complice il disfacimento dell’armata berlusconiana, si configurerebbe stabilmente come una gara tra un partito piglia tutto e un partito contro tutto. Il rischio è il ritorno a una democrazia bloccata, senza alternanza possibile. Come ai tempi del Pci, che voleva fuoriuscire dall’Occidente, con i Cinque Stelle che vogliono fuoriuscire dall’Europa. Il risultato dei post-grillini va tenuto d’occhio stasera, anche perché le Regionali sono un territorio per loro difficile: ci darà dunque un trend nazionale.

La freccia del sorpasso sulla Venezia-Genova

Tutti predicono un successo di Salvini. Ma quale? Quello che in Veneto va con la vecchia Lega di Zaia? Quello che in Liguria va con l’odiato Alfano e il moderato Toti? O quello che nelle Marche va da solo contro una specie di Pdl a guida centrista? Il paradosso del centrodestra è tale che se anche Salvini prenderà voti in alleanza con Berlusconi, ogni voto in più che prenderà potrà usarlo contro Berlusconi: il possibile sorpasso gli consentirebbe di chiedere ufficialmente la guida di nuovo centrodestra, che si incamminerebbe così sulla strada di uno scenario «polacco». C’è a chi piace.

Lo stadio vuoto della politica

Ma ancor più rilevante per il galleggiamento del sistema sarà il livello cui salirà l’astensionismo. In più di una Regione si potrebbe addirittura arrivare a metà degli elettori. Se non a percentuali emiliane, nei dintorni. Sono i dati che si commentano compunti negli studi televisivi prima che arrivino quelli dei partiti, e poi si dimenticano. Sbagliato. L’astensionismo è una talpa che scava il terreno sotto i piedi delle istituzioni, anni di lavoro silenzioso e poi all’improvviso crolla tutto. L’istituto regionale, per esempio, appare crollato. Mai così screditato, mai così impresentabile, mai così assente in una campagna elettorale regionale.

CdS 31

 

 

 

 

 

Il confronto

 

L’Esecutivo Renzi continua il suo percorso per salvare il salvabile e recuperare quello che può. Per la verità, le occasioni di riuscita restano parziali. La manovra economica, attuabile solo per una bastante condivisione parlamentare, ha accelerato le tensioni sociali che, prevediamo, continueranno. Molti “nodi” sono stati sciolti. L’Esecutivo ha convinto, pur con qualche riserva, anche le Forze Sociali; pure se le manifestazioni spontanee di protesta di chi è stato messo in Cassa Integrazione o, peggio, licenziato continuano in tutto lo Stivale. Già dallo scorso marzo, avevamo avanzato qualche perplessità sugli obiettivi primari di quest’Esecutivo. Ora gli intrichi stanno venendo al pettine. L’Italia è a una svolta. Forse, sono al tramonto anche i presupposti di questa Seconda Repubblica. Nata, tanto per intenderci, “settimina”. Siamo alla deriva e ce ne rendiamo conto. E’ inutile, se non dannoso, predicare bene e razzolare male. Le scelte politiche per il futuro restano difficoltose; anche perché c’è la preoccupazione, più che fondata, di non favorire la posizione giusta. In questo sistema, ancora “bipolare”, è sempre più facile confondere le regole e la voglia di “centro” torna a farsi sentire. Anche se di preliminari attendibili non ce ne sono. L’unica protagonista degli eventi resta l’incertezza. E, con l’incertezza, s’allontana il nostro ruolo sul fronte UE. Internamente, le previsioni sono più fragili e preoccupanti. Il Prodotto Interno Lordo (PIL)decolla pochissimo (+0,3%). Siamo colmi di passivi; palesi e occulti. Il fatto che sia aumentato il tono polemico dei partiti, non deve trarre in fallo. Date le difficoltà su tutto il fronte socio/politico, si preferisce attendere tempi migliori. La “tregua” parlamentare, a ben osservare, pur consentendo a Renzi di perseverare nella sua strategia, non ci assicura il “miracolo” di una reale ripresa. Sempre che, con cauto ottimismo, il suo Esecutivo non sia in grado di ”durare” sino alla primavera del 2018. Da oltre confine, siamo osservati per gli evidenti attriti sociali; quelli politici, forse, avranno spazio nel futuro. Ora non hanno pregio. Per scriverla tutta, nella Penisola non si respira per nulla l’aria di ”fine”crisi. Anzi. Una volta completata la manovra economico/sociale, il “Renzismo”non intenderà mollare. Nel proscenio, pur se cautamente, si riparlerà di “poli” d’influenza. Ma è ancora tutto troppo indistinto per arrischiare delle previsioni. Certo è che nei prossimi mesi si tenteranno d’imbastire alleanze. Le attuali restano, infatti, a rischio. La riforma del nostro Potere Legislativo non è dietro l’angolo. La “tregua” feriale del Parlamento sarà breve. Ora, però, non è tanto importante sapere quando si voterà, ma come. Mentre coniugare il pranzo con la cena, resta un’impresa per molti, Liberismo e Progressismo non sono più in antitesi. Intravediamo un contenitore di "centro” che, però, resta tutto da colmare. Tenuto conto dei risultati delle recenti Elezioni Europee, nel prossimo futuro, tenteremo d’offrire una panoramica meno “generica” del nostro quadro politico.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

I venti anti-Europa soffiano anche sul test regionali

 

Approfittando del terremoto elettorale in Spagna e in Polonia, Matteo Renzi torna su un concetto che è stato un tormentone durante il semestre italiano di presidenza europea: se non vuole farsi travolgere dai populismi e dall’euroscetticismo, l’Europa deve cambiare. Per la verità i cambiamenti finora sono stati quasi impercettibili e i miliardi di investimenti promessi dal piano Juncker si sono rivelati un ricostituente molto blando per l’economia del continente. Meno male – almeno per l’economia italiana – che Draghi è riuscito a far sopravvivere allo scetticismo tedesco il “quantitative easing” che finora è servito a rinvigorire l’economia. Ma a Madrid e Barcellona Podemos ha vinto, mentre a Varsavia l’ultradestra contraria all’euro è al potere. Ecco quindi che Renzi tira fuori il vecchio slogan: l’Europa deve cambiare. In Italia il premier deve vedersela con diversi euroscetticismi: c’è quello galoppante di Salvini che vede nel verdetto spagnolo un colpo mortale per l’Ue. C’è quello di Grillo la cui popolarità è un po’ in calo rispetto ai fasti di un paio di anni fa, ma che comunque è ancora in grado di raggiungere quote di consenso elevate. C’è soprattutto il pericolo che deriva dalla concorrenza interna della minoranza di sinistra del Pd. E domenica prossima si vota in sette regioni. Ieri il premier ha detto che sarebbe una vittoria anche un 4-3, come la mitica Italia-Germania. Ma non è così e Renzi lo sa. Il sogno era un sette a zero, ma il Veneto pare che non sia contendibile alla Lega e allora il massino risultato si ridimensiona a un 6 a 1. Ma c’è il problema della Liguria ed è qui che si misurerà la vittoria o la sconfitta del premier-segretario. E la reale capacità di condizionamento della sinistra del Pd. Se insomma Pastorino, il candidato di Cofferati e Civati, riuscirà a far perdere la candidata del Pd, Raffaella Paita, allora per Renzi si parlerà di una sconfitta. Viceversa, se Paita vincerà lo stesso, la sinistra del Pd diventerà definitivamente irrilevante. E a quel punto, una volta approvata in Parlamento la riforma della scuola e la riforma del Senato, Renzi passerà direttamente alla riforma del Pd. GIANLUCA LUZI  LR 25

 

 

 

 

 

Traffico di clandestine. L'Europa colpisca il favoreggiamento dell'immigrazione

 

Secondo Andrea Di Nicola, docente di criminologia all'Università di Trento, una missione militare nel Mediterraneo non stroncherà le organizzazioni criminali che lucrano sui viaggi dei migranti. Serve prima di tutto armonizzare le norme penali, di prevenzione e controllo a livello europeo. A partire da una direttiva contro il cosiddetto "smuggling" - Michele Luppi

 

“Credo che l’Europa stia dimostrando una certa miopia nell’affrontare una questione che va ben al di là dei confini della Libia. Ci viene venduta una soluzione troppo facile a un problema complesso perché anche se interrompessimo le partenze dalla Libia i trafficanti troverebbero altre strade, esattamente come un fiume in piena trova sempre una via di fuga”. Andrea Di Nicola, professore di criminologia all’Università di Trento, usa questa metafora per aprire una riflessione sul tema dei migranti e del traffico di essere umani a pochi giorni dal Consiglio dell’Unione europea che ha aperto la strada - in attesa del via libera delle Nazioni Unite - a una missione militare europea nel Mediterraneo. Un tema, quello del traffico di esseri umani, che Di Nicola conosce molto bene avendo dato alle stampe (insieme al giornalista Gianpaolo Musumeci) il libro “Confessione di un trafficante di uomini” (edito da Chiarelettere) frutto di anni d’indagini e incontri sulle due sponde del Mediterraneo.

 

Reti organizzate si combattono solo con una maggior organizzazione. “In questi anni - racconta Di Nicola - abbiamo visto come i trafficanti non vivono nell’emergenza, ma costituiscono una rete che condivide rotte, contatti e finanziamenti. Non ci sono solo i trafficanti libici: ci sono quelli tunisini, algerini, egiziani, somali, turchi, afghani. Gruppi che pianificano con cura il loro business criminale studiando le vulnerabilità geografiche, normative e fisiche dei nostri sistemi. Non è sufficiente prendere gli scafisti, che sono l’ultimo anello della catena, ma bisogna colpire intermediari, finanziatori e organizzatori nei Paesi di partenza, di transito e di arrivo. Stiamo parlando di un business che nel solo Mediterraneo vale tra i 300 e i 600 milioni di dollari all’anno”.

 

La storia di Kabir. Ed è soprattutto sulla disorganizzazione europea che Di Nicola punta il dito. Per farlo ci spiega uno dei tanti trucchi utilizzati dai trafficanti. “In Italia - spiega il docente - abbiamo incontrato Kabir (nome di fantasia) che gestisce il flusso di migranti dalle zone pashtun del Pakistan (al confine con l’Afghanistan). Questo trafficante pagava 2mila euro a imprenditori agricoli conniventi in cambio di una lettera d’invito per il lavoro stagionale in Italia. Grazie a questa otteneva un permesso di soggiorno temporaneo per motivi di lavoro per far venire in Italia un cittadino pakistano da cui si faceva pagare 8mila euro. Una volta entrato legalmente in Italia al migrante veniva detto di scappare, buttare i documenti e fingersi afghano. A quel punto per altri 2mila euro Kabir organizzava il trasferimento verso la Germania dove il migrante poteva inoltrare domanda d’asilo con buone possibilità di ottenerla”.

 

Una direttiva europea sullo “smuggling”. Per cercare di porre rimedio a queste situazioni sarebbe necessaria una direttiva europea sul traffico di migranti e richiedenti asilo. “È paradossale che a livello di Unione europea esista una direttiva sulla tratta degli esseri umani a fini di sfruttamento (il cosiddetto ‘trafficking’) - prosegue Di Nicola -, ma non sul favoreggiamento dell’immigrazione irregolare (lo ‘smuggling’). Questo fa sì che non vi siano legislazioni omogenee e lo stesso reato possa avere pene diverse. Invece, per combattere questo business criminale servono regole omogenee di diritto penale, di prevenzione, protezione e assistenza dei migranti coinvolti. Questo anche mediante l’istituzione di un coordinatore europeo per la lotta al traffico di migranti e richiedenti asilo”.

 

Sì alle quote. Un passo in questa direzione sarebbe l’istituzione di quote per la ripartizione dei migranti tra i vari Paesi europei. “Questo - conclude il docente - aprirebbe la strada alla reale possibilità d’istituire luoghi per l’istruzione delle domande d’asilo fuori dai confini dell’Unione europea. Questo non impedirebbe certo il lavoro dei trafficanti, ma lo limiterebbe riducendone il business. Soldi in meno da reinvestire in altre attività illecite: il traffico di armi, droga e le attività di gruppi terroristici”. Sir 29

 

 

 

 

La Fifa? È cosa loro!

 

Le testate che passano per essere le più importanti si accaniscono sul tema della riconferma di Blatter all’indomani del terremoto giudiziario nella Fifa. Sono gli stessi che si appassionano sulla riconferma o meno dei vari Berlusconi, e capi e capetti politici. Per questi giornalisti non conta altro che il controllo e la occupazione delle poltrone. Una specie di voyerismo applicato alla gestione del potere. E’ quanto riporta il CorrierePL.it nel suo editoriale di oggi.

 

In realtà la concentrazione estrema di danari e decisioni ha allontanato i vertici dalla realtà. Nel calcio, come in ogni sport ad alto tasso di mercificazione, gli affezionati sono sempre meno sportivi e sempre più appartenenti ad un gruppo; se i danari condizionano i vertici, la violenza e l’estremismo imperano tra i tifosi. Mentre il merito sportivo (che una volta si condensava nella formula “vinca il migliore”) svanisce miseramente, i soldi imperano indisturbati ed impongono le loro regole. Il calcio che, come icona del nostro tempo, ha incarnato decenni fa il periodo dello slancio e dell’impegno, dell’entusiasmo e della fiducia, della lealtà e della partecipazione, oggi incarna questo attuale momento fatto di interessi deviati e di appartenenza, di potere e di decadenza.

 

La decomposizione di ogni aspetto del potere è la stessa in politica e nella finanza, nel calcio come nel ciclismo o nelle Olimpiadi o nella formula uno. La concentrazione di danari corrompe chiunque e prepara la fine del sistema. A ben guardare il sistema occidentale, quello che ha creato meraviglie incredibili, quello che premiava le idee e la parola data, quello che si fondava sulla perseveranza e sul lavoro, è finito da tempo; è finito da quando fare il vigile è meglio che fare il negoziante; è finito da quando fare soldi con la finanza è meglio che produrre e vendere cose; è finito da quando i grandi imprenditori come i piccoli preferiscono la politica all’impresa; è finito da quando le Università insegnano politiche economiche talmente sballate che se applicate veramente uccidono una intera nazione in pochi mesi; è finito da quando l’informazione è in mano agli stessi che controllano tutto il resto;… il sistema occidentale è finito da quando un burocrate ha il potere di non farti lavorare o di toglierti tutto quello che hai; da quando le tasse si applicano alla proprietà e al consumo e non al reddito.

 

Quindi la questione Fifa, che è emersa grazie ad un tardivo lavoro delle polizie più blasonate del mondo, non è certo una questione solo sportiva o di giustizia. È il normale coronamento di stadi condizionati dai violenti, di economie controllate da chi non ha mai fatto nulla e di Istituzioni pubbliche occupate da organizzazioni ignare dell’interesse pubblico. La gente per bene non va più allo stadio da tempo per non essere coinvolta in questioni che gli sono estranee e perché ormai cosciente che le partite si decidono altrove. Quella stessa gente non va a votare e ritira i soldi dalle banche che sa non essere più un posto sicuro.

 

Noi diciamo che evitare questi malavitosi che occupano tutto ciò che conta, è una sana reazione; e quindi è comprensibile che non si vada a votare o non si vada allo stadio o non si investa più o non si spenda una lira a nessuna condizione;  ma noi diciamo anche che insistendo per questa via si finisce con il lasciare il potere a questi malavitosi e si consente che l’attuale fase di vuoto etico, vuoto morale e vuoto politico sancisca il definitivo affidamento della nostra vita e quella dei nostri figli a questi criminali. Vale la pena di risvegliarsi e ricordarci che loro sono nel torto, mentre nel giusto siamo noi! E quindi sono loro che si devono nascondere non noi! Rialziamo le testa fino a che siamo in tempo.

Canio Trione, Vice Direttore del Corriere di Puglia

 

 

 

 

Le ultime polemiche e il tentative di mettere al riparo il governo

 

Alla vigilia del voto amministrativo Matteo Renzi parla al festival dell’economia di Trento. «Come sempre – afferma il premier guardando al responso delle urne - sono ottimista, ma in ogni caso le elezioni regionali non saranno un referendum pro o contro di me, sono elezioni locali e non c’è nessuna conseguenza». Allusione alla richiesta già avanzata da parte dell’opposizione, Berlusconi e Salvini in primis, di dimissioni del governo se la vittoria del Pd non fosse netta. Si vota in sette regioni - Liguria, Veneto, Toscana, Umbria, Marche Puglia e Campania – e in numerosi comuni. Ma nella vigilia del voto si registra una polemica tra opposizione e Partito democratico. Prima Forza Italia, poi gli altri partiti esterni alla maggioranza, accusano Renzi di avere rotto il silenzio elettorale per il suo intervento a Trento, che invece viene giustificato dai dem come presenza nei panni di presidente del Consiglio e non di segretario di partito. Ma anche il leader della Lega, Matteo Salvini, tramite Facebook parla nella giornata del silenzio elettorale provando ad allontanare l’incubo astensione che storicamente aiuta il centrosinistra: «Chi non vota domani è complice dell'invasione di clandestini in corso», è il pensiero del capo del Carroccio.

ALBERTO D'ARGENIO LR 31

 

 

 

 

Comites e dintorni. È tempo di lavorare con convinzione come Comunità

 

ROMA - È tempo di lavorare con convinzione come Comunità. I Comites sono rinnovati e rilegittimati a svolgere le proprie funzioni. Uno dei primi passaggi istituzionali che dovranno affrontare per completare il rinnovo della rappresentanza degli italiani all’estero sarà quello del voto per il CGIE. Il passaggio è semplice e selettivo. E allo stesso tempo rappresenta una trappola o un’opportunità.

Trappola se gli aventi diritto al voto eserciteranno il proprio mandato guardando esclusivamente ai singoli territori d’appartenenza, alle forze locali o, peggio ancora, alle singole ambizioni personali, per quanto legittime. Opportunità se guarderanno al contesto generale nel quale dovrà operare il CGIE, all’esigenza di una futura discussione sul rinnovamento della rappresentanza, al contesto ideale nel quale i singoli candidati ai Comites sono stati eletti.

Era chiaro – come PD l’abbiamo fortemente voluto – che non si doveva partitizzare il voto per i Comites. Ma è altrettanto chiaro che vi è e vi sarà sempre un contesto ideale differente, omogeneo o in contrapposizione, tra le liste, i candidati e i progetti. E non si capisce, altrimenti, perché dovrebbero esserci liste e candidature alternative. Questa differenza su come fare le cose fa la politica e colloca le persone e le proposte su piani ideali omogenei o contrapposti.

Oggi, quindi, chi si appresta a rinnovare il CGIE, deve farlo con uno spirito e una visione ideale alti, un senso forte di comunità, come quello che mosse i nostri concittadini qualche decennio fa.

È necessario perché da diversi anni ormai, complici anche la crisi economica, i problemi strutturali del Paese e il piano di rientro dal debito pubblico fatto quasi sempre di tagli, le nostre comunità sono finite in un cono d’ombra che ha prodotto una serie di penalizzazioni, sul piano istituzionale e su quello delle risorse e della stessa funzione delle comunità.

Per uscire da quest’ombra servivano Comites rinnovati e motivati: ora li abbiamo, insieme a nuove e importanti figure che rappresentano i molteplici e trasversali universi delle nostre comunità. Ma una trasversalità nella composizione che è omogenea nel progetto. E gli articoli che leggerete in questo numero sulla composizione di alcuni Comites e che abbiamo preso a esempio lo confermeranno. Servirà un CGIE rinnovato e motivato.

Ma con una maggioranza omogenea nel progetto, che si riconosca in un contesto istituzionale e valoriale definito, in grado di agire innanzitutto per l’Italia e per le comunità, poi per l’associazione, partito o ente a cui appartiene e, alla fine, per le proprie legittime ambizioni personali. Oggi vedo nei nuovi Comites quelle professionalità diverse che hanno saputo costruire liste con questo obiettivo e che saranno spinti dal senso di comunità. Ma vedo anche il rischio di personalismi, di imposizioni localistiche e numeriche disarticolate dal progetto collettivo.

Se prevarranno questi ultimi il rischio di avere un CGIE frammentato, litigioso e privo di visione sarà reale. E rappresenterà un punto debole pericoloso per la nostra rappresentanza, che indebolirà l’azione dei Comites e quella dei Parlamentari eletti all’estero. Soprattutto dopo la riforma costituzionale che cancella i senatori.

Ecco perché dico che è tempo di lavorare con convinzione come comunità: perché occorre fare una elezione del CGIE che guardi al contesto globale e non alle singole forze locali; che occorre pensare a riforme inquadrate nell’ambito generale e non solo a quello degli italiani nel mondo; che bisogna guardare prima al collettivo e poi al personale. Le condizioni per farlo, come comunità e con un progetto alto ci sono. I rischi per farlo fallire e per far vincere le effimere ambizioni di pochi anche. Si tratta di capire – questo sì, singolarmente – quale scelta fare, a costo di sacrifici personali.

Eugenio Marino, responsabile Italiani nel mondo del Pd 

 

 

 

 

 

Il nuovo corso

 

Da noi, la crisi ha avuto anche implicazioni politiche. Sino alla fine del 1900, l’Italia procedeva verso uno sviluppo abbastanza logico al ruolo assunto in seno all’Unione Europea. La produzione industriale era cresciuta, lo sviluppo di nuove forme di distribuzione (ipermercati) e le nuove tecnologie a basso costo, soprattutto importate dall’oriente, avevano favorito i consumi anche nei ceti medio/bassi. La fiducia nel futuro era palpabile. Tutto sembrava raggiungibile. Quasi raggiunto. Di fronte ad una realtà oggettivamente in netta ripresa, con un PIL in positivo, l’economia liberista sembrava vincere. Gli investimenti erano favoriti, i tassi sui mutui si erano attestati a livelli ragionevoli e l’occupazione, pur con qualche problema, teneva. Insomma, lo Stato pareva nelle condizioni di dare maggior spazio agli investimenti.

 

 Verso il 2005, il quadro già era in cambiamento. Anche se i risparmiatori continuavano a investire in titoli pubblici. BOT e CCT rendevano sempre meno, ma lo Stato s’indebitava senza che il disavanzo rientrasse su valori più sostenibili per il Bel Paese. Tra il 2006 ed il 2008, l’euforia speculativa spirava tragicamente, con conseguenti perdite irrecuperabili da parte dei piccoli risparmiatori che non erano stati nelle condizioni di diversificare la sistemazione dei loro risparmi. IL processo involutivo si è trascinato sino quando l’Esecutivo Letta veniva “spodestato” e Renzi prendeva la guida del Paese. Tutto in modo rapidissimo. Ma la politica dei redditi è ancora all’inizio. Non sempre chi più ha, più paga.

 

 Manca l’agevolazione all’esportazione di manufatti nazionali con particolari facilitazioni di scambio con quelle materie prime delle quali siamo carenti. Il varo di un calmiere sui prezzi dei prodotti di generale consumo (non solo alimentare) per frenare l’impennata dei costi il minuto in contrasto con la scarsità d’adeguati utili all’inizio della filiera. Se effetti positivi ci saranno, li vedremo in seguito. Invece, le premesse per un “nuovo corso” sono tutte da venire. Intanto, l’imprenditoria pubblica e privata, senza opportuni sostegni sociali e favorevoli fondi di liquidità, non è in grado di far fronte alle necessità occupazionali e produttive a livello competitivo. La percentuale disoccupazione è sempre a due cifre.  L’Italia non è un’isola e l’UE è una realtà che lascia scarsi margini alle concessioni economiche.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Berlusconi fissa la soglia di sopravvivenza

 

L’obiettivo di Berlusconi in queste elezioni regionali di domenica prossima è di non scendere sotto il 10 per cento. La soglia della sopravvivenza. Ma è da lì che l’ex Cavaliere, in trance agonistica come sempre gli accade quando va in campagna elettorale, vuole ripartire per rifondare il suo partito e preparare le politiche del 2018. Solo pochi giorni fa sembrava che il vecchio Capo della destra, l’uomo che per quasi venti anni ha governato il Paese portandolo al tracollo economico, fosse sul punto di lasciare. Ma chi lo conosce bene sa che Berlusconi non lascerà mai. Nemmeno a una delle figlie. Il suo ego non glielo permette e del resto non ci sono in giro volti in grado di raccoglierne l’eredità. Questo è un dato di fatto. Fitto è da un’altra parte, Toti – anche se dovesse vincere in Liguria grazie ai voti della Lega e all’aiuto dell’estrema sinistra – non ha proprio la statura, e nemmeno ce l’ha Alfano che non si capisce dove e con chi vorrà stare. Salvini domenica prossima travolgerà Forza Italia, ma il leader della Lega punta a fare il Le Pen italiano e quindi non potrà tenere insieme i moderati di centrodestra, che pure ci sono. Non resta che lui, Berlusconi, che infatti gira per l’Italia come un candidato in campagna elettorale. Non sarà candidabile per il Parlamento nemmeno fra tre anni, ma lui fa finta di niente e spera nella riabilitazione da parte della Corte europea e nella cancellazione della legge Severino da parte della Consulta (oggi la Cassazione decide se i Tar possono intervenire sulla legge Severino: caso De Magistris e domani, forse, caso De Luca). Come sempre Berlusconi confida nel suo potere seduttivo: verso gli anziani colpiti dalla crisi, i pensionati spaventati dalla riforma annunciata di Renzi, i moderati a basso reddito e i giovani senza prospettive di lavoro. Senza dimenticare i tifosi del calcio, naturalmente: il Milan non è più in vendita e Galliani è stato mandato in missione a Madrid per convincere il vincente Ancelotti a tornare. Una missione disperata, ma Berlusconi non si ferma di fronte a questi ostacoli. Intanto l’ex Cavaliere esclude il ritorno a un accordo politico con Renzi come il Patto del Nazareno. Ma il problema è: surclassato da Salvini presso l’elettorato di destra radicale, e da Renzi presso i moderati di centro, quale spazio resta a Berlusconi? Lui pensa agli astenuti e ai suoi confida il progetto di riconquistare quelli che non vanno più a votare. Ma la concorrenza nel settore “delusi e scontenti” è troppo forte e Grillo ha più chance di Berlusconi di pescare in quel mare. GIANLUCA LUZI  LR 26

 

 

 

 

L'ascensore sociale funziona al contrario: ora il ceto medio si sente classe operaia

 

Mappe: la percezione della crisi è ancora molto forte, gli italiani non si fidano più del futuro. Dati rovesciati rispetto al 2008. Oltre la metà della popolazione si colloca tra i ceti popolari - di ILVO DIAMANTI

 

La società italiana scivola verso il basso. Spinta dalla crisi, che dal 2008 ha investito l'economia globale  -  e nazionale. Non è tanto e solo l'andamento dei redditi e del mercato del lavoro, a rivelarlo. Anche se, nell'ultimo anno, in metà delle famiglie qualcuno ha perduto il lavoro oppure l'ha cercato senza esito (indagine Demos-Coop, aprile 2015). Il problema è che, al di là della "condizione", misurata dalle statistiche socioeconomiche, il declino ha colpito, in modo sensibile, anche la "percezione". Ha, cioè, modificato sensibilmente il modo di guardare la realtà intorno a noi e di rappresentare, anzitutto, noi stessi.

 

Come si è detto in altre occasioni, l'ascensore sociale, in Italia, si è bloccato. E gran parte degli italiani ha smesso di attendere che riparta. E oggi è, invece, impegnata a frenare, se non a bloccare, la marcia del "discensore sociale". Dal quale sono in molti, la maggioranza, a sentirsi trasportati, meglio: trascinati. Verso il basso. Ma la percezione delle cose e di noi stessi è difficile da modificare. Molto più della realtà stessa. Perché ci vuole tempo prima di "credere" che il lavoro e il reddito abbiano ripreso a crescere. E che, di conseguenza, si possa guardare di nuovo il futuro con minore pessimismo del passato. Malgrado l'Istat e l'Ocse, oltre al nostro governo, segnalino una ripresa della nostra economia, i consumi, continuano, infatti, a stagnare. Perché gli italiani non si fidano. Del futuro. Del "proprio" futuro. E preferiscono risparmiare, piuttosto che consumare. Per prudenza.

 

Di certo, è finita l'epoca della "cetomedizzazione". Termine ostico, ma sicuramente efficace, con il quale Giuseppe De Rita, negli anni Novanta, ha definito la tendenza della società italiana a ridimensionare il peso delle èlite, ma soprattutto degli strati più bassi. E, dunque, ad allargare i confini della "società di mezzo". Oggi, invece, la società italiana si è "operaizzata". Oltre la metà degli italiani, per la precisione: il 52%, si colloca nei "ceti popolari" o nella "classe operaia". Mentre il 42% si sente "ceto medio". Nel 2006, dunque: poco meno di dieci anni fa, il rapporto fra queste posizioni  -  e visioni  -  risultava rovesciato. Il 53% degli italiani si definiva "ceto medio" e il 40% classe operaia (o "popolare"). Nel 2008, mentre la crisi incombeva, peraltro, le posizioni apparivano più vicine. Ma il ceto medio, in Italia, prevaleva ancora, seppur di poco, sulla classe operaia: 48 a 45%. Questa tendenza ha investito un po' tutte le professioni e tutte le categorie. Non solo quelle che erano già, di fatto, "classe operaia". I lavoratori dipendenti. Ma ha coinvolto anche altre figure, catalogate, tradizionalmente, nella "piccola borghesia" (come ha fatto Paolo Sylos Labini, nel suo classico "Saggio sulle classi sociali", pubblicato nel 1988 e di prossima ri-edizione, sempre per i tipi di Laterza). In particolare, i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. Ancora nel 2008, il 60% di essi si sentiva "ceto medio", il 34%, poco più di metà, classe operaia. Oggi, però, questa distanza si è sensibilmente ridotta. Perché il 40% dei lavoratori autonomi e in-dipendenti si sente "classe operaia". Il 54% ceto medio.

 

Anche il ceto medio impiegatizio si è operaizzato. Mentre i liberi professionisti continuano a proporre un'auto-rappresentazione più resistente alla crisi. All'opposto, com'è prevedibile, dei disoccupati. Gli "esclusi" dal mercato del lavoro. Sorprende, semmai, la marcata tendenza "operaia" delle casalinghe sul piano dell'auto-immagine. Più dei due terzi di esse, infatti, oggi si posiziona fra i ceti popolari. Nel 2008, all'inizio della crisi, questa opinione veniva espressa da una quota molto minore: il 50% circa. Le "casalinghe", d'altronde, più delle altre componenti, riflettono le diverse tensioni in atto. Anzitutto, in quanto donne, costituiscono figure deboli e vulnerabili del mercato del lavoro. In secondo luogo, su di loro si scaricano i problemi che investono la famiglia. Perché sono uno specchio e, al tempo stesso, un moltiplicatore delle conseguenze della crisi a livello sociale e micro sociale.

 

Le "donne", non per caso, si sono notevolmente operaizzate. Oggi il 55% di esse si riconosce e si inserisce nelle "classi popolari". Assai più degli uomini (49%), che si sentono, invece, molto più "cetomedizzati" e "borghesi" delle donne. La "discesa sociale" degli italiani negli ultimi dieci anni, quindi, appare evidente nella percezione sociale. Ancor più che negli indici economici e di reddito. Investe le figure deboli, ma anche quelle che avevano conquistato un certo benessere ed erano convinte di essere al sicuro. Saldamente insediate al "centro" della società. Nei piani  -  e nei ceti  -  medi della gerarchia sociale. Così si spiegano le paure e l'incertezza che inquietano queste componenti della popolazione. (Tendenze ben sottolineate, di recente, dal Rapporto sulla sicurezza 2015, curato da Demos, insieme all'Osservatorio di Pavia e alla Fondazione Unipolis). Così si possono comprendere anche il senso di frustrazione e il ri-sentimento politico dei ceti popolari e operai, che si traducono in una spiccata preferenza per il M5s. Soprattutto fra coloro che vedono il futuro con sfiducia. Anche perché nel passato hanno perduto prestigio e, anzitutto, potere. Sul piano del reddito e dei consumi, oltre che della posizione sociale. Così, in Italia avanza una società "operaia". Che vive con una certa preoccupazione e un certo risentimento questa condizione. Perché aveva creduto alla promessa berlusconiana di un futuro da "imprenditori" per tutti. Attraverso il passaggio "intermedio" del "ceto-medio". Ma oggi, che la crisi ha dissolto il sogno-ceto-medio, per molti è faticoso rassegnarsi al risveglio-operaio. LS 25

 

 

 

 

Emilia Romagna: approvata la Nuova Consulta per i corregionali nel mondo

 

BOLOGNA - È stata approvata ieri dall’Assemblea Regionale dell’Emilia Romagna, con il voto favorevole del Partito Democratico e di Sinistra Ecologia e Libertà, contrari Lega nord e Movimento 5 stelle, astenuti Forza Italia e Fratelli d’Italia, la legge regionale che determina una nuova governance per la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo e la incardina nell’Assemblea Legislativa.

La nuova Consulta sarà composta da 37 membri e Presieduta da un Consigliere regionale, affiancato da due vicepresidenti. L’Assemblea Legislativa si occuperà di dettare le linee guida per l’ attività della Consulta che relazionerà alla Commissione competente.

La nuova legge è stata presentata, insieme ad altri, dalla Consigliera Roberta Mori, che ne è stata anche la relatrice di maggioranza. Nell’intervento introduttivo in aula ha ricordato come dopo la modifica del Titolo V della Costituzione tutte le Regioni abbiano aggiornato le precedenti normative, e come l’Emilia-Romagna l’abbia fatto con la L.r. 3/2006. In questi nove anni, "grazie all’impulso della presidente Silvia Bartolini", che Mori ha più volte ringraziato, "la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo ha consolidato relazioni proficue, facendo rete con 111 associazioni distribuite in 24 Paesi di tutti continenti. Negli ultimi 4 anni, gli iscritti emiliano-romagnoli all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, sono passati da 110mila a 147mila. Più di un milione sono i corregionali emigrati in diversi periodi della nostra storia e tuttora si registra un orientamento all’espatrio, almeno temporaneo, in particolare dei giovani tra i 18 e i 24 anni".

La relatrice ha poi detto che "polemiche politiche hanno spesso offuscato il lavoro prezioso della Consulta, documentato in maniera esauriente e a costi notevolmente ridotti".

Il processo di riforma "che si conclude oggi in Aula - ha aggiunto Mori - va inteso innanzitutto come un’assunzione di piena e diretta responsabilità da parte dell’Assemblea, riconoscendo pienamente il ruolo degli emiliano-romagnoli all’estero e riconoscendo i diritti di cittadinanza come compartecipazione ai destini della comunità di origine".

"Forti perplessità" su come si è arrivati a questo "progetto di legge raffazzonato, confuso e contraddittorio", ma anche "nessuna intenzione di perdere tempo e confondere le responsabilità", spiegano la scelta "della Lega nord di non chiedere ulteriori rinvii", ha detto invece il relatore di minoranza Massimiliano Pompignoli. A suo parere la riforma avrebbe dovuto comportare l’abrogazione della Consulta e l’assegnazione delle politiche a favore degli emiliano-romagnoli nel mondo agli uffici regionali.

A chiusura del dibattito generale che ha visto l’intervento di molti consiglieri, è intervenuto il presidente della Giunta, Stefano Bonaccini, sottolineando come l’impegno sulla riduzione delle spese sia già divenuto una realtà negli ultimi anni e come questo sia uno degli obiettivi forti che la nuova Giunta si è data.

"La rappresentanza all’estero - ha concluso il Presidente - deve essere garantita, chi si è trasferito all’estero per lavoro o studio va rispettato, la Consulta costerà di meno, la responsabilità passerà all’Assemblea legislativa, verrà gestita dagli eletti, senza spendere un euro".

"I consiglieri – conclude - avranno il potere di decidere, riorganizzare, risparmiare e controllare. La Giunta ha un unico interesse, dare dignità alla storia e alla cultura di coloro che hanno lasciato le terre d’origine". (aise 28)

 

 

 

 

Il peggio è da venire

 

Questo 2015, tutto considerato, sembra non promettere ancora nulla di buono. Né sul piano politico, né su quello economico. Se in politica niente è definitivo, in economia non è più possibile vivere di promesse o di sfibranti attese. Renzi ha da fare i conti con un Potere Legislativo non necessariamente dalla sua parte. Noi non critichiamo nessuno. Non servirebbe. Nella Penisola, gli ottimisti costituzionali sono scomparsi. I pessimisti, invece, precisano che, senza un altro giro di vite fiscale, l’economia del Paese appare incurabile. Però, pur non disconoscendo un forte disagio economico, non ci sentiamo di sposare questa tesi. Preferiamo mantenere, nei limiti del possibile, una posizione “mediana”. Insomma, dalla recessione italiana si può uscire; basta avere un Esecutivo capace di porsi degli obiettivi e senza polemiche al seguito.

 Purtroppo, i problemi economici non possono essere disgiunti da quelli politici. Sfortunatamente, è proprio in politica che difettiamo e le enigmatiche soluzioni della crisi ci hanno lasciato indifferenti e sospettosi. I “compromessi” non sono più in auge, ma un accordo di programma non appare proprio impossibile. Non tutti i politici della vecchia guardia sono inaffidabili. Per quelli della “nuova” preferiamo esprimerci una volta che li avremo visti all’opera. Risanare la politica nazionale sarebbe il mezzo migliore per evitare altre polemiche sterili. Fare, ora, delle analisi si andrebbe a confondere le idee. Anche noi siamo per i piccoli passi, L’importante è, però, farli. L’immobilismo è il peggiore compromesso per non dare spazio alle iniziative democratiche.

 Non essere autosufficienti a livello parlamentare non è, per noi, una novità. La novità è che non sembrano attendibili le alleanze di percorso. Per evitare il peggio, ci vorrebbe un “miracolo”. Ma i politici, per nostra grazia, non sono capaci di farli. Con Renzi, c’è ancora tutto il tempo per identificare una “cura”: Almeno per i mali più perniciosi del Bel Paese. Per l’Italia, non intravediamo un’uscita dal tunnel con onore. Chi ha tutto e chi ha niente. D’errori di percorso i nostri governanti ne hanno fatti parecchi in questo primo quindicennio del nuovo secolo. Perseverare sarebbe masochistico per tutti. C’è bisogno di un Governo che sia in grado d’uscire dalla palude. Ora gli uomini “nuovi” non mancano. Ma se non agiscono è come se non ci fossero. Le insidie della politica sono dietro l’angolo. Basta con i “silenzi” che trafiggono di più che le “parole”. Senza un franco chiarimento, il peggio è ancora da venire e gli italiani non sarebbero in grado di sopportarlo. La misura dell’incoerenza è colma.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Regionali, duello Berlusconi-Salvini sull'immigrazione. Renzi: "Con noi torna la speranza"

 

L'ex Cav attacca il leader del Carroccio: "Con i toni esasperati non risolve il problema". Il leghista: "Dove governiamo noi non ci sono problemi". Il premier difende Marchionne e annuncia tre riforme nei prossimi mesi: Pa, giustizia civile, fisco

 

Tutti i leader politici stanno percorrendo la Penisola in lungo e largo in questo ultimo giorno di campagna elettorale caratterizzato da una polemica a destra tra il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi e il segretario della Lega Nord Matteo Salvini. Al centro della discussione il tema dell'immigrazione, con l'ex Cav all'attacco: "Salvini fa benissimo campagna elettorale ma con i suoi toni esasperati non risolve il problema, così come peggiora solo la situazione il buonismo della sinistra. Sono metodi buoni solo per prendere voti ma non per trovare una soluzione".

 

Alle parole dell'ex premier ha replicato il segretario del Carroccio ospite di L'aria che tira su La7:  "Mi dispiace, Berlusconi si faccia due passi a Padova o a Verona: dove la Lega ha governato e governa questi problemi non ci sono". Poi ha aggiunto: "Il nostro obiettivo è risolvere il problema, dove non ci siamo denunciamo".

 

Berlusconi, dai microfoni di RadioMontecarlo, non ha risparmiato critiche al premier, dopo il duello a distanza andato in onda ieri sera nella trasmissione Virus: ieri il premier aveva definito l'ex Cav "un biglietto scaduto", oggi Berlusconi replica definendo Renzi "un portoghese" perchè "è al governo senza neanche aver pagato il biglietto, senza passare per libere elezioni". E ha spiegato: "Renzi  aveva criticato D'Alema che arrivò a Palazzo Chigi con una manovra di palazzo, disse che non avrebbe mai fatto la stessa cosa e poi si è contraddetto. E' alla guida di un governo senza esser stato votato dagli elettori, un governo che si appoggia su 130 deputati alla Camera incostituzionali secondo la Consulta e su 32 senatori che hanno tradito il mandato degli elettori di centrodestra e si sono fatti stampella di questo governo di sinistra. E sarei io il biglietto scaduto? lui è molto peggio, un abusivo".

 

Mentre infuria il dibattito sugli 'impresentabili', alla luce della lista presentata dalla Commissione Antimafia, è tornato a far sentire la sua voce il presidente del Consiglio Matteo Renzi attraverso la sua e-news, nella quale ha ricordato che "domenica non si vota per il governo nazionale e nemmeno per il congresso del Pd. Si vota per decidere il futuro delle regioni e di alcuni comuni, per i prossimi cinque anni". Poi ha avuto parole di elogio per la candidata Pd in Veneto, Alessandra Moretti ("Si è dimessa dal Parlamento Ue, altri no") e ha difeso Sergio Marchionne: "E' un manager che ha dato un futuro alla Fiat. Qualcuno ha cercato di costruire una carriera politica attaccando Marchionne. E qualcuno sta cercando di creare posti di lavoro con il Jobs Act e difendendo chi ci prova. La differenza è tutta qui".

 

Infine ha assicurato l'impegno per concludere l'iter della riforma della Costituzione e ha annunciato tre riforme nei prossimi mesi: Pa, fisco, giustizia civile. "La speranza torna a mettere la residenza in Italia" ha concluso il premier che oggi è prima nelle Marche per sostenere Luca Ceriscioli, poi in serata nella sua Firenze per Enrico Rossi.

 

Nel dibattito entra anche il leader di Ncd Angelino Alfano, in Liguria per sostenere il candidato di centrodestra Giovanni Toti, che rivendica i meriti dell'azione politica del suo partito: "Abbiamo un merito in Liguria: aver concorso alla deflagrazione del Partito Democratico facendo dividere in due il Pd, da una parte i riformatori, dall'altra un pò di residuo di quei comunisti che Renzi ha mandato a casa". E ha aggiunto: "La realtà è che ha mandato a casa più comunisti Renzi in venti mesi che Berlusconi in venti anni. Oggi noi partecipiamo a una gara tra una sinistra riformatrice e un centrodestra che non è a guida leghista".

LR 29

 

 

 

 

 

 

Sindacati e imprese. Le buone pratiche da seguire

 

Il dibattito che periodicamente si apre in Italia sul futuro della rappresentanza dei lavoratori e delle imprese a volte rischia di evocare la famosa Corazzata Potemkin nella lucida rilettura fattane da Fantozzi. Manca quasi sempre il riferimento all’economia reale e alle sue necessità. Si parla solo di nuove leggi e si discute con il preciso scopo di litigare. E invece nella fase che viviamo, a cavallo tra recessione e ripresa, si sente la necessità di orientare gli sforzi di tutti in una comune direzione. Anche perché il terreno è cambiato e continua a cambiare sotto i nostri piedi: come sottolineano gli economisti e gli esperti più avveduti molte delle caratteristiche negative che abbiamo attribuito una tantum alla Grande Crisi sono destinate invece ad accompagnarci anche dopo la sua fine. Ci sono mutamenti dei mercati e del funzionamento delle economie che abbiamo appena incominciato a conoscere in questi anni e che è difficile vengano riassorbiti.

Un peso importante in questi cambiamenti lo giocano le tecnologie che non solo tagliano lavoro in molti nuovi ambiti, ma spostano potere decisionale all’interno dei mercati. Basta pensare alle piattaforme distributive online e le novità che sono destinate a produrre nei servizi, nella comunicazione e più in particolare nel commercio.

A monte avremo quindi cicli produttivi più corti e nervosi, decisioni di investimento più repentine che magari conviveranno con il ritorno dall’estero di lavorazioni, rincorreremo la qualità come tratto identitario della nostra presenza industriale. È in questo contesto che va collocata la riflessione sulle relazioni industriali/rappresentanza e fortunatamente ci sono già esperienze che si sono misurate con queste discontinuità e hanno proposto valide ricette. Sicuramente il caso Fca merita un’attenzione maggiore e un’analisi che non sia solo determinata dai pregiudizi su Sergio Marchionne, ma la meritano anche le intese che in Emilia si sono concluse nelle aziende dell’ automotive di proprietà tedesca. Come dimenticare poi l’ampio spettro di temi e soluzioni proposti dall’esperienza Luxottica, quella che può essere considerata la madre del neoriformismo industriale italiano.

Siccome le buone pratiche generano emulazione, in questi anni sono stati conclusi nelle fabbriche - al riparo dalle burocrazie sindacali - numerosi accordi finalizzati a regolare in maniera moderna la lotta agli sprechi, le norme antiassenteismo, la partecipazione alla gestione dei flussi produttivi e questi negoziati hanno trovato nell’estensione del welfare aziendale una nuova modalità di scambio. È probabile che si tratti di intese che dal punto di vista letterale sono ancora indietro rispetto ai problemi che le «economie nervose» del post crisi ci porranno; hanno però già fatto proprio lo spirito giusto. Tentano di tradurre in fatti concreti una visione comune tra azienda e lavoratori sulla qualità delle produzioni e su una prestazione lavorativa che tende a responsabilizzare i dipendenti sui risultati. Non è poco, tra tante rivoluzioni culturali auspicate, celebriamone una che forse ha vinto.

La politica ha poco tempo per sondare davvero la società e il premier disintermediatore, pur visitando i siti produttivi del Paese più di qualsiasi predecessore, cede talora alla tentazione di confezionare in fretta e furia lo slogan del giorno (avrebbe dovuto, per esempio, essere più cauto sugli effetti dell’integrazione Indesit-Whirlpool). Così il prossimo 28 Renzi ha scelto di recarsi a Melfi proprio con Marchionne e di disertare l’assemblea annuale di Confindustria. I cronisti raccontano che l’ha giurata al presidente Giorgio Squinzi per un giudizio eccessivamente critico nei confronti dell’azione di governo. Tutto sommato però non è un gran problema. Caso mai è importante che in quella sede Confindustria tenga fermo il punto che ha annunciato: l’impegno a rimodulare la contrattazione allontanandola da Roma e avvicinandola ai lavoratori e al mercato. Del resto non è stata Marcella Panucci, direttore generale di viale dell’Astronomia, a dichiarare di recente ai microfoni di Radio24 «A me il modello Marchionne piace»?  Dario Di Vico CdS 25

 

 

 

 

Regionali, 17 'impresentabili' e c'è anche De Luca

 

Anche Vincenzo De Luca, candidato del Pd in Campania nelle imminenti Regionali, tra i 17 'impresentabili' inseriti nella lista diffusa dalla commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi. Dagli atti trasmessi dal procuratore della Repubblica di Salerno risulta che pende un giudizio a carico di De Luca in un procedimento del 2002 per il reato di concussione continuata commesso dal maggio 1998 e con "condotta in corso" e altri reati come abuso d'ufficio, truffa aggravata, associazione per delinquere. La prossima udienza è fissata per il prossimo 23 giugno.

''Tornano i processi in piazza'', attacca il Partito democratico, mettendo la presidente Bindi nel mirino. "E' evidente che questa campagna di aggressione che sarebbe stata eccessiva anche per Totò Riina, ha un solo obiettivo: cercare di mettere in difficoltà il Governo nazionale e Renzi", dice De Luca. "Comincio a immaginare di essere diventato importante - aggiunge-. Sono partito come modesto artigiano della politica e mi ritrovo al centro del mondo. Questa cosa comincia perfino a gratificarmi". Secondo De Luca "c'è un uso strumentale della mia persona, l'aggressione vera è al segretario del partito". Il candidato, come riferisce il suo ufficio stampa, intende denunciare Bindi per diffamazione. "Le manderò un ringraziamento per i centomila voti che mi fa guadagnare", aggiunge lui.

I 17 nomi individuati dalla Commissione Antimafia in relazione al Codice di autoregolamentazione dei partiti per le candidature: Antonio Agostino Ambrosio, Luciano Passariello; Fabio Ladisa; Sergio Nappi; Vincenzo De Luca; Fernando Errico; Alessandrina Lonardo; Francesco Plaitano; Antonio Scalzone; Raffaele Viscardi; Domenico Elefante; Enzo Palmisano; Biogio Iacolare; Giovanni Copertino; Massimiliano Oggiano; Carmela Grimaldi; Alberico Gambino.

"Nessuna ingerenza nella campagna elettorale, abbiamo solo fornito una fotografia per informare i cittadini della qualità della classe politica che vanno a votare", dice più volte Bindi, durante la conferenza stampa convocata per illustrare la lista. "Noi abbiamo scattato una fotografia -aggiunge- abbiamo utilizzato dati pubblici ma non accessibili ai cittadini. Rientra nella nostra missione, e se non lo avessimo fatto ce ne avrebbero chiesto il perchè". Sono stati passati al vaglio i dati di 4mila candidati, sintetizza, e sono state interrogate tutte le banche dati del Paese. Si è dovuto ricostruire a che punto erano i vari procedimenti a carico dei candidati. "Possiamo dire di essere stati completi al cento per cento? -dice Bindi- la perfezione non è di questo mondo ma sicuramente questo è il lavoro più accurato possibile e sicuramente più accurato delle liste di proscrizione uscite negli ultimi tempi sui giornali". "L'attività non finisce qui ma continueremo a prendere in esame i candidati sindaci e consiglieri comunali", nelle prossime tornate amministrative.

"Nessuna autoreferenzialità nel nostro lavoro, se non lo avessimo fatto saremmo stati inadempienti", afferma poi rispondendo a distanza all'accusa di "autoreferenzialità" lanciata da Matteo Renzi sul lavoro svolto fino ad oggi dalla Commissione. "Avrebbero potuto dirci -continua Bindi- 'che ci state a fare?'. L'Antimafia viene istituita a ogni legislatura e a ogni legislatura viene tarata sulle necessità del momento storico. In questa legislatura avevamo anche questo compito". Adnkronos 29

 

 

 

 

Esplode il caso De Luca, renziani contro la Bindi

 

Vincenzo De Luca che finisce nella black list degli impresentabili è una bomba politica dagli esiti imprevedibili. I renziani accusano la Bindi di avere agito per vendetta: non esammente il miglior viatico in vista del voto di domenica in Campania. La domanda che domina questa vigilia elettorale è: quanto peserà sul voto l'elenco degli "impresentabili" che è ormai di dominio pubblico e raggiunge un numero di aspiranti consiglieri piuttosto considerevole? In un periodo in cui l'opinione pubblica è molto reattiva sulle varie questioni morali della politica, è certamente un argomento che sposta un po' di voti. E naturalmente tutti verso Salvini e Grillo, cioè verso quelle forze populiste anti partiti e anti sistema che tendono a mettere tutti gli altri in un unico mazzo con l'etichetta "ladri". Una analisi primitiva e prepolitica che però in tempi di crisi e in campagna elettorale funziona. Quanto rischia Renzi? Qualcosa rischia, è certo che nella minoranza del Pd un insuccesso del segretario sarebbe salutato con malcelato entusiasmo, come prova del fallimento della politica renziana. La chiave è la Liguria, come si è capito da settimane. Lì si misura quanto sia forte il "partito di Civati" che scende direttamente in campo con un suo candidato (e di Cofferati) contro la candidata di Renzi. Pastorino non ha alcuna possibilità di diventare presidente della Regione Liguria, ma il suo tentativo è quello di far perdere le elezioni a Raffaella Paita. Non importa se in quel caso vincerebbe il centrodestra-leghista di Toti. L'importante è infliggere a Renzi una sconfitta dolorosa e dimostrare che la minoranza del Pd ha un peso da cui non si può prescindere. Viceversa, se Renzi dovesse vincere ugualmente, per la sinistra Pd sarebbe l'inizio della ennesima resa dei conti interna. Anche in chiave elettorale Renzi è tornato più volte in questi giorni sui temi del lavoro: lo ha fatto a Melfi e lo ha ripetuto in tv. I dati lo sostengono: l'Italia è ufficialmente fuori dalla recessione e anche dalla deflazione. Ma le percentuali sono ancora così anemiche rispetto a Germania e Francia, che tutte le autorità monetarie, italiane ed europee, non smettono di raccomandare al governo italiano di proseguire nel programma delle riforme. GIANLUCA LUZI

 LR 29

 

 

 

 

 

Nuova legge elettorale. Come

 

Dato che l’impianto parlamentare cambierà non prima dell’anno prossimo, dovrebbe essere chiarito lo status di chi andrà, alla fine, a occupare gli scranni del nostro potere legislativo. In una penisola dove i sacrifici sono diventati una norma e i partiti nascono come i funghi, i favori parlamentari, che ancora ci sino, dovrebbero cessare. Per una questione di coerenza ben oltre le manifestazioni populiste tanto in voga anche in questa nascente Terza Repubblica. Il futuro Potere Legislativo dovrà affrontare, con un’ottica assai diversa, i problemi del Bel Paese. Ne va della nostra sopravvivenza e dell’attendibilità di Nazione in ambito UE e nel mondo. E’ proprio sui “Parlamentari” di domani che intendiamo porre la nostra attenzione e proporre, conseguentemente, alcuni pareri. Principalmente nell’interesse del Paese.

Dato che sull’immunità parlamentare la “blindatura” rimane, si applichi alla lettera il primo comma, art. 68 della nostra Costituzione. Quello che recita: ” Le opinioni espresse dei Membri del Parlamento nell’esercizio delle loro funzioni non possono essere perseguibili”. Punto e basta. Per tutto il resto, che è parecchio, i Parlamentari sono comuni cittadini della Repubblica. Questo solo per cominciare. Sul piano economico, in una Penisola stremata dalla mancanza di lavoro, anche i nostri futuri parlamentari, al momento d’accettazione dell’incarico, dovrebbero essere equiparati a funzionari dello Stato. Durante il loro mandato, certi privilegi dovrebbero essere ridotti. Chi avrà l’onore d'essere eletto a rappresentare il Popolo italiano, lo dovrà fare non solo con saggezza, ma anche in economia.

 Pagandosi soggiorno e vitto in occasione delle adunanze parlamentari con un rimborso spese a" piè di lista”. Ovviamente, presentando la documentazione delle spese sostenute. Insomma, la “poltrona”, tanto cara agli uomini di questo Paese, potrebbe divenire “scomoda”. Il periodo delle “vacche grasse” è finito e non tornerà più. L’austerità dovrà, in primo luogo, essere presente proprio là dove si prendono in esame e s’approvano i sacrifici destinati al Popolo italiano.  Sarebbe opportuno non confondere, ancora una volta, le carte in tavola. Chi ritiene d’avere le capacità per un ruolo di Rappresentante del Popolo italiano, è invitato a far sue queste regole. Nel Parlamento “monocamerale”, almeno questo è il nostro auspicio, ci potrebbero essere volti nuovi e meno “patteggiamenti” tra le alleanze di partito. Per scriverla franca, i “privilegi”, che sono duri a morire, domani non dovranno esserci più.

 Indi, a ciascuno l’essenziale per svolgere il suo mandato; stabilito da un disciplinare. La Democrazia non ha prezzo. Questa lettura dovrebbe servire per impedire altri sacrifici a chi ha già dato. Dato anche troppo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Riforme. Se la scuola trascura i suoi «clienti»

 

Renzi ha provato a replicare il modello usato con le imprese. Ma il sistema dell’istruzione non è un’azienda e pensa purtroppo più ai suoi dipendenti che agli studenti Va reso trasparente il valore della formazione sul mercato - di Roger Abravanel

 

Matteo Renzi ha riformato la scuola secondo lo stesso principio applicato alle aziende per l’articolo 18. Ma la scuola non è un’azienda. E non perché la cultura non è un business, ma perché la scuola italiana non si preoccupa dei suoi clienti, gli studenti.

La logica di Matteo Renzi applicata alla riforma della scuola è la stessa del Jobs act: eliminare (o almeno ridurre) le ingiustizie a danno dei lavoratori precari, ma allo stesso tempo dare più potere ai loro capi (imprenditori nelle aziende, presidi nelle scuole) nella selezione della forza lavoro: gli imprenditori possono licenziare chi lavora male e i presidi assumere chi insegna bene.

È chiaro che i sindacati protestano, come hanno protestato per l’articolo 18. Il preside-capo (lo hanno chiamato in tutti i modi: preside-sindaco, preside-sceriffo, ma in realtà il concetto è semplicemente quello del capo che si sceglie i collaboratori) non piace. La riforma dell’articolo 18 minaccia l’inamovibilità del lavoratore (almeno quello dipendente a tempo indeterminato delle grandi aziende) e la buona scuola minaccia l’insindacabilità dell’insegnante.

Ma la buona scuola, se anche non piace ai sindacati, è almeno una buona riforma per i «padroni» della scuola, che sono poi tutti gli italiani? Purtroppo molto poco.

Perché un’impresa privata ha l’imperativo di servire bene i suoi clienti, se no scompare, e per questo fine l’imprenditore ne sceglie i capi. Se questi non sanno organizzare l’azienda per fornire un prodotto valido, l’imprenditore li cambia o l’azienda fallisce. Se la legge dà loro più potere, i padroni delle aziende possono aspettarsi che lo sfruttino bene. Altrimenti vale quanto detto prima, o li cambiano o l’azienda salta.

Nella scuola il padrone, cioè lo Stato, si è sempre interessato più dei dipendenti (gli insegnanti) che dei suoi clienti (gli studenti). Anche perché i suoi clienti non si sono mai dati molto da fare. Non protestano se il servizio è pessimo, cioè se gli studenti dopo la scuola non sono preparati al lavoro, come è il caso in Italia più che in tutti gli altri Paesi occidentali. Quando devono scegliere si servono dalla scuola sotto casa, non della migliore. E quindi, senza clienti che protestano, lo Stato-padrone ha scelto i capi, cioè i presidi, per essere dei burocrati. Con concorsi dove si valuta la conoscenza delle leggi e delle norme.

Non che i presidi italiani siano tutti, o in maggioranza, burocrati. Ci sono tanti presidi che sono dei veri leader: ma questo perché la scuola è ancora per tanti una missione, non certo perché lo Stato li ha scelti così. Perché hanno la passione della scuola e la vogliono guidare, e siccome sono intelligenti, tenaci e coraggiosi, si sono rimboccati le maniche e hanno vinto il concorso. Dare loro più autonomia e poteri sarà sicuramente un bene.

Ma altri presidi non sono così. Come capita nelle aziende senza concorrenza e che non sentono la pressione del mercato, piene di dirigenti non all’altezza.

È questo che una vera riforma della scuola deve creare: un sistema che permetta ai suoi clienti di conoscere gli istituti migliori, con valutazioni oggettive e una vera trasparenza sul valore della formazione nel mercato del lavoro. Solo allora, potrà sceglierne bene i capi — cioè i presidi — e responsabilizzarli. Perché il potere senza responsabilità è solo arbitrio.  CdS 26

 

 

 

 

Divorzio, in vigore la nuova legge: da 6 a 12 mesi per dirsi addio

 

Entra in vigore da oggi la nuova legge che abbrevia i tempi per il divorzio: d'ora in poi basteranno 6 mesi per dirsi addio, in caso di separazione consensuale, o un anno se la separazione è giudiziale, indipendentemente dalla presenza di figli. Le nuove norme, approvate in via definitiva dall'assemblea di Montecitorio il 22 aprile scorso, sono state pubblicate nella Gazzetta Ufficiale il 6 maggio scorso.

Prima di questo voto, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio poteva essere chiesta da uno dei coniugi solo dopo tre anni di separazione. Il vincolo della comunione dei beni viene meno quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale. Prima dell'avvento del divorzio breve la comunione dei beni poteva essere cancellata solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione. L'applicazione delle nuove regole ha effetto immediato e vale anche per i procedimenti in corso. Ecco le novità della nuova legge.

Nelle separazioni giudiziali si applica la riduzione da tre anni a dodici mesi della durata minima del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che legittima la domanda di divorzio. Nelle separazioni consensuali si applica la riduzione a sei mesi della durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che permette la proposizione della domanda di divorzio; il termine più breve è riferito anche alle separazioni che, inizialmente contenziose, si trasformano in consensuali.

Per quel che riguarda le separazioni in corso, la cessazione del matrimonio può essere chiesta da uno dei coniugi o da entrambi se è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi, se è stata omologata la separazione consensuale, se è intervenuta una separazione di fatto iniziata almeno due anni prima del 18 dicembre 1970.

Vengono poi anticipati i tempi della separazione dei beni, che le norme finora vigenti fissano al momento del passaggio in giudicato della sentenza di separazione personale e che d'ora in poi avviene invece nel momento in cui il giudice autorizza i coniugi a vivere separati, o alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale.

Per quanto riguarda l'affidamento dei figli e il loro mantenimento, la sentenza del giudice sarà valida anche dopo l'estinzione del processo, fino a che non sia sostituita da un altro provvedimento emesso a seguito di nuova presentazione del ricorso per separazione personale dei coniugi in seguito a un ricorso per il divorzio.

Calano nuove iscrizioni nei tribunali - Al gennaio di quest'anno, il numero di nuovi divorzi e separazioni iscritti presso i tribunali è sceso del 30%, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, mentre nel 2014 la media dei 15 tribunali monitorati dal ministero della Giustizia ha fatto registrare un calo del 9,3%. I dati del monitoraggio sugli effetti della legge riforma civile 132/2014 sui tribunali italiani sono stati presentati oggi in conferenza stampa dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

"Abbiamo individuato - ha spiegato Orlando - 15 tribunali campione, diversi per grandezza e collocazione geografica per monitorare in diretta gli effetti delle norme e, con tutte le cautele e i benefici di inventario del caso, possiamo dire che funzionano". Un risultato soddisfacente "oltre le aspettative - ha sottolineato il ministro -soprattutto per quanto riguarda le separazioni e i divorzi". Adnkronos 26

 

 

 

 

 

Delusione per le scelte dal sapore nazionalista. Cannes, la sconfitta degli italiani

 

Continuerò ad amare i Coen come registi, ma come presidenti di giuria devo dire che hanno deluso. Non so se più per aver del tutto dimenticato i tre italiani (oltre a qualche altro grande film come quelli di Kore-eda e Jia Zhang-ke) o per aver fatto trionfare la Francia con ben tre premi. Ma forse era scritto così, in una selezione transalpina pletorica e inferiore alle aspettative ma fortemente sostenuta dal direttore Frémaux e dal nuovo presidente Lescure, e in un cinema italiano che non sembra più capace di quel lavoro diplomatico (e di lobbying) fondamentale per arrivare sul podio (con l’eccezione di Alice Rohrwacher, imposta l’anno scorso dalla presidente Jane Campion, il cinema italiano ha vinto a Cannes solo quando c’era un connazionale in giuria. Qualcuno dovrebbe rifletterci su...).

 

Dei premi che hanno chiuso questa 68esima edizione condivido totalmente solo quello a Vincent Lindon, che in La Loi du marché ha dato vita a un personaggio che non si dimentica, un lavoratore disoccupato capace di non abdicare alla propria dignità. Ma dividere la palma per la miglior attrice tra Rooney Mara ed Emmanuelle Bercot è sembrato strano anche al regista Todd Haynes, che ritirando il premio per l’attrice Usa ha citato più volte il nome di Cate Blanchett (che divide la scena di Carol con Mara) perché il livello della recitazione per due ruoli così simbiotici dipende dalla sintonia che si crea tra le attrici: premiarne una sola è una specie di non senso, come tutti i registi sanno.

 

Possibile che sia sfuggito proprio ai Coen? Niente da dire neanche sul Gran Premio della Giuria a László Nemes ma pensando alla carriera di Hou Hsiao-Hsien e di Jacques Audiard verrebbe da pensare che i loro riconoscimenti - rispettivamente la Regia e la Palma d’oro - siano come «risarcimenti» per una carriera in passato più convincente. Così che alla fine viene da pensare che il vero trionfatore di Cannes (e anche il «suggeritore» dei premi?) sia stato il direttore Thierry Frémaux, con la sua selezione ultra-nazionalista e la sua virata a favore di un festival più popolare e meno «cinefilo». Cosa che i premi sembrano confermare. CdS 25

 

 

 

L’esodo

 

Quando, nel marzo del 1960, usciva il numero “zero” del periodico d’Emigrazione “Futuribile”, il flusso d’italiani che lasciavano il Bel Paese, per raggiungere altri Stati europei, era continuo. Nonostante i miti del “boom economico” nazionale.

 In dieci anni (1960/1970) hanno lasciato la penisola 75.000 Connazionali. Le mete di favore erano la Svizzera e la Germania. Colmato il flusso d’uomini dal sud al nord del Paese, non restava che tornare a emigrare all’estero. Per divulgare notizia di un fenomeno, non solo socio/economico, c’eravamo impegnati nell’edizione di un mensile che trattava, esclusivamente, dello “status” degli italiani migrati nel Vecchio Continente. L’impegno, anche economico, lo avevamo preventivato sulle nostre spalle. Con la sensazione, poi confermata, di tracciare notizia meno generica sul flusso umano che abbandonava, per oggettiva necessità, la Penisola.

 Il nostro primo contributo titolava “Esodo”. E, come sotto titolo, ” hanno cambiato Paese, ma non il Cuore”. L’emozione, in allora, era quella che tentavamo d’evidenziare con una frase. Già sicuri di non poter concretare appieno lo stato d’animo di chi era costretto a lasciare affetti in una Penisola che non era nelle condizioni di sfamare tutti i suoi figli.

Quel decennio è già storia. Da qualche anno, (2008/2014), però, il fenomeno è ripreso ed è in assiduo aumento. L’Italia è andata avanti, ma i problemi occupazionali sono tornati e più complessi che per il passato. Ora, lasciano la Penisola i diplomati e laureati che in Patria hanno interso di non avere futuro. Di non poter fare progetti per la loro vita. Gli italiani se ne vanno non perché rifiutano certi lavori, è che non ne trovano neppure d’alternativi.

 Ora l’Europa è stellata e noi siamo una delle stelle. Però, il caso migrazione s’è ravvivato. Magari non a livello”esodo”, ma, certamente, non minimizzabile. Il mensile “Futuribile” non esiste più da molti anni. Siamo, però, certi che, se si ricostituisse un gruppo di giovani studenti, d buona volontà, la pubblicazione, con le tecnologie informatiche, potrebbero riprendere per informare ed essere stimolo a chi compete d’andare oltre le promesse e gli “ultimi fuochi”di un Potere Legislativo alla deriva. L’Italia ha da recuperare le risorse che sono state “smarrite”. Senza polemica, ma con quell’impegno che, ora, non percepiamo.

Quando l’esodo si ripresenta, come avviene, c’è da analizzarne le cause. Anche quelle politiche. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Youth, memorie ed immaginazione

 

Youth, La Giovinezza, è l’ultimo film di Paolo Sorrentino. I protagonisti di questo film sono due artisti ottantenni, amici da sempre ormai in pensione; Fred, musicista e direttore d’orchestra, e Mick, regista cinematografico, interpretati rispettivamente da Michel Caine e Harvey Keitel. Il film, presentato a Cannes, ha ricevuto applausi e qualche fischio nella proiezione della mattina, quella per la critica ed i giornalisti, e un’ovazione incondizionata, invece, nella proiezione per il pubblico non specialista. Mi unisco idealmente al pubblico che ha applaudito senza riserve.

Youth è un film che tocca il profondo. Il tema principale del film è il trascorrere del tempo, il rapporto tra passato e presente, le sensazioni attuali e le rielaborazioni delle memorie, l’evoluzione dei sentimenti e delle relazioni umane dalla giovinezza alla vecchiaia.

Narra di relazioni passeggere, incontri casuali o voluti che si svolgono nell’incantevole paesaggio alpino della Svizzera che circonda un hotel a cinque stelle, frequentato da un élite danarosa e colta proveniente da mezzo mondo in cerca di privacy dorata, cure fisiche, massaggi ed acque termali, camerieri impeccabili e cucina raffinata, frequentazioni interessanti, ma soprattutto passeggiate salutari per il corpo, per la mente ed il cuore, in mezzo al verde curatissimo.

Indimenticabile la scena in cui il regista cinematografico rivede con la memoria i personaggi cui la sua immaginazione ha dato vita nei numerosi film girati con successo nel corso dei suoi anni d’oro ormai lontani. Li rivede tutti apparire in armonioso movimento su un prato impeccabile. Una fantasia triste, nata nel momento in cui, circondato da allievi desiderosi di ereditare i segreti del mestiere, il regista tenta di mettere in scena il suo testamento spirituale, invano per la imprevista defezione della star da lui a suo tempo creata.

Memorabile anche la scena del piccolo violinista che parla al direttore d’orchestra, autore del pezzo che sta suonando. Facile e bello, dice il ragazzo, e con le sue osservazioni risveglia nel musicista la voglia di lavorare.

Si avverte nello scorrere delle immagini del film ricche di fantasia l’inevitabile espressione della malinconia esistenziale degli anziani, estranei al mondo dei giovani che comprendono, sì, ma da cui sono esclusi. La stessa malinconia che si avvertiva nel film “La Grande Bellezza”, rappresentazione della Roma città eterna imperiale e barocca, oggi decadente ed inerte nella contemplazione di sé, che procurò un premio Oscar a Paolo Sorrentino.

La bellezza dunque, anche in questo film un valore che trascende il trascorrere del tempo, al di sopra di esso, eterno. I protagonisti del film traggono conforto ai loro turbamenti nel soggiorno in un luogo bellissimo, per gli spettatori del film, invece, la gioia rasserenante di vedere scorrere quelle immagini.

La bellezza, un valore eterno. In Italia ogni tanto nasce qualcuno capace di produrla. Emanuela Medoro, de.itpress 22

 

 

 

 

 

 

Toscana: Borse Mario Olla, bando per progetti formativi a favore dei giovani toscani nel mondo. Entro il 20 giugno

 

FIRENZE  – Bando della Regione Toscana per la presentazione di progetti relativi ad interventi formativi a favore dei giovani toscani nel mondo all’interno delle Borse di formazione professionale “Mario Olla”.

Per partecipare al bando è necessario presentare un programma di formazione culturale, linguistica e professionale per giovani toscani nel mondo, che si leghi alla valorizzazione e diffusione delle eccellenze toscane e contribuisca al recupero e alla diffusione della memoria storica dell’emigrazione toscana nel mondo, anche in collegamento con il progetto regionale Giovanisì.

Il progetto di formazione deve prevedere l’inserimento di numero minimo di 12 borsisti presso aziende toscane nonché la possibilità di approfondimento ed acquisizione di competenze in settori di produzione, ricerca, comunicazione, servizi atti a sviluppare la preparazione personale e contatti fra la realtà produttiva toscana e quella dei paesi di residenza per la promozione socio-economica della Toscana, della durata complessiva di 90 giorni consecutivi. Inoltre il progetto dovrà prevedere la selezione dei giovani di origine toscana residenti all’estero tramite avviso e la predisposizione di percorsi di stage aziendali sulla base di livelli curriculari differenziati che prevedano un impegno full-time di 36 ore settimanali. I soggetti possono anche presentare i progetti per percorsi formativi e stage tematici sull’economia e l’artigianato del territorio toscano, da abbinare con i corsi di lingua e cultura italiane che si terranno in Toscana (per tutte le informazioni si veda http://www.toscaninelmondo.org/opportunita-detail/it/52 ). (Inform 25)

 

 

 

 

 

 

IMU: la Basilicata si impegna per i suoi emigrati

 

POTENZA - La recente legge n. 80/2014 modifica le norme per il pagamento delle imposte sulle abitazioni di proprietà di cittadini italiani residenti all’estero, permettendo il pagamento ridotto della Tari e della Tasi su "una sola unità immobiliare direttamente adibita ad abitazione principale posseduta da cittadini non residenti nel territorio dello Stato ed iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza, a condizione che non risulti locata o data in comodato d’uso".

Per questo motivo il Consiglio regionale della Basilicata ha approvato all’unanimità una mozione presentata dal consigliere Mollica (Udc), che impegna il presidente della Giunta regionale "a porre in essere tutte le iniziative necessarie affinché i Comuni della nostra Regione possano dare attuazione all’art. 9 della legge n. 80/2014 prima della scadenza degli imminenti adempimenti Imu". Con lo stesso documento si chiede inoltre a Pittella "di sollecitare gli organismi preposti a fornire chiarimenti circa le prerogative dei Comuni e precisare se gli enti territoriali, nell’ambito della loro potestà legislativa e regolamentare, nonostante la norma nazionale, possano emanare egualmente regolamenti che prevedano l’assimilazione ad abitazione principale delle unità immobiliari possedute in Italia dai connazionali residenti all’estero a prescindere dal possesso dello status di pensionato” e di attivarsi “affinché venga chiarito e specificato quali soggetti rientrano nella categoria di pensionati esentati dal pagamento e come i possibili beneficiari possono soddisfare l’onere della prova a loro carico circa la dimostrazione del possesso dello status richiesto nei rispettivi Paesi di residenza". (aise) 

 

 

 

 

All'Expo di Milano “I migranti e il cibo. Dallo sfruttamento lavorativo all'imprenditoria etnica”

 

Il 4 giugno un'iniziativa organizzata dalla Caritas e dalla Fondazione Migrantes con l'anteprima dei contenuti del XXIV Rapporto Immigrazione

 

MILANO – Si svolgerà il 4 giugno a partire dalle ore 11 presso il Conference Centre di Expo Milano 2015 il convegno “I migranti e il cibo. Dallo sfruttamento lavorativo all'imprenditoria etnica” organizzato dalla Caritas e dalla Fondazione Migrantes per un approfondimento sull'impatto dell'immigrazione in uno dei settori che sarebbero più in crisi senza l'apporto di manodopera straniera, che va considerata e promossa quale attore attivo di sviluppo. In questa occasione verranno presentati in anteprima anche i contenuti del XXIV Rapporto Immigrazione curato da Caritas e Migrantes con approfondimenti su scenario globale e dati delle singole regioni italiane.

Ad aprire i lavori sarà il direttore della Caritas italiana don Francesco Soddu, cui seguirà il saluto del presidente mons. Francesco Montenegro. L'impegno della Chiesa nelle migrazioni sarà illustrato da mons. Nunzio Galantino, segretario generale Cei, cui seguirà la presentazione del Rapporto Immigrazione e la proiezione di un video in proposito.

Di seguito una tavola rotonda moderata da Paolo Lambruschi, giornalista di Avvenire, con gli interventi di Laura Zanfrini, docente di Organizzazioni, ambiente e innovazione sociale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (su “L'inserimento dei lavoratori stranieri nei settori produttivi legati al cibo”), di Flavia Cristaldi, docente di Geografia delle Migrazione all'Università Sapienza di Roma (La trasformazione delle città attraverso la presenza dei commercianti etnici) e le testimonianze di padre Arcangelo Maira, direttore Migrantes per la Diocesi Manfredonia-Vieste-S.Giovanni Rotondo e Noura Herrag, direttore di Darnagroup. La chiusura dei lavori sarà affidata a mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Migrantes. (Inform 29)

 

 

 

 

Pubblicazioni. Una esperienza migratoria

 

"Memoirs of a person of interest" è un libro autobiografico di Carmen Lavezzari che descrive l'esperienza migratoria, prima in Svizzera e poi in Australia, dagli anni del dopoguerra ad oggi. Un affresco essenziale del percorso di una giovane donna che si confronta, insieme al marito Umberto, con le altre culture con cui viene a contatto, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni inter familiari, in un lungo spazio storico di oltre 60 anni. Una storia scritta forse per la sorpresa di essersi ritrovata de-scritta nei rapporti dell'ASIO, i servizi segreti australiani (come "person of interest" appunto), che fino agli anni '70, controllavano i giovani immigrati italiani e di altre nazionalità, che manifestavano idee fuori dal "mainstream" della subalternità. Cosa accaduta non solo in Australia, ma anche in Svizzera, in Germania e in altri paesi, sotto la cappa della guerra fredda. Carmen Lavezzari, come molti altri, avrà pensato allora, che la sua storia, al limite, se la scriveva di proprio pugno. E lo ha fatto con semplicità e delicatezza, così che possiamo scorrere come in un rapido film, i panorami interiori nelle scenografie della Genova del dopoguerra, da cui parte, prima per le brume svizzere e poi per le strade sterrate delle città australiane in un momento di grande sviluppo sostenuto dai milioni di immigrati europei. Un cammino fatto insieme ad Umberto, il marito, ex portuale, carpentiere, fabbro, poi imprenditore. Un vissuto non unico, quello di Carmela e di Umberto, ma significativo per la capacità di condividere una storia collettiva, non solo le disavventure che ogni percorso di emigrazione contempla. Il libro è disponibile anche nella versione on line, in Italiano ed Inglese. Filef

 

 

 

 

Nuova Tessera dell'Associazione Internazionale "Pugliesi nel Mondo"

 

Dopo il successo ottenutosi lo scorso anno, questo Consiglio Direttivo, ad unanimità, invia la nuova Tessera dell'Associazione Internazionale "Pugliesi nel Mondo" direttamente a casa di tutti i corregionali nati o avente origine pugliese nonchè di tutti i simpatizzanti, italiani e stranieri, gratuitamente. Possono riceverla anche coloro  tesserati con analoghe Associazioni e disponibili a collaborare con la più grande organizzazione di pugliesi esistente sul pianeta. Nostro desiderio, inoltre,  è la creazione di sezioni associative in tutti i Paesi del mondo e, nell'occasione, ci rivolgiamo a tutti coloro interessati ad essere partecipi, ad essere promotori per la loro costituzione, per la collaborazione di eventi, iniziative e progetti sul territorio ove si vive. Per informazioni, inviare una email a: info@puglianelmondo.com

In data 22 maggio 2015, presso Cna Puglia, si è tenuto un incontro per una eventuale partecipazione alla 21° Fiera Internazionale di Marsiglia -Padiglione Italia- (dal 25 settembre al 5 ottobre 2015) con la partecipazione di aziende e imprese, associazioni di categoria e enti istituzionali.  Dopo un ampio e costruttivo dibattito, l'Associazione Internazionale "Pugliesi nel Mondo" promotore, peraltro, di questa iniziativa, fa presente a tutti coloro interessati, di essere intenzionata ad essere presente alla Fiera con un proprio Stand per promuovere i propri marchi e loro prodotti, il territorio pugliese con le sue bellezze e la sua cultura, arte culinaria, artigiani e artisti di ogni genere. Se interessati ad essere partecipi, necessita contattare direttamente  il presidente Giuseppe Cuscito inviando una email  a:  presidente@puglianelmondo.com, entro e non oltre 2 giugno 2015. Telefax +39 0803433383  -  +39 3498836622

www.puglianelmondo.com, www.youngapulians.net  (dip)

 

 

 

 

 

Carmelo Vaccaro (SAIG): Basta litigi nei Comites eletti in Svizzera

 

GINEVRA - Ormai è noto il modo in cui sono andate le cose in occasione delle ultime elezioni dei Comites in ogni parte del mondo. La scarsa partecipazione e un diffuso disinteresse da parte dei connazionalisono stati gli elementi più evidenti di questa tornata elettorale. E, per la verità, trovo ingiusto dare la colpa solo ed esclusivamente alle nuove regolamentazioni imposte dal Ministero degli Affari Esteri. Le vere ragioni sono in parte riconducibili alla nostra mancata capacità di fare informazione e veicolare un messaggio di credibilità  alla elezione di questo organo verso tutti coloro che ancora vi ripongono aspettative e speranze.

Si legge un po’ ovunque, che questi Comites “non servono a nulla”, che “sono stati eletti col 3,6% degli aventi diritto”, che “queste persone che non sono eleggibili” e chi più ne ha più ne metta. Alla fine tutte queste polemiche, alquanto sterili, non hanno fatto altro che contribuire a quel sostanzialedistacco che si è venuto a creare tra i nostri connazionali e questi organi di rappresentanza eletti. A farne le spese, peraltro, è stato anche “l’associazionismo in genere” che, negli ultimi 10 anni, ha visto un brusco calo di interesse da parte di tutta la popolazione di migranti. 

Non sono mancate, inoltre, polemiche e proteste (da parte degli italiani più attenti) sulle norme di disciplinano i criteri di eleggibilità. Questa presunta incomprensione nella legge è stata sollevata 11 anni fa è subito chiarita già allora, (art. 5 co 4 http://www.camera.it/parlam/leggi/03286l.htm ) che sostanzialmente, si presume, tagliano fuori una rosa parte importante di possibili candidati. 

Io, sono giunto alla personale conclusione che la bagarre, le polemiche e l’astio che si sono istauratirecentemente, hanno peggiorato la situazione ed indebolito un equilibrio già di per se instabile.

Proprio di fronte alla reale minaccia di eliminazione di tutti gli organi eletti, quali i Comites ed il CGIE, si dovrebbe dare dimostrazione di convergenza e comune senso della difesa dei valori nazionali e dei sentimenti di comunità. Con la consapevolezza che non è cosa facile però. 

La comunità italiana in Svizzera, dovrebbe rimboccarsi le maniche e dimostrare di poter dare un segnale di cambiamento. Questo per restituire dignità a chi è stato eletto ma anche dare un senso all’impegno di chi li ha sostenuti.

Ai margini della situazione attuale, sarebbe d’auspicio guardare con ottimismo al futuro dei nuovi Com.It.Es. ma anche contribuire ad un cambiamento che possa dare loro una reale dignità di rappresentanza. 

Lasciamoli lavorare serenamente in modo da poter dare ai nuovi eletti, (molti alla loro prima nomina), di valutare la situazione e trovare il bandolo della matassa di un nuovo concetto di solidarietà. Diamo a questi Comites il sostegno e gli strumenti per comprendere i nuovi fenomeni migratori che interessano l’Europa ed in particolare la Svizzera. Con la speranza che questo porti un reale beneficio alla vecchia e nuova migrazione.  

Buon lavoro a tutti i Comites eletti in Svizzera e nel mondo.

Carmelo Vaccaro, Coordinatore SAIG, Società delle Associazioni Italiane di Ginevra

 

 

 

 

 

 

Celebrata a Catania  la XIX edizione della “Giornata del Siciliano nel mondo”. I 90 anni del Presidente Azzia

 

      Ha avuto luogo a Catania la XIX Giornata del Siciliano nel Mondo  organizzata da Sicilia Mondo  in contemporanea con le  Associazioni aderenti,  nella  69° ricorrenza della nascita dello Statuto della Regione Siciliana.

      Le numerose testimonianze arrivate da fuori confermano la validità di un evento culturale e mediatico, ormai  istituzionalizzato da moltissime  Associazioni, circoli e clubs di siciliani nelle varie parti del mondo come momento identitario di aggregazione.

      La manifestazione è stata introdotta dal Presidente dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano Enzo Zappulla che, con sentite parole,  ha rivolto al Presidente Mimmo Azzia gli auguri per il compimento dei suoi 90 anni. L’Assemblea, con un lungo applauso, ha dato alla manifestazione il tocco di una autentica festa.

      Alla presidenza della Assemblea  è stato chiamato Giuseppe Portogallo, siciliano doc, da 35 anni a Pechino, imprenditore, manager e titolare di aziende di servizi, portatore di tecnologie italiane in Cina, già premiato nel 2011 tra i siciliani eccellenti, di passaggio in Sicilia.

      “Ho voluto essere presente - ha detto Portogallo -  per testimoniare che Sicilia Mondo è l’unica voce della Sicilia che ritrovo in tutti i continenti. Da 35 anni vivo a Pechino dove lavoro al servizio dello Stato italiano e della sua proiezione internazionale, impegnandomi sempre come italiano e siciliano in particolare. Amo la mia Sicilia e ritorno  quando posso. Desidero testimoniare che i siciliani sono apprezzati e tenuti in grande considerazione ovunque vanno. Moltissimi i giovani siciliani che si sono affermati”.

      “Grazie per gli auguri dei miei primi 90 anni – ha detto Azzia. Grazie per il calore della Vostra partecipazione. Ci fa rivivere la gioia tutta siciliana di stare insieme, di incontrarci, di ascoltarci.

      Se è vero che la Giornata del Siciliano nel mondo  è l’occasione per ricordare un evento storico per la Sicilia, è anche vero  che ogni volta che ci ritroviamo insieme, riscopriamo quello spirito siciliano che ci riaggrega e che  è la nostra vera identità culturale.

      La sicilianità  come  cultura viene da lontano,  dalle sovrapposizioni di antiche civiltà e dalla mobilità di popoli di diverse estrazioni e sensibilità.

      I corregionali all’estero l’hanno valorizzata con il loro modo di vivere siciliano e di rapportarsi con l’altro.

      Il culto  della famiglia, della amicizia, della ospitalità, della solidarietà, della tradizione  e dell’amore alla propria terra, infatti, i siciliani se lo portano d’appresso, lo vivono, lo trapiantano e lo diffondono nella società di insediamento, facendone una cultura apprezzata anche tra i connazionali delle altre regioni che affollano sempre le iniziative siciliane. E’ questa la vera forza della Sicilia.

      In Sicilia, la 69° ricorrenza  dello Statuto della Regione è passata inosservata da parte della gente, della stampa e delle stesse Istituzioni. E’ la prima volta che accade. No comment!

      Per fortuna – ha detto  Azzia - la Sicilia non finisce con il mare.

      Aldilà, nelle altre Regioni italiane e nelle altre parti del mondo, c’è una altra Sicilia viva, operosa, motivata e fortemente orgogliosa che segue gli accadimenti dell’Isola con apprensione, che auspica una Sicilia diversa, che rompa col passato, una Sicilia della legalità che imbocchi il percorso della crescita e dello sviluppo, che recuperi peso, prestigio ed immagine in campo nazionale ed internazionale.

      Ci confortano le adesioni venute da fuori sulla Giornata del Siciliano nel mondo.

      La fitta rete delle Associazioni siciliane in tutti i continenti, rappresenta oggi una straordinaria risorsa strategica per una politica di crescita. Le crisi si alternano, i Governi passano.

      La Sicilia possiede il patrimonio di una cultura di valori e di tradizioni che la stessa globalizzazione non è riuscita ancora ad omologare. Senza dire del  patrimonio turistico-culturale definito dall’UNESCO pari a quello di un intero continente.

      Nonostante tutto -  ha concluso Azzia - i siciliani all’estero con Sicilia Mondo guardano sempre il futuro con forte speranza perché ad una grande Sicilia ci credono ancora”.

      L’Assessore Regionale della Famiglia, prof. Bruno Caruso, ha risposto all’invito con un messaggio augurale.

      E’ stata quindi data lettura delle Associazioni che hanno realizzato o programmato la Giornata del Siciliano, dei parlamentari della Circoscrizione Estero, collaboratori  ed amici che hanno fatto pervenire messaggi e testimonianze di adesione.

      La serata, dopo la presentazione della Rassegna Stampa 2014 in un volume di 510 pagine e la pubblicazione “15 anni di Sicilia Mondo nel Nord Italia”,  si è conclusa con un brindisi collettivo dell’Assemblea che si è stretta attorno al Presidente Azzia complimentandosi per i suoi primi…90 anni!

Sicilia Mondo 29

 

 

 

 

 

Invito alle associazioni ad aderire agli Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo

 

L’assemblea si svolgerà in Roma il 3 e 4 luglio presso il Centro Congressi Frentani

 

ROMA - Da Giuseppe Abbati Presidente dell'AITEF (Associazione Italiana Tutela Emigrati e Famiglie), l’invito alle associazioni ad aderire agli Stati Generali dell’associazionismo deglli italiani nel mondo ed a partecipare all’assemblea che si svolgerà a Roma il 3-4 luglio prossimi presso il Centro Congresso Frentani, come reso noto dal Comitato organizzatore (v. Inform, http://comunicazioneinform.it/definito-il-programma-dei-lavori-dellassemblea-degli-stati-generali-dellassociazionismo-degli-italiani-nel-mondo/).

“Dopo alcuni anni abbiamo constatato che era necessario allargare il consenso e la partecipazione - afferma Abbati -. Bisognava coinvolgere le Associazione costituite all’estero, per una fattiva collaborazione e per conoscere meglio i problemi, avere degli interlocutori per studiare insieme come affrontarli ed anche per poter assistere coloro che cercano un lavoro, una casa, una famiglia, un amico, una sede per incontrarsi. E’ un’idea vincente che certamente rafforzerà il modo di gestire e conseguire una maggiore partecipazione. Un’operazione non facile, saper dimenticare gli egoismi dell’appartenenza ed operare per chi ha bisogno. Un’intesa difficile da trovare ma non impossibile. Dobbiamo essere presenti non solo per concorrere alle scelte ed anche perchè siamo una grande famiglia! Non dobbiamo preoccuparci di essere diversi, rispettando le differenze, il nostro obiettivo è di lavorare insieme per proteggere, aiutare, assistere… Vogliamo costruire un nuovo soggetto forte, competitivo! Bisogna organizzarsi e procedere con diligenza. Uniti si vince, un vecchio detto che oggi raffigura quello che vogliamo costruire. Dobbiamo stare insieme e lottare insieme per realizzare l’equità ed il benessere,non è un traguardo ambizioso……..

Riusciremo specie se tu aderisci e se starai a Roma con noi il 3 e 4 luglio - conclude Abbati -. Noi vogliamo il tuo consenso, il tuo aiuto, il tuo consiglio sulle cose da chiedere ed ottenere.Insieme elaboreremo una proposta chiara, credibile! Il Governo, il Parlamento, le Regioni devono sapere quello che vogliamo tutti! Ci vediamo a Roma.” (Inform 29)

 

 

 

 

EU-Kommission. Deutschland soll rund 9.000 Flüchtlinge nehmen

 

Im Rahmen einer Notfallmaßnahme soll Deutschland knapp 9.000 Flüchtlinge aus Italien und Griechenland aufnehmen. Beide Länder stehen nach Überzeugung der EU-Kommission unter großem Druck. Insgesamt sollen 40.000 Menschen auf 23 Länder verteilt werden.

 

Deutschland soll nach dem Willen der EU-Kommission im Rahmen einer Quotenregelung knapp 9.000 Flüchtlinge aus Italien und Griechenland aufnehmen. Es handele sich um eine Notfallmaßnahme, da die Mittelmeerländer unter sehr großem Druck stünden, erläuterte der EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos am Mittwoch in Brüssel. Insgesamt will die Kommission 40.000 Menschen auf 23 EU-Länder verteilen. Die Initiative ist für Menschen aus Syrien und Eritrea gedacht, die wegen der schwierigen Lage in ihren Heimatländern eindeutig internationalen Schutz brauchen.

 

Ob die EU-Kommission ihre Pläne eins zu eins umsetzen kann, ist allerdings noch nicht klar: Etliche Länder, unter ihnen Frankreich und Polen, stehen dem Vorschlag äußerst skeptisch gegenüber. Großbritannien, Irland und Dänemark sind wegen Sondervereinbarungen mit der EU gar nicht erst in das Konzept einbezogen.

Deutschland kündigte hingegen an, die von der EU-Kommission angepeilten 8.763 Aufnahmeplätze zu schaffen. «Deutschland ist bereit, hierbei seinen Anteil zu tragen. Ich würde mir wünschen, dass auch die anderen EU-Mitgliedstaaten ihrer Verantwortung gerecht werden», unterstrich die Migrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD), in Berlin. Bei der Berechnung der jeweiligen Länderquoten hat die Kommission die Wirtschaftskraft, die Bevölkerungszahl, die Arbeitslosenquote und die Zahl der schon aufgenommenen Flüchtlinge berücksichtigt.

Neben der EU-internen Umsiedlung von 40.000 Menschen schlägt die EU-Kommission vor, 20.000 Flüchtlinge direkt aus Konfliktregionen nach Europa zu holen. Auch hierbei soll eine Quotenregelung gelten. Deutschland soll aus diesem Kontingent 3.086 Menschen aufnehmen. (epd/mig 28)

 

 

 

 

Jesuiten-Flüchtlingsdienst: „EU-Quote viel zu niedrig“

 

Italien und Griechenland entlasten – das sollte das Ziel sein bei der neuen EU- Strategie im Kampf gegen die Flüchtlingskrise, die am Mittwoch in Brüssel von EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos präsentiert wurde.

Italien und Griechenland sollen dazu in Kooperation mit Vertretern der EU-Staaten entscheiden, welcher Flüchtling in welchen EU-Staat geschickt wird. Diese Entscheidung soll vor dem Hintergrund einer Familienzusammenführung stehen. Prinzipiell ein sehr positiver Vorschlag und auch eine konkrete Umsetzungsidee: In den kommenden Jahren sollen 40.000 Menschen, vor allem Schutzbedürftige aus Syrien und Eritrea auf Basis eines Verteilungsschlüssel umgesiedelt werden. Donatella Parisi, Pressebeauftragte des Jesuiten-Flüchtlingsdienst in Rom sieht hier aber trotzdem ein Problem.

„Genau genommen sind es 24.000 Menschen aus Italien und 16.000 aus Griechenland. Diese Nummern sind aber viel zu niedrig. Die Zahlen sind nicht an die Realität angepasst. Alleine im Jahr 2014 sind 170.000 Menschen in Italien angekommen. Also, von einer durchschnittlichen Zahl von 20.000 zu sprechen ist wirklich lächerlich.“

Parisi erinnerte an die Worte des Hochkomissar des UN-Flüchtlingsdiensts, der alleine aus Syrien von 130.000 Flüchtlingen sprach. Im Jahr 2014 seien in Rom 21.000 Flüchtlinge angekommen, betonte Parisi. Syrien selbst befürchte vier Millionen Flüchtlinge. Ein weiterer Kritikpunkt sei die Bevorzugung der Länder Eritrea und Syrien. Laut dem EU-Schreiben sollen nur die Länder angenommen werden, die 75% oder mehr positive Anträge stellen.

„Gestern in der Mensa kam eine Kongolesin. Sie erzählte weinend, dass sie aus schrecklichen Verfolgungsszenarien flüchten musste. Sie hatte am Bahnhof geschlafen, nachdem sie in Frankreich war und dann wieder zurück nach Italien geschickt wurde. Ganz offensichtlich ist sie auch Opfer von Folter geworden. Die Maßnahmen der EU betreffen jetzt nur Flüchtlinge aus Syrien und Eritrea. Und diese Frau aus dem Kongo, die Opfer der Verfolgung wurde und schutzlos ist, kann diese Möglichkeit nicht in Anspruch nehmen. Diese Entscheidung und spezifische Klassifizierung der Nationalität erscheint uns sehr tragisch. Das sind Schlussfolgerungen, die wir aus unserer täglichen Arbeit ziehen.“

Kritisch sehen auch andere Migrationsexperten die Umsiedlungspläne. Völkerrechler kritisieren die Aufteilung der Flüchtlinge auf alle europäischen Länder. Menschen werden also in Länder gebracht in die sie vielleicht nicht hinwollen, wie Gut hin und her verschoben, und das würde wiederum zur neuen Flucht rufen und die Geschäfte der Schlepper ankurbeln. Andere empfehlen die Einrichtung von Flüchtlingszentren direkt in Afrika um bereits dort die Wünsche der Flüchtlinge aufzunehmen und eine legale Flucht zu ermöglichen.

(rv 28.05.2015 no)

 

 

 

Frontex rettet etwa 4000 Flüchtlinge im Mittelmeer

 

Bei einer Mission der EU-Grenzschutzagentur Frontex wurden etwa 4000 Flüchtlinge vor dem Tod gerettet. Wie die italienische Küstenwache mitteilte, wurden aber auch Leichen geborgen.

 

Im Mittelmeer sind am Freitag mehr als 4000 in Seenot geratene Flüchtlinge gerettet worden. Rund 4200 Flüchtlinge seien bei den Einsätzen im Rahmen der Mission der EU-Grenzschutzagentur Frontex gerettet worden, erklärte die italienische Küstenwache. Nach Angaben der italienischen Marine wurden zudem 17 Leichen geborgen. Neben italienischen waren auch deutsche und irische Marineschiffe an den Einsätzen beteiligt.

Die Küstenwache konnte nicht sagen, ob es sich bei der Zahl der Geretteten vom Freitag um einen Rekord für einen einzelnen Tag handelte. Es ist jedoch die bislang höchste Zahl in diesem Jahr. 3791 Menschen waren am 12. April im Mittelmeer gerettet worden, 3690 Menschen waren es am 2. Mai.

 

Laut der italienischen Küstenwache, die die Einsätze koordinierte, gingen am Freitag Notrufe von insgesamt 22 Booten ein. Die meisten von ihnen seien nahe der libyschen Küste unterwegs gewesen, einige andere hätten sich vor Süditalien befunden. Die Such- und Rettungseinsätze dauerten bis zum Freitagabend. Die Bundeswehr erklärte, die Fregatte "Hessen" habe 590 Schiffbrüchige an Bord genommen, darunter auch 15 Kinder.

Seit Anfang 2015 kamen 40.000 Flüchtlinge nach Italien

Die 17 Leichen wurden laut italienischer Marine auf drei Schlauchbooten entdeckt, von denen auch mehrere hundert Flüchtlinge lebend gerettet werden konnten. Zur Todesursache der Insassen konnte die Marine zunächst keine Angaben machen. Regelmäßig sterben Flüchtlinge aber an Dehydrierung, Kälte oder Hitze, andere ersticken in den Booten, ertrinken oder werden Opfer von Gewalt während der strapaziösen Überfahrt.

Seit Beginn des Jahres trafen bereits mehr als 40.000 Flüchtlinge in Italien ein. Viele von ihnen flohen vor dem Bürgerkrieg in Syrien oder vor Armut und Unterdrückung in Eritrea. Über 1770 Menschen starben bei dem Versuch, über das Mittelmeer Europa zu erreichen.

Unterdessen beklagte die Linken-Politikerin Ulla Jelpke, dass zivile Handelsschiffe zuletzt vor der libyschen Küste deutlich mehr Flüchtlinge retteten als Schiffe der "Triton"-Mission von Frontex. Zwischen November 2014 und Ende April 2015 seien zivile Handelsschiffe in internationalen Gewässern vor Libyen an der Rettung von 18.963 Menschen in Seenot beteiligt gewesen, erklärte die Politikerin unter Berufung auf eine Antwort der Regierung auf eine Kleine Anfrage der Linksfraktion. Frontex-Schiffe seien an der Rettung von 1710 Menschen beteiligt gewesen.

Diese Zahlen belegten, wie "dringend und überfällig" eine Mandatserweiterung von Frontex sei, erklärte Jelpke. Es sei "unverantwortlich", die Seenotrettung zivilen Handelsschiffen zu überlassen. Diese seien für die Rettungseinsätze nicht ausreichend ausgestattet. AFP/tho/Dw 30

 

 

 

 

Referendum über EU-Austritt: Cameron schließt Millionen EU-Ausländer aus

 

David Cameron hat seine Kampagne für das Referendum über Großbritanniens Verbleib in der Europäischen Union lanciert. Dabei macht der Premierminister klar: Das Gros der rund 2,8 Millionen EU-Bürger mit Sitz im Vereinigten Königreich darf nicht abstimmen.

 

Der britische Premierminister David Cameron hat am Montag seine Werbekampagne für eine EU-Reform gestartet, die zur Grundlage des Referendums über eine Mitgliedschaft Großbritanniens in spätestens zwei Jahren werden soll. Dabei hat seine Regierung auch gleich festgelegt, wer beim Referendum über den Verbleib Großbritanniens in der EU mit abstimmen kann. Demnach sollen rund 1,5 Millionen EU-Bürger ohne britischen Pass, die im Königreich leben, bei dem Schicksalsvotum nicht mit abstimmen.

Wie die Regierung in London mitteilte, wird ein Gesetz für die Abhaltung des Referendums am Donnerstag ins Parlament eingebracht. Cameron hatte dies vor den Wahlen Anfang Mai für spätestens 2017 versprochen. Das Prozedere der Volksabstimmung soll sich nach den Vorgaben für die britische Parlamentswahl richten.

In Großbritannien dürfen abgesehen von den Briten nur Bürger aus Irland und den Commonwealth-Staaten wählen. Darunter fallen Einwanderer aus Malta und Zypern. Heikel ist das Thema deshalb, weil viele Ausländer aus anderen EU-Ländern im Land leben - fast 2,8 Millionen.

"Das ist eine wichtige Entscheidung für unser Land, eine, die die Zukunft des Vereinigten Königreichs betrifft", sagte ein Mitarbeiter Camerons. "Deshalb denken wir, dass es wichtig ist, dass die britischen, irischen und Commonwealth-Bürger diejenigen sind, die entscheiden dürfen."

Abstimmungsberechtigt sollen der Regierung zufolge auch Briten sein, die seit weniger als 15 Jahren im Ausland leben, sowie die Bewohner von Gibraltar.

Cameron auf Europa-Tour

Zu Beginn einer ganzen Serie bilateraler Treffen hat Cameron am Montagabend am Montagabend EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker auf seinem Landsitz Chequers empfangen. "Die Gespräche haben sich auf eine Reform der EU und eine Neuverhandlung der Beziehungen des Vereinigten Königreichs zu ihr konzentriert", sagte anschließend ein britischer Regierungssprecher. Cameron habe unterstrichen, "dass die Briten nicht glücklich mit dem Status quo sind und glauben, dass sich die EU ändern muss, um ihre Sorgen besser zu berücksichtigen".

Cameron und Juncker hätten die Angelegenheit in dem Bemühen besprochen, Lösungen zu finden, führte der Sprecher aus. Sie seien sich einig gewesen, dass weitere Gespräche auch mit anderen Staats- und Regierungschefs nötig seien.

In der Vergangenheit hatten Juncker und Cameron ein schwieriges Verhältnis unterhalten; der britische Premier hatte vergangenes Jahr versucht, den Luxemburger als Kommissionschef zu verhindern. Juncker sagte dennoch zu, bei der Suche nach einer fairen Vereinbarung mit den Briten zu helfen.

Das Referendum über einen Verbleib oder den Ausstieg Großbritanniens aus der EU wird am Mittwoch auch Thema der traditionellen Rede von Königin Elisabeth II. sein, in der sie Camerons Wahlprogramm vorstellt.

Die oppositionelle Labour-Partei kündigte am Sonntag an, sie werde das Referendum nun auch unterstützen. Dabei werde sie für den Verbleib Großbritanniens in der EU werben.

Am Donnerstag und Freitag will Cameron dann eine Reihe europäischer Hauptstädte besuchen, darunter Berlin, Paris und Warschau. Bis zum EU-Gipfel Ende Juni will der Premierminister mit allen Staats- und Regierungschefs der EU über sein Vorhaben über EU-Reformen für Großbritannien diskutieren. Dabei geht es unter anderem um den Umgang mit Einwanderern und um die Rückübertragung von Kompetenzen von Brüssel nach London.

Bank of England prüft Folgen eines Brexit

Die Bank of England befasst sich mit den wirtschaftlichen Auswirkungen eines möglichen EU-Austritts Großbritanniens. Das geplante Referendum und die Verhandlungen über Reformen mit den EU-Partnern werfe eine Reihe "ökonomischer und finanzieller" Fragen auf, teilte die Zentralbank am Freitag mit. Es sei daher selbstverständlich, sich mit diesem Thema zu befassen.

Die eigentlich vertrauliche Studie der Bank of England soll durch eine Panne publik geworden sein. Eine E-Mail mit Einzelheiten zu der Untersuchung wurde angeblich versehentlich an einen Redakteur der britischen Zeitung "The Guardian" geschickt. Die Einschätzungen der Zentralbank könnten einen großen Einfluss auf die öffentliche Debatte in Großbritannien haben.

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Dario Sarmadi  EA 26

 

 

 

 

 

Tod im Mittemeer. Die italienische Flucht nach vorn

 

500 bis 600 tote Flüchtlinge liegen seit Wochen am Grund des Mittelmeers, eingeschlossen in dem gekenterten Boot, das sie in die Tiefe zerrte. Rom will die sie, die den jüngsten Grenzskandal ausgelöst haben, nun doch bergen lassen. Von REGINA KERNER

 

ROM –   Was die Augen nicht sehen, tut dem Herz nicht weh“, lautet ein italienisches Sprichwort. Es passt gut auf das, was geschah, nachdem Mitte April mehr als 700 Bootsflüchtlinge im Mittelmeer ertrunken sind. Nur 26 Leichen wurden geborgen, die anfängliche Betroffenheit über das Leid der Opfer verflog rasch. Europa konzentriert sich jetzt auf den Streit über die Verteilung von Flüchtlingen.

Länder wie Italien, wo 80 Prozent der Bootsflüchtlinge ankommen, sollen entlastet werden. Andere sollen künftig mehr Menschen aus Bürgerkriegsländern und Diktaturen aufnehmen. Aber ein Dutzend EU-Staaten, darunter Großbritannien, Frankreich, Spanien, Ungarn, verweigern sich der Quote.

500 bis 600 Tote liegen derweil seit Wochen am Grund des Mittelmeers, eingeschlossen in dem gekenterten Boot, das sie in die Tiefe zerrte. Das Wrack konnte kürzlich lokalisiert werden, es gibt sogar Aufnahmen, die ein Roboter der Marine geschickt hat, entsetzlich sollen sie sein. Doch keiner sah bisher die Notwendigkeit, die Leichen zu bergen, zu identifizieren, würdevoll zu bestatten und den Angehörigen Gewissheit zu geben. Zu teuer und gar nicht notwendig, winkte der zuständige italienische Staatsanwaltschaft nur ab. Lägen tote europäische Kreuzfahrtpassagiere am Meeresboden, man stelle sich die Empörung vor.

Jetzt aber will Italiens Premier Matteo Renzi die Leichen doch bergen lassen. „Wir werden das Boot hochholen. Ich will, dass die ganze Welt sieht, was geschehen ist“, verkündete er am Dienstagabend im Fernsehen. 15 bis 20 Millionen Euro werde die Bergung aber schon kosten. Renzi: „Ich hoffe, dass Europa zahlt, wenn nicht, machen wir das.“

Eher halbherzig bemühte sich der italiensiche Premier, dem Ganzen einen humanitären Anstrich zu geben: „Wir sind Menschen, da unten liegen Hunderte, auch Kinder, gestorben auf furchtbare Weise.“ Aber er machte kein Hehl daraus, dass die Bergung vor allem ein politisches Druckmittel ist. Sie solle bewirken, „dass diejenigen, die vorgeben, nichts gesehen zu haben, damit aufhören“.

Lange Reihen Hunderter Leichensäcke und Särge, erschütternde Berichte von Helfern darüber, wie das verzweifelte Ringen gegen das Ertrinken die Toten gezeichnet hat, all das soll die Öffentlichkeit noch einmal richtig aufrütteln. So wie im Herbst 2013 nach dem Unglück vor der Insel Lampedusa. Was die Augen sehen, tut dem Herzen weh, weiß Renzi. Solche Bilder könnten die Regierungen der Verweigerer-Länder unter Druck setzen, sich großzügiger in der Flüchtlingsaufnahme zu zeigen. Es ist ein ziemlich makabres Kalkül, für das die Toten herhalten müssen. FR 25

 

 

 

 

Italien. Na bitte, geht doch!

 

Am 19. Mai ließen Umweltaktivisten vor dem Palazzo Madama, dem Sitz des italienischen Senats, die Sektkorken knallen. Ein Wunder war geschehen: mit den Stimmen der regierenden PD und der Oppositionsparteien M5S (Grillos 5-Sterne-Bewegung) und SEL hatte der Senat in abschließender Lesung ein Gesetz gegen Umweltvergehen beschlossen, das der Umweltverband „Legambiente“ und die Anti-Mafia-Organisation „Libera“ schon seit vielen Jahren fordern.

Historischer Tag für den Umweltschutz

 „Für uns ist der 19. Mai 2015 ein historischer Tag. Nach 21 Jahren werden endlich Umweltvergehen in das Strafgesetzbuch aufgenommen. Von nun an werden Umweltmafiosi und Umweltverbrecher nicht mehr davonkommen: Mit dem neuen Gesetz wird es möglich sein, wirksam gegen diejenigen vorzugehen, die bisher unsere Lebensumwelt zerstörten und dabei darauf spekulieren konnten, dass sie keine Strafverfolgung zu befürchten haben“ kommentierten die Vertreter von Legambiente und Libera den Erfolg. Gemeinsam mit weiteren 23 zivilgesellschaftlichen Organisationen hatten sie den Aufruf „In nome del popolo inquinato“ („Im Namen des verseuchten Volkes“) initiiert, nun endlich ein solches Gesetz zu verabschieden. Die neuen Regelungen seien Frucht einer intensiven, produktiven Zusammenarbeit von PD, M5S und SEL – erklärten sie -, bei der auch Juristen, Vertreter der Ordnungskräfte und Umweltverbände aktiv mitgewirkt hätten.

PD, M5S und SEL in seltener Eintracht

Sie haben richtig gehört: „intensive, produktive Zusammenarbeit von PD, M5S und SEL“, um ein überfälliges, wichtiges Gesetzesvorhaben zu einem guten Ergebnis zu bringen. Statt Gezänk und Geschrei auf den Bänken des Parlaments, statt Arroganz der Regierenden und Boykott der Opponierenden: solide, mühsame parlamentarische Arbeit im Interesse des Landes und der Bürger. Bei dem diesmal – oh Wunder – die grillinischen Abgeordneten und Senatoren eine konstruktive Rolle spielten. Erstunterzeichner des Gesetzes ist der M5S-Abgeordnete Salvatore Micillo. Mit berechtigtem Stolz schreibt die M5S-Fraktion in Grillos Blog: „Wir begannen vor zwei Jahren in den Ausschüssen und im Plenum mit der Arbeit an diesem Gesetz und haben damit einen der wichtigsten Punkte unseres Programms realisiert. Das, was nur ein Traum schien, ist heute Wirklichkeit geworden“.

Ist doch schön. Fragt sich nur: Könnte man nicht eventuell nach dem gleichen Muster auch ein paar andere „Träume Wirklichkeit werden lassen“? Zumindest bei Themen von überparteilicher Bedeutung wie dem Kampf gegen die Korruption, institutionellen Reformen oder bei der Integration von Migranten und Flüchtlingen? Doch ich fürchte, das ist wiederum naive Träumerei von mir. Was beim „Konsensthema“ Umweltschutz gelang, lässt sich nämlich nicht einfach übertragen. Besonders dann nicht, wenn es um Fragen geht, mit denen man – anders als beim Umweltschutz – populistisch punkten kann. Siehe zum Beispiel die grillinische Panikmacherei gegenüber der „illegalen Einwanderung“.

Die Kernpunkte des Umweltschutzgesetzes

Freuen wir uns dennoch über das neue Gesetz, welches sich – so scheint es mir, auch wenn ich keine Fachfrau bin – sich auch auf europäischer Ebene sehen lassen kann. Hier die Kernpunkte:

Das Gesetz sieht fünf Straftatbestände im Umweltbereich vor: Umweltverschmutzung, Verursachung einer Umweltkatastrophe, unerlaubter Handel mit radioaktivem Material und dessen Entsorgung, Verhinderung von Umweltkontrollen und unterlassene Sanierung.

Bei Verschmutzung „der Gewässer und der Luft sowie von ober- und unterirdischen Flächen“ und bei „Beeinträchtigungen von Ökosystemen und biologischer Vielfalt in Landwirtschaft, Flora und Fauna“ sind Haftstrafen von 2 bis 6 Jahren mit Geldbußen von 10.000 bis 100.000 Euro vorgesehen. Die Strafen können in besonders schweren Fällen, z. B. bei Krankheits- und Todesfolgen für Menschen, auf bis zu 20 Jahren Haft erhöht werden.

Die Verursachung einer Umweltkatastrophe mit einer „irreversiblen Veränderung des Gleichgewichts eines Ökosystems“ wird mit 5 bis 15 Jahren bestraft, der Handel mit radioaktivem Material und dessen unerlaubte Entsorgung mit Haft bis zu 6 Jahren und Geldbußen bis zu 50.000 Euro. Bis zu 3 Jahren gibt es für diejenigen, die Umweltschutzkontrollen ver- bzw. behindern. Wenn die Umweltvergehen gemeinschaftlich begangen werden, ist das strafverschärfend.

Bei einer Verurteilung nach dem neuen Gesetz hat der Richter die Güter, die durch die Straftaten erzeugt bzw. gewonnen wurden, zu konfiszieren und den zuständigen öffentlichen Behörden zum Zweck der Sanierung der entstanden Umweltschäden zu überlassen. Strafminderungen gibt es, wenn die Verurteilten aktiv zur Beseitigung oder Sanierung der von ihnen verursachten Schäden beitragen.

Und in Italien besonders wichtig: Die Staatsanwaltschaft muss bei der Strafverfolgung eng mit dem Leiter der Nationalen Anti-Mafia-Behörde zusammenarbeiten.

Nun geht es um die Umsetzung

Damit ist die rechtliche Basis endlich dafür geschaffen, dass es nicht mehr zu skandalösen Urteilen wie gegenüber der Asbestfabrik Eternit kommt, bei der wegen fehlender rechtlicher Bestimmungen und kurzer Verjährungsfristen Tausende von Krankheits- und Todesfällen ungesühnt blieben.

Doch die rechtliche Basis allein reicht nicht. Wer Italien kennt, weiß, dass auch die besten Gesetze häufig an ihrer mangelnden Umsetzung und der Schwerfälligkeit von Behörden und Justiz scheitern. Gerade auf eine solche Umsetzung muss nicht nur die Politik, sondern auch die Zivilgesellschaft mit Argusaugen achten. Damit der schöne Erfolg vom 19. Mai mit Leben gefüllt wird und nicht geduldiges Papier bleibt. Marcella Heine, aussorgeumitalien 26. 05.

 

 

 

 

Deutschland in Turin. Giovanni di Lorenzo im Interview. „Der fehlerlose Mensch ist eine Utopie“

 

Vielleser di Lorenzo: „So plastisch wie Goethe hat kaum einer Italien beschrieben“ | Es ist Buchmesse in Turin. Gastland in diesem Jahr: Deutschland. Eröffnet wird die Messe von Giovanni di Lorenzo. Im Interview spricht der deutsch-italienische Journalist über Literatur, die Mafia, Melancholie und warum wir heute ein absurdes Menschenbild leben.

 

Herr di Lorenzo, die Buchmesse in Turin steht unter dem Motto „Die Wunder Italiens“. Was verbinden Sie damit?

 

Die größten Wunder Italiens sind für mich immer wieder die Momente von Zivilcourage – gegen jede Vernunft. Italien hat eine große Kultur des Zusammenhalts in der Familie, aber sehr wenig im Sinne von common sense. Dass es immer wieder Unternehmer, Richter und Journalisten gibt, die sich der organisierten Kriminalität entgegenstellen, ist für mich ein italienisches Wunder. Einige haben dafür mit ihrem Leben bezahlt.

 

Der Autor Roberto Saviano zum Beispiel ist seit seinem Mafia-Buch „Gomorrha“ ein gejagter Mann. Die Camorra will seinen Tod.

 

Saviano ist ein persönlicher Freund. Er hat mich letztes Jahr an meinem Urlaubsort besucht. Ich hätte mir so sehr gewünscht, dass er einmal ins Meer springen könnte. Es hat nur für ein durch Polizei abgeschirmtes Essen gereicht. Er hatte allerdings keine Angst vor der Mafia, sondern vor der Kultur der Denunziation, dass ihn jemand per Smartphone aufnehmen könnte und dazu schreiben, auf Kosten der Steuerzahler macht der Saviano sich ein schönes Leben. Da ist so eine Unkultur des Egoismus, der Propaganda und der Verdeckung wahrer Interessen, die seit der Ära Berlusconi um sich greift. Das ist die eigentliche Zerstörung dieses Landes.

 

Ist Saviano ein Held für Sie?

 

Diesen Tort möchte ich ihm nicht antun, denn er wehrt sich mit Händen und Füßen dagegen, als Held angesehen zu werden. Helden dürfen keine Fehler machen, sagt er, er ist aber jung und hat das Recht, alle Irrungen und Wirrungen dieser Welt mitzumachen, ohne dass man ihm das verübelt. Aber er ist ein Vorbild für mich. Wobei Vorbild für mich immer nur für eine bestimmte Zeit und einen bestimmten Aspekt gilt. Sonst überfordern wir jeden noch so vorbildhaften Menschen.

 

Saviano trifft in Turin auf den Enthüllungsjournalisten Günter Wallraff. Riskiert er mit seinem Auftritt auf der Messe etwas? Sogar im Alltag hat er zehn Leibwächter.

 

Ein Gejagter wie er ist überall gejagt. Die eigentliche Frage ist, ob sich die Camorra einen Anschlag leisten wollen würde, oder ob die staatliche Repression infolge eines Attentats nicht viel schlimmer wäre als jede Gefahr, die von Saviano ausgeht.

 

Apropos Literatur: Ein Buch, das Sie lieben?

 

Das Buch meines Lebens ist wohl Der Leopard von Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Das erste Mal habe ich den Roman mit 17 oder 18 gelesen und dann immer wieder mal. Selten hat ein Roman einen epochalen Umbruch, den Untergang der feudalen Klasse, so gut beschrieben. Und da ist so eine unglaubliche Kunst der Beschreibung, ein Jahrhundertroman.

 

Der wichtigste Satz daraus?

 

Natürlich der berühmte Satz des Fürsten. Sinngemäß: Man muss alles grundlegend verändern, damit es bleibt, wie es ist. Ein universal gültiger Satz, der alle Umbrüche überdauert. Ich glaube, er ist eher melancholisch gemeint als zynisch.

 

Auch der Titel Ihres neuen Interviewbuches klingt melancholisch: „Vom Aufstieg und anderen Niederlagen“ – was fasziniert Sie an der Niederlage?

 

Ich habe mich gefragt: Nach welchen Kriterien sucht man Interviews aus 33 Jahren aus? Das wichtigste Kriterium war: Es muss heute noch spannend sein. Erst beim Aussuchen hat sich herausgestellt: Der rote Faden waren Menschen, die oft ein schweres Trauma oder eine schwere Niederlage erlebt hatten. Andere sprachen von ihrer Angst, diese Niederlage zu erleiden. Es gab immer wieder diese seltsame Nähe von Triumph und tiefstem Fall.

 

Sind das die Geschichten, die wir auch als Leser am liebsten lesen?

 

Natürlich, das ist der Stoff, von dem der Boulevard lebt, nicht nur die gehobene Belletristik. Wenn Sie so wollen, ist es das Leben. Durch das Lesen der Niederlage exorzieren wir auch ein Stück eigener Angst vor dem Scheitern. Im Moment orientiert sich der Zeitgeist ja an der Utopie des fehlerfreien Menschen. Heute steht man nach einer Niederlage viel schneller am Pranger als früher. Man müsste zurück zu einer Ermutigungskultur, Niederlagen und Fehler gehören zu jedem. Alles andere zementiert ein absurdes Menschenbild.

 

Haben Sie diesen schmalen Grat selbst erlebt?

 

Verglichen mit den extremen Niederlagen und Schicksalsschlägen, von denen im Buch die Rede ist, wäre es geradezu vermessen, meine Fehler damit zu vergleichen. Ich habe im Gegenteil beruflich viel Glück gehabt. Ich denke, wir brauchen wieder ein Menschenbild, das uns auch entspricht. Menschen können auf Zeit ein Vorbild sein oder auf gewissen Gebieten. Jetzt, wo wir am Ende aller Utopien angekommen sind, ist der fehlerfreie Mensch, glaube ich, die letzte Utopie, die aber auch scheitern wird.

 

Zurück zu Italien. Hat Italien überhaupt noch eine spannende intellektuelle Stimme?

 

Italien ist nicht so intellektuell am Ende, wie es in den deutschen Medien behauptet wird. Wahr ist aber auch, dass Italien in den Sechziger- und Siebzigerjahren ein magischer Magnet für Europas Kulturöffentlichkeit war. Dies ist leider verloren gegangen. Aber Nanni Moretti, Matteo Garrone und Paolo Sorrentino sind zum Beispiel ganz großartige Regisseure. Italien hat dann doch ein unerschöpfliches Reservoir an Kreativität und Talent.

 

Wann und wie lesen Sie?

 

Mein Tag beginnt um acht Uhr zu Hause mit Lektüre – und er endet auch wieder mit Lektüre. Am Ende steht dann meistens ein Buch, nicht einschlafen möchte ich über Magazinen und Zeitungen.

 

Ihre Lektüre gestern Nacht?

 

Da habe ich Helmut Schmidts neues Buch gelesen – und tatsächlich Dinge entdeckt, die ich nicht von ihm wusste. Davor das Reisetagebuch von Montesquieu; als erstes habe ich mich auf seine Tagebuchnotizen zu Hannover gestürzt, dort kam ich selbst mit elf Jahren an. Er war fasziniert von einer Maschine für eine Wasserfontäne. Ich glaube, Europa bereist zu haben muss als wacher Geist noch bis Anfang des 20. Jahrhunderts ein Erlebnis von unfassbarer Schönheit gewesen sein …

 

Was in ganz besonderem Maße für Italien gilt.

 

So plastisch wie Goethe hat kaum einer Italien beschrieben. Er hat Italien auch ziemlich gut getroffen. Natürlich auch mit Witz: Goethe klagte zutiefst über die Verschandelung Italiens durch moderne Architektur, und er meinte die barocke Architektur, die wir heute so sehr lieben. Goethe fragt tatsächlich auch einmal einen italienischen Wirt, wo er sich erleichtern könne: „Wo es Ihnen beliebt, mein Herr.“

 

Auch Günter Grass war in Italien unterwegs …

 

Ja, und das hat er bei unserem letzten Zusammentreffen auch erwähnt. Mit Grass hatte ich mal einen Zusammenstoß, weil ich sein Israel-Gedicht nicht abdrucken wollte. Das hat er mir sehr übel genommen. Kurz vor seinem Tod konnten wir zum Glück noch einmal sprechen. Er hat eine sehr eindrucksvolle Blattkritik bei uns gehalten. Ich bin glücklich, dass es zu dieser Versöhnung kam. Wir hatten in der Zeit auch das letzte Interview mit ihm, darin beschreibt er Schmerz als den Motor seines Schreibens.

 

Was ist Ihr Motor? Gibt es ein Buch, das Sie unbedingt schreiben wollen?

 

Als Journalist beschreiben wir höchstens den Status Quo einer großen Hoffnung – der, etwas zu verändern. Aber ja: Es gibt tatsächlich eine Buchidee, die sogar mit Italien zu tun hat. Mehr sage ich aber lieber nicht, der Aberglaube ist ein Rest meiner italienischen Wurzeln.

 

Haben Sie Schreibrituale?

 

Mir fällt das Schreiben eigentlich an jedem Ort schwer. Ich kann mit dem Begriff der Qual durchaus etwas anfangen.

 

Eine Anekdote zu Turin?

 

Ein Onkel von mir arbeitete in der Nähe von Turin als Manager bei Olivetti. Das ist leider ein Teil Italiens, den ich zu wenig kenne. Ich freue mich auf die Stippvisite bei der Buchmesse und ein Gespräch mit meinem Freund Saviano. Und ich hoffe, dass Juventus Turin, meine Lieblingsmannschaft, bis dahin auch das Rückspiel gegen Real gewinnt.

Das Interview führte Stefanie Maeck, Goethe 27

 

 

 

 

 

Regionalwahlen in Italien. Der Traum von Normalität und Ordnung

 

Matteo Salvini bezeichnet Flüchtlinge nicht mehr als „Zecken“. So will er die Lega Nord zur stärksten Kraft auf der Rechten machen. Am Sonntag wählen die Italiener in Regionen und Kommunen. von Jörg Bremer, LONATO

 

Ein Mann für ganz Italien? Matteo Salvini demonstriert mit Anhängern in Rom gegen die Regierung.

Auf einmal klingt Matteo Salvini ganz anders. Kurz vor den Regional- und Lokalwahlen am Sonntag nennt er Flüchtlinge nicht mehr „Zecken“, die noch auf hoher See zurückgeschickt werden müssten. Plötzlich will der aus Mailand stammende Chef der Lega Nord alle retten und nur die zurückweisen, die sonst als Illegale in Italien leben würden. Er steht auf dem Platz der Märtyrer im Städtchen Lonato am Gardasee. Hier wird am Sonntag der Bürgermeister gewählt. Die Ortschaft mit 16.000 Einwohnern am Fuß einer mittelalterlichen Festung ist seit Jahren in Lega-Hand.

 „Ich will nur mehr Normalität in Italien“, ruft Salvini den etwa 300 Menschen zu, die sich auf dem Platz versammelt haben. Der Europaparlamentarier mit dem kurzgeschnittenen Vollbart und dem Brillanten im Ohr zieht nicht wie sonst vom Leder. Nicht nur die „Zecken“ sind aus seinem Wortschatz verschwunden. Früher nannte Salvini den Euro eine „kriminelle Währung“ und forderte Italiens sofortigen Euroausstieg. Jetzt formuliert er vorsichtiger und sagt, Europa und seine Währung sollten dem Volk gehören und nicht EU-Bürokraten. Für seine Charmeoffensive hat Salvini ein Vorbild: Marine Le Pen vom französischen Front National, mit dem die Lega Nord im Europarlament kooperiert.

Bis zum Rücktritt Silvio Berlusconis Ende 2011 regierte die Lega in Rom als Juniorpartner mit. Unter Salvini möchte die Lega den Platz von Berlusconis Forza Italia (FI) – sie ist immer noch zweitstärkste Kraft im Lande – in der Wählergunst einnehmen. Den Umfragen zufolge sind Berlusconis Aussichten düster, wenn in sieben Regionen – Venetien, Ligurien, Toskana, Umbrien, in den Marken, in Kampanien, Apulien – die Regionalpräsidenten und in vielen Kommunen die Bürgermeister gewählt werden.

„Diese Wahlen sind die erste Volksabstimmung gegen Renzi“

Für Salvinis Lega ist die zunehmende Schwäche der Forza Italia die große Chance. Schon jetzt herrscht die Lega in den drei norditalienischen Regionen Piemont, Lombardei und Venetien. Sie soll nun auch den Süden erobern. Die Lega träumt nun nicht mehr von einem vom Rest Italiens unabhängigen Staat „Padanien“. Salvini wettert auch nicht mehr gegen den „faulen, korrupten und von der Mafia verseuchten Süden“. In Lonato schwärmt er von Italiens großer Kraft, die vom bürokratischen Staat gelähmt werde. „Als erste nationale Kraft in Italien werden wir die linke Regierung Renzi herausfordern, bis wir bei den nächsten nationalen Wahlen siegen werden“, verspricht Salvini in Lonato. Unermüdlich ist Salvini im Einsatz. Etwa alle drei Minuten twittert er eine neue Nachricht. Und stets hat Salvini eine zentrale Botschaft: „Diese Wahlen sind die erste Volksabstimmung gegen Renzi“.

In einer Bar in Lonato am Märtyrer-Platz hängen Fähnchen im Grün der Lega. „Wir wählen hier alle seit langem Lega“, erzählt Andrea, der 40 Jahre alte Inhaber einer Reinigung. „Aber deswegen sind wir noch lange keine Extremisten.“ Was die Menschen hier wollten, sei doch nur „Ordnung in unserem Land“. Das meint auch seine Frau Svetlana, die vor zehn Jahren aus Russland nach Norditalien kam. „Ich interessiere mich nicht für Politik; aber in der Heimat würde ich Putin wählen. Das Volk braucht einen starken Mann wie den Capitano Matteo“, sagt sie. Neulich sei sie von Ausländern vor dem Supermarkt bedrängt worden. Sie habe Angst, ihren Sohn Nicolo allein in die Schule zu schicken. Und ein Flüchtlingsheim für Schwarze macht ihr ebenfalls Sorgen. „So geht das nicht.“

Ihr Mann Andrea hat bei den Europawahlen vor einem Jahr noch Renzi gewählt. Jetzt ist er enttäuscht vom Regierungschef, dessen Partei damals mit mehr als 40 Prozent als stärkste Kraft Italiens bestätigt wurde: „In Rom ändert sich zu wenig zu langsam; Renzi setzt sich nicht durch, wird ständig von seiner Parteilinken behindert.“ Bei den Wahlen am Sonntag stehen Renzi und seine Regierung in Rom nicht zur Wahl, aber die 23 Millionen Wähler in den sieben Regionen könnten die Gelegenheit nutzen, seiner Partei einen Denkzettel zu verpassen. 15 der 20 Regionen sind derzeit in der Hand von Renzis Partito Democratico (PD). Nach den Umfragen wird der PD in der Toskana, Kampanien, Umbrien und den Marken wieder siegen. Auch in Apulien steht wohl ein Triumph der Regierungspartei bevor. Venetien bleibt vermutlich Lega-Land. Nur in Ligurien hat das konservative Oppositionsbündnis gegen den bisher herrschenden PD eine Chance. Das liegt daran, dass die Linke dort selbst gespalten ist: Ein linker PD-Politiker tritt gegen Renzis Favoriten an.

Die Forza Italia hinterlässt ein Vakuum, in das Salvini eindringen kann. Berlusconi darf nach seinem abgeleisteten Sozialdienst zwar wieder politisch aktiv sein und frei im Land herumreisen, doch kaum ein Auftritt gelingt ihm. Vor einem Monat wollte Berlusconi eine neue Bewegung gründen: „Die Republikaner“ sollte sie heißen und alle liberalen Konservativen zusammenbringen. Aber außer einem kleinen Kreis von Getreuen halten nicht mehr viele zu ihm.

Politische Kinder von Umberto Bossi

Salvini hingegen hält die Zügel in seiner Partei fest in der Hand. Seinen Widersacher, Veronas Bürgermeister Flavio Tosi, hat er kürzlich aus der Partei geworfen. Tosi kandidiert nun in Venetien als unabhängiger Kandidat für das Amt des Regionalpräsidenten. Der Lega-Mann Luca Zaia wird das Amt aber vermutlich erfolgreich verteidigen. Salvini, Zaia und Tosi sind politische Kinder des charismatischen Lega-Gründers Umberto Bossi. Er hatte die Partei Ende der neunziger Jahre aus regionalen Strömungen Norditaliens zusammengeführt. Ihr gemeinsames Ziel war es, Steuern nicht mehr länger an den „faulen“ Süden und die „Räuberin Rom“ abzuführen. Trotz seiner separatistischen Sprüche und Aufrufe zur „padanischen Unabhängigkeit“, mit denen der mittlerweile 73 Jahre alte Bossi an die Kämpfe norditalienischer Städte gegen deutsche Kaiser erinnerte, hatte er auch bürgerliche Wähler aus dem Lager der früheren Christdemokraten (DC) gewinnen können und sogar frühere Anhänger der Kommunisten (PCI).

Bossi stürzte über einen Korruptionsskandal in seiner eigenen Familie, und damit wurde die Übergabe der Macht an die Jüngeren erleichtert. „Wir verehren den politischen Vater“, sagt Salvini nach der Kundgebung in Lonato. „Bossi lässt uns machen, er gibt anders als Berlusconi keine Befehle.“ Er versucht, den Chef der Forza Italia kleinzureden: „Ich laufe ihm nicht hinterher; ich wende mich direkt an die Wähler“. Auf den Vorwurf, die Lega sei mancherorts auch eine Partnerschaft mit den Neofaschisten von der Bewegung Casa Pound eingegangen, antwortet Salvini: „Faschistisch – das ist doch ein historischer Begriff. Links oder rechts interessieren nicht, wenn man gemeinsame Ziele hat.“ Salvini würde, wenn es sein müsste, auch Bündnisse mit der Forza Italia eingehen.

Auf dem Weg zur ersten konservativen Kraft Italiens kämpft Salvini nicht nur gegen Berlusconi, sondern auch gegen die kleineren Gruppen aus der Mitte des politischen Spektrums. Dazu gehört auch die Nuovo Centrodestra (NCD) von Innenminister Angelino Alfano. Doch Alfano fehlt das Charisma. Er schaffte es trotz seines Ministeramtes nicht, aus Renzis Schatten zu treten. Wenig Sympathien brachte ihm auch seine arrogante Kritik an Salvini ein: „Immer wenn ich Salvini reden höre, kommen mir all die Bücher in den Sinn, die er nicht gelesen, alle Filme, die er nicht gesehen, und alle Lieder, die er niemals gehört hat.“ Salvini gibt sich tatsächlich volksnah. Und das rechnen Andrea in Lonato und viele andere ihm hoch an. Faz 31

 

 

 

 

Zehn Milliarden Euro für Flüchtlinge

 

Vor dem Hintergrund der Flüchtlingstragödien im Mittelmeer hat Entwicklungsminister Gerd Müller (CSU) einen europäischen Sonderfonds von zehn Milliarden Euro gefordert. Der EU-Haushalt müsse dafür nicht erhöht werden.

"Ich schlage vor ein Sonderprogramm, einen Flüchtlingsfonds, zehn Milliarden", sagte Bundesentwicklungsminister Gerd Müller am Dienstag vor einem Treffen mit seinen EU-Kollegen in Brüssel.

Das Geld aus dem Sonderfonds soll nach Müllers Worten in den Aufnahme- und in den Herkunftsländern der Flüchtlinge eingesetzt werden, um Zukunftschancen, Ausbildungs- und Arbeitsplätze zu schaffen. Dies diene dazu, dass sich "dort nicht noch mal Hunderte, Hunderttausende, Millionen auf den Weg Richtung Europa machen", und zur Linderung von Not und Elend.

Der EU-Haushalt müsste Müller zufolge für die Einrichtung eines Sonderfonds nicht erhöht werden. "Das Geld muss und kann durch Umschichtung, durch Neuprogrammierung der bestehenden EU-Fonds beispielsweise aus dem Europäischen Entwicklungsfonds jetzt auf diese epochale Herausforderung konzentriert werden", sagte er.

In der EU-Kommission solle zudem der Posten eines Sonderbeauftragten des Kommissionspräsidenten für Flüchtlingsfragen geschaffen werden, forderte der Minister.

Müller warb auch allgemein für ein Umdenken in der Entwicklungspolitik. Der freie Handel müsse zum "fairen Handel" werden. Wenn bereits den Produzenten zum Beispiel von Kaffee oder Kakao in den Entwicklungsländern gerechte Preise gezahlt würden, so könne dies "ein Vielfaches" der Effekte von staatlicher Entwicklungshilfe bewirken. Die derzeitige Situation kritisierte der CSU-Politiker: "Ein Teil unseres Wohlstandes in den Industriestaaten baut darauf auf, dass wir die Ressourcen der Entwicklungsländer, ich würde sagen, ausbeuten."

AFP/EA 27

 

 

 

 

 

Erstmals erforscht. Tote Bootsflüchtlinge bleiben meist unbekannt

 

Tausende Flüchtlinge ließen in den vergangenen Jahren ihr Leben, als sie versuchten, über das Mittelmeer Europa zu erreichen. Niemand wusste bisher, woher sie kamen, wie alt sie waren und woran genau sie starben. Jetzt haben Wissenschaftler die Region bereist und Daten zusammengetragen: Von Benjamin Dürr

 

62 Prozent der im Mittelmeer gestorbenen Flüchtlinge sind ertrunken, 2,1 Prozent verdurstet, 4,5 Prozent an Unterkühlung gestorben, heißt es auf einer Liste der Amsterdamer Migrationsforscherin Tamara Last. Es ist die erste offizielle Übersicht über die Toten, die an den Stränden des Mittelmeers angespült werden.

Allein bei der verheerenden Bootskatastrophe am 19. April vor der libyschen Küste starben vermutlich bis zu 800 Menschen. Italien will den gesunkenen Kutter nun bergen. “Dort unten sind 500 bis 600 Leichen”, sagte Premierminister Matteo Renzi am Dienstagabend in einer Talkshow: “Die ganze Welt soll sehen, was geschehen ist.” Doch die italienische Aktion ist eine Ausnahme: Die meisten der Toten tauchen nie auf und werden nicht identifiziert.

Die Juristin und Migrationsforscherin Tamara Last wollte das ändern. Im vergangenen Jahr koordinierte sie ein Team von zwölf Wissenschaftlern, die die Mittelmeer-Küste entlang gereist sind und sich durch die lokalen Sterberegister gearbeitet haben. In der vergangenen Woche haben sie ihre Ergebnisse vorgestellt und eine Datenbank im Internet freigeschaltet. 563 Standesämter haben sie dafür besucht – von Gibraltar und Südspanien ganz im Westen über die italienische Südküste bis hin nach Griechenland im Osten.

Wenn ein Toter gefunden werde, eröffne die Polizei in den Ländern standardmäßig ein Ermittlungsverfahren, erklärt Last. Die Behörden ermitteln Identität und Todesursache und stellen eine Sterbeurkunde aus. So landen Flüchtlinge, deren Leichnam an den Stränden der kleinen Küstendörfer angespült werden, in den lokalen Sterberegistern. “Wir haben gesucht nach ausländischen Namen, ungewöhnlichen Todesursachen, anderen Nationalitäten, besonderen Auffälligkeiten, die nicht zu den anderen Toten im Register passen”, erklärt Last. Fast 2,5 Millionen Sterbeurkunden haben die Forscher dafür von Hand einzeln durchgesehen.

Insgesamt 3.188 Personen haben sie schließlich gefunden, die zwischen 1990 und 2013 starben. Angesichts der Schätzungen über 800 Tote, die bei einem einzigen Bootsunglück Mitte April gestorben sein sollen, scheint diese Zahl niedrig. “Die meisten Toten werden aber gar nie gefunden oder identifiziert”, sagt die Wissenschaftlerin von der Uni Amsterdam. 3.188 ist deshalb die einzige offizielle Zahl der Grenztoten bisher.

Durch die Forschung in den Sterberegistern haben die Wissenschaftler noch viel mehr erfahren: 71 Prozent der identifizierten Flüchtlinge waren männlich. Die meisten, etwa ein Viertel, kamen aus dem südlichen Afrika. Gut ein Drittel war zwischen 20 und 30 Jahre alt. Zwei Prozent waren jünger als zehn.

Manche der angespülten Leichen werden auf einem Friedhof in der Nähe begraben. In seltenen Fällen werden sie an Angehörige in ihrem Heimatland überführt. “Manche Gemeinden sind sehr engagiert, um die Toten zu identifizieren und die Angehörigen zu finden.” Für die Familien seien diese Bemühungen wichtig, erklärt Tamara Last. “Es gibt ihnen nicht nur Gewissheit und hilft beim Verarbeiten – eine offizielle Bestätigung des Todes ist auch aus juristischer Sicht entscheidend zum Beispiel für Erbfragen.”

Tatsächlich wurde von den gefundenen Leichen aber weniger als die Hälfte identifiziert. Die Identifizierung sei schwierig, oft seien die lokalen Behörden sich selbst überlassen, kritisieren die Wissenschaftler. “Die Datenbank zeugt von der jahrzehntelangen Gleichgültigkeit europäischer Staaten”, sagt Thomas Spijkerboer, der das Forschungsprojekt in Amsterdam leitet. “Diese Informationen waren schon immer da, aber die Regierungen haben sich nicht die Mühe gegeben, sie zu sammeln.”

Spijkerboer fordert deshalb die Gründung einer Europäischen Beobachtungsstelle für den Tod von Migranten. Diese Einrichtung könnte die Europäische Union bei Entscheidungen in der Flüchtlingspolitik unterstützen, sagt er. Und sie könnte effektivere Verfahren entwickeln und dabei helfen, dass mehr Menschen identifiziert werden – und dass die Flüchtlingen nach ihrem Tod im Mittelmeer ein bisschen Würde erhalten. (epd/mig 26)

 

 

 

 

Merkel und Cameron betonen Reformbedarf der EU

 

Berlin - Die EU und Großbritannien werden sich nach Einschätzung von Bundeskanzlerin Angela Merkel und des britischen Premierministers David Cameron auf eine gemeinsame Reformagenda verständigen.

Die besonders umstrittene Frage von EU-Vertragsänderungen solle aber erst am Ende besprochen werden, forderten Cameron und Merkel am Freitag nach einem Treffen in Berlin.

Cameron, der für 2017 ein Referendum der Briten über den Verbleib in der EU angekündigt hat, wirbt derzeit in EU-Hauptstädten für eine umfassende Reform der Gemeinschaft und eine Rückverlagerung von Kompetenzen von der europäischen auf die nationale Ebene. Angesichts der Ablehnung von EU-Vertragsänderungen etwa in Polen und Frankreich pochte Cameron darauf, dass die Anliegen eines wichtigen Mitgliedlandes wie Großbritannien ernst genommen werden müssten. "Wo ein Wille ist, ist auch ein Weg", sagte Merkel mit Blick auf die Chancen zu einer Einigung.

Cameron betonte, dass es sowohl für die EU als auch für Großbritannien am besten wäre, wenn ein Austritt vermieden werden könnte. Auf die Frage, ob er den Briten einen Ausscheiden empfehlen werde, wenn die EU seinem Land nicht entgegenkomme, sagte Cameron, dann sei "alles möglich".

Merkel lobte die enge Zusammenarbeit mit London und betonte, dass die Bundesregierung etwa das britische Anliegen zur Entbürokratisierung der EU unterstütze. An Grundfreiheiten wie der Freizügigkeit für EU-Bürger könne es in der Reformdebatte aber keine Abstriche geben. Etwas anderes sei die Debatte über Sozialleistungen für EU-Bürger, die für die britische Regierung angesichts der hohen Zahl von Zuwanderern aus Osteuropa auf der Insel eines der wichtigsten Anliegen ist. Da es noch keine Sozialunion mit gleichen Leistungen in der EU gebe, könne es auch in Deutschland Probleme geben, räumte Merkel ein. "Gegebenfalls ist es auch im deutschen Interesse, bestimmte Änderungen vorzunehmen", sagte sie mit Blick auf anstehende Entscheidungen des Europäischen Gerichtshofs zu Fragen, in welchem Maße EU-Bürger Sozialleistungen in anderen EU-Staaten in Anspruch nehmen können.

Cameron sprach sich gegen eine immer engere Zusammenarbeit aller 28 EU-Staaten aus. "Europa braucht die Flexibilität eines Netzwerkes", sagte er. Der polnische Europaminister Rafal Trzaskowski hatte am Freitag allerdings gewarnt, dass die EU zusammenbrechen werde, wenn jedes Land Sonderwünsche habe, in welchen Politikbereichen es mitarbeiten wolle. Reuters 29

 

 

 

 

Flüchtlinge? Nicht der Rede wert...Afrikanische Medien berichten kaum über die Dramen im Mittelmeer.

 

Der Tod afrikanischer Flüchtlinge auf dem Mittelmeer ist seit Wochen das Thema in den deutschen Medien. Die massive Berichterstattung begann am 19. April, als vor der libyschen Küste beim Kentern eines Flüchtlingsschiffes rund 800 Menschen starben. Wenige Tage danach veröffentlichte die Internationale Organisation für Migration (IOM) Zahlen. Demnach waren zu diesem Zeitraum seit Jahresbeginn schon 1750 Flüchtlinge im Mittelmeer ertrunken, dreißig Mal mehr als im gleichen Zeitraum des Vorjahres. Tausende Menschen erreichen lebend europäischen Boden. Laut IOM kamen in diesem Jahr schon bis Mitte Mai fast 40.000 afrikanische Flüchtlinge an - allein in Italien.

In afrikanischen Medien ist all das praktisch kein Thema. Die gelegentlichen Berichte erscheinen in den Zeitungen auf den hinteren Seiten, und fast immer handelt es sich um Abdrucke europäischer Agenturen. Wer nach einem spezifisch afrikanischen Blick auf das Massenstreben im Mittelmeer sucht, wird also enttäuscht.

Die Gründe dafür sind vielfältig, Geldmangel zählt dazu. Fast keine Redaktion kann sich ein internationales Korrespondentennetz leisten, eine afrikanische Nachrichtenagentur gibt es nicht – daher der Rückgriff auf die europäischen Dienste. Zudem sind die meisten Zeitungen nur wenige Seiten stark. Das „Internationale“ wird von vielen bestenfalls auf einer Seite abgehandelt, um den wenigen Platz konkurrieren die Flüchtlingsdramen auf dem Mittelmeer unter anderem mit dem islamistischen Terror in Nigeria, dem Krieg im Jemen, dem gescheiterten Putsch in Burundi und anderen aktuellen Krisen.

Vor allem aber: Nur Europa meint, dass die ganze Welt nach Europa wolle. Faktisch versucht nur eine kleine Minderheit, den afrikanischen Kontinent zu verlassen. Viele afrikanische Länder müssen deshalb ihre eigenen Flüchtlingskatastrophen bewältigen. Sie kümmern sich um zehntausende Landsleute, die innerhalb der Staatsgrenzen vor Bürgerkriegen fliehen, und oft gleichzeitig um Flüchtlinge aus Nachbarländern. Die Zahlen derjenigen, die nach Europa wollen, sind daran gemessen verschwindend klein.

So sind beispielsweise aufgrund der politischen Unruhen in Burundi (über die in Deutschland kaum berichtet wird) seit Anfang April 100.000 Burunder in die Nachbarländer geflohen, nach Tansania, Ruanda und in die DR Kongo. Die aktuelle Krise, die sogar zu einem gescheiterten Putschversuch führte, ist in Burundi nicht die erste. Insgesamt haben inzwischen 200.000 Burunder in den Nachbarländern Zuflucht gesucht. Über das Drama dieser überstürzten Massenflucht berichten afrikanische Medien zur Zeit ausführlich. Die meisten Flüchtlinge leben unter unhaltbaren Zuständen, zum Beispiel in dem Camp Nyarugusu in Tansania. Mit dem doppelten seiner Kapazität ist es hoffnungslos überfüllt. Nun ist auch noch Cholera ausgebrochen, 3.000 Menschen sind erkrankt, gut dreißig Menschen schon gestorben.

Im Osten des benachbarten Kongo nehmen die Menschen zehntausende neu ankommende Flüchtlinge aus Burundi auf, obwohl dort schon 2,6 Millionen Kongolesinnen und Kongolesen als Vertriebene Hilfe brauchen. Zusammen mit Flüchtlingen aus den Nachbarländern muss der konfliktgeplagte Osten des Landes laut UNHCR mit drei Millionen Flüchtlingen und Vertriebenen klar kommen. Eine unglaubliche Zahl. Bemerkenswert ist, dass man davon bei einer Reise durch die Dörfer beispielsweise in der Region Beni kaum etwas sieht. Denn es gibt fast keine Flüchtlingslager, die meisten Vertriebenen werden von Gastfamilien aufgenommen. Menschen, die heimatlosen Fremden Haus und Hof öffnen, vielleicht sogar auf eine der täglichen Mahlzeiten verzichten, weil sich die Gastgeber ihre Gastfreundschaft eigentlich gar nicht leisten können.

Die Liste der Länder, die teils trotz eigener Konflikte oder extremer wirtschaftlicher Not auch noch Flüchtlinge und Vertriebene  aufnehmen, ist lang: Äthiopien, Mali, Niger, Nigeria, Südsudan, ... Schauen wir noch einmal genauer auf Kenia. Die größte Tageszeitung Daily Nation ist keine schlanke Blättersammlung, sondern eine professionelle Zeitung, die auch über Auslandsthemen in einer gewissen Ausführlichkeit berichtet und auf ihren Meinungsseiten eine sehr streitbare Kommentarkultur pflegt. In großen Abständen berichtet das Blatt auch über die Tragödien auf dem Mittelmeer und die Reaktionen der EU auf die Krise.

Aber das Land hat sein eigenes Flüchtlingsthema (das in Deutschland und dem Rest Europas kaum wahrgenommen wird): Laut UNHCR hat Kenia 537.000 Flüchtlinge aufgenommen, tausende illegale kommen vermutlich hinzu. Die meisten leben in zwei Lagern: 355.000 Somalier im weltgrößten Lagerkomplex von Dadaab. Weitere 100.000 Menschen überwiegend aus dem Südsudan und Äthiopien in einem Camp namens Kakuma. Weil in Kenia die Zahl der Terroranschläge mit islamistischem Hintergrund zunimmt, möchte die Regierung Dadaab so schnell wie möglich schließen. Sie verdächtigt Mitglieder der islamistischen Shabaab-Miliz, sich unter die Flüchtlinge zu mischen und von dort aus Anschläge vorzubereiten.

Seit dem Angriff auf die Universität von Garissa Anfang April mit 148 Toten ist die kenianische Regierung noch entschlossener, die Flüchtlinge aus Somalia so schnell wie möglich nach Hause zu schicken. Darüber wird in allen kenianischen Zeitungen, Radiostationen und Fernsehsendern lebhaft debattiert. Denn die Regierung würde damit gegen internationale Abkommen verstoßen. Hinzu kommt die humanitäre Härte gegenüber den Flüchtlingen. In Somalia ist immer noch Krieg, sie haben kein zu Hause mehr, wo sollen sie hin? Die Kenianerinnen und Kenianer befinden sich in einem Dilemma. Auf der einen Seite stehen internationale Verträge, die eigene Verfassung und das Gebot der Humanität. Auf der anderen Seite steht die Angst vor weiteren Terroranschlägen, die Angst um das eigene Leben.

Aus afrikanischer Perspektive hat Europa also allenfalls ein Flüchtlings-Problemchen. Nehmen wir die fast fehlende Berichterstattung darüber vielleicht als eine Art Kommentar - und uns selbst etwas weniger wichtig. Wichtig bleibt natürlich die Frage, wie der Tod von hunderten von Menschen auf dem Mittelmeer verhindert werden kann. Wir müssen weiter nach Lösungen suchen, während die afrikanischen Länder mit ihren eigenen Problemen beschäftigt sind.

Von: Bettina Rühl  IPG

 

 

 

 

Bulgarien, Griechenland und Türkei kämpfen gemeinsam gegen irreguläre Migranten

  

Bulgarien und seine Nachbarländer Türkei und Griechenland wollen die Kräfte im Kampf gegen "illegale" Migranten bündeln. Regierungsvertreter haben ein entsprechendes Polizei- und Grenzschutzabkommen unterzeichnet, das auf den Dreiklang "Einwanderung, organisiertes Verbrechen und Terrorismus" abzielt.

Bulgarien, Griechenland und die Türkei wollen künftig gemeinsam gegen irreguläre Einwanderung kämpfen. Ein entsprechendes Abkommen wurde am Montag in Sofia unterzeichnet. "Diese Vereinbarung garantiert eine engere Zusammenarbeit der drei Länder", sagte die gastgebende bulgarische Innenministerin Rumjana Baschwarowa. Alle drei Staaten ständen "vor den gleichen Herausforderungen: Einwanderung, organisiertes Verbrechen und Terrorismus".

Die Unsicherheit südlich der Türkei wirke sich auch auf andere Staaten aus, betonte der türkische Innenminister Sebahattin Öztürk in Anspielung auf den Flüchtlingsstrom in Richtung Türkei.

Das Abkommen sieht unter anderem die Schaffung eines gemeinsamen Einsatzzentrums der Grenzpolizei und des Zolls vor. Dieses soll laut Ozturk "Polizei- und Zollbehörden ermöglichen, Informationen unmittelbar auszutauschen und so illegale Einwanderung und Schmuggel zu unterbinden".

Die Türkei habe zwei Millionen Migranten aufgenommen, unter ihnen 1,7 Millionen Flüchtlinge aus Syrien. Der Migrationsdruck führe zu einer ernsthaften finanziellen Last für die Türkei, klagte Öztürk. Tausende Flüchtlinge versuchen immer wieder, von der Türkei unerlaubt nach Bulgarien und Griechenland zu gelangen. Die meisten verlassen die beiden Länder wieder und ziehen in andere EU-Staaten weiter.  AFP/das/EA 26

 

 

 

 

Zuwanderung. Diese Frau sagt, wer in Deutschland Asyl erhält

 

385 Asylentscheider in Deutschland bestimmen, welche Flüchtlinge aufgenommen werden können. Katrin Dölz ist eine von ihnen. Ob sie einen Antrag bewilligt, weiß sie meist schon vor der Anhörung. Von Freia Peters

 

Mahmoud (Name geändert, d. Red.) aus dem Irak betritt das kleine Büro, ein junger Mann mit Steppjacke, einer roten Wollmütze und einem fein geschnittenen Gesicht. "Ist gesundheitlich alles okay bei Ihnen?", fragt Katrin Dölz. "Sie sagen bitte Bescheid, wenn Sie eine Pause brauchen." Dölz nimmt ihr Mikrofon, spricht ihre Fragen hinein und Mahmouds Antworten.

"Mein Name ist Katrin Dölz. Ich entscheide über Ihren Asylantrag." Ihre Erscheinung verleiht Dölz' Worten den entsprechenden Nachdruck, sie ist groß und hat einen forschenden Blick.

Mahmoud, 20 Jahre, ist kurdischer Jeside und erst seit einigen Wochen in Deutschland. Sein Vater hatte ihm, dem ältesten Sohn, einen Schlepper organisiert. Nun hofft Mahmoud, dass er in Deutschland Asyl bekommt und bald seine Familie nachholen kann, die in einem Dorf nahe Mossul von IS-Terroristen bedroht wird. Drei Schwestern, zwei Brüder, die Mutter Hausfrau, der Vater Arbeiter für eine Firma, die Öl fördert. Zwei Cousinen wurden entführt und sind seit Monaten verschwunden.

Das Schicksal dieser Familie liegt jetzt in Katrin Dölz' Hand. Die 48-Jährige ist seit 25 Jahren Beamtin des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge. Als junge Frau wurde sie für den gehobenen öffentlichen Dienst in der Verwaltung ausgebildet und ist dann zum Bundesamt für Migration und Flüchtlinge versetzt worden. "Erst dachte ich, oje", sagt Dölz. "Aber heute habe ich die Arbeit schätzen gelernt. Wo sonst hätte ich schon so ein weites Betätigungsfeld?"

*

Jeden Morgen betritt sie das Gebäude durch den Hintereingang. Vor dem Haupteingang warten täglich mehrere Hundert Flüchtlinge. Die meisten kommen aus ihrem Erstaufnahmelager, über das jedes Bundesland verfügt. Beim Bundesamt müssen sie sich zunächst einmal mit Fotos und Fingerabdrücken registrieren lassen. Ihre Daten werden mit der europäischen Datenbank Eurostat abgeglichen: Wurde bereits in einem anderen Land ein Asylantrag gestellt? Liegt eine Straftat vor? Wenn es gut läuft, bekommt der Flüchtling einige Stunden später seinen ersten "Ausweis" der Bundesrepublik, der ihm bescheinigt, ein registrierter Asylbewerber zu sein. Einige Wochen später dann gibt es den Termin für die Anhörung, die über das weitere Schicksal entscheidet.

Deutschland muss sich als Einwanderungsland positionieren; manche bezeichnen das als die größte Herausforderung seit dem Zweiten Weltkrieg. Die Bundesrepublik ist ein schrumpfendes Migrationsland; die Renten der Deutschen werden künftig maßgeblich von Einwanderern mitbezahlt werden. Und doch ist das Land vom Zustrom der Flüchtlinge überfordert. Gerade musste der Bund seine Prognose deutlich erhöhen.

Mit 450.000 Asylanträgen wird im laufenden Jahr gerechnet, mehr als doppelt so viel wie im vergangenen Jahr. Experten fordern, Flüchtlinge aus Syrien, Eritrea und Somalia kollektiv in der EU aufzunehmen – ihre Anträge werden zu über 90 Prozent anerkannt. Doch noch entscheiden die Beamten des Bundesamtes über jeden einzelnen Fall.

Dölz ist eine von 385 Asylentscheidern. Manche Anhörungen dauern mehrere Tage; manchmal brechen die Antragsteller während des Gesprächs in Tränen aus. "Ich habe auch schon den Notarzt gerufen", sagt Dölz. Einen Panzer habe sie sich zugelegt; schließlich könne sie nicht über jeden Fall noch abends nachdenken, so tragisch er auch sein mag. "In Einzelfällen kommt es vor, dass mich ein Schicksal besonders mitnimmt. Aber es ist wichtig, dass ich stark bleibe", sagt Dölz. "Nur wenn der Antragsteller merkt, ich kann das ertragen, kann er sich öffnen." (…)

Jesiden bekommen Asyl in der Regel bewilligt

Als Mahmoud vor zwei Monaten in einem Dorf nahe Nürnberg aus dem Laster wankte, war es vier Uhr morgens. Es hatte geregnet, und als seine Beine sich so weit erholt hatten, dass er wieder laufen konnte, ging er zur nächsten Bushaltestelle und setzte sich ins Wartehäuschen. Dort hat er auf die Polizei gewartet, die ihn im Morgengrauen festgenommen hat. Die Beamten schickten ihn zur Zentrale des Bundesamtes für Flüchtlinge in Nürnberg. Die Mitarbeiter verteilen die Asylsuchenden nach dem Königsteiner Schlüssel – abhängig von Kapazität und Wirtschaftskraft der einzelnen Bundesländer.

Zwei Wochen später ist Mahmoud in Berlin gelandet, auch weil die Außenstelle hier bevorzugt Anträge aus dem Irak bearbeitet. Das Erstaufnahmelager im Ortsteil Spandau war voll, also bekam Mahmoud einen Gutschein für ein Hostel. Er ist viele Kilometer gelaufen, von Hostel zu Hostel. Alle waren bis auf den letzten Platz belegt. Schließlich hat er doch ein Bett im Erstaufnahmelager bekommen.

Nun ist Mahmoud voller Optimismus, in einem Land zu sein, in dem es Gesetze gibt. "Im Irak gibt es keine Gesetze. Wer Geld hat, kann essen, wer keins hat, hat nichts." Im Irak ist er nur bis zur achten Klasse in die Schule gegangen. Danach half er seinem Vater, den Unterhalt für die Familie zu verdienen, wie es üblich ist – auch wenn er gerne Abitur gemacht hätte. Mahmoud hatte Glück. Er bekam einen Job als Koch für 500 Euro im Monat. Die meisten kurdischen Jesiden hüten Schafe. "Wir sind Jesiden", sagt Mahmoud, "wir sind ganz unten. Die vom IS schlachten uns."

Nach zwei Stunden ist die Anhörung beendet. Dölz' Aufnahmen werden später abgetippt; in ein paar Tagen bekommt er das Protokoll zugeschickt. Er verzichtet darauf, das Ganze schriftlich ins Arabische übersetzen zu lassen, daher wird es schnell gehen. Katrin Dölz wird Mahmoud Asyl bewilligen, die Jesiden sind als politisch verfolgte Gruppe in Deutschland anerkannt. Wenn es seine Familie hierher schafft, wird auch sie aufgenommen werden.

Abgelehnte Asylbewerber bleiben oft trotzdem

Doch Mahmoud ist eine Ausnahme. Dölz lehnt die meisten Anträge ab, genauso wie ihre 384 Kollegen. Ein Viertel der Flüchtlinge werden in Deutschland gemäß der Genfer Konvention aufgenommen. Das ist eine der niedrigsten Schutzquoten Europas. Doch viele der abgelehnten Bewerber bleiben trotzdem in Deutschland. Lassen sich krankschreiben oder finden Vorwände, um eine Aussetzung der Abschiebung, also eine Duldung zu erreichen, die alle drei Monate verlängert werden muss. Mehr als 500.000 rechtskräftig abgelehnte Asylbewerber lebten Ende 2013 in Deutschland.

Im vergangenen Monat stammten die meisten Antragsteller aus dem Kosovo; die Zahlen haben sich seit Beginn des Monats verdreifacht. Kosovaren zieht Dölz vor. Ihre Schutzquote ist gleich null. Nach einer Gesetzesinitiative Bayerns soll nach Bosnien und Herzegowina, Serbien sowie Mazedonien bald auch das Kosovo als sicherer Herkunftsstaat gelten, sodass Asylanträge rasch als "offensichtlich unbegründet" abgelehnt werden können. Für Katrin Dölz wäre das eine Erleichterung.

Doch selbst wenn ab sofort kein einziger Flüchtling mehr nach Deutschland käme, hätte sie noch Arbeit für circa ein bis zwei Jahre. So viele Anträge stapeln sich in ihren Aktenschränken. Rund 100 neue Asylentscheider hat das Bundesamt in den vergangenen Monaten neu eingestellt.

Ob Katrin Dölz jemandem Asyl gewähren wird, weiß sie meistens schon vor der Anhörung. Nach welchen internen Dienstanweisungen sie entscheidet, darf sie jedoch nicht sagen. Das Bundesamt will nicht, dass die Geschichten durchsickern, die die Aussicht auf ein Bleiberecht erhöhen. "Der persönliche Eindruck ist oft wichtig", sagt Dölz. "Der Antragsteller muss mir sein Schicksal glaubhaft machen."

Manchmal, sagt sie, sehe sie eine Flucht wie einen Film vor sich. Wenn die Geschichte vor ihrem geistigen Auge abläuft, dann ist das ein Indiz, dass der Flüchtling keine Lügen erzählt. Ob jemand viele Worte mache oder sich an Details erinnere, sei dabei unerheblich. "Jemand ist nicht gleich unglaubwürdig, weil er nur wenig erzählt", sagt Dölz. "Es ist schließlich meine Aufgabe, den Sachverhalt zu ermitteln, wenn jemand lediglich sagt: 'Ich werde verfolgt.'" Aber manchmal, direkt nach einer Anhörung, schwirrt Dölz der Kopf. "Dann weiß ich gar nichts mehr. Da brauch ich erst mal eine Pause." DW 25

 

 

 

 

EU-Minister verabschieden sich langfristig von 0,7-Prozent-Ziel

 

Die EU-Außen- und Entwicklungsminister am Dienstag. [Rat der Europäischen Union]

 

Im Vorfeld der UN-Finanzierungskonferenz in Addis Abeba haben die EU-Außen- und Entwicklungsminister bei ihrem jüngsten Treffen die künftigen Ausgaben für ihre Entwicklungshilfe abgesteckt. Von dem einem verbindlichen Ziel, die sogenannte ODA-Quote auf 0,7 Prozent anzuheben, ist jedoch keine Rede.

Beobachter hatten es bereits erwartet: Der EU-Außenministerrat zu Entwicklungspolitik haben sich am Dienstag von ihrem Ziel verabschiedet, den Anteil der Entwicklungshilfe am Bruttonationaleinkommen (BNE) auf 0,7 Prozent anzuheben.

"Das Budget der Entwicklungsländer selbst stellt das wichtigste Finanzierungsinstrument dar und ist damit die Krux bei der Finanzierung von nachhaltiger Entwicklung", heißt es in den Schlussfolgerungen des Treffens.

Die Minister erkennen lediglich an, dass die internationale Entwicklungsfinanzierung ein "wichtiges Moment für Entwicklungsländer darstellt, besonders solchen Ländern. in denen Konflikte herrschen".

Im Juli 2015 trifft sich die internationale Gemeinschaft zur dritten UN-Konferenz zur Entwicklungsfinanzierung ("Monterrey III") in Addis Abeba. Dort werden die Staaten den finanziellen Rahmen für die die "post-2015 Agenda" für ein neues, auf nachhaltige Entwicklung ausgerichtetes globales Zielsystem abstecken. Die Minister haben auf ihrem Ratstreffen am Dienstag (26. Mai) nun ihre eigenen Finanzierungsrahmen abgesteckt.

Laut den Schlussfolgerungen des Treffens sind die EU und deren Mitgliedsstaaten ein großzügiger Geldgeber von Entwicklungshilfe, der sogenannten Official Development Assistance (ODA). Jährlich kommen die Hälfte der weltweiten ODA-Zahlungen aus den Budgets der EU-Länder.

Doch die Minister konnten sich nicht dazu durchringen, einen ehrgeizigen Fahrplan zur Erreichung des 0,7-Prozent-Ziels zu beschließen. Die Schlussfolgerungen stellen nur fest, dass man gemeinsam gewillt sei, die ODA-Quote im Rahmen der Post-2015-Agenda auf 0,7 Prozent anheben zu wollen. Doch eine entsprechende Frist gibt es bisher noch nicht.

"EU-Mitgliedsstaaten, die der EU vor 2002 beigetreten sind, halten an dem Versprechen fest, das 0,7-Prozent-Ziel zu erreichen, jedoch mit Rücksicht auf budgetäre Umstände (…); Mitgliedsstaaten, die der EU nach 2002 beigetreten sind, streben danach, die ODA-Quote um 0,33 Prozent anzuheben.

Diese abgesteckten Ziele würden in ferner Zukunft nicht erreicht werden können, erklärte der stellvertretender Ministerpräsident Belgiens, Alexander de Croo, vor dem Ministertreffen.

 

Deshalb wollen die Minister offensichtlich mehr Geld für die ärmsten Länder ausgeben, besonders den sogennanten Least Developed Countries (LDCs) und Staaten, die besonders unter Krisen und Konflikten leiden.

Die EU will das Ziel erreichen, zwischen 0,15 und 0,20 Prozent der ODA-Quote für LDCs in naher Zukunft erreichen. An dem 0,2-Ziel soll langfristig im Rahmen der Post-2015-Agenda festgehalten werden.

"Historischer Fehler"

Kurz bevor die Schlussfolgerungen des Ministerrats an die Öffentlichkeit gelangten, warnte <strong>Seamus Jefferson</strong>, Direktor des europäischen NGO-Dachverbandes CONCORD, vor dem "historischen Fehler", sich vom 0,7-Prozent-Ziel zu verabschieden.

"2015 ist ein kritisches Jahr für die Entwicklungszusammenarbeit. Es wäre fatal, wenn sie sich von einem Ziel abwenden, dass sie sich vor 45 Jahren gesetzt haben. Das würde die Formulierung ehrgeiziger Nachhaltigkeitsziele ernsthaft gefährden", so Jefferson.

Das EU-Parlament sieht das ähnlich: Am 21. Mai haben Europas Volksvertreter einen Bericht zur Entwicklungsfinanzierung verabschiedet, in dem sie die Erreichung des 0,7-Prozent-Ziels als eine der Prioritäten der Entwicklungspolitik genannt hatten. Das Ziel müssten die EU-Mitgliedsstaaten spätestens 2020 erreichen. Die Abgeordneten pochen auch darauf, dass die Hälfte der ODA-Zahlungen für LDCs vorbehalten sind. Georgi Gotev, EurActiv 27

 

 

 

 

FAO: Welthunger sinkt, Initiativen sollen steigen

 

 „Wenn wir von Zahlen sprechen, so müssen wir uns immer wieder vor Augen halten, dass wir von Menschen sprechen. Menschen, die hungern“, so kommentierte die Vize-Präsidentin von IFAD (Internationaler Fond für landwirtschaftliche Entwicklung) Josefina Stubbs bei der Pressekonferenz der Welternährungsorganisation FAO an diesem Mittwoch die aktuellen Ergebnisse des Welthungerberichts.

Die Zahlen sind für Menschen jedoch schwer greifbar: 795 Millionen Menschen hungern weltweit auch heute noch, also mehr als zehn Prozent der Gesamtbevölkerung des Planeten. Die positive Nachricht daran ist, dass es 167 Millionen Menschen weniger sind als vor zehn Jahren. 216 Millionen weniger als Anfang der 90er Jahre. Ein Trend der Verbesserung vor allem in den Entwicklungsländern ist bemerkbar, heißt es in dem Bericht, der von der Welternährungsorganisation FAO und dem Welternährungsprogramm WFP herausgegeben wird. Das Resultat soll ein Beleg dafür sein, dass der Hunger noch in dieser Generation besiegt werden könne. Stanlake Samkange, Direktor der Entwicklungsabteilung des World Food Programm:

„Wir nehmen Ermutigung aus diesem Ergebnis und aus dem, was bis jetzt erreicht wurde. Es ist nun klar, dass das Ziel „Hunger zu beenden“ erreichbar ist, im Laufe einer Generation. Aber ich denke auch, dass es (Anm. Redaktion: das Ergebnis) ernüchternd ist. Wir müssen noch viel tun um dieses Ziel zu erreichen und das beinhaltet: die Vorteile des Wirtschaftswachstum besser zugänglich machen, adäquate Investition in die Landwirtschaft, in die Infrastruktur und in die Menschen, die in den ländlichen Gegenden arbeiten und dass soziale Sicherheit und Sicherheitsnetze richtig platziert werden.“

Es werden einige Fortschritte genannt: in Entwicklungsländern halbierte sich der Anteil der hungernden Bevölkerung, 72 Entwicklungsländer von 129 beobachteten Staaten erreichten das Millenniumsziel, den Anteil der Hungernden bis 2015 auf die Hälfte zu verringern.„All die Länder, die große Fortschritte im Kampf gegen Hunger und Armut gezeigt haben, die haben einen starken Willen gezeigt, das zu tun“, betonte auch FAO-Chef Jose Graziano de Silva, während der Pressekonferenz. Die größten Fortschritte wurden dem Bericht zufolge in Südostasien, Lateinamerika, der Karibik und Teilen Afrikas erzielt. Josegina Stubbs, die Vize Präsidentin von IFAD, kommentierte:

„Wir haben einige Fortschritte im Kampf gegen den Hunger weltweit erzielt. Es ist weiterhin eine große Herausforderung. Es stimmt, dass es in Ländern mit einer unstabilen Regierung und unstabilen Wirtschaft es noch schwieriger ist, die Armut und den Hunger zu bekämpfen. Dennoch ich bin überzeugt, dass die Welt sich festgelegt hat, den Hunger zu bekämpfen. Wir haben nicht nur Herausforderungen in den Krisenzonen der Welt, oder Länder die von Naturkatastrophen betroffen sind, sondern auch in Ländern mit mittleren Einkommen, mit politischer und wirtschaftlicher Stabilität. Noch immer gibt es dort Hunger und Armut. Wir müssen weiter daran arbeiten. Den Hunger und die Armut zu bekämpfen ist ein weltweites Ziel.“

Die globale Wirtschaftslage und extreme Wetterbedingungen, Naturkatastrophen, politische Instabilität und Kriege, das sind die Gründe warum die für 2015 gesetzten Ziele zur Ernährungssicherung nicht vollkommen erreicht werden konnten. Heute seien auch 24 afrikanische Länder mehr von den Nahrungskrisen betroffen, doppelt so viele wie 1990. Stanlake Samkange, Direktor der Entwicklungsabteilung des World Food Programm betont dass trotzdem auch Entwicklungsländer betroffen seien:

„Obwohl von den 795 Millionen unterernährten Menschen 780 aus unterentwickelten Ländern kommen, heißt das immer noch dass 15 Millionen aus entwickelten Ländern kommen. Jeder kann ein Verfechter dafür sein, dass diese Zahl auf null reduziert wird, so schnell wie möglich. So zeigen sich die Dinge, die erreicht werden können, wenn man sich einem Resultat verpflichtet.“

Alle politischen Entscheidungen sollten den Welthunger berücksichtigen. Initiativen, wie in Frankreich unlängst das Verbot für Großmärkte Lebensmittel nicht mehr zu vernichten, sondern zu spenden seien mehr als willkommen, so Stubbs:

 „Wir feiern die globalen Initiativen, die Nahrung sicherstellen wollen. Nahrung schützen heißt die Umwelt schützen. Nahrung nicht verschwenden hilft der Welt nachhaltiger zu werden. Die Welt darf nicht Essen verschwenden, während viele Menschen gleichzeitig verhungern. Nahrung nicht verschwenden, Recycling – das sind die Verpflichtungen von jedem von uns als globaler Bürger.“ (rv/kna 27.05.)

 

 

 

 

 

Die Logik des Barbarismus. Wie der „IS“ seinen Herrschaftsbereich mit Pragmatismus und Flexibilität ausweitet.

 

Auf den ersten Blick mag der Islamische Staat (IS) als eine Horde religiöser Fanatiker erscheinen, die wild entschlossen jahrtausendalte Ziele verfolgen und sich bedingungslos der Rolle als Vorkämpfer für ein neues Kalifat verschrieben haben. Die Wahrheit ist jedoch weit profaner. Der Islamische Staat ist eine kalt berechnende Organisation, die sich den Zerfall von Staaten und sektiererische Spannungen zunutze macht. Ihre Absicht ist, sich in mehrheitlich von Sunniten bewohnten Gebieten des Iraks und Syriens „einzugraben“, um dort ein Mini-Reich zu gründen. Diese begrenzten Ziele machen den IS jedoch keineswegs weniger gefährlich – ganz im Gegenteil. Um gegen die IS-Krise vorgehen zu können, muss man drei Dynamiken verstehen.

Erstens, dass der Wahnsinn des IS Methode hat und dass hinter seiner Strategie ein Bündnis aus Pragmatikern steckt – Jihadisten und säkulare Baathisten (die bei der strategischen Planung, militärischen Operationen, der Nachrichtenübermittlung und dem Institutionsaufbau eine maßgebliche Rolle spielen). Schenkt man dem Mythos vom IS als homogener jihadistischer Gruppierung keinen Glauben mehr, wird die „Methode“ hinter dem Wahnsinn seiner bewusst brutalen Strategie ersichtlicher. Dieser Barbarismus folgt einer einfachen militärischen Logik: Der IS benutzt den Angstfaktor zur Erhöhung seiner Wirkungsmacht, um Feinde und unzufriedene Splittergruppen in den von ihm kontrollierten Gebieten abzuschrecken und zur Unterwerfung zu zwingen. Zudem operiert er auf einem weltweit hart umkämpften Markt für Gotteskrieger. Seine Gewaltakte sind also auch als grausame Werbespots einer andauernden und durchgeplanten Werbekampagne anzusehen, mit der er sich einen größeren Marktanteil sichern will.

Zweitens hat keiner der IS-Gegner den Willen oder die Fähigkeit, die Terrorgruppe direkt anzugreifen. Voraussichtlich werden weder die Vereinigten Staaten noch ihre westlichen Bündnispartner Bodentruppen nach Syrien oder in den Irak schicken. Die irakische Regierung muss erst ihr Ansehen wiederherstellen, das sie in Mossul eingebüßt hat. Zudem stärkt sie mit ihrer großen Abhängigkeit von schiitischen Milizen und der Unterstützung aus dem Iran ungewollt den IS, weil dadurch die Konflikte zwischen Sunniten und Schiiten weiter verschärft werden, die ja den Nährboden für die Organisation darstellen. Die türkische Regierung weigert sich kategorisch, sich an Operationen gegen den IS zu beteiligen, solange der Westen nicht verspricht, im Gegenzug das Assad-Regime zu stürzen. Assad seinerseits ist nicht bereit, seine Streitkräfte und Aufmerksamkeit auf den IS zu konzentrieren, wenn der Westen sich nicht zu einer Vereinbarung verpflichtet, die sein Regime intakt lässt und die Freie Syrische Armee auflöst.

Am prädestiniertesten für den Kampf gegen die IS-Milizen sind die Kurden mit ihren militärischen Erfahrungen und Fähigkeiten in der territorialen Verteidigung. Ihre strategischen Prioritäten sind darauf ausgerichtet, das zu schützen, was sie als ihr Heimatland ansehen. Und nicht zuletzt wollen sie als fähiges und rechtmäßiges politisches Gemeinwesen anerkannt werden. Selbst wenn der Iran sich für eine direktere Einmischung in den Konflikt entscheiden und damit dazu beitragen würde, den IS zu zerschlagen, könnte dieser „Sieg“ die Bühne bereiten für einen post-IS sektiererischen Feuersturm. Dieser wiederum könnte in einen transnationalen Krieg mit vielen Schauplätzen münden, sozusagen in einen 30-jährigen Krieg für den Nahen und Mittleren Osten.

Drittens geht es beim IS tatsächlich vor allem um die Bildung eines Staates. Genau wie die meisten Protostaaten in der Geschichte agiert der IS wie ein „sesshafter Räuber“, der durch Erpressung, Entführungen und Schmuggel zu Geld kommt, während er gleichzeitig die Rohstoffquellen unter seine Kontrolle bringt. Im Gegenzug sorgt der IS für ein gewisses Maß an Sicherheit und „Schutz“, aber auch für öffentliche Güter, die von subventioniertem Brot bis hin zu kostenloser Bildung und Gesundheitsversorgung reichen.

Solange andere politischen Akteure in der Region keine vergleichbaren Leistungen bieten, kann der IS ohne große Gegenwehr über diese Gebiete herrschen. Obwohl er also den meisten Protostaaten der Geschichte ähnelt, unterscheidet er sich doch in seinem territorialen Ansatz grundlegend von den Nationalstaaten, die den Kern unseres heutigen internationalen Systems bilden. Bei näherer Betrachtung wird deutlich, dass der IS den Schlüsselprinzipien imperialer Herrschaftsstrukturen folgt: Statt Standardisierung, mehrschichtigem Verwaltungssystem und Aufgabendelegation an die Menschen vor Ort herrscht vor allem Pragmatismus vor. Der IS will keine „harten Grenzen“ schaffen oder eine „Einheitlichkeit in der Verwaltung“ auferlegen, um „homogene Räume“ zu schaffen. Seine Ideologie beruht nicht auf der Idee eines unteilbaren Heimatlandes, sondern eher auf territorialer Flexibilität. Diese Prinzipien haben es dem IS nicht nur ermöglicht, seinen Einflussbereich schnell zu vergrößern, sie erklären auch, warum er ohne großen Aufwand ein Gebiet mit sechs Millionen Menschen regieren kann. Aus diesem Verständnis heraus ist zu mutmaßen, dass der IS den Verlust bestimmter Landstriche wie Tikrit verkraften kann.

Für Sun Tsu, einem Militärstrategen im alten China, war es im Krieg von höchster Wichtigkeit, die Strategie des Gegners anzugreifen. Hier darf man sich nicht vertun. Der IS will sich auf Dauer etablieren. Langsam aber sicher stellt die Organisation eine „sektiererische Falle“ auf, um in den mehrheitlich von Sunniten bewohnten Gebieten im Irak und in Syrien ein kleines Imperium zu errichten. Um den IS zu besiegen, bedarf es einer langfristigen Marschroute, mit der die strategische Planung der Organisation untergraben und ihre Bemühungen der Staatsbildung vereitelt werden können. Schnelle operative Siege hätten nur eine weitere und langfristige Destabilisierung der Region zur Folge. Das Schlimmste, was der Westen tun könnte, ist an den Mythos zu glauben, die Organisation sei nur eine vorübergehende Erscheinung und ließe sich mit einem schnellen, entschlossenen und „leichten“ Sieg aus dem Weg räumen.

Dieser Beitrag stellt eine persönliche Meinungsäußerung des Autoren dar und repräsentiert nicht die Position des U.S. Naval War Colleges, des Departments of the Navy, des Departments of Defense oder der U.S. Regierung.

Burak Kadercan  IPG 21

 

 

 

 

Neuer Präsident Duda: Polen rückt nach Rechts

 

Bei der Präsidentenwahl in Polen hat sich der konservative Herausforderer Andrzej Duda gegen Amtsinhaber Bronislaw Komorowski durchgesetzt. Das Ergebnis vom Sonntag könnte Signalwirkung für die Parlamentswahl im Herbst haben – und für einen Kurswechsel in Polens Politik gegenüber Deutschland und der EU.

Polen hat einen neuen Präsidenten: Der 43-jährige Andrzej Duda löst nach den Präsidentschaftswahlen vom Sonntag den bisherigen Amtsinhaber Bronislaw Komorowski ab. Hochrechnungen zufolge gewann Duda mit rund 52 Prozent der Stimmen. Komorowski kam demnach auf 48 Prozent.

"Diejenigen, die mich gewählt haben, haben für einen Wandel gestimmt, zusammen können wir Polen verändern", sagte der junge EU-Parlamentarier am Abend vor seinen Anhängern. Der neue Präsident tritt sein Amt im August an.

Mit der Entscheidung vom Sonntag erlitt auch die liberal-konservative Bürgerplattform (PO) von Ministerpräsidentin Ewa Kopacz ein halbes Jahr vor der Parlamentswahl eine Schlappe. Komorowski gilt als enger Verbündeter der Politikerin.

Komorowski gestand seine Niederlage umgehend ein. "Liebe Freunde, diesmal haben wir nicht gewonnen", sagte der 62-Jährige. "Die Einwohner eines freien und demokratischen Polens haben es so entschieden, deshalb gratuliere ich meinem Kontrahenten."

Auch die in Polen einflussreiche katholische Kirche gratulierte Duda, der als Verteidiger konservativer Werte auftritt, zum Wahlsieg. Duda hatte im Wahlkampf vor allem soziale Verbesserungen versprochen, auch wenn dies nicht zum Kompetenzbereich des Präsidenten gehört. Unmittelbar vor der Wahl stellte sich auch die Gewerkschaft Solidarnosc hinter Duda.

Der Europaabgeordnete trat als Kandidat der nationalkonservativen Oppositionspartei Recht und Gerechtigkeit (PiS) an. Dudas Sieg wird von Beobachtern auch als Weichenstellung für ein starkes Abschneiden der PiS bei der Parlamentswahl im Herbst gedeutet.

Unangefochtener PiS-Chef ist der ehemalige Regierungschef Jaroslaw Kaczynski. Der europaskeptische Zwillingsbruder des im Jahr 2010 bei einem Flugzeugabsturz in Russland gestorbenen früheren Präsidenten Lech Kaczynski macht keinen Hehl aus seinen Ambitionen, wieder an die Macht zurückzukehren. Polen wird seit acht Jahren von der liberalen PO regiert.

Brok: Wahl ist "Warnsignal"

Der Vorsitzende des Außenausschusses im Europaparlament, Elmar Brok, deutete die Wahl als "Warnsignal für die Parlamentswahl". Duda habe vollmundige Wahlversprechen gemacht, sagte er dem "Tagesspiegel" aus Berlin vom Dienstag. Er gehe aber nicht davon aus, dass die PiS im Herbst in der Lage sein werde, eine Regierungskoalition zu schmieden.

Russlands Staatschef Wladimir Putin gratulierte Duda in einem Telegramm. Er wünsche sich "konstruktive Beziehungen" zu Polen, schrieb er. Die Beziehungen zwischen beiden Ländern sind wegen des Ukraine-Konflikts derzeit ausgesprochen angespannt.

Die Wähler hätten der PO einen Denkzettel verpasst, schrieb die Zeitung "Polska The Times". Das konservative Blatt "Rzeczpospolita" sprach von einer "Lektion". Auch die linksliberale "Gazeta Wyborcza" rechnete mit einer erstarkten PiS bei der Parlamentswahl im Herbst.

Präsident beeinflusst Außenpolitik

Der Wahlausgang spiegelt Experten zufolge den Wunsch vieler Polen nach einem Wechsel und einem neuen Gesicht an der Spitze des Landes wieder. Viele beklagen eine zunehmende soziale Ungerechtigkeit und die ungleiche Verteilung des wachsenden Wohlstands.

Als Präsident ernennt Duda den Zentralbankchef und ist Oberbefehlshaber der Streitkräfte. Zudem koordiniert er mit dem Außenminister die Außenpolitik, unterzeichnet Gesetzesbeschlüsse und kann eigene Gesetzesvorstöße unternehmen. Das verschafft ihm und seiner Partei Spielraum, Einfluss auf Polens Beziehungen zur EU zu nehmen.

Dudas Sieg und der potentielle Erfolg seiner europaskeptischen Partei bei den Parlamentswahlen im Herbst nährt nun die Sorge in der EU, dass die sechstgrößte Volkswirtschaft in der Staatengemeinschaft die Beziehungen nach Brüssel und anderen westeuropäischen Hauptstädten abkühlen wird.

Die Bürgerplattform PO von Ewa Kopacz hat enge Beziehungen zu Deutschland aufgebaut und sich stets für ein EU-freundliches Polen ausgesprochen. Dudas PiS hat in diesen Fragen eine wesentlich skeptischere Agenda. Duda selbst hatte sich im Wahlkampf wiederholt für eine Neuverhandlung der Beziehung zwischen der EU und ihren Mitgliedsstaaten ausgesprochen. EA/AFP/rtr/dsa 26

 

 

 

 

 

Integration. Es ist die Sprache, stupid!

 

Bund und Länder müssen Zuwandererkurse stärker fördern. Integration lohnt sich für ein Einwanderungsland. Gastbeitrag von Ernst Dieter Rossmann, Vorsitzender des Deutschen Volkshochschulverbandes.  Von ERNST DIETER ROSSMANN

 

Viel zu lange hat sich Deutschland dagegen gesträubt, ein Land von Einwanderung und Integration zu sein. Gastarbeiter hieß das Schlüsselwort der Wachstumsökonomie in der alten Bonner Republik. Rot-Grün und Gerhard Schröder waren dann zur Jahrhundertwende ebenso klug wie weitsichtig, eine Zuwanderungskommission unter der Leitung von Rita Süssmuth einzusetzen, bis dato ebenso profilierte wie verdiente CDU-Politikerin und immer noch langjährige Präsidentin des Deutschen Volkshochschulverbandes, die im Juli 2001 wegweisende Empfehlungen zu „Zuwanderung gestalten – Integration fördern“ vorgelegt hat. Die Förderung des Spracherwerbs wird mittlerweile auch von den Gegnern der damaligen Politik als wichtiges Element einer „epochalen Wende“, so Bundesminister de Maizière, anerkannt. Die Integrationskurse als das wichtigste staatlich geförderte Sprach- und Orientierungsangebot für Zuwandererinnen und Zuwanderer feiern jetzt ihr zehnjähriges Bestehen. Mit Recht herrscht große Einigkeit: Es ist eine Erfolgsgeschichte.

Seit 2005 haben bei 1,5 Millionen Teilnahmeberechtigungen über 1,1 Millionen Menschen an den Kursen teilgenommen, darunter rund 320 000 neu Zugewanderte und rund 470 000 Personen, die bereits länger in Deutschland gelebt haben. Lag der Anteil der freiwilligen Teilnehmer aus EU–Ländern 2010 noch bei zehn Prozent, waren es 2014 bereits 45 Prozent – Tendenz: deutlich steigend. Unter den zehn Herkunftsländern mit den meisten Teilnehmern befinden sich sieben EU-Länder. Polen hat die Türkei an der Spitze abgelöst. Am meisten nachgefragt wurden und werden die allgemeinen Integrationskurse mit 600 Stunden Sprachunterricht und 60 Stunden Orientierungskurs. Fast zwei Drittel der Teilnehmer schließen dabei die Sprachprüfungen nach dem Europäischen Referenzrahmen erfolgreich mit dem Niveau B 1 ab. Sie können Sprache fortgeschritten bei der Arbeit, in der Schule und während der Freizeit anwenden. Kurz gesagt: Sie können sich überall und jederzeit gut verständigen.

Größte Trägerorganisation sind die Volkshochschulen in Deutschland mit fast 40 Prozent aller rund 1300 zugelassenen Träger. Finanziert werden die Integrationskurse aus den Mitteln des Bundes, der für das Jahr 2015 bisher 244 Millionen Euro eingeplant hatte und diese jetzt um 25 Millionen erhöht hat. Aber auch die Teilnehmer sind mit einem grundsätzlichen Kostenbeitrag von 1,20 Euro für jede Unterrichtsstunde dabei. Ein besonderes Programm sind die Kurse mit einer Verbindung von berufsbezogener Deutschförderung, beruflicher Qualifizierung und Praktikum, an denen bisher über 130 000 Menschen mit Migrationshintergrund erfolgreich teilgenommen haben.

Eine bessere Arbeitsmarktintegration steht in der Wirkungsforschung zu den Kursen dabei neben signifikanten Erfolgen wie der Erhöhung der Verbundenheitsgefühle mit Deutschland und der verbesserten Teilhabe am gesellschaftlichen Leben durch mehr Kontakte. Basis hierfür ist die verbesserte Sprachkompetenz der Teilnehmer, insbesondere derer mit niedrigem Bildungsniveau. Offensichtlich wirken die Sprachkurse und sie werden von den Teilnehmenden mehrheitlich positiv wahrgenommen, egal ob sie diese freiwillig oder aus Verpflichtung belegen. Trotz des Erfolgs der Kurse muss an drei gravierenden Stellen nachgebessert werden.

Erstens muss das Trägernetzwerk für ein zuverlässiges und differenziertes Integrationsangebot mehr Planungssicherheit erhalten und auch bürokratisch entlastet werden. Nur auf diese Weise können noch höhere Kursqualität, differenzierte Zielgruppenkonzepte und vor allen Dingen ein orts- und zeitnaher Kurszugang entwickelt werden.

Zweitens stehen die sehr hohen Anforderungen an die Qualifikationen und Leistungen der Lehrkräfte, die immerhin einen akademischen Abschluss in Deutsch als Zweitsprache/Fremdsprache oder Gleichwertiges nachweisen müssen, im Widerspruch zu den gegenwärtigen Arbeitsbedingungen, Löhnen und Honoraren. Eine Untergrenze in der Vergütung von 20 Euro pro Unterrichtsstunde ist eine Zumutung und führt im besten Fall zu einem Jahres-Netto-Einkommen von 12 000 Euro und in die Aufstockung über das Arbeitslosengeld II. Gebraucht werden aber besonders gute, langfristig arbeitende und voll auf ihre Arbeit konzentrierte Dozenten. Sie brauchen endlich Anerkennung. Diese hat ihren Preis in einer vernünftigen Bezahlung.

Drittens ist die restriktive Handhabung des Zugangs zu den Sprach- und Integrationskursen ein großes Problem. Flüchtlinge und Menschen mit einer Duldung sind bisher hiervon ausgeschlossen. Kommunen und Länder können nur Behelfsmaßnahmen ergreifen. „Asylbewerbern und Geduldeten werden wir in Zusammenarbeit mit den Ländern den frühen Spracherwerb ermöglichen“, hat die große Koalition versprochen. Aber passiert ist noch nicht viel.

Der nächste „Flüchtlingsgipfel“ der Bundeskanzlerin mit den Ministerpräsidenten der Bundesländer am 18. Juni muss hier den Durchbruch bringen. Oder Deutschland verpasst eine offensichtliche Chance, mit wenig Geld Großes zu erreichen: Mehr Migranten mit guten Deutsch-Kenntnissen als Brücke zu mehr Kontakt, mehr Teilhabe und mehr selbst erarbeitetem Lebensunterhalt, mehr qualifizierte Migranten zum Nutzen unserer Wirtschaft und Gesellschaft. Sprachkurse sind in der Einwanderungsgesellschaft von heute und morgen eine Investition, die sich wirklich lohnt. Es ist die Sprache, stupid!

Ernst Dieter Rossmann ist Vorsitzender des Deutschen Volkshochschulverbandes und Sprecher der Arbeitsgruppe Bildung und Forschung der SPD-Bundestagsfraktion. FR 25

 

 

 

 

 

Manifest der Vielfalt. Ausländer rein: Wie uns Integration gelingen kann

 

Zuwanderer wollen auf der einen Seite Teil des neuen Wir sein, auf der anderen Seite werden sie immer wieder zu „Anderen” gemacht. Wie können sie angesichts dieser dilemmatischen Situation mehr Macht und Einfluss generieren, ihren Platz in der Gesellschaft selber bestimmen? Von Prof. Dr. Haci-Halil Uslucan - Von Haci-Halil Uslucan, wissenschaftlicher Leiter des Zentrums für Türkeistudien und Integrationsforschung (ZfTI) der Universität Duisburg-Essen.

 

Evident ist, dass sozialer Einfluss in einer Gesellschaft oder in einer Gruppe stets von Abhängigkeitsbeziehungen determiniert ist. Gruppen, die mehr Macht haben, die einen hohen Status besitzen, sind eher in der Lage, sozialen Einfluss auszuüben. So ist also mit Blick auf Zuwanderer nicht allein die demographische bzw. numerische Größe einer Gruppe relevant – denn diese werden zahlenmäßig immer größer-, sondern ihre gesellschaftliche Macht.

Historisch lässt sich bspw. dieser Aspekt daran exemplifizieren, dass etwa die Macht der Priester in der Geschichte, der Wissenschaftler, der Banker stets groß war und auch noch ist, gleichwohl ihre tatsächliche Zahl im Vergleich zu der Allgemeinbevölkerung deutlich geringer ist.

Unter diesen Bedingungen, also unter der Bedingung einer hohen Machtausstattung (finanzielle, symbolische Macht) kann auch eine Minderheit von der Norm abweichen, ohne Sanktionen zu befürchten und jenseits der Fremdplatzierung den eigenen Platz in der Gesellschaft skizzieren (Vgl. Moscovici, 1979).

Zuwanderer zwischen “Wir” und “Andere”

Zuwanderer wollen auf der einen Seite Teil des neuen Wir sein, auf der anderen Seite werden sie immer wieder zu „Anderen” gemacht. Wie können sie angesichts dieser dilemmatischen Situation mehr Macht und Einfluss generieren, ihren Platz in der Gesellschaft selber bestimmen?

Individuell ist das möglich, wenn Menschen ein hohes Selbstwertgefühl haben; so ist man weniger anfällig für Konformismus und Beeinflussung und somit resistenter gegen gesellschaftliche Fremdplatzierungen. Ängstliche Menschen dagegen sind eher geneigt, konformistisch zu denken und zu handeln.

Generell ist das Bestreben nach einer Validierung/Bestätigung des eigenen Urteils durch andere stärker ausgeprägt, wenn zum einen Unsicherheit und Ungewissheit hinsichtlich der eigenen Fähigkeiten bestehen; und zum anderen, wenn der zu verhandelnde Gegenstand (der eigene Platz in der Gesellschaft etwa) nicht eindeutig feststellbar, nicht eindeutig messbar ist, wie bspw. soziale Tatbestände und Konstruktionen in modernen Gesellschaften. Dann sind Menschen geneigt, den eigenen Platz in der Gesellschaft durch andere bestimmen zu lassen.

Ein Miteinander von Zuwanderern und Einheimischen

Gerade wenn Personen mit hohem Ansehen in der Mehrheitsgesellschaft bestimmte (gehässige) Diskurse pflegen, so geht von ihnen ein bedeutender Einfluss aus; und zwar insbesondere auf Personen, die sich in bestimmten Fragen unsicher, unschlüssig oder indifferent sind, so etwa, ob die Integration von Migranten gelungen/gescheitert ist, ob Migranten prinzipiell willkommen oder abzulehnen sind, welche gesellschaftliche Rolle ihnen zusteht bzw. welche ihnen zugewiesen werden sollte.

Denn bei Konstanthaltung aller anderen Faktoren ist die Glaubwürdigkeit des Senders die entscheidende Variable für eine Meinungsänderung auf Seiten des Empfängers einer Botschaft.

Von Minderheiten dagegen, die lediglich die Mehrheitsposition wiedergeben, geht kaum ein innovativer Effekt aus – denn sie bieten informativ nichts Neues-, auch wenn sie in der Integrationsdebatte quasi als „Kronzeugen” herangezogen werden, weil ihnen höhere Authentizität durch die Erste-Person-Perspektive unterstellt wird. Personen, die dagegen von der Mehrheitsposition stärker abweichen, beweisen hingegen Mut und zwingen, andere Aspekte sozialer Wirklichkeit zu berücksichtigen, auch wenn diese Meinung nicht geteilt wird.

Gruppennormen werden häufig von typischen Repräsentanten der Eigengruppe konstituiert werden; und zwar sowohl mit Blick darauf, was sie über die Eigengruppe als auch, was sie über die Fremdgruppe kommunizieren.

Prominente Persönlichkeiten sollten Vorbildrollen übernehmen

Deshalb sind vor diesem Hintergrund für die Frage der gelingenden Integration sowohl prominente Menschen mit Zuwanderungsgeschichte als auch einheimische/deutsche Personen des öffentlichen Lebens besonders aufgefordert, durch eine differenzierte Wahrnehmung des jeweils Anderen Vorbildrollen zu übernehmen, um negativen Stereotypisierungen und daraus resultierenden Vorurteilen entgegen zu wirken.

Denn je pluraler und vielseitiger das Bild des „Anderen”, desto geringer ist die Wahrscheinlichkeit, über diese dann stereotypisch im Alltag zu kommunizieren, weil der „Andere” bzw. die Minderheit stets mit verschiedenen Facetten ihres sozialen Seins im Bewusstsein repräsentiert wird.

Deshalb braucht dieses Manifest der Vielfalt sowohl die Zuwanderer, als auch die „Etablierten” bzw. „Einheimischen”, will sie einer pluralen, gleichberechtigten Gesellschaft normative Geltung verschaffen und ihre Akzeptanz in den Köpfen und Herzen verankern. MiG 28

 

 

 

 

Start-ups. Migranten haben mehr Mut zum Gründen als Deutsche

 

Die Industrie- und Handelskammern schlagen Alarm: Das Interesse der Deutschen, ein Unternehmen zu gründen, hat ein neues Allzeittief erreicht. Einziger Lichtblick: Menschen mit Migrationshintergrund. Von Martin Greive

 

Die Deutschen trauen sich laut Umfragen die Gründung eines eigenen Unternehmens eher zu als die Vertreter der Gründer-Nation Amerika. Allerdings nur in der Theorie. In der Praxis scheuen die Deutschen das Risiko einer Unternehmensgründung. Im Jahr 2014 kamen so wenige Interessenten wie nie zuvor zu einem Beratungsgespräch zu den Industrie- und Handelskammern (IHK).

Die Zahl der Gründungsgespräche ging um drei Prozent auf 227.703 zurück. Das ist der vierte Rückgang in Folge und ein neuer Negativrekord. Dies zeigt der "Gründerreport 2015" des Deutschen Industrie- und Handelskammertages (DIHK), der der "Welt" vorliegt. "Deutschland steckt in einer Gründungsmisere", sagt DIHK-Präsident Eric Schweitzer.

Einziger "Hoffnungsschimmer" sind dem Verbandspräsidenten zufolge Gründer mit Migrationshintergrund: Fast jeder fünfte Gründer (19 Prozent) in der IHK-Gründungsberatung hat mittlerweile einen Migrationshintergrund – ein Plus um fünf Prozentpunkte seit dem Jahr 2007.

Die Migranten zeigten sich gut vorbereitet und wollten rasch im Markt Fuß fassen, sagt Schweitzer. So stellen die IHK-Experten fest, dass bei diesen Ratsuchenden ein hoher Wille zur Integration in hiesige Geschäfts- und Gesellschaftsstrukturen herrscht. Allerdings haben sie einige Hürden bei der Unternehmensgründung zu bewältigen.

Großer Nachholbedarf

So sehen 78 Prozent der IHK-Gründungsberater "Qualifikationsbedarf beim kaufmännischen Handwerkszeug", beispielsweise wenn es um Planrechnungen geht. Fast 70 Prozent der Migranten müssten zudem ihre Sprachkenntnisse verbessern, um mit Geschäftspartnern in verhandlungssicherem Deutsch kommunizieren zu können.

"Mehr Welcome-Center und bessere Willkommensstrukturen, die bei den ersten Schritten begleiten, würden Gründern den Einstieg noch erleichtern", sagt Schweitzer. Zudem sei es wichtig, dass Bund und Länder ihr Angebot an Sprachkursen auch für Selbstständige verbessern.

Ohne die Migranten sähe die Gründer-Statistik noch viel trüber aus. Studien bescheinigen Deutschland seit vielen Jahren einen Nachholbedarf bei Unternehmensgründungen. Nach erfolgreichen Start-up-Unternehmern muss man hierzulande mit der Lupe suchen.

Während andere Länder wie die USA immer wieder Tech-Giganten wie Apple, Facebook oder Google hervorbringen, ist Deutschland in diesem Bereich international nur mit SAP vertreten – dessen Gründung inzwischen 43 Jahre zurückliegt.

Fachkräfte suchen Sicherheit

Neben einer offenbar gering ausgeprägten Start-up-Kultur ist die alternde Gesellschaft ein Grund für die geringe Gründungsbereitschaft. Weniger junge Menschen führen zu weniger Unternehmensgründungen. Das spüren auch die Handelskammern: So kommen mehr Gründer im Alter von 45 oder älter zu den Beratungsgesprächen.

Auch die seit Jahren gut laufende Konjunktur sorgt dafür, dass sich der Druck zur Gründung aus der Arbeitslosigkeit lindert. Und Fachkräfte suchen in solchen Phasen immer eher die Sicherheit einer Festanstellung.

In einer schlechten Wirtschaftslage dagegen schießen die Gründungen nach oben: So hatte es im Jahr 2004 noch rund 406.000 Gründungsgespräche gegeben – rund 180.000 mehr als im Jahr 2014. Doch viele dieser Gespräche waren aus der puren wirtschaftlichen Not geboren, weil so viele Menschen damals arbeitslos waren.

Von der Politik umgarnt

Das ist heute anders. So wollen laut Gründerreport zwei Drittel der Interessenten, die ihrer IHK ein Geschäftskonzept vorlegten, vornehmlich aus unternehmerischem Antrieb gründen, weniger aus Mangel an Jobalternativen. Eine "erfreuliche Entwicklung", heißt es im Gründerreport. Sie reiche aber nicht aus, um den Gesamttrend ins Positive zu drehen.

Schweitzer macht dafür auch die Bundesregierung verantwortlich. Zwar umgarnt die Politik seit Jahren junge Unternehmensgründer. Zuerst hatte der frühere Wirtschaftsminister Philipp Rösler (FDP) die Start-up-Szene für sich entdeckt. Und auch sein Nachfolger Sigmar Gabriel (SPD) versucht, durch Förderprogramme und Steuererleichterungen Start-ups das Leben zu erleichtern.

Dennoch sei "die derzeitige Wirtschaftspolitik alles andere als Werbung für Unternehmensgründungen", sagt Schweitzer. Den Unternehmen würde durch den Mindestlohn mehr Bürokratie aufgebürdet. Mit dem Entgeltgleichheitsgesetz und Regulierungen bei Zeitarbeit drohten weitere Belastungen.

Klare Präferenzen

Auf das im Koalitionsvertrag angekündigte Venture-Capital-Gesetz wartet die Branche dagegen seit eineinhalb Jahren. Stattdessen prüft die Bundesregierung die Einführung der Steuerpflicht von Veräußerungsgewinnen bei Streubesitzanteilen an Kapitalgesellschaften, das heißt für Beteiligungen von unter zehn Prozent. Dies würde Beteiligungen für Investoren "unattraktiv machen", warnt der DIHK. Auch in der Unionsfraktion gibt es Widerstand gegen die Pläne aus dem Bundesfinanzministerium.

Wer in Deutschland ein Unternehmen gründen möchte, hat in der Regel klare Präferenzen, in welchen Bereich es gehen soll. Die Industrie ist für Gründerinteressenten wenig interessant. Beliebt sind stattdessen Branchen, in denen im Gegensatz zum Verarbeitenden Gewerbe ein Start auch mit wenig Kapital möglich ist: 84 Prozent aller Interessenten wollen deshalb ein Unternehmen im Bereich Handel und Dienstleistungen gründen.

Darunter sind zunehmend auch Frauen. Ihr Anteil in IHK-Gründerseminaren liegt mittlerweile bei 44 Prozent. Allerdings hakt es auch hier: Viele Frauen haben Probleme, Familie und Selbstständigkeit zu vereinbaren. Häufig entscheiden sie sich deshalb für eine Gründung im Nebenerwerb – obwohl sie eigentlich Vollzeit durchstarten wollen. DW 25

 

 

 

 

 

 

„Vielfalt verbindet“ – Jobcenter und Polizei in Dortmund schließen Partnervereinbarung mit dem Land NRW

 

Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute, der Geschäftsführer des Jobcenters Dortmund, Frank Neukirchen-Füsers, und der Dortmunder Polizeipräsident, Gregor Lange, haben in Dortmund eine Vereinbarung zur Partnerinitiative des Landes „Vielfalt verbindet. Interkulturelle Öffnung als Erfolgsfaktor“ unterzeichnet. „Damit erklären gleich zwei wichtige Dortmunder Akteure sozusagen im Doppelpack, dass sie verstärkt auf Migrantinnen und Migranten sowie auf eine interkulturelle Öffnung ihrer Institutionen setzen“, so Staatssekretär Klute.

 

„Der kompetente Umgang mit kultureller Vielfalt“, so der Staatssekretär weiter, „ist heute für ein erfolgreiches Arbeiten unabdingbar. Eine Verwaltung, in der Menschen unterschiedlichster nationaler Herkunft arbeiten, kann sehr viel professioneller und effektiver mit den Anliegen der Bürgerinnen und Bürger umgehen. Und gleichzeitig stärkt dies bei der Bevölkerung mit Migrationshintergrund das Vertrauen in die staatlichen Institutionen.“

 

Jobcenter-Chef Neukirchen-Füsers ergänzte: „Wir brauchen die interkulturellen Kompetenzen, die die Bewerberinnen und Bewerber mit Migrationshintergrund mitbringen. Der Anteil der Dortmunder Bevölkerung mit Migrationshintergrund beträgt knapp 32 Prozent. Hier sehen wir uns in der gesellschaftlichen Verpflichtung, den Menschen entsprechend auch Raum innerhalb unserer Belegschaft zu geben.“ Das Jobcenter setzt auf hausinterne Schulungen zur interkulturellen Kompetenz und will die Fremdsprachenkenntnisse der Beschäftigten verstärkt in der Beratung der Jobcenter-Kundinnen und -Kunden einsetzen.

Polizeipräsident Lange schloss sich dem an. „Bei uns werden bereits seit Jahren sehr erfolgreich Beamtinnen und Beamte mit Migrationshintergrund eingesetzt. Die Vielfalt in Sprache und Kultur, die sie in den polizeilichen Alltag einbringen, ist eine große Bereicherung für unsere Arbeit. Daher ist es für mich selbstverständlich, dieser wichtigen Landeskampagne beizutreten.“ Das Polizeipräsidium will beispielsweise weiter gezielt Migrantinnen und Migranten für den Polizeidienst anwerben und über vielfältige Veranstaltungen das Thema Interkulturalität in den Berufsalltag der Beamtinnen und Beamten wie auch in die Ausbildung der Anwärterinnen und Anwärter einbeziehen.

 

Als Schirmherr der Partnerinitiative des Landes „Vielfalt verbindet. Interkulturelle Öffnung als Erfolgsfaktor“ wirbt Staatssekretär Klute für die interkulturelle Öffnung von Behörden, Verbänden und Unternehmen in Nordrhein-Westfalen: „Es ist mir ein besonderes Anliegen, die Chancen von Eingewanderten in der Arbeitswelt zu stärken und unsere Institutionen für die Realität der Einwanderungsgesellschaft zu öffnen“.

 

Der Landesinitiative haben sich bereits zahlreiche Partner angeschlossen: Der Westdeutsche Rundfunk, der Landschaftsverband Rheinland, der Landesverband der Volkshochschulen NRW, der Paritätische Wohlfahrtsverband in NRW, die Bezirksregierung Arnsberg, die Städte Duisburg, Gelsenkirchen und Solingen sowie die Städtekooperation des Ruhrgebiets „Integration. Interkommunal“ und die Kreisverwaltungen Soest und Lippe, die Jobcenter Duisburg und Städteregion Aachen, die Polizei Gelsenkirchen, das Multikulturelle Forum in Lünen und der Caritas Verband für den Kreis Unna.

Mehr Informationen: www.interkulturell.nrw.de 27

 

 

 

 

Gut leben in Deutschland. Im Dialog mit der Bundeskanzlerin

 

Am kommenden Montag (heute, ndr) diskutiert Bundeskanzlerin Merkel in der Berliner Kulturbrauerei mit Bürgerinnen und Bürgern über Lebensqualität in Deutschland. Damit beginnt die zweite Phase des Bürgerdialogs "Gut leben in Deutschland – was uns wichtig ist".

 

In der kommenden Woche geht der Bürgerdialog in seine zweite Phase. In ganz Deutschland organisieren Vereine, Stiftungen, Kirchen, Sozialverbände, Wirtschaftsvereinigungen und Gewerkschaften Veranstaltungen. Zusätzlich finden Dialogveranstaltungen mit den Mitgliedern der Bundesregierung statt. Den Auftakt macht am Montag, den 1. Juni, Bundeskanzlerin Angela Merkel in

Berlin. Rund 60 Bürgerinnen und Bürger sind eingeladen, mit der Bundeskanzlerin über Lebensqualität in Deutschland zu diskutieren.

Bundeskanzlerin Merkel befragt Bürger

Der Kanzlerin geht es vor allem darum, möglichst viel über die Vorstellung der Bürgerinnen und Bürger von einem guten Leben zu erfahren. Und so wird es diesmal die Bundeskanzlerin sein, die die Fragen stellt. Neben "Was ist Ihnen persönlich wichtig im Leben?" und "Was macht Ihrer Meinung nach

Lebensqualität in Deutschland aus?" soll es auch darum gehen, zu diskutieren, in welchen Bereichen Verbesserungen notwendig sind und wer an bestehenden Situationen etwas ändern kann.

Um Lebensqualität mit all ihren Facetten so umfassend wie möglich zu beleuchten, spiegelt die Teilnehmergruppe der Veranstaltung am Montag einen Querschnitt der deutschen Bevölkerung wider. So sind. alle Altersgruppen vertreten, alle sozialen Schichten sowie alle Bildungsgruppen - immer

entsprechend ihres jeweiligen Anteils in der Bundesrepublik. Aus diesem Grund sind zum Beispiel 47 Prozent der Dialoggäste männlich, 53 Prozent weiblich.

Studienteilnehmer sind zum Bürgerdialog eingeladen

Um diesen Querschnitt zu erreichen, wurden zufällig ausgewählte Teilnehmerinnen und Teilnehmer der Studie "Leben in Deutschland – das sozio-oekonomische Panel" zum Dialog mit Kanzlerin Merkel eingeladen. Die Studie ist eine repräsentative Erhebung privater Haushalte in Deutschland, die seit

1984 jedes Jahr durchgeführt wird. Im Auftrag des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung Berlin befragt TNS Infratest Sozialforschung jährlich mehr als 25.000 Menschen in rund 15.000 Haushalten. Eine kleine Auswahl von ihnen hat nun die Gelegenheit mit Bundeskanzlerin Angela Merkel über gutes Leben in Deutschland zu sprechen.

Den Bürgerdialog der Bundeskanzlerin können Sie am Montag, 1. Juni, ab 14 Uhr, auf www.gut-leben-in-deutschland.de im Livestream verfolgen. Auf der Webseite finden Sie außerdem weitere Informationen zum Bürgerdialog "Gut leben in Deutschland – was uns wichtig ist" und spannende Beiträge rund um das Thema Lebensqualität. Außerdem können Sie sich dort auch selbst am Dialog beteiligen und Ihre Antworten auf die beiden zentralen Fragen abgeben. Jede Antwort zählt! Pib 29

 

 

 

 

Niedrigste Geburtenrate weltweit - Demografischer Abwärtstrend gefährdet

 

Standort Deutschland Deutschland ist bei der Geburtenrate nicht nur in Europa, sondern mittlerweile sogar weltweit das Schlusslicht. Das ist eines der Ergebnisse des BDO International Business Compass (IBC), einer gemeinsamen Studie der BDO AG Wirtschaftsprüfungsgesellschaft und des Hamburgischen WeltWirtschaftsInstituts (HWWI), mit dem diesjährigen Schwerpunkt Arbeitsmarktperformance. „Im weltweiten Wettbewerb ergeben sich daraus erhebliche negative Konsequenzen für die Attraktivität und Leistungsfähigkeit Deutschlands als Wirtschaftsstandort“, befürchtet Prof. Dr. Henning Vöpel, Geschäftsführer des HWWI. „Der Bevölkerungsanteil der für den Haupterwerb relevanten Altersgruppe der 20- bis 65-Jährigen wird nach UN-Prognosen bis zum Jahr 2030 von aktuell etwa 61 Prozent auf nur noch 54 Prozent schrumpfen.“

Damit wird dann auf eine Person im erwerbsfähigen Alter fast eine Person aus dem Spektrum der wirtschaftlich Abhängigen kommen. In keinem anderen Industrieland verschlechtert sich dieser Trend trotz des Zustroms an jungen Arbeitsimmigranten so stark wie in Deutschland.

„Als unmittelbare Folge drohen die Lohnnebenkosten weiter zu steigen. Mittelbar verstärkt die Demografie das Problem des Fachkräftemangels. Ohne starke Arbeitsmärkte als zentralen Standortfaktor kann Deutschland seinen wirtschaftlichen Vorsprung auf Dauer nicht aufrechterhalten“ prognostiziert Dr. Arno Probst, Mitglied des Vorstands der BDO AG Wirtschaftsprüfungsgesellschaft. „Die Zuwanderung junger Fachkräfte aus dem Ausland erscheint vor diesem Hintergrund als unverzichtbares Stabilisierungsinstrument. In der häufig emotional geführten Immigrationsdebatte sollte auf diesen objektiven Tatbestand wieder stärker hingewiesen werden.“ Auch die Erwerbstätigkeit der Frauen muss verstärkt gefördert werden, um die wirtschaftliche Leistungsfähigkeit zu sichern.

Der BDO International Business Compass (IBC) ist ein Index zur Bestimmung der Attraktivität internationaler Standorte für Unternehmen, den die BDO AG Wirtschaftsprüfungsgesellschaft zusammen mit dem Hamburgischen WeltWirtschaftsInstitut (HWWI) 2015 bereits zum vierten Mal veröffentlicht. Die frei zugängliche, erweiterte Recherchemöglichkeit ist abrufbar unter www.bdo-ibc.de. Bdo 29

 

 

 

 

Diskiminierung von Ausländern? EU plant offenbar Klage gegen Pkw-Maut

 

Das Hängen und Würgen ums Lieblingskind der CSU geht weiter. Ob die Pkw-Maut wie geplant 2016 starten kann, ist ungewiss, denn die EU-Kommission will Deutschland laut Medienbericht verklagen.

Die EU-Kommission geht rechtlich gegen die auch in Deutschland umstrittene Pkw-Maut vor. Dies berichtet die Zeitung „Die Welt“ und zitiert hochrangige Kommissionskreise mit den Worten: „Wir werden gegen Deutschland ein Vertragsverletzungsverfahren wegen der Pkw-Maut einleiten, weil sie ausländische Fahrer diskriminiert und damit gegen EU-Recht verstößt.“

Dem Bericht zufolge beginnt das Verfahren, das in einer Klage vor dem Europäischen Gerichtshof münden kann, möglicherweise noch vor Beginn der Sommerpause Anfang August. Dies hänge auch davon ab, wann der Text im deutschen Gesetzesblatt veröffentlicht wird. Der Bundesrat hatte Anfang Mai das Prestigeprojekt der CSU gegen den Widerstand mehrerer Bundesländer gebilligt.

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Maut soll 2016 starten

Die Abgabe soll im Laufe des nächsten Jahres kommen. Inländer zahlen dann für Autobahnen und Bundesstraßen eine Jahresmaut, die nach Größe und Umweltfreundlichkeit des Autos gestaffelt ist, im Schnitt 74 Euro. Ausländer sind nur auf Autobahnen mautpflichtig, für sie gibt es auch eine Zehn-Tages- oder eine Zwei-Monats-Maut.

Brüssel hatte bereits angekündigt, die Maut genau unter die Lupe zu nehmen. Denn die Abgabe zahlen unterm Strich nur die ausländischen Fahrer, Inländer sollen ihr Geld über eine niedrigere Kfz-Steuer zurückbekommen. Das EU-Recht untersagt aber die Benachteiligung von Ausländern. Bundesverkehrsminister Alexander Dobrindt (CSU) hat stets betont, in Gutachten sei nachgewiesen, dass die Maut im Einklang mit europäischem Recht stehe.

EU äußert sich ausweichend

EU-Kommissionssprecher Jakub Adamowicz erklärte auf Anfrage der Deutschen Presse-Agentur zu dem Thema lediglich: „Für die Europäische Kommission ist von großer Bedeutung, dass bei der Einführung der PKW-Maut das Prinzip der Nicht-Diskriminierung beachtet wird.“ Generell begrüße die Behörde, dass die Pkw-Maut nach dem Verursacherprinzip funktionert und die Autofahrer zur Finanzierung von Straßen heranzieht.

Nach Abzug der Systemkosten soll die Maut laut Verkehrsministerium jährlich 500 Millionen Euro einbringen. Kritiker bezweifeln dies. Union und SPD hatten die Abgabe im Koalitionsvertrag vereinbart.  Dpa/faz 30

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen zum Juni 2015

 

Die Mietpreisbremse trägt dazu bei, dass Mieten in Ballungsräumen bezahlbar bleiben. Produkte mit gefährlichen Inhaltsstoffen müssen besser gekennzeichnet werden. Der Dienst bei der Bundeswehr wird attraktiver. Polnische Holocaust-Überlebende erhalten deutsche Rente direkt.

 

Verbraucherschutz. Wohnen bleibt bezahlbar

Mit der Mietpreisbremse bleibt das Wohnen bezahlbar: In Ballungsräumen trägt sie dazu bei, dass Mieten auch für Normalverdiener erschwinglich bleiben. Neubauten sind ausgenommen. So soll der Anreiz für Investitionen in den Wohnungsmarkt erhalten bleiben. Außerdem gilt im Maklerrecht künftig: "Wer bestellt, der bezahlt." Das Gesetz tritt zum 1. Juni 2015 in Kraft.

 

Bessere Kennzeichnung von gefährlichen Inhaltsstoffen

Backofensprays, Geschirrreiniger-Tabs, Lacke und Klebstoffe: Ab Juni 2015 sind gefährliche Gemische von Chemikalien neu eingestuft und weltweit einheitlich zu kennzeichnen. Zum Schutz der Verbraucher sollen Verpackungen deutlicher auf die Gefahren der Inhaltsstoffe aufmerksam machen und  Informationen über die sichere Verwendung liefern.

Grundlage ist die europäische Verordnung über die Einstufung, Kennzeichnung und Verpackung von Stoffen und Gemischen ("CLP-Verordnung") von 2008.

 

Bundeswehr. Dienst bei der Bundeswehr wird attraktiver

Die Bundeswehr braucht für ihre Aufgaben qualifizierte, motivierte und belastbare Soldatinnen und Soldaten sowie Zivilbeschäftigte. Sie steht im Wettbewerb um qualifiziertes Fachpersonal mit anderen Arbeitgebern. Deshalb hat sie den Dienst attraktiver gestaltet. Die Leistungen gehen weit

über Besoldung und Versorgung hinaus. Besonderes Gewicht hat die bessere Vereinbarkeit des Dienstes mit familiären Verpflichtungen.

Das Gesetz ist in großen Teilen am 23. Mai 2015 in Kraft getreten.

 

Rente. Rentenzahlungen nach Polen

Deutsche Renten können ab 1. Juni direkt an Holocaust-Überlebende in Polen ausgezahlt werden. Sie erhalten damit einen sozialversicherungsrechtlichen Ausgleich, der Arbeitsleistungen in einem NS-Ghetto berücksichtigt. Die Deutsche Rentenversicherung hat alle bekannten möglichen Berechtigten

angeschrieben und ihnen einen Antragsvordruck zugesandt. pib. 28

 

 

 

 

SPD-Konferenz „Verantwortungsvolle Flüchtlingspolitik“ mit Sigmar Gabriel

 

 Flüchtlinge aus den Krisenregionen der Welt suchen in Europa Schutz und Zuflucht. Flüchtlingspolitik ist Europapolitik, Flüchtlingspolitik ist Bundes-, Landes- und vor allem Kommunalpolitik. Was muss auf welcher Ebene geschehen, damit wir dem humanitären Anspruch und dem Selbstverständnis der Sozialdemokratie auch in Zukunft gerecht werden können? Zu den Herausforderungen verantwortungsvoller Flüchtlingspolitik veranstaltet die SPD am 04. Juni in Berlin eine Konferenz.

 

Es diskutieren und sprechen u.a.: der SPD-Vorsitzende Sigmar Gabriel, der Ministerpräsident der Republik Malta Joseph Muscat, die Ministerpräsidentin des Landes Rheinland-Pfalz Malu Dreyer, der SPD-Fraktionsvorsitzende Thomas Oppermann, die stellvertretende Vorsitzende der SPD und Flüchtlingsbeauftragte der Bundesregierung Aydan Özo?uz, der Präsident der Arbeiterwohlfahrt Wilhelm Schmidt und der Oberbürgermeister der Landeshauptstadt Mainz Michael Ebling. Die Konferenz wird moderiert von Daniela Milutin.

 

SPD-Konferenz „Verantwortungsvolle Flüchtlingspolitik - Jetzt!“

Donnerstag, 04. Juni 2015, 12:00 Uhr bis 14:00 Uhr,

Willy-Brandt-Haus, Wilhelmstraße 141, 10963 Berlin.

Die Veranstaltung wird im Internet per Livestream übertragen unter: spd.de.

Wir bitten um verbindliche Anmeldung bis Mittwoch, den 03. Juni 2015, 10:00 Uhr, unter http://presseanmeldung.spd.de. dip