WEBGIORNALE   26  GENNAIO - 8 febbraio  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Immigrazione. Sempre più carrette della speranza salpano per la rotta Egeo-Jonica  1

2.       Commemorazione ad Auschwitz, settant'anni dopo. La Polonia non invita Putin  1

3.       Il 27 gennaio Giornata della Memoria. Dalla memoria della Shoah la sfida per la pace  2

4.       L'Europa nel 2015  2

5.       Europa. Schengen e la difesa dalle minacce del terrorismo  3

6.       Alcuni risultati del Semestre di Presidenza italiana dell'UE in pillole  3

7.       Erasmus oltre l'Europa. Gli studenti potranno andare anche negli altri continenti 4

8.       L’incontro bilaterale. Renzi-Merkel, incontro sotto il David. Il premier: «Bene Bce, ora riforme»  4

9.       Il vertice bilaterale di Firenze  5

10.   Bundesbank, Weidmann all'attacco del Qe: "Comporta rischi e svantaggi"  5

11.   Pegida, genesi di un movimento anti islamico  5

12.   La Giornata della Memoria a Monaco di Baviera e a Francoforte  6

13.   L’emigrazione italiana a Berlino. Dal 2010 forte accelerazione  6

14.   Benvenuti in Assia  7

15.   Mannheim. Giornata di studio sull’emigrazione il 2 febbraio  7

16.   Ricevimento del Console Generale in Baviera  7

17.   Le recenti trasmissioni di Radio Colonia  7

18.   L’artista Peppe Voltarelli ha raccontato la Calabria all’IIC di Amburgo  8

19.   Queste alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco e dintorni: 8

20.   La nuova immigrazione italiana in Germania  9

21.   Monaco di Baviera. Gruppo Ergo: Offriamo lavoro in Germania ed in Italia  10

22.   ICE-Agenzia presenta all'IPM 2015 produttori di piante provenienti dal Sud Italia  10

23.   Partecipazione italiana alla fiera Bau 2015 di Monaco di Baviera  10

24.   Fernando Grasso corrispondente consolare a Kempten  10

25.   Halt! Si parla solo tedesco  11

26.   Il senatore Micheloni a Berlino ospite del Circolo PD  11

27.   In rete il numero 1/2015 di Rinascita Flash, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera  11

28.   Ad Amburgo la personale di Wainer Vaccari "A volte tornano..."  11

29.   Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: il Mondo delle favole  12

30.   Rinnovo Comites: meno di due mesi per iscriversi negli elenchi degli elettori 12

31.   Unione europea. Commissione più sensibile alla flessibilità  12

32.   Il bazooka di Draghi 13

33.   Risorse e ambiguità. Cosa manca nella lotta al terrore  13

34.   La nuova flessibilità europea  14

35.   Davos termina senza una idea guida. I guru hanno le armi spuntate  14

36.   L'Europa tiene?  14

37.   Paolo Gentiloni: “Un'unica intelligence europea”  15

38.   La Politica  15

39.   La corsa per la presidenza della Repubblica  16

40.   Veti, agguati e parlamento fermo. La trattativa è una giungla  16

41.   L’anno Europeo dello sviluppo  16

42.   Riforme. Il Quirinale. La nebbia sull’irto colle  17

43.   Quattro note sull’impegno per la pace e i diritti umani 17

44.   Profeti 17

45.   Quirinale e primarie. Pd infuocato  18

46.   Nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato  18

47.   La corte di Strasburgo: i nonni hanno diritto di vedere la nipote  18

48.   Rinnovo Comites  18

49.   Rodotà: "Ripartiamo dal basso, senza la zavorra dei partiti"  19

50.   Il fondo  20

51.   Italicum, nel Pd lo scontro finale. Grillo insulta. Salvini anche  20

52.   Cyber war The Interview, quando la guerra diventa informatica  20

53.   La crisi raddoppia il patrimonio alle dieci famiglie più ricche di 20 milioni di italiani 21

54.   La meta  22

55.   Colle, le mosse di Civati. Renzi ha bisogno di Bersani 22

56.   I nomi dei mesi 22

57.   L'Italia ha scelto: niente cibi ogm   23

58.   Venticinque anni di attività del Consiglio Generale. Pubblicata una raccolta degli atti e dei documenti del CGIE  23

59.   Garavini (PD): “Il Governo intende affrontare la questione dei programmi RAI criptati all’estero”  23

60.   Roma l’11 febbraio la riunione della Conferenza Stato Regioni 24

61.   Bianco, maschio e “narciso”  24

62.   La coerenza  24

63.   Bce, acquisti di titoli per 60 mld al mese  25

64.   Al via la nona edizione del premio Pietro Conti “Scrivere le migrazioni”  25

65.   Giovani medici in fuga all'estero, fino a 1000 l'anno  25

66.   IcoN, aperte fino al 28 febbraio le iscrizioni al corso di laurea online per cittadini stranieri e italiani residenti all’estero  25

 

 

1.       Migrationsbericht 2013. Mehr Zuwanderer kommen nach Deutschland  26

2.       Migrationsbericht. Einwanderung so hoch wie seit 20 Jahren nicht mehr 26

3.       Migrationsbericht entfacht Debatte. Braucht Deutschland ein neues Einwanderungsgesetz?  26

4.       Merkel trifft Renzi. Im Schatten des großen Davids  27

5.       Davos. Renzi: Schritte der EZB werden ein Zeichen setzen  27

6.       Italien, zynisch  27

7.       Draghi, der Bankenretter 27

8.       Charlie Hebdo als Wendepunkt der Weltpolitik? Was Europa tun kann  28

9.       Die Ohnmacht der Geheimdienste. Warum der Terrorismus so nicht auszutrocknen ist 28

10.   EU-Außenminister wollen Anti-Terror-Allianz mit arabischen Staaten  29

11.   Neue Chance für Gerechtigkeit und Frieden?  29

12.   Merkel bietet Russland Handelsabkommen an  30

13.   ILO-Bericht: Weltweite Arbeitslosigkeit steigt in den nächsten fünf Jahren weiter 30

14.   Ghanaischer Staatspräsident in Berlin. Merkel unterstützt Kampf gegen Boko Haram   30

15.   Boko Haram: Der Terror weitet sich aus  31

16.   Ukraine-Krise. Rückzug schwerer Waffen vereinbart 31

17.   Historiker Paul Nolte. Pegida ist ein regional und zeitlich begrenztes Phänomen  32

18.   100 Islamisten-Zellen im Visier deutscher Behörden  32

19.   Studie. Migrationshintergrund erschwert Suche nach Ausbildungsplatz  33

20.   Erste Studie über "Pegida"-Anhänger. Nur jeder Vierte demonstriert wegen “Islamisierung”  33

21.   Ossi-Diskriminierung. Nicht nur Migranten haben es schwer, auch Ostdeutsche massiv unterrepräsentiert 33

22.   Auch der „Verriss“ einer Zeitung ist eine Attacke auf unsere freiheitlich  34

23.   Ausstellung. “Immer bunter. Einwanderungsland Deutschland”  34

24.   Frankfurt. Erinnerung an die Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz  35

25.   IIC-Köln. Holocaustgedenktag, Doichlanda und „Il caciocavallo di bronzo“  35

 

 

 

Immigrazione. Sempre più carrette della speranza salpano per la rotta Egeo-Jonica

 

Izmir, Mersin, Antalya, Istanbul. La rotta est-mediterranea che punta all’area Schengen comincia in Turchia.

 

L’Ezadeen, il cargo bestiame battente bandiera della Sierra Leone approdato a Corigliano Calabro lo scorso 2 gennaio con 450 migranti a bordo, è soltanto l’ultimo dei mercantili soccorsi dalla Guardia Costiera dopo essere stati abbandonati a poche miglia dalle coste italiane cariche di migranti e senza equipaggio.

 

Tre giorni prima era stata la volta della Blue Sky, con 797 profughi a bordo. Sia l’Ezadeen che la Blue Sky erano partite dalla Turchia.

 

Proprio come il Merkur, il cargo stipato di 800 migranti, prevalentemente siriani, abbordato da una motovedetta costiera il 20 dicembre scorso a largo di Pozzallo. O il Carolyn Assense, arrugginito mercantile salpato da Mersin, in Anatolia e lasciato alla deriva a largo delle coste siciliane con 700 migranti a bordo.

 

Una sfilza di casi che le capitanerie di porto italiane rilevano per la prima volta il 28 settembre 2014, quando un mercantile senza codice navale, partito dalla Turchia approda a Crotone con 364 migranti siriani a bordo.

 

Da allora, le autorità costiere italiane e greche hanno contato 15 casi di navi mercantili decrepite e battenti bandiere disparate, tutte partite dalla Turchia, tutte stipate all’inverosimile di profughi e tutte abbandonate alla deriva in acque Sar (Search and Rescue) italiane.

 

Turchia, crocevia per l’ingresso in Europa

Già nel 2008, Frontex descriveva la Turchia come il crocevia per l’ingresso irregolare dei migranti in Europa.

 

Se però, fino al fino al 2012, il 40% degli sconfinamenti irregolari avveniva lungo la frontiera terrestre turco-greca, nell’ultimo biennio, l’inasprimento dei controlli predisposti da Atene con il sostegno di Frontex al confine con la Turchia, ha causato il progressivo spostamento della rotta verso aree meno presidiate come il confine terrestre turco-bulgaro e la rotta egea.

 

Secondo le autorità greche, soltanto nel 2014 più di 14 mila persone - di cui oltre il 90% in fuga dalla Siria - hanno cercato di raggiungere l’Europa salpando da piccole isole egee utilizzate dai trafficanti come basi logistiche e proseguendo il viaggio su piccole imbarcazioni attraverso il Mar Egeo.

 

È in questo contesto di continua ridefinizione delle rotte battute dai trafficanti che si inserisce la diramazione Egeo-Jonica emersa negli ultimi mesi. Un percorso nuovo, esclusivamente marittimo e senza pit-stop insulari intermedi, diventato fondamentale soprattutto da quando l’Egitto - fino a qualche mese fa principale paese di partenza dei profughi siriani - ha cominciato a inasprire i controlli lungo la frontiera orientale, rendendo più complicato il superamento del confine.

 

Da allora, i flussi sono tornati a orientarsi verso la Turchia, da dove si diramano due tragitti principali: quello marittimo che punta all’Italia e quello terrestre che, attraverso i Balcani, punta alla Germania.

 

A gestire il business delle traversate ci sono gruppi criminali turchi e siriani di media o piccola stazza attivi anche in Svezia, Germania e Italia e specializzati nel reclutamento dei migranti anche tramite internet e spavalde operazioni di web-marketing.

 

Le partenze, stando a quanto raccontato dai migranti siriani scesi dalla Blue Sky, si ripetono con cadenza regolare da ogni città portuale della Turchia, in particolare da Mersin, località costiera ben collegata con il porto siriano di Latakia. È da qui che comincia la traversata dei profughi siriani.

 

Libano, restrizioni ai profughi siriani

Secondo Joel Millman, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, “l’ovvia prevedibilità dei flussi di profughi intenzionati a fuggire dalla Siria sta consentendo ai trafficanti una pianificazione efficiente delle attività basata su un flusso garantito e certo di clienti”.

 

Una tendenza alimentata anche dalla recente decisione del Libano di introdurre l’obbligo di visto per i cittadini siriani che cercano rifugio nei dintorni di Beirut. Questa misura potrebbe aumentare la richiesta di servizi ai trafficanti che operano dalle città costiere turche.

 

Izabelle Cooper, portavoce di Frontex, ha provato a quantizzare il giro d’affari. Soltanto dai due mercantili intercettati nell’ultima settimana in acque italiane sarebbero stati ricavati circa 7 milioni di euro.

 

“In media i cargo in disarmo costano al massimo 300 mila euro. Consideriamo solo gli ultimi due casi: 797 persone a bordo della Blue Sky M e 450 sulla Ezadeem. Ogni passeggero ha pagato 6 mila euro, in totale i trafficanti hanno intascato quasi 7,5 milioni di euro. Sottraiamo i 600 mila euro - cifra ipotizzata al rialzo pagata per i due mercantili - e il guadagno è di 6,9 milioni di euro”.

 

Viminale parla con Grecia e Turchia

Gli alti profitti e i bassi rischi di intercettazione rendono questa modalità operativa particolarmente allettante per i trafficanti.

 

Per questo il Viminale ha avviato una cabina di regia per fronteggiare il fenomeno puntando a due obiettivi principali: obbligare Ankara a fermare i mercantili sospetti che salpano dalla Turchia e spingere la Grecia a un pattugliamento più efficace delle proprie acque territoriali.

 

Linea che è valsa l’endorsment di Dimitri Avramopoulos, commissario Ue per l’immigrazione che ha ribadito la necessità stringente di “un’azione decisa e coordinata a livello europeo”.

 

Dichiarazione che sa di déjà vu e che non ha fatto alcun riferimento al dato più evidente di questo nuovo flusso: la provenienza delle persone che pagano migliaia di dollari per salpare su cargo arrugginiti alla volta dell’Italia.

 

Quasi tutti profughi siriani della classe media, disposti a spendere cifre ragguardevoli pur di scampare all’eccidio siriano. Una tendenza che l’UNHCR, a giugno 2014, ha stimato complessivamente intorno ai 3 milioni e che ha portato i siriani a diventare il primo gruppo di rifugiati su scala mondiale.

Enza Roberta Petrillo, ricercatrice, AffInt 19

 

 

 

 

Commemorazione ad Auschwitz, settant'anni dopo. La Polonia non invita Putin

 

Parteciperanno oltre 300 superstiti del campo e i rappresentanti di 38 paesi, compresi Hollande, Poroshenko, per l'Italia Grasso e dagli Usa il segretario del Tesoro Jack Lew - di KATIA RICCARDI

 

VARSAVIA - Il 27 gennaio 1945 i soldati dell'Armata Rossa sovietica liberarono il campo di concentramento tedesco di Auschwitz, ad ovest di Cracovia, nel sud della Polonia. Mentre si avvicinavano, le SS iniziarono l'evacuazione. Circa 60 mila prigionieri furono costretti a marciare verso ovest, la maggior parte, per lo più ebrei, verso la città di Wodzislaw nella parte occidentale dell'Alta Slesia. Migliaia di persone furono uccise in fretta nei giorni precedenti, il più possibile. Durante la marcia della morte le SS spararono a quelli che, stremati, non potevano continuare a camminare. Gennaio, gelo, fame. Morirono in più di 15 mila. Quando entrò, settant'anni fa, l'esercito sovietico trovò e liberò oltre 7 mila sopravvissuti, malati e moribondi. Si stima che circa 1,3 milioni di persone siano state deportate ad Auschwitz tra il 1940 e il 1945. Di queste, almeno 1,1 milioni sono state assassinate.

 

Nel 1996, il presidente tedesco Roman Herzog ha dichiarato la stessa data giornata nazionale della Memoria. Da allora la cerimonia di commemorazione si svolge ogni anno al Bundestag, dove i testimoni dell'Olocausto vengono invitati a parlare, i rappresentanti e i capi di Stato a rappresentare il mondo che non deve dimenticare. Per i 70 anni dalla liberazione di Auschwitz, la Russia non è stata formalmente invitata. Il presidente russo Vladimir Putin non si unirà agli altri leader mondiali. E' l'ombra causata dalla sua posizione nel conflitto in Ucraina. Non è stato invitato, non formalmente.

 

Sarà invece il vice primo ministro russo Serghiei Ivanov a rappresentare di Mosca ad Auschwitz. Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha confermato. "Non c'è stato un invito ufficiale" indirizzato al palazzo presidenziale. "C'è stata una lettera del direttore del museo di Auschwitz, all'ambasciatore russo in Polonia, che annunciava la cerimonia e aggiungeva che se volevamo partecipare avremmo dovuto far sapere chi sarebbe andato", ha aggiunto il ministro. "Un invito di questo genere non prevede una risposta obbligatoria", ha insistito Lavrov. La cerimonia - ha dichiarato - "non figura sull'agenda del presidente russo". Il mondo sta dimenticando, perché la Russia, qualsiasi sia la divisione politica attuale, fu la prima ad entrare tra quei campi di morte.

 

Auschwitz, Polonia, uno dei Paesi più critici nei confronti di Mosca sulla crisi Ucraina. Mosca dalla sua considera il gesto di Varsavia una mancanza di rispetto. Molti ebrei uccisi nell'Olocausto erano cittadini sovietici. "La vittoria sul nazismo dipese dall'impegno collettivo di molti Paesi, gli alleati in Occidente, ma anche l'esercito sovietico", ha detto una fonte diplomatica, un alto livello della comunità ebraica europea, che ha parlato a condizione di anonimato. "La scelta di escludere un Paese per questioni politiche è una vergogna nei confronti dell'Olocausto e della giornata per non dimenticarlo".

 

La Polonia non si sbilancia. Il ministero degli Esteri si è limitato a dire di non essere l'organizzatore della manifestazione, ma anche che nessun Paese è stato escluso dalla partecipazione. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha preso tempo nell'attesa che i rapporti diplomatici sciogliessero il nodo di una matassa irritabile. Ma è un periodo teso. Varsavia ha incitato gli altri membri dell'Unione Europea ad emettere sanzioni più severe nei confronti della Russia e spinto la Nato a una risposta più ferma. Mosca ha reagito vietando l'importazione di molti prodotti alimentari polacchi.

 

Gli inviti formali alle delegazioni estere sono stati inviati dall'Auschwitz-Birkenau State Museum e dall'International Auschwitz Council. Il governo polacco ha inviato solo una nota informativa. Non formale. La fonte, coinvolta nei negoziati, ha detto che la maggior parte dei Paesi, dopo aver ricevuto la nota informativa, hanno chiesto chiarimenti alla Polonia, per poi decidere di inviare ad Auschwitz delegazioni di alto livello, un capo di governo o capo di Stato, e in alcuni casi entrambi.

 

I partecipanti. Annunciando l'arrivo del vice premier russo, un portavoce del museo ha informato che alla manifestazione commemorativa parteciperanno oltre 300 superstiti del campo e i rappresentanti di 38 paesi, compresi i capi di Stato di Francia, Francois Hollande, di Germania, Joachim Gauck, dell'Ucraina, Petro Poroshenko, nonché della Polonia, Bronislaw Komorowski. Dagli Stati Uniti è atteso il segretario del Tesoro Jack Lew, e sono i attesi pure i reali di Belgio e Olanda. Per l'Italia sarà il Presidente del Senato Pietro Grasso nell'esercizio delle funzioni del Presidente della Repubblica a partecipare, mentre il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto della Vedova rappresenterà il Governo alla cerimonia.

 

"Dobbiamo dirlo chiaramente: è l'ultimo anniversario significativo che possiamo commemorare con un gruppo numeroso di sopravvissuti. Per questo è così importante che i reali, i presidenti, i premier e i rappresentanti di rango delle istituzioni internazionali presenti a Birkenau in occasione della commemorazione ascoltino la voce degli ex prigionieri", ha dichiarato Piotr Cywinski, il direttore del memoriale di Auschwitz.

 

Nella Repubblica Ceca, il presidente Milos Zeman, vicino alla posizione della Russia sull'Ucraina, ha invitato Putin a una più piccola commemorazione dell'Olocausto, prevista per lo stesso giorno dell'evento ad Auschwitz. La Federazione ceca delle Comunità Ebraiche ha però preso le distanze dall'invito. E Putin non andrà neanche lì. KATIA RICCARDI LR 24

 

 

 

 

 

Il 27 gennaio Giornata della Memoria. Dalla memoria della Shoah la sfida per la pace

 

Roma- Memoria e speranza. Sono le due facce del ricordo della Shoah - che si celebra il 27 gennaio, Giorno della memoria - al quale il ministero dell'Interno ha dedicato venerdì 23 gennaio a Roma nell'aula magna della sua sede didattico residenziale la giornata di studio “Oltre i cancelli di Auschwitz: i viaggio con la memoria verso la libertà”.

È il quarto convegno sulla Shoah organizzato dal Ministero nell'ambito del programma nazionale delle celebrazioni, ha ricordato il prefetto Emilia Mazzuca salutando gli alunni di medie e superiori, gli allievi delle scuole di alta formazione pubbliche, delle 5 Forze di polizia, dei Vigili del fuoco, tutti in platea, prima di passare la parola al ministro dell'Interno, Angelino Alfano.

Quest'anno il convegno ha avuto un taglio particolare, centrato sulla liberazione dei prigionieri dai campi di concentramento e sterminio, nel 70° anniversario dell'apertura dei cancelli di Auschwitz-Birkenau avvenuta il 27 gennaio 1945.

I giovani studenti, gli allievi futuri operatori delle istituzioni sono stati i protagonisti dell'evento, al quale hanno partecipato anche i vertici amministrativi: il capo di gabinetto del ministro Luciana Lamorgese, i capi dei dipartimenti delle Politiche del personale e dei Vigili del fuoco Riccardo Compagnucci e Francesco Antonio Musolino.

Ai giovani Alfano ha posto una domanda, indicato tre obiettivi e tre “avversari”, da tenere sempre presenti.

“La pace, raggiunta in Europa dopo la II Guerra mondiale è raggiunta per sempre?” “No” è stata la risposta del ministro, che ha messo in guardia dal “grande errore di considerarla scontata”.

Insieme alla libertà e alla democrazia, gli altri due valori-obiettivo ai quali è legata, la pace è la sfida che “ogni generazione deve raccogliere mettendo in campo tutta la sua energia” per combattere tre “avversari: l'oblio, il silenzio e l'indifferenza”, che può generare fenomeni come il negazionismo.

Dalla lezione dei recenti attentati di Parigi - attualità nel ricordo, evocata a dimostrazione dell'importanza di vigilare sempre contro fondamentalismo e intolleranza - viene una grande lezione politica e morale, ha detto il ministro, ricordando che “il cammino verso quei tre obiettivi non è compiuto”.

Citando il presidente americano Roosvelt e la sua definizione di libertà, che è anche libertà dalla paura, Alfano ha ribadito l'importanza per i paesi, oggi, di “difendere i cittadini da chi alimenta il terrore e la paura”, ribadendo la necessità di “distinguere chi prega da chi spara”.

Una “lettura”, quella del ministro, condivisa dal presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei) Renzo Gattegna, che ha ringraziato in particolare le Forze dell'ordine per il lavoro a tutela della sicurezza e Sami Modiano, sopravvissuto ad Auschwitz, presente oggi per testimoniare.

“Ricordare la Shoah”, secondo Gattegna, “è importante per continuare a vigilare e poter cogliere eventuali minacce di intolleranza, ancora presenti in Europa, Medio Oriente e Africa, alla nostra società democratica e inclusiva”. Senza allarmismi, però. È possibile, infatti, “convivere pacificamente nel rispetto di ogni identità memori del passato, attenti al presente e rivolti al futuro”.

Questo approccio consente di non “immiserire nella ritualità la celebrazione”, come ha ammonito Leone Elio Paserman, presidente della Fondazione Museo della Shoah che ha realizzato per il 70° della liberazione di Auschwitz una mostra al Vittoriano di Roma (28 gennaio-15 marzo). “La memoria rende liberi”, ha detto ai ragazzi Paserman, ed “è premessa e condizione per la nostra libertà, ma va corroborata con la conoscenza”: dei documenti, delle testimonianze.

La liberazione

Grazie al racconto di Modiano sulla deportazione degli ebrei di Rodi e dei suoi mesi ad Auschwitz, e ai documenti mostrati e spiegati dallo storico Marcello Pezzetti, direttore scientifico della Fondazione, si scopre che la liberazione è stata un lungo processo, dall'estate del 1944 al '45, sconvolgente per gli stessi liberati che avevano perso tutto, legato al progressivo accerchiamento del III Reich da parte delle forze alleate Usa, inglesi e russe.

Liberando i campi di concentramento e di sterminio gli eserciti alleati scoprirono le prove dell'orrore che i nazisti in ritirata non erano riusciti a cancellare: camere a gas, crematori, baracche, fosse comuni. Sapevano, ma divulgare allora “non era un obiettivo primario”, come rispose a Pezzetti un militare intervistato.

Lo dimostra l'esistenza di un filmato realizzato dal regista inglese Alfred Hitchcock nell'estate del '45 con il girato delle truppe alleate che entravano nei campi e riprendevano l'inimmaginabile. Quel filmato, trasmesso nel 1997 da Mixer e in questi girni su Raitre, è stato proiettato in aula dopo gli interventi, presentato dal direttore di Rai World, Paolo Corsini.

Nel '45 Churchill, ha spiegato Corsini, non volle trasmetterlo. L'Europa stava dividendosi di nuovo, e il vecchio nemico, la Germania, ora era un importante baluardo contro il nuovo pericolo, la Russia.

Le immagini mostrate oggi sono state accompagnate da brani letti da Francesca Gatto.

 

Interrogazione per onorare le vittime. “Quale indirizzo politico il Governo intenda adottare in relazione alle modalità più opportune per onorare la memoria delle vittime italiane del nazismo e per offrire una forma di riparazione dei loro diritti fondamentali violati, anche d'intesa con la Germania”. Questo l’oggetto dell’interpellanza che la deputata Pd Laura Garavini, eletta in Europa e residente in Germania, ha indirizzato al Presidente del Consiglio Renzi e al Ministro degli Esteri Gentiloni, a pochi giorni dalla Giornata della Memoria, mentre a Firenze è in corso il vertice italo-tedesco. 

“Presso il tribunale di Firenze – ricorda Garavini nella premessa – sono state intentante cause di risarcimento del danno riguardanti la responsabilità civile della Repubblica Federale Tedesca in quanto erede giuridica del Terzo Reich da parte di cittadini italiani o da loro congiunti deportati in Germania durante la Seconda guerra mondiale; il tribunale di Firenze ha chiesto in tre diversi casi alla Corte Costituzionale di vagliare la legittimità costituzionale delle norme del nostro sistema giuridico che impediscono al giudice di processare la Germania in relazione a cause civili di risarcimento del danno riferite alla grave lesione di diritti inviolabili della persona derivanti da crimini di guerra o contro l'umanità (ovvero la «norma prodotta nel nostro ordinamento mediante il recepimento, ai sensi dell'articolo 10, primo comma, Cost.», della consuetudine internazionale accertata dalla Corte internazionale di giustizia (CIG) nella sentenza del 3 febbraio 2012; l'articolo 1 della legge 17 agosto 1957, n. 848 – Esecuzione dello Statuto delle Nazioni Unite, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945 – e l'articolo 1 (recte: articolo 3) della legge 14 gennaio 2013, n. 5 – Adesione della Repubblica italiana alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, firmata a New York il 2 dicembre 2004, nonché norme di adeguamento dell'ordinamento interno)”.

“La Corte Costituzionale, - richiama la deputata Pd - con la sentenza 238/2014, ha dichiarato incostituzionali l'articolo 3 della legge 14 gennaio 2013, n. 5. La Corte ha altresì dichiarato incostituzionale l'articolo 1 della legge 17 agosto 1957, n. 848 (Esecuzione dello Statuto delle Nazioni Unite, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945), limitatamente all'applicazione della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 3 febbraio 2012, che impone al giudice italiano di negare la propria giurisdizione in riferimento ad atti di uno Stato straniero che consistano in crimini di guerra e contro l'umanità; tale sentenza è di portata storica poiché sancisce che la tutela dei diritti umani ha la precedenza sulle consuetudini del diritto internazionale, quand'anche esse siano riaffermate al massimo livello, cioè dalla Corte internazionale di giustizia”.

“D'altra parte – annota Garavini – sarebbe inopportuno che, in ragione di tale sentenza, insorgessero controversie diplomatiche fra l'Italia e la Germania in relazione ai giudizi pendenti per danni subiti da vittime del nazismo nel corso della seconda guerra mondiale; controversie che devono essere limitate all'ambito giuridico e la cui soluzione è demandata alle autorità competenti; al contempo, tale sentenza può rappresentare un incentivo ad individuare soluzioni politiche idonee ad onorare la memoria delle vittime del nazismo e a soddisfare l'esigenza di giustizia dei loro congiunti”.

Alla luce di queste considerazioni, Garavini chiede di sapere “quale indirizzo politico il Governo intenda adottare in relazione alle modalità più opportune per onorare la memoria delle vittime italiane del nazismo e per offrire una forma di riparazione dei loro diritti fondamentali violati, anche d'intesa con la Germania”. (aise/de.it.press)

 

 

 

 

 

 

L'Europa nel 2015

 

ll 2015 sarà un anno particolare soprattutto per il ruolo che avranno i paesi Baltici sia nel rilancio della regione sia per il loro contributo all'interno dell'Unione. L'ingresso della Lituania nell'euro e il passaggio di testimone dall'Italia alla Lettonia alla guida del Consiglio dell'UE sono i due 'eventi europei' che hanno inaugurato il 2015. E Riga, il 9 gennaio, ha anche ospitato lanciato l'Anno europeo dello sviluppo.

 

Dopo il semestre di presidenza italiana, conclusosi il 31 dicembre 2014, è infatti la Lettonia ad assumere la guida dell'Unione Europea. Dal 1 gennaio 2015, puntare sulla competitività, mirare all'attuazione di un nuovo piano lavoro, rafforzare il ruolo internazionale dell'Europa attraverso la partnership orientale e gli accordi commerciali come il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) e sfruttare le opportunità dell’economia digitale, rappresenteranno le principali priorità del semestre di presidenza UE.

Ma la vera sfida del semestre lettone sarà, come ha dichiarato il primo ministro Laimdota Straujuma, il piano Juncker: metterlo in pratica nella prima metà del prossimo anno sarà il nostro obiettivo fondamentale" 

 

Per la Lettonia è la prima presidenza in assoluto del Consiglio dell'Unione Europa dal suo ingresso nell’UE nel 2004, mentre per un Paese baltico è la seconda presidenza dopo quella della Lituania nel 2013. Sarà un semestre particolarmente delicato anche per i diversi scenari che la presidenza lettone dovrà affrontare: le ormai prossime elezioni anticipate in Grecia, il voto in Gran Bretagna il prossimo 7 maggio e i timori di un futuro referendum sull'euro e infine la questiona della crisi in Ucraina e i rapporti con la Russia.

 

Il 1 gennaio 2015 l'’Euro ha accolto un nuovo paese e, con l'’ingresso della Lituania, ora la moneta unica, creata 15 anni fa e in circolazione effettiva da 13, sarà utilizzata in 19 paesi. Nonostante la crisi, l'euroscetticismo e le varie ipotesi di referendum per tornare alle vecchie valute nazionali, l'Euro prosegue quindi il suo percorso di moneta unica, avviato nel 1999.

Secondo il vicepresidente della Commissione europea responsabile per la moneta unica, Valdis Dombrovskis, questo traguardo "segna il completamento del ritorno di tutti gli Stati baltici nel cuore del sistema politico ed economico del nostro continente. E' una data simbolica non solo per la Lituania, ma per la stessa Eurozona, che rimane stabile, attraente e aperta a nuovi ingressi".

Il governo lituano confida che l'euro possa rilanciare l'economia, rendendo il paese più attraente per gli investitori stranieri, eliminando le spese legate al cambio e incrementando il turismo.+

Il 9 gennaio 2015 è stato inaugurato a Riga, in Lettonia, l'Anno europeo per lo sviluppo 2015, dedicato ai temi della cooperazione internazionale e della sostenibilità. L'iniziativa rappresenta un'occasione per sottolineare l'impegno dell'UE e dei suoi Stati Membri nella lotta alla povertà a livello mondiale.

 

Nel sito dedicato è possibile consultare tutte le iniziative. Ogni mese dell'Anno sarà dedicato a un tema specifico: gennaio è indirizzato all'Europa nel mondo, febbraio all'educazione, marzo riguarderà i temi legati al genere, aprile sarà il mese della salute. Seguiranno pace e sicurezza, crescita verde sostenibile, infanzia e giovani, aiuti umanitari, demografia e migrazioni, sicurezza alimentare, sviluppo sostenibile e azione per il clima, diritti umani e governance. PE

 

 

 

Europa. Schengen e la difesa dalle minacce del terrorismo

 

Le preoccupazioni scaturite dagli attentati di Parigi hanno suscitato diverse reazioni riguardo alle misure da adottare per difendersi dalle minacce di possibili azioni terroristiche.

 

Il “dibattito” (ancora una volta) si sta concentrando prevalentemente sull’opportunità di modificare l’attuale regime concernente la gestione e il controllo dello spazio Schengen nonché di attivare il “meccanismo” che consente di ripristinare (secondo alcuni stati opportunamente) il controllo di frontiera alla frontiera interna.

 

Controllare le frontiere interne

La possibilità di ripristinare immediatamente detto “meccanismo” appare una misura concretamente praticabile: occorre opportunamente evidenziare che recentemente il Regolamento (Ue) n. 1051/2013 ha apportato modifiche rectius perfezionando ulteriormente le condizioni e le procedure per ripristinare i controlli alle frontiere interne in circostanze ritenute eccezionali (v., particolarmente, l’art. 25 del citato regolamento).

 

Queste procedure erano già state regolate (sempre all’art. 25) dal Regolamento (CE) n. 562/2006 istitutivo del codice frontiere Schengen, ossia un testo teso appunto “a stabilire un effettivo ‘Codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone’”.

 

Il testo del suddetto Regolamento consta di due parti: una dedicata al controllo delle frontiere esterne (v. titolo II) e l’altra sulle frontiere interne (v. titolo III) (cfr. la corposa proposta doc. COM(2004) 391 definitivo, del 26 maggio 2004, p. 4 ss.).

 

Questo codice infatti aveva (anche) abrogato - ossia sostituito con le pertinenti disposizioni ivi contemplate - la procedura (all’epoca) stabilita ai sensi dell’art. 2, par. 2 della Convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen dal documento SCH/I (95) 40, 6° rev. approvato dalla decisione SCH/Com-ex (95) 20, 2° rev. (cfr. Guce n. L 239 del 22 settembre 2000, rispettivamente, p. 134 e p. 133) del Comitato esecutivo del 20 dicembre 1995.

 

Ripristinare i controlli lungo le frontiere interne potrebbe però vanificare il significato stesso di un principio espressione di un certo senso di affidamento, il principio di solidarietà, che incide nell’ambito della corretta gestione integrata delle frontiere.

 

Il catalogo Schengen (Ue), concernente anche i controlli alle frontiere esterne, che contiene raccomandazioni e migliori pratiche (del 19 marzo 2009) “rammenta” proprio nell’incipit della prima parte dedicata ai controlli alle frontiere esterne, segnatamente nel contesto della disamina del concetto di Gestione integrata delle frontiere (Gif), concetto fondamentale nel processo di integrazione europea in questo delicato e complesso settore, che “nell’attuazione della gestione delle frontiere, occorrerebbe tener presente che gli Stati membri effettuano controlli alle loro frontiere esterne per se stessi, ma anche, allo stesso tempo, per gli altri Stati membri Schengen” (cfr. p. 8).

 

Collaborare contro la criminalità transfrontaliera

Occorrerebbe, invece, privilegiare in questo momento di particolare allarme l’attività di “individuazione e investigazione della criminalità transfrontaliera” (intesa in senso piuttosto ampio) nonché di “cooperazione tra servizi preposti alla gestione delle frontiere”.

 

Più in particolare, occorrerebbe quindi avviare, nell’ambito delle suddette attività che rientrano appunto nel quadro di determinati “elementi” considerati “elementi chiave della corretta applicazione della gestione integrata delle frontiere” sempre dal succitato catalogo Schengen (Ue) (ivi, p. 8 ss.), l’istituzione di peculiari forme di cooperazione mirate, al fine di garantire proprio la “sicurezza interna degli Stati membri”, mediante lo scambio di informazioni (“opportunità” espressamente esplicitata all’art. 16, par. 1 del codice; il testo qui).

 

Questo potrebbe costituire non solo una valida fase iniziale di “orientamento” della cooperazione tra gli Stati membri, ma anche lanciare un chiaro segnale di coesione.

Giuseppe Licastro, Dottore in giurisprudenza (profilo consultabile qui).

 

 

 

 

Alcuni risultati del Semestre di Presidenza italiana dell'UE in pillole

 

Ecco alcuni risultati raggiunti in Europa durante il Semestre di Presidenza italiana dell'Unione Europea (fonte: Sito del Semestre)

Strade più sicure in Europa

Raggiunto un accordo in Consiglio lo scorso 8 ottobre su una direttiva che facilita lo scambio di informazione fra i Paesi membri relativamente alle immatricolazioni, agevolando l’identificazione dei guidatori che commettono infrazioni, rendendo così più sicure le strade europee.

 

A seguito dell’accordo sono iniziate le negoziazioni con il Parlamento europeo per migliorare la sicurezza stradale. Gli Stati membri potranno scambiarsi dati nazionali di immatricolazione dei veicoli al fine di monitorare  la sicurezza stradale, riducendo il numero di infrazioni al codice della strada e consentendo una procedura più rapida per l’identificazione delle persone che hanno commesso infrazioni stradali all’estero.

Meccanismo di risoluzione unico per le banche

Grazie al nuovo regolamento europeo è assicurata una soluzione alle crisi derivanti da istituti in dissesto senza ricorrere al denaro dei contribuenti. Il 14 luglio il Consiglio Ue ha adottato un regolamento che istituisce un meccanismo di risoluzione unico (SRM) per le banche in dissesto. L’obiettivo è assicurare la risoluzione ordinata delle banche in dissesto senza ricorrere al denaro dei contribuenti.

La creazione del SRM – con un Comitato decisionale centrale e un Fondo di risoluzione unico – assicura che le decisioni di risoluzione in tutti gli Stati membri partecipanti siano adottate in modo coordinato ed efficace, minimizzando le ripercussioni negative sulla stabilità finanziaria e riducendo la dipendenza delle banche dal merito creditizio degli emittenti sovrani. Ciò comporterà sia un ricorso sistematico al bail-in degli azionisti e dei creditori sia l’eventuale ricorso a un fondo unico finanziato interamente dalle banche.

La Presidenza italiana in particolare si è fatta carico anche di tutta la supervisione relativa agli adempimenti tecnici necessari per il buon avvio dell’Unione Bancaria.

Accordo sugli OGM: ogni paese deciderà se vietarli o no

Dopo quattro anni di stallo negoziale l'Italia chiude un accordo su una direttiva che consente ai singoli Paesi membri di limitare o vietare la coltivazione di OGM sul territorio nazionale.

 

La Presidenza ha chiuso un accordo in seconda lettura sulla proposta di Direttiva relativa alla possibilità per gli Stati membri di limitare o vietare la coltivazione di OGM in parte o tutto il territorio nazionale.  Dopo 4 anni di stallo negoziale, si è deciso di adottare uno strumento legislativo che consenta la maggiore flessibilità possibile agli Stati membri nelle scelte relative alla coltivazione di OGM, in modo da poter prendere in considerazione le specificità nazionali e locali. Un dossier considerato altamente prioritario per la Presidenza italiana.

 

Le nuove disposizioni garantiranno maggiore flessibilità nella coltivazione degli OGM, sotto certe condizioni, facendo particolare riferimento a due punti fondamentali:

1. durante la procedura di autorizzazione, lo Stato Membro potrà richiedere di effettuare modifiche a seconda delle condizioni geografiche del territorio;

2. in seguito all’autorizzazione di un OGM, lo Stato Membro ne potrà vietare o limitare la coltivazione nel caso in cui ci sia un rischio evidente di pericolo per la salute umana, le condizioni ambientali o in casi di emergenza. Gli Stati membri che decideranno di avere coltivazioni OGM nei loro territori dovranno inoltre necessariamente evitare contaminazioni nei Paesi confinanti in cui non sono state autorizzate le stesse coltivazioni.

Verso più tutele per il Made in Italy

L’intesa fra gli ambasciatori UE per negoziare con il Parlamento europeo un nuovo pacchetto normativo teso a modernizzare il sistema dei marchi a livello europeo e a rafforzare la lotta alla contraffazione rappresenta un elemento cruciale nella difesa del Made in Italy.

Il 23 luglio è stato raggiunto un accordo in seno al Coreper (Rappresentanti Permanenti degli Stati membri) su una posizione comune in merito alla modernizzazione del sistema UE dei marchi di impresa.

La Presidenza italiana del Consiglio è stata incaricata di avviare i negoziati con il Parlamento europeo al fine di concludere rapidamente l’iter legislativo. Il pacchetto prevede un efficiente sistema dei marchi, che comprende misure contro la contraffazione ed è pertanto fondamentale per sostenere le imprese, stimolare la crescita e tutelare i consumatori europei. La riforma del sistema dei marchi nell’UE è di cruciale importanza per la competitività dell’economia europea. I settori che più si avvalgono della forza del marchio generano un terzo del PIL totale dell’Unione e più di un quinto dei posti di lavoro dell’UE.

Nuovi strumenti per la lotta a frodi ed evasione

Il rafforzamento delle norme per impedire la “doppia non imposizione” fiscale sugli utili societari distribuiti e il progetto di direttiva sullo scambio automatico di informazioni rappresentano nuovi utili strumenti contro le frodi e l’evasione nell’UE. Anche grazie agli sforzi della Presidenza italiana, il Consiglio ha adottato una modifica delle norme fiscali dell’Ue volta a impedire la “doppia non imposizione fiscale” dei dividendi distribuiti tra gruppi societari derivante dalle costruzioni finanziarie ibride (cioè società madri e figlie dello stesso gruppo). In questo modo è stata colmata una lacuna che fino ad ora aveva consentito a gruppi societari di sfruttare le incongruenze esistenti tra norme fiscali nazionali per evitare di pagare tasse su alcuni tipi di utili distribuiti all'interno del gruppo.

Il Consiglio inoltre ha approvato un progetto di direttiva che amplia lo scambio automatico obbligatorio di informazioni tra amministrazioni fiscali. Vengono inclusi nello scambio d’informazioni, oltre ai proventi derivanti da interessi, anche i proventi delle vendite di attività finanziarie e dividendi. La frode e l’evasione fiscali transfrontaliere sono diventate una delle preoccupazioni principali nell’UE e nel mondo. L’approvazione di queste due misure costituisce un mezzo importante per rafforzare l’efficienza e l’efficacia della riscossione delle imposte in tutta l’UE.

Strategia europea per la macro-regione adriatico ionica

Passa una delle priorità del programma di Presidenza italiana per dotare la macro-regione adriatico ionica di una strategia tesa ad incrementare la cooperazione nei settori dell’economia marittima, della protezione dell’ambiente e del completamento delle interconnessioni.

Il Consiglio Affari Generali di settembre ha adottato le conclusioni riguardo la strategia europea per la regione adriatica e ionica che ha aperto la strada all’endorsement della strategia per la “macroregione” del Consiglio europeo di ottobre. In quanto priorità della Presidenza italiana, questa strategia prevede nuovi strumenti per incrementare la cooperazione in aree come l’economia marittima, la protezione dell’ambiente marino, il completamento delle interconnessioni dei trasporti ed energetica e incrementare il turismo sostenibile a livello regionale. L’obiettivo è lanciare un vero e proprio ponte fra le due sponde dell’Adriatico, fra l’Unione e i Balcani, con il coinvolgimento di tutti gli attori regionali.

Più sicurezza in rete grazie a scambio informazioni fra Paesi su attacchi informatici

Accordo fra i Paesi membri per un migliore e maggiore scambio di informazioni che assicurino un più alto livello di protezione delle reti informatiche europee e delle infrastrutture digitali UE in caso di attacchi o incidenti informatici (esempio aeroporto di Heathrow). L‘accordo del Consiglio prevede un mandato negoziale per chiudere un'intesa definitiva con il Parlamento per una direttiva che stabilisca criteri rafforzati di coordinamento e scambio di informazioni (anche sensibili) al fine di rispondere e prevenire attacchi o incidenti informatici nei Paesi membri.

Accordo commerciale Ue - Canada

Dopo un lungo stallo è stato siglato in ottobre un accordo per il commercio e gli investimenti fra l’Unione Europea e il Canada che oltre ad aprire il mercato, favorendo crescita e occupazione in Europa, prevede una maggiore e migliore tutela dei prodotti tradizionali del Vecchio Continente.

 

L’accordo ha l’obiettivo, da una parte, di agevolare gli scambi commerciali attraverso l’eliminazione dei dazi doganali, l’eliminazione delle limitazioni nell’accesso per gli appalti pubblici e l’apertura del mercato dei servizi; dall’altro tutela i prodotti tradizionali europei dalla contraffazione, senza dimenticare la protezione dell’ambiente e il rafforzamento della sicurezza dei consumatori.

 

La speranza è che l’intesa raggiunta influisca sull’andamento del negoziato commerciale con gli Stati Uniti, accelerandone i tempi e influenzandone i contenuti.

Clienti di banche ed assicurazioni più protetti

Nuove norme sui sistemi di regolamento titoli, sui fondi di investimento e sui conti correnti rafforzano le tutele dei consumatori e la trasparenza nel rapporto con banche e assicurazioni.

 

Al Consiglio del 23 luglio sono state decise misure sia per ridurre i rischi degli utilizzatori che per ampliare le opportunità nel mercato unico. Più precisamente, è stato adottato un regolamento diretto a migliorare la sicurezza dei sistemi di regolamento titoli, attraverso obblighi di trasparenza e chiarezza contabile e norme per ridurre i rischi legati alle operazioni e ai servizi offerti dai depositari di titoli.

 

Inoltre è stata adottata una direttiva sui fondi di investimento per quanto concerne le funzioni di depositario, le politiche retributive e le sanzioni. La direttiva consentirà ai consumatori di effettuare scelte informate nell’aprire un conto corrente, migliorerà la trasparenza e la comparabilità delle informazioni sulle spese connesse al conto eliminando, nel contempo, le discriminazioni basate sulla residenza. Renderà inoltre più agevoli i trasferimenti di conto per i consumatori.

Meno sacchetti di plastica, ambiente più pulito

Dopo anni di impasse, l’accordo raggiunto in Trilogo sulla proposta di Direttiva sblocca le norme che obbligano i Paesi membri a ridurre l’impiego di buste di plastica con spessore inferiore a 50 micron. Le modalità di utilizzo, spesso usa e getta, degli shopper di plastica ha determinato nel tempo rilevanti conseguenze ambientali, a causa della frequente dispersione nell’ambiente.

 

L’accordo raggiunto in Trilogo sulla proposta di Direttiva ha come obiettivo la riduzione del consumo di borse di plastica in materiale leggero al fine di prevenire la produzione dei relativi rifiuti e mitigarne dunque il complessivo impatto ambientale, promuovendo un uso più efficiente delle risorse. In particolare, la proposta richiede agli Stati membri di adottare misure volte alla riduzione consumo delle borse di plastica con spessore inferiore a 50 micron.

Per maggiori informazioni: http://italia2014.eu/it/news/post/il-semestre-di-presidenza-italiana-del-consiglio-dell-ue-1-luglio-31-dicembre-2014/  PE 21

 

 

 

 

Erasmus oltre l'Europa. Gli studenti potranno andare anche negli altri continenti

 

Erasmus allarga i propri confini. Il programma europeo nato nel 1987 che finora ha permesso a moltissimi studenti (ma anche docenti) universitari di realizzare un periodo di attività all'estero (studiando o insegnando nelle università di altri Paesi diversi dal proprio, incontrando coetanei e colleghi di lingue e culture differenti, favorendo lo scambio, il confronto e il dialogo), sarà potenziato dalla Ue: l'Italia disporrà di un budget extra di 12 milioni di euro per Erasmus+ (questo il nuovo nome del progetto) e si aprirà oltre i confini europei. La vera novità rispetto al passato è che ora sarà possibile "andare in Erasmus" nei cinque continenti, e allo stesso tempo le università in Europa apriranno le porte alla mobilità e alla cooperazione con altri Paesi. Il tesoretto a disposizione delle università italiane permetterà a 1.900 studenti (ma anche docenti e personale accademico) in più rispetto al passato di fare esperienza di formazione all'estero, nei Paesi partner.

Non è cosa da poco, soprattutto se si considera che proprio il progetto Erasmus sembrava, nei mesi scorsi, dover patire un ridimensionamento, legato a problemi di budget dell'Unione europea. Molte voci si erano levate a sottolineare l'importanza di un'iniziativa della quale finora hanno beneficiato oltre 3 milioni di giovani in 28 anni. Il risultato, dunque, è che non "si chiude", ma si rilancia. Arrivano infatti complessivamente 121 milioni di euro extra, per consentire a un drappello aggiuntivo di 20mila studenti di mettersi alla prova in un sistema universitario di qualunque Paese del mondo. Un budget che si aggiunge ai 14,7 miliardi di euro stanziati dalla Commissione europea per i programmi relativi a istruzione, formazione, giovani e volontariato per il periodo 2014-2020.

Tornando all'Italia, va rilevato che il nostro Paese è da sempre tra i più attivi a proposito di Erasmus, con studenti inviati e accolti da tutta Europa. Nell'anno accademico 2012-2013 l'Italia si è collocata al quinto posto per studenti ospitati (la maggior parte da Spagna, Francia e Germania). Non solo, le statistiche confermano l'utilità dell'esperienza di studio all'estero, che apre a maggiori prospettive di carriera e soprattutto permette il raggiungimento di competenze linguistiche importantissime. Di fatto, tra coloro che hanno partecipato al progetto i disoccupati sono il 23% in meno rispetto alla media.

Insomma, l'Erasmus fa bene e da quest'anno potrebbe fare meglio, con l'allargamento delle frontiere e la caduta delle ultime barriere alla mobilità e alla cooperazione anche con Paesi prima esclusi.

Non sfugge l'importanza della scelta fatta dall'Ue, che si dimostra lungimirante. Puntare sulla mobilità degli studenti, investire nella possibilità di studio e di scambio tra i giovani non solo dell'Europa, significa credere nella possibilità di una maggiore e migliore interazione tra le Nazioni del mondo, soprattutto tra quanti, i più giovani, sono chiamati a costruire la società di domani.

Incontrarsi, conoscersi, studiare insieme è il modo migliore per superare pregiudizi, evitare incomprensioni, favorire un clima di cooperazione e di fratellanza di cui vediamo bene sempre di più come ci sia bisogno. Alberto Campoleoni  Sir 23

 

 

 

 

L’incontro bilaterale. Renzi-Merkel, incontro sotto il David. Il premier: «Bene Bce, ora riforme»

 

Ai piedi del David nella Galleria dell’Accademia di Firenze, parlano i due capi di stato, il presidente del Consiglio italiano e la cancelliera tedesca Angela Merkel: «L’Italia mi tranquillizza, è il percorso che deve fare l’Europa» - di Claudio Bozza e Alessandra Bravi

 

FIRENZE - «Michelangelo fece il suo capolavoro togliendo il marmo in eccesso. Così l’Italia e l’Europa devono fare: togliere tutto ciò che blocca il percorso riformatore, in primis la burocrazia e mettere il turbo alle riforme». Ai piedi del David nella Galleria dell’Accademia di Firenze, in una sala stampa inusuale e voluta dal premier Matteo Renzi, parlano i due capi di stato, il presidente del Consiglio italiano e la cancelliera tedesca Angela Merkel durante la conferenza stampa che conclude l’incontro bilaterale Italia-Germania iniziato giovedì sera a Firenze. Alle loro spalle, il David, simbolo della bellezza, di Firenze, dell’Italia, ma anche dell’Europa, come specifica Renzi: «Il David è come l’Europa dovrebbe essere: teso alla bellezza e agli ideali». Per la prima volta nella sua storia, il museo ospita un incontro tra due capi di governo.

Il premier

Per primo parla il premier che affronta subito il tema della Bce: «Dalle ultime decisioni economiche dell’Ue arrivano primi segnali positivi», ma «non bisogna bloccare le riforme» nei singoli Stati. «L’Italia può e deve mettere il turbo alle riforme. Guai a chi pensasse di scalare marcia», credendo che quello che sta accadendo a Francoforte o a Strasburgo possa permettere un rallentamento del percorso riformatore. Anzi, «impone di andare ancora più velocemente, di essere ancora più determinati».

«Insieme dobbiamo cambiare l’Europa»

«Abbiamo scelto Firenze perché rappresenta la bellezza - dice Renzi - e il David è il simbolo di come dovrebbe essere l’Europa nel mondo. Siamo qui insieme perché insieme possiamo cambiare l’Europa. Su questo mi impegno con Angela Merkel. Cambiamo la narrativa dell’Europa contro coloro che vogliono distruggerla». «Ringrazio in modo particolare Angela: nei prossimi mesi avremo un grande lavoro da fare» e «credo che la grande storia di amicizia italo-tedesca avrà nei prossimi mesi le pagine più belle da scrivere».

La Bce e le riforme

Renzi ha commentato con favore le ultime decisioni della Bce. Dall’Ue - ha detto - arrivano «primi segnali positivi», ma «non bisogna bloccare le riforme, anzi dobbiamo mettere il turbo» nei singoli Stati. «L’Italia ha fatto tanto dopo anni di palude ma dobbiamo andare ancora più veloce» «E’ bastato togliere il marmo in eccesso, disse Michelangelo quando gli chiesero come aveva potuto fare quel capolavoro. In Italia dobbiamo fare lo stesso, togliere le cose in eccesso, come la burocrazia» dice Renzi. Per tutto il 2015 non guarderò i sondaggi per andare dritto all’obiettivo delle riforme».

Merkel: «L’Italia mi tranquillizza» (guarda il video)

«L’Italia mi tranquillizza; è un ottimo esempio di quello che tutta l’Europa deve fare», ha detto la cancelliera tedesca dopo aver ringraziato il premier dell’accoglienza ricevuta a Firenze. «So benissimo che il processo delle riforme non deve essere bloccato: dovete andare avanti. Il piano di riforme di Matteo Renzi è molto ambizioso e molto importante, un processo lungo che sono sicura che porterà dei risultati. Gli imprenditori tedeschi adesso, sono pronti ad investire in Italia».

La 24 ore di Angela Merkel

La tribuna del David alla Galleria dell’Accademia ospita l’atto finale del bilaterale fra Italia e Germania che ha visto a Firenze per meno di 24 ore la cancelliera tedesca Angela Merkel. Giovedì sera la cancelliera è stata ospite di una cena in Palazzo Vecchio, di un tour organizzato dal premier nella sede del Comune di Firenze e poi agli Uffizi. «Guardate, guardate, ammirate la bellezza, Firenze è la capitale». Ha scherzato così Matteo Renzi con le persone che hanno accompagnato lui e la cancelliera Angela Merkel nella visita agli Uffizi e al Vasariano. A raccontarlo è il direttore della galleria, Antonio Natali, che spiega questo anche con il clima «molto amichevole e affabile» che c’era. «Non è un caso, a Firenze c’è una storia che si coagula tutta insieme», ha aggiunto.

Il premier Cicerone

Premier-Cicerone, ma anche maitre e sommelier. Matteo Renzi teneva così tanto a far bella figura con Angela Merkel, che ha voluto seguire personalmente anche i minimi particolari della serata, dalla cena in Sala dei Gigli, all’esclusiva visita notturna di Uffizi e Corridoio Vasariano. E Renzi ha stravolto all’ultimo minuto persino al menù: depennata la ribollita, Frau Merkel ha gustato pappa al pomodoro, paccheri al ragù bianco di cinta sense, bistecca con spinaci e papate di Marradi e schiacciata alla fiorentina con crema chantilly. Comprese le etichette dei vini (rigorosamente toscani, unica concessione le bollicine Ferrari) sono state scelte da Palazzo Chigi.

La visita agli Uffizi

Finita la cena, premier e cancelliera sono scesi di un piano per entrare agli Uffizi passando dal Percorso del Principe, che collega Palazzo Vecchio alla Galleria. Ad attenderli il direttore degli Uffizi, Antonio Natali, e la sovrintendente Alessandra Marino, che hanno accompagnato Renzi e Merkel lungo il chilometro e mezzo di meraviglie che ha compreso anche il Vasariano. Quasi due ore, per la visita alla Galleria, dove Merkel è rimasta impressionata dalla Venere del Botticelli, dalle sale di Leonardo, Michelangelo, Tribuna e, infine, dall’affaccio verso Ponte Vecchio e Oltrarno, grazie alla vetrata in fondo al primo corridoio. Poi il premier si è concesso una passeggiata solitaria in piazza Pitti. Renzi ha salutato alcuni turisti che nonostante l’ora erano di fronte a Palazzo Pitti e ha chiesto ai giornalisti di fargli fare una passeggiata tranquilla «una volta tanto che torno a Firenze». CdS 23

 

 

 

 

Il vertice bilaterale di Firenze

 

Renzi: "Bene la Bce, mettere il turbo sulle riforme". Merkel: "Sono tranquilla per l'Italia". A far da sfondo alla conferenza del vertice bilaterale tra la cancelliera tedesca e il nostro presidente del Consiglio, il David di Michelangelo. Merkel: "Sono tranquilla per quanto sta avvenendo in Italia"

 

FIRENZE- "Non sempre abbiamo le stesse idee, ma i cambiamenti della politica economica europea avvenuti nell'ultimo mese rappresentano un compromesso positivo".

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi giudica così "positivamente" le ultime decisioni della Banca centrale europea. Un atto che invita l'Italia a "mettere il turbo sulle riforme", sottolinea il premier. E la cancelliera Angela Merkel giudica "positivo il percorso di cambiamento avviato in Italia" che la rende "tranquilla" per la stabilità europea. "Gli imprenditori tedeschi mi hanno detto che non hanno più paura di assumere in Italia", ha sottolineato. E il premier Renzi si dice "ottimista per il 2015", anno in cui "gran parte delle riforme sarà completata". 

Renzi: "Cambiare narrativa all'Europa"

 I due leader parlano a Firenze sotto il David di Michelangelo, simbolo di "una bellezza" che il premier cita spesso come segno fondante dell'Europa. "L'Europa non è solo un insieme di burocrazia e dobbiamo cambiarne la narrativa" - dice il premier.

"La Guida tedesca del G7 porterà alla crescita" afferma Matteo Renzi. Declinando le riforme, il presidente del Consiglio accenna soprattutto alla scuola e alla pubblica amministrazione, con l'obiettivo generale di "ridare fiducia agli italiani".

Merkel: "Le riforme del governo italiano sono ambiziose e positive per l'Italia"

"Firenze è un luogo simbolico per rappresentare l'Europa e i nostri valori comuni" dice la cancelliera Angela Merkel. "Le riforme del governo italiano sono ambiziose e fanno bene all'Italia e non vanno fatte perché le chiede l'Europa" sostiene la cancelliera. 

Quanto alle politiche europee, la cancelliera dice: "Non espirmo giudizi sulle decisioni della Bce". Sulla politica estera, la Merkel reputa "strategico" il ruolo dell'Italia nei rapporti con la Libia. 

Grecia, Renzi: "Non sono preoccupato". Merkel: "Rispetteremo le decisioni del popolo greco"

"Rispetteremo la libera determinazione dei cittadini greci", dice il premier Matteo Renzi in vista delle elezioni politiche in Grecia. Un tema sul quale, la cancelliera tedesca dice: "Mi associo alle parole di Matteo Renzi, sono sicura che in ogni caso troveremo una soluzione".  Rai News24 del 23

 

 

 

 

 

Bundesbank, Weidmann all'attacco del Qe: "Comporta rischi e svantaggi"

 

Prosegue lo scontro a distanza tra il numero uno della Bundesbank e il presidente della Bce che alle critiche del tedesco sulla manovra monetaria da 60 miliardi al mese replica: "Una politica orientata alla stabilità dei prezzi dell'eurozona, non può reagire agli schock che colpiscono un solo paese o una regione"

 

BERLINO - Il Qe della Bce "non è un normale strumento di politica monetaria e comporta particolari svantaggi e rischi all'interno di un'unione monetaria". Oltretutto "ci sono indicazioni che il tasso d'inflazione straordinariamente basso è solo un fenomeno temporaneo". Così - sul tedesco 'Welt am Sonntag' - il presidente Bundesbank Jens Weidmann. All'interno del board della Bce - spiega Weidmann - "la maggioranza era preoccupata che la gente si abituasse ai prezzi stagnanti, il che può portare ad una spirale verso il basso".

 

La presa di posizione del numero uno della Banca centrale tedesca arriva all'indomani delle parole del presidente della Bce, Mario Draghi, che due giorni dopo il via libera al quantitative easing aveva chiesto ai governi dei paesi dell'Eurozona di raddoppiare gli sforzi di riforma per creare una "genuina" unione economica. Ogni Stato membro, aveva detto Draghi, deve essere "nella posizione di poter trarre beneficio" dal mercato comune "per attrarre capitale e creare posti di lavoro. Per questo c'è bisogno di riforme strutturali che promuovano la competitività, smantellino la burocrazia e aumentino la capacità di aggiustamento dei mercati del lavoro".

 

Già venerdì Weidmann aveva attaccato il piano dicendo: "E' certo che il piano di acquisti va a ridurre la pressione su paesi come l'Italia e la Francia, ma sarebbe pericoloso non proseguire sulla strada delle riforme già avviate". Già due giorni fa Weidmann minimizzava il rischio di deflazione: "Il rischio di deflazione - sostieneva - di una spirale di bassi prezzi e salari, è molto debole" anche perché il ribasso dei prezzi dell'energia spinge in senso positivo ed "è una cosa buona perché porta sollievo alle imprese e ai consumatori".

 

Una posizione che Draghi aveva rimandato al mittente limitandosi a ricordare che "una politica monetaria, orientata alla stabilità dei prezzi dell'eurozona, non può reagire agli schock che colpiscono un solo paese o una regione". LR 25

 

 

 

 

 

Pegida, genesi di un movimento anti islamico

 

Forti accenti xenofobi e anti islamici. Sono questi i tratti distintivi della piattaforma politica che sta facendo interrogare la Germania.

 

Il movimento Pegida, Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente), è nato a Dresda pochi mesi fa su iniziativa di Lutz Bachmann, il proprietario di un’agenzia di pubbliche relazioni con alle spalle una lunga serie di precedenti penali.

 

L’onda di risentimento anti stranieri che ha trovato espressione in Pegida nasce tramite una pagina facebook che nel corso del tempo ha visto crescere esponenzialmente i propri contatti.

 

Secondo un recente sondaggio il movimento sembra attirare molta simpatia nei Länder dell'est, gli stessi dove è stato considerevole il successo di Alternative für Deutschland (Afd), mostrando che le regioni della ex Ddr appaiono sensibili al richiamo di proposte politiche più estreme.

 

Il luogo natale di Pegida, Dresda, è però tra le città tedesche con il più basso numero di immigrati e di residenti musulmani e lo stato federale della Sassonia - con solo lo 0,4% di popolazione musulmana - ha accolto appena 12.000 dei 200.000 richiedenti asilo arrivati nel 2014.

 

Pegida contro gli immigrati

Leggendo i temi trattati sulla pagina web e il “manifesto” costitutivo del gruppo, sembra che Pegida raccolga un seguito variegato e che abbia messo in collegamento settori più o meno organizzati della destra radicale, hooligans del calcio e semplici cittadini preoccupati dal numero di immigrati presenti in Germania e dall’aumento dei rifugiati provenienti da zone di guerra del Medio Oriente (in particolare dalla Siria).

 

Il consenso che si sta coagulando attorno al movimento appare in crescita e in particolare la partecipazione alle marce di protesta, scandite dallo slogan “Wir sind das Volk” (noi siamo il popolo), ha visto un incremento dei partecipanti arrivando a toccare la ragguardevole cifra di 18 mila aderenti alla manifestazione svoltasi a Dresda il 5 gennaio.

 

La successiva marcia del 12 gennaio, avvenuta sempre a Dresda, ha accolto 25mila persone che hanno manifestato contro l’Islam e in memoria dei redattori di Charlie Hebdo.

 

Appare difficile definire con chiarezza quali siano gli obiettivi del movimento data la natura abbastanza confusa e variegata delle rivendicazioni e la scarsa propensione al dialogo con la stampa.

 

Quel che è evidente, accanto alla matrice anti islamica, è la contrarietà al ruolo svolto dall’Unione europea nel campo delle politiche sull’immigrazione, la richiesta di controlli più stringenti sui flussi migratori, il rimpatrio dei rifugiati nei loro paesi di origine, l’obbligo per gli immigrati di parlare tedesco anche nei luoghi privati e l’espulsione di tutti gli stranieri che compiono reati in territorio tedesco.

 

Deciso è anche il contrasto alla politica di asilo politico considerata una “pericolosa minaccia contro la cultura tedesca” in grado di mettere a rischio la germanicità del paese.

 

In campo con una Germania aperta

Indipendentemente dal futuro che avrà Pegida, ossia se sarà destinata a svanire o a crescere - magari presentandosi come partito in qualche competizione elettorale -, è indubbio che la capacità dimostrata dal movimento nel mobilitare un numero ragguardevole di cittadini attorno a una piattaforma politica xenofoba e di estrema destra, abbia suscitato la preoccupazione e la dura reazione dell’opinione pubblica, dei partiti politici e delle comunità religiose (in particolare quelle islamica ed ebraica).

 

Angela Merkel si è affrettata a ricordare la natura aperta e inclusiva della società tedesca, mentre gli ex cancellieri socialdemocratici Helmut Schmidt e Gerard Schröder hanno lanciato una campagna anti-Pegida denunciando la natura razzista, intollerante e anti democratica del movimento.

 

A questa campagna hanno aderito numerosi ministri del governo Merkel come Sigmar Gabriel, Frank-Walter Steinmeier, Wolfgang Schäuble, Ursula von der Leyen e personaggi dello sport come Oliver Bierhoff.

 

Accanto alle prese di posizione ufficiali ci sono state anche delle manifestazioni spontanee nate con l’obiettivo dichiarato di ostacolare gli incontri promossi da Pegida: è questo il caso, ad esempio, delle 5.000 persone scese in piazza a Berlino oppure delle 22.000 che hanno manifestato per le strade di Stoccarda, Munster e Amburgo.

 

A Colonia le autorità hanno addirittura provveduto a spegnere le luci della Cattedrale in segno di protesta contro l’estremismo di Pegida.

 

Pericolo per il sistema politico tedesco?

Il fermento che si è mosso attorno a Pegida sta a significare che il clima di risentimento e di paura verso gli immigrati, che negli ultimi anni è cresciuto in tutta Europa, è arrivato anche in Germania.

 

Se le elezioni politiche del 2013 sembravano averci detto che la Cdu-Csu era in grado di presidiare il lato destro dello schieramento politico, evitando la mobilitazione di recrudescenze di estrema destra, il risultato delle elezioni europee, delle successive elezioni regionali e la crescita di consenso per gruppi come Pegida, sono le spie di un pericoloso aumento di consenso per i gruppi e i partiti che - a vario titolo - si collocano alla destra dei cristiano democratici della Cdu.

 

Questo variegato schieramento possiede una certa capacità nel mobilitare consenso per un’area politica che per molti anni è apparsa dormiente nel sistema politico tedesco.

 

Bisognerà capire se il movimento riuscirà a saldare la propria posizione con quella di Afd, il movimento nato su una piattaforma euroscettica, ma che nell’ultimo anno, forte dei successi elettorali, sembra aver spostato ancora più a destra la propria proposta politica.

Eugenio Salvati è Dottore di Ricerca in Scienza Politica, Università di Pavia.  AffInt 20

 

 

 

 

La Giornata della Memoria a Monaco di Baviera e a Francoforte

 

L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ricorda il prossimo evento culturale: martedì 27 gennaio, ore 19, nell’Istituto (Hermann-Schmid-Straße 8)

»In Memoriam«, serata a tema e inaugurazione della mostra fotografica in occasione della »Giornata della Memoria«. Referenti: Michael von Cranach e Lorenzo Toresini. In tedesco. Accompagnamento musicale di: Maria Anelli, soprano; Hans-Christian Hauser, pianoforte; Mirella Nagy, violoncello.

In occasione dell’inaugurazione della mostra, lo psichiatra ed autore Michael von Cranach terrà un intervento sull’eliminazione dei malati e in particolare sul destino dei malati ebrei durante il Nazionalsocialismo. Lorenzo Toresini, ex primario della Psichiatria di Trieste e di Merano, Presidente della Società Italo-Tedesca per la Salute Mentale, parlerà della deportazione di malati ebrei di Trieste.

Durata della mostra: 28/01 – 13/02/2015. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V., Gesellschaft zur Förderung jüdischer Kultur und Tradition e. V. e Comites Monaco di Baviera. Ingresso libero, prenotazione obbligatoria attraverso la pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica »Calendario« oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it oppure tel. 089 74 63 21-32

 

Martedì, 27 gennaio 2015, ore 19.00, presso SALA ENIT Francoforte (Barckhausstr.10). “Il rumore della Memoria “. Lettura scenica di Massimo Fagioli (attore-scrittore) da “ La parola ebreo”, di Rosetta Loy successivamente proiezione del film-documentario “ Le rose di Ravensburg” ,regia di Ambra Laurenzi.  Entrata libera. E-mail di conferma (solo 60 posti a sedere) a : maria.somma@esteri.it.

In occasione del “Giorno della memoria”, giornata in ricordo della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa il 27 gennaio 1945, avvenuta 70 anni fa, l’Istituto Italiano di Cultura e l’Istituto di Romanistica dell’Università di Francoforte  organizzano una serata incentrata su una questione finora poco indagata: il rapporto tra memoria, identità di genere e Shoah.

L’evento commemorativo  prenderà le mosse dalla lettura scenica di alcuni brani tratti dal libro di Rosetta Loy “ La parola ebreo” ( Einaudi, 1997), una memoria autobiografica di una bambina di 11 anni, cattolica e di ceto benestante,  i cui ricordi di un'infanzia dolce e innocente si intrecciano  con i ricordi  più aspri e inquietanti suscitati dalle immagini impresse nella sua memoria dei volti e delle voci delle persone ebree, vicini e conoscenti, che improvvisamente, a causa del decreto fascista e delle successive persecuzioni, apparivano come altre persone, non più  persone , destinate a vedersi negare e a perdere completamente la loro identità di uomini e donne. Memoria individuale e memoria collettiva si sovrappongono in questo piccolo grande libro civile che nella sua apparente semplicità  ha la capacità di agire come un penetrante esame di coscienza. 

In seguito sarà proiettato il film-documentario Le rose di Ravensbrück: un film- documento dove si racconta la storia  e il destino delle oltre 900 donne italiane deportate a Ravensbrück durante la Seconda Guerra mondiale  Un insieme di ricordi tratti dalle testimonianze delle sopravvissute: parole che descrivono la deportazione, l´arrivo nel Lager, le umiliazioni quotidiane, i lavori forzati, la convivenza tra prigionieri, la malattia  e la morte e il regime di terrore all’interno di “un mondo fuori dal mondo”. La regista Ambra Laurenzi, fotografa e docente di fotografia ebbe sua madre e la nonna deportate come prigioniere politiche nel campo di concentramento di Ravensbrück.

Alla proiezione del documentario seguirà l’intervento della Dr. Anna Ventinelli, lettrice italiana dell’Università J.W. Goethe di Francoforte sul tema Ravensbrück e le testimonianze delle sopravvissute. (M.S./de.it.press)

 

 

 

 

 

L’emigrazione italiana a Berlino. Dal 2010 forte accelerazione

 

Berlino  - “L’emigrazione italiana a Berlino, come e più che nel resto della Germania, ha subito una forte accelerazione negli ultimi quattro anni. Berlino ha beneficiato della propria posizione di capitale di una Germania unificata e di altri fattori che, con ritardo rispetto ad altre città tedesche, hanno attratto una crescente immigrazione sia di comunità estere sia, fatto chiave, di nuovi residenti di cittadinanza tedesca”. Ad analizzare i dati è l’Osservatorio Italiani a Berlino, blog dedicato allo studio della comunità italiana a Berlino e in generale delle nuove forme di migrazione, curato dal sociologo Federico Quadrelli, con l’economista PierAntonio Rumignani e il filosofo Tullio Viola. “Dopo avere prevalentemente dedicato negli interventi precedenti la nostra attenzione al quadro generale dell’emigrazione italiana in Germania, passiamo ad analizzare brevemente la sua evoluzione a Berlino. Come detto in altra sede, la popolazione italiana nella capitale tedesca sarà l’argomento centrale del nostro blog.

I dati dell’Ufficio statistico di Berlino – Brandeburgo mostrano appieno l’accelerazione dell’emigrazione italiana degli scorsi quattro anni, superiore a quella mostrata nella metà degli anni novanta, anch’essi caratterizzati da un andamento insoddisfacente dell’economia del nostro paese. L’utilizzo dei dati dell’Ufficio statistico di Berlino e Brandeburgo è preferibile rispetto a quelli dell’Ufficio centrale tedesco di statistica (Destatis) poiché questi ultimi non tengono conto, per ragioni tecniche altrove specificate, delle registrazioni degli ultimi anni se non provenienti da fonti diverse da quelle dell’Ufficio statistico berlinese.

La dinamica della popolazione di cittadinanza italiana a Berlino, che ha portato il suo numero a superare le 22mila unità alla fine del 2013, si è rivelata maggiore sia della popolazione residente totale sia di quella di cittadinanza non tedesca. La quota dei residenti italiani su tutta la popolazione straniera ha raggiunto alla fine del 2013 un massimo del 4,2%, raddoppiando quasi il valore dell’inizio degli anni novanta, e dello 0,7% sul totale della popolazione residente, più del doppio del valore nel 1992. Anche negli anni precedenti al 2010 la quota degli italiani residenti a Berlino aveva mostrato un aumento, anche se più debole, a causa della sostanziale stagnazione sia della popolazione di cittadinanza tedesca sia di quella straniera.

È interessante notare che la dinamica della popolazione di cittadinanza italiana sia tra le maggiori a Berlino e inferiore solo a quella di paesi dell’est europeo quali la Romania e la Bulgaria o della Spagna. Non è sorprendente constatare che questi paesi siano tra i più colpiti dalla recente crisi economica che può essere anche essere considerata responsabile della forte accelerazione della crescita media degli stranieri residenti che passa dallo 0,5% annuo nel periodo 2000-2010 al 5,6% nei tre anni seguenti.

Come nei dati della statistica nazionale la comunità turca si muove in controtendenza mostrando una diminuzione da 127mila residenti nel 2000 a 100mila nel 2013, in parte imitata da quella dei paesi dell’ex-Jugoslavia. Anche a Berlino la riduzione della popolazione turca deve essere vista tenendo conto dell’alto numero delle naturalizzazioni che sono ammontate nel periodo 2007-2012 a 11.229 persone, rappresentando ben il 28% di tutte le naturalizzazioni della capitale.

È importante inquadrare l‘evoluzione demografica berlinese nell’ambito più vasto dei movimenti migratori in Germania.

Pur tenendo conto della correzione negativa per una sovrastima apportata in seguito ai risultati del censo del 2011, si può dire sulla base dei dati di Destatis che la popolazione di cittadinanza tedesca abbia subito dagli anni novanta una quasi costante riduzione annua di 100mila unità circa, mentre gli stranieri, dopo un periodo di lieve diminuzione a partire dal 1995 pari in media a circa 20mila unità all’anno, hanno ripreso a crescere fortemente negli anni successivi al 2011 al ritmo annuo di circa 300mila unità.

È utile qui ricordare come la crescita dell’economia tedesca abbia mostrato un andamento sostanzialmente debole negli anni novanta fino alla metà del decennio scorso.

La popolazione delle maggiori città tedesche ha invece segnato nel periodo di osservazione un aumento dei residenti sia di cittadinanza tedesca sia di quella straniera con l’eccezione delle città del bacino della Ruhr (Essen e Dortmund) che hanno mostrato nel periodo 2000-2013 una flessione continuando a risentire della conversione industriale conseguente alla crisi dell’industria pesante.

Particolarmente dinamica è stata l’evoluzione della popolazione di Monaco grazie a un andamento dell’econopmia particolarmente favorevole, seguita per ragioni analoghe da quelle di Stoccarda e Francoforte. Non è un caso che in tutte e tre le città, situate nel meridione della Germania, si sia assistito anche a un consistente aumento dei residenti di cittadinanza tedesca attratti dalle occasioni di lavoro e di vita – nel caso di Francoforte e Stoccarda anche più forte dell’aumento dei residenti stranieri, contrariamente all’andamento globale nel paese.

Il caso di Berlino si differenzia dagli altri poiché la sua crescita è riconducibile a fattori sostanzialmente diversi rispetto a quelli di cui ha prevalentemente beneficiato il meridione della Germania. Tali fattori possono essere identificati con l’essere divenuta la capitale della Germania unificata e con un ritorno di crescita tardivo rispetto alle città del meridione perché indotto, in assenza di un forte tessuto industriale, da attività del settore terziario, dell’edilizia – questa in parte sostenuta dalla forte spesa della mano pubblica – e dalla vitalità crescente di iniziative nel settore delle piccole imprese. Occorre ricordare qui come la città abbia fortemente sofferto durante tutto il periodo della divisione tedesca. Solo forti incentivi fiscali e altri aiuti avevano artificialmente tenuto in vita Berlino Ovest mentre la parte orientale subiva tutte le conseguenze dell’irreparabile declino economico della Repubblica Democratica.

Berlino perse abitanti di cittadinanza tedesca fino alla metà del decennio scorso. Soprattutto nel periodo iniziale dopo l’unificazione tale perdita di abitanti fu particolarmente forte e crescente fino al 1997 a mano a mano che le numerose e corpose facilitazioni fiscali venivano progressivamente abolite. Solo a partire dal 2006 il saldo divenne positivo con un massimo nel 2010 superiore alle 14mila persone”. (aise 19)

 

 

 

 

 

Benvenuti in Assia

 

Francoforte - È partita l’iniziativa del Land Assia per un gruppo di consulenza multiliguistico per i nuovi migranti in arrivo

Start your career in Hessen. Questo il nome dell’iniziativa „Welcomecenter Hessen“ che si propone di accogliere e di dare un primo orientamento a giovani - e meno - che arrivano da tutto il mondo in Germania, spesso senza conoscere la lingua, alla ricerca di un lavoro o di una occupazione, ed approdano a Francoforte, anche grazie all’aeroporto internazionale e al fatto che la città sul Meno è tra le più note al mondo. Il progetto è a cura del Land Hessen, il quale raccoglie una eredità progettuale del Wirtschaftsministerium e della Handwerkskammer.

A condurlo sono alcuni giovani che incontriamo nei loro uffici di accoglienza presso il Jobcenter francofortese sulla Fischerfeldstr. Si tratta di Ann-Marie Bennemann, che prosegue il lavoro precedentemente fatto dalla pedagogista di origine spagnola Tania Conde; Julia Sternberg, traduttrice con esperienza di vita all’estero; Alberto Coronado, sociologo con un diploma di laurea dell’università di Madrid. “I nuovi migranti che arrivano a Francoforte, - ci dice Ann Marie - sono accolti nelle lingue tedesca, inglese, spagnola ed araba, che sono anche tra le lingue più diffuse al mondo”. “Si tratta –prosegue Alberto- di persone che da noi cercano un orientamento nella nuova realtà, soprattutto nel campo del lavoro e del riconoscimento del diploma”.

“Noi non troviamo direttamente un’occupazione ai nuovi arrivati –precisa Julia - ma diamo loro una mano, tra l’altro, nella riqualificazione professionale, ma anche nel campo dell’apprendimento della lingua tedesca, nel trovare un appartamento, una scuola o un asilo per i bambini, o per essere indirizzati nei diversi uffici”. Ma chi sono le persone che si rivolgono a voi? “Si tratta soprattutto di giovani che arrivano dai Paesi del sud dell’Europa –risponde Ann Marie- con in tasca spesso un diploma di qualificazione professionale ed alle spalle alcuni anni di esperienza lavorativa. Spesso costoro trovano subito un impiego nel tessuto produttivo del Land o di altri Länder”. “L’ostacolo maggiore è sempre la lingua”- prosegue Alberto.-

“È inimmaginabile che si possa lavorare in Germania senza conoscere il tedesco e, in questo senso, vengono maggiormente penalizzate quelle professioni più legate alla lingua e alla cultura del luogo di origine. Da noi si sono presentati anche avvocati o giornalisti stranieri. È chiaro però che un avvocato spagnolo o un giornalista arabo difficilmente potranno esercitare qui la loro professione e, se vogliono rimanere, dovranno accontentarsi di fare qualcos’altro”. “Abbiamo stilato un elenco delle professioni più richieste in Germania - aggiunge Ann Marie - che sono soprattutto quelle che si esercitano nel campo tecnico-ingegneristico: dall’ingegnere per le costruzioni a quello informatico, passando per il chimico e il fisico. Chi arriva con quelle capacità non ha alcun problema di inserimento. Oltretutto, quelle sono anche le professioni che meno sono legate alla lingua. Molto richieste sono anche le abilità nell’ambito medico e infermieristico, compresa la cura degli anziani e degli handicappati”.

“In ogni caso - aggiunge Alberto - noi non lasciamo soli neppure coloro che arrivano senza conoscere la lingua. Attraverso di noi si può accedere ai cosiddetti Corsi di integrazione, che sono sostenuti e finanziati dalle autorità tedesche e sono offerti, anche attraverso scuole di lingua private, a tutti coloro che ne avessero bisogno. Si tratta di classi con circa una ventina di studenti ciascuna, ma che tuttavia si sono rivelate, in molti casi, efficaci. La lingua - prosegue - si sta palesando come il problema più grave per i nuovi arrivati. Questo deficit impedisce a molti di accedere al mercato del lavoro, e si tratta spesso di persone che altrimenti potrebbero trovare con successo un’occupazione. Per questo noi consigliamo a tutti coloro che hanno intenzione di venire in Germania di prepararsi prima, di frequentare corsi di lingua e di arrivare da noi almeno con il livello B1 delle convenzioni internazionali di conoscenza del tedesco. Questo risparmierebbe loro molti disagi, soprattutto nelle prime settimane e nei primi mesi”.

Ma chi sono e da dove vengono le persone che si rivolgono agli uffici francofortesi del Welcomecenter Hessen?

I ragazzi hanno stilato diligentemente statistiche degli arrivi. Nell’arco di tempo che va dal luglio 2013 al settembre 2014, il 23,92% dei nuovi arrivati erano spagnoli che sono il gruppo più rappresentato, anche grazie al gemellaggio tra il Land Hessen e la regione di Madrid, che ha semplificato da subito i contatti sul piano politico. Il secondo gruppo è quello dei rumeni (8,33%). Seguono gli italiani (7,75%). Quindi i bulgari (5,20%). Poi tutti gli altri: polacchi, greci, croati, portoghesi, indiani, colombiani… eccetra. Nello stesso arco di tempo, i nuovi arrivi appartenevano all’Unione europea per il 71,8% e al resto del mondo per il 28,92%. Una prevalenza schiacciante quindi per gli Immigrati dal Sud dell’Europa a sottolineare - se ce ne fosse ancora bisogno - quanto devastante sia la crisi economica che ormai da un decennio sta rovinando le economie più svantaggiate del continente.

Contatti con Welcomecenter Hessen

Telefono dalla Germania (gratuito) 0800 666 5788 Telefono dall’estero +49 69 971172 122 Fax +49 (0) 69 97172 5888 info this is not part of the email@I don't like SPAM welcomecenterhessen.com  www.welcomecenterhessen.com

Le lingue di contatto sono il tedesco, l’inglese, lo spagnolo e l’arabo. CdI/gennaio

 

 

 

 

 

Mannheim. Giornata di studio sull’emigrazione il 2 febbraio

 

Mannheim - Lunedì 2 febbraio, dalle ore 9.00 alle 21.00, la Fuchs-Petrolub Festsaal della Barockschloss Ehrenhof di Mannheim, ospiterà una giornata di studi sull’emigrazione organizzata dall'Università di Mannheim e dall'Università per Stranieri di Siena.

L’evento, dal titolo "Italiano e italiani a Mannheim", si dividerà in due sessioni durante le quali si alterneranno numerosi ed illustri relatori.

"L’italiano in Germania. Aspetti di linguistica migrazionale" è il tema della prima sessione, alla quale interverranno studiosi delle due università: Massimo Vedovelli su "Linee generali di una storia linguisitica dell’emigrazione italiana nel mondo: un caso di non-politica linguistica italiana"; Christine Bierbach sul "Retaggio migrazionale di tre generazioni. Il progetto "La/e lingua/e di emigrati siciliani a Mannheim (1998-2003). Alcuni risultati e prospettive"; Simone Casini su "Il ruolo delle comunità italiane emigrate per la presenza dell’italiano nei panorami linguistici urbani"; Caterina Ferrini sulla "Distanza linguistica, culturale, semiotica: il dominio enoico e il ruolo dell’emigrazione italiana"; Angela Wilhelm su "Tre generazioni, due tappe emigratorie, una famiglia. Analisi del comportamento linguistico"; e Valeria Bob "Da Voscenza a tu. Dinamiche del contatto linguistico tra siciliano, italiano e tedesco a Mannheim. Un’analisi linguisitica migrazionale pluridimensionale".

La seconda sessione "Italianità e migrazione. Aspetti linguistici e socioculturali" sarà introdotta, nel pomeriggio, dal saluto del console generale d’Italia a Stoccarda, Daniele Perico. Il regista Mario Di Carlo presenterà poi il suo fim documentario "Catenaccio a Mannheim" (2001), che verrà poi proiettato, ed il progetto "migrostories". Seguirà una tavola rotonda tra storie personali di italiani a Mannheim ed altre esperienze raccontate dai protagonisti.

Chiuderà la giornata la proiezione del film "Marina" del regista belga Stijn Coninx, ispirato alla vita del cantante Rocco Granata. (aise)

 

 

 

 

Ricevimento del Console Generale in Baviera

 

Monaco di Baviera. Numerosi gli intervenuti al ricevimento del 14 Gennaio scorso su invito del Console Generale d'Italia in Baviera, Ministro Plenipotenziario, Dr. Filippo Scammacca del Murgo e dell'Agnone. Tra gli ospiti, come di consueto, accolti con grande cordialità nella loro residenza monacense dal Ministro e  dalla sua Consorte, Baronessa Martina , alcuni tra i più stretti collaboratori: Dr. Ricciardi, Signora Rustia, Signori: Tondi,  Pain, Lenti.

Presenti, inoltre, tra i Corrispondenti Consolari: gli Ingegneri Benini e Mazzotta, l'Avv. Ricci, il Comm. Tortorici e il Dr. Grasso, che, nel primo pomeriggio –presenti anche il Viceconsole Dr. Ricciardi e i due Responsabili dei loro settori: Lenti e Pain – avevano partecipato ad un incontro in Consolato, nel corso del quale erano state discusse diverse questioni di carattere amministrativo, legate soprattutto all'attività che questi collaboratori esterni svolgono nelle zone di loro competenza in favore dei Connazionali, di concerto con l'Amministrazione. 

Tra gli altri invitati, tante le persone vicine all'Amministrazione e alla Famiglia Scammacca: dal Generale Fiorito e Consorte, alle Dr.sse Gruber, Zuccarini, Mattarei, Mazzadi, ai Direttori delle Missioni Cattoliche Italiane di Monaco e Rosenheim: Mons. Parolin e Padre Adam, e continuando con imprenditori e liberi professionisti e tanti altri ancora.

Nel corso del ricevimento, subito dopo un breve saluto ai presenti, il Console Generale ha invitato gli intervenuti al buffet: veramente variegato, squisito, e molto gradito. Durante tutta la serata, che si è protratta per un paio d'ore, gli ospiti hanno avuto modo di gustare, addirittura,  una eccellente minestra di "pasta e ceci della casa". Interessanti gli incontri e gli scambi di opinioni intercorsi tra gli ospiti e i Padroni di casa, incontratisi, già in altre occasioni, o, magari, per la prima volta. Fernando Grasso, Kempten  

 

 

 

 

Le recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Per uscirne (22.01.15) - Mario Draghi ha annunciato l'atteso "Quantitative Easing" della Banca Centrale Europea, che comprerà titoli per oltre 1000 miliardi. Obiettivo: far uscire l'Europa dalla crisi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/quantitativeeasing100.html

 

Archeomafia (22.01.15) - Il Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Magonza restituisce all’Italia dei reperti archeologici. Ma la figura del tombarolo non è mai scomparsa e si è trasformata in un’industria.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/archeomafia100.html

 

Dall’Antartide allo spazio (22.01.15)

Martina Maggioni collabora col centro di medicina aerospaziale della Charitè di Berlino, occupandosi di fisiologia degli ambienti estremi

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/martinamaggioni100.html

 

Bufera sull’Italicum (21.01.15) - L'Aula del Senato ha bocciato l'emendamento Gotor, mentre passa quello Esposito, appoggiato dal governo, che fa decadere oltre 35mila emendamenti presentati.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/italicum104.html

 

Contro la leucemia (21.01.15) - Donare midollo osseo può essere semplice come fare una trasfusione di sangue. E può salvare chi è malato di leucemia. Magari Gianpiero, un bambino di origine italiana in Germania.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/knochenmark100.html

 

Carloforte (21.01.15) - Carloforte è l’unico comune dell’isola di San Pietro, in Sardegna. Si tratta di un’enclave genovese che ancora oggi conserva lingua e tradizioni liguri.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/scopri_l_italia/carloforte100.html

 

Lucus a non lucendo (21.01.15)

La fotodocumentarista Francesca Magistro presenta il suo progetto sull'estrazione del petrolio in Basilicata e sulle conseguenze sociali e ambientali che ne derivano.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/francescamagistro102.html

 

Lucus a non lucendo

Alcune foto di Francesca Magistro, fotografa italiana ora a Colonia, tratte dal suo album "Lucus a non lucendo" sull'estrazione di petrolio in Basilicata.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/francescamagistro100.html

 

Contro il terrorismo (20.01.15)

I ministri degli Esteri europei e i ministri degli Interni cercano strategie per garantire più sicurezza nei singoli Paesi e nell’Europa tutta.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/sicherheit172.html

 

Benefattori silenziosi (20.01.15) - Un fondo di solidarietà per italiani in difficoltà. La bella iniziativa di alcuni dipendenti della Banca Centrale Europea e della Missione Cattolica Italiana di Francoforte.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/solidaritaetezbmitarbeiter100.html

 

Paola Pezzo (20.01.15) - È la prima campionessa olimpica di mountain bike. Le immagini del suo trionfo ad Atlanta '96 hanno fatto il giro del mondo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/paolapezzo100.html

 

Pegida in Europa (19.01.15) - Il movimento antislamico Pegida, balzato agli onori delle cronache per le manifestazioni di massa organizzate a Dresda, trova emuli anche fuori dai confini tedeschi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/pegida258.html

 

Corpo estraneo (19.01.15)

Nell'identità sessuale c’è un arcobaleno di sfumature e di orientamenti che non sempre sono compatibili con l'etichetta "uomo" o "donna".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/transgender108.html

 

È lecito pagare un riscatto? (16.01.15) - Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due volontarie rapite in Siria il 31 luglio scorso, sono state liberate dietro il presunto pagamento di un riscatto. E subito scoppia la polemica.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/alnusra100.html

 

Il buon senso in fumo (16.01.15) - In Italia c'è chi ha suggerito alla ministra della Salute, Beatrice Lorenzini, di vietare il fumo nei film. In Germania una coppia fa ricorso al giudice perché l'inquilino fuma sul balcone.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/rauchverbot238.html

 

Farla franca (16.01.15) - Uscire indenni da una situazione rischiosa, sfuggire ad un castigo meritato grazie alla propria fortuna o alla generosità degli altri.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/parole_in_liberta/glattdavonwegkommen100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html"  RC/De.it.press

 

 

 

 

L’artista Peppe Voltarelli ha raccontato la Calabria all’IIC di Amburgo

 

AMBURGO - Con la presentazione del romanzo cantato e suonato, “Il caciocavallo di bronzo” (Stampa alternativa, 2014) di Peppe Voltarelli, si è aperta il 21 gennaio la serie “Focus Calabria”all'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo. Di fronte a una sala gremita di pubblico, Peppe Voltarelli ha raccontato la Calabria sia attraverso alcuni brani del suo libro, sia attraverso le canzoni del suo repertorio e del suo ultimo CD, complementare al romanzo, “Lamentarsi come ipotesi”.

Peppe Voltarelli è interprete, autore, attore. Calabrese di nascita, vive tra Bologna e Firenze. Nel 1990, a Bologna, fonda “Il parto delle Nuvole Pesanti”, creatore della tarantella punk con centinaia di concerti in Italia e all’estero. Nel Gennaio 2006, Voltarelli lascia il gruppo e inizia la sua carriera da solista. Il suo primo album “Distratto Ma Però” esce nel 2007 ed è tra i finalisti del Premio Tenco 2007. Il suo secondo album “ Ultima Notte a Malà Strana” è vincitore del Premio Tenco 2010 come Migliore Album in Dialetto. Nel 2011 compone la colonna sonora originale per il film “Tatanka” di Giuseppe Gagliardi, ispirato ad un racconto di Roberto Saviano. Come attore, nel 2005 Voltarelli é protagonista del film “ La Vera Leggenda di Tony Vilar” di Giuseppe Gagliardi, per il quale compone anche la colonna sonora originale. Il film partecipa al Roma Film Festival del 2006 e al Tribeca Film Festival del 2007. Come autore, nel 2009 pubblica “Non finito calabrese”, 20 racconti brevi. Il “Caciocavallo di bronzo” è il suo primo romanzo. Si tratta di 19 micro-racconti autobiografici in un ordine temporale che va dalle scuole elementari ad oggi. Solo l’ultimo episodio, che dà il titolo al romanzo, è di finzione. Il tutto rigorosamente senza punteggiatura. E’ un romanzo in cui si celebra la Calabria dentro e fuori se stessa. Tutto succede in Argentina, in Germania, in Francia, a Bologna. La consapevolezza di vivere in un

luogo dove il talento può diventare un disvalore, conduce il protagonista alla fuga verso il nord, l’estero, l’impossibile. Le canzoni sono la colonna sonora di questa erranza. Il romanzo ha un titolo ironico: un grande monumento al formaggio, il caciocavallo. Il metallo scelto è il bronzo del terzo posto, che serve ad indicare l’eterno piazzamento prima della sconfitta.

“Il caciocavallo di bronzo” è una mappa alternativa della Calabria: i luoghi della memoria collettiva, le strade e le montagne, le pianure e le coste sfasciate dal cemento abusivo degli anni Settanta. I suoi personaggi sono fuori dallo stereotipo, lontani dalle rotte del turismo seriale. È un romanzo ironico che vuole raccontare le vicende di una piccola grande comunità, divisa, frammentata e sparsa, da generazioni, nel resto d’Italia e del mondo. La serata è stata presentata e moderata dal responsabile dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, Cristina Di Giorgio. “Focus Calabria” prosegue con la visione del film di Luigi Comencini “Un ragazzo di Calabria” il 23 gennaio e del film  “Il Sud è niente” di Fabio Mollo, a cui presenzierà lo stesso regista il prossimo 19 febbraio. L’iniziativa è stata sostenuta dall’Associazione “MATTONCINI” di Berlino e dal progetto “Kalabria calling” di Amburgo. (Inform)

 

 

 

 

 

Queste alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco e dintorni:

 

* fino al 2 febbraio 2015, c/o Neue Pinakothek (Barer-Str. 29, München)

"Venedig sehen..." Dipinti del XVIII secolo, fotografie del XIX secolo dalla collezione "Dietmar Siegert". Organizza: Neue Pinakothek

 

* fino all'8 febbraio 2015, c/o Alte Pinakothek (Barer Str. 27, München)

In occasione della Presidenza Italiana del Consiglio dell'Unione Europea

Mostra: "Canaletto - Bernardo Bellotto malt Europa". Organizza: Alte Pinakothek, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* martedì 27 gennaio, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) In occasione della "Giornata della Memoria"

Inaugurazione della mostra: "In Memoriam" on Michael von Cranach e Lorenzo Toresin in lingua tedesca. Interventi: Michael von Cranach: "Lo sterminio nazista dei disabili e il destino dei pazienti ebrei" . La mostra resterà aperta fino a venerdì 13 febbraio. Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V., in collaborazione con Gesellschaft zur Förderung jüdischer Kultur und Tradition e.V. e Comites di Monaco di Baviera

 

* mercoledì 28 gennaio, ore 21:00, c/o Jazzclub Unterfahrt (Einsteinstr. 42, München) Concerto "Raffaele Casarano & Mirko Signorile"con Raffaele Casarano (sax) e Mirko Signorile (piano). Ingresso: € 16,- / soci: € 8,-

Organizza: Jazzclub Unterfahrt

 

* giovedì 29 gennaio, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "Il rosso e il blu" (Regia: G. Piccioni, Italia 2012)

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* sabato 31 gennaio, ore 9:30-15:00, c/o SDI, Audimax (Baierbrunnerstr. 28, München) Workshop "Didattica dell'italiano come lingua straniera"

col Prof. Telis Marin (direttore, autore e formatore di Edizioni Edilingua)

Programma:

o Ore 9:30 - Arrivo degli insegnanti, distribuzione del materiale

o Ore 10:00-11:50 - La didattica attiva (induttiva, ludica, per progetti): esempi e tecniche per insegnare in modo meno convenzionale e motivare i nostri studenti; L'uso creativo del video. Tecniche e materiali

o Ore 11:50-12:10 - Pausa caffè

o Ore 12:10-13:00 - La Lavagna Multimediale; La didattica 2.0: i nuovi strumenti digitali e come possiamo trarne il meglio

o Ore 13:00-14:00 - Pausa pranzo

o Ore 14:00-15:00 - La piattaforma i-d-e-e

La partecipazione è gratuita.

La pausa caffè e la pausa pranzo saranno offerte da Edilingua.

Si prega di confermare la vostra adesione scrivendo a info7@edilingua.it

Organizzatori: Bi.DI.Bi. - Bilingualer Deutsch-Italienischer Bildungsverein München, Edizioni Edilingua, in collaborazione con l'Ufficio Scolastico del consolato di Monaco di Baviera

 

* lunedì 2 febbraio, ore 18:00, c/o Gasteig (Rosenheimerstr. 5, München)

Inaugurazione della mostra fotografica "Überleben - Weiterleben. Europäische Flüchtlingspolitik zwischen Aufnahme und Abwehr" di Marcello Carrozzo (fotogiornalista). La mostra resterà aperta fino al 3 marzo

Ingresso libero. Organizzatori: REFUGIO München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* giovedì 5 febbraio, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) In occasione della "Giornata della Memoria" Presentazione del libro di Michael Göring: "Vor der Wand" (Osburg Verlag, 2013) con l'autore

In lingua tedesca. Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V. e Comites di Monaco di Baviera

 

* giovedì 5 febbraio, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) "Die Hölle als Sprechblase. Dantes Inferno im Comic"

di Dr. Maximilian Gröne (Univ. Augsburg). Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* sabato 7 febbraio, ore 19:30 (ingresso ore 19:00), c/o Centro Parrocchiale St. Josef (Kath. Pfarramt St. Josef - Schulstr. 4, Karlsfeld) Carnevale ACLI 2015

Musica italiana, cucina (fino alle 22.00) e servizio bar (cocktails)

Ingresso: € 7,- / 5,- Per motivi organizzativi, si prega di prenotare entro il 2 febbraio presso: Salvatore Cascetta (tel.: 08131/96277 - 01716755255), Mauro Sansone (tel.: 08131/665099 - 01792072349) Organizza: ACLI Karlsfeld

 

* sabato 7 febbraio, ore 20:00, c/o Gasteig, Kleiner Konzertsaal (Rosenheimerstr. 5, München) Concerto di pianoforte di Emanuele Rimoldi- Programma: Frédéric Chopin, Aldo Finzi, Benjamin Yusupov, Sergej Prokofiev. Ingresso: € 25,- / 10,-

Organizzatori: Kulturkreis Gasteig e.V. in cooperazione con Hochschule für Musik und Theater München, con il patrocinio del Console Generale d'Italia

 

* sabato 7 febbraio, ore 20:00, c/o Ars Musica (Plinganserstr. 6, München)

Concerto jazz "Sax Quattro" con Alessandro De Santis (sax soprano e alto), Philipp Pfefferkorn (sax alto), Sascha Schmidt-Karst (sax tenore), Matt Noak (sax basso). Ingresso: € 15,- / 12,- Organizza: Ars Musica Verein/Büne

 

* domenica 8 febbraio, ore 15:30, c/o Caritas Zentrum Innenstadt (Landwehrstr. 26, München) Cinema italiano per bambini: "Frozen, il Regno di Ghiaccio" (2014, 98 min) Un'avventura con tanta magia. Ingresso libero

Si prega di riservare lucianna.filidoro@gmx.de

Organizzatrici: Lucianna Filidoro e Azzurra Meucci

 

* domenica 8 febbraio, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Tanzraum (Schwanthalerstr. 80, München) "Serate di danze popolari italiane - italienische Volkstanzabende"

con il maestro Giorgio Zankl. Ingresso: € 5,- Organizza: rinascita e.V.

 

* lunedì 9 febbraio, ore 21:00, c/o Jazzclub Unterfahrt (Einsteinstr. 42, München)

Concerto "Alessandro De Santis Big Band". Ingresso: € 16,- / soci: € 8,-

Organizza: Jazzclub Unterfahrt

 

* mercoledì 11 febbraio, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) In occasione della "Giornata della Memoria"

"Zeugnisse der Gefangenschaft" incontro con la Dr. Gabriele Hammermann (direttrice del KZ-Gedenkstätte Dachau)

Conduce il Dr. Thomas Schlemmer (Institut für Zeitgeschichte)

In lingua tedesca. Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., KZ-Gedenkstätte Dachau, e Comites di Monaco di Baviera

 

* venerdì 13 febbraio, ore 20:00, c/o Gasteig, Carl-Orff-Saal (Rosenheimerstr. 5, München) Concerto "Roberto Prosseda an Flügel und Pedalflügel"

Alle ore 18:30: presentazione del Pedalflügel (o piano Pedalier)

Il pianista Roberto Prosseda si esibirà per la prima volta in assoluto con il Pedalflügel o piano Pedalier. Un modo totalmente particolare di suonare, mani e piedi all'opera. Brani di Robert Schumann, Ennio Morricone, Luca Lombardi, Felix Mendelssohn Bartholdy, Franz Liszt. Il concerto verrà registrato dal Bayerischer Rundfunk e sarà trasmesso il 2 giugno (ore 20:00). Ingresso: da € 34,- a 69,-  Organizza: Associazione "Musica Inaudita", col patrocinio del Consolato Generale d'Italia

 

* sabato 14 febbraio, ore 11:00-13:00, c/o Bürgerhaus Pfersee (Stadtberger Str. 17, Augsburg) "Facciamo due chiacchiere". Conversazione in italiano davanti ad una tazza di caffè. Conduce: Filippo Romeo. Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg  (Claudio

 

 

 

 

 

La nuova immigrazione italiana in Germania

 

Giovani, senza figli, spesso single, con una buona formazione ma con competenze poco o nulla richieste dal mercato del lavoro, e senza conoscenza del tedesco. Questo il ritratto dei nuovi immigrati italiani in Germania

Su incarico del ministero federale della formazione e ricerca, il gruppo privato di ricerca statistica “.minor” ha messo a disposizione un ritratto in due volumi dei nuovi migranti italiani e spagnoli che, a partire dal 2008, hanno messo piede in Germania con l’intenzione per lo più di restarvi. La ricerca si è svolta su un campione significativo di quasi seicento italiani e quasi trecento spagnoli.

I dati, che a giudizio degli autori, sono “weitgehend repräsentativ“ - abbondantemente rappresentativi - forniscono un quadro che, per molti versi, non si distacca molto da quanto più o meno si sapeva del fenomeno, ma che, tuttavia, va molto nel dettaglio descrittivo. I ricercatori (per la cronaca: Sophie Duschl, Marianne Kraußlach e Christian Pfeffer-Hoffmann) hanno utilizzato il sistema classico delle domande incrociate a soggetti rappresentativi, arricchendo però la ricerca attraverso Blog e socialmedia.

Interessante nella ricerca è, tra le altre cose, anche il confronto tra la nuova immigrazione italiana e quella spagnola, che risultano per molti versi simili. Ciò significa che le fratture nel tessuto sociale e produttivo che questa crisi economica ha portato nei due Paesi sono molto simili tra loro. Ma veniamo al dettaglio. Anzitutto che età anno i nuovi immigrati? La risposta è inquietante. Sono quasi esclusivamente giovani. Tra gli italiani, il 60% sta tra i 26 e i 35 anni. Quasi il 95% hanno una età che va tra i 18 e i 45 anni. Quindi - e lo sapevamo - sono soprattutto i giovani a lasciare il Paese. E sono anche i giovani più scolarizzati. Non è una buona notizia per l’Italia e per tutti i Paesi dai quali questi ragazzi fuggono.

Facendo il confronto tra i dati degli italiani e degli spagnoli si nota che –come si diceva- la situazione del mondo del lavoro dei due Paesi sembra molto simile, in particolare per ciò che riguarda le incrostazioni clientelari. Dice ad esempio la spagnola Patricia: “In Spagna non trovi lavoro se non con raccomandazioni o attraverso parenti. Non c’è un mercato del lavoro aperto“. Bisogna poi anche ammettere che le stesse testimonianze raccolgono anche il desiderio - tutto italiano - di essere sovvenzionati e nutriti dallo Stato. Dice il 31enne Roberto: „C’è una certa leggenda attorno a Berlino. Alcuni hanno raccontato che si può vivere bene con 200 euro al mese. Se non hai soldi, lo Stato ti da qualcosa. Tu devi soltanto chiedere. Questo ha portato a un movimento di massa. Esagero un poco, ma c’è stata una certa propaganda!“

La ricerca mette comunque in tutta evidenza la estrema gravità della situazione italiana. Che si nota, tra l’altro, anche dalle regioni di provenienza dei giovani migranti. Sono soprattutto i giovani lombardi a lasciare il Paese. Seguono i veneti, i laziali, i campani, gli emiliano romagnoli, i toscani. Insomma, le regioni che fino a ieri erano i luoghi di attrazione della immigrazione interna, sono diventate terra di emigrazione. Il rovesciamento della tipologia degli emigranti, lo si vede anche dalla qualificazione che essi possono vantare. Il 75,8% sono accademici (di cui il 49,7% con un master in tasca; soltanto il 22,8 con un semplice baccalaureato). Il 3,3% può mostrare addirittura un diploma di dottorato. Tra le specializzazioni, spiccano i linguisti (15,9%) seguiti da economisti e sociologi (quasi l’11%). Relativamente pochi sono gli ingegneri (7,9%).

Se si dà un’occhiata –contemporaneamente- ai dati che riguardano l’immigrazione spagnola, si vedono molte similitudini, ma anche alcune differenze. Anche gli spagnoli, infatti, provengono soprattutto dalle zone più industrializzate del Paese, a cominciare dalle regione madrilena e dalla Catalogna. Essi, però, arrivano con più competenze tecniche e professionali. Sono ingegneri per il 22%; medici e infermieri per il 13,7%; matematici e fisici per il 8,7%. Insomma anche in emigrazione i giovani italiani pagano il pegno di un sistema formativo basato più sulla chiacchiera che sulla competenza in materie realmente spendibili sul mercato del lavoro. Ma andiamo avanti con le cifre. Un altro tra i punti dolenti dei giovani in arrivo è la conoscenza della lingua tedesca. Tra gli italiani, il 43,1% non ha alcuna conoscenza del tedesco, e soltanto il 1,9% arriva al livello C2, che è il minimo per tenere una normale conversazione con parole semplici e con una costruzione grammaticale accettabile. Se la cavano meglio con l’inglese, ma anche in quel caso, non è grasso che cola. Soltanto il 18,3% arriva al livello C2 e il 38% al livello C1. Insomma: parlare con qualcuno in Germania senza conoscenze di tedesco e con quel po’ di inglese imparato a scuola, diventa per il giovani italiani il problema più grave.

Alcune istituzioni pubbliche offrono corsi di lingua, anche gratuitamente, ma l’apprendimento di una lingua non è certo cosa che si sbriga in poche settimane. La precarietà e la scarsa progettazione della immigrazione emerge anche dalle domande a proposito della durata prevista del soggiorno. Il 39% dei giovani italiani non sa quanto rimane in Germania (addirittura il 51% dei giovani spagnoli). Quasi il 30% progetta un soggiorno breve: da pochi mesi a qualche anno. Non a caso, poi, i settori a cui i giovani si rivolgono sono soprattutto la gastronomia (20%) e l’arte, cultura e società (13,9%). Segue soltanto al terzo posto l’informatica (13,4%) e, al quarto, i servizi (10,4%). Su questo punto importante, la ricerca diventa però - ci pare - un po’ lacunosa.

Cosa significhi lavorare nella gastronomia, possiamo immaginarlo abbastanza bene, conoscendo le condizioni - spesso disastrose - del settore per chi vi è impiegato. Cosa però voglia dire, per un giovane italiano che conosce poco o nulla la lingua, lavorare nel settore “cultura, arte e società”, facciamo fatica ad immaginarlo. Forse si intende il suonare la chitarra per strada o il vivere nel sottobosco berlinese nell’attesa di una qualche chimerica sovvenzione dello Stato? Di più, il rapporto non dice. Rimane – dicevamo- l’impressione di una grande provvisorietà e di una quasi totale mancanza di progetto. Si viene in Germania quasi per fare un tentativo: o la va o la spacca. Ma in questo mondo così specializzato, questa non è senz’altro la metodologia vincente.

La testimonianza di Emilia (27 anni), arrivata in Germania senza conoscere la lingua e con una qualificazione tanto alta quanto poco richiesta (master in scienze politiche) la dice lunga sul tema: “Ho l’impressione che ci siano due tipi di migranti. Al primo tipo appartengono i migranti che arrivano per lavorare perché la loro specializzazione è molto richiesta, come ad esempio gli informatici. È il caso del mio compagno. È informatico e ha lavorato per la ditta (x). Io ho invece un master in scienze politiche. Quando il mio compagno è arrivato, ha avuto a disposizione una persona tedesca di una agenzia privata che lo ha aiutato in tutto. Non ha dovuto neppure presentare la domanda di immatricolazione. Questa persona ha cercato per lui un appartamento, gli ha tradotto il contratto di lavoro. Questo è veramente scandaloso. Significa che spendono migliaia di euro per fare in modo che tu, come informatico, rimanga a Berlino. Al contrario, quando sono arrivata e quando ho cominciato a lavorare, io non ho avuto nessun aiuto. Per fortuna i collaboratori parlano tutti inglese. E io guadagno 1200 euro al mese”. Emilia non lo sa, ma le poteva andare peggio.

Ciò che Emilia definisce „scandaloso“ è in realtà la condizione normale del mercato del lavoro in una nazione industriale: chi è richiesto trova i ponti d’oro; chi non è richiesto può tornarsene a casa. Stupiscono piuttosto l’ingenuità e le aspettative irrealistiche di alcuni di questi giovani, nonostante l’alta qualificazione. Dicevamo che ad Emilia poteva andare peggio.

La testimonianza di Chiara (25) che lavora nella gastronomia ne è la prova più evidente. “Le condizioni sono veramente cattive. Ti danno un contratto per un minijob (che prevede mediamente l’impiego per 10 ore alla settimana n.d.r.) ma si aspettano che lavori per 40 ore. La gastronomia è davvero il settore peggiore. Quando non si sa fare niente, si va lì. Nella gastronomia c’è veramente di tutto. C’è gente che si dimentica di pagarti. C’è gente che non ti paga e basta. Se lo possono permettere, di trattarti male, perché ce ne sono tanti che vogliono vivere qui e sono alla ricerca”. Altrove abbiamo parlato delle lodevoli iniziative dell’Amministrazione tedesca per accogliere questi giovani almeno con informazioni sul mercato del lavoro e con l’offerta di corsi di lingua. Abbiamo parlato anche dell’impegno solidale delle rappresentanze degli italiani in Germania. Manca ancora, nel tassello, l’impegno dell’Amministrazione italiana. Mauro Montanari, CdI/gennaio

 

 

 

Monaco di Baviera. Gruppo Ergo: Offriamo lavoro in Germania ed in Italia

 

Sono un italiano che vive e lavora a Monaco - precisamente a Unterschleissheim - da circa 14 anni.

Insieme ad un team di colleghi stiamo ampliando un'agenzia assicurativa operante a Monaco e dintorni per il Gruppo ERGO, una controllata del gruppo Munich Re.

Il nostro focus è sul mercato futuro delle pensioni integrative collegate alle sovvenzioni ed alle agevolazioni fiscali concessi dallo stato tedesco. Un settore che nei prossimi anni vedrà aumentare in modo considerevole la richiesta di consulenza professionale e qualificata.

Personalmente mi occupo della comunità di lingua italiana a Monaco e sto selezionando persone automunite per la consulenza assicurativa e previdenziale al cliente finale.

La formazione è basata su concetti semplici e concreti, ed è concentrata in un tempo ristretto. L’inquadramento è di lavoro autonomo. L’attività è molto flessibile: può essere esercitata anche part-time, parallelamente all’attività lavorativa principale.

Se la cosa può essere di Vostro interesse, inviatemi una mail con il vostro curriculum o chiamatemi per ulteriori informazioni.

Vi ricordo che stiamo aprendo filiali anche in nord e centro Italia. Per questo motivo siamo interessati anche a soggetti residenti in Italia

Luca Giacomini, Repräsentant der Vertriebsorganisation ERGO Pro

ERGO Lebensversicherung AG

Fürstenrieder Str. 267 / 3. OG, 81377 München

Mob.: 0176 – 32 26 49 52, Mail: lucagiacomini66@gmail.com (de.it.press)

 

 

 

 

ICE-Agenzia presenta all'IPM 2015 produttori di piante provenienti dal Sud Italia

 

L'ICE- Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane presenterà alla fiera IPM, che si terrà dal 27 al 30 Gennaio 2015 ad Essen, sei produttori di piante provenienti dalle Regioni del Sud Italia.

Presso lo Stand F29 della collettiva, situato all'interno del Padiglione 6.0 , saranno presenti le aziende pugliesi:  Santo Stefano, Floras, Vivai Caponio Giuseppe e Vivai Fortunato e quelle siciliane: Cicciari Vivai e  Floricoltura Scimone.

L'Italia figura tra i paesi maggiormente rappresentati ad una delle fiere internazionali più importanti dedicate al giardinaggio, con una presenza  complessiva che supera i 100 espositori.

L'Italia rappresenta, assieme ai Paesi Bassi e alla Germania, uno dei maggiori esportatori di piante vive in Europa. La Germania, con un volume di importazione pari a 140 milioni di Euro nell'anno 2013, si classifica come il più importante paese acquirente dell'Italia.

Relativamente all'importazione tedesca di piante italiane, viene registrata una sostanziale diversificazione in gruppi di prodotti: "Piante ed arbusti" presentano un aumento evidente e vantano una quota nel 2013 pari al 19,8% delle importazioni dall'Italia (2012: 16,1%). “Piante da  fiori con fiorite” raggiungono una quota del 18,5% (2012: 27,5 % ). Seguono, al terzo posto, le “piante vive da piena” con una quota pari al 12,8 %.

E' possibile ricevere ulteriori informazioni relative alla produzione italiana e alle possibilità commerciali con le aziende italiane recandosi presso lo Stand dell'ICE-Agenzia F29 nel padiglione 6.0 dell'IPM di Essen, oppure direttamente presso l'ICE-Agenzia, Ufficio di Berlino rivolgendosi a: Dr. Fabio Casciotti

ICE - Italienische Agentur für Außenhandel, Schlüterstr. 39 D - 10629 Berlino

Tel. +49 (0)30 884403-0, berlino@ice.it (Ice/de.it.press)

 

 

 

 

Partecipazione italiana alla fiera Bau 2015 di Monaco di Baviera

 

La fiera BAU, l´evento di rilevanza internazionale per il settore edile e architettonico, ha aperto i suoi battenti a Monaco di Baviera, dal 19 al 24 gennaio con oltre 2.000 espositori provenienti da 46 paesi su una superficie espositiva di 180.000 m².

In occasione di questa importantissima manifestazione fieristica, sono state presentate le principali innovazioni e soluzioni relative a materiali e sistemi per l´edilizia industriale ed abitativa. I padiglioni fieristici erano organizzati per aree tematiche tra le quali  materiali da costruzione e  prodotti per l´edilizia.

Il tema dell´edilizia sostenibile ha rivestito in questa edizione 2015 un ruolo fondamentale nei diversi settori espositivi.

 

Per incrementare le potenzialità di business dei produttori italiani, l’ICE – agenzia per la promozione all´estero e l´internazionalizzazione delle aziende italiane, ha organizzato uno stand (Padiglione A4 Stand 119) di servizi a supporto degli espositori italiani in fiera, facenti parte della collettiva organizzata dalla suddetta agenzia, al fine di rendere la loro partecipazione a Monaco più visibile ed efficace.

Le aziende italiane espositrici che hanno aderito alla collettiva, appartenenti al settore dell´estrazione e lavorazione di pietra naturale e marmo, hanno colto l´occasione per presentare i loro prodotti ad un pubblico internazionale. La partecipazione  italiana all´evento fieristico conferma l’indiscutibile ruolo dell´Italia nel contesto competitivo internazionale per il settore delle pietre naturali collocandosi al primo posto nella classifica europea e al quinto posto nella classifica mondiale come paese produttore ed esportatore di pietre naturali e lavorati. La Germania risulta essere il più importante paese importatore di pietre naturali in Europa ed é quindi un mercato rilevante per le esportazioni italiane del settore. De.it.press

 

 

 

 

Fernando Grasso corrispondente consolare a Kempten

 

Monaco di Baviera - Fernando A. Grasso, vice presidente vicario delle ACLI Baviera, è stato nominato corrispondente consolare per il circondario di Kempten dal Consolato Generale d’Italia di Monaco di Baviera. Lo segnala il Corriere d’Italia di Francoforte.

Il cav. Grasso risiede a Kempten da quasi cinquant'anni ed ha insegnato per trent'anni nei corsi di lingua e cultura italiana in Baviera. Dal 1983 è, inoltre, è Incaricato d'Italiano presso l'Università di Kempten, e riveste inoltre altre cariche di notevole importanza e ha dato, in tutti questi anni, molti contributi in favore dell'integrazione e la formazione di molti nostri connazionali in Germania.

All'amico Grasso formuliamo i nostri migliori auguri di buon lavoro ancora per molti anni. Il corrispondente Grasso riceve il pubblico tutti i lunedì dalle 15 alle 16 nel suo ufficio multifunzionale sito in Freudental 5b, 87435 Kempten. Per maggiori informazioni e per consultare gli altri orari di ricevimento per il disbrigo di pratiche pensionistiche, ecc., consultare i link di due dei siti da lui amministrati, e in cui compaiono anche i principali avvisi dell'Amministrazione Consolare e gli avvenimenti principali che hanno a che fare con la comunità italiana, spesso ripresi dalla stampa d'emigrazione.  www.fernandoagrasso.altervista.org,  www.aclibaviera.altervista.org. (dip)

 

 

 

 

Halt! Si parla solo tedesco

 

Gli stranieri devono essere sottoposti all’obbligo di parlare tedesco anche nella loro casa

 

Gli stranieri devono essere sottoposti all’obbligo di parlare tedesco anche nel loro ambito privato. Questa è la bizzarra proposta del mese scorso all’ordine del giorno al congresso della Csu avanzata dal Segretario del Partito Andreas Scheuer. Ora, non si sa se ridere o se piangere.

Cominciamo col ridere:

1) In casa Esposito, famiglia italiana residente da anni in Germania, un dialogo in ambito privato, secondo l’auspicio del Segretaio Scheuer, potrebbe svolgersi così: Mein Schatz! (Lui a lei, cioè il marito alla moglie, Signora Ciccarella in Esposito) Bitte. Heute Abend nix spaghetti ca pummarola. Heute Abend, habe ich das Bedürfnis nach Schweinekotelett mit Pommes Fritte, Oh! Entschuldigung für französischen Ausrutscher, lieber Bratkartoffeln, ist mehr deutsch. Lei a lui: Nix Schweinekotelett. Dein Cholesterin zu hoch. Du machst dann Krankenschein und Csu wird dann böse, weil Ausländer machen zu viel Krankenschein.

2) In casa Rossi. Kommt heute Abend der Dolmetscher? Ich muss ernsthaft mit deinem Sohn Sprechen. Hat wieder 5 in Deutsch. Er bringt unsere Familie in Gefahr. Csu wird früher oder später verlangen die Ausweisung, l‘espulsione, aller ausländischen Kinder mit 5 in Deutsch. Situazione molto pericolosa…sehr, sehr gefährlich obwohl, deutsche Sprache, schwere Sprache und deutsche Politik, na ja... schwere Politik!

3) Oppure al Ristorante italiano a Monaco di Baviera: Guten Abend die Gäste. Wir haben heute Abend Nudeln, zylindrisch, dünn und lang, circa 1,5 mm Durchmesser mit geschälten Tomaten und mediterranen Kräutern, ein Paar Blätter Basilikum…. Sie meinen, Spaghetti al pomodoro? Psst! Bitte leise, wir wollen nicht die Konzession verlieren!

4) Dal medico in Baviera: Hier haben Sie ihr Attest: Diagnose, Sinusitis und Bronchitis. Ach, bitte Herr Doktor, mein Arbeitgeber ist Mitglied der Csu. Könnten sie nicht lieber Schreiben Nebenhöhlenentzündung und Entzündung der Atemwege? Ich könnte um meinen Arbeitsplatz fürchten, capisce?

5) Nella stanza da letto: Abbracciami tesoro! Psst! Es soll heißen: Umarme mich mein Schatz! Ja, ich weiß. Aber dabei kommt mir immer Frau Merkel vor die Augen…

Chissà se una realtà linguistica quotidiana di questo stampo soddisferebbe realmente le esigenze esternate in preparazione del congresso Csu del dicembre scorso a Monaco di Baviera. Proprio a Monaco di Baviera dove nessuno, ma proprio nessuno in ambito privato parla il tedesco “Hochdeutsch”, bensì quella meravigliosa lingua che è proprio il bavarese. Ma cerchiamo ora di capire cosa potrebbe nascondersi dietro tanta assurdità. Franz Josef Strauss, storico leader della Csu bavarese, affermò che più a destra della Csu non deve rimanere più spazio per nessuno. Allora ogni tanto assistiamo a delle sparate tutte intenzionate a soddisfare gli istinti di una fascia elettorale che cerca il suo posto a destra, ma tanto a destra che più non si può. E quale argomento meglio si presta per soddisfare le esigenze di questa fascia elettorale? È semplice, l’immigrazione.

Gli sforzi cioè per l’integrazione degli stranieri che proprio non vanno a genio a una piccola ma significativa, e a volte decisiva, porzione dell’elettorato tedesco. La spina nel fianco della Cdu/Csu è indubbiamente il nuovo partito AFD la Alternative für Deutschland che sta raccogliendo forti consensi proprio a destra della Cdu/Csu. Il cavallo di battaglia della AFD è l’euroscetticismo, addossando all’Euro tutte le cause che frenerebbero un’economia tedesca, tanto forte da non avere bisogno del carrozzone europeo.

Subito dopo, però, nell’agenda dell’AFD troviamo il tema dell’immigrazione. Un’immigrazione auspicata da questo partito secondo i modelli americani, canadesi e australiani che permetterebbero l’accesso alla Germania solo a soggetti super qualificati e preselezionati dall’esigenze dell’economia locale e … che parlano perfettamente il tedesco! E probabilmente è scaturita da quest’osservazione l’esigenza di tematizzare, anche se nella maniera più maldestra immaginabile, la pretesa di uno sforzo da parte degli stranieri di mettere la conoscenza del tedesco al centro della loro vita quotidiana. La cancelliera Angela Merkel ha limitato il danno asserendo che il bilinguismo, conoscenza della lingua del paese d’origine con la conoscenza del tedesco, è un valore culturale aggiunto.

La signora Merkel sa di cosa parla. Ha imparato il russo quando nella Germania socialista, suo Paese di provenienza, frequentava completamente a suo agio i centri di raduno della gioventù comunista.

La Redazione chiede infine, quasi con la stessa severità della Csu, la traduzione riassuntiva del tedesco maccheronico scritto sopra, che è questa:

1) Per piacere. Questa sera niente spaghetti ca pummarola. Desidero una cotoletta di maiale con patate al forno. Lei: niente cotoletta di maiale. Il tuto colesterolo è già troppo alto. Poi ti ammali e la Csu si arrabbia e dice che gli stranieri già sono troppo assenteisti per malattia!

2) Hai chiamato l’interprete per stasera? Devo parlare seriamente a tuo figlio che ha portato un’altra insufficienza in tedesco. Quello li mette in pericolo l’intera famiglia. La Csu, prima o poi, chiederà l’espulsione di tutti i bambini stranieri con un’ insufficienza in tedesco.

3) Al ristorante: Buona sera signori, questa sera la casa offre pasta lunga, cilindrica, circa 1,5 millimetri di diametro, con pomodori pelati e aromi mediterranei, qualche fogliolina di basilico. Le intende spaghetti al pomodoro? Psst! Silenzio per cortesia, non vorrei perdere la licenza.

4) Dal medico. Ecco il suo attestato. Diagnosi, sinusite e bronchite. Dottore per piacere, il mio datore di lavoro è iscritto alla Csu. Potrebbe scrivere infiammazione delle vie respiratorie e delle cavità paranasali? Se no, deve temere per il mio posto di lavoro…

5) In camera da letto: tesoro abbracciami! Ma me lo devi dire in tedesco! Si lo so. Ma il problema è che poi davanti agli occhi mi viene la faccia della signora Merkel. Aldo Magnavacca, CdI/Gennaio

 

 

 

 

 

Il senatore Micheloni a Berlino ospite del Circolo PD

 

Berlino - Venerdì 16 gennaio, il senatore del Pd Claudio Micheloni ha partecipato a Berlino ad un incontro promosso dal Circolo Pd nella delle SPD.

“È stato un evento importante”, commenta il segretario del Circolo, Federico Quadrelli, facendo la sintesi di quanto emerso durante l’incontro cui hanno partecipato, oltre agli iscritti del Circolo, anche i rappresentanti delle due liste Comites che ad aprile si confronteranno nella sfida elettorale e la Presidente in carica del Comites di Berlino, Simonetta Donà.

“Il senatore – dice Quadrelli – ci ha parlato in modo chiaro e onesto della condizione attuale dei Comites. Purtroppo la partecipazione al momento è molto bassa. Solo il 3,5% degli aventi diritto si sono iscritti e manca poco ormai. Sarà importante che gli iscritti AIRE si pre-iscrivano per poter esercitare il loro diritto di voto. Il Senatore Claudio Micheloni ci ha spiegato di aver fatto ricorso affinché laddove c’è una sola lista, la seconda possa avere il tempo di raccogliere le firme necessarie per potersi presentare. Un elemento irrinunciabile di democrazia. Un punto che il Senatore ha sottolineato con grande chiarezza. Una battaglia che porterà avanti, anche se riconosce le grandi difficoltà”.

Con Micheloni, aggiunge Quadrelli, “abbiamo discusso anche della situazione attuale della politica italiana. Le riforme in campo sono importanti e meritano una profonda riflessione. La riforma Costituzionale, per esempio, tocca gli assetti stessi del nostro Paese, del sistema politico italiano. A breve si discuterà anche della legge elettorale e sarà imperativa una discussione approfondita. Qui c’è in gioco il senso stesso della democrazia, ricordiamolo”.

“Ringrazio, a nome del Circolo, il Senatore Claudio Micheloni per essere stato nostro ospite e – conclude – per averci aiutato a fare chiarezza sulla questione della rappresentanza estera e dei rinnovi dei Comites”. (dip)

 

 

 

 

In rete il numero 1/2015 di Rinascita Flash, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera – È online il nuovo numero di Rinascita Flash, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera.

Di seguito gli articoli di questo numero: Il popolo siamo noi tutti di Sandra Cartacci; Coraggio civile di Massimo Dolce; A proposito di profughi di Carl Wilhelm Macke; Oltraggio alla memoria di Pasquale Episcopo; “Quale futuro pensionistico per la donna nel sistema previdenziale tedesco?”, intervista alla Dott.ssa Lara Galli, responsabile del Patronato INCA CGIL e.V. a Monaco di Baviera, a cura di Simona Viacelli; “Di cultura non si mangia!” di Barbara Cadelano-Lehmann; This is the end di Corrado Conforti; Tragedie in TV: la curiosità morbosa degli italiani di Cristiano Tassinari; Cuba: un esempio da imitare nel campo medico di Enrico Turrini; Siamo tutti migranti: Riace, paese dell’accoglienza di Marinella Vicinanza; Nasce Spazio Italia Ingolstadt-SII, uno spazio di tutti e per tutti di Simona Viacelli; Un libro, un euro di Luciana Gandolfi; “Donna ti voglio cantare” di Silvia Bertino-Trapp; “L’odore del caffè amaro” di Raffaele Gatta recensione a cura di Rosanna Lanzillotti; PalcoInsieme-ZusammenaufderBühne di Adriano Coppola; Prevenzione contro i malanni di stagione di Sandra Galli; Involtini di carne con patate ricetta a cura di Maria Rita Proietti. Per leggere e stampare il numero: http://www.rinascita.de/archivio_rf/rf_1_2015.pdf. (Inform)

 

 

 

 

 

Ad Amburgo la personale di Wainer Vaccari "A volte tornano..."

 

Amburgo - È stata inaugurata lunedì 19 gennaio, alla presenza dell’artista,  alla Galleria LEVY di Amburgo la personale di Wainer Vaccari "A volte tornano...", a 10 anni dalla rassegna tenuta dall’artista modenese nello spazio espositivo tedesco.

La mostra presenta sino al 24 marzo trenta dipinti e venti disegni recenti in grado di rivelare un linguaggio figurativo affrancatosi dal realismo che, come scrive Belinda Grace Gardner nel testo in catalogo, oscilla fra "giochi post-impressionisti di luce-colore e matrici digitali", fra condensazione e dissoluzione della materia.

Le opere conducono l’osservatore verso i misteriosi mondi interiori e onirici tipici dell’artista, popolati di uomini e donne, opulenti protagonisti. Questi si trovano, con pathos manieristico, in una sospensione quantistica con gli elementi primordiali circostanti. Accompagnati da un repertorio iconografico di recipienti, oggetti abbandonati e segnaletiche spaziali di carattere simbolico, essi coinvolgono l’osservatore, inducendolo a sondare le dimensioni e le strutture immanenti dell’esistenza umana.

In confronto pluriennale con le teorie della fisica quantistica, Vaccari ha sviluppato un particolare interesse per le invisibili interrelazioni atomiche del nostro esistere. Sul piano formale, ciò si manifesta nelle astratte e impalpabili orbite di particelle morfocromatiche - tratti minutissimi, slanci in filigrana, triangoli e quadrilateri – che danno forma a personaggi pronti a tuffarsi nelle vertiginose profondità primigenie della nostra realtà.

Attivo inizialmente come grafico e illustratore, dagli anni Settanta Wainer Vaccari (Modena, 1949) si è dedicato esclusivamente alla carriera artistica e oggi vive e lavora a Modena. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero.

Accompagna la mostra un catalogo (tedesco - inglese – italiano) per i tipi di Kerber Verlag, con testi di Herwig Guratzsch e Belinda Grace Gardner, nonché un’edizione per collezionisti di un’incisione a tiratura limitata di 30 esemplari e 5 prove d’artista numerate e autografate: Il gatto di Schrödinger, (2014). (aise)

 

 

 

 

 

Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: il Mondo delle favole  

 

Promosso da Consolato Generale d’Italia Francoforte e IIC Colonia in collaborazione con “Italiani in Deutschland - Freunde des italienischen Kulturinstituts e.V. - Frankfurt ”  e  J.W. Goethe Universität  (Facoltà di Romanistica): giovedì 29 gennaio 2015, ore 18.30, presso SALA ENIT, Barckhausstr.10, Francoforte (U 6/7 fermata metro: Westend) - Introduzione e discussione con Anna Ventinelli (lettrice)

Entrata libera per i possessori CARTA AMICIZIA e studenti di italianistica (3,00 Euro per i non  possessori della carta o studenti di altre facoltà)

E-mail di conferma (solo 60 posti a sedere) a: francoforte.culturale@esteri.it

Il regista di matrimoni (2005) un film di Marco Bellocchio  –   Versione originale con sottotitoli in italiano

"Il regista di matrimoni" ottiene al festival di Cannes i Nastri d'argento per il miglior soggetto e montaggio.  Bellocchio si conferma con questo film regista impegnato, acuto narratore d’ambienti e di personaggi fortemente delineati

Il racconto narra di rapporti sociali intrisi di false aspettative e di “status quo” non confermati.

Franco Elica, il protagonista, padre turbato dal matrimonio della figlia è un regista in crisi che sta preparando su commissione l’ennesima riduzione dei Promessi sposi. Uno scandalo scoppiato all’interno della produzione lo costringe ad una fuga verso il sud, dove incontrerà Enzo, umile regista di  matrimoni e Ferdinando Gravina, illustre principe decaduto di Palagonia.

Quest’ultimo propone a Elica di “cinematografare” il matrimonio, senza immaginare quale conseguenza avrà questa sua proposta.

Al centro del film emerge un soggetto femminile, una principessa quasi sposa, di cui il regista narra la progressione umana, l’enfasi emotiva e la scelta finale di un sentimento libero da ogni genere di vincolo, che esiste a prescindere dalla famiglia di origine, dalla società dalla religione e si trasformare in una realtà seducente per l’immaginario collettivo. M.S./Dip

 

 

 

 

 

 

Rinnovo Comites: meno di due mesi per iscriversi negli elenchi degli elettori

 

Roma – Meno di due mesi di tempo per iscriversi negli elenchi degli elettori e partecipare, così alle elezioni dei nuovi Comites.

Scade, infatti, il 18 marzo il termine per inviare al consolato dei residenza la domanda di iscrizione, disponibile sui siti ufficiali dei Consolati dove si voterà. Il fac simile del modulo viene pubblicato anche sulla stampa italiana all’estero e sui siti dei Comites.

Come ricorda la Farnesina – che ha un link alle elezioni dei Comites sull’home page del sito – possono votare i cittadini italiani maggiorenni residenti all'estero, iscritti nelle liste elettorali e residenti da almeno 6 mesi nella circoscrizione consolare, che ne facciano richiesta entro il 18 marzo.

L'Ufficio consolare competente entro il ventesimo giorno antecedente la data del voto (28 marzo) invierà a ciascun elettore, che abbia presentato la domanda di ammissione al voto, un plico contenente il materiale elettorale ed un foglio informativo illustrante le modalità di voto.

Il cittadino esprime il proprio voto, seguendo le istruzioni fornite, quindi restituisce per posta al proprio Ufficio consolare la scheda utilizzando la busta già affrancata contenuta nel plico elettorale. La busta deve essere inviata al più presto possibile in modo da giungere a destinazione non oltre le ore 24 del 17 APRILE 2015.

Come noto, sabato scorso, 17 gennaio, sono state indette di nuovo le elezioni nelle 24 circoscrizioni consolari in cui l’anno scorso non era stata presentata o ammessa nessuna lista.

Alcune di quelle sedi – come Madrid o Vienna, Bucarest – nel dare notizia delle nuove elezioni precisano che “sono valide le richieste di iscrizione nell’elenco elettorale già presentate nei mesi di agosto 2014 – gennaio 2015. Gli elettori che avevano dunque richiesto di votare per le elezioni del 19 dicembre NON dovranno inviare nuove richieste”. (aise)

 

 

 

 

Unione europea. Commissione più sensibile alla flessibilità

 

Novità importanti in materia di attuazione degli strumenti di controllo dei bilanci nazionali, contenuti nel Patto di stabilità e crescita. A presentarle è stata, il 13 gennaio, la Commissione europea.

 

La Comunicazione, come chiarito con evidente insistenza dalla Commissione, non intende modificare la normativa vigente, ma semplicemente introdurre dei criteri interpretativi che consentano una maggiore flessibilità nelle regole che presiedono ai controlli su deficit e debiti pubblici, tenendo conto in particolare di tre obiettivi:

1) l’esigenza di non penalizzare alcune categorie di investimenti pubblici;

2) l’opportunità di incentivare le riforme strutturali;

3) la necessità di valutare in maniera più accurata le condizioni del ciclo economico.

 

Investimenti pubblici e riforme strutturali

Per quanto riguarda gli investimenti pubblici, è prevista la possibilità di un parziale esonero dal calcolo del deficit (in effetti consentendo temporanee deviazioni dalla traiettoria di riduzione del deficit) per:

1) i contributi degli stati membri al Fondo europeo per gli investimenti strategici, Efsi ;

2) i co-finanziamenti nazionali a singoli progetti finanziati dall’Efsi;

3) i co-finanziamenti nazionali per i progetti finanziati dai fondi strutturale europei.

 

Spostandosi alle riforme strutturali, si propone una apposita clausola che consente ugualmente una temporanea deviazione dall’obiettivo di riduzione del deficit per quei paesi che si impegnano nell’attuazione di riforme strutturali particolarmente significative, destinate ad avere un impatto verificabile e monitorabile sulla crescita e sulle finanze pubbliche.

 

Infine per quanto riguarda l’obiettivo di una presa in considerazione delle condizioni del ciclo, la Comunicazione propone una “matrice” che consentirà alla Commissione di modulare la richiesta di riduzione del deficit strutturale, correlando la dimensione di tale riduzione all’andamento del ciclo nel paese interessato, così da consentire di chiedere riduzioni del deficit strutturale più significative - in presenza di una congiuntura economica positiva - e progressivamente meno significative in presenza di condizioni di recessione o bassa crescita.

 

Nuove clausole di flessibilità

Con l’evidente obiettivo di respingere eventuali critiche che potrebbero venire dai sostenitori più radicali del rigore di bilancio, la Commissione si è premurata di dimostrare che ognuna di questa clausole è consentita dal dispositivo del Patto attualmente in vigore. Le nuove clausole interpretative si collocano in un contesto di diritto costante e di regole in teoria inalterate.

 

La Comunicazione contiene numerose precisazioni che definiscono le condizioni di applicabilità delle clausole di flessibilità.

 

A seconda che si tratti di paesi che si trovano nella parte preventiva o nella parte correttiva del Patto, la Comunicazione introduce una importante distinzione dell’applicazione delle clausole. Sono precisazioni e distinzioni che in varia misura circoscrivono gli effetti delle innovazioni introdotte dalla Commissione.

 

Al di là delle complessità interpretative e dei vari tecnicismi, la Comunicazione segna una significativa soluzione di continuità rispetto al passato.

 

Essa infatti codifica (a uso esclusivo della Commissione che non dovrà sottoporre questi criteri al giudizio degli Stati membri), nuovi criteri destinati a regolamentare il ricorso a quella flessibilità che era invocata da molte parti; introduce una maggiore discrezionalità nella applicazione del Patto di stabilità e sottrae l’attuazione di quest’ultimo all’arbitrio di negoziati più o meno sotterranei fra Commissione e stati membri.

 

Attuazione più intelligente del patto di stabilità

Sicuramente qualcuno giudicherà queste proposte ancora troppo timide e insufficienti. Altri considereranno che nei fatti tradiscono lo spirito delle recenti riforme del Patto di stabilità (che avevano appesantito le regole e i vincoli sui bilanci nazionali).

 

Personalmente ritengo che, date le circostanze (che sicuramente non consentono una revisione più drastica delle regole vigenti) queste idee siano un utile passo avanti verso una attuazione più intelligente del Patto di stabilità; e verso una interpretazione e attuazione dei processi di aggiustamento fiscale più coerente con la realtà di una economia europea che ancora stenta a riprendersi.

 

Pur costituendo un’apertura concettuale non indifferente, la clausola sugli investimenti è forse quella meno significativa. Non solo è circoscritta (siamo ben lungi dalla “golden rule” invocata da molti soprattutto in Italia), ma è anche di limitato utilizzo.

 

In una certa misura è già stata anticipata da precedenti comunicazioni della Commissione. La clausola sulle condizioni del ciclo, per quanto possa apparire come una applicazione di un elementare criterio di buon senso, era però tutt’altro che scontata fino a qualche settimana fa.

 

Costituisce la novità di maggiore impatto anche immediato (lo si dovrebbe verificare entro marzo quando la Commissione esaminerà le leggi di bilancio dei Paesi membri così come approvate dai rispettivi parlamenti).

 

E infine la clausola sulle riforme strutturali (la più importante, ma anche la più difficile di attuare) corrisponde a quell’obiettivo, da tutti condiviso, di collegare politiche di bilancio e politiche di riforma, incentivando le riforme con la flessibilità, secondo quel “trade off” che in passato non si era riusciti a realizzare con lo strumento dei “contractual arrangements”.

 

Giudizio quindi positivo, anche se c’è da chiedersi se tutto questo sarà sufficiente. La risposta è negativa. Non saranno queste modeste aperture in tema di flessibilità, da sole, a fare la differenza. Sono però idee che si muovono nella giusta direzione, che testimoniano una diversa sensibilità della nuova Commissione.

 

Parte del merito va anche al ruolo svolto dal governo italiano che, sfruttando anche il semestre di Presidenza, aveva collocato questo obiettivo tra le sue priorità.  Ferdinando Nelli Feroci, presidente dello IAI. AffInt 19

 

 

 

 

 

Il bazooka di Draghi

 

Mario Draghi c'è riuscito. Voleva e doveva intervenire massicciamente sul mercato monetario europeo, vincendo le resistenze della Germania, con l'obiettivo di sgominare la caduta dei prezzi e sconfiggere la deflazione e lo farà nei prossimi giorni acquistando titoli privati e di pubbliche istituzioni e anche titoli dei debiti sovrani sui mercati secondari. Lo farà nei Paesi che si trovano in condizioni di sofferenza per un importo complessivo di 1.140 miliardi di euro con il ritmo di 60 miliardi al mese; se sarà necessario anche oltre.

 

Questo intervento ha trovato un consenso pressoché unanime dopo una lunga battaglia con la Banca centrale tedesca e i suoi alleati. Alla fine, dopo una settimana molto agitata di cui si vedevano i segni sul suo viso nella conferenza stampa di giovedì scorso, il consenso è stato ottenuto ma ad una condizione: il rischio per quanto riguarda l'acquisto dei titoli pubblici in tutti i paesi che saranno oggetto dell'intervento della Bce sarà ripartito per l'80 per cento del suo ammontare con le Banche centrali nazionali dei paesi suddetti. Draghi ha accettato questa condizione e l'operazione è partita. La chiamano il bazooka della Bce. Sarà sparato da subito. Le Borse europee e quella americana sono euforiche, i governi interessati sono contenti, la Germania ha ottenuto quel che voleva e ha concesso quanto le era stato richiesto; infine la Merkel si è convinta che l'intervento della Bce era indispensabile.

 

Ora però alcune cose vanno chiarite e alcune parole vanno definite a cominciare dal rischio che sarà scaricato sulle Banche centrali nazionali, come s'è detto, per l'80 per cento dell'ammontare. Ma che cosa vuol dire rischio? Nel caso in questione rischio è l'equivalente di fideiussione: le Banche nazionali firmano una fideiussione in garanzia degli euro sborsati dalla Bce. Ma qual è la condizione prevista per escutere la fideiussione? Il default di un Paese. Se il default dovesse profilarsi, la Bce chiamerà a rispondere e a rimborsarla del denaro investito la Banca nazionale di quel Paese. L'Italia non è certo la sola che sarà oggetto dell'intervento della Bce ma è certamente quella col maggior debito di tutti gli altri e quindi presumibilmente quella dove l'intervento sarà più massiccio che altrove. Quali sono le probabilità di un default italiano? Molto scarse, direi improbabili, anche se personalmente penso addirittura impossibili. Ma se per dannata ipotesi quel rischio si verificasse, l'escussione della fideiussione diventerebbe inutile. Accadrebbe infatti che l'intero sistema bancario europeo salterebbe per aria, Germania compresa, e l'euro cesserebbe di esistere con tutte le conseguenze del caso. Perciò il default italiano è estremamente improbabile e la fideiussione della Banca d'Italia non sarà mai richiesta. È una misura più estetica che economica, una parola-giocattolo per dare alla Germania la soddisfazione di sostenere che la sua condizione è stata accettata. La Merkel e Schäuble queste cose le sanno e sono stati al gioco. Draghi quel paravento l'ha escogitato, sa che non significa nulla ma fa un bell'effetto e Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, l'ha accettato dopo qualche resistenza perché il gioco lo conosceva anche lui. Tutti contenti e ora forza col bazooka.

* * *

Ci sono altre prevedibili conseguenze come le seguenti: 1. Draghi punta sulla riforma che il governo italiano dovrebbe fare affinché finalmente la crescita riprenda, riprendano gli investimenti e anche i consumi. Se e quando questo avverrà ci sarà anche una ripresa dell'occupazione e perfino il "Jobs Act" renziano produrrà i suoi effetti positivi. Il "Jobs Act" infatti, se la domanda non riprende, non può avere alcun effetto perché le imprese non hanno alcun motivo per assumere. Oppure assumono per incassare i benefici che quella legge prevede ma dopo un anno licenziano i neo assunti o addirittura li conservano ma trovano un qualsiasi pretesto per licenziare i lavoratori che da tempo sono in quell'impresa. Insomma il "Jobs Act" funzionerà soltanto se la crescita riprenderà e questo accadrà soltanto se le riforme avverranno nel modo indicato da Draghi.

 

2. Ma se questa è la situazione, la riforma voluta dal presidente della Bce e capace di rimettere in moto i meccanismi del sistema deve puntare sulla produttività e sulla competitività. In teoria l'aumento della produttività (che è preliminare alla competitività) dovrebbe esser opera degli imprenditori: nuovi modi di produrre, nuovi modi di distribuire, nuovi prodotti da lanciare sui mercati. La diminuzione del tasso di cambio dell'euro rispetto al dollaro facilita le esportazioni sempre che le imprese offrano beni e servizi che abbiano un volto nuovo. Quante sono le possibilità che questo avvenga? Spero di sbagliarmi, ma la mia risposta è zero. Le probabilità che l'offerta abbia un volto nuovo per poter rilanciare la domanda sono zero.

 

3. Un altro modo di far aumentare la produttività e la competitività è la diminuzione del costo del lavoro tutelando però il salario netto dei lavoratori. Cioè il taglio totale del cuneo fiscale. Quello che il nostro governo avrebbe dovuto fare nel 2014 invece di spendere 10 miliardi l'anno per erogare ad un gruppo di lavoratori 80 euro al mese in busta paga. Soldi buttati dalla finestra e ormai non più revocabili. Ma il taglio totale del cuneo fiscale ha un costo non indifferente che grava soprattutto sui contributi. E poiché questo taglio va a carico degli enti di previdenza e soprattutto dell'Inps, il bilancio di questo istituto andrebbe probabilmente in grave perdita. Chi paga le perdite dell'Inps? Ovviamente il Tesoro. E come le paga il Tesoro? O aumentando il debito o ritoccando al rialzo la pressione fiscale o con altri tagli. Gli altri tagli però producono quasi sempre nuova disoccupazione. Mi viene in mente una poesia di Bertolt Brecht: "I lavoratori gridano per avere il pane. / I commercianti gridano per avere i mercati. / Il disoccupato ha fatto la fame. Ora / fa la fame chi lavora. / Le mani che erano ferme tornano a muoversi: / torniscono granate". Dunque attenti a scherzare col fuoco.

 

4. Un'altra riforma che Draghi esorta a fare riguarda investimenti da incentivare, pubblici o privati che siano, ma di pronta attuazione che non possono che essere le costruzioni. Giusto. Ma ci vogliono le risorse. Gli investimenti li decidono le imprese e lo Stato. Le prime sono pronte, lo Stato pure; ma dove sono le risorse? Le imprese le avrebbero ma difficilmente le tirano fuori. Lo Stato non le ha perciò dovrebbero fornirle le banche che tra poco saranno imbottite di liquidità. Ecco dove il bazooka ha una funzione che non è più soltanto monetaria ma di politica economica. Perciò questa riforma è possibile. Sarebbe la vera legge sul lavoro. Questo è il bilancio complessivo, al quale si aggiunge però, con segno diverso, il cosiddetto "rispetto flessibile" degli impegni europei. Ma qui entriamo nella politica estera italiana ed europea. Ne parleremo domani. EUGENIO SCALFARI

LR 24

 

 

 

 

Risorse e ambiguità. Cosa manca nella lotta al terrore

 

Che la minaccia del terrorismo islamista fosse destinata ad accompagnarci a lungo dopo la strage francese, era scontato. Ma assai meno scontati si annunciavano l’analisi degli errori commessi a Parigi in tema di prevenzione, e soprattutto le contromisure che l’Occidente avrebbe adottato per proteggersi più efficacemente. Queste contromisure, discusse ieri a Bruxelles dai ministri degli Esteri della Ue in previsione del vertice europeo del 12 febbraio, viaggiano in ritardo e rischiano di non affrontare un paio di temi fondamentali.

 

Si dovrà certamente modificare l’equilibrio tra sicurezza e privacy a favore della prima. Prendere l’aereo comporterà maggiori controlli e trasferimenti di dati. I social network, utilizzati dai terroristi con grande abilità e accertate complicità (ora si pensa a lanciare sul web una Tv all-news ), dovranno rassegnarsi a nuovi controlli. Si dovrà evitare che il carcere diventi in alcuni Paesi una scuola di islamismo aggressivo.

 

Ma se anche si riuscirà a fare tutto questo (e non sarà facile), mancheranno due iniziative che non tutti hanno voglia di affrontare e che sono invece necessarie.

L’Europa vive tempi di spending reviews , lo sappiamo bene. L’imperativo per i più è tagliare la spesa pubblica, o mettersi nelle condizioni di farlo. Ma la minaccia terroristica esige una eccezione che a Parigi è saltata agli occhi. Due poliziotti a protezione di un bersaglio evidente come Charlie Hebdo . I fratelli Kouachi sorvegliati fino a pochi mesi prima, e poi lasciati perdere. Qualcuno ha fatto scelte sbagliate, ma al di là degli errori il fatto è che per sorvegliare per 24 ore un potenziale terrorista servono talvolta quindici o venti uomini. Che non sono più disponibili, dopo i «tagli» e con la moltiplicazione delle minacce. Bisogna, ovunque, rifinanziare le attività anti terrorismo e poi esigere maggiore efficienza e una più completa collaborazione. Ma ciò accadrà davvero soltanto se la spesa pubblica relativa non verrà inserita sul libro nero dei patti finanziari europei, peraltro in prudente evoluzione.

 

Un secondo punto essenziale riguarda il finanziamento dei terroristi. Prendiamo quelli dell’Isis. Si foraggiano vendendo petrolio, in Siria e soprattutto in Iraq dove il «califfo» Baghdadi gioca le sue carte principali. Ma l’Isis, non è chiaro se fiancheggiatore o rivale della colonna di Al Qaeda coinvolta in queste ore nei tumulti dello Yemen, è cresciuto progressivamente negli oltre tre anni di guerra civile siriana, ha avuto i mezzi per conquistare nuovi adepti e per comprare nuove armi.

Questo ci porta al nocciolo della questione: prima di essere una guerra contro l’Occidente, quella che coinvolge Isis, Al Qaeda e molti altri è una guerra di islamici contro islamici, di sunniti contro sciiti, ma anche di gruppi di potere nell’uno e nell’altro campo. La geografia del terrore è un rompicapo, e non si presenta come tale soltanto quando si vuole recuperare sequestrati che porteranno ai tagliagole nuove risorse.

 

Ebbene, da anni è noto a tutti, e a tutte le intelligence in particolare, che accanto a questi rivoli finanziari le casse delle formazioni terroristiche vengono rimpinguate da Stati arabi che amano tenere i piedi in molte staffe per motivi interni o regionali: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, forse altri ancora. Questi Stati risultano essere nostri amici, nostri alleati, nostri fornitori, nostri partner commerciali. Non vogliamo, anche per una questione di interessi, trasformarli in nemici. Ma un po’ più di coerenza non dovremmo chiederla? E con noi gli Stati Uniti, anche se fu George Bush junior a mutare drammaticamente gli equilibri nel Golfo consegnando l’Iraq agli sciiti e offrendo una inedita profondità strategica allo sciita Iran (diversamente da quanto aveva fatto George Bush senior)?

 

Non siamo più in grado di evitare i temi più spinosi. Dobbiamo difenderci, e questo comporta alzare la voce. Così come comporta una discussione non pregiudiziale sulle caricature di Maometto, che allargano di continuo quello che gli esperti chiamano il «bacino di reclutamento» del terrorismo (soprattutto in Africa e nel Caucaso). E che forse dovrebbero tener conto del mondo reale, mentre difendono la nostra sacrosanta libertà di espressione. Franco Venturini

CdS 20

 

 

 

 

 

La nuova flessibilità europea

 

La Commissione europea ha voluto iniziare il nuovo anno mantenendo due promesse tanto importanti quanto attese: la proposta di legge che istituisce il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici e la Comunicazione sulla flessibilità nell’applicazione del Patto di Stabilità, entrambe adottate il 13 gennaio.

La proposta di legge per il nuovo Fondo Europeo è una tappa essenziale per rendere operativo il piano Juncker per il rilancio degli investimenti, che tuttavia dovrà ancora essere discussa e approvata dal Consiglio e dal Parlamento. La Commissione auspica che, data l’urgenza, si possa seguire una procedura accelerata.

La comunicazione sulla flessibilità invece ha impatto immediato, perché non si tratta di una proposta legislativa ma di un'esplicitazione del modo in cui la nuova Commissione intende interpretare e applicare le regole europee sulla gestione dei conti pubblici, quelle racchiuse appunto nel Patto di Stabilità.

Già alle sue origini il Patto di Stabilità conteneva clausole che consentivano un allentamento delle regole in presenza di circostanze eccezionali e per periodi temporanei. Queste clausole sono state poi confermate e in parte rafforzate nelle successive riforme del 2005 e del 2011. Tuttavia il loro potenziale era rimasto largamente inesplorato. La gravità e il persistere della crisi economica, e i timori di un incombente pericolo deflattivo, hanno indotto a chiarire la portata e i limiti di queste clausole, nel rispetto del quadro legislativo esistente.

La comunicazione fa riferimento a tre tipi di clausole di flessibilità:  la clausola degli investimenti, quella delle riforme strutturali e quella relativa alla situazione ciclica dell’economia.

Cominciamo da quest’ultima, che è anche quella di più immediata applicazione. Qui Il messaggio importante della Commissione sta nel concetto di modulazione dello sforzo di aggiustamento dei conti pubblici.  In altre parole, le correzioni fiscali che saranno richieste a ciascun paese saranno “modulate” in base alle condizioni cicliche dell’economia. Migliori sono le condizioni dell'economia e maggiore è lo sforzo richiesto e viceversa. Con trasparenza, la Commissione ha allegato alla comunicazione una tavola che contiene i valori numerici della modulazione.

Veniamo alla clausola degli investimenti. Qui il riferimento importante sono gli investimenti di rilevanza europea.  Questa clausola è strettamente legata all’obiettivo del Presidente Juncker di rilanciare gli investimenti europei e al piano approvato alcune settimane fa. La Commissione chiarisce che i contributi diretti dei paesi al Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici non saranno “computati” ai fini della procedura per deficit eccessivo.  Inoltre, la Commissione terrà conto dei cofinanziamenti nazionali ai programmi europei nel valutare i progressi verso il pareggio strutturale, e ammetterà “deviazioni temporanee” dal percorso, ma solo se l’economia è in recessione e a condizione che sia comunque rispettato il tetto massimo del 3% nel rapporto deficit/PIL.

La terza clausola di flessibilità riguarda le riforme strutturali, e in particolare quelle capaci di aumentare la competitività e la crescita potenziale. Anche in questo caso, la Commissione ammetterà “deviazioni temporanee” dal percorso di aggiustamento, ma tali deviazioni non dovranno eccedere lo 0,5% del PIL e il vincolo del 3% del rapporto deficit/PIL dovrà essere rispettato.

In sintesi, la Commissione si è impegnata a fare “il miglior uso possibile” dei margini di flessibilità consentiti dal Patto di Stabilità, ma ha anche chiarito che non si tratta di margini illimitati, e che il rispetto di questi margini è essenziale per salvaguardare la fiducia dei mercati e la fiducia reciproca tra i paesi.

Tocca ora ai governi nazionali far buon uso della flessibilità: riorientando la spesa pubblica da spesa corrente a spesa per investimenti produttivi; attuando riforme strutturali coraggiose, in grado di migliorare crescita e competitività; seguitando nell’azione di risanamento finanziario. La nuova flessibilità europea sarebbe, infatti, un’arma spuntata se fosse usata per diluire o dilazionare gli aggiustamenti necessari. Antonia Carparelli, 12 Stelle in Europa, newsletter della Rappresentanza in Italia

 

 

 

 

Davos termina senza una idea guida. I guru hanno le armi spuntate

 

Forse è normale cogliere un certo stordimento tra i 2.500 partecipanti del World economic forum di Davos. Quaranta capi di Stato e di governo, 300 tra ministri e sottosegretari, 1.500 tra banchieri, uomini e donne d’affari, 14 premi Nobel. Ieri sera è arrivato il momento del consuntivo. Quattro giorni di dibattiti, un quaderno pieno di note. Tanti spunti,tante informazioni, tanti personaggi interessanti. Però neanche un’idea non diciamo dirompente, ma almeno nuova, fresca. Un punto di vista originale.

È come se tutte le analisi, tutta la scienza economica fossero confluite in un imbuto, con esito scontato: «Non c’è crescita senza riforme strutturali, senza investimenti nell’educazione, nell’innovazione eccetera eccetera». Se era solo per questo, sinceramente, non valeva la pena arrampicarsi sulla Montagna incantata. La verità è che il Forum è un’ineguagliabile occasione di incontri, di networking . In altre edizioni, tuttavia, gli interessi privati si accordavano con l’anticipazione di orientamenti generali. Davos dettava la linea? Non esageriamo, però, qui nel 2012 si è capito che l’euro si poteva salvare mettendo in campo la politica monetaria. Nel 2014 anche i liberisti più ortodossi riconoscevano che senza un intervento pubblico l’economia non si sarebbe ripresa. Quest’anno nulla. Giorni appesi alle notizie che venivano dalla Bce di Francoforte, come una volta ci si attaccava alla radiolina per seguire una partita lontana.

Solo una sfortunata coincidenza? Può darsi. Oppure un segnale di logoramento dei punti di riferimento fin qui consolidati. Ex guru, come Nouriel Roubini o Lawrence Summers, ripetitivi. Altri, come il finanziere George Soros, si improvvisano analisti geopolitici con risultati imbarazzanti. Uno slogan a effetto, come «il ritorno della minaccia russa», probabilmente può far vendere qualche libro, ma non aiuta a decifrare fenomeni complessi. Giuseppe Sarcina CdS 25

 

 

 

 

L'Europa tiene?

 

A distanza da circa un anno dall'ascesa al governo di Matteo Renzi sono

in molti gli italiani rimasti delusi dall'assenza di significativi

cambiamenti della politica che conoscevamo già. Renzi anzi si è infilato

senza adeguata preparazione in un tunnel che potrebbe decretarne -se non

la fine- quantomeno un discreto ridimensionamento: il dissidio interno

al partito (cresciuto anziché diminuito, che quasi sicuramente porterà a

una scissione), lo scontro frontale con i sindacati (pronti andare

battaglia su qualsiasi argomento pur di far vedere che esistono ancora,

ma pur sempre una forza sociale), una dialettica sempre più serrata con

un Berlusconi redivivo sul patto del Nazareno e sulle sue implicazioni

nella scelta del nuovo Presidente della Repubblica ( proprio nel momento

in cui la medesima dovrebbe riformare la propria costituzione),

un'economia che mostra altri segni di cedimento mentre egli aveva

sperato di avere subito un primo riscontro dalle iniziative intraprese,

la fine di un semestre di presidenza italiana nell'UE che egli aveva

sperato di utilizzare per far passare significative misure a sostegno

degli investimenti, ed infine la nomina inutile della sua fedelissima

Federica Mogherini e quella dannosa di Junker, fattoci ingoiare senza

tanti complimenti dalle èlites della Mitteleuropa che ha subito varato

un ambizioso quanto impossibile piano di investimenti infrastrutturali

europei non coperto da alcuna vera previsione finanziaria, perciò

fantasioso nella forma e sterile nella sostanza!

 

Cosa c'entra questa bella infilata di guai del nostro Premier con la

tenuta dell'Unione Europea e soprattutto della Divisa comune? Non poco,

a quanto pare, dal momento che la ripetuta ingovernabilità italiana fa

il paio con la crescita del deficit e del debito pubblico, con il

perdurare della crisi di fiducia nel nostro Paese e conseguentemente con

la mancata ripartenza degli investimenti produttivi e con la possibile

caduta verticale del merito di credito del nostro debito pubblico,

proprio in un momento in cui la Grecia sta arrivando ad una possibile

svolta (tuttal'tro che certa però), la Francia potrebbe vedere

vincitrice Marie Le Pen, l'Inghilterra potrebbe decidere a primavera di

uscire dall'Unione e i mercati potrebbero persino anticipare lo scenario

con un tonfo che oggi nessuno si aspetta. È solo un'ipotesi, ma d'altra

parte nella tenuta della costruzione comunitaria l'Italia rappresenta un

tassello essenziale che sta andando rapidamente fuori posto: la mancata

ripresa economica è figlia di riforme incerte e di portata troppo

limitata, mentre il mancato aiuto europeo trova giustificazione nel

mondo tedesco proprio nell'inutilità del dare una mano (almeno dal punto

di vista degli investimenti infrastrutturali e delle facilitazioni

monetarie) ad un Governo capeggiato da un'anatra divenuta zoppa e a una

periferia dell'Europa che vede in forse la stessa appartenenza dei Paesi

più deboli.

 

Anche l'infilata dei prossimi eventi è tale da scuotere una montagna: il

prossimo 22 Gennaio si riunisce il Direttivo della Banca Centrale

Europea (che vede in corso un confronto serrato tra Draghi, supportato

dalla maggioranza dei suoi membri e la componente germanica che gli è

rivale) per decidere su un Quantitative Easing che rischia di nascere da

un compromesso infelice, incapace di rassicurare i mercati e dai

possibili effetti controproducenti. Poi il successivo 25 Gennaio gli

elettori greci si esprimeranno sul Parlamento e, di conseguenza,

sull'appartenenza della Grecia all'Eurozona, con i possibili effetti

dirompenti che potrebbero conseguire da una vittoria di Tsipras

(Syriza). Infine dal 28 Gennaio partiranno i seggi per l'elezione del

nuovo Presidente della Repubblica, la cui figura potrebbe anche oscurare

da quel momento in poi il nostro Premier nel dialogo con il resto

d'Europa, forse limitandone le future sorti politiche. Ricordiamoci

infatti che Renzi è stato nominato da Napolitano, e che il possibile

scioglimento delle Camere dipenderà dal nuovo inquilino del Quirinale.

 

Il legame tra la politica italiana e quella europea resta insomma

l'economia e ciò che diranno le Agenzie di Rating, come reagiranno i

mercati finanziari ai prossimi cruciali appuntamenti politici potrebbe a

sua volta generare non pochi sconvolgimenti sul futuro di un'Unione mal

progettata, principalmente a causa del mancato passo indietro che i

singoli Stati Nazionali avrebbero dovuto fare man mano che l'Europa

veniva costruita.

 

Pur in assenza di alcuna certezza sugli scenari futuri, l'Unione e in

particolare l'Eurozona sono oggi comunque flagellate dal debito

pubblico, dalla disoccupazione, dalla deflazione (riteniamo non

correttamente riportata dalle statistiche ufficiali) e dalla progressiva

deindustrializzazione. Se Sparta (Roma) piange insomma, Atene (Berlino)

non può ridere.

 

L'Europa perciò accelera nella sua corsa verso un bivio ritenuto oramai

imprescindibile: il suo consolidamento politico e fiscale oppure la sua

frantumazione. Scelta politica, senza alcun dubbio, fortemente dirimente

tuttavia sull'economia e in ultima analisi sul benessere dei propri

cittadini!

Stefano L. Di Tommaso, Economista Analista Finanziario (de.it.press)

 

 

 

 

 

Paolo Gentiloni: “Un'unica intelligence europea”

 

ROMA - Ministro Gentiloni, ci sono due Islam che si confrontano. Come rafforzare l'Islam moderato e dialogante?

«Non dobbiamo accettare una identificazione tra Islam e terrorismo: farlo sarebbe, oltre che un regalo ai terroristi, un'idiozia. Detto questo, una parte importante spetta ora ai governi alle istituzioni religiose e alla società civile dei paesi islamici. La sfida terroristica ha come bersaglio i governi di quei Paesi, spesso prima ancora che l'Occidente. Ora, noi ci aspettiamo che dai Paesi islamici ci sia più determinazione e più coesione. Abbiamo visto ultimamente segnali importanti, mi riferisco al discorso del presidente egiziano Sisi all'università di al Azar. Ci auguriamo che tutti i governi dei Paesi a maggioranza islamica facciano lo stesso. Noi ci siamo attrezzando, auspico che lo facciano anche loro».

Dopo Parigi, l'Europa cerca di reagire. A Bruxelles avete deciso di accrescere la cooperazione nella lotta al terrorismo. Crede che un'agenzia europea per l'intelligence sia solo un sogno?

«Credo che sia un sogno che dobbiamo coltivare. Non mi nascondo che siamo ancora ai primi passi di una strada che ci porti ad avere una politica estera, di difesa e sicurezza comuni. Credo che Federica Mogherini stia facendo i passi possibili in questa direzione. Certo, non si fa in 3 mesi una politica estera o tantomeno di intelligence comune».

Parliamo di ostaggi. È giusto dare contropartite per salvare vite umane?

«Dico che bisogna combattere con rigore l'industria dei sequestri di persona. E che tra gli obblighi di un Paese c'è quello di proteggere la vita e l'incolumità dei propri cittadini, e questo lo si può fare in tanti modi. Grazie alla professionalità della nostra intelligence e dell'unita di crisi della Farnesina, l'Italia ha mostrato di saperlo fare, ottenendo risultati non diversi a quelli di altri Paesi. E senza azioni militari. Lavorando talvolta in cooperazione con servizi di altri Paesi. Ed è naturale mantenere una riservatezza su questo».

Lei ha detto che dalla Russia alla Libia è ora di privilegiare l'interesse nazionale. Iniziamo dalla Russia. Fino a quando servono le sanzioni ?

«Fino a quando la Russia non accetta di rispettare i protocolli di Minsk. Purtroppo nelle ultime settimane ci sono state nuove tensioni al confine. L'Italia tuttavia sottolinea che è importante tenere aperto il dialogo con la Russia. La nostra fermezza e unità, che si esprime attraverso le sanzioni, non deve tradursi in una chiusura che precluda ogni prospettiva di ritorno alla normalità».

E veniamo alla Libia

«La Libia per noi è una priorità di prima grandezza, da un lato per gli interessi che abbiamo sul piano economico ed energetico e dall'altro per il fatto che la situazione di totale crisi si traduce tra le altre cose in un flusso migratorio che ha raggiunto le 141mila unità nel 2014 in 826 sbarchi».

Il primo round negoziale a Ginevra, per i quale l'Italia tanto si è spesa, ha mandato qualche segnale positivo. Ma il congresso di Tripoli per partecipare vuole che i negoziati si svolgano in Libia

«Finalmente si è aperto uno spiraglio. Le richieste non possono essere delle pregiudiziali ostative. A nome dell'Italia voglio rivolgere un appello molto fermo al Congresso di unirsi al tavolo. E se si arriva a un'intesa garantita dall'Onu tra le principali parti in conflitto, il governo è pronto a proporre al Parlamento una partecipazione diretta di nostre truppe con i caschi blu».

Quindi ci vuole prima una soluzione politica tra le parti?

 «Mi accontenterei anche di un avvio di soluzione. In tal caso avremmo l'obbligo di essere in prima linea».

Isis che fare? Basta il supporto che forniamo alle forze curde e irachene o serve qualcosa di più?

«Credo che la coalizione abbia ottenuto alcuni risultati. Primo su tutti, fermare l'offensiva militare. E credo che l'Italia svolga una parte adeguata. Domani a Londra faremo il punto con i principali alleati».

Veniamo ai marò. La liberazione dopo 5 anni di Buoncompagni e Bruno in India è un segnale anche sul caso dei nostri fucilieri di marina?

«Le due vicende sono assolutamente indipendenti. Sui marò registro il fatto che il 12 gennaio la Corte Suprema ha accolto le motivazioni umanitarie della richieste italiane e abbiamo adesso un periodo di poco meno di 3 mesi per trovare, in collaborazione con il governo indiano una possibile via d'uscita».

Quindi aspettiamo a proporre l'arbitrato?

«In questo momento abbiamo una discussione in corso e ci aspettiamo che questi contatti producano i risultati».

Alessandro Farruggia, Nazione, Carlino, Giorno del 21 gennaio

 

 

 

 

 

La Politica

 

Potrà essere anche controindicato, ma di politica bisogna scrivere. Intanto, ci sembra opportuno analizzare il concetto della parola. Essa deriva dal greco antico e significala Scienza per il governo dello Stato. Tutte le altre “attribuzioni” dipendono, esclusivamente, dagli uomini che la istruiscono. Per mandato o per intima convinzione. Forse, sarebbe meglio aggiungere che la “politica” può essere, o no, la panacea di mali di un Paese. Nel nostro caso, l’Italia.

 

 Quando c’eravamo salutati al tramonto del 2014, avevamo premesso che il 2015 non sarebbe stato migliore dell’anno precedente. Non per vaticinio e presagio, ma per un’analisi, disinteressata, di una realtà nazionale che è andata anche oltre ai confini della Penisola. Insomma, la Politica non ha “colore”. Chi la rende variopinta sono gli uomini che la gestiscono. Prima si chiamavano statisti, ora politici. Purtroppo, i due termini non hanno nulla in comune e prenderne atto è il minimo che ci sentiamo di fare. Anche perché l’Italia è parte di un meccanismo internazionale che interessa Vecchio Continente; pur avendo contatti anche oltre.

 

Di conseguenza, i segnali di malessere che abbiamo registrato nello Stivale possono anche avere origini più remote. Gli spazi, in politica, non contano. Il sistema è tanto intricato da non escludere nessuno dal crollo economico. Non essere da soli nella bisogna, però, non ci incoraggia. “Mal comune non è mezzo gaudio”. Le incoerenze italiane, sommate a quelle dei Paesi nelle nostre stesse condizioni, evidenziano un’Europa che viaggi su scartamenti differenti.

 

 Il meccanismo, poi, evidenzia un’economia che è da gestire in modo diverso. Il principio della mutualità è solo un bel termine. Valido nei discorsi; impraticabile nei fatti. Chi sta “bene”, specula sul “male” degli altri. Lo vediamo tutti i giorni e in tutti i mesi dell’anno. Sarà anche in questo 2015, nato con un crollo internazionale delle borse e con una situazione interna che non potrà essere chiarita prima della fine di febbraio.

 

 Renzi è alla guida di un Paese che già era in crisi d’identità economica. Nei suoi primi dodici mesi di governo non poteva fare di meglio. Anche perché non tutti gli alleati hanno accettato la sua linea operativa in toto. Solo con la primavera, forse, la politica italiana potrebbe fare un passo avanti. Con gli stessi uomini? L’interrogativo, squisitamente politico, resta e nessuno è in grado di rispondere. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

La corsa per la presidenza della Repubblica

 

Le continue lotte tra i politici. Le norme della Costituzione per la elezione. L’amor patrio prevalga sugli interessi personali

 

  Il 14 gennaio scorso il Capo dello Stato ha dato le dimissioni, ritenute opportune a causa dell’età, (il 29 giugno compirà 90 anni) e già annunciate, durante il tradizionale scambio di auguri natalizi. Alle alte cariche convocate al Colle, Napolitano ha rivolto l’invito a darsi da fare “per sollecitare, discutere, sostenere scelte efficaci di Governo, ad impegnarsi sul terreno delle riforme costituzionali ed elaborare una nuova legge elettorale”. Al termine del discorso televisivo di fine anno, per altro da molti contestato per non aver detto neanche una parola sui Marò o sulla immigrazione clandestina, il Presidente ha reso noto che avrebbe lasciato il Quirinale subito dopo la fine del semestre italiano di presidenza dell'Ue.

  E’ iniziato così, come sempre, il toto-Quirinale, cioè le analisi ed i commenti mediatici e politici su chi potrebbe succedergli, accompagnati dalla convinzione che l’Italia possa avere un Presidente della Repubblica donna, da scegliere tra le più autorevoli, per esempio la ministro della Difesa, Roberta Pinotti, del giudice della Corte Costituzionale, Marta Cartaria, o della senatrice PD, Anna Finocchiaro, dovendosi escludere Emma Bonino, fuori dalla corsa per motivi di salute. Tanti, invece, i papabili di sesso maschile: Mario Segni, Mario Monti, Bersani, Mattarella, Castagnetti, Veltroni, Gentiloni, Amato, Padoan, Casini e Draghi (che ha fatto sapere di non essere interessato), ai quali si aggiungono il Presidente del Senato, Grasso, attualmente Capo dello Stato supplente per disposizione costituzionale, e Prodi o D'Alema preferiti dall'area facente capo a Bersani. Un elenco, arrivato alla cifra di quaranta nomi, cui si sono subito aggiunte le dispute, nonché le minacce di non votare per il candidato suggerito dal patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, benché quest’ultimo, in nome della Costituzione che richiede una condivisione tra maggioranza ed opposizione per l'elezione del Capo dello Stato, abbia manifestato la sua disponibilità a esprimersi a favore di un candidato del Pd, purché “competente, garante, equilibrato”. Promessa, questa, non approvata dalla Lega che non vuole un altro Capo di Stato di sinistra. Non perché i precedenti fossero sempre disdicevoli, ma per il fatto che qualcuno è venuto meno al ruolo di “super partes”, trasformandosi così in monarca. Non a caso Napolitano è stato più volte definito “Re Giorgio” per avere talvolta travalicato i suoi poteri, soprattutto a danno del centrodestra.

  Per eleggere il prossimo Capo dello Stato, si devono rispettare la norma della Costituzione che, all'articolo 86, prescrive che la convocazione delle Camere in seduta comune avvenga 15 giorni dopo le dimissioni o decadenza del mandato presidenziale, onde dare alle Regioni il tempo di nominare i grandi elettori che si aggiungeranno ai Parlamentari. Quindi la prima votazione avverrà il 29 gennaio a voto segreto, come prescritto, il che non garantisce affatto la vittoria del migliore, veramente super partes, ma alimenta quella disonorevole dei “franchi tiratori”, cioè di chi vuole escludere i rivali ed impedire la vittoria dell’avversario. Per motivi politici ma, soprattutto, economici, date le notevoli retribuzioni attribuite al Presidente della Repubblica, che poi diventa senatore a vita, e le “ricompense” promesse a chi ne ha favorito l’elezione.

  La norma costituzionale impone anche che, nei primi tre scrutini, ci sia una maggioranza di due terzi, cioè almeno 672 schede a favore di un candidato; dal quarto in poi ne basteranno 505. Ne consegue che i partiti del Governo avrebbero i numeri per eleggere chi, secondo Renzi (che, però, al momento in cui scrivo, non ha ancora manifestato nomi) deve sostituire Napolitano; se ad essi si aggiungesse FI, arriverebbero addirittura a 720 voti. Entità tutt’altro che sicura a causa delle diatribe interne nel Pd, che ha più di 450 grandi elettori, dove, però, tira un’aria battagliera spalleggiata da Sel (Sinistra Ecologia Libertà), di estrema sinistra. Neppure Berlusconi naviga in acque calme, in quanto i 18 senatori aderenti a Raffaele Fitto non approvano il Patto del Nazareno né l’eventuale candidatura (ipotizzata come probabile ed eventualmente accettata dal Cavaliere) di Amato, optando invece per Casini, ritenuto idoneo a garantire gli equilibri necessari al Paese. Insomma, per ora si assiste solo a trattative segrete, insulti, depistaggi e lotte interne, tipici della consuetudine nazionale, vigente nel Medio Evo e messa in evidenza dal sommo Poeta fiorentino, che evidentemente ancora impera.

  A danno della politica e del buon nome dell’Italia che ha bisogno di un Capo di Stato nel quale gli Italiani riconoscano il meglio di sé, andandone fieri, e che l’Europa veda come un interlocutore affidabile, autorevole e impegnativo. Se è vero che è “la storia a scrivere i Presidenti”, come recentemente affermato, sul Corriere della Sera, da Michele Ainis, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico, quella nazionale non fa sperare granché. E c’è solo da augurarsi che l’amor patrio prevalga sugli interessi personali.  Egidio Todeschini, de.it.press

  

 

 

 

Veti, agguati e parlamento fermo. La trattativa è una giungla

 

Ue: Italia beneficerà della flessibilità, ma rispetti impegni su riduzione deficit

L'Italia "beneficerà della flessibilità", ma rispetti gli impegni "sulla riduzione del deficit". E' quanto afferma il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, in un colloquio con la stampa italiana spiegando che lo sforzo di riduzione del rapporto deficit/Pil richiesto al Paese per il 2015 "è sceso dallo 0,5% allo 0,25%. Lo sforzo richiesto -spiega- è diminuito, ma deve essere rispettato".

Dalla comunicazione sulla flessibilità della Commissione europea, che chiarisce l'applicazione delle regole del Patto di stabilità e crescita, emerge che il prossimo anno l'Italia per raggiungere l'obiettivo del pareggio di bilancio strutturale dovrà correggere il disavanzo dello 0,25% e non dello 0,5%. Moscovici sottolinea che "l'Italia beneficerà delle tre clausole della comunicazione della Commissione sulla flessibilità", che riguardano le riforme, gli investimenti e il ciclo economico. Il commissario Ue agli Affari economici sottolinea che "entro questa settimana dobbiamo ricevere da parte del governo italiano le informazioni sull'analisi della situazione economica e gli impegni sulle riforme", mentre "prima della fine del mese ci sarà una missione tecnica della Commissione a Roma".

L'esecutivo di Bruxelles, aggiunge, "riconosce una vera volontà del governo italiano di riformare l'economia" e siamo in contatto permanente con le istituzioni italiane. Il dialogo con il governo italiano continua" e "il nostro approccio è costruttivo". In particolare la Commissione Ue vuole "sostenere il percorso di riforme e negli ultimi anni sono stati fatti sforzi notevoli per uscire dalle difficoltà economiche e rilanciare gli investimenti. Le riforme devono andare avanti e devono essere rafforzate", ma deve anche "essere assicurata la loro attuazione efficace e rapida".

Moscovici ha avvertito che eventuali sanzioni contro un Paese che non attua le riforme sarebbero "una sconfitta". L'Unione europea deve convincere sulla bontà delle riforme, ma se le impone o punisce chi non le fa, è una sconfitta. E il Paese che subisce le sanzioni sarà scontento".

Soffermandosi poi sulla Grecia Moscovici ha sottolineato che L'Unione europea attende l'esito delle elezioni di domenica prossima, ma "bisogna pensare al giorno dopo e la Commissione Ue lo sta già facendo". Nel voto di domenica prossima potrebbe imporsi il partito di sinistra Syriza, che ha in programma la richiesta di rinegoziare il debito pubblico greco, con probabili ripercussioni sui mercati finanziari. La Commissione Ue, in ogni caso, ha spiegato il commissario, "ha già deciso l'estensione del programma" di sostegno ad Atene e "l'aumento delle linee di credito". Il giorno dopo le elezioni in Grecia, il 26 gennaio, a Bruxelles si riunirà l'Eurogruppo, che valuterà anche l'esito del voto. (adnkronos 19)

        

 

 

 

L’anno Europeo dello sviluppo

      

Il semestre Europeo a guida Italiana si è concluso! Non è stato esaltante, tante iniziative ed alcuni risultati positivi.

   Per molti  è stato un fallimento!

   L’Aiccre non si è pronunciata!

   Bisogna essere obiettivi! Non è stato un semestre facile per la crisi.

   Certo molte cose non sono state affrontate …… o dimenticate!.

   Il Presidente Renzi aveva annunciato che avrebbe avviato l’iter per costituire  “ Gli Stati Uniti d’Europa”.. Abbiamo sperato fino all’ultimo giorno! E’ l’obiettivo che ci siamo dati 60 anni fa quando fu costituita l’associazione! Continueremo a lottare! Eravamo conviti, viste le sollecitazioni del Parlamento Europeo, l’avvio della  “Macroregione del Mediterraneo” ma …. è stata approvata la  “Macroregione Adriatico Ionica” un risultato esaltante.

   Otto Stati lavoreranno, insieme, impegnati a realizzare tanti progetti per migliorare la qualità della vita delle popolazioni …..

   Sono convito che il Governo Italiano,  in particolare il Presidente Renzi ed il Ministro dell’Economia, si sia impegnato con grande tenacia e caparbietà per convincere gli altri Stati a non pensare più alla austerità e puntare sulla crescita e sullo sviluppo.

   Fondamentale vincere questa battaglia!

   Sembrava una lotta persa per la ferma presa di posizioni di diversi Stati, poi, pochi giorni fa, è arrivata la notizia importante, decisiva per l’Italia e per i Sud. Una proposta legislativa della Commissione Europea per la creazione di un Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) e la comunicazione su come applicare la flessibilità nel rispetto delle regole del patto di stabilità e crescita. “È una prima risposta all’urgente necessità di rilanciare gli investimenti pubblici in tutta Europa. Infatti la proposta di escludere dal Patto i contributi degli Stati membri al capitale del FEIS. In generale, allargare il campo di applicazione della clausola sugli investimenti è importantissimo per mobilitare tutti gli investimenti nazionali e regionali disponibili ed a favorire la piena attuazione delle misure volte a stimolare la crescita, compresi i fondi strutturali UE” ha dichiarato il Presidente del Comitato Europeo delle Regioni e dei poteri locali (CdR), Michel Lebrunè.

   Si possono fare gli investimenti! Il Governo Italiano ha vinto!    Quindi è ora di iniziare a correre bisogna recuperare  i progetti non realizzati ed i finanziamenti inutilizzati. E’ una notizia importante possiamo programmare e realizzare grandi opere. Le Regioni devono raccogliere le sollecitazioni dei Presidenti della Basilicata, Campania, Lazio e Puglia incontrarsi per programmare e scegliere insieme i progetti da realizzare per combattere la disoccupazione e puntare allo sviluppo.

    Un coordinamento indispensabile per eseguire opere condivise, decisive per uscire dalla crisi.

    Quindi corriamo e recuperiamo il tempo ed  i finanziamenti persi.

    L’Aiccre farà la sua parte, sensibilizzerà  Comuni, Città Metropolitane e Regioni ad operare velocemente  e ad utilizzare i finanziamenti diretti  della Commissione UE ed i GECT – Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale-; nei prossimi giorni presenterà i progetti, gli atti formali,  e cercherà le adesioni!

    Il 2015 è l’anno Europeo dello sviluppo, tutti dobbiamo operare, utilizzare, subito e tutte  le risorse per  assicurare un avvenire alle nuove generazioni!

Giuseppe Abbati

 

 

 

 

Riforme. Il Quirinale. La nebbia sull’irto colle

 

Quello che avrebbe dovuto essere un disincarnato custode-garante della Legge si è trasformato sempre più spesso in padrone virtuale dell’intero meccanismo politico  - di Ernesto Galli della Loggia

 

In nessun capitolo come in quello riguardante il capo dello Stato, la Costituzione materiale della Repubblica, cioè quella che vige di fatto, lungi dal forzarla o tradirla ha viceversa portato alle estreme conseguenze la Costituzione scritta.

Come si sa, la versione ufficiale è invece opposta. Si dice abitualmente, infatti, che proprio per ciò che riguarda il presidente della Repubblica vi è stato, sì, tra la lettera e la realtà uno scostamento significativo, per cui quello che avrebbe dovuto essere un disincarnato custode-garante della Legge si è trasformato sempre più spesso in padrone virtuale dell’intero meccanismo politico.

Ma ciò sarebbe avvenuto - si sostiene - per effetto di contingenze particolari: prima fra tutte il vuoto politico che ha dovuto necessariamente essere riempito da chi in qualche modo poteva farlo. E con l’aiuto dei poteri provvidenzialmente «a fisarmonica» (la definizione come si sa è di Giuliano Amato) attribuitigli dalla Carta: cioè di poteri estensibili o restringibili in modo da adattarsi alle circostanze. Peccato - aggiungo io - che la misura dell’adattamento, non potendo ovviamente essere decisa dalle circostanze stesse, venga rimessa in pratica alla libera (e inoppugnabile) interpretazione che di esse dà il presidente: vale a dire a una sua decisione arbitraria. Quale fu ad esempio quella del presidente Napolitano nell’autunno 2011 di non sciogliere le Camere dopo la caduta del governo Berlusconi, bensì di affidare il governo a Mario Monti. In realtà, disporre legittimamente di un potere d’intervento politico esercitabile a piacere come quello ora accennato, significa disporre di un potere con ogni evidenza rilevantissimo. Tali sono, peraltro, tutti i poteri del presidente, anche quelli diciamo così di routine: tutti con una forte valenza politica e rimessi alla sua esclusiva volontà. Da quelli più formali a quelli più informali: dalla nomina dei giudici della Corte costituzionale alla decisione di approvare, respingere o «consigliare», come è capitato spesso, la nomina di un ministro o la presentazione di un disegno di legge.

 

Ne segue che il carattere oggettivamente e spiccatamente politico del ruolo del presidente della Repubblica più che essere frutto di circostanze «particolari», è in realtà iscritto a chiare lettere nel testo stesso della Costituzione. I cui autori pensavano di scrivere la Costituzione di una democrazia parlamentare, ma in corso d’opera hanno disegnato nei fatti un capo dello Stato che per molti aspetti assomiglia più che altro al Sovrano dello Statuto Albertino. Certo, questa o quella circostanza ha potuto contribuire in modo particolare a enfatizzare e «politicizzare» il ruolo in questione (come del resto accadeva anche sotto la monarchia). Ma soprattutto, io direi, hanno contato il temperamento e la biografia di chi è stato chiamato a interpretarlo: dal modo notaril-notabilare, distaccato, di un Einaudi, un Leone, un Ciampi, siamo passati a quello intimamente politico e interventista di un Gronchi, un Pertini, un Napolitano.

 

Quanto detto finora sottolinea il carattere assolutamente incongruo del modo della nomina del Presidente: cioè il voto segreto. Il quale infatti, e come è del resto la regola nel parlamentarismo, lungi dal garantire la vittoria del «migliore» in quanto frutto della libertà di coscienza dei parlamentari, favorisce viceversa solo il carattere quasi sempre opaco, «contrattato» e talora volutamente «inquinante», del meccanismo di formazione della maggioranza. Non a caso l’elezione del capo dello Stato è da sempre il grande appuntamento della stagione per i «franchi tiratori». Da questo punto di vista è alquanto singolare che nella nostra Costituzione il voto palese, prescritto per il voto sulla fiducia al governo per ragioni di chiarezza e di moralità politica, non lo sia per la designazione del presidente della Repubblica.

 

Il risultato è in questi giorni sotto gli occhi di tutti: la persona destinata a ricoprire la carica politica divenuta la più importante del nostro sistema viene scelta nell’ombra, al di fuori di qualunque orientamento non dico dei cittadini elettori ma dell’opinione pubblica largamente intesa. Intorno alla sua elezione si annodano così trattative segrete, conversazioni riservate, giochi, inganni, depistaggi: insomma tutto il repertorio del machiavellismo da poveracci della peggiore tradizione nazionale. Che almeno, però, serve a mostrare come stanno effettivamente le cose al di là della solfa edificante sul «garante», l’«arbitro», il « super partes », e altrettali definizioni. E cioè che partiti ed esponenti politici sono così consapevoli della realtà della posta in gioco - e cioè mettere il proprio cappello sul vertice del potere, ovvero impedire che lo metta l’avversario - che brigano in ogni modo per essere nel novero degli elettori, per non restarne esclusi, cercando possibilmente di escludere i rivali. CdS 21

 

 

 

 

Quattro note sull’impegno per la pace e i diritti umani

 

1. Impegno per la pace e i diritti umani

L'impegno per la pace e i diritti umani si estrinseca nell'ampiezza e nella pienezza dell'azione in difesa della vita, della dignita' e dei diritti di tutti gli esseri umani, nel riconoscimento che tutti gli esseri umani appartengono alla medesima umanita' e pertanto tutti sono eguali nel loro statuto di persone, e quindi nel loro inalienabile diritto al rispetto e alla solidarieta'.

*

2. Opposizione alla guerra, al razzismo, al maschilismo

L'impegno per la pace e i diritti umani quindi si esprime nell'opposizione alla guerra ed a tutte le uccisioni, nell'opposizione al razzismo ed a tutte le persecuzioni, nell'opposizione alla violenza maschilista ed al femminicidio che ne e' l'esito piu' atroce.

Vi e' infatti un nesso tra guerra, razzismo e maschilismo: tutte e tre queste forme di oppressione e violenza negano la dignita' della persona umana, deumanizzano una parte dell'umanita' fino a giungere al suo criminale annientamento.

Infatti la guerra deumanizza gli esseri umani considerati "nemici"; il razzismo deumanizza gli esseri umani considerati "altri" rispetto ad una singola comunita'; il maschilismo deumanizza meta' del genere umano considerando le donne "inferiori" agli uomini (cosi' peraltro deumanizzando altresi' l'intero genere umano pretendendo di trasformare tutte le donne in vittime designate e tutti gli uomini in complici dell'oppressione esercitata in loro nome: ne consegue altresi' che il maschilismo nel corso della storia e' la prima radice di ogni altra forma di oppressione e violenza, e che non si puo' realizzare una societa' giusta e una civile convivenza se non si riconosce l'eguaglianza di diritti e di doveri di tutti gli esseri umani).

*

3. Solidarieta' concreta, azione educativa, promozione della legalita', difesa della biosfera

L'impegno per la pace e i diritti umani peraltro si realizza anche nella solidarieta' concreta, nell'azione educativa, nella promozione della legalita', nella difesa della biosfera.

Nella solidarieta' concreta, ovvero nella condivisione dei beni, nell'ascolto reciproco, nell'aiuto donato da chi ne ha la possibilita' a chi ne ha bisogno, nell'accoglienza e nell'assistenza che rendono effettivo e quindi efficace nella prassi il dovere universale di soccorrere e sostenere chi e' nel dolore, nella paura, nell'oppressione; solidarieta' concreta che e' responsabilita' che agisce, umanita' che si riconosce.

Nell'azione educativa che tramanda la civilta' umana, consente la socializzazione, da' senso all'esistenza delle persone, appronta strumenti critici di comprensione ed interpretazione del mondo e di giudizio e condotta morale e civile nella societa' (e peraltro ogni azione buona, in quanto costituisce un esempio ed un'ispirazione per altri esseri umani, e' sempre anche intrinsecamente educativa, ovvero testimonianza esortativa al vero, al giusto, al bene).

Nella difesa e nella promozione della legalita', in quanto garanzia della civile convivenza ed in quanto protezione del debole dall'arbitrio del forte: solo nella legalita' e' possibile la democrazia, solo nella democrazia e' possibile l'autentica partecipazione di ogni persona al governo responsabile e adeguato della cosa pubblica ed alla condivisione del bene comune.

Nel rispetto e nella difesa della biosfera, che e' sia la casa comune dell'umanita' sia l'insieme del mondo vivente cui la stessa umanita' appartiene: se non si difende l'ambiente naturale dalle devastazioni e dalle distruzioni si mette in pericolo la stessa sopravvivenza dell'umanita': e' quindi palese il legame tra rispetto della natura e rispetto dell'umanita', tra ambiente e diritti umani, tra pace fra gli esseri umani e pace con la natura.

*

4. Uscire dalla spirale della violenza con la scelta della nonviolenza

Infine, impegno per la pace e i diritti umani significa testimoniare la possibilita' e costruire la realta' di un movimento ad un tempo antropologico e storico, morale e civile, che consiste nell'uscire dalla spirale distruttiva della violenza con la scelta di amore per l'umanita' della nonviolenza.

Intendendo la nonviolenza nel senso forte ed autentico del termine: opposizione a tutte le violenze; responsabilita' per gli altri esseri umani e per il mondo vivente; azione buona, giusta e misericordiosa; inveramento pieno e limpido dei principi di liberta', uguaglianza, fratellanza e sorellanza enunciati in tutti i monumenti del costituzionalismo moderno tra cui la Costituzione della Repubblica Italiana. Nonviolenza 20

 

 

 

 

Profeti

 

I primi quattordici anni di questo nuovo Secolo sono stati segnati da eventi che lasceranno, per sempre, il segno nel tessuto socio/politico nazionale. In altri termini, il tempo che è passato ha “invecchiato”, oltre ogni ragionevole profilo fisiologico, la nostra Italia. Invecchiata nelle Istituzioni, nelle leggi non varate, nelle ingiustizie, che hanno cambiato nome, ma che sono rimaste tali. Con l’anno nuovo, però, fare delle analisi proprio non ci sembra il caso. Anche perché ci hanno pensato, o ci penseranno, uomini più qualificati. Però, in Italia, nel bene e nel male, i fatti non sempre rispettano la cronologia di quando sono maturati. Anche noi n’abbiamo preso atto. Quando sono le previsioni a contare, allora ci sentiamo d’esprimere qualche nostra considerazione. Parecchi problemi dell’anno che ci siamo lasciati alle spalle, ce li ritroveremo, ampliati, anche in questo 2015. Perché lo scorso anno è servito solo in parte a “tamponare” le questioni d’Italia. Le “soluzioni” della crisi sono ancora ben lontane. Quello che, almeno, auspichiamo è la stabilità. Del resto, non ci sono razionali premesse capaci di farci sperare per il meglio. Anche se la speranza è un sentimento tanto umano proprio perché non necessariamente può garantire tempi migliori. Sopra ogni altra considerazione, resta il depauperamento di un Paese che non riesce ad avere l’Esecutivo che meriterebbe. Dopo tante, troppe, privazioni, una classe sociale è in via d’estinzione. Tra “ricchi” e “poveri”, non ci saranno più classi intermedie. Senza dubbio, non c’è italiano che non abbia chiaro il concetto che abbiamo espresso. Certo è che la speranza, per qualcuno, resta l’ultima spiaggia da poter, in ogni modo, mettere in campo. Sbagliando da subito, ma non rinunciando a seminare illusioni là dove servirebbero certezze. Affermare che siamo uno dei Paesi più industrializzati del mondo suona come un eufemismo. In UE sarà dura mantenere una posizione sostenibile. Nonostante le assicurazioni d’illuminati economisti, anche nel Vecchio Continente è tornato il pungolo della concorrenza e noi non siamo più in grado d’imporci come Paese idoneo alla trasformazione delle materie prime che non sono presenti sul nostro territorio. Il Parlamento dovrà affrontare problemi di sopravvivenza ancora impensabili al tramonto del secolo scorso. La prima impressione, che è la più vera, è che ci troviamo a pagare per un “passo più lungo della gamba” che c’è stato imposto in tempi troppo rapidi per poterlo ponderare. Purtroppo, ci sono ancora troppi pesi e troppe misure da considerare.  La filosofia del salvare “capre e cavoli” è finita ed ha fatto tante vittime. Nel nostro futuro mancano precisi riferimenti a quello che non si potrà, in ogni caso, realizzare resta parecchio. Per questo motivo, ci chiediamo perché formulare delle promesse che già hanno l’inconsistenza delle illusioni. Riformare, costi quel che costi, non è bastato per il passato e non basterà per il futuro. Più che l’ottimismo di Renzi ci servirebbe una maggiore coerenza nelle decisioni comuni. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Quirinale e primarie. Pd infuocato

 

Discutiamo pure - dice Renzi alla minoranza - ma in 24 ore si deve decidere sulla legge elettorale altrimenti si rimane al Consultellum, il proporzionale puro che viene fuori dalla sentenza della Consulta che ha abolito il Porcellum. Il segretario-premier incontra i senatori dem alla vigilia delle prime votazioni sull'Italicum. E' un momento difficile per il presidente del consiglio, forse il passaggio più delicato dalla nascita del governo un anno fa. Il caso Cofferati scuote il Pd e scava un fossato ancora più profondo tra la maggioranza renziana e la minoranza pronta a scatenare l'offensiva finale. Renzi capisce il momento e accusa la minoranza di comportarsi come un partito, non a caso si vedono con D'Alema i bersaniani D'Attorre, Fassina e Stumpo , mentre Civati prevede una scissione a primavera. Invano Renzi ricorda le concessioni alla sinistra sulla legge elettorale, ormai è guerra. E solo un accordo tra Renzi e Bersani potrebbe ricomporre il partito. Il caso primarie a Genova con le dimissioni (ma non dal Parlamento europeo) dello sconfitto Cofferati - che in sostanza accusa di brogli i vincitori - ha fatto definitivamente esplodere una situazione che si trascina da mesi. Non c'è solo la legge elettorale in gioco. C'è fra una decina di giorni l'elezione del successore di Napolitano (il quale è orientato a iscriversi al gruppo delle Autonomie). E se fino alla scorsa settimana il premier sembrava arbitro della situazione, con tutte le carte da distribuire in mano, oggi sembra indebolito dal caso Cofferati. Tutti i nomi che si sono fatti nei giorni scorsi sembrano in caduta libera nel toto Quirinale. Bruciato Prodi, bruciato Veltroni. Da che parte penderà la bilancia? Se la sinistra del Pd farà la guerra a Renzi, i voti di Berlusconi diventeranno decisivi. Le quotazioni di Amato tornerebbero a salire, quelle di Mattarella a scendere. Renzi deve trovare una soluzione nei dieci giorni in cui si gioca il futuro: suo e della legislatura. GIANLUCA LUZI      LR 19

 

 

 

 

 

Nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

 

Le migrazioni ci convocano alla nostra responsabilita'.

Ci convocano ad agire per salvare le vite.

Ci convocano ad opporci alle guerre, alle dittature, alle situazioni di sfruttamento delle persone e della natura cosi' feroci da costringere le vittime a una disperata fuga per salvare la propria vita.

Ci convocano ad accogliere e ad assistere tutte le vittime superstiti.

Ci convocano ad impegnarci per la pace e il disarmo, per la giustizia sociale e la solidarieta', per la difesa dell'ambiente e dei diritti di tutti gli esseri umani.

*

La civilta' e' questo: riconoscere la nostra comune umanita'; riconoscere che ogni essere umano in quanto tale e' titolare di inalienabili diritti, il primo dei quali e' il diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'; riconoscere che il tuo diritto a ricevere aiuto - in ragione dei tuoi bisogni - in tanto e' fondato in quanto si rispecchia nel tuo dovere di recare aiuto agli altri - in ragione delle tue capacita' -.

Vi e' una sola umanita' in un unico mondo casa comune dell'umanita' intera.

La regola delle regole e' che tu devi agire verso le altre persone cosi' come vorresti che le altre persone agissero nei tuoi confronti.

*

In un mondo umanizzato ogni essere umano sarebbe libero di recarsi ovunque voglia.

In un mondo umanizzato nessun essere umano sarebbe costretto ad abbandonare la propria casa.

In un mondo umanizzato sarebbero abolite le guerre, sarebbe abolita la fame, sarebbe realizzata la solidarieta' tra gli tutti esseri umani e sarebbe realizzata la responsabilita' di tutti gli esseri umani nei confronti dell'intero mondo vivente.

Realizzalo tu col tuo agire giorno per giorno quel mondo umanizzato.

*

Nella Giornata mondiale del migrante e del rifugiato affermiamo ancora una volta che il primo dovere di ogni essere umano, ed a maggior ragione delle umane istituzioni, e' salvare le vite.

Nella Giornata mondiale del migrante e del rifugiato affermiamo ancora una volta che ogni essere umano, ed a maggior ragione ogni essere umano in fuga dall'orrore, va rispettato, soccorso, accolto.

Alla forza distruttiva della violenza si opponga una forza piu' potente, una forza risanatrice, una forza liberatrice, una forza umanizzatrice: la nonviolenza.

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'. Nonviolenza 19

 

 

 

 

La corte di Strasburgo: i nonni hanno diritto di vedere la nipote

 

Il tribunale dei minori di Torino aveva vietato ai due anziani di avere rapporti con la bambina dopo la separazione dei genitori. Secondo la Corte europea dei diritti umani, le autorità competenti "non hanno fatto tutti gli sforzi necessari per salvaguardare il legame familiare"

I nonni F.M. e P.N., che oggi hanno rispettivamente 72 e 78 anni, e sono di Torino, non hanno più visto la nipote dal 2002, quando questa aveva 5 anni. I loro rapporti estremamente frequenti con la bambina sono stati interrotti quando la nuora ha chiesto la separazione e subito dopo il figlio è stato accusato di aver abusato sessualmente della bambina. Se in un primo momento il tribunale dei minori di Torino aveva ordinato ai servizi sociali di mettere in atto le misure per ripristinare i rapporti tra nonni e nipote, nel momento in cui il padre della piccola è stato prosciolto nel 2006 "perchè il fatto non sussiste", il tribunale ha stabilito, sulla base dei rapporti forniti dai servizi sociali e dagli psicologi, che ai nonni doveva essere vietato di vedere la nipote, perchè la piccola li associava a quanto riteneva di aver subito dal padre.

 

Nella sentenza la Corte di Strasburgo imputa alle autorità italiane di aver violato il diritto dei nonni a mantenere i contatti  con la nipote. Nello specifico la violazione deriva dal fatto che il tribunale dei minori di Torino ha impiegato 3 anni a decidere sulla richiesta dei nonni di vedere la nipote, e che i servizi sociali, a cui era stato ordinato di attuare tutte le necessarie misure affinchè questo fosse possibile, non hanno fatto incontrare i nonni e la nipote per due anni. Questo nonostante i due anziani abbiano seguito tutte le misure decise dai servizi sociali.

 

La Corte europea dei diritti umani sottolinea poi il fatto che mentre il padre della bambina era accusato di averne abusato, il tribunale ha deciso che i contatti tra nonni e nipote dovevano riprendere, ma che questi sono stati vietati dopo che il padre è stato prosciolto. La ragione principale per questo divieto è stata il fatto che la bambina

 

associava i nonni al padre e agli abusi subiti da questo. A tale proposito la Corte di Strasburgo afferma che nonostante "la grande prudenza che si impone in questi casi" e il fatto che "le misure prese per proteggere il minore possono porre dei limiti ai contatti con i membri della famiglia", le autorità competenti "non hanno fatto tutti gli sforzi necessari per salvaguardare il legame familiare e non hanno reagito con la coscienza richiesta". LR 20

 

 

 

 

 

Rinnovo Comites

 

Aldo Di Biagio (Pi) critica le nuove procedure adottate per l’esercizio del voto

Per il senatore eletto nella ripartizione Europa il probabile fallimento delle consultazioni rischia di delegittimare l’intero sistema di rappresentanza dei connazionali all’estero. Proposta l’equiparazione delle modalità di voto per la circoscrizione Estero a quelle per le circoscrizioni italiane

 

ROMA – Aldo Di Biagio, senatore di Per l’Italia eletto nella ripartizione Europa, interviene sul rinvio disposto al 17 aprile 2015 delle elezioni dei Comites per segnalare come esso non abbia sortito l’effetto sperato, ossia una maggiore partecipazione al voto.

Di Biagio prevede infatti una percentuale di partecipazione quantificata nel 5,5 degli aventi diritto, con previsioni ancora peggiori per i Paesi di nuova emigrazione – cita il caso di Londra, dove si registra una partecipazione inferiore al 2,5%, - dati che, se fossero confermati, rappresenterebbero un fallimento della consultazione, oltre che – ammonisce – “uno sperpero di denaro pubblico”.

Per il senatore l’errore è stato quello di rinviare la data del voto senza accompagnare tale rinvio – come aveva richiesto lui stesso, tra gli altri – con “una riapertura dei termini per tutti gli adempimenti elettorali connessi, ivi compresa la possibilità di integrare le presentazione della liste”, così da non pregiudicare l’alto valore democratico delle consultazioni. Ritiene inoltre insufficiente la campagna di sensibilizzazione e informazione messa in atto a tale scopo.

Il rischio è che tale fallimento finisca per “delegittimare, passo dopo passo, tutte le vere indipendenti rappresentanze politiche e associazionistiche dei nostri connazionali all’estero”, compreso il voto della loro rappresentanza parlamentare. Di Biagio teme infatti che la modalità del “voto su richiesta” adottata per i Comites possa venir estesa al voto per i parlamentari della circoscrizione Estero, incidendo sulla partecipazione, favorendo “strutture organizzate e clientelari” e accrescendo ulteriormente la diffidenza nei confronti dell’esercizio di voto all’estero.

Per far fronte a queste problematiche Di Biagio propone di equiparare “le modalità di voto per la circoscrizione estero a quelle per le circoscrizioni italiane, mantenendo però sempre il requisito della residenza”, una proposta che a suo dire “non avrebbe difficoltà ad essere accolta dal Parlamento” e sarebbe “dal punto di vista tecnico di facile applicazione” e “con meno costi per lo Stato”, oltre che con il vantaggio di garantire “una maggiore trasparenza”. (Inform 20)

 

 

 

 

Rodotà: "Ripartiamo dal basso, senza la zavorra dei partiti"

 

“Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società”. Il giurista non risparmia riflessioni, ragionamenti e giudizi, anche duri. Una conversazione che va dal suo ultimo libro “Solidarietà” al bisogno di una coalizione sociale nel Paese passando per il ruolo della magistratura e le elezioni in Grecia: “La vittoria di Syriza cambierebbe gli scenari europei”.

Intervista a Stefano Rodotà di Giacomo Russo Spena, micromega.net, 22 gennaio

 

“Solidarietà” è il titolo del suo ultimo libro. Qual è, professor Rodotà, l’importanza di riaffermare tale concetto nel 2015?

 

E’ un antidoto per contrastare la crisi economica che, dati alla mano, ha aumentato la diseguaglianza sociale e diffuso la povertà. Una parola tutt’altro che logorata e storicamente legata al nobile concetto di fraternità e allo sviluppo in Europa dei “30 anni gloriosi” e del Welfare State. Poi il termine è stato accantonato e abbandonato. La solidarietà serve a individuare i fondamenti di un ordine giuridico: incarna, insieme ad altri principi del “costituzionalismo arricchito”, un’opportunità per porre le questioni sociali come temi non più ineludibili. La crisi del Welfare non può sancire la fine del bisogno di diritti sociali. Sono legato anche al sottotitolo del libro, “un’utopia necessaria”, la solidarietà va proiettata nel presente ed utilizzata come strumento di lavoro per il futuro: l’utopia necessaria è la visione.

 

Lei ha parlato di “costituzionalismo arricchito”. Quali sono le pratiche da cui ripartire per riaffermare i diritti sociali in tempo di crisi economica, privatizzazioni e smantellamento dello Stato Sociale?

 

Mutualismo, beni comuni, reddito di cittadinanza sono gli elementi innovativi e costitutivi di un nuovo Stato Sociale, almeno rispetto a quello che abbiamo conosciuto e costruito nel Novecento. Durante la Guerra Fredda, i sistemi di Welfare sono stati una vetrina dell’Occidente di fronte al mondo comunista, una funzione benefica volta ad umanizzare il capitalismo in risposta al blocco sovietico. Ragionare sulla solidarietà come principio significa riconoscerne la storicità ed oggi è necessario arricchire le prospettive del Welfare. Ad esempio il reddito, inteso in tutte le sue fasi legate alle condizioni materiali, significa investimenti ed è possibile solo grazie ad un patto generazionale e ad una logica solidaristica dell’impiego delle risorse.

 

Nel libro cita gli studi della sociologa Chiara Saraceno la quale si interroga sull’idea di Stato Sociale come bene comune. Qual è il suo giudizio?

 

Il discorso esamina la capacità ricostruttiva della solidarietà che è frutto di una logica di de-mercificazione di ciò che conduce al di là della natura di mercato: ristabilire la supremazia della politica sull’economia. Qual è stata la logica in questi anni? Avendo un tesoretto ridotto, sacrifichiamo i diritti sociali. Tale ragionamento va respinto al mittente. Quali sono i criteri per allocare tali fondi? Come li distribuiamo? Finanziamo la guerra e gli F35 o utilizziamo quei soldi contro lo smantellamento dello Stato Sociale? La scuola pubblica, come dice la nostra Carta, non va resa funzionale al diritto costituzionale all’istruzione? Invece si finanziano le scuole private…

 

E i famosi 80 euro del governo Renzi possono essere considerati come forma solidaristica e di Welfare?

 

No, manca l’intervento strutturale. La Cgil ha reso pubblici alcuni dati: con quei soldi si sarebbero potuti creare 4oomila posti di lavoro. Appena si è parlato del bonus per le neomamme, ho pensato fosse più utile stanziare quelle risorse per la costruzione degli asili nido. Solo un vero discorso sulla solidarietà ci consente di stilare una gerarchia che pone al primo posto i diritti fondamentali. E per questo la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, nel quale è stato introdotto il pareggio di bilancio, è un duro colpo per la democrazia. Abbiamo posto fuori legge Keynes.

 

Altro punto dirimente: la prospettiva europeista. Sappiamo bene quanto le politiche di austerity siano dettate dalla Troika e le nostre democrazie siano ostaggio della finanza; come pensare la solidarietà fuori dai confini nazionali?

 

Dobbiamo guardare all’Europa, il discorso sulla solidarietà ha un senso esclusivamente se usciamo dalla logica nazionalista, altrimenti si impiglia. Solidarietà implica un’Europa solidale tra Stati con una politica comune e coi diritti sociali come fari. Con Jürgen Habermas dico che è un principio che può attenuare l’odio tra i Paesi debitori e quelli creditori. Persino Lucrezia Reichlin ha parlato di Syriza con benevolenza perché sta avendo il merito di riaprire una riflessione in Europa su alcuni temi non più rimandabili. L’austerity ha fallito ed aumentato le diseguaglianze. Fino a qualche mese fa, i difensori del rigore giustificavano l’enorme forbice tra redditi alti e minimi affermando di aver tolto migliaia di persone dalla soglia di povertà. La diseguaglianza come conseguenza del contrasto allo sfruttamento. Una tesi smentita dagli stessi eventi.

 

Spesso le viene rivolta la critica di pensare esclusivamente ai diritti dei cittadini ma mai ai doveri. Come replica all’accusa?

 

E’ una vecchissima discussione che si svolse già a Parigi nel 1789. E la Costituzione italiana ha legato diritti e doveri: l’art. 2 si apre col riconoscimento dei diritti delle persone ma poi afferma che tutti devono adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Il tema dei doveri viene sbandierato per chiedere sacrifici alle fasce più deboli mentre rimangono al riparo i soggetti privati forti e le istituzioni pubbliche. Vogliamo discutere dei doveri? Facciamolo senza ipocrisie. Ad esempio, si dovrebbe riaffermare l’obbligo di non esercitare l’iniziativa economica e la libera impresa in contrasto con sicurezza e dignità dei lavoratori. Tale strategia ha fallito e politicamente ha generato un’enorme crisi della rappresentanza: il rifiuto della Casta non sarebbe così forte se non ci fosse stato un ceto politico dipendente dal denaro pubblico.

 

Le elezioni in Grecia hanno assunto una valenza europea. La vittoria di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras incutono paura alla finanza e ai poteri forti. Siamo davvero davanti ad un passaggio storico per invertire la rotta in Europa?

 

Il voto di domenica ha un’importanza enorme soprattutto dopo il deludente semestre italiano a guida Matteo Renzi. Il suo arrivo a Bruxelles aveva generato aspettative per le sue promesse di mettere in discussione gli assetti costituzionali europei. Nulla di tutto ciò, nessun negoziato, eppure non era così costoso intraprendere il discorso dell’“utopia necessaria” della riforma dei trattati. Tsipras può rappresentare la riapertura della fase costituente europea. È la mia speranza. Riapertura perché nel 1999 il Consiglio europeo di Colonia stabilisce la centralità della Carta dei diritti ma poi il processo si è chiuso nel ciclo dell’economia. Una vera e propria controriforma costituzionale. L’Unione europea oltre ad avere un deficit di democrazia ha un deficit di legittimità. Il deficit può essere recuperato attraverso i diritti fondamentali, ispirati alla dignità e alla solidarietà, e non al mercato. Altrimenti i rischi sono gravi, e non si parla di uscita dall’euro ma di deflagrazione dell’eurozona e di sviluppo di movimenti xenofobi ed antieuropei come quelli di Marine Le Pen e Matteo Salvini.

 

Se il semestre italiano non ha dato nessun segnale di discontinuità in Europa, quel che resta della sinistra nostrana guarda con ammirazione e speranza alla Grecia di Tsipras. È mai possibile la nascita di una “Syriza italiana” che unisca tutte le forze a sinistra del Pd?

 

In Italia siamo indietro e rischiamo di rifare alcuni errori. Mentre capisco la scelta del “papa straniero” Tsipras, non condivido l’idea di una “Syriza italiana”. È una forzatura. In Grecia Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente.

 

Oltre a Syriza, la Troika guarda con preoccupazione al repentino sviluppo di Podemos, il partito spagnolo che sta scuotendo la Spagna. Syriza e Podemos, seppur differenti sotto alcuni aspetti, sembrano le due forze capaci di trasformare gli assetti in Europa. Podemos rompe con tutti gli schemi classici della sinistra novecentesca e fa della Casta e dei banchieri un bersaglio politico. La sinistra italiana, per rinascere, non dovrebbe affrontare anche il tema della crisi della rappresentanza?

 

In questi anni c’è stata una drammatica deriva oligarchica e proprietaria dei partiti e la capacità rappresentativa è venuta meno anche per la consapevolezza che il potere decisionale fosse esterno alle sedi legittime e in mano a poche persone. La Corte Costituzionale ha emesso due importanti sentenze: una contro il Porcellum, decretando illegittima la legge elettorale in vigore, l’altra contro i soprusi del marchionnismo, stabilendo che non potesse essere esclusa la Fiom dagli stabilimenti. Lego queste due fondamentali sentenze perché entrambe pongono il problema della rappresentanza. E lo pongono nell’impresa e nella società cioè nel lavoro e nella politica, nei diritti sociali e in quelli civili. E’ un punto importante sul quale non abbiamo riflettuto abbastanza ed è la via per far recuperare legittimità alle istituzioni e alla politica.

 

Per sopperire alla crisi economica e politica nel Paese, il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais ha più volte insistito sulla necessità di dar vita a una forza “Giustizia e libertà”, un soggetto della società civile. Che ne pensa?

 

La sinistra italiana ha alle spalle due fallimenti: la lista Arcobaleno e Rivoluzione Civile di Ingroia. Due esperienze inopportune nate per mettere insieme i cespugli esistenti ed offrire una scialuppa a frammenti e a gruppi perdenti della sinistra. Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società. Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre. Rifondazione è un residuo di una storia, Sel ha avuto mille vicissitudini, la Lista Tsipras mi pare si sia dilaniata subito dopo il voto alle Europee. Ripeto: cercare di creare una nuova soggettività assemblando quel che c’è nel mondo propriamente politico secondo me è una via perdente. Bisogna partire da quel che definisco “coalizione sociale”. Mettere insieme le forze maggiormente vivaci ed attive: Fiom, Libera, Emergency – che ha creato ambulatori dal basso – movimenti per i beni comuni, reti civiche e associazionismo diffuso. Da qui, per ridisegnare il nodo della rappresentanza.

 

Il suo giudizio sui partiti esistenti è molto duro. Ma per una coalizione sociale non ci vuole tempo, addirittura anni?

 

Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra. A livello istituzionale abbiamo assistito alla chiusura dei canali comunicativi tra politica e mondo della cultura, ciò si è palesato durante la riforma costituzionale. Come negli anni '60-'70, per il cambiamento istituzionale, deve tornare la rielaborazione culturale. Il lavoro che ha svolto MicroMega in questi anni è prezioso e va continuato in tal senso. Insieme a Il Fatto sono le due testate che hanno tenuto dritta la barra. Ora vanno moltiplicate le iniziative, vanno connessi i soggetti sociali (anche attraverso la Rete) e va recuperato quel che c’è di produzione culturale operativa. Infine, tassello fondamentale: organizzazione. Tali processi non possono essere affidati semplicemente alla buona volontà delle persone.

 

In tutto questo, qual è il suo giudizio sul M5S? Il grillismo è in una crisi irreversibile?

 

Non so se i 5 stelle siano definitivamente perduti, di certo stanno perdendo molteplici chance. Il movimento ha deluso le aspettative: non ha ampliato spazi di democrazia, non ha inciso in Parlamento e in qualche modo ha accettato le logiche interne. Serpeggia una profonda delusione tra gli stessi elettori grillini. Mentre la vera novità è lo sviluppo di un'opposizione sociale al renzismo, l’embrione della coalizione sociale di cui parlavo prima.

 

Si riferisce alla mobilitazione autunnale contro il Jobs Act?

 

Renzi ha vinto senza combattere, non c’era nessuno sulla sua strada. Nessuno in grado di contrastarlo, nemmeno Giorgio Napolitano che secondo le mie valutazioni politiche aveva investito sul governo Letta. Ora si sta muovendo qualcosa: Susanna Camusso e Maurizio Landini si sono ritrovati per uno sciopero unitario. Persino la Uil è stata costretta a schierarsi. Si è rivitalizzato il sindacato. Il governo Renzi ha cancellato tutti i corpi intermedi e la Camusso, rendendosi conto dell’attacco subito, deve riconquistare il suo ruolo. Individuare soggetti sia rappresentativi che di opposizione sociale è un dato istituzionalmente interessante. Oltre ad essere un dato politico rilevante. Si è manifestata un’opposizione sociale.

 

Però siamo ben distanti dai 3 milioni portati in piazza da Sergio Cofferati in difesa dell’articolo 18, e la Cgil viene comunque da anni di politiche concertative…

 

Sono confronti impensabili, il tessuto del nostro Paese è stato logorato da mille fattori nell’ultimo decennio. Anche dalla crisi economica. Con l’impoverimento drammatico le frizioni e le condizioni di convivenza obbligata diventato più difficili. Una situazione conflittuale che va oltre alla “guerra tra poveri”. Le con¬di¬zioni mate¬riali della soli¬da¬rietà sem¬brano distrutte.

 

Coalizione sociale, primato della solidarietà e nuovo rapporto tra cultura e politica. Sono questi gli ingredienti necessari per ripartire?

 

Prima mettiamo in relazione i soggetti sociali, in primis il sindacato, con le reti civiche e strutturiamo un minimo di organizzazione, rilanciando l’attivismo dei cittadini. Da tempo propongo alcune riforme e modifiche dei regolamenti parlamentari per dare maggiore potere alle leggi di iniziativa popolare. Ad inizio legislatura, in concerto con il gruppo del Teatro Valle, abbiamo inviato ai parlamentari una serie di proposte su fine vita e reddito minimo garantito… non sono nemmeno arrivate in Aula. In questo momento nella democrazia di prossimità, quella dei Comuni, si diffondono pratiche virtuose, penso ai registri per le coppie di fatto, per il testamento biologico, ai riconoscimenti nei limiti possibili di diritti fondamentali delle persone. A Bologna si è proposto di cogestire alcuni beni e il nuovo statuto di Parma è pieno di esperienze simili. C’è una democrazia di prossimità che va presa in considerazione. Così come il ruolo della magistratura.

 

Come collegare la figura dei magistrati alle questioni sociali?

 

I partiti di massa erano i referenti delle domande sociali, le selezionavano e le portavano in Parlamento. Io c’ero, me lo ricordo. Questo non esiste più. Regna un modo autoritario di individuare le domande sociali e il vuoto politico è stato colmato dalla magistratura. La Consulta è intervenuta in questi anni su diritti civili, dal caso Englaro alla Fini Giovanardi sulle droghe o alla legge più ideologica, quella sulla fecondazione assistita. Poi le già citate sentenze su legge elettorale e conflitto Fiom-Fiat. Qui non c’è giustizialismo, ma il ruolo di una magistratura – attaccata e in trincea per difendersi dagli attacchi di Berlusconi e salvaguardare autonomia e indipendenza – che ha maturato una propria elaborazione culturale per fronteggiare emergenza politica e garantire la legalità costituzionale. L’aver individuato nella figura di Raffaele Cantone un soggetto politico ha un’importanza storica visto che in Italia la corruzione è ormai strutturale.

 

Lo dimostrano gli ultimi casi di cronaca, la criminalità organizzata si è fatta istituzione come abbiamo visto con lo scandalo di Mafia Capitale…

Prima si parlava solo di tre regioni in mano ai poteri criminali: Calabria, Sicilia, Campania. Quando qualcuno osò parlare, giustamente, di infiltrazioni mafiose al Nord, l’ex ministro Roberto Maroni pretese le scuse. Ora invece grazie ad una serie di inchieste (Ilda Boccassini, Giuseppe Pignatone) sappiamo che questo è un dato strutturale: i poteri criminali occupano il territorio non solo fisico ma ormai anche istituzionale. E la corruzione non passa solo per il denaro pubblico rubato ma come un meccanismo endemico dello Stato. Il giustizialismo assume un fattore centrale e qualsiasi tentativo di silenziare i magistrati va contrastato.

 

Un’ultima domanda, la questione della leadership. Chi vede a capo della coalizione sociale?

 

Bah, spesso si cita il nome di Landini ma mi astengo dal rispondere. Non è prioritaria la questione. È palese che oggi la coalizione sociale ha una sua maggiore evidenza perché la presenza del sindacato è il dato nuovo e accresce le responsabilità di Landini e della Fiom. L’importante è uscire dagli schemi classici e visti finora: non dobbiamo pensare al recupero dei perdenti dell’ultima fase o ai pezzetti ancora incerti (minoranza del Pd). Così non possiamo basare l’iniziativa sul M5S. Sarebbe un errore. I 5 stelle hanno una loro storia, vediamo che faranno in futuro e semmai una coalizione sociale riuscisse a rafforzarsi, capire come reagiranno. Questo è il punto.   www.micromega.net 22

 

 

 

 

Il fondo

 

Dato che gli effetti dei nuovi provvedimenti economici del Governo si potranno apprezzare solo nel tempo, non ci resta che la possibilità di prendere in esame questo 2015 da poco iniziato. Nel primo trimestre, si evidenzierà ancora il fenomeno della deflazione. Cioè del calo forzoso dei prezzi al consumo. Se l’inflazione è, da qualche tempo rientrata, ora la deflazione inizia a preoccuparci. L’Italia arretra economicamente e non si vedono vie d’uscita concrete. Il calo dei prezzi, dei generi più gettonati, si avvia al -0,8% rispetto allo stesso periodo dell’inizio dello scorso anno.  Può sembrare poco, ma non lo è. Anche perché le famiglie possono contare su un risparmio che consente d’iniziare l’anno con qualche Euro in più a disposizione. Anche se, in concreto, non ci sarà nulla da accantonare. Intanto, le spese “inderogabili” (imposte e tasse) non hanno risentito della deflazione. Insomma, il fisco non perde nulla.  Con una disoccupazione superiore al 20%, c’è da considerare anche la fitta schiera di chi ha perso il lavoro. Del resto, l’economia familiare resta sempre in prima linea. Per tirare avanti, si spende di meno e i consumi sono cambiati; più per necessità, che per convinzione. Si compra in misura inferiore (-7% rispetto al 2013) e con molta più attenzione. Lo conferma anche il segno ancora negativo del PIL (Prodotto Interno Lordo). Pure se la vita costa meno, i problemi di fondo restano immutati. Sperare in un 2015 migliore è impossibile. Nonostante la manovra dell’Esecutivo Renzi, l’economia del Paese resterà in fibrillazione. Per i giovani, le speranze per un futuro migliore si sono ridotte. “Tira” solo l’informatica ed i telefonini ad alta tecnologia. Tra i Paesi UE, siamo quello che dedica maggior tempo a Internet. Per la telefonia mobile la crisi non si sente. Sono le famiglie a supportarne la spesa a vantaggio dei figli senza lavoro incapaci, però, di rinunciare a un “messaggino” (SMS). Pur senza voler fare i conti in tasca a nessuno, per quest’anno, la spesa per generi alimentari calerà del 3% rispetto all’anno precedente e del 20% rispetto all’ultimo anno della Lira (2001). Saranno le famiglie “giovani”, in ogni caso, le più colpite. Sotto i 40 anni, la crisi obbliga a un “aiutino” da parte  dei nonni che hanno la fortuna d’aver maturato una pensione. finanche se modesta. Fermo, appunto, il concetto che il poco si conta. Di fatto, però, il 70% degli italiani dichiara d’aver ridotto le spese non ritenute indispensabili. Di male in peggio. La spesa sanitaria è scesa ai livelli del 2007. Con una riduzione, stimato su base annua, mai inferiore a Euro 50 l’anno. Con questi valori, è improbabile che quest’anno, pur con la manovra Renzi, possa essere il primo dei cinque che dovrebbero farci rivedere la “luce”. A noi non resta che continuare a monitorare, senza illusioni, il fronte economico nazionale col desiderio d’intravedere effettivi segnali in controtendenza.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Italicum, nel Pd lo scontro finale. Grillo insulta. Salvini anche

 

E' il giorno degli insulti. Salvini bocciato dalla Consulta per il referendum sulle pensioni insulta pesantemente l'Italia intera. Grillo insulta qualche milione di italiani che votano Pd dicendo che l'elettore tipo del partito democratico è un ex banda della Magliana. La sinistra del Pd, scatenata per sfregiare Renzi, copre di insulti (ricambiata) il segretario e la maggioranza. Lo scontro nel Pd è arrivato al culmine. Sull'Italicum Renzi e Berlusconi si incontrano per un'ora a Palazzo Chigi ma né il premier né il leader di Forza Italia sono in grado di garantire che il rispettivo partito non farà scherzi e voterà l'Italicum. Anzi, Renzi deve affrontare l'aperta ribellione di Gotor che capeggia l'ammutinamento di 29 senatori della minoranza Pd. Addirittura il senatore bersaniano si rifiuta di votare in assemblea la proposta del segretario. Non si era mai visto. Invano Renzi fa presente che il punto importante dell'Italicum non sono i capolista bloccati ma il premio di maggioranza alla lista. Invano il segretario cerca di spiegare che il capolista bloccato è in realtà il candidato di collegio, proposta che all'inizio era anche dei bersaniani. Niente da fare: Gotor e la minoranza si impuntano e annunciano che voteranno contro in aula. In realtà è chiaro a chiunque che il loro scopo, la loro strategia, è solo quella di azzoppare Renzi, di farlo cadere. Se possibile di far naufragare la segreteria e riportare il partito sotto il controllo della "Ditta". Non importa a quale prezzo. Questa è la posta in gioco. E questo duello si trascinerà oltre l'Italicum per approdare direttamente, la settimana prossima alla Camera quando si voterà per il capo dello Stato. La guerra fa nascere inedite e apparentemente innaturali alleanze: per abbattere Renzi la minoranza di sinistra del Pd, il Movimento di Grillo e i ribelli fittiani di Forza Italia compiono strane manovre di avvicinamento. I cespugli di sinistra e di destra (ma anche il cespuglio governativo di Alfano) aspettano di capire da che parte tira il vento prima di decidere con chi stare. GIANLUCA LUZI  LR 20

 

 

 

 

Cyber war The Interview, quando la guerra diventa informatica

 

Un gruppo di hackers, i ‘Guardiani della pace’ (Gop), penetra nei sistemi informatici della Sony Pictures Entertainment, una divisione statunitense della giapponese Sony, e causa la perdita di dati e la pubblicazione sul web di informazioni personali.

 

È successo alla fine dello scorso novembre e i motivi dell’attacco sarebbero riconducibili alla produzione, da parte della Sony,di ‘The Interview’ il film che racconta di un piano della Cia per uccidere l’attuale leader della Corea del Nord, Kim Jong-un.

 

A causa degli attacchi e delle minacce ricevute, la casa cinematografica ha ritirato dal mercato la pellicola, per poi tornare sui propri passi: il film è stato proiettato nel periodo natalizio in numerosi cinema statunitensi ed è stato reso disponibile su alcune piattaforme online.

 

I guardiani della pace di Pyongyang

Chi è responsabile per gli attacchi alla Sony? Secondo la versione fornita almeno inizialmente dall’Fbi, la Corea del Nord. Lasciando da parte il problema delle prove, le norme che determinano l’attribuzione della condotta di individui a uno stato sono contenute negli Articoli sulla Responsabilità degli Stati per atti illeciti adottati dalla Commissione del diritto internazionale (Cdi) delle Nazioni Unite nel 2001.

 

Se fosse dimostrato che i Gop non sono altri che la famigerata Unità 121, un corpo speciale di hackers inquadrati nel General Bureau of Reconnaissance delle forze armate di Pyongyang, si tratterebbe di organi dello stato le cui azioni sono attribuibili alla Corea del Nord in base all’articolo 4 degli Articoli della Cdi.

 

Se i Gop non fossero organi statali, la Corea del Nord sarebbe ugualmente responsabile qualora essi fossero abilitati ad esercitare prerogative di governo ed avessero agito in tale qualità (articolo 5 degli articoli della Cdi) O avessero agito sotto la direzione e il controllo delle autorità nordcoreane , ricevendone istruzioni specifiche al fine di condurre gli attacchi informatici contro la Sony (articolo 8).

 

Un’altra possibilità è che la Corea del Nord approvi pubblicamente le azioni dei pirati informatici e le assuma come proprie: in questo caso, similmente a quanto avvenne con l’occupazione dell’ambasciata Usa a Teheran da parte di studenti iraniani nel 1979, il comportamento di individui diverrebbe attribuibile allo stato che lo approva e lo fa suo (articolo 11 degli Articoli della Cdi).

 

Al di fuori dei casi sopra menzionati, gli attacchi rimarrebbero attribuibili soltanto ad attori non statali e come tali sarebbero inquadrabili più nell’ottica del crimine informatico che in quella della ‘cyber guerra’.

 

Se la Corea del Nord viola la sovranità Usa

Usando una qualificazione fuori luogo, la Corea del Nord ha definito ‘The Interview’ un ‘atto di guerra’. C’è da chiedersi se gli attacchi informatici in questione non siano invece tali.

 

L’uso della forza armata nelle relazioni tra stati è proibito dall’articolo 2, par. 4 della Carta delle Nazioni Unite. C’è accordo nel ritenere equivalenti a un uso della forza armata tradizionale quelle operazioni informatiche che causano, o intendono causare, danni materiali a persone o cose.

 

A queste possono probabilmente aggiungersi quelle operazioni informatiche che incapacitano in maniera significativa, per severità e durata, il normale funzionamento di infrastrutture critiche, interrompendo i servizi da esse forniti.

 

Non sembra che questo sia il caso dell’attacco alla Sony. Per quanto dati e informazioni siano andati persi o siano divenuti pubblici, nessun danno materiale si è prodotto né servizi essenziali sono stati interrotti in maniera significativa negli Stati Uniti o altrove.

 

Se gli attacchi contro la Sony non sono equiparabili a un uso della forza, a maggior ragione non possono qualificarsi come ‘attacco armato’ ai sensi dell’articolo 51 della Carta Onu.

 

Se fossero davvero imputabili alla Corea del Nord, gli attacchi alla Sony potrebbero piuttosto costituire una violazione della sovranità degli Stati Uniti consistente nella penetrazione non autorizzata nelle infrastrutture informatiche (governative o non) ivi localizzate e, ove fosse dimostrato un intento coercitivo sugli Stati Uniti, anche un intervento negli affari interni di questi ultimi, proibito come tale dal diritto internazionale.

 

Ritorsioni e contromisure Usa contro la Corea del Nord

Il presidente statunitense Barack Obama ha dichiarato che il suo paese reagirà “in maniera proporzionata” agli attacchi.

 

Gli Stati Uniti potrebbero cercare di assicurare alla giustizia Usa gli individui responsabili per gli attacchi contro la Sony. A tale proposito, si può ricordare il precedente del procedimento, iniziato dal Dipartimento di Giustizia statunitense nel maggio 2014, nei confronti di cinque militari cinesi presunti responsabili di spionaggio informatico contro compagnie statunitensi.

 

Come dimostra proprio quel caso, le possibilità di ottenere la collaborazione delle autorità straniere coinvolte sono più teoriche che reali.

 

Gli Usa potrebbero poi adottare ritorsioni e contromisure non militari contro la Corea del Nord (assumendo che questa sia davvero responsabile per gli attacchi).

 

Le prime sono semplicemente atti non amichevoli, ma leciti e potrebbero consistere, ad esempio, nel bloccare l’accesso a siti statunitensi da indirizzi Ip nordcoreani. Le seconde consistono in violazioni di obblighi internazionali nei confronti di uno stato, che perdono il loro carattere illecito in quanto costituiscono una risposta all’illecito altrui.

 

Oltre che adottare contromisure economiche (nei primi giorni del 2015 Obama ha in effetti annunciato un inasprimento delle sanzioni contro la Corea del Nord), gli Stati Uniti potrebbero lanciare contrattacchi informatici contro obiettivi nordcoreani, a condizione che essi non equivalgano a un uso della forza armata, cioè non causino danni materiali a persone o cose o non incapacitino in maniera significativa servizi essenziali di quel paese.

 

Le contromisure devono peraltro essere proporzionali al pregiudizio sofferto e hanno limiti stringenti: non possono avere carattere punitivo, occorre darne previa notifica allo stato che ne è oggetto e non possono consistere nella violazione di certi obblighi fondamentali, come quelli sui diritti umani.

 

Il problema è che la valutazione della proporzionalità di un cyber attacco è sempre difficoltosa a causa dell’alto rischio della propagazione incontrollata del malware.

Marco Roscini, Professore di Diritto internazionale,  AffInt

 

 

 

 

La crisi raddoppia il patrimonio alle dieci famiglie più ricche di 20 milioni di italiani

 

A partire dal 2008 drastico allargamento delle distanze sociali. Tra gli abbienti sale il ceto produttivo, giù quello delle rendite - di FEDERICO FUBINI

 

ROMA - Mentre crollava Lehman Brothers, falliva la Grecia, l'America eleggeva il primo presidente nero, l'ultimo governo di Silvio Berlusconi scivolava via, mentre la Cina cresceva del 60% e Apple diventava la società di maggior valore al mondo, in Italia si consumava un evento storico. In sordina, però. Magari tutti erano troppo presi a seguire gli altri eventi, quelli che hanno segnato le prime pagine dal 2008 in poi, per accorgersene. Eppure non era invisibile, perché è stato uno spettacolare doppiaggio a grande velocità.

 

E' andata così. Nel 2008 la ricchezza netta accumulata del 30% più povero degli italiani, poco più di 18 milioni di persone, era pari al doppio del patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche del Paese. I 18,1 milioni di italiani più poveri in termini patrimoniali avevano, messi insieme, 114 miliardi di euro fra immobili, denaro liquido e risparmi investiti. Le dieci famiglie più ricche invece arrivavano a un totale di 58 miliardi di euro. In altri termini persone come Leonardo Del Vecchio, i Ferrero, i Berlusconi, Giorgio Armani o Francesco Gaetano Caltagirone, anche coalizzandosi, arrivavano a valere più o meno la metà di un gruppo di 18 milioni di persone che, in media, potevano contare su un patrimonio di 6.300 euro ciascuno.

 

Cinque anni dopo, e siamo nel 2013, sorpasso e doppiaggio sono già consumati: le dieci famiglie con i maggiori patrimoni ora sono diventate più ricche di quanto lo sia nel complesso il 30% degli italiani (e residenti stranieri) più poveri. Quelle grandi famiglie a questo punto detengono nel complesso 98 miliardi di euro. Per loro un balzo in avanti patrimoniale di quasi il 70%, compiuto mentre l'economia italiana balzava all'indietro di circa il 12%. I 18 milioni di italiani al fondo delle classifiche della ricchezza sono scesi invece a 96 miliardi: una scivolata in termini reali (cioè tenuto conto dell'erosione del potere d'acquisto dovuta all'inflazione) di poco superiore al 20%. Quanto poi a quelli che in base ai patrimoni sono gli ultimi dodici milioni di abitanti, il 20% più povero della popolazione del Paese, lo squilibrio è ancora più marcato: nel 2013 le 10 famiglie più ricche d'Italia hanno risorse patrimoniali sei volte superiori alle loro.

 

Sono questi i risultati più sorprendenti di un approfondimento che Repubblica ha svolto sui patrimoni degli italiani durante gli anni della crisi. L'analisi si basa sui dati pubblicati dalla Banca d'Italia relativi alla ricchezza netta nel Paese e la sua suddivisione fra strati sociali. Per le famiglie con i dieci maggiori patrimoni, una lista che negli anni è cambiata, le informazioni sono tratte dalla classifica annuale dei più ricchi stilata dalla rivista Forbes. Inevitabilmente né l'una né l'altra serie di dati è perfetta, molte informazioni sui patrimoni non sono pubbliche e restano soggette a stime più o meno accurate. Ma le tendenze emergono con prepotenza e raccontano due storie di segno diverso. La prima non è a lieto fine: dal 2008 l'Italia ha subito un colossale abbattimento di ricchezza che si è scaricato con forza verso la parte bassa della scala sociale, mentre al vertice tutto si svolgeva in modo opposto. Lassù il ritmo dell'accumulazione di patrimoni personali accelerava come forse mai negli ultimi decenni. La seconda storia invece fa intravedere un po' di luce in fondo al tunnel, perché la lista dei super-ricchi è cambiata in modo tale da alimentare qualche speranza sulle capacità del Paese di produrre in futuro più innovazione, lavoro e reddito e meno rendite più o meno parassitarie.

 

Sicuramente il punto di partenza di questi anni non è incoraggiante. Calcolata in euro del 2013, la ricchezza netta totale degli italiani crolla di 814 miliardi negli ultimi cinque anni (quelli per i quali sono disponibili i dati, fino appunto al 2013). Sparisce nella voragine della recessione quasi un decimo di patrimonio netto delle persone che vivono in questo Paese. Circa due terzi di questa erosione si spiega con il calo del valore delle case, mentre il resto è dovuto a perdite finanziarie o al ricorso di certe famiglie ai risparmi per sostenere le spese quotidiane. Per la parte della ricchezza in mano ai ceti meno ricchi, Repubblica assume che la loro quota nel 2013 sul totale del patrimonio degli italiani sia rimasta invariata rispetto al 2010: è ad allora che risalgono gli ultimi dati disponibili. In realtà questa è una stima ottimistica, perché la tendenza alla diminuzione della quota di patrimonio dei più poveri è evidente dagli anni precedenti. Nel 2000 per esempio il 40% più povero della popolazione residente in Italia, 24 milioni di persone, aveva patrimoni pari al 4,8% della ricchezza netta totale del Paese. Dieci anni dopo quella quota era già scesa al 4,2%.

 

Anche così, il calo dei patrimoni della "seconda" metà d'Italia, l'Italia meno ricca, è superiore alla media del Paese. Chi è già povero si impoverisce più in fretta. Nel 2013 quei 30 milioni di italiani avevano nel complesso 829 miliardi (mentre gli altri 30 controllavano gli altri 8500). Nel 2008 però quegli stessi 30 milioni di persone avevano (in euro 2013) per l'esattezza 935 miliardi. Dunque la "seconda" metà del Paese durante la Grande Recessione è andata giù dell'11,3% in termini patrimoniali. La prima metà invece, i 30 milioni di italiani più ricchi, è scesa dell'8,2%. Gli uni non solo erano molto più poveri degli altri prima della crisi: si sono impoveriti di più durante. Tutt'altro Paese invece per le prime dieci famiglie. La loro ricchezza netta sale di oltre il 60% in termini reali fra il 2008 e il 2013 e la loro quota sul patrimonio totale degli italiani aumenta. Cambia però anche un altro dettaglio: la loro composizione. I più ricchi del 2013 non sono gli stessi del 2008 o del 2004 e per certi aspetti formano una lista più interessante. Ora nel gruppo si trovano famiglie meno dedite alle rendite di posizione, alla speculazione pura o al rapporto con la politica per fare affari. Adesso dominano i primi posti imprenditori più impegnati nella creazione di valore, lavoro e manufatti innovativi che interessano al resto del mondo.

 

Negli anni, escono dalla graduatoria di Forbes o scivolano in basso i capitalisti italiani che basano i loro affari su concessioni pubbliche o investimenti immobiliari e finanziari. Emblematica - non isolata - la vicenda dei Berlusconi, che negli ultimi cinque anni perdono 3,2 miliardi di patrimonio e scivolano dal primo posto del 2004, al terzo del 2008, al sesto del 2013. Sale in fretta invece il patrimonio di produttori industriali dediti all'export. Succede nell'alimentare (i Ferrero o i Perfetti), nella moda e lusso (Del Vecchio di Luxottica, Giorgio Armani, Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, Renzo Rosso), nella farmaceutica e nell'industria ad alto contenuto tecnologico (Stefano Pessina o i Rocca di Techint). Escono dalla top ten invece investitori finanziari-immobiliari come Caltagirone o chi in passato ha puntato troppo sulle banche. Questa diversa qualità del capitale vincente è un passo avanti di un'Italia sempre più piena di squilibri. È un Paese che forse però si sta liberando, nel dolore, di alcuni dei peggiori vizi del suo capitalismo. Meglio, quanto a questo, della Gran Bretagna, dove Oxfam ha condotto un'inchiesta di cui questa di Repubblica è la replica per l'Italia. Lì i più ricchi, sempre più ricchi, restano gli eredi della vecchia nobiltà proprietaria di decine di ettari di palazzi a Londra come il duca di Westminster o i Cardogan, o imprenditori indiani come gli Hinduja o i Reuben. Se risolverà il problema della povertà, e uscirà dalla crisi, forse è l'Italia fra le due a potersi ritrovare con una marcia in più. LR 19

 

 

 

 

 

La meta

 

Nel linguaggio corrente, “meta” esprime pure il concetto d’obiettivo che s’intende raggiungere. Il vocabolario, però, non riporta “come”. Con questa lapidaria premessa, intendiamo esaminare, senza diatribe personali, la situazione nazionale alle porte di febbraio. Giorni che potrebbero, ma il condizionale è sempre d’obbligo, cambiare le sorti della Penisola. A nostro avviso, però, più che la “meta” da raggiungere, ci sembrano interessanti i “modi” con i quali potrebbe essere raggiunta.

 

 Anche perché le”mete”, alla fine, si superano, mentre restano, per anni, i meccanismi utilizzati per il loro mutamento. Tutto ciò, in termini più lineari, significa fare “politica”attiva. Per questo motivo, le nostre riflessioni si limiteranno ai fatti; lasciando le sensazioni, spesso incoerenti, a chi se le può permettere.

 

 Intanto, l’Italia ha bisogno di fiducia. Su quest’assioma, riteniamo che nessuno discordi. Il difficile, se non impossibile, è trovare i mezzi per dare consistenza a un termine che, se resta effimero, non crediamo che possa essere utile a nessuno. Neppure ai politici più smaliziati. Se fosse sufficiente la buona volontà, almeno apparente, il nostro spazio di riflessione si andrebbe a ridurre. Sarebbe meglio; ma non è così.

 

 L’ossequio formale resta sempre in primo piano, ma gli effetti d’ottimizzazione per il Paese stanno ancora confinati nel limbo di ciò che si sarebbe potuto fare e non è stato fatto. Un’altra occasione perduta per riscattare la politica nazionale. Col nuovo anno, Renzi si troverà ancora a far fronte a un dilemma: rivedere la sua Maggioranza. Come? Ampliandola. Sempre nell’attesa del varo della nuova legge elettorale e accelerare i tempi della politica d’emergenza.

 

 Poi, sarà il Popolo, demoralizzato, a decidere dei suoi destini in un’Europa che tende a emarginare chi non riesce, dopo tanti richiami, a tornare sul binario comunitario. Non avendo altre opportunità, la nostra linea resta sul fronte dell’osservazione. Tenteremo, pur nei nostri limiti, d’essere propositivi. Anche se non abbiamo certezza d’essere partecipati.

 

La meta da raggiungere resta, quindi, subordinata dalle scelte che i nostri politici prenderanno in carico in questo 2015. Anno che potrebbe essere quello della svolta. Altre strade non ne vediamo. Pur comprendendo che i “malanni” d’Italia faranno il gioco dei non “allineati, ” per il bene del Popolo Italiano e per un migliore futuro in UE, sarà opportuno non tenerne conto. Ma senza favorire lo scontro. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Colle, le mosse di Civati. Renzi ha bisogno di Bersani

 

Per ora siamo ai colpi di artiglieria dimostrativi. Ma a meno di una settimana dal primo voto per il Quirinale, già si capisce che se i big non si mettono d'accordo, nel Pd scorrerà il sangue. Alla sicurezza del segretario Renzi, secondo cui non ci sarà un no del partito al nome che sarà proposto, risponde il dissidente Civati che rilancia con una iniziativa che guarda a Vendola e ai Cinquestelle. Il parlamentare della minoranza di sinistra propone a Sel e ai Cinquestelle di individuare un nome NN, cioè "non Nazareno". Un nome cioè che non esca dalla trattativa tra Renzi e Berlusconi. Per ora l'iniziativa ha avuto solo il sì scontato di Vendola, ma i Cinquestelle hanno risposto di voler aspettare i nomi proposti da Renzi per sottoporli al giudizio della rete. Nella maggioranza renziana la risposta all'iniziativa di Civati non è stata particolarmente irritata. I collaboratori del premier si dicono sicuri che il Pd rimarrà unito nella scelta del candidato al Colle. In realtà la proposta di Civati rischia di dividere il fronte degli oppositori di Renzi, molti dei quali non hanno intenzione di portare la spaccatura nel Pd alle estreme conseguenze. Lo stesso Bersani, con cui Renzi dovrà parlare nei prossimi giorni, probabilmente non gradisce una posizione di rottura dal percorso che lo stesso segretario ha indicato. Martedì, una volta approvato al Senato l'Italicum, il Pd su proposta di Renzi indicherà i nomi da sottoporre alla trattativa con gli altri partiti. Giovedì mattina, proprio a poche ore dall'inizio della prima seduta del Parlamento per l'elezione del presidente, il Pd riunirà i suoi grandi elettori per indicare un nome. Si dà per scontato che le prime tre votazioni non raggiungeranno il quorum, ma dalla quarta l'elezione potrebbe andare in porto. Sempre che i dissidenti di Pd e Forza Italia, più i franchi tiratori, non decidano di scatenare la guerriglia. GIANLUCA LUZI  LR 24

 

 

 

 

 

I nomi dei mesi

 

BRESSANONE (Bolzano) - Gennaio; febbraio; marzo; aprile; maggio; giugno; luglio; agosto; settembre; ottobre; novembre; dicembre. Sono i nomi dei mesi dell’anno. Sono trascritti con l’iniziale minuscola – pur essendo oggi dei veri e propri “nomi propri” – in quanto all’origine essi erano semplicemente degli aggettivi. Queste origini cercheremo di vedere qui di seguito.

 

Non chiedetemi però perché i mesi siano dodici. Né perché essi abbiano una durata differente in termini di numero di giorni. Una cosa intanto possiamo notare, che nel tempo si è definita e ci è stata consegnata. Ed è che da Gennaio a Luglio si alternano un mese più lungo e un mese più corto: Gennaio (31 gg.), Febbraio (28/29 gg.), Marzo (31 gg.), Aprile (30), Maggio (31), Giugno (30), Luglio (31). Poi da Agosto a Dicembre si interrompe l’ordine della successione per ripartire di nuovo da un mese lungo: Agosto (31), Settembre (30), Ottobre (31), Novembre (30), Dicembre (31). E di nuovo il ciclo ricomincia. Eternamente. Sicché nel ritmo dei mesi, due volte nell’anno si susseguono due mesi da 31 giorni: Dicembre / Gennaio; e Luglio / Agosto. Se tutto questo abbia una ragione scientifica o culturale, non so. Bisognerebbe chiederlo agli astronomi. Noi ne seguiamo la storia civile, quella delle riforme, delle leggi, dei provvedimenti, delle consuetudini radicate nel tempo, e ... delle parole. Diciamo perciò -  per ora - che si tratti di un dato culturale.

 

L’attuale sistemazione dell’anno civile è il risultato politico di tutta una serie di credenze, di intuizioni, di scoperte, di risposte ai problemi, spesso anche pratici, che l’uomo ha cercato di dare alla misurazione del tempo cercando di rimanere in armonia con le leggi della natura. E’ frutto quindi  di razionalità ed esperienza. In prospettiva economica, naturalmente: come in tutte le cose umane.   

 

Passiamo ora al numero dei giorni dell’anno, di cui posso dirmi più sicuro. Almeno mi sembra. Essi sono 365;  366 ogni 4 anni. I cosiddetti anni bisestili. E so anche che il numero dei giorni dipende dalla lunghezza dell’orbita che la terra percorre ruotando intorno al sole, misurata con il numero di volte che essa ruota su se stessa per percorrerla. I due movimenti determinano i giorni e l’anno. Tutto è relativo! La terra per percorre la sua orbita intorno al sole, poiché gira anche su se stessa con un asse inclinato rispetto alla direzione dei raggi solari, impiega 365 giorni (cioè 365 giri su se stessa) . Quindi, se consideriamo il sole immobile, sono 365 alternanze di buio e di luce .

 

Ma dopo 365 giri che la terra fa a guisa di trottola inclinata, alla fine non è completato interamente  il percorso (l’orbita) intorno al sole. Infatti rimane ancora un pezzettino per raggiungere il punto di partenza, un pezzettino equivalente a un po’ meno di sei ore: cioè circa un quarto di un giro della terra su se stessa. Fino al tempo di Cesare nessuno ci faceva caso; però nel tempo col passare degli anni le stagioni si spostavano. Gli antichi allora, con decreti dei sacerdoti preposti a questo compito, ogni tanto inserivano nell’anno dei mesi intercalari, aggiunti in maniera estemporanea, all’occorrenza. Evidentemente ogni popolo prendeva i suoi provvedimenti autonomamente, così com’erano autonomi e indipendenti i criteri della misurazione del tempo. Ché, certamente, non potevano coincidere.

 

La riforma di Giulio Cesare – che, data l’estensione dell’imperium Romanorum, coinvolse una vasta area del mondo conosciuto – stabilì che ogni quattro anni nel mese di febbraio, dopo il 24° giorno (che si chiamava “sextus ante Kalendas martias”, cioè: “sesto giorno prima del 1° marzo”, o sestultimo di febbraio) si inserisse un giorno in più (il bis-sextus: il sestultimo per la seconda volta). Infatti dopo quattro orbite intere che la terra compie intorno al sole, la somma dei (quattro) pezzettini – un po’ meno di sei ore – corrisponde quasi alla durata di una giornata (in più). E poiché il 24 febbraio, secondo il modo dei Romani di chiamare i giorni, era detto “sesto giorno [diem sextum] prima delle Calende di marzo”, il secondo “diem sextum” fu detto “bis-sextum”. Da ciò l’aggettivo bisestile che andò a denominare l’anno che conteneva questo giorno aggiunto. Oggi che chiamiamo i giorni diversamente, negli anni bisestili invece  di ripetere il 24 febbraio, aggiungiamo il 29.

 

Con il provvedimento di Cesare, però, si andava oltre il compimento dell’orbita solare, anche se solo di un poco. Restava comunque un inconveniente. Alla distanza sarebbe stato sempre necessario qualche giorno, per mettere l’anno alla pari e far coincidere così le stagioni. A correggere questa sfasatura intervenne la riforma del Papa Gregorio XIII. Si decise così che in occasione di determinati anni bisestili non si aggiungesse la giornata in più. E per recuperare tutta la eccedenza accumulatasi negli anni già trascorsi dal tempo di Cesare a quello di Gregorio, fu necessario allora eliminare dal calendario 11 giorni. Così quell’anno, il 1582, anno della riforma del calendario di Gregorio XIII, dopo il 4 ottobre si passò direttamente al 15 ottobre. In seguito solo gradualmente la riforma fu accettata in tutta Europa.

 

Prima di quella di Cesare, stando agli storici, c’era stata la riforma di Numa Pompilio, il secondo re di Roma. Sembrerebbe confinata nel mondo della leggenda, seguendo la interpretazione che fa anche di Numa un re eponimo. (Il nome Numa indicherebbe un periodo di stabilizzazione delle leggi). Ma a riscattarla dall’alone di leggenda e ad avvalorarla di un fondamento di storicità intervengono da una parte il nome stesso di Numa se lo si considera indice di un periodo di riforme e di normalizzazione, dall’altra  il nome dei mesi dell’anno, che ancora oggi chiudono il ciclo dell’anno con settembre, ottobre, novembre e dicembre (chiaramente di derivazione numerale). Questi sono gli elementi a sostegno della credibilità storica della riforma di Numa.

 

Numa, infatti, rappresenta “il legislatore”, colui che ha dato le istituzioni civili alla città. Questo periodo storico – che certamente c’è stato ma di cui ignoriamo la durata e forse il numero stesso dei legislatori succedutesi in quell’epoca, certamente più di uno solo – è riassunto nel nome stesso del re che la tradizione ci consegna come organizzatore dello Stato e creatore delle leggi. Il vocabolo ????? [nòmos] è proprio “legge”. Inoltre, come ho detto, il fatto che alcuni mesi si chiamino ancora “settembre”, “ottobre”, “novembre” e “dicembre” è segno evidente che  all’origine i mesi, indicati con un aggettivo numerale, non superassero i dieci. Perciò se in epoca storica se ne contano dodici, è evidente che qualcuno ci ha messo mano, aggiungendo, all’inizio del computo, due nuovi mesi. Di questa riforma la storia ufficiale fa il nome di Numa. Se poi la determinazione del numero dei mesi  in dodici sia già opera di Numa, oppure egli sia limitato a fissare a dieci il numero dei mesi (mente qualche altro in seguito  l’abbia portato a dodici) diventa secondario per la nostra indagine.

 

Ciò che conta è il fatto che già a quei tempi si cercava di provvedere ad “eliminare il precedente disordine” (o ciò che si riteneva tale), come narra Tito Livio. Anche gli storici antichi non sempre si mostrano di unanime parere. Resta comunque che i legislatori hanno sempre cercato di far coincidere l’anno sociale ed economico, che dava ordine alla vita degli uomini, con l’anno astronomico che naturalmente dà ordine ai ritmi della terra..  

 

C’è da dire che presso gli antichi le motivazioni di carattere politico e sociale si trasformavano in provvedimenti di carattere religioso; e così dovette succedere anche per ovviare agli inconvenienti derivanti da queste sfasature temporali, quando esse divenivano palesi. Attraverso periodici rituali venivano inserite le giornate mancanti (mesi intercalari). Tuttavia, poiché tutto avveniva in maniera empirica (ed estemporanea) restava pur sempre il margine di incertezza che alla distanza, in un arco di tempo più lungo, riproponeva lo squilibrio. Gli astronomi e i matematici lo sapevano; ma forse anche i contadini se ne accorgevano. Da questa consapevolezza nacque la riforma di Giulio Cesare. In suo onore, quello che già era stato il quinto mese, e che conservava ancora il nome “quintilis”, si chiamò Iulius. [Aggiungiamo qui che anche il mese “sestilis” in seguito cambiò nome, e divenne Augustus in omaggio ad Ottaviano Augusto].

 

Seguendo il ciclo del sole, ci siamo dimenticati della luna. Anche la luna in rapporto alla terra (cioè, rispetto alle modificazioni periodiche che apporta alla terra, o che si possono notare dalla terra) era un mezzo per misurare lo scorrere del tempo. Anzi, a parte l’alternarsi di notte e giorno, era quello che più degli altri accompagnava la vita degli uomini nel computo delle giornate. Sul ciclo della luna (circa 28 gg.) si calcolò il mese. La radice indeuropea *men  indica la “luna”, e il derivato “mensis” (mese) è l’aggettivo per dire “lunare” [ciclo o percorso]. E molto probabilmente proprio sulla base del ciclo lunare si stabilì la settimana, che richiama le fasi della luna. Da mensis viene anche il nome del ciclo della fecondità femminile della specie umana.

 

Non va trascurato tuttavia il fatto che ogni popolo avesse il suo sistema di calcolo e il suo particolare calendario. Noi intanto ritorniamo alle parole, dicendo che calendario deriva dal nome Kalendae, con cui i Romani chiamavano il primo giorno del mese, e l’insieme delle cerimonie religiose che vi si praticavano. In effetti venivano proclamate (kalère = chiamare) le due feste del mese che erano la base per il conteggio dei giorni: le Idi, a metà mese, e le None, nove giorni prima. Ma forse c’erano altri “richiami”, come scadenze, rinnovo di contratti, o far memoria dei tempi dell’attività agricola. Comunque il tutto serviva a dare ufficialità all’avvio del nuovo mese, onde evitare che si creasse qualche confusione nel popolo.

 

Kalendae – lo dico per chi ha dimestichezza col latino – è un gerundivo e significa: [le feste] “che devono essere proclamate”. Quanto al nome dei mesi abbiamo già detto che esso è un aggettivo: all’origine un numerale. E, quasi sempre, era accompagnato dal sostantivo “mensis”. Quelli che oggi non sono indicati col numerale hanno preso, nel tempo, il loro nome, originato da feste, divinità, o personaggi storici..

Ianuarius da Ianus (il dio Giano) o da ianua (porta), in quanto è l’inizio dell’anno.

Februarius  da februa (purificazione), una festa religiosa.

Martius da Mars (il dio Marte).

Aprilis da  aperio (aprire: aperto, soleggiato).

Maius da Maia (la dea Maia).

Iunius da Iuno  (la dea Giunone).

Iulius da Giulio (Cesare).

Augustus da Augusto (Cesare Ottaviano).

September; October; November; December, restano il ricordo di quando l’anno contava dieci mesi ... e forse attendono dei personaggi benemeriti a cui essere dedicati. Luigi  Casale, De.it.press 21

 

 

 

 

L'Italia ha scelto: niente cibi ogm

 

Un decreto firmato da tre ministri proroga il il bando al masi MON 810 anticipando la nuova direttiva Ue che sancisce il diritto dei singoli paesi a decidere se accettare o meno i prodotti transgenici - di Antonio Cianciullo

 

ROMA - Niente ogm in Italia. Su questo punto si sono trovati d'accordo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina e il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti che hanno firmato un decreto per mettere al bando il mais MON810. Dal punto di vista pratico cambia poco. Il provvedimento proroga per altri 18 mesi un precedente decreto. Ma dal punto di vista politico l'atto è rilevante perché anticipa il recepimento della nuova direttiva che sancisce il diritto degli Stati membri della Ue di proibire la coltivazione di organismi geneticamente modificati sul territorio nazionale. Mentre finora l'opposizione di un singolo paese alla coltivazione di prodotti transgenici era stata giuridicamente complessa, adesso  -  proprio alla vigilia dell'Expo di Milano dedicata al cibo - la procedura viene semplificata in sede comunitaria e si riconosce il diritto all'autodeterminazione del modo di produrre quello che finisce nel piatto.

 

Le nuove norme permetteranno inoltre ai paesi Ue di adottare misure ulteriori per evitare la presenza accidentale di ogm nelle colture tradizionali e biologiche oltre che nei prodotti alimentari e nei mangimi. Gli stati membri potranno infatti intervenire direttamente sull'etichettatura e potranno abbassare la soglia limite attualmente consentita (lo 0,9%) per la presenza di elementi transgenici finiti accidentalmente in un prodotto definito "libero da ogm".

 

"La decisione di mantenere in Italia il divieto di coltivare ogm come chiedono quasi otto italiani su dieci è un ottimo biglietto da visita per il made in Italy alimentare in vista dell'Expo", afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo."Gli ogm infatti non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell'omologazione". La Coldiretti precisa che nei 28 paesi dell'Unione Europea, nonostante l'azione delle lobbies che producono ogm, nel 2013 solo 5 hanno coltivato ogm (Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania), con appena 148 mila ettari di mais transgenico MON810 piantati per la quasi totalità in Spagna.

 

"L'Italia si conferma leader nella battaglia per l'alimentazione di altissima qualità", aggiunge Vincenzo Vizioli presidente di Aiab, l'associazione del biologico. "Il governo ha dato un segnale chiaro. Ci auguriamo che questo indirizzo venga al più presto reso definitivo in modo da dare certezze al paese e permettere un rilancio ulteriore dell'agricoltura biologica e delle eccellenze del made in Italy".

 

"Decisione tempestiva, atto dovuto in difesa di ambiente, agricoltura e cittadini", commenta Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace, alla firma del decreto che proroga per altri 18 mesi il divieto di coltivazione di mais Ogm MON810 sul territorio italiano. "Sventato il tentativo delle multinazionali di imporre in Italia, Paese che ospiterà EXPO 2015, la forzosa coltivazione di Ogm. Un atto dovuto, per proteggere ambiente, agricoltura e cittadini". L'associazione sostiene che l'agricoltura, e "in particolare l'agricoltura italiana, può e deve fare a meno degli Ogm. Ci sono biotecnologie che evitano la manipolazione genetica, con ottimi risultati". LR 23

 

 

 

 

Venticinque anni di attività del Consiglio Generale. Pubblicata una raccolta degli atti e dei documenti del CGIE

 

ROMA - A pochi mesi dalle elezioni per il rinnovo dei Comites, il CGIE pubblica una raccolta in due volumi che ripercorre la propria storia, dalla istituzione ufficiale sino agli sviluppi più recenti.

Atti e documenti sull'attività del Consiglio

Il primo dei due testi che compongono l'opera è una rassegna degli atti e dei documenti più significativi dell'attività del Consiglio, dalla sua nascita, dalla seconda Conferenza Nazionale dell'Emigrazione del 1988 sino agli Stati Generali della lingua italiana nel mondo dell'ottobre scorso.

La normativa

Il secondo volume raccoglie la parte normativa riguardante il CGIE e i Comites e si sviluppa partendo dalle promulgazioni che ufficialmente istituiscono i due organismi e ne regolamentano le competenze sino ad arrivare agli ultimi testi normativi.

Questa pubblicazione (disponibile scaricando il Pdf) si inserisce nel più ampio programma di informazione, comunicazione e rinnovamento che il CGIE sta realizzando negli ultimi mesi, e va ad accrescere un robusto numero di iniziative già concretizzate (l'ampliamento del sito web, l'attivazione di un apposito canale Youtube, la creazione di una applicazione per iPad e iPhone etc). (Inform 20)

 

 

 

 

Garavini (PD): “Il Governo intende affrontare la questione dei programmi RAI criptati all’estero”

 

“Per la prima volta il Governo prende sul serio l'annosa questione dei criptaggi dei programmi Rai all'estero e si impegna ad affrontare la questione in sede di 'Contratto di servizio' Rai, attualmente in via di definizione."

Lo afferma con soddisfazione Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Estero-Europa, commentando la risposta del Sottosegretario allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, al question time da lei presentato in Commissione Trasporti, con cui la parlamentare riproponeva il problema dei criptaggi su numerosi programmi, soprattutto sportivi.

 

“Il Governo”, ha proseguito la Garavini, “rispondendo ad un mio atto parlamentare si é reso disponibile a far sí che nel 'contratto di servizio' Rai, in corso di definizione, si preveda 'un impegno della RAI ad adeguare la propria offerta destinata all'estero alle mutate condizioni dello scenario complessivo di riferimento e a rendere visibile l'intera programmazione di servizio pubblico su tutte le piattaforme tecnologiche all'estero'.

 

“I programmi radiotelevisivi della Rai”, ha concluso la deputata PD, “costituiscono uno straordinario mezzo di promozione e di valorizzazione del nostro Paese nel mondo. Innanzitutto perché mantengono vivo il legame dei nostri connazionali con la lingua  e cultura italiana. E poi perché servono a fare conoscere e ad apprezzare il nostro stile di vita, le bellezze del nostro paese, le inestimabili opere d´arte presenti in Italia, stimolando così il turismo, promuovendo il made in Italy, trasformandosi in un prezioso supporto in termini di indotto alla nostra economia. Ecco perchè ritengo particolarmente apprezzabile l´impegno assunto dal Governo e mi auguro che si possa giungere celermente a conclusione del ´contratto di servizio´ in questione”. De.it.press 19

 

 

 

 

Roma l’11 febbraio la riunione della Conferenza Stato Regioni

 

ROMA – L’11 febbraio si terrà a Roma la riunione della Conferenza Stato Regioni . L'incontro si terrà a Roma  presso la sede della Conferenza delle Regioni (via Parigi 11) con inizio alle ore 11. Nell'ambito della Conferenza si riunirà anche il Coordinamento delle Consulte regionali per gli Italiani nel mondo, riferisce la Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo. 

All’incontro sono stati invitati il direttore dell’Agenzia ICE, dott. Luongo e i dirigenti del Ministero dello Sviluppo Economico, dott. Tripoli, il dott. Mannoia, portavoce del ministro Guidi, il dott. Celi e la dott.ssa Sanfilippo,  per la presentazione delle iniziative che stanno curando per l’EXPO di Milano.

Un secondo momento sarà dedicato alle iniziative messe in campo dal coordinamento delle Consulte regionali per gli Italiani nel mondo in collaborazione con la Società EXPO e, a tal fine interverrà all’incontro anche la dott.ssa Silvia Bartolini, responsabile di tale coordinamento interregionale.

Alla riunione sono invitati anche i dott. Vaciago e Mina di Padiglione Italia, il responsabile del Progetto EXPO e Territori della Presidenza del Consiglio, dott. Ivano Russo, il dott. Bonomi di Aaster ed essa può costituire l’occasione di fare il punto anche sull’organizzazione del palinsesto degli eventi e sulle altre iniziative.(Inform 20)

 

 

 

 

Bianco, maschio e “narciso”

 

C'è un meccanismo regressivo puro che riguarda uomini che normalmente non sarebbero aggressivi ma che "perdono la testa" in situazioni di particolare alterazione e ci sono invece delle forme di violenza molto più strutturate, "culturali" o antropologiche che si fondano su convinzioni molto narcisistiche del tipo che chiamiamo "fallico"; cioè basate su un'idea di assoluta superiorità del maschile sul femminile.

Ed esistono molte forme di violenza sulle donne,  tale da genwerare una sorta di "invisibilità" del fenomeno, che è invece macroscopico, è dovuta a motivi diversi, molti dei quali sono inconsci e concernono la sostanza dei rapporti uomo/donna, anche quelli considerati normali.

Nessuna donna davvero in lizza per la Presidenza della Repubblica e nessuna, in tutt’altro ambito, nelle 15 caselle degli Oscar del 2015.

Arretra ed anzi scompare fra i nomi papabili per il Colle la Finocchiaro e ricevono mazzate nelle nomination autrici come Selma Ava DuVernay, che avrebbe potuto essere la prima donna nera dietro la macchina da presa a prendere un Oscar ed invece non è neanche candidata ed Angelina Jolie,  regista di “Unbroken”, film che pure è piaciuto anche al Papa.

Il mondo resta maschio e bianco, anzi continua ad esserlo,  con solo qualche svista che a volta ci illude, come sosteneva George Bernard Shaw.

Ancora oggi, nonostante tanrte rivoluzioni, nonostante gli anni ’60,  il maschio, bianco, dominante, cresce studia, osserva il mondo, vede una crisi  e pensa che in fondo si stava meglio quando si stava peggio e si comporta, nel “civile occidente” oggi indignato dopo i fatti di Parigi e gli eccidi della Nigeria, che però si comporta  allo stesso modo degli atroci barbari islamici che, come racconta bene Fatima Mernissi nel suo "Islam e democrazia", quando vi è  un problema di occupazione, l'Imam annuncia che per le donne è vietato andare a lavorare.

Ed ha ragione allora Fabio Fazio, nella sua intervista di ieri a Jane Fonda, quando dice che la rivoluzione vera deve riguardare noi uomini e non le donne, perché senza questo radicale cambiamento continueremo, con poche insignificanti varianti, ha produrre che guardano al futuro conn gli occhiali del passato,  in cui non si immaguinano nemmeno servizi di cura per gli anziani, ad avere asili nido sufficienti a coprire il tasso di natalità, e che preferirà pagare le donne perchè stiano a casa a curare i familiari, piuttosto che dare il loro contributo attivo e rivoluzionario o comunque nuovo, alla società.

Eppure oggi si laureano nel nostro paese in Medicina 13.500 donne contro 6.000 uomini e nonostante queste le assunzioni e le carriere sono ancora spereguate verso il maschio, possibilmente bianco e di mentalità certamente dominante.

Le statistiche dicono ancora che  l'80% del tempo dedicato ai lavori di casa è a carico delle donne; che gli uomini che chiedono il part-time sono una percentuale minima rispetto alle donne; che la carriera delle donne è minata dal congedo post partum, sempre e solo a carico loro e non in maniera condivisa dai papà. Ed infine, che la scuola ancora oggi è pensata e organizzata con orari che impongono una mamma a casa.

Il maschio bianco dominante, dicono gli psicologi, è un narciso con mancanza di progettualità e di crescita, spesso violento,  ottuso, che non ascolta e sa solo contraddire, che giudica tutto e tutti e si sente assolutamente perfetto.

Secondo il DMS IV, manuale di riferimento dei duisturbi psichiatrici, in aumento oggi il Disturbo Narcisistico di Personalità o NPD, che presenta un quadro clinico complesso che si caratterizza essenzialmente per un eccessivo investimento libidico sulla propria persona, a scapito della relazionalità sociale e dei rapporti interpersonali.

Non deve però trarre in inganno questa sommaria descrizione della apparente "autonomia" della personalità narcisistica, poiché in realtà in questo caso si verifica il paradosso di un individuo fortemente bisognoso della propria immagine riflessa dagli altri, in un gioco di continuo mascheramento e perennemente in bilico tra un senso di sè “gonfiato” (sentirsi superiori, speciali, particolarmente dotati, richiedere eccessiva ammirazione, etc.) e l'oscuro timore di un inevitabile ridimensionamento (che condurrebbe su un versante depressivo e pertanto respinto con tutte le forze).

Ed è da questa ambiguità che nasce, nel maschio narcisio, la violenza o la marginalizzazione della donna.

Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicanalista,  tra i maggiori  esperti delle problematiche adolescenziali, docente di Psicologia dinamica all’Università di Milano, nel 2008, a commentodi uno dei tanti femminicidi italiani (quello di Lorena Cultraro, una studentessa di 14 anni, che venne trovata morta in un pozzo a un paio di chilometri da casa), parlò del fatto che, in termini psicanalitici, il giovane Edipo è stato soppiantato dal giovane Narciso ed il maschio attuale, adolescente o immaturo di qualsiasi età,  a differenza del suo predecessore, che per affermare la propria identità doveva necessariamente ribellarsi all’autorità costituita (simbolo di quella paterna che lo teneva in scacco nell’infanzia), non ha motivi importanti per opporsi o contrastare l’ecosistema culturale ed educativo in cui cresce,  e poiché tale sistema è sessista ed antiffeminile, tale diventa, automaticamente.

La televisione è al completo servizio di Narciso, la pubblicità lo corteggia e lo rappresenta come modello, il cinema canta i suoi amori con una tenerezza commerciale inusitata, l’editoria vive delle vendite dei libri costruiti per lui. Tutto il mercato si rivolge a Narciso, favorendo un processo di adolescenzializzazione dei consumi, nella consapevolezza che i ragazzi, orientando la politica degli acquisti di tutta la famiglia, muovono masse enormi di denaro.

E, in questo modo, si resta Narcisi per sempre, per sempre, miscugli disarmonici  di aspetti adulti e istanze infantili,  con, nelle profondità corporee, sviluppo di istanze che si fanno spesso pericolose o esplosive.

E poiché per Narciso, bianco, maschio, infantile e dominante, l’insieme degli apparati tecnologici e multimediali, che propongono copie del reale indolori e morbide, può rappresentare una sorta di collante per le parti del sé frammentate, l’esperienza di internet è una aggravante che dematerializza la realtà: la possibilità della visione e dell’immersione in ambienti creati e gestiti attraverso il computer de-realizza le situazioni umane, facendo passare il concetto che l’agire simbolico sia naturale; La mente si abitua a categorie percettive diverse, modificando l’essenza ontologica dell’esperienza, la sua qualità, il vissuto emozionale che comporta, l’elaborazione psichica, e infine la sua rappresentabilità.

Ed allora capiamo i fatti che riguardano gli Oscar o il Colle ed altri che ci roteano attorno, con Narcisi di ogni età che piuttosto che ridefinire a livello profondo iloro valori e i loro rapporti con l’esistente, decidono di continuare a giocare il ruolo di grande promessa, ma in ambiti sempre più ristretti e selezionati, con una rabbia che sfuocare in ogni istante in cupo rancore o follia omicida.

Ciò che auspico e che va auspicato, è  il declino del narcisismo antropocentrico, per cui accettare finalmente la presenza dell’Altro e riconoscerne l’importanza nella formazione dell’immagine che hanno di loro  stessi; il crepuscolo del mito della purezza e della fissità dell’uomo; il tramonto dell’autoreferenzialità centralistica di Homo Sapiens, inteso come bianco e dominante. Carlo Di Stanislao, De.it.press 20

 

 

 

 

La coerenza

 

La Politica dello Stivale, quella che gli italiani non intendono più tollerare, è tornata alla ribalta; proprio a pochi giorni dall’inizio d’anno. Il bilancio per il 2014, ancora in analisi, è stato, comunque, negativo. Il calo, generale, della Borse non poteva escludere il Bel Paese. Ai problemi, secondo noi, se ne aggiungeranno altri. Nonostante tutto, cambiare registro bisogna.

 

Non l’ha inteso solo la Maggioranza Parlamentare che consente all’Esecutivo di governare. Anche se in tempi differenti, i cambiamenti ci saranno. Il Paese, oltre alla crisi economica, dovrà fare i conti su una ridistribuzione della politica e, forse, anche delle Alleanze. Nel frattempo, il dibattito sulla nuova legge elettorale procede ancora troppo in sordina. Ciò non è bene per chi gestisce la politica di oggi, ma neppure per chi dovrà gestirla domani. Resta, poi, da conoscere la strategia del nuovo Capo dello Stato.

 

Dopo tanti proclami, anche le questioni di riforma istituzionale incalzano. Il potere dei politici dovrà adeguarsi ai tempi nuovi. Anche se non è detto che siano migliori. Le suddivisioni delle attribuzioni dello Stato saranno, di conseguenza, adattate alle nuove esigente di un Paese che vuole ritrovare se stesso in un’Europa più disponibile a condividere i problemi degli Stati membri.

 

Alla metà del secondo ventennio del nuovo secolo, abbiamo assistito a un’involuzione di tante, troppe, questioni nazionali. Col mutamento delle prospettive di confronto, anche l’”opposizione” potrebbe non essere solo dei perdenti alla futura tornata elettorale. La governabilità nazionale ha da ritornare al voto popolare. Senza preconcetti e con la chiarezza di programmi comprensibili.

 

Anche se l’Esecutivo è formato, in prevalenza, da giovani, la politica italiana è invecchiata e minata da troppi segnali di disonestà che l’hanno portata sempre più lontana dalla base alla quale dovrebbe fare riferimento. Del resto, abbiamo anche imparato che i partiti”gradi” si sono fatti più “piccoli”. Ma senza i “piccoli” non si governa. Fermo restando il concetto che è più facile criticare che proporre.

 

 Insomma, prima della primavera, verificheremo sino a che punto il nostro Primo Ministro sarà riuscito in quell’azione di connessione tra i partiti che gli hanno dato fiducia; senza della quale ogni altra circostanza perderebbe senso.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Bce, acquisti di titoli per 60 mld al mese

 

A partire da marzo la Bce lancerà un programma di acquisti dei titoli di Stato, per un ammontare mensile pari a 60 miliardi di euro e un totale di 1.140 miliardi. Il presidente della Bce, Mario Draghi, lancia il Quantitative easing che si dovrebbe concludere nel settembre del 2016 e comunque "fino a quando l'inflazione si riporterà a livelli ritenuti coerenti con i suoi obiettivi". Le scadenze dei titoli saranno fra 2 e 30 anni, ''un intervallo molto ampio" e l'acquisto, spiega Draghi, prevede ''un criterio di condivisione del rischio con le banche centrali dei paesi interessati. Sarà ripartita solo parte delle ipotetiche perdite derivanti dal programma di acquisti varato oggi dall'Eurotower''.

Il presidente sottolinea che il consiglio della Bce è stato "unanime" sul fatto che il Qe sia un vero strumento di politica monetaria, mentre sulla necessità di lanciarlo "adesso" è stato deciso "a larga maggioranza", senza bisogno di un voto. Le banche centrali dei paesi interessati garantiranno per una quota pari all’80% del totale, dunque solo il 20% sarà il rischio condiviso tra banche nazionali e Bce. L'Eurotower potrà acquistare per un importo massimo che non superi il 33% del debito di ciascun Paese e per ogni emissione non potrà acquistare più del 25% dei titoli.

Gli acquisti saranno effettuati in base alle quote che ogni banca centrale detiene nel capitale Bce. "Non c'è alcuna eccezione per la Grecia", sottolinea Draghi. "Noi abbiamo preso le nostre decisioni, ora spetta ai governi andare avanti con le loro riforme'', aggiunge il presidente. ''Più queste andranno avanti, più efficaci saranno le nostre misure".

La Bce ha anche deciso un taglio supplementare dello 0,10% su tassi Tltro. In questo modo, in pratica, le banche potranno attingere ai fondi delle 'targeted longer-term refinancing operations', ovvero i prestiti mirati a lungo termine, allo stesso tasso applicato in quel momento alle operazioni di rifinanziamento principali, che oggi si attesta appena allo 0,05%.

La modifica riguarda le sei aste rimanenti fino a giugno 2016 (due sono già state condotte nel 2014) e, si legge in una nota dell'Eurotower, "conferma l'intenzione del Consiglio direttivo di sostenere l'efficacia delle Tltro come strumento chiave nel sostenere i prestiti al settore privato". D'altronde i risultati delle prime due aste, in cui sono stati assegnati in totale 212,4 miliardi, sono stati assai più bassi delle aspettative della Bce che aveva messo a disposizione fino a 400 miliardi. Adnkronos 22

 

 

 

 

Al via la nona edizione del premio Pietro Conti “Scrivere le migrazioni”

 

L’iniziativa promossa dalla Regione Umbria in collaborazione con Filef, Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea e Museo regionale dell’Emigrazione “Pietro Conti”. Gli elaborati dovranno pervenire entro il 31 luglio 2015

 

GUALDO TADINO – Al via la nona edizione del premio Pietro Conti “Scrivere le migrazioni” promosso dalla Regione Umbria con la collaborazione della Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie (Filef), l’Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea e il Museo regionale dell’Emigrazione “Pietro Conti”. Il bando si rivolge ad elaborati sul tema che dovranno pervenire entro il 31 luglio 2015 e comprende due sezioni: narrativa/memorialistica, avente ad oggetto racconti o descrizioni in forma letteraria, fatti, situazioni, stati d’animo ed esperienze di vita nel contesto migratorio, ovvero biografie, autobiografie che descrivano, con la precisione e i riferimenti dovuti, esperienze migratorie autenticamente vissute e realmente accadute; studi e ricerche, avente per oggetto l’emigrazione italiana e l’immigrazione in Italia e svolti in qualsiasi università, centro di ricerca ed istruzione superiore italiana o straniera o da singoli studiosi.

Possono partecipare, con elaborati inediti, residenti in Italia o all’estero.

I premi, assegnati da una giuria composta da 7 esperti e consegnati nel corso di una cerimonia di premiazione prevista in Umbria, ammontano a 5.000 euro: 1.500 ai vincitori di ciascuna sezione e 1000 euro ai secondi classificati.

Gli elaborati, dattiloscritti in lingua italiana per un massimo di 55.000 caratteri (spazi inclusi), dovranno pervenire, in triplice copia anonima e in versione Word su CD, alla segreteria del Premio “Pietro Conti”, presso la Filef – Viale di Porta Tiburtina, n. 36 - 00185 Roma – Italia, entro e non oltre il 31 luglio 2015, accompagnati da una busta chiusa contenente le indicazioni anagrafiche e un breve curriculum personale dell’autore.

A cura del Museo regionale dell’Emigrazione “Pietro Conti” la pubblicazione e diffusione del volume contenente gli elaborati premiati e segnalati dalla giuria.

Il premio biennale è diventato nei suoi 20 anni di vita una sorta di “osservatorio in diretta” dell’evoluzione dell’emigrazione italiana e dell’immigrazione in Italia, raccogliendo centinaia di testimonianze nelle due sezioni previste. Nato nel 1992, per volontà della Filef e della Regione Umbria, è uno dei primi e più affermati concorsi nazionali del suo genere.

Sono circa un migliaio i lavori arrivati dagli oltre 800 partecipanti al premio in questi anni; le 8 pubblicazioni realizzate sulla base dei lavori selezionati dalle giurie nazionali che si sono succedute in questi anni – cui hanno partecipato importanti personalità del mondo della cultura italiana (tra gli altri, Lidia Ravera, Pasquale D’Alessandro, Gianni Amelio, Tullio Seppilli, Emilio Franzina, Carmine Chiellino, Angelo Trento, Chirine Haidar, Francesco Calvanese, Massimo Vedovelli, Maria Immacolata Macioti, Leo Zanier, Alessandro Portelli, Gian Antonio Stella, Carmine Abate, ecc. ) – sono state distribuite in oltre 20.000 esemplari in Italia e nel mondo. Oltre centomila i download dai diversi siti web che hanno rilanciato i racconti e i saggi vincitori delle diverse edizioni. Per informazioni: http://www.emigrazione-notizie.org/. (Inform 20)

 

 

 

 

Giovani medici in fuga all'estero, fino a 1000 l'anno

 

Giovani medici 'in fuga' dall'Italia. "Negli ultimi cinque anni, su 6-7 mila laureati in Medicina, circa il 2% - oltre 700 unità - è emigrato all'estero in cerca di un lavoro". Un numero considerevole e sottostimato: "Si calcola infatti che siano circa 1000 i giovani dottori che ogni anno varcano il confine italiano. Francia, Germania, Svezia, Norvegia, Regno Unito, Stati Uniti e Australia, i Paesi più gettonati". A scattare la fotografia per l'Adnkronos Salute è Domenico Montemurro, coordinatore dell'Osservatorio Giovani Fnomceo, che ha analizzato il numero delle cancellazioni dall'Albo con richiesta specifica di andare all'estero.

Il fenomeno - a detta del coordinatore dell'Osservatorio Giovani della Federazione nazionale ordini medici - "è preoccupante e in continua ascesa". Oltre ai 150-200 laureati che ogni anno si cancellano dall'Albo, dichiarando esplicitamente l'intenzione di andare a lavorare all'estero, c'è infatti un gruppo di giovani medici che, pur non cancellandosi dall'Albo, varca il confine: "Secondo alcune ricerche fatte online - spiega Montemurro - sono infatti almeno 1000 le persone che ogni anno richiedono al ministero della Salute il certificato di onorabilità professionale, documento necessario perché richiesto dai sistemi sanitari dei Paesi ospitanti".

I motivi della 'fuga' all'estero dei giovani medici sono soprattutto due. "Il primo - sottolinea Montemurro - è l'imbuto formativo che non permette ai laureati di entrare nelle scuole di specializzazione. A fronte di circa 7 mila laureati l'anno - e in futuro potrebbero essere di più - solo la metà, o poco più, riesce ad entrare nelle scuole. Mancano infatti le risorse per finanziare le borse. E, considerando che la spesa media per un contratto è pari a circa 120 mila euro, per finanziare le borse mancanti servirebbero 360 mln.

"I più fortunati che riescono ad accedere alla specializzazione devono invece stare attenti a non sbagliare corso: "In determinate aree specialistiche - dice Montemurro- si registra un esubero di camici bianchi e trovare lavoro è difficilissimo, se non impossibile".

Per mettere un freno a questa 'fuga', secondo Montemurro, una soluzione potrebbe essere quella di "abolire l'obbligo della specialità, creando quindi percorsi professionalizzanti all'interno del Servizio sanitario nazionale". In ogni caso, per il coordinatore dell'Osservatorio Fnomceo è necessario mettere a punto una "corretta programmazione del fabbisogno dei medici, che metta in evidenza le specialità con carenza di professionisti. Inoltre - conclude - bisognerebbe abolire i 'tempi morti': l'abilitazione alla professione va presa all'interno del corso di laurea. Adesso, con le regole attuali, si rischia di perdere circa 1 anno". Adnkronos 22

 

 

 

 

IcoN, aperte fino al 28 febbraio le iscrizioni al corso di laurea online per cittadini stranieri e italiani residenti all’estero

 

Fino al 10 febbraio disponibili anche 45 borse di studio per cittadini stranieri e italiani residenti in America Latina, Africa, Asia, Europa

 

PISA - IcoN-Italian Culture on the Net, Consorzio di 19 università italiane dedito all’e-learning dal 2001, ha aperto anche per questo semestre le iscrizioni al corso di laurea online in Lingua e cultura italiane per cittadini stranieri e italiani residenti all’estero. Le iscrizioni al corso di laurea sono aperte fino al prossimo  28 febbraio.

Fino al 10 febbraio prossimo sono disponibili anche 45 borse di studio, offerte a cittadini stranieri e italiani residenti in America Latina, Africa, Asia (con esclusione di Corea del Sud, Giappone, Singapore e Taiwan), Europa (Albania, Bielorussia, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Cipro, Croazia, Georgia, Lettonia, Lituania, Repubblica di Macedonia, Montenegro, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica di Moldavia, Repubblica Slovacca, Romania, Russia, Serbia, Slovenia, Turchia, Ucraina, Ungheria).

Il corso di laurea, che porta al conseguimento di una laurea italiana di I livello del tutto equivalente a una laurea conseguita presso una Università italiana, è interamente online con esami e prova finale in web-conference presso sedi convenzionate in tutti i continenti (Istituti Italiani di Cultura, Dipartimenti Universitari, Comitati della Società Dante Alighieri, Scuole). Dal 2001 a oggi, sottolineano dal Consorzio interuniversitario , si sono laureati centinaia di studenti residenti in oltre 70 Paesi nel mondo di tutti i continenti.

I percorsi possibili, chiamati curriculum, sono: didattico-linguistico, letterario, storico-culturale, arti-musica e spettacolo. Il corso può essere seguito con il supporto di un tutorato oppure  in autoapprendimento.  Per frequentare il corso è necessario conoscere la lingua italiana a livello avanzato.

Maggiori informazioni sulle borse di studio sono indicate alla pagina: http://www.italicon.it/it/index.asp?codpage=bandi . Per ulteriori dettagli sul corso di laurea e sulle borse di studio disponibili, scrivere alla Segreteria didattica ICoN: infodidattica@italicon.it  e visitare la sezione “laurea” del sito www.italicon.it (Inform 22)

 

 

 

 

Migrationsbericht 2013. Mehr Zuwanderer kommen nach Deutschland

 

Deutschland ist ein Einwanderungsland. Die Zahl der Zuwanderer ist so hoch wie seit 20 Jahren nicht mehr. Braucht die Republik ein Einwanderungsgesetz? Darüber gibt es Streit. Von MIRA GAJEVIC

 

Die Rekordzahlen bei der Zuwanderung haben die Debatte nach einer neuen gesetzlichen Regelung befeuert. Nach dem am Mittwoch vom Kabinett gebilligten Migrationsbericht ist die Zuwanderung so hoch wie seit 20 Jahren nicht mehr.

Insgesamt stieg 2013 die Zahl der Neuankömmlinge von rund 1,08 Millionen im Vorjahr auf 1,23 Millionen. Zieht man die rund 800 000 Menschen ab, die Deutschland 2013 verlassen haben, bleibt ein Plus von 430 000. Forderungen nach einem neuen Zuwanderungsgesetz wies Bundesinnenminister Thomas de Maizière deshalb zurück. Die jetzigen rechtlichen Regelungen entsprächen bereits einem Einwanderungsgesetz, so der CDU-Politiker.

Dem widersprach der Deutsche Gewerkschaftsbund. Vorstandsmitglied Annelie Buntenbach sagte der Frankfurter Rundschau: „Die gestiegene Zahl der Zuwanderer ist längst noch kein Zeichen einer Willkommenskultur.“ Angesichts von mehr als 50 verschiedenen Aufenthaltstiteln fehle es an Klarheit und Transparenz. „Ein modernes Einwanderungsgesetz darf nicht nur neue Formen der Abschottung festschreiben. Es muss denen, die kommen auch Rechte und Möglichkeiten bieten, Teil der Gesellschaft zu sein“, so Buntenbach.

Auch die Sozialdemokraten bekräftigen ihre Forderung nach einer gesetzlichen Neuregelung. „Wir müssen mit einem Einwanderungsgesetz eine berechenbare Chance für qualifizierte Leute schaffen, nach Deutschland einwandern zu können – nach Maßgabe von Sprachkenntnissen und beruflichen Fähigkeiten“, sagte SPD-Fraktionschef Thomas Oppermann.

Vielen sei das Ausmaß der demografischen Auswirkungen in den nächsten 20 Jahren überhaupt noch nicht bewusst. „Wir brauchen in Zukunft Jahr für Jahr Hunderttausende Einwanderer.“ Bis Ende Februar will die SPD deshalb Vorschläge für ein Einwanderungsgesetz vorlegen und darüber dann mit CDU und CSU diskutieren. Eine Einigung dürfte allerdings schwierig werden, denn bislang steht CDU-Generalsekretär Peter Tauber mit seinem Werben für ein neues Gesetz in der Union auf ziemlich verlorenen Posten.

Nach Ansicht von Manfred Weber, Vorsitzender der konservativen EVP-Fraktion im Europäischen Parlament, muss Deutschland vielmehr die Unternehmen bei der Integration von Mitarbeitern aus den EU-Staaten besser unterstützen. Im Süden Europas suchten Millionen von teilweise bestens ausgebildeten jungen Menschen vergeblich nach Arbeit, sagte der CSU-Politiker dieser Zeitung.

Die Jugendarbeitslosigkeit sei dort untragbar hoch. „Bevor wir über Europas Grenzen hinaus schauen, müssen die Bemühungen intensiviert werden, junge Leute aus der EU nach Deutschland zu holen und hier längerfristig in den Arbeitsmarkt zu integrieren. Ein Einwanderungsgesetz brauchen wir hierfür nicht.“ Laut Migrationsbericht kam das Gros aller Zuwanderer aus EU-Ländern wie Polen, Rumänien und Italien. Bemerkenswert ist nach den Worten von Thomas Liebig, Migrationsexperte der Industrieländerorganisation OECD, dass nicht nur mehr Zuwanderer aus der EU kommen als in der Vergangenheit, sie blieben auch länger als früher.

Zugleich zeige sich, dass die innereuropäische Migration verstärkt in den hiesigen Arbeitsmarkt stattfinde. So haben den Angaben zufolge 56 Prozent aller EU-Neuzuwanderer einen Job, im Jahr 2000 waren es nur 48 Prozent. 36 Prozent sind laut OECD sogar hochqualifiziert, vor 14 Jahren war das nur jeder Vierte. Sein Fazit: „Deutschland hat sich als wichtiges Zuwandererland etabliert und ist Motor für die innereuropäische Migration.“ Damit sei Deutschland wesentlich attraktiver und offener als viele dächten. Ein neues Zuwanderungsgesetz hält der OECD-Experte deshalb nicht für notwendig. „Die Instrumente sind weitgehend vorhanden.“ FR 21

 

 

 

 

Migrationsbericht. Einwanderung so hoch wie seit 20 Jahren nicht mehr

 

Im Jahr 2013 verzeichnete Deutschland einen Wanderungsgewinn von 430.000 Menschen. Die Zahl der Einwanderer markierte mit 1,23 Millionen sogar einen 20-Jahres-Hoch. Dank dieser Einwanderung stieg die Bevölkerungszahl in Deutschland zum vierten Mal in Folge.

 

Deutschland bleibt innerhalb der EU ein beliebtes Land für Einwanderer. Ihre Zahl ist 2013 auf 1,23 Millionen gestiegen – so viele wie seit 20 Jahren nicht mehr. Das geht aus dem am Mittwoch vom Bundeskabinett in Berlin gebilligten Migrationsbericht hervor. Damit kamen 13,5 Prozent mehr Menschen nach Deutschland als im Jahr zuvor. Zugleich verließen 800.000 Menschen die Bundesrepublik, zwölf Prozent mehr als 2012.

Unterm Strich gab es damit einen “Wanderungsgewinn” von 430.000 Menschen. Nicht berücksichtigt in der Statistik ist die Aufnahme von Flüchtlingen im vergangenen Jahr.

Polen an der Spitze

Mehr als drei Viertel aller Einwanderer kamen 2013 aus anderen europäischen Staaten nach Deutschland. An der Spitze stand Polen mit 16 Prozent aller Zuzüge (fast 200.000 Menschen). Das Land führt bereits seit 1996 die Statistik an. 2013 zog es sieben Prozent mehr Polen in die Bundesrepublik als im Jahr zuvor. Ebenfalls gestiegen sind die Zuzüge aus Rumänien um fast 16 Prozent. Seit 2006 habe sich die Zahl versechsfacht, heißt in dem Bericht. Drittstärkstes Herkunftsland nach Rumänien war Italien. Bedingt durch die Finanzkrise gab es 2013 ein Plus von fast 35 Prozent.

Einen Anstieg gab es auch bei ausländischen Studenten. Ihre Zahl stieg gegenüber 2012 um acht Prozent auf 86.000. 2013 habe es so viele Studienanfänger aus dem Ausland wie noch nie gegeben, konstatiert der Bericht.

Dagegen zogen weniger Fachkräfte aus Ländern außerhalb der Europäischen Union nach Deutschland. Von 2012 auf 2013 erteilten die Behörden 13 Prozent weniger Aufenthaltsgenehmigungen zu diesem Zweck. Nach Ansicht von Experten ist dieser Rückgang überwiegend auf den Beitritt Kroatiens zur EU im Jahr 2013 zurückzuführen.

Bevölkerungszahl gestiegen

Wegen der anhaltenden Einwanderung ist die Bevölkerungszahl in Deutschland im vergangenen Jahr zum vierten Mal in Folge gestiegen. Wie das Statistische Bundesamt in Wiesbaden am Mittwoch auf Grundlage erster Schätzungen mitteilte, lebten hierzulande am Jahresende knapp 81,1 Millionen Menschen. Im Jahresverlauf stieg die Einwohnerzahl damit um rund 300.000. Das entspricht in etwa der Größe einer Stadt wie Karlsruhe oder Münster.

Regierung zufrieden, Opposition nicht

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) zeigte sich zufrieden: “Wir alle wissen, dass Deutschland auf Fachkräfte aus dem Ausland angewiesen ist. Der Migrationsbericht zeigt, dass die Weichen für den Zuzug von Fachkräften aus Drittstaaten weiterhin richtig gestellt sind.”

Das sieht Grünen-Sprecher für Innenpolitik Volker Beck anders: Es sei allgemein akzeptiert, dass Deutschland ein Einwanderungsland ist und Einwanderung braucht. Dem trage das Zuwanderungsgesetz aber nicht ausreichend Rechnung. “Die bestehenden Regelungen sollten liberalisiert und durch ein System der kriteriengesteuerten Arbeitsmigration (Punktesystem) ergänzt werden”, so Beck.

Auch die Linke stehen Einwanderung offen gegenüber. “Einer solchen Offenheit steht jedoch die Einteilung von Menschen in nützliche und unnütze und Stammtischparolen wie Sozialmissbrauch, Armutszuwanderung oder Integrationsverweigerung entgegen”, erklärt Sevim Daydelen, migrationspolitische Sprecherin der Linksfraktion. (epd/mig 21)

 

 

 

 

Migrationsbericht entfacht Debatte. Braucht Deutschland ein neues Einwanderungsgesetz?

 

Angesichts hoher Einwanderungszahlen lehnt Innenminster de Maizière ein neues Einwanderungsgesetz ab. Das sehen Gewerkschaften, Grüne und auch einzelne Bundesländer anders. Rheinland-Pfal droht sogar mit einer Bundesratsinitiative, sollte der Bund untätig bleiben.

 

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) lehnt ein neues Einwanderungsgesetz strikt ab. “Unsere rechtlichen Regelungen entsprechen allen Kriterien eines Einwanderungsgesetzes”, hatte er am Mittwoch in Berlin bei der Vorstellung des Migrationsberichtes 2013 gesagt. Deutschland habe bereits de facto ein Einwanderungsgesetz und brauche kein neues. Damit erteilte der Minister Forderungen der Opposition und vereinzelten Forderungen aus den eigenen Reihen eine Absage.

Deutschland brauche keine neuen Regelungen, sondern eine bessere Ausschöpfung der bestehenden, sagte de Maizière im Hinblick auf die gestiegenen Einwanderungszahlen. Das gelte auch für die Wirtschaft. “Die, die wollen, dass sie qualifizierte Mitarbeiter bekommen, denen sage ich: Nur zu. Die Welt steht euch offen und das Recht lässt das zu.”

Hohe Einwanderung kein Zeichen der Willkommenskultur

Das sieht der Deutsche Gewerkschaftsbund (DGB) anders. “Die gestiegene Zahl der Zuwanderer ist längst noch kein Zeichen einer Willkommenskultur”, sagte Vorstandsmitglied Annelie Buntenbach dem Kölner Stadt-Anzeiger. Angesichts von mehr als 50 verschiedenen Aufenthaltstiteln fehle es an Klarheit und Transparenz. Ein modernes Einwanderungsgesetz dürfe nicht nur neue Formen der Abschottung festschreiben, so Buntenbach. Es müsse denen, die kommen, auch ermöglichen, Teil der Gesellschaft zu sein.

Unterstützt wird der DGB in seiner Forderung vom innenpolitischen Sprecher der Grünen im Bundestag, Volker Beck. “Wir brauchen einen Paradigmenwechsel bei der Arbeitsmigration. Es reicht nicht, dass Deutschland heute attraktiver ist als andere Länder in Europa. Vielmehr geht es darum, eine weltoffene Gesellschaft für die Zukunft zu gestalten.” Und bei Hochqualifizierten stehe Deutschland ohnehin in einem weltweiten und nicht nur europäischen Wettbewerb.

Rheinland-Pfalz kündigt Bundesratsinitiative an

Auch aus Rheinland-Pfalz wird ein neues Einwanderungsgesetz gefordert. Ministerpräsidentin Malu Dreyer und Integrationsministerin Irene Alt fordern den Bund zum schnellen Handeln auf. Für den Fall, dass die Bundesregierung nicht zügig einen Vorschlag vorlegt, werde Rheinland-Pfalz eine Initiative im Bundesrat vorbereiten.

“Wir brauchen dringend eine moderne gesetzliche Grundlage zur Einwanderung. Dies ist auch notwendig, um künftig unseren Bedarf an Fachkräften zu decken”, sagte Ministerpräsidentin Malu Dreyer. Viele Firmen suchten händeringend nach qualifizierten Mitarbeitern. Mit einem Einwanderungsgesetz könnten zielgerichtet Fachkräfte gewonnen werden. “Mir geht es aber auch um eine bessere Willkommenskultur in Deutschland. Im internationalen Wettbewerb um die besten Köpfe sind sichtbare Signale für eine offene Gesellschaft unverzichtbar, erklärte Dreyer. Ministerin Irene Alt fügte an: “Eine Zuwanderungsgesellschaft wie die unsrige muss Einwanderung regeln und sollte es nicht nur dem Zufall überlassen, wer zu uns kommt.”

Mehr Unterstützung für Unternehmen bei der Integration

Bundesbildungsministerin Johanna Wanka (CDU) hingegen verweist ebenfalls auf die bestehenden Regularien: “Für alle, die gut ausgebildet sind, haben wir die Möglichkeiten verbessert, sich hier in Deutschland niederzulassen”, sagte sie der Nordwest-Zeitung. Es gebe bereits einen Rechtsanspruch auf Beurteilung und gegebenenfalls Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse. “Das müssen wir noch stärker bekannt machen”, so die Bildungsministerin.

Der Vorsitzende der konservativen EVP-Fraktion im Europäischen Parlament, Manfred Weber, lehnt ein Einwanderungsgesetz ebenfalls ab. Er fordert aber mehr Unterstützung für deutsche Unternehmen bei der Integration von Mitarbeitern aus den EU-Staaten. Im Süden Europas suchten Millionen teilweise bestens ausgebildeter junger Menschen vergeblich nach Arbeit, sagte der CSU-Politiker. Die Jugendarbeitslosigkeit sei dort untragbar hoch. Bevor man über die Grenzen Europas hinausschaue, müsse zunächst versucht werden, diese jungen Leute nach Deutschland zu holen und auf dem Arbeitsmarkt zu integrieren. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Merkel trifft Renzi. Im Schatten des großen Davids

 

Bundeskanzlerin Merkel besucht den italienischen Ministerpräsidenten Renzi in Florenz. Vor der Kulisse der Renaissance-Pracht bemühen sie sich angesichts des Billionen-EZB-Programms und riesigen Reformbedarfs um einen Perspektivwechsel: Die EU dürfe sich „nicht im Kleinklein verlieren“.  von Jörg Bremer, Florenz

 

Am Freitag in Florenz fiel der Blick Europas zunächst weniger auf die beiden Regierungschefs. Bundeskanzlerin Angela Merkel und Italiens Ministerpräsident Matteo Renzi wirkten geradezu klein im Schatten des großen Davids von Michelangelo in der Galleria dell’Accademia, vor dem sie die Presse über ihr Treffen unterrichten. Das hatte am Vorabend mit einem Essen im Palazzo Vecchio der Medici-Dynastie begonnen und wurde am Morgen bei einem Frühstück mit Unternehmern beendet.

Dieser Wechsel der Perspektive war ihnen offenbar auch das Wichtigste bei ihrer Begegnung; denn beide sehen sich oft, telefonieren regelmäßig im Zuge der aktuellen Krisen. Aber nur selten rücken sie das große Bild von Europa und seiner Identität ins Zentrum. Die EU dürfe sich „nicht im Kleinklein verlieren und nur über Wirtschaft reden“, sagte Renzi, und Frau Merkel fügte an, Florenz mit seinem Erbe sei ein Auftrag.

Sie als Politiker seien nur ein Glied in der Kette; die Politik müsse fortsetzen, was die Renaissance einst für Menschenwürde und Humanität geschaffen habe, sagte sie und wandte sich zu der wohl bekanntesten Skulptur in Europas Kulturgeschichte im Atrium der Galerie zurück. Selten nehmen sich zwei Politiker so viel Zeit füreinander. Aber Renzi, der vor Monaten brüsk über die unflexible Kanzlerin in Berlin geschimpft hatte, wollte ihr Vertrauen zurückgewinnen. Das gelang ihm offenbar; denn Frau Merkel mag sichtbar diesen Mann mit seiner toskanischen Ruppigkeit, den sie schon im Sommer 2013, als er noch Bürgermeister war, neugierig zu sich ins Kanzleramt gebeten hatte.

 

Jetzt lobte sie Renzis „unglaublich ambitioniertes Reformprogramm“, mit dem ein „langer Prozess“ beginne, der gewiss Erfolge bringen werde. Im Gespräch mit den Unternehmern habe sie schon hören können, dass nun schon manche „weniger Angst vor unkalkulierbaren Kosten“ hätten, klarer sähen und besser planen könnten.

Aber auch alle anderen EU-Länder müssten ihre Reformprogramme weiterhin ernst nehmen, sagte Frau Merkel weiter. Daran ändere die Entscheidung der Europäischen Zentralbank (EZB) nichts, die nun massenhaft Anleihen aufkaufen will. „Keine Zentralbank dieser Welt wird Politik ersetzen können, sondern die Politik muss ihre Verantwortung selber wahrnehmen.“

 

EZB-Chef Mario Draghi hatte am Donnerstag angekündigt, die Bank werde mindestens 1,14 Billionen Euro in die Märkte pumpen, um das Risiko einer Deflation abzuwenden. Renzi begrüßte diese EZB-Entscheidung ausdrücklich als einen Ansporn; denn sie „erlegt uns mit noch größerer Dringlichkeit auf, unsere Reformen fortzuführen“. Sein Land habe schon einige, etwa beim Wahlrecht und auf dem Arbeitsmarkt, auf den Weg gebracht und setze diesen Kurs unbeirrt fort. Er wolle den Prozess sogar nicht beschleunigen. „Wir machen das nicht, weil Europa das verlangt, sondern weil es richtig ist“, fügte Renzi hinzu. Die EZB-Entscheidung sei im Konzert mit dem Investitionsprogramm der EU-Kommission, dem schwächeren Euro-Wechselkurs und der flexibleren Auslegung des Stabilitätspaktes ein wichtiges Element für den Aufschwung.

Mit Blick auf die Wahlen in Griechenland sagt Merkel, sie sehe einem möglichen Wahlsieg des Linksbündnisses Syriza am Sonntag mit Gelassenheit entgegen. Die Griechen würden frei und unabhängig ihren Weg bestimmen. Sie sei sich „sicher“, dass danach in Ruhe Lösungen gefunden würden. Sie wünsche sich, dass Griechenland Teil der gemeinsamen Geschichte bleibe. Das Herzstück Europas seien die gemeinsamen Prinzipien der Solidarität. Renzi fügte an: „Wer auch immer der Sieger sein wird, wir werden gelassen und Respekt mit dem neuen Ministerpräsidenten zusammenarbeiten“.

Frau Merkel hatte Renzi schon vor Monaten einen Besuch in dessen Heimtatstadt versprochen, in der der mittlerweile 40 Jahre alte Sozialdemokrat mehr als fünf Jahre lang Bürgermeister war. Damals zeigte Renzi seinen Gästen in Jeans die Kunstwerke von Michelangelo und Vasari. Jetzt führte er die Kanzlerin in dunklem Zwirn durch den Palast und das Museum in den Uffizien nebenan und bot ihr an Medicis Tafel ein Essen mit der berühmt deftigen toskanischen Kost: Tomateneintopf, Nudeln mit Sieneser Specksauce und ein Florentiner Steak vom Jungochsen mit Spinat und Kartoffeln.

Er schätze die Kanzlerin nicht nur, heißt es in seiner Umgebung; er brauche sie auch, nicht zuletzt ihren Druck auf Reformen. Anderseits müsse er auch Distanz zur Deutschen wahren, denn seine italienischen Wählen fänden die Berliner Belehrungen her lästig und zögen eine engere Freundschaft Renzis mit dem französischen Präsidenten François Hollande vor. Aber mit Verlierern sei der erfolgshungrige Renzi nicht so gern zusammen. Unter der Statue des Davids nahmen Matteo und Angela mit mehr als nur einem Wangenkuss voneinander Abschied.  FAZ.NET 23

 

 

 

Davos. Renzi: Schritte der EZB werden ein Zeichen setzen

 

Italiens Regierungschef erklärt in Davos, wie wichtig Anleihekäufe durch die Europäische Zentralbank seien. Deutschlands Industriepräsident Ulrich Grillo ist skeptisch. Deutsche-Bank-Chef Jain erwartet mehr Stabilität.

 

Matteo Renzi ist voller Tatendrang: Tatsächlich hat er bislang viel mehr angekündigt als umgesetzt.

Italiens Ministerpräsident Matteo Renzi hat den weithin erwarteten Ankauf von Staatsanleihen durch die Europäische Zentralbank (EZB) begrüßt. „Die Schritte der EZB werden ein Zeichen setzen, dass Europa in eine neue Richtung geht“, sagte Renzi auf dem Weltwirtschaftsforum in Davos.

Die Europäische Union dürfe nicht immer nur über das Sparen

reden, sagte der Regierungschef. Europa brauche zur Überwindung der Krise „neue Ideen und Investitionen für mehr Wachstum“. Renzi betonte, dass Italien auf Maßnahmen zur Wachstumsförderung setze, um seine Strukturreformen fortsetzen zu können. Sein Land

wolle „nicht als Museum, sondern als Laboratorium für Innovationen“

wahrgenommen werden. Für den Erfolg der Reformbemühungen seien „mit Blick auf das EZB-Programm die nächsten zwölf Monate entscheidend“.

Skepsis aus Deutschland

Deutschlands Industriepräsident Ulrich Grillo äußerte sich hingegen skeptisch, ob der erwartete massive Ankauf von Staatsanleihen durch die EZB das Wachstum in Europa ankurbeln kann. „Diese Maßnahme allein wird die europäische Konjunktur nicht nach vorne bringen“, sagte der Chef des Bundesverbands der Deutschen Industrie (BDI) an diesem Mittwoch in Berlin.

Die Euro-Krisenländer kämen bereits jetzt zu niedrigen Zinsen an ausreichend Geld. Es sei deshalb fraglich, ob durch die EZB „zusätzliches Wachstum losgetreten werden kann“. Wichtig seien weitere Strukturreformen und Anstrengungen der Politik.

Deutsche Bank-Boss: QE stabilisiert Europa

Für die Europäische Zentralbank (EZB) gibt es nach Ansicht von Grillo nun aber keinen Weg mehr zurück - wenn das seit Monaten von den Märkten in den Wertpapierpreisen schon einkalkulierte Programm nicht an diesem Donnerstag verkündet werde, hätte das negative Folgen.

Nach Ansicht des Investmentbankers und Deutsche-Bank-Bosses Anshu Jain wird das wohl bevorstehende EZB-Kaufprogramm tiefgreifende Auswirkungen für die europäischen Banken mit sich bringen. Ein breit angelegter Kauf von Staatsanleihen und anderen Bonds (QE) werde die Stabilität in Europa erhöhen, sagte Jain auf dem Weltwirtschaftsforum in Davos. Es werde weniger Insolvenzen geben, die Geldhäuser müssten weniger Geld für ausfallgefährdete Kredite zurücklegen. „Das sollte positiv für die Banken sein.“

Auf der anderen Seite bedeutete QE aber auch sehr niedrige Zinsen. Die Zinsmargen der Banken würden deshalb weiter „zerstört, was natürlich eine große Herausforderung sein wird“, sagte Jain. „Die besten Teile unseres Geschäfts, das Einlagengeschäft und der Handel, werden alle in Mitleidenschaft gezogen.“

Die EZB wird nach einhelliger Auffassung und auf Basis vieler Äußerungen der wichtigsten Euro-Notenbanker an diesem Donnerstag den massenhaften Ankauf von Anleihen beschließen. Damit soll ein

Abgleiten der Wirtschaft der Währungsunion in eine langanhaltende Schwächephase verhindert werden. Der Markt erwarte ein

Ankaufprogramm mit einem Volumen von 750 Milliarden Euro, sagte Jain. 500 Milliarden Euro wäre für den Markt eine Enttäuschung, eine

Billion (1000 Milliarden) wäre eine positive Überraschung.   ala./dpa  21

 

 

 

 

Italien, zynisch

 

Die Geldschwemme der EZB wird in Italien als Triumph über den Lieblingsfeind Deutschland gesehen. von Tobias Piller, Rom

 

Diplomatische Töne, höfliches Lob bei der Begegnung von Ministerpräsident Matteo Renzi und Kanzlerin Angela Merkel übertünchen die wachsende Entfremdung zwischen Deutschland und Italien. Die Deutschen mühen sich zwar, Italien zu verstehen und in seinem gegenwärtigen Reformwillen zu bestärken.

Im Trommelfeuer der italienischen Medien werden die Deutschen gleichwohl als machthungrig dargestellt und als versessen auf eine Austerität, die Italien arm mache. Kein Wunder, dass jüngst in einer Umfrage 54 Prozent der Italiener Deutschland als größten Feind bezeichnet haben. Es gibt südlich der Alpen keinerlei Interesse für die Sorgen deutscher Sparer, Wirtschaftsdaten ignoriert man geflissentlich.

Längst vergessen ist, was den Deutschen versprochen wurde, damit Italien in die Währungsunion aufgenommen werde. Mit Genugtuung sieht Italien in der neuen Geldschwemme der EZB einen Triumph über Deutschland – und verlangt noch mehr. Für den deutschen Frust darüber, dass jetzt endgültig die Euro-Mark gegen die Euro-Lira eingetauscht wurde, fehlt jedes Verständnis. So zerschellt in Deutschland der Glaube an Verträge an der zynischen Pragmatik italienischer Tagespolitik.  F.A.Z. 24

 

 

 

 

Draghi, der Bankenretter

 

Mario Draghis Geldflut hebt alle Boote - der Dax stürmt auf Rekordhochs. Neben exportlastigen Unternehmen, die vom schwachen Euro profitieren, legen auch Bankaktien wie Commerzbank und Deutsche Bank kräftig zu. Das hat Gründe.

Hamburg - Mario Draghi sprach - und die Worte des Chefs der Europäischen Zentralbank ließen die Börsen europaweit steigen. Der Dax beschleunigte am Freitag seinen Rekordlauf und knackte die Marke von 10.600 Zählern - binnen 13 Handelstagen hat der Index mehr als 1100 Punkte zugelegt. Die Flut hebt alle Boote, schreibt Allianz Global Investors in einem Kommentar. Von Arne Gottschalck

 

Doch neben der exportlastigen Autobranche verzeichnete zuletzt vor allem die Finanzbranche kräftige Kursgewinne: Die Aktien von Deutscher Bank und der Commerzbank haben seit Verkündung des Anleihe-Kaufprogramms kräftig zugelegt - wie der gesamte europäische Bankenindex auch. Dafür sind vor allem zwei Gründe verantwortlich.

Erstens geht die Politik des billigen Geldes weiter. Indem die EZB monatlich Anleihen im Wert von 60 Milliarden Euro kauft, nimmt sie einmal mehr viel Geld in die Hand, um die Realwirtschaft zu stimulieren. Von einer florierenden Wirtschaft und steigenden Investitionen wiederum profitieren auch die Banken. Denn sie sorgen als Transmissionsriemen der Geldpolitik dafür, dass zum Beispiel Unternehmen Kredite aufnehmen, an denen wiederum die Finanzhäuser verdienen.

Zweitens bietet das Kaufprogramm der EZB den Banken die Chance, sich beispielsweise von Staatsanleihen zu trennen. Denn vor allem von Banken dürfte die Zentralbank jene Anleihen kaufen. Steigt die Nachfrage nach den Papieren, treibt das deren Kurse - und die sind bei den Niedrigzinsen das einzige, was Anleiheneigner noch glücklich machen kann. Dass die Anleihezinsen durch die Geldflut der EZB noch weiter gedrückt werden, fällt da weniger ins Gewicht - sie waren schon vor Draghis Notfallmaßnahme extrem niedrig.

Wette niemals gegen die Zentralbank

Welche Macht Zentralbanken mit Blick auch gerade auf Bankenaktien haben, zeigt ein Beispiel aus dem Sommer 2013. Damals hatte die Zentralbank Chinas klargemacht, die Finanzinstitute des Landes dürften bei ihren Liquiditätsproblemen nicht mit der Unterstützung der Zentralbank rechnen. Prompt fielen die Börsenkurse. Das gleiche funktioniert auch in umgekehrter Richtung, wie der Donnerstag lehrt. Zumal die EZB noch einen Trumpf in der Hinterhand hat.

Denn Draghi hat eine Hintertür offen gelassen. Es sei noch nicht beschlossene Sache, merkt das Finanzhaus Jupiter Asset Management an, dass das Anleihenprogramm Ende 2016 definitiv auslaufen werde. Draghi hatte betont, die "außergewöhnlichen Maßnahmen" sollten so lange laufen, " ... bis wir eine nachhaltige Korrektur der Inflationsentwicklung erleben, die mit unserem Ziel einer Inflationsrate von knapp unter 2 Prozent auf mittlere Sicht vereinbar ist".

Damit verschafft sich Draghi Raum für einen Nachschlag. Denn auch für Banken ist der Schritt nicht ohne: "Die sehr niedrigen Zinsen bedeuten Druck auf die Zinsmargen, da die Einlagenverzinsung auf der Passivseite der Bilanz kaum noch gesenkt werden kann, sich aber die Aktivseite, also die Zinsen auf Kredite, weiter verschlechtert", sagt Christian von Engelbrechten, Manager des Fidelity Germany Fund.

Sollte also die Konjunktur im September 2016 noch immer nicht nachhaltig angesprungen sein, könnte Draghi das Programm verlängern. "Fürs Erste immerhin", schreibt Andrew Bossomworth vom Finanzhaus Pimco, "hat die EZB mit den glühenden Kohlen ein konjunkturbelebendes Feuer entfacht." Bank-Beschleunigung eben. Spiegel on. 24

 

 

 

 

Charlie Hebdo als Wendepunkt der Weltpolitik? Was Europa tun kann

 

Europa steht nach den Pariser Terror-Anschlägen vor enormen Herausforderungen. Die Politik muss jedoch von Kurzschlusshandlungen bei der Terrorbekämpfung und Sicherheitspolitik absehen. Drei Handlungsempfehlungen von Dirk Messner, Chef des Deutschen Instituts für Entwicklungspolitik (DIE).

"Paris 2015" stand bis vor wenigen Tagen für die Klimakonferenz Ende dieses Jahres in Paris. Seit den terroristischen Attentaten auf "Charlie Hebdo" und einen jüdischen Supermarkt wird "Paris 2015" zu einem Synonym für die Ängste vor einem weltweit um sich greifenden Dschihadismus.

Die Attentate werfen viele innenpolitische Fragen auf: Wie verhindert eine kluge Einwanderungs- und Inklusionspolitik die Radikalisierung junger Muslime in Europa? Wie kann vermieden werden, dass "die Muslime" und "der Islam" unter Generalverdacht gestellt werden? Wie können Anschläge auf jüdische und muslimische Einrichtung verhindert werden? Behalten die Vertreter der offenen Gesellschaft die Oberhand gegen demokratiegefährdende, rechtspopulistische oder extremistische Reaktionen auf "Paris"?

Die Pariser Attentate stellen jedoch auch eine Herausforderung für die Außenbeziehungen Europas dar. Sie stehen in einem Kontext mit der Schreckensherrschaft des Islamischen Staates (IS), die sich vom Mittelmeer bis nach Pakistan auszubreiten droht, Al-Kaida, Boko Haram in Nigeria, dschihadistische Gruppen im Jemen, in Mali, auf den Philippinen.

Der Dschihadismus ist eine transnationale Bewegung, ein schwer zu kontrollierendes Netzwerk, das nicht nur im Nahen Osten, oder Pakistan, sondern auch in Europa Jugendliche mit einfachen Identitätsangeboten, radikalen Lösungen, Gewaltverherrlichung und revolutionärem Pathos in seinen Bann zieht. Dabei spricht der Dschihadismus nicht nur die Ausgegrenzten an, sondern – man erinnere sich an die Attentäter von 9/11 – auch akademisch gebildete Menschen.

Europa steht vor drei zentralen Herausforderungen

Erstens vertritt der Dschihadismus, ähnlich wie im 20. Jahrhundert Stalinismus und Faschismus, ein Weltordnungskonzept, das auf die Vernichtung der politischen Gegner abzielt. Im Visier stehen "der Westen", aber auch alle Muslime, die sich dem Machtanspruch der Fundamentalisten nicht unterordnen.

International abgestimmte Terrorbekämpfung, die die Fehler von Abu Graib und Guantanamo vermeidet, die wie Brandbeschleuniger für den islamistischen Fundamentalismus wirkten, ist daher notwendig. Die Eindämmung des Dschihadismus kann nur gelingen, wenn Europa und der Westen zugleich in einen umfassenden und sicher schwierigen Austausch mit islamischen Glaubensvertretern, Regierungen, gesellschaftlichen Gruppen, Intellektuellen tritt. Denn das Verhältnis zwischen "dem Westen" und "den islamischen Gesellschaften" ist von wechselseitigen Vorurteilen, Ignoranz, Unkenntnis und oft Ablehnung geprägt.

Muslime machen etwa 25 Prozent der Weltbevölkerung aus. Die Verständigung mit ihnen über die Grundlagen des Zusammenlebens in einer eng vernetzten Weltgesellschaft ist auch eine wichtige Dimension bei der Suche nach einer kooperationsbasierten Weltordnung. Dabei muss die Vielfalt der islamischen Welt berücksichtigt werden: Indonesien und Tunesien sind vielversprechende Demokratien, Jordanien und Marokko aufgeklärte Monarchien, in Saudi-Arabien wurde gerade ein liberaler Blogger zu zehn Jahren Haft und 1.000 Peitschenhieben verurteilt. Die Auslegungen des Koran und dessen Bedeutung für die Gestaltungen von Gesellschaften gehen weit auseinander. Eine Verständigungsstrategie mit islamischen Gesellschaften zu entwickeln, wäre eine Kraftanstrengung, vergleichbar mit der Willy Brandt‘schen Ostpolitik.

Zweitens muss, zum Beispiel während des anstehenden G7-Gipfels unter deutscher Präsidentschaft, verhindert werden, dass die Auseinandersetzung mit dem Dschihadismus zu einer Verengung der internationalen Politik auf Terrorbekämpfung und Sicherheitspolitik führt. Das 21. Jahrhundert ist das Jahrhundert der global commons, der globalen Systemrisiken und Entwicklungschancen: Der Schutz des Erdsystems, die Domestizierung der globalen Finanzmärkte, Armutsbekämpfung, globale Regeln für Datenschutz und Bürgerrechte im digitalen Zeitalter dürfen nicht auf die lange Bank geschoben werden. Diese Menschheitsthemen stehen 2015 in den Debatten um die globalen Entwicklungsziele und über einen Klimavertrag auf der Agenda – sie müssen mit viel Kraft vorangebracht werden.

Drittens eröffnet sich der deutschen Entwicklungspolitik eine große Chance. Entwicklungsminister Gerd Müller hat die Neuordnung der Zusammenarbeit mit der MENA-Region, zu der zerfallende Gesellschaften wie Syrien, Irak, Jemen, Länder des verblühten arabischen Frühlings wie Ägypten und Libyen, das sich demokratisierende Tunesien und Regionalmächte wie Saudi Arabien und Iran zählen, schon vor Monaten zu einem Schwerpunkt seiner Arbeit gemacht. Die gesamte Region befindet sich im Umbruch.

Wie hier durch internationale Zusammenarbeit, sich beschleunigendem Staatenzerfall und der Ausbreitung des Dschihadismus entgegengewirkt und zur sukzessiven Überwindung von Autoritarismus und Korruption beigetragen werden kann, umschreibt eine echte Herkulesaufgabe. Entwicklungs-, Außen- und Sicherheitspolitik müssen ihre Strategien in dieser Nachbarschaftsregion eng abstimmen. Deutschland allein kann nur begrenzte Wirkung entfalten. Minister Müller sollte seine „Sonderinitiative MENA“ zu einem europäischen Ansatz weiterentwickeln.

Der Autor - Dirk Messner, Jahrgang 1962, ist seit 2003 Direktor des Deutschen Instituts für Entwicklungspolitik (DIE). Er studierte an der Freien Universität Berlin und der Sogang University Seoul Politikwissenschaften und Volkswirtschaftslehre und promovierte 1995. In den Jahren 1988 bis 1995 arbeitete er bereits als wissenschaftlicher Mitarbeiter in der Lateinamerika-Abteilung des DIE. 1995 übernahm er die wissenschaftliche Geschäftsführung am Institut für Entwicklung und Frieden (INEF) der Universität Duisburg-Essen, die er bis 2002 innehatte. Im gleichen Jahr habilitierte er zum Thema "Desafíos de la globalisatión en América Latina". EurActiv 21

 

 

 

 

 

Die Ohnmacht der Geheimdienste. Warum der Terrorismus so nicht auszutrocknen ist

 

Die Morde in Paris zwingen, vieles zu überdenken. Hier soll es um die bisherige westliche Strategie gehen. Diese Strategie besteht darin, die Geheimdienste mit immer größerem Überwachungspotential auszustatten. In Paris hat sich aber gezeigt, dass die Geheimdienste die Täter vorher nicht identifiziert haben. Der Irrtum, den Geheimdiensten die Lösung des Problems anzuvertrauen, liegt auch in der Propaganda der Terroristen begründet. Sie sprechen von einem Krieg gegen den Westen. Sind die Geheimdienste aber auf diese „Angreifer“ richtig eingestellt?

 

Geheimdienste richten sich auf den äußeren Feind

Die Aufgabe der Geheimdienste ist es, Angriffe feindlicher Armeen frühzeitig zu erkennen und die Verteidigung darauf einzustellen bzw. frühzeitig den Angriff zu vereiteln. Der Irakkrieg, den Bush junior führte, wurde mit Erkenntnissen der Geheimdienste gerechtfertigt. Das Bombenpotential Saddam Husseins sollte vernichtet werden. Die Kubakrise war auch eine Prävention der USA. Die Geheimdienste hatten entdeckt, dass Russland dabei war, Atomwaffen direkt vor ihrer Haustür zu stationieren. Neben den Spionen, die in die staatlichen Stellen des Gegners eingeschleust werden, haben zuerst Aufklärungsflugzeuge und dann Satelliten die Erkenntnisquellen der Geheimdienste erweitert. Es ist also jeweils eine ausländische staatliche Macht, deren Absichten wie auch deren konkrete militärische Vorbereitungen Ziele der Geheimdienste sind. Anders als im Falle des Iraks unter Saddam Hussein sind die Gruppen, die Terroranschläge planen und denen auch die Durchführung gelingt, keine Staaten. Sie greifen vielmehr auf eine Rechtsordnung zurück, die vor dem Gewaltmonopol des modernen Staates liegt.

 

Rechtssetzung außerhalb des staatlichen Rechts

Es ist nicht nur bei den Terrorangriffen so, auch bei den sog. Ehrenmorden beansprucht die Sippe, die Volksgruppe, selbst für „Recht zu sorgen“. Sie erwartet nicht, dass der Staat ihnen ihr Recht zurückgibt, sondern setzt selbst ihren Rechtsanspruch durch. In Familien, die sich streng dem Islam verpflichtet fühlen, bringt der Vater oder der Bruder die Tochter um, wenn diese vor der Eheschließung schwanger geworden ist. Hier wird das Wort „Rache“ in seiner ursprünglichen Bedeutung wieder deutlich: Die Rechtsordnung ist verletzt und muss wieder hergestellt werden. Es geht also nicht um Rache, sondern um die Wiederherstellung der Ordnung. Die Attentäter von Paris beriefen sich ebenfalls auf einen Ehrenkodex, sie wollten die Ehre des Propheten wieder herstellen, also eine gestörte Ordnung wieder ins Gleichgewicht bringen. Wie können aber die staatlichen Stellen besser erkennen, wo Menschen den Anspruch erheben, außerhalb des staatlichen Gewaltmonopols für Recht zu sorgen? Die Totalüberwachung zeigt, dass nur mit eheblichen Einschränkungen der demokratischen Spielregeln die Geheimdienste ihren Auftrag erfüllen können.

 

Totalüberwachung hat auf die Dauer ihren Preis

Wenn es innerhalb eines Staates Gruppierungen gibt, die außerhalb des Gewaltmonopols und des staatlichen Rechtssystems „Recht setzen“, dann muss der Staat alle diese Menschen überwachen. Da er Terror-Verdächtige nicht nur in bestimmten Gruppierungen suchen muss, sondern diese auch als einzelne aktiv werden, muss er möglichst alle Bürger erfassen. Das war auch der Auftrag, den Erich Mielke der Geheimpolizei der DDR gegeben hatte. Als die geheimdienstliche Erfassung, die u.a. Bürger ausfindig machen sollte, die der Vorbereitung der „Republikflucht“ verdächtigt wurden, bei 30% der Bevölkerung angekommen waren, fiel die DDR in sich zusammen. Ebenso laufen die Demokratien, die die Terrorabwehr den Geheimdiensten überantworten, auf eine Totalüberwachung hin, die in absehbarer Zeit das gesellschaftliche Leben strangulieren wird. Anders als in der DDR ist es den Bürgern in Deutschland und anderswo noch nicht bewusst, dass sie mit ihrem Handy und ihrem Internetanschluss einer Totalüberwachung unterliegen, die die DDR so perfekt gar nicht aufbauen konnte. Nur wusste in der DDR jeder, dass die Stasi überall ihre informellen Mitarbeiter hatte. Das Handy scheint dagegen immer noch eher eine Aura der persönlichen Verfügbarkeit und damit von erweiterten Freiheitsräumen zu umgeben.

 

Es ist eine Frage der Rechtsordnung

Wenn es Sonderzonen der Rechtsfindung gibt, dann ist das kein Problem der Geheimdienste, sondern der Durchsetzung des Gewaltmonopols des Staates. Dann müssen aber Fememorde wie die Attentate in die gleiche Rubrik eingeordnet und eben mit den Methoden bearbeitet werden, die die Staaten seit dem Barock entwickelt haben, um das Gewaltmonopol durchzusetzen. Eine Fortführung vorstaatlichen Rechts gab es übrigens im Duell, da wurde scharf geschossen.  Das wurde auch vom Staat geduldet. Für die jetzige Situation mit vielen Zuwanderern können die Staaten aber nicht mehr zulassen, dass Gruppierungen selbst Recht setzen. Diese falsche Toleranz bereitet Überfällen wie auf die Pariser Satirezeitschrift den Boden. Nicht die Beobachtung der Bürger, sondern die Verhinderung von eigenen Rechtsräumen ist die Aufgabe, der sich Frankreich nicht gestellt hat. Es gibt dort Wohnviertel, in denen z.B. keine Miete gezahlt wird und in die sich die Polizei nicht mehr hineintraut. Dass sich da eigene Vorstellungen von Recht und Ordnung entwickeln, muss nicht überraschen. Die Integration dieser Viertel in die staatliche Rechtsordnung mindert die Terrorismusgefahr, nicht der Ausbau der Geheimdienste.

 Eckhard Bieger kath.de-Redaktion 19

 

 

 

 

EU-Außenminister wollen Anti-Terror-Allianz mit arabischen Staaten

 

Im Kampf gegen den islamistischen Terror will die EU intensiver mit der islamischen Welt zusammenarbeiten. Doch unter den Außenministern der Mitgliedsstaaten regt sich Skepsis über die Effektivität der Maßnahmen.

Als Reaktion auf die islamistischen Terroranschläge von Paris beschlossen die EU-Außenminister am Montag in Brüssel, die Kooperation mit Ländern der islamischen Welt weiter auszubauen. Dazu sollen die EU-Staaten künftig stärker als bisher Geheimdienstinformationen mit arabischen Staaten austauschen.

Die Hohe Außenbeauftragte Federica Mogherini kündigte an, EU-Sicherheitsbeamten in Staaten der Golfregion, Ägypten, Türkei und Algerien zu entsenden. Die Italienerin plant zudem für die kommenden Tage ein Expertentreffen zum Thema Terrorfinanzierung in Brüssel. Dabei wird es um Möglichkeiten gehen, Gruppen wie dem Islamischen Staat (IS) dauerhaft die finanzielle Einnahmequellen wie zum Beispiel durch Ölgeschäfte zu entziehen.

"Wir müssen dem Eindruck entgegen treten, dass wir nach einem doppelten Standard handeln und uns nur auf Terroropfer in Europa beschränken. Wir wissen sehr wohl, dass in erster Linie Araber in islamischen Staaten von Terrorismus getroffen werden", sagte Mogherini nach dem Treffen der EU-Außenminister.

Die Minister einigten sich darauf, offene Konflikte im Nahen Osten stärker zu bekämpfen – auch solche Konflikte, die sich fern staatlicher Kontrolle befinden. "Wir müssen die Beziehung zu den arabischen Gemeinden verbessern, mehr die arabische Sprache sprechen und der arabischen Welt besser zuhören", so Mogherini.

Die Außenbeauftragte wies Gerüchte zurück, nachdem der Anti-Terrorkampf zu einer Verbesserung der Beziehungen zu Russland führen könnte. In der vergangenen Woche gelante ein internes Strategiepapier an die Öffentlichkeit, wonach die EU ein Bündnis mit Russland schließen wolle, um außenpolitische Herausforderungen in Syrien und Irak, Libyen, Iran, Nordkorea, Palästina sowie Probleme rund um die Ebola-Epidemie anzugehen. Dies könnte sogar eine Änderung der EU-Sanktionspolitik einschließen.

Mogherini betonte, dass die EU-Minister an den Sanktionen festhalten würden, solange Moskau sich nicht an die Kriterien des Minsker Abkommens vom vergangenen September hält. Vielmehr müsse die EU gegen russischer Propaganda in Osteuropa entgegentreten. "Wir haben uns darauf geeinigt, dass wir der russischen Propaganda mit Gegenpropaganda begegnen müssen. Eine Taskforce wird sich in Zusammenarbeit mit der lettischen Ratspräsidentschaft dafür einsetzen, die Pressefreiheit in der Region zu stärken. Wir werden zügig konkrete Schritte bekanntgeben", kündigte Mogherini an.

Die italienische Politikerin traf sich am Montag auch mit dem Generalsekretär der Arabischen Liga, Nabil al-Arabi. "Europa ist jetzt attackiert worden, aber die arabische und die muslimische Welt leiden noch mehr unter den Folgen des Terrorismus", kommentierte Mogherini.

Die Ergebnisse der Ministerrunde sollen am 12. Februar bei einem Gipfeltreffen der Staats- und Regierungschefs besprochen werden. Dort soll die zukünftige EU-Terrorabwehr eines der Topthemen sein. Nach Einschätzung von Bundesaußenminister Frank-Walter Steinmeier war der Anschlag auf die Redaktion des Pariser Satiremagazins "Charlie Hebdo" ein Schlüsselereignis. Der Tag habe Frankreich, wenn nicht ganz Europa verändert, sagte Steinmeier am Rande des Treffens.

"Es gibt mittlerweile rund 5.000 Menschen, die aus Europa in den Kampfeinsatz in den Irak und nach Syrien gezogen sind. Und insbesondere, wenn diese Menschen zurückkehren, stellen sie ein massives Sicherheitsrisiko für uns in Europa dar", sagte der österreichische Außenminister Sebastian Kurz.

Die schwedische Außenministerin Margot Wallström warnte hingegen vor allzu großen Erwartungen. Es gelte die Ursachen von Terrorismus und Radikalisierung zu bekämpfen. Damit sei man bei langfristigen Ansätzen und politischen Lösungen, sagte sie. "Ich bin mir nicht sicher, ob es so viele neue oder schnelle Lösungen gibt."  EA dsa 20

 

 

 

 

Neue Chance für Gerechtigkeit und Frieden?

 

Der Internationale Strafgerichtshof kann den Nahostkonflikt nicht aus der Welt schaffen. Dennoch ist der Beitritt Palästinas gut und richtig.

 

Trotz vielfältiger Bemühungen ist der Konflikt zwischen Israel und Palästina seit Jahren ungelöst. Ein friedlicher und auf Recht beruhender politischer Interessenausgleich rückt in immer weitere Ferne. Dem letzten Krieg fielen auf palästinensischer Seite mehr als 2200 Menschen, meist Zivilisten, zum Opfer. Auf israelischer Seite starben 73 Soldaten und Zivilisten. Die Zahl der Verstümmelten und Traumatisierten ist kaum zu zählen. Zum wiederholten Male wurden im Gazastreifen weit über 100 000 Häuser bzw. Wohnungen und der größte Teil der lebensnotwendigen Infrastruktur zerbombt: Hass, Furcht und Unverständnis wachsen auf beiden Seiten.

Jetzt hat der palästinensische Präsident Abbas am 31. Dezember mit der Unterzeichnung des Römischen Statuts des Internationalen Strafgerichtshofs einen anderen Weg eingeschlagen: Den, wenigstens die schlimmsten Schrecken von Krieg und Gewalt durch die Anerkennung der Zuständigkeit des Internationalen Strafgerichtshofs zu stoppen. Neben politischem Kalkül steht dahinter die Hoffnung, dass der Internationale Strafgerichtshof allen Verantwortlichen signalisieren möge, dass auch sie persönlich vor ihm zur Rechenschaft gezogen werden können, wenn sie Kriegsverbrechen, Völkermord oder Verbrechen gegen die Menschlichkeit befehlen, begehen oder zulassen.

Bekanntlich hat Israels Regierung auf den Beitritt mit einem Schrei der Empörung („diplomatischer Krieg“) und mit Vergeltungsmaßnahmen wie dem illegalen Einfrieren von Steuereinnahmen reagiert. Zwar wurde dies von den USA und auch EU-Mitgliedsstaaten durchaus kritisiert, viel lauter war jedoch deren Ablehnung des Beitritts als „voll und ganz kontraproduktiv“, wie die US-Regierung verlautbarte.

Dabei kann die rechtliche Gültigkeit des Beitritts Palästinas zum Internationalen Gerichtshof und damit dessen grundsätzliche Zuständigkeit für Ermittlungen heute nicht mehr bestritten werden. Das Faktum der israelischen Besatzung ist ebenso bekannt, wie die Tatsache, dass Palästina bisher nicht Vollmitglied der Vereinten Nationen ist, wohl aber Mitglied von UN-Organisationen, die ebenfalls „Staatsqualität“ als Voraussetzung der Mitgliedschaft verlangen. Der jüngste Versuch Jordaniens, Palästina durch eine Resolution des UN-Sicherheitsrats die Vollmitgliedschaft in der UN zu sichern, ist Ende Dezember gescheitert.

Israel selbst ist nicht Mitglied des Internationalen Strafgerichtshofs. Es hat zwar an den Verhandlungen zum Römischen Statut teilgenommen, dann aber zusammen mit den USA, dem Irak Saddam Husseins, Gaddafis Libyen und wenigen weiteren Staaten gegen das Statut gestimmt. Es ist – wie auch die USA – dem Internationalen Gerichtshof auch später nicht beigetreten und hat den – nicht per se mit Rechtsverbindlichkeit ausgestatteten – Spruch des Internationalen Gerichtshofs (IGH) zum Verlauf der Sperranlage zwischen Israel und Palästina nicht anerkannt.

2009 hatte die palästinensische Führung den Beitritt zum Internationalen Strafgerichtshof schon einmal beantragt. Dessen damaliger Generalanwalt Moreno Ocampo hatte zunächst lange gezögert und dann in einer durchaus umstrittenen Entscheidung vom April 2012 darauf verwiesen, dass die UN-Vollversammlung zunächst die Staatsqualität Palästinas bestätigen solle. Das hat die Vollversammlung im November 2012 getan. Sie hat Palästina als Beobachter-Staat anerkannt. Als Folge hat die Generalanwaltschaft des Internationalen Strafgerichtshofs 2013 mitgeteilt, diese Anerkennung habe direkte Auswirkungen auf die Zuständigkeit des Gerichtshofs, wenn Palästina die entsprechenden Verträge ratifiziere und ein neues Beitrittsersuchen stelle.

Nach dem Scheitern des jordanischen Vorstoßes im UN-Sicherheitsrat hat Präsident Abbas am letzten Dezembertag 2014 das Römische Statut und die verbundenen weiteren Verträge, wie auch die Erklärung zur Anerkennung der Jurisdiktion des Internationalen Strafgerichtshofs rückwirkend ab dem 13. Juni 2014, dem Beginn der israelischen Kriegshandlungen auf der Westbank nach Entführung und Ermordung der drei israelischen Jugendlichen, unterzeichnet. Am 2. Januar bestätigte UN-Generalsekretär Ban Ki-Moon die Mitgliedschaft Palästinas mit Wirkung zum 2. April 2015 als 123. Staat im Internationalen Strafgerichtshof. Und am vergangenen Freitag schließlich hat der Strafgerichtshof die Eröffnung eines Vorermittlungsverfahrens zur „Situation“ in Palästina und zu möglichen Straftaten nach dem Römischen Statut bekanntgegeben. Untersucht werden könnte insbesondere der Vorwurf von Kriegsverbrechen, aber auch, ob Verbrechen gegen die Menschlichkeit begangen wurden.

 

Was kann der Internationale Strafgerichtshof erreichen?

Der Gerichtshof selbst kann weder Gewalt und Krieg unmittelbar beenden, noch vernünftige Verhandlungen zwischen den Konfliktparteien erzwingen. Auch die Durchsetzung von Recht gegen Macht erfolgt bekanntlich nicht automatisch.

Der Gerichtshof kann – wie bereits geschehen – Vorermittlungen einleiten. Weitere juristische Aktionen, wie Ermittlungen gegen bestimmte Verantwortliche bis hin zu Haftbefehlen und der Eröffnung von Gerichtsverfahren können folgen, wenn die jeweils im Römischen Statut dafür festgelegten Voraussetzungen vorliegen. Deshalb werden zunächst der Generalanwalt, dann die Vorermittlungskammer des Gerichts selbst prüfen, ob der Vorwurf der Begehung von Verbrechen berechtigt sein kann. Sie können dann weitere Ermittlungen und die Eröffnung von Strafverfahren anordnen, wenn solche Taten im Bereich Palästinas gegenüber seinen Staatsbürgern oder durch seine Staatsbürger begangen worden sein könnten und die dafür zuständigen Gerichte nicht willens oder in der Lage sind, eine Strafverfolgung selbst durchzuführen.

 

Einseitige und politisch motivierte Nutzung von internationalem Recht

Damit steht einer Ermittlung und Strafverfolgung von möglichen Verantwortlichen auf palästinensischer Seite juristisch grundsätzlich nichts im Weg. Darauf verweist neben der Regierung Palästinas auch die Regierung Israels: Gerade in letzter Zeit häufen sich Presseerklärungen, die etwa Präsident Abbas und anderen führenden Persönlichkeiten Palästinas Kriegsverbrechen vorwerfen. Bemerkenswert ist dabei, dass damit die Zuständigkeit des Internationalen Strafgerichtshofs implizit anerkannt wird. Allerdings soll das – so die israelische Regierung – nur für die Palästinenser gelten, nicht aber für Verantwortliche auf israelischer Seite. Eine solche einseitige und politisch motivierte Nutzung von internationalem Recht allerdings wird nicht nur international sondern auch in Israel heftig kritisiert, insbesondere von dem Recht verpflichteten Juristen, Menschenrechtlern, aber auch von einigen politischen Gruppierungen.

Über diese israelische Diskussion ist außerhalb des Landes zu wenig zu hören. Dabei ist sie wichtig. Denn sie zeigt, dass über die Haltung der israelischen Regierung in Israel selbst erhebliche Auseinandersetzungen stattfinden. Dies ist eine der Stärken Israels. Und gerade das kann auch die Umsetzung der Entscheidungen des Internationalen Strafgerichtshofs vorteilhaft beeinflussen.

Der Gerichtshof braucht die Kooperation der Mitgliedsstaaten und der UN, weil er selbst nicht eingreifen oder die Durchsetzung seiner Entscheidungen erzwingen kann. Leider ist die Kooperationsbereitschaft nicht immer vorhanden, wie in den vergangenen Jahren mehrfach zu beobachten war: So befindet sich Sudans Präsident al-Bashir trotz des Haftbefehls des Gerichtshofs immer noch auf freiem Fuß. Obwohl der UN- Sicherheitsrat die Verbrechen in Darfur dem Gerichtshof vorgelegt hatte, haben weder die UN als Ganzes, noch viele Mitgliedsstaaten des Internationalen Strafgerichtshofs sich um die Durchsetzung des Haftbefehls gekümmert. Das schwächt die globale Anerkennung des Gerichtshofs und das Völkerrecht, zugleich aber auch die Glaubwürdigkeit der Internationalen Gemeinschaft. Dabei wächst mittlerweile in den riesigen, von den Weltmedien nahezu vergessenen Flüchtlingslagern in Dafur bereits eine weitere Generation junger Menschen ohne Hoffnung und Lebenschancen heran

Der Internationale Gerichtshof, das Völkerrecht und die Internationale Gemeinschaft insgesamt verlieren ebenso an Glaubwürdigkeit, wenn – wie in dem noch laufenden Strafverfahren gegen kenianische Verantwortliche geschehen – einfach hingenommen wird, dass Zeugen eingeschüchtert werden oder verschwinden und dass Behörden die Vorlage von Beweisen unterlaufen.

Das darf im Falle Palästina und Israel nicht passieren. In den Vorermittlungen dürfte Palästina kooperieren. Israel allerdings hat bereits erklärt, seine Soldaten nicht vom Gerichtshof verfolgen zu lassen. Für ein Land, das wie Israel seinem eigenen rechtsstaatlichen Anspruch genügen muss, braucht dies allein noch keine kritikwürdige Erklärung zu sein. Allerdings gilt das nur dann, wenn Israel die Strafverfolgung wegen möglicher Straftaten selbst sicherstellt. Ob dies in Gänze so ist, bleibt abzuwarten.

Die israelische Regierung könnte durchaus jede Kooperation verweigern oder seinen Behörden und Institutionen sogar – nach dem schlechten Vorbild der Bush-Regierung – die Zusammenarbeit mit dem Gerichtshof verbieten. Eine solche Entscheidung könnte die Vorermittlungen behindern. Dass es sie ganz verhindern könnte, ist jedoch unwahrscheinlich. Teile der israelischen Zivilgesellschaft mit ihren mutigen, dem Recht und dem moralischen Selbstverständnis Israels verpflichteten eindrucksvollen Persönlichkeiten, haben auch an früheren Berichten wie dem Goldstone-Report mitgewirkt. Diese mutigen Experten, aber auch eine freie Presse gehören zu den unverzichtbaren – und wirksamen – Unterstützern der auf Recht und nur auf Recht basierenden Vorermittlungen und den daraus folgenden Entscheidungen des Gerichtshofs.

Ebenfalls interessant wird das Vorgehen des Strafgerichtshofs und das Verhalten der israelischen Regierung im Hinblick auf die illegale israelische Siedlungspolitik sein. Geht es bei den Bombardierungen des Gazastreifens und bei Raketen auf israelische Städte um die Verantwortlichkeit von Soldaten und ihren Befehlsgebern auf beiden Seiten, so geht es bei der Siedlungspolitik und der damit verbundenen Verletzung des Völkerrechts um die Verantwortlichkeit von Politikern bis unmittelbar in den Bereich der israelischen Regierung.

Was ist also zu erwarten?

Es ist wohl – leider – wenig wahrscheinlich, dass die Zuständigkeit des Internationalen Strafgerichtshofs unmittelbare Auswirkungen haben wird. Im Augenblick ist auch – zumindest auf der Seite der israelischen Regierung und möglicherweise auch der Mehrheit der Bevölkerung Israels – eher eine Verhärtung der Einstellungen zu beobachten.

Allerdings werden weder Israel noch die Internationale Gemeinschaft die Ergebnisse und Entscheidungen der jetzt eingeleiteten Vorermittlungen einfach beiseite wischen können. Wenn es zu Entscheidungen kommt, sind die Freunde beider Staaten – auch die Freunde Israels – gefordert, bei der Durchsetzung zu helfen.

Gerade von den Freunden Israels sind viele finanziell, ökonomisch und militärisch, aber auch moralisch mit der Region verbunden. Die Rechtstaaten unter ihnen unterstützen die Geltung des Völkerrechts und seinen Vorrang vor einseitigen Machtaktionen. Viele sind auch Mitglieder des Internationalen Strafgerichtshofs. Sie alle sind dann gefordert, deutlicher Position zu beziehen als sie das bisher tun, auch wenn die dann notwendigen Schritte Geduld und Mut erfordern. Sollte auch diese Chance vertan werden, drohen erhebliche zusätzlich negative Auswirkungen, weit über die Gesamtregion hinaus.

Herta Däubler-Gmelin IPG 20

 

 

 

 

Merkel bietet Russland Handelsabkommen an

 

Die Bundesregierung hat Russland einem Bericht zufolge einen gemeinsamen Wirtschaftsraum vorgeschlagen. Basis dafür müsse aber Frieden in der Ukraine sein. Die deutsche Wirtschaft beklagt unterdessen einen bedrohlichen Rückgang der Exporte nach Russland.

Die Bundesregierung hat Russland eine Wirtschafts-Kooperation bis hin zur gemeinsamen Freihandelszone mit der EU in Aussicht gestellt. Die "Süddeutsche Zeitung" berichtet, Angela Merkel habe auf dem Wirtschaftsgipfel in Davos angeboten, über einen gemeinsamen Wirtschaftsraum mit der von Russland dominierten Eurasischen Union zu verhandeln. Voraussetzung dafür sei aber laut Merkel eine umfassende Friedenslösung in der Ostukraine

Auch Wirtschaftsminister Sigmar Gabriel (SPD) habe eine Diskussion in der EU darüber angeregt, welche Angebote man Russland für die Zeit nach dem Krieg unterbreiten könne. Der nächste Schritt sei eine Diskussion über eine Freihandelszone. "Wir sollten Russland einen Ausweg anbieten", sagte er in Davos.

Merkel und Gabriel betonten jedoch, dass Russland sich an das Minsker Abkommen halten müsse. Der Waffenstillstand, den die Ukraine, Russland und die prorussischen Separatisten in Minsk vereinbart hatten, war immer wieder gebrochen worden. Merkel verurteilte erneut die Annexion der Krim. Die Wirtschaftssanktionen gegen Russland seien deshalb unvermeidlich gewesen.

Die Vorschläge aus der deutschen Regierung folgen auf ein Außenminister-Treffen am Mittwochabend in Berlin, bei dem es erstmals seit Monaten wieder Fortschritte im zähen Ringen um einen Frieden in der Ostukraine gegeben hatte. Die Außenminister Russlands und der Ukraine, Sergej Lawrow und Pawlo Klimkin, verständigten sich auf den Abzug schwerer Waffen aus der Krisenzone.

Allerdings eskalierten die Kämpfe zwischen Regierungstruppen und Separatisten nur Stunden nach hochrangigen Verhandlungen in Berlin weiter. In der Rebellenhochburg Donezk wurde am Donnerstag eine Bushaltestelle und ein Bus von einem Geschoss getroffen, mindestens acht Passagiere und Passanten starben. Russland und die Ukraine machten sich sofort gegenseitig für den Zwischenfall verantwortlich. Die Nato berichtete, an mehreren Stellen im Osten des Landes würden Gefechte in bislang nicht dagewesener Intensität geführt. Zudem gebe es Anzeichen einer wachsenden russischen Verwicklung in die Kämpfe.

Exporte nach Russland sinken

Die deutsche Wirtschaft hat unterdessen einen Rückgang der Exporte nach Russland beklagt. Die deutschen Ausfuhren nach Russland seien im Jahr 2014 um 18 Prozent gesunken, sagte der Vorsitzende des Ostausschusses der Deutschen Wirtschaft, Eckhard Cordes der Rheinischen Post. Für 2015 sei eine noch schlechtere Entwicklung zu befürchten, sollte es nicht bald eine politische Lösung der Krise geben", warnte Cordes.

In Deutschland seien durch die Krise zahlreiche Arbeitsplätze gefährdet: "Wenn man davon ausgeht, dass in Deutschland rund 300.000 Arbeitsplätze allein von Exportgeschäften mit russischen Partnern abhängen, so könnte ein dauerhafter 20-prozentiger Rückgang im schlimmsten Fall zum Verlust von 60.000 Arbeitsplätzen führen", sagte Cordes.   nsa mit rtr 23

 

 

 

 

ILO-Bericht: Weltweite Arbeitslosigkeit steigt in den nächsten fünf Jahren weiter

 

In einem Bericht warnt die Internationale Arbeitsorganisation (ILO): Die Zahl der Arbeitslosen wird in den nächsten Jahren weltweit steigen. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Derzeit sind weltweit 201 Millionen Menschen ohne Arbeit. Die Zahl der Arbeitslosen könnte laut ILO-Bericht World Employment and Social Outlook – Trends 2015 bis 2019 auf 212 Millionen anwachsen.

"Mehr als 61 Millionen Arbeitsplätze gingen seit Beginn der weltweiten Krise 2008 verloren und unsere Prognosen zeigen, dass die Arbeitslosigkeit bis zum Ende des Jahrzehnts weiter steigen wird. Das bedeutet, die Job-Krise ist noch lange nicht vorbei, also gibt es keinen Grund für Selbstzufriedenheit", sagt der Generaldirektor der Internationalen Arbeitsorganisation, Guy Ryder.  

Die Arbeitssituation hat sich in den Vereinigten Staaten und Japan verbessert. Es wird aber schwierig bleiben, in einer Reihe anderer fortgeschrittener Volkswirtschaften wie Europa eine Arbeit zu finden.

Sollte sich der steile Fall der Öl- und Gaspreise als nachhaltig erweisen, sagt die ILO eine Verbesserung der Beschäftigungsaussichten in vielen fortgeschrittenen Volkswirtschaften voraus. Allerdings würde das die Arbeitsmärkte der Öl- und Gasproduzenten insbesondere in Lateinamerika, Afrika und der arabischen Region hart treffen.

Die Jugendarbeitslosigkeit wird weiterhin ein großes Problem darstellen. Insbesondere junge Arbeitskräfte der Alterskategorie 15-24 Jahre sind von der Krise betroffen. Die Jugendarbeitslosenquote von 13 Prozent aus dem vergangenen Jahr wird voraussichtlich in den kommenden Jahren weiter steigen. Ältere Arbeitskräfte sind seit dem Ausbruch der globalen Finanzkrise 2008 besser dran.

"Die gute Nachricht ist, dass die Zahl der Arbeiter in bedrohten Jobs und die Armut trotz Erwerbstätigkeit weltweit gefallen sind. Dennoch ist es immer noch nicht akzeptabel, dass beinahe die Hälfte der Arbeiter auf der Welt keinen Zugang zu grundlegenden Notwendigkeiten und guter Arbeit hat. Für Frauen stellt sich die Situation noch schlechter dar", so Ryder.

Soziale Unruhen

Dem ILO-Bericht zufolge sind es insbesondere zwei Faktoren, die das Überwinden der Krise schwierig machen: Die wachsende und andauernde Ungleichheit und ungewisse Aussichten für Unternehmensinvestitionen.  

"Wenn niedrige Löhne dazu führen, dass die Menschen weniger verbrauchen, und Investitionen ausbleiben, hat das natürliche negative Folgen für das Wachstum. Die Einkommensungleichheit nähert sich in einigen fortgeschrittenen Volkswirtschaften der in aufstrebenden Volkswirtschaften an", erklärt Ryder. "Dagegen haben die aufstrebenden Volkswirtschaften gewisse Fortschritte bei der Verringerung ihrer hohen Ungleichheit gemacht."

Das Vertrauen der Menschen in die Regierungen ist dem Bericht zufolge unterhöhlt. Dementsprechend sei das Risiko für soziale Unruhen groß. Das gelte insbesondere für Länder mit hoher oder schnell wachsender Jugendarbeitslosigkeit.  

"In Übereinstimmung mit der weltweiten Arbeitslosenrate ist das prozentuale Aufkommen von sozialen Unruhen seit Krisenbeginn in die Höhe geschnellt, und liegt jetzt zehn Prozent höher als vor der Krise", so der Bericht.

Strukturelle Faktoren der Arbeitswelt beeinflussen das weltweite Wirtschaftswachstum ebenfalls. Dazu zählen das zurückgehende Arbeitskräfteangebot aufgrund alternder Bevölkerung und große Veränderungen bei der Nachfrage von beruflichen Fertigkeiten. 

Auf globaler Ebene steigt der Anteil der nicht-routinemäßigen Arbeit für Geringqualifizierte wie Sicherheitspersonal und Beschäftigte des Gesundheitswesens. Dasselbe gilt für nicht-routinemäßige Arbeitsplätze für Hochqualifizierte wie Anwälte und Software-Ingenieure. Dagegen gibt es immer weniger routinemäßige Arbeitsplätze für Mittelqualifizierte in Bereichen wie Buchhaltung oder Büroarbeit.

"Die Trends, die wir sehen, sind besorgniserregend, aber wir können das allgemeine wirtschaftliche Bild verbessern, wenn wir die zugrundeliegenden Schwächen anpacken, insbesondere der andauernde Nachfragemangel, die Stagnation in der Euro-Zone, die ungewissen Aussichten produktiver Investitionen, besonders unter kleinen Unternehmen, und die wachsende Ungleichheit", so Ryder.

Die Kommission sagt sinkende Arbeitslosenzahlen für die EU voraus. Sie soll 2015 auf zehn Prozent und bis 2016 auf 9,5 Prozent sinken. Im vergangenen Jahr lag sie EU-weit bei 10,3 Prozent.

Unter den Mitgliedsstaaten wird Griechenland voraussichtlich den größten Sprung machen. Das Land kämpft aufgrund der Wirtschaftskrise in den vergangenen Jahren mit verheerenden Arbeitslosenzahlen. In diesem Jahr liegt die Arbeitslosigkeit bei 26,8 Prozent. Bis 2016 soll sie auf 22 Prozent zurückgehen.

Spanien könnte Griechenland als EU-Schlusslicht bei der Arbeitslosigkeit ablösen. Die Kommission prognostiziert den Spaniern eine Arbeitslosenquote von 22,2 Prozent für das kommende Jahr. EA 21

 

 

 

 

Ghanaischer Staatspräsident in Berlin. Merkel unterstützt Kampf gegen Boko Haram

 

Die Kanzlerin hat den westafrikanischen Ländern Hilfe beim Kampf gegen Boko Haram in Aussicht gestellt. Die Miliz verübe "abscheuliche Verbrechen", sagte Merkel nach dem Treffen mit dem ghanaischen Präsidenten Mahama. Beide sprachen sich für die Gründung einer afrikanischen Eingreiftruppe aus. Thema war auch Ebola.

 

Die Beziehungen zwischen Ghana und Deutschland seien ausgezeichnet. Das erklärte Bundeskanzlerin Angela Merkel, nachdem sie den Präsidenten der Republik Ghana, John Dramani Mahama, empfangen

hatte. Merkel führte aus, dass die beide Länder eine enge Partnerschaft verbinde, insbesondere in der Entwicklungszusammenarbeit.

Intensive bilaterale Zusammenarbeit

Deutschland unterstützt den westafrikanischen Staat intensiv bei der Energiegewinnung, der Stromversorgung und beim Ausbau der erneuerbaren Energien. Dies betonte auch die Bundeskanzlerin, die zudem auch die deutsche Förderung bei der Berufsausbildung verwies.Seit 1961 beläuft sich das Gesamtvolumen der bilateralen Entwicklungszusammenarbeit mit Ghana auf

1,37 Milliarden Euro. 2012 hat Deutschland Ghana für die kommenden drei Jahre weitere rund 160 Millionen Euro zugesagt.

 

Auch die wirtschaftliche Zusammenarbeit zwischen den Staaten war Thema des Gesprächs zwischen der Kanzlerin und dem Staatspräsidenten. Ghana sei ein demokratisches Land, führte die Kanzlerin aus und betonte, dass sich Präsident Mahama für sichere Rahmenbedingungen ohne übermäßigen Bürokratieaufwand einsetze. Dies sei für deutsche Unternehmen von entscheidender Bedeutung.

Boko Haram bekämpfen

Beide Regierungschefs verurteilten die terroristischen Gräueltaten der letzten Zeit, vor allen Dingen die Aktionen der Terrorgruppe Boko Haram. Staatspräsident Mahama erklärte, dass Deutschland und Ghana die gleichen Werte teilten, nämlich Menschenrechte und Rechtsstaatlichkeit. Die Kanzlerin

wies darauf hin, dass Terrorismus überall gleich schlimm sei - egal wo er auftrete. Deutschland sei von den Brutalitäten der Boko Haram tief betroffen.

Angesichts der gewaltsamen Entwicklungen unterstützte Merkel den Vorschlag des ghanaischen Präsidenten, eine regionale afrikanische Eingreiftruppe zu gründen. Innerhalb der Europäischen Union werde man darüber sprechen, wie eine finanzielle Unterstützung möglich sei. Der ghanaische

Präsident stellte die Entsendung von Truppen seines Landes in Aussicht.

Die Bundeswehr arbeitet mit den Ghana Armed Forces zusammen. Zur Friedenssicherung und Krisenprävention engagiert Deutschland sich für die Bildung und Stabilisierung regionaler Sicherheitsstrukturen, beispielsweise über das Angebot des Kofi Annan International Peacekeeping Training Center, das vor zehn Jahren mit deutscher Unterstützung ins Leben gerufen wurde. Darüber

hinaus unterstützt Deutschland Ghana beim Aufbau eines Pionierregiments als Teil einer vorgesehenen Eingreiftruppe der Afrikanischen Union.

Dank für Hilfe bei Ebola

Merkel und Mahama sprachen auch über die Ausbreitung von Ebola und die notwendige Verbesserung der Gesundheitssysteme in Ghana und Afrika an. Im Fokus stand das Anliegen, Strukturen zu schaffen, um einer medizinischen Katastrophe wie Ebola bereits im Vorfeld der Ausbreitung entgegentreten zu

können.

Mahama dankte Deutschland für seine "wichtige Rolle" im Kampf gegen Ebola. Zudem regte er die Gründung einer Internationalen Organisation für Gesundheitsmanagement an, um in Zukunft zum Beispiel gegen Seuchen besser gewappnet zu sein. Hier sei Ghana bereit, gemeinsam mit Deutschland

und Norwegen die Initiative zu ergreifen. Pib 19

 

 

 

 

Boko Haram: Der Terror weitet sich aus

 

Wer die nigerianischen Islamisten besiegen will, sollte von der Befriedung des Nigerdeltas lernen.

 

Zwei Themen stehen im Zentrum der gegenwärtigen Diskussionen in Nigeria. Erstens: der Wahlkampf. Bekanntlich steckt er in seiner heißen Phase. Wer wird die Wahlen gewinnen, werden sie fair sein und werden sie überhaupt stattfinden können? Zweitens: der Terrorkampf von Boko Haram im Nordosten des Landes.

 

Zugespitzte Lage

In der Hauptstadt zelebriert der amtierende Präsident Goodluck Jonathan die am 14. Februar 2015 stattfindenden Wahlen. Seine Partei, die People's Democratic Party, gibt sich siegessicher. Doch Präsident Jonathan genießt nur noch wenig Vertrauen. Er hat im Kampf gegen die Armut, gegen die Korruption und Boko Haram versagt und das Land in seiner Amtsperiode nicht voran gebracht. Die Bevölkerung ist mehr als enttäuscht. Wahlzeit ist Unruhezeit in Nigeria. Die Emotionen schlagen hoch, Gerüchte breiten sich aus, Politiker verschiedener Couleur heizen die Stimmung an. Bezahlte Politakteure werden von den Parteien auf die Straße geschickt und schnell können zwischen den verschiedenen Gruppierungen bewaffnete Kämpfe aufflammen.

Derweil wird der Norden Nigerias von einer Welle der Gewalt, vor allem im Nordosten, heimgesucht. Erst vor ein paar Tagen tötete Boko Haram in einem bislang beispiellosen Terrorakt 2000 Menschen. Boko Haram hat zudem Militärstützpunkte im Norden Kameruns angegriffen. Der Terror dehnt sich aus. Erfolge und Rückschläge im Kampf gegen den Terror in Nigeria wechseln sich ab. Vor ein paar Tagen meldeten die Streitkräfte große Erfolge im Kampf gegen die Terrorgruppe. Doch ein paar Tage später verübte Boko Haram die schwersten Anschläge seit vielen Jahren und die Armee verließ fluchtartig etliche Stützpunkte. Boko Haram hat sich zum Ziel gesetzt, den Nordosten so zu destabilisieren, dass die Wahlen wenigstens in den Staaten Borno, Yowo und Adamawa nicht stattfinden können.

Die politischen Verwerfungen des Landes führen zu verschiedenen möglichen Szenarien. Erstens: Die Wahlen könnten relativ ruhig ablaufen und halbwegs fair sein. Wer immer die Wahl gewinnt, Nigeria könnte zu seiner Politik der Ausbalancierung der Interessen der Machteliten zurückkehren. In der Folge hätte sich alles geändert und doch bliebe alles beim Alten. Dies ist die Hoffnung der Regierenden und auch der wirtschaftlichen und politischen Eliten. Doch sie könnten sich täuschen.

Denn (Option 2): Im Nordosten finden die Wahlen nicht statt, weil die Menschen durch Flucht ihre Wahlmöglichkeiten nicht wahrnehmen können oder weil die Zurückgebliebenen aus Angst vor Anschlägen von Boko Haram nicht zur Wahl gehen. In der Folge dürfte der Verlierer der Wahl das Ergebnis anfechten und Nigeria in eine schwere politische Krise stürzen. Diese Option ist nicht unwahrscheinlich. Schon heute ist die Regierung paralysiert. Dies zeigt sich auch daran, dass der Präsident bereits im Mai 2014 den Notstand im Norden Nigerias erklärte und verkündete, er werde alles tun, um die Lage zu befrieden und Boko Haram zu vernichten. Er übertrug diese Aufgabe dem Militär, Spezialeinheiten und der Polizei. Aber diese Rechnung ging nicht auf, trotz der Unterstützung auch durch US-amerikanische Experten. Sollte diese Option eintreten, könnte die Armee einen Putschversuch unternehmen, um Sicherheit und Ordnung herzustellen. Noch spricht wenig für Eingreifen der Militärs, da die Truppe wegen ihres Agierens stark diskreditiert ist. Das mag sich ändern, wenn die politische Krise weiter eskaliert.

 

Regierung versagt

Dem Versagen der Regierung im Kampf gegen Boko Haram liegen verschiedene Fehleinschätzungen zu Grunde: Jonathan glaubte, Boko Haram mit konventionellen Maßnahmen vernichten zu können: mit Militäreinsätzen und hartem Vorgehen. Doch damit ist eine dezentral agierende Guerillaorganisation mit vielen Ablegern nicht in Schach zu halten. Boko Haram unterhält ein dichtes Netz aus Koranschulen, Teilen der Verwaltung, dem Jugendmilieu und sogar aus Teilen der Armee. Zudem stammt die Bewegung aus dem muslimischen Milieu des Nordens, kennt die Region sehr gut, und ihre Aktivisten sprechen die lokalen Sprachen. Die Armee und die Regierung hingegen genießen keinerlei Vertrauen in der Bevölkerung. Das liegt unter anderem daran, dass auch das Vorgehen des Militärs selbst durch extreme Brutalität und Menschenrechtsverletzungen auch gegenüber der Zivilbevölkerung gekennzeichnet ist. Im Norden ist eine sehr fragile Lage eingetreten, die einen Generalplan verlangt – ein umfassendes Konzept zur Wiedererlangung des Vertrauens durch einerseits Sicherheitsmaßnahmen und effektiven Schutz für die Bevölkerung und andererseits durch eine Entwicklungsagenda für den Norden.

Hierzu müssten unter anderem der Bau von Schulen, Investitionen in die Infrastruktur, Wirtschaftsfördermaßnahmen, Angebote für Sympathisanten von Boko Haram und Jobs für Jugendliche zählen. Der Vorgänger des gegenwärtig amtierenden Präsidenten, Umaru Yar’Adua, hat ein eben solches Maßnahmenpaket im Jahr 2010 für die von Unruhen gekennzeichnete Nigerdelta-Region aufgelegt. Damit hat er zur Befriedung des Südens beigetragen. Von Präsident Jonathan ist so ein Agieren jedoch nicht zu erwarten. In der Folge wird die Lage weiter eskalieren.  Robert Kappel  IPG 19

 

 

 

 

Ukraine-Krise. Rückzug schwerer Waffen vereinbart

 

Beim Treffen der Außenminister Russlands, der Ukraine, Frankreichs und Deutschlands haben sich die Konfliktparteien auf einen Abzug schwerer Waffen verständigt. Außenminister Steinmeier sagte, die Einigung bedeute "keinen Durchbruch", es habe aber "wahrnehmbare Fortschritte" gegeben.

 

Bei ihrem vierten Treffen im "Normandie-Format" haben die Außenminister Russlands, der Ukraine, Frankreichs und Deutschland Fortschritte erzielt. So soll unter anderem die Kontaktgruppe in den nächsten Tagen wieder zusammenkommen.

Nach den mehrstündigen Verhandlungen äußerte sich Steinmeier vorsichtig: "Sollte es tatsächlich zur Realisierung dessen kommen, was wir heute vereinbart haben, dann sind wir jedenfalls heute ein Stück näher an dem Gipfel in Astana."

Menschenleben schonen - Truppen entflechten

Angesichts der zahlreichen Todesopfer nach erneuten schweren Kämpfe in der Donbass-Region einigte man sich in einer Gemeinsamen Erklärung in drei wichtigen Punkten: Die Konfliktparteien stellen die Feindseligkeiten ein und ziehen ihre schweren Waffen zurück. Die Rückzugs- bzw. Demarkationslinie

entspricht dabei den Vereinbarungen von Minsk. Die OSZE kontrolliert die Umsetzung der Maßnahmen.

Die Bedingungen für einen tatsächlichen Waffenstillstand müssten rasch hergestellt werden, um humanitäre Hilfe leisten und Gefangene austauschen zu können. Russland habe zugesagt, den hierfür notwendigen Einfluss auf die Separatisten auszuüben.

Die sogenannte Kontaktgruppe aus OSZE, Vertretern der Regierungen Russlands, der Ukraine und prorussischen Separatisten müsse schnellstmöglich zusammenkommen. In Arbeitsgruppen sollten dann konkrete weitere Schritte vereinbart werden.

Nach dem Aufflammen neuer Kämpfe in der vergangenen Woche hatte Steinmeier eine "bedrohliche Lage" in der Ostukraine konstatiert. Auf Wunsch der Ukraine und Russlands hatte er deshalb seine Amtskollegen Laurent Fabius, Sergej Lawrow und Pawlo Klimkin nach Berlin eingeladen, um erneut Wege

zu einer politische Lösung zu suchen. Im Vorfeld des Treffens hatten Außenminister Frank-Walter Steinmeier und Bundeskanzlerin Angela Merkel alle Konfliktparteien zu Kompromissbereitschaft aufgerufen. Zentrales Ziel bleibt die Umsetzung des Minsker Abkommens.

Der Eskalation entgegenwirken

Der deutsche Außenminister mahnte die Dringlichkeit einer Waffenruhe an: "Den Preis dafür, dass es keine Umsetzung der Minsker Vereinbarung gibt, zahlen die Menschen in der Region: Diejenigen, die dort täglich sterben, verletzt werden und unter mangelnder Versorgung leiden." Nicht nur die Menschen litten, auch die Wirtschaft in der Ukraine und in Russland werde erheblich beeinträchtigt.

"Das ist ein Zustand, der so nicht anhalten kann", bekräftigte Steinmeier.

"Es geht jetzt vor allem darum, eine weitere Verschärfung der militärischen Auseinandersetzungen und dann auch eine erneute politische Eskalation zwischen Kiew und Moskau zu verhindern. Das ist jede Anstrengung wert", hatte der Minister im Vorfeld der gestrigen Begegnung erklärt.

Im Zentrum: das Minsker Abkommen

"Obwohl die Lage sehr schwierig ist, finde ich es richtig, dass sich die vier Außenminister treffen", hatte Bundeskanzlerin Angela Merkel am Rande ihres Treffens mit dem aserbaidschanischen Präsidenten Aliyev in Berlin erklärt. Ziel sei auch zu überlegen: "Gibt es Fortschritte bei einer Vorbereitung eines eventuellen Vierer-Gipfels dann auch in Astana?" Diesbezüglich warnte die

Kanzlerin: "Wir wollen nicht wieder ein Treffen auf der Ebene der Präsidenten, das zum Schluss keine Ergebnisse bringt."

Schließlich habe sich in den letzten Tagen herausgestellt, "dass der Waffenstillstand brüchiger und brüchiger wird und dass wir uns im Augenblick eher von dem Minsker Abkommen entfernen, als dass wir uns auf das Minsker Abkommen zubewegen." Dieses sei jedoch "nach wie vor die Grundlage der

Gespräche", betonte Merkel. Bislang hätten sich sowohl die Ukraine als auch Russland immer zum Minsker Abkommen bekannt. "Ich hoffe, dass das auch so bleibt."

Am 6. Juni 2014 traf sich Bundeskanzlerin Angela Merkel mit Wladimir Putin, Petro Poroschenko und François Hollande am Rande des Weltkriegs-Gedenkens in der Normandie. Es war die erste Begegnung der Staatschefs Russlands und der Ukraine seit Beginn der Krise. Seither werden die Treffen mit Beteiligten der vier Länder "Normandie-Format" genannt. Ein weiteres Treffen der Staats- und

Regierungschefs in Astana, der Hauptstadt Kasachstans, hängt von Verhandlungsfortschritten ab.

Gefährliche Zuspitzung

Regierungssprecher Steffen Seibert hatte am Mittwoch bekräftigt, die Bemühungen der Bundesregierung gingen unermüdlich weiter, zu diplomatischen Lösungen beizutragen. Man verfolge in Berlin mit großer Sorge, wie sich die Kampfhandlungen rund um den Flughafen von Donezk verschärften. "Dafür

tragen die Separatisten durch ihren Versuch Ende vergangener Woche, diesen Flughafen einzunehmen, eine besondere Verantwortung - entgegen der vereinbarten Waffenruhe", stellte Seibert klar und appellierte an alle Konfliktparteien, die vereinbarte Feuerpause zu respektieren.

Außenamtssprecher Martin Schäfer ergänzte, die Bundesregierung sei "zutiefst davon überzeugt", dass

es für die aktuelle Krise im Osten der Ukraine "ganz sicher keine militärische Lösung" gebe. "Weder die Separatisten, noch der ukrainische Staat - so glauben wir - wird bis auf Weiteres diesen Konflikt militärisch gewinnen können. Das geht nicht. Sondern es gibt nur eine politische Lösung, die durch Dialog auf den Weg gebracht werden muss."

Kompromisse notwendig

Im Anschluss an den EU-Außenministerrat, der am 19. Januar in Brüssel zu Ende ging, hatte Steinmeier die gegenwärtigen Probleme in der Ukraine-Krise geschildert. Trotz intensiver Kontakte blieben die Verhandlungen mit den Konfliktparteien "ein mühsames Geschäft". Der Minister erläuterte: "Wir sind in der Situation, dass sich alle Seiten täglich und wöchentlich auf das Minsker Protokoll beziehen, das auch alle Seiten als Grundlage des weiteren politischen Vorgehens begreifen. Allein: Bei der Umsetzung kommen wir nicht genügend schnell, in manchen Bereichen gar nicht vorwärts."

Einer der wichtigen Punkte, "der entscheidend ist für alles weitere, was danach kommt", ist laut Steinmeier die Fixierung der sogenannten Entflechtungslinie entsprechend der Minsker Vereinbarungen vom September 2014. Sie sei die Voraussetzung dafür, zu einer Entzerrung der kämpfenden Verbände zu

kommen. Sie sei auch die Voraussetzung dafür, OSZE-Beobachtermissionen vor Ort bringen und humanitäre Hilfe leisten zu können.

Es seien Kompromisse erforderlich, "die man als schmerzhaft empfunden mag, die aber notwendig sind im Sinne eines fairen, vernünftigen Gebens und Nehmens, um einer Lösung näherzukommen", so Außenamtssprecher Schäfer am Mittwoch. Pib 21

 

 

 

Historiker Paul Nolte. Pegida ist ein regional und zeitlich begrenztes Phänomen

 

Der Historiker Paul Nolte sieht in der islamfeindlichen “Pegida”-Bewegung vor allem ein regional und zeitlich begrenztes Phänomen. Für ein Erstarken durch das Auftauchen einer charismatischen Führerfigur sieht er kein Indiz. Der Berliner Geschichtswissenschaftler sprach im Interview über die Rolle der Zivilgesellschaft, nachlassendes Demokratie-Vertrauen in Teilen der Bevölkerung sowie über Parallelen und Unterschiede zum Deutschland der 1920er Jahre. VON Thomas Schiller

 

Ablehnung der Demokratie, Diffamierung der Medien, Schüren von Bedrohungsängsten gegen eine nicht-christliche Religion – das gab es in Deutschland schon einmal. Sehen Sie Parallelen zwischen der “Pegida”-Bewegung und dem Erstarken der radikalen Kräfte in den 1920er Jahren?

Paul Nolte: Ich sehe überwiegend die Unterschiede und nicht die Parallelen. Der wichtigste Unterschied ist die Stärke einer demokratischen Zivilgesellschaft in der Bundesrepublik. Seit den 70er Jahren hat sich über die politischen Institutionen der bundesrepublikanischen Demokratie eine starke bürgerliche Zivilgesellschaft gelegt. Man erkennt sie, wenn “Pegida”-Proteste von Anti-“Pegida”-Protesten überlagert werden, und in vielen Städten wie in Berlin oder in Westdeutschland überwiegen klar die Gegendemonstrationen.

Und wo liegen Parallelen zu den 20er Jahren?

Nolte: Eine Schwäche der Weimarer Republik war die Schwäche des Bürgertums. Dessen Verhalten beim Übergang zum Nationalsozialismus ist von Soziologen als “Extremismus der Mitte” bezeichnet worden. Und das finden wir in den sozialwissenschaftlichen Beschreibungen der Pegida-Proteste wieder. Das sind Menschen, die gar nicht am Rande der Gesellschaft stehen, keine Arbeitslosen oder sozial Abgehängten.

Wie werden solche außerparlamentarischen Bewegungen zu relevanten Machtfaktoren?

Nolte: Ihre Existenz wird von den Medien sehr schnell wahrgenommen und in einen Zusammenhang gestellt, für den wir sensibel geworden sind. Die Erscheinungsform “Pegida” ist zwar neu, aber die Bundesrepublik hat eine jahrzehntelange Erfahrung mit rechtspopulistischen Bewegungen, denken Sie an die Republikaner in den 80er Jahren. Auch das Arsenal der politischen Reaktionen dagegen ist eingeübt, etwa Gelassenheit, Mahnwachen, das Spektrum reicht von scharfer Abgrenzung bis zum Brückenbau, um eine Rückkehr in die demokratische Vernunft zu erleichtern.

Wie gefährlich wäre es, wenn im rechtspopulistischen Bereich eine charismatische Führerfigur auftauchen würde?

Nolte: Das ist natürlich eine hypothetische Frage. In den 1920er Jahren hatte die Person Adolf Hitlers für das Erstarken der NSDAP schon eine starke Bedeutung. Aber auch die Proteststrukturen waren damals ganz andere. Heute sehe ich in Deutschland nur ein geringes Risiko, dass eine solche Führerfigur auftritt. Und das ist möglicherweise kein Zufall, weil es nach meinem Eindruck keinen Bedarf dafür gibt. Wir stellen uns ja seit Jahrzehnten die Frage: Warum gab es in Deutschland keinen Jörg Haider wie in Österreich, und warum blieb Franz Schönhuber ein politischer Zwerg? Und warum gibt es keinen oder keine Le Pen? Das Charakteristische der Proteste in der Bundesrepublik ist, dass sie sich nicht auf eine charismatische Figur richten, sondern lieber diffus bleiben möchten. Auch in der AfD finde ich kein Charisma.

Wie schätzen Sie die Positionierungen der Partei “Alternative für Deutschland” zu “Pegida” und ihren Ablegern ein?

Nolte: Das ist eine offene Frage, weil die Strukturen in beiden Bewegungen noch nicht gefestigt sind. Es gibt starke Überlappungen und Versuche der Instrumentalisierung in beide Richtungen. Von der Mobilisierung der AfD hat die “Pegida”-Bewegung wahrscheinlich profitiert, weniger direkt als durch Schaffung eines Protestklimas rechts der Unionsparteien.

Haben die Ängste, die “Pegida” schürt und damit Tausende mobilisiert, einen rationalen Kern?

Nolte: Von einem rationalen Kern würde ich nicht sprechen. Die Ängste haben eine Projektionsfläche. Das sind Unzufriedenheiten mit politischen oder gesellschaftlichen Entwicklungen. Es gibt Herausforderungen in der Zuwanderung in die Bundesrepublik und Schwierigkeiten mit der kulturellen und religiösen Vielfalt – darüber müssen wir sprechen. Seit dem 11. September 2001 diskutieren wir etwa den Platz des Islam in der europäischen und deutschen Gesellschaft. Aber auf dieser Sachebene setzt sich “Pegida” nicht auseinander – sie instrumentalisiert das Thema bloß.

Stehen die geringe Wahlbeteiligung – bei der sächsischen Landtagswahl – und das Aufkommen einer außerparlamentarischen Protestbewegung in einem Zusammenhang?

Nolte: Es gibt einen deutlichen Zusammenhang zwischen dem Rückzug aus der Wahl-Demokratie und der Bindung an politische Parteien. Ob die “Pegida”-Demonstranten überproportional stark zu den Nichtwählern bei den Wahlen in Sachsen gehört haben, bleibt aber noch zu erforschen.

Hat es Versäumnisse beim Aufbau demokratischer Strukturen in den letzten 25 Jahren gegeben, die das Entstehen von “Pegida” gefördert haben?

Nolte: Die klassische Demokratie der alten Bundesrepublik mit ihren Partei- oder Vereinsstrukturen, mit kirchlichen und konfessionellen Bindungen, konnte sich in Ostdeutschland nach der Wende so nicht herausbilden. Die Menschen aus der DDR wurden gleich in diese fortgeschrittene Phase der Demokratie der Bundesrepublik hineingeworfen.

Und wie sieht Ihre Bilanz nach 25 Jahren aus?

Nolte: Insgesamt würde ich den Aufbau der Bürgergesellschaft in den neuen Bundesländern als großen Erfolg bezeichnen. Man muss langen Atem haben – 25 Jahre sind historisch gesehen keine lange Zeit. In den USA hat die Integration der Südstaaten nach dem Bürgerkrieg mehrere Generationen lang gedauert.

Wird “Pegida” öffentlich überschätzt?

Nolte: Meine Prognose ist, dass dieser Bewegung keine besonders lange Lebensdauer beschieden sein wird. Sie ist stärker ein regional verankertes Phänomen in Dresden, das sich in anderen, besonders in westdeutschen Städten als Fehlzündung erweist.

Warum ausgerechnet Dresden? Liegt es an der DDR-Geschichte, wie die sächsische Kultusministerin Brunhilde Kurth vermutet? Oder hat gar die Traumatisierung durch die Bombardierung Dresdens 1945 noch Spätfolgen für das politische Selbstbewusstsein?

Nolte: Ich würde nicht so weit zurückgehen. Im Vordergrund steht für mich eine gewisse ostdeutsche Anfälligkeit, die auch in anderen Städten denkbar wäre: die Mobilisierung eines mittelständisch-bürgerlichen Protestes, der über relativ schwache demokratische Traditionen und Wertbindungen verfügt. Dabei spielt auch die mehrheitliche Konfessionslosigkeit eine Rolle, nicht weil religiöse Menschen besser sind, sondern weil sie fester in zivilgesellschaftlich-liberalen Strukturen verankert sind.

Aber schon innerhalb Sachsens waren die Kräfteverhältnisse zwischen “Pegida”-Bewegung und Gegendemonstranten schon in Leipzig genau umgekehrt wie in Dresden.

Nolte: Der Unterschied zwischen Dresden und Leipzig hat vermutlich damit zu tun, dass Leipzig auf eine andere Tradition der friedlichen Revolution 1989 zurückblickt und damit das bürgerrechtliche Moment stärker ist als in Dresden. Doch statt die Dresdner in die Ecke zu stellen, sollten wir uns insgesamt als Gesellschaft den Spiegel vorhalten.

Was sehen Sie in diesem Spiegel?

Nolte: Darin sehe ich das Grundproblem eines nachlassenden Demokratie-Vertrauens der Bevölkerung, einer Abkopplung von der Hauptströmung der offenen Gesellschaft und deren Diskursen, die manche Menschen überfordern. Der Ruf “Lügenpresse” zeigt ja, dass nicht nur der Politik, sondern auch den Medien Misstrauen entgegen gebracht wird. Stattdessen bauen sich diese Menschen eine Parallelwelt auf. Wir sollten aus “Pegida” lernen, das ernster zu nehmen.

Was ist zu tun?

Nolte: Gegensteuern und widersprechen. Auch das ist eine zivilgesellschaftliche Aufgabe – von Parteien, Kirchen und Verbänden ebenso wie von jedem Einzelnen. Wenn der Arbeitskollege oder Nachbar sagt, Politiker würden ohnehin nur machen, was sie wollen, oder Medien würden lügen – auch wenn wir in Internet-Kommentaren diese Einstellungen wiederfinden, dann braucht es Mut zum Widerspruch. (epd 20)

 

 

 

100 Islamisten-Zellen im Visier deutscher Behörden

  

Die deutschen Sicherheitsbehörden haben einem Zeitungsbericht zufolge immer mehr islamistische Gruppen und Netzwerke im Visier. Das Spektrum reiche von Gebetsgruppen über Online-Propagandisten bis hin zu Spendensammlern und heimgekehrten Syrien-Kämpfern.

Der Verfassungsschutz beobachte rund 100 Islamisten-Zellen, berichtete die "Welt am Sonntag". Konkrete Anschlagspläne seien nicht bekanntgeworden. Justizminister Heiko Maas sagte der "Bild am Sonntag", derzeit gebe es Verfahren gegen etwa 350 Beschuldigte im Zusammenhang mit der in Syrien und im Irak kämpfenden Extremistenmiliz Islamischer Staat (IS). Am Freitag hatte die Polizei Razzien gegen mehrere Islamisten-Zellen vorgenommen. Nach den Anschlägen von Paris gehen die Sicherheitsbehörden Hinweisen auf islamistische Anschläge auf die Hauptbahnhöfe in Berlin und Dresden nach. Belgien setzt inzwischen auch Soldaten zum Schutz gefährdeter Einrichtungen ein.

Bei den Islamisten im Visier der Verfassungsschützer handele es sich um Gruppen und Netzwerke von jeweils zehn bis 80 Personen, berichtete die "Welt am Sonntag". Das Spektrum reiche von Gebetsgruppen über Online-Propagandisten bis hin zu Spendensammlern und heimgekehrten Syrien-Kämpfern.

Die Zahl von etwa 350 Verfahren gegen Beschuldigte im Zusammenhang mit IS wertete Justizminister Maas als Beleg dafür, dass das Strafrecht wirke. "Weitere Verschärfungen im Strafrecht sind nicht sinnvoll", sagte der SPD-Politiker. "Purer Aktionismus stoppt keine Terroristen." Im November hatte Maas noch von knapp 300 Verfahren gesprochen.

Nach den Anschlägen in Paris, bei denen Islamisten 17 Menschen getötet hatten, waren auch in Deutschland die Behörden gegen Islamisten vorgegangen. Allerdings wurde betont, dass etwa die Razzien in Berlin oder Festnahmen in Wolfsburg und Dinslaken in keinem Zusammenhang mit den Anschlägen auf das Satireblatt "Charlie Hebdo" und auf einen jüdischen Supermarkt stünden.

Blatt: Islamisten planten Anschlag auf jüdische Schule

Die im belgischen Verviers nahe der deutschen Grenze erschossenen mutmaßlichen Islamisten wollten einer Zeitung zufolge neben Polizisten auch jüdische Schulen angreifen. Dies sei aus deutschen Sicherheitskreisen verlautet, berichtete die "Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung" (FAS). Nach dem Einsatz gegen die Islamisten am Donnerstag waren die jüdischen Schulen in Belgien und den Niederlanden am Freitag geschlossen geblieben. Nach offiziellen Angaben hatten die Rückkehrer aus dem syrischen Bürgerkrieg Anschläge im großen Stil geplant. Landesweit wurden 13 Verdächtige festgenommen.

Belgien verstärkte die Sicherheitsvorkehrungen. Bis zu 300 Soldaten wurden zum Schutz besonders gefährdeter Einrichtungen abgestellt. Dazu gehören jüdische Einrichtungen, die Botschaften der USA und Israels sowie die Nato und die EU-Einrichtungen. Dies gilt nach Angaben des Verteidigungsministeriums mindestens bis kommenden Donnerstag. Dann werde überprüft, ob die zweithöchste Terror-Warnstufe beibehalten werde.

In Griechenland wurden mehrere Personen festgehalten unter dem Verdacht, sie könnten in Verbindung zur belgischen Islamisten-Zelle stehen. Dieser Verdacht habe sich aber nicht bestätigt, erfuhr Reuters aus griechischen Polizeikreisen. Nach einem Bericht des staatlichen belgischen Rundfunks wird nach einem in Brüssel lebenden Mann marokkanischer Herkunft gesucht, der sich in Griechenland verstecken soll.

Union für Alleingang bei Vorratsdatenspeicherung

Zur Unterstützung der Sicherheitsbehörden warben führende Unions-Politikerinnen für einen deutschen Alleingang, um die Vorratsdatenspeicherung unabhängig von der EU rasch wieder einzuführen. "Nach meiner persönlichen Auffassung sollten wir dabei nicht warten, bis die EU eine neue Richtlinie beschließt", sagte die saarländische Ministerpräsidentin Annegret Kramp-Karrenbauer (CDU) der "Welt am Sonntag". Die Vorratsdatenspeicherung von Internet- und Telefondaten sei ein wichtiges Instrument zur Wahrung der inneren Sicherheit. Auch CSU-Landesgruppenchefin Gerda Hasselfeldt sagte. Man müsse nicht auf die EU warten.

Hessens Ministerpräsident Volker Bouffier (CDU) sagte, er halte es für richtig, "dass wir unter bestimmten Gesichtspunkten in der Lage sein müssen zu schauen, was passiert da". Vorratsdatenspeicherung dürfe aber "nicht anlasslos" betrieben werden, sagte er im Deutschlandfunk. Das wolle niemand.

Die SPD ist in dieser Frage gespalten. Parteichef Sigmar Gabriel hat sich verhandlungsbereit gezeigt. Ein neuer Vorstoß müsse aber auf europäischer Ebene abgestimmt werden. Justizminister Maas hatte dagegen Ablehnung signalisiert.

rtr 19

 

 

 

 

Studie. Migrationshintergrund erschwert Suche nach Ausbildungsplatz

 

Aus Sorge vor Sprachbarrieren oder kulturellen Unterschieden haben weit mehr als die Hälfte aller Ausbildungsbetriebe in Deutschland noch nie einen Azubi mit ausländischen Wurzeln eingestellt. Starke Vorbehalte attestiert eine aktuelle Studie.

 

Ein Migrationshintergrund erschwert Schulabgängern die Suche nach einem Ausbildungsplatz. Zu diesem Ergebnis kommt eine repräsentative Unternehmensbefragung im Auftrag der Bertelsmann Stiftung. Derzeit bilden knapp 70.000 Unternehmen einen oder mehrere Jugendliche mit Migrationshintergrund aus. Das sind rund 15 Prozent aller Ausbildungsbetriebe in Deutschland. Für diese Betriebe sind Auszubildende mit ausländischen Wurzeln längst selbstverständlich. 60 Prozent der Betriebe hingegen haben noch nie einem Jugendlichen mit Migrationshintergrund eine Ausbildungsstelle gegeben.

Als Grund, bislang niemanden mit Migrationshintergrund auszubilden, geben die Unternehmen am häufigsten an, keine Bewerbungen von diesen Jugendlichen zu erhalten (74,8 Prozent). Die Studienautoren Prof. Ruth Enggruber und Prof. Josef Rützel halten diese Begründung für wenig plausibel, da andere Befragungen ergeben, dass gerade diese Jugendlichen sich bei besonders vielen Betrieben bewerben.

Offensichtlich seien auf Seiten etlicher Betriebe Vorbehalte vorhanden, die Jugendlichen mit Migrationshintergrund die Suche nach einem Ausbildungsplatz erschwerten. So finden selbst 71 Prozent der Bewerber mit Migrationshintergrund, die einen mittleren Bildungsabschluss haben, keinen Ausbildungsplatz. “Mehr als ein Viertel der Jugendlichen hat heute ausländische Wurzeln. Ihnen den Zugang zu Ausbildung zu vereinfachen, ist wesentlich für gelingende Integration und Fachkräftesicherung”, sagte Frank Frick, Bildungsexperte der Bertelsmann Stiftung.

Sorge vor Sprachbarrieren und kulturellen Unterschieden

Info & Download: Um Informationen zum Status quo der betrieblichen Berufsausbildung von jungen Menschen mit Migrationshintergrund zu gewinnen, wurden in einer repräsentativen telefonischen Erhebung im Frühjahr 2014 Daten von 1.011 ausbildungsberechtigten Betrieben in Deutschland erhoben. Die vollständige Studie kann hier kostenlos heruntergeladen werden.

Gegen die Einstellung von Azubis mit ausländischen Wurzeln sprechen nach Angaben der Unternehmen die Sorge vor Sprachbarrieren (38 Prozent) und kulturellen Unterschieden (14,7 Prozent). Nur ein geringer Teil der Betriebe befürchtet schlechtere Leistungen bei diesen Jugendlichen (9,1 Prozent). Zwei Drittel (66,8 Prozent) der Unternehmen wünschen sich mehr Transparenz darüber, wo Unterstützungsleistungen wie etwa Sprachkurse beantragt werden können.

Die Befragung zeigt auch: Der Großteil (75,3 Prozent) der Betriebe, die bereits Jugendliche mit Migrationshintergrund ausbilden, betrachtet das als selbstverständlich und bildet erfolgreich aus. Eine ausländische Herkunft ist für diese Betriebe offensichtlich kein Kriterium bei der Auswahl eines Bewerbers. Vor allem zuverlässig sollen die Auszubildenden sein und eine hohe Leistungsbereitschaft mitbringen.

Um allen Jugendlichen in Deutschland bessere Perspektiven für eine Berufsausbildung und eine gute Integration in den Arbeitsmarkt zu ermöglichen, spricht sich Frank Frick für eine staatliche Ausbildungsgarantie aus. Der direkte Einstieg in die Ausbildung durch die Ausbildungsgarantie verhindere demotivierende Warteschleifen im Übergangssystem und bilde junge Menschen zu den dringend benötigten Fachkräften aus. (etb 23)

 

 

 

 

Erste Studie über "Pegida"-Anhänger. Nur jeder Vierte demonstriert wegen “Islamisierung”

 

Das Hauptmotiv der “Pegida”-Anhänger für die Teilnahme Demonstrationen ist einer Studie zufolge eine generelle “Unzufriedenheit mit der Politik”. Wegen einer vermeintlichen “Islamisierung” hingegen ist nur jeder Vierte auf der Straße.

 

Der typische “Pegida”-Demonstrant entstammt einer Studie zufolge der Mittelschicht, ist 48 Jahre alt, männlich, gut ausgebildet und berufstätig. Außerdem verfüge er über ein für sächsische Verhältnisse leicht überdurchschnittliches Nettoeinkommen. Zudem geht der Studie zufolge nur jeder Vierte wegen dem “Islam, Islamismus oder Islamisierung” auf die Straße.

Vielmehr sei das Hauptmotiv für die Teilnahme an “Pegida”-Demonstrationen eine generelle “Unzufriedenheit mit der Politik”. An zweiter Stelle wird die Kritik an Medien und Öffentlichkeit genannt. An dritter Stelle folgen grundlegende Ressentiments gegenüber Zuwanderern und Asylbewerbern, dabei seien Vorbehalte gegen Muslime und den Islam besonders ausgeprägt, hieß es.

Kritik an der Studie

Die von einem Team um den Politikwissenschaftler Hans Vorländer erstellte Studie basiert auf der Befragung von rund 400 Demonstrationsteilnehmern auf drei Kundgebungen der Initiative “Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes”. Die Befragungen wurden am 22. Dezember 2014 sowie am 5. und 12. Januar 2015 gemacht und Mitte vergangener Woche in Dresden vorgestellt.

Allerdings gerät die Studie immer mehr in die Kritik. Wie die Forscher selbst einräumen, haben etwa 65 Prozent der ursprünglich angesprochenen Teilnehmer eine Befragung abgelehnt. Stefan Niggemeier etwa vermutet, “dass zum Beispiel gerade Pegida-Teilnehmer mit extremeren Meinungen sich weigern, Auskunft zu geben”. Das bestätigte auch der Geschäftsführer des Forsa-Instituts Manfred Güllner In Die Welt sagt Güllner, es sei bekannt, dass Rechtsradikale sich “meistens nicht befragen lassen”.

Forscher wehren sich

Bemängelt wird zudem, dass die Forscher den Eindruck erweckt hätten, die Studie sei repräsentativ. Doch Hans Vorländer verteidigt die Ergebnisse seiner Untersuchung gegen Kritik. “Ich habe nicht behauptet, dass die Erhebung repräsentativ im strengen Sinne des Wortes ist”, sagte der Dresdner Politikprofessor am Donnerstag dem Evangelischen Pressedienst. Gleichwohl lasse die Zufallsauswahl der Befragten “einen validen Blick auf die soziodemografische Zusammensetzung und die Motivationen” der “Pegida”-Anhänger zu.

Laut Vorländer ist ein hoher Anteil von Antwort-Verweigerern bei allen Erhebungen üblich. Bei telefonischen Umfragen etwa gebe es nur eine Beteiligung von 20 Prozent. Mit einer Erfolgsquote von 35 Prozent unter etwa 1.200 angesprochenen Personen liege die Ablehnungsquote “im erfahrungsgemäß zu erwartenden Bereich der empirischen Sozialforschung, vor allem unter den besonderen Bedingungen einer Demonstrationsversammlung”.

Vorländer betonte, dass seine Interviewer explizit darauf hingewiesen hätten, dass sie keine Medienvertreter seien. “Das erste, was die ‘Pegida’-Anhänger wissen wollten, war, ob wir Journalisten sind. Erst als wir das verneint haben, wollten sie mit uns reden.” Es gebe keine Anhaltspunkte dafür, dass diejenigen, die sich nicht beteiligt haben, andere Meinungen vertreten als die Umfrageteilnehmer.

(epd/mig 19)

 

 

 

 

Ossi-Diskriminierung. Nicht nur Migranten haben es schwer, auch Ostdeutsche massiv unterrepräsentiert

 

Nicht nur klassische “Migranten” sind Diskriminierungen ausgesetzt, sondern auch “Ossis”. 25 Jahre nach dem Mauerfall stammen nur 2,8 Prozent aller Entscheidungsträger in Deutschland aus Ostdeutschland. Das belegt eine bisher kaum beachtete Studie. Von Marcel Helbig

 

25 Jahre sind vergangen, seitdem wir Ossis dem Geltungsbereich des bundesdeutschen Grundgesetzes beigetreten sind. Auf dem Leipziger Parteitag der SPD am 24. Februar 1990 hatte uns Günter Grass “vor der Gefahr des bloßen Anschlusses der DDR an die Bundesrepublik” und der “Kolonialherrenmentalität” der Wessis gewarnt. Dass derartige Aussagen von SPD-Größen zu ihren Wahldebakeln am 18. März in der DDR und am 2. Dezember 1990 in der neuen Bundesrepublik führten, ist längst Geschichte.

War aber die Warnung vor der Kolonialherrenmentalität der Wessis berechtigt? Kurz nach der Wende hatte man schon das Gefühl. Die hohen und höheren Positionen in vielen gesellschaftlichen Bereichen wurden im Osten stark von den Westdeutschen beherrscht. Das Wort “Buschzulage” landete auf Platz zwei bei der Wahl zum Unwort des Jahres 1994. Für uns Ossis war dies jedoch kein Unwort. Es war die Beschreibung real existierender gesellschaftlicher Ungerechtigkeit. Westdeutsche Beamte aus den alten Bundesländern erhielten neben ihrem ohnehin höheren Westgehalt auch noch weitere Zulagen, damit sie uns beim Aufbau Ost helfen konnten. Diese Ungleichheit war jedoch nicht nur auf den öffentlichen Dienst beschränkt. 1994 befanden sich 6,8 Prozent aller großen ostdeutschen Betriebe (über 400 Beschäftigte) noch in ostdeutscher Hand. Bei dieser Akkumulation von Betriebskapital hat auch die Treuhandgesellschaft, deren hohe Positionen fast ausschließlich von Westdeutschen besetzt waren, eine unrühmliche Rolle gespielt. Ebenfalls 1994 befanden sich im ostdeutschen öffentlich-rechtlichen Rundfunk nur 4 Ostdeutsche unter den 21 Inhabern hoher Positionen – bei den Intendanten kein einziger.

Die Ungleichheit im Transformationsprozess betraf nicht nur den Zugang zu den Positionen der gesellschaftlichen Elite. Jedes Jahr durften wir uns aufs Neue anhören, ob wir nun 28, 29 oder 30 Prozent weniger verdienten als die Wessis. Neben der geringeren Bezahlung waren auch die Arbeitsbedingungen ostdeutscher Arbeitnehmer deutlich schlechter. Die Angst vor der allgegenwärtigen Arbeitslosigkeit ließ ostdeutsche Arbeitnehmer Arbeitsbedingungen hinnehmen, die im Westen zu einem Aufschrei geführt hätten.

Wie immer man diese Ungleichheiten nun bewerten oder rationalisieren will, jedenfalls haben sie dazu geführt, dass 1998 in einer Studie mehr als die Hälfte aller 25-jährigen Sachsen angaben, die Ostdeutschen würden von den Westdeutschen als Bürger zweiter Klasse behandelt, und nur 20 Prozent angaben, einen gerechten Anteil am gesellschaftlichen Wohlstand zu erhalten. Auch wenn mir einige Ostdeutsche widersprechen mögen, aus meinem ostdeutschen Umfeld kenne ich dieses diffuse Deprivationsempfinden ebenfalls. Geschichte. Vergangen. Wirklich?

Notiz am Rande: “Ossi” steht handschriftlich auf einem Bewerbungsschreiben, und ein Minus-Zeichen (oben nachgestellt). Eine badenwürttembergische Firma hatte eine Bewerberin, die in der DDR aufgewachsen ist, abgelehnt und deren Unterlagen kommentiert. Die Bewerberin klagte gegen die Benachteiligung aufgrund ihrer ethnischen Herkunft – erfolglos.

Letztes Jahr wurde am WZB die deutsche Elite untersucht. Die Studie löste wenig Aufsehen aus. Aus meiner Sicht liefert die Studie knapp 25 Jahre nach der Wende ein desaströses Ergebnis. Nur 2,8 Prozent aller Entscheidungsträger in Deutschland stammen aus Ostdeutschland. Wenn wir die gleiche Chance hätten, in derartige Positionen aufzusteigen, müsste der Anteil eigentlich 17 bis 19 Prozent sein. Betrachtet man die einzelnen Bereiche, verschärft sich die Lage weiter: Anteil Ostdeutscher bei den Wirtschaftseliten 0 Prozent, bei den Wirtschaftsverbänden 0 Prozent, in der Justiz 0 Prozent, im Militär 0 Prozent, in den Medien 0 Prozent, in den Gewerkschaften 0 Prozent, Sonstige Eliten 0 Prozent, Wissenschaft 2,5 Prozent, Verwaltung 4,3 Prozent. Einzig in der Politik (13,8) und überraschender Weise bei den Kirchen (16,7) sind Ostdeutsche nur unwesentlich unterrepräsentiert. Auch wenn nur ein Drittel der deutschen Elite an dieser Studie teilgenommen hat, ist nicht davon auszugehen, dass gerade die ostdeutschen Entscheidungsträger in geringerem Umfang teilnahmen.

Auch eine Ebene unterhalb der in der Befragung betrachteten Eliten ist das Bild nicht viel besser. Das Beispiel der Soziologieprofessoren in Deutschland zeigt: Hier stammten 2009 nur 3,8 Prozent aller Professoren aus Ostdeutschland. Selbst bei den unter 45-Jährigen, die ihr Studium nach der Wende beendet haben, sind nur 5,8 Prozent aus dem Osten.

Im Bereich der gesellschaftlichen Eliten und der Professorenschaft wird gemeinhin die Gruppe der Frauen als besonders benachteiligt definiert. Im Hinblick auf die Unterrepräsentierung von Ostdeutschen haben Frauen heute deutlich bessere Chancen, sich in der Elite Deutschlands oder auf einer Soziologieprofessur wiederzufinden.

Nicht nur die wenigen Zahlen, die uns zur Verfügung stehen, weisen auf die schlechten Chancen von Ostdeutschen hin, hohe gesellschaftliche Positionen zu bekleiden. Wenn soziodemografische Merkmale einer Person eine Hauptrolle in der medialen Berichterstattung spielen, wenn ein Politiker ein Amt antritt, weist dies auf die enorme Benachteiligung dieser Gruppe in einer Gesellschaft hin. Das war bei Obama als dem ersten schwarzen Präsidenten der USA ebenso der Fall wie bei Angela Merkel oder Joachim Gauck. Auch die mediale Berichterstattung über Johanna Wanka als erste ostdeutsche Ministerin in einem westdeutschen Landesparlament (2010) unterstreicht das.

Aber warum sind wir weniger erfolgreich als die Wessis? Ein Exvorstandsmitglied eines deutschen Dax-Konzerns sagte mir vor Kurzem, dass diese Positionen nur zu höchstens 49 Prozent nach Leistung vergeben werden. Der Rest sei Habitus und Netzwerk. Bezogen auf die nicht vorhandenen Netzwerke zitiere ich den Soziologen Raj Kollmorgen: “Zugespitzt formuliert, gründen [Netzwerke der Macht] auf sozialisatorisch bedingter Ähnlichkeit und dem Vertrauen in die Stärke des anderen (potenziellen) Eliteangehörigen. Da Ostdeutsche infolge der Beitrittslogik bis heute marginalisiert werden, verfügen sie als Außenseiter und Einzelkämpfer gerade nicht über jene Verbindungen und Machtpotenziale, um in die Netzwerke aufgenommen, durch sie gefördert und auf Spitzenpositionen gehievt zu werden.”

In Bezug auf den ostdeutschen Habitus ist das schon schwieriger. Allerdings habe ich die für mich treffendste Beschreibung des Ost- und West-Habitus in dem nicht wissenschaftlichen Buch “Typisch Ossi, typisch Wessi” von Michael Jürgs und Angela Elis (2005) wiedergefunden. Aus deren Sicht unterscheiden sich Ossis und Wessis vor allem im Hinblick auf ihren Kommunikationsstil. Während der Wessi schnell über Smalltalk ins Gespräch kommt und den Ossi damit überfordert, wechselt der Ossi viel schneller als der Wessi in persönlich relevante Themen, was den Wessi wiederum überfordert.

Literatur

Elisabeth Bunselmeyer, Marc Holland-Cunz, Katrin Dribbisch: Projektbericht “Entscheidungsträger in Deutschland: Werte und Einstellungen”. WZBDiscussion Paper P 2013-001. Berlin: WZB 2013.

Hornbostel, Stefan: “Von Überlebenden, Kolonisten und Newcomern: neue und alte Eliten in Ostdeutschland 2000“.

Jürgs, Michael / Elis, Angela: Typisch Ossi, typisch Wessi: Eine längst fällige Abrechnung unter Brüdern und Schwestern. Gütersloh: C. Bertelsmann 2005.

Kollmorgen, Raj: “Warum eine neue Ost-Elite kaum Chancen hat”. In: Sächsische Zeitung, 15.10.2010.

Moment mal, Netzwerke und Kommunikationsstil? Das sind doch auch jene Aspekte, die bei der Benachteiligung von Frauen immer wieder angesprochen werden. Sie profitieren nicht von Netzwerken, weil sich so wenige Frauen in den höchsten Positionen befinden, und sie können bei einigen Männerthemen, wie Fußball, nicht mitreden. Im Hinblick auf die Chancen von Frauen und Ossis stellt sich also die Frage, ob Ossis noch weniger auf funktionale Elitennetzwerke zurückgreifen können als Frauen und ob es schlimmer ist, nicht smalltalken zu können oder keine Ahnung von Fußball zu haben?

Anders gefragt, wird es also Zeit für den Standardsatz in Bewerbungen: “Ostdeutsche werden bei gleicher Eignung, Befähigung und fachlicher Leistung bevorzugt eingestellt.”? Ich denke, ja. MiG 21

 

 

 

Auch der „Verriss“ einer Zeitung ist eine Attacke auf unsere freiheitlich

demokratische Gesellschaftsordnung

 

Die Kommunale Ausländer- und Ausländerinnenvertretung der Stadt Frankfurt am Main (KAV) hat mit großer Empörung von dem Erfahrungsbericht eines Redakteurs der Frankfurter Neue Presse (FNP) erfahren, dass er wegen der Lektüre der Frankfurter Allgemeine Zeitung mit der neuen „Charlie Hebdo“ Ausgabe attackiert wurde.

Die KAV ist über diesen Vorfall fassungslos und empört: Niemand in Frankfurt sollte befürchten müssen, attackiert zu werden, weil er / sie eine Zeitung oder ein Buch liest oder seine Meinung äußert. So etwas ist in keiner demokratischen Stadt- oder Kommunalgesellschaft hinnehmbar. Alle demokratischen Kräfte sind aufgerufen, bereits im Ansatz gegen solche Handgreiflichkeiten entschieden Halt zu gebieten.

Wir müssen aber auch die gesellschaftlichen Ursachen dafür hinterfragen, wie sich ein hier aufgewachsener junger Mann sich anmaßen kann, unsere gesellschaftlichen Grundwerte derart zu attackieren. Für sein Verhalten darf es keine Rechtfertigung geben. Wohl müssen wir fragen, welche Hintergründe es sind, die dieser Radikalisierung den Nährboden bereiten.

Enis Gülegen (Vorsitzender der KAV) de.it.press 19

 

 

 

 

Ausstellung. “Immer bunter. Einwanderungsland Deutschland”

 

Besonders in Tagen wie diesen, an denen die Ausländerfeindlichkeit für Schlagzeilen sorgt, ist die Ausstellung im Bonner Haus der Geschichte einen Besuch wert – auch wenn sie die Sonnenseite der Gastarbeitergeschichte in den Vordergrund rückt. Von Francesca Polistina - VON Francesca Polistina

Die Verfasserin, geboren 1986, kommt aus Italien und wohnt seit einigen Jahren in Deutschland. Sie schreibt über Politik, Gesellschaft und Kultur für diverse Medien.

 

Sabri Güler kam 1964 nach Deutschland. Seine Werkstatt in der Türkei, wo der gebürtige Bulgare seit Jahren lebte, war pleitegegangen. Der Umzug nach Deutschland schien damals die beste Entscheidung zu sein: bei Bielefeld fand er eine Stelle als Elektroschweißer, Jahre später kamen auch seine Frau und die drei Kinder nach. Mit ihnen und einem gebrauchten Ford Transit fuhr er jedes Jahr in die Türkei in den Urlaub, genauso wie viele tausende Arbeiter. Keine Überraschung, dass der großräumige Transporter zum typischen Erscheinungsbild von Gastarbeitern auf der Urlaubs- oder Heimreise wurde.

Mit anderen Objekten nun stellt der Kleintransporter einen Teil der Ausstellung “Immer bunter” dar, die im Bonner Haus der Geschichte den Weg Deutschlands zum Aufenthaltsland und schließlich zum Einwanderungsland beschreibt. Die Ausstellung, kostenfrei wie das ganze Museum, ist bis zum 9. August 2015 zu sehen. Besonders in Tagen wie diesen, an denen die Ausländerfeindlichkeit für Schlagzeilen sorgt, ist sie einen Besuch wert.

Was den heutigen Debatten vor allem fehlt, ist eine historische Perspektive und ein – wenn man es so nennen darf – “Gedächtnis der Migration”. Die Ausstellung versucht das Gegenteil: chronologisch porträtiert sie die Einwanderung nach Deutschland von der Nachkriegszeit bis heute und thematisch verweilt sie auf den wichtigsten Wendepunkten des Phänomens. So erfährt der Besucher zum Beispiel, dass das erste “Anwerbeabkommen” für ausländische Arbeiter schon 1955 von der BRD unterschrieben wurde, und zwar mit Italien: Deutschland brauchte Arbeitskräfte, das Wirtschaftswunder forderte es, die Unternehmen selbst machten Druck. Es folgten weitere Verträge mit acht Ländern, die Millionen Gastarbeitern den Weg in das Land öffneten: vorgesehen war, dass sie nach einer befristeten Zeit wieder in ihre Heimatländer zurückkehren sollten. Doch, wie der Schriftsteller Max Frisch sagte, “Wir riefen Arbeitskräfte, und es kamen Menschen” – und die Menschen, zumindest ein Teil von ihnen, entschieden sich zu bleiben.

Die verschiedenen Phasen der Migration sind in der Bonner Ausstellung gut dargestellt: von der ersten Gastarbeiterphase bis zur heutigen Debatte um den Islam, durch Etappen wie die Ölkrise 1973 und den daraus resultierenden Anwerbestopp oder die dramatischen Geschehnisse der Neunziger, wo in Mölln, Solingen oder Rostock-Lichtenhagen Ausländer von Rechtsextremisten verletzt oder brutal getötet wurden. Dabei handelt es sich um ein trauriges Kapitel der deutschen Nachkriegsgeschichte, das auch hier mit viel Aufmerksamkeit und Kritik dargestellt wird. Denn das ist klar: das alles darf nicht in Vergessenheit geraten.

Dabei nimmt das Haus der Geschichte eine klare Position gegen den Rechtsextremismus, was durchaus gerecht aber auch ziemlich einfach scheint. Einfach, weil man keinen großen Mut braucht, um sich gegen die rechtextremistischen Anschläge zu stellen: der Großteil der deutschen Gesellschaft würde das gleiche tun. Schwieriger ist hingegen, die graue Zone zu analysieren und zu kritisieren: und zwar die Zone der falschen Toleranz und der subtilen Ausländerfeindlichkeit, wo die körperliche Gewalt nicht ausgeübt aber stillschweigend legitimiert wird, wo die Vorurteile entstehen und ständig genährt werden. Es ist eben dieses grenzwertige Substrat, aus dem die Anschläge der Neunziger sowie die des NSU gewachsen sind. Und viele von uns gehören dazu. Auch die Behörden? Auch unsere Familien und besten Freunde? Wir?

So findet man in der Ausstellung eine detaillierte Beschreibung der rechtsextremistischen Anschläge, aber keine ausführliche Antwort auf die Frage, wie die deutsche Gesellschaft (und gemeint ist die nichtextremistische) auf die Ausländerflüsse reagiert hat. Wie waren die alltäglichen Beziehungen zwischen den Einheimischen und den Gastarbeitern? In der Ausstellung spricht man vom Wohnungsproblem, doch war es das einzige? Dass das Leben vieler Ausländer von einem Alltagsrassismus geprägt war, während sie für das deutsche Wirtschaftswunder als überaus wichtig galten, wird nicht tiefgründig genug beleuchtet.

Die Interviews, die man sich anhören kann, wären dabei eine gute Gelegenheit gewesen, den Migranten selbst die Stimme zu geben. Eine Stimme, die in diesem Fall leider sehr einheitlich klingt: so schildert Lorenzo Annese, ein perfektes Bild der Integration, dass er als einziger Italiener auf der Arbeit keine Probleme mit den Kollegen hatte. Oder eine jugoslawische Migrantin, dass ihr von den deutschen Frauen immer geholfen wurde. Dabei handelt es sich um sehr schöne persönliche Geschichten, doch war das immer so? Warum wird nichts über die andere Seite erzählt, und zwar die des gegenseitigen Unverständnisses und der Abneigung, die es natürlich auch gab? Nicht um auf jemanden mit dem Finger zu zeigen, sondern um den schwierigen Prozess der Migration zu schildern. Denn was das Leben der Ausländer in Deutschland wirklich schwierig macht, sind nicht nur die Anschläge der Extremisten, sondern auch die Benachteiligungen auf dem Arbeitsmarkt und bei der Wohnungssuche und die kleinen aber unsterblichen Klischees. MiG 21

 

 

 

 

Frankfurt. Erinnerung an die Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz

 

Dienstag, 27. Januar 2015, 19.00 Uhr, ENIT Frankfurt ( Barckhausstr.10)

Eintritt frei.Anmeldung per Mail (da nur 60 Sitzplätze) an: maria.somma@esteri.it “Il rumore della Memoria “

Szenische Lesung von Massimo Fagioli (Schauspieler - Schriftsteller) aus “ La parola ebreo” von Rosetta Loy, anschließend Vorführung des Dokumentarfilms “Le rose di Ravensburg” , Regie: Ambra Laurenzi

 

Anlässlich der “Giornata della memoria”, ein Tag zur Erinnerung an die Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz durch die Rote Armee am 27. Januar 1945, vor 70 Jahren, organisieren das Italienische Kulturinstitut Köln und das Institut für Romanistik der Universität Frankfurt einen Abend, der das bis jetzt wenig erforschte Thema der Beziehung zwischen der Erinnerung, der Identität und der Shoah in den Mittelpunkt stellt.

Die Gedenkveranstaltung beginnt mit der szenischen Lesung einiger Ausschnitte aus dem Buch “La parola ebreo” (Einaudi, 1997) von Rosetta Loy.  Es sind die autobiografischen Aufzeichnungen eines 11jährigen Mädchens aus wohlhabendem, katholischem Elternhaus, dessen Erinnerungen an eine schöne und unschuldige Kindheit sich mit jenen bitteren und beunruhigenden vermischen, die durch die Bilder in ihrem Kopf entstanden sind. Es sind die Gesichter und Stimmen jüdischer Menschen, von Nachbarn und Bekannten, die aufgrund des faschistischen Dekrets und der daraus resultierenden Verfolgungen plötzlich unerwünschte Personen, Un-Personen waren, sich nun verneinen mussten und ihre Identität als Mann oder Frau vollkommen verloren.

Persönliche und kollektive Erinnerungen überlagern sich in diesem kleinen, aber beeindruckenden Buch, das in seiner scheinbaren Einfachheit dennoch zu einer eindringlichen Prüfung unseres Bewusstseins zwingt.

 

Anschließend wird der Dokumentarfilm Le rose di Ravensbrück gezeigt. Es ist ein Filmdokument, das über die Geschichte und das Schicksal von mehr als 900 Italienerinnen berichtet, die während des 2.Weltkriegs nach Ravensbrück deportiert wurden.

Eine Sammlung von Erinnerungen aus den Zeugnissen der Überlebenden: Wörter, die die Deportation beschreiben, die Ankunft im Lager, die täglichen Demütigungen, die Zwangsarbeiten, das Miteinander der Gefangenen, die Krankheiten und der Tod sowie das Terrorregime innerhalb einer „Welt außerhalb der Welt“. Die Mutter und die Großmutter der Regisseurin Ambra Laurenzi, Fotografin und Dozentin für Fotografie, wurden als politische Gefangene in das Konzentrationslager von Ravensbrück deportiert.

Der Vorführung des Dokumentarfilms folgt ein Vortrag von Dr. Anna Ventinelli, Lektorin für Italienisch an der J.W. Goethe Universität Frankfurt über das Thema Ravensbrück e le testimonianze delle sopravvissute. (M.S.)

 

 

 

 

IIC-Köln. Holocaustgedenktag, Doichlanda und „Il caciocavallo di bronzo“

 

Dienstag, 27. Januar 2015, 19.00 Uhr, im Institut Giornata della Memoria

Holocaustgedenktag. Col. Gaspare Cilluffo erinnert, gemeinsam mit Dott. Andrea Sacerdoti, an die tragischen Ereignisse zwischen 1943 und 1945 in Norditalien. 

 

Col. Gaspare Cilluffo ist Autor eines Buches über die Geschichte der Finanz- und Zollpolizei in Mailand. Er rekonstruiert die dramatischen Ereignisse der Flucht vieler italienischer Juden vor der Deportation und erinnert dabei an die Taten der Soldaten der Finanz- und Zollpolizei, von denen auch einige deportiert wurden.

Dott. Andrea Sacerdoti ist der Nachkomme einer Familie, die diese dramatischen Ereignisse selbst erlebt hat und die man in dem eindringlichen Buch “Falls wir uns nicht wiedersehen” nachlesen kann.

 

Eintritt frei. Wir bitten um unverbindliche Voranmeldung. Antworten Sie einfach auf diese Mail und geben Sie im Betreff die Personenzahl an.  

 

Freitag, 30. Januar 2015, 20.00 Uhr, Ort: Filmclub 813, Hahnenstr. 6, Köln

Doichlanda, Musik-Dokumentarfilm, Regie: Giuseppe Gagliardi, I 2003, OmU, 45', Buch: Peppe Voltarelli und Giuseppe Gagliardi.

In DOICHLANDA tingelt die Ethno-Rockband “Il parto delle Nuvole Pesanti“ durch italienisch-kalabrische Restaurants in Deutschland, um mit viel Ironie und Melancholie, anhand von Musiken, Rezepten und der Erzählungen der kalabrischen Gastonomen, von Freud und Leid der Migration zu erzählen.

Auf dem TorinoFilmFestival 2003 erhielt diese Rockumentary wegen ihrer Leichtigkeit und Intensität der Gefühle den Spezialpreis der Jury.

Zu Gast: Peppe Voltarelli (Musiker, Schauspieler) im Gespräch mit Antonella Giurano (Mondo Aperto) und Giuseppe Bartolotta (ITAL-UIL). Moderation: Aurora Rodonò. Thema: Die neue italienische Migration in Deutschland.

Eintritt: 5,- / 3,50 Euro.

Ab 22 Uhr Afterparty DOICHLANDA mit Peppe Voltarelli (Gesang, Gitarre)

Ort: MONSIEUR COURBET, Maastrichter Straße 49, 50672 Köln. Eintritt frei!

www.partonuvolepesanti.com/doichlanda-2003  /  www.filmclub-813.de

 

Samstag, 31. Januar 2015, 20.00 Uhr, Ort: Mondo Aperto/Offene Welt e.V., Zugweg 22, Köln Il caciocavallo di bronzo, Musikalische Autorenlesung in italienischer Sprache mit Peppe Voltarelli (Gitarre, Gesang).

Special Guest: Alessandro Palmitessa (Klarinette, Klavier).

Im Rahmen von „Musik im Offenen Dialog“. Mit freundlicher Unterstützung von Mondo Aperto/Offene Welt e.V., Kino 813 in der BRÜCKE, MONSIEUR COURBET. 

Eintritt: 12,-/10,-Euro. Reservierungen unter offene-welt@web.de oder Tel. 0221/29996093.

www.peppevoltarelli.net/il-caciocavallo-di-bronzo.html   /  www.offene-welt.de

Italienisches Kulturinstitut Köln (Universitätsstr. 81 * 50931 Köln * Tel. (0221) 9405610, Fax 9405616,  www.iicColonia.esteri.it, iicColonia@esteri.it (de.it.press)