WEBGIORNALE   19-25   GENNAIO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Terrorismo in Europa. Parigi, Berlino, Bruxelles. La minaccia è multinazionale  1

2.       Immigrazione. Navi fantasma dalla Turchia, nuovi scenari, vecchi problemi 1

3.       Cinque anni dopo: Lisbona, l'euro e l'Ue  2

4.       Mons. Perego: un supplemento di accoglienza, come supplemento di cittadinanza  2

5.       Liberi sempre, irresponsabili mai 3

6.       Charlie  e ciarlatani: dalla tragedia alla farsa  3

7.       Perché non sto con Charlie Hebdo  4

8.       Elezioni Comites. Riaperti i termini per la presentazione di liste candidate nelle 24 circoscrizioni 5

9.       Gauck a Napolitano: grazie di cuore per il suo instancabile impegno  5

10.   Editoriale del CdI di Francoforte: Il capitale "tempo"  5

11.   L’11 febbraio a Colonia seconda riunione informativa su normativa e prassi consolare  6

12.   “Mi riconosci”: ad Amburgo il commosso omaggio di Andrea Bajani a Tabucchi 6

13.   150 espositori italiani alla fiera Heimtextil di Francoforte (14-17 gennaio 2015) 6

14.   Pegida, la figlia di false paure  6

15.   Le recenti trasmissioni di Radio Colonia  7

16.   Spazio Italia Ingolstadt 7

17.   Giovani lucani e abruzzesi alla Volkswagen di Wolfsburg  8

18.   Tornare in Italia: Marcella continanza di Francoforte racconta  8

19.   A Stoccarda inaugurate la mostra della tradizione dei maestri cartai della città di Fabriano  9

20.   Francoforte. Coordinamento Donne: È un errore risparmiare sugli italiani all’estero  9

21.   A Norimberga Congresso BIOFACH e VIVANESS 2015: Food for Thought – Cibo bio per il cervello  9

22.   Deputati Pd estero: Grazie Presidente Napolitano! 10

23.   Non è guerra di religione  10

24.   M.O. Cpi: prima verifica su crimini di guerra in Palestina. Israele: "Decisione scandalosa"  11

25.   Elezioni in Grecia. Test greco per l’Eurozona  11

26.   Grecia, banco di prova per l'attendibilità dell'Euro  12

27.   Presidenza di turno. Con le carte in regola la Lettonia al timone dell'Europa a ventotto  13

28.   Recenti preoccupanti sviluppi  nell’Est europeo. 13

29.   Paolo Gentiloni: ”La nuova minaccia nasce nel Califfato, anche il nostro Paese pronto a combattere”  15

30.   Francia non più terra d’asilo. Vacilla la dottrina Mitterrand  16

31.   Ue: sì alla flessibilità ma il tetto del 3% non si tocca  16

32.   Strategie per un anno  16

33.   Senato. In Aula prosegue la discussione generale sulla riforma del sistema di elezione della Camera dei Deputati 17

34.   In nome della libertà di pensiero  17

35.   Fondate speranze con minaccia  18

36.   Il pugno di Francesco e la lezione di Voltaire  18

37.   La ripresa  19

38.   Dopo Parigi 19

39.   Chi dopo Napolitano? Per il Quirinale una corsa troppo affollata  20

40.   Colle, Renzi in direzione. Avanza Mattarella. L'incognita Prodi 20

41.   La scelta e la storia. Il profilo del nuovo presidente  20

42.   Democrazia: unica via  20

43.   Colle, verso la direzione Pd. Renzi deve iniziare a scoprire le carte  21

44.   Dopo gli attacchi di parigi - Limiti alla privacy. Il confine tra diritti e sicurezzadi 21

45.   L’ascolto  21

46.   Caso Marò, Parlamento Ue approva mozione per rimpatrio. Mogherini: "Vertenza ha impatto su relazioni Ue-India"  21

47.   Renzi: "Europa cambi marcia o fanalino di coda del mondo. Austerità è stata errore"  22

48.   L’utopia  22

49.   Ultimo giorno al Quirinale, Napolitano: "Contento di tornare a casa"  22

50.   Napolitano lascia il Colle domani. Renzi vuole un arbitro saggio  23

51.   Uscite non meste  23

52.   Servizio di accoglienza  23

53.   La Svizzera sgancia il valore del franco dall’euro. Terremoto in Borsa, la moneta unica è ai minimi 24

54.   Garavini: “Accordo fiscal con la Svizzera risultato storico”  24

55.   Promozione della lingua italiana  24

56.   Università: Erasmus diventa globale  24

57.   Presentato alla Camera dei Deputati il libro “Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana”  25

58.   Riflettere  25

59.   “Bellunesi nel mondo”, ha 50 anni la rivista dell’Associazione. Uscito il numero di gennaio  26

60.   Viaggio di studio per I Lombardi all’estero: il bando di “Gente Cumana”  26

 

 

1.       Zuwanderung nach Deutschland. Fragen und Antworten  26

2.       Bundesentwicklungsminister Müller: EU muss sich mehr für Flüchtlinge einsetzen  26

3.       Italiens Präsident zurückgetreten - Nachfolger-Wahl Ende Januar 27

4.       Napolitano tritt zurück Hört die Signale  27

5.       EU-Innenminister beschließen Sicherheitspaket 27

6.       „Satire darf alles“: aber nur solange Satire bleibt 28

7.       Schweizer Notenbank löst sich vom Euro  28

8.       Die Lektion aus dem IS-Triumph  29

9.       Wann lohnt sich Migration? Wir brauchen Zuwanderer, aber die richtigen  29

10.   Gegen den Terror. “Ich distanziere mich nicht als Muslima, sondern als Mensch”  30

11.   Zahl der Asylanträge. Mehr als 200.000 Menschen suchten 2014 Aufnahme  30

12.   Migrationsbeauftragte Özoguz will Zuwanderungsgesetz ändern  31

13.   Blasphemie-Paragrafen 166. "Freiheit ist nicht grenzenlos"  31

14.   Wahlforscher. AfD und “Pegida” werden nicht von Charlie Hebdo profitieren  31

15.   25 Jahre Deutsche Gesellschaft. Merkel: Verfassungswerte verteidigen  32

16.   Bundeskanzlerin Merkel. Generalverdacht gegen Muslime verbietet sich  32

17.   Sicherheitsgesetze. Ausweis-Entzug für Islamisten  33

18.   Endlich. Es wächst zusammen, was zusammenwachsen muss. 33

19.   Regierungserklärung. Demokratie stärker als Terrorismus  33

20.   Dresdner Polizei verbietet Demos wegen Anschlagsgefahr 34

21.   "Typischer" Pegida-Demonstrant: 48, männlich, hochgebildet, wohlhabend  34

22.   Arbeitsmarktforscher. Einwanderung rechnet sich  34

23.   NRW. Staatssekretär Klute: Aussiedler-Zuzug hat sich mehr als verdoppelt 35

24.   Stichwort: Karneval 35

25.   Internationale Grüne Woche: Zeit für eine neue Haltung  35

26.   Unwort des Jahres 2014: „Lügenpresse“  36

27.   Weinberge, Meeresblick und Siegeswille – Neues Trail Running Event in Ligurien  36

28.   IIC-Köln. Ausstellung und Film von Fellini „Lo sceicco bianco“  36

 

 

 

Terrorismo in Europa. Parigi, Berlino, Bruxelles. La minaccia è multinazionale

 

Claude Moniquet è uno dei massimi esperti di antiterrorismo e direttore dell’"European Strategic Intelligence and Security Center": "La minaccia terrorismo in queste ore in Belgio è importante come lo è in tutti i Paesi europei. Non si può più riflettere a livello nazionale. Per questo lo scambio d’informazioni tra le forze e le intelligence dei differenti Paesi europei e degli altri Paesi del mondo è estremamente importante" - Maria Chiara Biagioni

 

Parigi, Berlino, Bruxelles. Una ventata di blitz e arresti ha scosso l’Europa. La lotta contro il terrorismo non conosce frontiere. Oltre 200 agenti della polizia tedesca hanno effettuato un raid contro sospette cellule islamiste a Berlino, arrestando due persone. In Francia l’allarme è alto. In Belgio la situazione è incandescente dopo un’operazione di polizia a Verviers, città al confine con la Germania, nella quale sono stati uccisi due sospetti jihadisti. “La minaccia terrorismo in queste ore in Belgio - racconta da Bruxelles Claude Moniquet, uno dei massimi esperti di antiterrorismo e direttore dell’Esisc (European Strategic Intelligence and Security Center) - è importante come lo è in tutti i Paesi europei ed è legata essenzialmente alla situazione in Siria: sono migliaia i jihadisti europei attualmente in Siria”.

 

Quanto è pesante la minaccia terrorismo in queste ore in Belgio?

“L’operazione antiterrorismo di Verviers ha permesso di contenere fortemente questa minaccia e si può dire che è stata un’operazione estremamente importante perché erano previsti attentati. L’arresto e la morte delle persone implicate limitano un po’ la minaccia. Ma la minaccia resta ed è ancora forte”.

 

Quante persone in Belgio sono legate al jihadismo?

“È impossibile dirlo. Quello che si può presumere è che ci siano dalle 400 alle 600 persone di nazionalità belga o residenti in Belgio che sono legate a gruppi siriani o che sono stati in Siria o che hanno intenzione di andarci. Abbiamo parecchie decine di belgi che sono stati condannati per denunce di terrorismo. E ci sono sicuramente centinaia di simpatizzanti. Pertanto direi che ci sono in Belgio tra le 700 e le 1.000 persone che sono pericolose”.

 

Come si possono seguire così tante persone?

“Il problema è proprio questo. Ci sono pochi uomini e i mezzi non sono proporzionati alla portata della minaccia. Negli anni si è fatto un grande sforzo in questa direzione ma non si può immaginare che si possa raddoppiare o triplicare il servizio di sicurezza. E anche se si decidesse di farlo, non ci sarebbero comunque le persone sufficienti per seguire tutti. Se si vuole sorvegliare una persona sospetta e sorvegliarla totalmente come si è fatto per l’operazione di Verviers, occorre un minimo di 20 se non addirittura 30 funzionari perché devono essere presenti sul posto contemporaneamente almeno 6 o 10 persone per un orario di lavoro di 8 ore… Voglio dire con questo che se si vogliono seguire i mille sospetti attuali, ci vorrebbero almeno 20mila se non 30mila poliziotti. E in campo attualmente non ce ne sono che qualche centinaia”.

 

Cosa vuol dire che la prevenzione è una battaglia persa fin all’inizio?

“No, sto dicendo che la lotta al terrorismo deve utilizzare mezzi sempre più adeguati e moderni, dalle intercettazioni mail agli informatori. Bisogna poi focalizzare i più pericolosi e fare un’analisi sul grado di rischio delle singole persone sospette. C’è un deputato belga, per esempio, che propone che le persone condannate per terrorismo siano obbligate a indossare un braccialetto elettronico per essere costantemente localizzate. Credo possa essere qualcosa che aiuterebbe molto la sicurezza”.

 

Lei ha detto che le operazioni di Verviers sono state importanti perché i terroristi stavano pianificando attentati. Può essere più preciso?

“Senza essere troppo preciso, per ragioni legate all’inchiesta, quello che si sa è che i terroristi fermati con l’operazione di Verviers stavano preparando degli attentati che sarebbero dovuti essere realizzati in Belgio e contro obiettivi diversi. Tra questi obiettivi la polizia”.

 

Due terroristi sono morti. Un altro è stato arrestato. Può parlare?

“Non ancora. Credo che sia stato gravemente ferito. E comunque ci sono molte altre persone che sono state arrestate. Ci sono state 10 perquisizioni. Una sola è andata male ed è quella di Venviers. Il fatto che queste persone abbiano risposto con il fuoco prova il fatto che erano pericolose. Fermati dalla polizia, i terroristi sono usciti con kalashnikov ed hanno cominciato a sparare su tutti. Erano quindi estremamente decisi a fare quel che hanno fatto. Ce ne sono scuramente altri. Non si hanno le cifre esatte ma tutta l’operazione dei servizi aveva come obietti 10/20 persone”.

 

Si tratta di una minaccia europea. I terroristi sono legati tra loro e come?

“Certo. Non si può più riflettere a livello nazionale. Il 24 maggio scorso c’è stato un attentato a Bruxelles contro il museo ebraico per mano di un uomo di 30 anni che veniva dalla Siria. L’autore di quell’attentato era un francese, era entrato in Siria e ha commesso il suo attentato a Parigi. Dunque è possibile che in futuro ci sia un belga che compia un attentato in Francia. O un tedesco che realizza un attentato in Italia. La minaccia è multinazionale e per questo lo scambio d’informazioni tra le forze e le intelligence dei differenti Paesi europei e degli altri Paesi del mondo è estremamente importante”. Sir 17

 

 

 

 

 

 

Immigrazione. Navi fantasma dalla Turchia, nuovi scenari, vecchi problemi

 

Lo scenario dell'immigrazione via mare sta cambiando. A mostrarlo è stato l'arrivo, a fine 2014, due vecchi mercantili carichi di profughi provenienti dalla Turchia, Ezadeen e Blue Sky M. In Italia il pericolo era già noto, ma né l'Unione europea (Ue) né la Grecia ne avevano tenuto conto.

 

Eppure le carrette hanno a lungo navigato nelle acque greche. Naturale quindi che un greco come Dimitris Avramopoulos, commissario Ue all'immigrazione, abbia subito reagito preannunciando che la lotta a questi traffici sarà, per la Ue, una "priorità".

 

Navi fantasma

L'impiego di mercantili di grosso tonnellaggio trasportanti centinaia di migranti non è però una novità. Basta ricordare Vlora, il mercantile albanese che da Durazzo giunse a Bari nel 1991 con ventimila clandestini, o la nave Monica con bandiera di Tonga che nel 2002 si presentò davanti a Catania con mille migranti curdi.

 

Simili fatti presuppongono un impiego fraudolento di navi dall'incerta nazionalità e con equipaggi di fortuna in teoria possibile da stati in preda al caos o a conflitti interni. Diverso il caso in cui la partenza avvenga da paesi pienamente sovrani.

 

Omissioni turche

La Turchia non è certo la Somalia o la Libia le cui coste non sono sorvegliate. Di qui il sospetto che l'imbarco di profughi su navi senza bandiera e non idonee a navigare, essendo attività giuridicamente inammissibile, risponda a logiche politiche.

 

Uno stato che non garantisca il rispetto nelle sue acque delle regole per la sicurezza della navigazione stabilite dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo) si rende responsabile di un illecito.

 

Ben ha fatto perciò l'Italia - come dichiarato dal Ministro dell’interno Angelino Alfano - a richiamare la Turchia al rispetto dei suoi obblighi internazionali.

 

Ezadeen e Blue Sky M

I mercantili Ezadeen e Blue Sky M. hanno navigato a lungo in acque territoriali della Grecia. Tant'è che le forze marittime di quel paese avevano addirittura ispezionato la Blue Sky M. in vicinanza di Corfù, dichiarando di non aver rilevato irregolarità.

Presunta rotta dei due mercantili provenienti dai porti turchi di Didim e Mersin.

 

Eguale la sottovalutazione da parte greca dei rischi dell'Ezadeen, mercantile privo di documenti al comando di criminali comuni che ha transitato a lungo in zone costiere, sfuggendo apparentemente a qualsiasi dispositivo di controllo del traffico marittimo.

 

Sicurezza marittima europea

Nel groviglio di nodi della questione migratoria, la sicurezza dei mari adiacenti all'Europa presenta una rilevanza notevole. Lo scorso anno, il Consiglio Ue ha varato la Strategia di sicurezza marittima europea.

 

L'ambizioso progetto, ora in attesa di essere implementato con uno specifico piano di azione, avrà il suo banco di prova nel fenomeno delle navi ombra coinvolte nel traffico di migranti.

 

Non sono ancora chiare le intenzioni del Commissario Ue all'immigrazione, ma è chiaro che dovrà per prima cosa esigere dal suo paese una maggior attenzione alla sicurezza marittima. Non senza valutare la reale efficacia del tanto decantato sistema europeo di sorveglianza delle frontiere (Eurosur) volto a impedire ingressi illegali nelle acque comunitarie.

 

Lotta al traffico di esseri umani

Da anni si parla di avviare una cooperazione mediterranea per evitare il proliferare della tratta di migranti nel quadro della lotta al crimine organizzato.

 

L'Italia a suo tempo si impegnò parecchio per l'approvazione nel 2000 del Protocollo di Palermo sul traffico di migranti via mare.

 

Non è sicuro che la Ue voglia intraprendere azioni per promuoverne l'applicazione con i paesi di partenza al fine di evitare la commissione delle condotte criminose. Anche perché i trattati Ue non prevedono una competenza comunitaria esclusiva.

 

Sembra invece che l'Italia, come dichiarato da Alfano, abbia avviato già una cooperazione in materia con Turchia ed Egitto. Se così fosse, c’è da auspicare che l'azione italiana non sia confinata nello stretto ambito della attività del Ministero dell'interno, ma assuma una veste adeguata, nel quadro della politica estera del paese.

 

Attore irrequieto e imprevedibile, la Turchia è in rotta con molti stati confinanti a cominciare da Cipro per via delle questioni energetiche del Mar di Levante.

 

L'appoggio incondizionato della Ue alle ambizioni cipriote e ai paralleli interessi greci non fa certo ben sperare nella capacità del Commissario Ue all'immigrazione di gestire al meglio i rapporti con la Turchia per i temi migratori e di sicurezza marittima.

 

Essendo scevra da riserve di principio, l’iniziativa diplomatica italiana nei confronti della Turchia è decisiva e imprescindibile.

Fabio Caffio, Ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.   AffInt

 

 

 

 

 

Cinque anni dopo: Lisbona, l'euro e l'Ue

 

Le novità introdotte dal trattato del 2009 hanno consentito di porre un argine alla crisi economica. Ma ora servono veri passi avanti. Thomas Jansen – Germania

 

Da cinque anni l'Unione europea funziona sulla base del trattato di Lisbona, entrato in vigore nel dicembre 2009. Con questo trattato ha raggiunto una fine "provvisoria" lo sforzo durato molti anni per la modernizzare delle istituzioni e il loro necessario adattamento al rapido allargamento dell'Unione. La speranza di una dinamizzazione dell'integrazione europea attraverso il miglioramento del processo decisionale è stato tuttavia annullato dalla comparsa, quasi contemporaneamente all'entrata in vigore del trattato di Lisbona, dalla crisi monetaria trasformatasi poi in una profonda crisi economica e politica.

La stabilità istituzionale raggiunta con il nuovo trattato ha comunque contribuito al fatto di poter contrastare la crisi con successo, dal momento che è stata adottata una serie di nuove regole e meccanismi utili non solo per la gestione delle crisi ma che hanno anche integrato nell'unione monetaria elementi essenziali ed efficaci nel tempo: il meccanismo europeo di stabilità (Mes) che, a condizioni rigorose, può sostenere gli Stati membri che hanno problemi finanziari; il patto fiscale, che impegna gli Stati membri a una sana gestione finanziaria e alla riduzione dei loro debiti; l'unione bancaria, la quale impone alle banche più importanti regole e controlli rigorosi. Così, sono stati compiuti (o sono in itinere) importanti passi anche verso l'unione politica.

Tutte queste innovazioni, nate al di fuori del sistema delle istituzioni e dei processi comunitari per uscire dalla crisi, dovranno un giorno essere integrate nel trattato, perché siano incluse nella disciplina sovranazionale e sia garantita loro la necessaria durevolezza. Ciò potrebbe offrire l'opportunità di una revisione più sostanziale del trattato di Lisbona, che porti finalmente l'Ue oltre la soglia dell'unione politica che in questo caso significa soprattutto integrazione della politica economica e della politica estera nel processo decisionale comunitario con voto a maggioranza degli Stati membri.

Dopo l'esperienza della crisi degli ultimi sei anni e in relazione alla nuova minaccia della politica russa sotto la guida di Putin, non ci dovrebbe essere nessun dubbio rispetto al fatto che un tale passo sia necessario. Se potrà essere affrontato e se potrà produrre risultati dipenderà dal fatto se si supererà la crisi. Cosa che avverrà solo se tutti gli Stati membri saranno pronti a fare la propria parte. Vale a dire: tutti gli Stati membri devono - nel rispetto delle norme che regolano l'unione monetaria - riformare le proprie strutture e politiche nazionali in modo da riparare i danni e le conseguenze negative causate da decisioni sbagliate assunte da loro stessi. Quale Stato aderente infatti si lascerebbe coinvolgere in un'unione politica con partner che non sono disposti o in grado di rispettare le norme stabilite di comune accordo?

I critici della politica di riforma - che non è facile da implementare perché richiede dai cittadini dei Paesi interessati sacrifici e limitazioni - non vogliono vedere questo collegamento. Invece diffamano le necessaire misure di austerità come fossero una non solidale regolamentazione degli Stati membri, che devono lottare con grande difficoltà a motivo di ardue richieste di riforme. In alternativa alle politiche di riforma concordate nel contesto dell'Unione europea, essi sostengono una politica della crescita, che con notevoli risorse finanziarie del settore pubblico dovrebbe portare fuori dalla crisi. Essi in sintesi vogliono combattere la crisi, che è di fatto il risultato di un eccessivo indebitamento, continuando a contrarre debiti. Ma ciò non può funzionare: anche se nel breve periodo per i Paesi interessati la situazione verrebbe in certa misura alleggerita, la volontà di continuare le riforme necessarie verrebbe raffreddata. Così, la crisi peggiorerebbe e si prolungherebbe. Poiché una crescita duratura è possibile solo sulla base di una sana politica economica e finanziaria.

Con l'indizione per fine gennaio delle elezioni del Parlamento greco il confronto sul modo giusto per uscire dalla crisi ha vissuto una drammatica escalation, dal momento che secondo i sondaggi, il partito di sinistra radicale Syriza potrebbe uscirne vincitore. Il suo leader, Alexis Tsipras, vuole fare marcia indietro rispetto alle già introdotte e gradualmente efficaci riforme e sottrarsi ai cambiamenti e alle misure di austerità promesse dalla Grecia, condizione essenziale richiesta dai partner europei per l'assistenza finanziaria data e per quella promessa. Se le promesse di Tsipras diverranno realtà, la Grecia rischierà la bancarotta.

La crisi valutaria sembra così tornare alle origini. Il periodo di prova del trattato di Lisbona e delle misure introdotte nell'ambito della gestione della crisi per salvare l'unione monetaria sta entrando in una nuova fase. Sir 16

 

 

 

Mons. Perego: un supplemento di accoglienza, come supplemento di cittadinanza

 

ROMA - “La frontiera” sembra essere “una categoria di ritorno nel contesto europeo: lo dimostrano eventi discriminatori in crescita, uniti alla crescita di formazioni politiche fortemente nazionalistiche, come anche il ritorno al controllo delle frontiere nel Mediterraneo o referendum, come in Svizzera, per fermare la crescita dei lavoratori italiani frontalieri”. Lo ha detto mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, presentando la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato nel corso di una conferenza stampa presso la Radio Vaticana.

Per il direttore Migrantes nel 2014 cresce, “ancora l’esigenza di varcare le frontiere per un’emigrazione economica e forzata che diventa via via più consistente. In Italia è stato l’anno del forte calo dei migranti economici che in alcune città è diventato anche il calo del numero degli immigrati per la prima volta a seguito di numerose partenze, ma della crescita esponenziale degli arrivi di migranti forzati. Il 2014 ha anche segnato un anno di numerose partenze di giovani italiani, di disoccupati per altri Paesi europei. Le nostre missioni cattoliche italiane in Germania, Svizzera, Inghilterra, Belgio, sono state non solo un importante osservatorio di questa mobilità italiana, ma anche un primo luogo di accoglienza per giovani, famiglie in cerca di lavoro e casa e che bussano alle porte. Ormai il numero degli emigranti italiani - oltre 4.500.000 - sta raggiungendo il numero degli immigrati in Italia, stimati in circa 5 milioni”. L’Italia, nel contesto europeo, ha visto nel 2014 un flusso considerevole di migranti forzati arrivare in particolare sulle coste e nei porti della Sicilia, ma anche della Calabria, della Puglia e della Campania, diversamente dagli anni 2011-2013 che vedeva protagonista degli sbarchi l’isola di Lampedusa. Questo passaggio da Lampedusa ai porti del Sud d’Italia è avvenuto – ha spiegato - grazie al grande investimento di un anno dell’operazione Mare nostrum, che ha portato “non solo a presidiare i confini europei e italiani del Mediterraneo, ma ad usare le navi militari per intercettare, accompagnare barconi con persone in fuga e colpire i trafficanti (oltre 700). Tutti avremmo sperato che questa operazione si rafforzasse e diventasse un investimento europeo, almeno fino a che l’Europa fosse stata in grado di accompagnare i popoli da cui provenivano le persone in fuga sui barconi, in un processo di pace, di sviluppo, di democrazia. Purtroppo, dietro insostenibili ragioni economiche, l’operazione Mare nostrum è stata chiusa e trasformata in una nuova operazione di controllo dei confini: il nostro Mare è diventato nuovamente il mare di altri, di altri trafficanti, di altri interessi, di altre morti”. Nel 2014 sulle coste e nei porti del Sud dell’Italia, sono arrivate 170.081 persone, tre volte il numero delle persone arrivate negli anni 2012-2013 (56.192). 120.239 sono arrivate in Sicilia, di cui 15.366 nella provincia di Agrigento e 4.194 sull’Isola di Lampedusa (contro le 14.753 nel 2013 e i 51.753 del 2011), 22.673 sono arrivati in Calabria; 17.546 in Puglia e 9.351 in Campania. Protagonista principale di questi trasporti dal Mediterraneo, canale di Sicilia, ai porti del Sud Italia, è stata la Marina Militare, diventata un grande strumento umanitario. L’accoglienza dei 170.000 sbarcati è avvenuta in una situazione di “forte precarietà, sia nei porti di arrivo che in molti dei centri di prima accoglienza realizzati”.

Come Migrantes mons. Perego segnala tre problemi c in relazione all’accoglienza nel nostro Paese dei richiedenti asilo e rifugiati: “la necessità di estendere almeno in tutti i 3.000 comuni sopra i 5.000 abitanti almeno un’unità di accoglienza dei richiedenti asilo, attraverso progetti che estendano il progetto SPRAR almeno a 50.000, con una partecipazione adeguata anche dei Comuni del Nord Italia: in un Paese democratico il riconoscimento del diritto d’asilo non può essere schiavo di pregiudizi ideologici. Al tempo stesso consolidare una rete di prima accoglienza strutturata sul territorio nazionale, attraverso il mondo dell’associazionismo e della cooperazione sociale, della realtà ecclesiale, almeno per 100.000 persone, che permetta da subito la tutela di chi arriva nel nostro Paese da drammatiche situazioni, con un’attenzione forte alla tutela dei minori, delle famiglie”. In relazione alla tutela dei minori non accompagnati, “si deve segnalare la più grave carenza nell’accoglienza, soprattutto nelle famiglie, nonostante le indicazioni della disciplina dell’adozione e dell’affidamento minori”.

 “Abbiamo assistito – ha detto mons. Perego - all’accoglienza fino a un centinaio di minori in strutture, comunità, scuole non adatte alla tutela, con un coinvolgimento insignificante delle famiglie e delle associazioni per l’affido”. Per il direttore Migrantes le migrazioni forzate nel 2014 sono state “’urgenza più impellente e la più significativa provocazione al nostro Paese e all’Europa per ridisegnare non solo le possibilità e gli strumenti di accoglienza e di tutela dei richiedenti asilo, ma anche per ripensare l’ Europa e l’Italia con un ‘supplemento di cittadinanza’. La fragilità di decine di paesi, le 27 guerre in atto, disastri ambientali crescenti, dittature, violenze e persecuzioni politiche e religiose, chiedono all’Europa uno sforzo maggiore non per presidiare le frontiere, ma per superarle a tutela della dignità della persona umana”. (Migrantes online  14)

 

 

 

 

Liberi sempre, irresponsabili mai

 

La libertà di pensiero è essenziale e non vi si può rinunciare. Ma quanto accaduto a "Charlie Hebdo" apre nuovi interrogativi. Gianni Borsa - Strasburgo

 

"Non condivido le tue idee ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle": è lo stesso Voltaire che mi accompagna idealmente, la mattina del 14 gennaio, all'edicola vicino a Place Kléber, a Strasburgo, per acquistare - dopo una lunga fila di persone - una copia del nuovo numero di "Charlie Hebdo". In mezzo alla piazza sono ancora visibili i segni, i ricordi personali, le matite, i cartelli esibiti durante la marcia che si è tenuta anche qui domenica 11 gennaio.

Sono in città per la sessione plenaria dell'Europarlamento, uno degli innumerevoli luoghi istituzionali dove sono risuonate intense parole di costernazione e di partecipazione al dolore della Francia, del mondo intero. La redazione del giornale satirico è stata oggetto il 7 gennaio di un vile ed efferato attacco terroristico: 12 i morti, più un'altra, lunga scia di vittime, di paura, di violenza. Poi la reazione, orgogliosa e composta, popolare e serena, dei francesi: "Je suis Charlie", io, tutti noi, siamo Charlie, siamo per la libertà di espressione, di pensiero, di stampa. Chi non è d'accordo? "Nessuno può toglierci il diritto di ridere" e "la matita sarà sempre al di sopra della barbarie". Sono dello stesso parere e questa copia che tengo tra le mani, che esibisco fiero, lo afferma con convinzione. 

In copertina c'è una vignetta che ritrae Maometto: "Tout est pardonné" il titolo. Chissà se i 12 morti del giornale hanno perdonato i loro assassini. Chissà se le mogli, i mariti, i figli, le mamme, gli amici, i colleghi hanno davvero perdonato…

È la prima volta che compro "Charlie". Non ho mai messo in tasca nemmeno "Le Canard enchaîné" e nessun altro giornale satirico d'Europa. Anche se riconosco il ruolo, antico e sempre attualissimo, della satira. La quale si è ritagliata tante volte un posto essenziale nella Storia: pungolando i potenti, irridendo i regimi antidemocratici. Mettendo alla berlina boss mafiosi e big della finanza, leader maximi e campioni dello sport, gente dello spettacolo, vescovi, rabbini e imam. Tutti sullo stesso piano, tutti nel mirino irriverente di una matita appuntita, di una penna salace. Sarcasmo, critica feroce, tante volte insolente, spesso intelligente, ma anche villana, persino spietata.

La satira ha svolto, e svolge, un essenziale ruolo di "vigilanza democratica", talvolta di supplenza di fronte a un sistema informativo sempre più omologato, non di rado appiattito sul potente di turno.

Sì, la libertà di pensiero è essenziale e non vi si può rinunciare, specie se messa in dubbio e posta in pericolo, o addirittura presa di mira da ciechi invasati, col paraocchi e un kalashnikov in mano. Si tratta di un diritto fondamentale che non può mai essere negato. Del resto si può negare la vita? (ma succede, eccome!) Si può negare la giustizia? E il diritto al cibo? Alla salute? All'istruzione? La pari dignità tra donne e uomini? No, non si può.

Eppure c'è quel sottotitolo, lì, quasi all'ombra della testata "Charlie Hebdo", che  dà da pensare: "Journal irresponsable". Si può essere, oggi, irresponsabili? Si può dire, fare, non fare qualcosa, qualsiasi cosa, giustificandosi dietro a un "io non c'entro", "mi autoassolvo", "son libero da ogni senso del limite", "ho gli occhi puri di un bambino"? E se in copertina del "Charlie Hebdo" di oggi ci fosse, anziché Maometto, una madre affetta da alzheimer? Oppure un figlio disabile? Se si inneggiasse a Hitler o a Stalin? Se si gridasse - per puro senso di piena libertà - "viva la fame nel mondo", "stop alle cure ai malati di tumore", "togliamo lavoro e stipendio a chi ha i capelli biondi"? E se, ancora una volta, come successo mille altre volte, sulla rivista satirica di turno o su una t-shirt portata davanti alle telecamere della televisione si canzonasse Madre Teresa, Martin Luther King, Auschwitz oppure il Cristo crocifisso?

Affiora un dubbio. Fino a che punto si può spingere la libertà di espressione? Se l'autocensura va esclusa, per ovvie ragioni, è mai possibile che la libertà, ogni libertà, non vada in qualche modo commisurata al contesto storico e al senso di responsabilità? Al bene altrui oltre che al mio? E - come è stato osservato - se c'è chi ammazza per una vignetta, noi saremmo pronti a fare una guerra per il diritto al dileggio?

Il fanatismo si può nascondere ovunque. Dietro un kalashnikov di sicuro. Forse tra le righe di un articolo di giornale, all'interno del discorso di un politico, magari dietro un disegno umoristico. Il limite è impalpabile, lo spartiacque mobile, il confine relativo e labile. Anche dopo i martiri di "Charlie Hebdo". Sir 16

 

 

 

 

Charlie  e ciarlatani: dalla tragedia alla farsa

 

„Ciarlatano“designava secondo il vocabolario Treccani  “chi un tempo, 

sulle piazze, cavava i denti o vendeva rimedî che decantava miracolosi; la 

parola è rimasta in uso per indicare prestigiatori, giocolieri, e in 

genere chi vende in pubblico prodotti specifici o altre merci attirando la 

gente e incantandola con abbondanza di chiacchiere.” E ancor oggigiorno 

per estensione “chi si spaccia per quello che non è, chi cerca il proprio 

guadagno dandola ad intendere, impostore, gabbamondo”

C’è anche una quasi profetica citazione di Ugo Foscolo “ i potenti sono 

talvolta meno astuti, ma più soverchiatori dei ciarlatani”. 

(http://www.treccani.it/vocabolario/ciarlatano/).

Etimologicamente il termine deriva da un incrocio fra “Cerretani”, 

abitanti di Cerreto, noti nel medioevo per svolger le attività sopra 

descritte in giro per l’Europa, e ciarlare. Anche il detto piemontese  

“busiard cume ‘n gavadent”, bugiardo come un cavadenti” ha molto 

probabilmente la medesima origine.

 

L’associazione di parole del titolo non è casuale poiché il motto “Je suis 

Charlie” è divenuto immediatamente un marchio di fabbrica (borse, 

magliette, oggettistica di ogni genere in milioni di esemplari, un non 

trascurabile business per l’economia francese ed europea in crisi)   e 

l’incredibile campagna mediatica con cui TV e stampa è riuscita a far 

scendere e marciare in tutta Francia 5 milioni di cittadini essendo stata 

spacciata come reazione ad un supposto attacco alla “libertà d’opinione e 

di stampa”. Ma vediamo da vicino di che “libertà di stampa e di opinione” 

veramente si trattava: in sostanza il diritto di offendere i sentimenti 

religiosi altrui da parte di una rivista che prima di vedere la propria 

redazione decimata dal criminale attacco pochissimi conoscevano avendo una 

tiratura limitata e che era nota soprattutto per la dissacrazione delle 

religioni e le vignette a sfondo sessuale. Ed eccola divenuta 

immediatamente l’idolo delle masse, dei cittadini di ogni strato sociale  

che  si sono precipitati nelle edicole ad accaparrarsi  l’ultima edizione 

col Maometto piangente che perdona gli assassini. E non è mancata nemmeno 

la speculazione, poiché essendo l’edizione esaurita oculati faccendieri ne 

hanno fatto incetta per rivenderla a prezzi da opera d’arte. In Francia il 

culto dei fumetti è diffuso anche fra gli intellettuali e finora la più 

prestigiosa rivista critica “Le canard enchainé” era una lettura obbligata 

per gran parte dei Francesi: ma non è da confondere con Chiarli Hebdo, 

poiché di ben altro livello e soggetta da sempre alle persecuzioni del 

potere politico che ne spiava le mosse alla faccia della libertà di 

opinione come è risultato dai processi intentati e vinti dagli editori.

La Charlie-mania ha fatto addirittura passare in secondo ordine le altre 

vittime del supermercato parigino, benché per la popolazione sia 

esattamente questo il maggiore pericolo, quello di essere nel posto 

sbagliato al momento sbagliato ed essere vittima di una carneficina da 

parte di fanatici pazzi istigati o prezzolati da organizzazioni 

terroristiche che sviliscono sentimenti religiosi per conseguire i loro o 

obiettivi che nulla hanno a che fare con l’Islam o altre religioni.

E non meraviglia che 40 capi di governo, sapendo di avere nei rispettivi 

Stati sempre meno seguito,  si siano dati appuntamento fingendo di essere 

alla testa della grande manifestazione di Parigi quando invece già la 

stessa foto di gruppo era un volgarissimo falso, scattata in altro momento 

coi politici circondati dalle forze dell’ordine e senza alcun cittadino 

presente.

E fra di essi (si veda in internet negli appositi siti l’elenco completo) 

numerosi governanti sono di fatto terroristi contro le proprie popolazioni 

o altre che sottomettono, e quindi ansiosi di essere “innocentati” 

mettendosi di fianco ai pochi che invece un resto di dignità ancora 

l’hanno. Dunque il motto “Je suis Charlie” nella loro bocca suonava 

piuttosto come “Je suis charlatan”.

 

Quello che dovrebbe preoccupare più di tutto  è però la penetrazione 

mediatica: basta uno slogan per attirare le folle, come i lemming dietro 

il flautista magico della favola.

Lo stesso giorno in cui avvenivano i tragici fatti di Parigi nei Paesi di 

religione islamica morivano un numero molto maggiore di cittadini 

innocenti sotto le bombe di vigliacchi  terroristi  o  come effetto 

collaterale dei bombardamenti democratici (drone USA e missili e bombe 

NATO) contro di essi: queste vittime innocenti non hanno meritato che un 

paio di righe frettolose delle agenzie di stampa, benché all’origine delle 

guerre civili ormai in corso in tutti i Paesi “democraticizzati” 

dall’Occidente con invasioni militari e bombardamenti indiscriminati ci 

sia la destabilizzazione dei regimi che, seppur corrotti come in tante 

altre parti del mondo, erano in grado di garantire alle popolazioni una 

sicurezza ora perduta per sempre. I terroristi hanno appena iniziato 

(purtroppo non ci si può illudere che l’eccidio di Parigi resti un 

episodio isolato) a rispondere riportando la guerra in casa degli 

aggressori.

Se la reazione continuerà ad essere quella che abbiamo appena visto, la 

guerra non potrà che inasprirsi: o l’Occidente inizia ad ammettere di aver 

commesso a sua volta crimini odiosi o l’Europa e l’Occidente nel suo 

insieme rischiano di doversi abituare a questi atti terroristici cosí come 

in Afganistan, Irak, Pakistan, Siria, Libia la martoriata popolazione si è 

adattata alle auto-bombe quotidiane.

Se si vuole veramente eliminare il terrorismo si deve cominciare ad 

ammettere tutti gli errori commessi finora. Sarebbe anzi più corretto 

chiamarli crimini:  che è stata infatti  se non una violazione del diritto 

internazionale l’invasione dell’Irak da parte degli USA basata su menzogne 

che la stampa – esattamente quella che ora si proclama ipocritamente 

“libera” aveva allegramente avallato? E la completa destabilizzazione 

della Libia coi bombardamenti della NATO fino all’assassinio del dittatore 

fino a poco prima corteggiato da parte della NATO? Senza dimenticare che 

la NATO in Libia a sua volta ha violato il diritto internazionale poiché 

la risoluzione dell’ONU consentiva solo la “zona di non sorvolo” e non già 

i bombardamenti ). Si deve dunque cercare l’accordo di pace con le forze 

islamiche più moderate per isolare i fanatici. Un primo passo sarebbe di 

almeno smetterla di finanziare il terrorismo come ha fatto finora, anche 

se indirettamente, sostenendo ipocritamente la peggiore dittatura della 

regione, l’Arabia Saudita.

Ma può invece purtroppo darsi che coloro che parlano di “combattere il 

terrorismo” intendano il concetto non come eliminazione del male 

(chiaramente impossibile coi mezzi militari) ma cinicamente come 

operazione finalizzata a perpetuare i conflitti per lucrare sulle vendite 

di armi e sulle commesse militari:  ed infatti sono gli stessi politici 

che siedono nei consigli di amministrazione delle multinazionali degli 

armamenti che lucrano crescenti profitti sul sangue delle popolazioni in 

varie parti del mondo.

(Graziano Priotto, Praga/Radolfzell)

 

 

 

 

Perché non sto con Charlie Hebdo

 

Obbrobriosa la strage di Parigi. Però la mancanza di rispetto alla fede religiosa non è libertà di opinione bensì vilipendio

 

  Chi legge i giornali e segue la cronaca in Tv sa già cosa è successo nei giorni scorsi a Parigi: la strage nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, l’uccisione degli ostaggi effettuate dai due fratelli Cherif e Said Kouachi, l’attentato al negozio ebraico di Porte de Vincennes messo in atto da Amedy Coulibaly. Assassini definiti “eroi” dagli Islamisti e lodati come “cavalieri della verità”: i primi per aver fatto il loro “dovere” di Musulmani e gridato Allah Akbar (Dio è grande), in nome del quale pensavano di vendicare il profeta Maometto”, ritratto sul settimanale senza pantaloni; il secondo per aver massacrato gli Ebrei. Inutile, quindi, riparlarne o rilevare la massa di gente, Capi di Stato e personaggi politici compresi, che ha sfilato per le vie parigine, immedesimandosi in Charlie e mostrando, in nome della libertà di stampa e di opinione, una Francia compatta (sia pure con Marine Le Pen ai margini) con una mobilitazione molto più vasta di quella seguita agli attentati di Madrid (11 marzo 2004) e di Londra (7 luglio 2005), benché più sanguinosi. Meglio mettere in evidenza, invece, alcuni punti dei quali si è parlato poco o nulla.

  Tra gli altri, la norma che impone agli Islamici di non ritrarre, in foto o in monumenti, un essere vivente in quanto, secondo un detto attribuito a Maometto, ciò equivale ad una sfida ad Allah, perché potrebbe essere idolatrato, cioè venerato come divinità. Un divieto, questo, suffragato da cinque versetti del Corano ed ammesso da tutte le scuole giuridiche dell’Islam sannita, che ha portato i terroristi islamici ad abbattere la statua di Buddha in Afghanistan e molte di quelle cristiane, anche in Italia. E che ha spinto Cherif e Said Kouachi ad uccidere il direttore ed i vignettisti del settimanale satirico, rei di aver pubblicato vignette offensive di Maometto, con ciò commettendo una blasfemia che, sulla base della legge islamica, deve essere punita con la morte. A dispetto di quanto affermato da Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione “Giustizia e pace” dei Vescovi pakistani, il quale ha assicurato che la maggior parte dei Musulmani in Pakistan avrebbero detto “no alla violenza nel nome di Allah, ribadendo che uccidere non è compatibile con l’Islam”. 

  Sarà. Ma è opinione che contrasta con gli “imperativi” espressi nel Corano secondo il quale Allah darà “una più grande ricompensa a coloro che combatteranno per lui” [Sura 4:96] contro gli infedeli che i Musulmani devono “arrestare ed assediare, preparando imboscate in ogni dove” [Sura 9:95]. Non solo: vi si legge pure che gli Islamici devono “ circondarli e metterli a morte ovunque li troviate, uccideteli ogni dove li troviate. Cercate i nemici dell’Islam senza sosta…Combatteteli finché l’Islam non regni sovrano” [Sura 2:193]. “Tagliate loro le mani e la punta delle dita” [Sura 8:12]. Perché, “se un Musulmano non si unisce alla guerra, Allah lo ucciderà [Sura 9:93]. Al fedele deve essere detto che il calore della guerra è violento, ma più violento è il calore del fuoco dell’inferno” [Sura 9:81].

  Rigide prescrizioni conosciute da Magdi Cristiano Allam e da Oriana Fallaci, ma che non impedirono loro di farsi accusare di “islamofobia”. Una colpa che fece dileggiare come “sofferente di allucinazioni” la scrittrice, poi messa in galera per aver sostenuto, nei suoi libri, l'opportunità di difendere le tradizioni occidentali dalle contaminazioni musulmane, se non si voleva correre il pericolo di trasformare l'Europa in “Eurabia”. Reato imputato, dal tribunale civile di Milano, anche al giornalista Allam, condannato per “diffamazione” a risarcire l'Ucoii, l'Unione delle Comunità islamiche italiane, per aver scritto, nel 2007, un articolo in cui attaccava l’associazione, riportando i nomi e i cognomi di chi sosteneva le tesi dell'Islam più radicale ed affermando che non c'è “alcun dubbio che nelle moschee e nei siti islamici dell'Ucoii e di altri gruppi islamici radicali si legittimi la condanna a morte degli apostati e dei nemici dell'Islam”.

  A dimostrazione che la “libertà di stampa e di opinione”, ora invocata per condannare le uccisioni parigine, non sempre è riconosciuta. Però ora viene rivendicata per giustificare vignette che esprimono la libertà di opinione di chi le ha eseguite, ma offendono i sentimenti religiosi di quel miliardo e mezzo di esseri umani che, credendo in Allah e Maometto, ne seguono le regole, non per nulla contrastate, nel suo discorso a Ratisbona, da Papa Benedetto XVI in quanto “la violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. Dio non si compiace del sangue. La fede è frutto dell'anima, non del corpo". Quella fede che il mondo occidentale sta perdendo, tanto da rinunciare, per non offendere i Musulmani, ad esporre Crocefissi, a fare presepi, a non salvare tradizioni, a non inserire le «radici cristiane» nella Costituzione europea e a non reagire, sia pure solo biasimando, alle vignette pubblicate sullo stesso settimanale parigino, ove si vede una Santissima Trinità in atto di sodomizzarsi, nonché una Vergine Maria nuda e in posizione oscena, senza contare quelle su Papa Ratzinger e altre ancora. E a dimenticare che la libertà di stampa è una cosa, il rispetto del “sacro” un’altra. Come ha detto Papa Francesco: “In nome di Dio non si uccide. Ma non si insulta la fede degli altri”. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

  

 

 

Elezioni Comites. Riaperti i termini per la presentazione di liste candidate nelle 24 circoscrizioni

 

Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha firmato il decreto che consente la riapertura dei termini per la presentazione delle liste candidate alle elezioni dei Comites, previste per il prossimo 17 aprile , solo nelle 24 circoscrizioni consolari in cui non erano presenti liste di nostri connazionali all’estero.

Si tratta delle circoscrizioni consolari di Vienna, Liegi, Lione, Nizza, Atene, Dublino, Oslo, Lisbona, Edimburgo, Praga, Bucarest, San Marino, Barcellona, Madrid, Stoccolma, Bogotà, San José, Chicago, Detroit, San Francisco, Perth, Città del Capo, Pretoria, Bangkok.

I nuovi termini di presentazione delle liste, secondo le procedure adottate per l’elezione dei Comites, dovrebbero scadere intorno alla prima decade del mese di febbraio. Il termine ultimo per l’iscrizione agli elenchi elettorali presso gli uffici consolari di riferimento, necessaria per esercitare il diritto di voto, rimane fissato al 18 marzo 2015.

 

“E’ positivo che il Ministro agli Esteri, Gentiloni, abbia deciso di prevedere il rinnovo dei Comites anche in quelle circoscrizioni in cui non si era presentata nessuna lista. La decisione di riaprire i termini in 24 circoscrizioni consolari favorirà una maggiore partecipazione dei cittadini all’importante appuntamento del 17 aprile prossimo, quando, dopo dieci anni, i Comitati degli italiani residenti all’estero verranno finalmente rinnovati. E’ un risultato positivo, raggiunto anche grazie al lavoro congiunto di deputati e senatori del PD eletti all'estero.

 

Per votare è necessario registrarsi entro il 18 marzo 2015, inviando una mail, un fax o una lettera cartacea al proprio consolato di riferimento, allegando anche la copia del documento d’identità. Va ribadita l’importanza di queste elezioni. I Comites, nella loro qualità di organi elettivi a livello locale, sono una sorta di consigli comunali degli italiani nel mondo.”

 

Lo dichiarano i deputati PD eletti all´estero, Garavini, Farina, Fedi, La Marca, Porta, commentando l’approvazione del decreto del Ministero degli Esteri che riapre i termini per la presentazione di liste di candidati alle prossime elezioni per i Comites, limitatamente alle circoscrizioni consolari dove nessuna lista di candidati era stata ammessa. De.it.press

 

 

 

 

 

Gauck a Napolitano: grazie di cuore per il suo instancabile impegno

 

Berlino - “Desidero cogliere l’occasione della Sua decisione odierna di dare le dimissioni dalla carica di Presidente della Repubblica Italiana per ringraziarLa di tutto cuore per il Suo instancabile impegno a favore del disegno europeo e della comprensione fra Italia e Germania”. Inizia così il telegramma che il Presidente tedesco Joachim Gauck ha inviato oggi a Giorgio Napolitano. 

“Con saggezza e lungimiranza Lei ha inciso sulla vita politica dell’Italia e dell’Europa”, continua Gauck. “In momenti di grandi sfide ha reagito con avvedutezza trovando compromessi che hanno giovato al Suo Paese e a quello dei suoi partner europei. La difesa della democrazia e della libertà ha sempre rappresentato per Lei una massima priorità. Era ed è tuttora Suo desiderio che l’Europa fuoriesca dalla crisi compatta e forte. Anche per questo ha sempre sostenuto con slancio il processo interno di riforme del Suo Paese. Anche in Germania il Suo operato incontra grande apprezzamento e ammirazione”.

“Per me le conversazioni avute con Lei hanno costituito un grande arricchimento personale”, aggiunge il presidente federale. “Mi ha commosso e colpito in modo particolare la nostra visita congiunta a Sant’Anna di Stazzema, località vittima di un massacro. Le sono profondamente grato per aver percorso assieme a me questo cammino. È evidente che Le sta profondamente a cuore una vera riconciliazione fra italiani e tedeschi tramite la memoria comune e l’approfondimento anche dei capitoli difficili della nostra lunga storia condivisa”. (aise 14)

 

 

 

 

Editoriale del CdI di Francoforte: Il capitale "tempo"

 

All’inizio di ogni anno nuovo, viene spontaneo riflettere sul valore del tempo, un capitale che va gestito con estrema saggezza, in modo che venga sciupato il meno possibile ed utilizzato al meglio.

Questo presuppone, tra l’altro, una buona programmazione: della giornata, del mese, dell’anno, dei progetti. Questa programmazione non dipende sempre in tutto dal singolo (si pensi ad esempio agli orari di lavoro, alle scadenze contrattuali, ecc.), ma in gran parte sicuramente sì. Chi sciupa da giovane il tempo dello studio perchè preferisce lo svago e gli amici, nell’età adulta si rende conto come sia importante la qualifica professionale, la preparazione culturale. E spesso decide di ricuperare con corsi serali il tempo perduto, per avere uno stipendio migliore o per competere alla pari nel mondo del lavoro, senza dover restare parcheggiato a vita nei ceti della manovalanza o della disoccupazione.

Oggi in tanti lamentano il decadimento sociale, l’infiltrazione della malavita nelle istituzioni, la perdita dei valori che stanno alla base della convivenza civile (il rispetto reciproco, la solidarietà, l’accoglienza, l’onestà…). Spesso gli adulti rimpiangono una società dove si era più poveri di beni materiali ma più ricchi di umanità, dove alcune cose funzionavano meglio (treni più puntuali, strade più pulite, assistenza sociale più adeguata…).

Perchè questi cambiamenti in peggio? Al progresso industriale, al grande sviluppo tecnico, pare non corrisponda un altrettanto progresso morale, una uguale crescita nei valori umani e sociali. Stressati dalle tante cose, spesso secondarie, dai tanti impegni, spesso banali, non troviamo più il tempo per curare l’essenziale, la sostanza, l’interiorità, i sentimenti, le idee. Preferiamo risparmiare sul tempo dedicato alla riflessione, tagliare i momenti formativi, e, per chi è credente, ridurre i momenti religiosi. Come se i valori umani e cristiani si sviluppassero da soli e non avessere bisogno di essere coltivati.

All’inizio a di questo nuovo anno, perchè allora non programmare qualcosa di serio, di formativo? Per esempio: la lettura di un buon libro, la partecipazione ad un corso, l’impegno per le elezioni del Comites (visto che occorre la previa iscrizione nelle liste elettorali), una più attiva presenza nella società civile inserendosi per esempio nelle attività del mondo associazionistico o della parrocchia.

Abbiamo bisogno di oasi spirituali, di momenti per nutrirci dentro. Questa testata e le Missioni italiane in Germania vogliono essere uno di questi luoghi di confronto delle idee, di formazione, di socializzazione umana, di ristoro interiore. Luoghi che educano ai valori autentici, per noi quelli evangelici della solidarietà, dell’accoglienza, della pace, tutti i valori che realizzano la persona e la salvano, per esempio dalla schiavitù del quotidiano.

“Non più schiavi ma fratelli”, era il tema della 48ma Giornata mondiale della Pace, celebrata il primo giorno del nuovo anno. Essere affrancati dalle mode del momento, dall’egoismo che chiude le porte al prossimo, dai pregiudizi che creano barriere tra le persone, dal potere che contrappone gruppi sociali e popoli, non è né facile né scontato. Ci vuole tanto esercizio, assieme ad altri, in un qualche ambiente ricco di vita, di riflessione, di progettualità, di orizzonti più vasti.

Quest’anno ricorre il 50° anniversario della chiusura del Vaticano II, il Concilio che ha voluto rinnovare la Chiesa, cambiandola dal di dentro, portando aria nuova nella Comunità dei credenti. È l’impegno del Dialogprozess 2015 della Chiesa Tedesca, è il progetto pastorale delle Missioni italiane in Germania per questo nuovo anno. Tutti abbiamo bisogno di usare meglio il nostro tempo, di rinnovarci. La società ha bisogno di crescere in umanità, in capacità di accoglienza e di solidarietà, non solo di produrre cose, polemiche sterili o seminare false paure.  Auguriamo a tutti tanta capacità di rinnovamento. Spero che il Corriere d’Italia diventi sempre più questo laboratorio che, oltre ad una informazione seria, promuove dibattiti, aiuta a riflettere, sostiene la crescita dei valori.  di  Tobia Bassanelli, CdI gennaio

 

 

 

 

L’11 febbraio a Colonia seconda riunione informativa su normativa e prassi consolare

 

Colonia - Il console generale d’Italia a Colonia, Emilio Lolli, ha invitato esponenti e rappresentanti della comunità italiana alla seconda edizione della riunione informativa sulla normativa e prassi consolare che si svolgerà mercoledì 11 febbraio alle ore 15 nella “Sala Petrarca” presso l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia.

“A quasi un anno dalla prima riunione, svoltasi il 9 aprile 2014 - spiega il console, - ho ritenuto opportuno convocarne una seconda per illustrare le novità in materia da allora intercorse e per fornire maggiori indicazioni su alcune problematiche che i connazionali hanno ripetutamente portato alla mia attenzione in occasione dei numerosi incontri che ho avuto con loro durante l'anno passato”.

Durante l'incontro sia il console che i suoi più stretti collaboratori saranno disponibili a rispondere a domande e richieste di chiarimenti sulle questioni oggetto di discussione o su altre, ai fini di un ulteriore miglioramento delle modalità di fruizione, da parte della nostra collettività, dei servizi erogati dal consolato generale. (Inform)

 

 

 

 

 

“Mi riconosci”: ad Amburgo il commosso omaggio di Andrea Bajani a Tabucchi

 

Amburgo - L’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ha ripreso la sua attività culturale dopo la pausa per le festività natalizie ospitando il giorno 9 gennaio, nella sua pregiata Biblioteca al primo piano, alla presenza di un interessatissimo e particolarmente attento pubblico italiano e tedesco, l’autore Andrea Bajani.

Il libro da lui presentato "Mi riconosci", pubblicato nel marzo del 2013 da Feltrinelli e tradotto in lingua tedesca, è un omaggio, commovente e stupefatto, di Andrea Bajani alla memoria di Antonio Tabucchi.

L’autore, dunque, ha raccontato l’esperienza di lutto e di come esso in fondo sia "il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso" ed ha offerto al pubblico differenti percezioni e prospettive nei riguardi di chi non c’è più, o perché morto, o perché semplicemente non più presente nelle nostre vite. Da qui, la sua teoria della geometria e degli oggetti: come essi, inevitabilmente, siano spesso collegati a ricordi e a persone, e come noi ci relazioniamo con questi ultimi, come se fossero persone. Il semplice atto di parlare alle fotografie ne è un esempio.

Inoltre, l’autore ha posto l’accento sull’importanza del gioco, dagli adulti spesso accantonato e visto come un qualcosa collegato ai bambini, perdendone così l’essenza e l’importanza.

Un ultimo sguardo è andato al concetto di scrittura, che annulla tutte le regole grammaticali di presente, passato e futuro, perché compresenti nel momento in cui si scrive. L’assenza di ordine cronologico nel libro ne è un chiaro riferimento.

Andrea Bajani è uno dei migliori autori della letteratura italiana contemporanea; ha scritto numerosi romanzi, alcuni dei quali vincitori di importanti premi letterari., come "Cordiali saluti" del 2008, "Ogni promessa", con cui nel 2011 ha vinto il Premio Bagutta, e "Se consideri le colpe", vincitore di numerosi premi, tra cui il Supermondello. È anche autore di reportage, coem "Mi spezzo ma non mi impiego", viaggio nel mondo del lavoro precario, e "Domani niente scuola", viaggio nel mondo della scuola appunto. È autore di opere teatrali e collabora con numerose testate giornalistiche.

La presentazione è stata moderata dalla Dott.ssa Francesca Bravi dell’Università CAU di Kiel. (aise 13)

 

 

 

150 espositori italiani alla fiera Heimtextil di Francoforte (14-17 gennaio 2015)

 

Francoforte - La Fiera Heimtextil, fiera internazionale specializzata per la casa ed il “contract” tessile, ha aperto i suoi battenti a Francoforte dal 14 al 17 gennaio 2015. È stato presentato il “Who is Who” del settore tessile. Infatti con circa 2.700 espositori e 67.000 visitatori settoriali da tutto il mondo. I dati dell’ultima edizione nel 2014 sottolineano il carattere internazionale della Fiera. Due terzi dei visitatori ed addirittura l’88% degli espositori provengono dall’estero. 

 

La presenza italiana, con circa 150 espositori, ribadisce l’indiscutibile ruolo svolto dall’industria italiana altamente specializzata nel contesto competitivo internazionale.

 

L’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane- ha organizzato insieme con la Federazione italiana industriali dei Tessilivari e del cappello una partecipazione collettiva alla Heimtextil. Sono 7 le aziende italiane espositrici, che hanno presentato, su una superficie di ca. 220 qm, il top delle loro produzioni di filati e tessuti per la biancheria per la casa. La collettiva è stata ubicata nel nuovo Padiglione 4.0 che presentava una nuova piattaforma espositiva centrale dove è stata ospitata per la prima volta un’area dedicata alla “Digital Print” e dove è stata realizzata un’area tendenze denominata “Theme Park” dedicata alla presentazione delle nuove tendenze del design tessile 2015/2016.

 

Le posizioni di forza dell’Italia nel settore tessile infatti riguardano i tessuti di cotone, di seta, i tessuti impregnati e spalmati, i tessuti speciali. Mentre i prodotti della biancheria per la casa, le tende ed i tappeti sono importati dalla Germania per la maggior parte dalla Cina, dalla Turchia, dal Pakistan e dall’India. 

L’area collettiva coordinata dall’Agenzia ICE ha garantito alle aziende presenti un’ottima presentazione dei loro prodotti e favorisce incontri B2B. de.it.press

 

 

 

 

Pegida, la figlia di false paure

 

Il movimento di protesta antislamico nato a Dresda si diffonde in altri Länder. Come nasce e perché. di  CdI

 

Il movimento di protesta antislamico e anti profughi „Pegida” (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes), iniziò dall’autunno 2014 a organizzare manifestazioni antislamiche a Dresda: una sorta di settimanale passeggiata pacifica con cartelli. Le manifestazioni incontrarono sempre più consenso perché strumentalizzavano le ansie dei cittadini comuni. Nella prima, dell’ottobre 2014, furono 350 i partecipanti, incontratisi soprattutto usando i social media come motore di aggregazione. Il 10 novembre i manifestanti erano già circa 1700. Una settimana dopo, il 17 novembre, il numero era cresciuto fino a 3200. Il 24 novembre si trovarono a Dresda contro l’islamizzazione dell’Occidente oltre 5.500 persone. Il primo dicembre il numero ancora salito a circa 7.500. Il 15 dicembre, le piazze di Dresda hanno visto circa 15.000 persone sotto i cartelli di Pegida. Una crescita preoccupante che testimonia, tra l’altro, l’inquietudine di molti di fronte a spettacoli orrendi come quelli che il cosiddetto Stato islamico in Siria propone quasi quotidianamente ai media di tutto il mondo.

Il Pegida di Dresda, a cui sono seguiti velocemente –fino ad ora- il Bogida a Bonn e il Dügida a Düsseldorf, non è ovviamente soltanto un movimento spontaneo. Dietro, muovono le fila ben più scaltri agitatori che vengono dalle fila del Neonazismo. Il presidente del Consiglio Interculturale, Jürgen Micksch, parla apertamente di un “movimento razzista”: “I responsabili di questo movimento non sono patrioti, bensì razzisti!” -tuona in un comunicato, anche se aggiunge: “Sarebbe sbagliato definire tutti i manifestanti come razzisti. Molti tra essi hanno soltanto paure che proiettano nelle minoranze. A Dresda, meno dell’1% della popolazione è musulmano.”

D’altra parte, lo sappiamo: le paure si sviluppano soprattutto di fronte a ciò che ci è ignoto. Questo però non deve indurre a sottovalutarle. Tra l’altro, le efferatezze del citato Stato islamico le alimentano quasi ogni giorno. Questi orribili spettacoli hanno tra l’altro costretto, negli ultimi anni, le associazioni democratiche islamiche in Germania ad uscire allo scoperto e a distanziarsi pubblicamente dalla violenza, secondo il motto: “Quello non è il vero islam”. Lo ricorda il presidente del Consiglio dei musulmani in Germania, Aiman Mazyek, il quale, in una intervista a Radio Berlin Brandeburg del dicembre scorso afferma: “I musulmani in Germania si sono dissociati da anni dalle manifestazioni del radicalismo islamico in una dura condanna”.

A proposito di Pegida, aggiunge - “Essa non è necessaria per protestare contro queste violenze. Sono gli stessi musulmani a protestare!“.

Questa disponibilità - relativamente recentea convivere con i valori occidentali della tolleranza è un segnale estremamente positivo; un segnale raccolto tra gli altri anche dal presidente del Consiglio degli ebrei in Germania, Josef Schuster, il quale, in una intervista a Die Welt afferma: “La paura del terrore islamico viene strumentalizzata per diffamare una intera religione”.

A proposito di Pegida, aggiunge Schuster: “Il movimento non può essere assolutamente sottovalutato. In esso si mescolano neonazisti, partiti di estrema destra e cittadini che ritengono di poter esternare il loro razzismo e il loro odio per gli stranieri!”

Intanto, nella settimana di Natale sono stati quasi 18mila i manifestanti a Dresda. Nelle ultime “passeggiate” si è addirittura attuato una sorta di turismo pro Pegida. Molti sono venuti da fuori. Sul palco c’era come sempre Lutz Bachmann, il “Maister” e fondatore (condannato a tre anni e mezzo nel 1995 per effrazione, fuggito poi in Sudafrica, tornato nel 1997 per riconsegnarsi alla giustizia, ricondannato nel 2009 per possesso di droga). Bachmann ha introdotto nel suo discorso una sorta di maledizione contro i giornalisti. Il peggiore sarebbe un collega di NDR che ha messo in onda un servizio intervistando alcuni adepti di Pegida. Anche le trasmissioni di RTL vengono pubblicamente maledette. La tiritera antigiornalistica fa venire in mente da vicino il movimento pentastellato italiano di Beppe Grillo. Ma l’area politica sembra piuttosto quella che si riconosce nel lepenismo, nel Front National, anche se manca, al momento, un leader realmente carismatico e di estrazione borghese, come Marine Le Pen; un leader in grado di traghettare il movimento nella politica che conta.

“Il fatto è però –dice in una intervista a Die Welt il politologo Hajo Funke, fino al 2010 docente alla Freie Universität di Berlino- che in Germania esistono di nuovo le condizioni per un movimento di massa favorevole ad un estremismo di destra. Tale movimento - continua Funke - non è più soltanto circoscrivibile ad attivisti di gruppi neonazisti, bensì è formato da normali cittadini tedeschi che dall’area moderata si spostano verso l’estremismo”. Funke parla di comprensibili paure nei confronti del terrorismo che porta ad un generale risentimento contro l’Islam. Anche il flusso dei profughi genera ansie, secondo il politologo. “Troppi problemi non vengono spiegati politicamente e quindi generano insicurezza”.

Intanto, però, il movimento cresce in misura esponenziale e si trasmette in altri Länder. Prossimo obiettivo dichiarato: la Baviera, la quale, secondo informazioni del settimanale Focus, sarebbe il Land con più risentimento contro gli stranieri, in particolare contro l’Islam.

La fuoriuscita dell’elettorato del ceto medio preoccupa naturalmente la politica. La quale non pensa certo di “spiegare politicamente i problemi” come vorrebbe Hajo Funke, bensì di recuperare l’elettorato perso. Da qui viene la parziale giustificazione del movimento da parte del ministro Schäuble, che a dicembre ha generato non poche critiche anche all’interno del suo stesso partito. “La politica deve ascoltare e argomentare“ - dice Schäuble. Di fatto però la politica lascia il cittadino senza orientamento e alla mercé di quello che sembra lo slogan migliore al momento. Il successo di Pegida, in fondo, sta tutto qui. CdI gennaio

 

 

 

 

Le recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

I grandi acquisti della BCE (15.01.15)

Secondo la Corte di giustizia europea la Banca centrale europea potrà acquistare titoli di stato, una manovra che non piace ai tedeschi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/bce100.html

 

"Siamo tutti collusi" (15.01.15) - Sabina Guzzanti si gode la rivincita del suo film "La trattativa". Scomparso dalle sale e ora richiesto a gran voce dai cittadini. Mentre in tribunale continuano le udienze del processo. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/guzzanti100.html

 

Giuseppe Mancino (15.01.15) - Giuseppe Mancino nasce a Sarno, provincia di Salerno, nel 1981. Dopo aver frequentato la scuola alberghiera di Salerno, inizia l’attività professionale in prestigiosi alberghi e ristoranti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tavola/mancino100.html

 

Umorismo e fede (14.01.15)

È andato subito a ruba il primo numero di "Charlie Hebdo" dopo la strage di Parigi. Noi parliamo di satira nei paesi musulmani con Stefano Allievi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/satire138.html

 

Italia: povera satira! (14.01.15)

Per Marco Travaglio in Italia la satira non esiste più, soprattutto sulla tv pubblica. Troppi i casi di censura clamorosi anche in anni recenti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/travaglio104.html

 

Dal lettino alla webcam (14.01.15)

Il rapporto tra terapeuta e paziente non si svolge più solo nell'ambiente protetto di uno studio, ma passa anche per i canali digitali e i luoghi della rete.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/in_rete/freud104.html

 

I nove anni di Napolitano (13.01.15) - Il presidente Giorgio Napolitano lascia il Colle. Una figura di grande rilievo della politica italiana e internazionale in anni di grande difficoltà istituzionale ed economica.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/napolitano124.html

 

Pietre della memoria (13.01.15)

A Torino sono state posate le prime pietre d'inciampo in ricordo delle vittime del nazifascismo. Dopo i fatti di Parigi il loro significato diventa più attuale che mai.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/stolpersteine148.html

 

Insieme si può! (13.01.15) - L’Ufficio anticrimine (LKA) del Baden-Württemberg ha da alcuni mesi attivato una linea telefonica in lingua italiana per segnalare fenomeni sospetti ed eventuali estorsioni di stampo mafioso

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/mafia304.html

 

"Signore e signori" (13.01.15)

Compie cinquant'anni uno dei più celebri film della commedia all'italiana.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/pietrogermi100.html

 

Dopo la strage le polemiche (12.01.15) - Emergono alcuni punti oscuri nella dinamica dell'attentato di Parigi e nella fase finale. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/sicherheitsluecken104.html

 

La Repubblica delle Ong (12.01.15)

Haiti a cinque anni dal terribile terremoto dipende ancora dagli aiuti esterni. Ad aggravare la situazione è l'instabile e repressivo regime politico.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/haiti146.html

 

Parigi sotto assedio (09.01.15) - Ore di guerriglia nella capitale francese. Dopo il doppio blitz della polizia gli attentatori sono stati uccisi. Ma l'attenzione è puntata anche sul futuro di Charlie Hebdo, pronto a tornare in edicola.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/charliehebdo148.html

 

Il fronte nigeriano (09.01.15)

L'estremismo islamico fa paura anche in Nigeria. È partita una nuova offensiva di Boko Haram nel nord del Paese. Si temono centinaia di vittime.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/bokoharam110.html

 

Il caso Bergamini (09.01.15) - Un suicidio improbabile, reticenze, minacce e telefonate misteriose. Dopo 25 anni, ancora non si conosce la verità sulla morte del calciatore Donato Bergamini, detto Denis.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/la_nostra_storia/bergamini100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html" RC/De.it.press

 

 

 

 

Spazio Italia Ingolstadt

 

Cos’è Spazio Italia Ingolstadt? È uno spazio dove gli italiani possono ricevere informazioni riguardo la vita in Germania a 360°, dalla scuola al lavoro, dall’assistenza sanitaria al vivere quotidiano.

Scambio, Confronto, Integrazione è il nostro motto. Aperto a tutti e per tutti!

I progetti e le idee a cui lavorerà: Laboratori di teatro in lingua italiana, letture per bambini e adulti, proiezione di film in lingua italiana, altri eventi legati alla nostra cultura: eventi canori, piccola biblioteca e tanto altro ancora.

 

L’inaugurazione avrà luogo sabato 24 Gennaio 2015 alle ore 10,00 al Bürgerhaus-Diagonal INGOLSTADT. Orari di apertura di Spazio Italia: Spazio Italia sarà aperto ogni sabato dalle 10 alle 12 (si rispetteranno i periodi di chiusura della Bürgerhaus) al Bürgerhaus – Alte Post Kreuzstraße, 12 - 85049 Ingolstadt

 

Programma dell'inaugurazione: Ore 10.00 Apertura in musica. Apertura in musica con Alexander und Viktor Konjaev.

Ore 10.10 Saluti: Simona Rottenkolber, Assessore all'integrazione per la città di Ingolstadt; Gabriel Engert, Assessore alla cultura per la città di Ingolstadt; Jürgen Köhler, Responsabile Affari culturali per la città di Ingolstadt; Ingrid Gumplinger, Responsabile dell'integrazione e del Consiglio di migrazione per la città di Ingolstadt; Ministro Filippo Scammacca del Murgo e dell'Agnone, Console Generale d’Italia a Monaco di Baviera; Piero Benini, Corrispondente consolare per la comunità italiana a Ingolstadt

Ore 10.40 Interventi: Claudio Cumani, Presidente COMITES Baviera; Laura Garavini, Deputata circoscrizione estero PD, Roma; Lisa Mazzi, docente, scrittrice e Presidente di Rete Donne e.V.

Ore 11.10 Il Progetto: presentazione di Spazio Italia Ingolstadt da parte della Dott.ssa Cristina Martin Russi, psicologa e consigliere del Consiglio di Migrazione per la città di Ingolstadt

Ore 11.30 Saluti finali in musica con Charly Kornprobst e la sua Band

Modera la manifestazione la Dott.ssa Simona Viacelli Cannizzaro, di Rete Donne e.V., intermediatore culturale-Progetto INES-, città di Ingolstadt (de.it.press)

 

 

 

 

 

Giovani lucani e abruzzesi alla Volkswagen di Wolfsburg

 

Illustrata nel corso di una conferenza stampa organizzata dalla Commissione regionale dei lucani nel mondo l’esperienza avuta da giovani lucani e abruzzesi presso lo stabilimento della Volkswagen di Wolfsburg .

Il soggetto attuatore del progetto di partenariato tra le due Regioni è stata la Regione Basilicata insieme con la Federazione dei lucani in Germania; partner del progetto la Regione Abruzzo, il Volkswagen group, l’Associazione culturale abruzzese di Wolfsburg e gli Istituti tecnici industriali che hanno partecipato all’iniziativa (L’Aquila, Matera, Potenza e Melfi). Di rilievo il lavoro svolto dall’Ufficio “Emigrazione” della Regione Abruzzo e dall’Ufficio “Sistemi culturali, turistici e operazioni internazionali” della Regione Basilicata.

All’incontro con la stampa hanno partecipato, oltre al presidente della Commissione regionale dei lucani nel mondo, Nicola Benedetto, ed al vicepresidente della Commissione, Francesco Mollica, l’assessore della Regione Abruzzo con delega all’Emigrazione, Bartolomeo Donato Di Matteo, che ha parlato “dell’emigrazione quale mondo del tutto particolare che deve vedere con maggiore frequenza Protocolli di intesa come questo tra Basilicata ed Abruzzo con l’auspicio di un allargamento alle altre Regioni, ivi comprese le isole. Il tutto per costruire momenti preziosi di coesione, favorendo la meritocrazia e lavorando in modo costruttivo”.

Presenti, anche, la responsabile dell’"Ufficio Emigrazione" della Regione Abruzzo, Assunta Janni, il funzionario della Regione Basilicata che ha seguito il progetto, Rocco Romaniello, Pasquale Nigro in  rappresentanza dell’Itis di Melfi, Carlo Castoro dell’Itis di Matera, oltre ad alcuni dei giovani protagonisti. La dirigente scolastica dell’“Iis Einstein – De Lorenzo” di Potenza, Giovanna Sardone, ha posto l’accento “sull’importanza rivestita dall’iniziativa che ha fatto sì che si ricreasse il giusto riavvicinamento tra giovani ed istituzioni nell’ottica di nuove prospettive di lavoro e di vita”.

Il fulcro del discorso e, dunque, il cuore di quanto messo in cantiere, dalle parole di Giovanni Lo Tito, giovane perito meccanico che ha preso parte al progetto: “Un’esperienza estremamente positiva che ci ha aperto la mente su una nuova visione del mondo e del lavoro. Un’esperienza che molto ci ha fatto riflettere sui tanti spunti che possono scaturire dalle idee se queste ultime si concretizzano con l’aiuto delle istituzioni. Se avessi potuto sarei rimasto a lavorare in Germania senza alcuna remora di sorta e, come me, penso tutti gli altri partecipanti”.

“Il progetto – ha spiegato il presidente Benedetto – contempla l’azione di partenariato tra la Regione Basilicata e la Regione Abruzzo per sviluppare comuni strategie d’intenti e marketing territoriale con la speranza di contribuire alla formazione di nuovi ottimi imprenditori. In particolare, è stato studiato questo progetto pilota finalizzato alla work experience presso lo stabilimento della Volkswagen a Wolfsburg da attestare, quale soggetto attuatore, alla Federazione delle Associazioni dei Lucani in Germania. L’azione congiunta per la realizzazione di un percorso professionalizzante è stata rivolta a dieci periti selezionati dagli Istituti tecnici industriali dell’Aquila, Matera, Potenza e Melfi. Si è trattato – ha spiegato Benedetto – di un progetto molto articolato che, oltre alle azioni preliminari ed al periodo di orientamento e formazione, ha previsto la permanenza degli stagisti per una durata di 30 giorni presso lo stabilimento della casa automobilistica finalizzata ad un periodo di professionalizzazione on the job  compreso tra settembre e novembre 2014. E’ stato un percorso di apprendimento e di informazione full time, arricchito da conoscenze e informazioni che sono state integrate e compendiate all’interno di moduli didattici relativi all’apprendimento della lingua tedesca e all’approfondimento dei termini e del linguaggio tecnico”.

Il vicepresidente Mollica ha sottolineato “le tante similitudini tra le due Regioni per quanto concerne il fenomeno migratorio e l’importanza del Protocollo per poter esplicitare quello che i giovani sono capaci di dare al mondo del lavoro con il loro coinvolgimento attivo. Corpo e sostanza alla formazione – ha continuato – quale mezzo imprescindibile per il futuro delle nuove generazioni in una nuova visione che punta allo sviluppo del territorio anche attraverso il turismo di ritorno, guardando ad alcune iniziative specifiche in atto, quali Matera capitale della cultura 2019 e l’Expo 2015 di cui la Regione Basilicata è parte attiva. Nel quadro delle strategie per i giovani dell’Unione europea finalizzate ad offrire maggiori opportunità di apprendimento non formale e a favorire la transizione tra l’istruzione, la formazione e il mercato del lavoro sempre più internazionalizzato e globalizzato, le due Regioni, hanno inteso contribuire al processo di rilancio e di innovazione dei rispettivi territori, offrendo, appunto a dieci ragazzi con diploma di Perito meccanico, elettrotecnico e elettronico conseguito a seguito di un quinquennio d’istruzione secondaria superiore, l' opportunità di fare esperienze in ambito internazionale al fine di accrescere la prospettiva di occupabilità”. (dt-Inform 12)

 

 

 

 

 

Tornare in Italia: Marcella continanza di Francoforte racconta

 

Castellamare di Stabia - La partenza per Francoforte sul Meno si avvicina e per discutere di alcune attuali tematiche trascorro un pomeriggio, nella tradizione dei saluti, con la giornalista e poeta Marcella Continanza.

Le motivazioni del soggiorno italiano sono state lavorative e hanno toccato manifestazioni culturali di notevole spessore. Due in particolare: la 23° Rassegna di “Donne e Poesia” ospitata a Castellammare di Stabia e inserita nel programma dello “Stabia Teatro Festival”, all’inaugurazione del 6 novembre 2014; e la “lesung”alla Reggia di Quisisana il 30 dicembre dove è stata “ospite d’onore” e ha presentato i suoi lavori inediti per Castellammare, “Taccuini” e “Rose notturne”. Quest’ultimo pubblicato in edizioni bilingue nel 1999 a Santiago de Cuba.

Piacevole, interessante questo suo soggiorno con giornate intense e piene.

“I ritorni sono dolci: l’Italia è sempre nel mio cuore e torno volentieri, soprattutto nel Sud. A Castellammare ho la casa paterna, gli amici di scuola e ci sono i “riti” come la pizza ai fiori di zucca al ristorante “da Francesco”, il caffè al “Gran Caffè Spagnuolo”, la passeggiata in Costiera Sorrentina, lo shopping a Positano, il gelato ad Amalfi e… la Basilicata. Ho visitato Tricarico, il paese di Rocco Scotellaro, Tursi dove nacque Albino Pierro, Valsinni e Matera di cui sono rimasta incantata. E felice perché sarà Capitale Europea della Cultura nel 2019. Speriamo di esserci!”

In un’economia in crisi come quella italiana, Lei ritiene che la cultura sia il motore per la ripresa?

“Certamente. La culturapotrebbe imprimere la spinta propulsiva per il rilancio della società italiana anche perché l’Italia può attingere a piene mani al suo immenso, variegato e a volte poco conosciuto patrimonio culturale. E tutto questo tramite eventi, manifestazioni, festivalche riescano a mettere in circolo le tante “perle” che la nostra terra dispone. E’ molto bello far conoscere e condivideretutte questebellezzecon quante più persone possibili”.

Presto ci saranno le elezioniper il nuovo Presidente della Repubblica Italiana. Chi vedrebbe al Colle?

“Il Presidente Napolitano è stato per tutti noi un punto di riferimento in Italia e all’estero. Una garanzia istituzionale. Gli dobbiamo davvero tanto per questi nove anni. Mi farebbe piacere che questa carica potesse essere ricoperta da una donna”.

Qualche nome.

“Emma Bonino in questi anni ha dimostrato di essere una leadership. La sua valenza internazionale è stata ampiamente riconosciuta da tutti pertanto la sua presenza al Colle è altamente auspicabile”.

Cosa rimpiangerà dell’Italia oltre gli affetti?

“Le passeggiate sul lungomare, il sole, la buona cucina e soprattutto il contatto umano, il calore delle persone”.

Un aspetto positivo che L’ha piacevolmente sorpresa di Castellammare.

“Molti giovani si stanno ritagliando uno spazio molto interessante: l’associazione AUDEè impegnata nello sviluppo e nel rilancio economico di Castellammare.Nell’ambito della rassegna "Stabia Ieri, Oggi e…",ha organizzato la pregevole serata culturale del 30 dicembre a Quisisana, conclusasi con una mostra fotografica con antiche foto della città provenienti dall'archivio storico comunale, stampe originali raffiguranti il grande artista Raffaele Viviani e le sue famose smorfie e una serie di opere d’arte degli stabiesi Giovanni Vingiani, Umberto Cesino, KatelloCuomo e MartinaGreco. Ho anche apprezzato la “Mostra Presepiale” organizzata dall' Associazione Stabiese dell'Arte del presepe, tenutasi presso i locali del CralMaricorderia, in via Bonito,da cui si è evinta tuttol’amore e l’arte dei maestri artigiani campani ela passione di alcuni stabiesi che sostengono la cultura. Mi auguro che i giovani che sono sempre forieri di nuove idee, riescano ad imprimere un imput positivo alla città”.

Per concludere, un ricordo di questa vacanza.

“Il 31 dicembre il lungomare innevato di Castellammare era uno spettacolo fiabesco. La città sembrava un quadro di William Turner, "il pittore della luce" ed è un’immagine che mi porterò dentro nella metropoli tedesca efficiente ma serrata”. (valeria marzoli\aise 14)

 

 

 

 

 

A Stoccarda inaugurate la mostra della tradizione dei maestri cartai della città di Fabriano

 

Stoccarda – È stata inaugurata martedì 13 gennaio presso il Municipio di Stoccarda la mostra “Il Pianeta di carta del III Millennio: dalla filigrana alla pergamena, agli incunaboli e alle carte di uso artistico, filatelico e di sicurezza”, promossa dal Consolato generale d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura in loco.

L’allestimento, curato da Pina Gentili del Centro Studi Marche di Roma e da Venanzio Governatori e Franco Mariani da Fabriano, illustra la tradizione dei maestri cartai della città di Fabriano, conosciuta in tutto il mondo. Sono stati invitati a parteciparvi incisori e pittori quali Luigi Bartolini, Eros Donnini, Carlo Iacomucci, Franco Librari, Roberto Moschini, Roberto Stelluti.

Tra i collaboratori alla realizzazione dell’allestimento, ospitato a Stoccarda sino al 1° febbraio 2015, anche l’Associazione dei marchigiani emigrati in Germania, che segnala come la tradizione imprenditoriale oggetto della mostra nasca “da una specifica cultura, il cui nucleo essenziale è l’operosità intelligente, la frugalità, il rispetto dell’ambiente e la salvaguardia della dimensione umana della produzione, anche su scala industriale”. Il presidente del sodalizio, Rolando Pettinari, descrive poi la presenza dei marchigiani in Germania quale elemento “non appariscente, ma ovunque diffuso e operoso, una presenza che è andata trasformandosi col tempo anche nel Baden-Württemberg in un’importante risorsa per le Marche, per la capacità che ha avuto di affermarsi e per le relazioni che ha sviluppato con la comunità locale e le istituzioni di rappresentanza del nostro Paese”. Pettinari segnala come abbiano partecipato all’iniziativa anche il Museo della Carta di Fabriano, la fondazione Carifac, sponsor della mostra, e la Regione Marche.

Segnalata in particolare la sezione della mostra intitolata “La carta di Fabriano dal foglio al volume” di Maurizio Meldolesi, fino a tre pannelli che seguono lo sviluppo e la stampa della carta dalla lira all’euro di Sandro Farroni. L’orario di apertura è dal lunedì al venerdì dalle ore 8,00 alle 18,00. (Inform/de.it.press)

 

 

 

 

Francoforte. Coordinamento Donne: È un errore risparmiare sugli italiani all’estero

 

Il modo con cui sono state indette le prossime elezioni per il rinnovo dei Com.It.Es. sono l’ultima dimostrazione delle intenzioni che questo governo ha nei confronti degli italiani all’estero. Non è bastato tagliare I fondi per gli istituti Italiani di Cultura, eliminandone alcuni, tra cui il nostro a Francoforte. Non sono state nemmeno prese in considerazione le reazioni e le proteste documentate degli italiani all’estero, di personalità tedesche e italiane e  di esponenti della cultura in Italia, che a queste si sono associate. A queste non è stato neanche risposto.

Dato che si deve risparmiare, si risparmia da anni fuori dai confini, senza rendersi conto che alla lunga questo si ripercuoterà in meno turismo  dall’estero e quindi in nuove difficoltà economiche.

Risultano anzi ulteriori tagli agli istituti di cultura, all’insegnamento dell’italiano all’estero e consistenti riduzioni dei fondi alle camere di commercio e ai patronati. Se il taglio ai patronati danneggerà i nostri connazionali più poveri e sprovvisti di strumenti per protestare –una misura che si segnala per l’enorme ingiustizia  che colpisce i  piu deboli -, i tagli alle camere di commercio ridurranno possibilità di esportazione e commercio con l’estero. Si taglia quindi nella solita ottica del risparmio immediato, trascurando ogni riflessione sul danno futuro.

 

E veniamo alla causa Comites, facendo una cronologia dei fatti:

1) Dopo dieci anni dall’ultima elezione, sempre rinviata la prossima in attesa di una riforma mai intrapresa, si è deciso di indire le elezioni in tempi strettissimi, che impedissero la possibilità di un’azione di vera informazione degli interessati, fornendo anzi via via informazioni sbagliate, poi corrette da nuove, per es. sul numero di firme necessarie per la presentazione delle liste. La nuova regola sulla necessità della registrazione personale  per poter votare  smaschera definitivamente le intenzioni di chi l’ha introdotta.  Non ci si dica – come è stato detto - che la registrazione era stata escogitata perchè atta a sfavorire i brogli elettorali legati all’uso del voto per corrispondenza: il tutto continurà ad avvenire solo all’interno di un numero più scarso, cioè con una bassissima partecipazione, il che non è consolante.

 

Il successo di questa azione è documentato dalla comunicazione della FIEI, che citatiamo: “Il termine per la valutazione delle liste è scaduto il 29 ottobre. Il quadro che ne viene fuori, pur in mancanza di una comunicazione ufficiale del MAE che tarda ad arrivare, appare chiaro e inequivocabile:  nelle circoscrizioni di  Perth, Dublino, Atene, Detroit, Chicago, Nizza, Barcellona, Lisbona, Stoccolma, Vienna, Bangkok, Oslo, Praga, Edimburgo, Bucarest, non si svolgerà alcuna elezione per mancanza di liste.

In numerose altre circoscrizioni (tra cui Londra, Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Madrid, Huston, New York, Toronto, La Paz, Wellington, Dubai, Tel Aviv, Fiume, Città del Messico) sarà presente un’unica lista. Siccome in questo caso, non vi sono competitori, saranno eletti tutti i componenti anche con pochissimi voti (a rigore bastano quelli dei sottoscrittori della lista stessa); quindi non vi sarà neanche bisogno di votare”

2) A questo punto – sorpresa! – il governo ha deciso di rinviare le elezioni. Nel decreto n.168  del 18.11.2014 si auspica che il rinvio al 17 aprile 2015 permetta al maggior numero degli aventi diritto di voto di registrarsi, in modo da poter partecipare al voto. Ci si chiede per votare chi, dato che non si fa parola delle presentazioni di nuove liste o di liste che non avevano raggiunto il quorum. Nelle numerose circoscrizioni, in cui solo una lista o addirittura nessuna è stata presentata, è del tutto inutile votare, come giustamente osserva la FIEI.

3) Il 14 gennaio 2015 esce un comunicato della Farnesina, che annuncia la riapertura delle liste nelle circoscrizioni in cui nessuna lista è stata presentata. E le altre, dove è stata ammessa una lista sola e quindi risulta del tutto inutile votare? Aggiungiamo, perchè questo è il caso di Francoforte, che ciò è avvenuto per i tempi strettissimi concessi e non per la mancanza di altre liste che semplicemente non hanno avuto il tempo di raccogliere le 200 firme di sostegno necessarie.

Un comment  del dilettantismo dimostrato nella gestione del rinnovo dei Comites ci sembra superfluo.

 

Dato  che  la generale situazione degli italiani e delle italiane  di seconda e terza generazione in Germania  non è per nulla rosea,  ci appelliamo  ai rappresentanti della stampa in Italia, invitandoli  prima di tutto a guardare le statistiche che ci riguardano e che ci segnalano  tra gli stranieri  da tempo residenti in Germania  sempre ultimi nell’istruzione e preparazione professionale e primi  nel tasso di disoccupazione.

 

In secondo luogo  li esortiamo ad occuparsi anche dei nostri casi: sappiamo bene che in Italia ci sono sufficienti gatte da pelare  e non si sente la necessità di trovarne altre, ma abbiamo almeno due buoni motivi per avanzare questa richiesta: 1) per continuare  ad essere una risorsa finanziaria, di turismo e di esportazione per l’Italia dobbiamo avere organi di rappresentanza e di cultura funzionanti e non stralciati o ridotti all’osso. 2) per non far morire il volontariato, che, al momento e chissà per quanto tempo ancora, è l’unico che si occupa degli italiani che arrivano ogni giorno sempre più numerosi, abbiamo bisogno di un minimo di sostegno. Tanto per fare un esempio, solo a Francoforte arrivano in media mille italiani all’anno, che non sanno il tedesco, non hanno nè lavoro nè un’abitazione, ma in compenso spesso figli, a cui bisogna trovare asilo e scuola.

Se le associazioni ed i loro volontari, che stanno crollando per la fatica e la frustrazione di essere lasciati soli, non ce la faranno più, anche i disperati che vanno via dall’Italia  dovranno ritornare nell’esercito dei disoccupati del  bel paese o arricchire la già vasta marginalità sociale.

Liana Novelli, www.donneitaliane.eu

 

 

 

 

 

A Norimberga Congresso BIOFACH e VIVANESS 2015: Food for Thought – Cibo bio per il cervello

 

Dall'11 al 14 febbraio 2015, quando i due saloni BIOFACH e VIVANESS riuniranno approssimativamente 2.200 espositori (200 di cui al Salone Internazionale della Cosmesi Naturale) e circa 42.000 visitatori professionali, la NürnbergMesse invita anche al maggiore convegno del biologico al mondo: una piattaforma senza pari per lo scambio di sapere e di informazioni che, con pressoché 100 conferenze e gruppi di discussione, raggiunge più di 6.500 partecipanti. I presenti discuteranno temi che muovono il comparto e danno forma al futuro del mercato globale e del movimento biologico, influenzando altresì la politica. Per prendere parte alle manifestazioni congressuali non è necessario registrarsi separatamente e i partecipanti di BIOFACH e VIVANESS potranno accedervi gratuitamente. Tema chiave del congresso sarà quest'anno "Organic 3.0 – buone condizioni quadro per più bio". Il congresso si articola in un totale di sette forum. Due di questi festeggeranno nel 2015 la loro première: il Forum della scienza e il Forum della politica. Dip 16

 

 

 

 

Deputati Pd estero: Grazie Presidente Napolitano!

 

ROMA - Il saluto e il ringraziamento che rivolgiamo al Presidente Napolitano nel momento in cui volontariamente lascia il suo incarico non hanno nulla di convenzionale, ma nascono dalla convinzione sincera e profonda che la guida che Egli in questi anni ha assicurato al Paese sia stata un insostituibile fattore di stabilità e di tutela del nostro sistema democratico. Non è un caso che nei diversi e difficili frangenti che la vita politica e istituzionale italiana ha conosciuto in questi anni, la maggior parte dei cittadini italiani ha visto in Lui un presidio sicuro, affidabile, dignitoso.

Basta ritornare, tanto per non andare lontano, alla situazione che si è creata all’inizio di questa legislatura. Un esito elettorale non risolutivo e l’incomunicabilità tra i maggiori gruppi parlamentari avevano determinato una situazione di paralisi e di crisi, che si è potuta superare solo per la Sua determinazione e per l’atto di responsabilità di prolungare di qualche anno il Suo mandato, a condizione di fare concreti passi in avanti verso quelle riforme di cui l’Italia ha assoluto bisogno.

Ora che le riforme si sono avviate, con la sobrietà e lo stile che Gli appartengono, Egli ha riconsegnato al Parlamento la sua alta responsabilità. Dare un senso di coesione nazionale e di responsabilità in questo delicato passaggio è non solo un dovere di tutti, ma anche la forma migliore di onorare Chi ha dato prova di un così alto senso delle istituzioni.

Come eletti all’estero, abbiamo un motivo in più di gratitudine. L’immagine dell’Italia per gli italiani all’estero è come l’aria che si respira. E’ un motivo di dignità, di apprezzamento presso l’opinione pubblica locale, di dialogo con le autorità dei Paesi nei quali essi vivono ed è un fattore di mantenimento dei rapporti con i luoghi delle origini. Napolitano, nel corso di un mandato che Obama ha definito “storico”, ha dato di sé un’immagine di credibilità e di affidabilità che si è proiettata sul Paese, aiutandolo non poco in questa fase di crisi.

Il convinto, radicato europeismo di Napolitano, inoltre, ha consentito di tenere la barra ferma in una navigazione resa sempre più difficile dagli scogli economici e sociali che la crisi ha moltiplicato in questi anni anche a livello continentale.

Per tutto questo, dal profondo del cuore, semplicemente grazie, Presidente Napolitano, anche a nome dei milioni di italiani che vivono oltre i confini nazionali. Continui dal Parlamento a far sentire la Sua autorevole voce e non faccia mancare agli italiani la Sua guida.

(Gianni Farina,Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca e Fabio Porta

Deputati del Pd eletti nella circoscrizione Estero

 

 

 

 

Non è guerra di religione

 

BARI –  Eventi traumatici come quelli di Parigi hanno segnato tragicamente gli inizi del nuovo anno. Credo non si sia mai scritto, così tanto in così pochi giorni. Le televisioni di tutto il mondo hanno ripetuto fino alla noia le stesse notizie, con collegamenti in diretta, per cogliere in tempo reale l'epilogo mortale, come era stato scritto, in un precedente articolo pubblicato su questo giornale dal nostro collaboratore Gianfranco Suma, (Strage di Parigi: si poteva evitare) poche ore dopo la strage al settimanale Charlie.

 

Ogni giorno assistiamo a confronti, dibattiti televisivi ad interviste, nella speranza si possa giungere a formulare ipotesi che possano spiegare queste atrocità. Il radicalismo islamico che colpisce al cuore la Francia. Io intendo porvi alcuni quesiti, dopo le dovute riflessioni, che hanno caratterizzato questo orribile fatto di sangue. Vi sono aspetti poco toccati, che intendo mettere in risalto, perché è questo essere Charlie, ma attenti a non offendere alcuno, per il sacro rispetto che si deve, sempre e comunque ad ogni essere umano.

 

Le chiamano "cellule dormienti", ma chi sono realmente questi giovani che ad un certo punto della loro vita hanno deciso, attraverso eclatanti azioni omicida di porre fine alla loro vita?

Non sta a noi fare un'analisi psicologica e sociologia su questi giovani, ma parlando di loro e dei loro misfatti, viene distolta la nostra attenzione sulle strategie, le alleanze, le connivenze e le responsabilità politiche di molti Stati, che sono attivamente coinvolti nel fomentare e finanziare questo radicalismo islamico.

 

Ricordiamo tutti la guerra tra Iraq (a maggioranza sciita) ed Iran (sciita), finanziata dagli USA, per piegare gli Ayatollah iraniani, ostili alla politica USA. Saddam Hussein, presidente iracheno sunnita, già uomo della CIA, ricevette enormi finanziamenti, armi ed destramente di truppe, per sostenere la sanguinosa guerra con lo scomodo vicino.

 

Milioni di morti, tra soldati e civili. L'occidente faceva la guerra lontano da casa sua ed invece di inviare i propri soldati (come poi fece con l'invasione dell'ex alleato Iraq), mandava al massacro intere generazioni di iracheni. Gli interessi erano enormi: contenere l'avanzata delle rivoluzione sciita ed impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio. Iraq ed Iran sono due Paesi islamici, entrambi a maggioranza sciita.

 

I Sunniti sono i seguaci della corrente di maggioranza dell’Islam. Il nome deriva da sunnah che significa “tradizione” e sunniti sono pertanto i musulmani che si riconoscono nella tradizione.

Gli Sciiti sottolineano il ruolo particolare di Alì come nuovo leader dopo Maometto, lui che di Maometto era cugino. Questi fanno proseguire la serie dei loro Imam con i diretti consanguinei di Alì. La fede nell’Imam assunse molto presto una componente sacra e fu associata alla fede nell’ ”atteso” alla fine dei tempi.

 

L'Arabia Saudita è sunnita, l'Iraq a maggioranza sciita,  ma è stata governata da una minoranza sunnita, l'Iran Sciita, tendendo conto che i sunniti rappresentano il 90% dei musulmani nel mondo. Sembra una guerra di religione, tra sunniti e sciiti, ma non è così. Il progetto è politico, ancora oggi, con l'obiettivo di piegare gli islamici che non vogliono essere americanizzati. Il conflitto tra i due Paesi era privo di qualsiasi progetto di espansione ed affermazione religiosa di parte. Le motivazioni erano politiche-economiche a vantaggio degli USA, che è il più grande consumatore di petrolio al mondo. Oggi assistiamo a guerre atroci, condotte dall'IS (Stato Islamico), da Al-Qaida, che hanno esteso il proprio dominio su molti Stati, addirittura annettendone parte dei territori conquistati militarmente e dando origine alla Stato Islamico, con Leggi coraniche, una propria moneta, documenti, targhe dei veicoli e controllo politico-militare.

 

Queste organizzazioni politico-militari, sono ben armate, addestrate e finanziate da alcuni Stati arabi, interessati a destabilizzare interi Stati che non si allineano ai propri voleri e a quelli di alcuni Stati occidentali. Chi li finanzia con miliardi di dollari? Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Cinque paesi sunniti a fianco degli Usa per bombardare le postazioni di Isis in Siria, che attaccano gli estremisti, dopo essere stati accusati per molto tempo di essere i finanziatori delle due frange estremiste islamiche.

 

Una forte contraddizione, ma che trova la sua ragione d'essere nell'espansione politica, economica e sul rafforzamento del potere personale dei governanti arabi alleati degli USA. Da una parte finanziano i due gruppi terroristici, IS e Al-Qaida, dall'altra sono alleati dell'Occidente nel combattere gli estremisti islamici. L'Occidente è consapevole di questo e permette queste stragi di innocenti, per "ragion di Stato". La dipendenza dal petrolio arabo è la ragione e per la quale, l'Occidente accetta supinamente questa condizione disumana.

 

Quindi dipingere tutto come una guerra tra islamici ed infedeli, è solo una strategia di marketing, per tenere nascosti gli accordi scellerati che alcuni Stati hanno fatto sulla pelle degli innocenti.

Gli esperti analisti occidentali hanno gioco facile nel far esaltare immediatamente l'appartenenza religiosa di chi commette e subisce il misfatto. In questi giorni si è parlato molto di musulmani ed ebrei. Ma gli assassini e le vittime, non erano francesi, prima di tutto?

 

Perché continuare a guardare alle vittime e carnefici da un punto di vista religioso. A chi conviene. I giornalisti massacrati non erano credenti, allora perché non dirlo? I politici usano tutti i media per il controllo della comunicazione di massa. Far passare la strage di Parigi, come una "guerra di religione"è una sciocchezza. La verità è che due giovani pazzi, violenti, incapaci di un'analisi autonoma ed ignoranti dal punto di vista religioso, hanno ucciso ebrei, un poliziotto di origine algerina, i giornalisti di Charlie e nessun cristiano?

 

I media internazionali vanno a nozze nell'esasperare i conflitti sociali in guerre tra religioni, tra buoni e cattivi, tra Islam ed ebraismo, senza contare le migliaia di vittime cristiane che vengono uccise in Africa. Ricorderete la guerra nella ex Jugoslavia, come mai non è passata come una guerra di religione? I cristiani occidentali, sono andati a bombardare i cristiani ortodossi che difendevano (sbagliando) l'integrità della nazione.

 

Anche quella non è stata una guerra di religione, anzi, la religione è stata usata per convincere i popoli che era una giusta guerra. Intanto si vendevano armi a tutti, per poter continuare quell'orribile guerra, per distruggere il più possibile, perché dopo avere raso al suolo una nazione, bisogna ricostruirla e questo era uno dei progetti delle nazioni intervenute militarmente.

 

Gheddaffi è stato il leader indiscusso della Libia per circa 30 anni. Amato e riverito da molti leaders occidentali,  italiani, francesi e inglesi. Ogni Stato aveva i suoi interessi nazionali e particolari. Appena è caduto in disgrazia, la Francia di Sarkò ha inviato i bombardieri per "appoggiare" le forze ribelli. Siamo sicuri che non volesse coprire misfatti che Gheddaffi avrebbe svelato nel caso in cui ne sarebbe uscito vivo? Molti sono stati finanziati da Gheddaffi, molti hanno goduto dei suoi favori, alcuni hanno condiviso serate private, nel deserto, con giovani amazzoni e nel lusso più sfrenato.

 

No, non sono guerre di religione. Sono guerre create ad arte per destabilizzare non le democrazie, ma i cittadini, che soffrono quotidianamente per la gravissima crisi economica che attanaglia l'Europa e cosa c'è di meglio che creare eventi ancora più terribili, in casa nostra (Europa), per far dimenticare le politiche finanziarie che ci hanno portato ad essere una provincia tedesca e non uno Stato Sovrano. La storia la scrivono i vincitori, ma non per questo essi raccontano sempre la verità.

 

Immensa manifestazione di protesta, di solidarietà e di libertà di espressione, quella che si è tenuta a Parigi, che ha visto la partecipazione di primi ministri e presidenti di molti Stati. Dal russo Lavrov all’ungherese Orbán, dal turco Davutoglu al gaboniano Bongo. A Parigi hanno sfilato rappresentanti di governi che limitano la libertà di stampa.

 

Periodo storico difficile, da vivere ed interpretare, perché la disinformazione è costruita ad arte. Non vi è una terza guerra mondiale e nemmeno una guerra tra religioni. Vi sono conflitti tra gruppi di fanatici, assassini prezzolati, che usano le religioni come un maglio, per colpire gli innocenti. Riportiamo la discussione sul legittimo piano, che non è quello religioso, ma politico, sociale e generazionale.

 

Smettiamola di parlare sempre di ebrei uccisi. Nel caso di Parigi erano prima di tutto francesi. Se c'è un attentato in Israele, colpiscono gli israeliani, se c'è un attacco in Italia, colpiscono gli italiani, non i cristiani. È ovvio che per terrorizzare i cittadini, occorre colpire non solo loro, ma anche i loro simboli, politici e religiosi.

 

Noi non condividiamo alcun tipo di radicalismo, né politico, né religioso, né satirico. Il rispetto deve tornare ad essere il termometro che deve regolamentare i rapporti umani, sociali e politici. Noi abbiamo rispetto per le altre culture e religioni,ma in Italia difendiamo la nostra identità culturale, storica e religiosa. Tutti i cittadini i del mondo possono vivere in Italia (se ci saranno le condizioni di Legge), ma essi hanno il dovere i rispettare i nostri simboli, il nostro credo, i nostri valori e tradizioni. Non possiamo accettare in nessun modo di rinunciare a quanto scritto, perché alcuni pensano che valori, credo e tradizioni, possano offendere il credo altrui. Benvenuti in Italia, ma nel pieno rispetto delle regole, dei valori e del credo italiani.

Antonio Peragine, Direttore Editoriale del Corriere di Puglia e Lucania nel Mondo

 

 

 

 

M.O. Cpi: prima verifica su crimini di guerra in Palestina. Israele: "Decisione scandalosa"

 

L'indagine preliminare potrebbe richiedere anni, prevede che i pubblici ministeri valutino la forza delle prove, se la Corte sia competente e come possa essere servito al meglio "l'interesse della giustizia". Oltre a ufficiali israeliani potrebbero finire sotto la lente della Procura anche rappresentanti palestinesi, in particolare per i lanci di razzi su Gaza. Lieberman: "Si basa solo su considerazioni anti israeliane"

 

L'AIA - La Corte penale internazionale (Cpi) ha annunciato l'apertura di un'inchiesta preliminare sulla "situazione" in Palestina per verificare se siano stati commessi "crimini di guerra". L'Autorità nazionale palestinese aveva presentato domanda di adesione al Cpi il 31 dicembre e il 7 gennaio il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon ha confermato che entrerà a farne parte dal prossimo primo aprile.

 

L'adesione al trattato del Cpi da parte dei palestinesi punta a ottenere il deferimento di Israele alla Corte per l'offensiva a Gaza della scorsa estate e rientra in una strategia volta a fare pressione sullo Stato ebraico, alla luce dell'impasse nei negoziati di pace. In concomitanza con l'adesione al

Trattato di Roma il presidente palestinese, Abu Mazen, aveva inviato alla Corte un documento nel quale si autorizzava la Procura ad aprire in futuro delle inchieste su dei presunti crimini di guerra commessi dopo il 13 giugno del 2014 nei "territori palestinesi occupati".

 

"Lo statuto di roma non impone alcuna scadenza per prendere una decisione relativa a un esame preliminare" ha ricordato l'ufficio della Procura della Cpi: una simile procedura è già in corso in Afghanistan, Colombia, Georgia, Guinea, Honduras, Iraq, Nigeria e Ucraina.

 

"L'ufficio - si legge in una nota della Procura - condurrà la sua analisi in piena indipendenza e imparzialità". "Il caso è nelle mani della Corte. Ora è una questione legale e noi abbiamo fede nel sistema giudiziario", ha commentato Nabil Abuznaid, capo della delegazione palestinese all'Aia. L'indagine preliminare, che potrebbe richiedere anni, prevede che i pubblici ministeri valutino la forza delle prove dei presunti crimini, se la Corte sia competente e come possa essere servito al meglio "l'interesse della giustizia". Oltre a ufficiali di Israele potrebbero finire sotto la lente della Procura anche rappresentanti palestinesi, in particolare per i lanci di razzi avvenuti da Gaza.

 

Una decisione "scandalosa". Così il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ha definito l'esame preliminare della Corte Penale internazionale dell'Aja sui presunti crimini di guerra nei Territori Occupati. "La stessa Corte - ha detto - che non ha trovato motivo di intervenire in Siria dove ci sono stati più di 200 mila morti, o in Libia o in altri posti, trova appropriato 'esaminare' il più morale esercito del mondo in una decisione basata interamente su considerazioni anti israeliane". La decisione dell'Anp di sottoscrivere il Trattato di Roma, che dà accesso alla Corte penale internazionale, continua ad alimentare le reazioni di Israele. Per Lieberman, la mossa fatta dal presidente palestinese, "sancisce la fine degli accordi di Oslo" (siglata fra Israele e Olp nel 1993).

 

Ma il ministro ha anche duramente criticato quei parlamenti che in Europa hanno votato per il riconoscimento della Palestina e ha affermato che "hanno così scritto un nuovo capitolo nei Protocolli dei Savi di Sion". Deputati importanti nel Parlamento europeo e nei parlamenti di Svezia ed Irlanda, ha aggiunto, "hanno mentito spudoratamente", come la Cecoslovacchia nel 1938, anche Israele "è ora abbandonato al suo destino" dall'Europa. Israele, all'indomani della presentazione ufficiale della richiesta palestinese, aveva già congelato il trasferimento di 106 milioni di euro di tasse raccolte per conto dell'Autorità palestinese nel mese di dicembre.

 

I palestinesi da parte loro hanno espresso soddisfazione per l'accaduto: "Nessuno stato o individuo può fermare ciò che abbiamo messo in moto, e alla fine alla verifica seguirà un'inchiesta vera e propria" ha commentato il ministro degli Esteri palestinese, Riyad al-Maliki. LR 16

 

 

 

 

 

Elezioni in Grecia. Test greco per l’Eurozona

 

Fallito il tentativo di eleggere un Presidente della Repubblica, e fallito il tentativo del primo ministro conservatore Antonis Samaras di ottenere implicitamente il sostegno di una più ampia maggioranza parlamentare, il 25 gennaio gli elettori greci torneranno alle urne.

 

E, come era prevedibile, sono ripartite le speculazioni sulla capacità/volontà della Grecia di rispettare gli accordi, sul futuro della Grecia nell’Euro, e più in generale sulla efficacia di una strategia europea di uscita dalla crisi esclusivamente concentrata sul “mix” di consolidamento di bilancio e riforme strutturali.

 

Trattative sul debito greco

Le incertezze e le speculazioni sono motivate dai sondaggi, secondo cui la maggioranza relativa dei voti degli elettori greci andrebbe a Syriza, il partito guidato da Alexis Tsipras, che aveva in passato proposto un’uscita della Grecia dall’Euro, e che oggi ha nella sua piattaforma elettorale, non più l’abbandono dell’Euro, ma una richiesta di rinegoziazione del debito pubblico greco.

 

È presto per valutare quali saranno in concreto le richieste precise ed articolate che il futuro governo di Atene (necessariamente di coalizione) avanzerà ai partner dell’Eurozona. Ma è comunque verosimile ipotizzare che fra queste figurerà una qualche forma di ristrutturazione/riscadenzamento del debito greco.

 

Il programma elettorale di Syriza prevede una soluzione fondata su una combinazione di una parziale cancellazione di una quota del debito sovrano greco (oggi detenuto per l’80% da istituzioni pubbliche europee) con una clausola che collegherebbe il rimborso della quota rimanente al raggiungimento di un certo livello di crescita del Pil.

 

Altri economisti vicini a Syriza hanno proposto soluzioni ancora più radicali, che prevedono la conversione di tutto il debito greco, ancora “outstanding”, in un titolo sovrano senza scadenza prefissata, il cui rimborso inizierebbe al verificarsi di determinati ritmi di crescita del Pil greco.

 

È probabile che si tratti di proposte avanzate in parte in funzione elettorale, e in parte in funzione tattica, per preparare il terreno in vista del negoziato con i partner europei. Ma sarebbe un errore ritenere che, una volta al governo Tsipras, manterrà una linea di continuità con il governo Samaras, e rinuncerà a porre il problema del debito greco rimettendo in discussione la linea sinora seguita.

 

Anche perché il mix di misure di consolidamento fiscale e radicali riforme strutturali, in cambio dell’assistenza finora messa a disposizione da Banca centrale europea, Bce, Esm (e in parte dagli Stati membri dell’Eurozona), non ha consentito finora alla Grecia di tornare a crescere e soprattutto di tornare sui mercati per finanziare il proprio debito pubblico.

 

Mercati finanziari in fibrillazione

In altre parole sembra inevitabile che il “dopo elezioni” in Grecia porrà una serie di problemi alle istituzioni dell’Eurozona:

a) definire una risposta credibile e sostenibile ad un Governo liberamente e democraticamente eletto, senza rimettere in discussione gli aspetti essenziali degli accordi esistenti;

b) rendere compatibile il rispetto del voto popolare in Grecia con le esigenze di una “governance” complessa come quella dell’Eurozona;

c) affrontare più in generale la questione della sostenibilità di debiti sovrani eccessivi in un contesto di recessione e deflazione.

 

Se si aggiunge a tutto questo la circostanza che la Bce dovrebbe decidere su interventi di “quantitative easing” nella riunione del Board che precederà di soli tre giorni le elezioni in Grecia, si comprendono agevolmente le fibrillazioni dei mercati finanziari di questi giorni; le indiscrezioni su scenari di uscita della Grecia dall’Euro, e le smentite delle fonti ufficiali sull’esistenza di “piani B”.

 

Sfide europee

In sintesi per l’Eurozona si porranno tre ordini di problemi. Il primo è un problema di “governance” dell’Eurozona e riguarda la questione di chi negozierà con il governo greco.

 

Secondo le regole, dovrebbero negoziare le istituzioni comuni (Bce e Commissione in primis) sulla base di posizioni condivise. Le prime prese di posizioni pubbliche sembrano indicare che ancora una volta Berlino (unica capitale ad essersi pronunciata sull’argomento) tenda a proporsi come effettivo interlocutore di Atene.

 

Sarebbe un errore gravissimo lasciare alla Germania l’esclusiva del negoziato; e sarebbe bene che anche gli altri paesi membri dell’Eurozona (tra l’altro ugualmente creditori della Grecia) facessero sentire la loro voce, anche perché la posta in gioco va oltre il caso della Grecia.

 

Il secondo problema riguarda il contenuto della risposta da dare alle richieste di Atene. Difficile essere precisi su questo aspetto finché non si conosceranno con precisione queste richieste.

 

Ma forse si potrebbe cominciare a riflettere su soluzioni che evitino sia inutili dogmatismi (del tipo “gli accordi vanno rispettati a qualsiasi costo”), sia misure impraticabili perché eccessivamente onerose per i creditori (in quanto collegate a ipotesi di cancellazione anche parziale del debito greco).

 

Tra i due estremi dovrebbe essere possibile definire una qualche forma di riscadenzamento di una parte del debito, in cambio del mantenimento (verificabile) degli impegni assunti in materia di riforme.

 

Infine la terza sfida (quella più difficile) che si porrà per l’Ue e l’Eurozona è quella del collegamento fra la soluzione del caso della Grecia e la questione di un ripensamento di carattere più generale sulla strategia comune fin qui seguita per uscire dalla crisi con una combinazione di misure di consolidamento di bilancio (tutto sommato efficaci) e riforme strutturali (meno efficaci perché affidate prevalentemente alla buona volontà dei singoli Governi nazionali).

 

Misure di consolidamento di bilancio da ripensare

Molti (soprattutto nel Nord Europa) negheranno questo collegamento e faranno il possibile per isolare il caso greco. Ritengo invece che la discussione sulle richieste del nuovo Governo greco possa essere un buona occasione per ridiscutere una strategia unicamente concentrata sul consolidamento fiscale, nella consapevolezza che questa linea, che ha funzionato rispetto all’obiettivo di evitare il collasso della moneta comune, ma lascia irrisolto il problema dei debiti sovrani eccessivi e costringe l’Eurozona a navigare a vista tra bassa crescita e deflazione.

 

Insomma il caso della Grecia, ancora una volta, metterà alla prova le capacità di reazione e di visione dell’Eurozona. È davvero eccessivamente ottimistico sperare che possa essere un’occasione per definire una strategia condivisa e credibile per riportare l’Europa su un percorso di crescita coerente con una gestione responsabile del debito sovrano?

Ferdinando Nelli Feroci, presidente dello IAI. AffInt

 

 

 

 

Grecia, banco di prova per l'attendibilità dell'Euro

 

Non cessano le accuse tedesche alla politica monetaria del presidente della Bce Mario Draghi il quale a sua volta critica le deboli riforme, l’eccesso di burocrazia e il forte carico fiscale nei Paesi Ue

Accade spesso in politica che imprevisti eventi rivelino l’inutilità di progetti a lungo meditati. Ha tutta l’aria di essere questo il caso della Banca Centrale Europea (Bce) che ha in programma un massiccio acquisto di titoli di Stato, chiamato “quantitative easing”, che si propone di combattere le tendenze deflazionistiche nella zona dell’euro e di stimolare la crescita economica dei Paesi dell’Unione Europea (Ue). Soprattutto la Germania non ha mai nascosto la sua avversione nei confronti del “quantitative easing” promosso dal presidente della Bce Mario Draghi, un programma che farebbe aumentare di un bilione di euro il bilancio della Bce da utilizzare per prestiti alle banche a tassi molto vantaggiosi.

Governo di Berlino, Bundesbank e ”saggi” tedeschi dell’economia sono concordi nel negare che esista in Europa un serio rischio di deflazione, come Draghi sostiene, e anche nell’affermare che la disponibilità di denaro a buon mercato comporta il rischio d’indebolire ulteriormente la già scarsa propensione riformista di alcuni Paesi dell’Europa meridionale, in modo particolare dell’Italia. In sostanza, dal punto di vista tedesco il vero problema non sarebbe tanto la crisi economica, quanto la mancanza della ferma volontà in alcuni Paesi dell’Ue di realizzare le necessarie riforme strutturali.

È chiaro a questo punto che i Paesi a nord e a sud dell’Europa hanno opinioni contrastanti sulle cause delle difficoltà economiche dell’Unione Europea la quale, fatta eccezione per la Germania, non riesce a ritrovare la strada della crescita economica interrotta nel 2007. Recentemente si era pensato che Mario Draghi stesse per rinviare il ricorso al “bazooka” dell’acquisto in massa dei titoli di Stato. La dilazione avrebbe permesso alla Bce di attendere l’ormai prossima presa di posizione della Corte Europea di Giustizia di Lussemburgo sulle perplessità espresse dal Bundesverfassungsgericht di Karlsruhe riguardo a una presunta carenza di costituzionalità del programma “quantitative easing”. Una volta chiarito quest’aspetto, decisamente non secondario del programma, Draghi sarebbe stato poi libero di trarre le sue conclusioni, mettendo fine agli indugi e alle incertezze che durano ormai da troppo tempo.

Improvvisa svolta greca

Questo era il quadro che si presentava all’apertura del sipario in Europa le feste di Capodanno. Sennonché all’ultimissimo momento a Bruxelles e in tutte le capitali europee sono suonati improvvisamente i campanelli di allarme. Ad attivarli è stata la preoccupante prospettiva delle elezioni politiche anticipate che si svolgeranno il 25 gennaio in Grecia dopo che il Parlamento di Atene non era riuscito a trovare un accordo sulla nomina di un nuovo presidente della Repubblica. Il problema per i Paesi dell’Ue è che le elezioni greche potrebbero decretare la vittoria del partito di sinistra radicale Syriza attualmente in testa ai sondaggi. Timore giustificato, perché, infatti, il presidente del partito Alexis Tsipras rifiutando il “diktat tedesco del risparmio” si propone di riaprire le trattative con l’Ue chiedendo la cancellazione di una parte del programma di austerity concordato dal precedente governo greco con la Troika - l’organo di controllo formato da rappresentanti di Bce-Ue-Fmi.

Inoltre, il partito Syriza vorrebbe anche ottenere un netto taglio dei 300 miliardi di debito che la Grecia ha per l’80% nei confronti di Banca centrale europea, Unione Europea e Fondo monetario internazionale. Nel caso di mancata maggioranza assoluta, il partito Syriza dovrà trovare un alleato che condivida la sua convinzione secondo cui l’Ue non sarebbe in grado di imporre alla Grecia l’uscita dall’euro. È chiaro a questo punto che il 2015 inizierà in un clima di grande incertezza lasciando col fiato sospeso i mercati finanziari alle prese con i problemi di un euro in balia della speculazione. Per il momento è anche presto per dire se l’Ue sia disposta a lasciar fallire la Grecia con la conseguenza di una sua uscita dall’euro o se invece, costi quello che costi, vorrà salvarla. Al contrario di tre anni fa quando un’uscita della Grecia dall’euro avrebbe messo a soqquadro l’Ue, a Bruxelles si è convinti che il sistema monetario europeo con i suoi nuovi meccanismi di sicurezza sia oggi molto meglio preparato all’eventualità dell’uscita della Grecia dall’euro. Resta da vedere se la Grecia pensi davvero a un suo futuro senza l’euro, ma questo potranno dirlo soltanto gli elettori greci.

Via libera tedesca ad Atene?

Il governo tedesco, così si sente dire, avrebbe già modificato la sua linea politica e a certe condizioni non si opporrebbe a un’uscita della Grecia dall’euro. Anzi di più, Berlino riterrebbe irrinunciabile un simile passo qualora il nuovo governo di Atene gettasse alle ortiche i suoi propositi di risparmio e di riforme strutturali tentando la grande avventura socialista auspicata dal partito Syryza, la qualcosa, tra l’altro, provocherebbe automaticamente la chiusura delle linee di credito da parte della Troika. “I tempi in cui avremmo dovuto salvare a tutti i costi la Grecia sono passati – afferma da parte sua il vicepresidente del partito Cdu, Michael Fuchs – perché il paese ellenico non è più decisivo per il sistema euro”.

In altre parole, Tsipras, presidente del partito radicale di sinistra Siryza, non avrebbe in mano una decisiva arma di ricatto (“la Grecia va presa così o niente”) nei confronti dell’Unione Europea. Anche il presidente dell’istituto di ricerca economica Ifo di Monaco, Hans-Werner Sinn, guarda senza affanno all’uscita di Atene dall’euro anche perché ciò consentirebbe alla Grecia di recuperare con la vecchia dracma parte della sua perduta competitività economica. Sinn, come del resto anche il governo di Berlino, non sembra temere un effetto domino in Europa. Una decisione, comunque, non sarà facile per nessuna delle due parti.

Il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schaueble ha sottolineato che gli accordi firmati dal precedente governo greco valgono anche per quello che uscirà dalle elezioni del 25 gennaio. Per quanto riguarda Mario Draghi e il suo “quantitative easing” la logica e il buonsenso direbbero che il programma per il momento sta bene dov’e, ben chiuso nel cassetto della Bce. Se poi sarà il caso, se ne riparlerà più avanti alla luce del risultato delle elezioni parlamentari greche del 25 gennaio e delle decisioni che il nuovo governo greco riterrà opportuno prendere. Alle considerazioni iniziali fatte su questo tema andrebbe aggiunto che i temporaggiamenti del presidente della Bce, oltre che con l’attesa di una presa di posizione della Corte Europea di Giustizia di Lussemburgo, si potrebbero spiegare secondo il Financial Times anche con una sua tattica dilatoria.

Il quotidiano economico-finanziario britannico spiega, infatti, che i “quantitative easing” funzionano soltanto prima di essere lanciati, perché gli investitori comprano titoli di Stato sapendo che un domani potranno rivenderli con profitto alla Banca Centrale Europea. In sostanza, a Mario Draghi converrebbe tenere i mercati col fiato sospeso. Solo che l’incognita delle elezioni greche non era prevista. Luciano Barile, CdI gennaio

 

 

 

 

 

Presidenza di turno. Con le carte in regola la Lettonia al timone dell'Europa a ventotto

 

Il Paese baltico guidato da Laimdota Straujuma costretto a riscrivere l'agenda a causa della vicenda francese. Ora è necessario affrontare le questioni legate alla sicurezza interna e al terrorismo. Non mancherà l'impegno per "l'Europa competitiva, digitale e impegnata nel contesto globale". L'incoraggiamento dell'arcivescovo metropolita di Riga, Zbignevs Stankevics - Sarah Numico

 

 

“Durante questo periodo in cui la Lettonia avrà la presidenza” del Consiglio dei ministri Ue, “i cristiani del nostro Paese potranno riconoscere non solo i legami politici, ma anche quelli spirituali che ci uniscono all’Europa stessa”: monsignor Zbigòevs Stankeviès, arcivescovo metropolita di Riga, commenta così l’assunzione di responsabilità della nazione baltica per questo semestre. “800 anni fa, nel 1215, Papa Innocenzo III affidò la nostra terra alla protezione della Vergine Maria e per la prima volta si fece riferimento in fonti scritte al nostro Paese con il nome di Terra Mariana. Perciò ci affidiamo all’aiuto e all’intercessione particolare della Vergine perché dia prosperità spirituale e materiale all’Europa”. La Chiesa, dunque, si schiera con il proprio Paese in una fase delicata e di estrema responsabilità.

 

Difendere i valori dell’umanesimo. L’esordio del governo della Lettonia alla presidenza di turno Ue non poteva essere più difficile. Oltre a ereditare i problemi dei mesi e degli anni scorsi (dalla crisi economica al nazionalismo antieuropeo), sono arrivati gli attacchi terroristici e i morti in Francia. Così la due-giorni del 7 e 8 gennaio predisposta, a Riga, per verificare assieme alla Commissione Juncker il programma semestrale, è diventato un momento di riflessione sul versante della sicurezza, della pace, dell’integrazione in una società ormai pluriculturale. “È un momento in cui tutti noi nell’Unione europea possiamo mostrare che siamo pronti a difendere i valori dell’umanesimo, i valori compresi nel motto libertà, uguaglianza, fraternità”, ha dichiarato la premier lettone Laimdota Straujuma dinanzi ai giornalisti. Se le priorità che la Repubblica baltica era andata affinando nei mesi passati erano racchiuse nella tripletta “Europa competitiva, digitale e impegnata nel contesto globale”, i drammatici eventi di Parigi hanno fatto entrare prepotentemente nell’agenda del semestre “le questioni legate alla sicurezza interna, il terrorismo e i temi connessi”, ha spiegato Straujuma. Uguali sottolineature sono state preparate dalla premier in vista della presentazione e discussione del programma semestrale all’Europarlamento, a Strasburgo, il 14 gennaio.

 

“Le religioni non compiono atti criminali”. “Occorre impedire che il terrorismo distrugga la fiducia reciproca tra di noi e la fiducia nei valori che condividiamo”, ha specificato Straujuma. Di lotta al terrorismo si è ampiamente discusso a Riga e la premier ha fatto riferimento a una serie di proposte per rafforzare la lotta al terrorismo e la collaborazione internazionale. Temi che saranno discussi nei prossimi giorni e settimane, compresa la seduta del Consiglio affari esteri del prossimo 19 gennaio, quando “la discussione sarà ripresa”, ha annunciato dalla capitale lettone Federica Mogherini, alto rappresentante Ue per la politica estera, sostenendo la necessità di creare un collegamento con il lavoro che i ministri dell’Interno e della Giustizia porteranno avanti in materia di sicurezza. “Occorre separare il terrorismo dall’islam: non c’è religione che possa essere utilizzata per compiere atti talmente crudeli. Questa sfida culturale sarà anche al cuore della nostra attività in Europa e come Europa”, ha sottolineato l’Alto rappresentante. E le manifestazioni francesi dell’11 gennaio confermano la linea.

 

Il Paese promosso a pieni voti. “Questa presidenza rappresenta ai miei occhi un simbolo di riconciliazione tra la storia e la geografia europea”, ha dichiarato Jean-Claude Junker, salutando “la prima volta in cui la Lettonia assume la guida dell’Ue” ed evidenziando il fatto che “i piccoli Paesi spesso hanno più successo nella presidenza dell’Unione di quelli grandi, perché si concentrano sull’essenziale”. Promosso a pieni voti “il governo lettone, ben preparato”, così come “le priorità della presidenza di turno, in grado di tradurre concretamente le priorità del programma che la Commissione ha recentemente presentato” in una consonanza “al millimetro”, ha precisato Junker. E infatti il capo del governo lettone lo ha confermato, dichiarando il pieno appoggio della Lettonia al progetto della Commissione di lavorare nei prossimi sei mesi alla definizione legislativa e al varo del piano d’investimenti europei. Sarebbe per la Lettonia “uno dei risultati più significativi”, ha detto Straujuma.

 

Rilanciare il dialogo con Mosca e Kiev. L’Ucraina è stato un altro tema al centro dei dialoghi di Riga, da dove il presidente Junker ha annunciato l’intento della Commissione di mettere a disposizione dell’Ucraina altri 1,8 miliardi di euro nel corso del 2015 e inizio 2016 attraverso un nuovo “programma di assistenza macro-finanziaria” per aiutare la ripresa dell’economia. “La solidarietà dell’Ue con l’Ucraina non è una parola vuota, ma riflette una realtà concreta, di tutti i giorni” ha sottolineato Junker. Pieno appoggio della Lettonia anche su questo: il ministro degli Esteri Edgars Rinkçviès si è recato a Kiev e a Mosca “alla ricerca di un nuovo dialogo politico con la Russia circa la crisi in Ucraina”. Sir 13

 

 

 

 

 

 

Recenti preoccupanti sviluppi  nell’Est europeo.

 

La guerra del petrolio e delle valute e l’euro privato anche delle mutande 

svizzere.

 

Col primo gennaio 2015 anche l’ultimo dei tre Paesi baltici, la Lituania , 

è entrata a far parte della zona euro (dopo l’ Estonia dal 1º gennaio 2011 

e  la Lettonia dal 1º gennaio 2014).

L’Unione Europea si vanta di aver acquisito nella propria questi tre Paesi 

che vengono spacciati per campioni di democrazia dopo l’uscita dall’Unione 

Sovietica.

Una simile affermazione può però  provenire unicamente da chi ignora del 

tutto sia la storia generale d’Europa che quella locale. E passa sotto 

silenzio che nei  tre Paesi suddetti vivono ancora, nonostante le 

politiche di “pulizia etnica” forti percentuali di cittadini di origine 

russa.

Una trattazione completa sull’argomento è disponibile in: (http://www.geopoliticalcenter.com/2014/07/la-violazione-dei-diritti-delle-minoranze-russe-il-caso-del-baltico-e-dellucraina/).

Ne cito qui unicamente i punti salienti:

 

1) i governi Estone e Lettone, nel 1991 vararono una legislazione sulla 

cittadinanza che la riconosceva per jus sanguinis solo ai discendenti 

delle persone residenti nel paese il 16 giugno 1940. Per effetto di queste 

leggi, 715.000 abitanti della Lettonia (circa tre quarti della comunità 

russa ed oltre un terzo del totale della popolazione residente) e 290.000 

abitanti dell’Estonia (due terzi di russi, un quarto della popolazione) 

precipitarono nella condizione di “Nepilsoni” (Lettonia) o ”Kodakondsuseta 

isik” (Estonia) ovvero “Non Cittadini”. Una categoria di residenti priva 

di diritti politici e di molti diritti economici, sociali e culturali, i 

quali hanno diritto di soggiorno ma sono stati privati dei diritti 

elettorali attivi e passivi (nazionali ed europei), e non possono formare 

partiti politici.

  2) Non esistono leggi che garantiscono i diritti della minoranza russa né 

a livello nazionale né a livello locale (nemmeno nelle regioni in cui la 

maggioranza russa sfiora il 100%.

3) la costituzione stabilisce che l’unica lingua ufficiale è il lettone 

(art. 114), mentre tutte le altre lingue (compreso il russo, lingua madre 

di un terzo degli abitanti nel 1991) sono espressamente bollate come 

“lingue forestiere”.

  3) I nomi russi nei documenti sono naturalizzati e così i toponimi. In 

Lettonia, dal 2004 le scuole superiori russe, alcune esistenti dal 1789, 

sono state costretta a chiudere, ovvero a trasferire il proprio 

insegnamento in lingua lettone perlomeno nel 60% delle ore di lezione. 

Precisi divieti limitano il diritto dei privati di esporre cartelli ed 

annunci in “lingua forestiera”.

A livello economico sono precluse agli “Alieni” 24 posizioni professionali 

pubbliche, ovvero (a titolo esemplificativo) oltre a tutti gli uffici 

pubblici elettivi: la magistratura, la direzione delle imprese di stato, 

la polizia, la guardia di finanza, la guardia doganale, la polizia 

penitenziaria, il corpo dei pompieri, l’esercito, l’ispettorato del lavoro.

5) E’ inoltre vietato l’accesso a professioni private quali (sempre a 

titolo esemplificativo) l’avvocatura, il notariato, le agenzie 

investigative, le agenzie di sicurezza private, le consulenze private per 

l’amministrazione e l’esercito. Sono limitati i diritti di acquisizione 

degli immobili.

  Emerge quindi un panorama di grave discriminazione: un sostanziale 

apatheid legalizzato ed accettato dalle istituzioni nazionali ed europee.

6) È avvenuta di fatto di una quota sostanziale della minoranza russa. I 

russi residenti in Lettonia sono passati, negli ultimi 23 anni, da 905.000 

(36% della popolazione) a 520.000 (26%). Quelli residenti in Estonia, 

nello stesso periodo, sono passati da 475.000 (30%) a 320.000 (24%). Molti 

di questi russi sono passati nella Federazione, altri, particolarmente

molti “Alieni”, si sono trasferiti in altri stati dell’Unione Europea 

(principalmente Gran Bretagna ed Irlanda).

7) L’Estonia e la hanno aderito alla NATO ed all’Unione Europea nel 2004, 

alla Zona Schengen nel 2007 ed alla zona Euro nel 2011 (Estonia) e 2014 

(Lettonia). Questo processo è avvenuto senza che gli “Alieni” potessero 

partecipare in alcun modo alle scelte decisionali.

 

Non meraviglia che i governi di questi Stati Baltici, le cui convinzioni e 

pratiche sono tutt’altro che democratiche nei confronti delle ancora 

consistenti quote di popolazione russofona,  abbiano un’evidente ansia di 

ottenere la tutela della NATO per difendere le proprie politiche di 

apartheid contro eventuali iniziative della Federazione Russa.

Ciò sebbene la Russia mai abbia mostrato l’intenzione di voler affrontare 

il problema della tutela delle proprie minoranze con mezzi militari in 

questi tre Paesi.

L’avvicinamento all’UE è ancor più evidente da quando la Germania ne ha 

assunto di fatto l’egemonia economica e poi politica. E in questo contesto 

non  si può tacere la collaborazione durante l’Operazione Barbarossa 

(invasione dell’Unione Sovietica) dei governi fantoccio dei tre Stati 

Baltici con la Germania hitleriana, e non unicamente in funzione antirussa 

ma anch enegli eccidi di Ebrei ed altre minoranze (vedere negli appositi 

siti in Wikipedia e in particolare qui: 

http://www.academia.edu/8905240/Loccupazione_dei_paesi_baltici).

Certamente la collaborazione con le SS fu la conseguenza del  “mercato 

delle vacche”  cioè del patto Molotov-Ribbetrop  col quale Hitler si era 

accaparrato la Lituania e Stalin l’Estonia, la Lettonia e la Finlandia 

anche se quest’ultima occupazione rimase unicamente sulla carta poiché 

l’Armata Rossa pesantemente sconfitta dalla Finlandia, fatto che secondo 

molti storici convinse Hitler a rischiare l’attacco all’intera Unione 

sovietica.

Un caso analogo era avvenuto con l’Ucraina, dove il collaboratore di 

Hitler Stepan Bandera, (vedi qui:  

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Ucraina/Stepan-Bandera-l-eroe-criminale-che-divide-l-Ucraina-154127    

e  qui: 

http://www.tribunodelpopolo.it/pulizia-etnica-o-genocidio-la-vicenda-wolyn-1943-torna-ad-infiammare-il-confine-tra-polonia-e-ucraina/) 

ei era reso responsabile di eccidi di ebrei e polacchi e ciononostante 

dichiarato eroe nazionale al quale sono stati eretti monumenti sia prima 

che dopo il golpe di Kiev del 2014  (al posto di quelli di Lenin che 

invece sono stati demoliti come dimostrazione non tanto di anticomunismo 

ma di odio contro la Russia).

 

I riferimenti storici precedenti, anche se tracciati a grandi (ma 

comprovate) linee e pur necessitando approfondimenti, mostrano che il 

conflitto in Ucraina non è stata una semplice questione di ingerenze 

straniere (russe, statunitensi e dell’UE) tutte già ampiamente comprovate 

dai fatti finora noti ma che soltanto una più approfondita conoscenza 

degli avvenimenti e dei documenti potrà valutare esattamente per il 

rispettivo peso e responsabilità nei tragici fatti che ne sono seguiti.

In ballo c’è infatti una pesantissima eredità storica, sia nei Paesi 

Baltici che in Ucraina, il cui superamento può avvenire o con una 

pacificazione che tenga conto di tutti gli interessi in gioco – 

eventualità non impossibile ma estremamente difficile oppure, come  gli 

sviluppi attuali fanno purtroppo capire, con una “resa dei conti” alla 

quale si  sommano gli interessi dell’Occidente, militari ed economici, in 

particolare degli USA  e, seppure in forma di aiutante servile, dell’UE.

Se ci basiamo sui fatti dimostrati e non sulle accuse mai provate che 

vedrebbero la Russia come aggressore e l'Ucraina come vittima (e resta da 

spiegare in questa visione, perché la Russia avrebbe aspettato proprio ora 

ad aggredire un Paese fratello con cui non aveva problemi, anzi i cui 

problemi aveva in passato contribuito a risolvere fornendo gas a prezzi 

amichevoli) e se si riconosce che invece il golpe di Kiev è stato da lungo 

preparato da parte degli USA e della  NATO, e che l'unico ostacolo era la 

reticenza dei governi europei (non a caso il telefono la NSA controllava 

anche il telefono della Cancelliera Merkel e quindi le sue conversazioni 

con Putin).

In questa ottica si comprende pienamente la recente “guerra del 

petrolio”,  un ribasso del costo che era pianificato da lungo, mentre le 

sanzioni antirusse erano e restano soprattutto una mossa propagandistica 

(divenuta immediatamente autolesionista per l'UE per effetto delle contro 

sanzioni russe).

La partita dunque è per ora giocata militarmente ed in tono minore in 

Ucraina, anche per le difficoltà con l’insorgenza del califfato islamico 

in Irak e le sue prevedibili estensioni in Libia e altri Paesi in Africa 

(un tragico sviluppo di cui l’unica responsabilità ricade su USA e i suoi 

servi dell’UE) . Non va trascurato tuttavia il riarmo che avanza a grandi 

passi (gli aiuti finanziari all’Ucraina stanno finendo nelle tasche dei 

produttori di armamenti USA invece che per alleviare le condizioni 

economiche della popolazione malridotta dal conflitto e dalla rapina 

effettuata dagli oligarchi corrotti che pur tuttavia i cittadini hanno 

ricollocato al potere (Timoshenko, Poroshenko etc.). Nel caso peggiore 

l’Ucraina diverrà un nuovo Vietnam alle porte dell’Europa.

 

Ma la partita principale attualmente si gioca sul petrolio e di riflesso 

sulle valute:  è questo che condiziona l'avvio della terza guerra 

mondiale, che probabilmente non vedrà l’impiego di armi nucleari (poiché 

nessuno dei contendenti è in grado per ora di colpire l’avversario senza 

ritorsioni) .

La “guerra del petrolio” è un’abilissima mossa da parte dei governanti (o 

meglio dei loro burattinai) USA: colpiscono con una sola mossa Russia, 

Venezuela ed Iran, che col dimezzamento degli introiti si trovano le 

proprie economie precipitate in grandi difficoltà.

 

L’obiettivo è chiaramente quello di giungere a destabilizzare questi tre 

Stati, e soprattutto la Russia. Per potersi concentrare su questo 

obiettivo Obama ha addirittura rotto un tabù ed ha riparto le relazioni 

con Cuba,  non appena la visita di Puntin sull’isola gli ha fatto capire 

il rischio di una riedizione dei fatti del 1962 (missili sovietici a Cuba 

per costringere, come poi avvenne, gli USA a smantellare i propri missili 

installati in Turchia contro l’Unione Sovietica).

 

Come tutte le iniziative belliche, anche le guerre economiche non sono 

senza rischi né costi nemmeno per chi le avvia, nel caso per gli USA: il 

prossimo predibile fallimento delle banche legate ai finanziamenti 

dell’estrazione di  petrolio e gas col costosissimo sistema "fracking", 

costi che non sono più coperti con la vendita del petrolio ai prezzi 

attuali avrà ripercussioni sull'economia mondiale superiori a quelle della 

bolla immobiliare scoppiata con Lehman & Brother.

Ma a differenza di allora non ci sarà più un'UE su cui scaricare le 

perdite,  poiché nel vecchio continente non è rimasto più quasi nulla da 

spolpare.

L’euro, il veleno che l’UE si è auto somministrata è ormai riconosciuto 

come tale anche dalla Svizzera, che stanca di acquistarne quantità sempre 

più elevate per contrastarne il deprezzamento nei confronti della propria 

moneta, ha deciso di fidarsi di più dei  mercati che  delle ridicole e 

velleitarie manovre della Banca Centrale Europea.

Ciò che lascia allibiti coloro che seguono e studiano i fenomeni economici 

è il ritardo enorme con cui i cittadini stanno rendendosi conto delle 

ragioni della loro “euro-miseria” e la ridicola sicumera dei governanti 

che continuano a fingere l’esistenza di una soluzione all’interno della 

moneta unica: il RE Euro è nudo, ha perso anche le mutande (v. decisione 

della Banca Nazionale Svizzera) e costoro fingono come nella favola di 

tenere lo strascico dell’inesistente vestito. Ed infatti in Grecia ed in 

Italia si continua a discettare filosoficamente sulla tossicità o meno 

dell’euro per le rispettive economie: una situazione che ricorda i dotti 

teologi di Costantinopoli che discutevano sul sesso degli angeli mentre la 

città cadeva in mano ai Turchi.

 

Dunque come sempre nel corso della storia, quando in una zona non c'è 

bottino da conquistare si va oltre: e questa è appunto la Federazione 

Russa con tutte le sue risorse naturali e con le numerosissime tensioni 

che ora con una guida ferma da parte di Putin sono tenute sotto controllo, 

ma che con una gestione filo-occidentale à la Jeltsin (che gli USA non 

finiscono di rimpiangere) scoppierebbero esattamente come avvenne 

nell'ex-Jugoslavia. Solo irresponsabili e pazzi da legare possono 

desiderare un  tale sviluppo: e sembra che ce ne siano in abbondanza nelle 

lobby che guidano il Presidente Obama e le altre marionette governative a 

Washington. E purtroppo non si vedono cervelli più sani nemmeno nell’UE, i 

cui governanti sembrano essersi rassegnati a svolgere il ruolo di supini 

servitori degli interessi militaristici ed economici altrui.

Graziano Priotto- Praga/Radolfzell  (de.it.press)

 

 

 

 

 

Paolo Gentiloni: ”La nuova minaccia nasce nel Califfato, anche il nostro Paese pronto a combattere”

 

ROMA - Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri, lei oggi partecipa col premier Renzi alla "marcia" di Parigi. Vi aspettavate un colpo come quello contro Charlie Hebdo nella capitale francese?

«La nascita fra Iraq e Siria di un territorio controllato dai terroristi e poi l'utilizzo che il Daesh (la sigla in arabo dell'Is, ndr) ha fatto dei suoi primi successi ci diceva che offese del genere sarebbero state possibili. In Europa saranno ancora probabili. Quando si crea un magnete, un incubatore, un moltiplicatore come il Daesh le conseguenze sono poi prevedibili. In Italia non ci sono allarmi particolari, ma c'è una condizione generale che adesso davvero tutti conosciamo chiaramente. Quando la rivista ufficiale dei terroristi mette in copertina l'obelisco di San Pietro con la bandiera nera non ci sono molte interpretazioni da fare…».

ll nuovo responsabile della Farnesina da settimane ha puntato il suo lavoro sul Daesh, sui terroristi islamici, sugli effetti che la loro azione portano nel cuore dell'Europa e in tutto il Mediterraneo, Libia in testa.

«Nell'area del Medio Oriente per la prima volta si è insediato un gruppo terroristico che non ha precedenti in quanto a capacità militare, economica, organizzativa e direi soprattutto propagandistica, perché penso agli effetti moltiplicatori che si riverberano in Europa. Quello che è accaduto in Francia è la spia di questa minaccia nuova; illudersi che questa minaccia possa essere fronteggiata senza intervenire, astenendosi, credendo di poterci chiudere nelle nostre frontiere è un'idea pericolosa».

Cosa bisogna fare allora?

«Noi dobbiamo colpire, sradicare, estirpare la minaccia nel luogo in cui è più radicata, quello del Daesh: in luglio/agosto la minaccia era incomparabilmente maggiore di quanto non sia adesso sul terreno in Iraq. Ma le onde di ritorno, i movimenti di vari combattenti colpiscono in Europa e proseguiranno a colpire, a prescindere dal fatto che a Kobane o altrove ci possano essere delle vittori militari per la coalizione a cui partecipiamo. Quella minaccia va estirpata, fronteggiando anche le altre che provengono da AI Qaeda, da Boko Haram e dagli altri focolai di terrorismo».

È una chiamata alle armi, una "sveglia" molto dura quella che lei fa.

«Il non-intervento è illusorio e pericoloso, così come sarebbe ancora più pericoloso pensare che il tema non riguardi noi, ma che ci sia qualcun altro che lo faccia per noi. L'idea che "vabbè, ci sono gli americani, ci pensano loro", e poi noi magari ci prendiamo il lusso di dire che sono cattivi... non è più così. Tant'è che per battere il Daesh c'è una coalizione di 60 paesi. E per questo il Governo chiede unità al Parlamento non solo per rafforzare e riorganizzare il dispositivo che contrasta il terrorismo all'interno del Paese, ma per combatterlo fuori».

L'Italia è stata sempre poco abituata a presentazioni così crude…

«Non esiste l'outsourcing della nostra sicurezza, come europei e anche come italiani. Una linea isolazionista nuoce al Paese in termini di sicurezza, di economia, di tenuta dell'Italia stessa. ll punto che mi preoccupa è capire se la nostra classe dirigente, politica, giornalistica, economica, è consapevole che il mondo non ha più un equilibrio automatico, basato sull'equilibrio del terrore delle super-potenze o sull'illusione di una onnipotenza americana».

Ministro, il colpo al cuore di Parigi ci fa soffrire tutti, ma lei ha detto chiaramente molte volte che la sola opzione militare non basta.

«Certo, e lo confermo. Così come faccio tutte le analisi e le avvertenze necessarie: l'Islam non è identificabile col terrorismo: i terroristi islamici, come ha ricordato il presidente egiziano Sissi, sfidano anche la maggioranza dei governi e dei credenti islamici. Il terrorismo non si sconfiggerà solo con lo strumento militare, nelle comunità islamiche europee troveremo i primi alleati contro il terrorismo. Tutto questo è vero, tutte queste sono cautele di intelligenza politica da adottare per non aggravare la situazione invece di aiutare a risolverla. Ma queste cautele sono vere in un quadro che non deve avere equivoci: dobbiamo combattere questa minaccia. Punto».

In Italia ci si divide sull'uso o meno della parola "guerra", il che sottende una divisione ideologica o forse soltanto politico-tattica fra chi appoggia la lotta al terrorismo e chi magari vuol provare a utilizzarla per scopi elettorali.

«Qui siamo di fronte a uno scontro frontale, anche militare. Non conta la parola, contano i fatti. Chiaramente senza metterci a fare delle crociate idiote, stabilire delle equivalenze che non ci sono, e tantomeno confondere i barconi dei disperati che arrivano sulle nostre coste con i terroristi armati di Kalashnikov».

Ultima domanda sullo stato della trattative Italia-India per i due maro' Latorre e Girone.

«La condizione sanitaria di Latorre è sotto gli occhi di tutti, il Governo italiano si augura che questo aspetto umanitario venga considerato dalla Corte Suprema indiana quando lunedì deciderà se prorogare o meno la sua permanenza sanitaria in Italia. Per noi in ogni caso le condizioni di salute di Latorre sono una priorità inderogabile. Per ora basta così». Vincenzo Nigro LR 11

 

 

 

 

Francia non più terra d’asilo. Vacilla la dottrina Mitterrand

 

Un tempo, quando la Francia mostrava con orgoglio la «dottrina Mitterrand», non si sarebbe parlato a Parigi di attenuazione, o ridimensionamento, del trattato di Schengen. Adesso dopo le giornate di sangue, dissolta l’ebbrezza della grandiosa marcia repubblicana, con tutti i leader che si stringono attorno ad Hollande, con milioni di persone in piazza a gridare «Je suis Charlie», la voce sommessa della politica della sicurezza mette in discussione quell’apertura della Francia che ne faceva la terra d’asilo per eccellenza, dagli antifascisti che a Parigi andavano in esilio (per lo meno fino alla vergogna della capitolazione morale di Vichy) per finire con gli estremisti che hanno avuto a che fare, contigui o fiancheggiatori, col terrorismo politico.

 

Adesso, spenti gli echi della grande manifestazione di solidarietà planetaria per chi è stato colpito così dolorosamente dal fondamentalismo islamista, il principio di realtà vanifica ogni dottrina. L’asilo per tutti diventa problematico quando Parigi appare ed è vulnerabile ai commando che riescono a tenerla in scacco provocando terrore e morte. L’apertura, l’accoglienza, la terra d’asilo diventa terra bruciata quando gli jihadisti vanno e vengono dal califfato alla Francia, si muovono con facilità nella metropoli, si insinuano e si mimetizzano nella grande periferia dove ribolle il richiamo del fanatismo. Allora la tentazione è quella di sbarrare le frontiere, erigere muri.

 

Fare a pezzi un elemento simbolico della storia francese come quella dottrina che ha preso il nome dal presidente François Mitterrand. Negli Stati Uniti si dice dei progressisti che si convertono al principio primario della sicurezza che sono «liberal assaliti dalla realtà». Le stragi di questi giorni in Francia hanno messo in crisi vecchie bandiere. Persino quella di Schengen (e dell’accoglienza). di Pierluigi Battista CdS 13

 

 

 

 

 

Ue: sì alla flessibilità ma il tetto del 3% non si tocca

 

Le nuove linee guida della Commissione aprono a "temporanee deviazioni" sui conti per chi è in recessione o ha in programma piani di investimenti. Ma il tetto tra deficit e Pil non si tocca

 

MILANO - Via libera della Commissione europea a "temporanee deviazioni" sui conti pubblici, nel caso di piani di investimenti lanciati da paesi in recessione o difficoltà economica. Posto che nella sua interpretazione-chiarificazione della "clausola sugli investimenti", Bruxelles ha posto una serie di paletti a cui dovranno attenersi gli stati che vorranno sfruttare questa flessibilità.

 

I paesi che, come l'Italia, si inquadrano nella procedura "preventiva" del Patto di stabilità e di crescita possono deviare temporaneamente dai loro obiettivi di medio termine in modo da favorire gli investimenti, rispettando diverse condizioni.

 

Primo il Pil deve essere in calo o la crescita deve risultare di almeno 1,5 punti percentuali più bassa rispetto al suo potenziale. Secondo, recita un documento diffuso al termine del collegio della Commissione, la deviazione non deve portare allo sforamento del limite del 3 per cento sul rapporto deficit-Pil. Terzo, gli investimenti devono registrare un effettivo aumento. Quarto, le poste su cui questa deviazione sono praticabili sono progetti cofinanziati con l'Ue.

 

Sono dunque queste le nuove linee guida sul Patto: "Gli Stati memebri - sottolinea Bruxelles - saranno tenuti a fare uno sforzo di bilancio magiore nei momenti migliori e uno sforzo inferiore in tempi difficili". La Commissione, viene sottolineato, non propone tuttavia alcuna modifica delle norme esistenti e quindi anche del Patto di Stabilità e Crescita.

 

Sul fronte delle riforme la Commissione terrà in conto il loro impatto fiscale positivo, a patto che siano "strutturali", che abbiano "effetti positivi sul lungo termine sui bilanci" e che siano "effettivamente attuate". Le riforme potranno essere anche esaminate ex ante, se gli Stati membri presenteranno "un piano preciso con un cronoprogramma credibile per la loro attuazione".

 

Nel caso dei Paesi che rispettano i vincoli del Patto la Commissione valuterà le riforme prima di raccomandare al Consiglio possibili deviazioni temporanee dall'obiettivo di bilancio di medio termine. Deviazioni che, in ogni caso, non dovranno superare lo 0,5% del Pil. Inoltre dovrà essere mantenuto un margine di salvaguardia per rispettare il vincolo del 3% del deficit/Pil.

 

Invece per i Paesi che non rispettano i parametri del Patto di Stabilità, ma che hanno compiuto lo sforzo fiscale richiesto e che hanno bisogno di più tempo per raggiungere il limite del 3%, la Commissione potrebbe raccomandare di concedere più tempo in presenza però di un apposito piano per le riforme strutturali.

 

Per quanto riguarda il Piano per gli investimenti da 315 miliardi di euro della Commissione Juncker i contributi nazionali all'Efsi, il Fondo europeo per gli investimenti strategici, non saranno conteggiati nella definizione dell'aggiustamento fiscale. Secondo la comunicazione dell'esecutivo di Bruxelles, nel caso in cui un Paese non rispetti il 3% del deficit/Pil, la Commissione non aprirà una procedura per deficit eccessivo se lo sforamento, che dovrà essere "contenuto e temporaneo", sarà dovuto ai contributi versati. LR 13

 

 

 

 

 

Strategie per un anno

 

Il clima d’apprensione che ci ha accompagnato per il 2014, ci consente, ora, d’assumere una più concreta coscienza per questo nuovo anno. Quello che si evidenzia in Italia è lo scarso concetto di “responsabilità”; non solo politica. Il 2015 non sarà un anno facile ma, almeno, potrebbe essere quello della presa d’atto di un tracollo su fronte degli accordi di programma per i quali ha fatto chiaro cenno anche il nostro Capo dello Stato.

 

 Sono passati circa sessantanove anni dalla proclamazione della Repubblica (Referendum Istituzionale del giugno 1946). Eppure, il Paese non ha ancora trovato quell’equilibrio comportamentale indispensabile per non sprofondare ulteriormente nel mare delle avventure sbagliate, delle riforme mai attuate, dei complici silenzi. Ci manca, tutto considerato, una classe politica capace di meritare attendibilità ed abbiamo una situazione economica tra le meno “equilibrate” dell’UE. Cosa ci riserverà, di conseguenza, il nuovo anno? Con quasi nove milioni di disoccupati, a vario titolo, c’è poco da sperare.

 

 Del resto, è già stato annuncio che il PIL nazionale raggiungerà il +1% non prima del 2016. In altri termini, i dodici mesi che si succederanno potrebbero servire solo per cambiare “registro” e “cobelligeranze”. L’economia, a largo respiro, degli anni’90 è tramontata definitivamente all’alba del nuovo Millennio. Ora, cosa ci aspetta? E’, questo un interrogativo che, in definitiva, ha bisogno di un’analisi di quanto non si è fatto e sarebbe stato opportuno fare. La struttura dello Stato costa sempre troppo e offre assai meno che per il passato.

 

 Attingere dalle solite fonti sarebbe drammatico. I “pozzi” si sono prosciugati e la realtà della Grecia è sempre più vicina. Questa Legislatura, nata anomala, ha da assumersi delle responsabilità a livello verticistico; senza intaccare le magre risorse della base. Un tempo, un simile intento, in realtà mai raggiunto, si chiamava “comunismo”. Ora come si potrebbe chiamare?

 

 In Parlamento è il “multicolore” a scompigliare chi dovrebbe decidere. Non neghiamo, e come lo potremmo, che non sarà sufficiente riconoscere, ovviamente in ritardo, i peggiori mali di casa nostra per essere guariti. Almeno, però, auspichiamo che le posizioni politiche per l’anno da poco iniziato superino la fase di “transizione”.

 

 Quando la politica è solo fine a se stessa, torna, con forza, il detto che avevamo adottato negli anni “scuri” del secolo scorso: “Oggi è quel domani di cui ieri avevi tanto timore”. A ben riflettere, tale apprezzamento si adatta perfettamente ai tempi che ci aspettano. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Senato. In Aula prosegue la discussione generale sulla riforma del sistema di elezione della Camera dei Deputati

 

L’intervento di Aldo Di Biagio (Pi – ripartizione Europa) che richiama la necessità di un approfondimento anche sul voto per la circoscrizione Estero

 

ROMA - Nel corso della discussione generale al Senato sulle proposte di riforma del sistema di elezione della Camera dei Deputati, proposte contenute in due provvedimenti già approvati alla Camera, è intervenuto Aldo Di Biagio, senatore di Per l’Italia eletto nella ripartizione Europa, rilevando la responsabilità di cui è investito il Parlamento nel trattare questioni come la riforma elettorale e quella costituzionale, riforme che tracceranno “un cambiamento significativo, direi epocale, per la storia politica e istituzionale del nostro Paese”.

“Noi abbiamo davanti una discussione che tocca il senso stesso della democrazia, affrontando un tema tanto centrale quanto quello della rappresentanza e del rapporto tra Stato e cittadino – afferma Di Biagio, rilevando come la ricerca di giuste soluzioni sia tanto più necessaria quanto più sia emersa la crisi dei rapporti tra cittadini e istituzioni, crisi che ha determinato una “forte disaffezione dei cittadini alla partecipazione al voto” e la cui distanza deve essere ricomposta. Per Di Biagio la strada per sanare questa frattura “è quella di coinvolgere direttamente i cittadini nel processo di formazione degli eletti e della classe dirigente, di fare crescere gli spazi in cui il popolo sovrano possa riappropriarsi dei diritti che, in sua vece, oggi vengono esercitati, con gli effetti degenerativi descritti dalle strutture e dalle burocrazie dei partiti politici”.

La difficoltà è data dalla “ricerca di equilibrio tra rappresentatività e governabilità”: “non bisogna appiattirsi su alcuno dei due poli della questione – mette in guardia Di Biagio, che ritiene insostenibile un ritorno al “proporzionale puro”, per le distorsioni di cui è stato fatto oggetto nel corso della nostra storia politica e perché bocciato dal referendum del 1993, e chiede cautela anche nella considerazione del sistema della preferenze e del sistema uninominale, che sarebbe oggi fortemente condizionato a suo avviso dall’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, oltre che da un contesto in cui la rappresentanza non è più legata al sistema partitico prima esistente.

A rendere ancora più problematica la valutazione, lo sfondo “pendente” di ampie questioni di natura istituzionale, come la forma di Governo del Paese, che necessiterebbero per il senatore di “scelte decise”.

“Non esiste un sistema ottimale o valido per tutte le stagioni storico-politiche di un Paese – prosegue, esprimendo la sua preferenza per un “sistema elettorale analogo a quello tedesco, sul modello del Budesrat, la cui adozione però – ammette, - pur adattabile alla realtà italiana, non trova oggi le condizioni per poter essere approvata”. “Prendo atto che la riforma, che nel concreto stiamo esaminando e che ha già avuto il vaglio della Camera, ha intrapreso un percorso diverso, che pure accetto, nella convinzione che vada migliorato – afferma Di Biagio, che passa poi a considerare il tema della circoscrizione estero, “vera acquisizione democratica del nostro sistema elettorale negli ultimi decenni”, che a suo dire è stato invece considerato con “molte superficialità, che tradiscono una non conoscenza e anche forse una non curanza di fatto della realtà estera”. Su tale questione ricorda come lui stesso e altri senatori eletti all’estero abbiano formulato “proposte razionali”, scontrandosi tuttavia “continuamente con una volontà di delegittimazione della rappresentanza”, episodi che lo inducono a suggerire di “uniformare” il sistema elettorale del voto all’estero a quello nazionale, soluzione che “consentirebbe di spendere meno ed eviterebbe i tanti problemi che hanno interessato finora il voto all’estero”.

“Tra i correttivi che sarebbe opportuno declinare in maniera adeguata - aggiunge, - c’è poi la questione del voto per gli italiani temporaneamente all’estero, un problema già emerso per le elezioni del 2013, in relazione agli studenti impegnati nel progetto Erasmus. Personalmente ritengo che sia opportuno intervenire anche su questa materia, che è stata anche oggetto di un disegno di legge a mia prima firma – ricorda Di Biagio - e a firma del senatore Della Zuanna, inquadrando pienamente questa categoria, che copre una platea di cittadini più ampia degli studenti Erasmus, riconoscendogli con adeguate modalità la possibilità di esercitare il proprio diritto di voto secondo le modalità sancite per tutti gli italiani”.

“Mi sento, infine, di fare un’ultima riflessione sulla fase storico-politica alla quale assistiamo, in cui il bipolarismo si è fatto polarizzazione, rendendosi odioso ai cittadini e, per certi versi, perdendo i suoi tratti significativi. Io resto un bipolarista convinto – afferma Di Biagio, - ma ritengo che il bipolarismo, che entra in una fase nuova, vada accompagnato, delineando quei contrappesi necessari ad evitare le derive autoritaristiche di chi vorrebbe farsi proprietario delle istituzioni”. L’invito all’Aula è quindi quello di “studiare con serenità i meccanismi ipotizzabili, per definire quelli che meglio si attaglierebbero alla nostra realtà e storia”. (Inform 15)

 

 

 

 

                                                                                                          

In nome della libertà di pensiero                                                                                                                                         

 

 Il   valore della libertà di pensiero fu una delle colonne portanti   della sanguinosa rivoluzione borghese fatta dai francesi   contro i privilegi della nobiltà alla fine del 18° secolo. Dopo secoli di guerre sanguinose, raggiunta finalmente la pace in Europa, nutrita dagli ideali di libertà, eguaglianza e fraternità che hanno avuto origine in Francia, ecco un tragico attacco a Parigi.

 La strage avvenuta nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, reo di aver recato offesa al profeta, è percepita da tutti come una vera e propria dichiarazione di guerra da parte del terrorismo di matrice islamica. 

L’attacco ha unito a Parigi capi di stato provenienti da tutta Europa e dal resto del mondo, oltre a due milioni di persone. La più grande manifestazione di tutta la storia francese, ha detto uno storico esperto in materia, una reazione fortissima, sentita e partecipata.

Immagine inconsueta quella dei Capi di stato europei e africani sottobraccio, fisicamente uniti a manifestare unità di intenti nella lotta contro il terrorismo di matrice islamica. Operazione di comunicazione di forte simbolismo. L’Europa ferita, reagisce. Niente comizi e niente bandiere nella manifestazione dei capi di stato. Silenzio, per tutti.

Invece tante bandiere francesi nella manifestazione della gente, tanta. La folla densa, fittissima   sciamava lungo i viali di Parigi e cantava con forza la Marsigliese in un tripudio di bandiere e striscioni. Lo slogan “Je suis Charlie”, scritto anche arabo, ha largamente e con forza delegittimato la collera e la rabbia dei gruppi violenti di origine islamica.

Il Premier Matteo Renzi ha rappresentato la speranza dell’Italia in una Europa unita ed ispirata dai suoi valori fondanti nella lotta contro il terrorismo. Ebbene sì, mi sono sentita rappresentata anche io. Sento pure io la speranza che gli ideali della dichiarazione dei diritti e della rivoluzione francese nutrano ed ispirino il pensiero e l’azione dei capi di stato europei per rafforzare il sistema di sicurezza senza limitare la libertà.

Ed ora qualche piccola nota personale in margine a tutta la vicenda. Veramente terrificante, spaventoso, il video fortemente minatorio dell’Isis in circolazione su Facebook, detto in arabo e sottotitolato in inglese. L’immagine prevalente del video è quella della basilica di S. Pietro a Roma.  In un giorno affollato farebbero stragi sanguinosissime e danni irreparabili.

Per concludere con un sorriso queste brevi riflessioni mi piace passare dall’adesione ideale al principio di libertà con lo slogan “Je suis Charlie Hebdo”, ad una concreta espressione della mia libertà personale. E dunque, in nome di essa, mi permetto di esprimere che le vignette di questa rivista mi piacciono poco. Preferisco una ironia più sofisticata e raffinata.

Senza confondere la satira di costume che “castigat ridendo mores” con il comico e la risata facile,   ricordo una mia  bella  risata per una battuta allegra, trovata su facebook, italianissima e   campanilista assai, ”E’ ora di riprenderci la Gioconda, non se ne accorgerebbero neppure!”  Simpatica anche   la vignetta che rappresenta un omone armato fino ai denti che si presenta in Paradiso e reclama a gran voce le sue settanta vergini.  Qualcuno gli   risponde che le sue se ne sono andate con i disegnatori di vignette. Emanuela Medoro, de.it.press

     

     

     

     

 

Fondate speranze con minaccia

 

In attesa di un presidente che lo sostenga o, comunque, non lo ostacoli in Patria, arriva per Matteo Renzi l’assist del Vicepresidente della Commissione Europea Jyrki Katainen che, oggi, nel corso della sua audizione alle commissioni riunite Bilancio, Attività produttive, Lavoro e Politiche Ue di Camera e Senato, si è prefisso  il doppio obiettivo di illustrare il piano di investimenti da 315 miliardi di euro messo a punto da Bruxelles e, al contempo, quello di mobilitare l'interesse di investitori pubblici e privati.

Nella sua prima giornata italiana a Roma Katainen  ha detto che le riforme messe in campo dal Governo italiano “sono importanti” e, secondo lui, “tutte giuste” ed in grado di aumentare “la la competitività del Paese” ed ha promosso il Jobs act, che: “aiuterà ad assumere le persone ed è più equo rispetto ai giovani”.

In particolare, ha aggiunto, la riforma della giustizia “se attuata rapidamente e in modo efficiente realizzerà un cambiamento positivo”, mentre è possibile, anche se “bisogna attendere le previsioni di primavera”, che l'Italia possa sfruttare la nuova clausola sulla flessibilità sui conti della Ue.

Durante l’audizione Katainen ha spiegato che in Europa uno dei problemi chiave degli investitori privati “è che non trovano progetti sostenibili e redditizi  ed è proprio su questo aspetto che punta ad intervenire il nuovo fondo sugli investimenti strategici voluto dalla commissione Juncker.

Posto che il grosso dei progetti dovrà essere finanziato da privati,  il numero due della Commissione ha dichiarato che il fondo europeo garantirà non distribuzioni a fondo perduto, “ma prestiti a tassi inferiori a quelli di mercato”.

Dopo Roma, domani, l'ex premier finlandese sarà a Milano per incontrare esponenti del governo, dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali, soprattutto  il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi e il presidente della Cassa Depositi e Prestiti Franco Bassanini e per ribadire, come aveva fatto al suo debutto in Romania, il “disperato bisogno di crescita” dell'economia europea e l'importanza degli investimenti, ripetendo a tutti che il Fondo europeo per gli investimenti strategici darà una risposta agli investitori che, attualmente, non torvano progetti “£sostenibili e redditizi”, offrendo un'ancora di condivisione dei rischi con l'accollo della prima perdita.

Con fermezza rintuzza le molte critiche di chi ritiene ottimistico pensare che 21 miliardi di euro effettivamente sul piatto possano attirare, con un effetto moltiplicatore, investimenti pubblici e privati che portino il totale oltre 300 miliardi. "Molti ci hanno criticato perché il nostro moltiplicatore sarebbe irrealistico. Ebbene, il nostro moltiplicatore è inferiore a quello che si è registrato e ancora accade nelle operazioni finanziate dalla Bei, che hanno un moltiplicatore maggiore", rileva rispondendo alle domande. E concludendo che: per la Bei", la Banca europea degli investimenti, "il moltiplicatore medio è di uno a 18 per noi di uno a 15”.

E’ possibilista, poi, come detto,  sulla situazione dei conti italiani e si schiera dalla parte di Camerun, Hollande e di Renzi dicendo che “ è triste vedere che per rispettare i vincoli di bilancio nel fare tagli, gli Stati hanno dato la precedenza agli investimenti pubblici, che li ha ridotti moltissimo", sottolineando la coraggiosa scelta di estromettere i co-investimenti pubblici dal conteggo del Patto di stabilità e crescita come possibilità di maggiore elasticità per vari Paesi.

Di segno contrario e tutt’altro che tranquillizzante, è quello che viene nelle stesse ore dalla Banca centrale svizzera, che ha cancellato il cambio fisso, che da settembre del 2011 - nei mesi caldi della crisi dell’euro - aveva cercato di scongiurare un rafforzamento eccessivo del franco e che da tre anni lo teneva inchiodato a 1,20 contro la moneta unica, mentre la stessa banca, neanche due mesi fa,  aveva assicurato i mercati che avrebbe difeso “con assoluta determinazione” la soglia minima decisa all’apice dell’eurocrisi, quando era cominciata una corsa agli acquisti della valuta elvetica.

La decisione a sorpresa ha choccato i mercati: il franco è schizzato in pochi istanti del 27%, a 0,86 contro l’euro, per poi risalire, dopo una notevole altalena, sopra la soglia di un euro. Il rafforzamento contro il dollaro ha spinto la valuta elvetica a quota 0,75 per poi ripiegare a 0,89.

Ma, in soldoni, questa lasciata del franco a briglia sciolta per impedirne un rivalutazione eccessiva,  in vista del quantitative easing della Bce ed anche alla luce anche della fuga di molti capitali colpiti dalla crisi russo-ucraina verso la Confederazione, porta a divergenti traiettorie delle banche centrali, con la Fed che va verso un rialzo dei tassi di interesse , la Bce che lungo agli attuali minimi storici e si prepara al quantitative e la Svizzera che preferisce svalutare dopo il forte indebolimento della moneta unica che ha trascinato con sé la valuta elvetica. Carlo Di Stanislao, de.it.press15

 

 

 

 

 

Il pugno di Francesco e la lezione di Voltaire

 

Il terrorismo del Califfato e di al Qaeda combatte al tempo stesso contro i musulmani che seguono le massime del Corano e non insultano le altre religioni e contro l'Occidente e i suoi valori di libertà. Si tratta dunque d'una duplice guerra, condotta da cellule del terrorismo che si organizzano liberamente, a volte sono in contatto tra loro, altre volte quei contatti si limitano a una ventina di persone o poco più. È un pulviscolo e questo ne aumenta il pericolo. Il pulviscolo del terrore richiede infatti una strategia, una "intelligence" centralizzata, un comando non soltanto militare ma giudiziario, sociale, economico.

 

Il valore primario dell'Occidente è la libertà: libertà di espressione, di religione, di movimento migratorio e di comportamenti. Ecco perché per affrontare questa guerra, per rendere quel pulviscolo inoffensivo, il comando centrale si deve necessariamente estendere a questi settori, tra i quali è compreso anche il fondamentale principio di un limite alle provocazioni che possono suscitare reazioni violente e trasformare il pulviscolo terrorista in un vero esercito che combina insieme la tattica del pulviscolo e la strategia centralizzata del reclutamento, della preparazione militare, del finanziamento e della scelta degli obiettivi.

 

L'Europa è uno dei teatri di questa guerra. La risposta militare, diplomatica, antispionistica, richiede quindi un comando unico. Questo, paradossalmente, è l'aspetto positivo di quanto sta accadendo: l'unità politica dell'Europa non è più un'utopia ma sta diventando e deve diventare una realtà. Bisogna che la pubblica opinione ne prenda coscienza.

 

Bisogna che le istituzioni europee si trasformino per corrispondere ad una necessità e bisogna soprattutto che i governi nazionali siano pronti alle cessioni di sovranità che il comando unico comporta.

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Questa guerra ha un connotato religioso: l'Islam è spaccato in due, il cristianesimo è il primo bersaglio dei fondamentalisti, gli ebrei sono l'altro bersaglio, ma ce n'è un terzo che non va trascurato ed è lo Stato laico. Anzi, se guardiamo con attenzione quanto sta accadendo, il fondamentalismo religioso ha come primo obiettivo quello di abbattere lo Stato laico, cioè il presidio della libertà.

 

Qualcuno ha ricordato che la Francia è il paese di Voltaire. Io direi che l'Europa è il paese di Voltaire. I suoi saggi, i suoi racconti, il suo teatro, i suoi articoli sull'Encyclopédie, erano rivolti contro l'Infame. Non specificò mai chi fosse l'Infame, in gran parte dei casi erano i gesuiti dell'epoca che guidavano il pensiero reazionario.

 

Questo fu Voltaire. Insieme a Diderot furono i due campioni di libertà che contribuirono alla nascita delle Costituzioni e delle Repubbliche del futuro.

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Papa Francesco è un liberale? Me lo sono chiesto più volte e tanto più me lo chiedo oggi dopo la storia del pugno da lui minacciato contro chi insulta sua madre, cioè la Chiesa, le religioni. Francesco è sorretto dalla fede. Può un uomo di fede essere liberale?

 

Certamente sì, la storia dell'Europa e dell'Italia è piena di persone di fede e liberali, ma un Pontefice liberale non c'è mai stato nella Chiesa di Roma prima di Francesco. Da molte parti è stato accusato d'esser comunista, ma l'accusa non stava in piedi dopo la risposta da lui data: io predico il Vangelo. E che cosa dice il Vangelo sul tema della libertà? Che cosa dice la dottrina della Chiesa cattolica?

 

C'è un punto di fondo nella dottrina e nelle pagine della Bibbia che raccontano la creazione: il Creatore ci ha riconosciuto il libero arbitrio, la libertà di coscienza per scegliere consapevolmente il bene ed il male.

 

Il bene comune è per un liberale il Bene poiché noi, persone umane, siamo una specie socievole e il bene comune, la "Caritas", l'"agape" sono, dovrebbero essere, i nostri caratteri distintivi.

 

Papa Francesco predica queste che per un liberale sono altrettante verità. E le pratica ritenendo che uno dei maggiori peccati sia l'appropriarsi di Dio contro quello degli altri. "Dio non è cattolico", mi disse Francesco in uno dei nostri incontri. "È ecumenico, è un unico Dio che ogni religione legge attraverso le proprie Sacre Scritture ", sapendo però che il Dio è unico, non ha nome, non ha figura.

 

Ma il Papa non dimentica che per molti secoli della loro storia anche i cattolici quel peccato l'hanno commesso. Con le Crociate, con l'Inquisizione, con la notte di San Bartolomeo, con la guerra dei contadini, con la vendita delle indulgenze. Non basta chiedere scusa per questi peccati. Un Pontefice romano deve spogliare la Chiesa di ogni potere temporale e costruire una Chiesa missionaria che non si prefigga il proselitismo ma la predicazione del bene comune. Ed è questo che papa Francesco sta costruendo da quando fu eletto dal Conclave.

 

Nel viaggio in aereo tra lo Sri Lanka e le Filippine Bergoglio ha però detto una frase che ha suscitato un acceso dibattito: "Chi insulta mia madre si aspetti un pugno". A chi alludeva era evidente; non ai terroristi o non soltanto ad essi che compirono cose ben più gravi, ma probabilmente al giornale "Charlie Hebdo" che insulta Maometto e quindi la religione da lui rappresentata. Cristo ha detto, secondo i Vangeli, di porgere l'altra guancia a chi ti insulta. Francesco invece lo minaccia con un pugno. È un errore? Una contraddizione?

 

Probabilmente è un errore. A me personalmente "Charlie Hebdo" è un giornale che non piace affatto e non indosserei alcuna insegna dove sopra sta scritto "Io sono Charlie". Purtroppo alcuni di loro hanno pagato con la morte quella satira volutamente provocatoria e me ne rincresce moltissimo, ma non sono "Charlie".

 

E il Papa? Anche lui ha pianto per i caduti e pregato per loro, ma se insultano la madre, cioè le religioni, gli minaccia un pugno. Si è scordato di porgere l'altra guancia?

 

Cristo ha dato questo insegnamento, ma quando l'ha ritenuto opportuno Cristo ha preso il bastone e ha picchiato senza risparmio quelli che nel Tempio vendevano mercanzie rubate, corrompevano i rabbini del Sinedrio e ne facevano di tutti i colori. Ricordo che nel nostro ultimo colloquio del 10 luglio scorso il Papa mi disse "come Gesù io userò il bastone contro i preti pedofili". Gesù era dolce e mite, ma quando lo riteneva necessario usava il bastone. Forse Francesco ha sbagliato a minacciare il pugno contro chi insulta le religioni, ma il precedente c'è e il pugno dovrebbe essere  -  credo io  -  una norma che vieti e punisca chi si prende gioco delle religioni. Puoi criticarle, certamente, ma non insultarle. Questo è il pugno. Voltaire non sarebbe d'accordo ma non possiamo chiedere a Francesco di esser volterriano.

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L'Europa è in guerra e Renzi pure. Ma in questi giorni non si occupa molto della guerra europea bensì della propria che consiste nel far approvare dal Parlamento la riforma elettorale e la seconda lettura della riforme costituzionale del Senato e subito dopo di indicare il candidato del suo partito che sia al Quirinale il successore di Giorgio Napolitano.

 

Fino a quattro giorni fa aveva detto che avrebbe indicato quel nome prima della quarta votazione, ora invece lo indicherà il 28 gennaio, vigilia del "plenum". Aveva sbagliato tattica lasciando ai suoi avversari tre votazioni a disposizione di altri nomi che potevano precostituirsi un utile numero di suffragi. Per bloccare questa eventualità il Pd, cioè lui che ne è il segretario, indicherà invece subito il nome del candidato e forse comincerà a votarlo oppure aspetterà ma già vincolato al nome prescelto.

 

Quale sia questo nome io credo non lo sappia neppure Renzi. Ne ha in tasca un pacchetto ma non sono più di sei o sette. Ma ogni giorno variano ed è un esercizio al quale si dedicano tutti i giornali e le televisioni. Per questo sono convinto che Renzi non ha ancora scelto. Allo stato delle cose sembra un rebus poco risolvibile che Pietrangelo Buttafuoco sul "Foglio" di ieri ha risolto brillantemente proponendo di mandare al Quirinale nientemeno che Matteo Renzi, come trovata mi sembra assai divertente e faccio i miei complimenti a Pietrangelo.

 

Ciò detto  -  e senza entrare nei nomi  -  mi sembra utile segnalare che martedì prossimo ci sarà un tentativo di bloccare e rendere impossibile l'approvazione della legge elettorale prima del plenum per il Quirinale. Il tentativo vedrà uniti nel voto tutti gli "antirenziani". Se il tentativo riesce otterrà dal punto di vista di chi sta lavorando su questa ipotesi, due risultati: impedisce l'approvazione di una legge che contiene molti errori; il secondo risultato è di dimostrare che se tutte le opposizione a Renzi si uniscono, raggiungono una maggioranza alternativa che potrebbe mettersi d'accordo sul Quirinale.

 

Le elezioni del capo dello Stato sono sempre state un'imprevedibile lotteria ma quella di unire tutte le minoranze e trasformarle solo per quell'obiettivo in una maggioranza fu già realizzato nell'elezione di Gronchi.

 

Era la seconda volta che si votava il plenum per il Quirinale; nella prima era stato eletto Luigi Einaudi. Dopo la fine del suo settennato si votò la seconda volta e il candidato ufficiale della Dc (che nel '48 aveva ottenuto la maggioranza assoluta) era Cesare Merzagora.

 

L'accordo tra tutte le minoranze che per qualche ragione non volevano Merzagora fu realizzato da Giulio Andreotti. Fino a pochi mesi prima era stato il più fedele esecutore di Alcide De Gasperi che però, nel 1953, si era ritirato dalla politica. Andreotti era dunque senza più alcun protettore e doveva agire in proprio. Il modo migliore per mettere in bella vista le sue capacità era quello di essere il kingmaker del nuovo inquilino del Quirinale e lo fece mirabilmente, scegliendo tra l'altro l'esponente della sinistra democristiana, mentre lui, Andreotti, era un esponente del centrodestra.

Merzagora fu battuto, Gronchi fece un magnifico discorso di insediamento e così cominciò un'altra storia.

 

Andrà così anche questa volta? A questo interrogativo si comincerà a rispondere dopodomani e poi, definitivamente, il 29 prossimo. Nel frattempo il 22 la Bce, riunita in gran consiglio, dovrà decidere in che modo e in che misura Draghi darà inizio all'acquisto di titoli pubblici. Le voci in circolazione in questi giorni parlano di responsabilità delle Banche centrali nazionali nell'acquisto di una parte di quei titoli, ma sono voci che non hanno alcun riscontro a Francoforte. Si vedrà martedì prossimo lo sviluppo della manovra monetaria il cui obiettivo è il miglioramento della liquidità e dei benefici che possono derivarne. EUGENIO SCALFARI

LR 18

 

 

 

La ripresa

 

Con profonda amarezza, dobbiamo rilevare che la situazione nazionale resta delicata. Negli ultimi giorni del 2014, si era venuta a determinare una condizione di stallo politico, irresponsabilmente voluto, che non ci consentiva di vedere oltre la crisi che ha messo alle corde la nostra economia. Di conseguenza, la fiducia in questo Esecutivo a “largo respiro”, non andrebbe a recuperare la recessione del Paese. Qualora i partiti non riescano a dare corpo alle attese, non percepiamo nulla di buono per l’Italia. Lo spirito di rinnovamento, tanto auspicato, non si è verificato. Per realizzarlo manca la volontà e le manifestazioni, pur se pacifiche, non risolvono il problema di un Paese destinato allo sfascio. Il PD e Alleati hanno solo temporanei motivi per coordinare le loro strategie.  La crisi, che viene da lontano, avrà vita lunga. Le stesse istituzioni sono scosse da incoerenti prese di posizione. Sostenere l’agonia di una Legislatura che non è stata, di fatto, “partorita”, non ci sembra la soluzione più logica. Lo avevamo già scritto: non si può contare sulla teoria, quando la pratica non è percorribile. Prima di dare un nuovo assetto alla Repubblica, bisognerebbe chiarire sino a che punto si deve mantenere in vita questo Esecutivo di compromesso. Del resto, un Parlamento senza un Potere Esecutivo sarebbe come una sorgente alla quale, pur avendo una gran sete, nessuno potrebbe bere. L’instabilità, della quale si sentono gli effetti diretti, ha profondamente peggiorato i profili economici della Nazione e, questi ultimi si sentono, si vedono e sono deplorevoli. Se, per smantellare il “passato”, s’intende ipotecare il “futuro”, è meglio non farne nulla. Le strategie dei grandi partiti non esistono più. Perché non ci sono più partiti “grandi”. Stessa considerazione è ribaltabile sulle figure dei politici di quest’ultimo decennio. A parole sono tutti bravi. In pratica, neppure mediocri. L’Unione Europea ci osserva e ci giudica. I progetti per il futuro, il nostro futuro, si sono sgretolati con la mancanza d’inventiva e con l’impossibilità d’offrire scelte tangibili al “nuovo” che incalza. Nessuno, ore, potrebbe prevedere i risultati di consultazioni politiche generali. Le sorprese, dopo il varo della legge elettorale, potrebbero non mancare. Il cambiamento partirà proprio da chi, prima, aveva altro orizzonte da scrutare e altre mete da conseguire. Se non altro, data l’impossibilità di nuove alleanze né da una parte, né dall’altra, l’attuale Governo, gioco forza, dovrebbe essere più coeso. Di un fatto, però, siamo certi: la politica italiana ha toccato il fondo; anche sotto il profilo morale. Senza scuse plausibili, il vuoto di potere favorirà solo la speculazione economica a discapito di una ripresa che vediamo sempre più distante. A dispetto del programma che Renzi persiste a preferire; nonostante le “tirate d’orecchio” dell’Europa.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Dopo Parigi

 

Sono con chi, dopo i fatti di Parigi sostiene che se è vero che occorre starein guardia, sarebbe un errore chiudersi e guardare l’intero mondo islamico con diffidenza, reintrodurre le frontiere interne ed erger invalicabili barriere esterne, perché non sono questi i passi necessari a rendere il Vecchio Continente più tranquillo e migliore.

Ha ragione Aldo Cazzullo che ricorda che i fatti di Parigi, meno gravi oggettivamente degli  islamici di Madrid (11 marzo 2004, 191 morti) e di Londra (7 luglio 2005, 52 vittime più i 4 terroristi), hanno prodotto un enerme impatto emotivo e riunito per la prima volta l’Europa, senza distinzioni (a parte quella molto marginale della Le Pen), ma non è discutendo sulla revisione di Shengen che si può risolvere la questione.

Da un lato occorre ribadire e dimostrare, nonostante i fatti sanguinosi, che noi europei abbiamo davvero appreso la lezione su laicità e tolleranza religione impartita da Voltaire e da Locke e sapremo soccorrere i profughi siriani e libici sul posto, fermare gli scafisti, chiudere le rotte dei moderni mercanti di uomini, intervenire come garanzia ferma ed efficace nella Nigeria flagellata ancora ieri da Boko Haram, non, come ha detto Berlusconi con truppe sul campo, ma con presidi militari a difesa dei cittadini e della libertà di confessione, a garanzia della pluralità e del reciproco rispetto.

E’ importante notare che almeno per un giorno l’Europa ha ritrovato una sintonia di spirito e che ora si può sperare in una sintonia duratura, anche se pesa il ricordo di un frase di Aragon, riferita alla Gauche francese, ma che forse potrebbe descrivere la classe politica europea: “Sempre divisa e che si riunisce solo dietro a una bara”.

La speranza è l’unità sia di idee e di intenti, ma anche di fatti e che riguardi la politica esterna ed interna, la difesa dei valori inalienabili come la libertà di espressione, ma anche una visione non solo speculativa ed affaristica della economia.

Il prossimo 25 gennaio, fra pochi giorni, il voto della Grecia, che non può essere coartata nella sua libertà, metterà alla prova le capacità europea ad allentare il rigore che soffoca il Sud dell’Unione senza suscitare una nuova tempesta finanziaria. Staremo a vedere se questa occasione sarà davvero colto.

Carlo Di Stanislao, De.it.press 12

 

 

 

 

 

Chi dopo Napolitano? Per il Quirinale una corsa troppo affollata

 

Il cosiddetto «toto Quirinale» è sempre esistito. È un rito quasi inevitabile quando si cambia capo dello Stato. Ed ha contorni ambigui: un po’ promozione, o autopromozione, e un po’ tritacarne. Ma stavolta l’ultimo aspetto rischia di diventare preponderante. Più che ad una gara di previsioni divertente e un po’ spregiudicata, stiamo assistendo ad uno stillicidio di candidature. E non sempre risulta chiaro se nascano da aspirazioni personali a succedere a Giorgio Napolitano, o da indiscrezioni pilotate dall’alto: magari solo per misurare le reazioni, «consumare» alcuni nomi in anticipo, e insieme confondere le acque sulle vere intenzioni di chi ha il potere di decidere.

Se esiste una regia, il dubbio è che sia partita molto presto, perché all’inizio del voto a Camere riunite mancano ancora due settimane. Lanciando un candidato al giorno, uomo o donna, aumenta il rischio di bruciare nel mucchio figuranti e potenziali protagonisti. Ma aumentano anche le probabilità che la situazione sfugga di mano a chi promuove questo sondaggio logorante. Il Pd e la stessa Forza Italia, architravi del patto che dovrebbe portare all’elezione al quarto scrutinio, quando basterà la maggioranza assoluta dei voti, sono tutt’altro che granitici. Lo scarto deciso ieri dai berlusconiani sulla riforma elettorale, soprattutto, è un avvertimento. Dice al premier e allo stesso leader di FI quanto siano profondi i malumori in quel partito, e dunque in bilico i voti dei suoi parlamentari in assenza di una candidatura «di garanzia». I nomi che continuano a uscire moltiplicano aspettative destinate tutte ad essere frustrate, tranne una. L’impressione è quella di un Matteo Renzi che intensifica i contatti senza però chiudere un vero accordo con nessuno. La tattica testimonia la sua abilità, ma potrebbe anche acuire le diffidenze: come se avesse lasciato balenare la sagoma del Colle davanti agli occhi di troppi pretendenti.

Il problema è chi sopravviverà a una esposizione continua a veti e interdizioni che accentuano l’immagine di un Parlamento ingovernabile e di un presidente della Repubblica «ineleggibile». Probabilmente è una preoccupazione esagerata, che sarà smentita dalla capacità di offrire una prova di unità su una scelta di prestigio. Esprimerla può servire tuttavia ad esorcizzare la prospettiva di uno spettacolo simile a quello a cui l’Italia ha dovuto assistere meno di due anni fa; e conclusosi con la rielezione di Napolitano, quasi per disperazione. Benché le tribù interne si agitino, il Pd sa di non potersi permettere di sbagliare di nuovo. Ma viene da chiedersi se sull’altare della compattezza del maggior partito si inginocchieranno docilmente sia gli avversari, sia quanti si sono illusi, a torto o a ragione, di essere i predestinati al Quirinale. Più ce ne saranno, più il loro voto di delusi potrà incidere sull’esito finale. Per questo ci si aspetterebbe una rotta di avvicinamento al 29 gennaio più prudente e meno tesa ad accendere vanità che possono bruciare indiscriminatamente vere e false candidature. La storia insegna che le elezioni del capo dello Stato seguono quasi sempre dinamiche imprevedibili. Anticipano gli equilibri del sistema, più che fotografarli staticamente. E tendono a sottrarsi a qualunque regia: tanto più a quelle che puntano a maneggiare il caos per arrivare al capo dello Stato voluto. In un Parlamento come l’attuale, il pericolo e l’esito paradossale potrebbe essere un presidente eletto quasi per caso , se non «a dispetto». CdS 16

 

 

 

 

Colle, Renzi in direzione. Avanza Mattarella. L'incognita Prodi

 

La partita del Quirinale è al centro della Direzione democratica. L'obiettivo di Renzi è quello di creare le premesse per la massima unità del partito quando si arriverà alla prima votazione il 29 di questo mese. L'incognita è la pressione della minoranza interna perché la scelta del candidato o della rosa di candidati sia il più possibile svincolata dall'ombra del patto del Nazareno con Berlusconi. D'altra parte i voti di Forza Italia sono importanti sia per garantire una vasta platea di consenso al prossimo capo dello Stato sia per consentire alle riforme di andare avanti. Non a caso ieri Forza Italia ha chiesto di rallentare il cammino sia dell'Italicum sia della riforma costituzionale del Senato, proprio per sottolineare che per Forza Italia le due partite sono interdipendenti: una logica che il Pd respinge con fermezza. Nella sinistra del Pd si studiano le mosse per rendere difficile il cammino immaginato da Renzi e per rilanciare con un nome che possa creare lo scompiglio nella maggioranza. Ecco perché si fanno sempre più insistenti le voce secondo cui la minoranza di sinistra del Pd, insieme ai cinquestelle e alle altre opposizioni potrebbe lanciare già nelle prime tre votazioni la candidatura di Romano Prodi. Un nome a cui sarebbe difficile anche per Renzi dire no. Sebbene lo stesso Grillo abbia messo anche il nome del Professore di Bologna tra quelli indigeribili per il movimento cinquestelle. Sarebbe nell'ottica di stoppare questo tentativo della minoranza Pd e delle opposizioni, che Renzi avrebbe messo come condizione che tra i nomi dei quirinabili non ci sia nessuno che ha ricoperto la carica di segretario di partito. In questo modo anche la candidatura di Veltroni perderebbe consistenza, mentre avanzerebbe quella di Mattarella. Anche l'ex presidente del consiglio Amato si affaccia tra i votabili. Tutto si deciderà la prossima settimana, anche alla luce di cosa accadrà al Senato durante le votazioni sull'Italicum. GIANLUCA LUZI, LR 16

 

 

 

 

La scelta e la storia. Il profilo del nuovo presidente

 

A chi è interessato alla scelta del prossimo capo dello Stato, consiglio, invece di partecipare alla lotteria dei nomi, di guardarsi indietro e vedere come sono stati scelti i presidenti italiani. Forse la storia può insegnare qualcosa.

Se si esclude De Nicola, che è stato capo provvisorio dello Stato e solo in quella veste ha acquisito e conservato per qualche mese il titolo e le attribuzioni di presidente, e non si conta Einaudi, il primo vero presidente, eletto poco dopo l’entrata in vigore della Costituzione, nel 1948, gli altri nove presidenti sono stati scelti tra persone che o avevano guidato una assemblea parlamentare o avevano presieduto il governo. Per l’esattezza, cinque dei nove erano stati presidenti della Camera dei deputati (Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro e Napolitano), uno dell’Assemblea costituente (Saragat), uno del Senato (Cossiga), due del Consiglio dei ministri (Segni e Ciampi).

Perché il Parlamento ha compiuto queste scelte, omogenee quanto ai criteri, pur nella grandissima diversità degli uomini (basti pensare alle differenti provenienze di presidenti come Pertini e Ciampi)? Non ritengo che esse siano state fatte per rispettare una sorta di cursus honorum , che abbia portato su un gradino superiore chi era stato su quello inferiore. E questo perché solo in tre casi (Gronchi, Cossiga e Scalfaro) i presidenti sono passati direttamente dalla carica «inferiore» a quella «superiore». N egli altri casi, sono state elette persone che avevano occupato il precedente ruolo in anni anche lontani (da due a diciassette). Dunque, la scelta ha premiato una esperienza e ha confermato il rapporto Parlamento-presidente-governo. Infatti, i presidenti di assemblea sono eletti dall’assemblea stessa tra i suoi componenti e il presidente del consiglio dei ministri - e con lui il governo - deve avere la fiducia del Parlamento. Dunque, l’elezione presidenziale ha sottolineato costantemente lo stretto rapporto che la Costituzione ha disegnato, al vertice, tra Parlamento, governo e presidente, dando la precedenza alla Camera più numerosa, quella dei deputati, tra i cui presidenti sono stati scelti ben cinque capi dello Stato.

Insomma, nel passato, la scelta è caduta su chi era già stato messo alla prova nel circuito costituzionale di vertice nel quale è inserito il presidente della Repubblica. Quest’ultimo è «figlio» del Parlamento (l’articolo 83 della Costituzione dispone che egli «è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri», con la partecipazione dei delegati regionali) e «padre» del governo (l’articolo 92 della Costituzione dispone che «il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri»).

Si ripeterà la storia? Potrebbe ripetersi in forme diverse, ma ispirate agli stessi principi? O si sceglierà una strada diversa? Basta attendere pochi giorni per avere una risposta a queste domande.

Avverto, però, che l’attenzione dell’opinione pubblica dovrebbe essere rivolta non tanto a chi salirà al Quirinale, quanto alle modifiche costituzionali e alla legge elettorale, perché le istituzioni contano più degli uomini. Sono esse che conformano e condizionano la condotta delle forze politiche e delle persone, correggendone anche le inclinazioni negative. E quindi a ragione è stata data la priorità alle due scelte di valore costituzionale che ho indicato. Questo vuol dire avere quel «senso dello Stato» sul quale il presidente Napolitano ha dato, nei giorni scorsi, un’altra bella lezione. Rispettando la Costituzione, per la quale le dimissioni sono una decisione «solitaria», presa sotto la sola responsabilità del presidente. Ma preparando il passaggio, in modo che il Parlamento non fosse preso alla sprovvista. E conducendo la cerimonia degli addii con quel garbo e quell’eleganza che hanno contraddistinto tutta la sua vita politica.  Sabino Cassese CdS 18

 

 

 

Democrazia: unica via

 

A fronte degli atti d’inaudita violenza che si sono verificati in Francia, ma che potrebbero reiterarsi in qualsiasi parte del mondo, sentiamo la necessità d’esporre una nostra riflessione sull’importanza vitale della democrazia a fronte d’atti di spietato terrorismo che sono sempre stati gli atti dei vigliacchi. La “democrazia” è una realtà politica che è esercitata dal Popolo tramite suoi Rappresentanti.

 

Di conseguenza, essa si fonde egregiamente col concetto, per noi indissolubile, di “sovranità”. Tutto ciò che capita al di fuori di questo costrutto, è “terrorismo”. Sistema, sempre, violento che pretende d’imporre un sistema sotto la dipendenza psicologica e con la morte. Purtroppo, non siamo nuovi a fatti di terrorismo internazionale, la cui matrice, qualunque essa sia, è sempre condannabile.

 

 Non è con la violenza e le vittime innocenti che un’idea potrà trovare strada di una società che fonda le sue radici nella sovrana convivenza. Il dialogo ha da sostituire la violenza, i segni di buona volontà, le armi e gli esplosivi. Le ideologie non si possono affermare in altro modo. Subirle, col terrore, non è una soluzione; ma solo l’acuirsi del problema. La convivenza dei Popoli, senza interessi di territorio e d’ideologie, rappresenta la sola via per garantire la vita e la pace.

 

 Due variabili, tanto legate, e, troppo spesso, disgiunte in nome della bestiale violenza. Ne consegue che è meglio non avere sgomento e affrontare, con la certezza d’essere nel giusto, ogni azione atta a sovvertire gli equilibri socio/poliotico che regolano il mondo. La vita, in tutte le sue manifestazioni, è sacra. La paura, che accompagna sempre il terrore, alla fine, ricade su chi l’ha provocata.

 

 La storia, recente e passata, ci ha insegnato questa elementare concretezza. Evidentemente, la lezione non è stata integralmente recepita e il male sembra essere tornato alla ribalta. Scriviamo “sembra”, perché, in realtà, non è così. Non ci sono teoremi che possono sopravvivere col “male”. Tutto si può ottenere con la Democrazia e la pacifica convivenza. Unica vera via per garantire una coesistenza nel rispetto di tutti quei principi che fanno parte dell’Umanità.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Colle, verso la direzione Pd. Renzi deve iniziare a scoprire le carte

 

Le domande che tutti si fanno sono due: Renzi ha un nome in mente per il Quirinale? Ha una strategia e anche un piano B per governare una situazione che si presenta complicata come mai prima? Si intrecciano nel giro di due settimane tre appuntamenti che ognuno da solo vale un terremoto politico. Le riforme istituzionali alla Camera, la riforma della legge elettorale al Senato e le votazioni per il Quirinale a Camere riunite si susseguiranno dalla prossima settimana. E sia nel Pd che in Forza Italia sono in movimento da mesi gli oppositori interni che hanno come scopo principale quello di affossare il patto del Nazareno. Berlusconi è molto preoccupato che i quaranta, cinquanta parlamentari che fanno capo a Fitto si mettano di traverso e riescano nello scopo di sabotare l'accordo Renzi-Berlusconi. Per l'ex Cavaliere sarebbe veramente la fine: dal Nazareno, infatti, Berlusconi è convinto di poter ricavare quel "non si sa che cosa" in grado di ridargli la piena agibilità politica. Non solo, ma con la fedeltà al patto e quindi con il via libera alla riforma elettorale e alle riforme istituzionali, Berlusconi vuole guadagnare il diritto di avere voce in capitolo nell'elezione del prossimo presidente della Repubblica. In effetti la vicesegretaria del Pd Serracchiani oggi ha dichiarato che senza Berlusconi non si elegge nessun capo dello Stato, rendendo esplicito il ruolo del leader di Forza Italia. Del resto lo stesso Grillo - che potrebbe in teoria essere un interlocutore di Renzi - si è di fatto escluso dai giochi politici elencando come "da tunnel dell'orrore" praticamente tutti i nomi candidabili al Colle. Domani Renzi parlerà alla Direzione del suo partito, ma la vera partita nel Pd si giocherà nell'Assemblea che si svolgerà a ridosso del voto per il Quirinale che comincerà il 29 gennaio. Domani però il Pd deve affrontare un problema molto serio: i capolista bloccati su cui la minoranza di sinistra minaccia barricate. GIANLUCA LUZI, LR 15

 

 

 

 

Dopo gli attacchi di parigi - Limiti alla privacy. Il confine tra diritti e sicurezzadi

 

Niente leggi speciali, niente ripristino di frontiere abolite solo qualche anno fa in Europa. Giusto resistere alla tentazione di blindarsi, di sospendere gli accordi di Schengen. È una questione di principio: non possiamo darla vinta ai terroristi. C’è anche un aspetto pratico in questo confronto ideale: che cosa succederebbe se i fanatici arruolati nelle «cellule dormienti» dovessero scoprire che bastano due attentati, pure male organizzati, per smantellare un trattato internazionale?

E dunque nessun cedimento.

Ma attenzione: non illudiamoci di poter combattere questa mutazione della minaccia jihadista, questo terrorismo feroce e nichilista, ricorrendo a strategie simili a quelle seguite qualche decennio fa in Europa per neutralizzare le Brigate Rosse, la Raf tedesca o l’Ira irlandese. La minaccia di oggi è molto più pericolosa e complessa: se vogliamo evitare di chiuderci, di scivolare di nuovo nella logica di quella guerra al terrore che Obama ha cercato di superare negli Stati Uniti, bisogna tenere alta la guardia della prevenzione. E accettare un’azione di intelligence inevitabilmente ubiqua e penetrante.

Quello di un presidente americano che predica bene e razzola male - un presidente che denuncia giustamente la corrosione dei diritti e dei meccanismi democratici provocata dal vivere in un clima di guerra permanente, ma poi non blocca lo spionaggio a tappeto della National Security Agency collegato a quella corrosione - è argomento utile a confezionare qualche titolo efficace, ma fuorviante.

È sacrosanto difendere fin dove è possibile il nostro diritto alla riservatezza: la privacy continua a far parte delle nostre libertà essenziali, anche nell’era del terrorismo, ma i limiti e i modi di proteggerla sono cambiati - e radicalmente - negli ultimi 15 anni. Non esiste alternativa a tecniche di intelligence sempre più capillari: è inevitabile in tempi di moltiplicazione delle organizzazioni terroristiche, anche più feroci e ramificate di Al Qaeda, in un mondo solcato da diaspore di tutti i tipi e dalle flotte del traffico di clandestini, un mondo di migrazioni aeree continue e di lavoro globalizzato.

La sfida del nuovo terrorismo che fa proseliti anche da noi, così come la difficoltà di intercettare i cani sciolti che vengono dalla criminalità comune e usano la guerra santa per nobilitare rabbia e istinti violenti, richiedono una sorveglianza più attenta e più profonda. Gli investigatori non possono avere mano libera, certo: va sorvegliata la loro onestà intellettuale, oltre che la loro capacità operativa. Tuttavia il telefonino della cancelliera tedesca Angela Merkel spiato da Washington o l’agente che usa l’orecchio della Nsa per controllare la moglie sono patologie da estirpare, non la prova che il sistema creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 sia da buttare. CdS 13

 

 

 

L’ascolto

 

Quando si scrive d’italiani all’estero, anche se, per la verità, se ne scrive sempre meno, il termine “Espatrio” è tecnicamente bandito. I Connazionali oltre confine non fanno più “notizia” già da parecchio tempo. In Patria sono considerati parti integrate della Comunità ospite ed il ricordo per l’Italia s’ipotizza che sia “svanito”. Non è così. Gli italiani all’estero, soprattutto quelli di terza e quarta Generazione, hanno precise opinioni sulla realtà della Penisola. Sono informati, interessati e, assai spesso, anche coinvolti. Insomma, i milioni d’italiani nel mondo sono la realtà di un’organizzazione sociale che si è sviluppata altrove, ma non estranea alle vicissitudini della terra d’origine. Anche se non tutti i Connazionali hanno fatto fortuna all’estero, ben pochi hanno dimenticato, nonostante tutto, l’Italia. Per quelli che sono nati lontano e della nostra lingua non hanno perfetta padronanza, restano le tradizioni, la voglia d’italianità; anche se adattata alle usanze del Paese ospite. L’Emigrazione l’abbiamo vissuta, sul fronte dell’informazione, dal 1959. Da oltre 55 anni, la nostra è stata un’esperienza diretta e imprescindibile. Si lasciava lo Stivale per cercare in altre terre pane, lavoro. Insomma, un futuro . Dagli anni’50, migliaia d’italiani si sono riversati in altri Stati europei; fieri della loro origine e motivati nel voler riuscire. All’estero, li attendevano sacrifici ed anche umiliazioni. Non si sono arresi. Sono andati avanti. Se le due prime Generazioni di Migranti si sono dissolte nell’oblio dell’età, i loro figli ed i loro nipoti hanno continuato per quel cammino d’impegno che non è venuto mai meno. Anche negli anni più difficili. Ora che l’Emigrazione è ripresa, l’Italia che dovrebbe fare di più, e di meglio, per loro. Mancano tuttora le premesse per l’effettiva tutela dei loro pochi diritti in Patria. Per una serie d’eventi, non programmati, tutti si sono resi conto che i Connazionali oltre confine intendono contare di più nel futuro del Bel Paese. Lo abbiamo ben capito anche noi. Così, prima di tutto, si è fatto strada, prepotente, un progetto che intendiamo concretare con l’aiuto di tutti e senza escludere nessuno. Oltre queste riflessioni, attendiamo anche i riscontri dei Lettori. Le conquiste sociali, quelle vere, non possono essere solo parziali. Anche l’informazione ha da evidenziare il suo ruolo; sempre nel rispetto del dono dell’accoglienza e dell’ascolto.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Caso Marò, Parlamento Ue approva mozione per rimpatrio. Mogherini: "Vertenza ha impatto su relazioni Ue-India"

 

Nella mozione votata da gran parte dell'assemblea si chiede anche "la competenza giurisdizionale sia attribuita alle autorità italiane e/o a un arbitraggio internazionale". Inoltre si incoraggia l'Alto rappresentante per la Politica estera Ue a "a intraprendere ogni azione necessaria per proteggere i due fucilieri italiani".

 

STRASBURGO - L'Europa sta con l'Italia sul caso dei Marò. Il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria, ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione sul caso dei due fucilieri arretastati in India in cui si chiede, tra i vari punti, il loro rimpatrio poiché la loro detenzione senza accusa è "una grave violazione dei diritti umani".

 

Nella mozione si chiede che la competenza giurisdizionale sia attribuita alle autorità italiane e/o a un arbitraggio internazionale. L'assemblea di Strasburgo, inoltre, "esprime grande preoccupazione per la detenzione dei fucilieri italiani senza capi d'imputazione", "pone l'accento sul fatto che devono essere rimpatriati" e "sottolinea che i lunghi ritardi e le restrizioni alla libertà di movimento dei fucilieri sono inaccettabili".

 

Ieri la Corte Suprema indiana aveva concesso una proroga di tre mesi al permesso di permanenza in Italia per motivi di salute del fuciliere di marina Massimiliano Latorre, operato il 5 gennaio per una anomalia cardiaca. L'altro Marò, Salvatore Girone, è ancora nell'ambasciata italiana a New Delhi.

 

Dopo aver espresso "profonda tristezza" e manifestato il proprio "cordoglio per la tragica fine dei due pescatori indiani", il Parlamento europeo "si duole del modo in cui la questione è stata gestita e sostiene gli sforzi esplicati da tutte le parti coinvolte per ricercare con urgenza una soluzione ragionevole e accettabile per tutti, nell'interesse delle famiglie coinvolte, indiane e italiane, e di entrambi i paesi".

 

Il Parlamento incoraggia l'Alto rappresentante per la Politica estera Ue, Federica Mogherini, "a intraprendere ogni azione necessaria per proteggere i due fucilieri italiani ai fini del raggiungimento di una soluzione rapida e soddisfacente del caso". Proprio la Mogherini ieri aveva illustrato in aula la situazione e aveva ricordato che è inevitabile che "la vertenza irrisolta sui due ufficiali di marina italiani possa avere un impatto sulle relazioni tra Ue e India".

 

"L'Unione Europea - aveva aggiunto Mogherini - intende onorare il suo impegno per una tutela piena e concreta dei diritti fondamentali dei propri cittadini, di ciascun cittadino europeo in stato di detenzione in ogni parte del mondo, promuovendo la risoluzione pacifica delle controversie internazionali e il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale". LR 15

 

 

 

 

Renzi: "Europa cambi marcia o fanalino di coda del mondo. Austerità è stata errore"

 

"Il mondo vuole più Europa, ma la percezione è stata di un'Europa centrata sull'economia, sui vincoli sui parametri e sull'austerità. Oggi possiamo dire che questo atteggiamento è stato un errore e il cambiamento impresso dalla Commissione Juncker andava immaginato negli ultimi sei anni e non negli ultimi sei mesi". Così il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel suo intervento al Parlamento europeo a Strasburgo per la chiusura del semestre di presidenza italiana del Consiglio Ue.

L'Unione europea "deve cambiare marcia sull'economia", altrimenti rischia di "diventare il fanalino di coda di un mondo che sta cambiando molto velocemente", ha aggiunto subito dopo. "Stiamo andando nella giusta direzione, ma dobbiamo fare di più. E noi siamo pronti a fare la nostra parte e a credere nell'investimento sulla flessibilità". In particolare "serve più flessibilità, altrimenti la ripresa è impossibile".

Insomma negli ultimi sei mesi in Europa "c'è stato un cambiamento profondo nella direzione, anche se non ancora nei fatti", ha sottolineato Renzi nel suo discorso in cui ha citato Dante Alighieri e l'Ulisse della Divina Commedia. Dopo aver evocato la figura di Telemaco nell'intervento di apertura dello scorso luglio, il premier si è rivolto all'Aula di Strasburgo con i versi del poeta fiorentino attribuite a Ulisse. "Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtù e conoscenza", ha citato, mentre in Aula gli eurodeputati euroscettici continuavano a rumoreggiare. "So che per alcuni di voi è difficile leggere più di due libri - ha detto - ma spero che il Parlamento europeo scelga se vuole vivere come bruti e seguire la demagogia per qualche mezzo punto in più o se seguire la virtù che è rappresentata dall'Europa".

Nei sei mesi di presidenza italiana del Consiglio Ue "abbiamo fatto molto nel nostro Paese. Ma ciò che serve all'Italia lo fanno i cittadini italiani e non le istituzioni europee", ha sottolineato il premier aggiungendo che "abbiamo dato all'Europa più risorse di quante ne abbiamo ricevute: circa 20 miliardi all'anno, ricevendone circa la metà". E ha aggiunto che "abbiamo contribuito a salvare Paesi amici e banche di altri Paesi e non abbiamo ricevuto e messo un centesimo a beneficio dei nostri istituti di credito. L'Italia crede nell'Europa e nei suoi valori e non chiede aiuto ma offre la sua grande storia".

L'intervento di Renzi è stato applaudito, in particolare per i passaggi dedicati al terrorismo e ai valori dell'Europa, ma è stato anche contestato e accompagnato da un rumoreggiamento continuo dai banchi dei deputati euroscettici. In particolare un deputato britannico dell'Ukip ha ripetuto la parola 'rubbish' (spazzatura) per oltre dodici volte. "Attenzione - ha avvertito il presidente dell'Europarlamento, Martin Schulz- che se continua a ripetere quella parola, i suoi colleghi finiranno per chiamarla così".

Renzi ha anche chiesto al Parlamento europeo un applauso per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, "un convinto europeista" che "ha affrontato le difficoltà in Italia con grande saggezza". Che "continuerà a essere un grande servitore dello Stato e come senatore a vita farà sentire la propria voce". E sul prossimo presidente della Repubblica: sarà "un arbitro saggio" e "una personalità di grande livello". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in conferenza stampa al Parlamento europeo in vista della nomina del successore di Giorgio Napolitano.

Quanto all'attacco a Charlie Hebdo: "Il rischio è pensare che la paura ci possa fermare e immobilizzare. Alzare muri significa non essere europei". "Vogliono cambiare il nostro modo di vivere", ha continuato, "ma non possiamo in nome della nostra sicurezza vivere rannicchiati. Da uomo di governo e di sinistra vi dico che non lasceremo mai la parola identità a chi grida più forte". "Il nemico non è la religione, ma il fanatismo", ha poi sottolineato il presidente del Consiglio. "Il contrario di identità non è integrazione ma anonimato. E il contrario di integrazione è disintegrazione e distruzione", ha detto ancora Renzi. 13

 

Accordo fiscale raggiunto con la Svizzera, più facile la voluntary disclosure

L'annuncio del ministero dell'Economia, la firma è attesa per metà febbraio. Vieri Ceriani: "Accordo epocale che dà strumenti di contrasto all'evasione fiscale impensabili fino a qualche anno fa"

MILANO - Dopo tre anni di trattative l'Italia e la Svizzera hanno raggiunto un accordo fiscale che facilita l'adesione alla voluntary disclosure da parte di contribuenti italiani con capitali nella Confederazione elvetica, permettendo al fisco di ottenerne di dati. La firma dell'accordo tra i ministri delle finanze dei due paesi arriverà a metà febbraio. Secondo Vieri Ceriani, consigliere economico del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, si tratta di un accordo epocale che dà strumenti di contrasto dell'evasione fiscale impensabili fino a qualche anno fa. In particolare, l'accordo conterrà lo scambio di informazioni di natura finanziaria per una roadmap su frontalieri, Campione d'Italia e Blacklist.

 

In concreto l'accordo concerne una modifica del Trattato tra Italia e Svizzera sulle doppie imposizioni e rivede l'articolo sullo scambio di informazioni adeguandolo agli standard Ocse. Si tratta quindi dell'ultima occasione per il cittadino che voglia mettersi in regola di regolarizzare la propria posizione con il fisco italiano senza incorrere in sanzioni penali per reati fiscali. Ad ogni modo, il cittadino dovrà comunque dichiarare e pagare tutto quanto dovuto al fisco. Una volta firmato, l'accordo dvorà poi essere ratificato dai rispettivi Parlamenti per entrare in vigore, poi, entro uno o due anni.

 

Se si considera anche il rafforzamento del franco nei confronti dell'euro, motivato dalle mosse della Banca centrale svizzera annunciate oggi, la giornata si può definire 'trionfale' per coloro che hanno capitali occultati in Svizzera. La firma sul trattato pone la Confederazione tra i Paesi 'amici' e mette coloro che sfrutteranno la sanatoria al riparo dalle ripercussioni penali. Anche se formalmente i Cantoni saranno in 'white list' solo dopo la ratifica del trattato, l'annuncio e la firma sono sufficienti per considerarli tali ai fini della voluntary. Con un franco più forte - inoltre - rimpatriare moneta e cambiarla in euro risulta molto più vantaggioso.

LR 15

 

 

 

L’utopia

 

In Italia fare politica è difficile. Come da sempre. Ma, con obiettività, che cosa rappresenta, da noi, la “politica”? Il termine deriva dal greco antico e significa scienza per indirizzare lo Stato e regolamentare le relazioni con gli altri Paesi. Certo è che, per noi, il termine implica considerazioni più pratiche e, di conseguenza, più concrete. La politica può essere la fortuna o la disgrazia di un Paese. Da noi, le due realtà coesistono con una sventurata prevalenza. Non lo scriviamo a vanvera; basta vivere la realtà nazionale per comprenderlo in modo esaustivo. Da un’analisi, molto pratica, a noi sembra che la “scienza” di governo non sia adeguata alle necessità dei governati. La questione è che non ci sono, al momento, possibilità per cambiare “registro”. I partiti italiani non sono più in grado d’assumere coerenti posizioni i e la maggioranza di governo, spesso, è meno chiara di quanto dovrebbe essere. Mentre si prepara una strategia, già si presentano altri “intoppi”. Allora si “frena” e tutto resta indefinito e molto preoccupante. A poche settimane dall’inizio del 2015, non siamo assolutamente in grado d’offrire a chi ci segue proposte percorribili e, ancor meno, attuabili. C’è poco da fare: in Italia i “mali” della politica vengono da lontano e le responsabilità non sono sempre attribuibili. Insomma, almeno da noi, la politica è, spesso, utopia; nel senso che non si riesce a raggiungere una posizione d’equilibrio stabile sulla quale sia possibile contare senza il timore d’essere sfiduciati. L’assioma è anche l’onestà. Quella che non si nasconde dietro la “lana caprina”. L’epopea delle larghe intese ci sembra già logorata; anche perché la voglia di centro comincia a farsi sentire e la destra, però, resta in posizione inconciliabile. Sembra illogico, ma è così. Ci sono alternative a questo stato di fatto? L’interrogativo è intrigante, ma non siamo nelle condizioni d’azzardare delle congetture. Ci mancano, infatti, le tesi sulle quali soppesare le nostre riflessioni. Renzi punta ancora molto sul teorema dei suoi” mille giorni”. Noi assai meno. Non tanto per remare contro, ma per il perdurare di una realtà che non assiste i presupposti del nostro Primo Ministro. La primavera sarà una stagione complessa e non è detto che la maggioranza parlamentare che consente la vita di questo Esecutivo supporti anche il futuro prossimo. Le incertezze già si sono evidenziate e ci s’è allontanati dagli accordi di programma con i quali Renzi era entrato in carica. A questo punto, c’è solo da verificare gli eventi e dare obiettivi giudizi ai risultati. Compendiamo che è poco, ma sempre meglio che niente. Intanto, l’utopia continua a mietere vittime e a condizionare l’evoluzione del Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Ultimo giorno al Quirinale, Napolitano: "Contento di tornare a casa"

 

Giorgio Napolitano confessa di essere contento di tornare a casa, dopo quasi nove anni al Quirinale. E non dovrà neppure percorrere tanta strada, visto che l'abitazione di famiglia è al civico 14 di Vicolo dei Serpenti, nel cuore del rione Monti, a soli 360 metri (4 minuti di cammino 'a passo regolare', secondo Tuttocittà online) dal palazzo che per secoli è stato eletto a residenza papale e poi, dal 1870 al 1946, abitato dai Reali di casa Savoia.

"L'augurio al Paese è che sia unito e sereno", ha detto il presidente dopo aver rivolto il saluto di commiato ai corazzieri e ai dipendenti del Quirinale.

Dopo oltre 3mila giorni sul Colle più alto, Napolitano si appresta a lasciare il Palazzo che fu prima dei Papi e poi dei Reali d'Italia dal 1870 al 1946, dal quale ha vigilato sulla Costituzione e accompagnato il Paese in una delle fasi più difficili della storia repubblicana (VAI ALLO SPECIALE).

Oggi, con il saluto ai corazzieri e ai dipendenti del Quirinale per i quasi nove anni trascorsi assieme, compie il suo ultimo atto da presidente della Repubblica, mentre da Strasburgo arriva l'omaggio del premier Matteo Renzi, salito ieri al Colle per un colloquio, che nell'aula del Parlamento europeo ha chiamato l'applauso per il capo dello Stato

"Viviamo - ha detto ancora il capo dello Stato riferendosi ai tragici fatti di Parigi - in un mondo molto difficile. Abbiamo visto nei giorni scorsi cosa è successo in un Paese vicino e amico come la Francia. Siamo molto incoraggiati dalla straordinaria manifestazione di Parigi però, sempre essendo attenti a stare in guardia e a non fare allarmismo, dobbiamo essere molto consapevoli della necessità di un Paese che sappia ritrovare la sua fondamentale unità".

Napolitano lascerà il Quirinale una volta che la lettera di dimissioni, breve e formale, sarà stata consegnata alla presidente della Camera Laura Boldrini, chiamata a convocare entro quindici giorni il Parlamento in seduta comune per l'elezione del nuovo capo dello Stato; poi al presidente del Senato Pietro Grasso, che svolgerà le funzioni di supplenza in attesa del nuovo inquilino del Quirinale, e quindi al presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Ma prima l'undicesimo capo dello Stato, accompagnato dalla moglie Clio, scenderà nel cortile d'onore del Quirinale, dove troverà schierato un reparto interforze che gli renderà gli onori militari e suonerà l’Inno di Mameli. Poi il comandante dei corazzieri gli consegnerà lo stendardo presidenziale, ammainato dal torrino.

Dopo che la la lettera di dimissioni sarà stata consegnata dai motociclisti del Colle ai presidenti delle Camere e a Palazzo Chigi, Napolitano e la signora Clio varcheranno il portone in legno della loro abitazione romana. E saranno accolti da una piccola (e sobria) festa organizzata dai residenti del rione per dare loro il bentornato.

Napolitano si dividerà tra Vicolo dei Serpenti e Palazzo Giustiniani, dove, come vuole la prassi, avrà a disposizione uno studio, al pari di tutti gli altri presidenti emeriti della Repubblica. E dove troverà il suo sostituto pro tempore, Pietro Grasso, chiamato a vestire i panni di Presidente 'reggente' fino all'elezione del nuovo inquilino del Quirinale. 13

 

 

 

 

Napolitano lascia il Colle domani. Renzi vuole un arbitro saggio

 

Salutati i Corazzieri e i dipendenti del Quirinale che per nove anni sono stati al suo fianco, il presidente Napolitano affida a una bambina, incontrata davanti al Palazzo presidenziale, la sua contentezza per la fine del mandato che domani suggellerà con tre lettere ai presidenti delle Camere e al capo del governo. Contentezza di "tornare a casa" che si accompagna a una considerazione fuori verbale con la spontaneità di sempre: "Qui è tutto bello, ma si sta un po' troppo chiusi". Da domani Napolitano torna nella sua residenza di via dei Serpenti. Difficile pensare che - almeno i primi tempi - possa fare la vita di un qualsiasi abitante del rione Monti, ma al netto della scorta, dei giornalisti che stazioneranno sotto casa e dei curiosi, saranno lui e la moglie Clio a decidere il programma della giornata. Non ci sarà nessun discorso di commiato, nessun testamento politico: quel che doveva dire lo ha detto più volte in questi anni, e ancora di più a dicembre e nel discorso di fine anno in tv. Ma è certo che - adempiuti gli obblighi formali - dallo studio di Palazzo Giustiniani riservato agli ex capi di Stato, terrà sotto osservazione la situazione politica, in modo particolare le riforme per cui si è battuto durante i nove anni al Colle. Ma se vogliamo, un ultimo ammonimento politico lo ha lanciato anche oggi quando ha rivolto al Paese l'augurio che sia "unito e sereno" perché soprattutto in tempi così difficile è necessario che l'Italia sappia ritrovare "la sua fondamentale unità". Fra due, tre settimane, toccherà al successore. Da Strasburgo, dove ha chiuso il semestre di presidenza italiana della Ue, Renzi ha tratteggiato l'identikit del prossimo presidente. Nessun nome, ma la necessità di trovare "un arbitro saggio", una "personalità di grande livello". Al Pd spetta il compito principale e più difficile, in quanto partito di maggioranza. Domani mattina si riunirà la segreteria, poi giovedì Renzi incontrerà i senatori del suo partito in vista del voto sull'Italicum e venerdì sarà la volta della Direzione. La minoranza di sinistra si prepara a dare battaglia. Molto dipenderà da un accordo tra Renzi e Bersani. GIANLUCA LUZI  LR 13

 

 

 

 

Uscite non meste

 

Un vecchio signora ancora saldo e dignitoso, che lascia un incarico gravoso, ricoperto per due volte, mantenuto per senso di responsabilità, in un momento di profonda crisi per il Paese.

Giorgio Napolitano lascia ufficialmente il Quirinale, il giorno dopo il discorso di Renzi a conclusione del semetre italiano di presidenza europea, con una lettera formale inviata al presidente del Senato Grassi, a quello della Camera Boltrini e al capo del governo, in cui rassegna anzitempo le dimissioni ed apre, di fatto, la quetione delle elezioni di un nuovo capo dello Stato che, secondo i desiderata di Renzi dovrà essere un "Re Travicello", che lo aiuti a portare avanti il treno delle "riforme" senza creare ostacoli ed invece per la più parte del Parlamento, dovrebbe essere super partes, neutrale e non decisionista, diverso quindi dal suo predecessore, che è stato chiamato “Re Giorgio”, certamente non incolore, protagonista dello scontro politico e responsabile in prima persona della caduta del governo Berlusconi con nomina di Monti e, ancora della nomina di Enrico Letta ed infine di un arbitrato molto incisivo che ha in parte prodotto la nomina di Renzi.

Certamente, per quanto lo riguarda, mai nella storia repubblicana si era verificato che un presidente venisse riconfermato dopo il primo settenneto ed altrettanto certamente la sua presidenza e mezzo sarà molto ricordata per le veementi polemiche, per il carattere, il tono, la sostanza politica che egli ha dato alla sua funzione.

All’estero è piaciuto e la stampa anglosassone lo ha definto più volte salvatore della patria, mentre gli osservatori tutti hanno molto apprezzato (più da fuori che dentro i confini nazionali) la sua costante capacità di intervenire nelle crisi politiche italiane con la ormai famosa "moral suasion" (una specie di preventivo intervento sulle controversie in corso) e con "esternazioni" reiterate anche su materie nelle quali, di solito, il presidente della Repubblica non interviene.

Il toto-nomi per la successione è partito già da tempo e la lista si allunga ogni giorno.

Renzi ha promesso che si farà presto, ma poiché lo stato della sua maggioranza è tutt’altro che solido, non è detto che la spunterà con un suo candidato.

Sembra certo che il premier potrebbe prevalere solo con una candidatura concordata con Silvio Berlusconi, ma l’allenza fra i due, nota come “patto del Nazzareno”, è fortemente minacciata dalle risse interne alle forze politiche che la compongono.

Inoltre, anche se il M5S e La Lega Nord sono nettamente minoritari, pure costituiscono ostocali nel gioco delle complicate alleanze che sono in ballo in queste occasioni.

I candidati che vorticano in numerose liste sono una trentina, ma è probabile che alla fine sarà eletto un trentunesimimo, tirato fuori dal cappello a cilindro di Renzi all'ultimo momento, con grande sorpresa per tutti.

Anche perché sono convinto che a Renzi serva un presidente "debole", non troppo schierato, e disposto a un settennato "prudente", al riparo delle norme previste dalla Costituzione vigente, piuttosto che un palidino delle riforme ma idee sue e molto chiare.

Tornando a Napolitano, sono con Sarina Biraghi e concordo che Naplitano sia riuscito ad evitare che una politica debole e contestata dagli italiani si avviluppasse in una crisi senza ritorno, ma che gli è chiara la fragilità ancora estrema del Paese.

Per questo non sparirà nel tramonto ma continuerà, a cominciare dal voto al suo successore e come senatore a vita, a dire la sua sul percorso delle riforme.

Egli ha ben presente che la riforma elettorale attende una stesura che rischia di modificarla ampiamente rispetto al testo uscito da Montecitorio e, per quanto riguarda la revisione costituzionale, i mutamenti che la camera potrebbe recare un depotenziamento al documento di palazzo Madama.

Per questo resterà attivo ed allerta, in coppia con l’altro ex presidente Carlo Azeglio Ciampi, certamente più “pop” rispetto a lui che ha sempre avuto modi spicci e diretti, decisamente lontani dalla necessità di piacere a media e opinione pubblica, ma che non difetta certo di autorevolezza e coraggio decisionale, doti che anche dallo scranno senatoriale userà per richiami continui alla amara consapevolezza di quanto il sistema che, nel bene e nel male, ha retto le sorti dell’Italia repubblicana, sia attraversato da una crisi strutturale che parte da lontano., in una crisi accentuata dalla mancata stabilizzazione di un sistema bipolare o, ancor meglio, bipartitico, con pesanti ricadute sull’economia, alle prese con uno spaventoso tsunami che ha cancellato antiche certezze e ha permesso ad alcuni ‘poteri forti’ di mettere addirittura in discussione il nostro modello di welfare e reso la disoccupazione, soprattutto giovanile e soprattutto nel suo Sud, un autentico dramma.

Sul suo settennato e mezzo per alcuni restano macchie: come il “lodo Alfano”, vale a dire la legge n.124 del 2008 "Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato",  considerato in realtà un salvacondotto per l’allora Cavaliere; o la grossa eco mediatica del suo coinvolgimento nelle cosidette “trattive Stato-mafia”.

Tuttavia, sommando tutto, lo scenario è più che positivo ed il mandato, in un periodo dificile e gravoso, ricoperto con capacità e degno di gloria. Carlo Di Stanislao, De.it.press 14

 

 

 

 

Servizio di accoglienza

 

L’anno nuovo è iniziato. Intanto l’Italia resta ingovernabile. Se il 2014 è stato “problematico”, e non solo sotto il profilo politico, il 2015 appare “imprevedibile”. Il che, a nostro avviso, è molto peggio. L’Italia è tornata fanalino di coda dell’UE. Le nuove leve di cittadini sono costrette, per colpa di altri, a pagare un prezzo altissimo di una crisi della quale sono solo vittime. Pur con l’attuale patto di stabilità, i conti non tornano. Non possono tornare. I meccanismi, che hanno denaturato la previdenza sociale e la stessa vita delle generazioni che in pensione non c’andranno mai, dovrebbero essere riesaminati. Quando? Senza un impegno politico di largo respiro, tutto è più difficile. Anzi, impossibile. Manca un “placet” e rimane il sospeso. L’Opposizione, quella di Centro/Destra, è in scacco. Un’altra mossa e lo scacco potrebbe rivelarsi “matto”. Insomma, potrebbe essere democraticamente ridimensionata per la gestione di un costruttivo dissenso. I provvedimenti governativi hanno solo tamponato una situazione che, sotto la superficie, continua a erodersi. Chi ne capisce più di noi, ha calcolato che, con l’attuale andazzo, si potrà tirare avanti per poco tempo. Poi, le pensioni resteranno un sogno nel cassetto per tanti italiani oggi relegati alla disoccupazione o al precariato. Le soluzioni, per evitare di vivere oggi con le risorse che avrebbero dovuto servire per il futuro, c’erano. Imponevano, però, una serie d’interventi che avrebbero leso interessi nell’immediato. Rimandare a tempi più lontani è sembrata la soluzione migliore. O, almeno, più opportuna. I dati e le percentuali parlano chiaro: nel Bel Paese la disoccupazione è in aumento, il precariato langue e i cassintegrati sono sospesi alla corda di un infelice destino. Non ci vuol molto a capire che quando il nostro Prodotto Nazionale Lordo (PIL) è in negativo, non si può far credere che, se ci fosse un nuovo Governo, la situazione tenderebbe a migliorare. Avere ridimensionato i privilegi di “Palazzo”, quando chi ne ha goduto ne ha anche abusato, resta poco plausibile. La politica ha un costo. Sempre. La nostra Repubblica, una ed indivisibile, ha bisogno di certezze e di programmi per risanare un’economia “bancarottiera”. Curiosi di ponderare l’evoluzione politica nazionale, continueremo a monitorare i cambiamenti di quest’Italia che, pur essendo sempre più in ombra, ha da rimuovere gli errori che ci hanno portato a essere “differenti”. Senza aver i mezzi per potercelo permettere.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La Svizzera sgancia il valore del franco dall’euro. Terremoto in Borsa, la moneta unica è ai minimi

 

BERLINO - Una mossa inaspettata ma non imprevedibile. La Banca centrale svizzera ha cancellato il cambio fisso che da settembre del 2011 - nei mesi caldi della crisi dell’euro - aveva cercato di scongiurare un rafforzamento eccessivo del franco e che da tre anni lo teneva inchiodato a 1,20 contro la moneta unica. Il problema è che la stessa banca centrale neanche due mesi fa aveva assicurato i mercati che avrebbe difeso «con assoluta determinazione» la soglia minima decisa all’apice dell’eurocrisi, quando era cominciata una corsa agli acquisti della valuta elvetica. La banca ha anche deciso stamane un taglio ulteriore dei tassi di interesse a -0,75%. Il risultato è stata un terremoto in Borsa con Zurigo che è arrivata a perdere oltre il 10%. 

 

COSA C’E’ DIETRO L’ABOLIZIONE DEL TETTO   - In sostanza il costo per gli svizzeri per impedire un rivalutazione eccessiva del franco, in vista del «quantitative easing» della Bce ma alla luce anche della fuga di molti capitali colpiti dalla crisi russo-ucraina verso la Confederazione, è considerato, ora e in prospettiva, eccessivo. La Banca centrale ha preferito rischiare di lasciare il franco a briglie sciolte, anche perché dopo l’indebolimento degli ultimi mesi, non considera più del tutto negativo un apprezzamento. Ma anche per evitare che quella soglia salti per le pressioni dei mercati.  

 

IL FRANCO VOLA, EURO AI MINIMI  - La decisione a sorpresa ha choccato i mercati: il franco è schizzato in pochi istanti del 27%, a 0,86 contro l’euro, per poi risalire, dopo una notevole altalena, sopra la soglia di un euro. Il rafforzamento contro il dollaro ha spinto la valuta elvetica a quota 0,75 per poi ripiegare a 0,89. Il problema, spiega il comunicato di stamane dell’istituto monetario, è che le circostanze «eccezionali e temporanee» che avevano portato alla decisione dell’autunno del 2011, evidentemente, non ci sono più. Le insidie, però, ci sono.  

 

LE STRATEGIA DI FED E BCE   - Le divergenti traiettorie delle banche centrali più influenti - la Fed che va verso un rialzo dei tassi di interesse mentre la Bce resterà lungo agli attuali minimi storici e si prepara al quantitative easing - hanno determinato negli ultimi mesi un forte indebolimento della moneta unica che ha trascinato con sé la valuta elvetica. «In queste circostanze» sostiene la banca, mantenere il tetto «non è più giustificato».   TONIA MASTROBUONI  LS 15

 

 

 

 

 

Garavini: “Accordo fiscal con la Svizzera risultato storico”

 

"Una svolta storica, attesa da anni: è stato raggiunto un accordo fiscale tra Italia e Svizzera con cui si promuove la trasparenza nei flussi di capitali e si pone fine, di fatto, al segreto bancario svizzero che sembrava inossidabile e irremovibile, da sempre tutela dell'impunita' di tanti evasori fiscali". Lo dichiara Laura Garavini, dell'Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, commentando l'accordo fiscale raggiunto tra Italia e Svizzera.

 

"L'accordo prevede numerose condizioni che lo rendono migliore rispetto alla formulazione ipotizzata tre anni fa dal Governo Monti - una sorta di condono fiscale mascherato che garantiva l'anonimato e avrebbe finito per favorire evasori e criminali. Adesso, invece, si prevede di pagare tutto il dovuto e alla luce del sole. Sono sì previsti incentivi all'autodenuncia, nella misura in cui si pagano le tasse sugli ultimi 5 anni (anziché sugli ultimi 10) ma si devono pagare fino all'ultimo e dichiarando nome e cognome. Questo significa che anche per il futuro sarà sempre più difficile sfuggire alla tracciabilità dei movimenti finanziari, particolare prezioso, che mette al riparo l'accordo da abusi da parte della criminalità organizzata.

 

“C’è da aspettarsi che coloro che hanno fondi neri in Svizzera (si stima che ci siano tra i 130 e i 150 miliardi di euro custoditi nei forzieri delle banche elvetiche, sfuggiti al fisco italiano) colgano l'opportunità di fare rientrare i loro capitali in Italia, anche forti della rivalutazione del franco, decisa ieri dalla Banca Centrale di Berna. E' un risultato molto importante. Un esempio di come l'Italia di oggi, col Governo Renzi, stia riuscendo a risolvere problemi annosi, dentro e fuori i confini nazionali. Adesso c’è da augurarsi che si trovi una soluzione altrettanto positiva anche sulla questione frontalieri, non ancora risolta dall'accordo fiscale". De.it.press 16

 

 

 

 

 

Promozione della lingua italiana

 

Nella politica culturale della Farnesina la diffusione della lingua italiana all’estero costituisce un impegno prioritario

 

La promozione della lingua italiana nel mondo è assicurata da un’articolata rete di istituzioni culturali formata in particolare dagli Istituti Italiani di Cultura, con i loro corsi di lingua, dai lettori presso le Università straniere, dalle scuole italiane, e dai corsi di lingua e cultura italiana destinati alle collettività italiane e di origine italiana all’estero. Da segnalare, inoltre, il contributo della Società Dante Alighieri con i suoi oltre 500 comitati.

L’italiano: la quarta lingua più studiata al mondo

L’interesse per l’italiano nel mondo è crescente ed è anche grazie ai nostri interventi di politica culturale che possiamo registrare una realtà in cui la nostra lingua è, nel 2014, la quarta lingua più studiata al mondo, mentre nel 2012 si attestava tra le prime cinque.

Un elemento di novità nel panorama della certificazione della conoscenza della lingua italiana come lingua straniera si è avuto con la creazione del sistema unico di Certificazione Lingua Italiana di Qualità – CLIQ, che riunisce sotto un unico marchio di qualità i quattro enti certificatori. L’Università per Stranieri di Perugia, l’Università per Stranieri di Siena, l’Università degli Studi Roma Tre e la Società Dante Alighieri hanno infatti costituito l’Associazione CLIQ, con cui il Ministero degli Affari Esteri ha sottoscritto una convenzione. Sito Mae

 

 

 

 

Università: Erasmus diventa globale

 

Dal 2015 studenti e docenti europei potranno studiare o insegnare nei cinque Continenti. Per l’Italia, 12 milioni extra per coprire mobilità di studenti e prof - di Antonella De Gregorio

 

Erasmus si allarga. Esce dai confini dell’Europa, dov’è nato quasi trent’anni fa e si apre al mondo. Costantemente minacciato da continui rischi di tagli di budget, riceve in realtà un surplus di attenzioni e fondi: 121 milioni di euro extra, per consentire a un drappello aggiuntivo di 20mila studenti di mettersi alla prova in un sistema universitario di qualunque Paese del mondo. Un gruzzolo che si aggiunge ai 14,7 miliardi di euro stanziati dalla Commissione europea per i programmi relativi a istruzione, formazione, giovani e volontariato per il periodo 2014-2020. Gli studenti globe trotter riceveranno borse più consistenti dei colleghi che si fermano nel Continente: in media 650 euro al mese, contro 250. Più interessante per chi, per esempio, arriverà da Africa, Canada o Bielorussia: per studiare in Italia riceverà 850 euro al mese (più un contributo per il viaggio). Una mossa che vorrebbe far avanzare i sistemi di formazione europei, attirando giovani menti. «L’obiettivo del programma – dichiara Sara Pagliai, coordinatrice dell’Agenzia Erasmus+ Indire - è attrarre studenti e docenti verso le università europee, sostenendole nella competizione con il mercato mondiale dell’istruzione superiore e allo stesso tempo ampliare il raggio di destinazioni possibili per gli studenti ed i docenti d’Europa con un apertura verso i Paesi del resto del mondo».

Cadono le barriere

Dall’anno accademico 2015/16 cadono dunque tutte le barriere: studenti e docenti universitari europei potranno realizzare un periodo di studio o docenza nei cinque continenti e allo stesso tempo le università in Europa apriranno le porte alla mobilità e alla cooperazione con Paesi dal resto mondo. Fino ad oggi, gli universitari potevano contare sul tradizionale programma Erasmus, che schiudeva opportunità per studiare nei 28 Paesi dell’area economica europea (più altri, come la Turchia); sul recentissimo Erasmus+, nato il 1° gennaio 2014, che allargava la platea e incrementava il budget. E sul programma Erasmus Mundus, che metteva a disposizione borse di studio per attirare studenti da Paesi extra Ue.

Come partire

La svolta viene presentata a Milano dall’Agenzia Erasmus+ Indire il 15 e il 16 gennaio, in una lunga sessione (dal titolo «Erasmus+ 2015: la Dimensione Internazionale dell’Istruzione Superiore»), che vedrà rappresentanti della Commissione europea, l’Agenzia Esecutiva per l’Istruzione, l’Audiovisivo e la Cultura (Eacea), il Miur, oltre a 150 rappresentanti da università italiane e internazionali, riuniti al conservatorio di Musica «Giuseppe Verdi». Saranno illustrate le novità e le università riceveranno istruzioni su come predisporre al meglio le candidature per fare accordi con gli altri atenei. Dal 4 marzo i progetti e i bandi dovranno essere disponibili per gli studenti.

12 milioni in più

Il risultato, per quanto riguarda l’Italia, sarà un budget extra di 12milioni di euro in più (il 9,6% del budget totale) nelle casse delle università da spendere per accompagnare 1.900 studenti in più (ma anche docenti e personale accademico) a realizzare un’esperienza di studio, stage, e/o docenza o formazione in un Paese partner. I fondi sono destinati a coprire sia le mobilità in uscita dall’Italia che quelle in entrata dal resto del mondo. CdS 15

 

 

 

 

Presentato alla Camera dei Deputati il libro “Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana”

 

Un viaggio nella storia della nostra diaspora raccontata attraverso i canti popolari del passato e le canzoni di oggi

 

ROMA – E’ stato presentato a Roma, presso la sala del Refettorio di Palazzo San Macuto (Camera dei Deputati), il libro di Eugenio Marino “Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana”, pubblicato dall’editore Cosmo Iannone nella collana Quaderni sulle Migrazioni.  Un’analisi storica a 360 gradi che ripercorre il variegato passato dell’emigrazione italiana attraverso il contributo della musica popolare e d’autore. (Vedi Inform http://comunicazioneinform.it/eugenio-marino-andarsene-sognando-lemigrazione-nella-canzone-italiana)

La presentazione è stata introdotta dalla giornalista e commentatrice politica Chiara Geloni che ha in primo luogo sottolineato come la grande comunità degli italiani all’estero, che segue con interesse le vicissitudini del nostro paese, sia invece poco conosciuta in Italia.  

“Io pensavo – ha affermato Chiara Geloni - che questo libro affrontasse un tema di nicchia, ma in realtà leggendolo mi sono accorta quanto i temi della lontananza, del dover partire e  del viaggio siano generali ed ispirino tantissime canzoni. Il libro aiuta a cercare questa tematica anche in canzoni dove non ci si aspetta di trovarla”. Dalla giornalista è stato inoltre evidenziato come questa opera faciliti la conoscenza anche dei dialetti italiani che nelle canzoni vengono utilizzati in base alle loro caratteristiche. Più adatti ai canti  epici e narrativi i dialetti del nord, più utilizzati nelle canzoni melodiche i dialetti del sud. “Il libro – ha aggiunto la Geloni - è nel suo genere  una storia della letteratura italiana che racconta un pezzo della nostra cultura, ma è anche un volume molto politico perché, oltre ad essere scritto da una persona che ha passione per la politica, sceglie con il tema dell’emigrazione un punto di vista sull’umanità e un certo modo di guardare il mondo”. La giornalista si è infine domandata quale canzone possa accompagnare i nostri tempi, mentre le nostre società appaiono caratterizzate dai problemi di integrazione degli immigrati.  

Luigi Manconi, senatore Pd e critico musicale, ha rilevato come in “Andarsene sognando” l’autore abbia saputo mettere insieme, attraverso una felice intuizione,  materiali sonori molto differenti uno dall’altro, evitando il rischio di scrivere un saggio, ravvivato da citazioni storico culturali , dove prevalesse la categoria del canto popolare . “L’autore – ha precisato Manconi - sfugge a questa possibile chiusura e invece fa un’operazione più leggibile e pertinente alla materia che tratta mettendo insieme prodotti musicali di origine popolare e prodotti che hanno a che vedere con la musica leggera a diffusione di massa. Questa è una scelta felice perché per i migranti la memoria della propria terra d’origine è fatta di tracce , culture,  letture e materiali musicali diversi”.

Dopo aver ricordato che le fortune discografiche di molti noti interpreti della canzone italiana appaiono collegate, negli anni 60’ e 70’, alle realtà regionali della nostra emigrazione, Manconi  ha sottolineto come la grande diaspora italiana, che negli ultimi 120 anni ha portato nel mondo  60 milioni di italiani, non sia presente nella memoria collettiva del nostro Paese, dove solo poco spazio è ad esempio lasciato alla tragedia di Marcinelle.  “Vi è stata l’incapacità di fare di questi 60 milioni di connazionali all’estero – ha spiegato Manconi -  i protagonisti di una epopea nazionale. Queste persone emigrate avrebbero infatti dovuto rappresentare il momento centrale di un’epica di una memoria che faceva omaggio all’eroismo, al sacrificio all’avventura straordinaria che ha visto i nostri nonni e bisnonni affrontare ed attraversare il mondo. Quasi nulla di tutto ciò rimane… Io penso – ha continuati Maconi - che questo vuoto e questa assenza sia tra le cause non minori della nostra incapacità di accogliere gli attuali immigrati, cioè di vedere in coloro che oggi giungono in Italia dall’Africa, la riproduzione, sia pure in tempi diversi e con ragioni economiche e sociali diverse, di ciò che siamo stati. Questo spiega la nostra diffidenza e l’ostilità e comunque l’incapacità di cogliere cosa c’è dietro alle donne, agli uomini e ai bambini che arrivano sulle nostre coste”. 

Ha poi preso la parola Gianni Cuperlo, già presidente del Pd, che ha evidenziato come l’esperienza migratoria, dove le canzoni dei migranti continuano a parlarci e rappresentano un  pezzo di storia e cultura, presenti una dimensione sia pubblica, fatta di grandi musei, letteratura, film e musica, che privata scandita dalla vita delle persone. Specifiche esperienze familiari che Cuperlo ha avuto modo di conoscere  direttamente, avendo dal 1957 una zia emigrata a Melbourne in Australia: Dopo aver sottolineato come le nuove tecnologie comunicative abbiano cambiato in meglio il modo di vivere l’emigrazione riducendo le distanze fra i familiari spesso divisi da migliaia di chilometri, Cuperlo ha segnalato la presenza nel libro di Eugenio Marino, un bellissimo viaggio nella storia, nella cultura e nell’umanità, di chiare connotazioni politiche.  “Una ragione per cui si parla di politica – ha spiegato Cuperlo - la troviamo nella cronaca di queste settimane e cioè nella possibilità che possa esplodere il risentimento nei vari paesi verso coloro che vengono da fuori. … Il punto è che la civiltà e le radici dell’Europa sono fondate sulla mescolanza. Anche per questo esiste un legame fra la cultura, le migrazioni e la dimensione che la storia ha più volte fatto conoscere della discriminazione e del sentirsi considerati ultimi. Un legame che c’è ed non è una cosa di oggi”.

“ Questo lavoro -  ha concluso Cuperlo – ci ricorda cosa siamo e quale incredibile miscela di grandezza e tragedia ci portiamo sulle spalle. Una consapevolezza con cui dovremo fare i conti per coloro che verranno dopo di noi che dovrebbero riuscire a valorizzare la grandezza e ad eliminare la dimensione tragica”.

“Questo lavoro – ha spiegato nell’intervento conclusivo l’autore del libro e responsabile del Pd per gli Italiani all’Estero Eugenio Marino - è un libro che parla delle canzoni, ma non è un libro sulle canzoni, non è infatti presente alcun tipo di critica musicale. E’ un testo che usa la canzone come strumento per parlare del nostro paese attraverso una storia nella storia che è quella dell’emigrazione. …. Quindi attraverso le canzoni più diverse che parlano di emigrazione io ho provato a ricostruire gli ultimi 150 anni dell’Italia”. Marino ha poi letto una parte delle conclusioni del libro in cui si riporta un brano dell’intervento tenuto da Gianni Cuperlo nel corso di un incontro di studio sull’emigrazione italiana promosso dal Pd e svoltosi in occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia.

“L’Italia – affermò in quell’occasione Cuperlo - non sarebbe il paese che è se alle spalle non avesse quella pagina straordinaria di umanità, anche di sofferenza certo, ma soprattutto di speranza,  che è stata l’emigrazione italiana. E allora diciamo pure che non si può capire la storia tormentata di una grande nazione come la nostra, senza collegare quei fili che milioni di italiani hanno teso fra la penisola e il mondo. Parlo di dinamiche profonde sul piano economico e sociale. Dinamiche che affondano nel passato, ma che vivono nel nostro tempo. Questo enorme bagaglio di esperienza e umanità rappresenta un pezzo fondamentale della nostra identità nazionale ed è un laboratorio straordinario per misurare il ruolo e la funzione dell’Italia di oggi e di quella che verrà. L’identità di una nazione del resto è un concetto faticoso e complesso”.  Marino ha completato il suo intervento auspicando un’iniziativa dei legislatori “ che consenta di far conoscere meglio l’epopea migratoria italiana nelle nostre scuole, attraverso l’inserimento dello studio dell’emigrazione nei programmi scolastici in maniera interdisciplinare”. (G.M.- Inform)

 

 

 

 

Riflettere

 

Il 2014 è storia di ieri. Storia amara, che non dimenticheremo. I dodici mesi che ci siamo lasciati alle spalle hanno evidenziato una complessità socio/politica di tutto rispetto e ben lontana dall’essere risolta. L’Euro non ci ha preservato dal caro vita, la crisi potrebbe esautorare Renzi. Anche se uscire dalla Moneta unica sarebbe peggio.

 

 Insomma, la nostra situazione è tutt’altro che attendibile. Fare un consuntivo sull’anno che ci ha lasciato non è pensabile. Perché il 2015 sarà, al massimo, una copia dell’anno precedente. Sono i numeri che fanno capire la nostra deriva. Milioni di senza lavoro, pensioni infime, torchiatura fiscale, sanità allo sbando. Questo è il biglietto da visita del nostro Paese per l’anno da poco iniziato. Non ci sarà incontro tra Italia di ieri ed Italia d’oggi. Quella di domani andrà a concretizzarsi con gli eventi dei prossimi mesi. Focolai d’attrito non mancheranno.

 

Mentre l’Europa ci giudica, non s’è ancora trovata una piattaforma di discussione che consenta a tutti di partecipare ai destini della Penisola. Mancando una linea armonica d’azione, il resto è di conseguenza. All’inizio dell’anno, non solo il fronte occupazionale è in crisi profonda. Stanno venendo meno anche le certezze sociali di chi ha già “dato” e che ora è richiamato a “dare”. Dietro questa funesta realtà, c’è un Paese, profondamente cambiato, che chiede una seria riflessione nell’attesa delle decisioni finali. Decisioni che, in ogni modo, dovranno essere prese col varo di un nuovo Parlamento e con la nomina di un Esecutivo che tenga conto di ciò che è stato fatto e di cosa resti ancora da poter fare.

 

Intanto, il PIL (Prodotto Interno Lordo) difficilmente riuscirà a tornare in positivo. Mentre la produttività nazionale riprenderà solo parte del terreno perduto nell’ultimo quinquennio. I cicli produttivi resteranno rallentati proprio per le difficoltà di uno stato economico la cui gestione resterà complessa. Per frenare la china recessiva mancano veri statisti ed economisti di polso. I politici fanno quello che sono in grado. Neppure la disoccupazione si ridurrà. Di nuovi posti di lavoro non possiamo scrivere. A questo punto, con gran responsabilità, ci chiediamo se L’attuale Esecutivo sarà in grado di tener anche conto di quanto abbiamo esposto. Le riflessioni, ora, non bastano più. Neppure le polemiche. Bisogna trovare i mezzi per invertire la tendenza senza rimettere le mani nelle tasche degli italiani. Anche se non tutti hanno dato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

“Bellunesi nel mondo”, ha 50 anni la rivista dell’Associazione. Uscito il numero di gennaio

 

BELLUNO  - Fa davvero impressione leggere in copertina “Anno L”. La rivista ufficiale dell’Associazione Bellunesi nel Mondo ha raggiunto il 50° anno di attività: undici numeri a cadenza mensile che raggiungono tutta la provincia di Belluno, l’Italia e l’intero globo. Migliaia di copie inviate con puntualità ai soci Abm. Cinquantadue pagine di attualità, economia, cultura, turismo, storia... dal respiro internazionale grazie ai bellunesi.

La copertina del mese di gennaio 2015, dedicata ai Serrai di Sottoguda, è accompagnata dal titolo “Un altro anno in salita?”.

Un titolo che richiama l’editoriale firmato dal direttore Bridda: “Il 2014? Orribile. Il 2015? Anno vivibile”.

Tra gli articoli in primo piano troviamo l’emergenza in Comelico che, con una serie di frane e smottamenti, ha messo in ginocchio la comunicazione della zona alta del bellunese. Viene riservato meritato spazio alla XV edizione del Premio internazionale Bellunesi che hanno onorato la provincia di Belluno in Italia e all’estero.

Le pagine di attualità riguardano l’italianità oltre la cittadinanza, una riflessione sull’ultimo risultato del referendum in Svizzera, il 48° Rapporto del Censis, l’appello dell’Unaie per le l’elezione dei Comites, il gelato bellunese color “orange” e il successo della MiG 2014.

Inizia con il numero di gennaio una rubrica dedicata al 50° anniversario della tragedia di Mattmark che quest’anno terrà impegnata l’Abm con una serie di iniziative in Italia e all’estero.

Interessante e curiosa la storia di Italo Marchioni, l’inventore del cono gelato, che Jean Cocteau definì “il genio è la punta estrema del senso pratico”.

I protagonisti della pagina “Dolomiti che bontà” sono i fagioli gialet, la carne di pecora affumicata e la grappa.

Sono presenti articoli riguardanti il territorio bellunese come l’inaugurazione della mostra “Il sacro nelle Dolomiti” e il gemellaggio tra Gubbio e Pian di Salesei.

Ai giovani è dedicata l’esperienza lavorativa in Germania di Alessandro Bortolot e la storia del gruppo musicale “Delirium X Tremens”.

Spassose come sempre le barzellette in dialetto bellunese firmate da Rino Dal Farra, mentre dritte al cuore vanno le storie di emigranti.

L’Agenda delle Famiglie ci permette di fare un viaggio che parte dall’Argentina fino a raggiungere la Svizzera, la Germania e l’Italia.

Gli ex emigranti si raccontano attraverso le proprie attività culturali e sociali realizzate in tutto il territorio della provincia di Belluno. (Inform)

 

 

 

 

 

Viaggio di studio per I Lombardi all’estero: il bando di “Gente Cumana”

 

Brescia - L’Associazione “Gente Camuna” con sede a Breno, in porvincia di Brescia, ripropone quest’anno il progetto “Viaggio di studio in Valle Camonica” riservato ai figli, nipoti, discendenti di nostri connazionali, coi quali l’Associazione ha mantenuto e mantiene rapporti diretti o tramite l'omonimo notiziario.

“A quanti in possesso dei requisiti previsti dal bando si vuole offrire ancora una opportunità di incontro con le comunità ed il territorio d'origine dei propri genitori o avi, per un'occasione di conoscenza diretta della cultura e delle tradizioni locali e per un approfondimento della lingua italiana”, spiega il presidente Nicola Stivala, sottolineando che la proposta “si inserisce anche nelle tante iniziative collegate all’evento mondiale di EXPO 2015 che verrà inaugurata il 1° maggio e rimarrà aperta fino al 31 ottobre. A tale evento sarà dedicata una giornata del soggiorno”.

La proposta formativa è rivolta ai giovani di età compresa tra i 16 e i 25 anni, di discendenza camuna o lombarda, che abbiano una qualche conoscenza della lingua italiana, residenti all'estero ed in particolare nei Paesi dell'America Latina.

La partecipazione è totalmente gratuita ed è previsto anche un contributo sulle spese di viaggio.

Il periodo del soggiorno è fissato in 15 giorni, dal 20 settembre al 4 ottobre. Le domande devono pervenire tramite mail entro il 31 maggio all’indirizzo gentecamuna@culture.voli.bs.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

Il bando e il modulo della domanda sono pubblicati sul sito dell’Associazione. (aise 16)

 

 

 

 

Zuwanderung nach Deutschland. Fragen und Antworten

 

Zuwanderung, Flüchtlinge, Asylbewerber: Das Thema beschäftigt viele Menschen. Wie viele Menschen leben in Deutschland?

Wie viele Einwanderer sind darunter? Woher stammen sie?

Wieviel Einwanderung braucht Deutschland?

Wie sind die gesetzlichen Regelungen?

Meinungsumfragen belegen, dass viele Fehleinschätzungen kursieren. Deswegen haben wir Zahlen, Daten und Fakten zusammengetragen, um einen Beitrag zur Versachlichung der Diskussion zu leisten.

Die Informationen sind unter anderem auf der Grundlage von mediendienst-integration.de zusammengestellt. Der Mediendienst ist ein Projekt des „Rates für Migration“. Der Dienst arbeitet mit dem Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) zusammen und bereitet dessen Daten auf. Weitere Quellen sind BAMF sowie Statistisches Bundesamt.

Meinungsumfragen belegen, dass viele Fehleinschätzungen kursieren. Deswegen haben wir Zahlen, Daten und Fakten  zusammengetragen, um einen Beitrag zur Versachlichung der Diskussion zu leisten. Mehr

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2015/01/2015-01-15-faq-zuwanderung.html   Pib 15

 

 

 

 

Bundesentwicklungsminister Müller: EU muss sich mehr für Flüchtlinge einsetzen

 

Der deutsche Entwicklungsminister Gerd Müller hat bei einem Treffen mit Entwicklungskommissar Neven Mimica mehr Einsatz der EU-Staaten für die Situation von Flüchtlingen gefordert. Auch die Bekämpfung der Fluchtursachen sei unverzichtbar.

Der deutsche Entwicklungshilfeminister Gerd Müller hat von der EU mehr Einsatz für die Situation der Flüchtlinge weltweit verlangt. Bei einem Treffen mit dem neuen EU-Kommissar für internationale Zusammenarbeit und Entwicklung, Neven Mimica, am Donnerstag in Berlin, waren die Pläne der EU zur Bewältigung der aktuellen Flüchtlingskrisen und die Schwerpunkte im Europäischen Jahr für Entwicklung 2015 zentrale Gesprächspunkte.

"Das von der EU für dieses Jahr ausgerufene Europäische Jahr für Entwicklung muss Anlass sein, die europäische Entwicklungspolitik besser zu koordinieren", sagte Müller. Ein gemeinsames Vorgehen bei der Bewältigung der aktuellen Flüchtlingskrisen und der Bekämpfung von Fluchtursachen sei unverzichtbar. "Wir brauchen hier gemeinsame Kraftanstrengungen der EU, aber auch aller Mitgliedstaaten", so Müller.

Müller und der Kroate Mimica, der sein ein Amt am 1. November 2014 als Mitglied der neuen EU-Kommission unter Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker angetreten hat, hatten sich zuletzt am Rande der Dezembersitzung des Rates der EU-Entwicklungsminister in Brüssel getroffen. Dort hatte Müller verstärkte Anstrengungen der EU angesichts der aktuellen Flüchtlingskrisen gefordert und war damit auf breite Zustimmung gestoßen war.

Treffen mit Jugendlichen der Kampagne Action/2015

Im Anschluss an das Gespräch in Berlin trafen Müller und Mimica Jugendliche, die sich in der Action/2015 Kampagne engagieren. Action/2015 ist ein globales Bündnis aus über Tausend zivilgesellschaftlichen Organisationen aus den Bereichen Entwicklungszusammenarbeit und Umwelt.

In diesem Jahr laufen die Milleniumsentwicklungsziele der Vereinten Nationen ab und sollen von neuen Nachhaltigkeitszielen für die Zeit bis 2030 abgelöst werden. Alle anwesenden Jugendlichen wurden im Jahr 2000 geboren, also in dem Geburtsjahr der Millenniumsentwicklungsziele.  

http://www.euractiv.de/sections/entwicklungspolitik/tausende-ngos-starte...

Ea/nsa 16

 

 

 

Italiens Präsident zurückgetreten - Nachfolger-Wahl Ende Januar

 

Rom - Italiens Präsident Giorgio Napolitano ist am Mittwoch wie angekündigt aus Altersgründen zurückgetreten.

Mit der Wahl seines Nachfolgers durch beide Kammern des Parlaments soll nach Angaben von Abgeordneten am 29. Januar begonnen werden. Vermutlich werden für die Bestimmung des Staatsoberhauptes mehrere Runden nötig sein. Ein klarer Favorit zeichnet sich noch nicht ab. Regierungschef Matteo Renzi sagte, der Präsident müsse ein Schiedsrichter sein und solle eine möglichst breite Mehrheit hinter sich vereinen. Einen Kandidaten für das weitgehend repräsentative Amt nannte er nicht.

Sollte sich die Suche nach einem Nachfolger ähnlich schwierig wie vor knapp zwei Jahren gestalten, wäre das eine große Belastung für Renzis Regierung. Seine Demokratische Partei stellt 450 der 1009 Mitglieder der Wahlversammlung.

Der 89-jährige Napolitano war seit 2006 im Amt. 2013 wurde er für eine zweite Amtszeit wiedergewählt, die er nun vorzeitig beendet. Vor zwei Jahren war er als Kompromisskandidat in die Bresche gesprungen und galt während der Euro-Krise als Stabilitätsanker. Italien hat drei Rezessionsjahre hinter sich, die Wirtschaft könnte in diesem Jahr wieder leicht wachsen.

Die Liste der möglichen Kandidaten reicht vom früheren Ministerpräsidenten Romano Prodi über den Verfassungsrichter Sergio Mattarella bis zu Wirtschaftsminister Pier Carlo Padoan. EZB-Präsident Mario Draghi hat dagegen ausgeschlossen, in die Politik zu wechseln. (Reuters 14)

 

 

 

Napolitano tritt zurück Hört die Signale

 

Der 89 Jahre alte Staatspräsident Giorgio Napolitano tritt an diesem Mittwoch zurück. Das italienische Parlament hat nun zwei Wochen Zeit, um einen Nachfolger für den „Vater der Nation“ zu finden.  von Jörg Bremer, Rom

 

Arriverderci! Der italienische Präsident Giorgio Napolitano gibt sein Amt auf

Er wolle die „Signale des Alters nicht unterschätzen“. Mit diesen Worten hatte Italiens Staatspräsident Giorgio Napolitano bei seiner Neujahrsansprache seinen Rücktritt angekündigt. Auf einen Stock gestützt, empfing er ein letztes Mal Ministerpräsident Matteo Renzi. An diesem Mittwoch tritt „König Giorgio“ zurück, ein halbes Jahr vor seinem neunzigsten Geburtstag. Er hinterlässt ein politisches Vakuum, denn Italiens Staatsoberhaupt ist ein mächtiger Mann – vor allem wegen der meist schwachen Exekutive.

 Napolitano nutzte all seinen Gestaltungsraum. So hat er Ende 2011 die zwanzig Jahre währende Ära Berlusconi beendet und Mario Monti den Weg zur Macht geebnet. Anfang 2014 konnte Napolitano Renzi bei Amtsantritt versprechen, er werde auf keinen Fall das Parlament auflösen, selbst wenn Renzis Mehrheit im Parlament, vor allem im Senat, fürs Regieren kaum ausreicht.

Lange Liste an potentiellen Nachfolgern

Nun aber beginnt für Renzi wohl eine Zeit der Unsicherheit. Im Februar sollen die 630 Abgeordneten der Kammer und die 315 Senatoren zusammen mit Delegierten aus den Regionen Napolitanos Nachfolger wählen. Zunächst übernimmt der Vorsitzende des Senats, Pietro Grasso, das erste Amt im Staate. Er rechnet sich selbst Chancen für diesen Posten aus. Die Liste der in der Presse genannten Nachfolger ist lang.

Renzi würde am liebsten einen Staatspräsidenten wählen lassen, der ihn unterstützt. Aber dabei werden ihm die Linken in seinem eigenen Partito Democratico (PD) nicht helfen – und Silvio Berlusconis Gefolgschaft auch nicht. Dessen „Forza Italia“ (FI) wird mit ihrem Drittel aller Deputierten in beiden Häusern entscheidend mitreden. Bei der FI heißt es gar, letztlich werde der 78 Jahre alte Berlusconi den neuen Staatschef durchsetzen. Die Argumentation lautet: Wenn Renzi Berlusconis Wunschkandidaten boykottiere, könnte der FI darauf mit der Blockade aller Renzi-Reformen reagieren und Renzi sogar stürzen. Um das zu verhindern, hatte Renzi vor einem Jahr einen Pakt mit Berlusconi geschlossen. Gleichwohl könnte Italien über die Präsidentenwahl in eine Regierungskrise schliddern und jene Stabilität verlieren, für die Napolitano in den vergangenen Jahren gestanden hat.

Kein Ideologe

Der im Juni 1925 in Neapel geborene Bürgersohn kam über seinen aktiven Widerstandskampf gegen die Faschisten in der Resistenza der Kommunistischen Partei (PCI) zur Politik und zog 1953 erstmals in die Abgeordnetenkammer ein. Ein Ideologe war Napolitano nie. Vielmehr geriet er mit der Parteispitze in Konflikt, als er sich gegen Moskau und für Italiens Einbindung in die Nato aussprach. Napolitano beeinflusste so den Weg der Linken ins bürgerliche Lager. Zwischen 1996 und 1998 war er Innenminister. Jüngst versuchten Staatsanwälte in Palermo nachzuweisen, dass Napolitano in jener Zeit ein Bündnis zwischen Politik und Mafia gedeckt habe.

Im Herbst musste sich der Staatschef sogar einer Anhörung stellen. Inzwischen ist von diesen Vorwürfen nichts mehr zu hören. 2006 war Napolitano bei der Wahl des Nachfolgers für Präsident Carlo Azeglio Ciampi ein Kompromisskandidat. Er konnte sich erst im vierten Wahlgang durchsetzen, bei dem nicht mehr die Zweidrittelmehrheit nötig ist, sondern die absolute Mehrheit zum Sieg genügt. Seither wurde Napolitano zum „Vater der Nation“.

Ruhig und beständig

Es gelang ihm, Italien in der Wirtschafts- und Finanzkrise in ruhigere Bahnen zu lenken. In Italien heißt es, der Grund sei weniger das Amt gewesen als Napolitanos Persönlichkeit, seine Ruhe und Beständigkeit, seine klaren Worte des Lobes und der Kritik. Geschickt hatte Napolitano zunächst den Wirtschaftsprofessor aus Mailand Mario Monti zum „Senator auf Lebenszeit“ ernannt und ihn damit ins Parlament gehievt. Anschließend machte er ihn zum Ministerpräsidenten. So mussten keine Neuwahlen abgehalten werden, die das Land in weitere Unruhe gebracht hätten.

Napolitano vertraute auf den Technokraten Monti. Napolitano wollte ein Scheitern des Ökonomen bei der Wahl im Februar 2013 verhindern. Da musste Monti als Parteipolitiker auftreten. Daher hatte Napolitano Monti von einer Kandidatur abgeraten. Hätte damals nicht Montis Ehrgeiz triumphiert, er wäre heute ein Kandidat für Napolitanos Nachfolge.

Berlusconi in der Defensive

Weil der PD im Frühjahr 2013 nur mit einer schwachen Mehrheit siegte, musste Montis Nachfolger Enrico Letta mit Berlusconi koalieren. Doch im Herbst gingen einige Getreue Berlusconis in beiden Kammern des Parlaments in die Opposition, nachdem Berlusconi wegen Steuervergehen verurteilt und aus dem Senat geworfen worden war. Hätte Napolitano damals Berlusconi begnadigt, wie es der „Cavaliere“ verlangt hatte, wäre Italien nicht so sichtbar der Bruch mit dem alten System gelungen. So muss Berlusconi nun aus der Defensive agieren. Als Matteo Renzi Letta über Nacht ohne Neuwahlen ablöste, konnte er auf Napolitano zählen. Auch in der Folge konnte er sich der Unterstützung des Staatspräsidenten sicher sein, auch wenn dem gerade vierzig Jahre alt gewordenen Ministerpräsidenten der Rat des weisen Politikvaters bisweilen lästig war.

Eigentlich hatte Napolitano schon im Mai 2013 in den Ruhestand gehen wollen. Doch als der damalige PD-Vorsitzende Pier Luigi Bersani gegen Berlusconi mit dem Versuch, einen Mann der Linken als Nachfolger Napolitanos durchzusetzen, gescheitert war, tat er sich mit Berlusconi zusammen und überredete Napolitano, nochmals zu kandidieren. Im sechsten Wahlgang wurde Napolitano dann wieder zum Staatspräsidenten gewählt. Nun wird wohl die PD-Linke versuchen, die Niederlage von 2013 wettzumachen.

Renzi nennt keine Namen

Mit Blick auf Napolitanos Nachfolger hält sich Renzi bedeckt. Artig sagte er zu Napolitano, der habe Italien „neun Jahre lang mit Verantwortungsbewusstsein gedient. Wir können nur Danke sagen.“ Doch über Kandidaten spricht er nicht – nicht zuletzt deshalb, weil jeder Name, der nun falle, „verbrannt wird“. Neben dem PD-Politiker Grasso wird der frühere Ministerpräsident Romano Prodi, ebenfalls vom PD, wieder ins Spiel gebracht, der schon 2013 scheiterte, weil Berlusconi sich gegen ihn stellte. Piero Fassino, Bürgermeister von Turin, hat lokale und internationale Erfahrungen als PD-Politiker, Außenhandelsminister und Justizminister.

Dem Kultusminister und ehemaligen PD-Vorsitzender Dario Franceschini werden ebenfalls Chancen eingeräumt. Als Kandidaten werden auch der Finanzminister Pier Carlo Padoan genannt sowie die Senatorin und Staatsanwältin Anna Finocchiaro, die die mächtigen „Magistrati“ vertritt, die Renzi für seine Justizreform braucht. Am Dienstag kündigte Renzi an, er wolle erst zum vierten Wahlgang einen Namen nennen, wenn die Mehrheit der Stimmen zum Sieg reicht. „Wir wollen ein möglichst großes Bündnis bilden“, sagte Renzi, niemand habe ein Vetorecht, auch der PD nicht. (afp/faz 13)

 

 

 

 

EU-Innenminister beschließen Sicherheitspaket

  

Als Konsequenz aus den Anschlägen von Paris wollen die EU-Staaten den Austausch über die Reisebewegungen von Dschihadisten verbessern. Die EU-Innenminister drängen zudem darauf, dass das seit langem geplante Abkommen über den Austausch von Fluggastdaten zwischen den EU-Ländern rasch umgesetzt wird.

Im Schengener Informationssystem soll nach dem Willen der EU-Innenminister etwa künftig eingetragen werden, wenn ein mutmaßlicher islamistischer Kämpfer aus Europa die Außengrenzen überschreitet und etwa aus Syrien und den Irak zurückkehrt. Dies geht aus einer Erklärung der Innenminister nach einem Treffen am Sonntag in Paris hervor. Auch soll die Zusammenarbeit mit Ziel- und Transitländern verbessert werden. Viele "foreign fighters" nutzen etwa die Türkei, um von Europa in den Krieg zu ziehen. Verbesserungen in diesem Bereich sind seit langem ein Anliegen von Innenminister Thomas de Maiziere und vielen seiner Kollegen.

Die Innenminister drängen in einer Erklärung zudem darauf, dass das seit langem geplante Abkommen über den Austausch von Fluggastdaten zwischen den EU-Ländern rasch umgesetzt wird. Bislang gibt es solche Abkommen nur für Passagiere, die zwischen Europa und etwa den USA oder Kanada reisen. Die Fluggesellschaften sollen künftig die Passagiernamen speichern. Allerdings stellt sich das Europäische Parlament bislang quer und hat dazu zunächst ein Rechtsgutachten angefordert.

Die Innenminister verständigten sich zudem drauf, der zunehmenden Radikalisierung junger Muslime über das Internet entgegenzuwirken. Der Propaganda von Islamisten soll etwa durch eigene Darstellungen begegnet werden. Zudem wollen sie die Zusammenarbeit mit Internetprovidern suchen, um etwa Aufrufe zu Terror und Hass zu löschen.

Die für die Sicherheit in ihren Ländern zuständigen Minister wollen zudem die Verbreitung illegaler Waffen stärker begrenzen. Dazu wollen sie etwa den Informationsaustausch zwischen den Geheimdiensten verbessern.

An dem Treffen nahm auch US-Justizminister Eric Holder teil. Im Namen von US-Präsident Barrack Obama lud er die verbündeten Staaten für den 18. Februar zu einem Treffen nach Washington ein, um über Maßnahmen gegen den gewalttätigen Extremismus auf der gesamten Welt zu beraten.

Der französische Innenminister Bernard Cazeneuve sagte, der Maßnahmenkatalog solle helfen, den Kampf gegen den Terrorismus zu verbessern. Die bisherigen Regeln in Europa reichten nicht aus, um den neuen Bedrohungen wirksam zu begegnen.  Rtr/ea 12

 

 

 

 

„Satire darf alles“: aber nur solange Satire bleibt

 

Die Satire hat eine lange Geschichte, und obwohl Quintilianus sie als 

Erfindung der römischen Kultur bezeichnete (satura quidem tota nostra est) 

ist sie auch in viel älteren Kulturen bekannt. Satire ist eine 

literarische Gattung und hat sowohl ästhetische wie auch moralische 

Ansprüche. In diesem Sinne hat sie der zitierte Kurt Tucholsky in seinem 

Aufsatz 1919 beschrieben und verteidigt: „Der Satiriker ist ein gekränkter 

Idealist: er will die Welt gut haben, sie ist schlecht, und nun rennt er 

gegen das Schlechte an“.

Solche Idealisten leben bekanntlich gefährlich, wie z.B. der Satiriker des 

Berliner Abendblattes Erich Mühsam der 1934 nach seiner Verhaftung durch 

die SS im KZ Oranienburg ermordet wurde.

Aber gerade hier sieht man eine wesentliche Eigenschaft der echten Satire: 

sie prangert entweder die schlechten Sitten der eigenen Gesellschaft an, 

also übt Selbstironie, oder kritisiert die politischen Machtinhaber. Der 

Zweck ist in beiden Fällen eine Verbesserung oder Überwindung der  

kritisierten Verhältnisse. Wenn aber die Kritik zur bloßen Provokation und 

dazu noch gegen Minderheiten abdriftet, oder sogar deren religiöse Gefühle 

grob und unbillig verletzt, ist keine positive Absicht mehr zu erkennen. 

Und wenn dies auch noch mit obszönen sexuellen Anspielungen verbunden ist, 

ist auch der Geschmack  der Leser beleidigt.

In den Zeiten der Reformation führte der zunächst nur religiöse Konflikt 

zu einem 30 Jahre langen  Krieg, in dem Deutschland und andere 

Nachbarländer verwüstet wurden und die Bevölkerung dezimiert wurde. Auch 

damals waren z.B. Karikaturen mit dem Papst als Esel und Luther als 

Dudelsack des Teufels verbreitet, also keine Satire sondern blanke 

gegenseitige Beleidigungen. Und wie man sieht, haben sie damals nicht 

gerade zu einer friedlichen Überwindung der Auseinandersetzung unter den 

Gläubigen.

Über das Massaker der Redakteure der Pariser Wochenzeitung bin ich empört 

und ich werde sie als Unterstützer weiterlesen oder sogar abonnieren, denn 

bei anderen Themen sind die Beiträge intelligent und amüsant, aber mit 

deren islamfeindlichen Karikaturen bin keineswegs einverstanden, also 

gegen den populistischen Trend: Je suis PAS Charlie.

Graziano Priotto (Prag/Radolfzell) E-Mail: graziano.priotto@uni-konstanz.de

Blog: http://graziano-priotto.blogspot.com  (de.it.press)

 

 

 

Schweizer Notenbank löst sich vom Euro

 

Die Schweizer Notenbank hat eine radikale Kehrtwende vollzogen und den seit etwa drei Jahren geltenden Mindestkurs von 1,20 Franken je Euro aufgegeben. Auf den Märkten sorgte das für Nervosität.

Die Schweizer Währungshüter begründeten ihre überraschende Entscheidung am Donnerstag mit dem immer stärker werdenden Dollar und dem anhaltend fallenden Euro. Dies hätte bei einem Festhalten an dem Mindestkurs von 1,20 Franken anhaltend starke Interventionen zur Folge gehabt. "Es machte keinen Sinn, eine wirtschaftlich nicht nachhaltige Politik weiterzuführen", sagte der Präsident der Schweizerische Nationalbank (SNB), Thomas Jordan.

Experten und die Schweizer Wirtschaft kritisierten die Entscheidung. Die Schweizer Börse reagierte schockiert und sackte zeitweise bis zu 14 Prozent ab. Auch der Euro setzte seine Talfahrt fort.

Experten befürchten, dass die Schweizer Exportwirtschaft in Bedrängnis gerät, wenn der Euro zum Franken nicht wieder aufwertet. Am Donnerstag sackte die Einheitswährung weiter ab und notierte erstmals seit August 2011 zeitweise bei einem Franken. Erwartet werden zudem negative Auswirkungen auf den Tourismus, weil Urlaub in der Schweiz durch den starken Franken deutlich teurer wird. Die Schweizer Börse erlebte ihren stärksten Einbruch seit 1989. Aktienanleger verloren bis zu 140 Milliarden Franken. Devisenanleger dagegen, die zum bisherigen Mindestkurs in den Franken gewechselt waren, konnten einen hohen Gewinn einstreichen.

„Marktreaktionen sind übertrieben“

Durch den vor mehr als drei Jahren eingeführten Mindestkurs war die SNB seit Wochen wieder gezwungen, Euro in Milliardenhöhe zu kaufen, da es die Einheitswährung nicht schaffte, sich von der Marke von 1,20 Franken zu lösen. Die internationale Entwicklung sei auseinandergedriftet, sagte Jordan. Die heftigen Marktreaktionen seien für die Währungshüter zweitrangig. Der Fall des Euro und der Aktienkurse seien eine Übertreibung, zu der die Kapitalmärkte nach einer so überraschenden Entscheidung einer Notenbank neigten, betonte Jordan.

Die SNB habe ihren Handlungsspielraum zurückgewinnen müssen, den sie durch die Bindung an den Euro aufgegeben habe, betonte der Notenbankchef. Gravierende dauerhafte Nachteile für die Schweizer Wirtschaft befürchtet er nicht. Die Unternehmen hätten in den vergangenen Jahren Zeit gehabt, sich an einen starken Franken anzupassen.

Scharfe Kritik aus Wirtschaft

Für die Schweizer Wirtschaft dürfte das Exportgeschäft schwieriger werden, weil ihre Waren im Ausland teurer werden. Mehr als 50 Prozent davon gehen in die Länder der Euro-Zone. Importierte Waren werden dagegen billiger. Und die Schweizer Konsumenten dürften mit ihrem starken Franken noch mehr im Ausland kaufen, auch ihren Urlaub dürften sie vermehrt außerhalb der Schweiz verbringen.

Vertreter der Wirtschaft kritisierten den Schritt der Währungshüter daher scharf. "Bei einer schockartigen Aufwertung ist die Industrie überfordert", erklärte Rudolf Minsch, Chefökonom des Wirtschaftsdachverbandes Economiesuisse. Der Gewerkschaftsbund warnte, der Entscheid der SNB gefährde Löhne und Arbeitsplätze in der Exportwirtschaft massiv. Nach Ansicht von UBS-Volkswirt Daniel Kalt hat das Risiko einer Rezession durch den Schritt der SNB schlagartig zugenommen. "Es fehlen einem die Worte!", erklärte Nick Hayek, Chef des Uhren-Weltmarktführers Swatch. "Was die SNB da veranstaltet, ist ein Tsunami."

Die SNB hatte die Euro-Kursuntergrenze im September 2011 zum Schutz der exportorientierten Industrie des Landes und zur Abwehr von Deflationsgefahren aufgrund sinkender Importpreise festgesetzt. Sie kaufte dann Euro in Milliardenhöhe. "Der Mindestkurs ist absolut zentral", hatte Jordan noch vor zehn Tagen gesagt. Dass nun der Druck auf die Preise in der Schweiz steigen dürfte, weil importierte Güter billiger werden, will die SNB hinnehmen.

Strafzins wird verschärft

Gleichzeitig mit der Aufhebung des Mindestkurses beschloss die SNB, den Strafzins auf Einlagen von Banken bei der Notenbank auf 0,75 Prozent von 0,25 Prozent zu erhöhen. Das soll Geld aus dem Ausland abschrecken und so den Franken schwächen.  Ea/rtr 16

 

 

 

 

Die Lektion aus dem IS-Triumph

 

Die richtige Antwort auf den „Islamischen Staat“ ist keine lasergesteuerte Waffe, sondern Good Governance.

 

Zwischen den Umbrüchen in Vorderasien und dem Dreißigjährigen Krieg im Europa des 17. Jahrhunderts werden gern Vergleiche angestellt. Es scheint verlockend, Parallelen zu ziehen zwischen dem politischen Streit innerhalb des Christentums damals und dem heute scheinbar wachsenden Antagonismus zwischen politisch motivierten Islamisten. Ähnlichkeiten der dynastischen Herrschaft und der Rivalität zwischen dem Haus Habsburg und dem Königreich Frankreich in den 1630er Jahren mit der aktuellen Rivalität zwischen Pseudo-Sunniten und militanten Schiiten liegen vermeintlich nahe. Und im Aufbau eines sogenannten „Islamischen Staates“ im Irak und in Syrien erkennt manch einer die Geburt einer grundlegend neuen Ordnung in der Region, ähnlich der unwiderruflichen Neuordnung der europäischen Landkarte durch den Westfälischen Frieden vor mehr als dreieinhalb Jahrhunderten.

Doch diese vordergründigen Vergleiche lassen auf eine hartnäckige Fehleinschätzung der derzeitigen Krise in Vorderasien und Nordafrika schließen. Die spektakuläre Beseitigung eines Teils der irakisch-syrischen Grenze durch IS-Milizen im vergangenen Jahr war auch der raffinierte Versuch, in der Region einen Nerv zu treffen. Schließlich machen viele Menschen bis heute das koloniale Erbe des Sykes-Picot-Abkommens für ihre Probleme verantwortlich. Der sogenannte Islamische Staat wurde jedoch nicht aus einem Jahrhundert der Religionskriege geboren, die den massiven Umwälzungen einer religiösen Reformation geschuldet waren (wie in Europa), sondern aus mehreren Jahrzehnten kontinuierlicher Zerstörung und Verwüstung im Irak.

Vor dem Hintergrund der geopolitischen und ideologischen Rivalität mit dem Nachbarn Iran, der Verfolgung kurdischer und schiitischer Bevölkerungsgruppen durch Saddam Hussein und des chronischen Leids, das ein Jahrzehnt der Sanktionen und der Intervention von außen mit sich brachte, kann man nicht mehr künstliche Grenzen allein für den Unfrieden im Irak verantwortlich machen. Der wichtigste Schluss daraus lautet, dass diese Krise nicht durch eine schlichte Neuziehung von Grenzen beigelegt werden kann.

Die eindimensionale Analyse, die die derzeitige Krise im Irak und in Syrien auf einen religiös motivierten Stellvertreterkrieg für eine größere saudi-iranische Rivalität zurückführt, ist stark simplifizierend. Die Hassindustrie brachte in der gesamten Region eine Fülle bewaffneter Milizen hervor, von denen der IS lediglich als jüngste in den Fokus der Massenmedien gerückt ist. Eine solche Analyse übersieht darüber hinaus, dass der IS nicht so sehr eine religiöse Gruppe, als vielmehr eine radikale Parallelarmee ist. Er stellt sich gegen Sunniten und Schiiten gleichermaßen. Seine Unterstützung im Irak und in Syrien lässt sich eher dadurch erklären, dass die Gruppe marginalisierten Menschen Finanz- und Nahrungsmittelhilfe leistet, als dass ihre verzerrte Interpretation islamischer Prinzipien im Volk Unterstützung fände. Im Gegenteil: Die ruchlosen Untaten des IS sind Verbrechen, die nach islamischem Recht eindeutig verboten sind und den Hadd- und Tazir-Strafen unterliegen.

Der simplifizierende Vergleich zwischen dem modernen Nahen Osten und dem Europa des 17. Jahrhunderts ist dabei auch in sich paradox: Der Westfälische Friede, der den Dreißigjährigen Krieg beendete, legte die Grundlagen für den Fortschritt, der (später) Frieden und Wohlstand mit sich brachte. Dagegen werfen die IS-Milizen, die das Wort des Islam in völlig inakzeptabler Weise für sich beanspruchen, weite Gebiete des Irak und Syriens rasch in die als Dschahilaiya bezeichnete Zeit der Ignoranz der göttlichen Führung zurück. Wie verheerend dieses Chaos ist, zeigt sich vielleicht am besten in Syrien, wo die Hoffnung auf ein Friedensabkommen und den Aufbau eines besseren Syriens mittlerweile der bloßen Hoffnung gewichen ist, minimale Rückzugszonen zu schaffen und den Zivilisten ein Überleben zu ermöglichen.

Max Weber nannte als Grundlagen des modernen Staats einen festen Verwaltungsstab (Bürokratie), ein organisiertes Militärwesen mit legitimem Gewaltmonopol und einen funktionierenden Finanz- und Steuerapparat. Doch das sind nur einige der wichtigsten Knochen, aus denen sich am Ende das Skelett eines Staates zusammensetzt. Ein funktionsfähiger Staat braucht auch einen Nationalgeist, denn er ist die Wurzel der gegenseitigen Verantwortung der Bürgerinnen und Bürger. Aus ihm leitet sich daher auch eine gute Regierungsführung ab.

Vor dem Hintergrund der grundlegend anderen historischen Erfahrungen, die in der vorderasiatisch-nordafrikanischen Region mit der Staatsentwicklung gemacht wurden, verlieren direkte Vergleiche mit der europäischen Geschichte an Wert. Nomadische Weidewirtschaft, Tribalismus, Kolonialismus und das reiche kulturelle Erbe des Islam sind nur einige der Schlüsselfaktoren, die diese Region und ihre Bedürfnisse prägen. Aus der Entwicklung im Irak leiten sich seit 2003 harte Lektionen ab, deren wichtigste lautet, dass wir Webers drei Bedingungen nicht einfach übertragen und erwarten können, dass daraus ein moderner Staat im europäischen oder nordamerikanischen Stil hervorgeht.

Good Governance, gute Regierungsführung, ist das Gegenteil von Korruption. Der IS und andere destruktive Akteure florieren, wenn die Staatsführung versagt, und gegen dieses Versagen, das die Welle der arabischen Aufstände im Jahr 2011 auslöste, muss in der gesamten arabischen Welt etwas unternommen werden.

Wenn sich Bürgerinnen und Bürger nicht darauf verlassen können, dass ihre Regierung Sicherheit und Rechtsstaatlichkeit garantiert, wenden sie sich bestehenden ethnischen oder religiösen Strukturen zu - und von Afghanistan bis Mali tut sich ein Vakuum für ehrgeizige Kriegsherren auf. Irak und Syrien befinden sich derzeit faktisch im freien Fall. Schuld am Zusammenbruch dieser Länder ist das Fehlen einer nationalen Einheit und einer guten Regierungsführung. Die Spannungen, die für das Blutvergießen auf den Schlachtfeldern Mesopotamiens verantwortlich sind, sind ursprünglich politischer Art. Sie entstanden auch, weil die Regierungen im Irak und in Syrien ihre Macht durch Vetternwirtschaft und gegenseitige Verunglimpfung sicherten, statt eine nationale Geisteshaltung einer irakischen beziehungsweise syrischen Solidarität aufzubauen.

Regierungen, die aus dem Erfolg des IS lernen wollen, müssen gegen die Symptome angehen, die dieses Machtvakuum schufen. Die angemessene Antwort sind nicht lasergesteuerte Waffensysteme und ein hartes Durchgreifen gegen Unterstützer der Fanatiker im eigenen Lande, sondern vielmehr eine gute Regierungsführung, die gleichbedeutend ist mit Inklusion und das Gegenteil von Korruption und Vetternwirtschaft. In jeder Gesellschaft gibt es Risse, und in konfliktreichen Zeiten fällt es leicht, diese mit Gewalt zu öffnen. Politikerinnen und Politiker müssen sich aktiv dafür einsetzen, dass gestärkt wird, was uns verbindet. Wir müssen uns und den jüngeren Generationen unbedingt in Erinnerung rufen, dass wir ein gemeinsames, ein eigenes Erbe, Mare Nostrum, haben.  Prinz Hassan bin Talal, IPG 12

 

 

 

 

Wann lohnt sich Migration? Wir brauchen Zuwanderer, aber die richtigen

 

Belastet Zuwanderung die öffentlichen Haushalte? Nicht unbedingt. Dazu müssen Migranten aber mindestens so gut qualifiziert sein wie die hiesige Bevölkerung.  von Holger Bonin

 

Angesichts der wachsenden Asylbewerber- und Flüchtlingszahlen und zunehmender Furcht vor Einwanderung hat in Deutschland erneut die Debatte um die richtige Migrationspolitik begonnen. Vor zwei Wochen hat der Präsident des Ifo Instituts Hans-Werner Sinn in einem Beitrag noch einmal auf das hingewiesen, was unter den Ökonomen, die sich mit den wirtschaftlichen Effekten von Migration befassen, breiter Konsens sein dürfte.

Um die ökonomischen Herausforderungen zu bewältigen, die mit der alternden und infolge niedriger Geburtenzahlen schrumpfenden Bevölkerung verbunden sind, benötigt Deutschland zwar nicht nur, aber eben auch Zuwanderung. Und damit die erwünschten wirtschaftlichen Entlastungen zustande kommen, müssen künftige Zuwanderer qualifiziert und in den Arbeitsmarkt integrierbar sein.

 

Holger Bonin ist Leiter des Forschungsbereichs Arbeitsmärkte und Soziale Sicherung am Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW). Er hat eine viel diskutierte Studie über die Auswirkungen von Migration auf den Staatshaushalt mit verfasst.

© ZEW Holger Bonin ist Leiter des Forschungsbereichs Arbeitsmärkte und Soziale Sicherung am Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW). Er hat eine viel diskutierte Studie über die Auswirkungen von Migration auf den Staatshaushalt mit verfasst.

Auch die im November vorgelegte Studie des ZEW für die Bertelsmann-Stiftung, auf die Sinn in seinem Debattenbeitrag Bezug genommen hat, kommt zu diesen Schlussfolgerungen. Für diese Untersuchung wurde die langfristige Entwicklung der deutschen Staatsfinanzen für eine Reihe von Szenarien durchgerechnet, die sich hinsichtlich der Anzahl und Qualifikation der künftigen Zuwanderer unterscheiden. Die Resultate lassen sich auf eine knappe Formel bringen: Damit die öffentlichen Haushalte langfristig entlastet werden, müssen künftige Zuwanderer im Durchschnitt mindestens so qualifiziert sein wie die heute in Deutschland lebende Bevölkerung.

Wenn die Politik, was legitim ist, in Fragen der Zuwanderung auch an fiskalische oder wirtschaftliche Ziele denkt, muss sie also auf die Qualifikation und damit die Beschäftigungschancen der Einwanderer achten. Der Handlungsbedarf ist dabei allerdings nicht so akut, wie es die aktuelle Diskussion vielleicht erscheinen lässt. Im letzten Jahrzehnt hat sich nämlich das durchschnittliche Qualifikationsniveau der Neuzuwanderer nach Deutschland an das der Wohnbevölkerung angenähert und es teils sogar überschritten.

Dahinter steht eine starke Zunahme der Akademikerquote. Nach Angaben des Migrationsforschers Herbert Brücker hatten 39 Prozent der Neuzuwanderer im Alter zwischen 25 und 64 Jahren im Jahr 2013 einen Hochschulabschluss. Bei den in den neunziger Jahren Zugewanderten lag diese Quote dagegen nur bei 16 Prozent. Zugleich aber hat der Anteil der Neuzuwanderer ohne Berufsausbildung im Trend nur langsam abgenommen und war im Jahr 2013 mit rund 30 Prozent immer noch hoch. Es ist dieser Wert, der zu Fragen führt, ob Deutschland die Steuerung von Zuwanderung nach dem Qualifikationsbedarf ausreichend gut gelingt.

Bei der ökonomisch motivierten Zuwanderung von EU-Bürgern sind die Steuerungsmöglichkeiten seit der Umsetzung der Arbeitnehmerfreizügigkeit sehr begrenzt. Dies lässt sich damit rechtfertigen, dass die Effizienzgewinne des freien Verkehrs von Arbeitskräften in einem Binnenmarkt volkswirtschaftlich die möglichen Nachteile Einzelner durch wachsende Konkurrenz am Arbeitsmarkt aufwiegen. Solange die Migranten für den Zweck der Beschäftigung kommen, dürfte diese Rechnung aufgehen.

 Tatsächlich vollzieht sich der weitaus größte Teil der EU-Binnenwanderung nach Deutschland in den Arbeitsmarkt und nicht in die Sozialsysteme. Die Zuzugsbewegung hat erst mit dem anhaltenden Aufschwung am deutschen Arbeitsmarkt an Fahrt aufgenommen, und die Beschäftigtenquoten der neu zugewanderten EU-Bürger sind hoch, auch bei den häufig der Armutszuwanderung verdächtigten Zuwanderern aus Bulgarien und Rumänien.

Das heißt nicht, dass alles in bester Ordnung ist. Viele der zugewanderten EU-Bürger arbeiten unter ihrer Qualifikation. Produktivitätspotentiale werden verschenkt. Und auch das Verteilungsproblem durch geringqualifizierte Einheimische, die gefährdet sind, von geringqualifizierten Zuwanderern verdrängt zu werden, darf nicht aus dem Blickfeld geraten.

Es mangelt an der Willkommenskultur

Definitiv ist Deutschland bei der Gewinnung von Fachkräften aus dem außereuropäischen Ausland noch viel zu wenig erfolgreich. Dies liegt aber weniger am rechtlichen Rahmen. In der Arbeitsmigrationspolitik hat sich nämlich, von der Öffentlichkeit fast unbemerkt, ein Paradigmenwechsel vollzogen. Seit der Ergänzung des Aufenthaltsgesetzes 2012 zählt Deutschland nach Einschätzung der OECD international zu den Ländern, die für die Zuwanderung von Hochqualifizierten am weitesten geöffnet sind.

Zudem hat sich die Politik vom Grundsatz „keine Zuwanderung von Nichtakademikern“ verabschiedet. Für beruflich Qualifizierte existieren nun Positivlisten von Engpassberufen und keine Quotierungen. Für den Misserfolgsfall wird Vorsorge getroffen, indem der längere Aufenthalt in Deutschland an den Nachweis eines adäquaten Arbeitsplatzes gebunden ist.

Damit existiert zur Steuerung qualifizierter Zuwanderung in den Arbeitsmarkt bereits ein durchaus sinnvolles Mischsystem aus arbeitsvertrags- und humankapitalorientierten Elementen, wie es auch Länder mit Punktesystemen, auf die jetzt gern als Vorbild verwiesen wird, mittlerweile praktizieren. Dass dennoch nur so wenige Fachkräfte von außerhalb der EU zu uns kommen, liegt an anderen Hürden.

Zuwanderung kann Deutschland auch Gewinn bringen

Dazu gehören die geringe Verbreitung von Deutsch als Fremdsprache, schlechte Information über die Zuwanderungs- und Beschäftigungsmöglichkeiten, eine hohe Steuer- und Abgabenbelastung im Mittelstand und eine unterentwickelte Willkommenskultur. Damit Deutschland als Zielland für Fachkräfte attraktiver wird, vor allem für Nichtakademiker mit gesuchten beruflichen Qualifikationen, muss die Politik also weitaus mehr anpacken als das Zuwanderungsrecht.

Bei der Bewertung der Zahlen zur geringqualifizierten Neuzuwanderung darf nicht vergessen werden, dass dabei auch Menschen mitgerechnet sind, die Deutschland aus humanitären Gründen aufnimmt. Bei anerkannten Asylbewerbern und Flüchtlingen lässt sich die Qualifikation selbstverständlich nicht nach wirtschaftlichen Kriterien auswählen. Weil sich ihr Aufenthalt aber oft verfestigt, ist es dafür um so wichtiger, diese Zuwanderergruppe bei der Integration zu unterstützen.

Die Vermittlung der deutschen Sprache, von beruflichen Qualifikationen und interkulturellen Kompetenzen sind entscheidend, um die Arbeitsmarktchancen zu erhöhen und den Zugang zur deutschen Gesellschaft zu finden. Auf diese Weise kann auch diese Zuwanderung für Deutschland letztlich wirtschaftlich gewinnbringend werden. Mit entsprechenden Investitionen sollte daher möglichst rasch begonnen werden.

Holger Bonin ist Leiter des Forschungsbereichs Arbeitsmärkte und Soziale Sicherung am Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW). Faz 14

 

   

 

 

Gegen den Terror. “Ich distanziere mich nicht als Muslima, sondern als Mensch”

 

Nach dem Anschlag von Paris erleben Muslime denselben Reflex wie nach jedem Terrorakt, der im Namen des Islam begangen wird: Muslime werden aufgefordert, sich von den Gewalttätern zu distanzieren. Das ist ärgerlich und verletzend. Von Canan Topçu

 

Zwei Täter riefen “Allah ist groß” und schossen gezielt auf Menschen. Kaum war die Nachricht vom Attentat in der Redaktion der Satire-Zeitschrift Charlie Hebdo in Umlauf, schon wurde es eingeordnet als Angriff auf die Presse- und Meinungsfreiheit. Diese Auslegung ist naheliegend – schließlich ermordeten die Terroristen die Mitarbeiter eines Magazins, das keine Rücksicht darauf nahm, ob sich Muslime, Christen und Juden verletzt fühlten.

Ich aber habe – im Gegensatz zu all den Kollegen – das Attentat in Paris nicht sogleich und vorrangig als Attacke auf fundamentale Werte der Demokratie interpretiert, sondern als einen Angriff auf Muslime. Und als ich meiner abweichenden Wahrnehmung bewusst wurde, zweifelte ich an meinem Urteilsvermögen; erst Gespräche mit meinesgleichen erleichterten mich, denn ich stellte fest, dass ich – eine Journalisten mit muslimischem Hintergrund – nicht allein bin mit meinen Überlegungen: Die islamistischen Terroristen haben zwar die Meinungsfreiheit attackiert und zwölf Menschen getötet, getroffen haben sie vor allem auch uns Muslime. Sie haben uns an rechtspopulistische Politiker, Pediga-Anhänger und alle jene ausgeliefert, die im Islam die größte Bedrohung des Abendlandes sehen und meinen, dass wir nicht hierher gehören, obwohl viele von uns hier aufgewachsen, hier geboren und sogar Deutsche sind.

Schon bald nachdem das Attentat die Nachrichten in allen Medien dominierte, hatte ich einen weiteren Gedanken: Dass irgendwelche Leute aus den muslimischen Kreisen Verschwörungstheorien in Umlauf bringen würden. So war es denn auch! In Sozialen Netzwerken kursierte die Behauptung, verantwortlich für das Attentat sei der israelische Geheimdienst. Die Morde würden Muslimen zugeschoben. Dass eine seriöse Zeitung in ihrer Sonntagsausgabe die Verschwörungstheorien der Muslime zum Aufmacher macht, befremdet mich nicht weniger als die Unterstellung, Mossad stecke hinter den Morden.

Kein Recht, über das Leben zu entscheiden

Zwölf Menschen mussten sterben, weil… Ja warum eigentlich? Weil zwei Brüder sich einig darüber waren, dass über den Islam keine Witze gemacht werden dürfen und der Prophet Mohammed keine Folie für Lacher bieten darf? Warum denn nicht? Wie und warum entsteht eine so hohe Empfindlichkeit in Bezug auf die Religion? Ich habe mehr Fragen als Antworten. Mich verletzen Karikaturen über Mohammed nicht! Warum aber verletzen sie andere, die für sich in Anspruch nehmen, Muslime zu sein und mit Gewalt auf die angebliche Gottes- und Prophetenlästerung reagieren? Reicht als Erklärung, dass sich Verlierer dieser Gesellschaft entwertet fühlen, dass die vom sozialen System Abgehängten mit ihrer Kränkung nicht anders umgehen können? Die Abwertung des Islams als Religion durch die westliche Welt? Die arrogante Haltung gegenüber Muslimen?

Ich weiß nicht, was in den Köpfen der zwei Brüder vor sich ging, als sie das Attentat planten. Was sie zu dieser Tat tatsächlich motivierte. Ich bin keine Psychologin, verfüge nicht über hellseherische Fähigkeiten und bin auch keine Terrorismus-Expertin. Die Interpretationen über deren Motive und die Hintergründe überlasse ich den Zuständigen, möchte aber meine Empfindungen und Gedanken hier mitteilen.

Der Islam ist mir von meinen Eltern und in der Moscheegemeinde als eine Religion der Nächstenliebe und Barmherzigkeit vermittelt worden. Selbst wenn für Rache und Töten Legitimation im Koran zu finden wäre: Mir käme es nicht in den Sinn, Menschen zu töten, auch wenn ich tausend Gründe dafür fände, die das rechtfertigten. Mein Menschenverstand sagt mir, dass ich kein Recht dazu habe, darüber zu entscheiden, wer leben darf und wer nicht. Was unterscheidet mich von denen, die sich zu Richtern machen? Warum sind diese Menschen so verroht, dass sie im Namen Allahs zur Waffe greifen? Wer stachelt sie auf? Und warum tun die geistigen Brandstifter das? Wer also profitiert von den Gräueln der angeblichen Muslime? Wieder mehr Fragen als Antworten! Es müssen Kräfte sein, die nicht wollen, dass wir – Muslime und Christen und Juden und Atheisten – in Frieden miteinander leben; es müssen Kräfte sein, die den Kampf der Kulturen/Religionen wollen, warum auch immer…

Ich greife zu meiner “Waffe”

So viel steht für mich fest: Wir Muslime sind Leidtragende des islamistischen Terrorismus und werden wieder einmal aufgefordert, uns von Gewalttaten im Namen Allahs zu distanzieren. Ich ärgere mich über die muslimischen Verbandsvertreter und Berufsmuslime, die sich vor den Karren spannen lassen und das machen, was von ihnen erwartet wird: Nämlich sich explizit als Muslime von den Taten distanzieren. Ich distanziere mich auch von diesen Mördern – aber nicht als Muslima, sondern als Mensch!

Die Erwartung von Otto-Normal-Bürgern ärgert mich genauso wie die von hochrangigen Politikern. Ich mache mich, anders als mir unterstellt wird, keineswegs zum Opfer, wenn ich beschreibe, was das Attentat mit mir macht und welche Folgen ich daraus ableite. Wer mir das unterstellt, macht es sich zu einfach und bestätigt mich in meiner Sorge um Ausgrenzung.

Ich fühle mich ausgegrenzt ob der Erwartungen an uns Muslime, uns von den Attentaten im Namen des Islams zu distanzieren, spüre einmal mehr, nicht Gleiche unter Gleichen zu sein in diesem Land.

Ich bin verletzt und verzweifelt und greife zu meiner “Waffe”, dem Wort, um an Sie zu appellieren: Gehen Sie den Provokateuren nicht auf dem Leim, schmeißen sie uns Muslime nicht in einen Topf mit den Irregeleiteten, differenzieren Sie und nehmen Sie uns auf Augenhöhe wahr! Als Individuen! Reduzieren Sie uns nicht auf unseren Glauben und nicht auf unseren Nutzwert für die Gesellschaft. Lassen Sie es nicht zu, dass wir aus ideologischen und parteipolitischen Gründen gespalten werden und die geistigen Brandstifter auf beiden Seiten der Front ihr Ziel erreichen. MiG 12

 

 

 

Zahl der Asylanträge. Mehr als 200.000 Menschen suchten 2014 Aufnahme

 

Mehr als 200.000 Asylanträge sind im Jahr 2014 gestellt worden. Das stellt gegenüber 2013 eine Steigerung von rund 60 Prozent dar. Die größte Gruppe der Antragsteller kam vom Balkan, stellte ihren Antrag aber meist vergebens.

 

Auch Karlsruhe in Karlsruhe mussten 2014 mehr Asylbewerber versorgt werden als im Vorjahr.

Mehr als 200.000 Asylanträge sind im vergangenen Jahr beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge eingegangen. Das waren 75.811 Anträge und damit knapp 60 Prozent mehr als im Vorjahr, wie das Bundesinnenministerium am Mittwoch in Berlin mitteilte. Von den 202.834 Anträgen waren demnach 173.072 Erstanträge und 29.762 Folgeanträge. Allein in den letzten drei Monaten 2014 wurden rund 64.000 Anträge gestellt.

Das Asylrecht biete allen Menschen Schutz, die wegen politischer, rassistischer oder religiöser Verfolgung ihr Heimatland verlassen mussten, kommentierte Bundesinnenminister Thomas de Maiziere (CDU) die Zahlen. „Eine verantwortungsvolle Zuwanderungspolitik kann aber die Tatsache nicht ignorieren, dass auch zahlreiche Menschen Asyl beantragen, die in ihren Heimatländern nicht verfolgt werden, nicht als schutzbedürftig anerkannt werden können und daher unser Land wieder verlassen müssen“, fügte der Minister hinzu.

Rund ein Fünftel der Bewerber (41.100) kam aus Syrien. Im Jahr zuvor waren es 12.863 gewesen. Nach Angaben des Ministeriums waren die meisten dieser Menschen schutzberechtigt, mehr als 75 Prozent erhielten Flüchtlingsstatus und 12 Prozent subsidiären Schutz.

Einen deutlichen Anstieg gab es auch bei Asylbewerbern aus Eritrea. Hier stieg die Zahl von 3638 auf 13.253. Auch hier erhielten den Angaben nach mehr als die Hälfte der Bewerber entweder einen Flüchtlingsstatus oder subsidiären Schutz.

Im Gegensatz dazu lag die Quote der Flüchtlingsanerkennungen bei Bewerbern aus Serbien, Kosovo, Mazedonien, Bosnien-Herzegowina und Albanien bei nahezu null Prozent. Etwa 30 Prozent aller Anträge kamen aus der Balkanregion. Denn stärksten Anstieg im Vorjahresvergleich gab es bei Albanien. Hier stieg die Zahl der Anträge von 1295 auf 8113. Davon wurde in 1,5 Prozent der Fälle dem Bewerber der Flüchtlingsstatus oder subsidiärer Schutz gewährt.

Insgesamt erhielten 33.310 Personen im vergangenen Jahr die Rechtsstellung eines Flüchtlings nach der Genfer Konvention. Zudem erhielten 5174 Personen subsidiären Schutz und für 2079 Personen wurde ein Abschiebeverbot ausgesprochen. Über 169.166 Anträge war Ende 2014 noch nicht entschieden worden. Kna/faz 14

 

 

 

 

Migrationsbeauftragte Özoguz will Zuwanderungsgesetz ändern

 

Nach dem Willen der Migrationsbeauftragten Özoguz braucht Deutschland eine Reform des Zuwanderungsgesetzes. Das geltende Gesetz sei stellenweise ein bürokratisches Monstrum. Das hindere die Einwanderung von Hochqualifizierten.

Formularende

Die Migrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD), hat sich für eine Reform des Zuwanderungsgesetzes ausgesprochen. Es bestehe zwar ein klarer Katalog an Kriterien, wie Menschen nach Deutschland einwandern können, sagte die Staatsministerin am Montag dem Hörfunksender MDR Info. Sie sei jedoch dafür, “dass wir ein vernünftiges Einwanderungsgesetz so formulieren, dass alles drinsteht, was uns weiterbringt”. Özoguz sagte, sie wolle “alle zusammenbringen, die daran arbeiten möchten”.

An manchen Stellen sei die jetzige Flüchtlingspolitik ein bürokratisches Monstrum, betonte die SPD-Politikerin. Auf der einen Seite werbe Deutschland um Hochqualifizierte, was auch nötig sei. Andererseits werde nicht genügend berücksichtigt, dass es unter den Flüchtlingen “sehr viele sehr gut qualifizierte Menschen” gebe. Das aktuelle Zuwanderungsgesetz ist seit 2005 in Kraft.

Özo?uz kritisierte die Anhänger der “Pegida”-Demonstrationen. Man müsse vieles diskutieren in der Gesellschaft, dabei müssten alle “mitgenommen” werden. Unter dem Schlagwort Islamisierung einfach unter einer Fahne mitzulaufen, sei jedoch nicht akzeptabel. In Frankreich sei eindrucksvoll zu sehen gewesen, dass Menschen mit und ohne Migrationshintergrund für gemeinsame Werte auf die Straße gehen. (epd/mig 13)

 

 

 

Blasphemie-Paragrafen 166. "Freiheit ist nicht grenzenlos"

 

Der Jurist Michael Bertrams spricht im Interview über die Bedeutung des Blasphemie-Paragrafen 166 für den öffentlichen Frieden, die Freiheit der Satire und die Grenzen durch eine moralische Verantwortung. Von JOACHIM FRANK

Herr Bertrams, die Attentäter von Paris haben sich als Rächer Allahs und des Propheten Mohammed aufgespielt. Früher hat der Staat es als seine Aufgabe gesehen, Gotteslästerung und Blasphemie zu ahnden. War es womöglich falsch, diese Domäne aufzugeben?

Es gibt im deutschen Strafgesetzbuch ja einen Paragrafen, der es unter Strafe stellt, wenn jemand „den Inhalt des religiösen Bekenntnisses anderer“ oder Religionsgemeinschaften mit ihren Einrichtungen und Gebräuchen „in einer Weise beschimpft, die geeignet ist, den öffentlichen Frieden zu stören“. So steht es in Paragraf 166.

Dem Gotteslästerungs-Paragrafen.

Genau. Nur führt diese landläufige Bezeichnung in die Irre. Der Staat schwingt sich nicht zur Schutzinstanz Gottes auf. Er könnte das auch gar nicht. Gott ist schließlich kein Rechtssubjekt wie Sie oder ich. Paragraf 166 hat ein anderes Ziel, nämlich die Sicherung von Toleranz gegenüber religiösen Bekenntnissen und zugleich den Schutz vor religiös motivierten Konflikten in einer pluralen Gesellschaft. In der Rechtspraxis spielt er allerdings so gut wie keine Rolle mehr, weil sich bei seiner Auslegung in der Regel das hohe Gut der Meinungs-, Presse- oder Kunstfreiheit durchsetzt. In diesem Sinne hat sich übrigens schon vor Jahren die Bundesregierung auf eine kleine parlamentarische Anfrage geantwortet. Kommt es zu strafwürdigen Meinungsäußerungen, werden diese meist als Beleidigung oder Volksverhetzung geahndet.

Missverständlich und unnötig – braucht es einen solchen Paragrafen überhaupt noch?

Auch wenn durch seine Streichung keine strafrechtlich relevante Lücke ins Rechtsgefüge gerissen würde, könnte davon ein falsches politisches Signal ausgehen.

Nämlich welches?

Entfiele der Paragraf, könnten sich Antisemiten oder Islamfeinde zu ungebremsten Hasstiraden und Verunglimpfungen religiöser Überzeugungen ermutigt fühlen. Diese Sorge halte ich angesichts der trostlosen Pegida-Kundgebungen, die wir im Moment erleben müssen, keineswegs für unberechtigt.

"Schutzgut ist das gesellschaftliche Gefüge"

Gläubige verschiedener Religionen führen immer wieder einmal Klage darüber, dass sie sich nicht wirksam zur Wehr setzen könnten, wenn sie ihre religiösen Gefühle verletzt sehen – auch und gerade durch Formen der Satire. Der Paragraf 166 sei nicht viel mehr als heiße Luft.

Das Problem liegt im Spannungsverhältnis zwischen der Schutznorm des Paragrafen 166 und der Meinungs-, Presse- und Kunstfreiheit. Hier gilt im Grundsatz, was Kurt Tucholsky in seinem klassischen Aphorismus formuliert hat: Was darf Satire? Alles!

Was aber juristisch nicht stimmt, wie Sie mit Verweis auf das Strafrecht selbst festgestellt haben.

Richtig. Das ergibt sich auch aus der Verfassung. Das Grundgesetz bestimmt in Artikel 5: Meinungs- und Pressefreiheit „finden ihre Schranken in den Vorschriften der allgemeinen Gesetze“. Damit ist insbesondere das Strafrecht mit seinen erwähnten Normen –  Beleidigung und Volksverhetzung – gemeint.

Aber was hilft das nun einem Gläubigen, der Respekt für seinen Gott verlangt und sich vom Staat im Stich gelassen fühlt?

Anspruch auf Achtung und Respekt hat jeder Mensch als Person. Das gilt aber nicht für jede Position, die er vertritt, oder für alles, woran er glaubt. Konkrete religiöse Überzeugungen sind also keineswegs von vornherein schützenswert, und das beabsichtigt Paragraf 166 auch gar nicht. Der Staat sieht sich nur dann zum Einschreiten aufgerufen, wenn durch den Angriff auf eine religiöse Gemeinschaft oder ein religiöses Bekenntnis der öffentliche Frieden gefährdet wird, anders formuliert: wenn der Keil der Intoleranz in die Gesellschaft getrieben wird. Schutzgut ist also nicht das Bekenntnis an sich, sondern das gesellschaftliche Gefüge.

Dann haben Gläubige im Spannungsfeld von Schutz ihrer religiösen Gefühle und dem Freiheitsrecht von Kunst oder Satire immer das Nachsehen?

Nein. Auch jenseits einer rein juristischen Argumentation gilt: Freiheit ist nicht grenzenlos. Moralisch formuliert: keine Freiheit ohne Verantwortung. Diese Verantwortung wird durch die erwähnten Schranken der allgemeinen Gesetze in Artikel 5 zu einer justiziablen Größe. Mit anderen Worten: Die Autoren unseres Grundgesetzes haben festgelegt, dass die Bürger von ihren Freiheiten nicht völlig nach Belieben Gebrauch machen dürfen, sondern die Rechte Dritter beachten müssen – ob das nun Einzelne sind oder ganze Gruppen wie die Angehörigen einer Religionsgemeinschaft.

Machen wir es konkret: Hätten die Macher von Charlie Hebdo ihre umstrittenen islam-kritischen Karikaturen auch bei uns publizieren dürfen? Und war es richtig, dass sie es taten – gerade wenn Sie jetzt die furchtbaren Folgen sehen?

Ich meine ja. Ihrer damit verbundenen Gefährdung waren sich die Karikaturisten bewusst. Sie standen ja auch für jedermann erkennbar unter Polizeischutz. Nur war der tragischerweise ungenügend. Die Journalisten haben streng nach der Maxime gehandelt, Satire darf alles. Das bedeutet freilich nicht, dass jede Satire auch gute, gelungene oder auch nur geschmackvolle Satire wäre. Charlie Hebdo hat in der Vergangenheit fantastische Zeichnungen veröffentlicht, die zu Recht um die Welt gegangen sind. Es waren aber auch Karikaturen dabei, die ich für geschmacklos halte. Aber darum geht es nicht. Satire darf an die Grenze des Erträglichen gehen und meinethalben darüber hinaus. Ob damit auch rechtliche Grenzen verletzt werden, muss von Fall zu Fall beurteilt werden. Die sehr wechselvolle Rechtsprechung zur Meinungs-, Presse- und Kunstfreiheit zeigt, wie fließend die Grenzen sind und wie unterschiedlich sie von Richtern gezogen werden.

Können Sie das an einem Beispiel erläutern?

Um noch einmal Tucholsky zu bemühen: Die Wiedergabe seines Zitats „Soldaten sind Mörder“ wurde 1994 vom Bundesverfassungsgericht unter den Schutz der Meinungsfreiheit gestellt, der Charakter einer strafbaren Schmähkritik gegenüber den Angehörigen einer ganzen Berufsgruppe – in diesem Fall der Bundeswehr – ausdrücklich verneint. Diese höchstrichterliche Entscheidung war und ist hoch umstritten.  Das Gespräch führte Joachim Frank. FR 14

 

 

 

 

Wahlforscher. AfD und “Pegida” werden nicht von Charlie Hebdo profitieren

 

Wahlforschern und aktuellen Umfragen zufolge, werden AfD und “Pegida” vom Anschlag auf die französische Satirezeitschrift Charlie Hebdo nicht profitieren. Experte rechnet Pegida keinen wachsenden Einfluss zu. Demgegenüber bekommen “Pegida” Gegendemos immer mehr Zulauf.

 

Der Leiter der Forschungsgruppe Wahlen, Matthias Jung, rechnet nicht damit, dass der Anschlag auf die französische Satirezeitschrift Charlie Hebdo der AfD langfristig mehr Wählerstimmen bringen wird. “Die Anschläge werden vermutlich kurzfristige Auswirkungen haben, aber langfristig werden sie der Alternative für Deutschland nicht nutzen”, sagte Jung dem “Tagesspiegel”.

Die Partei habe 2015 eine Durststrecke vor sich, da keine größeren Landtagswahlen anstehen. Eine so heterogene Partei wie die AfD brauche aber “ein Dauerfeuer von Erfolgen”, die sie über die internen Konflikte hinwegtragen. “Erst 2016 wird sich wirklich herausstellen, ob die AfD sich langfristig in der deutschen Parteienlandschaft etablieren kann”, sagte Jung.

Der stellvertretende Bundesvorsitzende der AfD, Alexander Gauland, hatte als Reaktion auf den Anschlag gesagt, dass diejenigen, die bisher “die Sorgen der Menschen vor einer drohenden Gefahr durch Islamismus ignoriert oder verlacht” hätten, “durch diese Bluttat Lügen gestraft” würden.

Pegida ohne Einfluss

Auch für die Protestbewegung “Pegida” rechnet Jung demnach mit keinem wachsenden gesamtdeutschen Einfluss. “Es kann durchaus sein, dass die Bewegung durch die Anschläge in Paris Zulauf bekommt. Aber es gibt in Deutschland 60 Millionen Wahlberechtigte, selbst 50.000 Demonstranten wären dagegen ein verschwindend geringer Teil”, sagte Jung. Das habe man etwa auch bei den Protesten gegen Stuttgart 21 gesehen. “Die Demonstrationsbilder waren beeindruckend, als es dann aber zur Abstimmung kam, ergab sich ein ganz anderes Meinungsbild”, betonte Jung.

Das bestätigt auch das ARD-Deutschlandtrend. Danach hat der verübte Terroranschlag auf Charlie Hebdo bislang wenig Auswirkungen für die “Pegida”-Bewegung. Die in den Medien geäußerte Vermutung, sie könnte nun mehr Zustrom erhalten, zeichnet sich nicht ab.

Während am vor zwei Wochen 21 Prozent der Befragten Verständnis für die “Pegida”-Bewegung zeigten, lehnten 76 Prozent sie ab. Einen Tag nach dem Anschlag sympathisierten 22 Prozent mit den “Pegida”-Anhängern. 72 Prozent der Deutschen haben aber nach wie vor kein Verständnis für die Montagsdemonstrationen in Dresden.

35.000 Dresdener gegen “Pegida”

Dort waren am Samstag nach Angaben der Staatskanzlei rund 35.000 Menschen zu einer Gegendemonstration für Weltoffenheit und Toleranz zusammengekommen. Das sind fast doppelt so viele, wie auf der bislang größten “Pegida”-Demonstration.

Dresdens Oberbürgermeisterin Helma Orosz (CDU) sagte am Samstag vor der Frauenkirche: “Wir lassen uns durch Hass nicht spalten”. Sachsens Ministerpräsident Stanislaw Tillich (CDU) ergänzte: “Wir sind freiheitsliebend und demokratisch, weltoffen und tolerant, mitmenschlich und solidarisch.” Die beiden Unionspolitiker hatten gemeindam zur Kundgebung im Stadtzentrum aufgerufen. (epd/mig 12)

 

 

 

 

25 Jahre Deutsche Gesellschaft. Merkel: Verfassungswerte verteidigen

 

Die Bundeskanzlerin hat sich mit Blick auf die Anschläge in Paris erneut entschieden gegen Ausgrenzung gewandt. Sie sei den vielen engagierten Bürgern in Deutschland dankbar für die Aufnahme von Flüchtlingen aus Krisenregionen, sagte sie bei einem Festakt zum 25-jährigen Bestehen der "Deutschen Gesellschaft" in Berlin.

 

Bevölkerungsgruppen wegen ihres Glaubens oder ihrer Herkunft auszugrenzen, sei "unseres freiheitlichen Staates nicht würdig" und "mit unseren grundgesetzlich verbürgten Werte nicht vereinbar und menschlich verwerflich", sagte Angela Merkel. Fremdenhass, Rassismus, Extremismus hätten hierzulande keinen Platz.

Grundlegende Werte verteidigen

Merkel rief dazu auf, sich entschieden gegen Bestrebungen zu wenden, die Vorurteile gegen Menschen mit ausländischen Wurzeln schüren könnten. Menschen, die aus Not und Furcht um ihr Leben nach Deutschland kämen und Schutz suchten, hätten ein Anrecht darauf, hier anständig behandelt zu werden.

 

Es gehe um "die grundlegenden Werte unserer Verfassung", sagte die Bundeskanzlerin. Gerade nach den Terroranschlägen von Paris gelte es, "mit allen Mitteln gegen Intoleranz, gegen Gewalt vorzugehen".

Würdigung der Deutschen Gesellschaft

Merkel würdigte das vielfältige Engagement der Deutschen Gesellschaft. Mit ihrem Fokus auf die Gemeinsamkeiten in unserem Land sei sie ein "starkes Bindeglied zwischen Ost und West". Sie betonte, dass es wichtig sei, auch jenseits von Jubiläen die Erinnerung wach zu halten. Geschichte wirke in unseren Alltag hinein. Merkel: "Das Wissen über das Woher stärkt die Gewissheit über das

Wohin". Die Bundesregierung fördere daher auch Projekte, die daran erinnerten, was "DDR" bedeutet habe, und die zur Aufarbeitung der Geschichte beitrügen.

Die Deutsche Gesellschaft setze sich dafür ein, "Mauern in den Köpfen abzubauen oder erst gar keine entstehen zu lassen." Merkel würdigte zugleich, dass die Deutsche Gesellschaft die deutsche Einheit als Teil des europäischen Einigungsprozesses begreife. Mit ihren Veranstaltungen informiere sie

über Europa und führe die Bürger zusammen.

Europäische Einigung vorantreiben

Wie die Deutsche Einheit sei auch die europäische Einigung "eine Erfolgs- und Glücksgeschichte", so Merkel. Die europäische Friedensordnung sei jedoch nicht davor gefeit, in Frage gestellt zu werden. Das sehe man derzeit in der Ukraine. Merkel warnte vor alten Denkmustern und einer erneuten Unterteilung Europas in Einflusssphären. Das sei für die Sicherheit in Europa gefährlich. "Ein Recht des Stärkeren ist mit europäischen Werten nicht vereinbar", betonte die Bundeskanzlerin.

Notwendig seien diplomatische Lösungen. Die Sanktionen gegen Russland dienten dazu, der Stärke des Rechts zum Durchbruch zu verhelfen.

Die Deutsche Gesellschaft wurde am 13. Januar 1990 in der Berliner Nikolaikirche gegründet, nur acht Wochen nach dem Fall der Mauer. Überlegungen zu einer Gesellschaft zur Förderung der deutsch-deutschen Beziehungen unterhalb der offiziellen staatlichen Ebene reichten bis 1983 zurück.

Das SED-Regime verhinderte eine Freundschaftsgesellschaft Bundesrepublik/DDR. Mit jährlich über 600 Veranstaltungen in den Bereichen Politik und Geschichte, Kultur und Gesellschaft sowie EU und

Europa gehört die Deutsche Gesellschaft heute zu den aktivsten überparteilichen

Nichtregierungsorganisationen in Deutschland.

 

In Foren, Diskussionsrunden, Seminaren, Konferenzen, auf Studienreisen oder bei Austauschprogrammen bietet die Deutsche Gesellschaft Bürgerinnen und Bürgern die Möglichkeit zum offenen Diskurs über aktuelle gesellschaftspolitische Themen. 2008 wurde der Verein für sein Engagement zur Errichtung eines Freiheits- und Einheitsdenkmals mit dem Deutschen Nationalpreis geehrt. Vorsitzende sind der letzte DDR-Ministerpräsident Lothar de Maizière und der frühere Bundesminister Franz Müntefering. Pib 13

 

 

 

 

Bundeskanzlerin Merkel. Generalverdacht gegen Muslime verbietet sich

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hielt nimmt Muslime in Deutschland nach den Terroranschlägen von Paris in Schutz, fordert von ihnen aber eine klare Abgrenzung vom Terror im Namen des Islam. Der Bundestag beriet über die Konsequenzen des Anschlags.

 

Rund eine Woche nach den Anschlägen in Paris hat der Bundestag am Donnerstag an die Opfer der Terrorserie erinnert. Bundesregierung und die Fraktionsspitzen verurteilten die Attentate scharf. Bundestagspräsident Norbert Lammert (CDU) bezeichnete die Anschläge als demonstrativen Angriff auf die freie und offene Gesellschaft, “auf unsere Überzeugungen und Werte”. Er rief dazu auf, sich davon nicht einschüchtern zu lassen und die Freiheit von Meinung und Presse entschlossen zu verteidigen. Mit einer Schweigeminute gedachten die Abgeordneten der Toten. An der Sitzung nahmen auch die Botschafter Israels und Frankreichs teil.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) appellierte an die Bevölkerung den Zusammenhalt in der Gesellschaft zu stärken. “Wir werden uns nicht spalten lassen”, sagte Merkel in ihrer Regierungserklärung. Antisemitismus, Diskriminierung und Ausgrenzung hätten keinen Platz in Deutschland. “Als Kanzlerin nehme ich die Muslime in Schutz.” Jeglicher Generalverdacht gegen sie verbiete sich. Zudem betonte Merkel: “Wir machen unmissverständlich klar, jüdisches Leben gehört zu uns.”

Merkel: Terror hat mit Religion nichts zu tun

Die freie Ausübung des Glaubens müsse gewährleistet werden. Zugleich werde die Bundesregierung den Kampf gegen jede Form von Extremismus verstärken und Hassprediger “mit allen Mitteln bekämpfen.” Die Taten der Terroristen hätten mit der Religion nichts zu tun, sagte Merkel: “Das ist für mich Gotteslästerung. Nichts anderes.”

Die Kanzlerin sagte zudem: “Terror war nie weg. Terror hat immer existiert.” Er werde auch nicht von heute auf morgen verschwinden. Sie erinnerte dabei an deutsche Konzentrationslager, an die NSU-Morde, aber auch an die Enthauptung von Geiseln durch den “Islamischen Staat” (IS), den Anschlag auf eine Schule in Pakistan oder die Gräueltaten von Boko Haram in Nigeria.

Gysi: Pegida spricht für Minderheit

Auch Bundespräsident Joachim Gauck verurteilte beim Neujahrsempfang für das Diplomatische Korps erneut die Attentate. Er sprach von einem “grausamen Anschlag auf die Presse- und Meinungsfreiheit, auf die Demokratie, auf das Recht auf Leben”. “Wir stehen zusammen gegen Hass und Intoleranz. Zusammen verteidigen wir unsere Freiheit”, hob Gauck hervor.

Linken-Fraktionschef Gregor Gysi warnte davor, dass die “Pegida”-Bewegung die Anschläge für ihre Zwecke missbrauche. “Pegida” spreche für eine Minderheit, die große Mehrheit denke anders. Der Linken-Politiker forderte eine Aufklärungskampagne. Dafür sollten sich in erster Linie die Politik, aber auch Wissenschaft, Sport und Verbände einbringen.

Oppermann an Pegida: Stimmungsmache beenden!

Der SPD-Fraktionsvorsitzende Thomas Oppermann appellierte an die “Pegida”-Demonstranten, die Stimmungsmache gegen Andersgläubige zu beenden. Die demokratische Mitte sollte “die unsäglichen Aktionen” nicht länger widerspruchslos hinnehmen. Er forderte “Augenmaß”, was eine Verschärfung der Sicherheitsgesetze betrifft. Wenn die Freiheit zu sehr eingeschränkt werde, fehle am Ende beides: Freiheit und Sicherheit, sagte er.

Der Fraktionsvorsitzende der Grünen im Bundestag, Anton Hofreiter, betonte: “Wir stehen zusammen für ein friedliches Zusammenleben von Religionen und Kulturen.” Der Vorratsdatenspeicherung erteilte Hofreiter eine klare Absage. “Gegen Kalaschnikows macht die Vorratsdatenspeicherung der Daten aller Bürger keinen Sinn.” Sie stelle sie unter Generalverdacht.

In der vergangenen Woche hatten zwei Männer die Redaktion des Satire-Magazins “Charlie Hebdo” überfallen und zwölf Menschen getötet. Darunter waren vier Zeichner des Magazins, das wiederholt durch Mohammed-Karikaturen für Aufsehen sorgte. Bei einem weiteren Anschlag in einem jüdischen Supermarkt in Paris wurden vier Geiseln getötet. Insgesamt starben 17 Menschen. Zu dem Anschlag auf das Satireblatt hat sich inzwischen die Terrororganisation Al-Kaida auf der arabischen Halbinsel (AQAP) bekannt. (epd/mig 16)

 

 

 

 

Sicherheitsgesetze. Ausweis-Entzug für Islamisten

 

Der Reisestrom deutscher Islamisten nach Syrien und in den Irak bereitet Sicherheitsbehörden seit langem Sorgen. Die Regierung will Ausreisen erschweren und Verdächtigen künftig den Ausweis abnehmen - deutlich länger als zunächst vorgesehen.

 

BERLIN –   Deutsche Behörden sollen gewaltbereite Islamisten künftig durch den Entzug des Personalausweises an der Ausreise in Kampfgebiete wie Syrien oder Irak hindern. Das Bundeskabinett brachte dazu am Mittwoch eine Gesetzesänderung auf den Weg. Die Behörden sollen Verdächtigen demnach bis zu drei Jahre den Ausweis abnehmen können. Die Betroffenen sollen stattdessen einen Ersatzausweis bekommen, mit dem sie Deutschland nicht verlassen dürfen. Für die Ausstellung dieses Dokuments sollen sie selbst zahlen.

Bislang ist es bereits möglich, Terroranhängern den Reisepass zu entziehen und eine Ausreise aus Deutschland zu untersagen. Da ein solches Verbot aber nicht auf dem Personalausweis vermerkt ist, können Islamisten mit diesem Dokument relativ unbehelligt das Land verlassen. Viele reisen bequem mit ihrem Personalausweis in die Türkei und ziehen von dort aus weiter nach Syrien und in den Irak.

Ersatzausweis untersagt Ausreise

Das will Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) unterbinden. Deshalb hatte er sich bereits im Oktober mit seinen Amtskollegen aus den Ländern darauf geeinigt, auch das Personalausweisgesetz zu ändern, um diese Lücke zu schließen. Die Länder sind mit ihren Behörden in der Praxis für den Ausweis-Entzug zuständig. Die Gesetzespläne sind also keine Reaktion auf den jüngsten Terroranschlag in Frankreich, sondern schon länger in Arbeit.

Bei Verdächtigen - also jenen, bei denen die Sicherheitsbehörden zum Beispiel Hinweise haben, dass sie einer Terrorvereinigung angehören oder diese unterstützen - sollen die Behörden nun künftig für maximal drei Jahre den Personalausweis entziehen können. In einem ersten Entwurf war dies nur für eine Dauer von bis zu 18 Monaten geplant gewesen. In der Ressortabstimmung weitete die Regierung die Frist jedoch noch deutlich aus.

Geplant ist, die Betroffenen für den Ersatz-Ausweis selbst zur Kasse zu bitten. Vorgesehen ist eine Verwaltungsgebühr von zehn Euro.

Aus Deutschland haben sich zahlreiche Extremisten der Terrormiliz Islamischer Staat (IS) in Syrien und im Irak angeschlossen. Die deutschen Sicherheitsbehörden haben bislang mindestens 550 Ausreisen in diese Region gezählt. In den vergangenen Monaten ist die Zahl deutlich gestiegen. Befürchtet wird, dass radikalisierte Rückkehrer in Deutschland und anderswo Anschläge begehen könnten. (dpa 14)

 

 

 

 

Endlich. Es wächst zusammen, was zusammenwachsen muss.

 

Noch nie haben Muslime und die Spitze des Staates ein so deutliches Zeichen gesetzt. Vor 10.000 Menschen demonstrierten der Bundespräsident, führende Regierungspolitiker und Muslime ein längst überfälliges und wichtiges “Wir”. Endlich. Von Birol Kocaman

 

Stärker hätten Muslime und die Spitze des Staates Geschlossenheit nicht demonstrieren können. Mit der gestrigen Kundgebung am Pariser Platz vor dem Brandenburger Tor in Berlin haben sie ein klares Signal in alle Ecken der Republik und über die Grenzen Deutschlands hinaus gesendet: Wir stehen zusammen, wir lassen uns nicht auseinanderdividieren. Eine Botschaft, die auch nach dem 11. September, nach Madrid oder London gutgetan hätte.

Bundespräsident Joachim Gauck sagte vor etwa 10.000 Teilnehmern: “Wir alle sind Deutschland.” Das gelte unabhängig von Religion und Herkunft. In Richtung der Terroristen sagte er: “Wir schenken Euch nicht unsere Angst. Euer Hass ist unser Ansporn.” Muslime versicherten: “Wir werden es nicht zulassen, dass unser Glaube missbraucht wird. Wir werden es nicht zulassen, dass unsere Gesellschaft von Extremisten auseinandergerissen wird.”

Egal wer sprach, mit “wir” konnten sich diesmal alle angesprochen fühlen: Muslime, Juden, Kirchen, Gewerkschaften, viele weitere aus der Zivilgesellschaft oder führende Bundespolitiker. Das Bild zum Abschluss der Kundgebung war geprägt von Einigkeit. Der Bundespräsident, Bundeskanzlerin Angela Merkel, Vizekanzler Sigmar Gabriel, weitere Kabinettsmitglieder und Oppositionspolitiker; sie alle hakten sich mit Muslimen und Vertretern anderer Religionsgemeinschaften unter und schlossen gemeinsam die Reihen.

Ohnehin hatte man diesmal von Anfang an ein seltsames Gefühl. Es lag eine ungewöhnliche Vorsicht, Rücksicht und vor allem Weitsicht in der Luft. So, als könnte es diesmal anders kommen. Selbst die sonst reflexartig erhobenen Forderungen vonseiten der Politik an die Muslime, sie sollten sich vom Terror distanzieren, schallten diesmal nicht so laut wie sonst. Sicherlich lag das zu einem guten Stück an “Pegida”. Man wollte nicht Wasser auf deren Mühlen gießen. Es lag aber auch an den Muslimen selbst, die sich diesmal schneller als sonst positioniert und den Anschlag verurteilt hatten.

Wie es scheint, ist man heute viel weiter als 2001, 2004 oder 2005. Man lernt voneinander, man geht aufeinander zu, man ist sich der Verantwortung bewusst. Es wächst zusammen, was zusammenwachsen muss. Endlich. MiG 14

 

 

 

 

Regierungserklärung. Demokratie stärker als Terrorismus

 

Die Bundeskanzlerin hat vor dem Bundestag die Terroranschläge in Paris verurteilt. "Wir sind erschüttert und fassungslos über den Tod von 17 unschuldigen Menschen." Merkel forderte ein konsequentes Vorgehen gegen islamistische Gewalt und Antisemitismus. Demokratie sei der Gegenentwurf zum Terrorismus.

 

In den schlimmen Stunden, die Paris und die Franzosen zwischen Mittwochmittag und Freitagnachmittag der letzten Woche durchlitten hätten, sei es um zwei der großen Übel unserer Zeit gegangen, um mörderischen islamistischen Terrorismus und Antisemitismus. Beides gehe häufig Hand in Hand, sagte Angela Merkel vor dem Deutschen Bundestag.

Sicherheit geht nur gemeinsam

Merkel sprach Frankreich die Solidarität Deutschlands aus. Deutschland und Frankreich stünden in diesen schweren Tagen zusammen. "Wir stehen zusammen in dem Bewusstsein, dass es in Deutschland keine Sicherheit gibt, wenn es dort, in Frankreich, keine Sicherheit  gibt", sagte Merkel.

Terror wirkt fort

Der Terror habe nicht erst mit dem 11. September 2001 begonnen und er werde nicht von heute auf morgen verschwinden, so Merkel. Die Bundeskanzlerin erinnerte an die vielen Attentate auf der Welt in der jüngeren, aber auch ferneren Vergangenheit. "Terror war nie weg. Terror hat immer existiert", betonte sie.

Als Beispiele nannte Merkel die Gräueltaten in den Konzentrationslagern der Nationalsozialisten oder die Morde der NSU, aber ebenso Anschläge wie das islamistische Attentat auf das Jüdische Museum in Brüssel oder die blutigen Taten der Terrorgruppe Boko Haram in Nigeria oder die Enthauptungen von entführten Journalisten in Syrien und Irak.

Freiheit und Toleranz verteidigen

Merkel hob die Bedeutung von Pressefreiheit und Toleranz hervor. Die Freiheit der Presse sei "einer der größten Schätze unserer Gesellschaft".  Pressefreiheit nur auf dem Papier sei aber nicht viel wert, fügte Merkel hinzu. In viel zu vielen Ländern der Welt gebe es echte Pressefreiheit nicht. Voraussetzung dafür sei Toleranz. Diese Tugend dürfe man nicht mit Standpunktlosigkeit verwechseln. Religionsfreiheit und Toleranz meinten nicht, dass im Zweifelsfall die Scharia über dem Grundgesetz stehe.

Solidarität mit "Charlie"

"Je suis Charlie" und die Zeichenstifte stünden für die Reaktion des Protestes in alles Welt. Hier gehe es um den Angriff auf die Freiheit der Presse. Der Artikel 5 gehöre für sie zu den wichtigsten Grundrechten.

Kein Generalverdacht gegen Muslime

Zugleich nahm die Bundeskanzlerin die vier Millionen Muslime in Deutschland gegen pauschale Schuldzuweisungen in Schutz. "Jede Ausgrenzung von Muslimen in Deutschland, jeder Generalverdacht verbietet sich", sagte Merkel. Die allermeisten Muslime in Deutschland seien rechtschaffene und

verfassungstreue Bürger. In Deutschland werde garantiert, dass der Glaube des Islam im Rahmen unserer Verfassung und der übrigen Gesetze frei ausgeübt werden könne.

Merkel betonte, dass jüdisches Leben zu Deutschland gehöre. "Antisemitismus zu bekämpfen, ist unsere staatliche und bürgerliche Pflicht." Ebenso wie das jüdische Leben gehöre auch der Islam inzwischen zu Deutschland, stellte sich Merkel hinter die Äußerung des früheren Bundespräsidenten Christian Wulff aus dem Jahr 2010. Diskriminierung und Ausgrenzung dürften bei uns keinen Platz

haben. Auch Übergriffe auf Moscheen würden konsequent strafrechtlich verfolgt. Zugleich bekräftigte

Merkel, dass die Bundesregierung jede Form islamistischer Gewalt bekämpfen werde.Klare Haltung von islamischer Geistlichkeit gefordertJeder Terrorist treffe eine persönliche Entscheidung, sagte Merkel. Die Anmaßung, anstelle Gottes

handeln zu wollen, sei für sie Gotteslästerung. Merkel forderte Islam-Gelehrte in diesem Zusammenhang zu einer klaren Abgrenzung zwischen Islam und islamistischem Terror auf. Die Frage, warum sich Mörder bei ihren Taten auf den Islam beriefen, sei entscheidend. Die Frage, wie Mörder, die sich für ihre Taten, auf den Islam beriefen, nichts mit dem Islam zu tun haben sollten, bedürfe

der Antwort: "Das sind berechtigte Fragen. Ich halte eine Klärung dieser Fragen durch die Geistlichkeit des Islams für wichtig. Und ich halte sie für dringlich." sagte Merkel.

Rechtsstaat konsequent durchsetzen

Merkel bekräftigte, dass Deutschland islamistische Gewalt in aller Konsequenz mit den Mitteln des Rechtsstaats bekämpfe. Sie erinnerte an den Kabinettbeschluss, mit dem islamistischen Kämpfern aus Deutschland der Pass zur Ausreise entzogen wird. Weiterhin notwendig seien europäische Absprachen

zur Verbesserung der Terrorabwehr und Sicherheit. Deutschland beteilige sich weiter an der Bekämpfung der Terrormiliz IS.

Die Bundeskanzlerin hat sich zudem für eine EU-weite Regelung zur Vorratsdatenspeicherung ausgesprochen. "Angesichts der parteiübergreifenden Überzeugung aller Innenminister von Bund und Ländern, dass wir solche Mindestspeicherfristen brauchen, sollten wir darauf drängen, dass die von

der EU-Kommission hierzu angekündigte überarbeitete EU-Richtlinie zügig vorgelegt wird, um sie anschließend auch in deutsches Recht umzusetzen." Der Europäische Gerichtshof und das Bundesverfassungsgericht hätten den Rahmen vorgegeben, in dem eine Regelung möglich sei.

Konkrete Maßnahmen gegen Terrorismus

Zu den rechtsstaatlichen Mitteln im Kampf gegen extremistischen Terrorismus gehörten auch die Umsetzung der UN-Resolution zur Terrorismusfinanzierung, der Abgleich von Fluggastdaten und die beschlossene Einführung eines Ersatzpersonalausweises. "Damit wird die Ausreise deutscher Staatsangehöriger in Terrorlager verhindert", so Merkel.  Sie verwies auch auf das Risiko durch

zurückkehrende Dschihadisten: "Sie haben mit ihrer Verrohung größtes Gefahrenpotenzial".

Die Kanzlerin betonte außerdem die Bedeutung der Arbeit deutscher Nachrichtendienste. Der Informationsaustausch der Dienste auch über Ländergrenzen hinweg sei unverzichtbar.

Demokratie als Lebensprinzip

"Allen Formen von Intoleranz müssen wir den Boden entziehen", sagte die Kanzlerin weiter. Daher unterstütze die Bundesregierung Projekte und Programme für Toleranz und Demokratieverständnis.

Langfristig helfe nur Demokratie als Lebensprinzip, so die Kanzlerin.

Fremdbilder und Feindbilder ließen sich verhindern durch Aufklärung und Kennenlernen, hob Merkel hervor. In der Schule, im Sportverein, oder bei der Arbeit könne man lernen, wie Kompromisse geschlossen würden. Hilfeleisten und Verantwortung für andere zu übernehmen, sei eine wichtige Grundlage der Demokratie. Merkel dankte den "stillen Helden in unserer Gesellschaft", die sich

vielfältig engagieren würden. "Das ist unser Gegenentwurf zur Welt des Terrorismus", sagte Merkel mit Blick auf das demokratische Leben in Deutschland. "Und er ist stärker, als der Terrorismus." Pib 15

 

 

 

 

Dresdner Polizei verbietet Demos wegen Anschlagsgefahr

 

Berlin - Die Polizei in Dresden hat wegen einer konkreten Anschlagsgefahr die wöchentliche Demonstration der Anti-Islam-Bewegung Pegida am Montag und alle weiteren Versammlungen unter freiem Himmel verboten.

Polizeipräsident Dieter Kroll begründete das Demonstrationsverbot am Sonntag damit, dass die Polizei von einer konkreten Gefahr mit Zusammenhang mit der Pegida-Kundgebung ausgehe. In der Polizei-Anordnung heißt es, Attentäter seien aufgerufen worden, sich unter die Pegida-Demonstranten zu mischen, "um zeitnah einen Mord an einer Einzelperson des Organisationsteams" zu begehen.

Demnach hat die Polizei keine konkreten Hinweise auf mögliche Täter oder die Art eines Anschlages. Aber die Gefahr sei "konkret in Bezug auf eine gefährdete Person, deren Umfeld sowie daran gebunden Ort und Zeit", erklärte Polizeichef Kroll. Hinweise, die eine Identifizierung potenzieller Täter ermöglichten, lägen den Behörden nicht vor. Die Beschränkung der Versammlungsfreiheit sei daher erforderlich.

Pegida ("Patrioten Europas gegen die Islamisierung des Abendlandes") hatte in Dresden anders als in anderen Städten wachsenden Zulauf und konnte in der vergangenen Woche 25.000 Teilnehmer für ihre wöchentliche Demonstration mobilisieren. Die Pegida-Organisatoren erklärten auf ihrer Facebook-Seite, das 13. Treffen werde abgesagt. Gegen ein Mitglied des Organisationsteams gebe es eine konkrete Morddrohung: "Seine Hinrichtung wurde durch IS-Terroristen befohlen", hieß es dort weiter.

Von der Polizei wurde kein Zusammenhang mit der Extremistenorganisation Islamischer Staat (IS) hergestellt, die Teile Syriens und des Nordirak unter ihre Kontrolle gebracht und ein Kalifat ausgerufen hat. Sie berief sich auf Erkenntnisse des Bundeskriminalamtes und des Landkriminalamtes Sachsen. Der Aufruf an Attentäter ähnele einer per Twitter veröffentlichten Kurzmitteilung, in der "auf Arabisch die Demonstrationen Pegida als Feindin des Islam" bezeichnet würden. "Angaben zum konkreten Vorgehen liegen hierbei nicht vor", erklärte die Polizei. Mit Blick auf die "Charakteristik terroristischer Anschläge" sei auch "mit dem Einsatz gemeingefährlicher Mittel" zu rechnen. Daher sei von einer unmittelbaren Gefährdung von Leib und Leben aller Teilnehmer an Versammlungen auszugehen.

In Sicherheitskreisen waren am Freitag Informationen bestätigt worden, wonach Anschläge von Islamisten auf die Hauptbahnhöfe in Berlin und Dresden, aber auch auf die wöchentlichen Pegida-Demonstrationen befürchtet würden. Ausländische Geheimdienste hätten Kommunikationsinhalte internationaler Dschihadisten abgefangen, die Anschläge auf die Kundgebungen der Anti-Islam-Bewegung Pegida diskutiert hätten. (Reuters 18)

 

 

 

 

"Typischer" Pegida-Demonstrant: 48, männlich, hochgebildet, wohlhabend

  

Die "Islamisierung des Abendlandes", wogegen sich Pegida-Bewegung richtet, spielt für einen Großteil ihrer Anhänger überhaupt gar keine Rolle. Eine aktuellen Universitätsstudie räumt mit gängigen Vorurteilen auf.

Sie nennen sich "Patriotischen Europäer" gegen die angebliche "Islamisierung des Abendlandes". Doch nur knapp ein Viertel der Teilnehmer der Pegida-Demonstrationen geht es um es um Zuwanderung oder den Islam.

Glaubt man einer am Mittwoch vorgestellten Untersuchung der Technischen Universität (TU) Dresden, dann gehen 54 Prozent der Anhänger von Pegida wegen einer generellen "Unzufriedenheit mit der Politik" auf die Straße. Zwar kritisieren diese Befragten wiederum die Asyl- und Integrationspolitik, doch es überwiegt eine allgemein empfundene Distanz zu den politischen Eliten.

20 Prozent der Pegida-Anhänger hegen Kritik an den Medien. Nur 15 Prozent haben grundlegende Vorbehalte gegenüber Zuwanderern und Asylbewerbern. Fünf Prozent protestieren gegen religiös oder ideologisch motivierte Gewalt.

Nach den islamistischen Anschlägen auf die Redaktionsräume der Pariser Satire-Zeitschrift "Charlie Hebdo" mit zwölf Toten hat die Pegida-Bewegung erneut mehr Zulauf erhalten. In Dresden demonstrierten am Montag in Dresden 25.000 Menschen, rund 7.000 mehr als noch eine Woche zuvor.

Die Umfrage der TU Dresden skizziert den "typischen" Pegida-Anhänger: Entgegen gängigen Behauptungen ist der Protest keineswegs von Rentnern und Arbeitslosen getragen. Der durchschnittliche Demonstrant entstammt der Mittelschicht, ist gut ausgebildet, berufstätig (70 Prozent), verfügt über ein für sächsische Verhältnisse leicht überdurchschnittliches Nettoeinkommen, ist 48 Jahre alt, männlich (75 Prozent), gehört keiner Konfession an, weist keine Parteiverbundenheit auf (62 Prozent, AfD 17 Prozent) und stammt aus Dresden oder Sachsen.

Die Wissenschaftler befragten bei den vergangenen drei Demonstrationen im Dezember und Januar rund 400 Teilnehmer, wobei sich lediglich ein Drittel der Demonstranten überhaupt zu Interviews bereit erklärte. Die Bereitschaft sei jedoch von Mal zu Mal gestiegen, erklärte Hans Vorländer, Studienleiter Hans Vorländer.

Laut Vorländer wollen die Pegida-Anhänger die Demonstrationen vor allen Dingen nutzen, um tief empfundene, bisher nicht öffentlich artikulierte Ressentiments gegenüber einer politischen und meinungsbildenden Elite zum Ausdruck zu bringen. "Diese Gegenüberstellung von 'Die da oben' und 'Wir da unten' in Kombination mit fremdenfeindlichen Einstellungen wird traditionell zum rhetorischen Arsenal rechtspopulistischer Strömungen gerechnet“, sagte Vorländer.

Vorländer nimmt in den Ergebnissen eine tiefe Kluft zwischen Politik und Medien auf der einen Seite und den Problemen und Meinungen der Pegida-Teilnehmer auf der anderen Seite wahr. Seiner Meinung nach würden die Aussagen die Krise der repräsentativen Demokratie aufzeigen. Während politische Willensbildung in der Praxis immer komplexer werde und Kompromisse erforderten, wolle der Bürger einfache Aussagen und unmittelbar gehört werden. Das sei ein strukturelles Dilemma, so Vorländer. Für Politik und Medien gehe es nun darum, die Komplexität zu erklären – zu zeigen, dass Kompromisse nötig sind.

Eine Möglichkeit dazu könnten Volksentscheide sein. Doch Vorländer ist skeptisch: "Ich glaube nicht, dass das die Lösung der Probleme ist.". Es würde die Bürger aber in die Verantwortung nehmen. Diese könnten dann nicht mehr die Politiker als Sündenböcke ansehen. "Man sollte es mal versuchen“, schlug der Wissenschaftler vor. EurActiv.de Dario Sarmadi 15

 

 

 

 

Arbeitsmarktforscher. Einwanderung rechnet sich

 

“Einwanderung ist ein Geschäft, kein Verlust”, ist Arbeitsmarktforscher Herbert Brücker überzeugt. Anderslautenden Berechnungen erteilt er eine Absage. Diese berücksichtigten wichtige Faktoren nicht.

 

Der Arbeitsmarktforscher Herbert Brücker hat den wirtschaftlichen Nutzen von Zuwanderung für die deutschen Sozialkassen herausgestellt. Eine kürzlich erschienene Studie der Bertelsmann-Stiftung habe gezeigt, dass die Steuern und Abgaben der ausländischen Bevölkerung alle Leistungen des Staates und Transfers der Sozialabgaben um 3.300 Euro übersteigen, sagte der Forschungsbereichsleiter am Nürnberger Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung der in Berlin erscheinenden tageszeitung.

Brücker kritisierte den Chef des Münchner ifo-Instituts, Hans-Werner Sinn. Der Ökonom hatte kurz vor dem Jahreswechsel erklärt, Migranten würden den Staat 1.800 Euro im Jahr kosten. Die Rechnungen des ifo-Chefs ergäben ein verzerrtes Bild, entgegnete Brücker, der auch Professor für Volkswirtschaftslehre an der Universität Bamberg ist: “Sinn rechnet die allgemeinen Staatsausgaben für Bundeswehr, Schuldendienst, Infrastruktur einfach mit.” Nach dieser Rechnung würde auch jeder deutsche Bürger den Staat 1.100 Euro kosten, sagte Brücker.

Experte: Einwanderung ökonomisch betrachten

“Die neuen Einwanderer sind ein Geschäft, kein Verlust”, sagte Brückner. Neben vielen Akademikern kämen allerdings auch überdurchschnittlich viele Zuwanderer ohne abgeschlossene Berufsausbildung nach Deutschland. Mittlere Qualifikationen wie etwa Facharbeiter seien schwach vertreten.

Brücker verteidigte den Ansatz, Einwanderung ökonomisch zu betrachten: “Wir müssen verstehen, welche Wirkungen Zuwanderung auf den Arbeitsmarkt und den Sozialstaat hat.” Falsch wäre aber, die Schlussfolgerung zu ziehen, dass bestimmte Gruppen nicht nach Deutschland kommen dürften, weil sie weniger wert seien. Mittelfristig müsse sich Deutschland “mehr und nicht weniger für Zuwanderung öffnen”. (epd/mig 16)

 

 

 

NRW. Staatssekretär Klute: Aussiedler-Zuzug hat sich mehr als verdoppelt

 

Im Jahr 2014 kamen 1266 Russlanddeutsche nach NRW

Das Ministerium für Arbeit, Integration und Soziales informiert:

Nach Jahren des Rückgangs sind 2014 die Aussiedlerzahlen wieder angestiegen. Darauf hat Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute hingewiesen. „Im vergangenen Jahr sind 1266 Spätaussiedlerinnen und Spätaussiedler nach Nordrhein-Westfalen gekommen, 2013 waren es nur 533 und 2012 nur 551“, teilte Klute mit. Vor diesem Hintergrund sei es wichtig, sich weiterhin um gute Startbedingungen für Aussiedler zu kümmern, sagte Klute, der auch Vorsitzender des Landesbeirates für Vertriebenen-, Flüchtlings und Spätaussiedlerfragen ist.

 

Nach den Angaben des Staatssekretärs waren im Jahr 2014 die wichtigsten Herkunftsgebiete folgende: Russische Föderation (692), Kasachstan (401) und die Ukraine (91). Die Gründe für eine Einreise nach Deutschland werden nicht erfasst. Es wird bei der Antragsstellung durch das Bundesverwaltungsamt lediglich geprüft, ob die rechtlichen Voraussetzungen für den Status eines Spätausgesiedelten vorliegen. „Laut einer vorsichtigen Einschätzung unseres Kompetenzzentrums für Integration (KfI) bei der Bezirksregierung Arnsberg scheint sich in dem Anstieg der Zahlen aber die Änderung einiger Bestimmungen im Bundesvertriebenengesetz aus dem Jahr 2013 widerzuspiegeln“, so Klute. Diese Änderungen beträfen vor allem Erleichterungen beim Familiennachzug. Die instabile Lage in der Ukraine mit 33.000 ethnischen Deutschen und auf der von Russland besetzten Krim - die dortige Minderheit umfasst rund 2.500 Deutsche - wirke sich vorläufig noch nicht aus, auch wenn auffalle, dass die Zahl der aus der Ukraine gekommenen Aussiedler vor allem in der zweiten Jahreshälfte angestiegen sei. „Ich schließe aber nicht aus, dass sich aufgrund der schwierigen Lage in der Ukraine und in Russland im Jahr 2015 die Aussiedlerzahlen noch einmal erhöhen werden“, sagte Klute.

 

Aus einer Übersicht des KfI geht hervor, in welche Kommunen die Neuankömmlinge gezogen sind. Danach sind 2014 die meisten Spätausgesiedelten im Regierungsbezirk Detmold (331) untergekommen, auf dem zweiten Platz liegt der Regierungsbezirk Köln (277), es folgen Arnsberg (234), Düsseldorf (228) und Münster (181)*.

 

Staatssekretär Klute sieht in den Russlanddeutschen eine Bereicherung für Nordrhein-Westfalen. „Unsere Sonderauswertung zur Integration der Spät-ausgesiedelten in NRW aus 2013 zeigt, dass die Integration dieser Menschen eine Erfolgsgeschichte ist.“ Die neu zu uns kommenden Russlanddeutschen seien „herzlich willkommen“, so Klute. Dip 15

 

 

 

 

Stichwort: Karneval

 

Fulda Als Karneval werden die „närrischen Tage“ vor der am Aschermittwoch beginnenden Fastenzeit bezeichnet. Die Namen für das meist in ursprünglich katholischen Gebieten veranstaltete Brauchtum sind regional unterschiedlich. Im Rheinland heißt es Karneval, in Mainz und Umgebung Fastnacht, in Fulda und der Rhön Foaset, im schwäbisch-alemannischen Gebiet Fasnet. Fosnat nennen es die Franken, im bayrisch-österreichischen Raum wird Fasching gefeiert. Seit dem zwölften Jahrhundert ist das Wort „Fastnacht“ im Mittelhochdeutschen bekannt. Das Wort Karneval stammt wahrscheinlich vom Italienischen „carne vale“, was „Fleisch, lebe wohl“ bedeutet. Vermutet wird, dass die Feiern neben christlichen Bezügen auch Wurzeln in germanischen und römischen Frühlingsfesten und Fruchtbarkeitskulten haben.

 

Seit dem 13. und 14. Jahrhundert gehören Gastmähler, Trinkgelage, Reiter- und Tanzspiele zu den Bräuchen der sogenannten „fünften Jahreszeit“. Kaum verändert hat sich die Art der Festlichkeiten: Mit Tanz, Spiel, Umzügen und Verkleidungen wird in den Tagen vor der Fastenzeit die bestehende Ordnung außer Kraft gesetzt und im Narrengewand verspottet. Hierauf deuten auch die „Gegenregierung“ des Elferrats und die Übergabe der Rathausschlüssel hin. Zeitkritische und anarchistische Elemente gehören besonders seit der Französischen Revolution zu Sitzungen und Umzügen. Höhepunkte der närrischen Zeit sind der Donnerstag vor Aschermittwoch, die Weiberfastnacht, der Rosenmontag und der Fastnachtsdienstag (Veilchendienstag), an dem der Karneval oft feierlich und tränenreich zu Grabe getragen wird. (kna/bpf 23)

 

 

 

 

Internationale Grüne Woche: Zeit für eine neue Haltung

 

Anlässlich des Auftakts der Internationalen Grünen Woche 2015 erklärt

die Bundesvorsitzende Simone Peter:

 

"Auf der Internationale Grüne Woche huldigen Agrarindustrie und

Bundesregierung auch in diesem Jahr einem landwirtschaftlichen

Größenwahn auf Kosten von Umwelt, Tierschutz und bäuerlichen Betrieben.

Agrarminister Schmidt und die Agrarlobby setzen auf Masse statt auf

Klasse. In Deutschland entstehen immer größere Tierfabriken, die

Dumpingproduktion für den Export wächst, der Anteil des Ökolandbaus

fristet ein Schattendasein. Die Handelsabkommen CETA und TTIP drohen

diese Fehlentwicklungen noch zu verstärken. Damit ignoriert die

Bundesregierung die Wünsche der Verbraucherinnen und Verbrauchern und

die dramatischen Umwelt- und Gesundheitsgefahren. Zugleich vertut sie

die Chance, Deutschland zum Vorreiter für gute Lebensmittel und

ökologische Landwirtschaft zu machen.

 

Es ist höchste Zeit für eine andere Haltung zu Lebensmitteln,

Landwirtschaft, Umwelt- und Tierschutz. Die alarmierenden Zahlen zur

zunehmenden Belastung von Gewässern und Böden mit Nitraten aus

Landwirtschaft und Massentierhaltung, die Zunahme von

antibiotikaresistenten Keimen auf Fleisch aufgrund des massiven Dopings

im Stall und die Gefahr des Vormarschs von Agro-Gentechnik zeigen

aktuell, wie dringend dieses Umsteuern ist.

 

• Wir wollen Tierfabriken stoppen, indem wir Stallgrößen begrenzen und

den Antibiotika-Missbrauch im Stall gesetzlich unterbinden.

 

• Wir wollen der Gentechnik auf Äckern und im Stall einen Riegel

vorschieben durch absolute Anbauverbote und ein klares Nein zur

Zulassung neuer Genpflanzen.

 

• Wir wollen eine verbraucherfreundliche Kennzeichnung für Fleisch und

wirksame Kontrollsysteme.

 

• Wir wollen die Erzeugung von Bio-Lebensmitteln ausweiten und gesundes

Essen in Kindergärten und Schulen fördern.

 

• Und wir wollen die Absenkung von Lebensmittel- und Umweltstandards und

TTIP und CETA verhindern.

 

Diese Forderungen werden wir gemeinsam mit Umweltschützern, Bäuerinnen

und Bauern und Verbraucherinnen und Verbrauchern am 17.01. in Berlin

unter dem Motto „Wir haben es satt!“ auf die Straße tragen."

Buendnis 90/Die Gruenen

 

 

 

 

Unwort des Jahres 2014: „Lügenpresse“   

 

Das Wort „Lügenpresse“ war bereits im Ersten Weltkrieg ein zentraler Kampfbegriff und diente auch den Nationalsozialisten zur pauschalen Diffamierung unabhängiger Medien. Gerade die Tatsache, dass diese sprachgeschichtliche Aufladung des Ausdrucks einem Großteil derjenigen, die ihn seit dem letzten Jahr als „besorgte Bürger“ skandieren und auf Transparenten tragen, nicht bewusst sein dürfte, macht ihn zu einem besonders perfiden Mittel derjenigen, die ihn gezielt einsetzen. Dass Mediensprache eines kritischen Blicks bedarf und nicht alles, was in der Presse steht, auch wahr ist, steht außer Zweifel. Mit dem Ausdruck „Lügenpresse“ aber werden Medien pauschal diffamiert, weil sich die große Mehrheit ihrer Vertreter bemüht, der gezielt geschürten Angst vor einer vermeintlichen „Islamisierung des Abendlandes“ eine sachliche Darstellung gesellschaftspolitischer Themen und differenzierte Sichtweisen entgegenzusetzen. Eine solche pauschale Verurteilung verhindert fundierte Medienkritik und leistet somit einen Beitrag zur Gefährdung der für die Demokratie so wichtigen Pressefreiheit, deren akute Bedrohung durch Extremismus gerade in diesen Tagen unübersehbar geworden ist.  Dip 113

 

 

 

 

 

Weinberge, Meeresblick und Siegeswille – Neues Trail Running Event in Ligurien

 

Am 28. und 29. März 2015 findet die Erstausgabe des „SciaccheTrail”-Laufs statt

Januar 2015

Hochgesteckte sportliche Vorsätze für das neue Jahr treffen auf den Flair der Italienischen Riviera – am 28. und 29. März 2015, wenn der Trail Running Wettlauf „SciaccheTrail“ in die erste Runde geht.  Auf der 47 Kilometer langen Route entlang der ligurischen Küste und durch angrenzende Weinberge genießen die Sportler die einzigartige Kulisse des Cinque Terre National Parks. Der Reiz der farbenfrohen Steilhänge und der Blick auf das Ligurische Meer dienen dabei als ständige Begleiter. Läufer mit einem angemessen hohen Fitness-Level auf der Suche nach neuen Herausforderungen können sich auf www.sciacchetrail.com zur Erstausgabe des Rennens registrieren.

Die Wettkampf-Route, die ihren Namen der lokalen Weinspezialität „Sciacchectrà“ verdankt, windet sich durch den über die Grenzen hinaus bekannten Nationalpark. Sie führt durch Weinterassen und vorbei an Winzereien, in denen die lokale Köstlichkeit ihren Ursprung hat. Selbstverständlich liegen auch die malerischen UNSECO Weltkulturerbe Ortschaften der Cinque Terre auf dem Weg: Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza und Monterosso al Mare. Letztere ist Ausgangs- und Zielort für die Teilnehmer. In Piazza Garibaldi, dem historischen Zentrum des Ortes, beginnt die Route, die zunächst entlang der Küste verläuft und schließlich hinauf in die ligurischen Berge führt. Insgesamt legen die Sportler dabei mehr als 3.000 Höhenmeter zurück.

Zum Schutz der Natur und um Bodenerosion vorzubeugen, werden insgesamt nur 200 Läufer zum Rennen zugelassen. Die Teilnahme am künftig jährlich stattfindenden Event kostet 40 Euro. Eröffnet wird es am Abend des 28. März mit dem SciaccheTrail Festival – mit Live-Musik, Weinverkostungen mit lokalen Sommeliers und einem Rennen für die Jüngsten.

Details zur Veranstaltung, zum Rennverlauf und den Highlights entlang der Route finden Sie auf www.sciacchetrail.com. Nähere Infos zum Cinque Terre Nationalpark sind auf www.parconazionale5terre.it erhältlich.

Auch außerhalb konkreter Veranstaltungstermine und auch für Gelegenheits-Sportler bietet der Küstenstreifen der Italienischen Riviera ideale Bedingungen für Aktivurlaube unterschiedlicher Art. Fast die gesamte ligurische Küste entlang, in den Gebieten Savona, Genua und La Spezia, bieten sich Trekking Touren an. Wer Ligurien auf zwei Rädern erkunden möchte, ist unter anderem richtig in Imperia, wo sonnige Bergkämme ebenso warten wie anspruchsvolle Anstiege. Kletterbegeisterte kommen nicht zuletzt in Finale Ligure auf ihre Kosten. Zahlreiche Unterkünfte in der Region haben sich auf Aktivurlauber spezialisiert und richten sich gezielt an den Bedürfnissen von Wanderern und Fahradfahrern aus.  Lena Schütz, aviares

 

 

 

IIC-Köln. Ausstellung und Film von Fellini „Lo sceicco bianco“

 

Montag, 19. Januar 2015, 19.00 Uhr, im Institut (Universitätsstr. 81, 50931 Köln)  Eröffnung der Ausstellung Interior and Food Design. Eröffnung in Anwesenheit von Prof. Andrea Dichiara, Industriedesigner und Kurator der Ausstellung.

 

Die Ausstellung zeigt Objekte aus der bekannten Kollektion von Foodesign Guzzini, dem weltweit marktführenden Hersteller von Kunststoffprodukten für den Haushalt. Einige Objekte werden sowohl in ihrer originalen Funktion präsentiert als auch mit Interior Design kombiniert und wirken sogar wie Kunstwerke. So offenbart sich der Bezug zu Design und Kunst, der bereits in der Entwurfs- und Herstellungsphase dieser Produkte angelegt ist.

In Zusammenarbeit mit Foodesign Guzzini. Ausstellungsdauer: 19.1. – 25.1.2015

Öffnungszeiten: Mo – Fr 9–13 und 14–17 Uhr, am 24. und 25. Januar 15–20 Uhr

Im Rahmen von Passagen 2015. Eintritt frei.

  

Mittwoch, 21. Januar 2015, 19.00 Uhr, im Institut, der frühe Fellini: Lo sceicco bianco. Regie: Federico Fellini, I 1951, 86', ital. Originalfassung ohne UT, DVD, Darsteller: Brunella Bovo, Alberto Sordi, Leopoldo Trieste, Giulietta Masina.

 

Federico Fellini (1920-1993) war Italiens gefeiertster, populärster Filmregisseur und gehört zu den großen Erneuerern der Ästhetik des Weltkinos nach 1945, von seinem Frühwerk ist heute gemeinhin nur noch „La Strada“ ein Begriff. Das Italienische Kulturinstitut lädt nun unter dem Titel Der frühe Fellini zu zwei unbekannteren Spielfilmen aus seiner Anfangszeit ein, die es neu zu entdecken gilt. 

 

„Lo sceicco bianco“ war 1951 Fellinis erste eigenständige Regiearbeit und erzählt von einer jungen Frau, die für einen Tag ihren Ehemann verlässt, um einer Einladung des von ihr bewunderten „Weißen Scheichs“, Held einer der damals populären Fotoromanzi, zu folgen. Sie ahnt nicht, dass der Scheich-Darsteller solche Einladungen an alle seine Verehrerinnen schickt.

 

Der zweite Film, I vitelloni, wird am 24. Februar gezeigt.In Zusammenarbeit mit dem Filmclub Akasava. Eintritt frei.

 

 

Italienisches Kulturinstitut Köln, www.iicColonia.esteri.it