WEBGIORNALE   12-18   GENNAIO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Nuove strategie migratorie. Con i vecchi mercantile dalla Turchia arrivano i siriani 1

2.       Ue: la lotta al traffico di migranti "sarà una priorità"  1

3.       La marcia dei nuovi equilibri globali 1

4.       Unione europea. I frutti del semestre di presidenza europea  2

5.       Una perdita di 1800 € l'anno per ogni straniero immigrato in Germania ?  3

6.       Posti per assistenti di lingua italiana offerti da Paesi Ue a studenti universitari di cittadinanza italiana  3

7.       L'italiano in prospettiva, nell’Europa di oggi 3

8.       Monaco di Baviera. Una delegazione del Consolato e del Comites visita Passau ed il carcere di Straubing  4

9.       Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: il Mondo delle favole  4

10.   Da Düsseldorf. La lingua italiana al posto dell'inglese come lingua di comunicazione  4

11.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 5

12.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  6

13.   Elezioni in Turingia. La coalizione di sinistra-sinistra che spazza via la Cdu  7

14.   “Écho d’Europe”. Presentiamo Licia Linardi, nuovo direttore de Il Corriere d’Italia  7

15.   Berlino. Gli italiani e la deutsche vita  8

16.   Il presidente del Comites di Hannover sui tagli di risorse destinate alle politiche per i connazionali all’estero  8

17.   40.000 nuovi posti di lavoro nel 2015 a Berlino  8

18.   Saar. Uno dei più importanti Dipartimenti di italianistica all'estero rischia la chiusura  8

19.   Berlino. “Settima Festa della Legalità di Mafia? Nein, Danke! - Un bilancio molto positivo”  9

20.   Francoforte. Il 24 gennaio 2015 l’inaugurazione della nuova sede del progetto “Sole sì, soli no”  9

21.   E' morto Ulrich Beck, teorico della "società del rischio"  9

22.   Per chi grida al lupo nazista islamofobo  9

23.   Immigrazione: i deputati chiedono ai paesi UE di condividere le responsabilità  10

24.   Grexit: la fede perduta dell' Europapessa Merkel?  10

25.   L’interrogativo  12

26.   Legge di stabilità. Dal Senato 3 milioni di euro per gli italiani all’estero e 2,5 milioni per le Ccie  12

27.   Varato l’O.I.E.M. 12

28.   Der Spiegel: «Berlino potrebbe avallare uscita Grecia dall’Euro»  12

29.   Paura  13

30.   Medio Oriente. Perché riconoscere lo stato di Palestina  13

31.   Risoluzione del Parlamento europeo sul riconoscimento dello Stato di Palestina  13

32.   In che guerra viviamo  14

33.   Una guerra che non va perduta. Allearsi con il diavolo per battere il terrore  15

34.   Obama. Non sono finito  15

35.   Diritto comunitario. La Corte Ue boccia l’Italia sui precari 15

36.   Pensieri e notazioni per il Nuovo Anno  16

37.   La Guerra finanziaria dei tempi moderni 17

38.   Assassini il coraggio di dirlo. Una scomoda denuncia dell’album di famiglia  17

39.   Rebus  17

40.   Napolitano, il discorso più atteso. "Sto per lasciare le mie funzioni: mi dimetterò"  18

41.   Mario Giro: ‘‘Fondamentali per l’Italia difesa e controllo della reputazione all’estero’’ 18

42.   Renzi, la legge di stabilità mette più soldi nelle tasche degli italiani. E' la prima volta  18

43.   Letterina di Natale con sogni 19

44.   Senza fine  19

45.   Napolitano ci ha salutati ma chi andrà al Quirinale dopo di lui?  19

46.   A Palazzo Montecitorio “Un Paese diverso è possibile? A che punto è la riforma della legge sulla cittadinanza”  20

47.   Le nuove rotte delle navi alla deriva. L’Italia tratta con Grecia e Turchia  21

48.   Partiti, istituzioni, Europa: la fiducia va a picco, cittadini sempre più soli. Il Papa unica speranza  21

49.   Verso il Forum delle associazioni degli italiani nel mondo  22

50.   Il Nazareno tra il condono e l'Italicum   22

51.   Peggio  22

52.   In Italia si vive di più e ci si separa meno. Disoccupazione giovani al top, crescono gli stranieri 22

53.   A Trento dal 29 maggio al 2 giugno 2015. Festival dell’Economia, “mobilità sociale” il tema della decima edizione  23

54.   Italiani all’estero: una risorsa, e ve lo dimostro  23

55.   Pino Daniele ed altri sentimenti 23

56.   Il teatrino della politica  24

57.   Al Senato la legge di stabilità: riflettori sui Senatori eletti all’estero  24

58.   Bocciato il tentativo di soppressione della Circoscrizione estero  25

59.   Dal sito del MAE. Servizi consolari 25

60.   Aggiornamenti e proposte sull’indagine conoscitiva relativa alla riforma dei Patronati all’estero  25

61.   Ventidue anni dopo  25

62.   Università. Assunzioni agevolate contro la fuga di cervelli 26

63.   L’ex deputato Pdl Romagnoli arrestato in Montenegro per traffico d’armi. 26

64.   La Fantaortogrammatica dei Mo(n)di in rivolta. Il nuovo libro di Andrea Carbonari 26

65.   Campania. Presentazione del congresso della Confederazione Italiani nel Mondo (27 e 28 febbraio a Roma) 27

66.   Dublino. Dopo 31 anni di esistenza “Italia Stampa” chiude l’edizione cartacea  27

67.   Guida all'utente per il riconoscimento delle qualifiche professionali 27

68.   Attivo un numero verde sull’iniziativa che promuove il rientro dei migranti nei Paesi di origine  27

69.   Il voto dei connazionali temporaneamente all’estero  27

70.   Sardi nel mondo: 1.585.000 euro a circoli e Consulta.  10 mila euro per interventi straordinari, di assistenza e solidarietà  28

71.   Ora anche un numero verde per il Ritorno Volontario Assistito  28

72.   Eugenio Marino “Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana”  28

73.   Lucani all’estero: la Commissione approva  29

 

 

1.       Hunderttausende gedenken in Paris der Anschlagsopfer 29

2.       Klare Kante gegen Extremisten  29

3.       Pegida "zerreißt" Deutschland  30

4.       Post-Pegida. Chance auf gesellschaftlichen Zusammenhalt nutzen! 30

5.       Demonstration in Dresden 35 000 gegen Pegida und für Mitmenschlichkeit 31

6.       Italienische "Gastarbeiter". Es ist ein bitteres Ankommen, die Rückkehr ist auch bitter. 31

7.       Führungsloser Frachter vor Italien: „Das Leben hat keinen Preis“  32

8.       2015 – Das Jahr der Internationalen Weltausstellung in Mailand  32

9.       Sinn (Hans Werner) ... und Unsinn: 1800 € Verlustgeschäft pro Migrant?  32

10.   Ifo-Chef Sinn „Migration ist ein Verlustgeschäft“  32

11.   Terror gegen Meinungsfreiheit 33

12.   Europäische Zentralbank Der billige Euro hilft Europa  33

13.   EU-Ratspräsidentschaft Lettland: Chance für Durchbruch in Ukraine-Verhandlungen  33

14.   Von Lima nach Paris: Neues Klimaabkommen braucht mehr Zeit 34

15.   EU-Parlament stimmt für Anerkennung Palästinas  34

16.   „Wir sind doch alle Amerikaner!“ Das Ende der Eiszeit zwischen den USA und Kuba: 35

17.   Gabriel: Griechenland kann uns nicht erpressen  35

18.   EU-Gipfel stellt sich hinter Junckers Investitionsplan  35

19.   Allensbach-Studie Deutsche sehen Einwanderung nüchtern  36

20.   Minarett, Burka, Pegida. Woher kommt die Angst vor einer Bedrohung, die nicht existiert?  36

21.   Die Zukunft der Gewerkschaften in Europa  37

22.   Giovanni Pollice Verabschiedung  38

23.   Pegida? Und wo bleibt unsere Angst?  38

24.   Gewalt in Paris. Was passiert mit der Religion?  38

25.   Merkel: Europa nur gemeinsam stark und überzeugend  39

26.   Studie. Ganztagsschulen binden Migranten besser ein  39

27.   Demonstrationen gegen die sogenannte „Islamisierung des Abendlandes“: 39

28.   Übrigens. Und sie wandern doch zu  40

29.   Bundesverfassungsgerich. Erbschaftsteuer ist verfassungswidrig  40

30.   Mindestlohn und gute Arbeit 40

31.   Ausländerfeindlichkeit nimmt gefährlich zu  41

32.   Studie. Migranten werden nach der Ausbildung häufiger übernommen  41

33.   Ein Viertel der Bevölkerung in NRW mit Migrationshintergrund  41

34.   Fachkräftemangel ist jetzt schon dramatisch  42

35.   Flüchtlingspolitik: CSU rechtfertigt Asyl-Schnellverfahren  42

36.   Integrationsstaatssekretär Klute: Kinder von Einwanderern können dauerhaft deutsche Staatsbürger bleiben  42

37.   Pressemitteilung: Muslime zu PEGIDA  43

38.   Bundesweiter Wettbewerb für Schüler: „Tiere in unserer Ernährung“  43

39.   Tacheles. Der Erhalt der deutschen Kultur 44

40.   Unentschuldbare Barbarei: Muslime verurteilen den Terror in Paris  44

41.   „Euer Platz ist in der Hölle!“  44

42.   Muslime integrieren sich trotz wachsender Islam-Feindlichkeit 44

43.   NSU-Prozess als Film   45

44.   Vortrag in Köln: Italien auf dem Weg der politischen Reformen  45

45.   Frankfurt. Filmzyklus: die Welt der Märchen  45

 

 

 

Nuove strategie migratorie. Con i vecchi mercantile dalla Turchia arrivano i siriani

 

Flavio Di Giacomo lavora per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni: "È possibile che gli scafisti si celino tra chi è approdato in Italia". E ancora: "Negli ultimi 15 giorni di dicembre sono arrivate in Italia oltre 3.500 persone. E fra il 2013 e il 2014 gli arrivi si sono moltiplicati per quattro, fino a sfiorare la quota di 170mila". È la dimostrazione che non era "colpa" di Mare Nostrum - di

Gianni Borsa

 

“Le rotte migratorie e il traffico di esseri umani si stanno purtroppo differenziando e raffinando - per così dire - in base alla ‘domanda’ e alle situazioni geografiche. Gli arrivi dalla Turchia, ad esempio, non sono nuovi e almeno dall’autunno scorso questi flussi si stanno rafforzando, composti soprattutto da profughi in fuga dal conflitto siriano”. Flavio Di Giacomo lavora per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, principale organismo intergovernativo in ambito migratorio. Fondata nel 1951, aderiscono all’Oim 156 Stati; il quartier generale è a Ginevra (Svizzera), mentre l’Ufficio di coordinamento per il Mediterraneo ha sede in via Nomentana a Roma. Di Giacomo sta seguendo da vicino quanto accade in questi giorni sulle coste italiane: le organizzazioni criminali, che vivono sulle spalle di chi fugge dalla guerra e dalla fame, inventano nuove strategie per portare migliaia di disperati verso gli approdi europei. I casi delle navi Ezadeen e Blue Sky hanno particolarmente colpito l’opinione pubblica.

 

I mass media delineano un’inedita strategia: gli scafisti e le organizzazioni che stanno alle spalle acquistano vecchi mercantili in disuso, ma in grado di navigare, li caricano di migranti e poi li abbandonano al largo delle coste italiane. Il genio criminale ha inventato una nuova modalità per fare soldi, ponendo a rischio la vita dei profughi e la sicurezza marittima?

“Questa è l’ipotesi che va per la maggiore, ma occorrono ancora delle conferme circa tale strategia, che riteniamo sia ancora da verificare. Anche perché è possibile che gli scafisti si celino tra chi è approdato in Italia. Una cosa è certa: dalle testimonianze che raccogliamo come Oim, i flussi provenienti dalla Turchia si stanno moltiplicando, e sono già più di dieci i casi di imbarcazioni giunte da quella rotta, le quali vanno ad aggiungersi a quelle provenienti dalla Libia e dal nord Africa”.

 

Quali indicazioni avete tratto dalle testimonianze che state raccogliendo?

“Ci sono soprattutto storie di grande sofferenza. Ad esempio abbiamo incontrato una famiglia di 15 persone, fuggite da Kobane in Siria; fra di loro c’erano bambini e anziani. Giunti in un campo profughi in Turchia, si sono poi imbarcati verso l’Europa pagando 4.500 dollari a testa per ogni adulto. Una cifra enorme, per poi essere caricati su natanti insicuri, senza alcuna dignità né certezza di arrivare a destinazione. C’è chi vende tutto ciò che ha per tentare questi viaggi”.

 

Ma l’Italia è la meta ultima di chi, rischiando la vita, si mette in mare?

“Possiamo dire - afferma il portavoce Oim - che l’Italia è quasi sempre considerata un Paese di transito, mentre la gran parte della gente spera di arrivare nel nord Europa. Dobbiamo poi ricordare che non si scappa solo via mare, ma anche via terra. Il fatto è che, soprattutto da quando è iniziato il conflitto in Siria, il vicino e piccolo Libano ha accolto un milione e 400mila profughi; numeri altrettanto enormi si registrano in Turchia e in Giordania. I migranti che approdano sulle coste europee sono, in fin dei conti, numeri piuttosto modesti…”.

 

Materialmente come cominciano questi viaggi via mare dalla Turchia?

“Dai racconti - che vanno sempre verificati - sappiamo che i profughi sono caricati in piccoli gruppi su modeste imbarcazioni o su pescherecci per raggiungere i mercantili al largo della terraferma. Poi si può attendere qualche ora o addirittura alcuni giorni. Quindi ci sono cinque o sei giorni di mare. Le condizioni del viaggio sono durissime”.

 

Di recente l’operazione Mare Nostrum ha lasciato il posto all’operazione Triton. Qual è la posizione dell’Oim a questo proposito?

“Noi abbiamo più volte sostenuto che Mare Nostrum avrebbe dovuto continuare a operare, avendo dimostrato capacità di salvare migliaia e migliaia di vite umane. E se qualcuno, come accaduto in Gran Bretagna, aveva accusato Mare Nostrum di attrarre migranti - proprio per la capacità di recuperare in mare e portare in salvo le carrette cariche di persone - ebbene è stato smentito. Mare Nostrum non c’è più, eppure gli arrivi si infittiscono, tanto dalla Turchia quanto dalla Libia, anche in queste settimane, in pieno inverno… Negli ultimi 15 giorni di dicembre sono arrivate in Italia oltre 3.500 persone. E fra il 2013 e il 2014 gli arrivi si sono moltiplicati per quattro, fino a sfiorare la quota di 170mila. Gran parte delle persone provengono ora da Siria ed Eritrea, quindi significa che si scappa dalla guerra o da regimi persecutori. In questo senso l’Europa nel suo insieme deve mobilitarsi e intervenire secondo il criterio di solidarietà”.

 

Come si può fare?

“Mettendo anzitutto attorno allo stesso tavolo i Paesi europei e quelli di origine e di transito dei flussi, studiando risposte alternative alla rischiosa fuga via mare. Predisponendo, per fare degli esempi, canali legali di entrata, aiutando i Paesi di prima accoglienza, distribuendo i profughi in altri Paesi che non si affacciano direttamente sul Mediterraneo”.

 

Intanto le acque attorno all’Europa continuano a essere un cimitero.

“Mare Nostrum aveva come primo obiettivo di salvare vite umane, invece Triton è nato, ufficialmente, per controllare le frontiere. È differente. E poi ci sono pochissimi mezzi e personale a disposizione rispetto a quanto dispiegato dalla Marina militare e dalla Guardia costiera italiane. Ci si dimentica spesso - credo sia giusto dirlo - che alle operazioni di salvataggio in mare partecipano anche tanti mercantili privati, che nel 2014 hanno tratto in salvo 41mila persone”.

 

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni è pessimista in questa fase?

“Diciamo che vediamo una situazione sempre più complessa, in evoluzione, con tante vite umane perse o a rischio. È dunque necessario intervenire con risorse e mezzi adeguati. Non c’è tempo da perdere”. Sir 3

 

 

 

 

Ue: la lotta al traffico di migranti "sarà una priorità"

 

Il commissario all'Immigrazione Avramopoulos: "I trafficanti impiegano nuovi metodi per sfruttare i disperati". A Corigliano Calabro concluse le operazioni di sbarco dei migranti siriani dal mercantile Ezadeen, soccorso giovedì pomeriggio. Sono giunte 360 persone, tra le quali 232 uomini, 54 donne e 74 minori

 

BRUXELLES - "I trafficanti trovano nuove rotte per l'Europa e impiegano nuovi metodi per sfruttare i disperati". La lotta a queste organizzazioni criminali "sarà una priorità top" nel piano Ue complessivo sulle migrazioni. Così il commissario all'Immigrazione Dimitris Avramopoulos sui migranti alla deriva a bordo delle navi Ezadeen e Blue Sky M.

 

E' "superfluo" affermare che la lotta contro la tratta degli immigrati sarà "una priorità nell'approccio globale alla migrazione". Ci sarà "un piano strategico, che sarà presentato a tempo debito. Andremo avanti con impegno e determinazione". La dichiarazione pubblica da Bruxelles di Avramopoulos è decisa. "Mi congratulo con la Guardia costiera italiana e Frontex che, nel quadro dell'operazione congiunta Triton, hanno salvato centinaia di migranti in difficoltà. Questi eventi sottolineano la necessità di un'azione a livello Ue decisa e coordinata. Gli scafisti stanno trovando nuove rotte verso l'Europa e stanno impiegando nuovi metodi per sfruttare persone disperate che cercano di sfuggire a un conflitto o alla guerra. Pertanto abbiamo bisogno di agire contro queste spietate organizzazioni criminali. Non dobbiamo permettere ai contrabbandieri di mettere a rischio la vita delle persone in vecchie navi abbandonate".

 

Proprio questa mattina si sono concluse nel porto di Corigliano Calabro, le operazioni di sbarco dei migranti siriani dal mercantile Ezadeen, soccorso giovedì pomeriggio al largo della costa calabrese dopo che l'equipaggio aveva abbandonato i comandi. Complessivamente sono giunte 360 persone, tra le quali 232 uomini, 54 donne e 74 minori, 8 dei quali da affidare perché non accompagnati da adulti. Questi ultimi 8 sono stati  temporaneamente affidati alle cure di una casa famiglia di Corigliano in attesa di decidere dove trasferirli.

 

Le condizioni dei migranti sono complessivamente buone, e non sono stati necessari ricoveri in ospedale. Una volta a terra i migranti sono stati nutriti e visitati dai medici del 118. Dalle prime indicazioni e dallo stato complessivo delle persone che erano a bordo,le forze dell'ordine ritengono che la nave abbia viaggiato per pochi giorni prima di essere intercettata al largo della Calabria. Dopo lo sbarco, i migranti sono stati trasferiti in centri di accoglienza di varie regioni. Le operazioni sono state coordinate dalla Prefettura di Cosenza. LR 3

 

 

 

 

La marcia dei nuovi equilibri globali

 

Francia e Germania sempre più vicine, Africa protagonista, America in seconda linea. È la foto di una giornata storica, e forse il ritratto di un mondo che cambia.

Di FRANCESCA SFORZA

 

Tanta gente, tante matite. E poi «Io sono Charlie», «Charlie Akhbar», «Je suis Charlie, flic, juif» (Sono Charlie, poliziotto e ebreo). La grande marcia parigina è stata così debordante dai margini delle possibili aspettative che le poche voci che ne hanno lamentato la retorica si sono trovate calpestate dall’enormità del numero di passi che hanno solcato Place de la République.  

 

Il precipitato della grande commozione dei giorni scorsi si è condensato - politicamente parlando - nelle prime file, dove i leader che hanno sfilato stretti l’uno all’altro hanno tracciato una nuova geografia del potere, e delle alleanze. Forse durerà un giorno, forse anzi è già finita, e a dispetto del più rigido dei protocolli chissà quante componenti casuali hanno fatto sì che uno capitasse vicino a un altro o qualcuno rimanesse indietro. Ma per un paio d’ore, davanti alle telecamere di mezzo mondo, in una serie di istantanee destinate a entrare nella storia contemporanea, abbiamo visto il presidente francese alla testa del corteo affiancato dal presidente del Mali Boubacar Keita e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Da una parte l’Africa ferita, e allo stesso tempo difesa con la forza dalla stessa Francia che lì ha scelto di combattere la jihad a casa propria, dall’altra la vecchia Europa, non quella di Bruxelles (Juncker era meno visibile del presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk), ma quella di Berlino, dell’asse franco-tedesco, dell’amico ritrovato dopo la lacerazione della Seconda Guerra Mondiale. E pazienza se i deficit non sono nei parametri.  

 

A poca distanza fra loro, Benjamin Nethanyahu e Mahmud Abbas, presidente israeliano e presidente dell’Autorità palestinese. Divisi come non mai in patria, reduci da un’estate di fuoco e da un autunno decisamente cupo, i due leader mediorientali sfilavano insieme. Non sarà pace, ma almeno ieri, anche solo per poche ore, è stata tregua: ognuno con i suoi martiri, ognuno pensando alla propria causa da difendere, ma fianco a fianco sulla stessa linea, con la stessa andatura.  

 

In generale c’era l’impressione di molta Europa, dalla Gran Bretagna all’Italia, e sì, diciamolo, si è sentita un po’ la mancanza di Barack Obama. C’era Eric Holder, il procuratore generale degli Stati Uniti, ed è vero che Kerry era impegnato in un vertice con il presidente indiano Narendra Modi, inevitabilmente assente anche lui. È vero anche che Washington ospiterà il prossimo summit sull’antiterrorismo il 18 febbraio, e certo nessuno pensa che il presidente americano sia insensibile alla causa. Però non c’era, come Vladimir Putin. La Russia era rappresentata dal ministro degli Esteri Lavrov, e la scelta è stata più che meditata. Forse sarebbe stato ipocrita fare più di così, visti i rapporti con l’Unione Europea e la generale collocazione geopolitica del Cremlino in questo momento.  

 

Ogni tanto qualcuno avanzava e altri arretravano, ma è come se l’incanto della piazza avesse attribuito ad ognuno un posto speciale, non nella foto, ma in una cornice più grande. E allora, come non notare un Sarkozy testardamente in prima fila, l’apparizione di Ranja di Giordania, del primo ministro turco Davutoglu, del premier Renzi e di David Cameron . Tutte storie a sé, ma per un giorno, tutte nella storia.  LS 11

 

 

 

Unione europea. I frutti del semestre di presidenza europea

 

Per usare una metafora che mi è cara, questo semestre è andato “di corsa”.

 

Di corsa ci siamo buttati in un’esperienza fantastica, sull’onda delle elezioni europee di maggio; di corsa abbiamo affrontato il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo Parlamento e la vecchia e nuova Commissione, e sempre di corsa abbiamo cercato di imprimere un decisivo cambiamento alla nostra Unione europea (Ue).

 

Europa, un nuovo inizio

Perché di corsa? Perché i ritmi della politica sono sempre più veloci e perché davvero non c’era più tempo. Di fronte alla presidenza italiana c’era un bivio: o accelerare o rassegnarsi all’esistente.

 

Abbiamo scelto di accelerare e di cambiare. Il semestre di presidenza italiana è stato infatti l’occasione per dare all’Ue nuove priorità politiche e programmatiche che avessero al centro la crescita e l’occupazione.

 

Non è un caso che il programma della presidenza sia intitolato “Europa: un nuovo inizio”. La nostra azione, nel corso di questi sei mesi, è stata guidata da un principio molto semplice: riportare la politica al centro dell’Europa. Prima ancora che sugli accordi, sugli obiettivi, sulle agende, ci siamo concentrati sull’idea di Ue che avevamo e che abbiamo in mente.

 

Non si poteva andare avanti con l’approccio tecnocratico e burocratico che ha caratterizzato Bruxelles negli ultimi anni: il rischio di scavare un solco sempre più profondo tra le istituzioni europee e i cittadini europei era troppo elevato.

 

Tornare alla politica significa in primo luogo mettere i programmi davanti alle nomine. Nomina sunt consequentia rerum, e da questo punto fermo è scaturita l’agenda strategica adottata dal Consiglio europeo del 26 e 27 giugno in cui, in cima alle priorità, l’Europa ha posto l’aumento dell’occupazione, della crescita e della competitività, anche “sfruttando al meglio la flessibilità insita” nel patto di stabilità e crescita.

 

Un concetto ampiamente ripreso anche nel programma della nuova Commissione guidata da Jean-Claude Juncker che ha ripreso le parole chiave del programma italiano. Non solo: per evitare che l’agenda strategica resti solo sulla carta, la presidenza italiana ha chiesto e ottenuto che il Consiglio affari generali ne possa monitorare l’effettiva attuazione.

 

Un chiaro esempio di centralità della politica è la battaglia che il governo italiano ha intrapreso per inserire con forza la parola “investimenti” nel lessico europeo. Prima di luglio nessuno parlava di investimenti, a Bruxelles si sentivano solo discorsi che riguardavano rigore e austerità.

 

Ora la musica è cambiata e le parole d’ordine sono crescita, investimenti e occupazione. Si tratta di un registro completamente diverso, a mio modo, di vedere il più importante risultato della presidenza italiana.

 

Un risultato che va ben oltre un semplice elenco delle cose fatte, che pure giudico positivamente. Juncker ha presentato il piano d’investimenti: non penso che sia sufficiente, ma è senza dubbio il primo passo in una nuova direzione e in una nuova dimensione.

 

Più politica al centro dell’Europa significa anche più politica estera europea nel mondo. La nomina di Federica Mogherini quale Alto rappresentante della politica estera europea è un grande risultato per il governo Italiano.

 

Si tratta di un passaggio fondamentale: abbiamo assicurato una fluida transizione istituzionale e la candidatura di Mogherini ha agevolato la composizione di un quadro molto complesso.

 

La presidenza italiana ha poi lavorato con successo affinché fossero rispettati i tempi prestabiliti: nuovo Parlamento dal 1° luglio, nuova Commissione Juncker dal 1° novembre e nuovo Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, dal 1° dicembre.

 

Mediterraneo, crisi ucraina e stato di diritto

Siamo convinti che l’Ue abbia le possibilità per incidere sugli affari internazionali molto più di quanto abbia fatto finora. I primi frutti di questo nuovo approccio li abbiamo raccolti proprio nel corso del semestre di presidenza: l’Europa ha finalmente accettato la centralità del Mediterraneo, impegnandosi in prima persona con l’operazione Triton per quanto riguarda la gestione dei migranti. Un successo politico e diplomatico poiché non solo è stata accolta la richiesta italiana che l’Europa presidi le sue frontiere marittime, ma si è per la prima volta riconosciuto il presupposto secondo cui le frontiere a 30 miglia delle coste italiane sono a tutti gli effetti frontiere europee.

 

Sempre su questo fronte, è assolutamente centrale il riconoscimento che i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, a cominciare dall’Italia, devono essere aiutati e sostenuti perché sottoposti a una eccezionale pressione migratoria.

 

Non meno importanti sono i risultati ottenuti in altri teatri di crisi: un primo fondamentale incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il collega ucraino Petro Poroshenko si è tenuto nel corso del vertice Asem di Milano del 17 ottobre, fortemente voluto dalla presidenza italiana. Il dialogo tra Russia e Ucraina è ripartito e non a caso poche settimane dopo si è raggiunto un accordo sul gas.

 

L’azione della presidenza si è poi rivelata efficace anche per quanto riguarda il rule of law, lo stato di diritto. Difficilmente temi di questo genere finiscono sulle prime pagine dei giornali, nondimeno l’Italia ha ritenuto fondamentale battersi per colmare una preoccupante lacuna dell’Ue: l’assenza di un quadro che consenta di confrontarsi periodicamente sul rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto all’interno dell’Ue.

 

Di conseguenza, al Consiglio affari generali di dicembre, con grande soddisfazione abbiamo raggiunto un accordo che consenta al Consiglio di esaminare e dibattere periodicamente la situazione dello stato di diritto, della legalità e del rispetto dei diritti umani all’interno dell’Europa, in tutti gli stati membri.

 

Pacchetto Clima-Energia 2030 verso Parigi 2015

Un obiettivo raggiunto cui la Presidenza ha lavorato molto riguarda l’accordo sul Pacchetto Clima-Energia 2030, a seguito del Consiglio europeo del 23-24 ottobre.

 

Si tratta di un passaggio fondamentale, poiché l’intesa raggiunta contiene un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra (almeno pari al 40% rispetto ai livelli del 1990), un target per le energie rinnovabili (27%) e un obiettivo indicativo per quanto concerne l’aumento dell’efficienza energetica (27%). Grazie a questo accordo, la posizione europea è stata rafforzata, ponendo le basi per l’accordo generale raggiunto a Lima a metà dicembre.

 

L’attenzione verso i cambiamenti climatici e uno sviluppo sostenibile restano al centro delle nostre azioni, specialmente in vista del vertice di Parigi del novembre 2015.

 

Non vanno poi dimenticati gli sforzi compiuti in ambito legislativo. La presidenza italiana ha effettuato un importante lavoro di monitoraggio sul funzionamento della Strategia Europa2020, avviando un dibattito fondamentale che proseguirà nel 2015 con la revisione formale della Strategia, giunta a metà della sua esperienza.

 

A fianco di questo lavoro, è con soddisfazione che accolgo la chiusura degli accordi per quanto riguarda il Meccanismo di risoluzione unico bancario; il rafforzamento delle norme per impedire la “doppia non imposizione” fiscale sugli utili societari distribuiti e il progetto di direttiva sullo scambio automatico di informazioni; le nuove norme sui sistemi di regolamento titoli, sui fondi di investimento e sui conti correnti che rafforzano le tutele dei consumatori e la trasparenza nel rapporto con banche e assicurazioni; il lancio della piattaforma contro il lavoro sommerso.

 

Inoltre, è con particolare orgoglio che l’Italia può rivendicare il lancio della Strategia Adriatico-Ionica, un vettore fondamentale per lo sviluppo di otto paesi e per la futura integrazione di nuove e diverse realtà.

 

Siamo andati di corsa, è vero. Non potevamo però permetterci di perdere tempo o di indugiare nelle stesse incertezze, negli stessi errori e negli stessi equilibrismi che hanno condizionato l’Ue negli ultimi anni.

 

Abbiamo scommesso sulla politica e crediamo di aver vinto la scommessa. Siamo perfettamente consapevoli che non basterà un Semestre per riconquistare la fiducia perduta nei confronti delle istituzioni europee. Ma abbiamo rimesso in piedi un’idea di Europa che ora merita di tornare a correre.

Sandro Gozi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei nel Governo Renzi, AffInt 7

 

 

 

 

 

Una perdita di 1800 € l'anno per ogni straniero immigrato in Germania ?

 

Un commento all'articolo di Hans Werner Sinnn sulla FAZ del 30.12.14.

 

Un'uscita significativa di Hans Werner Sinn, del direttore dell'Istituto 

per la ricerca economica di Monaco (Ifo) - da non confondere con altro più 

prestigioso anche a livello internazionale , l' IWF - Institut für 

Wirtschaftsforschung di Kiel, nello Schleswig-Holstein).

Hans Werner Sinn  è considerato uno dei maggiori economisti tedeschi (ma 

non incontestato: il ministro delle finanze Schäuble lo aveva accusato in 

un'occasione di aver fatto "i conti della serva" - in tedesco 

"Milchmädchenrechnungen"). Eccolo nuovamente con un'uscita in armonia con 

la campagna d'odio verso gli stranieri portata avanti dal partito 

"Alternativa per la Germania" (AfD) in cooperazione con i razzisti del 

movimento popolare "Pegida (Patrioti contro l'islamizzazione d'Europa).

A portar acqua al mulino di questi razzisti interviene dunque questo 

economista stimando che al bilancio annuale fra utili e costi, annualmente 

ogni immigrato causerebbe alla Germania una perdita di 1800 €. 

Sull'affidabilità dei suoi calcoli si può intanto ipotizzare che anche in 

questo caso valga il sopraccitato giudizio di Schäuble (si potrà 

verificare quando il pubblico li avrà a disposizione). Anche un bambino 

tuttavia è finora in grado di capire che senza gli stranieri l'economia 

tedesca crollerebbe da un giorno all'altro. Infine: se anche i calcoli del 

predetto grande economista fossero corretti, 1800 euro per ogni straniero 

sarebbero un ottimo investimento economico, poiché è appunto grazie agli 

stranieri che l'economia tedesca riesce a mantenere il livello di 

produttività attuale.

  La perversione di un tale calcolo è non soltanto moralmente aberrante, ma 

economicamente insensata e profondamente sbagliata: gli stranieri sono 

produttori ma anche consumatori, e come tali contribuiscono (IVA, 

assorbimento merci) anche a mantenere alta la domanda interna.

Calcolare l'utilità degli immigrati sulla base di un comunque dubbioso 

bilancio utili/costi è ben al disotto del livello dei "conti della serva".

Un' immigrazione che consenta solo utili senza costi infatti è certo 

possibile ed è stata praticata per più di un secolo nelle Americhe: era la 

tratta degli schiavi. E anche cosí non era a costo esattamente zero, 

poiché i mercanti gli schiavi se li facevano pagare.

Graziano Priotto, imperiapraha@gmx.net  (de.it.press)

 

 

 

Posti per assistenti di lingua italiana offerti da Paesi Ue a studenti universitari di cittadinanza italiana

 

ROMA - Il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca - Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione - Direzione generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione - comunica che per l’anno scolastico 2015-2016, sulla base degli Accordi Culturali e dei relativi Protocolli Esecutivi tra l’Italia ed i Paesi sotto indicati, sono disponibili dei posti di assistente di lingua italiana all’estero.

Gli assistenti affiancheranno i docenti di lingua italiana in servizio nelle istituzioni scolastiche del Paese di destinazione, fornendo un originale contributo alla promozione ed alla conoscenza della lingua e della cultura italiana.

La loro attività copre un periodo di circa otto mesi presso uno o più istituti di vario ordine e grado e comporta, di regola, un impegno della durata di 12 ore settimanali, a fronte del quale viene corrisposto un compenso variabile a seconda del Paese di destinazione.

Il numero dei posti per il prossimo anno scolastico sarà reso noto dai Paesi partner successivamente, ma, a titolo indicativo, si riportano le disponibilità assicurate per l’anno in corso:

Austria: 35; Belgio (lingua francese): 3; Francia: 172; Irlanda: 6; Germania: 24; Regno Unito: 9; Spagna: 23.

I posti di assistente di lingua italiana all’estero sono attribuiti previa selezione dei candidati e riservati esclusivamente a studenti universitari o neolaureati di madrelingua e cittadinanza italiana in possesso di tutti i requisiti indicati nell’Avviso . I candidati ammessi dovranno inviare telematicamente la documentazione richiesta entro e non oltre il 3 marzo 2015 . Per il testo dell’Avviso e per  tutte le informazioni si veda http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-affari-internazionali/assistenti_italiani  (Inform 18)

 

 

 

 

L'italiano in prospettiva, nell’Europa di oggi

 

In occasione del Semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione Europea, si è svolta a Roma il 1 dicembre presso la Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari, con il patrocinio della Camera dei Deputati, la XV Giornata della REI, Rete per l'eccellenza dell'italiano istituzionale. 

Titolo della Giornata, presieduta dal prof. Francesco Sabatini, presidente emerito dell'Accademia della Crusca e presidente onorario del Comitato scientifico della REI: “L'italiano nel mondo globalizzato: quale presente e quale futuro? La prospettiva europea”.

La conferenza è stata inaugurata da Italo Rubino (DG Traduzione della Commissione europea), presidente Comitato di coordinamento della rete REI, e dal Sottosegretario Mario Giro, del Ministero degli Affari Esteri.  

La sessione plenaria della mattina è stata dedicata allo spazio della lingua italiana nell'Europa di oggi, la tavola rotonda del pomeriggio alle prospettive per il futuro.

LO SPAZIO DELL'ITALIANO NELL'EUROPA DI OGGI

Umberto Cini (Ufficio interpreti-traduttori della Camera dei Deputati, l’istituzione che ha patrocinato ed ospitato i lavori) ha deplorato l’abitudine di molti politici italiani ad esprimersi in un italiano in un inglese approssimativo (anche in presenza di interpreti) o in un italiano denso di termini inglesi, talora non corretti. Un costume che occorrerebbe modificare, per difendere sia la lingua nazionale che – in generale  –  l’uso di un linguaggio istituzionale appropriato. 

Giuseppe Patota (Università di Siena) ha raccontato l’evoluzione dell'italiano come "lingua di cultura”, risalendo alla scelta di Dante – nuova e straordinaria – di scrivere "Il Convivio” non in latino (allora lingua d’alta cultura non solo in Italia, ma in Europa) bensì in “volgare” per rivolgersi ad un pubblico nuovo, laico, vasto, cui aprire l'accesso al “banchetto” della filosofia e della scienza. Oggi l’italiano non sembra sufficientemente tutelato neanche in ambito accademico, se è vero che alcune università hanno istituito corsi di studio quasi interamente in inglese (es. Politecnico di Torino) al fine di attrarre studenti stranieri. L'utilità di tale scelta è posta in dubbio sia da altre esperienze in controtendenza (a Roma, ad esempio, ben nove Università della Santa Sede, in cui la lingua ufficiale è l’italiano, con l’80% di studenti stranieri) che da ragionamenti di buon senso: se agli studenti stranieri - come ha sottolineato il prof. Sabatini - non si insegna anche l’italiano, anche in italiano, si perde l’occasione di ricavare un “ritorno” culturale ed economico dalle risorse investite, mantenendo quegli studenti collegati al nostro Paese.    

Tra l'altro, l'uso persistente ed esclusivo di una lingua veicolare rischia di isolare le èlite e dar luogo a un "nuovo medioevo". Gli scienziati del gruppo di via Panisperna conoscevano l'inglese e il tedesco ma tenevano le loro lezioni in italiano. Oggi sul mercato, tra l'altro, l'alto dirigente "monolingue inglese" non è competitivo. Interessante, a questo proposito, il volume di Maria Luisa Villa "L'inglese non basta". [Secondo Villa, l'uso di un inglese globalizzato, che unifica la comunità scientifica internazionale, produce benefici evidenti. Ma i futuri ricercatori, formati in inglese, non potranno a loro volta trasmettere le conoscenze acquisite se non in inglese; l'italiano rischia quindi di perdere la capacità di divulgazione scientifica, che è un requisito della democrazia. La soluzione non è la rinuncia all'insegnamento in inglese, ma la promozione dello studio in entrambe le lingue]. 

Silvia Ferreri (Università di Torino), ha presentato una relazione dal titolo “Il diritto come strumento di diffusione dell’italiano”, soffermandosi sulle peculiarità dell’italiano come lingua del diritto romano e sui termini/istituti esportati ed attualmente presenti in altre lingue. 

Nel suo intervento "L’italiano nella globalità: il punto di vista di un economista svizzero", Remigio Ratti (Università di Friburgo) ha ricordato la particolare esperienza degli italofoni in Svizzera (6,5%), paese quadrilingue dal 1848, in cui il federalismo ha impedito finora il predominio di una “lingua del potere” e tuttavia l’inglese si va affermando a danno delle lingue delle minoranze.

LE PROSPETTIVE PER IL FUTURO

La tavola rotonda è stata moderata da Nicoletta Maraschio, Presidente onoraria dell'Accademia della Crusca. 

Donatella Bruni, traduttrice del Dipartimento italiano della Commissione europea, ha illustrato – cifre alla mano – l’enorme e misconosciuta attività dei traduttori dell’UE, che con il loro lavoro contribuiscono a costruire e legittimare le attività dell’Unione. La traduzione, infatti, è un atto di democrazia: favorisce la democraticità dei processi decisionali; permette ai cittadini di partecipare a tali processi nella propria lingua; agevola il dialogo con le istituzioni e tra le istituzioni, europee e nazionali, ed è garante della parità delle lingue di tutti gli Stati membri dell’Unione (multilinguismo).

La traduzione ha effetti immediati per i cittadini, nel senso che la legislazione – che nasce dalla penna di vari estensori che lavorano in una lingua “convenzionale” (che spesso non è la loro lingua materna) – è destinata ad approdare alla pubblicazione nelle 24 lingue ufficiali dell’Unione. Per arrivarci, attraversa un percorso in cui i traduttori hanno un ruolo centrale. La scelta di una lingua chiara, precisa dal punto di vista terminologico, corretta e adatta al pubblico a cui si rivolge, assume un’importanza fondamentale. Un testo opaco, confuso e ambiguo darà come risultato una traduzione altrettanto opaca e oscura, insomma un testo che piacerà agli “azzeccagarbugli”, ma non ai cittadini. Il tema di una lingua istituzionale chiara, corretta e accessibile è, tra l'altro, particolarmente caro alla REI. 

Costanza Menzinger, Società Dante Alighieri, ha ricordato – dati alla mano – l’impegno e il ruolo della Dante Alighieri nella promozione della lingua e della cultura italiana in Europa.

Natale Vadori (Università del Litorale, Capodistria) ha proposto un breve ma interessante excursus storico, dalla fine dell’età classica ad oggi, sul tema: "Le radici antiche e i nuovi semi della presenza dell'italiano nell'Europa centrale e orientale". 

"Scopo della REI – ha concluso Vadori – non è quello di promuovere la conoscenza dell’italiano ma quello di migliorare la comunicazione istituzionale in italiano. Tenendo sempre presente questo fine, è mia opinione che individuare modalità e forme di confronto e scambio d’informazioni con istituzioni e personalità di altri Paesi europei, potrebbe risultare molto proficuo per l’attività della REI, anche per evitare di impiegare anglicismi concettuali, prima ancora che lessicali. I rapporti antichi e però sempre nuovi tra l’Italia con i Paesi Illirici, Danubiani, Baltici, Sarmatici e Transcaucasici, nel nuovo contesto europeo sia unionale che paneuropeo possono dunque trovare nuova linfa nell’interesse reciproco. Credo però che da parte italiana ci dovrebbe essere finalmente maggiore attenzione verso quelle lingue e culture centro-orientali che da parte loro, invece, da secoli hanno imparato la strada per Roma.”

Loredana Cornero (Segretaria generale Comunità radiotelevisiva italofona), ricordando che l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo, ha raccontato la molteplice e stimolante esperienza di Rai Education e della Comunità radiotelevisiva italofona.

Sul presente e sul futuro dell'italiano nei media radiotelevisivi europei, sono intervenuti Vincenzo Lo Cascio (Ital/Ned Foundation / Università di Amsterdam) che ha presentato una  piattaforma multilingue online - per ora in inglese/danese, ma adattabile all’italiano - e Jean-Luc EGGER (Cancelleria della Confederazione svizzera) che ha raccontato l’esperienza del gruppo di lavoro REI "Osservatorio dell'italiano istituzionale fuori dall'Italia".

 

Il prof. Sabatini ha tratto le conclusioni di una giornata densissima di contenuti, che ha confermato le energie, le competenze e le potenzialità della REI, una associazione ormai stabile, "istituzionale". Sono molti - ha osservato Sabatini – i segnali di presenza dell’italiano nel mondo, specie in Europa,  ma quel che manca è la capacità di usare il “caso italiano” nel quadro del multilinguismo, come “lingua minacciata”, per coagulare alleanze. La vitalità di tante lingue, portatrici di ricchezze enormi, rischia di essere appiattita a discapito perfino della lingua che se avvantaggia. La società inglese, infatti, comincia ad avvertire il danno derivante dal non conoscere altre lingue. L'italiano, d’altra parte, dovrebbe ricercare maggior precisione, chiarezza, concisione, e la scuola dovrebbe allenare gli studenti italiani a questo esercizio.   

Cosa sono le Giornate REI

Occasione di incontro, presentazione dei lavori svolti e discussione, le Giornate REI sono aperte alla partecipazione di Reisti, ospiti istituzionali, operatori della comunicazione, della traduzione, dell’informazione, o semplicemente a chi voglia accostarsi ai temi proposti.

Le Giornate, che si svolgono in genere a Roma, Bruxelles o Lussemburgo, sono dedicate alla riflessione su un argomento centrale, dalla qualità dei testi normativi alle novità del Trattato di Lisbona, alle differenze di genere nell’italiano delle istituzioni. Pe 19

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Una delegazione del Consolato e del Comites visita Passau ed il carcere di Straubing

 

Mercoledì 7 gennaio il Console Generale a Monaco di Baviera Filippo Scammacca del Murgo, il Dirigente Scolastico del Consolato Maria Concetta Capilupi, il presidente del Comites Claudio Cumani ed il presidente dello IAL-CISL Tony Mazzaro hanno visitato il Municipio di Passau e il carcere di Straubing, nella Bassa Baviera, luogo di pena per detenuti con sentenza definitiva e superiore ai 5 anni.

 

A Passau si sono incontrati con il Dr. Max Brunner (direttore del Dipartimento Cultura del Comune), il sig. Franz Kessel (del Dipartimento Scuole del Comune), il Dr. Karl Meyer (direttore della Scuola Elementare “Hacklberg”) e la Dott.ssa Tanja Fieni (docente di italiano all’Università di Passau). La fruttuosa riunione ha gettato le basi di un progetto di insegnamento dell’italiano indirizzato ai bambini delle scuole elementari della città.

 

Al carcere di Straubing la delegazione si è poi incontrata col dirigente Roland Retzbach (vicedirettore dell’istituto di pena, in sostituzione del direttore assente per motivi professionali), al quale ha trasmesso alcune richieste ricevute dai detenuti. A questo è poi seguito l’incontro – durato oltre un’ora – con i detenuti italiani, accompagnati dal dott. Dario Del Bianco (insegnante dei corsi di italiano dello IAL-CISL all’interno dell’istituto di pena) e da Friedolin Resch (insegnante - Hauptlehrer - all’interno del carcere di Straubing per molti anni, vi seguirà ora i nuovi corsi di tedesco ed informatica organizzati dallo IAL-CISL). Nel ricco e caloroso dialogo sono stati affrontati diversi temi relativi alla vita carceraria, agli sviluppi della regolamentazione carceraria in Germania e dei rapporti fra i sistemi giudiziari italiano e tedesco, fino ai casi personali esposti da alcuni detenuti.

Comites di Monaco di Baviera

 

 

 

 

Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: il Mondo delle favole  

 

Promosso da Consolato Generale d’Italia Francoforte e IIC Colonia in collaborazione con “Italiani n Deutschland - Freunde des italienischen Kulturinstituts e.V. - Frankfurt ”  e J.W. Goethe Universität  (Facoltà di Romanistica)

 

Martedì 20 gennaio 2015, ore 18.30, presso Sala Enit, Barckhausstr.10, Francoforte (U6/7 fermata metro: Westend) - Introduzione e discussione con Anna Ventinelli (lettrice)

Entrata libera per i possessori Carta Amicizia e studenti di italianistica (3,00 Euro per i non possessori della carta o studenti di altre facoltà).

E-mail di conferma/ Anmeldung erforderlich  (solo 60 posti a sedere/nur 60 Sitzplätze) a maria.somma@esteri.it

L’anima gemella (2002) un film di Sergio Rubini – Versione originale con sottotitoli in italiano

Con questo film ricco di suggestioni, di luci e di profumi, presentato alla cinquantanovesima Mostra del Cinema di Venezia (2002), Rubini propone in una dimensione reinventata la sua Puglia, mettendo in scena una commedia sospesa fra cielo e mare che sprizza fantasia e illusione.

Il  racconto surreale affonda le radici in un’idea infantile, magica e favolosa di questa terra, rivelando un’ intensa passione del regista verso le proprie radici e i paesaggi, verso il dialetto e verso la luce, verso le alterazioni della coscienza e della fantasia. Un piccolo incantesimo raccontato in tono leggero e divertito, in modo onirico che non disdegna di fare riferimento a pregiudizi e stereotipi ribaltandoli in un’interpretazione che offre notevoli spunti di riflessione.

 

In un paesino del sud Italia, all'altare, al momento decisivo, Antonio esita, dice che non può sposare Teresa perché ama la cugina di lei, Maddalena. Subito dopo, i due: Antonio e Maddalena, scappano felici insieme. Teresa, abbandonata, è in preda ad una rabbia che con il passare dei giorni non si placa. La mamma pensa di fare ricorso a una forma di arte magica per ristabilire la tranquillità. Al rifiuto della vecchia fattucchiera del paese che non vuole saperne di intervenire si contrappone il figlio di lei Angelantonio. Costui si incarica di preparare tutto per far sì che l'ira di Teresa possa avere soddisfazione. Così, per magia, Teresa diventa Maddalena e Maddalena si trasforma in Teresa. Ora ad avere le idee confuse è Antonio, che non sa come comportarsi e si mette di continuo in lite con la famiglia delle ragazze. Tutto sembra risolversi un giorno a casa del padre di Teresa con reciproche spiegazioni. Ora si fa festa per l'imminente matrimonio tra Maddalena e Antonio. Ma ancora una volta Antonio scappa, raggiunge Teresa, le dice che non può vivere senza di lei... (M.S.)

 

 

 

 

Da Düsseldorf. La lingua italiana al posto dell'inglese come lingua di comunicazione

 

Il governo italiano dovrebbe puntare sulla diffusione della lingua italiana come lingua di comunicazione internazionale.

Ci sono parecchi metodi per arrivarci:

- sviluppare un software che decida autonomamente su quale sia la lingua più adatta per l'umanità

- fare scegliere a delle tribù che vivono allo stato primitivo e non conoscono lingue moderne

- indire un referendum mondiale, nel quale igni nazione può scegliere fra le lingue esclusa la propria, come avviene per il festival della canzone

- incaricare degli studiosi per la scelta

- valutare gli effetti che crea nella psiche di uno straniero il suo apprendimento e confrontarlo con gli effetti di altre lingue

 

Ci sono parecchi argomenti per promuovere la lingua italiana come quella adatta per l'manità

- è la lingua che nel corso della sua storia è cambiata di meno

- gli stranieri immigrati riescono ad integrarsi linguisticamente in pochi mesi, mentre in altri paesi non bastano anni

- come livello di base è molto più facile delle altre lingue

- la percentuale dei dislessici è molto più bassa che in altre lingue

 

- è quella più studiata per diletto

- è la lingua esclusiva dell'opera e quella preferita dai suoi operatori e l'opera è il massimo dell'espressione artistica, "opera" per antonomasia

- anche chi non la parla l'ascolta volentieri perché è molto musicale

- molti abitanti dei paesi confinanti la parlano senza esserci mai stati, cosa che non si può dire per le altre lingue

- più in alto si sale nei livelli linguistici, più le altre lingue risentono dell'influenza del latino, di cui l'italiano è erede

- le altre lingue neolatine non sono dello stesso livello. Basta pensare che non esiste un'opera lirica in spagnolo, rumeno. In francese ne esistono pochissime

 

Questa impresa la dobbiamo a tutti i nostri antenati che hanno creato un patrimonio artistico così prezioso che vale molto di più di tante opere d'arte meno astratte, conservate nei musei e nelle loro anguste cantine, di cui non ci si può appropriare

 

Ognuno di noi parlando al turista in italiano regala il più bel ricordo che può portare con se della "Grande Bellezza" e la nostra grande lingua lo fa diventare erede del patrimonio che tutti ci invidiano, lo accompagna per tutta la vita e in ogni luogo, gli regala un carta di identità che non c'è bisogno di mostrare e rinnovare, impregna nel suo volto una somiglianza italic, rende il suo animo più gentile, lo fa guarire da molti disturbi mentali non presenti in chi la parla. Giuseppe Tizza, Düsseldorf

 

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 16 gennaio 2015, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Mostra: "Paesaggi culturali storici in Italia"

Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V., in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Roma

 

* fino al 18 gennaio 2015, c/o Alte Pinakothek (Barer Str. 27, München)

In occasione della Presidenza Italiana del Consiglio dell'Unione Europea

Mostra: "Canaletto - Bernardo Bellotto malt Europa"

Visite guidate in lingua italiana con Miranda Alberti (€ 10,- oltre il costo del biglietto d'entrata): venerdì 16 gennaio 2015 (16:15-17:45)

Minimo 10 partecipanti. Per prenotazioni: Tel. (089) 74632122 o corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizza: Alte Pinakothek, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* fino al 18 gennaio 2015, martedì-domenica, ore 16:00-20:00, c/o Pasinger Fabrik (August-Exter-Str. 1, München) Mostra: "Edo Janik - Malerei, Grafik und Skulpturen". Ingresso: € 2,- / 1,- Organizza: Pasinger Fabrik, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* fino al 25 gennaio 2015, c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) Mostra archeologica "Die Griechen in Italien"

Organizza: Staatliche Antikensammlungen

 

* fino al 2 febbraio 2015, c/o Neue Pinakothek (Barer-Str. 29, München)

"Venedig sehen..." Dipinti del XVIII secolo, fotografie del XIX secolo dalla collezione "Dietmar Siegert". Organizza: Neue Pinakothek

 

* giovedì 15 gennaio, ore 18:00, c/o Consolato Generale d'Italia (Möhlstr. 3, München) Inaugurazione della mostra fotografica "Gli Italiani" di Raffaele Celentano. Organizza: Consolato Generale d'Italia, in collaborazione con Raffaele Celentano (raffaelecelentano.com)

 

* venerdì 16, sabato 17 e domenica 18 gennaio, c/o Gasteig, Black Box (Rosenheimerstr. 5, München) Teatro: "Tutti insieme appassionatamente. Una trappola per Claudia". Il Gruppo teatrale Primàopoi presenta una commedia in lingua italiana liberamente tratta da "Un corpo estraneo" di Renzo Rosso

Regia di Davide Di Palo e Marco Pejrolo. Ingresso: € 16,- / 12,-

Per maggiori informazioni: www.primaopoi.de. Organizza: Gruppo teatrale Primàopoi, con il sostegno del Kulturreferat della città di Monaco di Baviera

 

* sabato 17 gennaio, ore 10:30, c/o Cafè L'Amar (Pestalozzistr. 28, München)

"Mare Magnum" Maria Cristina Picciolini presenta il suo libro su "Mare Magnum. 40 storie di vita e di arte fuori e dentro l'Italia".

Saranno presenti tre artiste che hanno partecipato al progetto editoriale: Annunziata De Paola, Ada Zapperi Zucker, Serena Chillemi

 

* domenica 18 gennaio, ore 15:30, c/o Caritas Zentrum Innenstadt (Landwehrstr. 26, München) Cinema italiano per bambini: "Alla Ricerca della Valle Incantata" (2010, 66 min) nell'affascinante mondo preistorico. Ingresso libero

Si prega di riservare lucianna.filidoro@gmx.de

Organizzatrici: Lucianna Filidoro e Azzurra Meucci

 

* mercoledì 21 gennaio, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr.10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "Il capitale umano" (Regia: Paolo Virzì, Italia/Francia 2013, 110 min.)

 

* giovedì 22 gennaio, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) "Maratona infernale" - mit Dante durch die Hölle. Letzter Teil: Im tiefsten Höllenschlund con Max Bauernfeind

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* giovedì 22 gennaio, ore 20:00, c/o ars musica (Plinganserstr. 6, München)

Concerto: "improvvisa mente" con Enrico Sartori (clarinetto, sassofono alto, flauto dolce, ecc.) e Ardhi Engl (chitarra, flauti, ecc.)

Ingresso: € 14,- / 11,- Organizza: ars musica e.V.

 

* domenica 25 gennaio, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Tanzraum (Schwanthalerstr. 80, München) "Serate di danze popolari italiane - italienische Volkstanzabende" con il maestro Giorgio Zankl

Ingresso: € 5,- Organizza: rinascita e.V.

 

* giovedì 29 gennaio, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "Il rosso e il blu" (Regia: G. Piccioni, Italia 2012)

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* sabato 31 gennaio, ore 9:30-15:00, c/o SDI, Audimax (Baierbrunnerstr. 28, München) Workshop "Didattica dell'italiano come lingua straniera"

col Prof. Telis Marin (direttore, autore e formatore di Edizioni Edilingua)

Programma:

o Ore 9:30 - Arrivo degli insegnanti, distribuzione del materiale

o Ore 10:00-11:50 - La didattica attiva (induttiva, ludica, per progetti): esempi e tecniche per insegnare in modo meno convenzionale e motivare i nostri studenti; L'uso creativo del video. Tecniche e materiali

o Ore 11:50-12:10 - Pausa caffè

o Ore 12:10-13:00 - La Lavagna Multimediale; La didattica 2.0: i nuovi strumenti digitali e come possiamo trarne il meglio

o Ore 13:00-14:00 - Pausa pranzo

o Ore 14:00-15:00 - La piattaforma i-d-e-e

La partecipazione è gratuita.

La pausa caffè e la pausa pranzo saranno offerte da Edilingua.

Si prega di confermare la vostra adesione scrivendo a info7@edilingua.it

Organizzatori: Bi.DI.Bi. - Bilingualer Deutsch-Italienischer Bildungsverein München, Edizioni Edilingua, in collaborazione con l'Ufficio Scolastico del consolato di Monaco di Baviera

 

* giovedì 5 febbraio, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) "Die Hölle als Sprechblase. Dantes Inferno im Comic"

di Dr. Maximilian Gröne (Univ. Augsburg)

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* sabato 7 febbraio, ore 20:00, c/o Ars Musica (Plinganserstr. 6, München)

Concerto jazz "Sax Quattro"con Alessandro De Santis (sax soprano e alto), Philipp Pfefferkorn (sax alto), Sascha Schmidt-Karst (sax tenore), Matt Noak (sax basso). Ingresso: € 15,- / 12,-. Organizza: Ars Musica Verein/Büne

 

* domenica 8 febbraio, ore 15:30, c/o Caritas Zentrum Innenstadt (Landwehrstr. 26, München) Cinema italiano per bambini: "Frozen, il Regno di Ghiaccio" (2014, 98 min) Un'avventura con tanta magia. Ingresso libero

Si prega di riservare lucianna.filidoro@gmx.de

Organizzatrici: Lucianna Filidoro e Azzurra Meucci

 

* domenica 8 febbraio, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Tanzraum (Schwanthalerstr. 80, München) "Serate di danze popolari italiane - italienische Volkstanzabende"

con il maestro Giorgio Zankl. Ingresso: € 5,- Organizza: rinascita e.V.

 

* lunedì 9 febbraio, ore 21:00, c/o Jazzclub Unterfahrt (Einsteinstr. 42, München)

Concerto "Alessandro De Santis Big Band". Ingresso: € 16,- / soci: € 8,-

Organizza: Jazzclub Unterfahrt

 

* venerdì 13 febbraio, ore 20:00, c/o Gasteig, Carl-Orff-Saal (Rosenheimerstr. 5, München) Concerto "Roberto Prosseda an Flügel und Pedalflügel"

Alle ore 18:30: presentazione del Pedalflügel (o piano Pedalier)

Il pianista Roberto Prosseda si esibirà per la prima volta in assoluto con il Pedalflügel o piano Pedalier. Un modo totalmente particolare di suonare, mani e piedi all'opera. Brani di Robert Schumann, Ennio Morricone, Luca Lombardi, Felix Mendelssohn Bartholdy, Franz Liszt. Il concerto verrà registrato dal Bayerischer Rundfunk e sarà trasmesso il 2 giugno (ore 20:00)

Ingresso: da € 34,- a 69,- Organizza: Associazione "Musica Inaudita", col patrocinio del Consolato Generale d'Italia  Claudio Cumenia/De.it.press

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Questo non è Islam (08.01.15) - "I terroristi sono dei criminali e non hanno niente a che fare con la religione musulmana". Ai nostri microfoni l'Imam Yahya Sergio Pallavicini sull’attentato a Charlie Hebdo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/charliehebdo134.html

 

La chanteuse poliglotta (08.01.15) - Floriana Cangiano, in arte Flo, canta in italiano, francese, spagnolo, portoghese, siciliano e naturalmente in napoletano, la lingua della sua città. E arriva in Germania per due concerti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/flo108.html

 

Strage a Parigi (07.01.15)- Tre terroristi incappucciati uccidono 12 persone, fra cui due agenti, presso la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/charliehebdo112.html

 

Niente sconti (07.01.15)

Ribattezzata “salva Berlusconi”, la tanto discussa norma ha bloccato l’iter dell’intera riforma tributaria. Ancora una volta una battuta d’arresto per la lotta all’evasione. Ne parliamo con il giornalista economico Massimo Fracaro.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/steuerreform100.html

 

Dario Argento: i segreti del maestro dell’horror (07.01.15)

Ho paura dei corridoi, delle scale e delle piazze vuote. Dario Argento, il noto regista di film horror, ci confessa le sue paure e ci parla del suo cinema

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/darioargento100.html

 

In prima linea contro la demenza senile (07.01.15)

Maria Cristina Polidori dirige un ambulatorio che si occupa di pazienti che soffrono di disturbi della memoria e in generale delle funzioni intellettive.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/al_lavoro/pflegedienst114.html

 

La grande incertezza (06.01.15) - Grecia e petrolio agitano i mercati. Timori per un'uscita di Atene dall'euro. Si attendono nuovi provvedimenti della Bce

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/griechenland668.html

 

Comuni al verde (06.01.15) - È l’allarme lanciato dalle amministrazioni comunali. Sono sempre di più i bilanci in rosso. Ad aggravare la situazione, l'ondata di profughi in arrivo dalle zone di crisi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/kommunen136.html

 

Goodbye Europa? (06.01.15) - Nel 2014 il fenomeno delle espulsioni di cittadini comunitari dal Belgio non ha avuto tregua. E in diversi paesi dell'UE aumentano le scelte restrittive sul welfare e alle frontiere.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/belgien148.html

 

Lo zibibbo di Pantelleria (06.01.15)

È la prima volta che una pratica agricola viene inserita tra i patrimoni dell'umanità dell'Unesco: si tratta dell'uva zibibbo con cui si produce anche il noto passito.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/pantelleria104.html

 

Colonia ferma Pegida (05.01.15) - Nella città renana il corteo di Pegida non è partito. Troppi i contromanifestanti a fronte delle poche centinaia di manifestanti antiislamici. Radio Colonia ha seguito gli sviluppi sul posto

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/koegidademo100.html

 

Addio mascalzone latino (05.01.15) - Pino Daniele è morto. Colpito da malore nella sua casa in Toscana, avrebbe compiuto 60 anni il 19 marzo. La musica piange il bluesman napoletano, nero a metà.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/pinodaniele104.html

 

Il video della speranza (02.01.15) - Un filmato apparso su Youtube il 31 dicembre fa pensare ad una trattativa aperta con i rapitori delle due ragazze finite in Siria nelle mani di alcuni gruppi vicini ad Al Qaida.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/entfuehrtenhelferinnen100.html

 

Assenteismo per protesta (02.01.15) - Dei 1000 vigili urbani chiamati a Capodanno per garantire la sicurezza sulle strade di Roma, più di 800 non si sono presentati. Giustificati per legge. Ma la polemica infuria.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/protestepolizei100.html

 

Nato a cavallo (02.01.15) - Con i suoi sette cavalli l'addestratore Bartolo Messina è la star della nuova edizione dello show equestre "Apassionata".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/bartolomessina100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html  

 

Lasciateci almeno imparare (01.01.15)

Un'officina a Berlino insegna un mestiere ad un gruppo di immigrati e in questo modo li aiuta a lavorare anche se la legge tedesca lo vieta.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/tischlerlehre100.html

 

Una nuova vita per il genio dell'astrofisica (01.01.15) - Una rinomata astrofisica, scelta a simbolo della fuga dei cervelli per il magazine "Time", torna in Calabria, richiamata dalla sua università: Sandra Savaglio ci spiega perché.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/sandrasavaglio102.html

 

Le lunghe notti di Anna Alrutz (01.01.15) - Nella Germania degli anni '20, una giovane ragazza votata al nazismo sceglie di diventare una braune Schwester, una delle infermiere specializzate volute da Hitler. Il romanzo d'esordio di Ilva Fabiani.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/ilvafabiani100.html

 

La Grecia in bilico (30.12.14) - Con la mancata elezione del presidente la Grecia va ad elezioni anticipate, ma il rischio di un'uscita dall'euro resta lontano. Resta però il pericolo di una crescita dellestrema destra.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/griechenland662.html

 

Il ritorno dall’Afghanistan (30.12.14) - Sono gli ultimi giorni della missione Isaf in Afghanistan. Gran parte delle truppe internazionali torneranno a casa. Ma come si vive l’impatto del rientro? Il racconto di un soldato tedesco.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/afghanistan318.html

 

Sempre meno Stato (30.12.14)

Nel 2014 quasi 4 milioni e mezzo di cittadini italiani risultano residenti all'estero. Di questi ben 700 mila in Germania, ma l'Italia chiude ulteriori sedi consolari

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/bilanz192.html

 

Fabiola Gianotti (30.12.14)

La tradizione dei grandi fisici italiani continua al CERN di Ginevra.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/gianotti100.html

 

Salvataggio in extremis (29.12.14)

Tutti evacuati i passeggeri della Norman Atlantic. Ma si è rischiata la tragedia sulla nave che si è incendiata la notte tra sabato e domenica nel mare Adriatico. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/normanatlantic104.html

 

Piccoli eroi del canto (29.12.14) - Si chiamano Vokalhelden, sono cento bambini tra i 6 e i 13 anni e formano un coro. È il più giovane dei progetti dei Berliner Philharmoniker e già riscuote grande successo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/kinderlieder104.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html".  RC/De.it.press

 

 

 

 

Elezioni in Turingia. La coalizione di sinistra-sinistra che spazza via la Cdu

 

L’assetto futuro del sistema partitico tedesco passa anche dalla Turingia. A mostrarlo la sperimentazione di nuove formule politiche in occasione delle ultime elezioni.

 

Il governo uscente era sostenuto da una grande coalizione tra i cristiano democratici della Cdu e i socialdemocratici della Spd, guidata dal Ministro - Presidente Christine Lieberknecht, esponente della Cdu.

 

Il risultato elettorale dello scorso settembre ha premiato la Cdu con il 33,5% dei voti, in crescita rispetto alle precedenti elezioni, punendo la Spd che, nel ruolo di junior partner della coalizione, ha raccolto solo il 12,4%, perdendo molto consenso rispetto al voto del 2009 e classificandosi terza, dietro la Linke.

 

Linke, Spd e Verdi

Il dato di maggior rilievo lo riscontriamo nel risultato di due partiti che si collocano sui fronti opposti dello spazio politico tedesco, ossia la Linke che con il 28,2% conferma la sua forza in Turingia e il processo di stabilizzazione elettorale e Alternative für Deutschland (Afd), che raccoglie un notevole 10,6%.

 

Il primo elemento rilevante è che in Germania sembra aprirsi una fase politica in cui potrebbe risultare preponderante il peso di questi due partiti, capaci di attrarre i voti in fuga dal centro dello schieramento verso posizioni più radicali.

 

Se la Linke prosegue nella sua competizione con la Spd e con i Verdi, Afd sembra aver prosciugato il bacino elettorale dei liberali - che anche in Turingia crollano rispetto al voto di cinque anni fa -, apprestandosi a diventare un rivale scomodo per la Cdu, tradizionalmente non molto incline ad accettare la competizione politica sulla sua destra.

 

Con questi risultati elettorali le strade per la formazione del governo regionale erano segnate: o la riproposizione della grande coalizione Cdu - Spd o la costruzione di una coalizione di sinistra tra Linke, Spd e Verdi.

 

È proprio questa seconda opzione ad essere risultata vincente con la scelta da parte della Spd, dopo un referendum tra gli iscritti, di sancire un’alleanza di governo a sostegno di Bodo Ramelow, ex sindacalista e primo Ministro - Presidente di un Land tedesco espresso dalla Linke.

 

A fine novembre una coalizione di sinistra-sinistra pone fine a quasi venticinque anni di governo regionale della Cdu.

 

Oltre l’esperimento locale?

La domanda che sorge spontanea con la nascita della nuova coalizione al governo in Turingia è se questo gabinetto rappresenti un esperimento prettamente locale (come molti dirigenti nazionali dei Verdi e della Spd hanno ripetuto), o se questa formula possa rappresentare - nel lungo periodo - una coalizione politica alternativa alla Cdu della Merkel.

 

Senza dubbio un governo locale può avere vita più semplice non dovendo affrontare temi scottanti come la politica estera o quella europea, ma ciò non esclude a priori che quello della Turingia possa diventare un laboratorio politico.

 

Ciò dipenderà anche da quanto la Spd potrebbe pagare in termini di consenso con questa nuova partecipazione a un governo nazionale di grande coalizione, dove il protagonismo di Angela Merkel - nonostante qualche primo segnale poco confortante sul fronte economico - sembra difficile da arginare.

 

Per la Spd un matrimonio prolungato con la Cdu potrebbe tramutarsi in un colpo duro sia politicamente - sancendone una posizione ancillare come junior partner della cancelliera - sia elettoralmente, con molti sostenitori dei socialdemocratici pronti a guardare verso i Verdi o soprattutto verso la nuova Linke.

 

Ecco perché l’idea di una possibile coalizione di sinistra, tema al momento relegato a semplice ipotesi di scuola, potrebbe diventare qualcosa di più concreto, con l’esperienza della Turingia come banco di prova per il governo.

 

Euroscettici tedeschi

L’altro vincitore delle elezioni in Turingia è Afd che da destra sta cercando di erodere consensi alla Cdu e lo sta facendo su una piattaforma politica ben precisa, ossia inasprendo la sua posizione euroscettica, arrivando anche a paventare la richiesta di un’uscita dall’euro dei paesi in crisi del Sud Europa e insistendo su temi tradizionalmente cari alla Cdu: più spazio al libero mercato, sostegno alle famiglie e politiche restrittive sull’immigrazione.

 

Benché raccolga un voto di protesta, Adf è più di un movimento di semplice protesta; è un partito che si sta strutturando sul territorio e che sta formando una propria classe dirigente.

 

Merkel continua a ripetere di non voler pensare a una possibile alleanza con Adf, a causa delle posizioni politiche troppo estreme e del suo essere un concorrente nel bacino elettorale della Cdu, ma il lento e inarrestabile declino dei liberali della Fdf pone urgentemente il tema delle alleanze.

 

Ora si è trattato di perdere il governo della Turingia, ma domani il problema potrebbe riguardare gli equilibri di politica nazionale.

Eugenio Salvati, Dottore di Ricerca in Scienza Politica, Università di Pavia. AffInt.

 

 

 

 

“Écho d’Europe”. Presentiamo Licia Linardi, nuovo direttore de Il Corriere d’Italia

 

Testata storica in italiano edita a Francoforte per la comunità italiana e la più diffusa in Germania. Un giornale più ricco per una comunità sempre più numerosa

 

Abbiamo intervistato Licia Linardi, nuovo direttore de “Il Corriere d’Italia”, storica testata per gli italiani di Germania che quest’anno ha raggiunto i 63 anni di attività. Una storia ricca di soddisfazioni per questo giornale che, nato come supplemento de “L’operaio cattolico”, ha trovato nel prosieguo del tempo una propria autonomia, divenendo il giornale in italiano più letto ed apprezzato in Germania. L’intervista, che qui proponiamo, oltre che a fare il punto della situazione della rivista, spazia anche su altri interessanti temi, come, ad esempio, il fatto come “in Germania non sia tutto oro quel che luccica” e di come la crisi sia arrivata anche nel Paese teutonico dove però, al contrario che in Italia, “i politici sono abilissimi a nascondere la cosa”.

Quando e come è nato il giornale?

Il giornale è nato nel 1951 su emanazione delle Missioni cattoliche italiane a Francoforte. Attualmente è distribuito in tutta la Germania, dal nord al sud del Paese e si può acquistare su abbonamento, al costo di venti euro annuali. Abbiamo anche un sito internet in continua ascesa. Ormai siamo una testata storica, con oltre sessant’anni di attività, molto radicata sul territorio. Anzi da quello che si può sapere, questa rivista è la testata più antica per gli italiani all’estero.

Chi è stato il primo direttore?

Primo direttore è stato Mons. Casadei. Poi per anni il giornale è stato animato dalla direzione, piena di estro e di verve, di Mons. Enzo Parenti, volto storico per la comunità italiana di Francoforte e dopo Mauro Montanari, io, Licia Linardi, ho assunto questo incarico, di cui sono onorata. Ci lavoro ormai da 21 anni e posso ben dire di non trovarmi bene in nessun altro posto che non sia la redazione de Il Corriere d’Italia.

In Italia i media dipingono la Germania come una specie di “terra di Bengodi”, dove tutti possono trovare lavoro e dove la crisi non ha preso piede. Ecco perché, di anno in anno, sempre più connazionali emigrano in Germania. Ma da voi è davvero tutto oro quel che luccica?

Guardi la realtà è ben differente. La crisi economica è una crisi a livello mondiale e in Europa ha colpito in modo più grave. In Germania la crisi c’è da anni solo che, a differenza del Belpaese, i politici locali sono bravissimi a nascondere la situazione all’estero. Quando si tratta del “nome tedesco nel mondo” i politici sono molto uniti e lo sono anche i cittadini. Se uno chiede ad un tedesco cosa ne pensi di Angela Merkel, stia pure sicuro che dirà peste e corna. Tuttavia, io lo dico sempre, pare proprio che i media italiani lavorino per la Germania, nel senso che raccontano un Paese irreale, una landa di opportunità per tutto e per tutti.

E perciò molti italiani, inebetiti da questo battage pubblicitario, partono con tante speranze e pochissime conoscenze per Francoforte, Monaco, Amburgo o Berlino, trovandosi poi a dover fare i conti con un ambiente difficile, non per sentimento anti-italiano, ma per evidenti carenze economiche.

I nuovi emigranti, rispetto a quelli che fino agli anni Ottanta affluivano nell’allora Repubblica Federale Tedesca, paiono avere un livello di scolarizzazione più elevato: è così?

Sì, esattamente. Sino ai primissimi anni Novanta le Missioni conducevano molti corsi per insegnare a leggere e scrivere in cui poi, con appositi esami riconosciuti dal Consolato italiano, le persone potevano conseguire la licenza media. Poi questi corsi non si sono più tenuti perché non ce n’era più bisogno.

Detto questo però occorre sottolineare come, a pari livello socio-economico, il grado di scolarizzazione di un italiano rispetto ad un tedesco od ad un francese, era ed è pressoché identico, non vi sono grossissime differenze.

Oggi voi siete un giornale che parla soprattutto di cronaca locale, ma agli inizi quali erano gli indirizzi della testata?

Oggi abbiamo puntato sul “local” perché penso che la cronaca locale, le vicende dei posti in cui si vive, sempre di più trovi interesse da parte delle persone. Agli inizi invece il giornale aveva una connotazione politica molto forte, quasi partitica, e ci occupavamo molto di più di vicende legate all’Italia. Del resto erano tempi diversi, un’epoca in cui i politici italiani erano molto più presenti in Germania, venivano spesso a farci visita, sicuramente  perché il peso del voto all’estero era più preponderante. Ora è da più di vent’anni che siamo come dimenticati. Evidentemente il nostro voto non conta più così tanto!

Chi sono i nuovi “italiani di Germania”?

Sono per lo più ragazzi giovani, dai 20 ai 35 anni che, imbevuti dai mass media nazionali di come oltre-Brennero le possibilità di impiego sono pressoché infinite, arrivano a Francoforte senza nessuna qualifica, alcuna conoscenza della lingua o del posto. Noi come Missione gli offriamo un pasto e prendiamo contatti di modo tale che trovino il più presto possibile un impiego. Solitamente vengono assunti come lavapiatti o cameriere in pizzerie e ristoranti. Tantissimi arrivano in Germania senza neppure i soldi per un possibile biglietto di ritorno, una cosa pazzesca a mio parere, molto più simile all’emigrazione italiana in America nella seconda metà del’Ottocento che a forme di emigrazione più moderne.

Chi è che assume gli italiani in Germania?

Sono gli italiani ad assumere gli italiani, almeno a Francoforte, ma in tutta il Paese è così. Infatti, per gli effetti della crisi, nessun tedesco ormai assume più. Soltanto attraverso la rete delle conoscenze, che la comunità ha intessuto e alimentato negli anni di attività, tra italiano ed italiano si può avere la speranza di lavoro. Certo, se qualcuno è qualificato, magari avendo conseguito in Italia studi riconosciuti in Germania, trova immediatamente lavoro. Però questi sono una netta minoranza. Tanto per fare un esempio, un avvocato laureato in Italia non può lavorare in Germania, perché le leggi sono molto diverse. Deve dare esami integrativi e conseguire dei certificati idonei. No, a Stoccarda o a Bonn, non si nuota di sicuro nell’oro! E infine non si pensi che gli emigranti italiani siano tutti del sud, anzi. Lo scorso anno il maggior numero proveniva dalla Lombardia, cioè la regione italiana più florida e sviluppata. Questo basti a far capire la profondità e pervicacia della crisi economica.

Quindi anche in Germania c’è povertà?

È ormai divenuta una piaga sociale ed è sempre più diffusa. La povertà dei pensionati è a livelli record, maggiore che nell’immediato Dopoguerra. Il minimo di pensione è pari a 600, 500 financo 300 euro, cifre con le quali in Germania, come in Italia del resto, non si riesce a vivere. Certo, lo Stato tedesco offre un sussidio, ma molti pensionati, che hanno lavorato una vita e negli anni migliori avevano uno stile di vita benestante, adesso non lo chiedono perché si vergognano. È una situazione molto difficile. Ma anche per i neoassunti le cose non sono migliori. Lo Stato tedesco riconosce un sussidio a chi vive e lavora in Germania da almeno tre mesi, ma questo sussidio è di circa 350 euro. Un lavapiatti mediamente viene retribuito tra i 400 e i 500 euro. Ora, se la stanza più piccola a Francoforte (città tedesca con gli affitti più alti), una stanza di venti metri quadrati, costa 800 euro al mese, è logico comprendere come non si possa sopravvivere con questi aiuti. Una settimana fa ho parlato con un dipendente del Consolato che mi ha detto, testuali parole: “Non capisco perché gli italiani siano tanto creduloni e siano convinti che qui in Germania va tutto bene, è una specie di grande allucinazione collettiva, che ha preso l’intero sistema mediatico e sociale italiano”.

La lingua italiana viene insegnata in Germania?

Non solo vi sono corsi appositi, ma ci sono tutti i livelli di istruzione emanati in classi bi-lingue, in lingua tedesca e in lingua italiana. Dall’asilo sino ai licei, numerose sono le scuole bilingue, con corsi preparati da insegnanti italiani stipendiati dallo Stato italiano. Praticamente tutti i figli degli emigrati parlano sia italiano che tedesco, una cosa molto bella questa. Anche se, duole dirlo, negli ultimi anni, i forti tagli che sono piombati sul settore scolastico mettono a serio rischio questa rete foriera di grandi opportunità per i giovani. Ho letto che in Italia quasi 1,5 milioni di ragazze e ragazzi studiano il tedesco, mentre qui in Germania le cifre per l’italiano sono molto più basse. Ecco secondo me, per la legge di reciprocità riconosciuta a livello europeo, sarebbe necessario che i politici italiani facciano maggiormente sentire la propria voce su questa materia al Consiglio Europeo, di modo che le cifre diventino più simili e meno squilibrate. Fare studiare di più l’italiano in Germania sarebbe funzionale anche per l’economia, dato che uno dei primi partner commerciale della Germania è proprio l’Italia.

Quali sono i futuri obiettivi del suo giornale?

Io confido in almeno altri 63 anni di vita (risponde scoppiando in una bella risata, ndr). Devo ammettere che la nostra missione è quella di proseguire nel raccontare i fatti degli italiani di Germania in Germania, tralasciando le notizie che ci vengono dalle agenzie italiane. I temi da trattare e le vicende sono numerosissime dato che, secondo le più recenti stime, vi sono circa 700.000 italiani nella Repubblica Tedesca anche se, come spesso conoscenti del Consolato mi dicono, su dieci italiani che vivono e lavorano in Germania, solo quattro si registrano. Dunque è chiaro come la cifra reale sia molto superiore. Ovvio che il lavoro sia molto, quindi continuateci a leggere perché le notizie non mancheranno! (Mario De Franchi - Écho d’Europe 24)

 

 

 

 

 

Berlino. Gli italiani e la deutsche vita

 

Cosa significa, per un italiano, trasferirsi a Berlino? Cosa c’è dietro  l’immagine – all’insegna del rigore teutonico ma anche del “là è tutto facile” -  della capitale tedesca? Lo raccontano Tania Masi e Alessandro Cassigoli nel documentario “La deutsche vita” attraverso le storie di tanti connazionali che hanno scelto di vivere lì.

Storie come quella di Max, che sogna di fare l’attore ma quando si presenta ai casting per una parte di italiano viene rifiutato poiché il suo aspetto non è abbastanza mediterraneo. Oppure come Mauro, che gira video in Super 8 e, intanto, sopravvive vendendo bruschette al mercato turco di Kreuzberg.

“Negli ultimi anni migliaia di italiani si sono trasferiti qui, un po’ spinti dal buon andamento dell’economia tedesca, un po’  perché c’è stata una grande propaganda intorno alla città” - spiega Tania Masi, toscana di nascita che vive a Berlino dal 1998 – “Ovviamente, poi, la realtà è diversa dalle aspettative: le relazioni umane sono difficili, il clima è freddo e il lavoro te lo devi un po’ inventare”.

Tania, per esempio, lavora nel settore televisivo ma, per arrotondare, fa anche la guida turistica nei musei. L’idea del documentario è nata parlando con Alessandro, compagno di liceo ritrovato casualmente a Berlino. “Insieme a noi ha lavorato il mio compagno, che è cameramen. Non abbiamo trovato un produttore, perciò abbiamo fatto quasi tutto da soli. Per finanziare la postproduzione, che è più dispendiosa, abbiamo fatto ricorso al crowdfunding, recuperando 8.000 euro”.

Dunque, un film a piccolissimo budget, che, tuttavia, è stato presentato al Dok Film Festival di Lipsia, insieme a opere che costano qualche milione di euro. “Ha avuto un grande, e per certi versi inatteso, successo di pubblico sia tra i tedeschi sia tra gli italiani che vivono in Germania”.

Il motivo? Probabilmente il tono, che oscilla tra la risata, il divertimento e una certa amarezza di fondo: “ti trasferisci pensando di cambiare vita e  ti ritrovi a fare il lavapiatti a 5 euro l’ora”.  

Eppure, come “La deutsche vita”  mostra chiaramente, alla fine a Berlino si resta perché  ”ci sono dei vantaggi: la burocrazia è piuttosto snella, hai la possibilità di sfruttare le tue competenze per crearti un lavoro, puoi raggiungere una certa autonomia finanziaria. Insomma ogni inverno mi dico che è l’ultimo che passo qui e, nel frattempo, sono trascorsi 16 anni”. Anna Zinola, CdS 22

 

 

 

 

 

Il presidente del Comites di Hannover sui tagli di risorse destinate alle politiche per i connazionali all’estero

 

Per Giuseppe Scigliano un danno “non ai residenti all’estero, ma al sistema Italia”

 

HANNOVER – Il presidente del Comites di Hannover, Giuseppe Scigliano, segnala la sua amarezza e delusione per i tagli di risorse che continuano a colpire le politiche rivolte agli italiani all’estero. In ultimo, gli interventi riguardanti il mondo della “scuola, la lingua, la cultura e i servizi in generale”, tra cui emerge anche la chiusura delle cattedre di italianistica all’Università del Saarland (vedi anche http://comunicazioneinform.it/linsegnamento-dellitaliano-messo-a-rischio-nei-piani-di-riorganizzazione-delluniversita-del-saarland/). Una scelta, quella dei tagli, adottata, a suo dire, da governi di destra e di sinistra e che avrebbe comportato - rileva il presidente del Comites – l’accrescersi della sfiducia tra i connazionali testimoniata dai primi dati emersi sulla partecipazione al rinnovo dei Comites. Una scelta che produrrà un danno “non ai residenti all’estero – rileva Scigliano – ma al nostro Paese, perché la conseguenze si ripercuoteranno sul sistema Italia”. dip

 

 

 

 

40.000 nuovi posti di lavoro nel 2015 a Berlino

 

Berlino - “Disoccupati a Berlino? Buone notizie in arrivo: secondo il senatore Cornelia Yzer (CDU), nel 2015 la capitale tedesca accoglierà dai 30mila ai 40mila nuovi posti di lavoro”. 

A riportare la notizia è “Il Mitte”, quotidiano online diretto a Berlino da Valerio Bassan.

“Un dato importante e inusuale per la città, storicamente a scarsa crescita occupazionale. Il merito è dovuto all’impennata vissuta dall’economia berlinese tra il 2005 e il 2013, cresciuta diquasi un quinto (nessun’altra città tedesca ha fatto meglio).

L’Investment Bank Berlin prospetta, per lo Stato di Berlino nel 2015, un tasso di crescita dell’1,8 per cento; un dato che supera la media nazionale, che secondo IBB non dovrebbe superare l’1,5 per cento.

Un significativo miglioramento della situazione sul mercato del lavoro che, nel periodo 2005-2013, ha portato un aumento del numero dei dipendenti del 15 per cento. Secondo i dati disponibili, gli esperti calcolano 1,8 milioni di berlinesi “economicamente attivi”: è il dato più alto da vent’anni a questa parte.

Tra i principali motivi di questi risultati ottimali, la trasformazione di Berlino nel “più importante centro tedesco per l’economia digitale”, con importanti compagnie come Rocket Internet e Zalando a trainare la scena.

Inoltre, i grandi numeri registrati dall’ambito turistico e dell’ospitalità alberghiera hanno contribuito alla rinascita della città, creando decine di migliaia di posti di lavoro nell’ultimo quinquennio”. (aise 30)

 

 

 

 

Saar. Uno dei più importanti Dipartimenti di italianistica all'estero rischia la chiusura

 

“Condivido e aderisco alla mobilitazione contro la chiusura del Dipartimento di italianistica del Saar, promossa dall'ADI (Associazione dei Docenti d'Italiano in Germania: http://www.adi-germania.org/) e da numerosi esponenti del mondo accademico italiano e tedesco. La chiusura, deliberata dalle autorità regionali tedesche, rischia di compromettere l'esistenza di un presidio di eccellenza della cultura italiana all’estero". Lo ha detto Laura Garavini, dell'Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, in relazione alla prospettata chiusura del Dipartimento di Italianistica dell’Università del Saarland.

 

"Secondo un piano di razionalizzazione stilato dalla Regione del Saar", ha precisato la deputata Pd, "le due cattedre di italianistica della locale università potrebbero saltare, con i relativi ricercatori affiliati, disperdendo un patrimonio intellettuale di grande valore. Il Dipartimento  dell’Università del Saarland infatti, negli ultimi decenni ha curato una serie di opere fondamentali per lo studio della nostra lingua. Dal 1979 ad esempio, in collaborazione con l'Accademia della Crusca, cura un monumentale studio in più volumi, il “Lessico etimologico dell’italiano e dei suoi dialetti", il cui completamento, previsto per il 2032, rischierebbe di venire compromesso".

 

"Ecco perchè", ha concluso la deputata, "attraverso una interrogazione parlamentare, mi sono rivolta al Ministro degli Esteri, Gentiloni, per sollecitare un intervento presso le autorità tedesche al fine di scongiurare la chiusura di questo importante Dipartimento di italianistica". De.it.press 18

 

 

 

 

Berlino. “Settima Festa della Legalità di Mafia? Nein, Danke! - Un bilancio molto positivo”

 

Berlino. "Anche quest'anno il nostro 'Albero della legalità' è stato coltivato e concimato a meraviglia. Di fatto e simbolicamente, con il ricco programma di eventi sull'antimafia, organizzati tra ottobre e novembre da Mafia? Nein, Danke! a Berlino. E la soddisfazione più grande consiste nel fatto che in questo lavoro di promozione della legalità ci hanno affiancato tantissimi giovani. Dai ragazzi dell'Einstein Gymnasium, ai quali abbiamo presentato i volumi di Riccardo Guido (Salvo e le mafie), Stefania Limiti (Doppio livello) e di Claudio Fava (I 100 passi); ai tanti giovani che hanno partecipato agli incontri promossi da Mafia? Nein, Danke! nel corso della Festa della legalità, giunta alla settima edizione." Lo ha dichiarato Laura Garavini, Fondatrice e Presidente onoraria dell’Associazione Mafia? Nein, Danke!, facendo il bilancio, tutto al positivo, della 7. rassegna berlinese di iniziative sulla Legalità.

"Ci ha fatto particolarmente piacere avere con noi Pif, il regista di quello splendido gioiellino che è “La mafia uccide solo d’estate”. E non ci siamo affatto stupiti, quando, solo un paio di  settimane dopo la proiezione a Berlino, Pif ha ricevuto l’Oscar Europeo".

"Altrettanto importanti sono stati i convegni sul contrasto alle mafie in Europa, promossi in collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura di Berlino e di Stoccarda. Entrambi sono state occasioni ideali per rilanciare l'ottimo lavoro del nostro Governo in occasione del Semestre di presidenza dell'Unione Europea in raccordo con il Parlamento, attraverso la presentazione del rapporto di cui sono stata relatrice in Commissone Antimafia. L'intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Marco Minniti e la partecipazione di numerosi parlamentari tedeschi membri della Commissione Affari Interni del Bundestag, sono stati l'occasione per tessere utili rapporti istituzionali, proiettati verso una proficua collaborazione, anche futura, sui temi della legalità e del contrasto alle mafie".

“Con la 7. Festa della Legalità”, ha concluso Laura Garavini, “Mafia? Nein, Danke! ha dato ancora una volta il suo piccolo, grande, contributo per proiettare sempre di più i valori della legalità a livello internazionale”.

L'albero della legalità è stato piantato dall'Associazione Mafia? Nein, Danke! nel giardino del Liceo bilingue italo tedesco Einstein di Berlino nell'agosto del 2008, ad un anno dai fatti di Duisburg, in occasione della Prima Festa della legalità dell'associazione. Ogni anno, in occasione della rassegna di Mafia? Nein, Danke!, l'albero viene simbolicamente annaffiato, insieme agli studenti, al termine di un dibattito con prestigiosi referenti, intervenuti su questioni di antimafia all'interno dell'istituto scolastico. Abbiamo già avuto il piacere di avere tra i nostri ospiti: l'attuale Presidente del Senato, Pietro Grasso, l'attuale Presidente dell'ANAC, (Agenzia nazionale anticorruzione), Raffaele Cantone, Enza Rando, legale di Libera. De.it.press 23

 

 

 

Francoforte. Il 24 gennaio 2015 l’inaugurazione della nuova sede del progetto “Sole sì, soli no”

 

Il Team della Europa Liste può comunicare con orgoglio che grazie all’aiuto di tante persone siamo riusciti a dare continuità al progetto “Sole sì, soli no”

 

Abbiamo una nuova struttura nella Aßlarerstr. 3, nel quartiere di Heddernheim. Facilmente raggiungibile con tre linee di metropolitana, fermata di Zeilweg.

 

Il 24 gennaio 2015 ci sarà l’inaugurazione della struttura. Non è solo un punto di incontro dove si organizzano feste ed eventi culturali ma il progetto mira soprattutto a prevenire l’isolamento ed offrire ai pensionati un’esistenza dignitosa con un aumento della qualità della vita con attività ricreative e culturali.

 

Stiamo per realizzare un gruppo teatrale. Abbiamo l’appoggio del comune e abbiamo già ingaggiato una persona che ha il compito di dare vita a questa iniziativa. Chi volesse partecipare è benvenuto.

 

Vogliamo ulteriori aiuti dal Comune di Francoforte per intensivare l’integrazione su tutti i campi della vita sociale. Riusciremo ad ottenerli se dimostriamo di essere uniti e ci attiviamo nella politica comunale.

Dobbiamo eleggere più Consiglieri Comunali di origine italiana al Comune.

 

Riusciremo a realizzare questo obiettivo se parteciperemo compatti alle prossime elezioni Comunali che si terranno nel Marzo del 2016.  Luigi Brillante

 

 

 

 

 

E' morto Ulrich Beck, teorico della "società del rischio"

 

Berlino - Il sociologo tedesco Ulrich Beck è morto per un infarto il giorno di Capodanno. Lo ha confermato la famiglia al quotidiano Suddeutsche Zeitung. Docente di sociologia alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, aveva insegnato anche a Parigi e Londra.

 

Beck fu il padre dell'idea della "società del rischio", un concetto elaborato in un celebre saggio del 1986 intitolato appunto La società del rischio. Verso una seconda modernità. Un'opera che ebbe un impatto tale da essere tradotta in 35 lingue e rieditata nel 2007 in una versione aggiornata. Un'analisi che ancora oggi viene presa a riferimento per parlare di Europa, cosmopolitismo e problemi del mondo moderno. Negli anni scorsi il sociologo l'aveva infatti ampliata estendendola alla società globale, affrontando il tema della sicurezza perduta a causa di terrorismo, cambiamenti climatici e crisi finanziaria.

 

"Nella misura in cui i rischi globali - scriveva nel 2008 su Repubblica, affrontando il tema dell'energia atomica - sfuggono ai normali metodi scientifici di imputabilità e configurano un ambito di relativo non-sapere, la percezione culturale, ossia la fede nella realtà o nell'irrealtà del rispettivo rischio mondiale assume un'importanza centrale. Per quanto concerne l'energia atomica, abbiamo a che fare con un clash of risk cultures, con uno scontro fra culture del rischio. Così l'esperienza di Chernobyl in Germania è valutata in modo diverso che in Francia o in Gran Bretagna, in Spagna o in Italia. Per molti europei i pericoli del mutamento climatico sono ormai molto più importanti dei pericoli dell'energia atomica o del terrorismo. Mentre dal punto di vista di molti americani gli europei soffrono di isteria ambientale e di isteria da Frankenstein-food, gli americani agli occhi dei molti europei sono vittima di un'isteria da terrorismo".

 

Tra le sue pubblicazioni in italiano: "La società del rischio. Verso una seconda modernità" (Carocci, 2000), "Che cos'è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria" (Carocci, 1999), "L'Europa cosmopolita. Società e politica nella seconda modernità" (Carocci, 2006) e "Europa tedesca: la nuova geografia del potere" (Laterza, 2013).

 

Nato il 15 maggio 1944 a Stolp, all'epoca in Polonia, dopo gli studi in sociologia, filosofia, psicologia e teoria politica presso l'Università di Monaco di Baviera, nel 1972 Beck conseguì il dottorato in filosofia, ma scelse di occuparsi di sociologia. Iniziata la carriera accademica a Munster, nel 1981 passò all'Università di Bamberga, poi dal 1992 alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, dove diresse il dipartimento di sociologia. Insegnò sociologia nello stesso periodo alla London School of Economics e al Museo dell'Uomo di Parigi. Era membro del Gruppo Spinelli per il rilancio dell'integrazione europea, oltre che di numerose accademie straniere, e fu insignito di numerosi premi e riconoscimenti. LR 3

 

 

 

Per chi grida al lupo nazista islamofobo

 

Vigilia dell’Epifania, circa 250 manifestanti del nuovo movimento Pegida hanno sfilato per le strade di Colonia, contro “l’islamizzazione della Germania e dell’Occidente”. Migliaia di manifestanti, almeno 10 volte più numerosi, hanno manifestato contro Pegida. Intanto, l’imponente cattedrale gotica di Colonia era oscurata. Non perché l’islamizzazione è un fatto ormai compiuto e le chiese sono al buio, come già avviene per le minoranze cristiane in Medio Oriente, ma per “lanciare un segnale ai tanti conservatori cristiani (che sostengono Pegida, ndr) di pensare a quel che stanno facendo”, come dichiara il decano Norbert Feldhoff ai microfoni della Bbc. Il comune di Colonia ha poi provveduto a oscurare anche parti della città in cui era previsto il passaggio dei manifestanti.

La contro-manifestazione e l’oscuramento della cattedrale tedesca non sono le uniche risposte a Pegida. La politica si è mossa con una corale condanna. Angela Merkel, cancelliera nonché leader conservatrice, si è mossa per prima definendo il movimento come caratterizzato da persone col “pregiudizio, la freddezza e la rabbia nel cuore”. Heiko Maas, ministro della Giustizia, dichiara al Der Spiegel che: “Ci sono dei limiti nelle battaglie politiche fra idee diverse. Tutti i partiti devono chiaramente prendere le distanze da queste manifestazioni”. Il Bild ha lanciato l’appello “contro la xenofobia, per la diversità e la tolleranza”, raccogliendo adesioni da personalità dello spettacolo (Karoline Herfurth), della politica (l’ex cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt) e dello sport (Oliver Bierhoff). Sia le confessioni protestanti che la Chiesa cattolica hanno preso subito posizione contro il movimento. “Senza riconoscimento dell’altro, senza il rispetto per ciascun individuo, non può esservi coabitazione”, ha dichiarato Reinhard Marx, presidente della Conferenza Episcopale tedesca. La Chiesa tedesca considera sia l’accoglienza dei rifugiati che il dialogo interreligioso come impegni prioritari e imprescindibili, dunque giudica le manifestazioni di Pegida come contrarie sia all’una che all’altro. La comunità ebraica e i rappresentanti delle associazioni musulmane (comprensibilmente) fanno fronte comune contro queste manifestazioni.

Che cosa sarà mai questo movimento che riesce, a mala pena, a riempire una piazza e scatena proteste così vaste, mettendosi contro tutte le religioni monoteiste, tutto l'arco costituzionale della politica tedesca, i Vip di tutte le categorie? Il movimento è nato molto recentemente, lo scorso autunno, sull’onda di notizie gravi sul livello di islamizzazione e ghettizzazione di certi quartieri tedeschi, la nascita di polizie religiose parallele che implementano la sharia. Il nuovo gruppo è stato fondato da quarantenne di Dresda, pubblicitario di professione, digiuno di esperienza politica, Lutz Bachmann. La stampa tedesca evidenzia i suoi precedenti penali: reati di criminalità comune, nulla a che vedere col razzismo o con altri crimini politici, però. La causa scatenante della sua discesa in campo è stato l’annuncio dell’apertura di nuovi centri di accoglienza, nel suo comune, per altri 2000 rifugiati. La Sassonia, la sua regione, ha una popolazione di immigrati molto ridotta, ma proprio perché il fenomeno è nuovo da quelle parti (Dresda era la più isolata delle città della ex Ddr), è molto più sentito e sofferto a livello locale. Pegida è l’acronimo tedesco di “Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente”. La prima manifestazione di massa, organizzata a Dresda, città natale del movimento, il 10 novembre ha raccolto in piazza circa 18mila persone.

Da qui in avanti è nato il fenomeno Pegida. Benché attiri soprattutto conservatori cristiani, persone di vari tipi di destra, militanti dell’Npd neofascista e della nuova formazione euroscettica AfD, il movimento di Bachmann prende le distanze da tutti i partiti, rifiuta ogni parentela con l’estrema destra neonazista e non permette ad alcuna formazione politica di rivendicare la paternità delle sue manifestazioni, dove compaiono solo bandiere tedesche, crocefissi e slogan “contro il fanatismo religioso”. Le disposizioni date ai manifestanti sono poche e chiare: sfilare in silenzio, di sera, non rilasciare dichiarazioni ai media, non bere, non lanciare slogan violenti, evitare ogni forma di violenza fisica. Il 10 dicembre Bachmann ha pubblicato un suo programma in 19 punti, in cui non si trova traccia di battaglie identitarie, di razza o di popolo, ma cose abbastanza pratiche, come la lotta “contro la formazione di società parallele e di istituzioni parallele, come la legge coranica, la polizia shariatica e le corti islamiche”, oppure “contro il radicalismo religioso, indipendentemente dal fatto che sia motivato dalla politica o dalla religione”, “contro i predicatori di odio, indipendentemente dalla loro filiazione religiosa”. Ma anche per “l’ospitalità concessa ai richiedenti asilo politico che fuggono dalle zone di guerra o dalla persecuzione politica. Questo è un dovere umano!”, mentre invece è per “una politica della tolleranza zero per i richiedenti asilo e gli immigrati in generale che commettono crimini in Germania”. Si vede poco nazismo anche nello slogan scelto da Bachmann: “Noi siamo il popolo!” lo stesso dei tedeschi orientali (come lui) che abbatterono il Muro di Berlino.

La risposta di politica, confessioni religiose e mass media è stata però quella di un rifiuto corale e senza compromessi nei confronti del nuovo movimento. Anche con episodi curiosi, come quello di un giornalista dell’emittente Rtl che, camuffato da manifestante di Pegida, ha rilasciato dichiarazioni palesemente razziste ad altri giornalisti. Il reporter in questione è stato individuato e licenziato (a dimostrazione che non c’è alcun complotto organizzato dei media contro gli anti-islamisti), ma il suo gesto è sintomatico di quanta paura del razzismo vi sia negli ambienti intellettuali e giornalistici tedeschi. E la copertura, tutta negativa, di queste manifestazioni, ne è una lampante dimostrazione.

Considerando che un problema di islamizzazione è reale, vista la nascita di ghetti chiusi con proprie leggi e addirittura proprie polizie, quale risposta intende dare la politica? Il governatore della Baviera, preoccupato per la massiccia immigrazione che arriva dall’Italia, minaccia di rivedere il trattato di Schengen e chiudere le frontiere. La Cdu/Csu bavarese (conservatori) aveva proposto una legge per obbligare gli immigrati a parlare tedesco. Proposta poi bocciata dalla maggioranza del partito stesso e ora in fase di revisione, in versione più edulcorata. Il movimento Pegida è una risposta a-politica di un pezzo di società civile ed è stata ostracizzata. I numeri della manifestazione e della contromanifestazione di Colonia dimostrano che potrebbe essere già arrivata al capolinea. Ma se la prossima risposta dovesse giungere veramente dall’estrema destra, con i metodi tipici dell’estrema destra? In Svezia, non troppo lontano dalla Germania, dopo i disordini nei quartieri musulmani di Malmoe e Stoccolma, sono stati appiccati i primi tre roghi di moschee. Che si arrivi a un conflitto di religione, dentro le nostre città, non è più un’ipotesi fantascientifica. Stefano Magni, Lanuobabq 7

 

 

 

 

Immigrazione: i deputati chiedono ai paesi UE di condividere le responsabilità

 

Nella risoluzione approvata mercoledì, i deputati chiedono un approccio unitario a livello europeo nei confronti dell'immigrazione e uno sforzo maggiore per prevenire ulteriori perdite di vite umane in mare. Il Parlamento chiede alla commissione per le libertà civili di valutare le varie politiche inteessate, elaborare una serie di raccomandazioni e presentare una "relazione d’iniziativa strategica" in Plenaria entro la fine del 2015.

Almeno 3072 persone sono morte nel Mediterraneo nei primi nove mesi di quest'anno.

L'Unione europea dovrebbe assumersi la giusta parte di responsabilità e dimostrarsi solidale nei confronti degli Stati membri che accolgono il maggior numero di rifugiati e richiedenti asilo "in termini assoluti o relativi", dicono i deputati, richiamandosi ai trattati UE.

Solidarietà significa anche "contribuire in misura sufficiente" al bilancio e alle operazioni delle agenzie di frontiera dell'UE come Frontex e EASO, sottolinea la risoluzione. È necessario che gli obblighi di ricerca e soccorso siano "effettivamente rispettati" e vengano destinati pertanto "opportuni finanziamenti a tal fine nel medio e lungo periodo", afferma il Parlamento. Dovrebbe essere condotta, altresì, un'analisi di come sono spesi i fondi destinati agli affari interni.

Affrontare l'immigrazione legale e irregolare

L'Unione europea dovrebbe assicurare un accesso sicuro e legale al sistema di asilo dell'UE, afferma la risoluzione, cercando di trovare anche nuovi canali di migrazione legale. Riguardo all’immigrazione irregolare, i deputati propongono di fare ricorso al trattamento rapido delle domande, in collaborazione con i paesi terzi di transito e di origine, e al rimpatrio dei migranti che "non soddisfano i requisiti per ottenere asilo e protezione nell'UE, così da garantire un utilizzo ottimale delle risorse a vantaggio delle persone che necessitano realmente di protezione". Politiche di rimpatrio volontario dovrebbero essere incoraggiate garantendo nel contempo la protezione dei diritti di tutti i migranti, aggiunge il testo.

Per far fronte alle cause profonde della migrazione, i deputati chiedono chiarimenti circa il ruolo delle politiche in materia di protezione regionale, reinsediamento e rimpatrio, inclusi gli accordi di gestione della migrazione. Nel testo si sottolinea inoltre la necessità di esaminare la strategia globale di cooperazione con i paesi terzi e l'obbligo per tali paesi di rispettare i diritti fondamentali e di assicurare la protezione dei rifugiati.

Contrastare i trafficanti di esseri umani

I deputati chiedono agli Stati membri di imporre severe sanzioni penali contro la tratta di esseri umani, e contro le persone o i gruppi che sfruttano i migranti vulnerabili nell'UE.

Dibattito sul Processo di Khartoum

Mercoledì pomeriggio i deputati discuteranno sul nuovo "Processo di Khartoum", il quale prevede che l'UE, i paesi del Corno d'Africa e quelli di transito della migrazione irregolare discutano del traffico e della tratta di esseri umani. Questi colloqui, aperti dal capo degli affari esteri dell'UE Federica Mogherini il 28 novembre scorso, hanno lanciato l'"EU-Horn of Africa Migration Route Initiative" che mira a fornire un quadro politico per le misure di migrazione nei prossimi anni.  Pe

 

 

 

 

 

Grexit: la fede perduta dell' Europapessa Merkel?

 

Secondo calcoli pubblicati da vari specialisti il costo di un’insolvenza 

della Grecia per la sola Germania  ammonterebbe a 70-80 miliardi di euro.  

Sono cifre note da tempo ma finora dissimulate  grazie a trucchi contabili 

accettati dall’UE e dalla Troika per evitare di rimettere in discussione 

l’uscita della Grecia dall’euro. Anche i supposti “progressi” del 

cosiddetto risanamento dell’economia e del debito pubblico sono smentiti 

clamorosamente dai fatti: dal 2010 ad oggi la disoccupazione  è 

raddoppiata e la produzione industriale è crollata del 30 %.

Per credere che in queste condizioni un Paese possa ritrovare la forza di 

crescere e ripagare i debiti ci vuole dunque una fede illimitata nei 

miracoli della Provvidenza.

Una fede che sembra essere per un attimo venuta meno all’ Europapessa, la 

Cancelliera Merkel ed al suo entourage, che abilmente ha diffuso la 

notizia secondo cui il governo tedesco non considererebbe più un problema 

l’eventuale uscita della Grecia dall’area euro.

Di questo entourage fa parte, volutamente o meno, anche un certo Hans 

Werner Sinn, direttore dell’Ifo (Istituto per la ricerca economica di 

Monaco), il quale avendo calcolato la parità dei costi per la Germania con 

ambedue le opzioni (uscita della Grecia dall’area euro o cancellazione 

delle sue posizioni debitorie) giustamente propone di scegliere quella più 

promettente, cioè un ritorno temporaneo alla dracma e con ciò la 

possibilità per la Grecia di ripresa economica.

Non occorre essere grandi economisti per comprendere questa facile 

equazione: uno stato sovrano che possa liberamente stampare la propria 

moneta può facilmente risanare la propria bilancia dei pagamenti poiché 

svalutando rispetto ad altre monete (nel caso l’euro) scoraggia l’acquisto 

di merci straniere e favorisce nello stesso tempo l’esportazione dei 

propri prodotti grazie ai  prezzi ridivenuti concorrenziali.

I buffoni pro-euristi, che ignorano le anche più elementari questioni 

economiche, amano confondere svalutazione ed inflazione cercando di far 

credere agli sprovveduti che in uno Stato sovrano ad una svalutazione 

della moneta seguirebbe giocoforza un’inflazione di pari o superiore 

entità. Un esame del passato - recente come lontano - dimostra che ciò non 

è mai avvenuto in alcun caso, e che al contrario la svalutazione comporta 

benefici economici non indifferenti e, in momenti di crisi, decisivi per 

uscirne in fretta e con meno danni.

Ci sono ancora molti che nella loro farneticante ignoranza addirittura 

ipotizzano che con una svalutazione ad esempio del 20 %  Paesi come la 

Grecia (ma anche l’Italia, la Spagna ed il Portogallo per citare quelli 

più “euro-danneggiati”) avrebbero un 20 % di inflazione.

A costoro bisognerebbe chiedere se a colazione invece del caffè bevono 

petrolio o se lo usano per condire i cibi: nella bilancia dei costi 

correnti delle famiglie e delle imprese il petrolio infatti non pesa che 

per pochi punti percentuali. Come controprova della scarsa influenza dei 

costi di importazione delle materie prime abbiamo infatti attualmente un 

prezzo dimezzato del greggio e pur tuttavia non si nota il minimo segno di 

ripresa economica: e come potrebbe essere altrimenti, visto che per 

motivare gli investimenti serve ben poco avere ridotti costi di produzione 

se mancano i compratori, cioè il potere  d’acquisto, che è esattamente 

quanto è stato distrutto dalle politiche insensate dei fondamentalisti 

fanatici dell’austerità (li chiamerei “austeronauti” visto che sembrano 

venuti da un altro pianeta, quello della perfetta ignoranza delle leggi 

economiche).

Invece dell’inflazione l’euro ha precipitato l’Europa intera in  una 

spirale deflazionistica. Non soltanto in Grecia i cittadini corrono a 

prelevare i contanti in banca ma nella stessa Germania un crescente numero 

di risparmiatori preferiscono tenere a casa i contanti per timore dei 

tassi negativi praticati dalla banche. Per inciso: visto che i depositi 

bancari negli ultimi tempi non fruttano più nulla, si è realizzato di 

fatto il divieto scritto nel Corano di pretendere interessi sui prestiti. 

Un divieto che era contemplato anche nella Bibbia, per essere precisi, ma 

i banchieri fiorentini a suo tempo ingegnosamente con agguerriti teologi 

lobbisti ottennero dal Papato una reinterpretazione della Bibbia e fecero 

cadere il  divieto. Dunque in un certo senso l’euro ha condotto ad una 

“islamizzazione” dell’Europa. I razzisti ignorantoni del movimento Pegida 

non conoscono certo questi dettagli, ma in qualche modo si rendono conto 

di essere stati ingannati dai governanti, contro i quali infatti, seppur 

ignorantemente per interposta persona  scagliandosi contro un capro 

espiatorio - nella fattispecie gli stranieri e segnatamente i musulmani. 

Non è infatti a caso che il movimento è sorto a Dresda, cioè nella 

Germania orientale che incontestabilmente è stata prima ridotta alla 

miseria dal regime comunista e poi trasformata in colonia dalla Germania 

Occidentale: a 25 anni dall’avvenuta riunificazione salari e pensioni in 

quelle regioni sono sensibilmente inferiori rispetto alle altre regioni 

occidentali mentre la disoccupazione è ampiamente maggiore, avvicinandosi 

in alcuni casi a quella dei Paesi mediterranei. Non è peregrino dunque 

affermare che con l’introduzione dell’euro la Germania  abbia voluto 

semplicemente esportare nei Paesi mediterranei  la stessa ricetta 

coloniale sperimentata con successo nelle regioni della ex Germania 

comunista.

E siccome ciò che conta in ogni modello economico, indipendentemente dal 

fatto che sia  sano o perverso, è la stabilità dei risultati, non è 

credibile che l’Europapessa pensi veramente a concedere alla Grecia di 

uscire dall’euro. Sa infatti benissimo che con la dracma la Grecia avrebbe 

la possibilità di si riprendersi economicamente in tempi brevi (un paio 

d’anni secondo le proiezioni più serie)  e quindi farebbe scuola agli 

altri Paesi le cui economie sono state distrutte dall’introduzione 

dell’euro. Chiaramente ogni usurario teme il fallimento dei propri clienti 

ed è disposto a tutto pur di evitarlo. Ma più ancora del fallimento 

l’usurario teme la perdita dei clienti, cioè che costoro non debbano più 

dipendere dai suoi prestiti e che quindi se ne vada una fonte di profitto 

sicura.

Ovviamente i profitti di cui si parla non sono sic et simpliciter per la 

Germania intera, bensí per le sue banche e per un ridotto numero di 

profittatori. Ma sono costoro appunto che finanziano e quindi gestiscono 

la politica tedesca, fingendosi fedeli dell’Europapessa e del suo 

entourage, ma di fatto dominandone le decisioni  politiche. Nessuno si è 

mai chiesto ad esempio perché al contrario di quasi tutto il resto 

d’Europa, in Germania non c’è un divieto di velocità massima sulle 

autostrade? Non sarà per caso dovuto agli interessi delle varie ditte che 

producono bolidi come Porsche, BMW ?

Il “Modello economico tedesco”  -basato sulla mortificazione salariale, la 

precarizzazione dei posti di lavoro, il subappalto degli addetti per 

aggirare gli obblighi di assunzione fissa e via via rendendo il lavoro 

sempre più merce vile e non diritto dei cittadini - fa ingrandire la 

forbice fra i ceti svantaggiati e quelli più abbienti ed i “nuovi ricchi”.

Il successo maggiore di questa politica – sempre che si possa denominare 

successo un tale dispregio delle classi lavoratrici – è che non soltanto è 

stata imposta senza resistenze in Germania, ma che addirittura è stata 

esportata nei Paesi Mediterranei nei quali tuttavia, come ogni medicina 

sbagliata, produce unicamente danni. Se in Germania infatti ha consistito 

di aumentare in qualche misura l’occupazione (ma a che prezzo !!) in Paesi 

con economie meno competitive non sta producendo che  ulteriori e 

irreversibili danni.

In Italia l’attuale Presidente del Consiglio si è vantato di aver 

introdotto misure di “liberalizzazione” del diritto del lavoro. Le ha 

denominate “Jobs act”, un omaggio alla profezia letteraria di Orwell che 

nel romanzo “1984” aveva teorizzato  il “newspeach” :una lingua creata dal 

Potere (Il Grande Fratello) per capovolgere i significati: “guerra” 

significava “pace”,   “odio” al posto di “amore”,  e dunque “Jobs act”per 

dire “Jobs ruin” .

Ci vuole infatti o una grandissima disonestá o una gigantesca ingenuità 

per far credere che  i posti di lavoro si possano creare rendendo più 

facile i licenziamenti: anche uno studente al primo semestre di economia 

sa benissimo che è la legge della domanda e dell’offerta ,sia di prodotti 

che di forza lavoro, a decidere il livello di occupazione.

Nessuna legge ha mai potuto imporre a chicchesia di  investire e produrre 

e quindi assumere lavoratori. Se invece la supposta “flessibilità” ha 

l’obiettivo di ridurre il costo anche dei sempre meno numerosi posti di 

lavoro e con ciò aumentare i profitti delle poche aziende rimaste sul 

mercato, allora la “Jobs act” è la medicina adatta: tanto perfetta per 

l’irresponsabile inganno quanto letale a lungo termine per il Paese.

(Graziano Priotto, Praga / Radolfzell) de.it.press 7

 

 

 

 

L’interrogativo

 

A pochi mesi dalle elezioni per il rinnovo dei Comitati degli Italiani all’Estero (Com.It.Es.), persistono notizie discrepanti sulle consultazioni della prossima primavera (17 aprile). Dato che i nostri rapporti con gli italiani nel mondo sono a prova di “tempo” (scriviamo per loro dal 1960), riteniamo utile rendere note alcune riflessioni in materia di rappresentatività delle nostre Comunità all’estero. Anche se le decisioni sull’evoluzione dei fatti resta in Patria. Come, tanto per chiarezza, la “chiusura” delle liste.

 

 Intanto, il numero maggiore di Comitati si trova nel Vecchio Continente con ben 67 Com.It.Es. E’ dal 2004 che tali strutture non sono state innovate. Più di dieci anni, francamente, non ci sembrano pochi. Anche tenuto conto che in questo decennio è cambiato il mondo dell’Emigrazione e lo status dei Paesi ospiti e il ruolo della rappresentatività in Patria.

 

In buona sintesi, i Com.It.Es. sono organismi elettivi per i rapporti con le Circoscrizioni Consolari di pertinenza. Il numero dei Membri dei succiati Comitati varia riguardo al numero di Connazionali effettivamente presenti nelle Circoscrizioni interessate. Se sono meno di 100.000, i Membri dei Com.It.Es. sono 12. In caso di numero maggiore (come da risultati AIRE), i Membri salgono a 18. Sino a questo punto, nulla di nuovo.

 

 Però, con un recente Decreto Legge, il voto può essere esercitato solo dai Connazionali che ne facciano esplicita richiesta scritta ai Consolati di pertinenza. Gli italiani all’estero che non si conformassero al disposto normativo in questione non potranno votare. Quasi un diritto”condizionato” che ci ha fatto. Seriamente. Riflettere.

 

Con questa nota, s’è innescata, infatti, una comprensibile perplessità dai titolari del voto attivo. Anche perché, nelle more della riforma della Legge Elettorale, stesso meccanismo potrebbe essere esteso al voto politico da oltre frontiera. Il tutto in un momento delicato per il nostro Paese. Del resto, riteniamo che, riconosciuto il diritto, non si debba avvalorare da parte dei diretti interessati.

 

Pur con tutta la buona volontà, non siamo in grado d’offrire nessun parere oggettivamente percorribile su una “novità” della quale, da qualche tempo, abbiamo chiesto chiarimenti. I tempi, con motivazione risibile, si sono, comunque, “allargati” e non ci resterà che prendere atto, senza personali commenti, dei risultati elettorali quando saranno resi ufficialmente noti. Solo dopo la tornata elettorale, il nostro interrogativo potrà essere districato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Legge di stabilità. Dal Senato 3 milioni di euro per gli italiani all’estero e 2,5 milioni per le Ccie

 

"Ancora una volta il Governo ha riconosciuto l'importanza dei connazionali residenti all'estero, inserendo nel maxiemendamento alla Legge di stabilità anche una somma pari a 3 milioni di euro destinata ai capitoli di spesa relativi agli italiani nel mondo". E' quanto annunciano in una nota congiunta i senatori Claudio Micheloni (PD), Aldo Di Biagio (PI), Renato Turano (PD), Francesco Giacobbe (PD) e Fausto Longo (PSI).

Nel dettaglio l'intervento prevede l'autorizzazione alla spesa di 3 milioni di euro per la promozione della lingua e cultura italiana all’estero, con particolare riferimento al sostegno degli enti gestori di corsi di lingua e cultura italiana all’estero.

"Nel maxiemendamento - spiegano i senatori - c'è anche l'emendamento già approvato dalla commissione Bilancio del Senato che destina 2,5 milioni di euro a favore delle Camere di commercio italiane all'estero al fine di ridurre la contrazione delle risorse per programmi realizzati dalle CCIE a favore delle PMI italiane che richiedono servizi per l’internazionalizzazione".

"Altre proposte emendative da noi presentate - continuano - non sono state votate in commissione in seguito alla sospensione dei lavori e il Governo, nonostante l'oggettiva importanza degli interventi, non ha ritenuto opportuno inserirle nel maxiemendamento. Una decisione che ci lascia perplessi e per la quale ci aspettiamo spiegazioni". Le proposte non inserite nel maxiemendamento prevedevano, tra le altre cose, lo stanziamento di 1 milione di euro per il rifinanziamento delle attività di assistenza, diretta e indiretta, degli italiani residenti all'estero in condizioni di indigenza; 2

00 mila euro per il funzionamento del CGIE; 200 mila euro per il Museo nazionale dell'emigrazione italiana di Roma; 500 mila euro ad integrazione della dotazione finanziaria per i contributi diretti in favore della stampa italiana all'estero; 555.000 euro per le attività della società Dante Alighieri. Tutte disposizioni concordate e pienamente condivise con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Un altro emendamento prevedeva un intervento all'articolo 11 della legge 30 marzo 2001 n. 152 per l'attivazione, in via del tutto sperimentale e per la durata di due anni, di convenzioni tra MAECI e Patronati per il riconoscimento di una collaborazione nello svolgimento di talune attività già di fatto in corso da anni. Non inserita nel maxiemendamento neppure una proposta di intervento sul decreto Comites che avrebbe dato la possibilità di riapertura dei termini per la presentazione delle liste salvaguardando il lavoro fatto precedentemente al decreto e, al contempo, avrebbe chiarito tutti quei punti lasciati in sospeso dal decreto stesso. Gli interventi di cui sopra, tra l'altro, avrebbero avuto un'influenza sui saldi pari zero.

"Su questi temi rimasti in sospeso, a cui si aggiunge anche il gravoso problema dei rimborsi Iva alle agenzie di viaggi extra-UE che penalizza fortemente il turismo verso l'Italia, ci aspettiamo già nelle prossime settimane un deciso intervento del governo volto a risolvere queste e altre situazioni che penalizzano sia i cittadini che l'intero Sistema Paese". Sen. Massimiliano Raffaele, dip 19

 

 

 

 

 

Varato l’O.I.E.M.

 

Dopo un necessario impegno selettivo ed accertata la disponibilità degli elementi contattati, siamo, ora, in grado di comunicare che, col gennaio 2015, l’Osservatorio dell’Emigrazione Italiana nel Mondo (O.E.I.M.) sarà operativo. Anche se in fasi, necessariamente, progressive.

 

Verificata l’esperienza degli Elementi della squadra (il cui numero resterà sempre aggiornabile), andremo a rendere noti i Gruppi di Lavoro correlati ai problemi che i Connazionali all’estero ci faranno conoscere.

 

 Sarà, di conseguenza, attivato un sito di posta elettronica e, per casi particolari, anche una “Direct Line” telefonica.

 

L’O.E.I.M. andrà a potenziare i seguenti settori che già sono stati identificati come “pertinenze” del costituendo Comitato politico.

 

Dopo un’analisi della complessa realtà degli italiani nel mondo, abbiamo individuato i tre settori primari di competenza del Comitato O.E.I.M. Li riportiamo. Già disponibili a integrarli; se necessario.

 

1- Rappresentatività con le Istituzioni pubbliche e private in Italia.

2- Rapporti col Parlamento italiano.

3- Rapporti con le strutture socio/economiche dei Paesi ospiti.

 

Una volta steso l’organigramma per i settori che abbiamo evidenziato, andremo a rendere pubblici i nomi degli Esperti che se ne prenderanno carico.

Giorgio Brignola- Coordinatore O.E.I.M.

 

 

 

 

Der Spiegel: «Berlino potrebbe avallare uscita Grecia dall’Euro»

 

Il settimanale tedesco cita fonti governative, sostenendo che la cancelliera Angela Merkel avrebbe cambiato idea al riguardo e non temerebbe «ripercussioni gravi»

 

La Germania avrebbe cambiato posizione riguardo ad una possibile uscita della Grecia dall’Euro e sarebbe pronta ad accettarla, dal momento che non teme più il rischio di un contagio ad altri Paesi dell’eurozona. È quanto rivela il settimanale tedesco Der Spiegel che cita fonti del governo, secondo cui la cancelliera Angela Merkel ed il ministro delle Finanze Wolfgang Schauble considererebbero ormai accettabile una «Grexit», considerati i progressi fatti dalla zona Euro dalla fase più acuta della crisi nel 2012 ed i rischi limitati per Paesi come Portogallo e Irlanda, che dovettero ricorrere agli aiuti Fmi e Ue. Per i due l’Eurozona, dal primo gennaio al 19 con l’ingresso della stabile ed economicamente affidabile Lituania, abbia effettuato le necessarie riforme dalla crisi del 2012, quando Atene venne salvata dalla troika Bce-Ue-Fmi per rendere gestibile l’eventuale addio della Grecia all’Euro.

«Nessun pericolo di contagio»

«Il pericolo di un contagio è limitato perché Portogallo, e Irlanda (gli altri due Paesi salvati) si debbono considerare riabilitati», scrive ancora lo Spiegel. Allo stesso tempo contro il rischio di conseguenze negative c’è anche il fatto che l’European Stability Mechanism (ESM), il fondo di salvataggio dell’Eurozona, sia un «efficace» sistema di recupero e che sia ora operativo, a differenza del 2012. Lo stesso vale per le grandi banche. In sintesi il settimanale di Amburgo spiega come per il governo tedesco l’uscita della Grecia dall’Euro sarà inevitabile se i sondaggi saranno confermati nelle urne il 25 gennaio e a vincere sarà l’estrema sinistra di Syriza di Alexander Tsipras, che non vuole uscire dall’euro ma intende rinegoziare l’accordo di salvataggio con la troika cancellando una grossa fetta del debito pubblico greco.

No comment del governo tedesco

Nè la cancelleria né il ministero delle Finanze hanno voluto commentare quanto scritto dal settimanale tedesco. Un portavoce del ministero ha rimandato alle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi da Schauble, che ha esortato Atene a non abbandonare la politica di riforme. Ma «se la Grecia intraprendesse un altro percorso - aveva detto - sarebbe difficile. Le elezioni non cambiano gli accordi raggiunti con il governo greco. Ogni nuovo governo dovrà rispettare gli accordi raggiunti da quello precedente CdS 3

 

 

 

 

Paura

 

Da ieri abbiamo più paura e ci sentiamo più vulnerabili ed insicuri, con il terrorismo che ci minaccia dietro l’uscio.

Dopo gli episodi statuniensi, canadesi ed australiani,  due franco-algerini, i fratelli Cherif e Said Kouachi, di 32 e 34 anni, entrambi già sotto osservazione delle forze dell'ordine, con la uccisione di 12 persone nella redazione del settimanale Charlie Hebdo, hanno mostrato che nessuno è al sicuro.

Un terzo giovane, il diciottenne  Amid Mourad, cognato dedi due,  si è presentato spontanamente alla polizia dichiarandosi estraneo ai fatti, mentre la caccia ai due killer, appena rientrati dalla Siria, è scattata immediatamente in tutta la Francia e in particolare nella zone di Reims e Charleville-Mezières, ma per ora senza risultati.

Le vittime del feroce masacro sono, oltre a due polizziotti, sono state il direttore del giornale satirico Charb, pseudonimo di Stéphane Charbonnier, 47 anni e 4 famosi vignettisti: Jean Cabut, 76 anni, disegnatore, pilastro delle redazioni di Charlie Hebdo e di Canard enchaîné, storico settimanale satirico francese, tra i fondatori del giornale satirico Hara-Kiri, predecessore di Charlie Hebdo; Tignous, ossia Bernard Verlhac, 57 anni, disegnatore, giornalista anche della rivista di fumetti franco-belga Fluide glacial; Georges Wolinski, 80 anni, disegnatore, membro del gruppo di Hara-Kiri negli anni ’60;  Bernard Maris, noto come ’Oncle Bernard’ (zio Bernard), 68 anni, economista, cronista di Charlie Hebdo e di France Inter. 

Il clima in Francia è incandecente e si temono ulteriori attacchi dal momento che stamani,  poco dopo le otto,  a Montrorouge, un uomo ha aperto il fuoco contro una giovane poliziotta e un agente del traffico ferendoli gravemente, prima di fuggire in direzione di Parigi su una Renault Clio.

Il sindaco del paesino, a Europe 1 ha spiegato che la poliziotta e l'agente erano intervenuti con dei colleghi sul luogo di un incidente stradale, quando sono stati attaccati e un poliziotto sul posto ha parlato di un "uomo di origine africana", che non avrebbe nulla a che fare con i ricercati per l'attacco a Charlie Hebdo di ieri.

Ma la paura cresce e sono in molti a pensare ad un preludio europeo per nuovi 11 settembre.

Il palazzo dell’Eliseo è blindato e tutte le principali città europee sono pressoché militarizzate, sicché davvero siamo entrati in un autentico girone infernale in cue le paure si sommano: quella ecomica dopo  po il fallimento della terza votazione per eleggere il presidente della Repubblica la Grecia e quella che vede il terrorismo ormai in casa.

Il barbaro eccidio di Parigi sta già facendo crescere il consenso verso partiti xenofobi e reazionari, in Francia, da noi, ma anche in Inghilterra e nella Penisola Scandinava, segnando di fatto la fine per aperture, dialogo ed accoglienza, con un gesto insensato ed ecletante a pochi da Piazza della Bastiglia, in pieno giorno, nel cuore d’Europa, con uomini armati di kalashnikov che hanno fatto irruzione nella palazzina sede di un giornale satirico, uccidendo un portiere, freddando un polizzioto già ferito e che alzava le mani in atto di resa e poi, urlando “Allah è grande” hanno massacrato altre 10 persone.

Oggi la Francia è in lutto e con lei l’Europa intera e l’intero mondo democratico perché, come scrive Dave D’Urso,  in un’epoca di diffidenza, incertezza e paura, all’indomani di uno dei peggiori attentati terroristici della storia europea, la rivendicazione della libertà ancor più e ancor prima della propria sicurezza è uno straordinario atto collettivo di coraggio, che nobilita un continente troppo spesso angosciato dalla retorica del declino dei propri valori ed incapace di capire fino in fondoche   gli esiti della lotta al terrorismo dipendono da una più incisiva e interventista azione internazionale dell’UE nel Mediterraneo e in Medio Oriente e da una rinnovata politica d’integrazione delle minoranze, che non si basi su un relativismo di maniera, ma che parta dai principi dell’universalità dei diritti e delle libertà fondamentali. Carlo Di Stanislao, De.it.press 8

 

 

 

 

 

Medio Oriente. Perché riconoscere lo stato di Palestina

 

Un progetto di risoluzione per rilanciare i negoziati di pace israelo-palestinesi in vista di un accordo di pace finale sarà presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu entro la metà di dicembre.

 

Il testo, su iniziativa francese, dovrebbe fissare un termine per i negoziati e la possibilità di una seconda scadenza limite per la creazione di uno Stato palestinese.

 

L’immobilismo del governo di Israele, il fallimento dei negoziati condotti con la mediazione Usa fino alla scorsa primavera, la guerra inutilmente distruttrice fra Israele e Hamas, la continua espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e il ritorno alla violenza soprattutto a Gerusalemme hanno infatti spinto l’Autorità palestinese a ottenere il riconoscimento della Palestina da parte dell’Onu.

 

Tutto ciò è una sconfitta per tutti e un motivo di frustrazione profonda per coloro, come chi scrive, che ritengono che una soluzione del conflitto negoziata tra le parti basata sul principio di “due stati per due popoli” sia una necessità pragmatica e non rinviabile sia per gli israeliani che per i palestinesi.

 

Palestina, osservatore non membro dell’Onu

Tre anni fa la Palestina divenne paese osservatore “non membro” dell’Onu. In quella occasione, un documento di JCALL esprimeva preoccupazione unita a un appiglio di speranza.

 

Preoccupazione per l’isolamento di Israele, che si è fatto nel frattempo via via più acuto nel mondo anche nei rapporti con gli Stati Uniti e l’Unione europea, ma anche fiducia che la ripresa di negoziati diretti fra le parti poi avviatisi nel 2013 avrebbero condotto a un accordo anche parziale sulle tante questioni irrisolte - confini, insediamenti, meccanismi di sicurezza, rifugiati, lo status di Gerusalemme.

 

Con il riconoscimento di uno stato, il conflitto diventerebbe un conflitto più “normale” , di natura politico-territoriale fra due stati, invece che fra l’occupante e un movimento irredentista sul quale gravano ancora l’eredità guerrigliera dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e le istanze dei profughi palestinesi dispersi nei paesi del Medio Oriente.

 

Riconoscimento reciproco

Inoltre, il riconoscimento di uno stato palestinese sarebbe il compimento della risoluzione 181 dell’Onu del novembre 1947 che prefigurava la spartizione della Palestina-Eretz Israel fra uno stato ebraico e uno arabo. Per Israele ciò sarebbe una conferma del riconoscimento da parte della comunità delle nazioni dell’esistenza legittima dello stato ebraico nelle frontiere scaturite dalla guerra d’indipendenza del 1948-49.

 

A riconoscere tutto ciò sarebbero anche i paesi arabi e islamici che ancora oppongono un rifiuto ideologico.

 

Come affermano i firmatari israeliani – intellettuali, ex- ministri e parlamentari - di un appello ai Parlamenti e governi europei in favore del riconoscimento: “l’esistenza e la sicurezza di Israele dipendono dalla creazione di uno stato palestinese accanto e in rapporti di buon vicinato con Israele. Non c’è alternativa al riconoscimento reciproco delle due entità nazionali, sulla base delle frontiere del 4 giugno 1967, con modifiche territoriali minori e concordate”.

 

Gesto simbolico

Allorché l’Autorità nazionale palestinese (Anp) chiede alle nazioni di riconoscere lo stato di Palestina e i parlamenti e governi dei paesi dell’Ue dibattono del tema, ritengo che tale atto sia coerente con il sostegno della soluzione “ a due stati”.

 

Certamente si tratta di un gesto in larga parte simbolico, dato che il controllo del territorio dell’eventuale stato sarebbe di fatto limitato all’area A della Cisgiordania (appena il 20%). L’area B, pur amministrata dall’Anp, resta sotto la giurisdizione militare israeliana. L’area C, che occupa il 60% della Cisgiordania, pur scarsamente popolata, è sotto il pieno controllo di Israele.

 

Inoltre Gaza resta nelle mani di Hamas e priva di un legame fisico e politico con la Cisgiordania, nonostante la formazione di un governo unitario, in virtù del quale la stessa Anp dovrebbe essere riconosciuta come unico governo legittimo della Palestina nella sua interezza (Cisgiordania e Gaza) e l’impegno ad affidare alle sue forze di sicurezza il controllo dei punti di passaggio fra Israele, l’Egitto e la striscia di Gaza.

 

Questo atto simbolico dovrebbe essere sostenuto da un’azione congiunta di pressione degli Stati Uniti e dei paesi della Ue con il ricorso ad adeguati “bastoni” e “carote” per la ripresa di negoziati seri fra le parti.

 

Andrebbe in questo senso una risoluzione che, secondo notizie di stampa, Francia, Germania e Gran Bretagna sarebbero sul punto di presentare al Consiglio di sicurezza. Essa includerebbe i parametri di un accordo basato sulla soluzione “a due stati” e un impegno a giungervi entro due anni; solo allora inizierebbe il ritiro di Israele dalla Cisgiordania.

Giorgio Gomel, economista, membro del Comitato direttivo di Jcall, un’associazione di ebrei europei impegnata nel sostenere una soluzione “a due stati” del conflitto israelo-palestinese (www.jcall.eu). AffInt

 

 

 

 

Risoluzione del Parlamento europeo sul riconoscimento dello Stato di Palestina

 

Gerusalemme dovrebbe essere la capitale di entrambi gli stati, Palestina e Israele

Nella risoluzione approvata mercoledì, si legge che il Parlamento europeo sostiene "in linea di principio il riconoscimento dello Stato palestinese e la soluzione a due Stati, e ritiene che ciò debba andare di pari passo con lo sviluppo dei colloqui di pace, che occorre far avanzare".

Per sostenere gli sforzi diplomatici europei nel processo di pace in Medio Oriente, si è deciso di lanciare l'iniziativa "Parlamentari per la pace", per riunire gli eurodeputati e i deputati dei parlamenti di Israele e Palestina.

La risoluzione è stata redatta da cinque gruppi politici ed è stata approvata dall'intero Parlamento con 498 voti favorevoli, 88 contrari e 111 astensioni.

Il Parlamento ribadisce "il proprio fermo sostegno a favore della soluzione a due Stati basata sui confini del 1967, con Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati e con uno Stato di Israele sicuro e uno Stato di Palestina indipendente, democratico, territorialmente contiguo e capace di esistenza autonoma, che vivano fianco a fianco in condizioni di pace e sicurezza, sulla base del diritto all'autodeterminazione e del pieno rispetto del diritto internazionale".

I deputati condannano con la massima fermezza tutti gli atti di terrorismo o di violenza.

Stop alle divisioni interne nelle fazioni palestinesi

I deputati sottolineano la necessità di consolidare il consenso attorno al governo dell'Autorità palestinese e sollecita tutte le fazioni palestinesi, compresa Hamas, a fermare le divisioni interne.

Insediamenti illegali

La risoluzione ribadisce che gli insediamenti israeliani sono illegali ai sensi del diritto internazionale, chiede all'UE di diventare un vero e proprio facilitatore nel processo di pace in Medio Oriente e all'Alto rappresentante per la politica estera dell'UE Mogherini di favorire una posizione comune europea per la soluzione del conflitto.

 

La Svezia ha riconosciuto recentemente la Palestina come stato. Oggi i deputati si confronteranno sul tema: il riconoscimento potrebbe contribuire a disinnescare la violenza religiosa? Ne abbiamo parlato con la deputata inglese Martina Anderson (Sinistra Unita), presidente della delegazione per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese, e Fulvio Martusciello, deputato italiana di centro destra, presidente della delegazione per le relazioni con Israle.

La violenza in Israele e Palestina sembra continua a fare vittime. Come possono l'UE e il Parlamento contribuire a fare la differenza?

 

Martina Anderson: L'Unione europea può fare la differenza, rispettando i propri obblighi e sospendendo il suo accordo di associazione con Israele a causa della sua continua violazione dei diritti umani, come previsto dall'articolo 2. Inoltre, il PE potrebbe riconoscere lo Stato di Palestina, fornendo così un impulso per una soluzione a due stati.

Fulvio Martusciello: Il Parlamento europeo deve condannare a gran voce e all'unanimità ogni episodio di violenza facendo tutto il necessario per invertire questa spirale di violenza.

 

Che cosa è necessario per raggiungere una pace duratura?

 

Martina Anderson: La sopravvivenza stessa di una soluzione dei due Stati è stata continuamente minata dall'occupazione di Israele, anche quando avrebbero dovuto lavorare per questa soluzione attraverso negoziati. Questo non può andare avanti. Il riconoscimento dello Stato palestinese non deve essere visto solo come un risultato dei negoziati, ma come base di veri negoziati per una soluzione con due stati.

 

Fulvio Martusciello: L'Unione europea deve lavorare diplomaticamente al fine di promuovere e realizzare il processo di pace tra Israele e Palestina. Gli sforzi dell'UE dovrebbero essere volti a incoraggiare il dialogo evitando decisioni affrettate e posizioni anti-moderate. pe

 

 

 

 

In che guerra viviamo

 

Quanto sta accadendo in Francia ci dice che siamo in guerra e che si tratta di una guerra endogena che stiamo subendo nell’intero occidente, non solo ngli USA ed in Canadà, ma anche in Europa, una guerra interna portata avanti da cittadini europei di fede islamica, con il male e il pericolo non tanto nel kalshnikov o nella cintura imbottita, ma nel lavaggio del cervello erogato nelle scuole, nelle moschee, sui siti internet e nei centri di formazione, per trasfomare poveri disperati di scarsa cultura anche islamica e coranica,  in bombe umane pronte al martirio.

Per vincere questa guerra, si scrive un po’ ovunque,  dobbiamo non solo prendere la punta dell'iceberg ma intercettare la filiera produttiva del male.

Ma, e questo si scrive molto meno,  bisognia anche mitigare la reazione di odio che nasce dalla rabbia e dalla paura.

Enrico Santi e Pino Cabras, commentando la strage di Odessa, lo scorso maggio, criticano la comunità internazionale che non ne ha ravvistato le gravità ed ha visto, attraverso gli occhi chiusi dei media occidentali, deterimando  la mancanza di un’inchiesta penale e giornalistica che ha favorito l’impunità, quella stessa su cui prospera  clima cupo di oggi, perché, secondo loro,   il dossier ucraino rivela gli stessi problemi e gli stessi silenzi che hanno portato ai disastri libici, siriani e iracheni, all’ISIS e allo stragismo islamico interno di adesso.

Mauro Indelicato nota che, in queste ore in cui l’Europa piange 12 vittime al centro di Parigi, uccisi barbaramente per mano estremista; il vecchio continente piomba nel terrore più nero, nell’incubo di vedere le proprie strade trasformarsi in trincee ed in campi di battaglia che invadono ogni aspetto della quotidianità; proprio in questa cupezza di ore e di sentimenti invece di invocare una guerra contro l’oriente e la netta distinzione tra ‘società occidentale’ e ‘società orientale’, dovremmo per prima cosa chiderci  chi veramente, in campo internazionale, lotta contro i terroristi.

Dopo i maxi attentati organizzati e pianificati da una cupola militarmente forte e finanziariamente ben sostenuta, come quella di al Qaeda, che hanno dato vita all’11 settembre, agli attentati delle stazioni del metro di Madrid e di Londra nel 2004 e nel 2005 e dopo le tante guerre sostenute da USA ed occidente in nome di un mondo più ‘libero e sicuro’, la strategia della tensione all’interno della galassia estremista sembra cambiare e, da qualche mese a questa parte, grazie alla sempre meno influenza ideologica (e finanziaria) di al Qaeda a favore invece dell’ISIS, l’estremismo islamico punta a sguinzagliare in giro per l’occidente ‘cani sciolti’ in grado di compiere gesti meno clamorosi ma forse più forti a livello mediatico perché alla popolazione danno l’impressione di poter colpire in qualsiasi momento.

Ora, il mantenimento di piccole cellule attive, serve  come base soprattutto per chi, dopo essersi addestrato tra le fila dell’ISIS in Siria ed Iraq, ritorna nel vecchio continente e mette in atto la sua personale jihad tra le vie del centro delle capitali europee. 

L’ISIS quindi, non solo fa proselitismo ma agevola l’addestramento ed il ritorno poi in patria di molti suoi combattenti; il cosiddetto ‘terrorismo di ritorno’, contro cui metteva in guardia (guarda caso) l’Arabia Saudita nel mese di ottobre con specifici comunicati.

Tuttavia, sono anche noti i contatti tra Mossad, esercito israeliano ed esponenti dei gruppi radicali ed è noto anche che molti mercenari che nel 2012 hanno attaccato Assad in Siria, sono stai addestrati tra Giordania ed Arabia Saudita ed infine è palese che, l’occidente, ha contribuito in larga parte ad amare i gruppi integralisti islamici e adesso sta subendo il terrorismo di ritorno, con risultati ben visibili sotto gli occhi di tutti.

Parlare di Jihad e Guerra Santa è complesso,  in  bilico tra storia e attualità, a cavallo tra religione e politica.

Il problema, ci dicono Lucio Caracciolo, giornalista fondatore di Limes, e Alessandro Barbero, storico medievalista, riguarda da un lato, la storia, dall'altro, la geopolitica, unite da un medesimo fil rouge che collega, incurante dei secoli, l'umanità ed il rapporto tra guerra e fede: il potere della parola e, atrverso questo, dei testi sacri e di ciò che vi si legge, con un gioco di sillabe e fraintendimenti, che, nel passato, trasformarono i Crociati in Templari, l’uccissione esecrabile anche del nemico in un dovere.

Dice Umberto Eco al Corriere che gli chiede un giudizio sui questi tempi di guerra, che  gli uomini si sono sempre massacrati per un libro: la Bibbia contro il Corano, il Vangelo contro la Bibbia eccetera; sicche tutte le grandi guerre sono state scatenate da religioni monoteiste per un libro o meglio per la sua interpretazione.

Sono le religioni del libro a provocare le guerre  e poi vi sono libri anche “laici” che diventano pericoosi, come, ad esempio, Sottomissione” , di Michel Houellebecq, un romanzo recensito sull’ultimo numero Charlie Hebdo, uscito pocvhe ore prima della strage, un libro che descrive la Ferancia del 2022 in mano al’Islam e che ora rischia di soffiare sul fuoco, anche se è stato scritto da un grande romanziere fuori da ogni sospetto ed ha il merito di essere l'unico a parlare di un problema che esiste,  ma che molti intellettuali sembrano ignorare.

Non meno pericoloso diventa il clima emotivo di film usciti in questo truce periodi di odio, come “American snipes” o le dichiarazioni di un altro intellettuale francese 'scorretto', Michel Onfray , noto per il suo trattato di ateologia e per le sue posizioni anti-cristiane e favorevole al libertinismo, che parla di Europa come Continente morto, che volontieri si consegna all'Islam dopo averlo fatto con i mercati.

Nella sua “Controstoria della filosofia”, edito da noi da Ponte Alle Grazie, testo di riferimento della destra intellettuale, saggio anarchico reazionario, callaborazionista secondio una antica passione francese dai tempi di Vichy, si legge che poiché la nostra epoca è schizofrenica,  bracca il minimo peccato contro le donne e, per fare questo, milita per la femminilizzazione dell’ortografia delle funzioni, la parità nelle assemblee, la teoria di genere, il colore dei giocattoli nelle bancarelle di Natale; prevede che ci si arrabbi se si continua a rifiutare auteure o professeure (femminili di autore e professore ), ma fa dell’islam una religione di pace, di tolleranza e di amore, quando invece il Corano è un libro misogino quanto può esserlo la Bibbia o il Talmud.

E si aggiunge che in questa nostra epoca, esiste una realtà che non è un fantasma e che coloro che ci governano nascondono: divieto di statistiche etniche sotto pena di farsi trattare da razzisti ancor prima di avere detto alcunché su queste cifre, divieto di rendere note le percentuali di musulmani in carcere sotto pena di farsi trattare da islamofobi al di fuori di qualsiasi interpretazione di queste famose cifre, eccetera.

Tutto questo ci dice che l’occidente è ormai defunto, mentre l’islam prolifica di vitalità e sicurezza crescenti.

Anche nel caso del nostro meglio, Umberto Eco, “Numero zero”, il suo ultimo fantaromanzo, parla del pasatyo e di Mani Pulite, segno di un occidente la cui cultura è fatta di lamentazioni e ferite leccate, incapace di riassumere il senso del suo ruolo e della sua dignità.

Come scrive suLa Gazzetta di Lucca Aldo Grandi, i fatti recenti compongono un orribile mosaico che vendica Oriana Fallaci, che avevamo caplestato, deriso e presa per pazza, mentre, incompagnia di un’altra grande donna: Ida Maglim, aveva compreso il pericolo di una cultura che  vuole la donna sottomessa ed i diritti capestati.

Colpovele di questo stato di cose soprattutto la sinistra in fatto di mancata integrazione o, meglio ancora, di disintegrazione, di politica carica di populismo, di affermazioni e non di fatti, con un generico buonismo,  garantismo e  mistica dell’accoglienza, l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, la mera legalità senza identitàche ha generato l’incapacità di distinguere il giusto dall’ingiusto, i serpenti dai vermi.

 

Secondo i dati del Global Terrorism Database dell'università del Maryland, nel 2013 c'è stato un numero senza precedenti di attacchi e vittime del terrorismo: 12mila attentati che hanno causato in tutto 22mila perdite.

Ora, dopo le prime vittime Euroee, l’escalation appare una iperbole inquetante e l’odio razziale generallizato una maggia per un crescendo ancora maggiore di violenze.

Eugenio Scalfari, da L’Espresso, sostiene che dobbiamo conservare la calma, soprattutto ora che il mondo sembra impazzito e ad un passo dalla catastrofe, ricordando che non lo è perché obbedisce ad una logica esistenziale dove futuro e passato transitano nel presente,  dove l’essere vive e pulsa, sempre rinnovandosi e sempre continuando a vivere come essere.

E ci consiglia di leggere on rileggere Flaubert, Dostoevskij, Proust, Rilke, Tolstoj ed anche Calvino, per capire che il male non si affonta col male perché, in questo modo, semplicemente lo si ingigantisce.

Il clima che si respira è quello di una guerra tra opposte incilviltà, con opposte intolleranze giacobine e confessionali, con un Islam che diventa Califfato ed Occidente consumato dal consumo e dalla globalizzazione, dove i sosviluppati straccioni del Terzo Mondo sono visti come gli incivili da educare e sfruttare e noi, figli dei Lumi, come simbolo di una  civiltà superiore, basata sulla democrazia, l’uguaglianza, il parlamento, i diritti delle donne, dei gay, mentre avanzano nichilismo, relativismo, materialismo e via discorrendo e ci prendiamo più cura di leggere di Bersani che propone Prodi come nuovo Presidente e di ra Angelina Jolie e papa Francesco, innamoratosi del suo ultimo film: “Unbroken”, basoto sulla stroria di Louis Zamperini, l'atleta ed eroe della Seconda Guerra Mondiale sopravvissuto dopo un disastro aereo a 47 giorni su una zattera alla deriva, atleta olimpico e  talento del mezzofondo che rappresentò gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Berlino nel 1936; dove però, fra tante elegie, non si parla affatto di come fosse anche un convinto assertore che nessuna civiltà possa dirsi superiore ad un'altra e che un uomo vale per ciò che sa fare e per l’ascolto che riserva agli altri. Carlo Di Stanislao, De.it.press 9

 

 

 

 

Una guerra che non va perduta. Allearsi con il diavolo per battere il terrore

 

Dopo avere pianto i morti e condannato il crimine, questo è il tempo delle decisioni. Se le strategie adottate sinora non hanno impedito l’aggressione di Parigi occorre rifare i conti con la realtà. A una minaccia così evidente e diffusa è necessario rispondere con altri mezzi e programmi. Dobbiamo sapere anzitutto che cosa vogliono i nostri nemici. Distruggere le democrazie occidentali? Uccidere o convertire tutti i fedeli di altre religioni? Strappare Roma al Papa, come sembra essere nelle intenzioni del «califfo» Al Baghdadi? Commetteremmo un errore, a mio avviso, se pensassimo di essere il principale bersaglio dell’Islam jihadista.

La vera guerra, oggi, è quella che si combatte all’interno del mondo musulmano. È la guerra tra una setta fanatica e regimi politici spesso incerti, titubanti, ma tutti più o meno collegati, per ragioni di affinità o convenienza, con l’Europa, gli Stati Uniti e la Russia. È una guerra civile senza quartiere dove le vittime musulmane sono incomparabilmente più numerose di quelle provocate dagli attentati terroristici nelle nostre città. Ed è ulteriormente complicata dall’antico odio fra le due famiglie religiose dell’Islam: sunniti e sciiti. Si combatte sulle frontiere meridionali della Tunisia, in Cirenaica, nel Sinai, in Siria, nelle province che separano la regione di Baghdad dal Kurdistan iracheno, nello Yemen, nel Caucaso, in Afghanistan, in Pakistan, Somalia, Kenya e Nigeria, con improvvisi focolai che si accendono anche negli Stati musulmani dell’Asia sud-orientale.

 

La guerra contro l’Occidente, in questo quadro, è un conflitto parallelo diretto contro Paesi che i jihadisti considerano protettori o padroni dei loro odiati fratelli. È utile alla loro causa perché serve anzitutto a dimostrare la vulnerabilità dell’Occidente e la micidiale forza del movimento islamista. Ma il principale obiettivo strategico è il reclutamento di nuovi adepti in comunità musulmane dell’Occidente che vorrebbero trasformare in altrettante quinte colonne. Ogni attentato è un appello alle armi, un bando di concorso. Il vero nemico è altrove.

Se questa è la situazione in cui occorre combattere non abbiamo molte scelte. I nostri amici e alleati sono tutti i Paesi musulmani o cristiani che si battono sullo stesso fronte, sono minacciati dagli stessi nemici e rischiano di soccombere di fronte all’ondata islamista.

 

Winston Churchill disse un giorno che se Adolf Hitler avesse invaso l’inferno, lui non avrebbe mancato di parlare gentilmente del diavolo alla Camera dei Comuni. Il presidente egiziano Al Sisi, il presidente siriano Al Assad, il presidente russo Putin e il presidente iraniano Rouhani non sono diavoli. Sono alla testa di regimi che noi consideriamo carenti di democrazia, polizieschi e repressivi. Ma conoscono l’Islam meglio di noi, hanno già fatto in passato dolorose esperienze (abbiamo dimenticato ciò che accadde nella scuola di Beslan, nell’Ossezia del nord?) e hanno buone ragioni per battersi affinché il loro Paese non venga continuamente insidiato dall’estremismo sunnita o sia destinato a divenire una provincia del Califfato. Se qualche Paese occidentale fosse disposto a mettere truppe sul terreno potremmo forse fare a meno della loro collaborazione. Ma da quando gli Stati Uniti hanno eliminato questa opzione non abbiamo altra scelta fuor che quella di sostenere con tutti i mezzi di cui disponiamo quelli che sul terreno già ci sono. Sergio Romano, CdS 11

 

 

 

 

Obama. Non sono finito

                                                                                                                                          

Barack Obama termina il suo secondo mandato elettorale privato della necessaria maggioranza in ambedue i rami del parlamento. Tuttavia, nelle lettere circolari di fine anno inviate tramite OFA (Obama for America), dichiara “I am not done/ non sono finito”. Usando i poteri che prescindono dalla maggioranza parlamentare, il presidente continua la sua politica.

  Rivendica i provvedimenti della sua presidenza che hanno migliorato la vita degli americani.  Milioni di americani hanno avuto accesso alla assicurazione malattie, immigranti privi di documenti sono emersi dal buio per contribuire meglio alla crescita della economia, significativi passi sono stati compiuti per proteggere le comunità dai cambiamenti climatici e per fermare le emissioni nocive che lo causano.  Ultimo, ma non meno importante, nel 2014 il PIL è cresciuto del 5%. Un risultato strabiliante, da far nascere qualche speranzuccia pure in Europa ed in Italia in particolare, potrebbe aumentare l’export del made in Italy verso gli USA.

In politica estera Barack Obama pone fine al lunghissimo periodo di chiusura nei confronti di Cuba, incominciando a ristabilire normali scambi commerciali con questi singolari vicini di casa. Periodo di riavvicinamento iniziato con la visita a Cuba di Papa Francesco, salutato con gioia dai cubani.  Immagino   che catene di alberghi   Holiday Inn, Sheraton, Marriot e simili   sorgeranno come funghi lungo le ancora intatte spiagge dell’isola per far godere un po’ di sole agli americani residenti fra le fredde brume del nord; che si diffonderanno mercati immensi di magliette colorate, jeans e paccottiglia varia a prezzi stracciati; ed anche che nasceranno scuole di inglese ed in inglese per facilitare l’arrivo nel nord America di manovalanza in grado di comprendere la lingua del padrone.

 Il tutto non dimenticando la prossima tornata elettorale presidenziale, continui quindi gli scontri con i repubblicani, rei di ostacolare con tutti i mezzi a disposizione i programmi democratici del presidente. Uno che pensa veramente alla prossima tornata elettorale per la presidenza, è Bill Clinton che fa originali progetti personali. Giunto al termine dei suoi sessant’anni appare   in foto recenti dimagrito e bene in forma, diventato vegetariano per necessità di salute, dopo anni di micidiali hamburger grossi e grassi.  

Ad un giornalista che gli chiedeva che cosa prevedesse nel suo futuro, ha dichiarato di voler esplorare deserti, ed anche, colpo d’ ingegno da americano ricco di soldi, fantasia e cultura, di voler andare a cavallo nel deserto dei Gobi alla ricerca della tomba di Gengis Khan.  Progetti di avventure da pensionato facoltoso. Non solo facoltoso, ma che vuole essere libero, libero da impegni familiari, libero da spie elettroniche, guardie del corpo, giornalisti e repubblicani.

Appare evidente che questi progetti di libertà assoluta celino un timore, quello della Casa Bianca, la gabbia di Washington che lui conosce nei minimi particolari, sala ovale, salotti, salottini, poltrone e divani. Li ha usati tutti, li conosce tutti e conosce bene il sistema di sorveglianza sopportato a suo tempo per dovere d’ufficio. Nonostante i repubblicani tosti, decisi, e sempre all’opera con tutti i mezzi per distruggere l’odiato operato di Barack Obama, non si può escludere che la signora Hillary Rodham possa arrivare alla poltrona della sala ovale occupata a suo tempo dal marito   Bill. De.it.press 27

 

 

 

 

Diritto comunitario. La Corte Ue boccia l’Italia sui precari

 

Si è da poco asciugato l’inchiostro dalle pagine della sentenza sui precari della scuola (Mascolo e a.) pronunciata dalla Corte di giustizia Ue e già si registrano le prime pronunce di tribunali italiani volte a recepirne il dirompente contenuto (apripista il Tribunale del lavoro di Torino).

 

Ma che rilievo ha la sentenza europea pronunciata il 26 novembre e a quali scenari apre?

 

Abuso del lavoro a tempo determinato

La Corte Ue si è pronunciata, a domanda del Tribunale di Napoli e della Corte Costituzionale, sull’interpretazione della direttiva 1999/70, che incorpora un accordo quadro sul lavoro a tempo determinato tra le confederazioni sindacali europee.

 

Le domande d’interpretazione sono state sollevate nel quadro di controversie tra lavoratori precari della scuola e Ministero dell’istruzione. Gli attori sono stati assunti mediante contratti a tempo determinato stipulati in successione e, ritenendo illegittima tale pratica, chiedono la conversione dei contratti in rapporti a tempo indeterminato (dunque l’immissione nel ruolo degli insegnanti o dei collaboratori amministrativi), oppure, in subordine, il risarcimento del danno.

 

I lavoratori fanno leva sulla clausola 5 (1) dell’accordo quadro, che mira a limitare l’utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato, per evitare più onerosi contratti a tempo indeterminato. Gli Stati membri devono adottare misure di prevenzione di tali abusi, richiedendo ragioni obiettive per la conclusione di successivi contratti a tempo determinato oppure limitandone i rinnovi.

 

La Corte di Giustizia ha dichiarato che la legislazione in materia di supplenze annuali (art. 4 della l. 124/1999) contrasta colla clausola 5(1), in quanto consente all’amministrazione d’assumere a tempo determinato, con contratti in successione e senza limitazioni, docenti e collaboratori amministrativi al fine di coprire posti vacanti “in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali” per l’assunzione di personale di ruolo.

 

L’attesa è però tutt’altro che temporanea: la normativa non fissa alcun termine per l’organizzazione dei concorsi e non se ne è tenuto alcuno tra il 2000 e il 2011.

 

Supplenze annuali incostituzionali?

In tal modo, si creerebbero abusivamente situazioni di precariato per rispondere a esigenze organiche strutturali.

 

Secondo la Corte, nessuna “ragione obiettiva” giustifica tale situazione, non valendo allo scopo l’esigenza di ridurre la spesa pubblica.

 

A nulla sono valse le argomentazioni del governo italiano per le quali il settore dell’insegnamento pubblico sarebbe escluso dall’applicazione dell’accordo quadro o almeno presenterebbe caratteristiche specifiche.

 

L’accordo quadro richiede anche agli stati d’adottare misure per sanzionare il ricorso abusivo a una successione di contratti a tempo determinato. Ciò non avverrebbe nel nostro ordinamento, in quanto la normativa vigente non prevede a favore dei precari della scuola né un diritto al risarcimento del danno né la trasformazione dei contratti a tempo determinato in rapporti a tempo indeterminato (la scuola statale è esclusa dall’applicazione di una norma del 2001 che prevede la conversione per i contratti di durata superiore a 36 mesi).

 

Quali conseguenze derivano dalla sentenza? Essa non determina un’automatica immissione in ruolo dei docenti che hanno iniziato le cause da cui è scaturita la domanda d’interpretazione né tantomeno di tutti coloro che si trovino in analoga situazione.

 

La sentenza chiarisce solo l’interpretazione delle norme Ue. Toccherà ai giudici che hanno sollevato la domanda d’interpretazione trarne le conseguenze, nel decidere le singole cause.

 

Il caso è particolare: tra i giudici che hanno fatto rinvio alla Corte Ue vi è la Corte Costituzionale. Questa dovrebbe dichiarare l’illegittimità costituzionale della normativa italiana sulle supplenze annuali, secondo quanto risulta dalla sentenza della Corte Ue.

 

Molto dipenderà da come la Consulta interpreterà la sentenza europea, che lascia alcuni punti aperti. Dalla sentenza non deriva comunque l’obbligo d’assumere in ruolo i precari vittime delle pratiche abusive, potendo esser sufficiente un risarcimento del danno. Servirà comunque un intervento legislativo nella materia.

 

Riforma sulla “buona scuola”

Questo era già stato messo in cantiere dal governo: la riforma sulla “buona scuola” ha come obiettivo primario l’adozione di un piano straordinario d’assunzioni volto a eliminare le supplenze annuali e il precariato.

 

Secondo il governo la sentenza della Corte Ue troverebbe adeguata risposta coll’approvazione della riforma. Senonché da un confronto tra il rapporto sulla buona scuola e la sentenza dei giudici europei emergono evidenti divergenze.

 

Ad esempio, il piano del governo è limitato agli insegnanti mentre la sentenza fa riferimento anche ai collaboratori amministrativi. In attesa della pronuncia della Consulta e in vista della riforma legislativa, le organizzazioni sindacali affilano le armi e minacciano un’ondata di nuove cause.

 

L’interpretazione della Corte Ue finisce infatti per vincolare tutti i giudici cui risultino sottoposte controversie analoghe. Così il 5 dicembre il Tribunale di Torino ha condannato lo stato a risarcire il danno arrecato a un insegnante delle superiori assunta con una successione di contratti a tempo determinato stipulati lungo un arco di sette anni (escludendo invece l’immissione in ruolo senza concorso).

 

E pensare che gli stati hanno voluto limitare le competenze dell’Ue in materia d’istruzione a mere azioni di sostegno. Ciò non è valso a evitare un intervento così penetrante sotto le insegne della politica sociale. Come affermato da un eminente magistrato inglese, il diritto Ue è una marea che travolge ogni barriera.

Marco Gestri, Professore di diritto internazionale, AffInt.

 

 

 

 

Pensieri e notazioni per il Nuovo Anno

 

La trama di questo tempo è intrisa di paura:  glaciale, paralizzante, che alimenta egoismi e diffidenze, che non da spazio alla speranza, che impedisce ogni prospettiva, isinuandosi  ovunque, nelle pieghe dell'esistenza quotidiana, nelle ferite fisiche e morali che tentiamo di rimarginare, male che aggrava ogni malattia, infermità che alimenta ogni male: l’invidia, la cattiveria, il cinismo. Dalle ricerche dell’antropologia, etologia e neuroscienze, emerge che l’uomo è la sola creatura in grado di dare al proprio mondo un senso e un valore.

A tal proposito non può lasciare indifferenti il risultato, pubblicato a Settembre, dello studio intitolato “Global – Well-Being” (letteralmente “Benessere Globale”) condotto dall’ufficio di ricerca ‘Gallup and Healthways’ e pubblicato anche sul sito http://www.gallup.com/poll/175694/country-varies-greatly-worldwide.aspx, che ha mobilitato 133.000 persone in 135 paesi e si è basata su cinque aree: la sensazione di avere uno scopo nella vita, la costruzione di una vita sociale, finanza, collocamento futuro e non solo lavorativo nella società e  salute fisica, con l’Italia, quello che era noto un tempo come Bel Paese, povero ma pieno di gioia di vivere e di ottimismo, in uno degli ultimi posti, con punteggi appena migliori di Siria, Afghanistan, Haiti e  Congo e per di più secondo  peggior paese per quanto riguarda la considerazione “di trovare un posto nella società”.

Italia  senza futuro quindi e senza speranza, nonostante i sogni di Renzi, frantumati non solo da questa ricerca, ma anche dai dati dell’ISTAT che ci dicono, di continuo, che siamo il Paese che ha conosciuto dal 2008 il declino più elevato della situazione sociale di chi lavora: oltre il 12% degli occupati non riesce a vivere del suo stipendio e solo Romania e Grecia fanno peggio (con oltre il 14%) ma la loro situazione era già grave nel 2008.

E per chi parla di “gufi nostrani”, segnaliamo che questi dati sono esterni e vengono dallo studio della commissione Ue sull'occupazione dal titolo: "Employment and Social Developments in Europe Review", pubblicato già a gennaio 2014 e che, più di recente, sottolineano come il significativo aumento della povertà tra la popolazione in età lavorativa è una delle più tangibili conseguenze della crisi economica, con totale perdita di speranza.

A marzo scorso, il filosofo Tommaso Pellizzari, ha pubblicato per  Baldini&Castoldi, un libro molto interessante e curioso: “Movimento per la disperazione” , un saggio in forma di romanzo in cui non è importante il racconto, ma il gustoso esperimento formale, non solo  perché la forma scelta è la più efficace, se non l’unica, per arrivare dritti al punto, ma anche per la forma grafica che richiama un  faldone di un’inchiesta, ricostruito, come una raccolta di articoli, lettere, intercettazioni, appunti, che descrivono il cuore, più che le vicissitudini, dell’immaginario Movimento fondato dal protagonista, l’ex giornalista Michele Rota, che in fondo ha come ideologia la fine di ogni ideologia, e che irrompe sulla scena politica nostrana, in per abbattere l’ultimo fra tutti i tabù: la fede nel nostro domani. 

Perché sogni, riforme, ecologia, amore, afferma Rota, non sono altro che fantasmi con cui l’uomo cerca di negare l’unica verità possibile, ovvero che la civiltà è al collasso, e forse, con essa, l’umanità e il mondo intero.

Perciò? Qual è la soluzione? Nessuna; o meglio la più semplice: accettare cioè la nostra disperazione. Accoglierla, riempirsene, e agire con tutto il materialismo del caso. Basta con il culto della famiglia: se un domani non c’è, accettiamo sereni l’incompatibilità eterna tra l’uomo e la donna! Basta con l’animalismo, con la raccolta differenziata, con tutti i vani tentativi di garantirci una sopravvivenza non solo impossibile, ma persino insensata E basta, infine, insiste il Movimento, col più intangibile degli idoli, basta con la sacralità della vita: se siamo soli in mezzo al nulla, che ognuno scelga la propria morte, a piacere. Questo il programma, disperatamente serio. Questo il messaggio su cui impostare il futuro, che durerà molto poco.

Il libro mi ha agghiacciato, ancor più dei dati di Callup and Healthways, perché mi sono accorto che ormai ovunque, anche a fianco a casa mia, saltati via tutti i valori, trionfano movimenti nichilisti e disperati, come ad esempio  il Vhemt (peraltro citato nel libro),  Movimento per l’estinzione umana volontaria,  che da anni, negli Usa, invita a smettere di riprodursi come via di salvezza per il pianeta al collasso.

Lo stesso principio dei Transumanisti estremi attorno a cui persino un provocatore blando come Dan Brown ha fatto ruotare il suo ultimo “Inferno”.

Per reagire a tutto questo partiamo dall’occidente e segnatamente da Kierkegaard che osserva che la disperazione nasce quando ci si pone di fronte a se stessi come valore eterno. Ed è diversa dal dubbio, da cui proviene, con Cartesio, il pensiero moderno.  Dice il grande filosofo che: “Il dubbio è la disperazione del pensiero. La disperazione è il dubbio della personalità”.

Ed aggiunge la disperazione stessa è una scelta, perché mentre si può dubitare senza scegliere il dubbio, non si può disperare senza scegliere la disperazione.

E mentre si dispera, si sceglie di nuovo: si sceglie se stessi, non nella propria immediatezza, non come questo individuo casuale, ma si sceglie se stessi nel proprio eterno valore. Il valore del singolo nel contiuum della umanità, quindi, ci salva dalla disperazione e dal dubbio. La disperazione è l’assenza di speranza, l’annullamento dell’io, l’unica cosa da cui la medicina non può guarire, in nessuna forma, come ci ricorda nel “Macbath” William Shakespeare.

Allora, contro questo stato di cose, contro ogni evidenza, occorre credere nel singolo e nella capacità di meravigliarci, di portare improvvise novità che vincano la raggelante paura del ristagno, delle perpetuazione e del non cambiamento.

Io sono un medico ed un medico deve primariamente credere e sperare, sperare nonostante tutto e a dispetto di tutto, sperare nell’uomo e nel riscatto tenace che lo svincola dalla paura e dai mali che ne derivano.

Invece, in questa società di disperati, disperata e disperante sembra essere divenuta la medicina, soprattutto in ambiti delicati e vitali, come le malattie neoplastiche o neurodegenerative. Mentre, al contrario, è proprio la speranza a rendere queste patologie vivibili e non disperanti.

Il rapporto conclusivo della ricerca The Goals of Medicine fu pubblicato nel 1997 e accompagnato da un libro di Callahan intitolato False Hopes (false speranze), nel quale venivano segnalate tre caratteristiche negative della medicina occidentale: l'idea di dominare la natura, il proporsi orizzonti illimitati (compreso l'evitare la morte) e la tendenza a espandersi invadendo e medicalizzando ogni aspetto della vita umana. Quasi contemporaneamente venne dato alle stampe da parte di Roy Porter, uno dei più autorevoli storici della medicina, un ampio riepilogo di ciò che egli chiama Medical History of Humanity (Norton, Londra 1997 e New York 1998), al quale egli attribuì come titolo un superlativo: The Greatest Benefit to Mankind: la medicina, quindi, come maggior beneficio offerto dal progresso al bene dell'umanità. Ovviamente, Callahan nel criticare le false speranze non ignora le straordinarie realizzazioni del progresso medico; e Porter, nell'esaltarne i benefici, non trascura i fallimenti e i problemi della medicina passata e presente: ma la contrapposizione dei due titoli è indicativa delle ampie controversie storiche ed etiche insorte nell'ultimo ventennio. Come sappiamo, sotto il profilo storico, la relazione medico-paziente partita dal modello  basato su di un paternalismo benefico,  è passato per la dottrina dell'autonomia del paziente e per rapporti di tipo contrattualistico (medico/cliente), per giungere alla creazione di rapporti di fiducia fondati sull'empatia.

Sappiamo anche che, se si vuole davvero entrare in un termine che è cifra di ogni buon rapporto, di ogni relazione fertile e descrive una dote umana che come ogni sensibilità va esercitata meticolosamente, tenendola a mente come costante fronte di lavoro su se stessi, strumento che permette una comprensione superiore dell'altro e quindi un riassorbimento naturale di ogni conflitto, di ogni negatività relazionale, e che amplifica quasi sonoramente ogni gioia ed ogni positività.

Perché un medico disperato, frutto di una società e di una cultura disperata, non può che trasmettere disperazione. Come ricordava sul numero del 23 agosto del 2013 del Corriere della Sera Giacomo Schiavi, non basta cambiare il nome alle parole per cambiare la paura e la sfiducia di risultato verso certe malattie. Oriana Fallaci chiama il suo cancro “l’alieno”, ma ne è stato allo stesso modo atterrita.

Di questo dovrebbe primariamente occuparsi una riforma sanitaria che, primariamente prende in carico il benessere dei cittadini e non di cifre, tagli e ridistribuzione di risorse che poi conducono, disperatamente ed ineluttabilmente, ad un carico di lavoro sempre maggiore ed  alienante per gli operatori e a una totale insoddisfazione per gli utenti.

Invece di badare a ridare umanità e respiro al rapporto fra medico e paziente, fra uomo che cura e chi è curato, nei prossimi mesi dovremo imparare a familiarizzare con termini come Assl (Agenzia Socio-sanitaria locale), Aisa (Azienda integrata per la salute e l’assistenza) e i cultori della materia dovranno anche mandare a memoria termini come Pot (Presidi ospedalieri territoriali) Presst (Presidi socio sanitari territoriali), cambiando il mansionario e non avendo tempo per cambiare atteggiamento.

Parla di sanità perché sono un medico, ma lo stesso potrei dire su altre riforme che non riformano nulla se non i termini e giammai le prospettive.

Non si cambia in termini di economia, lavoro walfare o  attenzione al paesaggio e alla cultura, né per quanto riguarda scuola ed istruzione e si continua a dare al denaro un ruolo centrale in ogni scelta.

Si dice che sono anni bui che ci obbligano verso certe scelte e si dimenticano che il buio è cancellato sempre, nella storia dell’uomo, dalla luce della speranza, della audacia e del cambiamento.

Lo scrittore americano Bill Bryson, che nella “Breve storia di quasi tutto” aveva condensato in un unico volume l’intera storia dell’universo, nel suo ponderoso saggio “L’estate in cui accadde tutto”, ci dice come è proprio un cambiamento di mentalità che, in tempi di crisi a permettere all’uomo di risollevarsi come singolo e come collettività.

E ci racconta che nell’estate cupa di presagi del 1927, grazie ad uno sforzo di novità elettrica e scintillante come un romanzo di Fitzgerald, mentre Charles Lindbergh attraversa in volo l’Atlantico, gli Stati Uniti vivono un periodo di sorprendente benessere diffuso; le case si riempiono di promesse di futuro e di elettrodomestici - fonografi, telefoni, automobili come la gloriosa T Ford;  i giornali vendono 36 milioni di copie al giorno; gli editori stampano qualcosa come 110 milioni di libri l’anno ed  esplode la stella di Babe Ruth, trasformando per sempre il baseball e,. al contempo,  la settimana lavorativa per gli americani si riduce dalle 60 alle 48 ore settimanali, ridefinendo per sempre stili di vita e abitudini e la vita media cresce di colpo di più di 10 anni.

Credo che Renzi abbia ragione quando dice che: “ C'è senso di preoccupazione, stanchezza, sfiducia… non è solo un fatto economico, ma culturale, civile, sociale”, ma credo che deve dare, nel prossimo anno, pèiù gambe e sostanza a questa speranza.

Certo che occorrono come ha detto lui nella tradizionale conferenza-stampa di fine anno, fatta con grande ritmo, per chiudere il tutto entro le 13.30 e dare la linea al Tg1, tempismo ed ottimismo, ma anche idee davvero nuove, foriere di novità di pensiero, che non si vedono per ora, in Italia, in Europa e nel Mondo.

Non basta dire che in economia bisogna immaginare nuova flessibilità, perché è tutto il modello da cambiare.

Non basta eliminare l’articolo 18 e rendere il lavoro più flessibile per assicurare nuovi posti di lavoro.

Non basta privatizzare e immaginare di vendere il patrimonio immobiliare pubblico per trasformare la Nazione, né bastano regalie da 80 euro per cercare di ridurre la forbice delle disuguaglianze.

Ha detto Renzi  che nell'arco del triennio prossimo spera di recuperare 2 punti di Pil con la spending review, ma speriamo non col solito sistema di tagli in sanità, walfere, cultura, territorio e via discorrendo.

Renzi dovrebbe leggersi per bene e con molta attenzione l’intervista su Repubblica  a Gianluca Dettori, socio di Dpixel, società di venture capital con sedi a Milano e San Francisco, che ammonisce che proprio quando le cose vanno male bisogna lanciare nuove idee e nuove risorse, mentre con  il Decreto Sviluppo, la misura più importante, il fondo dei fondi, è stato stralciato.

In tutto il mondo, nel venture capital, il pubblico è fondamentale e c'è un forte intervento pubblico in termini di policy, di capitali,  di normative. Negli Stati Uniti,  il fondo pensione dei dipendenti pubblici della California è il più grosso investitore nel settore, ma l’equivalente nostrano, l’IMPS, non investe in  start up.  In Inghilterra l'Agenzia per l'Innovazione è finanziata con una quota della lotteria, mentre da noi, anche con l’innovatore Renzi, l'intervento pubblico resta una sovvenzione, scoraggiando così, a catena, investitori privati, compagnie assicurative,  banche e fondazioni.

Ma idee ed innovazioni e coraggio di cambiamento mancano non solo a Renzi e al suo governo. Mancano nella pubblicità (che invece ne dovrebbe essere fucina), con Lla nuova campagna pubblicitaria di Alexander Wang, stilista per Balenciaga e recentemente autore di una linea per H&M, che mette in scena modelle che portano i jeans a metà coscia e si toccano l’inguine, scegliendo  il vecchio trucco della donna come oggetto sessuale per vendere un prodotto e macano nelle università, dove addirittura si è giunti, con Umbero Cherubini, a difendere i vecchi ormai logori poteri accademici che almeno erano capaci di farsi valere e facevano scrivere scrivere ad un cantore della mia generazione, Francesco De Gregori, che: “l’università è bella anche se fa male”; come se l’università fosse solo valida se sa chiedere soldi o fosse una accademias in cui difendere vecchie concezioni, cioè,  nel senso di Kuhn, resistere agli attacchi che rischiano di trasformare una disciplina in una gabbia di matti in cui ognuno la spara come vuole (una cosa come la rete, per intenderci), opponendosi a tutte le novità.

 Ad esempio, nel campo dell’economia, il baronato accademico è in grado  di tenere fuori dalla porta minchiate come la “decrescita felice”, espressione, a loro dire, di una pericolosa società bucolica, come quella degli “amici dell’amore eterno” di Carlo Verdone, con paradigmi innovativi che, grazie a loro, saranno sempre tenuti in una collocazione editoriale tipicamente periferica, perché i libri  sono una maledizione, controllati dal favore del pubblico, e non dei “peer”.

E questo anche nel paese più meritocratico del mondo:  gli USA, dove una delle menti migliori della finanza matematica mondiale ha ricevuto il pollice verso dai baroni di quella nazione, nonostante la sua teoria fosse il fondamento del modello CGMY che rappresenta il nuovo “paradigma” della finanza e ribalda completamente il “paradigma” precedente, dovuto a Black & Scholes, ubblicato nel 1973 sotto la pressione, se non raccomandazione, di un vecchio barone  di nome Merton Miller.

Spaventati dal fatto che comunque iol nuovo modello avesse ricevuto un preemio importante (ISA) nel nostro Paese, i baroni nostrano hanno invitato, a Novembre alla Luiss, il barone americano Paul A. David della Stanford University. il sostenitore e paladino dei pericoli della innovazione, colui che combatte da sempre l’attenzione ch definisce irragionevole per i nuovi modelli di business e la devozione che definisce quasi sciamanica per la commercializzazione di nuovi processi e prodotti.

Nella sua conferenza romana egli ha testualmente detto che: “accelerare il tasso di innovazione equivale a garantire che oggetti oggi nuovi e superiori appaiano obsoleti domani agli occhi del mercato e che potenziali acquirenti rimandino l'acquisto delle nuove apparecchiature adesso disponibili, a scapito dei profitti dell'azienda e della sua abilità a finanziare le tecniche per migliorare il mercato dei futuri vecchi prodotti".

Giunti in fondo a queste mie “notazioni”, la speranza per il Nuovo Anno, è che scompaiono dalla circolazione persone come il prof. David, che credono fermamente che più innovazione equivale a peggiorare lo stato delle cose, mentre è esattamente il contrario.

Rimanendo nel campo economico,  il modello CGMY è uno di quelli che auspicano il passaggio ad una economia di tipo circolare, basata su un totale rinnovamento non solo del prodotto, ma anche dei  sistemi di vendita, del  marketing e della remunerazione; con i governi che non dovrebbero, come accade oggi, concedere sovvenzioni o prestiti, ma offerta di garanzie, con riduzione dei rischi per gli investitori.

Invece, i recenti provvedimenti per le acciaierie di Terni o per l’Ilva, ci dicono che si continua ad elargire senza prospettive di sviluppo e miglioramento futuro.

Proprio sulla questione delle acciaierie premier e governo hanno scelto  piano d’intervento statale temporaneo da due miliardi in 2-3 anni, ma senza alcuna idea su cosa fare davvero per creare domanda, vendita e futuro per il settore.

Idee vecchie ed anche battute vecchie e di sicura presa ed effetto, senza nessuna innovazione né su l’Italicum né sulle modalità per eleggere il nuovo Presidente.

Ed la paura di cambiare qualcosa giunge a riportare a San Remo il sempre affidabile ed immutabile Carlo Conti, con la serata conclusiva, il 14 febbraio, che vedrà sul palco gli artisti in gara nella categoria dei Campioni, che si esibirà cercando di conquistare il pubblico da casa e la giuria per ottenere il maggior numero di preferenze e classificarsi al primo posto sul podio del Festival più scolntato e rassicurante del mondo, con ospiti altrettanto rassicuranti e di sicuro impatto: gli Spandau Ballet e Charlize Theron, con rinuncia assoluta agli imprevisti forieri di novità della coppia Fazio-Litizzetto ed un costo di 1,5 milioni di euro meno dello scorso anno, ma, soprattutto,  il totale recupero degli afflati della tipica tradizione sanremese secondo l’adagio che recita: . “Nulla scientia melior musica animae harmonia” e due talentuose, ecletticheed anestetizzanti  principesse della musica italiana, una bionda e l’altra mora, Emma Marrone ed Arisa a far da cornice al presentatore di “Tale e quale show”, che per sovra misura si poterà certamente i soliti amici (Giorgio Panariello, Leonardo Pieraccioni e Massimo Ceccherini) oltre all’immancabile e superamato Fiorello. Carlo Di Stanislao, de.it.press

 

 

 

 

 

La Guerra finanziaria dei tempi moderni

 

E' in atto una vera e propria guerra commerciale dove questi sono i contendenti:

GRUPPO A: Usa, Gran Bretagna, BCE, FMI, UE, Giappone, Sud Corea;

GRUPPO B (I NEMICI): Russia, Cina, Nord Corea.

 

L'arma usata dal gruppo A ed in particolare USA è il calo prezzo del petrolio (principale risorsa russa) che il gruppo A, di concerto ha fatto crollare di più del 60 % per ''punire'' Putin del suo attivismo in particolare in Ukraina. L'obiettivo strategico del gruppo A è mettere in ginocchio finanziariamente la Russia, farne crollare la borsa, il rublo e le obbligazioni russe escludendola pure dal mercato dei capitali causandone una crisi del proprio sistema bancario a danno della popolazione russa.

 

Gli arabi sono neutrali a parole come la Svizzera, ma più per gli USA

 

La ''risposta'' del gruppo B in particolare della Russia è di non utilizzare più il dollaro per transazioni sulla compravendita del petrolio sostituendolo (il dollaro) con oro fisico in lingotti.

Cina e Russia hanno fatto un'alleanza di ''ferro'' in tal senso, infatti la Cina paga le importazioni di petrolio russo in lingotti d'oro e non più in dollari ed in ultima analisi la Cina potrebbe anche incominciare a vendere a piene mani le obbligazioni americane (i treasuries) delle quali detiene più di 500 miliardi di dollari quale riserva facendone crollare il prezzo. La Cina potrebbe anche disinvestire le attività americane acquistate negli ultimi anni e gli americani potrebbero vendere azioni cinesi e provocare una crisi del sistema bancario cinese già sotto pressione per lo shadow banking.

 

Tutti e due i guppi A e B stanno usando (o potrebbero impiegare) strategie destabilizzanti per le borse mondiali in particolare quelle dell'area BCE ed in primis le borse italiane, spagnole e portoghesi con ovviamente la Grecia che al 90 % uscirà dall'euro a furor di popolo, creando ulteriore scompiglio in Italia che è il paese con il debito pubblico più fuori controllo.

Non si tratta di un ''complotto'' semplicemente di un nuovo tipo di guerra: quella FINANZIARIA e non lo scambio di missili o bombe.

 

Un tempo esistevano le guerre doganali, adesso ci sono quelle finanziarie. I perdenti di questi scambi di colpi sono oltre ai cittadini russi, tutti gli europei del sud in testa greci, italiani, spagnoli e portoghesi, ma abbiamo visto come anche in Bulgaria la popolazione stia soffrendo per l'indifferenza e l'inattivismo della BCE che segue le direttive di USA, Goldman Sachs, FMI...istituzioni alle quali non interessa il benessere delle popolazioni ma solamente la logica del profitto ai pochi già ricchi che beneficiano delle disgrazie e della disperazione altrui, tanto è vero che pur in presenza di un crollo del costo del petrolio, la benzina in Italia non scende mai! Olivier Doria, Corriere di Puglia e Lucania

 

 

 

 

Assassini il coraggio di dirlo. Una scomoda denuncia dell’album di famiglia

 

All’Islam non servono ritrattazioni, dissociazioni, condanne. E diciamo la verità: chiedere ai suoi esponenti qualcuna di queste cose ha sempre un sapore sgradevolmente intimidatorio, specie se, come accade spesso, chi avanza simili richieste non sta a Bagdad o a al Cairo ma vive ben rimpannucciato in qualche metropoli europea o americana. Oggi all’Islam serve altro: serve una Rossana Rossanda islamica (e spero che in questo caso l’evocazione di una donna non scandalizzi nessuno).

Qualcuno ricorda? Era il lontano 28 marzo 1978, in pieno sequestro Moro. Tutto lo schieramento politico «democratico e di sinistra», come allora si diceva (cioè dalla Dc al Pci), s’interrogava sull’accaduto. S i chiedeva quale misterioso progetto ideologico e quali reconditi burattinai stessero dietro le elucubrazioni delle Brigate rosse. In tutto questo, Rossana Rossanda - un’antica esponente comunista poi espulsa dal partito perché tra gli iniziatori dell’esperienza politica e giornalistica del Manifesto - ebbe il coraggio di dire ciò che era sotto gli occhi di tutti ma che fino ad allora nessuno a sinistra aveva osato quasi neppure pensare. E cioè che per capire il linguaggio e l’ideologia delle Br non c’era da andare molto lontano: l’una e l’altra erano infatti quelli del comunismo degli Anni 50, ben scolpiti nella memoria di tutti. Le Br, insomma, non venivano dal nulla, non erano delle schegge impazzite chissà come di chissà che cosa. Erano all’opposto, una pagina dell’«album di famiglia» della Sinistra italiana: una pagina obsoleta quanto si vuole, fuori tempo, ferma ad analisi ormai superate, insostenibili quanto si vuole, ma che un tempo erano state condivise da moltissimi perché facevano parte di un patrimonio comune a moltissimi. Anche se questi ora preferivano dimenticarlo. L’articolo della Rossanda s’intitolava appunto «L’album di famiglia». E naturalmente fece non poco scandalo.

 

Oggi l’Islam ha forse bisogno di uno scandalo analogo. Di qualcuno nelle sue file che abbia la lucidità intellettuale e il coraggio di dire che se nel mondo si aggirano degli assassini - non uno, non dieci, ma migliaia e migliaia di assassini feroci - i quali sgozzano, violentano donne, brutalizzano bambini, predicano la guerra santa, e fanno questo sempre invocando Allah e il suo Profeta, sempre annunciando di compiere le loro gesta in nome e per la maggior gloria dell’Islam, ebbene se ciò accade non può essere una pura casualità. Non può essere attribuito a una sorta di follia collettiva. Il mondo non è pazzo: qualche ragione deve esserci. Deve esserci qualche legame - distorto, frainteso grossolanamente, erroneamente interpretato quanto si vuole - ma un legame effettivo con qualcosa che riguarda l’Islam reale.

 

Che cosa? Non mi azzardo a dirlo. Non solo per paura delle conseguenze (esiste anche questa: e come potrebbe non esserci?), ma soprattutto perché chi scrive, così come del resto molti altri occidentali, siamo consapevoli di avere a che fare con un mondo che non è il nostro e che alla fine conosciamo ben poco. E che in questo mondo, perciò, ogni nostra affermazione, ogni nostra inevitabile semplificazione può offendere sensibilità, creare equivoci, suscitare sdegni pure legittimi.

Ma soprattutto perché un discorso sull’«album di famiglia», come si capisce, non può che venire dall’interno della famiglia stessa. In questo caso dall’interno dell’Islam, dalla sua intelligenza del momento storico e dei pericoli che si stanno addensando per tutti. Solo così conta qualcosa e può produrre qualche effetto. Ernesto Galli della Loggia, CdS  11

 

 

 

 

Rebus

 

Dopo la riforma del Parlamento, ci saranno elezioni politiche. Gli italiani, ovunque residenti, saranno chiamati a rifondare un Potere Legislativo differente negli uomini, negli intenti e nei numeri. Almeno così dovrebbe essere. Ancora una volta, il condizionale in politica è d’obbligo. Con l’aria che tira nel Bel Paese, non potrebbe essere altrimenti. In poco più di un anno, la penisola è stata scossa da una serie d’eventi di tale rilevanza da denaturare la stessa logica del potere. Il Governo Renzi è prossimo al capolinea. Un Primo Ministro, ancora dipendente da un sistema elettorale alla vecchia maniera, non riuscirebbe a spuntarla. Entro la primavera, sarà il “vecchio” Parlamento, quello della responsabile inerzia, a varare le regole del “nuovo”. Come a scrivere che non saranno in pochi a tentare la rimonta. Questa volta, però, la logica del potere non dovrebbe avere buon gioco. Se si vuole realmente voltare pagina, il passato potrebbe solo rappresentare una lezione per evitare di commettere gli stessi errori. Una sorta di pulizia che dovrebbe essere, a nostro avviso, gestita proprio da quella fitta schiera d’Onorevoli che saranno, oltre ogni ragionevole dubbio, “trombati”. E questo già non sarebbe poco. Eppure non basta. Se il “nuovo” si sostituisce al “vecchio”, il cambiamento, senza una precisa linea di programma, sarebbe più apparente che sostanziale. Certamente, gli italiani, stremati da tante privazioni, pretendono ben altro. C’è da domandarci, pur se con molta umiltà, dove andrà l’Italia. Tentare di rispondere ora non sarebbe attendibile. L’impossibilità è determinata da seri segnali “incerti”di chi dovrebbe rappresentarci al vertice del potere. Le incognite sono tanto complesse da non concedere attendibili proiezioni sugli eventi dell’immediato futuro. Il malessere che ne deriva è più che palpabile. Il male oscuro del nostro Paese è proprio la sfacciata mancanza di coerenza. Coerenza indispensabile per meritare fiducia. Le “colpe” di tanto degrado, comunque, dipendono sempre dagli “altri”. Come da sempre. Certo è che l’onestà politica, come la intendiamo noi, non trova fertile terreno per sopravvivere. Bisognerebbe cambiare registro senza indugio. Tutto considerato, basterebbero poche ma chiare, idee realizzabili e conformi ad un’economia che con la politica non dovrebbe avere collazioni tanto profonde. Dopo il “voto” rinnovato, il Parlamento avrà il titanico compito di dare fiducia a un Esecutivo che sarà, in ogni caso, assai differente da quello che è ancora in vita. Dal punto di vista di un rinnovamento generale, l’Italia, ed il  suo Popolo, dovrebbe cominciare a riprendete l’equilibrio perduto. Nonostante questa nostra riflessione, non siamo per nulla in grado di segnalare a chi ci segue figure degne per far fronte alla bisogna. Il rebus da sciogliere è, e rimane, quello della mancanza di figure politiche realmente svincolate da un passato compromettente. Giorgio Brignola, de,it.press

 

 

 

Napolitano, il discorso più atteso. "Sto per lasciare le mie funzioni: mi dimetterò"

 

Dal suo studio al Quirinale il presidente della Repubblica si rivolge per la nona volta agli italiani. "Ho fatto del mio meglio: ma non posso sottovalutare segni di affaticamento". E a tutti i cittadini: "Mettiamocela tutta. Lo farò anche io. Resterò vicino a tutti per il sostegno e l'affetto ricevuto in questi anni"  - di CARMINE SAVIANO

 

ROMA - Le parole più attese. "Sto per lasciare le mie funzioni. E presenterò le dimissioni". Le parole intorno a cui il baricentro della politica italiana sta ruotando da mesi. Nel suo nono messaggio di fine anno da Capo dello Stato, Giorgio Napolitano non traccia solo un bilancio della sua permanenza sul Colle più alto. Non si limita soltanto a salutare gli italiani. "Ho fatto del mio meglio, in questi anni travagliati ho difeso l'unità nazionale". Non è solo un commiato, perché "non posso più sottovalutare i segni dell'affaticamento". Ma come ha sempre fatto, il presidente indica la rotta. Traccia la strada su cui il Paese dovrà muoversi nei prossimi mesi. Riforme, lotta alla corruzione, ripresa economica, il dramma della disoccupazione giovanile. Segnala i pericoli, chiarifica le sfide: inserendo consapevolezza all'interno del discorso pubblico. E dal suo studio al Quirinale tesse ancora una volta la trama del patto che lega gli italiani alle istituzioni della Repubblica. Respingendo ogni forma di discredito della politica. Un discorso trasmesso a reti unificate e seguito complessivamente da 10.178.000 telespettatori.

 

Inizia con l'addio, Giorgio Napolitano. Lo dice subito: "La mie riflessioni avranno per destinatario anche chi presto mi succederà nelle funzioni che sto per lasciare, rassegnando le dimissioni: ipotesi che la Costituzione prevede". Il Capo dello Stato afferama di non poter più "sottovalutare i segni di affaticamento. Ho toccato con mano i limiti dell'età". Una scelta personale. Un suo "dovere preciso". Per non togliere nulla all'azione della presidenza della Repubblica. Le istituzioni prima degli uomini.

 

Le riforme. Poi i temi al centro dell'agenda politica. Nei ventidue minuti del suo discorso il Capo dello Stato li affronta tutti. Inizia dalle riforme. Dall'essenza stessa del sua decisione di accettare, nel 2013, un secondo mandato. "L'aver tenuto in piedi la legislatura apertasi con le elezioni di quasi due anni fa, è stato di per sè un risultato importante: si sono superati momenti di acuta tensione, imprevisti, alti e bassi nelle vicende di maggioranza e di governo. Si è in sostanza evitato di confermare quell'immagine di un'Italia instabile che tanto ci penalizza e si è messo in moto, nonostante la rottura del febbraio scorso, l'annunciato, indispensabile processo di cambiamento", dice il presidente. E aggiunge: "Ebbene, è innegabile che quell'auspicio si sia realizzato". E ricorda quanto sia importante per gli equilibri del Paese il superamento del bicameralismo perfetto.

 

Corruzione, il marciume da bonificare. "Solo riconquistando intangibili valori morali la Repubblica potrà andare avanti. Non lasciamo che a occupare lo spazio siano solo italiani indegni". Durissime le parole che il presidente dedica allo scandalo di Mafia Capitale. "Un sottosuolo di marciume da bonificare". Per poi "affrontare le più gravi patologie di cui il nostro paese soffre: a cominciare da quella della criminalità organizzata e dell'economia criminale e da quella di una corruzione capace di insinuarsi in ogni piega della realtà sociale e istituzionale, trovando sodali e complici in alto".

 

Gli esempi. E dopo gli italiani indegni, quelli "esemplari". Quei modelli in grado di ridare forza etica ai cittadini. A partire da Samantha Cristoforetti, da Fabiola Gianotti e dai medici di Emergency. Poi Papa Francesco. Modello per le "vigorose" denunce contro il rischio di insofferenza globale.

 

I giovani e il lavoro. E tutto il discorso, dall'inizio alla fine, è attraversato dalla preoccupazione per il futuro dei "nostri ragazzi". Dice Napolitano: "La questione chiave è il dilagare della disoccupazione giovanile e la perdita dei posti di lavoro". E il presidente invita a uno sforzo collettivo. Ulteriore. Perché "dalla crisi mondiale purtroppo non siamo riusciti a sollevarci". Ciò che serve è il "recupero di una ragionata fiducia in noi stessi". L'unica strada per "far rinascere la politica nell'accezione più alta". Perché la crisi - come spesso nelle parole del presidente - è anche una opportunità per far "nascere un'Italia nuova".

 

L'Europa. Napolitano giudica in modo positivo il semestre di presidenza italiana dell'Ue. "L'Italia ha colto l'opportunità per sollecitare un cambiamento delle politiche dell'Unione Europea che accordino priorità al rilancio solidale delle nostre economie". Poi la critica a chi vuole abbandonare quello che il Capo dello Stato definisce "l'alveo europeo". Perchè non c'è "niente di più velleitario e pericoloso di certi appelli al ritorno alle monete uniche".

 

Il saluto finale: "Resterò vicino a tutti". Il commiato del presidente è allo stesso tempo rigoroso e commovente. "Ho così concluso l'appello che ho voluto indirizzare più che ai miei naturali interlocutori istituzionali, a ciascuno di voi, come persone, come cittadini attivi, perchè da ciascuno di voi può venire un impulso importante per il rilancio".   LR 1

 

 

 

 

Mario Giro: ‘‘Fondamentali per l’Italia difesa e controllo della reputazione all’estero’’

 

ROMA - Rimbalzano in questa settimana i messaggi sulla perdita di appetibilità internazionale dell’Italia a tutti i livelli: un Paese che non attira più né investitori stranieri, né turisti, né emigrati. I costi di una diminuita reputazione, più o meno fondata, si calcolano in perdita di talenti e flussi turistici. Cosa fare per gestire la propria reputazione, e da cosa ripartire per rendere l’Italia più attraente? Alla definizione all’estero del «brand Italia» concorrono anche una molteplicità di elementi del sistema-Paese all’estero: studenti, nuova e vecchia emigrazione, beni materiali e immateriali, prodotti creativi, patrimonio culturale, audiovisivo, letterario e linguistico. Il marchio e la reputazione dell’Italia non sono stati ancora assunti, valorizzati, monitorati e gestiti a livello centrale e istituzionale. Il rischio è che la reputazione e l’immagine dell’Italia siano etero-determinate e che il Paese subisca un’immagine troppo stereotipata, eccessivamente ancorata al passato o inesatta, lasciando però le istituzioni inerti di fronte alle criticità da affrontare.

Secondo il rapporto sul posizionamento dei Brand Paese (Country Brand Index), costruito sulla base delle percezioni di opinion leader mondiali, l’Italia passa dal primo posto nel 2005 al 18° del 2014, terzultimi su 21 paesi. L’immagine del nostro Paese nel mondo sarebbe penalizzata da una percepita cattiva gestione politica, da un sistema di valori che si va opacizzando, da infrastrutture insoddisfacenti, dalla scarsa tecnologia e dalla qualità della vita sempre più bassa. Lo studio offre degli spunti da cui ripartire: l’Italia è riconosciuta ancora all’estero come il Paese della bellezza, della cultura, della tecnologia, del buon cibo e della moda. Ha un capitale di reputazione legato alla cultura e alla lingua ancora non intaccato, più grande del Paese ma sottoutilizzato perché frammentato e mancante di una visione condivisa. Ma vanno evitate le inerzie legate all’erronea convinzione di godere di una rendita di posizione. Partendo da questi beni rifugio si può iniziare a ricostruire la reputazione del Paese all’Estero e generare immediati ritorni economici. Lingua e cultura creano immediati flussi turistici e l’interesse per tutto quanto viene prodotto in Italia, perché risultato di uno stile di vita. Però va superata la frammentazione, e occorre assumere istituzionalmente il compito di monitorare e migliorare l’evoluzione della reputazione all’estero del nostro Paese, in modo da affrontare anche le maggiori criticità.

Il primo passo è attivare un luogo di programmazione strategica unitaria che coinvolga esperti del turismo, cultura, istruzione, enti locali, ricerca scientifica e che individui messaggi e immagini diverse e coerenti per presentare il nostro paese nelle differenti aree geografiche. Per lanciare un’azione di sistema sulla reputazione è necessario coinvolgere anche attori non istituzionali. E ipotizzabile l’organizzazione periodica di Forum sull’immagine e reputazione dell’Italia nel mondo a cui partecipino anche operatori economici, sportivi, della solidarietà ed enti territoriali attivi nel mondo, che avrebbe il compito di indicare le criticità e linee di azione. La rete di promozione culturale e linguistica dell’Italia, con gli Istituti italiani di cultura, le scuole e i comitati Dante Alighieri, presente in più di 250 città nel mondo, potrebbe essere usata per monitorare e orientare la percezione dell’Italia nei differenti Paesi. E possibile dare una vocazione e un ruolo alla nuova emigrazione, agli studenti e ricercatori in partenza per l’estero, e alle élite straniere che hanno studiato e conoscono l’italiana.

Mario Giro (Sottosegretario agli Affari Esteri) su Milano Finanza del 13 dicembre 2014

 

 

 

 

Renzi, la legge di stabilità mette più soldi nelle tasche degli italiani. E' la prima volta

 

All'indomani del via libera definitivo del Parlamento alla manovra da 35 miliardi di euro, il premier Matteo Renzi commenta l'esito e fa il punto su alcune questioni economiche in un'intervista a 360 gradi ai microfoni di Rtl 102.5. "La legge di stabilità mette più soldi, per la prima volta, in tasca agli italiani'' dichiara soddisfatto. Da bonus Irpef a sconti Irap, tutte le misure della manovra 2015

Lavoro - Renzi, in prossimi mesi misure ad hoc per giovani partite Iva.

Renzi comunque, annuncia nuove misure per "le giovani partite Iva" che non hanno beneficiato di misure. "Nei prossimi mesi'' afferma, sarà presentato un ''provvedimento ad hoc per i giovani professionisti, che hanno avuto meno vantaggi di tutti in questa legge di stabilità''.

Lavoro - Renzi, con Jobs act non sarà più facile licenziare ma più facile assumere

Inoltre, il Premier, a proposito della riforma del mercato del lavoro sostiene che con il Jobs act ''non è che sarà più facile licenziare, sarà più facile assumere''.

Ilva - Renzi, Ue non potrà impedirci di salvare i bambini di Taranto

Un passaggio dell'intervista riguarda anche l'intervento che il governo ha annunciato per l'Ilva di Taranto e che potrebbe incorrere in veti da parte di Bruxelles. "L'Europa deve smetterla di vivere gli investimenti come un problema" sostiene il Premier. "L'altro giorno discutevamo delle misure per Taranto e mi mettevano in guardia sul fatto che l'Europa possa considerare queste misure come aiuti di Stato - dichiara - con tutti i morti di tumore che ci sono stati, volete impedirmi di mettere i soldi per riqualificare l'ambiente a Taranto? Se l'Europa vuole impedire il salvataggio dei bambini di Taranto significa che ha perso la strada di casa. Le regole non possono essere un assillo burocratico. Noi a Taranto faremo il risanamento ambientale e nel 2015 faremo gli investimenti necessari".

Crisi - Renzi, spero che nel 2015 Paese torni a correre

Renzi si mostra poi fiducioso sulle prospettive di crescita. " Il Paese è un po' rannicchiato, io spero che nel 2015 ci sgranchiamo un po' le gambe e che il Paese possa tornare a correre".

Caso Marò - al lavoro per trovare soluzione condivisa il prima possibile

In vista del colloquio di oggi con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sugli ultimi sviluppi del caso Marò, Renzi annuncia che il governo italiano ''è impegnato'' per trovare una ''soluzione condivisa'' con il governo indiano ''il prima possibile''e sottolinea che ''per la prima volta dopo mesi, il governo indiano ha espresso il desiderio di trovare una soluzione condivisa con il governo italiano. E' la prima volta che accade in tre anni'' cioè da quanto c'è stato quello che Renzi definisce un ''incredibile pasticcio causato da una serie di errori grossolani''. 'Dobbiamo portare tutti in Italia'' definitivamente, sottolinea ''se c'era da fare un processo sono passati quasi tre anni'', quindi ''siamo al lavoro con il governo, in un clima di rispetto reciproco, ma chiediamo che si faccia rapidamente''. Adnkronnos 23

 

 

 

Letterina di Natale con sogni

 

Nel “Dialogo della Natura e di un islandese” Giacomo Leopardi (che Martone, dallo schermo, ci ha costretto a riprendere in considerazione), dice che è facile persuadersi, e molto presto, “ della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano”.

Penso a quest’amara analisi mentre faccio il punto sull’anno trascorso, il settimo di seguito in crisi, e devo concludere che Renzi è stato solo un illusionista, uno che durante il semestre di presidenza europea ha continuato a girare col piattino e mendicare “elasticità” senza una sola vera proposta innovativa e che, ancora, con la legge di stabilità, reitera un approccio inadeguato e incongruente alla natura della crisi, con un miglioramento solo di alcune condizioni d’offerta del nostro settore produttivo - limitandosi a ridurre il costo del lavoro e aumentarne la flessibilità - senza curarsi della sua decrescente capacità innovativa che è alla base del nostro declino (non solo economico); senza  neanche una riga sul problema più urgente ,  costituito dalle carenze della domanda.

Come scrive Felice Roberto Pizzuti,  Renzi ha detto agli industriali “vi tolgo l’articolo 18 e i contributi, vi abbasso l’Irap, ora assumete”; ma la manovra del suo governo riduce i costi (e aumenta i profitti) per quelle imprese che già dispongono in qualche misura di una domanda la quale, tuttavia, è largamente insufficiente per impegnare tutte le risorse produttive esistenti e non aumenterà significativamente a seguito della riduzione delle imposte a carico delle imprese e dei diritti dei lavoratori. Anzi, i dati confermano che, pur riducendo il cuneo fiscale e aggiungendo 80 euro in busta paga - ma aumentando la precarietà dei posti di lavoro - i consumi e gli investimenti non crescono.

Doni esigui e dubbi, quindi, sotto l’albero di Natale, che non cambiano per nulla la situazione della più parte degli italiani, perche dal punti di vista distributivo la manovra beneficia essenzialmente le imprese, e specificamente quelle operanti nei settori meno dinamici (su 36 miliardi, solo 300 milioni sono finalizzati a ricerca e sviluppo); non solo in via diretta (riducendo imposte e contributi a loro carico e concedendo nuovi incentivi) ma anche in via indiretta per gli effetti di traslazione a loro vantaggio sia degli sgravi contributivi formalmente a favore dei lavoratori sia dell’eventuale trasferimento in busta paga del Tfr.

Dicevo che ancora più grave e l’inutilità della sua presidenza in ambito europeo.

Quando, nel luglio 2012, Mario Draghi, disse,  in un famoso intervento rivolto ai mercati finanziari,  che la BCE avrebbe difeso l’Euro con tutte le sue forze e che “credetemi, saranno sufficienti”, la speculazione internazionale si fermò, comprendendo che era troppo rischioso andare oltre se la BCE si comportava come una banca centrale normalmente deve fare, cioè difendere l’intera economia di cui è uno strumento di politica economica.

I tedeschi e i loro solidali del rigore “stupido” non ne furono lieti, ma dovettero constatare che la posizione assunta dalla BCE ridava fiato all’intera UE.

Per oltre due anni l’avvertimento di Draghi ha retto, ma la Germania non ha mai dismesso la sua contrarietà a quella linea.

Nel frattempo è aumentata fortemente l’offerta di moneta sia della FED statunitense sia della BCE; l‘economia reale non ne ha beneficiato (occorrevano e occorrono mutamenti strutturali della complessiva politica economica), ma – tra l‘atro - sono aumentate le munizioni della speculazione finanziaria.

Renzi, durante il semestre della nostra presidenza che scadrà fra pochi giorni, avrebbe dovuto pretendere si seguisse la linea di Draghi ed invece ha continuato a genuflettersi alla Germania del rigore senza senso e non ha in nessun modo reale sostenuto quanto Inghilterra e Francia hanno con forza ripetuto ed anche attuato.

In Europa Renzi il “cambiamento di verso” non l’ha neanche annunciato, determinando così un peggioramento interno con una crescita  vertiginosa della disoccupazione e senza  il problema di carenza di domanda aggregata,  che causa una maggiore flessibilità del lavoro,  favorisce contratti precari e peggiora le condizioni di reddito della forza lavoro, rischiando di svolgere una funzione pro-ciclica, deprimendo ulteriormente la domanda (a tal proposito è opportuno notare che l’Italia è il paese europeo in cui i salari reali sono cresciuti di meno dai primi anni novanta ad oggi, determinando una consistente riduzione della quota dei salari sul Pil).

Ed anche in campo Europeo Renzi e l’imperante Germania continuano a perpetrare uno scenario deflazionistico che fa parlare di giapponessizzazione del Vecchio Continente.

Nella Nazione del Sol Levante, a partire dalla metà degli anni novanta, le imprese hanno reagito al crollo della domanda (e dei prezzi), determinato dallo scoppio della bolla immobiliare, tagliando i salari. Con l’effetto di provocare un’ulteriore riduzione della domanda e dando il via a quella spirale negativa che il Giappone sta ancora oggi cercando di invertire.

Ma,  nonostante tutto, come ricorda Leopardi, l’uomo non impara dai suoi errori, anzi.

Renzi, in fondo, come il protagonista di “Ad occhi chiusi” di Tozzi, è il risultato di un mondo che solo in superficie dice di cambiare, ma non lo fa mai radicalmente.

Sicché, dopo i vari tentativi dei governi per risolvere la crisi, dopo il tecnico Monti e l’equilibrato Letta, dopo il riformatore che non innova Renzi, penso  che per noi non  restino che i sogni “telediagnostici”  di Nora, l’ultima Sibilla, descritta da Simona Sparaco nel suo bellissimo “Se chiudo gli occhi” e che il futuro, sempre più incerto, potrà comporsi solo se eserciteremo una insensata ma tenacia speranza, fidandoci di noi come popolo e comunità e non di coloro che si eleggono a nostri rappresentanti.

Ho letto ultimamente un articolo che mi ha impressionato davvero molto, dove in un ospedale di bambini, la gente delle pulizie che pulivano i vetri erano vestiti tutti da Babbo Natale, per non togliere il sorriso a un bambino malato.

In Italia si fa anche questo ed è questo che nutre in me, ancora, qualche speranza, nonostante la corruzione dilaghi, lo stato frantumi, il territorio sia lasciato a se stesso  e delle mamme siano accusate, pare con molte ragioni, dei più atroci dei delitti.

Non è stato forse Pirandello a dirci che sono proprio i sogni più arditi a potersi realizzare, d’improvviso, anche se non vi sono premesse a parte di crederci per intero e fino in fondo?

In “Sogno di Natale” egli scrive che sono proprio i momenti di cordoglio intenso e di intesa e totale disperazione i grandi sogni di speranza si realizzano. Carlo Di Stanislao, Deit.press

 

 

 

 

Senza fine

 

L’indisponibilità economica è un fatto giornaliero che si evidenzia, con pedante monotonia, sempre negli stessi livelli della popolazione. Si scrive di contenimento della spesa pubblica, quando le casse già si sono svuotate. Le tante responsabilità politiche, che ora stanno emergendo, sono di vecchia data. Prima, però, il “corso” del Paese sembrava differente. Anche se era un’apparenza tragicamente occultata per evitare che gli intrighi venissero alla luce. Ora iniziano ad affiorare. Tornare indietro sembra un’operazione impossibile, andare avanti, senza cambiare rotta, sarebbe ancora più tragico. I sacrifici, ora, hanno specifici riferimenti nel tessuto sociale nazionale. Certo è che, identificata la malattia, appare ancora arduo agire per somministrare la cura giusta. Col prossimo anno non cambierà nulla se non si provvede, da subito, a dare una svolta integrale alla realtà del Paese. Lo abbiamo capito tutti che così non può durare. Uomini di partito compresi. Di fatto, in ogni caso, si continua a tergiversare e la verità affiora a pelle di leopardo. Gli scandali non sono che la più evidente conseguenza di uno stato di fatto troppo anomalo perché eviti che i nodi vengano al pettine. Oggi è più difficile fare gli indifferenti, Ci pensano i conti non pagati, le utenze non onorate, i canoni auto ridotti a riportarci alla realtà di quest’Italia che si avvia alla fine del tredicesimo anno del Nuovo Secolo. Le privazioni, hanno preso il posto delle rinunce. C’è chi vive ancora bene, anzi benissimo; ma c’è chi non riesce più a tirare avanti. Prima ci riusciva e con dignità. Il deficit nazionale non è stato ridimensionato e d’ottimismo non ne parla più nessuno. Neppure chi avrebbe tutte le ragioni per mantenere lo “status quo”. La paura di uno scivolone sulla classica buccia di banana, l’impressione d’essere sorpresi con le dita nella marmellata ha aumentato le cautele. Non per un ritorno d’insperata onestà, ma per palpabile timore. Chi sbaglia paga. Ma da noi pagano anche quelli che non sbagliano, ma contribuiscono, a torto o a ragione, nel togliere le “castagne dal fuoco” agli incauti che ci hanno provato, ma non ci sono riusciti. La prospettiva di una Società protesa al benessere è tornata un mito. Siamo andati indietro e non di poco. Oggi è “economista” chi riesce a tirare avanti, con famiglia a carico, con non più d’Euro 1000 mensili. Se l’alloggio è in affitto, allora, ha del miracoloso. Tornare a votare, con l’attuale sistema, non cambierebbe nulla. Lo abbiamo già scritto, ma lo ripetiamo perché ne siamo persuasi. O si cambia il registro della politica italiana, o è meglio gettare la spugna. Solo tramite l’avvicendamento d’uomini nuovi e di programmi non inquinati, potremo evitare di perdere, irrimediabilmente, una partita iniziata nel lontano 2008 che si è rivelata, da subito, perdente.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Napolitano ci ha salutati ma chi andrà al Quirinale dopo di lui?

 

I giornalisti della carta stampata e delle televisioni continuano ad esaminare, interpretare e discutere del messaggio con il quale Giorgio Napolitano ha dato il suo addio alla carica che ricopre, agli italiani da lui rappresentati nella loro totalità e nella loro auspicabile responsabilità e alla classe politica che bene o male (più male che bene) li rappresenta. Il totale degli ascolti registrati da tutte le televisioni a reti unificate per l'occasione è stata di tredici milioni, il settanta per cento di share, una cifra alla quale, se si aggiungono coloro che non l'hanno seguito in diretta televisiva e l'hanno però recuperato sui giornali o attraverso la rete Internet si arriva a quote del cento per cento degli italiani dai 14 anni in su. Sabino Cassese nel suo fondo di venerdì sul Corriere della Sera ha fatto il conteggio delle parole più usate nel saluto del Presidente della Repubblica, notando che sono state: unità, fiducia, nazione, doveri, Europa, responsabilità, lavoro, Mezzogiorno, rispetto verso gli altri e verso le istituzioni, corruzione, riforme. Le più ricorrenti di questo lungo campionario sono state fiducia, doveri, nazione. Quella non usata è stata diritti, ma, stando all'opinione di Cassese, era implicito nel testo del messaggio. Personalmente non credo che sia questa l'interpretazione esatta. La parola diritti solleva inevitabilmente contrasti, sia per mantenere quelli esistenti che spesso sono stati insidiati e in alcuni casi addirittura aboliti, sia per ottenerne altri che il mutamento d'epoca pone come indispensabili: in ogni caso sono fattori di nuove lotte che avrebbero comunque indebolito la reciproca fiducia e quindi l'unità nazionale che Napolitano ritiene a questo punto indispensabile.

 

Personalmente ho deciso di scrivere un ritratto politico e morale di Giorgio Napolitano due o tre giorni prima delle sue dimissioni che  -  ormai è certo  -  avverranno il 14 gennaio ma penso fin d'ora che, unitamente a Carlo Azeglio Ciampi, sia stato il solo a difendere le prerogative presidenziali che fanno del Capo dello Stato una figura costituzionale diversa da tutti gli altri Capi di Stato europei. Questa figura Napolitano vuole mantenerla. Vale la pena di capirne il perché.

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In tutta Europa (salvo che in Russia e nei suoi dintorni che Europa non sono) il Capo dello Stato non ha alcuna funzione e quindi nessuno dei suoi rappresentati ne conosce o ne ricorda il nome. Le sue prerogative sono puramente cerimoniali, come accade d'altronde dove esiste la monarchia.

 

Il monarca, anzi, conta sempre meno del presidente d'una Repubblica. Così il re di Spagna, quello del Belgio, la regina di Gran Bretagna. In Italia è diverso: le prerogative del Presidente non sono affatto limitate al cerimoniale; riguardano diritti sostanziali: a lui è riservato il diritto di grazia, la nomina dei senatori a vita, la nomina del presidente del Consiglio e su sua proposta dei membri del governo e dei sottosegretari, la firma dei decreti-legge prima che siano presentati in Parlamento, l'inviolabilità per ogni eventuale reato che non sia stato colto in flagranza dalle forze della sicurezza pubblica. Infine spetta a lui lo scioglimento delle Camere o di una sola di esse quando prima della loro regolare scadenza si trovino in condizioni di non funzionare quale che ne sia la ragione.

 

La spiegazione di queste prerogative sostanziali non ha bisogno di alcun chiarimento, la nostra è infatti una Repubblica nella quale il Capo dello Stato tutela la Costituzione e coordina una leale discussione tra gli altri poteri costituzionali. Se alcuni di quei poteri vogliono rafforzare la loro autorità diminuendo i poteri di controllo che la contrastano, il Capo dello Stato ha la funzione di impedire questo mutamento e le sue prerogative sostanziali servono appunto a svolgere questo compito. Questo non significa affatto che vi sia o vi debba essere una dialettica polemica tra il potere esecutivo rappresentato dal presidente del Consiglio e quello del Capo dello Stato. Al contrario, ci deve essere e di fatto nel caso specifico c'è una collaborazione e una stima reciproca tra la presidenza del Consiglio e quella della Repubblica, la quale tuttavia può incorrere nel freno che il Capo dello Stato può e deve svolgere quando un potere tende a soverchiare l'altro.

 

Questa differenza tra la nostra idea di Presidente e quello che è avvenuto nel corso degli anni della Prima Repubblica è notevole. Il mutamento avvenne in concomitanza ed a causa del rapimento di Aldo Moro e della sua uccisione da parte delle Brigate Rosse. Siamo nel 1978 e si forma da allora un passaggio fondamentale di cui sono protagonisti personaggi come Pertini, Scalfaro, Ciampi, Napolitano che assumono al vertice dello Stato una funzione durata fino ad oggi, cioè più di trent'anni, completamente diversa da quella che c'era stata nei trent'anni dall'approvazione della Carta costituzionale fino, appunto, l'uccisione di Moro. Dal 1947 (firma della Costituzione) fino al 1978 il Capo dello Stato non aveva alcun potere e alcuna prerogativa se non di tipo cerimoniale. Naturalmente la lettera della Costituzione era più o meno simile a quella attuale ma esisteva la cosiddetta Costituzione materiale che era la prassi invalsa e che dava al Capo dello Stato poteri minimi rispetto a quelli che il partito di maggioranza e cioè la Dc con i suoi alleati imponeva. Questa è la differenza tra ieri e oggi: i primi trent'anni il Capo dello Stato non conta quasi nulla, come in tutta Europa, nei secondi trenta i quattro nomi che abbiamo indicato tornano alla letteralità della Costituzione e di quella si fanno scudo e rappresentanti.

 

In Europa le cose stanno molto diversamente. L'abbiamo già accennato e debbo dire che il potere esecutivo ed il suo principale rappresentante che siede a Palazzo Chigi vorrebbe un cambiamento dello stesso tipo di quello vigente in Spagna, Germania, Belgio, Gran Bretagna ed altri. Tutto questo sarà messo alla prova durante le prossime e imminenti elezioni del nuovo inquilino del Quirinale.

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Renzi non ha la maggioranza assoluta del plenum parlamentare che voterà il nuovo Capo dello Stato. Alcuni membri dei partiti che non appartengono alla maggioranza voteranno per il nome scelto da Renzi, ma molti altri che appartengono invece alla maggioranza o allo stesso Pd voteranno probabilmente contro quel nome. Renzi queste cose le sa bene e quindi ne terrà conto nella tattica per arrivare ad una strategia che è quella da lui preferita. Ci sono varie possibilità nelle modalità con cui si sceglie il futuro successore di Napolitano: alcuni puntano su tecnici di vario tipo e di varie discipline alle quali il presidente del Consiglio è disposto a lasciare piena padronanza di quelle materie riservando al potere esecutivo la politica. È difficile pensare che un nome si imponga fin dalle primissime votazioni. Probabilmente ci sarà un periodo di assaggio ma non credo che sia lunghissimo a meno che non vi siano cessioni inevitabili dall'una parte e dall'altra. La soluzione mediana riguarda il livello dei tecnici che deve essere e sarà, se questa fosse la soluzione, molto elevato, riconosciuto non solo in patria ma anche a livello europeo e internazionale. Naturalmente i tecnici possono anche essere, e spesso lo sono, opportunisti nel senso che mettono la propria tecnica a disposizione di chi è più potente di loro e può dunque dare a quella loro capacità una sistemazione estremamente ambita. C'è poi un altro compromesso che è appunto quello di trovare tecnici non opportunisti. Non è facilissimo ma ce ne sono e su quelli bisognerebbe orientarsi. Poiché fare un elenco con alcuni nomi di opportunisti provocherebbe a chi lo fa una serie di sciagure giudiziarie del tipo querele per diffamazione o per calunnia bisogna seguir la via opposta: fare il nome dei più adatti e dei meno opportunisti. Ecco qualche nome in proposito: Pier Carlo Padoan, Renzo Piano, Riccardo Muti, Elena Cattaneo, Sabino Cassese, Gustavo Zagrebelsky, Umberto Eco.

 

Sono pochi e ce sono molti di più ma questi servono a dare un'indicazione di capacità e di livello che possa essere utile anche applicata a nomi equivalenti. Rappresentano varie branche della cultura, della scienza, della tecnica, dell'insegnamento, dello spettacolo e del diritto.

 

Più difficile è fornire il nome dei politici cioè di coloro che lasciano la tecnica a chi di dovere e si occupano del bene comune e della sua realizzazione. Questi nomi sono di molto minor numero perché la buona politica che si propone non già il potere per il potere, ma il potere per il bene comune, è assai limitata. Aristotele la mise in cima alle categorie dello spirito ma parlava in un'epoca che è molto diversa della nostra. Comunque ecco qualche nome che possa servire a utilizzare le persone qui indicate o altre di analogo livello e importanza: Romano Prodi, Walter Veltroni, Enrico Letta, Luigi Zanda, Piero Fassino, Pier Luigi Bersani. Anche qui ce ne sono altri ma non molti, ho già detto che la merce buona in politica è molto più rara e le scelte di qualità sono terribilmente difficili. EUGENIO SCALFARI,  LR 3

 

 

 

A Palazzo Montecitorio “Un Paese diverso è possibile? A che punto è la riforma della legge sulla cittadinanza”

 

In occasione della Giornata mondiale del migrante, un’iniziativa delle organizzazioni che sostengono la campagna “L’Italia sono anch’io”. Il saluto della presidente della Camera dei Deputati Laura Boldini: “Il diritto alla cittadinanza, che è la madre di tutti i diritti, incontra oggi resistenze che non sono giustificate né giustificabili”

 

ROMA – Il punto sullo stato di avanzamento della riforma riguardante la normativa sul conferimento della cittadinanza italiana tracciato oggi pomeriggio nel convegno svoltosi a Palazzo Montecitorio e intitolato “Un Paese diverso è possibile? A che punto è la riforma della legge sulla cittadinanza”, promosso dalle organizzazioni sociali che sostengono la campagna “L’Italia sono anch’io”. La Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati sta infatti lavorando in questa legislatura ad una riforma della legge sulla cittadinanza n.91 del 1992, esaminando sia la proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta dalla campagna e volta ad estendere la cittadinanza italiana ai figli nati in Italia da cittadini immigrati sia altre proposte sul medesimo tema, proposte che dovranno confluire in un articolato normativo che possa ottenere l’approvazione del Parlamento.

Si tratta di un tema “sentito ma divisivo” nel nostro Paese, rileva il giornalista Rai Giorgio Zanchini, moderando l’incontro: a pesare sui ritardi con cui è stato avviato e procede l’iter parlamentare “legittime diversità” ma anche “un’impreparazione generale sull’argomento” imputata agli stessi giornalisti e che occasioni come quella di oggi intendono colmare. Richiamata poi la ricorrenza di oggi, Giornata mondiale del migrante, quale appuntamento significativo per lavorare ad una svolta sull’argomento, svolta che deve condurre – evidenzia la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini – “a fare del nostro Paese un luogo più inclusivo per tutti, attraverso l’accesso ad un diritto, quello della cittadinanza, che è la madre di tutti i diritti, il diritto ad avere diritti, ma incontra resistenze che – sostiene Boldrini – non sono giustificate né giustificabili”. Per la presidente della Camera infatti “non ci sentiremmo meno italiani con una nuova legge che contribuisse a far sentire i nuovi italiani partecipi al progetto politico e sociale” della nostra nazione. Il principio dello ius sanguinis, su cui è basata la normativa attualmente in vigore e che lega il diritto di cittadinanza all’ascendenza familiare, “va pur bene e ci consente di avere collegamenti internazionali con i tanti italiani sparsi in tutto il mondo, spesso legati al nostro Paese anche non conoscendone la lingua o non avendolo mai visto – afferma Laura Boldrini, - ma stride con l’esclusione di tanti figli di immigrati che nascono nel nostro Paese”. “Penso che sia cosa buona mantenere vivo il legame con i tanti nostri connazionali presenti nel mondo e che tale legame aiuti il sistema Paese, ma questo non deve tradursi nel precludere altri tipi di legame che sono basati sul rapporto con il territorio – chiarisce la presidente della Camera, segnalando come “chi va a scuola con i nostri figli, conosce la lingua italiana e spesso non conosce altri Paesi che il nostro, non possa non essere cittadino italiano allo stesso modo”. Boldrini auspica dunque la formulazione di un testo di legge sul tema il più largamente condiviso, basato su “spirito realistico e non su contrapposizioni che non giovano al Paese” né su “prese di posizione ideologica”. Richiama infine “la presenza preziosa degli immigrati in Italia, ricchezza dal punto di vista culturale, sociale ed economico, presenza che vale, solo per restare a quest’ultimo aspetto, 10 punti di Pil ogni anno, oltre 16 miliardi di introiti per lo Stato e l’Inps, un contributo concreto dato alla nostra economia anche con le migliaia di aziende gestite da cittadini immigrati, che danno lavoro anche agli italiani”. La presidente della Camera si augura quindi che il Parlamento colga i richiami spesso formulati dallo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sul tema e approvi una legge che possa finalmente dare “una prospettiva di inclusione, specie ai giovani migranti che vedono l’Italia come il loro Paese”.

Di seguito interviene Filippo Miraglia, vice presidente nazionale Arci, tra le principali associazioni proponenti la campagna, che segnala come resti immutata la necessità di suggerire alla politica “un terreno di dibattito diverso, relativo al futuro del Paese”, terreno che non può escludere la presenza immigrata in Italia, che continua a crescere nonostante la crisi. 300 mila sono i nuovi residenti nel nostro Paese registrati nel 2013, quota che include anche i nati in Italia da cittadini immigrati – 77 mila nel 2013, il 15% delle nascite complessive, che in base alla normativa vigente vengono considerati stranieri sino al compimento del 18° anno di età, - una realtà cui il legislatore deve guardare per giungere alla formulazione di una legge adeguata, che guardi al futuro, anche raggiungendo una mediazione che non sia però il frutto – avverte Miraglia – “degli equilibri momentanei del Parlamento”. Une legge che non nasca quindi “già superata” dalle circostanze, come accadde a quella del 1992, e che tenga conto del numero e della volontà degli immigrati di stabilizzare la loro presenza nel nostro Paese – 100 mila sono i cittadini stranieri che sono divenuti italiani nel 2013, un numero di molto inferiore alle naturalizzazioni che avvengono in Paesi che hanno una presenza immigrata paragonabile alla nostra e che stride con la crescita della presenza immigrata in Italia, quantificata oggi in quasi 5 milioni di persone (vedi anche http://comunicazioneinform.it/presentato-a-roma-il-dossier-statistico-immigrazione-2014/). Tra le note critiche emerse nel dibattito che accompagna l’avanzamento della riforma, il vice presidente Arci indica gli interrogativi sui principi che sono stati in questi mesi richiamati dallo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi, come lo ius soli temperato o – in ultimo – lo ius culturae. Principi che Miraglia ritiene non sufficientemente chiari ed errati nel caso siano associati ad una valutazione di condotta scolastica o di vario genere dei bambini e che lo inducono ad oggi a vedere questo percorso di riforma come “un bicchiere mezzo vuoto”.

Tra i sostenitori della campagna “L’Italia sono anch’io” anche Graziano Delrio, oggi sottosegretario alle Presidenza del Consiglio dei Ministri, che evidenzia come tale iniziativa abbia contribuito a fare crescere il dibattito e la coscienza civile, lavoro “di cui adesso – dice – dobbiamo raccogliere i frutti”. “Il Paese è maturo per una riforma importante – afferma Delrio, che ribadisce l’impegno e la volontà del Governo di proseguire su questo fronte, fronte che egli ritiene condiviso da una “maggioranza abbastanza solida” che consentirà l’approvazione di una nuova legge “entro l’estate”. “Il Parlamento deve affrontare il tema subito dopo le riforme istituzionali perché esso è altrettanto importante per la competitività del Paese – afferma Delrio, che avverte però del pericolo che il dibattito sia condizionato “dalla crisi” che alimenta “elementi difensivi e identitari”, e richiederà dunque una dimostrazione di maturità da parte di Camera e Senato. “Sarà una grande occasione per ritrovare il senso della nostra nazione – conclude il sottosegretario.

Di seguito interviene Marilena Fabbri (Pd), deputata correlatrice del provvedimento di riforma insieme a Anna Grazia Calabria (Fi), che segnala come le audizioni sulla materia in Commissione Affari costituzionali siano state interrotte in questi mesi per provvedimenti impegnativi e complessi come la legge delega sul lavoro, la legge di stabilità ed in ultimo la riforma costituzionale. La ripresa dei lavori dopo la pausa natalizia prevede però il lavoro sulle normative relative al conflitto di interessi e alla cittadinanza. Nel merito delle proposte, Fabbri chiarisce come lo ius soli temperato leghi l’acquisizione della cittadinanza al progetto di permanenza in Italia dei genitori dei nuovi nati nel nostro Paese, ossia ad un certo periodo di permanenza legale di uno dei due genitori sul territorio italiano. Resta aperta la discussione se tale permanenza debba essere legata all’iscrizione anagrafica – condizione che renderebbe molto restrittiva la norma – e la quantificazione di tale periodo. Lo ius culturae sarebbe invece legato alla conclusione di un ciclo scolastico da parte del bambino figli di genitori immigrati, ma anche qui resta da discutere della differenza tra ciclo e obbligo scolastico e sull’opportunità di legare o meno l’acquisizione della cittadinanza a valutazioni del rendimento scolastico del minore. Per la relatrice, se è vero che lo ius culturae è al momento un “tema assodato, trasversale e riconosciuto” dalla maggioranza dei parlamentari, l’obiettivo resta l’approdo allo ius soli temperato, prevedendo un percorso legato al ciclo scolastico quale possibilità da affiancare ad esempio per coloro che non sono nati in Italia ma vi sono giunti da piccoli o in età scolastica. Anche Fabbri rileva come il lavoro sia quello di “superare le paure” e far comprendere come “i migranti siano una ricchezza per il Paese”, spesso una “componente vitale e coraggiosa” cui non dobbiamo fare concessioni ma “condividere quello che stiamo costruendo insieme”.

A soffermarsi su alcuni aspetti giuridici e criticità dell’attuale normativa e di alcune proposte di riforma Lorenzo Trucco, presidente dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, anch’essa promotrice della campagna “L’Italia sono anch’io”. Richiamate in particolare le difficoltà connesse all’iscrizione anagrafica regolare per coloro che divengono maggiorenni e intendono acquisire la cittadinanza italiana, la necessità di limitare la discrezionalità connessa alla concessione della cittadinanza, facendone un percorso “di diritto soggettivo di attribuzione della stessa”, e la necessità di limitare i tempi procedurali connessi al riconoscimento, magari introducendo la formula del “silenzio assenso”. Trucco non condivide poi l’eventuale accertamento di conoscenze linguistiche o di altro tipo cui si vorrebbe vincolare il diritto di cittadinanza perché ritiene che una nuova legge dovrebbe mirare a “fare dei passi avanti e non continuare a porre ostacoli”.

Infine, Lucia Ghebreghiorges della rete G2 - seconde generazioni auspica che il Governo voglia con la riforma “dare un orientamento indirizzato al futuro del Paese”, “al di là dei provvedimenti emergenziali o degli approcci ideologici o paternalistici”. Viviana Pansa, Inform 19

 

 

 

 

Le nuove rotte delle navi alla deriva. L’Italia tratta con Grecia e Turchia

 

In tre mesi diecimila arrivi: i migranti ora partono dai porti dell’Est su cargo avviati alla rottamazione. Ogni passeggero imbarcato paga circa 5 mila dollari, un viaggio frutta agli organizzatori almeno 2 milioni- di Fiorenza Sarzanini

 

ROMA C’è un doppio canale di trattativa aperto dall’Italia per fermare i mercantili carichi di migranti che arrivano dalla Turchia.

Uno si rivolge direttamente alle autorità di Ankara e ha già avuto un primo contatto «tecnico» a Roma nei giorni scorsi per trovare una linea comune in modo da fronteggiare partenze e arrivi.

L’altro mira alla Grecia e alla necessità che vengano pattugliate in maniera più efficace quelle coste, ma anche che i natanti schierati nel mar Ionio rispondano agli Sos lanciati dagli scafisti per costringere i mezzi di soccorso ad andare a prendere gli stranieri quando sono in balia delle onde.

L’allarme a settembre

Già alla fine dell’estate scorsa la Capitaneria di Porto e il Servizio Immigrazione del ministero dell’Interno avevano segnalato - attraverso gli ufficiali di collegamento - l’apertura della nuova rotta e la necessità di trovare una linea comune, senza però ricevere alcuna risposta dagli altri organismi internazionali.

Con l’intensificarsi delle partenze, la strategia diplomatica ha invece trovato adesso un alleato inaspettato nel commissario Europeo Dimitris Avramopoulos. E forse non è un caso, visto che si tratta dell’ex ministro della Difesa greco che ben conosce evidentemente quella realtà e sa perfettamente quali rischi può comportare una sottovalutazione del problema.

Il «no» egiziano

Il pericolo più evidente è quello della sicurezza. Proprio come avviene da anni in Libia, anche in Turchia il numero delle persone fatte salire sui mercantili è molto più elevato della reale portata dell’imbarcazione e questo espone i mezzi al pericolo di naufragio. Ogni volta sono centinaia gli uomini, le donne e i bambini stipati in ogni angolo della nave, chiusi nella stiva, che viaggiano di notte e vengono poi lasciati alla deriva senza cibo né acqua.

Si tratta di una «rotta» relativamente nuova, diventata quella più battuta da quando l’Egitto - fino a qualche mese fa meta privilegiata dei siriani - ha deciso di incrementare i propri controlli sulla frontiera est rendendo molto più difficile a chi fugge dalle zone di guerra riuscire a varcare il confine. Il flusso dei profughi si è dunque spostato verso nord, arrivando in Turchia dove ci sono due «piste» da battere. Quella marittima che porta in Italia e quella terrestre verso la Germania, Paese che poi è risultato essere la meta privilegiata dei siriani, ma anche di chi proviene da Afghanistan e Bangladesh.

Il doppio canale

Proprio su questo, sul pericolo di un’invasione di richiedenti asilo che può riguardare numerosi Stati membri, batte il ministro dell’Interno Angelino Alfano per cercare di ottenere collaborazione prima che sia troppo tardi e si ripropongano le stesse difficoltà già incontrate - e tuttora non risolte - per il flusso che arriva dal nordafrica e passa per i porti della Libia.

E infatti, nel comunicato diramato ieri dopo le centinaia di arrivi registrati negli ultimi giorni, parla di «strategie comuni ben definite» con le autorità di Ankara. A loro è già stato chiesto «un intervento per fermare le partenze dalle coste e per intensificare i controlli sulle “navi carretta” che non sono a norma e quindi andrebbero bloccate a prescindere dalla presenza o meno dei migranti».

Ma il titolare del Viminale evidenzia anche l’opportunità di «potenziare la collaborazione con le autorità greche per far sì che le navi vengano intercettate prima che arrivino a largo delle nostre coste, com’è invece accaduto sinora». Riferimento esplicito all’operazione «Poseidone», da tempo avviata dall’agenzia della Unione Europea Frontex, simile nello spiegamento di uomini e mezzi e negli obiettivi a quello che avviene di fronte alle coste siciliane con «Triton». Di fronte alla Grecia sono schierati i natanti messi a disposizione dagli Stati membri che devono pattugliare il mare e, in caso di pericolo, attivare la procedura per il recupero delle persone che si trovano a bordo di imbarcazioni in difficoltà. Questo però nella maggior parte dei casi non avviene e, anzi, le autorità non rispondono agli Sos lasciando che le navi entrino nelle acque italiane.

I mezzi rottamati

Quando parla del «blocco» delle navi, Alfano si riferisce invece al «mercato nero» che in Turchia sta diventando sempre più fiorente. Sono due i porti da cui salpano i mezzi, entrambi in Turchia: Mersin e Didim. Le organizzazioni criminali utilizzano i mercantili che gli armatori mandano lì a rottamare per abbassare i costi, visto che negli Stati europei ci sono norme molto rigorose sulla distruzione e prezzi elevatissimi. Gli scafisti li comprano spendendo circa 200 mila dollari: tenendo conto che ogni «passeggero» paga 5 mila dollari (naturalmente anche gli euro sono ben accetti) per essere imbarcato, ogni viaggio frutta ai suoi organizzatori un guadagno di almeno due milioni di dollari. Il primo risale al 29 settembre: Turchia-Italia, 364 persone a bordo del mercantile «Storm». Dopo ce ne sono stati altri tredici. Stessa rotta, stessa tecnica utilizzata dagli scafisti.

Oltre 10 mila arrivi

La nave viene portata in mezzo al mare carica di disperati, per la maggior parte siriani in fuga dalla guerra. Quando è abbastanza al largo il timone viene bloccato, si innesta il pilota automatico per una navigazione a circa 10 nodi, si lancia l’Sos e poi si va via con un’imbarcazione di appoggio più veloce. I profughi vengono abbandonati al proprio destino, in realtà chi ha organizzato la traversata sa che in poche ore arriveranno i soccorritori italiani disponibili a prenderli e portarli in salvo sulle nostre coste.

In tre mesi sono circa 10 mila gli stranieri approdati in questo modo. Molti altri ne arriveranno e per questo è indispensabile cercare di fermare in fretta i flussi in modo da evitare un’emergenza che potrebbe assumere dimensioni enormi. CdS 4

 

 

 

 

Partiti, istituzioni, Europa: la fiducia va a picco, cittadini sempre più soli. Il Papa unica speranza

 

Dall'indagine Demos 2014 emerge una nazione spaesata sfiancata da crisi, fisco e corruzione. Il quadro già negativo del 2013 peggiora ancora. Anche la magistratura in calo - di ILVO DIAMANTI

 

UN PAESE spaesato. Senza riferimenti. Frustrato dai problemi economici, dall'inefficienza e dalla corruzione politica. Affaticato. E senza troppe illusioni nel futuro. È l'Italia disegnata dalla XVII indagine su "Gli Italiani e lo Stato", condotta da Demos (per Repubblica). Pare una replica del Rapporto 2013. Se possibile: peggiorata. Tuttavia, c'è una novità: il senso di solitudine. Perché oggi, molto più che nel passato, anche recente, i cittadini si sentono "soli". Di fronte allo Stato, alle istituzioni, alla politica. Ma anche nel lavoro. E nella stessa comunità.

 

1. Soli di fronte allo Stato. Valutato con fiducia dal 15% dei cittadini. Metà, rispetto al 2010, 4 punti meno di un anno fa. Un livello basso, ma non molto diverso, ormai, rispetto agli altri governi territoriali. Perché meno del 20% dei cittadini si fida delle Regioni e meno del 30% dei Comuni. Insomma siamo un Paese senza Stato, secondo le tradizioni. Ma abbiamo perduto anche il territorio. Mentre l'Europa appare sempre più lontana, visto che poco più di un italiano su quattro crede nella UE.

 

2. D'altra parte, gli italiani si sentono sempre più lontani dalla politica. E, in primo luogo, dai partiti. Ormai non li stima davvero nessuno. Per la precisione, il 3%. Cioè, una quota pari al margine d'errore statistico. Poco meno del Parlamento, comunque (7%). Una conferma del clima di sfiducia che mette apertamente in discussione la "democrazia rappresentativa". Interpretata, in primo luogo, proprio dai partiti, insieme al Parlamento.

 

3. Al di là dell'ampiezza, colpisce la "velocità" con cui sta crescendo la sfiducia verso i soggetti politici e le istituzioni di rappresentanza democratica. Rispetto al 2010, infatti, la credibilità dello Stato, dei partiti e del Parlamento è dimezzata. Mentre la fiducia nei Comuni e nelle Regioni è calata di oltre 10 punti percentuali. La perdita di riferimenti territoriali ha investito anche l'Unione Europea. Vista con favore dal 27% degli italiani: 22 punti meno del 2010. E 5 punti meno dell'anno scorso.

 

4. La stessa figura del Presidente della Repubblica appare coinvolta da questo clima di spaesamento. Giorgio Napolitano, "costretto" a subentrare a se stesso, per non creare pericolosi vuoti di potere, ha pagato le tensioni politiche e istituzionali. Anche per questo la fiducia nel Presidente, è scesa dal 71 al 44%, dal 2010 ad oggi. E di 5 punti rispetto all'anno scorso. D'altronde, tutti i livelli e i soggetti di "governo" hanno perduto consenso in misura significativa rispetto allo scorso anno: partiti, Parlamento, Comuni, Regioni. Lo Stato.

 

5. E ciò suggerisce, come si è già detto, che sia in discussione la credibilità stessa della democrazia rappresentativa. Sfidata apertamente da alcuni soggetti politici, come il M5s, che le oppongono la democrazia "diretta". Solo il 46% degli italiani ritiene, peraltro, che "senza partiti non ci possa essere democrazia". Mentre il 50% pensa il contrario (nel 2010 era il 42%). Certo, i due terzi dei cittadini credono che la democrazia sia ancora la peggior forma di governo, ad esclusione di tutte le altre (come sosteneva Churchill). Ma la scommessa democratica, nel 2008, era sostenuta da una quota di cittadini molto più ampia: il 72%.

 

6. Insomma, fra gli italiani si è diffusa una certa "stanchezza democratica". Anche perché la nostra democrazia, il nostro Stato, si dimostrano sempre più inefficienti. Non per caso, è cresciuta l'insoddisfazione verso i servizi pubblici. E l'insofferenza verso il sistema fiscale appare, ormai, senza limiti. Come il ri-sentimento verso la corruzione politica. Vizi nazionali, di "lunga durata", che circa 7 italiani su 10 considerano ulteriormente in crescita.

 

7. Tuttavia, la sfiducia nel governo centrale e locale, la degenerazione della politica e dell'azione dei partiti, manifestata dagli scandali per corruzione non hanno rafforzato la credibilità della Magistratura. Che, fra i cittadini, ha subìto un pesante calo di fiducia. Dal 50%, nel 2010, al 33% oggi. Quasi 17 punti in meno, in quattro anni. E 7 nell'ultimo.

 

8. Così si spiega lo sguardo scettico verso l'immediato futuro. Per la maggioranza (relativa: 40%) degli italiani, infatti, l'anno che verrà non sarà né migliore né peggiore dell'anno appena finito. Semplicemente: uguale. Cioè, senza istituzioni, senza governo. Senza sicurezza, visto che perfino la fiducia nelle Forze dell'ordine  -  apprezzate, comunque, da due italiani su tre - è scesa di 7 punti, rispetto al 2010, 3 dei quali perduti nell'ultimo anno. D'altronde, anche gli indici di partecipazione politica e sociale sono in declino. Mentre la fiducia nelle organizzazioni di rappresentanza degli imprenditori e, ancor più, dei sindacati, è calata sensibilmente. E quasi 6 persone su 10 diffidano degli "altri", in generale.

 

9. In pochi anni, dunque, abbiamo perduto i principali riferimenti della vita pubblica e sociale. E abbiamo impoverito quel capitale di partecipazione e di fiducia necessario alla società, alle istituzioni e alla stessa economia per funzionare, non solo per svilupparsi. Anzi, se proprio vogliamo essere precisi, c'è una sola figura che oggi disponga di grande credito. Papa Francesco. Lo apprezzano 9 italiani su 10. Quasi tutti, insomma. Tuttavia, il Papa è un'autorità "religiosa", a capo di un "altro" Stato. La sua grandissima popolarità (che, peraltro, è "personalizzata" e non si estende alla Chiesa) potrebbe suggerire che, ormai, non c'è speranza. E non ci resta che affidarci alla provvidenza divina...

 

10. Al di là delle battute, l'indagine di Demos sottolinea un rischio concreto. L'assuefazione alla sfiducia. Nelle istituzioni, negli altri, nel futuro. E, anzitutto, in noi stessi. Spinti, per inerzia, a "dare per scontato" che le cose non possano cambiare. Senza interventi "dall'alto". Così, "l'incertezza" rischia di apparire una condanna. Mentre è il "segno" del nostro tempo. "Incerto", ma non "segnato", pre-destinato. L'incertezza: significa che nulla è (ancora) scritto. Che l'anno che verrà non è ancora (av)venuto. Dipende anche da noi "segnarne" il percorso. LR 1

 

 

 

 

Verso il Forum delle associazioni degli italiani nel mondo

 

Punti principali del dibattito la valutazione della condizione attuale delle associazioni, il ruolo delle associazioni nel contesto globale dei nuovi processi migratori, il rinnovamento dell’associazionismo

 

ROMA - Si è svolto ieri il 16 dicembre a Roma presso la Sala delle Regioni di via dei Frentani, il Seminario del Comitato organizzatore  degli “Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo”.

Il  dibattito si è sviluppato a partire dal documento predisposto dal Comitato promotore ,  “Verso il Forum delle associazioni degli italiani nel mondo” (che ha approfondito le tematiche del “Manifesto”, a suo tempo reso noto), recependone i contenuti e avvalendosi anche dei contributi fatti pervenire  da associazioni aderenti al Comitato Organizzatore (che saranno pubblicati nei prossimi giorni sul sito http://statigeneraliassociazionismo.wordpress.com).

Per il Comitato promotore, nella discussione che si è avvalsa dei contributivi introduttivi di due sociologi e studiosi delle migrazioni, Massimo Campedelli  e Francesco Calvanese,  Luigi Papais ha svolto l'introduzione, Rino Giuliani ha moderato e concluso il dibattito e sono intervenuti Franco  Dotolo, Rodolfo Ricci e Roberto Volpini.

Il confronto in aula, a cui hanno preso parte numerosi esponenti del mondo associativo italiano, si  è esteso ad altre associazioni dall’estero collegate in teleconferenza, secondo un metodo che sarà intensificato nelle prossime settimane per consentire una partecipazione più estesa possibile.

In particolare, tre sono stati i punti  del documento oggetto dei numerosi interventi in aula e dall’estero:

Il primo riguardante la valutazione della condizione attuale delle associazioni, il secondo afferente al ruolo delle associazioni nell’inedito contesto globale dei nuovi processi migratori e della dimensione multiculturale in cui vivono ed agiscono, il terzo, infine, su come proseguire nel rinnovamento dell’associazionismo ridisegnando forme nuove della solidarietà e della promozione umana e sociale attraverso la pratica dei valori della cittadinanza, della partecipazione e della rappresentanza sociale.

Dal punto di vista delle tematiche, gli interventi in collegamento telematico con l’estero hanno offerto numerosi spunti e suggerimenti sul rinnovamento associativo, sulla nuova emigrazione, su intercultura e interreligiosità e sul  servizio civile volontario all’estero.

Sono intervenuti:  dalla Francia, Luigi Coluccino portavoce nazionale del servizio civile all’estero (che vede impegnati oltre 500 giovani ); dal Belgio, Pietro Lunetto de La Comune del Belgio e Carlo Caldarini direttore dell’Osservatorio delle politiche sociali europeo di Bruxelles; da Stoccolma, Antonella Dolci e Manlio Palocci della Fais, la federazione delle associazioni italiane  in Svezia; dall’Inghilterra, Don Andrea Fulco, di Migrantes, dalla Missione Cattolica  di Londra; dalla Germania Giuseppe Bartolotta dell’ associazione  Mondo Aperto di Colonia; dal Canada la giornalista Maria Polichena e Padre Vitaliano Papais, accompagnatore pastorale della comunità italiana di Toronto, dalla redazione del Corriere Canadese .

Nel dibattito sono intervenuti: Giuseppe Mangolini dell’Aitef, Gianni Garbati presidente dell’associazione sarda Ichnusa di Madrid aderente all’Istituto Fernando Santi, Franco Narducci, presidente dell’Unaie, Ilaria Del Bianco (Lucchesi nel Mondo), Massimo Angrisano, Tonino D’Orazio, Maria Pupilli, Mimmo Guaragna,  (Filef - Campania, Abruzzo, Toscana e Basilicata), Giangi Cretti (presidente della Fusie), per le Colonie Libere della Svizzera. Per il Coordinamento delle Consulte regionali dell’Emigrazione è intervenuta Silvia Bartolini, presidente della Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo. Hanno preso parte al seminario anche  Antonio Cicalò (Istituto Fernando Santi Sardegna), Gianni Lattanzio (Abruzzesi nel mondo), Antonio Sanfrancesco (Filef Basilicata), Giulio Lucarini (Filef Marche), Tiziana Grassi (Aitef). Il coordinamento delle Regioni ha presentato un documento a sostegno dell’iniziativa degli “Stati Generali”  esprimendo altresì una valutazione positiva sulla costituzione del Forum delle associazioni degli italiani nel  mondo.

I contributi specifici emersi in una intensa discussione hanno  riguardato sia le attività che le associazioni possono  svolgere in Italia ed all’estero per sostenere percorsi migratori sempre più numerosi di singoli e di famiglie, sia per mettere insieme e dare continuità ai connessi  strumenti organizzativi  a sostegno della emigrazione  italiana della quale le istituzioni seguitano a non occuparsi.

Nel mese di gennaio proseguirà il confronto fra le associazioni sia in teleconferenza che con riunioni  organizzate direttamente in diversi paesi, di cui verrà dato conto nei prossimi comunicati. (Inform 18)

 

 

 

 

Il Nazareno tra il condono e l'Italicum

 

Il punto. Con la legge elettorale parte la sfida destinata a influenzare gli equilibri di potere nei prossimi dieci anni - di STEFANO FOLLI

 

Certi episodi valgono più per il loro significato simbolico che per la sostanza della questione sollevata. È il caso della cosiddetta norma salva-Berlusconi nel decreto delegato sul fisco, segnalata da un ottimo lavoro giornalistico. Se doveva essere la prova che nel patto del Nazareno esiste un lato oscuro, non ha retto alla luce del giorno: e non poteva essere altrimenti.

 

L'operazione era maldestra, tanto maldestra da rendere verosimile che né Renzi né Berlusconi fossero i diretti responsabili del pasticcio. Talleyrand avrebbe rispolverato la sua celebre frase: "è peggio di un crimine, è un errore". Come dire che i due contraenti del patto avrebbero scelto meglio l'argomento e le modalità, se avessero voluto mettere a segno un colpo di tale rilievo qual è la riabilitazione pubblica del leader di Forza Italia. Perché di questo si tratta e il presidente del Consiglio si muove su un terreno scivoloso quando dichiara con sicurezza che la nuova normativa fiscale, subito ritirata, non si sarebbe applicata a un condannato in via definitiva. Viceversa Berlusconi ne avrebbe tratto immediato vantaggio, come sempre quando il codice cambia a favore del reo.

 

Tuttavia è anche vero che nessuno dei due, né il premier né il suo semi-alleato del Nazareno, hanno il minimo interesse oggi a riaccendere i riflettori su una stagione passata. Le norme "ad personam" in soccorso a Berlusconi rammentano tempi di nevrotica conflittualità che in definitiva non hanno portato fortuna né all'interessato né al Pd: hanno solo contribuito ad aprire la strada al movimento di Grillo. Tutta la strategia di Renzi, come pure dell'ultimo Berlusconi, sembra volta a non ripetere i passi falsi della fase precedente. Quindi è possibile che la norma, che pure era stata infilata nel decreto, sia passata per l'eccesso di zelo di qualcuno, ma senza un coinvolgimento politico ad alto livello.

 

Tutto risolto, allora? Non proprio. La vicenda, o meglio la buccia di banana, segnala che non tutto è fluido nell'intesa di legislatura fra il Pd renziano e il partito berlusconiano. In altri termini, non è questo il modo migliore di cominciare il 2015, giusto alla vigilia della discussione al Senato sulla riforma elettorale e a poche settimane dall'elezione del presidente della Repubblica. In fondo sono questi i due passaggi chiave in cui si riassume il senso e la ragion d'essere del patto del Nazareno. Due appuntamenti che devono essere affrontati con sufficiente coesione  -  e ancora non sappiamo se sarà così  -  , senza incidenti di percorso che offrono munizioni alle armi degli avversari.

 

Fra due giorni prenderà il via con la legge elettorale la sfida politica destinata a influenzare gli equilibri di potere nei prossimi dieci anni. Sulla carta, come è stato notato più volte, Renzi e Berlusconi hanno i numeri per far passare l'Italicum e subito dopo eleggere un presidente della Repubblica gradito. Ma per evitare colpi di scena il premier ha bisogno di dimostrare al suo interlocutore che il Pd è nella sostanza unito (salvo le frange irriducibili); al tempo stesso Berlusconi deve offrire lo stesso pegno a Palazzo Chigi, garantendo che Forza Italia non è in via di dissoluzione.

 

Ne deriva che il voto sulla riforma elettorale, se arriverà in tempo prima che il Parlamento si blocchi per l'elezione del successore di Napolitano, ha proprio questo significato strategico: rendere noto che il patto del Nazareno si fonda su due formazioni rispettose dei rispettivi leader e non su agglomerati parlamentari tentati dall'anarchia. Al riguardo, né Renzi né Berlusconi possono dormire tranquilli. Sulla legge elettorale c'è una zona grigia che riguarda aspetti tecnici di primo piano, dalle preferenze al numero dei "nominati" attraverso i capilista bloccati. Niente che non si possa risolvere con un compromesso, come il premier garantisce ai suoi, ma solo se esiste una volontà politica di fondo. Una volontà che deve comprendere anche il nodo del Quirinale. LR 5

 

 

 

 

Peggio

 

Siamo messi sempre male. E’ inutile non ammetterlo francamente. La cura Renzi, se gioverà, lo farà in tempi lunghi. Il “malato” potrebbe, però, spirare prima. Questa è la situazione che si percepisce in Italia. La crisi economica, accompagnata da un’imposizione fiscale che non ha precedenti, ci ha messo a terra. Ma non solo. Mentre il sistema bancario nazionale è stato tutelato, accedere al credito è sempre più difficile. Per parecchi piccoli imprenditori si è fatto impossibile. La macchina economica nazionale s’è inceppata; forse irrimediabilmente. Mentre tirare avanti è un’impresa che metta a dura prova anche il più diligente degli imprenditori, la burocrazia nazionale, che è rimasta ben salda alle sue ataviche posizioni, non contribuisce certamente a migliorare il quadro sociale del Bel Paese. Del resto, la pressione fiscale, indipendentemente da ogni altra considerazione, è già sopra al 45% degli utili stimati. Risulta, poi, che l’indirizzo, nei prossimi anni, tenderà a “forare” il picco psicologico del 50%, ipotecando, tra l’altro, il futuro di un’intera generazione e senza garantire una serena vecchiaia a quella che è destinata ad uscire da quello che resterà della realtà produttiva nazionale. Ma non è tutto. Da noi ci fanno pagare la “tassa” sulla “tassa” ed ogni voglia d’opposizione finisce nel vuoto. Tra accise, addizionali locali e nazionali, andare avanti è quasi impossibile ed il rischio di recessione non è solo ipotetico. La spesa pubblica è raddoppiata trascinando verso l’alto ogni sorta di prelievo da parte delle pubbliche amministrazioni. Purtroppo, non esiste una “cura” sicura per frenare il depauperamento delle risorse nazionali. Certamente non è impoverendo il Popolo italiano che sarà possibile ridurre i tempi della crisi che non da tregua. L’Italia è uno dei Paesi UE con una macchina dello Stato ad elevatissimo costo ed a basso rendimento. Una terapia, poi mai sperimentata, poteva essere il federalismo fiscale che l’Esecutivo Monti ha preferito non rendere operativo. Da noi, si è fatto un passo indietro. Col “placet” della maggioranza dei partiti ancora presenti nelle aule parlamentari. I provvedimenti “Salva Italia” non salveranno proprio nessuno. Ci sono dei condizionamenti che restano in primo piano ed è molto più facile concentrarsi sul “mucchio” che mettere a “fuoco” le posizioni del gran capitale. Insomma, si è tornati al secolo scorso; con la differenza che ora dovremo render conto ad una platea ben più estesa di quella delimitata dai confini nazionali. Chi rischia sono sempre i più “deboli”. Ma non è ancora finita. Prima di fine mandato, l’Esecutivo varerà una sorta di marchingegno informatico capace di confrontare il livello economico di ciascuno col tenore di vita. Insomma, ci sarà il rischio di nuove gabelle. Se, almeno, ci fosse all’orizzonte una nuova classe politica, potremmo sperare in meglio. Purtroppo, non c’è. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

In Italia si vive di più e ci si separa meno. Disoccupazione giovani al top, crescono gli stranieri

 

In Italia è stato superato il tetto dei 60 milioni di abitanti e si registra un aumento di oltre un milione di residenti in più in un anno. Ma è anche un Paese dove ci si divorzia e separa di meno e dove l'occupazione sale solo per gli over '55 per effetto della riforma Fornero. A fotografare lo stato di salute del Belpaese è l'Istat nell'Annuario statistico italiano 2014.

Grazie alla costante riduzione dei rischi di morte a tutte le età, prosegue quindi nel 2013 l'incremento della speranza di vita alla nascita: per gli uomini da 79,6 del 2012 a 79,8 anni e per le donne da 84,4 a 84,6. All'interno dell'Unione europea solo la Svezia ha una situazione migliore per gli uomini (79,9 anni), mentre per le donne la speranza di vita è più alta in Spagna (85,5) e Francia (85,4) (dati 2012).

Al 1° gennaio 2013 l'indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione over 65 e quella under 14) raggiunge il valore di 151,4% da 148,6% dell'anno precedente. Sul territorio, è la Liguria la regione con l'indice di vecchiaia più alto (238,2 anziani ogni 100 giovani) mentre quella con il valore più basso è la Campania (106,4%). Nell'Ue a 27 paesi l'Italia si conferma al secondo posto, preceduta dalla Germania che ha circa 160 anziani ogni 100 giovani.

Oltre 4,38 milioni di stranieri residenti, +8,3% in un anno

Per quanto riguarda l'aumento della popolazione, al 31 dicembre 2013 si contano in Italia 60.782.668 residenti (29.484.564 maschi e 31.298.104 femmine), oltre un milione in più rispetto all'inizio dell'anno (+1,8%). Un aumento dovuto anche alla presenza di stranieri residenti che sono 4.387.721 (l'8,3% in più di un anno prima) e costituiscono il 7,4% della popolazione complessiva.

La ripartizione in cui si è registrato il maggiore incremento è il Centro (+3,3%); quella con il maggior numero di residenti è il Nord-ovest (16.130.725, il 26,5% del totale). Nel 2013 i decessi sono stati 600.744, in calo rispetto all'anno precedente (612.883); più consistente è la riduzione delle nascite (514.308 contro 534.186 del 2012); di conseguenza il saldo naturale (-86.436) è più negativo rispetto a quello dell'anno precedente (-78.697).

L'Istat rileva inoltre che il 28,3% dei cittadini stranieri proviene dall'Ue, il 24,3% dall'Europa centro-orientale e il 14,1% dall'Africa settentrionale.

in lieve calo separazioni e divorzi

In Italia le famiglie sono anche più unite, secondo i dati Istat infatti le separazioni e i divorzi sono in calo. In particolare le separazioni legali passano da 88.797 del 2011 a 88.288 del 2012; i divorzi da 53.806 del 2011 a 51.319 del 2012. Come negli anni precedenti, le separazioni consensuali sono decisamente di più delle giudiziali, rappresentano l'85,4% circa del totale.

Occupazione sale solo per gli over '55

Quanto al mercato del lavoro l'Istat segnala che nel 2013 l'occupazione sale solo per gli over 55 che crescono di 2,3 punti percentuali sul 2012. E' l'effetto della riforma Fornero che aumentando l'età pensionabile ha fatto lievitare la quota degli occupati tra i 55 e i 64 anni che rappresentano il 42,7% del totale. Giù, invece, il tasso di occupazione tra i più giovani, sopratutto tra i 15 ed i 24 anni e tra i 25 ed i 34 anni, che si attesta rispettivamente al 16,3% e al 60,2% con un calo di 2,2 punti percentuali per i primi e di 3,6 punti percentuali per i secondi sul 2012. Adnkrono 23

 

 

 

 

A Trento dal 29 maggio al 2 giugno 2015. Festival dell’Economia, “mobilità sociale” il tema della decima edizione

 

TRENTO - “Mobilità sociale”: sarà questo il tema del Festival dell’Economia di Trento che il prossimo anno giungerà allo storico traguardo della decima edizione. In programma dal 29 maggio al 2 giugno, il Festival proporrà dunque una riflessione approfondita su un argomento strategico e di grande attualità. Ad anticiparlo in una conferenza stampa il presidente della Provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi assieme a Tito Boeri, Innocenzo Cipolletta, Giuseppe Laterza e, per il Comune di Trento, l’assessore Andrea Robol. Tra gli ospiti che arriveranno in Trentino, hanno già confermato la loro presenza Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Thomas Piketty e Heike Solga.

“Il tema è estremamente azzeccato - ha detto il presidente Rossi - perché riguarda il cambiamento che stiamo affrontando. L’impegno sulla mobilità sociale - ha aggiunto - deve essere un imperativo categorico per ogni classe dirigente, che può contribuire a favorire lo sviluppo economico, liberando talenti ed energie sopite.   Le disuguaglianze dinamiche sono non meno importanti di quelle statiche. Conta non solo la distanza fra chi ha redditi più alti e chi li ha più bassi, ma anche la probabilità che quest’ultimo ha di colmare il divario nel corso della propria vita”. Nel 2015, il Festival dell’Economia di Trento, che raggiunge la decima edizione, prenderà le mosse da questa considerazione del direttore scientifico Tito Boeri, per analizzare ed approfondire il tema della “Mobilità sociale”.

“Si può oggi parlare di mobilità sociale? È possibile, per chi si trova nella parte più bassa della distribuzione, guadagnare molte posizioni nella scala dei redditi? Gli studi più recenti – HA segnalaTO con preoccupazione Tito Boeri – mostrano che l’aumento delle disparità sociali è andato di pari passo ad una contrazione della mobilità sociale. E anche raccogliendo dati su disuguaglianze statiche e dinamiche fra paesi diversi ci si accorge che dove ci sono maggiori disparità di reddito c’è meno mobilità sociale tra generazioni, una correlazione che, ironicamente, passa sotto il nome di curva del Grande Gatsby. Quando le disuguaglianze statiche si allargano troppo, quando il 10 per cento più ricco della popolazione ottiene il 50 per cento del reddito nazionale e fino al 70 per cento della ricchezza accumulata, come oggi avviene negli Stati Uniti, è difficile che la mobilità sociale possa coprire distanze così grandi. La società si cristallizza, eliminando le possibilità di dinamicità al suo interno e le disuguaglianze statiche tendono ad aumentare”.

Si discuterà di questo allarmante fenomeno con economisti autorevoli e studiosi di grande prestigio individuando le ricette per invertirne la rotta. “Sono molte le istituzioni – ha detto Boeri - che possono favorire la mobilità sociale. La più importante è, forse, quella legata al sistema educativo, che dovrebbe permettere anche ai figli dei poveri di ricevere un’istruzione di qualità, svelando e dispiegando i propri talenti. Ma anche nel caso dell’accesso alla scuola e all’istruzione esiste una disparità di trattamento tra classi più e meno abbienti”.

Per questa decima edizione il Festival dell’Economia cala un poker di relatori d’eccezione, che hanno già confermato la loro presenza a Trento a fine maggio. Si tratta di Paul Krugman e Joseph Stiglitz entrambi Premi Nobel per l’economia, di Thomas Piketty della Paris School of Economics e di Heike Solga direttrice del dipartimento “Educazione e mercato del lavoro” presso il Wissenschaftzentrum Berlin für Sozialforschung. Il programma dettagliato del Festival sarà presentato, come di consueto, alcune settimane prima dell’inizio dell’appuntamento di Trento. (Inform)

 

 

 

 

 

Italiani all’estero: una risorsa, e ve lo dimostro

 

ROMA - “A dire che gli italiani all'estero sono una risorsa sono buoni tutti. Si tratta del classico riconoscimento dovuto che consola e non costa niente. Quando però dalle parole si passa ai fatti il quadro cambia: tagli alla rete consolare, tagli ad istituzioni come gli IIC, tagli ai patronati all'estero che fanno un lavoro utile, ritardi, rinvii e poi l'imposizione di tempi impossibili per il rinnovo dei Comites (salvo poi estendere le date all'ultimo minuto). 

Ogni tanto viene messo in discussione perfino il diritto di voto di cittadini che risiedono fuori dall'Italia. Si dice “siete una risorsa” e s'intende “siete una fonte di costi”. E perché? Perché “pagate le tasse in un altro paese, fate crescere il PIL di un altro paese, se create posti di lavoro li create in un altro paese. All'Italia che gliene viene?” Gliene viene, eccome se gliene viene. E tanto anche!”. A spiegare “quanto” è Carla Ciarlantini-Krick su “Pd – cittadini del mondo”, il notiziario del Dipartimento coordinato da Eugenio Marino. Sul notiziario, curato da Adriana Leo, Ciarlantini-Krick tiene la rubrica “Oltre il bordo del piatto”.

“Un esempio è stato l'iniziativa lanciata nel 2009 con il nome „Usa l'Italia“, che giocava sul doppio significato di USA nel senso di Stati Uniti e di invito ad utilizzare. Utilizzare cosa? I prodotti italiani di alto livello nei settori alimentare, moda e tecnologie. L'iniziativa intendeva aprire il mercato nordamericano ad un gruppo di aziende italiane disposte ad investire in innovazione ed espansione internazionale. Consisteva in eventi, missioni, organizzazione di incontri tra le imprese italiane e possibili partner commerciali negli USA. Fu finanziata con 1.5 milioni di Euro e alle aziende partecipanti ne fruttò 15 milioni. Un elemento chiave del suo successo fu un italiano che, dopo aver fatto carriera presso multinazionali come la Fiat della quale è stato anche CEO North America, ha fondato una sua azienda nei dintorni di New York e fornisce consulenza strategica a clienti sia americani che italiani. Dando suggerimenti su come fare i primi passi, dove cercare i primi clienti e indicando, grazie alla sua esperienza e alla sua rete di contatti, a chi rivolgersi per creare una base commerciale sul posto, questo italiano ha contribuito a generare un giro d'affari che continua ad avere successo anche oggi.

E si dà il caso che quelle aziende italiane che presero parte all'iniziativa „Usa l'Italia“ paghino le tasse in Italia, facciano crescere il PIL italiano e creino posti di lavoro in Italia. Grazie anche ad un italiano all'estero.

Un altro esempio me lo ha fornito Cesare Saccani, anche lui un dirigente di lunga esperienza, anche lui italiano all'estero, attualmente in India. Cesare lavora nel settore delle costruzioni e anche lui ha fondato una sua impresa che si occupa di controlli di sicurezza nei cantieri. Durante una recente conversazione Cesare mi ha fatto notare che nel 2013 l'industria italiana delle costruzioni ha fatturato qualcosa come 60 miliardi di Euro – ripeto: 60 miliardi – in commesse estere. Di queste commesse quasi il 30% è venuto dal Sudamerica, primo fra tutti dal Venezuela, mentre l'Asia, che pure è un mercato enorme e in crescita, è arrivata appena al 3%. Come mai?

Probabilmente per varie ragioni, delle quali una però salta agli occhi: il Sudamerica, Venezuela in testa, vanta una forte presenza di italiani ben inseriti, che hanno avuto un notevole successo professionale e che non solo conoscono benissimo il mercato locale, ma possiedono anche una solida rete di contatti sia con le imprese locali, sia con il settore pubblico, quest'ultimo fondamentale per qualunque progetto di costruzioni di dimensioni significative. Grazie al loro supporto le imprese di costruzioni italiane sono riuscite a farsi conoscere e ad essere prese in considerazione nelle gare per appalti importanti. In Asia invece gli italiani sono pochini e infatti lì ancora non siamo riusciti a schiodare.

Ora, anche le imprese di costruzioni che con il contributo degli italiani all'estero hanno portato a casa 60 miliardi di Euro si da il caso che paghino le tasse in Italia, facciano crescere il PIL in Italia e creino posti di lavoro in Italia.

E allora perché tanti considerano gli italiani all'estero come un peso, una palla al piede, una fonte di costi e basta? Semplice: perché nessuno si da la pena di informarsi, valutare, fare i conti con uno sguardo che vada un po' al di là delle Alpi e del Mediterraneo. Nessuno – tanto per tenere fede al nome di questa rubrica – guarda oltre il bordo del piatto. Abbiamo mandato all'estero, intenzionalmente o meno, fior di competenze, ma non ci passa per la mente di farne buon uso in modo sistematico e organizzato. Per dirla con Cesare Saccani: “I knowledge workers di recente emigrazione costituiscono una risorsa preziosissima da sostenere e coinvolgere sempre più nella competizione tra reti organizzative per tre ragioni perché sono: - i primi e migliori promotori del Made In Italy e della nostra cultura nei paesi emergenti. - i veri conoscitori di mercati lontani e complessi - abituati a competere su competenza, innovazione, merito ed etica. (omissis) Il PD deve mostrare coraggio e deve fare del coinvolgimento degli Italiani "oltre l'Europa" un punto cardinale per favorire il processo di crescita dell'economia e sprovincializzare il paese”.

Per finire, un esempio più vicino a casa nostra: negli ultimi giorni ho concluso un lavoro di ricerca di clienti e partner commerciali per un'azienda italiana che sviluppa e produce sistemi per la regolazione del voltaggio in impianti commerciali e industriali. Un'azienda di consulenza sull'efficienza energetica e due rivenditori hanno preso questi sistemi nel loro portafglio, e tutto questo in Germania, paese dove di sicuro le tecnologie avanzate non mancano. Come mai il progetto è riuscito?

Anzitutto perché quei sistemi sono molto buoni e hanno alcune caratteristiche che li differenziano dalla concorrenza, il che sta a dire che gli italiani sono bravi, e in secondo luogo perché – guarda caso – a dare una mano è stata un'italiana all'estero. A questo punto i casi sono due: o la politica italiana riconosce il valore della rete degli italiani all'estero, le dà l'attenzione e l'importanza che questa merita e crea una strategia per usarla al meglio, oppure continua con l'indifferenza, il provincialismo e i tagli ai servizi per questa comunità. Però in questo secondo caso che faccia bene i conti delle perdite: saranno alte e tanto”. (aise 29)

 

 

 

Pino Daniele ed altri sentimenti

 

E’ partito male questo 2015 che ci ha già consegnato una lunga lista di aumenti  (per acqua, multe, pedaggi,  benzina); la beffa dell’aumento di un solo euro sulle pensioni ; il tributo, ormai certo,  alla sponsorizzazione della Confindustria del governo Renzi, compensato dai rincari per tutti;  il disperato video delle due volontarie italiane, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria il 31 luglio scorso e l’infittirsi della questione marò , partita male  e divenuta  peggio; per non parlare della  assenza dell’83,5% dei vigili urbani previsti in servizio a Roma la notte di san Silvestro e quella dei 200 netturbini che dovevano prestare servizio a Napoli a Capodanno, frutto di scelte personali e pessime abitudini rese possibili da medici conniventi, ma anche da una totale assenza di senso di responsabilità, che rende sempre meno credibile la nostra Nazione, dove il problema di correttezza e legalità  esiste dal basso.

Il 1° gennaio, dopo solo 13 giorni dalla inaugurazione, è crollato un viadotto ultimato nel corso dei  lavori di ammodernamento dell'itinerario Palermo-Lercara Friddi, sulla statale 121 Palermo-Agrigento, consegnato con un anticipo insolito di tre mesi rispetto alla scadenza e costato 13 milioni di euro e che in soli sei giorni di effettivo esercizio ha battuto ogni precedente record negativo , con la procura di Termini Imerese che ha aperto un’inchiesta, l’Anas che ha attivato un’indagine interna e annunciato azioni legali nei confronti dell’impresa, e , Matteo Renzi, prima con un Tweet e poi su Facebook , che ha prontamente assicurato che: “è finito il tempo degli errori che non hanno mai un padre. Pagheranno tutto”.

Si ha l’impressione invece che tutto continui e peggiore, fra incuria e assenza di senso di responsabilità in un Paese alla deriva e che non sa né tracciare un futuro né riprendersi un presente dignitoso o almeno presentabile.

"La chiusura preventiva già il 30 dicembre ha escluso ogni rischio per l'utente", ha scritto l’Anas in una nota in cui si precisa che per la variante di Scorciavacche, sulla Palermo-Agrigento,  “tutti gli interventi di ripristino saranno a carico della ditta, senza alcun onere per l'Anas".

Davvero poco per ridare credibilità ad una Nazione in cui si definiscono eroici i membri dell’equipaggio del traghetto Norman Atlantic,  che in realtà hanno solo fatto il loro dovere,  in una vicenda che comunque presenta ancora molti punti oscuri sulle dotazioni di sicurezza della nave.

“Sento un crescente disagio ed una sorta di fatica”, aveva detto pochi giorni fa in una intervista televisiva a Rai 1 Pino Daniele, “e non perché ho 60 anni, ma perché sento la fatica di vivere in un mondo senza più ideali, voglia di fare, responsabilità e prospettive”.

Forse per questo il suo cuore fragile e sensibilissimo ha smesso di battere, la scorsa notte, dopo soli 59 anni passati a credere nei sogni e nelle possibilità e a coniugare, come mai nessuno,  la musicalità partenopea con il blues ed il jazz, facendone un simbolo, un idolo indiscusso, una bandiera, che aveva tolto alla canzone napoletana polvere e crinoline, l’aveva infiltrata di rock, rivitalizzandola e rinnovandole, nel rispetto delle radici.

Pensandoci ora, Pino Daniele  è stato l’esempio di come si possa essere ancora oggi un uomo vero, un uomo che, come recita un proverbio cinese, ha radici ben salde in terra e rami liberi di muoversi al vento,  in ogni direzione.

Lo ha dimostrato sin dall’inizio,  da “Terra mia” del ’77; “Pino Daniele” del ’79, “Nero a metà” dell’80;  “Vai mo’” dell’81 e con brani indimenticabili come  “Napule é”,  la “Tazzulella ‘e café”, “Je so? pazzo”, “Quanno Chiove”, “Yes I Know my Way”.

Il suo cuore ballerino, debole e profondissimo come quello dell’amico Masimo Troisi,  a cui aveva scritto tre colonne sonore, lo ha tradito per sempre nel pieno di una notte tranquilla di inizio anno, nella sua casa di Magliano in Toscana, in un momento di grande vitalità personale e professionale, dopo che aveva preso parte alla “festa di S. Silvestro” intitolata “L’anno che verrà”, da un celebre titolo di Lucio Dalla, anche lui anzitempo stroncato da un infarto.

Sapeva del suo cuore malato e ci scherzava, tanto che, ma con quel tono fra il serio ed il faceto che è tipico dei napoletani, , aveva detto , rivolto all’amico Troisi, durante il funerale:  “ci rivedremo presto”.

Avrebbe compiuto 60 anni il 19 marzo e stava preparando un album di inediti, fra cui “Canzone” che aveva presentato in anteprima su Rai1,  appena sei giorni fa.

A settembre, con la formazione originale del 1980, aveva girato l’Italia ricantando “Nero a metà”, dimostrando ancora una volta che nel suo sound scorrono la lava del Vesuvio e l’acqua del Mississippi e che lui era giunto a livelli molto più alti rispetto a quelli pur considerevoli del “Neapolitan Power”  e dei vari  vari Edoardo Bennato, Toni Esposito,  i  Napoli Centrale, il Balletto di Bronzo, gli Osanna e i fratelli Sorrenti;  e raggiunto una alchimia rara,  fatta d’impeto e di classe, con brani intimisti come  “Quanno chiove”; innamorotati come “E so’ cuntento ‘e stà’”; bluessanti come “Nun me scoccià’ cchiù/tanto muore pure tu…”;  jazzistici come “Alleria”; o francamente partenopei, nel senso che va da Totò e Edoardo fino a De Simone,  come “A testa in giù” e “ Sotto ‘o sole”, con uno scat memorabile, degno del miglior Al Jarreau ed una capacità chitarristica che non era virtuosismo fine a se steso, ma lirico impiego di un mezzo per trasmettere autentiche emozioni.

Nel primo “Nero a metà”, pubblicato quando aveva 25 anni e già da 13 si esibiva, nella canzone “Voglio di più,  aveva espresso il suo senso di essere partenopeo ed italiano, nei versi  : “sai che non striscerò per farmi valere”,  e “sarò così sempre pronto a dire no”, con i quali si chiamava fuori da questi tempi in cui tutti strisciano e si adattano nella convinzione che l’unico interesse debba essere il proprio tornaconto.

Perché sin da allora e poi per sempre, la sua anima ha vibrato in modo consimile a quella di La Capria e di Sorrentino, ma anche di Domenico Rea e di altri i non napoletani: Gadda, Céline, una vibrazione in cui spicca una vitalità al di sopra della media, una specie di ottuso amore nei confronti della vita, ma  bilanciato da un disincanto assoluto;  un dualismo dissonante che è quello, in fondo, che è al centro della conversazione fra La Capria ed Arbore nel documentario "Napoli signora", presentato in anteprima al Prix Italia di Torino e in onda su RaiStoria  lo scorso 28 settembre, con un universo fatto di strade che - per dirla con i versi di Enzo Bonagura - diventano un palcoscenico; cianfrusaglie che si scovano camminando,  presepi di San Gregorio Armeno, ospedali per le bambole; e dove,  come dice La Capria -"Dio si nasconde nei dettagli".

Anche a distanza di anni, coloro che erano presenti nell'Aula Magna dell'Istituto universitario di Architettura a Venezia il 9 marzo del 2004,  ricordano con emozione l'atmosfera tutta particolare creatasi in occasione dell'incontro fra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino, i due giganti del pensiero contemporaneo che misero a confronto Oriente e Occidente per capire se potevano collaborare alla ricerca di una possibile realtà ultima e si accorsero che esistono due elementi di convergenza: l'insoddisfazione radicale nei confronti della visione dominante e la convinzione che tutto sia eterno.

Ora che Jaca Book pubblica in un uno splendido libro intitolato “Parliamo della stessa realtà? Per un dialogo tra Oriente e Occidente” il resoconto di quell’incontro, posso anche vedere che vi è però, anche luna irriducibile differenza: per Severino la follia consiste nella fede del divenire altro del mondo, che trova la sua estrema realizzazione nella tecnica, mentre Panikkar pensa che il nostro compito non sia risolvere l'enigma del mondo bensì imparare a vivere in esso.

Penso che Panikkar abbia ragione e che si muore, per una qualche malattia, quanto si smette di credere di poter continuare viverci nel mondo. Carlo Di Stanislao, De.it.press 5

 

 

 

 

 

Il teatrino della politica

 

La politica nazionale è diventata un teatrino. Una sorta di commedia all’italiana che ci tiene col fiato sospeso sulla questione della Governabilità. Se non è come quando il gatto gioca col topo, poco ci manca. La differenza, che non deve sfuggire a nessuno, è che ci sono in ballo i destini del Bel Paese. Non solo sotto il profilo politico, ma anche economico. Lo abbiamo capito: in politica le decisioni non sono mai sicure. Dato che il nostro sistema bicamerale è perfetto, l’Assemblea non è nelle condizioni di decidere in nome e per conto del Popolo italiano. L’hanno afferrato tutti, ma si preferisce dare “colore” ad una situazione che più grigia proprio non si può.  A questo punto, se non si vuole sovvertire un sistema ancora da costruire, c’è una sola cosa da fare: schierarsi. Non tanto in una sorta d’impossibile “alleanza”, ma tramite una “cobelligeranza” che potrebbe portare i suoi vantaggi; anche se a tempo. Non è più possibile tergiversare. Pensare una cosa e proporne un’altra. O sulla riva “bianca” o su quella “nera”. Non ci sono altre soluzioni dettate dal buon senso. Per governare, con l’attuale sistema parlamentare, è necessaria una maggioranza. In Parlamento non c’è chi potrebbe garantirla. Poco c’importa chi sarà il “salvato” o il “salvatore”. L’importante è che si predano delle decisioni per andare avanti. Alla meno peggio. Se fare politica significa interessarsi ai problemi degli altri, si faccia. Nel concreto e col criterio d’essere nel giusto. Non sappiamo, né prevediamo, se sarà possibile affidare un altro incarico per tentare di formare un nuovo Esecutivo. Non crediamo, però, che il Capo dello Stato non sia insensibile alle preoccupazioni che ci coinvolgono. Basta, però, con un altro “Esecutivo”d’emergenza. Gli elettori non lo potrebbero sopportare e neppure noi. Entro la primavera, ci saranno delle decisioni da prendere, delle scadenze da rispettare. Ogni “stonatura” sarebbe interpretata come una debolezza del sistema; con conseguenze nefaste e non solo per la nostra anemica economia. Basta guardarci intorno per capire lo sfacelo di questo nostro Paese. Il tempo della pazienza è finito. La politica, nonostante tanti cattivi esempi, è, e resta, una cosa seria. Da affrontare con capacità, coerenza “vista lunga” e onestà. Non ci sono altre possibilità o si è “pro” o si è “contro”.  Il balcone si è fatto stretto. Meglio tornare sul palco e fare la propria parte. Chi non se la sente è meglio che non tergiversi. Ora è ancora possibile trovare una via, poi ne dubitiamo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Al Senato la legge di stabilità: riflettori sui Senatori eletti all’estero

     

      La Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura il testo della legge di stabilità  che disegna il quadro delle risorse che lo Stato destinerà nei prossimi tre anni per lo sviluppo e la crescita del Paese.

      L’impianto previsionale  che ha risentito delle strettoie nascenti dall’applicazione dei vincoli  imposti dall’Europa, ha costretto il  Governo a spostare  una parte di risorse della spesa ordinaria a quella destinata agli investimenti, per creare nuova occupazione, sviluppo e rilanciare il sistema produttivo del Paese.

      Per la quadratura  dei conti, il Governo ha reperito le risorse necessarie  attraverso il taglio della spesa ordinaria destinata alle Regioni, ai Comuni  ed all’apparato istituzionale dello Stato. Pesanti i tagli ai fondi destinati alla politica degli italiani all’estero.  Inaccettabile.  Queste  le nostre riflessioni.

      In un momento  in cui la crisi economica del Paese e la caduta del mercato interno viene in buona parte compensata dal positivo andamento delle esportazioni, del Made in Italy che porta nel mondo  ingegno, stile e creatività e delle imprese italiane che espongono qualità, innovazione e tecnologie, è lecito chiedersi quale senso ha privare l’unico settore produttivo delle necessarie risorse, sia in termini di processi di internazionalizzazione  che  rilanciano  la proiezione economica del Paese a livello internazionale,  sia in termini di  riduzione dell’apporto  che danno i connazionali ed il mondo italofono nell’attuale momento mediatico  di voglia d’Italia.

      Con la prima approvazione del Parlamento, ottenuta con il voto di fiducia, il progetto di legge è rimasto invariato nel suo testo originario.

      Citiamo lo scempio dei tagli di alcune voci, tra cui:  il fondo ai Patronati che sono il punto di riferimento insostituibile per i bisogni delle nostre comunità e della nuova crescente mobilità, soprattutto dopo la riduzione dei Comites e dei Consolati; la riduzione  delle risorse alle Camere di Commercio  che sono il motore della internazionalizzazione; la soppressione  dei  corsi  di lingua italiana e della promozione della cultura, senza dire  della disparità di trattamento per gli italiani nati all’estero. Ed ancora i tagli relativi alla conservazione  del Museo della Emigrazione e alla funzionalità dell’Istituto Italo-Americano  per i Paesi dell’America latina. 

      Evidentemente c’è una sottovalutazione da parte del Governo sul ruolo e sulle potenzialità  delle comunità italiane.

      La linea politica adottata dal Governo per gli italiani all’estero che ricalca gli schemi  tradizionali della tutela,  della assistenza, della promozione della lingua e della cultura,  il sostegno ai cittadini ed  alle imprese ed in generale  la difesa dei loro interessi, non è più al passo  con i tempi, come non appare più al passo con i tempi la sua operatività che si avvale di progetti di valorizzazione delle strutture esistenti  e di promozione culturale che si esauriscono in genere con il raggiungimento degli obiettivi programmati.

      Del tutto marginale o inesistente è, poi, il coinvolgimento delle nostre comunità. Si sentono lontane dai circuiti operativi italiani.

      Questo tipo di politica del Governo che si muove in senso unidirezionale non è  sufficiente, è fuori tempo perché non dialoga con le comunità, manca l’ascolto e quindi mancano  gli ingredienti per il coinvolgimento e la corresponsabilità al disegno governativo.

       I cambiamenti del tempo che viviamo, le tecnologie della comunicazione, la voglia di Italia che viene da fuori ma, soprattutto, le mutate esigenze delle comunità italiane, richiedono una politica di apertura diversa nei confronti delle stesse comunità.

      Ci riferiamo ad un tipo di politica che sappia raggiungerli, ascoltarli e coinvolgerli, mettendoli nelle condizioni di esercitare la loro partecipazione da protagonisti.

      Ci domandiamo: quali sarebbero i risultati se i progetti del Governo puntassero a  coinvolgere direttamente le comunità, nel senso di affidare ai connazionali stessi la promozione e la diffusione della lingua, cominciando a parlarla per primi tra di loro, nella società dove vivono, iniziando col vicino di casa?

      Cosa succederebbe  se i connazionali diventassero loro stessi i primi consumatori e diffusori del Made in Italy  e adottassero il passaparola  “compra italiano” tra gli amici, nelle famiglie, nel lavoro?

      Forse non sarebbe più utopia pensare alla lingua italiana come lingua globalizzata e ad un Made in Italy internazionalizzato, senza confini geografici.

      Tra gli imponderabili c’è anche il fenomeno della emulazione. Sappiamo che quando contagia, sa fare miracoli.

      In questa direzione, del tutto essenziale è il ruolo della rappresentanza, cioè dell’associazionismo, dei Comites e del CGIE, espressione viva del consenso democratico.

      Nessun paese come l’Italia dispone di punti di riferimento così diffusi  in tutti gli angoli  del mondo.

      Occorre dire che i Parlamentari eletti nelle Circoscrizioni Estero, con i loro emendamenti,  hanno ottenuto dalla Commissione Estero parziali riduzioni su alcune voci di bilancio e dal Governo l’accettazione come raccomandazione degli ordini del giorno sostitutivi degli interventi in aula, confermando così  il ruolo assolutamente insostituibile del voto nelle Circoscrizioni Estero.

      Ora  il testo della legge di stabilità passa al Senato.  Dove anche l’impossibile può diventare possibile.

      I nostri riflettori sono puntati sul gruppetto dei senatori eletti all’estero che sappiamo aggressivi, sempre che il testo non passi oscurato dal buio della fiducia.

Sicilia Mondo     

 

 

 

 

 

Bocciato il tentativo di soppressione della Circoscrizione estero

 

ROMA - Come accaduto al Senato, anche alla Camera sono stati respinti gli emendamenti alla riforma costituzionale volti alla soppressione della circoscrizione estero. 

Nella seduta di ieri, alla presenza del sottosegretario Scalfarotto, l’Aula ha quindi proseguito l’esame del testo approvato in prima lettura a Palazzo Madama, dove invece è iniziato l’esame della riforma elettorale che prevede ancora i 12 deputati eletti all’estero.

Gli emendamenti contro la circoscrizione estero – riferiti all’articolo 1 del ddl costituzionale - sono stati presentati da deputati di Forza Italia, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico.

Altre proposte emendative, nell’ottica della riduzione del numero dei parlamentari, prevedevano il numero dei deputati eletti all’estero in 8 (Sel) o 6 (5 Stelle). Tutti respinti. L’esame del testo proseguirà la prossima settimana.

“Durante l'esame del Ddl di riforma costituzionale in corso a Montecitorio, è stata scongiurata la soppressione della Circoscrizione estero, poiché gli emendamenti che ne prevedevano la cancellazione sono stati bocciati dal voto dell'Aula”.

Questo il commento dell'on. Fucsia FitzGerald Nissoli (eletta nella Circoscrizione estero, ripartizione Nord e Centro America) in seguito alle prime votazioni di ieri alla Camera dei Deputati, che ha avviato l'esame in Aula del disegno di legge costituzionale, già approvato dal Senato, che dispone, tra l'altro, il superamento dell'attuale sistema di bicameralismo paritario.

“Esprimo piena soddisfazione - ha concluso Nissoli - per questo gesto di attenzione che la maggioranza dei parlamentari ha avuto verso gli italiani all'estero e quindi verso la Circoscrizione estero che li rappresenta”. (Inform 9)

 

 

 

 

Dal sito del MAE. Servizi consolari

 

Le nostre Rappresentanze diplomatico-consolari hanno il compito di assicurare la tutela degli interessi italiani fuori dai confini nazionali ed offrono diversi servizi

 

I servizi offerti devono essere forniti secondo principi di eguaglianza, imparzialità, efficienza e trasparenza, avendo come obiettivo la tutela dei cittadini italiani  rispetto ai diritti fondamentali ed alla libertà personale.

La tutela riguarda, ad esempio, i casi di decesso, incidente, malattia grave, arresto o detenzione, atti di violenza, assistenza in caso di crisi gravi (catastrofi naturali, disordini civili, conflitti armati, ecc.), rilascio di documenti di viaggio d’emergenza causa perdita o furto del passaporto. 

Se non è presente una Rappresentanza italiana

Se vi trovate in un Paese dove non è presente una Rappresentanza diplomatico-consolare italiana, potrete richiedere la protezione consolare ad una Rappresentanza diplomatico-consolare di uno Stato membro dell’Unione Europea.

A questo link, trovate l’elenco e i recapiti di tutte le nostre rappresentanze diplomatiche consolari nel mondo.

Il portale SECOLI: servizi consolari online

Il MAECI offre uno strumento telematico d’avanguardia ai cittadini italiani residenti all’estero, che potranno ricevere servizi e informazioni senza doversi recare fisicamente negli uffici. Il 12 novembre 2012 è stato inaugurato il portale dedicato ai servizi consolari on-line, SECOLI.

La nuova applicazione - in linea con i contenuti dell’Agenda Digitale Italiana ed Europea - amplia in maniera esponenziale i servizi erogati per via telematica, segnatamente nei confronti dei connazionali residenti all’estero, ai quali offre un’offerta completa di contenuti multicanale. In molti casi sarà possibile concludere la pratica senza recarsi fisicamente in Consolato; laddove la presenza fisica allo sportello è invece necessaria si potrà fissare un appuntamento e dialogare on-line con gli operatori per disporre in anticipo di tutti i dati di interesse (documenti da presentare, percezione da corrispondere, tempi di trattazione della pratica, ecc.).

Fino a 70 servizi online

I servizi saranno resi progressivamente disponibili sul portale, fino a raggiungere i 70 finora individuati, ripartiti nelle seguenti categorie: anagrafe e voto all’estero, stato civile, attività notarile, documenti e certificati, assistenza ai connazionali, Consolati e Istituzioni, collettività italiane. Una “guida ai servizi consolari” completa il panorama delle utilities. Il portale è destinato a una parallela diffusione geografica, dal momento che sarà rilasciato nei prossimi mesi nel resto d’Europa ed entro la fine del 2013 in tutto il mondo.

Valutazione del servizio

Ricordatevi che avete la possibilità di esprimere una valutazione del servizio che avete ricevuto dalla Rappresentanza diplomatico-consolare su un apposito registro pubblico, disponibile in ogni sede. mae

 

 

 

 

 

Aggiornamenti e proposte sull’indagine conoscitiva relativa alla riforma dei Patronati all’estero

 

ROMA – Il presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato, Claudio Micheloni, ha provveduto nel corso dell’ultima riunione del Comitato a dare alcune comunicazioni riguardanti l’indagine conoscitiva sulla riforma dei Patronati italiani che operano fuori dal territorio nazionale per le comunità italiane residenti all’estero, avviata alcune settimane fa dal Comitato. In particolare, ha riferito di voler sollecitare il ministero del Lavoro all’invio di dati e documenti utili all’approfondimento dell’indagine, già richiesti nello scorso mese di ottobre, e di una lettera ricevuta dal presidente del Comitato difesa famiglie di Zurigo sul caso di gravi irregolarità riscontrate da un certo numero di pensionati che sarebbero state causate dal comportamento di un funzionario dell’Inca Cgil. Al Comitato viene richiesto nella missiva un impegno per assicurare un sistema di controllo delle associazioni di patronati, affinché non si ripetano casi simili, e per un risarcimento dei danneggiati. Micheloni propone di audire il Comitato difesa famiglie di Zurigo e segnala l’intenzione di chiedere l’autorizzazione, sempre ai fini dell’approfondimento dell’indagine, ad una missione nei Paesi europei dove si registrano il maggior numero di attività dei patronati all’estero, vale a dire Belgio, Germania e Svizzera, e in Argentina e Brasile.

Sottolinea l’impegno e l’importate lavoro svolto dall’Inca a favore dei cittadini italiani residenti all’estero Francesco Giacobbe, senatore eletto per il Pd nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, che rileva anche come sia assolutamente necessario prevedere forme di controllo e sanzioni a garanzia degli assistiti dai patronati. Oltre alle missioni proposte da Micheloni, invita a considerare anche altre aree di grande immigrazione, come l’Australia e il Nord America, attraverso l’invio di documentazione scritta o interviste in video conferenza. Infine, ritorna sulla questione della promozione del sistema Italia nel mondo, sottolineando l’opportunità di ascoltare nel corso delle missioni sopra richiamate anche le Camere di commercio per un approfondimento sugli interventi più utili a tal proposito.

Sulla necessità di riprendere l’impegno sul tema della promozione di lingua e cultura italiana all’estero insiste invece Maria Mussini (Misto – M5S), che chiede che le missioni proposte coinvolgano anche le realtà legate a tale promozione. Favorevole alle iniziative di Micheloni anche Mario Dalla Tor (Ap, Ncd-Udc), che suggerisce il coordinamento tra l’incontro con il Comitato di Zurigo e la missione nei Paesi europei sopra indicati. Dalla Tor ribadisce la responsabilità dei patronati per le azioni compiute dalle loro associazioni e chiede di sapere, insieme a Renato Turano, senatore eletto per il Pd nella ripartizione America settentrionale e centrale, se esistano altri casi come quello segnalato a Zurigo.

Micheloni segnala quindi che verrà chiesta al presidente del Senato l’autorizzazione per una missione a Zurigo, per ascoltare il Comitato difesa famiglie, e in Svizzera, Belgio e Germania che coinvolga, oltre le associazioni di patronato, le Camere di commercio, gli enti e gli istituti di cultura e le comunità di residenti. Gli stessi incontri – aggiunge - dovrebbero essere effettuati in Argentina e Brasile. Rileva inoltre la necessità del coinvolgimento in tali proposte della Commissione Pubblica Istruzione, con la quale è stata avviata l’indagine conoscitiva. Infine, segnala di non essere a conoscenza di fatti gravi come quelli avvenuti a Zurigo, riservandosi di approfondire la questione con il ministero del Lavoro. (Inform 22)

 

 

 

 

 

Ventidue anni dopo

 

Era l’inverno del 1992 quando s’innescò la faccenda, poi, chiamata “mani pulite”. Sembrava, al principio, una normale operazione di polizia, era, invece, l’inizio della scoperta di un complesso meccanismo che ha contribuito al tramonto della Prima Repubblica e dei suoi partiti.

 

 Ora, sembra che i fatti, sotto altra politica, tornino, prepotentemente, alla ribalta.  L’Italia del 1992 è lontanissima. Un sistema politico è tramontato; con la scomparsa dei partiti d’allora. I “mali”della Penisola, però, sono riaffiorati. I corrotti e i corruttori sono tornati, ufficialmente, alla ribalta dopo ventidue anni dagli eventi che avevano dato scacco matto a un certo costume di tangenti e opportunismi.

 

 Nessuno, ora, può considerarsi senza”peccato” e le responsabilità sono rincarate proprio per la situazione di generale degrado nel quale si trova il Paese. Come in allora, non ci sono scusanti, né scelte mitigatorie. Prima per Lire, ora per Euro, l’onestà ha lasciato il posto alla corruzione. Non importa se sotto altre vesti, sempre di cattiva gestione della cosa pubblica si tratta. Basta, però, con i garantismi di facciata. Prima si scoperchierà la “pentola” e prima s’identificheranno i responsabili. Perché “dare” e “prendere” continua a taglieggiare il Popolo italiano.

 

 La garanzia di pene certe resta indispensabile. Chi ha sbagliato, o sbaglierà, non deve avere diritto a “sconti”. Non ci dovrebbero essere dubbi in proposito. Resta, invece, da focalizzare lo spirito d’autocritica di chi ha sbagliato. Errato nei confronti del Paese e in quelli del partito che ha rappresentato. Riconoscere, o scovare, gli errori resta un segnale d’evoluzione politica, anche se non sempre spontanea, che potrebbe rappresentare un successivo passo per liberare il Paese da dilemmi che non dovrebbero essere suoi.

 

 Le nuove formazioni di potere hanno, comunque, radici profonde e le scelte di governo continuano a essere contenute e condizionate. Tanto da farci ricadere nel dubbio. Dopo ventidue anni, una scena di politica becera s’è proposta alla pubblica opinione. Ora non resta che agire finché il “dramma” non si trasformi in “farsa”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Università. Assunzioni agevolate contro la fuga di cervelli

 

ROMA - Assunzioni agevolate contro la fuga di cervelli. È una delle novità del programma per giovani ricercatori intitolato a Rita Levi Montalcini. 

Il bando, per il 2014, è stato appena firmato dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, e fissa anche quest’anno 24 contratti destinati ad attrarre giovani studiosi ed esperti italiani e stranieri impegnati stabilmente all’estero in attività di ricerca o didattica. Lo stanziamento è di 5 milioni di euro.

Tra le novità del bando 2014, quella di agevolare l’assunzione dei “cervelli” rientrati in Italia con l’obiettivo di garantire anche il necessario ricambio generazionale del corpo docente.

Il Miur, si legge in una nota, chiederà anticipatamente agli atenei la disponibilità ad assorbire i vincitori del Programma Montalcini nel caso dovessero abilitarsi durante il periodo del contratto di ricerca. I giovani studiosi potranno così essere inquadrati nel ruolo di professori associati. Sarà il Ministero a garantire il consolidamento del finanziamento e la relativa quota di punti-organico all’ateneo.

Il bando è stato inviato per la registrazione alla Corte dei Conti per essere successivamente pubblicato in Gazzetta Ufficiale e sul sito del Miur.

Le domande saranno esaminate da una Commissione presieduta dal presidente della Conferenza dei rettori delle Università italiane (Crui) e da quattro esperti qualificati in ambito nazionale e internazionale.

I vincitori potranno indicare la sede dove intendono svolgere il loro progetto di ricerca e dove saranno assunti con un contratto triennale da ricercatore di tipo B. Dopo la pubblicazione del bando in Gazzetta Ufficiale, le domande potranno essere inoltrate per via telematica utilizzando l’apposito sito web Miur-Cineca. (aise 30)

 

 

 

L’ex deputato Pdl Romagnoli arrestato in Montenegro per traffico d’armi.

«Sono innocente e lo dimostrerò»

 

Parla l’ex parlamentare: «Determinato» a chiarire estraneità ai fatti. La vendita alle Farc di lanciarazzi per abbattere elicotteri americani e la «triangolazione» per l’Africa - di Alessandro Fulloni alefulloni

 

«Sono innocente. E lo dimostrerò». Podgorica, capitale del Montenegro. Il carcere di massima sicurezza. Si trova qui, nella cella di un braccio ai piani bassi, l’ex deputato Pdl Massimo Romagnoli, 43 anni, arrestato giovedì 18 per traffico d’armi nel paese dei Balcani a seguito di un mandato internazionale firmato dalla procura di New York. Pesantissime le accuse nei suoi confronti: terrorismo e cospirazione finalizzata all’uccisione di cittadini americani. Un’inchiesta in cui si parla di lanciarazzi portatili diretti alle Farc, i narcoterroristi delle «Forze armate rivoluzionarie colombiane». Spedizione scottante che doveva transitare per l’Africa. Grazie alla regia di un importante funzionario del governo rumeno addetto al controllo degli armamenti. Anche lui in manette. Quel che non sapeva l’ex onorevole - eletto alla Camera nel 2006, passione per il calcio, tanto da essere il presidente dell’Orlandina Calcio, serie D, la squadra di Capo d’Orlando, la sua città natale - è che i tre intermediari incontrati per l’affare erano «007» della Dea, il potente servizio segreto Usa che si occupa di lotta alla droga e contrasto del contrabbando.

Romagnoli «in buone condizioni»

Con i funzionari dell’ambasciata italiana in Montenegro, incontrati per la prima volta lunedì 22, Romagnoli si è detto sicuro di poter dimostrare la propria innocenza. Obiettivo per cui «sono determinato», sono le testuali parole che ha detto ad Antonella Fontana, incaricato d’affari ad interim del posto di rappresentanza diplomatica a Podgorica. Un colloquio durato circa un’ora. Romagnoli - sposato, tre figli, broker internazionale, «dirigente a Londra un’azienda di consulenze internazionali specializzata in aerei civili, business e da combattimento, e motori per aeromobili», si legge nel suo curriculum - è apparso in «buone condizioni» chiariscono all’ambasciata. L’ex deputato ha chiesto assistenza alla rappresentanza italiana, la possibilità di colloqui settimanali e giovedì 24 incontrerà l’ambasciatore Vincenzo Del Monaco. Ma nel dialogo giudiziario tra Montenegro e gli Stati Uniti - che per il tramite del procuratore del distretto di New York Preet Bharara hanno firmato un mandato internazionale di cattura a fini estraditivi - l’Italia entra ben poco. Il giudice di Podgorica non si opporrà alla richiesta di estradizione e Romagnoli, presumibilmente dopo le vacanze natalizie, atterrerà negli Usa. Qui lo attende un processo per accuse che comportano pene pesantissime, anche l’ergastolo.

Il dirigente dell’«ufficio armi» della Romania

Le carte giudiziarie consultabili sinora raccontano di un’indagine, quella degli «007» della Dea, durata almeno cinque mesi. Telefonate intercettate e incontri ripresi tra Podgorica e Bucarest con i finti rappresentanti delle Farc e i due rumeni Virgil Flavius Georgescu, 42 anni, e Cristian Vintila, 44 anni. Il primo negli atti d’accusa della Procura di New York è definito semplicemente un commerciante d’armi. Il secondo invece sino allo scorso anno è stato dirigente dell’«Amministrazione generale delle riserve dello Stato, più specificamente capo della «Direzione generale problemi speciali, controllo e verifica armi». L’uomo giusto al posto giusto. Dossier e informazioni riservate su acquisti e vendite passavano insomma per le sue mani.

Il «Romagnoli catalogue»: fucili automatici e lanciarazzi

Gli agenti segreti della Drug Enforcement Agency, finti rappresentanti Farc, avevano chiarito ai tre di voler acquistare armi destinate ad abbattere gli elicotteri Usa impiegati contro i narcoterroristi. In uno degli ultimi incontri, l’ex parlamentare avrebbe mostrato quel che nelle carte viene chiamato «Romagnoli catalogue». Ovvero un depliant con foto e schede di «diversi sistemi d’arma, tra cui fucili automatici e lanciarazzi portatili». «Solo uno degli esempi di un catalogo mostrato anche ad altri clienti», avrebbe detto l’italiano capace di procurare le certificazioni false necessarie per le spedizioni. Merce che Romagnoli e i due rumeni avrebbero assicurato sino a un posto imprecisato dell’Africa. Mentre al resto del viaggio avrebbero dovuto pensare quelli delle finte Farc.

Passionaccia per il calcio

Intanto a Capo d’Orlando, nel Messinese, l’Orlandina calcio, la squadra di cui Romagnoli era presidente sino a un mese fa, è a un passo dal tracollo dopo l’arresto del parlamentare rimasto comunque nella dirigenza della squadra. Le cronache cittadine lo descrivono con un presidente vecchio stampo. Tifosissimo, disposto a tutto pur di condurre una campagna acquisti capace del salto di qualità necessario per decollare dalla Serie D. Tanto da annunciare l’arrivo di un «supercoach» come Viktor Pasul’ko, ucraino, 53 anni, ex calciatore della nazionale sovietica. Disputò la fase finale del Campionato europeo di calcio 1988 segnando un gol contro l’Inghilterra.

L’esonero dell’allenatore moldavo

Poi la carriera da allenatore, anche della Moldavia. Ma a settembre i tre pareggi consecutivi nella Serie D siciliana gli sono valsi l’esonero da parte del furibondo presidente che evidentemente si aspettava di meglio. Con l’ex parlamentare in manette, l’Orlandina si sta sgretolando. Domenica alla partita quelli della prima squadra non si sono presentati. Al loro posto i ragazzi delle giovanili. Ai quali però è stato detto chiaro e tondo che non ci sono più soldi per le trasferte. Ma forse questo è l’ultimo dei problemi a cui da Podgorica sta pensando Romagnoli. CdS 23

 

 

 

 

La Fantaortogrammatica dei Mo(n)di in rivolta. Il nuovo libro di Andrea Carbonari

 

Con un titolo così, questo articolo di presentazione di un libro per bambini sembrerebbe quasi pazzesco. Ma volevo adeguarmi alla noncurante e – per questo – affascinante scrittura di Andrea Carbonari, al quale dobbiamo questo ultimo regalo letterario.

“Mon(d)i in rivolta” è appena approdato nelle librerie italiane e già se ne sente parlare. O meglio, sono i personaggi della Fantaortogrammatica a farla da padroni nella fantasia dei bambini che l’hanno letto.

Ma cosa sarà mai questa Fantaortogrammatica? Beh, vediamo, Andrea Carbonari la definisce così: “Una grammatica che si basa essenzialmente sulla fantasia e che fa dell’errore il ganglio di passaggio verso mondi/modi altri.” Ovvio, vero? Ma non senza mistero.

Però ciò che è bello, è ciò che è, a suo modo, anche vero. E quindi la Fantaortogrammatica è bella.

È bella perché nasce dalla prassi didattica, da ciò che Andrea Carbonari nel suo ruolo di insegnante, vive ogni giorno. Già, come si fa a comunicare ai bambini strutture morfologiche, grammaticali e sintattiche senza annoiarli a morte con i soliti esercizi. Certo, anche quelli sono necessari, ma, diciamo la verità, che barba!

Ed ecco allora che il tutto prende forma e diventa personaggio, con una sua vita, capace di muoversi nell’universo della lingua e di comunicarne le impressioni. “Nascono così i racconti di Fantagrammatica,” dice Andrea Carbonari “in cui i protagonisti di vicende fantastiche e fantasmagoriche sono grafemi, strutture grammaticali, modi e tempi verbali ecc. All'elemento linguistico si intreccia quello didattico e avventuroso, in un piano di geometrie linguistiche giocose e divertenti… almeno spero.” Lui lo spera, io invece lo so per certo, perché il libro l’ho letto. E così posso anche affermare, che la Fantaortogrammatica è bella – perché mi piace.

“Mo(n)di in rivolta” è un libro per bambini, che affascina anche i grandi e li prende per la gola (sì, ne senti quasi il sapore dolce e intenso). Perfino l’introduzione, ben lungi dall’essere quella classica, consiste in un breve racconto – e per questo adatta anche ai bambini (forse è un po’ folle quel nonno in soffitta, sommerso da libri, insettucoli, insettelfi e fondi di caffè).

Il libro conta due testi, che sono – se vogliamo – un elogio dell’errore, ma in fondo una dichiarazione d’amore alla lingua italiana.

Nel primo testo sono protagonisti gli articoli, che arriveranno a scioperare per liberarsi dal giogo della grammatica. Nel secondo testo la fanno da padroni i modi di dire, da cui nascono mondi avventurosi e fantastici.

Per inciso: “Mo(n)di in rivolta”, quella improbabile parentesi che si insinua nella parola mondi, “indica come ogni cosa sottenda il suo contrario, o, meglio, un altro aspetto, un’altra dimensione” - ci dice Andrea Carbonari.

E se non bastasse, a far venire l’acquolina in bocca, ci sono anche le illustrazioni “fantaortogrammatiche” che accompagnano le storie del libro. Le ha realizzate Elen, figlia di Andrea Carbonari, rivelandosi interprete indefessa delle bizzarre visioni dell’autore, a cui ha saputo dar fisionomia – e, siatene certi, di fantasia ne deve aver tanta, quella bambina!

“Mo(n)di in rivolta” (Apollo Edizioni – collana I girasoli - ISBN-13 9788898435227) lo trovate in libreria in Italia. Chi vive altrove può ordinarlo in internet o attraverso una libreria locale. Buon divertimento.

Maurizio Libbi

 

 

 

Campania. Presentazione del congresso della Confederazione Italiani nel Mondo (27 e 28 febbraio a Roma)

 

NAPOLI - “Non è più il tempo di considerare il nostro emigrante con la valigia di cartone. Oggi i nostri emigranti di seconda, terza e quarta generazione possono essere gli ambasciatori della Campania per intrecciare relazioni durature con il Paese di origine dei propri avi a fini culturali e commerciali”.

Così l’assessore all’Emigrazione della Regione Campania Severino Nappi intervenendo venerdì scorso ,a Napoli ,alla conferenza stampa di presentazione del congresso mondiale della CIM (Confederazione degli Italiani nel Mondo), che si terrà a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica il 27 e il 28 febbraio 2015 con la partecipazione di circa 800 delegati provenienti da 22 Paesi, riferisce la Regione Campania in una nota .

“La nostra comunità campana – ha detto Nappi - è una delle più presenti ed attive nel mondo. La Regione vuole essere un interlocutore rispetto alle loro esigenze, consci che questo potrà anche aiutare il nostro export, soprattutto agroalimentare”.

Alla conferenza stampa erano presenti il presidente mondiale della Cim Angelo Sollazzo, il direttore generale Attilio Moraca e il responsabile regionale della confederazione Antonino Di Trapani.

Dopo la conferenza, Sollazzo è stato ricevuto a palazzo Santa Lucia dal presidente della Regione Campania Stefano Caldoro. (Inform)

 

 

 

 

Dublino. Dopo 31 anni di esistenza “Italia Stampa” chiude l’edizione cartacea

 

DUBLINO - “È con rammarico che, dopo 31 anni di esistenza, “Italia Stampa”, il periodico cartaceo da me prodotto con passione e incrollabile perseveranza, non sarà più stampato con effetto 1° gennaio 2015”. A scrivere è Concetto La Malfa che dalle pagine web della sua testata annuncia che dal prossimo anno “Italia stampa” esisterà solo online.

“Quale Editore – continua La Malfa non senza amarezza – ho dedicato per oltre trent’anni della mia vita in Irlanda, tutta la mia energia, conoscenza ed esperienza giornalistica, alla produzione di un veicolo di informazione per la nostra comunità italiana e la sua integrazione nella società irlandese. Per la realizzazione di questo nobile compito, Italia Stampa, uno dei più piccoli periodici nella grande famiglia dei giornali italiani all’estero, ha ricevuto numerosi riconoscimenti in molti circoli”.

“Ogni anno, sin dalla sua fondazione, - ricorda l’editore – Italia Stampa ha ricevuto un piccolo contributo dal governo italiano utile per affrontare i costi di produzione, ma è bastata la perdita, quattro anni fa, di questo contributo per due anni consecutivi, con motivazioni piuttosto assurde, a far capitolare una nobile istituzione italiana in questo Paese, tra l’indifferenza in certi circoli rappresentativi. Queste le ragioni della decisione che, a malincuore, ho dovuto prendere. A tutti coloro che hanno sostenuto Italia Stampa in molte forme nel corso degli anni, va la mia più profonda e sincera gratitudine”.

“Ad ogni buon conto, - precisa La Malfa – Italia Stampa online con il suo sito web www.italvideonews.com, creato alcuni anni fa per replicare la copertura giornalistica di tutte le notizie italiana dall’Irlanda, in parallelo e in sintonia con la rivista stampata, continuerà a svolgere l’importante e utile compito di informazione rivolta alla nostra Comunità e amici dell’Italia in Irlanda”.

A tutti gli abbonati, conclude, arriverà presto “una lettera di ringraziamenti dall’editore per il loro continuo sostegno negli ultimi 31 anni”. (aise 29)

 

 

 

 

Guida all'utente per il riconoscimento delle qualifiche professionali

 

Il Dipartimento Politiche Europee ha realizzato una Guida all'utente sulla Direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali per facilitare la comprensione delle norme che regolano il sistema della libera circolazione dei professionisti nell'Unione Europea.

In particolare, la Guida intende fornire ai cittadini uno strumento chiaro e sintetico che spiegi norme e procedure relative al riconoscimento delle proprie qualifiche professionali in uno Stato membro diverso da quello dove le qualifiche sono state ottenute. Contiene, inoltre, una panoramica delle principali novità introdotte dalla nuova normativa europea, attualmente in fase di recepimento.

Il Trattato dell'Unione Europea assicura la libera circolazione dei lavoratori e, in particolare, disciplina il diritto di stabilimento che investe qualsiasi attività di lavoro svolta in regime di non subordinazione e in modo stabile. In questa guida vengono illustrate le procedure previste per i cittadini dell'UE che intendono ottenere il riconoscimento delle proprie qualifiche professionali in Italia e per i cittadini italiani interessati a spostarsi in uno dei Paesi membri, per stabilirsi o per esercitare in regime di libera prestazione.

Il diritto di stabilimento ricorre nei casi in cui un professionista qualificato intende esercitare la propria professione in uno Stato membro diverso da quello in cui ha ottenuto la qualifica professionale. Tuttavia, poiché ogni Stato membro può subordinare l'accesso a una determinata professione al possesso di una qualifica professionale specifica, che può variare negli Stati a seconda dei rispettivi ordinamenti, la qualifica ottenuta nel proprio Stato di origine potrebbe non essere sufficiente sul territorio di un altro Stato membro.

Questo potrebbe costituire un impedimento alla libera circolazione dei professionisti nell'Unione Europea. Ecco perchè, sin dagli anni '70, l'UE ha introdotto norme che regolano il reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali tra gli Stati membri. La libera prestazione di servizi (novità della direttiva 2005/36/CE rispetto alla precedente disciplina), permette al cittadino di esercitare temporaneamente la propria professione in qualsiasi Stato dell'UE, senza necessità di dover ottenere il riconoscimento della propria qualifica professionale. Link alla guida: www.politicheeuropee.it/file_download/2467.

Pe 19

 

 

 

 

Attivo un numero verde sull’iniziativa che promuove il rientro dei migranti nei Paesi di origine

 

Una misura, finanziata dal 2009 da Fondo Europeo per i Rimpatri e Ministero dell’Interno, cui hanno aderito circa 3000 persone

 

ROMA – Da ottobre è attivo un numero verde - 800 72 20 71 – che fornisce informazioni sul Ritorno Volontario Assistito, iniziativa che promuove il rientro dei migranti nei Paesi di origine cui partecipa una rete di soggetti pubblici e privati (Rirva) co-finanziata dal Fondo Europeo per i Rimpatri e dal Ministero dell’Interno dal 2009. Il servizio di help desk gratuito – operativo dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle ore 16 – intende informare migranti, operatori e cittadinanza sulla misura, sui progetti che accompagnano le persone nel percorso di ritorno nei Paesi d’origine e sulle modalità di contatto dei punti di riferimento territoriali della Rete Italiana sul Ritorno Volontario Assistito (RIRVA).

Si tratta di un’opzione cui sempre più migranti fanno ricorso, sia per una maggiore conoscenza dei servizi offerti dai programmi di ritorno, sia per la perdurante congiuntura economica sfavorevole che impedisce la realizzazione/prosecuzione del proprio progetto migratorio in Italia. Si è passati, infatti, da 228 persone accompagnate al ritorno nel 2009 ai 2.000 previsti entro giugno 2015, per un  totale di 3.219 persone che in questi anni hanno usufruito di questa misura che aiuta i migranti a ritornare e reintegrarsi nel proprio Paese di origine

In base alle revisioni post-censuarie ISTAT e ai trend attuali, si rileva che, con continuità dal 2009,  circa 200mila migranti iscritti in anagrafe si cancellano mediamente all’anno; se poi si osserva la situazione in Lombardia (rappresentativa in quanto nella Regione vive poco meno del 25% della popolazione migrante regolare e irregolare presente in Italia), è in crescita l’intenzione a lasciare l’Italia entro 12 mesi: si è infatti passati dal 9% del 2010 al 13% nel 2013 (fonte Orim).

Fanno parte della rete Rirva oltre 300 organizzazioni  pubbliche e private presenti capillarmente sul territorio e in grado di informare direttamente a livello locale i migranti interessati ed aiutarli ad accedere alla misura realizzata da progetti che, in parallelo alla Rete, attuano i percorsi di ritorno.

Per l’annualità corrente (Programma annuale 2013), l’azione di rete è dotata di prodotti e strumenti informativi innovativi e di presidi territoriali: il  numero verde/ help desk ritorno    appunto  – 800 722071, il sito  www.reterirva.it  che mette a disposizione materiali informativi plurilingue, una  pagina facebook  dedicata, l’attivazione di  14 punti di raccordo territoriale (focal point)  per il supporto alla rete e l’informazione locale ai migranti, la realizzazione di sessioni informative in ogni regione, a breve da una App  che permetterà agli interessati di accedere facilmente alle informazioni sulla misura.

Il progetto RIRVA    è gestito dal Consorzio Nazionale Idee In Rete con il Consiglio Italiano per i Rifugiati, Oxfam Italia, Gea, il Consorzio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali e il supporto della Fondazione ISMU. (Inform)

 

 

 

 

Il voto dei connazionali temporaneamente all’estero

 

Bruxelles - Regolamentare il voto dei connazionali temporaneamente all’estero. 

Questo l’obiettivo della poposta di legge di iniziativa popolare che il gruppo Erasmus Student Network Italia ha depositato anche alla cancelleria consolare dell’Ambasciata italiana a Bruxelles per la raccolta delle firme necessarie – 50mila – da depositare presso la Corte di Cassazione.

La proposta di legge - “Disposizioni per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani temporaneamente domiciliati negli stati membri dell’unione europea alle elezioni per la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica, il Parlamento europeo, i Consigli Regionali e i Consigli delle province autonome di Trento e Bolzano e ai referendum" – è depositata presso l’Ufficio Anagrafe Italiani Residenti all'Estero - Elettorale della Cancelleria Consolare sono stati depositati i moduli per la raccolta di sottoscrizioni così come previsto dalla Costituzione – articolo 71: "Il popolo esercita l'iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli" – e dalla legge 352/1970.

Gli italiani residenti in Belgio e iscritti all'Aire, dunque, potranno sottoscrivere la proposta di legge in Cancelleria Consolare tutti i giorni dalle 9:00 alle 12:30 senza dover prendere appuntamento, ma rispettando le priorità della coda delle persone presenti.

I connazionali dovranno recarsi muniti di un documento di identità in corso di validità.

I cittadini italiani non residenti in Belgio ma di passaggio possono firmare la proposta di iniziativa popolare solo se previamente muniti di certificato di iscrizione nelle liste elettorali del comune italiano di residenza. (aise)

 

 

 

 

 

Sardi nel mondo: 1.585.000 euro a circoli e Consulta.  10 mila euro per interventi straordinari, di assistenza e solidarietà

 

CAGLIARI – Sardi nel mondo: dopo il parere favorevole della Consulta regionale per l’Emigrazione la Giunta Pigliaru agli inizi dicembre ha approvato il Programma Annuale per l’Emigrazione 2014, presentato dall’assessore al lavoro Virginia Mura , che destina 1.585.000 euro alle organizzazioni degli emigrati per le spese di funzionamento, svolgimento delle attività, funzionamento della Consulta e progetti.  10mila euro sono destinati interventi straordinari, di assistenza e di solidarietà.

“Per il sostegno – si legge nel Programma annuale - alle spese di funzionamento e allo svolgimento delle attività statutarie dei circoli, federazioni e associazioni di tutela, per gli interventi di solidarietà, progetti regionali, servizi di informazione e comunicazione, con l’aggiornamento dei siti tematici e funzionamento e adeguamento della sezione specifica “Talenti Sardi”, sono disponibili risorse pari a 1.600.000 euro”. Nel documento si precisa che “la riduzione delle risorse in bilancio rispetto all’anno precedente, i limiti imposti dal rispetto del Patto di stabilità interno alla propria capacità di spesa, l’esigenza di adeguare la programmazione con le risorse disponibili, dettata dai vincoli finanziari richiesti dalla spending review e dalle regole contabili approvate in campo nazionale e regionale, nonché la grave situazione socioeconomica che interessa la Sardegna, hanno imposto una quantificazione dei contributi per l’anno 2014 da destinare ai circoli, federazioni e associazioni di tutela basata sul rigore, razionalizzazione e massimo contenimento della spesa”.

Gli interventi previsti per il 2014 riguardano le  spese di: funzionamento e svolgimento delle attività;  funzionamento della Consulta;  comunicazione e funzionamento siti web; progetti;  interventi di solidarietà.

Per spese di funzionamento e attività la Giunta destina  alle organizzazioni dei sardi emigrati 1.585.000 euro così ripartiti: 125 Circoli dei sardi emigrati:1.395.000 euro; 6 Federazioni dei Circoli e nazioni senza Federazione 120.000 euro; 5 Associazioni di Tutela e la Federazione delle Associazioni di Tutela: 25.000 euro;  Rimborsi spese per la Consulta 45.000 euro.

Per “interventi straordinari, di assistenza e di solidarietà” vanno 10 mila euro. Secondo quanto previsto dalla legge regionale n.7/1991 si intende fornire “ un supporto ai sardi che versano in gravi difficoltà, tramite sussidi e contributi a lavoratori emigrati e loro familiari che si trovino in particolari e oggettivi stati di indigenza o in conseguenza di situazioni eccezionali o eventi straordinari di particolare gravità. Nell’ambito degli interventi in favore della solidarietà sono “ricompresi i contributi in favore dei familiari di emigrati deceduti all’estero e nella penisola per il trasporto delle salme in Sardegna. Con le risorse previste per le presenti finalità, si interverrà anche a favore dei Circoli che abbiano subito danni alle strutture e alle sedi a seguito di eventi calamitosi. L’intervento sarà effettuato secondo le misure previste dalle norme”.

Tra le altre misure del Programma 2014 “i canali di comunicazione istituzionale verranno garantiti tramite i portali istituzionali e con la produzione con line del periodico Il Messaggero Sardo, disponibile sul sito tematico ufficiale www.sardegnamigranti.it “. Pertanto, per le attività connesse alla comunicazione sono destinati  “5.000 euro per l’aggiornamento e formazione del personale per il funzionamento del portale Sardegna Migranti e della Sezione dedicata ai Talenti sardi www.talentisardi.it “. “La decisione sul supporto al funzionamento del sito e la messa on-line del periodico Il Messaggero Sardo verrà posticipato al 2015” si legge inoltre nel Programma annuale 2014 (per il testo integrale del Programma si veda: http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_274_20141205111337.pdf  (Inform)

 

 

 

 

 

Ora anche un numero verde per il Ritorno Volontario Assistito

 

Da ottobre 2014 è attivo un numero verde (800 72 20 71) a supporto di chi voglia ricevere informazioni e consulenza sul Ritorno Volontario Assistito (RVA).  RIRVA, la Rete nazionale di soggetti pubblici e privati attivi nella promozione del RVA ha infatti  dotato il preesistente servizio di Help Desk di una linea gratuita diretta ad informare migranti, operatori e cittadinanza sulla misura, sui progetti che accompagnano le persone nel percorso di ritorno nei Paesi d’origine e sulle modalità di contatto dei punti di riferimento territoriali della Rete Italiana sul Ritorno Volontario Assistito (RIRVA). 

Il Numero Verde rappresenta uno degli strumenti di cui RIRVA si è dotata in questa annualità di progetto (Programma annuale 2013 – FR Az. 6) per rafforzare l'azione informativa sulla misura. Di seguito si riepiloga il sistema di informazione a supporto del RVA:

- il Numero Verde Ritorno/ Help Desk Ritorno, appunto – 800 72 20 71: attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 16.00 e con servizio di segreteria telefonica negli altri giorni e fasce orarie, per fornire supporto e consulenza a potenziali beneficiari di programma di RVA ed agli operatori di settore;

- una Pagina Facebook  (denominata RIRVA) dedicata e puntualmente aggiornata con informazioni sulle attività del progetto e sulla misura del Ritorno Volontario Assistito;

- una App Ritorno: strumento innovativo che permetterà agli interessati di verificare se possiedono i requisiti richiesti per accedere ai programmi di Ritorno e individuare il Punto Informativo della Rete a loro più vicino. Sviluppata la parte tecnica l’applicazione sarà a breve disponibile.

Ulteriore novità di quest’anno è l’attivazione di una rete di 14 punti di raccordo territoriale (Focal Point) per il supporto alla rete e l’informazione locale ai migranti, la realizzazione di sessioni informative in ogni regione. Sul sito di progetto sono disponibili  i riferimenti dei 14 Focal Point  con i relativi contatti divisi per Regione.

Il progetto RIRVA , co-finanziato dal Fondo Europeo Rimpatri e dal Ministero dell’Interno dal 2009, è gestito dal Consorzio Nazionale Idee In Rete con il Consiglio Italiano per i Rifugiati, Oxfam Italia, Gea, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali e il supporto della Fondazione ISMU. 

Diffondere la conoscenza del RVA: la vostra collaborazione come membri della RETE o soggetti attivi in interventi a supporto dei migranti

La Rete RIRVA opera capillarmente su tutto il territorio nazionale grazie ad oltre 300 organizzazioni aderenti pubbliche e private in grado di informare direttamente i migranti interessati ed aiutarli ad accedere alla misura. A fianco della Rete esistono numerosi altri servizi ed enti a diverso titolo coinvolti in programmi ed interventi a supporto dei migranti. A tutti chiediamo la massima collaborazione affinchè sempre più persone siano a conoscenza delle opportunità offerte dalla misura grazie ai diversi strumenti di comunicazione costruiti per diffondere l'informazione sul Ritorno Volontario Assistito. E' possibile farlo:

* Inserendo il banner di progetto  (disponibile per il download nell'home page del sito www.reterirva.it) ed eventualmente la scheda di presentazione del progetto  sui vostri siti web

* Invitando i vostri amici a cliccare “Mi piace” sulla pagina FB dedicata  (RIRVA)

* Inserendo il comunicato stampa  sul vostro sito e inviandolo alla vostra rete di contatti

* Stampando e distribuendo il materiale informativo  plurilingue del progetto (inglese, francese, italiano e spagnolo) o diffondendolo via mail

Grazie per la Vostra collaborazione! www.reterirva.it; 800 72 20 71 (irva) 

 

 

 

 

 

Eugenio Marino “Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana”

Cosmo Iannone Editore

 

Un’analisi dell’esperienza umana dell’emigrazione raccontata attraverso i testi delle canzoni italiane nel libro di Eugenio Marino “Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana”, appena pubblicato dall’editore Cosmo Iannone nella collana Quaderni sulle Migrazioni diretti da Norberto Lombardi e presentato in anteprima alla Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri, più liberi” nella prima metà del mese di dicembre, a Roma. Esperienza umana ripercorsa attraverso lo sguardo della musica popolare e impegnata, che ci propone gli stati d’animo e le esperienze dolorose che contraddistinguono questo viaggio, segno incancellabile perché costante – anche se spesso di fatto sottaciuto e dimenticato - della nostra memoria nazionale, ma allo stesso tempo vissuto che può aiutarci a comprendere, oltre alla nostra identità, cosa può essere l’incontro con l’altro, lo straniero, il diverso.

Scopriamo così che la musica colma una significativa lacuna del nostro Paese: l’assenza di un’attenzione costante e compiuta alle vicende dell’emigrazione italiana da parte della “storia ufficiale” – e dove troviamo uno studio del fenomeno si tratta per lo più di analisi specifiche, condotte attraverso un’ottica settoriale e non multidisciplinare – e l’incapacità di coglierne più prontamente trasformazioni e caratteristiche, rese invece dalle canzoni in modo più immediato e genuino.

Interessante inoltre la disamina che emerge del registro di volta in volta adottato da questi canti sul tema, spesso condizionato dall’atteggiamento di politica e istituzioni nazionali: emerge così nella musica popolare – la tradizione napoletana in primis – la vena melodrammatica, con la malinconia delle partenze e la nostalgia per la terra di origine, ma anche la fatica del lavoro e del sacrificio, ripresa nei canti anarchici, di lotta e di protesta, in cui viene messo in luce invece lo sfondo sociale del fenomeno, ribadito dal cantautorato italiano dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri. Se l’emigrazione italiana, flusso continuo qui ripercorso dall’Unità d’Italia in poi, è stata a più riprese minimizzata, nascosta o mistificata – come nelle canzoni intrise di retorica fascista, in cui si cerca di soppiantare il concetto di emigrazione per necessità con quello dello “spostamento per convinzione”, affiancato alla logica di colonizzazione propria dell’impero, - sono le canzoni a riportarci più direttamente all’esperienza autentica, intima o collettiva, di questo viaggio. Esperienza autentica perché fatta soprattutto di emozioni, suscitate da grandi speranze, sofferenze o sconfitte, che si fanno via via più amare quando l’emigrazione non viene più proposta quale fatalità e scelta “obbligata” dal destino. L’obbligo viene infatti presto ricondotto dalla “denuncia del popolo vinto” – così Pino Aprile definisce suggestivamente in un suo contributo al testo la canzone d’emigrazione – all’incapacità di politica e istituzioni di creare in patria condizioni di sviluppo adeguate, specie nel Mezzogiorno. Nonostante l’emigrazione abbia certamente consentito a milioni di italiani di realizzarsi e trovare un proprio spazio nel mondo, non sono i loro successi ad animare le canzoni, che se non sono espressione intima di nostalgia o rimpianto di patria e affetti, sono ispirate a tragedie come l’affondamento dei bastimenti – la nave Sirio, per esempio, carica di emigranti e affondata nel 1906 nel suo viaggio alla volta dell’America - oppure a vicende di intollerabile ingiustizia come i linciaggi a danno degli immigrati italiani avvenuti a cavallo tra Otto e Novecento negli Stati Uniti o la condanna a morte di Sacco e Vanzetti (arriviamo però ad episodio molto più recente, l’uccisione in Svizzera nel 1971 di Alfredo Zardini, emigrato da Cortina d’Ampezzo e pestato a morte in un bar, solo perché considerato con disprezzo – come dice la ballata a lui dedicata – randagio in cerca di pane).

Solo con il genio musicale di Renato Carosone – e tra le canzoni qui richiamate segnaliamo in particolare Io tengo n’appartamento, che cita la Mulberry street divenuta il cuore della Little Italy newyorkese – traspare un nuovo registro, ironico e disincanto, una canzone nuova che è il frutto di una visione ad ampio raggio di vecchia e nuova emigrazione, innovazione capace di innestare sulla tradizione napoletana la ricchezza data dalla multiculturalità e dalla contaminazione tra generi. Un tentativo di tenere insieme tradizione e innovazione – non sempre sapientemente miscelate alla Carosone e più semplicemente giustapposte – è compiuto anche dal cantautorato impegnato degli anni Sessanta e Settanta, anni in cui il flusso migratorio si rivolge prevalentemente all’Europa o dal Sud al Nord Italia, “dai bastimenti all’Europa dei treni del sole”, in contemporanea con l’innescarsi del boom economico. Si tratta di un filone che prosegue con la “Scuola genovese” – e con nomi come quelli di Gino Paoli, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Piero Ciampi e Sergio Endrigo – e poi con cantautori come Lucio Dalla, Francesco De Gregori, i Nomadi – solo per citarne alcuni - e arriva sino ai giorni nostri con il Parto delle Nuvole Pesanti e, infine, il rap di Kento. Canzoni che raccontano dapprima l’altra faccia del miracolo economico, poi mescolano temi universali – come il viaggio, tema-simbolo della beat generation – con una riflessione più aderente alla realtà nostrana, in contrapposizione con la cosiddetta musica “leggera”, che aveva il suo palco più rappresentativo nel Festival di Sanremo – e il tentativo di aprire quel palco alla musica “impegnata” conobbe, con Tenco, il più tragico degli epiloghi. Una funzione, quella della musica del cantautorato italiano negli anni Settanta, che per Eugenio Marino supplisce a quella di una poesia in grado di interpretare il gusto di un pubblico più vasto che si ebbe invece altrove con Prevert, Lee Masters o con la beat generation. E a ben guardare, i testi dei nostri cantautori sono a tutti gli effetti dei brani di poesia, tanto che da tempo Renzo Arbore insiste sul ruolo che la diffusione di questo tipo di musica potrebbe rivestire per la promozione di lingua e cultura italiana in tutto il mondo.

Oltre che a renderci partecipi di un pezzo della nostra storia nazionale, partecipi attraverso il riascolto di melodie e testi che abbiamo amato in modo inconsapevole, senza collegarli alle vicende da cui scaturivano o che raccontavano, il libro, attraverso un’analisi minuziosa di oltre un secolo di canzoni italiane – analisi arricchita dalle diverse declinazioni regionali (un paragrafo è dedicato per esempio alla tradizione molisana) – ci aiuta a cogliere la ricchezza di un’identità – musicale ma non solo – fatta di contaminazioni, di ricerca, di scambi. Un’identità assai lontana da un’inesistente idea di purezza, e da cui dovremmo lasciarci noi stessi “contaminare” per accogliere ciò che di nuovo ci circonda, in un’Italia che accosta oggi alla ripresa di nuovi flussi di emigrazione un numero sempre maggiore di presenze immigrate. (Viviana Pansa- Inform)

 

 

 

 

Lucani all’estero: la Commissione approva

 

POTENZA - Parere favorevole, a maggioranza, in quarta Commissione consiliare (Politica sociale) della Regione Basilicata, presieduta dal consigliere Bradascio, sulla proposta di legge riguardante "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 3 maggio 2002, n.16 – Disciplina generale degli interventi in favore del lucani all’estero", d’iniziativa dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale (Lacorazza, Galante, Mollica, Castelluccio, Polese). 

La proposta di legge è stata licenziata con il voto favorevole dei consiglieri Bradascio (Pp), Galante (Ri), Mollica (Udc), Spada (Pd), Pace (Gm), Rosa (Lb-Fdi). Astenuti i consiglieri Leggieri (M5s) e Romaniello (Gm) che ha annunciato la presentazione di un emendamento in Consiglio regionale.

Il vicepresidente della Commissione regionale dei Lucani nel Mondo e componente l’Ufficio di Presidenza, Francesco Mollica, ha illustrato l’urgenza del provvedimento e le motivazioni alla base delle modifiche apportate riconducibili, essenzialmente, ad un migliore funzionamento della norma in virtù della programmazione che viene posta in essere. Mollica ha parlato, innanzitutto, di "una nuova terminologia che contempla ‘i Lucani nel mondo’ e non più ‘i Lucani all’estero’ che, evidentemente, non comprendeva le associazioni di lucani in Italia".

"Le modifiche della composizione della Commissione – ha spiegato Mollica – individuate per renderla più snella al fine di consentire uno svolgimento dei lavori più razionale ed efficace. Viene inserito come componente, sia della Commissione che del Comitato esecutivo, senza diritto di voto, il Coordinatore del Comitato tecnico scientifico del ‘Centro dei Lucani nel mondo – Nino Calice’. Fondamentale la necessità di ridurre i costi concernenti le assemblee annuali in ossequio alla spending review. Necessario – ha continuato Mollica - un maggiore raccordo tra l’Ufficio Sistemi culturali e turistici, cooperazione internazionale della Giunta ed il Consiglio, così come appare evidente la ‘bontà’ di riunire le Federazioni appartenenti a più Stati della stessa area geografica. Stabilito, inoltre, che è iscritta all’Albo regionale, l’associazione che annoveri trenta iscritti di età non superiore ai quaranta anni, questo anche in virtù dell’indubbio cambiamento fisiologico della emigrazione. Per le Associazioni con sedi in città in cui sono già costituite una o più Associazioni lucane iscritte all’Albo, è sufficiente un numero di 60 associati di cui il 50 per cento di età non superiore ai quaranta anni. Disciplinati gli Sportelli informativi, già di fatto operanti solo in alcune realtà, al fine di riconoscere agli stessi autonomia funzionale ed organizzativa sempre sulla base delle direttive impartite dalla Giunta regionale e in relazione a compiti specifici. Gli sportelli – ha sottolineato Mollica – dovranno divenire un vero e proprio network per valorizzare e far conoscere le iniziative in atto e quelle da promuovere". (aise)

 

 

 

 

 

Hunderttausende gedenken in Paris der Anschlagsopfer

 

Paris. - In einer der größten Kundgebungen in der französischen Geschichte haben am Sonntag Hunderttausende Menschen in Paris der Opfer der islamistischen Anschläge der vergangenen Woche gedacht.

Der Platz der Republik im Stadtzentrum war lange vor Beginn des Gedenkmarsches, an dem auch Dutzende Staats- und Regierungschefs teilnahmen, überfüllt. Demonstranten schwenkten französische Fahnen und riefen immer wieder in Sprechchören: "Vive la France" und "Wir sind Charlie".

Fast zeitgleich wurde im Internet ein Bekennervideo eines der Attentäter veröffentlicht. Darin erklärt er, die Anschläge auf das Satire-Blatt "Charlie Hebdo" und einen jüdischen Supermarkt seien koordiniert geplant worden. Bei den Angriffen waren 17 Menschen getötet worden, auch die drei Attentäter wurden erschossen.

Angeführt wurde der Gedenkzug vom französischen Staatspräsidenten Francois Hollande. "Paris ist heute die Hauptstadt der Welt", sagte er in einer Kabinettssitzung vor Beginn des "Republikanischen Marschs". "Unser ganzes Land wird aufstehen und sich von seiner besten Seite zeigen." An Hollandes Seite waren untergehakt unter anderem Israels Ministerpräsident Benjamin Netanjahu und Bundeskanzlerin Angela Merkel zu sehen - alle in schwarz gekleidet. Insgesamt hatten sich 44 Staats- und Regierungschefs angesagt, unter ihnen der türkische Ministerpräsident Ahmet Davutoglu, Palästinenserpräsident Mahmud Abbas und UN-Generalsekretär Ban Ki Moon.

Das französische Fernsehen sprach von der größten Kundgebung in Paris seit dem Ende zweiten Weltkriegs. "Ich bin hier, um zu zeigen, dass die Terroristen nicht gewonnen haben" sagte die 34-jährige Franko-Marokkanerin Zakaria Moumni. "Im Gegenteil sie bringen die Menschen aller Religionen zusammen". Auf einem handgeschriebenen Plakat war ein Zitat von Thomas Jefferson zu lesen: "Unsere Freiheit beginnt mit der Freiheit der Presse".

Neben französischen wurden zum Gedenken an die bei der Geiselnahme in einem jüdischen Supermarkt umgekommenen Menschen auch israelische Flaggen geschwenkt. Auf Transparenten hieß es: "Freiheit - Wir sind deinetwegen hier" oder "Charlie Akbar" - in Anspielung auf das islamische Glaubensbekenntnis "Allah ist groß".

Auch in Deutschland kam es zu Solidaritätsbekundungen. Der Pariser Platz vor den Brandenburger Tor war gefüllt mit Menschen, die der Opfer in Paris gedachten. Dort befindet sich auch die französische Botschaft in Deutschland.

In einem am Tag des Gedenkens verbreiteten Video erklärt der am Freitag von der Polizei getötete Attentäter Amedy Coulibaly, die Anschläge auf den jüdischen Supermarkt und die Satire-Zeitschrift "Charlie Hebdo" seien wegen der französischen Militärinterventionen im Ausland gerechtfertigt. Bei dem Angriff Coulibalys auf den Supermarkt waren vier Geiseln getötet worden. In dem Video erklärte er, er arbeite mit den Brüdern Said und Cherif Kouachi zusammen, die beim Überfall auf die "Charlie"-Redaktion zwölf Menschen erschossen. "Wir haben einige Dinge zusammen gemacht, einige unabhängig voneinander, um mehr Wirkung" zu erzielen", sagt Coulibaly. In Kreisen der französischen Anti-Terrorpolizei hieß es, es gebe keine Zweifel an der Echtheit des Videos.

In dem Video bekennt sich Coulibaly, der auch für die Ermordung einer Polizistin verantwortlich gemacht wird, zur IS-Miliz und ruft alle Muslime in Frankreich auf, seinem Beispiel zu folgen.

Der Präsident des jüdischen Dachverbandes Crif, Roger Cukierman, sagte nach einem Treffen mit Hollande, jüdischen Einrichtungen seien extra Schutzmaßnahmen zugesichert worden. So würden Schulen und Synagogen notfalls von der Armee geschützt. Frankreich hat neben der größten muslimischen auch die größte jüdische Gemeinde in Europa. Rund 550.000 Juden leben in Frankreich. Im vergangenen Jahr hat sich die Zahl anti-semitischer Vorfälle mehr als verdoppelt.

EU-INNENMINISTER BESCHLIESSEN SICHERHEITSPAKET

Als Konsequenz aus den Anschlägen wollen die EU-Staaten den Austausch über die Reisebewegungen von Dschihadisten verbessern. Im Schengener Informationssystem soll etwa künftig eingetragen werden, wenn ein mutmaßlicher islamistischer Kämpfer aus Europa die Außengrenzen überschreitet und etwa aus Syrien und den Irak zurückkehrt, wie aus einer Erklärung der Innenminister in Paris hervorgeht. Auch soll die Zusammenarbeit mit Ziel- und Transitländern verbessert werden. Viele "forein fighters" nutzen etwa die Türkei, um von Europa in den Krieg zu ziehen. (Reuters 11)

 

 

 

 

 

Klare Kante gegen Extremisten

 

Die Organisatoren der Pegida-Demonstrationen sehen sich bestätigt. Sind es nicht Muslime, die in der Redaktion des französischen Satireblatts Charlie Hebdo ein Massaker angerichtet haben? Fakt ist, die meisten Toten und Verletzten, die der weltweite Krieg der Islamisten gegen die Zivilisation bisher gekostet hat, waren muslimischen Glaubens. Der französische Polizist, der vor dem Redaktionsgebäude von Charlie Hebdo bestialisch ermordet wurde, war Moslem. Die Alternative für Deutschland, die inzwischen ihr wahres, fremdenfeindliches Gesicht zeigt, überlegt mit Pegida zusammenzuarbeiten. Auch sie versucht, aus der Bluttat des 7. Januar politisches Kapital zu schlagen. Da sich der Euro als Angstthema nicht mehr eignet, kommt die angebliche Islamisierung des Abendlandes gerade recht. Kriegsflüchtlinge und Asylsuchende, die schwächsten und hilfsbedürftigsten Teile der Gesellschaft, werden als Sündenböcke ausgemacht.

 

Die Europa-Union trauert um die getöteten Karikaturisten, Redakteure, Polizisten und weiteren Opfer dieser Wahnsinnstat. Gewiss stellen die Rückkehrer aus Syrien und Irak die europäischen Sicherheitsbehörden vor größte Herausforderungen. Die Bedrohungslage ist reell. Sie betrifft aber auch die in Deutschland und Europa lebenden Muslime. Dass deren deutsche Verbände sich nun eindeutig von den Extremisten distanzieren, ist ein wichtiger Schritt.

 

Es ist die Freiheit, die in Europa in Gefahr ist. Populisten, Demagogen, Extremisten erhalten vielerorts Zulauf. Die europäische Idee k