WEBGIORNALE   9-15   febbrAIO  2015

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il nuovo Presidente della Repubblica. Un Capo dello Stato che ama l’Italia  1

2.       Sergio Mattarella e il popolarismo sturziano  1

3.       Saluti e auguri da ogni parte al nuovo Presidente  1

4.       Politica estera italiana. Gentiloni e il nuovo interventismo umanitario  2

5.       Inaugurato ad Ingolstadt lo "Spazio Italia Ingolstadt"  3

6.       Berlino. Garavini (PD) sulla strage di Sant’Anna di Stazzema: “la giustizia faccia il suo corso anche in Germania”  3

7.       Centenario della grande Guerra. Ad Hannover un concerto a ricordo dei soldati d’Europa  3

8.       I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  3

9.       Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: il Mondo delle favole  5

10.   A Monaco di Baviera presentazione del libro sugli italiani nei campi di concentramento  5

11.   Berlino. L’Italia alla Fruit Logistica 2015 (4-6/2/2015) 5

12.   Queste alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 5

13.   "Torneranno i prati" di Ermanno Olmi guida simbolicamente le selezione italiana alla 65 Berlinale  7

14.   Monaco di Baviera. Elezioni Comites. Iscrizioni per votare: tempo fino al 18 marzo  7

15.   Fabio Geda all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo  7

16.   Rinnovo Comites. Sotgiu (Monaco) chiede la riapertura dei termini per le liste in tutte le Circoscrizioni consolari 7

17.   R+T Stuttgart compie cinquant’anni: record di aziende italiane presenti come espositori. 7

18.   La mostra "Überleben – Weiterleben" al Gasteig di Monaco di Baviera  8

19.   La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa  8

20.   Crisi Ucraina, mercoledì nuovo vertice per la pace. Putin: “Ma ci sarò solo a determinate condizioni”  8

21.   Tsipras sogna un'altra Europa e l'Italia cosa fa?  9

22.   Recessione  9

23.   Il Presidente Mattarella ha prestato giuramento. Anche un saluto agli italiani all’estero  10

24.   Mattarella, la scelta migliore  10

25.   La visita alle Fosse Ardeatine  10

26.   Sergio Mattarella sarà il padrino della Terza Repubblica  11

27.   Fronte economico nazionale  11

28.   Berlusconi rompe con Renzi: deriva autoritaria  11

29.   Vittorie e mattarelli 11

30.   Intervista a Delfina Licata, coordinatore scientifico del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo  12

31.   La politica  13

32.   Presidenti, ministri e piani 13

33.   Da Napolitano a Mattarella. Un lascito immenso passa in mani affidabili! 13

34.   Gli studenti Erasmus ed i lavoratori italiani temporaneamente all’estero ammessi al voto per corrispondenza  14

35.   La coerenza  14

36.   Giorno della Memoria per non dimenticare  14

37.   Il Governo salvaguarda i Comites e favorisce il rinnovo in tutte le sedi 14

38.   I capitali detenuti dagli italiani all’estero  15

39.   La nuova emigrazione italiana in Europa, conferenza a Bruxelles il 21 e il 22 marzo  15

40.   I fatti 15

41.   Atlante politico: effetto Quirinale anche sul premier 16

42.   Il provvedimento che consentirà agli italiani temporaneamente all’estero di esercitare in loco il voto elettorale  16

43.   Ma quale consenso?  16

44.   L’opposizione che non c’è. Il carro affollato del potere  17

45.   2015: la porta del futuro  17

46.   «Non so l’italiano, come faccio?» Il pasticcio delle traduzioni ad Expo  17

47.   Elezioni Comites. Abbati (Aitef) a Gentiloni e Alfano: Gli italiani nel mondo devono votare utilizzando le nuove tecnologie  17

48.   Feste infinite  18

49.   Segni negativi 18

50.   Expo 2015. L’esposizione non diventi la fiera di nuove vanità  18

51.   Tempo di riflessioni 19

52.   Umbria, Riunito a Perugia il Consiglio regionale dell’emigrazione  19

53.   2015 Anno Europeo dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale. Ruolo dell’associazionismo  19

54.   Umbria, il documento finale del Consiglio regionale dell’emigrazione  20

55.   Una su tre  20

56.   La vecchia lira? No, grazie. Moneta grossa (vedi l'euro) schiaccerebbe la piccola  20

57.   Governo salvaguarda i Comites e favorisce rinnovo in tutte le sedi 20

58.   XXIII Giornata Mondiale del Malato  21

59.   Premio Pietro Conti "Scrivere le migrazioni": pubblicato il bando di concorso. 21

60.   Farnesina, Bando  2015 per traduzione e divulgazione del libro italiano nel mondo  21

 

 

1.       Sergio Mattarella ist Italiens neuer Präsident 22

2.       Renzi, der Slalomfahrer 22

3.       Neues EU-Asylsystem: "Flüchtlingspolitik muss trotzdem weiter reformiert werden"  22

4.       Migration, Bildung und Ungleichheit 23

5.       Griechenlandkrise: Die Trümpfe liegen in Berlin  24

6.       "Merkel abgewählt": Syriza-Bündnis gewinnt Griechenland-Wahl 24

7.       Die Definition des Wahnsinns. In Südeuropa ist Austerität gescheitert. Jetzt soll die Ukraine alle Fehler wiederholen. 25

8.       Internationaler Gerichtshof spricht Serben und Kroaten vom Völkermord frei 25

9.       Nach Paris. Das hat nichts mit dem Islam zu tun. Stimmt! 26

10.   Das ist Charlie. Gesellschaftliche Spaltung, Lethargie und Elitismus: Frankreich braucht einen neuen de Gaulle. 27

11.   Gauck. “Es gibt keine deutsche Identität ohne Auschwitz”  27

12.   Umfrage. Drei Viertel der Deutschen für neues Einwanderungsgesetz  28

13.   Studie "Arbeitsmarkt 2030". Ohne Zuwanderung fehlen Fachkräfte  28

14.   Fachkräftemangel. CSU gegen Einwanderungsgesetz mit Punktesystem   28

15.   Deutschland steigert Kapitalexporte auf neuen Rekord  29

16.   Bades Meinung. Wiedergänger Punktesystem. Zur aktuellen Diskussion um ein Einwanderungsgesetz. 29

17.   IMH bietet erstes Verzeichnis fremdsprachiger Zeitungen und Zeitschriften in Deutschland an  30

18.   Studien decken sich. Drittel der Pegida-Anhänger rechtsradikal 30

19.   Viele gehen wieder. Mangelnde Willkommenskultur vergrault ausländische Studierende  30

20.   Rechtsstreit. Deutschland will arbeitssuchenden Zuwanderern kein Hartz IV zahlen  31

21.   NRW. Staatssekretär Klute: Wir fördern das ehrenamtliche Engagement junger Einwanderinnen und Einwanderer 31

22.   Interview mit Birgit Rommelspacher. Vor 10-20 Jahren war der Begriff Rassismus verpönt. Heute sprechen wir darüber. 31

23.   Seit Pegida-Demos. Verdoppelung der Gewalt gegen Migranten und Flüchtlingsunterkünfte  32

24.   „Verantwortungsvolle und gewissenhafte Glaubensunterweisung ist ein elementarer Baustein echter Integration“  32

25.   Studie. Einwanderung allein kann Fachkräftemangel nicht ausgleichen  32

26.   NRW. Minister Schneider: Wir erleben eine Welle der Hilfsbereitschaft. Eine Million Euro für ehrenamtliche Flüchtlingsarbeit 33

27.   Debatte um Einwanderungsgesetz. Der Nützlichkeitsrassismus wird hoffähig  33

28.   Buchtipp zum Wochenende. Migrationshintergrund im Vordergrund?  34

29.   Frankfurt. Tutti al cinema! Filmzyklus: die Welt der Märchen  34

 

 

 

 

Il nuovo Presidente della Repubblica. Un Capo dello Stato che ama l’Italia

 

Sergio Mattarella, siciliano, persona seria e onesta. Un democristiano che vuole ricucire il Paese e sconfiggere mafia e povertà

 

  L’Italia, dal 3 febbraio scorso, ha il dodicesimo Presidente della Repubblica, eletto con 665 voti. Personaggio a molti sconosciuto, nonostante un curriculum vitae alquanto poderoso che, a detta dei suoi sostenitori, incarna ciò che di meglio ha espresso la Prima Repubblica. Nato a Palermo nel 1941, figlio e fratello di due esponenti della tradizione democristiana, nel 1983 fu eletto per la prima volta alla Camera; nel 1987 il Premier De Mita lo nominò Ministro dei rapporti con il Parlamento, carica mantenuta anche nel successivo Governo Goria, mentre Andreotti lo scelse come Ministro della pubblica istruzione. Dimessosi per protesta contro la legge Mammì sulle tv, insegnò Diritto parlamentare all'Università di Palermo; nel 1992 assunse la direzione de "Il Popolo", quotidiano romano della DC. Rieletto, presentò la legge elettorale Mattarellum; nella XII Legislatura (1994-96) fece parte della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia ed altre associazioni criminali.

  Durante il primo Governo D’Alema (1998), in qualità di vice Presidente del Consiglio dei Ministri, partecipò alla Commissione bicamerale per la riforma della Costituzione. Nella XIV Legislatura (2001-2006), con Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio, presentò, tra le altre, una proposta di legge per erogare un assegno di solidarietà ai cittadini anziani residenti all'estero. Nel 2007 fu tra gli estensori del manifesto del Partito Democratico; dopo lo scioglimento anticipato della XV legislatura, non si ricandidò. Il 5 ottobre del 2011 fu eletto dal Parlamento Giudice della Corte costituzionale.

  Una vita ricca d’incombenze e di proposte, la sua, che dopo l’elezione non gli hanno impedito di chiedere alle suore della chiesa dei Santi Apostoli di pregare “per me affinché io sia uno strumento per il bene del Paese”. Ma anche di sofferenze psicologiche, dovute alla morte del fratello Piersanti, Governatore della Regione Sicilia, ucciso il 6 gennaio 1980 dalla mafia, poi al decesso, avvenuto 3 anni fa, della moglie Marisa Chiazzese, sorella di Irma sposata con Piersanti. Pene che hanno contribuito a renderlo alquanto taciturno e poco sorridente: non a caso il suo discorso inaugurale da Capo dello Stato è durato solo una mezz’oretta, benché interrotto da 43 applausi. Ma che lo hanno portato ad improntare il suo testo sulla lotta alle associazioni criminali, alla corruzione ed alla povertà, quindi alla dignità della persona, dei poveri e degli umili, in modo “che la speranza possa vincere sulla rassegnazione in uno spirito di unità nazionale”. Da qui l’invito alle Istituzioni a ridare “un orizzonte” nuovo alla Penisola, ricucendola socialmente, riavvicinando le generazioni e le diverse culture, restaurando la memoria storica e condividendone i valori. Finalità possibili solo effettuando le riforme “necessarie per ricostruire un clima di fiducia in Italia e fuori d’Italia”.

  Le elenca, incominciando da quelle costituzionali, “indispensabili per dare una maggiore funzionalità ad un sistema patologicamente penalizzato da sovrapposizioni di poteri e frantumazioni corporative”. Poi quelle economiche alle quali invita a dare la precedenza, in quanto dal rilancio dell’economia dipendono i diritti dei lavoratori. E la nuova legge elettorale, necessaria dopo la dichiarazione d’incostituzionalità del “Porcellum” emanata dai Giudici, tra i quali lo stesso Mattarella, della Corte Costituzionale. Interventi legislativi per effettuare i quali, dice, “sarò un arbitro imparziale, ma i giocatori in campo mi aiutino”.

  Indubbio che Sergio Mattarella sia una persona seria, onesta e sobria, con un altissimo senso dello Stato e delle sue Istituzioni, tanto da far pensare che saprà, con imparzialità, rappresentare i valori dell’Unità nazionale, difendere la Costituzione e ridare, in un momento in cui imperversa una profonda crisi morale, economica e di discredito nella politica, fiducia a tutti, giovani, anziani, pensionati, disoccupati o imprenditori che siano. Certo, non proprio propenso all’ideologia liberale, a giudicare dal fatto che, convinto delle capacità di Governo dell'Ulivo, abbia sparato spesso insulti a Berlusconi e, nel 1999, definito “un incubo irrazionale” l'ipotesi che Forza Italia potesse essere accolta nel Partito Popolare Europeo, in quanto esso “si fonda sul senso della misura, e questi di Forza Italia non ne hanno, evocano il comunismo tentando di tenere l'Italia ingabbiata in schemi di mezzo secolo fa”. Però uomo di profonda fede cattolica che lo spinge a dire “il Quirinale sia casa degli Italiani” e a mantenere abitudini e tenore di vita umili, a cominciare dall’appartamento di 50 metri nella foresteria della Consulta, l’uso di una vecchia Panda grigia ed i frugali pasti, benché intaschi 234 mila euro a titolo di liquidazione dei 25 anni passati in Parlamento, ai quali si sono aggiunti i 9.363 euro al mese percepiti da Giudice della Corte Costituzionale, nonché la pensione da professore universitario, pari a circa 80mila euro l'anno. Ora si ritrova con una stipendio da favola ed una serie di privilegi ereditati dai suoi predecessori. Cercherà di diminuire gli altissimi costi della Presidenza della Repubblica italiana? Ce lo auguriamo. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Sergio Mattarella e il popolarismo sturziano

 

La elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica Italiana può essere letta come un riconoscimento della storia al popolarismo sturziano che ha guidato l’attività politica di una famiglia siciliana dal 1943 in poi.

Il nuovo Presidente viene definito come una persona riservata, che non ama essere lodato, che preferisce la famiglia alle luci della ribalta. Lui ha avuto la fortuna di respirare fin da bambino quell’aria buona che ruota intorno agli uomini che sanno fare la storia, ha vissuto giorno per giorno i rapporti epistolari tra il papà Bernardo e Don Luigi Sturzo sulla necessità di opporsi al movimento separatista siciliano appoggiato dalla mafia. Ha potuto seguire la nascita della Repubblica Italiana seguendo la carriera politica del padre che nel 1945, con De Gasperi Segretario nazionale, divenne Vice Segretario della Democrazia Cristiana, insieme ad Attilio Piccioni e a Giuseppe Dossetti, alle elezioni dell'Assemblea Costituente del 2 giugno 1946 fu eletto per la DC nella circoscrizione elettorale della Sicilia Occidentale e fece parte dell'Ufficio di Presidenza della Costituente come Questore. Il 18 aprile 1948 alle elezioni del primo parlamento repubblicano, Mattarella fu eletto alla Camera nella medesima circoscrizione, nella quale venne sempre rieletto fino alla sua morte nel 1971. Con il papà ha potuto vivere e assorbire i principi di due dei maggiori rappresentanti del popolarismo di matrice cristiana Don Luigi Sturzo e Giuseppe Dossetti.

La sua contiguità con la politica prosegue con il fratello Piersanti che dopo avere studiato a Roma, aver ricoperto incarichi a livello nazionale nella Azione Cattolica Italiana, militato insieme a Giorgio La Pira e Aldo Moro, rientrato in Sicilia seguì le orme del padre e nel 1976 venne eletto alla Assemblea Regionale Siciliana. La elezione a Presidente della Regione Siciliana lo portò a scontrarsi con le modalità di erogazione dei fondi, soprattutto in agricoltura, e alla sua volontà di fermare la corruzione, questa sua linea politica venne interrotta con il suo omicidio avvenuto il giorno della festa dell’Epifania del 1980 mentre si recava in Chiesa con la famiglia.

Sergio Mattarella aveva scelto di fare un’altra professione, diversa da quella del padre e del fratello, gli avvenimenti lo gettarono nella mischia della Democrazia Cristiana siciliana a difesa di un popolarismo politico che scendeva sempre più a bassi compromessi. Le esperienze di vita lo avevano portato a diffidare sempre dagli intellettuali organici al potere sempre pronti ad eseguire gli ordini e a difendere gli interessi dei circoli ristretti dei grandi decisori. Emblematica rimane l’accusa mossa da Gaspare Pisciotta, componente della banda Giuliano, a Bernardo Mattarella di essere implicato nella strage di Portella della Ginestra. L’accusa si rivelò infondata ma gli intellettuali organici si erano guadagnati la prebenda.

La Segreteria della Democrazia Cristiana invitò tutti coloro che avevano a cuore il popolarismo sturziano di dedicarsi a risollevare le sorti del partito nella Sicilia occidentale e di sostenere l’azione di Sergio Mattarella che fu eletto nelle lezioni politiche del 1983. Lui che non voleva fare politica si ritrovò Commissario della Dc a Palermo nel periodo in cui i Sindaci duravano pochi mesi e le lotte interne al sistema economico lasciavano molti cadaveri sulle strade. La nascita del Movimento “Città per L’Uomo” rappresentò il momento di svolta di una visione culturale che aveva fatto il suo tempo ma che era dura a morire.

Come Popolari gli riconosciamo che nel fare politica non ha mai abdicato ai valori e ai principi che guidano il nostro vivere quotidiano, che è meglio rinunciare e mettersi da parte piuttosto che scendere a continui compromessi.

La sua elezione a Presidente della Repubblica Italiana è un riconoscimento anche per tutte quelle persone che pur continuando a testimoniare sul territorio la loro presenza di cristiani impegnati nel sociale non hanno voluto niente a che fare con la politica attuata negli ultimi venti anni.

Il Popolo dal neo eletto Presidente si aspetta un ritorno alla sobrietà da parte della politica, meno sprechi, meno privilegi, meno parate, una informazione più corretta meno adulterata possibile, lo sfoltimento del numero degli intellettuali organici, più visibilità ai problemi della gente e più attenzione alla cultura del lavoro autonomo che ha fatto grande l’Italia.

Corrado Tocci, Segretario Politico Movimento Popolari Glocalizzati

 

 

 

 

Saluti e auguri da ogni parte al nuovo Presidente

 

Le ACLI-Baviera  esprimono al dodicesimo neo-eletto Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, i piú fervidi auguri ed il compiacimento per un  esito finale di ampia convergenza da  parte dell’Assemblea preposta a Montecitorio,a Roma.

Sergio Mattarella rappresenta sicuramente l’unitá del Popolo italiano, in ogni angolo del Paese, sicuramente compresi  anche i Concittadini italiani, che per svariate ragioni,vivono il mondo, sparsi nei cinque continenti, che in questo frangente storico recuperano,ancor di piú l’attaccamento all’Italia e si stringono con affetto intorno al nuovo Presidente della Repubblica.

Il suo integerrimo trascorso politico, l’alta statura morale,la peculiare competenza e conoscenza dell’apparato statale,  la condivisione del dettato costituzionale, rappresentano una garanzia e affidabilitá per il suo  futuro ruolo e funzione al Quirinale. Proprio  la particolare e delicata situazione socio-politico-economica che l’Italia attraversa in questo frangente, richiede il polso, l’illuminata intelligenza e la capacitá di visioni e lo spirito di servizio che il Presidente Sergio Mattarella ha sempre, in tutti i ruoli importanti finora ricoperti, dimostrato di possedere. Continua Sergio Mattarella e raccoglie l’ereditá politica del Fratello,trucidato dalla mafia nel 1980, Governatore in Sicilia, anche per debellare e combattere   la lotta alla criminalitá organizzata, alla corruzione ed accentuare, in positivo, i valori portanti della societá italiana.

Formuliamo l’auspicio che la figura di Sergio Mattarella costituisca per l’intera classe politica un riferimento concreto a superare contrapposizioni sterili ed operare con serietá e caparbia per l’avvenire d’Italia nella realizzazione di crescita economica, occupazione giovanile e salvaguardia del patrimonio culturale e paesaggistico. Da parte nostra  forniremo esempio di partecipazione e supporto, contribuiremo con idee,proposte ed azioni a tenere vivo,significativo il profilo della Patria in ogni luogo e diffonderne, per la sua storia, i caratteri e gli aspetti fondanti.

 

“Sergio Mattarella - scrive Laura Garavini - è il nuovo Presidente della Repubblica. La sua elezione è un grande successo, per il Governo e per il Paese. E’ notevole che alla fine lo abbiamo eletto con un’ampia maggioranza: quasi i due terzi dei Grandi elettori si sono espressi a suo favore. Costituzionalista e fratello di un politico ucciso dalla mafia, Mattarella è un uomo di grande esperienza istituzionale, in grado di fungere da ago della bilancia e di sostenere il processo di riforme in atto, con polso fermo e tranquillo, in perfetta continuità con l’operato del suo predecessore, Giorgio Napolitano. Ma non era scontato. Renzi ha mostrato spessore politico nella gestione di questo difficile processo: è riuscito a ricompattare il partito e a raccogliere diverse forze politiche di centro e di sinistra. Sono convinta che Sergio Mattarella sia il Presidente ideale, di cui l’Italia ha bisogno in questa difficile fase politica: una figura di garanzia e un custode della Costituzione. Per l’Italia e per l’Europa l’elezione – conclude l’on. Garavini - di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica è un’ottima notizia. Congratulazioni Signor Presidente”

 

A Montecitorio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha prestato giuramento davanti al Parlamento in seduta comune e ai delegati regionali. Successivamente appuntamento al Vittoriano per la tradizionale deposizione della corona d'alloro al Milite Ignoto, accompagnata dal sorvolo delle Frecce tricolori. Poi l'insediamento al Palazzo del Quirinale, alla presenza delle alte cariche dello Stato e dei leader e dei segretari delle forze politiche. Ai nostri connazionali all’estero Mattarella ha rivolto “un saluto affettuoso” e con esso anche “un pensiero di amicizia alle numerose comunità straniere presenti nel nostro Paese”. Di italiani all' estero il presidente parla anche riferendosi "ai civili impegnati, in zone spesso rischiose, nella preziosa opera di cooperazione e di aiuto allo sviluppo". In particolare "di tre italiani, padre Paolo Dall' Oglio, Giovanni Lo Porto e Ignazio Scaravilli non si hanno notizie in terre difficili e martoriate. A loro e ai loro familiari va la solidarietà e la vicinanza di tutto il popolo italiano, insieme all' augurio di fare presto ritorno nelle loro case". Poi un dovuto riferimento ai marò: "Occorre continuare a dispiegare il massimo impegno affinché la delicata vicenda dei due nostri fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trovi al più presto una conclusione positiva, con il loro definitivo ritorno in Patria". Mattarella, nel suo discorso di insediamento alla Camera dei Deputati, ha spiegato che l’Italia ha bisogno “di una tenace mobilitazione della comunità nazionale e di ricostruire i legami che tengono insieme la società anche tramite le forze vive della nostra comunità in Italia e all' estero”.

 

“Desidero esprimere, a nome del MAIE Centro America che ho l’onore di rappresentare, la soddisfazione per le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso d’insediamento in Parlamento a favore degli italiani residenti all’estero. Durante il suo intervento, Mattarella ha infatti rivolto un ‘saluto ai connazionali all'estero’ e ha spiegato che l'Italia ha bisogno ‘di una tenace mobilitazione della comunità nazionale e di ricostruire i legami che tengono insieme la società anche tramite le forze vive della nostra comunità in Italia e all'estero’. Un pensiero, quello del nuovo capo dello Stato, che ci riempie di orgoglio e ci regala la speranza che la più alta carica della Repubblica possa tenere sempre presente di essere il presidente di tutti gli italiani, anche di quelli che vivono lontano dalla propria Patria”. Così Ricky Filosa, Coordinatore del MAIE Centro America.

“Certo un saluto, pur essendo a suo modo importante e significativo, non può dare garanzia alcuna su ciò che accadrà in futuro. Ricordiamo tutti - prosegue l’esponente del Movimento Associativo Italiani all’Estero - il pensiero che l’ex premier Mario Monti rivolse ai connazionali residenti oltre confine nel suo discorso di insediamento nell’aula della Camera. Il governo Monti, però, fu spietato nei confronti degli italiani nel mondo: basti pensare – commenta Filosa - alla tassa sulla prima e unica abitazione posseduta in Italia dagli italiani all’estero, o alla raffica di chiusure di consolati e ambasciate. Vero è che un presidente della Repubblica non ha il potere esecutivo proprio di un capo di governo. Ecco quindi che l’accenno agli italiani nel mondo e la necessità che anche loro si mobilitino per ricostruire ‘i legami che tengono insieme la società’ resta in ogni caso un invito a considerare protagonisti di una svolta nazionale anche i cittadini italiani residenti oltre confine. E questo – conclude il coordinatore del MAIE -, in un Paese che troppo spesso si dimentica dei propri figli all’estero, è comunque un gesto di considerazione nei confronti delle comunità italiane residenti nei cinque continenti”.

 

La soddisfazione dei deputati Pd dell’estero.  “Ai connazionali nel mondo va il mio saluto affettuoso. Un pensiero di amicizia rivolgo alle numerose comunità straniere presenti nel nostro Paese”. Con queste sobrie ma intense parole, pronunciate nell’ambito di un discorso di insediamento segnato dall’attenzione ai problemi reali degli italiani e collocato in un orizzonte di speranza, il Presidente Mattarella ha disegnato il profilo di una società inclusiva, integrata e solidale, aperta alle dinamiche globali di mobilità che l’attraversano. Una visione non sentimentale e buonista, consapevole anzi dei rischi di intolleranza e di violenza a cui le nostre realtà sono esposte, ma centrata sulla necessità di difendere con determinazione le libertà di espressione e di religione, in una parola i principi fondanti della libertà e della democrazia.

“Grazie a nome degli italiani all’estero, Presidente! Il nostro augurio e il nostro impegno è che un richiamo tanto autorevole di così grande respiro trovi una risposta sempre più convinta ed efficace nelle politiche rivolte alle nostre comunità nel mondo, perché l’Italia possa essere aiutata a superare le sue difficoltà e a ritrovare il suo spazio sul piano internazionale.

Ma al di là dei diversi motivi che il discorso del nuovo Presidente ha toccato, il messaggio più importante che in esso è contenuto è quello di un richiamo al senso originario della Costituzione, riproposta come in sistema di principi, regole e articolazioni istituzionali che ha la sua ragion d’essere nella capacità di corrispondere ai problemi, alle attese e alle speranze dei cittadini. E’ stato addirittura emozionante il riferimento alle figure sociali che aspettano risposte dallo Stato e dalla politica ai problemi reali della loro esistenza. E’ stato come se lo studente, il disoccupato, l’ammalato, l’imprenditore, il ricercatore, le famiglie fossero entrate in Parlamento e avessero interrogato il Governo, l’amministrazione, la politica, i rappresentanti istituzionali sui loro bisogni più acuti e sulle loro attese.

Mattarella sarà per questo – Concludono Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta - non solo un arbitro imparziale della nostra vita democratica, portando un essenziale contributo di stabilità e di rasserenamento in una fase così difficile, ma anche un custode non distaccato e notarile della Costituzione, che dovrà essere sempre di più la casa vera della cittadinanza, capace di accogliere soprattutto coloro che dalla crisi sociale di questi anni si sono sentiti sospinti ai margini o esclusi”.

 

Federico Quadrelli, segretario del Circolo PD Berlino&Brandeburgo, si unisce "agli auguri di buon lavoro e alle congratulazioni" per la "rapida e condivisa elezione" che il 31 gennaio ha visto eleggere come nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

"Dopo i fatti 2013", osserva Quadrelli, "è stato bello vedere un Parlamento ordinato e rispettoso che in modo chiaro e concordato ha eletto una figura di garanzia come quella di Sergio Mattarella alla più alta carica dello Stato".

"Con la sua storia personale e la sua attività politica del passato, siamo certi che Mattarella sarà in grado di riportare temi quali la legalità, la lotta alla mafia, il rispetto delle regole e delle leggi, al primo posto nella sua attività di arbitro", afferma Quadrelli. "Estraneo ad ogni schieramento politico attuale, ci auguriamo che possa essere anche un rigoroso garante della Costituzione e che ne difenda i valori e gli scopi".

"Ci auguriamo anche che, come con Giorgio Napolitano, proceda nella difesa dell’Europa e nel rafforzamento del processo di integrazione che è ancora lungi dall’essere completato", conclude Quadrelli. "Un augurio di buon lavoro, presidente Mattarella". (aise)

Il Comites di Monaco di Baviera - nella sua assemblea del 6 febbraio 2015 - saluta con piacere e soddisfazione l’elezione a Presidente della Repubblica Italiana di Sergio Mattarella. La sua sensibilità, la sua esperienza, la sua storia personale e politica fanno di lui una figura prestigiosa ed indipendente, un sicuro garante della Costituzione. Al neopresidente auguriamo un fruttuoso lavoro, contraccambiando l’affettuoso saluto che lui stesso, nel discorso in occasione del suo giuramento da Presidente della Repubblica, ha voluto inviare “ai connazionali nel mondo”.

 

“Il Comites di Monaco di Baviera partecipa al lutto per la scomparsa di Richard von Weizsäcker. Presidente della Repubblica Federale Tedesca dal 1984 al 1994, von Weizsäcker è una figura che ha segnato la storia della Germania e sarà sempre ricordato per gli impulsi dati alla presa di coscienza del proprio passato da parte della società tedesca, per il suo impegno per la pace, la distensione, la giustizia, l’integrazione. Ricorderemo con ammirazione e riconoscenza il suo esempio morale e politico, la sua grande disponibilità e squisitezza. E ricorderemo – conclude il Comites di Monaco - anche con gratitudine i messaggi di apprezzamento per il nostro lavoro che in alcune occasioni gentilmente volle inviarci”. De.it.press

 

 

 

 

Politica estera italiana. Gentiloni e il nuovo interventismo umanitario

 

Quanto lontano e con quali mezzi militari è lecito e opportuno spingersi per contribuire alla guerra globale contro il terrore? Questo è uno degli interrogativi sollevati dalla recente escalation di violenza provocata dal terrorismo di matrice islamica e jihadista.

 

Traendo le giuste lezioni dagli interventi militari e i fallimenti del peacekeeping negli ultimi dieci anni, l’Italia può contribuire a sviluppare un nuovo tipo di inteventismo.

 

Esso deve essere volto a evitare il proliferale di stati falliti e canaglia nel lungo periodo, allargando l’orizzonte strategico e sviluppando una logica comprensiva di intervento.

 

Tale strategia deve andare oltre i limiti del non intervento sul terreno semplificato nello slogan «no boots on the ground», affrontando in maniera efficace le conseguenze post-intervento, in particolare il cambio di regime ove esso si verifichi. L’interventismo deve evitare, non creare, destabilizzazione come accaduto in Iraq e in Libia.

 

Europa divisa tra legittimazione unilaterale e multilaterale

A fronte dei maggiori conflitti e delle crisi umanitarie degli ultimi dieci anni, l’Europa si è divisa fra stati propensi a intervenire in prima linea e unilateralmente (Francia e Regno Unito) e paesi, come la Germania, che hanno avuto un atteggiamento più prudente, inquadrato in una cornice di legittimazione multilaterale (Onu) e con un contributo militare limitato.

 

Queste divergenze hanno impedito all’Unione europea di sviluppare una capacità d’azione nei teatri di crisi, lasciando ampio margine di manovra alle «coalizioni dei volenterosi».

 

L’Italia ha assunto una posizione mediana. A partire dall’intervento Nato in Jugoslavia, il nostro paese ha avuto spesso un ruolo di primo piano nella gestione delle crisi, come dimostra la nostra presenza nella missione Unifil (Libano) e Kfor (Afghanistan).

 

Non senza andare, in alcuni casi, contro l’opinione pubblica (Iraq 2003). D’altra parte, soprattutto negli ultimi anni, l’Italia ha avuto un atteggiamento diverso da quello di Francia e Gran Bretagna, assumendo un più basso profilo rispetto all’attivismo di Parigi e Londra in Libia, Mali e Siria.

 

La linea interventista di Gentiloni

Il Ministro degli esteri Paolo Gentiloni sembra pronto ad aprire una nuova fase interventista della nostra politica estera. «L’impegno per peacekeeping e per i diritti umani è uno degli elementi su cui si fonda la politica estera italiana», ha dichiarato il Ministro in una recente intervista rilasciata a Il Foglio, con riferimenti concreti alla necessità di considerare un contributo italiano più deciso contro la minaccia posta dall’autoproclamatosi «stato Islamico» e un possibile ritorno dei nostri militari in Libia.

 

A seguito degli attacchi di Parigi, Gentiloni ha ribadito che «il non interventismo non risolve i nostri problemi» e ha confermato la sua linea interventista «a tutto campo», seguendo il paradigma della 3D secuity (defence, diplomacy and development).

 

La posizione della Farnesina è tutt’altro che fuori luogo. Un riesame delle caratteristiche della nostra strategia di sicurezza, e quindi degli obiettivi e dei mezzi dell’interventismo umanitario, è doveroso per far fronte al crescere della minaccia jihadista e coordinare risposte con i nostri alleati.

 

L’orizzonte strategico di una tale politica interventista è però cruciale, al fine di limitare i rischi ed evitare errori commessi in passato.

 

I rischi non si limitano solo alla possibilità di fomentare la nascita di cellule terroristiche dentro i nostri confini, gli attacchi verso obiettivi civili o le perdite che potrebbero subire le nostre forze armate in missione.

 

Nel lungo periodo, interventi mal pianificati possono portare all’emergere di stati falliti, con ripercussioni più o meno dirette sulla sicurezza nazionale in termini di flussi migratori, crisi energetiche, instabilità a livello regionali nel vicinato meridionale, come ci sta mostrando il caso libico.

 

La Libia è infatti un chiaro esempio di come un’operazione relativamente breve e apparentemente efficace possa condurre uno stato al fallimento e al caos tribale, se non inserita in una strategia di più lungo respiro che includa misure non militari.

 

Vi è ormai largo consenso sul fatto che gli errori commessi in Libia non si debbano ripetere in circostanze future, ad esempio in Siria. Ciò implica una revisione del concetto di interventismo che includa misure inclusive ed integrative, secondo la logica europea del ”comprehensive approach”.

 

Parlamento e politica estera

In altre parole, sia benvenuta una nuova stagione interventista della politica estera italiana, a condizione che lo strumento militare sia inteso a sostegno di una strategia più ampia di peace and state-building, che includa mezzi civili, riforma del sistema di sicurezza e dello stato di diritto.

 

I due ingredienti per sviluppare tale strategia sono consenso fra partiti politici e risorse economiche adeguate.

 

Il nostro Parlamento dovrebbe verificare, il prima possibile, l’esistenza di tale consenso e la disponibilità delle risorse economiche, anche considerato il quadro di crisi economica. Con questi due ingredienti, l’interventismo all’italiana può andare molto lontano e contribuire a un sistema internazionale più pacifico.

Giovanni Faleg, consulente di ricerca presso lo IAI. AffInt 2

 

 

 

 

 

Inaugurato ad Ingolstadt lo "Spazio Italia Ingolstadt"

 

In una sala affollatissima ed attenta, sabato 24 gennaio é stato inaugurato ad Ingolstadt lo "Spazio Italia Ingolstadt", l'ufficio informativo per i connazionali che sempre più numerosi arrivano anche nella cittadina bavarese, al centro di una zona di importanti industrie come l'AUDI e l'Airbus.

 

Introdotti dalla moderatrice Simona Viacelli Cannizzaro, la consigliera comunale Simona Rottenkolber (in rappresentanza del Sindaco, assente per motivi di lavoro), l'assessore alla cultura Gabriel Engert e la responsabile all'emigrazione Ingrid Gumplinger hanno portato i saluti dell'amministrazione della città, che ha messo a disposizione i locali per "Spazio Italia Ingolstadt".

A questi sono seguiti i saluti del Console Generale Filippo Scammacca del Murgo e del Corrispondente Consolare Piero Benini.

Il presidente del Comites Claudio Cumani ha tra l'altro ricordato le prossime elezioni per il rinnovo del Comites ed invitato ad iscriversi all'albo degli elettori.

Attraverso connessioni Skype sono intervenute - per "retedonne" - la prof.ssa Lisa Mazzi da Berlino e l'on. Laura Garavini da Roma.

Infine, Cristina Martin Russi ha presentato i programmi futuri di "Spazio Italia Ingolstadt", che oltre all'ufficio informazioni riguardano anche attività di lettura, cinema, coro e teatro.

 

Il pubblico si è poi fermato a lungo per conoscersi e dialogare, allietato dalla musica bavarese del gruppo "Charly Kornprobst e la sua Band" e dal ricco buffet offerto da diversi locali italiani di Ingolstadt.

 

"Spazio Italia Ingolstadt" è aperto al pubblico tutti i sabati dalle ore 10 alle 12 nella stanza A8 al primo piano della Bürgerhaus "Alte Post" (Kreuzstr. 12).

Email: spazio@spazioitaliaingolstadt.de - Sito internet: www.spazioitaliaingolstadt.de  (de.it.press 26)

 

 

 

 

 

Berlino. Garavini (PD) sulla strage di Sant’Anna di Stazzema: “la giustizia faccia il suo corso anche in Germania”

 

“Trovo molto opportuno che il sindaco di Stazzema, Maurizio Verona, incontri oggi il magistrato inquirente tedesco, responsabile per il processo contro l’ultimo responsabile della strage di Sant’Anna di Stazzema, ancora in vita, l’ufficiale delle SS Sommer, che vive ad Amburgo. E’ tempo che anche in Germania la giustizia faccia il suo corso. Lo dobbiamo alle milioni di vittime del regime nazista, e anche alle 560 vittime della strage di Sant’Anna, alle quali non fu consentito di vivere la loro vita e di invecchiare in un’Europa libera e prospera”. Lo dichiara Laura Garavini, dell´Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, nel corso dell’incontro sulla strage di Sant’Anna di Stazzema, organizzato da Gianfranco Ceccanei e da Günter Freier, del Circolo Carlo Levi del PD di Berlino. All’incontro è intervenuto il Sindaco di Stazzema, Maurizio Verona, il Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Aldo Venturelli, il Deputato della SPD, Matthias Schmidt, il Consigliere d’Ambasciata, Vitolo e l’avvocato Gabriele Heinecke, legale delle vittime di molte stragi naziste in Italia.

 

La parlamentare PD, Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia italo-tedesco, ha aggiunto: “Mi auguro che da parte della Magistratura tedesca ci sia la consapevolezza di quanto sia importante arrivare in tempi celeri ad una sentenza definitiva in linea con la condanna emessa in Italia. Una sentenza che non lasci impuniti gli artefici di orribili crimini contro l’umanità. Sarebbe un segnale importante, in un momento storico nel quale si diffondono in modo preoccupante l’odio e l’intolleranza verso le minoranze, ad esempio attraverso le manifestazioni populistiche e anti-islamiche di Dresda e Lipsia. Proprio adesso è ancora più importante alzare la nostra voce: a favore di più tolleranza, più libertà e più democrazia, e per l’elaborazione del passato nazista in Germania e del passato fascista in Italia." De.it.press 26

 

 

 

 

Centenario della grande Guerra. Ad Hannover un concerto a ricordo dei soldati d’Europa

 

Hannover - Si è concluso nella Kreuzkirche di Hannover, una delle chiese più antiche della città, il tour del Coro Cima Tosa nella Germania del Nord, che lo ha visto esibirsi ad Amburgo, Brema e per ultimo ad Hannover. Con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia di Hannover, il Consolato Onorario d’Italia di Brema, l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo e la Provincia autonoma di Trento il concerto è stato dedicato al ricordo dei soldati d’Europa nel Centenario della Grande Guerra.

Il Coro Cima Tosa, nato nel 2002 dalla fusione di due Cori delle Valli Giudicarie – Il Coro La Pineta di Fiavé ed il Coro Rio Bianco di Stenico – ha voluto con il nome di una vetta, la Cima Tosa appunto, far riferimento alla zona di provenienza: il complesso montuoso delle Dolomiti di Brenta, in Trentino. Con il suo repertorio di soli voci maschili esso è la “voce” della propria terra, delle persone che vi vivono, delle tradizioni tipiche di montagna.

Dopo prestigiosi concerti in Italia, Croazia, Inghilterra, Brasile e nella Repubblica Ceca, il Coro Cima Tosa ha entusiasmato anche il pubblico tedesco, attento e silenzioso per tutta la durata del concerto. Il repertorio proposto durante la serata ha appassionato fin dall’inizio i numerosii ascoltatori, presenti anche diverse autorità (accanto al Console Generale di Hannover Flavio Rodilosso il sindaco di Fiavè Nicoletta Aloisi, che ha accompagnato il gruppo durante il tour; tra gli invitati anche Uwe Lührich, questore della “Zentrale Polizei Direktion Niedersachsen” e Claudia Puglisi funzionaria del Ministro degli Interni. Antonella Giordani, referente della Provincia Autonoma di Trento, Servizio Emigrazione e Solidarietà Internazionale ha moderato la serata.

Benché la maggior parte delle canzoni sia stata scritta dai fanti trentini, dagli alpini e dai fanti italiani, essa celebra tutti i soldati e combattenti della Grande Guerra. Un canto che varca i confini delle nazioni, a favore della fratellanza dei popoli.

La prima parte è dedicata all’Ottocento e al Risorgimento italiano (Son morti per la patria e Sono un povero disertore). Nella seconda parte (Sui monti Scarpazi e Siam prigionieri) si ricorda l’intervento trentino soprattutto sul fronte orientale iniziato già nel 1914 e l’esperienza della prigionia russa. La partenza per la guerra, la speranza nel ritorno, le preghiere dei soldati sul fronte e quelle dei loro cari, l’esplosione delle bombe sono alcuni dei temi trattati nella terza parte (Monte Canino, E col cifolo del vapore, Ai preât, Bombardano Cortina, Il testamento del Capitano, L’è ben ver che mi slontani, Era una notte che pioveva, Sui monti fioccano, Ta-pum). Ai caduti nelle regioni del Nord della Germania viene dedicato il canto Signore delle cime (“Dio del cielo, Signore delle cime, un nostro amico hai chiesto alla montagna, ma ti preghiamo, su nel paradiso lascialo andare per le tue montagne”). La si taglia i biondi capelli mette in risalto il tema delle donne soldato, un tema che ricorre non solo nelle ballate italiane, ma anche in quelle di molti altri paesi. In conclusione il Coro Cima Tosa si è congedato dal pubblico cantando l’Inno al Trentino. Dopo un lungo applauso un ulteriore momento musicale con La montanara e Nanneddu meu, un canto sardo.

Il concerto nella Kreuzkirche a Hannover ha segnato anche la fine della mostra fotografica Solo il vento di Alberto Bregani nell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo. 15 fotografie in bianco e nero hanno mostrano alcuni luoghi della Prima Guerra Mondiale nelle Alpi Trentine, luoghi ripercorribili e collegati tra di loro dal Sentiero della Pace. Bregani ha dato attraverso il suo teleobiettivo la sua personale interpretazione della guerra, realizzando un lavoro artistico di grande rilievo storico-culturale. (Mariella Costa - Inform)

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

M'illumino di meno  - Partecipa anche tu! Radio Colonia aderisce con la Comunità Radiotelevisiva italofona alla grande campagna per il risparmio energetico lanciata da Caterpillar - Radio 2.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/milluminodimeno100.html

 

Ombre su Sergio Mattarella (05.02.15) - Sergio Mattarella, il nuovo presidente della Repubblica, è dipinto come un’autorità morale. Su di lui pesa, tuttavia, il dubbio di responsabilità gravi in veste di ministro della Difesa

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/abgereichertesuran100.html

 

Morte di un uomo felice (05.02.15)

La vocazione civile di un magistrato idealista che indaga nel terrorismo di estrema sinistra degli anni 80. Lo straordinario romanzo di Giorgio Fontana.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/giorgiofontana100.html

 

L'Italia alla Berlinale (05.02.15)

“Vergine giurata” in concorso e proiezione speciale per “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi. In memoria di Francesco Rosi l'omaggio di “Uomini contro".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/berlinale586.html

 

Un nuovo inizio (04.02.15) - La Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU all’Aja ha emesso ieri, dopo 16 anni di attesa, il suo verdetto: Serbia e Croazia non sono responsabili di genocidio.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/serbienkroatien100.html

 

L'odissea di Ruth Maccarthy (04.02.15)

Ruth Maccarthy ha 30 anni, venticinque dei quali trascorsi in Brianza, a Seregno. È ostetrica, ma non può praticare. La cittadinanza le è stata negata per errore.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/ruthmaccarthy100.html

 

Un pastaio a Berlino (04.02.15)

Matteo Tosatti ha portato l'arte della pasta fatta mano a Berlino e il suo laboratorio è diventato un'attrazione per grandi e bambini.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/al_lavoro/matteotosatti100.html

 

Piccolo miracolo siciliano (04.02.15) - Un centro turistico-culturale ha salvato il paese di Favara (AG) dallo spopolamento. Creando un indotto economico e uno stimolo professionale per i residenti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/favara100.html

 

Il tramonto della Troika (03.02.15)

È urgente trovare un accordo tra le richieste del governo greco, la Troika ed i paesi europei. Ciò significa, però, mettere in discussione il fiscal compact.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/troika104.html

 

Interletteratura (03.02.15) - Un saggio fresco di stampa getta una nuova luce sulle opere realizzate in Germania da scrittori e poeti italiani negli ultimi trent'anni. Sottolineandone il contributo interculturale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/federicamarzi100.html

 

Il cuore di Napoli (03.02.15)

È il centro storico più vasto d'Europa. Dalla sua creazione ad oggi conserva venticinque secoli di forme d'arte. E per l'Unesco è patrimonio dell'umanità.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/neapelaltstadt100.html

 

Le sfide del presidente (02.02.15)

Sergio Mattarella, il nuovo presidente della Repubblica, è stato eletto sabato, al quarto scrutinio, quello a maggioranza semplice.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/praesident104.html

 

Il mondo guarda all'Arabia Saudita (30.01.15)

Fiato sospeso per la sorte del blogger Raif Badawi, condannato a 1000 frustate. Mentre il nuovo re Salman cambia il governo. Rinnovamento o restyling?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/saudiarabien116.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html"

 

Dopo Napolitano (29.01.15)

Primo giorno di votazioni oggi dei 1009 grandi elettori per l'elezione del capo dello Stato a Montecitorio. Sergio Mattarella piace al Pd, ma non a Forza Italia.

www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/praesident102.html

 

So dove sei (29.01.15) - Entra in vigore la nuova funzione di Facebook che potrà localizzare gli utenti che utilizzano il social network su smartphone.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/facebook838.html

 

L'antimafia di Dalla Chiesa (28.01.15) - Nando Dalla Chiesa è autore di numerosi libri di denuncia sulla mafia, anche al nord. Ora è in Germania per tenere un corso universitario su questo tema. Ne abbiamo parlato con lui.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/dallachiesa100.html

 

La legge anti moschee (28.01.15)

La Lombardia approva una legge che fissa regole più severe per realizzare nuovi luoghi di culto. Scoppia la polemica tra Lega Nord e comunità islamiche.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/moschee186.html

 

Grasso è bello (28.01.15)

Caterina Cavina, autrice del libro "Le ciccione lo fanno meglio", si batte per il diritto delle persone obese a vivere bene il loro essere sovrappeso.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/uebergewichtig100.html

 

In Cile veritas (28.01.15)

A due anni dall’uscita dell’acclamato album d’esordio "Siamo morti a vent’anni", Lorenzo Cilembrini, in arte Il Cile, torna con "In Cile veritas".

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/cile100.html

 

L'Olocausto spiegato ai ragazzi (27.01.15)

Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, racconta a cosa può giungere la barbarie umana in un libro pensato per i più giovani.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/schoah100.html

 

La tempesta imperfetta (27.01.15)

Doveva essere la peggiore bufera del secolo, invece su New York, trasformata in una città fantasma, sono caduti solo 20 centimetri di neve.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/juno104.html

 

Le elezioni dimenticate (27.01.15) - L'ulteriore rinvio delle elezioni dei Comites, fissate per il 17 aprile, non ha per ora dato molti frutti. Ancora troppo pochi gli iscritti al voto e le polemiche non mancano.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/comites108.html

 

I Malavoglia (27.01.15)

Pubblicato nel 1881, il romanzo più conosciuto di Giovanni Verga è divenuto un classico della letteratura italiana. Al centro di tutto la Provvidenza.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/malavoglia100.html

 

La Grecia volta pagina (26.01.15)- Così Alexis Tsipras ha commentato la vittoria elettorale del suo partito Syriza. Formerà il governo con la destra anti austerity

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/syriza106.html

 

Conto alla rovescia in Grecia (23.01.15) - A due giorni dalle elezioni in Grecia, Syriza di Tsipras si attesta nei sondagi al 32% contro il 26% di Nea Dimokratia. In crescita il partito di estrema destra Alba Dorata.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/griechenland694.html

 

La città dei divieti (23.01.15)

Padova, da città del Santo, si sta trasformando rapidamente in capitale dei divieti, da quando in municipio è arrivato il sindaco leghista Massimo Bitonci.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/padua100.html

 

La magia dell'arpa (23.01.15)

Capelli scuri, occhi chiari e brillanti e un sorriso comunicativo. E' questa Anna Aguzzi, giovane arpista, attualmente in Germania per uno scambio scolastico.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/largo_ai_giovani/annaaguzzi100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli - In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html"  (RC, de.it.press)

 

 

 

 

 

Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: il Mondo delle favole  

 

Promosso da Consolato Generale d’Italia Francoforte e IIC Colonia in collaborazione con “Italiani in Deutschland - Freunde des italienischen Kulturinstituts e.V. - Frankfurt ”  e  J.W. Goethe Universität  (Facoltà di Romanistica)

Giovedì 12 febbraio 2015, ore 18.30, presso SALA ENIT, Barckhausstr.10, Francoforte (U 6/7 fermata metro: Westend) - Introduzione e discussione con Anna Ventinelli (lettrice). Entrata libera per i possessori CARTA AMICIZIA e studenti di italianistica (3,00 Euro per i non  possessori della carta o studenti di altre facoltà) . E-mail di conferma (solo 60 posti a sedere) a : francoforte.culturale@esteri.it

 

Festa di laurea,  un film di Pupi Avati (1985),  Versione originale con sottotitoli in italiano

Molti critici salutarono "Festa di laurea" come una sorta di consacrazione di uno nuovo stile capace di muoversi tra vibrazioni della musica e  fantasia e colori del cinema.

In questo film Pupi Avati propone un elogio della semplicità, ricordando con malinconia, con toni onirici la provincia emiliana degli anni '50. La narrazione tratteggia un confronto tra gente semplice e sognatrice e gente "per bene" benestanti meschini e ingrati. Pupi Avati, regista dall’indiscusso talento, premiato con il David di Donatello per la migliore regia, si rivela regista  attento alla qualità e alle tematiche attuali.  Nei suoi film appare visibile una sottesa linea favolistica, che vagamente ricorda l’universo felliniano, ma anche autobiografismo e ricordi, colorati a volte da nostalgia e pungente realismo.  In una Rimini anni cinquanta, un pasticcere ingenuo e sprovveduto viene travolto, dopo molto tempo, dal ritorno della donna amata e mai dimenticata, che lo incarica di organizzare la festa di laurea della figlia. Verrà coinvolto in una realtà di finzioni e di ipocrisie, che pure non riusciranno a scalfire la sua disarmante, candida e sognante purezza. Le peggiori illusioni sono quelle del cuore, e il pasticcere Vanni Porelli ne è stato condizionato per tutta  l’esistenza: un bacio dato sull'onda di un'esaltazione adolescenziale da una ragazza viziata, all'annuncio dell'entrata in guerra dell'Italia,  ha condizionato la sua vita sentimentale, facendolo vivere per anni in un sogno. Anni dopo, quando la ragazza, diventata nel frattempo moglie di un professore dai costumi  non certo morigerati, torna e chiede all'uomo di preparare la villa per organizzare la festa di laurea della propria figlia, questi si fa in quattro per accontentarla (m.s.). de.it.press

 

 

 

 

A Monaco di Baviera presentazione del libro sugli italiani nei campi di concentramento

 

Monaco di Baviera - L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco in Baviera ospiterà mercoledì 11 febbraio, alle ore 19, la presentazione libro di Gabriele Hammermann "Zeugnisse der Gefangenschaft".

L’incontro, che si svolge nell'ambito della Giornata della Memoria, sarà moderato da Thomas Schlemmer dell’Institut für Zeitgeschichte Monaco di Baviera e si svolgerà in lingua tedesca.

Tra il 1943 e il 1945 oltre 600.000 italiani vennero incarcerati e condannati ai lavori forzati dal regime nazionalsocialista. La direttrice del Memoriale Ex campo di concentramento della città di Dachau, Gabriele Hammermann, ha pubblicato lo scorso anno, presso la casa editrice De Gruyter Oldenbourg, il libro "Zeugnisse der Gefangenschaft – Aus Tagebüchern und Erinnerungen italienischer Militärinternierter in Deutschland 1943-1945 / Testimonianze dalla prigionia – Dai diari e dalle memorie degli Italiani internati in Germania dal 1943 al 1945". Hammermann dà voce agli internati, il cui destino, dopo il 1945, è caduto per lungo tempo in oblio, sia in Germania, sia in Italia.

L’incontro all’IIC, con ingresso libero, è organizzato dall’Istituto stesso, insieme a Forum Itali, KZ-Gedenkstätte Dachau e Comites di Monaco di Baviera. (aise)

 

 

 

 

 

Berlino. L’Italia alla Fruit Logistica 2015 (4-6/2/2015)

 

L’ICE - Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane era presente quest’anno all’interno dello spazio "ITALY - The Beauty of Quality", un'area comune con i partner ufficiali dell’ICE, l’associazione degli esportatori ed importatori di prodotti ortofrutticoli italiani Fruitimprese ed il CSO, Centro Servizi Ortofrutticoli e oltre 32 aziende di settore.

Alla Fruit Logistica 2015 è sato dunque possibile incontrare i protagonisti del settore ortofrutticolo in Italia, i cui delegati in Fiera  erano a disposizione dei visitatori tedeschi e stranieri per offrire loro informazioni generali sull’offerta italiana del settore ed organizzare incontri “ad hoc” con le oltre 32 imprese provenienti da varie regioni italiane, presenti nella stessa area e rappresentative del meglio della produzione agricola di alta qualità, che caratterizza da sempre, insieme all’innovazione di prodotto , l’agricoltura e l’alimentazione “Made in Italy” .

Era dunque di un’occasione da non perdere, quella offerta dal Padiglione ICE – Fruitimprese – CSO, tappa irrinunciabile per tutti i professionisti del settore che hanno potuto visitare l´interessante e variegata esposizione collettiva italiana alla 23° Fruit Logistica al padiglione 2.2 stand A-02  , del quartiere fieristico di Berlino dal  4 al 6 febbraio 2015.

 

Puglia, Calabria, Campania e Sicilia quest'anno sono state protagoniste alla Fiera Fruitlogistica 2015 nello spazio “ITALY”. I visitatori di tutto mondo hanno avuto modo per l’occasione di degustare, nei tre giorni di fiera, la frutta e la verdura delle quattro regioni in una versione light, come snack appetitosi e salutari validi per il consumo in tutte le ore del giorno, realizzate da due importanti Chef, Domenico Maggi Team Manager della nazionale italiana cuochi e  Derosa Antonio.

        

I delegati dell’ICE-Agenzia, di Fruitimprese e de CSO hanno fornito ai visitatori tutte le informazioni concernenti l’offerta ortofrutticola italiana, indicandone le caratteristiche, i luoghi di origine ed i potenziali fornitori. A tale riguardo è stato particolarmente utile il pieghevole redatto dall´ICE con tutti i nominativi degli espositori italiani alla Fruilogistica 2015 e la brochure della collettiva ufficiale ICE – Fruitimprese – CSO in inglese ed in tedesco – pubblicazioni queste che sono state distribuite  gratuitamente in fiera o richieste presso lo stand A-02 del Padiglione 2.2. In relazione a cio´, si rileva che l’Italia è nuovamente il Paese ospite più importante con 494 espositori dislocati principalmente nei padiglioni 2.1, 2.2, 4.1 e 4.2.

In Italia, nel 2013, sono state prodotte circa  18,7 milioni di tonnellate di frutta e verdura (senza pomodoro da industria)  su una superficie di circa 1,1 Milioni di ettari. Una gran parte della produzione ortofrutticola italiana è destinata all’esportazione. Nel 2013 sono stati esportati in tutto il mondo 3,6 milioni di tonnellate con un valore di 4,2 miliardi di Euro.

La Germania si conferma nuovamente il mercato più importante per le esportazioni.italiane. Nel 2013, La Germania ha importato dall’Italia frutta fresca per un valore complessivo di 952 milioni di Euro e verdura per un valore complessivo di 397 milioni di Euro.

I prodotti ortofrutticoli italiani sono richiesti – come del resto anche i prodotti alimentari italiani in generale – per le loro caratteristiche speciali, la loro tipicità regionale, il loro sapore unico e come componenti di una dieta sana. Ita/Ice/dip

 

 

 

 

Queste alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 13 febbraio, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Mostra: "In Memoriam". La mostra, sulla base di numerose fotografie, presenta le conseguenze del programma di eutanasia durante il Nazionalsocialismo. Durante tale programma vennero sterminati circa 300.000 malati psichici. Ingresso libero. Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V., in collaborazione con Gesellschaft zur Förderung jüdischer Kultur und Tradition e.V. e Comites di Monaco di Baviera

 

* fino al 22 febbraio, c/o Pinakothek der Moderne (Barer-Str. 29, München)

"Lina Bo Bardi 1OO. Brasiliens alternativer Weg in die Moderne"

Mostra dedicata all'architetto italo-brasiliano Lina Bo Bardi

Organizza: Pinakothek der Moderne

 

* fino al 3 marzo, c/o Gasteig (Rosenheimerstr. 5, München)

Mostra fotografica "Überleben - Weiterleben. Europäische Flüchtlingspolitik zwischen Aufnahme und Abwehr" di Marcello Carrozzo (fotogiornalista)

Ingresso libero. Organizzatori: REFUGIO München, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V.

 

* fino al 7 giugno 2015, c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) Mostra archeologica "Die Griechen in Italien". Organizza: Staatliche Antikensammlungen

 

* lunedì 9 febbraio, ore 21:00, c/o Jazzclub Unterfahrt (Einsteinstr. 42, München)

Concerto "Alessandro De Santis Big Band". Ingresso: € 16,- / soci: € 8,-

Organizza: Jazzclub Unterfahrt

 

* martedì 10 febbraio, ore 18:00, c/o Hanns-Seidel-Stiftung, Konferenzzentrum (Lazarettstr. 33, München) "Visionen für Europa V - Mare Nostrum wie tief ist die Moral". Programma:

o Saluto: Prof. Ursula Männle, Presidente della Hanns-Seidel-Stiftung

o Relazione introduttiva: Domenico Manzione, sottosegretario italiano agli Interni

o Tavola rotonda con:

Prof. Ursula Männle, Presidente della Hanns-Seidel-Stiftung

Emilia Müller, Ministro bavarese agli affari sociali

Domenico Manzione, sottosegretario italiano agli Interni

Dr. Michael Griesbeck, vicepresidente dell'ufficio federale per la migrazione ed i rifugiati (BAMF)

Monika Steinhauser, responsabile del consiglio dei rifugiati di Monaco di Baviera

Moderazione: Hans-Herbert Holzamer, giornalista

Conduce: Dr. Claudia Schlembach

Per scaricare il programma e registrarsi (entro il 5 febbraio): https://www.hss.de/veranstaltungen/details/020315003.html

Organizza: Hanns-Seidel-Stiftung

 

* mercoledì 11 febbraio, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) in occasione della "Giornata della Memoria"

"Zeugnisse der Gefangenschaft" incontro con la Dr. Gabriele Hammermann (direttrice del KZ-Gedenkstätte Dachau)

Conduce il Dr. Thomas Schlemmer (Institut für Zeitgeschichte)

In lingua tedesca. Ingresso libero

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., KZ-Gedenkstätte Dachau e Comites di Monaco di Baviera

 

* venerdì 13 febbraio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria"

Ingresso gratuito. Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

* venerdì 13 febbraio, ore 20:00, c/o Gasteig, Carl-Orff-Saal (Rosenheimerstr. 5, München) Concerto "Roberto Prosseda an Flügel und Pedalflügel"

Alle ore 18:30: presentazione del Pedalflügel (o piano Pedalier)

Il pianista Roberto Prosseda si esibirà per la prima volta in assoluto con il Pedalflügel o piano Pedalier. Un modo totalmente particolare di suonare, mani e piedi all'opera. Brani di Robert Schumann, Ennio Morricone, Luca Lombardi, Felix Mendelssohn Bartholdy, Franz Liszt. Il concerto verrà registrato dal Bayerischer Rundfunk e sarà trasmesso il 2 giugno (ore 20:00)

Ingresso: da € 34,- a 69,- Organizza: Associazione "Musica Inaudita", col patrocinio del Consolato Generale d'Italia

 

* sabato 14 febbraio, ore 11:00-13:00, c/o Bürgerhaus Pfersee (Stadtberger Str. 17, Augsburg) "Facciamo due chiacchiere" Conversazione in italiano davanti ad una tazza di caffè. Conduce: Filippo Romeo

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

 

* mercoledì 18 febbraio, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Inaugurazione mostra e proiezione film "Lagunalonga" (Regia: Francesco Calzolaio e Davide Trapani, Italia 2014, 25 min., vers. orig. con sottotitoli in inglese). Ingresso libero

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Forum Italia e.V., KZ-Gedenkstätte Dachau, e Comites di Monaco di Baviera

 

* venerdì 20 febbraio, ore 20:00, c/o Ristorante Italia Antica (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

 

* mercoledì 25 febbraio, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr.10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "Le Meraviglie" (Regia: Alice Rohrwacher, Italia/Germania/Svizzera 2014, 111 min.)

 

* venerdì 6 marzo, c/o INCA-CGIL (Häberlstr. 20, München - U3/U6 "Goetheplatz") "Serata insieme 2015" in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Organizza: rinascita e.V.

 

* sabato 7 marzo, ore 17:00, c/o Scuola Italo Tedesca "Leonardo da Vinci" (Baierbrunner Str. 28, München) "La musica incontra i bambini"

Una intera giornata con la Music Learning Theory ®!

o Dalle 10 alle 12 (per genitori): incontro di presentazione dei corsi di Musica AIGAM (Associazione Italiana Gordon per l'Apprendimento Musicale) e seminario sul tema "musica e bambini: l'attitudine musicale del bambino a partire dall'età neonatale"

o Pomeriggio: Lezioni di Musica per Bambini:

* dalle 14:30 alle 15:10: Sviluppomusicalità® per bambini da 4 a 5 anni (senza genitori)

* dalle 15:30 alle 16.00: Musicainfasce® per bambini dagli 0 ai 36 mesi (con la presenza e la partecipazione di un genitore per bambino)

* dalle ore 16:15 alle ore 17:15: Alfabeto della Musica® e attività corale per bambini in età scolare (dai 6 anni in su, senza genitore)

Docente: Riccardo Nardozzi (Musicologo, Pedagogista Musicale, Formatore Aigam, Musicista)

www.bambini-musik.eu

* Info e iscrizioni: riccardo.nardozzi@gmail.com

I corsi di musica per bambini pomeridiani sono a numero chiuso!

All'atto dell'iscrizione specificare a quale/i evento/i si vuole partecipare e a quale/i corso/i pomeridiano/i iscrivere i propri bambini

Contributo a famiglia: € 5 

Organizza: BiDIBi (Bilingualer Deutsch-Italienischer Bildungsverein - Associazione culturale bilingue Italo-Tedesca), AIGAM (Associazione Italiana Gordon per l'Apprendimento Musicale)

 

* venerdì 13 marzo, ore 17:00, c/o Aula Magna SDI München (Baierbrunner Str. 28, München) "Alimentazione e sicurezza alimentare nella vita quotidiana: Expo 2015, un'occasione per riflettere" con:

Marco Trevisan, Professore ordinario di Chimica Agraria, Università Cattolica del Sacro Cuore - Piacenza

Gloria Luzzani, studente master of science "Agricultural and Food Economics", Università Cattolica del Sacro Cuore Ð Cremona

Coordinatori:

Stephan Guggenbichler, Amsit

Hildegard Schulte-Umberg, SDI München

Patrizia Mazzadi, Scuola bilingue italo-tedesca Leonardo da Vinci Monaco

Miriam Bisagni, Piacecibosano Piacenza

"La tutela della salute dei consumatori si basa sulle relazioni tra agricoltura, alimentazione e ambiente. I consumatori percepiscono che i rischi della sicurezza alimentare siano riconducibili al metodo di produzione e considerano gli alimenti biologici come più sicuri degli alimenti tradizionali (ossia hanno la sensazione che gli alimenti biologici contengano meno contaminanti chimici sintetici).

Nonostante la crescente domanda di prodotti biologici, la loro qualità nutrizionale è dubbia. A confermare le indicazioni dell'Unione Europea secondo la quale scegliere questo tipo di alimenti fa bene all'ambiente ma non necessariamente alla salute, è l'American journal of Clinical Nutrition. Come spiega in una revisione sistematica di studi di qualità del 2010, non ci sono prove per sostenere una differenza di qualità tra i nutrienti biologici e alimentari convenzionali. L'appuntamento intende offrire un approfondimento sugli aspetti di sicurezza alimentare della produzione e del consumo alimentare di cibo biologico e ottenuto con diversi metodi di coltivazione."

Ingresso libero.

Organizza: Caffexpo, in collaborazione con AMSIT (Associazione Medico-Scientifica Italo-Tedesca), Scuola bilingue italo-tedesca "Leonardo da Vinci", Istituto superiore per Interpreti e Traduttori - SDI München, Università Cattolica del Sacro Cuore - Piacenza

 

* venerdì 13 marzo, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito.

Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

* venerdì 13 marzo, ore 19:30, c/o Kulturzentrum Trudering (Wasserburger Landstr. 32, München) "Donna ti voglio cantare" con il Trio Salato

Organizzano: Amici d'Italia e.V. Ratisbona e Valentina Fazio, in collaborazione con rinascita e.V.

 

* sabato 14 marzo, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Tanzraum (Schwanthalerstr. 80, München) "Serate di danze popolari italiane - italienische Volkstanzabende"

con il maestro Giorgio Zankl. Ingresso: € 5,-. Organizza: rinascita e.V.

 

* domenica 15 marzo, ore 15:30, c/o Caritas Zentrum Innenstadt (Landwehrstr. 26, München) Cinema italiano per bambini: "La Gabbianella e il Gatto" (1999, 78 min) Un film di Enzo D'Alò. Ingresso libero. Si prega di riservare lucianna.filidoro@gmx.de. Organizzano

 Lucianna Filidoro e Azzurra Meucci

 

 

 

 

"Torneranno i prati" di Ermanno Olmi guida simbolicamente le selezione italiana alla 65 Berlinale

 

Berlino- "Torneranno i prati" di Ermanno Olmi guida simbolicamente le selezione italiana alla 65^ Berlinale, in programma fino al 15 febbraio. Lo straordinario film, invitato nella sezione Berlinale Special, sembra tracciare il percorso per i tre esordienti che rappresenteranno l’Italia a Berlino.

In concorso "Vergine giurata", opera prima di Laura Bispuri con Alba Rohrwacher, coproduzione Italia, Svizzera, Germania, Albania e Kosovo, e due film nella sezione Generation: "Cloro" di Lamberto Sanfelice, che nei prossimi giorni concorrerà al Sundance, e "Short Skin" di Duccio Chiarini, presentato a Venezia in Biennale College. Tre opere prime, tre romanzi di formazione, tre sguardi originali sui passaggi dall’adolescenza all’età adulta.

Il nuovissimo cinema italiano, da poco tornato a casa con due Oscar europei, "L’arte della Felicità" e "La mafia uccide solo d’estate", continua a sorprendere in Italia e all’estero. Segno anche di una nuova generazione di produttori, in grado di creare collegamenti internazionali per le coproduzioni e coinvolgere positivamente le istituzioni europee, programmi MEDIA, EFP, Euroimages, etc.

Nella sezione Forum, Francesco Clerici presenterà il documentario "Il gesto delle mani" dedicato a Velasco Vitali, i cui processi creativi arrivano dal V secolo avanti Cristo.

Nella sezione Culinary Cinema, sono presenti "Quando l'Italia mangiava in bianco e nero" di Andrea Gropplero di Troppenburg, prodotto da Istituto Luce Cinecittà, e "Il Segreto di Otello" di Francesco Ranieri Martinotti.

Da quest'anno, inoltre, il festival si apre anche alle serie televisive nella sezione Berlinale Special; l'Italia sarà rappresentata da "1992", ideata e interpretata da Stefano Accorsi. (aise)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Elezioni Comites. Iscrizioni per votare: tempo fino al 18 marzo

 

C'è ancora tempo fino al 18 marzo per iscriversi all'albo degli elettori e partecipare così alle elezioni per il rinnovo del Comites (che si terranno il 17 aprile)!

 

Ricordiamo che alle elezioni del Comites potranno votare solo gli italiani iscritti all'AIRE che entro il 18 marzo si siano registrati all'elenco degli elettori della Circoscrizione consolare. Solo questi riceveranno le schede elettorali e potranno quindi votare per posta.

 

E' quindi importante che tutti i connazionali si registrino quanto prima!

Importante: Chi si è già iscritto all'albo degli elettori nell'autunno scorso (prima del rinvio della data delle elezioni) non deve reiscriversi all'albo.

 

Per registrarsi occorre compilare e consegnare o inviare al Consolato Generale il modulo scaricabile dal sito del Consolato (www.consmonacodibaviera.esteri.it), unitamente alla fotocopia di un documento d'identità.

 

E' possibile inviare modulo e fotocopia:

- per posta ordinaria:

  Consolato Generale d'Italia

  Servizio Elettorale

  Möhlstrasse n. 3

  81675 München

- per posta elettronica: elettorale.monacobaviera@esteri.it

- per fax:  (089) 477999

 

Chi volesse, può anche rivolgersi allo "Sportello per i cittadini" del Comites (lunedì e giovedì, dalle 18:00 alle 21:00), dove troverà il modulo da compilare e dove potrà far scannerizzare un proprio documento di identità, per inviare quindi la richiesta in Consolato in via elettronica. Comites Monaco

 

 

 

 

Fabio Geda all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo

 

Amburgo – Fabio Geda è stato il 4 febbraio ad Amburgo per presentare il suo romanzo  “Se la vita che salvi è la tua”. L’incontro di presentazione è stato ospitato dall’Istituto Italiano di Cultura (Hansastraße 6) alle ore 19.00. Il passo dal precariato alla vita da barbone può essere sorprendentemente breve. E’ questo che vive Andrea, insegnante a contratto. Ma purtroppo si può arrivare ancora più giù: fino al punto, in cui è facile arrendersi, ma difficile trovare la forza di salvare la propria vita. “Se la vita che salvi è la tua” (Einaudi , 2014)  è un romanzo di formazione, un viaggio dall’Italia verso l’America e ritorno, attraverso alti e bassi, fino ai margini della società. 

L’incontro con l’autore all’IIC di Amburgo  è stato moderato da Francesca Bravi dell’Università CAU di Kiel, che ha provveduto anche alla traduzione degli interventi del pubblico e dell’autore.

Alle ore 15.30 Fabio Geda ha tenuto all’IIC una lezione sulle Responsabilità dello scrittore, una lezione per riflettere sull’etica della narrazione. Fabio Geda presentato la Scuola Holden di Torino, fondata nel 1994 e diretta dallo scrittore Alessandro Baricco, mostrando i metodi, nuovi e non convenzionali , che la Scuola Holden utilizza per insegnare tutte le forme di narrazione, dal recitare, crossmedia, fare film, Real World, fino alla scrittura.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, ha studiato Scienze delle Comunicazioni e ha lavorato molti anni come insegnante per i giovani. I giovani sono anche un punto centrale dei suoi romanzi. Il suo primo romanzo “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani” viene pubblicato nel 2007 e ha successo tra lettori e critici. Il suo libro “Nel mare ci sono i coccodrilli”, in cui Geda racconta la vera storia del bambino di 10 anni Enaiatollah Akbari, è stato tradotto in più di 30 lingue e lo ha reso famoso a livello internazionale. Dopo “L’estate alla fine del secolo” sull’incontro tra un giovane e il suo quasi sconosciuto nonno, “Se la vita che salvi è la tua”, sui ricordi e il senso di colpa, viene pubblicato nel 2014. Fabio Geda scrive oltre che romanzi anche per le riviste italiane, e trasmette la sua conoscenza a giovani autori della Scuola Holden. Inoltre, indossa una maglia con il numero 3 della nazionale di calcio italiana (degli scrittori), di Osvaldo Soriano Football Club. dip

 

 

 

 

Rinnovo Comites. Sotgiu (Monaco) chiede la riapertura dei termini per le liste in tutte le Circoscrizioni consolari

 

Monaco - "La data in aprile 2015 è prossima per l’elezione dei Comites e, considerati i fattori e le condizioni che in generale hanno determinato un'esigua schiera di candidati/e, riteniamo imprescindibile la presentazione di ulteriori liste elettorali".

È quanto afferma Pier Luigi Sotgiu, rappresentante della lista Associazione Famiglie in Baviera, in una lettera aperta rivolta al ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, ai gruppi parlamentari della Camera e alla stampa.

Per Sotgiu "non è accettabile la cecitá e la sorditá del legislatore a favore e riconoscimento di organismi di rappresentanza quali i Comites intendono essere, per una presenza italiana nel mondo degna della sua storia e della funzione svolta nell'ultimo secolo".

"Non vogliamo ereditare un profilo di disinteresse, di qualunquismo e precarietá, per responsabilitá giá individuate e che non ricadono certamente sulle nostre spalle", prosegue la lettera aperta di Sotgiu, secondo il quale "sono ben note le vicende che non hanno consentito di superare la soglia delle 200 firme autenticate". Ciò, sostiene ancora Sotgiu, soprattutto a causa della "limitata disponibilitá di personale" e "non attenta programmazione dei tempi fissata da parte dell’Amministrazione Consolare, nel nostro caso a Monaco di Baviera".

"Noi della lista Associazione Famiglie in Baviera, ma anche la lista delle Acli", entrambe "non ammesse nella prima fase della presentazione", sottolinea Sotgiu, "siamo sicuri di poter raggiungere la quota minima delle 200 firme autenticate, integrando la quota mancante, qualora vengano riviste le tempistiche di presentazione delle stesse".

Per questo, conclude la lettera aperta, "rivolgiamo un appello per in tutte le circoscrizioni si offra un'ulteriore opportunitá a sostegno di un concetto e principio di rappresentanza dignitoso e condiviso". (aise)

 

 

 

 

R+T Stuttgart compie cinquant’anni: record di aziende italiane presenti come espositori.

 

La nostra Camera, quale rappresentante per l'Italia dell' Ente Fiere di Stoccarda, organizza la presenza di 160 espositori italiani alla fiera R+T, contro il sole, con una superficie espositiva di 100.000 m² ed oltre 860 espositoti da tutto il mondo, che avrà luogo dal 24 al 28 febbraio di quest'anno.

Molte aziende italiane si affaciano per la prima volta all'estero ed in particolare sul mercato tedesco ed avranno quindi l'opportunità di presentare ad una platea internazionale un'ampia gamma di prodotti innovativi e d'avanguardia dal Made in Italy.

La leadership della fiera R+T Stuttgart in questo settore è testimoniata anche dalla sua crescente interazionalità : nel 2012 hanno partecipato 816 espositori provenienti da ben 40 paesi e 125 erano le nazionalità di provenienza degli 58.000 operatori di settore presenti.

Comfort e risparmio energetico: sosno questi due dei temi che saranno trattati in occasione del prossimo evento " The Art of Planning", che, come nel 2012, si rivolge ad architetti ed ingegneri, interessati ad informarsi sulle ultime tendenze del settore. Una particolare attenzione sarà rivolta anche al tema  "Interior Design": la fiera ospiterà il German Interior Designer's Day, ovvero il primo congresso in Germania per architetti, interior designers e progettisti sullo sviluppo dello spazio architettonico. Dip 4

 

 

 

 

La mostra "Überleben – Weiterleben" al Gasteig di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera\ - Fino all’ottobre 2014 le barche dei profughi che attraversavano il Mediterraneo avevano maggiori probabilità di raggiungere le coste europee. Grazie all’azione di Mare Nostrum le autorità italiane sono riuscite a salvare, solo nel corso del 2014, 140.000 profughi. D’altra parte, però, dal 2000 più di 23.000 persone hanno perso la vita durante la traversata in mare. L’azione Mare Nostrum è stata sostituita da Triton di Frontex, che ha visto ridurre notevolmente le azioni di salvataggio.

Marcello Carrozzo, fotogiornalista italiano, è stato testimone di drammatiche azioni di salvataggio. Con delle immagini impressionanti ha descritto l’arrivo nelle coste italiane di donne e uomini sofferenti e stremati dal viaggio. Ora alcune di quelle fotografie sono esposte a Monaco di Baviera, presso il Gasteig, dove lunedì 2 febbraio è stata inaugurata la mostra "Überleben – Weiterleben".

Oltre a presentare gli scatti di Carrozzo, in brevi sequenze vengono inoltre documentate le ragioni della fuga dei migranti dai propri Paesi. Dopo la faticosa fuga via terra, donne, uomini e bambini hanno rischiato la vita in mare imbarcandosi in mezzi di fortuna. Sono sopravvissuti. Come potranno continuare a vivere? Sono i benvenuti in Europa?

La mostra, organizzata dall’associazione di Monaco Refugio, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia, sarà allestita sino al 3 marzo. (aise/dip)

 

 

 

 

La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa

 

Sergio Mattarella è il nuovo Presidente della Repubblica. La sua elezione è un grande successo, per il Governo e per il Paese. E’ notevole che alla fine lo abbiamo eletto con un’ampia maggioranza: quasi i due terzi dei Grandi elettori si sono espressi a suo favore. Costituzionalista e fratello di un politico ucciso dalla mafia, Mattarella è un uomo di grande esperienza istituzionale, in grado di fungere da ago della bilancia e di sostenere il processo di riforme in atto, con polso fermo e tranquillo, in perfetta continuità con l’operato del suo predecessore, Giorgio Napolitano. Ma non era scontato. Renzi ha mostrato spessore politico nella gestione di questo difficile processo: è riuscito a ricompattare il partito e a raccogliere diverse forze politiche di centro e di sinistra. Sono convinta che Sergio Mattarella sia il Presidente ideale, di cui l’Italia ha bisogno in questa difficile fase politica: una figura di garanzia e un custode della Costituzione. Per l’Italia e per l’Europa l’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica è un’ottima notizia. Congratulazioni Signor Presidente!

 

Promesse mantenute: nuova legge elettorale e voto agli Erasmus

Anche con queste riforme dimostriamo che siamo cambiando verso all’Italia: dotandoci di una legge che consente di sapere chi guiderà il Paese, già la sera stessa delle elezioni. Inoltre il PD mantiene la promessa fatta nel 2013 agli elettori: d’ora in poi gli italiani che per motivi di studio, lavoro o cure mediche si trovano all’estero per un periodo di almeno tre mesi, ma non sono iscritti all’AIRE, potranno votare alle elezioni politiche. Per farlo, basterà scrivere al proprio comune di residenza in Italia e comunicare l’intenzione di voler votare all’estero, specificando l’indirizzo presso cui ricevere il plico e allegando la copia di un documento d’identità. Come gli iscritti AIRE, chi avrà optato per il voto all’estero riceverà presso il proprio indirizzo estero il plico con le schede da votare e rispedire, e il suo voto andrà alla Circoscrizione Estero. La generazione Erasmus, ma anche coloro che vivono temporaneamente all´estero, anche se meno giovani, potranno finalmente esercitare il loro diritto di voto.

 

Il Governo deciso ad affrontare la questione criptaggi

E’ la prima volta che un Governo italiano annuncia di volersi impegnare per risolvere la questione dei criptaggi dei programma Rai all’estero, per esempio su internet. In risposta ad una mia interrogazione sull’argomento, il Sottosegretario ai Trasporti, Giacomelli, ha dichiarato che si prodigherà per individuare una soluzione al problema. Si tratta di un tema importante per  gli italiani all’estero, perché il criptaggio non è altro che quel meccanismo che ci impedisce di vedere in chiaro tanti programmi televisivi o le partite del cuore. Adesso proviamo a trasformare questa importante dichiarazione di intenti in realtà. Senz’altro non sarà facile, ma faremo del nostro meglio.

 

Firmato l’accordo fiscale con la Svizzera

Questo accordo antievasione tra Italia e Svizzera lo aspettavamo da anni. E non poteva arrivare in un periodo migliore perchè con la crisi che c`è, la prospettiva che chi ha sottratto milioni di euro al fisco italiano, venga messo nelle condizioni di restituirli, è di vitale importanza. Chi non ha pagato le tasse e ha spostato i suoi capitali in Svizzera adesso verrà allettato a riportarli in Italia, a patto di pagare allo Stato le tasse dovute. Si prevede uno scambio di dati, da subito ed anche per il futuro: la Svizzera condividerà automaticamente con l’Italia tutte le informazioni di rilevanza fiscale (si calcola che in Svizzera ci siano più di 100 miliardi di euro intestati a nostri concittadini) e, in cambio, l’Italia rimuoverà la Svizzera  dalla “black list” dei Paesi che non collaborano in materia fiscale. Inoltre, ora che il franco svizzero si è molto rafforzato rispetto al valore dell'euro, gli italiani saranno ulteriormente incentivati a far tornare a casa i loro soldi. Insomma, un buon risultato su un tema di estrema importanza e delicatezza. Peccato che non si sia riusciti ad affrontare in contemporanea anche la vicenda dei frontalieri. Ma di certo la questione continua ad essere all´ordine del giorno del Ministero delle Finanze.

 

Su strage di Stazzema serve impegno per giustizia anche in Germania

Sembra impossibile, ma dopo più di settant’anni i responsabili della strage di Sant’Anna di Stazzema, una delle più orribili della seconda guerra mondiale, non sono stati ancora giudicati dai tribunali tedeschi. Molti di loro sono rimasti  impuniti fino alla morte. Rispetto all'unico ancora in vita ex ufficiale delle SS si apre finalmente la prospettiva di un processo in Germania. Non si tratta di accanirsi contro un “povero vecchio” nazista, ma di fare giustizia, in onore alla memoria delle vittime e a monito dell'umanità, affinché crimini del genere non si realizzino mai più. Ne abbiamo parlato a Berlino, ad un incontro informativo organizzato da Gianfranco Ceccanei del Circolo Carlo Levi del PD di Berlino, insieme al Sindaco di Stazzema, Maurizio Verona. 

 

Liste Comites riaperte in alcune circoscrizioni

Il Ministro agli Esteri Gentiloni ha deciso di riaprire i giochi per le elezioni Comites in quelle circoscrizioni in cui nessuna lista era riuscita a raggiungere il numero di firme necessario. Si tratta di un'ulteriore occasione di partecipazione per il rinnovo dei Comites, le cui elezioni si svolgeranno entro il 19 aprile prossimo. Ma non bisogna dimenticare di iscriversi entro il 18 marzo presso i propri consolati perché solo così si potrà ricevere a casa la scheda ed esercitare il proprio diritto di voto. Iscriversi è facile: basta inviare una comunicazione scritta al proprio consolato di riferimento (una mail, una lettera o un fax) allegando la copia di un proprio documento d’identità, oppure bisogna andare di persona in Consolato. Laura Garavini, de.it.press 31

 

 

 

 

 

Crisi Ucraina, mercoledì nuovo vertice per la pace. Putin: “Ma ci sarò solo a determinate condizioni”

 

L’America frena sulle armi a Kiev. Alt di Mosca: avrebbe conseguenza imprevedibili Negoziato appeso a un filo. Lavrov avvisa Kerry. Mogherini: serve soluzione diplomatica

 

L’America non invierà armi a Kiev per fronteggiare i filorussi, ma l’Ucraina resta in bilico tra la pace e l’incubo di una guerra. L’accordo per la pace infatti ancora non c’è. La conferenza di sicurezza di Monaco si conclude con un nulla di fatto: Vladimir Putin, Angela Merkel, Francoise Hollande e Petro Poroshenko si incontreranno di nuovo mercoledì prossimo a Minsk, ma solo «se entro quel giorno si riuscirà a concordare su certe posizioni», ha sottolineato il leader del Cremlino da Sochi.  

 

LA TELEFONATA IN FORMATO «NORMANDIA»   - Questa mattina c’è stata una conference call in formato Normandia (Russia, Ucraina, Germania, Francia): «Si è lavorato ancora ad un pacchetto di misure», nell’ambito degli «sforzi» per una «regolazione del conflitto nell’est dell’Ucraina» fa sapere un comunicato. I vice-ministri degli esteri dei quattro paesi terranno domani a Berlino un incontro preparatorio. Martedì sarà convocata una nuova riunione del gruppo di contatto, formato dei negoziati tra Kiev e i separatisti filorussi con la mediazione di Mosca e dell’Osce. In questa riunione si affronteranno questioni come il cessate il fuoco e un meccanismo di supervisione degli accordi di Minsk dello scorso settembre, che portarono ad una prima tregua nelle regioni orientali. 

 

L’AVVISO DELLA RUSSIA   - «Vorrei informarvi che ho appena finito di parlare con le controparti di Kiev, Berlino e Parigi nel cosiddetto formato Normandia», ha detto Putin incontrando a Sochi il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko. «Abbiamo concordato che proveremo ad organizzare un incontro in tale formato tra leader di Stato e di governo a Minsk, abbiamo deciso per mercoledì, se entro quella data riusciremo a concordare su certe posizioni, che ultimamente sono state discusse intensamente», ha aggiunto. E anche il capo della diplomazia russa Serghiei Lavrov avvisa l’America: «Il piano di fornire armi a Kiev potrebbe avere conseguenze imprevedibili». A smorzare i toni è stato il segretario di Stato Usa: «Vi assicuro che non ci sono divisioni, noi siamo uniti nella diplomazia e lavoriamo insieme, tutti d’accordo sul fatto che non possa esserci una soluzione militare», replica John Kerry. «Io vedo Paesi lavorare insieme per risolverle e in diversi settori, ha concluso, e ho fiducia nel futuro». 

 

LADY PESC IN CAMPO   - Il lavoro diplomatico intanto prosegue. Da un lato l’America, dall’altra la Russia. In mezzo c’è l’Europa: «Non esiste alternativa alla soluzione diplomatica - dice l’alto rappresentante per gli affari internazionale dell’Ue Federica Mogherini -, non era scontato l’esito della conference call di stamani in formato Normandia. Quella di mercoledì a Minsk è un’ottima chance». Mogherini spiega però che l’Europa non accetterà «compromessi» sulle regole internazionali e sui «principi». Quando qualche senatore Usa l’ha attaccata dal pubblico nella sessione dedicata alle domande spingendo per i rifornimenti militari a Kiev, la cancelliera è sbottata: «Il problema è che io non riesco a immaginare che con truppe rafforzate, in Ucraina, Putin possa essere così impressionato da ritenere di perdere. Lo dico francamente. Questo conflitto non si vince militarmente».   

 

GENTILONI: «PRONTI A NUOVE SANZIONI»   - «Non ci dobbiamo assolutamente rassegnare all’idea che la strada del dialogo sia finita. Ma se non otteniamo risultati sarà inevitabile un ulteriore rafforzamento delle sanzioni, che pure l’Italia non vuole», dice il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a «In mezz’ora» su Raitre. E aggiunge: «L’unica strada per la soluzione» del conflitto in Ucraina orientale è quella del «negoziato», ma la «Russia ci deve venire incontro».  

 

I PASSAPORTI COME PROVA   - La Russia, intanto, ha chiesto all’Ucraina una copia dei passaporti dei soldati russi mostrati ieri dal presidente Petro Poroshenko come prova dell’aggressione di Mosca nelle regioni orientali ucraine. Il colpo di teatro ieri a Monaco. Il presidente ucraino ha accusato il Cremlino sventagliando a un certo punto del suo intervento una mezza dozzina di passaporti. «Di quali prove avete ancora bisogno?», ha quasi gridato, sostenendo si tratti di passaporti di militari russi che si erano «persi». LS 8

 

 

 

 

Tsipras sogna un'altra Europa e l'Italia cosa fa?

 

L'Italia e la Grecia nel loro rapporto con l'Europa e con i propri elettori si trovano in due situazioni molto diverse tra loro ma anche accomunate da alcune importanti analogie. Entrambi i loro leader hanno promesso molto, i due Paesi sono funestati da pesanti debiti e vorrebbero cambiare la politica economica europea. Entrambi infine sono ammirati e politicamente amati dalla maggioranza degli elettori nei loro rispettivi Paesi.

Comincerò dunque ad occuparmi di Alexis Tsipras e concluderò con Renzi: ci riguarda molto più da vicino e si merita dunque il finale.

Il governo greco guidato da Tsipras e dal suo ministro delle Finanze si poneva all'inizio quattro obiettivi: trasferire il suo debito all'Europa per cinquanta anni e senza interessi; ottenere nuovi prestiti senza rimborsare quelli già scaduti ed effettuati da vari Paesi, tra i quali anche l'Italia, e dalla Bce; rifiutare la "Troika" e gli impegni da lei imposti; negoziare una nuova politica economica europea ed anche istituzioni più democratiche e meno burocratiche alla guida dell'Europa.

 

Il primo obiettivo è stato ovviamente rifiutato e fu Draghi qualche giorno fa a dirglielo con la dovuta fermezza. Del resto, avrebbe suscitato proteste più che giustificate da parte del Portogallo e di altri Paesi membri dell'Eurozona che la "Troika" ha assistito imponendogli i massimi sacrifici da essa presunti come inevitabili medicine.

 

Il secondo (nuovi prestiti e prolungamento di quelli in scadenza) è stato anch'esso rifiutato: un Paese fortemente debitore non può contrarne altri a cuor leggero senza neppure accettare il controllo della "Troika".

 

Su questo punto Draghi ha chiesto il rimborso immediato del prestito concesso direttamente dalla Bce, in mancanza del quale la Banca centrale non rinnoverà il suo sostegno alle banche greche in stato di pre-fallimento.

 

Il terzo obiettivo, la politica di crescita, sarà il vero oggetto delle consultazioni che si apriranno nei prossimi giorni e che probabilmente avranno soluzione positiva; se vogliamo evitare il default della Grecia e lo scossone che ne deriverebbe all'intera economia europea è su questo tema che bisogna lavorare. Questo, del resto, è un obiettivo condiviso da gran parte dei Paesi dell'Eurozona e dalla stessa Banca centrale.

 

Infine la revisione delle istituzioni di Bruxelles. Il significato di questa richiesta è verosimilmente un passo verso l'Unione federata anziché confederata, con le relative cessioni di sovranità da parte degli Stati nazionali. Questa a me sembra la posizione più positiva tra quelle che Tsipras spera di ottenere; non riguarda solo la Grecia e dovrebbe essere quella di tutta l'Unione. Purtroppo non lo è, neppure dell'Italia, ma lo è però della Bce. Può sembrare paradossale che la spinta verso gli Stati Uniti d'Europa venga da un Paese che si trova sull'orlo d'un precipizio e grida anche nelle piazze la propria disperazione. Potrebbe esser messo in condizione di uscire dall'euro e chiede non solo flessibilità e soccorso monetario ma addirittura la nascita di uno Stato che si chiami Europa ed abbia i poteri finora dispersi su 28 Paesi. Se si verificasse su questo punto una coincidenza politica tra Tsipras e Draghi, anche l'adempimento degli impegni economici della Grecia diventerebbe più facile. Ma gli avversari sono molti, anzi tutti, Renzi compreso: i governi nazionali non vogliono perdere la loro sovranità.

 

Ecco un tema sul quale Renzi dovrebbe dare le dovute ma mai fornite spiegazioni. La sua passione per il cambiamento riguarda solo l'Italia e non l'Unione europea della quale siamo perfino i fondatori?

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Siamo così al tema Renzi che direttamente riguarda noi, europei ed italiani.

 

Il nostro presidente del Consiglio ha fatto, con l'elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, un vero capolavoro politico, l'abbiamo scritto domenica scorsa e lo ripetiamo. Personalmente ho parecchie riserve su Renzi ma la verità va riconosciuta e sottolineata proprio da chi su altri temi ha manifestato e dovrà ancora manifestare ampi motivi di dissenso.

 

Si parla, a proposito del Pd renziano, di partito della Nazione. Esiste già oppure è un obiettivo per il quale Renzi lavora alacremente? E qual è il significato di un'immagine che prende quel nome come vessillo?

 

Ci sono due modi di intendere quel nome. Uno, indicato nei suoi scritti, è sostenuto da Alfredo Reichlin e significa un partito che ha capito quali sono i concreti interessi del nostro Paese e cerca di attuarli utilizzando gli insegnamenti della Storia e dell'esperienza. Pienamente accettabile.

L'altro modo di intendere quel nome è un partito che riscuote un tale consenso elettorale da essere di fatto un partito unico avendo ridotto gli altri a piccole formazioni di pura testimonianza.

 

Questo è il senso che Renzi ha dato a quel nome, naturalmente non escludendo affatto il primo significato ma subordinandolo al potere concreto e quasi esclusivo del partito della Nazione.

 

Per ora tuttavia quel partito non c'è: nell'attuale Parlamento, diretta espressione del popolo sovrano, siamo in presenza di una situazione tripolare. Fu eletto col "Porcellum" e il Pd lucrò il premio di maggioranza alla Camera, ma restarono tre grandi schieramenti: Pd, Pdl (i berlusconiani allora avevano il nome di Popolo della Libertà) e il Movimento 5 Stelle.

 

Tripolare. E tale durerà fino al 2018, stando all'impegno assunto e sempre ripetuto da Renzi nelle sue pubbliche esternazioni.

Un Parlamento tripolare non consente l'inverarsi del partito della Nazione, ma ne permette l'avvio, anche con le riforme della Costituzione e in particolare con quella che riguarda il Senato, sempre che arrivi in porto, visto l'ultimo voltafaccia di Berlusconi. L'ex Cavaliere, bruciato dall'elezione di Mattarella, ha improvvisamente scoperto che c'è una deriva autoritaria nelle riforme che aveva sostenuto fino a ieri. E che quindi il patto del Nazareno non c'è più: vedremo quanto a lungo manterrà questa posizione. L'uomo, si sa, non è famoso per la sua coerenza.

Ma vale comunque la pena di riprendere il tema del Senato, specie ora che spetterà al nuovo Capo dello Stato promulgare le leggi una volta che arrivino sul suo tavolo.

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Quella legge di riforma prevede che il Senato (continuare a chiamarlo così mi sembra ridicolo) diventi Camera delle Regioni, ne sostenga gli interessi in Parlamento, sia il custode dei loro poteri amministrativi e legislativi, ne sorvegli la legalità dei comportamenti ed eventualmente ne punisca quelli ritenuti politicamente illegittimi.

 

Quanto al resto, il Senato previsto perderà quasi tutti i suoi poteri attuali salvo quelli che riguardano leggi costituzionali e trattati europei.

Sono favorevole a riservare il potere di fiducia soltanto alla Camera, in nessun Paese europeo di solida democrazia la cosiddetta Camera Alta detiene quel potere e ben venga dunque su questo punto il regime monocamerale. Ma proprio perché dare o togliere la fiducia non spetterà più ai senatori, possiamo e anzi dobbiamo lasciare intatti i loro poteri di controllo sull'Esecutivo e sulla pubblica amministrazione.

Il potere Legislativo ha un duplice ruolo: quello di approvare le leggi e quello di controllare il governo nei suoi atti esecutivi. Ridurre al monocamerale anche questi atti dell'Esecutivo ha il solo significato di accrescere la sua libertà di azione; la rapidità è un bene che l'esistenza di due Camere non ha mai danneggiato, come molti sostengono ma come i dati smentiscono. Quindi la legge di riforma può e deve su questo punto essere emendata.

 

Ancor più necessario  -  perché può rischiare anche l'incostituzionalità  -  è modificare il testo di legge per quanto riguarda l'elezione dei senatori. La riforma attualmente prevede che siano designati dai Consigli regionali. Qui c'è un'incoerenza di estrema gravità: un organo preposto alla vigilanza sulle Regioni, i cui membri sono eletti da chi dovrebbe essere da quell'organo controllato ed eventualmente sanzionato, anziché dal popolo sovrano. Per di più in un Paese dove una delle maggiori fonti di malgoverno e corruzione è presente proprio nei Consigli regionali. Mi sembra assolutamente necessario che sia il popolo ad eleggere direttamente i senatori.

 

Mi permetto di segnalare quest'aspetto della legge di riforma costituzionale affinché sia adeguatamente modificato. La forma attuale è un fallo e l'arbitro ha diritto e dovere di fischiare indicandone la punizione (in questo caso la modifica).

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Post scriptum . In una recente intervista televisiva a Maria Latella, il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha preannunciato un suo disegno di legge che presenterà nei prossimi giorni. Riguarda l'obbligo del vincolo di mandato che attualmente è escluso da un articolo della Costituzione. Ora anche i Cinquestelle dicono la stessa cosa. Dunque Grillo e Salvini vogliono che un membro del Parlamento eletto su candidatura del partito cui aderisce non possa in alcun caso votare contro il suo partito del quale ha l'obbligo di eseguire pedissequamente gli ordini. Se la sua coscienza glielo impedisce, la sola via di fuga che può adottare sono le dimissioni dal Parlamento.

 

Se questa proposta venisse accolta, sarebbe sufficiente un numero di parlamentari estremamente limitato. Magari una cinquantina, che rappresentino proporzionalmente i consensi ottenuti dal partito cui appartengono. Per di più non ci sarebbe nemmeno bisogno di discussioni e basterebbe spingere dei bottoni per registrare il voto di quel gruppetto di persone.

 

Una proposta così può essere fatta soltanto da chi vuole instaurare per legge una dittatura. Oppure da un pazzo. Scelgano Salvini e Grillo in quale di questi due ruoli si ravvisino.  EUGENIO SCALFARI  LR 8

 

 

 

 

Recessione

 

Nonostante il delicato momento internazionale, il tormentone politico italiano non si smorza. Iniziato nel febbraio dello scorso anno, ha trovato nuovi focolai di rafforzamento. Non solo per le continue polemiche tra Maggioranza e Opposizione.

 L’unica convergenza, anche se con strategie differenti, è la necessità di varare una nuova legge elettorale. Il 2016, forse, potrebbe essere l’anno di elezioni politiche alla “nuova” maniera. Se l’’ipotesi troverà conferma, sarà una novità in un sistema com’è il nostro dove sono le segreterie di partito a presentare gli aspiranti leaderts. Altra certezza sembra quella di un patto di Legislatura “blindata”. In pratica, i segretari politici della coalizione vincente dovranno sostenere il capo dell’esecutivo. Pena la fine anticipata della Legislatura.

 Dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato, vedremo chi resterà sul palco dei candidabili alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Per ora, rileviamo solo incertezze. Questo è il quadro politico presente nella Penisola. Ma i sintomi in negativo sono ben altri. E’ la recessione economica, nonostante qualche “lieta” novella, a preoccuparci. E’ confermato: per il corrente anno il Prodotto Interno Lordo (PIL) resterà in area negativa.

 Per tentare un’inversione di tendenza, che c’è anche imposta dall’Unione Europea, dovremo attendere il Patto di Stabilità per il 2016. Insomma, sino a quando il rapporto tra Deficit e PIL resterà sopra quota 2%, d’illusioni non se ne fa più nessuno.

 Persiste, infatti, carenza sul fronte occupazionale e la deflazione non giova al risparmio reale.  Insomma, vivere in Italia resta un problema per molte famiglie; soprattutto quando esiste solo una fonte di reddito. A nostro avviso, sarebbe necessaria una maggiore attenzione sulle problematiche quotidiane del cittadino. Magari calmierando i prezzi dei generi di largo consumo.

 La politica sociale, che è sempre quella carente, dovrebbe offrire un maggior margine di qualità per chi vive nella Penisola. Invece, la realtà è sempre ben diversa. Resta che i nostri politici, nessuno escluso, dovrebbero non dimenticare il loro passato e non pretendere, come sembra stia accadendo, d’ipotecare il nostro futuro.

 Anche Renzi, ha la sua parte di responsabilità. I suoi “mille giorni” non salveranno i conti del Bel Paese e il suo progetto di restare Primo Ministro sino al 2018 ci sembra sempre meno verosimile. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il Presidente Mattarella ha prestato giuramento. Anche un saluto agli italiani all’estero

 

“Parlare di unità nazionale significa ridare al Paese un orizzonte di speranza. Occorre ricostruire quei legami che tengono insieme la società. A questo sono chiamate tutte le forze vive delle nostre comunità in Patria come all’estero. Ai connazionali nel mondo va il mio saluto affettuoso. Rivolgo un pensiero di amicizia alle numerose comunità straniere presenti nel nostro Paese”

 

ROMA – Questa mattina il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento riunito, presso l’aula di Montecitorio, in seduta comune integrato dai delegati regionali.

Nel suo discorso inaugurale il Capo dello Stato ha anche rivolto un saluto ai connazionali all’estero “Parlare di unità nazionale significa ridare al Paese un orizzonte di speranza, – ha detto Mattarella - perché questa speranza non rimanga un’evocazione astratta, occorre ricostruire quei legami che tengono insieme la società. A questa azione sono chiamate tutte le forze vive delle nostre comunità in Patria come all’estero. Ai connazionali nel mondo va il mio saluto affettuoso. Un pensiero di amicizia rivolgo alle numerose comunità straniere presenti nel nostro Paese”.

Nel suo discorso Mattarella, dopo aver rivolto un pensiero deferente ai suoi predecessori Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano e un omaggio alla Corte Costituzionale, ha ricordato come l’incarico che gli è stato affidato preveda “la responsabilità di rappresentare l’unità nazionale innanzitutto. L’unità – ha aggiunto il Capo dello Stato - che lega indissolubilmente i nostri territori, dal Nord al Mezzogiorno. Ma anche l’unità costituita dall’insieme delle attese e delle aspirazioni dei nostri concittadini. Questa unità rischia di essere difficile, fragile, lontana. L’impegno di tutti deve essere rivolto a superare le difficoltà degli italiani e a realizzare le loro speranze. La lunga crisi, prolungatasi oltre ogni limite, - ha ricordato Mattarella - ha inferto ferite al tessuto sociale del nostro Paese e ha messo a dura prova la tenuta del suo sistema produttivo. Ha aumentato le ingiustizie. Ha generato nuove povertà. Ha prodotto emarginazione e solitudine. Le angosce si annidano in tante famiglie per le difficoltà che sottraggono il futuro alle ragazze e ai ragazzi. Il lavoro che manca per tanti giovani, specialmente nel Mezzogiorno, la perdita di occupazione, l’esclusione, le difficoltà che si incontrano nel garantire diritti e servizi sociali fondamentali. Sono questi i punti dell’agenda esigente su cui sarà misurata la vicinanza delle istituzioni al popolo”.

Per Mattarella bisogna inoltre saper scongiurare il rischio che la crisi economica “intacchi il rispetto di principi e valori su cui si fonda il patto sociale sancito dalla Costituzione”. Al fine di superare la crisi, va quindi alimentata “l’inversione del ciclo economico, da lungo tempo attesa” ed è indispensabile “che al consolidamento finanziario si accompagni una robusta iniziativa di crescita, da articolare innanzitutto a livello europeo”.

“Sussiste oggi l’esigenza – ha proseguito il Capo dello Stato - di confermare il patto costituzionale che mantiene unito il Paese e che riconosce a tutti i cittadini i diritti fondamentali e pari dignità sociale e impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza. L’urgenza di riforme istituzionali, economiche e sociali deriva dal dovere di dare risposte efficaci alla nostra comunità, risposte adeguate alle sfide che abbiamo di fronte”. Risposte positive che potranno giungere attraverso “una tenace mobilitazione di tutte le risorse della società italiana”, in un paese unito nella piena partecipazione alla vita pubblica.

Il Capo dello Stato ha poi chiesto ai giovani parlamentari presenti in Aula “un contributo positivo al nostro essere davvero comunità nazionale, senza dimenticare mai l’essenza del mandato parlamentare. L’idea, cioè, - ha spiegato Mattarella - che in queste aule non si è espressione di un segmento della società o di interessi particolari, ma si è rappresentanti dell’intero popolo italiano e, tutti insieme, al servizio del Paese. Tutti – ha aggiunto - sono chiamati ad assumere per intero questa responsabilità”.

Il Capo dello Stato ha anche auspicato sia il completamento del percorso di riforma della seconda parte della Costituzione, un cammino volto a rafforzare il processo democratico, sia l’approvazione della nuova legge elettorale. 

Per Mattarella inoltre garantire la Costituzione significa “garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro. Significa riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro. Significa promuovere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche utilizzando le nuove tecnologie e superando il divario digitale. Significa amare i nostri tesori ambientali e artistici. Significa ripudiare la guerra e promuovere la pace. Significa garantire i diritti dei malati. Significa che ciascuno concorra, con lealtà, alle spese della comunità nazionale. Significa che si possa ottenere giustizia in tempi rapidi. Significa fare in modo che le donne non debbano avere paura di violenze e discriminazioni. Significa rimuovere ogni barriera che limiti i diritti delle persone con disabilità. Significa sostenere la famiglia, risorsa della società. Significa garantire l’autonomia ed il pluralismo dell’informazione, presidio di democrazia. Significa – ha proseguito il Capo dello Stato - ricordare la Resistenza e il sacrificio di tanti che settanta anni fa liberarono l'Italia dal nazifascismo. Significa libertà. Libertà come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva. Garantire la Costituzione significa affermare e diffondere un senso forte della legalità”. 

Su questo punto Mattarella ha precisato come la lotta alla mafia e alla corruzione, che ha avuto fra i suoi eroi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,  rappresentino priorità assolute. Per quanto riguarda invece la sfida del terrorismo internazionale il Capo dello Stato ha evidenziato l’esigenza di non considerare tutto questo nell’ottica dello scontro tra religioni o tra civiltà. “La minaccia – ha precisato Mattarella - è molto più profonda e più vasta. L’attacco è ai fondamenti di libertà, di democrazia, di tolleranza e di convivenza. Per minacce globali servono risposte globali. Un fenomeno così grave non si può combattere rinchiudendosi nel fortino degli Stati nazionali….La lotta al terrorismo va condotta con fermezza, intelligenza, capacità di discernimento”.

Mattarella ha anche ricordato sia l’esigenza di avere un’Unione Europea più attenta alle emergenze umanitarie delle grandi masse di profughi che approdano anche sulle nostre coste, sia la vicenda dei due nostri fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone da anni trattenuti in India e in attesa di processo. Un caso che, per il Capo dello Stato, deve trovare una conclusione positiva, con il definitivo ritorno in Patria dei due soldati italiani. Mattarella ha infine espresso solidarietà ai famigliari di padre Paolo Dall’Oglio, Giovanni Lo Porto e Ignazio Scaravilli, i tre italiani, ancora nelle mani di gruppi terroristici, di cui da tempo non si hanno notizie.  (Inform 3)

 

 

 

 

Mattarella, la scelta migliore

 

I politici si giudicano dalle azioni (tra le quali importantissimi sono i gesti simbolici, e lo scarto tra le parole e i fatti). La carriera di Sergio Mattarella è stata passata al microscopio, che è riuscito a evidenziare una sola macchia nella sua storia politica, quel martedì 20 gennaio del 1998, quando nella seduta n. 299 della XIII legislatura votò contro la richiesta di arresto di Cesare Previti. Altro non si è trovato, che possa dare discredito morale alla sua figura.

 

Dunque, Sergio Mattarella è di gran lunga, anzi incomparabilmente, la scelta migliore tra i tanti nomi di candidati con qualche chance reale che sono entrati per settimane nei pourparler e nelle trattative di Palazzo.

 

Sulla carta, almeno. Ora lo vedremo nella sua azione come Presidente.

 

La sua prima azione c’è già stata: per rappresentare l’unità della nazione, come vuole la Costituzione, appena eletto si è recato alle Fosse Ardeatine, al santuario laico del martirio della Resistenza, dell’eccidio nazifascista che mai dovrà essere dimenticato. Migliore e più solenne inizio il settennato non poteva avere.

 

Vedremo se il resto sarà all’altezza, giorno per giorno, per sette anni, in coerenza con i valori repubblicani di giustizia e libertà che la Carta Costituzionale, nata dalla vittoria della Resistenza, solennemente proclama nei suoi primi articoli come intangibili, frutto di quel “patto giurato fra uomini liberi” che le parole di Piero Calamandrei hanno scolpito come dovere civile di ogni italiano nell’atrio del palazzo comunale di Cuneo, il 4 dicembre del 1952, 8 anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti. Paolo Flores d'Arcais, micromega 1

 

 

 

 

La visita alle Fosse Ardeatine

                                                                                                                                             

Mi soffermo solo su questo episodio della lunga procedura   che ha portato l’   On. Sergio Mattarella alla carica più alta dello stato, la Presidenza della Repubblica, al Quirinale, il palazzo sul colle più alto della capitale, in passato residenza di papi e di re.

Subito dopo la proclamazione a Presidente della Repubblica, ma prima del giuramento di fronte al parlamento, quindi non ancora nell’esercizio delle sue funzioni, l’uomo Sergio Mattarella, giudice costituzionale, si è recato con la sua macchina personale, una panda grigia, ed un seguito ristretto, a visitare il sacrario delle Fosse Ardeatine.

Un gesto denso di significati, anzi di storia. Nato nella guerra, Sergio Mattarella porta nel profondo, come tutti quelli che hanno avuto la sorte di nascere in quel periodo, una coscienza del bene e del male costruita nel vissuto quotidiano, un vissuto certamente non sereno, fatto di sacrifici, di impressioni indelebili, di esperienze del tutto lontane dalla felice quotidianità della prima infanzia nei tempi di pace. A ciò si aggiunge la tragica fine del fratello Piersanti, morto trucidato per mano di mafia nel 1980, che deve aver lasciato altra traccia profonda. Ebbene il vissuto lontano e quello più recente sono la molla che lo hanno portato al Sacrario delle Fosse Ardeatine, che, inaugurato nel marzo del 1949, è oggi il “Mausoleo nazionale di tutti i caduti nella lotta di liberazione per dare libertà e indipendenza alla Patria”. 

Il gesto illumina la coscienza democratica del nuovo Presidente della Repubblica, fatta della storia della resistenza italiana al totalitarismo fascista, la cui sconfitta è la radice fondante della nostra democrazia e delle istituzioni sancite dalla costituzione della repubblica, di cui lui sarà il simbolo ed il severo custode nei prossimi sette anni, arbitro imparziale fra le parti in competizione.

 A proposito di parti in causa sento il bisogno di dire che non sono più due, come nel passato recente, ma tante, a causa della frammentazione della società, dovuta all’arricchimento di una ristrettissima   élite ed al conseguente impoverimento delle classi medie che ha favorito i movimenti di protesta antisistema ed antieuropeista. Difficilissimo dunque il ruolo di arbitro.  Se a ciò si aggiunge la lotta contro il potere mafioso, ramificato e penetrato dappertutto, dobbiamo veramente sperare che le virtù di quest’uomo, roccioso, di poche parole, lontanissimo dagli esibizionismi chiassoni del recente passato, siano all’altezza della situazione.

Mi auguro che il sentimento di partecipazione a questa elezione sia fortemente unificante, non divisivo. E’ il filo ideale che lega l’artefice di questa operazione, il quarantenne Primo Ministro Matteo Renzi, fiorentino, alla generazione dei suoi padri, non disinvolto rottamatore questa volta, ma costruttore di ponti fra generazioni, unificatori per tutti gli italiani.

E come i padri, conservando differenze di opinioni, trovarono l’unione ideale per combattere i totalitarismi del secolo passato, così oggi   i figli devono trovare la stessa unità per combattere la barbarie del terrorismo di origine islamica. Il che comporta, per tutti, lo sforzo di uscire dal particolare campanilista ed opportunista per diventare europei.  Dunque, i conti della spesa, i sogni di ritorno alla lira, profondamente divisivi, anzi, disgreganti di tutto quanto è stato fatto dal dopoguerra ad oggi in Europa, siano ridimensionati e affiancati, finalmente, da   cultura, discorsi e fatti unificanti.

 Lego idealmente il gesto del Presidente Mattarella a quello del Primo Ministro Matteo Renzi, compiuto pochi giorni fa, quando accompagnò   la Cancelliera di ferro Angela Merkel a visitare la Galleria degli Uffizi a Firenze.  Un gesto forte teso a costruire una cultura europea comune, gesto che esplicita al resto dell’Europa che il contributo dell’Italia all’unione per le sfide del futuro è fatto anche di bellezza e di arte geniale.

 Finalmente anche la politica bella, da seguire con la mente e con il cuore, non solo con il portafoglio. Una liberazione. Emanuela Medoro, de.it.press 2

 

 

 

 

Sergio Mattarella sarà il padrino della Terza Repubblica

 

Stiamo assistendo alla nascita della Terza Repubblica? Toccherà a Sergio Mattarella fargli da padrino, assumendosi tutte le responsabilità che ne derivano? Nella breve conversazione telefonica che il neo presidente ha fatto a Carlo Azelio Ciampi, ha accennato alla gravità dei problemi che si accinge ad affrontare. “Tu puoi capirne la rilevanza”, ha aggiunto. Non ha cercato solidarietà e comprensione, ma solo condivisione in colui che ha abitato al Quirinale durante uno dei settennati più difficili.

Al primo quesito – se stiamo assistendo alla nascita della Terza Repubblica, nessuno ha ancora dato risposte certe, tutt’altro. Una cosa è certa, il presidente appena eletto dovrà arbitrare la partita più difficile della storia repubblicana, perché per la prima volta, la Carta costituzionale potrebbe cambiare pelle e si è sul punto di affrontare temi, come il Jobs act (alias articolo 18) o la riforma del sistema di voto, che sono destinati a segnare una stagione politica.

La Terza Repubblica è stata concepita, questo è il punto, e non è ancora nata. E l’arbitro deve avere a cuore sia la salute di chi nasce quanto quella di chi genera la nascita.

Se venisse approvata dal Parlamento la riforma costituzionale, proposta dal governo e dalla sua maggioranza, verrebbe cancellato, di fatto, il sistema bicamerale; se venisse approvata la riforma elettorale, il partito che vince le elezioni, godrebbe di una vantaggio di governabilità, raggiungendo i tetto previsto (40 per cento), e di una migliore agibilità parlamentare grazie al ruolo che assumerebbe la Camera dei Deputati.

Alcuni sostengono che gli obiettivi della governabilità e della semplificazione potranno essere ottenuti grazie al monocameralismo ed al sistema elettorale, altri credono che la democrazia, a causa anche della permanenza delle liste bloccate (limitatamente al capolista, tuttavia), subisca una involuzione e che il potere finisca tutto, o in larga parte, nelle mani di chi abita a Palazzo Chigi.

Difficile identificare riformisti e conservatori, perché ai primi viene addebitato il vulnus della democrazia, ai secondi l’intangibilità “inconcepibile” di una carta costituzionale, che invece dovrebbe essere attrezzata per affrontare i tempi nuovi, le dinamiche sociali, economiche e politiche della nostra epoca.

Il presidente della Repubblica, insomma, avrà un gran da fare e saranno in tanti a sorvegliare ogni gesto, ogni parola, ogni decisione, seppur lieve, del Quirinale. Le prime avvisaglie già si trovano in cronaca: la Fiom, per bocca del sindacalista emiliano Bruno Papignani, si aspetta che il nuovo inquilino del Quirinale debba dire no al Jobs act, mentre i grillini s’aspettano che “fermi l’Italicum”, cioè la nuova legge elettorale. Gli tirano la giacca prima ancora che la indossi, su temi che Mattarella, inventore dell’omonimo Mattarellum, e giudice costituzionale, ha già esaminato a fondo e deciso.

Questo contesto ci persuade che avere scelto un giurista, con una esperienza alla Consulta, inflessibile ed indipendente, sia la scelta migliore possibile. Si può essere certi che ogni decisione, piaccia o meno, disporrà robuste motivazioni. Si potrà discettare quanto si vuole dei suoi giudizi, ma potranno contare sulla terzietà, la competenza e fondamenta giuridiche.

Attendere al varco il Capo dello Stato, come è stato anticipato dai grillini, è un approccio sprovvisto di senso delle istituzioni, inutilmente intimidatorio. Così come affermare, come fa il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, che il presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento con un larghissimo suffragio “non è il mio presidente”, è solo una spacconata che fa entrare dalla finestra l’abiura alla secessione.

È legittimo non condividere la scelta del presidente e manifestare la propria contrarietà, altrettanto legittimo criticarne l’operato, ma non riconoscerlo è impossibile, se si ha la cittadinanza italiana, a meno che non si scelga la sovversione.

Se si trattasse dei primi vagiti della Terza Repubblica, dovremmo preoccuparci. Non più di tanto, comunque. Chi sventola stupidaggini per compiacere il popolo scontento, predica male e razzola malissimo, prima o poi viene sgamato.

P.s.

Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensano della “irriconoscenza” di Salvini i fan siciliani della Lega dei popoli… SALVATORE PARLAGRECO SicInf 1

 

 

 

 

 

Fronte economico nazionale

 

Quando, lo scorso anno, avevamo informato sulle intenzioni del nostro Esecutivo finalizzate al contenimento del deficit pubblico, avevamo manifestato alcune perplessità; ma nel nostro intervento avevamo anche mostrato una certa speranza nella coerenza delle linee di Renzi e Squadra al seguito.

 L’impegno, per la verità, non evidenziava visibile concretezza; ma il segnale non ci siamo sentiti di trascurarlo. Il progetto era, ed è, chiaro. Lo Stato dovrebbe limitare il suo “autofinanziamento”, favorendo la ripresa produttiva privata. I mezzi operativi avrebbero potuto essere concordati con le Forze Sociali e con una sostanziosa rivisitazione della Legge Fornero.

 Apparentemente, sembrava solo questione di tempo. Tempo necessario per impostare programmi di “salute” pubblica che avrebbero dovuto trovare la “luce” entro fine 2014. E’ iniziato un anno nuovo, ma d’adeguamenti sul fronte occupazionale non si tratta. Ancora sacrifici, dunque, forse ripartiti con maggior omogeneità.

 I primi sei mesi di questo 2015, dovrebbero essere decisivi per un impegno che l’Esecutivo di Centro/Sinistra, sempre meno di “Centro, ” dovrà illustrare in Parlamento pronto alla discussione della nuova Legge Elettorale. Al primo giro di boa, il pessimismo potrebbe mutarsi in realismo. L’ottimismo resta ancora una meta molto lontana.

 Il fronte occupazionale ha da essere rilanciato su basi operative originali. Investire in futuro dovrebbe essere lo scopo del Governo. Su questa premessa, riteniamo di poter continuare le nostre riflessioni. La deflazione agevola solo chi ha  liquidità. Il risparmio resta una chimera e vivere resta difficile come per l’anno che abbiamo lasciato. Chi punta sulle “novità” circa la nomina del nuovo capo dello stato, ha fatto male i suoi conti.

 A nostro avviso, continuano a essere carenti i riferimenti operativi per una ripresa socio/economica che potrebbe alzare la testa non prima del 2016. Saranno, comunque, i prossimi mesi a chiarire, forse, il quadro nazionale. Certo è che la “realtà” sulla quale avremmo potuto contare resta sempre ai margini del fronte economico nazionale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Berlusconi rompe con Renzi: deriva autoritaria

 

"Con queste riforme avvertiamo il rischio che vengano meno le condizioni indispensabili per una vera democrazia, che ci si possa avviare verso una deriva autoritaria". Silvio Berlusconi rompe gli indugi e prende con nettezza le distanze da Matteo Renzi e dai progetti in discussione in

Parlamento. Progetti che fino ad oggi ha appoggiato e votato. Il voltafaccia

dell'ex Cavaliere non preoccupa più di tanto Palazzo Chigi. Maria Elena Boschi dice infatti che "i numeri per andare avanti ci sono comunque, per cui non possiamo fermarci solo perché Forza Italia ci ha ripensato". Il governo e il Pd contano infatti sull'apporto degli "stabilizzatori" e dei

"responsabili" pronti a votare le proposte di Palazzo Chigi. E in prima fila ci sono gli ex di Scelta civica confluiti nel gruppo del Pd al Senato. Anche se sempre la Boschi fa notare che i nuovi arrivati stavano già nella

maggioranza e dunque l'assetto del governo non cambia". Fra i montiani però

infuria lo scontro. Per la ministra Stefania Giannini il passaggio nel Pd è stato "naturale" e dunque non pensa proprio di dimettersi. "Ma un dignitoso silenzio no? Bocca mia taci", replica il sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti. Nel frattempo il presidente della Repubblica Sergio

Mattarella apre i suoi incontri politici ricevendo Marco Pannella, mentre il

premier Matteo Renzi annucia da Milano che  "il 2015 per l'Italia è un anno

felix, che non vuole dire solo felice, ma anche fertile". Silvio Buzzanca  LR 8

 

 

 

 

Vittorie e mattarelli

 

Renzi ha vinto ancora una volta e stavolta in modo ancora più completo, tranquillizzando la sua “minoranza”, non facendosi ricattare dagli alleati di governo e da Forza Italia, non avendo debiti da saldare con tanti altri.

Quattro minuti di applausi hanno accolto nell'aula di Montecitorio l'elezione a presidente della Repubblica di Sergio Mattarella, dodicesimo Capo dello Stato della storia repubblicana, con un consenso molto più largo del previsto, con 665 voti e una convergenza che va molto di là da quella dei grandi elettori.

Il vero vincitore è però Renzi, che come promesso c’è la fa al quarto scrutinio, tiene unite le varie anime del Pd ed anzi le rende più calme che mai, incassa una grande credibilità internazionalew e mette all’angolo Berlusconi, ridimensionando l’alleato Alfano.

Una bella batosta l’ha presa Berlusconi, che nel giro di un anno Matteo ha fatto espellere dal Senato, ha restituito ad agibilità politica con il Patto del Nazareno e poi ha lasciato con un palmo di naso scegliendo (anzi imponendo) il suo candidato unico e non intercambiabile per il Quirinale, un nome indigesto per l'ex Cavaliere, ma senza un vero appiglio per poter essere boicottato te, tanto che tutti (o quasi) in Forza Italia si sono affrettati a spiegare che non contestano la scelta ma il metodo, rimarcando così la sconfitta politica.

E non solo Berlusconi ha le ossa rotte, ma a ricevere colpi di matterello sono  tutti i sostenitori del Patto col PD, Denis Verdini in testa e poi anche l’eminenza grigia Gianni Letta, tanto che  Raffaele Fitto è già partito al contrattacco.

Ridimensionato anche Alfano, costretto da Renzi un ruolo da comprimario quasi silente, anzi balbettante di fronte alla minaccia di rimpasto o di elezioni anticipate.

Non solo Alfano ma tutto il suo partito, costola di FI e erede in pectore de La Balena Bianca, ne esce malconcio e con i primi segni di frane, con a casa per dimissioni l'ex ministro del Lavoro Sacconi e via dal partito la portavoce Saltamartini in apertissimo dissenso con i capi.

E come scrive la giornalista de La7 Myrta Merlino su Huffingonton Post del Gruppo l’Espresso, sul “Mattarellum” inciampa anche il Movimento 5 Stelle, vittima di una scelta troppo astuta persino per due volpi come Grillo e Casaleggio, con “l’ebetino di Firenze” che li ha fregati proprio perbenino, costringendoli a subire un Presidente su cui per adesso non hanno trovato niente da ridire.

Ma la vittoria maggiore dell’astutissimo Renzi riguarda il suo partito, perché ha saputo non giocare alcuna partita e scegliere  un nome gradito a tutti, finanche alla pasionaria ed anti renziana doc Rosy Bindi e riuscendo a superare la trappola dei "giorni bugiardi" in cui furono impallinati Franco Marini e Romano Prodi e cadde poi Bersani, portando lui a capo del partito prima e del governo poi.

Ma, forse, la vittoria maggiore consiste proprio nella scelta del nuovo Capo dello Stato perché sono in molti a pensare che, per come si conosce Sergio Mattarella, la sua calcolata mitezza, la sua lucida compostezza, il suo spirito poco incline ai colpi di teatro , potrebbe essere  stato proprio lui "l'arma" di tutte le  battaglie, dal 1994 a oggi, che hanno portato sugli altare il politicamente scaltrissimo Matteo.

Naturalmente non voglio essere frainteso e credo che la scelta di Mattarella sia giustissima, anzi, sacrosanta. E non perché ha un curriculum impeccabile e ha dimostrato di saper tenere la schiena dritta, ma perché odia la mafia e le virate destrorse e con la legge che porta il suo nome, ha di fatto varato la seconda repubblica.

Gli amici siciliani che lo conoscono da sempre dicono di lui che è sempre stato moderato, razionale, disponibile, ma fermo su principi e valori, sui quali non transige.  

E pochi ricordano l’unica volta in cui alzò la voce, guidando con Rosy Bindi il piccola drappello di DC che abbandonarono il partito che virava a destra con Buttiglione, in un sotterraneo dell’hotel Ergife, un albergone romano sulla via Aurelia usato per celebrare i concorsi pubblici con migliaia e migliaia di candidati, in una saletta dalla luce incerta, non distante da quella in cui qualche mese prima Craxi aveva gettato la spugna, con  il Partito popolare erede della vecchia Dc che dopo aver riflettuto sulla peggiore sconfitta della sua storia, abbonda nova di fatto il suo DNA fatto di “centro che guarda a sinistra”.  Carlo Di Stanislao, De.it.press 31

 

 

 

 

Intervista a Delfina Licata, coordinatore scientifico del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo

 

ROMA - Continua lo “Speciale DEMIM” per approfondire temi e prospettive disciplinari dell’opera dedicata alla Grande Emigrazione italiana tra Otto e Novecento. Oggi si propone l’intervista a Delfina Licata, coordinatore scientifico del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo, pubblicato dalla SER ItaliAteneo in collaborazione con la Fondazione Migrantes.

   

Dottoressa Licata, dopo Mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che ha fortemente sostenuto e seguito con la massima attenzione la realizzazione del Dizionario Enciclopedico, e il prof. Enzo Caffarelli, direttore editoriale di questa monumentale opera, la intervisto nel terzo ruolo-cardine di questo Dizionario, aperto da un pregnante messaggio del Card. Francesco Montenegro, presidente della Fondazione Migrantes, sul ruolo della Chiesa Cattolica nell’assistenza ai migranti, e che il Presidente Giorgio Napolitano, nel suo Saluto di apertura a tutti gli italiani nel mondo, ha definito “una vera e propria summa di un fenomeno che ha segnato indelebilmente la storia del nostro Paese”. Lei, oltre ad essere autrice e co-curatrice del Dizionario Enciclopedico, ne è stata il coordinatore scientifico. Una grande responsabilità, se si pensa che il Comitato scientifico dell’opera è composto da oltre 50 tra i massimi studiosi ed esperti di Emigrazione italiana, in Italia e all’estero, e che l’opera ha visto il coinvolgimento di ben 168 autori. Come ha affrontato, sul piano metodologico e contenutistico, quest’impegno? Quali sono state le priorità che si è data nello sviluppo e nell’impostazione di un’opera così articolata e complessa?

 

“In realtà il Dizionario ha, come dire, bussato alla mia porta, professionalmente parlando, in un momento di maturità. Dopo anni di lavoro sull’emigrazione italiana dapprima per propensione e passione personale, poi con la Fondazione Migrantes e il Rapporto Italiani nel Mondo ho ormai chiaro nel mio percorso umano e di lavoro come il tema della mobilità, e in particolar modo riferito all’Italia e agli italiani, sia un universo in costante movimento, mai identico a se stesso e che chiede di essere studiato e approfondito in rete, lavorando cioè con altri, nella multidisciplinarietà e nella multilocalità. Intendo dire che occorre inevitabilmente rispettare il punto di vista di chi in Italia vive e guarda alla mobilità degli italiani e di chi non è in Italia e si occupa della stessa materia risiedendo fuori dei confini nazionali. Così come è inevitabile che gli approcci siano pluritematici perché è la stessa mobilità ad avere una ricchezza espressiva disarmante comprendendo la storia, l’economia, la politica, l’antropologia, la sociologia, la geografia, la poesia, la letteratura, il diritto e tutti gli argomenti che poi ha cercato di compendiare il Dizionario. Il metodo e i contenuti usati per il Dizionario derivano da quanto detto fino ad ora e tra le priorità c’è stata sicuramente quella di coinvolgere quanti più studiosi possibili incontrati soprattutto durante gli anni di Rapporto Italiani nel Mondo, ma anche in altri contesti diversi così da mettere in campo un coro a più voci.”

 

Quali sono state, nel corso di un lavoro che ha richiesto molti anni di impegno, le difficoltà che ha incontrato nel coordinare, sul piano scientifico, tante ‘visioni’, approcci e prospettive disciplinari?

 

“Quando si deve fare sintesi la cosa più difficile è il rispetto di ciascuna parte nella sua visione, nel suo modo di esprimersi, nei termini scelti per descrivere i concetti. Ciascun studioso, e questo vale ovviamente per ogni ambito, matura un proprio linguaggio e quando la regola comune reclama semplicità e massima accessibilità, tutto si complica. Il Dizionario è un’opera complessa realizzata in modo semplice per renderne facile la consultazione. Esso si rivolge, infatti, non solo ai tecnici, alle persone “di mestiere”, ma a un pubblico vasto per età e formazione. Abbiamo cercato di pensare anche agli studenti di ogni ordine e grado; a chi non parla italiano, ma si interessa dell’Italia e degli italiani; ai protagonisti che l’emigrazione italiana l’hanno scritta e che oggi possono ritrovare la loro storia personale e familiare nello snodarsi dell’alfabeto italiano.”

 

Dalla sua prospettiva anche di co-curatrice, come si è interfacciata con questo lavoro?

 

“Nella curatela paradossalmente si è vissuta per prima la multidisciplinarietà e la multilocalità di appartenenza, che poi è stata curata e rintracciata in tutta la splendida rete di 168 autori diversi. Intendo dire che ognuno dei cinque curatori ha una sua specificità professionale che ha messo al servizio dell’opera, amalgamandosi a quella degli altri. Ognuno dei curatori, quindi, ha dato il proprio imprinting professionale per una resa che fosse il più possibile vicina alla perfezione. È vero, ogni cosa è migliorabile, ma in quel momento abbiamo ritenuto che le scelte prese fossero le migliori che potevamo prendere in ragione di un unico fine: quello di rendere l’opera fruibile il più presto possibile considerando l’entusiasmo dell’attesa che si era creato intorno all’opera per i diversi anni di elaborazione e realizzazione che ha giustamente richiesto.

 

Lei è anche tra gli autori di questo “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo”: quali sono stati i lemmi, le voci a sua cura e quali focus di riflessione-approfondimento ha voluto porre, tematizzare?

 

“L’opera è arrivata alla Migrantes e quindi nelle mie mani di coordinatrice scientifica con diversi lavori già realizzati e che dovevano solo trovare la giusta collocazione e la corretta espressione per rendere l’uniformità dell’opera. È stato interessante sistematizzare gli argomenti più diversi e lontani da ciò che mi è più vicino ed è stato stimolante riflettere e realizzare argomenti nuovi come i lemmi relativi ai principali Paesi di residenza degli italiani. Argomenti sterminati che bisognava riassumere senza semplicemente “togliere”, ma cercando di valorizzare una sintesi ardua e faticosa che considerasse e raccontasse il passato arrivando sino alloggi, a chi sono gli italiani nel mondo dove per mondo si intende davvero ogni lembo di terra. Paesi “scontati” come Argentina, Stati Uniti, Germania, Canada, Svizzera, Australia, Spagna, Brasile ma anche Cina, Romania, Sudafrica, Egitto, India, Finlandia, Irlanda, Perù, Portogallo, Marocco e tanti altri. Un vero e proprio “viaggio in giro per il mondo” dove gli italiani non sono stati e non sono solo presenza, ma promotori di cultura e professionalità, tenaci lavoratori, uomini, donne e intere famiglie dedite al sacrificio, dai valori indiscutibili e dalla devozione profonda.

 

È stato bello non occuparsi di materie “scontate” come può essere, nel mio caso, la riflessione sui numeri, presenze e flussi nel tempo e nello spazio, ma cercare di dare un volto agli uomini e alle donne attraverso un Dizionarietto biografico degli italiani emigrati e degli oriundi celebri, circa 300 mini-biografie di personaggi, italiani viventi e non, vissuti o nati all’estero, e oriundi, discendenti di famiglie italiane emigrati, indipendentemente dal fatto che possiedano o abbiano posseduto la cittadinanza italiana. Si tratta di uomini e donne distintisi in campo politico, sociale, religioso, artistico, scientifico, sportivo, ecc. che hanno contribuito, nella stragrande maggioranza dei casi, alla crescita del Paese d’adozione (con qualche eccezione di celebrità raggiunta attraverso attività criminali) e che hanno reso o rendono tuttora onore all’Italia. Un mondo di sterminata genialità che fa riflettere: effettivamente, la mobilità umana è un “fatto sociale totale”, un fenomeno cioè che coinvolge più persone ognuna nella sua complessità individuale e di relazione con gli altri.”

 

Lei è direttore e curatore del Rapporto Italiani nel Mondo, annuale pietra miliare della Fondazione Migrantes quale indispensabile finestra di osservazione e approfondimento sul mondo delle migrazioni di ieri e di oggi. Ne parliamo? Nel corso del suo lavoro di Coordinatore scientifico, ha riscontrato eventuali intersezioni amplianti, sinergie conoscitive, tra il Rapporto Italiani nel Mondo e questo Dizionario, una sorta di possibile effetto moltiplicatore nel dibattito in corso sull’Emigrazione italiana nel mondo, che alcuni definiscono ‘storia del passato’, altri materia vivissima?

 

“Sicuramente ho preso maggiore coscienza che nonostante il Rapporto Italiani nel Mondo sia, in questo 2015, al suo decimo anno di età, è più ciò che resta da fare di quanto sia stato fatto. Da anni mi spendo affinché il tema della mobilità italiana sia maggiormente presente nel dibattito pubblico e con nuove caratteristiche ovvero che si guardi al passato come imprescindibile passepartout per arrivare a meglio capire e interpretare la mobilità di oggi. Ogni strumento culturale che possa ampliare il dibattito è quindi importante. Il Dizionario è, qualcosa in più. Non esiste un’opera paragonabile e se ne aveva bisogno sicuramente anche come punto di riflessione comune degli studiosi di questo argomento dal quale ripartire alla luce del nuovo momento di mobilità italiana che stiamo vivendo. La mobilità non si può fermare; è innata nell’uomo e si trasforma con esso. Anche la riflessione va plasmata a seconda delle trasformazioni rilevate: nuovi strumenti, nuovi approcci. Occhi nuovi per il mondo diverso in cui siamo.”

 

In un tempo che vive le contraddizioni e i contraccolpi della globalizzazione e della complessità, un tempo che necessita di sguardi più maturi, ampi e inclusivi verso l’Altro, può secondo lei essere utile - e per chi - questo Dizionario come strumento, come occasione di conoscenza, di sensibilizzazione sui fenomeni migratori e il loro portato umano, sociale, storico? Il nostro passato cosa può insegnare?

 

“A me piacciono due cose in particolare di questo Dizionario: la sua modernità nonostante la sua pubblicazione lo abbia “fissato” in un determinato momento storico escludendolo, di fatto, da tutto ciò che dal mese della sua pubblicazione è avvenuto e la sua attenzione all’Altro. Dalla lettura attenta di ogni lemma emerge che l’obiettivo perseguito da ogni autore è sempre l’oggi anche quando parla di eventi dell’Ottocento. Guardare le foto delle navi delle Compagnie di navigazione, ad esempio, rimanda ai gommoni di oggi, alle “navi” con cui arrivano in migliaia alle coste italiane dai porti del Nordafrica. Ricostruire la parola ‘straniero’ attraverso le voci dei sociologi lungo l’arco del tempo ci riporta all’uso improprio che ne facciamo oggi nel nostro parlare quotidiano, ma anche nello scrivere. Basta leggere i tanti dibattiti del giornalismo di oggi e l’uso di “etichette” improprie quando si “raccontano” le migrazioni di oggi.

 

L’attenzione per l’Altro è un punto fondamentale e imprescindibile che richiede una particolare sensibilità. Alcuni studiosi di mobilità l’hanno innata magari perché loro stessi soggetti di mobilità, altri la imparano dal contatto con i migranti. Altri ancora, permettetemi, purtroppo non riescono a sintonizzarsi su questo “canale” che invece è, per la Fondazione Migrantes e i suoi collaboratori, insostituibile. Non ci si può accostare allo studio della mobilità umana senza sensibilità ai protagonisti, al fatto cioè che i percorsi migratori sono compiuti da uomini e donne di ogni età e provenienza, i quali proprio per la loro unicità determinano viaggi straordinari e danno vita a storie particolari. Non possono essere dimenticati i tanti italiani, emigrati o nati all’estero, e i discendenti che, con le loro vite semplici e comuni, contribuiscono o hanno contribuito in maniera determinante alla straordinarietà dell’emigrazione italiana.”

 

Quali sono i passaggi del messaggio del Card. Francesco Montenegro - Arcivescovo di Agrigento - in apertura del Dizionario, circa il fondamentale impegno della Chiesa Cattolica nell’assistenza ai migranti del passato e del presente, che l’hanno colpita di più?

 

“Nel suo messaggio breve ma intenso io ho immediatamente letto una sorta di mandato lavorativo per il domani; la meta a cui guardare e lo sprone a fare sempre di più e meglio. La ricerca non è mai arrivo, ma è continua ripartenza, per scrivere una pagina in più di conoscenza acquisita. “La società cambia, ma il destino migrante dell’uomo resta” scrive Montenegro. Al di là del credo di ciascuno di noi, al di là del luogo in cui ognuno di noi vive e opera, il destino migrante accomuna tutti.”

 

In conclusione cosa si augura possa nascere da questa esperienza editoriale-culturale, a tutti i livelli? E a lei, cosa lascia come persona e come studiosa?

  

“Io spero nel contributo attraverso ogni lavoro nel quale mi impegno e in questo Dizionario in particolare vista la sua unicità e l’interesse che ha suscitato, nella nascita di una nuova mentalità sulla mobilità, in una sensibilità diversa per il migrante al di là del luogo da cui proviene e della meta che si è prefissato di raggiungere. Una sensibilità che porta al semplice rispetto del motivo che lo ha portato a mettersi in viaggio ed è quella ricerca dello stare bene, la semplice e, allo stesso tempo, difficile ricerca della felicità a cui fa riferimento la Costituzione americana quale diritto di ogni individuo. La Dichiarazione d’Indipendenza americana riconosce a tutti gli uomini il diritto ad essere felici, una vita piena in termini collettivi però, e non come soddisfazione solo individuale. Questo pensarsi come insieme, come comunità e non come isole è quanto auspico.

 

Da studiosa poi guardo alle nuove generazioni e mi auguro che questo Dizionario sia per loro esempio di un modo diverso di lavorare e studiare: lavorare insieme perché l’uno completa l’altro nella multidisciplinarietà e nella multilocalità di cui abbiamo a lungo parlato. Che la bibliografia di questo Dizionario - una delle cose probabilmente più difficili che mi sia mai trovata a curare - sia esempio concreto di quanto dico. L’aver dovuto mettere insieme il contributo di tutti in modo che fosse palese l’impegno di ognuno dei 168 autori, la loro unicità e particolarità, le scelte fatte rispetto a quanto chiesto loro dai coordinatori dell’opera. La bibliografia è segno concreto del lavoro di tutti al di là delle direzioni, al di là delle sigle nella certezza che l’incontro con l’Altro, nel lavoro come nella vita, è sempre arricchimento e mai perdita.” Tiziana Grassi, de.it.press

 

 

 

 

 

La politica

 

Potrà essere anche controindicato, ma di politica bisogna scrivere. Intanto, ci sembra opportuno analizzare il concetto della parola. Essa deriva dal greco antico e significala Scienza per il governo dello Stato. Tutte le altre “attribuzioni” dipendono, esclusivamente, dagli uomini che la istruiscono. Per mandato o per intima convinzione. Forse, sarebbe meglio aggiungere che la “politica” può essere, o no, la panacea di mali di un Paese. Nel nostro caso, l’Italia.

 

 Quando c’eravamo salutati al tramonto del 2014, avevamo anticipato che il 2015 non sarebbe stato migliore dell’anno precedente. Non per vaticinio e presagio, ma per un’analisi, imparziale, di una realtà nazionale che è andata ben oltre ai confini della Penisola. Insomma, la Politica non ha “colore”. Chi la rende variopinta sono gli uomini che la gestiscono. Prima si chiamavano statisti, ora politici. Purtroppo, i due termini non hanno nulla in comune e prenderne atto è il minimo che ci sentiamo di fare. Anche perché l’Italia è parte di un meccanismo internazionale che interessa Vecchio Continente; pur avendo contatti anche oltre.

 

Di conseguenza, i segnali di malessere che abbiamo registrato nello Stivale possono anche avere origini più remote. Gli spazi, in politica, non contano. Il sistema è tanto intricato da non escludere nessuno dal crollo economico. Non essere da soli nella bisogna, però, non ci incoraggia. “Mal comune non è mezzo gaudio”. Le incoerenze italiane, sommate a quelle dei Paesi nelle nostre stesse condizioni, evidenziano un’Europa che viaggi su scartamenti differenti.

 

 Il meccanismo, poi, evidenzia un’economia che è da gestire in modo diverso. Il principio della mutualità è solo un bel termine. Valido nei discorsi; impraticabile nei fatti. Chi sta “bene”, specula sul “male” degli altri. Lo vediamo tutti i giorni e in tutti i mesi dell’anno. Sarà anche in questo 2015, nato con un crollo internazionale delle borse e con una situazione interna che non potrà essere chiarita in tempi contenuti.

 

Renzi è alla guida di un Paese che già era in crisi d’identità economica e politica. Nei suoi primi dodici mesi di governo non poteva fare di meglio. Anche perché non tutti gli alleati hanno accettato la sua linea operativa in toto. Solo con la primavera, forse, la politica italiana potrebbe fare un nuovo passo avanti. Con la nascita ufficiale della Terza Repubblica Con gli stessi uomini? L’interrogativo, squisitamente politico, resta e nessuno è in grado, al momento, di dare risposta. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Presidenti, ministri e piani

 

Fra poche ore, a Camere riunite, il dodicesimo presidente della Repubblica del Nostro Paese, ci dirà come intende interpretare il suolo ruolo e quali saranno le priorità nel suo settennato. E mentre Vespa e tutti gli altri commentatori politici reti continuano a fare dietrologia circa l’astuta strategia di Renzi  e la sconfitta di Berlusconi (che pure oggi ha qualche buona notizia: uno sconto di pena di 45 giorni e la possibilità, fatta balenare  dalla ministro Boschi di un’eleggibilità un anno prima della naturale scadenza del  2018) e mentre  Alfano e i suoi si leccano le ferite e cercano di arginare le perdite e Grillo è costretto a “battersela” di fronte all’olimpico invito del neopresidente Mattarella, con conseguente flessione di un punto percentuale nel gradimento degli elettori del suo partito,  secondo un sondaggio del TG de  La7; dall’altra parte dell’Oceano un altro Presidente, al secondo ed ultimo mandato, stupisce la sua Nazione e il mondo intero, proponendo una serie di provvedimenti che tassano i molto ricchi e le multinazionali per creare proventi a vantaggio del ceto medio, della ricerca, della innovazione e delle infrastrutture.

Obama, che ormai non deve crearsi un elettorato e che vuole preparare la strada al naturale candidato democratico alle prossime elezioni, Hillary Clinton, lancia un programma il cui obbiettivo è quello di creare un flusso enorme di denaro per la costruzione di strade, ponti ed altri progetti infrastrutturali e da prendere dai ricchi e non da chi ha già molto pagato in questi anni di durissima crisi.

La manovra di bilancio inviata al Congresso ammonta a  4.000 miliardi di dollari, con un deficit da 474 miliardi (pari al 2,5% del Pil) e prevede un aumento delle tasse sulle multinazionali e per le fasce di reddito più elevate.

Lo slogan su cui Obama insiste è questo: "Dobbiamo tornare ad investire, ce lo possiamo permettere". E la sua linea può sintetizzare in due punti: basta austerity, tornare a spendere, poiché quando la macchina si sarà rimessa in moto e la ripresa sarà consolidata, allora ci saranno soldi per affrontare (di petto) la questione del debito. Un messaggio chiaro e diretto che guarda anche all’Europa, e in particolare alla Grecia, con le elezioni vinte da Tsipras, commentando le quali il Presidente americano dice: "Non puoi continuare a spremere i paesi che sono nel mezzo della depressione. Ad un certo punto, ci deve essere una strategia per la crescita, affinché possano pagare i loro debiti ed eliminare una parte dei loro deficit”.

Parlando della sua manovra, Obama ha rilevato come "non si può giocare con la sicurezza economica delle famiglie americane e con la sicurezza nazionale", e ha assicurato come la sua proposta di bilancio "e' pienamente pagata attraverso un mix di tagli alla spesa e di nuove norme fiscali". Obama ha quindi rivendicato come, da quando e' presidente, "il deficit e' stato tagliato di circa due terzi" .

Parole di cui Alexis Tsipras, il nuovo Primo Ministro greco, uscito trionfante dalle elezioni politiche del 25 gennaio scorso con la sua formazione politica Syriza, farà tesoro nella sua ricerca di partner per ridiscutere gli accordi sulla sua nazione fuori dal controllo della Troika.

Domani,  secondo programma, il premier Matteo Renzi dovrebbe ricevere Tsipras a Villa Doria Pamphili, per un pranzo di lavoro, ma intanto la cancelliera tedesca Angela Merkel, che invece npon vuole incontrare affatto il premier greco,  ha avuto ieri un lungo colloquio telefonico con il premier italiano il quale, subito dopo, da radio Rtl ha detto che sulla situazione greca “serve serietà, prudenza, responsabilità“. Quindi, ha aggiunto che “l’euro si sta mettendo sulla strada giusta, ma bisogna andare più veloci” nella via della flessibilità. 

Insomma possibilista ma non troppo, equilibrista del doppio forno e della doppia possibilità, tanto da far dire  al Sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, Sandro Gozi, che l’Italia: “è uno dei creditori della Grecia, ma vuole adottare una posizione logica e non strangolare il proprio debitore.

Domani sarà a Roma anche il Ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, per incontrare il collega italiano Pier Carlo Padoan, dopo che ieri aveva il ministro delle finanze francese Michael Sapin , a cui aveva ribadito   il suo no all’austerità, per tutti gli europei non solo per i greci, ma comunque, dopo il duro confronto di venerdì con il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, rassicurato sull’irreversibilità dell’euro e sull’impegno della Grecia a pagare i propri creditori purché sia concesso al Paese di crescere.

Ora speriamo che sia l’idea di Obama a vincere in tema di crescita e non quella di Angela Merkel o del vicepresidente della Bce Vitor Constancio, il quale ha avvertito che la Bce smetterà di comprare i titoli ‘spazzatura’ del debito pubblico di Atene, come garanzia dei finanziamenti per le sue banche, se il nuovo governo greco dovesse uscire dal piano di aiuti della Troika e quindi da una politica di tagli e non di investimenti, come invece propone il presidente USA. Carlo Di Stanislao, De.it.press 3

 

 

 

 

Da Napolitano a Mattarella. Un lascito immenso passa in mani affidabili!

 

Abbiamo vissuto un periodo politico intenso e di grandi tensioni. Le votazioni parlamentari sulla legge elettorale, la riforma del Senato e il nuovo Presidente della Repubblica, hanno messo a dura prova la tenuta del governo guidato da Matteo Renzi. L’assetto politico ha retto nel delicato passaggio da Giorgio Napolitano a Sergio Mattarella. Ricordate quando due anni fa il Parlamento si è dovuto rivolgere proprio a Napolitano per assicurare all’Italia un Capo dello Stato condiviso?

Il lascito istituzionale, politico e morale del Presidente Napolitano è immenso. Il sistema democratico italiano ha retto di fronte all’acutezza della crisi economica e sociale, al logoramento della politica e all’inefficienza dell’apparato istituzionale e amministrativo. Voglio condividere con voi il saluto al Presidente Napolitano, che in questi anni ha rappresentato per il Paese un insostituibile fattore di stabilità e di tutela del nostro sistema democratico.

 

Il saluto a Giorgio Napolitano

Come parlamentare all’estero ho un motivo in più di gratitudine. Ha saputo dare all’Italia un’immagine straordinaria. Per me è motivo di orgoglio e dignità. Il convinto e radicato europeismo di Napolitano, inoltre, ha rappresentato un faro per l’Italia e gli altri Paesi europei. Per tutto questo, dal profondo del cuore, io che l’ho conosciuto dal punto di vista umano, grazie, Presidente Napolitano, anche a nome dei milioni di italiani che vivono oltre i confini nazionali.

Ora il Paese trova in Mattarella un riferimento affidabile e una guida esperta e sicura. Questa elezione cade in un momento in cui s’intravedono segnali di ripresa che devono essere assecondati con la stabilità politica, l’efficacia dell’azione di governo e l’approdo delle riforme indispensabili per rendere il Paese più moderno e veloce. Siamo fiduciosi che sotto la guida equilibrata ed esperta del Presidente Mattarella ognuno saprà rispondere alle sue responsabilità, concorrendo a far conquistare all’Italia il posto che merita e a far procedere il processo di riforme istituzionali.

 

Gli auguri al Presidente Mattarella

Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, di cui ha raccolto l’eredità politica e morale, senza mai utilizzare, a proprio favore, il terribile dramma famigliare. Altri ne hanno evidenziato la  personalità, il carattere schivo, la misura delle parole, l’assoluta integrità. Parlo di come l’ho conosciuto nelle aule parlamentari, nella Giunta delle elezioni  e nella commissione Esteri della Camera dei deputati. Svolgeva il ruolo di capogruppo con un tratto di umanità e rispetto a me sconosciuti in altri ambienti della politica.

Sconfiggeva la mia timidezza dell’esordio, incoraggiandomi a intervenire su ogni argomento in cui, a suo giudizio, potevo dare un  contributo. Fu il protagonista, nella giunta delle elezioni, del processo Previti, l’indegno rappresentante nel  Parlamento repubblicano. Per me, è stato e rimane un maestro. Non proveniva dalla mia esperienza politica. E ciò, è ancora più importante. Auguri, mio caro Presidente. Auguri a te e alla nostra Italia! On. Farina

 

 

 

 

Gli studenti Erasmus ed i lavoratori italiani temporaneamente all’estero ammessi al voto per corrispondenza

 

ROMA - “L’ammissione degli studenti Erasmus e dei lavoratori italiani temporaneamente all’estero al voto per corrispondenza in occasione di consultazioni politiche e referendarie è una soluzione giusta ed attesa, che risolve una delicata questione di esercizio di un diritto primario di cittadinanza e di partecipazione alla vita democratica del Paese”. È quanto si legge in una nota congiunta dei deputati Pd eletti all’estero - Farina, Fedi, Garavini, La Marca e Porta – all’indomani dell’approvazione dell’Italicum in Senato.

“Nel corso di questa legislatura – ricordano i cinque parlamentari – noi stessi avevamo avanzato proposte di legge che prevedevano diverse soluzioni per risolvere il problema. In Senato, nell’ambito della riforma della legge elettorale, si è deciso di prevedere la ricaduta del voto nella circoscrizione Estero, anziché nei collegi italiani, per ragioni di ordine tecnico che non avrebbero consentito la partecipazione all’eventuale secondo turno previsto dalla nuova legge elettorale”.

“Noi che siamo testimoni diretti della lunga esclusione dal voto di milioni di cittadini italiani residenti all’estero, ai quali non si lasciava altra alternativa che tornare in Italia per votare, - proseguono – esprimiamo la nostra soddisfazione per il fatto che a cittadini italiani residenti per studio, lavoro o cure all’estero non sia negata la possibilità di esercitare un loro diritto fondamentale. Una soddisfazione non minore ci deriva dalla constatazione che la tanto criticata circoscrizione Estero e il non meno vituperato voto per corrispondenza, quando si tratta di corrispondere ad essenziali diritti di cittadinanza, come la Costituzione ci impone di fare, siano considerate soluzioni idonee e necessarie, anzi le uniche concretamente in grado di soddisfare un’esigenza di effettività nell’esercizio di diritti politici”.

“Le misure adottate – annotano Farina, Fedi, Garavini, La Marca e Porta – avranno verosimilmente la loro definitiva approvazione con il prossimo passaggio della legge elettorale alla Camera e saranno sperimentate sul campo con le prime consultazioni elettorali, che comunque non sono imminenti. Ci sarà modo, dunque, di riflettere come esse possano essere migliorate per rendere ancora più piene le prerogative degli elettori temporaneamente all’estero, dal momento che nella circoscrizione Estero allo stato delle cose essi potranno esercitare l’elettorato attivo, non quello passivo, e che la loro partecipazione al voto non concorrerà alla definizione del quorum nazionale. Per i militari e gli addetti alle forze di polizia in servizio all’estero forse non è inutile una riflessione approfondita se far ricadere il loro voto nelle singole ripartizioni della circoscrizione Estero oppure su un collegio italiano, com’è avvenuto nelle ultime due tornate elettorali”.

“In ogni caso, - osservano – il Parlamento, collocandosi in un’ottica recettiva e dinamica rispetto al fenomeno delle mobilità internazionali, dà un segnale di visione e di presenza che aiuta a superare i limiti di provincialismo con cui si è tradizionalmente guardato a questi fenomeni e a ricollocare il Paese in un orizzonte più ampio, nel quale la crisi di questi anni ha sospinto centinaia di migliaia di nostri concittadini, in genere culturalmente e professionalmente qualificati. La partecipazione di questi cittadini italiani alle dinamiche culturali, politiche e civili che si sono sviluppate nella circoscrizione Estero non mancherà, infine, di facilitare il dialogo tra le varie componenti dell’emigrazione italiana, - concludono – facilitando – sono la nostra speranza e il nostro impegno – il dialogo tra i molteplici protagonisti e le diverse esperienze”. (aise)

 

 

 

 

La coerenza

 

La Politica dello Stivale, quella che gli italiani non intendono più tollerare, è tornata alla ribalta; proprio a pochi giorni dall’inizio d’anno. Il bilancio per il 2014, ancora in analisi, è stato, comunque, negativo. Il calo, generale, della Borse non poteva escludere il Bel Paese. Ai problemi, secondo noi, se ne aggiungeranno altri. Nonostante tutto, cambiare registro bisogna.

 

 Non l’ha inteso solo la Maggioranza Parlamentare che consente all’Esecutivo di governare. Anche se in tempi differenti, i cambiamenti ci saranno. Il Paese, oltre alla crisi economica, dovrà fare i conti su una ridistribuzione della politica e, forse, anche delle Alleanze. Nel frattempo, il dibattito sulla nuova legge elettorale procede ancora troppo in sordina. Ciò non è bene per chi gestisce la politica di oggi, ma neppure per chi dovrà gestirla domani. Resta, poi, da conoscere la strategia del nuovo Capo dello Stato.

 

 Dopo tanti proclami, anche le questioni di riforma istituzionale incalzano. Il potere dei politici dovrà adeguarsi ai tempi nuovi. Anche se non è detto che siano migliori. Le suddivisioni delle attribuzioni dello Stato saranno, di conseguenza, adattate alle nuove esigente di un Paese che vuole ritrovare se stesso in un’Europa più disponibile a condividere i problemi degli Stati membri.

 

 Alla metà del secondo ventennio del nuovo secolo, abbiamo assistito a un’involuzione di tante, troppe, questioni nazionali. Col mutamento delle prospettive di confronto, anche l’”opposizione” potrebbe non essere solo dei perdenti alla futura tornata elettorale. La governabilità nazionale ha da ritornare al voto popolare. Senza preconcetti e con la chiarezza di programmi comprensibili.

 

Anche se l’Esecutivo è formato, in prevalenza, da giovani, la politica italiana è invecchiata e minata da troppi segnali di disonestà che l’hanno portata sempre più lontana dalla base alla quale dovrebbe fare riferimento. Del resto, abbiamo anche imparato che i partiti”gradi” si sono fatti più “piccoli”. Ma senza i “piccoli” non si governa. Fermo restando il concetto che è più facile criticare che proporre.

 

 Insomma, prima della primavera, verificheremo sino a che punto il nostro Primo Ministro sarà riuscito in quell’azione di connessione tra i partiti che gli hanno dato fiducia; senza della quale ogni altra circostanza perderebbe senso. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Giorno della Memoria per non dimenticare

 

Celebrato il settantesimo anniversario della fine dello sterminio nazista degli Ebrei. Che però molti vogliono ancora annientare

 

  Data importante, il 27 gennaio, giorno in cui l’esercito russo fece irruzione nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i sopravissuti all’eccidio messo in atto dai nazisti per eliminare i cosiddetti “nemici dello Stato”: le migliaia di Ebrei, oltre a quelli uccisi nelle città e nei villaggi di Polonia, Ucraina, Bielorussia, Russia, o nel ghetto di Varsavia, i Testimoni di Geova, gli zingari, gli omosessuali, i disabili ed i cittadini che non condividevano la politica di Hitler. I lager erano circa 20.000, affidati ad unità delle SS; i reclusi erano obbligati al lavoro forzato e poi eliminati, il più delle volte tramite cremazione, quando non perivano per sfinimento, malnutrizione, esposizione alle intemperie o conseguenze degli esperimenti medici effettuati su di loro. Ne morirono circa 8 milioni, donne e bambini compresi, ma il numero esatto non è noto; ben pochi riuscirono a sopravvivere in quei luoghi infernali, specialmente in Polonia, Stato con la più grande popolazione ebraica. I circa trecento ex prigionieri di Auschwitz che sono sopravvissuti hanno ancora il numero tatuato sul braccio.

  Un abominio di cui siamo, più o meno, tutti a conoscenza. Che, secondo Matteo Renzi, “ha varcato il confine dell’umanità per entrare nella dimensione del male assoluto" e ha dato vita alla Giornata della Memoria, festeggiata quest’anno in 42 Paesi occidentali ed in moltissime città italiane, con manifestazioni diverse. A Roma, la Fandango, casa di produzione e distribuzione cinematografica e televisiva, ha esposto disegni e quadri, spesso eseguiti da sopravissuti, dai quali si evince il dramma di chi fu imprigionato ed ucciso; ad Asti il Circolo Filarmonico ha eseguito un concerto per non dimenticare il genocidio degli zingari ed “accordare passato e presente”; ad Acqui è stato inaugurato il “Bosco dei giusti” nel cimitero ebraico; a Novi Ligure c’è stato, al Museo dei campionissimi, un incontro in merito con gli studenti; nell’aula magna della scuola media di Arquata sono stati proiettati alcuni video. 

  Milano ha rivissuto quelle stragi nel Memoriale della Shoah, situato sotto la stazione Centrale, dove è posizionato il “Muro dei Nomi”, sul quale si leggono i nominativi di quanti furono deportati su vagoni bestiame verso i campi di sterminio e dei sopravvissuti, tra i quali 2 dei 40 bimbi sottoposti ad esperimenti sulla tubercolosi ad Amburgo. A Genova, nel Palazzo Ducale, la Cerimonia si è svolta  con un discorso del Prof. Bruno Maida, cui è seguita la premiazione del concorso I giovani ricordano la Shoah e la consegna degli attestati di riconoscimento agli Eredi dell’Aned. A Torino, a Palazzo Madama, è aperta una mostra che permette al visitatore di appurare il contributo dato da Primo Levi alla conoscenza dei Lager tramite i libri “Se questo è un uomo” e “I sommersi e i salvati”. A Firenze, sono stati ripercorsi, tramite bozzetti, fotografie ed articoli di giornale dell’epoca, gli eventi che coinvolsero il nostro Paese e le tragiche ripercussioni sugli Ebrei fiorentini e sugli 8.000 Italiani che vi persero la vita.

  Ottime iniziative, senza dubbio, che dimostrano, secondo il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, quanto l’Italia sia “in prima fila contro l’antisemitismo e contro tutte le intolleranze religiose… per favorire il rispetto delle identità religiose”, e “ricordare, perché non debba accadere di nuovo. Perché gli uomini rimangano uomini e non diventino numeri. Perché il nostro passato non diventi il futuro dei nostri figli. Perché la lezione che ricaviamo dalla storia ci sia di guida giorno dopo giorno”. Che, invece, non ha insegnato granché, a giudicare dai tanti episodi di antisemitismo attuali. A volte solo provocatori, come successo a Roma dove è stato affisso uno striscione con su scritto: “Olocausto menzogna storica, Hitler per 1000 anni”, ma non per questo meno offensivi, se vi si nega il massacro e si glorifica la mente criminale che lo volle. Più spesso, però, sanguinari, eseguiti da Islamici ma pure da cittadini europei, a Roma, a Parigi, a Londra, a Gerusalemme, in molte città arabe e in Israele. Secondo la giornalista ebrea, Fiamma Nirenstein, “nei primi sei mesi del 2014 gli incidenti antisemiti sono cresciuti in Europa del 436%, del 1200% in Sud America, del 600% in Sud Africa, dell'800% in Oceania, del 127% in USA, del 100% in Canada”. Dovuti anche al fatto che l'ONU ed i suoi derivati hanno collaborato alla rinascita dell'antisemitismo, non contrastando la delegittimazione islamista ed avvalorando le tesi dei Palestinesi e di quanti ritengono che Israele, definita da  Ahmadinejad uno Stato totalmente razzista che ha occupato la Palestina, con-duca una guerra di sterminio contro di loro, mentre è solo di difesa. In effetti, “l’antisemitismo è tra noi e nessuno riesce a ucciderlo”, afferma in un suo libro Daniel Goldhagen, con le stesse caratteristiche assassine di un tempo.

  Ben venga la Giornata della Memoria, dunque, se serve a far ricordare le vittime di ieri. Ma, soprattutto, se riesce a non far continuare una delle più abominevoli brutture che affliggono il mondo. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Il Governo salvaguarda i Comites e favorisce il rinnovo in tutte le sedi

 

Il 2015 si è aperto con una novità importante circa le prossime elezioni per il rinnovo dei Comites, che si terranno il prossimo aprile: la decisione, da parte del Ministro Gentiloni, del Sottosegretario Giro e del Governo, di riconvocare le elezioni in quelle circoscrizioni consolari nelle quali non era stato possibile presentare alcuna lista e che, quindi, non avrebbero avuto un rinnovo degli eletti uscenti dopo ben dieci anni.

Questa decisione è stata sicuramente frutto di una discussione complessa, di diverse interpretazioni giuridiche, di persino aspri confronti politici e, a mio avviso, va letta come un punto di incontro e di sintesi che sottolinea la volontà del Governo di salvaguardare i Comites cercando di non lasciare scoperte e inattive diverse sedi istituzionali italiane e una importante rappresentanza democratica territoriale. Anche se questo può creare dissapori politici e problemi amministrativi.

Ma la decisione del Governo favorirà una possibilità in più per aumentare anche la partecipazione dei cittadini al voto del 17 aprile prossimo e a rinnovare anche quei Comites che nella prima fase erano rimasti senza candidati: colpa non attribuibile né al Governo né all’elemento di riforma da esso introdotto con la richiesta di iscrizione nell’elenco degli elettori per chi volesse esercitare il diritto di voto.

Ora, dunque, spetta a quei cittadini italiani delle 24 circoscrizioni consolari interessate mostrare il loro interesse a partecipare insieme alla capacità di mobilitazione attraverso la raccolta delle firme necessarie per presentare le liste. Occorre farlo, come prescrive il DPR 395 del 2003 (lo stesso che ha regolato la presentazione delle liste nel 2004), dal 6 al 16 febbraio 2015. Pena la definitiva non ammissione delle liste.

Dunque, questo è il momento dell’impegno e della mobilitazione per le liste e gli aspiranti candidati. Poi si dovrà tornare alla discussione politica su come gestire i Comites e all’iscrizione – per chi non l’abbia ancora fatto – nell’elenco degli elettori: iscrizione necessaria per poter ricevere il plico elettorale e votare e che si potrà fare anche via fax o mail (allegando la copia del documento d’identità) presso i consolati fino al 18 marzo 2015, anche se si è già iscritti all’AIRE.

Dunque, a febbraio, si potranno presentare le liste per il rinnovo dei Comites nelle circoscrizioni consolari di Atene, Bangkok, Barcellona, Bogotà, Bucarest, Chicago, Città del Capo, Detroit, Dublino, Edimburgo, Liegi, Lione, Lisbona, Madrid, Nizza, Oslo, Perth, Praga, Pretoria, San Francisco, San José, San Marino, Stoccolma, Vienna.

Auguri a chi ci metterà l’impegno e la volontà.

Altra importante novità di questi giorni è l’introduzione della possibilità di voto all’estero per gli studenti Erasmus: era stato prima un chiaro impegno del PD all’estero nella campagna elettorale del 2013, poi divenuto un punto politico di tutto il PD con un odg approvato all’unanimità nella Direzione nazionale di gennaio dello scorso anno. Ma il cammino no si ferma qui, abbiamo ancora molte cose da fare. Eugenio Marino, Pd Cittadini nel mondo gennaio 2015

 

 

 

 

I capitali detenuti dagli italiani all’estero

 

ZURIGO  - “Nella forma è irritante. Un’ulteriore conferma, l’ennesima, che se espressi in inglese alcuni concetti, non solo sarebbero sintomo di modernità, ma assumerebbero maggior efficacia comunicativa, guadagnandosi, di conseguenza, un’aurea di credibile serietà (o di seria credibilità).

Quasi che, se formulati in italiano, gli stessi concetti esprimessero polveroso passatismo, in quanto tali meritevoli di scarsa o nulla considerazione. Tant’è, e, dell’anglofilia dilagante, me ne dolgo. Ignoro quanto irritante possa esserlo anche nella sostanza. Non solo per gli inevitabili impicci burocratici, tutt’altro che marginali”. L’accordo italo-svizzero sul rientro dei capitali: di questo scrive Giangi Cretti nell’editoriale che apre il nuovo numero de “La Rivista”, mensile che dirige a Zurigo.

“Comunque, ciò che conta, è che è una legge dello stato (nr. 186 del dicembre 2014.) e come tale, formulata in italiano o in inglese, va rispettata. Mi riferisco alla voluntary disclosure (davvero non si poteva chiamare: dichiarazione o regolarizzazione o collaborazione, volontaria?) finalizzata all’emersione e alla regolarizzazione, resa appunto volontaria per legge (in tal senso è un po’ coatta, no?), dei capitali e dei beni italiani detenuti all’estero; con particolare riferimento, nel nostro caso, alla Svizzera, dove, da alcune stime, non si sa quanto attendibili, si presume vi sia ancora depositato il 45% dei beni “sommersi”.

In cosa consista, ce lo illustra, con rigore fiscale sulle pagine della Rivista, il nostro collaboratore Alberto Crosti, precisando che la procedura modifica totalmente il consueto e storico approccio che contraddistingueva le sanatorie (scudi di tremontiana memoria) di natura fiscale, alle quali il governo italiano, in un paio di occasioni ha fatto ricorso.

Innanzitutto, il costo per aderirvi è pressoché equivalente alle imposte che sono state sottratte al fisco italiano. Inoltre, il contribuente ha ora interesse a sanare una sua posizione irregolare stante il fatto che la rete dello scambio di informazioni tra i vari paesi sta velocemente estendendosi.

In considerazione di questa tendenza, assente in occasione dei vari condoni fiscali, in questo caso il governo non concede sconto alcuno a livello di imposte da pagare, applicando però da un lato un regime sanzionatorio ridotto, e dall’altro sterilizzando eventuali effetti di natura penale.

Ad imprimere un’accelerazione a questa procedura è arrivato l’annuncio della prossima sottoscrizione (entro metà febbraio, si dice e comunque prima del 2 marzo) dopo anni di negoziato dell’intesa fra Italia e Svizzera, che modificherà l’attuale trattato sulla doppia imposizione, rivedendo l’articolo sullo scambio di informazioni per adeguarlo all’ultimo standard Ocse.

In pratica: chiunque abbia soldi in Svizzera se oggi aderisce alla procedura volontaria paga per intero le tasse se il denaro è frutto di evasione e solamente una sanzione se invece, pur avendo pagato le imposte, non ha indicato (nel quadro RW) della dichiarazione dei redditi il possesso di denaro all’estero. Al contrario dei precedenti condoni, non si garantisce l’anonimato al contribuente “pentito” ed in cambio di ciò viene garantitala non sottoposizione a procedimento penale. Se Berna e Roma firmeranno la versione definitiva del trattato entro il 2 marzo, al di là dell’iter parlamentare di approvazione, essa avrà effetti immediati: primo fra tutti l’ammissione della Svizzera nei paesi white-list.

Il che comporta grandi vantaggi, ad esempio: alcuni costi sopportati dalle imprese italiane per servizi resi dalla Svizzera diventano deducibili, ma soprattutto, per chi aderisce alla voluntary disclosure, si dimezzano sia le sanzioni sia gli anni di accertamento da parte dell’Agenzia delle entrate.

Così, mentre la multa per omissione della compilazione del quadro RW per gli stati della black-list è dell’l% del valore delle somme depositate all’estero, per quelli ‘bianchi’ è dello 0,5%. Oppure, mentre gli anni da regolarizzare (sia per le sanzioni sia perle imposte non pagate) per le nazioni “nere” sono 10, per quelle ‘bianche’ sono 5: ne deriva che, grazie all’accordo, chi aderisce alla dichiarazione volontaria dalla Svizzera godrà di questi benefici.

Detto questo, e pagato il giusto tributo alla trasparenza, è bene evitare che la stessa si trasformi in comodo pretesto. D’altro canto, se è un conto attrarre capitali esteri assicurando opacità ad individui ed aziende, tutt’altra cosa invece offrire procedure snelle e garantiste nonché aliquote basse. A questo punto non resta che attendere.

L’ex segretario di Stato USA Henry Kissinger era solito dire che “l’accordo ideale è quello in cui le due parti sono egualmente insoddisfatte”. Ascoltando le razioni e registrando la cauta soddisfazione da una parte dall’altra, verrebbe da dire che quello annunciato sia proprio un accordo (quasi) buono”. (aise 2)

 

 

 

 

La nuova emigrazione italiana in Europa, conferenza a Bruxelles il 21 e il 22 marzo

 

BRUXELLES – Una conferenza sulla nuova emigrazione italiana in Europa. Si terrà a Bruxelles nei giorni 21 e 22 marzo promossa dal circolo Pd di Bruxelles con la rete dei circoli Pd in Europa.

“I dati demografici sono chiari: l’Italia è tornata ad essere un Paese di emigrazione. Nel nuovo contesto della cittadinanza europea la mobilità assume un nuovo e più complesso significato” evidenzia il Pd di Bruxelles spiegando che la conferenza ha l’obiettivo di “promuovere una coscienza comune del Pd sulla nuova emigrazione e proporre strumenti in grado di venire incontro ai bisogni sociali e politici di tale fenomeno”. Nel corso delle due giornate ci si confronterà “insieme a testimonianze dirette di esperienze sociali e professionali dell'emigrazione italiana in Europa” e “saranno presenti anche altri parlamentari e rappresentanti nazionali del Partito Democratico”.

Il programma della due giorni .

Sabato 21 marzo 15:00-18:30 1. Sessione Plenaria - L’emigrazione italiana nel contesto europeo.

Analisi dei numeri dell’emigrazione e della mobilità italiana in Europa: provenienza  e origine sociale, destinazione geografica e occupazionale, stratificazione e interazione con le precedenti generazioni di emigrazione. Tale fenomeno sarà approfondito anche all’interno del quadro della mobilità e della cittadinanza europea, dei diritti ad esse sottostanti e delle opportunità economiche.

a. L’Emigrazione Italiana: rapporto Migrantes / Istat / Censis; b. Mobilità in Europa: numeri e tematiche studio CEPS; studio ETUI ; c. Politiche italiane ed europee per la mobilità: CGIE e Commissione Europea

2. Plenaria - La nuova emigrazione: temi di un’identità. Chi sono e cosa fanno i nuovi italiani all’estero? Come identificano il rapporto con l’Italia e che bisogni esprimono verso lo Stato italiano, la politica e la società italiana? Soprattutto, su quali istanze sociali si può articolare la loro identità collettiva? Si percepiscono come italiani all'estero o come cittadini europei? In questa sessione sarà raccolta una serie ordinata di testimonianze divise in alcuni macro-temi (partecipazione politica, bisogni sociali, rapporti con le istituzioni, potenziale economico) che saranno poi sviluppati nei tavoli di lavoro per l’elaborazione di proposte politiche nella giornata successiva.

Domenica 22 marzo 10:00-16:00

3. Tavoli di Lavoro: Nuove politiche per l’emigrazione italiana

Sessioni parallele di approfondimento e analisi moderate da un esperto: 1. Partecipazione politica: attivismo, associazionismo, reti associative, patronati, partiti, rapporto tra politica, gruppi d’interesse e società. 2. Rapporto con le Istituzioni: il sistema di voto degli italiani in Europa, strutture e risorse della rete consolare, riforma AIRE e CGIE, rapporti con i Paesi europei di adozione. 3. I bisogni sociali: welfare e famiglia, ruolo dei patronati, disoccupazione, nuove povertà ed espulsioni. 4. Italiani in Europa come risorsa: condizione lavorativa, profili occupazionali

(studenti, ricercatori, professionisti, precari, imprenditori), potenziale economico della rete degli italiani in Europa.

4. Plenaria – Conclusioni politiche. Nella plenaria finale i moderatori presenteranno le proposte politiche emerse nei tavoli tematici e si ricaveranno conclusioni operative rivolte ai rappresentanti istituzionali e politici presenti, anche in vista di ulteriori iniziative in rete tra i partecipanti alla conferenza. (Per tutte le informazioni : www.pdbruxelles.eu)  (Inform 6)

 

 

 

 

 

I fatti

 

Lo scorso anno, in apertura delle nostre corrispondenze per il 2014, eravamo stati lapidari: ” Il Paese avrebbe continuato a evidenziare una complessa devoluzione socio/politica, con gravi riscontri economici”. Ora, in questo 2015, nato disgraziato, lo riconfermiamo e parecchi segnali in negativo, purtroppo, ci danno ragione.

 Le assicurazioni e le promesse di Renzi non hanno sortito risultati rilevanti. La deflazione nazionale, accentuata dal calo del dollaro USA, non facilita, come qualcuno ha affermato, la nostra economia. Tant’è che la disoccupazione “primaria” resta sempre incontrollabile e la “secondaria” (licenziati e cassa integrati) mantiene posizioni di tutto rispetto. Il calvario della Grecia è più vicino alla nostra realtà di quanto potrebbe apparire.

 L’anno nuovo, con tutti i suoi interrogativi, dovrà essere affrontato con coerenza; ma senza troppe illusioni politiche. I dodici mesi d’Esecutivo di Centro/Sinistra non ci hanno persuaso. Tanto che, ora, ci guardiamo bene dall’azzardare qualche ragionevole ottimismo. Intanto, il primo segnale importante sarà la nomina del nuovo Capo dello Stato. Ovviamente, alla vecchia maniera. Poi, le parziali elezioni regionali potrebbero offrire una visione, anche se solo territoriale, di come si “punta” in Italia.

 Già da qualche anno, la favola del “Buon Governo” non interessa più nessuno. Anche perché mancherebbero gli ascoltatori. Però, con molta meraviglia, ci sentiamo di riconoscere che tra Maggioranza ed Opposizione gli spazi non si sono dilatati maggiormente. Anche se esiste, fatto più unico che raro, una doppia”opposizione”. Quello che si evidenzia è che tutti i partiti hanno preso atto di un ridimensionamento dei loro simpatizzanti. I tempi delle maggioranze” assolute” sono tramontati col secolo scorso. Il nostro futuro potrebbe avere molteplici sviluppi. Elencare quali sarebbero, ci porterebbe lontano; magari perdendo di vista le limitate “mutazioni” dell’attuale. Da noi, purtroppo, le cose politiche continuano a muoversi al solito modo. Senza alleanze, ovviamente, non si può governare. Il tutto con il riconoscimento di compromessi e di poltrone intercambiabili.

 Da febbraio, Renzi dovrà affrontare le insidie di un Parlamento sempre meno concorde. Un successivo rafforzamento logistico dell’opposizione potrebbe essere il primo segnale del tramonto di un Esecutivo nato da un trapianto che potrebbe minacciare il “rigetto”. Prima della primavera, tutti i partiti, di Maggioranza e d’Opposizione, si dovranno chiarire le idee. Soprattutto nel rispetto dell’elettorato

 Sono anni, troppi anni, che i loro programmi si sono solo adatti alle loro voglie politiche; non certo per salvare l’Italia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti; anche dei più agnostici. I fatti sono questi. Il resto è leggenda.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Atlante politico: effetto Quirinale anche sul premier

 

Il nuovo presidente della Repubblica parte da dove aveva cominciato Napolitano nel 2006. La sua elezione sembra giovare a Renzi, la cui popolarità risale di tre punti, toccando il 49 %. In crescita Vendola e Sel, ma anche i partiti di centro: oltre il 5 per cento. 5Stelle stabili. Sì a Mattarella da 6 italiani su 10 e anche il governo recupera Il Pd torna a salire, Fi e Lega giù- di ILVO DIAMANTI

 

Pochi giorni dopo l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica, il clima d'opinione verso le istituzioni e il sistema politico, fra gli italiani, è cambiato. In particolare, è migliorata l'immagine del governo e del suo premier. Inoltre, si è rafforzato il PD. Ma, soprattutto, è risalita in modo repentino la popolarità del Presidente. Il sondaggio appena concluso da Demos per l'Atlante Politico rileva, infatti, come il 59% degli italiani (intervistati) esprima (molta o moltissima) fiducia nei confronti di Sergio Mattarella. Si tratta, dunque, di 15 punti in più rispetto a Giorgio Napolitano, al momento della conclusione del suo (secondo) mandato. In altri termini, 6 italiani su 10 oggi attendono il Presidente con fiducia.

 

Una maggioranza larga, come quella, d'altronde, che aveva guardato con fiducia Napolitano, al momento dell'insediamento, nel maggio 2006. E ha continuato a sostenerlo, per molti anni. Unico riferimento unitario di un Paese diviso. Oggi, evidentemente, il Paese attende, spera, di potersi riunire di nuovo intorno al Presidente. Anche se i consensi nei suoi riguardi riflettono, sostanzialmente, le dinamiche politiche che ne hanno accompagnato l'elezione. Il sostegno a Mattarella, infatti, è molto elevato a centrosinistra. Anzitutto fra gli elettori del PD. Ma è ampio anche nella base di SEL e del Centro (prossimo al 60%). Mentre è molto più limitato (30% -40%) fra gli elettori di FI e del M5s. Che, in Parlamento, non hanno votato per Mattarella. Il quale, invece, ottiene un consenso (di poco) maggioritario dalla base elettorale della Lega e dei Fratelli d'Italia.

 

Il nuovo Presidente della Repubblica, dunque, sembra aver ristabilito il legame di fiducia con gli italiani. Tuttavia, le stesse ragioni che avevano prodotto il distacco fra il Quirinale e l'opinione pubblica, durante l'ultimo anno, incombono ancora. E rischiano di complicare, presto, il percorso presidenziale di Mattarella. Chiamato, da subito, a confrontarsi con la nuova legge elettorale e le riforme costituzionali. In un contesto politico segnato da nuove tensioni. Anzitutto, dal contrasto fra Renzi e Berlusconi, che si è acceso proprio in occasione dell'elezione del Presidente. Il PdN, il Patto del Nazareno, oggi sembra meno solido. Secondo alcuni, si sarebbe perfino dissolto.

 

A guardare i dati dell'Atlante Politico, però, questa frattura (se di frattura davvero si tratta), ma, soprattutto, l'elezione presidenziale sembrano aver fatto bene al governo e al premier. La fiducia nei confronti del governo, infatti, è risalita di 4 punti nell'ultimo mese. Oggi è al 46%, come in dicembre. Ha recuperato consensi presso gli elettori di tutti i principali partiti. Per primo, evidentemente, il PD (quasi 80%). Ma anche SEL e AP. Perfino FI e il M5s. Unica eccezione: la Lega e i Fratelli d'Italia. Parallelamente, è cresciuta anche la popolarità personale di Renzi. "Stimato" dal 49% degli elettori, 3 punti in più del mese scorso. Una ripresa significativa, per quanto limitata, perché avviene dopo mesi di declino. Renzi, peraltro, è il leader di partito che vede aumentare maggiormente il proprio credito, insieme a Vendola e alla Meloni. Anche se l'unica "opposizione personale" al premier continua ad essere proposta da Matteo Salvini. Il leader della Lega, ormai proiettato decisamente oltre il Po.

 

È, tuttavia, interessante osservare come gli orientamenti di voto, in questa occasione, siano solo in parte coerenti con le valutazioni "personali" sui leader. Se non per quel che riguarda Renzi e il "suo" partito. Alla ripresa di consensi del Capo, infatti, corrisponde la crescita del PD, che, secondo le stime di Demos, rispetto a gennaio, è aumentato quasi di un punto e mezzo e si attesta al 37,7%. Il livello più alto da ottobre. Peraltro, ormai pare non aver più avversari. Salvo il M5s, che resta attestato poco sotto il 20%. Unica opposizione, che, tuttavia, non riesce a entrare nel gioco delle alleanze. Percepito (e usato) dagli stessi elettori non tanto come alternativa di governo, ma come canale di dissenso. Malessere. Verso tutti. Calano, invece, i consensi ai principali partiti di Destra. Forza Italia: supera di poco il 14%. La stessa Lega, dopo molti mesi, conosce un arretramento significativo. Si ferma all'11%. Molto, rispetto alle Europee, e ancor più rispetto alle politiche del 2013. Ma 2 punti meno di dicembre. Lontana da Renzi e dal PD. Arretra anche di fronte a Berlusconi e a FI. Fra gli altri partiti, infine, crescono, in particolare, SEL e la Sinistra, ma anche i partiti di Centro. Entrambi oltre il 5%. Segno di una crescente "centrifugazione" del voto.

 

L'elezione di Sergio Mattarella sembra, dunque, aver rafforzato anzitutto l'istituzione che egli rappresenta. Il Presidente della Repubblica. Oggi è guardato con fiducia e speranza dalla maggioranza degli italiani. Questa elezione, però, ha restituito credito al Partito e al Governo di Renzi. Il PdR e il GdR escono rafforzati da questo passaggio. Insieme, ovviamente, al loro Capo (per citare una formula di Fabio Bordignon). Anche se si tratta di una fiducia "a termine". In vista delle prossime, urgenti, scadenze.

 

Economiche e istituzionali. Di certo, in questa fase, l'Italia appare un sistema mono-polista, più che bi o multi-polare. Perché ha un solo, unico Capo e un solo, unico partito che contino. Anche se, in Parlamento, la maggioranza del Governo di Renzi dipende da alleanze a geometria variabile - e instabile. Soprattutto dopo che il PdN si è logorato, se non spezzato. Anche perché Berlusconi, insieme a FI, appare indebolito dall'elezione presidenziale.

 

Per questo, a mio avviso, il Capo - del Governo e del PdR continua a pensare a nuove elezioni. Appena possibile. Anche se il percorso e i vincoli imposti dalla nuova legge elettorale rendono questa possibilità poco possibile. Ma governare un Parlamento eletto in epoca prerenziana, con un PD  -  allora bersaniano, inseguendo consensi liquidi, di giorno in giorno, penso che per Renzi sia sempre meno sopportabile. Psicologicamente, prima ancora che politicamente.  LR 8

 

 

 

 

 

Il provvedimento che consentirà agli italiani temporaneamente all’estero di esercitare in loco il voto elettorale

 

      Dal Senato un importante emendamento sulla riforma della legge elettorale  che consente agli studenti Erasmus ed ai  cittadini italiani temporaneamente all’estero per motivi di lavoro, studio, cure mediche o altre ragioni, di esercitare il diritto di voto in loco per corrispondenza nella Circoscrizione estero. L’emendamento diventerà legge con l’approvazione alla Camera.

      Si tratta di un  allargamento del sistema democratico del nostro Paese  alla partecipazione al voto che colma un vuoto di cui si sentiva tanto il bisogno.

      Destinatari del voto sono i candidati della Circoscrizione estero.

      Il diritto al voto è valido  per un’unica consultazione elettorale, per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della medesima consultazione elettorale, in un Paese estero in cui non sono anagraficamente residenti. La stessa modalità è valida altresì per i loro familiari conviventi.

      Per potere esercitare il voto per corrispondenza viene richiesto agli aventi diritto di inoltrare richiesta al Comune di iscrizione elettorale entro i dieci giorni successivi alla data di pubblicazione del decreto di convocazione dei comizi elettorali. La richiesta deve recare  l’indirizzo postale al quale inviare il plico elettorale, indicazione che viene comunicata dal comune al Ministero dell’Interno e da questo al Ministero degli Affari Esteri per l’inserimento di dati e nominativo negli elenchi speciali finalizzati a garantire il voto per corrispondenza nella Circoscrizione estero.

      Il diritto al voto è valido anche per le forze armate o le forze di polizia temporaneamente all’estero per missioni internazionali, ma le modalità tecnico-organizzative di formazione dei plichi, del recapito agli elettori e della raccolta dei plichi stessi, sono a cura del Ministero della Difesa, in considerazione della particolari condizioni locali e di intesa con i Maeci e il Ministero dell’Interno.

      Con esclusione dei militari all’estero, non è ammesso il voto per corrispondenza negli Stati con cui l’Italia non intrattiene relazioni diplomatiche e negli Stati nei quali la situazione politica o sociale non garantisce neanche temporaneamente che l’esercizio del voto per corrispondenza si svolga in condizioni di eguaglianza, di libertà e di segretezza. Sicilia Mondo 3

 

 

 

 

 

Ma quale consenso?

 

Lo avevamo scritto subito. Il Governo Renzi non avrebbe potuto favorire cambiamenti, efficaci, sul fronte socio/politico nazionale. E’ bastato quasi un anno di questo Esecutivo per farci comprendere che la vita nella Penisola non sarebbe cambiata e con prospettive migliori. Le riforme, magari, ci saranno, ma la mancanza di un leale dialogo politico potrebbe rendere vano ogni ragionevole compromesso. Tra le carte in gioco oggi si sente la mancanza d’equità. Per ora, il Governo può ancora contare su una certa fiducia del nostro Potere Legislativo. Ma il disagio non è più minimizzabile e, con un prodotto interno lordo (PIL) ancora in negativo e l’indice della disoccupazione in aumento, c’è poco da sperare. L’Italia sta pagando a caro prezzo il ciclo di trasformazione che dovrebbe farle superare il deficit economico. Sul fronte sociale il fermento non sfugge più neppure all’osservatore meno accorto. Il Parlamento s’è frenato, almeno questa è l’impressione, sulla riforma della legge elettorale. Meglio essere chiari da subito; anche per evitare interpretazioni di comodo che ci si rivolterebbero contro. Se si dovesse votare entro l’anno, il rischio d’implosione potrebbe vanificare i sacrifici che la Squadra ha stabilito per il Popolo italiano. Le prospettive non sono neppure chiare nell’Esecutivo che dei politici hanno bisogno per evitare d’uscire dalla porta di servizio. Questa sì che sarebbe una sciagura. E’ proprio questo timore che ci ha allertato per tentare di chiarire quale sarà la linea di Renzi nel primo semestre di questo 2015. Per ora, non ci sono premesse che possano farci intravedere una posizione meno traballante per la nostra economia. Le “esternazioni”non sono l’unica scelta per evitare “compromessi” sempre meno accettabili. Basta, infatti, uscire dal guscio nazionale per comprendere come siamo messi male. Meglio che la Legislatura, anche se molto formale, resista sino alla fine dell’anno. Il 2015, dicono, dovrebbe essere l’anno del rinnovamento. L’Esecutivo dovrà assumersi l’impegno, ovviamente non solo politico, per ridare fiducia al Paese nello spirito del cambiamento. La tesi di “tutti contro tutto” potrà piacere a livello discorsivo, ma la realtà italiana non è, certamente, quella. Insomma, non è tanto una questione di “maggioranza” o di “opposizione” che ci angustia. Siamo alla ricerca di volti nuovi con idee differenti per uscire dal tunnel della crisi. L’importante è, però, iniziare a intuire qualche segno, pur se marginale, di progressivo accomodamento. Dopo la parentesi Renzi, la Penisola sarà più spartana, ma, almeno, scevra da quel complesso di concause che l’hanno portato sull’orlo della rovina.  Giorgio Brignola

 

 

 

 

L’opposizione che non c’è. Il carro affollato del potere

 

Nelle tribù umane accade esattamente ciò che avviene nelle tribù dei nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé. Dopo che un membro del gruppo ha sconfitto i rivali al termine di una dura lotta di potere, diventando il maschio alfa, o dominante, si mette subito in moto un processo di bandwagoning: quasi tutti gli altri membri della tribù saltano sul carro del vincitore, corrono a rendergli omaggio. C’è però un’importante differenza. Fra gli umani, nel bandwagoning è sempre presente una dimensione comica. Perché gli umani sembrano obbligati a negare la vera ragione per cui saltano sul carro del vincitore, ossia il fatto che, come tutti, tengono famiglia. Sono costretti ad inventarsi i più nobili motivi, dichiararsi solennemente interessati solo al bene del Paese: non lo fo per piacer mio, eccetera.

È da quando Renzi è a capo del governo che, in parte per le circostanze e in parte per merito suo, della sua bravura, viviamo in un sistema politico praticamente senza più opposizione. Le più recenti ondate di bandwagoning, e quelle che seguiranno, rafforzano e consolidano questo nuovo carattere della politica italiana. Ciò porta con sé, oltre ad alcuni innegabili vantaggi, anche dei rischi. Rischi che riguardano sia il breve che il medio e lungo termine. I rischi di breve termine hanno a che fare con le politiche del governo. Renzi ha usato Berlusconi finché gli è convenuto per neutralizzare gli ultraconservatori della sua parte politica (la Cgil, la sinistra del Pd). Ma adesso, grazie agli smottamenti parlamentari in atto a suo favore, e a quelli che avverranno prevedibilmente nel prossimo futuro, egli ritiene di non avere più bisogno di quell’alleanza. I numeri parlamentari sembrano dargli ragione. Però non è verosimile che un così radicale mutamento degli equilibri politici non tocchi anche la sostanza dell’azione di governo. Renzi può negarlo quanto vuole ma è un fatto che, in mezzo a tante promesse e chiacchiere (una vera overdose), se qualche riforma è stata comunque fatta, ciò si deve anche all’apporto dei berlusconiani (un sostegno che, come Berlusconi ha appena ribadito, difficilmente ci sarà in futuro).

L’intelligenza di Renzi fu infatti quella di capire subito che non c’era riformismo possibile senza alleanza con la destra (di governo con Alfano, sulle riforme con Berlusconi), che l’alternativa sarebbe stata quella di diventare ostaggio della sua sinistra interna. Con la certezza di affondare nella palude e nell’immobilismo.

Ma basterà questa nuova massa eterogenea di profughi in fuga da territori (partiti) disastrati - dai 5Stelle a Scelta civica e, a breve, sicuramente, anche Forza Italia - a svolgere lo stesso ruolo che ha svolto il patto del Nazareno? C’è da dubitarne. E poiché Renzi è tutt’altro che sciocco è impossibile che non se ne renda conto anche lui. Vuole forse dire che egli accetta il fatto che avvengano cambiamenti di sostanza nella politica del governo, e che questo prezzo egli sia disposto a pagare volentieri in cambio della nuova unità del suo partito?

La fine dell’opposizione dovuta al generalizzato bandwagoning porta anche con sé rischi «sistemici». Che cosa è una democrazia senza opposizione? Precisiamo: è sbagliato lamentarsi del fatto che le riforme istituzionali in cantiere (legge elettorale, Senato) accrescano notevolmente il potere del premier. Chi teme questa concentrazione e la considera addirittura «antidemocratica», è vittima di un abbaglio: non sa che una forte concentrazione del potere nelle mani del primo ministro (Gran Bretagna, Germania, Spagna) o del presidente (Francia) è la norma nelle grandi democrazie europee. Ed è, inoltre, vittima di un pregiudizio culturale: crede che la tradizione italiana, quella della democrazia acefala, quella in cui nessuno comanda e tutti pongono, con successo, veti all’azione altrui, sia l’unica democrazia possibile o, almeno, la più bella del mondo. Non è così. Le riforme che accrescono il potere del governo dovrebbero essere accolte con favore perché possono rendere meno inefficiente il processo democratico.

Ma se una forte concentrazione del potere nell’esecutivo è la norma nelle democrazie europeo-continentali, non lo è invece l’assenza di una credibile opposizione. La mancanza di una tale opposizione finisce inevitabilmente per ingenerare nei governanti un eccesso di sicurezza e di arroganza (nel caso del governo Renzi, se ne sono già visti gli effetti, qua e là, in qualche occasione). Soprattutto, l’assenza di una credibile opposizione toglie al governo la tensione e l’attenzione che sono necessarie per schivare errori e passi falsi, come ha giustamente osservato Alessandro Giuli sul Foglio di ieri.

Da questo punto di vista, ciò che c’è di sbagliato nella legge elettorale detta Italicum non è il fatto che essa - come è giusto - dia a chi vince la possibilità di governare. C’è di sbagliato il fatto che essa non tuteli la democrazia contro il rischio di un’eccessiva frammentazione dell’opposizione. Abbiamo sperimentato per lungo tempo un bipolarismo che non funzionava, a causa della ferocia degli scontri e dell’odio etnico tra i due schieramenti. Può essere allora che il nostro destino sia quello di un «monopartitismo democratico» in grado di durare per tutto il tempo in cui dureranno la lucidità e la fortuna del suo leader. E destinato ad essere sostituito dal caos non appena lucidità e fortuna se ne andranno. Angelo Panebianco CdS 8

 

 

 

 

2015: la porta del futuro

 

Nella realtà nazionale, che stiamo vivendo, non c’è più posto per i livori e le critiche. Del resto, lo abbiamo sempre scritto: fare politica non è fare diplomazia. I rischi da correre ci sono. Anche perché, non sempre, l’idea si sposa con l’azione. Ora siamo nel 2015. Il passato non è da dimenticare; giacché potrebbe sempre servirci da lezione. Fuori e dentro l’area del Potere.

 

   L’Italia ha da ritrovare la via per uscire, con dignità, dal periodo negativo di questi anni del Nuovo Millennio. Insomma, c’è tutta una nuova strategia da scoprire e applicare ai fatti. Se gli attuali abbinamenti di Governo sono ancora sostenuti dagli interessati, riteniamo che non possano essere supportati dagli altri per molto tempo ancora. Con il futuro della Penisola non si può scherzare. Il Paese ha da recuperare quella fiducia che aveva in area UE e a livello internazionale. Quindi, se moralizzare è fondamentale, evitiamo di rintracciare quelli senza”peccato”. In politica, nessuno sarebbe degno di lanciare la prima pietra. Perché se le idee erano oneste, non sempre lo sono stati gli uomini che le hanno utilizzate per portare “acqua” ai propri Partiti. L’abbiamo capito tutti e questo è sufficiente.

 

 Sarà il Popolo italiano, prossimamente, a decidere del suo avvenire. Del resto, l’impegno che chiediamo al nostro Potere Legislativo, lo ribaltiamo anche al Potere Esecutivo. Ma non solo per una questione d’opportunità o d’emergenza. Il programma economico, che è stato  recentemente ufficializzato, dovrà essere concretizzato. Dopo le imposizioni fiscali e le nuove norme antievasione, ci sono delle scelte sociali da fare ed in fretta. La scena politica è in evoluzione; questo è certo. L’importante è evitare grossolani errori di percorso. Le mosse di Renzi non sono casuali. I fatti ci hanno dimostrato che uniti si può vincere e che l’onestà resta una carta che si può sempre giocare.

 

 Comprendiamo che i partiti di oggi non possono rinnegare le loro diverse origini, ma sono in grado di preferire un sostanziale rinnovamento istituzionale. Quello che vediamo all’orizzonte non dovrebbe più pesare solo sulle spalle del cittadino. Qualche rinuncia al vertice, andrà a favorire una ripresa alla base. Quella ripresa indispensabile per rimettere in attività l’Azienda Italia. Questa Legislatura, che non dovrebbe durare più dell’anno da poco iniziato, può rappresentare una via per ridare al Paese una prospettiva per il futuro. Questa volta, però, con strategie che tengano conto di chi intende “prendere” nei confronti di chi è disposto a “dare”.

 

 Come a scrivere che la “partita di giro” nella politica italiana, purtroppo, passa ancora nelle segreterie dei partiti che affollano il nostro Parlamento. Ne consegue che il rinnovamento Socio/Politico nazionale sarà possibile nella misura in cui si riuscirà ad evitare, pur con una certa diplomazia, verosimili errori di percorrenza. Ogni “novità” sarà motivo di riflessioni che ribalteremo, come da sempre, al parere del Lettori. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

«Non so l’italiano, come faccio?» Il pasticcio delle traduzioni ad Expo

 

Niente traduzioni né cuffie, nemmeno i programmi tradotti: le difficoltà degli stranieri alla tavola rotonda «Idee di Expo». La critica del console del Bangladesh

di Federica Cavadini

 

«Nessuna traduzione. Niente cuffie. Nulla. Nemmeno un programma con i titoli delle conferenze. Possibile? Torno a mani vuote, senza poter riferire nemmeno a grandi linee i contenuti di questa giornata». Rezina Ahmed è console generale del Bangladesh ed è vicecommissario per Expo del suo Paese, che parteciperà all’esposizione nel cluster del riso. Minuta, il timbro della voce basso, Rezina Ahmed, esprime pacata il suo stupore. «Sono stata invitata a questo evento, come altri ospiti internazionali che non parlano italiano, eppure arrivata qui scopro che non è previsto alcun tipo di servizio di interpretariato».

Racconta dell’arrivo all’accoglienza dell’Hangar Bicocca, con la sua assistente che un po’ di italiano lo parla: «Abbiamo chiesto dove trovare gli auricolari per seguire la traduzione simultanea, hanno risposto che questo servizio non è disponibile. Abbiamo chiesto almeno il programma della giornata in inglese, hanno risposto che era stato preparato soltanto in italiano. Materiali in inglese erano disponibili ai tavoli tematici, ai quali però noi non partecipiamo». Non ha rinunciato alla giornata pre Expo il console del Bangladesh, e alle due si è presentata puntuale alla conferenza su «Cooperazione internazionale ed Expo 2015». «In sala eravamo in tanti stranieri e siamo rimasti spiazzati, dispiaciuti, quando la presentazione è iniziata in italiano. Nessuno di noi ha potuto seguire», racconta ancora il console. «Sono molto riconoscente al viceministro (Lapo Pistelli, Affari esteri) che è stato così gentile da rivolgere anche in inglese almeno il suo saluto e l’invito a venire all’esposizione». Sorride, il console Ahmed, fa una piccola pausa e con delicatezza aggiunge: «Non vorrei fare una critica ma a Expo spero che sarà previsto un servizio di traduzione per i visitatori internazionali e che i materiali saranno disponibili anche in inglese». CdS 8

 

 

 

 

 

Elezioni Comites. Abbati (Aitef) a Gentiloni e Alfano: Gli italiani nel mondo devono votare utilizzando le nuove tecnologie

 

Il Presidente dell’AITEF (Associazione Italiana Tutela Emigrati e Famiglie), Giuseppe Abbati, in vista del rinnovo dei Comites, ha inviato una lettera al Ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, e al Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, per ribadire la necessità di utilizzare le nuove tecnologie in fatto di voto.

 

“Gli Italiani nel mondo - scrive Abbati - devono votare con l’utilizzo delle nuove tecnologie. Il voto elettronico dovrebbe essere introdotto per tutti. Anche in Italia. E’ impensabile che in Italia non debba essere introdotto e in Namibia sì! Una nazione che deve puntare sull’innovazione e sulle nuove tecnologie, costringe gli Italiani all’estero a percorrere centinaia di chilometri per richiedere una scheda! Ancora peggio, devono chiedere di votare! E’ possibile? E’ successo! E’ ora di dire basta! Tutti assicurano che il voto elettronico si può effettuare garantendo la segretezza! Perché non si procede? Perché non andare verso il nuovo, perché rinviare? Stiamo per approvare una nuova legge elettorale! Approviamo una legge che sia innovativa, che consenta a tutti di votare. E’ una grande prova per dimostrare che l’Italia crede nell’innovazione, l’invito di chi crede nella democrazia, nell’uguaglianza, nella parità, nei doveri, nella giustizia, valori spesso disattesi. Gli Italiani attendono con fiducia!”. Secondo il Presidente Abbati, per quanto riguarda il rinnovo dei Comites, “siamo ancora in tempo per evitare pesanti abusi, disparità ed illegalità. Il rinvio e la riapertura dei termini, così com’è stata attuata, non è servito a nulla, anzi! Gli italiani nel mondo si sentono discriminati, si vedano le tante lettere che inviano”.

 

Gli Italiani all’estero invitano il Ministro Gentiloni a ripensare i Comites, come aggiunge Carmelo Cicala, Presidente uscente del Comites di Washington D.C.: “L’autorità italiana riapre i termini di iscrizione e fissa la scadenza  naturalmente solo per quelle virtuose Circoscrizioni che già parzialmente avevano presentato delle liste, sia pure incomplete. Vedendo come stanno procedendo le iscrizioni - dichiara Cicala - saremo forse in grado di raggiungere un 5-6 % degli aventi diritto, sempre che alla ennesima proroga, fissata per il prossimo 17 aprile, riservata alle Circoscrizioni non escluse dalla riapertura dei termini elettorali, non si raggiunga il 7% degli aventi diritto. E allora appare chiaro che per poter esercitare il proprio diritto di voto, un italiano all’estero deve avere la fortuna di risiedere in prossimità di un Consolato, competente per Circoscrizione, che in molti casi comprende territori e distanze enormi, e che de facto esclude gli ivi residenti”.

 

La riapertura dei termini quindi non ha risolto il problema della partecipazione, non è pensabile che con il solo 3 o 4% si possa rappresentare la Comunità  Italiana nei vari Stati. Ecco perché l’AITEF ha reiterato la proposta e l’invito ai Ministri di puntare sull’innovazione, cioè sul voto elettronico. Una soluzione importante per far aumentare la partecipazione, riducendo gli eventuali brogli e gli abusi! De.it.press 5

 

 

 

 

 

Feste infinite

 

Il “ponte” festivo tra dicembre e gennaio è già lontano. Uno strazio per molti, qualche soddisfazione per pochi. Del resto, la fine del 2014 e l’inizio di questo 2015 avevano poco d’apprezzabile per essere osannati.

 

 Solo che è trascorso un altro anno e l’Italia continua a registrare una crisi regressiva che, neppure il calo del dollaro sui mercati internazionali, ha alleggerito. Se l’ottimismo è l’arma dei forti, il realismo è quello degli onesti. Le vie di mezzo non c’interessano. Farebbero, tra l’altro, perdere altro tempo per garantire un futuro meno disgraziato all’Azienda Italia. L’unico primato, vero, è che in Europa abbiamo il più giovane Presidente del Consiglio e un Parlamento che più che legiferare, si appresta a rivedere precedenti decisioni.

 

 Forse, non diligentemente prese in esame. Da noi, è sempre stato così. “Sbagliare” e riconoscere, non sempre in ritardo, i nostri “errori” è tipico di una politica sempre meno coerente alle necessità intrinseche del Paese.

 

Per il passato, chi ci seguiva dall’estero segnalava sensazioni di speranza; se non d’ottimismo. Ora non è più così. I messaggi sono tutti di stampo interrogativo. Anche per noi, è difficile rispondere. Riconosciamo, però, tante verità evidenziate da chi ha la voglia di farsi sentire; anche con qualche telefonata. Dato che nelle Feste s’è venduto pochino, da noi sono iniziati i “saldi” e in maniera ufficiale.

 

Con abbattimenti dei prezzi anche del 50%. Sempre che non ci rifilino anche vecchi fondi di magazzino. Perché non sempre è la qualità a fare il prezzo. Volatilizzata, per chi l’ha avuta, la “tredicesima”, ora si deve, gioco forza, tornare alla “normalità”. Più formale, che sostanziale.

 

 Tirare avanti non sarà più facile che per il passato. Riprenderanno, anche se non si sono mai interrotte concretamente, le diatribe politiche e le strategie che non hanno mai portato a nulla di buono. E’ vero: le Feste sono finite. Ma questo è il mese del Carnevale e il teatrino continua. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Segni negativi

 

Pare che dovremo abituarci ad un mondo col segno meno, un mondo in negativo sotto diversi punti di vista, soprattutto in campo economico e sociale. Già a fine dicembre i nostri “beni rifugio” per eccellenza e cioè i BoT a 3 mesi, i titoli di Stato a più breve scadenza, hanno preso il  segno “meno”di fronte al rendimento, unendosi ,con un po’ di ritardo, a quelli di Germania, Olanda, Francia e Belgio; figli di un paradosso dei tempi in cui viviamo,  di un’Eurozona che non riesce a trovare il bandolo della crescita e annaspa sull’orlo della deflazione (cioè tassi di inflazione negativi); di una Banca centrale europea (Bce) che trova difficoltà a espandere il bilancio e che proprio per questo motivo ha avviato un piano di riacquisti di titoli di Stato per riavviare un mercato non solo stagnante, ma decisamente negativo.

Ma questo non basta, tanto che il direttore generale per il Debito pubblico del Tesoro, Maria Cannata, a un convegno dell’Aiaf, ricordando che in precedenza questa possibilità non era “contemplata”, ha detto che tra le conseguenze del “quantitative easing” varato dalla Banca centrale europea c’è anche la possibilità che le aste dei Bot potranno essere realizzate a tassi negativi, con il prezzo di rimborso più basso di quello di sottoscrizione. Fino ad oggi questo in Italia non era possibile In Italia non era possibile ed anche se c investire nei buoni ordinari del Tesoro (durata fino a un massimo di un anno) non era da tempo molto conveniente, pure un qualche vantaggio sussisteva, con l’inflazione praticamente inesistente che veniva in aiuto anche ai tassi assai bassi.

Uscendo da fatti economici, per non parlare della negatività politica e di indirizzo, occupandoci di ecologia, ci allarma il dato della Global Alliance of Health and Pollution (GAHP) - associazione che si occupa della lotta all'inquinamento e ai problemi ambientali nei Paesi in via di sviluppo, che ci dicono che decine di miliardi di dollari sono spesi ogni anno per combattere malattie infettive come malaria, HIV e tubercolosi,  a cui vanno aggiunti gli oltre dieci miliardi spesi solo quest'anno dai Paesi industrializzati per aiutare i Paesi in via di sviluppo a contenere le emissioni di carbone e affrontare l'impatto dei cambiamenti climatici ew che, a fronte di tali mastodontiche cifre, una vittima su sette nel mondo continua a morire a causa degli effetti dell'inquinamento ed il 90% di essi si trova in Paesi in via di sviluppo.

Viene spontaneo pensare che il problema è di modello e non di budget e dovremmo ripensare lo sviluppo economico su scala planetaria, ma nell’immediato è necessaria un'accurata campagna di informazione, in primis rivolta a Paesi ed organizzazioni in grado di fornire cospicui finanziamenti, spiegando loro, per esempio, i costi irrisori di un'efficace campagna di cura ed educazione, che nei villaggi più disagiati può arrivare a richiedere una spesa di appena venti dollari a persona.

A differenza di quanto spiegato dall'ONU, che nei suoi "17 punti per uno sviluppo sostenibile" dedica al problema una posizione assolutamente marginale, dovremmo invece sollecitare il giusto atteggiamento da parte di chi è preposto a farlo, avendo ben chiare in mente quali siano le priorità, a partire dal convincimento  che la lotta all'inquinamento non è una priorità per i Paesi poveri", perché i sintomi dell’inquinamento restano spesso latenti a lungo e non manifestandosi esplicitamente, ne riducono la percezione di gravità, spingendo tali Paesi a sottovalutarne gli effetti locali e generali.

L’uomo del nostro tempo comprende se stesso nella sua soggettività storica e  libera; sperimenta se stesso come soggetto capace di determinare il corso degli avvenimenti, cioè di fare storia; ma i fatti ci dicono che la civiltà tecnologica, lungi dall'aver dato soluzione alle questioni fondamentali della vita, ha finito per acutizzarle e per sollevarne altre e ancora più drammatiche.

La riduzione di una vera e non superficiale  conoscenza, ha determinato la nascita di un mondo disumano, dove non c'è più posto per le relazioni interpersonali e per lo sviluppo della creatività.

Le manipolazioni fisiche e biologiche rivelano, ai nostri giorni, la loro  strutturale ambiguità: le potenzialità di vita si sono trasformate in potenzialità di morte.

La maggiore disponibilità che è data all'uomo di programmare il mutamento individuale e collettivo non coincide, di fatto, con la produzione di una migliore qualità di vita.

I processi di massificazione sociale e cultura le, i rischi originati dalla scoperta e dall'utilizzazione di nuove energie, il ritmo incalzante della vita e  l'accentuarsi, a tutti i  livelli, della conflittualità suscitano un senso

crescente di preoccupazione e di disagio, di frustrazione, insicurezza, negatività e alienazione.

Un mondo cupo e negativo, popolato da uomini spaventati e irati, simili al personaggio ricostruito sullo schermo in “Turner”, dove l’attore Timothy Spall da vita a un uomo che borbotta ed è crudele e rude, incapace di affetto e di solidarietà, mentre l’avvento della tecnologia (il tremo, la macchina fotografica), acuisce i segni negativi dell’intera società.

So che per trasformare un pensiero negativo in uno positivo bisogna innanzitutto smettere di credere al pensiero negativo e formulare un nuovo pensiero, più vicino alla situazione reale.

Ma nulla della situazione attuale mi aiuta a farlo e per riuscirvi, alla fine, dovrei affidarmi ad  illusioni percettive e fenomeni di depersonalizzazione e di de realizzazione che porterebbero ad un totale distacco dalla realtà.

Una alternativa è la memoria, il ricordo di periodi migliori, una forma di tenace sopravvivenza che la speranza la coglie nel passato, un antidoto montaliano al “male di vivere” , una sorta di "fuite du temps" che divenga punto di partenza di una positività e di un sé (o senso) ritrovato.  Carlo Di Stanislao, De.it.press 29

 

 

 

 

Expo 2015. L’esposizione non diventi la fiera di nuove vanità

 

Le parole di papa Francesco e del premier Renzi ci ricordano, in modi diversi, che è tempo di essere seri: l’evento è un’occasione per rilanciare le nostre eccellenze - di Beppe Severgnini

 

Il capo della Chiesa cattolica ha parlato alla coscienza degli uomini e delle donne. Il capo del governo italiano s’è rivolto a quella dei connazionali. Con parole, stile e toni diversi i due ci hanno ricordato la stessa cosa: è tempo di essere seri.

Responsabilità è uno dei molti vocaboli molestati dalla politica, e ha perso forza. Serietà, non ancora. Expo 2015, in una Milano macchiata di neve, ieri ha debuttato in società. Se sarà una cosa seria, avrà successo. Se si rivelerà una fiera delle vanità, potevamo risparmiarci gli sforzi, le ansie e le spese.

Papa Francesco è stato duro, come devono esserlo talvolta i buoni e i misericordiosi. Ha ricordato uno dei grandi paradossi del mondo: «C’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare». «Questa economia uccide» non è il solito slogan; è un ottimo riassunto. Chiedere «a tutti coloro che hanno responsabilità politiche, economiche e sociali» di diventare «custodi della nazione, dell’altro e dell’ambiente» non è una preghiera. È un invito che le coscienze dovrebbero considerare un ordine.

Matteo Renzi, per fortuna sua e nostra, non ha cercato di diventare il predicatore del pomeriggio. Ha detto invece che il 2015 può diventare, per l’Italia, un anno speciale, felice e fertile. Ha ricordato che «Expo non è più sinonimo di scandalo, ma simbolo delle ambizioni italiane». Difficile dargli torto. Ma le nazioni, come le persone, possono essere ambiziose o presuntuose: il confine esiste, e non è sempre ovvio.

Il presidente del Consiglio ha detto, in sostanza, che Expo 2015 è un’occasione troppo ghiotta perché l’Italia possa farsela sfuggire. S’è poi scagliato contro «coloro che intendono farlo fallire». Non c’è bisogno di andare lontano. I nemici di Expo non sono solo i disonesti di cui devono occuparsi Raffaele Cantone e le Procure. I potenziali sabotatori di Expo - quelli che secondo Renzi «vogliono farci fare una figuraccia incomprensibile» - sono più numerosi, e spesso pieni di buone intenzioni.

Tra i nemici di Expo ci sono i retori, i dichiaratori, gli annunciatori. Non sono personaggi misteriosi: possiamo diventarlo tutti noi. Si spera che i cinquecento esperti convocati ieri all’Hangar Bicocca - un luogo straniante, l’immensa sala-bingo di un nuovo pianeta - sapessero cosa sarà la Carta di Milano: un documento sintetico per promuovere un punto di vista originale dell’Italia sul tema della nutrizione mondiale (Feeding the Planet Energy for Life). Domanda: quanto italiani lo sanno? Seimila su sessanta milioni? Qualcuno li informerà? E come?

Tra i nemici di Expo ci sono i populisti, i campioni dell’auspicio comune e della preoccupazione generica. Un dilemma tra i tanti: come coniugare la necessità di nutrire il pianeta con la promozione delle eccellenze italiane? Per sfamare il mondo servono navi di pomodori cinesi, non bastano le cassette di cipolle di Tropea.

Tra i nemici di Expo ci sono i localisti, che parlano del pianeta ma pensano alla regione, alla provincia, alla città, al paese. Non dimentichiamo cos’è successo - anzi, cosa non è successo - con Enit (Ente Nazionale Italiano Turismo), quand’è stato affidato alle Regioni. Ognuna ha pensato per sé. Risultato: duplicazioni, sovrapposizioni, inefficacia e lunghe gite a spese del contribuente.

Tra i nemici di Expo ci sono gli esibizionisti e gli egoisti, che pensano una cosa sola: dov’è il tornaconto individuale, dell’azienda, del marchio? Cosa possiamo guadagnarci, in questa faccenda? Un atteggiamento meschino. Per una volta, ricordando John F. Kennedy, non chiediamoci cosa può fare Expo per noi; chiediamoci cosa possiamo fare noi per Expo e, quindi, per l’Italia.

Giorgio Napolitano, poco prima di lasciare il Quirinale, l’ha detto chiaro: «Su Expo 2015 noi italiani ci mettiamo la faccia». Tutti. Non è un evento del Nord o del Sud, di destra o di sinistra, dei giovani o dei meno giovani. È uno sforzo comune di cui dobbiamo dimostrarci all’altezza.

Il sostantivo non è un problema: di grandi sforzi noi italiani siamo capaci. Il problema è l’aggettivo: comune. Un’impresa da compiere insieme. Ma le nazioni si riconoscono in queste occasioni. Se sprechiamo (anche) Expo 2015 ci meritiamo il nostro destino e il nostro declino.

Matteo Renzi lo sa, ma non lo può dire.  (ha collaborato Stefania Chiale) CdS 8

 

 

 

 

Tempo di riflessioni

 

L’anno, da poco iniziato, potrebbe riservare delle sorprese. Ora, se queste siano positive, o meno, dipenderà anche da noi. Il 2014 è stato l’anno del tramonto della Seconda Repubblica. I politici dovranno riprendere coscienze del loro ruolo. Anche se nei prossimi mesi ben pochi dei problemi d’Italia troveranno una completa soluzione. Sarà, ancora, la stabilità di questo Esecutivo a farla da padrone.

 La ripresa economica, però, è ben altra cosa. Non sono, neppure, mancati i bisticci in Parlamento e fuori. Ora non dobbiamo perdere l’occasione. Se è vero che l’economia nazionale è ancora in agonia e le ricadute non si possono escludere a priori, è fondamentale fare causa comune contro il pessimismo dilagante che potrebbe, tra l’altro, essere strumentalizzato. Non è che in un anno si possa affrontare, e risolvere, tutto. L’importante è evitare l’altro prolasso della nostra economia.

 Con la primavera, alcuni nodi saranno sciolti; anche se altri resteranno. Rimarrà, delicato, il quadro delle possibili alleanze politiche. Questa è l’unica realtà oggettiva che ci appare evidente. Tornare sui nostri passi, ora, sarebbe impensabile. L’hanno inteso sia la Maggioranza, sia l’Opposizione parlamentate. E’, pur vero, che l’auspicata “stabilità” non deve, però, trasformarsi in una sorta di “staticità”. I risultati sarebbero, infatti, ancor più negativi.

 Renzi ha la sua strategia e, finché potrà contare sulla fiducia parlamentare, non siamo nelle condizioni di offrire altre ragionevoli tesi. Questo 2015, anche se non sarà l’anno della “ripresa” economica, potrebbe essere quello della riforma del nostro sistema elettorale. Riforma che merita la massima attenzione. Le premesse per un buon fine di questa impresa, ci sono sempre tutte. E, a parer nostro, si presentano indipendenti da ogni altra intesa politica della quale, lo scriviamo, nessuno è in grado di valutare l’evoluzione.

 La coalizione di Centro/Sinistra, alla quale partecipa anche un Partito di Centro/Destra (NCD), può andare avanti per concretare le altre riforme indispensabili al Paese. Il tempo delle riflessioni è maturato. Quello per voltare pagina è iniziato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Umbria, Riunito a Perugia il Consiglio regionale dell’emigrazione

 

Galanello: Entrare in contatto con la nuova emigrazione. “La prossima legislatura dovrà aprirsi con l’impegno di  varare una nuova legge che ridisegni le politiche regionali a favore degli umbri all’estero partendo dai  frutti del lavoro svolto finora”

 

PERUGIA  – “Sono circa 82mila, secondo gli ultimi dati Istat, i cittadini italiani emigrati all’estero nel 2013, il 21 per cento in più rispetto al 2012. Il dato è il più alto degli ultimi 10 anni. Dall’estero sono rientrati invece circa 28mila italiani”. Lo ha ricordato il presidente del Consiglio regionale umbro dell’emigrazione  , Fausto Galanello, aprendo stamani la riunione del Cre, convocato a Palazzo Donini , sede della Giunta regionale ,per discutere le proposte da sottoporre alla Giunta per la formulazione del Piano 2015 sugli interventi a favore degli umbri all’estero.  Alla riunione  sono intervenuti anche i membri del Consiglio designati in rappresentanza delle diverse comunità umbre del Canada, Venezuela, Brasile, Argentina, Australia, Francia, Belgio, Svizzera,  Germania.

Gli umbri emigrati all’estero, sempre secondo l’Istat, nel 2013 sono stati circa 1100, con un nuovo flusso significativo verso l’Australia. “Sono i dati registrati dall’Anagrafe degli italiani residenti all’estero – ha detto Galanello - quindi riguardano solo una parte di quanti sono andati a studiare o lavorare all’estero. Dobbiamo entrare in contatto con questa nuova emigrazione”.

Galanello ha ricordato come su questa tematica sia già stata avviata  una ricerca e una riflessione nell’ambito delle iniziative del Cre, anche grazie all’attività del progetto “Brain Back Umbria” dell’Agenzia Umbria Ricerche, nato per studiare il fenomeno emigratorio e contrastare la fuga di “cervelli”.  Con la collaborazione dell’Aur nel quadro di “Brain Back” il Cre si è posto “l’obiettivo di entrare in contatto con  la recente emigrazione in Australia, che da alcuni anni rappresenta la destinazione di nuovi flussi migratori, anche piuttosto consistenti che coinvolge anche tantissimi umbri, soprattutto giovani”.

 “Dovremo proseguire questa riflessione – ha detto Galanello - consapevoli che significa dotarsi di nuovi strumenti a partire da quelli legislativi. Penso che la prossima legislatura dovrà aprirsi con l’impegno di  varare una nuova legge che ridisegni le politiche regionali a favore degli umbri all’estero partendo dai  frutti del lavoro svolto finora”. Nel dare una valutazione “senz’altro positiva delle attività realizzate nel 2014, grazie all’impegno delle associazioni e di tutti voi ma anche alla volontà politica della Giunta regionale che, nonostante le difficoltà di bilancio, ha messo a disposizione delle attività e degli interventi del ‘Cre’ risorse importanti”, Galanello si è soffermato in particolare sull’iniziativa che si è svolta nel giugno scorso in Argentina, alla quale ha partecipato anche la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini, in cui l’Umbria è stata promossa a tutto campo dalla musica all’enogastronomia anche attraverso una mostra fotografica di Steve McCurry”, e sull’evento svolto in ottobre in Lussemburgo nell’ambito delle attività culturali per il semestre europeo.

“Sono iniziative – ha rilevato - che con la loro capacità di interpretare un diverso ruolo delle comunità umbre nella promozione della nostra regione all’estero   hanno arricchito ulteriormente le attività del  2014 che hanno ancora una volta sviluppato  i rapporti con le nuove e vecchie generazioni delle nostre comunità all’estero e con le associazioni, valorizzandone il ruolo di testimonial della nostra regione nei paesi di accoglimento”.

Nel 2014 “non è mancato il sostegno alle iniziative organizzate dalle  nostre associazioni di umbri all’estero: una rete diffusa, con migliaia di iscritti, costituita da circa 15 circoli europei delle associazioni Arulef e Umbri nel Mondo, presenti in Svizzera, Belgio, Germania, Lussemburgo e Francia,  e di  17 associazioni sparse in Canada, Brasile, Colombia, Venezuela, Argentina e Australia”.

Per il 2015, Galanello ha avanzato alcune proposte, quali lo svolgimento di iniziative in Brasile e Argentina in occasione  dell’Anno dell’Italia in America Latina, la raccolta di testimonianze video della prima generazione di emigrati da realizzare in collaborazione con l’Isuc ed eventuali attività in occasione di Expo 2015 da realizzare anche in collaborazione con le altre Regioni.

“Cercheremo ancora – ha affermato - di ottenere il massimo possibile delle risorse necessarie al sostegno di queste attività, stante i tagli significativi e  crescenti dei trasferimenti alle Regioni dal Governo centrale. È anche l’ultima riunione del Consiglio Regionale dell’emigrazione prima del rinnovo previsto con la prossima legislatura – ha ricordato, ringraziando tutti del lavoro svolto e auspicando una “grande partecipazione al voto delle comunità umbre all’estero alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale che dovrebbero tenersi a maggio”.

“Attraverso la partecipazione al voto – ha detto -, indipendentemente da orientamenti e scelte politiche, se da una parte si riafferma un diritto di cittadinanza e di partecipazione alla vita ed alle grandi scelte che condizioneranno anche il futuro del regionalismo italiano, si dà anche un segnale perché, anche per gli anni a venire, vi sia la giusta attenzione del nuovo governo regionale verso le tematiche dell’emigrazione ed il sostegno, anche attraverso le attività delle associazioni, alle comunità umbre in Europa e nel mondo”.

Nel pomeriggio la prosecuzione dei lavori, con  la presentazione da parte dell’Agenzia Umbria Ricerche delle nuove attività del progetto “Brain Back”, e con la predisposizione e l’approvazione di un documento finale contenente le proposte prioritarie da sottoporre alla Giunta regionale per la redazione del Piano 2015 degli interventi a favore dei lavoratori emigrati e delle loro famiglie.

(Inform 26)

 

 

 

 

2015 Anno Europeo dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale. Ruolo dell’associazionismo

 

      Il Consiglio Generale del Parlamento Europeo ha dichiarato il 2015 Anno Europeo dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale.

      Sarà un anno  in cui verranno adottate  decisioni importanti, conferenze, campagne di informazione ed eventi.

      Il 2015 coincide con l’ultimo anno di scadenza della Dichiarazione del Millennio  con la quale, nel 2000, 191 Capi di Stato e di Governo, si impegnarono per un patto di dimensione planetaria per costruire un mondo più equo e più prospero per tutti attraverso il raggiungimento di otto obiettivi.

      Nell’ultimo anno operativo della Dichiarazione del Millennio si inserisce  l’Expo 2015 che si presenta come il più grande evento globale del pianeta  in materia di alimentazione  con il tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.

      I risultati incideranno certamente sui quindici anni del Millennio ma soprattutto sulle politiche dell’Anno Europeo.

      Con il disegno di realizzare le strategie  per sconfiggere la povertà nel mondo,  si punterà alla informazione dei cittadini europei sui temi e le politiche dello sviluppo e della cooperazione, sul loro coinvolgimento ma anche sulla campagna di convincimento che la politica di cooperazione allo sviluppo gioverà non soltanto ai beneficiari ma anche ai cittadini europei in una società sempre più interdipendente.

      Nello scenario delle iniziative europee l’Italia, oltre all’Expo 2015, farà la sua parte  sull’onda innovativa della recente legge n° 125/2014  sulla Cooperazione  allo Sviluppo.

      Nel contesto operativo delle iniziative italiane, assolutamente prezioso sarà il ruolo ed il coinvolgimento  della rete associativa italiana presente nei vari continenti.

      Come è noto, la forza e l’immagine dell’Italia nel mondo è data dal protagonismo e dalla creatività dei nostri connazionali, dalle iniziative delle aggregazioni associative e del loro dinamismo che rappresentano il tessuto connettivo della presenza italiana nel mondo. 

      Avvalersi di questa straordinaria realtà, assolutamente più vicina ai beneficiari, significherebbe canalizzare direttamente nei loro confronti le politiche dello sviluppo e della cooperazione con maggiore efficacia rispetto ai risultati che potrebbero avere gli organismi centrali. Questo adottando il sistema della sussidiarietà nella sua più vera concettualità giuridica, senza dire che il volontariato e il no profit dell’associazionismo, per il loro contenuto umano, danno alla stessa sussidiarietà  un valore aggiunto.

      In Italia, il principio di sussidiarietà è entrato in vigore attraverso il Trattato di Maastricht e sancito nell’art. 118 con la modifica della Costituzione nel 2001.

      Anche gli Stati europei,  per gli obiettivi della cooperazione internazionale con i paesi in via di sviluppo, si avvarranno certamente del principio di sussidiarietà sancito dall’art. 5 del Trattato CE.

      La politica italiana per lo Sviluppo e la Cooperazione Internazionale  ripropone, ancora una volta,  l’esigenza  di definire con norma legislativa soggettività e ruolo della rappresentanza associativa degli italiani all’estero, parte centrale della riforma del terzo settore voluta dal Governo.

      E’ in corso la sfida degli Stati Generali dell’Associazionismo che proporranno un progetto  normativo alla approvazione del Parlamento.

      La storia degli ultimi decenni ci dice che il tessuto associativo è sempre stato ed è fattore strategico nelle politiche di sviluppo, di promozione e di espansione dell’Italia nel mondo. Sicilia Mnodo

 

 

 

 

Umbria, il documento finale del Consiglio regionale dell’emigrazione

 

PERUGIA -  L’invito alla Regione Umbria a “impegnarsi ad analizzare le dimensioni e la qualità assunte dal fenomeno dell’emigrazione dei cittadini umbri all’estero e a entrare in contatto con questa nuova emigrazione”: è questo uno dei passaggi del documento approvato all’unanimità dal Consiglio regionale umbro dell’emigrazione - riunito oggi a Perugia, presso Palazzo Donini, sede della Giunta -in cui sono state definite le proposte alla Giunta regionale da inserire nel Piano 2015 a favore dei lavoratori emigrati e delle loro famiglie.

Il Cre ha espresso “apprezzamento per l’impegno assunto dal presidente Fausto Galanello a sollecitare i Comuni umbri affinché diano piena applicazione  al decreto legge del maggio 2014 relativo al calcolo dell’Imu sugli immobili di proprietà degli italiani residenti all’estero”.

Nell’approvare la relazione introduttiva del presidente Fausto Galanello, i componenti del Cre hanno valutato positivamente il lavoro svolto nel 2014 “grazie all’impegno delle associazioni ma anche alla volontà politica della Giunta regionale che, nonostante le difficoltà di bilancio, ha messo a disposizione risorse importanti, già con il bilancio di previsione e poi successivamente integrate in fase di assestamento”. L’auspicio è che  la Giunta regionale “possa  confermare, per il 2015, il budget del 2014 destinato agli interventi a favore degli umbri all’estero, a riprova dell’attenzione e della sensibilità che il governo regionale ha sempre mostrato nei confronti delle comunità umbre che vivono all’estero”. Da parte loro, le associazioni si impegnano “a trovare forme di collaborazione che possano coniugare il mantenimento della qualità con una riduzione dei costi”; si ribadisce la disponibilità delle comunità all’estero “a collaborare con la Regione nella promozione dell’Umbria all’estero sia dal punto di vista economico che culturale”.

Nel documento, si ritiene “indispensabile il sostegno alle spese mediche dei cittadini umbri emigrati e indigenti, con particolare riferimento all’impegno su tale tema dell’Associazione di Buenos Aires (Argentina)”. 

Alla Giunta regionale, nel Piano 2015, si chiede di sostenere i progetti diretti della Regione quali i soggiorni per giovani e senior provenienti da Paesi extraeuropei, la Conferenza dei Giovani di Australia, gli eventi da realizzare nell’ambito dell’Anno dell’Italia in America Latina, la raccolta di testimonianze video della prima generazione di emigrati da realizzare in collaborazione con l’Isuc e il Museo dell’Emigrazione, eventuali attività in occasione di Expo 2015 da realizzare anche in collaborazione con le altre Regioni, il Premio “Pietro Conti – Scrivere le migrazioni” (quest’anno alla nona edizione). 

Si chiede, inoltre, di sostenere  i progetti proposti da associazioni e altri organismi; tra questi, i soggiorni in Umbria per giovani e per anziani provenienti da tutta Europa, ma anche corsi di enogastronomia e ceramica umbra, feste e incontri a tema (si spazia dal vino all’olio, dai libri umbri al film italiano), il programma radiofonico della comunità umbra di Buenos Aires “L’ombelico del mondo”, il programma radiofonico Mar del Plata, il Concorso video “Memorie Migranti”, i laboratori e le pubblicazioni del Museo dell’Emigrazione.

Il Consiglio regionale dell’Emigrazione, infine, “auspica che la prossima legislatura possa aprirsi con l’impegno di varare una nuova legge che, partendo  dai  frutti del lavoro svolto finora, ridisegni le politiche regionali a favore degli umbri all’estero”.

I lavori del Cre prima del voto sul documento finale, nel pomeriggio erano ripresi con l’illustrazione delle nuove attività del progetto della Regione Umbria e dell’Agenzia Umbria Ricerche “Brain Back”.  (Inform 26)

 

 

 

 

 

Una su tre

 

Quando si pubblicano percentuali, spesso non si considera il loro significato intrinseco che, invece, è quello che conta e preoccupa. Così, sarebbe meglio non essere distratti dalle esternazioni politiche e badare, meglio, ai numeri e alle percentuali. Il 13% degli italiani ha perso il lavoro. Attenzione, la percentuale non tiene conto di chi, giovani soprattutto, non lo ha mai avuto. Come a scrivere che su 100 famiglie, tredici sono a rischio “fame”; e non solo alimentare. Ci sono spese accessorie che, bene o male, fanno parte dei nostri bilanci sempre più stringati. Anche analizzando, in senso inverso, il grave problema, la questione non cambia. Com’è logico. In teoria, le 87 famiglie, che hanno almeno un membro che lavora, dovrebbero farsi carico, in qualche modo, delle 13 che non ce la fanno più e non per loro demerito. A scriverlo sembra facile. In pratica, è difficile; anzi, concretamente, impossibile; spesso umiliante. Perché anche nei nuclei non ancora al “tappeto” serpeggia la disoccupazione giovanile e lo stipendio, quando c’è, non basta per tutto. Il consumismo di fine anno è tramontato. Molte spese sono rimandate “sine die”. Ci si accontenta del meno e si riscoprono antichi sapori di una cucina povera e dimenticata. Se il fenomeno fosse limitato, si potrebbe anche far bel viso a cattiva sorte, ma le proiezioni, più che attendibili, già evidenziano che la percentuale dei licenziati aumenterà. Per frenare il regresso, dovrebbe tornare la fiducia degli imprenditori. Da come s’è messa in politica, francamente ne dubitiamo. Come ne dubitano gli uomini di partito. Le opportunità sono sempre meno. Stiamo svendendo i pezzi più pregevoli del nostro lavoro. La produttività nazionale andrà a rifiorire altrove e, con lei, emigrerà anche quel benessere che c’era stato promesso con poca buona fede. Che cosa capiterà quest’anno? E’ molto difficile azzardare delle previsioni non di parte. Certo è che nei prossimi mesi s’andranno a convogliare tutte le mosse per tentare d’andare “avanti”. Condottieri, per la carità, non ne vediamo e non ne vogliamo. Essere statisti è una dote di cui il Bel Paese è privo. Politici che dicono la loro, invece, non si contano. Molte volte, però, sono parole al vento e prive di risorse per ridare dignità a questo nostro Paese. Qualche volta, sarebbe più saggio tacere. Le possibilità restano, in ogni caso, sempre due: si continuerà con questo Esecutivo a “tempo”; tanto per varare la nuova Legge Elettorale, o si andrà al voto con la normativa tanto discussa. Con cautela, invitiamo chi ci legge a seguire, con attenzione, le esternazioni “pro” e “contro” dei nostri politici “vecchia maniera”. Gli interventi che saranno resi noti dovranno avere, per il bene di tutti, validi proponimenti. Dietro i numeri si evidenzierà il futuro del Paese e di un Popolo stremato. I responsabili del degrado nazionale vengono da lontano e la confusione politica di quest’ultimo decennio ne ha favorita l’impunità. Chi spera di tirare avanti sino al 2018 è un ingenuo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

La vecchia lira? No, grazie. Moneta grossa (vedi l'euro) schiaccerebbe la piccola

 

Avviso agli anti-euro in circolazione: moneta grossa schiaccia moneta piccola. Quindi chi propugna la fuoriuscita dall’euro per creare una monetina nazionale - e pare che abbia un crescente successo a livello politico - sappia che questa dovrà poi circolare alla larga dall’euro, o finirà male e con lei il Paese che la batte.

L’esempio svizzero è solo l’ultimo in ordine cronologico, ma la storia ci racconta di altri casi di monete nazionali prima agganciate (ad esempio) al dollaro, quindi stritolate. Il franco svizzero è una moneta piccola, ma fortissima. Così forte che è considerata una moneta rifugio (così come la Svizzera). Si acquista perché è una sicurezza, la si lascia depositata tra le Alpi per varie ragioni, non tutte lecite.

Il risultato è stato che una moneta così apprezzata, si è molto… apprezzata. Di suo tenderebbe a crescere il suo valore rispetto ad esempio al vicino e potente euro. Ma un franco troppo forte crea enormi problemi interni alla Svizzera: dalla difficoltà ad esportare merci che, fuori dai confini, diverrebbero troppo care, ai problemi che darebbe ai turisti stranieri (il turismo è una voce importante dell’economia elvetica).

Per evitare questi guai, la banca centrale svizzera da tempo aveva agganciato il franco all’euro sostenendo una misura fissa di cambio; per riuscirci, s’è svenata. Se tutti compravano franchi, lei ricomprava euro a tonnellate, per riequilibrare il cambio. Con il risultato che ora si ritrova vagoni di titoli di stato in euro (soprattutto tedeschi, a interessi zero) nella sua pancia.

Una situazione insostenibile nel tempo, soprattutto dopo le operazioni della Bce di Mario Draghi tese a svalutare l’euro, quell’euro così abbondantemente presente nei forzieri svizzeri: altro salasso. Così, improvvisamente, il cambio di rotta: nessuna difesa del franco, che sia il mercato a fare il suo prezzo.

Questo è schizzato immediatamente all’insù, provocando terrore tra i produttori di orologi e cioccolata (e farmaci), e tra i tanti operatori turistici. Salti di gioia invece per i transfrontalieri italiani pagati in franchi, che si sono visti aumentare lo stipendio (cambiato in euro) senza sforzo alcuno; e per i commercianti lombardi vicini al confine, presi d’assalto dai consumatori ticinesi.

Il franco è una delle migliori monete del mondo: ma appunto piccola. Nulla può se una corazzata vicina comincia a sparare, seppur in altre direzioni: affonda. In questi casi, Golia ha sempre la meglio su Davide.

Figuriamoci una nuova dracma, o una nuova lira. I mutui immobiliari passerebbero dal 2 al 20% in un sospiro, la benzina volerebbe assieme all’inflazione, le auto straniere - ormai tutte - tornerebbero proibitive come negli anni Settanta, i fidi bancari (già oggi così ostici) costerebbero molto di più alle imprese… È vero: esporteremmo vino e Grana Padano a prezzi ultra-competitivi, e una pizza mangiata in Italia verrebbe a costare qualche spicciolo di euro. Ma se tre case rimangono in piedi dopo un terremoto devastante, che c’è da rallegrarsi?

L’euro per l’Italia è una fortuna. Se non sappiamo più distinguere i nostri interessi, allora è vero che gli italiani si sono geneticamente modificati… Nicola Salvagnin, sir 8

 

 

 

 

Governo salvaguarda i Comites e favorisce rinnovo in tutte le sedi

 

Il 2015 si è aperto con una novità importante circa le prossime elezioni per il rinnovo dei Comites, che si terranno il prossimo aprile: la decisione, da parte del Ministro Gentiloni, del Sottosegretario Giro e del Governo, di riconvocare le elezioni in quelle circoscrizioni consolari nelle quali non era stato possibile presentare alcuna lista e che, quindi, non avrebbero avuto un rinnovo degli eletti uscenti dopo ben dieci anni.

Questa decisione è stata sicuramente frutto di una discussione complessa, di diverse interpretazioni giuridiche, di persino aspri confronti politici e, a mio avviso, va letta come un punto di incontro e di sintesi che sottolinea la volontà del Governo di salvaguardare i Comites cercando di non lasciare scoperte e inattive diverse sedi istituzionali italiane e una importante rappresentanza democratica territoriale. Anche se questo può creare dissapori politici e problemi amministrativi.

Ma la decisione del Governo favorirà una possibilità in più per aumentare anche la partecipazione dei cittadini al voto del 17 aprile prossimo e a rinnovare anche quei Comites che nella prima fase erano rimasti senza candidati: colpa non attribuibile né al Governo né all’elemento di riforma da esso introdotto con la richiesta di iscrizione nell’elenco degli elettori per chi volesse esercitare il diritto di voto.

Ora, dunque, spetta a quei cittadini italiani delle 24 circoscrizioni consolari interessate mostrare il loro interesse a partecipare insieme alla capacità di mobilitazione attraverso la raccolta delle firme necessarie per presentare le liste. Occorre farlo, come prescrive il DPR 395 del 2003 (lo stesso che ha regolato la presentazione delle liste nel 2004), dal 6 al 16 febbraio 2015. Pena la definitiva non ammissione delle liste.

Dunque, questo è il momento dell’impegno e della mobilitazione per le liste e gli aspiranti candidati. Poi si dovrà tornare alla discussione politica su come gestire i Comites e all’iscrizione – per chi non l’abbia ancora fatto – nell’elenco degli elettori: iscrizione necessaria per poter ricevere il plico elettorale e votare e che si potrà fare anche via fax o mail (allegando la copia del documento d’identità) presso i consolati fino al 18 marzo 2015, anche se si è già iscritti all’AIRE.

Dunque, a febbraio, si potranno presentare le liste per il rinnovo dei Comites nelle circoscrizioni consolari di Atene, Bangkok, Barcellona, Bogotà, Bucarest, Chicago, Città del Capo, Detroit, Dublino, Edimburgo, Liegi, Lione, Lisbona, Madrid, Nizza, Oslo, Perth, Praga, Pretoria, San Francisco, San José, San Marino, Stoccolma, Vienna.

Auguri a chi ci metterà l’impegno e la volontà.

Altra importante novità di questi giorni è l’introduzione della possibilità di voto all’estero per gli studenti Erasmus: era stato prima un chiaro impegno del PD all’estero nella campagna elettorale del 2013, poi divenuto un punto politico di tutto il PD con un odg approvato all’unanimità nella Direzione nazionale di gennaio dello scorso anno. Ma il cammino no si ferma qui, abbiamo ancora molte cose da fare. Eugenio Marino, Pd Cittadini nel mondo gennaio 2015

 

 

 

 

 

XXIII Giornata Mondiale del Malato

 

Pur se circondati da atti di violenza inaudita, non di rado di natura terroristica, desideriamo rammentare a chi ci segue che il prossimo 11 febbraio (mercoledì), la Chiesa celebra la XXIII Giornata Mondiale del Malato.

 

 Ricorrenza espressamente voluta da San Giovanni Paolo II che, tra l’altro, ha sperimentato sul suo corpo i devastanti effetti dei mali di questo mondo. La Giornata rammenterà i colpiti da “mali” fisici. Noi, associamo anche quelle morali che, non di rado, sono più perniciosi di quelli che possono minare il nostro corpo.

 

 Ancora una volta, ci chiediamo, e scriviamo, cosa abbiamo fatto per meritarci più salute e benessere di altri? Per quale ragione tanti esseri umani, anche di giovane età, sacrificano la loro vita per supposti ideali che portano solo lutti e, più complessi, “mali” dell’anima?

 

Il ”Webgiornale”nel suo ruolo di settimanale internazionale diretto a tutti, non è insensibile anche a questi temi dell’esistenza. Siamo vicini a chi è sofferente, a chi ha subito violenza fisica e morale. A chi ha dato fiducia nei confronti di quelli che non l’avrebbero meritata.

 

In questi giorni che ci separano dalla Giornata della quale abbiamo riportato notizia, restiamo a disposizione, sempre con la più aperta disponibilità, nei confronti di chi intende rendere pubbliche le sue intenzioni con la speranza che siano accolte. Almeno, per un mondo “moralmente” più sano.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Premio Pietro Conti "Scrivere le migrazioni": pubblicato il bando di concorso.

Gli elaborati entro il 31 luglio 2015

 

ROMA - Il premio biennale, ideato dalla Filef e promosso dalla Regione Umbria in collaborazione con l’Isuc, è giunto alla nona edizione. Nei circa 20 anni di vita è diventato una sorta di “osservatorio in diretta” dell’evoluzione dell’emigrazione e dell’immigrazione. In questi anni ha raccolto centinaia di testimonianze, nelle sezioni Narrativa e Memorialistica e altrettanti contributi di riflessione e approfondimento in quella Studi e Ricerche.

Sono circa un migliaio i lavori arrivati dagli oltre 800 partecipanti al premio in circa 20 anni di attività; le 8 pubblicazioni realizzate sulla base dei lavori selezionati dalle giurie nazionali che si sono succedute in questi anni sono state distribuite in oltre 20.000 esemplari in Italia e nel mondo. Oltre centomila i download dai diversi siti web che hanno rilanciato i racconti e i saggi vincitori delle diverse edizioni del premio.

IL BANDO DELLA IX EDIZIONE DEL PREMIO PIETRO CONTI

Articolo 1

La Regione Umbria bandisce la nona edizione del Premio “Pietro Conti”, intitolato al primo Presidente della Giunta Regionale dell’Umbria, il quale si impegnò con coerenza e con passione, sia a livello regionale che nazionale, per il riconoscimento e la tutela dei diritti dei cittadini migranti.

La Regione si avvale della collaborazione della FILEF (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie) per la promozione e diffusione del bando, la raccolta degli elaborati e l’organizzazione della premiazione; della collaborazione dell’ISUC (Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea) e del Museo regionale dell’Emigrazione “Pietro Conti” per la pubblicazione e diffusione del volume contenente gli elaborati premiati e segnalati e per la sua utilizzazione a fini didattici.

Articolo 2

Il premio “Pietro Conti” prevede due sezioni:

a) NARRATIVA/MEMORIALISTICA, avente ad oggetto racconti o descrizioni in forma letteraria, fatti, situazioni, stati d’animo ed esperienze di vita nel contesto migratorio, ovvero biografie, autobiografie che descrivano, con la precisione e i riferimenti dovuti, esperienze migratorie autenticamente vissute e realmente accadute.

b) STUDI E RICERCHE, aventi per oggetto l’emigrazione italiana e l’immigrazione in Italia svolti in qualsiasi università, centro di ricerca ed istruzione superiore italiana o straniera o da singoli studiosi. In questo caso, ove il lavoro fosse redatto in lingua straniera o fosse di dimensione ed ampiezza eccedenti quanto specificato dal successivo Articolo 4, il concorrente dovrà, a sua cura, inviare un estratto in lingua italiana non superiore alle 15 pagine corredato della bibliografia e di una scheda informativa sul lavoro da cui proviene.

Articolo 3

Può partecipare al premio “Pietro Conti” chiunque sia interessato sia che risieda in Italia o all’estero.

Articolo 4

Gli elaborati dovranno essere inediti, dattiloscritti in lingua italiana per un massimo di 55.000 caratteri, spazi inclusi, pena l’esclusione dalla valutazione e dovranno recare esplicitamente nell’intestazione, accanto all’eventuale titolo, la sezione alla quale intendono concorrere (a. Narrativa/Memorialistica; b. Studi e Ricerche).

Articolo 5

Gli elaborati dovranno pervenire, in triplice copia anonima e in versione Word su CD, alla Segreteria del Premio “Pietro Conti”, presso la Filef – Viale di Porta Tiburtina, n. 36 - 00185 Roma – Italia, entro e non oltre il 31 luglio 2015 accompagnati da una busta chiusa contenente le indicazioni anagrafiche e un breve curriculum personale dell’Autore. Gli elaborati non verranno restituiti agli Autori.

Articolo 6

La Giuria del Premio è composta da 7 esperti: 3 nominati dalla Regione Umbria, 2 dalla Filef e 2 dall’Isuc. L’assegnazione dei premi e la proclamazione dei vincitori avverrà con voto a maggioranza dei componenti. L’operato della Giuria è insindacabile. La Giuria, per ciascuna sezione, potrà assegnare premi ex equo. In tal caso i relativi importi saranno equamente suddivisi. Altri elaborati, che per le loro caratteristiche letterarie, di documentazione o di ricerca risultino avere un pregio significativo, potranno essere segnalati dalla Giuria per essere pubblicati insieme agli elaborati vincitori delle due sezioni del concorso.

Articolo 7

I premi ammontano complessivamente a € 5.000,00 così ripartiti: Sezione Narrativa/Memorialistica € 2.500,00 (€ 1.500 al vincitore, € 1.000 al secondo classificato); Sezione Studi e Ricerche € 2.500,00 (€ 1.500 al vincitore, € 1.000 al secondo classificato). Agli interessati verrà data comunicazione scritta. I vincitori garantiscono la loro presenza alla cerimonia di premiazione che si terrà in Umbria.

Articolo 8

La partecipazione al concorso implica l’accettazione integrale del presente bando e, in particolare, la cessione dei diritti d’autore e della proprietà letteraria alla Filef, all’Isuc e alla Regione dell’Umbria, che potranno utilizzarli liberamente citandone l’autore.

Per informazioni: FILEF — Segreteria Premio Pietro Conti:, Viale di Porta Tiburtina, 36 - 00185 Roma, Italia. Tel +39 06 484994  +39 06 484994 - Email: segreteriafilef@yahoo.it .  (Inform)

 

 

 

 

 

Farnesina, Bando  2015 per traduzione e divulgazione del libro italiano nel mondo

 

ROMA – Il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale  ha indetto il Bando 2015 per la richiesta di contributi e premi per la divulgazione del libro italiano e per la traduzione di opere letterarie e scientifiche, nonché per la produzione, il doppiaggio e la sottotitolatura di cortometraggi e lungometraggi e di serie televisive destinati ai mezzi di comunicazione di massa.

Il Maeci evidenzia che nell’ambito della promozione della lingua e della cultura italiana all’estero gli incentivi alla traduzione, e al doppiaggio/sottotitolatura, sono uno strumento strategico.

Ad oggi, la Farnesina eroga due tipi di incentivi: Premio, incentivo a un’opera italiana già diffusa all’estero;  Contributo, incentivo alla futura traduzione e diffusione di un’opera italiana all’estero;

Nel 2014 sono stati assegnati 152 incentivi, tra premi e contributi. Nel 2013 erano stati 100, nel 2012, 31.

Le candidature vanno presentate annualmente, come da Bando, alle Ambasciate e agli Istituti Italiani di cultura. La scadenza è il 31 marzo. Bando 2015:  http://www.esteri.it/mae/resource/doc/2015/02/bando_2015_contributi_e_premi.pdf

Gli interessati sono invitati dalla Farnesina anche a visionare il Bando per i Premi alla Traduzione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La scadenza è l’ultimo giorno lavorativo del mese di febbraio.

 Per informazioni: contattare gli Istituti di Cultura oppure le Ambasciate italiane all’estero. (Inform)

 

 

 

 

 

 

Sergio Mattarella ist Italiens neuer Präsident

 

Der nächste Präsident Italiens steht fest: Das Parlament hat Verfassungsrichter Sergio Mattarella zum Staatsoberhaupt gewählt. Premier Renzi festigt damit seine Macht – und Berlusconi scheint am Ende. Von Constanze Reuscher, Rom

 

Touché! Am Samstag um 13.31 Uhr proklamierte Parlamentspräsidentin Laura Boldrini Verfassungsrichter Sergio Mattarella, 73, zum zwölften Präsidenten Italiens. Ein Sieg war das vor allem für Matteo Renzi: Der junge Regierungschef Italiens hat mit der Wahl von Mattarella seinen bisher wichtigsten Coup gelandet: Er setzte seinen Kandidaten gegen die Opposition durch.

Damit zwang er Silvio Berlusconi in die Knie, bezwang Lega Nord sowie die Fünf-Sterne-Bewegung und reparierte gleichzeitig die bröckelnde Einheit in der eigenen Partei, mit seinen Verbündeten aus dem Zentrum und der Opposition aus dem linken Lager. "Viva Italia", twitterte Premier Renzi triumphierend.

Mattarella, vor 73 Jahren in Sizilien geboren, ist seit 35 Jahren Politiker. Er war zwei Mal Minister und vielmals Parlamentarier, zuletzt Verfassungsrichter. Bei der Abstimmung konnte er knapp zwei Drittel der Wahlmänner hinter sich bringen. "Meine Gedanken sind jetzt vor allem bei meinen Mitbürgern, ihren Problemen und Hoffnungen", kommentierte der neue Staatspräsident knapp.

Beim ersten Fototermin trat er neben der Parlamentspräsidentin auf: verschlossen, fast schüchtern, immer bescheiden, aus gegebenem Anlass etwas bewegt. Seine politische Laufbahn begann Mattarella, als sein großer Bruder Piersanti, damals Gouverneur der Region Sizilien, 1980 von der Mafia ermordet wurde.

 

Eigentlich sollte die Kandidatur eines Politikers wie Mattarella in Italien, das immer noch mit der Rezession und seit Jahrzehnten mit Korruptions- und Mafiaskandalen ringt, kein Problem sein: Er gilt als "Anständiger", ist einer, der immer Rückgrat gezeigt hat, wenn es darum ging, die Werte der Demokratie und der Verfassung seines Landes zu verteidigen.

Der dafür auch von einem Ministeramt zurücktrat, als ein Gesetz dem aufstrebenden Silvio Berlusconi Anfang der 90er-Jahre unlautere Medienmacht zuschachterte. Einer, der theoretisch alle Meriten hat, um dieses höchste Amt des Landes mit Würde zu bekleiden.

Der Premier spielte die Treue-Karte

Aber so sahen das nicht alle. Klar, dass Mattarella Berlusconi nicht passen konnte. Aber auch die Fünf-Sterne-Bewegung um den Komiker Beppe Grillo wollte ihn nicht. Riskant war das politische Zentrum: Bei Renzis Koalitionspartner, den Berlusconi-Abtrünnigen um Innenminister Angelino Alfano, herrschte bis zuletzt Ungewissheit.

Doch Renzi setzte auf die Treuekarte: Viele Zentrumsleute sind frühere Christdemokraten, auch Zöglinge Mattarellas, und konnten nun gar nicht anders, als einem wie ihm ihre Stimme zu geben. Darunter waren auch einige Berlusconi-Leute.

Kaum jemand, der dem jungen Premier am Samstag für diesen politischen Geniestreich nicht symbolisch auf die Schulter klopfte. Denn in wenigen Tagen war es Matteo Renzi gelungen, eine sich anbahnende Krise seiner knapp zwölf Monate jungen Regierung abzuschmettern und ihre Zukunft vorläufig zu sichern. Der Staatssekretär für EU-Politik, Sandro Gozi, lobte das nach der Wahl als "entscheidend für die Stabilität Italiens aber auch Europas".

Selbst Ex-Premier Letta lobt Renzi

Für die Forza Italia (FI) gab es dagegen schon kurz nach der Wahl erste Vorzeichen für ein mögliches Auseinanderbrechen, Fraktionschef Maurizio Sacconi trat zurück. Im Parlament herrschte fast hysterische Nervosität unter den FI-Leuten. Ein Debakel, das zum endgültigen Aus für Berlusconis politische Macht führen könnte.

Auch die Einheit im eigenen Lager hatte auf dem Spiel gestanden. In der Demokratischen Partei (PD), deren Chef Renzi ist, war seit Monaten der Unmut gewachsen. "Dissidenten" drohten mit Ungehorsam bei den Abstimmungen. Zu dem Unmut hatten Details der Reformen, aber auch die Tatsache geführt, dass Renzi alle wichtigen Schritte mit Berlusconi abgestimmt hat. Das Gemauschel der beiden hinter verschlossenen Türen, das offiziell dem Durchwinken wichtiger Reformen vonseiten aller großen Parteien dienen sollte, nervte Wähler und politische Mitstreiter gleichermaßen.

"Renzi hat großes für unser Land getan", sagte nach der Präsidentenwahl ausgerechnet einer der PD-Dissidenten, Giuseppe Civati. Ex-Premier Enrico Letta, den Renzi im Februar 2014 ziemlich unsanft vom Sockel geholt hatte, sagte der "Welt": "Das hat er hervorragend gemacht."

Palermos Bürgermeister Leoluca Orlando, ein enger Freund des neuen Staatspräsidenten und in jungen Jahren politischer Berater von dessen Bruder, zeigte sich gerührt: "Er ist ein Präsident, der unserem Land Ansehen und Würde zurückgeben kann." DW 31

 

 

 

 

 

Renzi, der Slalomfahrer

 

„Der Mann liebt das Risiko“ (Gad Lerner am 20. 1. im Blog). „Renzi ist der Premier flüssiger Zeiten. Der fähig ist, die Form zu wechseln. Und sich einem verflüssigten politischen System anzupassen. Renzi, einsam und schnell. Ohne wirkliche (politische) Freunde. Das ist seine Stärke, aber auch sein Problem… Täglich ein neuer Hafen. Eine andere Mannschaft. Neue Hinterhalte, neue Feinde. Die Reise könnte mühselig werden. Und riskant. Auch für einen flüssigen Navigator“ (Ilvo Diamanti am 2. 2. in „Repubblica“).

Der bisherige Konfrontationskurs

Noch vor 10 Tagen dachte ich, dass Renzi die PD spalten will. Man musste nur 1 und 1 zusammenzählen: Der Bruch mit der Linken durch den Jobs Act. Der Pakt mit Berlusconi, angeblich nur für Strukturreformen, der aber immer mehr zur festen Achse wurde. Der Renzi schon mal – beim Wahlgesetz – über die Runden half, als ihm die eigene Mehrheit wegbrach. Das „Weihnachtsgeschenk“ Renzis für Berlusconi, das dessen Verurteilung wegen Steuerhinterziehung rückgängig machen konnte. Der gnadenlose Sarkasmus, mit dem Renzi nicht nur ständig die (traditionell mit der PD „befreundete“) CGIL, sondern auch die eigene Linke provoziert. Die „Primarie“ der ligurischen PD, bei denen der Renzi-Flügel mit der Neuen Rechten ein Bündnis gegen die eigene Linke einging und dafür (für 2 Euro „Handgeld“) Marokkaner und Chinesen in die Abstimmungslokale karrte. Um dann diese Linke auch noch mit Hohn („kann wohl nicht verlieren?“) aus der Partei zu treiben.

Der Reim, den sich darauf politische Beobachter wie Gad Lerner machten, schien plausibel: Renzi meine offenbar, „durch den Zulauf von Stimmen aus dem Zentrum (Reste von Montis Scelta Civica, enttäuschte Berlusconi-Wähler) eine solche Spaltung kompensieren zu können… Ebenso wie es ihm durchaus gefallen könnte, wenn links von ihm eine kleine politische Formation überlebt. Im Vertrauen darauf, dass ihre Größe prozentual bescheiden bleibt und er sie in lokale Bündnisse einbeziehen kann. Vielleicht ist es heute zuallererst Renzi, der hofft, dass sich in der PD-Minderheit die Bestrebungen zum Parteiaustritt durchsetzen. Mit seinen systematischen Provokationen scheint er auf eine solche Spaltung hinzuarbeiten, die immer mehr zur konkreten Möglichkeit wird.“

Die punktuelle Versöhnung

Seit der Wahl des neuen Staatspräsidenten bin ich nicht mehr sicher, dass dies die ganze Wahrheit ist. Da er im politischen System Italiens eine wichtige Rolle spielt, war Berlusconi an seiner Auswahl höchst interessiert (der Staatspräsident kann begnadigen!). So gab es vor der Wahl die Befürchtung eines „schmutzigen Deals“: Mit der Begründung, die Wahl des Staatspräsidenten müsse von einer möglichst breiten Mehrheit getragen werden, ziehen Renzi und Berlusconi im letzten Moment einen gemeinsamen Kandidaten aus dem Ärmel. Ein „Nickemann“ für Renzi, ein Begnadiger von Berlusconi, das war der Alptraum.

Das Gegenteil trat ein, sowohl in der Sache als auch in der Methode. Mattarella scheint ein eher schwieriger Zeitgenosse zu sein, der zwar Renzi und Berlusconi rhetorisch keine Konkurrenz machen, aber sich beiden gegenüber als kompromissloser Hüter des Rechts und der Verfassung präsentieren wird. Was Berlusconi noch mehr verbittert, war die Methode seine Auswahl: Es war geradezu demonstrativ, wie Renzi Berlusconi dabei überging und stattdessen den Schulterschluss mit der PD-internen Opposition suchte. Es soll rührende Szenen gegeben haben, z. B mit Rosy Bindi, die zur scharfen Renzi-Kritikerin geworden war, aber nun – unter Tränen – wieder einen vorläufigen Frieden mit ihm schloss. Während sich Berlusconi mit seiner Enthaltung in die Schmollecke manövriert sah. Genauso ausmanövriert, wie zwei Wochen zuvor die PD-Linke.

Das allzu schlichte Erklärungsmuster

So erklärungsbedürftig der Konfrontationskurs gegenüber der Linken war, so ist es heute der Affront gegen Berlusconi. Offenbar ist das alte Erklärungsmuster – Renzi opfert die Linke, um im Zentrum zu gewinnen – zu schlicht. Er regiert mit wechselnden Mehrheiten. Sagt ihm der politische Instinkt, dass er von keiner Seite allzu abhängig werden darf? Als er im Senat für das neue Wahlgesetz Berlusconis Hilfe brauchte, war die anschließende Reaktion von Forza Italia ein Warnsignal: Sie begann Gegenleistungen zu fordern, die Renzi zu ihrem Gefangenen gemacht hätte. Indem er jetzt bei der Präsidentenwahl den Spieß umdrehte, hat er nicht nur „Bingo gemacht“ (Gad Lerner), sondern wieder Distanz geschaffen. Um im Bild zu bleiben: „die Kurve gekriegt“.

Mit wechselnden Mehrheiten zu regieren ist nicht nur Schwäche. Es kann auch bedeuten, sich mit mehreren Partnern einzulassen, um zu keinem in Abhängigkeit zu geraten. Das naheliegende Bild ist der Slalomlauf, mit dem man auch ans Ziel kommen kann. Dabei geht es um dreierlei: ob man die Kurven schafft; in welchem Stil man sie nimmt; wo man schließlich ankommt. Bisher hat Renzi seine Kurven genommen – wenn auch langsamer, als zunächst angekündigt. Ob er alle Kurven schafft, wird sich zeigen – in der Logik der Metapher läge es, dass Renzi jetzt, wo er gerade eine Linkskurve genommen hat, wieder zur Rechtskurve ansetzt. Berlusconi könnte seine Tränen trocknen, die PD-Linke sich wieder auf etwas gefasst machen. Dass Renzis Kurvenstil ruppig ist, hat sich herumgesprochen.

Bleibt die Frage nach dem Ziel

Dass Renzi die PD Richtung Zentrum öffnen will, ist klar. Andererseits ist die Wahl Mattarellas zum Staatspräsidenten ein Faktum, das diesem Ziel nicht schaden wird, aber der Linken das Verbleiben in der PD wieder leichter macht – zu ihrem kulturellen Erbe gehört der Schwur auf die Verfassung. Mit Mattarella hat sich Renzi für seine institutionellen Reformen (Senat!) eine wachsame Korrekturinstanz ins Haus geholt. Trotzdem wird der „soziale“ Renzi umstritten bleiben. Ob der Jobs Act den italienischen Beschäftigten anderes bringt als weniger Kündigungsschutz (und den Unternehmern mehr Rendite), muss sich noch erweisen. In den letzten Wochen war wieder von „kleinen Anzeichen“ für eine wirtschaftliche Wiedererholung die Rede. Davon hört man schon seit Jahren, bisher erwies es sich immer als falsch.  Hartwig Heine, aussorgeumitalien.de 5

 

 

 

 

Neues EU-Asylsystem: "Flüchtlingspolitik muss trotzdem weiter reformiert werden"

 

Ab Mitte 2015 soll die EU über ein leistungsfähiges gemeinsames Asylsystem verfügen. Doch selbst wenn die Mitgliedstaaten alle Richtlinien umsetzen, gibt es weiteren Reformbedarf. Eine Analyse von Steffen Angenendt, Daniela Kietz und Jan Schneider. 

 

Bis 20. Juli 2015 müssen sämtliche Richtlinien des "Gemeinsamen Europäischen Asylsystem" (GEAS) im nationalen Recht der Mitgliedstaaten verankert sein. Dann sollen Flüchtlinge in der gesamten Union gleiche Mindestbedingungen bei der Aufnahme und Versorgung, beim Zugang zum Asylverfahren und bei den Asylentscheidungen vorfinden.

Eine vollständige Umsetzung der Richtlinien ist dringend erforderlich, aber angesichts des bisherigen Umsetzungstempos vorerst nicht zu erwarten. Zudem steht ein wirksamer Flüchtlingsschutz auch nach der Umsetzung in Frage, denn drei zentrale Probleme bleiben absehbar bestehen. Alle drei können gelöst werden – den politischen Willen der Mitgliedstaaten vorausgesetzt.

Legale Zugangswege für Flüchtlinge nach Europa schaffen?

Flüchtlinge haben kaum legale Möglichkeiten, um in der EU Schutz zu suchen. Faktisch können sie nur auf illegalen Wegen in die EU kommen, um Asyl zu beantragen. Diese Wege werden immer aufwendiger und gefährlicher. Wenn die EU-Staaten weitere humanitäre Katastrophen an den Außengrenzen verhindern wollen, müssen sie nicht nur die Transitstaaten bei deren Bemühungen um eine eigene Asylpolitik unterstützen, sondern auch legale Zugangswege nach Europa bieten.

Hierfür gibt es eine Reihe von Optionen, die sorgfältig diskutiert werden müssen: Die EU könnte insbesondere den Herausforderungen der syrischen Flüchtlingskrise mit der Schaffung eines gemeinsamen humanitären Aufnahmeprogramms (Temporary Protection) sowie einer Ausweitung der Programme zur dauerhaften Ansiedlung anerkannter Flüchtlinge (Resettlement) begegnen. Im Hinblick auf das »klassische Asyl« könnte es Schutzsuchenden ermöglicht werden, in den EU-Auslandsvertretungen Asylanträge zu stellen ("Botschaftsasyl"). Eine weitere Option ist die Einrichtung europäischer Asylzentren in EU-Nachbarregionen, in denen entschieden wird, ob ein Asylbegehren so vielversprechend ist, dass ein Visum für die EU erteilt werden kann (exterritoriale Verfahren). Bei all diesen Optionen wäre in Zusammenarbeit mit dem Hohen Flüchtlingskommissar der Vereinten Nationen (UNHCR) sicherzustellen, dass sie Verfolgten tatsächlich Schutz bieten.

Anreizsysteme für die Einhaltung von Verpflichtungen in den Mitgliedstaaten ausbauen

Die Qualität des Flüchtlingsschutzes und die Chancen auf Anerkennung unterscheiden sich in den Mitgliedstaaten immer noch erheblich: Im Jahr 2012 variierte beispielsweise die Schutzquote für Asylbewerber aus dem Irak je nach EU-Mitgliedstaat zwischen 92 und 2,9 Prozent. Ähnlich weit klaffen die Standards der Unterbringung, die Versorgung der Flüchtlinge und die Angebote zur Integration auseinander. Von einem einheitlichen Flüchtlingsschutz kann noch keine Rede sein.

Zweifellos würde die vollständige Umsetzung der überarbeiteten Richtlinien in nationales Recht den Flüchtlingsschutz in Ländern wie Griechenland, Ungarn oder Zypern verbessern. Allerdings verfügen Rat und Kommission kaum über Zwangsmaßnahmen, um Mitgliedstaaten zur Einhaltung ihrer Verpflichtungen zu bewegen. Und tatsächlich ist es vielversprechender, auf Anreizsysteme zu setzen: Mitgliedstaaten können durch massive und zielgerichtete Unterstützung in die Lage versetzt werden, rechtstreu zu handeln. Die Instrumente dafür gibt es auf EU-Ebene bereits, etwa in Gestalt des Asyl-Unterstützungsbüros (EASO) oder des neuen Asyl-, Migrations- und Integrationsfonds (AMIF). Allerdings ist die Ausstattung beider Instrumente angesichts der aktuellen Herausforderungen viel zu gering. Gerade das EASO müsste dringend personell und ideell gestärkt werden.

Auf "faire Quoten" für eine gerechte Verteilung von Verantwortung setzen

Die Asylbewerber sind immer noch höchst ungleich in der EU verteilt. So haben im vergangenen Jahr fünf EU-Staaten, nämlich Deutschland, Schweden, Italien, Frankreich und Großbritannien, drei Viertel aller Asylverfahren durchgeführt. Wenn es im Zuge weiter steigender Flüchtlingszahlen nicht bald zu einer fairen Verteilung der Verantwortung kommt, werden diejenigen gestärkt, die sich generell gegen die Aufnahme von Flüchtlingen stellen.

Problematisch ist, dass auch die neue Dublin-III-Verordnung nichts an der bisherigen Regelung für die Asylzuständigkeit ändert: Das Land der Ersteinreise in die EU bleibt für Unterbringung und Verfahren verantwortlich. Damit ist die ungleiche Verteilung der Asylbewerber weiterhin im Dublin-System angelegt. Wenn eine gemeinsame EU-Asylpolitik langfristig funktionieren soll, führt an der Reform dieses Systems kein Weg vorbei.

Als Lösung bietet sich an, für jeden Mitgliedstaat eine faire Aufnahmequote zu ermitteln, die sich nachvollziehbar an den Kapazitäten des Landes orientiert. Diese Quote ließe sich über die Faktoren Bevölkerung, Wirtschaftskraft, Größe und Arbeitslosigkeit bestimmen. Die "fairen Quoten" könnten als Grundlage für die Durchführung von Asylverfahren, für die Aufnahme von (Bürger-)Kriegsflüchtlingen oder für ein Resettlement dienen. Ein solches "Mehrfaktorenmodell" könnte auf zweifache Weise genutzt werden: Zum einen könnte, wenn die Zahl der Flüchtlinge die jeweilige Landesquote überschreitet und der betreffende Staat einen Ausgleich wünscht, eine gewisse Zahl von Flüchtlingen auf andere EU-Staaten verteilt werden.

Mechanismus zur Entschädigung von Aufnahmestaaten

Zum anderen könnte ein finanzieller Mechanismus geschaffen werden, der die Aufnahmestaaten für die Flüchtlingsaufnahme entschädigt oder sogar belohnt. Dabei müsste allerdings sichergestellt werden, dass einzelne Mitgliedstaaten einen solchen Fonds nicht dazu missbrauchen, die Zahl der Asylbewerber niedrig zu halten und sich "freizukaufen".

Erst eine politische Einigung auf ein solches faires System der Verantwortungsteilung würde die gemeinsame Flüchtlingspolitik entscheidend voranbringen. Angesichts der steigenden Flüchtlingszahlen dürfen die Mitgliedstaaten und die EU-Kommission eine grundlegende Reformdiskussion nicht scheuen.  EA 6

 

 

 

 

Migration, Bildung und Ungleichheit

 

Welche europäischen Bildungssysteme bieten mehr Chancengleichheit?

Schüler mit Migrationshintergrund erbringen in Europa durchweg schlechtere Leistungen als einheimische Schüler. Die Unterschiede variieren jedoch von Land zu Land. Welches Schulsystem bietet nun relativ das höchste Maß an Chancengleichheit? Eine empirische Untersuchung. Von Camilla Borgna

 

Europa hat sich lange der Illusion hingegeben, Einwanderung sei nur ein vorübergehendes Phänomen. Gemäß dieser Vorstellung, die vor allem – aber nicht nur – in Kontinentaleuropa vorherrschte, waren Einwanderer „Gastarbeiter“, die für einen begrenzten Zeitraum zum Arbeiten ins Land kommen und danach in ihre Heimat und zu ihren Familien zurückkehren würden. Die Realität sah jedoch ganz anders aus: Die Einwanderer ließen sich nieder, versuchten ihre Familien nachzuholen und machten ihre sozialen und politischen Rechte geltend. Max Frisch hat es auf den Punkt gebracht: „Wir riefen Arbeitskräfte, und es kamen Menschen.“ Erst als diese Tatsache offenkundig wurde, begannen die europäischen Gesellschaften, ihre institutionellen Strukturen dieser neuen Realität anzupassen – ein Prozess, der bis heute andauert.

Die mangelnde Integration von Einwandererkindern wurde umstrittenes Thema der öffentlichen Diskussion, und viele Erwartungen richteten sich an das Bildungssystem. Bildung wird weithin als entscheidende Voraussetzung für gesellschaftlichen Aufstieg betrachtet, denn sie kann die zukünftigen Lebenschancen der zweiten Einwanderergeneration maßgeblich verbessern. Investitionen in die Bildung können außerdem indirekt die soziale und kulturelle Integration der Elterngeneration fördern.

Aber Bildung ist ein zweischneidiges Schwert: Sie legitimiert auch die Reproduktion sozialer Ungleichheiten, da Kinder aus privilegierten Familien mit größerer Wahrscheinlichkeit Zugang zu höheren Bildungsgängen erhalten und diese auch erfolgreich abschließen.

Und genau hier hat Europa bislang weitgehend versagt: Die nationalen Bildungssysteme haben die Chance vertan, Migrantenkindern durch die Gewährleistung gleicher Bildungschancen den Aufstieg zu ermöglichen. Betrachtet man die Länge des Schulbesuchs, die Art der erworbenen Abschlüsse sowie die erworbenen Kompetenzen in Kernbereichen wie Mathematik, Leseverständnis und Naturwissenschaften, so schneiden Schüler mit Migrationshintergrund in allen westeuropäischen Ländern schlechter ab als ihre Altersgenossen ohne Migrationshintergrund. Sie haben auch ein höheres Risiko, die Schule abzubrechen, ein Schuljahr zu wiederholen oder in weniger angesehenen Bildungsgängen zu landen.

Es gibt jedoch Unterschiede, die darauf hindeuten, dass ein partieller und schrittweiser Integrationsprozess durchaus stattfindet: Im Gastland geborene Einwandererkinder (zweite Generation) erzielen oft bessere schulische Leistungen als diejenigen, die eingewandert sind (erste Generation). Unter den Einwanderern der ersten Generation wiederum finden sich bessere Bildungsergebnisse oft unter denjenigen, die zu einem frühen Zeitpunkt ihres Lebens ins Gastland gekommen sind.

Dennoch verträgt sich die anhaltende Benachteiligung von Einwanderern der zweiten Generation – im Zielland geboren, sozialisiert und ausgebildet – nicht mit dem Bild der Schule als einer Institution, die gleiche Bildungschancen für alle bereithält.

Eine Diskrepanz zwischen den Leistungen von Schülern mit und ohne Migrationshintergrund gibt es in allen westeuropäischen Ländern, aber das Ausmaß dieser Diskrepanz variiert: Alle Bildungssysteme sind ungleich, aber manche sind ungleicher als andere. Um zu verstehen, welche institutionellen Aspekte der europäischen Bildungssysteme dem Fortschritt von Schülern mit Migrationshintergrund besonders abträglich sind, muss man zu den Quellen ihrer ursprünglichen Benachteiligung zurückkehren.

Aufgrund der Überrepräsentation von Einwanderern in der am wenigsten privilegierten Bevölkerungsschicht lässt sich ein Großteil ihrer schulischen Benachteiligung auf traditionelle Mechanismen der sozialen Stratifizierung zurückführen. Der Mangel an materiellen und bildungsbezogenen Ressourcen im Elternhaus macht es für Schüler aus sozioökonomisch schlechtergestellten Familien schwieriger, gute Leistungen in der Schule zu erzielen. Wenn die Eltern selbst nur über eine geringe Bildung verfügen, sind sie eventuell nicht in der Lage und/oder willens, den Kindern bei den Hausarbeiten zu helfen. Außerdem wird der Bildung in den verschiedenen sozialen Schichten ein unterschiedlich hoher Wert beigemessen. Gleiches gilt für die Kosten, die sich mit einem verspäteten Eintritt in den Arbeitsmarkt verbinden. Daher kann sich unter Schülern, die wissen, dass sie nicht lange in der Schule bleiben werden, bereits früh ein Desinteresse herausbilden.

Die Bildungsbenachteiligung von Migranten lässt sich allerdings nur zum Teil durch den niedrigen sozioökonomischen Status von Einwandererfamilien erklären. Es gibt darüber hinaus eine migrationsspezifische Benachteiligung, die die Bildungskarrieren von Einwanderern der ersten und zweiten Generation behindert, nicht nur im Vergleich zum durchschnittlichen Schüler ohne Migrationshintergrund, sondern auch im Vergleich zu Nicht-Migranten, die in ihren Familien ebenfalls nur begrenzte Ressourcen vorfinden. Wie groß ist das Ausmaß dieser migrationsspezifischen Benachteiligung? Welche Bildungssysteme schaffen es eher, diese Disparitäten gering zu halten? Diese Frage habe ich in meiner Dissertation untersucht, die ich zwischen 2010 und 2014 an der Universität von Mailand verfasst habe. Für die Bildungsergebnisse von 15-jährigen Schülerinnen und Schülern in den drei Kernbereichen Mathematik, Lesekompetenz und Naturwissenschaften und für den Vergleich von Einwanderern der zweiten Generation mit Schülern ohne Migrationshintergrund habe ich PISA-Daten von 2006 und 2009 genutzt. Durch einen Vergleich von 17 westeuropäischen Ländern und unter Verwendung unterschiedlicher Verfahren habe ich anschließend die Bedeutung von Bildungssystemen für die Erzeugung mehr oder weniger schwerer migrationsspezifischer Bildungsbenachteiligung ermittelt.

Aus theoretischer Sicht lässt sich zunächst vermuten, dass hinter der migrationsspezifischen Bildungsbenachteiligung ein Mangel an Kenntnissen in der Sprache des Ziellandes steht. Dies betrifft zwar vor allem Kinder, die bei der Einwanderung bereits zur Schule gehen, aber dieser Faktor kann auch die Leistung von Migrantenkindern beeinträchtigen, die im Zielland geboren oder sehr früh dort angekommen sind, wenn sie in den ersten Jahren nicht ausreichend Gelegenheit zur Interaktion mit Gleichaltrigen ohne Migrationshintergrund hatten. Nach meinen Befunden könnte der späte Beginn der Schulpflicht das scheinbare Paradox mancher skandinavischer Länder erklären, wonach die Gesamtschulstruktur im Primar- und unteren Sekundarbereich zwar die durch soziale Schichtzugehörigkeit hervorgerufenen Bildungsungleichheiten reduzieren kann, nicht aber im gleichen Maße die migrationsbedingten Disparitäten.

Interessanterweise haben Schüler mit Migrationshintergrund in Schweden, Dänemark und Finnland – wo die Schulpflicht mit sieben Jahren einsetzt – weitaus größere Lernschwierigkeiten als in Norwegen, wo die Kinder bereits mit sechs Jahren schulpflichtig werden. In der frühen Phase des Lernens kann ein so kurzer Zeitraum ausschlaggebend sein. Ebenso wichtig für die kognitive Entwicklung von Migrantenkindern kann der Zugang zu frühkindlicher Bildung sein: In Frankreich, wo fast alle Drei- bis Fünfjährigen eine Vorschule besuchen, ist migrationsspezifische Bildungsbenachteiligung geringer als in den französischsprachigen Kantonen der Schweiz, wo weniger als 40 Prozent der Kinder eine Vorschule besuchen.

Ein zweites Hindernis für den Bildungserfolg von Schülern mit Migrationshintergrund ergibt sich aus der Tatsache, dass deren Eltern oft nur wenig über das Bildungssystem im Gastland wissen und welche impliziten Werte, kulturelle Normen und Erwartungen es beinhaltet. Bildungssysteme, in denen elterliche Entscheidungen wesentlich für das schulische Fortkommen der Kinder sind, verstärken daher tendenziell die Diskrepanz zwischen Schülern mit und ohne Migrationshintergrund. Insbesondere das frühe Aufteilen der Schüler in starre Bildungsgänge mit unterschiedlichen Lehrplänen kann zu Benachteiligungen führen, denn je früher diese Aufteilung stattfindet, desto wichtiger ist es, dass die Familien sich aktiv an dieser Entscheidung beteiligen.

In Deutschland und Österreich, wo die Schüler sich sehr früh zwischen akademisch orientierten und berufsorientieren Bildungsgängen entscheiden müssen, findet sich die überwältigende Mehrheit der Einwandererkinder in den Randbereichen des Schulsystems wieder. In diesen marginalisierten Schulen wird die ursprüngliche, migrationsbedingte Benachteiligung durch die geringe Qualität des Lernumfelds (Mitschüler, Lehrpersonal und Bildungsressourcen) noch verstärkt. Es überrascht daher nicht, dass es in Deutschland und Österreich auch deutliche Unterschiede zwischen den Bildungsleistungen von Schülern unterschiedlicher sozialer Herkunft gibt: Genau wie die Kinder von Einwanderern werden Kinder aus bildungsfernen Familien durch die frühe Selektivität dieser Systeme bestraft.

Dort, wo Wohngebiete segregiert sind, kann es sogar sein, dass Schüler mit Migrationshintergrund von vornherein in benachteiligte Schulen abgedrängt werden, noch bevor irgendeine Art von Aufteilung nach Bildungsgängen stattfindet. In Schweden und Dänemark zum Beispiel ist die Wahrscheinlichkeit, die leistungsschwächsten Schulen zu besuchen, für Migrantenkinder schon in der Grundschule viermal so hoch wie für Kinder ohne Migrationshintergrund. Entgegen der öffentlichen Meinung zeigen zahlreiche Studien aus den USA und Europa, dass sich Schulen mit einem hohen Anteil an Migranten nicht per se nachteilig auf die Leistungen ihrer Schüler auswirken. Vielmehr scheint es vor allem auf die sozioökonomische Zusammensetzung sowie auf die personellen und finanziellen Ressourcen dieser „Ghetto-Schulen“ anzukommen. Aufgrund von Wahlfreiheit und/oder Zuweisungsverfahren arbeiten an den Brennpunktschulen oft geringer qualifizierte Lehrkräfte. Zwar dürften die meisten Eltern solche Schulen als problematisch betrachten, aber nur denjenigen mit ausreichend zeitlichen, wirtschaftlichen und informationellen Ressourcen wird es gelingen, ihre Kinder an anderen Schulen unterzubringen. Das wiederum trägt dazu bei, die benachteiligte Schule noch weiter zu marginalisieren. Konzentrieren sich Einwandererfamilien also stark auf einkommensschwache Wohngegenden, so ist die Wahrscheinlichkeit groß, dass ihre Kinder einem Lernumfeld niederer Qualität ausgesetzt sind.

Was folgt nun aus diesen Befunden für die Politik? Jedes Bildungssystem lässt sich als eine komplexe Konstellation von Elementen betrachten, die eingebettet sind in einen gesellschaftlichen und historischen Kontext. Der Versuch, ein Patentrezept zur Herstellung gleicher Bildungschancen zu finden, ist von vornherein zum Scheitern verurteilt. Dennoch ergeben sich aus der empirischen Forschung zur Bildungsbenachteiligung von Migranten drei wesentliche Erkenntnisse. Erstens sollten Bildungssysteme so gestaltet werden, dass Einwandererkinder so früh wie möglich integriert werden, um ihnen die Interaktion mit Gleichaltrigen ohne Migrationshintergrund zu erleichtern und so ihren Sprachschwierigkeiten entgegenzuwirken. Dies kann entweder durch ein Herabsetzen des Einschulungsalters geschehen oder durch die Bereitstellung von allgemein zugänglichen und hochwertigen Vorschuleinrichtungen. Beide Optionen fördern die Teilnahme von Kindern mit und ohne Migrationshintergrund.

Zweitens: Differenzierte Bildungssysteme sollten den Zeitpunkt der Wahl zwischen verschiedenen Bildungsgängen nach hinten verschieben und gleichzeitig das Beratungsangebot an den Schulen ausbauen, um das Informationsdefizit von Migrantenfamilien zu überwinden. Um außerdem eine Marginalisierung von Schülern zu vermeiden, die sich für ein berufsorientiertes Angebot entscheiden, sollte dafür gesorgt werden, dass Lehrpläne und Lehrpersonal in diesen Bildungsgängen von angemessener Qualität sind.

Der dritte und letzte Punkt betrifft Länder, in denen Wohnsegregation zu einer überproportionalen Konzentration benachteiligter Schüler an bestimmten Schulen führt. Um hier das Risiko eines Teufelskreises zu minimieren, sollten die am höchsten qualifizierten und motivierten Lehrkräfte berufliche Anreize erhalten, an diesen ansonsten marginalisierten Schulen zu bleiben. Auch sollten solche Schulen zusätzliche Ressourcen erhalten, um ihren Schülern Nachhilfekurse und ergänzende Lehrmaterialien zur Verfügung stellen zu können.

Literatur

Camilla Borgna, Dalit Contini: „Migrant Achievement Penalties in Western Europe: Do Educational Systems Matter?“ In: European Sociological Review, 2014, Vol. 30, No. 5, pp. 670-683.

Deborah A. Cobb-Clark, Mathias Sinning, Steven Stillman: „Migrant Youths’ Educational Achievement The Role of Institutions“. In: The ANNALS of the American Academy of Political and Social Science, 2012, Vol. 643, No. 1, pp. 18-45.

Maurice Crul, Jens Schneider, Lelie Frans (Eds.): The European Second Generation Compared. Does the Integration Context Matter? Amsterdam: Amsterdam University Press 2012.

Nicole Schneeweis: „Educational Institutions and the Integration of Migrants“. In: Journal of Population Economics, 2011, Vol. 24, No. 4, pp. 1281-1308.

Wie die französische Erfahrung mit den zones d’education prioritaires (ZEPs) zeigt, sollte die Politik bei der Gestaltung kompensatorischer Maßnahmen darauf achten, dass die betroffenen Schulen nicht stigmatisiert werden. Schaut man sich die Bildungslücken zwischen Schülern mit und ohne Migrationshintergrund an, so scheinen die ZEPs trotz der harten Kritik an diesem Modell doch nicht komplett versagt zu haben. Im Gegenteil, Frankreich ist neben Großbritannien und Luxemburg eines der wenigen westeuropäischen Länder, in denen die Kinder von Migranten nahezu genauso gute Ergebnisse erzielen wie Kinder aus ähnlichen sozioökonomischen Verhältnissen ohne Migrationshintergrund. Diese Erfahrungen zeigen: Auch wenn der Weg zur vollständigen Integration von Einwanderern der zweiten Generation in Europa noch lang ist – die Verbesserung der egalitären Ausrichtung nationaler Bildungssysteme ist keine Chimäre. MiG 28

 

 

 

 

 

Griechenlandkrise: Die Trümpfe liegen in Berlin

 

Nicht nur die griechischen Wähler, auch die wirtschaftliche Realität verlangt einen Politikwechsel.

 

Verfolgt man die aktuelle deutsche Debatte um Griechenland, gewinnt man den Eindruck, dass die ausschließliche Schuld für die Eurokrise in der verantwortungslosen Schuldenpolitik der Südländer liegt. Und nun sollen die fleißigen, aber dummen Deutschen dafür zahlen. Währenddessen herrscht in Südeuropa die Meinung vor, Deutschland nutze seine wirtschaftliche Stärke, um dem Rest Europas eine Austeritätspolitik aufzuzwingen, die vor allem der deutschen Wirtschaft nützt. Beides ist Unsinn – aber brandgefährlich, wenn es geglaubt wird. Deutsche und südeuropäische Wahrnehmungswelten klaffen weit auseinander. Wenn falsche Wahrnehmungen sich verfestigen, werden sie zur Wirklichkeit. Das scheint die größte politische Gefahr der Eurokrise zu sein.

Natürlich löst es Empörung in Deutschland aus, wenn Angela Merkel mit Hitler und mit politischen Auflagen verbundene Finanzhilfen mit der Wehrmachtsbesetzung verglichen werden. Und in Griechenland ist man berechtigterweise beleidigt, wenn Griechen in deutschen Medien in Bausch und Bogen als faul, korrupt und lügnerisch dargestellt werden und deutsche Politiker sich von außen in den griechischen Wahlkampf einmischen. Diese sich gegenseitig hochschaukelnden Antipathien müssen schleunigst durchbrochen werden. In Deutschland wird die wachsende anti-deutsche Stimmung in vielen Nachbarländern zu leichtfertig als unsinnig und unberechtigt zurückgewiesen. Das birgt die Gefahr einer schleichenden Isolierung Deutschlands und gefährdet deutsches Ansehen und deutschen Einfluss in Europa.

 

Die Eurokrise als europäisches Politikversagen

Die Finanzkrise und die sich daraus entwickelnde Eurokrise ist ein europäisches Politikversagen. Wir alle tragen eine gemeinsame Verantwortung. Die fehlende Finanzmarktregulierung hat verantwortungsloses Leihen und Verleihen ermöglicht, und als es zum Kladderadatsch kam, sahen sich Regierungen genötigt, die Verluste zu sozialisieren, um den Systemzusammenbruch zu vermeiden. Die Kredite an Griechenland waren daher in erheblichem Maße nicht karitativ oder solidarisch motiviert, sondern einem gesunden Eigeninteresse geschuldet. Der Kompromiss war, dass die deutschen Steuerzahler die Last des Ausfallrisikos tragen und die griechischen die Bürde der Zins- und Tilgungsraten. Es ging darum, internationale – auch deutsche und griechische – Banken zu schützen.

Die Hilfspakete waren vor allem ein Gläubigertausch. An die Stelle privater Banken traten ausländische Staaten. Das hat den Vorteil, dass die Schuldenproblematik langfristig und politisch sinnvoll gelöst werden kann, ohne einen wirtschaftlichen Kollaps zu riskieren. Diese Chance hat die Politik bisher nicht genutzt.

Von deutscher Seite wurde einseitig die schnelle Konsolidierung öffentlicher Haushalte und die Durchsetzung von Strukturreformen favorisiert. Keine Frage, manche dieser Reformen machen Sinn. Weder Griechenland noch Deutschland brauchen ein Apothekermonopol. Und die steuerliche Privilegierung griechischer Reeder ist ähnlich unsinnig wie das deutsche Steuersparmodell für Schiffsfonds. Doch die Aussteuerung eines Drittels der Bevölkerung aus einer solidarischen Gesundheitsversorgung ist weder sozial, noch wirtschaftlich, noch politisch sinnvoll.

Sicher, Strukturanpassungen sind eine unbestreitbare und ständige Notwendigkeit, um im internationalen Konkurrenzkampf zu bestehen. Doch sie lösen keine wirtschaftliche Dynamik aus, wenn sie parallel zu einem Zusammenbruch der Beschäftigung, einem Kollaps der gesamtwirtschaftlichen Nachfrage und dem permanenten Risiko von Staatsbankrott und Eurozonenaustritt stattfinden. Insbesondere ist die Hoffnung auf einen schnellen Anstieg von Privatinvestitionen als Motor eines Wirtschaftsaufschwungs unter diesen Bedingungen vollkommen illusorisch. Nicht nur die griechischen Wähler, auch die wirtschaftlichen Realitäten verlangen einen Politikwechsel. Nach einem solchen eindeutigen Wahlentscheid ist der bisherigen Politik die interne Legitimation entzogen. International auf ihrer bedingungslosen Fortsetzung zu bestehen, ist daher nicht zielführend.

Die Wahl in Griechenland ist eine Chance, auf allen Seiten eigene Beurteilungen zu überprüfen und nach gemeinsamen, tragfähigen Lösungen zu suchen. Im Moment sieht es hierfür nicht gut aus. Der verzweifelte Versuch Griechenlands, nationalsozialistische Altschulden zu reklamieren ist politisch nicht sehr aussichtsreich und dürfte das deutsch-griechische Klima noch weiter belasten. Solchen Verzweiflungstaten begegnet man am besten mit sinnvollen Vorschlägen. Deutschland hat fast alle Trumpfkarten in der Hand. Aus dieser Position der Stärke heraus ist Flexibilität und Kompromissbereitschaft ein Gebot der politischen Klugheit.

Ein europäisches Investitionsprogramm für Griechenland und ein Schuldenmoratorium bis die griechische Volkswirtschaft wieder das Niveau von 2010 erreicht hat, könnten der griechischen Wirtschaft entscheidend helfen, wieder auf die Beine zu kommen. Deutsche Bürgschaften für private deutsche Direktinvestitionen in Griechenland könnten zusätzlich helfen, die notwendige Investitionsdynamik zu fördern. Diese Schritte bedeuten nicht, auf sinnvolle und notwendige Strukturanpassungen zu verzichten. Im Gegenteil, sie bedeuten, diese überhaupt erst möglich zu machen. Eine solche mutige Ergänzung bisheriger deutscher Griechenlandpolitik würde nicht nur das Ausfallrisiko für griechische Anleihen reduzieren, sondern eine politische Rendite abwerfen, die unbezahlbar wäre.  Frank Hoffer IPG 2

 

 

 

 

"Merkel abgewählt": Syriza-Bündnis gewinnt Griechenland-Wahl

 

Die linke Syriza-Partei ist klare Siegerin der Parlamentswahl in Griechenland, sie verfehlte nur knapp die absolute Mehrheit. Für das politische Pendant in Deutschland ist klar: Die Griechen haben gegen Angela Merkel gestimmt.

Das Linksbündnis Syriza hat Hochrechnungen zufolge die Parlamentswahl in Griechenland mit klarem Vorsprung gewonnen. Demnach kommt die Partei von Alexis Tsipras auf 36,4 Prozent der Stimmen und voraussichtlich 149 der 300 Sitze im Parlament. Für eine absolute Mehrheit waren 151 Sitze nötig gewesen.

Die bislang regierenden Konservativen unter Antonis Samaras erhalten laut Hochrechnungen 27,8 Prozent (Juni 2012: 29,7). Dahinter liegt die rechtsradikale Goldene Morgenröte mit 6,3 Prozent (Juni 2012: 6,9). Die vergangenes Jahr neu gegründete pro-europäische Partei der politischen Mitte, To Potami (Der Fluss), kommt demnach auf 6,0  Prozent. Die bislang mitregierenden Sozialisten landen mit großen Verlusten bei 4,8 Prozent (Juni 2012: 12,3).

Den Einzug ins Parlament schafften auch die Kommunistische Partei KKE mit 5,5 Prozent (Juni 2012: 4,5) und die rechtspopulistische Partei der Unabhängigen Griechen mit 4,7 Prozent (Juni 2012: 7,5).

Syriza will die Regierungsbildung so rasch wie möglich abschließen. Bereits am Montag früh um 9.30 Uhr trifft Tsipras den Vorsitzenden der Partei der Unabhängigen Griechen, Panos Kammenos, zu Koalitionsgesprächen.

Tsipras bezeichnete den Wahlsieg als historisch. "Das griechische Volk hat Geschichte geschrieben", sagte Tsipras, "es lässt die desaströse Sparpolitik hinter sich. Das Mandat des griechischen Volks schließt ohne Zweifel den Teufelskreis des Sparens."

Tsipras will das von seinen Euro-Partner und dem Internationalen Währungsfonds (IWF) vor der Staatspleite gerettete Land zwar in der Euro-Zone halten. Vereinbarte Reform-Auflagen lehnt er aber ab und fordert einen Schuldenschnitt. EU, IWF und Europäische Zentralbank weisen das zurück. Griechenland steht bei seinen Geldgebern mit rund 240 Milliarden Euro in der Kreide.

Die Europäische Zentralbank (EZB) schließt einen Schuldenerlass für das Krisenland nicht aus, lehnt allerdings eine eigene Teilname ab. "Es ist nicht an der EZB zu entscheiden, ob Griechenland Schuldenerleichterungen braucht", sagte EZB-Direktoriumsmitglied Benoît Cœuré dem "Handelsblatt". Das sei eine politische Entscheidung. "Aber es ist absolut klar, dass wir keiner Schuldenerleichterung zustimmen können, bei dem die griechischen Anleihen einbezogen würden, die bei der EZB liegen." Schon allein aus rechtlichen Gründen sei dies unmöglich.

Das EZB-Programm zum Kauf von Staatsanleihen werde "kurzfristig Wachstum und Arbeitsplätze fördern und uns so helfen, unser Ziel der Preisstabilität zu erreichen", sagte Cœuré . "Aber es ist dringend notwendig, dass die europäischen Regierungen Strukturreformen vornehmen und die Staatshaushalte konsolidieren, um langfristig nachhaltiges Wachstum und Arbeitsplätze zu schaffen."

Der Euro gab im australisch-asiatischen Handel unmittelbar nach Bekanntgabe der Prognosen um rund einen halben Cent nach und fiel unter die Marke von 1,12 Dollar. Bundesbank-Präsident Jens Weidmann sagte ein einer ersten Reaktion, Griechenland sei nach wie vor auf Hilfen seiner Partner angewiesen. "Und das heißt natürlich auch, dass es ein solches Programm nur geben kann, wenn die Verabredungen auch eingehalten werden."

Klares Votum gegen Merkels Sparpolitik

Die griechischen Wähler haben mit ihrem Votum offenkundig die von den Geldgebern EU, EZB und IWF verordnete bittere Medizin abgelehnt, die das Land aus den Schulden führen sollte, aber auch rund ein Viertel der Bevölkerung in Armut brachte. Syriza-Sprecher Panos Skourletis sagte: "Das ist ein historischer Sieg." Das Wahlergebnis sende eine klare Botschaft gegen die Sparpolitik und für Würde und Demokratie.

"Die Demokratie ist erwacht. Die Griechen haben Depression, Korruption und letztlich Frau Merkel abgewählt", erklärte der deutsche Europabgeordnete Fabio De Masi von der Linkspartei.

Die Chefin der Linkspartei, Katja Kipping, wertete den Wahlausgang in der "Bild"-Zeitung als "klare Absage an das Kürzungsdiktat, das eine soziale Katastrophe und volkswirtschaftlich unverantwortlich ist".

Politiker aus Union und SPD forderten die künftige griechische Regierung auf, die mit den internationalen Geldgebern geschlossenen Vereinbarungen einzuhalten.

Der britische Premierminister David Cameron warnte, der Wahlausgang werde die wirtschaftliche Unsicherheit in Europa verstärken. Frankreichs Präsident François Hollande - ein Gegner der rigiden Sparpolitik - sprach sich für eine enge Zusammenarbeit mit Griechenland aus, um für Wachstum und Stabilität der Euro-Zone zu sorgen. Der finnische Außenminister Erkki Tuomioja sagte in einem Interview, das Wahlergebnis werde die Debatte in Europa verändern und den Schwerpunkt mehr auf Wachstum und Beschäftigung verlagern.

EU-Kommissar Günther Oettinger hat Wahlsieger Tsipras wenig Hoffnungen auf Finanzzugeständnisse der europäischen Partner gemacht. Oettinger betonte am Montag im Deutschlandfunk, dass die bisherigen Hilfspakete für das Land günstige Konditionen hätten. "Die werden wir wieder anbieten - es braucht ein neues Paket", sagte der EU-Kommissar.

Griechenland benötige ab März neue Finanzmittel. "Wir werden das Angebot nicht verschlechtern, aber auch nicht verändern", sagte er. Das sei die Grundlage der anstehenden Gespräche mit der neuen griechischen Regierung. Europa könne nicht wegen einer Wahl seine Position ändern. Tsipras müsse in den nächsten Tagen erkennen, dass sein Land diese Finanzierung brauche.

Der Frage, ob Griechenland die Euro-Zone verlassen könnte, wich Oettinger aus. "Wir bauen darauf, dass er die Realität erkennt", sagte er mit Blick auf Tsipras. "Niemand will, dass Griechenland aussteigt."

EU-Parlamentspräsident Martin Schulz (SPD) rechnet nicht mit einem Schuldenschnitt für das Land. Er glaube nicht, dass es eine Mehrheit für diesen Schritt geben werde, sagte Schulz am Montag. Tsipras werde nicht alle radikalen Forderungen aus dem Wahlkampf einhalten können. Schulz selbst habe noch in der Nacht mit ihm gesprochen und ihm das gesagt. Der Parlamentspräsident zeigte sich zuversichtlich, was die Zusammenarbeit zwischen Griechenland und den europäischen Partnern angeht. "Das ist auch ein Pragmatiker, der ziemlich genau weiß, dass er Kompromisse eingehen muss", sagte Schulz über Tsipras.

Die Finanzminister der Eurozone werden bereits am Montag in Brüssel darüber beraten, welche Folgen das griechische Wahlergebnis für die Eurozone und die EU hat. Beschlüsse werden aber noch nicht erwartet.

Positionen: 

?"Die verfehlte Kürzungsdogmatik der EU-Staats- und Regierungschefs trägt eine Mitverantwortung für die Radikalisierung in weiten Teilen der griechischen  Bevölkerung“, sagt Udo Bullmann, Vorsitzender der SPD-Abgeordneten im Europäischen Parlament. "Die einseitige Politik unter Kontrolle der gesichtslosen Troika hat verheerende Schäden in Hunderttausenden von Familien in Griechenland hinterlassen. Das Wahlergebnis ist keine Absage der Griechen an Europa. Es zeigt vielmehr das Scheitern eines Kurses, der Opfer bisher fast ausschließlich von sozial Schwächeren und Normalverdienern gefordert hat."

Europa-Union Präsident und  CDU-Europaabgeordneter Rainer Wieland erklärt: "Europa muss einen kühlen Kopf behalten. Es gibt keine neue Eurokrise. Auch die neue Regierung wird sich mit der Wirklichkeit arrangieren müssen. Wir wollen, dass Griechenland im Euro bleibt – aber nicht zu einseitig gesetzten Bedingungen. Also muss auch eine von Syriza geführte Regierung konstruktiv dafür arbeiten, dass das gelingt."

"Der Erfolg von Syriza zeigt, dass sozialer Kahlschlag als Krisenpolitik nicht funktioniert", erklärt der Grüne Europaabgeordnete Sven Giegold. Die griechischen Bürger haben für einen Kurswechsel in der griechischen und europäischen Politik gestimmt. Die Beschwörung der gescheiterten Reformpolitik der Troika in Griechenland ist eine reflexhafte Reaktion auf das Wahlergebnis. Europa muss zur Kenntnis nehmen, dass die bisherige Reformpolitik gescheitert ist."

"Die Wahl von Syriza ist eine Chance auf einen Neuanfang für eine faire Verteilung der Krisenlasten und Bekämpfung der Korruption und Steuerhinterziehung", so Giegold weiter. "Das sind die dringend notwendigen Reformen für die wirtschaftliche Erholung des Landes."

Der Chef des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW), Marcel Fratzscher, hat das Wahlergebnis als "schlechte Nachricht für Europa und für Griechenland" bezeichnet. Das "unerwartet starke Resultalt" werde die künftige Regierung von Alexis Tsipras sehr viel selbstbewusster und aggressiver gegenüber seinen europäischen Partnern auftreten lassen, sagte Fratzscher der Online-Ausgabe der "Rheinischen Post". "Ein Konflikt mit den europäischen Partnern über die Wirtschaftspolitik ist vorprogrammiert", fügte der DIW-Chef hinzu. "Auch wenn Syriza Griechenland im Euro halten will, so wird es viel Unsicherheit über den künftigen Kurs der griechischen Regierung geben."

EurActiv.de dsa mit rtr

 

 

 

 

Die Definition des Wahnsinns. In Südeuropa ist Austerität gescheitert. Jetzt soll die Ukraine alle Fehler wiederholen.

 

Die Wirtschaft der Ukraine ist im freien Fall. Auch ohne den Konflikt in Osten des Landes wäre die Situation nicht einfach. Nun aber steht die ukrainische Gesellschaft vor wirklich schweren Zeiten. Im vergangenen Jahr ist die Wirtschaftsleistung nach Angaben der ukrainischen Notenbank um 7,5 Prozent geschrumpft. Das ist der schlimmste Einbruch seit der Weltwirtschaftskrise 2008/09, von dem sich die Ukraine noch gar nicht richtig erholt hatte. Hinzu kommen die Zerstörungen des Krieges, geschätzte 450.000 Binnenflüchtlinge, die auf absehbare Zeit nicht in ihre Heimat zurückkehren können und eine beginnende Krise am Arbeitsmarkt. Ebenfalls kritisch: Eine Staatsverschuldung, die eine Refinanzierung nicht mehr am Anleihenmarkt, sondern nur noch über IWF-, EBRD- und EU-Hilfspakete zulässt. Daneben ist auch der Außenwert der ukrainischen Hryvna im Laufe des Jahres 2014 praktisch abgestürzt und hat sich gegenüber US-Dollar und Euro im Wert halbiert.

In dieser desolaten Situation setzen westlicher Geber auf die üblichen austeritätspolitischen Ansätze. Gefordert werden Steuererhöhungen, ein Runterfahren der Subventionen für den Gasendverbraucher, nur minimale Erhöhungen des Mindestlohnes, obwohl dieser ohnehin kaum zum Leben reicht, und die Abschaffung der Parität bei der Verwaltung der Sozialkassen.

Doch gerade diese Forderungen sind keine adäquate Lösung, will man die ohnehin stark unter Druck stehende Bevölkerung nicht geradezu in die Verarmung treiben. Dennoch werden sie weitgehend unhinterfragt propagiert. Und zwar sowohl von westlichen Ländern als auch von der neuen ukrainischen Regierung und dem Euromaidan.

 

Mehr von der falschen Medizin

Bezeichnenderweise holte die Übergangsregierung im Frühjahr ausgerechnet den georgischen Verfechter libertären Wirtschaftens, Kakha Bendukidze, als Wirtschaftsberater in die Ukraine. Er hatte in Georgien Expräsident Saakaschwilis Kampf gegen jegliche Marktregulierung angeführt. Allerdings konnte er vor seinem plötzlichen Tod am 13. November 2014 kaum Wirkung entfalten. Tatsächlich sind in den nunmehr neun Monaten seit dem Sturz Yanukovychs kaum einige der vom IWF vorgeschlagenen Reformen angegangen worden. Von der Prioritätenliste des IWF-Abteilungsleiters für Europa Moghadam vom April 2014 wurde bisher einzig im Bereich der öffentlichen Ausschreibungen und der Reform der Steuerverwaltung etwas Vorzeigbares abgearbeitet.

Einerseits ist das bezeichnend für die Beharrungskräfte des alten ukrainischen Elitengeflechts, das nach wie vor Bestand hat. Anderseits jedoch fragt man sich, weshalb angesichts der katastrophalen Auswirkungen der Austeritätspolitik in der EU, die in Griechenland, Portugal und Spanien begangenen Fehler nun auch in der demnächst assoziierten Ukraine wiederholt werden müssen. Nach Albert Einstein ist die Definition von Wahnsinn, immer wieder das Gleiche zu tun und andere Ergebnisse zu erwarten. Oder will die EU unter deutscher Anleitung nun noch eine weitere „verlorene Generation“ wie in den südlichen Unionsstaaten produzieren? Nun auch an der östlichen Grenze? Oder soll angesichts des Fachkräftemangels in Nord- und Mitteleuropa die Hoffnung der Ukrainer auf ein besseres Leben dazu genutzt werden, vom Brain Drain der gut Ausgebildeten zu profitieren? Es sei in dem Zusammenhang daran erinnert, dass seit der staatlichen Unabhängigkeit rund sechs Millionen Ukrainer im Verlassen des Landes den einzigen Ausweg aus ihrer Misere sahen.

Wie dem auch sei. Fest steht, dass die ukrainische Öffentlichkeit dieser neoliberalen Politik derzeit kaum etwas entgegenzustellen hat. Die ukrainischen Gewerkschaften etwa, die durch die Ereignisse im Februar in Kiew und im Mai in Odessa erhebliche materielle Einbußen zu verzeichnen hatten, haben durch den Verlust von Eigentum auf der annektierten Krim ihre Budgets um bis zu 40 Prozent kürzen und Mitarbeiter entlassen müssen. Das bringt sie nicht gerade in die vorteilhafteste Ausgangsposition für den anstehenden sozio-ökonomischen Reformprozess. Hinzu kommen die herkömmlichen Problemen des Mitgliederschwundes aufgrund von Überalterung, innere Konflikte unter den konkurrierenden Gewerkschaftsbünden und die Marginalisierung einst dominanter industrieller Branchen der Ukraine. Dieser Prozess hat aufgrund der Situation im Donbas noch einmal an Fahrt zugenommen.

Bislang haben die Gewerkschaften in der neuen Regierung keine Ansprechpartner gefunden. Die alte Regierungspartei »Partei der Regionen« hatte zuweilen in paternalistisch populistischer Weise (Arbeits-)Gesetzgebung betrieben. Nun wird mehr und mehr deutlich, dass selbst damit nicht zu rechnen ist. Im Gegenteil: Seit dem Sommer 2014 kursieren fragwürdige Gesetzesvorhaben, die nur wegen der Diskontinuität des Parlamentsbetriebs noch nicht verabschiedet worden sind. Hierzu zählen etwa die Beschneidung althergebrachter Einspruchsrechte der Gewerkschaften bei Entlassungen, die faktische Abschaffung der ohnehin nur noch auf dem Papier existenten staatlichen Arbeitsinspektion und die Aufhebung der Mitwirkungsrechte bei der Verwaltung der Sozialkassen. Vor allem bei letzterem ist das Cui Bono leicht zu beantworten: Der Saat sehnt sich nach einem Griff in die Kassen.

 

Das ökonomische Schweigen des Euromaidan

Bezeichnenderweise haben es aber auch die Aktivisten des Euromaidan bisher nicht vermocht, eigene Reformmodelle für die ukrainische Wirtschaft aufzuzeigen. Ihre wirtschaftspolitischen Forderungen erschöpf(t)en sich nahezu ausschließlich im Ruf nach einem Ende der Korruption. Einzig Ausnahme sind hier einige Kandidaten auf der überraschend ins ukrainische Parlament eingezogenen Parteiliste Samopomich (Selbsthilfe). Ansonsten folgt der Maidan-Mainstream in undifferenzierter Weise dem in Westeuropa vorherrschenden neoliberalen Diskurs und schaut – abermals aufgrund des geringen Vertrauens in das bisherige Handeln der ukrainischen Politik – auf die EU als Hüterin der durch das Assoziierungsabkommen nötigen Anpassungsprozesse.

In die Umsetzung des als Teil des Assoziierungsabkommens übernommenen Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (DCFTA) sollen dabei entlang der 15 Unterkapitel mittels begleitender „Plattformen“ und Arbeitsgruppen sowohl die Sozialpartner als auch NGOs eingebunden werden. Grundsätzlich ist die Involvierung zivilgesellschaftlicher Akteure in den closed shop des Sozialen Dialogs durchaus in Frage zu stellen. Allerdings mag man daraus angesichts des Zustandes der Gewerkschaftsbewegung zumindest die Hoffnung auf eine spätere Allianzbildung von Teilen der NGOs und der Gewerkschaften zugunsten der arbeitenden Bevölkerung schöpfen.

Auf europäischer Seite ist der Europäische Wirtschafts- und Sozialausschuss (EWSA) das Partnerorgan zur Implementierung des DCFTA. Das stellt in dieser Konstruktion eine komplette Neuheit dar. Daraus ergibt sich für die kritische Begleitung und Beeinflussung des Implementierungsprozesses zumindest die Chance, politisch über die Bande der Arbeitnehmerseite des EWSA Änderungen zu erwirken. Ebenfalls innerukrainisch liegt im Zuge der angestrebten Dezentralisierung des Landes einige Hoffnung in der Aktivierung der bereits existenten regionalen dreiseitigen Räte des Sozialen Dialogs im Sinne einer aus der Not geborenen neu aufgelegten Zusammenarbeit zwischen Gewerkschaften, Arbeitsgebern und dem Staat.

Dennoch liegt auf der Hand, dass sozial abgefederte Reformen im Sinne des „rheinischen Kapitalismus“ und des oft propagierten „Europäischen Wirtschafts- und Sozialmodells“ einer Schocktherapie nach russischem Vorbild der 1990er-Jahre vorzuziehen sind. Wenn dies nicht geschieht, steht nicht nur der innere Zusammenhalt des Gemeinwesens in Frage. Diese Politik könnte auch eine neue, diesmal sozial begründete Protestbewegung heraufbeschwören.  Von: Stephan Meuser  IPG 1

 

 

 

 

Internationaler Gerichtshof spricht Serben und Kroaten vom Völkermord frei

 

Endgültige Entscheidung nach 15 Jahren: Der Internationale Gerichtshof in Den Haag hat Serbien und Kroatien von dem Vorwurf des Völkermordes freigesprochen. Mit dem Urteil endet ein seit 1999 andauernder Rechtsstreit.

Weder Serbien noch Kroatien haben sich dem höchsten UN-Gericht zufolge im Jugoslawienkrieg des Völkermords schuldig gemacht.

Zwar hätten serbische und kroatische Truppen im Krieg von 1991 bis 1995 zahlreiche Verbrechen verübt, sagte der Präsident des Internationalen Gerichtshofs (IGH), Peter Tomka, am Dienstag in Den Haag. Doch habe Kroatien nicht nachgewiesen, dass Serbien die Absicht gehabt habe, die Kroaten in den besetzten Gebieten in Teilen oder insgesamt auszurotten. Dieses Urteil fiel mit 15:2 Richterstimmen. Umgekehrt habe auch Kroatien keinen Völkermord an den Serben im Zuge der Aufspaltung Jugoslawiens begangen. Dies entschieden die Richter einstimmig, auch der serbische Richter im Gremium schloss sich der Ansicht also an.

Vertreter beider Staaten werteten den Richterspruch als Chance für eine weitere Entspannung in den Beziehungen. Kroatien hatte 1999 zunächst Serbien vor dem Gericht verklagt. Nachdem politische Einigungsversuche wiederholt gescheitert waren, verklagte 2010 Serbien wiederum den Nachbarn.

Kroatien ist seit 2013 Mitglied der EU, Serbien strebt dies ebenfalls an. Der Konflikt untereinander und der Umgang mit Kriegsverbrechern ist für die EU ein Kriterium für einen Beitritt.

Der serbische Justiz-Minister Nikola Selakovic zeigte sich nach der Gerichtsentscheidung erfreut: "Damit kann ein Kapitel der Vergangenheit geschlossen werden und ich bin überzeugt, dass wir ein neues, helleres und besseres eröffnen", sagte er. Die kroatische Außenministerin Vesna Pusic äußerte sich ähnlich. Sie hoffe, nun sei in diesem Teil Europas der Weg frei für eine sichere Zukunft der Menschen. EA nsa mit rtr 4

 

 

 

 

Nach Paris. Das hat nichts mit dem Islam zu tun. Stimmt!

 

Verbrechen im Namen des Islams haben eine enorme Wirkkraft auf das gesellschaftliche Zusammenleben. Häufig wird eine Nähe der Muslime zu den Tätern konstruiert. Dabei haben IS, Boko Haram oder al-Qaida nichts mit dem Islam zu tun. Von Armin Begi

 

IS, Boko Haram, al-Qaida, ihre breitgefächerten Ableger und von ihnen inspirierte Einzeltäter berufen sich, wie jüngst die Attentäter von Paris, bei der Durchführung von Angriffen, Exekutionen, Massakern und Verbrechen gegen die Menschlichkeit auf den Islam, als göttliche Lebensordnung und den Propheten Muhammad und sein Leben, als legitimierende Wegweiser. Ihre Verbrechen seien qur??nische und prophetische Instruktionen, denen sie schlichtweg Folge leisten würden. Sie erfüllten schlichtweg ihre religiösen Pflichten.

“Wie sicher ist man als Nicht-Muslim unter Muslimen?” “Der Qur??n sieht uns doch sowieso alle als Ungläubige! Er ist gegen jeden, der sich nicht zum Islam bekennt!” und “Wenn sich so viele Terroristen bei ihren Verbrechen auf den Qur??n berufen, muss doch etwas krumm an ihm sein? Das kommt ja nicht einfach so aus heiterem Himmel!”

Sätze, die als Muslime wahrgenommene Personen tagein-tagaus, medial als auch privat um die Ohren geschleudert bekommen, konstruieren eine Nähe der Menschen muslimischen Glaubens zum nächsten Amokläufer, Bombenleger oder Henker, dessen potenzielles Opfer sie selbst hätten sein können. Der Finger zeigt nicht erst seit Geschehnissen wie dem Anschlag auf “Charlie Hebdo” auf die Muslime und ihren Glauben.

Der türkischstämmige Metzger, der konvertierte, biodeutsche Lehramt-Student und die bosnische, das Kopftuch tragende, Verkäuferin bei H&M: Ihnen allen wird eine Nähe zum Gedankengut der besagten Gruppierungen nachgesagt, denn sie alle bekennen sich zum selben Glauben, zum selben Gott, zur selben Schrift und zum selben Propheten wie die Attentäter. Für viele Menschen in diesem Land, als auch weltweit reicht allein diese Schnittstelle aus, um ihnen eine Nähe zu besagten Verbrechergruppen zu attestieren und konstruieren.

Verhängnisvolle Dichotomie

Wenn unterschiedliche Menschen, mit all den ihnen jeweils eigenen Persönlichkeitsmerkmalen, Hintergründen, Sozialisationen, Milieus, theologischen Verständnissen und Prägungen durch homogenisierende Diskurse als ein amorphes Kollektivum dargestellt werden, u.a. gesteuert durch selektive Berichterstattung und als Resultat mangelnder Reflexionsfähigkeit des Einzelnen, dann entsteht ein fatales Schwarz-Weiß-Bild, welches die Gesellschaft teilt und weiter zu zersplittern droht.

Eine faktisch leicht zu widerlegende Dichotomie, doch so verhängnisvoll: Auf der einen Seite stehen dann die muslimischen Täter bzw. Gewaltausführenden, der Islam ihr Spezifikum. Auf der anderen Seite stehen die nicht-muslimischen Gewaltopfer, gekennzeichnet durch das fehlende Bekenntnis zum islamischen Glauben.

Die Tatsache, dass die Gewaltakte von Verbrechern Menschen unabhängig von ihrer Religionszugehörigkeit und Nationalität treffen können und treffen, wird unbewusst wie bewusst leicht verdrängt und genau da entsteht die Keimzelle eines fatalen Teufelskreises: Ausgrenzung und Diskriminierungserfahrungen, als Folge von gesellschaftlichen Verstimmungen tragen unter anderem zur Herausbildung solcher Rattenfänger bei. Genauso bieten sie ihnen das Futter zur Schaffung und Stärkung von extremistischen Ideologien. Vor allem junge, nicht oder wenig islamisch-religiös sozialisierte, perspektivlose Jugendliche sehen darin eine Auffang- und Fluchtstätte aus einer vermeintlich gegen sie und ihresgleichen verschworenen Gesellschaft. Was sie dann wahrnehmen ist nicht etwa eine Ideologie, die ihre Leben und die Leben anderer zerstören und bedrohen kann, sondern eine starke, brüderliche, mächtige Gemeinschaft die ihnen einen vermeintlichen Schutz gegen den peinigenden gesellschaftlichen Rest bietet. Als Teil dieser Gemeinschaft sehen sie sich befähigt, dem empfundenen Feind den Kampf anzusagen und meinen der islamischen Tradition folge zu leisten.

Ihre abscheulichen Taten, gepaart mit ihrem ständig betonten Bezug auf den Islam sind aber noch lange nicht der alleinige Entstehungsgrund der gewärtig geschürten Dichotomie in Deutschland. Gekoppelt mit undifferenzierten, homogenisierenden Diskursen, ausstehendem persönlichen Dialog mit Menschen muslimischen Glaubens in Deutschland und keinerlei Kenntnis über die 14 Jahrhunderte währende islamische Geschichte, Beispiele der Schaffung von Lebensräumen und der Gestaltung dieser seitens der Muslime bereitet den Nährboden für weiteren Generalverdacht und Diskriminierung. Und für künftige Gewalttäter, deren Taten erneut Anlass für Ausgrenzung und Generalverdacht liefern werden.

Uninformiertheit Schuld an Vermischung von Islam und Terrorismus

Die Uninformiertheit seitens Nicht-Muslimen, als auch Muslimen über derzeitige gewaltsame Entwicklungen und Anschläge außerhalb des westeuropäischen Raumes trägt Mitschuld an der gegenwärtigen Vermischung und Gleichsetzung der beiden Themenfelder “Islam und Terrorismus” und “muslimisches Leben in Deutschland”.

Wie viele nicht-muslimische, aber teilweise auch muslimische Bürger können in Diskussionen auf aktuelle Fälle verweisen, in denen Muslime Zielscheibe der selben Übeltäter wurden?

Wie bekannt sind Fälle wie beispielsweise kürzlich in Bosnien, wo in den vergangenen Monaten der bosnische Imam Selvedin Beganovi? aus Trnovi sieben Mal von Extremisten wegen seiner Moscheepredigten gegen die Rekrutierung von Männern in den IS (Islamischen Staat) attackiert wurde, zuletzt mit Stichen in die Schulter und unmittelbar vor Augen der Moscheebesucher?

Oder das Muslime oftmals die ersten Opfer dieser menschenverachtenden, ideologisch begründeten Zerstörungslust weltweit sind?

Wenige Wochen vor dem Attentat auf “Charlie Hebdo” waren es in Peshawar 132 muslimische Kinder und Jugendliche und zeitgleich zu den Ereignissen in Paris 2000 Menschen in Nigeria, die innerhalb nur einer Woche unter dem Deckmantel des Islams ihren qualvollen Tod fanden.

Zwei Beispiele, eine Zeitspanne von gerade einmal 20 Jahren in Asien, Afrika und Europa. Jedes Land umfassend, würden wir bis zu unserem aller Lebensabend nicht hinterherkommen, in der Auflistung der Fälle, wo Muslime von religiös legitimierten, sich auf den Islam berufenden Terrorismus Zielscheibe wurden und während wir noch beim Zählen sind, werden. Fälle, deren mediale Präsenz gerade jetzt gesteigert werden muss, um Wogen zu glätten.

Trotz Unterpräsenz von Muslimen, obwohl zahlenmäßig stärkstes Opfer von derlei Terrorismus, genügt ein wenig Recherche, aber auch schlichtweg die Zeitung etwas gründlicher zu lesen, um zu dokumentieren, dass wir es hier mit keiner Dichotomie “Muslime gegen den Rest der Welt” zu tun haben und dass die Anhänger von Pegida keine Islamisierung seitens ihrer muslimischen Mitbürger zu befürchten brauchen. Sondern mit einem Phänomen, welches uns alle als Menschengeschlecht bedroht und martert.

Das hat nichts mit unserer Religion zu tun?

Eine weitere Herausforderung, vor der alle stehen, ist das eigene Ich. Das eigene Ich, welches wir ständig selbst Reflexionsprozessen unterziehen müssen, um uns nicht an diesem Teufelskreis mitschuldig zu machen.

Der von zahlreichen Muslimen oftmals geäußerte Vorwurf, Medien würden Übergriffe auf sie nicht aufgreifen und sie stets ins dunkle Licht rücken, kann als solcher auch nicht stehen gelassen werden. Was aber stimmt, ist, dass bereits viel vorher, genauer im Jahre 2007 eine Untersuchung der Thematisierungsanlässe des Islam in Talkshows, Dokumentationen, Reportagen und einschlägigen Magazinsendungen von ARD und ZDF ergab, dass 81 Prozent der in Verbindung mit dem Islam und Muslimen gebrachten Berichte negativ sind und mit Gewalt- und Konfliktthemen, sowie Terrorismus in Verbindung gebracht werden. Lediglich 19 Prozent wiesen eine neutrale oder positive Darstellung auf.

Schlussendlich steht, neben der Tatsache, dass Menschen aller Prägung, Religion, ethnischer Zugehörigkeit, sexueller Orientierung und Geschlecht, Opfer von unter Berufung auf den Islam stattfindenden Terrorismus sind, fest, dass die Phänomene mit denen wir es zu tun haben, bei weitem nicht alleine auf die Religion und Texte der islamischen Glaubenslehre zurückzuführen. Sie unterliegen anders als es die Medienberichterstattung oftmals aussehen lässt und die Menschen annehmen einem viel größerem Ursachenkomplex. Es sind keine Religionen, die eine Kalischnikow in die Hand nehmen und um sich schießen. Es sind keine Religionen die sich im Krieg begegnen und Kriege starten, sondern Menschen.

Die durch die Verbrechen im Namen des Islams stattfindende dichotomische Wirkkraft auf die Gesellschaft mit der Behauptung seitens einiger muslimischer Vertreter “Dies hat nichts mit unserer Religion zu tun” eindämmen zu wollen, erweist sich zum Scheitern verurteilt, da die Gewaltausübenden und deren Antreiber auf jenes Quellmaterial und seine Gewaltpassagen verweisen, dieses öffentlich zitieren und als verbindlich erklären.

Hier ist es schon längst an der Zeit, dass die Muslime sich dieser Tatsache bewusst werden und erkennen würden, wo solches abseits des weltweiten islamisch-theologischen Mainstreams stehendes und sich entwickelndes, gewaltverherrlichendes Gedankengut seine Bezüge zur Religion schlägt. Und vor allem wie diese Art der Verbrecher Qur??n-Verse und Prophetenaussprüche zur Animierung und Rekrutierung von vor allem jungen Männern einsetzt und mit welcher Methode sie die Texte verfälscht.

So positioniert sich die Islamwissenschaftlerin Angelika Neuwirth, Inhaberin des Lehrstuhls für Arabistik an der Freien Universität Berlin pragmatisch zu dieser Fragestellung, indem sie sehr klar von einer “stumpfsinnig literalen, wortwörtlichen Lektüre des Koran” unter Ausblendung jeder Kontextualität spricht.

So beispielsweise stamme dem österreichischen Korankommentator Muhammad Asad die Anweisung ” tötet jene, die etwas anderes neben Gott Göttlichkeit zuschreiben, wo immer ihr auf sie stoßt” (9:5) aus einer Zeit des Kriegszustandes mit Leuten, die sich des Bruch vertraglicher Verpflichtungen und Aggressionen schuldig gemacht hatten.

Aus dem Kontext gerissen

Aus dem Kontext gerissen, nutzen radikalisierte Menschen solche Verse zum Machtmissbrauch und dem Aufbau eines Weltbildes, welches die Welt in “Gläubige” und “Ungläubige” einteilt, während sie Verse wie “Es gibt keinen Zwang im Glauben” (2:256) oder “und daß aus euch eine Gemeinschaft (von Leuten) erwachsen möge, die einladen zu allem was gut ist, und das Tun dessen gebieten, was recht ist und das Tun dessen verbieten was unrecht ist” (3:104) völlig ausblenden und eine Lesart des Qur??ns in seiner Gänze verwerfen.

Wie fern den Muslimen diese kontextlose Lesart ist und wie weit sie die Muslime, auch in Deutschland entrüstete, zeigte der Ende September 2014 veröffentlichte Offene Brief an al-Baghdadi. In diesem bezogen über 120 hochrangige muslimische Gelehrte, nicht etwa Reformer oder islamische Aufklärer, sondern Gelehrte orthodoxer Denkstruktur Position zu den Gräueltaten Baghdadis und seiner Gefolgsleute und verurteilten diese auf das Schärfste, indem sie die Unvereinbarkeit all ihrer Verbrechen theologisch begründeten.

Damit das Auftreten der konstruierten, sich weit verbreitenden Dichotomie zwischen Muslimen und Nicht-Muslimen in Deutschland nicht viel weiter greift, sind nicht nur die Muslime Deutschlands gefragt. Es handelt sich um eine gesamtgesellschaftliche Positionierung, an der jeder einzelne Mitverantwortung für das Gemeinwohl trägt und fundamentalistischen Lesarten keinen Raum zur Verbreitung geben darf. Dabei müssen nicht nur jene kontextlose Lesarten, welche seitens radikalisierter, sich als Muslime bezeichnender Verbrecher verbreitet werden, angeprangert werden, sondern auch jene durch selbsternannte Islamexperten, welche genauso den Kontext auslassen, indem sie zu Unrecht behaupten, dass gewisse Verse zeitlos Gewalt legitimieren und die Gänze der islamischen Quellen verwerfen. So beispielsweise die schönen Worte eines Mannes, der vor 14. Jahrhunderten Dinge predigte, mit denen Nicht-Muslime und Muslime gemeinsam gegen eine Dichotomisierung der Gesellschaft ankämpfen können:

“Alle Geschöpfe sind Kinder Gottes und Gottes Liebling unter ihnen ist der ihnen am Nützlichsten ist.” (tradiert durch a?-?abar?n?)

“Alle Menschen sind Geschwister.” (tradiert durch Ab? D?w?d, Ibn ?anbal, an-Nas???)

Als der Prophet mit seinen Gefährten beisammen saß, wurde die Totenbahre eines Juden vorbeigetragen. Der Prophet erhob sich und blickte ihm in Trauer nach. Einer der Gefährten sagte zu ihm: “Er war Jude”, der Prophet erwiderte: “War er kein Mensch?” (tradiert durch al-Bu??r?, Muslim, an-Nas???, Ibn ?anbal) MiG 26

 

 

 

 

Das ist Charlie. Gesellschaftliche Spaltung, Lethargie und Elitismus: Frankreich braucht einen neuen de Gaulle.

 

Nachdem der französische Präsident François Hollande zuletzt die geringste Zustimmung aller Staatschefs der V. Republik zu verzeichnen hatte, stieg sein öffentliches Ansehen in Folge des Charlie Hebdo Schocks sprunghaft um 21 Punkte. Dennoch verpasste Hollande die historische Chance, wie einst Charles de Gaulle das Land aus der Lethargie zu reißen  und es endlich auf den – zugegeben steinigen – Weg der Reform zu führen. Stattdessen wurden nur die üblichen Floskeln von „republikanischen Werten“ und „nationaler Einheit“ abgespult, um das Schreckgespenst einer  „Spaltung der Nation“, die man niemals dulden werde, in Bann zu schlagen.

 

Gespaltenes Land

In Wirklichkeit jedoch ist Frankreich längst so tief gespalten, wie zuletzt 1958, dem Jahr, in dem de Gaulle an die Macht kam. Hollandes Höhenflug dürfte deswegen nicht von Dauer sein, das Land dürfte noch tiefer in der Depression versinken. Dass in Frankreich in der Folge der Anschläge von Paris Millionen auf die Straße gingen, um für Meinungsfreiheit und Toleranz zu demonstrieren, ist angesichts der verbreiteten Politikverdrossenheit natürlich ein gutes Zeichen. Die Empörung böte die Chance für einen Umschwung, wenn sie denn genutzt würde. Eher als Hollande wäre dies seinem Premierminister Manuel Valls zuzutrauen, der sich als einziger französischer Spitzenpolitiker auch einmal einer klaren Sprache bedient und sich nicht scheut, die in der politischen Klasse tiefsitzenden Pseudotabus politischer Korrektheit zu durchbrechen. So nahm Valls zum ersten Mal das Wort „Apartheid“ in den Mund und meinte damit die „urbanen Ghettos, in denen der Staat nicht mehr präsent ist, die allzu oft starre Grenze, die bewirkt, dass man in unseren Stadtvierteln vom toleranten Islam zum Islamismus, und schlimmer noch zum Djihadismus und zur Tat übergeht.“ In diesen Ghettos gilt vielfach nicht französisches, sondern islamisches Recht.

Die Gründe für ihre Entstehung sind vielfältig: Sicher liegt es auf der einen Seite an dem auf diesen Seiten zuletzt von Ernst Hillebrand beschriebenen „paternalistischen Gutmenschenrassismus“ der französischen Elite. Ob rechts oder links, sie versucht seit dreißig Jahren mit immer neuen Integrations- und Stadtentwicklungsprogrammen dem Phänomen auf den Leib zu rücken, hat es aber im Grunde nur verschärft. Und natürlich liegt es auch am alltäglichen Rassismus der „kleinen“ Franzosen, die – anders als die in ihren schicken Vierteln abgeschottete Elite – mit  Migration und (Nicht-) Integration leben (müssen). Auf der anderen Seite verstärken diese beiden Tendenzen den seit Jahren anhaltenden Trend zur Absonderung unter vielen Migranten und ihren Nachkommen, denen besonders religiöse Überzeugungen einen festen Halt bieten. Sträflich versagt hat der französische Staat vor allem bei der Integration jugendlicher Migrantennachkommen, unter denen die Arbeitslosigkeit fast doppelt so hoch ist wie der ohnehin hohe nationale Durchschnitt von 25 Prozent.

 

Blamierter Staat

Ob die Charlie Hebdo Demonstrationen diese Misere ändern können, muss bezweifelt werden.  Denn auf die Straße ging, den Beobachtungen des Meinungsforschungsinstituts „Harris Interactive“ zufolge, „eine eher wohlhabende, auf der Linken verankerte Bevölkerung, mit einer Überrepräsentation der über Fünfzigjährigen.“  Vermisst wurden von der sozialistischen Bürgermeisterin von Lille, Martine Aubry, „nicht nur die maghrebinische (nordafrikanische) Gemeinschaft, sondern auch die Bewohner der einfachen Viertel.“ Mit anderen Worten: Migranten und Wähler des Front National, der nach jüngsten Umfragen auf 30 Prozent Zustimmung stößt, konnten der Einheitseuphorie nichts abgewinnen. Schlimmer noch: In den Schulen mit hohem Migrantenanteil kam es bei den offiziell angeordneten Gedenkminuten zu mehr als 200 gemeldeten „Zwischenfällen“, die vielfach in eine „Verherrlichung des Terrorismus“ ausarteten, wie die marokkanischstämmige Bildungsministerin Najat Vallaud-Belkacem feststellte. Sie verkündete zwar, das werde man „nicht durchgehen lassen“, doch natürlich geschah genau das.

In der für die französische Elite typischen Appeasement-Manier suspendierte der Chef der obersten Bildungsbehörde in Straßburg nach heftigen Protesten von Schülern und Eltern einen Lehrer für vier Monate vom Dienst, weil dieser die „Charlie Hebdo“-Karikaturen in der Klasse diskutieren wollte. Begründung: Man wolle den Schulfrieden nicht gefährden. Doch wegducken und schönreden ließ sich in diesem Fall nicht durchhalten: Nach Protesten der Lehrerkollegen und Streikdrohungen der Lehrergewerkschaft musste die Maßnahme zurückgenommen werden – eine doppelte Blamage für den Staat.

Längst verläuft die Spaltung in Gewinner und Verlierer der französischen Gesellschaft nicht nur entlang der Trennlinie „Migrationshintergrund/kleine Leute“, sondern äußert sich auch auf dem weiteren staats-, wirtschafts- und gesellschaftspolitischen Feld. Dass das politische System Frankreichs „verrottet“ ist, stellte schon vor Jahren der frühere (sozialistische) Bildungsminister Jack Lang fest. Noch immer bestimmt weitgehend eine kleine, in der Hauptstadt konzentrierte Elite über den Weg der Nation, während sich die große Masse ausgeschlossen fühlt. Laut jüngster Umfrage des Centre de recherches politiques de Sciences Po sind 73 Prozent der befragten Bürger unzufrieden über das Funktionieren der Demokratie und nur neun Prozent haben Vertrauen in die politischen Parteien. Dieser Zorn artikuliert sich in zunehmender Wahlmüdigkeit und in regelmäßigen Massenprotesten, wenn die zumeist zaghaften Reformversuche zuallererst in das Portemonnaie des kleinen Mannes greifen – oder eben auch liebgewonnene Privilegien in Frage stellen.

Notwendig wäre mittlerweile eine grundlegende Erneuerung von Staat und Wirtschaft. Noch immer ist der Staatseinfluss dominierend, sind unternehmerische Freiheit und Initiative zu wenig ausgeprägt, vor allem was Klein- und Mittelunternehmen anbelangt. Wenn die große Mehrheit der jungen Leute in den Staatsdienst drängt, der ja gerade reduziert werden müsste, dann stimmt etwas nicht. Dazu beigetragen hat sicherlich das marode Bildungssystem, das massenhaft schlecht ausgebildete Akademiker mit geringen Berufschancen produziert. Zugleich fehlt es an qualifizierten Handwerkern, weil die Berufsbildung sträflich vernachlässigt wird.  Das Verhältnis der Franzosen zu ihrem Staat ist von einem Paradox geprägt: Man will möglichst nicht vom Staat belästigt werden, erwartet aber (fast) alles von ihm. Schmerzhafte Reformen sind unter diesen Bedingungen nur schwer umzusetzen. Weil die Regierungen den Konflikt mit den protestfreudigen Bürgern scheuten und eher den nächsten Wahltermin als das Wohl der Nation im Auge hatten, blieben die Reformversuche fast aller Regierungen der V. Republik letztlich ohne durchschlagenden Erfolg. Nicht zufällig gewinnt deshalb die „Agenda 2010“ von Gerhard Schröder im Unternehmer- und wirtschaftswissenschaftlichen Milieu teilweise Kultstatus, während im größeren politischen Kontext der Ruf nach einem neuen de Gaulle immer lauter wird.

Charles de Gaulle steht dabei vor allem für den Mut, in schwieriger Lage Verantwortung zu übernehmen und unpopuläre Entscheidungen zu treffen. Diese Eigenschaften fehlten den Nachfolgern de Gaulles im Präsidentenamt weitgehend, bis sie unter Hollandes Vorgänger Sarkozy zum substanzlosen politischen Showbusiness degenerierten. Dass dieser nun erneut als ernsthafter Kandidat für die nächsten Präsidentschaftswahlen gehandelt wird, sagt viel über das politische Spitzenpersonal der Republik aus. Hollande, der normalerweise als Präsident für eine Kandidatur quasi gesetzt ist, sieht sein Vorbild dagegen in François Mitterrand, einem ausgeprägten Machtmenschen und politischen Opportunisten, der trotz langer Amtszeit letztlich wenig bewirkte. Bei Hollande verhält es sich eher umgekehrt: Er verfügt zwar über sozialdemokratisch geprägte Reformvorstellungen, ist aber offensichtlich nicht stark genug, diese in die Tat umzusetzen.

 

Der Weg aus der Krise

So richten sich die Blicke immer mehr auf Manuel Valls. Er war es, der nach den Anschlägen als eigentlicher Krisenmanager in Erscheinung trat. Und das, wo doch eigentlich der Präsident über weitgehende Vollmachten verfügt und der Premierminister üblicherweise in seinem Schatten verharrt. Bekanntlich bezeichnete Sarkozy Premierminister François Fillon einmal wenig schmeichelhaft als „mein Mitarbeiter“. Fillon wird übrigens ebenfalls als Kandidat gehandelt. Die Umfragewerte des spanischen Immigrantensohnes Valls liegen fast zwanzig Prozent höher als die des Staatschefs – ein klares Indiz dafür, wem die Bevölkerung am ehesten zutraut, das Land aus der Krise zu führen.

Der Premierminister hat schon als Bürgermeister von Evry im Umland von Paris und als Innenminister von 2012 bis 2014 „nie gezögert, sich mit den delikaten Fragen von Sicherheit, Laizismus und Vorstädten“ auseinanderzusetzen, so Le Monde. Im Gefolge der Anschläge von Paris hat er ein Sicherheitspaket in Höhe von 736 Millionen Euro vorgelegt, das unter anderem den Einsatz des Militärs im Inland und die Erhöhung des Geheimdienstpersonals vorsieht. All das schmeckt natürlich dem mächtigen linken Flügel seiner Sozialistischen Partei wenig, wie insgesamt seine pragmatische und im Sinne der reinen Lehre politisch nicht korrekte Haltung. Dort liegt auch der eigentliche Stolperstein für Valls auf dem Weg zu nationaler Größe à la de Gaulle. Hinzu kommt, dass die Lage der Nation zwar deprimierend, aber noch nicht so dramatisch ist wie 1958: Damals drohte ein Bürgerkrieg, und de Gaulle wurde von allen Seiten geradezu angefleht, als Retter in höchster Not die Macht zu übernehmen.

So weit ist Frankreich heute noch nicht. Dennoch täte die deutsche und europäische Politik gut daran, ihr Augenmerk verstärkt der französischen Misere zuzuwenden, statt wie gebannt auf die Ukraine und Griechenland zu starren. Ohne Frankreich ist Europa nicht denkbar. Paris gehörte neben Berlin zu den Motoren der europäischen Integration. Dieser Motor ist wegen der französischen Schwäche bereits ins Stottern geraten, und das zu einem Zeitpunkt, da die Welt aus den Fugen gerät und ein starkes Europa notwendiger ist denn je. Griechenland mit Alexis Tsipras mag ein schwer verdaulicher Brocken sein. Doch Frankreich mit Marine Le Pen (oder einem islamistischen Präsidenten in der Vision von Michel Houellebecq) wäre nicht mehr zu verdauen. Dann drohte wieder eine Situation wie 1958. Und diesmal wird de Gaulle den Fall nicht übernehmen können.

Von: Winfried Veit IPG 2

 

 

 

 

Gauck. “Es gibt keine deutsche Identität ohne Auschwitz”

 

Bei einer Gedenkstunde im Bundestag erinnerte Bundespräsident Joachim Gauck an die vor 70 Jahren von der Sowjetarmee befreite NS-Vernichtungslager Auschwitz. Mehr als eine Million Menschen wurden dort ermordet.

 

Bundespräsident Joachim Gauck hat davor gewarnt, die Verbrechen der Nationalsozialisten zu vergessen. Bei einer Gedenkstunde am Dienstag im Bundestag in Berlin sagte das Staatsoberhaupt: “Es gibt keine deutsche Identität ohne Auschwitz.” Die Erinnerung an den Holocaust bleibe eine Sache aller Bürger, die in Deutschland lebten. An der Veranstaltung zur Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz vor 70 Jahren und zum Holocaust-Gedenktag nahmen unter anderen Bundeskanzlerin Angela Merkel, Bundesratspräsident Volker Bouffier (beide CDU), die Spitzen der Verfassungsorgane sowie Überlebende teil.

Gauck unterstrich, in Deutschland trügen alle Verantwortung dafür, welchen Weg das Land gehen werde. “Solange ich lebe, werde ich darunter leiden, dass die deutsche Nation mit ihrer so achtenswerten Kultur zu den ungeheuerlichsten Menschheitsverbrechen fähig war”, sagte Gauck. Selbst eine überzeugende Deutung des schrecklichen Kulturbruchs wäre nicht imstande, “mein Herz und meinen Verstand zur Ruhe zu bringen”. Aus dem Erinnern ergebe sich ein Auftrag: “Schützt und bewahrt die Menschlichkeit.”

Zugleich appellierte das Staatsoberhaupt, sich jeder Art von Ausgrenzung und Gewalt entgegenzustellen und “jenen, die vor Verfolgung, Krieg und Terror zu uns flüchten, eine sichere Heimstatt bieten”.

Lammert: Humanität im Lichte der Historie

Bundestagspräsident Norbert Lammert (CDU) erklärte im Bundestag, die Nachgeborenen seien für die Vergangenheit nicht verantwortlich, wohl aber für den Umgang mit dieser Vergangenheit. Es gelte, staatlich angeordnete und organisierte Verbrechen “nirgendwo” und “an keinem Platz der Welt” wieder geschehen zu lassen. Die Deutschen müssten sich im Bewusstsein ihrer historischen Verantwortung den drängenden humanitären Herausforderungen der Gegenwart stellen.

Auschwitz stehe als Synonym für den “historisch beispiellosen industrialisierten Völkermord” und dafür, was Menschen Menschen antun könnten, sagte Lammert. Dem europaweiten Vernichtungskrieg der Nazis, den Ghettos und Lagern sei die Ausgrenzung eines Teils der Bevölkerung vorangegangen, “für alle sichtbar, die sehen wollten”, erinnerte er. Lammert schloss in das Gedenken an die Opfer auch diejenigen ein, die den Nazis Widerstand geleistet hatten, sowie die Menschen, die “vom Trauma des Überlebens gezeichnet” seien. Er forderte die Jüngeren auf, den noch Überlebenden zuzuhören und dadurch zu “Zeugen der Zeugen” zu werden und die Erinnerung weiterzutragen.

Merkel: Erinnerung an Auschwitz wachhalten

Bereits am Montag hatte Bundeskanzlerin Angela Merkel angemahnt, die Erinnerung an die deutschen Verbrechen wachzuhalten. Verbrechen an der Menschheit verjährten nicht, sagte sie bei einer Gedenkveranstaltung des Internationalen Auschwitz Komitees in Berlin. Der Präsident des Zentralrats der Juden, Josef Schuster, bezeichnete die Erinnerung an Auschwitz als bleibende Verpflichtung für die gesamte deutsche Gesellschaft.

Laut einer am Montag veröffentlichten Studie der Bertelsmann-Stiftung will sich allerdings ein Großteil der Deutschen nicht mehr mit dem Holocaust auseinandersetzen. 81 Prozent der Befragten gaben demnach an, die Geschichte der Judenverfolgung “hinter sich lassen” und sich gegenwärtigen Problemen widmen zu wollen. 58 Prozent der befragten Deutschen forderten gar einen regelrechten Schlussstrich.

Verpflichtender Besuch einer KZ-Gedenkstätte

Schuster forderte demgegenüber die Bundesländer auf, die Gedenkarbeit in den Schulen zu intensivieren und im Unterricht mehr Informationen über den Holocaust zu vermitteln. Jeder Schüler ab der neunten Klasse müsse verpflichtend eine KZ-Gedenkstätte besuchen, sagte er der Neuen Osnabrücker Zeitung. Alle Bundesländer, in denen dies noch nicht der Fall sei, sollten eine entsprechende Regelung einführen. “Theorie und Unterricht sind schließlich die eine Sache, das konkrete Erleben vor Ort, die plastische Anschauung die andere”, argumentierte er.

UN-Generalsekretär Ban Ki Moon verwies unterdessen in einer Erklärung darauf, dass auch 70 Jahre nach der Befreiung von Auschwitz antisemitische Angriffe anhielten. Überall in der Welt müssten die Menschen daher gemeinsam den Kreislauf der Uneinigkeit stoppen, um eine Welt des gegenseitigen Respekts zu schaffen, sagte er. Die internationale Gemeinschaft müsse ihre Anstrengungen für Toleranz verdoppeln. “Wir sind entschlossen, die Verletzlichen zu schützen, grundlegende Menschenrechte zu fördern sowie Freiheit, Würde und Wert eines jeden Menschen hochzuhalten.”

Der Holocaust-Gedenktag ist seit 1996 gesetzlich verankert. Am 27. Januar 1945 befreite die Rote Armee Auschwitz. Dort hatten die Nationalsozialisten rund 1,1 Millionen Menschen ermordet. Insgesamt kamen in den Konzentrations- und Vernichtungslagern der Nazis rund sechs Millionen Juden ums Leben. Ziel war die Vernichtung des europäischen Judentums. Zu den Verfolgten zählten auch Sinti und Roma, Homosexuelle sowie Oppositionelle. (epd/mig 28)

 

 

 

 

Umfrage. Drei Viertel der Deutschen für neues Einwanderungsgesetz

 

Jeder zweite Bundesbürger empfindet Einwanderung nach Deutschland als Bereicherung, nur jeder Vierte als Belastung. Und eine deutliche Mehrheit ist einer aktuellen Umfrage zufolge für ein neues Einwanderungsgesetz. Druck kommt aus Rheinland-Pfalz.

 

Eine deutliche Mehrheit von 74 Prozent der Bundesbürger ist der Auffassung, dass die Einwanderung nach Deutschland durch ein neues Gesetz geregelt werden sollte – darunter jeweils 76 Prozent der Anhänger von SPD und CDU/CSU. 23 Prozent halten das nach einer Forsa-Umfrage für das Hamburger Magazin stern für nicht notwendig.

Allerdings ist unter den Befragten strittig, was ein neues Einwanderungsgesetz genau regeln sollte. 26 Prozent – darunter nur 4 Prozent der AfD-Anhänger – meinen, dass Deutschland mehr Einwanderer als bisher aufnehmen soll. 27 Prozent votieren für weniger als bisher – von den Sympathisanten der AfD sind es sogar 69 Prozent, also mehr als zwei Drittel. Dass in etwa so viele Einwanderer wie bisher hier eine neue Heimat finden sollen, geben 43 Prozent aller Befragten an.

Für AfD ist Einwanderung belastet

32 Prozent sind der Ansicht, dass vor allem Menschen in Not Aufnahme finden sollen, 11 Prozent sprechen sich vor allem für Fachkräfte aus, die für die Wirtschaft nützlich sind. Eine Mehrheit von 55 Prozent will da keinen Unterschied machen.

Insgesamt wird die Einwanderung nach Deutschland von den Bürgern deutlich häufiger als Bereicherung (47 Prozent) denn als Belastung (23 Prozent) empfunden. Als Belastung empfinden ausländische Einwanderer vergleichsweise häufig Befragte mit Hauptschulabschluss (42 Prozent), die Ostdeutschen (37 Prozent) und ganz besonders die AfD-Anhänger mit 61 Prozent. Das Forsa-Institut hatte im Auftrag des stern am 22. und 23. Januar 1.003 repräsentativ ausgesuchte Bundesbürger befragt.

Rheinland-Pfalz kündigt Bundesratsinitiative an

Derweil hat die Rheinland-Pfälzische Integrationsministerin Irene Alt (Die Grünen) für März eine rot-grüne Bundesratsinitiative angekündigt. In einer Aktuellen Stunde des Landtags sagte Alt: “Wir brauchen eine moderne, offene und transparente Regelung zur Einwanderung. Das ist zum einen notwendig, um künftig unseren Bedarf an Fachkräften zu decken. Es geht aber auch darum, ein Zeichen für eine offene Gesellschaft zu setzen, ein Zeichen der Willkommenskultur in Deutschland.”

Alt plädierte dafür, das System in Deutschland offener zu gestalten und Hürden zwischen humanitärer Einwanderung und Einwanderung aus ökonomischen Gesichtspunkten abzubauen. „Das heißt zum Beispiel, dass nach der Einreise ein Wechsel des Aufenthaltstitels möglich sein muss. Denn mit einem solchen Wechsel des Aufenthaltstitels – der dann zum Beispiel den Zugang zum Arbeitsmarkt erweitert – können wir auch die Potentiale von denen besser nutzen, die bereits bei uns sind”, so Alt. (bk 3)

 

 

 

 

 

Studie "Arbeitsmarkt 2030". Ohne Zuwanderung fehlen Fachkräfte

 

Wohlstand und Wirtschaftswachstum bleiben nur erhalten, wenn es weiterhin eine hohe Zahl an Erwerbstätigen gibt. Dafür ist Zuwanderung dringend nötig. Das zeigt die Studie "Arbeitsmarkt 2030", die Bundesarbeitsministerin Nahles, Bundesfamilienministerin  Schwesig und die Migrationsbeauftragte  Özoguz in Berlin vorstellten.

 

Das Ergebnis der Untersuchung: Deutschland braucht mehr Zuwanderung, aber auch mehr Frauen und Ältere im Arbeitsmarkt. "Einwanderung allein reicht nicht, um unseren künftigen Fachkräftebedarf zu decken. Beschäftigung hochhalten, das ist nichts Abstraktes. Das bleibt Daueraufgabe", so Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles.

Deutschland als Einwanderungsland beliebt

In der Studie "Arbeitsmarkt 2030" werden Szenarien zu Arbeitskräftenachfrage und–angebot entwickelt. Ein besonderes Augenmerk dabei liegt auf der Zuwanderung. Insgesamt bilanziert die Untersuchung, dass sich der Arbeitsmarkt in den vergangenen Jahren deutlich positiver entwickelt hat als angenommen.

Es waren mehr Menschen erwerbstätig als 2012 und 2013. Vor allem aber sind in dieser Zeit mehr Menschen zugewandert als weggegangen. Sie arbeiten hier, zahlen in die Sozialkassen ein und stärken die Wirtschaftskraft Deutschlands.

Nach wie vor kommen zwei Drittel der Zuwanderer aus den EU-Staaten. Inzwischen ist es aber auch für Fachkräfte aus Nicht-EU-Staaten leichter, in Deutschland zu arbeiten. Das geht zum Beispiel mit der Blue Card. Die Zahlen zeigen: Seit 2010 bleiben jedes Jahr rund 300.000 Menschen mehr in

Deutschland als auswandern. Deutschland ist inzwischen nach den USA das beliebteste Einwanderungsland.

Zuwanderung verbessert Arbeitskräfteprognose

Im Bericht "Arbeitsmarkt 2030" haben die Wissenschaftler nun in zwei Prognosen vorgerechnet, wie sich Zuwanderung auf die Fachkräfteentwicklung auswirkt. Ursprünglich sind die Experten davon ausgegangen, dass der Wanderungssaldo nur durchschnittlich 200.000 Zuwanderer im Jahr beträgt. Rechnet man dies auf das potenzielle Fachkräfteangebot im Jahr 2030 hoch, würde dies um rund zwei Millionen Erwerbspersonen sinken.

Legt man nun jedoch den aktuellen Wanderungssaldo von rund 300.000 Menschen zugrunde, würde die Zahl der erwerbsfähigen Menschen in 2030 voraussichtlich nur um 0,9 Millionen sinken. Diese Bilanz unterstreicht, wie wichtig die Zuwanderung ist.

Erwerbsbeteiligung erhöhen

Unter dem Strich werden dennoch Erwerbstätige fehlen. Deshalb gilt es, vor allem Frauen und Ältere, aber auch in Deutschland lebende Migranten stärker am Erwerbsleben zu beteiligen."Noch immer verschenken viele Unternehmen großes Potential, wenn sie auf die qualifizierten Frauen verzichten", sagte Bundesfamilienministerin Schwesig. Nach wie vor verlasse sich die Wirtschaft

darauf, dass der Mann Vollzeit rund um die Uhr verfügbar sei, weil die Frau im Zweifel ja für die Kinder sorge.

"Allzu häufig geht die Arbeitswelt noch von einem völlig überholten Familienmodell aus. In Wahrheit wollen die meisten jungen Frauen Kind und Job. Und viele junge Männer wollen selbstverständlich gleichberechtigt für ihre Kinder da sein. Diesem Wandel müssen wir Rechnung tragen", so Schwesig.

Anstrengungen verstärken

Laut Nahles müsse sich  die Arbeitswelt in vier Punkten verändern:

Ein neuer Flexibilitätskompromiss: Die Stunden für Arbeit und Familienleben müssen besser verteilt werden - und zwar bei Frauen und bei Männern. "Wir müssen skandinavischer werden." Qualität "made in Germany": Wir müssen länger im Lebensverlauf arbeiten und dabei gesund bleiben.

"Gesundheit darf nicht der Preis für wirtschaftlichen Erfolg sein."

Die Kompetenzen der Menschen in den Mittelpunkt stellen: Jeder siebte Beschäftigte arbeitet unter seinem Qualifikationsniveau. "Hier werden Potenziale verschenkt."

Zuwanderung ist nötig: "Nur eine offene Gesellschaft ist eine innovative Gesellschaft." Für Einwanderung werben Staatsministerin Aydan Özoguz unterstrich: "Um unser Wohlstandsniveau zu erhalten, brauchen wir dringend eine Doppelstrategie: Einerseits müssen wir die inländischen Potentiale erschließen. Andererseits brauchen wir noch mehr qualifizierte Einwanderung und müssen dringend dafür werben." Pib 5

 

 

 

Fachkräftemangel. CSU gegen Einwanderungsgesetz mit Punktesystem

 

Der Fachkräftemangel macht sich in immer mehr bemerkbar. Abgefedert werden könnte der Engpass durch Einwanderung. Die SPD fordert, Einwanderung mit einem Punktesystem zu regeln. Die CSU ist strikt dagegen, CDU-Wirtschaftspolitiker hingegen warnen vor den Folgen. Ein Streit bahnt sich an.

 

Politiker der CSU haben Forderungen der SPD nach einem Einwanderungsgesetz mit flexiblem Punktesystem zurückgewiesen. Der Vorsitzende der SPD-Bundestagsfraktion, Thomas Oppermann, hatte sich für ein solches Modell ausgesprochen. “Wir brauchen keine neuen Zuwanderungsregeln”, sagte CSU-Landesgruppenchefin Gerda Hasselfeldt. Es gebe seit Jahren bereits eine Liste mit Mangelberufen, die jährlich angepasst werde. CDU-Wirtschaftspolitiker indes sehen durchaus Änderungsbedarf.

Hasselfeldt sagte der Passauer Neuen Presse, die “arbeitsplatzbezogene Zuwanderung” schlage alle anderen System bei weitem: “Ein Punktesystem ergibt daher keinen Sinn, sondern schafft nur noch mehr Bürokratie.” CSU-Generalsekretär Andreas Scheuer sagte: “Mit der CSU wird es kein Einwanderungsgesetz geben. Die bestehenden Regeln – Asylgesetz, Freizügigkeit innerhalb der EU und Blue Card für Arbeitnehmer von außerhalb der EU – sind voll ausreichend.”

Unionspolitiker unseins

Er forderte die SPD stattdessen auf, die CSU-Pläne zur Änderung des Asylrechts zu unterstützen: “Nach Serbien, Mazedonien und Bosnien-Herzegowina müssen jetzt auch Albanien, Kosovo und Montenegro als sichere Herkunftsstaaten eingestuft werden”, da deren Anerkennungsquote bei Null liege und die Asylbewerber aus diesen Ländern die Verwaltung lahmlegten.

Der Generalsekretär des CDU-Wirtschaftsrates, Wolfgang Steiger, indes sagte der Tageszeitung Die Welt, Deutschland brauche mehr qualifizierte Arbeitskräfte aus dem Ausland. Er sprach sich ähnlich wie Oppermann dafür aus, die Zuwanderung wie in Kanada mit einem Punktesystem zu steuern.

Debatte nicht im Keim ersticken

Der Vorsitzende der Wirtschafts- und Mittelstandsvereinigung der Union (MIT), Carsten Linnemann, sagte, die von CDU-Generalsekretär Peter Tauber angestoßene Debatte über ein Zuwanderungsgesetz dürfe nicht im Keim erstickt werden: “Der Fachkräftemangel wird künftig besonders für die Familienunternehmer auf dem Land zum Problem.” Man müsse also darüber reden, welche Regelungen verbessert, mindestens aber transparenter gestaltet werden könnten, damit diesen Unternehmen nicht die Mitarbeiter ausgehen, sagte der CDU-Politiker.

Der CDU-Politiker Wolfgang Bosbach, Vorsitzender des Bundestagsinnenausschusses, indes äußerte sich ebenfalls kritisch zum Vorstoß Oppermanns: “Deutschland hatte 2013 und 2014 so viel Zuwanderung wie seit über 20 Jahren nicht mehr, netto jeweils rund 400.000.” Es sei schwer nachvollziehbar, warum die SPD dennoch die Zuwanderung deutlich ausweiten will – auch vor dem Hintergrund von mehr als drei Millionen Arbeitslosen.

Pistorius: Kakophonie muss enden

Niedersachsens Innenminister Boris Pistorius (SPD) schlug unterdessen vor, abgelehnten Asylbewerbern den Weg zu einer legalen Immigration zu eröffnen. Der Neuen Osnabrücker Zeitung sagte er, dies solle dann greifen, falls die Bewerber etwa einen Facharbeiterabschluss haben oder über andere gesuchte Qualifikationen verfügen. “In weiten Teilen des Landes suchen wir händeringend Menschen, die arbeiten können und arbeiten wollen – und schicken sie weg”, sagte der SPD-Politiker. Die Regelung solle als Übergang dienen, bis ein umfassendes Einwanderungsrecht beschlossen sei.

Die Union kritisierte er scharf. “Die Kakophonie dort muss enden: Jeder sagt etwas anderes in der CDU. Dabei muss allen klar sein: Wir brauchen eine gesteuerte Einwanderung von Arbeitskräften”, sagte Pistorius. (epd/mig 3)

 

 

 

 

Deutschland steigert Kapitalexporte auf neuen Rekord

 

Deutschland hat 2014 mit einem neuen Rekordwert den größten Exportüberschuss aller Länder erzielt.

 

Nach Berechnungen des Münchner Ifo-Instituts für die Nachrichtenagentur Reuters weist die sogenannte Leistungsbilanz ein Plus von 285 Milliarden Dollar auf. Auf Platz zwei kommt die weltgrößte Handelsnation China (150 Milliarden Dollar), gefolgt vom Ölexporteur Saudi-Arabien (100 Milliarden). Kritikern der starken deutschen Exportausrichtung dürfte diese Entwicklung nicht gefallen - zumal das Ifo-Institut sogar steigende Werte vorhersagt.

Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble hingegen betonte im Reuters-Interview: "Das liegt nicht in der Verantwortung der Bundesregierung." Es habe etwa mit der extrem lockeren Geldpolitik der Europäische Zentralbank (EZB) und dem Wechselkurs zu tun. "Das ist auch eine Folge des niedrigen Euro-Kurses, den sich viele gewünscht haben." Dieser ermöglicht es Unternehmen, Waren in Übersee günstiger anzubieten.

Hinter dem Rekordwert steckt die sehr starke Nachfrage nach Waren 'Made in Germany'. "Eine Ursache für den Überschuss in der Leistungsbilanz ist die gute Konjunkturlage in wichtigen Abnehmerländern wie den USA und Großbritannien", sagte Ifo-Experte Steffen Henzel. "Zudem musste Deutschland wegen des Preisverfalls gegen Jahresende deutlich weniger für Öl-Importe bezahlen." Dadurch wuchs die Differenz zwischen Aus- und Einfuhren.

In die Leistungsbilanz fließen neben dem Warenaustausch auch alle anderen Transfers mit dem Ausland ein - von Dienstleistungen bis zur Entwicklungshilfe. Der Überschuss in dieser Statistik stieg 2014 um rund 30 Milliarden auf knapp 220 Milliarden Euro. "Das entspricht 7,5 Prozent der Wirtschaftsleistung", so Henzel.

"Nachhaltige, ausgewogene Politik"

Die EU-Kommission stuft Werte von dauerhaft mehr als sechs Prozent im Verhältnis zum Bruttoinlandsprodukt als stabilitätsgefährdend ein. Da Deutschland seit Jahren über dieser Grenze liegt, wurde die Bundesregierung im März 2014 von Brüssel gerügt. Gleichzeitig wird ihr empfohlen, mehr zu investieren und so die Nachfrage im Inland zu stärken. Auch das US-Finanzministerium prangerte die Überschüsse wiederholt als Risiko für die weltweite Finanzstabilität an, da Länder mit hohen Überschüssen solchen gegenüber stehen, die ihre Importe über Schulden finanzieren müssen.

"Wir treiben eine nachhaltige, ausgewogene Politik", verteidigte sich Schäuble. "Wir tun unseren Teil und steigern unsere private Nachfrage, wir haben höhere Lohnabschlüsse und vieles mehr", fügte der Minister hinzu und betonte: "Aber eine Schwächung der Wirtschaft, damit wir nicht so viele Erfolge auf den Exportmärkten erzielen, ist nicht, was unsere Partner in der Welt von uns erwarten – die sagen, wir sollten mehr Wachstum liefern."

"Das ist ein Alarmzeichen"

Kritisch äußerte sich hingegen der Direktor des gewerkschaftsnahen IMK-Instituts, Gustav Horn, zu den Ifo-Daten: "Das ist ein Alarmzeichen, dass sich Handelsungleichgewichte im globalen Maßstab herausbilden." Dies könne generell zu Währungsturbulenzen führen. "Vor allem ist es aber ein Indiz für eine immer noch unzureichende Binnennachfrage in Deutschland." Dies gefährde Wohlstand und Stabilität. "Nötig wären in dieser Situation höhere öffentliche Investitionen."

Das Ifo-Institut prophezeit für 2015 einen weiter steigenden Überschuss. "Angesichts des niedrigen Ölpreises und einer weiter aufwärtsgerichteten Konjunktur in wichtigen Abnehmerländern außerhalb des Euroraums dürfte sich der Leistungsbilanzüberschuss noch erhöhen - auf rund 240 Milliarden Euro", schätzt Henzel. "Zudem stützt der schwache Euro die Exporte." Der Überschuss werde daher voraussichtlich auf acht Prozent des Bruttoinlandsproduktes steigen.

EurActiv.de rtr 3

 

 

 

 

Bades Meinung. Wiedergänger Punktesystem. Zur aktuellen Diskussion um ein Einwanderungsgesetz.

 

In Sachen Einwanderung lernt Politik langsam in diesem Land: In den 1980er und 1990er Jahren war es in der politischen Diskussion in Deutschland offenkundig noch zu früh für das damals immer wieder geforderte klassische Punktesystem nach kanadischen Vorbild. Heute ist es dafür zu spät, weil sich das kanadische und das deutsche Migrationsrecht längst in der Mitte getroffen haben. Aber für ein ‚Einwanderungsgesetz’, das diesen Namen verdient, ist es noch nicht zu spät, sagt als politikkritischer Zeitzeuge Klaus J. Bade, der diese Diskussion seit den 1980er Jahren begleitet und mitgestaltet hat.  VON Klaus J. Bade

 

Ein bleicher Wiedergänger schleicht durch die Einwanderungsdiskussion in Deutschland: das Punktesystem nach kanadischem Vorbild. Es hatte als transatlantisches Modell seine große Zeit in den Diskussionen der 1980er und 1990er Jahre. Es wurde von konservativer Seite damals stets mit dem Totschlagargument blockiert, Deutschland sei ‚kein Einwanderungsland’ und schon gar kein ‚klassisches’.

Und doch fand das Punktesystem einen zentralen Platz in den 2001 vorgelegten Empfehlungen der von Rita Süssmuth geleiteten Unabhängigen Kommission Zuwanderung. Auf ihre Ergebnisse wartete ungeduldig der seinerzeitige Bundesinnenminister Otto Schily; denn auf seinem Tisch lag längst der Entwurf des Zuwanderungsgesetzes, den er mit der Berufung auf Ergebnisse dieser Kommission begründen wollte.

Das Punktesystem wurde, allerdings in stark reduzierter Form, auch in den Entwurf des Zuwanderungsgesetzes übernommen. Vorgesehen war im Gesetz ferner ein unabhängiger Sachverständigenrat für Zuwanderung und Integration (Zuwanderungsrat). Er sollte Zuwanderungssteuerung und Integrationsförderung kontinuierlich beraten und zugleich die Umsetzung und Ausrichtung des Punktesystems begleiten.

“Bei der neu vom Zaun gebrochenen Diskussion um ein ‚Einwanderungsgesetz’ kann von einem Punktesystem im ursprünglichen kanadischen Sinne heute für Deutschland nicht mehr die Rede sein. Ein ‚Einwanderungsgesetz’ für die zu mehr als drei Vierteln aus Europa und insbesondere aus der Europäischen Union stammende Zuwanderung wäre nur ein einladender klingendes Firmenschild; denn in Europa gilt Freizügigkeit.”

Der Zuwanderungsrat war hochrangig besetzt, gut ausgestattet, faktisch dem Rat der ‚Wirtschaftsweisen’ gleichgestellt und sollte zu Fragen von Migration und Integration jährlich ebenfalls ein umfassendes Gutachten vorlegen. Er wurde von Bundesinnenminister Schily im Vorgriff auf das Gesetz schon 2003 einberufen. Schily bat mich, den Vorsitz im Zuwanderungsrat zu übernehmen. Ich lehnte ab, empfahl Rita Süssmuth, die dieses Amt übernahm, in dem ich dann als ihr Stellvertreter fungierte.

Aber es war für das Punktesystem in Deutschland noch immer zu früh. Das zeigte sich auf dem Weg zum Zuwanderungsgesetz, das nach verheerendem politischen Hickhack erst 2005 in Kraft treten konnte: Der Zuwanderungsrat wurde im Zuge der strittigen weiteren Gesetzesausarbeitung, trotz seiner nach wie vor umfassenden Ausstattung, in seinen Aufgaben immer mehr beschnitten und schließlich weitgehend auf eine beratende Funktion für das Punktesystem reduziert. Damit war klar, dass der Zuwanderungsrat mit dem Punktsystem stehen oder fallen würde.

Um den von der konservativen Opposition blockierten Weg zur parlamentarischen Entscheidung für das rot-grüne Gesetzesvorhaben ohne erneute Anrufung eines Vermittlungsausschusses freizumachen, wurde das Punktesystem in einer parteiübergreifenden Besprechung im Bundeskanzleramt Anfang Juni 2004 aus dem Gesetzentwurf gestrichen. Mit dem Punktesystem fiel, rechtlich nur folgerichtig, aber begleitet von einer üblen politischen und medialen Denunziationskampagne, auch der Zuwanderungsrat, der in seiner kritischen Arbeit von der Opposition und vor allem von den irritierten Behörden zunehmend misstrauisch beobachtet worden war.

Wohl wissend, dass es für das Punktesystem bis auf weiteres keine Chance mehr gab, hatte der Zuwanderungsrat in seinem ersten, im Herbst 2004 vorgelegten Jahresgutachten unter anderem eine Migrationssteuerung mithilfe einer Engpassdiagnose am Arbeitsmarkt vorgeschlagen. Das war eine kleine, flexible und streng arbeitsmarktorientierte Ersatzlösung für das im Sommer 2004 der diffusen Angst vor ‚ungesteuerter Zuwanderung’ zum Opfer gefallene große und nur bedingt arbeitsmarktorientierte Punktesystem:

Bei akutem und absehbar nicht durch inländische Arbeitskräfte zu befriedigendem Arbeitskräftemangel sollten – zwar flexibel, aber streng am Bedarf orientiert – ausländische Fachkräfte zugelassen werden. Es ging um nach Berufsgruppen oder Branchen jeweils festzulegende Kontingente, bis zu einem jährlichen Gesamtmaximum von 25.000.

Dieser Vorschlag wurde – wie zuvor das Punktesystem – von Arbeitgeber- wie Arbeitnehmerseite gleichermaßen begrüßt. Von den innenpolitischen Streitern der Oppostion aber wurde das Konzept aufs neue mit den eingeübten populistischen Mayday-Reflexen als Programm zur Überflutung Deutschlands mit Migranten denunziert.

Willkommene Hilfestellung leisteten dabei ein gezieltes Missverständnis und ein unglückliches Zusammentreffen zweier Nachrichten in den Medien: zum einen wurde die maximale Zahl von 25.000 als Jahresquote missverstanden; zum anderen traf die Veröffentlichung des Vorschlages des Zuwanderungsrates zusammen mit der Ankündigung des Opel-Konzerns, 4000 Fachkräfte freizustellen, so dass die Medien fast zwei Wochen lang titelten: ‚Opel entlässt 4.000 Fachkräfte – Zuwanderungsrat verlangt jährliche Zuwanderung von 25.000 ausländische Fachkräften!’

Damit war das Ende besiegelt, die Schmutzarbeit erledigten politische und mediale Denunzianten. Sie wurden immer aggressiver, als sich herumsprach, dass der Zuwanderungsrat sogar erwog, seine Arbeit auch ohne Ausstattung und rechtliche sowie politische Legitimation fortzusetzen.

Am Ende der üblen Kampagne wurde der politisch und medial verteufelte Zuwanderungsrat vom Bundesministerium des Inneren handstreichartig und ohne Presseerklärung am Tag vor Heiligabend 2004, also unmittelbar vor Inkrafttreten des Zuwanderungsgesetzes, durch eine kurze Notiz stillschweigend abgeschafft. Die Nachricht fand, gezielt in die Weihnachtspause gesetzt, in den Medien keinerlei Beachtung.

Das Gutachten des Zuwanderungsrates selbst wurde über Jahre hinweg politisch totgeschwiegen. Es war – im Gegensatz zum Gutachten der Unabhängigen Kommission Zuwanderung von 2001, das von Beginn an auf der Seite des Bundesministeriums des Innern stand – im Netz nur auf größten Umwegen überhaupt erreichbar.

Deshalb konnte in der Öffentlichkeit der Eindruck entstehen, das Jahresgutachten des Zuwanderungsrates von 2004 sei identisch mit dem ebenfalls ersten und einzigen Gutachten der Unabhängigen Kommission Zuwanderung von 2001. Das war ein Missverständnis, das auch dadurch befördert wurde, dass in beiden Fällen Rita Süssmuth den Vorsitz innehatte.

“Und wenn es den anderen Volkswirtschaften wieder besser geht, werden die Zuwanderungen aus Europa zurückgehen. Aber der eklatante Zuwanderungsbedarf in Deutschland wird aus demographischen Gründen bleiben, weil die Eltern der Kinder von morgen gestern schon nicht mehr geboren worden sind.”

Erst in den letzten Jahren fand das Gutachten des Zuwanderungsrates einen Platz auf der Seite des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge, nicht aber auf derjenigen des Bundesministeriums des Inneren, dem der Zuwanderungsrat zugeordnet gewesen war.

Ich erinnere mich noch gut an ein Gespräch mit Rita Süssmuth am Rande der letzten Sitzung des Zuwanderungsrates: Wir waren uns einig darüber, dass es nur wenige Jahre dauern würde, bis vor dem Hintergrund des immer deutlicher Fahrt aufnehmenden demographischen Wandels unsere Vorschläge ganz neu entdeckt werden würden – und dann wahrscheinlich ganz ohne Erinnerung an den missliebigen Zuwanderungsrat.

So kam es dann auch: Nachdem das Zuwanderungsgesetz im Bereich der Migrationssteuerung, der Opposition zuliebe, zunächst als eine Art Zuwanderungsverhinderungsgesetz (‚Gesetz zur Begrenzung und Steuerung der Zuwanderung’) umgesetzt und erst durch zögerliches Nachbessern seinen ursprünglichen Intentionen näher gebracht worden war, wurde schon 2007 über eine ‚Allianz’ zur Sicherung des Fachkräftebedarfs nachgedacht, wobei sogar das seinerzeit verteufelte Maximalkontingent von jährlich 25.000 qualifizierten Zuwanderern, wie von ungefähr, in den politischen Diskurs zurückkehrte.

Aber es sollte noch weitere fünf Jahre dauern, bis 2012 mit der Blue Card für qualifizierte Zuwanderer aus Drittstaaten, mit der Zulassung von Hochqualifizierten zur freien Arbeitsplatzsuche für ein halbes Jahr und mit den Zuwanderungserleichterungen für gesuchte Fachkräfte für Mangelberufe eine Art kleines Punktesystem Wirklichkeit wurde, begleitet durch Integrationserleichterungen am Arbeitsmarkt im Rahmen des Anerkennungsgesetzes.

In den 1990er Jahren und bis zum Zuwanderungsgesetz von 2005 war es mithin für das Punktesystem in Deutschland politikgeschichtlich offenkundig noch zu früh. Und für die, die sich dafür historisch zu früh engagierten, galt die umgekehrte Version des berühmten Gorbatschow-Wortes: Wer zu früh kommt, den bestraft das Leben.

Heute aber ist es für das Punktesystem im vollen und klassischen Sinne wiederum historisch zu spät, denn in Deutschland wie in Kanada haben sich Mischsysteme herausgebildet, die sich in einiger Hinsicht durchaus ähnlich sind: In Deutschland gibt es heute eine Art kleines Punktesystem und Kanada hat sich von seinem offenen Punktesystem verabschiedet und dem in Deutschland von jeher gültigen Arbeitsmarktbezug Vorrang eingeräumt.

Was in den Jahren vor und nach der Jahrhundertwende zu früh war, kommt heute zu also spät: Bei der neu vom Zaun gebrochenen Diskussion um ein ‚Einwanderungsgesetz’ kann von einem Punktesystem im ursprünglichen kanadischen Sinne heute für Deutschland nicht mehr die Rede sein. Ein ‚Einwanderungsgesetz’ für die zu mehr als drei Vierteln aus Europa und insbesondere aus der Europäischen Union stammende Zuwanderung wäre nur ein einladender klingendes Firmenschild; denn in Europa gilt Freizügigkeit. Da ist nichts mehr zu steuern und was sozialrechtlich zu klären war, ist weitgehend geklärt.

Allerdings könnte der Wildwuchs von Regelungen, der in der Anpassung des ursprünglich sperrigen Gesetzes an die Realität entstanden ist, beschnitten, besser zusammengeführt und dann in der Tat unter dem Stichwort ‚Einwanderungsgesetz’ vereinigt werden.

Aber es geht um mehr: Deutschland ist heute am Arbeitsmarkt der Profiteur der Struktur- und Wachstumskrisen in anderen Staaten der Europäischen Union. Das kann, darf und wird auf Dauer nicht so bleiben. Und wenn es den anderen Volkswirtschaften wieder besser geht, werden die Zuwanderungen aus Europa zurückgehen. Aber der eklatante Zuwanderungsbedarf in Deutschland wird aus demographischen Gründen bleiben, weil die Eltern der Kinder von morgen gestern schon nicht mehr geboren worden sind.

Umso mehr muss sich Deutschland, wie seit Jahren gefordert, zukunftsorientiert um Zuwanderungen aus Drittstaaten weit jenseits der Europäischen Union kümmern. Und bei einem Blick auf die dazu verfügbaren gesetzlichen Steuerungsregularien fällt sofort auf: Sie wirken, von den genannten Sonderregelungen abgesehen, wie ein Stacheldrahtverhau um den in diesem Bereich noch immer gültigen Anwerbestopp, bei dem die Zuwanderung nur eine gnädig gewährte Ausnahme von der defensiven Regel ist.

Und dazu hilfreich wäre für das Einwanderungsland Deutschland dann in der Tat ein ,Einwanderungsgesetz’, das diesen Namen verdient, weil es zur Öffnung für Zuwanderung nach außen und zu ihrer Akzeptanz im Innern beiträgt. MiG 4

 

 

 

 

IMH bietet erstes Verzeichnis fremdsprachiger Zeitungen und Zeitschriften in Deutschland an

 

Die Internationale Medienhilfe (IMH), der Verband fremdsprachiger Medien in Deutschland, hat in einer Studie ermittelt, dass in Deutschland rund 2.000 nicht-deutschsprachige Zeitungen, Zeitschriften und Mitteilungsblätter erscheinen. Die meisten davon werden auf Englisch, Russisch, Türkisch, Polnisch und Italienisch veröffentlicht. Das Angebot reicht vom "Arab Forum" über die "German Times" und "Russkaja Germanija" bis hin zur jüdischen Zeitung "Zukunft". An Einwanderer und Minderheiten im Inland wendet sich rund ein Drittel

der Publikationen. Zwei Drittel der Druckmedien werden vornehmlich für ausländische Wissenschaftler, Touristen oder Geschäftsleute herausgegeben. Berlin und Frankfurt/Main sind die Haupterscheinungsorte der fremdsprachigen Presse.

 

Die Studienergebnisse wurden im IMH-Buch "Fremdsprachige Publikationen in Deutschland" zusammengefasst. Es listet alle wichtigen Veröffentlichungen mit Adresse, Auflagenzahl, Redaktionsleiter, Erscheinungsweise und weiteren Informationen auf. Neben diesen Daten

lässt sich aus dem Buch herauslesen, welche Sprachgruppen in Deutschland existieren, wie bedeutsam sie sind und wie stark oder schwach sie sich integrieren.

 

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Studien decken sich. Drittel der Pegida-Anhänger rechtsradikal

 

Rund ein Drittel der Pegida-Anhänger sind rechtsnationale Fremdenfeinde. Die meisten Demonstranten seien jedoch unzufrieden mit Politik, Parteien und Medien. Das sind Ergebnisse einer weiteren nicht repräsentativen Pegida-Untersuchung.

 

“Pegida”-Anhänger stehen einer neuen Dresdner Fallstudie zufolge rechts der politischen Mitte und setzen auf die AfD. Etwa jeder dritte Teilnehmer ist fremdenfeindlich eingestellt, bestätigt die neue Studie des Politikwissenschaftlers Werner Patzelt, die am Dienstag in Dresden vorgestellt wurde. Demnach gehört für mehr als 40 Prozent der “Islam, der so friedlich ist wie das heutige Christentum” nicht zu Deutschland.

Zudem kommt auch Patzelt wie andere Wissenschaftler vor ihm zu dem Ergebnis: Das asyl- und islamkritische Bündnis vereint vor allem männliche, besorgte und empörte Bürger im mittleren Alter. Demnach sind die meisten der Teilnehmer Arbeiter oder Angestellte und haben mindestens einen Realschulabschluss.

Tendenz da

Die Ergebnisse stützen sich den Angaben zufolge auf teilnehmende verdeckte Beobachtung der Demonstrationen seit November 2014, auf eine Analyse der Berichterstattung über “Pegida” und Befragungen der Demonstranten, darunter eine mit standardisiertem Fragebogen am 25. Januar auf dem Dresdner Theaterplatz. An letzterer nahmen 242 von 492 angesprochenen Teilnehmern der “Pegida”-Kundgebung teil. Insgesamt versammelten sich am 25. Januar in Dresden mehr als 17.000 “Pegida”-Demonstranten.

Die Studie sei “nicht wirklich repräsentativ” und auch nicht unverzerrt, sagte Patzelt. Dennoch könne aus der Gesamtheit aller Faktoren eine Tendenz abgelesen werden. Patzelt hatte für die Untersuchung “Was und wie denken Pegida-Demonstranten?” selbst an “Pegida”-Demonstrationen teilgenommen, war dafür als “Versteher” der Bewegung in die Kritik geraten. Er betonte jedoch bei der Präsentation am Dienstag den wissenschaftlichen Ansatz der Studentengruppe, die die Daten erhoben hatte.

Jeder Dritte rechtsnational

Etwa ein Drittel der “Pegida”-Demonstranten seien “rechtsnationale Xenophoben”, sagte Patzelt. Auch damit folgt er bisherigen Studien etwa des Dresdner Politikwissenschaftlers Hans Vorländer und des Berliner Protestforschers Dieter Rucht. Allerdings spiegeln diese Studien die Bewegung vor der Spaltung. Die neue Situation mit eigenen Demonstrationen des in Gründung befindlichen Bündnisses “Direkte Demokratie für Europa” und der restlichen “Pegida”-Bewegung ergibt möglicherweise ein anderes Bild.

Patzelt bescheinigte etwa einem Viertel seiner Befragten eine Konfessionszugehörigkeit. Das durchschnittliche Alter der Demonstranten bezifferte er auf 46 Jahre. Zudem hätten sie “auskömmliche Gehälter”. 40 Prozent der Befragten waren der Studie zufolge schon 1989 unter den Demonstranten.

Zentrales Motiv: Unzufriedenheit mit Politik

In ihrer politischen Einstellung verortet sich die Mehrheit bei Rucht in der Mitte und rechts von der Mitte (mehr als 80 Prozent). Auch Patzelt kommt zu diesem Ergebnis. Demnach stehen bei “Pegida” 65,2 Prozent in der Mitte, 22,5 Prozent eher rechts und 4,4 Prozent ganz rechts. Etwa ein Viertel geht gar nicht wählen.

Xenophobie und Islamophobie seien zwar Kristallisationspunkte, zentrales Motiv aber sei die Unzufriedenheit mit Politik, Politikern, Parteien und Medien, sagte Patzelt. Die Demonstranten fühlten sich durch Deutschlands Parteien und Politiker nicht vertreten und setzen ihre politische Hoffnung in die AfD. Die studentischen Fallstudie zu “Pegida” sei noch nicht abgeschlossen, hieß es. Angelegt sei sie als Langzeiterhebung.

Im Protest gegen “Pegida” und die lokalen Ableger der islamkritischen Bewegung waren am Montag in mehreren deutschen Städten wieder Tausende Bürger auf die Straße gegangen. An der bundesweit größten Demonstration für Weltoffenheit und Toleranz beteiligten sich in München rund 15.000 Menschen. (epd/mig 4)

 

 

 

 

Viele gehen wieder. Mangelnde Willkommenskultur vergrault ausländische Studierende

 

Nur jeder vierte ausländische Studierende möchte nach dem Studium in Deutschland bleiben. Zu Beginn des Studiums wollen dies noch zwei Drittel. Hauptgrund für die Abwanderung sind Barrieren: Sprache, Bürokratie, mangelnde Willkommenskultur. Das zeigt eine aktuelle Studie.

 

Junge Menschen aus dem Ausland, die in Deutschland studieren, sind Fachkräfte der Zukunft. Denn sie erwerben neben Deutschkenntnissen akademisches Know-How. Sie sind eine wichtige Zielgruppe für Deutschland auf dem Weg zu einem offenen und vielfältigen Einwanderungsland. Doch bisherige Untersuchungen zeigen, dass nur etwa ein Viertel der ausländischen Studierenden nach dem Studium in Deutschland bleibt. Zu Beginn des Studiums wollen dies noch zwei Drittel.

Immer noch viele Barrieren

Dabei kommen immer mehr Studierende aus dem Ausland an deutsche Hochschulen. In den Jahren 2002-2010 hat sich ihre Anzahl fast verdoppelt. Im Studienjahr 2013/14 waren es rund 301.000, das sind etwa 11,5 Prozent der insgesamt 2,6 Millionen Studierenden. Diese Zahlen sind der Ausgangspunkt einer aktuellen Studie von Prof. Roland Roth im Auftrag der Bertelsmann Stiftung. Roth untersucht die Bedingungen, die dafür verantwortlich sind, dass ausländische Studierende in Deutschland bleiben oder nach dem Studium weiterziehen.

Die Untersuchung zeigt, dass es noch immer viele Barrieren gibt, die Studierende aus dem Ausland daran hindern, in Deutschland Fuß zu fassen: Angefangen bei Sprachbarrieren zu Beginn des Studiums, Schwierigkeiten mit bürokratischen Gegebenheiten beim Erwerb eines Aufenthaltstitels bis hin zu Informations- und Beratungsdefiziten. In vielen Kommunen und Regionen fehlt eine Willkommenspraxis, die neu zugezogenen Studierenden hilft, sich zuhause zu fühlen.

Willkommenskultur auf zwei Säulen

In seiner Studie empfiehlt Prof. Roth, eine Willkommenskultur vor Ort auf zwei Säulen aufzubauen: Neben der späteren Vermittlung in den Arbeitsmarkt als Perspektive müssen auch “weiche” Faktoren in Aussicht gestellt werden: wie die Integration in das kulturelle und soziale Leben und damit eine attraktive Lebensqualität. Die Studie empfiehlt hier die Zusammenarbeit verschiedener Akteursgruppen in einer Region.

Doch obwohl bundesweit rund 900 solcher Netzwerke existieren, die sich um Fachkräfte bemühen, haben nur 35 Netzwerke ausländische Studierende im Fokus. Auch findet bisher nur in einem Teil der Netzwerke eine Zusammenarbeit zwischen Hochschulen und Kommunen statt. In gerade einmal sechs Regionen sind die Städte Träger eines solchen Zusammenschlusses.

Wir müssen Hürden abbauen

“Wir müssen es schaffen, die Hürden für ausländische Studierende abzubauen. Nur wenn dies vor Ort erreicht wird, kann es uns gelingen, diese zum Bleiben zu ermutigen”, so Claudia Walther, Integrationsexpertin der Bertelsmann Stiftung. “Die jungen Menschen wollen in ihrer neuen Umgebung erst einmal zurechtkommen: mit ihrem neuen Studium, aber auch mit der Sprache und nicht zuletzt der deutschen Bürokratie. Sie brauchen ein Zimmer, aber auch Kulturangebote wie Kino und Konzerte sowie ein Klima der Offenheit. Manche ziehen nach dem Studium weiter. Doch für diejenigen, die bleiben wollen, ist später ein guter Arbeitsplatz wichtig, das zeigt die Studie von Prof. Roland Roth”, sagte Walther.

Um eine so verstandene Willkommenskultur umzusetzen, regt die Studie die Zusammenarbeit von sechs Akteursgruppen an: Hochschule, Wirtschaft, Agentur für Arbeit, Zivilgesellschaft, Studierende und Kommune. Dazu gehören auch die Ausländerbehörden sowie studentische Migrantenorganisationen. Eine solche nachhaltige Zusammenarbeit mit dem Ziel, eine Willkommenskultur für ausländische Studierende aufzubauen, sei eine längerfristige und lohnenswerte Investition in die Zukunft. (etb 3)

 

 

 

 

 

Rechtsstreit. Deutschland will arbeitssuchenden Zuwanderern kein Hartz IV zahlen

 

In einem aktuellen Rechtsstreit vor dem Europäischen Gerichtshof unterstreicht die Bundesregierung, dass arbeitssuchende Zuwanderer aus EU-Ländern von Hartz-IV-Leistungen ausgeschlossen sind. Die Diakonie ist anderer Meinung.

 

Die Bundesregierung hat die deutschen Regelungen verteidigt, nach denen arbeitssuchende Zuwanderer aus anderen EU-Ländern in vielen Fällen von Hartz-IV-Leistungen ausgeschlossen sind. Das Freizügigkeitsrecht sei eine Grundfreiheit, bestehe aber nicht schrankenlos, unterstrich eine Sprecherin des Bundesarbeitsministeriums am Dienstag.

Die Bundesregierung hatte vor dem Europäischen Gerichtshof (EuGH) in Luxemburg in einer mündlichen Verhandlung zum Fall “Alimanovic” Stellung zu nehmen. Es geht um eine Frau aus Schweden, die mehrfach kurzzeitig in Deutschland gearbeitet hatte und im Moment auf der Suche nach einem neuen Job ist. (AZ: C-67/14)

Das Jobcenter Berlin-Neukölln hatte der Frau und ihrer Familie Hartz-IV-Leistungen verwehrt und auf das deutsche Sozialgesetzbuch verwiesen. Demnach sind EU-Bürger von Leistungen ausgeschlossen, deren Aufenthaltsrecht sich “allein aus dem Zweck der Arbeitsuche ergibt”. Erst nach einem Aufenthalt von mindestens fünf Jahren oder einer Berufstätigkeit von einem Jahr haben sie ein Recht auf Hartz IV.

Die Freizügigkeit setze voraus, dass zuziehende Unionsbürger selbst für ihren Lebensunterhalt sorgen könnten, betonte die Sprecherin des Berliner Arbeitsministeriums. “Dies ist auch der klare Wille des europäischen Gesetzgebers.”

Der Fall “Alimanovic” ist eng verwandt mit dem Fall “Dano”, über den der EuGH Ende 2014 ein Urteil gefällt hatte. Damals hatte der Gerichtshof die deutschen Regelungen als rechtskonform bestätigt. Die beiden Fälle unterscheiden sich allerdings darin, dass die Klägerin Alimanovic aktiv nach Arbeit sucht, während die Klägerin Dano das nicht tat.

Die Diakonie Deutschland, die beide Betroffenen unterstützt, ist der Ansicht, dass infolge des anstehenden EuGH-Richterspruchs durchaus “ein gesetzgeberischer Handlungsbedarf entstehen könnte”. “Arbeitsuchende aus der Europäischen Union leben rechtmäßig in Deutschland. Sie dürfen bei Hilfebedürftigkeit nicht gesetzlich von der Grundsicherung ausgeschlossen werden”, sagte Vorstandsmitglied Maria Loheide am Dienstag.

“Die große Mehrheit der zuwandernden EU-Bürger findet ohne weiteres Arbeit in Deutschland.” Eine fehlende Existenzsicherung hingegen sei Nährboden für entwürdigende Ausbeutung – viele Arbeitgeber in Deutschland nützten die prekäre Lebenssituation der Zuwanderer aus, gab Loheide zu bedenken. Ein Urteil in dem Fall ist nach Diakonie-Angaben noch in diesem Jahr zu erwarten. (epd/mig 5)

 

 

 

 

 

NRW. Staatssekretär Klute: Wir fördern das ehrenamtliche Engagement junger Einwanderinnen und Einwanderer

 

Ausschreibung für NRW-Programm JUMP.in NRW

Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute hat den Startschuss für die vierte Staffel des Programms „JUMP.inNRW“ gegeben. „Damit will die Landesregierung das ehrenamtliche Engagement junger Menschen mit Einwanderungsgeschichte und ihre Teilhabe an demokratischen Strukturen stärken“, sagte Klute in Düsseldorf.

 

Die Teilnehmenden treffen sich regelmäßig zu Seminaren mit Expertinnen und Experten aus dem Bereich gesellschaftspolitisches Engagement, besuchen soziale und politische Einrichtungen in NRW, machen eine Studienfahrt nach Berlin, absolvieren Praktika und diskutieren mit Entscheiderinnen und Entscheidern aus Politik und Gesellschaft. Voraussetzung für die Aufnahme in das Programm, so der Staatssekretär weiter, sei ein ausgeprägtes soziales oder politisches Interesse.

 

Durchgeführt wird das Programm im Auftrag der Landesregierung von der Otto Benecke Stiftung e. V. . Diese engagiert sich seit 50 Jahren für die Integration: Angefangen hat es mit der Förderung von Russlanddeutschen, inzwischen richten sich ihre Programme an eine Vielzahl von Menschen internationaler Herkunft mit Lebensmittelpunkt in Deutschland.

 

Bewerben können sich junge Menschen mit Migrationsgeschichte zwischen 18 und 28 Jahren. Wer teilnehmen kann, wird per Telefoninterview ermittelt. Auskunft gibt es unter 0228 / 8163245 oder unter: www.obs-ev.de/jumpin.nrw. Die Bewerbungsfrist endet am 20. Februar 2015. dip

 

 

 

 

Interview mit Birgit Rommelspacher. Vor 10-20 Jahren war der Begriff Rassismus verpönt. Heute sprechen wir darüber.

 

Dr. Birgit Rommelspacher ist Professorin für Psychologie mit dem Schwerpunkt Interkulturaltiät und Geschlechterstudien an der Alice Salomon Hochschule Berlin. Im Gespräch erklärt sie, wer die geistigen wegbereiter für Pegida sind, wieso junge Männer in den Krieg ziehen und ob sie “Charlie” ist. VON Helga Suleiman

 

Frau Rommelspacher, mit ihren Forschungen zu Dominanzkultur setzen Sie sich seit langem gegen Diskriminierung und Rassismus ein. Doch es scheint, dass statt einer Verbesserung durch Bewusstseinsveränderung wir immer mehr Rassismus in den europäischen Gesellschaften erleben. Wie sehen Sie das?

Birgit Rommelspacher: Ich finde es sehr schwer, solche Trendaussagen zu machen. Es wird heute viel mehr über Rassismus gesprochen. Vor 10-20 Jahren war der Begriff Rassismus verpönt. Er war für Extremformen, wie den Nationalsozialismus reserviert. Man sprach allenfalls von Ausländerfeindlichkeit, aber nicht von Rassismus. Heute ist Rassismus viel mehr ein öffentliches Thema. Er wird als eine Form der Diskriminierung gesehen, die alltäglich ist. Die Weißen Mehrheitsangehörigen müssen sich darüber im Klaren sein, dass sie alle mit rassistischen Strukturen und Bildern sozialisiert worden sind. Dieses Bewusstsein ist heute sehr viel präsenter.

Ob es mehr Rassismus gibt, ist schwer einzuschätzen. Es gibt zwar diese immens großen Pegida-Demonstrationen in Deutschland gegen “die Islamisierung”. Gleichzeitig gibt es immer sehr viel mehr Leute, die dagegen demonstrieren.

Ein Beispiel: Vor kurzem war 10-jähriges Jubiläum des Bündnis Opferperspektiven in Brandenburg – dort gab es die meisten Übergriffe auf Schwarze Menschen und Minderheitsangehörige in der ganzen Bundesrepublik. Daraufhin sind viele Initiativen von Opferperspektiven entstanden, unterstützt von Seiten der Landesregierung. Heute ist es so, dass es in jeder Stadt, in jedem Dorf Gegenbewegungen gibt, wenn Rechtsgerichtete auftauchten. Die sind nicht verschwunden, aber die Initiativen lassen nicht locker, sie fordern den Bürgermeister, die Lehrer, die Eltern zum Handeln auf. Das ist als Erfolg zu verbuchen, weil die Zahl der Übergriffe auf als “fremd” konstruierte Personen weit zurückgegangen ist.

Die Polarisierungen können also durchaus positiv interpretiert werden?

Rommelspacher: Ja, weil es die Gegenbewegungen gibt. In anderen Bundesländern, wie zum Beispiel Sachsen, schaut es anders aus. Da gibt es auch Initiativen und Projekte, aber die Landesregierung gibt nichts dazu, und was ist jetzt? Sachsen ist das Zentrum der Pegida-Bewegung. Da ist nichts gemacht worden.

Was halten Sie von dem Argument, den rechten Parteien mit Rechtspopulismus den Wind aus den Segeln zu nehmen?

Rommelspacher: Nichts! Vielmehr muss die ganze Gesellschaft mobilisiert werden, bewusst gemacht werden über das Problem des Rassismus. Es soll aufgefordert werden, dagegen aufzustehen, ob das im Familienkreis ist oder in der Nachbarschaft. Das Alltagsleben, die Alltagskultur muss von diesem Widerstand durchdrungen werden.

Dazu braucht es auch eine differenzierte Diskussion über den sogenannten Islamismus.

Rommelspacher: Ich denke Aufklärung über “den Islam”, den es ja als solchen nicht gibt, ist die eine Seite, es gibt ja hunderte verschiedene Spielarten. Die Mehrheitsgesellschaft und jeder einzelne muss sich fragen: Wie kommt man auf solche irrsinnigen Vorstellungen wie der Islam würde das Abendland übernehmen? Das sind ja Phantasmen. Vor zwanzig Jahren gab es so etwas gar nicht. Solche Ideen werden geschürt und wir hatten ja eine permanente antiislamische Literatur: Sarazin hat seine Bücher massenweise verkauft, Alice Schwarzer, Broder – Schriftsteller, die ständig gegen den Islam polemisiert haben! Und manchmal geht die Saat auf. Das wurde richtig hochgekocht und von daher braucht man sich nicht wundern.

Zuletzt waren in den Medien immer wieder Jugendliche, die in den Krieg ziehen, das Thema. Wenn auch medial hochgekocht, macht das schon Sorgen. Es wird mit Polizeigewalt begegnet und Beratungsstellen eingerichtet. Haben Sie andere Ideen, was zu tun ist?

Rommelspacher: Zunächst: eine bestimmte Gruppe von zumeist männlichen Jugendlichen hat es schon immer gegeben, die zum Beispiel zur Fremdenlegion gegangen sind oder in den Jugoslawienkrieg. Es gibt immer einen bestimmten Prozentsatz von jungen Männern, die mit ihrem Leben hier nicht zurecht kommen und Gewalt ausüben wollen. Das wird sich nie ganz vermeiden lassen. Jetzt ist eben der IS dran. Das ist ein Problem und ich finde auch, dass eine gewisse Gefahr von den Rückkehrern ausgeht. Sie sind brutalisiert und ideologisch aufgeheizt worden, insofern denke ich schon, dass man sich um sie kümmern muss. Einerseits muss man, wenn wirklich Gewaltgefahr von ihnen ausgeht, das unterbinden, keine Frage, aber es gibt natürlich auch Aussteigerprogramme, um sie zu unterstützen aus dieser Sackgasse heraus zu kommen. Wo ich die Gefahr sehe ist, dass bei diesen ständigen Razzien und Durchsuchungen von Moscheen und Wohnungen sehr schnell irgendwelche Leute als gewalttätig eingestuft werden. Man muss wirklich ganz genau hinschauen, ob ein konkreter Verdacht besteht oder ob Leute pauschal unter Verdacht gesetzt werden.

Es ist schon merkwürdig, dass solche Situationen in westlichen Wohlfahrtsstaaten entstehen…

Rommelspacher: Ja, das ist die sozioökonomische Situation. Die Kluft zwischen Arm und Reich geht immer weiter auseinander. Es gibt immer mehr Arme, die wirklich keine Zukunft haben. Aber das Problem kann auf keinen Fall nur auf die ökonomische Dimension reduziert werden. Es ist auch der internationale Rahmen, von Israel über den Afghanistan-Krieg oder Abu Ghraib und die Folter, diese furchtbaren Geschichten, wo sich jeder Muslim natürlich denkt ‘wie kann das sein?’ und wo sich Gegenwehr und Gegenpositionen entwickelt haben.

Es ist die ganze weltpolitische und konkret-ökonomische schwierige Situation und die Ausgrenzung im Alltag, der Alltagsrassismus – das Zusammenspiel vieler Faktoren muss bedacht werden.

Die Aufrüstung von Polizei und Militär und Verschärfung von Gesetzen bringt zunehmend Kriminalisierung mit sich, ganz allgemein von Minderheiten und Gruppen, die sich nicht dem Mainstream anpassen, auch renitent sind. Was können sie tun, um sich zu schützen?

Rommelspacher: Auch früher schon wurden in Moscheegemeinden frühmorgendliche Razzien durchgeführt. Der Verdacht war oft keineswegs gut begründet. Ich finde es ganz wichtig, so etwas öffentlich zu machen. Einigen gelingt es, das in die ganz großen Zeitungen zu bringen. Journalisten aus den Hauptmedien müssen sich dafür interessieren und diese Geschichten hinterfragen: Warum genau fand die Razzia statt, worin besteht der Verdacht, worauf gründet er sich?

Es ist auch wichtig, das Gerichtsverfahren gegen unberechtigte Übergriffe angestrengt werden und natürlich muss die Öffentlichkeit mobilisiert werden.

Es ist vorgekommen, dass Muslime zu hören bekommen, sie sollen ruhig bleiben und nichts an die Öffentlichkeit bringen, denn das könne noch schlimmere Folgen haben.

Rommelspacher: Im Gegenteil! Bei uns in Berlin war es so, dass nach den Attentaten von Paris Frauen angegriffen wurden und das wurde sofort öffentlich gemacht. Nur so kann derartiges verhindert werden.

Zum Stichwort ‘Attentate von Paris': Sind sie auch Charlie?

Rommelspacher: Nein! (lacht) Nein, ich habe diese Identifikationshysterie gar nicht begriffen. Ich kann nicht sagen ‘Ich bin Charlie’, wenn ich Charlie gar nicht kenne. Ich weiss nicht, worum es in dieser Zeitung geht. Wie kann ich mich da so identifizieren? Sicherlich, die Leute meinen die Pressefreiheit – natürlich bin ich auch für die Pressefreiheit. Aber was dabei zu kurz kommt – inzwischen ist es ja schon etwas besser – dass gar nicht darüber gesprochen wurde, dass Karikaturen, wie auch Witze respektvoll aber auch respektlos sein können. Wir kennen das aus der Nazizeit, dem Propagandamagazin ‘Der Stürmer’. Ich weiß nicht, wie die Leute auf die Idee kommen, eine Karikatur wäre per se eine Form der Kritik und Ausdruck von Meinungsfreiheit. Sie kann ja auch eine Form der Missachtung, des Rassismus sein. Ob das jetzt in diesem Fall so war, das will ich damit nicht behaupten. Es gibt unterschiedliche Sehgewohnheiten und Empfindlichkeiten. Als Mohamed auf dem letzten Cover von Charlie Hebdo als weinend dargestellt wurde, konnte ich nicht nachvollziehen, dass das als verletzend empfunden wurde, aber ich habe eine andere Sozialisation. Genauso wie westliche Leute sagen, sie können es nicht tolerieren, wenn jemand in der Burka kommt – weil es nicht ihren Sehgewohnheiten entspricht – so haben andere Leute andere Dinge, die sie nicht tolerieren können.

Darüber müsste man natürlich reden. Damit man es gegenseitig nachvollziehen kann. MiG 3

 

 

 

 

 

Seit Pegida-Demos. Verdoppelung der Gewalt gegen Migranten und Flüchtlingsunterkünfte

 

Verglichen mit der Zeit vor Pegida, haben sich Übergriffe auf Migranten und Flüchtlinge mehr als verdoppelt. Das ergibt eine Sonderauswertung von “Report Mainz”. Experten warnen, Pegida enthalte eine klare Botschaft: “Das ist unsere Stunde. Jetzt ist Attentatszeit.”

 

Seit Beginn der Pegida-Demonstrationen im Oktober 2014 hat sich bundesweit die Gewalt gegen Flüchtlinge, Migranten und deren Unterkünfte mehr als verdoppelt. Das hat eine umfangreiche Recherche des ARD-Politikmagazins Report Mainz ergeben. Systematisch ausgewertet wurden Agenturen, Zeitungs-, Hörfunk- und Fernsehberichte, Pressemitteilungen der Polizei, sowie Chroniken der Regionalen Arbeitsstellen für Bildung, Integration und Demokratie (RAA).

Verglichen wurde das letzte Vierteljahr mit dem Drei-Monatszeitraum davor. Während es in den drei Monaten vor Pegida laut Zählung von Report Mainz bundesweit 33 Übergriffe auf Migranten und Flüchtlinge gab, hat sich seit Beginn der Pegida-Demonstrationen die Zahl mit 76 Übergriffen mehr als verdoppelt. Das entspricht einer Zunahme von 130 Prozent. Das bedeutet, dass es nun mehr fast täglich zu Übergriffen kommt. Vor den Pegida-Demonstrationen geschahen Übergriffe nur jeden dritten Tag. Solche Veränderungen gibt es für die vergleichbaren Zeiträume (Sommer- versus Wintervierteljahr) weder in 2013 noch in 2012.

Der Rechtsextremismus-Forscher Prof. Hajo Funke: “Pegida hat ein Klima entfesselt, das Gewalt gegen Migranten, vor allem aber Muslime will. Die Erhöhung um über 100 Prozent an Gewalt gegen Schwächere ist beschämend für die Republik, für uns alle.” Er sieht Parallelen zu den verheerenden Anschlägen auf Asylunterkünfte Anfang der 90iger Jahre: “Es ist ein Stück der Interaktion zwischen dieser Stimmung, die entwickelt und mobilisiert wurde, und den Rechtsextremen, die gesagt haben: ‘Das ist unsere Stunde. Jetzt ist Attentatszeit.’ Also, das ist eine Warnung an uns alle.”, sagte Funke außerdem im Interview.

Auch aus anderen Statistiken ergibt sich ein ähnliches Bild. Die vom Bundeskriminalamt geführte sogenannte “Politisch Motivierte Kriminalität – rechts” (PMK – rechts) erreichte im November 2014 einen Höchststand: 63 Gewalttaten mit fremdenfeindlichem Hintergrund wurden erfasst. In den Monaten davor waren es durchschnittlich 38. Das entspricht einem Plus von 66 Prozent. Das geht aus den Antworten der Bundesregierung auf monatliche Anfragen der Partei Die Linke hervor.

Auch die Opferberatungsstelle Sachsens, finanziert von Land und Bund, hat mehr Vorfälle mit Migranten seit Pegida registriert: “In Dresden fällt natürlich auf, das wir zumindest seit Oktober, was rassistisch motivierte Angriffe anbelangt, schon einen massiven Anstieg festgestellt haben.”, sagte Robert Kusche, der Geschäftsführer der Opferberatung im ARD-Interview. (swr/mig 28)

 

 

 

 

„Verantwortungsvolle und gewissenhafte Glaubensunterweisung ist ein elementarer Baustein echter Integration“

 

Bevollmächtigter für Integration und Antidiskriminierung, Staatssekretär Jo Dreiseitel, besucht Professur für Islamische Theologie und ihre Didaktik

der Justus-Liebig-Universität Gießen

 

Gießen. Der Bevollmächtigte für Integration und Antidiskriminierung, Staatssekretär Jo Dreiseitel, besuchte heute die Professur für Islamische Theologie und ihre Didaktik der Justus-Liebig-Universität in Gießen und betonte bei der Begrüßung, dass die Arbeit der Professur „maßgeblichen Anteil an der Etablierung einer Glaubenspraxis“ habe, welcher den „Werten und der Wirklichkeit unseres Landes“ gerecht werde. „Eine verantwortungsvolle und gewissenhafte Glaubensunterweisung ist ein elementarer Baustein echter Integration und schützt vor dem Abgleiten in Fundamentalismus“, stellte Dreiseitel anlässlich seines Besuchs klar. „Nicht zuletzt die furchtbaren Ereignisse von Paris haben für große Besorgnis in der Bevölkerung gesorgt. Umso mehr begrüße ich die Arbeit, die hier in Gießen geleistet wird. Das kann zur Anerkennung eines Islam beitragen, der eingebettet ist in eine auf Menschenrechte verpflichtete, plurale und  multireligiöse Perspektiven einschließende Gesellschaft.“

 

JLU-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee sagte: „Die JLU bietet das umfangreichste Lehramtsangebot in Hessen. Wir nehmen unsere große Verantwortung für junge Menschen, die aus den verschiedensten Ländern mit unterschiedlichen Kulturen und Religionszugehörigkeiten kommen, sehr ernst. Ich bin froh, dass wir mit der Aus- und Weiterbildung im Bereich der Islamischen Theologie und ihrer Didaktik in intensiver Zusammenarbeit mit unseren Partnern in Frankfurt einen wichtigen Beitrag zur kulturellen Verständigung und Integration leisten können. Eine moderne, Wissenschaft und Glauben angemessen zusammenführende islamische Theologie aufzubauen und in die Lehrerbildung einzubringen, ist unsere gemeinsame  Verantwortung.“

 

Im Rahmen eines wettbewerblichen Verfahrens hat das Bundesministerium für Bildung und Forschung im Oktober 2010 die Förderung des Zentrums für Islamische Studien der Johann Wolfgang Goethe-Universität Frankfurt a. M. (GU) in Zusammenarbeit mit der Justus-Liebig-Universität Gießen (JLU) auf dem Gebiet der Ausbildung von Religionslehrern/innen für das Fach "Islamische Religion" für die Dauer von fünf Jahren bewilligt.

 

Die Einrichtung Islamischer Studien an deutschen Universitäten soll der Förderung des innerislamischen Dialogs und des Austauschs mit anderen Wissenschaftsdisziplinen dienen. Außerdem sollen muslimische Lehrkräfte für einen bekenntnisorientierten islamischen Religionsunterricht adäquat ausgebildet werden.

 

„Der Islam prägt die aktuellen Schlagzeilen. Die Bundeskanzlerin bekräftigt zu Recht, dass der Islam zu Deutschland gehört. Aber in Dresden und vielen anderen Städten gehen Menschen gegen eine sogenannte „Islamisierung des Abendlandes“ auf die Straße. Dem müssen wir alle miteinander entschlossen entgegentreten. Eine fundierte Glaubensunterweisung junger Menschen, die den Wert der Freiheit, auch der Freiheit zur Religion und der Freiheit gegen Religion verbürgt, leistet in dem Zusammenhang einen elementaren Beitrag zum Zusammenhalt unserer Gesellschaft.“, führte Dreiseitel weiter aus. Der Bevollmächtigte bedankte sich in diesem Zusammenhang bei der Universität für die Übernahme der Ausbildung grundständiger wie auch der Weiterbildung sich bereits im hessischen Schuldienst befindlicher muslimischer Lehrerinnen und Lehrer.

 

An der Justus-Liebig-Universität Gießen wird seit dem Wintersemester 2011/12 der grundständige Studiengang „Lehramt an Grundschulen mit dem Unterrichtsfach Islamische Religion“ angeboten. Die Aufnahmekapazität beträgt pro Studienjahr 30 Studierende. Zurzeit sind insgesamt 109 Studierende immatrikuliert. Davon sind 92 Studierende weiblich, 31 haben eine nicht-deutsche Staatsangehörigkeit.

 

Zum 1. März 2013 wurde zusätzlich zum grundständigen Studium ein Weiterbildungsstudium „Islamische Religion“ für muslimische Lehrkräfte im hessischen Schuldienst in Kooperation mit dem Hessischen Kultusministerium eingerichtet. Im ersten Durchgang waren 19 Lehrkräfte eingeschrieben. Von diesen 19 Lehrkräften haben 17 Lehrkräfte ihre Abschlussprüfung erfolgreich abgelegt und ein Zeugnis als zukünftige islamische Religionslehrerinnen und -lehrer erhalten. Das Weiterbildungsstudium ist auf ein Jahr ausgelegt.

 

„Hessen ist Vorreiter bei der Einrichtung eines bekenntnisorientierten islamischen Religionsunterrichts streng nach Artikel 7 Absatz 3 des  Grundgesetzes. Mit Beginn dieses Schuljahres steht er in 38 Grundschulen auf dem Stundenplan. Rund 1.200 Kinder der Jahrgänge 1 und 2 nehmen daran teil“, erläuterte Dreiseitel abschließend. HMSI Pressereferat 6

 

 

 

 

 

Studie. Einwanderung allein kann Fachkräftemangel nicht ausgleichen

 

Einer Studie zufolge wird bis zum Jahr 2030 das Erwerbspersonenpotential in Deutschland in Millionenhöhe zurückgehen. Um das auszugleichen, möchte die Bundesregierung eine Doppelstrategie fahren: inländischen Potentiale aktivieren und qualifizierte Einwanderung.

 

Der drohende Fachkräftemangel in Deutschland lässt sich allein durch Zuwanderung nicht bekämpfen. Das geht aus einer Studie im Auftrag des Bundesarbeitsministeriums hervor, die am Donnerstag in Berlin vorgestellt wurde. Demnach wird selbst bei einer aus heutiger Sicht hohen Zuwanderung von 300.000 Menschen wegen der demografischen Entwicklung in Deutschland die Zahl der Erwerbspersonen bis 2030 um 900.000 sinken. Zuwanderung sei nicht das alleinige Wundermittel, sagte Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles (SPD).

Gemeinsam mit Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig (SPD) und der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), sprach sie sich dafür aus, auch bisher ungenutzte Potenziale in Deutschland stärker zu fördern. Dazu gehören nach ihren Angaben vor allem Frauen, Migranten, Ältere und auch Schwerbehinderte.

Download: Die Studie “Arbeitsmarkt 2030. Die Bedeutung der Zuwanderung für Beschäftigung und Wachstum. Prognose 2014? kann hier kostenlos heruntergeladen werden.

Dennoch unterstrich Nahles die Bedeutung der Einwanderung. Nur eine offene Gesellschaft sei eine innovative Gesellschaft, sagte sie. Die Arbeitsministerin befürwortete in dem Zusammenhang auch ein Einwanderungsgesetz, das bisherige Regelungen zur Arbeitsmigration nach Deutschland transparent macht. (epd/mig 6)

 

 

 

 

NRW. Minister Schneider: Wir erleben eine Welle der Hilfsbereitschaft. Eine Million Euro für ehrenamtliche Flüchtlingsarbeit

 

Mit rund einer Million Euro unterstützt die Landesregierung Initiativen, die sich für die Integration von Flüchtlingen in NRW einsetzen. „Unser Land erlebt eine Flüchtlingszuwanderung wie seit vielen Jahren nicht mehr. Fast überall helfen Menschen ehrenamtlich mit, Flüchtlinge willkommen zu heißen. Diese Welle der Hilfsbereitschaft ist beeindruckend“, sagte Integrationsminister Guntram Schneider zur Vorstellung des neuen Förderprogramms für ehrenamtliche Flüchtlingsarbeit.

 

Ehrenamtliches Engagement kann daraus in ganz unterschiedlichen Bereichen gefördert werden. Beispielsweise Sprachpatinnen und Sprachpaten, die erste Sprachkenntnisse vermitteln oder bei Verständigungsproblemen helfen. Spielgruppen für Flüchtlingskinder können eingerichtet werden oder Hilfen, um sich im neuen Wohnumfeld zurechtzufinden, etwa durch Begleitung zu Institutionen und Freizeitangeboten.

 

„Die Ehrenamtlichen helfen Flüchtlingen, die Trauma, Krieg und Folter erlebt haben, hier bei uns in NRW einen Neustart zu beginnen“, so Schneider weiter. „Mit unserem neuen Programm wollen wir ihnen den Zugang zur Sprache und zur Gesellschaft zu erleichtern und einen Beitrag leisten, damit sie sich hier zuhause fühlen können.“

 

Die Fördermittel können von den Kommunalen Integrationszentren (KI) in den Kreisen und kreisfreien Städten beantragt und beispielsweise an Flüchtlingsinitiativen, Ehrenamtsagenturen, Integrationsagenturen, Kirchengemeinden oder Moscheevereine verteilt werden. „Durch ihre gute Vernetzung und ihre Fachkenntnisse haben die Kommunalen Integrationszentren eine wichtige Multiplikatoren- und Brückenfunktion für die Integrations- und Flüchtlingsarbeit vor Ort“, so der Minister.

Je KI-Standort stehen 18.000 Euro für die Arbeit vor Ort zur Verfügung. Die Ehrenamtlichen können damit beispielsweise Spiel-, Unterrichts- oder Schreibmaterial für ihre Arbeit anschaffen, und Ausgaben für Fahrtkosten oder die Durchführung von Teamsitzungen oder Informationsveranstaltungen können erstattet werden. PR 6

 

 

 

 

Debatte um Einwanderungsgesetz. Der Nützlichkeitsrassismus wird hoffähig

 

Die Debatte um ein neues Einwanderungsgesetz mit Punktesystem hält an. SPD und Grüne fordern es, die Union ist unentschlossen. Die Linke hingegen ist dagegen. Der Fachkräftemangel sei ein Märchen und ein Punktesystem Nützlichkeitsrassismus. Von Sevim Daydelen

 

Jahrzehntelang übten sich die bundesdeutsche Politik, Justiz, die Sicherheitsdienste und Polizei sowie die Mainstreammedien ganz im Stile der drei Affen im “nichts sehen, nichts hören und nichts sagen”. Gezielt wurde bei neonazistischer und rassistischer Gewalt weggesehen, verdrängt und schöngeredet. Nach einem Bombenanschlag auf Migranten in Düsseldorf-Wehrhahn am 27. Juli 2000 erlebte Deutschland dann den “kurzen Sommer der Staatsantifa” und nach dem Anschlag auf die Düsseldorfer Synagoge am 2. Oktober 2000 den “Aufstand der Anständigen”.

In der Folge kam es neben dem ersten NPD-Verbotsverfahren – das aber einige Jahre später wegen der Durchdingung der NPD-Führung mit Verfassungsschutzspitzeln scheiterte – im selben Jahr 2001 zur Green-Card-Initiative durch den ehemaligen Bundeskanzler Schröder und dem Vorschlag für ein Einwanderungsgesetz durch die Süssmuth-Kommission. Die neue Devise lautete nun, Europa und Deutschland brauchen eine veränderte “Zuwanderungspolitik”, um ökonomisch florieren zu können. Es wurde nicht mehr nur hinter vorgehaltener Hand zwischen “nützlichen” und “unnützen” Migranten unterschieden. Die deutsche Wirtschaft forderte immer offener eine Öffnung Deutschlands für den globalen Arbeitsmarkt und die Liberalisierung der Zuwanderungsbeschränkungen zumindest für bestimmte Arbeitnehmergruppen. Neben dem freien Waren- und Kapitaltransfer forderte sie die freie Verfügbarkeit von Arbeitskräften ein. Das Einwanderungsgesetz mit dem in dieser Zeit diskutierten Punktesystem als Kriterienkatalog der “Auswahl” von geeigneten Migranten sollte die “gewünschte” Arbeitsmigration nach Deutschland regeln.

Damals wie heute offenbar(t)en diese Debatten einen immanenten Rassismus. Die Debatte um die selektive Aufnahme von ausländischen Arbeitskräften weicht vermeintlich alte Schranken und Instrumentarien der rassistischen Abschottungspolitik der Jahre nach Beendigung der “Gastarbeiteranwerbung” auf, um die explizite Einteilung in “nützlich” und “unnütz” salonfähig zu machen. Der Rassismus bleibt von seinem Wesen her gleich.

Des Kaisers neuen Kleider: “Punktesystem”

Aktuell wird die “neue” Einwanderungsdebatte im Schlepptau der Pegida-Märsche und deren verschiedenen Ableger geführt. Befeuert durch den Anschlag auf das französische Satiremagazin “Charlie Hebdo” wird nun mittels des Vehikels der Ablehnung des Islamismus über ein generelles Bedrohungsgefühl in Form der vermeintlichen “Überfremdung” die Einwanderungsdebatte in der Öffentlichkeit aufgegriffen. Dabei verbindet diese Debatte auch die traditionelle Argumentation der etablierten Parteien, von einer quantitativen und qualitativen Grenze (der Belastbarkeit), die nicht überschritten werden dürfe. Während dabei die CSU nach altem Muster erneut nach einer Verschärfung der Asylpolitik ruft, wollen CDU, SPD und Grüne – unabhängig von Differenzen zwischen ihnen und innerhalb der Parteien – die selektive Steuerung der Einwanderung nach Kosten-Nutzen-Kalkül auf eine “neue” gesetzliche Grundlage stellen.

 

Doch tatsächlich kann für die zu mehr als drei Vierteln aus Europa und insbesondere aus der Europäischen Union stammenden Migranten kein Einwanderungsgesetz greifen, da für sie in Europa Freizügigkeit gilt und nichts zu steuern ist, wie Prof. Dr. Klaus J. Bade in seinem Beitrag für MiGAZIN ausführt. Die Einwanderung von Asylsuchenden lässt sich ebenfalls nicht begrenzen, sollen beim Schutz von Flüchtlingen nicht Grundgesetz und internationales Recht außer Kraft gesetzt werden, wie es z.T. beim Familiennachzug geschieht. Es geht also um so genannte “Drittstaatsangehörige”, Menschen die nicht aus anderen EU-Staaten kommen.

Und hier schielen CDU/CSU, SPD und Grüne wie die FDP und AfD gemeinsam mit der deutschen Wirtschaft auf die Hochqualifizierten und Fachkräfte mit besonders gefragten Berufsqualifikationen. Deutschland ist heute schon am Arbeitsmarkt der Profiteur der Struktur- und Wachstumskrisen in anderen Staaten der Europäischen Union (EU). Das kann und soll zwar so bleiben. Aber, vor dem Hintergrund, dass die derzeit krisengeschüttelten EU-Staaten im Falle ihrer volkswirtschaftlichen Gesundung ihre Fachkräfte wieder wie ein Magnet zurück in die Herkunftsländer ziehen würden, soll ein Einwanderungsgesetz über ein Punktesystem den Fachkräftebedarf aus Drittstaaten abdecken; Brain-Drain oder Brain-Trust hin oder her. Die betroffenen Länder haben ihre Rolle in der internationalen Arbeitsteilung des globalen Kapitalismus zu spielen, so wie die Menschen hier und die, die kommen, als Manövriermasse des neoliberalen Umbauprojekts in der EU und Deutschland.

SPD und Grüne verfolgen dabei die Idee eines Punktesystems weiter, das sie mit dem so genannten “Zuwanderungsgesetz” im Jahr 2004 nicht durchsetzen konnten und das als schlagkräftige Waffe in der internationalen Konkurrenz um die “fähigsten Köpfe” dienen soll. Das dabei von allen als vorbildhaft verklärte Modell Kanada hat sich allerdings laut Prof. Bade von seinem ursprünglich “offenen Punktesystem” verabschiedet und “dem in Deutschland von jeher gültigen Arbeitsmarktbezug Vorrang eingeräumt”.

Formularende

Auch SPD und Grüne zeigen sich mal wieder als Knecht neoliberaler Mythen und Ideologien. So wird neben dem vermeintlichen Fachkräftemangel auch der demografische Wandel herangezogen, um eine arbeitsmarktorientierte Selektion der Einwanderung nach Deutschland zu rechtfertigen.

Den allgemeinhin als Faktum geltenden Fachkräftemangel gibt es aber laut Bundesagentur für Arbeit nicht; zumindest nicht flächendeckend. Gäbe es einen solchen Fachkräftemangel, müsste es infolge dieser Verknappung im Zuge der steigenden Nachfrage erhebliche Lohnsteigerungen geben, um einerseits die verbliebenen Fachkräfte zu halten und andererseits neue anzulocken. Davon kann allerdings in Deutschland kaum die Rede sein wenn man man die Lohnentwicklung über einen längeren Zeitraum betrachtet. Die Engpässe in einzelnen Berufen – neben technischen Berufsfeldern vor allem bei Gesundheits- und Pflegeberufen – sind vor allem hausgemacht, z.B. durch schlechte Arbeits- und Lohnbedingungen. Es waren gerade SPD und Grüne, die mit ihrer Agenda 2010 die Axt an die aktive Arbeitsmarkt- und Weiterbildungspolitik gelegt haben. Seit Jahren schaffen die Unternehmen zu wenig Ausbildungsplätze oder bauen Stellen ab und verweigern sich ihrer Verantwortung mit der Begründung, zu viele Schulabgänger seien nicht ausbildungsfähig. Tatsächlich wollen sie in die Qualifikation von jungen Menschen mit und ohne Migrationshintergrund nicht investieren. Seit Jahren wird die Wirtschaft regelrecht dafür belohnt, dass sie die Jugendlichen nicht mehr ausbildet und Lohndumping mit staatlicher Unterstützung betreibt. Jetzt will die SPD mit den Grünen und Teilen der CDU/CSU der deutschen Wirtschaft die Ausbildungskosten faktisch per Gesetz erlassen und Fachkräfte ganz nach deren Bedarf holen.

Die 2012 eingeführte “EU-Blue Card”-Regelung zeigt dabei, wohin die Reise gehen soll: Weit unter den durchschnittlichen Verdiensten liegende Gehaltsgrenzen ermöglichen es Fachkräften aus Nicht-EU-Staaten Beschäftigungsverhältnisse in der EU aufzunehmen und dabei in eine üble Konkurrenzsituation auf dem Rücken der Beschäftigten zu treten.

 

Mit dieser Politik, die Beschäftigten radikal in Konkurrenz gegeneinander zu bringen, wird eine Entsolidarisierung in der Gesellschaft immer weiter befördert. Generell führt der potentiell befürchtete und real bestehende Lohndruck zur Angst vor dem eigenen – perspektivisch zu befürchtenden – Ausschluss oder sozialen Abstieg. Die Wirtschaft will sich vor der Aufgabe drücken, selbst Fachkräfte auszubilden. 58,9 Prozent der aktiven Ausbildungsbetriebe haben noch nie einem Jugendlichen mit Migrationshintergrund eine Lehrstelle gegeben. Und die Wirtschaft will eine adäquate Bezahlung der benötigten Fachkräfte umgehen, egal ob sie aus Deutschland oder aus dem Ausland kommen.

Die Lüge mit dem demographischen Wandel

Neben dem Märchen vom Fachkräftemangel wird auch ein eklatanter Einwanderungsbedarf in Deutschland aus demographischen Gründen herbeihalluziniert, weil die Deutschen am Aussterben sein würden. Paradoxerweise wurde auch schon in der Vergangenheit immer wieder darauf verwiesen, dass wegen der demographischen Entwicklung einerseits auf dem Arbeitsmarkt bald alles besser sein würde und andererseits aber qualifizierte Fachkräfte fehlten. Solche Prognosen gab es in Westdeutschland, als die Zahl der Arbeitslosen erstmals über eine Million stieg (1976), als sie über zwei Millionen stieg (1983) und als sie über drei Millionen stieg (2006). Entgegen vieler Prognosen, die mit demographischen Trends hantierten, blieb die Massenarbeitslosigkeit in Deutschland aber erhalten. Nie schien der Arbeitsmarkt sich so zu verhalten, wie es die Demographie bzw. deren Apologeten aus der Politik erwarten ließ.

Egal, ob die Geburtenrate bleibt, sinkt oder steigt, langfristig bringen alle Prognose-Szenarien das gleiche Ergebnis: Das Bruttonationaleinkommen pro Einwohner steigt jährlich um etwa 1,5 Prozent und damit nicht viel schlechter als der Durchschnitt der vergangenen zehn Jahre mit etwas über zwei Prozent. (Arbeits-)Produktivität und BIP wachsen also trotz der Veränderung des Altersaufbaus. Was tatsächlich aber fehlt und dringend notwendig wäre, ist eine soziale Umverteilung von oben nach unten. Das Renten- und die Sozialsysteme können mit einer geringeren Bevölkerungszahl durchaus zurechtkommen. Ungleichgewichte zwischen unterschiedlich starken Geburtenjahrgängen müssten einfach durch eine andere Verteilung gesellschaftlichen Reichtums der Volkswirtschaft ausgeglichen werden. Zudem könnte dem vorhergesagten Geburtenrückgang und der vorhergesagten “Vergreisung” der deutschen Gesellschaft z.B. durch eine konsequente Bekämpfung der Arbeitslosigkeit, die Erhöhung der Frauenerwerbsquote und die Erweiterung des Kreises der Versicherten begegnet werden.

DIE LINKE hat schon immer die bestehenden bürokratischen Einwanderungsregelungen kritisiert und eine grundlegende Öffnung des Rechts auf Einwanderung gefordert. DIE LINKE ist für eine offene Gesellschaft – auch für Fachkräfte. DIE LINKE akzeptiert aber keinesfalls, dass Menschen nach Qualifikation und Arbeitsmarktlage in “Nützliche” und “Unnütze” oder “Erwünschte” und “Unerwünschte” eingeteilt werden. DIE LINKE will nicht, dass mit einer Politik der “nützlichen” Einwanderer Löhne hierzulande abgesenkt werden. Quoten, Kontingente und Punktesysteme sind Instrumente einer menschenverachtenden, selektiven Einwanderungspolitik, die einer menschenrechtsorientierten Migrations- und Integrationspolitik widersprechen. Wir lassen uns nicht darauf ein, an der Selektion, wer rein darf, teilzuhaben und selber über vermeintlich andere, “emanzipativere” bzw. “humanere” Quoten nachzudenken.

Es bedarf keines Einwanderungsgesetzes, um mindestens das Grundrecht auf Familienleben uneingeschränkt zu gewährleisten. Und natürlich ist es auch absolut unnötig ein Einwanderungsgesetz mit der Gewährleistung des Nachzugs von Ehegatten und Kindern ohne Einkommensanforderungen und eine Ausweitung des Kreises der nachzugsberechtigten Familienangehörigen zu befassen. Auch bedarf es keines Einwanderungsgesetzes, um auch den Eingewanderten grundsätzlich gleiche Rechte und einen sicheren Aufenthalt zu vermitteln. Das wäre völlig unabhängig von einem Einwanderungsgesetz regelbar. Die bisherigen Regierungen wollen aber weder erhebliche Einbürgerungserleichterungen noch auf die Ausweisung von hier geborenen und/oder aufgewachsenen Menschen grundsätzlich verzichten. Und warum das Wahlrecht für dauerhaft hier lebende Migranten auf allen Ebenen (Bund, Land, Kommunen, EU-Wahlen) nach einer bestimmten Zeit, etwa fünf Jahren, in einem Einwanderungsgesetz geregelt werden soll, ist mir nicht klar. All das ist losgelöst von einem Einwanderungsgesetz regelbar.

Die Wahrheit ist: Wer für Punktesysteme und Auslese nach Maßgabe der Wirtschaft eintritt, will gerade keine Rahmenbedingungen für ein gutes, gleichberechtigtes Leben von Migranten. DIE LINKE wendet sich deshalb gegen nützlichkeitsrassistische Ansätze. Wir stehen für Menschlichkeit und eine offene Einwanderungsgesellschaft statt einer Auslesepolitik. Eine solidarische Gesellschaft lässt sich nur mit gleichen Rechten für Alle und einem Ausbau des Sozialstaats erreichen. Gesetze, die die Beschäftigten weiter spalten und soziale Ängste befördern, dienen weder der Integration noch sind sie Teil einer notwendigen “Willkommenskultur” in Deutschland. MiG 6

 

 

 

 

Buchtipp zum Wochenende. Migrationshintergrund im Vordergrund?

 

Welche Auswirkungen hat ein Migrationshintergrund auf die journalistische Karriere in Deutschland? Die Zahlen sprechen eine deutliche Sprache: Nur 1-3 Prozent der hiesigen Journalisten sind Migranten. Was sind die Gründe dafür? Mareike Hoffmann ist in ihrem Buch dieser Frage nachgegangen.

 

Zu Beginn des 21. Jahrhunderts hat in Deutschland jeder Fünfte ausländische Wurzeln. Kann jedoch tatsächlich von einer gleichberechtigten gesellschaftlichen Teilhabe die Rede sein? Studien zeigen, dass Menschen mit Migrationshintergrund auch in der zweiten Generation und unter Hochgebildeten auf dem Arbeitsmarkt Benachteiligung erfahren.

In den Medien mit ihrer gesellschaftlichen Repräsentationsfunktion sprechen die Zahlen eine deutliche Sprache: Lediglich ein bis drei Prozent der deutschen Journalisten haben einen Migrationshintergrund. Welche Gründe liegen für diese Unterrepräsentation vor?

Mareike Hoffmann dreht diese Frage um und rückt mittels qualitativer Interviews diejenigen in den Fokus, die es geschafft haben: hauptberufliche Journalisten der zweiten Migrantengeneration. Ausgehend von deren Erfahrungen erforscht sie, welche Auswirkungen ein Migrationshintergrund auf die journalistische Karriere hat und analysiert Erfolgsfaktoren, Motivation und Wechselwirkungen mit anderen sozialen Faktoren wie dem Lebensstil und der sozialen Herkunft. Dip

 

 

 

 

Frankfurt. Tutti al cinema! Filmzyklus: die Welt der Märchen  

 

Eine Veranstaltung des Italienischen Generalkonsulats Frankfurt und des Italienischen Kulturinstituts Köln in Zusammenarbeit mit “Italiani in Deutschland - Freunde des italienischen Kulturinstituts e.V. - Frankfurt ” und der J.W. Goethe Universität  (Fakultät für Romanistik)

Donnerstag, 12. Februar 2015, 18.30 Uhr, ENIT, Barckhausstr.10, Frankfurt (U6/7 Haltestelle: Westend) – Einführung und Diskussion: Anna Ventinelli (Lektorin)

Eintritt: 3,- Euro. Eintritt frei für die Inhaber der CARTA AMICIZIA und Italianistikstudenten. Anmeldung per Email erforderlich (nur 60 Sitzplätze) an : francoforte.culturale@esteri.it

Festa di laurea, regia di Pupi Avati (1985) - Originalversion mit italienischen Untertiteln. Viele Kritiker feierten "Festa di laurea" als die Gründung eines neuen Stils, fähig sich zwischen den Vibrationen der Musik und der Phantasie und Farben des Kinos zu bewegen.

 Pupi Avatis Film ist ein Loblied auf die Einfachheit, wobei er in melancholischer und in traumhafter Weise der emilianischen Provinz der 50er Jahre gedenkt. Die Erzählung zieht einen Vergleich zwischen den einfachen und verträumten Menschen und den anderen, den "guten" Leuten, die wohlhabend, armselig und undankbar sind. Pupi Avati, Regisseur unbestrittenen Talents, der mit dem David di Donatello für die beste Regie ausgezeichnet wurde, entpuppt sich als aufmerksamer Regisseur, der sich mit aktuellen Themen auseinandersetzt. Seinen Filmen liegt eine phantastische Spur zugrunde, die vage an Fellinis Universum erinnert, aber auch autobiographische Elemente aufzeigt und Erinnerungen, die von Nostalgie und stechendem Realismus gefärbt sind. Im Rimini der 50er Jahre wird ein naiver und unbedarfter Konditor von der Rückkehr seiner nie vergessenen Jugendliebe überrascht, die ihn beauftragt, die Abschlussfeier ihrer Tochter zu organisieren. Er wird so in eine Welt der Täuschung und Heuchelei hineingezogen, die jedoch nicht seine einzigartig ehrliche und verträumte Reinheit beschädigen kann. Die fürchterlichsten Illusionen sind die des Herzens und eben jene hat das Leben des Konditors Vanni Porelli geprägt: Ein Kuss eines verwöhnten Mädchens, im Zuge der jugendlichen Begeisterung, bei der Ankündigung des italienischen Kriegseintritts gegeben, hat sein Liebesleben so sehr beeinflusst, dass er viele Jahre seines Lebens wie in einem Traum gelebt hat. Einige Zeit später, als das Mädchen von damals, mittlerweile die Ehefrau eines alles andere als genügsamen Professors geworden, zurückkehrt und den Konditor beauftragt, die Abschlussfeier ihrer Tochter zu organisieren, tut dieser alles, um sie zufrieden zu stellen (m.s.). de.it.press